LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO" -- A-Z CA
Luigi Speranza -- Grice e Caloprese: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazinale degl’encanti di Orlando furioso
– Orlando innamorato -- il filosofo delle encantatrice esperienze – scuola di
Cosenza – filosofia cosentina – filosofia calabrese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Scalea). Filosofo cosentino. Filosofo calabrese. Filosofo
italiano. Scalea, Cosenza, Calabria. Grice: “Strictly, Caloprese taught
Metastasio to be a Cartesian – I know because I relied on him for my ‘Descartes
on clear and distinct perception.’” “I love Caloprese; he brings philosophy to
Arcadee – The keyword is ARCADIA – or GLI ARCADI, if you must – Caloprese
tutored Metastasio – Arcadia is like Oxford – et in Arcadia ego – or Cambridge
– the other place – it’s a bit of a utopia – of course, Arcadia as a REAL place
is in the Pelopponesus, as any Lit. Hum. Oxon. schoolboy knows! – But Caloprese
brings it to civilisation, i.e. to the Roman-Italian tradition! Figlio di Carlo e da Lucrezia Gravina, che si
sposarono a Roggiano, cade così la leggenda che fosse nato quando i suoi
genitori ancora non si conoscevano. Da onestissimi parenti, di condizione
cittadina, nella terra di Scalea, posta nel paese dei Bruzii, trasse i suoi
natali. Celebre pel suo ingegno, e per l'universale sua letteratura. Visse
molto tempo in Napoli, e in Roma; finalmente tornato alla patria vi morì. I
suoi genitori si resero presto conto dell'intelligenza del loro figliolo e lo
avviarono a studiare a Napoli sotto la guida di Porcella Si laurea
successivamente nel campo a lui più congeniale della medicina. Rimase sempre in
rapporto da Scalea, dove si era ritirato, con i centri intellettuali di Napoli
e Roma dove risiedeva suo cugino e dove lo stesso Caloprese soggiorna. A Scalea
fondò una scuola che ebbe una certa rinomanza e partecipò all'attività
culturale dei Medinaceli traendone ispirazione per i suoi interessi
antiautoritari e antidogmatici scientifici e filosofici che lo fecero schierare
dalla parte di coloro che subordinavano l'indagine naturalistica al metodo
razionale di tipo cartesiano. Vico, Metastasio, Giannone lo qualificano come
gran renatista ma la sua reale posizione filosofica è piuttosto da rintracciare
in chi era a lui più vicino: il suo discepolo Spinelli che racconta come
Caloprese, tornato da Napoli a Scalea visse dei proventi di alcune sue
proprietà praticando la medicina solo per i suoi amici e i poveri e che
descrive la scuola di C. come fondata sullo studio letterario e scientifico e
l'esercizio fisico nella convinzione del rapporto tra corpo ed animo. Alla
lettura dei testi di Cartesio si associava quella di Lucrezio e Bacone secondo
l'ideale teorico di una sintesi di sperimentalismo e atomismo, razionalismo e
mentalismo. Altre opere: “Dell'origine degli imperi. Un'etica per la politica”.
Uomini illustri delle Calabrie”. Meravigliosa vivezza d'ingegno ed acume
d'intendimento comparvero in lui sin dai più teneri anni, e gran diletto di
apprendere; per cui gli avveduti genitori, solleciti di coltivare in lui si
belle doti, apparati nella patria i primi rudimenti delle lettere lo inviarono
di buon'ora in Napoli per imprendervi l'usato corso degli studii. Ebbe da prima
a maestro delle lettere umane Porcella insigne filosofo a quel tempo, e non
ignobil poeta. Sotto la costui disciplina molto si approfittò, congiungendo
alla fertilità d'ingegno fervente non interrotta applicazione; di modo che egli
fece la soddisfazione del Maestro e dei suoi genitori, e l'emulazione dei
compagni. Nella sua patria intanto per qualche tempo era egli stato, dove date
avea le prime letterarie istituzioni al celebratissimo suo cugino per madre,
Gravina,.ed ebbe il vanto d'istruire nelle materie filosofiche, in cui era
versatissimo, il gran Metastasio, che seco avea per ciò condotto alla sua
patria, come attesta il Metastasio medesimo in una sua lettera scritta da
Vienna. Godeva gran fama come uno dei maggiori cartesiani italiani ('gran
renatista' lo dissero, fra gli altri, il Vico e il Giannone). Teorico e critico
della letteratura. Calopresiane. La civil società e il viver civile: una
lettura sociologica delle Lezioni dell'Origine degli Imperij di in «Rivista di
Studi Politici», n. 4, Roma, Editrice Apes,.Dizionario biografico degli
italiani. Pn di Fabri^o Lomonaco 1 Introduzione Scalea il paese del C. 1; La
vita del C. 11; L'estetica e la poetica 15; II pensiero filosofico, politico e
"civile"; C. educatore 33. 37Bibliografia Edizioni delle opere di
C.37; Studi generali sul periodo e sull'ambiente calopresiani 38; Studi sul
Caloprese 45; Articoli brevi sul C. 47; Opere in cui viene trattato C. 47;
Recensioni sulle opere e sugli studi del C. 52. “Questa è tutta l'idea colla
quale questi maestri della civil prudenza si sono ingegnati di far altrui
concepire la natura del uomo; dopo la quale, non accorgendosi di haver buttato
a terra tutti gli fondamenti della pace e della concordia, e che, se i loro
insegnamenti fossero veri, i pericoli sarebbon in[e]vitabili, tutto il loro
studio non si raggira in altro che in dare precetti di sicurtà, come se
gl'accidenti humani stessero tutti sottoposti a i loro consigli.” Chi è C.? Un
altro Carneade, meritevole di interesse speciale per quegli studiosi,
accreditati e no, in cerca del minore, soddisfati o illusi, a seconda dei casi,
del nuovo per il nuovo nel vasto campo della ricerca storico-filosofica? Questo
lavoro di Mirto, vivace studioso della cultura italiana tra Seicento e
Settecento, esperto delle relazioni epistolari tra librai-stampatori europei
(dai Borde agli Arnaud, dai Blaeu agli Janson, dagli Huguetan agli Anisson e
agli Associati lionesi) ed eruditi italiani (da Magliabechi a Cassiano Dal
Pozzo, da Dati a Leopoldo e Cosimo III de’ Medici) smentisce un fortunato
stereotipo, offrendo agli studiosi questa Bibliografia del filosofo calabrese,
articolata in sei dense sezioni (scritti di e su C., opere sul periodo e
l’ambiente. ORLANDO FURIOSO LODOVICO ARIOSTO CORREDATO DA NOTE STORICHE E
FILOLOGICHE E ILLUSTRATO DADORÈ CON INCISIONI INTERCALATE NEL TESTO. MILANO. FRATELLI
TREVES, EDITORI LA PROPIETÀ ABSOLUTA DEI DISBONI SD IN0I8IONI DI GUSTAVO DORÈ È
RISERVATA VR ITALIA E PER LA LTlTOnA I'.LIANA AI FRATELLI TREVEB.
Milano.Treves. Lodovico Ariosto, che air Heyse "è sempre parso la
personificazione di tutto quanto si comprende col nome di poesia non fu
soltanto la più bella e compiuta figura letteraria del nostro Rinascimento, ma
avanzò di molto il suo tempo nel quale l’Italia avanza in civiltà ogni altra
nazione d'Europa. Ercole I, della famiglia d'Este, figlio di Borse investito
del ducato di Modena e Reggio dair imperatore e di quello di Ferrara dal papa,
teneva in questa ciCtà chiamata dal Burkhart " la prima città moderna d'
Europa "una corte le di cui magnificenze precedettero di mezzo secolo
quelle delle quali si circondarono poi i sovrani de' grandi stati. N. Ariosto,
della nobile famiglia degli Ariosti, oriunda bolognese e trapiantata a Ferrara
alla metà del XIV secolo, creato conte da Federico III fu nominato capitano
della cittadella di Reggio, dove tolse in moglie Daria Malaguzzi e n'ebbe il
primo figlio battezzato con i nomi di Ludovico Giovanni. A sette anni il
fanciullo seguì il padre tramutato al comando di Rovigo che non seppe difendere
dai Veneziani. Il duca rimandò il capitano Niccolò a Reggio dove rimase, mentre
il figlio restava con la madre a Ferrara studiando grammatica e metrica col
celebre Luca della Ripa. Costrettovi dal padre incominciò lo studio delle leggi
e della giurisprudenza, sotto Sadoleto modenese. Dopo cinque anni, ottenuto il
titolo di dottore, Lodovico Ariosto potè tornare ai geniali e diletti studii
della poesia avendo a guida Gregorio EUio o Elladio da Spoleto, e compagni
Strozzi e poi il Bembo, conobbe tutte le bellezze de' poeti latini, compresi i
comici; e come portava l'indole del tempo, nel quale gì' influssi cristiani non
erano spenti ma infievoliti dal risorgente paganesimo delle lettere e delle
arti, alternava allo studio de' poeti i facili amori. Il padre di Lodovicp
stato prima tramutato da Reggio a Modena, poi da Modena a Lugo, e privato
dell'ufficio, venne a morte nel febbraio del 1500. Il giovine spensierato
dovette allora pensare alla madre amatissima, a duo sorelle da marito e a
quattro fratelli ancora in giovine età, per provvedere a' quali non bastavano
le rendita) dello scarso patrimonio paterno composto della casa di Ferrara e di
non molta terra nel circondario di Reggio. Gli convenne mutare .in squarci e in
vacchette Omero e farsi nominare castellano di Canossa, continuando a passare
parto dolFanno a Ferrara e non dimenticando le bolle. Aveva già avuto parte in
alcune rappresentazioni drammatiche alla corto del duca Ercole, e nel 1502
dettò il bel carme catulliano per le nozze di Alfonso con Lucrezia Borgia.
Sulla fine del 1503 entrò ai servigi del cardinale Ippolito fratello d'Alfonso,
stato creato vescovo a setto anni, cardinale a quattordici, amantissimo delle
belle donne ed a suo modo anche dei letterati. Gli obblighi dell'Ariosto presso
il cardinale non erano bene deter minati, come non furono, almeno ne' primi
anni, precisamente stabiliti gli emolumenti. Cortamente all' ufficio suo presso
Ippolito il poeta non consacrava gran tempo e gliene rimaneva tanto da potere
incominciare V Orlando Furioso nel 1506. Mandato nel 1507 a Mantova per
congratularsi, a nome del cardinale, con la marchesa Isabella d'Este Gonzaga d'
un felice parto, lesse alla gentildonna alcuni canti del poema già scritti. Nel
maggio di quello stesso anno accompagnò a Milano il cardinale Ippolito,
titolare dell' arcidiocesi Ambrosiana, che andava ad ossequiare Luigi XII re di
Francia ridivenuto padrone del Milanese. Nel carnevale del 1508 faceva
rappresentare al teatro di corte la sua Cassandra e nel carnevale seguente
Suppositi. Il duca Alfonso associandosi alla lega di Cambrai, aiutato da'
Francesi, riprese ai Veneziani il Polesine di Rovigo. Ma i Veneziani, al cadere
dell' autunno, mandato un esercito alla riscossa, questi giunse a breve
distanza da Ferrara. L'Ariosto mandato a Roma, con Teodosio Brusa, a chiedere
aiuto al papa, partì da Ferrara il 16 dicembre. Tornò a Roma precedendo il
cardinale Ippolito, accusato d'essersi intruso nell' abbazia di Nonantola dopo
morto il cardinale Cesarini e di aver forzato i monaci ad eleggerlo abate
commendatario. Giulio II, sdegnato contro il cardinale e contro gli Estensi,
ligii al re di Francia contro il quale preparava la famosa lega, fece cattiva
accoglienza all' Ariosto. Pure questi giunse a pla carne l'ira. Tornato a
Ferrara nel giugno, era di bel nuovo a Roma nell'agosto, e Giulio II minacciava
di far buttare in Tevere lui o qualunque altro oratore gli si presentasse a
nome del cardinale d'Este. Furono quei giorni ben tristi per la famiglia
Estense, le cui truppe erano vinte dai Veneziani sul Po, mentre i soldati del
papa minacciavano la città, di Ferrara. Alcuni biografi dell' Ariosto affermano
eh' egli combattesse a Polesella, ma tale opinione sembra da lui stesso
contradetta nel canto XL del suo poema. Certo da ambasciatore diventò in queir
occasione soldato ed egli stesso dico d'aver combattuto a Padova. Dopo la
battaglia di Ravenna, gli Estensi, che avevano contribuito alla vittoria con le
loro artiglierie, desiderarono la pace. Il duca Alfonso, ottenuto dal papa un
salvacondotto, per mezzo di Fabrizio Colonna suo prigioniero, andò a Roma a
rabbonire Giulio II. L'Ariosto lo seguì nelle pericolose avventure delle quali
il principe fu vittima. Non ostante il salvacondotto, Alfonso potè scampare a
stento all'ira del pontefice, rimanendo nascosto per tre mesi nel castello dei
Colonna a Marino, e poi salvandosi travestito ora da frate, ora da cacciatore,
a traverso la Toscana: e 1'Ariosto fu sempre fedele compagno del suo signore in
quei travestimenti ed in quella fuga. Giunse a Ferrara la nuova della morte di
Giulio II; e venti giorni dopo, la nuova deirelezione del cardinale Giovanni
de' Medici, che prese il nome di Leone X. Quando il nuovo papa era stato legato
di Bologna, l'Ariosto lo avea pregato di dispensarlo dagli ordini sacri
permettendogli di conseguire un benefizio che gli veniva ceduto da un consanguineo.
Gli Estensi mandarono il loro poeta ad ossequiare il papa, ma questi non fece
all'Ariosto alcuna offerta né tampoco gliene fecero i di lui amici tt divenuti
grandi". Di ritomo a Ferrara, fermatosi a Firenze per le feste di San
Giovanni, s' innamorò di Alessandra Benucci vedova di Tito Strozzi, ed a
quell'affetto dedicò per il rimanente della vita V animo suo, già nelle
passioni amorose tanto mutevole. Per non perdere egli il godimento de'
beneficii ecclesiastici, essa la tutela dei figli del primo marito, tennero
nascosta la loro unione e vissero per le stesse ragioni separati di casa. Con
l'Ariosto viveva Virginio, figlio suo diletto, avuto da un Orsolina Sasso
Marino. Il cardinale Ippolito aveva in quel tempo preso stanza a Roma dove
avrebbe voluto che l'Ariosto lo raggiungesse, sollecitandolo a farsi prete. A
tale invito l'Ariosto rispondeva, come egli stesso ha detto nella Satira I: Io
né pianeta mai né tonicella Né chierca vo' che in capo mi si pona. Pare che il
cardinale non si curasse neppure di far pagare all'Ariosto i suoi emolumenti.
Pensava bensì liberalmente alla spesa di stampa dell' Orlando Furioso, che il
poeta cominciò nel 1515 a consegnare allo stampatore maestro Giovanni Mazzocco
da Bondeno, che teneva bottega in Ferrara. Il 21 aprile 1516 la prima edizione
dell'Orlandò vide la bice e l'Ariosto sperava di riceverne dal cardinale lauto
compenso per avergliela dedicata. Pochi mesi dopo invece il cardinale
pretendeva che l'Ariosto andasse seco lui in Ungheria; ed essendo visi questi
rifiutato " per molte ragioni e tutte vere " r eminentissimo andò
sulle furie, non volle ascoltarne le scuse, gli intimò di non comparirgli più
innanzi, e gli fece togliere le rendite di due beneficii ecclesiastici.
L'Ariosto tornò di bel nuovo a Roma per ottenere che non gli fossero tolti
" certi bajocchi " ch'egli prendeva a Milano " ancorché non sian
molti " e trovò Leone X assai meglio disposto a di lui favore. Poco dopo
il duca Alfonso lo comprendeva nel numero dei suoi stipendiati in qualità di
famigliare, e con Y assegno mensile di sette scudi d' oro cinquantadue lire
italiane, più il vitto per tre servitori e due cavalli. Un caso inaspettato
avrebbe migliorate molto le non liete condizioni economiche dell'Ariosto se non
vi si fosse opposta la prepotenza. Rinaldo Ariosto, cugino del poeta, essendo
morto ab intestato, la ricca tenuta detta delle Ariosto, a Bagnolo, passava
nelle mani di Lodovico e de' suoi fratelli; Ma ne furono spogliati da Alfonso
Trotti, amministratore del duca, che dichiarò quei beni di proprietà camerale,
e non ottenne alcun risultato la lite promossa dagli eredi naturali, per
ricuperarli. Anche Leone X s'intromise,ma invano, in quella faccenda dell'
eredità. Dopo V ultimo viaggio dell' Ariosto a Roma0 la pubblicazione deir
OHando, il papa s' era degnato di rammentarsi T antica benevo lenza verso il
poeta, e fece rappresentare in Vaticano i Supponiti y con grande apparato.
L'anno seguente l'Ariosto, avendo terminato il Negromante, lo spedì al papa
sperando ma non ottenendo eguale fortuna. Pochi mesi dopo, il cardinale
Ippolito tornato dall'Ungheria moriva a Ferrara d'' una indigestione di gamberi
e di vernaccia. Sebbene molto male ricompensato dal cardinale, r Ariosto, anche
dopo la di lui morte, non tolse dall' Orlando alcuna delle troppe lodi che gli
aveva tributate, e continuò ad intitolare al di lui nome il poema. Nominato
commissario ducale nella Garfagnana e partì, con pochi soldati di Ferrara per
Cstelnuovo, dove andava ad occupare un ufficio, onorevole e molto più lucroso
di quello dì famigliare di cort". Prima di partire fece testamento a
rogito di Andrea Succi. Giunse a Castelnuovo il 2G. Nell'Elegia III ha
descritto il disastroso viaggio fatto a traverso l'Appennino, in tempo
d'inverno; e nella Satira F, nella quale parla lungamente del suo governo,
lasciò scritto che La novità del loco è stati tanta C'ho fatto come augel che
muta gabbia Che molti giorni resta che non canta. ' Paragonava il paese da lui
governato a " una fossa " dolente di trovarsi sempre in mezzo ad Accuse
e liti Furti, omicidii, odii, vendette ed ire. Gli parve da prima impresa
superiore allo proprie forze il pacificare quella provincia che in meno d' un
secolo aveva cambiato cinque o sci volte padrone: ma, messo amoro al proprio
ufficio, dette prova di molta energia. Se non che dal Governo ducale aveva
scarso appoggio e spesso anche contrarietà, dello quali si lamentava scrivendo
direttamente al duca ed invitandolo a mandare altri al suo posto se non voleva
aiutarlo " a difendere Toner dell'ufficio " ma, dovendo rimanere od
andarsene, egli aggiungeva: " sempre desidererei che la giustizia avesse
luogo. " Del governo dell'Ariosto nella Garfagnana ha scritto una bella ed
erudita monografia il marchese Campori, secondo il quale la storia di quel
governo " ci mostra come il più a fantastico de' poeti possa annoverarsi
fra gli statisti più positivi, n Lasciò, dopo tre anni e quattro mesi "
l'asprezza di quei sassi e quella gente inculta " e se ne tornò a Ferrara.
Era morto Leone X e gli era succeduto un altro Medici col nome di Clemente VII.
Il duca Alfonso, desiderando di avere in Roma un oratore autorevole e stimato,
aveva fatto scrivere all'Ariosto offrendogli quel posto. Ma X Ariosto se ne
schermì, non sperando più nulla dai Medici nò dai papi. Ritornato dunque a
Ferrara, acquistò alcune fabbriche e ritagli di terreno in via Mirasele e vi
formò un giardino, delizia ed amore dei suoi ultimi anni. Si occupava della
correzione Orlando e di ridurre a spalliera a siepe una boscaglia che aduggiava
il suo orto. Cottvivova col padre il figlio Virginio, dio delle abitudini
paterne di questi ultimi anni ha lasciato molte memorie. Dalla corte ducale ora
sempre, in ogni occasione, onorato come poeta e tenuto in conto di abile
politico. Nel 1528, per festeggiare l'arrivo degli sposi Ercole Estense e
Renata di Francia, fu rappresentata la sua commedia hLena; nel 1529 fu
nuovamente rappresentata la Cassarla, prima d' una lautissima cena offerta da
Ercole d' Este al marchese ed alla marchesa di Mantova. Nella contesa fra Carlo
V e Francesco I, il duca Alfonso cercava di barcamenarsi a proprio vantaggio,
ed ottenne dall' imperatore Y investitura di Modena e Reggio. Essendo a Mantova
Don Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto, comandante delle truppe imperiaU, il
duca gli mandò Lodovico Ariosto per pregarlo a concedergli aiuto sufficiente a
mantenere sotto il proprio dominio la contea di Carpi che Clemente VII gli
contrastava. L'Ariosto raggiunse il marchese del Vasto a Correggio, in casa di
Veronica Gambara, ed il marchese, concesso Taiuto al duca, fece dono al poeta
di cento scudi annui d'entrata, per lui ed i suoi eredi, di un lapislazzolo
bellissimo legato in oro e di una collana d' oro. Pubblicò a Ferrara, con i
tipi di Francesco Rosso da Valenza, una nuova edizione del suo poema con V
aggiunta di nuovi canti. Questa edizione fu cronologicamente la diciottesima,
essendone state stampate dopo la prima del 1515, un' altra a Ferrara, tre a
Milano, una a Firenze, e undici a Venezia. Di questa nuova edizione in XLVI
canti presentò, il 7 novembre, un esemplare a Carlo V che trovavasi in Mantova,
reduce dalla guerra d'Ungheria contro i Turchi e diretto a Bologna.
L'imperatore mostrò il desiderio di ricompensare l'Ariosto incoronandolo col
lauro " onor d'imperatori e di poeti " . Ma l'incoronazione solenne
non potè effettuarsi per la sollecita partenza di Carlo V che lasciò bensì
all'Ariosto il diploma di poema laureato. Aveva allora cinquantotto anni, e dai
quaranta s'era cominciata a guastarglisi la salute, G lo travagliavano il
catarro e la debolezza di stomaco. I suoi medici gli avevano proibito Fuso del
vino e ogni cibo troppo condito di aromi: gli era molto nocivo.il calore della
stufa. Verso la fine del dicembre 1532 ammalò di ostruzione alla vescica alla
quale sopravvenne una febbre di consunzione. Dopo lunghi patimenti spira
assistito dalla moglie Alessandra, dal figlio Virginio e dal parroco ed amico
suo Alberto Castellari. Dopo il primo testamento, fatto partendo per la
Garfagnana, ne dettò un secondo nel 1532, istituendo erede universale il figlio
Virginio, che conservò per tutta la vita la casa e r orto paterno e lo fece
abbellire con statue ed ornamenti di marmo. Lodovico Ariosto fu alto di statura
ed ebbe capelli neri e ricciuti, spaziosa la fronte ed alte le ciglia, gli
occhi neri e vivaci, il naso grande e aquilino, i denti bianchi ed eguali, il
colorito olivastro, le, guance scarne, rada la barba. I suoi contemporanei lo
dicono riguardoso, prudente, gioviale cogli amici, ma d' indx>le facilmente
inchinevole alla mestizia. Fu d'animo buono e retto: costretto dalla necessità
a lodare mecenati poco meritevoli d' encomio, adattandosi all' uso de' tempi
del quale sa rebbe errore giudicare con le idee moderne d'indipendenza e di
dignità, sopportò sempre a malincuore il giogo dei potenti. Piuttosto che il
desiderio d' arricchire sentì quello dì vivere in quiete con i suoi libri,
dichiarando di non volere " il più bel cappel eh' in Roma sia " con
scapito della libertà. Modesto in ogni desiderio fu altresì temperato ne' cibi
e nelle bevande; schietto e sincero con tutti, e per quanto consapevole del
proprio valore, non vanitoso né avido d'onori. in vero onore è ch'nom da ben ti
tenga Ciascuno, e che tu sia. Provò, come allora era possibile, e seppe
esprimere un sentimento di dolore vedendo r Italia divenuta " ancella di
quelle genti stesse che le furon serve " e s' augurò di vederla risorgere
all' antica grandezza, aggiungendo che ciò si sarebbe ottenuto soltanto a
quando sarem migliori. " Intorno allo scopo dell' Orlando molto si è scritto
e non concordemente da tutti. Certo non erra il Carducci quando dice che la
finalità del poema romanzesco è in sé stesso e nel raccontar piacevole a
ricreazione delle persone d'animo gentile; ed aiunge che l'Ariosto fu più che
altri di per sé lontano dall'intenzione di una finale ironia contro l'ideale
caval leresco. In questa ipotesi dell' ironia insiste invece particolarmente il
Gioberti. Egli crede che l'Ariosto, frammischiando continuamente l'elemento
giocoso al serio, abbia voluto mettere in luce " il vizio principale degli
ordini cavallereschi, cioè la sproporzione fra la pompa e il rumore degli
apparecchi, e la pochezza o vanità dei risultamenti, e quindi mo strando la
nullità finale di tale istituzione ".... Il Furioso è dunque ad un tempo,
se condo r autore del Primato, la a poesia e la satira del medio evo e tiene un
luogo mezzano fra il romanzo del Cervantes e T epopea del Tasso, " della
quale però V Or lando è assai più moderno benché T abbia preceduto d'una
generazione. L'Ariosto infatti presente più d'una volta le idee de' tempi
moderni, mentre subisce le influenze pagane dell' antica letteratura che da
poco tempo era, in Italia prima che altrove, rimessa in onore quando egli
intraprendeva i suoi studii. A tali influenze pagane si deve dar colpa se la
sbrigliata fantasia del poet abbellisce di vivi colori le non rare pitture
erotiche. Ma anche di tale licenza bisogna in gran parte ricercare la causa nel
l'indole de' costumi e del tempo, nella quale, a detta di Bernardo Tasso, non
era fanciullo, a né fanciulla, né vecchio, né dottore, né artigiano " che
si contentasse d'aver letto l'Or lando più d'una volta. Il Voltaire ha detto, e
lo ha confermato il Carducci, che V Orlando é poema politico e religioso con
Carlomagno ed Orlando, e privato e famigliare con Ruggiero e Bradamante. Vito
Fornari vede rappresentata nella follia d'Orlando, l'indole della società
cristiana nel tempo descritto dall' Ariosto, indole che fu d'universale follia.
Il De Sanctis dice non essere " nulla uscito dalla fantasia moderna che
sia comparabile a questo limpido mondo omerico, n Al Settembrini parve che,
mentre il poema di Dante, più che all'Italia appar tiene a tutto il mondo, 1'
epopea dell' Ariosto appartenga all' Italia ed egli sia il primo poeta
italiano. Fra i classici é senza dubbio il più naturalista e nessuno ha saputo
meglio di lui ottenere ai suoi tempi la rappresentazione oggettiva del mondo
esteriore. Da quasi tre secoli il poema romanzesco dell' Ariosto è uno de'
libri più ricercati e più letti. Ulisse Guidi ne novera quattrocentotrentuna
edizioni italiane, oltre le numerose versioni. A quest'orale edizioni italiane
hanno probabilmente passato il mezzo migliaio. Nessun altro poeta ha saputo
ispirare quanto l'Ariosto la fantasia de' pittori: nessun altro offre occasione
di far mostra di vario ingegno pittorico, mettendo nel suo poema rOriento a
tenzone con rOccidente, il Cristianesimo con rislamismo; intrecciando gli
elementi della mitologia greca con quelli delle favole asiatiche; descrivendo,
con V aiuto della storia, la valle del Po, Parigi, il Cairo, Damasco,
Alessandretta; e con l'aiuto della fantasia il sog giorno delizioso di Alcina e
di Logicilla, la vasta Sericana, il Catajo ed altri paesi ignoti od appena
sospettati al principio del XVI secolo. Mai fantasia d'artista, matita di
disegnatore, non seppero indovinare il pensiero e l'ar ditezza altamente
poetiche dell' Ariosto come il Dorè che ne illustrò l'intiero poema. I disegni
di Gustavo Dorè non solo riproducono le imagìni del poeta, l'ispirazione
vertigi nosa, il carattere fantastico MVOrlando, ma sono il più completo
commento di quel mondo meraviglioso.Angelica, fnsffiirlo (liti piìi tritono cU[
(luca di Bnvìera, s incuritrn in RiimliLo ch va in tvartia k| [H'oprio invailo
levita a Umù putcnt 1 tuli osti aTnH.Jite,c trova rollila riva dun fiume il
jinuo Fiirran, (uivi Ri iiJiMo. itr oagiaiu' d'A u galliti, viene alle mani eoi
Saeìno; ma eome i cine rivali ai accorguno cht la iluuKlIa è hjiJiriU, cessano
rial eumbattere. Fenaù intanto si studia di iTen[H:rara l>lmo cadut(i|>li
nel llame: Angtliia s imbatte in Sauripante, il i]uale coglie ropportunità
dipigliaitii il cavallo di Rinaldo; e qnt'sti so fragili une? minaccioso. 1 Le
doiiiie, i eavalier, l'iimie, gii amori, Le ciiriesie, T audaci inipree io
canto, Che furo al tempo the passa ri> i AI ori D'Africa il lìjare, e in
Francia iiocquer tanto, Seguendo l'ire e i ipoveni! furori DVAgromante lor re,
die si die Tanto Di vendicar la morte di Troiano Sopra re Carlo impera tor
romano. 2 Dito d Orlando in un medesmo tratto Cosa non detta in prosa mai, né
in rima; Che per amor venne in furore e matto, Duom che si saggio era stimato
prima: Se da colei che tal quasi m'ha fatto, CheU poco ingegno ad or ad or mi
lima, Me ne sarà però tanto concesso, Che mi basti a finir quanto ho promesso.
3 Piacciavi, generosa Erculea prole, Ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole E darvi sol può Fumil servo vostro. Quel
ch'io vi debbo, posso di parole Pagare in parte, e d'opera d'inchiostro: Né che
poco io vi dia da imputar sono Che quanto io posso dar, tutto vi dono. 4 Voi
sentirete fra i più degni eroi, Che nominar con laude m'apparecchio. Ricordar
quel Ruggier, che fu di voi E de' vostri avi illustri il ceppo vecchio. L'alto
valore e' chiari gesti suoi Vi farò udir, se voi mi date orecchio, E vostri
alti pensier cedano un poco. Si che tra lor miei versi abbiano loco. 5 Orlando,
che gran tempo innamorato Fu della bella Angelica, e per lei In India, in
Media, in Tartaria lasciato Avei infiniti ed immortai trofei, In Ponente con
essa era tornato. Dove sotto i gran monti Pirenei Con la gente di Francia e di
Lamagna Re Carlo era attendato alla campagna, Per far al re Marsilio e al re
Agramante Battersi ancor del folle ardir la guancia, D'aver condotto, l'un,
d'Aitìca quante Oenti erano atte a portar spada e lancia; L'altro, d'aver
spinta la Spagna innante A destmzion del bel regno di Francia. E così Orlando
arrivò quivi a punto:Ma tosto si pentì d'esservi giunto:7 Che vi fu tolta la
sua donna poi: (Ecco il giudicio uman come spesso erra!) Quella che dagli
esperii ai liti eoi Avea difesa con sì lunga guerra, Or tolta gli è fra tanti
amici suoi. Senza spada adoprar, nella sua terra. Il savio Imperator,
ch'estinguer volse Un grave incendio, fu che gli la tolse. 8 Nata pochi dì
innanzi era una gara Tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo; Che ambi
avean per la bellezza rara D'amoroso disio l'animo caldo. Carlo, che non ave
tal lite cara, Che gli rendea l'aiuto lor men saldo, Questa donzella, che la
causa n'era, Tolse, e die in mano ai duca di Baviera; 9 In premio promettendola
a quel d'essi. Ch'in quel conflitto, in quella gran giojpata. Degli Infeieli
più copia uccidessi, E di sua man prestasse opra più grata. Contrari ai voti
poi furo i successi; Ch'in foga andò la gente battezzata, E con molti altri
fu'l Duca prigione, E restò abbandonato il padiglione. 10 Dove poiché rimase la
donzella Ch'esser dovea del vincitor mercede, Innanzi al caso era salita in
sella, E quando bisognò le spalle diede. Presaga che quel giorno esser rubella
Dovea Fortuna alla cristiana Fede: Entrò in un bosco, e nella stretta via
Rincontrò un cavalier eh' a pie venia. 11 Indosso la corazza, l'elmo in testa.
La spada al fianco, e in braccio avea lo scudo: E più leggier correa per la
foresta, Ch'ai palio rosso il villan mezzo ignudo. Timida pastorella mai sì
presta Non volse piede innanzi a serpe crudo. Come Angelica tosto il freno
torse, Che del guerrier, eh' a pie venia, s'accòrse. 12 Era costui quel paladin
gagliardo, Figliuol d'Amon, signor di Montalbano, A cui pur dianzi il suo
destrìer Baiardo Per strano caso uscito era di mano. Come alla donna egli
drizzò lo sguardo, Riconobbe, quantunque di lontano, L'angelico sembiante e
quel bel volto Ch'ali' amorose reti il tenea involto. La donna il palafreno
addietro volta, E per. la selva a tutta briglia il caccia; Né per la rara più
che per la folta, La più sicura e miglior via procaccia: Ma pallida, tremando,
e di sé tolta,Lascia cura al destrìer che la via faccia. Di su, di giù
nell'alta selva fiera Tanto girò, che venne a una riviera. 14 Su la riviera
Ferraù rovoese Di sudor pieno, e tutto polveroso. Dalla battaglia dianzi io
rimosse Un gran disio di bere e di riposo: E poi, mal grado suo, quivi
fermosse:Perchè, delP acqua ingordo e frettoloso, L elmo nel fiume si lasciò
cadere, Nò Tavea potuto anco riavere. Quanto potea più forte, ne veniva
Gridando la donzella {spaventata. A quella voce saita in su la riva II
Saracino, e nei viso la guata; E la conosce subito eh' arriva, Benché di timor
pallida e turbata, E sien più di che non n'udì novella, Che senza dubbio eli' è
Angelica bella.stanza 17 . 16 E perchè era cortese, e n' avea forse Non men dei
due cugini il petto caldo, L'aiuto che potea tutto le porse, Pur come avesse
l'elmo, ardito e baldo:Trasse la spada, e minacciando corse Dove poco di Ini
temea Rinaldo. Più volte s' eran già non pur veduti, a al paragon dell' arme
conosciuti. 17 Cominciar quivi una crudel battaglia, Come a pie si trovar, coi
brandi ignudi:Non che le piastre e la minuta maglia, Ma ai colpi lor non
reggerian gì' incudi. Or, mentre l'un con l'altro si travaglia, Bisogna al
palafren che '1 passo studi; Che, quanto pud menar delle calcagna, Colei lo
caccia al bosco e alla campagna. 18 Poi che s'aff&ticàr gran pezzo invano I
due guerrier per por l'un l'altro sotto: Quando non meno era con l'arme in mano
Questo di quel, né quel di questo dotto; Fu primiero il signor di Montalbano,
Ch'ai cavalier di Spagna fece motto. Si come quel e' ha nel cuor tanto foco.
Che tutto n'arde e non ritrova loco. 19 Disse al pagan: Me sol creduto avrai, E
pur avrai te meco ancora oifeso: Se questo avvien perchè i fulgenti rai Del
nuovo Sol t' abbiano il petto acceso, Di farmi qui tardar che guadagno hai? Che
quando ancor tu m' abbi morto o preso, Non però tua la bella douna fia; Che,
mentre noi tardiam, se ne va via. SO Quanto fia meglio, amandola tu ancora, Che
ta le venga a traversar la strada, A ritenerla farle far dimora. Prima che più
lontana se ne vada! Come r avremo in potestate, allora Di chi esser de' si provi
con la spada. Non so altrimente, dopo un lungo affeinno, Che possa riuscirci.
altro che danno. Al pagan la proposta non dispiacque: Cosi fu differita la
tenzone; E tal tregua tra lor subito nacque, Sì r odio e r ira va in oblivione,
Che '1 pagano al partir dalle fresche acque Non lasciò a piedi il buon figlinol
d'Amone; Con preghi invita, e alfin lo toglie in groppa. E per Torme d'Angelica
galoppa. Oh gran bontà de' cavalieri antiqui ! Eran rivali, era n di fé
diversi, E si sentian degli aspri colpi iniqui Per tutta la persona anco
dolersi; Eppur per selve oscure e calli obliqui Insieme van, senza sospetto
aversi. Da quattro sproni il destrier punto, arriva Dove una strada in due si
dipartiva. E come quei che non sapean se Tuna 0 V altra via facesse la
donzella, (Perocché senza differenzia alcuna Apparia in amendue l'orma
novella), Si messero ad arbitrio di fortuna, Rinaldo a questa, il Saracino a
quella. Pel bosco Ferraù molto s avvolse E ritrovossi alfine onde si tolse. 24
Pur si ritrova ancor su la riviera, Là dove l'elmo gli cascò neli' onde. Poiché
la donna ritrovar non spera, Per aver l'elmo che '1 fiume gli asconde, In
quella parte, onde caduto gli era, Discende nell' estreme umide sponde:Ma
quello era si fitto nella sabbia. Che molto avrà da far prima che V abbia. 25
Con un gran ramo d'albero rimondo, Di che avea fatto una pertica lunga, Tenta
il fiume e ricerca sino al fondo, Né loco lascia ove non batta e punga. Mentre
con la maggior stizza del mondo Tanto l'indugio suo quivi prolunga, Vede di mezzo
il fiume un cavalìero lusino al petto uscir, d'aspetto fiero. 2f) Era, fuorché
la testa, tatto armato, Ed avea un elmo nella destra mano; Avea il medesimo
elmo che cercato Da Ferraù fu lungamente invano. A Ferraù parlò come adirato, E
disse: Ah mancator di fé, marrano ! Perchè di lasciar V elmo anche t' aggrevi
Che render già gran tempo mi dovevi? Ricordati, pagan, quando uccidesti
D'Angelica il fratel, che son queir io:Dietro ali altre arme tu mi promettesti
Fra pochi di gittar Telmo nel rio. Or se Fortuna (quel che non volesti Far tu)
pone ad effetto il voler mio, Non ti turhar; e se turbar ti dèi, Turbati che di
fé mancato sei. 28 Ma se desir pur hai d'un elmo fino, Trovane un altro, ed
abbil con più onore; Un tal ne porta Orlando paladino, Un tal Rinaldo, e forse
anco migliore:L'un fti d'Almonte, e V altro di Mambrino:Acquista un di quei dui
col tuo valore; E questo, e' hai già di lasciarmi detto, Farai bene a
lasciarmelo in effetto. 32 Non molto va Rinaldo, che si vede Saltare innanzi il
suo destrier feroce:Ferma, Baiardo mio, deh ferma il piede ! Che Tesser senza
te troppo mi nuoce. Per questo il destrier sordo a lui non riede, Anzi più se
ne va sempre veloce. Segue Rinaldo, e dMra si distrugge:Ma seguitiamo Angelica
che fogge. 33 Fugge tra selve spaventose e scure, Per lochi inabitati, ermi e
selvaggi. Il mover delle frondi e di verzure, Che di Cerri sentia, d'olmi e di
faggi, Fatto le avea con subite paure Trovar di qua e di là strani viaggi; Ch'
ad ogni ombra veduta o in monte o in valle, Temea Rinaldo aver sempre alle
spalle. 34 Qnal pargoletta damma o capriola, Che tra le fronde del natio
boschetto Alla madre veduta abbia la gola Stringer dal pardo, e aprirle 1
fianco o '1 petto, Di selva in selva dal crudel s invola, E di paura trema e di
sospetto; Ad ogni sterpo che passando tocca. Esser si crede all empia fera in
bocca. 29 All'apparir che fece all'improvviso Dell' acqua l'ombra, ogni pelo
arricciosse, E scolorosse al Saracino il viso: La voce, eh' era per uscir,
fermosse Udendo poi dall' Argalia, eh' ucciso Quivi avea già (che l'Argalia
nomosse), La rotta fede cosd improverarse, Di scorno e dira dentro e di fuor
arse. 30 Né tempo avendo a pensar altra scusa, E conoscendo ben che '1 ver gli
disse, Restò senza risposta a bocca chia; Ma ]a vergogna il cor si gli
trafisse, Che giurò per la vita di Lanfdsa Non voler mai ch'altro elmo lo
coprisse, Se non quel buono che già in Aspramente Trasse del capo Orlando al
fiero Almonte. 31 E servò meglio questo gi\iTamento, Che non avea quell'altro
fatto prima. Quindi si parte tanto mal contento, Che molti giorni poi si rode e
lima. Sol di cercare è il Paladino intento Di qua di là, dove trovarlo stima.
Altra ventura al buon Rinaldo accade, Che da costui tenea diverse strade. 35
Quel dì e la notte e mezzo l'altro giorno S'andò aggirando, e non sapeva dove:
Trovossi alfin in un boschetto adomo . Che lievemente la fresca aura move; Dui
chiari rivi mormorando intorno, Sempre l'erbe vi &n tenere e nove; E rendea
ad ascoltar dolce concento, Rotto tra picciol sassi, il correr lento. 36 Quivi
parendo a lei d'esser sicura, E lontana a Rinaldo mille miglia, Dalla vìa
stanca e dall' estiva arsura,Di riposare alquanto si consiglia; Tra' fiori
smonta, e lascia alla pastura Andare il palafìren senza la briglia; E quel va
errando intomo alle chiare onde, Che di fresca erba avean piene le sponde. Ecco
non lungi un bel cespuglio vede Di spin fioriti e di vermiglie rose. Che delle
liquide onde al specchio siede, Chiuso dal Sol fra P alte quercie ombrose; Co
vóto nel mezzo, che concede Fresca stanza fra l'ombre più nascose; E la foglia
coi rami in modo è mista. Che '1 Sol non v'entra, non che minor vista. £8
Dentro letto vi fan tenere erbette, Ch' invitano a posar chi s' appresenta. La
bella donna in mezzo a quel si mette; Ivi si corca, ed ivi s'addormenta.Ma non
per lungo spazio cosi stette, Che un calpestio le par che venir senta. Cheta si
lieva e appresso alla ri vera Vede ch'armato un cavalier giunt'era. 39 S' egli
è amico o nemico non comprende; Tema e speranza il dubbio cor le scuote; E di
quella avventura il fine attende, Né pur d'un sol sospir l'aria percuote. Il
cavaliero in riva al fiume scende Sopra l'un braccio a riposar le gote; Ed in
un gran pensier tanto penetra, Che par cangiato in insensibil pietra. 40
Pensoso più d'un' ora a capo basso Stette, Signore, il cavalier dolente; Poi
cominciò con suono afflìtto e lasso, A lamentarsi si soavemente, Ch'avrebbe di
pietà spezzato un sasso. Una tigre crudel fatta clemente:Sospirando piangea tal
eh' un ruscello Parean le guancie, e 'i petto un Mòugibello. 41 Pensier, dicea,
che'l cor m'agghiacci ed ardi, E causi '1 duol che sempre il rode e lima, Che
debbo far poich' io son giunto tardi, E ch'altri a córre il frutto è andato
prima? Appena avuto io n'ho parole e sguardi. Ed altri n'ha tutta la spoglia
opima. Se non ne tocca a me frutto né fiore. Perchè affligger per lei mi vo'più
il core? La verginella é simile alla rosa Ch'in bel giardin su la nativa spina.
Mentre sola e sicura si riposa. Né gregge né pastor se le avvicina; L'aura soave
e l'alba rugiadosa, L'acqua, la terra al suo favor s' inchina :Gioveni vaghi e
donne innamorate Amanu averne e seni e tempie ornate. 43 Ma non si tosto dal
materno stelo Rimossa viene e dal suo ceppo verde. Che quanto avea dagli uomini
e dal cielo Favor, grazia e bellezza, tutto perde. La vergine che '1 fior, di
che più zelo Che de' begli occhi e della vita aver de'. Lascia altnd corre, il
pregio eh' avea innanti, Perde nel cor di tutti gli altri amanti.44 Sii vile
agli altri, e da quel solo amata,A cui di sé fece si larga copia. Ah Fortuna
crudel. Fortuna ingrata! Trionfan gli altri, e ne moro io d'inopia. Dunque
esser. può che non mi sia più grata? Dunque io posso lasciar mia vita propìa?
Ah piuttosto oggi manchino i di miei, Ch' io viva più, s' amar non debbo lei !
45 Se mi dimanda alcun chi costui sia, Che versa sopra il rio lacrime tante, Io
dirò ch'egli é il re di Circassia, Quel d'amor travagliato Sacripante:Io dirò
ancor, che di sua pena ria Sia prima e sola causa essere amante, E pur un degli
amanti di costei: E ben riconosciuto fa da lei. 46 Appresso ove il Sol cade,
per suo amore Venuto era dal capo d'Oriente; Cile seppe in India con suo gran
dolore, Come ella Orlando seguitò in Ponente: Poi seppe in Francia, che
l'Imperatore Sequestrata l'avea dall'altra geiite, E promessa in mercede a chi
di Icfro Più quel giorno aiutasse i Gigli d'oro. Stato era in campo, avea
veduta quella, Quella rotta che dianzi ebbe re Carlo. Cercò vestigio d'Angelica
bella, Né potuto avea ancora ritrovarlo. Questa è dunque la trista e ria
novella Che d'amorosa doglia fa penarlo, Affligger, lamentare, e dir parole Che
di pietà potrian fermare il Sole. Mentre costui cosi s' affligge e duole, E fa
degli occhi suoi tepida fonte, E dice queste e molte altre parole,Che non mi par
bisogno esser racconte; L'avventurosa sua fortuna vuole Ch'alle orecchie
d'Angelica sian conte: E cosi quel ne viene a un'ora, a un punto, Ch'in mille
anni o mai più non è raggiunto. 49 Con molta attenzion la bella donna Al
pianto, alle parole, al modo attende Di colui eh' in amarla non assonna; Né
questo é il primo di eh' ella l'intende:Ma, dura e fredda più d'una colonna, Ad
averne pietà non però scende: Come colei e' ha tutto il mondo a sdegno ' non le
par eh' alcun sia di lei degno. 50 Par tra quei boschi il ritrovarsi sola Le
f& pensar di tor costui per guida Che chi nell'acqua sta fin alla gola, Ben
è ostinato se mercè non grida. Se questa occasione or se V invola, Non troverà
mai più scorta si fida; Ch'a lunga prova conosciuto innante S'avea quel re
fedel sopra ogni amante. 51 Ma non però disegna dell afinno, Che lo distrugge,
alleggerir chi Fama, £ ristorar d'ogni passato danno Con quel piacer eh' ogni
amator più brama:Ma alcuna fizì'one, alcuno inganno Di tenerlo in speranza
ordisce e trama; Tanto ch'ai suo bisogno se ne serva, Poi tomi all' uso suo
dura e proterva. 52 E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco Fa di sé bella ed
improvvisa mostra, Come di selva o fuor d'ombroso speco Diana in scena, o
Citerea si mostra; E dice all' apparir: Pace sia teco; Teco difenda Dio la fama
nostra, E non comporti, contro ogni ragione, Ch'abbi di me si falsa opinione.
53 Non mai con tanto gaudio o stupor tanto Levò gli occhi al figliuolo alcuna
madre, Ch' avea per morto sospirato e pianto, Poi che senza esso udì tornar le
squadre; Con quanto gaudio il Saracin, con quanto Stupor r alta presenza, e le
leggiadre Maniere, e vero angelico sembiante. Improvviso apparir si vide
innante. 54 Pieno di dolce e d'amoroso affetto, Alla sua donna, alla sua Diva
corse, Che con le braccia al collo il tenne stretto, Quel eh' al Catai non
avria fatto forse. Al patrio regno, al suo natio ricetto, Seco avendo costai,
l'animo torse: Subito in lei s'avviva la speranza Di tosto riveder sua ricca
stanza. 5.5 Ella gli rende conto pienamente Dal giorno che mandato fii da lei A
domandar soccorso in Oriente Al Re de'Sericani Nabatei; E come Orlando la
guardò sovente Da morte, da diraor, da casi rei; E che 1 fior virginal cosi
avea salvo, Come se lo portò del materno alvo. 66 Forse era ver, ma non però
credibile A chi del senso suo fosse signore; Ma parve facilmente a lui
possibile, Ch'era perduto in via più grave errore. Quel che l'uom vede, Amor
gli fa invisibile, E l'invisibil fo veder Amore. Questo creduto fii; che'l
miser suole Dar facile credenza a quel che vuole. 57 Se mal si seppe il
Cavalier d'Anglante Pigliar per sua sciocchezza il tempo buono, Il danno se ne
avrà; che da qui innante Noi chiamerà Fortuna a si gran dono; (Tra sé tacito
parla Sacripante) Ma io per imitarlo già non sono, Che lasci tanto ben che m'è
concesso, E eh' a doler poi m'abbia di me stesso. 58 Corrò la fresca e
mattutina rosa, Che, tardando, stagion perder potria. So ben eh' a donna non si
può far cosa Che più soave e più piacevol sia, Ancorché se ne mostri disdegnosa,
E talor mesta e flebìl se ne stia:Non starò per repulsa o finto sdegno, Ch'io
non adombri e incarni il mio disegno. Cosi dice egli; e mentre s'apparecchia Al
dolce assalto, un gran ramor che suona Dal vicin bosco, gì' introna l'orecchia
Sì, che mal grado l'impresa abbandona, E si pon l'elmo; eh' avea usanza vecchia
Di portar sempre armata la persona. Viene al destriero, e gli ripon la
briglia:Rimonta in sella, e la sua lancia piglia. Ecco pel bosco un cavalier
venire, Il cui sembiante è d'uom gagliardo e fiero:Candido come neve è il suo
vestire. Un bianco pennoncello ha per cimiero. Re Sacripanter, che non può
patire Che quel con l'importuno suo sentiero Gli abbia interrotto il gran
piacer eh' avea, Con vista il guarda disdegnosa e rea. Come è più appresso, io
sfida a battaglia; Che crede ben fargli votar l'arcione. Quel, che di lui non
stimo già che vaglia Un grano meno, e ne fa paragone, L'orgogliose minacce a
mezzo taglia, Sprona a un tempo, e la lancia in resta pone. Sacripante ritorna
con tempesta, E corronsi a ferir testa per testa. Non 8i vanno i leoni o i tori
in salto A dar di petto, ad accozzar si erodi, Come li dni gnerrìerì al fiero
assalto, Che parimente si pass&r li scndi. Fe lo scontro tremar dal basso
all' alto L'erbose valli insino ai poggi ignndi; E ben giovò che far bnoni e
perfetti Gli usberghi si, che lor salvare i petti. stanza Già non fero i
cavalli un correr torto, Anzi cozzaro a guisa di montoni. Quel del guerrier
pagan morì di corto, Ch' era vivendo in numero de' buoni:Queir altro cadde
ancor; mafii risorto Tosto ch'ai fianco si sentì li sproni. Quel del Re saracin
restò disteso Addosso al suo signor con tutto il peso. 64 V incognito campion
che restò ritto, E vide l'altro col cavallo in terra. Stimando avere assai di
quel conflitto, Non si curò di rinnovar la guerra; Ma dove per la selva è il
cammin dritto, Correndo a tutta briglia, si disserra; E, prima che di briga
esca il Pagano, Un miglio 0 poco meno è già lontano 65 Qual istordito e stupido
aratore, Poi eh' è passato il fdhnine, si lieva Di là dove l'altissimo firagore
Presso alli morti buoi steso l'aveva; Che mira senza fronde e senza onore n pin
che di loutan veder soleva:Tal si levò il Pagano a pie rimase, Angelica
presente al duro caso. 66 Sospira e geme, non perchè 1' annoi Che piede o
braccio s' abbia rotto o mosso, Ma per vergogna sola, onde a' di suoi Né pria
né dopo il viso ebbe si rosso; E più, ch'oltra il cader, sua donna poi Fu che
gli tolse il gran peso d'addosso. Muto restava, mi cred' io, se quella Non gli
rendea la voce e la favella. 67 Deh ! disse ella, signor, non vi rincresca; Che
del cader non è la colpa vostra, Ma del cavallo a cui riposo ed esca Meglio si
convenia, che nuova giostra. Né perciò quel guerrier sua gloria accresca; Che
d'esser stato il perditor dimostra. Così, per quel eh' io me ne sappia, stimo,
Quando a lasciar il campo è stato il primo. 6B Mentre costei conforta il
Saracino, Ecco, col corno e con la tasca al fianco. Galoppando venir sopra un
ronzino Un messaggier che parca afflitto e stanco; Che come a Sacripante fu
vicino. Gli domandò se con lo scudo bianco, E con un bianco pennoncello in
testa Vide un guerrier passar per la foresta. 69 Rispose Sacripante: Come vedi,
M'ha qui abbattuto, e se ne parte or ora; E perch' io sappia chi m' ha messo a
piedi, Fa che per nome io lo conosca ancora. Ed egli a lui: Di quel che tu mi
chiedi, 10 ti satisfarò senza dimora: Tu dèi saper che ti levò di sella L'alto
valor d'una gentil donzella. 70 Ella é gagliarda, ed é più bella molto; Né il
suo famoso nome anco t'ascondo: Fu Bradamante quella che t' ha tolto Quanto
onor mai tu guadagnasti al mondo. Poich' ebbe così detto a freno sciolto 11
Saracin lasciò poco giocondo. Che non sa che si dica o che si faccia, Tutto
avvampato di vergogna in faccia. 71 Poi che gran pezzo al caso intervenuto Ebbe
pensato invano, e finalmente Si trovò da una femmina abbattuto, Che pensandovi
più, più dolor sente; Montò r altro destrier tacito e muto:E senza far parola,
chetamente Tolse Angelica in groppa, e differilla A più lieto uso, a stanza più
tranquilla. 72 Non foro iti duo miglia, che sonare Odon la selva, che li cinge
intx)mo, Con tal rumor e strepito, che pare Che tremi la foresta d'ogn' intomo;
E poco dopo un gran destrier n' appare, D'oro guemito e riccamente adomo, Che
salta macchie e rivi, ed a fracasso Arbori mena e ciò che vieta il passo.
Stanza 74. 73 Se r intricati rami e V aer fosco, Disse la donna, agli occhi non
contende, Baiardo è quel destrier che in mezzo al bosco Con tal ramor la chiusa
via si fende. Questo è certo Baiardo: io '1 riconosco:Deh come ben nostro
bisogno intende ! Ch' un sol ronzin per dui saria mal atto; E ne vien egli a
satisfarci ratto. 74 Smonta il Circasso, ed al destrier saccosta E si pensava
dar di mano al freno. Colle groppe il destrier gli fa risposta, Che fu presto
al girar come un baleno; Ma non arriva dove i calci apposta; Misero il cavalier
se giungea appieno ! Che ne calci tal possa avea il cavallo, Ch avria spezzato
un monte di metallo. 75 Indi Ta mansueto alla donzella, Con umile sembiante e
gesto umano, Come intorno al padrone il can salteUa, Che sia due giorni o tre
stato lontano. Baiardo ancora avea memoria d'ella, Ch' in Albracca il servia
già di sua mano Nel tempo che da lei tanto era amato Rinaldo, allor crudele,
allora ingrato. 78 E questo hanno causato due fontane Che di diverso effetto
hanno liquore, Ambe in Ardenna, e non sono lontane:D'amoroso disio Tuna empie
il core; Chi bee de V altra senza amor rimane, E volge tutto in ghiaccio il
primo ardore. Rinaldo gustò d'una, e amor lo struse; Angelica de V altra:
l'odia e fugge. 76 Con la sinistra man prende la briglia, Con r altra tocca e
palpa il collo e il petto. Quel destrier, eh' avea ingegno a maraviglia, A lei,
come un agnel, si fa suggetto. Intanto Sacripante il tempo piglia: Monta
Baiardo, e l'urta e lo tien stretto. Del ronzin disgravato la donzella Lascia
la groppa, e si ripone in sella. 79 Quel liquor di secreto venen misto, Che
muta in odio l'amorosa cura, Fa che la donna che Rinaldo ha visto, Nei sereni
occhi subito s'oscura; E con voce tremante e viso tristo Supplica Sacripante e
lo scongiura Che quel guerrier più appresso non attenda . Ma eh' insieme con
lei la fuga prenda. 77 Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira, Venir sonando
d'arme un gran pedone. Tutta s'avvampa di dispetto e d'ira; Che conosce il
figliuol del duca Amone. Più che sua vita l'ama egli e desira; L' odia e fugge
ella più che gru falcone. Già fd eh' esso odiò lei più che la morte; Ella amò
lui: or han cangiato sorte. 80 Son dunque, disse il Saracino, sono Dunque in si
poco credito con voi, Che mi stimiate inutile, e non buono Da potervi difender
da costui! Le battaglie d' Albracca già vi sono Di mente uscite, e la notte eh'
io fui Per la saluta vostra, solo e nudo, Contro Agricane e tutto il campo,
scudo?81 Non rispond' ella, e non sa che si faccia, Perchè Rinaldo ormai 1' è
troppo appresso, Che da lontano ai Saradn. minaccia, Come vide il cavallo e
conobb' esso, E riconobbe l'angelica faccia Che l'amoroso incendio in cor gli
ha messo. Quel che segui tra questi due superbi Vo'che per l'altro Canto si
riserbi. Ariosto si propone di narrare la gaerra Ara Carlo Magno e Agramante re
d’AfHca, argomeuto di antiche leggende e di romanzi cavaUeresohi. Ascri vere ai
tempi di Carlo Magno le geste e le avventure di cavalleria eh' egli vuol
raccontare, proprie solo ai secoli dopo il 100, ò un anacronismo; ma a poeti
come l'Ariosto è lecito. v.4. L'Ariosto immagina che i Mori invadessero la
Francia ai tempi di Carlo Magno. Anche questa ò favola. v.6. Agramante, re dei
Mori, che . secondo la leggenda, cinse d' assedio Parigi. V.7. Trojano, padre
d'Agramante. Egli era stato ucciso dal paladino Orlando. v.8. Re Carlo, Carlo
Magno. St. 2. V.1. Orlando o Rolando, era prefetto delle frontiere di Bretagna:
fu ucciso in Roncisvalle; sup ponesi figlio di Milone conte di Anglante. St. 3.
Qui si contiene la dedica del Poema al car dinale Ippolito d'Este, figlio di
Ercole I, secondo duca di Ferrara; nella corte del quale porporato visse il
Poeta. St. 5. Suir innamoramento di Orlando e sulle imprese di lui in varie
parti dell' Asia ò da vedersi il poema del Boiardo. Qui basti il dire che
Angelica e suo fratello Argalia, figli di Galafrone re del Cataio (paese ora
riconosciuto nelle sette provinole settentrio nali dell impero chinese), fìurono
mandati dal padre in Francia, afflnohò, per forza o per inganno, gli conduces
sero presi i paladini di Carlo. Angelica era fornita di somma bellezza e di
arti astate a dovizia; il fratello aveva Tarmatora fatata, una lancia d'oro ohe
atterrava chiunque ne fosse toccato; il cavallo Babicano più veloce del vento e
cibantesl d'aria; finalmente un anello che tenuto in bocca, rendeva invisibile
la persona, e por tato in dito disfaceva ogni altro incantesimo. Queste cose
favoleggiate dal Boiardo si notano qui, per non avere a ripeterle altrove. St.
6. y. 12. Marsilio, rappresentato nel Poema come re di Gastiglia, è personaggio
finto dai romanzieri, òhe cosi nominarono un governatore dato a Saragozza dal
re 0 califo di Cordova, Abderamo Emir el Monmen]rm, voce convertita dagli
Italiani in Hira molino. St. a y. 1d. Binaldo, uno dei paladini di Carlo, ò
detto cugino di Orlando, perchè, secondo la genealogia degli eroi romantici,
nacque da Aymon o Amone di Darbena e da Beatrice figlia di Namo duca di
Baviera. Amone poi, nato da un Bernardo di Chiaramonte della stirpe dei Beali
di Francia, era fratello di Milone d'An glante. St. 12. y. 14. Rinaldo cioè, la
cui famiglia aveva in signoria il castello di Hontalbano (Montauban) in
Linguadoca, e vi faceva ordinaria residenza. St. 13. y. 16. n motivo del
precipitoso fuggire di Angelica da Rinaldo era una insuperabile avversione per
lui, di che si conoscerà il motivo nella St 78. St. 14. y. 18. Ferraù o
Ferraguto denotarono i ro manzieri come figliuolo di Marsilio. Era costui fortis
simo pagano, spagnolo. St. 19. y. 34. Lafirase fulgenti rai del nuovo Sol
allude alla somma bellezza dAngelica. St. 26. y. 6. Marrano o Marano, voce
ingiuriosa che sapponesi di origine araboispana, e vuol dire: aleale o maneator
di parola. Secondo alcuni, voleva dire, in ispagnolo: porco d'un anno. St. 28.
y. 5. In un poema intitolato Aspromonte e pubblicato la prima volta in Firenze,
si trova che Orlando, per vendicare la morte di suo padre uc ciso da Almonte,
spense costui in duello e gli tolse l'elmo con l'armatura incantata, il cavallo
Brigliadoro e la spada Durindana, Un altro romanzo, che ha per titolo
Innamoramento di RinaldOj parla di un pagano Mambrino, venuto con un esercito
contro Carlo, e uc ciso in battaglia da Rinaldo che si appropriò Telmo di lui
St. 80. v.5. Lanfbsa, madre di Ferrati v.7. Aspra mente, castello antico de
Pirenei. St. 88. y. et Nella St. 45 svelasi essere costui Sa cripante re dei
Circassi, amante di Angelica. St. 55. y. 4. è probabile che qui si accennino i
Seri (Seres) degli antichi, oggi conosciuti sotto il nome di Tartari Bodgesi.
Nabatei, eran detti propriamente gli abitanti dell'Arabia intomo al Mar Rosso;
ma dai poeti si prendono talora per i popoli tutti dell'Oriente, come qui
nell'Ariosto. St. 57. y. 1. Sacripante allude a Orlando. St. 81. y. 27. Far
vuotar Varetone significa toglier di sella, scavalcare. • Dicesi resta un ferro
attaccato al petto dell' armadura del cavaliere . ove si accomoda il calce
della lancia per colpire. St. 70. y. 3. Bradamante, sorella di Rinaldo, figlia
naturale del duca. St. 78. y. 13. Fontane d'Ardenna; selva ch'era la scena
favorita delle avventure romantiche. St. 80. Le battaglie d'Albracea, Àlbraeca,
terra forte, dove s' era rinchiusa Angelica per non venire in mano del re
Agricane, che n'era mirabilmente invaghito. Agricane vi si pone a campo.
Sacripante difende Ange lica. Malconcio dalle ferite è costretto a ritirarsi
nella rocca. Continuando gli assalti, Agricane nell'impeto del rinseguire il
nemico, rimane chiuso nella terra con tre cento cavalieri: mena tutto a
fracasso. Sacripante ch'ò in letto, chiesta e saputa la cagione del rumore
levato nella terra, si alza sebbene infermo e uccide 1 trecento cavalieri
nemici, e costringe Agricane a ritrarsi. Mentre Rinald 3 e Sacripante combattono
fra di loro per Baiardo, Angelica sempre fugante trova nella selva un romito,
il (juale con arte mafca fa che cessi la pugna dei due guerrieri. Rinaldo monta
Baiardo • va in Parigi, Ji dove Carlo lo manda in Inghilterra. Bradamante,
andando in cerca di Ruggero, si avviene in Pinabello di Maganza, che, con
racconto in parte mentito, e con animo di darle morte, la fa precipitare in nna
caverna. l Ingiustissimo Amor, perchè si raro Corrispondenti fai nostri disiri?
Onde, perfido, avvien che t'è si caro Il discorde voler ch'in dui cor miri? Ir
non mi lasci al facil guado e chiaro, E nel più cieco e maggior fondo tiri:Da
chi disia il mio amor tu mi richiami, E chi m'ha in odio vuoi ch'adori ed ami.
Rinaldo al Saracin con molto orgoglio Gridò: Scendi, ladron, del mio
cavallo:Che mi sia tolto il mio, patir non soglio; Ma ben fo, a chi lo vuol,
caro costallo:E levar questa donna anco ti voglio; Che sarebbe a lasciartela
gran ftJlo. Sì perfetto destrier, donna sì degna A un ladron non mi par che si
convegna. 2 Fai ch'a Rinaldo Angelica par bella. Quando esso a lei brutto e
spiacevol pare. Quando le parea bello e l'amava ella, Egli odiò lei quanto si
può più odiare. Ora s'affligge indarno e si flagella: Cosi renduto ben gli è
pare a pare. Ella l'ha in odio: e l'odio è di tal sorte, Che piuttosto che lui
vorria la morte. Tu te ne menti che ladrone io sia, Rispose il Saracin non meno
altiero: Chi dicesse a te ladro, lo diria (Quanto io n' odo per fama) più con
vero. La pruova or si vedrà, chi di noi sia Più degno de la donna e del
destriero; Benché, quanto a lei, teco io mi convegna Che non è cosa al mondo
altra sì degna. stanza 2ó. Come soglion talor dui can mordenti, O per invidia o
per altro odio mossi, Avvicinarsi digrignando i denti, Con occhi bieci e più
che bracia rossi; Indi ammorsi venir, di rabbia ardenti. Con aspri ringhi e
rabbuffati dossi: Cosi alle spade e dai gridi e dall'onte Venne il Circasso e
quel di Chiaramonte. 6 A piedi è Pan, P altro a cavallo: or quale Credete
ch'abbia il Saracin vantaggio?Né ve n' ha però alcun; che così vale Forse ancor
men eh' uno inesperto paggio:Che '1 destrier, per istinto naturale, Non volea
far al suo signor oltraggio:Né con man né con spron .potea il Circasso Farlo a
volontà sua mover mai passo. 7 Quando crede cacciarlo, egli s arresta; E se
tener lo vuole, o corre o trotta: Poi sotto il petto si caccia la testa, Giucca
di schiene, e mena calci in frotta. Vedendo il Saradn eh' a domar questa Bestia
superha era mal tempo allotta, Ferma le man sul primo arcione e s'alza, E dal
sinistro fianco in piede shalza. 8 Sciolto che fu il Pagan con leggier salto
Dair ostinata furia di Baiardo, Si vide cominciar hen degno assalto D'un par di
cavalier tanto gagliardo. Suona l'un hrando e l'altro, or hasso, or alto:Il
martel di Vulcano era più tardo Nella spelonca affumicata, dove Battea
all'incude i folgori di Giove. 9 Fanno or con lunghi, ora con finti e scarsi
Colpi veder che mastri son del giuoco: Or li vedi ire altieri, or
rannicchiarsi; Ora coprirsi, ora mostrarsi un poco; Ora crescer innanzi, ora
ritrarsi; Ribatter colpi, e spesso lor dar loco; Girarsi intomo; e donde l'uno
cede, L altro aver posto immantinente il piede. 10 Ecco Rinaldo con la spada
addosso A Sacripante tutto s'ablMindona; E quel porge lo scudo ch'era d'osso.
Con la piastra d'acciar temprata e buona. Tagliai Fusberta, ancorché molto
grosso:Ne geme la foresta e ne risuona. L'osso e Tacciar ne va che par di
ghiaccio, E lascia al Saracin stordito il braccio. 13 Dagli anni e dal digiuno
attenuato. Sopra un lento asinel se ne veniva; E parca, più ch'alcun fosse mai
stato, Di consci'enza scrupolosa e schiva. Come egli vide il viso delicato
Della donzella che sopra gli arriva, Debil quantunque e mal gagliarda fosse,
Tutta per carità se gli commosse. 11 Come vide la timida donzella Dal fiero
colpo uscir tanta mina. Per gran timor cangiò la faccia bella, Qual il reo
ch'ai supplicio s'avvicina: ' Né le par che vi sia da tardar, s'ella Non vuol
di quel Rinaldo esser rapina. Di quel Rinaldo ch'ella tanto odiava. Quanto esso
lei m'seramente amava. 12 Volta il cavallo, e nella selva folta Lo caccia per
un aspro e stretto calle; E spesso il viso smorto addietro volta. Che le par
che Rinaldo abbia alle spalle. Fuggendo non avea fatto via molta. Che scontrò
un Eremita in una valle, Ch'avea lunga la barba, a mezzo il petto, Devoto e
venerabile d'aspetto. La donna al faticel chiede la via Che la conduca ad un
porto di mare, Perché levar di Francia si vorria, Per non udir Rinaldo
nominare. Il frate, che sapea negromanzia, Non cessa la donzella confortare,
Che presto la trarrà d'ogni periglio; Et ad una sua tasca die di piglio. 15
Trassene un libro, e mostrò grande effetto; Che legger non fini la prima
faccia, Ch'uscir fa un spirto in forma di valletto, E gli comanda quanto vuol
che faccia. Quel se ne va, da la scrittura astretto. Dove i dui cavalieri a
faccia a faccia Eran nel bosco, e non stavano al rezzo; Fra' quali entrò con
grande audacia in mezzo. lt> Per cortesia, disse, un di yoi mi mostre,
Quando anco uccida l'altro, che gli vaglia: Che merto avrete alle fatiche
vostre, Finita che tra voi sia la battaglia, Se '1 conte Orlando senza liti o
giostre, S senza pur aver rotta una maglia, Verso Parigi mena la donzella Che
v'ha condotti a questa pugna fella? Vicino un miglio ho ritrovato Orlando Che
ne va con Angelica a Parigi, Di voi ridendo insieme, e motteggiando Che senza
frutto alcun siate in litigi. Il meglio forse vi sarebbe, or quando Non son più
lungi, a seguir lor vestigi; Che s'in Parigi Orlando la può avere, Non ve la
lascia mai più rivedere. Veduto avreste i cavalier turbarsi A quell'annunzio; e
mesti e sbigottiti. Senza occhi e senza mente nominarsi. Che gli avesse il
rivai cosi scherniti; Ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi Con sospir che
parean del faoco usciti, E giurar per isdegno e per farore, Se giungea Orlando,
di cavargli il core. E dove aspetta il suo Baiardo, passa, E sopra vi si
lancia, e via galoppa; Né al cavalier, ch'a pie nel bosco lassa. Pur dice
addio, non che lo 'nviti in groppa. L'animoso cavallo urta e fracassa. Punto
dal suo signor, ciò ch'egli 'ntoppa: Non ponno fosse o fiumi o sassi o spine
Far che dal corso il corridor decline. 22 Bramoso di ritrarlo ove fosse ella,
Per la gran selva innanzi se gli messe; Né lo volea lasciar montare in sella,
Perchè ad altro cammin non lo volgesse. Per lui trovò Rinaldo la donzella Una.
e due volte, e mai non gli successe, Che fu da Perraù prima impedito. Poi dal
Circasso, come avete udito. 23 Ora al demonio che mostrò a Rinaldo Della
donzella li falsi vestigi. Credette Baiardo anco, e stette saldo E mansueto ai
soliti servigi. Rinaldo il caccia, d'ira e d'amor caldo, A tutta briglia, e
sempre invér Parigi; E vola tanto col disfo, che lento. Non eh' un destrier, ma
gli parrebbe il vento 24 La notte a pena di seguir rimane Per affrontarsi col
signor d'Anglante; Tanto ha creduto alle parole vane Del messaggier del cauto
Negromante. Non cessa cavalcar sera e dimane. Che si vede apparir la terra
avante. Dove re Carlo, rotto e mal condutto. Con le reliquie sue s'era ridutto:
25 E perchè dd re d'Africa battaglia Ed assedio v'aspetta, usa gran cura A
raccor buona gente e vettovaglia. Far cavamenti e riparar le mura. Ciò eh' a
difesa spera che gli vaglia. Senza gran differir, tutto procura: Pensa mandare
in Inghilterra, e trame Gente, onde possa un novo campo fìEtme: 20 Signor, non
voglio che vi paia strano. Se Rinaldo or si tosto il destrier piglia, Che già
più giorni ha seguitato invano. Né gli ha potuto mai toccar la briglia. Fece il
destrier, ch'avea intelletto umano. Non per vizio seguirsi tante miglia. Ma per
guidar, dove la donna giva, n suo signor, da chi bramar l'udiva. 21 Quando ella
si friggi dal padiglione. La vide ed appostolla il buon destriero. Che si
trovava aver vóto l'arcione. Perocché n'era sceso il cavaliere Per combatter di
par con un Barone Che men di lui non era in arme fiero; Poi ne seguitò l'orme
di lontano. Bramoso porla al suo signore in mano. 26 Che vuole uscir di nuovo
alla campagna, E ritentar la sorte de la guerra. Spaccia Rinaldo subito in
Bretagna, Bretagna che fu poi detta Inghilterra. Ben dell'andata il Paladin si
lagna: Non ch'abbia cosi in odio quella terra; Ma perché Carlo il manda allora
allora. Né pur lo lascia un giorno far dimora. 27 Rinaldo mai di dò non fece
meno Volentier cosa; poi che fri distolto Di gir cercando il bel viso sereno,
Che gli avea il cor di mezzo il petto tolto:Ma, per ubbidir Carlo, nondimeno A
quella via si fri subito vólto. Ed a Calesse in poche ore trovossi; E giunto,
il di medesimo imbarcossi. 28 Contra la volontà d'ogni nocchiero, Pel gran
desir che dì tornare avea, Entrò nel mar ch'era tnrbato e fiero, E gran
procella minacciar parea. Il Vento si sdegnò, che dall'altiero Sprezzar si
vide: e con tempesta rea Sollevò il mar in tomo, e con tal rabbia, Che gli
mandò a ba'nar sino alla gabbia. Stanza 38. 29 Calano tosto i marinari accorti
Le maggior vele, e pensano dar volta, £ ritornar nelli medesmi porti. Donde in
mal punto avean la nave sciolta. Non convien, dice il Vento, ch'io comporti
Tanta licenzia che v'avete tolta; E soffia e grida, e naufragio minaccia S'
altrove van, che dove egli li caccia. 30 Or a poppa, or all'orza hann'il
crudele, Che mai non cessa, e vien più ognor crescendo: Essi di qua, di là con
umil vele Vansi aggirando, e l'alto mar scorrendo. Ma perchè varie fila a varie
tele Uopo mi Bon, che tutte ordire intendo, Lascio Rinaldo e l'agitata prua, E
tomo a dir di Bradamante sua. 31 Io parlo di quella inclita donzella, Per cui
re Sacripante in terra giacque, Che di questo Signor degna sorella, Del duca
Amone e di Beatrice nacque. La gran possanza e il molto ardir di quella Non
meno a Carlo e tutta Francia piacque, (Che più d'un paragon ne vide saldo) Che
'1 lodato valor del buon Rinaldo. La donna amata fd da un cavaliere Che
d'Africa passò col re Agramante, Che partorì del seme di Ruggiero La disperata
figlia d'Agolante:E costei, che ne d'orso né di fiero Leone usci, non sdegnò
tal amante; Ben che concesso, fuor che vedersi una Volta e parlarsi, non ha lor
Fortuna. • 33 Quindi cercando Bradamante già L'amante suo ch'avea nome dal
padre. Cosi sicura senza compagnia, Come avesse in sua guardia mille squadre: E
fatto ch'ebbe al re di Circassia Battere il voltx) dell'antiqua madre, Traversò
un bosco, e dopo il bosco un mont"; Tanto che giunse ad una bella fonte.
34 La fonte discorrea per mezzo un prato, D'arbori antiqui e di bell'ombre
adomo. Ch'i viandanti col mormorio grato A ber invita, e a far seco soggiomo:
Un culto monticel dal manco lato Le difende il calor del mezzogiorno. Quivi,
come i begli occhi prima torse, D'un cavalier la giovane s'accorse; 35 D'un
cavalier eh' all'ombra d'im boschetto Nel margin verde e bianco e rosso e giaUo
Sedea pensoso, tacito e soletto Sopra quel chiaro e liquido cristallo. Lo scudo
non lontan pende e l'elmetto Dal faggio, ove legato era il cavallo; Ed avea gli
occhi molli e '1 viso basso, E si mostrava addolorato e 36 Questo disir, eh' a
tutti sta nel core, De' fatti altrui sempre cercar novella. Fece a quel
cavalier del suo dolore La cagion domandar da la donzella. Egli l'aperse e
tutta mostrò fuore. Dal cortese parlar mosso di quella, E dal sembiante altier,
ch'ai primo sguardo Gli sembrò di guerrier molto gagliardo, stanza 2& 37 G
cominciò: Signor, io condncea Pedoni e cavalieri, e venia in campo X dove Carlo
Marsilio attendea, Perch' al scender del monte avesse inciampo; K nna giovane
bella meco avea. Del cui fervido amor nel petto avvampo:B ritrovai presso a
Rodonna armato Un che frenava un gran destriero alato. 38 Tosto che U ladro, o
sia mortale, o sia Una deir infernali anime orrende, T'ede la bella e cara
donna mia; Come falcon che per ferir discende, Cala e poggia in un attimo, e
tra via Getta le mani, e lei smarrita prende. Ancor non mera accorto
dell'assalto, Che della donna io sentii grido in alto. 39 Cosi il rapace nibbio
flirar suole Il misero pulcin presso alla chioccia. Che di sua inavvertenza poi
si duole, £ invan gli grida, e invan dietro gli croccia. Io non posso seguir un
uom che vole. Chiuso tra monti, appio d'unerta roccia. Stanco ho il destrier,
che muta a pena i passi Nell'aspre vie de'faticosi sassi. 40 Ma, come quel che
men curato avrei Vedermi trar di mezzo il petto il core, Lasciai lor via seguir
quegli altri miei Senza mia guida e senza alcun rettore:Per li scoscesi poggi e
manco rei Presi la via che mi mostrava Amore, E dove mi parca che quel rapace
Portasse il mio conforto e la mia pace. 41 Sei giorni me n'andai mattina e sera
Per balze e per pendici orride e strane, Dove non via, dove sentier non era,
Dove nò segno di vestigio umane: Poi giunsi in una valle inculta e fiera. Di
ripe cinta e spaventose tane. Che nel mezzo s'un sasso avea un castello Forte e
ben posto, a maraviglia bello. 42 Da lungi par che come fiamma lustri, Né sia
di terra cotta, né di marmi. Come più m'avvicino ai muri illustri. L'opra più
bella e più mirabil parmi. E seppi poi, come i demoni industri, Da suffimigì
tratti e sacri carmi. Tutto d'acciaio avean cinto il bel loco, Temprato
all'onda ed allo stigio foco. 4 Di si forbito acciar luce ogni torre. Che non
vi pud né ruggine né macchia. Tutto il paese giorno e notte scorre, E p"
là dentro il rio ladron s'immacchia. Cosa non ha ripar che voglia tórre:Sol
dietro invan se gli bestemmia e gracchia. Quivi la donna, anzi il mio cor mi
tiene, Che dì mai ricovrar lascio ogni spene. 44 Ah lasso! che poss'io più, che
mirare La rocca lungi, ove il mio ben m'è chiuso? Come la volpe, che '1 figlio
gridare Nel nido oda dell' aquila di giuso, S' aggira intomo, e non sa che si
fare, Poiché l'ali non ha da gir lassuso. Erto è quel sasso sì, tale é il castello,
Che non vi può salir chi non é augello. 45 Mentre io tardava quivi, ecco venire
Duo cavalier eh' avean per guida un Nano, Che la speranza aggiunsero al desire;
Ma ben fu la speranza e il desir vano. Ambì erano guerrier di sommo ardire:Era
Gradasso l'un, re sericano: Era l'altro Ruggier, giovene forte. Pregiato assai
nell'africana corte. 46 Vengon, mi disse il Nano, per far pruova Di lor virtù
col sir di quel castello, Che per via strana, inusitata e nuova Cavalca armato
il quadrupede augello. Deh, signor, diss'io lor, pietà vi mova Del duro caso
mio spietato e fello ! Quando, come ho speranza, voi vinciate, Vi prego la mia
donna mi rendiate. 47 E come mi Ai tolta lor narrai. Con lagrime afifermando il
dolor mio. Quei, lor mercé, mi profferirò assai, E giù calare il poggio
alpestre e rio. Dì lontan la battaglia io riguardai, Pregando per la lor
vittoria Dio. Era sotto il Castel tanto di piano, Quanto in due volte si può
trar con mano. 48 Poi che fur giunti appiè dell' alta rocca. L'un e l'altro
volea combatter prima; Pur a Gradasso, o fosse sorte, tocca, Oppur che non ne
fé' Ruggier più stima. Quel Serican si pone il corno a bocca:Rimbomba il sasso,
e la fortezza in cima. Ecco apparire il cavaliere armato Fuor della porta, e
sul cavallo alato. 94 stanza 41. 49 Ck)mmcìò a poco a poco indi a levarse, Come
suol far la peregrina gme. Che corre prima, e poi vediamo alzarse Alla terra
vicina un braccio o due; £ quando tutte sono all'aria sparse, Velocissime
mostra Tale sue. Si ad alto il Negromante batte Tale, Cha tanta altezza appena
aquila sale. 50 Quando gli parve poi, volse il destriero. Che chiuse i vanni e
venne a terra a piombo. Come casca dal ciel falcon maniero ' Che levar veggia
l'anitra o il colombo. Con la lancia arrestata U cavaliere L'aria fendendo vien
d'orribil rombo. Gradasso appena del calar s'avvede. Che se lo sente addosso e
che lo fiede. 51 Sopra Gradasso il Mago Pasta roppe; Ferì Gradasso il vento e
Paria vana; Per questo il volator non interroppe U batter Pale; e quindi
s'allontana. H grave scontro fa chinar le groppe Sul verde prato alla gagliarda
Alfana. Gradasso avea una Alfana la più bella IB la miglior che mai portasse
sella. 52 Sin alle stelle il volator trascorse; ludi girossi e tornò in fretta
al basso, E percosse Ruggier che non s'accorse, Rnggier che tutto intento era a
Gradasso. Bnggier del grave colpo si distorse, E '1 suo destrier più rinculò
d'un passo; E quando si voltò per lui ferire. Da sé lontano il vide al ciel
salire. Or su Gradasso, or su Ruggier percote Nella fronte, nel petto e nella
schiena; E le botte iì quei lascia ognor vote, Perch' è si presto, che si vede
appena. Girando va con spaz]fose rote; E quando all'uno accenna, alP altro
mena: AlPuno e all'altro si gli occhi abbarhaglia, Che non ponno veder donde
gli assaglia. 54 Fra duo guerrieri in terra ed uno in cielo La battaglia durò
sino a quella ora, Che spiegando pel mondo oscuro velo. Tutte le belle cose
discolora. Fu quel ch'io dico, e non v'aggiungo un pelo; Io '1 vidi, io '1 so;
uè m' assicuro ancora In dirlo altrui; che questa maraviglia Al falso più ch'ai
ver si rassomigUa. 55 D'un bel drappo di seta avea coperto Lo scudo in braccio
il cavalier celeste. Come avesse, non so, tanto sofferto Di tenerlo nascosto in
quella veste; Ch'immantinente che lo mostra aperto, For74k è, chi '1 mira,
abbarbagliato reste, E cada come corpo morto cade, E venga al Negromante in
potestade. 56 Splende lo scudo a guisa di piropo, E luce altra non è tanto
lucente. Cadere in terra allo splendor fd d'uopo, Con gli occhi abbacinati e senza
mente. Perdei da lungi anch'io li sensi, e dopo Gran spazio mi riebbi
finalmente; Né più i guerrier né più vidi quel Nano, Ha voto il campo, e scuro
il monte e il piano. 67 Pensai per questo che l'incantatore Avesse ambedui
còlti a un tratto insieme. E tolto per virtù dello splendore, La libertade a
loro . e a me la speme. Cosi a quel loco, che chiudea il mio core. Dissi,
partendo, le parole estreme. Or giudicate s' altra pena ria, Che causi Amor,
può pareggiar la mia. 58 Ritornò il cavalier nel primo duolo, Fatta che n'ebbe
la cagion palese. Questo era il conte Pinabel, figliuolo D' Anselmo d'Altaripa,
maganzese; Che tra sua gente scellerata, solo Leale esser non volse né cortese,
Ma ne li vizi abbominandi e brutti, Non pur gli altri adeguò, ma passò tutti.
59 La bella donna con diverso aspetto Stette ascoltando il Maganzese cheta:Che
come prima di Ruggier fu detto, Nel viso si mostrò più che mai lieta; Ma quando
senti poi eh' era in distretto, Turbossi tutta d'amorosa pietà. Né per una o
due volte contentosse Che ritornato a replicar le fosse. 60 E poi eh' alfiu le
parve esseme chiara, Gli disse: Cavalier, datti riposo; Che ben può la mia
giunta esserti cara, Parerti questo giorno avventuroso. Andiam pur tosto a
quella stanza avara, Che si ricco tesor ci tiene ascoso; Né spesa sarà invan
questa fatica. Se Fortuna non m'é troppo nemica. 61 Rispose il cavalier; Tu
vuoi eh io passi Di nuovo i monti, e mostriti la via?A me molto non é perdere i
passi. Perduta avendo ogni altra cosa mia; Ma tu per balze e ruinosi sassi
Cerchi entrare in pregione: e cosi sia. Non hai di che dolerti di me poi; Ch'
io tei predico, e tu pur gir vi vuoi. 62 Cosi dice egli; e toma al suo
destriero E di quell'animosa si fa guida. Che si mette a periglio per Ruggiero,
Che la pigli quel Mago o che la ancida. In questo ecco alle spalle il
messaggiero. Che, Aspetta aspetta, a tutta voce grida; Il messaggier da chi il
Circasso intese Che costei fu ch'alPerba lo distese. 3 A Bradamante il
messaggier novella Di Mompelieri e di Narbona porta, Ch'alzato gli stendardi di
Castella Ayean, con tutto il lito d'Acquamorta; E che Marsiglia, non v'essendo
quella Che la dovea guardar, mal si conforta, E consìglio e soccorso le domanda
Per questo messo, e se le raccomanda. stanza 65. 64 Questa cittade, e intomo a
molte miglia Ciò che fra Varo e Rodano al mar siede, Avea rimperator dato alla
figlia Del duca Amon, in eh' avea speme e fede; Perocché '1 suo valor con
meraviglia Riguardar suol, quando armeggiar la vede. Or, com'io dico, a
domandar aiuto Quel messo da Marsiglia era venuto. 65 Tra si e no la giovine
suspesa. Di voler ritornar dubita un poco; Quinci l'onore e il debito le pesa,
Quindi l'incalza l'amoroso foco. Fermasi alfin di seguitar l'impresa, E trar
Ruggier dell' incantato loco; E quando sua virtù non possa tanto, Almen
restargli prigioniera accanto. 66 E fece iscusa tal, che quel messaggio Parve
contento rimanere e cheto. Indi girò la briglia al suo viaggio, Con Pinabel che
non ne parve lieto Che seppe esser costei di quel lignaggio Che tanto ha in
odio in pubblico e in secretu:E già s' avvisa le future angosce, Se lui per
Maganzese ella conosce. 67 Tra casa di Maganza e di Chiarmonte Era odio antico
e inimicizia intensa; E più volte s'avean rotta la fronte, E sparso di lor
sangue copia immensa; E però nel suo cor l'iniquo Conte Tradir l'incauta
giovane si pensa; 0, come prima comodo gli accada, Lasciarla sola, e trovar
altra strada. E tanto gli occupò la fantasia Il nativo odio, il dubbio e la
paura, Che inavvedutamente uscì di via, E ritrovossi in una selva oscura, Che
nel mezzzo avea un monte che finia La nuda cima in una pietra dura:E la figlia
del Duca di Dordona Gli è sempre dietro, e mai non l'abbandona. 69 Come si vide
il Maganzese al bosco, Pensò torsi la donna dalle spalle. Disse: Prima che '1
ciel tomi più fosco, Verso im albergo è meglio farsi il calle. Oltre quel
monte, s' io lo riconosco, Siede un ricco castel giù nella valle. Tu qui
m'aspetta; che dal nudo scoglio Certificar con gli occhi me ne voglio. 70 Così
dicendo alla cima superna Del solitario monte il destrier caccia. Mirando pur
s' alcuna via discema, Come lei possa tor dalla sua traccia. Ecco nel sasso
trova una cavema, Che si profonda più di trenta braccia. Tagliato a picchi ed a
scarpelli il sasso Scende giù al dritto, ed ha una porta al basso. 71 Nel fondo
avea ima porta ampia e capace, Ch' in maggior stanza largo adito daya; E fdor n
uscia splendor, come di face Ch'ardesse in mezzo alla montana cava. Mentre
quivi il fellon sospeso tace, La donna, che da Inngi il seguitava, (Perchè
perderne Torme si temea) Alla spelonca gli sopraggìungea. 72 Poiché si vide il
traditore uscire, Quel eh' avea prima disegnato, invano, O da sé torla, o di
farla morire, Nuovo argomento immaginossi e strano. Le si fé' incontra, e su la
fé' salire Là dove il monte era forato e vano; £ le disse eh' avea visto nel
fondo Una donzella di viso giocondo, Ch'a'bei sembianti ed alla ricca vesta
Esser parea di non ignobil grado; Ma quanto più potea turbata e mesta, Mostrava
esservi cliiusa suo mal grado; E per saper la condizion di questa, Ch' avea già
cominciato a entrar nel guado; E ch'era uscito dell'interna grotta Un che
dentro a furor l'avea ridotta. Bradamante, che come era animosa, Cusi mal
cauta, a Pinabel die' fede; E d'aiutar la donna, disìosa, Si pensa come por
colà giù il piede. Ecco d' un olmo alla cima frondosa Volgendo gli occhi, un
lungo ramo vede, E con la spada quel subito tronca, E lo declina giù nella
spelonca. stanza 76. 75 Dove é tagliato in man lo raccomanda A Pinabello, e
poscia a quel s' apprende; Prima giù i piedi nella tana manda, E su le braccia
tutta si suspende. Sorride Pinabello, e le domanda Come ella salti: e le man
apre e stende, Dicendole: Qui fosser teco insieme Tutti li tuoi, ch'io ne
spegnessi il seme. 76 Non come volse Pinabello avvenne Dell'innocente giovane
la sorte: Perchè giù diroccando a ferir venne Prima nel fondo il ramo saldo e
forte. Ben si spezzò, ma tanto la sostenne, Che '1 suo favor la liberò da
morte. Giacque stordita la donzella alquanto, Come io vi seguirò ne l'altro
canto. NOTE. St. 5. V.8. Quel di Chiaramonte, Rinaldo. Chia ramontey castello
non molto lontano da Nantes. St. 10. V.5. Fusbei'fa, nome della spada di
Rinaldo. St. 21. V.5. Ruggiero cioè, come si ha dal Boiardo. St. 26. V.4. I
Britanni inquietati dagli Scozzesi si rivolsero per aiuto a quelli fra i
Sassoni, che in antico chiamavansi Angli. Questi, domati eh ebbero gli Scoz
zesi, s'impadronirono della Bretagna, e la nominarono Englishland, ossia terra
degli Angli. I nativi allora, varcato il mare, andarono a dimorare in quella
parte di Calila che f quindi detta Bretagna minore, per di stinguerla
dall'altra maggiore Bretagna, a cui rimasero pure i nomi di GranBretagna,
Angliaterra e Inghilterra. St. 27. V.7. Calesse: Calais. St. 32. V.18. Galaciella
(di cui più distesamente ra gionerà il Poeta nel Canto XXXTI) ebbe a padre
Agolante o Aigolando. Costei da un Ruggiero di Risa ebbe il Ruggiero di cui ora
si tratta; ed é questi 11 cavaliere amante riamato di Bradamante. St. 37. V.1.
La storia del negromante che qui comincia, e seguita per tutta la St. 57, è
introdotta dal maganzese Pinabello con Tintendimento di fare a Bra damante il
mal giuoco che si vedrà verso la fine del Canto. Quell'incantatore poi era
Atlante, già educatore di Ruggiero; e con arti magiche sforzavasi d'impedire al
suo allievo di staccarsi dal partito moresco, per la ragione che si dirà nella
Stanza 64 del Canto XXXYI. St. 37. V.7. Rodonna o Roduniia città posta <fa
Tolomeo presso il Rodano. St. 45. V.6. Re Sericano: re di Sericana. Serìcaca 0
Serica, o paese de' Seri, chiamossi dagli antichi nca regione dell'Asia al nord
dell'India cisgangetica.St 50. V.3. Con la voce maniero, distingmevaa i falconi
ohe tornavano sul pugno del padrone, sena bisogno di richiamarli. St. 51. V.67.
Gradasso cavalcava una giomecu (Alfana). St. 58. V.5. La casa di Haganza è nei
romasTi infame per tradimenti e perfidie. St. 59. V.5. In distretto, cioè
imprigioìiato. St. 63. V.24. Montpellier Narbona e Acquamoru nella Linguadoca,
ribellatesi a Carlo, si erano date a Marsilio re di Castiglia e alleato di
Agramante. St. 64. V.2. È la Provenza. St. 67. V.12. L'odio fra la casa di
Maganza ". quella di Chiaramonte nacque dall'essere decaduto dalla grazia
imperiale Gano o Ganellone capo dell'una, e sit entrativi gl'individui della
casa di Chiaramonte, a ci. apparteneva Bradamante. St. 68. V.7. Doì'dona,
castello edificato da Caria Magno nella Guienna sul fiume Dordogna. Oggi vìes
detto Fronsac. St. 73. V.6. Ch'area già cominciato: intendasi Pinabello stesso.
La caverna dove Bradamaiìt r livIuUi fomunira con una grotta cìie con titano il
MepoUro doli j in [uiratore Merlino. Ivi U maga MélìsiL iÌV"l.L A
!tr.i.l.iMi:iiir" .Ijn da lei e da Ruggiero uscirà la pnsii'i' 3v<t
'ijs', ili i ni li moatra la immagini " prtìdircn done Ifl glorio future.
Nel randarstma poi dalla grotta Brada Riante ode fla Melissa che Ruggiero è
ritflnuto nel pulaKzo (ncauUto di Atlante, e viene iatmiU sul modo di
libaranmlo 1 Chi mi darà la voce e le parole Convelli enti a si nolil
"oggetto? Chi l'ale al verso presterà, che vole Tanto, eh arrivi ali' alto
mìo coiietto?Molto maggior di quel furor che suole, Ben or convien the mi
tìficahìi iì petto; Che questa parte al mio Signor si dehbe, Ohe canta gli avi
onde V origìu ebbe. Di cui fra tutti li Signori illustri, Dal Ciel sortiti a
governar la terra, Non vedi, o Febo, cbe l gran mondo lustri Più gloriosa
stirpe o in pace o in pruerra; Né che sua nohiltade abbia più lustri Sensata, e
serverà (s in me non erra Quel profetico lume che m' in'piri) Finché d'intorno
al polo il ciel s'aggiri. 3 E volendone appien diceif gli onori, Bisogna non la
mia, ma quella cetra Con che tn dopo i gigante! furori Rendesti grazia al
Regnator dell' etra. S ìnstmmenti avrò mai da te migliori, Atti a sculpire in
cosi degna pietra, In queste belle immagini disegno Porre ogni mia fatica, ogni
mio ingegno. 4 Levando intanto queste prime rudi Scaglie n' andrò collo
scarpello inetto:Forse eh ancor con più solerti studi Poi ridurrò questo lavor
perfetto. Ma ritorniamo a quello, a cui né scudi Potran né usberghi assicurare
il petto: Parlo di Pinabello di Maganza, Che d uccider la donna ebbe speranza.
5 H traditor pensò che la donzella Fosse nell'alto precipizio morta; E con
pallida faccia lasciò quella Trista e per lui contaminata porta. E tornò presto
a rimontar in sella:E, come quel eh' avea V anima torta, Per giunger colpa a
colpa e fallo a fallo, Di Bradamante ne menò il cavallo. 6 Lasciam costui, che
mentre all'altrui vita Ordisce inganno, il suo morir procura; "É torniamo
alla donna che, tradita, Quasi ebbe a un tempo e morte e sepoltura. Poi ch'ella
si levò tutta stordita, Ch'avea percosso in su la pietra dura, Dentro la porta
andò, ch'adito dava Nella seconda assai più larga cava. 7 La stanza, quadra e
spaziosa, pare Una devota e venerabil chiesa. Che su colonne alabastrine e rare
Con bella architettura era sospesa. Surgea nel mezzo un ben locato altare,
Ch'avea dinanzi una lampada accesa; E quella di splendente e chiaro foco Rendea
gran lume all' uno e all' altro loco. 8 Di devota umiltà la donna tocca, Come
si vide in loco sacro e pio, Incominciò col core e con la bocca, Inginocchiata,
a mandar prieghi a Dio. Un picciol uscio intanto stride e crocea, Ch' era all'
incontro, onde una donna uscio Discinta e scalza, e sciolte avea le chiome, Che
la donzella salutò per nome; 9 E disse: 0 generosa Bradamante, Non giunta qui
senza voler divino, Di te più giorni m' ha predetto innante n profetico spirto
di Merlino. Che visitar le sue reliquie sante Dovevi per insolito cammino:E qui
son stata itcciò ch'io ti riveli Quel eh' han di te già statuito i cieli. 10
Questa é l'antiqua e memorabil grotta Ch' edificò Merlino, il savio mago Che
forse ricordare, odi talotta, Dove ingannollo la Donna del Lago. Il sepolcro è
qui giù, dove corrotta Giace la carne sua; dov'egli, vago Di sodisfare a lei
che gli 1 suase, Vivo corcossi, e morto ci rimase. 11 Col corpo morto il vivo
spirto alberiga. Sin eh' oda il suon dell' angelica tromba, Che dal ciel lo
bandisca, o che ve l'erga, Secondoché sarà corvo o colomba. Vive la voce; e
come chiara emerga Udir potrai dalla marmorea tomba; Che le passate e le future
cose, A chi gli domandò, sempre rispose. 12 Più giorni son eh' in questo
cimiterio Venni di remotissimo paese, Perchè circa il mio studio alto misterìo
Mi facesse Merlin meglio palese:E perché ebbi vederti desiderio. Poi ci son
stata oltre il disegno un mese; Che Merlin, che'l ver sempre mi predisse,
Termine al venir tuo questo dì fisse. 13 Stassi d'Amen la sbigottita figlia
Tacita e fissa al ragionar di questa; Ed ha si pieno il cor di maraviglia, Che
non sa s'ella dorme, o s'ella è desta; E con rimesse e vergognose ciglia, Come
quella che tutta era modesta, Rispose: Di che merito son io, Ch'antiveggian
profeti il venir mio? 14 E lieta dell'insolita avventura Dietro alla Maga
subito fa mossa, Che la condusse a quella sepoltura Che chiudea di Merlin
l'anima e l'ossa. Era queir arca d' una pietra dura, Lucida, e tersa, e come
fiamma rossa; Tal eh' alla stanza, benché di Sol priva y Dava splendore il lume
che n'usciva. III. Stanza 8. 15 0 che natnra sia d alcun marmi, Che mnovin V
ombre a guisa di facelle; 0 forza pur di sufifumigi e carmi E Fegni impressi
air osservate stelle, Come più questo verisimil parmi, Disroprìa Io splendor
più cose belle E di scultnra e di color, ch intomo Il venerabil luogo aveano
adorno. Ariosto. 16 Appena ha Bradamante dalla soglia Levato il pie nella
secreta cella, CheU vivo spirto dalla morta spoglia Con chiarissima voce le
favella:Favorisca Fortuna ogni tua voglia, 0 casta e nobilissima donzella', Del
cui ventre uscirà '1 seme fecondo, Che onorar deve Italia e tutto il mondo. 84
17 L antiquo sangue che venne da Troia, Per li duo miglior rivi in te commisto,
Produrrà V ornamento, il fior, la gioia Dogni lignaggio ch abbia il Sol mai visto
Tra rindo e'I Tago eU Nilo e la Danoia, Tra quanto è n mezzo Antartico e
Calisto. Nella progenie tua con sommi onori Saran Marchesi, Duci e Imperatori.
18 I capitani e i cavalier robusti Quindi usciran, che col ferro e col senno
Ricuperar tutti gli onor vetusti Deir arme invitte alla sua Italia denno.
Quindi terran lo scettro i Signor giusti, Che, come il savio Augusto e Numa
fénno, Sotto il benigno e buon governo loro Ritomeran la prima età delP oro. 19
Acciò dunque il voler del elei si metta In effetto per te, che di Ruggiero T'
ha per moglier fin da principio eletta, Segui animosamente il tuo sentiero; Che
cosa non sarà che s' intrometta Da poterti turbar questo pensiero, Si che non
mandi al primo assalto in terra Quel rio ladron ch'ogni tuo ben ti serra. ' 23
Se i nomi e i gesti di ciascun vo' dirti (Dicea rincantatrice a Bradamante) Di
questi eh' or per gV incantati spirti, Prima che nati sien, ci sono avante, Non
so veder quando abbia da espedirti :" Che non basta una notte a cose
tant": Si ch'io te ne verrò scegliendo alcuno. Secondo il tempo, e che
sarà opportuno. 24 Vedi quel primo, che ti lassimìglia Ne' bei sembianti e nel
giocondo aspetto: Capo in Italia fia di tua famiglia, Del seme di Ruggiero in
te concetto Veder del sangue di Pontier vermiglia Per mano di costui la terra,
aspetto;E vendicato il tradimento e il torto Contra quei che gli avranno il
padre 25 Per opra di costui sarà deserto Il re de' Longobardi Desiderio D'Este
e di Calaon dar questo metto • Il bel domino avrà dal sommo Imperio. Quel che
gli è dietro, è il tuo nipote UImIi, Onor dell' arme e del paese esperio . Per
costui contra Barbari difesa Più d'una volta fia la santa Chiesa. 20 Tacque
Merh'no, avendo così detto, Ed agio all'opre della Maga diede, Ch'a Bradamante
dimostrar l'aspetto Si preparava di ciascun suo erede. Avea di spirti un gran
numero eletto, Non fo se dall'Inferno o da qual sede, E tutti quelli in un
luogo raccolti Sotto abiti diversi e vari volti. 21 Poi la donzella a sé
richiama in chiesa Là dove prima avea tirato un cerchio Che la potea capir
tutta distesa. Ed avea un palmo ancora di superchio:E perchè dalli spirti non
sia offesa, Lo fa d' un gran pentacolo coperchio; E le dice che taccia e stia a
mirarla:Poi scioglie il libro, e coi demoni parla. 22 Eccovi fuor della prima
spelonca, Che gente intomo al sacro cerchio ingrossa: Ma, come vuole entrar, la
via l'è tronca, Come lo cinga intomo muro e fossa. In quella stanza, ove la
bella conca In sé chiudea del gran profeta l'ossa, Entravan l'ombre poi
ch'avean tre volte Fatto d'intorno lor debite volte. 26 Vedi qui Alberto,
invitto capitano, Ch' ornerà di trofei tanti delubri:Ugo il figlio è con lui,
che di Milano Farà l'acquisto, e spiegherà i co'ubri. Azzo è quell' altro, a
cui resterà in mano Dopo il fratello il regno dell' Insubri. Ecco Albertazzo,
il cui savio consiglio Terrà d'Italia Beringaiio e il figlio; 27 E sarà degno a
cui Cesare O.'one Alda sua figlia in matrimonio aggiunga. Vedi un altro Ugo: oh
bella successione Che dal patrio valor non si dislunga! (Costui sarà che per
giusta cagione Ai superbi Roman 1' orgoglio emunga, Clie'l terzo Otone e il
Pontefice tolga Delle man loro, e '1 grave assedio sciolga. 28 Vedi Folco, che
par eh' al suo germano, Ciò che in Italia avea, tutto abbi dato; E vada a
possedere ìndi lontano In mezzo agli Alamanni un gran ducato; E dia alla casa
di Sansogna mano. Che caduta sarà tutta da un lato; E per la linea della madre,
erede, Con la progenie sua la terrà in piede.29 Questo eh or a noi viene, è il
secondo Àzzo, Di cortesìa più che di guerre amico, Tra dui figli, Bertoldo ed
Albertazzo. Vinto dair un sarà il secondo Enrico; E del sangue tedesco orribil
guazzo Parma vedrà per tutto il campo aprico:Dell'altro la Contessa gloriosa,
Saggia e casta Matilde, sarà sposa. 30 Virtù il farà di tal connubio degno;
Ch'a quella età non poca laude estimo Quasi di mezza Italia in dote il regno, E
la nipote aver d'Enrico primo. Ecco di quel Bertoldo il caro pegno, Rinaldo
tuo, ch'avrà V onor opimo D'aver la Chiesa dalle man riscossa Dell'empio Federico
Barljarpssa. Stanza 14 31 Ecco un altro Azzo, ed è quel che Verona ÀTrà in
poter col suo bel 'tenitorio; E sarà detto marchese d'Ancona Dal quarto Otone e
dal secondo Onorio. Lungo sarà, s'io mostro ogni persona Del sangue tuo, eh'
avrà del Consisterlo Il confalone, e s'io narro ogni impresa Vinta da lor per
la romana Chiesa. 32 Obizzovedi e Folco, altri Azzi, altri Ughi, Ambi gli
Enrichi, il figlio al padre accanto:Duo Guelfi, di quai l'uno Umbria soggiughi
E vesta di Spoleti il ducal manto. Ecco ehi'l sangue e le gran piaghe asciughi
D'Italia afflitta, e volga in riso il pianto: Di costui parlo (e mostrolle Azzo
quinto), Onde Ezellin fia rotto, preso, estinto. 33 Ezellino, immanissimo
tiranno, Che fia creduto figlio del Demonio, Farà, troncando i sudditi, tal
danno, E distruggendo il bel paese ausonio, Che pietosi appo lui stati saranno
Mario, Siila, Neron, Caio ed Antonio. E Federico imperator secondo Fia, per
questo Azzo, rotto e messo al fondo. stanza 29. 34 Terrà costui con più felice
scettro La bella terra che siede sul fiume, Dove chiamò con laimoso plettro
Febo il figliuol eh' avea mal retto il lume, Quando fu pianto il fabuloso
elettro, E Cigno si vestì di bianche piume; E questa di mille obblighi mercede
Gli donerà li apostolica Sede. 35 Dove lascio il fratel Aldobrandino? Che per
dar al Pontefice soccorso Centra Oton quarto e il campo ghibellino, Che sarà
presso al Campidoglio corso, Ed avrà preso ogni luogo vicino, E posto agli
Umbri e alli Piceni il mono. Né potendo prestargli aiuto senza Molto tesor, ne
chiederà a Fiorenza; 36 E non avendo gioia o miglior pei, Per sicurtà daralle
il frate in mano. Spiegherà i suoi vittoriosi segni, E romperà V esercito
germano:In seggio riporrà la Chiesa e degni Darà supplicj ai conti di Celano;
Ed al servizio del summo Pastore Finirà gli anni suoi nel più bel fiore; Stanza
37. 37 Ed Azzo, il suo fratel, lascerà erede Del dominio d'Ancona e di Pisauro,
D'ogni città che da Troento siede Tra il mare e l'Apennin fin all'Isauro, E di
grandezza d'animo e di fede E di virtù, miglior che gemme ed auro:Che dona e
tolle ogn' altro ben Fortuna; Sol in virtù non ha possanza alcona. 38 Vedi
Rinaldo, in cui non minor raggio Splenderà di valor, purché non sia A tanta
esaltazion del bel lignaggio Morte 0 Fortuna invidiosa e ria. Udirne il duol
fin qui da Napoli aggio, Dove del padre allor statico fia. Or Obizzo ne vien,
che giovinetto Dopo l'avo sarà Principe eletto. 39 Al bel dominio accrescerà
costui Reggio giocondo, e Modona feroce. Tal sarà il suo valor, che signor lui
Domanderanno i popoli a una voce. Vedi Azzo sesto, un de figliuoli sui,
Confalonier della cristiana croce:Avrà il Ducato d' Andria con la figlia Del
secondo re Carlo di Siciglia. 40 Vedi in un bello ed amichevol groppo Delli
principi illustri V eccellenza, Obizzo, Aldobrandin, Niccolò Zoppo, Alberto
d'amor pieno e di clemenza. 10 tacerò, per non tenerti troppo, Come al bel
regno aggiungeran Favenza, E con maggior fermezza Adria, che valse Da sé nomar
V indomite acque salse; 41 Come la terra il cui produr di rose Le die piacevol
nome in greche voci, E la città chMn mezzo alle piscose Paludi, del Po teme
ambe le foci Dove abitan le genti disìose Chel mar si turbi e sieno i venti
atroci. Taccio d'Argenta, di Lugo e di mille Altre castella e popolose ville.
42 Ve' Niccolò, che tenero fanciullo 11 popol crea Signor della sua terra; E di
Tideo fa il pensier vano e nullo, Che contra lui le civil arme afferra. Sarà di
questo il pueril trastullo Sudar nel ferro e travagliarsi in guerra; E dallo
studio del tempo primiero Il fior riuscirà d'ogni guerriero. 43 Farà de' suoi
ribelli uscire a vóto Ogni disegno, e lor tornare in danno; Ed ogni stratagemma
avrà sì noto, Che sarà duro il poter fargli inganno. Tardi di questo s' avvedrà
il terzo Oto, E di Reggio e di Parma aspro tiranno; Che da costui spogliato a
un tempo fia E del dominio e della vita ria. 45 Vedi Leonello, e vedi il primo
duce, Fama della sua età, l'inclito Borso, Che siede in pace, e più trionfo
adduce Di quanti in altrui terre abbino corso. Chiuderà Marte ove non veggia
luce, E stringerà al Furor le mani al dorso. Di questo Signor splendido ogni
intento che '1 popol suo viva contento, Stanza 38. 44 Avrà il bel regno poi
sempre augumento, Senza torcer mai pie dal cammin dritto; Né ad alcuno farà mai
nocumento, Da cui prima non sia d'ingiutia afflitto:Ei è per questo il gran
Motor contento Che non gli sia alcun termine prescritto; Ma duri prosperando in
meglio sempre, Finché si volga il ciel nelle sue tempre. 46 Ercole or vien, eh'
al suo vicin rinfaccia Col pie mezzo arso e con quei debol passi, Come a Budrio
col petto e con la faccia 11 campo vólto in fuga gli fermassi; Non perché in
premio poi guerra gli faccia, Né, per cacciarlo, fin dal Barco passi. Questo è
il Signor, di cui non so e.splicarme Se fia maggior la gloria o in pace o in
arme. 47 Terran Pugliesi, Calabrì e Lucani De' gesti di costui lunga memoria,
Là dove avrà dal Re de' Catalani Di pugna singular la prima gloria; E nome tra
gP invitti capitani S'acquisterà con più d'una vittoria: Avrà per sua virtù la
signoria, Più di trenta anni a lui debita pria. 48 E quanto più aver obbligo si
possa A principe, sua terra avrà a costui; Non perchè fia delle paludi mossa
Tra campi fertilissimi da lui; Non perchè la farà con muro e fossa Meglio
capace a' cittadini sui, E l'ornerà di templi e di palagi, Di piazze, di teatri
e di mille agi; 49 Non perchè dagli artigli dell'audace Aligero Leon terrà
difesa; Non perchè, quando la gallica face Per tutto avrà la bella Italia
accesa, Si starà sola col suo stato in pace, E dal timore e dai tributi illesa:
Non si per questi ed altri benefici Saran sue genti ad Ercol debitrici; 50
Quanto che darà lor l'inclita prole, Il giusto Alfonso, e Ippolito benigno, Che
saran quai l'antiqua fama suole Narrar de' figli del Tindareo cigno, Ch'
alternamente si privan del Sole Per trar l'un l'altro dell' aer maligno. Sarà
ciascuno d'essi e pronto e forte L'altro salvar con sua perpetua morte. 61 U
grande amor di questa bella coppia Renderà il popol suo via più sicuro, Che se,
per opra di Yulcan, di doppia Cinta di ferro avesse intomo il muro. Alfonso è
quel che col saper accoppia Si la bontà, ch'ai secolo futuro La gente crederà
che sia dal cielo Tornata Astrea dove può il caldo e il gieio. 52 A grande uopo
gli fia l'esser prudente, E di valore assimigliarsi al padre; Che si ritroverà,
con poca gente. Da un lato aver le veneziane squadre, Colei dall' altro, che
più giustamente Non so se dovrà dir matrigna o madre; Ma se pur madre, a lui
poco più pia, Che Medea ai figli o Progne stata sia. 53 ' E quante volte uscirà
giorno o notte Col suo popol fedel fuor della terra, Tante sconfitte e
memorabil rotte Darà a' nemici o per acqua o per terra. Le genti di Romagna mal
condotte Contra i vicini e lor già amid, in guerra Se n' avvedranno,
insanguinando il suolo Che serra il Po, Santerno e Zaaniolo. 54 Nei medesmi
confini anco saprallo Del gran pastore il mercenario Ispano, Che gli avrà dopo
con poco intervallo La Bastia tolti, e morto il Castellano, Quando l'avrà già
preso; e per tal fìallo Non fia, dal minor f&nte al capitano, Chi del
racquisto e del presidio ucciso A Roma riportar possa l'avviso. 55 Costui sarà,
col senno e con la lancia. Ch'avrà l'onor, nei campi di Romagna, D'aver dato
all'esercito di Francia La gran vittoria contro Giulio e Spagna. Nuoteranno i
destrier fin alla pancia Nel sangue uman per tutta la campagna; Ch'a seppellire
il popol verrà manco Tedesco, Ispano, Greco, Italo e Franco. 56 Quel ch'in
pontificale abito imprime Del purpureo cappel la sjtcra chioma, É il liberal,
magnanimo, sublime, Gran Cardinal della Chiesa di Ronui, Ippolito, eh' a prose,
a versi, a rime Darà materia eterna in ogni idioma; La cui fiorita età vuol il
Ciel giusto Ch'abbia un Maron, come im altro ebbe Angusto. 57 Adomerà la sua
progenie bella. Come orna il Sol la macchina del mondo Molto più della Lima e
d'ogni stella; Ch'ogn' altro lume a lui sempre è secondo. Costui con pochi a
piedi e meno in sella Veggio uscir mesto, e poi tornar giocondo; Che quindici
galèe mena captive, Oltra mill' altri legni, alle sue rive. 58 Vedi poi l'uno e
l'altro Sigismondo: Vedi d' Alfonso i cinque figli cari, Alla cui fama ostar,
che di sé il mondo Non empia, i monti non potran nò i mari. Gener del Re di
Francia, Ercol secondo È r un; quest' altro (acciò tutti gì' impari) Ippolito
è, che non con minor raggio, Che '1 zio, risplenderà nel suo lignaggio; stanza
47. 59 Francesco, il terzo; Alfoosi gli altri dui Ambi son detti. Or, come io
dissi prima, S ho da mostrarti ogni tuo ramo " il cai Valor la stirpe sna
tanto sublima, Bisognerà che si rischiari e abbui Più volte prima il del, ch'io
te li esprima: E sarà tempo ormai, quando ti piaccia, Ch'io dia licenzia
all'ombre, e ch'io mi taccia. 60 Cosi con volontà della donzella La dotta
incantatrice il libro chiuse. Tutti gli spirti allora nella cella Sparirò in
fretta, ove eran l'ossa chiuse. Qui Bradamante, poiché la favella Le fu
concesso usar, la bocca schiuse, E domandò: Chi son li dna si tristi, Che tra
Ippolito e Alfonso abbiamo visti i 40 61 Venìano sospirando, e gli occhi bassi
Parean tener, d'ogni baldanza privi; E gir lontan da loro io vedea i passi Dei
frati sì, che ne pareano schivi. Parve eh' a tal domanda si cangiassi La maga
in viso, e fé' degli occhi rivi, E gridò: Ah sfortunati, a quanta pena Lungo
instigar d'uomini rei vi mena! Stanza 72. 64 Quivi r audace giovane rimase
Tutta la notte, e gran pezzo ne spese A parlar con Merlin, che le suase
Rendersi tosto al suo Ru?gier cortese. Lasciò di poi le sotterranee case, Ohe
di nuovo splendor l'aria s'accese. Per un cammin gran spazio oscuro e cieco,
Avendo la spirtal femmina seco. 65 E riuscirò in un burrone ascoso Tra monti
inaccessibili aUe genti; E tutto '1 dì, senza pigliar riposo, Saliron balze, e
traversar torrenti. E perchè men 1' andar fosse noioso, Di piacevoli e bei ragionamenti,
Di quel che fu più conferir soave, L'aspro cammin facean parer men grave: 66
Dei quali era però la maggior parte, Oh' a Bradamante vien la dotta Maga
Mostrando con che astuzia e con qaal arte Proceder dee, se di Ruggiero è vaga.
Se tu fossi, dicea, Pallade o Marte, E conducessi gente alla tua paga Pii\ che
non ha il re Carlo e il re Agramant . Non dureresti contra il Negromante; 67
Ohe, oltre che d'acciar murata sia La rocca inespugnabile, e tant' alta, Oltre
che '1 suo destrier si faccia via Per mezzo l'aria, ove galoppa e salta; Ha lo
scu'lo mortai che, come pria Si scopre, il suo splendor si gli occhi assalta.
La vista toUe, e tanto occupa i sensi Ohe come morto rimaner conviensi: 62 0
buona prole, o degna d'Ercol buom, Non vinca il lor fallir vostra boutade:Di
vostro sangue i miseri pur sono:Qui ceda la giustizia alla pietade. Indi
soggiunse con più basso suono: Di ciò dirti più innanzi non accade. Statti coi
dolce in bocca, e non ti doglia Oh' amareggiar alfin non te la voglia. 63 Tosto
che spunti in ciel la prima luce, Piglierai meco la più dritta via Oh' al
lucente Castel d' acciar conduce, Dove Ruggier vive in altrui balia. Io tanto
ti sarò compagna e duce, Ohe tu sia fuor dell' aspra selva ria:T' insegnerò,
poi che sarem sul mare, Si ben la via, che non potresti errare. 68 E se forse
ti pensi che ti vaglia Combattendo tener serrati gli occhi, Oome potrai saper
nella battaglia Quando ti schivi, o l'avversario tocchi? Ma per fuggire il lume
eh' abbarbaglia, E gli altri incanti di colui far sciocchi, Ti mosterò un
rimedio, una via presta; Né altra in tutto '1 mondo è se non questa. 69 II re
Agramante d'Africa uno anello, Ohe fu rubato in India a una regina. Ha dato a
un suo baron detto Brunello Ohe poche miglia innanzi ne cammina; Di tal virtù, che
chi nel dito ha quello, Oontra il mal degl'incanti ha medicina. Sa di furti e
d'inganni Brunel, quanto Colui, che tien Ruggier, sappia d'incanto. 70 Questo
Brnnel sì pratico e sì astuto, Come io ti dico, è da] suo Re mandato, Acciò che
col suo ingegno e con 1 aiuto Di questo anello, in tal cose provato, Di quella
rocca, dove è ritenuto, Traggia Ruggier: che così s' è vantato, Ed ha così
promesso al suo Signore, A cui Ruggiero è più dogni altro a core. 71 Ma perchè
il tuo Ruggiero a te sol ahbia, E non al re Agramante, ad obbligarsi Che tratto
sia delPincantata gabbia, T' insegnerò il rimedio che de' usarsi. Tu te
n'andrai tre dì lungo la sabbia Del mar, eh' è oramai presso a dimostrarsi: n
terzo giorno in un albergo teco Arriverà costui e' ha Panel seco. 74 Tu gli va
dietro: e come t' avvicini A quella rocca si eh' ella si scopra, Dagli la
morte; nò pietà t'inchini Che tu non metta il mio consiglio in opra. Nò far eh'
egli il pensier tuo s' indovini, E ch'abbia tempo che Panel lo copra; Perchè ti
sparirìa dagli occhi, tosto Ch' in bocca il sacro anel s' avesse porto. 75 Così
parlando, giunsero sul mare. Dove presso a Bordea mette Garonna. Quivi, non
senza alquanto lagrimare, Si dipartì l'una dall'altra donna. La figliuola
d'Amon, che per slegare Di prigione il suo amante non assonna, Camminò tanto,
che venne una sera Ad un albergo, ove Brunel prim'era. 72 La suaetatura, acciò
tu lo conosca. Non è sei palmi, ed ha il capo ricciuto; Le chiome ha nere, ed
ha la pelle fosca; Pallido il viso, oltre il dover barbuto; Oli occhi gonfiati,
e guardatura losca; Schiacciato il naso, e nelle ciglia irsuto:L'abito, acciò
eh' io lo dipinga intero, È stretto e corto, e sembra di corriero. 73 Con esso
lui t'accaderà soggetto Di ragionar di quegP incanti strani. Mostra d'aver,
come tu avrà' in effetto, Disio che 'l Mago sia teco alle mani; Ma non mostrar
che ti sia stato detto Di quel suo anel che fa gl'incanti vani. Egli t' offerii
à mostrar la via Fin alla rocca, e farti compagnia. 76 Conosce ella Brunel come
lo vede, Di cui la forma avea sculpita in mente. Onde ne viene, ove ne .va gli
chiede:Quel le risponde, e d' ogni cosa mente. La donna, già provvista, non gli
cede In dir menzogne, e simula ugualmente E patria e stirpe e setta e nome e
sesso; E gli volta alle man pur gli occhi spesso. 77 Gli va gli occhi alle man
spesso voltando, In dubbio sempre esser da lui rubata; Né lo lascia venir
troppo accostando, Di sua condizion bene informata. Stavan insieme in questa
guisa, quando L' orecchia da un lumor lor fu intronata. Poi vi dirò, signor,
che ne fu causa, Ch'avrò fatto al cantar debita pausa. NOTE. St. 3. v.3. I
gigantei furori alludono alla favo losa guerra dei Giganti contro Giove. St. 4.
V.7. Pindbello di Magaìxta spia di Carlomagno. St. 8. V.6. Una donna, Melissa.
St. 1011. Finsero i romanzieri di cavalleria, che Merlino mago inglese
s'invaghisse della Donna del Lago. Avendosi preparato un sepolcro per s6 e per
lei, le insegnò alcune parole, che, pronunziate sull'avello chiuso, rendevano
impossibile aprirlo. La donna, odiando copertamente Merlino, indottolo a porsi
neiravello per esperimentame la capacità, ne abbassò il coperchio e disse le
fatali parole. Quindi, morto Merlino, lo spirito di lui ivi rimasto rispondeva
di colà dentro alle altrui domande. St. 12. V.1. CimiterìOj nella proprietà del
voca bolo, denota luogo di dormizione;' eà. è voce che può convenire anche al
sepolcro di un solo. L'Ariosto la usò sempre in quosto senso. St. 17. V.1.
Lantiquo sangue, ecc. Favoleggia col Bojardo che gli Estensi uscissero di sangue
trojano. Ivi. V.56. I quattro fiumi nominati nel quinto verso (fra i quali la
Danoia è il Danubio) indicano per la loro posizione i quattro punti cardinali
del globo; e la Tooe Calisto in fine del sesto Terso, relativa alla ninfa
omonima, trasmutata, secondo i mitologi, in orsa e collocata in cielo,
significa il 2olo boreale. St. 17. V.78. D'imperatori, notansi Otone IV del
ramo EstenseGaelfo derivante per linea retta da Alberto Azzo H, Federigo II e
Lotario, dei quali più avanti. St. 21. V.6. Chiama pentacolo, ossia pentagono,
una figura di cinque lati fatta di qualsiasi materia, impressa di segui o
caratteri maci, e creduta difen dere le persone dai cattivi effetti degF
incantesimi St. 22. t. 7. Tre voWe, numero solenne negl'incan tesimi St. 24.
V.1. Il personaggio cui si allude ò Rngge retto, supposto futuro figlio di
Bradamante. Y. 5. Del sangue di Pontier ecc. dei Maganzesi, castello di Pon
tieri (Ponthieu) in Piccardia. v.78. Si finge che i Maganzesi abbiano ucciso il
padre di Ruggeretto a tra dimento, nel castello di Pontieri St. 25. V.14. Si fa
predire alla maga la paite che le vecchie tradizioni attribuivano al figlio di
Bra damante, nell' impresa di Carlo Magno contro il lon gobardo re Desiderio;
onde la rimunerazione data a quel guerriero con la signoria dei due castelli
sul Pa dovano nominati nel terzo verso. Le notizie genealogiche sugli Estensi,
inserite in quasi tutto questo Canto, de rivano per lo più dalle opinioni che
correvano in quei tempi di caligine storica. St. 26. V.12. Gli espositori
intendono qui un Al berto Visconti, che dicono aver liberata Milano dal
l'assedio postovi da Berengario I. Ma la storia non parla di questo assedio.
Ivi. V.34. La ftrase spiegherà i colubri denota Facquisto della signoria di
Milano attribuito ad Ugo figUuol dAlberto; giacché lo stemma dei Visconti rap
presentava un serpe tortuoso. Ivi. V.78. Il Poeta dà merito al consiglio di Al
bert azzo dEste, per la discesa di Otone in Italia contro i Berengarii, e in
ricompensa lo dice divenuto genero di queir imperatore. St. 27. y. 3.
Albertazzo ebbe anche veramente un terzo figlio, chiamato Ugo, natogli da
Garsenda dei principi del Maine; ma non si sa, per testimonianze autentiche, se
operasse le imprese qui attribuitegli. St. 28. V.16. Non Folco, come fu detto,
ma Guelfo suo fratello passò in Germania e vi continuò la casa dei Guelfi
bavaresi. Il poeta dice che continuò invece la casa di Sansogna (Setssonia) ma
è erroneo. y. 78. Al lude alla fumosa contessa Matilde. Questa fa sposa bensi
di un Estense, ma non già di questo supposto Alber tazzo; sposo suo fu Guelfo V
duca di Baviera. St. 29. y. 48. La battaglia accennata nei verai 4, 5, 6
intendesi essere la combattuta sul Parmigiano contro Enrico, qui detto II, da
altri in, avverso ai papi per motivo delle investiture ecclesiastiche. St. 30.
Y. 34. Intende iperbolicamente per mezza Italia i vasti posse<iÌmenti della
contessa Matilde, fìra i quali il cosi detto Patrimonio di S. Pietro. Ivi. Y.
58. Si allude agli avvenimenti segniti re gnando r imperatore Federico I, avverso
alla Chiesa romana, sconfitto poi dalla Lega Lom>arda; e si attri buisce
l'onore di quella vittoria al Rinaldo indicato nel sesto verso. Il primo
Estense, di nome Rinaldo, nasceva da Azo Novello, ohe lo dava ancor giovinetto
in ostaggio all'imperatore nel 1239, poi lo perdeva pri gioniero in Puglia nel
1251; e il Barbarossa era già morto nel 1190. St. 31. Y. 14. L'Estense, che nel
1207 ebbe dal partito guelfo la podesteria di Verona, fu Azzo VI. il quale non
senza molto sangue ghibellino la moto in signoria. Nel 1203 egli ebbe da
Innocenzo III, per sé e discendenti, il marchesato della Marca Anconitana. St.
32. Y. 14. I fatti dei personaggi qui ricordati son poco noti, nò mette conto
fame speciale menzione. Ivi. y. 58. L'Azzo qui detto V è veramente il VIL Si
chiamò Azzo Novello, e fu uno dei capi dell' eser cito che disfece Ezzelino da
Romano e l'imperatore Federigo IL St. 34. Y. 24. Con tale perifrasi vuoisi
denotare Ferrara sul Po, alludendo alla favola di Fetonte, pre cipitato in quel
fiume. Ivi. y. 56. Le lagrime delle sorelle di Fetonte Ivi accorse, divennero,
secondo la favola, elettro (resinai che stilla dai pioppi, in cui esse furono
convertite, n sesto verso riguarda il re ligure Cigno, che lamentando egli pure
Fetonte, fu tramutato udì' uccello omonimo. St. 35. y. 1. Quello che l'Ariosto
in questa e nella seguente ottava dice d'Aldobrandino, fratello di Azzo VII, è
pienamente conforme alla storia, n volere in pegno persone per il danaro che si
dava a prestito fa cosa non infrequente per gli usurai di quel tempo. St. 37.
Y. 24. Pisaxtro è Pesaro; Troento è il Tronto che ha foce nell'Adriatico, dove
sbocca anche l'Isauro, fiume deir Umbria. E per il tratto di paese circoscritto
nel terzo e nel quarto verso, s' intende il maìchesato di Ancona. St. 38. Y.
16. Rinaldo, figlio di Azzo Novello: mori di veleno. St. 39. Y. 14. Obizzo,
figlio naturale di Rinaldo, ma legittimato, successe all'avo nel dominio di
Ferrara l'anno 1264. Nel 1288 acquistò Modena, nell'anno se guente Reggio; e
allora fu il colmo della potenza della casa d'Este. Mori in Ferrara nel 1293.
Ivi. v.58. Quest'Azze è l'VlII, non il VI; e ere desi aver comandato la
crociata bandita dall'angioino Carlo II. St. 40. Y. 18. A meglio dichiarare il
gruppo dei principi Estensi accennato in questa Stanza, è d'uopo avvertire che,
oltre Azzo Vili, nacque da Obizzo an Aldowandino, pretendente alla signoria di
Ferrara, il quale vendè per denaro i suoi diritti al papa nel 1319, e mori in
Bologna nel 1326. St. 41. v.1 2. Dalla voce greca Rhodon (rosa) si fa derivare
il latino Rhodigintn (Rovigo) per l'abbon danza di rose che ne' suoi dintorni
dicesi si trovasse. Ivi. Y. 36. S'intende qui Comacchio, città posta in mezzo a
paludi fra due rami del Po; ed è abitata da pescatori, a cui giova il mare
turbato per l'esercizio dell'arte loro. St. 42. Y. 14. È questi Niccolò III,
flgl'o e sncces sore di Alberto, al quale Tideo conte di Conio tentò usurpare
lo Stato, ma senza riuscita. Fu anche podestà di Milano, dove mori nel 1441.
St. 43. Y. 58. Otone dei Terzi, uno dei tirannelli lombardi, procacciò esso
pure di togliere la signoria a Niccolò, e restò ucciso piesso Rubiera. St. 45.
Y. 12. Leonello e Borse, naturali. Ercole e Sigismondo, legittimi, vennero di
Niccolò III, che volle suo successore il primo, e dopo lui Berso. St. 46. Y.
16. Ercole, primo di nome, e secondo duca di Ferrara, nacque nel 1431. Sostenne
guerra mossagli dai limitrofi Veneziani, ai quali, negli anni della preceduta
amicizia, fu difensore p6rsonalment", sebbene impedito di un piede, contro
il re di Germania che gli avea vinti e ftigati a Bndrio, castello situato nel
Bolognese; e in questa gneria, ch'eglino fecero ad Ercole, lo strinsero fin
sotto le mura di Ferrara in luogo detto il Barco, St. 47. y. 16. Ercole nella
sua giovinezza militò con gloria per Alfonso d'Aragona re di Napoli. Ivi. V.78.
Ercole, come maggior nato e legittimo, avrebbe dovuto succedere direttamente al
padre: ma il regno novenne di Leonello, coi 21 anno e più del regno di Borsigli
ritardarono la successione per oltre 30 anni. St. 4849. Parlasi dei benefizj
fatti da Ercole ai Ferraresi, con asciugare paludi, convertendole in fertili
campagne, ampliare la città, fortificarla, ador narla, ecc. Ercole seppe anche
difendere Ferrara contro i Veneziani, e la mantenne pacifica ed illesa nella
gnerra portata in Italia da Carlo Vili re di Francia nel 1494. St. 50. V.12.
Alfonso I, figlio di Ercole, nato nel 1476, sali al principato nel 1505, e lo
tenne fino al 15< anno della sua morte. Ippolito, di cui nella St. 3 del
Canto I, nacque nel 1479, fti cardinale nel 1483, ma neggiò le armi nella lega
di Cambrai, e mori in Fer rara nel 1529. Ivi. V.38. Paragona Taffezione
reciproca fra Er cole e Alfonso a quella eh' ebbero V uno per V altro Castore e
Polluce, figli mitologici di Leda, nata da Tindaro e da Giove, convertitosi per
essa in Cigno; affezione non mai disciolta, giacché ottennero da Giove di
restare a vicenda privi del sole (di vita), per trarsi anche a vicenda
dall'aere maligno (da morte). St. 51. V.78. Astreay figlia di Giove, è la Giustizia
ritiratasi in cielo per la malvagità degli nomini; e questa per la bontà di
Alfonso si crederà ritornata in terra. St. 52. V.38. Alfonso, entrato nella
lega di Cam brai promossa da Giulio II, vinse i Veneti nel 1509 alla Polesella.
Quando Giulio nell'anno appresso si distaccò dalla lega, voleva che Alfonso
combattesse pei Veneti; al che rifiutatosi il duca, Giulio gli venne addosso
con le armi spirituali e le temporali; e cosi Alfonso si trovò alle prese da un
lato coi Veneti, e dall' altro col capo della Chiesa romana. St. 53. V.5&
Per eilétto di questa gnerra, i Bomagnuoli insorsero contro Alfonso, unendosi
alle genti del papa; e fUrono sconfitti tra il Po e il Santemo, fiume d'Imola,
presso il canale .Zanniolo. St. 54. V.18. Poco dopo quella rotta, gli Spa
gnuoll assoldati dal papa presero ad Alfonso un forti lizio detto Bastia, che
guardava il passo del Primaro; e dopo fatto prigioniero il castellano, lo
uccisero. Per tal violazione delle leggi di guerra, i Ferraresi riacqui stando
poi la Bastia, ne passarono a filo di spada tutto il presidio. St. 55. Y. 18.
Accenna la giornata di Bavenna, combattuta nella Pasqua del 1512, ove insieme
coi Te deschi, Spagnuoli, Italiani e Francesi, erano anche Al banesi nelle
schiere dei VenetL St. 56. V.18. Diffondesl il Poeta in elogi al car dinale
Ippolito seniore, che tenne le sedi arcivescovili di Strigonia e di Agria in
Ungheria, di Milano, di Capua, la vescovile di Ferrara, e quella di Modena a
titolo di commenda. St. 57. V.58. Allude alla sconfitta che il cardi nale
Ippolito, con soli 300 cavalieri e poco più di fanti, diede presso Volano ai
Veneti. Mesto usciva Ippolito a quella impresa, per la tenuità di sue forze; e
ne tornò giocondo della non sperata vittoria. St. 58. V.1. ~ Di questi due
Siglsmondi uno era fra tello, l'altro figliuolo del duca Ercole; e il primo di
questi fu stipite di marchesi di San Martino. v.2. Alfonso ebbe tre figli
maschi da Lucrezia Borgia; Er cole che gli successe nel ducato, e sposò Renata
di Francia: Ippolito II cardinale, noto sotto il nome di cardinal di Ferrara, e
Francesco: due ne ebbe da Laura Dianti sua favorita. Alfonso e Alfonsino. St.
60. V.78. I due qui mentovati sono Qivlio e FerdinandOy fratelli di Alfonso I,
cospiratori contro di esso per altrui istigazione, e condannati a morte. La
pena fU poi commutata in carcere perpetuo, ove Fer dinando mori nel 1540; e
Giulio, graziato della libertà da Alfonso II, cessò di vivere nel 1561. St. 71.
V.3. Gabbia incantata, cioè il palazzo o castello fabbricato da Atlante per incantamento.
St. 75. V.2. Bordea, oggi Bordeaux. rir iVP?" Bradamante con Fanello
misterioso vince il prestigio di Atlante e libera Ruggiero dal castello
incantato. Questi lascia a lei il suo cavallo, e monta 1 Ippogrifo che seco lo
porta in aria. Rinaldo approda nella Scozia, dove gli è detto che Ginevra
figlia di quel re trovasi in pericolo di essere messa a morte per una calunnia:
incamminatosi per libemrla, s'avviene in una giovane a cui domanda contezza del
fatto. 1 Quantunque il simular sia le più volte Bipreso, e dia di mala mente
indici, Si trova pur in molte cose e molte Aver fatti evidenti benefici, E
danni e biasmi e morti aver già toIt"; Che non conversiam sempre con gli
amici In questa assai più oscura che serena Vita mortai, tutta dnvidia piena.
Se, dopo lunga prova, a gran fatica Trovar si può chi ti sia amico vero, Ed a
chi senza alcun sospetto dica E discoperto mostri il tuo pensiero, Che de' far
di Ruggier la bella amica Con quel Brunel non puro e non sincero, Ma tutto
simulato, e tutto finto, Come la Maga le l'avea dipinto? 3 Simula anchella; e
cosi far conYiene Con esso lai, di finzioni padre: E, come io dissi, spesso
ella gli tiene Gli occhi alle man, cheran rapaci e ladre. Ecco airorecchie un
gran rumor lor viene. Disse la donna: 0 gloriosa Madre, 0 He del ciel, che cosa
sarà questa? E dove era il rumor si trovò presta. 4 E vede Toste e tutta la
famiglia, E chi a finestre e chi fiior nella via, Tener levati al ciel gli
occhi e le ciglia, Come l'eclisse o la cometa sia. Vede la donna un'alta maraviglia.
Che di leggier creduta non saria: Vede passar un gran destriero alato, Che
porta in aria un cavaliero armato. 5 Grandi eran Tale e di color diverso, E vi
sedea nel mezzo un cavaliero. Di ferro armato luminoso e terso: E ver Ponente
avea dritto il sentiero. Calessi, e fu tra le montagne immerso:E, come dicea
Toste (e dicea il vero), QuelTera un Negromante, e facea spesso Quel varco, or
più da lungi, or più da presso. 6 Volando, talor s'alza nelle stelle, E poi
quasi talor la terra rade; E ne porta con lui tutte le belle Donne che trova
per quelle contrade: Talmente che le misere donzelle Ch'abbino o aver si
credano beltade (Come affatto costui tutte le invole), Non escon fuor sì che le
veggia il Sole. 7 Egli sul Pireneo tiene un castello, Narrava Toste, fatto per
incanto, Tutto d'acciaio, e sì lucente e bello, Ch'altro al mondo non è mirabil
tanto. Già molti cavalier sono iti a quello, E nessun del ritorno si dà vanto:
Si ch'io penso, signore, e temo forte, 0 che siao presi, o sian condotti a
morte. 8 La donna il tutto ascolta, e le ne giova, Credendo far, come farà per
certo. Con l'anello mirabile tal prova, Che ne fia il Mago e il suo Castel
deserto. E dice all'oste: Or un de' tuoi mi trova, Che più di me sia del
viaggio esperto; Ch'io non posso durar: tanto ho il cor vago Di far battaglia
contro a questo Mago. Stanza 14 46 9 Non ti mancherà guida, le rispose Bninello
allora; e ne verrò teco io. Meco ho la strada in scritto, ed altre cose Che ti
faran piacer il yenir mio. Volse dir delPanelj ma non l'espose, Né chiari più,
per non pagarne il fio. Grato mi fia, disse ella, il venir tuo: Volendo dir,
ch'indi l'anel fia suo. 10 Quel ch'era utile a dir, disse; e quel tacque, Che
nuocer le potea col Saracino. Avea Foste un destrier ch'a costei piacque, Ch'era
huon da battaglia e da cammino: Comperollo e partissi come nacque Del bel
giorno Bruente il mattutino. Prese la via per una stretta valle. Con Brunello
ora innanzi, ora alle spalle. 11 Di monte in monte e d'uno in altro bosco
Giunsero ove l'altezza di Pirene Può dimostrar, se non è l'Ser fosco, E Francia
e Spagna, e due diverse arene: Come Apennin scopre il mar Schiavo e il Tosco
Del giogo onde a Camaldoli si viene. Quindi per aspro e faticoso calle 8i
discendea nella profonda valle. 15 Né per lacrime, gemiti o lamenti Che facesse
Brunel, lo volse sciorre. Smontò della montagna a passi lenti, Tanto che fu nel
pian sotto la torre. E perché alla battaglia s'appresenti Il negromante, al
corno suo ricorre: E, dopo il suon, con minacciose grida Lo chiama al campo, ed
alla pugna U sfida. 16 Non stette molto a uscir fuor della porta L'incantator,
ch'udi '1 suono e la voce. L'alato corridor per l'aria il porta Centra costei,
che sembra uomo feroce. La donna da principio si conforta; Che vede che colui
poco le nuoce: Non porta lancia né spada né mazza, Ch'a forar l'abbia o romper
la corazza. 17 Dalla sinistra sol lo scudo avea. Tutto coperto di seta
vermiglia; Nella man destra un libro, onde facea Nascer, leggendo, l'alta
maranglia: Che la lancia talor correr parca, E fatto avea a più d'un batter le
ciglia; Talor parca ferir con mazza o stocco, E lontano era, e non avea alcun
tocco. 12 Vi sorge in mezzo un sasso, che la cima D'un bel muro d'acciar tuttA
si fascia, E quella tanto inverso il ciel sublima. Che quanto ha intomo
inferi'or si lascia. Non faccia, chi non vola, andarvi stima; Che spesa indamo
vi saria ogni ambascia. Brand disse: Ecco dove prigionieri Il Mago tìen le
donne e i cavalieri. 13 Da quattro canti era tagliato, e tale Che parca dritto
a fil della sinopia: Da nessun lato né sentier né scale V'eran, che di salir
facesser copia: E ben appar che d'animai ch'abbia ale Sia quella stanza nido e
tana propia. Quivi la donna esser conosce l'ora Di tor l'anello, e far che
Brunel mora. 18 Non è finto il destrier, ma naturale, Ch'una giumenta generò
d'un Grifo: Simile al padre avea la piuma e Tale, Li piedi anteriori, il capo e
'1 grifo; In tutte l'altre membra parca quale Era la madre, e chiamasi
Ippogrifo; Che nei monti Rifei vengon, ma rari, Molto di là dagli agghiacciati
mari. 19 Quivi per forza lo tirò d'incanto, E poiché l'ebbe, ad altro non
attese, E con studio e fatica operò tanto, Ch'a sella e briglia il cavalcò in
un mese; Cosi ch'in terra e in aria e in ogni canto Lo &cea volteggiar
senza contese. Non finzì'on d'incanto, come il resto, Ma vero e naturai si
vedea questo. 14 Ma le par atto vile a insanguinarsi D'un uom senza arme e di
si ignobil sorte; Che ben potrà posseditrice farsi Del ricco anello, e lui non
porre a morte. Brunel non avea mente a riguardarsi; Si ch'ella il prese, e lo
legò ben forte Ad uno abete ch'alta avea la cima: Ma di dito l'anel gli trasse
prima. 20 Del Mago ogn'altra cosa era figmento, Che comparir facea pel rosso il
giallo: 3Ia con la donna non fu di momento; Che per l'anel non può vedere in
fallo. Più colpi tuttavia disserra al vento, E quinci e quindi spinge il suo
cavallo; E si dibatte e si travaglia tutta, Com'era, innanzi che venisse,
instrutta. 21 E, poi che esercitata si fu alquanto Sopra il (lestrier, smontar
volse anco a piede, Per poter meglio al fin venir di quanto La cauta Maga
instruzì'on le diede. Il Mago vien per far Testremo incanto; Che del fatto
ripar né sa né crede: Scuopre lo scudo, e certo si prosume Farla cader con
Tincantato lume. 22 Potea cosi scoprirlo al primo tratto. Senza tenere i
cavalieri a bada; Ma gli piaceva veder qualche bel tratto Di correr Tasta, o di
girar la spada: Come si vede ch'all'astuto gatto Scherzar col topo alcuna volta
aggrada:E poi che quel piac?r gli viene a noia. Dargli di morso, e alfìn voler
che muoia. 23 Dico che U Mago al gatto, e gli altri al topo S'assimigliàr nelle
battaglie dianzi; Ala non sassimigliiir già cosi dopo Che con Tanel si fé la
donna innanzi. Attenta e fissa stava "a quel ch'era uopo. Acciò che nulla
seco il Mago avanzi; E come vide che lo scudo aperse, Chiuse gli occhi, e
lasciò quivi caderse. 24 Non che il fulgor del lucido metallo, Come soleva agli
altri, a lei noceste; Ma cosi fec3 acciò che dal cavallo Contro sé il vano
incantator scen lesse; Ne parte andò del suo disegno in fallo; Che tosto
ch'ella il capo in terra m3ss?, Accelerando il volator le penne, Con larghe
mote in terra a por si venne. Stanza '/7. 25 Lascia alParcion lo scudo che già
posto Avea nella coperta, e a pie discende Verso la donna che. come reposto
Lupo alla macchia il ciprioto, attende. Senza più indico ella si leva tosto Che
l'ha vicino, e ben stretto lo prende. Avea lasciato quel misero in terra Il
libro che facea tutta la guerra:26 E con una catena ne correa, Che solea portar
cinta a simil uso; Perchè non men legar colei credea. Che per addietro altri
legare era uso. La donna in terra posto già l'avea:Se quel non si difese io ben
Tescuso; Che troppo era la cosa differente Tra u'J dcbol vecchio, e M tanto
p''SS?nte. 27 Disegnando levargli ella la testa, Alza la man vittoriosa in
fretta; Ma poi che '1 viso mira, il colpo arresta, Quasi sdegnando si bassa
vendetta. Un venerabil vecchio in faccia mesta Vede esser quel ch'ella ha
giunto alla stretta, Che mostra al viso crespo e al pelo bianco Età di settanta
anni, o poco manco. 28 Tommi la vita, giovene, per Dio, Dicea il vecchio pien
d'ira e di dispetto; Ma quella a torla avea si il cor restio, Come quel di
lasciarla avria diletto. La donna di sapere ebbe disio Chi fosse il negromante,
ed a che effetto Edificasse in quel luogo selvaggio La rocca, e faccia a tutto
il mondo oltraggio. 29 Né per maligna intenzione, ahi lasso ! (Disse piangendo
il vecchio incantatore) Feci la hella rocca in cima al sasso, Né per avidità
son rubatore; Ma per ritrar sol dall'estremo passo Un cavalier gentil, mi mosse
amore, Che. come il ciel mi mostra, in tempo breve Morir cristiano a tradimento
deve. 30 Non vede il Sol tra questo e il polo anstrìso Uji giovene si bello e
sì prestante:Ruggero ha nome, il qual da piccolino Da me nutrito fu, chMo sono
Atlante. Disio d'onore e suo fiero destino L'han tratto in Francia dietro al re
Agrainaiit": Ed io, che ramai sempre più che figlio, Lo cerco tjrar di
Francia e di periglio. Stanza 44. .SI La bella rocca solo edificai, Per tenervi
Ruggier sicuramente. Che preso fu da me, come sperai Che fossi oggi tu preso
similmente; E donne e cavalier, che tu vedrai, Poi ci ho ridotti, ed altra
nobil gente, Acciò che, quando a voglia sua non esca, Avendo compagnia, men gli
rincresca. 32 Pur ch'uscir di lassù non si domande, D'ogn'altro gaudio lor cura
mi tocca; Che quanto averne da tutte le bande Si può del mondo, è tutto in
quella rocca: Suoni, cinti, vestir, giuoclii, vivande, Quanto può cor pensar,
può chieder bocca. Ben seminato avea, ben cogliea il frutto: Ma tu sei giunto a
disturbarmi il tutto. 33 Deh, 86 non hai del tìso il cor men bello, Non impedir
il mio consiglio onesto! Piglia lo scudo (ch'io tei dono), e quello Destrier
che va per l'aria così presto, E non t'impacciar oltra nel castello, 0 tranne
uno o duo amici, e lascia il resto; 0 tranne tutti gli altri, e più non chero,
Se non che tu mi lasci il mio Ruggiero. 34 E se disposto sei volermel tórre,
Deh, prima almen che tu '1 rimeni in Francia, Piacciati questa afilitta anima
sciorre Della sua scorza ormai putrida e rancia! Rispose la donzella: Lui vo'
porre In libertà: tu, se sai, gracchia e ciancia. Né mi oflferir di dar lo
scudo in dono, 0 quel destrier, che miei, non più tuoi sono. 35 Nò s'anco
stesse a te di tórre e darli, Mi parrebe che '1 cambio convenisse. Tu di' che
Ruggier tieni per vietarli Il malo influsso di sue stelle fisse. O che non puoi
saperlo, e non schivarli, Sappiendol, ciò che '1 Ciel di lui prescrisse:Ma se
'1 mal tuo, e' hai si vicin, non vedi, Peggio l'altrui, c'ha da venir, prevedi.
36 Non pregar ch'io t'uccida; ch'i tuoi preghi Sariano indamo: e se pur vuoi la
morte, Ancorché tutto il mondo dar la nieghi, Da sé la può aver sempre animo
forte. Ma pria che l'alma dalla carne sleghi, A tutti i tuoi prigioni apri le
porte. Cosi dice la donna; e tuttavia II Mago preso incontra al sasso invia. 37
Legato della sua propria catena N'andava Atlante, e la donzella appresso, Che
cosi ancor se ne fidava appena, Benché in vista parca tutto rimesso. Non molti
passi dietro se lo mena. Ch'appiè del monte han ritrovato il fesso, E li
scaglioni onde si monta in giro, Fin ch'alia porta del Castel salirò. 38 Di su
la soglia Atlante un sasso tolle, Di caratteri e strani segni insculto. Sotto
vasi vi son, che chiamano olle, Che fuman sempre, e dentro han foco occulto.
L'incantator le spezza; e a un tratto il colle Riman deserto, inospite ed
inculto; Né muro appar né torre in alcun lato, Come se mai Castel non vi sia
stato. 39 Sbrìgossi dalla donna il Mago allora, Come fa spesso il tordo dalla
ragna; E con lui sparve il suo castello a un' ora, E lasciò in libertà quella
compagna: Le donne e i cavalier si trovar fuora Delle superbe stanze alla
campagna E furon di lor molte a chi ne dolse; Che tal franchezza un gran piacer
lor tolse. 40 Quivi é Gradasso, quivi è Sacripante, Quivi è Prasildo, il nobil
cavaliere, Che con Rinaldo venne di Levante, E seco Iroldo, il par d'amici
vero. Alfin trovò la bella Bradamante Quivi il desiderato suo Ruggiero, Che,
poi che n' ebbe certa conoscenza, Le fé buona e gratissima accoglienza; 41 Come
a colei che più che gli occhi sui, Più che'l suo cor, più che la propria vita
Ruggiero amò dal dì eh' essa per lui Si trasse l'elmo, onde ne fu ferita. Lungo
sarebbe a dir come, e da cui, E quanto nella selva aspra e romita Si cercar poi
la notte e il giorno chiaro; Né, se non qui, mai più si ritrovare. 42 Or che
quivi la vede, e sa ben eh' ella È stata sola la sua redentrice, Di tanto
gaudio ha pieno il cor, che appella Sé fortunato ed unico felice. Scesero il
monte, e dismontaro in quella Valle, ove fu la donna vincitrice, E dove
l'Ippogrifo trovare anco Ch' avea lo scudo, ma coperto, al fianco. 43 La donna
va per prenderlo nel freno: E quel l' aspetta finché se gli accosta; Poi spiega
l' ale per l'aer sereno, E si ripon non lungi a mezza costa. Ella lo segue; e
quel né più né meno Si leva in aria, o non troppo si scosta:Come fa la
cornacchia in secca arena. Che dietro il cane or qua or là si mena. 44 Ruggier,
Gradasso, Sacripante, e tutti Quei cavalier che scesi erano insieme, Chi di su,
chi di giù, si son ridutti Dove che torni il volatore han speme. Quel, poi che
gli altri invano ebbe condutti Più volte e sopra le cime supreme E negli umidi
fondi tra quei sassi, Presso a Ruggiero alfin ritenne i passi. Stanzi 4S 45 E
questa ojìera fu del vecchio Atlante, Di cui non cessa la pietosa voglia Di
trar Ruggier del gran periglio instante: Di ciò sol pensa, e di ciò solo ha
doglii. Però gli manda or V Ippogrifo avante, Perchè d'Europa con questa arte
il toglia. Ruggier lo piglia, e seco pensa trarlo; Ma quel s arretra e non vuol
seguitarlo. 46 Or di Frontin queir animoso smonta (Ffoutiuo era nomato il suo
destriero), E sopra quel che va per Parìa monta, E con li spron gli adizza il
core altiero. Quel corre alquanto et indi i piedi ponta, E sale inverso il
ciel, via più leggiero Che '1 girfalco, a cui lieva il cappello Il mastro a
tempo, e fa veder T augello. 47 La bella donna, che si in alto vede E con tauto
perìglio il suo Ruggiero, Resta attoniti in modo, che non rìede Per lungo
spazio al sentimento vero. Ciò che già inteso avea di Ganimede, Olì' al ciel fu
assunto dal paterno impero Dubita assai che non acca la a quello, Non men
gentil di Ganimede e bello. 48 Con gli occhi fissi al ciel lo segue quinto
Basta il veder; ma poiché si dilegua Si, che la vista non può correr tanto,
Lascia che sempre T animo lo segua. Tuttavia con sospir, gemito e pianto Non
ha, né vuol aver pace né triegu u Poi che Ruggier di vista se le tolse, Al buon
destrier Frontin gli occhi rivolse; 49 E si deliberò di non lasciarlo Che fosse
in preda a chi venisse prima; Ma di condurlo seco, e di poi darlo Al suo
signor, ch anco veder pur stim i. Pogg'a r augel, né può Ruggier frenarlo:Di
sotto rimaner vede ogni cima Ed abb issarsi in guisa, che non sco'ge Dove è
piaio il trren, né dove sorge. 50 Poi che si ad alto vien, eh' un picciol punto
Lo può stimar chi dalla terra il mira, Prende la via verio ove cade appunto Il
Sol quanlo col Granchio si raggira'; E per r aria ne va come legno unto, A cui
nel mar propizio vento spira. Lasciamlo andar, che farà buon cammino; E
torniamo a Rinaldo paladino. 51 Binaldo l'altro e T altro giorno scorse, Spinto
dal vento, un gran spazio di mare, Quando a Ponente e nando contra POrse, Che
notte e dì non cessi mai soffiare. Sopra la Scozia ultimamente sorse, Dove la
selva Calidonia appare, Che spesso fra gli antiqui ombrosi cerri S ode sonar di
bellicosi ferri. 57 E se del tuo valor cerchi far prova, T' è preparata la più
degna impresa Che nell'antiqua etade o nella nova Giammai da cavalier sia stata
presa. La figlia del Re nostro or si ritrova Bisognosa d'aiuto e di difesa
Contra un baron che Lurcanio si chiama. Che tor le cerca e la vita e la fama.
52 Vanno per quella i cavalieri erranti, Incliti in arme, di tutta Bretagna, E
de' prossimi luoghi e de' distanti Di Francia, di Norvegia e di Lamagna. Chi
non ha gran valor non vada innanti; Che dove cerca onor, morte guadagna. Gran
cose in essa già fece Tristano, Landlotto, Galasso, Artù e Galvano. 53 Ed altri
cavalieri e della nova E della vecchia Tavola famosi:Restano ancor di più d'una
lor prova Li monumenti e li trofei pomposi. L'arme Binaldo e il suo Baiardo
trova, E tosto si fa por nei liti ombrosi, E al nocchier comanda ohe si
spicche, E lo vada aspettar a Beroicche. 54 Senza scudiero e senza compagnia Va
il cavalier per quella selva immensa, Facendo or una ed or un'altra via, Dove
più aver strane avventure pensa. Capitò il primo giorno a una badia Che buona
parte del suo aver dispensa In onorar nel suo cenobio adomo Le donne e i
cavalier che vanno attorno. 58 Questo Lurcanio al padre l'ba accusata (Forse
per odio più che per ragione) Averla a mezza notte ritrovata Trarr' un suo
amante a sé sopra un verone. Per le leggi del regno condannata Al foco fia, se
non trova campione Che fra un mese, oggimai presso a finire, L'iniquo accusator
&ccia mentire. 59 L' aspra legge di Scozia, empia e severa, Vuol eh' ogni
donna, e di ciascuna sorte . Ch' ad uom si giunga e non gli sia mogliera, S'
accusata ne viene, abbia la morte. Né riparar si può ch'ella non pera, Quando
per lei non venga un guerrier forte Che tolga la difesa, e che sostegna Che sia
innocente e di morire indegna. 60 II re, dolente per Ginevra bella (Che così
nominata è la sua figlia), Ha pubblicato per città e castella, Che s' alcun la
difesa di lei piglia, E che l'estingua la calunnia fella (Purché sia nato di
nobil famiglia), L' avrà per moglie, ed uno stato, quale Fia convenevol dote a
donna tale. 55 Bella accoglienza i monachi e l'Abbate Fero a Rinaldo, il qual
domandò loro (Non prima già che con vivande grate Avesse avuto il ventre ampio
ristoro) Come dai cavalier sien ritrovate Spesso avventure per quel tenitoro,
Dove si possa in qualche fatto egregio L'uom dimostrar, se merta biasmo o
pregio. 56 Risposongli, eh' errando in quelli boschi, Trovar potria strane
avventure e molte: Ma come i luoghi, i fati ancor son foschi; Che non se n'ha
notizia le più volte. Cerca, diceano, andar dove conoschi Che Topre tue non
restino sepolte, Acciò dietro al periglio e alla fatica Segua la fama, e il
debito ne dica. 61 Ma se, fra un mese, alcun per lei non viene, 0 venendo non
vince, sarà uccisa. Simile impresa meglio ti conviene, Ch' andar pei boschi
errando a questa guisa, Oltre eh' onor e fama te n'avviene, Ch' in eterno da te
non fia divisa, Guadagni il fior di quante belle donne Dall'Indo sono all'
atlantée colonne; 62 E una ricchezza appresso, ed uno stato Che sempre far ti
può viver contento j E la grazia del Re, se suscitato Per te gli fia il suo
onor, che è quasi spento. Poi per cavalleria tu se' ubbligato A vendicar di
tanto tradimento Costei che, per comune opinione, Di vera pudicizia è un
paragone. Stanza 51, 63 Pensò Rinaldo alquanto, e poi riipose:Una donzella
dunque de morire Perchè lasciò sfogar neir amorose Sue braccia al suo amator
tanto desire? Sia maladetto chi tal legge pose, £ maladetto chi la può patire
Debitamente muore una crudele, Non chi dà vita al suo amator fedele. "4
Sia vero o falso che Ginevra tolto S'abbia il suo amaute, io non riguardo a
questo: D'averlo fatto la loderei molto, Quando non fosse stato manifesto. Ho
in sua difesa oni pensier rivolto: Datemi pur un che ujì guidi presto, E dove
pia Paccusator mi mene; Ch' io ppero in Dio, G nevra trar di pene. IV. 57 65
Non vo'già dir chella non l'abbia fatto; Che, noi sappiendo, il falso dir
potrei:Dirò ben, che non de' per simil atto Panizì'on cadere alcuna in lei; E
dirò, che fu ingiusto o che fu matto Chi fece prima gli statuti rei; E come
iniqui rivocar si denno, E nuova legge far con miglior senno. 70 Ma lagrimosa e
addolorata quanto Donna o donzella, o mai persona fosse. Le sono dui col ferro
nudo accanto, Per farle far l'erbe di sangue rosse. Ella con preghi differendo
alquanto GìvÀ il morir, sinché pietà si mosse. Venne Rinaldo, e, come se u'
accorse, Con alti gridi e gran minacce accorse. 66 Se un medesimo ardor, s'un
disir pare Inchina e sforza V uno e V altro sesso A quel soave fin d'amor, che
pare All' ignorante vulgo un grave eccesso; Perchè si de' punir donna o
biasmare, Che con uno o più d'uno abbia commesso Quel che l'uom fa con quante
n'ha appetito, E lodato ne va, non che impunito? 67 Son fatti in questa legge
disuguale Veramente alle donne espressi torti; E spero in Dio mostrar ch'egli è
gran male Che tanto lungamente si comporti. Rinaldo ebbe il consenso
universale, Che fur gli antiqui ingiusti e male accorti, Che consentirò a così
iniqua legge; E mal fa il Re, che può, né la corregge. 68 Poi che la luce
candida e vermiglia Dell' altro giorno aperse l'emispero, Rinaldo l'arme e il
suo Boiardo piglia, E di quella badia tolle un scudiero, Che con lui viene a
molte leghe e miglia, Sempre nel bosco orribilmente fiero, Verfo la terra ove
la lite nuova. Della donzella de' venir in pruova. 69 Avean, cercando abbreviar
cammino, • Lasciato pel sentier la maggior via; Quando un gran pianto udir
sonar vicino. Che la foresta d'ogn' intorno empia. Baiardo spinse l'un, l'altro
il ronzino Verso una valle, onde quel grido uscia; E fra dui mascalzoni una
donzella Vider, che di lontan parea assai bella; Stmza 71. 71 Voltaro i
malandrin tosto le spalle, Che '1 soccorso lontan vider venire, E si appiattar
nella profonda valle. Il Paladin non li curò seguire: Venne alla donna, e, qnal
gran colpa dàlieTanta punizion cerca d'udire; £, per tempo avanzar, fa allo
scudiero Levarla in groppa, e torn% al suo sentiero. 72 E cavalcando poi meglio
la guata Molto esser bella e di maniere accorte, Ancorché fosse tutta
spaventata Per la paura ch'ebbe della morte. Poi ch'ella fu di nuovo domandata
Chi r avea tratta a si infelice sorte, Incominciò con umil voce a dire Quel
ch'io vo' all'altro canto differire. N ot: St. 11. V.2. Pirene, i Pirenfli.
v.5. n Mar Schiavo, rAdiiatico; e il mar Tosco, il Tirreno. St. 13. V.2, È la
sinopia una terra rossa, così detta dall'essere stata trovata in Sinope, città
dell'Asia Uinore; e tuttavìa l'usano i legnaiaoli tingendone un filo per
segnare dirittamente le loro linee. St. 18. V.7. Monti Rifei, oggi diconsi
Monti UralL St. 40. V.14. I qui nominati furono cavalieri cri stiani fatti
prigionieri di Ifonodante insieme a Rinaldo ed altri in un castello
dell'Oriente. St. 46. V.12. Frontino era cavallo di Sacripante, rubatogli da
Brunello che lo diede poi a Ruggiero. St. 47. V.56. Ganimede, figlio di Troio
re d'Ilio, fb portato in cielo da Giove trasformatosi in aquila. St. 50. V.34.
Intende la vìa verso le Indie Orie" tali, perpendioolai'e alle quali
sembra il sole quando nel segno del granchio o cancro, cioè nel solstizio
estivo, a chi lo guarda da ponente. St. 5L V.6. Sélva Calidonia. Questa selva occu
pava anticamente una vastissima parte deOa Scozia settentrionale. St. 53. V.8.
Beroicche (ossia Bertnek) capital? di una contea meridionale della Scozia. St.
61. V.8. Le colonne atlantee, dette altresì co lonne d'Ercole, sono i due
promontoij che formano Io stretto di Gibilterra; e la locuzione intiera
significa da levante a ponente. l>:iUHÌa jvalesa a Rinato b trama oidiJa dal
ano binante PolineiiSo a daiirtu Ai Oìnevra, lOiidantifttA a morire, ip ncni sì
offri' chi la dìretida contro Lurraiiio che! ImafPOmtadi disonestà rrìnaldo in
ri rii avi tRipo chiuso, quauiio ajtiiEinlo Liucanio ave co miniLiitt" li
t'<imbfUter& con un tiavalire scoìioac tu lo, presentatosi a diftnileela
princìpesaa; fa aoa pender: h pngna, manifesta V ingannatore, e gli fa donfesaaic
il lIcIìciOh Tutti gli altri aDÌmai €he ìjoiio in terra t) che vÌYOu quieti e
stanno in pRce O se Tengono a rissa e sì fan giierrsiT Alla fé mn lina il
tnaseUio ufn la face L'irsa rrjii Torso al bosco sicura erra: La leonessa
appresso il leon giace; Col lupo vive la lupa sicura, Nò la giuveuca ha del
torci paura. 2 Che abbominevol peste, che Megera É venuta a turbar gli umani
petti?Che si sente il marito e la mogliera Sempre garrir d'ingiuriosi detti,
Stracciar la faccia e far livida e nera, Bagnar di pianto i geniali letti; E
non di pianto sol, ma alcuna volta Di sangue gli hi bagnati Pira ."tolta.
stanza 9. Farmi non sol gran mal, ma che Tuom faccia Centra natura e sìa di Dio
ribello, Che s' induce a percuotere la faccia Di belhi donna, o romperle uu capello;
Ma chi le dà veneno, o chi le caccia L'alma del corpo con laccio o coltello,
Ch' uomo sia quel non crederò in eterno, Ma in vista umana un spirto dell'
inferno. Co tali esser doveano 1 duo ladroni Che Rinaldo cacciò dalla donzella,
Da lor condotta in quei scuri valloni, Perchè non se n'udisse più novella. Io
lasciai ch'ella render le cagioni S'apparecchiava di sua sorte fella Al paladin
che le fu buono amico: Or, seguendo l'istoria cosi dico. 5 La donna incominciò:
Tu intenderai La maggior crudeltade e la più espressa, Ch'in Tebe e in Argo, o
ch'in lIicene mai, 0 in loco più crudel fosse commessa. E se, rotando il Sole i
chiari rai, Qui men eh' all' altre regi'on s' appressa, Credo eh' a noi mal
volentieri arrivi, Perchè veder si crudel gente schivi'. ti Ch' agli nemici gli
nomini sien crudi, In ogni età se n'è veduto esempio; Ma dar la morte a chi
procuri e studi Il tuo ben sempre, è troppo ingiusto ed empio. E acciò che
meglio il vero io ti denudi, Perchè costor volessero far scempio Drgli anni
verdi miei centra ragione, Ti dirò da principio ogni cagione. 7 Voglio che
sappi, signor mio, eh' essendo Tenera ancora, alli servigi venni Della figlia
del re, con cui crescendo, Buon luogo in corte ed onorato tenni. Crudele Amore
al mio stato invidendo, Fé' che seguace, ahi lassa ! gli divenni:Fé' d'ogni
cavalier, d'ogni donzello Parermi il duca d'Albania più bello. 8 Perchè egli
mostrò amarmi più che multo, Io ad amar lui con tutto il cor mi mossi. Ben
s'ode il ragionar, si vede il volto; Ma dentro il petto mal giudicar puossi.
Credendo, amando, non cessai che tolto L'ebbi nel letto; e non gnardai ch'io
fossi Di tutte le real camere in quella Che più secreta avea Ginevra bella; 9
Dove tenea le sue cose più care, E dove le più volte ella dormia. Si può di
quella in s' un verone entrare, Che fuor del muro al discoperto uscia. Io iacea
il mio amator quivi montare: E la scala di corde onde salia 10 stessa dal veron
giù gli mandai, Qual volta meco aver lo desiai: 10 Che tante volte ve lo fei
venire. Quante Ginevra me ne diede l'agio. Che solca mutar letto, or per
fuggire 11 tempo ardente, or il brumai malvagio. Non fu veduto d'alcun mai
salire; Però che quella parte del palagio Risponde verso alcune case rotte,
Dove nessun mai passa o giorno o notte. li Continaò per molti giorni e mesi Tra
noi secreto V amoroso gioco:Sempre crebbe l'amore; e si m'accesi, Che tutta
dentro io mi sentia di foco:E cieca ne fai si, eh' io non compresi Oh' egli
fingeva molto, e amaya poco; Ancor che li suo' inganni discoperti Esser
doveanmi a mille segni certi. 12 Dopo alcnn di si mostrò nuovo amante Della
bella Ginevra. Io non so appunto S' allora cominciasse, oppur innante Dell'amor
mio n'avesse il cor già punto. Vedi s' in me venuto era arrogante, S' imperio
nel mio cor s' aveva assunto; Che mi scoperse e non ebbe rossore Chiedermi
aiuto in questo nuovo amore. 1 3 Ben mi dicea eh' uguale al mio non era, Né
vero amor quel eh' egli avea a costei; Ma simulando esserne acceso, spera
Celebrarne i legittimi imenei. Dal re ottenerla fia cosa leggiera, Qualor vi
sia la volontà di lei; Che di sangue e di stato in tutto il regno Non era, dopo
il re, di lui'l più degno. 14 Hi persuade, se per opra mia Potesse al suo
signor genero farsi (Chò veder posso che se n'alzeria A quanto presso al re
possa uomo alzarsi), Che me n' avria buon merto, e non sana Mai tanto beneficio
per scordarsi; E ch'alia moglie e eh' ad ogni altro innante Mi porrebbe egli in
sempre essermi amante. 15 Io, ch'era tutta a satis&rgli intenta. Né seppi 0
volsi contraddirgli mai, £ sol quei giorni io mi vidi contenta, Ch'averlo
compiaciuto mi trovai; Piglio l'occasion che s' appresenta Di parlar d'esso e
di lodarlo assai; Ed ogni industria adopro, ogni fatica, Per far del mio amator
Gine amica. 16 Feci col core e con l'effetto tutto Quel che far si poteva, e
sallo Iddio; Né con Ginevra mai potei far frutto, Ch' io le ponessi in grazia
il duca mio:E questo, che ad amar ella avea indulto Tutto il pensiero e tutto
il suo disio Un gentil cavalier, bello e cortese, Venuto in Scozia di lontan
paese; 17 Che con un suo fratel ben giovinetto Venne d'Italia a stare in questa
corte: Si fé' nell'arme poi tanto perfetto, Che la Bretagna non avea il più
forte. Il re l'amava, e ne mostrò l'effetto; Che gli donò di non picciola sorte
Castella e ville e inrisdizì'oni, E lo fé' grande al par dei gran baroni.
Stanza 23. 18 Grato era al re, più grato era alla figlia Quel cavalier,
chiamato Arredante, Per esser valoroso a maraviglia; Ma più, eh' ella sapea che
l'era amante. Né Vesuvio, né il monte di Siciglia, Né Troia avvampò mai di
fiamme tante, Quante ella conoscea che per suo amore Arìodante ardea per tutto
il core. 19 L'amar che dunque ella facea colui Con cor sincero e con perfetta
fede, Fé' che pel duca male udita fui; Né mai risposta da sperar mi diede. Anzi
quanto io pregava più per lui, E gli studiava d'impetrar mercede, Ella,
biasmandol sempre e dispregiando, Se 11 venia più sempre inimicando. 20 Io
confortai l'amator mìo sovente, Che volesse lasciar la vana impresa; Né si
sperasse mai volger la mente Di costei, troppo ad altro amore intesa: E gli
feci conoscer chiaramente, Come era sì d'Arìodante accesa, Che qunnt' acqua è
nel mar, pìccola dramma Non spegneria della sua immensa fiamma. 21 Questo da me
più volte Polinesso (Che cosi nome ha il duca) avendo udito, E ben compreso e
visto per sé stesso Che molto male era il suo amor gradito; Non pur di tanto
amor sì fu rimesso, Ma di veers un altro preferito, Come superbo, così mal
sofferse, Che tutto in ira e in odio si converse. 26 Così diss'eglL Io, che divisa
e scevra E lungi era da me, non posi mente Che questo, in che pregando egli
persevr4 . Era una frauda pur troppo evidente; E dal veron, coi panni di
Ginevra, Mandai la scala onde salì sovente; E non m' accorsi prima dell'
inganno, Che n'era già tutto accaduto il danno. 27 Fatto in quel tempo con
ArTodante Il duca avea queste parole o tali (Che grandi amici erano stati
innante Che per Ginevra si fesson rivali):Mi maraviglio, incominciò il mio
amante, Ch'avendoti io fra tutti li mie' ugnali Sempre avuto in rispetto e
sempre amato, Ch'io sia da te si mal rimunerato. 22 E tra Ginevra e P amator
suo pensa Tanta discordia e tanta lite porre, E farvi inimicizia cosi intensa,
Che mai più non si possino comporre; E por Ginevra in ignominia immensa, Donde
non s' abbia o viva o morta a tórre:Né dell'iniquo suo disegno meco Volse 0 con
altri ragionar, che seco. 23 Fatto il pensieri Dalinda mia, mi dice (Che così
son nomata), saper dèi Che, come suol tornar dalla radice Arbor che tronchi e
quattro volte e sei; Cosi la pertinacia mia infelice, Benché sia tronca dai
successi rei, Di germogliar non resta; che venire Pur vorria a fin di questo
suo desire. 24 E non lo bramo tanto per diletto, Quanto perchè vorrei vincer la
prova; E non possendo farlo con effetto, S' io Io fo immaginando, anco mi
giova. Voglio, qual volta tu mi dai ricetto, Quando allora Ginevra si ritrova
Nuda nel letto, che pigli ogni vesta Ch'ella posta abbia, e tutta te ne vesta.
25 Com'ella s'orna e come il crin dispone Studia imitarla, e cerca, il più che
sai. Di parer dessa; e poi sopra il verone A mandar giù la scala ne verrai. Io
verrò a te con immaginazione Che quella sii di cui tu i panni avrai:E così
spero, me stesso ingannando, Venir in breve il mio desir scemando. 28 Io son
ben certo che comprendi e sdi Di Ginevra e di me 1' antiquo amore; E per sposa
legittima oggimai Per impetrarla son dal mio signore. Perchè mi turbi tu?
perchè pur vai Senza frutto in costei ponendo il core? Io ben a te rispetto
avrei, per Dio, S' io nel tuo grado fossi, e tu nel mio. 29 Ed io, rispose
Ariodante a lui, Di te mi maraviglio maggiormente; Che dì lei prima innamorato
fui, Che tu l'avessi vista solamente: E so che sai quanto è l'amor tra nui,
Ch'esser non può di quel che sia, più ardente: E sol d'essermi moglie intende e
brama:E so che certo sai ch'ella non t'ama. 30 Perchè non hai tu dunque a me il
rispetto Per l'amicizia nostra, che domande Ch'a te aver debba, e ch'io
t'avre'in efifettu, Se tu fossi con lei di me più grande? Né men di te per
moglie averla aspetto, Sebben tu sei più ricco in queste bande:Io non son meno
al re, che tu sia, grato; Ma più di tedalla sua figlia amato. 31 Oh, disse il
duca a lui, grande è cotesto Errore, a che t'ha il folle amor condutto! Tu
credi esser più amato; io credo questo Medesmo: ma si può vedere al frutto. Tu
fammi ciò e' hai seco manifesto, El io il secreto mio t'aprirò tutto; E quel di
noi che manco aver si veggia, Ceda a chi vince, e d'altro si provvegia. 32 E
sarò pronto, se tu vuoi ch'io giuri, Di non dir cosa mai che mi riveli:Così
voglio eh' ancor tu m'assicuri Che quel ch'io ti dirò, sempre mi ceb. Venner
dunque d'accordo agli scongiuri, E posero le man sugli Evacui; E, poiché di
tacer fede si diero, Arifodante incominciò primiero; 33 E disse per lo giusto e
per lo dritto, Come tra sé e Ginevra era la cosa: Ch "Ila gli avea giurato
e a bocca e in scritto, Che mai non saria ad altri, eh' a lui, sposa; E se dal
re le venia contradditto, Gli promettea di sempre esser ritrosa Da tutti gli
altri maritaggi poi, E viver sola in tutti i giorni suoi:34 E ch'esso era in
speranza, pel valore Ch' avea mostrato in arme a più d'un segno, Ed era per
mostrare a laude, a onore, A beneficio del re e del suo regno, Di crescer tanto
in grazia al suo signore, Che sarebbe da lui stimato degno Che la figliuola sua
per moglie avesse, Poi che piacer a lei cosi intendesse. 38 Non passa mese, che
tre, quattro e sei, E talor dìece notti io non mi trovi Nudo abbracciato in
quel piacer con lei, Ch' all'amoroso arder par che si giovi: Si che tu puoi
veder s' a' piacer miei Son d'agguagliar le ciance che tu provi. Cedimi dunque,
e d'altro ti provvedi, Poiché sì inferìor di me ti vedi. 39 Non ti vo' creder
questo, gli rispose Anodante, e certo so che menti; E composto fra te t' hai
queste cose, Acciò che dall' impresa io mi spaventi:Ma perchè a lei son troppo
iDgiurìose, Questo ch'hai detto sostener convienti; Che non bugiardo sol, ma
voglio ancora Che tu sei traditor mostrarti or ora. 40 Soggiunse il duca: Non
sarebbe onesto Che noi volessim la battaglia tórre Di quel che t' offerisco
manifesto, Quando ti piaccia, innanzi agli occhi porre. Resta smarrito Anodante
a questo, E per l'ossa un tremor freddo gli scorre:E se creduto ben gli avesse
appieno, Venia sua vita allora allora meno. 35 Poi disse: A questo termine son
io, Né credo già eh' alcun mi venga appresso; Né cerco più di questo, né desio
Dell' amor d'essa aver segno più espresso; Né più vorrei, se non quanto da Dio
Per connubio legittimo è concesso; E saria invano il dimandar più innanzi; Che
di bontà so come ogni altra avanzi. 36 Poi ch'ebbe il vero Ariodante esposto
Della mercè eh' aspetta a sua fatica, Polinesso, che già s' avea proposto Di
far Ginevra al suo amator nemica, Cominciò: Sei da me molto discosto, E vo' che
di tua bocca anco tu '1 dica; E del mìo ben veduta la radice, Che confessi me
solo esser felice.' 41 Con cor trafitto e eoa pallida faccia, E con voce
tremante e bocca amara, Rispose: Quando sia che tu mi faccia Veder
quest'avventura tua si rara, Prometto di costei lasciar la traccia, A te si
liberale, a me sì avara:Ma eh' io tei voglia creder non far stima, S'io non lo
veggio con questi occhi prima. 42 Quando ne sarà il tempo, awiserotti,
Soggiunse Polinesso; e dipartisse. Non credo che passar più di due notti,
Ch'ordine fu che'l duca a me venisse. Per scoccar dunque i lacci che condotti
Avea si cheti, andò al rivale, e disse Che s'ascondesse la notte seguente Tra
quelle case, ove non sta mai gente. 37 Finge ella teco, né t' ama né prezza;
Che ti pasce di speme e di parole:Oltra questo, il tuo amor sempre a
sciocchezza, Quando meco ragiona, imputar suole. Io ben d'esserle caro altra
certezza Veduta n' ho, che di promesse e fole; E tei dirò sotto la fé in
secreto, Benché farei più il debito a star cheto. 43 E dimostrògli un luogo a
dirimpetto Di quel verone ove solca salire. Ariodante avea preso sospetto Che
lo cercasse far quivi venire. Come in un luogo dove avesse eletto Di por gli
agguati, e farvelo morire Sotto questa finzion, che vuol mostrargli Quel di
Ginevra, eh' impossibil pargli. 44 Di voletvi venir prese partito, Ma in guisa
che di lai non sia men forte; Perchè accadendo che fosse assalito, Si trovi si
che non tema di morte. Un suo fratello avea saggio ed ardito, n più famoso in
arme della corte, Detto Lurcanio; e avea più cor con esso, Che se dieci altri
avesse avuto appresso. 45 Seco chiaraoUo, e volse che prendesse L'arme; e là
notte lo menò con lui:Non che 1 secreto suo già gli dicesse; Né r avria detto
ad esso, né ad altrui. Da sé lontano un trar di pietra il messe; Se mi senti chiamar,
vien, disse, a nui; Ma se non senti, prima ch'io ti chiami, Non ti partir di
qui, frate, se m' ami. 46 Va pur non duhitar, disse il fratello:E cosi venne
Ariodante cheto; E si celò nel solitario ostello Ch' era d'incontro al mio
veron secreto. Vien d'altra parte il fraudolente e fello; Che d'infamar Ginevra
era si lieto; E fa il segno, tra noi solito innante, A me che dell'inganno era
ignorante. 47 Ed io con veste candida, e fregiata Per mezzo a liste d'oro e
d'ognintorno, E con rete pur d'ór, tutta adombrata Di bei fiocchi vermigli, al
capo intorno (Foggia che sol fu dà Ginevra usata, Non d'alcun' altra); udito il
segno, tomo Sopra il veron, eh' in modo era locato, Che mi scopria dinanzi e
d'ogni lato. 48 Lurcanio in questo mezzo dubitando Che '1 fratello a pericolo
non vada, 0, come è pur comun disio, cercando Di spiar sempre ciò che ad altri
accada; L'era pian pian venuto seguitando, Tenendo l'ombre e la più oscura
strada: E a men di dieci passi a lui discosto, Nel medesimo ostel s'era
riposto. 50 E tanto più, ch'era gran spazio in Fra dove io venni e quelle
inculte case. Ai due fratelli, che stavano al rezzo, Il duca agevolmente
persuase Quel ch'era falso. Or pensa in che ribreaczìG Ariodante, in che dolor
rimase. Vien Polinesso, e alla scala s' appoga, Che giù manda' gli; e monta in
su la loggia. 61 A prima giunta io gli getto le braccia Al collo; eh' io non
penso esser veduta:Lo bacio in bocca e per tutta la faccia • Come far soglio ad
ogni sua venata. Egli più dell'usato si procaccia D' accarezzarmi, e la sua f
rande aiuta, Quell' altro al rio spettacolo condutto, Misero sta lontano, e
vede il tutto. 52 Cade in tanto dolor, che si dispone Allora allora di voler
morire; E il pome della spada in terra pone, Che su la punta si volea ferire.
Lurcanio, che con grande ammirazione Avea veduto il duca a me salire, Ma non
già conosciuto chi si fosse, Scorgendo l'atto del fratel, si mosse; 63 E gli
vietò che con la propria mano Non si passasse in quel furore il petto. S' era
più tardo, o poco più lontano, Non giugnea a tempo, e non fòceva effetto. Ah
m'sero fratel, fratello insano, Gridò, perch' hai perduto l'intelletto, Ch'una
femmina a morte trar ti debbia? Ch'ir possan tutte come al vento nebbia. 64
Cerca far morir lei, che morir merta; E serva a più tuo onor tu la tua morte.
Fu d'amar lei, quando non t' era aperta La fraude sua: or è da odiar ben forte;
Poiché con gli occhi tuoi tu vedi certa, Quanto sia meretrice, e di che sorte.
Serba quest' arme, che volti in te stesso, A far dinanzi al re tal fallo espresso.
49 Non sappiendo io di questo cosa alcuna, Venni al veron nell' abito e' ho
detto; Si come già venuta era più d'una E più di due fiate a buono effetto. Le
vesti si vedean chiare alla luna; Né dissimile essendo anch' io d'aspetto Né di
persona da Ginevra molto. Fece parere un per un altro il volto:55 Quando si
vede Ariodante giunto Sopra il fratel, la dura impresa lascia; Ma la sua
intenzì'on da quel ch'assunto Avea già di morir, poco s'accascia. Quindi si
lieva, e porta non che punto, Ma trapassato il cor d'estrema ambascia: Pur
finge col fratel, che quel furore Non abbia più, che dianzi avea, nel core. 66
n seguente mattin, senza far motto Al sao fratello o ad altri, in via si messe,
Dalla mortai disperazion condotto: Né di lui per più di fd chi sapesse. Fuorché
'1 duca e il fratello, ogni altro indotto Era chi mosso al dipartir P avesse.
Nella casa del re di lui diversi Ragionamenti, e in tutta Scozia férsi. 57 In
capo d'otto o di più giorni in corte Venne innanzi a Ginevra nn viandante, E
novelle arrecò di mala sorte: Che s' era in mar sommerso Arì'odante Di
volontaria sua lihera morte, Non per colpa di Borea o di Levante. Dmi sasso che
sul mar sporgea'molt alto Avea col capo in giù preso nn gran salto. 58 Colui
dicea: Pria che 'venisse a questo, A me, che a caso riscontrò per via, Disse:
Yien meco, acciò che manifesto Per te a Ginevra il mio successo sia; E dille
poi, che la cagion del resto Che tu vedrai di me di' or ora fia, È stato sol
perch'ho troppo veduto: Felice, se senza occhi io fussi suto ! 59 Eramo a caso
sopra Capohasso, Che varso Irlanda alquanto sporge in mare. Cosi dicendo, di
cima d'un sasso Lo vidi a capo in giù sott'acqua andare. Io lo lasciai nel
mare, ed a gran passo Ti 8on venuto la nuova a portare. Ginevra, shigottita e
in viso smorta, Rimase a quell' annunzio mezza morta. 60 Oh Dio, che disse e
fece poi che sola Si ritrovò nel suo fidato letto ! Percosse il seno, e si
stracciò la stola, E fece all' aureo crin danno e dispetto; Ripetendo sovente
la parola Ch'Ariodante avea in estremo detto: Che la cagion del suo caso empio
e tristo Tutta venia per aver troppo visto. 61 n rumor scorse di costui per
tutto. Che per dolor s'avea dato la morte. Di questo il re non tenne il viso
asciutto. Né cavalier né donna della corte. Di tatti il suo fratel mostrò più
lutto; £ si sommerse nel dolor si forte, Ch' ad esempio di lui, centra sé
stesso Voltò quasi la man, per irgli appresso:Stanca 51. 2 E molte volte
ripetendo seco, Che fu Ginevra che il fratel gli estinse, E che non fu se non
quell'atto bieco Che di lei vide, eh' a morir lo spinse; Di voler vendicarsene
si cieco Venne, e sì l'ira e si '1 dolor lo vinse . Che di perder la grazia
vilipese, Ed aver l'odio del re e del paese: 63 E innanzi al re, quando era più
di gente La sala piena, se ne venne, e disse:Sappi, signor, che di levar la
mente Al mio fratel, si ch a morir ne gisse, Stata è la figlia tua sola
nocente; Cha lui tanto dolor Palma trafisse D aver veduta lei poco pudica, Che
più che vita ebbe la morte amica. 64 Erane amante; e perchè le sue voglie
Disoneste non fur, noi vo coprire. Per virtù meritarla aver per moglie Pa te
sperava, e per fedel servire; Ma, mentre il lasso ad odorar le foglie Stava
lontano, altrui vide salire, Salir su r arbor riserbato, e tutto Essergli tolto
il desiato frutto. 65 E seguitò, come egli avea veduto Venir Ginevra sul
verone, e come Mandò la scala, onde era a lei venuto Un drudo suo, di chi egli
non sa il nome: Che savea, per non esser conosciuto, Cambiati i panni e nascose
le chiome. Soggiunse, che con Tarme egli volea Provar, tutto esser ver ciò che
dicea. 66 Tu puoi pensar se U padre addolorato Riman, quando accusar sente la
figlia; Sì perchè ode di lei quel che pensato Mai non avrebbe, e n'ha gran
maraviglia; Si perchè sa che fia necessitato (Se la difesa alcun guerrier non
piglia, n qual Lurcanio possa far mentire) Di condannarla e di farla morire. 67
Io non credo, signor, che ti sia nova La legge nostra, che condanna a morte
Ogni donna e donzella che si prova Di sé far copia altrui, ch'ai suo consorte.
Morta ne vien, s'in un mese non trova In sua difesa un cavalier si forte. Che
contra il falso accusator sostegna Che sia innocente, e di morire indegna. 68
Ha fatto il re bandir per liberarla (Che pur gli par ch'a torto sia accusata),
Che vuol per moglie, e con gran dote, darla A chi tona l'infamia che l'è data.
Che per lei comparisca non si parla Guerriero ancora, anzi l'un l'altro guata;
Che quel Lurcanio in arme è cosi fiero, Che par che di lui tema ogni guerriero.
69 Atteso ha Tempia sorte, che Zerbino, Fratel di lei, nel regno non si trove;
Che va già. molti mesi peregrino, Mostrando dì sé in arme inclite prove: Che
quando si trovasse più vicino Quel cavalier gagliardo, o in luogo dove Potesse
avere a tempo la novella. Non mancheria d'aiuto alla sorella. 70 II re,
ch'intanto cerca di sapere Per altra prova, che per arme, ancora. Se sono
queste accuse o false o vere. Se dritto 0 torto è che sua figlia mora, Ha
fEttto prender certe cameriere Che lo dovrìan saper, se vero f3ra; Ond'io
previdi che se presa era io, Troppo parìglie era del duca e mio. 71 E la notte
medesima mi trassi Fuor della corte, e al duca mi condussi; E gli feci veder
quanto importassi Al capo d'amendua, se presa io fussL Lodommi, e disse ch'io
non dubitassi:A' suoi conforti poi venir m'indussi Ad una sua fortezza ch'è qui
presso, In compagnia di dui che mi diede esso. 72 Hai sentito, signor, con
quanti eifetti Dell'amor mio fei Polinesso certo; E s'era debitor per tai
rispetti D'avermi cara o no, tu '1 vedi aperto. Or senti il guiderdon ch'io ricevetti:
Vedi la gran mercè del mio gran merto:Vedi se deve, per amare assai. Donna
sperar d'essere amata mai; 73 Che questo ingrato, perfido e crudele, Della mia
fede ha preso dubbio alfine: Venuto è in sospizion ch'io non rivele Al lungo
andar le fraudi sue volpine. Ha finto, aedo che m'allontano e cele Finché Tira
e il furor del re decline. Voler mandarmi ad un suo luogo forte; E mi volea
mandar dritto alla morte:74 Che di secreto ha commesso alla guida. Che come m'
abbia in queste selve tratta, Per degno premio di mia fé m'uccida. Così
Tintenzion gli venia fatta, Se tu non eri appresso alle mia grida.Ve' come Amor
ben chi lui segue, tratta ! Così narrò Dalinda al paladino. Seguendo tuttavolta
il lor cammino; 75 A cui fa sopra ogni avventura grata Questa, daver trovata la
donzella C he gi avea tatta l'istoria narrata Dcir iiinocenada di Ginevra
bella. £ 86 sperato avea, qnando accusata Ancor fosse a ragion, d'aiutar
quella, Con via maggior baldanza or viene in prova, Poi che evidente la
calunnia trova. 76 E verso la città di Santo Andrea, Dove era il re con tutta
la famiglia, E la battaglia singular dovea Esser della querela della figlia,
Andò Rinaldo quanto andar potea, Finché vicino giunse a poche miglia; Alla
città vicino giunse, dove Trovò un scudier eh' avea più fresche nuove:Stanza
74. 77 Oh' un cavalier istrano era venato, Ch' a difender Ginevra s' avea
tolto, Con non usate insegne e sconosciuto, Perocché sempre ascoso andava
molto; E che, dopo che v'era, ancor veduto Non gli avea alcuno al discoperto il
volto; E che '1 proprio scudier che gli servia Dicea giurando: Io non so dir
chi sia. 78 Non cavalcaro molto, eh' alle mura Si trovar della terra, e in su
la porta. Dalinda andar più innanzi avea paura; Pur va, poiché Rinaldo la
conforta. La porta é chiusa; ed a chi n'avea curi Rinaldo domandò: Questo
ch'importa? E fugli detto, Perché '1 popol tutto A veder la battaglia era
riduttOj 79 Che tra Larcanio e un cavalìer istrano Si £% nell altro capo della
terra, Ov' era un prato spazioso e piano; E che già cominciata hanno la gaerra.
Aperto fa al signor di Montalhano; E tosto il portinar dietro gli serra. Per la
vota città Rinaldo passa; Ma la donzella al primo albergo lassa: stanza 82. 82
Rinaldo se ne va tra gente e gente:Fassi far largo il buon destrier Baiardo:Chi
la tempesta del suo venir sente, A dargli via non par zoppo né tardo. Rinaldo
vi compar sopra eminente, E ben rassembra il fior d ogni gagliardo; Poi si
ferma all'incontro oye il re siede; Ognun s'accosta per adir che chiede. 83
Rinaldo disse al re: Magno signore, Non lasciar la battaglia più segnire:Perchè
di questi dua qualunque more, Sappi eh' a torto tu'l lasci morire. L'un crede
aver ragione ed è in errore, E dice il falso e non sa di mentire; Ma quel
medesmo error che'l suo germano A morir trasse, a lui pon l'anne in mano:84
L'altro non sa se s' abbia dritto o torto; Ma sol per gentilezza e per boutade
In pericol si è posto d'esser morto, Per non lasciar morir tanta beltade. Io la
salute all' innocenzia porto, Porto il contrario a chi usa falsitade. Ma, per
Dio, questa pugna prima parti; Poi mi dà udienza a quel eh' io to' narrartL 85
Fu dall' autorità d'un uom si degno, Come Rinaldo gli parca al sembiante, Si
mosso il re, che disse e fece segno Che non andasse più la pugna innante; Al quale
insieme ed ai baron del regno, E ai cavalieri e all'altre turbe tante Rinaldo
fé' l'inganno tutto espresso, Ch'avea ordito a Ginevra Polinesso. 80 E dice che
sicura ivi si stia Finché ritomi a lei, che sarà tosto; E verso il campo poi
ratto s'invia, Dove li dui guerrier dato e risposto Molto s'aveano, e davan
tuttavia. Stava Lurcanio di mal cor disposto Contra Ginevra; e l'altro in sua
difesa Ben sostenea la favorita impresa. 86 Indi s'offerse di voler provare
Coli' arme, eh' era ver quel eh' avea detto. Chiamasi Polinesso; ed ei compare,
Ma tutto conturbato nell'aspetto: Pur con audacia cominciò a negare. Disse
Rinaldo: Or noi vedrem l'effetto. L'uno e l'altro era armato, il campo fatto;
Si che senza indugiar vengono al fatto. 81 Sei cavalier con lor nello steccato
Erano a piedi armati di corazza, Col duca d'Albania, ch'era montato S'un
possente corsier di buona razza. Come a gran contestabile, a lui dato La
guardia fu del campo e della piazza: E di veder Ginevra in gran periglio Avea
il cor lieto, ed orgoglioso il ciglio. 87 Oh quanto ha il re, quanto ha il suo
popol, caro Che Ginevra a provar s' abbi innocente ! Tutti han speranza che Dio
mostri chiaro Ch'impudica era detta ingiustamente. Crudel, superbo e riputato
avaro Fu Polinesso, iniquo e fraudolente; Si che ad alcun miracolo non fia Che
l'inganno da lui tramato sia. 88 Sta PolinesBo con Ia feusda mesta, Ck)l oor
tremante e con illida guancia; E al terzo snon mette la lancia in resta. Cosi
Rinaldo inverso Ini si lancia, Che, disioso di finir la festa, Mira a passargli
il petto con la lancia:Né discorde al disir segui l'effetto; Che mezza l'asta
gii cacciò nel petto. 89 Fisso nel tronco lo trasporta in terra Lontan dal suo
destrier più di sei braccia. Rinaldo smonta sabito, e gli afferra L'elmo, pria
che si lievi, e gli lo slaccia:Ma qnel, che non può far più troppa guerra Gli
domanda mercè con nmil faccia, E gli confessa, udendo il re e la corte, La
frande sua che Tha condutto a morte. 9Ò Non fini il tutto, e in mezzo la parola
E la voce e la vita T abbandona, n re, che liberata la figlinola Vede da morte
e da fama non buona, Più s'allegra, gioisce e racconsola, Che, s' avendo
pèrduta la corona, Ripor se la vedesse allora allora; Si che Rinaldo unicimente
onora: 91 E poi eh' al trar dell' elmo conosciuto L'ebbe, perch' altre volte
l'avea visto, Levò le mani a Dio, che d'un aiuto Come era quel, gli avea si ben
provvisto. Queir altro cavalier che, sconosciuto, Soccorso avea Ginevra al caso
tristo, Ed armato per lei s' era condotto, Stato da parte era a vedere il
tutto. Stanza 91. 92 Dal re pregato fu di dire il nome, 0 di lasciarsi almen
veder scoperto, Acciò da lui fosse premiato, come Di sua buona intenzion
chiedeva il merto. Quel, dopo lunghi preghi, dalle chiome Si levò r elmo, e fé'
palese e certo Quel che nell' altro Canto ho da seguire, Se grato vi sar&
l'istoria udire. NO TB. St. 2. V.1 Megera ò una delle tre Farìe della Mi
tologia: etimologicameiite, importa odio, invidia. St. 5. V.a Tebe Argo,
Micene, città greche, in iàmi per varie nebndezze commessevi, come il reciproco
fratricidio di Eteode e Polinice, la scellerata cena di Atreo e Tieste, i
parricicU di Penteo e di Atamante. l'assaasinio di Agamennone, e la strage dei
loro mariti fktta daUe DanaidL St. 7. V.8. Albania. Qoi per una regione della Scozia
(Albany) con titolo di Contea. St. 9. V.34. " Verone, nn andito scoperto
per passare da stanza a stanza. St. 18. V.5. Monte di Sieiglia, ò l'Etna. St.
50. V.25. Case inadie, significa cose disabitate. BesMOt nel terzo verso,
equivale a buio di notte. St. 60. V.3. La stola era propria delle matrone
romane, ma in qnesto verso intendesi generalmente per veste donnesca. St. 73
V.3. Sospisione, cioè sospetto. St. 76. y. 1. Sant'Andrea, St. Andrews, città
già capitale della Scozia, nella Ck>ntea di Fife. nito di Ginevra, Il io
ilila dà in moglie e icrdonft a D" linda compiirjj della calunnia.
Ruggiero è portato dnirip l'itffiifu jifU isola di Cicilia, ovo Astolfo,
ctigiiio di Bro4" mftiite, convprtìto in mirto, io ioiisjglia r non psoire
pi oltre. Rug|s:ifiro vuole alloidauarsi dJlisola: diversi moAtii gli si
oppaiiicnio indarno; mt% pt>i ale a ne donzelle lo di tolf ono dal Atio
i)ropojtimento. Misr clii mal oprando m confida rii'[ji,nor star debbia il
maleficio occulto; Che, quando ogni altro taccia i intorno grida L'aria e la
terra i.tessa ia eli' è sepulto:E Dio fa speio chel peccato guida Il peccator,
poi eli alcun di gli ha indulto, Cile sé medesimo ena altrui richiesta.,
Inavvedutamente manifesta. A?ea creduto it niiser Polìnesso Totalmente il
delitto suo coprire j Dal inda consapevole d'appresso Levanti 0 fi ì, che sola
pò tea dire:E aceìungeudo il secondo al primo eccesso, Affrettò il mal che
potea differire, E potea differire e schivar forse Ma sé stesso spronando, a
morir corse VI. 3 E perde amici a un tempo, e vita, e state, E onor, che fa
molto più grave danno. Dissi di sopra, che fa assai presto Il cavalier che
ancor chi sia non sanno. Alfin si trasse V elmo, e 1 yìso amato Scoperse, che
più volte vedato hanno; E dimostrò com era Ariodante, Per tatta Scozia
lacrimato innante; 4 Arì'odante, che Ginevra pianto Avea per morto, e '1 fratel
pianto avea, Il re, la corte, il popol tutto quanto: Di tal hontà, di tal valor
splendea. Adnnqae il peregria mentir di quaato Dianzi di lui narrò, qaivi
apparea; E fa pnr ver che dal sasso marino Gittarsi in mar lo vide a capo
chino. 5 Ma (come avviene a nn disperato spesso, Che da lontan brama e disia la
morte, E r odia poi che se la vede appresso, Tanto gli pare il passo acerbo e
forte) Arìodante, poi ch in mar fu messo, Si penti di morire: e come forte E
come destro e pii\ d'ogni altro ardito, Si messe a nuoto, e ritomossi al lito;
6 E dispregiando e nominanslo folle Il desir eh' ebbe dì lasciar la vita, Si
messe a camminar bagnato e molle, E capitò air ostel d'nn eremita. Quivi
secretamente indugiar volle Tanto, che la novella avesse udita, Se del ca£o
Ginevra s allegrasse, Oppur mesta e pietosa ne restasse. 7 Intese prima, che
per gran dolore Elhi era stata a rischio di morire (La fama andò di questo in
modo faore, Che ne fu in tutta V isola che dire):Contrario effetto a quel che
per errore Credea aver visto con suo gran martire. Intese poi come Lurcanio
avea Fatta Ginevra appresso il padre rea. 8 Centra il fratel d'ira minor non
arse, Che per Ginevra già d amore ardesse; Che troppo empio e crudele atto gli
parse, Ancora che per lui fatto T avesse. Sentendo poi, che per lei non
comparse Cavalier che difeadfer la volesse (Che Lurcanio sì forte era e
gagliardo, Ch ognun d andargli centra avea riguardo; 9 E chi n' avea notizia,
il riputava Tanto discreto, e si saggio ed accorto, Che se non fosse ver quel
che narrava, Non si porrebbe a rischio di esser morto; Per questo la più parte
dubitava Di non pigliar questa difesa a torto); Arìodante, dopo gran discorsi,
Pensò all'accusa del fratello opporsi. stanza 6. 10 Ah lasso ! io non potrei,
seco dicea, Sentir per mia cagion perir cortei:Troppo mia morte fora acerba e
rea, Se innanzi a me morir vedessi lei. Ella è pur la mia donna e la mia Dea;
Questa è la luce pur degli occhi miei: Convien eh' a dritto o a torto, per suo
scampo Pigli r impresa, e resti morto in campo. 11 So ch'io m'appiglio al
torto; e al torto sia: E ne morrò; né questo mi sconforta, Se non ch'io so che
per la morte mia Si bella donna ha da restar poi morta. Un sol conforto nel
morir mi fia, Che, se '1 suo Polinesso amor le porta, Chiaramente veder avrà
potuto Che non s'è mosso ancor per darle aiuto; 12 E me, die tanto
eepressamente ha Vedrà, per lei salyare, a morir giunto. Di mio fratello
insieme, il quale acceso Tanto foco ha, vendicherommi a un punto; Ch io lo farò
doler poi che compreso n fine avrà del suo crudele assunto:Creduto vendicar
avrà il germano, E gli avrà dato morte di sua mano. 18 Concluso ch ebbe questo
nel pensiero, Nuove arme ritrovò, nuovo cavallo; E sopravveste nere e scudo
nero Portò, fregiato a color verdegiallo. Per avventura si trovò un scudiero
Ignoto in quel paese, e menato hallo:E sconosciuto, come ho già narrato,
S'appresentò contra il fratello armato. '>.è f >'stanza 23. 14 Narrato v'
ho come il eitto successe, Come fu conosciuto Arì'odante. Non minor gaudio
nebbe il re, ch avesse Della figliuola liberata innante. Seco pensò che mai non
si potesse Trovar un più fedele e vero amante; Che, dopo tanta ingiuria, la
difesa Di lei contra il fratel proprio avea presa. 15 E per sua inclinazion
(eh' assai Pamava), E per li preghi di tutta la corte, E di Rinaldo che più
d'altri instava, Della bella figliuola il fa consorte. La duchea d'Albania,
ch'ai re tornava Dopo che Polinesso ebbe la morte, In miglior tempo discader
non pnote, Poiché la dona alla sua figlia in dote. 16 Rhialdo per Dalinda
impetrò grana " Che se n' andò di tanto errore esente; La qual per voto, e
perchè molto sazia Era del mondo, a Dio volse la mente. Monaca s' andò a render
fin in Dazia, E si levò di Scozia immantinente. Ma tempo è omai di ritrovar
Ruggiero, Che scorre il ciel su l'animai leggiero. 17 Benché Rnggier sia
d'animo costante Né cangiato abbia il solito colore, Io non gli voglio creder
che tremante Non abbia dentro più che foglia il core. Lasciato avea il gran
spazio distante Tutta l'Europa, ed era uscito faore Per molto spazio il segno
che prescritto Avea già a' naviganti Ercole invitto 18 Quello Ippogrifo, grande
e strano aiigdlo . Lo porta via con tal prestezza d'ale, Che lascieria di lungo
tratto quello Celer ministro del fulmineo strale. Non va per l'aria altro
animai (à snello. Che di velocità gli fosse uguale:Credo ch'appena il tuono e
la saetta Venga in terra dal ciel con maggior fretta. 19 Poi che l'augel trascorso
ebbe gran spazio Per linea dritta e senza mai piegarsi, Con larghe ruote, omai
dell' aria sazio, Cominciò sopra una isola a calarsi, Pare a quella ove, dopo
lango strazio Far del suo amante e lungo a lui celarsi, La vergine Aretusa
passò invano Di sotto il mar per cammin cieeo e strano. 20 Non vide né più bel
né '1 più giocondo Da tutta r aria ove le penne stese; Né, se tutto cercato
avesse il mondo, Vedria di questo il più gentil paese; Ove, dopo un girarsi di
gran tondo, Con Ruggier seco il grande augel discese. Culto pianure e delicati
colli, Chiare acque, ombrose ripe e prati molli. 21 Vaghi boschetti di soavi
allori, Di palme e d'amenissime mortelle. Cedri ed aranci eh' avean frutti e
fiorì Contesti in varie forme e tutte belle, Facean riparo ai fervidi calori
De' giorni estivi con lo'r spesse ombrelle; E tra quei rami con sicuri voli
Cantando se ne giano i rosignuoli. 22 Tra le purpuree rose e i bianchi gigli,
Che tepida aura freschi ognora serba, Siciiri si vedean lepri e conigli, E
cervi con la fronte alta e superba, Senza temer ch'alcun gli uccida o pigli,
Pascano o stiansi ruminando Terba: Saltano i daini e i capri isnelli e destri,
Glie sono in copia in quei lochi campestri. 28 Come si presso è Plppogrifoi
terra, Ch' esser ne può men periglioso il salto, Buggier con fretta dell'
arcion si sferra, E si ritrova in su Ferboso smalto. Tuttavia in man le redine
si serra, Che non vuol che'l destrier più vada in altoj: Poi lo lega nel
margine marino A un verde mirto in mezzo un lauro e un pino. Stanza 42. 24 E
quivi appresso, ove surgea una fonte Cinta di cedri e di feconde palme, Pose lo
scudo, e Telmo dalla fronte Si trasse, e disarmossi ambe le palme; Ed ora alla
marina ed ora al monte Volgea la faccia air aure fresche ed alme, Che Talte
cime con mormorii lieti Fan tremolar dei fÌEiggi e degli abeti. 25 Bagna talor
nella chiara onda e fresca L'asciutte labbra, e con la man diguazza, Acciò che
delle vene il calor esca Che gli ha acceso il portar della corazza. Né
maraviglia è già eh' ella gV incresca, Che non è stato un far vedersi in
piazza; Ma senza mai posar, d'arme guemito, Tremila miglia ognor correndo era
ito. 26 Qqìtì stando, il destrier eh' ayea lasciato Tra le imù dense frasche
alla fresca ombra, Per fùj si rivolta, spaventato Di non so che, che dentro al
bosco adombra; E tà crollar si il mirto ove è legato, Che delle frondi intorno
il piò gV ingombra:Crollar fa il mirto, e fa cader la foglia; Né succede però
che se ne scioglia. 27 Come ceppo talor, che le medoUe Rare e vote abbia, e
posto al foco sia, Poi che per gran calor qnell'aria molle Resta consanta eh'
in mezzo V empia, Dentro risuona, e con strepito bolle Tanto che quel foror
trovi la via; Cosi mannara e stride e si corraccia Quel mirto offeso, e alfin
apre la bnccia. 28 Onde con mesta e flebil voce uscio Espedita e chiarissima'
fisivella, E disse: Se tu sei cortese e pio, Come dimostri alla presenza bella,
Lieva questo animai dall' arbor mio:Basti che '1 mio mal proprio mi flagella,
Senza altra pena, senza altro dolore Ch'a tormentarmi ancor venga di fùore. 29
Al primo suon di quella voce torse Ruggiero il viso, e subito levosse; E, poi
eh' uscir dall' arbore s' accòrse, Stupefatto restò più che mai fosse. A
levarne il destrier subito corse; E con le guancie di vergogna rosse:Qual che tu
sii, perdonami, dicea, 0 spirto umano, o boschereccia Dea. 30 n non aver saputo
che s'asconda Sotto ruvida scorza umano spirto, M' ha lasciato turbar la bella
fronda, E far ingiuria al tuo vivace mirto: Ma non restar però, che non
risponda Chi tu ti sia, ch'in corpo orrido ed irto. Con voce e razionale anima
vivi; Se da grandine il del sempre ti schivi. 31 E sora o mai potrò questo
dispetto Con alcun beneficio compensarte, Per quella bella donna ti prometto.
Quella che di me tien lamiglior parte, Ch' io farò con parole e con effetto,
Ch'avrai giusta cagion di me lodarte. Come Ruggiero al suo parlar fin diede,
Tremò quel mirto dalla cima al piede. 32 Poi ai vide sudar su per ì\ soorza,
Come legno dal bosco allora tratto, Che del foco venir sente la forza, Poscia
eh' invano ogni ripar gli ha fatto; E cominciò: Tua cortesia mi sforza A
discoprirti in un meiesmo tratto Ch' io fossi prima, e chi converso m' agg:ia
In questo mirto in su l'amena spiaggia. 33 n nome mio fu Astolfo; e paladino
Era di Francia, assai temuto in guerra; D'Orlanio e di Rinaldo era cugino, La
cui fama alcun tonnine non serra; E si spettava a me tutto il donano, Dopo il
mio padre Oton, dell'Inlterra:Leggiadro e bel fui si, che di me accesi Più
d'ona donna; e alfin me solo offesi. 34 Ritornando io da quelle isole estreme
Che da levante il mar Lidico lava, Dove Rinaldo ed alcun' altri insieme Meco
fnr chiusi in parte oscura e cava, Ed onde liberati le supreme Forze n' avean
del cavalier di Brava; Vèr ponente io venia lungo la sabbia Che del settentrion
sente la rabbia. 35 E come la via nostra, e il dura e fello Destin ci trasse,
uscimmo una mattina Sopra la bella spiaga, ove un castello Siede sol mar della
possente Alcina. Trovammo lei eh' uscita era di quello, E stava sola in ripa
alla marina; E senza rete e senza amo traea Tutti li pesci al lito, che volea.
36 Veloci vi correvano i delfini, Vi venia a bocca aperta il grosso tonno; I
capidogli coi vecchi marini Vengon turbati dal lor pigro sonno; Muli, salpe,
salmoni e coracini Nuotano a schiere in più fretta che ponno; Pistrici,
fisiteri, orche e balene Escon dal mar con mostruose schiene. 37 Veggiamo una
balena, la maggiore Che mai per tatto il mar veduta fosse; Undeci passi e più
dimostra fùore Dell'onde salse le spajlaece grosse. Caschiamo tutti insieme in
uno errore: Perch' era ferma e che mai non si scosse . Ch'ella sia una isoletta
ci credemo; Cosi distante ha l'un dall' altro estremo. 38 Alcina i pesci ascir
facea deir acque Con semplici parole e pori incanti. Con la fetta Morgana Alcina
nacqne, Io non so dir s'a un parto, o dopo o innantì Gnardommi Alcina; e subito
le piacque L'aspetto mio, come mostrò ai sembianti; £ pensò con astuzia e con
ingegno Tonni ai compagni; e riusci il disegno. 39 Ci venne incontra con
allegra faccia, Con modi granosi e riverenti; E disse: Cavalier, quando vi
piaccia Far oggi meco i vostri alloggiamenti, Io vi fSeurò veder, nella mia
caccia, Di tutti i pesci sorti differenti: Chi scaglioso, chi molle, e chi col
pelo; E saran più che non ha stelle il cielo. 40 E volendo vedere una Sirena
Che col suo dolce canto accheta il mare. Passiam di qui fin su quell altra
arena, Dove a quest'ora suol sempre tornare: E ci mostrò quella maggior balena
Che, come io dissi, una isoletta pare. Io, che sempre fui troppo (e me n'
incresce) Volonteroso, andai sopra quel pesce. 41 Rinaldo m'accennava, e
similmente Dndon, eh' io non v andassi; e poco valse. La fata Alcina con faccia
ridente, Lasciando gli altri dna, dietro mi salse. La balena, all'ufficio
diligente, Nuotando se n' andò per l'onde salse. Di mia sciocchezza tosto fui
pentito; Ma troppo mi trovai lungi dal lito. 42 Rinaldo si cacciò nell'acqua a
nuoto Per aiutarmi, e quasi si sommerse, Perchè levossi un furioso Noto Che
d'ombra il cielo e '1 pelago coperse. Qael che di lui segui poi, non m' è noto.
Alcina a confortarmi si converse; E quel di tutto e la notte che venne, Sopra
quel mostro in mezzo il mar mi tenne: 43 Finché venimmo a questa isola bella.
Di cui gran parte Alcina ne possiede, E r ha usurpata ad una sua sorella Che'l
padre già lasciò del tutto erede, Perchè sola legittima avea quella; E (come
alcun notizia me ne diede, Che pienamente instrutto era di questo)Sono
quest'altre due nate d'incesto: 44 E come sono inique e scellerate,E piene
d'ogni vizio infame e brutto; Cosi quella, vivendo in castitate, Posto ha nelle
virtuti il suo cor tutto. Centra lei queste due son congiurate; E già più d'uno
esercito hanno instrutto Per cacciarla dell'isola, e in più volte Più di cento
castella l'hanno tolte: 45 Né ci terrebbe ormai spanna di terra, Colei, che
Logistilla è nominata, Se non che quinci un golfo il passo serra, E quindi una
montagna inabitata; Si come tien la Scozia e l'Inghilterra n monte e la
riviera, separata: Né però Alcina uè Morgana resta, Che non le voglia tor ciò
che le resta. 46 Perchè di vizii è questa coppia rea, Odia colei perch' è
pudica e santa. Ma per tornare a quel ch'io ti dicea, E seguir poi com' io
divenni pianta, Alcina in gran delizie mi tenea, E del mio amore ardeva tutta
quanta; Né minor fiamma nel mio core accese H veder lei d bella e si cortese.
47 Io mi godea le delicate membra: Pareami aver qui tutto il ben raccolto, Che
fra' mortali in più parti si smembra, A chi più ed a chi meno, e a nessun
molto; Né di Francia né d'altTo mi rimembra; Stavami sempre a contemplar quel
volto: Ogni pensiero, ogni mio bel disegno In lei finia, né passava oltre il
segno.. 48 Io da lei altrettanto era o più amato:Alcina più non si curava
d'altri:Ella ogni altro suo amante avea lasciato; Ch' innanzi a me ben ce ne
fur degli altri. Me consiglier, me avea di e notte a lato; E me fé' quel che
comandava agli altri: A me credeva, a me si riportava; Né notte o di con altri
mai parlava. 49 Deh ! perchè vo le mie piaghe toccando, Senza speranza poi di
medicina? Perchè l'avuto ben vo rimembrando, Quand'io patisco estrema
disciplina? Quando credea d'esser felice, e quando Credea ch'amar più mi
dovesse Alcina, Il cor che m'avea dato si ritolse, E ad altro nuovo amor tutta
si volse. 76 50 Ck)nobbi tardi il suo mobil ingegno, Usato amare e disamare a
nn ponto. Non era stato oltre a duo mesi in regno, Ch'un nuoTO amante al loco
mio fii assunto. Da sé cacciommi la fata con sdegno, E dalla grazia sna m ebbe
disgiunto:E seppi poi, che tratti a simil porto Ayea milP altri amanti, e tutti
a torto.61 E perchè essi non vadano pel mondo Di lei narrando la vita lasciva,
Chi qua chi là per lo terren fecondo Li muta, altri in abete, altri in oliva,
Altri in palma, altri in cedro, altri secondo Che vedi me, sa questa verde
riva; Altri in liquido fonte, alcuni in fera, Come più aggrada a quella fìtta
altiera. stanza 61. 52 Or tu che sei per non usata via, Signor, venuto all'
isola fatale, Acciò ch'alcuno amante per te sia Converso in pietra o in onda, o
fatto tale; Avrai d'Alcina scettro e signoria, E sarai lieto sopra ogni
mortale: Ma certo sii di giunger tosto al passo D'entrar o in fera o in fonte o
in legno o in sasso. 53 Io te n'ho dato volentieri avvisa: Non eh' io mi creda
che debbia giovarte; Pur meglio fia che non vadi improvviso, E de' costumi suoi
tu sappia parte; Che forse, come è differente il viso, É differente ancor
l'ingegno e l'arte. Tu saprai forse riparar al danno; Quel che saputo
mill'altri non hanno. 54 Buggier, che conosciuto avea per fama Ch' Astolfo alla
sua donna cugin era, Si dolse assai che in steril pianta e grama Mutato avesse
la sembianza vera: E per amor di quella che tanto ama, (Purché saputo avesse in
che maniera) Gli avria fatto servizio; ma aiutarlo Li altro non potea, eh' in
confortarlo. 55 Lo fé' al meglio che seppe; e domandoli! Poi se via e' era, eh'
al regno guidassi Di Logistilla, 0 per piano o per colli, Si che per quel
d'Alcina non andassi. Che ben ve n' era un' altra, ritomolli L'arbore a dir, ma
piena d'aspri sassi, S' andando un poco innanzi alla man destra, Salisse il
poggio invér la cima alpestra:stanza 7& 56 Ma che non pensi già che segair
possa n suo cammin per quella strada troppo: Incontro avrà di gente ardita,
grossa E fiera compagnia, con doro intoppo, Alcina Te li tien per mura e fossa
A chi volesse uscir fuor del suo groppo. Ruggier quel mirto ringraziò del
tutto, Poi da lui si parti dotto ed instrutto. 57 Venne al cavallo, e lo
disciolse e prese Per le redine, e dietro se lo trasse; Né, come fece prima,
più F ascese, Perchè mal grado suo non lo portasse. Seco pensava come nel paese
Di Logistilla a salvamento andasse. Era disposto e fermo usar ogni opra, Che
non gli avesse imperio Alcina sopra. 58 Pensò di rimontar sul suo cavallo, E
per r aria spronarlo a nuovo corso:Ma duhitò di far poi maggior fallo; Che
troppo mal quel gli ubbidiva al morso. Io passerò per forza, s' io non fallo,
Dicea tra sé; ma vano era il discorso. Non fti duo miglia lungi alla marina,
Che la bella città vide d'Alcina. 59 Lontan si vide una muraglia lunga, Che
gira intomo, e gran paese serra; E par che la sua altezza al elei s aggiunga. E
d'oro sia dall' alta cima a terra. Alcun dal mio parer qui si dilunga, E dice
eh' eli' é alchimia; e forse eh' erra, Ed anco forse meglio di me intende:A me
par oro, poi che si risplendé. 60 Come fu presso alle si ricche mura, Che'l
mondo altre non ha della lor sorte, Lasciò la strada che, per la pianura, Ampia
e diritta andava alle gran porte; Ed a man destra, a quella più sicura, Ch' al
monte già, piegossi il gnerrier forte:Ma tosto ritrovò l'iniqua frotta, Dal cui
fdror gli fu turbata e rotta. 61 Non fu veduta mai più strana torma, Più
mostruosi volti e peggio fatti; Alcun dal collo in giù d'uomini han forma, Col
viso altri di scinde, altri di gatti; Stampano alcun con pie caprigni V orma; Alcuni
son centauri agili ed atti; Son giovani impudenti e vecchi stolti. Chi nudi, e
chi di strane pelli involti:62 Chi senza freno in a' un destrìer galoppa, Chi
lento va con l'asino o col bue; Altri salisce ad un centauro in groppa;
Struzzoli molti han sotto, aquile e grue:Ponsi altri a bocca il corno, altri la
coppa: Chi femmina e chi maschio, e "chi amendue, Chi porta uncino e chi
scala di corda, Chi pai di ferro e chi una lima sorda. 63 Di questi il capitano
si vedea Aver gonfiato il ventre, e'I viso grasso; n qual su una testuggine
sedea. Che con gran tardità mutava il passo, Avea di qua e di là chi lo reggea.
Perché egli era ebbro e tenea il ciglio basso:Altri la fronte gli asciugava e
il mento. Altri i panni scuotea per fargli vento. stanza 63. 64 Un eh' avea
umana forma i piedi e'I ventre, E collo avea di cane, orecchie e testa. Centra
Ruggiero abbaia, acciò ch'egli entre Nella bella città ch'addietro resta.
Rispose il cavalier: Noi farò, mentre Avrà forza la man di regger questi. (E
gli mostra la spada, di cui volta Avea r aguzza punta alla sua volta). 65 Quel
mostro lui ferir vuol d'una lancia; Ma Ruggier presto se gli avventa
addosso:Una stoccata gli trasse alla pancia, E la fé' un palmo riuscir pel
dosso. Lo scudo imbraccia, e qua e là si lancia; Ma l'inimico stuolo é troppo
grosso. L'un quinci il punge, e l'altro quindi afferra: Egli s'arrosta e fa lor
aspra guerra. 66 L un sin a clenti, e V altro sin al petto Partendo ya dì
quella iniqua razza; Ch'alia sua spada non s'oppone elmetto, Nò scudo . né
panzìera, né corazza:Ma da tutte le parti é cosi astretto, Che bisogno sarìa,
per trovar piazza E tener da sé largo il popol reo, D'aver più braccia e man
che Briareo. 9 L'una e l'altra sedea s' un liocorno. Candido più che candido
annellino; L'una e l'altra era bella, e di si adonio Abito, e modo tanto
pellegrino, Che all'nom, guardando e contemplando intormo. Bisognerebbe aver
occhio divino Per far di lor giudizio; e tal sarìa Beltà (s' avesse corpo), e
Leggiadria. stanza 64. 67 Se di scoprire avesse avuto avviso Lo scudo che già
fu del necromante; Io dico quel eh' abbarbagliava il viso, Quel eh' all'arcione
avea lasciato Atlante; Subito avria quei brutto stuol conquiso, E fattosel
cader cieco davante: E forse ben che disprezzò quel modo. Perché virtude usar
volse, e non frodo. 70 L'una e l'altra n'andò dove nel prato Ruggiero é
oppresso dallo stuol villano. Tutta la turba si levò da lato; E quelle al
cavalier porser la mano, Che tìnto in viso di color rosato, Le donne ringraziò
dell'atto umano; E fii contento, compiacendo loro, Di ritornarsi a quella porta
d'oro. 71 L' adornamento che s'aggira sopra La bella porta, e sporge un poco
avante, Parte non ha che tutta non si copra Delle più rare gemme di Levante. Da
quattro parti si riposa sopra Grosse colonne d'integro diamante. 0 vero 0 falso
eh' all' occhio risponda, Non é cosa più'bella o più gioconda. Stansa06. 68 Sìa
quel che può, piuttosto vuol morire, Che rendersi prigione a si vii gente.
Eccoti intanto dalla porta uscire Del muro, ch'io dicea d'oro lucente. Due
giovani ch'ai gesti ed al vestire Non èran da stimar nate umilmente, Né da
pastor nutrite con disagi, Ma Ara delizie di real palagi. 72 Su per la soglia e
fuor per le colonne Corron scherzando lascive donzelle, Che, se i rispetti
debiti alle donne Servasser più, sarian forse più belle. Tutte vestite eran di
verdi gonne, E coronate di frondi novelle. Queste, con molte offerte e con buon
viso, Ruggier fecero entrar nel paradiso: Td Che si pnò ben cosi nomar quel
loco, Ove mi credo che nascesse Amore. Non yi si sta se non in danza e in
giuoco, £ tutte in festa vi si spendon V ore:Pensier canuto uè molto né poco Si
può quivi albergare in alcun core: Non enthi quivi disagio né inopia, Ila vi
sta ognor col corno pien la Copia. 74 Qui, dove con serena e lieta fronte Par
cb' ognor rida il grazioso aprile, Qioveni e donne son: qual presso a fonte
Canta con dolce e dilettoso stile; Qual d'un arbore alPombra, e qual d'un
monte, 0 giuoca, 0 danza o et cosa non vile; E qual, lungi dagli altri, a un
suo fedele DÌ!"cuopre l'amorose sue querele. btanza 74. 75 Per le cime dei
pini e dogli allori, Degli alti faggi e dcgl' irsuti abeti, Yolan scherzando i
pargoletti A morì; Di ior vittorie altri godendo lieti, Altri pigliando a
saettare i cori La mira quindi, altri tendendo reti:Chi tempra dardi ad un
ruscei più basso, £ chi gli aguzza ad un volubìl scisso. AaiosTO. 76 Quivi a
Ruggier un gran corsìer iù dato, Forte, gagliurdo, e tutto di pel sauro,
Ch'avea il bel guemimento ricamato Di preziose gemme e di fin auro; E fu
lasciato in guardia quello alato. Quel che solca ubbidire al vecchio Mauro, A
un giovene che dietro lo menassi Al buon Ruggier con meu fr e itosi passi. 77
Quelle due belle giovani amorose Ch' avean Ruggier dall' empio stuol difeso,
Dair empio stuol che dianzi se gli oppose Su quel cammin ch'avea a man destra
preso, Gli dissero: Signor, le virtuose Opere vostre che già abbiamo inteso, Ne
fon sì ardite, che l'aiuto vostro Vi chiederemo a beneficio nostro. 79 Oltre
che sempre ci turbi il cammino, Che libero saria se non foss'ella, Spesso
correndo per tutto il giardino, Va disturbando or questa cosa or quella.
Sappiate che del popolo assassino Che vi assali fuor della porta bella, Molti
suoi figli Bon, tutti segnaci, Empii, com' ella, inospiti e lapad. 78 Noi
troverem tra via tosto una lama, Che fa due parti di questa pianura. Una
crudel, che ErifiUa si chiama, Difende il ponte, e sforza e inganna e fura
Chiunque andar nell' altra ripa brama; Ed ella è gigantcssa di statura; Li
denti ha lunghi e velenoso il morso, Acute Pugne e graffia come un orso. 80
Ruggier rispose: Non ch'una battalia. Ma per voi sarò pronto a fame cento. Di
mia persona, in tutto quel che vaglia, Fatene voi secondo il vostro intento:Che
la cagion eh' io vesto piastra e maglia, Non è per guadagnar terre né argento,
Ma sol per fame beneficio altrui; Tanto più a belle donne come vui. 81 Le donne
molte grazie riferirò Degne d'un cavalier come quell'era: E così ragionando, ne
veniro Dove videro il ponte e la riviera; E di smeraldo ornata e di zaffiro
Sull'arme d'or, vider la donna altiera. Ma dir nell'altro Canto differisco,
Come Ruggier con lei si pose a risco. NOTE. St. 1. V.(\. Indulto vale a dire
conceduto. St. 13, V.4. Il colore verdegiallo rassomiglia quello della foglia
appassita; e lo adottavano i cavalieri d'al lora, a dimostrare l'animo afflitto
da gagliarda pertar h:izione. St. 13. V.5. La Dazia o Dacia comprendeva an
ticamente la Transilvania, la Moldavia, la Valacchia, H Servia e parte deW
Ungheria. St. 17. V.68. Aveva Ruggiero oltrepassato di molto lo stretto di
Gibilterra, su cui (secondo la favola) in dicò Ercole per limite alla
navigazione due promontorj. St. 19. V.38. L'isola paragonata con quella a cui
alludono gli altri versi, è l'isoletta Ortigia, una delle cinque parti onde componevasi
Siracusa, e la sola in oggi a cui quella città si ristringe. La mitologica
ninfa Aretusa, perseguitata dal fiume Alfeo, fu convertita in fonte; e
condottasi pervie sottomarine in Ortigia, sem pre inseguita dair indiscreto
amatore, fu colà da questi raggiunta. St. 33. V.10 Il conto che Astolfo dà di
sé stesso ò relativo alla genealogia degli eroi romanzeschi ripor tata dal
Ferrariq, ove dicesi che Bernardo di Chiara valle ebbe per figli Amone padre di
Rinaldo, Bnovo d'Agre monte padre di A Miglerò, diMalagigi e di Viviano, per
sonaggi di eli più oltre, e Ottone re d'inghiltenna, onde nacque Astolfo. St.
34. V.12 L'isole del mare Indiano, che il Bo jardo chiama " Isole Lontane
r> signoreggiate da Mono dante. Ivi. V.6. Cavallier di Brava, è Orlando. St.
36. V.37. Enormi cetacei sono i capidogli, le orche e i fìsiteri, così detti
questi ultimi, a motivo di uno sfiatatoio che hanno in cima al muso, d'onde sca
gliano in aria le onde; i vecchi marini corrispondono alle foche o vitelli di
mare; ì muli o muli', sono le triglie, fra le quali se ne incontrono di
grossissime; le salpe o spari, rassomigliano alle orate; i coraeini, al
trimenti condoli, hanno tal nome dall'esser neri a guisa di cor\ i; e i
pistrici o pisteri, hanno la testa armata di una lunga sega ossea. St. 44. v.6.
Hanno instrutto, cioi, hanno ordinato. St. 45. V.2. Alcina (secondo il Bojardo)
simbolo della vita voluttuosa. Morgana, fata, sorella del re Arturo e della
Donna del Lago; simbolo (per il Bo Jardo) della potenza e della ricchezza. L'Aiiosto,
per compiere l'allegoria, aggiunse Logistilla, che, anche col nome fatto
evidentemente dal greco logoSj mostra esser simbolo della ragione e della
virtù. Fa sorelle Alciiia, Morgana e Logistilla, perchè cosi le passioni come
le ragioni provengono dalla umana natura. Ivi. V.56. I monti Cheviot dividono
la Scozia dal l'Inghilterra, diramandosi nella parte settentrionale del l'una e
nella meridionale dell'altra. E il fiume Tweed, che appaitiene alla Scozia,
nella parte inferiore del suo corso, continua la divisione, ed entra nel mare
del Nord. St. 51. y. 1. è la nota storia della ammaliante Circe omerica.
Senonchè, Circo cangia la forma umana in forma bestiale; Alcina toglie anche
lanimalità, e fa scendere Ano all'ultimo grado della scala degli esseri. St.
6j. V.8. Arrostarsi, vale volgersi inforno. St. 63. V.8. Secondo i mitologi, il
gigante Briareo aveva cento braccia. St. 69. v.12. Il liocorno è animale
favoloso che si figura come un cavallo con un corno in fronte: è preso come
emblema della purità. St. 75. V.8. VolnbiC sasso, ossia ruota. St. 76. V.6. Il
ticchio Mauro, cioè il mago At lante. St. 78. V.13. Lama, vale a dire fossa
palustre. Il nome Erifilla o Eri/ile spiega da sé l'animo avaro e turbolento
della gigantessa, e rammenta la moglie di Anflarao, che per una collana d'oro
tradi il marito. St. 81. V.1. Riferir grazie, lo stesso che ringra ziare.
Stanza 1. diiì dì Un uMLti.' arriva al piltv/u dì A]i;!ÌiLii| se ile ìn
IK'i'tlutuinfiitéi " rituiuiH ne ir isola. Biidamante, noQ aTrD!> ikotLiff
di lui, i:eìT.ì. di MtdiNii. la iiicuntra e Le dà rttfl ' mat;ii:o i he devi'
aervite a iini>i>dr" gì ÌJHnulesiroì dell sedei triee AUiiia. Cipn
utieiLti Mirliiiiia fti poi tu neiriAol&, tiVrgLak Ta'iijitJi nigiuiitì di
lUggieio, il qualii si aecijig(c) a 1 il pcrjeioluo moggio ni o. (hi va
luiirati lUilla sua patria, vede Cuse da quel che già eredea, loutane; t'hc
uAiraiulyle |kìÌ non se gli eresìe, E stimato hugi arilo ne rimne: Che '1
fciuco Yuìgo uou gli vuol dar fede, Se Tìon iti veile e toci!a chiare e ilane,
I\r questo io so che IMnefperienxa Farà al mìo cfluto dar poca credenza. loca 0
mi 'Ita i.h'io if abbia non bisogna Chio ponga mente al valgo sciocco e ignaro.
A voi so ben che non parrà menzogna, Che '1 lume del discorso Avete chiaro; £d
a voi soli ogni mio intento agogna Che'i fratto sia di mie fatiche caro. Io vi
lasciai cheU ponte e la riviera Vider, che 'n guardia avea Erifilla altiera.
VII. 3 Quell'era armaU del più fin metallo Ch avean di più color gemme
distinto:Rnbin vermiglio, crisolito giallo, Verde smeraldo, con flavo iacinto.
Era montata, ma non a cavallo; Invece avea di qaello un lapo spinto: Spinto
avea un lupo ove si passa il finme, Con ricca sella fuor d ogni costume. 4 Non
credo eh' un si grande Apulia n'abbia: Egli era grosso ed alto più d'un bue.
Con fren spumar non gli facea le labbia; Né so come lo regga a voglie sue. La
sopravesta di color di sabbia Su l'arme avea la maledetta lue: Era, fuorché '1
color, di quella sorte Ch'i vescovi e i prelati usano in corte. 5 Ed avea nello
scudo e sul cimiero Una gonfiata e velenosa botta. Le donne la mostraro al
cavaliere, Di qua dal ponte per giostrar ridotta, E fargli scorno, e rompergli
'1 sentiero. Come ad alcuni usata era talotta. Ella a Ruggier, che tomi
addietro, grida: Quel piglia un'asta, e la minaccia e sfida. 6 Non men la
gigantessa ardita e presta Sprona il gran lupo, e nell' arcion si serra:E pon
la lancia a mezzo il corso in resta, E fa tremar nel suo venir la terra. Ma pur
sul prato al fiero incontro resta; Che sotto l'elmo il buon Ruggier l'afferra,
E dell'arcion con tal furor la caccia. Che la riporta indietro oltra sei
braccia. 7 E già, tratta la spada eh' avea cinta, Venia a levarne la testa
superba; E ben lo potea fiir; che come estinta Erifilla giacca tra' fiori e
l'erba. Ma le donne gridar: Basti sia vinta. Senza pigliarne altra vendetta
acerba. Ripon, cortese cavalier, la spada; Passiamo il ponte, e suitiam la
strada. 8 Alquanto malagevole ed aspretta Per mezzo un bosco presero la via;
Che, oltra che sassosa fosse e stretta. Quasi su dritta alla collina già. Ma
poi che furo ascesi in su la vetta, Uscirò in spaziosa prateria, Dove il più
bel palazzo e 1 più giocondo Vider, che mai fosse veduto al mondo. 9 La bella
Aldna venne un pezzo innante Verso Ruggier fuor delle prime porte, E lo
raccolse in signoril sembiante, In mezzo bella ed onorata corte. Da tutti gli
altri tanto onore e tante Riverenzie fur fatte al guerrier forte, Che non ne
potrian far più, se tra loro Fosse Dio sceso dal superno coro. Stanza 4. 10 Non
tanto il bel palazzo era eccellente, Perché vincesse ogni altro di ricchezza.
Quanto eh' avea la più piacevol gent" Che fosse al mondo, e di più
gentilezza. Poco era l'un dall' altro differente E di fiorita etade e di
bellezza. Sola di tutti Aldna era più bella, Si com' é bello il Sol più d'ogni
stella. 11 Di persona era tanto ben formata, Qoanto me finger ean pittori
industri, Con bionda cbioma lunga ed annodata; Oro non è cbe più risplenda e
lustri. Spargeasi per la guancia delicata Misto color di rose e di ligustri: Di
terso avorio era la fronte lieta, Che lo spazio finia con giusta meta. 12 Sotto
duo negri e sottilissimi archi Son duo negri occhi, anzi duo chiari Soli,
Pietosi a riguardare, a mover parchi; Intorno cui par eh' Amor scherzi e voli,
E ch'indi tutta la faretra scarchi, E che visibilmente i cori involi: Quindi il
naso per mezzo il viso scende, Che non trova V invidia ove V emende. 13 Sotto
quel sta, quasi fra due vallette, La bocca sparsa di natio cinabro:Quivi due
filze son di perle elette, Che chiude ed apre un bello e dolce labro; Quindi
escon le cortesi parolette Da render molle ogni cor rozzo e scabro; Quivi si
forma quel suave riso, Ch'apre a sua posta in terra il paradiso. 14 Bianca neve
è il bel collo, el petto latte: Il collo è tondo, il petto colmo e largo. Due
pome acerbe, e pur d' avorio fette, Vengono e van, com' onda al primo margo,
Quando piacevole aura il mar combatte: Non potria l'altre parti veder Argo:Ben
si può giudicar che corrisponde A quel chiappar di fuor quel che s'asconde. 15
Mostran le braccia sua misura giusta; E la candida man spesso si vede Lunghetta
alquanto e di larghezza angusta, Dove uè nodo appar, né vena eccede. Si vede
alfin della persona augusta Il breve, asciutto e ritondetto piede. Gli angelici
sembianti nati in cielo Non si ponno celar sotto alcun velo. 16 Avea in ogni
sua parte un laccio teso, 0 parli 0 rida o canti o passo mova: Né maraviglia è
se Ruggier n'é preso, Poiché tanto benigna se la trova. Quel che di lei già
avea dal mirto inteso, Com'è perfida e ria, poco gli giova; Ch'inganno o
tradimento non gli è avvi.so Che possa star con si soave riso.17 Anzi pur
creder vuol, che da costei Fosse converso Astolfo in su l'arena Per li suoi
portamenti ingrati e rei, E sia degno di questa e di più pena:E tutto quel eh'
udito avea di lei, Stima esser falso; e che vendetta mena, E mena astio ed
invidia quel dolente A lei biasmare, e che del tutto mente. 18 La bella donna
che cotanto amava, Novellamente gli è dal cor partita; Che per incanto Alcina
gli lo lava D' ogni antica amorosa sua ferita; E di sé sola e del suo amor lo
grava, E in quello essa riman sola sculpita: S che scusar il buon Ruggier si
deve, Se si mostrò quivi incostante e lieve. 19 A quella mensa citare, arpe e
lire, E diversi altri dilettevol snoni Faceano intomo l'aria tintinnire
D'armonia dolce e di concenti buoni. Non vi mancava chi, cantando, dire D'amor
sapesse gaudii e passioni, 0 con invenzioni e poesie Rappresentasse grate
fantasie. 20 Qual mensa trionfante e suntuosa Di qualsivoglia successor dì
Nino, 0 qual mai tanto celebre e famosa Di Cleopatra al vincitor latino, Potria
a questa esser par, che l'amorosa Fata avea posta innanzi al paladino?Tal non
cred' io che s' apparecchi dove Ministra Ganimede al sommo Giove. 21 Tolte che
fur le mense e le vivande, Facean, sedendo in cerchio, un giuoco lieto, Che
nell' orecchio l'un l'altro domande, Come più piace lor, qualche secreto; Il
che agli amanti fu comodo grande Di scoprir l'amor lor senza divieto; E furon
lor conclusioni estreme Di ritrovarsi quella notte insieme. 22 Finir quel
giuoco tosto, e molto innanzi Che non solea là dentro esser costume. Con torchi
allora i paggi entrati innanzi, Le tenebre cacciar con molto lume. Tra bella
compagnia dietro e dinanzi Andò Ruggiero a ritrovar le piume In un' adorna e fresca
cameretta, Per la miglior di tutte l'altre eletta. 23 E poi che di confetti e
di buon vini Di Buovo fatti far debiti inviti, E partir gli altri riverenti e
chini, Ed alle stanze lor tatti son iti; Ruggiero enttò ne' profumati lini Che
pareano di man d'Aracne usciti, Tenendo tuttavia V orecchie attente S' ancor
venir la bella donna sente. 24 Ad ogni piccol moto eh egli udiva, Sperando che
fosse ella, il capo alzava; Sentir creJeasi, e spesso non sentiva; Poi del suo
errore accorto sospirava. Talvolta nscia dal letto, e V uscio apriva:Guatava
fuori, e nulla vi trovava:E maledi ben mille volte Fora Che £Eicea al trapassar
tanta dimora. 25 Tra sé dicea sovente: Or si parte ella; E cominciava a
noverare i passi Ch' esser potean dalla sua stanza a quella, Donde aspettando
sta che Alcina passi. E questi ed altri, prima che la bella Donna vi sia, vani
disegni fassi. Teme di qualche impedimento spesso, Che tra il frutto e la man
non gli sia messo. 26 Alcina, poi eh' a preziosi odori Dopo gran spazio pose
alcuna meta, Venuto il tempo che più non dimori, Ormai eh' in casa era ogni
cosa cheta, Della camera sua sola usci fuori; B tacita n'andò per via secreta
Dove a Ruggiero avean timore e speme Gran pezzo intomo al cor pugnato insieme.
27 Come si vide il successor d'Astolfo Sopra apparir quelle ridenti stelle,
Come abbia nelle vene acceso zolfo, Non par che capir possa nella pelle. Or
s'no agli cechi ben nuota nel golfo Delle delizie e delle cose belle: Salta
del' letto, e in braccio la raccoglie, Né può tanto aspettar ch'ella si
spoglie; 28 Benché né gonna nò faldiglia avesse; Che venne avvolta in un
leggier zendado Che sopra una camicia ella si messe, Bianca e suttil nel più
eccellente grado. Come Ruggiero abbracciò lei, gli cesse Il manto; e restò il
vel snttile e rado, Che non copria dinanzi né di dietro, Più che le rose o i
gigli un chiaro vetro. 29 Non cosi strettamente edera prema Pianta ove intorno
abbarbicata s'abbia, Come si stringon li du' amanti insieme, Cogliendo dello
spirto in su le labbia Suave fior, qual non produce seme Indo 0 sabeo nell'
odorata sabbia. Del gran piacer eh' avein, lor dicer tocca, Che spesso avean
più d'una lingua in bocca. 30 Queste cose là dentro eran secrete; 0 Be pur non
secrete, almen taciute; Che raro fu tener le labbra chete Biasmo ad alcun, ma
ben spessD virtute. Tutte profferte ei accoglienze liete Fanno a Ruggier quelle
persone astute: Ognun lo reverisce e se gli inchina; Che cosi vuol l'innamorata
Alcina. 31 Non é diletto alcun che di fuor reste; Che tutti son nell'amorosa stanza:
E due e tre volte il di mutano veste, Fatte or ad una or ad un'altra usanza.
Spesso in conviti, e sempre stanno in fé ite, In giostre, in lotte, in scene,
in bagno, in danza; Or presso ai fonti, all' ombre de' poggetti, Leggon
d'antiqui gli amorosi detti. 32 Or per l'ombrose valli e lieti colli Vanno
cacciando le paurose lepri; Or con sagaci cani i fagian folli Con strepito
uscir fen di stoppie e vepri; Or a' tordi lacciuoli, or veschi molli Tendon tra
gli odoriferi ginepri; Or con ami inescati ed or con reti Turbano a' pesci i
grati lor secreti. 33 Stava Ruggiero in tanta gioia e festa. Mentre Carlo in
travaglio ed Agramante, Di cui l'istoria io non vorrei per questa Porre in
obblio, né lasciar Bradamante, Che con travaglio e con pena molesta Pianse più
giorni il disiato amante, Ch'avea per strade disusate e nuove Veduto portar
via, né sapea dove. 34 Di costei prima che degli altri dico, Che molti giorni
andò cercando invano Pei boschi ombrosi e per lo campo aprico. Per ville, per
città, per monte e piano; Né mii potè saper del caro amico, Che di tanto
intervallo era lontano. Nell'oste saracin spesso venia. Né mai del suo Ruggier
ritrovò spia. SUnza 19. 35 Ogni di ne demanda a più di cento, Né alcun le ne sa
mai render ragioni. D'alloggiamento va in alloggiamento, Cercandone e trabacche
e padiglioni: £ lo pnò far; che senza impedimento Passa tra cavalieri e tra
pedoni, Mercè all'anel che fuor d'ogni uman uso La fa si)arìr quando V è in
bocca chiusD. 36 Né pnò né creder vuol che morto sia; Perchè di si grande uom
Talti mina Daironde idaspe udita si saria Fin dove il Sole a riposar declina.
Non sa né dir uè immaginar che via Far possa o in cielo o in terra; e pur
mesc'iina Lo va cercando, e per compagni mena Sospiri e pianti ed ogni ac3rba
peni. stanza IL 87 Pensò alfin di tornare alla spelonca, Dove eran V ossa di
MerHn profeta, E gridar tanto intorno a quella conca, Che il freddo marmo si
movesse a pietà; Che se vivea Ruggiero, o gli avea tronca Lealtà necessità la
vita lieta. Si sapria quindi; e poi s appiglierebbe A quel miglior consiglio
che n'avrebbe. 38 Con questa intenzion prese il cammino Verso le selve prossime
a Pontiero, Dove la vocal tomba di Merlino Era nascosa in loco alpestro e
fiero. Ma qneUa maga che sempre vicino Tenuto a Bradamante avea il pensiero,
Quella, dico io, che nella bella grotta L'avea della sua stirpe instrutta e
dotta; 39 Quella benigna e saggia incantatrice, La quale ha sempre cura di
costei, Sappiendo ch'esser de' progenitrice D'uomini invitti, anzi di semidei,
Ciascun di vuol saper che fa, che dice; E getta ciascun di sorte per lei. Di
Ruggier liberato e poi perduto, E dove in India andò, tutto ha saputo. 40 Ben
veduto l'avea su quel cavallo Che regger non potea, eh' era sfrenato, Scostarsi
di lunghissimo intervallo Per sentier periglioso e non usato; E ben sjpea che
stava in giuoco e in ballo, E in cibo e in ozio molle e delicato, Né più
memoria avea del suo signore. Né della donna sua, né del suo onore. 41 E cosi
il fior delli begli anni suoi In lunga inerzia aver potria consunto Si gentil
cavalier, per dover poi Perdere il corpo e V anima in uà punto; E queir odor
che sol riman di noi, Poscia che'l resto fragile è defunto, Che tra'l'uom del
sepolcro e in vita il, serba, Gli saria stato o tronco o svelto in erba. 43
Ella non gli ora facile, e talmente ' Fattane cieca di superchio amore, Che,
come facea Atlante, solamente A dargli vita avesse posto il care. Quel
piuttosto volea che lungamente Vivesse e senza fama e senza onore. Che con
tutta la laude che sia al mondo, Mancasse un anno al suo viver giocondo. 44
L'avea mandato all' isola d' Alcina, Perchè obbli'asse l'arme in quella corte:
E com3 mago di somma dottrina, Ch' usar sapea gì' incanti d'ogni sorte, Avea il
cor stretto di quella regina Neil' amor d'esso d'un laccio sì forte, Che non se
n' era mai per poter sciorre, S'invecchiasse Ruier più di Nestorre. 45 Or
tornando a colei eh' era presaga Di quanto de' avvenir, dico che tenne La
dritta via dove V errante e vaga Figlia d'Amon seco a incontrar si venne.
Bradamante vedendo la sua maga, Muta la pena che prima sostenne, Tutta in
speranza; e quella l'apre il vero, Ch'ad Alcina è condotto il suo Ruggiero. 46
La giovane riman presso che morta. Quando ode che'l suo amante è cosi lunge, E
più, che nel suo amor periglio porta, Se gran rimedio e subito non giunge:Ma la
benigna maga la conforta, E presto pon l'impiastro ove il duol punge; E le
promette e giura, in pochi giorni Far che Ruggiero a riveder lei tomi. 47
Dacché, donna, (dicea) l'aneUo hai teco, Che vai contra ogni magica fattura. Io
non ho dubbio alcun che, s' io l'arreco Là dove Alcina ogni tuo ben ti fura.
Ch'io non le rompa il suo disegno, e meco Non ti rimeni la tua dolce cura. Me
n'andrò questa sera alla prim'ora, E sarò in India al nascer dell' aurora. 42
Ma quella gentil maga, che più cura N'avea, ch'egli medesmo di sé stesso, Pensò
di trarlo per via alpestre e dura Alla vera virtù, mal grado d'esso:Come
eccellente medico, che cura Con ferro e fuoco, e con veneno spesso; Che sebben
molto da principio offende, Poi giova affine, e grazia se gli rende. 48 E
seguitando, del modo narrolle Che disegnato avea d'adoperarlo. Per trar del
regno effemm'nato e molle Il caro amante, e in Francia rimenarlo. Bradamante
l'anel del dito toUe: Né solamente avria voluto darlo; Ma dato il core, e dato
avria la vita, Purché n' avesse il suo Ruggiero aita. Stanza 30. 49 Le dà
Panello, e se le raccomanda; E più le raccomanda il suo Rugsfiero, A cni per
lei mille salati manda; Poi prese ver Provenza altro sentiero. Andò r
incantatrice a nn altra banda; E per porre in effetto il sno pensiero, Un
palafren fece apparir la sera 50 Credo fusse un Alchino o un Farfarello Che
dell inferno in quella forma trasse:E scinta e scalza montò sopra a quello, A
chiome sciolte e orribilmente passe:Ma ben di dito si levò Panello, Perchè
giuncanti suoi non le vietasse. Poi con tal fretta andò, che la mattina Ch'avea
un pie rosso, e ogni altra parte nera. Si ritrovò nelP isola d' Alcini.
.Vtr.nza 18. 51 Quivi mirabìlmeute trasmatosse S'accrebbe più d'un palmo di statura,
E fé' le membra a proporzion più grosse, E restò appunto di quella misura che
si pensò che '1 necromante fosse, Quel che nutrì Ruggier con sì gran cura:Vestì
di lunga barba le mascelle, E fé' crespa la fronte e T altra pelle. 52 Di
faccia, di parole e di sembiante Sì lo seppe imitar, che totalmente Potea parer
l'incantatore Atlante. Poi si nascose; e tanto pose mente, Che da Ruggiero
allontanar 1' amante Alcina vide un giorno finalmente: E fu gran sorte; che di
stare o d'ire Senza esso un' ora potea mal patire. 57 Dì medolle già d'orsi e
di leoni Ti porsi io dunque li primi alimenti; T'ho per caverne ed orridi
burroni Fanciullo avvezzo a strangolar serpenti, Pantere e tigri disarmar
d'unghioni, Ed a vivi cinghal trar spesso i denti. Acciò che dopo tanta
disciplina Tu sii l'Adone o l'Atide d'Alcina? 58 É questo quel che l'osservate
stelle, Le sacre fibre e gli accoppiati punti, Responsi, augurj, sogni, e tutte
quelle Sorti ove ho troppo i miei studj consunti, Di te promesso sin dalle
mammelle M' avean, come quest' anni fosser giunti, Ch'in arme l'opre tue così
preclare Esser dovean, che sarian senza pare? 53 Soletto lo trovò, come lo
volle, Che si godea il mattin fresco e sereno, Lungo un bel rio che discorrea
d'un colle Verso un laghetto limpido ed ameno. Il suo vestir delizioso e molle
Tutto era d'ozio e di lascivia pieno y Che di sua man gli avea di seta e d'oro
Tessuto Alcina con sottil lavoro. 54 Di ricche gemme un splendido monile Gli
discendea dal collo in mezzo il petto; E nell'uno e nell'altro già virile
Braccio girava un lucido cerchietto; Gli avea forato un fil d'oro sottile Ambe
l'orecchie, in forma d'anelletto; E due gran perle pendevano quindi, Qual mai
non ebbon gli Arabi né gì' Indi. 55 Umide avea l'inanellate chiome De' più
soavi odor che sieno in prezzo:Tutto ne' gesti era amoroso, come Fosse in
Valenza a servir donne avvezzo:Non era in lui di sano altro che '1 nome;
Corrotto tutto il resto, e più che mézzo. Cosi Ruggìer fu ritrovato, tanto
Dall'esser suo mutato per incanto. 56 Nella forma d'Atlante se gli affaccia
Colei che la sembianza ne tenea, Con quella grave e venerabil faccia Che
Ruggìer sempre riverir S3lea, Con quell' occhio pien d'ira e di minaccia, Che
sì temuto già fanciullo avea; Dicendo: É questo dunque il frutto, eh' io Lungamente
atteso ho del sudor nuo? 59 Questo è ben veramente alto principio! Onde si può
sperar che tu sia presto A farti uu Alessandro, un Giulio, un Scipio. Chi
potea, ohimè ! di te mai creler questo, Che ti facessi d'Alcina mancipio? E
perchè ognun lo veggia manifesto, Al collo ed alle braccia hai la catena Con
che ella a voglia sua preso ti mena. 60 Se non ti muovon le tue proprie laudi,
E l'opre eccelse a che t'ha il Cielo eletto, La tua successì'on perchè defraudi
Del ben che mille volte io t'ho predetto? Deh ! perchè il ventre eternamente
daudi, Dove il Ciel vuol che sia per te concetto La gloriosa e soprumana prole,
Ch'esser de' al mondo più chiara che'l Sole? 61 Deh ! non vietar che le più
nobil alme Che sian formate nell'eterne idee. Di tempo in tempo abbian corporee
salme Dal ceppo che radice in te aver dee. Deh ! non vietar mille trionfi e
palme, Con che, dopo aspri danni e piaghe ree, Tuoi figli, tuoi nipoti e
successori Italia tomeran nei primi onori! 62 Non eh' a piegarti a questo tante
e tante Anime belle aver dovesson pondo, Che chiare, illustri, inclite, invitte
e sante Son per fiorir dall'ajbor tuo fecondo; Ma ti dovria una coppia esser
bastante, Ippolito e il fratel; che pochi il mondo Ha tali avuti ancor fino al
di d'oggi, Per tutti i gradi onde a virtù si poggi. Stanza 56. 63 Io solea più
di questi dui narrarti Ch io non facea di tutti gli altri insieme; Si perchè
essi terran le maggior parti, Che gli altri tuoi, nelle virtù supreme; Si
perchè al dir di lor mi vedea darti Più attenzi'on, che d'altri del tuo seme;
Vedea goderti che si chiari eri Esser dovessen dei nipoti tuoi. H4 Cho ha
cortei che t' hai fatto regina, Che non abbian milP altre meretrici? Costei che
di tant' altri è concubina Ch alfin sai ben s' ella suol far felici. Ma perchè
tu conosca chi sia Alcina, Levatone le fraudi egli artifici, Tien questo anello
in dito, e toma ad ella, Ch'avvedor ti potrai come sia bella. 65 Huggier A
stava vergognoso e muto Mirando in terra, e mal sapea che dire; À cui la maga
nel dito minuto Pose r anello, e lo fé' risentire. Come Ruggiero in sé fu'
rivenuto, DI tanto scorno si vide assalire, Ch' esser vorria sotterra mille
braccia, Ch'alcun veder non lo potesse in faccia. 66 Nella sua prima forma in
uno istante Cosi parlando, la maga rivenne; Né bisognava più quella d'Atlante,
Seguitone l'effetto per che venne. Per dirvi quel eh' io non vi dissi innante,
Costei Melissa nominata venne, Ch'or die a Ruggier di sé notizia vera, E
dissegli a che effetto venuta era; 67 Mandata da colei, che d'amor piena Sempre
il disia, né più può stame senza, Per liberarlo da quella catena, Di che lo
cinse magica violenza: E preso avea d'Atlante di Carena La forma, per trovar
meglio credenza; Ma poi eh' a sanità l'ha omai ridutto. Gli vuole aprire e far
che veggia il tutto. 68 Quella donna gentil che t' ama tanto, Quella che del
tuo amor degna sarebbe, A cui, se no a ti scorda, tu sai quanto Tua libertà, da
lei servata, debbe; Questo anel, che ripara ad ogni incanto, Ti manda: e cosi
il cor mandato avrebbe, S'avesse avuto il cor così virtute. Come r anello, atta
alla tua salute. 69 E seguitò narrandogli l'amore che Bradamante gli ha portato
e porta: Di quella insieme commendò il valore, In quanto il vero e l'affezion
comporta: Ed usò modo e termine migliore Che si convenga a messaggera accorta;
E4l in quell'odio Alcina a Rugger pose In che soglionsi aver l'orribil cose. 70
In odio gli la pose, ancorché tanto L'amasse dianzi; e non vi paa strano,
Qnando il sno amor per forza era d'incanto, Ch' essendovi V anel, rimase vano.
Fece Fanel palese ancor, che quanto Di beltà Alcina avea, tutto era estrano;
Estrano avea, e non sno, dal pie alla treccia: n bel ne sparve, e le restò la
feccia. 71 Come fanciullo che maturo fratto Hipone, e poi si scorda ove è
riposto, E dopo molti giorni è rìcondutto Là dove truova a caso il suo
deposto:Si maraviglia di vederlo tutto Putrido e guasto, e non come fa posto; E
dove amarlo e caro aver solia, L'odia, sprezza, n'ha schivo, e getta via: 72
Cori Ruggier, poiché Melissa fece Ch'a riveder se ne tornò la Fata Con
quell'anello, innanzi a cui non lece. Quando s'ha in dito, usare opa incantata
Ritruova, contra ogni saa stima, invece Della bella che dianzi avea lasciata.
Donna sì laida che la terra tutta Né la più vecchia avea, né la più brutta. 73
Pallido, crespo e macilente avea Alcina il viso, il crin raro e canuto: Sua
statura a sei palmi non gtnngea: . Ogni dente di bocca era caduto; Che più
d'Ecaba e più della Cumea, El avea più d'ogni altra mai vivato. ra si r arti
usa al nostro tempo ignote, Che bella e giovanetta parer puote. 74 Giovane e
bella ella si fa con arte, Si che molti ingannò come Ruggiero; Ma l'anel venne
a interpretar le carte Che già molti anni avean celato il vero. Miracol non é
dunque se si parte Dell' animo a Ruggier ogni pensiero Ch'avea d'amare Alcina,
or che la trova In guisa che sua fraudo non le giova. 75 Ma, come l'avvisò
Melissa, stette Senza mutare il solito sembiante, Finché dell'arme sue, più di
neglette. Sì fu vestito dal capo alle piante. E per non farle ad Alcina suspette,
Finse provar s'in esse era aiutante: Finse provar se gli era fatto groo Dopo
alcun di che non l'ha avute indosso. 76 E Balisarda poi si messe al fianco (Che
cosi nome la sua spada avea): E lo scudo miiabile tolse anco, Che non pur gli
occhi abbarbagliar sole", Ma l'anima facea si venir manco. Che dal corpo
esalata esser parca: Lo tolse; e col zendado in che trovoUo, Che tutto lo
copria, sei messe al collo. Stanza 73. 77 Venne alla stalla, e fece briglia e
sella Porre a un destrier più che la pece nero:Cosi Melissa l'avea instrutto;
ch'ella Sapea quanto nel corso era leggiero. Chi lo conosce, Rabican l'appella;
Ed é quel proprio che col cavaliere, Del quale i venti or presso al mar fan
gioco, Portò già la balena in questo loco. 78 Potea aver l'Ippogrifo similmente.
Che prasso a Rabicano era legato; ìIa gli avea detto la maga: Abbi mente Ch'
egli è, come tu sai, troppo sfrenato. E gli diedi intenzion che '1 di seguente
Gli lo trarrebbe fuor di quello stato, Là dove ad agio poi sarebbe instrutto
Come frenarlo, e farlo gir per tutto. 79 Né sospetto darà, se non lo tolle,
Della tacita fuga ch'apparecchia. Pece Ruggier come Melissa volle, eh'
invisibile ognor gli era all' orecchia. Così, fingendo, del lascivo e molle
Palazzo nsd della puttana vecchia; E si venne accostando ad una porta, D' onde
è la via eh' a Logistilla il porta. 80 Assaltò li guardiani all' improvviso, E
si cacciò tra lor col ferro in mano; E qual lasciò ferito, e quale ucciso, E
corse fuor del ponte a mano a mano:E prima che n'avesse Alcina avviso, Di molto
spazio fti Ruggier lontano. Dirò nell'altro Canto che via tenne; Poi come a
Logistilla se ne venne. NOTE. St. 3. V.4. F:avo iacinto ossia inondo giacinto;
8X)ecie di pietra preziosa di colore giallo rossiccio. St. 4. V.11 La Puglia
abbondava di lupi gran dissimi. St. 5. V.26. Botta, rospo. St. 14 V.6. Argo si
sa dalle favole che aveva cent'oochL St. 20. V.24. È noto che i successori di
Nino fino a jSardanapalo si scialarono per il lusso dei loro ban chetti. Nel
vincitor Utino si ravvisa Cesare vincitore di Pompeo St. 23. V.6. Aracne fu
tessitrice della Lidia che vinse alla prova la stessa Minerva e da lei fu
cangiata in ragno. St. 2a V.1. Faldiglia, è quella che fu detta poi ciinolina.
St. 29. V.6. I Sabei erano popoli dell' Arabia Félice fertile di piante
aromatiche. St. 34. V.8. Spia: qui indicatore. St. 36. V.34. Questa locuzione
significa da levante a ponente I poeti rammentano Tldaspe, fiume dell'India,
con che spesse volte hanno designato tutto l'Oriente. St. 38. V.2. Questo
Pontieri è Pontrieu dove i pastori della Brettagna additano anche adesso la sup
posta tomba di Merlino; la qual tomba ò detta qui vo cale perchè n'usciva la
voce del sepolto incantatore. St. 39. V.0 Gettar la aorte o le sorti, cercare
di conoscer le cose per mezzo di pratiche superstiziose. St. 44. V.8. Nestore
re di Pilo nel Peloponneso. visse, secondo Omero, fino a 300 anni Sul luo del
l'antica Pilo 0 Pylos ò ora un castello che dicesi Zonchio. St. 50 V.14
A/c/i/w, accorciamento di AZ"r no, e Farfarello, nomi di diavoli inventati
da Dante Passe del quarto verso significa sparte, disordinate. St. 55 V.4.
Valenza, città della Spagna, era fa mosa per effeminata grazia e mollezza,
specialmente nei paggi che servivano le signore. Ivi. V.6. Mezto, qui deve
pronunciarsi con l'È chiosa, e vuol dire vizzo, prossimo a piUrefarsi. St. 57.
V.78. Adone fu l'innamorato di Venere, e Atide 0 Ati di Gibele. St. 60. V.4 5.
Il bene mentovato nel quarto verso riguarda le future glorie della progenie
estense, che devo nascere da Ruggiero e da Bradamante; al che alludono il
quinto e gli altri versi. Claudi, chiudi. St. 67. V.5. Atlante di Carena. Di
due città cosi nominate, Tuna in Siria, l'altra in Media, non si saprebbe qual
dare per patria ad Atlante; se non che il Poeta, avendolo nom'inato vecchio
Mauro nella St. 76 del Can to YI, fa credere non aver egli avnto mente a veruna
delle due St. 73 V.5. Ecuba, vedova del re Priamo, e la Si billa Cumana (cosi
denominata dal luogo ove nacque) vissero fino ad estrema vecchiezza. St. 77.
V.25. Era il cavallo d'Astolfo, e fii già del FArgalia. Lo ebbe dipoi Rinaldo:
dopo di lui, Astolfo. Superali diversi nsJacoli, R%'f;i"?i"o fuKt da
Alcina. Hrlisn rende ]a phinifi forma ad Astolfo, dr recupera Ttirmi e va
'rcmjlui al 1(1 dimora di JjOìstilla, dove arriva, poi anche Ruggiiire, Ri
naldo pa.'>sa dalla Seo?.ia ia Inhiltirra, e ottiene soccorri |i6r Carlo
assft'Jiatn in Pari(d. Angelica è trasportata nell' jfjola dL EV>uda pfr
esservi divorata da Qn mostro marino. Orlando il uso da un sogno eace travestito
di Parigi e TE in traccia di lei. Oli qnaiìte sono ìncantatriei, oh quaUTl
IncantatoT tra nui che non si sauno, Che con lor arti uomini e donne amanti Di
sé, cangiando i yisi lor fatto hanno ! Nnn con spirti costretti tali incanti,
Né enti osèen'aziun ili stelle fknno; Ma con simnlazion, menzogne e frodi
Legano i cor d'iuilisaolnhil nodi Chi l'anello d Angelica, o piuttosto Chi
avesse quel della ragion, pò tri a Veder a tutti il viso, che nascosto Da ti
dì: ione e d'arta non saria, Tal ci par hello e buono, che, deposto Il liccio,
brutto e rio forse jiarrià. Fa gran ventura qneUa di Bnggìero, Ch'ebbe l'anel
che gli scoperse il vero. Ruggier, com'io dicea, dìssimolando, Sa Rabican venne
alla porta armato:Trovò le guardie sprovvedute; e quando Giunse tra lor, non
tenne il brando a lato. Chi morto e chi a mal termine lasciando, Esce del
ponte, e il rastrello ha spezzato:Prende al bosco la via, ma poco corre, Ch'ad
un de' servi della Fata occorre. stanza 4. 4 II servo in pngno avea un augel
grifagno Che volar con piacer facea ogni giorno, Ora a campagna, ora a un
vicino stagno, Dove era sempre da far preda intomo:Avea da lato il can fido
compagno; Cavalcava un ronzin non troppo adcmo. Ben pensò che Ruggier dovea
fuggire, Quando lo vide in tal fretta venire. Spinge r augello: e quel batte sì
V ale, Che non l'avanza Rabican di corso. Del palafreno il cacciator giù sale,
£ tutto a un tempo gli ha levato il mcrao. Quel par dall'arco uno avventato
strale, Di calci formidabile e di morso; E '1 servo dietro si velcce viene, Che
par ch'il vento, anzi che'l fuoco il mene Non vuol parere il can d'eser più
laido; Ma segue Rabican con quella fretta, Con che le lepri suol seguiie il
pario. Vergogna a Ruggier par, se non aspttta: Voltasi a quel che vien si a pie
gagliardo. Né gli vede arme, fuor eh' una bacchetta Quella con che ubbidire al
cane iuscgua. Ruggier di trar la spada sì disdegna. Stanza 11 Se gli fé'
incontra, e con sembiante altiero Gli domandò perchè in tal fretta gisse.
Risponder non gli volse il buon Ruggiero:Perciò colui, più certo che fuggisse,
Di volerlo arrestar fece pensiero; E distendendo il braccio manco, disse: Che
dirai tu, se subito ti fermo?Se centra questo augel non avrai schermo?8 Quel se
gli appressa, e forte lo percuote: Lo morde a un tempo il can nel piede manco
Lo sfrenato destrier la groppa scuote Tre volte e più, né falla il destro
fianco. Gira r augello, e gli fa mille ruote, E con l'ugna sovente il ferisce
anco:Si il destrier collo strido ìmpaurisoe, Ch'alia mano e allo spron poco
ubbidisce. VIII. Buggìero, alfin costretto, il ferro cacc'a:E perchè tal
molestia se ne vada, Or gli animali, or quel villan minaccia Col taglio e con
la punta della spada. Qnella importuna turba più 1 impaccia:Presa ha chi qua
chi là tutta la strada. Vede Ruggiero il disonore e il danno Che gli avveri à,
se più tardar lo fanno. 10 Sa ch'ogni poco più ch'ivi rimane, Alcina avrà col
popolo alle spalle. Di trombe, di tamburi e di campane Già s'ode alto rumore in
ogni valle: Centra un servo senz' arme, e contro un cane Gli par eh' a usar la
spada troppo falle; Meglio e più breve è dunque che gli scopra Lo scudo che
d'Atlante era stato opra. Stanza 19. Il Levò il drappo vermiglio, in che
coperto Già molti giorni lo scudo si t"nne. Fece l'effetto mille volte
esperto Il lume, ove a ferir negli occhi venne. Resta dai sensi il caociator
deserto; Cade il cane e il ronzin, cadon le penne Ch' in aria sostener l'augel
non ponno; Lieto Ruggier li lascia in preda al sonno. 12 Alcina, ch'avea
intanto avuto avviso Di Ruggier, che sforzato avea la porta, E della guardia
buon numero ucciso, Fu y vinta dal dolor, per restar morta. SquarcTossi i panni
e si percosse il viso, E sciocca nominossi e mal accorta; E fece dar all' arme
immantinente, E intorno a sé raccor tutta sua gente.13 E poi ne fa due parti, e
manda Tona Per quella strada ove Rnggier cammina; Al porto l'altra subito
raguna In barca, ed uscir fa nella marina: Sotto le vele aperte il mar
s'imbruna. Con questi va la disperata Alcina, Che '1 desiderio di Ruggier sì
rode, Che lascia sua città senza custode. 14 Non lascia alcuno a guardia del
palagio; Il che a Melissa, che stava alla posta Per liberar di quel regno
malvagio La gente eh' in miseria v' era posta, Diede comodità, diede grande
agio Di gir cercando ogni cosa a sua posta, Immagini abbruciar, suggelli tórre,
E nodi e rombi e turbini disciorre. 19 Tra duri sassi e folte sp'ne già
Ruggiero intanto invér la Fata saggia, Dì balzo in balzo, e d'una in altra via
Aspra, soliiiga, inospita e selvaggia, Tanto eh' a gran fatica riuscia Su la
fervida nona in una spiaggia Tra '1 mare e '1 monte, al Mezzodì scoperta .
Arsiccia, nuda, sterile e deserta. 20 Percuote il Sole ardente il vicin colle;
E del calor che si riflette addietro, In modo l'aria e F arena ne bolle, Che
saria troppo a far liquido il vetro. Stassi cheto ogni augello all' ombra
molle; Sol la cicala col noioso metro Fra i densi rami del fronzuto stelo Le
valli e i monti assorda, e il mare e il cielo. 15 Indi pei campi accelerando i
passi, Gli antiqui amanti, eh' erano in gran torma, Conversi in fonti, in fere,
in legni, in sassi, Pe' ritornar nella lor prima forma. E quei, poi eh'
allargati furo i passi, Tutti del buon Ruggier seguiron l'orma: A Logistilla si
salvaro; ed indi Tornare a Sciti, a Persi, a Greci, ad Indi. 16 Li rimandò Melissa
in lor paesi, Con obbligo di mai non esser sciolto. Fu innanzi agli altri il
duca degl'Inglesi Ad esser ritornato in uman volto; Chè'l parentado in questo,
e li cortesi Prieghi del buon Ruggier gli giovar molto: Oltre i prieghi,
Ruggier le die l'anello, Acciò meglio potesse aiutar quello. 17 A' prieghi
dunque di Ruggier, rifatto Fu '1 paladin nella sua prima faccia. Nulla pare a
Melissa d'aver fatto. Quando ricovrar l'arme non gli faccia, E quella lancia
d'ór, eh' al primo tratto Quanti ne tocca della sella caccia; Dell' Argalia,
poi fu d'Astolfo lancia; E molto onor fé' all'uno e all'altro in Francia. 18
Trovò Melissa q"e8ta lancia d'oro, Ch' Alcina avea reposta nel palagio; E
tutte l'arme che del duca fóro, E gli fnr tolte nell'ostel malvagio. Montò il
destrier del Negromante moro, E fé' montar Astolfo in groppa ad agio; E quindi
a Logistilla si condusse D'un' ora prima che Ruggier vi fùsse. 21 Quivi il
caldo, la sete e la fatica Ch'era di gir per quella via arenosa, Facean, lungo
la spiaggia erma ed aprica, A Ruggier compagnia grave e noiosa. Ma perchè non
convìen che sempre io dica, Né eh' io vi occupi sempre in una cosa, 10 lascerò
Ruggiero in questo caldo, E girò in Scozia a ritrovar Rinaldo. 22 Era Rinaldo
molto ben veduto Dal re, dalla figliuola e dal paese. Poi la cagion che quivi
era venuto . Più ad agio il Paladin fece palese:Ch'in nome del suo re chiedeva
aiuto E dal regno di Scozia e dall'luglese; Ed ai prieghi soggiunse anco di
Carlo Giusfissime cagion di dover farlo. 23 Dal re senza indugiar gli fu
risposto. Che di quanto sua forza s' estendea, Per utile ed onor sempre
disposto Di Carlo e dell'Imperi j esser volea: E che fra pochi di gli avrebbe
posto Più cavalieri in punto che potea; E, se non ch'esso era oggimai pur
vecchio. Capitano verna del suo apparecchio:24 Nò tal rispetto ancor gli parria
degno Di farlo rimaner, se non avesse 11 figlio, che di forza, e più d'ingegno,
Degnissimo era a chi'l governo dese, Benché non si trovasse allor nel regno; Ma
che sperava che venir dovesse Mentre eh' insieme aduneria lo stuolo; E eh'
adunato il troveria il figliuolo. 25 Cosi mandò per tutta la sua terra Suoi
tesorieri a far cayalli e gente:Navi apparecchia e munizion da guerra,
Vettovaglia e danar maturamente. Venne intanto Rinaldo in Inghilterra, E1 re
nel suo partir cortesemente Insino a Beroìcche accompagno! lo; E visto pianger
fti quando lasciollo. 26 Spirando il vento prospero alla poppa, Monta Einaldo,
et addio dice a tutti:La fune indi al viaggio il nocchier sgroppa; Tanto che
giunge ove nei salsi flutti Il bel Tamigi amareggiando intoppa. Col gran flusso
del mar quindi condutti I naviganti per cammin sicuro, A vela e remi insino a
Londra furo. 27 Rinaldo avea da Carlo e dal re Otone, Che con Carlo in Parigi
era assediato, Al principe di Vallia commissione Per contrassegni e lettere
portato, Che ciò che potea far la regione Di fanti e di cavalli in ogai lato,
Tutto debba a Calesio traghi ttarlo, Si che aiutar si possa Francia e Carlo. 28
II principe eh io dico . eh' era, invece D'Oton, rimase nel seggio reale, A
Rinaldo d'Amon tanto onor fece, Che non T avrebbe al suo re fatto uguale: ludi
alle sue domande satisfece; Perchè a tutta la gente marziale E di Bretagna e
deir isole intorno Di ritrovarsi al mar prefisse il giorno. 29 Signor, far mi
convien come fa il buono Sonator sopra il suo istrumento arguto, Che spesso
muta corda e varia suono, Ricercando ora il grave, ora T acuto. Mentre a dir di
Rinaldo attento sono, D'Angelica gentil m' è sovvenuto, Di che lasciai ch'era
da lui fuggita, E eh' avea riscontrato un Eremita. 30 Alquanto la sua istoria
io vo' seguire. Dissi che domandava con gran cura, Come potesse alla marina
gire; Che di Rinaldo avea tanta paura. Che, non passando il mar, ciedea morire,
Né in tutta Europa si tenea sicura; Ma l'Eremita a bada la tenea, Perchè di
star con lei piacere avea. 81 Quella rara bellezza il cor gli accese, E gli
scaldò le frigide modelle:Ma poi che vide che poco gli attese, E ch'oltra
soggiornar seco non volle, Di cento punte l'asinelio offese; Né di sua tardità
però lo tolle:E poco va di passo, e men di trotto; Né stender gli si vuol la
bestia sotto. Stanza 31. 32 E perchè molto dilungata s' era, E poco più,
n'avria perduta l'orma. Ricorse il frate alla spelonca nera, E di demonj uscir
fece una torma: E ne sceglie uno di tutta la schiera, E del bisogno suo prima F
informa; Poi lo fa entrare addosso al corridore, Che via gli porta con la donna
il core. 83 E qual sagace can nel monte usato A volpi 0 lepri dar spesso la
caccia, Che se la fera andar vede da un lato, Ne va da un altro, e par sprezzi
la traccia; Al varco poi lo sentono arrivato, Che l'ha già in bocca, e l'apre
il fianco e straccia: Tal l'Eremita per diversa strada Aggiugnerà la donna
ovunque vada. 34 Che 8 il disegno suo, ben io eomprendo; £ dirollo anco a voi,
ma in altro loco. Angelica di ciò nulla temendo, Cavalcava a giornate, or molto
or poco. Nel cavallo il demon si già coprendo, Come si cnopre alcnna volta il
foco, Che con si grave incendio poscia avvampa, Che non si estingue, e a pena
se ne scampa. 35 Poichò la donna preso ebbe il sentiero Dietro il gran mar che
li Guasconi lava, Tenendo appresso all' onde il suo destriero, Dove V umor la
via più ferma dava; Quel le fa tratto dal demonio fiero Nell'acqua si, che
dentro vi nuatava. Non sa che far la timida donzella, Se non tenersi ferma in
su la sella. B Quando si vide sola in quel deserto, Ch'a riguardarlo sol mettea
paura, Nell'ora che nel mar Febo coperto L'aria e la terra avea lasciata
oscura; Fermossi in atto ch'avria fatto incerto Chiunque avesse vista sua
figura, S'ella era donna sensitiva e vera, 0 sasso colorito in tal maniera.
''im:M stanza 36. 36 Per tirar briglia, non gli può dir volta: Più e più sempre
quel si caccia in alto. Ella tenea la vesta in su raccolta Per non bagnarla, e
traea i piedi in alto. Per le spalle la chioma iva disciolta, E l'aura le iacea
lascivo assalto. Stavano cheti tutti i maggior venti, Forse a tanta beltà col
mare intenti. 37 Ella volgea 1 begli occhi a terra invano, X)he bagnavan di
pianto il viso e '1 seno; E vedea il lito andar sempre lontano, E decrescer più
sempre e venir meno. Il destrier che nuotava a destra mano, Dopo un gran giro
la portò al terreno Tra scuri sassi e spaventose grotte, Giàcominciando ad
oscurar la notte. stanza 39. 39 Stupida e fissa nella incerta sabbia, Coi
capelli disciolti e rabbuffati, Con le man giunte, e con l'immote labbia I
languidi occhi al ciel tenea levati; Come accusando il gran Motor, che. l'abbia
Tutti inclinati nel suo danno i fati. Immota e come attonita stè alquanto; Poi sciolse
al duol la lingua, e gli occhi al pianto. 40 Dìcea: Fortuna, che più a far ti
resta, Acciò di me ti sazii e ti disfami? Che dar ti posso ornai più, se non
questa Misera yita? ma tu non la brami; Ch'ora a trarla del mar sei stata
presta, Quando potea finir snoi giorni grami: Perchè ti parve di voler più
ancora Vedermi tormentar prima chMo muora. 41 Ma che mi possa nuocere non
veggio, Più di quel che sin qui nociuto m'hai. Per te cacciata son del r6al
seggio, Dove più ritornar non spero mai: Ho perduto V onor, eh' è stato peggio
Che sebben con effetto io non peccai, Io do però materia eh' ognun dica, Ch'
essendo vagabonda, io sia impudica 44 Se l'affogarmi in mar morte non era A tuo
senno crudel, purch'io ti sazii, Non recuso che mandi alcuna fera Che mi
divori, e non mi tenga in strazii. D'ogni martir che sia, pur eh' io ne pera,
Esser non può ch'assai non ti ringrazii. Cosi dicea la donna con gran pianto,
Quando le apparve l'Eremita accanto. Stana 40. Stanza 4j. 45 Avea mirato dall'
estrema cima D'un rilevato sasso l'Eremita Angelica, che giunta alla parte ima
È dello scoglio, afflitta e sbigottita. Era sei giorni egli venuto prima: Ch'
undemonio il portò per via non trita:E venne a lei fingendo divozione Quanta
avesse mai Paulo o Ilarione. 42 Che aver può donna al mondo più di buono A cui
la castità levata sia? Mi nuoce, ahimè! ch'io son giovane, e sono Tenuta bella,
o sia vero o bugia. Già non ringrazio il Ciel di questo dono; Che di qui nasce
ogni mina mia. Morto per questo fu Argalia mio fìrate; Che poco gli giov&r
l'arme incantate:43 Per questo il re di Tartaria Agricane Disfece il genitor
mio Galagone, Ch' in India, del Cataio era Gran Cane; Onde io son giunta a tal
condizione, Che muto albergo da sera a dimane. Se r aver, se l'onor, se le persone
M'hai tolto, e fatto il mal che far mi puoi, A che più doglia anco serbar mi
vuoi? stanza 45 46 Come la donna il cominciò a vedere, Prese, non conoscendolo,
conforto; E cessò a poco a poco il suo temere, Bench'ella avesse ancora il viso
smorto. Come fu presso disse: Miserere, Padre, di me, ch'i'son giunta a mal
porto: E con voce interrotta dal singulto, Gli disse quel eh' a lui non era
occulto. 47 Comincia l'Eremita a confortarla Con alquante ragion belle e
divote; E pon r audaci man, mentre che parla, Or per lo seno, or per V umide
gote:Poi più sicuro va per abbracciarla: Ed ella sdegnosetta lo percuote Con
una man nel petto, e lo respinge, E d'onesto rossor tutta si tinge. 50 Tutte le
vie, tutti li modi tenta; Ma quel pigro rozzon non però salta: Indarno il fren
gli scuote e lo tormenta; E non può far che tenga la testa alta. Alfin presso
alla donna s' addormenta; E nuova altra sciagura anco l'assalta. Non comincia
Fortuna mai per poco, Quando un mortai si piglia a scherno e a gioco. 51
Bisogna, prima eh' io vi narri il caso, Ch' un poco dal sentier dritto mi
torca. Nel mir di Tramontana invèr 1' Occaso Oltre l'Irlanda una isola si
corca. Ebuda nominata; ove è rimise Il popol raro, poi che la brutta orca, E
l'altro marin gregge la distrusse, Ch'in sua vendetta Proteo vi condusse.stanza
49.52 Narran l'antique istorie, o vere o false, Che tenne già quel luogo un re
possente. Ch'ebbe una figlia, in cui bellezza valse E grazia si, che potè
facilmente, Poi che mostrossi in su 1' arene salse, Proteo lasciare in mezzo a
1' acque ardente:E quello, un di che sola ritrovolla, Compresse, e di sé
gravida lasciolla. 53 La cosa fu gravissima e molesta Al padre più d'ogni altro
empio e severo:Né per iscusa o per pietà la testa Le perdonò; sì può lo sdegno
fiero:Né, per vederla gravida, si resta Di subito eseguire il crudo impero: E
il nipotin, che non avea peccato, Prima fece morir che fosse nato. 48 Egli eh'
a Iato avea una tasca, aprilla, E trassene una ampolla di liquore; E negli
occhi possenti, onde sfavilla La più cocente face ch'abbia Amore, Spruzzò di
quel leggiermente una stilla, Che di farla dormire ebbe valore: Già resupina
nell'arena giace A tutte voglie del vecchio rapace. 49 Egli l'abbraccia, ed a
piacer la tocca; Ed ella dorme, e non può fare ischermo. Or le baci\ il bel
petto, ora la bocca; Non è chi'l veggia in quel loco aspro ed ermo. Ma
nell'incontro il suo destrier trabocca; Ch' al disio non risporide il corpo
infermo:Era mal atto, perchè avea troppi anni, E potrà peggio, quanto più
l'affanni. 54 Proteo marin, che pasce il fiero armento Di Nettuno che l'onda
tutta regge, Sente della sua donna aspro tormento, E per grand' ira rompe
ordine e legge; Sì che a mandare in terra non è lento L'orche e le foche, e
tutto il marin grregge, Che distruggon non sol pecore e buoi. Ma ville e
borghi, e li cultori suoi:55 E spesso vanno alle città murate, E d'ogn'intomo
lor mettono assedio. Notte e di stanno le persone armate Con gran timore e
dispiacevo! tedio: Tutte hanno le campagne abbandonate; E per trovarvi alfin
qualche rimedio, Andarsi a consigliar di queste cose All' Oracol, che lor così
rispose:56 Che trovar bisognava una donzella Che fosse air altra di bellezza
pare, Ed a Proteo sdegnato offerir quella, In cambio della morta, in lito al
mare. Sa sua satisfazion gli parrà bella, Se la terrà, né li verrà a
sturbare:Se per questo non sta, se gli appresenti Una ed un' altra, finché si
contenti. 57 E cosi cominciò la dura sorte Tra quelle che più grate eran di
faccia, Ch'a Proteo ciascun giorno una si porte. Finché trovino donna che gli
piaccia. La prima e tutte 1 altre ebbero morte; Che tutte giù pel ventre se le
caccia Un' orca che restò presso alla foce, Poi che il resto parti del greggie
atroce. stanza 52. 58 0 vera o falsa che fosse la cosa Di Proteo, eh' io non so
che me ne dica, Servosse in quella terra . con tal chiosa, Contra le donne un'
empia legge antica; Che di lor carne V orca monstrucsa, Che viene ogni dì al
lito, si nutrica. Bench' esser donna sia in tutte le bande Danno e sciagura,
quivi era pur grande. 59 Oh misere donzelle che trasporte Fortuna ingiuriosa al
lito infausto ! Dove le genti stan sul mare accorte Per far delle straniere
empio olocausto:Che, come più di fuor ne sono morte, Il numer delle loro é meno
esausto; Ma perché il vento ognor preda non mena, Kicercaudo ne van per ogni
arena. 60 Van discorrendo tutta la marina Con foste e grippi, ed altri legni
loro; E da lontana parte e da yicina Portan sollevamento al lor martoro. Molte
donne han per forza e per rapina, Alcune per lusinghe, altre per oro, E sempre
da diverse regioni N'hanno piene le torri e le prigioni. stanza 57. 62 Oh
troppo cara, oh troppo eccelsa preda Per si barhare genti e si villane ! Oh
Fortuna crudel, chi fia eh' il creda, Che tanta forza hai nelle cose umane, Che
per cibo d'un mostro tu conceda La gran beltà, ch'in India il re Agricane Fece
venir dalle caucasee porte Con mezza Scizia a guadagnar la morte? 03 La gran
beltà che fu da Sacripante Posta innanzi al suo onore e al suo bel regno La
gran beltà ch'ai gran signor d'Anglante Macchiò la chiara fama e l'alto
ingegno; La gran beltà che fé' tutto Levante Sottosopra voltarsi, e stare al
segno, Ora non ha (cosi è rimasa sola) Chi le dia aiuto pur d'una parola. 64 La
bella donna, di gran sonno oppressa Incatenata fu prima che desta. Portaro il
frate incantator con essa Nel legno pien di turba afflitta e mesta. La vela, in
cima air arbore rimessa, Rendè la nave all'isola funesta, Dove chiuser la donna
in rócca forte, Fin a quel di eh' a lei. toccò la sorte. 65 Ma potè si, per
esser tanto bella, La fiera gente muovere a pietade, Che molti di le differiron
quella Morte, e serbarla a gran necessitade; E fin ch'ebber di fuore altra
donzella, Perdonaro all'angelica beltade. Al mostro fu condotta finalmente,
Piangendo dietro a lei tutta la gente. 66 Chi narrerà 1' angoscie, i pianti, i
gridi, L'alta querela che nel ciel penetra? Maraviglia ho che non s'aprirò i
lidi Quando fu posta in su la fredda pietra, Dove in catena, priva di sussidi,
Morte aspettava abbominosa e tetra. Io noi dirò; che si il dolor mi muove, Che
mi sforza voltar le rime altrove, 61 Passando una lor fusta a terra a terra
Innanzi a quella solitaria riva, Dove fra sterpi in su l'erbosa terra Là
sfortunata Angelica dormiva, Smontaro alquanti galeotti in terra Per riportarne
e legna ed acqua viva; E di quante mai fur belle e leggiadre, Trovaro il fiore
in braccio al sauto padre. 67 E trovar versi non tanto lugubri, Finché '1 mio
spirto stanco si riabbia; Che non potrian gli squallidi colubri, Né l'orba
tigre accesa in maggior rabbia, Né ciò che dall'Atlante ai liti rubri Venenoso
erra per la calda sabbia. Né veder né pensar senza cordoglio, Angelica legata
al nudo scoglio. 68 Oh se r avesse il suo Orlando saputo, Ch' era per
ritrovarla ito a Parigi, 0 li dui ch'infiannò quel vecchio astuto Col messo che
venia dai luoghi stigi ! Fra mille morti, per donarle aiuto, Cercato avrian gli
angelici vestigi. Ma che fariano, avendone anco spia, Poiché distanti son di
tanta via? 69 Parigi intanto avea T assedio intorno Dal famoso figliuol del re
Troiano: E venne a tanta estremitade un giorno, Che n'andò quasi al suo nimico
in mano; E, se non che li voti il Ciel placomó, Che dilagò di pioggia oscura il
piano, Cadea quel di per l'africana lancia Il santo Imperio e'I gran nome di
Francia. Stanza 70. 70 II sommo Creator gli occhi rivolse Al giusto lamentar
del vecchio Carlo; E con subita pioggia il foco tolse: Né forse uman saper
potea smorzarlo. Savio chiunque a Dio sempre si volse; Ch'altri non potè mai
meglio aiutarlo. Ben dal devoto Be fu conosciuto, Che si salvò per lo divino
aiuto. 71 La notte Orlando alle noiose piume Del veloce pensier fa parte assai,
Or quinci or quindi il volta, or lo rassume Tutto in un loco, e non V afferma
mai:Qual d'acqua chiara il tremolante lume, Dal Sol percossa o da notturni rai,
Per gli ampli tetti va con lungo salto A dèstra ed a sinistra, e basso ed alto.
72 La donna sua che gli ritorna a mente, Anzi che mai non era indi partita, Gli
accende nel core e fa più ardente La fiamma che nel di parea sopita. Costei venuta
seco era in Ponente Fin dal Cataio: e qui l'avea smarrita, Né ritrovato poi
vestigio d'ella, Che Carlo rotto fu presso a Bordella. 73 Di questo, Orlando
avea gran doglia; e seco Indarno a sua sciocchezza ripensava. Cor mio, dicea,
come vilmente teco Mi son portato ! ohimè, quanto mi grava Che potendoti aver
notte e di meco, Quando la tua bontà non mei negava, T' abbia lasciato in man
di Namo porre, Per non sapermi a tanta ingiuria opporre ! Stanza 71 74 Non
aveva ragione io di scusarme? E Carlo non m'avria forse disdetto: Se pur
disdetto, e chi potea sforzarme Chi ti mi volea tórre a mio dispetto? Non
poteva io venir piuttosto all'arme? Lasciar piuttosto trarmi il cor del
petto?Ma né Carlo, né tutta la sua gente Di tormiti per forza era possente. 75
Almen l'avesse posta in guardia buona Dentro a Parigi o in qualche rocca forre.
Che l'abbia data a Namo mi consona. Sol perché a perder V abbia a questa sorte.
Chi la dovea guardar meglio persona Di me? ch'io dovea farlo fino a morte;
Guardarla più che'l cor, che gli occhi miei: E dovea e potea farlo, e pur noi
fei. 76 Deb! dove senza me, dolce mia vita. Rimasa sei sì giovane e si bella?
Come, poi cbe la luce è dipartita, Riman tra boscbi la smarrita agnella, Che
dal pastor sperando essere udita. Si va lagnando in questa parte e in quella,
Tanto cbe'l lupo Tode da lontano, E U misero pastor ne piagne invano. 77 Dove,
speranza mia, dove ora sei? Vai tu soletta forse ancora errando? Oppur t'hanno
trovata i lupi rei Senza la guardia del tuo fido Orlando?E il fior eh' in ciel
potea pormi fra i Dei, 11 fior eh' intatto io mi venia serbando Per non
turbarti, ohimè ! V animo casto, Ohimè ! per forza avranno colto e guasto. 78
Oh infelice ! oh misero ! che vogìio Se non morir, se'l mio bel fior coito
hanno? 0 sommo Dio, fammi sentir cordoglio Prima d'ogni altro, che di questo
danno. Se questo è ver, con le mie man mi toglio La vita, e Talma disperata
danno. Cosi piangendo forte e sospirando, S3C0 d'cea l'addolorato Orlando. 70
Già in ogni parte gli animanti lassi D.ivan riposo ai travagliati spirti, Chi
su le piume, e chi su i duri sassi, E chi su r erbe, e chi su faggi o mirti:Tu
le palpebre, Orlando, appena abbassi, Punto da' tuoi pensieri acuti ed irti; Né
quel sì breve e fuggitivo sonno Godere in pace anco lasciar ti ponno. 80 Parca
ad Orlando, s' una verde riva D'odoriferi fior tutta dipinta, Mirare il bello
avorio, e la nativa Porpora eh' avea Amor di sua man tinta, E le due chiare
stelle, onde nutriva Nelle reti d'Amor V anima avvinta:Io parlo de' begli occhi
e del bel volto, Che gli hanno il cor di mezzo il petto tolto. 81 Sentia il
maggior piacer, la maggior festa Che sentir possa alcun felice amante: Ma ecco
intanto uscire una tempesta Che struggea i fiori ed abbattea le piante. Non se
ne suol veder simile a questa, Quando giostra Aquilone, Austro e Levante. Parea
che, per trovar qualche coperto, Andasse errando invan per un deserto. 82
Intanto l'infelice (e non sa come) Perde la donna sua per l'aer fosco; Onde, di
qua e di là, del suo bel nome Fa risonare ogni campagna e bosco. E mentre dice
indarno: Misero me ! Chi ha cangiata mia dolcezza in tosco?Ode la donna sua che
gli domanda, Piangendo, aiuto, e se gli raccomanda. Stanza 91 83 Onde par eh'
esca il grido, va veloce; E quinci e quindi s'affatica assai. Oh quanto è il
suo dolore aspro ed atroce, Che non può rivedere i dolci rai ! Ecco eh'
altronde ode da un' altra voce:Non sperar più gioirne in terra mai. A questo
orribil grido risvegliossi, E tutto pien di lacrime trovossi. 84 Senza pensar
che sian V immagin false, Quando per tema o per disio si sogna, Della donzella
per modo gli calse, Che stimò giunta a danno od a vergogna, Che fulminando fuor
del letto salse. Di piastra e maglia, quanto gli bisogna, Tutto guarnissi, e
Brigliadoro tolse; Né di scudiero alcun servigio volse. 85 E per poter entrar
ogni sentiero, Che la sua dignità macchia non pigli, Non V onorata insegna del
quartiero, Distinta di color bianchi e vermigli, Ma portar volse, un ornamento
nero, • E forse acciò ch'ai suo dolor somigli: E quello avea già tolto a un
Amostante, Ch'uccise di sua man pochi anni innante. 88 Brandimarte, eh' Orlando
amava a pare Di sé medesmo, non fece soggiorno; 0 che sperasse farlo ritornare,
0 sdegno avesse udirne biasmo e seomo: E volse appena tanto dimorare,
Ch'uscisse fuor nell'oscurar del giorno. A Fiordiligi sua nulla ne disse,
Perchè 1 disegno suo non gì' impedisse. 86 Da mezza notte tacito si parte, E
non saluta, e non fa motto al zio; Né al fido suo compagno Brandimarte, Che
tanto amar solea, pur dice addio. Ma poi che'l Sol con l'auree chiome sparte
Del ricco albergo di Titone uscio, E fé' l'ombra fuggire umida e nera, S'
avvide il re che '1 paladin non v' era. 87 Con suo gran dispiacer s'avvede
Carlo Che partito la notte è il suo nipote. Quando esser dovea seco, e pii\
aiutarlo: E ritener la collera non puote, Ch' a lamentarsi d'esso, ed a
gravarlo Non incominci di biasimevol note; E minacciar se non ritoma, e dire
Che lo farla di tanto error pentire. 89 Era questa una donna che fu molto Da
lui diletta, e ne fu raro senza; Di costumi, di grazia e di bel volto Dotata, e
d'accortezza e di prudenza:E se licenzia or non n' aveva tolto, Fu che sperò
tornarle alla presenza J\ di medesmo; ma gli accadde poi, Che lo tardò più dei
disegni suoi. 90 E poi eh' ella aspettato quasi un mese Indarno l'ebbe, e che
tornar noi vide. Di desiderio sì di lui s'accese, Che si partì senza compagni o
guide; E cercandone andò molto paese, Come l'istoria al luogo suo decide. Di
questi dua non vi dico or pia innante; Che più m' importa il cavalier
d'Anglante. 91 n qual, poi che mutato ebbe d'Almonte Le gloriose insegne, andò
alla porta, E disse nell'orecchio: Io sono il Conte, A un capitan che vi facea
la scorta; E fattosi abbassar subito il ponte. Per quella strada che più breve
porta Agi' inimici, se n' andò diritto. Quel che segui, nell'altro Canto è
scritto. N OTB. St. 3. V.3. Sprovvedute vale disattente, nonpronte ad opporsi.
St. 6. V.3. Qiù sale vuol dite smonta. St. 14. v.78. Imma Tini f suggelli,
nodi, rombi, turlrinif tatti oggetti relativi alle magiche supersti zioni. St.
19. V.6. La fervida nona, secondo l'antica nu merazione dell'ore, denota sul
metzogiorno. St. 27. V.37. ValUa, nome dato dai Latini alla contrada che gì
Inglesi chiamano Wales, e che noi di ciamo principato di Galles. Calesio é
Calais di Fran cia, detto anche Calesse nella St. 27 del Canto II. St. 32. V.3.
Per la spelonca nera intende Vinfemc, St. 35. V.2. Quel mare ò V Oceano, che
ivi bagna le spiaggie della Guascogna. St. S6. V.2. Si eaccia in alto, ossia si
addentra neWacqta. St. 43. V.12. Agricane re di Tartaria, mosse guerra a
Oalafrone padre d'Angelica, perché essa rifiutava es sergli sposa. Ivi. V.3.
Cataio o Calai, nome che si dette alle Provincie settentrionali della Cina.
Cane, si chiama anche oggi il capo o re dei Tartari. Kan, vale appnnto, nel
linguaggio arabo, re. imperatore. as:46fc 4.FaAlo fu eremita nella Tebaide. Ila
rione fu eremita nells nrfìMlÉak. St. 51. Y. 58. Bbnday detta dai Latini
Ebudarum, oggi Muli, 6 nna dell'Ebridi, che giacciono lungo le co ste
occidentali della Oran Bretagna, flanclieggiando la Scozia. Proteo favolosa
deità marina. St. 60. V.2. Le fitste e i grippi sono navigli sot tili adattati
al corseggiare. St. 62. V.78. Caucasee porte: cosi chiana una gola del Caucaso,
onde dal paese detto una volra Sarmazia, si passa nelU Georgia. Sciiia
chiamarono gli antichi la vasta regione che ora dicesi Tartaria. St. 67. V.56.
La calda sabbia daW Atlante ai liti rttbrif è l'afdcana costa di Berberia, che
si distende dai monti Atlantici fino al golfo Arabico, o mar Rosso. St. 68.
V.3. Rinaldo e Ferraù amanti anch'essi d'An gelica. Vedi al II Canto. St. 69.
V.8. L'impero d'Occidente ristabilito in Carlo Magno d&LMnelII papa f il
deUo Santa Romano Impero. St. 72i V.8. Bordella: la città di Bordeaux, che il
Poeta ha detta anche Bordea nella St. 75. del Canto 111. St. 84. V.57. Salsz
qui vale lalzò. BrigliadorOj nome del cavallo d'Otlando. St. 85. V.3 4. La
divisa d'Orlando era distinta in quattro parti alternate di colore bianco e
rosso. L'aveva tolta ad Almonte, cai egli, ancor giovinetto, aveva ucciso. Ivi.
V.7. Anxoatante è nome di dignità fra i Sa laceni St. 86. y. 2. Zio, Orlando
era ilglio di Berta sorella di Carlomagno. Ivi. V.6. Albei'go di Titone è
lOriente. Titone, secondo la mitologia, fu rapito in cielo e sposato dal
l'Aurora. Il "UtT., IX. Stanza 70. ARGOMENTO. Uihunln, avellilo udita ]el
ra e rat il man za i>]trodottA Ja Et" dv" HLiHii4:Ua esrc \\i
Ai>j?<'Ura ili rìcliio f? si jroponei dlmndftnrli ma rrirnsL .nrrurn' Onmpin,
curi t asm "IL Olanda, moiglie del duri Hìri nu, e jiKtrsomUiitji iljil rn
Ci mosco. ViiUMt eointiìiitft ipieutt' qiitJ Lts 1 riduiDL ad Ulì?tii)ia gli
st&ti f: lo "poso. Cile noli pnù far iFuii cor eh' abbia suggetro
IJuesto inididi' e iradilur'i Amore Toìrbiid nriaudu \\\\ò luvar del petto La
tanta fé" cla debbe ai Miu Signore? Già,savio e iticia fn d'ogiii
rispetto, E iltdbi Santa Chiuia difensore: i ir ]H r nu vaiio amur, poco del
zio E di fili ]ìi)co, e nti'ii triira di Dio, Ma l'tstuso io jaif trtiiijMi, e
mi ralìegro Nel m'ut difetto aver coraiiiigno tuie; rii'wiidrio soli al miw ben
languido ed egn>, Saiiu e gagliardo a seguitare il male. Quel se ne va tutto
vestito a negro; Né tanti amici abbandonar gli cale; E passa dove d'Africa e di
Spagna La gente era attendata alla campagna; Anzi uou attendata, perchè sotto
Alberi e tetti l'ha sparsa la pioggia A dieci, a venti, a quattro, a sette, ad
otto; Chi più distante, e chi più presso alloggia. Ognuno dorme travagliato e
rotto. Chi steso in terra, e chi alla man s appoggia. Dormono; e il conte
uccider né può assai:Né però stringe Durindana mai. Di tanto core è il geneioso
Orlaudo, Che non degna ferir gente che dorma. Or questo e quando quel luogo
cercando Va, per trovar della sua donna l'orma. Se troVa alcun che veggi, sospirando
Gli ne dipinge V abito e la forma; E poi lo priega che per cortesia GP insegni
andar in parte ov'ella sia. stanza 3. E, poi che venne il di chiaro e lucente,
Tutto cercò V esercito moresco; E ben lo potea far sicuramente, Avendo indosso
T abito arabesco. Ed aiutollo in questo parimente, Che sapeva altro idioma che
francesco; E l'africano tanto avea espedito. Che parea nato a Tripoli e
nutrito. Quivi il tutto cercò, dove dimora Fece tre giorni, e non per altro
effetto:Poi dentro alle cittadi. e a' borghi fiiora Non spiò sol per Francia e
suo distretto; Ma per Uvemia e per Guascogna ancora Rivide sin all'ultimo
borghetto: E cercò da Provenza alla Bretagna, E dai Piccardi ai termini di
Spagna. 7 Tra il fin d'ottobre e il capo di novembre, Nella stagion che la
frondosa vesta Vede levarsi, a discoprir le membre Trepida pianta, finché nuda
resta, E van gli augelli a strette schiere insembre, Orlando entrò nell'amorosa
inchiesta: Né tutto il verno appresso lasciò quella. Né la lasciò nella stagion
novella. 8 Passando un giorno, come avea costume, D'un paese in un altro,
arrivò dove Parte i Normandi dai Britoni un fiume, E verso il vicìn mar cheto
si muove; Ch'allora gonfio e bianco già di spume Per neve sciolta e per montane
piove; E l'impeto dell'acqua avea disciolto E tratto seco il ponte, e il passo
tolto. Con gli occhi cerca or questo lato or quello, Lungo le ripe il Pdladia,
se Tede (Quando né pesce egli non è, né augello) Come abbia a por nell'altra
ripa il piede; Ed ecco a sé venir vede un battello/ Nella cui poppa una
donzella siede, Che di volere a lui venir fa segno; Né lafc'a poi ch'arrivi in
terra il gno. stanza 10. 19 Voi dovete saper ch'oltre l'Irlanda, Fra molte che
vi son, l'isola giace Nomata Ebu'la, che per legge manda Rubando intorno il suo
popol rapace; E quante donne può pigliar, vivanda Tutte destina a un au'mal
vorace, Ohe viene ogni di al lito, e sempre nova Donna o donzelli, onde si
pasca, trova; 13 Che mercanti e corsar che vanno attorno, Ve ne fan copia, e
più delle più belle. Ben potete contare, una per giorno. Quante morte vi sian
donne e donzelle. Ma se pietade in voi trova soggiorno., Se non sete d'Amor
tutto ribelle, Siate contento esser tra questi eletto. Che van per far sì
fruttuoso effetto. 14 Orlando volse appena udire il tutto. Che giurò d'esser
primo a quella impresa, Come quel eh' alcun atto iniquo e bratto Non può
sentire, e d'ascoi tiir gli pesa: E fu a pensare, indi a temere indntto, Che
quella gente Angelica abbia presa; Poiché cercata l'ha per tanta via. Né
potutone ancor ritrovar spia. 15 Questa immaginazion si gli confuse E sì gli
tolse ogni prìmier disegno. Che, quanto in fretta più potea, conchiuse Di
navigare a quell'iniquo regno. Né prima l'altro SdI nel mar si chiuse, Che
presso a San Malo ritrovò un legno, Nel qual si pose; e fatto alzar le vele,
Passò la notte il monte San Michele. 10 Prora in terra non pon; che d'esser
carca Contra sua volontà forse sospetta. Orhindo priega lei, clie nella barca
Seco lo tolga, ed oltre il fiume il metta. Ed ella a lui: Qui cavalier non
varca, Il qual su la sua fé' non mi prometta Di fare uni batCìglia a mia
richiesta, La più giusta del mondo e la più onesta. 11 Si che s'avete,
cavalier, desire Di por per me nell' altra ripa i passi, Promettetemi, prima
che finire Quest' altro mese prossimo si lassi, Ch'ai re d'Ibernia v'anderete a
unire, Appresso al qual la bella armata fassi Per distrugger quell' isola di
Ebnda, Che, di quante il mar cinge, è la più cruda. 16 Breaco e Landriglier
lascia a man manca. E va radendo il gran lito britone; E poi si drizza invér
l'arena bianca, Onde Inghilterra si nomò Albione:Ma il vento, ch'era da
merigge, manca, E soffia tra il ponente e l'aquilone Con tanta forza, che fa al
basso porre Tutte le vele, e sé per poppa tórre. 17 Quanto il navilio innanzi era
venuto In quattro giorni, in un ritornò indietro, Nell'alto mar dal buon
nocchier tenuto, Che non dia in terra, e sembri un fragil vetw Il vento, poi
che furioso suto Fu quattro giorni, il quinto cangiò metro Lasciò senza
contrasto il legno entrare Dove il fiume d'Anversa ha foce in mare. 18 Tosto
che nella foce entrò lo stanco Nocchier col legno afflitto, e jl lito prese,
Fuor d'una terra che sul destro fianco Di quel fiume sedeva, un vecchio scese,
Di molta età, per quanto il crine bianco Ne dava indizio: il qual tutto
cortese, Dopo i saluti, al Conte rivoltosse, Che capo giudicò che di lor
fosse:Stanza 15. 19 E da parte il pregò d'una donzella, Ch' a lei venir non gli
paresse grave; La qual ritroverebbe, oltre che bella. Più eh' altra al mondo
affabile e soave:Ower fosse contento aspettar ch'ella Verrebbe a trovar lui
fiji alla nave: Né più restio volesse esser di quanti Quivi eran giunti
cavalieri erranti; 20 Che nessun altro cavalier ch'arriva 0 per terra o per
mare a questa foce, Dì ragionar con la donzella schiva, Per consigliarla in un
suo caso atroce. Udito questo, Orlando in su la riva, Senza punto indugiarsi,
usci veloce; £, come umano e pien di cortesia, Dove il vecchio il menò, prese
la via. 21 Fu nella terra il Paladin condutto Dentro un palazzo, ove al salir
le scale Una donna trovò piena di lutto, Per quanto il viso ne facea segnale, E
i negri panni che coprian per tutto E le loggie e le camere e le sale: La qual,
dopo accoglienza grata e onesta Fattoi seder, gli disse in voce mesta:22 Io voglio
che sappiate che figliuola Fui del conte di Olanda, a lui si grata (Quantunque
prole io non gli fossi sola; Ch'era da dui fratelli accompagnata). Oh a quanto
io gli chiedea, da lui parola Contraria non mi fu mai replicata. Standomi lieta
in questo stato, avvenne Che nella nostra terra un duca venne. Stanza 8. 3 Duca
era di Selandia, e se ne giva Verso Biscaglia a guerreggiar coi Mori. La
bellezza e l'età ch'in lui fioriva, E' li non più da me sentiti amori, Con poca
guerra me gli fer capti va; Tanto p!ù che, per quel eh' apparea fuori, Io
credea e credo, e creder credo il vero, Ch'amasse ed ami me con cor incero. 24
Quei giorni che con noi contrario vento, Contrario agli altri, a me propizio,
il tenne (Olitagli altri far quaranta, a me un momento; Cosi al fuggire ebbon
veloci penne), Fummo più volte insieme a parlamento, Dove, cbe'l matrimonio con
solenne Rito al ritorno suo sari.i tra nui Mi promise egli, ed io I promisi a
lui. ifl> ip ff tif ;iHìiii!ii||;:i"h;'" Stanza 21. 26 Io eh' air
amante mio di quella fede Mancar non posso, che gli aveva data; E anco chMo
possa, Amor non mi concede Che poter voglia, e eh' io sia tanto ingrata. Per
minar la pratica ch'in piede Era gagliarda, e presso al fin guidata, Dico a mio
padre, che prima eh' iia Priàa Mi dia niarito, io voglio essere uccisa. 27 II
mio buon padre, al qnal sol piacea quanti A me piacea, né mai turbar mi volse,
Per consolarmi e far cessare il pianto Ch' io ne facea, la pratica disciolsc:Di
che il superbo re di Frisa tanto Isdegno prese, e a tanto odio si volse,
Ch'entrò in Olanda e cominciò la guerra Che tutto il sangue mio cacciò
sotterra. Stanza 23. 26 Bireno appena era da roi partito (Che, cosi ha nome il
mio fedele amante), Che'l re di Frisa (la qual, quanto il lito Del mar divide
il fiume, è a noi distante) Disegnando i figliuol farmi marito, Ch' unico al
mondo avea, nomato Arbante, Per li più degni del suo stato manda A domandarmi
al mio padre in Olanda. B Oltre che sia robusto e si possente. Che pochi pari a
nostra età ritrova: E si astuto in mal far, eh' altrui niente La possanza,
l'ardir, l'ingegno giova; Porta alcun' arme che l'antica gente Non vide mai,
né, fuor eh' a lui, la nova:Un ferro bugio, lungo da due braccia, Dentro a cui
polve ci una palla caccia. Stanza 41 29 Col fuoco dietro ove la canna è chiusa,
Tocca un spiraglio che si vede appena; A gaisa che toccare il medico usa Dove è
bisogno d allacciar la Tena:Onde Yien con tal suon la palla esclusa, Che si può
dir che tuona e che balena; Né men che soglia il fulmine ove passa, Ciò che
tocca, arde, abbatte, apre e fracassa. 30 Pose due volte il nostro camjo iu
rotta:Con questo inganno, e i miei fratelli uccise: Nel primo assalto il primo,
che la botta, Rotto r usbergo, in mezzo il cor gli mise Neir altra zu£Eei alP
altro, il quale in frotta Fuggìa, dal corpo T anima divise; E lo feri lontan
dietro la spalla, £ fuor del petto uscir fec" la palla. 31 Difendendosi
poi mio padre nu giorno Dentro un castel che sol gli era rimaso, Che tutto il
resto avea perduto intorno, Lo fé' con simil colpo ire all'occaso; Che mentre
andava e che facea ri tomo, Provvedendo or a questo or a quel caso, ' Dal
traditor fu in mezzo gli occhi còlto, Che l'avea di lontan di mira tolto. 32
Morti i fratelli e il padre, e rimasa io Dell'isola d'Olanda unica erede, Il re
di Frisa, perchè avea disio Di ben fermare in quello stato il piede, Mi fa
sapere, e così al popol mio, Che pace e che riposo mi concede, Quand'io voglia
or, quel che non volsi innante, Tor per marito il suo figliuolo Arbante. 33 Io
per l'odio non si, che grave porto A lui e a tutta la sua iniqua schiatta, Il
qual m' ha dui fratelli e '1 padre morto, Saccheggiata la patria, arsa e
disfatta; Come perchè a colui non vo'far torto, A cui già la promessa aveva
fatta, Ch'altr'uomo non saria che mi sposasse. Finché di Spagna a me non
ritornasse. 34 Per un mal ch'io patisco, ne vo' cento Patir, rispondo, e far di
tutto il resto; Esser morta, arsa viva, e che sia al vento La cener sparsa,
innanzi che far questo. Studia la gente mia di questo intento Tormi: chi priega,
e chi mi fa protesto Di dargli in mano me e la terra, prima Che la mia
ostinazion tutti ci opprima. 35 Così, poiché i protesti e i prleghi invano
Vider gittarsi, e che pur stava dura, Presero accordo col Frisone, e in mano
(Come avean detto) gli diér me e le mura. Quel, senza farmi alcuno atto
villano, Della vita e del regno m'assicura, Purch'io indolcisca l'indurate
voglie, E che d'Arbante suo mi faccÌA moglie. 36 Io che sforsar così mi veggio,
voglio, Per uscirgli di man, perder la vita; Ma se pria non. mi vendico, mi
doglio Più che di quanta ingiuria abbia patita. Fo pensier molti; e veggio al
mio cordoglio Che solo il simular può dare aita: Fingo ch'io brami, non che non
mi piaccia, Che mi perdoni e sua nuora mi faccia. 37 Fra molti ch'ai servizio
erano stati Già di mio padre, io scelgo dui fratelli Di grande ingegno e di
gran cor dotati, Ma più di vera fede, come quelli Che cresciutici in corte, ed
allevati Si son con noi da teneri zitelli; K tanto miei, che poco lor pania La
vita por per la salute mia. 38 Comunico con loro il mio disegno; Essi prometton
d'essermi in aiuto. L'un viene in Fiandra, e v'apparecchia un legna: L'altro
meco in Olanda ho ritenuto. Or mentre i forestieri e quei del regno S'invitano
alle nozze, fu saputo Che Bireno in Biscaglia avea un'armata, Per venire in
Olanda, apparecchiata: 89 Perocché, fatta la prima battaglia, Dove fu rotto un
mio fratello e ucciso, Spacciar tosto un corrier feci in Biicaglia, Che
portasse a Bireno il tristo avviso; Il qual mentre che s'arma e si travaglia,
Dal re di Frisa il resto fu conquiso. Bireno, che di ciò nulla sapea, Per darci
aiuto i legni sciolti avea. 40 Di questo avuto avviso il re frisone, Delle
nozze al figliuol la cura lassa; E con l'armata sua nel mar si pone:Trova il
duca, lo rompe, arde e fracassa; E, come vuol fortuna, il fa prigione. Ma di
ciò ancor la nuova a noi non passa. Mi sposa intanto il giovene, e si vuole
Meco corcar, come si corchi il sole. 41 Io dietro le cortine avea nascoso Quel
mio fedele, il qual nulla si mosse Prima che a me venir vide lo sposo; E non
l'attese che corcato fossa., Ch'ahsò un'accetta, e con si valoroso Braccio
dietro nel capo lo percosse, Che gli levò la vita e la parola: Io saltai
presta, e gli segai la gola. 42 Come cadere il bue suole al macello" Cade
il malnato giovene, in dispetto Del re Cimosco, il più d'ogni altro fello; (Che
l'empio re di Frisa è cosi detto). Che morto l'uno e l'altro mio fratello
M'avea col padre; e per meglio suggetto Farsi il mio stato, mi volea per nuora:
E forse un giorno uccisa avria me ancora. 43 Prima ch'altro disturbo vi si
metta, Tolto quel che più vale e meno pesa, Il mio compagno al mar mi cala in
fretta Dalla finestra, a un canape sospesa, Là dove attento il suo fratello
aspetta Sopra la barca ch'avea in Fiandra presa. Demmo le vele ai venti e i
remi alP acque; E tutti ci salviam, come a Dìo piacque. 44 Non so sei re di
Frisa più dolente Del figliuol morto, o se più d'ira acceso Fosse contra di me,
che 1 di seguente Giunse là dove si trovò si offeso. Superbo ritornava egli e
sua gente Della vittoria e di Bireno preso; E credendo venire a nozze e a
festa, Ogni cosa trovò scura e funesta. 4.5 La pietà del figliuol. Podio
ch'aveva A me, uè di uè notte il lascia mai. Ma perchè il pianger morti non
rileva, E la vendetta sfoga Podio assai; La parte del pensier, ch'esser doveva
Della pietade in sospirare e in guai, Vuol che con V odio a investigar s'
unisca, Come egli m'abbia in mano e mi punisca. 46 Quei tutti che sapeva e gli
era detto Che mi fossino amici, o di que'miei Che m' aveano aiutata a far V
effetto, Uccise, 0 lor beni arse, o li fé' rei. Volse uccider Bireno in mio
dispetto; Che d'altro si doler non mi potrei:Gli parve poi, se vivo lo tenesse.
Che per pigliarmi in man la rete avesse. 47 Ma gli propone una crudele e dura
Condizion: gli fa termine un anno. Al fin del qual gli darà morte oscura, Se
prima egli per forza o per inganno, Con amici e parenti non procura, Con tutto
ciò che ponno e ciò che sanno. Di dannigli in prìgion: sì che la via Di lui
salvare è sol la morte mia. stanza 43. 48 Ciò che si possa far per sua salute,
Fuorché perder me stessa, il tutto ho fatto. Sei castella ebbi in Fiandra, e
l'ho vendute:E '1 poco 0 '1 molto prezzo eh' io n' ho tratto, Parte, tentando
per persone astute I guardiani corrompere, ho distratto; E parte, per far
muovere alli danni Di quell'empio or gllnglesi, or gli Alamanni. 49 I mezzi, o
che non abbiano potuto, 0 che non abbian fatto il dover loro, M' haiino dato
parole, e non aiuto; E sprezzano or che n'han cavato l'oro: E presso al fine il
termine è venuto, Dopo il qual uè la forza né '1 tesoro Potrà giunger più a
tempo, si che morte E strazio schivi al mio caro consorte.50 Mo padre e' miei
fratelli mi son stati Morti per Ini; per lui toltomi il regno; Per lui quei
pochi beni che restati Meran, del viver mio soli sostegno, Per trarlo di
prigione ho dissipati:Né mi resta ora in che più fax disegno, Se non d'andarmi
io stessa in mano a porre Pi sì cmdeJ nimico e Ini disciorre. 52 Io dubito che,
poi che m'avrà in gabbia, E fatto avrà di me tutti gli strazi!, Né Bireno per
questo a lasciare abbia, eh' esser per me sciolto mi ringrazi!; Come periuro, e
pien di tanta rabbia; Che di me sola uccider non si sazii:E quel ch'avrà di me,
né più né meno Faccia di poi del misero Bireno. Stanza 60. 53 Or la cagion che
conferir con voi Mi fa i miei casi, e ch'io li dico a qaand Signori e cavalier
vengono a noi, É solo acciò, parlandone con tanti, M'insegni alcun d'assicurar
che poi Ch' a quel crudel mi sia condotta avanti, Non abbia a ritener Bireno
ancora; Né voglia, morta me, ch'esso poi mora. (.4 Pregato ho alcun guerrier,
che meco sia Quand' io mi darò in mano al re di Frisa; Ma mi prometta, e la sua
fé' mi dia, Che questo cambio sarà fatto in guisa, Ch'a un tempo io data, e
liberato fii Bireno: si che quando io sarò uccisa, Morrò contenta, poiché la
mia morte Avrà dato la vita al mio consorte. 55 Né fino a questo dì trovo chi
teglia Sopra la fede sui d'assicurarmi. Che quando io sia condotta, e che mi
voglii Aver quel re, senza Bireno darmi, Egli non lascerà centra mia voglia Che
presa io sia: si teme ognun quell'armi; Teme quell'armi, a cui par che non
possi Star piastra incontra, e sia quanto vuol grossa. 56 Or, s'in voi la virtù
non è difforme Dal fier sembiante e dall' erculeo aspetto, E credete poter dar
megli, e torme Anco da lui, quando non vada retto: Siate contento d' esser meco
a porrne Nelle man sue: ch'io non avrò sospetto, Quando voi siate meco, sebben
io Poi ne morrò, che mora il signor mio. 51 Se dunque da far altro non mi
resta, Né si trova al suo scampo altro riparo, Che per lui por questa mia vita;
questa Mia vita per lui por mi sarà caro. Ma sola una paura mi molesta. Che non
saprò far patto cosi chiaro, Che m'assicuri che non sia il tiranno, Poi
ch'avuta m'avrà, per fare inganno. 57 Qui la donzella il suo parlar conchiuse,
Che con pianto e sospir spesso interroppe. Orlando, poi eh' ella la bocca
chiuse, Le cui voglie al ben far mai non fur zoppe, In parole con lei non si
difluse; Che di natura non usava troppe: Ma le promise, e la sua fé' le diede,
Che faria più di quel eh' ella gli chiede. 58 Non è sua intenzion ch'ella in
man vada Del suo nimico per salyar Bireno: Ben salverà amendni, se la sua spada
£ rosato valor non gli vien meno. U medesimo di piglian la strada, Poi eli' hanno
il vento prospero e sereno. Il Paladin s'affretta; che di gire All'isola del
mostro avea desire. 59 Or volta all'una, or volta all'altra banda Per gli alti
stagni il buon nocchier la vela:Scnopre un'isola e un'altra di Zilanda; Scnopre
una innanzi, e un'altra addietro cela. Orlando smonta il terzo di in Olanda; Ma
non smonta colei che si querela Del re di Frisa: Orlando vuol che intenda La
morte di quel rio, prima che scenda. 60 Nel lito armato il Paladino varca Sopra
un corsier di pel tra bigio e nero, Nutrito in Fiandra e nato in Danismafca,
Grande e possente assai più che leggiero; Però eh' avea, quando si messe in
barca. Tu Bretagna lasciato il suo destriero, Quel Brìgliador si bello e si
gagliardo, Che non ha paragon, fuorché Baiardo. 61 Giunge Orlando a Dordreeche,
e quivi truova Di molta gente armata in su la porta; Si perchè sempre, ma più
quando è nuova. Seco ogni signoria sospetto porta; Si perchè dianzi giunta era
una nuova. Che. di Selandia, con armata scorta Di navilii e di gente, un cugin
viene Di quel signor che qui prigion si tiene. Stanza 6t. 62 Orlando prega uuo
di lor, che vada E dira al re, eh' un cavaliero errante Disia con lui provarsi
a lancia e a spada: Ma che vuol che tra lor sia patto innante. Che se'l re fa
che, chi lo jtfida, cada, La donna abbia d'aver, ch'uccise Arbante; Chè'l
cavalier l'ha in loco non lontano Da poter sempre mai darglila in mano: 63 Ed
all' incontro vuol che '1 re prometta, Ch' ove egli vinto nella pugna sia,
Bireno in libertà subito metta, E che lo lasci andare alla sua via. Il fante al
re fa l'imbasciata in fìretta:Ma quel, che né virtù né cortesia Conobbe mai,
drizzò tutto il suo intento Alla fraude, all'inganno, al tradimento. 64 Gli par
ch'avendo in mano il cavaliero, Avrà la donna ancor, che si l'ha offeso, S' in
possanza di lui la donna è vero Che si ritrovi, e il fante ha ben inteso.
Trenta uomini pigliar fece sentiero Diverso dalla porta ov' era atteso, Che
dopo occulto ed assai lango giro, Dietro alle spalle al Paladino uscirò. 65 II
traditore intanto dar parole Fatto gli avea, sinché i cavalli e i fanti Vede
esser giunti al loco ove gli vuole: Dalla porta esce poi con altrettanti. Come
le fere e il bosco cinger suole Perito cacciator da tutti i canti; Come presso
a Volana i pesci e l'onda Con lunga rete il pescator circonda: €6 Cosi per ogDÌ
via dal re di Frisa, Che quel guerrier non fugga, si provvede. Vivo lo vuole, e
non in altra guisa:E questo far si fucilmeute crede, Che '1 fulmine terrestre,
con che uccisa Ha tanta e tanta gente, ora non chiede; Che quivi non gli par
che si convegna. Dove pigliar, non far morir disegna. 67 Qual cauto uccellator
che serba vivi, Intento a maggior preda, i primi augelli, Acciò in più
quautitade altri captivi Faccia col giuoco e col zimbel di quelli; Tal esser
volse il re Cimosco quivi:Ma già non volse Orlando esser di quelli Che si
lascian pigliare al primo tratto; E tosto ruppe il cerchio ch'avean fatto
Stanza 68. 68 II cavalier d'Anglante, ove più spésse Vide le genti e Tarme,
abbassò Tasta; Ed uno in quella e poscia un altro messe, E un altro e un altro,
che sembrar di pasta: E fin a sei ve n'infilzò; e li resse Tutti una lancia: e
perch'ella non basta A più capir, lasciò il settimo fuore Ferito si, che di
quel colpo muore. 69 Non altrimente nelT estrema arena Veggiam le rane di
canali e fosse Dal cauto arcier nei fianchi e nella schiena, L'una vicina alT
altra, esser percosse; Né dalla freccia, finché tutta piena Non sia da un capo
alT altro, esser rimosse. La grave lancia Orlando da sé scaglia, K con la spada
entrò nella battaglia. 70 Rotta la lancia, quella spada strinse. Quella che mai
non fu menata in fallo; E ad ogni colpo, o taglio o punta, estiose Quand'uomo a
piedi, e quand'nomo a cavallo: Dove toccò, sempre in vermiglio tinse L'azzurro,
il verde, il bianco, il nero, il giallo. Duolsi Cimosco, che la canna e il foco
Seco or non ha, quando v'avrian più loco 71 E con gran voce e con minacce
chiede Che portati gli sian: ma poco é udito; Che chi ha ritratto a salvamento
il piede Nella città, non è d'uscir più ardito. H re frison, che fuggir gli
altri vede, D'esser salvo egli ancor piglia partito:Corre alla porta, e vuole
alzare il pont"; Ma troppo è presto ad arrivare il conte:72 n re volta le
spalle, e signor lassa Del ponte Orlando, e d'amendue le porte; E fugge, e
innanzi a tutti gli altri passa, Mercè che U suo destrier corre più forte. Non
mira Orlando a quella plebe bassa; Vuole il fellon, non gli altri, porre a
morte: Ma il suo destrier si al corso poco Yale, Che restio sembra, e chi
fugge, abbia V ale. 75 Dietro lampeggia a guisa di baleno; Dinanzi scoppia, e
manda in aria il tuono. Treman le mura, e sotto i pie il terreno; Il ciel
rimbomba al payentoso suono. L'ardente strai, che spezza e venir meno Fa ciò
ch'incontra, e dà a nessun perdono, Sibila e stride; ma, come è il desire Di
quel brutto assassin, non va a ferire.Stanza 70. 73 D'una in un' altra via si
leva ratto Di vista al Paladin; ma indugia poco, Che toma con nuove armi; che
s'ha fatto Portare in tanto il cavo ferro e il foco; E dietro un canto postosi,
di piatto L'attende; come il cacciatore al loco, Coi cani armati e con lo
spiedo, attende Il fier cinghiai che pruinoso scende, 74 Che spezza i rami, e
fa cadere i sassi; E ovunque drizzi l'orgogliosa fironte, Sembra a tanto rumor
che si fracassi La selva intomo, e che si svella il monV. Sta Cimosco alla
posta, acciò non jassi Senza pagargli il fio l'audace conte. Tosto eh' appare,
allo spiraglio tocca Col fuoco il ferro; e quel subito scocca. 76 0 sia la
fretta, o sia la troppa voglia D'uccider quel Baron, ch'errar lo faccia; 0 sia
che il cor, tremando come foglia, Faccia insieme tremar e mani e braccia; 0 la
bontà divina, che non voglia Che '1 suo fedel campion si tosto giaccia; Quel
colpo al ventre del destrier si torse: Lo cacciò in terra, onde mai più non
sorse. 77 Cade a terra il cavallo e il cavaliero:La preme l'un, la tocca
l'altro appena, Che si leva sì destro e sì leggiero, Come cresciuto gli sia
possa e lena. Quale il libico Anteo sempre più fiero Surger solea dalla
percossa arena; Tal surger parve, e che la forza, quando Toccò il terren, si
raddoppiasse a Orlando. Stanza 74. 78 Chi vide mai dal ciel cadere il foco Che
con sì orrendo suon Giove disserra, E penetrare ove un rinchiuso loco Carbon
con solfo e con salnitro serra; Ch' appena arriva, appena tocca un poco, Che
par ch'avvampi il ciel, non che la terra; Spezza le mura, e i gravi marmi
svelle, E fa i sassi volar sin alle stelle :79 S'immagini che tal, poi che
cadenda, Toccò la terra, il Paladino fosse; Con si fiero sembiante aspro ed
orrendo, Da far tremar nel ciel Marte, si mosse. Di che smarrito il re frison,
torcendo La briglia indietro, per fuggir voltosse:3Ia gli fu dietro Orlando con
più fretta, Che non esce dall'arco una saetta: Stanza 79. 80 £ quel che non
ayea potuto prima Fare a cavallo, or farà essendo a piede. Lo seguita si ratto,
ch'ogni stima Di chi noi vide, ogni credenza eccede. Lo giunse in poca strada:
ed alla cima Dell'elmo alza la spada, e si lo fiede, Che gli parte la testa
fino al collo, E in terra il manda a dar l'ultimo crollo. 81 Ecco levar nella
città si sente Nuovo rumor, nuovo menar di spade; Che '1 cugin di Bireno con la
gente Ch'avea condutta dalle sue contrade, Poiché la porta ritrovò patente, Era
venuto dentro alla cittade Dal Paladino in tal timor ridutta, Che senza intoppo
la può scorrer tutti. 82 Fugge il popolo in rotta; che non scorge Chi questa
gente sia, uè che domandi:Ma poi ch'uno ed un altro pur s'accorge Air abito e
al parlar che son Selandi, Chiede lor pace, e il foglio bianco porge; E dice al
capitan che gli comandi, E dar gli vuol contra i Frisoni aiuto, Che'l suo duca
in prigion gli han ritenuto. 83 Quel popol sempre stato era nimico Del re di
Frisa e d'ogni suo seguace. Perchè morto gli avea il signore antico. Ma più
perch'era ingiusto, empio e rapace. Orlando s'interpose come amico D'ambe le
parti, e fece lor far pace; Le quali unite, non lasciar Frisone Che non morisse
o non fosse prigione. 84 Le porte delle carceri gittate A terra sono, e non si
cerca chiave. Bireno al Conte con parole grate Giostra conoscer l'obbligo che
gli ave. Indi insieme e con molte altre brigate Se ne vanno ove attende Olimpia
in nave: Cosi la donna, a cui di ragion spetta Il dominio dell'isola, era
detta; 85 Quella che quivi Orlando avea condutto Non con pensier che far dovesse
tanto; Che le parca bastar che, posta in lutto Sol lei, lo sposo avesse a trar
di pianto. Lei riverisce e onora il popol tutto. Lungo sarebbe a racontarvi
quanto Lei Bireno accarezzi, ed ella lui; Quai grazie al conte rendano ambidui.
86 II popol la donzella nel paterno Seggio rimette, e fedeltà le giura. Ella a
Bireno, a cui con nodo etemo La legò Amor d'una catena dura, Dello stato e di
sé dona il governo. Ed egli tratto poi da un'altra cura, Delle fortezze e di
tutto il domino Dell'isola guardi an lascia il cugino; 87 Che tornare in
Selandia avea disegno, E menar seco la fedel consorte: E dicea voler fare indi
nel regno Di Frisa espepenzia di sua sorte; Perchè di ciò l'assicurava un pegno
Ch' egli avea in mano, e lo stimava forte:La figliuola del re, che fra i
captivi, Che vi fur molti, avea trovata quivi. 88 E dice ch egli vuol ch aa suo
germano, Ch'era minor d'età, l'abbia per moglie. Quindi si parte il senator
romano Il di medesmo che Bireno scioglie. Non volse porre ad altra cosa mano,
Fra tante e tante guadagnate spoglie, Se non a quel tormento ch'abbiam detto
Ch'ai fulmine assimiglia in ogni effetto. 89 L'intenzion non già, perchè lo
tolle, Fu per voglia d'usarlo in sua difesa; Che sempre atto stimò d'animo
molle Gir con vantaggio in qualsivoglia impresa: Ma per gittarlo in parte, onde
non volle Che mai potesse ad uom più fare offesa: E la polve e le palle e tutto
il resto Seco portò ch'apparteneva a questo. 90 E cosi, poi che fuor della
marea Nel più profondo mar si vide uscito Si, che seguo lontan non si vedea Del
destro più né del sinistro lito, Lo tolse, e disse: Acciò più non istea Mai
cavalier per te d'essere ardito, Né quanto il buono vai, mai più si vanti Il
rio per te valer, qui giù rimanti. 91 0 maledetto, o abbomìnoso ordigno. Che
fabbricato nel tartareo fondo Fosti per man di Belzebù maligno. Che ruinar per
te disegnò il mondo. All' Inferno, onde uscisti, ti rassigno. Cosi dicendo, lo
gittò in profondo. Il vento intanto' le gonfiate vele Spinge alla via
dell'isola crudele. 93 Né scala in Inghilterra né in Irlanda Mai lasciò far. né
sul contrario lito. Ma lasciamolo andar dove lo manda Il nudo Arder che l'ha
nel cor ferito. Prima che più io ne parli, io vo' in Olanda Tornare, e voi meco
a tornarvi invito:Che, come a me, so spiacerebbe a voi, Che quelle nozze fosson
senza noi. stanza 8U. 92 Tanto desire il Paladino preme Di saper se la donna
ivi si trova, Ch'ama assai più che tutto il mondo insieme, Né un'ora senza lei
viver gli giova; Che s' in Ibernia mette il piede, teme Di non dar tempo a
qualche cosa nuova, Si eh' abbia poi da dir invano: Ahi lasso ! Ch'ai venir mio
non affrettai più il passo. 94 Le nozze belle e sontuose f.muo; Ma non sì
sontuose né sì bello, Come in Selaildia dicon che faranno. Pur non disegno che
vegnate a quelle; Perché nuovi accidenti a nascere hanno Per disturbarle;
de'quai le novelle All' altro Canto vi farò sentire, S'ali' altro Canto mi
verrete a udire. NOTE. St. 4. V.5. Veggi, vegU. St. 5. V.8. Tripoli, città
della Berberla. St. 6. y. 45. Francia. Qal non sta per tutto qael paese che
intendiamo ora, ma per quel territorio dove è Parigi, ed ò bagnato dai fiumi
Senna, Marna, Oise e Yonne: perchè ivi si posero da principio i Franchi.
Uveinia, dal francese Auvergne. Da noi dicesi Alvernia; ed ò una deUe Provincie
centrali della Francia. St. 7. V.5. Insembre, lo stesso che insieme. St. 8. y.
34. Questo è un finmicello che scorre vi cino a PontOrsoo, e si scarica presso
Beauvais nel golfo che si dirà fra poco. St. 11. y. 5. Ibernia, è il nome che
davano i La tini all'Irlanda. St. 15. y. d8. ~ S. Malày città marittima di
Francia nella Bretagna. In un golfo tra questa provincia e la Normandia, mette
foce il fiumicello di cui sopra, e sorge il moTtte S, Michele. St. 16. y. 16.
Breaco, che i Latini dissero Bria ctinif e i Francesi chiamano S. Brieux, è
città di Nor, presso il fondo di un golfo che ha a levante il capo Frehel e a
ponente V isoletta di Brehat. Zandri glier è il Trecos'vm degli antichi,
corrispondente a Lan Irìguier, ma ora segnato sulle mappe Tréguier. Albiofie
denominarono i Latini la Gran Bretagna, probabilmente dal colore biancastro
delle sue rupi marittime. Il vento accennato nel sesto verso dicesi in
marineria ponente maestra St. 17. y. 8. La Schelda o VJEs'aut, come i Fran cesi
lo chiamano, è il fiume che bagna Anversa, forman dovi un vasto porto. St. 23.
y. 12. Selandia o Zelandia (Seeland), è una delle Provincie settentrionali
olandesi, e componesi delle isole Beveland, Walcheren, Tholen. Schouwen, con al
cune altre formate da vai rami della Schelda e della Uosa, e dal mare del Nord.
La BiseagUa è ptovlaam della Spagna settentrionale. Nella Biacaelias e nei
monti delle Asturie, si tennero sempre forti € ise spugnabili gli Spagnuoli
contro gli Arabi e f Morì, fis che palmo a palmo riconquistarono tutto il paese.
St. 25. y. 8. Frisa o Frisia, paese anticamente abitato dai FriaJ, Germani
d'origine, e conquistati da Druso. Una parte di esso costituisce in oggi la
Frisia propriamente detta, altra delle Provincie settentrionali olandesi. St.
28. v.7. Ferro lugio, Tarchibugio. Il poeta lo suppone inventato da questo re
frisone, molti secoli prima che non fosse. St. 34. y. 2. Far di tutto il resto;
vale esponi alle ultime calamità. St. 36. y. 78. Intendi: non dimostro che non
xnt piaccia, ed ami fingo bramare che mi perdoni, ecc. St. 37. v.6. Citelli,
giovinetti. St. 42. y. 2. Malnato, nato cioè per sua svmtara. St. 52. y. 5.
Periuro, spergiuro, St. 6(". v.6. Accenna la minore Bretagna, provin cia
settentrionale della Francia. St. 61. y. 1. Dordrecch, ossia Dordrecht, città
del l'Olanda merìdionale, in un'isola della Ma<"a. St. 65. y. 7.
Volana, cioè Volano, ramo del Po. St 77. y. 5. Anteo, gigante mitologico, era
figlio della Terra, sulla quale se fosse caduto, ne rìsorgevs p'à robusto. St.
85. y. 7. ~ Tormentum chiamavano i Latini k macchine di guerra da scagliare
pietre, giavellotti ed al triproiettili:talvoce italianizzata si applica qal al
Tarchibugio . St. 90. y. 5. Stea per te, abbia cagione da te. St. 93. y. 12.
Fare scala, espressione marinaresca. sbarcare. s Bireno, ioTaghitosi di altra
donna, abbandona Olimpia. Ruggiero riceve l'Jppogrifo da Logistilla che lo
ammae stra a gaidarlo. e su qaello discende in Inghilterra, dove osserva la
rassegna delle truppe destinate in aiuto di Carlo. Nel passare in Irlanda, scorge
neirisola di Ebuda Angelica legata ad ano scoglio per essere divorata
dall'orca: abbatte il mostro, toglie la giovane in groppa, e discende con lei
sul lido della minore Bretagna. 1 Fra quanti amor, fra quante fedi al mondo Mai
sì trovar, fra quanti cor constanti, Fra quante, o per dolente o per giocondo
Stato, fér prove mai famosi amanti; Piuttosto il primo loco, chMl secondo Darò
ad Olimpia: e se pur non va innanti, Ben voglio dir che fra gli antiqui e novi
Maggior dell'amor suo non si ritrovi; 2 E che con tante e con si chiare note
questo ha fatto il suo Bireno certo. Che donna più far certo uomo non puote,
Quando anco il petto e'I cor mostrasse aperto: E s anime si fide e si devote
D'un reciproco amor deuno aver merto, Dico ch'Olimpia è degna che non meno,
Anzi più che sé ancor, Pami Bireno; 3 E che non pur non T abbandoni mai Per
altra donna, se ben fose quella Ch' Europa ed Asia messe in tanti guai, s'
altra ha maggior titMo di bella: Ma, piuttosto che lei, la"ci coi rai Del
Sol l'udita e il gusto e la favella E la vita e la fama, e s' altra cosi Dire 0
pensar si può più preziosa. 4 Se Bireno amò lei, come ella amato Bireno avea;
se fu si a lei fedele Come ella a lui; se mai non ha voltato Ad altra via, che
a seguir lei, le vele:Oppur s' a tanta servitù fu ingrato, A tanta fede e a
tanto amor crudele. Io vi vo'dire, e far di maraviglia Stringer le labbra, ed
inarcar le ciglia. 5 E poi che nota T impietà vi fia, Che di tanta bontà fu a
lei mercede, Donne, alcuna di voi mai più non sia, Ch' a parole d'amante abbia
a dar fede. L'amante, per aver quel che desia. Senza guardar che Dio tutto ode
e vede, Avviluppa promesse e giuramenti, Che tutti spargon poi per l'aria i
venti. 6 I giuramenti e le promesse vanno Dai venti in aria dissipate e sparse,
Tosto che tratta questi amanti s' hanno L'avida sete che gli accese ed arse.
Siate a'prieghi ed a' pianti che vi fanno, questo esempio, a credere più
scarse. Bene è felice quel, donne mie care. Ch'esser accorto all'altrui spese
impare. GnardateTÌ da questi òhe sai fiore De'lor begli anni il yiso han sì
polito: Che presto nasce in loro e presto muore, Quasi un foco di paglia, ogni
appetito. Come segue la lepre il cacciatore Al freddo, al caldo, alla montagna,
al lìto. Né più r estima poi che presa vede; E sol dietro a chi fogge, affretta
il piede:8 Cosi fan questi gioveni, che, tanto ChYi mostrate lor dure e
proterve, V'amano e riveriscono con quanto de' far chi fedelmente serve:Ma non
si tosto si potran dar vanto Della vittoria, che di donne, serve Vi dorrete esser
fette; e da voi tolto Vedrete il falso amore, e altrove volto. 9 Non vi vieto
per questo (ch'avrei torto) Che vi lasciate amar; che senza amante Sareste come
inculta vite in orto, Che non ha palo ove s'apponi o piante. Sol la prima
lanugine vi esorto Tutta a foggir, volubile e incostante; E córre i frutti non
acerbi e duri. Ma che non sien però troppo maturi. 10 Di sopra io vi dicea eh'
una figliuola Del re di Frisa quivi hanno trovata. Che fia, per quanto n'han
mosso parola. Da Bireno al fratel per moglie data. Ma, a dire il vero, esso
v'avea la gola; Che vivanda era troppo delicata: E riputato avria cortesia
sciocca. Per darla altrui, levarsela di bocca. stanza Itt. 11 La damigella non
passava ancora Quattordici anni, ed era bella e fresca, Come rosa che spunti
allora allora Fuor della buccia, e col Sol nuovo cresca. Non pur di lei Bireno
s'innamora. Ma fuoco mai cosi non accese esca. Né se lo pongan l'invide e
nimiche Mani talor nelle mature spiche; 12 Come egli se n' acoese immantinente,
Come egli n'arse fin nelle medoUe, Che sopra il padre morto lei dolente Vide di
pianto il bel viso far moUe. E come suol, se l'acqua fredda sente, Quella
restar che prima al fhoco bolle; Cosi l'arder ch'accese Olimpia, vinto Dal
nuovo successore, in lui fu estinto. 18 Non pur sazio di lei, ma fastidito N'é
già cosi, che può vederla appena; E si dell'altra acceso ha l'appetito. Che ne
morrà se troppo in lungo il mena; Pur, finché giunga il dì e' ha statuito A dar
fine al disio, tanto raffrena. Che par eh' adori Olimpia, non che l'ami; E quel
che piace a lei, sol voglia e brami. 14 E se accarezza l'altra (che non puote
Far che non l'accarezzi più del dritto), Non è chi questo in mala parte note;
Anzi a pietade, anzi a bontà gli é ascritto; Che rilevare un che Fortuna ruote
Talora al fondo, e consolar l'afflitto, Mai non fu biasmo, ma gloria sovente;
Tanto più una fanciulla, una innocente. Stanza 34. 15 0 sonuno Dio, come i
giudìcj umani Spesso offuscati son da un nembo oscuro ! I modi di Bireno, empj
e profani, Pietosi e santi riputati furo. I marinari, già messo le mani Ai
remi, e sciolti dal lìto sicuro, Portayan lieti pei salati stagni Verso
Selandia il duca e i suoi compagni. 16 Già dietro rimasi erano e perduti Tutti
di vista i termini d'Olanda; Che, per non toccar Frisa, più tenuti S'eran vèr
Scozia alla sinistra banda: Quando da un vento fur sopravvenuti, Ch'errando in
alto mar tre di li manda. Sursero il terzo, già presso alla sera, Dove inculta
e deserta un'isola era. 17 Tratti che si far dentro un picciol seno, Olimpia venne
in terra; e con diletto In compagnia deli'infedel Bireno Cenò contenta, e faor
dogni sospetto: Indi con lui, là dove in loco ameno Teso era un padiglione,
entrò nel letto. Tutti gli altri compagni ritornaro, E sopra i legni lor si
riposaro. 18 II travaglio del mare e la paura, Che tenuta alcun di V aveano
desta; Il ritrovarsi al lito ora sicura, Lontana da rumor nella foresta, E che
nessun pensier, nessuna cura, Poiché 1 suo Amante ha seco, la molesta; Fa
cagion eh' ebhe Olimpia si gran sonno, Che gli orsi e i ghiri aver maggior noi
ponno. 19 n falso amante, che i pensati inganni Veggiar facean, come dormir lei
sente, Pian piano e9ce del letto; e de' suoi panni Fatto un faste!, non sì
veste altrimente; E lascia il padiglione; e, come i vanni Nati gli sian, rivola
alla sua gente, E li risveglia; e senza udirsi un grido, ¦ Fa entrar nell'
alto, e abbandonare il lido. 23 Quivi surgea nel lito estremo un sasso, Ch'
aveano l'onde, col picchiar frequente, Cavo e ridutto a guisa d'arco al basso,
E stava sopra il mar curvo e pendente. Olimpia in cima vi sali a gran passo
(Cosi la facea l'animo possente); E di lontano le gonfiate vele Vide fuggir del
suo signor crudele: 24 Vide lontano, o le parve vedere; Che l'aria chiara ancor
non era molto. Tutta tremante si lasciò cadere, Più bianca e più che neve
fredda in volto. Ma poi che di levarsi ebbe potere, Al cammin delle navi il
grido volto, Chiamò, quanto potea chiamar più forte, Più volte il nome del
crudel consorte: 25 E dove non potea la debil voce, Suppliva il pianto e 'l
batter palma a pahoA. Dove foggi, crudel, cosi veloce? Non ha il tuo legno la
debita salma. Fa che levi me ancor: poco gli nuoce Che porti il corpo, poidiè
porta l'alma. E con le braccia e con le vesti segno Fa tuttavia, perchè ritomi
il legno. 20 Rimase addietro il lido e la meschina Olimpia, che dormi senza
destarse, Finché l'Aurora la gelata brina Dalle dorate ruote in terra sparse, E
s'udir le alcione alla marina Dell'antico infortunio lamentarse. Né desta né
dormendo, ella la mano Per Bireno abbracciar tese, ma invano.21 Nessuno trova:
a sé la man ritira: Di nuovo tenta, e pur nessuno trova. Di qua l'un braccio, e
di là l'altro gira; Or l'una or l'altra gamba; e nulla giova. Caccia il sonno
il timor: gli occhi apre, e mira: Non vede alcuno. Or già non scalda e cova Più
le vedove piume; ma si getta Del letto e fuor del padiglione in fretta: 22 E
corre al mar, graffiandosi le gote, Presaga e certa ormai di sua fortuna. Si
straccia i crini, e il petto si percuote: E va guardando (che splendea la luna)
Se veder cosa, fuor che '1 lito, puote; Né, fuor che'l lito, vede cosa alcuna.
Bireno chiama; e al nome di Bireno Rispondean gli antri, che pietà n' avieno.
26 Ma i venti che portavano le vele Per r alto mar di quel giovene infido,
Portavano anco i priegbi e le querele Dell'infelice Olimpia, e '1 pianto e1
grido; La qual tre volte, a sé stessa crudele, Per affogarsi si spiccò dal
lido; Pur alfin si levò da mirar l'acque, E ritornò dove la notte giacque; 27 E
con la faccia in giù, stesa sul letto, Bagnandolo di pianto, dicea lui:lersera
desti insieme a dui ricetto:Perché insieme al levar non siamo dui? Oh perfido
Bireno ! o maladetto Giorno eh' al mondo generata fui ! Che debbo far? che
pbss'io far qui sola? Ohi mi dà aiuto? ohimè! chi mi consola? 28 Uomo non
veggio qui, non ci veggio opra Donde io possa stimar ch'uomo qui sia:Nave non
veggio, a cui salendo sopra, Speri allo scampo mio ritrovar via. Di disagio
morrò; né chi mi cuopra Gli occhi sarà, né chi sepolcro dia. Se forse in ventre
lor non me lo danno I lupi, ohimè ! eh' in queste selve stanno. 29 Io sto in
sospetto, e già di veler panni Dì questi boschi orsi o leoDÌ uscire, O tigri 0
fiere tal, che natura armi D'aguzzi denti e d'ugne da ferire. quai fere cmdel
potriano farmi, Fera crudel, peggio di te morire?Darmi una morte, so, lor parrà
assai; E tu di mille, ohimè ! morir mi fai. 30 Ma presuppongo ancor ch'or ora
arrivi Nocchier che per pietà di qui mi porti; £ cosi lupi, orsi, leoni schivi,
Strazii, disagi, ed altre orribil morti:Mi porterà forse in Olanda, s' ivi Per
te si guardan le fortezze e i porti? Mi porterà alla terra ove son nata, Se tu
con fìraude già me Phai levata? 31 Tu m'hai lo stato mio, sotto pretesto Di
parentado e d'amicizia, tolto. Ben fosti a porvi le tue genti presto, Per avere
il dominio a te rivolto. Tornerò in Fiandra, ove ho venduto il resto Di che io
vivea, benché non fosse molto, Per sovvenirti e di prigione trarte? Meschina!
dove andrò? non so in qual parte. 32 Debbo forse ire in Frisa, ov' io potei, E
per te non vi volsi, esser regina? U che del padre e dei fratelli miei, E
d'ogni altro mio ben fu la ruina. Quel e' ho fatto per te, non ti vorrei,
Ingrato, improverar, né disciplina Dartene; che non men di me lo sai: Or ecco
il guiderdon che me ne dai. 33 Deh, purché da color che vanno in corso Io non
sia presa, e poi venduta schiava! Prima che questo, il lupo, il leon, l'orso
Venga, e la tigre, e ogni altra fera brava, Di cui l'ugna ini stracci, e franga
il morso; E morta mi strascini alla sua cava. Cosi dicendo, le mani si caccia
Ne'capei d'oro, e a chiocca a chiocca straccia. 34 Corre di nuovo in su
l'estrema sabbia, E ruota il capo, e sparge all'aria il crine, E sembra
forsennata, e ch'addosso abbia Non un demonio sol, ma le decine; 0, qual Ecuba,
sia conversa in rabbia, Vistosi morto Polidoro alfine. Or si ferma s'un sasso,
e guarda il mare; Né men d'un vero sasso, un sasso pare. 35 3Ia lasciamla doler
finch'io ritorno, Per voler di Kuggier dirvi pur anco. Che nel più intenso
ardor del mezzo giorno Cavalca il lito, affaticato e stanco. Percuote il Sol
nel colle, e fa ritomo; Di sotto bolle il sabbion trito e bianco. Mancava all'
arme eh' avea indosso, poco Ad esser, come già, tutta di fuoco. 36 Mentre la
sete, e dell' andar fatica Per l'alta sabbia e la solinga via Gli facean, lungo
quella spiaggia aprica, Noiosa e dispiacevol compagnia; Trovò eh' all'ombra
d'una torre antica. Che fuor dell'onde appresso il lito uscia. Della corte
d'Alcina eran tre donne. Che le conobbe ai gesti ed alle gonne. 37 Corcate su
tappeti alessandrini, Qodeansi il fresco rezzo in gran diletto. Fra molti vasi
di diversi vini E d'ogni buona sorta di confetto. Presso alla spiaggia, coi
flutti marini Scherzando, le aspettava un lor legnetfo Finché la vela empiesse
agevol óra; Che un fiato pur non ne spirava allora. 38 Queste, eh' andar per la
non ferma sabbia Vider Buggier al suo viaggio dritto, Che sculta avea la sete
in su le labbia. Tutto pien di sudore il viso afflitto. Gli cominciare a dir
che si non abbia Il cor volonteroso al cammin fitto, Ch' alla fresca e dolce
ombra non si pieghi, E ristorar lo stanco corpo nieghi. 39 E di lor una
s'accostò al cavallo Per la staffa tener, che ne scendesse; L'altra con una
coppa di cristallo. Dì vin spumante, più sete gli messe:Ma Ruggiero a quel suon
non entrò in ballo Perchè d'ogni tardar che fatto avesse. Tempo di giunger dato
avrìa ad Alcina, Che venia dietro, ed era omai vicina. 40 Non cosi fin salnitro
e zolfo puro, Tocco dal fuoco, subito s'avvampa; Né così freme il mar, quando
l'oscuro Turbo discende, e in mezzo se gli accampa Come, vedendo che Ruggier
sicuro Al suo dritto cammin l'arena stampa, E che le sprezza (e pur si tenean
belle), D'ira arse e di furor la terza d'elle.Ta non sei né gentil né
cayaliero, (Dice gridando quanto può piìt forte) Tu' hai rubate V arme; e quel
destriero Non saria tuo per veruu'altra sorte; E così; come ben m'appongo al
vero, Ti vedessi punir di degna morte; Che' fossi fatto in quarti, arso o
impiccato, Brutto ladron, villa"; superbo, ingrato. 42 Oltr a queste e
molt' altre ingiuriose . Parole che gli usò la donna altièra, Ancorché ' mai
ttuggier non le rispose, Che di. si vii tenzon poco onor spera; Con le sorelle
tosto eUa sipose " Sul legno in mar, che al lor servigio v' età:Ed
affrettando i remi, lo seguiva, Vedendol tuttavia dietro allariva. 43 Minaccia
sempre, maledice e incarca; Che Tonte sa trovar per ogni. ponto. Intanto à
quello: stretto, onde • si "varta Alla fata più Bella, è Riiggier ghiÀtoi
Dove un vecchio' ncKMihiero una mia bare": Scioglier dall' altra ripa verte,
appanta Come, avvisato e già provvisto, i|irivì" Si stia aspettando che
Riitiro arritL • . 44 Scioglie il nocchier, cume venir lo vcdt Di trasportarlo
a miglior ripu lieto; Che, se la faccia può del vot ilfir fede Tutto benigno e
tutto era dì scroto. Pose Ruggier sopra: il eìhìIìo il piede, Dio ringraziando;
e per In mar quieto Ragionando venia col lenito. Saggiò e di lunga esperìejiza
ilutto, 45 Quel lodava Ruggier, che sì s avesse ' Saputo a tempo tor da
Alclna,.é innanlij Chel calice incantato ella gli desse, • Ch'avea alfin dato a
tutti gli altri amasti | E poi, che a Logistilla si traesse. Dove veder pòtria
costumi santi, Bellezza etema, ed iiifinita .grazia, . ' Che '1 cor nutrisce .
e pasce, e jnài non 46 Costei, dicea, stupore e riverenza ." T Induce
UPàlma, ove si scuopre prima;. Contempla meglio poi V alta presenza j • Ogni
altro' ben ti par di poca stima. Il suo amore ha dagli altri differenza 4 Speme
0 timor negli altri il cor ti lima; . In questo il desiderio più non chiede,, E
contento riman come la veile. 47. Ella t'insegnerà stiidj più gmti, . Che
suoni, danze, odori j bagni e cibi; Ma com§ i pensier tuoi meglio fonnati
Poggin piti ad alto, che . per V aria i nibi E come della g;loria de' beati Nel
mortai corpo parte si delibi. Cosi parlando il marinar veniva, . Lontano
ancoraalla sicura riva; 48 Quando vide scoprire alla marìnia Molti. nàvilj, e!
tutti alla sua volta. Con quei ne vien T ingiuriata Alcina, E molta di sua
gente bave raccolta, . Per por lo sUtto e sé stessa .in ruinft, 0 riacquistar
la cara cosa tolta. E bene è Amor di ciò cagion non lieve, Ma r ingiuria non
men che ne riceve. 49 Ella non ebbe sdegno, da che nacque, Dì questo il maggior
mai, eh' ora la rode:Onde fa i remi si affrettar per l'acque, Che la spuma ne
sparge ambe le prode. Al gran romor né mar né ripa tacque; Ed Eco risonar per
tutto s'ode. Scnopri, Ruggier, lo scudo, che bisogna; Se non, sei morto, o
preso con vergogna. 50 Cosi disse il nocchier di Logistilla; Ed oltre il detto,
egli medesmo prese La tasca, e dallo scudo dipartilla, E fé' il lume di quel
chiaro e palese. L'incantato splendor che ne sfavilla, Gli occhi degli
avversar) così offese, Che li fé' restar ciechi allora allora, E cader chi da
poppa e chi da prora. 51 Un eh' era alla veletta in su la ròcca, Dell'armata
d'Alcina si fu accorto; E la campana martellando tocca, Onde il soccorso vien
subito al portx). L'artiglieria, come tempesta, fiocca Centra chi vuole al buon
Ruggier far torto:Si che gli venne d'ogni parte aita Tal, che salvò la libertà
e la vita. 52 Giunte son quattro donne in su la spiaggia. Che subito ha mandate
Legisti Ila: La valorosa Andronica, e la saggia Frenesia, e l'onestissima
Dicilla, E Soirosina casta, che, come aggia Quivi a far più che l'altre, arde e
sfavilla. L'esercito eh' al mondo è senza pare, Del castello esce, e si
distende al mare. 53 Sotto il Castel nella tranquilla foce Di molti e grossi
legni era una armata. Ad un botto di squilla, ad una voce Giorno e notte
abattagliaapparecchiata. E cosi fu la pugna aspra ed atroce, E per acqua e per
terra incominciata; Per cui fu il regno sottosopra volto, Ch'avea già Alcina
alla sorella tolto. 54 Oh di quante battaglie il fin successe Diverso a quel
che si credette innante ! Non sol eh' Alcina allor non riavesse, Come stimossi,
il fuggitivo amante; Ma delle navi che pur dianzi spesse Fur sì, eh' appena il
mar ne capia tante, Fuor della fiamma che tutt' altre avvampa, Con un legnetto
sol misera scampa. 55 Fuggesi Alcina; e sua misera gente Arsa e presa riman,
rotta e sommersa. D'aver Ruggier perduto ella si sente Via più doler, che d'
altra cosa avversa. Notte e dì per lui geme amaramente, E lacrime per lui dagli
occhi versa E per dar fine a tanto aspro martire Spesso si duol di non poter
morire. 56 Morir non puote alcuna fata mai. Fin che '1 Sol gira, o il ciel non
muta stilo. Se ciò non fosse, era il dolore assai Per muover Cleto ad inasparle
il filo; 0, qual DidoD, finia col ferro i guai; 0 la regina splendida del Nilo
Avria imitata con mortifer sonno:Ma le fate morir sempre non penne. 57 Temiamo
a quel di eterna gloria degno Ruggiero; e Alcina stia nella sua pena. Dico di
lui, che poi che fuor del legno Si fu condutto in più sicura arena, Dio
ringraziando che tutto il disegno Gli era successo, al mar voltò la schiena: Ed
affrettando per l'asciutto il piede, Alla rócca ne va che quivi siede. 58 Né la
più forte ancor, né la più bella Mai vide occhio mortai prima né dopo. Son di
più prezzo le mura di quella, Che se diamante fossino e piropo. Di tai gemme
quaggiù non si favella: Ed a chi vuol notizia averne, é d'uopo Che vada quivi;
che non credo altrove, Se non forse su in ciel, se ne ritrove. 59 Quel che più
fa che lor s'inchina e cede Ogni altra gemma, é che, mirando in esse, L'uom sin
in mezzo all'anima si vede, Vede suoi vizj e sue virtudi espresse Sì, che a
lusinghe poi di sé non crede. Né a chi dar biasmo a torto gli volesse:Fassi,
mirando allo specchio lucente Sé stesse, conoscendosi, prudente. 60 II chiaro
lume lor, ch'imita il Sole, Manda splendore in tanta copia interne. Che chi l'ha,
ovunque sia, sempre che vuole, Febo, malgrado tuo, si può far giorno. Né
mirabil vi son le pietre sole; Ma la materia e l'artificio adorno Contendon sì,
che mal giudicar puossi Qual delle due eccellenze maggior fossi.Sopra gli
altissimi archi, che pnntelii Parean che del ciel fossino a vederli, Eran grdin
si spaziosi e belli, Che saria al piano ancofatica averli. Verdeggiar gli
odoriferi arbuscelli Si pnon veder fra i laminosi merli; Ch'adorni son Testate
e'I verno tatti Di vaghi fiori e di matari fratti. stanza I 62 Dì. cosi nobili
àrbori non suole Prodarsi. fttor di questi bei giardini; Né di tai rose 0 di
simili viole, Di gigli, di amaranti e di gesmini. Altrove appar come a an.
medesmo Sole £ nasca e viva, e morto il cio inchini, E come lasci vedovo il suo
stelo Il fior saggetto al variar del cielo; 63 Ma qaivi era perpetua la
verdara, Perpetua la beltà de fiorì eterni. Non che benignità della Natura Si
temperatamente li governi; Ma Logistilla con suo stadio e cara, Senza bisogno
de' moti sapemi (Quel che agli altri impossibile parea), Soa primavera ognor
ferma tenea. 64 Logistilla mostrò molto aver grato Ch' a lei venisse un si
gentil signore; E comandò che fosse accarezzato, E che studiasse ognun di
fargli onore. Gran pezzo innanzi Astolfo era arrivato. Che visto da Ruggier fu
di buon core. Fra pochi giorni venn gli altri tatti, Ch' air esser lor Melissa
avea ridutti. 65 Poi che si fur posati un giorno e dui, Venne Ruggiero alla
fata prudente Col duca Astolfo, che, non men di lui, Avea desir di riveder Ponente.
Melissa le parlò per amendni; E supplica la fata umilemente. Chegli consigli,
£Eivorìsca e aiuti Si, che ritomin d'onde eran venuti. 66 Disse la fata: Io ci
porrò il pensiero, E fra dui di te li darò espediti. Discorre poi tra sé come
Ruggiero, E, dopo lui, come quel duca aiti: Conchiude infin, che'l volator
destriero Ritomi il primo agli aquitani liti; Ma prima vuol che se gli faccia
un morso Con che lo volga e gli raffreni il corso. 67 Gli mostra com' egli
abbia a far, se vuole Che poggi in alto; e come a far che cali; E come se vorrà
che in giro vole, 0 vada ratto, o che si stia su l'ali:E quali effetti il
cavalier far suole Di buon destriero in piana terra, tali Facea Ruggier, che
mastro ne divenne, Per l'aria, del destrier eh' avea le penne. 68 Poi che
Ruggier fu d'ogni cosa in punto, Dalla fata gentil commiato prese, Alla qual
restò poi sempre congiunto Dì grande amore: e usci di quel paese. Prima di lui
che se n' andò in buon ponto, E poi dirò come il guerriero inglese Tornasse con
più tempo e più fatica Al magno Carlo ed alla corte amica. 63 Quindi parti
Ruggier, ma non rivenne Per quella via che fé' già suo mal grado, AUor che
sempre l'Ippogrifo il tenne Sopra il mare, e terren vide di rado:Ma potendogli
or far batter le penne Di qua di là, dove più gli era a grado. Volse al ritomo
farnuovosentiero, Come, schivando Erode, i Magi fero. 70 AI yenìr quivi, era
lasciando Spafiaa, Venuto India a trovar per dritti riga, Là dove il mare
orientai la bagna. Dove una fata avea con P altra briga. t Or veder si dispose
altra campagna. Che quella dove i venti Eolo instiga, £ finir tatto il
cominciato tondo, Per avor come il Sol, girato il mondo. 71 Quinci il Cataio, e
quindi Mangiana, Sopra il gran Quinsai vide passando: Volò sopra l'Imavo, e
Sericana Lasciò a man destra; e sempre declinando Dagl'iperborei Sciti all'
onda Ircana, Giunse alle parti di Sarmazia: e quando Fu dove Asia da Europa si
divide, Russi e Prutenie la Pomeria vide. Stanza d7. 72 Benché di Ruggier fosse
Ogni desire Di ritornare a Bradamant presto; Por, gustato il piacer eh' avea di
gire Cercando il mondo, non restò per questo, Ch'alli Polacchi, agli Ungari
venire Non volesse anco, alli Germani, e al resto Di quella boreale orrida
terra; E venne alfin nell'ultima Inghilterra. 73 Non crediate, signor, che però
stia Per si lungo cammin sempre su l'ale:Ogni sera all'albergo se ne già,
Schivando a suo poter d'alloggiar male. E spese giorni e mesi in questa via; Si
di veder la terra e il mar gli cale. Or presso a Londra giunto una mattina, Sopra
Tamigiil volator declinaGELANDO PUBIOSO. 74 Dove ne' prati alla città vicini
Vide adunati uomini d'arme e fanti, Ch'a 8uon di trombe e a suòn di tamburini
Venian, partiti a belle schiere, avanti II buon Rinaldo, onor de' paladini; Del
qual, se vi ricorda, io dissi innanti, Che, mandato da Carlo, era venuto In
queste parti a ricercare aiuto. 75 Giunse appunto Buggier, che si facea La
bella mostra ftior di quella terra:E per sapere il tutto, ne chiedea Un
cavalier; ma scese prima in terra: E quel, ch'affikbil era, gli dicea Che di
Scozia e d'Irlanda e d'Inghilterra E dell'isole intorno eran le schiere Che
quivi alzate avean tante bandiere: 76 E finita la mostra che faceano, Alla
marina si distenderanno, Dove aspettati per solcar l'Oceano Sou dai navilj che
nel porto stanno. I Franceschi assediati si ricreano, Sperando in questi che a
salvar li vanno. Ma acciò tu te n' informi pienamente, 10 ti distinguerò tutta
la gente. 77 Tu vedi ben quella bandiera grande, Ch'insieme pon la fiordaligi e
i pardi: Quella il gran capitano all' aria spande, E quella han da seguir gli
altri stendardi. II suo nome, famoso in queste bande, É Leonetto, il fior delli
gagliardi, Di consiglio e d'ardire in guerra mastro, Del re nipote, e duca di
Lincastro. 78 La prima, appressoil gonfalon reale, Che'l vento tremolar fa
verso il monte, E tien nel campo verde tre bianche ale, Porta Ricardo, di
Varvecia conte. Del duca di Glocestra è quel segnale Ch'ha duo coma di cervio e
mezza fronte. Del duca di Chiarenza è quella face:Quell'arbore è del duca
d'Eborace. 79 Vedi in tre pezzi una spezzata lancia: Gli è '1 gonfelon del duca
di Nortfozia. La fnlgure è del buon conte di Cancia. 11 grifone è del conte di
Pembrozia Il duca di Snfolcia ha la bilancia. Vedi quel giogo che due serpi
assozia: É del conte d'Essenia; e la ghirlanda In campo azzurro ha quel di
Norbelanda. 80 II conte d'Arinddia è quel e' ha messo In mar quella barchetta
che s'affonda. Vedi il marchese di Barclei; e apprnso Di Mardiia il conte, e il
conte di Bitmonda: 11 primo porta in bianco un monte fesso, L'altro k palma, il
terzo un pin nell'onda. Quel di Dorsezia è conte, e quel d Antona, Che Puno ha
il canso, e l'altro la coronai 81 II falcon chesul nido i vanni infatua"
Porta Raimondo, il conte di Devonia. Il giallo e negro ha quel di Vigorùia; n
can quel d'Erbia: un orso quel d'Ondala La croce che là vedi cristallina, É del
ricco prelato di Battonia. Vedi nel bigio una spezzata sedia? É del duca Ariman
di Sormosedia. 82 Gli uomini d'arme e gli arcieri a oamSo Di quarantadue mila
numer fanno. Sono duo tanti, o di cento non fallo " Quelli eh' a pie nella
battaglia vanno. Mira quei segni, un bigio, un verde, nn gìlllo E di nero e
dazzur listato un panno: Goffredo, Enrico, Ermante ed Odoardo Guidan pedoni,
ognun col suo stendardo" 8B Duca di Bocchingamia è quel dinante:Enrico ha
la contea di Sarisberia. Signoreggia Bnrgenia il vecchio Ermante: Quello
Odoardo è conte di Croisberia. Questi alloggiati più verso levante, Sono
gl'Inglesi. Or volgiti all'Esperia, Dove si veggion trenta mila Scotti, Da
Zerbin, figlio del lor re, condotti. 84 Vedi tra duo unicormi il gran leone,
Che la spada d'argento ha nella zampa:Quel!' è del re di Scozia il gonfalone;
Il suo figliuol Zerbino ivi s accampa. Non è un si bello in tante ajtre
persone; Natura il fece, e poi ruppe la stampa. Non è in cui tal virtù, tal
grazia luca, 0 tal possanza: ed è di Roscia duca. 85 Porta in azzurro una
dorata sbarra Il conte d'Ottonici nello stendardo. L altra bandiera è del duca
di Marra, Che nel travaglio porta il leopardo. Di più colori e di più augei
bizzarra Mira l'insegna d'Alcabrun gagliardo. Che non è duca, conte, né
marchese . Ma primo nel salvatico paese. Stanza 75 B6 Del duca di Trasfordia è
qaella insegna, Dove è Taugel chal Sol tien gli occhi franchi. Lurcanio conte,
chMn Angoscia regna, Porta quel tauro e' ha duo veltri ai fianchi. Vedi là il
dnca dAlhania, che segna Il campo di colori azzurri e Manchi. Qnell avoltor eh
un drago verde lania È r insegna del conte di Boccania. 87 Signoreggia Forbesse
il forte Armano, Che di bianco e di nero ha la bandiera: Ed ha il conte
d'Erelia a destra mano, Che porta in campo verde una lumierOr guarda gV
Ibernesi appresso il piano:Sono duo squadre; e il conte di Childera Mena la
prima, e il conte di Desmonda Da fieri monti ha tratta la seconda. Nello
stendardo il primo ha un pino ardente; L'altro nel bianco una vermiglia banda.
Non dà soccorso a Carlo solamente La terra inglese y e la Scozia e V Irlanda;
Ma vien di Svezia e di Norvegia gente, Da Tile, e fin dalla remota Islanda; Da ogni
terra, in somma, che là giace, Nimica naturalmente di pace. 89 Sedici mila
sono, o poco maiioo, Delle spelonche usciti e delle selve: Hanno piloso il
viso, il petto, il fianco, E dossi e braccia e gambe, come belve. Intorno allo
stendardo tutto bianco Par che quel pian di lor lande s'inaelve: Così Moratto
il porta, il capo loro, Per dipingerlo poi di sangue moro. 8taiiBad5. 90 Mentre
Ruggier di quella gente bella, Che per soccorrer Francia si prepara, Mira le
varie insegne, e uè favèlla, £ dei signor britanni i nomi impara; Uno ed un
altro a lui, per mirar quella Bestia sopra cui siede, unica o rara,
Maraviglioso corre e stupefatto; E tosto il cerchio intorno gli fa taUo. 91 Sì
che per dare ancor più maraviglia, £ per pigliarne il buon Ruggier più gioco,
Al volante corsier scuote la briglia, E con gli sproni ai fianchi il tocca un
poco. Quel verso il ciel per V aria il cammin piglia, E lascia ognuno attonito
in quel loco. Quindi Ruggier, poiché di iMsda in banda Viée gl'Inglesi, andò
verso T Irlanda. 99 £ vide Ibernia fabulosa, dove n santo Tecchiarel fece la
cava, In che tanta mercè par che si trove, Che Tuom vi porga ogni sua colpa
prava. Quindi poi sopra il mare il destrier move Là dove la minor Bretagna
lava; £ nel passar vide, mirando abbasso, Angelica legata al nado sasso; 93 Al
nado "asso, ali isola del pianto:Cbè l'isola del pianto era nomata Quella
che da crudele e fiera tanto Ed inumana gente era abitata, Che (come io vi
dicea sopra nel Canto) Per varj liti sparsa iva in armata Tutte le belle donne
depredando, Per fame a un mostro poi cibo nefando. stanza 100. 94 Vi fn Iellata
pur quella mattina, Dove venia |"er trangugiarla viva Quel smisurato
mostro, orca marina, Che di abborrevol esca si nutriva. Dissi di sopra, come fu
rapina Di quei che la trovare in su la riva Dormire al vecchio incantatore
accanto, Oh' ivi r avea tirata per incanto. 95 La fiera gente inospitale e
cruda Alla bestia crudel nel lito espose La bellissima donna cosi ignuda, Come
Natura prima la compose. Un velo non ha pure, in che rinchiuda I bianchi gigli
e le vermiglie rose, Da non cader per luglio o per dicembre . Di che son sparse
le polite roembre. 96 Creduto ayria che fosse statua fiuta 0 d alabastro o
d'altri marmi illustri Ruggiero, e su lo scoglio così avvinta Per artificio di
scultori industri; Se non vedea la lacrima distinta Tra fresche rose e candidi
ligustri Far rugiadose le crudette pome, E l'aura sventolar l'aurate chiome. 97
E come ne' begli occhi gli occhi affisse, Della sua Era damante gli sovvenne.
Pietade e amore a un tempo lo trafisse, E di piangere appena si ritenne; E
dolcemente alla donzella disse, Poi che del suo destrier frenò le penne: 0
donna, degna sol della catena Con che i suoi servi Amor legati mena, 98 E ben
di questo e d'ogni male indegna, Chi è quel crudel che con voler perverso
D'importuno livor stringendo segna Di queste belle man l'avorio terso? Forza è
eh' a quel parlare ella divegna Quale è di grana un bianco avorio asperso, Di
sé vedendo quelle parti ignudo, Ch' ancorché belle sian, vergogna chiude. 99 E
coperto con man s' avrebbe il volto, Se non eran legate al duro sasso; Ma del
pianto, eh' almen non l'era tolto, Lo sparse, e si sforzò di tener basso. E
dopo alcun' singhiozzi il parlar sciolto, Licominciò con fioco suono e lassò:
Ma non seguì; che dentro il fé' restare Il gran rumor che si senti nel mare.
100 Ecco apparir lo smisurato mostro Mezzo ascoso nell' onda, e mezzo sorto.
Come sospinto suol da Borea o d'Ostro Venir lungo navilio a pigliar porto, Cosi
ne viene al cibo che l'è mostro La bestia orrenda; e l'intervallo é corto. La
donna è mezza morta di paura, Né per conforto altrui si rassicura. 101 Tenea
Ruggier la lancia non in resta, Ma sopra mano; e percoteva l'orca. Altro non so
che s' assomigli a questa, Ch'una gran massa che s'aggiri e torca: Né forma ha
d'animai, se non la testa, C ha gli occhi e i denti fuor come di porca. Ruggier
in fronte la feria tra gli occhi; Ma par che un ferro o un duro sasso tocchi.
102 Poiché la prima betta poco vale. Ritoma per far meglio la seconda. L'orca,
che vede sotto le grandi ale L'ombra di qua e di là correr su l'onda, Lascia la
preda certa litorale, E quella vana segue furibonda; Dietro quella si volve e
si raggira. Ruggier giù cala, e spessi colpi tira 103 Come d'alto venendo
aquila suole, Ch' errar fra l'erbe visto abbia la biada, 0 che stia sopra un
nudo sasso al Sole, Dove le spoglie d'oro abbella e liscia; Non assalir da quel
lato la vuqle, Onde la velenosa soffia e strìscia; Ma da tergo l'adugna, e
batte i vanni, Acciò non se le volga e non l'azzanni: 104 Così Ruggier con
l'asta e con la spada Non dove era de' denti armato il muso, Ma vuol che il
colpo tra l'orecchie cada, Or su le schiene, or nella coda giuso. Se la fera si
volta, ei muta strada Ed a tempo giù cala, e p<ia in suso Ma, come sempre
giunga in un diaspro, Non può tagliar lo scoglio duro ed aspro. 105 Simil
battaglia fa la mosca audace Contro il mastin nel polveroso agosto, 0 nel mese
dinanzi o nel seguace. L'uno di spiche e l'altro pien di mosto: Negli occhi fi
punge e nel grifo mordace; Volagli intomo, e gli sta sempre accosto, E quel
suonar fa spesso il dente asciutto; Ma un tratto che gli arrivi, appaga il
tutto. 106 Si forte ella nel mar batte la coda, Che fa vicino al del l'acqua
innalzare; Talché non sa se l'ale in aria snoda, Oppnr se '1 suo destrier nuota
nel mare. Gli é spesso che disia trovarsi a proda; Che se lo sprazzo in tal
modo ha a durare, Teme sì l'ale innaffi all'Ippogrifo, Che brami invano avere o
zucca o schifo. 107 Prese nuovo consiglio, e fu il migliore, Di vincer con
altre arme il mostro crado. Abbarbagliar lo vuol con lo splendore Ch'era
incantato nel coperto scudo. Vola nel lito; e per non fare errore, Alla donna
legata al sasso nudo Lascia nel minor dito della mano L'anel, che potea far V
incanto vano:103 Dico Panel che Bradamante avea, Per liberar Ruggier tolto a
Brunello; Poi per trarlo di man d'Alcina rea, Mandato in India per Melissa a
qnello. Melissa, come dianzi io vi dicea, In ben di molti adoperò V anello;
Indi r a ea a Euggier restituito, Da qual poi sempre fu portato in dito. 109 Lo
dà ad Angelica ora, perchè teme Che del suo scudo il fulgurar non viete, E
perchè a lei ne sien difesi insieme Gli occhi che già Tavean preso alla rete.
Or viene al lito e sotto il ventre preme Ben mezzo il mar la smisurata Cete.
Sta Ruggiero alla posta, e leva il velo; £ par eh aggiunga un altro Sole al
cielo. 110 Ferì negli occhi l'incantato lume Di quella fera, e fece al modo
usato. Quale 0 trota o scaglion va giù pel fiume C ha con calcina il montanar
turbato; Tal si vedea nelle marine schiume Il mostro orribilmente riversato. Di
qua di là Ruggier percuote assai; Ma di ferirlo via non trova mai. Ili La bella
donna tuttavolta prega Ch' invan la dura squama oltre non pesti Toma, per Dio,
signor; prima mi slega, Dicea piangendo, che V orca si desti:Portami teco, e in
mezzo il mar mi annega; Non far eh in ventre al bruto pesce io resti. Ruggier,
commosso dunque al giusto grido, Slegò la donna, e la levò dal lido. 112 II
destrier punto, ponta i pie all'arena, E sbalza in aria, e per lo ciel galoppa;
E porta il cavaliere in su la schiena, E la donzella dietro in su la groppa.
Cosi privò la fera della cena Per lei soave e delicata troppa. Ruggier si va
volgendo, e mille baci Figge nel petto e negli occhi vivaci. 113 Non più tenne
la via, come propose Prima, di circondar tutta la Spagna, Ma nel propinquo lito
il destrier pose, Dove entra in mar più la minor Bretagna. Sul lito un bosco
era di querce ombrose, Dove ognor par che Filomena piagna; Ch'in mezzo avea un
pratel con una fonte, E quinci e quindi un solitario monte. Stanza 111. 114
Quivi il bramoso cavalier ritenne L'audace corso, e nel pratel discese; E fé'
raccorre al suo destrier le penne, Ma non a tal che più le avea distese. Del
destrier sceso, appena si ritenne Di salir altri; ma tennel l'arnese: L'arnese
11 tenne, che bisognò trarre; E contra il suo disir messe le sbarre. 115
Frettoloso, or da questo or da quel canto Confusamente l'arme si levava. Non
gli parve altra volta mai star tanto; Che s'un laccio sciogliea, dui
n'annodava. Ma troppo è lungo ormai, signor, il Canto; E forse eh' anco
l'ascoltar vi grava: Si ch'io differirò l'istoria mia In altro tempo, che più
grata sia.NOTE. St. 3. V.23. Intende della famosa Elena ohe diede occasione
alla guerra di Troia. St. 11. V.4. Buccia qui vale calice della rosa non per
anche aperta. St. 20. y. 56. Alcione è uccello acquatico il cui nome è preso da
quello della moglie di Geice, re di Tra cia, che i poeti favoleggiarono
tramutata insieme col marito in tal volatile, dopo essersi gettata in mare pel
dolore di esserle morto il consorte in un viaggio ma rittimo. St. 34. Y. 56.
Ecuba, vedova dì Priamo e schiava di Ulisse, perseguitata dai Traci per aver
tratti gli oc chi a Polinestore, uccisore deirultimo figlio rimastole, venne in
tanta ira, clie fu convertita, secondo i mito logi, in cagna rabbiosa. St. 51.
y. 5. Non s' intenda qui per artiglieria la moderna, che non era conosciuta ai
tempi di cui parla il Poeta; ma in generale le macchine di guerra da lan ciare
proiettili. St. 52. y. 25. I nomi delle fate accennano alle loro qualità
morali. Quello di Alcina, se il Poeta non ha voluto grecizzare anche in esso,
può esser tratto da Aloe, che in Aulo Gellio leggesi essere stata una
meretrice. Lo giatillaf vale ragionevole. Andronica, donna di animo virile,
Fronesia, saggia, come nel testo. DiciUa, giusta. Sofrosina, temperata o
modesta. St. 56. y. 48. dolo è una delle tre Parche favo leggiate dai Poeti
Didone, notissima regina di Carta gine, che si uccise per disperato amore di
Enea. La re gina del Nilo è Cleopatra, che si tolse la vita con un aspide, per
non essere tratta dietro al trionfatore ro mano. St. 66. y. 6. Oli aquitatU UH,
sono le Provincie francesi Guienna e Guascogna, altre volte Aquitania, St. 70.
y 6. Quella campagna è il mare, dove i venti sono più liberi e più violenti.
St. 71. y. 18. Quinsai, città della Cina, detta Chan say da Marco Polo, che la
situa fra il Cataio e Man giana o Mangin, ed ò la odierna Nankin. Imavo, monte
altissimo della Scizia o Tartaria. Onda ircana, il mar Caspio. SarmoMia, vasto
paese settentrionale, parte in Asia, parte in Europa. Pruteni, Prussiani.
Fumeria, Pomerania, provincia di Germania nell'alta Sassonia. St. 72. y. 8
Ultima Inghilterra. Cosi chiamavano i Romani la Gran Bretagna, per la sua
giacitura verso Testremità dell'Europa. ST. 77. y. 2. ia fiordaligi, 6 il nome
del flore che noi chiamiamo giglio, detto dai Francesi fleurdelis. Ivr. y. 8.
LincastrOf ò Laucaster, una delle contee dell'Inghilterra. St. 78. V.48.
Varvecia, Warwick; Oloceatra, Glou cester; Chiarenta, Clarence, titolo di
ducato; Eborace, York: tutte contee dlnghilterra, del pari ohe le nomi nate
nelle Stanze seguenti. St. 79. y. 18. Nortfotia, Norfolk; Cancia, Kent;
Pembrozia, Pembroke, nel principato di Galles. Sufol da, Suffolk; Essenia,
Essex; Norbelanda, Northum berland. St. 80. y. 18. ~ Ar indelia, Arnndel nella
contea di Sussf X; Barclfi, Bertkley, paese che dà ora il nome "i uno dei
canali componenti il sistema idiaalieo dì L<a dra; Moì'ehia, March, una fra le
contee ceDtralt di Sco zia ; Bitmojida, Richmond, castello neir Inglifltezn;
DoreeHa, Dorset; Antona, Southampton. St. 81. y. 28. Devonia, Devan, da cai
prende fl nome la contea di Devonshir; Vigorina, Winchester; Erbia, Derby;
Oasonia, Oxford; Battow'a, Batli nella contea di Summerset, detta qui
Sormosedia" St. 82. y. 3. Dìm tanti, due volte tanti, dne yotte piò. St.
83. y. 16. Bocchingamia, Buokingam; Sari sberia, Salisbury; Borenta,
Abergavenny; Croisberia, Shrewsbury; Esperia, antico nome della Scozia. St. 84.
y. 8. Bosda, Ross, una delle contee set tentrionali di Scozia. St. 85. y. 24.
Ottonici, Athol; Marra, Mar. U voce travaglio, nel quarto verso, è voce di
mmscalda, derivata dal latino barbaro travallus; e denota nn or digno ove si
costringono le bestie fastidiose e intratta bili per medicarle o ferrarle. St.
86. y. 18. Trasfordia, Stafford; Angoscia, An gus; Albania, o Braid Albain, è
il nome comoneaente dato a un piccolo paese della contea di Perth, e ba ti tolo
di ducato. Boccania, contea di Scozia, ivi detta Bnchan. St. 87. y. 17.
Forbease, Forse deve qui intendeni Ferdon, detto dai Latini Fordunum, o Forres,
borgo nella Scozia, cosi denominato anche oggi ErtHa, Errol; Childera, Kildare,
contea nella provincia di Leis ster; Deinnonda, Desmond, contrada dipendente
dalla contea di Cork, nella provincia di Mnnster. St. 88. y. 26. Banda, osala
fascia. Tile (o Tuie) la più remota delle isole settentrionali d'Eoropa, eàe
fosse conosciuta dai Romani. I Geografi non sono eoo cordi nel determinarla;
alcuni (non V Ariosto) V hanno creduta llslanda, altri la Scandinavia, tenuta
antica mente per isola; il Cellario la crede la Scbetlandia, o alcuna delle
isole del Fero o del Faro, dette dal Balbi Fceroe, situate quasi nella
•medesima latitudine St. 92. y. 14. ~ Dice fabulosa V Irlanda, per le fkvok che
ne correvano, fra le quali la relativa al pozso vuoisi fatto da San Patrizio.
In quello solevano entrare i peccatori, con la speranza di uscirne puigati di
colpa e usciti raccontavano le cose strane che loro pareva avers colà dentro
vedute o sentite. St. 98. v.56. Diconsi grana i corpi di oerti ia setti simili
alle bacche dell edera, coi quali si tingono i panni in rosso e violetto. 11
senso quindi dei dne veni predetti è che Angelica, bianchissima di carnagione,
ar rossa alle parole di Ruggiero. St. 101. y. 2. Sopra mano, oioò con mano
alzata sopra la spalla. St. 104. v.& Per to scogUo intendasi fl dorioifflo
osso del mostro. St. 113. y. 46. A ponente maestro, cioè snl lido che guarda
risola di Ouessant. St. 113. V.6. Filomena, il rosignolo, nel qnale, secondo la
favola fu cangiata Filomena, figlia di Pan dione re d'Atene. SUiiia4&
Angelica s'invola a Ruggiero mediante Tanello incantato, e si ricovera neU
abitazione di un pastore. Ruggiero, nell'andarla cercando, vede un gigante
rapire una donna, che sembragli firadamante. Olimpia abbandonata da Bireno, e
presa dai corsari, viene esposta in Ebada al mostro marino, da cui Orlando la
libera. Sopraggiunge il re d'Irlanda Oberto, che, invaghito di Olimpia, la fa
sua moglie, dopo aver tolto a Bireno gli stati e la vita. Quantunque debil
freno a mezzo il corso Animoso destrìer spesso raccolga, Raro è però che di
ragione il morso Libidinosa furia addietro volga" Quando il piacer ha in
pronto; a guisa d'orso, Che dal mei non ri tosto si distolga, Poi che gli n'è
venuto odore al naso, 0 qualche stilla ne gustò sul vaso. Qual ragion fia che
'1 buon Buggier raffrene, Si che non voglia ora pigliar diletto D Angelica
gentil, che nuda tiene Nel solitario e comodo boschetto? Di Bradamante più non
gli sovviene, Che tanto aver solea fissa nel petto: E se gli ne sovvien pur
come prima, Pazzo è se questa ancor non prezza e stima; 3 Con la qual non saria
stato quel crudo Zenocrate di lui più continente. Gittato avea Ruggier l'asta e
lo scudo, E si trìBiea T altre arme impaziente; Quando abbassando pel bel corpo
ignudo La donna gli occhi vergognosamente, Si vide in dito il prezioso anello
Che già le tolse ad Albracca Brunello. 4 Questo è Panel ch'ella portò già in
Francia La prima volta che fé' quel cammino Col f ratei suo, che v'arrecò la
lancia, La qual fu poi d'Astolfo paladino. Con questo fé' gì' incanti uscire in
ciancia Di Malagìgi al petron di Merlino; Con questo Orlando ed altri una
mattina Tolse di servitù di Dragontina; 5 Con questo usci invisibil dalla
torre, Dove Pavea richiusa un veccliio rio. A che Togrio tutte sue prove
accórre, Se le sapete voi cosi com'io? Brunel sin nel giron lei venne a tórre;
Ch Agramante d averlo ebbe disio. Da indi in qua sempre fortuna a sdegno Ebbe
costei, finché le tolse il regno. 6 Or che sei vede, come ho detto, in mano, Si
di stupore e d'allegrezza è piena, Che, quasi dubbia di sognarsi invano, Agli
occhi, alla man sua dà fede appena. Del dito se lo leva, e a mano a mano Se '1
chiude in bocca; e in men che non balena. Così dagli occhi di Ruggier si cea.
Come fa il Sol quando la nube il vela. 7 Ruggier pur d'ogn' intomo riguardava,
E s'aggirava a cerco come un matto; Ma poi che dell'anel si ricordava. Scornato
vi rimase e stupefatto; E la sua inavvertenza bestemmiava, E la donna accusava
di quell'atto Ingrato e discortese, che renduto In ricompensa gli era del suo
aiuto. 11 E circa il vespro, poi che rinfrescossi, E le fu avviso esser posata
assai. In certi drappi rozzi awiluppossi, Dissimil troppo ai portamenti
gai" Che verdi, gialli, persi, azzurri e rossi Ebbe, e di quante fogge
furon mai. Non le può tor però tanto umil gonna Che bella non rassembrì e nobii
donna. 12 Taccia chi loda Fillide, o Neera, 0 AmariUi, o (}alatea fugace; Che
d'esse alcuna si bella non era, Titiro e Melibeo, con vostra pace. La bella
donna trae fuor delk schiera Delle giumente una che più le piace. Allora allora
se le fece innante Un pensier di tornarsene in Levante. 13 Ruggiero intanto,
poi ch'ebbe gran Indarno atteso s'ella si scopriva, E che s' avvide del suo
error da sezzo, Che non era vicina e non l'udiva; Dove lasciato avea il
cavallo, avvezzo In cielo e in terra, a rimontar veniva:E ritrovò che s' avea
tratto il morso, E salia in aria a più libero corso. 8 Ingrata damigella, è questo
quello Guiderdone, dicea, che tu mi rendi. Che piuttosto involar vegli
l'anello, Ch'averlo in don? Perchè da me noi prendi? Non pur quel, ma lo scudo
e il destrier snello E me ti dono; e come vuoi mi spendi; Sol che'l bel viso
tuo non mi nascondi. Io so, crudel, che m' odi, e non rispondi. 9 Cosi dicendo,
intomo alla fontanaBrancolando n'andava, come cieco. Oh quante volte abbracciò
l'aria vana, Sperando la donzella abbracciar seco ! Quella, che s'era già fatta
lontana, Mai non cessò d'andar, che giunse a un speco Che sotto un monte era
capace e grande, Dove al bisogno suo trovò vivande. 10 Quivi un vecchio pastor,
che di cavalle Un grande armento avea, facea soggiorno. Le giumente pascean giù
per la valle Le tenere erbe ai freschi rivi intorno. Di qua di là dall'antro
erano stalle, Dove fuggiano il Sol del mezzo giorno. Angelica quel di lunga
dimora Là dentro fece, e non fu vista ancora. 14 Fu grave e male aggiunta
all'altro danno Vedersi anco restar senza l'augello. Questo, non men che '1
femminile inganno, Gli preme al cor: ma più che questo e quello Gli preme e fa
sentir noioso affanno L'aver perduto il prezioso anello; Per le virtù non tanto
eh' in lui sono, Quanto che fu della sua donna dono. 15 Oltremodo dolente si
ripose Indosso l'arme, e lo scudo alle spalle; Dal mar slungossi, e per le
piaggie erbose Prese il cammin verso una larga valle, Dove per mezzo all'alte
selve ombrose Vide il più largo e '1 più segnato calle. Non molto va, eh' a
destra, ove più folta É queUa selva, un gran strepito ascolta. 16 Strepito
ascolta e spaventevol suono D'arme percosse insieme; onde s'affretta Tra pianta
e pianta, e trova dui che sono A gran battaglia in poca piazza e stretta. Non
s' hanno alcun riguardo né perdono, Per far, non so di che, dura vendetta.
L'uno è gigante, alla sembianza fiero; Ardito l'altro e franco cavaliere. 17 E
questo con lo scado e con la spada, Di qua dì là saltando, si difende, Perchè
la mazza sopra non gli cada, Con che il gigante a dae man sempre offende. Giace
morto il cavallo in sa la strada. Roggìer si ferma, e alla battaglia attende; E
tosto inchina l'animo, e disia Che vincitore il cavalier ne sia. Stanza I&
0 E se r arreca in spalla, e via la porta Come lupo talor piccolo agnello, 0
l'aquila portar nelPugna torta Suole 0 colombo o simile altro augello. Vede
Ruggier quanto il suo aiuto importa, E vien correndo a più poter; ma quello Con
tanta fretta i lunghi passi mena, Che con gli occhi Ruggier lo segue appena. 21
Cosi correndo Tono e seguitando L'altro, per un sentiero ombroso e fosco, Che
sempre si venia più dilatando, In un gran prato uscir fuor di quel bosco. Non
più di questo; eh' io ritorno a Orlando, Che '1 fulgur che portò già il re
Cimosco, Avea gittato in itar nel maggior fondo, Acciò mai più non si trovasse
al mondo. 22 Ma poco ci giovò; che 1 nimico empio Deir umana natura, il qual
del telo Fu rinventor, ch'ebbe da quel F esempio, Ch'apre le nubi e in terra
vien dal cielo; Con quasi non minor di quello scempio Che ci die quando Eva
ingannò col melo. Lo fece ritrovar da un necromante Al tempo de' nostri avi, o
poco innante. 23 La macchina infemal, di più di cento Passi d'acqua ove stè
ascosa moli anni, Al sommo tratta per incantamento, Piima portata fu tra gli
Alamanni; Li quali uno ed un altro esperimento Facendone, e il demonio a'
nostri danni Assottigliando lor via più la mente, Ne ritrovare l'uso
finalmente. 18 Non che per questo gli dia alcuno aiuto; Ma si tira da parte, e
sta a vedere. Ecco col baston grave il più membruto Sopra l'elmo a due man del
minor fere. Della percossa è il cavalier caduto:L'altro che '1 vide attonito
giacere, Per dargli morte l'elmo gli dislaccia; E fa sì che Ruggier lo vede in
faccia. 19 Vede Ruggier della sua dolce e bella E carissima donna Bradamante
Scoperto il viso, e lei vede esser quella A cui dar morte vuol l'empio gigante;
Si che a battaglia subito l'appella, E con la spada nuda si fa innante; Ma
quel, che nuova pugna non attende, La donna tramortita in braccio prende:24
Italia e Francia, e tutte l'altre bande Del mondo han poi la crudele arte
appresa. Alcuno il bronzo in cave forme spande, Che liquefatto ha la fornace
accesa; Bugia altri il ferro; e chi picciol, chi grande Il vaso forma, che più
e meno pesa; E qual bombarda, e qual nomina scoppio, Qual semplice cannon, qual
cannon doppio: 25 Qual sagra, qual falcon, qual colubrina Sento nom tr, come al
suo autor più aggrada Che'l ferro spezza, e i marmi apre e ruina, E ovunque
passa si fa dar la strada. Rendi, miser soldato, alla fucina Pur tutte r arme
e' hai, fino alla spada; E in spaPa un scoppio o un archibugio prendi; Cile
senza, io so, non toglierai stipendi.Stanza 28. 26 Come trovasti, o scellerata
e bratta Invenzion, mai loco in aman core? Per te la militar gloria è
distratta; Per te il mestier dell'arme è senza onore; Per te è il valore e la
virtù ridatta, Che spesso par del bnono il rio migliore:Non più la gagliardia,
non più V ardire Per te pad in campo al paragon venire. 27 Per te wm giti ed
andenn aotterra Tanti signori e cavalieri tanti, Prima che sia finita questa
gaerra, Chel mondo, ma più Italia, ha messo in pianti; Che s'io v'ho detto, il
detto mio non erra, Che ben fa il più cradele, e il più di qnaDti Mai foro al
mondo ingegni empi e maligni. Ch'immaginò si abbominosi ordignL 28 E crederò
che Dio, perchè vendetta Ne sia in etemo, nel profondo chiuda Del cieco abisso
qnella maledetta Anima, appresso al maledetto Giada. Ma segaitiamo il cavalier
ch'in fretta Brama trovarsi all'isola d'Ebada, Dove le belle donne e delicate
Son per vivanda a un marìn mostro date. 29 Ma quanto avea più fretta il
paladino, Tanto parca che men l'avesse il vento. Spiri dal lato destro o dal
mancino, 0 neUa poppa, sempre è cosi lento, Che si può far con lui poco
cammino; E rìmanea talvolta in tutto spento: Soffia talor si avverso, che gli è
forza 0 di tornare, o d'ir girando all' orza. 30 Fu volontà di Dio, che non
venisse Prima che '1 re d'Ibemia in quella parte, Acciò con più facilità
seguisse Quel ch'udir vi farò fra poche carte. Sopra Pisola sorti, Orlando
disse Al suo nocchiero: or qui potrai fermarte, E '1 battei darmi; che portar
mi voglio Senz' altra compagnia sopra lo scoglio. 31 E voglio la maggior gomena
meco, E l'ancora maggior ch'abbi sul legno: Io ti farò veder perchè l'arreco,
Se con quel mostro ad affrontar mi vegno. Gittar fé' in mare il palischermo
seco, Con tutto quel ch'era atto al suo disegno. Tutte l'arme lasciò, fuorché
la spada; E ver lo scoglio, sol, prese la strada. 32 Si tira i remi al petto, e
tien le spalle Volte alla parte ove discender vnole: A guisa che del mare o
della valle Uscendo al lito il salso granchio suole. Era nell' ora che le
chiome gialle La bella Aurora avea spiegate al Sole, Mezzo scoperto ancora e
mezzo ascoso, Non senza sdegno di Titon geloso. 88 Fattori appresso al nudo
seogo, qiianto Potria gagliarda man gittare nn sasso, Gli pare udire e non
udire nn pianto; £tt all' oreeohio gli vien debole e lasso. Tatto si volta sul
sinistro canto; E posto gli occhi appresso all'onde al basso. Vede nna donna,
nuda come nacque, Legata a un tronco; e i piò le bagnan Tacque. 84 Perchè gli è
ancor lontana,' e perchè china La faccia tien, non ben chi sia disceme. Tira in
fretta ambi i remi, e s' aTricina Con gran disio di più notizie averne. Ma
mugghiar sente in questo la marina, E rimbombar le selve e le caverne:
Goniiansi V onde; ed ecco il mostro appare, Che sotto il petto ha quasi ascoso
il mare. 85 Come d oscura valle umida ascende Nube di pioggia e di tempesta
pregna, y Che più che cieca notte si distende Per tutto '1 moulo, e par cheU
giorno spegna; Così nuota la fera, e del mar prende Tanto, che si può dir che
tutto il tegna: Fremono Fonde. Orlando, in sé raccolto, La mira altier, nò
cangia cor né volto. 36 E come quel ch'avea il pensier ben fermo Di quanto
volea far, si mosse ratto; £ perchè alla donzella essere schermo, E la fera
assalir potesse a un tratto, Entrò fra Torca e lei col palischermo, Nel fodero
lasciando il brando piatto:L'Ancora con la gomona in man prese; Poi con gran
cor 1 orrlbil mostro attese. 87 Tosto che Torca s'accostò, e scoperse Nel
schifo Orlando con poca intervallo, Per inghiottirlo tanta bocca aperse.
Ch'entrato un uomo vi saria a cavallo. Si spinse Orlando innanzi, e se gì'
immerse Con queir àncora in gola, e, s'io non fallo, Col battello anco; e
l'àncora attaccolle E nel palato e nella lingua molle:88 Si che nò più si puon
calar di sopra. Nò alzar di sotto le mascelle orrende. Cosi dii nelle mine il
ferro adopra. La terra, ovunque si fa via, suspende, Che subita mina non lo
cuopra, Mentre mal cauto al suo lavoro intende. Da un amo all' altro l'àncora è
tanto alta, Che non v' arriva Orlando, se non salta. Aaiosio. 89 Messo il
puntello, e fattosi sicuro Che'l mostro j serrar non può la bocca; Stringe la
spada, e per quell'antro oscuro Di qua e di là oon tagli e punte tocca. Come si
può, poi che son dentro al muro Giunti i nemici, ben difender rócca;Cosi
difender l'orca si potea Dal paladin che nella gola avea. 40 Dal dolor vinta,
or sopra il mar si' lancia, E mostra i fianchi e le scagliose schiene; Or
dentro vi s'attnffa, e con la pancia Muove dal fondo e fa ealir l'arene.
Sentendo l'acqua il cavalier di Francia, Che troppo abbonda, a nuoto fuor ne
viene:Lascia l'ancora fitta, e in mano prende La fune che dall'ancora depende.
41 E con quella ne vien nuotando in fretta Verso lo scoglio; ove fermato il
piede, Tira l'àncora a sé, che 'n bocca stretta Con le due punte il brutto
mostro fiede. L'orca a seguire il canape è costretta Da quella forza ch'ogni
forza eccede; Da quella forza che più in una scossa Tira, eh' in dieci un
argano far possa. 42 Come toro salvatico clv'al corno Gittar si senta un
improvviso laccio, Salta di qua di là, 's'agirà intorno, Si.colca e lieva, e
non può uscir d impaccio; Cosi fuor del suo antico almo soggiorno L'orca tratta
per forza di quel braccio, Con mille guizzi e mille strane ruote Segue la fune,
e scior non se ne puote. 48 Di bocca il sangue in tanta òopia fonde. Che questo
oggi il Mar Rosso si può dire. Dove in tal guisa ella percuote Tonde, Ch'insino
al fondo le vedreste aprire: Ed or ne bagna il cielo, e il lume asconde Del
chiaro Sol; tanto le fo salire. Rimbombano al rumor, ch'intorno s'ode. Le
selve, i monti e le lontane prode. 44 Fuor della grotta il vecchio Proteo,
quando Ode tanto rumor, sopra il mar esce; E visto entrare e uscir dell' orca
Orlando, E al lito trar A smisurato pesce. Fugge per T alto Oceano, obliando Lo
sparso gregge: e si il tumulto cresce, Che fatto al carro i suoi delfini porre,
Quel di Nettuno in Etiopia corre. 45 Con Melìcerta in collo Ino piangendo, E le
Nereidi coi capelli sparsi, Glanci e Tritoni, e gli altri, non sappiendo Dove,
chi qua cbi là van per salvarsi. Orlando al lito trasse il pesce orrendo, Col
qual non bisognò più affaticarsi:Che pel travaglio e per l'avuta pena, Prima
mori, che fosse in su T arena. 46 Dell'isola non pochi erano corsi A riguardar
quella battaglia strana; I quai da. vana religion rimorsi, Csì sant' opra
riputar profana:E dicean che sarebbe un nuovo torsi Proteo nimico, e attizzar
l'ira insana, Da fargli porre il marin gregge in terra, E tutta rinnovar
l'antica guerra; 47 E che meglio sarà di chieder pace Prima all'offeso Dio, che
peggio accada; E questo si farà quando l'audace Gittato in mare a placar Proteo
vada. Come dà fuoco l'una all' altra face, E tosto alluma tutta una contrada;
Cosi d'un cor nell'altro si diffonde L'ira ch'Orlando vuol gittar nell'onde. 48
Chi d'una fromba e chi d'un arco armato. Chi d'asta, chi di spada al lito
scende; E dinanzi e di dietro e d'ogni lato, Lontano e appresso, a più poter
l'offende. Di sì bestiale insulto e troppo ingrato Gran meraviglia il paladin
si prende:Pel mostro ucciso ingiuria far si vede, Dove aver ne sperò gloria e
mercede. 49 Ma come l'orso suol, che per le fiere Menato sia da Rnsci o da
Lituani, Passando per la via, poco temere L'importuno abbaiar di picciol cani.
Che pur non se li degna di vedere; Così poco temea di quei villani TI paladin,
che con un soffio solo Ne potrà fracassar tutto lo stuolo. 50 E ben si fece far
subito piazza Che lor si volse, e Durindana prese. S' avea creduto quella gente
pazza Che le dovesse far poche contese, Quando né indosso gli vedea corazza, Né
scudo in braccio, né alcun altro arnese; Ma non sapea che dal capo alle piante
Dura la pelle avea più che diamante. 51 Quel che d'Orlando agli altri tàx non
lece, Di far degli altri a lui già non è tolto. Trenta n'uccise, e furo in
tutto diece Botte, 0 se più, non le passò di molto. Tosto intomo sgombrar
l'arena fece; E per slegar la donna era già volto, Quando nuovo tumulto e nuovo
grido Fé' risuonar da un'altra parte il lido. 52 Mentre avea il paladin da
questa banda Cosi tenuto i barbari impediti, Eran senza contrasto quei
d'Irlanda Da più parti nell'isola saliti; E spenta ogni pietà, strage nefanda
Di quel popol facean per tutti i liti:Fosse giustizia, o fosse cmdeltade, Né
sesso riguardavano né etade. 53 Nessun ripar fan gl'isolani, o poco: Parte,
ch'accolti son troppo improvviso; Parte, che poca gente ha il picciol loco, E
quella poca é di nessuno avviso. L'aver fu messo a sacco; messo foco Fu nelle
case; il popolo fu ucciso; Le mura fur tutte adeguate al suolo; Non fu lasciato
vivo uu capo solo. 54 Orlando, come gli appartenga nulla L'alto rumor, le
strida e la mina, Viene a colei che sulla pietra brulla Avea da divorar l'orca
marina. Guarda, e gli par conoscer la fEinciuIla; E più gli pare, più che s'
avvicina:Gli pare Olimpia; ed era Olimpia certo, Che di sua fede ebbe si iniquo
merto. 55 Misera Olimpia! a cui dopo lo scorno Che le fé' amore; anco fortuna
cmda Mandò i corsari (e fu il medesmo giorno), Che la portare all' isola
d'Ebuda. Riconosce ella Orlando nel ritomo Che fa allo scoglio; ma, perch'ella
é nuda, Tien basso il capo; e non che non gli parli, Ma gli occhi non ardisce
al viso alzarli. 56 Orlando domandò che iniqua sorte L'avesse fatta all' isola
venire Di là dove lasciata col consorte Lieta l'avea, quanto si può più dire.
Non so, diss' ella, s' io v' ho, che la morte Voi mi schivaste, grazie a
riferire, 0 da dolermi che per voi non sia Oggi finita la miseria mia. 57 Io V
ho da ringraziar che una maniera Di morir mi schivaste troppo enorme; Che
troppo saria enorme, se la fera Nel hmtto ventre avesse avuto a porme. Ma già
non vi ringrazio eh io non pera; Che morte sol pad di miseria torme: Ben vi
ringrazierò, se da voi darmi Quella vedrò, che dogni daol pnò tmrmi. 58 Poi con
gran pianto segxdtò, dicendo Come Io sposo suo Tavea tradita; Che la lasciò sn
V ìsola dormendo, Donde ella poi fa dai corsar rapita. E mentre ella parlava,
rivolgendo Sbandava in qaella gaisa che scolpita 0 dipinta è Diana nella fonte,
Che getta Pacqaa ad Atteone in fronte; 59 Che, quanto paò, nasconde il petto e
'1 ventre, Più liberal dei fianchi e delle rene. Brama Orlando ch'in porto il
sao legno entro; Che lei, che sciolta avea dalle catene, Vorria coprir d'alcuna
veste. Or mentre Ch'a questo è intento, Oberto sopravviene, Oherto il re
d'Ibemia, eh' avea inteso Chel marjn mostro era sol lito steso; 60 E che
nuotando un cavab'er era ito A porgli in gola un' àncora assai grave; E che
l'avea cosi tirato al lito, Come si suol tirar contr' acqua nave. Oberto, per veder
se riferito Colui, da chi l'ha inteso, il vero gli bave. Se ne vien quivi; e la
sua gente intanto Arde e distrugge Ebuda in ogni canto. 61 H re d'Ibemia,
ancorché fosse Orlando Di sangue tinto e d'acqua molle e brutto, Brutto del
sangue che si trasse quando Usci dell' orca, in eh' era entrato tutto; Pel
conte l'andò pur raffigurando, Tanto più che nell'animo avea indutto, Tosto che
del valor senti la nuova, Ch' altri eh' Orlando non faria tal pruova. 62 Lo
conoscea, perch'era stato In&nte D'onore in Francia, e se n' era partito
Per pigliar la corona, l'anno innante, Del padre suo eh' era di vita uscito.
Tante volte veduto, e tante e tante Gli avea parlato, eh' era in infinito. Lo
corse ad abbracciare e a fargli festa, Trattasi la celata eh' avea in testa. 63
Non meno Orlando di veder contento Si mostrò il re, che'l re di veder lui. Poi
che furo a iterar l'abbracciamento Una 0 due volte tornati amendui, Narrò ad
Oberto Orlando il tradimento Che fu fatto alla giovane, e da cui Fatto le fu,
dal perfido Bireno, Che via d'ogni altro lo dovea far meno. 64 Le prove gli
narrò, che tante volte Ella d'amarlo dimostrato avea: Come i parenti e le
sustanzie tolte Le furo, e alfin per lui morir volea; E eh' esso testimonio era
di molte, E renderne buon conto ne potea. Mentre parlava, i begli occhi sereni
Della donna di lagrime eran pieni. 65 Era il bel viso suo, quale esser suole Da
primavera alcuna volta il cielo. Quando la pioggia. cade, e a un tempo il Sole
Si sgombra intomo il nubiloso velo. E come il rosignuol dolci carole Mena nei
rami allor del verde stelo; Così alle belle lagrime le piume bagna Amore, e
gode al chiaro lume; 66 E nella face de' begli occhi accende L'aurato strale, e
nel ruscello ammorza, Che tra vermigli e bianchi fiori scende: E temprato che
l'ha, tira di forza Centra il garzon, che né scudo difende. Nò maglia doppia,
né ferrigna scorza; Che, mentre sta a mirar gli occhi e le chiome, Si sente il
cor ferito, e non sa come. 67 Le bellezze d'Olimpia eran di quelle Che son più
rare: e non la fronte sola, Gli occhi e le guance e le chiome avea belle, La
bocca, il naso, gli omeri e la gola; Ma discendendo giù dalle mammelle, Le
parti che solca coprir la stola. Far dì tanta eccellenzia, ch'anteporse A
quante n'avea il mondo potean forse. 68 Vinceano dì candor le nevi intatte, Ed
eran più eh' avorio a toccar molli:Le poppe ritondette parean latte Che faor
dei giunchi allora allora tolli. Spazio fra lor tal discendea, qual &tte
Esser veggiam fra piccolinì colli L'ombrose valli, in sua stagione amene, Che
'1 verno abbia di neve allora piene. 69 J rilevati fianchi e le belle anche, E
netto più che specchio il ventre piano, Pareano fatti, e quelle. coscie
bianche, Da Fidia a tomo, o da più dotta mano. Di quelle parti debbovi dir
anche, Che pur celare ella bramava invano? Diiò insomma, eh' in lei dal capo al
piede, Quant' esser può beltà tutta si vede. 70 Se fosse stata nelle valli Idee
Vista dal pastor frigio, io non ao quanto Vener, sebben vincea quelle altre
Dee, Portato avesse di bellezza il vanto: Nò forse ito saria nelle amiclee
Contrade esso a violar T ospizio santo; Ma detto avria: Con Menelao ti resta,
Elena, pur; ch'altra io non Tocche questa. stanza 83. 71 E se fosse costei
stata a Crotone, Quando Zeusi .l'immagine far volse, Che por dovea nel tempio
di Giunone, E tante belle nude insieme accolse; È che per una fame in
perfezione, Da chi una parte e da chi un'altra tolse; Non avea da tórre altra
che costei, Che tutte le bellezze erano in lei. 72 Io non credo che mai Bireno,
nndo Vedesse quel bel corpo; ch'io son certo Che stato non saria mai così
erodo,Che l'avesse lasciata in quel deserto. Ch' Oberto se n' acceude, io vi
concludo, Tanto, che'l fuoco non pud star coperto. Si studia consolarla, e
darle speme Ch' uscirà iu bene il mal eh' ora la preme; 73 £ le promette andar
seco in Olanda; Né fin che nello stato la rimetta, S eh abbia fatto giusta e
memoranda Di quel periuro e traditor vendetta, Non cesserà con ciò che possa
Irlanda, E lo farà quanto potrà più in fretta. Cercare iutanto iu quelle case e
in queste Facea di gonne e di femminee veste. 74 Bisogno non sarà per trovar
goune, Ch' a cercar fuor dell'isola si mande, Ch' ogni dì se n avea da quelle
donne Che dell'avido mostro eran vivande. Non fé' molto cercar, che ritrovonne
Di varie fogge Oberto copia grande; E fé vestir Olimpia; e beu gì increbbe Non
la poter vestir come vorrebbe. 75 Ma né si bella seta o si fin oro Mai
Fiorentini industri tesser fenno; Né chi ricama, fece mai lavoro, Postovi
tempo, diligenzia e senno, Che potesse a costui parer decoro, Se lo fesse
Minerva o il dio di Lenno, E degno di coprir si belle membro, Che forza è ad or
ad or se ne rimembre. 78 Appena un giorni si fermò in Irlanda:Non valser preghi
a far che più vi stesse. Amor, che dietro alla sua donna il manda, Di
fermarvisi più non gli concesse. Quindi si parte; e prima raccomanda Olimpia al
re, che servi le promesse, Benché non bisognasse; che gli attenne Molto più che
di far non si convenne. 79 Cosi fra pochi dì gente raccolse; E fatto lega col
re d'Inghilterra E con r altro di Scozia, gli ritolse 01anl\, e in Frisa non
gli lasciò terra; Ed a ribellione anco gli volse La sua Selandia: e non fini la
guerra, Che gli die morte; uè però fu tale La pena, chal delitto anlosse
eguale. 80 Olimpia Oberto si pigliò per moglie, E di contessa la fé gran
regina. Ma ritoruivimo al paladin che scioglie Nel mar le vele, e notte e di
cammina; Poi nel medesmo porto le raccoglie, Djude pria le spiegò nella
marina:E sul suo Brigliadoro armato salse, E lasciò dietro i venti e V onde
salse. 76 Per più rispetti il paladino molto Si dimostrò di questo amor
contento:Ch'oltre che'l re non lascerebbe asciolto Bireno andar di tanto
tradimento, Sarebbe anch'esso per tal mezzo tolto Di grave e di noioso
impedimento, Quivi non per Olimpia, ma venuto Per dar, se v' era, alla sua
donna aiuto. 77 Ch' ella non v' era si chiari di corto:Ma già non si chiari se
v' era stata; Perchè ogni uomo nell' isola era morto, Né un sol rimase di sì
gran brigata. H di seguente si partir del porto, E tutti insieme andare in un'armata.
Con loro andò in Irlanda il paladino; Ohe fn per gire in Francia il suo
cammino. 81 Credo che '1 resto di quel verno cose Facesse degne di tenerne
conto; Ma fur sin a quel tempo si nascose, Che non é colpa mia s'or non le
conto; Perchè Orlando a far l'opre virtuose. Più che a narrarle poi. sempre era
pronto: Né mai fu alcun delli suoi fatti espresso, Se non quando ebbe i
testimoni appresso. 82 Passò il resto del verno cosi cheto, Che di lui non si
seppe cosa vera: Ma poi che '1 Sol nell' animai discreto, Che portò Frisse,
illuminò la sfera, E Zefiro tornò soave e lieto A rìmenar la dolce primavera;
D'Orlando usciron le mirabil prove Coi vaghi fiori e con l'erbette nuove. 83 Di
piano in monte, e di campagna in lido Pien di travaglio e di dolor ne già; Quando,
all'entrar d'un hosco, un lungo grido, Un alto duol l'orecchie gli feria.
Spinge il cavallo, e piglia il brando fido; E donde viene il suon, ratto s'
invia:Ma diflerisco un'altra volta a dire Quel che segui, se mi vorrete
udire.NOTE. St. 3. V.2. Zenocrccti, o Senocrate, famoso per Ifb ftua continenza
messa invano alla prova da Fri e e la bellissima delle etère greche. St. 4.
V.6. McUagigi, iìgliaolo di Buovo d'Agre monte, veniva ad esser IVatelcugino di
Bradamante, ed esercitava mag:ia. 11 petron di Merlino è la grotta del mago
Merlino. Dragontincu si finge una maga che avea allacciato Orlando, come Alcina
Ruggiero. St. 7. V.2. A cerco vale in cerchio, in giro. Sr. 12. V.14 Nomi di
pastorelle e di pastori vir giliani. Sr. 13. V.3. Da sezzo, da ultimo. St. 14.
V.8. Ruggero, che, a malgrado le lezioni di Melissa e di Logistilla ricade
subito nell'incontinenza, è punito con la perdita del prezioso anello e dell Ip
pogrifo. St. 22. y. 28. La voce telo, latinismo che denota arma da lanciare,
corrisponde al fulgtir o fulgore ri cor lato nel sesto verso della Stanza
precedente; e con Tuno e con l'altro nome ò designato Tarchibugio. Nel melo del
sesto verso di questa Stanza, si deve intendere il vietato frutto del paradiso
terrestre. Gol supposto rinvenimento deirarch'bugio nel fondo del mare, il
Poeta vuol conciliare la sua finzione relativa a Clmosca, con repoca molto
posteriore in cui furono inventate le armi da fuoco. St. 23. V.18. I cannoni
fhrono inventati nella prima metà del trecento: un alchimista tedesco, Bertoldo
Schwartz, cominciò a fonderli tutti d'un pezzo, mentre prima erano di più pezzi
con cerchi: egli comunicd la sua invenzione ai Veneziani, i quali ne fecero uso
la prioLa volta nel 1.38) contro i Genovesi, nella guerra di Chioggia. St. 29.
v.a Orza, la banda sinistra della nave; Poggia, la dera per chi è rivolto alla
prora: onde, ir girando allorza vale navigare prendendo il vento dalla parte
sinistra. St. 8S v.7. Da un amo aXValtro, ecc. S'intendono 1 due ramponi
uncinati deiràncora, fletti qui ami per la loro forma, e per Tuso che ne fa
Orlando. St. 44. v.8. In Etiopia corre, siccome altra volta, allorché
spaventato da Tifeo . il Dio del mare corse a salvamento presso gli Etiopi.
Co;"i Omero e Ovidio. L'Etiopia è regione dell'Africa di qua e di là
dall'Equa tore ; a occidente si estende fino al monte Atlante; da oriente sino
ai confini dell'Egitto; a mezzoionM si chiude dall'Oceano; a settentrione dal
Nilo. St. 45. V.13. Ino, madre di Melieerti, per sot trarsi al furore di
Atamant suo mirito, ni geCtft ia mare con il figlio In collo; e amendne furono
convertili in divinità marine. Lo stesso avvenne di Olaaoo peaea tore. Qui,
all'Ariosto è piaciuto fiime di nno che era. piò Tritoni, deiiÀ marine pur
essi. Nertidi cbiama ronsl dai mitologi le ninfe del mare, perchè figlie di
Nereo. St, 49. V.2. Rnsci, Russi. St 50. V.78. Finge il Poeta che Orlando
fo"n ifi vulnerabile per fatagione: era invulnerabile tutto, trwm"
sotto le piante. St. 53. V.4. Di nessuno avviso, cioè accorgimént". St.
58. V.78. Diana, sorpresa da Atteone mentre si lavava in una fontana, é
argomento d'nna delle fà vole mitologiche narrate da Ovidio. St. 62. V.12.
Infante d'onore. Il titolo d'Influite si dà in Ispagna e in Portogallo ai
prìncipi reali, e di cevansi promiscuamente Infanti anche i figli dei magnati,
prima che fossero andati al possoiso dei loro fendi; ma Oberto avea la qualità
d'Infanta nella propria corte: onde intendasi piuttosto scudiere, o paggio
nella corte di Carlo. St. 70. V.18. Nelle valli Idee, ecc. Nelle valli doé del
monte Ida nella Troade, dove i poeti immainanuu seguito il giudizio di Paride
(il pasfor Frigio) che poi rapi Elena consorte di "Menelao. Contrade
amiciee: eoa questa voce s'intende una città nella Laconia, detta dai Latini
Amyclce, ove fu la reggia di Tindaro, padre di Blena. Sr. 71. v.1. Crotone, ora
Cotrone, città maritliwi della Calabria. St. 75. v.6. IZ dio di Lenno,
'Vulcano. Quest'isola dell'Arcipelago, detta dai Latini Lemnos, ora chiamasi
Statimene. St. 76. v.3. Asdolto, per assolto, imptunttK St. 82. V.3. La
locuzione di questi due versò vale: p ichè il sole fu entrati nel segno
dell'Ariete. È racconto mitologico che Frisse per {sfuggire le perseen zioni
dlno sua matrigna, andò in Coleo, traversando il mare sopra un ariete, il quale
venne poi collocato fta i segni zodiacali; e qui si dice discreto, per lamitesa
della stagione che segue l'ingresso del sole in qnel t stanza 2. fJrlnriflf),
snprp in cerca il'Anfffìlicn, vedp T appiìrenza di lei In brariilo ad Atlante,
chf, triifùrmiitOiSt in cavaliirp, semhra por tiirl. Hi>vo Inftfiendalo,
f;iutif;e nà un palazzo mcAiitato, dove aiTiva nticho Riigiitrn cht
cfirrt") appresso al d" lu{ cfvditto rapitore di Bittdaniatitp. Anf
lica vì ca|iita anch'ella. e vi trovtt Orlando Rnq;iern, i??aenpnnte. Ferrali
Gradasso oon altri gupr fiori, A motivci di lei, afCadfì fra akuni di tìssi una
ruffa, per ofoisicmpì della qualp F<?rraii ai. appropria l'elmo d'OrlaniIo.
An guliwi, a'iiiraTiiniiiia vì'tso Ltvanttì, e trova in un boaoo un gio vane
inortalmrmt"'. ferito" Orlando si avanza vctho Parigi e slm raplia
due achifvR di Mori, Fili oltre aeopre mi nascondìglio di malEioilrinì Qhn
tengono prigioniera Jsabtìlla. 1 Perere, poi die binila tnmlre Idea Tikniaiìdo
in fretta alla soliujyfa valle Là <luvfi calca \\\ iii">Titnia ntnca
Al fulminato Eiiucladu le spalle, La figlia non trovò dove l'avea Lasciata faor
d'ogni segnato calle, Fatto chebbe alle guancie, al petto, ai crini E agli
occhi danno, alfin svelse dae pini; 2 E nel fuoco gli accese di Vulcano, E dio
lor non poter esser mai spenti:E portandosi questi uno per mano Sol carro che
tiravan dui serpenti; Cercò le selve, i campi, il monte, il piano. Le valli, i
fiumi, li stagni, i torrenti, La terra e'I mare; e poi che tutto il mondo Cercò
di sopra, andò al tartareo fondo. 8 S'in poter fosse stato Orlando pare
All'eleusina Dea, come in disio, Non avria, per Angelica cerare. Lasciato o
selva o campo o stagno o rio 0 valle 0 monte o piano o terra o mare, n cielo
e'I fondo dell'etemo ohblìo; Ma poi che'l carro e i draghi non avea, La già
cercando al meglio che potea. 4 L'ha cercata. per Francia: or s'apparecchia Per
Italia cercarla e per Lamagna. Per la nuova Castiglia e per la vecchia, E poi
passare in Libia il mar di Spagna. Mentre pensa cosi, sente all'orecchia Una voce
venir, che par che piagna: Si spinge innanzi; e sopra un gran destriero Trottar
si vede innanzi un cavaliere, 5 Che porta in braccio e su l'arcion davante Per
forza una mestissima donzella. Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante Di
gran dolore; ed in soccorso appella Il valoroso Prìncipe d'Anglante, Che come
mira alla giovane bella. Gli par colei per cui la notte e il giorno Cercato
Francia avea dentro e d'intorno. 6 Non dico ch'ella fosse, ma parea Angelica
gentil, eh' egli tant' ama. Egli, che la sua donna e la sua Dea Vede portar si
addolorata e grama. Spinto dall' ira e dalla furia rea, Con voce orrenda il
cavalier richiama; Richiama il cavaUero, e gli minaccia, E Brigliadoro a tutta
brìglia caccia. 7 Non resta quel fellon, né gli risponde, AU' alta preda, al
gran guadagno intento; E si ratto ne va per quelle fronde, Che saria tardo a
seguitarlo il vento. L'un fugge, e l'altro caccia; e le profonde Selve s'odon
sonar d'alto lamento. Correndo, uscirò in un gran prato; e quello Avea nel
mezzo un grande e ricco ostello. 8 Di vari marmi con suttìl lavoro Edificato
era il palazzo altiero. Corse dentro alla porta messa d'oro Con la donzella in
braccio il cavaliero. Dopo non molto giunse Brigliadoro, Che porta Orlando
disdegnoso e fiero. Orlando, come è dentro, gli occhi ira; Né più il guerrìer
né la donzella mira. 9 Subito smonta, e fulminando passa Dove più dentro il bel
tetto s'alloggia. Corre di qua, corre di là, né lassa Che non vegga ogni
camera, ogni loggia. Poi che i segreti d'ogni stanza bassa Ha cerco invan, su
per le scale poggia; E non men perde anco a cercar di sopra. Che perdesse di
sotto, il tempo e V opra. 10 D'oro e di seta i letti ornati vede:Nulla di muri
appar, né di pareti; Che quelle, e il suolo ove si mette il piede, Son da
cortine ascose e da tappeti. Di su di giù va il conte Orlando, e rìede; Né per
questo può far gli occhi mai lieti, Che rìveggiano Angelica, o quel ladro Che
n'ha portato il bel visb leggiadro. 11 E mentre or quinci or quindi invano il
passo Movea, pien di travaglio e di pensieri Ferraù, Brandimarte e il re
Gradasso, Re Sacripante, ed altri cavalieri Vi ritrovò, eh' andavano alto e
basso, Né men facean di lui vani sentieri; E si rammarìcavan del malvagio
Invisibil signor di quel palagio. 12 Tutti cercando il van, tutti gli danno
Colpa di fìurto alcun che lor £att' abbia. Del destrier che gli ha tolto, altri
é in affanno; Ch'abbia perduta altri la donna, arrabbia; Altri d'altro
l'accusa: e cosi stanno, Che non si san partir di quella gabbia; E vi son
molti, a questo inganno presi, Stati le settimane intiere e i mesL 13 Orlando,
poi che quattro volte e sei Tutto cercato ebbe il palazzo strano, Disse fra sé:
Qui dimorar potrei, Gittare il tempo e la fatica invano; E potria il ladro aver
tratta costei Da un'altra uscita, e molto esser lontano. Con tal pensiero uscì
nel verde piato, Dal qual tutto il palazzo era aggirato. Stanza 7. 14 Mentre
circonda la casa silvestra, Tenendo pnr a terra il yiso chino, Per yeder sforma
appare, o da man destra 0 da sinistra, di nuovo cammino; Si sente richiamar da
nna finestra: E leva gli occhi; e quel parlar divino Gli pare udire, e par che
miri il viso Che rha da quel che Ai, tanto diviso. 15 Fargli Angelica udir, che
supplicando E piangendo gli dica: Aita, aita; La mia virginità ti raccomando
Più che r anima mia, più che la vita. Dunque in presenzia del mio caro Orlando
Da questo ladro mi sarà rapita? Piuttosto di tua man dammi la morte, Che venir
lasci a sì infelice sorte. 16 Queste parole una ed un'altra volta Fanno Orlando
tornar per ogui stanza, Con passione e con fatica molta, Ma temperata pur
d'alta speranza. Talor si ferma, ed una voce ascolta, Che di quella d'Angelica
ha sembianza, (E s'egli è da una parte, suona altronde) Che chieggia aiuto, e
non sa fovar donde. 17 Ma tornando a Ruggier, ch'io lasciai quando Dissi che
per sentiero ombroso e fosco li gigante e la donna seguitando, In un gran prato
uscito era del bòsco; Io dico ch'arrivò qui dove Orlando Dianzi arrivò, se'l
loco riconosco. Dentro la porta il gran gigante passa: Ruggier gli è appresso,
e di seguir non lassa. 18 Tosto che pon dentro alla soglia il piede, Per la
gran corte e per le loggie mira j Né più il gigante uè la donna vede, E gli
occhi indarno or quinci or quindi aggira: Di su di giù va molte volte e riede,
Né gli succede mai quel che desira: Né si sa immaginar dove si tosto Con la
donna il fellon si sia nascosto. 19 Poi che revisto ha quattro volte e cinque
Di su di giù camere e loggie e sale, Pur di nuovo ritorna, e non relinque Che
non ne cerchi fin sotto le scale. Con speme alfin che sian nelle propinque
Selve, si parte; ma una voce, quale Richiamò Orlando, lui chiamò non manco, E
nel palazzo il fé' ritornar anco. 20 Una voce medesma, una persona Che paruta
era Angelica ad Orlando, Parve a Ruggier la donna di Dordona, Che lo tenea di
sé medesmo in bando. Se con Gradasso o con alcun ragiona Di quei ch'andavan nel
palazzo errando, A tutti par che quella cosa sia, Che più ciascun per sé brama
e desia. 21 Questo era un nuovo e disusato incanto Ch'avea composto Atlante di
Carena, Perché Ruggier fosse occupato tanto In quel travaglio, in quella dolce
pena, Che '1 mal' influsso n' andasse da canto, L'influsso eh' a morir giovene
il mena. Dopo il Castel d'acciar che nulla. giova, E dopo Alcinai Atlante ancor
fa prova. 22 Non pur costui, ma tutti gli altri a&con . Che di valore in
Francia bau mag;gior fama, Acciò che di lor man Ruggier non mora. Condurre
Atlante in questo incauto trama. E mentre fa lor far quivi dimora, Perché di
cibo non pattscan brama, Si ben fornito avea tutto il palagio, Che donne e
cavalier vi stanno ad agio. 23 Ma torniamo ad Angelica, che seco Avendo
quell'anel mirabil tanto, Ch'in bocca a veder lei fa l'occhio cdeco, Nel dito
l'assicura dall'incanto; E ritrovato nel montano speco Cibo avendo e cavalla e veste
e quanto Le fu bisogno, avea fatto disegno Di ritornare in India al suo bel
regno. 24 Orlando volentieri o Sacripante Voluto avrebbe in compagnia: non
ch'ella Più caro avesse V un che l'altro amante; Anzi di par fu a' lor disii
ribella:Ma dovendo, per girsene in Levante, Passar tante città, tante castella,
Di compagnia bisogno avea e di guida, Né potea aver con altri la più fida. 25
Or l'uno or l'altro andò molto cercando, Prima ch'indizio ne trovasse o spia,
Quando in cittade, e quando in ville, e quando In alti boschi, e quando in
altra via. Fortuna alfin là dove il conte Orlando, Ferraù e Sacripante era, la
invia, Con Ruggier, con Gradasso, ed altri molti Che v'avea Atlante in stiano
intrico avvolti. 26 Quivi entra, che veder non la può il Mago; E cerca il
tutto, ascosa dal suo anello:E trova Orlando e Sacripante vago Di lei cercare
invan per quello ostello. Vede come, fingendo la sua immago, Atlante usa gran
fraude a questo e a quello. Chi tor debba di lor, molto rivolve Nel suo
pensier, né ben se ne risolve. 27 Non sa stimar chi sia per lei migliore. Il
conte Orlando o il He dei fier Circassi. Orlando la potrà con più valore Meglio
salvar nei perigliosi passi: . . Ma se dua guida il fa, se '1 fa signore; Ch'
ella non vede come poi l'abbassi, . Qualunque volta, di lui sazia, farlo Voglia
minore, o in Francia rimandarlo. btanza U. 28 Ma il Circasso depor, quando le
piaccia, Potrà, sebben l'avesse posto in cielo. Questa sola cagion vuoi ch ella
il faccia Sua scorta, e mostri avergli fede e zelo. L anel trasse di bocca, e
di sua faccia Levò dagli occhi a Sacripante il velo. Credette a lui sol
dimostrarsi, e avvenne Ch' Orlando e Ferraù le sopravvenne. 29 Le sopravvenne
Ferraù ed Orlando; Ohe Pnno e T altro parimente giva Di su di giù " dentro
e di fuor cercando Bel gran palazzo lei, eh era lor Diva. Corser di par tatti
alla donna, quando Nessono incantamento gì' impediva: Perchè Panel ch'ella si
pose in mano Fece d'Atlante ogni disegno vano. 80 L'usbergo indosso aveano e
l'elmo in testa. Dui di questi guerrier, dei quali io canto; Nò notte 0 di,
dopo ch'entrare in questa Stanza, l'aveano mai messi da canto; Che facile a
portar come la vesta. Era lor, perchè in uso l'avean tanto. Ferraù il terzo era
anco armato, eccetto Che non avea né volea avere elmetto 81 Finché quel non
avea, che '1 paladino Tolse Orlando al fìratel del re Troiano; Ch'allora lo
giurò, che l'elmo fino Cercò dell'Argalia nel fiume invano; £ sebben quivi
Orlando ebbe vicino, Né però Ferraù pose in lui mano, Avvenne che conoscersi
tra loro Non si poter, mentre là dentro f5ro. 82 Era cosi incantato quello
albergo, Ch'insieme riconoscer non poteansi. Né notte mai né di, spada né
usbergo Né scudo pur dal braccio rimoveansi. I lor cavalli con la sella al
tergo, Pendendo i morsi dall' arcion, pasceansi In una stanza che, presso
all'uscita, D'orzo e di paglia sempre era fornita. 83 Atlante riparar non sa né
puote Oh' in sella non rimontino i guerrieri, Per correr dietro alle vermiglie
gote, All'auree chiome ed a' begli occhi neri Della donzella, ch'in fuga
percuote La sua giumenta; perchè volentieri Non vede li treamanti in compagnia,
Che forse tolti un dopo l'altro avrìa. 84 E poi che dilungati dal palagio Gli
ebbe si, che temer più non dovea Che centra lor l'incantator malvagio Potesse
oprar la sua fallacia rea; L'anel che le schivò più d'un disagio, Tra le rosate
labbra si chiudea; Donde lor sparve subito dagli occhi, E li lasdò come
insensati e sciocchi. 35 Come che fosse il suo primier diseguo Di voler seco
Orlando o Sacripante, Oh a ritornar l'avessero nel regno Di Qalafron
nell'ultimo Levante, Le vennero amendua subito a sdegno, E si mutò di voglia in
uno istante; E, senza più obbligarsi o a questo o a quello, Pensò bastar per
amendua il suo anello. 36 Volgon pel bosco or quinci or quindi in fìretla
Quelli scherniti la stupida faccia; Come il cane talor, se gli è intercetta 0
lepre o volpe, a cui dava la caccia. Che d'improvviso in qualche tana stretta 0
in folta macchia o in un fosso si caccia. Di lor si ride Angelica proterva. Che
non è vista, e i lor progressi osserva. 37 Per mezzo il bosco appar sol una
strada:Credono i cavalier che la donzella Innanzi a lor per quella se ne vada;
Che non se ne può andar se non per quella. Orlando corre, e Ferraù non bada, Né
Sacripante men sprona e puntella. Angelica la briglia più ritiene, E dietro lor
con minor ftta viene. 38 Giunti che far, correndo, ove i sentieri A perder si
venian nella foresta; E cominciar per l'erba i cavalieri A riguardar se vi
trovavan pesta: Ferraù che potea, fra quanti altieri Mai fosser, gir con la
corona in testa, Si volse con mal viso agli altri dui, E gridò lor: Dove venite
vui? 39 Tornate addietro, o pigliate altra via, Se non volete rimaner qui
morti; Né in amar né in seguir la donna mia Si creda alcun, che compagnia
comporti. Disse Orlando al Circasso: Che potrìa Più dir costui, s'ambi ci
avesse scorti Per le più vili e timide puttane Che da conocchie mai traesser
lane? 40 Poi, vèltro a Ferraù, disse: Uoto bestiale, S'io non guardassi che
senz'elmo sei, Di quel e' liLii detto, 3' hai ben eletto 0 male, Senz'aUm
indugia accorer ti farei. Disse 11 8pju,Mniol '¦ Di quoI eh a rae non cale,
Perdio piolùinio tu tnira ti dei? Io srd l'ontra junbidiiì fier far mn buono
Quei (.'he detto Iiu, senaelinQ cume souf". 41 beh, disse Orlando ài re di
Cìrcassia:In mio servigio a costai l'elmo presta, Tsinto eh' io gli abbia
tratta hi p;ia;zia; Cb' altra non yìiH mai dmìle et questa Ki .spose il Re: Vìn
più p,iZ20 sana? il [a se ti par imr la domanda onesta, Pres tallii il tuo'
chMo non sarò men affo Cbc tu sia forse, a castigare un matto. 42 Htkgtjiunse
Fnrrai'i: Seiocclii ui, qnasi Che Hc mi fisime il porhir elmo a ma fin . Voi
'inzA noli TU tbfe;L!'ià rimasi:Che tylti i votri avrei, vtHtru mal irrtìdu. Ma
prr iiiivrarvj in parte li uiir i mm, Per voto così senza me ne vado, Ed
anderò, finch'io non ho quel fino Che porta in capo Orlando paladino. V.ì I
Hnii|tii% rispose sorridendo il Coti te, Ti pellai a s'apo un ilo esser
bastante Far fili Orltui.ìo quel che ìu Aspramonte Kili l?ià fece al figlio
d'Aifoknief Xw/A cnd'iu, se tei vedessi a fronte, Ne tremeresti dal capo alle
piante; Non che volessi V elmo, ma daresti L'altre arme a lui di patto, che ta
vesti. 44 II vantator Spagnnol disse: Già molte Fifate e molte ho cosi Orlando
astretto, Che feudlmente T arme gli ayrei tolte, Quante indosso navea, nonché T
elmetto. £ sMo noi feci, occorrono alle volte Pensier che prima non saveano in
petto: Non n'ebbi, già fa, voglia;. or Paggio, e <5pero Che mi potrà
succeder di leggiero. 45 Non potè aver più pazienzia Orlando, £ gridò:
Mentitor, brutto marrano, In che paese ti trovasti, e quando, A poter più di me
con Tarme in mano? Quel Paladin, di che ti vai vantando, Son io, che ti pensavi
esser lontano. Or vedi se tu puoi V elmo levarme, O s'io son buon per tórre a
te l'altre arme. 50 S'incrudelisce e inaspra la battaglia. D'orrore in vista e
di spavento piena. Ferraù quando punge e quando taglia, Né mena botta che non
vada piena: Ogni colpo d'Orlando o piastra o maglia E schioda e rompe ed apre e
a straccio mena. Angelica invisibil lor pon mente, Sola a tanto spettacolo
presente. 51 Intanto il re di Circassia, stimando Che poco innanzi Angelica
corresse, Poi ch'attaccati Ferraù ed Orlando Vide restar, per quella via si
messe, Che si credea che la donzella, quando Da lor disparve, seguitata avesse;
Si che a quella battaglia la figliuola Di Galafron fu testimonia sola. 46 Né da
te voglio un minimo vantaggio. Cosi dicendo, F elmo si disciolse, E lo Ruspese
a un ramuscel di faggio; E quasi a un tempo Durindana tolse. Ferraù non perde
di ciò il coraggio; Trasse la spada, e in atto si raccolse Onde con essa e col
levato scudo Potesse ricoprirsi il capo nudo. 52 Poi che, orribil com'era e
spaventosa, L'[ebbe da parte ella mirata alquanto, E che le parve assai
pericolosa Cosi dall'un come dall'altro canto; Di veder novità volunterosa.
Disegnò l'elmo tor, per mirar quanto Fariano i duo guerrier, vistosel tolto;
Ben con pensier di non tenerlo molto. 47 Così li duo guerrieri incomindaro, Lor
cavalli aggirando, a volteggiarsi; E dove r arme si giungeano, e raro Era più
il ferro, col ferro a tentarsi. Non era in tutto 'l mondo un altro paro Che più
di questo avesse ad accoppiarsi: Pari eran di vigor, pkri d'ardire; Né l'un né
l'altro si potea ferire. 53 Ha ben di darlo al Conte intenzione; Ma se ne vuole
in prima pigliar gioco. L'elmo dispicca, e in grembo se lo pone.; E sta a
mirare i cavalieri un poco. Di poi si parte, e non fa lor sermone E lontana era
un pezzo da quel loco, Prima ch'alcun di lor v'avesse mente; Si l'uno e l'altro
era nell'ira ardente. 48 Ch'abbiate, Signor mio, già inteso estimo Che Ferraù
per tutto era fatato, Fuorché là dove l'alimento primo Piglia il bambin, nel
ventre ancor serrato: E finché del sepolcro il tetro limo La faccia gli
coperse, il luogo armato Usò portar, dove era il dubbio, sempre. Di sette
piastre fette a buone tempre. 49 Era ugualmente il Principe d'Anglante Tutto
fatato, fuorché in una parte:Ferito esser potea sotto le piante; Ma le guardò
con ogni studio ed arte. Duro era il resto lor più che diamante, Se la fama dal
ver non si diparte; E l'uno e l'altro andò più per ornato, Che per bisogno,
alle sue imprese armato. 54 Ma Ferraù, che prima v' ebbe gli occhi, Sidispiccò
da Orlando, e disse a lui:Deh come n'ha da male accorti e sciocchi Trattati il
cavalier ch'era con nui! Che premio fia ch'ai vincitor più tocchi, Se 'l beli'
elmo involato n' ha costui? Ritrassi Orlando, e gli occhi al ramo gira Non vede
l'elmo, e tutto avvampa d'ira. 55 E nel parer di Ferraù concorse. Che '1
cavalier che dianzi era con loro, Se lo portasse; onde la briglia torse, E fé'
sentir gli sproni a Brìgliadoro. Ferraù, che del campo il vide torse, Gli venne
dietro; e poi che giunti fóro Dove neir erba appar l'orma novella Ch' avea
fatto il Circasso e la donzella, 56 Prese la strada alla sinistra il Conte
Verso una valle, ove il Circasso era ito; Si tenne Ferraù più presto al monte,
. Dove il sentiero Angelica avea trito. Angelica in quel mezzo ad una fonte
Giunta era, ombrosa e di giocondo sito, Ch'ognan che passa, alle fresche ombre
invita, Né, senza ber, mai lascia far partita. Stanza 57. 57 Angelica si ferma
alle chiare onde, Non pensando ch'alcun le sopravvegna; £ per lo sacro anel che
la nasconde, Non può temer che caso rio le avvegna. A prima giunta in su T
erbose sponde Del rivo Telmo a un ramuscel consegna; Poi cerca, ove nel bosco è
miglior frasca. La giumenta legar, perchè si pasca. 58 II Cavalier di Spagna,
che venuto Era per Torme, alla fontana giunge. Non T ha si tosto Angelica
veduto, Che gli dispare, e la cavalla punge. L'elmo, che sopra T erba era
caduto, Ritor non può; che troppo resta lunge. Come il Pagan d' Angelica s'
accórse, Tosto vèr lei pien di letizia corse. 59 Gli sparve, cme io dico, ella
davante, Come fantasma al dipartir del sonno. Cercando egli la va per quelle
piante, Né ì miseri occhi più veder la ponno. Bestemmiando Macone e Trivigante.
E di sua legge ogni maestro e donno, Ritornò Ferraù verso la fonte, U'
nell'erba giacer Telmo del Conte. 60 Lo riconobbe, tosto che mirollo, Per
lettere eh' avea scritte nelT orlo; Che dicean dove Orlando gaadagnolio, E come
e quando, ed a chi fé' deporlo. Armossene il Pagano il capo e il collo: Che non
lasciò, pel duol eh' avea, di torlo; Pel duol eh' avea di quella che gli
sparve, Come sparir soglian notturne larve. 61 Poi ch'allacciato s'ha il buon
elmo in testa. Avviso gli é che, a contentarsi appieno, Sol ritrovare Angelica
gli resta, Che gli appar e dispar come baleno. Per lei tutta cercò T alta
foresta; E poi ch'ogni speranza venne meno Di più poterne ritrovar vestigi,
Tornò al campo spagnuol verso Parigi; 62 Temperando il dolor che gli ardea il
petto, Di non aver sì gran disir sfogato, Col refrigerio di portar T elmetto
Che fu d'Orhindo, come avea giurato. Dal Conte, poi che '1 certo gli fu detto,
Fu lungamente Ferraù cercato; Né fin quel dì dal capo gli lo sciolse, Che fra
duo ponti la vita gli tolse. 63 Angelica invisibile e soletta Via se ne va, ma
con turbata fronte, Che delT elmo le duol, che troppa fretta Le avea fatto
lasciar presso alla fonte. Per voler far quel eh' a me far non spetta, (Tra sé
dicea) levato ho Telmo al Conte: Questo, pel primo merito, è assai buono Di
quanto a lui pur obbligata sono. 64 Con buona intenzione (e sallo Iddio),
Benché diverso e tristo effetto segua, Io levai Telmo: e solo il peusier mio Fu
di ridur quella battaglia a triegua; E non che per mio mezzo il suo disio
Questo brutto Spagnuol oggi consegua. Cosi di sé s'andava lamentando D'aver
dell'elmo suo privato Orlando. 65 Sdeiati e malcontent'i, la via prese, Che le
parea miglior, verso Oriente. Più volte ascosa andò, talor palese, Secondo era
opportuno, infra la gente. Dopo molto veder molto paese, Giunse in un bosco,
dove iniquamente Fra ('Uo compagni morti un giovinetto Trovò, ch'era ferito in
mezzo il petto. 66 Ma non dirò d'Angelica or più innante; Che molte cose ho da
narrarvi prima: Né sono aFerraù né a Sacripante, Sin a gran pezzo, per donar
più rima. Da lor mi leva il Principe d'AngUnte, Che di sé vuol che ìnninzi agli
altri esprima Le fatiche e gli affanni che sostenne Nel gran disio, di che a
fin mai non venne. 67 Alla prima città ch'egli ritrova. Perché d'andare occulto
avea gran cura, Si pone in capo una barbuta nova. Senza mirar s'ha debil tempra
o dura. Sia qual si vuol, poco gli nuoce o giova:Si nella fatagion si
rassicura. Cosi coperto, seguita V inchiesta; Né notte o giorno, o pioggia o
sii l'arresta. C8 Era nell' ora che traea i cavalli Febo del mar, con rugiadoso
pelo, E r Aurora di fior vermigli e gialli Venia spargendo d'ogn' intorno il
cielo; E lasciato le stelle aveano ì balli, E per partirsi postosi già il velo;
Quando appresso a Parigi un di passando, Giostrò di sua virtù gran segno
Orlando. 69 In dna squadre incontrossi; e Manilardo Ne reggea l'una, il
S.vracin canuto. Re di Norizia, già fiero e gagliardo, Or miglior di consiglio,
che d'aiuto; Guidava l'altra sotto il suo stendardo 11 Re di Tremiseu, ch'era
tenuto Tra gli Africani cavalier perfetto: Alzirdo fu, da chi '1 conobbe,
detto. 70 Queti con V altro esercito pagano Quella invernata avean fatto
soggiorno, Chi presso alla città, chi più lontano, Tutti alle ville o alle
castella intorno:Ch'avendo speso il re Agramante invano, Per espugnar Parigi,
più d'un giorno, Volse tentar l'assedio finalmente; Poiché pigliar non lo potea
altrimente. 71 E per for questo avea gente infinita: Che oltre a quella che con
lui giunt' era, E quella che di Spagna avea seguiti Del re Marsiglio la real
bandiera, MoltA di Francia n'avea al soldo unita; Che da Parigi insino alla
riviera D'Arli, con parte di Guascogna (eccetto Alcune ròcche), avea tutto
suggetto. stanza 61 72 Or cominciando i trepidi ruelli A sciorre il freddo
ghiaccio in tiepid' onde, E i prati di nuov' erbe, e gli arbuscelli A
rivestirsi di tenera fronde; Ragunò il re Agramante tutti quallf Che seguian le
fortune sue seconde, Per farsi rassegnar l'armata termi; Indi alle cose sue dar
miglior formi. 78 A questo effetto il re di Tremisénne Con quel della Norizia
ne venia, Per là giungere a tempo, ove si tenne Poi conto d'ogni squadra o
buona o ria. Orlando a caso ad incontrar si venne. Come io v' ho detto, in
questa compagnia, Cercando pur colei, come' egli era uso, Che nel career d'Amor
lo tenea chiuso, 74 Come Alzirdo appres&ar vide quel Conte Che di Talor nou
avea pari al mondo, In tal sembiante, in si superba fronte, Che'l Dio dell'arme
a lui parea secondo; Restò stupito alle fattezze conte, Al fiero sguardo, al
viso furibondo:£ lo stimò guerrier d'alta prodezza; Ma ebbe del provar troppa
vaghezza. stanza 75. 77 Con qnal rumor la setolosa frotta Correr da monti suole
o da campagne, Se'l lupo uscito di nascosa grotta, 0 Torso sceso alle minor
montagne. Un tener porco preso abbia talotta. Che con grugnito e gran stridor
si lagene; Con tal lo stnol barbarico era mosso Verso il Conte, gridando:
Addosso, addosso. 78 Lance, saette e spade ebbe V usbergo A un tempo mille, e
lo scudo altrettante:Chi gli percuote con la mazza il tergo, Chi minaccia da
lato, e chi davante. Ma quel, ch'ai timor mai non diede albergo, Estima la vii
turba e Parme tante Quel che dentro alla mandra, all'aer cupo, Il numer
dell'agnelle estimi il lupo. 79 Nuda avea in man quella fulminea spada . Che
posti ha tanti Saracini a morte:Dunque chi vuol di quanta turba cada Tenere il
conto, ha impresa dura e forte. Rossa di sangue già correa la stradi, Capace
appena a tante genti morte; Perchè né targa né cappel difende La fatai
Durindana ove discende, 80 Né vesta piena di cotone, o tele Che circondino il
capo in mille vólti. Non pur per l'aria gemiti e querele, Ma volan braccia e
spalle e capi sciolti Pel campo errando va Morte crudele In molti, varj, e
tutti orribil volti; E tra sé dice: In man d'Orlando vaici Durindana per cento
di mie falci. 75 Era giovane Alzirdo ed arrogante, Per molta forza e per gran
cor pregiato. Per giostrar spinse il suo cavallo innante:Meglio per lui se
fosse in schiera stato:Che nello scontro il Principe d'Anglante Lo fé' cader,
per mezzo il cor passato. Giva in fuga il destrier, di timor pieno; Che su non
v'era chi reggesse il freno. 76 Levasi un grido subito ed orrendo, Che d'ogn'
intomo n' ha l'aria ripiena, Come si vede il giovane, cadendo, Spicciar il
sangue di si larga vena. La turba verso il Conte vien fremendo Disordinata, e
tagli e punte mena; f Ma quella épiù, che con pennuti dardi Tempesta il fior
dei cavalier gagliardi. 81 Una percossa appena l'altra aspetta:Ben tosto
cominciar tutti a fuggire; E quando prima ne ventano in fretta, Perch'era sol,
credeanselo inghiottire. Non é chi per levarsi della stretta L'amico aspetti, e
cerchi insieme gire:Chi fogge a piedi in qua, chi colà sprona; Nessun domanda
se la strada è buona. 82 Virtnde andava intomo con lo speglio Che fa veder
nell' anima ogni ruga:Nessun vi si mirò, se don un veglio A cui il sangue
l'età, non l'ardir, scinga. Vide costui quanto il morir sia meglio, Che con suo
disonor mettersi in fuga; Dico il Re di Norizia: onde la landaArrestò contra il
Paladin di Francia, 83 E la ruppe alla penna dello scado Del fiero Conte, che
nolla si mosse. Egli, eh ayea alla posta il brando nudo, Ite Hanilardo al
trapassar percosse. Fortuna T aiutò; che ì ferro crudo In man d Orlando al
venir giù voltosse. Tirare i colpi a filo ognor non lece; Ma pur di sella
stramaszar lo fece. 86 II suo cammin, di lei chiedendo spesso, Or per ìì campi
or per le selve tenne:E siccome era uscito di sé stesso, Usd di strada, e appiè
d un monte venne, Dove la notte fuor d'un sasso fesso Lontan vide un splendor
batter le penne. Orlando al sasso per veder s' accosta, Se quivi fosse Angelica
reposta. Stanza 89. 84 Stordito deirarcion quel Re stramazza: Non si rivolge
Orlando a rivederlo; Che gli altri taglia, tronca, fende, ammazza A tutti pare
in su le spalle averlo. Come per Varia, ove bau si larga piazza, Fnggon li
stomi dall' audace smerlo; Cosi di quella squadra ormai disfatta Altri cade,
altri fugge, altri s' appiatta. 8.5 Non cessò pria la sanguinosa spada, Che fVi
di viva gente il campo vóto. Orlando è in dubbio a ripigliar la strada, Benché
gli sia tutto il paese noto. 0 da man destra o da sinistra vada, Il pensier
dall' andar sempre è remoto:D'Angelica cercar, faor eh' ove pia, Sempre è in
timore, e far contraria via. 87 Come nel bosco dell'umil ginepre, 0 nella
stoppia alla campagna aperta, Quando si cerca la paurosa lepre Per traversati
solchi e per via incerta, Si va ad ogni cespuglio, ad ogni vepre, Se per
ventura vi fosse coperta; Così cercava Orlanlo con gran peni La donni sua, dove
speranza il mena. Stanza 9l. 88 Verso quel raggio andando in fretta il Conte,
Giunse ove nella selva si diffonde Dall'angusto spiraglio di quel monte, Ch'
una capace grotta in sé nasconde:E trova innanzi nella prima fronte Spine e
virgulti, come mura e sponde, Per celar quei che nella grotta stanno, Da chi
far lor cercasse oltraggio e danno. 81) Di giorno ritrovata non sarebbe; Ma la
facea di notte il lume aperta Orlando pensa ben quel ch'esser debbo; Pur vuol
saper la cosa anco più certa. Poi che legato fuor Brigliidoro ebbe, Tacito
viene alla grotta coperta; fra li spessi rami nella buca Entra, senza chiamar
chi V introduca. 90 Scende la tomba molti gradi al basso, Dove Ja viva gente
sta sepolta. Era non poco spazioso il sasso Tagliato a punte di scarpelli in
volta; Né di luce diurna in lutto casso, Benché l'entrata non ne dava molta; Ma
ne venia assai da una finestra Che sporgea in un pertugio da man destra. 91 In
mezzo la spelonca, appresso a un fuco, Era una donna di giocondo viso. Quindici
anni passar dovea di poco, Quanto fu al Conte, al primo sguardo, avviso. Ed era
bella si, che facea il loco Salvatico parere un paradiso; Bench' avea gli occld
di lacrime pregni, Del cor dolente i nnifesti segni. 92 V'era una vecchia; e
faiiean gvioi eontese Come uso femminil spesso esser saole; Ma come il Conte
nella grotta scese, Finiron 1 dispute e le parole. Orlando a Falutaile tu
cortese, Come con donne sempre esser si vuole; Ed elle ""i levaro
immantinente, E lui risalutar beuignamcnie. 93 Gli é ver che si smarrirò in
faccia alquanto " Come improvviso udiron quella voce, E insieme entrare
armato tutto quanto Vider là dentro un uom tanto feroce. Orlando domandò qual
fosse tanto Scortese, ingiusto, barbaro ed atroce. Che nella grotta tenesse
sepolto Un si gentile ed amoroso volto. 94 La vergine a fatica gli rispose,
Interrotta dai fervidi signozzi, Che dai coralli e dalle preziose Perle uscir
fanno i dolci accenti jnozzi. Le lacrime scendean tra gigli e rose, Là dove
avvien ch'alcuna se n'ingfaiozzi. Piacciavi udir nell'altro Canto il resto.
Signor, che tempo è ornai di finir questo. N O T] St. 1. v.15. Cerere f dea
favolosa, era figlia di Cibele, qui detta madre Idea per il culto speciale che
le si rendeva in Frigia sul monte Ida. Et,crlado, nno dei giganti fulminati da
Giove, giace, secondo i mitologi, sotto r Etna in Sicilia. Proserpina, fl ffl a
di Cerere, lasciata dalla madre in una valle del l'Etna, si finge dai poeti essere
stata ivi rapita da natone. St. 3 V 27 Cerere, rappresentata mitologicamente
sopra nn carro tirato da draghi, fu detta ehuMna, pei misteri che se ne
celebravano in Eleiisi, antica citt& dell'Attica, ora villaggio detto
Lepsina. St 4. V.4. Libia denominarono gli antichi quella l"arte d'AfHca
settentrionale ch'è bagnata dal Mediter laneo, e giace fra l'Etiopia e il mare
Atlanlico. St. 8. V.3. Messa d'oro; messa, per adorna. Ora direbbesi: adoma
d'ero. 3t. 11. V.3. OiadassOf re di Seiicana. St. 19. V.35. Relinquet per
lascia, St. 31. V.2. Fratel del re Troiano ta Almonte. St. 47 V.34. Dove
Varnif, ecc. Intendasi che i due i;aerrieri cominciarono a provocarsi con la
spada nelle commettiture dell usbergo, perchè ivi le pani dell'ar madura
combaciano meno Ara loro. St. 57. v.3. Chiama sacro ranelle d Angelica, per chè
consacrato con segni magici. St. 59. v.5. Macone (o Maometto, che lo
stesa" e Trivi gante y due soggetti di venerazione reliotaper quei pagani
saracini. St. €9. v.3 6. Norirìa, Ninna traccia si ha di qaesto paese,
necessariamente africano, e che non può quindi essere il Noricum dei Latini.
St. 71. V.e7. Per la Wtiera d'ArH s'inti'iile il Rodano, che bagna Arles città
della Provenza. St. 73. v.1. Tremisenne o Tre mecn, nome di un antico regno d'Africa
neMa Berberia, formante ora tutta 0 parte della provincia di Orano nello stato
d Algm; di cui la città pia importante chiamasi in oggi Telemsea. St. t3. V.1.
¦ Penna chiamavasi il vertice o som mità dello scudo. St. 84. v.9. Smerhf
uccello di rapina: è detto co munemente smeriglio. Sr. 94. V.24. Sigìiiono
singhiojsao. Yooe an tiquata. stanza 37. laabffllEL ra[:cot]ta ad Orhtncìo le
propirie clÌ3mv?KtibuT". Sopra vven guno 1 mii'amli'iiii abìhUQi'i della
caveiia: QTlando fli uccide tDtri, poi ELbbiviidoiiEL il luogo. cutiditCtiiido
seco Umbella. Bi'a dà romite ode da Melisaa che Ruggiero è veìmto in rodere del
vrctihio prcsiigiaroie: va pur liberamelo, e rimane piaia dalUi Btesso in cali
tea Ini ti. L>igr"sj(ioue encomiastica di Melisma auLLe donne appartcnt!!!]
ì alla casa d ELo. Ben furo avventarosi i cavalieri C'Iterano a quella et A,
che nei valloni " Nelle scure speloutihe e boschi fieri, Tane di serpi, tV
orsi e ili leoni, Trtjvavan qnel che nei pahizzi altieri A pena or trovar puoii
giudici buoni; Donne, ihe neìK lor più fresca etade Sien degne d'afer litol di
beltà de. Di sopra vi narrai che nella grotta Avea trovato Orlando una
donzella, E che le dimandò ch'ivi condotta L'avesse: or seguitando, dico eh'
ella, Poi che più d'on signozzo l'ha interrotta, Con dolce e snavissima favella
Al Conte fa le sue sciagure note, Con quella brevità che meglio puote. 8 Benché
io sia certa, dice, o cayaliero, Ch' io porterò del mio parlar supplizio,
Perchè a colui che qui m' ha chiusa, spero Che costei ne darà subito indizio;
Pur son disposta non celarti il vero, E yada la mia vita in precipizio. E eh'
aspettar poss' io da lui più gioia, Chel si disponga un di voler ch'io muoia? 4
Isabella son io, che figlia fdi Del Re mal fortunato di Gallizia: Ben dissi
fui; eh' or non son più di lui, Ma di dolor, d'affanno e di mestizia: Colpa
d'Amor; ch'io non saprei di cui Dolermi più, che della sua nequizia: Che
dolcemente nei principj applaude, E tesse di nascosto inganno e fraude. 5 Già
mi vivea di mia sorte felice, 'Gentil, giovane, ricca, onesta e bella: Vile e
povera or sono, or infelice; E s' altra è peggior sorte, io sono in quella. Ma
voglio sappi la prima radice Che produsse quel mal che mi flagella; E
bench'aiuto poi da te non esca. Poco non mi parrà che te n' incresca. 6 Mio
padre fé' in Baiona alcune giostre: Esser denno oggimai dodici mesi. Trasse la
fama nelle terre nostre Cavalieri a giostrar di più paesi. Fra gli altri (o sia
eh' Amor cosi mi mostre, 0 che virtù pur sé stessa palesi) Mi parve da lodar
Zerbino solo, Che del Gran Re di Scozia era figliuolo.7 H qual poiché far prove
in campo vidi Miracolose di cavalleria, Fui presa del suo amore; e non m'
avvidi, Ch' io mi conobbi più non esser mia. E pur, benché '1 suo amor cosi mi
guidi, Mi giova sempre avere in fantasia Ch'io non misi il mio core in luogo
immondo. Ma nel più degno e bel ch'oggi sia al mondo. 8 Zerbino di bellezza e
di valore Sopra tutti i signori era eminente. Mostrommi, e credo mi portasse
amore, £ che di me non fosse meno ardente. Non ci mancò chi del comune ardore
Interprete fra noi fosse sovente, Poiché di vista ancor fummo disgiunti; Che
gli animi restar sempre congiunti:9 Perocché dato fine alla gran festa. Il mio
Zerbino in Scozia fé ritomo. Se sai che cosa é amor, ben sai che metta Restai,
di lui pensando notte e giorno; Ed era certa che non men molesta Fiamma intorno
al suo cor facea soggìorao. Egli non fece al suo disio più schenni. Se non che
cercò via di seco avenm. 10 E perché vieta la diversa fede (Essendo egli
Cristiano, io Saradna) Ch'ai mio padre per moglie non mi diìede, Per furto indi
levarmi si destina. Fuor della ricca mia patria, che siede verdi campi a lato
alla marina, Aveva un bel giardin sopra una riva Che colli intomo e tutto il
mar scopriva. Gli parve il luogo a fornir ciò disposto, Che la diversa religion
ci vieta; E mi fa saper l'ordine che posto Avea di far la nostra vita lieta.
Appresso a Santa Marta avea nascosto Con gente armata una galea secreta, In
guardia d'Odorico di Biscaglia, In mare e in terra mastro di battaglia. 12 Né
potendo in persona far l'effetto, Perch'egU allora era dal padre antico A dar
soccorso al Re di Francia astretto, Manderia in vece sua questo Odorico, Che
fra tutti i fedeli amici eletto S' avea pel più fedele e pel più amico; E bene
esser dovea, se i benefici Sempre hanno forza d'acquistar gli amicL 13 Yerria
costui sopra un navilio armato, Al terminato tempo indi a levarmi. E cosi venne
il giorno disiato Che dentro il mio giardin lasciai trovarmi.Odorico la notte,
accompagnato Di gente valorosa all'acqua e all'armi Smontò ad un fiume alla
città vicino E venne chetamente al mio giardino. 14 Quindi fui tratta alla
galea spalmata Prima che la città n'avesse avvisi Della famiglia ignuda e
disarmata Altri fuggirò, altri restaro uccisi, Parte captiva meco fu menata.
Cosi dalla mia terra io mi divisi. Con quanto gaudio non ti potrei dire,
Sperando in breve il mio Zerbin fruire.Toltati sopra Mongìa eràmo appena Quando
ci assalse alla sinistra sponda Un vento che turbò V aria serena, £ turbò il
mare, e al del gli levò Tonda. Salta un Maestro cb a traverso mena, £ cresce ad
ora ad ora, e soprabbonda; £ cresce e soprabbonda con tal forza, Che vai poco
alternar poggia con orza. 16 Non giova calar vele, e Tarbor sopra Corsia legar,
né minar castella; Che ci veggiam mal grado portar sopra Acuti scogli, appresso
alla Boccila. Se non ci aiuta quel che sta disopra, Ci spinge in terra la
crudel procella. Il vento rio ne caccia in maggior fretta, Che darco mai non si
avventò saetta. 21 0 che m avesse in mar bramata ancora, Né fosse stato a
dimostrarlo ardito; 0 cominciasse il desiderio allora, Che Pagio v'ebbe dal
solingo lito; Disegnò quivi senza più dimora Condurre a fin l'ingordo suo
appetito; Ma prima da sé tórre un delli dui Che nel battei campati eran con
nui. 22 Quell'era uomo di Scozia, Almonio detto, Che mostrava a Zerbin portar
gran fede; E commendato per guerrier perfetto Da lui fti, quando ad Odorico il
diede. Disse a costui, che biasmo era e difetto Se mi traeano alla Boccila a
piede; E lo pregò ch'innanti volesse ire A farmi incontra alcun ronzin venire.
17 Vide il periglio il Biscagline, e a quello Usò un rimedio che fallir suol
spesso:Ebbe ricorso subito al battello; Calessi, e me calar fece con esso.
Sceser dui altri, e ne scendea un drappello, Se i primi scesi V avesser
concesso; Ma con le spade li tennér discosto, Tagliar la fune, e ci allargammo
tosto. 18 Fummo gittati a salvamento al lito Noi che nel palischermo eramo
scesi; Periron gli altri col legno sdrucito:In preda al mare andar tutti gli
arnesi. All' eterna Boutade, all' infinito Amor, rendendo grazie, le man stesi,
Che non m'avesse dal furor marino Lasciato tor di riveder Zerbino. 19 Comech'io
avessi sopra il legno e vesti Lasciato e gioie e l'altre cose care. Purché la
speme di Zerbin mi resti. Contenta son che s' abbi i resto il mare. Non sono,
ove scendemmo, i liti pesti D'alcun sentier, né intomo albergo appare; Ma solo
il monte, al qual mai sempre fiede L' ombroso capo il vento, e'i mare il piede.
20 Quivi il cmdo tiranno Amor, che sempre D'ogni promessa sua fu disleale, E
sempre guarda come inveiva e stempre Ogni nostro disegno razionale, Mutò con
triste e disoneste tempre Mio conforto in dolor, mio bene in male; Che
quell'amico, in chi Zerbin si crede, Di desir arse, ed agghiacciò di fede. 23
Almonio, che di ciò nulla temea, Immantinente innanzi il cammin pigba Alla
città che '1 bosco ci ascondea, E non era lontana oltre sei miglia. Odorico
scoprir sua voglia rea All'altro finalmente si consiglia; Si perchè tor non se
lo sa d'appresso Si perché avea gran confidenzia in esso. 24 Era Corebo di
Bilbao nomato Quel di eh' io parlo che con noi rimase; Che da fanciullo
picciolo allevato S'era con lui nelle medesme case. Poter con lui comunicar
l'ingrato Pensiero il traditor si persuase, Sperando eh' ad amar saria più
presto Il piacer dell' amico, che l'onesto. 25 Corebo, che gentile era e
cortese, Non lo potè ascoltar senza gran sdegno Lo chiamò traditore, e gli
contese Con parole e con fatti il rio disegno. Grand'ira all'uno e all'altro il
core accese, E con le spade nude ne fer segno. Al trar de' ferri io fui dalla
pauraVolta a fuggir per l'alta selva oscura. 26 Odorico, che mastro era di
guerra, In pochi colpi a tal vantaggio venne, Che per morto lasciò Corebo in
terra, E per le mie vestigio il cammin tenne. Prestògli Amor (sei mio creder
non erra), Acciò potesse giungermi, le penne; E gì' insegnò molte lusinghe e
prieghi, Con che ad amarlo e compiacer mi pieghi.Ma tutto è indarno; che
fermata e certa Piuttosto era a morir, eh' a satisfarli. Poi ch'ogni priego,
ogni lusinga esperta Ebbe e minacce, e non poteau giovarli, Si ridusse alla
forza a faccia aperta. Nulla mi vai che supplicando parli Della fe'ch'avea in
lui Zerbino avuta, £ ch'io nelle sue min m'era creduta. \S Poiché gittar mi
vidi i prieghi invano, Né mi sperare altronde altro soccorso, E che più sempre
cupido e villano A me venia, come famelic' orso; Io mi difesi con piedi e con
mano, Et adopraivi sin all' ugne e il morso; Pelaigli il mento, e gli graffiai
la pelle, Con stridi che n'andavano alle stelle. 29 Non 80 se fosse Gaso, o li
miei gridi Che si doveano udir lungi una lega; Oppur ch usati sian correre ai
lidi, Quando navilio alcun si rompe o anniega:Sopra il monte una turba apparir
vidi:E questa al mare e verso noi si piega. Come la vede il Biscaglin venire,
Lascia V impresa, e voltasi a fuggire. 30 Contra quel disleal mi fu adiutrice
Questa turba, signor; ma a quella imago Che sovente in proverbio il volgo dice:
Cader della padella nelle brage. Gli è ver ch io non son stata sì infelice, Né
le lor menti ancor tanto malvage, Ch'abbino violata mia persona: Non che sia in
lor virtù, nò cosa buona; Stanza 2ò. Stanca 2S 33 II primo d essi, uom di
spietato viso, Ha solo un occhio, e sguardo scuro e bieco; L'altro d'un colpo
che gli avea reciso Il naso e la mascella, è fatto cieco. Costui vedendo il
cavaliero assiso Con la vergine bella entro allo speco, Vólto accompagni, dime:
Ecco augel novo, A cui non tesi, e nella rete il trovo. 3t Ma perchè se mi
serban, com'io sono. Vergine, speran vendermi più molto. Finito è il mesa
ottavo, e viene il nono, Che fu il mio vivo corpo qui sepolto. Del mio Zerbino
ogni speme abbandou); Che già, per quanto ho da' lor detti accolto, M'han
promessa e venduta a un mercadante Che portare al soldau mi de' in Levante. 32
Cosi parlava la gentil donzella:E spesso con singhiozzi e con sospiri
Interrompea l'angelica favella. Da muovere a pietade aspidi e tiri. Mentre sua
doglia cosi rinnovella, 0 forse disacerba i suoi martiri, Da venti uomini
entrar nella spelonca, Armati chi di spiedo e chi di ronca. fiitauza 'ab. 34
Poi disse al Conte: Uomo noa yidi Più comodo di te, né più opportuno. Non so se
ti se' apposto, o se lo sai Perchè te V abbia forse detto alcuno, Che si beli
arme io desiava assai, E questo tuo leggiadro abito bruno. Venuto a tempo
yeramente sei. Per riparare filli bisogni miei. mai 35 Sorrise amaramente, in
piò salito, Orlando, e fé' risposta al mascalzone:Io ti venderò Parme ad un
partko Che non ha mercadante in sua ragione. Del fuoco, eh' avea appresso, indi
rapito Pien di fuoco e di fumo uno stizzone, Trasse e percosse il malandrino a
caso Dove confina con le ciglia il naso. 36 Lo stizEone ambe le palpebre colse,
Ma maggior danno fé' nella sinistra; Che qneUa parte misera gli tolse. Che
della luce sola era ministra. Né d'acciecarlo contentar si volse Il colpo fier,
s' ancor non lo registra Tra quegli spirti che con suoi compagni Fa star Chiron
dentro ai bollenti stagni. 37 Nella spelonca una gran mensa siede, Grossa duo
palmi e spaziosa in quadro, Che sopra un mal pulito e grosso piede Cape con
tutta la famiglia il ladro. Con quell'agevolezza che si vede Gittar la canna lo
Spagnuol leggiadro Orlando il grave desco da séscaglia Dove ristretta insieme è
la canaglia. 40 Quei che la mensa o nullo o poco offese. (E Turpin scrìve
appunto che fur sette) Ai piedi raccomandan sue difese; Ma neir uscita il
paladin si mette:E poi che presi gli ha senza contese, Le man lor lega con la
fune istrette, Con una fune al suo bisogno destra, Che ritrovò nella casa
silvestra. MH: >A.' stanza 36. 38 A chil petto, a cbi'l ventre, a chi la
tesu, A chi rompe le gambe, a chi le braccia; Di ch'altri muore, altri
storpiato resta: Chi meno è offeso, di fuggir procaccia. Cosi talvolta un grave
sasso pesta E fianchi e lombi, e spezza capi e schiaccia, Gittato sopra un gran
drappel di bisce, Che dopo il verno al sol si goda e lisce. 39 Nascono casi, e
non saprei dir quanti:Una muore, una parte senza coda, Un'altra non si può
muover davanti, E'I deretano indamo aggira e snoda; Un'altra, ch'ebbe più
propizj i santi. Striscia fra l'erbe, e va serpendo a proda. Il colpo orribil
fu, ma non mirando, Poiché lo fece il valoroso Orlando. stanza 41. 41 Poi li
strascina fuor della spelonca. Dove facea grand'ombra un vecchio sorbo. Orlando
con la spada i rami tronca, E quelli attacca per vivanda al corbe. Non bisognò
catena in capo adonca; Che per purgare il mondo di quel morbo;L'arbor medesmo
gli uncini prestolli, Con che pel mento Orlando ivi attaccolli. 42 La donna
yecchia, amica a malandrini, Poiché restar tutti li YÌde estinti, "ggì
piangendo, e con le mani ai crini, Per Eelye e boscherecci labirinti. Dopo
aspri e malagevoli cammini, A gravi passi e dal timor sospinti, In ripa un
fiume in un gnerrier scontrosse; Bf a differisco a ricontar chi fosse:43 E tomo
all'altra che si raccomanda Al paladin, che non la lasci sola; E dice di
seguirlo in ogni banda. Cortesemente Orlando la consola; E quindi, poi ch'usci
con la ghirlanda Di rose adorna e di purpurea stola La bianca Aurora al solito
cammino, Parti con Isabella il paladino. 44 Senza trovar cosa che degna
sD'istoria, molti giorni insieme andaro; E finalmente un cavalier per via. Che
prigione era tratto, riscontraro. Chi fosse, dirò poi; ch'or me ne svia Tal, di
chi udir non vi sarà men caro: La figliuola d'Amon, la qual lasciai Languida
dianzi in amorosi guaL 45 La bella donna, disiando in vano Ch' a lei facesse il
suo Ruggier ritorno, Stava a Marsiglia, ove allo stuol pagano Dava da
travagliar quasi ogni giorno; Il qual scorrea, mband ) in monte e in piano. Per
Linguadoca e per Provenza intorno; Ed ella ben facea l'ufficio vero Di savio
duca e d'ottimo guerriero,. 4H Standosi quivi, e di gran spazio essendo
Pa"isato il tempo che tornare a lei Il suo Ruggier dovea, né lo vedendo,
Vivea in timor di mille casi rei. Un di Ara gli altri, che di ciò piangendo
Stava solinga, le arrivò colei Che portò nell'anel la medicina Che sanò il cor
ch'avea ferito Akina. 47 Come a sé ritornar senza il suo amante. Dopo si lungo
termine', la vede. Resta pallida e smorta, e si tremante, Che non ha forza di
teneisi in piede: Ma la maga gentil le va davante Ridendo, poi che del timor
s'avvede; E con viso giocondo la conforta, Qual aver suol chi buone nove
apporta. 48 Non temer, disse, di Ruggier, donzeUa; Oh' è vivo e sano, e, come
suol, t' adora:Ma non é già in sua libertà; che quella Pur gli ha levata il tuo
nemico ancorf:Ed é bisogno che tu monti in sella. Se brami averlo, e che mi
segni or ora; Che se mi segui, io t' aprirò la via, D'onde per te Ruggier
libero fia. 49 E seguitò, narrandole di quello Magico error che gli avea ordito
Atlante: Che simulando d'essa il viso bello. Che captiva parea del rio gigante,
Tratto l'avea nell'incantato ostello, Dove sparito poi gli era d'avante; E come
tarda con simile inganno Le donne e i cavalier che di là vanno. 50 A tutti par,
l'incantator mirando, Mirar quel che per sé brama ciascuno, Donna, scudier,
compagno, amico; quando Il desiderio nman non é tutt'uno. Quindi il palagio van
tutti cercando Con lungo affanno, e senza frutto alcuno; E tanta è la speranza
e il gran disire Del ritrovar, che non ne san partire. Stanza 47. 51 Come tu
giungi, disse, in quella parte Che giace pressa ali incantata stanza, Verrà V
incantatore a ritroyarte, Che terrà di Ruggiero ogni sembianza; E ti farà parer
con sua maPurte, Ch'ÌTÌ lo Tinca alcun di più possanza. Acciò che tu per
aiutarlo vada Dove con gli altri poi ti tenga a bada. 52 Acciò gl'inganni, in
che son tanti e tanti Caduti, non ti colgan, sie avvertita Che sebben di
Ruggier visa e sembianti Ti parrà di veder, che chieggia aita, Non gli dar fede
tu; ma, come avanti Ti vien, fàgìi lasciar V indegna vita:Né dubitar per ciò
che Ruggier muoia, Ma ben colui che ti dà tantA noia. 53 Ti parrà dnro assai,
ben Io conosco, Uccìder un che sembri il tuo Ruggiero: Por non dar fede ali
occhio tao, che losco Farà V incanto, e celeràgli il vero. Fermati, pria ch'io
ti conduca al bosco, Si, che poi non si cangi il tuo pensiero; Che sempre di
Ruggier rimarrai priva, Se lasci per viltà chel mago viva. 54 La valorosa giovane,
con questa Intenzion che'l frandolente uccida, A pigliar Parme .ed a seguire è
presta Melissa; che sa ben quanto Tè fida. Quella, or per terren culto, or per
foresta, A gran giornate e ip gran fretta la guiMn . Cercando alleviarle
tuttavia Con parlar grato la noiosa via. 55 E più di tutti i bei ragionamenti,
Spesso le ripetea ch'uscir di lei E di Ruggier doveano gli eccellenti Principi
e gloriosi semidei. Come a Melissa f ossine presenti Tutti i secreti degli
etemi Dei, Tutte le cose ella sapea predire, Ch'avean per molti secoli a
venire. 56 Deh ! come, o prudentissima mia Fcorta, (Dicea alla maga T inclita
donzella) Molti anni prima tu m'hai fatto accorta Di tanta mia viril pr( genie
bella; Cosi d'alcuna donna mi conforta. Che di mia stirpe sia, s' alcuna in
quella Metter si può tra belle e virtuose. E la cortese maga le rispose: 57 Da
te uscir veggio le pudiche donne; Madri d'imperatori e di gran regi,
Reparatrici e solide colonne Di case illustri e di dominj egregi; Che men degne
non son nelle lor gonne, Ch' in arme i cavalier, di sommi pregi, Di pietà, di
gran cor, di gran prudenza, Di somma e incomparabil continenza. 58 E s'io avrò
da narrarti di ciascuna Che nella stirpe tua sia d'onor degna, Troppo sarà;
ch'io non ne veggio alcuna Che passar con silenzio mi convegna. Ma ti farò tra
mille scelta d'una 0 di due coppie, acciò eh' a fin ne vegna Nella spelonca
perchè noi diòesti? Che l'immagini ancor vedute avresti. 69 Della tua Chiara
stirpe uscirà quella D'opere illustri e di bei studj amica. Ch'io non so ben se
più leggiadra e bella Mi debba dire, o più saggia e pudica, Liberale e
magnanima Isabella, Che del bel lume suo di e notte aprica Farà la terra che
sul Menzo siede, A cui la madre d'Ocno il nome diede; 60 Dove onorato e
splendido certame Avrà col suo dignissimo consorte. Chi di lor più le virtù
prezzi ed ame, E chi meglio apra a cortesia le porte. S' un narrerà eh' al Taro
e nel reame Fu a liberar da' Galli Italia forte; L'altra dirà: Sol perchè casta
visse, Penelope non fu minor d'Ulisse. 61 Gran cose e molte in brevi detti
accolgo Di questa donna, e più dietro ne lasso, Che in quelli di ch'io mi levai
dal volgo, Mi fé' chiare Merlin dal cavo sasso. E s'in questo gran mar la vela
sciolgo. Di lunga Tifi in navigar trapasso. Conchiudo in somma, ch'ella avrà,
per dono Della virtù e del ciel, ciò eh' è di buono. 62 Seco avrà la sorella
Beatrice, A cui si converrà tal nome appunto: Ch'essa non sol del ben che
quaggiù lice, Per quel che viverà toccherà il punto; Ma avrà forza di far seco
felice Fra tutti i ricchi duci il suo congiunto, H qual, come ella poi lascerà
il mondo, Cosi degl'infelici andrà nel fondo. 63 E Moro e Sforza e viscontei
colubri, Lei viva, formidabili saranno Dall'iperboree nevi ai lidi rubri,
Dall'Indo ai monti ch'ai tuo mar via danno Lei morta, andran col regno
degl'Insubri, E con grave di tutta Italia danno, In servitute; e'fia stimata,
senza Costei, ventura la somma prudenza. 64 Vi saranno altre ancor, ch'avranno
il nome Medesmo, e nasceran molt' anni prima:Di ch'una s'ornerà le sacre chiome
Della corona di Pannonia opima; Un'altra, poi che le terrene some Lasciate
avrà, fia nell'ausonio clima Collocata nel numer delle Dive, Ed avrà incensi e
immagini votive. Merlino. 66 Dell' altre tacerò; che, come ho detto, Lungo
sarehhe a ragionar di tante: Benché per sé ciascuna abbia suggetto Degno
ch'eroica e chiara tuba caute. Le Bianche, le Lucrezie io terrò in petto, E le
Costanze e T altre, che di quante Splendide case Italia reggeranno, Beparatrici
e madri ad esser hanno. 66 Più eh' altre fosser mai, le tue famiglie Saran
nelle lor donne avventurose; Non dico in quella più delle lor figlie, Che neir
alta onestà delle lor spose. E acciò da te notizia anco si pigile Di questa
parte che Merlin mi espose, Porse perch' io '1 dovessi a te ridire, Ho di
parlarne non poco desire. E dirò prima dì Eicdarda, degno Esempio di fortezza e
d onestade:Vedova rìmArrà, giovane, a sdegno Di Fortuna; il che spesso ai buoni
accade. I figli privi del paterno regno, Esuli andar vedrà in strane contrade,
Fanciulli in man degli awersarj loro; Ma in fine avrà il suo male ampio
ristoro. Stanza i5. 70 Qual lo stagno all'argento, il rame all'oro. Il
campestre papavero alla rosa, Pallido salce al sempre verde alloro, Dipinto
vetro a gemma preziosa; Tal a costei, eh' ancor non nata onoro, Sarà ciascuna
insino a qui famosa Di singular beltà, di gran prudenzia, E d'ogni altra
lodevole eccellenzia. 71 E sopra tutti gli altri incliti pregi Che le saranno e
a viva e a morta dati, Si loderà che di costumi regi Ercole e gli altri figli
avrà dotati, E dato gran principio ai ricchi fregi Di che poi s'orneranno in
toga e armati; Perchè l'odor non se ne va si in fretta, Ch' in nuovo vaso, o
buono o rio, si metta. 72 Non voglio eh' in silenzio anco Renata Di Francia,
nuora di costei, rimagna, Di Luigi duodecimo re nata, E dell' etema gloria di
Bretagna. Ogni virtù ch'in donna mai sia stata, Di poi che'l fuoco scalda e
l'acqua bagna, E gira intorno il cielo, insieme tutta Per Renata adornar veggio
ridutta. 73 Lungo sarà che d'Alda di Sansogna Narri, o della contessa di
Celano, G di Bianca Maria di Catalogna, 0 della figlia del re sicigliano, 0
della bella Lippa da Bologna, E d'altre; che s'io vo'di mano in manu Venirtene
dicendo le gran lode. Entro in un alto mar che non ha prode. 68 Dell'alta
stirpe d'Aragona antica Non tacerò la splendida regina. Di cui né saggia si, né
si pudica Veggio istoria lodar greca o latina, Né a cui fortuna più si mostri
amica; Poiché sarà dalla Bontà divina Eletta madre a partnrir la bella
Progenie, Alfonso, Ippolito e Isabella. 74 Poi che le raccontò la maggior parte
Della futura stirpe a suo grand' agio, Più volte e più le replicò dell'arte
Ch'aver tratto Ruggier dentro al palagio. Melissa si fermò, poiché fu in parte
Vicina al luogo del vecchio malvagio; E non le parve di venir più innante, Aedo
veduta non fosse da Atlante: 9 Costei sarà la saggia Leonora, Che nel tuo
felice arbore s'innesta Che ti dirò della seconda nuora, Sneceditrice prossima
di questa? Lucrezia Borgia, di cui d'ora in ora La beltà, la virtù, la fama
onesta, E la fortuna crescerà non meno Che giovin pianta in morbido terreno. 75
E la donzella di nuovo consiglia Di quel che mille volte ormai l'ha detto. La
lascia sola; e quella oltre a dua miglia Non cavalcò per un sentiero istretto,
Che vide quel eh' al suo Ruggier simiglia:E dui giganti di crudele aspetto
Intorno avea, che lo stringean si forte, Ch' era vicino esser condotto a morte.
76 Come la donna in tal perìglio vede Colui che di Ruggiero ha tutti i segni,
Subito cangia in sospizion la fede, Subito obblia tutti i suoi bei disegni. Che
sia in odio a Melissa Ruggier crede, Per nuova ingiuria e non intesi sdegni, E
cerchi far con disusata trama Che sia morto da lei che cosi Tama. 78 Mentre che
cosi pensa, ode Ja voce, Che le par di Ruggier, chieder soccorso; E vede quello
a un tempo, che veloce Sprona il cavallo e gli rallenta il morso, E r un nemico
e l'altro suo feroce, Che lo segue e lo caccia a tutto corso. Di lor seguir la
donna non rimase, Che si condusse air incantate case. 79 Delle quai non più
tosto entrò le porte, Che fu sommersa nel comune errore. Lo cercò tutto per vie
dritte e torte In van di su e di giù, dentro e di fuore:Né cessa notte o di;
tanto era forte LMncanto: e fatto avea T incantatore, Che Ruggier vede sempre e
gli favella, Né Ruggier lei, né lui riconosce ella. stanza 78. Stanza 79. 77
Seco dicea: Non è Ruggier costui, Che col cor sempre, ed or con gli occhi
veggio? E 8!or non veggio e non conosco lui, Che mai veder o mai conoscer
deggio? Perchè vogPio della credenza altrui Che la veduta mia giudichi
peggio?Che senza gli occhi ancor, sol per sé stesso Può il cor sentir se gli è
lontano o appresso. 80 Ma lasdam Bradamante, e non v' incresca Udir che cosi
resti in quello incanto; Che quando sarà il tempo eh' ella n' esca, La farò
uscire, e Ruggiero altrettanto. Come raccende il gusto il mutar esca, Cosi mi
par che la mia istoria, quanto Or qua or là più variata sia, Meno a chi r udirà
noiosa fia. 81 Di molte fila esser bisogno parme A condor la gran tela ch'io
lavoro; E però non vi spiaccia d ascoltarme, Come ihor delle stanze il popol
moro Davanti al re Agramante ha preso 1 ame, Che, molto minacciando ai Gigli d
oro, Lo fa assembrare ad una mostra nova. Per saper quanta gente si ritrova: 82
Perch oltre i cavalieri, olire i pedoni Ch' al numero sottratti erano in copia,
Mancavan capitani, e pur de buoni, E di Spagna e di Libia e d'Etiopia:E le
diverse squadre e le nazioni Givano errando senza guida propia. Per dare e capo
ed ordine a ciascuna. Tutto il campo allamostra si raguna. 88 Li supplimento
delle turbe uccise Nelle battaglie e ne' fieri conflitti, L'un signore in
Ispagna, e V altro mise In Africa, ove molti n'eran scritti; E tutti alli lor
ordini divise, E sotto i daci ]or gli ebbe diritti. Differirò, Signor, con grazia
vostra, Nell'altro Canto l'ordine e la mostra. N OTB. St. 4. V.12. n padre
d'Isabella, Maricoldo, re aa racino della Gallizia, acciso nella gran battaglia
della quale si tocca al principio del poema. Isabella è nome di origine
semitica; quindi, è conveniente a donna sa racina. St. 10. V.56. Fuor della
ricca mia patria, ecc. Probabilmente la Carogna, capitcde della Galizia. St.
11. V.5. Santa Marta: borgo in Galizia, sulla riva orientale della piccola baia
omonima, a sirocco del capo Ortegal. St. 15. V.1. Mangia: borgo in Galizia, a
ponente della Corogna, sul lato meridionale di un seno di mare, fra il capo
Belem e il capo Coriana. Le indicazioni che si danno di questo borgo e di Santa
Marta risultano dalle mappe che verosimilmente erano in uso ai tempi del Poeta.
Ivi. V.5. Maestro, vento che soffia tra ponente e settentrione. St. 16. V.2.
Corsia è uno spazio vuoto nella nave, per camminare liberamente da poppa a
prora. CastéLlOy e pia comunemente cassero, chiamasi un rialto nella parte
superiore della nave a poppa, ove sogliono col locarsi le artiglierie: alcuni
navigli lo hanno a prora. Ivi. V.4. Boccila, città marittima della Francia
neirAunis, sulla costa occidentale del Begno, di contro ausisela di Rhé. St.
24. V.1. Bilbao, capitale della Biscaglia: ò a breve distanza dall'Oceano, sul
fiume Ansa, che con la sua foce vi forma il porto. St. 32. V.4. Tiri: specie di
serpi somiglianti aUe vipere: Dal tiro prese nome la Mriaca. St. 36. V.68.
Sbancar non lo registra, ecc. In tendasi, se ancor non lo manda alVinfemo tra i
vio lenti. Finge Dante, nel Xll dell'Jnino, che una torma di centauri, dei
quali Chirone é il capo, costringa i vio lenti a stare immersi, fino ad una
certa misura, in una fossa di sangue bollente. St. 37. v.56. Con qiteW
agevolata, ecc. Accennai una specie di giostra introdotta dai Morì in Ispagna,
e dagli Spagnuoli in Italia: richiedeva molta agilità, e vi era in gran pregio
la leggiadrìa dei ginocatorì. St. 46. V.68. Colei, ecc. Con questa periùmsi
viene indicata Melissa. St. 59. V.5a Isabella, ecc. Isabella d'Este nacqna dal
duca Ercole I e da Eleonora di Aragona nel mag gio 1474; fu maritata nel
febbraio del 1490 a FraacttCQ. 0 Gianfrancesco II marchese di Mantova, condotto
poee prima dalla Repubblica dì Venezia per suo capitan ge nerale. Per coltura
di spirito e alto senno, to. repstau fht le donne pia illustri del suo secolo.
Mori nel feb braio del 1539. Ménta è il Mincio, fiume di Mantova, il nome della
quale i poeti trassero da Manto, figlia dell'indovino Tiresia, e madre di Ocno.
St. 60. V.56. Si accenna la battaglia segni ta nel 6 luglio 1495, sotto il
comando del marchese di Man tova sul Taro, presso Fomovo, fra le truppe di
Carlo TLH re di Francia, e Tesercito dei prìncipi italiani collegati contro
quel re, il quale aprendosi il passo fra i nemici . si ritrasse quindi in
Piemonte. Il marchese assistè anche alla battaglia di Atella, combattuta nel
1496; ultimo fìatto. onde il regno di Napoli restò libero dall occopazioDe
francese. St. 61. V.56. Il nome di Tifi, nocchiero della fr volosa nave degli
Argonauti, è qui preso a significato, di eccellente piloto. St. 62. V.18.
Beatrice, di cui qui si parla, nata dal duca Ercole 1 nel 1475, si maritò nel
gennaio 11 a Lodovico Sforza, detto il Moro, duca di Milano; e mori nel 2
gennaio 1497 con sospetto di essere stata avve lenata. St. 6.S. V.18. La
potenza di Lodovico si mantenne fino a che egli, dopo aver chiamato in Italia
Massimi liano re de' Romani nel1496, dovè fuggire di Milano tre anni appresso;
e allora tutta la Lombardia venne in potere dei Francesi. Vi tornò il Moro nel
1500; ma tra dito dagli Svizzeri, che aveva assoldati, cadde in mano ai
Francesi, che lo condussero prigione in Francia, in sieme col cardinale Ascanio
suo fratello. La frase del terzo verso significa dalle parti più settentrionali
d'Eu •opa fino al mar Rosso, eh' è nelle più meridionali; e qaella del quarto
verso vale da levante a ponente, de notandosi per VJndo Toriente, e pei monti
ivi accennati, i due promontorii che formano lo stretto di Oibilterra. St. 64.
V.34. Questa Beatrice nasceva dal mar chese Aldobrandino vissuto nel duecento;
fu sposa di Andrea II re d'Ungheria, detta anticamente Pannonia. IvT. y. 5 8.
Due Beatrici d'Este si pongono dal Mu ratori tnk le beate. Una, figlia di Azzo
VI, fondò sul monte Qemola il monastero di San Giovanni Battista, dove compi i
suoi giorni nel 1226. L'altra, nipote dello stesso Azzo, perchè nata di Azzo
Novello, prese il velo in Ferrara nel monastero di Sant'Antonio, ed ivi mori
nel 1270. St. 65. V.18. Di queste donne, che il Poeta ha voluto tenersi in
petto, basti indicare le seguenti: Bianca, fi glia di Niccolò III, celebrata
per i pregi deUa mente e del cuore, consorte di Galeotto Pico . signore della
Mi randola; rimastane vedova nel 1489, si ritirò in quel monastero di San Lodovico,
e vi mori nel 1506. Co stanza, figlia di Azzo Novello, maritata a Ugo degli
Aldobrandini, conte di Maremma, e in seconde nozze a Qaglielmo Pelavicino,
marchese di Scipione. Vedova an che di questo, si ritirò nel monastero di
Gemola, dove chiuse i suoi giorni. Lucrezia, figlia di Sigismondo, fratello di
Alfonso I, maritata ad Alberigo Malaspina, marchese di Massa. ST. 67. V.18.
Intendesi qui probabilmente Rie eiarda, figlia di Guecello IX da Camino, e
moglie di un Azzo, nato nel 1344 da Francesco d'Este, secondo di qaesto nome.
Azzo, che viveva in Toscana nel 1393, éu scitò una guerra civile nel 1394, in
occasione della morte di Alberto d'Este, a cui pretendeva succedere in
pregiadizio di Niccolò III, allora fanciullo; ma fEitto prigione nel 1395, fu relegato
in Candia. Richiamatone dopo alcun tempo, ottenne dalla casa alcune rendite nel
Padovano. Mori in Este, nel 1415; ed ò verosimile che i suoi figli si
stabilissero poscia in Rovigo. St. 69. y. 12. Eleonora, lodata nella stanza pre
cedente, e nominata nel principio di questa, nacque da Ferdinando I d'Aragona,
re di Napoli; e il contratto di nozze fra lei e il duca Ercole I fu stabilito
neiragosto del 1472. Essa mori nel 1493. Ivr. y. 38. Alfonso I d'Este fti il
quarto marito di Lucrezia Borgia, figlia sparia di Alessandro VI. Il primo fu
un privato gentiluomo, ohe l'ebbe dal papa, a cui dipoi la cedo per denaro. Il
secondo era Giovanni Sforza, signore di Pesaro, che la sposò nel 1493: il papa
che la desiderava per sé, sciolse quel matrimonio, sotto pretesto di frigidezza
nel marito. Appresso, Lucrezia fa data ad Alfonso d'Aragona, figlio spurio di
Alfonso II re di Napoli, e marchese o principe di Discaglia; il duca Valentino,
fratello di Lucrezia, volle averla, e fsce stran golare il marito nel 1500. Per
ultimo, il papa Alessandro oiferse Lucrezia al duca Ercole in moglie del di lui
figlio; e la proposizione, male accolta da Alfonso, fu sanzio nata dal padre,
pia ad insinuazione del re di Francia e per ragioni di Stato, che per altro
motivo. La cerimonia nuziale, ebbe luogo in Roma, con splendidissimo appa rato,
nel dicembre del 1501; e nel giugno 1519, Lu crezia moriva in Ferrara di
aborto. St. 72. y. 18. Renata, nata di Luigi XII re di Francia, e d'Anna figlia
del duca di Borgogna, fti sposa del duca Ercole. II, e compensò la deformità
della per sona col molto ingegno.Accolse assai bene Giovanni Calvino recatosi
in Ferrara sotto mentito nome; perciò fu chiusa per comando del duca in un
monastero. Ri masta vedova nel 1559, si ritirò neiranno seguente nel suo
castello di Montargis in Francia, e quivi mori nel 1575. St. 73. y. 15. Alda di
Sassonia, sposata a un mar chese Albertazzo. Beatrice, figlia di Carlo II
d'Angiò, re di Napoli e di Sicilia, era.staia data in moglie ad Azzo Vni nel
1305, e Bianca sorella di lei divenne mo glie di Iacopo n re d'Aragona. Maria,
pilmogenita del l'aragonese Alfonso I, re di Napoli, maritata nel 1443 a
Lionello d'Este, era morta nel 1449, quando Antonio To deschini Piccolomini,
duca d'Amalfi e conte di Celano, ebbe in consorte da Ferdinando I, figliuolo
d'Alfonso, nel 1458, la di lui figlia naturale Maria, che due anni dopo mori.
Da questi fatti, ohe mostrano la famiglia Estense unita di affinità con un re
di Cicilia, col conti di Celano, e con la casa d'Aragona che dominava anche la
Catalogna, il Poeta prende occasione di lodare quelle tre donne. Di Lippa da
Bologna, nominata nel quinto verso, egli avea motivo di non tacete, perchè
sorella di Bonifazio Ariosti, il quale piantò in Ferrara la famiglia da cui
derivò il Poeta medesimo. Lippa, famosa per Tav venenza, fti favorita di Obizzo
III, che la fece sua mo glie poco innanzi la di lei morte, accaduta nel 27
no> vembre del 1347; e legittimò con quell'atto i figliuoli avuti da lei.
St. 81. y. 6. Ai Gigli doro: alla Francia. St. 83. y. 3. Mise qui vale manda.
stanza 37. CANTO DECIMOQDARTO. ARGOMENTO. Nella rassegna generale dell'esercito
pagano, si vedono mancare le dae schiere distratte da Orlando. Mandrlearlo.
correndo in traccia del Paladino, s'imbatte in Doralioe, figlia del re di
Granata, che va sposa a Rodomoirte. re di Sansa; ne nccide il corteggio, la
conduce seco e la fa sua moglie. I Mori danno Tassalto a Parigi. 1 Nei molti
assalti e nei crudel conflitti, Ch'avuti avea con Francia, Africa e Spagna,
Morti eran infiniti, e derelitti Al Inpo, al corvo, all' aquila grifagna:E
benché i Franchi fossero più afflitti, Che tutta avean perduta, la campagna.
Più si doleano i Saracin, per molti Principi e gran baron eh' eran lor tolti. 2
Ebbon vittorie cosi sanguinose, Che lor poco avanzò di che allegrarsi. E se
alle antique le moderne cose. Invitto Alfonso, denno assimigliarsi ; La gran
vittoria, onde alle virtuose Opere vostre può la gloria darsi, Di che aver
sempre lacrimose ciglia Ravenna debbe, a queste s' assimiglia. 3 Quando cedendo
Merini e Piccardi, L'esercito normando e l'aquitano, Voi nel mezzo assaliste
gli stendardi Del quasi vincitor nimico ispano; Seguendo voi quei gioveni
gagliardi, Che meritar con valorosa mano Quel ài da voi, per onorati doni,
L'else indorate e gl'indorati sproni. Con si animosi petti che vi fòro Vicini 0
poco lungi al gran periglio, Crollaste sì le ricche Giande d'oro, Si rompeste
il Baston giallo e vermiglio, ' Ch' a voi si deve il trionfale aUoro, Che non
fu guasto né sfiorato il Giglio. D'un' altra fronde v' orna anco la chioma
L'aver serbato il suo Fabrizio a Roma. 5 La gran Colonna del nome romano, Che
voi prendeste e che servaste intera, Vi dà più onor che se di vostra mano Fosse
caduta la milizia fiera, Quanta n'ingrassa il campo ravegnano, E quanta se
n'andò senza bandiera D'Aragon, di Castiglia e di Navarra, Veduto non giovar
spiedi né carra. 6 Quella vittoria fu più di confurto, Che d'allegrezza; perché
troppo pesa Centra la gioia nostra il veder morto Il capitan di Francia e
dell'impresa; E seco avere una procella assorto Tanti principi illustri, eh' a
difesa Dei regni lor, dei lor confederati, Di qua dalle fredd'Alpi eran
passati. Stftnzft; Nostra salute, nostra vita In questa Vittoria suscitata si
conosce, Che difende che '1 verno e la tempesta Di Giove irato sopra noi non
croscè:Ma né goder possiam, né fame festa, Sentendo i gran rammarichi e P
angosce ChMn veste bruna e lacrimosa guancia Le vedovelle fan per tutta
Francia. 6 Bisogna che provveggia il re Luigi Di novi capitani alle sue squadre,
Che per onor dell'aurea Fiordaligi Castighino le man rapaci e ladre. Che suore,
e frati e bianchi e neri e bigi Violato hanno e sposa e figlia e madre; Gittate
in terra Cristo in sacramento, Per torgli un tabernacolo d'argento.9 0 misera
Ravenna, t' era meglio Ch'ai vincitor non fèssi resistenza; Far eh' a te fosse
innanzi Brescia speglio, Che tu lo fossi a Arimino e a Faenza. Manda, Luigi, il
buon Trivulzio veglio, Ch'insegni a questi tuoi più continenza, £ conti lor
quanti per simil torti Stati ne sian per tutta Italia morti. 10 Come di
capitani bisogna ora Che'l re di Francia al campo suo proweggia, Così Marsilio
ed Agramante allora, Per dar buon reggimento alla sua greggia, Dai lochi dove
il verno fé' dimora, Vuol che in campagna all' ordine si veggia; Perchè vedendo
ove bisogno sia, Guida e governo ad ogni schiera dia. 11 Marsilio prima, e poi
fece Agramante Passar la gente sua, schiera per schiera. I Catalani a tutti gli
altri innante Di Dorifebo van con la bandiera. Dopo vien, senza il suo re Folvirante,
Che per man di Rinaldo già morto era. La gente di Navai ra; e lo re ispano
Halle dato Isolier per capitano. 15 Di quei di Saragosa e della corte Del re
Marsilio ha Ferraù il governo:Tutta la gente è ben armata e forte. In questi è
Malgarino, Balinverno, Malzarise e Morgante, ch'una sorte Avea fatto abitar
paese estemo; Che, poi che i regni lor lor furon tolti, Gli avea Marsilio in
corte sua raccolti. 16 In questa è di Marsilio il gran bastardo, Follicon
d'Almeria, con Doriconte, Bavarte e Largalifa ed Analardo, Ed Archidante il
sagonUno conte, E Lamirante e Langhiran gagliardo, E Malagur eh' avea l'astuzie
pronte; Ed altri ed altri, de' quai penso, dove Tempo sarà, di far veder le
prove. 17 Poi che passò l'esercito di Spagna Con bella mostra innanzi al re
Agramante, Con la sua squadra apparve alia campagna Il re d' Oran, che quasi
era gigante. L'altra che vien, per Martasiu si lagna, il qual morto le fu da
Bradamante; E si duol ch'una femmina si vanti D'aver ucciso il re de'
Garamanti. 12 Balugante del popol di Leone, Grandonio cura degli Algarbi
piglia. Il fratel di Marsiglio, Falsirone, Ha seco armata la minor Castiglia.
àegnon di Madarasso il gonfaloneQuei che lasciato han Malaga e Siviglia, Dal
mar di Gade a Cordova feconda Le verdi ripe ovunque il Beti innonda. 13
Stordilano e Tesira e Baricondo, L'nn dopo l'altro, mostra la sua gente:
Granata al primo, L'iisbona al secondo, E Maiorica al terzo è ubbidiente. Fu
d'Ulisbona re (tolto dal mondo Larbin) Tessira, di Larbin parente. Poi vien
Galizia, che sua guida, in vece Di Maricoldo, Serpentino fece. 14 Quei di
Toledo e quei di Calatrava, Di ch'ebbe Sìnagon già la bandiera, Con tutta
quella gente che si lava In Guadiana e bee della riviera, L' audace Matalista
governava:Bianzardin quei d'Asturga in una schiera Con quei di Salamanca e di
Piagenza, D'Avila, di Zamora e di Palenza. 18 Segue la terza schiera di
Marmonda, Ch'Argosto morto abbandonò in Guascogna: A questa un capo, come alla
seconda, E come anco alla quarta, dar bisogna. Quantunque il re Agramante non
abbonda Dì capitani, pur ne finge e sogna: Dunque Buraldo, Ormida, Arganio
elesse, E dove uopo ne fu, guida li messe. 19 Diede ad Arganio quei di
Libicana, Che piangean morto il negro Dudrinasso. Guida Brunello i suoi di
Tingitana, Con viso nubiloso e ciglio basso; Che, poi che nella selva non
lontana Dal Castel ch'ebbe Atlante in cima al sasso, Gli fu tolto l'anel da
Bradamante, Caduto era in disgrazia al re Agramante:20 E se '1 fratel di
Ferraà, Isoliero, Ch'air arbore legato ritrovollo. Non facea fede innanzi al re
del vero, Avrebbe dato in su le forche un crollo. Mutò a prieghi di molti il re
pensiero, Già avendo fatto porgli il laccio al collo: Gli lo fece levar, ma
riserbarlo Pel primo error; che poi giurò impiccarlo: 21 Si chavea cansa di
venir Brunello Col viso mesto e con la testa china. Segoia poi Fanirante, e
dietro a quello Eran cavalli e fanti di Maurina. Venia Libanio appresso, il re
novello:La gente era con lui di Costantina; Perocché la corona e il baston
d'oro Gli ha dato il re, che fu di Pinadoro. 22 Con la gente d'Esperia
Soridano, E Dorilon ne vien con quei di Setta; Ne vien coi Nasamoni Puli'ano.
Quelli d'Amonia il re Agricalte affretta; Malabuferso quelli di Fizano. Da
Finadurro è l'altra squadra retta, Che di Canaria viene e di Marocco:Balastro
ha quei che fur del re Tardocco. 23 Due squadre, una di Mulga, una d'Arzilla,
Seguono; e questa ha U suo signore antico, Quella n' è priva; e però il re
sortilla, E diella a Corineo suo fido amico. E cosi della gente d'Almansilla,
Oh' ebbe Tanfirion, fé' re Calco:Die quella di Getulia a Rimedonte. Poi vien
con quei di Cosca Baìinfronte. 24 Quell'altra schiera è la gente di Bolga: Suo
re è Clariiido, e già fu Mirabaldo. Vien Baliverzo, il qual vo'che tu tolga Di
tutto il gregge pel maggior ribaldo. Non credo in tutto il campo si disciolga
Bandiera ch'abbia esercito più saldo Dell'altra, con che segue il re Sobrino.
Né più di lui prudente S"iracino. 25 Quei di Bellamarina, che Gualciotto
Solca guidare, or guida il re d'Algieri Rodomonte di Sarza, che condotto Di
nuovo avea pedoni e cavalieri; Che, mentre il Sol fu nubiloso sotto Il gran
Centauro, e i comi orridi e fieri, Fu in Africa mandato da Agramante, Onde
venuto era tre giorni innante. 26 Non avea il campo d'Africa più forte Né
Saracin più audace di costui; E più temean le parigine porte, Ed avean più
cagion di temer lui, Che Marsilio, Agramante, e la gran corte Ch'avea seguito
iu Francia questi dui: E più d'ogpi altro che facesse mostra. Era nimico della
Fede nostra. 27 Vien Prusìone, il re dell' Alvaracchie; Poi quel della Znmara,
Dardinello. Non so s'abbiano o nottole o cornacchie, 0 altro manco ed importuno
augello. Il qual dai tetti e dalle fronde gracchie Futuro mal, predetto a
questo e a quello, Che fissa in ciel nel di seguente é l'ora Che l'uno e
l'altro in quella pugna muora. 28 In campo non aveano altri a venire, Che quei
di Tremisenne e dì Norìzia; Né si vedea alla mostra comparire Il segno lor, né
dar di sé notizia. Non sapendo Agramante che si dire, Né che pensar di questa
lor pigrizia; Uno scudiero alfin gli fu condutto Del re di Tremisen, che narrò
il tutto. 29 E gli narrò ch'Alzirdo e Manilardo Con molti altri de' suoi
giaceano al campo:Signor, diss' egli, il cavalier gagliardo Ch'ucciso ha i
nostri, ucciso avria il tuo campo, Se fosse stato a tòrsi via più tardo Di me,
eh' a pena ancor cosi ne scampo. Fa quel de' cavalieri e de' pedoni, ('he '1
lupo fa di capre e di montoni. 30 Era venuto pochi giorni avante Nel campo del
re d'Africa un signore; Né in Ponente era, né in tutto Levante, Dì più forza di
lui, né di più core. Gli facea grande onore il re Agramante, Per esser costui
figlio e successore In Tartaria del re Agrican gagliardo:Suo nome era il feroce
Mandricardo. 31 Per molti chiari gesti era famoso, E di sua fama tutto il mondo
empia; Ma lo facea più d'altro glorioso, Ch' al Castel della fata di Sona
L'usbergo avea acquistato luminoso Ch'Ettor troian portò mille anni pria. Per
strana e formidabile avventura, Che'l ragionarne pur mette paura. 32 Trovandosi
(ostui dunque presente A quel parlar, alzò l'ardita faccia; É si dispose andare
immantinente, Per trovar quel guerrier, dietro alla traccia. Ritenne occulto il
suo pensiero in mente, 0 sia perché d'alcun stima non faccia, 0 perchè tema, se
'1 pensier palesa, Ch'uu altro innanzi a lui pigli l'impresa. 33 Allo scudier
fé' dimandar com'era La soprawesta di qnel cavaliero. Colni rispose: Quella è
tutta nera, Lo scudo nero, e non ha alcun cimiero. E fu, signor, la sua
risposta vera, Perchè lasciato Orlando avea il quartiere; Che, come dentro V
animo era in doglia, Così imbrunir di fuor volse la spoglia. 34 Marsilio a
Mandricardo avea donato Un destrier baio a scorza di castagna, Con gambe e
chiòme nere; ed era nato Di frisa madre, e d'on viilan di Spagna. Sopra vi
salta Mandricardo armato £ galoppando va per la campagna; E giura non tornare a
quelle schiere, Se non "trova il campion dall'arme nere. Stanza 42. 86
Molta incontrò della paurosa gente Che dalle man d'Orlando era fuggita, Chi del
figliuol, chi del fratel dolente, Ch'innanzi gli occhi suoi perde la vita.
Ancora la codarda e trista mente Nella pallida faccia era sculpita; Ancor per
la paura che avuta hanno, Pallidi, muti ed insensati vanno. 86 Non fé' lungo
cammin, che venne dove Crudel spettacolo ebbe ed inumano, Ma testimonio alle
mirabil prove Che fur racconte innanzi al re africano. Or mira questi, or
quelli morti, e muove, E vuol le piaghe misurar con mano, Mosso da strana
invidia ch'egli porta Al cavalier eh' avea la {ente mort. 37 Come lupo o mastin
eh' ultimo giugne Al bue lasciato morto da' villani, Che trova sol le coma, T
ossa e l'ugne, Del resto son sfamati augelli e cani; Riguarda invano il teschio
che non ugne: Cosi fa il cnidel barbaro in que' piani: Per duol bestemmia, e
mostra invidia immensa. Che venne tardi a cosi ricca mensa. 38 Quel giorno e
mezzo l'altro segue incerto Il cavalier dal negro, e ne domanda. Ecco vede un
pratel d'ombre coperto, Che si d'un alto fiume si ghirlanda, Che lascia appena
un breve spazio aperto. Dove l'acqua si torce ad altra banda. Un simil luogo
con girévol onda 5otto Ocriooli il Tevere circonda. 89 Dove entaur si potea,
con Panne indosso Stavano molti cavalieri armati. Chiede il pagan, chi gli avea
in stnol si grosso £d a che effetto insieme ivi adnnati Gli fé' risposta il
capitano, mosso Dal signoril sembiante, e da fregiati D'oro e di gemme arnesi e
di gran pregio, Che lo mostravan cavaliero egregio. 40 Dal nostro re siam,
disse di Granata,Chiamati in compagnia della figliuola, La quale al re di Sansa
ha maritata, Benché di ciò la fama ancor non vola. Come appresso la sera
racchetata La cicaletta sia, eh' or s' ode sola, Avanti al padre fra T Ispane
torme La condurremo: intanto ella si dorme. Stanisa 4.?. 41 Ck"lui die
tutto il mondo vi li perni e, Diaegua di veder tosto la prò va, Se quetla
geliti o bene o mal difende La donna, alla cui guardia sì ritrova. Di3":
Costei f per quauto m u' Intende, É bella, e di saperlo ora mi giova A lei mi
mena, o falla qui veuke; ChaltroTe mi couvieu subito gire. 4i Ktìser iier certo
dèi pazzo solenue, iiiapose il Grnaiin uè più gli disse. Ha il Tartaro a ferir
tosto lo venne Con l'asta bassa, e il petto gli trafisse: Che la corazza il
colpo non sostenne, E forza fu che mort in terra giìse. L'asta ripovra il
figlio dVAgricane, Perchè altro da ferir non jfli rìtuAne.Non poita spada né
baston; che quando L' arme acquistò, che far d'Ettor troiano, Perchè trovò che
lor mancava il brando, Gii convenne giurar (né giurò invano) Che finché non
togliea quella d'Orlando, Mai non porrebbe ad altra spada mano: Durindana
ch'Almonte ebbe in gran stima, E Orlando or porta, Ettor portava prima. 44
Grande é V ardir del Tartaro, che vada Con disvantaggio tal centra coloro,
Gridando: Chi mi vuol vietar la strada? E con la lancia si cacciò tra loro. Chi
r asta abbassa, e chi tra fuor la spada; E d'ognintorno subito gJi fóro. Egli
ne fece morire una frotta, Prima che quella lancia fosse rotta. 45 Botta che se
la vede, il gran troncone, Che resta intero, ad ambe mani afferra; E fa morir
con quel tante persone. Che non fu vista mai più crudel guerra. Come tra'
Filistei l'ebreo Sansone Con la mascella che levò di terra, Scudi spezza, elmi
sdiiaccia; e un colpo spesso Spegne i cavalli ai cavalieri appresso. 46 Corrono
a morte que miseri a gara: Né perchè cada Tun l'altro andar cessa; Che la
maniera del morire amara Lor par più assai, che non è morte istessa. Patir non
ponno che la vira cara Tolta lor sia da un pezzo d'asta fessa, E sieno sotto
alle picchiate strane A morir giunti come bisce o rane. 47 Ma poi eh' a spese
lor si furo accorti Che male in ogni guisa era morire, Sendo già presso alli
due terzi morti, Tutto l'avanzo cominciò a fuggire. Come del proprio aver via
se gli porti, n Saracin crudel non può patire Ch'alcun di quella turba
sbigottita Da lui partir si debba con la vita. 49 Poscia ch'egli restar vede
l'entrata, Che mal guirdata fu, senza custode; Per la via che di nuovo era
segnata Neil' erba, e al suono dei rammarchi eh' ode, Viene a veder la donna di
Granata, Se di bellezze è pari alle sue lode:Passa tra i corpi della gente
morta, Dove gli dà, torcendo, il fiume porta. 50 E Doralice in mezzo il prato
vede, (Che così nome li donzella avea) La qual, suffolta dall'antico piede D'un
frassino silvestre, si dolca. Il pianto, come un rivo che succede Di viva vena,
nel bel sen cadea; E nel bel viso si vedea che insieme Dell'altrui mal si
duole, e del suo teme. 51 Crebbe il timor, come venir lo vide Dì sangue brutto,
e con faccia empia e oscura, E '1 grido sin al ciel V aria divide, Dì sé e
della sua gente per paura; Che, oltre i cavalìer, v'erano guide Che della bella
infante aveano cura, Maturi vecchi, e assai donne e donzelle Del regno di
Granata, e le più belle. 52 Come il Tartaro vede quel bel viso Che non ha
paragone in tutta Spagna, E e' ha nel pianto (or ch'esser de' nel riso?) Tesa
d'amor l'inestricabil ragna, Non sa se vive o in terra o in paradiso: Né della
sua vittoria altro guadagna, Se non che in man della sua prigioniera Si dà
prigione, e non sa in qual maniera. 53 A lei però non si concede tanto. Che del
travaglio suo le doni il frutto; Benché piangendo ella dimostri, quanto Possa
donna mostrar, dolore e lutto. Egli, sperando volgerle quei pianto In sommo
gaudio, era disposto al tutto Menarla seco; e sopra un bianco ubino Montar la
fece, e tornò al suo cammino. 48 Come in palude asciutta dura poco Stridula
canna, o in campo arida stoppia Centra il soffio di Borea e centra il fuoco
Che'l cauto agricultore insieme accoppia, Quando la vaga fiamma occupa il loco,
E scorre per li solchi, e stride e scoppia; Così costar contra la furia accesa
Di Mandrìcardo fan poca difesa. 54 Donne e donzelle e vecchi ed altra gente,
Ch'eran con lei venuti di Granata, Tutti licenziò benignamente Dicendo: assai
da me fia accompagnata; Io mastro, io balia, io le sarò sergente In tutti ì
suoi bisogni: addio brigata. Cosi non gli possendo far riparo, Piangendo e
sospirando se n' andare; 55 Tra lor dicendo: quanto doloroso Ne sarà il padre,
come il caso intenda ! QnantMra, quanto duol ne avrà il suo sposo! Oh come ne
farà vendetta orrenda ! Deh, perchè a tempo tanto bisognoso Non è qui presso a
far che costui renda Il sangue illustre del re Stordilano, Prima che se lo
porti più lontano? 56 Della gran preda il Tartaro contento, Che fortuna e valor
gli ha posta innanzi, Di trovar quel dal negro vestimento Non par ch abbia la
fretta ch avea dianzi. Correva dianzi; or viene adagio e lento; £ pensa
tuttavia dove si stanzi, Dove ritrovi alcun comodo loco, Per esalar tanto
amoroso foco. 57 Tuttavolta conforta Doralice, Oh' avea di pianto e gli occhi e'
1 viso molle:Compone e finge molte cose, e dice Che per fama gran tempo ben le
volle; E che la patria e il suo regno felice, Che 4 nome di grandezza agli
altri tolle, Lasciò, non per vedere o Spagna o Francia, Ma sol per contemplar
sua bella giancia. 58 Se per amar, Tuom debb' essere amato, Merito il vostro
amor; che v'ho amatMo: Se per stirpe, di me chi è meglio nato? Chè'l possente
Agrican fu il padre mio: Se per ricchezza, chi ha di me più stato? Che di
dominio io cedo solo a Dio: Se per valor, credo oggi aver esperto Ch' esser
amato per valore io merto. 59 Queste parole ed altre assai ch'Amore A
Mandricardo di sua bocca ditta, Van dolcemente a consolare il core Della
donzella di paura afflitta. Il timor cessa, e poi cessa il dolore Che le avea
quasi T anima trafitta. Ella comincia con più pazienza A dar più grata al nuovo
amante ulìenza; 60 Poi con risposte più benigne molto A mostrarsegli affabile e
cortese, E non negargli di fermar nel volto Talor le luci di pietade accese;
Onde il pagan, che dallo strai fu colto Altre volte damor, certezza prese,
Nonché speranza, che la donna bella Non saria a suoi desir sempre ribella. 61
Con questa compagnia lieto e gioioso, Che si gli satisfa, si gli diletta,
Essendo presso all'ora eh' a riposo La fredda notte ogni animale alletta,
Vedendo il Sol già basso e mezzo ascoso Cominciò a cavalcar con maggior fretta;
Tanto eh' udì sonar zufoli e canne, E vide poi fumar ville e capanne. Stanza
57. 67 Erano pastorali alloggiamenti, Miglior stanza e più comoda, che belhi.
Quivi il guardian cortese degli armenti Onorò il ca vallerò e la donzella
Tanto, che si chiamar di lui contenti:Che non pur per cittadi e per castella Ma
per tugurj ancora e per fenili Spesso si trovan gli uomini gentili. 63 Quel che
fosse di poi fatto all' oscuro Tra Doralice e il figlio d'Agricane, A punto
raccontar non m' assicuro; Si ch'ai giudizio di ciascun rimane. Creder sì può
che beu d'accordo furo; Che si levar più allegri la dimane:E Doralice rìograziò
il pastore. Che nel suo albergo le avea fatto onore. 64 Indi d'uno in nn altro
luogo errando, Si ritroTaro alfin sopra nn bel finme Che con silenzio al mar va
declinando, E se vada o se stia, mal si presume; Limpido e chiaro si, chMn Ini
mirando, Senza contesa al fondo porta il Inme. In ripa a quello, a una fresca
ombra e bella, Trovar dui cavalieri e una donzella. 65 Or l'alta fantasia, eh'
un sentier solo Non vuol ch'i' segua ognor, quindi mi guida, E mi ritoma ove il
moresco stuolo Assorda di rnmor Francia e di grida. D'intorno il padiglion ove
il figliuolo Del re Troiano il santo Imperio sfida; E Rodomonte audace se gli
vanta Arder Parigi, e spianar Roma santa. 66 Venuto ad Agramante era
all'orecchio. Che già gì' Inglesi avean passato il mare:Però Marsilio e il re
del Garbo vecchio, E gli altri capitan fece chiamare. Consiglian tutti a far
grande apparecchio, Sì che Parigi possino espugnare. Ponno esser certi che più
non s' espugna, Se noi fan prima che l'aiuto gingna. 67 Già scale innumerabili
per questo Da' luoghi intomo avean fatto raccorre, Ed asse e travi, e vimine
contesto, Che le poteano a diversi usi porre; E navi e ponti: e più facea, che
'1 resto, II primo e'I secondo ordine disporre A dar l'assalto; ed egli vuol
venire Tra quei che la città denno assalire. 68 L'imperatore, il dì che '1 dì precesse
Della battaglia, fé' dentro a Parigi Per tutto celebrare ufficj e messe A
preti, a frati bianchi, neri e bigi; E le genti che dianzi eran confesse, E di
man tolte agl'inimici stigi, Tutte comunicar, non altramente Ch'avessino a
morire il di seguente. 69 Ed egli tra baroni e paladini, Principi ed oratori,
al maggior tempio Con molta religione a quei divini Atti intervenne, e ne die
agli altri esempio, Con le man giunte, e gli occhi al ciel supini. Disse:
Signor, bench'io sia iniquo ed empio, Non voglia tua bontà, pel mio fallire.
Che '1 tuo popol fedele abbia a patire. 70 E se gli è tuo voler eh' egli
patisca, E eh' abbia il nostro error degni supplici, Almen la pnnizion si
differisca Si, che per man non sia de' tuoi nemici:Che quando lor d'uccider noi
sortisca. Che nome avemo pur d'esser tuo' amici, I pagani diran che nulla puoi,
Che perir lasci i partigiani tuoi. 71 E per un che ti sia fatto ribelle. Cento
ti si femin per tutto il mondo; Talché la legge falsa di Babelle Caccerà la tua
fede e porrà al fondo. Difendi queste genti, che son quelle Che'l tuo sepulcro
hanno purgato e mondo Da bratti cani, e la tua Santa Chiesa Con li vicari suoi
spesso difesa. 72 So che i meriti nostri atti non sono A satisfare al debito
d'un' oncia; Né devemo sperar da te perdono. Se riguardiamo a nostra vita
sconcia:Ma se vi aggiugni di tua grazia il dono, Nostra ragion fia ragguagliata
e concia; Né del tuo aiuto disperar possiamo, Qualor di tua pietà ci
ricordiamo. 73 Così dicea l'imperator devoto, Con umiltade e contrizion di
core. Giunse altri prieghi, e convenevol voto Al gran bisogno e all'alto suo
splendore. Non fu il caldo pregar d'effetto vdto; Perocché '1 Genio suo, Y
Angel migliore, I prieghi tolse, e spiegò al ciel le penne, Ed a narrare al
Salvator li venne. 74 E furo altri infiniti in quello istante Da tali
messaggier portati a Dio; Che come gli ascoltar l'anime sante, Dipinte di
pietade il viso pio, Tutte mirare il sempiterno Amante, E gli mostrare il comun
lor disio, Che la giusta orazion fosse esaudita Del popolo Cristian che chiedea
aita. 75 E la Bontà ineffabile, eh' invano Non fu pregata mai da cor fedele.
Leva gli occhi pietosi, e fa con mano Cenno che venga a sé l'angel Michele. Va,
gli disse, air esercito cristiano Che dianzi in Piccardia calò le vele, E al
muro di Parigi l'appresenta Sì, che '1 campo nimico non lo senta. 76 Trova
prima il Silenzio . e da mia parte Gli di' che teco a questa impresa venga;
Ch'egli ben provveder con ottima arte Saprà di quanto provveder convenga.
Fornito questo, subito va in parte Dove il suo seggio la Discordia tenga: Dille
che l'esca e il fucil secoprendii, E nel campo de' Mori il fuoco accenda; 77 E
tra quei che vi son detti più forti, Sparga tante zizzanie e tante liti, Che
combattano insieme, ed altri morti, Altri ne siano presi, altri feriti, E fuor
del campo altri lo sdegno porti, Si che il lor re poco di lor spaiti. Non
replica a tal detto altra parola Il benedetto augel, ma dal del vola. 82 Quella
che gli avea detto il Padre Etemo, Dopo il Silenzio, che trovar dovesse.
Pensato avea di far la via d'Averno, Che si credea che tra' dannati stesse; E
ritrovolla in questo nuovo inferno (Chi '1 crederla ?) tra santi uflBicj e
messe. Par di strano a Michel ch'ella vi sia, Che per trovar credea di far gran
via. 83 La conobbe al vestir di color cento Fatto a liste ineguali ed infinite,
Chor la coprono, or no; che i passi e'I vento Le gian aprendo, ch'erano
sdrucite. I crini avea qual d'oro e qual d'argento, E neri e b'gi; e aver
pareano lite: Altri in treccia, altri in nastro eran raccolti, Molti alle
spalle, alcuni al petto sciolti. 78 Dovunque drizza Michel angel l'ale, Fuggon
le nubi, e toma il ciel sereno:Gli gira intomo un aureo cerchio, quale Veggiam
di notte lampeggiar baleno. Seco pensa tra via, dove si cale Il celeste corrier
per fallir meno A trovar quel nimico di parole, A cui la prima commission far
vuole. 79 Vien scorrendo ov' egli abiti, ov' egli usi; E si accordaro infin
tutti i pensieri. Che di frati e di monachi rinchiusi Lo può trovare in chiese
e in monasteri, Dove sono i parlari in modo esclusi. Che '1 Silenzio ove
cantano i salteri, Ove dormono, ov' hanno la pietanza, E finalmente è scritto
in ogni stanza. 80 Credendo quivi ritrovarlo, mosse Con maggior fretta le
dorate penne; E di veder eh' ancor pace vi fosse, Quiete e Carità sicuro tenne.
Ma dalla opinion sua ritrovosse Tosto ingannato, che nel chiostro venne: Non è
Silenzio quivi; e gli fu ditto Che non v' abita più, fuorché in iscritto.
stanza 84. 81 Né Pietà, né Quiete, né Umiltade, Né quivi Amor, né quivi Pace
mira. Ben vi fur già, ma nell'antiqua etade; Che le cacciar Gola, Avarizia ed
Ira, Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade. Di tanta novità l'Angel si
ammira:Andò guardando quella brutta schiera, E vide eh' anco la Discordia v'
era: 84 Di citatorie piene e di libelli, D'esamine e di carte di procure Avea
le mani e il seno, e gran ostelli Di chiose, di consigli e di letture; Per cui
le facultà de' poverelli Non sonò mai nelle città sicure. Avea dietro e
dinanzi, e d'ambo i lati, Notaj, procuratori ed avvocati.85 La cMama a sé
Michele, e le comanda Che tra i più forti Saradni scenda, E cagion trovi, che
(•A>n memoranda Rnina in"ieme a guerreggiar gli accenda. Poi del
Silenzio nuova le domanda: Facilmente esser può chessa nMntenda, Siccone quella
ch accendendo fochi Di qua e di là va per diversi lochi. 86 Rispose la
Discordia: Io non ho a mente In alcun loco averlo mai veduto:Udito l'ho ben
nominar sovente, £ molto commendarlo per astuto. Ma la Fraude, una qui di
nostra gente, Che compagnia talvolta gli ha tenuto, Penso che dir te ne saprà
novella; E verso nna alzò il dito, e disse: É quella. 87 Avea piacevol viso,
abito onesto, Un umil volger d'occhi, un andar grave. Un parlar si benigno e si
modesto, Che parea Gabriel che dicesse: Ave. Ehi brutta e deforme in tutto il
resto; Ma nascondea queste fattezze prave Con lungo abito e largo; e sotto
quello, Attossicato avea sempre il coltello. 88 Domanda a costei V Angelo, che
via Debba tener, si che '1 Silenzio trove. Disse la Fraude: Già costui solia
Fra virtudi abitare, e non altrove Con Benedetto, e con quelli d'Elia Nelle
badie, quando erano ancor nuove; Fé' nelle scuole assai della sua vita Al tempo
di Pitagora e d'Archita. 89 Mancati quei filosofi e quei santi Che lo solean
tener pel cammin ritto,Daglionesti costumi eh' avea innanti, Fece alle
scelleraggini tragitto. Cominciò andar la notte con gli amanti, Indi coi ladri,
e fare ogni delitto. Molto col Tradimento egli dimora: Veduto l'ho con
l'Omicidio ancora. 90 Con quei die fals<)n le monete ha usanza Di ripararsi
in qualche buca scura. Cosi spesso compagni muta e stanza, Che'l ritrovarlo ti
saria ventura. Ma pur ho d'insegnartelo speranza, Se d'arrivare a mezza notte
h&i cura Alla casa del Sonno: senza fallo Potrai (che qui dorme)
ritrovallo. 91 Benché soglia la Fraude esser bugiarda, Pur è tanto il suo dir
simile al vero. Che l'Angelo le crede; indi non tarda A volarsene fuor del
monastero. Tempra il batter dell'ale, e studia e iroanla Giungere in tempo al
fin del suo sentiero. Ch'alia. casa del Sonno, che ben dove Era sapea, questo
Silenzio trove. 92 Giace in Arabia una valletta amena, Lontana da cittadi e da
villaggi. Ch'ali' ombra di duo monti è tutta piena D'antiqui abeti e di robusti
faggi. Il Sole indarno il chiaro di vi mena; Che non vi può mai penetrar coi
nggì. Si gli è la via da folti rami tronca: E quivi entra sotterra una
spelonca. 93 Sotto la negra selva una capace E sparì'osa grotta entra nel
sasso, Di cui la fronte l'edera seguace Tutta aggirando va con storto passo. In
questo albergo il grave Sonno giace; L'Ozio da un canto corpulento e grasso,
Dall'altro la Pigrizia in terra siede, Che non può andare, e mal reggesi m
piede. 94 Lo smemorato Oblio sta su la porta; Non lascia entrar né riconosce
alcuno; Non ascolta imbasciata, né riporta; E parimente tien cacciato ognuno.
Il Silenzio va intomo, e fa la scorta Ha le scarpe di feltro e '1 mantel brano;
Ed a quanti n' incontra, di lontano, Che non debban venir, cenna con mano. 95
Se gli accosta all'orecchio, e pianamente L'Angel gli dice: Dio vuol che tu
gnidi A Parigi Rinaldo con la gente Che per dar, mena, al suo signor sassidi;
Ma che lo facci tanto chetamente, Ch' alcun de' Saracin non oda i gridi; Si che
più tosto che ritrovi il calle La Fama d'avvisar, gli abbia alle spalle. 96
Altrìmente il Silenzio non rispose Che col capo accennando che fria; E dietro
ubbidiente se gli pose, E furo al primo volo in Piccardia. Michel mosse le
squadre coraggiose, E fé' lor breve un gran tratto di via; Si che in un dì a
Parigi le condusse, Né alcun s'avvide che miracol. fosse. 97 Disconreva il
SMeniìo; e tatto volto, E dinansi alle squadre e d'ogn intorno, Facea girare
nnalto nebbia in volto, Ed avea chiaro ogni altra parte il giorno: E non
lasciava questo nebbia folto, Che s udisse di fnor tromba nò corno:Poi nandò
tra' pagani, e menò seco Un non so che, eh' ognun fé' sordo e cieco. 98 Mentre
Rinaldo in tol fretto venia, Che ben parea dall' Angelo condotto, E con
silenzio tol che non s'udia Nel campo saracin farsene motto; Il re Agramante
avea la fanteria Messo ne' borghi di Parigi, e sotto Le minacciate mura in su
la fossa, Per far quel di l'estremo di sua possa. 99 Chi può contar l'esercito
che mosso Questo di con tra Carlo ha '1 re Agramante, Conterà ancora in su
l'ombroso dosso Del silvoso Appennin tutte le piante: Dirà quante onde, quando
è il mar più grosso, Bagnano i piedi al manritono Atlante; E per quanti occhi
il ciel le furtive opre Degli amatori a mezza notte scuopre. 100 Le campane si
sentono a martello Di spessi colpi e spaventosi tocche; Si vede molto, in
questo tempio e in quello, Alzar di mano e dimenar di bocche. Se'l tesoro
paresse a Dio si bello, Come alle nostre opinioni sciocche, Questo era il di
che'l santo consistoro Fatto avria in terra ogni sua stetua d'oro. 101 S'odon
rammaricare i vecchi giusti, Che s'erano serbati in quegli affanni, E nominar
felici i sacri busti Composti in terra già molti e molt' anni. Ma gli animosi
giovani rob:i"ti, Che miran poco i lor propinqui danni, Sprezzando le
ragion de' più maturi, Di qua di là vanno correndo a' muri 102 Quivi erano
baroni e paladini, Re, duci, cavalier, marchesi e conti, Soldati forestieri e
cittadini, Per Cristo e pel suo onore a morir pronti, Che, per uscire addosso
ai Saracini, Pregan l'imperator ch'abbassi i ponti. Gode egli di veder l'animo
audace; Ma di lasciarli uscir non li compiace. 103 E li dispone in opportuni
lochi. Per impedire ai barbari la via. Là si contenta che ne vadan pochi; Qua
non basto una grossa compagnia. Alcuni han cura maneggiare i fuochi, Le
macchine altri, ove bisogno sia. Carlo di qua di là non sta mai fermo; Va
soccorrendo, e fa per tutto schermo. Staii7.a i02. 104 Siede Parigi in una gran
pianura, Nell'ombilico a Francia, anzi nel core; Gli passa la riviera entro le
mura, E corre, ed esce in altra parte fuore; Ma fa un'isola prima, e v'assicura
Della città una parte, e la migliore:L'altre due (ch'in tre parti è la gran
terra) Di fuor la fossa, e dentro il fiume serra. 105 Alla città, che molte
miglia gira. Da molte parti si può dar battoglia: Ma perchè sol da un canto
assalir mira, Né volentier l'esercito sbaraglia, Oltre il fiume Agramante si
ritira Verso Ponente, acciò che quindi assaglia; Perocché né cittade né
campagna Ha dietro, se non sua, fin alla Spagna.106 Dovuniìae intorno il gran
muro circonda. Gran munizioni avea già Carlo fatte, Fortificando d'argine ogni
sponda, Con scannafossi dentro e casematte: Ond' entra nella terra, ond' esce V
onda, Grossissime catene aveva tratte; Ma fece, più ch'altrove, provvedere Là
dove avea più causa di temere. btanza 116. 107 Con occhi dArgo il figlio di
Pipino Previde ove assalir dovea Agraraante; E non fece disegno il Saracino, A
cui non fosse riparato innante. Con Ferraù, Isoliero, Serpentino, Grandonio,
Falsirone e Balugante, E con ciò che di Spagna avea menato. Restò Marsilio alla
campagna armato. 108 Sobrìn gli era a man manca in ripa a Senna, Con Pulian,
con Dardinel d'Almonte, Col re d'Oran, ch'esser gigante accenna, Lungo sei
braccia dai piedi alla fronte. Deh perchè a muover men son io la penna, Che
quelle genti a muover l'arme pronte? Chè'l re di Sarza, pien d'ira e di sdegno,
Grida e bestemmia, e non può star più a seo. 109 Come assalire a vasi
pastorali, 0 le dolci reliquie de' convivi, Soglion con rauco suon di stridule
ali Le impronte mosche a' caldi giorni estivi; Come gli stomi a' rosseggianti
pali Vanno di mature uve; così quivi, Empiendo il ciel di grida e di rumori,
Veniano a dare il fiero assalto i Mori. 1 10 L'esercito Cristian sopra le mura
Con lance, spade e scuri e pietre e fuoco Difende la città senza paura, E il
barbarico orgoglio estima poco; £ dove morte uno ed un altro fura, Non è chi
per viltà ricusi il loco. Tornano i Saracin giù nelle fosse A furia di ferite e
di percosse. Ili Non ferro solamente vi s'adopra. Ma grossi massi, e merli
integri e saldi, E muri dispiccati con molt'opra, Tetti di torri, e gran pezzi
di spaldi. L'acque bollenti che vengon di sopra. Portano a' Morì insopportabil
caldi; E male a questa pioggia si resiste, Ch'entra per gli elmi, e fa acciecar
le viste. 112 E questa più nocea che'l ferro quasi: Or che de' far la nebbia di
calcine? Or che doveano far li ardenti vasi Con olio e zolfi e peci e
trementine? 1 cerchj in munizion non son rimasi, Che d'ogn' intomo hanno di
fiamma il crine: Questi, scagliati per diverse bande, Mettono a' Saracini aspre
ghirlande. 118 Intanto il re di Sarza avea cacciato Sotto le mura la schiera
seconda, Da Buraldo, da Onuida accompagnato, Quel Garamante, e questo di
Marmonda Clarindo e Soridan gli sono a lato:Né par che '1 re di Setta si
nasconda:Segue il re di Marocco e quel di Cosca, Ciascun perchè il valor suo si
conosca. 114 Nella bandiera, eh' è tutta vermiglia, Rodomonte di Sarza il leon
spiega. Che la feroce bocca ad una briglia Che gli pon la sua donna, aprir non
niega. Al leon sé medesimo assimiglia; E per la donna che lo frena e lega, La
bella Doralice ha figurata, Figlia di Stordilan re di Granata: 115 Quella che
tolto avea, compio narrava, Be Mandricardo; e dissi dove e a coi. Era costei
che Rodomonte amava Più che U suo regno e più che gli occhi sui; E cortesia e
valor per lei mostrava, Non già sapendo eh' era in forza altrui:Se saputo T
avesse, allora allora Fatto avria quel che fé quel giorno ancora. IIG Sono
appoggiate a un tempo mille scale, Che non han men di dua per ogni grado.
Spìnge il secondo quel ch'innanzi sale: Che il terzo lui montar fa suo mal
grado. Chi per virtù, chi per paura vale:Convien eh' ognun per forza entri nel
guado; Che qualunque s'adagia, il re d'Algiere, Rodomonte crudele, uccide o
fere. 117 Ognun dunque si sforza di salire Tra il fuoco e le mine in su le
mura. Ha tutti gli altri guardano se aprire Veggiano passo ove sia poca
cura:Sol Rodomonte sprezza di venire Se non dove la via meno è sicura. Dove nel
caso disperato e rio Gli altri fan voti, eglibestemmia Dio. 1 1 8 Armato era
d'un forte e duro usbergo, Che fu di drago una scagliosa pelle. Di questa già
si cinse il petto e '1 tergo Quello avol suo ch'edificò Babelle. E si pensò
cacciar dell' aureo albergo, E tórre a Dio il governo delle stelle:L'elmo e lo
scudo fece far perfetto, E il brando insieme; e solo a questo effetto. 119
Rodomonte, non già men di Nembrotte Indomito, superbo e furibondo. Che d'ire al
ciel non tarderebbe a notte. Quando la strada si trovasse al mondo, Quivi non
sta a mirar s' intere o rotte Sieno le mura, o s' abbia V acqua fondo:Passa la
fossa, anzi la corre, e vola. Nell'acqua e nel pantan fino alla gola. 120 Di
feingo brutto e molle d'acqua, vanne Tra il foco e i sassi e gli archi e le
balestre, Come andar suol tra le palustri canne Della nostra Mallea porco
silvestre. Che col petto, col grifo e con le zanne Fa, dovunque si volge, ampie
finestre. Con lo scudo alto il Saracin sicuro Ne vien sprezzando il ciel, non
che quel muro. 121 Nju si tosto all'asciutto è Rodomonte. Che giunto si sentì su
le bertesche, Che dentro alla muraglia facean ponte Capace e largo alle squadre
fìrancesche. Or si vede spezzar più d'una fronte, Far chieriche maggior delle
fratesche. Braccia e capi volare, e nella fossaCader da' muri una fiumana
rossa. 122 Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende La crudel spada, e
giunge il duca Arnolfo. Costui venia di là dove discende L'acqua del Reno nel
salato golfo. Quel miser contra lui non si difende Meglio che faccia contro il
fuoco il zolfo. E cade in terra, e dà l'ultimo crollo, Dal capo fesso un palmo
sotto il collo. 123 Uccise di rovescio in una volta Anselmo, Oldrado,
Spineloccio e Prando:Il luogo stretto e la gran turba folta Fece girar si
pienamente il brando. Fu la prima metade a Fiandra tolta, L'altra scemata al
popolo normando. Divise appresso dalla fronte al petto, Et indi al ventre, il
maganzese Orghetto. 124 Getta da' merli Andropono e Moschino Giù nella fossa;
il primo è sacerdote; Non adora il secondo altro che'l vino, E le bigonce a un
sorso n' ha già vuote. Come veueno e sangue viperino L'acqua fuggia quanto
fuggir si puote: Or quivi muore; e quel che più l'annoia, É '1 sentir che nell'
acqua se ne muoia. 126 Tagliò in due parti il provenzal Luigi, E passò il petto
al tolosano Arnaldo. Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi Mandar lo spirto
fuor col sangue caldo; E presso a questi quattro da Parigi. Gualtiero,
Satallone, Odo et Ambaldo, Ed altri molti: ed io nonsaprei come Di tutti
nominar la patria e il nome. 126 La turba dietro a Rodomonte presta Le scale appoggia,
e monta in più d'un loco. Quivi non fanno i parigin più testa; Che la prima
difesa lor vai poco. San ben eh' agli nemici assai più resta Dentro da fare, e
non l'avran da gioco; Perchè tra il muro e l'argine secondo Discende il fosso
orribile e profondo. 127 Oltra che i nostri facciano difesa Dal basso air alto,
e mostrino valore; Naova gente succede alla contesa Sopra Perta pendice
interiore, Che fa con lance e con saette offesa Alla gran moltitudine di fùore,
Che credo ben che saria stata meno, Se non vera il figliaci del re Ulieno. 128
Egli questi conforta, e qnei riprende, E lor mal grado innanzi se gli caccia:
Ad altri il petto, ad altri il capo fende, Che per ftiggir veggia voltar la
faccia. Molti ne spinge ed urta; alcuni prende Pei capelli, pel collo e per le
braccia: E sozzopra laggiù tanti ne getta, Che quella fossa a capir tutti è
stretta. 129 Mentre lo stuol de barbari si cala. Anzi trabocca al periglioso
fondo, Et indi cerca per diversa scala Di salir sopra l'argine secondo; n re di
Sarza (come avesse un'ala Per dascun de' suoi membri) levò il pondo Di si gran
corpo e con tant' arme indosso, E netto si lanciò di là dal fosso. 131 In
questo tempo i nostri, da chi teae L'insidie son nella cava profonda, Che v'han
scope e fascine in copia stese, Intorno a' quai di molta pece abbonda, Né però
alcuna si vede palese, Benché n'ò piena l'una e l'altra sponda Dal fondo cupo
insino all'orlo quasi; E senza fin v' hanno appiattati vasi, 132 Qual con
salnitro, qual con olio, qaale Con zolfo, qual con altra simil esca: I nostri
in questo tempo, perchè male Ai Saracini il folle ardir riesca, Ch'eran nel
fosso, e per diverse scale Credean montar su l'ultima bertesca; Udito il segno
da opportuni lochi, Di qua e di là fenno avvampare i fochi. 133 Tornò la fiamma
sparsa tutta in una, Che tra una ripa e l'altra ha'l tutto pieno; E tanto
ascende in alto, eh' alla luna Può d'appresso asciugar l'umido seno. Sopra si
volve escura nebbia e bruna, Che '1 sole adombra, e spegne ogni sereno. Sentesi
un scoppio in un perpetuo suono. Simile a un grande e spaventoso tuono. 130
Poco era men di trenta piedi, o tanto; Ed egli il passò destro come un veltro,
E fece nel cader strepito, quanto Avesse avuto sotto i piedi il feltro: Ed a
questo ed a quello affrappa il manto, Come sien l'arme di tenero peltro, E non
di ferro, anzi pur sien di scorza:Tal la sua spada, e tanta è la suaforza. 134
Aspro concento, orribil armonia D'alte querele, d'ululi e di strida Della
misera gente che perla Nel fondo per cagion della sua guida, Istranamente
concordar s'udia Col fiero suon della fiamma omicida. Non più, signor, non più
di questo Canto; Ch'io son già rauco, e vo' posarmi alquanto. NOTE. St. 3. v.1.
Marini: con questo nome erano cono sciuti alcuni popoli della Gallla Belgica,
ai quali ap paitenevano i porti di Calais e Boulogne, detti allor" Jciua
portus e Oessoriacum In questa e nelle Stanze che seguono, fino alla nona,
parlasi della battaglia di Ravenna accennata nel Canto III, e seguita tra V
eser cito francese e le collegate truppe pontificie e spagnuole. St. 4. V.38.
Le ricche Giande (ghiande) d'oro. Al lude il Poeta al potere di Giulio II di
casa della Rovere, che aveva nello stemma gentilizio una quercia. Il Baaton
ffiallo e vermiglio indica le forze di Spagna, nella cui bandiera campeggiano
ancora quei due colori. Nel Giglio è denotata la Francia. Il suo Fabrizio a
Roma. Fabrizio Colonna, condottiero degli Spagnuoli, cadde allora prigioniero
dei soldati di Alfonso, il quale, rifiutatosi di consegnarlo ai Francesi che lo
volevano, lo rimandò libero al papa. St. 5. v.8 Non giovar spiedi né carra.
Instile riuscìagli Spagnuoli, in quel fatto, Tnso dì certi cani guarniti di
lance, che si adoperavano neirantica milizia per rompere le file del nemico.St.
6. V.4. Il capitan di Francia morto in quel 1 impi'esa, era Gastone di Foix.
ST. 7. V.4. Non croscè, non si scarìohL St. 8. V.3. Laurea IHordaligif ò il
giglio, stemma di Francia in quel tempo. St. 9. V.14. 0 misera Ravenna, eec.
Prima che seguisse quella battaglia, Brescia, ohe aveva resistito ai Francesi,
ebbe da loro il saccheggio; ma Faenza e Ri mini ne furono esenti, ricevendoli
senza opporsi, Ivi. V.&. Il Poeta esorta il re Luigi a mandare il suo
maresciallo Giangiacomo Trivalzio a frenare Un continenza dei Francesi, stata
ad essi cagione di rovina in più circostanze. St 11. V.7. Navarra: antico rejno
delle Spagne verso i Pirenei. St. 12. V.18. Leone: altro regno antico delle Spa
gne. Algarìn, o Algarvia: provincia già della Spa gna, ora del Portogallo, che
comprende le comarche di Faro. Tavira e Lagos. Malaga: città marittima di
Granata. Siviglia: città neir Andalusia sulla sinistra del Guadalquivir. Gode,
o Cadice: città marittima e forte della stetsa provincia, nella piccola isola
di Leon. Cordova: egualmente neir Andalusia, alle falde della Sierra Morena,
sulla destra del GuadcJquivir. Questo fiume, chiamato Bcetis dai Latini, ha
origine nei monti limitrofi alle intendenze di Granata, di Mnrcia e di Jaen, e
traversa tutta l'Andalusia. • St. 13. v.38. Granata: già capitaneria di Spagna,
con tìtolo di Regno. Vlisbona, o Lisbona. Maio rica: la maggiore delle Baleari.
Maricoldo, re di Ga lizia, era il padre d'Isabella, ucciso da Orlando. St. 14.
v.18. Toledo e Calatrava, nella Nuova Castiglia. Guadiana: fiume che ha origine
nella Man cia, traversa TEstremadura, ed entra nel Portogallo, lam bendo la
frontiera orientale dell'Algarvla. Asturga:oggi le Asturie. Avita: nella
Vecchia Castiglia. St. 15. V.1. Saragosa: Saragozza (Aragona). St. 16. V.4.
Sagontino conte. Sagunto, antica città di Spagna, distrutta ed arsa dagli
abitanti per non ce dere ai Romani, è Todiema Morviedro (Valenza). St. 17.
V.48. Orano: città d'Algeri, sul Mediter raneo. Garamanti: popoli dell'Africa
interiore, quelli probabilmente che diconsi ora Tìbbous. St. 18. V.1. Marmonda:
corrisponde forse a Mah mon, città marittima, a levante di Fez. St. 19. V.13.
Ad evitare la prolissità in cui si ca drebbe nello spiegare ad uno ad uno i
molti nomi dei luoghi africani che s' incontrano fino alla St 28, si ri mette
il lettore ai lessici dell'antica Geografia;e solo si notano quei nomi che
sembrano più importanti. Tin gitana del quarto verso, nome antico che
corrisponde al moderno impero di Marocco. St. 21. v.6. Costantina: l'antica
Oirta, patria di Massinissa e diGiugurta. Oggi ò capoluogo della provin cia
omonima nello Stato d'Algeri, dalla parte orientale. St. 22. V.25. Setta, ora
Ceuta, sullo stretto di Gi bilterra a levante, e a non molta distanza da
Tanger. Fizano, verosimilmente il Fezzan, provincia dello Stato di Tripoli,
formata da varie oasi del deserto di Barca. St. 23. v.7. Getulia: nome dato
dagli antichi ad una regione africana che giace a mezzodì della Mauri tania e a
settentrione del fiume Niger. St. 25. V.38 Sarza: potrebb'essere Sargel, pro
vincia marittima del Regno d'Algeri, notata con questo nome dagli antichi
geografi; se pure non dovesse inten dersi la città che i Latini dissero Saldce;
ed allora corrisponderebbe a Bugia, luogo forte sul Mediterraneo tra Algeri e
Costantina. Nei due ultimi versi si vogliono denotare i mesi di novembre e
dicembre, nei quali sole, passando per i segni del sagittario e del capricorno,
apporta l'inverno. St. 34. v.4. Villano: è il nome che si dà ad una razzi
particolare di cavalli in Ispagna St. 38. v.78. Ocricoli o
Otricoli,terricciuola che s'incontra sulla via di Roma. St. 53. V.7. Ubino,
specie di cavallo mansueto. St. 66. y, d. Ré del Garbo: re d' Algarvia, detta
più sopra Algarbi. St. 68. V.6. AgVinimici stigi: ai diavoli. St. 7:. v.58.
Difendi, ecc. I crociati fecero l'im presa di Palestina posteriormente ai tempi
di Carlo Magno: tale anacronismo è scusabile in un poema 10 manzesco come V
Orlando Furioso. St. 77. v.8. 72 benedetto augel: l'angelo. St. 8. V.58. Con
Benedetto, ecc. San Benedetto fondò il suo ordine monastico in Monte Cassino, e
al profeta Elia si attribuisce Tistituzione dei Carmelitani. Pitagora e Archita
imponevano ai loro discepoli un silenzio di cinque anni. St. 101. v.3. J saeri
busti. I Latini chiamarono bustum il luogo ove si ardevano i cadaveri: qui
vuoisi significare i cadaveri, che si dicono sacri, cioè invio labili. St. 101
V.3. La riviera: la Senna che divide Parigi. St. 106. V.4. Scannafossi e
casematte sono lavori sotterranei di difesa alle mura delle città e piazze
forti. St. Ili, V.4. Spaldi: ballatoi praticabili in cima di mura e torri. St.
118. V.4. Finge il Poeta che Rodomonte di scenda da Nembrot. St. 120. V.4.
Mallea: luogo palustre sulla sinistra del Po di Volano, vicino al mare, e
copioso di cignali. St. 121. v.2. Bertesche, specie di riparo da guerra, che si
faceva sulle toiri 0 alle porte delle città. St. 122. V.34. IH là dove
discende, ecc. Quivi vuoisi indicare l'Olanda. St. 123. V.5. Apparisce da
questo verso che i primi due erano Fiamminghi. St. 125. V.3. Torse: Tours nella
Turrena. St. 133. V.34. E tanto ascende, ecc.: espressione iperbolica, per
denotare la grande altezza delia fiamma, e l'umidità attribuita dagli antichi
alla luna. iltiitrt! ferve ropiniguastiuoe dì Parigi, Itodomoiiti; pJielr"
dentro lo mura fi ella città. Astolfo che ha ricevjito dev Lf>ip"ti]la
aii ti! irò mi sturi 00 ti uà corno dotata di siiigolure \irtti. si pirte dei
lui 4 il 1 prò ti a nel golfo di Peiia. Passa in Eiuoe vi f prigione Iti
spietLto Caligarante: va poscia a D&tnijLtiL, i\ i uccide Urrìhj,
ladio&tì tu maOj che trova allei prese cuu Aqai lai] le i'. Grinfie.
Hlt"!ìì coti questi a Uernflakmmp, nata da SanaoiieLto a nome di Carlo,
GrifonQ ha "piacer oli notìzii di Urriiilleaua dotina, e va nasco sUmeij
te a iJOvarU. 1 Fu il vincer jsempre iiiùi laudabi! cosa" Vinca bÌ a per
fortuna o per ingegno j Gli è ver che la vittoria sanguinosa Spesilo far
ìiìi>le il capitan meli degno; E Q nel la eternamente è gloriosa, K
deidivini onori arriva al seno r Quando, iservandù ì èuuì senza alcun danno. Si
fa die gl'inimici in rotta vanno, 2 La viistra, signtjr mio, fn degna loda
" i /nandù al Leone, in mar tanto feroce, Cli'avea occupìitiì l'iina e
l'altra prwla Ilei Po, da Frane olia £Ìn alla foce " Faceste si, eh'
aDcorchè ruggir T oda, S' io vedrò voi, non tremerò alla voce. Come vincer si
de' ne dimostraste; Ch' uccideste i nemici, e noi salvaste. Questo il pagan,
troppo in suo danno audace, Non seppe far; che i suoi nel fosso spinse, Dove la
fiamma subita e vorace Non perdonò ad alcun, ma tutti estinse. A tanti non
saria stato capace Tutto il gran fosso; ma il foco restrinse. Restrinse i
corpi, e in poUe li ridusse, Acciò ch'abile a tutti il luogo fnsse. Undici mila
ed otto sopra venti Si ritrovar nell'affocata buca. Che V erano discesi mal
contenti; Ma cosi volle il poco saggio duca. Quivi fra tanto lume or sono
spenti, E la vorace fiamma li manaca: E Rodomonte, causa del mal loro, Se ne va
esente da tanto martore; 9 Gente infinita poi di minor conto De' Franchi, de'
Tedeschi e de' Lombardi, Presente al suo signor, cia.scuno pronto A farsi
riputar fìra i più gagliardi. Di questo altrove io vo' rendervi conto; Ch'ad un
gran duca è forza ch'io riainli, Il qnal mi grìA\ e di lontano accenna, E
priega ch'io noi lasci nella penna. 10 Gli è tempo ch'io ritomi ove lasciai
L'avventuroso Astolfo d'Inghilterra, Che '1 lungo esilio avendo in odio ormai,
Di desiderio ardea della sua terra:Come gli n'avea data pur assai Speme colei
eh' Alcina vinse in guerra. Ella di rimandarvelo avea cura Per la via più
spedita e più sicura. 5 Che tra' nemici alla ripa più intema Era passato d'un
mirabil salto. Se con gli altri scendea nella cavema, Questo era ben il fin
d'ogni suo assalto. Rivolge gli occhi a quella valle infema; E quando vede il
fuoco andar tant' alto, E di sua gente il pianto ode e lo strido. Bestemmia il
Ciel con spaventoso grido. 6 Intanto il re Agramante mosso av&% Impetuoso
assalto ad una porta; Che, mentre la cradel battaglia ardea Quivi, ove è tanta
gente afflitta e morta, Quella sprovvista forse esser credea Di guardia che
bastasse alla sua scorta. Seco era il re d'Arzilla Bambirago, E Baliverzo,
d'ogni vizio vago; 7 E Corineo di Mulga, e Prusì'one, Il ricco re dell'Isole
beate; Malabuferso, che la regione Tien di Fizan sotto continua estate: Altri
signori, ed altre assai persone Esperte nella guerra e bene armate; E molti
ancor senza valore e nudi, Che'l cor non s'armerian con mille scudi. 8 Trovò
tutto il contrario al suo pensiero In questa parte il re de'Saracini: Perchè in
persona il capo dell'impero V' era, re Carlo, e de' suoi paladini, Re Salamene
ed il danese Uggiero, Ed ambo i Guidi ed ambo gli Angelini, E '1 duca di
Baviera e Ganelone, E Berlinger e Avolio e Avino e Otone. 11 E cosi una galea
fu apparecchiata, Di che miglior mai non solcò marina:E perchè ha dubbio pur
tutta fiata, Che non gli turbi il suo viaggio Alcina, Vuol Logistilla che con
forte armata Andronica ne vada e Sofrosina, Tanto che nel mar d'Arabi, o nel
golfo De' Persi giunga a salvamento Astolfo. 12 Piuttosto vuol che volteggiando
rada Gli Sciti e gì' Indi e i regni nabatei, E tomi poi per cosi lunga strada A
ritrovare i Persi e gli Eritrei; Che per quel boreal pelago vada, Che turbau
sempre iniqui venti e rei, E si qualche stagion pover di sole, Che stame senza
alcuni mesi suole. 13 La Fata, poi che vide acconcio il tutto, Diede licenzia
al duca di partire, Avendol prima ammaestrato e instmtto Di cose assai, che
fora lungo a dire; E per schivar che non sia più ridutto Per arte maga, onde
non possa uscire, Un bello ed util libro gli avea dato, Che per suo amore avesse
ognora a lato. 14 Come l'uom riparar debba agi' incanti Mostra il libretto che
costei gli diede:Dove ne tratta o più dietro o più innanti, Per rubrica e per
indice si vede. Un altro don gli fece ancor, che quanti Doni fur mai, di gran
vantaggio eccede; E questo fu d'orribil suono un corno, Ohe fa fuggire ognun
che l'ode intorno. 15 Pico che'l comò é di si orribil snono, Ch ovunque s'oda,
fa faggir la gente. Non può trovarsi al mondo un cor sì buono Che possa non
fuggir come lo sente. Rumor di vento (; di tremuoto, e '1 tuono, A par del suon
di questo, era niente. Con molto riferir di grazie, prese Dalla Fata licenzia
il buono Inglese. 16 Lasciando il porto e l'onde più tranquille, Con felice
r"ura ch'alia poppa spira, Sopra le ricche e populose ville Dell'
odorifera India il duca gira, Scoprendo a destra ed a sinistra mille Isole
sparse: e tanto va, che mira La terra di Tommaso, onde il nocchiero Più a
tramontana poi volge il sentiero. 21 Ma, volgendosi gli anni, io veggio nsrire
Dall'estreme contrade di Ponente Nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire La
strada ignota infin al dì presente: Altri volteggiar l'Africa, e seguire Tanto
la costa della negra gente. Che passino quel segno onde ritomo Fa il sole a
noi, lasciando il capricorno; 22 E ritrovar del lungo tratto il fine. Che
questo fa parer dui mar diversi: E scorrer tutti i liti e le vicine Isole
d'Indi, d'Arabi e di Persi:Altri lasciar le destre e le mancine Rive, che due
per opra erculea lèrsi:E del sole imitando il cammin tondo, Ritrovar nuove
terre e nuovo mondo. 17 Quasi radendo l'aurea Chersonesso, La bella armata il
gran pelago frange:E costeggiando i ricchi liti, spesso Vede come nel mar
biancheggi il Gange; E Taprobane vede, e Cori appresso: E vede il mar che fra i
duo liti s'ange. Dopo gran via furo a Cechino, e quindi Uscirò fuor dei termini
degl'Indi. 23 Veggio la santa Croce, e veggio i segni Imperiai nel verde lito
eretti:Veggio altri a guardia dei battuti legni, Altri all' acquisto del paese
eletti; Veggio da dieci cacciar mille, e i regni Dì là dall' India ad Aragon
suggetti:E veggio i capitan di Carlo Quinto, Dovunque vanno, aver per tutto
vinto. 18 Scorrendo il duca il mar con sì fedele E sì sicura scorta, intender
vuole . E ne domanda Andronica, se de le Parti e' han nome dal cader del sole,
3Iai legno alcun, che vada a remi e a vele, Nel mare orientale apparir suole; E
s'andar può senza toccar mai terra. Ohi d'India scìoglia, in Francia o in
Inghilterra. 19 Tu dei sapere, Andronica risponde, Che d'ogn' intorno il mar la
terra abbraccia; E van r una nell' altratutte 1' onde, Sia dove bolle o dove il
mar s'aggiaccia. Ma perchè qui da van te si diffonde, E sotto il mezzodì molto
si caccia La terra d'Etiopia, alcuno ha detto Ch'a Nettuno ir più innanzi ivi è
interdetto. 24 Dio vuol ch'ascosa antiquamente questa Strada sia stata, e ancor
gran tempo stia:Né che prima si sappia, che la sesta E la settima età passata
sia:E serba a farla al tempo manifesta. Che vorrà porre il mondo a monarchia
Sotto il più saggio imperatore e giusto. Che sia stato o sarà mai dopo Augusto.
25 Del sangue d'Austria e d'Aragon io veggit" Nascer sul Reno alla
sinistra riva Un Principe, al valor del qual pareggio. Nessun valor, di cui si
parli o scriva. Astrea veggio per lui riposta in seggio, Anzi di morta ritornata
viva; E le virtù che cacciò il mondo, quando Lei cacciò ancora, uscir per lui
di bando. 20 Per questo dal nostro inlieo levante Nave non è che per Europa
scioglia; Né si muove d'Europa navigante Ch'in queste nostre parti arrivar
voglia. Il ritrovarsi questa terra avante, E questi e quelli a ritornare
invoglia; Che credono, veggendola si lunga, Che con l'altro emisperio si
congiunga. 26 Per questi merti la Bontà suprema Non solamente di quel grande
impero Ha disegnato eh' abbia diadema, Ch' ebbe Augusto, Traian, Marco e
Severo; Ma d'ogni terra e quinci e quindi estrema. Che mai né al sol né
all'anno apre il seutieru; E vuol che sotto a questo imperatore Solo un ovile
sia, solo un pastore. 27 E perch'abbiair più facile successo Gli ordini in
cielo eternamente scritti, Gli pon la somma Prowidenzia appresso In mare e in
terra capitani invitti. Veggio Emando Cortese, il quale ha messo Nuove città
sotto i cesarei editti, E regni in Oriente sì remoti, Ch'a noi che siamo in
India non son noti. 28 Veggio Prosper Colonna, e di Pescara Veggio un marchese,
e veggio dopo loro Un giovene del Vasto, che fan cara Parer la bella Italia ai
Gigli d oro:Veggio ch'entrare innanzi si prepara Quel terzo agli altri a
guadagnar V alloro; Come buon corridor ch'ultimo lassa Le mosse, e giunge,
einnanzi a tutti passa. Stanza 88. 29 Veggio tanto il valor, veggio la fede
Tanta d'Alfonso (chè'l suo nome è questo), Ch'in così acerba età, che non
eccede Dopo il vigesimo anno ancor il sesto, L'imperator l'esercito gli crede.
Il qual salvando, salvar non che 'l resto, Ma farsi tutto il mondo ubbidiente
Con questo capitan sarà possente. 30 Come con questi, ovunque andar per terra
Si possa, accrescerà l'imperio antico; Così per tutto il mar ch'in mezzo serra
Di là 1' Europa, e di qua l'Afro aprico, Sarà vittorioso in ogni guerra. Poi
ch'Andrea Doria s'avrà fatto amico. Questo è quel Doria che fa dai pirati
Sicuro il vostro mar per tutti i lati. 81 Non fu Pompeio a par dì costui degno,
Sebben Tinse e cacciò tutti i corsari; Perocché quelli al più possente regno
Che fosse mai, non poteano esser pari: Ma questo Dona sol col proprio ingegno E
proprie forze purgherà quei mari; Si che d Calpe al Nilo, ovunque s oda Il nome
suo, tremar veggio ogni proda. 32 Sotto la fede entrar, sotto la scorta Di
questo capitan di ch'io ti parlo, Veggio in Italia, ove da lui la porta Gli
sarà aperta, alla corona Carlo. Veggio che '1 premio che di ciò riporta, Non
tien per sé, ma fo alla patria darlo:Con prieghi ottien ch'in libertà la metta,
Dove altri a sé Pavria forse suggetta. 33 Questa pietà, ch'egli alla patria
mostra, É degna di più onor d'ogni battaglia Ch'in Francia o in Spagna o nella
terra vostra Vincesse Giulio, o in Africa o in Tessaglia. Né il gran Ottavio,
né chi seco giostra Di par, Antonio, in più T)noranza saglia Pei gesti suoi;
eh' ogni lor laude ammorza L'avere usato alla lor patria forza. 34 Questi ed
ogn' altro che la patria tenta Di libera far serva, si arrossisca; Né dove il
nome d'Andrea Doria senta. Di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca. Veggio
Carlo che '1 premio gli augumenta; Ch'oltre quel ch'in comun vuol che fruisca,
Gli dà la ricca terra ch'ai Normandi Sarà principio a farli in Puglia grandi.
35 A questo capitan non pur cortese Il magnanimo Carlo ha da tnostrarsi. Ma a
quanti avrà nelle cesaree imprese Del sangue lor non ritrovati scarsi. D'aver
città, d'aver tutto un paese Donato a un suo fedel, più rallegrarsi Lo veggio,
e a tutti quei che ne son degni. Che d'acquistar nuov' altri imperj e regni. 36
Cosi delle vittorie, le quai, poi Ch' un gran numero d'anni sarà corso, Daranno
a Carlo i capitani suoi, Facea col duca Andronica discorso. E la compagna
intanto ai venti eoi Viene allentando e raccogliendo il morso; E fa eh' or
questo or quel propizio l'esce; E, come vuol, li minuisce e cresce. 37 Veduto
aveano intanto il mar de' Persi Come in si largo spazio si dilaghi; Onde vicini
in pochi giorni fèrsi Al golfo che nomar gli antiqui maghi. Quivi pigliare il
porto, e ftur conversi Con la poppa alla ripa i legni vaghi; Quindi sicur
d'Alcina e di sua guerra Astolfo il suo cammin prese per terra. 38 Passò per
più d'un campo e più d'un bosco, Per più d'un monte e per più d'una valle; Ove
ebbe spesso, all' aer chiaro e al fosco, I ladroni or innanzi or alle spalle.
Vide leoni e draghi pien di tosco. Ed altre fere attraversargli il calle; Ma
non si tosto avea la bocca al corno, Che spaventati gli fnggian d'intorno. 39
Vien per l'Arabia eh' è detta Felice, Ricca di mirra e d'odorato incenso, Che
per suo albergo l'unica fenice, Eletto s'ha di tutto il mondo immenso; Finché
l'onda trovò vendicatrice Già d'Israel, che per divin consenso Faraone sommerse
e tutti i suoi: E poi venne alla terra degli Eroi. 40 Lungo il fiume Traiano
egli cavalca Su quel destrier eh' al mondo é senza pare, Che tanto leggiermente
e corre e valca, Che nell'arena l'orma non n'appare: L'erba non pur, non pur la
neve calca; Coi piedi asciutti andar potria sul mare:E si si stende al corso e
si s'affretta, Che passa e vento e folgore e saetta. 41 Questo é il destrier
che fu dell'Argalia, Che di fiamma e di vento era concetto; E senza fieno e
biada si nutria Dell'aria pura, e Rabican fu detto. Venne, seguendo il duca la
sua via, Dove dà il Nilo a quel fiume ricetto; E prima che giugnesse in su la
foce, Vide un legno venire a sé veloce. 42 Naviga in su la poppa uno eremita
Con bianca barba, a mezzo il petto lunga, Che sopra il legno il paladino
invita; E: Fìgliuol mio (gli grida dalla lunga). Se non t' é in odio la tua
propria vita, Se non brami che morte oggi ti giunga, Venir ti piaccia su quest'altra
arena; Ch' a morir quella via dritto ti mena. 43 Tu non andrai più che sei
miglia innante, Che troverai la sanguinosa stanza, Dove s'alberga un orribil
gigante Che d'otto piedi ogni statura avanza. Non abbia cavaller né viandante
Di partirsi da lui, vivo, speranza:Ch'altri il crudel ne scanna, altri ne
scuoia; Molti ne squarta, e vivo alcun ne 'ngoia. 47 Fuggendo, posso con disnor
salvarmi:Ma tal salute ho più che morte a schivo, S' io vi vo, al peggio che
potrà incontrarmi Fra molti resterò di vita privo; Ma quando Dio cosi mi drizzi
V armi, Che colui morto, ed io rimanga vivo, Sicura a mille renderò la via; Si
che V util maggior che '1 danno fia. 48 Metto all'incontro la morte d'un solo
Alla salute di gente infinita. Vattene in pace, rispose, figliuolo; Dio mandi
in difension della tua vita L'arcangelo Michel dal sommo polo: E benedillo il
semplice eremita. Astolfo lungo il Nil tenne la strada. Sperando più nel suon,
che nella spada. Stanza 44. 44 Piacer fra tanta crudeltà si prende D'una rete
eh' egli ha molto ben fatta:Poco lontana al tetto suo la tende, E nella trita
polve in modo appiatta Che chi prima noi sa, non la comprende; Tanto è sottil,
tanto egli ben l'adatta:E con tai gridi i peregrin minaccia, Che spaventati
dentro ve li caccia. 45 E con gran risa, avviluppati in quella Se li strascina
sotto il suo coperto; Né cavalier riguarda, né donzella, O sia di grande o sia
di picciol merto: E mangiata la carne, e le cervella Succhiate e '1 sangue, dà
l'ossa al deserto; E dell'umane pelli intomo intomo Fa il suo palazzo
orribilmente adomo. 46 Prendi quest' altra via, prendila, figlio, Che fin al
mar ti fia tutta sicura. Io ti ringrazio, padre, del consiglio, Eispose il
cavalier senza paura; Ma non istimo per l'onor periglio, Di ch'assai più che
della vita ho cura. Per far eh' io passi, invan tu parli meco; Anzi vo al
dritto a ritrovar J[p speco. stanza 45. 49 Giace tra Paltò fiume e la palude
Picciol sentìer nell'arenosa riva: La solitaria casa lo richiude, D'umanitade e
di commercio priva. Son fisse intorno teste e membra nude Dell' infelice gente
che v' arriva. Non v'è finestra, non v'è merlo alcuno, Onde penderne almen non
si veggia uno. 50 Qoal nelle alpine ville o ne' castelli Suol cacciator che
gran perìgli ha scorsi. Su le porte attaccar V irsute pelli, L'orride zampe e i
grossi capi d' orsi; Tal dimostrava il fier gigante quelli Che di maggior virtù
gli erano occorsi. D'altri infiniti sparse appaion l'ossa; Ed è di sangue uman
piena ogni fossa; 51 Stassi Caligorante in su la porta; Che così ha nome il
dispietato mostro Ch'orna la sua magion di gente morta, Come alcun suol di
panni d'oro o d'ostro. Costui per gaudio a pena si comporta, Come il duca
lontan se gli è dimostro; Ch' eran duo mesi e il terzo ne venia, Che non fu
cavalier per quella via. Stanza 55. 52 Vèr la palude oh' era scura e folta Di
verdi canne, in gran fretta ne viene, Che disegnato avea correre in volta, E
uscire al paladin dietro alle schiene; Che nella rete, che tenea sepolta Sotto
la polve, di cacciarlo ha spene . Come avea fatto gli altri peregrini Che quivi
tratto avean lor rei destini. 53 Come venire il paladin lo vede, Ferma il
destrier non senza gran sospetto Che vada in quelli lacci a dar del piede, Di
che il buon vecchierel gli avea predetto. Quivi il soccorso del suo corno
chiede; E quel, sonando, fa V usato effetto:Nel cor fere il gigante, che
l'ascolta, Di tal timor, eh' addietro i passi volta. 54 Astolfo suona, e
tuttavolta bada; Che gli par sempre che la rete scocchi. Fugge il fellon, né
vede ove si vada; Che, come il core, avea perduti gli occhi. Tanta è la
tema,che non sa far strada. Che ne' suoi propri agguati non trabocchi: Va nella
rete: e quella si disserra, Tutto r annoda, e lo distende in terra. 56 Astolfo,
ch'andar giù vede il gran peso, Già sicuro per sé, v' accorre in fretta; E con
la spada in man . d'arcion disceso, Va per far di mill' anime vendetta. Poi gli
par che, s'uccide un che sia preso, Viltà, più che virtù, ne sarà detta; Che
legate le braccia, i piedi e il collo Gli vede sì, che non può dare un crollo.
56 Avea la rete già fatta Vulcano Di sottil fil d'acciar; ma con tal arte, Che
saria stata ogni fatica invano Per ismagliame la più debil parte: Ed era quella
che già piedi e mano Avea legate a Venere ed a Marte. La fé' il geloso, e non
ad altro effetto, Che per pigliarli insieme ambi nel letto. 57 Mercurio al
fabbro poi la rete invola, Che Cloride pigliar con essa vuole, Cloride bella
che per l'aria vola Dietro all' Aurora all' apparir del Sole, E dal raccolto
lembo della stola Gigli spargendo va, rose e viole. Mercurio tanto questa Ninfa
attese. Che con la rete in aria un di la prese. 58 Dov'entra in mare il gran
fiume Etiope, Par che la Dea presa volando fosse:Poi nel tempio d'Anubide a
Canopo La rete molti secoli serbosse. Caligorante tre mila anni dopo, Di là,
dove era sacra, la rimosse; Se ne portò la rete il ladron empio, Ed arse la
cittade, e rubò il tempio. 59 Quivi adattolla in modo in su l'arena, Che tutti
quei eh' avean da lui la caccia. Vi davan dentro; ed era tocca appena, Che lor
legava e collo e piedi e braccia. Di questa levò Astolfo una catena, E le man
dietro a quel fellon n'allaccia: Le braccia e'I petto in guisa gli ne fascia.
Che non può sciorsi: indi levar lo lascia, 60 Dagli altri nodi avendol sciolto
prima; Ghiera tornato uman più che donzella. Di trarlo seco, e di mostrarlo
stima Per ville, e per cittadi e per castella. Vnol la rete anco aver, di che
né lima Né martel fece mai cosa più bella; Ne fa somier colui, eh alla catena
Con pompa trionfai dietro si mena. 61 L'elmo e lo scudo anco a portar gli
diede, Come a valletto, e seguitò il cammino, Di gaudio empiendo, ovunque metta
il piede, Ch'ir possa ormai sicuro il peregrino. Astolfo se ne va tanto, che
vede Ch'ai sepolcri di Memfi é già vicino, Memfi per le piramidi famoso:Vede all'incontro
il Cairo populoso. 62 Tutto il popol correndo si traea Per vedere il gigante
smisurato. Come é possibil, l'un l'altro dicea, Che quel piccolo il grande
abbia legato? Astolfo appena innanzi andar potea, Tanto la calca il preme da
ogni lato: E come cavalier d'alto valore Ognun r ammira, e gli fa grande onore.
63 Non era grande il Cairo così allora, Come se ne ragiona a nostra etade:Che
'1 popolo capir, che vi dimora, Non puon diciotto mila gpran contrade; £ che le
case hanno tre palchi, e ancora Ne dormono infiniti in su le strade; E che '1
Soldano v' abita un castello Blirabil di grandezza, e ricco e bello; Stanza 71.
64 E che quindici mila suoi vassalli, Che son cristiani rinnegati tutti, Con
mogli, con famiglie e con cavalli Ha sotto un tetto sol quivi ridutti. Astolfo
veder vuole ove s'avvalli, E quanto il Nilo entri nei salsi flutti A Damiata;
ch'avea quivi inteso. Qualunque passa restar morto o preso. 65 Però ch'in ripa
al Nilo in su la foce Si ripara un ladron dentro una torre, Ch' a' paesani e a'
peregrini nuoce, E fin al Cairo, ognun rubando, scorre. Non gli può alcun
resistere; ed ha voce, Che l'uom gli cerca invan la vita trre. Cento mila
ferite egli ha già avuto; Né ucciderlo però mai s' è potuto. 66 Per veder se
può far rompere il filo Alla Parca di lui, si che non viva, Astolfo viene a
ritrovare Orrilo (Così avea nome), e a Damiata arriva; Et indi passa ov' entra
in mare il Nilo, E vede la gran torre in su la riva. Dove s'alberga l'anima
incantata. Che d'un folletto nacque e d'una fata. 67 Quivi ritrova che crudel
battaglia Era tra Orrilo e dui guerrieri accesa. Orrilo è solo; e sì que'dui
travaglia, Ch'a gran fatica gli puon far difesa: E quanto in arme l'uno e
l'altro vaglia, A tutto il mondo la fama palesa. Questi erano i dui figli d'Oliviero,
Grifone il bianco, ed Auilante il nero, B8 Gli è ver che'l uecromanle venuto
era Alla battaglia con vantaggio grande; Che seco tratto in campo avea una
fera, La qual si trova solo in quelle bande:Vive sul lito, e dentro alla
riviera; E i corpi umani son le sue vivande, Delle persone misere ed incaute Di
vì'andauii e d'infelici naute. Stanza 71. 69 La bestia nell'arena appresso al
porto Per man dei duo fratei morta giacca; E per questo ad Orril non si fa
torto, S'a un tempo l'uno e l'altro gli nocca. Più volte l'han smembrato, e non
mai morto; Né, per smembrarlo, uccider si potea:Che se tagliato o mano o gamba
gli era, La rappiccava, che parca di cera. 70 Or fin a' denti il capo gli
divide Grifone, or Aquilante fin al petto:Egli dei colpi lor sempre si ride;
S'adiran essi, che non hanno effetto. Chi mai d'alto cader l'argento vide, Che
gli alchimisti hanno mercurio detto, E spargere e raccor tutti i suoi membri,
Sentendo di costui, se ne rimembri. 71 Se gli spiccano il capo, Orrilo scende.
Né cessa brancolar finché lo trovi; Ed or pel crine ed or pel naso il prende,
Lo salda al collo, e non so con che chiovi:Pigliai talor Grifone, e '1 braccio
stende . Nel fiume il getta, e non par eh' anco giovi: Che nuota Orrilo al
fondo come un pesce. E col suo capo salvo alla ripa esce. 72 Due belle donne
onestamente ornate, vestita a bianco e l'altra a nero, Che della pugna causa
erano state, Stavano a riguardar l'assalto fiero. Queste eran quelle due
benigne fate Ch' avean nutriti i figli d'Oliviero, Poi che li trasson teneri
zitelli Dai curvi artigli di duo grandi augelli; 73 Che rapiti gli avevano a
Gisraonda, E portati lontan dal suo paese. Ma non bisogna in ciò ch io mi
diffonda . Ch'a tutto il mondo è l'istoria palese, Benché V autor nel padre si
confonda, Ch'un per un altro (io non so come) prese. Or la battaglia i duo
gioveni fanno. Che le due donne ambi pregati n hanno. 74 Era in quel clima già
sparito il giorno, All'isole ancor alto di For:una: L'ombre avean tolto ogni
vedere attorno otto l'incerta e mal compresa luna; Quando alla rócca Orril ftce
ritorno. Poi ch'alia bianca e alla sorella bruna Piacque di diff'erir l'aspra
battaglia Finché'! sol novo air orizzonte saglia. 75 Astolfo, cheGrifone ed
Aquilante Ed all' insegne e più al ferir gagliardo, Riconosciuto avea gran
pezzo innante, Lor non fu altero a salutar né tardo. Essi vedendo che quel che
'1 gigante Traea legato era il baron dal Pardo, (Che cosi in corte era quel
duca detto) Raccolser lui con non minore affetto. 76 Le donne a riposare i
cavalieri Menare a un lor palagio indi vicino. Donzelle incontra vennero e
scudieri Con torchi accesi, a mezzo del cammino. Diero a chi n' ebbe cura i lor
destrieri; Trassonsi l'arme; e dentro un bel giardino Trovar ch'apparecchiata
era la cena Ad una fonte limpida ed amena. stanza 61. 77 Fan legare il gigante
alla verdura Con un altra catena molto grossa Ad una quercia di moltanni dura,
Che non si romperà per una scossa; E da dieci sergenti averne cura, Che la
notte discior non se ne possa, Ed assalirli e forse far lor danno, Mentre
sicuri e senza guardia stanno. 83 Alfin di mille colpi un gli ne colse Sopra le
spalle ai termini del mento: La testa e V elmo dal capo gli tolse, Né fu
d'Orrilo a dismontar più lento. La sanguinosa chioma in man s' avvolse; E
risalse a cavallo in un momento; E la portò correndo incontraci Nilo, Che
riaver non la potesse Orrìlo. 78 All'abbondante e sontuosa mensa, Dove il manco
piacer fur le vivande, Del ragionar gran parte si dispensa Sopra d'Orrilo e del
miracol grande. Che quasi par un sogno a chi vi pensa, Ch'or capo or braccio a
terra se gli maude. Ed egli lo raccolga e lo raggiugna, E più feroce ognor tomi
alla pugna. 79 Astolfo nel suo libro avea già letto, Quel eh' agP incanti
riparare insegna, Ch' ad Orril non trarrà l'alma del petto Fin eh' un crine
fatai nel capo tegna; Ma se lo svelle o tronca, fia costretto Che, suo mal
grado, fuor l'alma ne vegna. Questo ne dice il libro: ma non come Conosca il
crine in così folte chiome. 80 Non men della vittoria si godea. Che se n'
avesse Astolfo già la palma; Come chi speme in pochi colpi avea Svellere il
crine al necromante e l'alma. Però di quella impresa promettea Tor su gli omeri
suoi tutta la salma:Orril farà morir", quando non spiaccia Ai duo fiatei
ch'egli la pugna faccia. 81 Ma quei gli danno volentier l'impresa, Certi che
debbia affaticarsi invano. Era già l'altra aurora in cielo ascesa. Quando calò
dai muri Orrilo al piano. Tra il duca e lui fu la battaglia accesa; La mazza
l'un, l'altro ha la spada in mano. Di mille attende Astolfo un colpo trame, Che
lo spirto gli sciolga dalla carne. 82 Or cader gli fa il pugno con la mazza. Or
l'imo or l'altro braccio con la mano; Quando taglia a traverso la corazza, E
quando il va troncando a brano a brano: Ma rìcogliendo sempre della piazza Va le
sue membra Orrìlo, e si fa sano. S'in cento pezzi ben l'avesse fatto,
Bedintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto. 84 Quel sciocco, che del fatto non
s'accorse, Per la polve cercando iva la testa; Ma come intese il corridor via
torse. Portare il capo suo per la foresta, Immantinente al suo destrier
ricorse, Sopra vi sale e di seguir non resta. Volea gridare: Aspetta, volta,
volta:Ma gli avea il duca già la bocca tolta. stanza 83. 85 Pur, che non gli ha
tolto anco le calcagna. Si riconforta, e segue a tutta briglia. Dietro il
lascia gran spazio di campagaa Quel Rabican che corre a maraviglia. Astolfo
intanto per la cuticagna Va dalla nuca fin sopra le ciglia Cercando in fretta,
se '1 crine fatale Conoscer può, eh' Orril tiene immortale. 86 Fra tanti e inuumerabili
capelli, Un più dell' altro non si stende o torce:Qual dunque Astolfo sceglierà
di quelli, Che per dar morte al rio ladron raccorce? Meglio è, disse, che tutti
io tagli o svelli:Né si trovando aver rasoi né force, Ricorse immantinente alla
sua spada. Che taglia sì, che si può dir che rada. 87 E tenendo quel capo per
lo naso, Dietro e dinanzi lo dischioma tutto. Trovò fra gli altri quel fatale a
caso:Si fece il viso allor pallido e brutto, Travolse gli occhi, e dimostrò
all'occaso Per manifesti segni esser condutto; E U busto che seguia troncato al
collo . Di sella cadde, e die T ultimo crollo. 88 Astolfo, ove le donne e i
cavalieri Lasciato avea, tornò col capo in mano, Che tutti ave?i di morte i
segni veri, E mostrò il tronco ove giacca lontano. Non so ben se lo vider
volentieri, Ancorché gli mostrasser viso umano; Cile la intercetta lor vittoria
forse D'invidia ai duo germani il petto morse. 91 II duca, come al fin trasse P
impresa. Confortò molto i nobili garzoni, Benché da sé vavean la voglia intesa.
Né bisognavan stimoli né sproni, Che per difender della santa Chiesa E del
romano imperio le ragioni, Lasciasser le battaglie d Oriente, E cercassino onor
nella lor gente. 92 Co.""ì Grifone ed Aquilante tolse Ciascuno dalla
sua donna licenzia; Le quali, ancorché lor n increbbe e dolae, Non vi seppon
però far resistenzia. Con. essi Astolfo a man destra si volse; Che si deliberar
far riverenzia Ai santi luoghi ove Dio in carne visse, Prima che verso Francia
si venisse. Stanza 87. 89 Né che tal fin quella battaglia avesse, Credo più
fosse alle due donne grato. Queste, perchè più inlungo si traesse De' duo
fratelli il doloroso fato. Ch'in Francia par ch'in breve esser dovesse, Con
loro Orrilo avean quivi azzuffato, Con speme di tenerli tanto a bada. Che la trista
influenzia se ne vada. 90 Tosto che '1 castellan di Dami'ata Certificossi
ch'era morto Orrilo, La colomba lasciò, eh' avea legata Sotto l'ala la lettera
col filo. Quella andò al Cairo; et indi fu lasciata In' altra altrove, come
quivi è stilo: Si che in pochissim' ore andò l'avviso Per tutto Egitto, eh' era
Orrilo ucciso. 93 Potuto avrian pigliar la via mancina, Ch' era più dilettevole
e più piana, E mai non si scostar dalla marina; Ma per la destra andaro orrida
e strana, Perchè l'alta città di Palestina Per questa sei giornate è meu
lontana Acqua si trova ed erba in questa via: Di tutti gli altri ben v' è
carestia. 94 Sì che prima eh' entrassero in viaggio, Ciò che lor bisognò fecion
raccorre; E carcar sul gigante il carriaggio, Ch'avria portato in collo anco
una torre. Al finir del cammino aspro e selvaggio, Dall'alto monte alla lor
vista occorre La santa terra, ove il superno Amore Lavò col proprio sangue il
nostro errore. 95 Trovano in sul!' entrar della cittade Un giovene gentil, lor
conoscente, Sansonetto da Mecca, oltre l'etade (Ch'era nel primo fior) molto
prudente; D'aita cavalleria, d'alta boutade Famoso, e riverito fra la gente.
Orlando lo converse a nostra fede, E di sua man battesmo anco gli diede. 9H
Quivi lo trovan che disegna a fnte Del calife d'Egitto una fortezza; E
circondar vuole il Calvario monte Di muro di duo miglia di lunghezza. Da lui
raccolti fur con quella fronte Che può d'interno amor dar più chiareiza, E
dentro accompagnati, e con grand' agio Fatti alloggiar nei suo real palagio. 97
Avea in governo egli la terra, e in vece Di Carlo vi reggea T imperio giusto,
li duca Astolfo a costui dono fece Di quel sì grande e smisurato busto, Ch' a
portar pesi gli varrà per diece Bestie da soma: tanto era robusto. Diegli
Astolfo il gigante, e diegli appresso La rete chMn sua forza Tavea messo. 98
Sansonetto air incontro al duca diede Per la spada una cìnta ricca e bella; E
diede spron per V uno e V altro piede, Che d'oro avean la fibbia e la girella,
Ch'esser del cavalier stati si crede, Che liberò dal drago la donzella: Al
Zaffo avuti con molt' altro arnese Sansonetto gli avea, quando lo prese. Stanza
94. 99 Purgati di lor colpe a un monasterio Che dava di sé odor di buoni
esempj, Della passion di Cristo ogni misterio Contemplando n'andar per tutti i
tempj, Ch' or con eterno obbrobrio e vituperio Agli Cristiani usurpano i Mori
erapj. L'Europa è in arme, e di far guerra agogna In ogni parte, fuor ch'ove
bisogna. 100 Mentre avean quivi l'animo divoto, A perdonanze e a cerimonie
intenti, Un peregrin di Grecia, a Grifon noto. Novelle gli arrecò gravi e
pungenti. Dal suo primo disegno e lungo voto Troppo diverse e troppo
differenti; E quelle il petto gì' infiamroaron tanto, Che gli scacciar iorazìon
da cauto. 101 Amava il cavalier, per sua sciagura, Una donna eh' avea nome
Orrigille. Di più bel volto e di miglior statura Non se ne sceglierebbe una fra
mille: Ma disleale e di sì rea natura, Che potresti cercar cittadi e ville, La
terra ferma e l'isole del mare, Né credo ch'una le trovassi pare. 102 Nella
città di Constantin lasciata Grave l'avea di febbre acuta e fiera. Or quando
rivederla alla tornata Più che mai bella, e di goderla spera, Ode il meschin,
eh' in Antiochia andata Dietro un suo nuovo amante ella se n'era, Non le
parendo ormai di più patire Ch'abbia in si fresca età sola a dormire. 103 Da
ìndi in qua ch'ebbe la trista naova, Sospirava Grifon notte e di sempre. Ogni
piacer ch'agli altri aggrada e giova, Par eh' a costui più l'animo
distempre:Pensilo ognun, nelli cui danni prova Amor, se li suoi strali hanbuone
tempre. Ed era grave sopra ogni martire, Che '1 mal eh' avea, si vergognava a
dire. 104 Questo, perchè mille fiate innante Già ripreso l'avea di quello
amore, Di lui più saggio, il fratello Aquilaute, E cercato colei trargli del core;
Colei ch'ai suo giudizio era di quante Femmine rie si trovin, la peggiore.
Grifon r escusa, se '1 fratel la danna; E le più volte il parer proprio
inganna. 105 Però fece pensier, senza parlarne Con Aquilante, girsene soletto
Sin dentro d'Antiochia, e quindi trame Colei che tratto il cor gli avea del
petto; Trovar colui che gli l'ha tolta, e fame Vendetta tal, che ne sia sempre
detto. Dirò, come ad effetto il pensier messe, Neil' altro Canto, e ciò che ne
successe. NOTB. St. 2. V.14 Ritoma il Poeta sulle sconfitte date dagli Estensi
ai Veneti, al che fece allusione nel Canto Terzo. Il Leone, stemma della
Repubblica di Venezia. Francolino: luogo sul Po, lontano da Ferrara circa 40
miglia. St. 7. V.2. I$ole beate, e anche di Fortuna; si dissero dagli antichi le
Canarie, situate a ponente del l'Africa; appartengono tuttavia alla Spagna, e
furono già abitate dai Guanchi, crudelmente distrutti dagVin vasori spagnuolL
St. 8. V.5. Jl danese Vggiero, era così detto ne gli antichi romanzi, perchè
conquistò la Danimarca. Egli era figlio di Gualdefriano re di Getulia, e marito
di Er mellina, figlia di Namo duca di Baviera. Un figlio di loro fu chiamato
Dudone. ST. 12. V.4. Oli Eritrei: gli abitanti nelle vici nanze del mar Rosso.
St. 16. V.58. MUU iole sparse, ecc.: fin queste si può notare l'arcipelago
delle Lakedive, e quello delle Maldive. La terra di Tommaso: Calamina, altre
volte Heliapur, nell' Iniia, .verso la costa di Coromandel sul golfo di
Bengala, circa 200 miglia a settentrione del l'isola di Ceylan. Ivi dicesl
quell'apostolo aver predicato il cristianesimo, e soffèrto il martirio. St. 17.
V.17. L'aurea Chersonesso: così denomi narono gli antichi, a motivo della sua
fertilità e ric chezza, la penisola di Malacca nelllndia tranagangetica;
comprendendo però in tal denominazione anche la parte meridionale dell'annesso
Regno di Siam Taprobane, oggi isola di Ceylan. Corij o Cory: il capo Comorin,
che termina a ponente il golfo di Bengala, ed ha a si rocco, in distanza di
circa 50 miglia, l'estremità meri dionale di Ceylan. Il mar che fra i duo liti
s'ange, è la parte più angusta del golfo di Manaar fra l'isola di Ceylan e la
costa di Coromandel, ove si forma Io stretto di Pali. Cochino, città marittima
nel Mala bar, già capitale dell' antico regno omonimo. St. 21. V.18. Vuole
alludere il Poeta ai due celebri navigatori che trovarono parti del globo
sconosciute agli antichi. E qui rammenta Vasco di Gama, che nel 14 scoperse il
capo di Buona Speranza, situato sotto il tropico del Capricorno, dal quale,
dopo il solstizio d'inverno, il sole sembra retrocedere verso l'opposto del
Cancro. St. 22. V.14. S' indica particolarmente nei primi due versi il capo
anzidetto, che avanzandosi nel grande Oceano, ne separa due porzioni, vale a
dire l'Oceano Atlantico e il mare dell'Indie; negli altri versi si ac cennano i
diversi viaggi di quel navigatore. Ivi. V.58. Parlasi ora di Cristoforo
Colombo, che nel 1492 fece il primo suo viaggio verso il nuovo mondo; e di
Amerigo Vespucci, che nel 1497 partito da Cadice e passato lo stretto di Gibilterra,
approdò al continente americano. St. 24. V.34. Im sesta e la settima età. Erano
appunto compiti sette secoli, e decorreva l'ottavo, dai tempi di Carlo Magno a
quelli di Carlo V. St. 25. V.13. Del sangue d Austria, ecc. Nacque Carlo V di
padre austriaco e di madre spagnuola, il 24 febbraio 1500, in Gand, città
situata al confluente della Lys con la Schelda. É vero che Gand sta alla
sinistra del Reno, ma in distanza di circa 30leghefirancesi; onde si deve
intendere in un modo assai largo l'espres sione del secondo verso. St. 26. V.5.
Che mai né al sol, ecc.: Cosi vasti erano i dominj di Carlo V nei due emisferì,
che 11 sole non vi tramontava mai, né vi si mutavano le stagioni iT. 27. v.5 8.
Kniando Ctrlese, ecc,: Ferdinando Cortez, che conquistò alla Spagna la maggior
parte dei possedimenti oltremarini, aggiunti a qnel regno dopo la scoperta del
nuovo mondo. St. 28. V.18. Prospero Colonna, cugino di Fabri zio, nominato nel
Canto precedente: Fernando d'Avalos marchese di Pescara, e Alfonso d'Avalos marchese
del Vasto, accennato nel sesto veiso, gareggiarono di va lore e di zelo nel ben
condurre le imprese militari ad essi affidate dairimperatore. St. 30. V.34. H
mar ch'in mezzo serra, ece.: il Mediterraneo, che sta di mezzo all'Europa e
all'Africa. St. 32. V.58. Andrea Doria, valentissimo capitano di mare, al
servìgio di Carlo V, poich' ebbe avuta per capitolazione Genova sua patria,
tenuta pei Francesi da Teodoro Trivulzio, riformò T ordine politico dello
Stato, ed ebbe tanta grandezza d'animo da ricusare la signo ria della città
ofifertagli dall'imperatore, e l'autorità di Doge perpetuo a cui lo chiamavano
i cittadini; e volle anzi che si rinnovassero in ogni biennio il Doge e il
Sindaco di quella repubblica. St. 33. v.4. Giulio Cesare, Ottaviano e Antonio,
emuli nell'asservire la loro patria. St. 34. v.58. In benemerenza dei servigi
rendu tìgli da Andrea Doria, Carlo Y gli donò la signoria di Melfi, città
vescovile di Basilicata nella Puglia, ove il normanno Roberto Guiscardo pose le
fondamenta del potere, che più tardi fece quella stirpe padrona nel re gno di
Napoli, St. 37. V.4. Al golfo, ecc. Il golfo Persico viene cosi denominato
(secondo alcuni, e lo ripete TAriosto), perchè, in tempi molto lontani, una.
setta di filosofi, detti Mcgif tenne il dominio di tutta la Persia; la quale
perciò fu detta in antico Sophorum regnum. St. 39. V.5a Finché l'onda ecc.: il
Mar Rosso. Per terra degli eroi credono alcuni doversi intendere la terra di
lesse, che i libri sacri pongono nella Palestina. St. 40. V.1. J7 fiume
Traiano. Dicono gli esposi tori essere questo un canale che quelP imperatore
fece aprire dal Nilo al golfo arabico. Una mappa olandese del 1629 segna di tal
nome un influente nel Nilo, con le scaturigini di verso il golfo; e come tale
sembra averlo riguardato il Poeta nel sesto verso della Stanza seguente. St.
48. V.8. Nel suon: intendi del corno incantato. St. 57. V.28. Che
doridepigliar, ecc.: doride, la ¦tessa che i Romani dissero Flora, fu amata da
Mer curio, secondo i mitologi. Bra la dea dei fiori. St. 58. V.13. M gran fiume
etiopo: il Nilo, le cui sorgenti si congetturano essere nei monti della Luna,
in Etiopia o Nigrizia. Canopo: oggi Abukir, notò agli antichi per l'ivi
esistito tempio di Anubi" e ai mo derni per la fiotta francese colà distrutta
dagl Inglesi nel 1798. St 61. V.6. Menfi, antica città dell' Egitto non molto
lontana dal Cairo. St. 64. V.12. I Mammalucchi, che come i Gianni zeri erano
per lo pid giovini criàtiaui divenuti mao mettani. St. 66. V.4. Damiaia: non è
da confondersi que sta con l'antica Damiata dei tempi delle crociate, ch'era
sul Mediterraneo, e fu distrutta dagli Egiziani nel 1250. La città di cui si
parla è circa 60 miglia distante da Alessandria. St. 68. v.8. Naute: nocchieri
o marinai. St. 73. y. 36. Discostasi qui il testo diila genea logia degli eroi
de' romanci, riportata dal Ferrario; se condo la quale Aquilante e Grifone
nacquero di Gismouda e di Ricciardetto, fratello di Rinaldo. Il poeta ha cre
duto Gismonda consorte d'Oliviero di Vienna che figura in quell'albero, come
fratello di Alda o Belanda, moglie d'Orlando. St. 89. y. 18. Come Atlante,
avendo prevista la trista fine di Ruggiero, si studiava allontanamelo con arti
magiche; cosi operavano quelle due fate, alle quali era noto il destino che
attendeva in Francia 1 figli d'Oliviero. St. 90. v.34. La colomba lasciò, ecc.
Col mezzo di colombe a questo fine educate solevasi, a que' tempi (come in
Francia durante la guerra del 1870) mandare le notizie da luogo a luogo. St.
93. v.5. Volta città di Palestina: Gerusa lemme. St. 95. y. 38. Sansontto è
personaggio che pare sia stato inventato dal poeta Nicola da Padova. É detto da
Mecca, perchè fingevasi di questa città tanto cele bre per la tomba di
Maometto. St. 98. v.58. Il cavalier, ecc. San Giorgio, di cui si narra che
liberasse la figlia del re di Libia destinata ad essere divorata da un drago.
Zaffo: V odierna Jaffa f detta altre volte Joppe, città marittima della Siria,
circa cinquanta miglia a ponente maestro di Ge rusalemme. Hiifonr inraiitin
presso Damasco Onìiii Ile col ntiovo rìì IH aniftiitt', p i'VAi al! e turo
hiiuiariifì parole. KìurHo arri vti sotto Pari pi i ol sfìcrorno liritaTinictì;
nMt accndoiifj provs di ffian valon iliiirunn pnirln ' rigirali ia. hirtiHlj e
iitragì hanno hioso dentino Ia cittji. pct fattn ili Roil union te; et Callo vi
acne con vmQ srfllhi <lni|'nc?lln. Gravi pene in amor si jiroTun molte DI
(.he patitd io n'ho In maggìtir parte, E (iuelle in iliinuo mio bì ben raccolte
i Ch'io ne posso parlar come per arte, Vera s' io dìro e s' ho def to altre
volte, E tiuandtj in voce e qua mio in vive carte, Ch' un inni sia lieve un
altro acerbo e fiero, Date creiìenzA al mio giudick vero, lu dico e àlsì, e
diri" finchMo vita, rhe f'hi n truva in deio laccio preso, Bcbhen di sé
verte sna duiina schiva Se in tutto uvver?'a al sno "ìesìre Acceso;
iSehbene Amor (rgoi merce le il priva Pojìcm e he '1 tempu e la fatica ba
spe.o; Pur ch'altamente abbia locato il core, Flange r non de', se ben
languisce e muore, 1 Pianger de quel che gU sìa fatto servo IH ilnr" vafbi
nerbi e d'nna bella trefcia, Sotto cui si nasconda uo cor protervo, Che poco
puro abbia con molta feccia. Vorria il miser fuggire; e come cervo Ferito,
ovunque va, porta la freccia:Ha di sé stesso e del suo amor vergogna, Né Tosa
dire, e invan sfumarsi agogna. 4 In questo caso è il giovene Grifone, Che non
si può emendare, e il suo error vede:Vede quanto vilmente il suo cor pone In
Orrìgille iniqua e senza fede:Pur dal mal uso è vinta la ragione, E pur r
arbitrio ali appetito cede:Perfida sìa quantunque, ingrata e ria, Sforzato è di
cercar dovella sia. 10 Dopo, accordando affettuosi gesti Alla suavità delle
parole, Dicea piangendo: Signor mio, son questi Debiti premj a chi t adora e
cole? Che sola senza te già un anno resti, E va per V altro, e ancor non te ne
duole?E s'io stava aspettare il tuo ritomo, Non 80 se mai veduto avrei quel
giorno. 5 Dico, la bella istoria ripigliando, Ch'uscì della città secretaraente
; Né parlarne s ardì col f ratei, quando Ripreso invan da lui ne fu sovente.
Verso Rama, a sinistra declinando, Prese la via più piana e più corrente. Fu in
sei giorni a Damasco dì Scria; Indi verso Antiochia se ne già. 6 Scontrò presso
a Damasco il cavaliere A cui donato avea Orrìgille il core: E convenian di rei
costumi in vero, Come ben si convien l'erba col fiore; Che r uno e V altro era
di cor leggiero, Perfido V uno e l'altro, e traditore; E copria l'uno e l'altro
il suo difetto. Con danno altrui, sotto cortese aspetto. 7 Come io vi dico, il
cavalier venia S'un gran destrier con molta pompa armato: La peilìda Orrìgille
in compagnia, In un vestire azzur d'oro fregiato, E duo valletti, donde si
servia A portar elmo e scudo, aveva a lato; Come quel che volea con bella
mostra Comparire in Damasco adunaMostra.8 Una splendida festa, che bandire Fece
il re dì Damasco in quelli giorni. Era cagion di far quivi venire I cavalier
quanto potean più adomi. Tosto che la puttana comparire Vede Grifon, ne teme
oltraggi e scorni:Sa che l'amante suo non è si forte, Che centra lui l'abbia a
campar da morte. stanza 20. 9 Ma siccome audacissima e scaltrita, Ancorché
tutta dì paura trema, S'acconcia il viso, e sì la voce aita, Che non appar in
lei segno di teina. Col drado avendo già l'astuzia ordita. Corre, e fingendo
una letizia estrema, Verso Grifon l'aperte braccia tende, Lo stringe al collo,
e gran pezzo ne pende. 1 1 Quando aspettava che di Nicosia, Dove tu te n'
andasti alla gran corte, Tornassi a me, che con la febbre ria Lasciata avevi in
dubbio della morte. Intesi che passato eri in Scria:Il che a patir mi fu sì
duro e forte, Che non sapendo come io ti seguiQuasi il cor di man propria mi
trafissi. 12 3Ia fortuna di me con doppio dono Mostra d'aver, quel che non liai
tu, cura:Mandommi il fratel mio, col quale io sono Sin qui venuta del mio onor
sicura; Ed or mi manda questo incontro buono Di te, eh' io stimo sopra ogni
avventura:E bene a tempo il fa; che più tardando, Morta sarei,. te, signor mio,
bramando. 18 Innanzi a Carlo, innanzi al re Agranuuite L'un stuoh) e T altro si
vuol far vedere, Ove gran loda, ove mercè abbondante Si può acquistar, facendo
il suo dovere. I Mori non però fer prove tante, Che par ristoro al danno
abbiano avere; Perchè ve ne restar morti parecchi, Cii'agli altri fur di folle
audacia specchi. 13 E seguitò la donna fraudolente, Di cui r opere fur più che
di volpe, La sua querela cosi astutamente, Che riversò in Grifon tutte le
colpe. Gli fa stimar colui, non che parente, Ma che d'im padre seco abbia ossa
e polpe; E con tal modo sa tesser gì' inganni, Che men verace par Luca e Giovanni.
19 Grandine sembran le spesse saette Dal muro sopra gl'inimici sparte. Il grido
insino al ciel paura mette, Che fa la nostra e la contraria parte. Ma Carlo un
poco ed Àgramante aspette; Ch'io vo' cantar delF africano Marte, Rodomonte
terribile ed orrendo. Che va per mezzo la città correndo. 14 Non pur di sua
perfidia non riprende Grifon la donna iniqua, più che bella; Non pur vendetta
di colui non prende, Che fatto s'era adultero di quella: Ma gli par far assai,
se si difende Che tutto il biasmo in lui non riversi ella; E come fosse suo
cognato vero, D'accarezzar non cessa il cavaliero. 20 Non so, signor, se più vi
ricordiate Di questo Saracin tanto sicuro, Che morte le sue genti avea lasciate
Tra il secondo riparo e '1 primo muro, Dalla rapace fiamma divorate, Che non fu
mai spettacolo più oscuro. Dissi ch'entrò d'un salto nella terra Sopra la fossa
che la cinge e serra. 16 E con lui se ne vien verso le porte Di Damasco, e da
lui sente tra via. Che là dentro dovea splendida corte Tenere il ricco re della
Scria; E eh' ognun quivi, di qualunque sorte, 0 sia cristiano, o d'altra legge
sia, Dentro e di fuori ha la città sicura Per tutto il tempo che la festa dura.
21 Quando fu noto il Saracino atroce All'arme istrane, alla scagliosa pelle. Là
dove i vecchi e '1 popol men feroce Tendean l'orecchie a tutte le novelle,
Levossi un pianto, un grido, un'alta voce, Con un batter di man ch'andò alle
stelle; E chi potè fuggir non vi rimase. Per serrarsi ne' templi e nelle case.
16 Non però son di seguitar sì intento L'istoria deUa perfida Orrigille, Ch'a
giorni suoi non pur un tradimento Fatto agli amanti avea, ma mille e mille;
Ch'io non ritomi a riveder dugento Mila persone, o più delle scintille Del foco
stuzzicato, ove alle mura Di Parigi facean danno e paura. !2 Ma questo a pochi
il brando rio concede, Ch'intorno ruota il Saracin robusto. Qui fa restar con
mezza gamba unpiede. Là fa un capo sbalzar lungi dal busto:L'un tagliare a
traverso se gli vede. Dal capo all'anche un altro fender giusto; E di tanti eh'
uccide, fere e caccia, Non se gli vede alcun segnare in faccia. 17 Io vi
lasciai, come assaltato avea Àgramante una porta della terra. Che trovar senza
guardia si credea: Né più riparo altrove il passo serra, Perchè in persona
Carlo la tenea. Ed avea seco i mastri della guerra. Duo Guidi, duo Angelini,
uno Angeliero, Avino, Avolio, Otone e Berlingiero. 23 Quel che la tigre
dell'armento imbelle Ne' campi ircani o là vicino al Gange, 0 '1 lupo delle
capre e dell' agnelle Nel monte che Tifeo sotto si frange; Quivi il crudel
pagan facea di quelle Non dirò squadre, non dirò falange, Ma vulgo e popolazzo
voglio dire, Degno, prima che nasca, di morire. 24 Ncn ne trova un che veder
possa in fronte, Fra tanti che ne taglia, fora e svena. Per quella strada che
vien dritto al ponte Di San Michel, sì popolata e piena, Corre il fiero e
terribil Rodomonte, E la sanguigna spada a cerco mena: Non riguarda né al servo
né al signore, Né al giusto ha pi\\ pietà, che al peccatore. 25 Religi'on non
giova al sacerdote, Né la innocenzia al pargoletto giova:Per sereni occhi o per
vermiglie gote 3Iercè né donna nédonzella trova: La vecchiezza si caccia e si
percuote; Né quivi il Saracin fa maggior prova Di gran valor, che di gran
crudeltade: Che non discerne sesso, ordine, etade. 26 Non pur nel sangue uman
l'ira si stende Deir empio re, capo e signor degli empi; Ma centra i tetti
ancor si, che n' incende Le belle case e i profanati tempi. Le case eran, per
quel che se n'intende, Quasi tutte di legno in quelli tempi; E ben creder si
può; eh' in Parigi ora Delle dieci le sei son cosi ancora. 27 Non par,
quantunque il foco ogni cosa arda, Che si grande odio ancor saziar si possa.
Dove s'aggrappi con le mani, guarda, Sì che ruini un tetto ad ogni scossa.
Signor, avete a creder che bombarda 3£ai non vedeste a Padova sì grossa, Che
tanto muro possa far cadere, Quanto fa in una scossa il re d'Algiere. 28 Mentre
quivi col ferro il maledetto E con le fiamme facea tanta guerra. Se di fuor
Agramante avesse astretto, Perduta era quel dì tutta la terra: Ma non v' ebb'
agio: che gli fu interdetto Dal paladin che venia d'Inghilterra Col popolo alle
spalle inglese e scotto, Dal Silenzio e dall'Angelo condotto. 29 Dio volse che
all'entrar che Rodomonte Pennella terra, e tanto foco accese. Che presso ai
muri il fior di Chiaramente, Rinaldo, giunse, e seco il campo inglese. Tre
leghe sopra avea gittate il ponte, E torte vie da man sinistra prese; Che,
disegnando i barbari assalire, Il fiume non l'avesse ad impedire. 80 Mandato
avea sei mila fanti arcieri Sotto l'altiera insegna d'Odoardo, E duo mila
cavalli, e più, leggieri Dietro alla guida d'Ari man gagliardo; E mandati gli
avea per li sentieri Che vanno e vengon dritto al mar Picardo, Ch' a porta San
Martino e San Dionigi Entrassero a soccorso di Parigi. 31 I carriagigi e gli
altri impedimenti Con lor fece drizzar per quella strada. Egli con tutto il
resto delle genti Più sopra andò girando la contrada. Seco avean navi e ponti
ed argumenti Da passar Senna, che non ben si guada. Passato ognuno, e dietro i
ponti rotti, Nelle lor schiere ordinò Inglesi e Scotti. 32 Ma prima quei baroni
e capitani Rinaldo intorno avendosi ridutti, Sopra la riva ch'alta era dai
piani Sì, che poteano udirlo e veder tutti, Disse: Signor, ben a levar le mani
Avete a Dio, che qui v' abbia condutti, Acciò, dopo un brevissimo sudore, Sopra
ogni nazi'on vi doni onore. 33 Per voi saran due principi salvati, Se levate
l'assedio a quelle porte: Il vostro re, che voi siete ubbligati Da servitù
difendere e da morte; Ed uno imperator de' più lodati, Che mai tenuto al mondo
abbiano corte; E con loro altri re, duci e marchesi, Signori e cavalier di più
paesi. 34 Si che salvando una città, non soli Parigin ubbligati vi saranno, Che
molto più che per li proprj duoli, Timidi, afflitti e sbigottiti stanno Per le
lor mogli e per li lor figliuoli, Ch' a un medesmo pericolo seco hanno, E per
le sante vergini richiuse. Ch'oggi non sien dei voti lor deluse: 35 Dico,
salvando voi questa cittade, V'ubbligate non solo i Parigini, Ma d'ogn' intomo
tutte le contrade. Non parlo sol dei popoli vicini; Ma non è terra per
cristianitade, Che non abbia qua dentro cittadini Si che, vìncendo, avete da
tenere Che più che Francia v'abbia obbligo avere. 36 Se donaTan gii antiqui una
corona A chi salvasse a un dttadin la vita, Or che degna mercede a voi si dona,
Salvando multìtudine infinita? Ma se da invidia, o da viltà, si buona E si
santa opra rimarrà impedita, Credetemi che, prese quelle mura. Né Italia né
Lamagna anco é sicura; 37 Né qualunque altra parte, ove. s'adori Quel che volse
per noi pender sul legno. Né voi crediate aver lontani i Mori, Né che pel mar
sia forte il vostro regno: Che scaltre volte quelli, uscendo fuori Di Ziheltaro
e dell' Erculeo segno, Riportar prede dall' isole vostre, Che faranno or,
s'avran le terre nostre? 38 Ma quando ancor nessuno onor, nessuno Util
v'inanimasse a questa impresa, Comun debito é ben soccorrer l'uno L'altro, che
militiam sotto una Chiesa. Ch'io non vi dia rotti i nemici, alcuno Non sia che
tema, e con poca contesa; Che gente male esperta tutta parmi. Senza possanza,
senza cor, senz'armi. 39 Potè con queste e con miglior ragioni, Con parlare
espedito e chiara voce Eccitar quei magnanimi baroni Rinaldo, e quello esercito
feroce; E fu, com'è in proverbio, aggiunger sproni Al buon corsier che già ne
va veloce. Finito il ragionar, fece le schiere Muover pian pian sotto le lor
bandiere. 40 Senza strepito alcun, senza rumore Fa il tripartito esercito
venire. Lungo il fiume a Zerbin dona T onore Di dover prima i barbari assalire;
E fa quelli d'Irlanda con maggiore Volger di via più tra campagna gire; E i
cavalieri e i fanti d'Inghilterra Col duca di Lincastro in mezzo serra. 41
Drizzati che gli ha tutti al lor cammino, Cavalca il paladin lungo la riva, E
passa innanzi al buon duca Zerbino, E a tutto il campo che con lui veniva;
Tanto ch'ai re d'Orano e al re Sobrino E agli altri lor compagni soprarriva,
Che mezzo miglio appresso a quei di Spagna Guardavan da quel canto la campagna.
42 L' esercito Cristian, che con si fida E si sicura scorta era venuto, Ch'ebbe
il Silenzio e l'Angelo per guida. Non potè ormai patir più di star muto Sentiti
gli inimici, alzò le grida, E delle trombe udir fé' il suono arguto; E con
l'alto rumor ch'arrivò al cielo. Mandò nell'ossa a'Saracini il gelo. 43 Rinaldo
innanzi agli altri il destrier pange . E con la lancia per cacciarla in re.sta:
Lascia gli Scotti un tratto d' arco lunge; Ch'ogni indugio a ferir si lo
molesta. Come groppo di vento talor giunge. Che si tra' dietro un'orrida
tempesta; Tal fuor di squadra il cavalier gagliardo Venia spronando il corridor
Baiardo. 44 Al comparir del paladin di Francia Dan segno i Mori alle future
angosce: Tremare a tutti in man vedi la lancia, I piedi in staffa, e neh'arcìon
le cosce. Re Pulì'ano sol non muta guancia. Che questo essei Rinaldo non
conosce; Né pensando trovar si duro intoppo, Gli muove il destrier contro di
galoppo:45 E su la lancia nel partir si stringe, E tutta in sé raccoglie la
persona; Poi con ambo gli sproni il destrier spinge, E le redini innanzi gli abbandona.
Dall'altra parte il suo valor non finge, E mostra in fatti quel ch'in nome
suona, Quanto abbia nel giostrare e grazia ed arte, II figliuolo d'Amone, anzi
di Marte. 46 Furo al segnar degli aspri colpi,pari;Che si posero i ferri ambi
alla testa: Ma furo in arme ed in virtù dispari; Che r un via passa, e l'altro
morto resta. Bisognan di valor segni più chiari, Che por con leggiadria la
lancia in resta: Ma fortuna anco più bisogna assai; Che senza, vai virtù raro o
non mai. 47 La buona lancia il paladin racquista, E verso il re d'Oran ratto si
spicca. Che la persona aveva povera e trista Di cor, ma d'ossa e di gran polpe
ricca. Questo por tra bei colpi si può in lista, Bench'in fondo allo scudo gli
l'appicca: E chi non vuol lodarlo, abbialo escuso, Perdìè non si potea giunger
più insuso. stanza 27. 48 Non lo ritien lo scudo, che non entre, Benché fuor
sia d'acciar, dentro di palma; E che da quel gn corpo uscir pel ventre Non
faccia l'ineguale e piccola alma. Il destrier che portar si credea, mentre Durasse
il lungo di, si grave salma, Riferì in mente sua grazie a Rinaldo, Ch'a quello
incontro gli schivò un gran caldo. 49 Rotta Pasta, Rinaldo il destrier volta
Tanto leggier, che fa sembrar ch'abbia ale; E dove la più stretta e maggior
folta Stiparsi vede, impetuoso assale. Mena Fusberta sanguinosa in volta. Che
fa Tarme parer di vetro frale. Tempra di ferro il suo tagliar non schiva, Che
non vada a trovar lacarneviva.54D'Africav'era la raen trista gente; Benché né
questa ancor gran prezzo vaglia. Dardinel la sua mosse incontinente, E male
armata, e peggio usa in battaglia; Bench'egli in capo avea l'elmo lucente, E
tutto era coperto a piastra e a maglia.. Io credo che la quarta miglior fia,
Con la qual Isolier dietro venia. 55 Trasone intanto, il buon duca di Marra,
Che ritrovarsi all'alta impresa gode, Ai cavalieri suoi leva la sbarra, E seco
invita alle famose lode; Poich' Isolier con quelli di Navarra Entrar nella
battaglia vede et ode. Poi mosse Ari'odante la sua schiera, Che nuovo duca
d'Albania fatt'era. 50 Ritrovar poche tempre e pochi ferri Può la tagliente
spada, ove s' incappi; Ma targhe, altre di cuoio, altre di cerri,? Giuppe
trapunte, e attorcigliati drappi. Giusto è ben dunque che Rinaldo atterri
Qualunque assale, e fori e squarci e aifrappi; Che non più si difende da sua
spada, Ch' erba da falce, o da tempesta biada. 51 La prima schiera era già
messa in rotta, Quando Zerbin con l'antiguardia arriva. Il cavalier innanzi
alla gran frotta Con la lancia arrestata ne veniva. La gente sotto il suo pennon
condotta, Con non minor fierezza lo seguiva:Tanti lupi parean, tanti leoni
Ch'andassero assalir capre e montoni. 52 Spinse a un tempociascuno il suo
cavallo, Poi che fur presso; e sparì immantinente Quel breve spazio, quel poco
intervallo Che si vedea fra l'una e l'altra gente. Non fu sentito mai più
strano ballo; Che ferian gli Scozzesi solamenteSolamente i pagani eran
distrutti, Come sol per morir fosser condutti. 53 Parve più freddo ogni pagan
che ghiaccio; Parve ogni Scotto più che fiamma caldo: I Mori si credean
ch'avere il braccio Dovesse ogni Cristian, eh' ebbe Rinaldo. Mosse Sobrino i
suoi schierati avaccio, Senza aspettar che lo'nvitasse araldo. Dell'altra
squadra questa era migliore Di capitano, d'arme e di valore. 56 L'alto rumor
delle sonore trombe, De' timpani e de' barbari stromenti, Giunti al continuo
suon d'archi, di frombe, Di macchine, di ruote e di tormenti; E quel di che più
par che'l ciel rimborabe. Gridi, tumulti, gemiti e lamenti; Rendono un alto
suon eh' a quel s'accorda, Con che i vicin, cadendo, il Nilo assorda. 57 Grande
ombra d'ogn'intomo il cielo involve, Nata dal saettar delli duo campi: L'alito,
il fumo del sudor, la polve Par che nell'aria oscura nebbia stampi. Or .qua
l'un campo, or l'altro là si volve: Vedresti, or come un segua, or come scampi;
Ed ivi alcuno, o non troppo diviso, Rimaner morto ove ha il nimico ucciso. 58
Dove una squadra per stanchezza è mossa. Fu' altra si fa tosto andare innanti.
Di qua, di là la gente d'arme ingrossa; Là cavalieri, e qua si metton fanti. La
terra che sostien l'assalto, è rossa; Mutato ha il verde ne' sanguigni manti; E
dov' erano i fiori azzurri e gialli, Giaceano uccisi or gli uomini e i cavalli.
59 Zerbin facea le più mirabil prove Che mai facesse di sua età garzone:
L'esercito pagan che'ntomo piove', Taglia jcd uccide, e mena a destruzione.
Ari'odante alle sue genti nuove Mostra di sua virtù gran paragone; E dà di sé
timore e meraviglia A quelli di Navarra e di Castiglia. 60 Chelindo e Mosco, i
duo flgH bastardi Del morto Calabrun re d'Aragona, Ed un che reputato fra'
gagliardi Era, Calamidor da Barcellona, S' avean lasciato addietro gli
stendardi; E credendo acquistar gloria e corona Per uccider Zerbin, gli furo
addosso; E ne' fianchi il destrier gli hanno percosso. HI Passato da tre lance
il destrier morto Cade; ma il buon Zerbin subito è in piede; Ch'a quei ch'ai
suo cavallo han fatto torto, Per vendicarlo va dove li vede: E prima a Mosco,
al giovene inaccorto, Che gli sta sopra, e di pigliar se '1 crede, Mena di
punta, e lo passa nel fianco, E fìior di sella il caccia freddo e bianco. 62
Poi che si vide tor, come di furto, Chelindo il fratel suo, di furor pieno
Venne a Zerbino, e pensò dargli d'urto; Ma gli prese egli il corridor pel
freno; Tiasselo in teria, onde non è mai surto . E non mangiò mai più biada né
fieno; Zerbin sì gran forza a un colpo mise, Che lui col suo signor d'un taglio
uccise. "8 Come Calamidor quel colpo mira, Volta la briglia per levarsi in
fretta. Ma Zerbin dietro un gran fendente tira, Dicendo: Traditore, aspetta, aspetta.
Non va la botta ove n'andò la mira, Non che però lontana vi si metta: Lui non
potè arrivar, ma il destrier prese Sopra la groppa, e in trra lo distese. 64
Colui lascia il cavallo, e via carpone Va per campar, ma poco gli successe; Che
venne ca"o che '1 duca Trasone Gli passò sopra, e col peso l'oppresse,
Arì'odante e Lurcanio si pone Dove Zerbino è fra le genti spesse:E seco hanno
altri e cavalieri e conti, Che fauno ogni opra che Zerbin rimonti. 66 Menava
Arì'odante il brando in giro; E ben lo seppe Artalico e Slargano:Ma molto più
Etearco e Casimiro La possanza sentir di quella mano. I primi duo feriti se ne
giro:Bimaser gli altri duo morti sul piano. Lurcanio fa veder quanto sia forte;
Che fere, urta, riversa, e mtte a morte. 66 Non cre'liate, signor, che fra
campagna Pugna minor che presso al fiume sia Né eh' addietro l'esercito
rimagna, Che di Lincastro il buon duca segaia. Le ban'liere assali questo di
Spagna, E molto ben di par la cosa già; Che fanti, cavalieri e capitani Di qua
e di là sapcan menar le m.iti. 67 Dinanzi vien Oldrado e Fieramente, l'n duca
di Glocestra, un d'Eborace: Con lor Riccardo di Varvecia conte. E di Chiarenza
il duca, Enrigo audace. Han fatalista e Follicoue a fronte, E Baricondo ed ogni
lor seguace. Tiene il primo Almeria, tiene il secondo Granata, tien Maiorca
Baricondo. 68 La fiera pugna un pezzo andò di pare. Che vi si discernea poco
vantaggio. Vedeasi or l'uno or l'altro ire e tornare, Come le biade al ventolin
di maggio, 0 come sopra '1 lito tm mobil mare Or viene or va, né mai tiene un
viaggio. Poi che Fortuna ebbe scherzato un pezzo, Dannosa ai Mori ritornò da
sezzo. 69 Tutto in un tempo il duca di Glocestra A Matalista fa votar 1'
arcione: Ferito a un tempo nella spalla destra Fieramente riversa Follicoue; E
r un pagano e V altro si sequestra, E tra gì' Inglesi se ne va prigione. E
Baricondo a un tempo riman senza Vita per man dtrl duca di Chiarenza. 70 Indi i
pagani tanto a spaventarsi, Indi i fedeli a pigliar tanto ardire; Che quei non
facean altro che ritrarsi, E partirsi dall'ordine e fuggire; E questi andar
innanzi, ed avanzarsi Sempre terreno, e spingere e seguire:E se non vi giungea
chi lor die aiuto, Il campo da quel lato era perduto. 71 Ma Ferraù, che sin qUi
mai non s'era Dal re Marsilio suo troppo disgitmto, Quando vide fuggir quella
bandiera, E l'esercito suo mezzo consunto, Spronò il cavallo, e dove ardea più
fiera La battaglia, lo spinse; e arrivò a punto . Che vide dal destrier cadere
in terra, Col capo fespo, Olimpio dalla Serra; 72 Un giovinetto che col dolce
canto, roncarle al suou della cornuta cetra, D'intenerire un cor si dava vanto,
Ancorché fosse più duro che pietra. Felice lui, se contentar di tanto Onor
sapeasi, e scudo, arco e faretra Aver in odio, e scimitarra e lancia, Che lo
fecer morir giovine in Francia. 73 Quando lo vide Ferraù cadere, Cile solca
amarlo e avere in mo't.v estima, Si sente di lui sol via più dolere, Che di
miir altri che perìron prima; E sopra chi l'uccise in modo fere, Che gli divide
l'elmo dalla cima Per la fronte, per gli occhi e per la faccia, Per mezzo il
petto, e morto a terra il cacci i. Stanza 56. 74 Né qui s'indugia; e il brando
intorno ruota, Ch'ogni elmo rompe, ogni lorica smaglia: A chi segna la fronte,
a chi la gota, Ad altri il capo, ad altri il bracci ì figlia:Or questo or quel
di sangue e d'alma vota; E ferma da quel canto la battaglia. Onde la spaventata
ignobil frotta Senz'ordine fuggia spezzata e rotta. 75 Entrò nella battaglia il
re Agramante, D'uccider gente e di far prove vago; E seco ha Baliverzo, Farurante,
Prusion, Soridano e Bambirago. Poi son le genti senza nome tante, Che del lor
sangue oggi faranno un lago, Che meglio conterei ciascuna foglia, Quando
l'autunno gli arbori ne spoglia. 76 Agramante dal muro una gran banda Di fanti
avendo e di cavalli tolta, Col re di Peza subito li manda,Che dietro ai
padiglion piglin la volta, E vadano ad opporsi a quei d'Irlanda, Le cui squadre
vedea con fretta molta, Dopo gran giri e larghi avvolgimenti, Venir per occupar
gli alloggiamenti. 77 Fu 1 re di Feza ad eseguir ben presto; Ch'ogni tardar
troppo nociuto avria. Raguna intanto il re Agramante il resto:Parte le squadre,
e alla battaglia invia. Egli va al fiume; che gli par ch'in questo Luogo del
suo venir bisogno sia: E da quel canto un messo era venuto Del re Sobrino a
domandare aiuto. stanza 82. 80 Dove gli Scotti ritornar fuggendo Vede,
s'appara, e grida: Or dove andate? Perchè tanta viltade in voi comprenio, Che a
sì vii gente ilcampo abbandonate?Ecco le spoglie, delle quali intendo Ch'esser
dovean le vostre chiese ornate. Oh che laude, oh che gloria, che'l figliaolo
Del vostro re si lasci a piedi e solo ! 81 D'un suo scudier una grossa asta
afTerra. E vede Prusion poco lontano, Be d'Alvaracchie, e addosso se gli serra.
E dell'arcion lo porta morto al piano. Morto Agricalte e Bambirago atterra;
Dopo fere aspramente Sondano; E come gli altri l'avria messo a morte, Se nel
ferir la lancia era più fort". 82 Stringe Fusberta, poiché l'asta è rotta,
E tocca Serpentin, quel dalla Stella. Fatate l'arme avea; ma quella botta Pur
tramortito il manda fuor di sella E cosi al duca della gente scotta Fa piazza
intomo spaziosa e bella; Sì che senza contesa un destrier pnote Salir di quei
che vanno a selle vote. 83 E ben si ritrovò salito a tempo, Che forse noi
facea, se più tardava; Perchè Agramante e Dardinello a un tempii, Sobrin col re
Balastro v'arrivava. Ma egli, che montato era per tempo, Di qua e di là col
brando s' aggirava, Mandando or questo or quel giù nell'inferno dar notizia del
viver moderno. 78 Menava in una squadra più di mezzo Il campo dietro; e sol del
gran rumore Tremar gli Scotti, e tanto fu il ribrezzo, Ch' abbandonavan
l'ordine e l'onore. Zerbin, Lurcanio e Ar lodante in mezzo Vi restar soli
incontra a quel furore; E Zerbin, ch'era a pie, vi perla forse; Ma '1 buon
Rinaldo a tempo se n' accorse. 79 Altrove intanto il paladin s'avea Fatto
innanzi fuggir cento bandiere. Or che l'orecchie la novella rea Del gran
periglio di Zerbin gli fere, Ch'a piedi fra la gente cirenea Lasciato solo
aveano le sue schiere, Volta il cavallo t e dove il campo scotto Vede fuggir,
prende la via di botto. 84 II buon Rinaldo, il quale a porre in terra I più
dannosi avea sempre riguardo, La spada contro il re Agramante afferra, Che
troppo gli parca fiero e gagliardo (Facea egli sol più che mille altri guerra);
E se gli spinse addosso con Baiardo: Lo fere a un tempo ed urta di traverso Sì,
che lui col destrier manda riverso. 85 Mentre di fuor con sì crudel battaglia.
Odio, rabbia, furor l'un l'altro offende, Rodomonte in Parigi il popol taglia,
Le belle case e i sacri templi accende. Carlo, ch'in altra parte si travaglia,
Questo non vede, e nulla ancor ne 'ntende:Odoardo raccoglie ed Arimanno Nella
città, col lor popol britanno. 86 A lui venne un scudier pallido in volto, Che
i>otea appena trar del petto il fiato. Ahimè ! signor, ahimè ! replica
molto, Prima ch'abbia a dir altro incominciato: Oggi il romanoimperio, oggi è
sepolto; Oggi ha il suo popol Cristo abbandonato:Il Demonio dal cielo è piovuto
oggi, Perchè in questa città più non s'alloggi. 87 Satanasso (perch' altri
esser non puote) Strugge e mina la città infelice. Volgiti e mira le fumose
ruote Della rovente fiamma predatrice; Ascolta il pianto che nel ciel percuote;
E faccian fede a quel che '1 servo dice. Un solo è quel eh' a ferro e a fuoco
strugge La bella terra, e innanzi ognun gli fugge. stanza ( 88 Qual è colui che
prima oda il tumulto, E delle sacre squille il batter spesso. Che vegga il
fuoco a nessun altro occulto, Ch'a sé, che più gli tocca, e gli è più presso;
Tale è il re Carlo, udendo il nuovo insulto, E conoscendo! poi con V occhio
istesso:Onde lo sforzo di sua miglior gente Al grido drizza e al gran rumor che
sente. 89 Dei paladini e dei guerrier più degni Carlo si chiama dietro una gran
parte, E ver. la piazza fa drizzare i segni; Che '1 pagan s' era tratto in
quella pirte. Ode il rumor, vede gli orribil segui Di crudeltà, l'umane membra
sparte. Ora non più: ritomi un'altra volta Chi volontier la bella istoria
ascalta. NOTE. St. 5. v.58. Bama: oggi Bamlat piccola città di Siria, stazione
dei pellegrini che andavano a Gerusa lemme. Antiochia f oraAntakiech: la famosa
Antio cbìa Magna, salla sinistra deirOronte, a settentrione di Damasco. St. 11.
V 1. Nicoaia, città principale dell'isola di Cipro. St. 23. V.24. Campi ircani.
Gli antichi chiama rono Ircania una regione della Persia, in vicinanza al mar
Caspio, la qoale ora comprende lo Schirvan, il Ohi lan e il Tabarìstan. Nel
monte che Tffeo sotto 9i frange, si può ravvisare col Petrarca la montagna
d'Ischia, isola presso il capo Miseno all'entrata del golfo di Napoli. St. 27.
V.56. Signor, avete a creder, ecc. All'as sedio di Padova, fatto dagli
Austrìaci nel 1509, si trovò il cardinale Ippolito d'Este. St. 31. V.15.
Impedimenti: bagagli dell'esercito. St. 33. V.3. Il vostro re, ecc.: il padre
d'Astolfo, Otone d'Inghilterra, che insieme con Carlo era assediato in Parigi.
St. 36. V.12. Una corona, ecc.: era di quercia: i Romani la dissero civica; e
la davano a chi salvava la vita a qualche cittadino. St. 37. V.6. Zibeltaro,
ecc.: Gibilterra, e Io stretto omonimo, ricordato più volte. St. 47. V.7.
Escuso, scusato. St. 50. V.34. Targhe, speaie di scudi. Oiuppe trapunte, sorta
di sottovesti usate allora a difesa del corpo. St. 53. V.5. Avaccio:
prestamente. St. 56. V.78. Un alto suon, ecc.: accennasi il fragore prodotto
dalle cateratte delNilo.St.72. V.2. Cornuta. Chiama cornuta la cetra, perchè ha
due capi ricurvi a modo di corni St 76. V.3. Feza: Fez, provincia che ha titolo
di regno, nell'impero di Marocco. St. 79. V.b. La gente cirenea. Cirenaica
chiamossi in antico il paese di Barca, limitrofo alla gran Sirte, nello Stato
di Tripoli; ma qui può intendersi geneialmente la milizia libica ed anche
africana. St. 82. V.2. Stella, Estella, città di Spagna, dalla quale prendeva
il nome Serpentino. Carlo esorta i suoi paladini, ed insieme con essi investe i
nemici. Grifone, Orrigìlle e Hartano vanno in Dama sco alla festa bandita da
Noiandino. Grifone vince nella giostm: Mai'tano vi mostra somma codardia, na
gli usurpa l'onore della vittoria, onde Grifone riceve onte ed oltraggi. 1 II
giusto Dio, quando i peccati nostri Hanno di remissìon passato il seguo, Acciò
che la giustizia sua dimostri Uguale alla pietà, spesso dà regno A tiranni
atrocissimi ed a mostri, E dà lor forza, e di mal fare ingegno. Per questo
Mario e Siila pose al mondo, E duo Neroni e Caio furibondo, Che d'Attila dir?
che dell'iniquo Ezzelin da Roman? che d'altri cento, Che dopo un lungo andar
sempre in obliquo, Ne manda Dio per pena eper tormento?Di questo abbiam non pur
al tempo antiquo, Ma ancora al nostro, chiaro esperimento, Quando a noi, greggi
inutili e malnati, Ha dato per guardian lupi arrabbiati:Domiziano e 1' ultimo
Antonino; E tolse dalla immonda e bassa plebe. Ed esaltò all'imperio Massimino;
E nascer prima fé' Creonte a Tebe; E die Mezenzio al popolo Agilino, Che fé' di
sangue umau grasse le glebe; E diede Italia a tempi men rimoti In preJa agli
Unni, ai Longobardi, ai (ioti. A cui non par eh' abbi' a bastar lor fame, Ch'
abbi' il lor ventre a capir tanta carne; E chiaman lupi di più ingorde brame Da
boschi oltramontani a divorarne. Di Trasimeno l'insepulto ossame, E i Canne e
di Trebbia, poco pame Verso quel che le ripe e i campi ingrassa, Dov'Adda e Mei
la e Ronco e Taro passa. Or Dio consente che noi siam \m\ìhì Da popoli di noi
forse peggiori, Per li multiplicati ed infiniti Nostri nefandi, obbrobriosi
errori. Tempo verrà, eh' a depredar lor liti Andremo noi, se mai sarem
migliori, E che i peccati lor giungano al segno, Che V etema Bontà muovano a sdegno.
11 Sta su la porta il re d'AIgier, lucente Di chiaro acciar che'l capo gli
armaeU busto. Come uscito di tenebre serpente, Poi cha lasciato ogni squallor
vetusto, Del nuovo scoglio altiero, e che si sente Ringiovenito e pii\ che mai
robusto:Tre lingue vibra, ed ha negli occhi foco; Dovunque passa, ogn animai dà
loco. 3 Doveano allora aver gli eccessi loro Di Dio turbata la serena fronte,
Che scorse ogni lor luogo il Turco e'I loro Con stupri, uccision, rapine ed
onte; Ma più di tutti gli altri danni, fóro Gravati dal furor di Rodomonte.
Dissi ch'ebbe di lui la nuova Carlo, E che 'n piazza venia per ritrovarlo. 7
Vede tra via la gente sua troncata, Arsi i palazzi, e ruinati i templi, Oran
parte della terra desolata:Mai non si vider si crudeli esempli. Dove fuggite,
turba spaventata? Non è tra voi chi '1 danno suo contempli?Che città, che
rifugio più vi resta, Qiwndo si perda sì vilmente questa? 8 Dunque un uom solo
in vostra terrà preso. Cinto di mura onde non può fuggire, Si partirà che non V
avrete offeso, Quando tutti v'avrà fatto morire? Con Carlo dicea, che d'ira
acceso Tanta vergogna non potea patire; E giunse dove innanti alla gran corte
Vide il pagan por la sua gente a morte. 9 Quivi gran parte era del popolazzo,
Sperandovi trovare aiuto, ascesa; Perchè forte di mura era il palazzo, Con
manizion da far lunga difesa. Rodomonte, d'orgoglio e d'ira pazzo, Solo s'avea
tutta la piazza presa; E l'una man, che prezza il mondo poco, Ruota la spada, e
l'altra getta il fuoco. 10 E della regal casa, alta e sublime, Percuote e
risuonar fa le gran porte. Gettan le turbe dall'eccelse cime E merli e torri, e
si metton per morte. Guastare i tetti non è alcun che stime; E legne e pietre
vanno ad una sorte, Lastre e colonne e le dorate travi, Che furo in prezzo agli
lor pa<lri e agli avi. 'i (C.y t;>, stanza 7. 12 Non sasso, merlo, trave,
arco o balestra, Né ciò che sopra il Siracin percuote, Ponno allentar la
sanguinosa destra, Che la gran porta taglia, spezza e scuote: E dentro fatto
v'ha tanta finestra, Che ben vedere e veduto esser puote Dai visi impressi di
color di morte, Che tutta piena quivi hanno la corte. 13 Suonar per gli alti e
spaziosi tetti S' odono gridi e femminil lamenti: L'afflitte donne, perco tendo
i petti, Corron per casa pallide e dolenti; E abbraccian gli usci e i geniali
letti. Che tosto hanno a lasciare a strane genti. Tratta la cosa era in
periglio tanto. Quando il re giunse, e suoi baroni accanto. SUnza 12. 15 Perchè
debbo vedere in voi fortezza Ora miuor, ch'io la vedessi aUora? Mostrate a questo
can vostra prodezza, A questo can che gli uomini devora. Un magnanimo cor morte
non prezza, Presta o tarda che sia, purché ben muoitL Ma dubitar non posso ove
voi sete, Che fatto sempre vincitor m'avete. 16 Al fin delle parole urta il
destriero, Con Pasta bassa, al Saracino addosso. Mossesi a un tratto il
paladino Uggiero, A un tempo Namo ed Olivier si è mosso, A vino, Avoìio, Otone
e Berlingiero, Ch'un senza l'altro mai veder non posso: E ferir tutti sopra a
Rodomonte E nel petto e nei fianchi e nella fronte. 17 Ma lasciamo, per Dio,
signore, ormai Di parlar d'ira, e di cantar di morte; E sia per questa volta
detto assai Del Saracin non men crudel che forte:Che tempo è ritornar dov'io
lasciai Grifon, giunto a Damasco in su le porte Con Orrigille perfida, e con
quello Ch' adulter' era, e non di lei fratello. Delle più ricche terre di
Levante, Delle più populose e meglio ornate Si dice esser Damasco, che distante
Siede a Gerusalem sette giornate, In un piano fruttifero e abbondante, Non men
giocondo il verno, che l'estate. A questa terra il primo raggio tolle Della
nascente nurora un vicin colle. 19 Per la città duo fiumi cristallini Vanno
innaffiando per diversi rivi Un numero infinito di giardini, mai di fior, non
mai di fronde privi. Dicesi ancor, che macinar molini Potrian far P acque lanfe
che son quivi; E chi va per le vie, vi sente fuore Di tutte quelle case uscire
odore. 14 Carlo si volse a quelle man robuste. Ch'ebbe altre volte a gran
bisogni pronte. Non sete quelli voi, che meco fuste Contra Agolante, disse, in
Aspramonte? Sono le forze vostre ora si fruste, Che, s'uccideste lui, Troiano e
Almonte Con cento mila, or ne temete un solo Pur di quel sangue, e pur di
quello stuolo? 20 Tutta coperu è la strada maestra Di panni di diversi color
lieti, E d'odorifera erba, e di silvestra Fronda la terra e tutte le pareti.
Adorna era ogni porti, ogni finestra Di finissimi drappi e di tappeti; Ma più
dì belle e bene ornate donne Di ricche gemme e di superbe gonne. 2 1 Vedeasi
celebrar dentr' alle porte, Ili molti lochi, soUazzevol balli: Il popol, per le
vie, di miglior sorte Maneggiar beu guarniti e bei cavalli. Facea più ben veder
la ricca corte De' signor, de' baroni, e deWassalli, Con ciò che d'India e
d'eritree maremme Di perle aver si può, d'oro e di gemme. 22 Venia Grifone e la
sua <jompagiiia Mirando e quinci e quiudi il tutto ad agio; Quando fermolli
un ca vallerò in via, E li fece smontare a un suo palagio:E per l'usanzi e per
sua cortesia, Di nulla lasciò lor patir disagio. Li fé' nel bagno entrar; poi
con serena Fronte gli accolse a sontuosa ceua. Z' stanza 14.23 E narrò lor,
come il re Norandino, Re di Damasco e di tutta Soria, Fatto avea il paesano e'I
peregrino. Ch'ordine avesse di cavalleria, Alla giostra invitar, eh' al
mattutino Del di seguente in piazza si farla; E che, s'aveon valor pari al
sembiante, ' Potrian mostrarlo senza andar più innante. 24 Ancorché quivi non
venne Grifone A questo effetto, pur lo 'nvito tenne; Che qual volta se n' abbia
occasione, Mostrar virtude mai non disconvenne. Interrogollo poi della cagione
Di quella festa, e s'ella era solenne Usata ogn' anno, oppure impresa nuova Del
re, ch'i suoi veder volesse in pruova. 25 Rispose il cavalier: La bella festa
S'ha da far sempre ad ogni quarta luna. Deir altre che verran, la prima è
questa: Ancora non se n è fatta più alcuna. Sarà in memoria che salvò la testa
Il re in tal giorno da una gran fortuna, Dopo che quattro mesi in doglie e n
pianti Sempre era statp, e con la morte iumnti. 27 Ma poi che fummo tratti a
piene Tele Lungi dal porto nel Carpazio iniquo, La tempesta saltò tanto
crudele, Che sbigotti sin al padrone antiqua Tre di e tre notti andammo errando
ne le Minacciose onde per cammino obbliquo. Uscimmo alfin nel lito stanchi e
molli. Tra freschi rivi, ombrosi e verdi collL Stanza 32. 26 Ma perdirvi la
cosa pienamente, Il nostro re, che Norandin s' appella, Molti e molt'anui ha
avuto il core ardente .Della leggiadra e sopra ogni altra bella Figlia del re
di Cipro: e finalmente Avutala per moglie, iva con quella, Con cavalieri e
donne in compagnia; £ dritto avea il cammin verso Soria. 28 Piantare i
padiglioni, e le cortine Fra gli arbori tirar facemmo lieti. S'apparecchiano i
fuochi e le cucine; Le mense d'altra parte in su tappeti. Intanto il re
cercando alle vicine Valli era andato e a' boschi più secreti, Se ritrovasse
capre o daini o cervi; E l'arco gli portar dietro duo servi. 29 Mentre
aspettiamo, in gran piacer sedendo, Che da cacciar ritorni il signor nostro.
Vedemmo l'Orco a noi venir correndo Lungo il lito del mar, terribil mostro. Dio
vi guardi, signor, che'l viso orrendo Dell' Orco agli occhi mai vi sia
dimostro:Meglio è per fama aver notizia d'esso, Ch'andargli sì, che lo
veggiate, appresso. 80 Non gli può comparir quanto sia lungo, Si smisuratamente
è tutto grosso. In luogo d'occhi, di color di fungo Sotto la fronte ha duo
coccole d'osso. Verso noi vien, come vi dico, lungo Il lito, e par eh' un
monticel sia mosso. Mostra le zanne fuor, come fa il iwrco; Ha lungo il naso,
il sen bavoso e sporco. 31 Correndo vien, e'I muso a guisa porta Che'l bracco
suol, quindo entra in su la traccia. Tutti, che lo veggiam, con faccia smorta
In fuga andiamo ove il timor ne caccia. Poco il veder lui cieco ne conforta.
Quando, fiutando sol, par che più faccia, Ch'altri non fa, ch'abbia odorato e
lume: E bisogno al fuggire eran le piume. 32 Corron chi qua, chi là; ma poco
lece Da lui fuggir, veloce più che '1 Noto. Di quaranta persone, appena diece
Sopra il navilio si salvaro a nuoto. Sotto il braccio un fastel d' alcuni fece;
Né il grembo si lasciò né il seno voto. Un suo capace zaino empissene anco, Che
gli pendea, come a pastor, dal fianco. 33 Portocci alla sua tana il mostro
cieco, Cavata in lito al mar dentrnno scoglio. Di marmo cosi bianco è quello
speco, Come esser soglia ancor non scritto foglio. Quiyi abitava una matrona
seco, Di dolor piena in vista e di cordoglio; Ed avea in compagnia donne e
donzelle D'ogni età, d'ogni sorte, e brutte e belle. B4 Era presso alla grotta
in ch'egli stava, Quasi alla cima del giogo superno, Un'altra non ininor di
quella cava, Dove del gregge suo focea governo. Tanto n'avea, che non si
numerava; E n'era egli il pastor l'estate el verno. Ai tempi suoi gli apriva e
tenea chiuso, Per spasso che n' avea, più che per uso. 3.5 L'umana carne meglio
gli sapeva; E prima il fa veder, ch'ali' antro arrivi; Che tre de' nostri
giovini ch'aveva, Tutti li mangia, anzi trangugia vivi. Viene alla stalla, e un
gran sasso ne leva: Ne caccia il gregge, e noi riserra quivi. Con quel sen va
dove il suol far satollo, Sonando una zampogna eh' avea in collo. 36 II signor
nostro intanto, ritornato Alla marina, il suo danno comprende; Che trova gran
silenzio in ogni lato, Voti frascati, padiglioni e tende. Né sa pensar chi si
l'abbia rubato; E pien di gran timore al lito scende, Onde i nocchieri suoi
vede in disparte Sarpar lor ferri, e in opra por le sarte. 37 Tosto ch'essi lui
veggiono sul lito n palischermo mandano a levarlo: Ma non sì tosto ha Norandino
udito Dell' Orco che venuto era a rubarlo, Che, senza più pensar, piglia
partito, Dovunque andato sia, di seguitarlo. Vedersi tor Lucina si gli duole,
Ch'o racquistarla, o non più viver vuole. 38 Dove vede apparir lungo la sabbia
La fresca orma, ne va con quella fletta Con che lo spinge l'amorosa rabbia,
Finché giunge alla tana ch'io v'ho detta. Ove con tema, la maggior che s'abbia
A patir mai, l'Orco da noi s' aspetta. Ad ogni suono di sentirlo parci,
Ch'aifamato ritomi a divorarci. 39 Quivi fortuna il re da tempo guida, Che
senza V Orco in casa era la moglie. Come ella'l vede: Fuggine, gli grida:
Misero te, se l'Orco ti ci coglie ! Coglia, disse, o non coglia, o salvi o
uccida,, Che miserrimo i' sia non mi si toglie. Disir.mi mena, e non error di
via, C ho di morir presso alla moglie mia. 40 Poi segui, dimandandole novella
Di quei che prese l'Orco in su la riva; Prima degli altri, di Lucina bella, Se
l'avea morta, o la tenea captiva. La donna umanamente gli favella, E lo
conforta, che Lucina é viva, E che non é alcun dubbio ch'ella muora; Che mai
femmina l'Orco non divora. 41 Esser di ciò argumento ti poss'io, E tutte queste
donne che son meco: Né a me né a lor mai 1' Orco é stato rio, Purché non ci
scostiam da questo speco. A chi cerca fuggir, pon grave fio; Né pace mai puon
ritrovar più seco: 0 le sotterra vive, o l'incatena, 0 fa star nude al sol
sopra l'arena. 42 Quand'oggi egli portò qui la tua gente, Le femmine dai maschi
non divise; Ma, si come gli avea, confusamente Dentro a quella spelonca tutti
mise. Sentirà a naso il sesso differente:Le donne non temer che sieno uccise:
Gli uomini, òiene certo; ed empieranne Di quattro, il giorno, o sei, l'avide
canne. 48 Di levar lei di qui non ho consiglio Che dar ti possa; econtentar ti
puoi Che nella vita sua non é periglio:Starà qui al ben e al mal ch'avremo noi.
Ma vattene, per Dio, vattene, figlio, Che l'Orco non ti senta e non t'ingoi.
che giunge d'ogn' intorno annasa, E sente sin a un topo che sia in casa. 44
Rispose il re, non si voler partire, Se non vedea la sua Lucina prima; E che
piuttosto appresso a lei morire, Che viverne loutan. faceva stima. Quando vede
ella non potergli dire Cosa che '1 muova dalla voglia prima, Per aiutarlo fa
nuovo disegno, E ponvi ogni sua industria, ogni suo ingegno. 45 Morte avea in
casa, e (Vogni tempo appese, Con lor mariti, assai capre ed agnelle, Onde a sé
ed alle sue facea le spese; E dal tetto pendea più d'una pelle. La donna fe che
'1 re del grasso prese, Ch'avea un gran becco intorno alle ludelle, E che se
n'unse dal capo alle piante, Finché r e dor cacciò eh' egli ebbe innante. 48
Pensate voi .se gli tremava il core . Quando l'Orco senti che ritornava. E che
'1 viso crndel pieno d'orrore Vide appressare all' uscio della cava:Ma potè la
pietà più che'l timore. S'ardea, vedete, o .se fingendo amav.i. Vien l'Orco
innanzi, e leva il sasso, ed apre Norandino entra fra pecore e capre. Stanza
ò'o. 46 E poi che'l tristo puzzo aver le parve. Di che il fetido becco ognora
sape, Piglia l'irsuta pelle, e tutto entrarve Lo fé'; ch'ella è si grande, che
lo cape Coperto sotto a cosi strane larve, Faccndol gir carpon, seco lo rape Là
dove chiuso era d'un sasso grave l>ella sua donna il bel viso soave. 47
Norandino ubbidisce, ed alla buca Della spelonca ad aspettar si mette, Acciò
col gregge dentro si conduca; E fin a sera disiando stette. Olle la sera il
suon della sambuca, Con che 'nvita a lassar l'umide erbette, E ritornar le
pecore all'albergo Il fier pastor, che lor venia da tergo. 49 Entrato il
gregge, l'Orco a noi discende: Ma prima sopra sé l'uscio .si chiude. Tutti ne
va fiutando: alfin duo prende; Che vuol cenar delle lor carni crude. Al
rimembrar di quelle zanne orrende Non posso far eh' ancor non tremi e snde.
Partito rOrco, il re getta la gonna Oh 'avea di becco, e abbraccia la sua
donna. .50 Dove averne piacer deve e conforto, Vedendol quivi, ella n'ha
affanno e noia: Lo vede giunto ov'ha da restar morto; E non può far però, eh'
essa non muoia. Con tutto '1 mal, diesagli, eh' io supporto, Signor, sentìa non
mediocre gioia, Che ritrovato non t'eri con nni Quando dall' Orco oggi qui
tratta fui. 51 Che sebben il trovarmi ora in procinto D'uscir di vita, m'era
acerbo e forte; Pur mi sarei, com' è comune istinto, Dogliuta sol della mia
trista sorte:3[a ora, o prima o poi che tu sia estinto. Più mi dorrà la tua,
che la mia morte. E seguitò, mostrando assai più affanno Di quel di Norandin,
che del suo danno. 52 La speme, disse il re, mi fa venire, C'ho di salvarti, e
tutti questi teco: E s'io noi posso far, meglio è morire. Che senza te, mio
Sol, viver poi cieco. Come io ci venni, mi potrò partire; E voi tutt' altri ne
verrete meco, Se non avrete, come io non ho avuto, Schivo a pigliare odor
d'animai bruto. 53 La fraude in.segnò a noi, che centra il nao Dell'Orco
insegnò a lui la moglie d'esso; Di vestirci le pelli, in ogni caso Ch'egli ne
palpi nell'uscir del fesso. Poiché di questo ognun fu persuaso, Quanti dell'
un, quanti dell' altro sesso Ci ritroviamo, uccidiam tanti becchi. Quelli che
più fetean, eh' eran più vecchi. 54 Ci uugemo i corjn di quel grasso opimo Che
ritroviamo all'intestina intorno, E dell'orride pelli ci vestimo. Intanto usci
dall'aureo albergo il giorno; Alla spelonca, come apparve il primo Raggio del
sol, fece il pastor ritorno; E dando spirto alle sonore canne, Chiamò il suo
gregge fuor delle capanne. 55 Tenea la roano al buco della tana, Acciò col
gregge non uscissim noi:Ci prendea al varco; e quando pelo o luna Sentia sul
dosso, ne lasciava poi. Uomini e donne uscimmo per si strana Strada, coperti
dagl'irsuti cuoi: E r Orco alcun di noi mai non ritenne; Finché con gran timor
Lucina venne. 56 Lucina, o fosse perch'ella non volle Ungersi come noi, che
schivo n' ebbe; 0 eh' avesse l'andar più lento e molle, Che V imitata bestia
non avrebbe; 0 quando l'Orco la groppa toccolle, Gridasse per la tema che le
accrebbe; 0 che se le sc'ogliessero le chiome; Sentita fu, né ben so dirvi
come. 57 Tutti eravam sì intenti al caso nostro, Che non avemmo gli occhi agli
altrui fatti. Io mi rivolsi al grido; e vidi il mostro Che già gì' irsuti
spogli le avea tratti, E fattola tornar nel cavo chiostro. Noi altri dentro a
nostre gonne piatti Col gregge andiamo ove '1 pastor ci mena, Tra verdi colli
in una piaggia amena. 58 Quivi attendiamo infin che steso all'ombra D'un bosco
opaco il nasuto Orco dorma. Chi lungo il mar, chi verso il monte sgombra: Sol
Norandin non vuol seguir nostr'orma. L'amor della sua donna sì lo 'ngorabra,
Ch'alia grotta tornar vuol fra la torma, Né partirsene mai sin alla morte, Se
non imequista la fedel consorte:59 Che quando dianzi avea all'uscir del chiuso
Vedutala restar captiva sola. Fu per gittarsi, dal dolor confuso,
Spontaneamente al vorace Orco in gola; E si mosse, e gli corse in fino al muso,
Né fu lontano a gir sotto la mola; Ma pur lo tenne in mandra la speranza
Ch'avea di trarla ancor di quella stanza. Abiosto. 60 La sera, quando alla
spelonca mena Il gregge l'Orco, e noi fuggiti sente, E e' ha da rimaner privo
di cena, Chiama Lucina d'ogni mal nocente, E la condanna a star sempre in
catena Allo scoperto in sul sasso eminente. Vedela il re per sua cagion patire;
E si distrugge, e sol non può morire. Stanza 60. 61 Mattina e sera l'infelice
amante La può veder come s' affligga e piagna; Che le va misto fra le capre
avante, Tomi alla stalla, o torni alla campagna. Ella con viso mesto e
supplicante Gli accenna che per Dio non vi ri magna Perchè vi sta a gran
rischio della vita, Né però a lei può dare alcuna aita. 62 Così la moglie ancor
dell'Orco priega Il re, che se ne vada: ma non giova; Che d'andar mai senza
Lucina niega, E sempre più costante si ritrova. In questa servi tilde, in che
lo lega Pietate e amor, stette con lunga prova Tanto, eh' a capitar venne a
quel sasso Il figlio d'Agricaue e'I re Gradasso.63 Dove con loro audacia tanto
fènno, Che liberaron la bella Lucina; Benché 7i fu avventura più che senno:E la
portar correndo alla marina; E al padre suo, che quivi era, la dénno; E questo
fu nell'ora mattutina, Che Norandin con l'altro gregge stava A ruminar nella
montana cava. 64 Ma poi che 1 giorno aperta fu la sbarra, E seppe il re la
donna esser partita (Che la moglie dell' Orco gli lo narra), E come appunto era
la cosa gita; Grazie a Dio rende, e con voto n' inarra, Ch'essendo fuor di tal
miseria uscita, Faccia che giunga onde per arme possa Per prieghi o per tesoro
esser riscossa. 65 Pien di letizia va con l'altra schiera Del Simo gregge, e
viene ai verdi paschi; E quivi aspetta fin eh' all'ombra nera U mostro per
dormir nell'erba caschi. Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera; E alfin
sicur che l'Orco non lo 'ntaschi, Sopra un navilio monta in Satalia; E son tre
mesi ch'arrivò in Scria. 66 In Rodi, in Cipro, e per città e castella E
d'Africa e d'Egitto e di Turchia, Il re cercar fé' di Lucina bella; Né fin
l'altr'ier aver ne potè spia. L'altr'ieri n'ebbe dal suocero novella. Che seco
l'avea salva in Nicosia, Dopo che molti di vento crudele Era stato contrario
alle sue vele. 67 Per allegrezza della buona nuova Prepara il nostro re la
ricca festa; E vuol eh' ad ogni quarta luna nova, Una se n' abbia a far simile
a questa:Che la memoria rinfrescar gli giova Dei quattro mesi che 'n irsuta
vesta Fu tra il gregge de l'Orco; e un giorno, quale Sarà dimane, usci di tanto
male. Questo ch'io v'ho narrato, in parte vidi, In parte udì' da chi trovossi
al tutto:Dal re, vi dico, che calende et idi Vi stette, finché volse in riso il
lutto: E se n'udite mai far altri gridi, Direte a chi gli fa, che mal n'è
istrutto. Il gentiluomo in tal modo a Grifone Della festa narrò l'alta cagione.
69 Un gran pezzo di notte si dispensa Dai cavalieri in tal ragionamento; E
conchiudon, eh' amore e pietà immensa Mostrò quel re con grand'esperimento.
Andaron, poi che si levar da mensa, Ove ebbon grato e buono alloggiamento. Nel
seguente mattin sereno e diiaro Al suon dell'allegrezze si destaro. 70 Vanno
scorrendo timpani e trombette, E ragunando in piazza la cittade. Or, poiché di
cavalli e di carrette E rimbombar di gridi odon le strade, Grifon le lucide
armi si rimette, Che son di quelle che si trovan rade; Che l'avea impenetrabili
e incantate La fata bianca di sua man temprate. 71 Quel d'Antiochia, più d'ogn'
altro vile, Armossi seco, e compagnia gli tenne. Preparate avea lor 1' oste
gentile Nerbose lance, e salde e grosse antenne, E del suo parentado non umile
Compagnia tolta; e seco in piazza venne; E scudieri a cavallo, e alcuni a
piede, A tai servigi attissimi lor diede. 72 Giunsero in piazza, e trassonsi in
disparte. Né pel campo curar far di sé mostra. Per veder meglio il bel popol di
Marte, Ch'ad uno, o a dua, o a tre veniano in giostra. Chi con colori
accompagnati ad arte, Letizia o doglia alla sua donna mostra: Chi nel cimier,
chi nel dipinto scudo Disegna Amor, se l'ha benigno o crudo. 73 I Soriani in
quel tempo aveano usanza D'armarsi a questa guisa di Ponente. Forse ve gli
inducea la vicinanza Che de' Franceschi avean continuamente. Che quivi allor
reargean la sacra stanza. Dove in carne abitò Dio onnipotente; Ch'ora i superbi
e miseri Cristiani, Con biasmo lor, lasciano in man de'canL 74 Dove abbassar
dovrebbono la lancia In augumento della santa Fede, Tra lor si dan nel petto e
nella pancia, A destruzion del poco che si crede. Voi, gente Ispana', e voi,
gent di Francia, Volgete altrove, e voi. Svizzeri, il piede, E voi, Tedeschi, a
far più degno acquisto; Che quanto qui cercate è già di Cristo. 75 Se
Cristianissimi esser yoì volete, E voi altri Cattolici nomati, Perchè dì Cristo
gli nomini uccidete? Perchè debenì lor son dispogliati? Perchè Gerusalem non
riavete, Che tolto è stato a voi da' rinnegati?Perchè Constantinopoli, e del
mondo La miglior parte, occupali Turco immondo? 76 Non hai tu, Spagna, l'Africa
vicina, Che t'ha via più di questa Italia offesa? Eppur, per dar travaglio alla
meschina. Lasci la prima tua si bella impresa. O d'ogni vizio fetida sentina,
Dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa Ch' ora di questa gente, ora di quella,
Che già serva ti fu, sei fiotta ancella? 77 Se '1 dubbio di morir nelle tue
tane, Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida, E tra noi cerchi o chi ti dia
del pane, 0, per uscir d'inopia, chi t'uccida; Le ricchezze del Turco hai non
lontane: Cacciai d'Europa, o almen di Grecia snida. Cosi potrai o del digiuno
trarti, 0 cader con più merto in quelle parti. 78 Quel eh' a te dico, io dico
al tuo vicino l'edesco ancor: là le ricchezze sono. Che vi portò da Roma
Constanti no; Portonne il meglio, e fé' del resto dono. Pattalo ed Ermo, onde
si trae l'ór fino, Migdonia e Lidia, e quel paese buono Per tante laudi in
tante istorie noto, Non è, s' andar vi vuoi, troppo remoto. 79 Tu, gran Leone,
a cui premon le terga Delle chiavi del ciel le gravi some, Non lasciar che nel
sonno si sommerga Italia, se la man l'hai nelle chiome. Tu sei Pastore; e Dio
t'ha quella verga Data a portare, e scelto il fiero nome, Perchè tu ruggi, e
che le braccia stenda Si, che dai lupi il gregge tuo difenda. 80 Ma d'un parlar
nell' altro, ove sono ito Sì lungi dal cammin ch'io faceva ora? Non lo credo
però sì aver smarrito, Ch'io non lo sappia ritrovare ancora. Io dicea ch'in
Sona si tenea il rito D'armarsi, che i Franceschi aveano allora: Si che bella
in Damasco era la piazza Di gente armata d'elmo e di corazza. 81 Le vaghe donne
gettano dai palchi Sopra i giostranti fior vermigli e gialli. Mentre essi
fanno, a suon degli oricalchi, Levare assalti ed aggirar cavalli. Ciascuno, o
bene o mal eh' egli cavalchi, Vuol far quivi vedersi; e sprona e dalli:Di ch'altri
ne riporta pregio e lode; Muove altri a riso, e gridar dietro s' ode. 83 Della
giostra era il prezzo un'armatura Che fu donata al re pochi di innante, Che su
la strada ritrovò a ventura, Ritornando d'Armenia, un mercatante. Il re di
nobilissima testura La sopravveste all'arme aggiunse, e tante Perle vi pose
intomo e gemme ed oro, la fece valer molto tesoro. 83 Se conosciute il re
quell' arme avesse, Care avute l'avria sopra ogni arnese:Né in premio della
giostra l'avria messe, Comechè liberal fosse e cortese. Lungo saria chi
raccontar volesse Chi l'avea sì sprezzate e vilipese. Che 'n mezzo della strada
le lasciasse, Preda a chiunqueo innanzi o indietro andasse. 84 Di questo ho da
contarvi più di sotto: Or dirò di Grifon, ch'alia sua giunta Un paio e più di
lance trovò rotto, Menato più d'un taglio e d'una punta. Dei più cari e più
fidi al re fur otto Che quivi insieme avean lega congiunta:Gioveni, in arme
pratichi ed industri, Tutti 0 signori o di famiglie illustri. 85 Quei
rispondean nella sbarrata piazza Per un di, ad uno ad uno, a tutto '1 mondo.
Prima con lancia, e poi con spada o mazza, Fin ch'ai re di guardarli era
giocondo; E si foravan spesso la corazza; Per gioco in somma qui facean,
secondo Fan li nimici capitali; eccetto Che potea il re partirli a suo diletto.
86 Quel d'Antiochia, un UDm senza ragione, Che Martano il codardo nominosse.
Come se della forza di Grifone, Poich' era seco, partecipe fosse, Audace entrò
nel marziale agone: E poi da canto ad aspettar fermosse. Sinché finisse una battaglia
fiera Che tra duo cavalier cominciata era. 87 II Signor di Seleucia, di quelli
uno, Ch'a sostener P impresa aveano tolto, Combattendo in quel tempo con
Ombrano, Lo ferì d'una punta in mezzo 1 volto. Sì che r uccise; e pietà n'ebbe
ognuno. Perchè buon cavalier lo tenean molto; Ed oltra la boutade, il più
cortese Non era stato in tuttoquelpaese. 88 Veduto ciò, Martano ebbe paura Che
parimente a sé non avvenisse; E ritoraando nella sua natura, A pensar cominciò
come fuggisse. Grifon, che gli era appresso e navea cura, Lo spinse pur, poi
ch'assai fece e disse, Contra un gentil guerrier che s'era mosso, Come si
spinge il cane al lupo addosso; 89 Che dieci passi gli va dietro o venti E poi
si ferma, ed abbaiando guarda Come digrigni i minacciosi denti, Come negli
occhi orribil fuoco gli arda. Quivi ov' erano i principi presenti, E tanta
gente nobile e gagliarda, Fuggì lo'ncontro il timido Martano, E torse U freno e
1 capo a destra mano. 90 Pur la colpa potea dar al cavallo. Chi di scusarlo
avesse tolto il peso; Ma con la spada poi fé' sì gran fallo, Che non l'avrìa
Demostene difeso. Dì carta armato par, non di metallo:Si teme da ogni colpo
essere offeso. Fuggesi alfine, e gli ordini disturba, Ridendo intorno a lui
tutta la turba. 91 II batter delle mani, il gdo intorno Se gli levò del
popolazzo tutto. Come lupo cacciato, fé' ritomo Martano in molta fretta al suo
ridatto. Resta Grifone; e gli par dello scorno Del suo compagno esser macchiato
e brutto. Esser vorrebbe stato in mezzo il fuoco, Piuttosto che trovarsi in
questo loco. 92 Arde nel core, e fuor nel viso avvampa. Come sia tutta sua
quella vergogna; Perchè l'opere sue di quella stampa Vedere aspetta il popolo
ed agogna: Si che rifulga chiara più che lampa virtù, questa volta gli bisogna;
Ch' un' oncia, un dito sol d'error che faccia, Per la mala impressì'on parrà
sei braccia. stanza 104. 93 Già la lancia avea tolta su la coscia Grifon, eh'
errare in arme era poco uso; Spinse il cavallo a tutta briglia; e poscia Oh'
alquanto andato fu, la messe suso, E portò nel ferire estrema angoscia Al baron
di Sidonia, ch'andò giuso. Ognun maravigliando in pie si leva: Chè'l contrario
di ciò tutto attendeva. 94 Tornò Grifon con la medesma antenna, Che'ntiera e
fermi ricjvrata avea; Ed in tre pezzi la roppe alla penna Dello scudo al signor
di Lodicea. Quel per cader tre volte e quattro accenna, Che tutto steso alla
groppa giacca: Pur rilevato alfin la spada strinse, Voltò il cavallo, e ver
Grifon si spinse. 95 Grifon, che '1 vede in sella, e che non basta Si fiero
incontro perchè a terra vada, Dice fra sé: Qnel che non potè V asta, In cinque
colpi o 'n sei farà la spada:E su la tempia subito Pattasta D'un dritto tal,
che par che dal ciel cada; E un altro gli accompagna e un altro appresso, Tanto
che V ha stordito, e in terra messo. 96 Quivi erano d'Apamia duo germani,
Soliti in giostra rimaner di sopra, Tirse e Corimbo; ed ambo per le mani Del
figlio d'Olivier cadder sozzopra. gli arcion lascia allo scontro vani; Con
l'altro messa fu la spada in opra. Già per comun giudicio si tien certo Che di
costui fia della giostra il merto. 10 1 Gittaro i tronchi, e si tomaio addosso
Pieni di molto ardir coi brandi nadL Fu il pagan prima da Grìfon percosso D'un
colpo che spezzato avria gl'ìncadi. Con quel fender si vide e ferro ed osso D'un
eh' eletto s' avea tra mille scudi; E se non era doppio e fin l'arnese, Feria
la coscia ove cadendo scese. 102 Feri quel di Seleucia alla visiera Grifone a
un tempo; e fu quel colpo tanto, Che l'avria aperta e rotta, se non eraFatta,
come l'altr'arme, per incanto. Gli è un perder tempo, che'l pagan più fer Cosi
son l'arme dure in ogni canto:E 'n più parti Grifon già fessa e rotta Ha
l'armatura a lui, né perde botta. 97 Nella lizza era entrato Salinterno, Gran
di'odarro e maliscalco regio, E che di tutto '1 regno avea il governo, E di sua
mano era guerriero egregio. Costui, sdegnoso eh' un guerriero esterno Debba
portar di quella giostra il pregio, Piglia una lancia, e verso Grifon grida, E
molto minacciandolo lo sfida. 103 Ognun pò tea veder quanto di sotto Il signor
di Seleucia era a Grifone:E se partir non li fa il re di botto, Quel che sta
peggio, la vita vi pone. Fe'Norandino alla sua guardia motto Ch' entrasse a
distaccar 1' aspra tenzone. Quindi fu l'uno e quindi V altro tratto; E fu
lodato il re di si buon atto. 98 Ma quel con un lancion gli fa risposta, avea
per lo miglior fra dieci eletto; E per non far error, lo scudo apposta, E via
lo passa e la corazza e '1 petto. Passa il ferro crudel tra costa e costa, E
fuor pel tergo un palmo esce di netto. n colpo, eccetto al re, fu a tutti caro;
Ch'ognuno odiava Salinterno avaro. 99 Grifone, appresso a questi, in terra
getta Duo di Damasco, Ermofilo e Carmondo:La milizia del re dal primo è retta;
Del mar grande almiraglio è quel secondo. Liscia allo scontro l'un la sella in
fretta; Addosso all'altro si riversa il pondo Del rio destrier, che sostener
non puote L'alto valor con che Grifon percuote. 100 II signor di Seleucia ancor
restava, Miglior guerrier di tutti gli altri sette; E ben la sua possanza
accompagnava Con destrier buono e con arme perfette. Dove dell' elmo la vista
si chiava, L'asta allo scontro l'uno e l'altro mette:Pur Grifon maggior colpo
al pagan diede. Che lo fé' staffeggiar dal manco piede. 104 Gli otto che dianzi
avean col mondo impresa, E non potuto durar poi contra uno, Avendo mal la parte
lor difesa, Usciti eran del campo ad uno ad uno. Gli altri eh' eran venuti a
lor contesa, Quivi restar senza contrasto alcuno, Avendo lor Grifon, solo,
interrotto Quel che tutti essi avean da far contra otto. 105 E durò quella
festa cosi poco, Ch'in men d'.un'ora il tutto fatto s'era: Ma Norandin, per far
pia lungo il giuoco E per continuarlo infino a sera, Dal palco scese, e fé'
sgombrare il loco. E poi divise in due la grossa schìefa; Indi, secondo il sangue
e la lor prova, Gli andò accoppiando, e fé' una giostra nova. 106 Grifone
intanto avea fatto ritomo Alla sua stanza, pien d'ira e di rabbia:E più gli
preme di Martan lo scorno, Che non giova l'onor ch'esso vinto abbia. Quivi per
tor l'obbrobrio eh' avea intorno, Martano adopra le mendaci labbia: E r astuta
e bugiarda meretrice, Come meglio sape, gli era adiutrice. 107 0 8i 0 no che '1
gioYin gli credesse, Par la scusa accettò, come discreto; E pel suo meglio
allora allora elesse Quindi levarsi tacito e secreto, Per tema che, se '1
popolo vedesse Martano comparir, non stesse cheto. Cosi per una via nascosa e
corta Uscirò al cammin lor fuor della porta. 108 Grifone, o ch'egli o che'l
cavallofoss:Stanco, 0 gravasse il sonno pur le ciglia, Al primo albergo che
trovar, fermosse. Che non erano andati oltre a lua miglia. Si trasse Telmo, e
tutto dir mosse, E trar fece a cavalli e seli e briglia; E poi serrossi in
camera soleUo, E nudo per dormire entrò nel letto. 109 Non ebbe cosi tosto il
capo basso, Che chiuse gli occhi, e fa dal sonno oppresso Così profondamente,
che mai tasso Né ghiro mai s'addormentò quant'esso. Martano intanto ed
Orrigille a spasso Eutraro in un giardin oh' era li appresso; Ed un inganno
ordir, che fa il più strano Che mai cadesse in sentimento umano. 110 Martano
disegnò tórre il destriero, I panni e Parme che Grifon s'ha tratte; E andare
innanzi al re pel cavaliere Che tante prove avea giostrando fatte. L'effetto ne
seguì, fatto il pensiero:Tolle il destrier più candido che latte, Scudo e cimiero
ed arme e sopravveste, E tutte di Grifon l'insegne veste. Ili Con gli scudieri
e con la donna, dove Era il popolo ancora, in piazza venne; E giunse a tempo
che finian le prove Di girar spade, e d'arrestar antenne. Comanda il re che '1
cavalier si trove, Che per cimier avea le bianche penne, Bianche le vesti, e
bianco il corridore; Che '1 nome non sapea del vincitore. 112 Colui ch'indosso
il non suo cuoio aveva, Come l'asino già quel del leone, Chiamato se n' andò,
come attendeva, Norandino, in loco di Grifone. Quel re cortese incontro se gli
leva. L'abbraccia e bacia, e allato se lo pone; Né gli basta onorarlo e dargli
loda. vuol che'l suo valor per tutto s'oda. 113 E fa gridarlo al suon degli
oricalchi Vincitor della giostra di quel giorno. L'alta voce ne va per tutti i
palchi, Che '1 nome indegno udir fa d'ogn' intorno. Seco il re vuol eh' a par a
par cavalchi, Quando al palazzo suo poi fa ritorno; E di sua grazia tanto gli
comparte, Che basteria, se fosse Ercole o Marte. 114 Bello ed ornato alloggiamento
dielli In corte, ed onorar fece con lui Orrigille anco; e nobili donzelli Mandò
con essa, e cavalieri sui. Ma tempo è eh' anco di Grifon favelli, Il qua!, né
dal compagno né d'altrui Temendo inganno, addormentato s'era, Né mai si
risvegliò fin alla sera. 116 Poi che fu desto, e che dell'ora tarda S' accòrse,
uscì di camera con fretta, il falso cognato e la bugiarda Orrigille lasciò con
l'altra setta: E quando non li trova, e che riguarda Non v' esser l'arme né i
panni, sospetta; Ma il veder poi più sospettoso il fece L'insegne del compagno
in quella vece. 116 Sopravvien l'oste, e di colui l'informa Che, già gran
pezzo, di bianch'arme adorno Con la donna e col resto della torma Avea nella
città fatto ritomp. Trova Grifone a poco a poco l'orma Ch'ascosa gli avea Amor
fin a quel giorno; E con suo gran dolor vede esser quello Adulter d'Orrigille,
e non fratello. 117 Di sua sciocchezza indamo ora si duole. Ch'avendo il ver
dal peregrino udito. Lasciato mutar s'abbia alle parole Di chi l'avea più volt"
già tradito. Vendicar si potea, né seppe: or vuole L'inimico punir, che gli é
fuggito; Ed è constretto con troppo gran fallo, A tor di quel vii uom l'arme e
'1 cavallo. 118 Eragli meglio andar senz'arme e nudo. Che porsi indosso la
corazza indegna, 0 ch'imbracciar l'abbominato scudo. 0 por su l'elmo la beffata
insegna:Ma, per seguir la meretrice e '1 drudo, Bagione in lui pari al desio
non regna. A tempo venne alla città, ch'ancora Il giorno avea quasi di vivo
un'ora. 119 Presso alla porta ove Grifon venia, Siede a sinistra un splendido
castello, Che, più che forte e eh' a guerra atto sia, Di ricche stanze è
accomodato e hello. I re, i signori, i primi di Sorìa Con alte donne in nn
gentil drappello Celehravtno quivi in loggia amena, La real, sontuosa e lieta
cena. 120 La hella loggia sopra '1 muro usciva Con Talta rocca fuor della
cittade; E lungo tratto di lontan scopriva I larghi campi e le diverse strade.
Or che Grifon verso la porta arriva Con quell'arme d'ohhrohrio e di viltade,
con non troppa avventurosa sorte Dal re veduto e da tutta la corte: 121 E
riputato quel di ch'avea insegna, Mosse le donne e i cavalieri a riso. II vii
Martano, come quel che regna In gran favor, dopo '1 re èl primo assiso, E
presso a lui la donna di sé degna. Dai quali Norandin con lieto viso Volse
saper chi fosse quel codardo, Che cosi avea al suo onor poco riguardo; 122 Che
dopo una sì trista e hrutta prova. Con tanta fronte or gli tornava innante.
Dicea; Questa mi par cosa assai nova, Ch' essendo voi guerrier degno e
prestante, Costui compagno ahhiate, che non trova. Di viltà pari in terra di
Levante. Il fate forse per mostrar maggiore, Per tal contrario, il vostro alto
valore. 123 Ma hen vi giuro per gli eterni Dei, Che se non fosse eh' io
riguardo a vui, La puhhlica ignominia gli farei, Ch'io soglio fare agli altri
pari a lui. Perpetua ricordanza gli darei. Come ognor di viltà nimico fui. Ma
sappia, s' impunito se ne parte, Grado a voi che'l menaste in questa parte. 124
Colui che fu di tutti i vizj il vaso, Rispose: Alto signor, dir non sapria Chi
sia costui; ch'io l'ho trovato a caso.Venendo d'Aniiochia, in su la via. Il suo
sembiante m'avea persuaso Che fosse degno di mia compagnia; Ch'intesa non
n'avea prova né vista, Se non quella che fece oggi assai trista: 125 La qual mi
spiacque si, che restò poco Che, per punir l'estrema sua viltade, Non gli
facessi allora allora nn gioco, Che non toccasse più lance né spade. Ma ebbi,
più eh' a lui, rispetto al loco, E riverenzia a vostra maestade. Né per me
voglio che gli sia guadagno L'essermi stato uu giorno o dua compagno: Di che
contaminato anco esser panne; E sopra il cor mi sarà etemo peso, Se, con
vergogna del mestier dell'arme. Io lo vedrò da noi partire illeso: E meglio che
lasciarlo, satisfanne Potrete, se sarà da im merlo impeso; E fia lodevol opra e
signorile. Perch'ei sia esempio e specchio ad ogni rile. 127 Al detto suo
Martano Orrigille ave, Senza accennar, confermatrice presta. Non son, rispose
il re, l'opre sì prave, Ch'ai mio parer v'abbia d'andar la testa. Voglio, per
pena del peccato grave, Che sol rinnovi al popolo la festa:E tosto a un suo
baron, che fé' venire, Impose quanto avesse ad eseguire. 1 28 Quel baron molti
armati seco tolse, Ed alla porta della terra scese; E quivi con silenzio li
raccolse,E la venuta di Grifone attese: E nell' entrar sì d'improvviso il
colse, Che fra i duo ponti a salvamento il prese; E lo ritenne con beffe e con
scorno In una oscura stanza insino al giorno. 129 II Sole appena avea il dorato
crine Tolto di grembo alla nutrice antica, E cominciava dalle piagge alpine A
cacciar l'ombre, e far la cima aprica; Quando temendo il vii Martan, ch'alfine
Grifone ardito la sua causa dica, E ritorni la colpa ond'era uscita, Tolse
licenzia, e fece indi partita, 130 Trovando idonea scusa al priego regio, Che
non stia allo spettacolo ordinato. Altri doni gli avea fatto, col pregio Della
non sua vittoria, il signor grato; E sopra tutto un ampio privilegio, Dov'era
d'alti onori al sommo ornato. Lasciaralo andar; ch'io vi prometto certo, Che la
mercede avrà secondo il merto. 131 Fu Qrifon tratto a gran vergogna in piazza,
Quando più sì trovò piena di gente. Gli ayean levato Telmo e la corazza, £
lasciato in farsetto assai vilmente; £ come il conducessero alla mazza, Posto r
avean sopra un carro eminente,Che lento lento tiravan due vacche Dalunga fame
attenuate e fiacche. 132 Venìan d'intorno alla ignobil quadriga Vecchie
sfacciate e disoneste putte, Di che n'era una ed or un'altra auriga, E con gran
biasmo Io mordeano tutte. Lo iK)neano i fanciulli in maggior briga, Che, oltre
le parole infami e brutte, L' avrian coi sassi insino a morte offeso, Se dai
più saggi non era difeso.138 L'arme che del suo male erano state Cagì'on, che
di lui fér non vero indicio, Dalla coda del carro strascinate, Patian nel fango
debito supplicio. Le ruote innanzi a untribunal fermate, Gli fero udir
dell'altrui maleficio La sua ignominia, che 'n sugli occhi detta Gli fu,
gridando un pubblico trombetta. 134 Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto
Dinanzi a templi, ad officine e a case, Dove alcun nome scellerato e brutto,
Che non gli fosse detto, non rimase. Fuor della terra all'ultimo condutto Fu
dalla turba, che si persuase Bandirlo e cacciare indi a suon di busse, Non
conoscendo ben clii egli si fusse. 185 Si tosto appena gli sferraro i piedi, £
liberargli V una e l'altra mano, Che tor lo scudo, ed impugnar gli vedi La
spada che rigò gran pezzo il piano. Non ebbe contra sé lance né spiedi; Che
senz'arme venia '1 popolo insano. Neil' altro Canto differisco il resto; Che
tempo é omai, signor, di finir questo. N o TB. St. 1. V.78. Mario e Siila:
troppo noti, perchè qui s'abbia a parlare delle guerre civili, delle stragi e
delleproscrizioni, onde travagliarono Roma. E duo Neroni: uno fu Tiberio,
infame per Tuccisione dei ni poti, per Tassassinio dei più specchiati
cittadini, e per ogni maniera di crudeltà. L'altro era Domizio, della gente
Claudia, il qualespense barbaramente la madre, il precettore, la moglie; e si
bruttò di nequizie che fanno orrore a ridirle. Caio furilondo: Caligola, cioè, di
cui non si sa qual fosse maggiore, se la crudeltà o la stoltezza; basti
accennare che divinizzò il suo cavallo, e bramava che il popolo romano avesse
una sola testa,per poterlo decapitare. St. 2. V.18. Domiziano: crudelissimo e
vanitoso fino alla puerilità; perseguitò acerbamente i cristiani, e tolse la T
ita a non pochi senatori per motivi i più frivoli. V ultimo Antonino: Marco
Antonino, figlio spurio di Caracalla, più conosciuto sotto il nome di Elio
gabalo. Stupido di mente, creava un senato di femmine:bestiale nella
superstizione, faceva scannare fanciulli per conoscere l'avvenire dalle loro
viscere fumanti. Massimino: figlio d'un pastore di Tracia, fu prode nel '
A&IOSTO.Tarmi, ma coi sudditi inumano. Creonte: fratello di Giocasta,
usurpò il trono di Tebe dovuto ai suoi nipoti Eteocle e Polinice, incitandoli a
tanta discordia, che Tun Taltro si uccisero. Mezemio: uno dei Lucumoni
etruschi; teneva il seggio in Cere, detta dai Latini Al sium dai Greci Agylla.
Spietato cosi che toglieva agli nomini la vita, facendoli legare strettamente
a'cada veri, e lasciandoli morire nella putredine. Àgli Unni, ai Longobardi, ai
Goti. Circa il 420 dell' Era volgare, gli Unni discesero in Italia, desolando
intiere Provincie, con rapine, con ferro, con ftioco. Nel 488, Teodorico, re
degli Ostrogoti, invase la penisola con gagliardo eser cito, e vi stabili il
regno de' Goti che durò 64 anni, di sastrosissimi per le guerre accese
dall'ambizione degl'im peratori di Costantinopoli. All'oppressione gotica,
tenne dietro, nel 568, quella dei Longobardi, guidati dal fei'oce Alboino; e
nei circa due secoli di quel regno, la maggiorparte d'Italia soggiacque alla
tirannide dei molti duchi ai quali era partitamente infeudata. St. 3. V.12.
Attila fu il conduttore degli Unni, e cosi funesto all'Italia, che si meritò
d'esser detto Fla gello di Dio. Ezzelin da Romano tribolava, nel se colo XIII,
le Provincie di Verona, diVicenza e di Pa dova eon ferrea dominazione.St. 4.
V.14. A CM" non par, ecc. Parlasi deiram bizioso Giulio II ohe, dopo perJata
la giornata di Ra venna, chiamò gli Svizzeri, onde si rinnovarono i disa
stridellagaerra e lo spargimento del sangue italiano. Ivi. V.58. Di Trasinheno,
eee. Vuol dire che la piena sconfitta data da Annibale alle legioni romane
sulla Trebbia non lungi da Piacenza, ripetuta sul lago Trasimeno vicinoa
Perugia, e la rotta ch'ebbero ancora i Romani a Canne presso Barletta in Terra
di Bari, fu rono cosa lieve a confronto della strage prodotta dai fatti d'arme,
avvenutinel secolo XVI fra Italiani e stra nieri, in Lombardia e in Romagna,
presso i fiumi no minati nel testo. St. U. V.5. Scoglio o ScoIta: la pelle che
le serpi mutano alla nuova stagione. St. 19. V.6. Acque lanfe, o nanfe: acque
odorose. St. 27. v.2. Nel Carpano iniquo. Mare Carpazio dissero gli antichi
quel pericoloso tratto eh' è nelle vi cinanze di Scarpanto, isola
dell'arcipelago chiamata dai Greci CarpathoSf e situata fra Candia e Rodi. .T.
29. V.3. Orco: chimera o mostro immaginario, come Befana, Biliorsa, di che sono
piene le fole delle donnicciuole e del volgo in molte parti d'Italia. Il poeta
contrappose questa favolosa invenzione al Polifemo di Omero e di Virgilio, e,
se non vinse la gara, certamente non ne rimase secondo. St. 36. V.8. Sarpar lor
ferri: scioglier l'ancore, salparle. Sarte, sartie, sarchio, si dicono 1
cordami con che si assicurano gli alberi della nave St. 59. V.6. Mola, macina:
qui significa i denti dell'Orco che stritolavano come una macina St. 64. V.5.
Inarra:viene da arra o caparra, e vale 8'ohUiga per voto. St. 65. V.27. Simo:
che ha il naso schiacciato; voce latina. Satalia: città della Caramania sul
golfo omonimo. S T. 68. v.3. Calende et Idi: modo proverbiale di esprimere la
duratadi varii mesi. Calende, presso gli antichi, si chiamavano i primi giorni
di ciascan mese: Idi, i terzodecimi di alcuni mesi.e di altri i qniotodeeittL
St. 78. v.46. E fé' del resto dono. Aoceniuisi U donazione che dicesi fatta di
Costantino a papa Silre stro. Fattolo ed Ermo, ecc. lì Fattolo, influente
d" l'Ermo che mette foce nell'Ai'Cipelago, scorre tuttora fra le rovine
dell'antica Sardi, famosa cittài della Lidia, capitale del regno di Creso,
rinomato per le sae riechesze. Quei due fiumi, le cui arene si credette altre
volte por tare dell'oro, hanno oggi il nome di SUirjtbat; e la splendida Sardi
non è pid che un miserabile villaggio. detto dai Turchi Satt. Migdonia: tre
Provincie di questo nome additansi dai geografi in diversi laogki: U Poeta, che
la nomina insieme con la Lidia, ha verosi milmente inteso la Migdonia che
Solino pone in Frìg:ìa dell'Asia Minore. St. 79. Allude a Leone X (Gio. de'
Medici). St. 87. V.1. SeUucia: cittài di Scria, presso la foce dell' Oronte; e
fu detta Seleucia Pieria per distinguerla da altre quattro che avevano lo
stesso nome. St. 93. V.6. Sidonia: la Sidone dei Fenicj, oggi Saida, St. 94.
V.4. Lodicea: quella che gli antichi dissero Laodieea ad mare; ora chiamasi
Latakia, e ai yeàr col nome di Lizza nella St. 74, v.7 del Canto sedente. St.
96. V.1. Apamia: Apamea, situata fra Antio chia ed Epifania, la quale ultima i
Turchi chiamano Hamah. St. 97. V.2. Gran diodarro: voce araba equiva lente a
ministro. St. 112. V.2. Si allude all'apologo di Luciano sol ciuco, che
vestitosi della pelle di un leone, spaventò gli altri animali, finché
riconosciuto alle orecchie, fu bea punito della sua stolta temerità. St. 115.
V.4. Setta: compagnia, seguito. St. 129. V.2 Quasi tatti intendono per questa
nu trice la terra; ma veramente è il mare, immeiimato dai poeti antichi con
Tetide la moglie dell Oceano. Si credeva che dall' acqua avessero orìgine e
nutrimeato tutte le cose, persino le stelle, il sole. Giifijfifl recni>.ni
l'onore tiliojrii,]a iraHatio. i' fo.riii \hu pu nito da Nuraiidiiio.
Saiisftiierto "d Antolfu s'imbattono in Mar fin,, e tiitii tre vaniio a
Diuiisra per asintere ad ima pioatra I?.v3i(hta per onorare Grifone Colà Marfla
riconost!tì per sua 1 arttiatnra destinata fi premio i3ol vincitore,e la vi)
ole. Tur iKisi (juindi la ftì'ta. ma poi si iricompone a calma: larmatura è
data pacìficamente a Mìirfl?ia, e i tie puerritri pai tono per KraiKia.
J?i>ilonioiite, avvisato ch<? Doralict plì patata tolta dà Mandrikartio,
esce di Pari fri jier vciidit'arui del rapitole. I Mtri ctHlouo al valore ili
Rinaldo che lillfl fine yctide Dardindlo. Cloridano e Mecloio trasportano il
cadavere del kno sipioie lajsrnaulmo Siernore, bgnì vostro atto Hu sempre con
ragion Kuidatù e laudo; BpiieLè e li ruzzo sril ilnro e mal atto Gran \\a.i\e
della gUrià io \ì defraudo. Ma più dtdr altre una virtù nrUa t rutto, A cui coi
core e con la liiiyfuii a)ij>laudo; Che s' ognun trova In voi ben Errata
udìeiiia Ncm vi truva pere fadl tTeilena. Spesso in diffcjia del biasniato
absrnte Intliir vi sento mm ed mi' altra snisa, 0 riserbargli almen, finché
presente Sna causa dica, T altra orecchia chiusa: E sempre, prima che dannar la
gente, Vederla in faccia, e udir la ragion eh' usa:Difterir anco a giorni e
mesi ed anni, Prima che giudicar negli altrui danni. Se Norandino il simil
fatto avesse, Patto a Grifon non avria quel che fece A voi ntile e onor sempre
successe: Denigrò sua fama egli più che pece. Per lui sue genti a morte furon
messe; Che fé' Grifone in dieci tagli eindiece Punte, che trasse pien d'ira e
hizzarro, Che trenta ne cascaro appresso al carro. Van gli altri in rotta ove
il timor li caocù. Chi qna, chi là pei campi e per le strade; E chi d'entrar
nella città procaccia. E r un su r altro nella porta cade. Grifon non fa parole
e non minaccia; Ma j lasciando lontana ogni pietade, Mena tra il vulgo inerte
il ferro intorno, E gran vendetta fa d'ogni suo scorno. stanza 4. Di quei che
primi giunsero alla porta, Che le piante a levarsi ebbeno pronte. Parte, al
bisogno suo molto più accorta Che degli amici, alzò subito il ponte:Piangendo
parte, o con la faccia smorta, Fuggendo andò senza mai volger fronte; E nella
terra per tutte le bande Levò grido e tumulto e rumor grande. Grifon gagliardo
duo ne piglia in quella Che'l ponte si levò per lor sciagura. Sparge dell'uno
al campo le cervella; Che lo percuote ad una cote dura:Prende l'altro nel petto,
e l'arrandeila In mezzo alla città sopra le mura. Scorse per l'ossa ai
terrazzani il gelo, Quando vider colui venir dal cielo. 7 Pur molti che temer
che '1 fier Grifone Sopra le mura avesse preso un salto. Non vi sarebbe più
confusione, S' a Damasco il Soldan desse V assalto. Un muover d'arme, un correr
di persone, E di talacimanni un gridar d'alto,Editamburi un suon misto e di
trombe Il mondo assorda, eU ciel par ne rimhombe. 8 Ma voglio a un'altra volta
differire A ricontar ciò che di questo avvenne. Del buon re Carlo mi convien
seguire, Che contra Rodomonte in fretta venne, Il qual le genti gli facea
morire. 10 vi dissi ch'ai re compagnia tenne 11 gran Danese e Namo ed Oliviero
E A vino e Avolio e Otone e Berlingiero. 9 Otto scontri di lance, che da forza
Di tali otto guerrier cacciati fóro. Sostenne a un tempo la scagliosa scorza Di
eh' avca armato il petto il crudo moro. Come legno si drizza, poiché l'orza
Lenta il nocchier che crescer sente il Coro; Così presto rizzossi Rodomonte Dai
colpi che gittar doveano un monte. 10 Guido, Ranier, RicarJo, Salamone,
Ganellon traditor, Turpin fedele, Angioliero, Angiolino, Ughetto, Ivone, Marco
e Matteo dal pian di Sin Michele, E gli otto di che dianzi fei menzione, Son
tutti intorno al S.iracin crudele, Arimanno e Odoardo d'Inghilterra, Ch'
entrati eran pur dianzi nella terra. 11 Non così freme in su lo scoglio alpino
Di ben fondata ròcca alta parete, Quando il furor di Borea o di Garbino Svelle
dai monti il frassino e l'abete; Come freme d'orgoglio il Saracino, Di sdegno
acceso e di sanguigna sete:E com' a un tempo è il tuono e la saetta, Cosi l'ira
dell' empio e la vendetta. 12 Mena alla testa a quel che gli è più presso, Che
gli è il misero Ughetto di Dordona: Lo pone in terra ins'no ai denti fesso,
Comechè l'elmo era di tempra buona. Percosso fu tutto in un tempo anch'esso Da
molti colpi in tutta la persona:Ma non gli fan più eh' all' incude l'ago, Si
duro intorno ha lo scaglioso drago. 13 Furo tutti i ripar, fu la cittade
D'intorno intorno abbandonata tutta; Che la gente alla piazza, dove accade
Maggior bisogno, Carlo avea ridutta. Corre alla piazza da tutte le strade La
turba, a chi il fugijir si poco frutta. La persona del re sì i cori accende,
Ch' ognun prend'arme, ognuno animo prende. stanza 6. 14 Come se dentro a ben
rinchiusa gabbia D'antiqua leonessa usata in guerra, Perch' averne piacere il
popol abbia. Talvolta il tauro indomito si serra; I leonciu che vegjion per la
sabbia Come altiero e mugliando animoso erra, E veder si gran corna non son
usi, Stanno da parte timidi e confusi: 15 Ma se la fiera madre a quel si
lancia, E nell' orecchio attacca il crudel dente, Vogliono anchessi insanguinar
la guancia, E vengono in soccorso arditamente; Chi morde al tauro il dosso, e
chi la pancia: Cosi contra il pagan fa quella gente: Da tetti e da finestre e
più d'appresso Sopra gli piove un nembo d'arme e spesso. 16 Dei cavalieri e
della fanteria Tanta è la calca, eh' appena vi cape. La turba che vi vien per
ogni via, V'abbonda ad or ad or spesso com'ape; Che quando, disarmata e nuda,
sia Più facile a tagliar che torsi o rape, Non la potria, legata a monte a
monte, In venti giorni spenger Rodomonte. 17 Al pagan, che non sa come ne possa
Venir a capo, ornai quel giuoco incresce. Poco, per far di mille o di più rossa
La terra intomo, il popolo discresce. Il fiato tuttavia più se gì' ingrossa; Sì
che comprende alfin che, se non ece Or e' ha vigore e in tutto il corpo è sano.
Vorrà da tempo uscir, che sarà invano. 18 Rivolge gli occhi orribili, e pon
mente Che d'ogn' intomo sta chiusa l'uscita: Ma con mina d'infinita gente
L'aprirà tosto, e la farà spedita. Ecco, vibrando la spada tagliente, Che vien
quell'empio, ove il furor lo'nviti. Ad assalire il nuovo stuol britanno, Che vi
trasse Odoardo ed Arimanno. Stanza 18. 19 Clii ha visto in piazza a rompere
steccato, A cui la folta turba ondeggi intomo, Immansueto tauro accaneggiato,
Stimulato e percosso tutto il giorno, Che '1 popol se ne fugge spaventato, Ed
egli or questo or quel leva sul corno; Pensi che tale o più terribil fosse Il
crudele African quando si mosse. 21 Della piazza si vede in guisa tórre, Che
non si può notar ch'abbia paura; Ma tuttavolta col pensier discorre Dove sia
per uscir via più sicura. Capita alfiu dove la Senna corre Sotto all'isola, e
va fuor delle mura. La gente d'arme e il popol fatto audace Lo stringe e
incalza, e gir noi lascia in pace. 20 Quindici o venti ne tagliò a traverso,
Altri tanti lasciò del capo tronchi, Ciascun d'un colpo sol dritto o riverso;
Che viti 0 salci par che poti e tronchi:Tutto di sangue il fier pagano asperso,
Lasciando capi fessi e bracci monchi, E spalle e gambe ed altre membra sparte,
Ovimque il passo volga, alfin si parte. 22 Qual per le selve nomade o massile
Cacciata va la generosa belva, Ch' ancor fuggendo mostra il cor gentile, E
minacciosa e lenta si riusciva; Tal Rodomonte, in nessun atto vile, Da strana
circondato e fiera selva D'aste e di spade e di volanti dardi, Si tira al fiume
a passi lunghi e tardi. 23 E sì tre volte e più V ira il sospinse, Ch'
essendone già fuor, vi tornò in mezzo, Ove di sangue la spada ritinse, E più di
cento ne levò di mezzo. Ma la ragion alfin la rabbia vinse Di non far si eh' a
Dio n'andasse il lezzo; E dalla ripa,permigliorconsiglio,Si gittò all'acqua, e
usci di gran periglio. 21: Con tutte l'arme andò per mezzo l'acque, Come s'
intorno avesse tante galle. Africa, in te pare a costui non nacque, Benché d'
Anteo ti vanti e d'Anniballe. Poi che fìi giunto a proda, gli dispiacque, Che
si vide restar dopo le spalle Quella città ch'avea trascorsa tutta, E non
l'avea tutt'arsa, né distrutta. .25 E si lo rode la superbia e l'ira, Che, per
tornarvi un'altra volta, guarda, E di profondo cor geme e sospira, Né vuoine
uscir, che non la spiani ed arda. Ma lungo il fiume, in questa furia, mira
Venir chi l'odio estingue, e l'ira tarda. Chi fosse io vi farò ben tosto udire;
Ma prima un'altra cosa v'ho da dire. 26 Io v'ho da dir della Discordia altiera,
A cui l'angel Michele avea commesso Ch' a battaglia accendesse e a lite fiera
Quei che più forti avea Agramante appresso Usci de' frati la medesma sera,
Avendo altrui l'ufficio suo commesso:Lasciò la Fraude a guerreggiare il loco,
Finché tornasse, e a mantenervi il foco. 27 E le parve ch'andria con più
possanza. Se la Superbia ancor seco menasse: E perché stavan tutte in una
stanza, Non fu bisogno eh' a cercar l'andasse. La Superbia v'andò, ma non che
sanza La sua vicaria il monaster lasciasse:Per pochi dìchecredea stame absente,
Lasciò l'Ipocrisia locotenente. 28 L'implacabil Discordia in compagnia Della Superbia
si messe in cammino, E ritrovò che la medesma via Facea, per gire al campo
Saracino, L'afflitta e sconsolata Gelosia; £ venia seco un nano piccolino, n
qual mandava Doralice bella Al re di Sarza a dar di sé novella, 29 Quando ella
venne a Maudricardo in mano (Ch'io v'ho già raccontato e come e dove),
Tacitamente avea commesso al nano, Che ne portasse a questo re le nuove. Ella
sperò che noi saprebbe invano, Ma che far si vedria mirabil prove, Per riaverla
con crudel vendetta Da quel ladron che gli l'avea intercetta. Scanza 22. 30 La
Gelosia quel nano avea trovato; E la cagion del suo venir compresa, A camminar
se gli era messa a lato. Parendo d'aver luogo a questa impresa. Alla Discordia
ritrovar fu grato La Gelosia; ma più quando ebbe intesa La cagion del venir,
che le potea Molto valere in quel che far volea. 31 D'inimicar con Rodomonte il
figlio Del re Agrican le pare aver suggetto; Troverà a sdegnar gli altri altro
consiglio; • A sdegnar questi duo questo è perfetto. Col nano se ne vien dove
l'artiglio Del fier pagano avea Parigi astretto; E capitare appunto in su la
riva, Quando il crudel del fiume a nuoto usciva. Tosto che Hconobbe Rodomonte,
Costui della sua donna esser messaggio, Estinse ogn'ira, e serenò la frónte, E
si senti brillar deatro il coraggio. Ogn altra cosa aspetta che gli conte,
Prima eh' alcuno abbia a lei fatto oltraggio. Va contra il nano, e lieto li
domanda: Ch'è della donna nostra? ove ti manda? Stanza 34. 35 Come la tigre,
poich' invan discende Nel vóto albergo, e per tutto s' aggira, E i cari figli
air ultimo comprende Essergli tolti, avvampa di tant' ira, A tanta rabbia, a
tal furor s'estende, Che né a monte, né a rio, né a notte mir Né lunga via né
grandine raffrena L'odio che dietro al predator la mena:36 Così furendo il Saracin
bizzarro, Si volge al nano, e dice: Or là t' invia; E non aspetta né destrier
né carro, E non fa motto alla sua compagaia. Va con più fretta che non va il
ramarro, Quando il ciel arde, a traversar la via. Destrier non ha; ma il primo
tor disegna. Sia di chi vuol, eh' ad incontrar lo vegna. Il La Discordia,
ch'udì questo pensiero. Guardò, ridendo, la Superbia, e disse Che volea gire a
trovare un destriero Che gli apportasse altre contese e risse; E far volea
sgombrar tutto il sentiero, Ch'altro che quello in man non gli venisse; E già
pensato avea dovetrovarlo. Ma costei lascio, e tomo a dir di Carlo. 38 Poich'ai
partir dei Saiacin si eatinse Carlo d'intorno il periglioso fuoco. Tutte le
genti all'ordine ristrinse. Lascionne parte in qualche debol loco:il resto ai
Saracini spinse, Per dar lor scacco, e guadagnarsi il giuoco: E li mandò per
ogni porta fuore, Da San Germano iufin a San Vittore. 33 Rispose il nano: Né
più tua né mia Donna dirò quella ch'é serva altrui. Ieri scontrammo un cavalier
per via, Che ne la tolse, e la menò con lui. A quello annunzio entrò la
Gelosia, Fredda com'aspe, ed abbracciò costui. Seguita il nano, e narragli in
che guisa Un sol l' ha presa, e la sua gente uccisa. 34 L'acciaio allora la
Discordia prese, E la pietra focaia, e picchiò un poco, E l'esca sotto la
Superbia stese, E fu attaccato in un momento il foco; E si di questo l'anima
s'accese Del Saracin, che non trovava loco; Sospira e freme con si orribil
faccia, Che gli elementi e tutto il ciel minaccia. 39 E comandò eh' a porta San
Marcello, Dov'era gran spianata di campagna, Aspettasse l'un l'altro, e in un
drappello Si ragunasse tutta la compagna: Quindi animando ognuno a far macello
Tal, che sempre ricordo ne rimagna, Ai lor ordini andar fé' le bandiere, E di
battaglia dar segno alle schiere.40II re Agramante in questo mezzo in sella.
Malgrado dei Cristian, rimesso s'era; E con l'innamorato d'Isabella Facea
battaglia perigliosa e fiera:Col re Sobrin Lurcanio si martella: Rinaldo
incontra avea tutta una schiera, E con virtude e con fortuna molta L'urta,
l'apre, ruina e mette in volta. Stanza SS. 41 Essendo la battaglia in qnesto
stato, L'imperatore assalse il retrogiiardo Dal canto ove Marsilio avea fermato
Il fior di Spagna intomo al suo stendardo. Con fanti in mezzo e cavalieri a
lato, Re Carlo spinse il suo popol gagliardo Con tal rumor di timpani e di
trombe. Ohe tutto '1 mondo par che ne rimbomhe. 4S Oominciavan le schiere a
ritirarse De'Saracini, e si sarebbon vòlte Tutte a fuggir, spezzate, rotte e
sparse, Per mai più non potere esser raccolte; Ma '1 re Grandonio e Falsiron
comparse, Che stati in maggior briga eran più volte. E Balugante e Serpentin
feroce, E Ferraù che lor dicea a gran voce:4."J Ah, dicea, valentuomini,
ah compagni, Ah fratelli; tenete il luogo vostro: I nimici faranno opra di
ragni, Se non manchiamo noi del dover nostro. Guardate l'alto onor, gli ampli
guadagni Che fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro; Guardate la vergogna e il
danno estremo Che, essendo vinti, a patir sempre avremo. 44 Tolto in quel tempo
una gran lancia avea, E centra Berlinghìer venne di botto, Che sopra TArgaliffa
combattea, E l'elmo nella fronte gli avea rotto: GittoUo in terra, e con la
spada rea Appresso a lui ne fé' cader forse otto, Per ogni botta almanco, che
disserra, Cader fa sempre un cavaliero in terra. 47 Del re della Zumara non si
scorda Il nobil Dardinel figlio d'Almonte, Che con Li lancia Uberto da
Mirforda, Claudio dal Bosco, Elio e Dulfin dal Monte. E con la spada Anselmo da
Stanforda, E da Londra Raimondo e Pinamonte Getta per terra (ed erano pur
forti), Dui storditi, un piagato, e quattro morti. 48 Ma con tutto '1 valor che
di sé mostra, Non. può tener sì ferma la sua gente. Si ferma, ch'aspettar
voglia la nostra Di numero minor, ma più valente. Ha più ragion di spada e più
di giostra . E d'ogni cosa a guerra appartenente. Fugge la gente Maura, di
Zumara, Di Setta, di Marocco e di Canara.Stanza 44, 45 In altra parte ucciso
avea Rinaldo Tanti pagan, eli' io non potrei contarli. Dinanzi a lui uni stava
ordine saldo:Vedreste piazza in tutto '1 campo darli. Non men Zerbin, non men
Lurcanio è caldo; Per modo fan, eh' ognun sempre ne parli:Questo di punta avea
Balastro ucciso, E quello a Finadurl'elmodiviso. 46 L'esercito d'Alzerbe avea
il primiero, Che poco innanzi aver solca Tardocco; L'altro tenea sopra le
squadre impero Di Zamor e di Saffi e di Marocco. Non è trji gli Africani un
cavaliero Che di lancia ferir sappia o di stocco? Mi si potrebbe dir: ma passo
passo Nessun di gloria degno addietro lasso. 49 Ma più degli altri fiiggon quei
d'AlzerU" A cui s'oppose il nobil giovinetto; Ed or con prieghi, or con
parole acerbo lor cerca l'animo nel petto. S' Almonte meritò eh' in voi sì
serbe Di lui memoria, or ne vedrò l'effetto: 10 vedrò (dicea lor) se me, suo
figlio, Lasciar vorrete in cosi gran periglio. 50 State, vi priego. per mia
verde etade, In cui solete aver si larga speme:Deh non vogliate andar per fi]
di spade, Ch'in Africa non tomi di noi .seme. Per tutto ne saran chiuse le
strade, Se non andiam raccolti e stretti insieme: Troppo alto muro e troppo
larga fossa È il monte e il mar, pria che tornar si pos. 51 Molto è meglio
morir qui, ch'ai supplici Darsi e alla discrezion di questi cani. State saldi,
per Dio, fedeli amici; Che tutti son gli altri rimedi vani. Non han di noi più
vita gl'inimici: Più d'un'afma non bau, più di due mani. dicendo, il giovinetto
forte Al conte d'Otonlei diede la morte. 52 IIrimembrare Almonte così accese
L'esercito african che fuggia prima, Che le braccia e le mni in sue difese
lIeglio, che rivoltar le spalle, estima. Guglielmo da Burnich, era uno inglese
Maggior di tutti, e Dardinello il cima, E lo pareggia agli altri, e appresso
taglia 11 capo ad Aramon di Comovaglia. b'à Morto cadea questo Aramene, a
valle; E v' accorse il fratel per dargli aiuto:3Ia Dardinel l'aperse per le
spalle Fin giù dove lo stomaco è forcato. Poi forò il ventre a Bogio da
Vergalle, E lo mandò del debito assoluto: Avea promesso alla moglier fra sei
Mesi, vivendo, di tornare a lei. 54 Vide non lungi Dardinel gagliardo Venir
Lurcanio, eh' avea in terra messo Dorchin, passato nella la, e Gardo Per mezzo
il capo e insino ai denti fesso; E ch'Alteo fuggir volse, ma fu tardo, Alteo
eh' amò quanto il suo core istesso:Olì è dietro alla collottola gli mise 11
fìer Lurcanio un colpo che l'uccise. stanza 52. 56 Non è da domandarmi se
dolere Se ne dovesse Arì'odante il frate; Se desiasse di sua man potere Por
Dardinel fra l'anime dannate:Ma noi lascian le genti adito avere, Non men delle
'nfedel le battezzate. Vorria pur vendicarsi, e con la spada Di qua di là
spianando va la strada. Stanza 55. 57 Urta, apre, caccia, atterra, taglia e
fendeQualunque lo'mpedisce o gli contrasta. E Dardinel, che quel disire
intende, A volerlo saziar già non sovrasta:Ma la gran moltitudine contende Con questo
ancora, e i suoi disegni guasta. Se i Mori uccide l'un, l'altro non manco Gli
Scotti uccide, e'I campo inglese e '1 franco. 58 Fortuna sempre mai la via lor
tolse, Che per tutto quel di non s'accozzaro. A più famosa man serbar l'un
volse; Che l'nomo il suo destin fugge di raro. Ecco Rinaldo a questa strada
volse, Perch' alla vita d'un non sia riparo:Ecco Rinaldo vien: Fortuna il guida
Per dargli onor, che Dardinello uccida. 55 Piglia una lancia, e va per far
vendetta, Dicendo al suo Macon (s' udir lo puote), Che se morto Lurcanio in
terra getta, Nella moschea ne porrà l'arme vote. Poi traversando la campagna in
fretta, Con tanta forza il fianco gli percuote, Che tutto il passa sin
all'altra banda; Ed ai suoi, che lo spoglino, comanda. 59 Ma sia per questa
volta detto assai Dei gloriosi fatti di Ponente. Tempo è ch'io tomi ove Grifon
lasciai, Che tuttj d'ira e di disdegno ardente Facea, con più timor eh' avesse
mai, la sbigottita gente. Re Norandino a quel rumor corso era in più di mille
armati in una schiera. 60 Re Noraudiu con la sua corte armata, Vedendo tutto il
popolo fuggire, Venne alla porta in battaglia ordinata, E quella fece alla sua
giunta aprire. Grifone iutauM), avendo già cacciata Da sé la turba sciocca e
senza ardire, La sprezzata armatura in sua difesa (Qual la si fosse) avea di
nuovo presa; 61 E presso a un tempio ben murato e forte. Che circondato era d
un'alta fossa. In capo un pouticel si fece forte, Perchè chiuderlo in mezzo
alcun uou possi. Ecco, gridando e minacciando forte. Fuor della porta esce una
squadra grossa. L'animoso Gijfou non muta loco, E fa sembiante che ne tema
poco. Stanza €6. 62 E poich' avvicinar questo drappello i5i vide, andò a
trovarlo in su la strada; E molta strage fiittane o macello (Che menava a due
man sempre la spada), Ricorso avea allo stretto ponticello, E quindi li teuea
non troppo a bada:Di nuovo usciva, e di nuovo tornava; E sempre orribii segno
vi lasciava. 63 Quando di dritto e quando di riverso Getta or pedoni or
cavalieri in terra. Il popol centra lui tutto converso, Più e più sempre
iuaspera la guerra. Teme Grifone alfin restar somrtierso, Si cresce il mar che
d'ogn' intorno il serra:E nella spalla e nella coscia manca È già ferito, e pur
la lena manca. 64 Ma la Virtù, ch'ai suoi spesso soccorre, Gli fa appo Norandin
trovar perdono. 11 re,mentre al tumulto in dubbio corre, Vede che morti già
tanti ne sono; Vede le piaghe che di man d' Et torre Pareano uscite: un
testimonio buono, Che dianzi cssu avea fatto indegnamente Vergogna a un cavai
ier molto eccellente. (;5 Poi, come gli è più presso, e vede in fronte Quel che
la ge.ite a morte gli ha condotta, E fattosene avanti orribii monte, E di quei
sangue il fosso e l'acqua bratta; Gli è avviso di veder proprio sul ponte
Orazio sol contra Toscana tutta: E per suo onore, e perchè gli ne'ncrebbe,
Ritrasse i uoi, né gran fatica vebbe: stanza 63. B6 £d alzando la man nnda e
senz'arme, Antico segno di tregua o di pace. DUse a Grifon: Non so se non
chiaraarme D' aver il torto, e dir che mi dispiace; Ma il mio poco giudicio, e
lo istiganne Altrui, caiere in tanto error mi face. Quel che di fare io mi
credea al più vile Guerrier del mondo, ho fatto al più gentile. H7 E sebbene
alla ingiuria ei a quell'onta Ch' oggi fatta ti fu per ignoranza, L' onor che
ti fai qui, s adegua e sconta, O (per più vero dir) supera e avanza; La
satisfazìon ci sarà pronta A tutto mio sapere e mia poisauza, Qnando io conosca
di poter far quella Per oro o per cittadi o per castella. ?58 Chiedimi la metà
di questo regno, Ch'io son per fartene oggi possessore; Che Talta tua virtù non
ti fa degno Di questo sol, ma chMo ti doni il core: E la tu\ mano, in questo
mezzo, pegno Di fé' mi dona e di perpetuo amore. Così dicendo da cavallo scese,
E vèr Grifon la destra mano stese. 69 Grifon, vedendo il re fatto benigno
Venirgli per gittar le braccia al collo. Lasciò la spada e T animo maligno, E
sotto Tanche ed umile abbracciollo. Lo vide il re di due piaghe sanguigno, E
tosto feWenir chi medicoUo; Indi portar nella cittade adagio, E riposar nel suo
real palagio. 72 Dimaudògli Aquilante, se di questo Così notizia avea data a
Grifone: E come raffermò, s'avvisò il resto, Perchè fosse partito, e la
cagione. Oh' Orrigille ha seguito è manifesto In Antiodìia, con intenzione Di
levarla di man del suo rivale Con gran vendetta e memorabil male. 73 Non
tollerò Aquilante che '1 fratello Solo e senz' esso a queir impresa andasse; E
prese Tarme, e venne dietro a quello: Ma prima pregò il duca che tardasse
L'andata in Francia ed al paterno ostello, Fin ch'esso d'Antiochia ritornasse.
Scende al Zaffo, e s' imbarca; che gii pare E più breve e miglior la via del
mare. 74 Ebbe un Ostrosilocco allor possente Tanto nei mare, e si per lui
disposto. Che la terra del Surro il di seguente Vide, e Saffetto, un dopo
l'altro tosto. Passa Barutti e il Zibeletto: e sente Che da man manca gli è
Cipro discosto. A Tortosa da Tripoli, e alla Lizza, E al golfo di Laiazzo il
cammin drizza. 75 Quindi a levante fé il nocchier la fronte Del navilio voltar
snello e veloce; Ed a sorger n' andò sopra P Oronte, E colse il tempo, e ne
pigliò la foce. Gittar fece Aquilaute ia terra il ponte E n'uscì armato sul
destrier feroce; E con tra il fiume il cammin dritto tenne Tanto, ch in
Antiochia se ne venne. 70 Dove, ferito, alquanti giorni, innante Che si potesse
armar, fece soggiorno. Ma lascio lui, eh' al suo frate Aquilante Et ad Astolfo
in Palestina tomo, Che di Grifon, poi che lasciò le siante Mura, cercare han
fatto più d'un giorno In tutti i lochi in Solima devoti, E in molti ancor dalla
città remoti. 71 Or né l'uno né T altro é si indovino, Che di Grifon possa
saper che sia:Ma venne lor quel Greco peregrino, Nel ragionare, a caso a dame
spia. Dicendo eh' Orrigille avéa il cammino Verso Antiochia preso di Scria,
D'un nuovo drado, eh' era di quel loco, Pi subito arsa e d'improvviso foco. 76
Dì quel Martano ivi ebbe ad informar.'ie:Et udì eh' a Damasco se n'era ito Con
Orrigille, ove una giostra farse Dovea solenne per reale invito. Tanto
d'andargli dietro il desir T arse, Certo che '1 suo german T abbia seguito, Che
d'Antiochia anco quel di si tolle; Ma già per mar più ritornar non volle. 77
Verso Lidia e Larissa il cammin piega:Resta più sopra Aleppe ricca e piena. Dio
per mostrar eh' ancor di qua non niega Mercede al bene, ed al contrario pena,
Martano appresso a Mamuga una lega Ad incontrarsi in Aquilante mena. Martano si
facea con bella mostra Portare innanzi il pregio della giostra. 78 Pensò
Aquilante, al primo comparire, Che'l vii Martino il suo fratello fosse; Che r
iiiganiiaroii Parme, e quel vestire Candido più che nevi ancor non mosse:E con
queir oli, che d'allegrezza dire Si snoie, incominciò; ma poi cangiosse Tosto
di faccia e di parlar, eh appresso S'avvide meglio che non era desso. 79 Dubitò
che per fraude di colei Ch'era con Ini, Grifon gli avesse ucciso; E, dimmi, gli
gridò, tu ch'esser dèi Fu ladro e un traditor, come n' hai viso, Onde hai
quest'arme avute? onde ti sei >'nl buon destrier del mio fratello assiso?
Dimmi se '1 mio fratello è morto o viro: Come dell'erme e del destrier l'hai
privo. 80 Quando Orrigille udì l'irata voce. Addietro il palafrcn per fuggir
volse; ila di lei fu Aquilante più veloce, E feccia fermar, volse o non volse,
jlartano al minacciar tanto feroce Del cavalier, che sì improvviso il colse,
Pallido trema come al vento fronda, Né sa quel che si faccia o che risponda. 81
Grida Aquilante, e fulminar non resta, E la spada gli pon dritto alla strozza:
E giurando minaccia che la testa Ad Orrigille e a lui rimarrà mozza, Se tutto
il fatto non gli manifesta. 11 mal giunto Martano alquanto ingozza, E tra sé
volve se può sminuire Sua grave colpa, e poi comincia a dire: 82 Siippi,
signor, che mia sorella è questa, Nata di buona e virtuosa gente. Benché tenuta
in vita disonesta L'abbia Grifone obbrobriosamente:E tale infamia essendomi
molesta. Né per forza sentendomi possente Di torla a si grand' noni, feci
diseguo D' averla per astuzia e per ingegno. 83 Tenni modo con lei, eh' avea
desire Di ritornare a più lodata vita, Ch' essendosi Grifon messo a dormire,
Chetamente da lui fèsse partita. Cosi fece ella; e perchè egli a seguire Non
n'abbia, ed a turbar la tela ordita, Noi lo lasciammo disarmato e a piedi: E
qua venuti siam, come tu vedi. 84 Poteasi dar di somma astuzia raiito, Che
colui facilmente gli credea; E, fuor che'n torgli arme e destrier e qsaii'
Tenesse di Grifon, non gli uocea; Se non volea pulir sua scusa tanto, Che
lafacesse di menzogna rea. Buona era ogni altra parte, se non qnelU Che la
femmina a lui fosse sorella. 85 Avea Aquilante in Antiochia inteso Essergli
concubina, da più genti; Onde gridando, di furore acceso: Falsissimo ladron, tu
te ne menti:Vìi pugno gli tirò di tanto peso, Che nella gola gli cacciò duo
denti; E, senza più contesa, ambe le braccia Gli volge dietro, e d'uia fune
allaccia. 86 E parimente fece ad Orrigille, Benché in sua scusa ella dicesse
a.isai. Quindi li trasse per casali e ville. Né li lasciò fin a Damasco mai; E
delle miglia mille volte mille Tratti gli avrebbe con pene e con grnal, Fin
ch'avesse trovato il suo fratello, Per farne poi come piacesse a quello. 87
Fece Aquilante lor scudieri e .some Seco tornare, ed in Damasco venne; E trovò
di Grifon celebre il nome Per tutta la città batter le penne. Piccoli e grandi,
ognun sapea già, come Kg\ì era, che sì ben corse V aritenne; Ed a cui tolto fu
con falsa mostra Dal compagno la gloria della giostra. 88 II popol tutto al vii
Martano infesto, L'uno all'altro additandolo, lo scopre. Che si fa laude con P
altrui buone opre? E la virtù di chi non è ben desto. Con la sua infamia e col
suo obbrobrio copre? Non è r ingrata femmina costei, La qual tradisce i buoni,
e aiuta i rei? 89 Altri dicean: Come stan bene insieme. Segnati ambi d'un
marchio e d'una razza! Chi li bestemmia, chi lor dietro freme . Chi grida:
Impicca, abbrucia, squarta, ammazza La turba per veder s' urta, si preme . E
corre innanzi alle strade, alU piazz.i. Venne la nuova al re, che mo.strò seguo
D'averla cara più eh' un altro regno. BD Seiiza molti scudier dietro o davante,
Come si ritrovò, si mosse in fretta, E venne ad incontrar?! in Aquilante,
Oh'avea del suo Grifon fitto vendetta: E quello onora con gentil sembiante,
S3C0 lo' nvita, e seco lo ricetta; Di suo cuisenso avenlo fatto porre I dno
priirioni in fon lo d'una toriT. &.|; Andaro insieme (ve del letto mosso
non s'era poi che fu ferito, Che, vedendo il fratel, divenne roso:Che ben stimò
ch'avea il suo caso uditi. K poi che motteggiando un poco addosso (ili andò
Aquilante, messero a partito dare a quelli duo giusto mar toro, Venuti in min
degli avver"arj loro. 92 Vuole Aquilante, vuole il re che mille Strazj ne
sieno fatti; ma Grifone (Perchè non osa dir sol d' Orrigille) e all'altro vuol
che si perdone. Disse assai cose, e molto bene ordille. risposto: Or per
conclusione lart.mo è disegnito in mano al boia, Cir abbia a scapirlo, o non
però che moia. 93 Legar lo fanno, e nontra' fiori e l'erba, E per tutto scopar
l'altra mattina. Orrigille captiva si riserba Finché ritomi la bella Lucina, Al
cui saggio parere, o lieve o acerba, Rimtton quei signor la disciplini. Quivi
stette Aquilante a ricrearsi Finché 1 fratel fu sano, e potè armarsi. Re
Norandin, che temperato e saggio Divenuto era dopo un tanto errore. Non potea
non aver sempre il coragjio Di penitenzìa pieno e di dolore, D'aver fatto a
colui danno ed oltraggio, i l:c degno di merce le era e d' onore:Sì che dì e
notte avea il pensiero intento Per farlo rimaner di ."è contnito.
ai.iii/.ii ve". 9.'S E stituì nel pubblico conspetto Della città, di tanta
ingiuri i rei. Con quella maggior gloria eh' a perfetto Cavalier per un re dar
si potea, Con tanto inganno il traditor gli avea:E perciò fe'bindir per quel
paese, farla un'altra giostra indi ad un mes.'96 Di che apparecchio fa tanto
solenne, Qaanto a pompa real possibil sia: Onde la fama con veloci penne Portò
la nuova per tutta Soria; Ed in Fenicia e in Palestina venne, tanto, eh ad
Astolfo ne die spia. Il qual col viceré deliberosse Che quella giostra senza
lor non fosse. 97 Per guerrier valoroso e di gran nome La vera istoria
Sansonetto vanta. Gli die battesrao Orlando, e Carlo (come V'ho detto) a
governar la Terra Santa. Astolfo con costui levò Je some,. Per ritrovarsi ove
la fama canta Sì, che d'intorno n'ha piena ogni orecchia, Damasco la giostra
s'apparecchia. 102 Tra lor si domandaron di lor via: E poi eh' Astolfo, che
prima rispose, Narrò come a Damasco se ne già, Avea invitato il re della Soria
A dimostrar lor opre virtuose; Marfisa, sempre a far gran prove acceca. CFser
con voi, disse, a questa impr 103 Sommamente ebbe Astolfo grata quesii d'arpe,
e così Sansonetto. Furo a Damasco il dì innanzi la festa . E di fuora nel borgo
ebbon ricetto:sin all'ora che dal sonno desta L'Aurora il vecchiarel già suo
diletto . Quivi si riposar con maggior agio, Che se smontati fossero al
palagio. 98 Or cavalcando per quelle contrade Con non lunghi viaggi, agiati e
lenti, Per ritrovarsi freschi alla cittade Poi di Damasco il dì de'
torniamenti, Scontrare in una croce di due strade eh' al vestire e a' movimenti
Avea sembianza d'uomo, e femmin' era, Nelle battaglie a meraviglia fiera. 99 La
vergine Marfisa si nomava, Di tal valor, che con la spada in mano Fece più
volte al gran signor di Brava la fronte, e a quel di Montalbano; di e la notte
armata sempre andava Di qua di là, cercando in monte e in piano Con cavalieri
erranti riscontrarsi, Ed immortale e gloriosa farsi. 100 Com' ella vide Astolfo
e Sansonetto, Ch' appresso le venian con l'arme indosso, Prodi guerrier le
parvero all' aspetto; Ch'erano ambedue grandi e di buon osso: E perchè di
provarsi avria dilettò,. isfidarli avea il destrier già mosso; Quando,
affissando l'occhio più vicino, Conosciuto ebbe il duca paladino. 101 Della
piacevolezza le sovvenne Del cavalier, quando al Catai seco era: E lo chiamò
per nome, e non si tenne La man nel guanto, e alzossi la visiera; E con gran
festa ad abbracciarlo venne, Comechè sopra ogn' altra fosse altiera. Non men
dall'altra parte riverente il paladino alla donna eccellente. E poi che '1
nuovo sol lucido e chiaro Per tutto sparsi ebbe i fulgenti raggi, La bella
donna e i duo guerrier s' armare . avendo alla città messaggi, come tempo fu,
lor rapportar(c) per veder spezzar frassini e faggi Re Norandino era venuto al
loco Ch'avea constituito al fiero gioco. 106 Senza più indugio alla città ne
vanno, E per la via maestra alla gran piazza, Dove aspettando il real segno
stanno e quindi i guerrier di buona rascza. I premj che quel giorno si daranno
A chi vince, è uno stocco ed una mazza riccamente, e un destrier quale con vene
voi dono a un signor tale. 106 AvendoNorandin fermo nel core Che, come il primo
pregio, il secondo anco, E d'ambedue le giostre il sommo onore Si debba
guadagnar Grifone il bianco; Per dargli tutto quel ch'uom di valore Dovrebbe
aver, né debbe far con manco . Posto con l'arme in questo ultimo pregio Ha
stocco e mazza e destrier molto egregio. 107 L'arme che nella giostra fatta
dianzi Si doveano a Grifon che '1 tutto vinse, E che usurpate avea con tristi
avanzi Martano che Grifon esser si finse; Quivi si fece il re pendere innanzi,
il ben guemito stocco a quelle cinse, E la mazza all' arcion del destrier messe
. Perchè Grifon l'un pregio e l'altro avesse. lOB Ma che sua intenzì'ou avesse
effetto Vietò quella magnanima guerriera Ohe con Astolfo e col buon Sansonetto
In piazza nuovamente venuta era. Costei, vedendo V arme cb' io v' ho detto, Subito
n' ebbe conoscenza vera:Perocché già sue furo, e V ebbe care Quanto si suol le
cose ottime e rare; 109 Benché Tavea lasciate in su la strada A quella volta
che le fur d'impaccio, per riaver sua buona spada Correa dietro a Brunel degno
di laccio. Questa istoria non credo che m'accada Altrimenti narrar; però la
taccio. Da me vi basti intendere a che guisa Quivi trovasse Tarme sue Marfisa.
110 Intenderete ancor che, come Tebbe Kieonosciute a manifeste note, Per altro
che sia al mondo, non le avrebbe Lasciate un dì di sua persona vote. Se più
tenere un modo o un altro debbe racquistarle, ella pensar non puote; Ma se gli
accosta a un tratto, e la man stende, senz' altro rispetto se le prende:IH E
per la fretta ch'ella n'ebbe, avvenne altre ne prese, altre mandonne in terra.
11 re, che troppo offeso se ne tenne. Con uno sguardo sol le mosse guerra; Che
'1 popol, che V ingiuria non sostenne, Per vendicarlo e lance e spade afferra,
Non rammentando ciò ch'i giorni innanti Nocqoe il dar noia ai cavalieri erranti.
Né fra vermisli fior, azzurri e gialli Vago fanciullo alla stagion novella, Né
mai si ritrovò fra suoni e balli Più volentieri ornata donna e bella; Che fra
strepito d'arme e di cavalli, E fra punte di lance e di quadrella, Dove si
sparga sangue e si dia morte. Costei si trovi, oltre ogni creder forte. 113
Spinge il cavallo, e nella turba sciocca Con l'asta bassa impetuosa fere; E chi
nel collo e chi nel petto imbrocca, E fa con V urto or questo or quel
cadere:Poi con la spada uno ed un altro tocca, E £a qual senza capo rimanere, E
qual con rotto, e qual passato al fiauco, E qual del braccio privo, o destro o
manco. 114 L'ardito Astolfo e il forte Sansonetto, Ch'avean con lei vestita e
piastra e maglia, Benché non venner già per tale effetto, Pur, vedendo attaccata
la battaglia, Abbsssan la visiera dell'elmetto, E poi la lancia per quella
canaglia; Ed indi van con la tagliente spada Di qua di là facendosi far strada.
115 I cavalieri di nazion diverse, Ch' erano per giostrar quivi ridutti,
Vedendo l'arme in tal furor converse, E gli aspettati giuochi in gravi lutti
(Che la cagion ch'avesse di dolerse La plebe irata non sapeano tutti; Né eh' al
re tanta ingiuria fosse fatta), Stavan con dubbia mente e stupefatta. 116 Di
ch'altri a favorir la turba venne. Che tardi poi non se ne fu a pentire; Altri,
a cui la città più non attenne Che gli stranieri, accorse a dipartire; Altri,
più saggio, in man la briglia tenne, Mirando dove questo avesse a uscire. Di
quelli fu Grifone ed Aquilaute, Che per vendicar l'arme andare innante. 117
Essi vedendo il re che dì veneno Avea le luci inebriate e rosse, Ed essendo da
molti instrutti appieno Della cagion che la discordia mosse, E parendo a Grifon
che sua, non meno Che del re Norandin, l'ingiuria fosse; S' avean le lance
fatte dar con fretta, E venian ftilminando alla vendetta. 118 Astolfo d'altra
parte Rabicano Venia spronando a tutti gli altri innante,Conl'incantata lancia
d oro in mano, Ch'ai fiero scontro abbatte ogni giostrante. Ferì con essa e
lasciò steso al piano Prima Grifone, e poi trovò Aquilaute; E dello scudo toccò
l'orlo appena, Che lo gittò riverso in su l'arena. 119 I cavalier di pregio e
di gran prova Vòtan le selle innanzi a Sansonetto. L'uscita della piazza il
popol trova; H re n arrabbia d'ira e di dispetto. la prima corazza e con la
nuova Marfisa intanto, e l'uno e l'altro elmetto, Poi che si vide a tutti dare
il tergo, . Vincitrice venia verso l'albergo. 120. Astolfo e Sansouetto non fur
lenti A seguitarla, e seco a ritornarsi Verso la porta (che tutte le genti Gli
dayan loco), ed al rastrel fermarsi. Aqnilante e Grifon, troppo dolenti Di
vedersi a uno incontro riversarsi, Tenean per gran vergogna il capo chino, Né
ardian venire innanzi a Norandino. 126 Come re Norandino ode quel uome Così
temuto per tutto levante, Che facea a molti anco arricciar le chiome. Benché
spesso da lor fosse distante, È certo che ne debhia venir come Dice quel suo,
se non provvede innante; Però gli suoi, che già mutata V ira Hanno in timore, a
sé richiama e tira. 121 Presi e. montati ch'hanno i lor cavalli, Spronano
dietro agP inimici in fretta. Li segue il re con molti suoivassalli, Tutti
pronti o alla morte o alla vendetta. La sciocca turba grida: Dalli, dalli; E
sta lontana, e le novelle aspetta. Grifone arriva ove volgean la fronte I tre
compagni, ed avean preso il ponte. 122 A prima giunta Astolfo raffigura, C\ì
avea quelle medesime divise, Avea il cavallo, avea queir armatura Ch'ebbe dal
dì ch'Orril fatale uccise. Né miratol, né posto gli avea cura Quando in piazza
a giostrar seco si mise:Quivi il conobbe, e salutoUo; e poi (jli domandò delli
compagni suoi, 123 E perchè tratto avean quell'arme a terra, Portando al re si
poca riverenza. Di suoi compagni il duca d'Inghilterra Diede a Grifon non falsa
conoscenza:Dell' arme eh' attaccato avean la guerra, Disse che non n'avea
troppa scienza; Ma perchè con Marfisa era venuto, Dar le volea con Sansonetto
aiuto. 127 Dall'altra part" i figli d'Oliviero Con Sansonetto e col
figliuol d' Otoue, Supplicando a ]Iarfisa, tanto fero, Che si die fiae alla
crudel tenzone. Bfarfisa, giunta al re, con viso altiero Disse: Io non so,
signore, con che ragìoae Vogli quest' arme dar, che tue non sono, Al vincitor
delle tue giostre in dono. 128 Mie sono l'arme; e'n mezzo della via Che vien
d'Armenia, un giorno le lasciai . Perchè seguire a pie mi conveuia Un rubator
che m'avea offesa assai; E la mia insegna tesdmon ne fia, Che qui si vede, se
notizia n'hai; E la mostrò nella corazza impressa, Ch'era in tre parti una
corona fessa. 129 Gli è ver, rispose il re, che mi fur date, Son pochi dì, da
un mercadante armeno; E se voi me l'aveste domandate. L'avreste avute, o vostre
o no che sieno; Ch'avvenga eh' a Grifon già l'ho donate, Ho tanta fede in lui,
che nondimeno, Acciò a voi darle avessi anche potuto, Volentieri il mio don
m'avria renduto. 124 Quivi con Grifon stando il paladino Viene Aquilante, e lo
conosce tosto Che parlar col fratel l'ole vicino, E il voler cangia, eh' era
mil disposto. Giungeau molti di quei di Norandino, 3Ia troppo non ardian venire
accosto; E tanto più, vedendo i parlamenti, Stavano cheti, e per udire intenti.
12.5 Alcun ch'intende quivi esser 3Iarftj, Che tiene al mondo il vanto in
es<er forte, Volta il cavallo, e Norandino avvisi, Che s' oggi non vuol
perder la sua corte, Provveggia, prima che sia tutta uccisa, Di man trarla a
Tesifone e alla morte: Perchè Marfisa veramente è stata, Che l'arraatum in
piazza gli ha levata. 130 Non bisogna allegar, per farmi fede Che vostre sien,
che tengan vostra inseguì: Basti il dirmelo voi; che vi si crede Più eh' a qual
altro testimonio vegna. Che vostre sian vostr'arme si concede Alla virtù di
maggior premio degna. Or ve r abbiate, e più non si contenda; E Grifon maggior
premio da me prend"L 131 Grifon, che poco a care ave.i quell'arma ]Ma gran
disio che '1 re si satisfaccia, Gli disse: Assai potete compensarine Se mi fate
saper ch'io vi compiaccia. Tra sé disse Marfisa: Esser qui parme L'onor mio in
tutto: e con benigna faccia Volle a Grifon dell'arme eser cortese; E finalmente
iu don da lui le prese. stanza 104. 182 Nella città con pace e con amore
Tornaro . ove le feste raddoppiarsi. Poi la giostra si fé', di che 1 onore E'I
pregio Sansonetto fece darsi; e i duo fratelli e la migliore Di lor, Marfisa,
non volson provarsi, Cercando, come amici e buon compagni. Che Sansonetto il
pregio ne guadagni. 138 Stati che sono in gran piacere e in festa Con Norandino
otto giornate o diece, Perchè l'amor di Francia gli molesta, Che lasciar senza
lor tanto non lece, Tolgon licenzia; e Marfisa, che questa Via disiava, compagnia
lor fece. Marfisa avuto avea lungo disire Al paragon dei paladin venire, 134 E
far esperìenzia se l'effetto Si pareggiava a tanta nominanza. Lascia un altro
in suo loco Sansonetto, di Grerusalem regga la stanza. Or questi cinque in un
drappello eletto, Che pochi pari al mondo han di possanza, Licenziati dal re
Norandino, Vanno a Tripoli, e al mar che v' è vicino. 135 E quivi una caracca
ritrovaro, Che per ponente mercanzie raguna. Per loro e pei cavalli s'accordaro
Con un vecchio padron ch'era da Luna. Mostrava d'ogn' intomo il tempo chiaro,
Ch'avrian per molti di buona fortuna. Sciolser dal lito, avendo aria serena, E
di buon vento ogni lor vela piena. 136 L'isola sacra all'amorosa Dea Diede lor
sotto un'aria il pruno porto. Che non eh' a offender gli uomini sia rea, Ma
stempra il ferro, e quivi è'I viver corto. Cagion n' è un stagno: e certo non
dovea Natura a Famagosta far quel torto D'appressarvi Costanza acre e maligna,
Quando al resto di Cipro è sì benigna. 137 II grave odor che la palude esala,
Non lascia al legno far troppo soggiorno. Quindi a un Grecolevante spiegò ogni
ala, Volando da man destra a Cipro intorno, E surse a Pafo, e pose in terra
scala; E i naviganti uscir nel lito adomo, Chi per merce levar, chi per vedere
La terra d'amor piena e di piacere. 188 Dal mar sei miglia o sette, a poco a
poco Si va salendo inverso il colle ameno. Mirti e cedri e naranci e lauri il
loco, E mille altri soavi arbori han pieno. Serpillo e persa e rose e gigli e
croco Spargon dall'odorifero terreno Tanta suavità, ch'in mar sentire La fa
ogni vento che da terra spire. 139 Da limpida fontana tutta quella Piaggia
rigando va un ruscel fecouflo. Ben si può dir che sia di Vener bella Il luogo
dilettevole e giocondo; Che v' è ogni donna affatto, ogni donzella Piacevol più
ch'altrove sia nel mondo: E fa la Dea che tutte ardon d'amore. Giovani e
vecchie, infino all'ul tira' ore. 140 Quivi odono il medesimo ch'udito Di
Lucina e dell'Orco hanno in Soria, E come di tornare ella a marito Facea nuovo
Apparecchio in Nicosia. Quindi il padrone (essendosi espedito, E spirando buon
vento alla sua via) L'ancore sarpa, e fa girar la proda Verso ponente, ed ogni
vela snoda. 141 Al vento di maestro alzò la nave Le vele all' orza, ed
allargossi in alto. Un ponentelibecchio, che soave Parve a principio e fin che
'1 sol stette alto, E poi si fé' verso la sera grave, Le leva incontra il mar
con fiero assalto, Con tanti tuoni e tanto arder di lampi. Che par che '1 ciel
si spezzi e tutto avvampi. 142 Stendon le nubi un tenebroso velo, Che né sole
apparir lascia né stella:Di sotto il mar, disopra mugge il cielo, Il vento
d'ogn' intorno, e la procella Che di pioggia oscurissima e di gelo I naviganti
miseri flagella:E la notte più sempre si diffonde Sopra l'irate e formidabil
onde. 143 I naviganti a dimostrare effetto Vanno dell'arte in che lodati sono:
Chi discorre fischiando col fraschette, E quanto han gli altri a far, mostra
col suono:Chi l'ancore apparecchia da rispetto, E chi al mainare e chi alla
scotta è buono; Ohi'l timone, chi l'arbore assicura, Chi la coperta di
sgombrare ha cura.144 Crebbe il tempo crudel tutta la notte, Caliginosa e più
scura eh' inferno. Tien per l'alto il padrone, ove men rotte Crede l'onde
trovar, dritto il governo; E volta ad or ad or con tra le botte Del mar la
proda, e dell' orribil verno, Noi senza speme mai che, come aggiorni, Cessi
Fortuna, o più placabil torni. 145 Non cesm e non si placa, e più furore
Giostra nel giorno, se pur giorno è questo, Che si conosce al numerar dell'
ore, Non che per lume già sia manifesto. Or con minor speranza e più timore dà
in poter del vento il padron mesto:Volta la poppa all'onde, e il mar cnidele
Scorrendo se ne va con umil vele. 14fi Mentre Fortuna in mar questi travaglia.
NoA lascia anco posar quegli altri in terra. Che sono in Francia, ove s'uccide
e taglia Coi Saraci ni il popol d'Inghilterra. Quivi Rinaldo assale, apre e
sbaraglia Le sqjiiere avverse, e le bandiere atterra. Dissi di lui, che 'l suo
destrier Baiardo Mosso avea centra a Dardinel gagliardo. 147 Vide Rinaldo il
segno del quartiero Di che superbo era il figliuol d'Almonte; E lo stimò
gagliardo e buon guerriero, Che concorrer d'insegna ardia col conte. Venne più
appresso, e gli parea più vero:Ch' avea d'intorno uomini uccisi a monte. Meglio
è, gridò, che prima io svella, spenga Questo mal germe, che maggior divenga.
148 Dovunque il viso drizzi il paladino. Levasi ognuno, e gli dà larga
strada:Né men sgombra il Fé lei, che 'l Saracino:Sì riverita è la famosa spada.
Rinaldo, fuorché Dardinel meschino, Non vede alcuno, e lui seguir non bada;
Grida: Fanciullo, gran briga ti diede Chi ti lasciò di questo scudo erede. 149
Vengo a i<i per provar, se tu m'attendi Come ben guardi il quartier rosso e
bianco; Che s' ora contra me non lo difendi, Difender contra Orlando il potrai
manco. Rispose Dardinello: Or chiaro apprendi Che s'io lo porto, il so difender
anco; E guadagnar più onor, che briga, posso Del paterno quartier candido e
rosso. 150 Perchè fanciullo io sia, non creiler fAnse Però fuggire, o che '1
quartier ti dia . La vita mi torrai, se mi tei Parme; Ma spero in Dio eh' anzi
il contrario fia. Sia quel che vuol, non potrà alcanbi&smarrar Che mai
traligni alla progenie mìa. Cosi dicendo, con la spada in mano Assalse il
cwalier da Montalbano. 151 Un timor freddo tutto '1 sangue oppresse. Che gli
Africani aveano intomo al core, Come vider Rinaldo che si messe Con tanta
rabbia incontro a quel signore. Con quanti andria un leon ch'ai prato ave Visto
un torel eh' ancor non senta amore. Il primo che ferì, fu '1 Saracino; Ma
picchiò invau su l'elmo di Mambrìno. 1.52 Rise Rinaldo, e disse: Io vo'tu senta
S'io so meglio di te trovar la vena. Sprona, e a un tempo al destrier la
briglia allenti E d'una punta con tal forza mena, D'una punta ch'ai petto gli
ap presenta. Che gli la fa apparir dietro alla schena. Quella trasse, al
tornar. Palma col sangue: Di sella il corpo uscì freddo ed esaogne. 158 Come
purpureo fior languendo mnore. Che '1 vomere al passar tagliato lassa:0 come
carco di superchio umore Il papaver nell' orto il capo abbassa:Così, giù della
faccia ogni colore Cadendo, Dardinel di vita passa; Passa di vita, e fa passar
con lui L'ardire e la virtù di tutti i sui. 1.54 Qual sogliou l'acque per umano
ingegno Stare ingorgate alcuna volta e chiase, Che quando lor vien poi rotto il
sostano. Cascano, e van con gran rumor diffuse; Tal gli African, eh' avean
quilche ritegno . Mentre virtù lor Dardinello infuse, Ne vanno or sparti in
questa parte e in qnelU Che l'han veduto uscir morto in sella. 155 Chi vuol
fuggir, Rinaldo fuggir lassa, Ed attende a cacciar chi vuol star saldo. Si cade
ovunque Arìodante passa. Che molto va quel di presso a Rinaldo. Altri Lionetto,
altri Zerbin fracassa, A gara ognuno a far gran prove caldo. fa il suo dover,
lo fa Oliviero. Turpino e Guido e Salomone e Pggiero. 156 I Morì far quel
giorno in gran perìglio Che 'n Pagania non ne tornasse testa; Mal saggio re di
Spagna dà di piglio, E se ne va con quel che in man gli resta. Restar in danno
tien miglior consiglio, Che tatti i donar perdere e la vesta: Meglio ò rìtrarsi
e salvar qualche schiera Che, stando, esser cagion che '1 tutto pera. 157 Verso
gli alloggiamenti i segni invia, Ch'eran serrati d'argine e di fossa, Con
Stordilan, col re d'Andologia, Portughese in una sqnadra grossa. Manda a pregar
il re di Barbarla, Che si cerchi rìtrar meglio che possa; £ se qael giorno la
persona e U loco Potrà salvar, non avrà fatto poco. 158 Quel re che si tenea
spacciato al tutto, Né mai credea più rìveder Biserta, Che con viso si orribile
e si brutto Unquanco non aveva Fortuna esperta; S' allegrò che Marsilio
aveariduttoParte del campo in sicurezza certa:Ed a rìtrarsi cominciò, e a dar
volta Alle bandiere; e fé' sonar raccolta. 159 Ma la più parte della gente
rotta Né tromba né tambur né segno ascolta: Tanta fu la viltà, tanta la dotta,
Ch'in Senna se ne vide affogar molta. Il re Agramante vuol ridur la frotta:
Seco ha Sobrìno, e van scorrendo in volta; E con lor s'affatica ogni buon duca,
Che nei ripari il campo si riduca. stanza 162. 160 Ma né il re, né Sobrio, né
duca alcuno Con prieghi, con minacele, con affanno Ritrar può il terzo, non
ch'io dica ognuno, Dove l'insegne mal seguite vanno. Morti 0 fuggiti ne son
dua, per uno Che ne rimane, e quel non senza danno: Ferito é chi di dietro e
chi davanti; Ma travagliati e lassi tutti quanti. 161 E con gran tema fin
dentro alle porte Dei forti alloggiamenti ebbon la caccia: Ed era lor quel
luogo anco mal forte, Con ogni provveder che vi si faccia (Che ben pigliar nel
crin la buona sorte Carlo .sapea, quando volgea la faccia). Se non venia la
notte tenebrosa, Che staccò il £Bitto, ed acquetò ogni cosa. 162 Dal Creator
accelerata forse, Che della sua fattura ebbe pietade. Ondeggiò il sangue per
campagna, e corse Come un gran fiume, e dilagò le strade. Ottanta mila corpi numerorse.
Che fur quel dì messi per fil di spade. Villani e lupi uscir poi delle grotte A
dispogliarli e a devorar, la notte. 163 Carlo non toma più dentro alla terra,
Ma centra gì' inimici fuor s' accampa, Ed in assedio le lor tende serra, Ed
alti e spessi fuochi intorno avvampa. Il pagan si provvede, e cava terra, Fossi
e ripari e bastioni stampa: Va rivedendo, e tien le guardie deste, Né tutta
notte mai l'arme si sveste. 164 Tutta la notte per gli alloggiamenti Dei mal
sicuri Saracini oppressi Si Tersan pianti, gemiti e lamenti, Ma quanto più si
può, cheti e soppressi. Altri perchè gli amici hanno e i parenti Lasciati
morti; ed altri per sé stessi, Che son feriti, e con disagio stanno: Ma più è
la tema del futuro danno. 168 Vòlto al compagno, disse: 0 Clorìdano . Io non ti
posso dir quanto m incresca Del mìo signor, che sia rimaso al piano, Per lupi e
corhi, oimè! troppo degaa eaca. Pensando come sempre mi fu umano, Mi par che,
quando ancor questa anima &u In onor di sua fama, io non compenai Né sciolga
verso lui gli obblighi immensL 165 Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro,
D'oscura stirpe nati in Tolomitta; De'quai P istoria, per esempio raro Di vero
amore, è degna esser descritta. Cloridano e Medor si nominaro, Ch' alla fortuna
prospera e all' afflitta Aveano sempre amato Dardinello, Ed or passato in
Francia e il mar con quello. 169 Io voglio andar, perchè non stia insepaltv In
mezzo alla campagna, a ritrovarlo:E forse Dio vorrà ch'io vada occulto dove
tace il campo del re Carlo. Tu rimarrai; che quando in ciel sia .scolto Ch' io
vi debba morir, potrai narrarlo:Che se fortuna vieta sì beli' opra, Per fÌEuna
almeno il mio buon cuor si scopra. stanza 175. 166 Cloridan, cacciator tutta
sua vita, Di robusta persona era ed isnella:Medoro avea la guancia colorita, E
bianca e grata nell' età novella; E fra la gente a quella impresa uscita, Non
era faccia più gioconda e bella: Occhi avea neri, e chioma crespa d'oro:Angol
parea di quei del sommo coro. 167 Erano questi duo sopra i ripari Con molti
altri a guardar gli alloggiamenti, Quando la notte fra distanzie pari Mirava il
ciel con gli occhi sonnolenti. Me loro quivi in tutti i suoi parlari Non può
far che '1 signor suo non rammenti, Dardinello d'Almonte, e che non piagna Che
resti senza onor nella campagna. 170 Stupisce Cloridan, che tanto core, Tanto
amor, tanta fede abbia un fanciullu: E cerca assai, perchè gli porta amore, Di
fargli quel pensiero irrito e nullo; Ma non gli vai, perch'un sì gran dolore
Non riceve conforto né trastullo. Medoro era disposto o di morire, 0 nella
tomba il suo signor coprire. 171 Veduto che noi piega e che noi muove, Cloridan
gli risponde: E verrò anch' io, Anch' io vo' pormi a sì lodevol pruove, Anch'io
famosa morte amo e disio. Qual cosa sarà mai che più mi giove, S'io resto senza
te, Medoro mio? Morir teco con l'arme é meglio molto, Che poi di duol, s'awien
che mi sii tolto. 172 Così disposti, messero in quel loco Le successive
guardie, e se ne vanno. Lascian fosse e steccati, e dopo poco Tra' nostri son,
che senza cura stanno. Il campo dorme, e tutto è spento il fuoco, Perchè dei
Saracin poca tema hanno. Tra l'arme e' cariaggi stan roversi, Nel vin, nel
sonno in sino agli occhi immersi 173 Fermossi alquanto Cloridano, e disse: Non
son mai da lasciar l'occasioni. Di questo stuol che '1 mio signor trafisse, Non
debbo far, Medoro, occisToni? Tu, perchè sopra alcun non ci venisse, Gli occhi
e gli orecchi in ogni parte poni; Ch'io m'offerisco farti con la spada Tra gli
nimici spaziosa strada. 1 74 Cosi diss' egli, e tosto li parlar tenne, Ed entrò
dove il dotto Alfeo dormia, Che Panno innanzi in corte a Carlo venne, Medico e
mago e pien d'astrologia: Ma poco a questa volta gli sovvenne; Anzi gli disse
in tutto la bugia. Predetto egli s'avea, che d'anni pieno Dovea morire alla sua
moglie in seno: 175 Ed or gli ha messo il canto Saracino La punta della spada
nella gola. Quattro altri uccide appresso all'indovino non han tempo a dire una
parola:Menzion dei nomi lor non fa Turpino, E'I lungo andar le lor notizie
invola: Dopo essi Palidon da Moncalieri, Che sicuro dormia fra duo destrieri.
stanza 179. 176 Poi se ne vien dove col capo giace Appoggiato al barile il
miser Grillo: Avealo vóto, e avea creduto in pace Godersi un sonno placido e
tranquillo. Troncògl'il capo il Saracino audace: Esce col sangue il vin per uno
spillo, Di che n' ha in corpo più d'una bigoncia:E di ber sogna, e Cloridan lo
sconcia. 177 E presso a Grillo un greco ed un tedesco, Spegne in dui colpi,
Andropono e Conrado, Che della notte avean goduto al fresco Gran parte, or con
la tazza, ora col dado:Felici se vegghiar sapeano a desco Finché nell'Indo il
sol passasse il guado. Ma non potria negli uomini il destino, Se del futuro
ognun fosse indovino. 178 Come impasto leone in stalla piena, Che lunga fame
abbia smacrato e asciutto, Uccide, scanna, mangia, a strazio mena L'infermo
gregge in sua balia condutto; Così il crudelpagannelsonnosvenaLanostra gente, e
fa macel per tutto. La spada di Medoro anco non ebe; Ma si sdegna ferir
l'ignobil plebe. 179 Venuto era ove il duca di Labretto Con una dama sua dormia
abbracciato: r un con l'altro si tenea si stretto, Che non saria tra lor l'aere
entrato. Medoro ad ambi taglia il capo netto. 0 felice morire ! oh dolce fato !
Che come erano i corpi, ho così fede Ch'andar l'alme abbracciate alla lor sede.
180 Malindo nccise e Ardalico il fratello, Che del conte di Fiandra erano
figli; E l'uno e 1 altro cavalier novello Fatto avea Carlo, e aggiunto all'arme
i gigli, Perchè il giorno amendui d'ostil macello Con gli stocchi tornar vide
vermigli:E terre in Frisa avea promesso loro, E date avriaj ma lo vietò Medoro.
181 Gl'insidiosi ferri eran vìcìdì Ai padiglioni che tiraro in volta Al
padiglion di Carlo i paladini, Facendo ognun la guardia la sua volta; Quando
dall'empia strage i Saracini Trasson le spade, e dièro a tempo Tolta;
Ch'impossibil lor par, tra si gran torma, Che non s' abbia a trovar un che non
dorai. Stanza 190. 182 E benché possan gir di preda carchi,pur sé, che fanno
assai guadagno. Ove più crede aver sicuri i varchi Va Cloridano, e dietro ha il
suo compagno. Vengon nel campo, ove fra spadeed archi E scudi e lance, in un
vermiglio stagno Giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli, E sozzopra con gli
uomini i cavalli. 183 Quivi dei corpi l'orrida mistura. Che piena aveva la gran
campagna intomo, Potea far vaneggiar la fedel cura Dei duo compagni insino al
far del giorno, Se non traea fuor d'una nube oscura, A'prieghi di Medor, la
luna il corno. Medoro in ciel divotamente fisse Verso la luna gli occhi, e cosi
disse:184 0 santa Dea, che dagli antiqxd nostri Debitamente sei detta triforme;
Chin cielo, in terra e nellMnfemo mostri L'alta bellezza tna sotto più forme, E
nelle selve, di fere e di mostri Vai cacciatrice seguitando V orme; Mostrami
ove '1 mio re giaccia fra tanti, Che vivendo imitò tnoi stndi santi. 185 La
lana, a qnel pregar, la nnbe aperse, O fosse caso, oppor la tanta fede; Bella
come fd allor ch'ella s'offerse, E nuda in braccio a Endimìon si diede. Con
Parigi a quel lame si scoperse L'an campo e l'altro: e'I monte e'I pian si vede:
Si videro i duo colli di lontano, Martire a destra, e Leri all'altra mano. 186
Rifalse lo splendor molto pii\ chiaro Ove d'Almonte giacea morto il figlio.
Medoro andò, piangendo, al signor caro; Che conobbe il qnartier bianco e
vermiglio:E tutto '1 viso gli bagnò d'amaroPianto (che n'avea an rio sotto ogni
ciglio), In si dolci atti, in si dolci lamenti, Che potea ad ascoltar fermare i
venti; 187 Ma con sommessa voce e appena udita: Non che riguardi a non si far
sentire, Perch' abbia alcun pensier della sua vita (Piuttosto l'odia, e ne
vorrebbe uscire); Ma per timor che non gli sia impedita L'opera pia che quivi
il fé' venire. Fa il morto re sa gli omeri sospeso Di tramendui, tra lor
partendo il peso. 188 Vanno affrettando i passi quanto ponno, Sotto l'amata
soma che gl'ingombra: E già venia chi della luce è donno Le stelle a tor del
ciel, di terra l'ombra; Quando Zerbino, a cui del petto il sonno L'alta
virtude, ove è bisogno, sgombra. Cacciato avendo tutta notte i Morì, Al campo
si traea nei primi albori. 189 E seco alquanti cavalieri avea, Che videro da
lungo i dui compagni. Ciaseano a quella parte si traea, Sperandovi trovar prede
e guadagni. Frate, bisogna (Cloridan dicea) Gittar la soma, e dare opra ai
calcagni; Che sarebbe pensier non troppo accorto, Perder duo vivi per salvare
un morto. 190 E gittò il circo, perchè si pensava Che'l suo Medoro il simil far
dovesse: Ma quel meschin, che'l suo signor più amava, Sopra le spalle sue tutto
lo resse. L'altro con molta fretta se n' andava, Come r amico a paro o dietro
avesse:Se sapea di lasciarlo a quella sorte, Mille aspettate avria, non ch'una
morte. 191 Quei cavalier, con animo disposto Che questi a render s' abbino o a
morire, Chi qua, chi là si spargono, ed han tosto Preso ogni passo onde si
possa uscire. Da loro il capitan poco discosto. Più degli altri è sollecito a
seguire; Ch'in tal guisa vedendoli temere. Certo è che sian delle nimiche
schiere. 192 Era a quel tempo ivi una selva antica, D'ombrose piante spessa e
di virgulti, Che, come labirinto, entro s' intrica Di stretti calli, e sol da
bestie culti. Speran d'averla i duo pagan si amica, Ch'abbi' a tenerli entro a'
suoi rami occulti. Ma chi del canto mio piglia diletto, Un' altra volta ad
ascoltarlo aspetto. N OT; St. 1. Parla al cardinale Ippolito. St. 6. V.5.
AìTOndelia, scaglia, come si farebbe d'an randello. St. 7. V.6. Talaciinanni:
coloro che, dall'alto dei minareti (cosi chiamansi le torricelle annesse alle
mo schee di Turchia) con alte grida invitano il popolo alle pubbliche
preghiere. St. 9. V.56. Poiché l'orza, ecc. Devesi qui inten dere per orza la
fune che si lega all'antenna a sinistra del naviglio, la quale i marinai
allentano per abbassare o restringer la vela, allorché ingagliardisce il Coro,
cioè il ponentemaestro. St. 10. V.12. Guido. I Gnidi erano due; il più ce lebre
fu quello di Borgogna. Salomone, re di Bret tagna. Oanellone o Oano il peggiore
fira i traditori della Casa diMaganza: a costui, ri cordato nella nota alla
St.67 del Canto II, attribuirono i romanzieri il tradimento, onde provenne la
rotta sofferta da Carlo a Roncisvalle. St. 11. V.3. Garbino, ed anche Libeccio:
vento che spira fra mezzogiorno e ponente. St. 17. V.8. Da tempo: in tempo. St.
19. y. 3. Accaneggiato: che ha i cani addosso. St. 22. V.12. Nomade o massile:
di Numidia o di Libia. La generosa belva, ecc.: il leone. St. 24. V.24. Galle o
gallozzole: prodotti di al beri ghiandiferì; e per estensione quegli argomenti,
come vesciche o sugheri, di che si servono quelli che imparano a nuotare, per
tenersi a galla sull'acqua. Anteo: gi gante favoloso, che i mitologi narrano
aver fabbricato alcune cittA nell'Africa. St 28. y. 6. I nani o le donzelle,
negli antichi ro manzi di cavalleria, son quelli che fanno per lo più da
messaggi. ST. 38. v.8. Da San Germano infin a San Vit tore : il primo è oggi
uno de' più ragguardevoli quar tieri di Parigi; l'altro n' ò pure un quartiere;
ambidue stanno alla sinistra della Senna. ST. 46. y. 1. Alierbe, iioletta
dell'Africa. y.4.Za mora, città sulla costa di Barberìa. Saffi, Sapia, città
della Barberia nell'impero di Marocco. St. 47. V.3. Mirforda, città
d'Inghilterra; cosi Stanforda per Strafford. St. 65. y. 6. Orazio sol, eoe,: il
Coclite che, solo, sul ponte Sublicio, si narra aver fatto fironte all' eser
cito etrusco, guidato da Porsenna contro Roma. St. 74. y. 18. Ostro silocco:
vento che soffia tra mezzogiorno e sirocco. Terra del Surro: l'antica Tiro,
oggi detta Sur o Tsur. SaffHto, forse Sar fand. Barutti: Bayruth, dove
anticamente fiori una scuola di giurisprudenza. Tripoli, denominata di Soria,
per distinguerla dall'altra omonima in Barberia. ZibellettOt alcuni suppongono
essere Diébaih Tor iosa: luogo marittimo, circa trenta miglia a settentrione di
Tripoli. Lizza o Latakia:g[& Zao(2Ìc'/>a, nominata nella St. 94 del Canto
precedente. Golfo di Laiazzo: in antico fu detto sinus Issieus, ed ora più
comune mente chiamasi golfo di Alessandretta. St. 77. v.15. Lidia e Larissa:
città sull'Oronte, intermedie ad Antiochia e a Damasco. Aleppe o Aleppo: la
Hierapolis o Berrhaea degli antidu," Eoik; è tuttavia emporìo di commercio
devole. Mamuga, pure sull'Oronte, città i da Tolomeo. St. 99. V.1. Marfisa:
guerriera illustre, cfee k scoprirà in appresso sorella diRuggiero. St. 108. y.
6. iZ vecchiarel già suo diletto: 'Hioie, figlio di Laomedonte, amato, secondo
i mitologi, in sa gioventù, dall'Aurora, che, fatto vecchio, lo tramato ia
cicala. St. 106 y. 2. Pregio: premio. St. 125. v.6. Tesifone: una delle tre
Furie ìnAnuIi St. 135. y. 14. Caracca: sorta di grosso navigì" mercantile.
Padron: chi ha il comando del navìis Luna 0 Luni, città marittima etnisca, di
cui rertaK alcune rovine presso Sarzana, d'onde ebbe nome la Li nigiana. St.
136. y. 17. L isola sacra, ecc: Cipro, dote onora vasi Venere con culto
particolare. Fùmagosta: città di quell' isola, a levante, vicina al mare e aOo
stagno di Costanza, che ivi rende l'aria malsana. St. 143. y. 38. Fraschetto:
piccolo strumento da fiato che rende acutissimo fischio, e di cui fa uso il
capo dell'equipaggio per dar gli ordini alla ciurma. An core da rispetto:
àncore che si tengono in sertw pei gravi pericoli della nave. Scotta: fané
prineipsk attaccata alla vela, con cui, tirandola o allentalidola,s I regola il
naviglio secondo il bisogno. ! St. 144. y. 4, Il governo: il timone del
naviglio. Ivi. y. 6. Verno, tempesta. St. 143. y. S, No" bada: non
indugia. St. 160. y. 3. Toi: togli. St. 156. y. 2. Pagania, Le regioni abitate
dai Pa gani ossia dai Maomettani, che nei tempi d'ignoranza, si confusero con
gl'idolatri. ST. 157. y. 3. Andologia, Andalusia. St 158. y. 24. Biserta: città
nel regno di Tnnil sopra un canale che unisce il mare ad una lagima; e credesi
occupare il luogo dell'antica litica. Esperta: sperimentata. St. 159. y. 3.
Dotta: paura. St. 163 y. 6. Stampa: forma sollecitamente. St. 165. y. 2.
Tolomiita o Tolometta: città marit tima dello Stato di Tripoli nel paese di
Barca, oggi detta Tolmyàtah. St. 178. y. 17. Impasto: non pasciuto, famelioo.
Non ebe: dal latino hébere: non è ottusa, né si sta inoperosa. St. 183. y. 3.
Far vaneggiar: render vana. St. 184. V.4. Sotto più forme: di luna in cielo, di
Diana nelle selve, di Proserpina nellinfémo: cosi i mi tologi. I Cristiani,
vedendo nelle bandiere dei Sara ceni la mezzaluna, credettero che adorassero
fra gli altri Dei anche Diana, confusa con la Luna Nessuna i viglia adunque che
il poeta metta in bocca al i Medoro questa preghiera alla Dea triforme, alla
Luna. St. 185. y. 8. Martire, Montmartre. Leri, Most lery: due colline che
sorgono lateralmente a Parigi. St. 192 V.4. Culti: frequentati. Ctoridano e
Medoro, 8ùrpri>ai dai nemici Bel pietoso tif tìcìD, restano, Fnno L'Stintfi,
Taltm ferita) a motte. So pm viene Angelica, prende cura di Medoro, lo guft'
riseo e ae ne iimamora. Marflsa e i suoi comijagui approdano nel golfo di
Lai&zo, ad uim oittà gover nata dafetnmìne; ed Ivi iateadono una titrana
costa manza ddlie r€ggitricl MarHa uccide novo del loro guernri, e combatte duo
alla aera col decimo. Alcun non può saper da diì sia amato, Quando felice in su
la nwU siede; Perù e' ha i ren e i tìnti amici a lato, rive mostran tutti nim
medesma fede. Se poi si cangia In tristo il lieto atoto, Volta la turila
adnlatrke il piede; E quel die ili cor ama, ri man forte, Ed ama il suo Bignor
dopo la morte. 2 Se, come il tìso, si mostrasse il core. Tal nella corte è
grande e gli altri preme, E U\\ ò in poca grazia al suo signore Che la lor
sorte muteriano i insieme. Quelito iimil (livt'iTÌa ti>!=h> il ni;ujuiiir
¦ Starla quel grande infra le turbe estreme. Ma torniamo a Medor fedele e
grato, Che 'n vita e in morte ha il suo siore amato. Cercando già nel più
intricato calle Il giovine infelice di salvarsi; Ma il grave peso ch'avea su le
spalle, Gii facea uscir tutti i partiti scarsi. Non conosce il paese, e la via
falle; E torna fra le spine a invilupparsi. Lungi da lui tratto al sicuro s'era
L'altro, ch'avea la spalla più leggiera. Cloridan s'è ridutto ove non sente Di
chi segue lo strepito e il rumore:Ma quando da Medor si vede absente, Gli pare
aver lasciato addietro il core. Deh come fui, dicea, si negligente, Deh come
fui si di me stesso fuore, Che senza te, Medor, qui mi ritrassi, Né sa])pia
quando o dove io ti lasciassi ! stanza 9. Cosi dicendo, nella tòrta via
Dell'intricata selva si ricaccia; Ed onde era venuto si ravvia, E toma di sua
morte in su la traccia Ode i cavalli e i gridi tuttavia, E la nimica voce che
minaccia: All' ultimo ode il suo Medoro, e vede Che tra molti a cavallo è solo
a piede. Cento a cavallo, e gli son tutti intomo: Zerbin comanda e grida che
sia preso. L'infelice s'aggira com'un tomo, E quanto può si tien da lor difeso,
Or dietro quercia, or olmo, or faggio, or omo; Né si discosta mai dal caro
peso:L'ha riposato alfin su l'erba, quando Jtegger noi puote, e gli va intorno
errando: 7 Come orsa che l'alpestre cacciatore Nella pietrosa tana assalita
abbia Sta sopra i figli con incerto core, E freme in suono di pietà e di
rabbia: Ira la 'nvita e naturai furore A spiegar l'ugne e a insanguinar le
labbia Amor la'ntenerisce, e la ritira A riguardare ai figli in mezzo alPira. 8
Cloridan, che non sa come 1' aiuti, E eh' esser vuole a morir seco ancora, Ma
non ch'in morte prima il viver muti, Che via non trovi ove più d'un ne mora;
Mette su l'arco un de' suoi strali acuti, E nascoso con quel si ben lavora. Che
fora ad uno Scotto le cervella, E senza vita il fa cader di sella. 9 • Volgonsi
tutti gli altri a quella banda, Ond' era uscito il calamo omicida. Intanto un
altro il Saracin ne manda, '1 secondo a lato al primo uccida; Che mentre in
fretta a questo e a quel domaodi Chi tirato abbia l'arco, e forte grida, Lo
strale arriva, e gli passa la gola, E gli taglia pel mezzo la parola. 10 Or
Zerbin, ch'era il capitano loro, Non potè a questo aver più pazienza. Con ira e
con furor venne a Medoro, : Ne farai tu penitenza. Stese la mano in quella
chioma d'oro, E strascinollo a sé con violenza: Ma come gli occhi a quel bel
volto mise, Gli ne venne pietade, e non l'uccise. 11 II giovinetto si rivolse
a'prieghi, E disse: Cavalier, per lo tuo Dio, Non esser sì cmdel, che tu mi
nieghi Ch' io seppellisca il corpo del re mio. Non vo' eh' altra pietà per me
ti pieghi, pensi che dì vita abbia disio: Ho tanta di mia vita, e non più,
cura, Quanta ch'ai mio signor dia sepultura. 12 E se pur pascer vuoi fiere ed
augelli, Chè'n te il furor sia del teban Creonte, Fa lor convito dì miei
membri, equelli Seppellir lascia del figliuol d'Almonte. Così dicea Medor con
modi belli, E con parole atte a voltare un monte; sì commosso già Zerbino avea.
Che d'amor tutto e di pietade ardea. In questo mezzo un cavalier villano,
Arendo al sno signor poco rispetto, Ferì con una lancia sopra mano Al
supplicante il delicato petto. Spiacque a Zerbin Patto crudele e strano j più,
che del colpo il giovinetto cader si sbigottito e smorto, Che'n tutto giudicò
che fosse morto. 16 Seguon gli Scotti ove la guida loro Per Talta selva alto
disdegno mena, Poiché lasciato ha l'uno e l'altro Moro, Lun morto in tutto, e
l'altro vivo appena. Giacque gran pezzo il giovine Medoro, Spicciando il sangue
da si larga vena, Che di sua vita al fin saria venuto, Se non sopravvenia chi
gli die aiuto. 14 E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse, disse: Invendicato già
non fia; E pien di mal talento si rivolse Al cavalier che fé' l'impresa ria:Ma
quel prese vantaggio, e se gli tolse Dinanzi in un momento, e faggi via. Clorldan,
che Medor vede per terra, Salta del bosco a discoperta guerra: stanza 16.
Stanza 17. 17 Gli sopravvenne a caso una donzella, Avvolta in pastorale ed umil
veste, Ma di real presenzia, e in viso bella, D'alte maniere e accortamente
oneste. Tanto è ch'io non ne dissi più novella, Ch'appena riconoscer la
dovreste: Questa, se non sapete, Angelica era, gran Can del Catai la figlia
altiera. 15 E getta l'arco, e tutto pien di rabbia Tra gli nimici il ferro
intomo gira, Più per morir, che per pensier ch'egli abbia Di far vendetta che
pareggi l'ira. proprio sangue rosseggiar la sabbia Fra tante spade, e al fin
venir si mira; E tolto che si sente ogni potere, Si lascia accanto al suo Medor
cadere.8 Poiché '1 suo anello Angelica riebbe, Di che Brunel l'avea tenuta priva,
In tanto fasto in tanto orgoglio crebbe, Ch'esser parea di tutto '1 mondo
schiva. Se ne va sola, e non si degnerebbe Compagno aver qual più famoso viva:
Si sdegna a rimembrar che già suo amante Abbi" Orlando nomato o
Sacripante. 19 E sopra ogn' altro error via più pentita Era del ben che già a
Rinaldo volse Troppo parendole essersi avvilita, Oh' a riguardar si basso gli
occhi volse. Tant' arroganzia avendo Amor sentita, Più lungamente comportar non
volse. Dove giacea Medor si pose al varco, E r aspettò, posto lo strale all'
arco. 20 Quando Angelica vide il giovinetto Languir ferito, assai vicino a
morte. Che del suo re che giacea senza tetto, che del proprio mal, si dolca
forte; Insolita pietade in mezzo al petto Si sentì entrar per disusate porte, Che
le fé' il duro cor tenero e molle, E più quando il suo caso egli narrolle.
Stanza dlv E rivocando alla menàoria l'arte Ch'in India imparò già di
chirurgia, (Che par che questo studio in quella parte Nobile e degno e di gran
laude sia; E senza molto rivoltar di carte, Che '1 patre ai figli ereditario il
dia), Si dispose operar con succo d'erbe, Ch'a più matura vita lo riserbe. 22 E
ricordossi che, passando, avea Veduta un'erba in una piaggia amena; Fosse
dittamo, o fosse panacea, 0 non so qual di tal effetto piena, Che s igna il
sangue, e della piaga rea Leva ugni spasmo e perigliosa pena. La trovò non
lontana; e quella còlta. Dove lasciato avea Medor, die volta. 23 Nel ritornar
s'incontra in un pastore cavallo pel bosco ne veniva Cercando una giuvenca che
già fuore Duo di di mandra e senza guardia givi. Seco lo trasse ove perdea il
vigore Medor col sangue che del petto usciva: E già n'avea di tanto il terren
tinto, Ch'era omai presso a rimanere estinto. 24 Del palafreno Angelica giù
scese, E scendere il pastor seco fece anche. Pestò con sassi l'erba, indi la
prese, E succo ne cavò fra le man biandie; Nella piaga n'infuse, e ne distese E
pel petto e pel ventre e fin all'anche. E fu di tal virtù questo liquore, Che
stagnò il sangue, e gii tornò il vigore; 25 E gli die forza., che potè salire
Sopra il cavallo che '1 pastor condusse. Non però volse indi Medor partire,
Prima ch'in terra il suo signor non fusite. E Cloridan col re fé' seppellire; E
poi dove a lei piacque si ridusse: Ed ella per pietà neU'umil case Del cortese
pastor seco rimase. Né fin che noi tornasse in sanitade, Volea partir: cosi di
lui fé' stima; Tanto s'intenerì della pietade Che n'ebbe, come in terra il vide
prima. Poi, vistone i costumi e la beltade, Roder si senti il cor d'ascosa
lima; Roder si senti il core, e a poco a poco Tutto infiammato d'amoroso fuoco.
27 Stava il pastore in assai buona e bella Stanza, nel bosco infra duo monti
piatta, Con la moglie e coi figli; ed avea quella Tutta di nuovo e poco innanzi
fatta. a Medoro fu per la donzella La piaga in breve a sanità ritratta; Ma in
minor tempo si senti maggiore Piaga di questa aver ella nel core. 28 Assai più
larga piaga e più profonda Nel cor senti da non veduto strale, Che da' begli
occhi e dalla testa bionda Di Medoro avventò l'arcier c'ha l'ale. Arder si
sente, e sempre il fuoco abbonda E più cura l'altrui che '1 proprio male. Di so
non cura; e non è ad altro intenta. Ch'a risanar chi lei fere e tormenta. 29 La
sua piaga più s'apre e più incrudisce, Quanto più l'altra si ristringe e salda.
Il giovine si sana; ella languisce Di nuova febbre, or agghiacciata or calda.
Di giorno in giorno in lui beltà fiorisce; La misera si strugge, come falda
Strugger di neve intempestiva suole, Ch' in loco aprico abbia scoperta il sole.
30 Se di disio non vuol morir, bisogna Che senza indugio ella sé stessa aiti: E
ben le par che di quel eh' essa agogna, Non sia tempo aspettar eh' altri la
'nviti. Dunque, rotto ogni freno di vergogna, La lingua ebbe non men che gli
occhi arditi; E di quel colpo domandò mercede, Che, forse non sapendo, esso le
diede. Stanza 33. 31 0 conte Orlando, o re di Circassia, Vostra inclita virtù,
dite, che giova? Vostro alto onor, dite, in che prezzo sia? 0 che mercè vostro
servir ritrova? Mostratemi uaa sola cortesia Che mai costei v'usasse, o vecchia
o nuova, Per ricompensa e guiderdone e merto Di quanto avete già per lei
sofferto. d2 Oh se potessi ritornar mai vivo, Quanto ti parria duro, o re
Agricane! Che già mostrò costei si averti a schivo Con repulse crudeli ed
inumane. 0 Ferraù, o mille altri ch'io non scrivo. Ch'avete fatto mille prove
vane Per questa ingrata, quanto aspro vi fora S' a costu' in braccio voi la
vedeste ora ! 33 Angelica a Medor la prima rosa Coglier lasciò, non ancor tocca
innante: Né persona fu mai sì avventurosa, ChMn quel giardin potesse por le
piante. Per adombrar, pel onestar la cosa. Si celebrò con cerimonie sante Il
matrimonio, ch'auspice ebbe Amore, E pronuba la moglie del pastore. Férsi le
nozze sotto air umil tetto Le più solenni che vi potean farsi; E più d'un mese
poi stero a diletto I duo tranquilli amanti a ricrearsi. Più lunge non vedea
del giovinetto La donna, né di lui potea saziarsi; Né, per mai sempre pendergli
dal collo, II suo desir sentia di lui satollo. Stanza 35. 35 Se stava all'ombra,
o se del tetto usciva, Avea di e notte il bel' giovine a lato; Mattino e sera
or questa or quella riva Cercando andava, o qualche verde prato: Nel mezzo
giorno un antro li copriva, Forse non men di quel comodo e grato, ebber,
fuggendo V acque, Enea e Dido, DeMor secreti testimonio fido.37 Poiché le parve
aver fatto soggiorno Quivi più ch'abbastanza, fé' disegno Di fare in India del
Catai ritomo, E Medor coronar del suo bel regno. Portava al braccio un cerchio
d' oro, adorno Di ricche gemme, in testimonio e segno Del ben che '1 conte
Orlando le volea; E portato gran tempo ve l'avea. 36 Fra piacer tanti, ovunque
un arbor dritto Vedesse ombrare o fonte o rivo puro, V'avea spillo o coltel
subito fitto: Cosi se v'era alcun sasso men duro. Ed era fuori in mille luoghi
scritto, E cosi in casa in altri tanti il muro, Angelica e Medoro, in vari modi
Legati insieme di diversi nodi. 8 Quel donò già Morgana a Ziliante Nel tempo
che nel lago ascoso il tenne; Ed esso, poi ch'ai padre Monodante Per opra e per
virtù d'Orlando venne. Lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante. Di porsi al
braccio il cerchio d'or sostenne. Avendo disegnato di donarlo Alla regina sua,
di ch'io vi parlo. B9 Non per amor del paladino, quanto ricco e d'artifìcio
egregio, Caro avuto l'avea la donna tanto, Che più non si può aver cosa di
pregio. Se lo serbò nelP isola del pianto, Non 80 già dirvi con che privilegio,
X.à dove esposta al marin mostro nuda Fu dalla gente inospitale e cruda. 40
Quivi non si trovando altra mercede Oh' al buon pastore ed alla moglie dessi,
Che serviti gli avea con si gran fede Dal di che nel suo albergo si fur messi;
Levò dal braccio il cerchio, e gli lo diede, E volse per suo amor che lo
tenessi: Indi saliron verso la montagna Che divide la Francia dalla Spagna.
Stanza 35. 41 Dentro a Valenza o dentro a Barcellona Per qualche giorno avean
pensato porsi, accadesse alcuna nave buona, Che per Levante apparecchiasse a
sciorsi. Videro il mar scoprir sotto a Girona Nel calar giù delli montani
dorsi; E costeggiando a man sinistra il lito, A Barcellona Pndàr pel cammin
trito. 42 Ma non vi giunser, prima ch'un uom pazzo Giacer trovare in su
l'estreme arene Che, come porco, di loto e di guazzo Tutto era brutto, e volto
e petto e schene. Costui si scagliò lor, come cagnazzo Ch'assalir forestier
subito viene; die lor noia, e fu per far lor scorno. Ma di Marfisa a ricontar
vi torno. 43 Di Marfisa, d Astolfo, d'Aquilante, Di Grifone e degli altri io vi
vo'dire, Che travagliati, e con la morte innante, Mal si potean incontra il mar
schermire:Che sempre più superba e più arrogante Crescea fortuna le minacce e P
ire; E già durato era tre di lo sdegno, Né di placarsi ancor mostrava segno. 44
Castello e ballador spezza e fracassa L'onda nimica e '1 vento ognor più
fiero:Se parte ritta il verno pur ne lassa, La taglia, e dona ni mar tutta il
nocchiero. Chi sta col capo chino in una cassa Su la carta appuntando il suo
sentiero A lume di lanterna piccolina, E chi col torchio giù nella sentina. 45
Un sotto poppe, un altro sotto prora Si tiene innanzi V oriuol da polve; E toma
a rivedere ogni mezz'ora Quanto è già corso, ed a che via si voi ve. Indi
ciascun con la sua carta fuora A mezza nave il suo parer risolve, Là dove a un
tempo i marinari tutti Sono a consiglio del padron ridutti. Chi dice: Sopra
Limissò venuti Siamo, per quel eh' io trovo, alle seccagne; : Di Tripoli
appresso i sassi acuti, Dove il mar le più volte i legni fragne. Chi dice:
Siamo in Satalia perduti, Per cui più d'un nocchier sospira e piagne. Ciascun
secondo il parer suo argomenta; Ma tutti ugual timor preme e sgomenta. 47 II
terzo giorno con maggior dispetto Gli assale il vento, e il mar più irato
fìreme; E r un ne spezza e portane 51 trinchetto, E '1 timon r altro, e chi lo
volge insieme. Ben è di forte e di marmoreo petto, E più duro ch'acciar, chi
ora non teme. Marfisa, che già fu tanto sicura, Non negò che quel giorno .ebbe
paura. Al monte Sinai fu peregrino, A Galizia promesso, a Cipro, a Roma, Al
Sepolcro, alla Vergine d'Ettino, E se celebre luogo altro si noma. Sul mare intanto,
e spesso al ciel vicino, e conquassato legno toma, Di cui per men travaglio
avea il padrone Fatto l'arbor tagliar dell'artimone. 49 E colli e casse e ciò
che v' è di grave Gitta da prora e da poppa e da sponde; E fa tutte sgombrar
camere e gìave, E dar le ricche merci all'avide onde. Altri attende alle
trombe, e a tor di naire L'acque importune, e il mir nel mar rifonde: Soccorre
altri in sentina, ovanqae appare Legno da legno aver sdrucito il mare. 60 Stero
in questo travaglio, in qaasta peu Ben quattro giorni, e non avean piò
sdienK": E n'avrìa avuto il mar vittoria piena, più che '1 furor tenesse
ferma:Ma diede speme lor d'aria serena La disiata luce di Santo Ermo, Ch'in
prua s'una cocchina a por si venne; Che più non v'erano arbori né antenne. 51
Veduto fiammeggiar la bella £ELce, S' inginocchiare tutti i naviganti; E
domandare il mar tranquillo e pace umidi occhi e con voci tremanti. Li tempesta
crudel, che pertinace Fu sin allora, non andò più innanti:Maestro o traversia
più non molesta, E tiranno del mar libeccio resta. 52 Questo resta sul mar
tanto possente E dalla negra bocca in modo esala, Ed è con lui si rapido il
torrente Dell'agitato mar ch'in fretta cala, Che porta il legno più
velocemente, Che pellegrin falcon mai facesse ala, Con timor del nocchier,
ch'ai fin del mondo Non lo trasporti, o rompa, o cacci al fondo. 53 Rimedio a
questo il buon nocchier ritrova Che comanda gittar per poppa spere; E caluma la
gomena, e fi" prova Di duo terzi del corso ritenere. consiglio, e più
l'augurio giova Di chi avea acceso in proda le lumiere:Questo il legno salvò,
che perla forse, E fé' eh' in alto mar sicuro corse. 54 Nel golfo di Laiazzo
invér Sona Sopra una gran città si trovò sorto, E si vicino al lite, che
scoprìa L'uno e l'altro Castel che serra il porto. Come il padron s'accorse
della via Che fatto avea, ritornò in viso smorto; Che né porto pigliar quivi
volea, Né stare in alto, né fuggir potea. 55 Né potea stare in alto, né
foggile:Che gii arbori e P antenne avea perdute. Eran tavole e travi pel ferire
Del mar sdrucite, macere e sbattute. E'I pigliar porto era un voler morire, O
perpetuo legarsi in servitute; Che riman serva ogni persona, o morta, Che quivi
errore o ria fortuna porta. 56 E '1 stare in dubbio era con gran periglioChe
non salisscr genti della terraCon legni armati, e al suo desson di piglio, Mal
atto a star sul mar, non ch'a far guerra. Mentre il padron non sa pigliar
consiglio, Fu domandato da quel d Inghilterra, Che gli tenea si l'animo
sospeso, E perchè già non avea il porto preso. Stanza 65. 57 II padron narrò
lui che quella riva Tutta tenean le femmine omicide. Di cui V antiqua legge,
ognun cb' arriva, In perpetuo tien servo, o che V uccide:E questa sorte
solamente schiva Chi nel campo dieci uomini conquide, poi la notte può assaggiar
nel letto Diece donzelle con carnai diletto. 58 E se la prima pruova gli vien
fatta, £ non fornisca la seconda poi, Egli vien morto; e chi è con lui si
tratta Da zappatore, o da guardian di buoi. Se di far Tuno e l'altro è persona
atta, libertade a tutti i suoi; A sé non già, e' ha da restar marito Di diece
donne, elette a suo appetito. 59 Non potè udire Astolfo senza risa vicina terra
il rito strano.Sopravvien Sansonetto, e poi Marfisa,Indi Aquilante, e seco il
suo germano. Il padron parimente lor divisa La causa che dal porto il tien
Jontano:Voglio,>dicea che innanzi il mar m'affoghi Ch io senta mai di
servitute i gioghi. 60 Del parer del padrone i marinari E tutti gli altri
naviganti furo:Che cento mila spade, era lor duro. Parca lor questo e ciascun
altro loco, Dov'arme usar potean, da temer poco. Bramavano i guerrier venire a
proda; Ma con maggior baldanza il duca inglese, Che sa, come del corno il rumor
s oda, Sgombrar dintorno si farà il paese. Pigliare il porto Tuna parte loda,
Eraltra il biasma, e sono alle contese;. Ma la più forte in guisa il padron
stringe, Oh al porto, suo mal grado, il legno spinge. stanza 66. 62 Già, quando
prima s'erano alla vista Della città crudel sul mar scoperti, Veduto aveano una
galea provvista Di molta ciurma e di nocchieri esperti Venire al dritto a
ritrovar la trista Nave, confusa di consigli incerti; Che, Talta prora alle sue
poppe basse Legando, fuor dell' empio mar la trasse. 63 Entrar nel porto
remorchìando, e a fona Di remi più che per favor di vele;Perocché T alternar di
poggia e d' oizaAvea levato il vento lor crudele. Intanto ripigliar la dura
scorza I cavalieri, e il brando lór fedele; Ed al padrone ed a ciascun che
teme, Non cessan dar con lor conforti siieme. 64 Fatto è'I porto a sembianza
dana luaa, E gira più di quattro nuglia intomo:Seicento passi è in bocca, ed in
cìascanaParte una ròcca ha nel finir del corno.Non teme alcuno assalto di
fortuna, Se non quando gli vien dal mezzogiorno. A guisa di teatro se gli
stende La città a cerco, e verso il poggio ascende. 65 Non fu quivi si tosto il
legno sorto (Già l'avviso era per tutta la terra). Che fur sei mila femmine sul
porto, Con gli archi in mano in abito di guerra: E per tdr della fuga ogni
conforto, Tra l'una rócca e l'altra il mar si serra: Da navi e da catene fu
rinchiuso, Che tenean sempre instrutte a cotal uso. 66 Una che d'anni alla
Cumea d'Apollo Potè uguagliarsi e alla madre d' Ettorre Fé' chiamare il
padrone, e domandollo Se si volean lasciar la vita tórre, 0 se voleano pur al
giogo il collo, Secondo la costuma, sottoporre. Degli due l'uno aveano a tórre:
o qoivi Tutti morire, o rimaner captivi. 67 Gli è ver, dicea, che s'uom si
ritrovasse Tra voi cosi animoso e cosi forte, Che centra dieci nostri uomini
osasse Prender battaglia, e desse lor Li morte, E far con diece femmine
bastasse Per una notte ufficio di consorte; Egli si rimarria principe nostro, E
gir voi ne potreste al cammin vostro. 68 E sarà in vostro arbitrio il restar
anco, Vogliate 0 tutti o parte; ma con patto Che chi vorrà restare, e restar
franco, Marito sia per diece femmine atto. Ma quando il guerrier vostro possa
manco Dei dieci che gli fian nemici a un tratto, 0 la seconda prova non
fornisca, Vogliam voi siate schiavi, egli perisca. 69 Dove la vecchia ritrovar
timore Credea nei cavalier, trovò baldanza; Che ciascun si tenea tal feritore,
Che fornir Tono e l'altro avoa speranza; Ed a Marfisa non mancava il core,
Benché mal atta alla seconda danza; Ma dove non V aitasse la natura, Con la
spada supplir stava sicura. 75 Non vomai più che forestier si lagni Di questa
terra, finché 1 mondo dura Cosi disse; e non poterò i compagni Torle quel che
le dava sua avventura. Dunque o eh' in tutto perda, o lor guadagni La libertà,
le lasciano la cura. Ella di piastre già guemita e maglia, S' appresentò nel
campo alla battaglia. 70 Al padron fu commessa la risposta, Prima conchiusa per
comun consiglio: Ch'avean chi lor potrìa di sé a lor posta Nella piazza e nel
letto far periglio. Levan V offese, ed il nocchier s accosta, Getta la fune, e
le fa dar di piglio:E fa acconciare il ponte, onde i guerrieri Escono armati e
tranne i lor destrieri. 76 Gira una piazza al sommo della terra, Di gradi a
seder atti intomo chiusa; Che solamente a giostre, a simil guerra, A caccie, a
lotte, e non ad altro susa: Quattro porte ha di bronzo, onde si serra. Quivi la
moltitudine confusa Deir armigere femmine si trasse; E poi fu detto a Marfisa
ch'entrasse. 71 E quindi van per mezzo la cittade, E vi ritrovan le donzelle
altiere, Succinte cavalcar per le contrade, Ed in piazza armeggiar come
guerriere. Né calzar quivi spron, né cinger spade, Né cosa d'arme pdn gli
uomini avere, Se non dieci alla volta, perrif>petto Dell'antiqua costuma
ch'io v'ho detto. 77 • Entrò Marfisa s' un destrier leardo, Tutto sparso di
macchie e di rotelle, Di picciol capo e d'animoso sguardo, D'andar superbo e di
fattezze belle. Pel maggior e più vago e più gagliardo, Di mille che n'avea con
briglie e selle. Scelse in Damasco, e realmente ornollo, Ed a Marfisa Norandin
donollo. 72 Tutti gli altri alla spola, all'ago, al fuso, Al pettine ed all'
aspo sono intenti, Con vesti femminil che vanno giuso Insin al pie, che gli fa
molli e lenti. Si tengono in catena alcuni ad uso D'arar la terra, o di guardar
gli armenti. Son pochi i maschi, e non son ben, per mille Femmine, cento, fra
cittadi e ville. 78 Da mezzogiorno e dalla porta d'Austro Entrò Marfisa; e non
vi stette guari, Ch'appropinquare e risonar pel ckiustro Udì di trombe acuti
suoni e chiari: E vide poi di verso il freddo plaustro Entrar nel cimpo i dieci
suoi contrari. Il primo cavalier ch'apparve innante, Di valer tutto il resto
avea sembiante. 73 Volendo tórre i cavalieri a sorte Chi di lor debba per
comune scampo L'una decina in piazza porre a morte, E poi l'altra ferir
nell'altro campo: Non disegnavan di Marfisa forte, Stimando che trovar dovesse
inciampo Nella seconda giostra della sera; Ch'ad averne vittoria abil non era:
79 Quel venne in piazza sopra un gran destriero Che, fuor chMn fronte e nel pie
dietro manco, Era, più che mai corvo, oscuro e nero:Nel pie e nel capo avea
alcun pelo bianco. Del color del cavallo il cavaliero Vestito, volea dir che,
come manco Dell'oscuro era'l chiaro, era altrettanto 11 riso in lui, verso
l'oscuro pianto. 74 Ma con gli altri esser volse ella sortita. Or sopra lei la
sorte in somma cade. Ella dicea: Prima v'ho a por la vita. v'abbiate a por voi
la libertade. Ma questa spada (e lor la spada addita Che cinta avea) vi do per
securtade Ch'io vi sciorrò tutti gì' intrichi, al modo Che fé' Alessandro il
gordiano nodo. 80 Dato che fu della battaglia il segno, Nove guerrier l'aste
chinaro a un tratto: Ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno. Si ritirò, né
di giostrar fece atto. Vuol eh' alle leggi innanzi di quel regno, Ch'alia sua
cortesia, sia contraffatto. Si tra' da parte, e sta a veder le prove Ch'una
sola asta farà centra a nove. stanza 76. 81 II destrier, ch'avea andar trito e
soave, Portò air incontro la donzella in fretta, Che nel corso arrestò lancia
sì grave, Ohe quattro uomini avriano a pena retta. Lavea pur dianzi al
dismontar di nave Per la più salda in molte ant€nne eletta. Il fier sembiante,
con eh' ella si mosse, Mille faccie imbiancò, mille cor scosse. 82 Aperse, al
primo che trovò, sì il petto Che fora assai se fosse stato nudo:Gli passò la
corazza e il soprappetto . Ma prima un ben ferrato e grosso scudo. Dietro le
spalle un braccio il ferro netto Si vide uscir; tanto fu il colpo crudo. Quel
fìtto nella lancia addietro lassi, E sopra gli altri a tutta briglia passa:
stanza 57 83 E diede l'orto a ohi Tenia seooudo, Ed a chi terzo si terribil
botta, Che rotto nella schena nscir del mondo Fa' r uno e T altro, e delia
sella a annotta Si duro fu rincontro e di tal pondo, Si stretta insieme ne
venia la frotta. Ho veduto bombarde a qnella gnisa Le squadre aprir, che fé' lo
stuol Marfisa. 84 Sopra di lei più lance rotte furo; Ma tanto a quelli colpi
ella si mosse, Quanto nel ginoco delle cacce nn muro Si muova a colpi delle
palle grosse. L'usbergo suo di tempra era sì duro, Che non gli potean contra le
percosse; E per incanto al foco dell'inferno Cotto, e temprato all' acque fu
d'Avemo. 85 Al fin del campo il destrier tenne, e volse, E fermò alquanto, e in
fretta poi lo spine Incontra gli altri, e sbaragliolli e sciolse, E di lor
sangue insin all'elsa tinse. All'uno il capo, all'altro il braccio tolse; E un
altro in guisa con la spada cinse, Che'l petto interra andò col capo ed ambe Le
braccia, e in sella il ventre era e le gambe. 86 Lo parti, dico, per dritta
misura, Delle coste e dell'anche alle confine, E lo fé' rimaner mezza figura,
Qual dinanzi all' immagini divine, Poste d'argento, e più di cera pura Son da
genti lontane e da vicine, ringraziarle, e sciorre il voto vanno Delle domande
pie ch'ottenute hanno. 87 Ad uno che fuggia dietro si mise, Né fu a mezzo la
piazza, che lo giunse; E '1 capo e '1 collo in modo gli divise, Che medico mai
più non lo raggiunse. ìm ggmmn tutti, un dopo l'altro, uccise, 0 ferì sì, eh'
ogni vigor rf enreme i E fu sicura che levar di terra Mai più non si potrìan
per farle guerra. 88 Stato era il cavalier sempre in un canto, Che la decina in
piazza avea condutta; Perocché contra un solo andar con tanto Vantaggio, opra
gli parve iniqua e brutta. Or che per una man torsi da canto Vide sì tosto la
compagnia tutta, Per dimostrar che la tardanza fosse Cortesia stata, e non
timor, si mosse. 89 Con man fé' cenno di volere, innanti Che facesse altro,
alcuna cosa dire; E non pensando in si vlril sembianti Che s' avesse una
vergine a coprire, Le disse: Cavaliero, ornai di tanti Esser dèi stanco, e' hai
fatto morire; s' io volessi, più di quel che sei, Stancarti ancor, discortesia
farei. 90 Che ti riposi insino al giorno nuovo, E doman tomi in campo, ti
concedo. Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo; Che travagliato e lasso esser
ti credo. Il travagliare in arme non m é nuòvo, Né per sì poco alla fatica cedo
(Disse Marfisa); e spero ch'a tuo costo Io ti farò di questo avveder tosto. 91
Della cortese offerta ti ringrazio, Ma riposare ancor non mi bisogna, E ci
avanza del giorno tanto spazio, Ch'a porlo tutto in ozio è pur vergogna.
Rispose il cavalier: Fuss'io sì sazio D'ogn' altra cosa che'l mio core agogna,
Come t'ho in questo da saziar; ma vedi Che non ti manchi il dì più che non
credi. 92 Così diss' egli, e fé' portare in fretta Due grosse lance, anzi due
gravi antenne; Ed a Marfisa dar ne fé' 1 eletta:Tolse l'altra per sé, eh'
indietro venne. sono in punto, ed altro non s'aspetta Ch'un alto suon che lor
la giostra accenne Ecco la terra e l'aria e il mar rimbomba Nel muover loro al
primo suon di tromba. 93 Trar fiato, bocci aprir, o battere occli Non si vedea
de' riguardanti alcuno; Tanto a mirare a chi la palma tocchi Dei duo campioni,
intdsnto era ciascuno. Marfisa, acciò che dell' arcioa trabocchi 8i, die mai
non si levi il guerrier bruno, Drizza la lancia; e il guerrier brunoforte
Studia non men di por Marfisa a morte. 94 Le lance ambe di secco e suttil
salce. di Cerro sembrar grosso ed acerbo, Cosi n' andaro in tronchi fin al
calce; E l'incontro ai destrier fu sì superbo, Che parimente parve da una falce
Delle gambe esser lor tronco ogni nerbo. Cadèro ambi ugualmente: ma i campioni
Fur presti a disbrigarsi dagli arcioni. 95 A mille cavalieri, alla sua vita,
prìmo incontro area la sella tolta Marfisa, ed ella mai non n era uscita; E
n'uscì, come udite, a questa volta. Del caso strano non pur sbigottita, Ma
quasi fu per rimanerne stolta. Parve anco strano al cavalier dal nero, Che non
solca cader già di leggiero. 96 Tocca avean nel cader la terra appena, Che furo
in piedi, e rinnovar l'assalto. Tiigli e punte a furor quivi si mena: Quivi
ripara or scudo, or lama, or salto. Vada la botta vota, o vada piena, L'aria ne
stride, e ne risuona in alto. elmi, quelli usberghi, quelli scudi Mostrar
ch'erano saldi più ch'incudi. 97 Se dell'aspra donzella il braccio è grave, Né
quel del cavalier nimico è lieve. Ben la misura ugual l'un dall'altro ave:
Quanto appunto l'un dà, tanto riceve. Chi vuol due fiere audaci anime brave,
Cercar più là di queste due non deve, Né cercar più destrezza né più possa; Che
n'hau tra lor quanto più aver si possa. 101 La battaglia durò fin alla sera, Né
chi avesse anco.il meglio era palese: Ne l'un né l'altro più senza lamiera
Saputo avria come schivar V offese. Giunta la notte, all'inclita guerriera Fu
il primo a dir il cavalier cortese: Che farem, poi che con ugual fortuna N'ha
sopraggiunti la notte importuna? 102 Meglio mi par che'l viver tno prolungLi
Almeno insino a tanto che s'aggiorni Io non posso concederti che aggiunghi
Fuorché una notte piccola a' tuoi giorni E di ciò che non gli abbi aver più
Inoglti, La colpa sopra a me non vo'che tomi: Tomi pur sopra alla spietata
legge sesso femminil che'l loco regge. 103 Se di te ducimi e di quest'altri
tuoi, Lo sa Colui che nulla cosa ha oscura. Con tuoi compagni star meco tu puoi:
Con altri non avrai stanza sicura; Perché la turba, a cu'i mariti suoi Oggi
uccisi hai, già centra te congiura. Ciascun di questi, a cui dato hai la morte,
Era di diece femmine consorte. 98 Le donne che gran pezzo mirato hanno
Continuar tante percosse orrende, E che nei cavalier segno d'alTanno E di
stanchezza ancor non si comprende. Dei duo miglior guerrier lode lor danno, Che
sien tra quanto il mar sua braccia estende. Par lor che, se non fosser più che
forti, Esser dovrian sol del travaglio morti. 99 Ragionando tra sé, dicea
Marfisa: Buon fu per me, che costui non si mosse; Ch'andava a risco di restame
uccisa, Se dianzi stato coi compagni fosse. Quando io mi trovo appena a questa
guisa Di potergli star centra alle percosse. Cosi dice Maifisa; e tuttavolta
Non resta di menar la spada in volta. 100 Buon fu per me, dicea quell'altro
ancora. Che riposar costui non ho lasciato: Difender me ne posso a fatica ora
Che della prima pugna é travagliato. Se fin al nuovo di facea dimora A
ripigliar vigor, che saria stato?Ventura ebbi io, quanto più possa aversi, Ohe
non voliesse tor quel ch'io gli offersi 104 Del danno ch'han da te
ricevut'oggi, Disian novanta femmine vendetta; Sì che, se meco ad albergar non
poggi, Questa notte assalito esser t'aspetta. Disse Marfisa: Accetto che
m'alloggi, Con sicurtà che non sia men perfetta In te la fede e la bontà del
core, Che sia l'ardire e il corporal valore; 105 Ma che t' incresca che m'abbi
ad uecidere. Ben ti può increscere anco del contrario. Fin qui non credo che
l'abbi da ridere, Perch'io sia men di te duro avversario. 0 la pugna seguir
vogli o dividere, 0 farla all'uno o all'altro luminano. Ad ogni cenno pronta tu
m'avrai, E come ed ogni volta che vorrai 106 Cosi fudifferita la tenzone Finché
di Gange uscisse il nuovo albore; E si restò senza conclusione Chi d'essi duo
guerrier fosse il migliore. Ad Aquilante venne ed a Grifone, E così agli altri
il liberal signore; E li pregò che fino al nuovo giorno Piacesse lor di far
seco soggiorno 107 Tenner loHvito senza alcun sospetto; Indi, a splendor di
bianchi torchi ardenti, Tutti salirò overa an real tetto, Distinto in molti
adorni alloggiamenti. Stupefatti al levarsi delP elmetto, Mirandosi, restaro i
combattenti, Chè'l cavalier, per quanto apparea faora, Non eccedeva i dìciotto
anni ancora. 108 Si maraviglia la donzella, come In arme tanto un giovinetto
vaglia; Si maraviglia T altro challe chiome S avvede con chi avea fatto
battaglia:E si domandan Tun con 1 altro il nome; E tal debito tosto si
ragguaglia. Ma come si nomasse il giovinetto, NelU altro Canto ad asciltar
v'aspetto. N OTIL St. a. V.5. Falle, sbaglia. St. 9. V.2. Calamo, canna: qai
freccia. St. 12. v.2. Del teban Creonte. Costui, dopo la morte dei suoi nipoti,
vietò che loro fosse data sepol tura ; e dannò a morte Antigone che, mossa da
fiatemo amore per Polinice, rappe il divieto. St. 22. V.3. Panacea; pianta
odorosa, dalla cui radice e gambo intagliati stilla Toppoponaco; figuratamente
prendesi per farmaco universale. St. <3. V.78. ~ Auspice era presso 1 Latini
colui che conciliava il matrimonio; e assisteva ali nomo in tutte le cerimonie
che si usavano nel celebrarlo. Lo stesso ufficio faceva per parte della donna
la pro nuba. St. 37. V.3. India del Catai. Col nome d'India si designarono
tutti i paesi dell'estremo oriente, compre savi anche la Cina; della quale il
Catai era propria mente la parte settentrionale. St. 44. V.13. Castello e
ballador, ecc. Si é spie gato più addietro che sia il castello di nave:
balladore dicesi nn luogo praticabile, che sporge airinfkiori in una o in
ambedue Testremità del navìglio. Verno: qui la procella. St. 46. V.15. LinUssò:
luogo dell' isola di Cipro, in fondo di una piccola baia tra Larnaca e
Capogatto; ed è VAmathus degli antichi. Seceagne: secche, bassi fondi St. 47.
V.3. Trinchetto: vela triangoligre che spie gasi esteriormente al naviglio, e
si raccomanda al bom presso, cioè all'albero sporgente fuori della prora. St.
48. V 18. Fu peregrino promesso: fu fatto voto di pellegrinaggio al binai, ecc.
Alla Vergine dEtHno. Il Pomari accenna questo santuario, sotto il nome di
Utino, nel Friuli dov era Aquileia, e cita due versi del Sabellico; altri lo ha
creduto in Candia; ma sembra che, anche non molto dopo la morte deirAutore, non
se ne avesse sicura notizia. Toma: da tomare, cadere col capo all'ingiù; qui
significa l'alterno abbas sarsi e sollevarsi dall'un de' capi, che fa un
naviglio in burrasca. Albero deW artimone, altrimenti albero di mezzana: quello
che sostiene la maggior vela della nave. St. 49. V.17. Colli: fardelli di
merci. Giare: parti del naviglio ove si custodiscono gli attrezzi. St. 50.
V.67. Luce di "Sant'enfio; meteora lumi nosa, che suol farsi vedere sulle
cime degli alberi, o sulle antenne, allorché la tempesta ò vicina a cedere.
Cocchina: attrezzo marinaresco, piccola antenna sulla prora, a cui talvolta si
lega il trinchetto in tempo di burrasca. St. 51. V.7. Traversia: forte
agitazione del mare che continua, anche dopo rallentata la furia della tem
pesta. St. 53. V.26. Spere: fiistelli di legno legati in sieme ohe si gettavano
in mare, attaccati alla nave, per diminuirne il corso. Caluma la gomona:
sospende nell'acqua l'Ancora attaccata alla gomena; e ciò per accrescere la
resistenza all'impeto della nave. Lelit miere: la meteora luminosa, di cui
sopra si è detto. St. 54. V.1. Golfo di Laiaszo, L'antico Sinus Is sicus. Isso
città célèbre per la battaglia vinta da Ales sandro contro Dario; ò detta ora
Aiazzo e Laiazzo. Il golfo dicesi ora Aleasandretta. St. 56. V.2. Salissero.
Salire, qui usato alla spa gnola per uscire, St. 57. V.8. Oli antichi
lasciarono memoria d un regno delle Amazzoni, in riva al fiume Termodonte. St.
70. V.46. Far periglio: far prova. St. 74. V.8. ~ H gordiano nodo: nodo fatto
da Gordio, agricoltore che divenne poi re di Frigia. Dipendendo l'acquisto
dell'impero d'Asia dallo sciogliere quel nodo intricatissimo, Alessandro Magno,
per desbrigarsene, lo con la spada. St. 78. y. b. Il freddo plaustro: la
costellazione dell'Orsa, detta altresì carro di Boote, che si volge in tomo al
polo boreale. St. 83. V.4. A un otta: ann'ora, nello stesso tempo. St. 85. V.6.
Cinse: qui tagliò di netto. St. 87. V.6. Emunse: fiaccò. St. 105. V.6. AW uno o
airaltro luminario: al lume del sole e della luna: di giorno o di notte. St.
106. V.2. Il Gange, fiume dell'India, essendo a Oriente può dirai,
poeticamente, che il sole esce da quello. Lo disse anche Dante (Air., 0. 11).
Jl LÌtejìnu gLifmera, con coi MarBm ba t ombatlato ÌB" li uottfit Jc iii
maìiifea per Qnjdoti Selvaggio, t'amiilia. "U C] liui'aiii otite, et 1 uà
ira l 'origlile del ài n" ici?)tumiiiLZLi, m ijiteiiuU lììlA citta.
MarAc" e i ji:ìj;iii si aii iuKono a |ifti1iiiie pr form d'arme,
Asloil& liù iÌEilu tiì l'orno, e tutti fciggtjuo F{Mixi?ttt&ti.
Mtr&a HIT iva, in Francia, "4 incontra hi vtcrhia Cjibntii eia
uLishi.Ie LFisuldlik; " ai' compagna coìl ]"i, ed abbatte
l'iniLljE.']lo; ti'u\a ijuiótli Zerbino, lo gvtla dairviìmc, i gli Jh iij
gujirJia 0 abrina. Lt iloiiLi antique ÌJauuu niirabil cose Flltio lieti"
arme e nelle sacre moBe; K (li lur upre be]le e glorioae liniii luiiju in tutto
il munda si difltise. Arpa li ire v L':iHiilla si,u fumose j Perchè in
battaglia erano esperte ed use; Saffo e Corinna, perchè furon dotte, Splendono
illustri, e mai Loii veggou notte. 2 Le donne son venute in eccellenza Di ciascun'
arte, ove hanno posto cura; E qualunque all'istorie abbia avvertenza, Ne sente
ancor la ìmùa non oscura. Se 'I mondo n' è gran tempo stato senza, Non però
sempre il mal' influsso dura; E forse ascosi bau lor debiti onori L'invidia, o
il non saper degli scrittori. 3 Ben mi par di veder di' al secol nostro Tanta
virtù fra belle donne emerga, Che può dare opra a carte et ad inchiostro,
Perchè nei futuri anni si disperga, E perchè, odiose lingue, il mal dir vostro
vostra eterna infamia si sommerga; E le lor lode appariranno in guisa, Che di
gran lunga avanzeran Marfisa. 4 Or pur tornando a lei, questa donzella Al
cavalier che le usò cortesia, Dell'esser suo non niega dar novella, Quando esso
a lei, voglia contar chi sia. Sbrìgossi tosto del suo debito ella, Tanto il
nome di lui saper disia. Io son, disse, Marfisa: e fu assai questo; Che si
sapea per tutto 'l mondo il resto. 5 L altro comincia, poiché tocca a lui. Con
più proemio a darle di sé conto, Dicendo: Io credo che ciascun di vui Abbia
della mia stirpe il nome in pronto; Che non pur Francia e Spagna e 1 vicin sui,
Ma l'Lidia, l'Etiopia e il freddo Ponto Han chiara cognizion di Chiaramente,
Onde uscì il cavalier ch'uccise Almonte, 6 E quel eh' a Chiarì'ello e al re
Mambrino Diede la morte, e il regno lor disfece. Di questo sangue, dove
nell'Eusino L'Istro ne vien con otto corna o diece, Al duca Amone, il qual già
peregrino Vi capitò, la madre mia mi fece:E l'anno è ormai eh' io la lasciai
dolente, Per gire in Francia a ritrovar mia gente. 7 Ma non potei finire il mio
viaggio; Che qua mi spinse un tempestoso Noto. Son dieci mesi, o più, che
stanza v' aggio; Che tutti i giorni e tutte l'ore noto. Nominato son io Guidon
Selvaggio, Di poca prova ancora e poco noto. Uccisi qui Argilon da Melibea, Con
dieci cavalier che seco avea. 8 Feci la prova ancor delle donzelle:Cosi n' ho
diece a' miei piaceri allato; Ed alla scelta mia son le più belle, E son le più
gentil di questo stato E queste reggo e tutte l'altre; eh' elle Di sé m' hanno
governo e scettro dato:Cosi daranno a qualunque altro arrida Fortuna si, che la
decina ancida. 9 I cavalier domandano a Guidone, Com' ha si pochi maschi il
teuitoro; E s'alle mogli hanno suggezì'one. Come esse l'han negli altri lochi a
loro. Disse Guidon: Più volte la cagione Udita n' ho da poi che qui dimoro; E
vi sarà, secondo ch'io l'ho udita. Da me, poiché v'aggrada, riferita. 10 Al
tempo che tornar dopo anni venti Da Troia i Greci (che durò l'assedio Dieci, e
dieci altri da contrari venti Furo agitati in mar con troppo tedio). Trovar che
le lor donne agli tormenti Di tanta absenzia avean preso rimedio; Tutte s'
avean gioveni amanti eletti. Per non si raffreddar sole nei letti. 11 Le case
lor trovare i Greci piene Degli altrui figli; e per parer comune Perdonano alle
mogli, che san bene Che tanto non potean viver digiune. Ma ai figli degli
adulteri conviene Altrove procacciarsi altre fortune; Che tollerar non vogliono
i mariti Che più alle spese lor sieno notriti. 12 Sono altri esposti, altri
tenuti occulti Dalle lor madri, e sostenuti in vita, lu varie squadre quei
ch'erano adulti Feron, chi qua chi là, tutti partita. Per altri l'arme son, per
altri culti Gli studj e l'arti: altri la terra trita; Serve altri in corte;
altri è guardian di gregge, Come piace a colei che quaggiù regge. Parti fra gli
altri un giovinetto, figlio Di Clitemnestra, la crudel regina, Di diciotto
anni, fresco cone un giglio, 0 rosa còlta allor di su la spina. Questi, armato
un suo legno, a dar di piglio Si pose e a depredar per la marina In compagnia
di cento giovinetti Del tempo suo, per tutta Grecia eletti. 14 I Cretesi, in
quel tempo che cacciato Il crudo Idomeneo del regno aveano, E, per assicurarsi
il nuovo stato, Denomini e darme adnnazion faceano, Fero con bnon stipendio lor
soldato Falanto (cosi al giovine diceano), E lui con tutti quei che seco avea,
Poser per guardia al'a città Dictea. 15 Fra cento alme città ch'erano in Creta,
Dictea più ricca e più piacevol era, Di belle donne ed amorose lieta, Lieta di
giochi da mattino a sera: E com'era ogni tèmpo consueta D'accarezzar la gente
forestiera, Fé a costor sì, che molto non rimase A fargli anco signor delle lor
case. 16 Fran gioveni tuiti e belli affatto; Che '1 fior di Grecia avea Falanto
eletto:Si ch'alle belle donne, al primo tratto Che v'apparir, trassero i cor
del petto. ' Poiché non men chebelli, ancora in fitto Si dimostrar buoni e
gagliardi al letto, Si fero ad esse in pochi di si grati. Che sopra ogn' altro
ben n'erano amati. 17 Finita che d'accordo é poi la guerra Per cui stato
Falanto era condutto, E lo stipendio militar si Ferra, Sì che non v'hanno i
gioteni più frutto, E per questo lasciar voglion la terra; Fan le donne di
Creta maggior lutto, E per ciò versan più dirotti pianti, Che se i lor padri
avesson morti avanti. 18 Dalle lor donne i gioveni assai furo, Ciascun per sé,
di rimaner pregati:Né volendo restare, e"se con loro K' andar, lasciando e
padri e figli e frati, Di ricche gemme e di gran somma d'oro Avendo i lor
dimestici spogliati; Che la pratica fu taLto secreta, Che non sentì la fuga
uomo di Creta. 19 Si fu propizio il vento, sì tn l'ora Comoda che Falanto a
fuggir colse. Che molte miglia erano usciti fnora. Quando del danno suo Creta
si dolse. Poi questa spiaggia, inabitata allora, Trascorsi per fortuna li
raccolse. Qui si posare, e qui sicuri tutti Meglio del furto lor videro i
frutti. 20 Questa lor fu per died giorni stanzi Di piaceri amorosi tutta piena.
Ma come spesso avvien che l'abbondanza Seco in cor giovenil fastidio mena,
Tutti d'accordo fnr di restar senza Femmine, e liberarsi di tal pena; Che non è
soma da portar si grave. Come aver donna, quindo a noia save. 21 Essi che di
guadagno e di rapine bramosi, e di dispendio parchi, Vider eh' a pascer tante
concubine, D'altro che d'aste avean bisogno e d'archi: Si che sole lasciar qui
le meschine, E se n' andar di lor ricchezze carchi Là dove in Puglia in ripa al
mar poi sento Ch'edificar la terra di Tarento. 22 Le donne, che si videro
tradite Dai loro amanti, in che più fede aveano, Restar per alcun di si
sbigottite, statue immote in lito al mar pareano. Visto poi che da gridi e da
infinite Lacrime alcun profitto non tracano, A pensar cominciaro e ad aver cura
Come aiutarsi in tanta lor sciagura. 23 E proponendo in mezzo i lor pareri.
Altre diceano: In Creta é da tornarsi, E piuttosto all'arbitrio de' severi
Padri e d'offesi lor mariti dari, Che nei deserti liti e boschi fieri Di
disagio e di fame consumarsi. Altre dicean che lor sana più onesto Affogarsi
nel mar, che mai far questo; 24 E che manco mal era meretrici Andar pel mondo, andar
mendiche o schiave. sé stesse offerire alli supplici Di eh' eran degne l'opere
lor prave. e simil partiti le infelici Si proponean, ciascim più duro e grave.
Tra loro alfine una Orontea levosse, Ch'orìgine traea dal re Minosse; 25 La
piùgioven dell' altre e la più bella E la più accorta, e eh' avea meno
errato:Amato avea Falanto, e a lui pulzella Datasi e per lui il padre avea
lasciato., mostrando in viso ed in favellaIl magnanimo cor d'ira infiammato,
Redarguendo di tutte altre il detto, Suo parer disse, e fé' seguirne effetto.
26 Di questa terra a lei non parve tórsi, conobbe feconda e d'aria sana, Di
selve opaca . e la più parte piana; Con porti e foci, ove dal mar ricorsi Per
ria fortuna avea la geate estrana, Ch'or d'Africa portava, ora d'Egitto, Cose
diverse e necessarie al vitto. Qui parve a lei fermarsi, e far vendetta Del
viril sesso che le avea si offese: Vuol ch'ogni nave che da' venti astretta A
pigliar venga porto in suo paese, sacco, a sangue, a fuoco alfin si metta; Né
della vita a un sol si sia cortese.Cosi fu detto, e così fu concluso, E fu
fatta la logge, e messa in uso. Stanza 86. 28 Come turbar V nria sentiano,
armate Le femmine correan su la marina, Dall' implacabile Orontea guitlate, Che
die lor legge, e si fé' lor regina; E delle navi ai liti lor cacciate, Faceano
incendj orribili e rapina, Uom non lasciando vivo, che novella Dar ne potesse o
in questa parte o in quella. 29 Cosi solinghe vissero qualch'anno, Aspre
nimiche del sesso virile. Ma conobbero poi che '1 proprio danno Procaccerian,
se non mutavan stile: Cbè, se di lor propagine non fanno, Sarà lor legge in
breve irrita e vile . £ mancherà con l'infecondo regno, Dove di farla etema era
il disegno. 30 Si che, temprando il suo rigore un poco, Scelsero, in spazio di
quattro anni interi. Di quanti capitaro in questo loco Dieci belli e gagliardi
cavalieri, Che per durar nell'amoroso gioco Contr'esse cento fosser buon
guerrieri. Esse in tutto eran cento; e statuito Ad ogni lor decina fu un
marito. 31 Prima ne fur decapitati molti Che riuscirò al paragon mal forti. Or
questi dieci a buona prova tolti, Del letto e del governo ebbon consorti;
Facendo lor giurar che, se più cólti Altri uomini verriano in questi porti,
Essi sarian che, spenta ogni pietade, Li porriano ugualmente a fil di spade. 32
Ad ingrossare, ed a fiarliar appresso Le donne, indi a temere incomìnciaro, Che
tanti nascerian del viril sesso, Che con tra lor non avrian poi riparo, E alfin
in man degli uomini rimesso il governo eh elle avean si caro:Sì ch'ordinar,
mentre eran gli anni imbelli, Far si, che mai non fosson lor ribelli. 33 Acciò
il sesso viril non le soggioghi, Uno ogni madre vuol la legge orrenda, Che
tenga seco; gli altri, o li suffoghi, 0 fuor del regno li permuti o venda. Ne
mandano per questo in vari luoghi:E a chi gli porta dicono che prenda Femmine,
se a baratto aver ne puote; Se non, non tomi almen con le man vote. 34 Né nno
ancora alleverian, se senza Potesson fare, e mantenere il gregge. Questa è
quanta pietà, quanta clemenza Più ai suoi ch'agli altri usa l'iniqua legge: Gli
altri condannan con UTual sentenza; E solamente in questo si correg:ge. Che non
vuol che, secondo il primiero uso, Le femmine gli uccidano in confuso. 35 Se
dieci o venti o più persone a un tratto Vi fosser giunte, in carcere erau messe:E
d'una al giorno, e non di più, era tratto Il capo a sorte, che perir dovesse
Nel tempio orrendo ch'Orontea avea fatto, Dove un altare alla Vendetta eresse:E
dato all'un de' dieci il crudo ufficio Per sorte era di fame sacrificio. 38
Orontea vivea ancora; e già mancate Tutt' eran l'altre eh' abitar qui prima:E
diece tante e più n' erano nate, E in forza eran cresciute e in miggior stimi
Né tra diece fucine che serrate Stavan pur spesso, avean più dnna limi; E dieci
cavalieri anco avean cura Di dare a chi venia fiera avventura. 39 Alessandra,
bramosa di vedere Il giovinetto eh' avea tante lode.Dalla sua matre in singular
piacere Impetra sì, eh' Elbanio vede et ode:E quando vuol partirne, rimanere Si
sente il core ove è chi '1 punge e rode Legar si sente, e non sa far contesa, E
alfin dal suo prigion si trova presa. 40 Elbanio disse a lei: Se di pietade S'
avesse, donna, qui notizia ancora, Come se n'ha per tutt' altre contrade.
Dovunque il vago sol luce e colora; Io vi oser:i, per votr'alma beltade . Ch'ogn'
animo gentil di sé innamora. Chiedervi in don la vita mia, che poi Sarìa ognor
presto a spenderla per voi. 41 Or quando fuor d'ogni ragion qui sono Privi
d'umanitade i cori umani, Non vi domanderò la vita in dono; Che i prirghi miei
so ben che sarian vani:Ma che da ca vallerò, o tristo o buono Ch'io sia, possi
morir con l'arme in miai . E non come dannato per giudicio, 0 come animai bmto
in sacrificio. 6 Dopo molt'anni alle ripe omicide A dar venne di capo un
giovinetto, La cui stirpe scendea dal buono Alcide, Di gran valor nell' arme,
Elbanio detto. Qui preso fu, eh' appena se n' avvide, Come quel che venia senza
sospetto; E con gran guardia in stretta parte chiuso, Con gli altri era serbato
al era lei uso. 4'2 Alessandra gentil, ch'umidi avea. Per la pietà del
giovinetto, i rai, Rispose: Ancorché più crudele e re.\, Sia questa terra, eh'
altra fosse mai, Non concedoperò che qui Medea Ogni femmina sia, come tu fai; E
quando ogni altra cosi fosse ancora, Me sola di tant' altre io vo'trar fuora.
37 Di viso era costui bello e giocondo, E di maniere e di costumi ornato, E di
parlar sì dolce e sì facondo, Ch'un aspe volentier l'avria ascoltato: Si che,
come di cosa rara al mondo, Dell'esser suo fu tosto rapportato Ad Alessandra
figlia d'Orontea, Che di molt'anni grave anco vivea. 43 E sebben per addietro
io fossi stata Empia e cmdel, come qui sono tante, Dir posso che suggetto ove
mostrata Per me fosse pietà, non ebbi avante. Ma ben sarei di tigre più
arrabbiata, E più duro avre'il cor che di diamante. Se non m'avesse tolto ogni
durezza Tua beltà, tuo valor, tua gentilezza. 44: Cosi non fosse la legge più
forte, Che centra i peregrini è statuita, Come io non schiverei con la mia
morte Di ricomprar la tua più degna vita. Ma non è grado qui di sì gran sorte,
Che ti potesse dar libera aita; quel che chiedi ancor, benché sia poco,
Difficile ottener fia in questo loco. 45 Pur io vedrò di far che tu P ottenga,
Ch' abbi innanzi al morir questo contento; Ma mi dubito ben che te n'avvenga,
Tenendo il morir lungo, più tormento. Soggiunse Elbanio: Quando incontra io
venga A dieci armato, di tal cor mi sento, Ohe la vita ho speranza di salvarme,
E uccider lor, se tutti fosser arme. 50 La principal cagion eh' a far disegno
Sul commercio degli uomini ci mosse, Non fu perch'a difender questo regno Del
loro aiuto alcun bisogno fosse; Che per far questo abbiamo ardire e ingegno Da
noi medesme, e a sufficienzia posse:senza sapessimo far anco, Che non venisse
il propagarci a manco. 51 Ma poiché senza lor questo non lece, Tolti abbiam, ma
non tanti, in compagnia, Che mai ne sia più d'uno incontra diece, Si ch'aver di
noi possa signoria. Per concepir di lor questo si fece, che di lor difesa uopo
ci sia. ' La lor prodezza sol ne vaglia in questo, E sieno ignavi e inutili nel
resto. 46 Alessandra a quel detto non rispose Se non un gran sospiro, e
dipartisse; portò nel partir mille amorose Punte nel cor, mai non sanabil,
fisse. Venne alla madre, e volontà le pose Dì non lasciar che '1 cavalier
morisse, si dimostrasse così forte, Che, solo, avesse posto i dieci a morte. La
regina Orontea fece raccorrò n suo consiglio, e disse: A noi conviene Sempre il
miglior che ritroviamo, porre guardar nostri porti e nostre arene; E per saper
chi ben lasciar, chi tórre, Prova è sempre da far, quando gli avviene; Per non
patir con nostro danno a torto, Che regni il vile, e chi ha valor sia morto. 48
A me par, se a voi par, che statuito Sia ch'ogni cavalier per lo avvenire, Che
fortuna abbia tratto al nostro lito, Prima ch'ai tempio si faccia morire, Possa
egli sol, se gli piace il partito, i dieci alla battaglia uscire; £ se di tutti
vincerli è possente, Guardi egli il porto, e seco abbia altra gente. 49 Parlo
cosi, perchè abbiam qui un prigione Che par che vincer dieci s' ofFerisca.
Quando, sol, vaglia tante altre persone, Dignissimo è, per Dio, che
s'esaudisca. Così in contrario avrà punizione, Quando vaneggi e temerario
ardisca. Orontea fine al suo parlar qui pose, A cui delle più antique una
rispose:52 Tra noi tenere un uom che sia si forte, Contrario è in tutto al
principal disegno. Se può un solo a dieci uomini dar morte, Quante donne farà
stare egli al segno? Se i dieci nostri fosser di tal sorte, Il primo di
n'avrebbon tolto il regno. Non è la via di dominar, se vuoi Por l'arme in mano
a chi può più di noi. 53 Pon mente ancor, che quando così aiti questo tuo, che
i dieci uccida, Di cento donne che de' lor mariti BJmarran prive, sentirai le
grida. Se vuol campar, proponga altri partiti, Ch'esser di dieci gioveni
omicida. Pur, se per far con cento donne è buono Quel che dieci fariano, abbi'
perdono. 54 Fu d'Artemia crudel questo il parere (Così avea nome); e non mancò
per lei Di far nel tempio Elbanio rimanere Scannato innanzi agli spietati Dei.
Ma la madre Orontea, che compiacere Volse alla figlia, replicò a colei Altre ed
altre ragioni, e modo tenne Che nel senato il suo parer s' ottenne. 55 L'aver
Elbanio di bellezza il vanto Sopra ogni cavalier che fosse al mondo, Fu nei cor
delle giovani di tanto. Ch'erano in quel consiglio, e di tal pondo, Che '1 parer
delle vecchie andò da canto, Che con Artemia volean far secondo L'ordine
antiquo; né lontan fu molto Ad esser per favore Elbanio assolto. 56 Di
perdonargli in somma fa concluso, Ma poi che I4 decina avesse spento, E che
neir altro assalto fosse ad uso Di diece donne baono, e non di cento. career V
altro giorno fu dischiuso; E avuto arme e cavallo a suo talento, Contra dieci
guerrier, solo" si mise, E l'uno appresso all'altro in piazza uccise. 57
Fu la notte seguente a prova Contra diece donzelle ignudo e mìo, Dov' ebbe all'
ardir suo si buon successo, Che fece il saggio di tutto lo stuolo. E questo gli
acquistò tal grazia appresso Ad Oroutea, che Tebbe per figlinolo gli diede
Alessandra e l'altre nove Con ch'avea fatto le notturne prove. stanza 91. 58 E
lo lasciò con Alessandra bella, poi die nome a questa terra, erede, Con patto
eh' a servare egli abbia quella Legge, ed ogni altro che da lui succede:Che
ciascun che giammai sua fiera stella Farà qui por lo sventurato piede, Elegger
possa, 0 in sacrificio darsi, 0 con dieci guerrier, solo, provarsi. 59 E se gli
avvien che'l di gli uomini uccida, L% notte con le femmine si provi; E quando
in questo ancor tanto gli arrida La sorte sua, che vincitor si trovi, Sia del
femmineo stuol priucipe e guida, E la decina a scelta sua rinnovi, Con la qual
regni, fin eh' un altro arrivi, Che sia più forte, e lui di vita privi. 60
Appresso a dua mila auni il costume empio Si è mantenuto, e si mantiene ancora;
E sono pochi giorni che nel tempio Uno infelice peregrin non mora. Se contra
dieci alcun chiede, ad esempio D'Elbanio, armarsi (che ve n'è talora), Spesso
la vita al primo assalto lassa; di mille uno all'altra prova passa. 61 Pur ci
passano alcuni; ma si rari, Che su le dita annoverar si ponno. Uno di questi fu
Argilon; ma guari Con la decina sua non fu qui donno; Che cacciandomi qui venti
contrari, Gli occhi gli chiusi in sempiterno sonno. Cosi fossi io con lui morto
quel giorno, Prima che viver servo in tanto scorno. 62 Che piaceri amorosi e
riso e gioco, Che suole amar ciascun della mia etade, Le purpore e le gemme, e
l'aver loco agli altri nella sna cittade, Potuto hanno, per Dio, mai giovar
poco All'uom che privo sia di libertade: E U non poter mai più di qui levarmi,
Servitù grave e intollerabil parmi. 63 II vedermi lograr dei miglior anni Il
più bel fiore in si vile opra e molle, Tienuni il cor sempre in stimulo e in
affanni. Ed ogni gusto di piacer mi tolle. fama del mio sangue spiega i vanni
Per tutto '1 mondo, e fin al ciel s' estolle:Che forse buona parte anch'io n'avrei,
S' esser potessi coi fratelli miei. 64 Parmi ch'ingiuria il mio destin mi
faccia. Avendomi a sì vii servigio eletto; Còme chi nell'armento il destrier
caccia. Il qual d'occhi o di piedi abbia difetto, O per altro accidente che
dispiaccia, Sia fatto all' arme e a miglior uso inetto:Né sperando io, se non
per morte, uscire Di sì vii servitù, bramo morire. 65 Ouidon qui fine alle
parole pose, E maledì quel giorno per isdegno, qual dei cavalieri e delle spose
Gli die vittoria in acquistar quel regno. Astolfo stette a udire, e si nascose
Tanto, che si fé' certo a più d'un segno, Che, come detto avea, questo Guidone
figliuol del suo parente Amone. 66 Poi gli rispose: Io sono il duca inglese. Il
tuo cugino Astolfo; ed abbracciollo, con atto amorevole e cortese, Non senza
sparger lagrime, baciollo. parente mio, non più palese madre ti potea por segno
al collo; Ch' a farne fede che tu sei de' nostri, Basta il valor che con la
spada mostri. 67 Guidon, ch'altrove avria fatto gran festa D'aver trovato un sì
stretto parente, Quivi l'accolse con la faccia mesta, Perchè fu di vedervilo
dolente. Se vive, sa ch'Astolfo schiavo resta, Né il termine è più là chel dì
seguente; Se fia libero Astolfo, ne more esso: Si che'l ben d'uno é il iQal
dell'altro espresso. Gli duol che gli altri cavalieri ancora Abbia, vincendo, a
far sempre captivi. Né più, quando esso in quel contrasto mora. Potrà giovar
che servitù lor schivi; Che se d'un fango ben li porta fiiora, E poi s'
inciampi come all' altro arrivi, Avrà lui senza prò vinto Marfisa; Ch' essi pur
ne fien schiavi, ed ella uccisa. 69 Dall'altro canto avea l'acerba etade, La
cortesia e il valor del giovinetto D'amore intenerito e di pietade a Marfisa ed
ai compagni il petto, Che, con morte di lui lor libertade Esser dovendo, avean
quasi a dispetto: E se Marfisa non può far con manco, Ch' uccider lui, vuol
essa morir anco. 70 Ella disse a Guidon: Yientene insieme Con noi, eh' a vìva
forza uscirem quinci. Deh, rispose Guidon, lascia ogni speme mai più uscirne, o
perdi meco o vinci. Ella soggiunse: Il mio cor mai non teme Di non dar fine a
cosa che cominci; Né trovar so la più sicura strada Di quella ove mi sia guida
la spada. 71 Tal nella piazza ho il tuo valor provato, Che, s' io son teco,
ardisco ad ogn' impresa. Quando la turba intomo allo steccato Sarà domani in
sul teatro ascesa, Io vo'che l'uccidiam per ogni lato, 0 vada in fuga o cerchi
far difesa, E ch'indi ai lupi e agli avoltoi del loco LasciamoM corpi, e la
cittade al foco. 72 Soggiunse a lei Guidon: Tu m'avrai pronto A seguitarti, ed
a morirti accanto. Ma vivi rimaner non facciam conto; Bastar ne può di
vendicarci alquanto:Che spesso dieci mila in piazza conto Del popol femminile;
ed altrettanto Resta a guardare e porto e ròcca e mura, Né alcuna via d'uscir
trovo sicura. 73 Disse Marfisa: E molto più sieuo elle uomini che Serse ebbe
già intomo, E sieno più dell'anime ribelle Ch'uscir del ciel con lor perpetuo
scorno; Se tu sei meco, o almen non sie con quelle, Tutte le voglio uccidere in
un giorno. Guidon soggiunse: Io non ci so via alcuna Oh' a valer n'abbia, se
non vai quest'una. 74 Né può sola salvar, se ne succede, Qaestuna chMo dirò,
ch'or mi sovviene. Fuor eh' alle donne, uscir non si concede, Né metter piede
in su le salse arene:per questo commettermi alla fede D'una delle mie donne mi
conviene. Del cui perfetto amor fatta ho sovente Più prova ancor, ch'io non
farò al presente. 75 Non men di me tormi costei disia Di servitù, purché ne
venga meco: Che cosi spera, senza compagnia Delle rivali sue, ch'io viva seco.
Ella nel porto o fusta o saettia Farà ordinar, mentre è ancor l'aer cieco, Ohe
i marinari vostri troverannoAcconcia a navigar, come vi vanno. 76 Dietro a me
tutti in un drappel ristretti. Cavalieri, mercanti e galeotti, Ch'ad albergarvi
sotto a questi tetti. Meco, vostra mercè, sete ridotti, Avrete a farvi ampio
sentier coi petti, Sedei nostro cammin siamo interrotti: Cosi spero, aiutandoci
le spade, Ch'io vi trarrò della crudel cittade. 77 Tu fa come ti par, disse
Marfisa, Ch'io son per me d'uscir di qui sicura. Più facil fia che di mia mano
uccisa La gente sia, eh' è dentro a queste mura. Che mi veggi' fuggire, o in
altra guisa Alcun possa notar eh' abbi' paura. Vo' uscir di giorno, e sol per
forza d'arme; Che per ogni altro modo obbrobrio parme. 78 S'io ci fossi per
donna conosciuta, So eh' avrei dalle donne onore e pregio;E volentieri io ci
sarei tenuta, E tra le prime forse del collegio: Ma con costoro essendoci
venuta, Non ci vo' d'essi aver più privilegio. Troppo error fora ch'io mi
stessi o andassi, e gli altri in servitù lasciassi. 79 Queste parole ed altre
seguitando. Mostrò Marfisa che '1 rispetto solo Ch'avea al periglio de'
compagni (quando Potria loro il suo ardir tornare in duolo) La tenea che con
alto e memorando Segno d'ardir non assalia lo stuolo: E per questo a Guidon
lascia la cura D'usar la via che più gli par sicura. 80 Guidon la notte con
Aleria parla (Così avea nome la più fida moglie) Né bisogno gli fu molto
pregarla; Che la trovò disposta alle sue voglie. Ella tolse una nave e fece
armarla, E v' arrecò le sue più ricche spoglie, Fingendo di volere al nuovo
albore Con le compagne uscire in corso fuore. 81 Ella avea fatto nel palazzo
innanti Spade e lance arrecar, corazze e scudi, Onde armar si potessero i
mercanti E i galeotti ch'eran mezzo nudi. Altri dormirò, ed altri stér vehiantì
Compartendo tra lor gli ozi e gli studi; Spesso guardando, e pur con l'arme
indo&yj Se l'oriente ancor si facea rosso. 82 Dal duro volto della terra il
sole • Non tollea ancora il velo oscuro ed atro Appena avea la Licaonia prole
Per li solchi del ciel volto l'aratro; Quando il femmineo stuol, che veder
vu')!c Il fin della battaglia, empi il teatro. Come ape del suo claustro empie
la soglia, mutar regno al nuovo tempo voglia. 83 Di trombe, di tambur, di suon
di corni Il popol risonar fa cielo e terra. Cosi citando il suo signor, che
tomi A terminar la incominciata guerra. Aquìlante e Grifon stavano adorni Delle
lor arme, e il duca d'Inghilterra, Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti Gli
altri, chi a piedi e chi a cavallo instrutti. 84 Per scender dal palazzo al
mare e al port > La piazza traversar si convenia; Né v' era altro cammin
lungo né corto:Cosi Guidon disse alla compagnia. poi che di ben far molto
conforto Lor diede, entrò senza rumore in vìa; E nella piazza dove il popol
era, S'appresentò con più di cento in schiera. 85 Molto affrettando i suoi
compagni, andava Guidone all'altra porta per uscire: Ma la gran moltitudine che
stava Intorno armata, e sempre atta a ferire, Pensò, come lo vide che menava
Seco quegli altri, che volea fuggire; E tutta a un tratto agli archi suoi
ricorse, E parte, onde s' uscia, venne ad opporse. 86 Guidone e gli altri
cavalier gagliardi, E sopra tutti lor Marfisa forte. Al menar delle man non
fnron tardi, E molto fér per isforzar le porte: lIa tanta e tanta copia era dei
dardi Cbe, con ferite dei compagni e morte, Pioveano lor di sopra e d ogn'
intorno, Ch' alfin temean d'averne danno e scorno. 2 Ma che direte del già
tanto fiero Cor dì Marfisa e di Gnidon Selvaggio? Dei dna giovini figli d Oliviero,
Che già tanto onoraro il lor lignaggio? Già cento mila avean stimato un zero; E
in fuga or se ne van senza coraggio, l'ome conigli o timidi colombi, A cui
vicino alto rumor rimbombi. 87 D'ogui guerrìer T usbergo era perfetto; Che se
non era, avean più da temere. Fu morto il destrier sotto a Sinsontto; Quel di
Marfisa v ebbe a rimanere. Astolfo tra sé disse: Ora, ch aspetto Che mai mi
possi il corno più valere? Io vo' veder, poiché non giova spada, io so col
corno assicurar la strada. 88 Come aiutar nelle fortune estreme si suol, si
pone il corno a bocca. che la terra e tutto '1 mondo trieme, Quando Porribil
suon neiraria scocca. Sì nel cor della gente il timor preme, per disio di fuga
si trabocca Giù del teatro sbigottita e smorta, Non che lasci la guardia della
porta. Come talor si getta e si periglia E da finestra e da sublime locoL
esterrefatta subito famiglia. Che vede appresso e d'ogn intomo il fuoco, Che,
mentre le tenea gravi le ciglia Il pigro sonno, crebbe a poco a poco;Così,
messa la vita in abbandono, Ognun f uggia lo spaventoso suono. 90 Di qua di là,
di su di giù smarrita Surge la turba, e di fuir procaccia:Son più dì mille a un
tempo ad ogni uscita; Cascano a monti, e Puna l'altra impaccia. In tanta calca
perde altra la vita:palchi e da finestre altra si schiaccia:Più d'un braccio si
rompe e d'una testa. Di eh' altra morta, altra storpiata resta. stanza 109. 91
II pianto e '1 grido insino al ciel saliva, D'alta mina misto e di fracasso.,
ovunque il suon del corno arriva, La turba spaventata in fuga il passo. udite
dir che d'ardimento priva La vii plebe si mostri e di cor basso, Non vi
maravigliate; che natura È della lepre aver sempre paura. 93 Cosi noceva ai
suoi, come agli strani La forza che nel comò era incantata., Guidone e i duo germani
Fuggon dietro a Marfisa spaventata; fuggendo ponno ir tanto lontani. Che lor
non. sia l'orecchia anco intronata. Scorre Astolfo la terra in ogni lato, Dando
via sempre al corno maggior fiato. 94 Chi scese al mare, e chi poggilo su al
monte, E chi tra i boschi ad occultar si venne: Alcuna, senza mai volger la
fronte, Fuggir per dieci di non si ritenne:Usci in tal punto alcuna fuor del
ponte . ChMn vita sua mai più non vi rivenne: Sgombraro inmodoe piazze e templi
e case, Che quasi vota la città rimase. 06 Marfisa e'I buon Guidone e i duo
fratelli E Sansonetto, pallidi e tremanti, Fuggiano inverso il mare, e dietro a
quelli Fuggiano i marinari e i mercatanti; Ove Aleria trovar, che fra i
castelli Loro avea un legno apparecchiato innanti. Quindi, poi eh in gran
fretta gli raccolse, Die i remi air acqua, ed ogni vela sciolse. 96 Dentro e
dintorno il duca la cittade Avea scorsa dai colli insino alPonde; Fatto avea
vote rimaner le strade; Ognun lo fugge, ognun se gli nasconde. trovate fur, che
per viltade S' eran gittate in parti oscure e immonde; E molte, non sappiendo
ove s'andare, Messesi a nuoto ed affogate in mare. 97 Per trovare i compagni il
duca viene, si credea di riveder sul molo. Si volge intorno, e le deserte arene
Guarda per tutto, e non v'appare un solo. Leva più gli occhi, e in alto a vele
piene Da sé lontani andar li vede a volo:Si che gli convien fare altro disegno
Al suo cammin, poiché partito é il legno. 98 Lasciamolo andar pur: né vi
rincresca Che tanta strada far debba soletto Per terra d'infedeli e barbaresca.
Dove mai non si va senza sospetto: Non é periglio alcuno, onde non esca Con
quel suo corno, e n'ha mostrato effetto: E dei compagni suoi pigliamo cura.
Ch'ai mar fuggian tremando di paura. 99 A piena vela si cacciaron Innge crudele
e sanguinosa spiaggia; E, poi che di gran lunga non li giunge L'orribil suon
ch'a spaventar più gli aggia, Insolita vergogna si li punge, Che, com'un fuoco,
a tutti il viso raggia: L'un non ardisce a mirar l'altro, e stassi Tristo,
senza parl, eoa gli occhi bassi. 100 Passa il nocchiero, al suo viaggio
intenta. E Cipro e Rodi, e giù per l'onda Egea Da sé vede fuggire isole cento
Col periglioso capo di Malea; E con propizio ed immutabil vento Asconder vede
la greca Morea: Volta Sicilia, e per lo mar tirreno Costeggia dell' Italia il
lite ameno:101 E sopra Luna ultimamente sorse, Dove lasciato avea la sua
fEuniglia; Dìo ringraziando, che '1 pelago corse Quindi un nocchier trovar per
Francia sdorse. Il qual di venir seco li consiglia: E nel suo legno ancor quel dì
montare, Ed a Marsilia in breve si trovare. 102 Quivi non era Bradamante
allora, Che se vi fosse, a far seco dimora avria sforzati con parlar cortese.
Sceser nel lito, e la medesima ora Dai quattro cavalier congedo prese Marfisa,
e dalla donna del Selvaggio; E pigliò alla ventura il suo viaggio, Dicendo che
lodevole non era andasser tanti cavalieri insieme:Che gli storni e i
colombivanno in schiera. I daini e i cervi e ogni animai che teme; Ma l'audace
falcon, l'aquila altiera, Che nell'aiuto altrui non metton speme, Orsi, tigri,
leon, soli ne vanno, Che di più forza alcun timor non hanno. Nessun degli altri
fu di quel pensiero: ch'a lei sola toccò a far partita. Per mezzo i boschi e
per strano sentiero Dunque ella se n'andò sola e romita. Grifone il bianco ed
Aquilante il nero con gli altri duo la via più trita, E giunsero a un castello
il di seguente, Dove albergati fur cortesemente. 105 Cortesemente io dico in
apparenza, Ma tosto vi sentir contrario effetto; Che '1 signor del castel,
benevolenza Fingendo e cortesia, lor die ricette; E poi la notte, che sicuri
senza Timor dormian, li fé' pigliar nel letto; Né prima li lasciò, che
d'osservare Una costuma ria li fé' giurare, 106 Ma Yo'segair la bellicosa
donna. Prima, signor, che di costor più dica. Passò Druenza, il Rodano e la
Sonna, venne appiè d'una montagna aprica. Quivi lungo nn torrente in negra
gonna Vide venire nna femmina antica, Che stanca e lassa era di lunga via, Ma
via più afflitta di malenconia. 107 Questa è la vecchia che solea servire Ai
malandrin nel cavernoso monte, dove alta giustizia fé venire E dar lor morte il
paladino conte. La vecchia,che timore ha di morire Per le cagion che poi vi
saran conte, Già molti di va per via oscura e fosca, 112 Ma poi che fu levato
di sul colle L'incantato Castel del vecchio Atlante, E che potè ciascuno ire
ove volle. opra e per virtù di Bradamante; Costei, ch'alli disii facile e molle
Di Pinabel sempre era stata innante, Si tornò a lui, ed in sua compagnia Non si
potè tenere a bocca chiusa Di non la motteggiar con beffe e risa. Marfisa
altiera, appresso a cui non s'usa Sentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa.
Rispose d'ira accesa alla donzella. Che di lei quella vecchia era più bella;
108 Quivi d'estrano cavalier sembianza L'ebbe Marfisa all'abito e all'arnese; E
perciò non fuggì, com'avea usanza dagli altri eh' eran del paese; Anzi con
sicurezza e con baldanza Si fermò al guado, e di lontan l'attese:La vecchia le
usci incontra, e salutolla. 114 E ch'ai suo cavalier volea provallo. Con patto
di poi tórre a lei la gonna Gittava il cavalier di ch'era donna. Pinabel che
faria, tacendo, fallo. Di risponder con l'arme non assonna:Poi vien Marfisa a
ritrovar con ira. 109 Poi la pregò che seco oltr' a quell' acque Nell'altra
ripa in groppa la portasse.Marfisa, che gentil fu da che nacque, Di là dal
fiumicel seco la trasse; E portarla anch' un pezzo non le spiacque. Fin eh' a
miglior cammin la ritornasse, Fuor d'un gran fango; e al fin di quel sentiero
Si videro all'incontro un cavaliere. 11.5 Marfisa incontra una gran lancia
afferra, E nella vista a Pinabel l'arresta, E sì stordito lo riversa in terra,
Che tarda un'ora a rilevar la testa. Marfisa, vincitrice della guerra. Fé'
trarre a quella giovane la vesta, ogn' altro ornamento le fé' porre, E ne fé'
il tutto alla sua vecchia tórre:II cavalier su ben guernita sella, Di lucide
arme e di bei panni ornatj, Verso il fiume venia, da una donzella E da un solo
scudiero accompagnato. donna ch'avea seco, era assai bella, Ma d'altiero
sembiante e poco grato, Tutta d'orgoglio e di fastidio piena, Del cavalier ben
degna, che la mena. 116 E di quel giovenile abito volse Che si vestisse e se
n'ornasse tutta; E fé' che '1 palafreno anco si tolse, Che la giovane avea
quivi condutta. Indi al preso cammin con lei si volse, Che quant'era più
ornata, era più brutta. Tre giorni se n' andar per lunga strada, Senza far cosa
onde a parlar m'accada. IH Pinabello, un de' conti maganzesi, Era quel cavalier
eh' ella avea seco; Quel medesmo che dianzi a pochi mesi Bradamante gittò nel
cavo speco. Quei sospir, quei singulti cosi accesi, Quel pianto che lo fé' già
quasicieco, Tutto fu per costei eh' or seco avea, Che '1 negromante allor gli
ritenea. 117 U quarto giorno un cavalier trovare. venia in fretta galoppando
solo. Se di saper chi sia forse v' è caro, eh' è Zerbin, di re figliuolo, Di
virtù esempio e di bellezza raro. Che sé stesso rodea d'ira e di duolo Di non
aver potuto far vendetta D'un che gli avea gran cortesia interdetta. 118
Zerbino indarno per la selva corse Dietro a quel suo che gli avea fatto
oltraggio; Ma si a tempo colui seppe via torse, Si seppe nel fuggir prender
vantaggio, Si il bosco e si una nebbia lo soccorse, Ch' avea offuscato il
mattutino raggio, di man di Zerbin si levò netto, Finché Tira e il furor gli
uscì del petto. 119 Non potè, ancor che Zerbin fosse iratx), Tener, vedendo
quella vecchia, il riso; Che gli parca dal giovenile ornato Troppo diverso il
brutto antiquo viso; Ed a Marfisa, che le venia a lato, Che damigella di tal
sorte guidi. non temi trovar chi te la invidi. 120 Avea la donna (se la crespa
buccia PuA dame indicio) più della Sibilla, E parca, cosi ornata, una
bertnccia, Ed or più brutta par, che si corruccia, E che dagli occhi Tira le
sfavilla; Ch'a donna non si fa maggior dispetto, Che quando o vecchia o brutta
le vieu detto 121 Mostrò torbarse V inclita donzella, Per prenderne piacer,
come si prese:E rispose a Zerbin: Mia donna è bella. Per Dio, via più che tu
non sei cortese: Comech'io creda che la tua favella quel che sente V animo non
scese:fingi non conoscer sua beltade, Per escusar la tua somma viltade. E chi
saria quel cavalier che questa Si giovane e sì bella ritrovasse Senza più
compagnia nella foresta, che di farla sua non si provasse?Sì ben, disse Zerbin,
teco s'assesta, saria mal eh' alcun te la levasse:Ed io per me non son così
indiscreto, Che te ne privi mai: stanne pur lieto. 123 S'in altro conto aver
vuoi a far meco. quel ch'io vaglio son per farti mostra: per costei non mi
tener sì cieco,Che solamente far voglia una giostra. 0 brutta o bella sia,
restisi teco: vò' partir tanta amicizia vostra. Com' ella è bella, tu gagliardo
sei. 124 Soggiunse a lui Marfisa: Al tuo dispetti". Di levarmi costei
provar convienti.Non vo' patir ch'un sì leggiadro aspetto Abbi veduto, e
guadagnar noi tenti Rispose a lei Zerbin: Non so a ch'effetto L'uom si metta a
periglio e si tormenti Per riportarne una vittoria poi, Che giovi al vinto, e
al vincitore annoi. Se non ti par questo partito buono, ne do un altro, e
ricusar noi dèi (Disse a Zerbin Marfisa): che s'io sono Vinto da te, m' abbia a
restar costei; Ma s' io te vinco, a forza te la dono. Dunque proviam chi de'
star senza lei. Se perdi, converrà che tu le faccia Compagnia sempre, ovunque
andar le piaccia. 126 E cosi sia, Zerbin rispose; e volse pigliar campo subito
il cavallo. Si levò su le staffe, e si raccolse Fermo in arcione; e per non
dare in fallo. Lo scudo in me7zo alla donzella colse; Mar parve urtasse un
monte di metallo: Ed ella in guisa a lui toccò l'elmetto. Che stordito il mandò
di sella netto. 127 Troppo spiacque a Zerbiu Tesser caduto, altro scontro mai
più non gli avvenne, E n'avea mille e mille egli abbattuto; Ed a perpetuo
scorno se lo tenne. Stette per lungo spazio in terra muto; E più gli dolse poi
che gli sovvenne Ch'avea promesso e che gli convenia Aver la bratta vecchia in
compagnia. Tornando a lui la vincitrice in sella, Disse ridendo: Questa t'
appresento; E quanto più la veggio e grata e bella, Tanto, eh ella sia tua, più
mi contento. Or tu in mio loco sei campion di quella; Ma la tua fé non se ne
porti il vento, Che per sua guida e scorta tu non vada, Come hai promesso,
ovunque andar l'aggrada. 129 Senza aspettar risposta urta il destriero Per la
foresta, e subito s' imbosca. Zerbin, che la stimava un cavaliero, Dice alla
veccbia: Fa eh' io lo conosca. Ed ella non gli tiene ascoso il vero, Onde sa
che lo'ncende e che l'attosca: Il colpo fu di man d'una donzella, Che t' ha
fatto votar, disse, la sella. 130 Pel suo valor costei debitamente E venuta è
pur dianzi d'oriente di questo tal vergogna sente, Cbe non pur tinge di rossor
la guancia, Ma restò poco di non farsi rosso Seco ogni pezzo d'arme ch'avea
indosso. 131 Monta a cavallo, e sé stesso rampogna. Che non seppe tener strette
le cosce. sé la vecchia ne sorride, e agogna Di stimularlo e di più dargli
angosce. Gli ricorda eh' andar seco bisogna:E Zerbitì, cb' obbligato si
conosce, L'orecchie abbassa, come vinto e stanco Destrier c'ha in bocca il
fren, gli sproni al fianco. 132 E sospirando: Oimé, fortuna fella, Dìcea, cbe
cambio é questo che tu fai? Colei che fu sopra le belle bella. meco dovea,
levata m'hai. Ti par ch'in luogo ed in ristor di quella debba por costei eh'
ora mi dai?in danno del tutto era men male, Che fare un cambio tanto diseguale.
133 Colei che di bellezze e di virtuti Unqua non ebbe e non avrà mai pare, e
rotta tra gli scogli acuti Hai data ai pesci ed agli augei del mare; E costei,
che dovria già aver pasciuti Sotterra i vermi, hai tolta a preservare Dieci 0
venti anni più che non dovevi, Per dar più peso agli mie' affanni grevi. stanza
116. 134 Zerbin cosi parlava; né men tristo In parole e in sembianti esser
parea Di questo nuovo suo sì odioso acquisto, die della donna che perduta avea.
La vecchia, ancorché non avesse visto Mai più Zerbin, per quel eh' ora dicea,
S'avvide esser colui di che notizia Le diede già Isabella di Galizia. 135 Se 1
vi ricorda quel ch'avete udito, Costei dalla spelonca ne veniva, Dove Isabella,
che d'amor ferito Zerbino avea, fu molti di captiva. Più volte ella le avea già
riferito Come lasciasse la patema riva, E come rotta in mar dalla procella, Si
salvasse alla spiaggia di Rocella. Stanza 144. 186 E si spesso dipinto di
Zerbino Le avea il bel viso e le fattezze conte, Ch'ora udendol parlare, e più
vicino Oli occhi alzandogli meglio nella fronte, Vide esser qnel per cui sempre
meschino Fu d'Isabella il cor nel cavo monte; Che di non veder lui più si
lagnava, Che d'esser fatta ai malandrini schiava. 137 La vecchia, dando alle
parole ndieozi, Che con sdegno e con duol 2ierbino versa. S'avvede ben ch'egli
ha falsa credenza Che sia Isabella in mar rotta e sommersa: E, bench' ella del
certo abbia scienza, Per non lo rallegrar, pur la perversa Quel che far lieto
lo potria gli tace, E sol gli dice quel che gli dispiace. 188 Odi tu, gli
diss'ella, tu che sei Cotanto altier, che si mi schemi e sprezzi: Se sapessi
che nuova ho di costei morta piangi, mi faresti vezzi; Ma, piuttosto che
dirtelo, torrei Che mi strozzassi, o fèssi in mille pezzi, Dove, s' eri ver me
più mansueto, Forse aperto t'avrei questo secreto. 189 Come il mastin che con
furor s'avventa Addosso al ladro, ad acchetarsi è presto, quello o pane o cacio
gli ap presenta, 0 che fa incanto appropriato a questo; Cosi tosto Zerbino umil
diventa, E vien bramoso di sapere il resto, Che la vecchia gli accenna che di
quella, Che morta piange, gli sa dir novella. 140 E, vólto a lei con più
piacevol faccia. La supplica, la prega, la scongiura Per gli uomini, per Dio,
che non gli taccia Quanto ne sappia, o buona o ria ventura. Cosa non udirai che
prò ti faccia, Disse la vecchia pertinace e dura: Non è Isabella, come credi,
morta; Ma viva si, eh' a' morti invidia porta. 141 É capitata in questi pochi
giorni, Che non n'udisti, in man di più di venti: Si che, qualora anco in man
tua ritorni, Ve' se sperar di córre il fior convieutL Ah vecchia maladetta,
come adomi La tua menzogna ! e tu sai pur se menti Sebben in man di venti eli'
era stata. Non l'avea alcun però mai violata. 142 Dove l'avea veduta domandolle
Zerbino, e quando; ma nulla n'invola. Che la vecchia ostinata più non volle,
quel eh' ha detto, aggiungere parola. Prima Zerbin le fece un parlar molle; Poi
minacciolle di tagliar la gola: Ma tutto è invan ciò che minaccia e prega; Che
non può far parlar la bratta strega. Lasciò la lina all'ultimo in riposo Zerbin,
poiché 1 parlar gli giovò poco; Per quel ch'udito avea tanto geloso, Che non
trovava il cor nel petto loco; D'Isabella trovar si disioso, Che saria per
vederla ito nel foco:Ma non poteva andar più che volesse Colei, poich'a Marfisa
lo promesse. 144 E quindi per solingo e strano calle, Dove a lei piacque, fu
Zerbin condotto; Né per o poggiar monte, o scender valle, Mai si guardaro in
faccia, o si fèr motto. Ma poi ch'ai mezzodì volse le spalle Il vago sol, fu il
lor silenzio rotto Da un cavalier che nel cammin scontrare. Quel che seguì,
nell'altro Canto è chiaro. NOTBL St. 1. V.57. Arpalice, figlia del re di
Tracia, di fese valoroHamente il regrio del padre contro Neottole mo, figlio
d'Achille. Camilla è V amabile eroina ùéì Eneide: figlia di Metabo re de
Volsci, diede assistenza a Tomo re de'Butali nella guerra contro il troiano
Enea. Saffò e Corinna, famose poetesse di Grecia:della prima vivono alcuni
frammenti poetici, e il metro saffico: di Corinna, se il Poeta ha inteso la
tebana, questa dicesi avere più d una volta superato Pindaro nel verseggiare.
St. 5. V.68. Il freddo Ponto: regione settentrio dell'Asia minore, ove regnò
Mitridate. Nel medio evo vi fu fondato l'impero di Trebisonda; e fingono i
romanzi che ivi Rinaldo e altri paladini facessero gran prove di valore. Jl
cavalier ch'uccise Almonte: Or . St. 6. v.16. E quel ch'a Chiarello, ecc.:
Rinaldo. Eusino: il mar Nero, detto dai Latini Eiixinua, In esso si scarica il
Danubio (Istro) per varj rami (coma), che formano un delta, chiamato Bogaao. Al
duca ecc. Anche qui il Poeta si discosta dalla genea logia degli eroi
romantici, nella quale Ouidon Selvaggio posto come figlio di Rinalio, e quindi
nipote del duca A mone. St. 7. V.27. Noto: vento meridionale, altrimenti Ostro,
Melibea: città della Tessaglia, ricordata da Virgilio. St. 9. V.2. Tenitoro:
luogo soggetto a domina zione altrui; oggi territorio, distretto. St. 12. V.8.
Come piace a colei, ecc.: alla Fortuna. St. 13. V.2. Clitemnestra: meritamente
è detta, perchè tolse la vita al proprio marito Agamen none per compiacere ad
Egisto suo amante. Essa poi fu uccisa involontariamente dal figliuolo Oreste;
di che egli divenne ftirioso. St. 14. V.2. Chiama crudo Idomeneo, perchè tor
nato da Troia sacrificò lo stesso suo figlinolo per voto che aveva fatto d
immolare il primo che incontrasse tornando in patria. Ivi. V.6. Falanto parti
veramente di Grecia con molti giovani compagni, e fondò, secondo credesi, iu
Italia Tarento, ossia Taranto. Egli però non era nito, come dice l'Ariosto, da
Clitemnestra, né durante la guerra di Troia; ma come tutti gli altri costretti
ad esular con lui, nasceva dagU amori illegittimi deUe donne spar tane nelle
lunghe assenze dei mariti, per le guerre messe niche. Ivi. V.8. Dictea, città
di Creta appiè del monte Ditte, dove i favoleggiatori pongono il famoso
Laberino fabbricato da Dedalo. St. 26. V.3. Discorsi: discorrimenti, correnti.
St. 42. V.56. Non concedo però che qui Medea, ecc.:nome espresso a significare
crudelissima donna. Medea, figlia del re di Coleo, fuggita con Giasone dalla
casa patema, uccise Assirto piccolo suo fratello, fece morire tra le fiamme
Creusa, figlia di Creonte re di Corinto, e tutta quella famiglia; alla fine
tmcidò i due figlioletti che aveva avuti da Giasone. St. 8. v.2. La città di
queste nuove Amazzoni è nominata ancora Alessandretta. St. 71. V.2. Ardisco ad
ogni impresa. V'è sott'in teso mettermi, o espormi. St. 73. V.2. JJegli uomini,
ecc.: del numerosissimo esercito con cui Serse tentò di sottomettere la Grecia.
St. 75. V.5. Saettia: piccol naviglio, velocissimo al corso. St. 82. V.31 ia
Licaonia prole. Intende Calisto, di Licaone, altra volta ricordata, e Arcade
nato da essa e da Giove, che converti amendue neUe due costellazioni boreali
denominate Orsa maggiore e Orsa . L' una e V altra hanno apparenza di aratro o
carro, e sono visibili fino allo spuntar delPalba; quindi la locuzione di
questi versi importa: appena cominciava a farsi giorno. St. 100. V.34. Son le
isole deU' Arcipelago greco Capo di Malea: promontorio meridionale della Laconia,
dai Latini Malcea, ora Capo Mailo o Capo Sant'An gelo, pericoloso per gli
scogli ond'è attorniato. St. 106. V.3. Druensa: la Durenza. Sonna: la Saona,
due influenti nel Rodano. St. U3. V.1. Vezzosa: qui leziosa, sazievole. St.
144. V.6. JZ vago sol: errante, che gira. ESIMOPRIMO. Zarbiiio per dLfeDcliìr
Gabrlon, vifliic ft cDtete eon ErsoBÌde e lo feriate dì colpo mot tale. Il
wìnto raccanta > Z"rlnii" le tfceUeiiisgiiii (luUa vecchia; ma non
potando veDliroe aJl" pei racerbirii della pbga, si fa tra3|iortarc
&liit>ve. Z bino e la vecchia, nel co seguire il cammino, (ono frago tli
battaglia, o vcr.o Quello sì avviano. Né fune iuiortu crederò eli e strin Soma
iiiiì uè aam lgno chiudo, Cttmù la fé eli' tiTia l>eli' alma cin Del siui
teuacé imlissolubil nodo, è chi gli autiqnì par che ai dipinga La anta Fé
vestitna in altro modu" Che dMm vel bianco che la cuupra tutta; Chìin sol
punto, un sol neo la può far brutta: La fede uncina non debbe efl"er
correità, 0 data a uu solo, u data infìeme a mille } E coi in una t?tlvft, in
una grotta Lontan dalle cittadi e dalle ville, Come diuami a' i ri bua ali, iu
frotta Di fentimon, di scritti e di postilie 6enzii giurare, u segno altro più
espresso, Basti mia volta che scabbia promesso. Quella serrò, come serrar si
debba In ogni impresa, il cavalier Zerbino:£ quivi dimostrò che conto n'ebbe,
Quando si tolse dal proprio cammino, Per andar con costei, la qual gV increbbe,
Come s'avesse il morbo sì vicino, Oppur la morte istessa; ma potea, Più che'l
disio, quel che promesso avea. 4 Dissi di lui, che di vederla sotto La sua
condotta tanto al cor gli preme, Che n' arrabbia di duol, né le fa motto:E
vanno muti e taciturni insieme: Dissi che poi fu quel silenziorotto,Ch'ai mondo
il sol mostrò le ruote estreme, Da un cavaliero avventuroso errante, Ch'in
mezzo del cammin lor si fé innante. 5 La vecchia che conobbe il cavaliero,
Ch'era nomato Ermonide d'Olanda, Che per insegna ha nello scudo nero
Attraversata una vermiglia banda. Posto l'orgoglio e quel sembiante altiero,
Umilmente a Zerbin si raccomanda, E gli ricorda quel ch'esso promise Alla
guerriera ch'in sua man la mise; 6 Perchè di lei nimico e di sua gente Era il
guerrier che centra lor venia:Ucciso ad essa avea il padre innocente, E un
fratello che solo al mondo avia; E tuttavolta far del rimanente. Come degli
altri, il traditor disia. Fin eh' alla guardia tua, donna, mi sentì, Dicea
Zerbin, non vo'che tu paventi. 7 Come più presso il cavalier si specchia lu
quella faccia che si in odio gli era: 0 di combatter meco t'apparecchia. Gridò
con voce minacciosa e fiera, 0 lascia la difesa della vecchia. Che di mia man
secondo il meito pera. Se combatti per lei, rimarrai morto; Che così avviene a
chi s'appiglia al torto. 8 Zerbin cortesemente a lui risponde, Che gli è desir
di bassa e mala sorte, Ed a cavalleria non corrisponde. Che cerchi dare ad una
donna morte:Se pur combatter vuol, non si nasconde: Ma che prima consideri eh'
importe Ch'un cavalier, com'era egli, gentile, Voglia por man nel sangue
femminile. Queste gli disse e più parole invano; E fu bisogno alfin venire a'
fatti. Poi che preso abbastanza ebbon del piano, Tornarsi incontra a tutta
briglia ratti. Non van sì presti i razzi fuor di mano, Ch' al tempo son delle
allegrezze tratti, Come andaron veloci i duo destrieri Ad incontrare insieme i
cavalieri. stanza 4. 10 Ermonide d' Olanda segnò basso . Che per passare il
destro fianco attese:Ma la sua debol lancia andò in fracasso, E poco il
cavalier di Scozia offese. Non fu già l'altro colpo vano e casso: Ruppe lo
scudo, e sì la spalla prese. Che la forò dall' uno all' altro lato, E riversar
fé Ermonide sul prato. 11 Zerbin, che si pensò d'averlo ucciso, Di pietà vinto,
scese in terra presto, E levò l'elmo dallo smorto viso; E quel guerrier, come
dal sonno desto, Senza parlar guardò Zerbino fiso; E poi gli disse: Non m'è già
molesto Ch' io sia da te abbattuto, eh' ai sembianti Mostri esser fior de'
cavalieri erranti; 12 Ma ben mi duol che questo per cagione ' Dona femmina
perfida m avviene, A cui non so come tu sia campione, Che troppo al tuo valor
si disconviene. E quando tu sapessi la cagione CVa vendicarmi di costei mi
mene, Avresti, ognorche rimembrassi, affanno D' aver, per campar lei, fatto a
me danno. 13 E se spirto abbastanza avrò nel petto, Oh' io il possa dir (ma del
contrario temo), Io ti farò veder chMu ogni effetto Scellerata è costei più
ch'in estremo. 10 ebbi già un fratel che giovinetto D'Olanda si parti, d'onde
noi semo; E si fece d'Eraclio cavaliere, Ch' allor tenea de' Greci il sommo
impero. 14 Quivi divenne intrinseco e fratello D'un cortese baron di quella
corte, Che nei confin di Servia avea un castello Di sito ameno, e di muraglia
forte. Nomossi Argéo colui di ch'io favello. Di questa iniqua femmina consorte,
La quale egli amò si, che passò il segno Ch'à un uom si convenìa, come lui,
degno. 15 Ma costei, più volubile che foglia Quando l'autunno è più priva
d'umore, Che'l freddo vento gli arbori ne spoglia, E le soffia dinanzi al suo
furore; Verso il marito cangiò tosto voglia, Che fisso qualche tempo ebbe nel
core; £ volse ogni pensiero, ogni disio D'acquistar per amante il fratel mio.
16 Ma né si saldo all'impeto marino L'Acrocerauno d'infamato nome, Né sta si
duro incontra Borea il pino Che rinnovato ha più di cento chiome. Che quanto
appar fuor dello scoglio alpino, Tanto sotterra ha le radici; come 11 mio
fratello a' prieghi di costei, Nido di tutti i vizj infandi e rei. 17 Or, come
avviene a un cavalier ardito, Che cerca briga e la ritrova spesso, Fu in una
impresa il mio fratel ferito, Molto al Castel del "uè compagno appresso,
Dove venir senza aspettare invito Solea, fosse o non fosse Argéo con esso:E
dentro a quel per riposar fermosse Tanto, che del suo mal libero fosse. 18
Mentre egli quivi si giaoea, convenne Ch'in certa sua bisogna andasse Argéa
Tosto questa sfacciatar a tentar venne n mio. fratello, ed a sua usanza feo; Ma
quel fedel non oltre più sostenne Avere ai fianchi un stimolo si reo:Elesse,
per servar sua fede appieno, Di molti mal quel che gli parve meno. 19 Tra molti
mal gli parve elegger questo: Lasciar d'Argéo l'intrinsichezza antiqua; Lungi
andar si, che non sia manifesto Mai più il suo nome alla femmina iniqua. Benché
duro gli fosse, era più onesto, Che satisfare a quella voglia obbliqua, 0
ch'accusar la moglie al suo signore, Da cui fu amata a par del proprio core. 20
E delle sue ferite ancora infermo, L'arme si veste, e del caste! si parte; E
con animo va costante e fermo Di non mai più tornare in quella parte. Ma che
gli vai? ch'ogni difesa e schermo Gli dissipa fortuna con nuova arte:Ecco il marito
che ritorna intanto, E trova la moglier che fa gran pianto, 21 E scapigliata, e
con la faccia rossa; E le domanda di che sia turbata. Prima ch'ella a
rispondere sia mossa Pregar si lascia più d'una fiata, Pensando tuttavia come
si possa Vendicar di colui che l'ha lasciata: E ben convenne al suo mobile
ingegno Cangiar l'amore in subitaneo sdegno. 22 Deh, disse alfine, a che
l'error nascondo C'ho commesso, signor, nella tua assenza? Che quando ancora
io'i celi a tutto '1 moni), Celar noi posso alla mia coscienza. L'alma che
sente il suo peccato immondo. Paté dentro da sé tal penitenza, Ch'avanza ogni
altro corporal martire Che dar mi possa alcun del mio fallire; 23 Quando fallir
sia quel che si fa a forza. Ma sia quel che si vuol, tu sappiranco: Poi con la
spada dalla immonda scorza Sciogli lo spirto immaculato e bianco, E le mie luci
eternamente ammorza; Che, dopo tanto vituperio, almanco Tenerle basse ognor non
mi bisogni, E di ciascun ch'io vegga, io mi vergogni. CANTO VENTESIMOPRIM24 IJ
tuo compagno ha Tonor mio distratto; Questo corpo per forza ha violato:E perchè
teme eh io ti narri il tutto, Or si parte il yillan senza commiato. In odio con
quel dir gli ebhe ridatto Colui che più d'ogni altro gli fa grato. Argéo lo
crede, ed altro non aspetta; Ma piglia r arme, e corre a far vendetta. 25 E
come quel eh' avea il paese noto, Lo giunse che non fu troppo lontano; Chè'l
mio fratello, debole ed egroto, Senza sospetto se ne già pian piano:E
brevemente, in un loco remoto Pose, per vendicarsene, in lui mino. Non trova il
fratel mio scusa che vaglia; Ch' in somma Argéo con lui vuol la battaglia
stanza 12 26 Era Vxm sano, e pien di nuovo sdegno; Infermo V altro, ed all'
usanza amico:Sì ch'ebbe il fratel mio poco ritegno Contro il compagno fattogli
nimico. Dunque Filandro di tal sorte indegno (Dell'infelice giovene ti dico:
Cosi avea nome), non soffirendo il peso Di si fiera battaglia, restò preso. 27
Non piaccia a Dio che mi conduca a tale Il mio giusto furore e il tuo demerto,
Gli disse Argéo, che mai sia micidiale Di te ch'amava; e me tu amavi certo.
Benché nel fin me l'hai mostrato male: Pur voglio a tutto il mondo fare aperto
Che, come fui nel tempo dell'amore Cosi nell'odio son di te migliore. 28 Per
altro modo pnnirò il tao fallo, Che le mie man più nel tuo sangue porre. Cosi
dicendo, fece sul cavallo Di verdi rami una bara comporre, E quasi morto in
quella riportallo Dentro al castello in una chiusa torre, Dove in perpetuo
perpunizioneCondannò T innocente a star prigione. 29 Non però ch'altra cosa
avesse manco, Che la libertà prima del partire; Perchè nel resto, come sciolto
e franco Vi comandava, o si iacea ubbidire. Ma non essendo ancor T animo stanco
Di questa ria del suo pensier fornire, Quasi ogni giorno alla prigion veniva;
Ch' avea le chiavi, e a suo piacer V apriva:30 E movea' sempre al mio fratello
assalti, E con maggior audacia che di prima. Questa tua fedeltà, dicea, che
vaiti, Poiché perfidia per tutto si stima? Oh che trionfi gloriosi ed alti! Oh
che superbe spoglie e preda opima! Oh che merito alfin te ne risulta, Se, come
a traditore, ognun t'insulta! 31 Quanto utilmente, quanto con tuo onore
M'avresti dato quel che da te volli ! Di questo si ostinato tuo rigore La gran
mercè che tu guadagni, or tolli. In prigion sei, né crederne uscir fuore, Se la
durezza tua prima non molli. Ma quando mi compiacci, io farò trama Di
riacquistarti e libertade e fama. 32 No, no, disse Filandro, aver mai speiie
Che non sia, come suol, mia vera fede, Sebben centra ogni debito mi avviene Ch'
io ne riporti si dura mercede, E di me creda il mondo men che bene: Basta che
innanti a quel che 'l tutto ve le, E mi può ristorar di grazia eterna, Chiara
la mia innocenzia sidiscerna. 33 Se non basta eh' Argéo mi tenga pres ì,
Tolgami ancor questa noiosa vita. Forse non mi fia il premio in ciel conferò
Della buona opra, qui poco gradita. Fora' egli, che da me si chiama offeso,
Quando sarà quest' anima partita, S' avvedrà poi d'avermi fatto torto, E
piangerà il fedel compagno morto. 34 Così più volte la sfacciata donna Tenta Filandro,
e toma senza fratto. Ma il cieco suo desir, che non assonna Del scellerato amor
traer constmtto, Cercando va più dentro eh' alla gonna Suoi vizj antiqui, e ne
discorre il tatto. Mille pensier fa d'uno in altro modo, Prima che fermi in
alcun d'essi il chiolo. 35 Stette sei mesi che non messe piede, Come prima
facea, nella prigione; Di che il miser Filandro e spera e crei 3 Che costei più
non gli abbia affezione. Ecco fortuna, al mal propizia, diede A questa
scellerata occasione Di metter fin con memorabil male Al suo cieco appetito
irrazionale. 36 Antiqua nimicizia avea il marito Con un barou detto Morando il
bello, Che, non v'essendo Argéo, spesso era ardita Di correr solo, e sin dentro
al castello; Ma, s' Argéo v' era, non tenea lo 'nvito, Né s'accostava a dieci
miglia a quello. Or, per poterlo indur che ci venisse, D'ire in Qerusalem per
voto disse. 37 Disse d'andare; e partesi ch'osfuuno Lo vede, e fa di ciò
sparger le grida:Né il suo pensier, fuorché la moglie, alena) Puote saper; che
sol di lei si fida. Torna poi nel castello all' aer bruno; Né mai, se non la
notte, ivi s' annida:E con mutate insegne al nuovo albóre. Senza vederlo alcun
sempre esce fuore. 38 Se ne va in questa e in quella parte err.uil". E
volteggiando al suo castello intomo . Pur per veder se credulo Morando Volesse
far, come solca, ritomo. Stava il di tutto alla foresta; e quanlo Nella marina
vedea ascoso il giorno, Venia al castello, e per nascose porte Lo togliea
dentro l'infedel consorte. 39 Crede ciascun fuorché l'iniqua moglie, Che molte
miglia Argéo lontan si trove. Dunque il tempo opportuno ella si toglie: Al
fratel mio va con malizie nuove. Ha di lagrime, a tutte le sue voglie. Un nembo
che dagli occhi al sen le piove. Dove potrò, dicea, trovare aiuto, Che in tutto
l'onor mio non sia perduto? 40 E col mio quel del mio marito insieme? II qual
se fosse qui, non temerei. Tu conosci Morando, e sai se teme, Quando Argéo non
ci sente, uomini e Dei. Questi or pregando, or minacciando, estreme Prove fa
tuttavia, né alcun demlei Lascia che non contamini, per trarmi A' suoi disii;
né so s' io potrò aitarmi. 41 Or e' ha inteso il partir del mio consorte, E ch
al ritorno non sarà si presto, Ha avuto ardir d'entrar nella mia corte, Senza
altra scusa e senz'altro pretesto: Che se ci fosse il mio signor per sorte, Non
sol non avria audacia di far questo, Ma non si terria ancor, per Dio, sicuro
D'appressarsi a tre miglia a questo muro. Stanza 30. 42 E quel che già per
messi ha ricercato, Oggi me r ha richiesto a fronte a fronte; E con tai modi, che
gran duhbio é stato Dello avvenirmi disonore ed onte: E se non che parlar dolce
gli ho usato E finto le mie voglie alle sue pronte. Saria, a forza, di quel
suto rapace. Che spera aver per mie parole in pace. 48 Promesso gli ho, non già
per osservargli (Che fatto per timor, nullo è il contratto); Ma la nrìa
intenz'ion fu per vietargli Quel che per forza avrebbe allora fatto. Il caso è
qui: tu sol puoi rimediargli; Del mio onor altrimenti sarà tratto, E di quel
del mio Argéo, che già m'hai detto Aver 0 tanto, o più che '1 proprio, a petto.
44 E se questo mi nieghi, io dirò dunque Ch'in te non sia la fé di che ti
vanti; Ma che fu sol per crudeltà, qualunque Volta hai sprezzati i miei
supplici pianti; Non per rispetto alcun d'Argéo, quantunque M'hai questo scudo
ognora opposto innanti. Saria stata tra noi la cosa occulta; Ma di qui aperta
infamia mi risulta. 45 Non si convien, disse Filandro, tale Prologo a me, per
Argéo mio disposto. Narrami pur quel che tu vuoi; che quale Sempre fui, di
sempre essere ho proposto:E bench'a torto io ne riporti male, A lui non ho
questo peccato imposto. Per lui son pronto andare anco alla morte, E siami con
tra il mondo e la mia sorte. 46 Rispose V empia: Io voglio che tn spenga Colui
chel nostro disonor procura. Non temer ch'alcun mal di ciò t'avvenga; Ch'io te
ne mostrerò la via sicura. Dehb'egli a me tornar come rivenga Su l'ora terza la
notte più scura; E fatto un segno di eh' io l'ho avvertito, 10 l'ho a tor
dentro, che non sia sentito. 47 A te non graverà prima aspettarme Nella camera
mia, dove non luca, Tanto che dispogliar gli faccia l'arme, E quasi nudo in man
te lo conduca. Cosi la moglie conducesse parme 11 suo marito alla tremenda
buca; Se per dritto costei moglie s'appella, Più che furia infernal crudele e
fella. Stanza 52. 48 Poi che la notte scellerata venne, Fuor trasse il mio
fratel con l'arme in mano; E nell'oscura camera lo tenne, Finché tornasse il
miser castellano. Come ordine era dato, il tutto avvenne; Che '1 consiglio del
mal va raro invano. Così Filandro il buon Argéo percosse, Che si pensò che quel
Morando fosse. 49 Con esso un colpo il capo fésse e il collo; elmo non v' era,
e non vi fa riparo. Pervenne Argéo, senza pur dar un crollo. Della misera vita
al fine amaro:E tal l'uccise, che mai noi pensollo. Né mai l'avria creduto: oh
caso raro! Che cercando giovar, fece all'amico Quel di che peggio non si fa al
nimico. 50 Poscia eh' Argéo non conosciuto giacque. Rende a Gabrina il mio
fratel la spada. Gabrina è il nome di costei, che nacqoe Sol per tradire ognun
che in man le cada. Ella, che '1 ver fino a quell' ora tacque, Vuol che
Filandro a riveder ne vada Col lume in mano il morto, ond'egli è reo; E gli
dimostra il suo compagno Argéo. 51 E gli minaccia poi . se non consente
All'amoroso suo lungo desire. Di palesare a tutta quella gente Quel ch'egli ha
fatto, e noi può contraddire: E lo farà vituperosamente. Come assassino e
traditor, morire; E gli ricorda che sprezzar la fama Non de', sebben la vita si
poco ama. 52 Pien di paura e di dolor rimase Filandro, poi che del suo error
s'accorse. Quasi il primo furor gli persuase D'uccider questa, e stette un
pezzo in forse: E se non che nelle ni miche case Si ritrovò (che la ragion
soccorse), Non si trovando avere altr' arme in mano, Coi denti la stracciava a
brano a brano. 53 Come nell' alto mar legno talora, Che da due venti sia
percosso e vinto. Ch'or uno innanzi l'ha mandato, ed ora Un altro al primo
termine respinto, E r han girato da poppa e da prora; Dal più possente alfin
resta sospinto; Cosi Filandro, tra molte contese De' duo pensieri, al manco rio
s'apprese. 54 Ragion gli dimostrò il pericol grande, Oltra il morir, del fine
infame e sozzo, Se l'omicidio nel castel si spande; E del pensare il termine
gli è mozzo. Voglia 0 non voglia, alfin convien che mande L'amarissimo calice
nel gozzo. Pur finalmente nell'afflitto core Più dell' ostinazion potè il
timore. 55 II timor del supplicio infame e brutto Prometter fece con mille
scongiuri, Che faria di Gabrina il voler tutto, Se di quel luogo si partlan
sicuri. Così per forza colse l'empia il frutto Del suo desire, e poi lasciar
quei muri. Così Filandro a noi fece ritomo. Di sé lasciando in Grecia infamia e
scorno. 56 E portò nel cor fisso il suo compagno, Che cosi scioccamente ucciso
avea, Per far con sua gran noia empio guadagno D' una Progne crudel, d'una
Medea. E se la fede e il giuramento, magno £ duro freno, non Io ritenea, Come
al sicuro fu, morta l'avrebbe; Ma, quanto più si puote, in odiol'ebbe.57Non fu
da indi in qua rider mai visto; Tutte le sue parole erano meste; Sempre sospir
gli uscian dal petto tristo: Ed era divenuto un nuovo Oreste, Poi che la madre
uccise e il sacro Egisto, E che r nitrici Furie ebbe moleste: E, senza mai
cessar, tanto V afflisse Questo dolor, eh' infermo al letto il fisse. 58 Or questa
meretrice, che si pensa Quanto a quest'altro suo poco sia grata. Muta la fiamma
già d'amore intensa odio, in ira ardente ed arrabbiata; Né meno è centra al mio
fratello accensa. Che fosse centra Argéo la scellerata; E dispone tra sé levar
dal mondo, Come il primo marito, anco il secondo. .59 Un medico trovò d'inganni
pieno. ed atto a simil uopo. sapea meglio uccider di veneno, Che risanar gì'
infermi di silopo; E gli promesse innanzi più, che meno Ch'avesse con mortifero
liquore 62 Come pensi, signor, che rimanesse Il miser vecchio conturbato
allora? Che pensar non potè che meglio fora:, per non dar maggior sospetto,
elesse U calice gustar senza dimora; E l'infermo, seguendo una tal fede, Tutto
il resto pigliò, che si gli diede. stanza 00. Già in mia presenza e d'altre più
persone Dicendo ch'era buona pozione Da ritornare il mio fratel robusto. Ma
Gabrina con nuova intenzione, Pria che l'infermone turbasse il gusto, Per torsi
il consapevole d'appresso, 0 per non dargli quel ch'avea promesso, 61 La man gli
prese, quando appunto dava La tazza dove il tòsco era celato, Dicendo:
Ingiustamente é, se ti grava, Ch'io tema per costui e' ho tanto amato. Voglio
esser certa che bevanda prava Tu non gli dia, né succo avvelenato: E per questo
mi par che il beveraggio Non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. 63
Come sparvier che nel piede grifagno Tenga la starna, e sia per trarne pasto,
Dal can che si tenea fido compagno, é sopraggiunto e guasto; Cosi il medico
intento al rio guadagno, Donde sperava aiuto, ebbe contrasto. di somma audacia
esempio raro ! 64 Fornito questo, il vecchio s' era messo, Per ritornare alla
sua stanza, in via, Ed usar qualche medicina appresso, Che lo salvasse dalla
peste ria; da Gabrina non gli fu concesso, Dicendo non voler ch'andasse pria
suo valor facesse manifesto, 66 Pregar non vai, né far di premio offerta, Che
lo voglia lasciar quindi partire. disperato, poiché vede certa circostanti fa
la cosa aperta; Né la seppe costei troppo coprire. E cosi quel che fece agli
altri spesso, Quel buon medico alfin fece a sé stesso; 66 E seguitò con V alma
quella eh' era Già del mio frate camminatainnanzi. Noi circostanti, che la cosa
vera Del vecchio udimmo, che fé' pochi avanzi, Pigliammo questa abbominevol
fera. Più crudel di qualunque in selva stanzi; E la serrammo in tenebroso loco.
Per condannarla al meritato fuoco. 69 E s' in altro potea gratificai]!,
Prontissimo offeriasi alla sua voglia. Rispose il cavalier, che ricordargli Sol
vuol, che da Gabrina si discioglia Prima ch'ella abbia cosa a macchioargrli, Di
ch'esso indamo poi si penta e doglia. tenne sempre gli occhi bassi; Perchè non
ben risposta al vero dassL 70 Con la vecchia Zerbin quindi partisse Al già
promesso debito viaggio; E tra sé tutto il di la maledisse, far gli fece a quel
barone oltraggio. or che pel gran mal che gli ne disse Chi lo sapea, di lei fu
istrutto e saggio, Se prima l'avea a noia e a dispiacere, Or V odia si, che non
la può vedere. Questo Ermonide disse, e più voleva Seguir, com' ella di prigion
levossi; il dolor della piaga sì l'aggreva, pallido nell'erba riversossi.
Intanto duo scudier, che seco aveva, Fatto una bara avean di rami grossi;
Ermonide si fece in quella porre; Ch'indi altrimente non si potea torre. Ella
che di Zerbin sa l'odio appieno, Né in mala volontà vuol esser vinta, Un' oncia
a lui non ne riporta meno:La tien di quarta, e la rifa di quinta. Nel cor era
gonfiata di veneno, E nel viso altrimente era dipinta. Dunque, nella concordia
ch'io vi dico, Tenean lor via per mezzo il bosco antico. 68 Zerbin col cavalier
fece sua scusa, Che gl'increscea d'avergli fatto offesa: Ma, come pur tra
cavalieri s' usa, Colei che venia seco, avea difesa:Ch' altrimente sua fé saria
confusa; Perchè, quando in sua guardia l'avea presa. Promesse a sua possanza di
salvarla Contra a ognun che venisse a disturbarla. 72 Ecco, volgendo il sol
verso la sera, Udiron gridi e strepiti e percosse, Che facean segno di
l)attaglia fiera Che, quanto era il rumor, vicina fosse. Zerbino, per veder la
cosa ch'era, Verso il rumor in gran fretta si mosse:Né fu Gabrina lenta a
seguitarlo. Di quel ch'avvenne, all'altro Canto io parlo. . Si. 3. V.6. MorhOf
peste. St. 10. v.5. Ctisso, senza effetto. St. 13 V.78. Eraclio imperatore di
Costantino poli regnò più di un secolo prima di Garlomagno. St. 14. V.3.
Serviaf più comunemente Serbia. St. 16. V.2. L Acrocerauno d' infamato nome:
promontorio in Epiro, che sovrasta al mare Ionio, ed è noto pei naufragi che
sogliono quivi accadere. Ora chiamasi capo della Chimera. St. 25. V.3. Egroto:
ammalato. St. 3|. V.f> Sfolli, aramQllisci, ST. 43. V.a Sarà tratto:sarà
deciso. St. 56. V.4. Progne e Medea per furore geloso scan narono i figli;
notisiime nella Mitologia. St. 57. V.45. Un nuovo Oreste. Vedi la noUalU St. i3
del Canto XX. Sacro qui dicesi Egìsto, come esecrabile adultero e regicida. St.
59. V.4. Silopo: siloppo o siroppo. St. 66. V.12. Era.... eaminata: Aveva
camminato. St. 70. V.6 Saggio, informato. St. 71. y. 4. La tien di quarta, ecc.
Rice /e quattro (in odio) e rende cinque; os9i", rende pin per focaccia.
Astiilfo dì struggi; il imlazo <M Atlaiitt", ripiglia l'Ippopifo, e in
|i"Misìi;ro per Habiuano. Bta'lamiiEtu r Rujcrfiioro rico lu'wiutisi, e
andàiirìo per liberare tiii (giovane comlannato al fuiK'O] rrivniiu a il un
raitello Elei canti da Pontievo, ove quAtlro iueiTit'i'i liaiitio il carico lii
spc;! in re ogni cavaliere cbe passi. Mentre HupRÌtìro viene alle iirt?t"
con quelli, Bra (lamante rkonosci? Pinal>ello e lo instgue"
Sijnarrl&aì nel r azione il Velo ite euopre lo scudo di Roggi ito, i'. ì 40
altro cailono tramortiti. Rnfjgiero. per vergogna, fretta lo scudo in alt
puKiÈio, e HiTidamante, che frattanto ha ra;:giimto ed uccido iliaerfitlo
Magai]es€ . perule la traccia di Riiggioro, 1 Curtesi doline, e (?Tate al
vostro amante > Voi che (V un .5olo amor scie coutente, Comecliè certo sia,
fra tante e tante, CLc rarissime siate in questa mente: Non vi dispiaccia quel
ch'io dissi innante. Quando contra Gabrina fui si ardente, E s ancor son per
spendervi alcun verso, Di lei biasmando l'animo peiveiso. 2 Ella era tale; e,
come imposto fammi chi può in me, non preterisco il vero. Per questo io non
oscuro gli cuor summi DI una e d'un' altra ch'abbia il cor sincero. Quel che'l
Maestro suo per trenta nummi a' Giudei, non nocque a Gianni o a Piero; Nèd'Ipermestra
è la fama men bella, Sebben di tante inique era sorella. 3 Per una che biasmar
cantando ardisco (Che r ordinata istoria così vuole), Lodarne cento incontra
m'offerisco, E far lor virtù chiara più che'l sole. Ma tornando al lavor che
vario ordisco, Ch' a molti, lor mercè, grato esser suole, Del cavalier di
Scozia io vi dicea, Ch'un alto grido appresso udito avea. Fra due montagne
entrò in un stretto calle, Onde uscia il grido; e non fu molto innante, Che
giunse dove in una chiasa valle Si vide un cavalier morto davante. Chi sia
dirò; ma prima dar le spalle A Francia voglio e girmene in levante, Tanto eh'
io trovi Astolfo paladino, Che per ponente avea preso il cammino. 5 Io lo
lasciai nellacittà crudele, Onde col suon del formidabil corno Avea cacciato il
popolo infedele, E gran periglio toltosi d'intorno; Ed a' compagni' fatto alzar
le vele, E dal lito fuggir con grave scorno. Or seguendo di lui, dico che prese
La via d'Armenia, e uscì di quel paese. 6 E dopo alquanti giorni in Natòlia
Trovossi, e inverso Bursia il cammin tenne: Onde, continuando la sua via Di qua
dal mare, in Tracia se ne venne. Lungo il Danubio andò per l'Ungaria; E, come
avesse il suo destrier le penne, I Moravi e i Boemi passò in meno Di venti
giorni, e la Franconia e il Reno. 7 Per la selva d'Ardenna in Aquisgrana Giunse
e in Brabante, e in Fiandra alfin s'imbarca. L'aura che soffia verso
tramontana, La vela in guisa in su la prora carca, Ch'a mezzo giorno Astolfo
non lontana Vede Inghilterra, ove nel lito varca. Salta a cavallo, e in tal
modo lo punge, Ch'a Londra quella sera ancora giunge. 8 Quivi sentendo poi chel
vecchio Otone Già molti mesi innanzi era in Parigi " E che di nuovo quasi
ogni barone Avea imitato i suoi degni vestigi; D'andar subito in Francia si
dispone, E cosi torna al porto di Tamigi; Onde con le vele alte uscendo fuora,
Verso Calessio fé' drizzar la prora. 9 Un ventolin che, leggermente all' orza
Ferendo, avea adescato il legno all'onda, A poco a poco cresce e si rinforza;
Poi vien si, ch'ai nocchier ne soprabbonda Che gli volti la poppa alfine è
forza; Se non, gli caccerà sotto la sponda. Per la schena del mar tien dritto
il legno, E fa cammin diverso al suo disegno. 10 Or corre a destra, or a
sinistra mano, Di qua di là, dove fortuna spinge; E piglia terra alfin presso a
Roano; E come prima il dolce lito attinge, Fa rimetter la sella a Rabicano, E
tutto s'arma, e la spada si cinge; Prende il cammino, ed ha seco quel corno Che
gli vai più che mille uomini intorno. 11 E giunse, traversando una foresta,
Appiè d'un colle ad una chiara fonte, Neil' ora che '1 monton di pascer resta,
Chiuso in capanna, o sotto un cavo monte; E dal gran caldo e dalla sete infesta
Vinto, si trasse 1' elmo dalla fronte; Legò il destrier tra le più spesse
fronde, E poi venne per bere alle fresche onde. 12 Non avea messo ancor le
labbra in molle, Ch'un villanel che v'era ascoso appresso, Sbuca fuor d'una
macchia, e il destrier toUe, Sopra vi sale, e se ne va con esso. Astolfo il
rumor sente, e '1 capo estolle; E poi che 'i danno suo vede si espresso, Lascia
la fonte, e sazio senza bere. Gli va dietro correndo a più potere. 13 Quel
ladro non si stende a tutto corso; Che dileguato si saria di botto:Ma or
lentando or raccogliendo il morso, Se ne va di galoppo e di buon trotto. Escon
del bosco dopo un gran discorso; E l'uno e l'altro alfin si fu ridotto Là dove
tanti nobili baroni Eran senza prìgion più che prigioni. 14 Dentro il palagio
il villanel si caccia Con quel destrier che i venti al corso adegua. Forza è ch
Astolfo, il qual lo scado impaccia, L elmo e V altre arme, di lontan lo segua.
Pur giunge anch' egli; e tutta quella traccia Che fin qui avea seguita, si
dilegua; Che più né Rahican nè'l ladro vede, E gira gli occhi, e indamo
affretta il piede: 20 Ruggier, Gradasso, Iroldo, firadamante, Brandimarte,
Prasildo, altri guerrieri In questo nuovo error si fero innante, Per
distruggere il duca accesi e fieri. Ma ricrdossi il corno in quello istante,
Che fé loro ahhassar gli animi altieri. Se non si soccorrea col grave suono,
Morto era il paladin senza perdono. 15 Aff'retta il piede, e va cercando invano
E le logse e le camere e le sale; Ma per trovare il perfido villano. Di sua
fatica nulla si prevale. Non sa dove ahhia ascoso Rabicano, Quel suo veloce
sopra ogni animale; E senza frutto alcun tutto quel giorno Cercò di su, di giù,
dentro e d'intorno. 16 Confuso e lasso d'aggirarsi tanto, S' avvide che quel
loco era incantato; E del libretto eh' avea sempre accanto, Che Logi stilla in
India gli avea dato, Acciò che, ricadendo in nuovo incanto, Potesse aitarsi, si
fu ricordato:All' indice ricorse, e vide tosto A quante carte era il rimedio
posto. 17 Del palazzo incantato era diffuso Scritto nel libro; e v'eran scritti
i modi Di fare il mago rimaner confuso, E a tutti quei prigion disciorre i
nodi. Sotto la soglia era uno spirto chiuso, Che facea quest' inganni e queste
frodi:E levata la pietra ov'è sepolto. Per lui sarà il palazzo in fumo sciolto.
18 Desideroso di condurre a fine Il paladin sì gloriosa impresa, Non tarda più
chei braccio non inchine A provar quanto il grave marmo pesa. Come Atlante le
man vede vicine Per far che l'arte sua sia vilipesa. Sospettoso di quel che può
avvenire, Lo va con nuovi incanti ad assalire. 19 Lo fa con diaboliche sne
larve Parer da quel diverso, che solca. Gigante ad altri, ad altri un villan
parve, Ad altri un cavalier di faccia rea. Dgnuno in quella forma in che gli
apparve bosco il mago, il paladin vedea: Si che per riaver quel che gli tolse
Il mago, ognuno al paladin si volse. Stanza 4. 21 Ma tosto che si pon quel
corno a bocca, E fa sentire intomo il suono orrendo, A guisa dei colombi,
quando scocca Lo scoppio, vanno i cavalier fuggendo. Non meno al negromante
fuggir tocca. Non men fuor della tana esce temendo Pallido e sbigottito, e se
ne slunga Tanto, che 'l suono orribil non lo giunga. ORLANDO fumoso. 12 Pug il
gaardian co 'suoi prigioni; e dopo Delle stalle fuggir molti cavalli, Ch'altro
che fune a ritenerli era uopo, E seguirò i patron per vari calli. In casa non
restò gatta né topo Al suon che par che dica: Dalli, dàlb. Sarebbe ito con gli
altri Rabicano; Se non eh' all'uscir venne al duca in mano. stanza 24. 25 Non
so se vi ricorda che la briglia Lasciò attaccata all'arbore quel giorno; Che
nuda da Ruggier spari la figlia Di Galafrone, e gli fé' l'alto scorno. Fé il
volante destrier, con maraviglia Di chi lo vide, al mastro suo ritorno; E con
lui stette infin al giorno sempre, Che dell'incanto fur rotte le tempre. 26 Non
potrebbe esser stato più giocondo D'altra avventura Astolfo, che di questa; Ch'
è per cercar la terra e il mar, secondo Ch' avea desir, quel ch a cercar gli
resta, E girar tuttx) in pochi giorni il mondo, Troppo venia questo Ippogrifo a
sesta. Sapea egli ben quanto a portarlo era atto: Che l'avei altrove assai
provato in fatto. 27 Quel giorno in India lo provò, che tolto Dalla savia
Melissafudi mano A quella scellerata, che travolto Gli avea in mirto silvestre
il viso umano; E ben vide e notò come raccolto Gli fu sotto la brìglia il capo
vano Da Logistilla, e vide come instmtto Fosse Ruggier di farlo andar per
tatto. 28 Fatto disegno l'Ippogrifo torsi, La sella sua, ch'appresso avea, gli
messe; E gli fece, levando da più morsi Una cosa ed un' altra, un che lo resse;
Che dei destrier eh' in fuga erano corsi, Quivi attaccate eran le briglie spesse.
Ora un pensier di Rabicano solo Lo fa tardar che non si leva a volo. 23
Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago. Levò di su la soglia il grave sasso, E
vi ritrovò sotto alcuna immago, Ed altre cose che di scriver lasso: E di
distrugger quello incanto vago, Di ciò che vi trovò, fece fracasso, Come gli
mostra il libro che far debbia; E si sciolse il palazzo in fumo e in nebbia. 24
Quivi trovò che di catena d'oro Di Ruggiero il cavallo era legato:Parlo di quel
che'l negromante moro Per mandarlo ad Alcina gli avea dato: A cui poi
Logistilla fé il lavoro Del freno, ond'era in Francia ritornato, E girato
dall'India all'Inghilterra Tutto avea il lato destro della terra. 29 D'amar
quel Rabicano avea ragione; Che non v'era un miglior per correr lancia, E
l'avea dall' estrema regione Dell'India cavalcato insin in Francia. Pensa egli
molto; e in somma si dispone Dame piuttosto ad un suo amico mancia, Che,
lasciandolo quivi in su la strada. Se l'abbia il primo eh' a passarvi accada.
30 Stava mirando se vedea venire Pel bosco 0 cacciatore o alcun villano, Da cui
far si potesse indi seguire A qualche terra, e trarvi Rabicano. Tutto quel
giorno, e sin all' apparire Dell'altro, stette riguardando invano. L'altro
mattin, eh' era ancor l'aer fosco, Veder gli parve un cavalier pel bosco.
Stanza 12. 31 Ma mi bisogna, so vo' dirvi il resto, ChMo trovi Roggier prima e
Bradamante. Poi che si tacque il corno e che da questo Loco la bella coppia fu
distante, Guardò Ruggiero, e fu a conoscer presto Quel che fin qui gli avea
nascoso Atlante:Fatto avea Atlante che fin a quell'ora Tra lor non s'eran
conosciuti ancora. 32 Ruggier riguarda Bradamante, ed ella Riguarda lui con
alta maraviglia, Che tanti dì l'abbia offuscato quella Illusì'on sì l'animo e
le ciglia. Ruggiero abbraccia la sua donna bella, Che più che rosa ne divien
vermiglia; E poi di su la bocca i primi fiori Cogliendo vien dei suoi beati
amori. 33 Tornano ad iterar gli abbracciamenti Mille fiate, ed a tenersi
stretti I duo felici amanti, e si contenti, Ch'appena i gandj lor capìano i
petti Molto lor dnol che per incantamenti, Mentre che far negli errabondi
tetti, Tra lor non s' eran mai riconosciuti, E tanti lieti giorni eran perduti.
34 Bradamante, disposta di far tutti I piaceri che far vergine saggia Debbia ad
un suo amator, sì che di lutti, Senza il suo onore offendere, il sottraggia;
Dice a Ruggier, se a dar gli ultimi frutti Lei non vuol sempre aver dura e
selvaggia, La faccia domandar per buoni mezzi Al padre Amon; ma prima si
battezzi. 35 Kuggier, che tolto avria non solamente Viver cristiano per amor di
questa. Compera stato il padre, e antiquamente L'avolo e tutta la sua stirpe
onesta; Ma, per farle piacere, immantinente Data le avria la vita che gli
resta: Nonché neir acqua, disse, ma nel fuoco Per tuo amor porre il capo mi fia
poco. 39 Amando una gentil giovane e bella, Ohe di Marsilio re di Spagna è
figlia, Sotto un vel bianco e in femminil gonnelk, Finta la voce e il volger
delle ciglia. Egli ogni notte si giicea con quella, Senza dame sospetto alla
famiglia: Ma sì secreto alcuno esser non paote, Ch'ai lungo andar non sia chi'l
YeggA e note. 40 Se n'accorse uno, e ne parlò con dui; Li dui con altri, insin
ch'ai re fu detto. Venne un fedel del re l'altr' ieri a nai, Che questi amanti
fé pigliar nel letto; E nella rocca gli ha fatto ambedoi Divisamente chiudere
in distretto:Né credo per tutto oggi ch'abbia spazio Il gioven, che non mora in
pena e in strazio. 41 Fuggita me ne son per non vedere Tal crudeltà; che vivo
l'arderanno:Né cosa mi potrebbe più dolere, ' Che &ccia di sì bel giovine
il danno. Né potrò aver giammai tanto piacere, Che non si volga subito in
affanno, Che della crudel fiamma mi rimembri, Ch'abbia arsi i belli e delicati
membri. 36 Per battezzarsi dunque, indi per sposa La donna aver, Ruggier si messe
in via, Guidando Bradamante a Vallombrosa (Cosi fu nominata una badia Ricca e
bella, né men religiosa, E cortese a chiunque vi venia); E trovaro all'uscir
della foresta Donna che molto era nel viso mesta. 42 Bradamante ode, e par
ch'assai le premi Questa novella, e molto il cor l'annoi; Né par che men per
quel dannato tema, Che se fosse uno dei fratelli suoi. Né certo la paura in
tutto scema Era di causa, come io dirò poi. Si volse ella a Ruggiero, e disse:
Parme Ch'in favor di costui sien le nostr'arme. 37 Ruggier, che sempre uman,
sempre cortese Era a ciascun, ma più alle donne molto, Come le belle lacrime
comprese Cader rigando il delicato volto, N'ebbe pietade, e di disir s'accese
Di saper il suo affanno; ed a lei vólto, Dopo onesto saluto, domandolle Perch'avea
sì di pianto il viso molle. 38 Ed ella, alzando i begli umidi rai,
Umanissimamente gli rispose; E la cagion de' suoi penosi guai. Poiché le
domandò, tutta gli espose. Gentil signor, dissocila, intenderai Che queste
guance son si lacrimose Per la pietà eh' a un giovinetto porto, Ch'in un caste!
qui presso oggi fia morto. 43 E disse a quella mesta: Io ti conforto Che tu
vegga di porci entro alle mura: Che se '1 giovine ancor non avran morto, Più
non l'uccideran; stanne sicura. Ruggiero, avendo il cor benigno scorto Della
sua donna e la pietosa cura. Sentì tutto infiammarsi di desire Di non lasciar
il giovine morire. 44 Ed alla donna, a cui dagli occhi cade Un rio di pianto,
dice: Or che s'aspetta? Soccorrer qui, non lacrimare accade:Fa eh' ove é questo
tuo, pur tu ci metta. Di mille lance trar, di mille spade Tel promettiam,
purché ci meni in fretta: Ma studia il passo più che puoi, che tarda Non sìa
l'aita, e intanto il fuoco l'arda. 45 L' alto parlare e la fiera sembiauza Di
quella coppia a maravigli v ardita, Ebbon di tornar forza la speranza Colà
dond'era già tetta fuggita. Ma perch' ancor, piìt che la lontananza, Temeva il
ritrovar la via impedita, E che saria per questo indarno presa, Stava la donna
in sé tutta sospesa. 46 Poi disse lor: Facendo noi la via Che dritta e piana va
fin a quel loco, Credo eh a tempo vi si giungerla, Che non sarebbe ancora
acceso il fooco. Ma gir convien per cosi tòrta e ria, Che U termine di un
giorno saria poco A riuscirne; e quando vi saremo. Che troviam morto il giovine
mi temo. 47 £ perchè non andiam, disse Ruggiero, Per la più corta? E la donna
rispose:Perchè un Castel de conti da Pontiero Tra via si trova, ove un costume
pose, Non son tre giorni ancora, iniquo e fiero A cavalieri e a donne
avventurose, Pinabello, il peggior uomo che viva, Figliuol del conte Anselmo
d'Altariva. 48 Quindi uè cavalier uè donna passa, Che se ne vada senza ingiuria
e danni. L'uno e T altro a pie resta; ma vi lassji Il guerrier Tarme, e la
donzella i panni. Miglior cavalier lancia non abbassa, E non abbassò in Francia
già molt anni, Di quattro che giurato hanno al castello La legge mantener di
Pinabello. 49 Come l'usanza, che non è pii\ antiqua Di tre dì, cominciò, vi vo'
narrare; E sentirete se fu dritta o obliqua Cagion che i cavalier fece giurare.
Pinabello ha una donna così iniqua. Così bestiai, eh' al mondo è senza pare;
Che con lui, non so dove, andando un giorno, Ritrovò un cavalier che le fé'
scorno. 50 11 cavalier, perchè da lei beffato Fu d'una vecchia che portava in
groppa, Giostrò con Pinabel, eh' era dotato Di poca forza, e di superbia
troppa:Ed abbattello, e lei smontar nel prato . Fece, e provò s' andava dritta
o zoppa:Lasciolla a piede, e fé' della gonnella Di lei vestir l'antiqua
damigella. 51 Quella eh' a pie rimase, dispettosa, E di vendetta ingorda e
sitibonda, Congiunta a Pinabel, che d'ogni cosa, Dove sia da mal far, ben la
seconda, Né giorno mai, né notte mai riposa; E dice che non fia mai più
gioconda Se mille cavalieri e mille donne Non mette a piedi, e lor tolle arme e
gonne. 52 Giunsero il di medesmo, come accade, Quattro gran cavalieri ad un suo
loco. Li quai di rimotissime contrade Venuti a queste parti eran di poco; Di
tal valor, che non ha nostra etade Tant' altri buoni al bellicoso gioco:
Aquilante, Grifone e Sansonetto, Ed un Guidon Selvaggio giovinetto. 53 Pinabel
con sembiante assai cortese Al Castel ch'io v'ho detto li raccolse. La notte
poi tutti nel letto prese, E presi tenne; e prima non gli sciolse. Che li fece
giurar eh' un anno e un mese (Questo fu appunto il termine che tolse) Stanano
quivi, e spoglieiebbon quanti Vicapitasson cavalieri erranti; 54 E le donzelle
ch'avesson con loro, Porriano a piedi, e torrian lor le vesti. Così giurar,
cosi constretti foro Ad osservar, benché turbati e mesti. Non par che fin a qui
centra costoro Alcun possa giostrar, eh' a pie non resti:E capitati vi sono
infiniti, Ch'a pie e senz'arme se ne son partiti. 55 É ordine tra lor, che chi
per sorte Esce fuor prima, vada a correr solo; Ma se trova il nemico così
forte, Che resti in seUa, e getti lui nel suolo. Sono obbligati gli altri
infino a morte Pigliar l'impresa tutti in uno stuolo. Vedi or, se ciascun
d'essi é cosi buono Quel eh' esser de', se tutti insieme sono. 56 Poi non
conviene all'importanzia nostra, Che ne vieta ogni indugio, ogni dimora, Che
punto vi fermiate a quella giostra:E presuppongo che vinciate ancora. Che
vostr'alta presenzia io dimostra; Ma non é cosa da fare in un'ora: Ed é gran
dubbio che'l giovine s'arda. Se tutt'oggi a soccorrerlo si tarda. 67 Disse Ruggier:
Non riguardiamo a questo; Facciam nui quel che si può far per uni; Abbia chi
regge il ciel cura del resto, 0 la fortuna, se non tocsa a lui. Ti fi per
questa giostra manifesto Se buoni siamo d aiutar colui Che per cagion si debole
e sì lieve, Come n'hai detto, oggi bruciar si deve. 58 Senzarisponder altro, la
donzella Si messe per la via ch'era più corta. Più di tre miglia non andar per
quella, Che si trovar(c) al ponte ed alla porta si perdon V arme e la gonnella,
E della vita gran dubbio si porta. Al primo apparir lor, di su la rocca, É chi
duo botti la campana tocca. 59 Ed ecco della porta con gran fretta, Trottando
s' un ronzino, un vecchio uscio; E quel venia gridando: Aspetta, aspetta;
Restate olà, che qui si paga il fio; E se V usanza non v' è stata detta, Che
qui si tiene, or ve la vo' dir io:E contar loro incominciò di quello Costume
che servar fa Pinabello. 60 Poi seguitò, volendo dar consigli, Com'era usato
agli altri cavalieri: Fate spogliar la donna, dicea, fiorii, E voi l'arme
lasciateci e i destrieri; E non vogliate mettervi a perigli D'andare incontra a
tai quattro guerrieri. Per tutto vesti, arme e cavalli s' hanno: La vita sol
mai non ripara il danno. 61 Non più, disse Ruggier, non più; ch'io sono Del
tutto informatisimo: e qui venni Per far prova di me, se cosi buono In fatti
son, come nel cor mi tenni. Arme, vesti e cavallo altrui non dono; S'altro non
sento che minacce e cenni, E son ben certo ancor, che per parole Il mio
compagno le sue dar non vuole. 62 Ma, per Dio, fa ch'io vegga tosto in fronte
Quei che ne voglion tórre arme e cavallo; Ch'abbiamo da passar anco quel monte,
E qui non si può far troppo intervallo. Rispose il vecchio: Eccoti fuor del
ponte Chi vien per farlo: e non lo disse in fallo; Ch'un cavalier n'uscì, che
sopravveste Vermiglie avea, di bianchi fior conteste. 63 Bradamante pregò molto
Ruggiero, Che le lasciasse in cortesia l'assunto Di gittar della sella il
cavaliero, Ch'avea di fiori il bel vestir trapunto; Ma non potè impetrarlo, e
fu mestiero A lei far ciò che Ruggier volse a punto. volse l'impresa tutta
avere, E Bradamante si stesse a vedere. 64 Ruggiero al vecchio domandò chi
fosse Questo primo ch'uscia fuor della porta. È Sansonetto, disse; che le rosse
Veste conosco, e i bianchi fior che porti L'uno di qua, l'altro di là si mosse
parlarsi, e fu l'indugia corta; Che s' andare a trovar coi ferri bassi, Molto
affrettando i lor destrieri i passi. 65 In questo mezzo della rocca usciti Eran
con Pinabel molti pedoni, Presti per levar l'arme ed espediti Ai cavalier ch'uscian
fuor degli arcioni. incontra i cavalieri ardici, Fermando in su le reste i gran
landooi. Grossi duo palmi, di nativo cerro, Che quasi erano uguali insino al
ferro. 66 Di tali n'avea più d'una decina Fatto tagliar di su lor ceppi vivi
Sansonetto a una selva indi vicina, E portatone duo per giostrar quivi. Aver
scudo e corazza adamantina Bisogna ben, che le percosse schivi. L'uno a
Ruggier, l'altro per sé ritenne. 67 Con questi, che passar dovean gì' ineadi
(Sì ben ferrate avean le punte estreme), Di qua e di là fermandoli agli scudi,
Quel di Ruggiero, che i demonj ignudi Fece sudar, poco del colpo teme: Dello
scudo vo'dir che fece Atlante, Delle cui forze io v'ho già detto innante.
L'incantato splendor negli occhi fere, Ch'ai discoprirsi ogni veduta ammorza, E
tramortito l'uom fa rimanere: Perciò, s'un gran bisogno non lo sfona, D'un vel
coperto lo solea tenere. Si crede eh' anco impenetrabil fosse, Poich'a questo
incontrar nulla si mosse. Il gravissimo colpo non sofferse. loco al ferro, e
pel mezzo s'aperse; Die loco al ferro, e quel trovò di sotto braccio ch'assai
mal si ricoperse; Si che ne fu ferito Sansonetto, della sella tratto al suo
dispetto. 70 E q,uesto il primo fu di quei compagni Che quivi mantenean
l'usanza fella, Convien chi ride, anco talor si lagni, La giustizia di Dio, per
dargli quanto Che seco cadde, anzi il suo buon destino; E trassene, credendo
nello speco fosse sepolta, il destrier seco. Bradamante conosce il suo cavallo,
E conosce per lui l'iniquo conte; E poi eh' ode la voce, e vicino hallo Con
maggior attenzion mirato in fronte: Che procacciò di farmi oltraggio ed onte;
Ecco il peccato suo, che l'ha condutto Ove avrà de' suoi merti il premio tutto.
II minacciare e il por mano alla spada tutto a un tempo, e lo avventarsi a
quello; Ma innanzi tratto gli levò la strada. non potè fuggir verso il
castello. è la speme eh' a salvar si vada. Come volpe alla tana, Pinabello.
gridando, e senza mai far testa, Fuggendo si cacciò nella foresta. Pallido e
sbigottito il miser sprona, Cbè posto ha nel fuggir P ultima speme. L'animosa
donzella di Dordona Gli ha il ferro ai fianchi, e lo percuote e preme: Yien con
lui sempre, e mai non Tabbandona. Grande è il mmore, e il bosco intorno geme.
Nulla al Castel di questo ancor s'intende, Però ch'ognuno a Ruggier solo
attende. 76 Gli altri tre cavalier della fortezza Intanto eran usciti in su la
yia; Ed aveàu seco quella mala avvezza, Che v'avea posta la costuma ria.
ciascun di lor tre, che '1 morir prezza Più eh' aver vita che con biasmo sia,
Di vergogna arde il viso, e il cor di duolo, Che tanti ad assalir vadano un
solo. 77 La crudel meretrice ch'avea fatto Por quella iniqua usanza, ed
osservarla, Il giuramento lor ricorda e il patto Ch' essi fatti l'avean, di
vendicarla. Se sol con questa lancia te gli abbatto, mi vuoi con altre
accompagnarla? Cosi dicea Grifon, cosi Aquilante: Giostrar da sol a sol volea
ciascuno, La donna dicea loro: A che far tante Parole qui senza profitto
alcuno? tórre a colui l'arme io v'ho qui tratti, per far nuove leggi e nuovi
patti. escuse, e non ora, che son tarde:Voi dovete il preso ordine servarme,
vostre lingue far vane e bugiarde. Ruggier gridava lor: Eccovi l'arme, panni
della donna eccovi ancora:, eh' a forza si spiccaro insieme, Dinanzi apparve V
uno e l'altro seme Del marchese onorato di Borgogna; a lor dietro con poco
intervallo. 81 Con la medesim' asta, con che avea Atlante aver sui monti di
Pirene: 82 Benché sol tre fiate bisognolli, deir Orca alle marine spume, fu a
chi la campò poi cosi cruda. 83 Fuorché queste tre volte, tutto 1 resto tenea
sotto un velo in modo ascoso, a discoprirlo esser potea ben presto, Che del suo
aiuto fosse bisognoso. Quivi alla giostra ne venia con questo, Come io v' ho
detto ancora, si animoso, Ruggier scontra Grifone ove la penna Dello scudo alla
vista si congiunge. Quel di cader da ciascun lato accenna. Ed alfin cade, e
resta al destrier lunge. Mette allo scudo a lui Grifon l'antenna; Ma pel
traverso e non pel dritto giunge: E perchè lo trovò forbito e netto, . L'andò
strisciando, e fé' contrario effetto, 85 Ruppe il velo e squarciò, che gli
copria Lo spaventoso ed incantato lampo. Al cui splendor cader si convenia Con
gli occhi ciechi, e non vi s'ha alcun scampo. Aquilante, eh' a par seco venia,,
Stracciò l'avanzo, e fé lo scudo vampo. Lo splendor feri gli occhi ai duo
fratelli, Ed a Guidon che correa dopo quelli. 86 Chi di qua, chi di là cade per
terra:Lo scudo non pur lor gli occhi abbarbaglia, Ma fa che ogn' altro senso
attonito erra. Ruggier, che non sa il fin della battaglia, il cavallo; e nel
voltare afferra La spada sua, che si ben punge e taglia: E nessun vede che gli
sia all'incontro; Che tutti eran caduti a quello scontro. 87 I cavalieri, e
insieme quei eh a piede Erano asciti, e cosi le donne anco, E non meno i
destrieri in guisa vede, Che par che per morir battano il fianco. Prima si
maraviglia, e poi s avvede Che U velo ne pendea dal lato manco:Dico il velo di
seta, in che solca Chiuder la luce di quel caso rea. 88 Presto si volge; e nel
voltar, cercando ' gli occhi va T amata sna guerriera; vien là dove era rimasa
quando La prima giostra cominciata s'era. Pensa ch'andata sia, non la trovando,
vietar che quel giovine non pera, dubbio ch'ella ha forse che non s'arda In
questo mezzo eh' a giostrar si tarda. 89 Fra gli altri che giacean vede la
donna, La donna che l'avea quivi guidato. Dinanzi se la pon, sì come assonna,
manto eh' essa avea sopr& la gonna, Poi ricoperse lo scudo incantato; E i
sensi riaver le fece tosto Che'l nocivo splendore ebbe nascosto. 90 Via se ne
va Ruggier con faccia rossa, Che, per vergogna, di levar non osa:Gli par
ch'ognuno improverar gli possa Quella vittoria poco gloriosa. Ch' emenda poss'
io fare, onde rimossa Mi sia una colpa tanto obbrobriosa? Che ciò eh' io vinsi
mai, fu per favore, Diran, d'incauti, e non per mio valore. btanza 86 l Mentre
cosi pensando seco giva. Venne in quel che cercava a dar di cozzo; Ghè'n mezzo
della strada soprarriva Dove profondo era cavato un pozzo. Quivi l'armento alla
caldi ora estiva Si ritraea, poi eh' avea pieno il gozzo. Disse Ruggiero; Or
provveder bisogna, Che non mi facci, o scudo, più vergogni. 92 Più non starai
tu meco; e questo sia L'ultimo biasmo e' ho d'averne al monio. Così dicendo,
smonta nella via:Piglia una grossa pietra e di gran pondo, E la lega allo
scudo, ed ambi invia l'alto pozzo a ritrovarne il fondo: E dice: Costà giù
statti sepulto, E teco stia sempre il mio obbrobrio occulto. 93 II pozzo è
civo, e pieno al sommo d'acque: Grieve è lo scudo, e quella pietra grieve. Non
si fermò finché nel fondo giacque: Sopra si chiuse il liquor molle e lieve. Il
nobil atto e di splendor non tacque E di rumor n' empì, sonando il corno, E
Francia e Spagna, e le provincie intorno. 94 Poi che di voce in voce si fé
questa Strana avventura in tutto il mondo nota, Molti guerrier si misero
all'inchiesta E di parte vicina e di remota: Ma non sapean qual fosse la
foresta. Dove nel pozzo il sacro scudo nuota; Che la donna che fé' l'atto
palese, Dir mai non volse il pozzo né il paese. Al partir che Ruggier fé' dal
castello, Dove avea vinto con poca battaglia; Che i quattro gran campion di
Pinabelio Fece restar com'r omini di paglia; Tolto lo scudo, avea levato quello
Lume che gli occhi e gli animi abbarbaglia: E quei che giaciuti eran come morti
Pieni di meraviglia eran risorti. Altro fra lor, che dello strano caso; E come
fu che ciascun d'essi a quella Orribil luce vinto era rimaso. Mentre parlan di
questo, la novella Vien lor di Pinabel giunto all' occaso:Che Pinabelio è morto
hanno l'avviso; Ma non sanno però chi l'abbia ucciso. 97 L'ardita Bradamante in
questo meso Giunto avea Pinabelio a un passo stretto: E cento volte gli avea
fin a mezzo Messo il brando pei fianchi e per lo petto. Tolto ch'ebbe dal mondo
il pozzo el ]ez7o Che tutto intomo avea il paese infetto, Le spille al bosco testimonio
volse Con quel destrier che già il fellon le tolse. 9Ì Volse tornar dove
lasciato avea Rnggier; né seppe mai trovar la strada. Or per vaHe or per monte
s'avrolgea: Tutta quasi cercò quella contrada. Non volse mai la sua fortuna
rea, Che via trovasse onde a Ruggier si vada. Quest'altro Canto ad ascoltare
aspetto Chi dell'istoria mia prende diletto. NOTE. ST. 2. V.56. Nummi j Danari
(lat.). St. 2. V.7. Ipermestra: la sola delle cinquanta Danaidi, sorelle, che
non svenasse il marito nella prima notte delle nozze. St. 6. V.18. Natòlia: V
Asia Minore, detta oggi Anatolia. Bursia, denominata altresì Bursa o Brusa, e
in antico Prusa, città situata alle falde deirOlimpo: fu in tempo sede dei re
di Bitinia, ed avanti la presa di Costantinopoli era la capitale dell'impero
ottomano. Franconia fu detto già un i"aese della Germania, che ora fa
parte del Baden e del Viirtemberg. Prese il nome dai Franchi. St. 7. V.1. Per
la selva d Ardenna. Tale era il nome di una selva, altre volte estesissima, ma
ora con siderevolmente diminuita, in una parte della Gallia Belgica, tra la
Sciampagna e la Fiandra. Agtiisgrana, Aix la Chapelle. St. 8. V.8. Caìessio,
Calais. Altrove l'Ariosto lo chiama Calesse. St. 9. V.67. Caererà sotto la
sponda: caccerà sott'acqua V estremità, ossia la prjra del naviglio. Per la
schena del mar, ecc. Percorre col navislio b lunghezza del canale marittimo,
perchè noi pud attra versare. St. 10. v.34. Roano: Rouen, città di Normanfia
St. 13. V.5. Discorso: qui corso, corsa. St. 23. V.6. a sesta: opportanamente.
St. 27. V.6 VanOt qni Vaneggiamento, Sfrenatou St. 33. V.6. Errabondi, qui
fcUlaeL St. 72. V.3. SeH vi raccorda: Se ve lo ricordate. St. 79. V.6. Barde,
bardature. St. 82. V.3. Dai regni molli: regni dell'effemi natezza e della
lascivia St. 85. V.6. Fé lo scudo vampo: lo scudo rìfdse d'improvviso
splendore. St. 94. y. 6. Sacro Il poeta chiama sacro lo scado d'Atlante, come
altrove Tanello d'AngeUca" perché tatti e due incantati. 6. nratlmmante
s'inponna in Ashilfo, i !m fJnpf> ivevle nfH dalo HiLù'nno, part' i\W
IppOivif'V Bniiìciinanti va ii; Moi]t:ill"ahO, ii rrntìemìci Riifrjuro in
Vnllomlu'osa ffli maiiila. ppi mia stisdamìs Ha Pi''Hitìii!t rictameiite, Nf'l
fammìiirì ]a ilnmigt'na trova Rodomrute vUi: Ui Uì'\w il l'avallo.
>;eiliiiia e (Jabrinfv iijiiioiio ad Al lai! va, rlstpllo dtìì ionli da Poh
ti ero, dove la uialirm veci' Ina aiiiusa Zei Inno "Idia uccisione di Pi
iviljelk]; e linnorciJtc Cftvaluricj li condotto a moiire. Arriva quivi ndixndo
con Isabelhi . lileia Zibino e ;;li restittiisi'u ramante. Soiirafjgiunffe
SfaiidrÌL'ai'rlo r'iin Lìiivalìce: il paladino combsittf col prifaiiOT ' Ja
pirpiii t> intsfiTorta da nn acc niente. Ha ni] ritardo tS trajiottarn
aititi ve dal proprio cavallo: Orlando ca piU al luogo che fu dimom d Anjflita
e di Medoix), tid ivi L;rni]i[U'la a iH'rdci'f il Menno. Stuiiii uijiinii
iiovfire Itmi; cliè raiìe Volte il ben far senfi il jìuo pifniin fi:i; H se ]mr
Etu? almen nou te ne ai:caU{.' Morte, né danno, né ignominia ria. Ohi nuoce
altrui, tardi 0 per tempo cade Il debito a scontar, che non s'obblia. Dice il
proverbio, eh' a trovar si vanno Gli uomini spesso, e i moLti fermi stanno. 2
Or vedi quel eh' a Pinabello avviene Per essersi portato iniquamente: È giunto
in somma alle dovute pene, Dovute e giuste alla sua ingiusta mente. Veder
patire a torto uno innocenteSalvò la donna; e salverà ciascuno Che d'ogni
fellonia viva digiuno. 3 Credette Pinabel questa donzella Già d'aver morta, e
colà giù sepulta; Né la pensava mai veder, non ch'ella Gli avesse a tor degli error
suoi la multa. Né il ritrovarsi in mezzo le castella Del padre, in alcun util
gli risulta. Quivi Altaripa era tra monti fieri Vicina al tenitorio di
Pontieri. 4 Tenea quell'Altaripa il vecchio conte Anselmo, di eh' uscì questo
malvagio, Che, per fuggir la man di Chiaramonte, D'amici e di soccorso ebbe
disagio. La donna al traditore appiè d'un monte Tolse l'indegna vita a suo
grand'agio;Che d'altro aiuto quel non si provvede, <ie d'alti gridi e di
chiamar mercede. 5 Morto ch'ella ebbe il falso cavaliero, Che lei voluto avea
già porre a morte, Volse tornare ove lasciò Ruggiero; Ma non lo consentì sua
dura sorte, Che la fé traviar per un sentiero Che la portò dov' era spesso e
forte, Dove più strano e più solingo il bosco, Lasciando il sol già il mondo all'aer
fosco. 6 Né sappiendo ella ove potersi altrove La notte riparar, si fermò quivi
Sotto le frasche in su l'erbette nuove, Parte dormendo, finché '1 giorno
arrivi, Parte mirando ora Saturno or Giove, Venere e Marte, e gli altri erranti
Divi; Ma sempre, o vegli o dorma, con la mente Contemplando Ruggier come
presente. 7 Spesso di cor profondo ella sospira, Di pentimento e di dolor
compunta, Ch'abbia in lei, più ch'amor, potuto l'ira. L'ira, dicea, m'ha dal
mio amor disgiunta: Almen ci avessi io posta alcuna mira, Poich'avea pur la
mala impresa assunta. Di saper ritornar dond'io veniva; Che ben fui d'occhi e
di memoria priva. 8 Queste ed altre parole ella non tacque, E molto più ne
ragionò col core. Il vento intanto di sospiri, e l'acque Di pianto facean pioggia
di dolore. Dopo una lunga aspettazion por nacque In oriente il disiato albore:
Ed ella prese il suo destrier, ch'intorno Giva pascendo, ed andò centra il
giorno. 9 Né molto andò, che si trovò all'uscita Del bosco, ove pur dianzi era
il palagio. Là dove molti di l'avea schernita Con tanto error l'incantator
malvagio. Ritrovò quivi Astolfo, che fornita La briglia all' Ippogrifo avea a
grande agit E stava in gran pensier di Rabicano, Per non sapere a chi lasciarlo
in mano. 10 A caso si trovò che fuor dì testa L'elmo allor s' avea tratto il
paladino; Sì che tosto ch'uscì della foresta, Bradamante conobbe il suo cugino.
Di lontan salutollo, e con gran festa Gli corse, e l'abbracciò poi più vicino;
E nominossi, ed alzò la visiera E chiaramente fé' veder chi eli' era. 11 Non
potea Astolfo ritrovar persona A chi il suo Rabican meglio lasciasse.Perché
dovesse averne guardia buona E renderglielo poi come tornasse, Della figlia del
duca di Dordona; E parvegli che Dio glilamandasse. Vederla volentier sempre
solca, Ma pel bisogno or più ch'egli n'avea. 12 Da poi che due e tre volte
ritornati Fraternamente ad abbracciar si f5ro, E si fur l'uno all'altro
domandati Con molta alFezion dell'esser loro, Astolfo disse: Ormai, se dei
pennati Vo'il paese cercar, troppo dimoro: Ed aprendo alla donna il suo
pensiero. Veder le fece il volator destriero. 13 A lei non fu di molta
maraviglia Veder spiegar a quel destrier le penne; Ch'altra volta, reggendogli
la briglia Atlante incantator, centra le venne, E le fece doler gli occhi e le
ciglia; Sì fisse dietro a quel volar le tenne Quel giorno, che da lei Ruggier
lontano Portato fu per cimmin lungo e strano. Astolfo disse a lei, che le volea
Dar Kabican che sì nel corso affretta, Che se, scoccando V arco, si movea, Si
solea lasciar dietro la saetta; E tutte V arme ancor, quante n' avea:Che vuol
eh a Moutalban gli le rimetta, .E gli le serbi fin al suo ri tomo; Che non gli
fanno or di bisogno intorno. 15 Volendosene andar per l'aria a volo, Aveasi a
far quanto potea più lieve. Tiensi la spada e '1 corno, ancorché solo Bastargli
il corno ad ogni risco deve. Bradamante la lancia che'l figlinolo Portò di
Galafrone, anco riceve; La lancia che, di quanti ne percote, Fa le selle restar
subito vuote. 16 Salito Astolfo sul destrier volante. Lo fa mover per Paria
lento lento; ludi lo caccia sì, che Bradamante Ogni vista ne perde in un
momento. Cosi si parte col pilota innante 11 nocchier che gli scogli teme e 1
vento; E poi che'l porto e i liti addietro lassa, Spiega ogni vela, e innanzi
ai venti passa. 17 La donna, poi che fu partito il duca. Rimass in gran
travaglio della mente: Che non sa come a Montalbau conduca L'armatura e il
destrier del suo parente; Perocché '1 cuor le cuoce e le manuca LMngorda voglia
e il desiderio ardenteDi riveder Ruggier, che, se non prima, A Vallombrosa
ritrovar lo stima. 18 Stando quivi sospe>a, per ventura Si vide innanzi
giungere un villano, Dal qual fa rassettar quella armatura Come si puote, e por
su Rabicano:Poi di menarsi dietro gli die cura I duo cavalli, un carco e
l'altro a mano: Elia n' avea duo prima, eh' avea quello, Sopra il qual levò
l'altro a Pinabello. 19 Di Vallombrosa pensò far la strada, Che trovar quivi il
suoRuggier ha speme: Ma qual più breve o qual miglior vi vada, Poro discerne, e
d'ire errando teme. II villan non avea della contrada Pratica molta; ed
erreranno insieme. Pur andare a ventura ella si messe. Dove pensò che'i loco
esser dovesse. 20 Di qua di là si volse, né persona Incontrò mai da domandar la
via. Si trovò uscir del bosco in su la nona.Dove un Castel poco lontan scopria,
Il qual la cima a un monticel corona. Lo mira, e Montai bau le par che sia:Ed
era certo Montalbano; e in quello Avea la madre ed alcun suo fratello. 21 Come
la donna conosciuto ha il loco, Nel cor s' attrista, e più eh' i' non so dire.
Sarà scoperta, se si ferma un poco; Né più le sarà lecito a partire. Se non si
parte, l'amoroso foco L'arderà sì, che la farà morire: Non vedrà più Ruggier,
né farà cosa Di quel ch'era ordinato a Vallombrosa. 22 Stette alquanto a pensar;
poi si risolse Di voler dare a Montalbau le spalle:E verso la badia pur si
rivolse; Che quindi ben sapea qual era il calle. Ma sua fortuna, o buona o
trista, volse Che, prima ch'ella uscisse della valle, Scontrasse Alardo, un de'
fratelli sui; Né tempo di celarsi ebbe da lui. 23 Veniva da partir gli
alloggiamenti Per quel contado a cavalieri e a fanti; Ch'ad instanzia di Carlo
nuove genti Fdtto avea delle terre circonstanti. I saluti e i fraterni
abbracciamenti Con le grate accoglienze andare innanti; E poi, di molte cose a
paro a paro Tra lor parlando in Moatalban tornaro. 24 Entrò la bella donna in
Montalbano, Dove l'avea con lacrimosa guancia Beatrice molto desiata invano, E
fattone cercar per tutta Francia. Or quivi i baci e il giunger mano a mano Di madre
e di fratelli estimo ciancia, Verso gli avuti con Ruggier complessi, Ch'avrà
nell'alma eternamente impressi. 25 Non potendo ella andar, fece pensiero Ch'a
Vallombrosa altri in suo nome andasse Immantinente ad avvisar Ruggiero Della
cagion eh' andar lei non lasciasse:E lui pregar (s'era pregar mestiero) Che
quivi per suo amor si battezzasse, E poi venisse a far quanto era detto, Sì che
si desse al matrimonio effetto. 26 Pel medesimo messo fé' disegno Di mandar a
Ruggiero il suo cavallo, Che gli solea tanto esser caro: e degno D'essergli
caro era ben senza fallo; Che non s'avria trovato in tutto 'l regno Dei
saracin, né sotto il signor gallo, Più bel destrier di questo o più gagliardo.
Eccetti Brigliador, soli, e Baiardo. 27 Ruggier, quel dì che troppo audace
ascese Su rippogrifo, e verso il ciel levosse, Lasciò Frontino, e Bradamante il
prese (Frontino, che '1 destrier cosi nomosse):MandoUo a Montalbano, e a buone
spese Tener lo fece, e mai non cavalcosse, Se non per breve spazio e a picciol
passo j Sì ch'era più che mai lucido e grasso. 28 Ogni sua donna tosto,
ognidonzella Pon seco in opra, e con suttil lavoro Fa sopra seta candida e
morella Tesser ricamo di finissim oro; E dì quel copre ed orna briglia e sella
Del buon destrier: poi sceglie una di loro, Figlia di Callitrefia sua nutrice,
D'ogni secreto sua fida mlitrice. 29 Quanto Ruggier l'era nel core impresso,
Mille volte narrato avea a costei:La beltà, la virtude, i modi d'esso Esaltato
1' avea fin sopra i Dei. A sé chiamolla, e disse: Miglior messo A tal bisogno
elegger non potrei; Che di te né più fido né più saggio Imbasciator . Ippalca
mia, non àggio. 30 Ippalca la donella era nomata. Va, le dice (e l'insegna ove
de' gire); E pienamente poi l'ebbe informata Di quanto avesse al suo signore a
dire. E far la scusa se non era andata Al monaster: che non fu per mentire; Ma
che fortuna, che di noi potea Più che noi stessi, da imputar s' avea. 31 Montar
la fece s'un ronzino, e in mano La ricca briglia di Frontin le messe: E se si
pazzo alcuno o si villano Trovasse, che levar le lo volesse, Per fargli a una
parola il cervel sano, Di chi fosse il destrier sol gli dicesse; Che non sapea
si ardito cavaliero, Che non tremasse al nome di Ruggiero. 32 Di molte cose
l'ammonisce e molte, Che trattar con Ruggier abbia iti sua vece Le qual poi
ch'ebbe Ippalca ben raccolte,Si pose in via, né più dimora fece. Per strade e
campi e selve oscure e folte Cavalcò delle miglia più di diece; Che non fu a
darle noia chi venisse. Né a domandarla pur dove ne gisse. 83 A mezzo il giorno,
nel calar d'un monte. In una stretta e malagevol via Si venne ad incontrar con
Rodomonte, Ch'armato un piccol n\no e a pie segm. Poiché sì bel destrier, sì
bene ornato. Non avea in man d'an cavalier trovato. 84 Avea giurato che '1
primo cavallo Torria per forza, che tra via incontrasse. Or questo è stato il
primo; e trovato hallo Più bello e più per lui, che mai trovasse: Ma torio a
una donzella gli par fallo; E pur agogna averlo, e in dubbio storse. Lo mira,
lo contempla, e dice spesso: Deh perché il suo signor non è con esso ' 35 Deh
ci fosse egli! gli rispose Ippalci; Che ti faria cangiar forse pensiero. Assai
più di te vai chi lo cavalca; Né lo pareggia al mondo altro guerriero. Chi é,
le disse il lIoro, che pì calca L'onore altrui? Rispose ella: Ruggiero. E quel
soggiunse: Adunque il destrier voiio. Poich'a Ruggier, sì gran campiou, Io
tosrli) 36 II qual, se sarà ver, come tu parli, Che sia si forte, e più d'ogn'
altro vaglia. Nonché il destrier, ma la vettura darli Converrammi, e in suo
arbitrio fia la taglia. Che Rodomonte io sono, hai da narrarli; E che, se pur
vorrà meco battaglia, Mi troverà: eh' ovunque io vada o stia, ìli fa sempre
apparir la luce mia. 37 Dovunque io vo, si gran vestigio resta, Che non lo
lascia il fulmine maggiore Cosi dicendo, avea tornate in testa Le redini dorate
al corridore: Sopra gli salta; e lacrimosa e mesta Rimane Ippalca, e spinta dal
dolore, Minaccia Rodomonte, e gli dice onta: Non l'ascolta egli, e su pel
poggio raoati. 38 Per quella via dove Io guida il nano l'er trovar Mandricardo
e Doralice, Gli viene Ippalca dietro di lontano E lo bestemmia sempre e
maled'ce. Ciò che di questo avvenne, altrove è piano. Turpin, che tutta questa
istoria dice, Fa qui digrosso, e torna in quel paese, Dove fu dianzi morto il
Maganzese. 39 Dato avea appena a quel loco le spalle La figliuola d' Amon, ch
in fretta già, Che v'arrivò Zerbin per altro calle Con la fallace vecchia in
compagnia:E giacer vide il corpo nella valle Del cavalle r, che non sa già chi
sia; 3Ia, come quel ch'era cortese e pio, Ebbe pietà del caso acerbo e rio.
stanza 6U 40 Qiaceva Pinabello in terra spento. Versando il sangue per tante
ferite, Ch'esser dbveano assai, se più di cento Spade in sua morte si fossero
unite. Il cavalier di Scozia non fu lento, Per r orme che di fresco eran
scolpite, A porsi in avventura, se potea Saper chi l'omicidio fatto avea. 42 Se
di portarne il furto ascosamente Avesse avuto modo o alcuna speme, La
soprawesta fatta riccamente Gli avrebbe tolta, e le bell'arme insieme. Ma quel
che può celarsi agevolmente Si piglia, e'I resto fin al cor le preme. Fra
l'altre spoglie un bel cinto levonne, E se ne legò i fianchi infìra due gonne.
41 Ed a Gabrina dice che l'aspette; Che senza indugio a lei farà ritomo. Ella
presso al cadavere si mette, E fissamente vi pon gli occhi intorno:Perchè,. se
cosa v'ha che le dilette. Non vuol eh 'un morto invan più ne sia adorno, colei
che fa, tra l'altre note. Quanto avara esser più femmina puote. 43 Poco dopo
arrivò Zerbin. eh' avea Seguito invan di Bradamante i passi,Perchè trovò il
sentier che si torcea In molti rami ch'ivano alti e bassi; E poco omai del
giorno rimanea, Né volea al buio star fra quelli sassi; E per trovare albergo
die le spalle Con l'empia vecchia alla funesta valle. 44 Quindi presso a dua miglia
ritrovaro Un gran caste! che fa detto Altariva, Dove per star la notte si
fermare, Che già a gran volo inverso il ciel saliva. Non vi stér molto, eh' un
lamento amaro L'orecchie d'ogni parte lor feriva; E veggon lacrimar da tutti
gli occhi, la cosa a tutto il popol tocchi. 45 Zerbino dimandonne; e gli fu
detto Che venut' era al cont' Anselmo avviso, Che fta duo monti in un sentiero
stretto Giacca il su) figlio Pinabello ucciso. Zerbin, per non ne dar di sé
sospetto, Di ciò si finge nuovo, e abbassa il viso; Ma pensa ben, che senza
dubbio sia Quel ch'egli trovò morto in su la via. 46 Dopo non molto la bara
funebre Giunse, a splendor di torchi e di facelle, Là dove fece le strida più
crebre Con un batter di man gire alle stelle, E con più vena fuor delle palpebre
Le laciime innondar per le mascelle: 3ra più dell'altre nubilose ed atre, Era
la faccia del misero patre. 47 Mentre apparecchio si facea solenne Di grandi
esequie e di funebri pompe, Secondo il modo ed ordine che tenne L'usanza
antiqua, e ch'ogni età corrompe: Da parte del signor un bando venne, Che tosto
il popolar strepito rompe, E promette gran premio a chi dia avviso Chi stato
sia che gli abbia il figlio ucciso. Di voce in voce, e d'una in altra orecchia
Il grido e '1 bando per la terra scorse, Finché l'udì la scellerata vecchia,
Che di rabbia avanzò le tigri e l'orse; E quindi alla mina s'apparecchia Di
Zerbino, o per l'odio che gli ha forse, 0 per vantarsi pur, che sola priva
D'tmanitade in uman corpo viva; 49 0 fosse pur per guadagnarsi il premio:A
ritrovar n' andò quel signor mesto; E dopo un verisimil suo proemio, (irli
disse che Zerbin fatto avea questo:E quel bel cinto si levò di gremio, ' Che '1
miser padre a riconoscer presto, Appresso il testimonio e triste uffizio
Dell'empia vecchia, ebbe per chiaro indizio. 50 E lacrimando al ciel leva le
mani, Che'l figliuol non sarà senza vendetta. Fa circondar l'albergo ai
terrasszani; tutto 'l papol s' è levato in fretta. Zerbin che gii nimici aver
lontani Si crede, e questa ingiuria non aspetta, Dal conte Anselmo, che si
chiama oifeso Tanto da lui, nel primo sonno è preo; 51 E quella notte in
tenebrosa parte Incatenato e in gravi ceppi messo. Il sole ancor non ha le luci
sparte, Che l'ingiusto supplicio è già commesso: Che nel loco medesimo si squarte,
Dove fu il mal e' hanno imputato ad esso. Altra esamina in ciò non si facea;
Bastava che '1 signor così credea. 62 Poi che l'altro mattin la bella aurora
L'aer seren fé bianco e rosso e giallo, Tutto '1 popol gridando: Mora, mora,
Vien per punir Zerbin del non suo fallo. Lo sciocco vulgo l'accompagna fuora,
Senz'ordine, chi a piede e chi a cavallo; E 'l cavalier di Scoziaacapochino Ne
vien legato in s'un piccol ronzino. 53 Ma Dio, che spesso gl'innocenti aiata.
Né lascia mai chi'n sua bontà si fida, Tal difesa gli avea già provveduta. Che
non v' è dubbio più eh' oi s' uccida. Quivi Orlando arrivò, la cui venuta Alla
via del suo scampo gli fu guida. Orlando giù nel pian vide la gente Che traea a
morte il cavalier dolente. 54 Era con lui quella fanciulla, quella Che ritrovò
nella selvaggia grotta. Del re Gklego la figlia Isabella, In poter già
de'malandrin condotta, Poi che lasciato avea nella procella Del truculento mar
la nave rotta: Quella che più vicino al core avea Questo Zerbin, che l'alma
onde vivea. 55 Orlando se l'avea fatta compagna, Poi che della caverna la
riscosse. Quando costei li vide alla campagna . Domandò Orlando, chi la turba
fosse. Non so, diss'egli; e poi su la montagna Lasciolla, e verso il pian ratto
si mosse: Guardò Zerbino, ed alla vista prima Lo giudicò baron di molta stim.
56 E fattosegli appresso, domandollo Per che cagione e dove il menin preso.
LeTÒ il dolente cavaliero il collo; E meglio avendo il paladino inteso, Rispose
il vero; e così ben narrollo, Che meritò dal conte esser difeso. Bene avea il
conte alle parole scorto Ch'era innocente, e che moriva a torto. 57 E poi
che'ntese che commesso questo Era dal conte Anselmo d'Altariva, Fu certo ch'era
torto manifesto; Ch'altro da quel fellon mai non deriva. Ed oltre a ciò, l'uno
era all'altro infesto Per r antiquissimo oiio che bolliva Tra il sangue di
Maganza e di Chiaramonte; E tra lor eran morti e danni ed onte. .58 Slegate il
cavalier, gridò, canaglia, Il conte a' masnadieri, o ch'io v'uccido. Chi è
costui che sì gran colpi taglia? Rispose un che parer volle il più fido: Se di
cera noi fussimo o di paglia, E di fuoco egli, assai fora quel grido. E venne
contra il paladin di Francia: Orlando contro lui chinò la lancia. 62 Di cento
venti (che Turpin sottrasse Il conto), ottanta ne perirò almeno. Orlando
finalmente si ritrasse Dove a Zerbin tremava il cor nel seno. S'al ritornar
d'Orlando s'allegrasse, Non si potria contare in versi appieno. S3 gli saria
per onorar prostrato; Ma si trovò sopra il ronzin legato. 63 Mentre eh' Orlando,
poi che lo disciolse, L'aiutava a ripor l'arme sue intorno, Ch'ai capitan della
sbirraglia tolse, Che per suo mal se n' era fatto adomo; Zerbino gli occhi ad
Isabella volse, Che sopra il colle avea fatto soggiorno; E poi che della pugna
vide il fine. Portò le sue bellezze più vicine. 64 Quando apparir Zerbin si
vide appresso La donna che da lui fu amata tanto, La bella donn che per falso
messo Credea sommersa, e n'ha più volte pianto: Com'un ghiaccio nel petto gli
sia messo. Sente dentro aggelarsi, e trema alquanto:Ma tosto il freddo manca,
ed in quel loco Tutto s'avvampa d'amoroso fuoco. 59 La lucente armatura il
Maganzese, Che levata la notte avea a Zerbino, E postasela indosso, non difese
Contro l'aspro incontrar del paladino. Sopra la destra guancia il ferro prese:
L'elmo non passò già, perch'era fino; Ma tanto fu della percossa il crollo. Che
la vita gli tolse, e roppe il collo. 60 Tutto in un corso, senza tor di resta
La lancia, passò un altro in mezzo '1 petto Quivi lasciolla, e la mano ebbe
presta A Durindana; e nel drappel più stretto A chi fece due parti della testa,
A chi levò dal busto il capo netto; Forò la gola a molti; e in un momento
N'uccise e messe in rotta più di cento. 61 Più del terzo n'ha morto, e'I resto
caccia E taglia e fende e fiere e fora e tronca. Chi lo scudo e chi l'elmo che
lo'mpaccia, E chi lascia lo spiedo e chi la ronca; Chi al lungo, chi al
traverso il cammin spaccia; Altri s'appiatta in bosco, altri in spelonca.
Orlando di pietà questo dì privo, A suo poter non vuol lasciarne un vivo. 6.5
Di non tosto abbracciarla lo ritiene La riverenza del signor d'Aiiglante;
Perchè si pensa, e senza dubbio tiene, Ch'Orlando sia della donzella amante.
Così cadendo va di pene in pene, E poco dura il gaudio ch'ebbe innante: Il
vederla d'altrui peggio sopporta, Che non fé' quando udì eh' ella era morta. 66
E molto più gli duol che sia in podestà Del cavaliero a cui cotanto debbe;
Perchè volerla a lui levar, né onesta Né forse impresa facile sarebbe; Nessuno
altro da sé lassar con questa Preda partir senza romor vorrebbe; Ma verso il
conte il suo debito chiede Che se lo lasci por sul collo il piede. 67 Giunsero
taciturni ad una fonte, Dove smontare, e fèr qualche dimora. Trassesi l'elmo il
travagliato conte, Ed a Zerbin lo fece trarre ancora. Vede la donna il suo
amatore in fronte, E di subito gaudio si scolora; Poi toma come fiore umido
suole Dopo gran pioggia all'apparir del sole: 8 E senza indugio e senza altro
rispetto Corre al suo caro amante, e il collo abbraccia:E non pnò trar parola
fuor del petto, Ma di lacrime il sen bagna e la faccia. Orlando attento air
amoroso affetto, Senza che più chiarezza se gli faccia, Vide a tutti gl'indizj
manifesto Ch'altri esser che Zerbin non potea questo. Stanza 85. 69 Come la
voce aver potè Isabella, Non bene asciuttaancorl'umida guancia, Sol della molta
cortesia favella Che Tavea usata il paladin di Francia. Zerbino, che tenea
questa donzella Con la sua vita pari a una bilancia, Si getta a' pie del conte,
e quello adora Come a chi gli ha due vite date a un'ora. 70 Molti
ringraziamenti e molte offerte Erano per seguir tra i cavalieri. Se non udian
sonar le vie coperte Dagli arbori di frondi oscuri e neri. Presti alle teste
lor, eh' eran scoperte, Posero gli elmi, e presero i destrieri:Kd ecco un
cavaliere e una donzella Lor sopravvien, ch'appena erano in sella. 71 Era
questo guerrier quel Mandrì<"rdo Che dietro Orlando in fretta si
conciasse Per vendicar Alzirdo e Manilardo, Che '1 paladin con gran valor
percnsse:Quantunque poi lo seguitò più tardo, Che Doralice in suo poter
ridusse. La quale avea con un troncon dì cerro Tolta a cento guerrier carchi di
ferro. 72 Non sapea il saracin però che questo, Ch'egli seguia, fosse il signor
d'Anlaate; Ben n'avea indizio e segno manifesto Ch'esser dovea gran cavaliere
errante. A lui mirò più eh' a Zerbino, e presto Gli andò con gli occhi dal capo
alle piante: E i dati contrassegni ritrovando, Disse: Tu se' colui ch'io vo
cercando. 73 Sono omai dieci giorni, gli soggiunse, Che di cercar non lascio i
tuo' vestigi:Tanto la fama stimolommi e punse, Che di te venne al campo di
Parigi, Quando a fatica im vivo sol vi giunse Di mille che mandasti ai regni
stigi, E la strage contò, che da te venne Sopra i Norizj e quei di Tremisenne.
74 Non fui, come lo seppi, a seguir lento, E per vederti, e per provarti
appresso: E perchè m'informai del guemimento C hai sopra l'arme, io so che tu
sei (ìesfr E se non l'avessi anco . e che fra cento Per celarti da me ti fossi
messo, Il tuo fiero sembiante mi farìa Chiaramente veder che tu quel sia. 75
Non si può, gli rispose Orlando, diro Che cavalier non sii d'alto valore;
Perocché si magnanimo desire Non mi credo albergasse in umil cor"\ Se'l
volermi veder ti fa venire, Vo'che mi veggi dentro, come fuore: Mi leverò
quest'elmo dalle tempie. Acciò eh' a punto il tuo desire adempie. 76 Ma poi che
ben m'avrai veduto in faccia. All'altro desiderio ancora attendi: Resta ch'alia
cagion tu satisfaccia, Che fa che dietro questa via mi preu'li; Che veggi se '1
valor mio si confaccia A quel sembiante fier che si commendi. Orsù, disse il
pagano, al riraanenie: Chal primo ho satisfatto interamente. 77 II conte
tuttavia dal capo al piede Va cercando il pagan tutto con gli occhi: Mira ambi
i fianchi, indi Parcion;né vede Pen'ler né qua né 1& mazze né stocchi. Gli
domanda di eh' ai me si provvede, S'avvien che pon la lancia in fallo tocf;hi.
Rispose quel: Non ne pigliar tu cura:Così a molt' altri ho ancor fatto paura.
78 Ho sacramento di non cinger spada, Finch' io non tolgo Durindana al conte; E
cercando lo vo per ogni strada, Acciò più d'una posta meco sconte. Lo giurai
(se d'intenderlo t' aggrada) Quando mi posi quest'elmo alla fronte, Il qual con
tutte l'altr'arme ch'io porto, Era d'Ettór, che già mill' anni é morto. 79 La
spada sola manca alle buone arme; Come rubata fu, non ti so dire. Or, che la
porti il paladino, parme; E di qui vien eh' egli ha si grande ardire. Ben
penso, se con lui posso accozzarme, Fargli il mal tolto ormai restituire.
Cercolo ancor, che vendicar disio Il famoso Agrican, gcnitor mio. 80 Orlando a
tradimento gli die morte:Ben so che non potea farlo altrimente. Il conte più
non tacque, e gridò forte:E tu, e qualunque il dice, se ne mente. Ma quel che
cerchi, t' è venuto in sorte:Io sono Orlando, e uccisil giustamente; E questa è
quella spada che tu cerchi, Che tua sarà, se con virtù la merchi. 81 Quantunque
sia debitamente mia, Tra noi per gentilezza si contenda: Né voglio in questa
pugna ch'ella sia Più tua che mia; ma a un arbore s'appenda. Levala tu
liberamente via, S'avvien che tu m'uccida o che mi prenda. Cosi dicendo,
Durindana prese, E'n mezzo il campo a un arboscel l'appese. 82 Già l'un dall'
altro é dipartito lunge, Quanto sarebbe un mezzo tratto d'arco; Già l'uno
centra l'altro il destrier punge, Né delle lente redini gli é parco; Già l'uno
e l'altro di gran colpo aggiunge Dove per l'elmo la veduta ha varco. Parvero
l'aste, al rompersi, di gelo, E in mille schede andar volando al cielo Ariusto.
83 L'una e l'altr'asta è forza che si spezzi; Che non voglion piegarsi i
cavalieri I cavalier che tornano coi pezzi Che son restati appresso i calci
interi. Quelli che sempre fur nel ferro avvezzi, Or, come duo villan per sdegno
fieri Nel partir acque o termini di prati, Fan crudel zuffa di duo pali armati.
84 Non stanno l'aste a quattro colpi salde, E mnncan uel furor di quella pugna.
Di qua e di là si fan l'ire più calde; Né da ferir lor resta altro che pugna.
Schiodano piastre, e straccian maglie e falde, Purché la man, dove s' aggraffi,
giugna. Non desideri alcun, perché più vaglia, Martel più grave o più dura
tanaglia%M Stanza 87. 85 Come può il saracin ritrovar sesto Di finir con suo
onore il fiero invito? Pazzia sarebbe il perder tempo in questo:Che nuoce al
feritor più eh' al ferito. Andò alle strette l'uno e l'altro, e presto Il re
pagano Orlando ebbe ghermito: Lo stringe al petto; e crede far le prove Che
sopra Anteo fé già il figliuol di Giove. 86 Lo piglia con molto impeto a
traverso:Quando lo spinge, e quando a sé lo tira; Ed é nella gran collera si
immerso, Ch' ove resti la briglia poco mira. Sta in sé raccolto Orlando, e ne
va verso Jì suo vantaggio, e alla vittoria aspira:Gli pon la cauta man sopra le
ciglia Del cavallo, e cader ne fa la briiIia. 87 II Saracino ogni poter vi
mette Che lo soffoghi, o dell arcion lo avella. Negli urti il conte ha le
ginocchia strette; Né in questa parte vuol piegar, né in quella. Per quel tirar
che fa il pagan, constrette Le cinghie son d abbandonar la sella. Orlando è in
terra, e appena se'l conosce; ChH piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce.
88 Con quel rumor eh un sacco darme cade, Risuona il conte, come il campo
tocca. Il destrier e' ha la testa in libertade, Quello a chi tolto il freno era
di bocca, Non più mirando i boschi che le strade, Con ruinoso corso si
trabocca, Spinto di qua e di là dal timor cieco; E Mandricardo se ne porta
seco. 89 Doralice che Tede la sua guida Uscir del campo, e torlesi d'appresso,
E mal restarne senza si confida. Dietro, correndo, il suo ronzin gli ha messo.
Il pagan per orgoglio al destrier grida, E con mani e con piedi il batte
spesso; E, come non sia bestia, lo minaccia Perchè si fermi, e tuttavia più il
caccia. 90 La bestia ch'era spaventosa e poltra, Senza guardarsi ai pie. corre
a traverso. Già corso avea tre miglia, e seguiva oltra, S'un fosso a quel desir
non era avverso; Che, senza aver nel fondo o letto o coltra, Ricevè l'un e
l'altro in sé riverso. Die Mandricardo in terra aspra percossa; Né però si
fiaccò né si roppe ossa. 91 Quivi si ferma il corridore alfine; Ma non si può
guidar; che non ha freno. Il Tartaro lo tien preso nel crine, E tutto é di
furore e d'ira pieno. Pensa, e non sa quel che di far destine. Pongli la
briglia del mio palafreno, La donna gli dicea; che non è molto Il mio feroce, o
sia col freno o sciolto. 92 Al Saracin parca discortesia La profferta accettar
di Doralice; Ma fren gli farà aver per altra via Fortuna a' suoi disii molto
fautrice. Quivi (Sbrina scellerata invia, Che, poi che di Zerbin fu traditrice,
Fuggìa, come la lupa che lontani Oda venire i cacciatori e i cani. 93 Ella avea
ancora indosso la gonnella, E quei medesmi giovenili ornati Che furo alla
vezzosa damigella Di Pinabel, per lei vestir, levati:Ed avea il palafreno anco
di quella . Dei buon del mondo e degli avvantaggiatL La vecchia sopra il
Tartaro trovosse, Ch' ancor non s'era accorta che vi fosse. 94 L'abito giovenil
mosse la figlia Di Stordilano e Mandricardo a riso, Vedendolo a colei che
rassimiglia A un babbuino, a un bertuccione in rìso. Disegna il Saracin torlo
la briglia Pel suo destriero, e riuscì l'avviso. Toltogli il morso, il palafren
minaccia; Gli grida, lo spaventa, e in fuga il caccia. 95 Quel fugge per la
selva, e seco porta La quasi morta vecchia di paura Per valli e monti, e per
via dritta e tórta. Per fossi e per pendici alla ventura. Ma il parlar di costei
si non m'importa, Ch'io non debba d'Orlando aver più cura, Ch'alia sua sella
ciò ch'era di guasto, Tutto ben racconciò senza contrasto. 96 Rimontò sul
destriero, e stè gran pezzj A riguardar che '1 Saracin tornasse. Noi vedendo
apparir, volse da sezzo Egli esser quel eh' a ritrovarlo andasse; Ma, come
costumato e bene awezsso, Non prima il pai .din quindi si trasse, Che con dolce
parlar grato e cortese Buona licenzia dagli amanti prese. 97 Zerbin di quel
partir molto si dolse: Di tenerezza ne piangea Isabella: Voleano ir seco: ma il
conte non volse Lor compagnia, bench'era ebuona e bella; E con questa ragion se
ne disciolse: Ch'a guerrier non è infamia sopra quella, Che, quando cerchi un
suo nemico, prenda Compagno che l'aiuti e che '1 difenda. 98 Li pregò poi che,
quando il Saracino, Prima eh' in lui, si riscontrasse in loro, Gli dicesser
ch'Orlando avria vicino Ancor tre giorni per quel tenitore: Ma dopo che sarebbe
il suo cammino Verso le'nsegne dei bei gigli d'oro. Per esser con l'esercito di
Carlo, Acciò, volendol . sappia onde chiamarlo. 99 Quelli promiser farlo
volentieri, E questa e ogn altra cosa al sno comando. Fero camniin diverso i
cavalieri, Di qua Zerbino, e di là il conte Orlando. Prima che pigli il conte
altri sentieri, All' arbor tolse, e a sé ripose il brando; E dove meglio col
pagan pensosse Di potersi incontrare, il destrier mosse. 106 Ma sempre più
raccende e più rinnova, Quanto spegner più cerca, il rio sospetto: Come
l'incauto augel, che si ritrova In ragna o in visco aver dato di petto, Quanto
più batte l'ale e più si prova Di disbrigar, più vi si lega stretto. Orlando
viene ove s'incurva il monte A guisa d'arco in su la chiara fonte. 100 Lo
strano corso che tenne il cavallo Del Saraci n pel bosco senza via, eh' Orlando
andò due giorni in fallo, Né lo trovò, né potè averne spia. Giunse ad un rivo
che parca cristallo, Nelle cui sponde un bel pratel fioria, Di nativo color
vago e dipinto, E di molti e belli arbori distinto. 101 II merigge facea grato
l'orezzo Al duro armento ed al pastore ignudo; Sì che né Orlando sentia alcun
ribrezzo, Che la corazza avea, l'elmo e lo scudo. Quivi egli entrò . per
riposarvi, in mezzo; E v'ebbe travaglioso albergo e crulo, E più che dir si
possa empio soggiorno. Quell'infelice e sfortunato giorno. 102 Volgendosi ivi
intorno, vide scritti Molti arbuscelli in su l'ombrosa riva. Tosto che fermi
v'ebbe gli occhi e fitti. Fu certo esser di man della sua diva. Questo era un
di quei lochi già descritti, Ove sovente con Medor veniva Da casa del pastor
indi vicina La bella donna del Catai regina. 103 Angelica e Medor con cento
nodi Legati insieme, e in cento lochi vede. Quante lettere son, tanti son
chiodi Coi quali amore il cor gli punge e fiede. Va col pensier cercando in
mille modi Non creder quel ch'ai suo dispetto crede: Ch'altra Angelica sia
creder si sforza, Ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza Stanza 90. 104
Poi dice: Conosco io pur queste note:Di tal'io n'ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si può te:Forse eh' a me questo cognome mette. Con
taliopinion dal ver remote, Usando frande a sé medesmo, stette Nella speranza
il mal contento Orlando, Che si seppe a sé stesso ir procacciando. 106 Aveano
in su l'entrata il luogo adorno Coi piedi storti edere e viti erranti:Quivi
solcano al più cocente giorno Stare abbracciati i duo felici amanti. V aveano i
nomi lor dentro e d'intorno, Più che in altro dei luoghi cireoustanti, Scritti,
qual con carbone e qual con gesso, £ qual con punte di coltelli impresso.107 II
mesto conte a pie quivi discese; E vide in su l'entrata della grotta Parole
assai, che di sua man distese Medoro ayea, che parean scritte allotta. Del gran
piacer che nella grotta prese, Questa sentenzia in versi avea ridotta. Che
fosse eulta in suo lioguaggio io penso; Ed era nella nostra tale il senso:108
Liete piante, verdi erbe, limpide acque, Spelonca opaca, e di fredde ombre
grata, Dove la bella Angelica, che nacque Di Galafron, da molti invano amata,
Spesso nelle mie braccia nuda giacque; Della comodità che qui m'è data. Io povero
Medor ricompensarvi D altro non posso, che d'ognor lodarvi; 113 LMmpetuosa
doglia entro rimase. Che volea tutta uscir con troppa fretta. Cosi veggiam
restar T acqua nel vase, Ch largo il ventre e la bocca abbia stretta: Che nel
voltarche si fa in su la base, Lumor che vorria uscir, tanto saffiretta, E
nell'angusta via tanto s'intrica, Ch'a goccia a goccii i\iore esce a fatiea.
114 Poi ritoma in sé alquanto, e pensa eomt Possa esser che non sia la cosa
vera:Che voglia alcun cosi infamare il nome Della sua donna e crede e brama e
spera, 0 gravar lui d'insopportabil some Tanto di gelosia, che se ne pera; Ed
abbia quel, sia chi si voglia stato, Molto la man di lei bene imitato. 109 E di
pregare ogni signore amante, E cavalieri e damigelle, e ognuna Persona o paesana
o viandante, Che qui sua volontà meni o fortuna, Ch'alPerbe, all'ombra,
all'antro, al rio, alle piante Dica: Benigno abbiate e sole e luna, E delle
ninfe il coro, che provveggia Che non conduca a voi pastor mai greggia. 110 Era
scritto in arabico, che'l conte Intendea così ben, come latino. Fra molte
lingue e molte eh' avea pronte. Prontissima avea quella il paladino, E gli
schivò pia volte e danni ed onte, Che si trovò tra il popol Saracino. Ma non si
vanti, se già n' ebbe frutto; Ch'un danno or n'ha, che può scontargli il tutto.
Ili Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto Quello infelice, e pur cercando
invano Che non vi fosse quel che v'era scritto; E sempre lo vedea più chiaro e
piano: Ed ogni volta in mezzo il petto afflitto Stringersi il cor sentia con
fredda mano. Rimase alfin con gli occhi e con la mente Fissi nel sasso, al
sasso indifferente. 112 Fu allora per uscir del sentimento; Si tutto in preda
del dolor si lassa. Credete a chi n' ha fatto esperimento, Che questo è 'I duol
che tutti gli altri passa. Caduto gli era sopra il petto il mento, La fronte
priva di baldanza, e bassa; Né potè aver (che '1 duol l'occupò, tanto) Alle
querele voce, o umore al pianto. 115 In cosi poca, in cosi debol speme Sveglia
gli spirti, e gli rinfranca nn poco; Indi al suo Brigliadoro il dosso preme;
Dando già il sole alla sorella loco. Non molto va, che dalle vie supreme Dei
tetti uscir vede il vapor del fuoco, Sente cani abbaiar, mudare armento: Viene
alla villa, e piglia alloggiamento. 116 Languido smonta, e lascia Brigliadoro A
un discreto garzon che n'abbia cura. Altri il disarma, altri gli sproni d'oro
Oli leva, altri a forbir va 1' armatura. Era questa la casa ove Medoro Giacque
ferito, e v'ebbe alta avventura. Corcarsi Orlando e non cenar domanda, dolor sazio,
e non d'altra vivanda. 117 Quanto più cerca ritrovar quiete, Tanto ritrova più
travaglio e pena; dell'odiato scritto ogni parete. Ogni uscio, ogni finestra
vede piena. Chieder ne vuol: poi tien le labbra chete; Che teme non si far
troppo serena, Troppo chiara la cosa che di nebbia ofiFnscar, perchè men nuocer
debbia. 118 Poco gli giova usar fraudo a sé stesso; Che, senza domandarne, è
chi ne parla n pastor, che lo vede così oppresso Da sua tristizia, e che vorria
levarla, L'istoria nota a sé, che dicea spesso Di quei duo amanti a chi volea
ascoltarla . Ch'a molti dilettevole fu a udire, or incominciò senza rispetto a
dire: SUnza 100. 119 Commesso a'prieghi d'Angelica bella PorUto avea Medoro
alla sua villa; Ch' era ferito gravemente, e eh' ella Curò la piaga, e in pochi
di guarilla:Ma che nel cor d'una maggior di quella Lei feri amor; e di poca
scintilla L'accese tanto e sì cocente foco, . Che n'ardei tutta, e non trovava
loco. 120 E senza aver rispetto ch'ella fusse Figlia del maggior re 6h' abbia
il Levante, Da troppo amir constretta si condusse A farsi moglie d'un povero
fante. All'ultimo l'istoria si ridusse, Che '1 pastor fé portar la gemma
innante, Ch'alia sua dipartenza, per mercede Del buon albergo, Angelica gli
diede. 121 Questa conclusion fd la secare Che'l capo a un colpo gli levò dal
collo, che d innumerabil battiture Si vide il manigoldo Amor satollo. Celar si
studia Orlando il duolo: e pure Quel gli fa forza, e male asconder puoUo: Per
lacrime e sospir da bocca e d'occhi Convien, voglia o non voglia, alfin che
scocchi. 122 Poi ch'allargare il freno al dolor puote (Che resta solo, e senza
altrui rispetto) Giù dagli occhi rigando per le gote un fiume di lacrime sul
petto:e geme, e va con spesse ruote Di (iafl.di là tutto cercando il letto; E
più duro eh' un sasso, e più pungente Che se fosse d'urtica, se lo sente. 125
Di pianger mai, mal di grìdsLT non resu: Né la notte né '1 dì si dà mai
pace:Fugge cittadi e borghi, e aUa foresta Sul terren duro al discoperto giace.
Di sé si maraviglia, ch'abbia in testa Una fontana d'acqua sì vivace, E come
sospirar possa mai tanto; E spesso dice a sé così nel pianto: 126 Queste non
son più lacrime, che faore Stillo dagli occhi con sì larga vena: Non suppliron
le lacrime al dolore; Finir, eh' a mezzo era il dolore appena. Dal fuoco spinto
ora il vitale umore, Fugge per quella via ch'agli occhi mena; Ed è quel che si
versa, e trarrà insieme dolore e la vita all'ore estreme. Stanza 123. 123 In
tanto aspro travaglio gli soccorre Che nel medesmo letto, in che giaceva, L'ingrata
donna venutasi a porre Col suo drudo più volte esser doveva. Non altrimenti or
quella piuma abborre. Né con minor prestezza se ne leva, Che dell'erba il
villan che s'era messo Per chiuder gli occhi, e veorga il serpe appresso. 124
Quel letto, quella casa, quel pastore Immantinente in tant'odio gli casca. Che,
senza aspettar luna, o che l'albore Che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
Piglia l'arme e il destriero, ed esce fuore Per mezzo il bosco alla più oscura
frasca; E quando poi gli è avviso d'esser solo. Con gridi ed urli apre le porte
al duolo. 127 Questi, ch'indizio fan del mio tormento, Sospir non sono; né i
sospir son tali. Quelli han triegua talora; io mai non sento Che'l petto mio
men la sua pena esali. Amor, che m'arde il cor, fa questo vento. Mentre dibatte
intorno al fuoco Pali. Amor, con che miracolo lo fai, Che'n fuoco il tenghi, e
noi consumi mai? 1 28 Non son, non sono io quel che paio in rìso:Quel ch'era
Orlando, è morto, ed è sotterra; La sua donna in2n:titis8ima l'ha ucciso: Sì,
mancando di fé, gli ha fatto guerra. Io son lo spirto suo da lui diviso. Ch'in
questo inferno tormentandosi erra. Acciò con l'ombra sia, che sola avanza,
Esempio a chi in amor pone speranza. 129 Pel bosco errò tutta la notte il
conte; E allo spuntar della diurna fiamma Lo tornò il suo destin sopra la
fonte. Dove Medoro isculse l'epigramma. Veder l'ingiuria sua scritta nel monte
L'accese si, ch'in lui non restò dramma Che non fosse odio, rabbia, ira e
furore; Né più indugiò, che trasse il brando fuore. 130 Tagliò lo scritto e'I
sasso, e sino al cielo A volo alzar fé le minute schegge. Infelice qiielP
antro, ed ogni stelo In cui Medoro e Angelica si legge! Così restar quel dì,
ch'ombra né gelo A pastor mai non daran più, né a gregge:quella fonte, già sì
chiara e pura. cotanta ira fu poco sicura; |31 Che rami e ceppi e tronchi e
sassi e zolle Non cessò di gittar nelle beli' onde, Finché da sommo ad imo si
turbolle, Che non furo mai più chiare né monde: E stanco alfin, e alfin di
sudor molle, sdegno, al grave odio, all'ardente ira, Cade, sul prato, e verso
il ciel sospira. 132 Afflitto e stanco alfin cade nell'erba, ficca gli occhi al
cielo, e non fa motto. Senza cibo e donnir cosi si serba. Che '1 sole esce tre
volte, e toma sotto. Che fuor del senno alfin l'ebbe condotto. Il quarto dì, da
gran furor commosso, E maglie e piastre si stracciò di dosso. 135. 133 Qui
riman l'elmo, e là riman lo scudo; Lontan gli arnesi, e più lontan l'usbergo:
L'arme sue tutte, insomma vi concludo, Avean pel bosco differente albergo. E poi
si squarciò i panni e mostrò ignudo ventre, e tutto '1 petto e '1 tergo; E
cominciò la gran follia, si orrenda, Che della più non sar<à mai chi'ntenda.
134 In tanta rabbia, in tanto furor venne, Che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovvenne; Che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma né quella, né scure, né bipenne Era bisogno al suo vigore immenso. Quivi fé'
ben delle sue prove eccelse:( h' un alto pino al primo crollo svelse:135 E
svelse dopo il primo altri parecchi, Come fosser finocclii, rbuli o aneti; E
fé' il simil di qnercie e dolmi vecchi; Di fdgii e d'orni e d'ilici e d abeti.
Quel eh' un uccellator, che s'apparecchi Il campo mondo, fa, per por le reti,
Dei giunchi e delle stoppie e dell'artiche, Facea de' cerri e d'altre piante
antiche. 136 I pastor che sentito hanno il fracasso, > Lasciando il gregge
sparso alla foresta, Chi di qua, chi di là, tntti a gran passo, Vi vengono a
veder che cosa è questa. Ma son giunto a quel segno, il qnal s'io paso, Vi
pctria la mia istoria esser molesta; Ed io la vo' piuttosto differire. Che v'
abbia per lunghezza a fastidire. ìn o TU. St. a V.4. Tórre la multa: far pagare
il fio. St. 4. V.3. Chiarumontef Bradamante ohe era della casa di Chiaramonte.
St. 6. V.6. Oli altri erranti Divi: gli altri pia neti, distinti coi nomi degli
Dei del Gentilesimo. St. 8. V.8. Alido cantra il giorno: verso levante. St. 12.
V.56. Dei pennati il paese: l'aria, regione dei volatili. ST. 16. V.56. Cosi si
parte col pilota innante il nocchier, ecc. Pilota o piloto è colui che il
nocchiero cioè il capitano del naviglio, stipendia air uopo, acciò Io conduca
salvo in Inoghi difficili per seccagne, o sco gli coperti, 0 correnti
pericolose. Il piloto sta sulla pr ra della nave, o la precede In un battello;
e, terminato il suo ufficio, torna a caia sua. I piloti di questo genere
diionsi piloti pratici per distinguerli dai piloti d al tura, che stanno fissi
al bordo, e dirigono il viaggio in alto mare, tenendo registro giornaliero di
tutte le particolarità, che, secondo Tarte nautica, occorre notare. St. 23.
V.7. Cai itresia. Nome greco, che significa buona nutrice. S r. 33. V.7.
Digresso: Digressione. St. 41. V.7. Tra l'altre note: tra gli altri vizi. Sr.
46. V.3. Cretfre: frequenti. St. 53. V.4. DubbiOf qui: tema, apprensione. St.
54. V.3. Qalengo, Di Galizia, Galiziaiia Ivr. V.6. Del truculento mar: mare
borraflooso. St 66. V.1. Podestà: potestà, potere. St. 80. V.8. La merchi, qui
per racqaisU. St. 82. V.5. Aggiunge. Giunge, colpisce. St. tA V.56. Falde:
lamine che fanno parte delPai matura. S'aggraffi,: afferri asomiglianzadi
gralSo St. 85. V.18. Sesto: ordine, misura; qui modo, via. Andò alle strette:
venne alle prese, si azzidlt Crede far le prove, ecc. Antes, gigante, lottando
co ¦ Ercole, fu da questi sollevato in alto, e stretto si f jr temente, che ne
scoppiò. St. 101. v.14. Orezzo: venticello che spira al rezso:od anche rezzo di
alberi, rinfrescato da legger venu Ribrezzo: tremito delle meaabra, cagionato
dal treAÌ \ brivido. St. 107. V.7. Culla: espressa pulitamente. St. 115. v.4
Alla sorella: alla lana. St. 129. V.2. Della diurna fiamma: del sole. Ivi V.4
Epigramma. Qui: iscrizione. st. 130 V.5. Gelo: intendasi frescura. St. 135.
V.24. EbìUi: pianticelle d'ingrato odore, che fanno i fiori come il sambuco. É
detta comuDemente: sambuchella. Aneto, specie di finocchio. Ilid, Elei, Lecci;
latinismo. Piovfi furinafì (iOvlaiiiln. ZtÌiìiiì> iiìponim piipinniero
Hrlorìco tm ditoiP rrisaìtrlla; sì renlojitt la viU " ma in pena sH fallo
pli lìà m f a ardi a Uabriiiik Va [| il indi iti J veloci a, d'firlando, e 110.
varcoglk' Ir (irmi disperse sul suolo. So]kraVT,'iciie, insieme con DoTalieOt
Bfrandvicardo clic, per la apda del paladino vienn liattafilìa con Zeri uno;
riaasti muore per lo riportate ferì to,oImbellasi ricoTora prjsao un romito.
Capita poi Rodonionie, chfl sì at tacea non Man d ri Canio; ma la piinia è
sospesa da nn raasag fero dì AgTamaiUe, dit ridiiama i due icmei i s<jlto
Parigi, Chi mette il pie m T amorosa pania, rerehi rìtrarlo, e non v inverdii
Tnle; rhò non è in nomina amor se non irimaia, A Emulili do de' savi
universale: E std>ljen (nme Orlando ognnn non smania. Suo fnror moitra a
(lualcli' altro setoiJi E quale è di pazzia seguo piti e.presso, Glie, "eT
ah ri voler, perder sé stesso? 9 Vari irli effetti son ma la pazzia È tilt t'
una però, che li fa uscire. Gli è come una gran selva, ove la via Conviene a
forza, a chi vi va, fallire:Chi sn chi giù, chi qua chi là travia. Per
concludere, in somma, io vi vo'dire: A chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena,
Si convengono i ceppi e la catena. 3 Ben mi sì potria dir: Frate, tu vai
L'altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. Io vi rispondo che comprendo
assai, Or che di mente ho lucido intervallo; Ed ho gran cura (e spero farlo
ormai) Di riposarmi, e d'uscir fuor di ballo:Ma tosto far, come vorrei, noi
posso; Che U male è penetrato infin all'osso. 4 Signor, nell altro Canto io vi
dicea Che '1 forsennato e furioso Orlando Trattesi V arme e sparse al campo
avea. Squarciati i panni, via gittato il brando. Svelte le piante, e risuonar
facea I cavi sassi e l'alte selve; quando Alcun' pastori al snon trasse in quel
lato stella, o qualche lor grave peccato. 5 Viste del pazzo Pincredibil prove
Poi più d appresso y e la possanza estrema, Si voltan per fuggir; ma non sanno
ove, Si come avviene in sobitana tema. Il pazzo dietro lor ratto si rnnov:Uno
ne piglia, e del capo lo scema Con la facilità che torria alcuno Dall' albor
pome, o vago fior dal pruno. 8 Già potreste sentir come rimbombe Lalto rumor
nelle propinque ville D'urli e di corni, rusticane trombe, E più spesso, che
daltro, il snon di squille:E con spuntoni ed archi e spiedi e frombo Veder dai
monti sdrucciolarne mille; Ed altri tanti andar da basso ad alto, Per fare al
pazzo un villanesco assalto. 9 Qual venir suol nel salso lito V onda Mossa dair
Austro eh' a principio scherza, Che maggior della prima è la seconda, E con più
forza poi segue la terza; Ed ogni volta più Tumore abbonda, E neir arena più
stende la sferza:contra Orlando V empia turba cresce, Che giù da balze scende,
e di valli esce. stanza 5. 6 Per una gamba il grave tronco prese, E quello usò
per mazza addosso al resto. In terra un pajo addormentato stese, Ch' al
novissimo di forse fia desto:Gli altri sgombraro subito il paese, Oh'ebbonó il
piede e il buon avviso presto. Non saria stato il pazzo al seguir lento, non
ch'era già volto al loro armento. 7 Gli agricoltori, accorti agli altru'
esempli, Lascian nei campi aratri e marre e falci: Chi monta su le case, e chi
sui templi Poiché non son sicuri olmi né salci), Onde r orrenda fùria si
contempli, Ch'a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci, Cavalli e buoi
rompe, fracassa e strugge; E ben è corridor chi da lui fugge. Stanza 6. 10 Fece
morir diece persone e diece, Che senza ordine alcun gli andaro in mano: E
questo chiaro esperimento fece, Ch'era assai più sicur starne lontano. Trar
sangue da quel corpo a nessun lece, ('he lo fere e percuote il ferro invano. Al
conte il re del ciel tal grazia diede, Per porlo a guardia di sua santa
Fede.Era a periglio di morire Orlando, Se fosse di morir stato capace. Potea
imparar eh' era a gittare il brando, E poi voler senx' arme essere audace. La
turba già s andava ritirando, Vedendo ogni suo colpo uscir fallace. Orlaxido,
ppi che più nessun T attende, Verso un borgo di case il cammiu prende. Stanza
13. 14 Di qua di là, di su di gì" discorre Per tutta Francia: e uu gio.uo
a lai pouie jinrn Sotto cui largo e pieno d'acqua corre Un fiume d'alta e di
scoscesa riva. Edificato otfctnto avea una torre Che. d'ooMutorno e di loutan
scopriva. Quel che fé' quivi, avete altrove a udire; Che di Zerbiu mi convien
prima dire. 15 Zerbin, da poi ch'Orlando fu partito. Dimorò alquanto, e poi
prese il sentiero Che 'i paladino innanzi gli avea trito, E mosse a passa lento
il suo destriero. Non credo che duo miglia auc3 fosse ito, Che trar vide legato
un cavai iero Sopra un picciol ronzino, e d'ogni lato La guardia aver d'un
cavaliero armato. 16 Zerbin questo prigiou conobbe tosto Che gli fu appresso, e
così fé' Isabella. Era Odorico il Biscaglin, che pofeto Fu come lupo a guardia
dell'agnella. L'avea a tutti gli amici suoi preposto Zerbino in confidargli la
donzella, Sperando che la fede che nel resto Sempre avea avuta, avesse ancora
in questa 17 Come era a punto quella cosa stata Venia Isabella raccontando
allotta:Come nel palischermo fu salvata, Prima ch'avesse il mar la nave rotta:
La forza che V avea Odorico usata:E come tratta poi fosse alla grotta. Né
giimt' era anco al fin di quel sermone, Che trarre il malfattor vider prigione.
12 Dentro non vi trovò piccol né grande, Che '1 borgo ognun per tema avea
lasciato. V'erano in copia povere vivande. Convenienti a un pastorale stato.
Senza il pane discerner dalle ghiande, Dal digiuno e dalP impeto cacciato, Le
mani e il dente lasciò andar di botto In quel che trovò prima, o crudo o cotto.
Dava la caccia e agli uomini e alle fere; E scorrendo pei boschi, ta'.or prese
capri snelli, e le damme leggiere; Spesso con orsi e con ciui;hiai coniese, E
con man nude li pose a giacere; E di lor canie con tutUi la spoglia Più volte
il ventre empi con fiera voglia. 18 I duo ch'in mezzo avean preso Odorico,
D'Isabella notizia ebbono vera; E s'avvisare esser di lei l'amico, E'I signor
lor, colui ch'appresso l'era; Ma più, che nello scudo il segno antico Vider
dipinto di sua stirpe altiera: E trovar, poi che guardar meglio al viso, Che
s'era al vero apposto il loro avviso. 19 Saltaro a piedi, e con aperte braccia
Correndo se n' andar verso Zerbino, E l'abbracciare ove il maggior slabbracela.
Col capo nudo, e col ginocchio chino. Zerbin, guardando l'uno e l'altro in
faccia Vide esser l'un Corebo il Biscaglino, Almonio l'altro, ch'egli avea
mandati Con Odorico in sul uavilio armati. stanza 13. 20 Almonio disse: Poiché
piace a Dio (La sna mercè) che sia Isabella teco. Io posso ben comprender,
signor mio, Che nulla cosa nuova ora t'arreco: S'io vodir la cagion che questo
rio Fa che cosi legato tedi meco; Che da costei, che più sentì l'oifesa, A
punto avrai tutta T istoria intesa. 21 Come dal traditore io fui schernito
Quando da sé levommi. saper dèi; E come poi Corebo fu ferito, Ch'a difender
s'avea tolto costei. Ma quanto al mio ri tomo sia seguito. Né veduto né inteso
fu da lei. Che te l'abbia potuto riferire: Di questa parte dunque io ti
vo'dire. 22 Della cittade al mar ratto io veniva Con cavalli eh' in fretta avea
trovati, Sempre con gli occhi intenti s' io scopriva Costor che molto addietro
eran restati. Io vengo innanzi, io vengo in su la riva Del mare, al luogo ove
io gli avea lasciati: Io guardo, né di loro altro ritrovo. Che nell'arena alcun
vestigio nuovo. 23 La pesta seguitai, che mi condusse Nel bosco fier; né molto
addentro fui, Che, dove il suon l'orecchie mi percusse. Giacere in terra
ritrovai costui. Gli domandai che della donna fusse. Che d'Odorico, e chi avea
offeso lui. 10 me n' andai, poi che la cosa seppi, 11 traditor cercando per
quei greppi. 26 La giustizia del re, che il loco franco Della pugna mi diede, e
la ragione; Ed oltre alla ragion, la fortuna anco, Che spesso la vittoria
" ove vuol, pone; 31 i giovar si, che di me potèmancoIl traditore: onde fu
mio prigione. Il re, udito il gran fallo, mi concesse Di poter fame quanto mi
piacesse. Stanza 'Z4. 24 Molto aggirando vommi, e per quel giorno Altro
vestigio ritrovar non posso. Dove giacca Corebo alfin ritomo. Che fatto
appresso avea il terren sì rosso, poco più che vi facea soggiorno. Gli saria
stato di bisogno il fosso, E i preti e i frati più per sotterrarlo, Ch'i medici
e che'l letto per sanarlo. 25 Dal bosco alla città feci portallo, E posi in
casa d'uno ostier mio amico, Che fatto sano in poco termine hallo Per cura ed
arte d'un chirurgo antico. Poi d'arme provveduti e di cavallo, Corebo ed io
cercammo d'Odorico, Ch'in corte del re Alfonso di Biscaglia Trovammo; e quivi
fili seco a battaglia. 27 Non r ho voluto uccider né lasciarlo, Ma, come vedi,
trarloti in catena Perchè vo'ch'a te stia di giudicarlo, Se morire o tener si
deve in pena. L'avere inteso ch'eri appresso a Carlo, E '1 desir di trovarti
qui mi mena. Ringrazio Dio che mi fa in questa parte, Dove lo sperai meno, ora
trovarte. 28 Ringraziolo anco, che la tua Isabella Io veggo (e non so come) che
teco hai; Di cui, per opra del fellon, novella Pensai che non avessi ad udir
mai. Zerbino ascolta Almonio, e non favella, Fermando gli occhi inOdorico
assai; Non si per odio, come che gì' incresce Ch'a si mal fin tanta amicizia
gli esce. 29 Finito chebbe Almonìo il suo sermone, Zerbin riman gran pezzo
sbigottito, Che chi d ogni altro men n' avea cagione, Si espressamente il possa
aver tradito. Ma poi che d'una lunga ammirazione Fu, sospirando > finalmente
uscito, Al prigion domandò se fosse vero Quel eh avea di lui detto il
cavaliero. 30 II disleal con le ginocchia in terra Lasciò cadérsi, e disse:
signor mio, Ognun che vive al mondo, pecca ed erra: Né differisce in altro il
buon dal rio, Se non che Puno è vinto ad ogni guerra Che gli yien mossa da un
piccol disio: L altro ricorre all'arme e si difende; Ma se'l nemico è forte,
anco ei si rende. 31 Se tu m'avessi posto alla difesa D'una tua rocca, e ch'ai
primiero assalto Alzate avessi, senza far contesa, Degr inimici le bandiere in
alto; Di viltà, 0 tradimento, che più pesa, Su gli occhi por mi si potria uno
smalto: Ma s'io cedessi a forza, son ben certo Che biasmo non avrei, ma gloria
e merto. 82 Sempre che Tinimico è più possente, Più chi perde accettabile ha la
scusa. Mia fé guardar dovea non altrimente Chuna fortezza d'ognintorno chiusa.
Cosi, con quanto senno e quanta mente Dalla Somma Prudenzia m'era infusa, 10 mi
sforzai guardarla; ma alfin vinto Da in tollerando assalto, ne fui spinto. 33
Così, disse Odorico, e poi soggiunse (Che saria Inngo a ricordarvi il tutto),
Mostrando che gran stimolo lo punse, E non per lieve sferza s'era indutto. Se
mai per prieghi ira di cor si emunse, S' umiltà di parlar fece mai flutto,
Quivi far lo dovea: che ciò che muova Di cor durezza, ora Odorico trova. 34
Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta, Tra il sì Zerbino e il no resta
confuso. 11 vedere il demerito lo alletta A far che sia il fellon di vita escluso:
n ricordarsi l'amicizia stretta Ch'era stata tra lor per sì lungo uso, C<m
l'acqua di pietà l'accesa rabbia Nel cor gli spegne, e vuol che mercè n'abbia.
85 Mentre stava cosi Zerbino in forse Di liberare, o di menar captivo, Oppure
il disleal dagli occhi torse Per morte, oppur tenerlo in pena vivo; Quivi
rìgnando il palafreno corse, Che Mandricardo avea di brigrlia privo; E vi portò
la vecchia che vicino A morte dianzi avea tratto 2bino. 36 n palaU; ch'udito di
lontano Avea quest'altri, era tra lor venuto; E la vecchia portatavi, ch'invano
Venia piangendo e domandando alita Come Zerbin lei vide, ahò la mano Al ciel,
che sì benigno gli era snto, Che datogli in arbitrio avea quedoi Che soli
odiati esser dovean da Ini. 37 Zerbin fa ritener la mala vecchia, Tanto che
pensi quel che debba fame. Tagliarle il naso e l'una e l'altra orecchia Pensa,
ed esempio a' malfattori dame: Poi gli par assai meglio, s' apparecchia Un
pasto agli avoltoi di quella carne. Punizì'on diversa tra sé voi ve; E così
finalmente si risolve. 38 Si rivolta ai compagni, e dice: Io sono Di lasciar
vivo il disleal contento; Che s' in tutto non merita perdono, Non merita anco
sì crudel tormento. Che viva e che slegato sia gli dono, Però ch'esser d'amor
la colpa sento; E facilmente ogni scusa s'ammette, Quando ip amor la colpa si
riflette. 89 Amore ha vòlto sottosopra spesso Senno più saldo che non ha
costui; Id ha condotto a via maggiore eccesso Di questo, ch'oltraggiato ha
tutti nm. Ad Odorico debbe esser rimesso: Punito esser debbo io, che cieco fui;
Cieco a dargline impresa, e non por sente Che'l foco arde la paglia
&cihnente. 40 Poi mirando Odorico: Io vo'che sia, Gli disse, del tuo error
la penitènza, Che la vecchia abbi un anno in compagnitf Né di lasciarla mai ti
sia licenza; Ma notte e giorno, ove tu vada o stia, Un'ora mai non te ne trovi
senza; E fin a morte sia da te difem Centra ciascun che voglia farle offesa. 41
yo\ se da lei ti sarà comandato, Che pigli contra ognun contesa e guerra: Vo'in
questo tempo che tu sia ubbligato Tutta Francia cercar di terra in terra. Così
dicea Zerbiu; che pel peccato Meritando Òdorico andar sotterra, Questo era
porgli innanzi un alta fossa, Che fia gran sorte che schivar la possa. 42 Tante
donne, tanti uomini traditi Avea la vecchia, e tanti offesi e tanti. Che chi
sarà con lei, non senza' liti Potrà passar de' cavalieri erranti. Così di par
saranno ambi puniti:Ella de' suoi commessi errori innauti; Fgli di tome la
difesa a torto, Né molto potrà andar che non sia morto. 43 Di dover servar
questo, Zerbin diede Ad Odorico un giuramento forte, Con patto che se mai rompe
la fede, E ch'iiiKauzi gli capiti per sorte, Senz;i udir prieghi e averne più
mercede Lo debba far morir di cruda morte. Ad Almouio e a Corebo poi rivolto,
Fece Zerbin che fu Odorico sciolto. 44 Corebo, consentendo Almon'o, sciolse Il
traditore alfin, mi non in fretta; Ch'air uno e all'altro esser turbato dilse
Da si desiderata sua vendetta. Quindi partissi il disleale, e tolse In
compagaia la vecchia maledetta. Non si legge iu Turpin che n'avvenisse; Ma vidi
già un autor che più ne scrisse. 45 Scrive l'autore, il cui nome mi taccio, Che
non furo lontani una giornata. Cheper torsi Odorico quello impaccio, Contra
ogni patto ed ogni fede data. Al collo di Gabrina gittò un laccio, E che ad un
olmo la lasciò impiccata: E ch'indi a un anno (ma non dice il loco) Almonio a
lui fece il medesmo gioco. 46 Zerbin, che dietro era venuto all'orma Del
paladin, né perder la vorrebbe, Manda a dar di sé nuove alla sua torm",
Che star senza gran dubbio non ne debba: Almonio manda, e di più cose informa,
Che lungo il tutto a ricontar sarebbe; Almonio manda, e a lui Corebo appresso;
Né tien, ftiorchè Isabella, altari con esso. 47 Tant'era l'amor grande che
Zerbino, E non minor del suo quel che Isabella Portava al virtuoso
paladino:Tanto il desir d'intender la novella, Ch' egli avesse trovato il
Saracino Che del destrier lo trasse con la sella; Che non faràr all' esercito
ritorno, Se non finito che sia il terzo giorno; stanza 45. 48 II termine eh'
Orlando aspettar disse Il cavdlier eh' ancor non porta spada. Non é alcun luogo
dove il conte gisse, Che Zerbin pel me'desimo non vada. Giunse alfin tra quegli
arbori che scrisse L'ingrata donna, un poco fuor di strada; E con la fonte e
col vicino sasso Tutti li ritrovò messi in fracassi". 4.9 Vede lontan non
sa che luminoso, E trova la corazza esserdelconte;EtroyaV elmo poi, non quel
famoso Ch armò già il capo air africano Almonte; Il destrier nella seka più
nascoso Sente a nitrire, e leva al suon la fronte; vede Brigliador pascer per
Terba, Che dall'arcion pendente il freno serba. 50 Durindana cercò per la
foresta, fuor la vide del fodero starse. Trovò, ma in pezzi, ancor la
sopravvesta Ch'in cento lochi il miser conte sparse. Isabella e Zerbin con
faccia mesta Stanno mirando, e non san che pensarse:Pensar potrian tutte le
cose, eccetto Che fosse Orlando fuor dell'intelletto. 55 Se fosse stata a
quell'oste! d'Atlante, Veduto con Ghradasso andare errando L'avrebbe, con
Ruggier, con Bradamante, E con Ferraù prima, e con Orlando. Ma poi che cacciò
Astolfo il negromante Col suon del corno orribile e mirando, Brandimarte tornò
verso Parigi; Ma non sapea già questo Fiordiligi 56 Come io vi dico,
sopraggiunta a caso A quei duo amanti Fiordiligi bella, Conobbe l'arme, e
Brigliador rimaso Senza il patrone, e col freno alla selk. Vide con gli occhi
il miserabii caso, £ n' ebbe per udita anco novella; Che similmente il pastorel
narrolle Aver veduto Orlando correr folle. 51 Se di sangue vedessino una
goccia, Creder potrian che fosse stato morto. Intanto lungo la corrente doccia
Vider venire un pastorello smorto. Costui pur dianzi avea di su la roccia
L'alto furor dell'inf elire scorto, Come l'arme gittò, squarciossi i panni,
Pastori uccise, e fé' mill' altri danni. 52 Costui, richiesto da Zerbin, gli
diede Vera informazì'on di tutto questo. Zerbin si maraviglia, e a pena il
crede; E tuttavia n'ha indizio manifesto. Sia come vuole; egli discende a
piede, Pien di pietade, lacrimoso e mesto, E ricogliendo da diversa parte Le
reliquie ne va, eh' erano sparte. 53 Del palafren discende anco Isabella, va
quell'arme riducendo insieme. Ecco lor sopravviene una donzella Dolente in
vista, e di cor spesso geme. mi domanda alcun chi sia, perch'ella s' affligge,
e che dolor la preme; Io gli risponderò eh' è Fiordiligi, Che dell'amante suo
cerca i vestigi. 57 Quivi Zerbin tutte raguna V arme E ne £Ek come un bel
trofeo s'un pino; E volendo vietar che non se n'arme Cavalier paèsan né
peregrino, Scrive nel verde ceppo in breve carme: Armatura d' Orlando Paladino;
Come volesse dir: Nessun la mova, Che star non possa con Orlando a prova. 58
Finito ch'ebbe la lodevol opra, Tornava a rimontar sul suo destriero; Ed ecco
Mandricardo arrivar sopra, Che visto il più di quelle spoglie altiero, Lo
priega che la cosa gli discopra: E quel gli narra, come hainteso, il vero.
Allora il re pagan lieto non bada, Che viene al pino, e ne leva la spada. 59
Dicendo: Alcun non me ne può riprendere. Non è pur oggi ch'io l'ho fatta mia;
Ed il possesso giustamente prendere Ne posso in ogni parte, ovunque sia.
Orlando, che temea quella difendere, S' ha finto pazzo, e 1' ha gittata via; Ma
quando sua viltà pur così scusi, Non debbe far eh' io mia ragion non usi 54 Da
Brandimarte senza farle motto Lasciata fu nella città di Carlo, Dov' ella
l'aspettò sei mesi ed otto:E quando alfin non vide ritornarlo, Da un mare
all'altro si mise, fin sotto Pirene e l'Alpe, e per tutto a cercarlo:L'andò
cercando in ogni parte, fuore Ch'ai palazzo d'Atlante incantatore. 60 Zerbino a
lui gridava: non la tórre, 0 pensa non l'aver senza questione. Se togliesti
così l'arme d'Ettorre, Tu l'hai di furto, più che di ragione. Senz'altro dir
l'un sopra l'altro corre, D'animo e di virtù gran paragone. Di cento colpi già
rimbomba il suono; Né bene ancor nella battaglia sono. 61 Di prestezza Zerbin
pare una fiamma A torsi, ovunque Durindana cada:Di qua di là saltar come una
damma Fa 'J suo destrier, dove è miglior la strada. E ben convien cbe non ne
perda dramma: Ch'andrà, s'un tratto il coglie quella spada, Aritrovargl'innamorati
spirti, Ch' empion la selva degli ombrosi mirti. 62 Come il veloce can che'l
porco assalta, Cbe fuor del gregge errar vegga nei campi, Lo va aggirando, e
quinci e quindi salta; Ma quello attende ch'una volta inciampi; Cosi, se vien
la spada o bassa od alta, Sta mirando Zerbin come ne scampi; Come la vita e
l'onor salvi a un tempo, Tien sempre l'occhio, e fiere e fugge a tempo. 63
Dall'altra parte, ovunque il Saracino La fiera spada vibra o piena o vota.
Sembra fra due montagne un vento alpino Ch'una frondosa selva il marzo scuota;
Ch'ora la caccia a terra a capo chino, Or gli spezzati rami in aria ruota.
Benché Zerbin più colpi e fugga e schivi, Non può schivare alfin eh' un non gli
arrivi. 64 Non può schivare alfin un gran fendente, Che tra'l brando e lo scudo
entra sul petto. Grosso l'usbergo e grossa parimente Era la piastra, e '1
panziron perfetto:Pur non gli steron contra, ed ugualmente Alla spada crudel
dieron ricetto. Quella calò tagliando ciò che prese. La corazza e l'arcion fin
sull'arnese: 65 E se non fu scarso il colpo alquanto, Per mezzo lo fendea come
una canna; Ma penetra nel vivo appena tanto, Che poco più che la pelle gli
danna. La non profonda piaga è lunga quanto Non si misureriacon una spanna. Le
lucid'arme il caldo sangue irriga, Per sino al pie, di rubiconda riga. 66 Cosi
talora un bel purpureo nastro Ho veduto partir tela d'argento Da quella bianca
man più ch'alabastro. Da cui partire il cor spesso mi sento. Quivi poco a
Zerbin vale esser mastro Di guerra, ed aver forza e più ardimento; Che di
finezza d'arme e di possanza 11 re di Tartaria troppo l'avanza. 67 Fu questo
colpo del pagan maggiore In apparenza, che fosse in effetto; Tal eh' Isabella
se ne sente il core Fendere in mezzo all'agghiacciato petto. Zerbin, pien
d'ardimento e di valore, Tutto s' infiamma d'ira e di dispetto:E quanto più
ferire a due man puote, In mezzo l'elmo il tartaro percuote. 68 Quasi sul collo
del destrier piegosse Per l'aspra botta il Saracin superbo; E quando l'elmo
senza incanto fosse, Partito il capo gli avria il colpo acerbo. Con poco
differir ben veudicosse; Né disse: A un' altra volta io te la serbo:E la spada
gli alzò verso l'elmetto. Sperandosi tagliarlo infin al petto.(JJ) Zerbin, che
tenea rocchio ove la mente, Presto il cavallo alla man destra volse; Non si
presto però, che la tagliente Spada fuggisse, cbe lo scudo colse. Da sommo ad
imo ella il partì ugualmente, E di sotto il braccial roppe e disciolse, E lui
ferìnel braccio; e poi l'arnese Spezzògli, e nella coscia anco gli scese. 70 Zerbin
di qua di là cerca ogni via, Né mai di quel che vuol, cosa gli viene; Che
l'armatura, sopra cui feria, Cu piccol segno pur non he ritiene. Dall'altra
parte il re di Tartaria Sopra Zerbino a tal vantaggio viene, Che l'ha ferito in
sette parti o in otto, Tolto lo scudo, e mezzo l'elmo rotto. 71 Quel tuttavia
più va perdendo il sangue; Manca la forza, e ancor par che noi senta. Il
vigoroso cor, che nulla langue, Val si, che '1 debol corpo ne sostenta. La
donna su%, per timor fatta esangue, Intanto a Doralice s' appresenta, E la
priega e la supplica per Dio, Che partir voglia il fiero assalto e rio. 72
Cortese, come bella, Doralice, Né ben sicura come il fatto segua, Fa volontier
quel ch'Isabella dice, E dispone il suo amante a pace e a triegua. Così a'prieghi
dell'altra l'ira ultrice Di cor fugge a Zerbino e si dilegua; Ed egli, ove a
lei par, piglia la strada. Senza finir l'impresa della spada. 73 Fiordiligi che
mal vede difesa La buona spada del misero conte, Tacita duolsì; e tanto le ne
pesa, Che d'ira piange, e battesi la fronte. Vorria aver Brandimarte a quella
impresa; E se mai lo ritrova e gli lo conte, Non crede poi che Mandricardo vada
Lunga stagione altier di quella spada. 74 Fiordiligi cercando pure invano Va
Brandimarte suo mattina e sera; E fa cammin da lui molto lontano. Da lui che
già tornato a Parigi era. Tanto ella se n'andò per monte e piano, Che giunse
ove, al passar d'una rÌTiera, Vide e conobbe il miser paladino; Ma diciam quel
che avvenne di Zerbino "3 ii" X<ii: Stanza 88. 75 Che U lasciar Durindana
si gran fallo Gli par, che più d' ogn'(altro mal gP incresce; Quantunque appena
star possa a cavallo. Pel molto sangue che gli è uscito ed esce. Or, poiché
dopo non troppo intervallo Cssa con IMra il caldo, il dolor cresce:Cresce il
dolor sì impettiosamente, Che mancarsi la vita se ne sente. 76 Per debolezza
più non potea gire; Sì che fermossi appresso una fontana. Non sa che far, né
che si debba dire, Per aiutarlo, la donzella umana. Sol di disagio lo vede
morire; Che quindi è troppo ogni città lontana, Dove in quel punto al medico
ricorra, Che per pietade o premio gli soccorra. 77 Ella non sa, se non invàn
dolersi, Chiamar fortuna e il cielo empio e crudele. Perchè, ahi lassa ! dicea,
non mi sommersi Quando levai neirOce&n le vele? Zerbin, che i languidi
occhi ha in lei conversi, Sente più doglia eh ella si querele, Che della
passion tenace e forte Che rhacondotto ornai vicino a morte. 78 Cosi, cor mio,
vogliate (le diceva), Dopo chMo sarò morto, amarmi ancora, Come solo il
lasciarvi è che m'aggreva Qui senza guida, e non già perch'io mora: Che se in
sicura parte m'accadeva Finir della mia vita l'ultima ora, Lieto e contento e
fortunato appieno Morto sarei, poich'io vi moro in seno. 8tAnE&9C). 7u Ma
poiché 1 mio destino iniquo e duro Vuol ch'io vi lasci, e non so in man di cnij
Per questa bocca e per questi occhi giuro. Per queste chiome onde allacciato
fui, Clic disperato nel profondo oscuro Yo dello 'nfemo, ove il pensar lìi
vili, Cb' abbia così laeciata assai piii ria Sani doj' altra pena ebe vi sia.
80 A questo la mestissima Isabella, la faccia lagrimosa, E congiungendo la sua
bocca a quella non còlta in sua stagion, bì ch'ella Impallidisca in m la siepe
ombrosa; Disse '. Non vi pensate gift, mia vita t Fnr aensca me (inent ultima
partite SjyDi dò, cor mio, nessun timor vi tocchi; Ch' io vo' seguirvi o in
cielo o nello 'nferno. Convien che V uno e 1' altro spirto scocchi, Insieme
vada, insieme stia in eterno. Non sì tosto vedrò chiudervi gli occhi, 7/ XI che
m'ucciderà il dolore interno, / 0, se quel non può tanto, io vi prometto l Con
questa spada oggi passarmi il petto. 82 De' corpi nostri ho ancor non poca
speme, Che me' morti, che vivi, ahbian ventura. Qui forse alcun capiterà, eh'
insieme, Mosso a pietà, darà lor sepoltura. Così dicendo, le reliquie estreme
Dello spirto vital che morte fura, Va ricogliendo con le labbra meste. Fin
ch'una mìnima aura ve ne reste. 87 In tanta rabbia, in tal furor sommersa
L'avea la doglia sua, che facilmente Avria la spada in sé stessa conversa, Poco
al suo amante in questo ubbidiente: S'uno eremita, ch'alia fresca e tersa Fonte
avea usanza di tornar sovente Dalla sua quindi non lontana cella, Non
s'opponea, venendo, al voler d'elk. 88 n venerabil uom, eh' alta boutade Avea
congiunta a naturai pmdeiuria, Ed era tutto pien di caritade, Di buoni esempi
ornato e d'eloquenzia, Alla giovan dolente persuade Con ragioni efficaci
pazìenzia; Ed innanzi le pon, come uno specchio . Donne del testamento e nuovo
e vecchio. 83 Zerbin, la debol voce rinforzando, Disse: Io vi priego e
supplico, mia diva. Per quello amor che mi mostraste, quando Per me lasciaste
la patema riva; E se comandar posso, io ve '1 comando, Che, finché piaccia a
Dio, restiate viva; Né mai per caso pogniate in obblio, Che, quanto amar si
può, v'abbia amato io. 84 Dio vi provvederà d'aiuto forse, Per liberarvi d'ogni
atto villano, Come fé' quando alla spelonca torse, Per indi trarvi, il senator
romano. Così (la sua mercé) già vi soccorse Nel mare, e contra il Biscaglin
profano; E se pure avverrà che poi si deggia Morire, allora il minor mal s'
eleggia. 89 Poi le fece veder, come non fosse Alcun, se non in Dio, vero
contento; E ch'eran l'altre transitorie e flusse Speranze umane, e di poco
momento: E tanto seppe dir, che la ridusse Da quel crudele ed ostinato intento,
Che la vita seguente ebbe disio Tutta al servigio dedicar di Dio. 90 Non che
lasciar del suo signor voglia nnqne Né '1 grande amor, né le reliquie morte:
Convien che l'abbia ovunque stia, ed ovunque Vada, e che seco e notte e dì le
porte. Quindi aiutando l'eremita dunque, Ch' era della sua età valido e forte,
Sul mesto suo destrìer Zerbin posaro, E molti di per quelle selve andaro. 85
Non credo che quest'ultime parole Potesse esprimer sì, che fosse inteso; E fini
come il debol lume suole, Cui cera manchi, od altro in che sia acceso. Chi
potrà dire appien come si duole. Poiché si vede pallido e disteso, La
giovanetta, e freddo come ghiaccio Il suo caro Zerbin restar in braccio? 86
Sopra il sanguigno corpo s'abbandona, E di copiose lacrime lo bagna; Estride
sì, ch'intorno ne rìsuona A molte miglia il bosco e la campagna. Né alle guance
né al petto si perdona, Che l'uno e l'altro non percuota e fragna; E straccia a
tx)rto l'auree crespe chiome, Chiamando sempre invan l'amato nome. 91 Non volse
il cauto vecchio ridur seco, Sola con solo, la giovane bella Là dove ascosa in
un selvaggio speco Non lungi avea la solitaria cella; Fra sé dicendo: Con
periglio arreco In una man la paglia e la facella. Né si fida in sua età né in
sua prudenzia, Che di sé faccia tanta esperienzia. 92 Di condurla in Provenza
ebbe pensiero, Non lontano a Marsiglia in un castello, Dove di sante donne un
monastero Ricchissimo era, e di edificio bello:E per portarne il morto
cavaliere, Composto in una cassa aveano quello, Che in un castel, eh' era tra
via, si fece Lunga e capace, e ben chiusa di pece. 93 Più e più giorni gran
spazio di terra Cercaro, e sempre per lochi più inculti, Che pieno essendo ogni
cosa di guerra, Voleauo gir più che poteano occulti. Alfine un cavalier la via
lor serra, Che lor fé' oltraggi e disonesti insulti; Di cui dirò quando il suo
loco fia: Ma ritomo ora al re di Tartaria. 99 Ecco sono agli oltraggi, al
grido, all'ire, Al trar de' brandi, al crudel suon dei ferri; Come Tento che
prima appena spire, Poi cominci a crollar frassini e cerri; Et indi oscura
polve in cielo aggire, Indi gli arbori svella, e case atterri, Sommerga in
mare, e porti ria tempesta Che '1 gregge sparso uccida alla foresta. 94 Avuto
ch'ebbe la battaglia il fine Che già v' ho detto, il giovin si raccolse Alle
fresche ombre e all'onde cristalline, Ed al destrier la sella e '1 freno tolse,
E lo lasciò per l'erbe teneriue Del prato andar pascendo ov' egli volse:Ma non
stè molto, che vide lontano Calar dal monte un cavaliere al piano. 95 Conobbel,
come prima alzò la fronte, Doralice, e mostrollo a Mandricardo, Dicendo: Ecco
il superbo Rodomonte, Se non m'inganna di lontan lo sguardo. Per far teco
battaglia cala il monte: Or ti potrà giovar l'esser gagliardo. Perduta avermi a
grande ingiuria tiene. Oh' era sua sposa, e a vendicar si viene. 96 Qual buono
astor che l'anitra o l'acceggia. Starna o colombo o simil altro augello Venirsi
incontra di lontano veggia, Leva la testa, e si fa lieto e bello; Tal
Mandricardo, come certo deggia Di Rodomonte ìslt strage e macello, Con letizia
e baldanza il destrier piglia, Le staffe ai piedi, e dà alla man la briglia.
Stanza 100. 97 Quando vicini fur sì, ch'udir chiare Tra lor poteansi le parole
altiere. Con le mani e col c minacciare Incominciò gridando il re d'Algiere,
Ch'a penitenza gli faria tornare, Che per un temerario suo piacere Non avesse
rispetto a provocarsi Lui ch'altamente era per vendicarsi. 100 De' duo pagani,
senza pari in terra, Gli audacissimi cor, le forze estreme Partoriscono colpi
ed una guerra Conveniente a si feroce seme. Del grande e orribil suon trema la
terra. Quando le spade son percosse insieme: Gettano l'arme insin al ciel
scintille. Anzi lampadi accese a mille a mille. 98 Rispose Mandricardo: Indarno
tenta Chi mi vuol impaurir per minaociarme. Cosi fanciulli o femmine spaventa,
0 altri che non sappia che sieno arme; Me non, cui la battaglia più talenta
D'ogni riposo; e son per adoprarme A pie, a cavallo, armato, e disarmato, Sia
alla campagna, o sia nello steccato. 101 Senza mai riposarsi o pigliar fiato
Dura fra quei duo re l'aspra battaglia, Tentando ora da questo, or da quel lato
Aprir le piastre, e penetrar la maglia. Né perde l'un, né l'altro acquista il
prato; Ma come intorno siau fosse o muraglia, 0 troppo costi ogn' oncia di quel
loco, Non si parton d'un cerchio angusto e poco. 102 Fra mille colpi il tartaro
una volta Colse a duo roani in fronte il re d'Algiere, Che gli fece reder
girare in volta Quante mai fiiron fiaccole e lumiere. Come ogni forza all'
African sia tolta, Le groppe del destrier col capo fere; Perde la staffa, ed è,
presente quella Che cotant'ama, per uscir di sella. Stanza 10& 105 II
cavallo del Tartaro, cii'abborre La spada che fischiando cala d'alto. Al suo
signor, con suo gran mal, Perchè b' arretra, per fuggir, d'irn Il brando in
mezzo il capo gli traaconey Ch' al signor, non a lui, movea V Il miser non avea
V elmo di Troia, Come il patrone; onde convien che mi 106 Quel cade, e
Mandricardo in piedi Non più stordito, e Durindana aggiia. Veder morto il
cavallo entro gli adixa, E fuor divampa un grave incendio d'iia. L African, per
urtarlo, il destrier driaa: Ma non più Mandricardo si ritira. Che scoglio far
soglia dall'onde: e aTTCBBe Che '1 destrier cadde, ed egli in pie si te&at
107 L'African, che mancarsi il destrier settL Lascia le staffe, e su gli arcion
si ponta, E resta in piedi e sciolto agevolmente: Cosi r un V altro poi di pari
affronta. La pugna più che mai ribolle ardente; E l'odio e r ira e la superbia
monta; Ed era per seguir; ma quivi giunse In fretta un messaggier che li
disgiunse. 108 Vi giunse un messaggier del popol mori Di molli che per Francia
eran mand&U A ricliiamare agU stendardi loro Icapitani e i cavalier
privati; Perchè Timperator dai gìgli d'oro Gli avea gli alloggiamenti già
assediati; E se non è il soccorso a venir presto, L'eccidio suo conosce
manifesto. 103 Ma come ben composto e valido arco Di fino acciaio, in buona
somma greve, Quanto si china più, quanto è più carco E più lo sforzan
martinelli e leve, Con tanto più furor, quando è poi scarco. Ritorna, e fa più
mal che non riceve; Cosi quello Afìrican tosto risorge, E doppio il colpo air
inimico porge. 104 Rodomonte a quel segno ove fu colto. Colse appunto il
figliuol del re Agricane. Per questo non potè nuocergli al volto, Chin difesa
trovò Parme troiane; Ma stordi in modo il Tartaro, che molto Non sapea s'era
vespero o dimane. L'irato Rodomonte non s' arresta, Che mena V altro, e pur
segua alla teista. 109 Riconobbe il messaggio i cavalieri, Oltre air insegne,
oltre alle sopravveste, Al girar delle spade, e ai colpi fieri Ch'altre man non
farebbouo che queste. Tra lor però non osa entrar, che speri Che fra tant' ira
sicurtà gli preste L'esser messo del re; né si conforta Per dir, eh'
imbasciator pena non porta; 110 Ma viene a Doralice, ed a lei narra Ch'
Agramante, Marsilio, e Stordihino, Con pochi dentro a mal sicura sbarra Sono
asseliati dal popol cristiano. Narrato il caso, con prieghi ne inirra Che
faccia il tutto ai duo guerrieri piano. E che gli accordi insieme, e per Io
scampo Del popol saraoin li meni in campo. Stanza 9j. ABI08T0. 111 Tra i
cavalier la donna di gran core Si mette, e dice loro: Io vi comando, Per quanto
so che mi portate amore, Che riserbiate a migàor uso il brando: E ne vegnate
subito in favore Del nostro campo Saracino, quando Si trova ora assediato nelle
tende, E presto aiuto o gran mina attende. 112 Indi il messo soggiunse il gran
periglio Dei Sara Cini, e narrò il fatto appieno; E diede insieme lettere del
figlio Del re Troiano al figlio d' Ulicuo. Sì piglia finalmente per consiglio,
Che i duo guerrier, deposto ogni veneno, . Facciano insieme triegua infino al
giorno Che sia tolto T assedio ai Mori intorno; 113 E senza più dimora, come
pria Libera d'assedio abbiau lor gente, Non s'intendano aver più compagnia. Ma
crudel guerra e inimicizia ardente, Finché con l'arme diffiaito sia Chi la
donna aver de' meritamente. Quella, nelle cui man giurato fue, Fece la sicurtà
per ambedue. 114 Quivi era la Discordia impaziente, Inimica di pace e d'ogni
tregua; E la Superbia v'è, che non consente Né vuol patir che tale accordo
segua. Ma più dilorpuòAmorquivipresente, Di cui l'alto valor nessuno adegua; E
fé ch'indietro, a colpi di saette, E la Discordia e la Superbia stette. 115 Fu
conclusa la tregua fra costoro, Si come piacque a chi di lor potè a. Vi mancava
uno dei cavalli loro; Che morto quel del Tartaro giacea; Però vi venne a tempo
Brigliadoro, Che le fresche erbe luiigo il rio pascea. Ma al fin del Canto io
mi trovo essr giunto; Si ch'io farò, con vostra grazia, punto. NOTE. St. 35.
V.5. Rignando, da rigìiare o ringhiare: di.esi propriamente de cani; ma è stato
anche appro priato a' cavalli, invece di nitrire. Si dice aiicoiu in molti
luoghi della Toscana. St. 38. V.8. Si re flette: si fa ricadere. St. 47. V, 56.
H Saracino ecc.: Mandricardo. ST. 49. V.34. E trova V elmo poi, non quel fa
moso, ecc.; perchè di quel famoso se n'era g:à impa dronito Ferraù. Vedi CanJo
XII, St. 60. St. 51. V.3. Boccia: qui flumicello. St. 61. V.8. La selva degli
ombrosi mirti: favo leggiata da Virgilio nel VI dell'Eneide, per sede dell'a
nime degli uccisi per cagion d'amore. 11 mirto eia sim bolo dell'amore. St. €4.
V.48. Piastra: armatura di dosso. Pan ziron: aimatura della pancia. Corazza:
arraatuia del busto, altrimenti corsaletto. Arcione: parte della sella, fatta a
guisa d'arco,dovesedevano icavalieri.Arnese nome generico che può adattarsi a
il ogni parte dell'ai mituia. Sr. 65. V.4. Gli danna: gli dannoggia. St. t6.
V.14. Cosi talora, ere. Comparazione che il Poeta ha tratta da un nastro, il
quale attorniando il polso della sua donna (Alessandra Benncci) rendeva di
Etinta la di lei mano dalla manica di drappo d'argento che vestivale il
braccio. St. 69. V.6. Braceial: parte dell'armatura che di fende il braccio.
St. 84. V.6. Profano: qui lascivo, disonesto. St. 89. V.3. Flusse: passaggere,
dal latino /ifttcre. St. 90. V.34. Scrivendo questo l'Ariosto pensava forse
della sua contemporanea, V infelice Giovanna la pazza, di Spagna, la quale,
anche viaggiando, voleva sempre con sé il feretro del marito morto, Filippo
d'Austria. St. 86. V.1. Acceggia: beccaccia. St. 101. V.8. Poco: di poca
estensione. St. 113. V.4. Martinelli: ordigni usati per cari care le grosse
balestre o gli archi. St. 106. V.3. Adizza: attizza. 8t. 110. V.5. Inarra: qui
impegna. St. IH. V.6. Quando: mentre. St. 115. V.?. A chi di lor potei,: a chi
era signora di loro. Canto XXV nh \xx,\\\ eoniriutii In irsivenil pensiero,
Ii.;ìr ili laiiik' . ed im[rt'tLJ d'aniore Nl, lIiì ]iÈii v.iirlia, \w.\tx A
tiuvii il veri; ULé rutila or queatu ur quel isuperiore" Neir uno ebbe e
ueir altro cavaliero Quivi gran forza il debito e T onore:Che l'amorosa lite
s'intermesse, Finché soccorso il campo lor s'avesse. Ma più ve l'ebbe Amor: che
se non era Che così comandò la donni loro, Non si sciogliea quella battaglia
fiera, Che Tun n'avrebbe il trionfale alloro; Ed Agramante invan con la sua
schiera L'aiuto avria aspettato di costoro. Dunque Amor sempre rio non si
ritrova: Se spesso nuoce, anco talvolta giova. 3 Or r uno e l'altro cavalier
pagano, Che tutti ha differiti i suoi litigi, Va, per salvar l'esercito
africano, Con la donna gentil verso Parigi; E va con essi ancora il piccol
nano, Che seguitò del Tartaro i vestigi, Finché con lui condutto a fronte a
fronte Avea quivi il geloso Rodomonte. 4 Capitare in un prato, ove a diletto
Erano avalier sopra un ruscello, Duo disarmati, e duo ch'avean l'elmetti, E una
donna con lor di viso bello. Chi fosser quelli, altrove vi fia detto:Or no, che
di Ruggier prima fìivello; Del buon Rugcier, di cui vi fu narrato Che lo scudo
nel pozzo avei gittato. 5 Non è dal pozzo ancor lontano un miglio, Che venire
un corrier vede in gran fretta, Di quei che manda di Troiano il figlio Ai
cavalieri onde soccorso aspetta: Dal qual ode cheCarlo in tal periglio La gente
saracina tieu ristretta. Che se non è chi tosto le dia aita, Tosto l'onor vi
lascierà o la vita. 8 Perch' era conosciuta dalla gente Quella donzella eh'
avea in compagnia, Fu lasciato passar liberamente, Né domandato pure onde
venia. Giunse alla piazza, e di fuoco lucente. E piena la trovò di gente ria; E
vide in mezzo star con viso smorto Il giovine dannato ad esser morto. 9
Ruggier, come gli alzò gli occhi nel viso. Che chino a terra e lacrimoso stava,
Di veder Bradamante gli fu avviso: Tanto il giovine a lei rassomigliava. Più
dessa gli parca, quanto più fiso Al volto e aUa persona il riguar"iava; E
fra sé disse: 0 questa é Bradamante, 0 ch'io non son Ruggier, com'era innante.
10 Per troppo ardir si sarà forse mes?a Del garzon condennato alia difesa; E
poiché mal la cosa l' é successa, Ne sarà stata, come io veggo, presa. Deh
perchè tanta fretta, che con essa Io non potei trovarmi a questa impresa? Ma
Dio ringrazio che ci son venuto, Ch'a tempo ancora io potrò darle aiut. 1 1 E
senza più indugiar, la spada stringe (Ch'avea all'altro caste! rotta la
lancia), E addosso il vulgo inerme il destrier spinge Per lo petto, pei fianchi
e per la pancia. Mena la spada a cerco; ed a chi cinge La fronte, a chi lagola,
a chi la guancia. Fugge il popol gridando; e la gran frotta Resta 0 sciancata,
o con la testa rotta. 6 Fu da molti pensier ridutto in forse Ruggier, che tutti
l'assalirò a un tratto; Ma qual per lo miglior dovesse torse. Né luogo avea né
tempo a pensar atto. Lasciò andare il messaggio, e'I freno torse Là dove fu da quella
donna tratto, Ch'ad or ad or in modo egli affrettava, Che nessun tempo
d'indugiar le dava. 7 Quindi seguendo il cammin preso, venne (Già declinando il
sole) ad una terra Che '1 re Marsilio in mezzo Francia tenne, Tolta di min di
Carlo in quella guerra. Né al ponte né alla porta si ritenne. Che non gli niega
alcuno il passo o serra, Bench'intorno al rastrello e in su le fosse Gran
quantità d'uomini e d'arme fosse. 12 Come stormo d'augei, ch'in ripa a un
stagno Vola sicuro, e a sua pastura attende,S'improvviso dal ciel falcon
grifagno Gli dà nel mezzo, ed un ne batte o prende, Si sparge in fuga, ognun
lascia il compagno, E dello scampo suo cura si prende; Così veduto avreste far
costoro. Tosto che'l buon Ruggier diede fra loro. 13 A quattro o sei dai colli
i capi netti Levò Ruggier, eh' indi a fuggir fnr lenti:Ne divise altrettanti
inim ai petti. Fin agli occhi infiniti e fin ai denti. Concederò che non
trovasse elmetti, Ma ben di ferro assai cuffie lucenti:E s' elmi fini anco vi
fosser stati, Così gli avrebbe, o pcco men, tagliaf. 14 La forza di Riiggìer
non era qnale Or 8Ì ritrovi in cavalier moderno, Né in orso né in leon né in
animale Altro più fiero o nostrale od esterno. Forse il tremuoto le sarebbe
uguale, Forse il gran diavol; non quel dello 'nferno, Ma quel del mio signor,
che va col fuoco, di' a cielo e a terra e a mar si fa dar loco. stanza 24. 1 .5
D'Ogni suo colpo mai non cadea manco D'un uom in terra, e le più volttì un
paio; E quattro a un colpo, e cinque n'uccise auco; Sì che si venne tosto al
centinaio. Tagliava il brando che trasse dal fianco, Come un tenero latte, il
duro acciaio. Falerina, per dar morte ad Orlando, Fé' nel giardin d'Orgagna il
crudel brando. 16 Averlo fatto poi ben le rincrebbe. Che '1 suo giardin disfar
vide con esso. Che strazio dunque, che ruina debbe Far or, eh' in man di tal
guerriero è messo?Se mai Ruggier furor, S3 mii forza ebbe. Se mai fu l'alto suo
valor espresso. Qui r ebbe, il pose qui, qui fu veduto, Sperando dare alla sua
donna aiuto. 17 Qual fa la lepre contra i cani sciolti, Facea la turba contra
lui riiaro. Quei che restaro uccisi, furon molti; Furo infiniti
queich'infugaandaro.Avea la donna intanto i lacci tolti, Ch' ambe le mani al
giovine legaro; E, come potè maglio, presto armollo. Gli die una spaia in mano,
e un scado al eoD, 18 Egli che molto è offeso, più che pnote Si cerca vendicar
di quella gente:E quivi son si le sue forze note, Che riputar si fa prode e
valente. Già avea attulTato le dorate raote Il sol nella marina d'occidente,
Quando Ruggier vittorioso e quello Giovine seco uscir fuor del castello. 19
Quando il garzon sicuro della vita Con Ruggier si trovò fuor delle porte. rendè
molta grazia ed infinita Con gentil modi e con parole accorte, Che, non lo
conoscendo, a dargli aita . Si fosse messo a rischio della morte:E pregò che '1
suo nome gli dicesse. Per sapfr a chi tanto obbligo avesse.'O Veggo, dicea
Ruggier, la faccia belLi, le belle fattezze e '1 bel sembiante.; Ma la suavità
della favella Non odo già della mia Bradamante; Né la relazion di grazie è
quella Ch'ella usar debba al suo fedele amante. Ma se pur questa è Bradamante,
or come Ha sì tosto in obblio messo il mio nome? 21 Per ben saperne il certo,
accortamente Ruggier le disse: Io v'ho veduto altrove; Ed ho pensato e penso, e
finalmente Non so né posso ricordarmi dove. Ditemei voi, se vi ritornaamente; E
fate che '1 nome anco udir mi giove, Acciò che saper possa a cui mia aita Dal
fuoco abbia salvata ogi la vita. 22 Che voi m' abbiate visto esser potria,
Rispose quel, che non so dove o quando. Ben vo pel mondo anch'io la parte mia,
Strane avventure or qua or là cercando. Forse una mia sorella stata fia, Che
veste l'm'me, e porti al lato il brando; Che nacque meco, e tanto mi sonuglia,
Che non ne può discerner la famiglia. 3 Né primo né secondo né ben quarto Sete
di quei ch'errore in ciò preso hanno: Né U padre né i fratelli né chi a un
parto Ci produsse ambi, scernere ci sanno. Gli è ver che questo criu raccorcio
e sparto Ch'io porto, come gli altri uomini fanno, Ed il suo lungo e in treccia
al capo avvolta, Ci solea far già differenzia molta: 4 Ma poi eh' un giorno
ella ferita fu Nel capo (lungo saria a dirvi come), E per sanarla un servo di
Gesù A mezza orecchia le tagliò le chiome; Alcun segno tra noi non restò più Di
differenzia, fuorché '1 sesso e '1 nome Ricciardetto son io, Bradamante ella;
Io fratel di Rinaldo, essa sorella. 25 E se non v' increscesse l'ascoltarmi,
Cosa direi che vi farla stupire, La qual m'occorse per assimigliarmi A lei,
gioia al principio, e al fin martire. Ruggiero, il qual piùgraziosi carmiChe
dove alcun ricordo intervenisse Della sua donna, il pregò si, che disse: 26
Accadde a questi di, che pei vicini Boschi passando la sorella mia, Ferita da
uno stuol di Saracini Che senza l'elmo la trovar per via. Fu di scorciarsi
astretta i lunghi crini, Se sanar volse d'una piaga ria Ch'avea con gran
periglio nella testa; E cosi scorcia errò per la foresta. ii7 Errando giunse ad
un' ombrosa fonte; E perchè afflitta e stanca ritrovosse, Dal destrier scese, e
disarmò la fronte, E su le tenere erbe addormentosse. Io non credo che favola
si conte, Che più di questa istoria bella fosse. Fiordispina di Spagna
soprarriva, Che per cacciar nel bosco ne veniva. 28 E quando ritrovò la mia
sirocchia Tutta coperta d'arme, eccetto il viso, Ch'avea la spada in luogo di
conocchia; Le fu vedere un cavaliero avviso. La faccia e le viril fattezze
adocchia Tanto, che se ne sente il cor conquiso. La invita a ciccia, e tra
l'ombrose fronde Luuge dagli altri aliìu seco s'asconde. 29 Poi che l'ha seco
in solitario loco. Dove non teme d'esser sopraggiunta. Con atti e con parole a
poco a poco Le scopre il fisso cor di grave punta. Con gli occhi ardenti e coi
sospir di fuoco Le mostra l'alma di disio consunta. Or si scolora in viso, or
siraccende:Tanto s'arrischia, eh' un bacio ne prende. 30 La mia sorella avea
ben conosciuto Che questa donna in cambio l'avea tolta: Né dar poteale a quel
bisogno aiuto, E si trovava in grande impaccio avvolta. Gli è meglio, dicea
seco, s'io rifiuto ' Questa avuta di me credenza stolta, E s' io mi mostro
femmina gentile, Che lasciar riputarmi un uomo vile. : 1 E dicea il ver, eh'
era viltade espressa, Conveniente a un uom fatto di stucco, Con cui sì bella
donna fosse messa. Piena di dolce e di nettareo succo, E tuttavia stesse a
parlar con essa. Tenendo basse l'ale come il cucco. Con modo accorto ella il
parlar ridusse. Che venne a dir come donzella fusse. 32 Che gloria, qual già
Ippolita e Camilla, Cerca nell' arme; e in Africa era nata In lito al mar,
nelhi città d'Arzilla, A scudo e a lancia da fanciulla usata. Per questo non si
smorza una scintilla Del fuoco della donna innamorata. Questo rimedio all'alta
piaga è tardo: Tant' avea amor cacciato innanzi il dardo. 33 Per questo non le
par men bello il viso, Men bel lo sguardo, e men belli i costumi; Per ciò non
toma il cor che, già diviso Da lei, godea dentro gli amati lumi. Vedendola in
quell'abito, l'è avviso Che può far che 1 desir non la consumi; E quando
ch'ella è pur femmina pensa, Sospira e piange, e mostra doglia immensa. 34 Chi
avesse il suo rammarico e '1 suo pianto Quel giorno udito, avria pianto con
lei. Quai tormenti, dicea, furon mai tanto Crudel, che più non sian crudeli i
miei?D'ogn' altro amore, o scellerato o santo. Il desiato fin sperar potrei;
Saprei partir la rosa dalle spine:Solo il mio desiderio é senza fine. 35 Se pur
volevi, Amor, darmi tormento, Che t' increscesse il mio felice stato, D'alcun
martir dovevi star contento, Che fosse ancor negli altri amanti usato. Né tra
gli uomini mai né tra V armento, Che femmina ami femmina ho trovato; Non par la
donna air altre donne hella, Né a cervie cervia, né all'agnello agnella. 36 In
terra, in aria, in mar sola son io Che patisco da te sì duro scempio; E questo
hai fatto acciò che Perror mio Sia nell'imperio tuo l'ultimo esempio. La moglie
del re Nino ebhe disio, Il figlio amando, scellerato ed empio, E Mirra il
padre, e la Cretense il toro; Ma gli é più folle il mio, eh' alcun dei loro. 37
La femmina nel maschio fé' disegno, Speronne il fine, ed ebbelo, come odo:Pasife
nella vacca entrò di legno; Altre per altri mezzi, e vario modo. Ma se volasse
a me con ogni ingegnò Dedalo, non potria scioglier quel nodo, Che fece il
mastro troppo diligente. Natura d'ogni cosa più possente. 38 Cosi si duole, e
si consuma ed auge La bella donna, e non s'accheta in fretta. Talor si batte il
viso, e il capei frange, E di sé centra sé cerca vendetta. La mia sorella per
pietà ne piange, Ed è a sentir di quel dolor costretta. Del foUe e van disio si
studia trarla; Ma non fa alcun profitto, e invano parla. 39 Ella, eh' aiuto
cerca e non conforto, Sempre più si lamenta e più si duole. Era del giorno il
termine ormai corto, Che rosseggiava in occidente il sole, Ora opportuna da
ritrarsi in porto, A chi la notte al bosco star non vuole, Quando la donna
invitò Bradamante A questa terra sua poco distante. 40 Non le seppe negar la
mia sorella:E così insieme ne vennero al loco, Dove la turba scellerata e fella
Posto m'avria, se tu non v'eri, al fuoco. Fece là dentro Fiordispina bella La mia
sirocchia accarezzar non poco; E rivestita di femminil gonna, Conoscer fé' a
ciascun ch'ella era donna. •al Perocché conoscendo che nessuno Util traea da
quel virile aspetto, Non le parve anco di voler ch'aleono Biasmo di sé per
questo fosse detto:Fèllo anco, acciò chfe'l mal ch'avea dairiis Virile abito,
errando, già conce ttx>, Ora con l'altro, discoprendo il vero, Provasse di
cacciar fuor del pensiero. 42 Comune il letto ebbon la notte inssieme, Ma molto
differente ebbon riposo:Che runa dorme, e l'altra piange e gem. Che S3mpre il
suo disir sia più focosa. E se 'l sonno talor gli occhi le preme, Quel breve
sonno è tutto immanoso: Le par veder che'l ciel l'abbia concedo Bradamante
cangiata in miglior sesso. 43 Come l'infermo acceso di gran sete, S'in quella
ingorda voglia s'addormenta, Neil'interrotta e turbida quiete, D'ogni acqua che
mai vide si rammenta; Cosi a costei di far sue voglie liete L'immagine del
sonno rappresenta. Si desta; e nel destar mette la mano, E ritrova pur sempre
il sogno vano. 44 Quanti prieghi la notte, quanti voti Offerse al suo Macone e
a tutti i Dei, Che con miracoli apparenti e noti Mutassero in miglior sesso
costei! Ma tutti vede andar d'effetto vóti; E forse ancora il ciel ridea di
lei. Passa la notte; e Febo il capo biondo Traea del mare, e dava luce al
mondo. 45 Poi che'l dì venne, e che lasciaro il letto. A Fiordispina
s'augumenta doglia; Che Bradamante ha del partir già detto, Ch' uscir di questo
impaccio avea gran voglii. La gentil donna un ottimo ginetto In don da lei vuol
che partendo teglia, Guernito d'oro, ed una sopravvesta Che riccamente ha di
sua man contesta. 46 Accompagnolla un pezzo Fiordispina; Poi fé', piangendo, al
suo Castel ri tomo. La mia sorella sì ratto cammina, Che venne a Montai bano
anco quel giorno. Noi suoi fratelli e la madre meschina Tutti le siamo
festeggiando intorno; Che di lei non sentendo, avuto forte Dubbio e tema avevam
della sua morte. Stanza 45 47 Mirammo (al trar dell'elmo) al mozzo crine,Ch'
intorno al capo prima s' avvolgea; Cosi le sopravveste peregriue Né fèr
meravigliar, ch'indosso avca Ed ella il tutto dal principio al fine Narroune,
come dianzi io vi dicea: Come ferita fosse al bosco, e come Lasciasse, per
guarir, le belle chiome; 48 E come poi dormendo in ripa all'acque, La bella cacciatrice
sopraggìunse, A cui la falsa sua sembianza piacque; E come dalla schiera la
disgiunse. Del lamento di lei poi nulla tacque, Che di pieUide V anima ci
punse:E come alloggiò seco, e tutto quello Che fece, finché ritornò al
castello. 49 Dì Fiordispiua gran notizia ebb io, Ch'in Saragozza e già la vidi
in Francia; £ piacquer molto all'appetito mio I suoi begli occhi e la polita
guancia: Ma non lasciai fermarvisi il disio;Che l'amar senza speme è sogno e
ciancia, Or, quando in tal ampiezza mi si porge, L'antiqua fiamma subito
risorge. 50 Di questa spemeAmore ordisce 1 nodi; Che d'altre fila ordir non li
potea: Onde mi piglia, e mostra insieme i modi. Che dalla donna avrei quel
ch'io chiedea. A succeder saran facil le frodi; Che, come spesso altri ingannato
area La simiglianza e' ho di mia sorella, Forse anco ingannerà questa donzella.
51 Faccio, 0 noi faccio? Alfin mi par che buono Sempre cercar quel che diletti,
sia. Del mio pensier con altri non ragiono, Né vo'ch'in ciò consiglio altri mi
dia. Io vo hi notte ove quell'arme sono, Che s'avea tratte la sorella mia:, e
col destrier suo via cammino; Né sto aspettar che luca il mattutino. 52 Io me
ne vo la notte (Amore è duce) A ritrovar la bella Fiordispina; E v' arrivai che
non era la luce Del sole ascosa ancor nella marina. Beato é chi correndo si
conduce Prima degli altri a dirlo alla regina, Da lei sperando, per l'annunzio
buono, Acquistar grazia, e riportarne dono. 53 Tutti m'aveano tolto così in
fallo, Com'hai tu fatto ancor, per Bradamante; Tanto più che le vesti ebbi e '1
cavallo, Con che partita era ella il giorno innante. Vien Fiordispina di poco
intervallo Con feste incontra e con carezze tante, E con si allegro viso e sì
giocondo. Che più gioja mostrar non potria al mondo. 54 Le belle braccia al collo
indi mi getta, E dolcemente stringe e bacia in bocca. Tu puoi pensar s' allora
la saetta Dirizzi Amor, s'in mezzo al cor mi tocca. Per man mi piglia, e in
camera con fretta 311 mena: e non ad altri, eh' a lei, tocca Che dall'elmo allo
spron l'amie mi slacci; E nessun altro vuol che se n impacci. 55 Poi fattasi
arrecare una sua veste Adoma e ricca, di sua man la spiega: E, come io fossi
femmina, mi veste, E in reticella d'or il cria mi lega. Io muovo gli occhi con
maniere oneste; Né ch'io sia donna, alcun mio gesto nicgx La voce ch'accusar mi
potea forse. Sì ben usai, eh' alcun non se n' accorse. 56 Uscimmo poi là dove
erano molte Persone in sala, e cavalieri e donne. Dai quali fummo con l'onor
raccolte, Ch'alle regine fassi e gran madonne. Quivi d'alcuni mi risi io più
volte " Che, non sappiendo ciò che sotto gonne Si nascondesse valido e
gagliardo, Mi vagheggiavan con lascivo sguardo. 57 Poi che si fece la notte più
grande. E già un pezzo la mensa era levata, La mensa che fu d'ottime vivande,
Secondo la stagione, apparecchiata; Non aspetta la donna ch'io domande Quel che
m'era cagion del venir stata; Ella m' invita, per sua cortesia, Che quella
notte a giacer seco io stia. 58 Poi che donne e donzelle ormai levate Si furo,
e paggi e camerieri in tomo; Essendo ambe nel letto dispogliate. Coi torchi
accesi, che parca di giorno, Io cominciai: Non vi maravigliate, Madonna, se sì
tosto a voi ritomo; Che forse v'andavate immaginando Di non mi riveder fin Dio
sa quando. 69 Dirò prima la causa del partire, Poi del ritorno l'udirete
ancora. Se'l vostro ardor, madonna, intiepidire Potuto avessi col nùo far
dimora, Vivere in vostro servizio e morire Voluto avrei, né starne senza
un'ora; Ma visto quanto il mio star vi nocessi, Per non poter far meglio,
andare elessi. 60 Fortuna mi tirò fuor del cammino In mezzo un bosco
d'intricati rami, Dove odo un grido risonar vicino, Come di donna che soccorso
chiami. V accorro, e sopra \m lago cristallino Ritrovo un Fauno ch'avea preso
agli ami In mezzo all' acqua una donzella nuda, E ulangiari il crudel la volea
cruda. :>l Colà mi trassi, e con la spada in mano (Perch' aiutar non la
potea altrimente) Tolsi (li vita il pescator villano:Ella saltò nell'acqua
immantinente. Non m' avrai, disse, dato aiuto invano:Ben ne sarai premiato, e
riccamente, Quanto chieder saprai; perchè son Ninfa Che vivo dentro a questa
chiara linfa; 62 Ed ho possanza far cose stupende, E sforzar gli elementi e la
natura. Chiedi tu quanto il mio valor s'estende,Poilascia a me di satisfarti
cura. Dal ciel la luna al mio cantar discende, S' agghiaccia il fuoco, e V aria
si fa dura; Ed ho talor con semplici parole Mossa la terra, ed ho fermato il
sole. H.3 Non le domando a questa offerta unire Tesor, né dominar popoli e
terre:Né in più virtù, ne in più vigor salire, Né vincer con onor tutte le
guerre; Ma sol che qualche via, donde il desire Vostro s'adempia, mi schiuda e
disserre: Né più le domando un, eh' un altro effetto, Ma tutta al suo giudicio
mi rimetto. 64 Ebbile appena mia domanda esposta, Ch' un' altra volta la vidi
attuffata; Né fece al mio parlare altra risposta, Che di spruzzar ver me
l'acqua incantata. La qnal non prima al viso mi s'accosta, Ch' io, non so come,
son tutta mutata, lo'l veggo, io'l sento; e appena vero panni: Sento in
maschio, di femmina, mutarmi. 65 E se non fosse che senza dimora Vi potete
chiarir, noi credereste: E, qual nell'altro sesso, in questo ancora Ho le mie
voglie ad ubbidirvi preste. Comandate lor pur; che' fieno or ora, E sempre mai
per voi vigili e deste. Così le dissi; e feci eh' ella istessa Trovò con man la
veritade espressa. 66 Come interviene a chi già fuor di speme Di cosa sia che
nel pensier molt' abbia, Che, mentre più d'esserne privo geme. Più se
n'affligge e se ne strugge e arrabbia; Sebben la trova poi, tanto gli preme
L'aver gran tempo seminato in sabbia, E la disperazion l'ha si male uso, Che
non crede a sé stesso, e sta confuso:67 Cosi la donna, poiché tocca e vede Quel
di ch'avtlto avea tanto desire, Agli occhi, al tatto, a sé stessa non crede, E
sta dubbiosa ancor di non dormire: E buona prova bisognò a far fede Che sentia
quel che le parea sentire. Fa, Dio (diss'ella), se son sogni questi. Ch'io
dorma sempre, e mai più non mi desti. stanza eo. 68 Non rumor di tamburi o suon
di trombe Furon principio all'amoroso assalto; Ma baci eh' imitavan le colombe,
Davan segno or di gire, or di fare alto. Usammo altr'arme, che saette o frombe;
Io senza scale in su la rocca salto, E lo stendardo piantovi di botto, E la
nimica mia mi caccio sotto. 69 Se fu quel letto la notte dinanti Pien di
sospiri e di querele gravi. Non stette l'altra poi senz' altrettanti Risi,
feste, gioir, giochi soavi. Non con più nodi i flessuosi acanti Le colonne
circondano e le travi. Di quelli con che noi legammo stretti E colli e fianchi
e braccia e gambe e petti. 70 La cosa stava tacita fra noi, Si che durò il
piacer per alcun mese: Par si trovò chi se n'accorse poi, Tanto che con mio
danno il re lo 'ntese. • Voi che mi liberaste da quei suoi Che nella piazza
avean le fiamme accese, Comprendere oggimai potete il resto i Ma Dio sa ben con
che dolor ne resto. 71 Così a Rnggier narrava Ricciardetto, E la notturna via
facea men grave, Salendo tuttavia verso un poggetto Cinto di ripe e di pendici
cave. Un erto calle, e pien di sassi e stretto Apria il cammin con faticosa
chiave. Sedea al sommo un caste! detto Agrismonte, Ch' avea in guardia Aldìgier
di Chiaramonte. 72 Di Buovo era costui figliuol bastando, Fratel di Malagigi e
di Viviano: Chi legittimo dice di Gherardo, È testimonio temerario e vano.
Fosse come si voglia, era gagliardo, Prudente, liberal, cortese, umano; E facea
quivi le fraterne mura La notte e il dì guardar con buona cura. 73 Raccolse il
cavalier cortesemente. Come dovea, il cugin suo Ricciardetto, Ch'amò come
fratello; e parimente Fu ben visto Ruggier per suo rispetto. Ma non gli uscì
già incontra allegramente. Come era usato, anzi con tristo aspetto, Perch' uno
avviso il giorno avuto avea, Che nel viso e nel cor mesto il facea. 76 Rinaldo
nostro n'ho awito or ora. Ed ho cacciato il messo di galoppo:Ma non mi par
ch'arrivar possa ad ora Che non sia tarda; chè'l cammiao è tr. Io non ho meco
gente da uscir faora: L'animo è pronto, ma il potere è zoppa. Se gli ha quel
traditor, li fia morire; Si che non so che far, non so che dire. 77 La dura nuova
a Ricciardetto spiace; . E perchè spiace a lui, spiace a Roggiso. Che poiché
questo e quel vede che tace. Né tra' profitto alcun del suo penderò, Disse con
grande ardir: Datevi pace: Sopra me quest'impresa tutta chero; E questa mia
varrà per mille spade A riporvi i. fratelli in libertade. 78 Io non voglio
altra gente, altri snasdi; Ch'io credo bastar solo a questo fatto. Io vi
domando solo un che mi gfiddi Al luogo ove si dee fare il baratta Io vi farò
sin qui sentire i gridi Di chi sarà presente al rio contratto. Così dicea: né
dicea cosa nuova All'un de' dui, che n'avea visto pniova. 79 L'altro non
l'ascoltava, se non qaaato S'ascolti un ch'assai parli, e sappia poco: Ma
Ricciardetto gli narrò da canto, Come fu per costui tratto del foco, E eh' era
certo che maggior del vanto Farla veder l'effetto a tempo e a loco. Gli diede
allor udienza più che prima, E riverillo, e fé' di lui gran stima. 74 A
Ricciardetto, in cambio di saluto, Disse: Fratello, abbiam nuova non buona. Per
certissimo messo oggi ho saputo Che Bertolagi iniquo di Eaiona Con Lanfusa
crudel s' è convenuto. Che iirezVose spoglie esso a lei dona. Ed essa a lui pon
nostri frati in mano, Il tuo buon lilalfigigi e il tuo Viviano. 7.5 Ella dal dì
che Ferraù li prese. Gli ha ognor tenuti in loco oscuro e fello, Finché '1
brutto contratto e discortese N' ha fatto con costui di eh' io favello. Gli de'
mandar domane al Maganzese Nei confin tra Baiona e un suo castello. Verrà in
persona egli a pagar la mancia Che compra il miglior sangue che sia in Francia.
80 Ed alla mensa, ove la Copia fase Il corno, l'onorò come suo donno. Quivi
senz'altro aiuto si concluse . Che liberare i duo fratelli ponno. Intanto
sopravvenne e gli occhi chiuse Ai signori e ai sergenti il pigro sonno, Fuor
eh' a Ruggier; che, per tenerlo desto, Gli punge il cor sempre un pensier
molesto. 81 L'assedio d'Agramante, eh' avea il giorno Udito dal corner, gli sta
nel core. Ben vede ch'ogni minimo soomo. Che faccia d'aiutarlo, è suo disnore.
Quanta gli sarà infamia, quanto scorno, Se coi nemici va del suo signore! Oh
come a gran viltade, a gran delitto, Battezzandosi allor, gli sarà ascritto !
Siaiun71. 82 Potria in ogn' altro tempo esser creduto Che vera religion V
avesse mosso:Ma ora che bisogna col suo aiuto Agramante d'assedio esser riscosso,
Piuttosto da ciascun sarà tenutoChetimore e viltà l'abbia percosso, Ch'alcuna
opinion di miglior fede. Questo il cor di 'Ruggiero stimola e fiede. 83 Che
s'abbia da partire anco lo punge Senza licenzia della sua regina. Quando questo
pensier, quando quel giunge, Che'I dubbio cor diversamente inchina. Gli era
l'avviso riuscito lunge Di trovarla al Castel di Fiordispina, Dove insieme
dovean, come ho già detto, In soccorso venir di Ricciardetto. 84 Poi gli sowien
ch'egli le avea promesso Di seco a Vallombrosa ritrovarsi. Pensa eh' andar v'
abbi' ella, e quivi d'esso, Che non vi trovi poi, maravigliarsi. Potesse almen
mandar lettera o messo, Si ch'ella non avesse a lamentarsi Che, oltre eh' egli
mal le avea ubbidito, Senza far motto ancor fosse partito. 85 Poi che più cose
immaginate s' ebbe, Pensa scriverle alfin quanto gli accada; E bench'egli non
sappia come debbe La lettera inviar, si che ben vada, Non però vuol restar; che
ben potrebbe Alcun messo fedel trovar per strada. Più non s' indugia, e salta
delle piume:Si fa dar carta, inchiostro, penna e lume. 86 I camerieri discreti
ed avveduti Arrecano a Euggier ciò che comanda. Egli comincia a scrivere, e i
saluti. Come si suol, nei primi versi manda: Poi narra degli avvisi che venuti
Son dal suo re, eh' aiutoglidomanda; E se l'andata sua non è ben presta, 0
morto 0 in man degl'inimici resta. 87 Poi seguita, eh' essendo a tal partito, E
eh' a lui per aiuto si volgea. Vedesse ella, che 'I biasmo era infinito S'a
quel punto negar gli lo volea: E ch'esso, a lei dovendo esser marito, Guardarsi
da ogni macchia si dovea; Che non si convenia con lei, che tutta Era sincera,
alcuna cosa brutta. 88 E se mai per addietro un nome chiaro, Ben oprando, cercò
di guadagnarsi; E guadagnato poi, se avuto caro. Se cercato l'avea di
conservarsi; Or lo cercava, e n'era fatto avaro, Poiché dovea con lei
parteciparsi, La qual sua moglie, e totalmente in dui Corpi esser dovea
un'anima con lui. 89 E sì come già a bocca le avea detto, Le ridicea per questa
carta ancora:Finito il tempo in che per fede astretto Era al suo re, quando non
prima muora. Che si farà Cristian cosi d'effetto, Come di buon voler stato era
ogni ora; E ch'ai padre e a Rinaldo e agli altri suoi Per moglie domandar la
farà poi. 90 Voglio, le soggiungea, quando yri pUeéi L'assedio al mio signor
levar d intorni, Acc;ò che l'ignorante vulgo taccia, Il qual direbbe, a mia
vergogna e scotoq. Euggier, mentre Agramante ebbe bonaceu. Mai non l'abbandonò
notte né g:iomo; Or che fortxma per Carlo si piega, Egli col vincitor l'insegna
spiega. 91 Voglio quindici di termine, o Tenti, Tanto che comparir possa una
volta, Si che degli africani alloggiamenti La grave ossedìon per me sia tolta.
Intanto cercherò convenienti Cagioni, e che sian giuste, di dar volta. Io vi
domando per mio cuor sol questo:Tutto poi vostro è di mia vita il resto. 92 In
simili parole si diffuse Ruggier, che tutte non so dirvi appieno; E segui con
molt' altre, e non concluse, Finche non vide tutto il foglio pieno:poi piegò la
lettera e la chiuse, E suggellata se la pose in so, Con speme che gli occorra
il di seguente Chi alla donna la dia secretamente. 93 Chiusa ch'ebbe la
lettera, chiose anco Gli occhi sul letto, e ritrovò quiete; Che 'l sonno venne,
e sparse il corpo staDec Col ramo intinto nel liquor di Lete: E posò fin eh' un
nembo rosso e bianco Di fiori sparse le contrade liete Del lucido oriente
d'ogn' intomo, Ed indi usci dell'aureo albergo il giorno. 94 E poi eh' a
salutar la nova luce Pei verdi rami incominciar gli augelli, Aldigier che
voleva esser il duce Di Ruggiero e dell'altro, e guidar quelli Ove faccin che
dati in mano al truce Bertolagi non siano i duo fratelli, Fu'l primo in piede;
e quando sentir Ini, Del letto uscirò anco quegli altri dui. 95 Poi che vestiti
furo e bene armati, Coi duo cugin Ruggier si mette in via, Già molto indamo
avendoli pregati Che questa impresa a lui tutta si dia. Ma essi, pel desir e'
han de' lor frati, E perchè lor parca discortesia, Steron negando più duri che
sassi, Né consentiron mai che solo andassi. 96 Giunsero al loco il di che si
doyea Malagigi mutar nei carriaggi. Era un'ampia campagna che giacea Tutta
scoperta agli apollinei raggi. Quivi né allór né mirto si vedea, Né cipressi nò
frassini nò faggi: Ma nuda ghiara, e qualche umil virgulto. Non mai da marra o
mai da vomer culto. 97 I tre guerrieri arditi si fermaro Dove un sentier Fendea
quella pianura; E giunger quivi un cavalier miraro, Ch avea d'oro fregiata 1
armatura, E per insegna in campo verde il raro E hello augel che più d'un secol
dura. Signor, non più; che giunto al fin mi veggio Di questo Canto, e riposarmi
chieggio. NOTE. St 13. V.6. Cuffie. La cuffia d'acciaio era un'ar 1 matura
della testa che si portava sotto Telmo. | St. 14. V.68. Jl gran diavol, ecc.:
nome dato ad un cannone di straordinario calibro, appartenente al duca Alfonso.
St. 2 . V.7. Fiordispina di Spagna: è la giovine figlia del re Ifarsilio di cui
fé' cenno alla St. 39 del Canto XXII. T. 28. V.1. SiroccMa: soreUa. St. 29.
V.4. Fisso: trafitto. Funta: puntura amorosa. St. 32. V.13.Ippolita: famosa
amazzone che com battè con Ercole e con Teseo. Argilla: la Zilia di Plinio,
notata sulle odierne mappe col nome di Arxilia, nel regno di Fez. St. 36. V.57.
La moglie di Nino: Semiramide.Mirra: figlia di Ciniro. La Cretenae: Pasifae, mo
glie di Minos re di Greta St. 37. V.6. Dedalo: ingegnosissimo artefice ate
niese, a cui si attribuiscono dai poeti diverse invenzioni, fra le quali il
labirinto di Creta, d'onde usci volando, con Icaro suo figlio. St. 42. V.6.
Imaginoso: pieno di visioni. St. 45. V.5. Oinetto: cavallo di razza spagnaola.
St. 60. V.6. Un Fauno: nome di una famiglia di divinità boscherecce. St. 62.
V.18. Gli antichi non attribuirono mai tanta potenza alle Ninfe. Ma le Ninfe
nel medio evo diventarono fate. St. 74. V.45. Bertolagi: era uno della casa di
Ma ganza. Lanfusa: la madre di FerraU. St 75. V.6. Baiona: città di Francia non
lungi dal golfo di Guascogna, nel dipartimento dei Bassi Pi renei. ST. 81. V.3.
Soggiorno: qui indugio. St. 83. V.56. Gli era V avviso, ecc.: erasi ingan nato
nell'opinione di ritrovarla, ecc. St. 91. V.4. Ossedion: assedio. St. 93. V.4.
Col ramo, ecc. Rammenta il ramo con cui Virgilio fingeche il; onno bagnò le
tempie a Fa linuro per farlo dormire. Lete: fiume delllnfemo, le acque del
quale toglievano la memoria del passato. St. 97. V.56. Il raro e hello augel,
ecc.: la fe nica, insegna di Marfisa. LirAia é il cavaliere giunto ove ì due di
Olilibr4m5ELt" doTSTU essr vnluLi ai loro nomici. I Maanztìtì, uiiìtl t
QninenTii ?< chi Era di Morì, sono disfatti, e i due pHffioni restuio
lib"ii. M%lLìi;i;ri diLìhiEira il signìAcatc) delle tìura scolpito nlli
fonCnii di M<rUno. Air ivi Ippalca aeii/.iL Frontino " Rif gicro va con
lei pot reitiperailo. Handricardo giiuis" iUi rontaaiL. Cam batti mento tra
lui e Uarflja, iai"irrotto daBo doizi>>nte, cho diapqna Marfl"a
a recarci al c&tii|iQ di ign nuoto. RrLfiero viìx?. alU fjEi!iini, al ivi,
per dì farM gi gioni, afìiadtj mia ztilfa fra i guerrieri pagani. Malafigj li
'livido, fcaudo C(3n ìncaatesiiiLi aIli::)iitanarDomUc" dij loof I quattro
guorrìeri mtioTono v&im PulgL Cortesi rìoiiuc ebbe IVaiitiqua etade, Che le
virtù, non le riedieze, amaro. Al tempo no=5tro si ritrovali radè A cai I pili
del gaEvdigao, altre" sìa c.uo. Ma quelle che per lor vera boutade Non seguou
delle più lo stile avaro, Viveoilù rhgne soii d'eàier con leu te; Gloriosa e
immorcal poi che fiaa spente. Degna d' eterea laude è Bradamaute, Che non amè
tesar, non amò impero " Ma la virtù, ma T animo prestante Ma Falta
gentilezza di Buggiero; E meritò che ben le fosse amante Un cosi valoroso
cavaliero; £ per piacere a lei &cesse cose Nei secoli a venir miracolose.
Rnggier, come di sopra tì fa detto, Coi duo di Chiaramonte era venuto; Dico con
Aldigier, con Ricciardetto, Per dare ai duo fratei prigioni aiuto. Vi dissi
ancor, che di superbo aspetto Venire un cavaliere avean veduto, Che portava
laugei che si rinnova, E sempre unico al mondo si ritrova. [ Come di questi il
cavalier s accorse, Che stavan per ferir quivi su V ale, In prova disegnò di
voler porse. Sballa sembianza avean viirtude uguale. É di voi, disse loro,
alcuno forse Che provar voglia chi di noi più vale. A colpi 0 della lancia o
della spada, Finché Pun resti in sella, e l'altro cada? 5 Sarei, disse
Aldigier, teco, o volessi Menar la spada a cerco, o correr Tasta; Ma un altra
impresa che, se qui tu stessi Veder potresti, questa in modo guasta, Ch' a
parlar teco, non che ci traessi A correr giostra, appena tempo basta; Seicento
uomini al varco, o più, attendiamo . Coi qua' d'oggi provarci obbligo abbiamo.
6 Per tor lor duo de' nostri che prigioni Quinci trarran, pietade e amor n'ha
mosso. E seguitò narrando le cagioni Che li fece venir con l'arme indosso. Si
giusta è questa escusa che m' opponi, Disse il guerrìer, che contraddir non
posso; E fo certo giudici o che voi siate Tre cavalier che pochi pari abbiate.
7 Io chiedea un colpo o dui con voi scontrarme, Per veder quanto fosse il valor
vostro; Ma quando all' altrui spese dimostrarme Lo vogliate, mi basta, e più
non giostro. Vi priego ben, che por con le vostr'arme Quest'elmo io possa e
questo scudo nostro; E spero dimostrar, se con voi vegno, Che di tal compagnia
non sono indegno. ) Parmi veder ch'alcun saper desia Il nome di costui, che
quivi giunto A Ruggiero e a' compagni si offeria Compagno d'arme al periglioso
punto. Costei (non più costui detto vi sia) Era Marfisa, che diede l'assunto Al
misero Zerbin della ribalda Vecchia Gabrìna ad ogni mal si calda. 9 I duo di
Chiaramonte e il buon Ruggiero L'accett&r voleutier nella lor schiera, Ch'
esser credeano certo un cavaliere j E non donzella, e non quella eh' eli' era.
Non molto dopo scoperse Aldigiero, E veder fé ai compagni una bandiera Che
facea l'aura tremolare in volta, E molta gente intomo avea raccolta. Stanza 7.
10 E poi che più lor fiir fatti vicini, E che meglio notar l'abito moro.
Conobbero che gli eran Saracini, E videro i prigioni in mezzo a loro Legati, e
tratti su piccol ronzini A'Maganzesi, per cambiarli in oro. Disse Marfisa agli
altri: Ora che resta, Poiché son qui, di cominciar la festa? 11 Ruggier
rispose: Gli invitati ancora Non ci son tutti, e manca una gran parte. Gran
ballo s'apparecchia di fare ora, E perchè sia solenne, usiamo ogn'arte:Ma far
non ponno omai lunga dimora. Cosi dicendo, veggono in disparte Venire i
traditori di Maganza: Si eh' eran presso a cominciar la danza. 12 Gitmgean
dalPuna parte i Maganzesi, E conducean con loro i muli carchi D'oro e di vesti
e d'altri ricchi arnesi; Da l'altra, in mezzo a lance, spade ed archi, Venian
dolenti i duo germani presi, Che si vedeano essere attesi ai varchi; E
Bertolagi, empio inimico loro, Udian parlar col capitano Moro. 15 Di qui naque
un error tra gli assaliti, Che lor causò lor ultima ruina. Da un lato i
Maganzesi esser traditi Credeansi dalla squadra saracina; Dall'altro, i Mori in
tal modo feriti L'altra schiera chiamavano assassina:E tra lor cominciar con
fiera clade A tirare archi, e a menar lance e spade. stanza la 18 Né di fiuovo
il figliuol, né quel d'Amone, Veduto il Maganzese, indugiar puote: La lancia in
resta Tuno e T altro pone, E r uno e V altro il traditor percuote. L'nn gli
passa la pancia e'I primo arcione, E r altro il viso per mezzo le gote. Cosi n'
andasser pur tutti i malvagi, Come a quei colpi n'andò Bertolagi. 14 Marfisa
con Ruggiero a questo segno Si muove e non aspetta altra trombetta; Né prima
rompe l'arrestato legno. Che tre, l'un dopo l'altro in terra gtitta. Dell'asta
di Huggier fu il Pagan degno,Che guidò gli altri, e usci di vita in fretta; E
per quella medesima con lui Uno ed un altro andò nei regni bui. 16 Salta or in
questa squadra ed ora in quelli Ruggiero, e via ne toglie or dieci or venti
Altri tanti per man della donzella Di qua e di là ne son scemati e spentL Tanti
si veggon gir morti di sella . Quanti ne toccan le spade taglienti, A cui dan
gli elmi e le corazze loco, Come nel bosco i secchi legni al fuoco. 17 Se mai
d'aver veduto vi raccorda, 0 rapportato v' ha fama all' orecchie, Come,
allorché '1 collegio ai discorda, E vansi in aria a far guerra le pecchie.
Entri fra lor la rondinella ingorda, E mangi e uccida e guastine parecchie;
Dovete immaginar che similmente Ruggier fosse e Marfisa in quella gente. 18 Non
così Ricciardetto e il suo cugino Fra le due genti varìavan danza, Perché,
lasciando il campo Saracino, Sol tenean l'occhio all'altro di Maganza. lì
fratel di Rinaldo paladino Con molto animo avea molta possanza, E quivi
raddoppiar glie la facea L'odio che centra ai Maganzesi avea. 19 Facea parer
questa medesma causa Un leon fiero il bastardo di Buovo, Che con la spada senza
indugio e pausa Fende ogn'elmo, o lo schiaccia come un ovt.. E qnal persona non
saria stata ausa, Non saria comparita un Ettor nuovo, Marfisa avendo in
compagnia e Ruggiero, Ch' eran la scelta e '1 fior d'ogni guerriero?20 Marfisa
tuttavolta combattendo, Spesso ai compagni gli occhi rivoltava; E di lor forza
paragon vedendo, Con maraviglia tutti li lodava: Ma di Ruggier pur il valor
stupendo E senza pari al mondo le sembrava; E talor si credea che fosse Marte
Sceso dal quinto cielo in quella parte. SI Mirava quelle orrìbili percosse,
Miravale non mai calare in fallo: Parea che contra Balisarda fosse Il ferro
carta, e non doro metallo. Gli elmi tagllaya e le corazze grosse, E gli uomini
fendea fin sul cavallo, E li mandava in parti uguali al prato, Tanto da Pun quanto
da T altro lato. 22 Continuando la medesma botta, XJecidea col signore il
cavallo anche. I capi dalle spalle alzava in frotta, E spesso i busti dipartia
dalP anche. Cinque e più a un colpo ne tagliò talotta; E se non che pur dubito
che manche Credenza al ver, e ha faccia di menzogna. Di più direi; ma di men
dir bisogna. 23 H buon Turpin, che sa che dice il vero, E lascia creder poi
quel ch'all'uom piace,Narra mirabil cose di Ruggiero, Ch'udendolo, il direste
voi mendace. Cosi parea di ghiaccio ogni guerriero Contra Marfisa, ed ella
ardente face: E non men di Ruggier gli occhi a sé trasse, Ch ella di lui l'alto
valor mirasse. 27 Oltre una buona qjuautità d'argento Che in diverse vasella
era formato, Ed alcun muliebre vestimento. Di lavoro bellissimo fregiato, E per
stanze reali un paramento D'oro e di seta in Fiandra lavorato, Ed altre cose
ricche in copia grande; Fiaschi di vin trovar, pane e vivanda. 28 Al trar degli
elmi, tutti vider come Avea lor dato aiuto una donzella. Fu conosciuta
all'auree crespe chiome. Ed alla faccia delicata e beila. L'onoran molto, e
pregano che'l nome Di gloria degno non asconda; ed ella. Che sempre tra gli
amici era cortese, A dar di sé notizia non contese. 29 Non si ponno saziar di
riguardarla; Che tal vista Pavean nella battaglia. Sol mira ella Ruggier, sol
con lui parla; Altri non prezza; altri non par che vagli.! Vengono i servi
intanto ad invitarla Coi compagni a goder la vettovaglia, Ch'apparecchiata
avean sopra una fonte Che difendea dal raggio estivo un monte. 24 E s' ella luì
Marte stimato avea, Stimato egli avria lei forse Bellona, Se per donna così la
conoscea. Come parea il contrario alla persona. E forse emulazion tra lor
nascea Per quella gente misera, non buona. Nella cui carne e sangue e nervi ed
ossa Fan prova chi di lor abbia più possa. 25 Bastò di quattro l'animo e il
valore A far eh' un campo e l'altro andasse rotto. Non restava arme, a chi
fuggia, migliore Che quella che si porta più di sotto. Beato chi il cavallo ha
corridore; Ch'in prezzo non ò quivi ambio né trotto: E chi non ha destrier,
quivi s' avvede Quanto il mestier dell'armi é tristo a piede. 2(5 Biman la
preda e'I campo ai vincitori. Che non é fante o mulattier che restì. Là
Maganzesi, e qua fuggono i Mori; Quei lasciano i prigion, le some questi. Furon,
con lieti visi e più coi cori, Malagigi e Viviano a scioglier presti:Non fur
men diligenti a sciorre i paggi, E por le some in terra e i carriaggi. 30 Era
una delle fonti di Merlino, De le quattro di Francia da lui fatte. D'intorno
cinta di bel marmo fino Lucido e terso, e branco più che latte. Quivi
d'intaglio con lavor divino Avea Merlino immagini ritratte: Direste che
spiravano; e, se prive Non fossero di voce, ch'eran vive. 31 Quivi una bestia
uscir della foresta Parea, di crudel vista, odiosa e brutta, Ch' avea P
orecchie d'asino, e la testa Di lupo e i denti, e per gran fame asciutta:
Branche avea di leon; P altro che resta, Tutto era volpe; e parea scorrer tutta
E Francia e Italia e Spagna ed Inghilterra, L'Europa e l'Asia, e alfin tutta la
terra. 32 Per tutto avea genti ferite e morte. La bassa plebe e i più superbi
capi: Anzi nuocer parea molto più forte A re, a signori, a principi, a satrapi.
Peggip facea nella romana corte, Che v' avea uccisi cardinali e
papi:Contaminato avea la bella sede Di Pietro, e messo scandol nella Fede. 33
Par che dinanzi a questa bestia orrenda Cada ogni muro, ogni ripar che tocca.
Non si vede città che si difenda: Se l'apre incontra ogni castello e rocca. Par
che agli onor divini anco s'estenda, E sia adorata dalla gente sciocca, E che
le chiavi s' arroghi d'avere Del ciel e dell'abisso in suo potere. 34 Poi si
vedea d'imperiale alloro Cinto le chiome un cavalier venire Con tre giovani a
par, che i gigli d'oro Tessuti avean nel lor real vestire; E, con insegna simile,
con loro Parca un leon centra quel mostro uficire. Avean lornomichi sopra la
testa . E chi rei lembo scritto della vesto. Stanza 25. 35 L'un eh' avea fin
air elsa nella pancia La spada immersa alla maligna fera, Francesco primo, avea
scritto, di Francia:Massimiliano d'Austria a par seco era; E Carlo quinto,
imperator, di lancia Avea passata il mostro alla gorgiera; E l'altro che di
strai gli figge il petto. L'ottavo Enrigo d'Inghilterra è detto. 36 Decimo ha
quel leon scritto sul dosso, Ch'ai brutto mostro i denti ha negli orecchi; E
tanto l'ha già travagliato e scosso. Che vi sono arrivati altri parecchi. Parca
del mondo ogni timor rimosso; Ed in emenda degli errori vecchi Nobil gente
accorrea, non però molta. Onde alla belva era la vita tolta. 37 I cavalieri
stavano e Marfisa Con desiderio di conoscer questi, Per le cui maui era la
bestia uccida Che fatti avea tanti luoghi atri e mesti Awengachè la pietra
fosse incisa Dei nomi lor, non eran manifesti. Si pregavan tra lor, che, se
sapesse L'istoria alcuno, agli altri la dicesse. 38 Voltò Viviano a Malagigi
gli occhi, Che stava a udire, e non £Etcea lor motto:A te, disse, narrar
l'istoria tocchi, Ch'esser ne dèi, per quel ch'io vegga, dotto. Chi son costor
che con saette e stocchi E lancie e morte han l'animai condotto? Rispose
Malagigi: Non è istoria Di ch'abbia autor fin qui fatto memoria. 39 Sappiate
che costor che qui scrìtto hanno Nel marmo i nomi, al mondo mai non faro; Ma
fra settecento anni vi saranno, Con grande onor del secolo futuro. Merlino, il
savio incantator britanno, Fé' far la fonte al tempo dei re Arturo; E di cose
eh' al mondo hanno a venire, La fe'da buoni artefici scolpire. 40 Questa bestia
crudele usci del fondo Dello 'nfemo a quel tempo che far fatti Alle campagne i
termini, e fa il pondo Trovato e la misura, e scritti i patti. Ma non andò a
principio in tutto '1 mon lu:Di sé lasciò molti paesi intatti. Al tempo nostro
in molti lochi sturba; Ma i popolari offende e la vii turba. 41 Dal suo
principio infin al secol nostro Sempre è cresciuto, e sempre andrà crescen
l;:Sempre crescendo, al lungo andar fia il mostro 11 maggior che mai fosse e Io
più orrendo. Quel Piton, che per carte e per inchiostro S' ode che fu sì
orribile e stupendo, Alla metà di questo non fu tutto. Né tanto abbominevol né
si brutto. 42 Farà strage crudel, né sarà loco Ohe non guasti, contamini ed
infetti:E quanto mostra la scultura, é poco De' suoi nefandi e abbominosi
effetti. Al mondo, di gridar mercé già roco, Questi, dei quali i nomi abbiamo
letti, Che chiari splenderan più che pircpo, Verranno a dare aiuto al maggior
aopo. 45 E quindi scenderà nel ricco piano Di Lombardia, col fior di Francia
intomo; E si r Elvezio spezzerà, eh' invano Farà mai più pensier d'alzare il
corno. Con grande e della Chiesa, e dellMspano Campo e del fiorentin vergogna e
scorno, Espugnerà il Castel che prima stato Sarà non espugnabile stimato.
""' ' "N ¦ 43 Alla fera crudele il più molesto Non sarà di
Francesco il re de' Franchi:E ben convien che molti ecceda in questo, E nessun
prima e pochi n'abbia a' fianchi; Quando in splendor real, quando nel resto Di
virtù farà molti parer manchi, Che già parver compiuti; come cede Tosto ogn'
altro splendor, che'l sol si vede. 46 Sopra ogn' altr' arme ad espugnarlo,
molto Più gli varrà quella onorata spada, Con la qual prima avrà di vita tolto
Il mostro corruttor d'ogni contrada. Convien eh' innanzi a quella sia rivolto
In fuga ogni stendardo, o a terra vada; Né fossa né ripar né grosse mura Possan
da lei tener città sicura. 44 L'anno primier del fortunato regno. Non ferma
ancor ben la corona in fronte, Passerà l'Alpe, e romperà il diseguo Di chi
all'incontro avrà occupato il monte; Da giusto spinto e generoso sdegno. Che
vendicate ancor non siano l'onte Che dal furor da paschi e mandre uscito
L'esercito di Francia avrà patito. 47 Questo Principe avrà quanta eccellenza
Aver felice imperator mai debbia: L'animo del gran Cesar, la prudenza Di chi
mostrolla a Trasimeno e a Trebbia Con la fortuna d'Alessandro, senza Cui saria
famo ogni disegno, e nebbia. Sarà sì liberal, ch'io lo contemplo Qui non aver
né paragon né esemplo. 48 Cosi diceva Malagigi, e messe Desire a'cavalier
d'aver contezza Del nome d'alcun altro ch'uccidesse L'infemal bestia, uccider
gli altri avvezza. Quivi un Bernardo tra' primi si lesse, Che Merlin molto ne'
suoi scritti apprezza. Pia nota per costui, dicea, Bibiena, Quanto Fiorenza sua
vicina e Siena. stanza 41. 49 Non mette piede innanzi ivi persona A Sismondo, a
Giovanni, a Ludovico:Un Gonzaga, un Salviati, un d'Aragona, Ciascuno al brutto
mostro aspro nimico. V è Francesco Gonzaga, né abbandoni Le sue vestigie il
figlio Federico; Ed ha il cognato e il geaero vicino, Quel di Ferrara, e quel
duca d'Urbino. 51 Duo Ercoli, duo Ippoliti da Este, Un altro Ercole, un altro
Ippolito anco Da Gonzaga, de' Medici, le peste Seguon del mostro, e l'han,
cacciando, stas Né Giuliano al figliuol, né par che reste Ferrante al fratel
dietro; né che manoo Andrea Doria sia pronto; néche lassi Francesco Sforza,
ch'ivi uomo Io passi. 52 Del generoso, illustre e chiaro sangue D'Avalo vi son
dui c'han per insia Lo scoglio, che dal capo ai piedi d'angie Par che l'empio
Tifeo sotto si teerna Non é di questi duo, per fare essngue L'orribil mostro,
chi più innanzi vegna: L'uno Francesco di Pescara invitto, L'altro Alfonso del
Vasto ai piedi ha scritte 53 Ma Consalvo Ferrante ove ho lasciato, L'Ispano
onor, ch'in tanto pregio v'eri. Che fu da Malagigi si lodato, Che pochi il
pareggiar di quella schiera? Guglielmo si vedea di Monferrato Fra quei che
morto avean la bratta fera: Ed eran pochi, verso gl'infiniti Ch'ella v'avea chi
morti e chi feriti. 54 In giuochi onesti e parlamenti lieti, Dopo mangiar,
spesero il caldo giorno. Corcati su finissimi tappeti Tra gli arbuscelli
oad'era il rivo aiomo. Malagigi e Vivian, perché quieti Più fosser gli altri,
tenean l'arme intomo; Quando una donna senza compagnia Vider, che verso lor
ratto venia. 55 Questa era quella Ippalca, a cui fa tolto Frontino, il buon
destrier, da Rodomonte. L'avea il di innanzi ella seguito molto, Pregandolo ora,
ora dicendogli onte; Ma non giovando, avea il cammin rivolto Per ritrovar
Ruggiero in Agrismonte Tra via le fu, non so fifià come, detto Che quivi il
troveria con Ricciardetto. 50 Dell'un di questi il figlio Guidobildo Non vuol
che'l padre o ch'altri aidietro il mtta. Con Ottobon del Eliseo, Sinibaldo
Caccia la fera, e van di pari in fretta. Luigi à% Gazalo il ferro caldo Fatto
nel collo le ha d'una saetta Che con l'arco gli die Febo, quando anco Marte la
spada sua gli messe al fianco. 56 E perché il luogo ben sapea (che v'er Stata
altre volte), se ne venne al dritto Alla fontana; ed in quella maniera Ve lo
trovò, ch'io v'ho di sopra scritto. Ma come buona e cauta messaggiera. Che sa
meglio eseguir che non l'é ditto, Quando vide il fratel di Bradamante, Non
conoscer Rugier fece sembiante 57 A, Ricciardetto tatta rÌTol tosse, Si come
drittamente a lui yenisse:E quelf che la conobbe, se le mosse Incontra, e
dimandò dove ne gisse. Elia, disancora avea le luci rosse Del pianger lungo,
sospirando disse: Ma disse forte, acciò che fosse espresso A Ruggero il suo
dir, che gli era presso. 58 Mi traea dietro, disse, per la briglia. Come
imposto m'avea la tua sorella. Un bel cavallo e buono a meraviglia, Ch'ella
molto ama, e che Frontino appella; E l'avea tratto più di trenta miglia Verso
Marsiglia, ove venir debb'ella Fra pochi giorni, e dove ella mi disse ChMo
l'aspettassi finché vi venisse. 59 Era si baldanzoso il creder mio, Ch'io non
stimava alcun di cor si saldo, Che me l'avesse a tor, dicendogli io, Ch'era della
sorella di Rinaldo. Ha vano il mio disegno ier m' uscio, Che me lo tolse un
Saracin ribaldo; Né per udir di chi Frontino fusse, A volermelo rendere
s'indusse. 60 Tutto ieri e oggi l'ho pregato; e quando Ho visto uscir prieghi e
minacele invano, Maledicendol molto e bestemmiando, L'ho lasciato di qui poco
lontano, Dove il cavallo e sé molto affannando. S'aiuta, quanto può, con l'arme
in mano Contra un guerrier eh' in tal travaglio il mette, Che spero ch'abbia a
far le mie vendette. 61 Ruggiero a quel parlar salito in piedi, Ch'avea potuto
appena il tutto udire, Si volta a Ricciardetto, e per mercede E premio e
guiderdon del ben servire (Prieghi aggiungendo senza fin) gli chiede Che con la
donna solo il lasci gire Tanto, che '1 Saracin gli sia mostrato, Ch'a lei di
mano ha il buon destrier levato. 62 A Ricciardetto, ancorché discortese 11
conceder altrui troppo paresse Di terminar le a sé debite imprese. Al voler di
Ruggier pur si rimesse:E quel licenzia dai compagni prese, E con Ippalca a
ritornar si messe. Lasciando a quei che rimanean stupore. Non maraviglia pur
del suo valore. B Poi che dagli altri allontanato alquanto Ippalca l'ebbe, gli
narrò eh' ad esso Era mandata da colei che tanto Avea nel core il suo valore
impresso:E, senza finger più, seguitò quanto La sua donna al partir le avea
commesso:E che se dianzi avea altrimente detto. Per la presenzia fu di
Ricciardetto. stanza 57. 64 Disse, che chi le avea tolto il destriero, Ancor
detto l'avea con molto orgoglio:Perchè so che '1 cavallo é di Ruggiero, Più volentier
per questo te lo toglio. S'egli di racquistarlo avrà pensiero. Fagli saper (eh'
asconder non gli voglio) Ch' io son quel Rodomonte, il cui valore Mostra per
tutto '1 mondo il suo splendore. 65 Ascoltando, Raggier mostra nel volto Di
quanto sdegno acceso il cor gli sia; Si perchè caro avria Frontino molto, Si
perchè venia il dono onde venia, Sì perchè in suo dispregio gli par tolto. Vede
che hiasmo e disonor gli fia, Se torlo a Rodomonte non s affretta, E sopra lui
non fa degna vendetta. stanza 63. 6() La donna Ruggier guida, e non soggiorna;
Che por lo brama col Pagano a fronte: E giunge ove la strada fa duo corna; Lun
va giù al piano, e l'altro va su al monte:E questo e quel nella vallea ritorna,
Dov'ella avea lasciato Rodomonte. Aspra, ma breve era la via del colle; L'altra
più lunga assai, ma piana e molle. 67 II desiderio che conduce Ippalca, D'aver
Frontino e vendicar V oltraggio, Fa che '1 sentier della montagna calca, Onde
molto più corto era il viaggio. Per r altra intanto il re d'Algier cavalca Col
Tartaro e cogli altri che detto aggelo; E giù nel pian la via più facil tiene,
Né con Ruggier ad incontrar si viene. 68 Già son le lor querele differita
Finché soccorso ad Agramante sia (Questo sapete); ed han d'ogni lor lite La
cagion, Dorallce, in compagnia. Ora il successo dell'istoria udite. Alla
fontana è la lor dritta via, Ove Aldigier, Marfisa, Ricciardetto, Malagigi e
Vivian stanno a diletto. b9 Marfisa a'prieghi de' compagni area Veste da donna
ed ornamenti presi. Di quelli eh' a Lanfusa si credea Mandare il traditor de'
Maganzesi:E benché veder raro si solca Senza V usbergo e gli altri buoni
arnesi, Pur quel dì se li trasse; e come donna, A'prieghi lor lasciò vedersi in
gonna. 70 Tosto che vede il Tartaro Marfisa, Per la credenza e ha di
guadagnarla, In ricompensa e in cambio ugual s'avvisa Di Doralice, a Rodomonte
darla; Si come amor si regga a questa guisa. Che vender la sua donna o
permutarla Possa l'amante, né a ragion s'attrista, Se quando una ne perde, una
n' acquista. 71 Per dunque provvedergli di donzella, Acciò per sé quest' altra
si ritegna, Marfisa che gli par leggiadra e bella, E d'ogni cavalier femmina
degna, Come abbia ad aver questa, come quella Subito cara, a lui donar disegna;
E tutti i cavalier che con lei vede, A giostra seco ed a battaglia chiede. 72
Malagigi e Vivian, che l'arme aveano Come per guardia e sicurtà del resto, Si
mossero dal luogo ove sedeano, L'un come l'altro alla battaglia presto, Perchè
giostrar con amenduo credeano; Ma r African, che non venia per questo, Non ne
fé' segno o movimento alcuno:Si che la giostra restò lor contra uno. 73 Vìnano
è il primo, e con gran cor si muove, E nel venire abbassa an asta grossa; E'I
Re pagan dalle famose prove, DalP altra parte vien con maggior possa. Dirizza V
uno e V altro, e senza dove Crede meglio fermar l'aspra percossa. Viviano
indamo all'elmo il Pagan fere; Che non lo fa piegar, nonché cadere. 74 II Re
pagan, eh' avea più l'asta dura, Fé' 0 scudo a Vivian parer di ghiaccio £ fuor
di sella in mezzo alla verdura. Air erbe e ai fiori il fé' cadere in braccio.
Vien Malagigi, e ponsi in avventura Di vendicare il suo fratello avaccio; Ma
poi d'andargli appresso ebbe tal fretta, Che gli fé' compagnia più che
vendetta. 75 L'altro fratel fu prima del cugino Coli' arme indosso, e sul
destrier salito; E disfidato, centra il Saracino Venne a scontrarlo a tutta
briglia ardito. Risonò il colpo in mezzo all'elmo fino Di quel Pagan sotto la
vista un dito:Volò al ciel l'asta in quattro tronchi rotta; Ma non mosse il
Pagan per quella botta. 76 II Pagan feri lui dal Iato manco; E perchè il colpo
fu con troppa forza. Poco lo scudo e la corazza manco Gli valse, che s' aprir
come una scorza. Passò il ferro crudel l'omero bianco: Piegò Aldighier ferito a
poggia e ad orza; Tra fiori ed erbe alfin si vide avvolto, Rosso su l'arme, e
pallido nel volto. 77 Con molto ardir vien Ricciardetto appresso:E nel venire
arresta si gran lancia, Che mostra ben, come ha mostrato spesso, Che degnamente
è paladin di Francia: Ed al Pagan ne facea segno espresso, Se fosse stato pari
alla bilancia; Ma sozzopra n'andò, perchè il cavallo Gli cadde addosso, e non
già per suo fallo. 78 Poich'auro cavalier non si dimostra. Ch'ai Pagan per
giostrar volti la fronte. Pensa aver guadagnato della giostra La donna, e venne
a lei presso alla fonte, E disse: Damigella, sete nostra. S'altri non è per voi
ch'in sella monte. Noi potete negar, uè fame iscusa; Che di ragion di guerra
cosi s'usa. 79 Marfisa, alzaudo con un viso altiero La faccia, disse: Il tuo
parer molto erra. Io ti concedo che diresti il vero, Ch' io sarei tua per la
ragion di guerra, Quando mio signor fosse o cavaliero Alcun di questi ch'hai
gittato in tena. Io sua non son: né d'altri son, che mia; ' Dunque me tolga a
me chi mi desia. stanza 76. 80 So scudo e lancia adoperare anch'io, E più d'un
cavaliero in terra ho posto. Datemi l'arme, disse, e il destrier mio Agli
scudier che l'ubbidirò tosto. Trasse la gonna, ed in farsetto uscio; E le belle
fattezze e il ben disposto Corpo mostrò, eh' in ciascuna sua parte, Fuorché nel
viso, assimigliava a Marte. 81 Poi che fu armata, la spada si cinse, E sul
destrier montò d'un leggier salto; E qua e là tre volte e più lo spinse, E
quinci e quindi fé' girare in alto; E poi, sfidando il Saracino, strinse La
grossa lancia, e cominciò l'assalto. Tal nel campo troian Pentesilea Contra il
tessalo Achille esser dovea.82 Le lancie ìnfin al calce si fiaccare, A quel
superbo scontro, come vetro; Né però chi le corsero, piegaro, Che si notasse,
un dito solo addietro. Marfisa, che volea conoscer chiaro S'a più stretta
battaglia simil metro Le servirebbe contra il fier Pagano, Se gli rivolse con
la spada in mano. 88 Raniero in questo mezzo avea seguito Indarno Ippalca per
la via del monte; E trovò, giunto al loco, che partito Per altra via se n' era
Rodomonte:E pensando che lungi non era ito, E che 1 sentier tenea dritto alla
fonte, Trottando in fretta dietro gli venia Per Torme cheran fresche in sa
I& via. 83 Bestemmiò il cielo e gli elementi il crudo Pagan, poiché restar
la vide in sella; Ella, che gli pensò romper lo scudo. Non men sdegnosa contra
il ciel favella. Già l'uno e l'altro ha in mano il ferro nudo, E su le fatai
arme si martella: L'arme fatali han parimente intomo, Che mai non bisognar più
di quel giorno. 84 Si buona ò quella piastra e quella maglia, Che spada o
lancia non le taglia o fora: Sì che potea seguir l'aspra battaglia Tutto quel
giorno, e l'altro appresso ancora. Ma Rodomonte in mezzo lor si scaglia, E
riprende il rivai della dimora. Dicendo: Se battaglia pur far vuoi, Finiam'la
cominciata oggi fra noi. 85 Facemmo, come sai, triegua con patto Di dar
soccorso alla milizia nostra. Non dobbiam, prima che sia questo fatto,
Incominciare altra battaglia o giostra. Indi a Marfisa, riverente in atto, Si
volta, e quel messaggio le dimostra; E le racconta come era venuto A chieder
lor per Agramante aiuto. sa La priega poi, che le piaccia non solo Lasciar
quella battaglia o differire, Ma che voglia in aiuto del figliuolo Del re
Troian con essi lor venire; Onde la fama sua con maggior volo Potrà far meglio
infin al ciel salire, Che per querela di poco momento Dando a tanto disegno
impedimento. 87 Marfisa, che fu sempre disiosa Di provar quei di Carlo a spada
e a lancia; Né l'avea indotta a venire altra cosa Di si lontana regione in Francia,
Se non per esser certa se famosa Lor nominanza era per vero o ciancia; Tosto
d'andar con lor partito prese, Che d'Armante il gran bisogno intese. 89 Volse
che Ippalca a Montalban pigliasse La via, ch'una giornata era vicino; Perché
s'alia fontana ritornasse. Si torna troppo dal dritto cammino. E disse a lei,
che già non dubitasse Che non s' avesse a ricovrar Frontino:Ben le farebbe a
Montalbano, o dove Ella si trovi, udir tosto le nuove. 90 E le diede la lettera
che scrisse In Agrismonte, e che si portò in seno; E molte cose a bocca anco le
disse, E la pregò che T escusasse appieno. Nella memoria Ippalca il tutto
fisse; Prese licenzia, e voltò il palafreno; E non cessò la buona messaggiera,
Ch'in Montalban si ritrovò la sera. 91 Seguia Ruggiero in fretta il Saracino
Per l'orme ch'apparian nella via piana; Ma non lo giunse prima che vicino Con
Mandricardo il vide alla fontana.Già promesso s'avean che per cammino L'un non
farebbe all' altro cosa strana, Né fin eh' al campo si fosse soccorso, A cui
Carlo era appresso a porre il morso. 92 Quivi giunto Ruggier, Frontin conobbe,
E conobbe per lui chi addosso gli era; E su la lancia fé' le spalle gobbe, E
sfidò l'African con voce altiera. Rodomonte quel dì fé' più che Giobbe, Poiché
domò la sua superbia fiera, E ricusò la pugna, eh' avea usanza Di sempre egli
cercar con ogni instanza. 93 II primo giorno e l'ultimo, che pugna Mai
ricusasse il Re d'Algier, fa questo; Ma tanto il desiderio che si giugna In
soccorso al suo Re gii pare onesto, Che se credesse aver Ruggier nell'ugna Più
che mai lepre il pardo isnello e presto. Non si vorria fermar tanto con lui,
Che fèsse un colpo della spada o dai. 4 Agglangi che sapea cVera Raggiero, Che
seco, per Frontin facea hittaglia, Tanto famoso, ch'altro cavaliero Non è eh' a
par di lai di gloria saglia; L'nom che hramato ha di saper, per vero
Esperimento, quanto in arme vaglia: Eppur non vuol seco accettar l'impresa;
Tanto l'assedio del suo Re gli pesa. 95 Trecento miglia sarehhe ito e mille, Se
ciò non fosse, a comperar tal lite; Ma se l'avesse oggi sfidato Achille, Più
fatto non avria di quelch'udite:Tanto a quel punto sotto le faville Le fiamme
avea del suo furor sopite. Narra a Ruggier perchè pugna rifiuti:Ed anco il
priega che l'impresa aiuti; 96 Che, facendol, farà quel che far deve Al suo
Signore un cavalier fedele. Sempre che questo assedio poi si leve, Avran hen
tempo da finir querele. Rujer rispose a lui: Mi sarà lieve Differir questa
pugna finchò de le Porze di Carlo si treggia Agramantej Purché mi rendi il mio
Frontino innante. 97 Se di provarti e' hai fatto gran fallo, E fatto hai cosa
indegna ad un uom forte, D'aver tolto a una donna il mio cavallo, • Vuoi eh' io
prolunghi finché siamo 'n corte, Lascia Frontino, e nel mio arhitrio dallo. Non
pensare altrimente, ch'io sopporte Che la battaglia qui tra noi non segua, 0
ch'io ti fEiccia sol d'un' ora triegua. 98 Mentre Ruggiero all'African domanda
0 Frontino, o battaglia allora allora; E quello in lungo e l'uno e l'altro
manda, Né vuol dare il destrier, né far dimora; Mandricardo ne vien da un'
altra banda, E mette in campo un'altra lite ancora. Poiché vede Ruggier che per
insegna Porta l'augel che sopra gli altri regna. 99 Nel campo azzur l'aquila
bianca avea. Che de' Troiani fu l'insegna bella:Perchè Ruggier l'origine traea
Dal fortissimo Ettór, portavaquella.MaquestoMandricardo non sapea, Né vuol
patire, e grande ingiuria appella, Che nello scudo un altro debba porre
L'aquila bianca del famoso Ettorre. 100 Portava Mandricardo similmente L' augel
che rapi in Ida Ganimede. Come l'ebbe quel di, che fu vincente Al Castel
periglioso, per mercede. Credo vi sia con l'altre istorie a mente; E come
quella Fata gli lo diede Con tutte le bell'arme che Vulcano Avea già date al
cavalier troiano. 101 Altra volta a battaglia erano stati Mandricardo e Ruggier
solo per questo:E per che ciso fosser distornati, Io noi dirò; che già v' è
manifesto. Dopo non s'eran mai più raccozzati. Se non quivi ora; e Mandricardo
presto, Visto lo scudo, alzò il superbo grido Minacciando, e a Ruggier disse:
Io ti sfid. 102 Tu la mia insegna, temerario, porti; Né questo è il primo dì
ch'io te l'ho detto. E credi, pazzo, ancor ch'io tei comporti, Per una volta
ch'io t'ebbi rispetto? Ma poiché né minacce né conforti Ti pdn questi follia
levar del petto, Ti mostrerò quanto miglior partito T'era d'avermi subito
ubbidito. 103 Come ben riscaldato arido legno A picciol soffio subito s'
accende; Cosi s'avvampa di Ruggier lo sdegno Al primo motto che di questo
intende. Ti pensi, disse, farmi stare al segno, Perchèquest'altro ancor meco
contende? Ma mostrerotti ch'io son buon per torre Frontino a lui, lo scudo a te
d'Ettorre. 104 Un'altra volta pur per questo venni Teco a battaglia, e non è
gran tempo anco; Ma d'ucciderti allora mi contenni, Perchè tu non avevi spada al
fianco. Questi fatti saran, quelli fur cenni; E mal sarà per te queir augel
bianco, Ch'antiqua insegna è stata di mia gente: Tu te l'usurpi; io'l porto
giustamente. 105 Anzi t'usurpi tu l'insegna mia, Rispose Mandricardo; e trasse
il brando. Quello che poco innanzi per follia Avea gittate alla foresta
Orlando. Il buon Ruggier, che di sua cortesia Non può non sempre ricordarsi,
quando Vide il Pagan eh' avea tratto la spada. Lasciò cader la lancia nella
strada. 106 E tutto a un tempo Balisarda strìnge, La baona spala, e meMo scudo
imbraccia: Ma l'Africano in mezzo il destrìer spinge, E Marfisa con lui presto
si caccia; E r uno questo, e V altro quel respinge, E priegano amendui che non
si faccia. Rodomonte si duol che rotto il patto Due volte ha MandricarJo, che
fu fatto. 107 Prima, credendo d'acquistar Marfisa. Fermato s' era a far più d
una giostra Or, per privar Ruggier d una divisa, Di curar poco il re Agramante
mostra. Se pur, dicea, dèi fare aquestagnisa,Finiamprima tra noi la lite
nostra, Conveniente e più debita assai, Ch'alcuna di quest'altre che prese ha
Stanza 116. 108 Con tal condizìon fu scabilita La triegua e quisto accordo eh'
è fra nui. Come la pugna teco avrò finita, Poi del destrìer risponderò a
costui. Tu del tuo scudo, rimanendo in vita, La lite avrai da terminar con lui;
Ma ti darò da far tanto, mi spero, Che non n'avanzerà troppo a Ruggiero. 109 La
parte che ti pensi, non n'avrai (Rispose Mandricardo a Rodomonte):Io te ne darò
più che non vorrai, E ti farò sudar dal pie alla fronte:E me ne rimarrà per
darne assai (Come non manca mai l'acqua del fonte) Ed a Ruggiero, ed a
mill'altri seco, E a tutto il mondo che la voglia meco. 110 Moltiplica van
l'ire e le parole Quando da questo e quando da quel lato. Con Rodomonte e con
Ruggier la vuole Tutto in un tempo Mandricardo irato. Ruggier, eh' oltraggio
sopportar non suole, Non vuol più accordo, anzi litigio e piato. Marfisa or va
da questo or da quel canto Per riparar, ma non può sola tanto. Ili Come il
villan, se fuor per l'alte sponde Trapela il fiume, e cerca nuova strada,
Frettoloso a vietar ohe non affonde I verdi paschi e la sperata biada, Chiude
una via ed un'altra, e si confonde; Che se ripara quinci che non cada, Quindi
vede lassar gli argini molli, E fuor l'acqua spicciar con più rampolli: 112
Cosi, mentre Ruggiero e Mandricardo E Rodomonte son tutti sozzopra, Ch ognun
vuol dimostrarsi più gagliardo, Ed ai compagni rimaner di sopra; Marfisa ad
acchetarli ave riguardo, E s affatica, e perde il tempo e Topra: Che, come ne
spicca uno e io ritira, Gli altri duo risalir vede con ira. 113 Marfisa, che
volea porgli d'accordo, Dicea: Signori, udite il mio consiglio: Differire ogni
lite è buon ricordo, Fin chAgramante sia fuor di periglio. S' ognun vuole al
suo fatto essere ingordo, AnchMo con Mandricardo mi ripiglio; E voWedere alfin
se guadagnarme. Com'egli ha detto, è buon per forza d'arme. Stanza 121. 114 Ma
se si de' soccorrere Agramante, Soccorrasi, e tra noi non si contenda. Per me
non si starà d'andare innante, Disse Ruggier, purché '1 destrier si renda. O
che mi dia il cavallo (a far di tante Una parola), o che da me il difenda: O
che qui morto ho da restare, o ch'io In campo ho da tornar sul destrier mio.
115 Rispose Rodomonte: Ottener questo Nun fia cosi, come quell'altro, lieve. E
seguitò dicendo: Io ti protesto Che, s' alcun dinno il nostro Re riceve, Fia
per tua colpa; eh' io per me non resto Di fare atempo quel che far si deve.
Ruggiero a quel pretesto poco bada; Ma, stretto dal furor, stringe la spada.
116 Al Re d'AIgier come cinghiai n scaglia E l'urta con lo scudo e con la
spalla; E in modo lo disordina e sbaraglia, Che fa che d'una staffa il pie gli
falla. Mandricardo gli grida: 0 la battaglia Differisci, Ruggfiero, o meco
falla: E crudele e felloa più che mai fosse, Ruggier sull'elmo in questo dir
percosse. 117 Fin sul collo al destrier Ruggier s'inchina, Né, quando vuoisi,
rilevar si puote; Perché gli sopraggiunge la mina Del figlio d'Ulien, che lo
percuote. Se non era di tempra adamantina, Fesso l'elmo gli avria fin tra le
gote. Apre Ruggier le mani per V ambascia; E l'una il fìren, l'altra la spada
lascia. 118 Se lo porta il destrier per la campagna; Dietro gli resta in terra
Balisarda. Marfisa, che quel di fatta compagna Se gli era darme, par ch avvampi
ed arda, Che solo fra queMuo cosi rimagna: E come era magnanima e gagliarda, Si
drizza a Mandricardo, e col potere Chavea maggior, sopra la testa il fere. 119
Rodomonte a Rnggier dietro si spinge: Vinto è Frontin, s' un' altra gli
n'appicca; Ma Ricciardetto con Yivian si stringe, E tra Ruggiero e1 Saracin si
ficca. L'uno urta Rodomonte, e lo respinge, E da Rnggier perforzalo dispicca;
L'altro la spada sua, che fu Viviano, Pone a Rnggier, già risentito, in mano.
120 Tosto che'l buon Rnggiero in so ritoma, E che Vivian la spada gli appresenta,
A vendicar T ingiuria non soggiorna, E verso il Re d'Algier ratto s'avventa;
Come il leon che tolto sn le coma Dal bue sia stato, e che '1 dolor non
senta:Si sdegno ed ira ed impeto l'affretta, Stimola e sferza a far la sua
vendetta. 124 Avea Marfisa a Mandricardo intanto Fatto sudar la fronte, il viso
e il petto; Ed egli avea a lei fatto altrettanto: Ma si l'usbergo d'ambi era
perfetto, Che mai poter &lsarlo in nessun canto. E stati eran sin qui pari
in effetto; Ma in un voltar che fece il sno destriero " Bisogno ebbe
Marfisa di Ruggiero. 125 II destrier di Marfisa in un voltarsi Che fece
stretto, ov' era molle il prato, Sdrucciolò in guisa, che non potè aitarà Di
non tutto cader sul destro lato; E nel volere in fretta rilevarsi, Da Brigliador
fu pel traverso urtato. Con che il Pagan poco cortese venne; Si che cader di
nuovo gli convenne. 126 Rnggier, che la donzella a mal partito Vide giacer, non
differì il soccorso. Or che l'agio n' avea, poiché stordito Da sé lontan qnell'
altro era trascorso. Feri sn l'elmo il Tartaro; e partito Quel colpo gli avria
il capo comeun torso, Se Ruggier Balisarda avesse avuta, 0 Mandricardo in capo
altra barbuta. 121 Ruggier sul capo al Saracin tempesta: E se la spada sua si
ritrovasse. Che, come ho detto, al cominciar di questa Pugna, di man gran
fellonia gli trasse Mi credo eh' a difendere la testa Di Rodomonte l'elmo non
bastasse, L'elmo che fece il Re far dì Babelle, Quando muover pensò guerra alle
stelle. 122 La Discordia, credendo non potere Altro esser quivi che contese e
risse, Né vi dovesse mai più luogo avere 0 pace 0 triegua, alla sorella disse
Ch' omai sicuramente a rivedere 1 monachetti suoi seco venisse Lasciamle
andare, e stiam noi dove in fronte Ruggiero avea ferito Rodomonte. 123 Fu il
colpo di Ruggier di sì gran forza. Che fece in su la groppa di Frontino
Percuoter l'elmo e quella dura scorza Di eh' avea armato il dosso il Saracino,
E lui tre volte e quattro a poggia e ad orza Piegar per gire in terra a capo
chino; E la spada egli ancora avria perduta. Se legata alla man non fosse suta.
127 II Re d'Algier, che si risente in questo, Si volge intomo, e Ricciardetto
vede; E si ricorda che gli fa molesto Dianzi, quando soccorso a Ruggier diede.
A lui si drizza; e saria stato presto A dargli del ben fare aspra mercede, Se
con grande arte e nuovo incanto tosto Non se gli fosse Malagigi opposto. 128
Malagigi, che sa d'ogni malia Quel che ne sappia alcun mago eccellente,
Ancorché '1 libro suo seco non sia, Con che fermare il sole era possente. Pur
la scongiurazione, onde solia Comandare ai demonii, aveva a mente: Tosto in
corpo al ronzino un ne constringe Di Doralice, ed in furor lo spinge. 129 Nel
mansueto ubino, che sul dosso Avea la figlia del re Stordilano, Fece entrar un
degli angel di Minosse Sol con parole il frate di Viviano:E quel che dianzi mai
non s' era mosso, Se non quanto ubbidito avea alla mano, Or d'improvviso spiccò
in aria un salto Che trenta pie fu lungo, e sedid alto. 130 Fu grande il salto,
non però di sorte, Che ne dovesse alcun perder la sella. si vide in alto, gridò
forte (Che si tenne per morta) la donzella. Quel ronzin, come il Diavol se lo
porte, Dopo un gran salto se ne va con quella, pur grida soccorso, in tanta
fretta, Che non T avrebbe giunto una saetta. 181 Dalia battaglia il figlio d'Ulieno
Si levò al primo suon di quella voce; E dove furiava il palafreno, Per la donna
aiutar, n'andò veloce. Mandrìcardo di lei non fece meno:Ma, senza chieder loro
o paci o tregue, E Rodomonte e Doraiice segue. 132 Marfisa intanto silevò di
terra; E tntta ardendo di disdegno e d'ira, Credesi far la sua vendetta, ed
erra; Ruggier, ch'aver tal fin vede la guerra, Rugge come un leon, nonché
sospira. Ben sanno che Frontino e Brìgb'adoro Giunger non ponno coi cavalli
loro. 133 Ruggier non vuol cessar finché decisa Col Re d'Algier non l'abbia del
cavallo:Non vuol quietar il Tartaro Marfisa; Che provato a suo senno ancor non
hallo. la sua querela a questa guisa Parrebbe all'uno e all'altro troppo fallo.
Di comune parer disegno fassi Di chi offesi gli avea seguire i passi. 134 Nel
campo saracin li troveranno. Quando non possa ritrovarli prima; Che per levar
l'assedio iti saranno, Prima che '1 Re di Francia il tutto opprima. drittamente
se ne vanno Già non andò Ruggier co di botto, Che non facesse ai suoi compagni
motto. E se gli prefiferisce in ogni parte Amico, per fortuna e buona e
fella:ludi lo priega (e lo fa con héìV arte) Che saluti in suo nome la sorella;
E questo cosi ben gli venne detto, né a lui die né agli altri alcun sospetto.
136 E da lui, da Vivian, da Malagigi, Dal ferito Aldigier tolse commiato. lui,
debitor sempre in ogni lato. Marfisa avea si il cor d'ire a Parigi, Che '1
salutar gli amici avea scordato; Malagigi andò tanto e Viviano, pur lasalutaron
n cavaliere, i tre giovani e il leone di que sta ottava, 8on quelli stessi
designati a nome nelle due segnenti, cioè Francesco I di Francia, Massimiliano
d'Austria, Carlo V, Arrigo Ylil dlnghilterra, e Leone X papa. " Rimane nn
dabbio (scrive Giaointo Casella) per chè dia a tntti questi il vestimento
tessuto a gigli d'oro; il òhe a prima vista gli farebbe creder tutti della real
casa di Francia. Per Leone X codesta insegna del giglio facilmente, perché
fiorentino e Medici; ma per gli altri tre? Forse qui il giglio d'oro è quello
impresso fiorino, preo a simbolo di liberalità. Il cavaliere coronato d'alloro
credo che sia non Francesco di Fmncia come intendono i più, ma Timperatore
Massimiliano; altrimenti esìì dovrebbe essere uno dei tre giovani, e quando
l'Ariosto scriveva questo, aveva più di cin quant'anni. " St. 35. V.6.
Gorgiera t qui gola. . V.7. Fige, trafigge.St 41. V.5 Qwil Pitont ecc.: nome di
uno smi surato serpente che i mitologi dissero generalo dalla Terra dopo il
diluvio, e ucciso da Apollo. St. 44. V.78. Dal furor, ecc.: allude agli Sviizeri,,
sebbene allora pastori e bifolchi, eransi armati con tro le forze di Francia.
St. 45. V.78. Nella battaglia di Mariemano, che il Trivulzio chiamò battaglia
digiganti.Espugnerà il castello ecc, quello di Milano. St. 47. V.45. Di chi
mostrolla, ecc.: intende di Annibale, che sconfisse i Romani nei luoghi
indicati. Con la fortuna ecc.: parlasi forse della fortuna che ar rideva al re
Francesco nel 1515, quando sali in trono, e l'Autore scrìveva questi versi. St.
48. V.57. Quivi un Bernardo y ecc.: il cardi nale Bernardo Divìzio da Bibbiena,
che scrisse la celebre commedia Calandra. St. 49. V.23. A Siamondo ecc.: tre
cardinali, Si gismondo Oomaga, Giovanni Salviati, Lodovico d'Ara gona. St. 50.
V.1. Quidobaldo H figlio di Francesco Maria. FIASCO scrive latin, l'Ar.) erano
fratellL Dm ""wM nacque quel Gian Luigi che peri nella coBrn% coiei i
Doria. v.58. Luigi Gonzaga, amante delle arai i della poesia. Mori a 33 anni
d'nn arehibiuriaCa. St. 51. V.1. Ercole I ed Ercole II, daehi di FeiraL due
Ippoliti sono il cardinale a cai V Ariosto éùb il poema e l'altro pur cardinale
figlio d' AUbofte " t Lucrezia Borgia. v.23. Ercole Oonzmi., aack' .
L'altro Ippolito ò fratello di Leone X;;r" tesse i letterati, coltivò le
lettere. St. 52. V.34. Lo scoglio, ecc.: risola dIhia I piedi d angue: I poeti
finsero che i eigaati avenss i piedi d'angue, ossia terminassero in ayvolmenti
ar pontini, onde li disseroangttipedi. St. 53. V.14. Lo spagnuolo Consalvo
detto Ofm Capitano. v.5. Guglielmo, marchese di Howaaau, della famiglia dei Paleologhi.
St. 74. V.6 Avaceio, subito. St. 81. V.78. Tal nel campo troianPieniesUeaett.
questa regina delle Amazzoni fu adia<3ice éé'TwtIm contro i Greci, e più
volte combattè con Addile. St. 91. V.8. Appresso a porre il mrso: rUtas i dare
l'estrema sconfitta. St. 93. y. 5. Faville: qui s intende quella tmmt sottile
ohe ricuopre la brace; e raetaforicameate It iv gioni che impedivano Rodomonte
di accettare la tur" desiderata battaglia con Ruggiero. St. 100. V.2.
L'augel, ee.: l'aquila. Ivi. Y. 34. n castello della fata di 5ria; oomb ììh
l'Ariosto al canto XIV, Se. 31. St. 111. V.7. Lassare; qui, per sctofflitrsL
St. 124. y. 5. Falsarlo: qui guastarlo. St. 128. y. 14. Malagigi avea stadiato
magia t Toledo, e la professava. St. 129. y. 3. Un degli angel di Hiinosso:
BBdto volo di quelli che ministrano a Minos, costituito da Gìoh giudice
nell'inferno. Canto XXVII. C Mandri&aplOf Rufrgiero,Rojlomoiité e MarÉlsap
iiissguendo Doralice (giungono sotto Parigi, ft.salgono T esercito cristiaiio.e
resp intono Carlo dentro le mura. Ciò fatto, tonsano alle p rare d finti pare.
11 re africano rittiettfl itelFarbitrio di T>oraUce lo scegliere fra
Slanddianlo e Rodoraoirte; iii.sti d H fintato, onde si parte indi spettito,
con disenfilo di tornarsene in Afrìpa; bi3 al loggia una sera presso un
albergatore sulla Saona. Molti concigli delle donne .sono Mejlio improTYi.so,
eh' a pensarvi, usciti; ('Ile questo è fpeziale e proprio dono Fra tanti e
tanti lor dal ciel largiti: Ma pnò mal quel degli uouiini esser buono; Che maturo
discorso non aiti, Ove non s'abbia a ruminarvi sopra Speso alcun tempo e molto
studio ed opra. Parve, e non fa però buono il consiglio Di Malagigi, ancorché
(come ho detto) Per questo di grandissimo periglio Liberasse il cogin sno
Ricciardetto. levare indi Rodomonte e il figlio Del re Agrican, lo spirto avea
constretto, Non avvertendo che sarebbon tratti Dove i Cristian ne rimarrian
disfatti. Ma se spazio a pensarvi avesse ATOto, Creder si può che dato
similmente Al sno cugino avria debito aiuto, Né fatto danno alla cristiana
gente. Comandare allo spirto avria potuto, Ch alla via di levante o di ponente
Si dilungata avesse la donzella, Che non n udisse Francia più novelia. Stanza
6. Cosi gli amanti suoi Pavrìan seguita, Come a Parigi, anco in ogn altro loco;
Ma fu quest'avvertenza inavvertita DaMalagigi, per pensarvi poco:E la Malignità
dal ciel bandita, Che sempre vorria sangue e strage e fuoco, Prese la via donde
più Carlo afflisse, Poiché nessuna il mastro gli prescrìsse. palafren, eh' avea
il demonio al bs> Portò la spaventata Doralice, Che non potè arrestarla
fiume, e manco Fossa, bosco, palude, erta o pendice, Finché per mezzo il campo
inglese e frtfco, £ r altra moltitudine fautrice Deir insegne di Cristo,
rassegnata Non r ebbe al padre suo re di Granata Bodomonte col figlio dAgricane
La segnitaro il primo giorno un pezzo, Che le yedean le spalle, ma lontane. Di
yista poi perderonla da sezzo, E venner per la traccia, come il cane La lepre o
il caprì'ol trovare avvezzo; Né si fermar, che foro in parte dove Di lei, eh'
era col padre, ebbono nuove. Guardati, Carlo; che ti vien addosso Tanto furor,
eh' io non ti veggo scampo:Né questi pur; ma 1 re Gradasso è mosso Con
Sacripante a danno del tuo campo. Fortuna, per toccarti fin air osso, Ti tolle
a un tempo Tuno e l'altro lampo Di forza e di saper, che vivea teco; E tu
rimase in tenebre sei cieco. W0 stanza 10,Io ti dico d'Orlando e di Rinaldo;
Che l'uno al tutto furioso e folle. Al sereno, alla pioggia, al freddo, al
caldo, Nudo va discorrendo il piano e'I colle:L'altro con senno, non troppo più
saldo, D'appresso al gran bisogno ti si tolle; Che, non trovando Angelica in
Parigi, Si parte, e va cercandone vestigi. Un fudolente vecchio incantatore Gli
fé' (come a principio vi si disse) Creder per un fantastico suo errore, Che con
Orlando Angelica venisse: Onde di gelosia tocco nel core. Della maggior eh'
amante mai sentisse, Venne a Parigi; e come apparve in corte, D'ire in Bretagna
gli toccò per sorte. 10 Or, fatta la battaglia onde portonne Egli l'onor d'aver
chiuso Agramante, Tornò a Parigi, e monister di donne; E case e rocche cercò
tutte quante. Se murata non é tra le colonne, L'avria trovata il curioso
amante. Vedendo alfin ch'ella non v'é né Orlando, Amenduo va con gran disio
cercando. 11 Pensò che dentro Anglante o dentro a Brava Se la godesse Orlando
in festa e in giuoco; E qua e là per ritrovarla andava, Né in quel la ritrovò
né in questo loco. A Parigi di nuovo ritornava, Pensando che tardar dovesse
poco Di capitare il Paladino al varco; Ché'l suo star fuor non era senza
incarco. 12 Un giorno o duo nella città soggiorna Rinaldo; e poich' Orlando non
arriva, Or verso Anglante, or verso Brava torna, Cercando se di lui novella
udiva. Cavalca e quando annotta equandoaggiorna, Alla fresca alba e ali ardente
ora estiva; E fk al lume del sole e della luna Dugento volte questa via, non
ch'una. Stanza 15. 13 Ma l'antiquo avversario, il qual fece Eva All'interdetto
pome alzar la mano A Carlo un giorno i lividi occhi leva, Che'l buon Rinaldo
era da lui lontano; E vedendo la rotta che poteva Darsi in quel punto al popolo
cristiano, Quanta eccellenzia d'arme al mondo fusse Fra tutti i Saracini, ivi
condusse. 14 Al re Gradasso e al buon re Sacripante, Ch'eran fatti compagni
all'uscir fuore Della piena d' error casa d' Atlante, Di venire in soccorso
messe in core Alle genti assediate d'Agramante, E a distruzion di Carlo
imperatore: Ed egli per T incognite contrade FeMor )a scorta, e agevolò le
strade. 15 Et ad un altro suo diede negozio D'affrettar Rodomonte e Mandrìcardo
Per le vestigie donde l'altro sozio A condur Doralice non è tardo. Ne manda
ancor un altro, perchè in ozio Non stia Marfisa né Ruggier gagUardo: Ma chi
guidò l'ultima coppia, tenne La briglia più; nò quando gli altri, venne. 16 La
coppia di Marfisa e di Roggiero Di mezza ora più tarda si condusse; Però
ch'astutamente l'angel nero. Volendo agli Cristian dar delle busse, Provvide
che la lite del destriero Per impedire il suo desir non fusse; Che rinnovata si
saria, se giunto Fosse Ruggiero e Rodomonte a on ponto. 17 I quattro primi si
trovaro insieme Onde potean veder gli alloggiamenti Dell'esercito oppresso e di
chi'l preme, E le bandiere in che feriano i venti:Si consigliare alquanto; e
fur l'estreme Conclusì'on dei lor ragionamenti, Di dare aiuto, mal grado di
Carlo . Al re Agramante, e dall'assedio trarlo. 18 Stringcnsi insieme, e
prendono la via Per mezzo ove s'alloggiano i Cristiani, Gridando, Africa e
Spagna tuttavia; E si scoprirò in tutto esser Pagani. Pel campo, arme, arme
risonar s'udia; Ma menar si sentir prima le mani:E della retroguardia una gran
frotta, Non ch'assalita sia, ma fugge in rotta. 19 L'esercito Cristian, mosso a
tumulto, Sozzopra va senza sapere il h.tu>. Estima alcun che sia un usato
insulto Che Svizzeri o Guasconi abbino fatto. Ma perch'alia più parte è il caso
occulto, S'aduna insieme ogni nazion di fatto. Altri a suon di tamburo, altri
di tromba:Grande è '1 rumore, e fin al ciel rimbomba 20 II magno Imperator,
fuorché la testa, É tutto armato, e i Paladini ha presso; E domandando vien che
cosa è questa, Che le squadre in disordine gli ha messo; E minacciando, or
questi or quelli arresta; E vede a molti il viso o il petto fesso, \i\ altri
insanguinare o il capo o il gozzo. Alcuu toruar cou mano o braccio mozzo. 1
Giunge più iunauzi, e ne ritrova molti Giacere in terra, anzi in vermiglio lago
Nel proprio sangue orribilmente involti, Né giovar lor pnò medico né mago; E
vede dagli busti i capi sciolti, E braccia e gambe con crudele imago; E
ritrova, dai primi alloggiamenti Agli ultimi, per tutto uomini spenti. 2 Dove
passato era il piccol drappello, Di chiara fama eternamente degno, Per lunga
riga era rimaso quello Al mondo sempre memorabil segno. Carlo mirando va il
crudel macello, Maraviglioso, e pien d'ira e di sdegno:Come alcuno in cui danno
il fùlgur venne, Cerca per casa ogni sentier che tenne. 23 Non era agli ripari
anco arrivato Del re african questo primiero aiuto, Che con Marfisa fu da un
altro lato L animoso Ruggier sopravvenuto. Poi ch'una volta o due l'occhio
aggirato Ebbe la degna coppia, e ben veduto Qual via più breve per soccorrer
fosse L'assediato signor, ratto si mosse. 24 Come quando si dà fuoco alla mina,
Pel lungo solco della negra polve Licenziosa fiamma arde e cammina Si,
ch'occhio addietro a pena se le voi ve; E qual si sente poi l'alta ruìna Che'l
duro sasso a%ì grosso muro solve Cosi Ruggiero è lléirfisa veniro, E tai nella
battaglia si sentirò. .S.i stanza 1& i6 Per lungo e per traverso a fender
teste Tncominciaro, e tagliar braccia e spalle Delle turbe che mal erano preste
Ad 'espedire e sgombrar loro il calle. Chi ha notato il passar delle tempeste,
Ch'una parte d'un monte o d'una valle Offerde, e l'altra lascia; s'appresenti
La via di questi duo fra quelle genti. 26 Molti che dal furor di Rodomonte E di
quegli altri primi eran fuggiti. Dio ringraziavan, ch'avea lor si pronte Gambe
concesse, e piedi si espediti; E poi dando del petto e della fronte In Marfisa
e in Ruggier, vedean, scherniti, Come l'uom né per star né per fuggire, Al suo
fisso destin può contraddire. 27 Chi fugge l'un pericolo, rimane Nell'altro, e
paga il fio d'ossa e di polpe. Così cader coi figli in bocca al cane Suol,
sperando fuggir, timida volpe, Poiché la caccia dell'antique tane Il suo vicin
che le dà mille colpe, E cautamente con fumo e con fuoco Turbata l'ha da non
temuto loco. 28 Negli ripari entrò de' Saracini Marfisa con Ruggiero a
salvamento. Quivi tutti con gli occhi al ciel supini Dio ringraziar del buono
avvenimento. Or non v' è più timor de' Paladini; Il più tristo pagan ne sfida
cento; Ed é concluso che senza riposo Si tomi a far il campo sanguinoso. 29
Corni, bussoni, timpani moreschi Empiéno il ciel di formidabil suoni:Nell'aria
tremolare ai Tenti freschi Si veggon le bandiere e i gonfaloni. Dall'altra
parte i capitan Carleschi Stringon con Alamanni e con Britoni Quei di Francia,
d'Italia e d Inghilterra; E si mesce aspra e sanguinosa guerra. 30 La forza del
terrìbil Rodomonte, Quella di Mandricardo furibondo. Quella del buon Ruggier,
di virtù fonte. Del re Gradasso si famoso al mondo, E di Marfisa T intrepida
fronte. Col re Circasso a nessun mai secondo, Feron chiamar San Gianni e San
Dionigi Al re di Francia, e ritrovar ParìgL stanza 22. 31 Di questi cavalieri e
di Marfisa 'L'ardire invitto e la mirabil possa Non fu f signor, di sorte, non
fu in guisa Ch'immaginar non che descriver possa. Quindi si può stimar che
gente uccisa Fosse quel giorno, e che crudel percossa Avesse Carlo. Arroge poi
con loro Con Ferraù più dun famoso Moro. 2 Molti per fìretta s'aifogaro in
Senna (Che '1 ponte non pò tea supplire a tanti), E desVàr, come Icaro . la
penna, Perchè la morte avean dietro e davanti. Eccetto Uggieri e il marchese di
Vienna, I Paladin fur presi tutti quanti Olivier ritornò ferito sotto La spalla
destra, Uggier col capo rotto. 33 E se, comeRinaldo e come Orlando, Lasciato
Brandimarte avesse il giuoco, Carlo n' andava di Parigi in bando, Se potea vivo
uscir di si gran fuoco. Ciò che potè, fé' Brandimarte; e quando Non potè più,
diede alla furia loco. Cosi Fortuna ad Agramante arrise, Ch' un' altra volta a
Carlo assedio mise. 34 Di vedovelle i gridi e le querele, E d'orfani fanciulli,
e di vecchi orbi, Nell'eterno seren, dove Michele Sedt a, salir fuor di questi
aer torbi; E gli fecion veder come il fedele Popol preda deMupi era e de'corbi,
Di Francia, d'Inghilterra e di Lamagna, Che tutta avea coperta la campagna. 35
Nel viso s' arrossi V Angel beato, Parendogli che mal fosse ubbidito Al
Creatore, e si chiamò ingann&to Dalla Discordia perfida, e tradito.
D'accender liti tra i Pagani dato Le avea l'assunto, e mal era eseguito; Anzi
tutto il contrario al suo disegno Parea aver fatto, a chi guardava al segno. 36
Come servo fedel, che più d'amore Che di memoria abbondi, e che s'aweggia Aver
messo in oblio cosa eh' a core Quanto la vita e l'anima aver deggia; Studia con
fretta d'emendar l'errore. Né vuol che prima il suo signor lo veggia: Così r
Angelo a Dio salir non volse, Se dell'obbligo prima non si sciolse. stanza 25.
37 Al monister, dove altre volte avea LaDiscordia veduta, drizzò l'ali. Trovolla
ch'in capitolo sedea A nuova elezì'on degli ufficiali; E di veder diietto si
prendea. Volar pel capo a' frati i breviali. Le man le pose l'Angelo nel crine,
E pugni e calci le die senza fine. 38 Indi le roppe un manico di croce Per la
testa, pel dosso e per le braccia. Mercè grida la misera a gran voce, E le
ginocchia al divin nunzio abbraccia. Michel non l'abbandona, che veloce Nel
campo del re d' Africa la caccia; E poi le dice: Aspettati aver peggio, Se fuor
di questo campo più ti veggio. 39 Comechè la Discordia avesse rotto Tutto il
dosso e le braccia, pur temendo Un'altra volta ritrovarsi sotto A quei gran
colpi, a quel furor tremendo, Corre a pigliare i mantici di botto, Ed agli
accesi fuochi esca aggiungendo, Ed accendendone altri, fa salire Da molti cori
un alto incendio d'ire. 40 E Rodomonte e Mandricardo e insieme Ruggier n'
infiamma sì, che innanzi al Moro Li fa tutti venire, or che non preme Carlo i
Pagani, anzi il vantaggio è loro. Le differenzie narrano, ed il seme Fanno
saper, da cui produtte foro:Poi del re si rimettono al parere, Chi di lor prima
il campo debba aMarfisa del suo caso anco favella, E dice che la pugna yaol
finire, Che cominciò col Tartaro; perchella Provocata da lui vi fn a venire:Né
per dar loco air altre, volea quella Un' ora, non che un giorno, differire; Ma
d'esser prima U l'instanzia grande, Ch'alia battaglia il Tartaro domande. 42
Non men vuol Rodomonte il ]irìmo crnspc Da terminar col suo rivai l'impresa
Che, per soccorrer l'africano campo, Ha già interrotta e fin a qui sospesa.
Mette Ruggier le sue jKirole a campo. E dice che patir troppo gli pesa, Che
Rodomonte il suo destrier gli tena, E eh' a pugna con luì prima non vengm.
stanza 32. 43 Per più intricarla il Tartaro vien anche, E niega che Ruggiero ad
alcun patto Debba l'aquila aver dall'ale bianche; E d'ira e di furore è cosi
matto, Che vuol, quando dagli altri tre non manche, Combatter tutte le querele
a un tratto. Né più dagli altri ancor saria mancato, Se '1 consenso del re vi
fosse stato. 45 Fé quattro brevi porre: un Mandricardo E Rodomonte insieme
scritto avea, Nell'altro era Ruggiero e Mandricardo; Rodomonte e Ruggier
l'altro dicea; Dicea l'altro Marfisa e Mandricardo. Indi all' arbitrio dell'
instabii Dea Li fece trarre; e '1 primo fu il signore Di Sarza a uscir con
Mandricardo faore. 44 Con prieghi il re Agramant e buon ricordi Fa quanto può,
perchè la pace segua: E quando alfin tutti li vede sordi Non volere assentire a
pace o a triegua, Va discorrendo come almen gli accordi Si, che l'un dopo
l'altro il campo assegna; E pel miglior partito alfin gli occorre, Ch'ognuno a
sorte il campo s'abbia a tórre. 46 Mandricardo e Ruifgier fu nel secondo; Nel
terzo fu Ruggiero e Rodomonte: Restò Marfisa e Mandricardo in fondo; Di che la
donna ebbe turbata fronte Né Ruggier più di lei parve giocondo: Sa che le forze
dei duo primi pronte Han tra lor da finir le liti in guisa, Che non ne fia per
sé, né per Marfisa. 47 Giacea non longi da Parigi un loco, Che volgea nn miglio
o poco meno intorno: Lo cingea tatto un argine non poco Sublime . a guisa d un
teatro adorno. Un Castel già vi fu j ma a ferro e a fuoco Le mura e i tetti ed
a ruina andomo. Un simil può vederne in su la strada, Qual volta a Borgo il
Parmigiano vada. 50 Sedeva in tribunale ampio e sublime Il re d Africa, e seco
era V Ispano; Poi Stordilano, e T altre genti prime Che riveria l'esercito
pagano. Beato a chi pdn dare argini e cime D'arbori stanza che gli alzi dal
piano! Grande è la calca, e grande in ogni lato Popolo ondeggia intomo al gran
steccato. 51 Eran con la regina di Casdglia Regine e principesse e nobil donne
D'Aragon, di Granata e di Siviglia, E fin di presso all' atlantee colonne:Tra
qua! di Stordi lan sedea la figlia, Che di duo drappi avea le ricche gonne;
L'un d'un rosso mal tinto, e l'altro verde; Ma'! primo quasi imbianca, e il
color perde. 48 In questo loco fu la lizza fatta, Di brevi legni d' ogn'
intorno chiusa, Per giusto spazio quadra, al bisogno atta, Con due capaci
porte, come s'usa. Giunto il di ch'ai re par che si combatta Tra i cavalier che
non ricercan scusa, Furo appresso alle sbarre in ambi i lati Con tra i
rastrelli i padiglion tirati. 49 Nel padiglion eh' è più verso ponente Sta il
re d'Algier, e' ha membra di gigante Gli pon lo scoglio indosso del serpente
L'ardito Ferraù con Sacripante. re Gradasso e Falsiron possente Sono in
quell'altro al lato di levante, E metton di sua man l'arme troiane Indosso al
successor del re Agricaiie. stanza l 2 In abito succinta era Marfisa, Qual si
convenne a donna ed a guerriera. Termodonte forse a quella guisa Vide Ippolita
ornarsi e la sua schiera Già, con la cotta d'arme alla divisa Del re Agramante,
in campo venut'era L'araldo a far divieto e metter leggi, Che né in fatto né in
detto alcun parteggi. 53 La spessa torba aspetta disiando La pugna, e spesso
incolpa il yenir tardo Dei duo famosi cavalieri; qnando Sode dal padiglion di
Mandricardo Alto rumor, che vien moltiplicando. Or sappiate, signor, che '1 re
gagliardo Di Serlcana e U Tartaro possente Fanno il tnmnlto e '1 grido che si
sente. Stanza 50. 54 Avendo armato il re di Sericana Di sua man tutto il re di
Tartaria, Per porgli al fianco la spada soprana, Che già d Orlando fa, se ne
venia; Qnando nel pome scritto, Durindana Vide, e U quartier eh' Almonte aver
solia, Oh' a quel meschin fu tolto ad una fonte Dal giovenetto Orlando in
Aspramonte. 66 Vedendola, fa certo ch'era quella Tanto famosa del signor
d'Auglante, Per cui con grande armata, e la più bella Che giammai si partisse
di Levante, Soggiogato avea il regno di Castella, £ Francia vinta esso pochi
anni innante:Ma non può immaginarsi come avvenga Ch'or Mandricardo in suo poter
la tenga. 66 E domandogli se per forza o patto. L'avesse tolta al Conte, e dove
e qnaoda E Mandricardo disse eh' avea fatt Gran battaglia per essa con Orlando;
E come finto quel s'era poi matto, Così coprire il suo timor sperando, Ch' era
d'aver continua guerra meco, Finché la buona spada avesse seco. 57 E dicea
ch'imitato avea il Castore, Il qual si strappa i genitali sni, Vedendosi alle
spalle il cacciatore, Che sa che non ricerca altro da lui Gradasso non udì
tutto il tenore, Che disse: Non vo' darla a te né altmL Tant' oro . tanto
affanno e tanta gente Ci ho speso, che è ben mia debitamente. 58 Cercati pur
fornir d' un'altra spada: Ch' io voglio questa, e non ti paia noom Pazzo 0
saggio eh' Orlando se ne Tadi, Averla intendo, ovunque io la rìtroYO. Tu senza
testimoni in su la strada Te r usurpasti: io qui lite ne maoro. La mia radon
dirà mia scimitarra; E faremo il giudicio nella sbarra. 59 Prima, di
guadagnarla t'apparecchia, Che tu Tadopri contra Rodomonte. Di comprar prima
l'arme è nsania vecda Ch'alia battaglia il cavalier s'affrontc. Piò dolce suon
non mi viene all'orecchiai Rispose alzando il Tartaro la fronte, Che quando di
battaglia alcun mi tenta; Ma fa che Rodomonte lo consenta. 60 Fa che sia tua la
prima, e che ffl tolgi Il re di Sarza la tenzon seconda: E non ti dubitar ch'io
non mi volga, E eh' a te et ad ogni altro io non rispouà Ruggiet gridò: Non vo'
che si disciolgi Il patto, 0 più la sorte si confonda: 0 Rodomonte in campo
prima saglia, 0 sia la sua dopo la mia battaglia. 61 Se di Gradasso la ragion
prevale, Prima acquistar che porre in opra l'tfinc: Nò tu r aquila mia dalle
bianche ale Prima usar dèi, che nonme ne disanne: Ma poich'é stato il mio voler
già tale, Di mia sentenza non voglio appellanne, Che sia seconda la battaglia
mia, Quando del re d'Algier la prima sii. Se turberete voi V ordine in parte,
"o totalmente tnrberoUo ancora. !o non intendo il mio scudo lasciarte, Se
contra a me non lo combatti or ora. 5e l'uno e l'altro di voi fosse Marte,
Elispose Madricardo irato allora, on saria l'un né l'altro atto a vietarme La
buona spada, o quelle nobili arme. E, tratto dalla collera, ayyentosse Col
pugno chiuso al re di Sericana; £ la man destra in modo gli percosse, Ch'
abbandonar gli fece Durindana. Gradasso, non credendo ch'egli fosse Di così
folle audacia e cosi insana, Colto improvviso fu, che stava a bada, E tolta si
trovò la buona spada. 64 Cosi scornato, di vergogna e d'ira Nel viso avvampa, e
par che getti fuoco; E più r affligge il caso e lo martira, Poiché gli accade
in si palese loco. Bramoso di vendetta si ritira, A trar la scimitarra,
addietro un poco. Mandricardo in sé tanto si confida, Che Ruggiero anco alla
battaglia sfida. 66 Venite pur innanzi amenduo insieme, E vengane pel terzo
Rodomonte, Africa e Spagna e tutto. l'uman seme; Ch'io son per sempre mai
volger la fronte. Cosi dicendo, quel che nulla teme. Mena d'intorno la spada d'
Almonte; Lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero, Contra Gradasso e contra il
buon Ruggiero. . si;Stanza 67. )6 Lascia la cura a me, dicea Gradasso, Ch'io
guarisca costui della pazzia. Per Dio, dicea Ruggier, non te la lasso; Ch'esser
convien questa battaglia mia. Va indietro tu; vavvi pur tu: né passo Però tornando,
gridan tuttavia; Ed attaccossi la battaglia in terzo. Ed era per uscirne un
strano scherzo, 67 Se molti non si fossero interposti A quel furor, non con
troppo consiglio; Ch'a spese lor quasi imparar che costf Voler altri Si>lvar
con suo periglio. Né tutto '1 mondo mai gli avria composti, Se non venia col re
d'Ispagna il figlio Del famoso Troiano, al cui conspetto Tutti ebbon riverenzia
e gran rispetto. 68 Si fé' Agramante la cagion esporre Di questa nuova lite
cosi ardente: Poi molto aifaticossi, per disporre Che per quella giornata
solamente A Mandricardo la spada d'Ettorre Concedesse Gradasso umanamente,
Tanto ch'avesse fin l'aspra contesa Ch'avea già incontra a Rodomonte presa. 69
Mentre studia placarli il re Agramante, Ed or con questo ed or con quel
ragiona; Dall' altro padiglion tra Sacripante E Rodomonte un'altra lite suona.
Il re Circasso, come é detto innante. Stava di Rodomonte alla persona; Ed egli
e Ferraù gli aveano indotte L'arme del suo progenitor Nembrotte. 70 Ed eran poi
venuti ove il destriero Facea, mordendo, il ricco fren spumoso: Io dico il buon
Frontin, per cui Rugfgiero Stava iracondo e più che mai sdegnoso. Sacripante
cli a por tal cavaliero In campo avea, mirava curioso, Se ben ferrato e ben
guernito e in punto Era il destrier, come doveasi a punto. 71 E venendo a
guardargli più a minuto 1 segui, le fattezze isnelle ed atte. Ebbe, fuor d'ogni
dubbio, conosciuto Che questo era il destrìer suo Frontalaue. Che tanto caro
già s' avea tenuto, Per cui già avea mille querele fatte; E poi che gli fu
tolto, un tempo volse Sempre ire a piedi: in modo glie ne dolte. Stanza 78. 72
Innanzi Albracca gli V avea Brunello Tolto di sotto quel medesmo giorno Chad
Angelica ancor tolse l'anello, Al conte Orìando Balisarda e '1 corno, E la
spada a Marfisa; ed avea quello. Dopo che fece in Africa ritomo, Con Balisarda
insieme a Ruggier dato. Il qual l'avea Frontin poi nominato. 73 Quando conobbe
non si apporre in fallo, Disse il Circasso al re d'Algier rivolto: Sappi,
signor, che questo è mio cavallo, Ch'ad Albracca di furto mi fu tolto. Bene
avrei testimoni da provallo; Ma perchè sou da noi lontani molto, S' alcun lo
niega, io gli vo' sostenere Con Tarme in man le mie parole vere. 74 Ben son
contento per la compaguia In questi pochi di stata fra noi, Che prestato il
cavallo oggi ti sia; Ch'io veggo ben che senza far non pnoi; Però con patto, se
per cosa mia E prestata da me conoscer vuoi:Altrimente d'averlo non far stima,
0 se non lo combatti meco prima. 75 Rodomonte, del quale un più orgoglioso Non
ebbe mai tutto il mestier dell'arme; Al quale in esser forte e coraggioso
Alcuno antico d'uguagliar non parroe; Rispose: Sacripante, ogni altro ch'oso,
Fuorché tu, fosse in tal modo a parlarme, Con suo mal si saria tosto avveduto
Che meglio era per lui di nascer muto. Ma per la compagnia che, come hai detto,
Novellamente insieme abbiamo presa, Ti son contento aver tanto rispetto, Ch'io
t ammonisca a tardar quest'impresa, Finché della battaglia veggi effetto. Che
fra il Tartaro e me tosto fia accesa; Dove porti un esempio innanzi spero,
Ch'avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero. 2 Rodomonte che '1 re suo signor
mira, Frena P orgoglio, e torna indietro il passo; Né con minor rispetto si
ritira. Al venir d'Agramaute, il re Circasso. Qael domanda la cansa di tantMra
Con real viso, e parlar grave e basso; E cerca, p<"i che n'ha compreso
il tutto, Porli d'accordo; e non vi fa alcun frutto. ' Oli é teco cortesia
Tesser villano. Disse il Circasso pien d'ira e di sdegno; Ma più chiaro ti dico
ora e più piano, Che tu non faccia in quel destrier disegno: Che te lo difendo
io, tanto ch'in mano Questa vindice mia spada sostegno; E metterowi iasino
l'ugna e il dente, Se non potrò difenderlo altrimente. ì Venner dalle parole
alle contese, Ai gridi, alle minacce, alla battaglia, Che per molt'ira in più
fretta s'accese. Che s'accendesse mai per fuoco paglia. Rodomonte ha l'usbergo
ed ogni arnese; Sacripante non ha piastra né maglia; Ma par (si ben con lo
schermir s'adopra) Che tutto con la spada si ricopra. 9 Non era la possanza e
la fierezza Di Rodomonte, ancorch' era infinita, Più che la Provvidenza e la
destrezza Con che sue forze Sacripante aita. Non voltò ruota mai con più
prestezza Il macigno sovran che'l grano trita. Che faccia Sacripante or mano or
piede Di qua di là, dove il bisogno vede. 0 Ma Ferraù, ma Serpentino arditi
Trasson le spade, e si cacciar tra loro. Dal re Grandonio, da Isolier seguiti,
Da molt altri signor del popol moro. Questi erano i romori, i quali uditi
Nell'altro padiglion fur da costoro, Quivi per accordar venuti in vano Col
Tartaro Ruggiero e '1 Sericano. Venne chi la novella al re Agramante Riportò
certa, come pel destriero Avea con Rodomonte Sacripante Incominciato un aspro
assalto e fiero. 11 re, confuso di discordie tante, Disse a Marsilio: Abbi tu
qui pensiero Che fra questi guerrier non segua peg:gio, Mentre all'altro
disordine io provveggio. stanza 89. 83 II re Circasso il suo destrier non vuole
Ch'ai re d'Algier più lungamente resti, Se non s'umilia tanto di parole, Che lo
venga a pregar che glie lo presti. Rodomonte, superbo come suole, Gli risponde:
Né '1 ciel né tu faresti Che cosa che per forza aver potessi, Da altri, che da
me, mai conoscessi. 84 II re chiede al Circasso, che ragione Ha nel cavallo, e
come gli fu tolto:E quel di parte in parte il tutto espone, Ed esponendo s'
arrossisce in volto, Quando gli narra che'l sottil ladrone. Ch'in un alto
pensier l'aveva cólto. La sella su quattro aste gli suffolse, E di sotto il
destrier nudo gli tolse. 85 Marfisa che tra gli altri al grido venne, Tosto che
1 furto del cavallo udì, In viso si turbò; che le sovvenne Che perde la sna
spada ella quel di: E qnel destrier che parve aver le penne, Da lei fuggendo,
riconobbe qui; Riconobbe anco il buon re Sacripante, Che non avea riconosciuto
innante. 86 Gli altri ch'erano intorno e che vantarsi Brunel di questo aveano
udito spesso, Verso lui cominciaro a rivoltarsi, E f.ir palesi cenni eh' era
desso; Marfisa, sospettando, ad informarsi Da questo e da quell'altro eh' avea
appresso, Tanto che venne a ritrovar che quello Che le tolse la spada, era
Brunello: 89 Gli diede a prima giunta ella di pigib In mezzo il petto, e da
terra lerollo Come levar suol col falcato artiglìo Talvolta la rapace aqnila il
pollo; E li dove la lite innanzi al figlio Era del re Troiano, così portollo.
Brunel, che giunto in male man si xeée, Pianger non cessa e domandar mercede.
90 Sopra tutti i rumor, strepiti e di. Di che'l campo era pien quasi
ngualraecte. Brunel, eh' ora pietade, ora sndi Domandando venia, così si sente,
Ch'ai suono di rammarichi e di strìdi Si fa d'intorno accor tutta la gente.
Giunta innanzi al re d'Africa Marfisa . Con viso altier gli dice in questa
guisa: stanza 94. 91 Io voglio questo ladro tuo vassallo Con le mie niani
impender per la gola, Perchè il giorno medesmo che'l cavallo A costui tolle, a
me la spada invola. Ma s'egli è alcun che voglia dir ch'io Mi: Facciasi innanzi
e dica una parola; Ch'in tua presenzia gli vo sostenere Che se ne mente, e
ch'io fo il mio dovere. 92 Ma perchè si potria forse impntarme C ho atteso a
farlo in mezzo a tante liti, Mentre che questi, più famosi in arme, D'altre
querele son tutti impediti; Tre giorni ad impiccarlo io vo' indngiarme. Intanto
o vieni o manda chi l'aiti; Che dopo, se non fia chi me lo vieti, Farò di lui
mille uccellacci lieti. 87 E seppe che pel furto, ond'era degno Che gli
annodasse il collo un capestro unto, Dal re Agraraaute al Tingitano regno Fu,
con esempio inusitato, assunto. Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno,
Disegnò vendicarsene a quel punto, E punir schemi e scorni che per strada Fatti
Tavea sopra la tolta spada. 88 Dal suo scudier l'elmo allacciar si fece; Che
del resto dell'arme era guemita. Senza usbergo io non trovo che mai dìece Volte
fosse veduta alla sua vita; La sua persona, oltre ogni fede ardita. Con l'elmo
in capo andò dove fra i primi Brunel sedea negli argini sublimi. 93 Di qui
presso a tre leghe a qnella torre siede innanzi ad un piccol boschetto, Senza
più compagnia mi vado a porre. Che d'una mia donzella e d'un valletto. S'
alcuno ardisce di venirmi a tórre Questo ladron, là venga, eh' io l'aspetto.
Cosi diss' ella, e dove disse prese Tosto la via, né più risposta attese. 94
Sul collo innanzi del destrier si pone Brunel, che tuttavia tien perlechiome.
Piange il misero e grida, e le persone In che sperar solìa, chiama per nome.
Resta Agramante in tal confusione Di questi intrichi, che non vede come Poterli
sciorre; e gli par via più greve Che Marfisa Brunel cosi gli leve. Non che
l'apprezzi o che gli porti amore, A.nzi più giorni son che l'odia molto; E
spesso ha d'impiccarlo avuto in core, Dopo che gli era stato l'anel tolto. Ma
questo atto gli par contra il suo onore; Si che n'avvampa di vergogna in volto.
Vuole in persona egli seguirla in fretta, E a tutto suo poter farne vendetta.
Ma il re Sohrino, il quale era presente, Da questa impresa molto il dissuade,
Dicendogli che mal conveniente Era all'altezza di Sua Maestade, Sebben avesse
d'esserne vincente Ferma speranza e certa s.curtade: Più ch'onor, gli fia
hiasmo, che si dica Ch' abbia vinto una femmina a fatica. 7 Poco l'onore, e
molto era il periglio D' ogni hattaglia che con lei pigliasse; E che gli dava
per miglior consiglio, Che Brunello alle forche aver lasciasse; E se credesse
ch'uno alzar di ciglio A torlo del capestro gli bastasse, Non dovea alzarlo per
non contraddire Che s' abbia la giastizia ad eseguire. 8 Potrai mandare un che
Marfisa prieghi, Dicea, ch'in questo giudice ti faccia Con promission
ch'ailadroncel si leghi Il laccio al collo, e a lei si soddisfaccia: E quando anco
ostinata te lo nieghi, Se l'abbia, e il suo desir tutto compiaccia: Porche da
tua amicizia non si spicchi, Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. )9 II
re Agramante volentier s'attenne Al parer di Sobrin discreto e saggio; E
Marfisa lasciò, che non le venne. Né pati ch'altri andasse a farle oltraggio:
Né di farla pregare anco sostenne; E tollerò. Dio sa con che coraggio, Per
poter acchetar liti maggiori, E del suo campo tor tanti romori. 100 Di ciò si
ride la Discordia pazza, Che pace o triegua omai più teme poco. Scorre di qua
di là tutta la piazza. Né può trovar per allegrezza loco. La Superbia con lei
salta e gavazza, E legne ed esca va aggiungendo al fuoco; E grida sì, che fin
nell' alto regno Manda a Michel della vittoria segno. 101 Tremò Parigi, e
turbidossi Senna All'alta voce, a quell'orrlbil grido; Rimbombò il suon fin
alla selva Ardenna Si, che lasciar tutte le fiere il nido. Udiron l'Alpi e il
monte di Qebenna, Di Blaia e d'Arli e di Roano il lido; Rodano e Sonna udì,
Garonna e il Reno:Si strinsero le madri i figli al seno. Stan7a 100. 102 Son
cinque cavalier c'han fisso il chiodo D'essere i primi a terminar sua lite,
L'una nell'altra avviluppata in modo. Che non l'avrebbe Apolline espedite.
Comincia il re Agramante a sciorre il nodo Delle prime tenzon ch'aveva udite.
Che per la figlia del re Stordilano Eran tra il re di Scizia e il suo Africano.
103 II re Agramante andò per porre accordo Di qua di là più volte a questo e a
quello; E a questo e a quel più volte die ricordo Da signor giusto e da fedel
fratello: E quando parimente trova sordo L un come l'altro, indomito e rubello
Di volere esser quel che resti senza La donna, da cui vien lor diiferenza, 107
Poi lor convenzìon ratificaro In man del re quei duo prochi famosi. Ed indi
alla donzella se n'andajt) Ed ella abbassò gli occhi vergognosi, E disse che
più il Tartaro avea caro: Di che tutti restar meravigliosi:Rodomonte si
attonito e smarrito, Che di levar non era il viso ardito. 104 S'appiglia alfin,
come a miglior partito (Di che amendui si contentar gli amanti), Che della
bella donna sia marito L'uno de' duo, quel che vuole essa innanti; E da quanto
per lei sia stabilito, Più non si possa andar dietro nò avanti. All'uno e
all'altro piace il compromesso, Sperando ch'esser debbia a favor d'esso. 105 U
re di Sarza, che gran tempo prima Di Mandricardo amava Doralice, Ed ella l'avea
posto in su la cima D'ogni favoreh' a donna casta lice; Che debba in util suo
venire estima La gran sentenzia che '1 può far felice:Né egli avea questa
credenza solo, Ma con lui tutto il barbaresco stuolo.Stanza 115.
i:<'.r'?''ii' Stanza lU. lOH Ognun sapea ciò ch'egli avea già fatto Per essa
in giostre, in tomiamenti, in guerra; E che stia Mandricardo a questo patto,
Dicono tutti che vaneggia ed erra. Ma quel, che più fiate e più di piatto Con
lei fu mentre il sol stava sotterra, E sapea quanto avea di certo in mano,
Ridea del popular giudicio vano. .08 Ma poi che l'usata ira cacciò quella
Vergogna che gli avea la faccia tinta, Ingiusta e falsa la sentenzia appella; E
la spada impugnando, ch'egli ha cinu, Dice, udendo il re e gli altri, che vuol
eh' di Gli dia perduta questa causa o vinta, E non l'arbitrio di femmina lieve,
Che sempre inchina a quel che men far dere. 109 Di nuovo Mandricardo era
risorto, Dicendo: Vada pur come ti pare. Si che prima che '1 legno entrasse in
porto, V'era a solcare un gran spazio di mare. Se non che '1 re Agramante diede
torto A Rodomonte, che non può chiamare Più Mandricardo per quella querela; E
fé' cadere a quel furor la vela. 110 Or Rodomonte che notar si vede Dinanzi a
quei signor di doppio scorno, Dal suo re, a cui per riverenzia cede, E dalla
donna sua, tutto in un giorno; Quivi non volse più fermare il piede: E dalla
molta turì)a eh' avea intomo. Seco non tolse più che duo sergenti, Ed uscì dei
moreschi alloggiamenU. 111 Come, partendo, afflìtto tauro suole, Cbe la
gioYBDca al vincitor cesso abbia, Cercar le selve e le rive più sole Lungi dai
paschi, o qualche arida sabbia; Dove muggir non cessa air ombra e al sole Né
però scema l'amorosa rabbia: Così sen va di gran dolor confuso Il re d'Algier,
dalla sua donna escluso. 112 Per riavere il buon destrier si mosse Ruggier, che
già per questo s'era armato; Ma poi di Mandricardo ricordosse, A cui della
battaglia era obbligato: Non segui Rodomonte, e ritomosse Per entrar col re
Tartaro in steccato Prima ch'entrasse il re di Sericana, Che l'altra lite avea
di Durindana. Stanza 117. Ila Veder torsi Frontin troppo gli pesa Dinanzi agli
occhi, e non poter vietarlo; Ma dato ch'abbia fine a questa impresa, Ha ferma
intenzìon di ricovrarlo. Ma Sacripante che non ha contesa. Come Ruggier, che
possa distornarlo, E che noii ha da far altro che questo, Per l'orme vien di
Rodomonte presto. 114 E tosto l'avria giunto, se non era Un caso strano che
trovò tra via. Che lo fé' dimorar fin alla sera, E perder le vestigio che
seguia. Trovò una donna che nella riviera Di Senna era caduta, e vi peria S'a
darle tosto aiuto non veniva: Saltò nell'acqua e la ritrasse a riva. 115 Poi
quanlo in sella volse risalire, Aspettato non fu dal sno destriero, Che fin a
sera si fece seguire, E non si lasci(\ prender di leggiero. Preselo alfin: ma
non seppe venire PKi d'onde s'era tolto dal sentiero: Ducento miglia er; ò tra
piano e monte, Prima che ritrovasse Rodomonte. 118 Né lunga servitù, né
grand'amore, Che ti fu a mille prove manifesto, Ebbono forza di tenerti il
core, Che non fosse a cannarsi almen si presto. Non perch'a Mandricardo
inferiore Io ti paressi, di te privo resto; Né so trovar cagione ai casi miei.
Se non quest' una, che femmina sei. Stanza 121. 119 Credo che t'abbia la Natura
e Dio Produtto, 0 scellerato sesso, al mondo Per una soma, per un grave fio
Dell'nom, che senza te saria giocondo: Come ha produtto anco il serpente rio, E
il lupo e l'orso; o fa l'aer fecondo E di mosche e di vespe e di ta&ci; E
loglio e avena fa nascer tra i gnnL 120 Perché fatto non ha l'alma Natura, Che
senza te potesse nascer l'acme, Come s' innesta per umana cara L'un fopra
l'altro il pero, il sorbo e'I poDo' Ma quella non può far sempre a misura:
Anzi, s'io vo' guardar come io la nomo, Veggo che non può far cosa perfetta,
Poiché Natura femmina vien detti. 121 Non siate però tumide e fastose, Donne,
per dir che 1' uom sia vostro %Iio; Che delle spiue ancor nascon le rose, E
d'una fetida erba nasce il giglio:Importune, superbe, dispettose. Prive d'amor,
di fede e di consiglio. Temerarie, crudeli, inique, ingrate. Per pestilenzia
eterna al mondo nate. 1 1 6 Dove trovollo, e come fu conteso Con disvantaggio
assai di Sacripante; Come perde il cavallo, e restò preso, Or non dirò; e' ho
da narrarvi innante Di quanto sdegno e di quanta ira acceso Contra la donna e
contra il re Agramante Del campo Rodomonte si partisse, E ciò che contra
all'uno e all'altro disse. 117 Di cocenti sospir l'aria accendea Dovunque
andava il Saracin dolente. Eco, per la pietà che gli n'avea, Da' cavi sassi
rispondea sovente. Oh femminile ingegno, egli dicea. Come ti volgi e muti
facilmente ! Contrario oggetto proprio della fede Oh infelice, oh miser chi ti
crede ! 122 Con queste ed altre ed infinite preso Querele il re di Sarza se ne
giva Or ragionando in un parlar sommerò, Quando iu un suon che di lontan
s'udift, In onta e in biasmo del femmineo sesso. E certo da ragion si
dipartiva; Che per una o per due che trovi ree, Che cento buone sien creder si
dee. 123 Sebben di quante io n'abbia fin qui """ Non n'abbia mai
trovata nna fedele; Perfide tutte io non vo'dir né ingrate, Ma darne colpa al
mio destin crudele. Molte or ne sono, e più gà ne son state, Che non dan causa
ad uom che si querele; Ma mia fortuna vuol che s'una Ha Ne sia tra cento, io di
lei preda sia 124 Pur vo' tanto cercar prima ch'io mora, Anzi prima che '1 crin
più mi s' imbianchi, Che forse dirò nn dì, che per me anccra Alcuna sia che di
sua fé' non manchi. Se questo avvien (che di speranza fuora Io non ne son), non
fia mai ch'io mi stanchi Di farla, a mia possanza, gloriosa C("n lingua e
con inchiostro, e in verso e in prosa. 125 II Saracin non area manco sdegno
Centra il suo re, che contra la donzella; E cosi di ragion passava il segno,
Biasmando lui, come biasmando quella. Ha disio di veder che fopra il regno Gli
cada tanto mal. tanta procella, Ch' in Africa ogni casa si funesti, Né pietra
salda sopra pietra resti;126 E che, spinto del regno, in duolo e in lutto Viva
Agramante misero e mendico; E ch'esso sia che poi gli renda il tutto, E lo
riponga nel suo seggio antico, E della fede sua produca il frutto; E gli faccia
veder eh' un vero amico A dritto e a torto esser dovea preposto. Se tutto '1
mondo se gli fos.se opposto. 127 E così, quando al re, quando alla donna
Volgendo il cor turbato, il Saracino Cavalca a gran giornate, e non assonna E
poco riposar lascia Frontino. Il di seguente o l'altro in su la Senna Si
ritrovò; ch'avea dritto il cammino Verso il mar di Provenza, con disegno Di
navigare in Africa al suo regno. 128 Di barche e di sotti 1 legni era tutto Fra
runa ripa e T altra il fiume pieno: ' Ch' ad uso dell' esercito condutto Da
molti lochi vettovaglie avieno; Perchè in poter de' Mori era ridutto, Venendo
da Parigi al lito ameno D' Acquamorta, e voltando invér la Spagna. Ciò che v'è
da man destra di campagna. 129 Le vettovaglie in carra ed in giomeBri. Tolte
fuor delle navi, erano carche, E tratte con la scorta delle entj, Ove venir non
si potea con barche. Avean piene le ripe i grassi armenti Quivi condotti da
diverse marche; E i conduttori intomo alla riviera Per vari tetti alhergo avean
la sera. Stanza 131. 130 II re d'Algier, perchè gli sopravvenne Quivi la notte,
e V aer nero e cieco, D'un ostier paesan lo 'nvitj tenne Che lo pregò che
rimanesse seco. Adagiato il destrier, la mensa venne Di vari cibi, e di viii
corso e greco; ChèM Saracin nel resto alla moresca, Ma volse &r nel bere
alla francesca. 131 L'oste con buona mensa e miglior viso Stadio di fare a
Rodomonte onore; Che la presenzia gli die certo avviso, Ch'era uomo illustre e
pien d'alto valore; Ma quel che da sé stesso era diviso, Né quella sera avea
ben seco il core, (Che mal suo grado s'era ricondotto Alla donna già sua), non
facea motto. II buon oBtier, che fa dei diligenti Che mai si sien per Francia
ricordati, Quando tra le nimiche e strane genti L'albergo e beni suoi s'avea
salvati; Per servir quivi alcuni saoi parenti, A tal servigio pronti, avea
chiamati; De' qnai non era alcun di parlar oso, Vedendo il Saradn muto e
pensoso. 133 Di pensiero in pensiero andò vagando Da sé stesso lontano il Pagan
molto, Col viso a terra chino, uè levando Si gli occhi mai, ch'alcun guardasse
in volto. Dopo un lungo star cheto, sospirando, Si come d'un gran sonno allora
sciolto, Tutto si scosse, e insieme alzò le ciglia, E voltò gli occhi all' oste
e alla famiglia. 134 Indi ruppe il silenzio, e con sembianti Più dolci un poco,
e viso men turbato, Domandò alV oste e agli altri circostanti, Se d'essi alcuno
avea mogliere a lato. Che l'oste e che quegli altri tutti quanti L'aveano, per
risposta gli fu dato. Domanda lor quel che ciascun si crede Della sua donna nel
servargli fede. 135 Eccetto V oste, fér tutti risposta, Che si credeano averle
e caste e buone. Disse r oste: Ognun pur creda a sua posta; Ch' io so eh' avete
falsa opinione. Il vostro sciocco credere vi costa Ch' io stimi ognun di voi
senza ragione; E cosi far questo signor deve anco, Se non vi vuol mostrar nero
per bianco. 136 Perchè, si come è sola la fenice, Né mai più d'una in tutto il
mondo vive; Cosi uè mai più d'uno esser si dice . Che della moglie i tradimenti
schive. Ognun si crede d'esser quel felice, D'esser quel sol eh' a questa palma
arrive. Come è possibil che v' arrivi ognuno, Se non né può nel mondo esser più
d'uno? 137 Io fui già nell' error che siete voi, Che donna casta anco più d'una
fùsse. Un gentiluomo di Vinegia poi, Che qui mia buona sorte già condusse.
Seppe far si con veri esempi suoi, Che fnor dell'ignoranza mi ridusse. Gian
Francesco Valerio era nomato: Che 'l nome suo non mi s' è mai scordato. 138 Le
fraudi che le mogli e che l'amiche Sogliono usar, sapea tutte per conto:E sopra
ciò moderne istorie e antiche, E proprie esperienze avea si in pronto. Che mi
mostrò che mai donne pudiche Non si trovare, o povere o di conto; E s'una casta
più dell'altra parse, Venia, perchè più accorta era a celarse. 139 E fra
l'altre (che tante me ne disse, Che non ne posso il terzo ricordarmi) Si nel
capo un' istoria mi si scrìsse, Che non si scrìsse mai più saldo in marmi; E
ben parria a ciascuno che l'udisse,Di queste rìe quel eh' a me parve e parmi. E
se, signor, a voi non spiace udire, A lor oonfùsìon ve la vo' dire. 140 Rispose
il Saradn: Che puoi tu farmi. Che più al presente mi diletti e piaccia, Che
dirmi storìa e qualche esempio darmi, Che con l'opinion mia si con&ccia?
Perch' io possa udir meglio, e tu narrarmi, Siedimi incontra, ch'io ti vegga in
faccia. Ma nel Canto che segue io v' ho da dire Quel che fé' l'oste a Rodomonte
udire. N OTB. St. 4. V.5. Xa Malignità dal del bandita: il dia volo cacciato
dal paradiso. St. 11. V.8. SeTua incarco: senza biasimo. St. 15. V.3. L'altro
aozio: l'altro diavolo. St. 22. V.6. MaraviglioBo: qui pieno di maraviglia. St.
27. V.2. Foga il fio d ossa e di polpe: paga il fio, lasciandovi la vita. St.
29. y. 1. Bi$soni: stromenti da fiato, usati dli antichi; forse risponde alla
ìmcina dei latinL St. 32. V.35. E desiar, cowi" Icaro, la penna. Icaro,
figlio 4i Dedalo, osci con lui dal labirinto, mercè dell'ali fabbricategli dal
padre. Uggieri: il danese, mentovato più addietro. JZ marchese di Vietma:
Oliviero, che il Poeta ha detto esser padre di Aquilante e di Grifone. St. 3.
V.34. Nell'eterno seren: nel cielo. St. 44. V.6. Sì, c/w V un dopo V altro il campo
assegna: ottenga il campo. St. 47. V.78. • Un simil, ecc.: Castel Guelfo,
situato fra Parma e Borgo San Donnino. St. 61. V.68. Che di duo drappi ecc.
Sono i co lori dei drappi a dimostrazione dell'amore di Doralice, intiepidito
per Rodomonte, e vivo per Mandricardo. St. 52. V.35. Termodonte: fiume di
Cappadocia, che mette nell Ensino, presso cui abitavano le Amaz odierne mappe
col nome di Thermeh. Cotta d'arme: soprawesta che portavano gli araldi. St. 54.
V.6. Quartiere: divisa, insegna. St. 57. V.14. JZ Castore, ecc.: era questa V
opi nione comunemente seguita ai tempi del Poeta. St. 62. V, 8. Arme: anche qui
insegne. St, 69. V.7. Indotte: indossate. St. 75. v.5. Oso: ardito. &t. 77.
v.5. Te lo difendo: te lo vieto. Anche il nel Filosirato usa il verbo difendere
in que sto senso: Se non mi fosse per forza difeso, Di por tarlo farei il mio
potere. E dopo T Ariosto, il T" Oer., V.8283: E chi (riprende Crucciose il
gitrm: a me il contende f Io tei difenderò colta ritjsu. Tu per coloro che il
tacciano di francesismo. St. J4. V.7. SUfffòlae: sollevò in alto. St. 86. y.b.
Ad informarci: sottinteDdiricMut St. 99. y. 6. Coraggio: qui disposizione itm.
T. 101. y.56. Qebenna: Cérenfi".catei"diM. nella Francia, che si
estendono dal éipaitìamitk TAude nella Linguadoca, fino a quello diSiontUa
Borgogna. Blaia: Blaye, città dells Gsm Con le tre città ricordate in questo
?erM> e con ri e i fiumi denota gli opposti termini della Fiudi St. 102.
v.4a Apolline: intendesi l'oneokèi pollo nell'isola di Delfo, celebrato una
volta pe kit risposte. lire di Scisia e il suo AfHcano: be cardo e Rodomonte.
St. 106. V.5. Di piatto: di soppiatto. St. 107. V.2. Fiochi o Proci: rivali in
aam. questo il nome di qne' principi che iDasienzadin" 0 ritenendolo
morto, con tendevansi la maso di PeMk> luogo di Frochi legon per abbaglio
prodi. St. 117. V.3. Eco: ninfa condannata aripetoilt ultime sillabe delle
parole altrui. St. 129. V.6. Marche. Marra i"ignifioa j>f"twu di
confine, e per estensione, come qui, vale fni&"Sf St. 137. V.7. Gian
Francesco Valerio: gaiUm che lo finge vivente ai tempi di Caxìo Magno. Ser
parla con bella espréÌBsione d' amore al Canto E Stanza 15. Egli fU giustiziato
in Venezia nel ló£ p: aver rivelato all'ambasciator di Francia le delifew"
del governo circa la pace che si stava trattaai" "i Porta. Vedi il
Paruta, Ist. Venez., lib X. St. 138. V.2. JVr conto: ad una ad gm, ¦ a"
dito. Canto XXVIII. dì Rodo monto rìì imira la novella ili Fiamfnntn, in
hiasimo delle donne, HOflomont si partn di là; e miiuto, il pensiero d'ani! are
in AfritST ftìrma statica \n una e li ì esetta atabÈvndtmata, aìh quale pimiie
Isaltella col romito, e conte Hpoglie mortali cìeU" ucciso Zerbino. Il
pascano vuole [llato glìere IftabUa dalla piesa rifiolUT'ioniì dì ritirarsi dal
mondo, e> ìmpaKieniisce alle rimoatraiiKe del romito. Donne, e toì che le
tlonue avete in pregioi Per Dìo, non <late a ([ueMB, i'toria oreocliin, A
qnesta clie l'ontier dire in clispregin E in vostra infamia e biasrao
s'appareceliia; Benché né macchia ri può dar né fregio Lingna si vite ¦ e sia V
usanza veechia t The '1 voliefare it,aifirante ognun rijireufla, E parli piti
di quel clie nieno intenda. Lasciate qneato Canto; cbè senz' e§so Vnò star V
istoria non sarà men chiara. Mettendolo Tiirjiirin. nmh'irh Thn messo, Non per
malivolenzia né per gara. ChMo Yami, oltre mia lingua che Tha espresso, Che mai
non fa di celebrarvi avara, N'ho fatto mille prove; e v'ho dimostro Ch' io son,
né potrei esser se non vostro. Passi, chi vuol, tre carte o quattro, senza
Leggerne verso; e chi pur legger vuole, Gli dia quella medesima credenza Che si
suol dare a finzioni e a fole. Ma, tornando al dir nostro, poi ch'udienza
Apparecchiata vide a sue parole, E darsi luogo incontra al cavaliero, Così
ristoria incominciò Postiero. Tra gli altri di sua corte avea an Fausto Latini,
nn cavalier romano, Con cui sovente essendosi' lodato Or del bel viso, or della
bella mano Ed avendolo nn giorno domandato Se mai veduto avea, presso o lontiM
Altro uom di forma cosi ben comp Contra quel che credea, gli fu stanza 3.
Astolfo, re de' Longobardi, quello A cui lasciò il fratel monaco il regno, Fu
nella giovinezza sua sì bello, Che mai poch altri giunsero a quel segno.
N'avria a fatica un tal fatto a pennello Apelle 0 Zeusi, o se v'è alcun più
degno. Beilo era, ed a ciascun cosi parea; Ma di molto egli ancor piò si tenea.
Non stimava egli tanto per l'altezza Del grado suo, d'avere ognun minore; Né
tanto, che di genti e di ricchezza, Di tutti i re vicini era il maggiore;
Quanto, che di presenzia e di bellezza Avea per tutto '1 mondo il primo onore.
Godea, di questo udendosi dar loda, Qnanto di cosa volentier più s' oda. 7 Dico
(rispose Fausto) che, secondò Ch io veggo, e che parlarne odti a Nella bellezza
hai pochi pari al monda; E questi pochi io Vt resfrioo in nca. Quest'uno è nn
fraiel iiiì< detto tììo Eccetto hii, ben crederò eh' ognnm Di bella molto
addietro tu ti las?i; Ma questo sol credo t' aileg'uì e 8 Al re parve
ìmpossibil cosa udiri,.; Che sua la palma infin allora tenne; E d'aver
conoscenza alto delire Di sì lodato gióvene gli venne. Fe sì coti Fausto, che
di far venÌTt Quivi il fratel prometter gli co a reni Bench'a poterlo indur che
ci veuiMt Saria fatica, e la cagìon gli dìs: CLeU suo fratello era uom cbe
mosmi Mai non avea di Roma alla m& vita",' Che, eì ben die fortuna gli
concede, Tranquilla e seu affanni avea nuirit La ruba di eli e 1 padre il
lascia eredi j Né mai creaci uta avea né minili tu;E che parrebbe n Ini Pavia
lontana Pift che non parria a un altro ire ali" 10 E la difficnltà saria
inagJore A poterlo spiccar dalla moglire, Con cui legflto era di tanro amore,
Che non volendo lei, non può volere. Pur" per uh hi il ir hiì che
gli" è Bgnore, DkQ d'atiilftre, e fare oltre il ptere Gjunse il re a'
prìeghì tali ofFertfl e àm. Che di negar non gli lasciò ragioni. 11 Partisse, e
in pochi giorni ritroT(vs.<" Dentro di Koma alh patenie t'&s Quivi
tantopregù, che 1 fratel m Sì, eh' a venire al re gli permiaset E fece ancor
(benché rìifficii fosse) p Che la cognata tacita rimase, Proponendole il ben
che ti uscì ria. Oltre ch'obbligo sempre egli raTria Stiii;ìii 13.Fìsse
Giocondo alla partita il giorno: Trovò cavalli e servitori intanto; Vesti fé'
far per comparire adomo, Che talor cresce una beltà un bel manto. La notte a
lato, e 1 di la moglie intorno, Con gli occhi ad or ad or pregni di pianto, Gli
dice ohe non sa come patire Potrà tal lontananza, e non morire; 3 Che
pensandovi sol, dalla radice Sveller si sente il cor nel lato manco. Deh, vita
mia, non piagnere, le dice Giocondo; e seco piagne egli non manco. Cosi mi sia
questo cammin felice. Come tornar vo' fra dao mesi almanco:Né mi farla passar d
un giorno il segno, Se mi donasse il re mezzo il suo regno. 4 Né la donna per
ciò si riconforta: Dice che troppo termine si piglia; E s' al ritorno non la trova
morta, Esser non può se non gran maraviglia. Non lascia il duol che giorno e
notte porta, Che gustar cibo e chiuder possa ciglia; Talché per la pietà
Giocondo spesso Si pente ch'ai fratello abbia promesso. 5 Dal collo un suo
monile ella si sciolse. Ch'una crocetta avea riccadi gemme, E di sante reliquie
che raccolse In molti luoghi un peregrin boemme; Ed il padre di lei, ch'in casa
il tolse Tornando infermo di Gemsaleune, Venendo a morte poi ne lasciò erede:
Questa levossi, ed al marito diede. 16 E che la porti per suo amore al collo Lo
prega, si che ognor gli ne sovvenga. Piacque il dono al marito ed accettollo;
Non perchè dar ricordo gli convenga:Che né tempo né absenzia mai dar crollo, Né
buona o ria fortuna che gli avvenga, Potrà a quella memoria salda e forte C ha
di lei sempre, e avrà dopo la morte. 17 La notte ch'andò innanzi a quell'aurora
Che fu il termine estremo alla partenza. Al suo Giocondo par ch'in braccio
muora La moglie, che n' ha tosto da star senza. Mai non si dorme; e innanzi al
giorno un'ora Viene il marito all'ultima licenza. Montò a cavallo, e si partì
in effetto; E la moglier si ricorcò nel letto. 18 Giocondo ancor duo miglia ito
non era, Che gli venne la croce raccordata, Ch'avea sotto il guancial messo la
sera, Poi per obblivìon l'avea lasciata. Lasso ! dicea tra sé, di che maniera
Troverò scusa che mi sia accettata, Che mia moglie non creda che gradito Poco
da me sia l'amor suo infinito? 19 Pensa la scusa; e poi gli cade in mente. Che
non sarà accettabile uè buona, Mandi famigli, mandivi altra geate, S'egli
medesmo non vi va in persona. Si ferma, e al f ratei dice: Or pianamente Fin a
Baccano al primo albergo sprona, Che dentro a Roma è forza eh' io rivada:E
credo anco di giugnerti per strada. 20 Non potria fare altri il bisogno mio: Né
dubitar, eh' io sarò tosto teco. Voltò il ronzin di trotto e disse: Addio; Né
de' famigli suoi volse alcun seco. Già cominciava, quando passò il rio. Dinanzi
al sole a fuggir l'aer cieco. Smonta in casa; va al letto; e la consorte Quivi
ritrova addormentata forte. 21 La cortina levò senza far motto, E vide quel che
men veder credea; Che la sua casta e fedel moglie, sotto La coltre, in braccio
n un giovene giacca. Riconobbe 1' adultero di botto, Per la pratica lunga che
n'avea; Ch' era della famiglia sua un garzone, Allevato da lui, d'umìl nazione.
22 S' attonito restasse e mal contento, Meglio é pensarlo e fame fede altrui,
Ch'esserne mai per far l'esperimento Che con suo gran dolor ne fé' costui.
Dallo sdegno assalito, ebbe talento Di trar la spada, e ucciderli ambedui; Ma
dall' amor che porta, al suo dispetto, Air ingrata moglier, gli fu interdetto.
23 Né lo lasciò questo ribaldo amore (Vedi se si l'avea fatto vassallo)
Destarla pur, per non le dar dolore.Chefosse da lui colta in si gran fallo.
Quanto potè più tacito uscì fuore, Scese le scale, e rimontò a cavallo; E punto
egli d'amor, cosi lo punse, Ch' all' albergo non fu, che '1 fratel giunse. 24
Cambiato a tutti parve esser nel volto; Vider tutti clieU cor non area lieto:
Ma non vè chi s apponga già di molto, £ possa penetrar nel suo secreto.
Credeano che da lor si fosse tolto Per gire a Roma, e gito era a Corneto.
Ch'amor sia del mal causa ognun s'avvisa; Ma non è già chi dir sappia in che
guisa. 27 Par che gli occhi si ascondan nella t"u Cresciuto il naso par
nel viso scarno: Della beltà si poca gli ne resta, Che ne potrà far paragone
indarno. Col duol venne una febbre si molesta, Che lo fé' soggiornar all'Arbia
e all'Ani/ E se di bello avea serbata cosa, Tosto restò come al sol colta rosa.
''X'yrfrn''''Stanza 21.25 Estimasi il fratel che dolor abbia D'aver la moglie
sua sola lasciata; E pel contrario duolsi egli ed arrabbia Che rimasa era
troppo accompagnata. Con fronte crespa e con gonfiate labbia Sta r infelice, e
sol la terra guata. Fausto eh' a confortarlo usa ogni prova, Perchè non sa la
causa, poco giova. 26 Di contrario liquor la piaga gli unge, E dove tor dovria,
gli accresce doglie: Dove dovria saldar, più l'apre e punge: Questo gli fa col
ricordar la moglie. Né poa di né notte: il sonno lunge Fugge col gusto, e mai
non si raccoglie; E la faccia, che dianzi era si bella, Si cangia d, che più
non sembra quella. 28 Oltre eh' a Fausto incresca del fratdlo, Che veggia a
simil termine condatto, Via più gì' incresce che bugiardo a quello Principe, a
chi lodollo, parrà in tutto. Mostrar di tutti gli uomini il pia bello avea
promesso, e mostrerà il più bnr. 3Ia put continuando la sua via, Seco lo trasse
alfin dentro a Pavia. non mostrarsi di giudicio privo: Ma per lettere innanzi
gli dà avviso, Che'l suo fratel ne viene appena vivo; E eh' era stato all' aria
del bel viso affanno di cor tanto nocivo. da una febbre ria, Che più non parca
quel eh' esser solia. Grata ebbe la venuta di Giocondo, Che non avea
desidei;ato al mondo Cosa altrettanto, che di lui vedere. Né gli spiace
vederselo secondo, E di bellezza dietro rimanere; Benché conosca, se non fosse
il male, Che gli saria superiore o uguale. Giunto, lo fa alloggiar nel suo
palagio; Lo visita ogni giorno, ogni ora n' ode; Fa gran provvision che stia con
agio, E d'onorarlo assai si studia e fÀt. Langue Giocondo; chè'l pensier
malvagio C ha della ria moglier, sempre \o rode: Né '1 veder giochi, né musici
udire, Dramma del suo dolor può minuire. 32 Le stanze sue, che sono appresso al
tetto L'ultime, innanzi hanno una sala antica. Quivi solingo (perché ogni
diletto, Perch'ogni compagnia prova nimica) Si ritraea, sempre aggiungendo al
petto Di più gravi pensier nuova fatica; E trovò quivi (or chi lo croderia?)
Chi lo sanò della sua piaga ria. In capo della sala, ove è più scuro (Che non
vi s'usa le finestre aprire), Vede cbe palco mal si giunge al muro, E fa d'aria
più chiara un raggio uscire. Pon r occhio quindi, e vede quel che duro A creder
fora a chi T udisse dire: Non l'ode egli d'altrui, ma se lo vede; Ed anco agli
occhi suoi propri non crede. 34 Quindi scopria della rena tutta La più secreta
stanza e la più hella, Ove persona non verria introdutta, Se per molto fedel
non l'avesse ella. Quindi mirando vide in strana lutta, Oh' un nano
avviticchiato era con quella; Ed era quel piccin stato si dotto, Che la regina
avea messa di sotto. 35 Attonito Giocondo e stupefatto, E credendo sognarsi, nn
pezzo stette; £ quando vide par chegli era in fatto, E non in sogno, a sé
stesso credette. A uno sgrignato mostro e contraffatto, disse, costei si
sottomette, Che'l maggior re del mondo hapermarito,Più bello e più cortese? Oh
che appetito! 86 E della moglie sna, che così spesso Più drogai altra biasmava,
ricordosse, Perchè U ragazzo savea tolto appresso; Ed or gli parve che scasabil
fosse. Non era colpa sua più che del sesso, Che dnn solo aomo mai non
contentosse: E shan tatto ana macchia dano inchiostro, Almen la sua non s' avea
tolto un mostro. 87 n di seguente, alla medesima ora, Al medesimo loco fa
ritorno; E la regina e. il nano vede ancora, Che fanno al re par il medesmo
scorno. Trova P altro dì ancor che si lavora, E V altro; e alfin non si fa.
festa giornoE la regina (che gli par più strano) Sempre si duol che poco Tami
il nano. 38 Stette fra gli altri un giorno a veder, chella Era turbata e in
gran malenconia, Che due volte chiamar per la donzella Il nano fatto avea, né
ancor venia. Mandò la terza volta; et adi quella. Che: Madonna, egli giucca:
riferia; E per non stare in perdita d'un soldo, A voi niega venire il manigoldo.
39 A si strano spettacolo Giocondo Rasserena la fronte e gli occhi e il viso,
E, quale in nome, diventò giocondo D'effetto ancora, e tornò il pianto in riso.
Allegro toma e grasso e rubicondo. Che sembra un cherubin del Paradiso; Che'l
re, il fratello e tutta la famiglia Di tal mutazi'on si maraviglia. 40 Se da
Giocondo il re bramava udire Onde venisse il subito conforto. Non men Giocondo
lo bramava dire, E fare il re di tanta ingiuria accorto. non vorria che più di
sé, punire Volesse il re la moglie di quel torto, Si che per dirlo, e non far
danno a lei, n re fece giurar su l'agnusdei. 41 Giurar lo fé', che nò per cosa
detta, Né che gli sia mostrata che gli spiaceu, Ancorch'egli conosca che
diretta Mente a sua Maestà danno si faccia, Tardi o per tempo mai farà
vendetti: E di più, vuol ancor che se ne taccia; che né il malfattor giammai
comprerà fatto 0 in detto, che'l re il caso loiaiiL 42 II re, eh' ogni altra
cosa, se non qoeiu. Creder potria, gli givarò largamente. Giocondo la cagion
gli manifesta, Ond'era molti dì .stato dolente: Perché trovata avea la
disonesta Sua moglie in braccio d'un suo vii sageiu: E che tal pena alfin
l'avrebbe morto, Se tardato a venir fosse il conforto. 43 Ma in Casa di Sua
Altezza avea vedot" Cosa che molto gli scemava il duolo; Che sebbene in
obbrobrio era caduto, Cosi dicendo, e al bucolin venuto, Gli dimostrò il
bruttissimo omiccioolo, Che la giumenta altrui sotto si tiene, Tocca di sproni,
e fa giuocar di scheoe. 44 Se parve al re vituperoso l'atto, Lo crederete ben,
senza eh' io '1 giuri. Ne fu per arrabbiar, per venir matto; Ne fu per dar del
capo in tutti i mini: Fu per gridar, fu per non stare al patto; Ma forza é che
la bocca alfin ai tori, E che l'ira trangugi amara ed aera. Poiché giurato avea
su l'ostia sacra. 45 Che debbo far, che mi consigli, frate, Disse a Giocondo,
poiché tu mi tolli Che con degna vendetta e crudeltatc Questa giustissima ira
io non satolli? Lasciam, disse Giocondo, queste ingrate, E proviam se son
l'altre cosi molli: Facciam delle lor femmine ad altrui Quel ch'altri delle
nostre han fatto a ""• 46 Ambi gioveni siamo, e di bellezia Che
facilmente non troviamo pari. Qual femmina sarà che n'usi asprezza? Se centra i
brutti ancor non han ripari r Se beltà non varrà né giovinezza, Varranno almen
l'aver con noi danari Non vo' che tomi, che non abbi prima Di mille mogli
altrui la spoglia opim La lunga absenzia, il veder vari luoghi, Praticare altre
femmine di fuore. Par che sovente disacerbi e sfoghi Dell amorose passioni il
core. Landa il parer, nò vuol che si proroghi Il re r andata, e fra pochissime
ore Con dao scudieri, oltre alla compagnia Del cavaUer roman, si mette in via.
48 Travestiti cercaro Italia, Francia, Le terre de'Fiamminghi e degl'laglesi; E
quante ne vedean di bella guancia, Trovavan tutte a' prieghi lor cortesi.
Davano, e data loro era la mancia; E spesso rimetteano i danar spesi. Da lor
pregate foro molte, e foro Anch' altrettante che'pregaron Joro. 49 lu questa
terra un mese, in quella dui Soggiornando, accertarsi a vera prova Che non men
nelle lor . che nell' aitimi Femmine, fede e castità si trova. Dopo alcun tempo
increbbe ad ambedui Di sempre procacciar di cosa nuova; Che mal poteano entrar
neir altrui porte, Senza mettersi a rischio della morte. 51 Una (senza sforzar
uostro potere, quando il naturai bisogno inviti) In festa goderemoci e in
piacere; Che mai contese non avrem, né liti. Né credo che si debba ella dolere;
Che s'anco ogni altra avesse duo mariti. Più eh' ad un solo, a duo sarìa
fedele, Né forse s'udirian tante querele. Stanza 52. 50 Gli è meglio una
trovarne, che di faccia £ di costumi ad ambi grata sia. Che lor comunemente
soddisfaccia, E non n'abbin d'aver mai gelosia. E perchè, dicea il re, vub' che
mi spiaccia Aver più te eh' un altro in compagnia? So ben eh' in tutto il gran
femmineo stuolo Una non è che stia contenta a un solo. 52 Di quel che disse il
re, molto conttfuto Rimaner parve il giovineromano.Dunque fermati iu tal
proponimento, Cercar molte montagne e molto piano. Trovaro alfin, secondo il
loro intento, Una figliuola d'uno ostiero ispano, Che tenea albergo al porto di
Valenza, Bella di modi e bella di presenza. 53 Era ancor sul fiorir di
primavera Sua tenerella e quasi acerba etade. Di molti figli il padre aggravat'
era, Si eh' a disporlo fìi cosa leggiera, Che desse lor la figlia in potestade;
Ch'ove piacesse lor potesson trarla, Poiché promesso avean di ben trattarla. 54
Pigliano la fanciulla, e piacer n'haiuo Or l'uno or T altro, iu caritode e in
pace, Come a vicenda i mantici che danno, Or l'uno or l'altro, fiaty alla
fornace. Per veder tutta Spagna indi ne vanno, E passar poi nel regno di
Siface: E'I di che da Valenza si partirò, Ad albergare a Zattiva veniro. 55 I
patroni a veder strade e palaza Ne vanno, e lochi pubblici e divini, Ch'usanza
han di pigliar simil sollaffi; In ogni terra ov'entran peregrini, E la
fanciulla resta coi ragazzi Altri i letti, altri acconciano i ronzini, Altri
hanno cura che sia alla tornata Dei signor lor la cena apparecchiata. 56
Nell'albergo un garzon stava per fante, Ch' in casa della giovene già stette A'
servigi del padre, e d'essa amante Fu da' primi anni, e del suo amor godette.
Ben s' adocchiar, ma non ne fér semhunte Ch'esser notato ognun di lor temette:
Ma tosto ch'i patroni e la famiglia Lor dieron luogo, alzar tra lor le
cigli" II fante domandò do? ella gisse, E qnal dei dao signor P avesse
seco. A ponto la Fiammetta il fatto disse (Così avea nome, e quel garzone il
Greco). Quando sperai che 1 tempo, oiraè ! venisse (Il Greco le dicea) di viver
teco, Fiammetta, anima mìa, tu te ne vai, E non so più di rivederti mai. 58
Fannosi i dolci miei disegni amari, Poiché sei d'altri, e tanto mi ti scosti.
Io disegnava, avendo alcun danari Con gran fatica e gran sudor riposti, Ch'
avanzato m' avea de' miei salari E delle bene andate di molti osti. Di tornare
a Valenza e domandarti Al padre tuo per moglie, e di sposarti. ((;¦(//'(,
'y.i)' stanca M. d La fanciulla negli omeri si stringe, E rispomle che fu tardo
a venire, riaiige il Greco e sospira, e parte finale, Vuummi, dice, lisciar
così morire? Con le tue braccia i fianchi almen mi cinye; Lanciami disfogar
tanto desire: i.V innanzi che tu parta ugni momento riifì leco io iitìai mi fa
morir cunteut. 60 La pietosa fanciulla rispondendo: Credi, dicea, che meri di
te noi bramo \ Ma né luogo uè tempo ci comprendo Qui, dove in mezzr" di
tanti occhi siamo. Il Greco aoggiungea: Certo mi rendo, Che a' un terzo ami me
di quel eh' io t' amo, In questa notte alineu troverai loco Che ei potrem
godere insieme un poco. 61 Come potrò, diceagli la fanciulla, Che sempre in
mezzo a duo la notte giaccio?E meco or l'uno or Taltrp si trastulla, E sempre
all'un dì lor mi trovo in braccio? Questo ti fia, soggiunse il Greco, nulla;
Che ben ti saprai tor di questo impaccio, E uscir di mezzo lor, purché tu
voglia: E dèi voler, quando di me ti doglia. 62 Pensa ella alquanto, e poi dice
che vegna Quando creder potrà eh' ognuno dorma; E pianamente come far convegna,
E dell'andare e del tornar l'informa. Il Greco, si come ella gU disegna. Quando
sente dormir tutta la torma. Viene all'uscio e lo spinge, e quel gli cede:
Entra pian piano, e va a tenton col piede. 63 Fa lunghi i passi, e sempre in
quel di dietro Tutto si ferma, e l'altro par che muova A guisa che di dar tema
nel vetro; Non che'l terreno abbia a calcar, ma l'uova: E tien la mano innanzi
simil metro; Va brancolando infin che '1 letto trova; E di là dove gli altri
avean le piante, Tacito si cacciò col capo innante. 64 Fra l'una e l'altra
gamba di Fiammetta Che snpiia giacea, diritto venne; E quando le fu a par,
l'abbracciò stretta, E sopra lei sin presso al di si tenne. Cavalcò forte, e
non andò a staffetta. Che mai bestia mutar non gli convenne: Che questa pare a
lui che si ben trotte. Che scender non ne vuol per tutta notte. 65 Avea
Giocondo ed avea il re sentito Il calpestio che sempre il letto scosse; E r uno
e l'altro, d'uno error schernito, S'avea creduto chel compagno fosse. Poi
ch'ebbe il Greco il suo cammin fornito, Si come era venuto, anco tornosse.
Saettò il Sol dall' orizzonte i raggi; Sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi.
66 II re disse al compagno motteggiando:Frate, molto cammin fòtto aver dei; E
tempo ò ben che ti riposi, quando Stato a cavallo tutta notte sei. Giocondo a
lui rispose di rimando, E disse: Tu di' quel eh' io a dire avrei, A te tocca
posare, e prò ti faccia; Che tutta notte hai cavalcato a caccia. 67 Anch' io,
soggiunse il re, senza alaa L Lasciato avria il mio can correre un tn& Se
m' avessi prestato un po' il caTallo, Tanto che '1 mio bisogno avessi futto.
Giocondo replicò: Son tuo vassallo, E puoi far meco e rompere ogni tto; Si che
non convenia tal cenni usare; Ben mi potevi dir: Lasciala stare. 68 Tanto
replica l'no, tanto soggiunge L'altro, che sono a grave lite insieme. Vengon
da' motti ad un parlar che pm; Ch' ad amenduo l'esser beffato preme. Chiaman
Fiammetta (che non era Inuge, E della fraudo esser scoperta teme). Per fare in
viso l'uno all' altro dire Quel che negando ambi parean mentile. 69 Dimmi, le
disse il re con fiero sguardo, E non temer di me né di costui: Chi tutta notte
fu quel sì gagliardo, Che ti godè senza far parte altroi? Credendo Tun provar
l'altro bugiardo, La risposta aspettavano ambeduL Fiammetta a' piedi lor si
gettò incerta Di viver più, vedendosi scoperta. 70 Domandò lor perdono, che
d'amore, Ch'a un giovinetto avea portato, spinta, E da pietà d'un tormentato
core, Che molto avea per lei patito. Tinta, Caduta era la notte in quello
enore: E seguitò, senza dir cosa finta. Come tra lor con speme si condusse, Ch'
ambi credesson che '1 compagno tm 71 D re e Giocondo si guardare in tìm, Di
maraviglia e di stupor confasi: Né d'aver anco udito lor fu avTiso, Ch' altri
duo fiisson mai così delusi:Poi scoppiare ugualmente in tanto riso. Che, con la
bocca aperta e gli occhi chlaà, Potendo a pena il fiato aver del petto.
Addietro si lavsiàr cader sul letto. 72 Poi eh' ebbon tanto riso, che ' Se ne
sentiano il petto, e pianger gUocdu. Disson tra lor: Come potremo avere
Guardia, che la moglier non ne raccocdu. Se non giova tra duo questa tenere, E
stretta sì, che l'uno e l'altro tocchi? Se più che crini avesse occhi il mòto,
Non potria far che non fosse tradito. Provate mille abbiamo, e tutte belle; Né
di tante una è ancor che ne contraste. Se proviam l'altre, fian simil
anch'elle: Ma per nltima prova costei baste. Donqne possiam creder che più
felle Non sien le nostre, o men dell' altre caste:E se son come tutte P altre
sono, Che torniamo a godercile fia buono. 74 Conchiuso ch'ebbon questo, chiamar
fero Per Fiammetta medesima il suo amante; E in presenzia dì molti gli la diero
Per moglie I e dote che gii fu bastante Poi montare a C41T!ìUo> e il lor
sentiero cuberà a Poneute volsero a Levante; Ed alle mogli lor ae ne tomaro, Di
eh' affanno mai più non ai pigli aro. 75 Lostìer qui fìae alla ua istoria pose,
Olle fu con molta attenzione udita. UdìlU il Saracin, né gli rispose Parolft
mai, finché non fu finita Pui disse; Io credo hen clie lìeil'ascoae Femmìnil
frode sia copia infinita i Né si potrla della millesma parte Tener memoria con
tutte le carte. 76 Quivi era un uom d'età, eh ave a più retta Opiuion degli
altri, e ingegno e ardire; E non potendo ormai che b\ uegletta Ogni femmina
fosse,più patire; 8i Tolae a quel ch avea V istoria detta E li diafse: Assai
cose udimmo dire Che Terìtade in sé non hanno alcuna; E ben di queste è la tua
favola una. 77 A chi te la narrò non dci credenza, S eTaogelista ben foga e nel
resto; Ch'Opinione, più di' esperienza Ch abbia di donne, Io facea dir questo.
V avere ad una o due tn ali vo lenza, Fa ch'odia e bìaiìraft T altre oltre air
onesto; 3Ia se gli passa rìra, io vo'tu Toda Più eh ora biaarao, anco dar lor
gran loda, 78 E ae Torrà lodarne, avrà maggiore Il (;ampo assai, eh' a dirne
mal non ebbe; Di cento potrà dir degne d onore, Verso una trista che bìasmar si
debba Non biasmar tutte, raa serbarne fuore La hontA d'inlinite si dovrebbe; E
se U Valerio tuo disse altri men te, Disse per ira, e non per quel che sente.
79 Ditemi un poco: è di Toi forse alcuno Ch abbia servato alla sua moglie fede?
Che nieghi andar, quando gli sia opportuno. Air altrui donna, e darle ancor
mercede? Credete in tutto U mondo trovarne uno?Chi '1 dice, mente; e folle è
ben chi '1 crede. Trovatene vo' alcuna che vi cliiami? (Non parlo delle
pubbliche ed infami). &tajì£a 76. 80 Conoscete alcun voi, che non Jasciasse
La moglie sola, ancorché fosse bella, Per seguire altra donna, se sperasse In
breve e facilmente ottener quella? Che farebbe egli, quando lo pregase, 0 dense
premio a lui donna o donzella? Credo, per compiacere or queste or quelle, Che
tutti lasceremmovi la pelle. 91 Quelle che 1 Io? mariti hanno lasciati Le più
volte cagione avuta n hanno Del suo di casa li veggon svogliati, E e II e fuor
de IP altrui brAmosi vanno Dovriano amar, volendo essere amati; E tor cou la
misura eh' a lor danno. Io farei (se a me stesse il darla e tfìnre) Tal legge,
eh' uom non vi potrebbe opporre. 82 Saria la legge, ch'ogni donna cólta In
adulterio, fosse messa a morte, Se provar non potesse ch'ana volta Avesse
adulterato il suo consorte; Se provar lo potesse, andrebbe asciolta, Né temeria
il marito né la corte. Cristo ha lasciato nei precetti suoi: Non far altrui
quel che patir non vuoi. 83 La incontinenza è quanto mal si puote Imputar lor,
non già a tutto Io stuolo. Ma in questo, chi ha di noi più brutte note? Che continente
non si trova un solo. E molto più n'ha ad arrossir le gote, Quando bestemmia,
ladroneccio, dolo, Usura ed omicidio, e se v'è peggio, Raro, se non dagli
uomini, far veggio. 84 Appresso alle ragioni avea il sincero E giusto vecchio
in pronto alcuno esempio Di donne che né in fatto né inpensiero Mai di lor
castità patiron scempio. Ma il Saracin, che fuggìa udire il vero, Lo minacciò
con viso crudo ed empio, Sì che lo fece per timor tacere; Ma già non lo mutò di
suo parere. 85 Posto ch'ebbe alle liti e alle contese Termine il re pagan,
lasciò la mensa: Indi nel letto, per dormir, si stese Fin al partir dell'aria
scura e densa; % Ma della notte, a sospirar l'offese Più della donna, eh' a
dormir, dispensa. Quindi parte all'uscir del nuovo raggio, E far disegna in
nave il suo viaggio. 86 Però ch'avendo tutto quel rispetto Ch'a buon cavallo
dee buon cavaliero, A quel suo bello e buono, ch'a dispetto Tenea di Sacripante
e di Ragfifiero; Vedendo per duo giorni averlo stretto Più ci? e non si dovria
si buon destriero. Lo pon, per riposarlo, e lo rassetta In una barca, e per
andar più in fretta, 87 Senza indugio al nocchier varar la barca, E dar fa i
remi all'acqua della sponda. Quella, non molto grande e poco carca, Se ne va
per la Sonna giù a seconda. Non fugge il suo pensier, né se ne scarca Rodomonte
per terra né per onda: Lo trova in su la proda e in su la poppa:E se cavalca,
il porta dietro in groppa. 88 Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede, E di fuor
caccia ogni conforto e sem. Di ripararsi il misero non vede, Dappoiché gli
nemici ha nella terra. Non sa da chi sperar possa mercede, Se gli fanno i
domestici snoi guerra: La notte e '1 giorno sempre è comhattnu Da quel crudel
che dovria dargli aiuto. 89 Naviga il giorno e la notte seguente Rodomonte col
cor d'affanni grave: E non si può l'ingiuria tor di mente. Che dalla donna e
dal suo re avuto hAn; E la pena e il dolor medesmo sente, Che sentiva a
cavallo, ancora in nave: Né spegner può, per star nell'acqua, fi faoa Né può
stato mutar, per mutar loco. 90 Come l'infermo che, dirotto e stinco Di febbre
ardente, va cfingiando lato; 0 sia su l'uno, o sia su l'altro fianco, Spera
aver, se si volge, miglior stato; Né sul destro riposa né sul manco, E per
tutto ugualmente é travagliato: Così il Pagano al male, ond'era inferno, Mal
trova in terra e male in acqut scherno. 91 Non puote in nave aver più pazienza,
E si fa porre in terra Rodomonte. Lion passa e Vienna, indi Valenza, E vede in
Avignone il ricco ponte; Che queste terre ed altre ubbidienza. Che son tra il fiume
e '1 celtibero monte, Rendean al re Agramante e al re dì Spag" Dal di che
fùr signor' della campagna. 92 Verso Aoquamorta a man dritta si tesse Con animo
in Algier passare in fretta: E sopra un fiume ad una vUia venne E da Bacco e da
Cerere diletta, Che per le spesse ingiurie che sostenne Dai soldati, a votarsi
fu costretta. Quinci il gran mare, e quindi nell'apriche Valli vede ondeggiar
le bionde spiche. 93 Quivi ritrova una piccola chiesa Di nuovo sopra un
monticel murata. Che, poich'intorno era la guerra accesa, 1 sacerdoti vota
avean lasciata. Per stanza fu da Rodomonte presa; Che pel sito, e perch'era
sequestrata Dai campi, onde avea in odio udir noteil" Gli piacque ri, che
mutò Algierì in qn"U Mutò d'andare in Africa pensiero: Sì comodo gli parve
il luogo e bello. Famigli e carriaggi e il suo destriero Seco alloofgiar fé'
nel medesmo ostello. Vicino a poche leghe a Mompoliero, E ad alcun altro ricco
e buon castello Siede il villaggio a lato alla riviera; Si che d'avervi ogni
agio il modo v' era. > Stanilo vi un giofiio il Sjiraciii pen.:>j?o (Come
imr era it più del tempo u3:\to), Vide venir per mezzo un prato erboso Ohe iV
un piccol aentiero era seiuto, Una dimzellii rlì vio amoroso In cosiipatrob
d'uà monaco barbEtto; E si trieaiio dietro nu |?:ran destriero Sotto una soma
coperta "li nero. 6 Chi la donzclb, cbiU monnco sìa, Chi portin Sicm, vi
debb esser chiaro. Conoscere Isabella t dovria.Che '1 corpo tivea <!el suo
inerbino caro. Lasciai che per Provenza ne venia Sotto la scorta del vecchie
preclaro, Che le avea persuaso tutto il reato Dicaie a. Dio Jel suo vivere
onesto. 7 Come oh è Ìii vi>o pallida e smarrita Sia la doniella, ed abbia [
crini iticootì; E facciano i so?3j)ir coutimiaudtii Del petto acceso, e gli
occhi sìen duo fonti; altri testiraoui d'una vita Misera e grave in lei si
veggan pronti; Tanto i>erò di bello anco le avama Che con le Grazie Amor vi
pu(> aver stanza, 18 Toito elle 'l Saracin vi(ìe la bella Donna apjiarir,
messe il pensiero al fondo, Ch'area di biaamar sempre e d orlìar i|UelJa
Schiera gentil clu pur aflorna il mondo. E ben gli par dignissima Isabella, In
cui locar debba ìl suo amor secondo E spegner totalmente il primo, a modo Che
daUaase si trae chiodo con chiodo, )9 Incontra se le fece, e cnl pìiì m<dle
Parlar che seppe, e col mitili or sembiante, Di sua condizione domandolle: Ed
ella oui pensier gli spif?gÒ innante; Come era per laciare il mondo folle, E
far<3i amica a Dio con opre sante. Ride il Paghino stUicr, clf in Dio wììì
erede D'ogni legge nimico e d' ogni fede: 100 E chiama intenzione erronea e
lieve, E dice che per certo ella troppo erra; Né men biasmar che P avaro si
deve, Che'l suo ricco tesor metta sotterra: Alcuno util per sé non ne riceve, E
dalPuso degli altri uomini.il serra. leon si denno, orsi e serpenti, . E non le
cose belle ed innocentistanza 89. 101 II monaco chU questo avea P orecchia, E
per soccorrer la giovane incauta, Che ritratta non sia per la via vecchia,
Hcilea al governo qua! pratico nauta; Quivi di ispiri tal cibo apparecchia
Tosto una menstti sontuosa e lauta. Ma il Saracin, che con mal gusto nacque Non
pur la saporò, che gli dispiacque; 102 E poi cbMn vanti il monaci interroppe, H
non potè mai far si che tacesse E che di paiieuza il freno toppe Le mani
aldosso con furor gli mosse. Ma le parole mìe parervi troppe Potriauo omai, se
più se ne dicesse Sì che finirò il l'antri e mi fia specchio Quel che per
troppo dire accidde al vecchi ". N o t: St. 4. V.12. Astolfo:
modiflcazione di Aistulfo, come nelle storie si nomina quel re longobardo. Il
fratti monaco: Rachi, che abdicò la corona, e abbrac ciò la vita monastica. St.
9. V.8. Alla Tana: al Tanaì, fiume di Rassia, oggi chiamato Don; e dagli
antichi riguardato come estremo accessibìl confine deirEnropa settentrìonale.
St. 19. y. 6. Baccano paesello con osteria a poche miglia da Roma. St. 20. V.5.
IZ rio, il Tevere. Usa Rio per fiume grosso, al modo degli Spagnuoli. St. 24.
V.6. Comeio. Città del già Stato Romano. Scherza con equivoco facile a capirsi.
St. 27. V.6. AWArbia e all'Arno; a Siena e a Fi renze, città denotate col nome
di quei due fiumi St. 40. V.8. VAgimBdti: qui significa Vostia sacra. St. 42,
V.6. In hrckceio d'un 9uo vii sergente: dì un suo vile ministro, o meglio di un
garzone di fami glia, come Fautore stesso lo chiama alla St. 21, v.7. ST. 54.
V.68. Nel regno di Sifaee: nella Numidia, e per estensione in Africa. Zattiva:
Xativa, città di Spagna, nel regno di Valenza. St. ò8. V.6. Bene andate: mance
che si danno ai garzoni degli albergatori. Osti: ospitL St. 83. V.3. Note:
macchie, colpe. St. 87. V.18. Varar la barca: farla scendere di terra in acqua.
Propriamente varare si dice de navigli nuovi o rifatti, che dai cantieri per
mezzo di nn piano inclinato si fanno scivolar in mare. Qai m intendere FAdosto,
che dar Vabrivo al naviglio, &f' pigliare il largo, poiché gli antichi, se
il legno mam o di giiLnde portata, usavano tirarlo alquanta da pRi in terra,
per assicurarlo da colpi del flusso e rifcr St. 89. V.8. Né pud stato mutar,
ptrnmUsrìùa Son parole di Dante inverse: E muta Ufffft paA niuta lato. St. 91.
V.36. Vienna: città di Francia noi D finato, Tra il fiume e' l eeltibero monte:
tra il E dano, fiume di Francia, e il monte Idabeda, dette f" tibero dal
Poeta, perchò sorge in quella reat deQi Spagna Tarraconese, che i Romani
denomiBanae Caf tiberia. St. 96. V.8. Dicare: dedicare. St. 97. V.28. Ed abbia
i eritii inconti: iaecls. rabbuffati, dal latino ineompiL Che con U Grut Amor,
ecc. Le Giazie" figliuole di Giove e di Euiws" 0, com' altri dicono,
di Bacco e di Venere, eraad e Eufrosina, Talia, ed Aglaia. Omero ne dùama oaa
f% sitea, e cosi Stazio, nel n libro della Tifoide. St. 98. V.8. Che dalV asse
si trae chiodo cm chiodo. Lo stesso concetto incontreremo al Cairto 1L\ St. 29;
e l'usò prima il Petrarca. Tr. d'Am., caf. Bl terz. 22: Come d'asse si trae
chiodo con chiodo. St. 101. V.8. Non pur la sapore, che gli diapiaetw appena
l'assaporò, gli, ecc.; non prima TassapOTò, eie gli, ecc. Triiita fine del
romito esortatore Iabolla, per serbare in pe Isolante sua castità, iijJucii Rodoraoìite
a decapitarla. Il pagano fabbrica imo strutto ponte sul fiume vieitio, a Tu ji
ri Rioni i cavalieri che vi s ìnibattoiio, o gii ucfile;o we peno lu armi a
trofeo Bai cimitero d'Isabella Capita ivi Urlando, c1j"ìi aìuDacoii
Hudomonte lo gelta nel tì\im% e lascia ùi Vìm:! segui di sua pazzia. 0 degli
uomini inferma e instabii niente ! Come niam i>restì a viir'iax disegno!
Tatti i peusier mutiamo facilmente, Più "luel che nascua d'amoroso sdegno,
lo vidi diauKi il Saracin sì ardente Contrii le dui] ne e ijasair tanto il
seguo, Olie uun elle spegner l'odio ma p e usai Che noi dovesse intiepidirlo
mai. Donne gentil, per quel eli' et biasmo vostro rarlò contra il dover, hi
offeso sono, Che sin clic col suo mal non gli dimostro Quanto abbia fatto
error, non gli perdono. Io farò si con penna e con inchiostro, Gh' ognun vedrà
che gli era utile e buono Aver taciuto, e mordersi anco poi Prima la lingua,
che dir mal di voi. 8 Ma che parlò come ignorante e sciocco, Ve lo dimostra
chiara esperienzia. Incontra tutte trasse fuor lo stocco Dell'ira, senza fervi
differenzia: Poi d'Isabella nn sguardo si l'ha tocco, Che sabito gli fe mutar
sentenzia. Già in cambio di quell'altra la disia: L'ha vista appena, e non sa
ancor chi sia. 4 E come il nuo7o amor lo punge e scalda, Muove alcune ragion di
poco frutto, Per romper quella mente intera e salda Ch'ella avea fissa al
Creator del tutto. Ma l'Eremita, che Ve scudo e falda, Perchè il casto pensier
non siadistrutto, Con argumenti più validi e fermi, Quanto più può, le fa ripari
e schermi. 5 Poi che l'empio Pagan molto ha sofferto Con lunga noia quel monaco
audace, E che gli ha detto invan ch'ai suo deserto Senza lei può tornar, quando
gli piace; E che nuocer si vede a viso aperto, E che seco non vuol triegua né
pace; La mano al mento con furor gli stese, E tanto ne pelò, quanto ne prese: 6
E sì crebbe la furia, che nel collo Con man lo stringe a guisa di tanaglia; E
poi eh una e due volte raggirollo, Da sé per l'aria e Terso il mar lo scaglia.
Che n'avvenisse, né dico né sollo: Varia fama è di lui, né si ragguaglia. Dice
alcun, che sì rotto a un sasso resta, Che '1 pie non si disceme dalla testa:7
Ed altri, eh' a cadere andò nel mare, Ch'era più dì tre miglia indi lontano, E
che mori per non saper notare, Fatti assai prieghie orazioni invano: Altri, eh'
un Santo lo venne aiutare, Lo trasse al lito con visibil mano. Di queste, qual
si vuol, la vera sia: Di lui non parla più l'istoria mia. 9 E si mostrò sì
costumato allora. Che non le fece alcun segno di forza li sembiante gentil che
l'innamora, L'usato orgoglio in lui spegne ed; E benché '1 frutto trar ne possa
fiiora, Passar non però vuole oltre alla aeom; Che non gli par che potesse
esser bnoM, Quando da lei non lo accettasse in dono. 10 E cosi di disporre a
poco a poeo A' suoi piaceri Isabella credea. Ella, che in sì solingo e strano
loco, Qua! topo in piede al gatto, si vedea, Vorria trovarsi innanzi in mezzo
il foooo; E seco tuttavolta rivolgea S' alcun partito, alcuna via fosse atta A
trarla quindi immaculata e intatta 11 Fa nell'animo suo proponimento Di darsi
con sua man prima la morte, Che '1 Barbaro crudel n'abbia il sao inteatc. E che
le sia cagion d'errar sì forte Centra quel cavalier ch'in braccio spenui Le
avea crudele e dispietata sorte; A cui fatto ave col pensier devoto Della sua
castità perpetuo voto. 12 Crescer più sempre 1' appetito cieco Vede del Re
pagan, né sa che farsL Ben sa che vuol venire all'atto bieco. Ove i contrasti
suoi tutti fien scarsi. Pur discorrendo molte cose seco, Il modo trovò alfiu di
ripararsi, E di salvar la castità sua, come Io vi dirò, con lungo e chiaro
nome. 13 Al brutto Saracin, che le venia Già centra con parole e con effetti
Privi di tutta quella cortesia Che mostrata le avea ne' primi detti: Se fate
che con voi sicura io sia Del mio onor, disse, e ch'io non ne soiettl Cosa
all'incontro vi darò, che molto Più vi varrà, ch'avermi l'onor tolto. 8
Rodomonte crudel,poi che levato S'ebbe da canto il garrulo Eremita, Si ritornò
con viso men turbato Verso la donna mesta e sbigottita; E col parlar eh' è fra
gli amanti usato, Dicea ch'era il suo core e la sua vita E'I suo conforto e la
sua cara speme, Ed altri nomi tai che vanno insieme. 14 Per un piacer di si
poco momento. Di che nha sì abbondanza tutto '1 mondo. Non disprezzate un
perpetuo contento. Un vero gaudio a nullo altro secondo. Potrete tuttavia
ritrovar cento E mille donne dì viso giocondo; Ma chi vi possa dar questo mio
dono, Nessuno al mondo, o pochi altri ci sono. Ho notizia d'un' erba, e l'ho
veduta Venendo, e so dove trovarne appresso, Che bollita con ellera e con ruta
Ad un fuoco di legna di cipresso, £ fra mani innocenti indi' premuta, Manda un
liquor, che chi si bagna d'esso Tre volte il corpo, in tal modo l'indura, Che
dal ferro e dal fuoco l'assicura. 16 Io dico, se tre volte se n'immolla, Un
mese invulnerabile si trova. Oprar conviensi ogni mese l'ampolla; Che sua virtù
più termine non giova. Io 80 far l'acqua, ed oggi ancor farolU, Ed oggi ancor
voi ne vedrete prova: E vi può, s'io non fallo, esser più grata. Che d'aver
tutta Europa oggi acquistata. Staiiz 6, 7 Da voi domando inguide rdon di
questo, Che su la fetle vostra mi giuriate, Che né In detto uè in opera molesto
Mai più sarete alla mia castimte. Cosi dicendo, Rodomonte oiieatti Fé ¦' r i
torna r, eh' 1 n tau ta tu 1 o " tate Venne ch'innulabìl si facesse, Cile
più ch ella uon dise, le iiromese:18 E serveralle finché vegga fiitto Della
mirabil acqua esperienza; E sforzerasae intinto a non fare atto, A nuli far
aegnf) alcun di violenta, Ma pensa puì di non tenere il patto Fercliè non ha
timor né riverenza Dì Dio u di Santi; e nel mancar di fede, Tutta il lui la h
un'iarda Afrit:a cede. 19 Ad Isabella il Re d'Algier scongiuri Di non la
molestar fé più di mille, Purch'essa lavorar l'acqua procuri, Che far lo può
qual fu già Cigno e Achille. Ella per balze e per valloni oscuri Dalle città
lontana e dalle ville Ric(tg1ie di molte erbe; e il Saracino Non l'abbandona, e
Tè sempre vicino. 20 Poi ch'in più parti, quant'era a bastanza, Colson
dell'erbe e con radici e senza. Tardi si ritornaro alla lor stanza; Dove quel
paragon di continenza Tutta la notte spende, che l'avanza, A bollir erbe con
molt' avvertenza:£ a tutta l'opra e a tutti quei misteri Si trova ognor
presente il e d'Algierij 21 Che producendo quella notte in giuoco Con lineili
pochi servi ch'eran seco, Sentia, per lo calor del vicin fuoco Ch'era rinchiuso
in quello angusto sfpeco, Tal sete, che bevendo or molto or poco. Due barili
votar pieni di greco, Ch' aveano tolto uno o duo giorni innanti I suoi scudieri
a certi viandanti. 25 Bagnossi, come disse, e lieta porse All'incauto Pagano il
collo ignudo; Incauto, e vinto anco dal vino forse, Incontra a cui non vale
elmo né scodo. Queir uom bestiai le prestò fede, e seofse Si colla mano e si
col ferro erodo, Che del bel capo, già d'Amore albergo. Fé' tronco rimanere il
petto e il tergo. 26 Quel fé' tre balzi; e fanne udita diian Voce, ch'uscendo
nominò Zerbino, Per cui seguire ella trovò si rara Via di fuggir di man del
Saracino. Alma, ch'avesti più la fede cara, E '1 nome, quasi ignoto e peregrino
Al tempo nostro, della castitade, Che la tua vita e la tua verde etade; 27
Vattene in pace, alma beata e bella, Cosi i miei versi avesson forza, come Ben
m'affaticherei con tutta qoella Arte che tanto il parlar orna e come, Perchè
mille e mill' anni, e più novella, Sentisse il mondo del tuo chiaro nome.
Vattene in pace alla superna sede, E lascia all' altre esempio di tua fede. 22
Non era Rodomonte usato al vino. Perchè la legge sua lo vieta e danna: E poi
che lo gustò, liquor divinoGlipar, miglior che '1 nettare o la manna; E
riprendendo il rito Saracino, Gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna. Fece il
buon vino, ch'andò spesso intorno, Girare il capo a tutti come un tomo. 28
All'atto incomparabile e stupendo. Dal cielo il Creator giù gli occhi volse, E
disse: Più di quella ti commendo, La cui morte a Tarquinio il regno tolse; E
per questo una legge fare intendo Tra quelle mie che mai tempo non sciolge, La
qual per le inviolabil acque gioro Che non muterà secolo futuro. 23 La donna in
questo mezzo la caldaia Dal fuoco tolse, ove quell'erbe cosse; E disse a
Rodomonte: Acciò che paia Che mie parole al vento non ho mosse. Quella che '1
ver dalla bugia dispaia, E che può dotte far le genti grosse. Te ne farò
l'esperienzia ancora. Non nell'altrui, ma nel mio corpo or ora. 29 Per
l'avvenir vo'che ciascuna ch'aggia Il nome tuo, sia di sublime ingegno, E sia
bella, gentil, cortese e saggia, E di vera onestade arrivi al segno: Onde
materia agli scrittori caggia Di celebrare il nome inclito e degno; Talché
Parnassoy Pindo ed Elicone Sempre Isabella, Isabella risuone. 24 Io voglio a
far il saggio esser la prima Del felice liquor di virtù pieno. Acciò tu forse
non facessi stima Che ci fosso mortifero veneno. Di questo bagnerommi dalla
cima Del capo giù pel collo e per lo seno: Tu poi tua forza in me prova e tua
spada Se questo abbia vigor, se quella rada. 30 Dio cosi disse, e fé' serena
intomo L'aria, e tranquillo il mar, più che mai fosse. Pe' r alma casta al
terzo del ritorno, E in braccio al suo Zerbin si ricondusse. Rimase in terra
con vergogna e scorno Quel fier senza pietà nuovo Breusse; Che, poi che '1
troppo vino ebbe digesto Biasmò il suo errore, e ne restò funesto. Placare o in
parte satisfar pensosse All'anima beata d'Isabella, Se, poich'a morte il corpo
le percosse, Desse aUnen vita alla memoria d'ella. TroYò per mezzo, acciò che
cosi fosse. Di convertirle quella chiesa, quella Dove abitava, e dove ella fu
uccisa. In un sepolcro; e vi dirò in che guisa. 32 Di tutti i lochi intomo fa
venire Mastri, chi per am&rc e clii per tema; E fatto beti seimila uomini
unire, Be' gravi Rai??i i vicin monti scema, E ne €i una gran massa fitabìUre,
Che dalla cima era alla parte estrema Novanta braccia e vi rinehiade dentro La
cliiesa, che i duo amanti ave nel centro. 33 IniitA qua,si la superba mole Che
fé' Adriano air onda tiberina. Presso al sepolcro una torre alt4i vuole;
Ch'abitarvi alcun tempo sì ilestina. Un ponte stretto, e di due braccia sole.
Fece su T acqua clie correa vicina. Lnngo il ponte, ma largo era sì poco, Che
dava appena a duo cavalli loco; 4 A duo cavalli che venuti a paro, O eh'
insieme si fossero scontrati: E non avea uè sponda né riparo; E sì potea cader
da tutti i lati. n passar tiuimli vuol che costi caro guerrieri o pagani o
battezzati: Che delle spoglie lor mille trofei Promette al cimitero di costei
> In dieci giorni e in manco fu perfetta L'opra (iel ponticel che passa il
fiume; Ma non fu già il sepolcro così in fretta, Né la torre condotta al suo
cacume: Pur fu levata si, ch'alia veletta Starvi in cima una guardia avea
coatnme, Che dogni cavalier che venia ai ponte. Col corno facea segno a
Rodomonte. 87 Aveasi immaginato il Saracino, Che per gir spesso a rischio di
cadere Dal ponticel nel finme a capo chinoi Dove gli converrìa molt'acqoa bere,
Del fallo a che Tindnsse il troppo vino, Dovesse netto e mondo rimanere; Come
l'acqua, non men che il vino, estingua L'error che fa pel vino o mano o lingua.
StajiTa 2à E quel s'armava, e se gli venia a opporre Ora su Tuna ora su T altra
riva: Che sei guerrier venia di vOr la torre, 3u I' altra proda il Re dAlgier
veniva, ri ponticello è il campo ove si corre; E se '1 ilestrier poco del seguo
usciva, Uadea nel finme ch'alto era e profondo r Jgual perig:lio a quel non
avea il mondo p Sfolti fra pochi di vi capi taro Alcuni k via dritta vi
condusse; Ch'a quei ch verso Italia o Spoa andaro, Altra non era che più trita
fusse: l'ardire, e più che vitA caro L' onore, a farvi di sé prova indusse; E
tutti, ove acquistar credeau la palma, Lasciavan Tarme e molti insieme Talma.
39 Di quelli eh' abbattea, s' eran Pagani, Si contentava d'aver spoglie ed
armi; E di chi prima furo i nomi piaini Vi facea sopra, e sòspeadeiale ai
marmi: Ma ritén in prigion tutti i Cristiani E che in Aigier poi li mandasse
parmi. Finita ancor non era Popra quando stanza 29. 40 A caso venne il furioso
Conte A capitar su questa gran riviera, Dove, com'io vi dico, Rodomonte Fare in
fretta facea, uè finita era La torre, né il sepolcro, e appena il ponte; E di
tutt'arme, fuorché di visiera, A quell'ora il Pagan si trovò in punto, Gh'
Orlando al fiume e al ponte è sopraggiunto. 41 Orlando (come il suo furor lo
caccia) Salta la sbarra, é sopra il ponte corre, Ma Rodomonte con turbata
faccia, A pie, com'era innanzi alla gran torre, Gli grida di lontano e gli
minaccia, Né se gli degna con laspadaopporre:Indiscreto villan, ferma le
piante, Temerario, importuno ed arrogante. 42 Sol per signori e cavalieri é
fitto Il ponte, non per te, bestia balorda. Orlando, ch'era in gran pensier
distratto, Vien pur innanzi, e fa l'orecchia sorda. Bisosrna ch'io castighi
questo matto, Disse il Pagano; e con la voglia ingorda Venia per traboccarlo
giù nell'onda. Non pensando trovar chi gli risponda. 43 In questo tempo una
gentil donzella. Per passar sovra il ponte, al fiume arriva. Leggiadramente
ornata, e in viso bella, E nei sembianti accortamente schiva. Era (se vi
ricorda, Signor) quella Che per ogni altra via cercando giva Di Brandimarte, il
suo amator, vestigi. Fuorché, dov'era, dentro di Parigi. 44 Nell'arrivar di
Fiordiligi al ponte (Che cosi la donzella nomata era), Orlando s'attaccò con
Rodomonte, Che lo voleagittar, nella riviera. La donna, eh' anrea pratica del
Conte, Subito n' ebbe conoscenza vera; E restò d'alta maraviglia piena. Della
follìa ohe cosi nudo il mena. 45 Fermasi a riguardar che fine avere Debba il
furor dei duo tanto possenti. Per far del ponte l'un l'altro cadere A por tutta
lor forza sono intenti. Come é eh' un pazzo debba sì valere? Seco il fiero
Pagan dice tra' denti; E qua e là si volge e si raggira. Pieno di
sdegnoedisuperbia é d'ira. 46 Con l'una e l'altra man va ricercando Far nova
presa, ove il suo meglio vede: Or tra le gambe or fuor gli pone, quamlo arte il
destro, e quando il manco piede. Simiglia Rodomonte intorno a Orlando Lo
stolido orso, che sveller si crede Quello ogni colpa, odio gli porta e rabbia.
47 Orlando, che l'ingegno avea sonimerso Io non so dove, e sol la forza usava.
L'estrema forza, a cui per l'universo Nessuno o raro paragon si dava; Cader del
ponte si lasciò riverso Col Pagano, abbracciato come stava. Cadon nel fiume, e
vanno al fondo insieme Ne salta in aria l'onda, e il lito geme. L'acqua li fece
distaccare in fretta. Orlando è nudo, e nuota com'un pesce: Di qua le braccia,
e di là i piedi getta, E viene a proda; e come di fuor esce, Correndo va, né
per mirare aspetta, Se in biasmo o in loda questo gli riesce. Ma il Pagau, che
dalfarme era impedito, Tornò più tardo e con più affimno ai lito. 49
Sicuramente Fiordiligi intanto Avea passato il ponte e la riviera, E guardato
il sepolcro in ogni canto Se del suo Brandimarte insegna v'era. Poiché né Tarme
sue vede né il manto, Di ritrovarlo in altra parte spera. Ma ritorniamo a
ragionar del Conte, Che lascia addietro e torreefiume e ponte. 50 Pazzia sarà,
se le pazzie d'Orlando Prometto raccontarvi ad una ad una; Che tante e tante
fnr, ch'io non so quando Solenne ed attarda narrar cantando, E eh' air istoria
mi parrà opportuna; Né quella tacerò miracolosa. fu ne' Pirenei sopra Tolosa.
51 Trascorso avea molto paese il Conte, Come dal grave suo furor fu spinto; Ed
alfin capitò sopra quel monte, Per cui dal Franco é il Tarracon distinto;
Tenendo tuttavia vòlta la fronte Verso là dove il Sol ne viene estinto:E quivi
giunse in un angusto calle. Che pendea sopra una profonda valle. 52 Si vennero
a incontrar con esso al varco Duo boscherecci gioveni eh' innante Avean di
legna un lor asino carco: E perchè ben s' accorsero al sembiante Ch'avea di
cervel sano il capo scarco. Gli gridano con voce minacciante, 0 ch'addietro o
da pirte se ne vada, 0 che si levi di mezzo la strada. 53 Orlando non risponde
altro a quel detto, Se non che con furor tira d'un piede, E giunge a punto
l'asino nel petto Con quella forza che tutte altre eccede; Ed alto il leva si,
ch'uno augelletto Che voli in aria sembra a chi lo vede Quel va a cadere alla
cima d'un colle Ch' un mìglio oltre la valle il giogo estolle. 54 ludi verso i
duo gioveni s'avventa, Dei quali un, più chesenno, ebbe avventura: Che dalla
balza che due volte trenta Braccia cadea, si gittò per paura. A mezzo il tratto
trovò molle e lenta Una macchia di rubi e di verzura, cui bastò graffiargli un
poco il volto; Del resto, lo mandò libero e sciolto. Stanza S5. 55 L'altro
s'attacca ad un scheggion ch'usciva Fuor della roccia, per salirvi sopra;
Perché si spera, s'alia cima arriva. Di trovar via che dal pazzo lo copra. Ma
quel nei piedi (che non vuol che viva) Lo piglia, mentre di salir s'adopra; E
quanto più sbarrar puote le braccia. Le sbarra si, ch'in duo pezzi lo straccia;
56 A quella guisa che veggiam talora Farsi d'un aèron, farsi d'un pollo. Quando
si vuol delle calde interiora Che falcone o ch'astor resti satollo. Quanto é
bene accaduto che non muora Quel che fu a risco di fiaccarsi il collo! Ch'ad
altri poi questo miracol disse, Sì che l'udì Turpino, e a noi lo scrisse. 57 E
queste ed altre assai cose stupende Fece nel traversar della montagna. Dopo
molto cercare, alfin discende Verso merigge alla terra di Spagna; E lungo la
marina il cammin prende Oh' intomo a Tarracona il lito bagna: E come vuol la
furia che lo mena, Pensa farsi uno albergo in quell'arena, Dove dal Sole
alquanto si ricopra; E nel sabbion si caccia arido e trito. Stando così, gli
venne a caso sopra Angelica la bella e il suo marito, Ch'eran (siccome io vi
narrai di sopra) Scesi dai monti in su T Ispano lito. A men d'un braccio ella
gli giunse appresso. Perchè non s'era accorta ancora d'esso. 63 Come Orlando
sentì battersi dietro, Girossi, e nel girare il pugno strinse, E con la forza
che passa ogni metro, Ferì il destrier che '1 Saracino spinse. Ferii sul capo;
e come fosse vetro, Lo spezzò si, che quel civallo estinse, E rivoltosse in un
medesmo istante Dietro a colei che gli fiijgia innante. 64 Caccia Angelica E
con sferza e con Che le parrebbe a Sebben volasse più Dell' anel e' ha nel Che
può salvarla, E Panel, che nuu La fa sparir come in fretta la giumenta, spron
tocca e ritocca: quel bisogno lenta, che strai da cocca dito si rammenta, e se
lo getta in bocca: perde il suo costume, ad un soffio il lume. 59 Che fosse Orlandj),
nulla le sovviene; Troppo è diverso da quel eh' esser suole. Da indi in qua che
quel furor lo tiene, È sempre andato nudo all'ombra e al Sole. Se fosse nato
all'aprica Siene, 0 dove Ammone il Garamante cole, 0 presso ai monti onde il
gran Nilo spiccia. Non dovrebbe la carne aver più arsiccia. 60 Quasi ascosi
avea gli occhi nella testa. La faccia macra, e come un osso asciutta, La chioma
rabbuffata, orrida e mesta, La barba folta, spaventosa e brutta. Non più a
vederlo Angelica fu presta, Che fosse a ritornar, tremando tutta: Tutta
tremando, e empiendo il ciel di grida, Si volse per aiuto alla sua guida. 61
Come di lei s'accorse Orlando stolta, Per ritenerla si levò di botto: Così gli
piacque il delicato volto. Così ne venne immantinente ghiotto. D'averla amata e
riverita molto Ogni ricordo era in lui guasto e rotto. Le corre dietro, e tien
quella maniera Che terria il cane a seguitar la fera. II giovine, che '1 pazzo
seguir vede La donna sua, gli urta il cavallo addosso, E tutto a un tempo lo
percuote e fiede, Come lo trova che gli volta il dosso. Spiccar dal busto il
capo se gli crede: Ma la pelle trovò dura come osso, Anzi via più ch'acciar;
ch'Orlando nato Impenetrabile era ed affatato. 65 0 fosse la paura, o che
pigliasse Tanto disconcio nel mutar l'anello, Oppur che la giumenta
traboccasse, Che ncn posso affermar questo né quello; Nel medesmo momento che
si trasse L'anello in bocca, e celò il viso bello, Levò le gambe, e usci
dell'arcione, E si trovò riversa in sul sabbione, 66 Più corto che quel salto
era due dita Avviluppata rimanea col matto. Che con l'urto le avria tolta la
vita. Ma granventura l'aiutò a quel tratto. Cerchi pur eh' altro furto le dia
aita D'un' altra bestia, come prima ha fatto; Che più non è per riaver mai
questa, Ch'innanzi al Paladin l'arena pesta. 67 Non dubitate già eh' ella non
s' abbia A provvedere; e seguitiamo Orlando, In cui non cessa l'impeto e la
rabbia, Perchè si vada Angelica celando. Segue la bestia per la nuda sabbia, E
se le vien più sempre approssimando: Già già la tocca, ed ecco l'ha nel crine,
Indi nel freno, e la ritiene alfine. 68 Con quella festa il Paladin la piglia,
Ch'un altro avrebbe fatto una donzella: Le rassetta le redine e la brìglia, E
spicca un salto, ed entra nella sella; E correndo la caccia molte miglia, Senza
riposo, in questa parte e in quella:Mai non le leva né sella né freno, Né le
lascia gustare erba né fieno. Volendosi cacciare oltre una fossa, se ne va con
la cavalla. Non nocque a lui, né senti la percossa; Ma nel fondo la misera si
spalla. Non vede Orlando come trar la possa, E finalmente se l'arreca in
spalla, E su ritorna, e va con tutto il carco, Quanto in tre volte non
trarrebbe un arco. 70 Sentendo poi cbe gli gravava troppo, La pose in terra, e
volea trarla a mano: Ella il seguia con passo lento e zoppo. Dicea
Orlando:Cammina; e dicea invano. Se l'avesse seguito di galoppo. Assai non era
al desiderio insano. Alfin dal capo le levò il capestro, 71 E cosi la trascina,
e la conforta Che lo potrà seguir con maggior agio. Qual leva il pelo, e quale
il cuoio porta, Dei sassi ch'eran nel cammin malvagio. La mal condotta bestia
restò morta Finalmente di strazio e di disagio. Orlando non le pensa e non la
guarda; via correndo, il suo cammin non tarda. 72 Di trarla, anco che morta,
non rimase. Continuando il corso ad occidente:E tuttavia saccheggia ville e
case, Se bisogno di cibo aver si sente; E frutte e carne e pan, pur eh' egli
invase, Rapisce, ed usa forza ad ogni gente: Qual lascia morto, e qual
storpiato lassa; Poco si ferma, e sempre innanzi passa. 73 Avrebbe così fatto,
o poco manco, Alla sua donna, se non s'ascondea; non discemea il nero dal
bianco, E di giovar, nocendo, si credea. Deh maledetto sia Panello, ed anco Il
cavalier che dato le Tavea! Che se non era, avrebbe Orlando fatto Di sé
vendetta e di mill'altri a un tratto. Né questa sola, ma fosser pur state In
man d'Orlando quante oggi ne sono: Ch'ad ogni modo tutte sono ingrate, Né si
trova tra lor oncia di buono. Ma prima che le corde rallentate Al Canto
disugual rendano il suono, Fia meglio diiferirlo a un'altra volta, Aoiò men sia
noioso a chi l'ascolta. NOTE. . 4. V.5. Falda: qui per difesa deUa persona,
come lorica ecc. St. 6. V.6. Né si ragguaglia: non è concorde. St. 17. V.7.
Inviolabil: invulnerabile. St. 19. V.4. Cigno: personaggio mitologico, diverso
dal re ligure nominato nella Stanza 34 del Canto III. I poeti lo finsero
figliuol di Nettuno, e invulnerabile come Achille. St. 23. V.5. Dispaia:
separa, disceme. St. 27. V.4. Come: fa bello; voce latina. St. 28. Y. 4 7. La
cui morte ecc. Parla di Lucrezia moglie di GoUatino, violata da Sesto
Tarquinio; onde la cacciata di quella famiglia da Roma. Per le inviolabil
acque: per la palude Stigia; fìrase adoperata dai poeti, ond'esprìmere il
giuramento inviolabile degli Dei. St 30. V 3 8. Al terzo del: al cielo di
Venere, sede delle anime innamorate. Breusse: personaggio cru dele di cui
parlano i romanci della Tavola Rotonda, ivi pure soprannominato senza pietà.
Funesto: fu nestato, afflitto. St. 33. V.12. La superba mole, ecc.: il sepolcro
di Adriano sul Tevere, ora Castel Sant'Angelo. T. 35. V.45. Cacume: cima. St.
51. V.4. Tarraeon, V abitante della Spagna Tarragonese, ossia dell'Aragona. St.
54. V.56. Lenta: qui cedevol\ Rubi: rovi. St. 56. V.2. Aeron: aironei grande
uccello acqua tico. St. 59. V.57. Ali aprica Siene: città d' Egitto, detta dai
Latini Sence, ai confini deirEtiopia, sotto la zona torrida. 0 dove Ammone il
Garamante cole. Oaramanti chiamaronsi alcuni popoli della Libii, ora forse i
TibbouSf come altrove si è detto; Ivi fu il tempio e roracolo di Giove Ammone.
0 presso ai monti, ecc. Ai monti della Luna in Etiopia. St. 64 V.4. Cocca: la
tacca della fieccia, dov' entra la corda dell'arco; e qui, per estensione,
l'arco stesso 0 il luogo della corda dove si posa la freccia. St. 72. V.5.
Purch'egli invase: purché invasi, metta nel vaso, ossia nel ventre; mangi.
Altre <'.raiie pazìA di Orlando. MilnirJosfdo " Rdgifi"ro Orlando.
Euggiero vi rfsta ferito, e Mandrti?fttdo vi muore. Bradamanti riceve di
Ippalualaktefiradi Rmg. jErOf 1 Hi duote di |ui.Hina)<lo vienfi a
MontalbaoUp e cotiduee ssco i fratelli e i cugini in "ìitto di Carlo'
Quaulo vincer dall'impeto e dall'im Si hm k ragion né si difende, E che '1
cieco farar sì iananzi tira 0 TU Lino 0 Jiuia s clic gli amici offende; 'ebbeii
di poi si piange g sì sospira, ìsùa è per questo che l'errot a' emende. Jjasso!
io mi doglio e affliggo invan di quanto Pisi per ira al Jin dell altro Canto.
Ma simile son fatto ad uno infenno, CLCt dopo molta pazi'enzia e molta. Quando
contraU dolor non ha pia schermo Cede alla nebbia, e a besttìmiuiar sì volta.
Manca il dolor, uè l'impeto ata fermo, Che la lingaa al dir mal facea si
sciolta: £ si ravvede e peate, e u'ha dispetto. Ben spero, donne, in vostra
cortesia Aver da voi perdon, poich' io ve '1 chieggio. Voi scuserete, che per
frenesia, Vinto dall' aspra passì'on, vaneggio. Date la colpa alla nimica mia.
Che mi £& star, chMo non potrei star peggio; E mi fa dir quel di eh io son
poi gramo:Sallo Iddio, s'ella ha il torto; essa, sMo Pamo. Non men Fon fuor di
me, che fosse Orlando; E non son men di lui di scusa degno. Ch'or per li monti,
or per le piaggie errando. Scorse in gran parte di Marsilio il regno, di la
cavalla strascinando Morta, com' era, senza alcun ritegno; Ma giunto ove un
gran fiume entra nel mare, Gli fu forza il cadavere lasciare. 5 E perchè sa
nuotar come una lontra, Entra nel fiume, e surge air altra riva. Ecco un pastor
sopra un cavallo incontra, Che per abbeverarlo al fiume arriva. Colui, benché
gli vada Orlando incontra, Perchè egli è solo e nudo, non lo schiva. Vorrei del
tuo ronzin, gli disse il matto, Con la giumenta mia far un baratto. 6 Io te la
mostrerò di qui se vuoi; Che morta là su V altra ripa giace:La potrai far tu
medicar di poi:Altro difetto in lei non mi dispiace. qualch aggiunta il ronzi n
darmi puoi:Smontane in cortesia, perchè mi piace. Il pastor ride, e senz' altra
risposta Va verso il guado, e dal pazzo si scosta. 7 Io voglio il tuo cavallo:
olà, non odi? Soggiunse Orlando, e con furor si mosse. Avea un baston con nodi
spessi e sodi Quel pastor seco, e il Paladin percosse. La rabbia e l'ira passò
tutti i modi Del Conte, e parve fier più che mai fosse. Sul capo del pastore un
pugno serra, Che spezza Fosso, e morto il caccia in terra. 8 Salta a cavallo, e
per diversa strada Va discorrendo, e molti pone a sacco. Non gusta il ronzin
mai fieno né biada; Tanto chMn pochi di ne riman fiacco: Ma non però ch'Orlando
a piedi vada, Che di vetture vuol vivere a macco; E quante ne trovò, tante ne
mise In uso, poi che i lor patroni uccise. 9 Capitò alfin a Malega, e più danno
Vi fece, ch'egli avesse altrove fatto; Che, oltre che ponesse a saccomanno il
popol sì, che ne restò disfatto. Né si potè rifar quel né Paltr'anno, Tanti
n'uccise il periglioso matto, Vi spianò tante case, e tante accese, disfè più
che '1 terzo del paese. 10 Quindipartilo,venne ad una terra, Zizera detta, che
siede allo stretto Di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra, Che l'uno e l'altro
nome le vien detto; una barca che sciogliea da terra, Vide piena di gente da
diletto. Che sollazzando all'aura mattutina Già per la tranquillissima marina.
1 1 Cominciò il pazzo a gridar forte: Ajspetti:Che gli venne disio d'andare in
barca. Ma bene invano e i gridi e gli urli getta; Che volentier tal merce non
si carca. Per l'acqua il legno va con quella fretta. Che va per l'aria irondine
che varca. Orlando urta il cavallo e batte e stringhe, E con un mazzafrusto
all'acqua spinge. 12 Forza è ch'alfin nell'acqua il cavaro entic, Ch'invan
contrasta, e spende invano ogni opra: Bagna i ginocchi e poi la groppa e '1
ventre, Indi la testa, e appena appar di sopra. Tornare addietro non si speri,
mentre La verga tra l'orecchie se gli adopra. Misero ! o si convlen tra via
affogare, 0 nel lito african passare il mare. 13 Non vede Orlando più poppe né
sponde. Che tratto in mar l'avean dal lito asdutto; Che son troppo lontane, e
le nasconde Agli occhi bassi 1' alto e mobil flutto:tuttavia il destrier caccia
tra Tonde; Ch' f ndar di là dal mar dispone in tutttì. Il destrier, d'acqua
pieno e d'alma vóto, Finalmente finì la vita e il nuoto. 14 Andò nel fondo, e
vi traea la salma . Se non si tenea Orlando in su le braccia. Mena le gambe, e
l'una e l'altra palma, E soffia, e l'onda spinge daUa faccia. Era Paria soave,
e il mare in calma: E ben vi bisognò più che bonaccia; Ch' ogni poco che U mar
fosse più sorto, Restava il Paladin nell'acqua morto. 15 Ma la Fortuna, che dei
pazzi ha cura. Del mar lo trasse nel lito di Setta, In una spiaggia, lungi
dalle mura, Quanto sarian duo tratti di saetta. Lungo il mar molti giorni alla
ventura Verso Levante andò correndo in fretta. Finché trovò, dove tendea sul
lito, Di nera gente esercito infinito. 16 Lasciamo il Paladin ch'errando vada;
Ben di parlar di lui tornerà tempo. Quanto, Signor, ad Angelica accada Dopo
ch'usci di man del pazzo a tempo, E come a ritornare in sua ( ijtrada Trovasse
e buon navilio e miglior tempo, E dell' India a Medor desse lo scettro, Forse
altri canterà con miglior plettro.Io sono a dir tante altre cose intento, Che
di seguir più questa non mi cale. Volger convierarai il bel ragionamento Al
Tartaro che, spinto il suo rivale, Quella bellezza si godea contento, A cui non
resta in tutta Europa eguale, Poscia che se n'è Angelica partita, E la casta
Isabella al ciel salita. 18 Della sentenzia Maniricardo altiero, Ch' in suo
favor la bella donna diede, Non può fruir tutto il diletto intero; Che contra
lui son altre liti in piede. gli muove il giovene Ruggiero, Perchè P aquila
bianca non gli cede; L'altra il famoso re di Sericana, Che da lui vuol la spada
Durindana. 19 S affatica Agramante, uè disciorre, Né Mnrsilio con lui, sa
questo intrico:Né solamente non li può disporre Che voTlia Pun dell'altro esser
amico; Ma che Ruggiero a Mandricardo torre Lasci lo scudo del Troiano antico, 0
Gradasso la spada non gli vieti, Tanto che questa o quella lite accheti. 20
Ruggler non vuol ch'in altra pugna vada Con lo suo scudo; né Gradasso vuole
Che', fuor che contra sé, porti la spada Che '1 glorioso Orlando portar suole.
• Alfin veggìamo in cui la sorte cada, Disse Agramante, e non sian più parole:
Veggiam quel che Fortuna ne disponga, E sia preposto quel ch'ella preponga.
Stanza 12. E se compiacer meglio mi volete, Onde d'aver ve n'abbia obbligo
ognora, Chi de' di voi combatter sortirete; Ma con patto, ch'ai primo che esca
fuora, le querele in man porrete; Sì che, per sé vincendo, vinca ancora Pel
compagno; e perdendo l'un di vui, Così per luto abbia per ambidui. 22 Tra
Gradasso e Ruggier credo che siaDi valor nulla o poca differenza E di lor qual
si vuol venga fuor pria, So eh' in arme farà per eccellenza; Poi la vittoria da
quel canto stia, Che vorrà la divina Provvidenza. 11 cavalier non avrà colpa
alcuna, Ma il tutto imputerassi alla Fortuna. 23 Steron taciti al detto
d';Agramante E Ruggiero e Gradasso; ed accordarsi Che qualunque di loro uscirà
innante, E l'una briga e V altra abbia a pigliarsi. Così in duo brevi ch'avean
simigliante Ed egual forma, i nomi lor notarsi; E dentro un' urna quelli hanno
rinchiusi, Versati molto, e sozzopra confusi. 24 Un semplice fanciul nell' urna
messe mano, e prese un breve; e venne a caso questo il nome di Ruggier si
lesse. Essendo quel del Serican rimaso. Non si può dir quanta allegrezza avesse
Quando Ruggier si senti trar del vaso, d'altra parte il Sericano doglia; Ma
quel che manda il ciel, forza è che toglia. 25 Ogni suo stadio il Sericaoo,
ogni opra A favorire, ad aintar converte, Perchè Ruggiero abbia a restar di
sopra; E le cose in suo prò, eh' avea già esperte, Come or di spada, or di
scudo si copra, Qual sien botte fallaci, e qual sien certe, Quando tentar,
quando schivar fortuna Si dee, gli torna a mente ad una ad una. stanza 37. 26
II resto di quel di che dair accordo E dal trar dellesorti sopravanza, É speso
dagli amici in dar ricordo, Chi all'un guerrier, chi all'altro, com'è usanza.
Il popol, di veder la pugna ingordo, S'affretta a gara d'occupar la stanza: Né
basta a molti innanzi giorno andarvi, Che voglion tutta notte anco veggiarvi.
27 La sciocca turba disìosa attende Ch'i duo buon cavalier vengano in prova;
Che non mira più lungi né comprende Di quel ch'innanzi agli occhi si ritrova.
Ma Sobrino e Marsilio, e chi più intende, E vede ciò che nuoce e ciò che giova,
Biasma questa battaglia, ed Agramante, Che voglia comportar che vada innante.
28 Né cessan raccordargli il grave danoo Che n' ha d'avere il popol Saracino,
Muora Ruggiero o il Tartaro tiranno, Quel che prefisso è dal suo fier destino:
D'un sol di lor via più bisogno avranno Per contrastare al figlio di Pipino,
Che di dieci altri mila che ci sono, Tra'quai fatica è ritrovare un buono. 29
Conosce il re Agramante che gli è Tero; Ma non può più negar ciò e' ha
promesso. Ben prega Mandricardo e il buon Raggiero Che gli ridonin quel c'ha
lor concesso: E tanto più, che '1 lor litigio è un zero, Né degno in prova
d'arme esser rimesso:E s' in ciò pur noi vogliono ubbidire, Veglino almen la
pugna differire. 30 Cinque o sei mesi il singular certame, 0 meno o più, si
differisca, tanto Che cacciato abbin Carlo dal reame. Tolto lo scettro, la
corona e il manto. Ma r nn e l'altro, ancorché vogUa e brame Il Re ubbidir, pur
sta duro da canto; Che tale accordo obbrobrioso stima A chi '1 consenso suo vi
darà prima. 31 Ma più del Re, ma più d'ognun ch'invano Spenda a placare il
Tartaro parole, La bella figlia del re Stordilano il priega, e si lamenta e
duole:Lo prega che consenta al Re africano, E voglia quel che tutto il campo
vuole; Si lamenta e si duol che per lui sia Timida sempre e piena d'angonia. 32
Lassa! dicea, che ritrovar poss'io Rimedio mai, eh' a riposar mi vaglia, S'or
centra questo, or quel, nuovo disio Vi trarrà sempre a vestir piastra e maglia?
C'ha potuto giovare al petto mio Il gaudio che sia spenta la battaglia Per me
da voi centra quell'altro presa, Se un'altra non minor se n'è già acoesa? 83
Oimè! ch'invano i'me n'andava altiera Ch' un Re sì deguo, un cavalier si forte
Per me volesse in perigliosa e fiera Battaglia porsi al risco della morte;
Ch'or veggo per cagion tanto leggiera Non meno esporvi alla medesma sorte. Fu
naturai ferocità di core, quella v'instigò, più che'l mio amore. 3ra se gli è
ver cheU vostroamorsiaquello Che vi sforzate di mostrarmi ognora, Per lui vi
prego, e per quel gran flagello Che mi percuote Palma e che m'accora, non vi
caglia se'l candido augello Ha nello scudo quel Ruggiero ancora. Utile 0 danno
a voi non so eh' importi, Che lasci quella insegna, o che la porti. 35 Poco
guadagno, e perdita uscir molta Della hattaglia può, che per far sete. Quando
ahhiate a Ruggier l'aquila tolta, Poca mercè d'un gran travaglio avrete; Ma se
Fortuna le spalle vi volta (Che non però nel crin presa tenete). Causate un
danno, eh' a pensarvi solo Mi sento il petto già sparar di duolo. Stanza 46. 36
Quando la vita a voi per voi non sia Cara, e più amate un'aquila dipinta, Vi
sia almen cara per la vita mia:Non sarà l'una senza l'altra estinta. Non già
morir con voi grave mi fia:Son di seguirvi ii vita e in morte accinta; Ma non
vorrei morir si mal contenta, Come io morrò, se dopo voi son spenta. 38 Deh,
vita mia, non vi mettete affanno. non, per Dio, di cosi lieve cosa, Che se
Carlo e'I re d'Africa, e ciò ch'hanno Qui di gente moresca e di franciosa,
Spicgasson le handiere in mio sol danno, Voi pur non ne dovreste esser pensosa.
Ben mi mostrate in poco conto avere Se per me un Ruogier sol vi fa temere. 37
Con tai parole e simili altre assai, Che lacrime accompagnano e sospiri. Pregar
non cessa tutta notte mai, Perch' alla pace il suo amator ritiri. E quel,
suggendo dagli umidi rai Quel dolce pianto, e quei dolci martiri Dalle
vermiglie labhra più che rsi, Lacrimando egli ancor, così rispose: 39 E vi
dovria pur rammentar che, solo (E spada io non avea né scimitarra), Con un
troncon di lancia a un grosso stuolo D'armati cavalier tolsi la sbarra.
Gradasso, ancor che con vergogna e duolo Lo dica, pure, a chi '1 domanda, narra
Che fa in Boria a un Castel mio prigioniero; Ed è pur d'altra fama, che
Ruggiero. 40 Non niega similmente il re Gradasso, E sallo Isolier vostro e
Sacripante, Io dico Sacripante il re Circasso. El famoio Grifone ed Aquilante.
Cent' altri e più. che pure a questo passo Stati eran presi alcuni giorni
innante, Macomettani e gente di battesmo, Che tutti liberai quel di medesmo. 41
Non cessa ancor la meraviglia loro Della gran prova eh' io feci quel giorno,
Maggior che se l'esercito del Moro E del Franco inimici avessi in tomo. Ed or
potrà Ruggier, giovine soro, Farmi da solo a solo o danno o scorno? Ed or e' ho
Durindana e l'armatura D'Ettor, vi de' Ruggier metter paura?42 Deh perchè
dianzi in prova non venn'io,Sefar di voi con Tarme io potea acquisto? So che
v'avrei si aperto il valor mio, Ch'avreste il fin già di Ruggier previsto.
Asciugate le lacrime, e per Dio Non mi fate uno augurio così tristo; E siate
certa che 'l mio onor m' ha spinto:Non nello scudo il bianco augel dipinto. 43
Cosi disse egli; e molto ben risposto Gli fu dalla mestissima sua donna. Che
non pur lui mutato di proposto, Ma di luogo avria mossa una colonna. Ella era
per dover vincer lui tosto, Ancor eh' armato, e eh' ella fosse in gonna; E
l'avea indotto a dir, se'l Re gli parla D'accordo più, che volea contentarla.
44 E lo facea: se non tosto eh' al Sole La vaga Aurora fé l'usata scorta,
L'animoso Ruggier, che mostrar vuole Clie con ragion la bella aquila porta, Per
non udir più d'atti e di parole Dilazi'on, ma far la lite corta. Dove circonda
il popol lo steccato, Sonando il corno, s'appresenta armato. 45 Tosto che sente
il Tartaro superbo Ch'alia battaglia il suono altier lo sfida. Non vuol più
dell'accordo intender verbo, 31 a si lancia del letto, ed arme grida; E si dimostra
sì nel viso acerbo. Che Doralice i stessa non si fida I>i dirgli più di pace
né di triegua: E forza è infin che la battaglia segua. 46 Subito s'arma, ed a
fatica aspetta Da' suoi scudieri i debiti servigi: Poi monta sopra il buon
cavallo in fretta. Che del gran difensor fu di Parigri; E vien correndo inver
la piazza eletta A terminar con l'arme i gran liti. Vi giunse il Re e 1"
Corte allora allora: Sì eh' all' assalto fu poca dimora. 47 Posti lor furo ed
allacciati in testa I lucidi elmi, e date lor le latce. Segue la tromba a dare
il segno presta. Che fece a mille impallidir le guance. Posero l'aste i
cavalieri in resta, E i corridori punsero alle pance: E venner con tale impeto
a ferirsi, Che parve il ciel cader, la terra aprirsi. 48 Quinci e quindi venir
si vede il branco Augel che Giove per l'aria sostenne; Come nella Tessalia si
vide anco Venir più volte, ma con altre penne. Quanto sia l'uno e l'altro
ardito e franco. Mostra il portar delle massicce antenne; E molto più, eh' a
quello incontro duro Quai torri ai venti, o scogli air onde furo. 49 I tronchi
fin al ciel ne sono ascesi, Scrive Turpin, verace in questo loco, Che dui 0 tre
giù ne tornare acctsi, Ch'eran saliti alla sfera del fuoco. I cavalieri i
brandi aveano presi:E come quei che si temeano poco. Si ritomaro incontra; e a
prima giunta Ambi alla vista si ferir di punta. 50 Ferirsi alla visiera al
primo tratto; E non miraron, per mettersi in terra, Dare ai cavalli morte, eh'
è mal'atto, Perch' essi non han colpa della guerra. Chi pensa che tra lor fosse
tal patto, Non sa l'usanza antiqua e di molto erra:Senz' altro patto, era
vergogna e fello E biasmo eterno a chi feria il cavaUo. 51 Feiìrsi alla
visiera, ch'era doppia, Ed appena anco a tanta furia resse. L'un colpo appresso
all'altro si raddoppia: Le botte, più che grandine, son spesse, Che spezza
fronde e rami e grano e stoppia, E uscir invan fa la sperata messe. Se
Durindana e Balisarda taglia Sapete, e qaanto in queste mani vaglia. Ma degno
dì sé colpo ancor non fanno, Si r uno e r altro ben sta su l'avviso. Uscì da
Maudricardo il primo danno, Per cui fu quasi il buon Ruggiero ucciso. D'uno di
quei gran colpi che far sanno, Gli fa lo scudo pel mezzo diviso, E la corazza
apertagli di sotto; E fin sul vivo il crudel brando ha rotto. 03 L'aspra
percossa agghiacciò il cor nel petto, Per dubbio di Ruggiero, ai circonstmti,
Nel cui favor si conoscea lo affetto Dei più inchinar, se non di tutti quanti.
E se Fortuna ponesse ad effetto Quel che la maggior parte vorria innanti, Già
Mandricardo sana morto o preso: che M suo colpo ha tutto il campo offeso. 54 Io
credo che qualche agnol sMnterpose Per salvar da quel colpo il cavaliere. Ma
ben senza più indugio gli rispose, Terribil più che mai fosse, Ruggiero. La
spada in capo a Mandrìcardo pose; Ma sì lo sdegno fu subito e fiero, E tal
fretta gli fe\ ch'io men T incolpo Se non mandò a ferir di taglio il colpo. 55
Se Balisarda lo giungea pel dritto. L'elmo d'Ettorre era incantato invano. Fu
sì del colpo Mandricardo afflitto, Che si lasciò la briglia uscir di mano.
D'andar tre volte accenna a capo fìtto, Mentre scorrendo va d'intorno il piano
Brigliador che conoscete al nome, Dolente ancor delle mutate some. 58 E
Balisarda al suo ritorno trasse Di fuori il sangue tiepido e vermiglio, vietò a
Durindana che calasse Impetuosa con tanto periglio: Benché fin su la groppa si
piegasse Ruggiero, e per dolor strignesse il ciglio:E s'elmo in capo avea di
peggior tempre, Gli era quel colpo memorabil sempre. Stanza 49. 56 Calcata
serpe mai tanto non ebbe. Né ferito leon, sdegno e furore, Quanto il Tartaro,
poi che si riebbe Dal colpo che di sé lo trasse fuore:quanto l'ira e la
superbia crebbe. Tanto e più crebbe in lui forza e valore. Fece spiccare a
Brigliadoro un salto Verso Ruggiero, e alzò la spada in alto. 57 Levossi in su
le staffe, ed all'elmetto S2gnògli, e si credette veramente a quella volta fin
al petto:Ma fui lui Ruggierpiùdiligente;Chepria che'l braccio scenda al duro
effeito, Gli caccia sotto la spada pungente, E gli fa nella magb'a ampia
finestra, Che sotto difendea l'ascella destra. 59 Ruggier non cessa, e spinge
il suo cavallo E Mandricardo al destro fianco trova. Quivi scelta finezza di
metallo, E ben condutta tempra poco giova Centra la spada che non scende in
fallo, Che fu incantata non per altra prova . Che per far eh' a' suoi colpi
nulla vaglia Piastra incantata ed incantata maglia 60 Taglionne quanto ella ne
prese, e insieme Lasciò ferito il Tartaro nel fianco, Che '1 ciel bestemmia, e
di tant' ira freme, Che'l tempestoso mare è orribil manco. Or s'apparecchia a
por le forze estreme: Lo scudo ove in azzurro è l'augel bianco, Vinto da
sdegno, si gittò lontano E messe al brando e l'una e l'altra mano. 61 Ah, disse
a lui Ruggier, senza più basti A mostrar che non mertì quella insegna, Ch' or
tu la getti, e dianzi la tagliasti:Né potrai dir mai più che ti convegna. Cosi
dicendo, forza è ch'egli attasti Con quanta furia Durindana vegna; Che sì gli
grava e si gli pesa in fronte, Che più leggier potea cadervi un monte:stanza
67. 62 E per mezzo gli fende la visiera; Buon per lui, che dal viso si
discosta: Poi calò su Tarcion che ferratoera,Nélo difese averne doppia crosta:
Giunse alfin su T arnese, e come cera L'aperse con la falda soprapposta; E feri
gravemente nella coscia Ruggier, si ch'assai stette a guarir poscia. 63
Dell'un, come dell'altro, fatte rosse n sangue l'arme avea con doppia riga;
Talché diverso era il parer, chi fosse Di lor, ch'avesse il meglio in quella
briga. Ma quel dubbio Ruggier tosto rimosse la spada che tanti ne castiga: Mena
di punta, e drizza il colpo crudo Onde gittato avea colui lo scudo. 64 Fora
della corazza il lato manco, E di venire al cor trova la strada; Che gli entra
più d'un palmo sopra il fiasca Sì che convien che Mandricardo cada D'ogni
ragion che può nell'augel bianco, 0 che può aver nella famosa spada; E della
cara vita cada insieme, Che, più che spada e scudo, assai gli preme. 65 Non
mori quel meschin senza vendetta: Ch' a quel medesmo tempo che fu edito, La
spada, poco sua, menò di fretta; Fd a Ruggier avria partito il volto, Se già
Ruggier non gli avesse intercetta Prima la forza, e assai del vigor tolto. Di
forza e di vigor troppo gli tolse Dianzi, che sotto il destro braccio il colse.
<)6 Da Mandricardo fu Ruggier percosso Nel punto ch'egli a lui tolse la
vita; Tal eh' un cerchio di ferro, anco che grosso .Euna cuffia d'acciar ne fu
partita. Durindana tagliò cotenna ed osso, E nel capo a Ruggiero entrò due
dita. Ruggier stordito in terra si riversa . E di sangue nn ruscel dal capo
versa. 67 n primo fa Ruggier ch'andò per terra . E di poi stette l'altro a
cader tanto, Che quasi crede ognun che della guerra Mandricardo il pregio e il
vanto: E Doralice sua, che con gli altri erra, E che quel dì più volte ha riso
e pianto. Dio ringraziò con mani al ciel supine, Ch'avesse avuta la pugna tal
fine. 68 Ma poi ch'appare a manifesti segni Vivo chi vive, e senza vita il
morto Nei petti de'fautor mutano i regni; Di là mestizia, e di qua vien
conforto. 1 Re, i Signori, i cavalier più degni, Con Ruggier eh' a fatica era
risorto, A rallegrarsi ed abbracciarsi vanno, E gloria senza fine e onor gli
danno. 69 Ognun s' allegra con Ruggiero, e sente Il medesmo nel cor, e' ha
nella bocca. Sol Gradasso il pensiero ha differente Tutto da quel che fuor la
lingua sSòcca. Mostra gaudio nel viso, e occultamente Del glorioso acquisto
invidia il tocca; E maledice o sia destino o caso, II qual trasse Ruggier prima
del vaso. Che dirò del favor, che delle tante Carezze e tante, affettuose e
vere, Che fece a quel Ruggiero il re Agramante, Senza il qual dare al vento le
handìere, Né volse muover d'Africa le piante, Né senza lui si fidò in tante
schiere? Or che del re Agricane ha spento il seme, Prezza più lui, che tutto il
mondo insieme. Né di tal volontà gli uomini soli Eran verso Ruggier, ma le
donne anco, Che d'Africa e di Spagna fra gli stuoli Eran venute al tenitorio
franco. E Doralice istessa, che con duoli Piangea ramante suo pallido e bianco,
Forse con P altre ita sarebbe in schiera. Se di vergogna un duro firen non era.
Stanza 93. 72 Io dico forse, non ch'io ve raccerti, Ma potrebbe esser stato di
leggiero; Tal la bellezza, e tali erano i merti, I costumi e i sembianti di
Ruggiero. Ella, per quel che già ne siamo esperti. Sì facile era a variar
pensiero, Che per non si veder priva d'amore, Avria potuto in Riiggier porre il
core. 73 Per lei buono era vivo Mandricardo:Ma che ne volea far dopo la morte?
le convien d'un che gagliardo Sia notte e di ne' suoi bisogni, e forte. Non era
stato intanto a venir tardo Il pii\ perito medico di corte, Che di Ruggier veduta
ogni ferita, Già l'avea assicurato della vita. 74 Con molta diligenzia il Re
Agramante Pece colcar Ruggier nelle sue tende; Che notte e di yeder sei vuole
innante:Sì r ama, sì di lui cura si prende. Lo scudo al letto e V arme tutte
quante Che fur di Mandricardo, il Re gli appende; Tutte le appende, eccetto
Durindana, Che fii lasciata al re di Sericana. 75 Con Tarme T altre spoglie a
Ruggier sono Date di Mandricardo, e insieme dato Gli è Brigliador, quel
destrier bello e buono, Che per furore Orlando avea lasciato. Poi quello al Re
diede Ruggiero in dono: Che s'avvide ch'assai gli saria grato. Non più di
questo; che tornar bisogna A chi Ruggiero invan sospira e agogna. 76 Gli
amorosi tormenti che sostenne Bradamante, aspettando, io v'ho da dire. A Montalbano
Ippalca a lei rivenne, E nuova le arrecò del suo desire. Prima, di quanto di
Frontin le avvenne Con Rodomonte, l'ebbe a riferire; Poi di Ruggier, che
ritrovò alla fonte Con Ricciardetto e' frati d'Agrismonte; 77 E che con esso
lei s'era partito Con speme di trovare il Saracino, E punirlo di quanto avea
fallito D'aver tolto a una donna il suo Frontino; E che '1 disegno poi non gli
era uscito, Perchè diverso avea fatto il cammino:La cagione anco, perchè non
venisse A Montalban Ruggier, tutta le disse; 78 E rìferille le parole appieno,
Ch'in sua scusa Ruggier le avea commesse. Poi si trasse la lettera di seno, Ch'
egli le die, perch' ella a lei la desse. Con viso più turbato, che sereno.
Prese la carta Bradamante, e lesse; Che, se non fosse la credenza stata Già di
veder Ruggier, fora più grata. 79 L'aver Ruggiero ella aspettato, e, invece Di
lui, vedersi ora appagar d'un scritto, Del bel viso turbar l'aria le fece Di
timor, di cordoglio e di despitto. Baciò la carta diece volte e diece. Avendo a
chi la scrisse il cor diritto. Le lagrime vietar, che su vi sparse, Che con
sospiri ardenti ella non l'arse. 80 Lesse la carta quattro volte e sei, E volse
eh' altrettante l'imbasciata Replicata le fosse da colei Che l'una e V altra
avea quivi arrecata, Pur tutta via piangendo: e crederei Che mai non si Siria
pili racchetata, Se non avesse avuto pur conforto Di rivedere il suo Ruggier di
corto. 81 Termine a ritornar quindici o venti Giorni avea Ruggier tolto, ed
affermato L'avea ad Ippalca poi con giuramenti Da non temer che mai fosse
mancato. Chi m'assicura, oimè! degli accidenti, Ella dicea, c'han forza in ogni
lato, Ma nelle guerre più, che non distomi Alcun tanto Ruggier, che più non
tomi? 82 Oimè ! Ruggiero, oimè ! chi avria creduto Ch'avendoti amato io più di me
stessa,, più di me, non eh' altri, ma potato Abbi amar gente tua inimica
espressa? A chi opprimer dovresti, doni aiuto; Chi tudovresti aitare, è da te
oppressi. Non so se biasmo o laude esser ti credi. Ch'ai premiar e al punir sì
poco vedi. 83 Fu morto da Troian (non so se il sai) n padre tuo; ma fin ai
sassi il sanno:E tu del figlio di Troian cura hai Che non riceva alcun disnor
né danno. É questa la vendetta che ne fai, Ruggiero? e a quei che vendicato
l'hanno, Rendi tal premio, che del sangfue loro Me fai morir di strazio, e di
martore?84 Dicea la donna al suo Ruggiero absente Queste parole ed altre,
lacrimando, Non una sola volta, ma sovente. la venia pur confortando Ruggier
serverebbe interameute Sua fede, e eh' ella l'aspettasse, quando Altro far non potea,
fino a quel giorno Ch'avea Ruggier prescritto al suo ritorno. 85 I conforti
d'Ippalca, e la speranza Che degli amanti suole esser compagna, Alla tema e al
dolor tolgon possanza Dì far che Bradamante ognora piagna. Montalban, senza
mutar mai stanza, Voglion che fin al termine rimagna; Fin al promesso termine e
giurato. Che poi fu da Ruggier male osservato. Ma chegli alla promessa sua
mancasse, Non però debbe aver la colpa affatto; Chiana causa ed un'altra sì lo
trasse, gli fu forza preterire il patto. Convenne che nel letto sì colcasse, E
più d'un mese sìstesse di piatto In dubbio di morir: si il dolor crebbe Dopo la
pugna che col Tartaro ebbe. 87 L'innamorata giovane l'attese Tutto quel giorno,
e deslollo invano, Né mai ne seppe, fuor quanto nentese Ora da Ippalca, poi dal
suo germano, Questa novella, ancor ch'avesse grata, Pur di qualche amarezza era
turbata:88 Che di Marfisa in quel discorso udito L'alto valore e le bellezze
avea: Udì come Ruggier s'era partito Con esso lei, e che d'andar dicea Là dove
con disagio in debol sito Mal sicuro Agramante si tenea. Si degna compagnia la
donna lauda, Ma non che se n' allegri, o che l'applauda. 89 Né picciolo è il
sospetto che la preme; Che se Marfisa é bella, come ha fama, E che fin a quel
di sien giti insieme, È maraviglia se Ruggier non Tama. Pur non vuol creder
anco, e spera e teme; E '1 giorno che la può far lieta e grama, Misera aspetta;
e sospirando stassi, Da Montalban mai non movendo ì passi. 90 Stando ella
quivi, il Principe, il Signore bel castello, il primo de' suoi frati (Io non
dico d'etade, ma d'onore; Che di lui prima duo n'erano nati), Rinaldo, che di
gloria e di splendore Gli ha, come il Sol le stelle, illuminati, Giunse al
castello un giorno in su la nona; Né, fuor eh' un paggio, era con lui persona.
91 Cagion del suo venir fu, che da Brava Ritornandosi un dì verso Parigi, Come
v'ho detto che sovente andava Per ritrovar d'Angelica vestigi, Avea sentita la
novella prava Del suo Viviano e del suo Malagigi, Ch'eran p" esser dati al
Maganzese; E perciò ad Agrismonte la via prese:92 Dove intendendo poi eh' eran
salvati, E gli avversari lor morti e distrutti, E Marfisa e Ruggiero erano
stati, Che gli aveano a quei termini ridutti; E' suoi fratelli e' suoi cugin
tornati A Montalbano insieme erano tutti; Gli parve un'ora un anno di trovarsi
Con esso lor là dentro ad abbracciarsi. 93 Venne Rinaldo a Montalbano, e quivi
Madre, moglie abbracciò, figli e fratelli, E i cugini che dianzi eran captivi;
E parve, quando egli arrivò tra quelli, Dopo gran fame irondine ch'arrivi Col
cibo in bocca ai pargoletti augelli: E poi eh' un giorno vi fu stato o dui,
Partissi, e fé' partire altri con lui. 94 Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e
d'essi d' Amone, il più vecchio Guicciardo, Malagigi e Vivian, si furon messi
In arme dietro a Paladin gagliardo. Bradamante aspettando che s'appressi Il
tempo ch'ai disio suo ne vien tardo. Inferma, disse alli fratelli, eh' era:E
non volse con lor venire in schiera. 96 E ben lor disse il ver, ch'ella era
inferma. Ma non per febbre o eorporal dolore: Era il disio che l'alma dentro
inferma, E le fa alterazion patir d'amore. Rinaldo in Monlbano più non si
ferma, E seco mena di sua gente il fiore. a Parigi appropinquosse, e quanto
Carlo aiutò, vi dirà l'altro Cauto. NOTE. Sr. 8. V.6 Che di vetture vxiol
vivere a macco: cioè gratis. St. 9. V.3. Ponesse a saccomanno: a sacco. St. 10.
V.2, Zizera. L'antica Igilgilis. Ora Algesi rcks, 0 Gibilterra vecchia neir
Andalusia, porto sulla co sta meridionale della baia di Gibilterra, di cui è
lon tana tre leghe soltanto. St. 11. V.8. Il Mazzafrusto è propriamente una
frusta fatta con cordicella o fili di metallo che hanno in cima palle di
piombo, e son legati a un manico di legno 0 di ferro. Qui pare usato per grosso
bastone. St. 15. V.7. Tendea. Qui tendere è usato alla la per stare attendato.
St. 16. V.8. Forse altri canterd con miglior plet tro, n Brnsantini ne ha
cantato, ma assai male, nel V Angelica Innamorata. St. 17. V.4 Spinto: qui
allontaìiato . St. 21. V.3. Sortirete: trairete a sorte. St. 23. V.8. Versati:
agitati. St. 41. V.5. Saro: inesperto. St. 46. V.4. Del gran dìfensor, ecc.:
d'Orlando. St. 48. V.14. Il Manco augel: T aquila, che il Poeta dice bianca y
perchè di quel colore ve lesi nella stemma di Casa d'Este, di cui Ruggiero è
rautico ceppa. Come nella T<ssaHa, ecc. Allude alle battaglie eoi battute in
quei luoghi dalle legioni romane, di cai lii ' segna era Taquila. St. 61. V.5.
Aitasti: provi. St. 62. V.6. Falda: diconsi falde quelle sthsee metalliche che
attorniano la cintura delFusbergo, e sc"b dono a riparare i fianchi e le
cosce del gieniero. St. 68. V.34. MiUano regni, ecc.: mataoo seli dov'era
mestizia subentra conforto, e viceversa. St. 76. V.4. Del suo desire: del suo
desiderato amante. St. 86. V.6. Di piatto: ritirato. St. 90. V.56. Secondo le
credenze deirantica astro nomia, il sole dava luce a tutte le stelle. St. 93.
V.2. Madre, moglie. Beatrice, figlia di Nino duca di Baviera, fu madre di
Rinaldo, e la moglie di lai era Clarice, sorella di Ugone di Bordò. Si ha del
Tasso un poema sugli amori di Rinaldo e Clarice, iutitokio Rinaldo. Canto
XXXf.IVró dr turili ftlo a muro ch" "ì pone Tra questa suaviÉiima
doleezsMi . É na nuiitiienti", uita iHTfivJoDcs Ed è un condurre amore a
più finezza. L'ncque parer fa saporite e buone La sete, e il cibo pel digiun s
apprezza:Non conosce la pace e non l'estima provato non ha la guerra prima.
Canto XXXI. 3 Se ben non veggon gii occhi ciò che vede Ognora il core, in pace
si sopporta. Lo starlontano, poi qnando si riede y Quanto più lungo fu, più riconforta.
Lo stare in servitù senza mercede, Purché non resti la speranza morta, Patir si
può; che premio al ben servire 4 Gli sdegni, le repulse, e finalmente Tutti i
martìr d'Amor, tutte le pene Fsa, per lor rimembranza, che si sente Sfa se
l'infernal peste una egra mente Awien eh infetti, ammorbi ed awelene; Sebben
segue poi festa ed allegrezza. Non la cura ramante e non P apprezza. 5 Questa è
la cruda e avvelenata piaga, A cui non vai liquor, non vai impiastro. Né
murmurc, né immagine di saga. Né vai lungo osservar di benigno astro. Né quanta
esperìenzia d'arte maga Fece mai V inventor. suo Zoroastro; Piaga crudel che
sopra ogni dolore Conduce Tuom che disperato muore. 6 Oh incurabil piaga che
nel petto D'un amator sì facile s'imprime Non men per falso che per ver
sospetto ! Piaga che Puom si crudelmente opprime. Che la ragion gli offusca e
l'intelletto E lo trae fuor delle sembianze prime! Oh iniqua gelosia, che così
a torto Levasti a Bradamante ogni conforto ! 7 Non di questo eh' Ippalca e che
'1 fratello Le avea nel core amaramente impresso, Ma dico d'uno annunzio crudo
e fello, Che le fu dato pochi giorni appresso. Questo era nulla a paragon di
quello Ch'io vi dirò, ma dopo alcun digresso. Di Rinaldo ho da dir
primieramente, Che ver Parigi vien con la sua gente. 8 Scontrare il di seguente
invér la sera Un cavalier eh' avea una donna al fianco, Con scudo e sopravvesta
tutta nera; Se non che per traverso ha un fregio bianco. Sfidò alla giostra
Ricciardetto, ch'era Dinanzi, e vista avea di guerrier franco:E quel che mai
nessun ricusar volse, Girò la briglia, e spazio a correr tolse. 9 Senza dir
altro, o più notizia dard Dell'esser lor, si vengono all'incontro. Rinaldo e
gli altri cavalier fermarsi, Per veder come seguirla lo scontro. Tosto costui
per terra ha da versarsi, Se in luogo fermo a mìo modo lo incontro (Dicea fra
sé medesmo Ricciardetto); Ma contrario al pensier segui l'effetto: 10 Perocché
lui sotto la vista offese Di tanto colpo il cavalier istrano, Che lo levò di
sella, e lo distese Più di due lande al suo destrier lontano. Di vendicarlo
incontinente prese L'assunto Alardo, e ritrovossi al piano Stordito e male
acconcio: si fu crudo Lo scontro fier, che gli spezzò lo scado. 11 Guicciardo
pone incontinente in resta L'asta, che vede i duo germani in terra. Benché
Rinaldo gridi: Resta, resta; Che mia convien che sia la terza guerra: Ma l'elmo
ancor non ha allacciato in testa; Si che Guicciardo al corso si disserra; Né
più degli altri si seppe tenere, E ritrovossi subito a giacere. 12 Vuol
Ricciardo, Viviano e Malagigi, E l'un prima dell'altro essere in giostra:
Rinaldo pon fine ai lor litigi:Ch'innanzi a tutti armato si dimostra, loro: È
tempo ire a Parigi; E saria troppo la tardanza nostra, S'io volessi aspettar
finché ciascuno Di voi fosse abbattuto ad uno ad uno. 13 Dissel tra sé, ma non
che fosse inteso; saria stato agli altri ingiuria e scorno. e l'altro del campo
avea già preso, E si faceano incontra aspro ritomo. Non fu Rinaldo per terra
disteso; Che valea tutti gli altri eh' avea intomo. Le lance si fiaccar, come
di vetro; Né i cavalier si piegar oncia addietro. L'uno e l'altro cavallo in
guisa urtosse, Che gli fu forza in terra a por le groppe. Baiardo immantinente
ridrizzosse, Tanto ch'appena il correre interroppe. Sinistramente si l'altro
percosse. la spalla e hi schiena insieme roppe. Il cavalier che '1 destrier
morto vede, Lascia le staffe, ed é subito in piede. Ed al figlio d' Amon, che
già rivolto Tornava a lui con la man vota, disse: Signore, il buon destrier che
tu mhai tolto, Perchè caro mi fu mentre che visse, Mi faria uscir del mio
debito molto. Se così invendicato si morisse: Sì che vientene, e fa ciò che tu
puoi; Perchè battaglia esser convien tra noi. 16 Disse Rinaldo a lui: Se U
destrier morto, E non altro ci depporre a battaglia, Un de' miei ti darò,
piglia conforto, men del tuo non crederò che vaglia. Colui soggiunse: Tu sei
mal accorto, Se creder vuoi che d'un destrier mi caglia. Ma poiché non
comprendi ciò che io voglio, Ti spiegherò più chiaramente il foglio. 17 Vo'dir
che mi parria commetter fallo, Se con la spaa non ti provassi anco, E non
sapessi s' in quest' altro ballo Come ti piace, o scendi, o sta a cavallo:
Purché le man tu non ti tenga al fianco, Io son contento ogni vantaggio darti;
alla spada bramo di provarti. E disse: La battaglia ti prometto; E perchè tu
sia ardito, e non ti punga Di questi, e' ho d'intorno, alcun sospetto, Andranno
innanzi finch'io gli raggiunga; Né meco resterà fuor eh' un valletto Che mi
tenga il cavallo: e così 'disse Alla sua compagnia che se ne gisse. stanza 13.
19 La cortesia del paladin gagliardo Commendò molto il cavaliere estrauo.
Smontò Rinaldo, e del destrier Baiardo Diede al valletto le redine in mano: E
poi che più non vede il suo stendardo, Il qual di lungo spazio è gfià lontano,
Lo scudo imbraccia e stringe il brando fiero, E sfida alla battaglia il
cavaliere. 20 E quivi s'incomincia una battaglia, Di ch'altra mai non fu più
fiera in vista. crede l'un che tanto l'altro vaglia, Che troppo lungamente gli
resista. Ma poiché '1 paragon ben li ragguaglia, Né l'un dell'altro più
s'allegra o attrista, Pongon r orgoglio ed il furor da parte, Ed al vantaggio
loro usano ogn'arte. 21 S' odon lor colpi dispietati e crudi Intorno rimbombar
con suono orrendo, Ora i canti levando a' grossi scudi, Schiodando or piastre,
e quando maglie aprendo. Né qui bisogna tanto che si studi A ben ferir, quanto
a parar, volendo Star l'uno all'altro par; ch'eterno danno Lor può causar il
primo error che fanno. 22 Durò l'assalto un'ora, e più che'l mezzo D'un' altra:
ed era il Sol già sotto l'onde, Ed era sparso il tenebroso rezzo Dell'orizzou
fin all'estreme sponde; Né riposato, o fatto altro intermezzo Aveano alle
percosse furibonde Questi guerrier, che non ira o rancore, Ma tratto all'arme
avea disio d'onore. 23 Rivolve tuttavia tra sé Rinaldo Chi sia r estrano
cavalìer si forte, Che non por gli sta contra ardito e saldo, Ma spesso il mena
a risco della morte; E già tanto travaglio e tanto caldo Oli ha posto, che del
fin dubita forte; E volentier, se con suo onor potesse, Vorria che quella pugna
rimanesse. 24 Dair altra parte ilcavalier estrano, Che similmente non avea
notizia Che quel fosse il signor di Montalbano, Quel si famoso in tutta la
milizia, Che gli avea incontra con la spada in mano Condotto cosi poca nimicizia,
Era certo che d'uom di più eccellenzi Non potesson dar Tarme esperienza. 26
Vorrebbe dell'impresa esser digiuno, Ch'avea di vendicare il suo cavallo; E se
potesse senza biasmo alcuno, Si trarrla fuor del periglioso ballo, n mondo era
già tant.o oscuro e bruno, Che tutti i colpi quasi ivano in fallo. Poco ferire,
e men parar sapeano; Ch appena in man le spade si vedeano. 26 Fu quel da
Montalbano il primo a dire Ma quella indugiar tanto e differire Ch'avesse dato
volta il pigro Arturo; che può intanto al padiglion venire, Ove di sé non sarà
men sicuro. Ma servito, onorato o ben veduto, Quanto in loco ove mai fosse
venuto. 27 Non bisognò a Rinaldo pregar molto; Che 1 cortese Baron tenne lo
nvito. Ne vanno insieme ove il drappel raccolto Di Montalbano era in sicuro
sito. Rinaldo al suo scudiero avea già tolto Un bel cavallo, e molto ben
guernito, A spada e a lancia e ad ogni prova buono, Ed a quel cavalier fattone
dono. 28 II guerrier peregri n conobbe quello Esser Rinaldo, che venia con
esso; Che prima che giungessero air ostello, Venuto a caso era a nomar sé
stesso: E perché l'un dell'altro era fratello. Si sentì dentro di dolcezza
oppresso, E di pietoso affetto tocco il core; E lacrimò per gaudio e per amore.
29 Questo guerriero era Guidon Selvaggio, Che dianzi con Marfisa e Sansonetto
E' figli d' Olivier molto viaggio fatto per mar, come v'ho detto. Di non veder
più tosto il suo lignaggio Il fellon Pinabel gli avea interdetto, Avendol
preso, e a bada poi tenuto Alla difesa del suo rio statuto. 30 Guidon, che
questo esser Rinaldo adìo, Famoso sopra ogni famoso duce. Ch'avuto avea più di
veder disio. Che non ha il cieco la perduta luce, Con molto gaudio disse: 0
signor mio, Qual fortuna a combatter mi conduce Con voi che lungamente ho amato
ed amo, E sopra tutto il mondo onorar bramo?31 Mi partorì Costanza nell'estreme
Ripe del mar Eusino: io son Guidone, Concetto dello illustre inclito seme, Come
ancor voi, del generoso Amone. Di voi vedere e gli altri nostri insieme Il
desiderio é del venir cagione; E dove mia intenzion fa d'onorarvi. Mi veggo
esser venuto a ingiuriarvi. 32 Ma scusimi appo voi d' un error tanto, Oh' io
non ho voi né gli altri conosciuto; E s' emendar si può, ditemi quanto Far
debbo, ch'in ciò far nullarifiuto. Poi che si fu da questo e da quel canto De'
complessi iterati al fin venuto, Rispose a lui Rinaldo: Non vi caglia Meco
scusarvi più della battaglia; 33 Che per certificarne che voi sete Di nostra
antiqua stirpe un vero ramo. Dar miglior testimonio non potete. Che '1 gran
valor ch'in voi chiaro proviamo. Se più pacifiche erano e quiete Vostre
maniere, mal vi credevamo; Che la damma non genera il leone, Né le colombe
l'aquila o il falcone. 34 Non, per andar, di ragionar lasciando. Non di seguir,
per ragionar, lor via, Vennero ai padiglioni: ove narrando Il buon Rinaldo alla
sua compagnia Che questo era Guidon, che disiando Veder, tanto aspettato aveano
pria, Molto gaudio apportò nelle sue squadre E parve a tutti assimigliarsi al
padre. Non dirò l'accoglienze che gli fero Alardo, Ricciardetto e gli altri
dui; Che gli fece Viviano ed Aldigiero, E Malagigi, frati e cugin sui; Ch' ogni
signor gli fece e cavaliere; Ciò ch egli disse a loro, ed essi a lui:Ma vi
concluderò, che finalmente Fa ben veduto da tutta la gente. 36 Caro Guidone a'
suoi fratelli stato Credo sarebbe in ogni tempo assai; Ma lor fu al gran
bisogno ora più grato, Ch esser potesse in altro tempo mai. Poscia che'l nuovo
Sole incoronato Del mare osci di luminosi rai, Guidon coi frati e coi parenti
in schiera Se ne tornò sotto la lor bandiera. 37 Tanto un giorno ed un altro se
n' andare, Che di Parigi alle assediate porte A men di dieci miglia s'accostaro
In ripa a Senna: ove per buona sorte Grifone ed Aquilante ritrovare, I duo
guerrier delP armatura forte:Grifone il bianco, ed Aquilante il nero, Che
partorì Gismonda d'Oliviero. 38 Con essi ragionava una donzella, Non già di vii
condizione in vista. Che di sciamilo bianco la gonnella Fregiata intomo avea
d'aurata lista; Molto leggiadra in apparenza e bella, Fosse quantunque lacrimosa
e trista: E mostrava ne' gesti e nel sembiante Di cosa ragionar molto
importante. stanza 36. 89 Conobbe i cavalier, com' essi lui, Guidon, che fii
con lor pochi di innanzi; Ed a Rinaldo disse: Eccovi dui A cui van pochi di
valore innanzi; E se per Carlo ne verrau con nui, Non ne staranno i Saracini
innanzi. Rinaldo di Guidon conferma il detto, Che l'uno e l'altro era guerrier
perfetto. 40 Gli avea riconosciuti egli non manco; Perocché quelli sempre erano
usati, L'un tutto nero, e l'altro tutto bianco Vestir su l'arme, e molto andare
ornati. Dall'altra parte essi conobber anco E salutar Guidon, Rinaldo e i
frati; E abbracciar Rinaldo come amico . Messo da parte ogni lor odio antico.
41 S' ebbero un tempo in urta e in gran dispetto Per Truffaldin, che fora lungo
a dire; Ma quivi insieme con fraterno affetto S'accarezzar, tutte obbliando
l'ire. Rinaldo poi si volse a Sansonetto, Ch'era tardato un poco più a venire,
E lo raccolse col debito onore. Appieno instrutto del suo gran valore. 42
l'osto che la donzella più vicino Vide Rinaldo, e conosciuto l'ebbe (Ch'avea
notizia d'ogni paladino), Gli disse una novella che gl'iucrebbe; E cominciò:
Sigrore, il tuo cugino, A cui la Chiesa e l'alto Imperio debbe, Quel già s)
saggio ed onorato Orlando, È fatto stolto, e va pel mondo errando. 43 Onde
causato co strano e rio Accidente gli sia, non so narrarte. La sua spada e V
altr arme ho vedute io, Che per li campi avea gittate e sparte; E vidi un
cavalier cortese e pio Che le andò raccogliendo da ogni parte; E poi di tutte
quelle un arbuscello Fé, a guisa di trofeo, pomposo e bello. 44 Ma la spada ne
fu tosto levata Dal figliuol d'Agricane il dì medesmo. Tu puoi considerar
quanto sia stata Gran perdita alla gente del battesmo L'esser un'altra volta
ritornata Durindana in poter del Paganesmo. Né Brigliadoro men, eh errava
sciolto Intorno all'arme, fu dal Pagan tolto. 45Son pochi di ch'Orlando correr
vidi, Senza vergogna e senza senno, ignudo, Con urli spaventevoli e con gridi:
. Ch'é ffttto pazzo insomma ti conchiudo; E non avrei, fuor eh' a questi occhi
fidi, Creduto mai si acerbo caso e crudo. Poi narrò che lo vide giù dal ponte
Abbracciato cader con Rodomonte. 49 Ma già lo stuolo avendo fatto unire, Sia
volontà del Cielo, o sia avventura, Vuol fare i Saracin prima fuggire, E
liberar le parigine mura. consiglia l'assalto differire (Che vi par gran
vantaggio) a notte senra . Nelk terza vigilia o nella quarta, Ch' avrà V acqua
di Lete il Sonno sparta. 50 Tutta la gente alloggiar fece al boseo, E quivi la
posò per tutto '1 giorno:Ma poi che '1 sol, lasciando il mondo fosco . Alla
nutrice antiqua fé' ritomo, Ed orsi e capre, e serpi senza tosco, E l'altre
fere ebbono il cielo adorno, Che state erano ascose al maior lampo, Mosse
Rinaldo il taciturno campo: 61 E venne con Grifon, con Aquilante, Con Vivian,
con Alardo e con Guidone, Con Sansonetto, agli altri un miglio innante, A cheti
passi e senza alcun sermone. Trovò dormir l'ascolta d'Agramante: Tutta
l'uccise, e non ne fé' un prigione. Indi arrivò tra l'altra gente mora, Che non
fu visto né sentito ancora. 46 A qualunque io non credaessernimico D'Orlando,
soggiungea, di ciò favello; Acciò eh' alcun di tanti a eh' io lo dico, Mosso a
pietà del caso strano e fello, Cerchi o a Parigi o in altro luogo amico
Ridurlo, fin che si purghi il cervulo. Ben so, se Brandimarte n' avrà nuova,
Sarà per fame ogni possibil prova. 47 Era costei la bella Fiordiligi, Più cara
a Brandimarte che sé stesso: La qual, per lui trovar, venia a Parigi:E della
spada ella soggiunse appresso, Che discordia e contese e gran litigai Tra il
Sericano e'I Tartaro avea messo; E ch'avuta l'avea, poiché fii casso Di vita
Mandricardo, alfin Gradasso. 48 Di cosi strano e misero accidente Rinaldo senza
fin si lagna e duole; Né il core intenerir men se ne sente, Che soglia intenerirsi
il ghiaccio al sole: E con disposta ed iramutabil mente, Ovunque Orlando sia,
cercar lo vuole, Con speme, poi che ritrovato l'abbia, Di farlo risanar di
quella rabbia. 52 Del campo d'Infedeli a prima giunti La ritrovata guardia
all'improvviso Lasciò Rinaldo si rotta e consanta, Ch' un sol non ne restò, se
non ucciso. Spezzata che lor fu la prima punta, I Saracin non l'avean più da
riso:Che sonnolenti, timidi ed inermi, Poteano a tai guerrier far pochi
schermi. 63 Fece Rinaldo per maggior spavento Dei Saracini, al muover dell'
assalto, A trombe e a corni dar subito vento, E, gridando, il suo nome alzar in
alto. Spinse Baiardo, e quel non parve lento; Che dentro ali alte sbarre entrò
d'un salto . E versò cavalier, pestò pedoni,Ed atterrò trabacche e padiglioni.
64 Non fu si ardito tra il popol pagano, A cui non s'arricciassero le chiome,
Quando senti Rinaldo e Montalbano Sonar per l'aria, il formidato nome. Fugge
col campo d'Africa l'Ispano, Né perde tempo a caricar le some; Ch'aspettar
quella furia più non vuole, Ch' aver provata anco si piagne e duole. Guidon lo
see, e non fa men di lui; Né men fanno i dao figli d'Oliviero, Alardo e
Ricciardetto e gli altri dui: Col brando Sansonetto apre il sentiero; Aldigiero
e Vivian provar altrui Fan quanto in arme Puno e l'altro è fiero. Cosi fa ognun
che segue Io stendardo Di Chiaramonte, da gaerrier gagliardo. 56 Settecento con
lui tenea Rinaldo In Montalbano e intorno a quelle ville, Usati a portar l'arme
al freddo e al caldo, Non già più rei dei Mirmidon d'Achille. Ciascun d'essi al
bisogno era si saldo, Che cento insieme non fuggian per mille; E se ne potean
molti sceglier fuori, Che d'alcun dei famosi eran migliori. 57 E se Rinaldo ben
non era molto Ricco né dicittàné di tesoro, Facea sì con parole e con buon volto,
E ciò ch'avea partendo ognor con loro, Ch'un di quel numer mai non gli fu tolto
Per offerire altrui più somma d'oro. Questi da Montalban mai non rimove, Se non
lo stringe un gran bisogno altrove. 58 Ed or, perch'abbia il Magno Carlo aiuto.
Lasciò con poca guardia il suo castello. Tra gli African questo drappel venuto.
Questo drappel del cui valor favello, Ne fece quel che del gregge lanuto Sul
falanteo Galeso il lupo fello, 0 quel che soglia del barbato, appresso barbaro
Cinifio, il leon spesso. 59 Carlo, eh' avviso da Rinaldo avuto Avea, che presso
era a Parigi giunto, E che la notte il campo sprovveduto Volea assalir, stato
era in arme e in punto: E, quando bisognò, venne in aiuto Coi Paladini; e ai
Paladini aggiunto Avea il figliuol del ricco Monodante, Di Fiordiligi il fido e
saggio amante; 60 Ch' ella più giorni per si lunga via Cercato avea per tutta
Francia invano. Quivi, all' insegne che portar solia, Fu da lei conosciuto di
lontano. Come lei Brandimarte vide pria. Lasciò la guerra, e tornò tutto umano,
corse ad abbracciarla: e d'amor pieno, Mille volte baciolla, o poco meno. 61
Delle lor donne e delle lor donzelle Si fidar molto a quella antica etade.
Senz' altra scorta andar lasciano quelle Per piani e monti, e per strane
contrade; Ed aJ ritomo l'han per buone e belle. Né mai tra lor suspiz'ione
accade. Fiordiligi narrò quivi al suo amante, Che fatto stolto era il Signor
d'Anglante. Brandimarte si strana e ria novella Credere ad altri a pena avria
potuto; Ma lo credette a Fiordiligi bella, A cui già maggior cose avea creduto.
Non pur d'averlo udito gli dice ella, Ma che con gli occhi propri l'ha veduto;
C ha conoscenza e pratica d'Orlando, Quanto alcun altro; e dice dove e quando:
63 E gli narra del ponte periglioso. Che Rodomonte ai cavalier difende, Ove un
sepolcro adoma e fa pomposo Di sopravveste e d'arme di chi prende. Narra e' ha
visto Orlando furioso Far cose quivi orribili e stupende; Che nel fiume il
Pagan mandò riverso, Con gran periglio di restar sommerso. 64 Brandimarte,
che'l Conte amava quanto Si può compagno amar, fratello o figlio, di cercarlo,
e di far tanto, Non ricusando affanno né periglio, Che per opra di medico o
d'incanto Si ponga a quel furor qualche consiglio, Cosi come trovossi armato in
sella. Si mise in vìa con la sua donna bella. .65 Verso la parte ove la donna
il Conte Avea veduto, il lor cammin drizzare. Di giornata in giornata, fin eh'
al ponte, Che guarda il re d'Algier si ritrovare. La guardia ne fé' segno a
Rodomonte, E gli scudieri a un tempo gli arrecare L'arme e'I cavalloj e quel si
trovò in punto" Quando fu Brandimarte al passo giunto. 66 Con voce qual
conviene al suo furore, Il Saracino a Brandimarte grida: Qualunque tu ti sia,
che, per errore Di via 0 di mente, qui tua sorte guida, Scendi e spogliati l'arme,
e fanne onore Al gran sepolcro, innanzi eh' io t' uccida, E che vittima
all'ombre tu sia offerto; Ch'io'l farò poi, né te n'avrò alcun morto. 67 Non
volse Brandimarte a quell'altiero Altra risposta dar, che della lancia. Sprona
Batoldo, il suo gentil destriero, E inverso quel con tanto ardir si lancia, Che
mostra che può star d'animo fiero Con qnal si voglia al mondo alla bilancia: E
Rodomonte, con la lancia in resta, stretto ponte a tutta briglia pesta. 68 II
suo destrier, ch'avea continuo uso D'andarvi sopra, e far di quel sovente
Quando uno e quando un altro cader giuso, Alla giostra correa sicuramente.
L'altro, del corso insolito confuso, Venia dubbioso, timido e tremente. Trema
anco il ponte, e par cader nell'onda. Oltre che stretto e che sia senza sponda.
I cavalier, dì giostra ambi maestri. Che le lance avean grosse come travi, qual
fur nei lor ceppi silvestri. Sidieron colpi non troppo soavi. Ai lor cavalli
esser possenti e destri Non giovò molto agli aspri colpi e gravi; Che si versar
di pari ambi sul ponte, E seco i signor lor tutti in un monte. 73 L'onda si
leva, e li fa andar sozsopra E dove è più profonda lì trasporta: Va Brandimarte
sotto, e '1 destrier sopri. Fiordiligi dal ponte afflitta e smorta E le lacrime
e i voti e i prìeghi adopra:Ah Rodomonte, per colei che morta Tu riverisci, non
esser si fiero, Ch' affogar lasci un tanto cavaliero ! 74 Deh, cortese Signor,
s' unqua tu amasti, Di me, eh' amo costui, pietà ti vegna. Di farlo tuo
prigion, per Dio, ti basti; Che s'orni il sasso tuo di quella insegna Di quante
spoglie mai tu gli arrecasti. Questa fia la più bella e la più degna. E seppe
si ben dir, eh' ancorché fosse Si crudo il re Pagan, pur lo commosse; 75 E fé'
che '1 suo amator ratto soccorse, Che sotto acqua il destrier tenea sepolto, E della
vita era venuto in forse, senza sete avea bevuto molto. Ma aiuto non però prima
gli porse. Che gli ebbe il brando e di poi l'elmo tolto. Dell'acqua mezzo morto
il trasse, e porre Con molti altri lo fé' nella sua torre. 70 Nel volersi levar
con quella fretta Che lo spronar de' fianchi insta e richiede, L'asse del
ponticel lor fii si stretta, Che non trovare ove fermare il piede; Si che una
sorte ugnale ambi li getta Nell'acqua; e gran rimbombo al cìel ne riede, Simile
a quel ch'uscì del nostro fiume. Quando ci cadde il mal rettor del lume. 71 I
duo cavalli andar con tutto '1 pondo Dei cavalier, che steron fermi in sella, A
cercar la riviera insin al fondo, Se v'era ascx)sa alcuna Ninfa bella. Non è
già il primo salto né '1 secondo, Che giù del ponte abbia il Pagano in quella
Onda spiccato col destriero audace; Però sa ben come quel fondo giace:72 Sa
dove è saldo, e sa dove é più molle Sa dove è l'acqua bassa, e dove è alta. Dal
fiume il capo e il petto e i fianchi estolle, E Brandimarte a gran vantaggio assalta.
Brandimarte il corrente in giro tolle: Nella sabbia il destrier, che'l fondo
smalta Tutto si ficca, e non può riaversi, Cn rischio di restarvi ambi
sommersi. 76 Fu nella donna ogni allegrezza spenta, prigion vide il suo amante
gire Ma di questo pur meglio si contenta, Che di vederlo nel fiume perire. Di
sé stessa, e non d'altri, si lamenta, Che fu cagion di farlo qui venire, Per
avergli narrato eh' avea il Conte Riconosciuto al periglioso ponte. 77 Quindi
si parte, avendo già concetto menarvi Rinaldo paladino, 0 il Selvaggio Guidone,
o Sansonetto, 0 altri della corte di Pipino, In acqua e in terra cavalier
perfetto Da poter contrastar col Saracino; Se non più forte, almen più
fortunato Che Brandimarte suo non era stato. 78 Va molti giorni, prima che
s'abbatta In alcun cavalier ch'abbia sembiante D'esser come lo vuol, perchè
combatta Col Saracino, e liberi il suo amante. Dopo molto cercar di persona
atta Al suo bisogno, un le vien pur avante, Che soprawesta avea ricca ed
ornata, A tronchi di cipressi ricamata. Stanza 70. Chi costui fosse, altrove ho
da narrarvi; Che prima ritornar voglio a Parigi, E del'a gran sconfitta
seguitarvi, Ch' a Mori die Rinaldo e Malagigi. Quei che fuggirò, io non saprei
contarvi, Né quei che fur cacciati ai fiumi stigi. Levò a Turpino il conto
Paria oscura, Che di contarli s'avea preso cura. 80 Nel primo sonno dentro al
padiglione Dormia Àgramante; e un cavalier lo desta, Dicendogìi che fia fatto
prigione, Se la foga non è via pili che presta. Guarda il Re intomo, e la confusione
Vede de' suoi, che van senza far testa Chi qua chi ]à fuggendo inermi e nudi,
Che non han tempo di pur tor gli scudi. 81 Tutto confuso e privo di consiglio
Si facea porre indosso la corazza, Quando con Falsiron vi giunse il figlio
Grandonio, e Balugante, e quella razza; £ al re Àgramante mostrano il periglio
Di restar morto o preso in quella piazza; E che può dir, se salva la perna, Che
Fortuna gli sia propizia e buona. 82 Cosi Marsilio e cosi il buon Sobrino, E
cosi dicon gli altri ad una voce, Ch' a sua distruzion tanto è vicino, Quanto a
Rinaldo il qual ne vien veloce; Che s'aspetta che giunga il Paladino Con tanta
gente, e un uom tanto feroce. Render certo si può ch'egli e i suo' amici
Rimarran morti, o in man degli nimicL Ma ridur si può in Arli o sia in Narbona
Con quella poca gente e' ha d'intorno; Che runa e l'altra terra è forte e buona
Da mantener la guerra più d'un giorno: E quando salva sia la sua persona, Si
potrà vendicar di questo scorno. Rifacendo l'esercito in un tratto. Onde alfin
Carlo ne sarà disfatto. 84 II re Àgramante al parer lor s'attenne. Benché il
partito fosse acerbo e duro. Andò verso Arli, e parve aver le penne, Per quel
cammin che più trovò sicuro. alle guide, in gran favor gli venne, Ventimila tra
d'Africa e di Spagna Fur, eh' a Rinaldo uscir fuor della ragna. 85 Quei ch'egli
uccise, e quei che i suoi fratelli, Quei che i duo figli del signor di Vienna,
Quei che provaro empj nimici e felli I settecento a cui Rinaldo accenna, E quei
che spense Sansonetto, e quelli Che nella fuga s' affogaro in Senna, Chi
potesse contar, conteria ancora Ciò che sparge d'aprii Favonio e Flora. Istima
alcun che Malagigi parte Nella vittoria avesse della notte; Non che di sangue
le campagne sparte Fosser per lui, né per lui teste rotte; Ma che gì' infernali
angeli per arte Facesse uscir dalle tartaree grotte, E con tante bandiere e
tante lance, Ch'insieme più non ne porrian due Franco:87 E che facesse udir
tanti metalli. tamburi, e tanti vari suoni. Tanti annitriri in voce di cavalli.
Tanti gridi e tumulti di pedoni, Che risonare e piani e monti e valli Dovean
delle longinque regioni; Ed ai Mori con questo un timor diede, Che li fece
voltare in fuga il piede. 88 Non si scordò il re d'Africa Ruggiero, Ch' era
ferito e stava ancora grave. Quanto potè più acconcio s'un destriero Lo fece
por, ch'avea l'andar soave; E poi che l'ebbe tratto ove il sentiero più sicuro,
il fé' posare in nave, verso Arli portar comodamente, Dove s'avea a raccòr
tutta la gente, 89 Quei eh' a Rinaldo e a Carlo dièr le spalle (Fur, credo,
cento mila o poco manco), Per campagne, per boschi e monte e valle Cercare
uscir di man del popol franco; Ma la più parte trovò chiuso il calle, E fece
rosso ov'era verde e bianco. Cosi non fece il re di Serìcana, Ch'avea da lor la
tenda più lontana: 90 Anzi, come egli sente che '1 Signore Di 3[ontalbano é
questo che gli assalta. Gioisce di tal giubilo nel core, Che qua e là per
allegrezza salta. Loda e ringrazia il suo sommo Fattore, Che quella notte gli
occorra tant'alta E sì rara avventura, d'acquistare Baiardo, quel destrier che
non ha pare. 91 Ayea quel Re gran tempo desiato (Credo ch'altrove voi l'abbiate
letto) aver la buona Durindana a lato, E cavalcar quel corridor perfetto. E già
con più di centomila armato Era venuto in Francia a questo effetto; E con
Rinaldo già sfidato s' era Per quel cavallo alla battaglia fiera:92 E sul lite
del mir s'era condutto Ove dovea la pugna diffiuire; Ma Malagigi a turbar venne
il tutto, Che fé' il cugin, mal grado suo, partire, Avendol sopra un legno in
mar ridutto. Lungo saria tutta l'istoria dire. Da indi in qua stimò timido e
vile Sempre Gradasso il Paladin gentile. 93 Or che Gradasso esser Rinaldo
intende Costai ch'assale il campo, se n'allegra. Si veste l'arme, e la sua
Alfana prende, E cercando lo va per l'aria negra: E quanti ne riscontra, a
terra stende; Ed in confuso lascia afflitta ed egra La gente o sia di Libia o
sia di Francia: Tutti li mena a un par la buona lancia. 94 Lo va di qua, di là
tanto cercando, Chiamando spesilo e quanto può più forte, E sempre a quella
parte declinando. Ove più folte son le genti morte, Ch'alfin s'incontra in lui
brando per brando; le lance loro ad una sorte Eran salite in mille scheggio
rotte Sin al carro stellato della Nott 95 Quando Gradasso il Paladin gagliardo,
e non perchè ne vegga insegna, Ma per gli orrendi colpi, e per Baiardo Che par
che sol tutto quel campo tegna; Non è, gridando, a improverargli tardo La prova
che di sé fece non degna:Ch'ai dato campo il giorno non comparse, Che tra lor
la battaglia dovea farse. 96 Soggiunse poi: Tu forse avevi speme, Se potevi
nasconderti quel punto, Che non mai più per raccozzarci insieme Fossimo al
mondo: or vedi ch'io t'ho giunto. Sie certo, se tu andassi nell'estreme Fosse
di Stige, o fossi in cielo assùnto, Ti seguirò, quando abbi il destrier teco.
Nell'alta luce, e giù nel mondo cie"e. Se d'aver meco a far non ti dà il
core. E vedi già che non puoi starmi a paro, E più stimi la vita che l'onore,
Senza periglio ci puoi far riparo, Quando mi lasci in pace il corridore; viver
puoi, se sì t' è il viver caro:Ma vivi a pie, che non merti cavallo, S'alia
cavalleria fai sì gran fallo. 98 A quel parlar si ConRicciardetto il cavalier
Selvaggio; E le spade ambi trasser egualmente . Per far parere il Serican mal
saggio. Ma Rinaldo s' oppose immantinente, E non pati che se gli fèsse
oltraggio, Dicendo: Senza voi dunque non sono A chi m' oltraggia per risponder
buono?99 Poi se ne ritornò verso il Pagano, E disse: Odi, Gradasso; io voglio
farte. Se tu m'ascolti, manifesto e piano Ch'io venni alla marina a ritrovarte;
poi ti sosterrò con l'arme in mano, t' avrò detto il vero in ogni parte; E
sempre che tu dica, mentirai, Ch'aUa cavalleria mancass'io mai. 100 Ma ben ti
priego che prima che sia Pugna tra noi, che pianamente intenia La giustissima e
vera scusa mia, Acciò eh' a torto più non mi riprenda; E poi Baiardo al termine
di pria noi vorrò eh' a piedi si contenda Da solo a solo in solitario lato. Si
come appunto fu da te ordinato. 101 Era cortese il re di Sericana, Come ogni
cor magnanimo esser suole; Ed è contento udir la cosa piana, E come il Paladin
scusar si vuole. Con lui ne viene in ripa alla fiumana, Ove Rinaldo in semplici
parole sua vera istoria trasse il velo, E chiamò in testimonio tutto 'l
cielo:102 E poi chiamar fece il figliuol di Buovo, che di questo era informato
appieno; Ch'a parte a parte replicò di nuovo L'incanto, uè disse più né meno.
Soggiunse poi Rinaldo: Ciò ch'io provo Col testimonio, io vo'che l'arme sieno,
Che ora, ed in ogni tempo che ti piace. Te n'abbiano a far prova più verace. 11
re Gradasso, che lasciar non volle Per la seconda la querela prima, Le scuse di
Rinaldo in pace tolle; Ma se son vere o false, in dubbio stima. Non tolgon
campo più sul lito molle Di Barcellona, ove lo tolser prima; Ma s'accordaro per
T altra mattina Trovarsi a una fontana indi vicina: 108 E più degli altri il
frate di Viviano Stava di questa pugna in dubbio e iu tema; Ed anco volentier
vi porrla mano, Per farla rimaner d'effetto scema:Ma non vorria che quel da
Montai bano Seco venisse a inimicizia estrema; Ch anco avea di qnell' altra
seco sdegno, Che gli turbò, quando il levò sul legao. 104 Ove Rinaldo seco
abbia il cavallo, posto sia comunemente in mezzo. Se'l Re uccide Rinaldo, o il
fa vassallo. Se ne pigli il destrier senz' altro mezzo:Ma se Gradasso è quel
che faccia fallo, Che sìa condotto alP ultimo ribrezzo, O, per più non poter,
che gli si renda, Da lui Rinaldo Durindana prenda. 105 Con maraviglia molta, e
più dolore. Cerne v'ho detto, avea Rinaldo udito Da Fiordiligi bella, ch'era
fuore Deir intelletto il suo cugino uscito. Avea dell'arme inteso anche il
tenore, E del litigio che n'era seguito; E ch'insomma Gradasso avea quel brando
Ch'ornò di mille e mille palme Orlando. 106 Poi che furon d'accordo, ritomosse
Il re Gradasso ai servitori sui; Benché dal Paladin pregato fosse Che ne
venisse al alloggiar con lui. Come fu giorno, il re pagano armosse:Così
Rinaldo: e giunsero ambedui Ove dovea non lungi alia fontana 110. Delia
battaglia che Rinaldo avere Gradasso dovea da solo a solo, Parean gli amici
suoi tutti temere; E innanzi il caso ne faceano duolo. Molto ardir, molta
forza, alto sapere Gradasso; ed or che del figliuolo gran Milone avea la spada
al fianco, Di timor per Rinaldo era ognun bianca. 109 Mastianogli altriin dubbio,
in tema, in doglia; se ne va lieto e sicuro. Sperando eh' ora il biasmo se gli
toglia, Si che quei da Pontieri e d'Altafoglia Faccia cheti restar, come inai
furo. Va con baldanza e sicurtà di core Di riportarne il trionfale onore. Poi
che l'un quinci e l'altro quindi giunto Fu quasi a un tempo in su la chiara
fonte, S' accarezzare; e fero a punto a punto Cosi serena ed amichevol fronte.
Come di sangue e d'amistà congiunto Fosse Gradasso a quel di Chiaramente. Ma
come pois'andasseroaferire,.Vivoglio a un'altra volta differire. N O TB. St. 5.
V.36. Murmure: parole mormorate nel far grincantesimi. Immagine: Agore magiche,
adoperate per lo stesso efifetto. Saga: voce latina, vai quanto presaga"
che conosce o predice il futaro, maga, indo vina, incantatrice. Zoroastro: re
de'Battrìani: creduto inventore dell'arte magica. St. 12. V.1. Ricciardo. Qui e
nella stanza 94 del canto antecedente, TAriosto distingue Ricciardo da Ric
ciardetto. St. 22. y. 3. Rezzo, Fombra della notte. St. 26. V.4. Il pigro
Arturo: una delle stelle vi cine al Polo artico; e Tepiteto che le dà il Poeta
è re lativo alla maggior prestezza, con che le altre stelle più discoste dal
Polo terminano l'apparente loro rivolgersi iotomo alla Terra. St. 34. V.12.
Non, per andar, di ragionar la sciando, Non, ecc. Il poeta imitò Dante, Inf.,
IV, 64: Non laaciavam rondar, perch'ei dicessi; e, meglio, Purg., XXIV, 12: Né
il dir l'andar, né l'andar lu più lento Facea, ma ragionando amdavam forte. St.
38. V.3. Sciamilo: sorta di drappo. St. 41. V.12. In urta: in odio. Per
Truffaldin: uomo di mal aflkre, per cui Grifone, Aquìlante e Rinaldo vennero un
tempo a contesa. St. 49. V.7. Vigilia: cosPchiamavasi dai Romani ognuna delle
quattro parti incuidivìdevanola notte; e tal denominazione traevano dal
vigilare o vegliare delle sentinelle, dette similmente vigiles. La terza vi
gilia sarebbe dalla mezzanotte alle tre. St. 50. V.47. Alla nutrice antiqua:
alla terra. Ed orsi e capre, ecc. indica diverse costellazioni, alle quali i
poeti e gli astronomi diedei'o i nomi di vari ani t mali; come le due Orse, la
Capra AmaUea, e il Ser pente, che si accennano nel quinto verso. Ai mof gior
lampo: alla luce del sole, o durante H giorni St. 51. V.5. Ascolta, o scolta:
sentinella; ma qsi è da intendersi un numero di soldati cbe stanno a gmr dia,
detto oggi corpo di guardia. St. 53. V.8. Trabacche: casotti posticci di legno
o di tela, sostenuti da travicelli, per alloggiare i soldati in accampamento.
Padiglioni: tende, sotto cui allog giavano i capi deiresercito accampato. St.
54. V.4. Formidato: paventato. St. 56. V.4. Non già più rei dei Mirmidon
d'Achille. non inferiori in valore ai Mirmidoni, condotti da Adiill all'assedio
di Troia. St. 58. V.5a Sul falanteo Galeso: finme noo tos tano da Taranto che
credesi edificata da Falanto; e qn si prende per tutta la regione Tarentina, le
coi pecore (il gregge lanuto) producono lana di molto pregio. Del barbato: del
gregge caprino. Il barbaro dnifiù: il fiumeMagra in Africa, detto dai Latini
Ofn o CyniphuSf lungo il quale pascevano capre, fi detto barbaro perchè
d'Africa. St. 6a V.2. Difende: vieta, impedisce. Vedi al Canto XIV, St. 7, e al
Canto XXVII, St. 77. ST. 70. y. 7S. Del nostro fiume: del Po Zi mal rettor del
lume: Fetonfe precipitato nel Po. St. 87. y. 3. Annitriri: nitriti St. 102.
v.1. 2/ figliuol di Buovo: Malagtgi St. 104. v.6. All'ultimo ribrezzo: al
freddo della morte. St. 109. v.5. Pontieri e Alta foglia. Due castelli dei
Maganzesi. Cure di Afframante iirr l'inforzai e l'esercito Bradamaitt",
ingelosita di Rupjiero per caiùn di Mai fisa partu dal auo cartello, e capita
alla locta di Tri stana Ivi é obbli gsita a combattere con tr ]>i incJpi; e
dopo averli tolti di sella, ode l'origine ài qull usanza. Sovvienimi eli e
cantare io vi doTca (Già lo prò miai j e poi ra' uscì di mente) D'una sospìion
che fatto avea La bella dùima (ìi Ruggier dolente. Dell'altra più spiacevole e
più rea, E di più acuto e Tetieiioso dente Che, per quel di' ella udì da
Ricciardetto, A de varare il cor T entrò nel petto. 2 Dovea cantarne, ed altro
incominciai, Pere li è Rinaldo in meiszo sopravvenne E poi (niidon ìlì die che
fare assai, i he tra cannnìiio a bada un pezo il tenne, D una cosa in un'altra
in modo entrai, Che mal di Bradamante mi sovvenne. Sovvìenmene ora, e vo
narrarne innanti Che di Rinaldo e di Gradasso io canti. 3 Ma bisogna anco,
prima ch'io ne parli, Che d'Àgramante io vi ragioni nn poco, Oh' avea ridotte
le relìquie in Arli, Che gli restar del gran notturno fuoco; Quando a raccor lo
sparso campo, e a darli Soccorso e vettovaglie era atto il loco: L'Africa
incontra, e la Spagna ha vicina . Ed è in sul fiume assiso alla marina. stanza
9. Per tutto 'l regno fa scriver Marsilio Gente a piedi e a cavallo, e trista e
buona. Per forza e per amore ogni navilio Atto a battaglia s'arma in Barcellona.
Agramante ogni dì chiama a concilio; Né a spesa né a fatica si perdona. Intanto
gravi esazioni e spesse Tutte hanno le città d'Africa oppresse. Egli ha fatto
offerire a Rodomonte, Perché ritorni (ed impetrar noi pnote). Una cugina sua,
figUa d'Almonte, E'I bel regno d'Oran dargli per dote. Non si volse V altier
muover dal ponte, Ove tantarme e tante selle vote Di quei che son già capitati
al passo. Ha ragunate, che ne copre il sasso. Già non volse Marfisa imitar
Tatto Di Rodomonte: anzi com' ella intese Ch' Agramante da Carlo era
dis&tto, Sue gentimorte,saccheggiate e prese, E che con pochi in Arli era
ritratto, Senza aspettare invito, il cammin prese, Venne in aiuto della sua
corona, E r aver gli profferse e la persona:7 E gli menò Brunello, e gli ne
fece Libero dono, il qual non avea oflfeso. L'avea tenuto dieci giorni e diece
Notti sempre in timor d'essere appeso:E poiché né con forza né con prece Da
nessun vide il patrocinio preso. si sprezzato sangue non si volse Bruttar
l'altiere mani, e lo disciolse. Tutte r antique ingiurie gli rimesse, E seco in
Arli ad Agramante il trasse. Ben dovete pensar che gaudio avesse Il Re di lei
eh' ad aiutarlo andasse:E del gran conto eh' egli ne facesse, Volse che Brunel
prova le mostrasse; Che quel, di eh' ella gli avea fatto cenno, Di volerlo
impiccar, fé' da buon senno. Il manigoldo, in loco occulto ed ermo. Pasto di
corvi e d'avoltoi lasciollo. Ruggier, eh' un' altra volta gli fu schermo, E
che'l laccio gli avria tolto dal collo, La giustizia di Dio fa eh' ora infermo
S'ò ritrovato, ed aiutar non puoUo: E quando il seppe era già il fatto occorso;
Si che restò Brunel senza soccorso. 10 Intanto Bradamante iva accusando Che
cosi lunghi sian quei venti giorni, Li quai finiti, il termine era, quando A
lei Ruggiero ed alla Fedetomi.Achiaspetta di carcere o di bando Uscir, non par
che '1 tempo più soggiorni A dargli libertade, o dell' amata Patria vista
gioconda e desiata. In quel duro aspettare ella talvolta Pensa ch'£to e Piróo
sia fatto zoppo, 0 sia la mota guasta; eh' a dar volta Le par che tardi, oltr'
air usato troppo. Più lungo di quel giorno a cui, per molta Fede, nel cielo il
giusto Ebreo fé' intoppo; Più della notte ch'Ercole produsse, Parea lei ch'ogni
notte, ogni di fusse. 12 0 quante volte da invidiar le diero E gli orsi e i
ghiri e i sonnacchiosi tassi ! Che quel tempo voluto avrebbe intero Tutto
dormir, che mai non si destassi; Né potere altro udir, finché Ruggiero Dal
pigro sonno lei non richiamassi. Ma non pur questo non può fsa, ma ancora Non
può dormir di tutta notte un' ora. 13 Di qua di là va le noiose piume Tutte
premendo, e mai non si riposa. Spesso aprir la finestra ha per costume, Per
veder s'anco di Titon la sposa Sparge dinanzi al mattutino lume Il bianco
giglio e la vermiglia rosa: Non meno ancor, poi che nasciuto é'I giorno, Brama
vedere il ciel di stelle adomo. 14 Poi che fu quattro o cinque giorni appresso
11 termine a finir, piena di spene Stava aspettando d'ora in ora ilmessoChe le
apportasse: Ecco Ruggier che viene. Montava sopra un'alta torre spesso, Ch'i
folti boschi e le campagne amene Scoprìa d'intorno, e parte della via Onde di
Francia a Montalban si ga. 15 Se di lontano o splendor d'arme vede, 0 cosa tal
eh' a cavalier simiglia, Che sia il suo disiato Ruggier crede, rasserena i
begli occhi e le ciglia: Se disarmato o viandante a piede. Che sia messo di lui
speranza piglia; E sebben poi fallace la ritrova. Pigliar non cessa una ed
un'altra nuova. 16 Credendolo incontrar, talora armossi, Scese dal monte, e giù
calò nel piano:Né lo trovando, si sperò che fossi Per altra strada giunto a
Montalbano; E col disir con ch'avea i piedi mossi Fuor del Castel, ritornò
dentro invano: Né qua né là trovollo; e passò intanto Il termine aspettato da
lei tanto. 17 II termine passò d'uno, di dui, Di tre giorni, di sei, d'otto e
di venti; Né vedendo il suo sposo, né di lui Sentendo nuova, incominciò lamenti
Ch'avrian mosso a pietà nei regni bui Quelle Furie crinite di serpenti; E fece
oltraggio a' begli occhi divini, Al bianco petto, agli aurei crespi crini. stanza
14. 18 Dunque fia ver, dicea, che mi convegna Cercare un che mi fugge e mi
s'asconde? Dunque debbo prezzare un che mi sdegna? Debbo pregarchimai non mi
risponde? Patirò che chi m'odia, il cor mi tegna? Un che si stima sue virtù
profonde, Che bisogno sarà che dal ciel scenda Immortai Dea che'l cor d'amor
gli accenda? 19 Sa questo altìer chìo Taino e ch'io Padoro; Né mi vuol per
amante, né per serva. n cnidel sa che per lai spasmo e moro; E dopo morte a
darmi aiuto serva. E perchè io non gli narri il mio mart6ro, Atto a piegar la
sua voglia proterva, Da me s'asconde, come aspide suole, Che, per star empio,
il canto udir non vuole. 20 Deh ferma, Amor, costui che cod sciolto Dinanzi al
lento mio correr s' affretta; 0 tornami nel grado onde m'hai tolto. Quando né a
te né ad altri era suggetta! Deh come é il mio sperar fallace e stolto, Ch'in
te con prìeghi mai pietà si metta; Che ti diletti, anzi ti pasci e vivi Di trar
dagli occhi lagriraosi rivi! 21 Ma di che devo lamentarmi, ahi lassa ! Fuorché
del mio desire irrazionale? Ch'alto mi leva, e si nell'aria passa. Ch'arriva in
parte ove s'ahhrucia l'ale; Poi, non potendo sostener, mi lassa Dal ciel cader:
né qui finisce il male; Che le rimette, e di nuovo arde: ond'io Non ho mai fine
al precipizio mio. 22 Anzi, via più che del disir, mi deggio Di me doler, che
si gli apersi il seno; Onde cacciata ha la ragion di seggio, Ed ogni mio poter
può di lui meno. Quel mi trasporta ognor di male in peggio. Né lo posso frenar,
che non ha freno:E mi fa certa che mi mena a morte, Perch' aspettando il mal
noccia più forte. 23 Deh perchè voglio anco di me dolermi? Ch'error, se non
d'amarti, unqua commessi?Che maraviglia, se fragili e infermi Femminil sensi
far subito oppressi? Perchè dove v' io usar ripari e schermi. Che la somma
beltà non mi piacessi, alti sembianti, e le saggie parole? Misero è ben chi
veder schiva il Sole ! 24 Ed oltre al mio destino, io ci fui spinta Dalle
parole altrui degne di fede. Somma felicità mi fu dipinta. Ch'esser dovea di
questo amor mercede. Se la persuasione, oimè ! fii finta. Se fu inganno il
consiglio che mi diede Merlin, posso di lui ben lamentarmi; 3Ia non d'amar
Rngier posso ritrarmi. 25 Di Merlin pos5o e di Melissa insieme Dolermi, e mi
dorrò d'essi in etemo; Che dimostrare i frutti del mio seme Mi féro dagli
spirti dello 'nferno, Per pormi sol con questa falsa speme In servitù: né la
cagion disoemo, Se non ch'erano forse invidiosi De' miei dolci, sicuri, almi
riposi 26 3 l'occupa il dolor, che non avanza Loco, ove in lei conforto abbia
rioetto: Ma, malgrado di quel, vien la speranza, E vi vuole alloggiare inmezzo
il petto. Rinfrescandole pur la rimembranza Di quel ch'ai suo partir l'ha
Roggier detto, E vuol, centra il parer degli altri affetti, Che d'ora in ora il
suo ritomo aspetti. Questa speranza dunque la sostauie, Finiti i venti giorni,
un mese appresso; Sì che il dolor sì forte non le tenne, Come tenuto avria,
l'animo oppresso. Un di che per la strada se ne venne, Che per trovar Ruggier
solea fer speoso. Novella udi la misera, ch'insieme Fé' dietro all' altro ben
fuggir la speme. 28 Venne a incontrare un cavalier guascone Che dal campo
african venia diritti. Ove era stato da quel di prigione. Che fu innanzi a
Parigi il gran conflitto. Da lei fu molto posto per ragione, Finché si venne al
termine prescritto. Domandò di Ruggiero, e in lui fermosje; Né fuor di questo
segno più si mose. 29 n cavalier buon conto ne rendette; Che ben conoscea tutta
quella corte: E narrò di Ruggier, che contrastette Da solo a solo a Mandricardo
forte; E come egli 1 uccise, e poi ne stette Ferito più d'un mese presso a
morte: E s'era la sua istoria qui conclusa, Fatto avria di Ruggier la vera
esco". 30 Ma come poi sounse, una donzella Esser nel campo, nomata
Marfisa, Che men non era, che gagliarda, bella, Né meno esperta d'arme in ogni
guisa, Che leiRuggiero amava, e Ruggiero ella; Ch' egli da lei, eh' ella da lui
divisa Si vedea raro; e ch'ivi ognuno crede Che s! abbiano tra lor data la
fède; stanza E che, come Ruggier si faccia sano, Il matrimonio pubblicar si
deve; E ch'ogni Re, ogni Principe pagano Gran piacere e letizia ne riceve:Che
dell' uno e delP altro sopranmano Conoscendo il valor, sperano in breve Far una
razza d'uomini da guerra, La pia gagliardi che mai fosse in terra. 82 Credea il
Guascon quel che dicea, non senzi Cagion; che neir esercito de' Mori Opinione e
universal credenza, E pubblico parlar n'era di fuori. I molti seg di
benivolenza Stati tra lor facean questi romori; Che tosto, 0 baona o ria che la
fama esce Fuor d'una bocca, in infinito cresce. 33 L'esser venuta a' Mori ella
in aita Con lui, uè senza lai comparir mai, Avea questa credenza stabilita; Ma
poi l'avea accresciuta pur assai, essendosi del campo già partita, Portandone
Brunel, come h contai, Senza esservi d'alcuno richiamata, Sol par vedir Rogier
v'era tornata. 34 Sol per lui visitar, che gravemente Languia ferito, in campo
venuta era Non una sola volta, ma sovente: Vi stava il giorno, e si parda la
sera:E molto più da dir dava alla gente; Ch' essendoconosciuta cosi altiera,
Che tutto '1 mondo a so le parca vile. Solo a Ruggier fosse benigna e umile. 35
Come il Guascon questo affermò per vero, Fu Bradamante da cotanta pena, Da
cordoglio assalita cosi fiero, Che di quivi cader si tenne a pena. Voltò, senza
far motto, il suo destriero, Di gelosia, d'ira e di rabbia piena; E, da sé
discacciata ogni speranza. Ritornò furibonda alla sua stanza:36 E senza
disarmarsi, sopra il letto, Col viso volta in giù, tutta si stese, Ove per non
gridar, si che sospetto Di sé facesse, i panni in bocca prese, E ripetendo quel
che l'avea detto II cavaliere, in tal dolor discese. Che più non lo potendo
sofferire, Fu forza a disfogarlo, e cosi a dire:37 Misera! a chi mai più creder
debb'io? Vo'dir ch'ognuno é perfido e crudele, Se perfido e orudel sei, Ruggier
mio, Che si pietoso tenni e si fedele. Qual crudeltà, qual tradimento rio Unqua
s'uli per triache querele, Che non trovi minor, se pensar mai Al mio merto e al
tuo debito vorrai?38 Perché, Ruggier, come di te non vive Cavalier di più
ardir, di più bellezza, Né che a gran pezzo al tuo valore arrive, Né a' tuoi
costumi, né a tua gentilezza; Perché non fai che, fra tue illustri e dive
Virtù, si dica ancor ch'abbi fermezza? Si dica eh' abbi invì'olabil fede, A chi
ogni altra virtù s'inchina e cede? 39 Non sai che non compar, se non v'é
quella, Alcun valore, alcun nobil costume? Come né cosa (e sia quinto vuol
bella) Si può vedere ove non splenda lume. Facil ti fu ingannare una donzella.
Di cui tu sigQor eri, idolo e nume; A cui potevi far con tue parole Creder che
fosse oscuro e fre Ido il Sole. 40 Crudel, di che peccato a doler t'hai. Se
d'uccider chi t'ama non ti penti? Se '1 mancar di tua fé si leggier fai, Di
ch'altro peso il cor gravar ti senti? Come tratti il nimico, se tu d&i A
me, che t' amo si, questi tormenti?Ben dirò che giustizia in oiel non sia, S'a
veder tardo la vendetta mia. 41 Se d'ogn' altro peccato assai più quello
Dell'empia ingratitudine l'nom grava, E per questo dal ciel l'Angel più bello
Fu relegato in parte oscura e cava; E se gran fallo aspetta gran flagello,
Quando debita emenda il cor non lava; Guarda eh' aspro flagello in te non
scenda, Che mi se' ingrato, e non vuoi farne emenda. 42 Di furto ancora, oltre
ogni vizio rio, Di te" crudele, ho da dolermi molto. Che tu mi tenga il
cor, non ti dico io; Di questo io vo' che tu ne vada assolto:Dico di te che
t'eri fatto mio, E poi centra ragion mi ti sei tolto. Renditi, iniquo, a me;
che tu sai bene Che non si può salvarchil'altrui tiene. 48 Tu m'hai, Rnggier,
lasciaU: io te non voglio, Né lasciarti volendo anco potrei: Ma, per uscir
d'affanno e di cordoglio, Posso e voglio finire i giorni miei. Di non morirti
in grazia sol mi doglio; Che se concesso m'avessero i Dei Ch'io fossi morta
quando t'era grata, Morte non fu giammai tanto beata. 44 Cosi dicendo, di morir
disposta, Salta del letto, e di rabbia infiammata pon la spada alla sinistra
costa; Ma si ravvede poi che tutta è armata. Il miglior spirto in questo le
s'accosta, £ nel cor le ragiona: 0 donna nata Di tant'alto lignaggio, adunque
vuoi Finir con si gran biasmo i giorni tuoi? 49 Senza scudiero e senta
compagnia Scese dal monte, e si pose in cammiBo Verso Parigi alla più dritta
via, Ove era dianzi il campo Saracino; la novella ancora non s'udia Che
l'avesse Rinaldo paladino. Aiutandolo Carlo e Malagigi, Fatto tor dall'assedio
di Parigi. 50 Lasciati avea i Cadorci e la cittade Di Caorse alle spalle, e
tatto 1 monte Ove nasce Dordona, e le contrade Scopria di Monferrante e di
Clarmonte; Quando venir per le medesme strade Vide una donna di benigna fronte,
Ch'uno scudo all'arcione avea attaccato; £ le venian tre cavalieri a lato. 5
Non è meglio ch'ai campo tu ne vada, Ove morir si può con laude ogn'ora? Quivi
s'avvien ch'innanzi a Ruggier cada. Del morir tuo si dorrà forse ancora; Ma s'
a morir t' avvien per la sua spada, Chi sarà mai che più contenta mora? è
l>en che di vita ti privi, Poich' è cagion eh' in tanta pena vivi. 46 Verrà
forse anco che, prima che muori, Farai vendetta di quella Marfisa Che t'ha con
fraudi e disonesti amori, Da te Ruggiero alienando, uccisa. Qaesti pensieri
parvero migliori Alla donzella; e tosto una divisa Si fé' su l'arme, che volea
inferire Disperazione, e voglia di morire. 47 £ra la sopravveste del colore In
che rìman la foglia che s'imbianca Quando del ramo è tolta, o che l'umore Che
facea vivo l'arbore, le manca. Ricamata a tronconi era, di fùore, Di cipresso
che mai non si rinfranca, Poich' ha sentita la dura bipenne: L'abito al suo
dolor molto convenne. 48 Tolse il destrier ch'Astolfo aver solea, E quella
lancia d'òr, che, sol toccando, Cader di sella i cavalier facea. Perchè la le
die Astolfo, e dove e quando, Non credo che bisogni ir replicando. Ella la
tolse, non però sapendo Che fosse del valor, ch'era stupendo. 51 Altre donne e
scudier venivano anco, Qual dietro e qual dinanzi, e in lunga schieri. Domandò
ad un che le passò da fianco. La figliuola d'Amen, chi la donna era; £ quel le
disse: Al re del popol franco Questa donna, mandata messaggiera Fin di là dal
polo artico, è venata Per lungo mar dall'Isola Perduta. 52 Altri Perduta, altri
ha nomata Islanda L'isola, donde la Regina d'essa, Di beltà sopra ogni beltà
miranda; Dal del non mai, se non a lei, concessa. Lo scudo che vedete, a Carlo
manda; Ma ben con patto e condizione espressa. Ch'ai miglior cavalier lo dia,
secondo Il suo parer, eh' oggi si trovi al mondo. 58 Ella, come si stima, e
come in vero É la più bella donna che mai fosse. Cosi vorria trovare un
cavaliero Che sopra ogn' altro avesse ardire e poste:Perchè fondato e fisso è
il "no pensiero " Da non cader per cento mila scosse, Che sol chi
terrà in arme il primo onore. Abbia d'esser suo amante e suo signore. 54 Spera
ch'in Francia, alla famosa corte Di 0arlo Magno, il cavalier si trove, Che
d'esser più d'ogni altro ardito e forte Abbia fatto veder con mille prove. I
tre che son con lei come sue scorte, Re sono tutti, e dirovvi anco dove Uno in
Svezia, uno in Gozia, in Norvegia uno, Che pochi pari in armi hanno o nessuno.
Questi tre, la coi terra non vicina, Ma men lontana è all' Isola Perduta, Detta
cosi, perchè quella marina Da pochi naviganti è conosciuta, Erano amanti, e
son, della Regina, E a gara per moglier V hanno voluta; E, per aggradir lei,
cose fatt' hanno, Che, fin che giri il ciel, dette saranno. 61 Le preme il cor
questo pensier; ma molto Più le lo preme e strugge in peggior guisa Quel
ch'ebbe prima di Ruggier, che tolto Il suo amor le abbia, e datolo a Marfisa.
Ogni suo senso in questo è si sepolto, Che non mira la strada, né divisa Ove
arrivar, né se troverà innanzi Comodo albergo, ove la notte stanzi. 56 Ma né
questi ella, né alcun altro vuole, Ch'ai mondo in arme esser non creda il
primo. Ch' abbiate fatto prove, lor dir suole, In questi luoghi appresso, poco
istimo. E s' un di voi, qual fra le stelle il Sole, Fra gli altri duo sarà, ben
lo sublimo; Ma non però che tenga il vanto parme Del miglior cavalier ch'oggi
port'arme. 57 A Carlo Magno, il quale io stimo e onoro Pel più savio signor
ch'ai mondo sia, Son per mandare un ricco scudo d'oro, Con patto e condizion
ch'esso lo dia Al cavaliero il quale abbia fra loro 11 vanto e il primo onor di
gagliardia. Sia il cavaliero o suo vassallo o d'altri. Il parer di quel Re vo'
che mi scaltri. r.8 Se, poi che Carlo avrà lo scudo avuto, E Tavià dato a quel
si ardito e forte,Ched'ogn'altro migliore abbia creduto, Che'n sua si trovi o
in alcun' altra corte, Uno di voi sarà, che con l'aiuto Di sua virtù lo scudo
mi riporte; Porrò in quello ogn amore, ogni disio, E quel sarà il marito e'I
signor mio. e 9 Queste parole bau qui fatto venire Questi tre Re dal mar tanto
discosto; Che riportarne lo scudo, o morire Per man di chi l'avrà, s' hanno
proposto. Ste' molto attenta Bradamante a udire Quanto le fu dallo scudier
risposto, 11 qual poi l'entrò innanzi, e così pnyse Il suo cavallo, che i
compagni giunse. Stanza 65. (JO Dietro non gli galoppa né gli corre Ella, eh'
ad agio il suo cammin dispensa, E molte cose tuttavia discorre. Che son per
accadere; e in somma pensa Che questo scudo in Francia sia per porre Discordia
e rissa e nimicizia immensa Fra' Paladini ed altri, se vuol Carlo Chiarir chi
sia il miglior, e a colui darlo. 62 Come nave che vento dalla riva, 0 qualch'
altro accidente abbia disciolta, Va di nocchiero e di governo priva Ove la
porti o meni il fiume in volta; Cosi l'amante giovane veniva. Tutta a pensare
al suo Ruggier rivolta. Ove vuol Rabican; che molte miglia Lontano è il cor che
de' girar la briglia. 63 Leva alfin gli occhi, e vede il Sol cheU tergo Avea
mostrato alle città di Rocco;Epoi s'era attuffato, come il mergo, In grembo
alla natrice oltr'a Marocco: E se disegna che la frasca albergo Le dia ne
campi, fa pensier di sciocco; Che soffia nn vento freddo, e Paria grieve
Pioggia la notte le minaccia o nieve. 64 Con maggior fretta fa movere il piede
Al suo cavallo; e non fece via molta, Che lasciar le campagne a un pastor vede.
La donna lai con molta istanzia chiede Che le 'nsegni ove possa esser raccolta,
0 bene o mal; che mal si non s'alloggia, Che non sia peggio star faori alla
pioggia. 65 Disse il pastore: Io non so loco alcano Ch'io vi sappia insegnar,
se non lontano Più di qnattro o di sei leghe, fuor ch'ano Che si chiama la
rocca di Tristano. Ma d'alloggiarvi non succede a ognuno; Perchè bisogna, con
la lancia in mano, Che se l'acquisti e che se la difenda Il cavalier che
d'alloggiarvi intenda, 66 Se, quando arriva un cavalier, si trova Vota la
stanza, il castellan l'accetta; Ma vnol, se soprawien poi gente nuova, Ch'uscir
fuori alla giostra gli prometta. Se non vien, non accade che si mova; Se vien,
forza è che l'arme si rimetta, E con lui giostri: e chi di lor vai meno, Ceda
l'albergo ed esca al ciel sereno. 67 Se duo, tre, quattro o più guerrieri a un
tratto Vi giungon prima, in pace albergo hanno; E chi di poi vien solo, ha
peggior patto, Perchè seco giostrar quei più lo fanno. Cosi, se prima un sol si
sarà fatto Quivi alloggiar, con lui giostrar vorranno Sì che, s' avrà valor,
gli fia a grande uopo. 68 Non men se donna capita o donzella, Accompagnata o
sola a questa rocca, poi v'arrivi un'altra, alla più bella L'albergo, ed alla
men star dì fuor tocca. Domanda Rradamante ove sia quella; E il buon pastor non
pur dice con bocca. Ma le dimostra il loco anco con mano, Da cinque o da sei
miglia indi lontano. 69 La donna, ancorché Rabican ben trotte. Sollecitar però
non lo sa tanto Per quelle vie tutte fangose e rotte Dalla stagion ch'era
piovosa alquanto. Che prima arrivi, che la cieca notte Fatt' abbia oscuro il
mondo in ogni canto. Trovò chiusa la porta; e a chi n'avea La guardia disse
ch'alloggiar volea. 70 Rispose quel, ch'era occupato il loco Da donne e da
guerrier che venner dianzi, E stavano aspettando intomo al faoco, Che posta
fosse lor la cena innanzi Per lor non credo l'avrà fatta il cuoco, S'ella v'è
ancor, uè l'han mangiata innanzi Disse la donna: or va, che qui gli attendo;
Che so l'usanza, e di servarla intendo. 71 Parte la guardia, e porta
l'imbasciata Là dove i cavalier stanno a grand'agfio. Laqualnonpotèlortroppo
esser grata, Ch'all'aer li fa uscir freddo e malvagio; Ed era una gran pioggia
incominciata. Si levan pure, e pigUan l'arme ad agio; Restano gli altri; e quei
non troppo in fretti Escono insieme ove la donna aspetta. 72 Eran tre cavalier
che valean tanto, pochi al mondo valean più di loro; Ed eran quei che'l di
medesmo accanto Veduti a quella messaggiera fòro; Quei ch'in Islanda s'avean
dato vanto Dì Francia riportar lo scudo d'oro: E perchè avean meglio i cavalli
punti, Prima di Rradamante erano giunti. 78 Di loro in arme pochi eran
migliori; Ma di quei pochi ella sarà ben l'una:Ch'a nessun patto rimaner di
fuori Quella notte intendea molle e digiuna. Quei dentro alle finestre e ai
corridori Miran la giostra al lume della Luna, Che malgrado de' nugoli lo
spande, E (a veder, benché la pioggia è gnuide. 74 Come s'allegra un bene
acceso amante Ch'ai dolci furti per entrar si trova, Quando alfin senta, dopo
indugie tante, Che'l taciturno chiavìstel si muova; Cosi, volonterosa
Rradamante Di far di sé coi cavalieri prova, S'allegrò quando udì le porte
aprire, Calare il ponte, e fuor li vide uscire. Tosto che fuor del ponte i gnerrier
vede Uscire insieme o con poco intervallo, Si volge a pigliar campo, e di poi
riede Cacciando a tutta briglia il buon cavallo, E la lancia arrestando, che le
diede Il suo cugin, che non si corre in fallo, Che fuor di sella è forza che
trabocchi, Se fosse Marte, ogni guerrier che tocchi. 76 H re di Svezia, che
primier si mosse, Fu il primier anco a riversarsi al piano; Con tanta forza V
elmo gli percosse L'asta che mai non fu abbassata invano. corse il re di Gozia,
e ritrovosse Coi piedi in aria al suo destrier lontano. Rimase il terzo
sottosopra vólto, Neir acqua e nel pantan mezzo sepolto. 77 Tosto eh' ella ai
tre colpi tutti gli ebbe Fatto andar coi piedi alti e i capi bassi,Alla rocca
ne va, dove aver debbe notte albergo; ma prima che passi, V è chi la fa giurar
che n' uscirebbe, Sempre eh' a giostrar fuori altri chiamassi Il Signor di là
dentro, che'l valore Ben n' ha veduto, le fa grande onore. 78 Così le fa la
donna che venuta Era con quelli tre quivi la sera, Come io dicea, dall'Isola
Perduta, Mandata al re di Francia messaggiera. Cortesemente a lei che la
saluta, Siccome graziosa e affabil era, Si leva incontra, e con faccia serena
Piglia per mano, e seco al fuoco mena. La donna, cominciando a disarmarsi,
S'avea lo scudo e di poi l'elmo tratto; Quando una cuffia d'oro, in che celarsi
Soleano i capei lunghi e star di piatto, Usci con l'elmo; onde caderon sparsi
Giù per le spalle, e la scoprirò a un tratto, E la feron conoscer per donzella.
Non men che fiera in arme, in viso bella. 80 Quale al cader delle cortine suole
Parer fra mille lampade la scena, D'archi, e di più d'una superba mole, D' oro
e di statue e di pitture piena; 0 come suol fuor della nube il Sole Scoprir la
faccia limpida e serena: Cosi, l'elmo levandosi dal viso, Mostrò la donna aprisse
il paradiso. 81 Già son cresciute, e fatte lunghe in modo Le belle chiome che
taglioUe il Frate, Che dietro al capo ne può fare un nodo, Benché non sian come
son prima state. Che Bradamante sia, tien fermo e sodo (Che ben l'avea veduta
altre fiate) II Signor della rocca; e più che prima Or l'accarezza, e mostra
farne stima. Stanza 76. 82 Siedono al fuoco, e con giocondo e onesto
Ragionamento dan cibo all'orecchia, Mentre, per ricreare ancora il resto Del
corpo, altra vivanda s'apparecchia. La donna all'oste domandò se questo Modo
d'albergo è nuova usanza o vecchia, E quando ebbe principio, e chi la pose; E
'1 cavaliere a lei cosi rispose:83 Nel tempo che regnava Fieramente, Clodi'one,
il figliuolo, ebbe una amica Leggiadra e bella, e di maniere conte, Quant'
altra fosse a quella etade antica; La quale amava tanto, che la fronte Non
rivolgea da lei più che si dica Che facesse da Jone il suo pastore, Perch' avea
ugual la gelosia all' amore. 84 Qui la tenea; chè'l laogo avuto in dono Avea
dal padre, e raro egli n ascia; dei miglior di Francia tuttavia. Qui stando,
venne a capitarci il buono, ed una donna in compagnia, Liberata da lui poch'ore
innante, Che traea presa a forza un fier gigante. Tristano ci arrivò cheU Sol
già vòlto Avea le spalle ai liti di Siviglia; E domandò qui dentro esser
raccolto Perchè non cè altra stanza a dieci mlgHi.Ma Clodì'on, che molto amava
e molto Era geloso, in somma si conaigUa Che forestier, sia chi si voglia,
mentre stia la bella donna, qui non entre. suiiza80. 96 Poi che con lunghe ed
iterate preci Non potè aver qui albergo il cavaliero; quel che far con prieghi
io non ti feciChe 1 facci, disse, tuo malgrado, spero. E sfidò Clodì'on con
tutti i dieci Che tenea appresso; e con un grido altiero Se gli offerse con
lancia e spada in mano Provar che discortese era e villano; 87 Con patto, che
se fa che con lo stuolo Suo cada in terra, ed ei stia in sella forte, Nella
rocca alloggiar vuole egli solo, E vuol gli altri serrar fuor delle porte. Per
non patir quest'onta, va il figliuolo Del re di Francia a rìschio della morte;
aspramente percosso cade in terra, E cadon gli altri, e Trìstan fuor li serra.
Stanza 91.Entrato nella rocca, trova quella, qoal Vho detto, a Olodìon si cara,
E ch'avea, a par d'ogn' altra, fatto bella Natura, a dar bellezze cosi avara.
Con lei ragiona: intanto arde e martella Di fuor l'amante aspra passione amara;
Il qual non differisce a mandar prìeghi cavalier, che dar non gli la nieghi. 89
Tristano, ancorché lei molto non prezze,Né prezzar, fuor eh' Isotta, altra
potrebbe:né ch'ami vaol né che accarezze Pur, perchè vendicarsi dell'asprezze
Di far gran torto mi pania, gli disse, Che tal bellezza del suo albergo
uscisse. 94 Ohe'l cavalier ch'abbia maggior possanza, E la donna beltà, sempre
ci alloggi; chi vinto riman vóti la stanza, Dorma sul prato, o altrove scenda e
poggi. E finalmente ci fé' por l'usanza Che vedete durar fin al di d'oggi.
scalco por la mensa fatto avea. 95 Fatto l'avea nella gran sala porre. che non
era al mondo la più bella; con torchi accesi venne a tórre Le belle donne, e le
condusse in quella., all'entrar, con gli occhi scorre, E similmente fa l'altra
donzella; ' tutte piene le superbemuraVeggondinobilissima pittura. 90 E quando
a Clodion dormire incresca Solo alla frasca, e compagnia domandi. Una ovane ho
meco bella e fresca, Non però di bellezze cosi grandi Questa sarò contento che
fuor esca, E ch'ubbidisca a tutti i suoi comandi; Ma la più bella mi par dritto
e giusto Che stia con quel di noi eh' è più robusto. 96 Di si belle figure é
adorno il loco, Che per mirarle obblian la cena quasi: Ancorché ai corpi non
bisogni poco, Pel travaglio del di lassi rimasi: E lo scalco di doglia e doglia
il cuoco. Che i cibi lascin raffreddar nei vasi. Pur fu chi disse: Meglio fia
che voi Pasciate prima il ventre, gli occhi poi. 91 Escluso Clodì'one e mal
contento. Andò sbuffando tutta notte in volta. Come s'a quei che
nell'alloggiamento Dormiano ad agio, fésse egli l'ascolta; E molto più che del
fireddo e del vento, Si dolca della donna che gli é tolta. La mattina Tristano,
a cui ne' ncrebbe, Gli la rendè; donde il dolor fin ebbe: 97 S'erano assisi, e
porre alle vivande Voleano man, quando il Signor s' avvide Che l'alloggiar due
donne è un error grande; L'una ha da star, l'altra convien che snido. la più bella,
e la men fuor si mando Dove la pioggia bagna e 'l vento stride. Perche non vi
son giunte amendue a un'ora, L'una ha a partir e l'altra a far dimora. 92
Perchè gli disse, e lo fé' chiaro e certo, Che qual trovolla, tal gli la
rendea:E benché degno era d'ogni onta, in morto Della discortesia ch'usata
avea; Pur contentar d'averlo allo scoperto Fatto star tutta notte si volea: r
escusa accettò, che fosse Amore cagion di co grave errore; 98 Chiama duo
vecchi, chiama alcune sue Donne di casa, a tal giudizio buone: E le donzelle
mira, e di lor due Chi la più bella sia, fa, paragone. Finalmente parer di
tutti fue, Ch'"ra più bella la figlia d'Amene; E non men di beltà l'altra
vincea, Che di valore i guerrier vinti avea. 93 Ch' Amor de' far gentile un cor
villano, E non far d'un gentil contrario effetto. Partito che si fu di qui
Tristano, Clodion non sté molto a mutar tetto; Ma prima consegnò la rocca in
mano A un cavalier che molto gli era accetto. Con patto ch'egli e chi da lui
venisse, Quest' uso in albergar sempre seguisse:99 Alla donna d'Islanda, che
non senza Molta sospizi'on stava di questo, Il Signor disse: Che serviam
l'usanza, v'ha, donna, a parer se non onesto. A voi convien procacciar d'altra
stanza, Quando a noi tutti è chiaro e manifesto Che costei di bellezze e di
sembianti, Ancor eh' inculta sia, vi passa innanti. 100 Come in uu momento
oscura Nube salir d umida valle al cielo, Che la feuxda che prima era si pura,
Copre del Sol con tenebroso velo; Cosi la donna alla sentenzia dura, fuor la
caccia ove è la pioggia e '1 gelo, si vide, e non parer più quella Che fu pur
dianzi si gioconda e bella. 101 S'impallidisce, e tutta cangia in viso; Che tal
sentenza udir poco le aggrada. Ha Bradamajite con un saggio avviso, Che per
pietà non vuoi òhe se ne vada, Rispose: A me non par che ben deciso Né che ben
giusto alcun giudicio cada, Ove prima non s'oda quanto nieghi La parte o
affermi, e sue ragioni alleghi. 103 Io cVa difender questa causa toglie, : 0
più bella o men ch'io sia di lei. Non venni come donna qui, né voglio Che sian
di donna ora i progressi miei. Ma chi dirà, se tutta non mi spoglio, S' io sono
0 s' io non son quel eh' è costei?E quel che non si sa, non si de' dire; È
tanto men, quando altri n'ha a patire. 103 Ben son degli altri ancor, ch'hanno
le chiome Lunghe, com'io; né donne son per questo. " Se come cavalier la
stanza, o come Donna acquistata m'abbia, è manifesto. Perchè dunque volete
darmi nome Di donna, se di maschio è ogni mio gesto V La legge vostra vuol che
ne sian spinte Donne da donne, e non da guerrier vinte. 104 Poniamo ancor che,
come a voi pur pare, Io donna sìa (che non però il concedo). Ma che la mia
beltà non fosse pare A quella di costei; non però credo Che mi vorreste la
mercè levare mia virtù, sebbeu di viso io cedo. Perder per men beltà giusto non
parmi Quel eh' ho acquistato per virtù con l'armi. 105 E quando ancor fosse
l'usanza tale. Che chi perde in beltà, ne dovesse ire. 10 d vorrei restare, o
bene o male Che la mia ostinazion dovesse uscire. Per questo, die contesa disegnale
É tra me e questa donna, vo' inferire Che, contendendo di beltà, può assai
Perdere, e meco guadagnar non mai. 106 E se guadagni e perdite non sono In
tutto pari, ingiusto è ogni partito; Si eh' a lei per ragion, si ancor per dono
Speziai, non sia i' albeigo proibito. E s' alcuno di dir che non sia buono E
dritto il mio giudizio sarà ardito. Sarò per sostenergli a suo piacere, '1 mio
sia vero, 9 falso il suo parere. 107 La figliuola d'Amen, mossa a pietade Che
questa gentil donna debba a torto Ove né tetto, ove neppure è un spcnrto, Al
signor dell' albergo persuade Con ragion molte e con parlare accorto. Ma molto
più con quel eh' alfin concluse. Che resti cheto, e accetti le sue scuse. 108
Qual sotto il più cocente ardore estivo. Quando di ber più desiosa è l'erba, 11
fior eh' era vidno a restor privo Di tutto queir umor che in vita il serba,
Sente l'amata pioggia, e si fa vivo, Cosi, poiché difesa si superba Si vide
apparecchiar la messaggiera. Lieta e bella tornò come prim'era. 109 La cena,
stata lor buon pezzo avante, Né ancor pur tocca, alfin godersi in festa, Senza
che più di cavaliere errante Nuova venuta fosse lor molesta. La goder gli
altri, ma non Bradamante, Pure, all'usanza, addolorata e mesta; Che quel timor,
che quel sospetto ingiusto, Che sempre at nel cor, le toUea il gusto. HO Finita
ch'ella fu (che saria forse Stata più lunga se '1 desìr non era Di cibar gli
occhi), Bradamante sorse, E sorse appresso a lei la messaggiera. Accennò quel
Signore ad un che corse, E prestamente allumò molta cera, Che splender fé' la
sala in ogni canto. Quel che seguì dirò nell' altro Canto.. St. 3. V.4. Fuoco:
incendio 81 guerra. St. 4. v.1. Fa scriver: fa aimolare. St. 11. V.28. Eto e
Piroo: due dei quattro cavalli attaccati al carro del Sole. Piti lungo di quel gior
no, ecc. Allude a quando Giosuè fermò il sole, cioè "ol suo comando
allungò di molte ore il corso della gior nata, affinchè grisraeliti
riportassero intiera la vittoria sui re della Palestina. Più della notte, ecc.
Finsero ì mitologi che la notte in cui Ercole tu concepito, e quella in cui
nacque, venissero dagli Dei protratte alla durata di più nolti. Sr. 13. V.7.
Nasciuto: nato. St. 18. V.6. Sì.... profonde: tanto sublimi. St. 19. V.47.
Serva: serba, aspetta. Coinè aspide suole, ecc,: credevasi in que' tempi che
l'aspide, per non udire l'incantesimo che lo attraeva, posasse un orecchio in
terra, e chiudesse l'altro con l'estremità della co la. St. 28. V, 5. Fu molto
posto per ragione: gli fu chiesto minuto conto. St. 29. V.3. Contrastette:
contrastò. St. 32. V.1. Il Giiascone. Non a caso fa guascone questi cavaliere.
I Guasconi sono tenuti per ciarlieri e spavaldi; è quindi naturale che costui
dicesse di Rug gero e di Marflsa molto più del vero. St. 37. V.6. Per tragiche
querele: per tragici poemi. St. 50. V.14. I Cadurci: con tal nome si chia
mavano in antico gli abitanti di quella parte della Gallia AquitanicaNarbonese
che corrisponde a una regione della Guienna, detta poi Le Qnercy. Eia cittade
di Gaorae: Cahors, città della Guienna, già terra principale dei Oadurci. Tutto
7 monte ove vnace Dordona: il Monte d'Oro nelI'Alveniia; ivi scaturisce la
Dordogne, che tra versa il Limosino e la Guienna. E le contrade Sco jìria di
Monferrante e di Clarmonte. Questi due luo ghi dell'Alveiiiia erano, nei tempi
addietro, due comuni separati e brevìdistanti fra loro; ma nel 1633, sotto
Luigi XIII, furono uniti; ed ora formano la città di ClermontFerrand, attuale
cap)Iuogo del dipartimento di PuydeDóme. St. 14. V.7. Gozia. lì Gotland, ora
provincia della Svezia, che bi vuole prendesse il nome dai Goti loro
antichissima abitazione. St. 57. V.8. Ifi scaltri: mi scaltrisca, mi faccia
accorta. St. 63. V.24. Alle città di Bacco: alla Mauritania occidentale,
signoreggiata anticamente da Socco. Marocco: città capitale dell'impero
omonimo. St. 83. V.17. Fieramonte 0 Faramndo: primo re dei Franchi. Questi
popoli erano dapprima Sicambri, detti poi Franchi, per una temporanea
franchigia da tributi che ebbero dairimpeiatore Valentiniano. Costoro, non
volendo più sottomettersi dopo spirato il termine della concessa franchigia,
furono battuti diversa volte; e i pochi superstiti peivennero nella Tnringia,
guidati da Marcomiro loro capo. Egli, insieme con i suoi, pose la sede in una
regione denominata quindi Franconia, e posta a settentrione fra la Bavieia e la
Sassonia. Da lui nacque Faramondo, del quale qui si parla. Di ma niere conte:
di maniere gentili. Che facesse da Jone il suo pastore. Alludesi qui alla
favola d'Ione od Io, amata da Giove, e da lui trasformata in vacca per prevenire
i sospetti di Giunone; la quale nondimeno la faceva cu stodire da un pastore di
nome Argo, che avea cent'occhi. St. 89. V.4. La posion, che già incantati
bebbe. Leggesi nel Tristano, romanzo cavalleresco, che la ma dre d'Isotta aveva
prepaiata una bevanda incantata, per fare che sua figlia fosse amata da Marco
re di Corno vaglia, a cui l'avea destinata in moglie. Mentre Isotta era
condotta allo sposo da Tristano, questi inavveduta mente bevette insieme con la
giovine la pozione ama toria, onde s'invaghirono perdutamente l'uno dell'altra.
St. 10 5. V.7. Spinte: cacciate fuori. St. 107. v.4. Sporto: parte dell'
edifizio che prò tendesi all'infuori del muro principale, e sotto cui si può
stare al coperto. Iei urift [lala della ioc<;a ili TrisEaiio ? Bradamunte
eJe diptni le tur uve fjuene dei Francesi in Ualìit Poi, sfidila iliHff i.']k
aveva [li ià alilAEtutì, IL oai'cla iiqovametite di ftllt Itinldo e GmdaitHO
vciifjoiio alle mani p&r BaÌArdo, iJqBiìf. spnveutato dn un mostruoio
uccella, fuggv in ntia i"ki; t cu al la [11] glia e sa.<rivujaH Astolfo
sdK Ipporìfo va i" Eti<f"iiu ed ivi ool suono del stio comò caccj
a "n eli' inferno li ¦ e Ile insozzavano le mense del re Seuapo.
Timai;orat ParrasiOj Poliguoto, Protofrene. Tiinantet Apollodoru, Apell(% \n\\
di tutti questi noto, E Zeui, e gli altri dia quei tempi fort"; Di'Njuai
In fama malgrado di CJoto, Che speose ì corpi, e tlì poi Topre loro) Sempre
nurà Muebè ai legga e scriva, Mercè degli scrii torì| al mondo Tim: E quei che foro
a' nostri dì, o sono on, Leouartlo, Andrea Man legna, Gian Bellino, Duo DosMt e
quel eh' a pur sculpe e coltura . Mi[liel, ]niì che mortale, Angel divino;
Bari(uvnu, lìafail. Tìz'au eh'onorA Non men Cador, che quei Venezia e Urbino j
E gli altri di cui tal Topra si vede, Qual delia prisca età si legge e crede.
Questi che noi vegiam pittori, e quelli Che già mille e miil'anui in prego
foro, Le cose che son state, coi pennelli Fatt' hanno, altri suir ase, altri
sul muro. Non però udiste antiqui, né novelli Vedeste mai dipingere il futuro:
Eppur si sono istorie anco trovate, Che son dipinte innanzi che sian state. 4
Ma di saperlo far non si dia vanto Pittore antico, né pittor moderno; E ceda
pur quest'arte al solo incanto, Del qual trieman gli spirti dello' nferno. La
sala eh' io dicea nel!' altro Canto,Merlin col lihro, o fosse al lago Averne, 0
fosse sacro alle Nursine grotte, Fece far dai demonj in una notte. 5
Quest'arte, con che i nostri antiqui fenno Mirande prove, a nostra etade è
estinta. Ma ritornando ove aspettar mi denno Quei che la sala hanno a veder
dipinta. Dico eh' a uno scudier fu fatto cenno. Ch'accese i torchi: onde la
notte, vinta Dal gran splendor, si dileguò d'intomo; Né più non si vedria, se
fosse giorno. 6 Quel Signor disse lor: Vo' che sappiate Che delle guerre che
son qui ritratte. Fin al di d'oggi poche ne son state; E son prima dipinte, che
sian fatte. Chi l'ha dipinte, ancor l'ha indovinate; Quando vittoria avran,
quando disfatte In Italia saran le genti nostre, Potrete qui veder come si
mostre. 7 Le guerre ch'i Franceschi da far hanno Di là dall' Alpe, o hene o mal
successe, Dal tempo suo fin al millesim'anno, Merlin profeta in questa sala
messe; n qual mandato fu dal Re hritanno Al franco Re eh' a Marcomir successe:
E perché lo mandassi, e perché fatto Da Merlin fa il lavor, vi dirò a un
tratto. 8 Re Fieramente, che passò primiero Con l'esercito franco in Gallia il
Reno, Poi che quella occupò, facea pensiero Di porre alla superba Italia il
freno. Faceal per ciò, che più'l romano Impero Vedea di giorno in giorno venir
meno; E per tal causa col britanno Arturo Volse far lega; ch'ambi a un tempo
furo. 9 Artur, ch'impresa ancor senza cousijjlio Del profeta Merlin non fece
mai: Di Merlin, dico, del Demonio figlio, Che del futuro antivedeva assai; Per
lui seppe, e saper fece il periglio A Fieramente, a che di molti guai Porrà sua
gente, s'entra nella terra Ch'Apennin parte, e il mare e l'Alpe serra. 10
Merlin gli fé' veder che quasi tutti Gli altri che poi di Francia scettro
avranno, 0 di ferro gli eserciti distrutti, 0 di fame o di peste si vedranno; E
che brevi allegrezze e lunghi lutti. Poco guidago ed infinito danno Riporteran
d'Italia; che non lice Che '1 Giglio in quel terreno abbia radice. 11 Re
Fieramente gli prestò tal fede, Ch'altrove disegnò volger l'armata; E Merlin,
che cosi la cosa vede Ch'abbia a venir, come se già sia stata, Avere a'prieghi
di quel Ri si crede La sala per incinto istoriata, Ove dei Franchi ogni futuro
gesto. Come già stato sia, fa manifesto. 12 Acciò chi poi succederà comprenda
Che, come ha da acquistar vittoria e onore, Qualor d'Italia la difesa prenda
Incontra ogn' altro barbaro furore; Così, s'awien eh' a danneggiarla scenda Per
porle il giogo e farsene signore. Comprenda, dico, e rendasi ben certo Ch'
oltre a quei monti avrà il sepolcro aperto. 13 Cosi disse; e menò le donne dove
Incomincian l'istorie: e Singiberto Fa lor veder, che per tesor si muove. Che
gli ha Maurizio imperatore offerto. Ecco che scende dal monte di Giove Nel pian
dal Lambro e dal Ticino aperto. Vedete Eutar, che non pur l'ha respinto. Ma
volto in fuga e fracassato e vinto. 14 Vedete Clodoveo, eh' a più di cento Mila
persone fa passare il monte. Vedete il duca là di Benevento. Che con numer
dispar vien loro a fronte. Ecco finge lasciar l'alloggiamento, E pon gli agguati:
ecco, con morti ed onte, Al vin lombardo la gente francesca Corre; e riman come
la lasca all'esca. Stanza 9. 15 Ecco in Italia Childìberto quanta Gente di
Francia e capitani invia: Xè più che Clodoveo, si gloria e vanta Ch abbia
spogliata o vinta Lombardia; Che la spada del del scende con tanta Strage de'
suoi, che n'è piena ogni via, Morti di caldo e di profluvio d'alvo; Sì che di
dieci non ne torna un salvo. 16 Mostra Pipino, e mostra Cario appresso, Come in
Italia un dopo T altro scenda, £ v'abbia questo e quel lieto successo: Che
venuto non v' è perchè V offenda; Ma l'uno, acciò il Pastor Stefano oppresso,
L'altro Adriano, e poi Leon difenda. L'un doma Aistulfo; e l'altro vince e
prende II successore, e al Papa il suo onor rende. Lor mostra appresso nù
gioveoe Pipino, Che con sua gente par che tutto copra Dalle Fornaci al lito
Palestine; E faccia con gran spesa e con lungopra Il ponte a Malamocco; e che
vicino Giunga a Rialto, e vi combatta sopra. Poi fuggir sembra e che i suoi
lasci sotto L'acque; che M ponte il vento e '1 mar gli han rotto. 18 Ecco Luigi
Borgognon, che scende Là dove par che resti vinto e preso, E che giurar gli
faccia chi lo prende, Che più dalParme sue non sarà offeso. Ecco che U
giuramento vilipende; Ecco di nuovo cade al laccio teso; Ecco vi lascia gli
occhi, e come talpe Lo rif orfano i suoi di qua dall'Alpe. 19 Vedete un Ugo
d'Arli far gran fatti. E che d'Italia caccia i Berengari; E due 0 tre volte gli
ha rotti e disfatti. Or dagli Unni rimessi, or dai Bavàri. Poi da più forza è
stretto di far patti Con Tiiiimico, e non sta in vita guari; Né guari dopo lui
vi sta T erede, E '1 regno intero a Berengario cede. 20 Vedete un altro Carlo,
che a' conforti Del buon Pastor fuoco in Italia ha messo; E in due fiere
battaglie ha duo Re morti, Manfredi prima, e Corradino appresso. Poi la sua
gente, che con mille torti Sembra tenere il nuovo regno oppresso, Di qua e di
là per le città divisa. Vedete a un suon di vespro tutta uccisa.Si Lor mostra
poi (ma vi parea intervallo Di molti e molti, non channi, ma Instri) Scender
dal monti nn capitano Gallo, E romper guerra ai gran Visconti illustri; £ con
gente francesca a pie e a cavallo Par eh' Alessandria intomo cinga e lustri; E
chel Duca il presidio dentro posto, E fuor abbia V agguato un po' discosto;
Stanza 20. if2 E la gente di Francia mal accorta, Tratta con arte ove la rete è
tesa, Col conte Armeni'aco, la cui scorta L'avea condotta all'infelice impresa,
Giaccia per tutta la campagna morta. Parte sìa tratta in Alessandria presa; E
di sangue non men che d'acqua grosso, 11 Tauaro si vede il Po far rosso. 23 Un,
detto della Marca, e tre Angioini Mostra l'un dopo l'altro, e dice: Questi A
Bruci, a Dauni, a Marsi, a Salentini Vedete come son spesso molesti. Ma né de'
Franchi vai né de' Latini Aiuto sì, ch'alcun di lor vi resti: Ecco li caccia
fuor del regno, quante Volte vi vanno, Alfonso, e poi Ferrante. 24 Vedete Carlo
ottavo, che discende Dall'Alpe, e seco ha il fior di tutta Fnad Che passa il
Liri, e tutto '1 reo prenik Senza mai stringer spada o abbassar hi"
Fuorché lo scoglio ch'a Tifeo si stende Su le braccia, sul petto e sa la
pancia; Che del buon sangue d'Avalo al contrasta La virtù trova d'Inico del
Vasto. 25 11 Signor della rocca, che venia Quest'istoria additando a
Bradamante, Giostrato che l'ebbe Ischia, disse: Pria Ch'a vedere altro più vi
meni avante, 10 vi dirò quel ch'a me dir solìa 11 bisavolo mio, quand'io era
infante: E quel che similmente mi dicea Che da suo padre udito anch'esso avea:
26 E'I padre suo da un altro, o padre o fu Avolo, e l'un dall'altro, s'n a
quello Ch'a udirlo da quel proprio ritrovosse. Che l'immagini fé' senza
pennello, Che qui vedete bianche, azzurre e rosàe: Udì che quando al Re mostrò
il castello. Ch'or mostro a voi su quest'altiero scoglio. Gli disse quel ch'a
voi riferir voglio. 27 Udì che gli dicea ch'in questo loco Di quel buon
cavalier che lo difende Con tanto ardir, che par disprezzi il fuoco Che d'ogn'
intorno e sino al Faro incende. Nascer debbe in quei tempi, o dopo poco (E ben
gli disse e l'anno e le calende). Un cavaliere, a cui sarà secondo Ogu' altro
che sin qui sia stato al mondo. 28 Non fu Nireo si bel, non si eccellente Di
forze Achille, e non si ardito Ulisse, Non si veloce Lada, non prudente Nestor,
che tanto seppe e tanto visse. Non tanto liberal, tanto clemente L'antica fama
Cesare descrisse; Che verso l'uom ch'in Ischia nascer deve, Non abbia ogni lor
vanto a restar lieve. 29 E se si gì Oliò l'antiqua Creta, Quando il nipote in
lei nacque di Celo. Se Tebe fece Ercole e Bacco lieta. Se si vantò dei duo
gemelli Delo; Né questa isola avrà da starsi cheta, Che non s'esalti e non si
levi in cielo, Quando nascerà in lei quel gran Marchese Ch'avrà si d'ogni
grazia il Ciel cortese. Merlin gli disse, e replicogli spesso, Ch'era serbato a
nascere all'etade Che più il romano Imperio saria oppresso, Acciò per lui
tornasse in libertade. Ma perchè alcuoo de' suoi gesti appresso Vi mostrerò,
predirli non accade. Cosi disse; e tornò air istoria, dove Di Carlo si vedean V
inclite prove. 36 Cosi dicendo, sé stesso riprende Che quel ch'avea a dir
prima, abbia lasciato: E torna addietro, e mostra uno che vende 11 Castel che'l
Signor suo gli avea dato;. Mostra il perfido Svizzero, che prende Colui eh' a
sua difesa V ha assoldato:Le quai due cose, senza abbassar lancia, Han dato la
vittoria al Re di Francia. 31 Ecco, dicea, si pente Ludovico D'aver fatto in
Italia venir Carlo; Che sol per travagliar l'emulo antico Chiamato ve l'avea,
non jer cacciarlo; E se gli Scopre al ritornar nimico Co' Veneziani in lega, e
vuol pigliarlo. Ecco la lancia il Re animoso abbassa, Apre la strada, e, lor
malgrado, passa. 32 Ma la sua gente, eh' a difesa resta Del nuovo regno, ha ben
contraria sorte; Che Ferrante, con l'opra che gli presta Il Signor mantuan,
toma si forte, ChMn pochi mesi non ne lascia testa O in terra o in mar, che non
sia messa a morte:Poi per un uom che gli è con frdude estinto, Kon par che
senta il gaudio d'aver vinto. 33 Cosi dicendo, mostragli il marchese Alfonso di
Pescara, e dice: Dopo Che costui comparito in mille imprese Sarà più
risplendente che piropo. Ecco qui nell'insidie che gli ha tese Con un trattato
doppio il rio Etiopo, Come scannato di saetta cade Il miglior cavalier di
quella etade. 34 Poi mostra ove il duodecimo Luigi Passa con scorta italiana i
monti; E, svelto il Moro, pon la Fiordaligi Nel fecondo terren gi& de'
Visconti: Indi manda sua gente pei vestigi Di Carlo, a far sul Garigliano i
ponti; La quale appresso andar rotta e dispersa Si vede, e morta, e nel fiume
sommersa. 35 Vedete in Puglia non minor macello Dell'esercito franco, in fuga
volto; E Consalvo Ferrante ispano è quello Che due volte alla trappola 1' ha
colto. E come qui turbato, cosi bello Mostra Fortuna al re Luigi il volto Nel
ricco pian che, fin dove Adria stride, Tra l'Apennino e l'Alpe il Po divide. hi
Poi mostra Cesar Borgia col favore Di questo Re farsi in Italia grande; Ch'ogni
Baron di Roma, ogni Signore Suggetto a lei par che in esilio mande. Poi mostra
il Re che di Bologna fuore Leva la Sega, e vi fa entrar le Giande; Poi come
volge i Genovesi in fuga Fatti ribelli, e la città soggiuga. 38 Vedete, dice
poi, di gente morta Coperta in Giaradadda la campagna. Par ch'apra ogni cittade
al Re la porta, E che Venezia appena vi riraagna. Vedete come al Papa non
comporta Che, passati i confini di Romagna, Modena al Duca di Ferrara toglia;Né
qui si fermi, e '1 resto tor gli voglia: 39 E fa, air incontro, a lai Bologna
tórre; Che Y entra la Bentivola famiglia. Vedete il campo de' Francesi porre A
sacco Brescia, poi che la ripiglia: E quasi a un tempo Felsina soccorre, EU
campo ecclesiastico scompiglia; E Tuno e P altro poi nei luoghi bassi Par si
riduca del lito de' Chiassi. 40 Di qua la Francia, e di là il campo iiigrMB La
gente Ispana; e la battaglia è grande. Cader si vede, e far la terra rossa La
gente d'arme in amendua le bande. Piena di sangue uman pare ogni fossa:Marte
sta in dubbio u'ia vittoria mande. Per virtù d'un Alfonso alfin si vede Che
resta il Franco, e che T Ispano cede.stanza 40. 41 E che Ravenna saccheggiata
resta. Si morde il Papa per dolor le labbia, E fA da' monti, a guisa di
tempesta. Scendere in fretta una tedesca rabbia, Ch'ogni Frare senza mai far
testa, Di qua dall par che cacciat' abbia, E che posto u .inpollo abbia del
Moro Nel giardino oi svelse i gigli d'oro. 43 E con migliore auspizio ecco
ritorna. Vedete il re Francesco innanzi a tutti, Che cosi rompe a' Svizzeri le
corna, Che poco resta a non gli aver distratti. Si che 'i titolo mai più non
gli adoma, Ch'usurpato s'avran quei vilkn brutti: Che domator de' Principi, e
difesa Si nomeran della cristiana Chiesa. 42 Ecco torna il Francese: eccolo
rotto Dall'infedele Elvezio, ch'in suo aiuto Con troppo rischio ha il giovine
condotto, Del quale il padre avea preso e venduto. Vedete poi l'esercito che
sotto La ruota di Fortuna era caduto, Creato il nuqyo Re, che si
preparaDell'onta vendicar ch'ebbe a Novara: 44 Ecco, malgrado della Lega,
prende Milano, e accorda il giovene Sforzesco. Ecco Borbon che la città difende
Pel Re di Francia dal furor tedesco. Eccovi poi, che mentre altrove attende Ad
altre magne imprese il re Francesco, Né sa quanta superbia e crudeltade Usino i
suoi, gli è tolta la cittade. Ecco un altro Francesco, eh assimìglia Di virtit
all'avo, e non di nome solo; Che, fatto uscirne i Galli, si ripiglia Col favor
della Chiesa il patrio suolo. Francia anco torna, ma ritien la briglia, Né
scorre Italia, come suole, a volo; Che U buon Duca di Mantua sul Ticino Le
chiude il passo, e le taglia il cammino. 46 Federico, eh' ancor non ha la
guancia De' primi fiori sparsa, si fa degno Di gloria etema, ch'abbia con la
lancia. Ma più con diligenzia e con ingegno, Pavia difesa dal furor di Francia,
E del Leon del mar rotto il disegno. Vedete duo Marchesi, ambi t.rrore Di
nostre genti, ambi d'Italia onore; 47 Ambi dun sangue, ambi iu un nido nsti. Di
quel marchese Alfonso il primo è figlio, Il qual, tratto dal Negro negli
agguati, Vedeste il terren far di sé vermiglio. Vedete quante volte son
cacciati D'Italia i Franchi pel costui consiglio. L'altre, di si benigno e lieto
aspetto, Il Vasto signoreggia, e Alfonso è detto. 48 Questo è il buon Cavalier
di cui dicea, Quando l'isola d Ischia vi mostrai, Che gi& profetizzando
detto avea Merlino e Fieramonte cose assai: Che differire a nascere dovea Nel
tempo che d'aiuto più che mai L'afflitta Italia, la Chiesa e l'Impero Contra ai
barbari insulti avria mestiero. Stanza 49. 49 Costui dietro al cugin suo di
Pescara Con l'auspicio di Prosper Colonnese, Vedete come la Bicocca cara Fa
parere airElvezio, e più al Francese. Ecco di nuovo Francia si prepara Di
ristaurar le mal successe imprese. Scende il Re con un campo in Lombardia; Un
altro per pigliar Napoli invia. 50 Ma quella che di noi fa come il vento
D'arida polve, che l'aggira in volta, La leva fin al cielo, e in un momento A
terra la ricaccia, onde l'ha tolta; Fa ch'intorno a Pavia crede di cento Mila
persone aver fatto raccolta 11 Re, che mira a quel che di man gli esce, Nou se
la gente sua si scema o cresce. 51 Così per colpa de' ministri avari, £ per
bontà del Re che se ne fida. Sotto r insegne si raccoglion rari. Quando la
notte il campo all'arme grida; Che si vede assalir dentro ai ripari Dal sagace
Spagnuol, che con la uida Di duo del sangue d'Avalo ardirla Farsi nel cielo e
nello 'nfemo via. 52 Vedete il meglio della nobiltade Di tutta Francia alla
campagna estinto: Vedete quante lance e quante spade Han d'ogni intorno il Re
animoso cìnto: Vedete che '1 destrier sotto gli cade:Né per questo si rende, o
chiama vinto; Bench'a lui solo attenda, a lui sol corra Lo stuol nimico, e non
è chi'l soccorra. 53 II Re gagliardo si difende a piede, £ tutto dell' ostil
sangue si bagna; Ma virtù alfine a troppa forza cede. £cco il Re preso, ed
eccolo in Ispagna:£d a quel di Pescara dar si vede, Ed a chi mai da lui non si
scompagna, A quel del Vasto, le prime corone Del campo rotto e del gran Re
prigione. 54 Rotto a Pavia l'un campo, l'altro ch'era, Per dar travaglio a
Napoli, in cammino Restar si vede come, se la cera Oli manca o l'olio, resta il
lumicino. Ecco che '1 Re nella prigione ibera Lascia i figliuoli, e torna al
suo domino:Ecco fa a un tempo egli iu Italia guerra, Ecco altri la fa a lui
nella sua terra. 55 Vedete gli omicidi e le rapine In ogni parte far Roma
dolente E con incendj e stupri le divine E le profane cose ire ugualmente. 11
campo della Lega le ruine Mira d'appresso, e'I pianto e'I grido sente; E dove
ir dovria innanzi . torna indietro, E prender lascia il successor di Pietro. 56
Manda Lotrecco il Re con nuove squadre, Non più per fare in Lombardia
l'impresa, Ma per levar delle mani empie e ladre Il Capo e l'altre membra della
Chiesa; Che tarda sì, che trova al Santo Padre Non esser più la libertà
contesa. Assedia la cittade ove sepolta É la Sirena, e tutto il regno volta.
Ecco l'armata imperiai si scioglie Per dar soccorso alla città assediata; Ed
ecco il Doria che la via le toglie, E rha nel mar sommersa, arsa e spezzata.
Ecco Fortuna come cangia voglie, Sin qui a' Francesi si propizia stata; Che di
febbre gli uccide, e non di lancia, Si che di mille un non ne toma in Francia.
63 II dolce sonno mi promise pace; Ma l'amaro vegghiar mi torna in guerra: Il
dolce sonno è ben stato fallace; Ma r amaro vegghiare, oimè ! non erra. Ss'l
vero annoia, e il falso si mi piace, Non oda o vegga mai più vero in terra: Se
'1 dormir mi dà gaudio, e il vegghiar guai Possa io dormir senza destarmi mai.
58 La sala queste ed altre istorie molte, Che tutte saria lungo riferire. In
vari e bei colori avea raccolte; Ch' era ben tal, che le potea capire. Tornano
a rivederle due e tre volte. Né par che se ne sappiano partire; E rileggon più
volte quel eh' in oro Si vedea scritto sotto il bel lavoro. 59 Le belle donne,
e gli altri quivi stati, Mirando e ragionando insieme un pezzo, Fur dal Signore
a riposar menati; Ch'onorar gli osti suoi molt'era avvezzo. Già sendo tutti gli
altri addormentati, Bradamante a corcar si va da sezzo; E si volta or su questo
or su quel fianco, Né può dormir sul destro né sul manco. 60 Pur chiude
alquanto appresso all'alba i lumi, E di veder le pare il suo Ruggiero, Il qual
le dica: Perchè ti consumi, Dando credenza a quel che non è vero? Tu vedrai
prima all' erta andare i fiumi, Ch'ad altri mai, eh' a te, volga il pensiero.
S'io non amassi te, né il cor potrei Né le pupille amar degli occhi miei. 61 E
par che le soggiunga: Io son venuto Per battezzarmi, e far quanto ho promesso;
E s' io son stato tardi, m' ha tenuto Altra ferita, che d'amore, oppresso.
Fuggesi in questo il sonno, né veduto È più Ruggier, che se ne va con esso.
Rinnova allora i pianti la donzella, E nella mente sua cosi favella: 62 Fu.
quel che piacque, un falso sogno: e que4o Che mi tormenta, ahilassa! è un
vegghiar vero. Il ben fu sogno a dileguarsi presto; Ma non è sogno il martire
aspro e fiero. Perch'or non ode e vede il snso desto Quel ch'udire e veder parve
al pensiero? A che condizione, occhi miei, sete, Che chiusi il ben, e aperti il
mal vedete? 64 Oh felici animai eh' un sonno forte Sei mesi tien senza mai gli
occhi aprire! Che s'assimigli tal sonno alla morte. Tal vegghiare alla vita, io
non vo'dire; Ch'a tutt' altre contraria la mìa sorte Sente morte a vegghiar,
vita a dormire: Ma s'a tal sonno morte s' assimiglia, Deh, Morte, or ora
chiudimi le ciglia ' Stanza 52. 65 Dell' orizzonte il Sol fatte avea rosse
L'estreme parti, e dileguate intorno S' eran le nubi, e non parca che fosse
Simile all'altro il cominciato giorno; Quando svegliati Bradamante armosse, Per
fare a tempo al suo cammin ritorno, Reudute avendo grazie a quel Signore Del
buon albergo e dell'avuto onore. 66 E trovò che la donna messaggiera. Con
damigelle sue, con suoi scudieri Uscita della rócca, venut'era Là dove
l'atteudeau quei tre guerrieri; Quei che con l'asta d'oro essa la sera Fatto
avea riversar giù dei destrieri, E che patito aveau con gran disagio La notte
l'acqua e il vento e il elei malvagio. 67 Arroge a tanto mal, eh a corpo vóto
Ed essi e i lor cavalli eran rimasi, Battendo i denti e calpestando il loto; Ma
quasi lor più incresce, e senza quasi Incresce e preme più, che farà noto La
messaggìera, appresso agli altri casi, Alla sua Donna, che la prima lancia Gli
abbia abbattuti, c'han trovata in Fr.iiic.a. Stanza 55 68 E presti o di morire,
o di vendetta Subito far del ricevuto oltraggio, Acciò la messaggiera, che fu
detta Dilania, che nomata più non aggio, La mala opinion ch'avea concetta Forse
di lor, si tolga del coraggio, La figliuola d Amon sfidano a giostra Tosto che
fuor del Spente ella si mostra:69 Non pensando però che sia donzella; Che
nessun gesto di donzella avea. Bradamante ricusa, come quella Ch'in fretta già,
né soggiornar volea. Pur tanto e tanto fur molesti, eh' ella, Che negar senza
biasmo non potea, Abbassò V asta, ed a tre colpi in terra Li mandò tutti; e qui
fini la guerra; 70 Che senza più voltarsi mostrò loro Lontan le spalle, e
dileguossi tosto. Quei che, per guadagnar lo scudo d' oro, Di paese venian
tanto discosto, Poi che senza parlar ritti si foro, Che ben V avean con ogni
ardir deposto, Stupefatti parean di maraviglia, Né verso Ullania ardìan d'alzar
le ciglia; 71 Che con lei molte volte percammino Dato s' avean troppo
orgogliosi vanti:Che non é cavalier né paladina Ch'ai minor di lor tre durasse
avanti. La donna, perchè ancor più a capo chiuo Vadano, e più non sian cosi
arroganti, Fa lor saper che fu femmina quella, Non paladin, che li levò di
sella. 72 Or che dovete, diceva ella, quando Cosi v' abbia una femmina
abbattuti, Pensar che sia Rinaldo o che sia Orlando, Non senza causa in
tant'onoie avuti? S'un d'es8Ì avrà lo scudo, io vi domando Se migliori di quel
che siate suti Coutra una donna, contra lor sarete? Non credo io già, né voi
forse il credete. 73 Questo vi può bastar; né vi bisogna Del valor vostro aver
più chiara prova:E quei di voi, che temerario agogna Far di sé in Francia
esperienzia nuova, Cerca giungere il danno alla vergogna In che ieri ed oggi s'
è trovato e trova; Se forse egli non stima utile e onore " Qualor per man
di tai guerrier si muore. 74 Poi che ben certi i cavalieri fece Ullania, che
quell'era una donzella. La qual fatto avea nera più che pece La fama lor,
ch'esser solea si bella; E dove una bastava, più di diece Persone il detto
conferm&r di quella; Essi fur per voltar l'arme in sé stessi, Da tal dolor,
da tanta rabbia oppressi. E dallo sdegno e dalla furia spinti, L arme si
spoglian, quante n'hanno indosso; Né si lascian la spada onde erau cinti, E del
Castel la gittano nel fosso; E giuran, poiché gli ha una donna vinti, E fatto
sul terren hattere il dosso, Che, per purgar sì grave error, staranno Senza
inni vestir Tarme intero un anno; 76 E che n' andranno a pie pur tuttavia, 0
sia la strada piana, o scenda o saglia; Né, poi che Tanno anco finito sia,
Saran per cavalcare o vestir maglia, S'altr'arme, altro destrier da lor non fia
Guadagnato per forza di battaglia. Cosi senz'arme, per punir lor fallo, Essi a
pie 83 n'andar, gli altri a cavallo. 77 Bradamante la sera ad an castello Ch'
alla via di Parigi si ritrova, Di Carlo e di Rinaldo suo fratello, Ch'avean
rotto Agramante, udì la nuova. Quivi ebbe buona mensa e buono ostello:Ma questo
ed ogn' altro agio poco giova; Che poco mangia, e poco dorme e poco, Non che
posar, ma ritrovar può loco. 79 SeuzA che tromb"i o segno altro accennasse
Quando a muover s'avean, senza maestro Che lo schermo e 'I ferir lor
ricordasse, E lor pungesse il cor d'animoso estro, L'uno e 1' altro d'accordo il
ferro trasse, E si venne a trovare agile e destro. I spessi e gravi colpi a
farsi udire Incominciaro, ed a scaldarsi l'ire. 78 Non però di costei voglio
dir tanto, Ch'io non ritomi a quei duo cavalieri Che d'accordo legato aveano
accanto La solitaria fonte i duo destrieri. La pugna lor, di che vo' dirvi
alquanto, Non è per acquistar terre né imperi; Ma perché Durindana il più
gagliardo Abbia ad avere, e a cavalcar Baiardo. 80 Due spade altre non so, per
prova elette Ad esser ferme e solide e ben dure, Ch' a tre colpi di quei si
fosser rette, Cir erano fuor di tutte le misure:3Ia quelle fur di tempre sì
perfette, Per tante esperienzie sì sicure,' Che ben poteano insieme
riscontrarsi Con mille colpi e più, senza spezzarsi. 81 Or qua Binaldo or là
mutando il passo Con gran destrezza, e molta industria ed arte, Fuggia di
Durindana il gran fracassò; Che sa ben come spezza il ferro e parte. Feria
maggior percosse il re Gradasso; Ma quasi tutte al vento erano sparte:Se
coglieva talor, coglieva in loco Ove potea gravare e nuocer poco. stanza 84. 82
L altro con più ragion sua spada inchina, £ fa spesso al Pagan stordir le
braccia; £ quando ai fianchi e quando ove confina La corazza con V elmo, gli la
caccia:Ma trova V armatura adamantina:Sì ch'una maglia non ne rompe o straccia.
Se dura e forte la ritrova tanto, Avvien perch'ella è fatta per incanto. 83
Senza prender riposo erano stati Gran pezzo tanto alla battaglia fisi. Che
vólti gli occhi in nessun mai de' Iati Aveano, fuor che nei turbati visi;
Quando da un'altra zuffa distornati, £ da tanto furor furon divisi. Ambi
voltaro a un gran strepito il ciglio, £ videro Baiardo in gran periglio. 84
Vider Baiardo a zuffa con nn mostro Ch'era più di lui grande, ed era augnello:
Avea più lungo di tre braccia il rostro; L'altre fattezze avea di vipistrello;
Avea la piuma negra come inchiostro, Avea l'artiglio grande, acuto e fello;
Occhi di fuoco, e sguardo avea crudele:L'ale avea grandi, che parean due vele.
85 Forse era vero augel; ma non so dove 0 quando un altro ne sia stato tale.
Non ho veduto mai, né Ietto altrove, Fuor ch'in Turpin, d'un sì fatto animale.
Questo rispetto a credere mi muove, • Che r augel fosse un diavolo infernale
Che Malagìgi in quella forma trasse, Acciò che la battaglia disturbasse. 86
Rinaldo il credette anco, e gran parole £ sconce poi con Malagìgi n'ebbe. £gli
già confessar non glie lo vuole; £ perchè tor di colpa si vorrebbe, Giura pel
Inme che dà lume al Sole, Che di questo imputato esser non debbe. Fosse augello
o demonio, il mostro scese Sopra Baiardo, e con l'artiglio il prese. 87 Le
redini il destrier, eh' era possente, Subito rompe, e con sdegno e con ira
Contra l'augello i calci adopra e'I dente; Ma quel veloce in aria si
ritira:Indi ritoma, e con l'ugna pungente Lo va battendo, e d'ogn' iutomo gira.
Baiardo offeso, e che non ha ragione Di schermo alcun, ratto a fuggir si pone.
88 Fugge Baiardo alla vicina selva, £ va cercando le più spesse fronde: Segue
di sopra la pennuta belva Con gli occhi fisi ove la via seconde: Ma pure il
buon destrier tanto s'inselva, Ch'alfin sotto una grotta si nasconde. Poi che r
alato ne perde la traccia, Ritoma in cielo, e cerca nuova caccia. 89 Rinaldo e
'1 re Gradasso, che partire Veggono la cagion della lor pugna, Restan d'accordo
quella differire Finché Baiardo salvino dall'ugna Che per la scura selva il fa
fuggire; Con patto, che qual d'essi lo raggiogna, A quella fonte lo
restituisca, Ove la lite lor poi si finisca. Seguendo, si partir dalla fontana,
L'erbe novellamente in terra peste. Molto da lor Baiardo s' allontana, Ch'ebbon
le piante in seguir lui mal preste. Gradasso, che non lungi ayea V Alfana,
Sopra vi salse, e per quelle foreste Molto lontano il Paladin lasciosse, Tristo
e peggio contento che mai fosse. I Einaldo perde V orme in pochi passi Del suo
destrier, chefa strano Viaggio; Ch' andò rivi cercando, arbori e sassi, II più
spinoso luogo, il più selvaggio. Acciò che da quella ugna si celassi, Che
cadendo dal ciel gli facea oltraggio. Einaldo, dopo la fatica vana, Ritornò ad
aspettarlo alla fontana; Se da Gradasso tI fosse condutto, 3ì come tra lor
dianzi si convenne. Ma poi che far si vide poco frutto, Dolente e a piedi in
campo se ne venne. )r torniamo a quell'altro, al quale in tutto )iverso da
Rinaldo il caso avvenne. on per ragion, ma per suo gran destino enti annitrire
il buon destrier vicino; 96 Voglio Astolfo seguir, ch'a sella e a morso A uso
fàcea andar di palafreno L'Ippogrifo per V aria a si gran corso, Che l'aquila e
il falcon vola assai meno. Poi che de' Galli ebbe il paese scorso Da un mare
all'altro, e da Pirene al Reno, Tornò verso Ponente alla montagna Che separa la
Francia dalla Spagna. 97 Passò in Navarra. et indi in Aragona, Lasciando a chi
'1 vedea gran maraviglia. Restò lungi a sinistra Tarracona, Biscaglia a destra,
ed arrivò in Castiglia. Vide Galizia e'I regno d'Ulisbona; Poi volse il corso a
Cordova e Siviglia: Né lasciò presso il mar né fra campagna Città, che non
vedesse tutta Spagna. 98 Vide le Gade, e la meta che pose Ai primi naviganti
Ercole invitto. Per l'Africa vagar poi si dispose Dal mar d'Atlante ai termini
d'Egitto. Vide le Baleariche famose, E vide Eviza appresso al cammiu dritto.
Poi volse il freno e tornò verso Arzilla Sovra '1 mar che da Spagna dipartilla.
E lo trovò nella spelonca cava, •eir avuta paura anco sì oppresso, h' uscire
allo scoperto non osava: erciò l'ha in suo potere il Pagan messo, sn della
convenzion si raccordava, i' alla fonte tornar dovea con esso; a non è più
disposto d'osservarla, cosi in mente sua tacito parla:Abbial chi aver lo vuol
con lite e guerra; d'averlo con pace più disio, li' uno all' altro capo della
terra i venni, e sol per far Baiardo mio. ch'io l'ho in mano, ben vaneggia ed
erra i crede che depor lo voless'io. Rinaldo lo vuol, non disconviene, ne io
già in Francia, or s'egli in India viene. on men sicura a lui fia Sericana, :
già, dne yolte Francia a me sia stata. ì dicendo, per la via più piana venne in
Arli, e vi trovò l'armata; uindi con Baiardo e Durindana "arti sopra una
galea spalmata. questo a un'altra volta; ch'or Gradasso, lido e tutta Francia
addietro lasso. 99 Vide Marocco, Feza, Orano, Ippona, Algier, Buzea, tutte
città superbe, C hanno d'altre città tutte corona. Corona d'oro, e non di
fronde o d'erbe. Verso Biserta e Tunigi poi sprona; Vide Capisse e l'isola
d'Alzerbe, E Tripoli e Bemicche e Tolomitta, Sin dove il Nilo in Asia si
tragitta. 100 Tra la marina e la silvosa schena Del fiero Atlante vide ogni
contrada. Poi die le spalle ai monti di Carena, E sopra i Cirenei prese la
strada; E traversando i campi dell'arena. Venne a'confin di Nubia in Albaiada.
Rimase dietro il cimiter di Batto, E'I gran tempio d'Amon, ch'oggi è disfatto.
101 Indi giunse ad un'altra Tremisenne, Che di Maumetto pur segue lo stilo. Poi
volse agli altri Etìopi le penne. Che con tra questi son di là dal Nilo. Alla
città di Nubia il cammin tenne Tra Dobada e Coalle in aria a filo. Questi
Cristiani son, quei Saracini; E stan con l'arme in man sempre a' confini. 102
Senàpo ìmperator della Etiopia, di' in loco tìen di scettro in man la croce, Di
gente, di cittadi e d'oro ha copia Quindi fin là dove il mar Rosso ha foce; E
serva quasi nostra Fede propia, Che può salvarlo dall'esilio atroce. Gli è,
s'io non piglio errore, in questo loco Ove al battesmo loro usano il fuoco. 103
Dismontò il duca Astolfo alla gran come Dentro di Nubia, e visitò il Senàpo. Il
castello è più ricco assai che forte. Ove dimora d'Etiopia il capo. Le catene
dei ponti e delle porte. Gangheri e chiavistei da piedi a capo, E finalmente
tutto quel lavoro Che noi di ferro usiamo, ivi usan d ore. stanza 99 tJ ' ' '/
/.} . ?f ::104 Ancorché del finissimo metallo Vi sia tale abbondanza, è pur in
pregio. Colonnate di limpido cristallo Son le gran logge del palazzo regio. Fan
rosso, bianco, verde, azzurro e giallo Sotto i bei palchi un relucente fregio,
Divisi tra proporzionati spazj, Ruin . smeraldi, zaffiri e topazj. 105 In mura,
in tetti, in pavimenti sparte Eran le perle, eran le ricche gemme. Quivi il
balsamo nasce: e poc.i parte N'ebbe appo questi mai Gerusalemme. Il muschio eh'
a noi vi.u, quindi si parte; Quindi vien l'ambra, e cerca altre maremme; Vengon
le cose in somma da quel canto. Che rei paesi nostri vagliou tanto. Si dice
che'l Soldan, Re dell'Egitto, A qnel Re dà tributo, e sta soggetto, Perebbe in
poter dì lui dal cammin dritto Levare il Nilo, e dargli altro ricetto, E per
questo lasciar subito afflitto Di fame il Cairo e tutto quel distretto. Senàpo
detto è dai sudditi suoi:Gli diciam Presto o Preteianni noi. 107 Di quanti Re
mai d' Etiopia foro, n più ricco fu questi e il più possente; Ma con tutta sua
possa e suo tesoro, Gli occhi perduti avea miseramente. E questo era il minor
d'ogni martore:Molto era più noioso e più spiacente, Che, quantunque
ricchissimo si chiame, Cruciato era da perpetua fame. stanza 126 Se per mangiare
o ber quello infelice iiia cacciato dal bisogno grande, sto apparia rinfemal
schiera ultrice, monstmose Arpie brutte e nefande, i col grrifo e con V ugna
predatrice rg:eano i vasi, e rapian le vivande [liei che non capia lor ventre
infiordo:rimanea contaminato e lordo. 109 E questo, perch essendo d'anni
acerbo, E vistosi levato in tanto onore, Che, oltre alle ricchezze, di più
nerbo Era di tutti gli altri, e di più core; Divenne, come Lucifer, superbo, E
pensò muover guerra al suo Fattore. Con la sua gente la via prese al dritto Al
monte ond' esce il gran fiume d'Egitto. 110 Inteso ayea che su quel monte
alpestre, Ch'oltre alle nuhi e presso al del si leva, Era quel Paradiso che
terrestre Si dice, ove ahitò già Adamo ed Eva. CJon caramelli, elefanti, e con
pedestre Esercito, orgoglioso si moveva Con gran desir, se v'abitava gente, Di
farla alle sue legi ubbidiente. Ili Dio gli represse il temerario ardire, E
mandò V Angel suo tra quelle frotte, Che centomila ne fece morire, E condannò
lui di perpetua notte. Alla sua mensa poi fece venire L'orrendo mostro dall'
infernal grotte. Che gli rapisce e contamina i cibi. Né lascia che ne gusti o
ne delibi. 112 Ed in desperazion continua il mésse Uno che già gli avea
profetizzato Che le sue mense non sarieno oppresse Dalla rapina e dall'odore
ingrato, Quando venir per l'aria si vedesse Un cavalier sopra un cavallo alato.
Petckè dunque impossibil parea questo, Privo d'ogni speranza vivea mesto. 116 E
di marmore un tempio ti prometto Edificar nell'alta reggia mia, Che tutte d'oro
abbia le porte e '1 tetto, E dentro e fuor di gemme ornato aia; E dal tuo santo
nome sarà detto, E del miracol tuo scolpito fia. Cosi dicea quel Re che nulla
vede. Cercando invan baciar al Duca il piede. 117 Rispose Astolfo: Né l'Angel
di Dio, Né son Messia novel, né dal ciel vegno; Ma son mortale e peccatore
anch'io. Di tanta grazia a me concessa indegno. Io farò ogn'opra, acciò chel
mostro rio, Per morte o fuga, io ti levi del regno. S' io il fo, me ncn, ma Dio
ne loda solo, Che per tuo aiuto qui mi drizzò il volo. 118 Fa questi voti a
Dio, debiti a Ini: A lui le chiese edifica e gli altari Cosi parlando, andavano
ambidui Verso il castello fra i Baron preclari, n Re comanda ai servitori sui,
Che subito il convito si prepari, Sperando che non debba essergli tolta La
vivanda di mano a questa volta. 113 Or che con gran stupor vede la gente Sopra
ogni muro e sopra ogni alta torreEntrare il cavaliere, immantinente É chi a
narrarlo al Re di Nubia corre, A cui la profezia ri toma a mente; Ed obbli'ando
per letizia torre La fedel verga, con le mani innante Vien brancolando al
cavalier volante. 119 Dentro una ricca sala immantinente Apparecchiossi il
convito solenne. Col Senape s' assise solamente Il duca Astolfo, e la vivanda
venne. Ecco per l'aria lo strider si sente, Percossa intome dall'erribil penne;
Ecco venir l'Arpie bratta e ne&nde, Tratte dal ciel a odor delle vivande.
114 Astolfo nella piazza del castello Con spaziose mote in terra scese. Poi che
fu il Re condotto innanzi a quello, Inginocchiossi, e le man giunte stese, E
disse: Angel di Die, Messia novello, S'io non merto perdono a tante offese.
Mira che proprio é a noi peccar sovente, A voi perdonar sempre a chi si pente.
115 Del mio error consapevole, non chieggie Né chiederti ardirei gli antiqui lumi.
Che tu lo possa far, ben creder deggio; Che si de' cari a Die beati numi. Ti
b.3ti il gran martir ch'io non ci veggio, Senza ch'ognor la fame mi consumi.
Almen discaccia le fetide Arpie, Che non rapiscan le vivande mie: 120 Erano
sette in una schiera, e tutte Volto di donne avean, pallide e smorte. Per lunga
&me attenuate e asciutte, Orribili a veder più che la morte. L'alacde
grandi avean, deformi e brutte; Le man rapaci, e Pugne incurve e torte; Grande
e fetide il ventre, e lunga coda. Come di serpe che s'aggira e snoda. 121 Si
sentono venir per l'aria, e quasi Si veggon tutte a un tempo in sulla Rapire i
cibi, e riversare i vasi: E molta feccia il ventre lor dispensa. Talché gli é
forza d'atturare i nasi; Che non si può patir la puzza immensa. Astolfo, come
l'ira lo sospinge. Centra gl'ingordi augelli il ferro strìnge. Uno sol collo,
un altro su la groppa Percuote, e chi nel petto, e chi nelPala; Ma come fera in
snn sacco di stoppa, Poi langae il colpo, e senza effetto cala; E quei non vi
lasciar piatto né coppa Che fosse intatta; né sgombrar la sala Prima che le
rapine e il fiero pasto Contaminato il tutto avesse e guasto. 125 E così in una
loggia s'apparecchia Con altra mensa altra vivanda nuova. Ecco l'Arpie che fan
l'usanza vecchia: Astolfo il corno subito ritrova. Gli augelli, che non han
chiusa l'orecchia, Udito il suon, non puon stare alla prova; Ma vanno in fuga
pieni di paura, " Né di cibo né d'altro hanno più cura. 123 Avuto avea
quel Ee ferma speranza Nel Duca, che l'Arpie gli discacciassi; £d or che nulla
ove sperar gli avanza, Sospira e geme, e disperato stassi. Viene al Duca del
corno rimembranza. Che suole aitarlo ai perigliosi passi; E conchiude tra sé,
che questa via Per discacciar i mostri ottima sia. 126 Subito il Paladin dietro
lor sprona: Volando esce il destrier fuor della loggia, E col Castel la gran
città abbandona, E per l'aria cacciando i mostri, poggia. Astolfo il corno
tnttavolta suona: Fuggon l'Arpie verso la zona roggia, Tanto che sono
all'altissimo monte, Ove il Nilo ha, se in alcun luogo ha, fonte. 24 E prima fa
che '1 Re, con suoi Baroni, Di calda cera l'orecchia si serra. Acciò che tutti,
come il corno suoni. Non abbiano a fuggir fuor della terra: Prende la briglia,
e salta su gli arcioni Dell' Ippogrlfo, ed il bel corno afferra; E con cenni
allo scalco poi comanda Che riponga la mensa e la vivanda. 127 Quasi della
montagna alla radice Entra sotterra una profonda grotta, Che certissima porta
esser si dice Di eh' allo 'nferno vuol scender talotta. Quivi s'è quella turba predatrice.
Come in sicuro albergo, ricondotta, E giù sin di Oocito in sulla proda Scesa, e
più là, dove quel suon non oda. 128 All'infemal caliginosa buca Ch'apre la
strada a chi abbandona il lume, Finì l'orribil suon l'inclito Duca, E
fe'raccorre al suo destrier le piume. Ma prima che più innanzi io lo conduca,
Per non mi dipartir del miocostume,Poiché da tutti i lati ho pieno il foglio.
Finire il Canto e riposar mi voglio. V OTB. T. 1. V.14. Timaffora di Oalcide
gareggiò con Fidia. Parrasio, nato in Efeso, emalo di ZeusL Polignoto Taso,
isola dell'Arcipelago, fa de' primi ad usare i co . Protogene nato a Canno,
città di Caria dipendente Rodi. Timante credesi nato a CIdna, una delle Ci li,
rivaleggiò con Parrasio. Apollodoro ateniese, in gran fama circa il 428.
Apelle, nativo di Coo, e adino di Efeso, oscurò gli artisti che lo avevano pre
ito; visse ai tempi di Alessandro il Macedone.,8i ebbe i natali in Eraclea, e
contese la palma a rasio e ad Apolloioro suoi contemporanei. 'I. V.5. doto: una
delle tre Parche, r. 2. V.15. JB quei che fwro ai nostri dì, ecc. nardo f detto
da Vinci, dal luogo ove nacque nel 1452, )n nel 1445, come leggesi in alcune
vite, fu pittor", ulioo ed architetto militare: mori in Francia nel 1519.
Andrea Mantegna, nato in Padova nel 1430, lavorò molto in Mantova: morto nel
1505. Gian Bellino nacque in Venezia nel 1426, e di 79 anni dipingeva uno de'
suoi capi d'opera che adomano il Louvre. Duo Dossi. Erano fratelli e ferraresi,
uno di nome Dosso, Taltro Giambat tista. Dosso nacque nel 1474, fa grande amico
del Poeta, a cui fece il ritiatto. Giambattista era paesista, e lavorò assai
pel duca Alfonso. Michel, più che mortale, Angel divino: il Buonarroti, ch'ebbe
i natali in Caprese del ter ritorio Aretino, nell'anno 1474; fu gigante nelle
tre arti sorelle: mori nel 1564. Bastiano: più conosciuto sotto il nome di
Sebastiano del Piombo, benché Luciano fosse il vero suo nome. Nacque a Venezia
nel 1485, e morì in Roma nel 1547. Rafael: Rafaello Sanzio, nato in Ur bino nel
1483; mori nel 1520 Tizian: Tiziano Vecel lio, nato nel 1477 a Pieve di Cadore,
U più iUustre pennello della scuola veneta: il contagio Io tolse di vita nel
1576. St. 4. V.67. AI lago Avemo: lago che tuttora esiste nei dintoini di
Pozzuoli. Ivi posero i mitologi Fin grosso all'inferno. Alle Nursine grotte.
Indica qui il Poeta nel numero del più una grotta detta della Sibilla, che
apresi sul monte San Vittore, presso ad un lago, nel territoi;io di Norcia, e
dove credevasi che si adunassero le streghe per feu'e i loro incantesimi St. 8.
V.8. Ch ambi a un tempo furo. È questa una finzione del Poeta; perchè
Fieramente o Faiamondo visse un secolo prima del re Arturo. St. 9. V.58. Ter
lui: da Merlino. Saper fece il periglio a Fieramonte, a che di molti guai,
ecc.: co struisci : fece sapere a Fieramonte il periglio di molti guaita che
porrà 6fM gente. S'entranella terra, ecc., cioè in Italia, quasi colle stesse
parole del Petrarca:Vedrollo il bel paese Ch Appennin parte il mar cir conda e
VAlpe. St. 13. V.28. Singiberto Fa lor veder, ecc. Vuol dire che Maurizio,
imperatore di Costantinopoli, adescò con denaro il re di Francia Singiberto a
scendere in Italia per cacciarne i Longobardi Dal monte di Giove: il grande San
Gottardo. Nel pian dal Lambro e dal Ticino aperto: cioè la pianura lombarda: il
Lam bro è fiume che scorre vicino a Monza; il Ticino procede dal lago Maggiore,
e toccando Pavia, mette foce nel TAdriatico. Vedete Eutar, ecc. Eutari o
Autari, re longobardo, fu quello che batto e disfece Singiberto. Si. 14. V.18.
Vedete Clodoveo, ecc. Rammenta un altro re di Francia che condusse per V Alpi
numeroso esercito alla conquista d'Italia; ma restò sconfitto da Orimoaldo,
duca di Benevento, che, con finta ritirata e con lasciare negli alloggiamenti
molti viveri e vino assai, ade scò i soldati fiancesiad inebbriarsi; e cosi gli
distrusse. St. 15. V.18. Ecco in Italia Childìberto, ecc. Que sti fu zio di
Clodoveo; ed a vendicare la morte del ni pote fece scendere in Lombardia tre
corpi d'esercito; i quali perirono quasi intieramente per la spada del del;
cioè di caldo e di dissenteria. ST. 16. V.18. Mostra Pipino, e nostra Carlo ap
presso f ecc. Pipino e il figlino! suo Carlo Magno ven nero successivamente in
Italia a sostenere i papi qui nominati contro i re Longobardi. Aistulfo fu
vinto da Pipino; e Carlo Magno soggiogò e fece prigione il re Desiderio, dando
cosi fine a quel regno. St. 17. V.18. Lor mastra appresso un giovene Pipino,
ecc. Ora il Poeta introduce Pipino, Aglio di Carlo Magno, il quale movendo
contro i Veneziani, oc cupò un tratto di paee, dalle Fornaci, cioè dalla foce
del Po detta Bocca di Fossone, air isola stretta e bis lunga che chiamasi Lido
di Pelestrina. Dopo ch'egli si fki impadronito delle isolette circostanti a
Venezia, fece gettare a Malamocco un ponte di legno per cui giunse presso
Rialto, dove combattè; e ritirandosi, trovò il ponte disfatto dalla burrasca,
onde i suoi ebbero gra vissima perdita. St. 18. V.18. Ecco Luigi Borgognon,
ecc. Venne anche costui in Italia per farsela sua; ma vinto e preso da
Berengario I, riebbe la libertà sotto promessa di non più muovere a danno della
Penisola; ed avendo rotta la data fede, fu preso di nuovo dal secondo
Berengario; e privato degli occhi, fu rimandato in Borgogna. Talpe per talpa.
Si credeva in que' tempi che a cosi fatti animali fosse impedito da una
pellicola V organo della vista. St. 19. V.18. Vedete un Ugo d'Arti, ecc gario
II, detronizzato da Rodolfo re di Borgogna, s.ty volse agli Unni o Ungheri,
perdio lo aosteneesero eo"n quel re; dai quali egli mal difendendosi per
la snméKt pocaggine, gì' Italiani ricorsero ad Ugo conte di Ari . che, riuscito
nell'impresa, regnò per dieci attaL Ma te nuto anch' egli nell'odio de'
sudditi, dovè pattuire cu Berengario III, il quale dopo la morte di Ugo e dd ii
lui figlio Lottarlo, riebbe il dominio d Italia. St. 20. v.18. Vedete un altro
Carlo, ecc. Fa q" sti Carlo d'Angìò, fratello di Luigi IX re dì Fraasa,
che invitato da Clemente IV discese in Italia; ed aveaé combattuto e vinto
Manfredi a Benevento, poi CoixadiM a Tagliacozzo, usurpò il regno di Napoli e
la Sicilia. dove per le oppressioni dei Francesi scoppiò il Fefpro Siciliano.
Del buon pastor: ò detto per ironia, poi ché a Clemente IV dovette l'Italia una
terribOe seiic di gueiTe. E Corradtno. Coi radino di Svevia non fa veramente
morto in battaglia, ma preso mentre iogp vasene in rotta, e dopo alcuni mesi di
prione" a mci tamen o del buon pastore, decapitato sulla piazza del
l'Annunziata in Napoli. St. 21. V.38. Scender dai monti un eapHmm Gallo, ecc
Giovanni III, conte d'Armagnac, detto ncik Stanza seguente Armeniaco. Venuto in
Italia codk al leato dei Fiorentini contro Galeazzo Visconti duca Ai Milano, fu
preso in mezzo sotto Alessandria, ed ivi battuto e rimasto prigioniero, mori
poco appresso, per le riportate ferite. St. 23. V.18. Un, detto della Marca:
Iacopo diBorbone, conte della Marca. Fu marito della regiat Giovanna, che poi
lo scacciò dal regno, e adottò AlfoBS" d'Aragona, il quale sconfisse
successivamente Lsigi e Rinieri d'Angiò, pretendenti al regno di Napoli Mone
Alfonso, il figlio di lui, Ferrante d'Aragona, che gli sncee dette, vinse
Giovanni d'Angiò che contrastavali il trono. St. 24. V.18. Vedete Carlo ottavo,
ecc. Parlasi della discesa di Carlo Vili in Italia (1494), U quale dopo aver
passato il Liri, cioè il Garigliano, occupò senza eoa trasto il reame di
Napoli, meno l'isola d'Ischia (qaì a nella St. 52 del Canto XXVI detta scoglio,
e montt nella St. 23 del Canto XVI), difesa da Inico del Tasto del sangue degli
Avalos. St. 27. V.78. Un cavaliero, ecc. Accenna il mar chese Don Alfonso del
Vasto. St. 28. y. 18. Paragona le qualità del marchese del Vasto a queUe che
Omero attribuisce a Nireo, ad Achille, ad Ulisse e a Nestore, e che la storia
dà a Ce sare. Lada: velocissimo cursore di Alessandro il Macedone. St. 29. V.24.
Quando il nipote, ecc. Giove figUooIo di Saturno, ch'era figlio di Gelo e di
Opi, ebbe i natali in Creta, secondo i mitologi. Dei duo gemelli Delo: Apollo e
Diana, nati ad un parto in queir isola da Iia tona, ohe trovò ivi refùgìo
dall'ira di Giunone. St. 31. V.18. Ecco, dicea si pente Ludovico, ho dovico
Sforza, emulo di Alfonso d'Aragona, eccitò Gir lo Vni a venire in Italia. St.
32. V.ìS. Mala sua gente, ecc. Ferrante, figlio di Alfonso, con V aiuto de'
Veneziani e del mar<Aese di Mantova, cacciò intieramente dal regno i
Francesi; e l'ultimo fatto d'armi fu la battaglia d'Atella. St. 33. V.68. Con
un trattato doppio, ecc. 11 mar chese di Pescara avea guadagnato con denaro un
negro schiavo nell'esercito Aancese, che gli promise d intro durre gli Aragonesi
nel Castel Nuovo di Napoli; ma il negro, doppiamente traditore, scoperse il
tatto ai Fran cesi, e prezzolalo, accise insidiosamente il Pescara. St. 34.
V.18. Fui mostra il duodecimo Luigi, eco. Luigi XU re di Francia, scése in
Italia il 1499, cacciò Lodovico Sforza dal dacato di Milano, e quindi si volse
ad occupare il regno di Nnpoli; ma le sue genti furono rotte e disperse dagli
Aragonesi al passaggio del (origliano. St. 35. V.18. Vedete in Puglia, ecc. Si
allude alla battaglia della Cirignola vinta dagli Aragonesi nel 1503 Balle
truppe di K rancia. Nel ricco pian, ecc.: nella pianura lombarda. Adria:
TAdriatico. St. 36. V.36. Uno che vende, ecc. Bernardino da lOTte, a cui lo
Sforza aveva affidata la custodia del castello di Milano, lo cedo per danaro ai
Francesi. U lerfido Svinerò. Lo Sforza fu tradito dagli Svizzeri. St. 37. V.18.
Cesar Borgia, ecc. Questo famoso igliuolo di papa Alessandro VI, sposata eh'
ebbe una arente del re di Navarra, e divenuto signore di Ro iagna,pose in opera
ferro e veleno contro i Colonnesi, Gaetanì, gli Orsini: spense i Varano da
Camerino, e )lse Io Stato a molti baroni, fra i quali i Malatesta di imini, i
Manfredi di Faenza, Giovanni Sforma di Pesaro Ouidobaldo di Montefeltro. Poi
mostra il re, ecc. aria ancora di Luigi XII, che dopo avere espulsi di So gna i
Bentivoglio, lo stemma de' quali presentava una iffa, fece rientrare quella
città sotto il dominio di papa iulio II, indicato con l'emblema delle Giande,
St. 38. V.14. Vedete, dice poiy di gente morta, ecc, geenna alla giomata di
Ghiaradadda, combattuta nel maggio 1509, nella quale i Veneziani furono
sconfitti, sendovi rimasto prigione il comandante del loro eser o, Bartolommeo
d'Alviano. v.58. Vedete come al pa, ecc. Lo stesso Luigi XU si oppose a papa
Giulio, e, dichiarata la guerra al duca Alfonso, gli avea tolta •dona; ed anzi
fece riavere ai Bentivoglio la signoria Bologna, spogliandone il papa. >T.
39. V.38. Vedete il campo de' Franceschi: jcheggio di Brescia, nel 1512. Del
lito de Chiassi: 8se, luogo presso Ravenna, antico porto de Romani, .
pienamente interrito. T. 40. V.18. Di qua la Francia, ecc. Rammenta nuovo la
battaglia di Ravenna. T. 41. V.78. E che posto un rampollo, ecc. Mas illano,
figlio di Lodovico Sforza, che riebbe il ducato Milano perduto dal padre. r.
42. V.14 Ecco toma il Francese, ecc. Accen i qui la battaglia della Riotta
presso Novara, com ;uta e vinta da Massimiliano (6 giugno 1513) col mezzo e
truppe svizzere, che il Poeta dice infedeli, pel tra ento anteriore, a danno di
Lodovico. Per tale vitto Leon X, che aveva fornito il soldo agli Svizzeri,
diede il titolo di difensori della Chiesa. : 43, V.18. -E con miglior auspicio,
ecc. Fran 0 I, succeduto a Luigi XII, disfece gli Sviz eri nella aglia di
Marignano, e quindi s'impadroni di Milano. .44. V.38. Ecco Borbon, ecc. Carlo
di Borbone ideva per Francesco 1 Milano contro gì' Imperiali, poi gliela
tolsero. . 45. V.18 Intende di Francesco Sforza, nipote )monimo, che, aiutato
dal papa, riacquistò il Mila e continuando nella guerra i Francesi, questi f
trattennti da Federigo Gonzaga, duca di Mantova oro impedi d'entrar in Pavia.
46. V.68. E del Leon del mar: de' Veneziani. uo fnarehesi, ecc.: di Pescara e
del Vasto. St. 49. V.3 La Bicocca: castello vicino a Pavia, sotto il quale
Svizzeri e Francesi perderono molta gente. St. 50. V.17. Ma quella, ecc.: la
Fortuna. A quel che diman gli esce: alle grandi somme di denaro da lui disposte
per raccogliere un esercito numeroso. St. 52. V.18. Accennasi alla battaglia di
Pavia (25 febbraio 1525) perduta da Francesco I, che vi restò prigioniero. St.
54. V.58. Ecco che l re nella prigione ibe ra, ecc.: Francesco ricuperò la
libertà, lasciando a Car lo V due figliuoli in ostaggio; poi mandò un altro
eser cito in Italia, mentr'egli stesso era assalito in Francia dalle forze
britanniche. St. 55. V.18. Vedete gli omicidj e le rapine, ecc. Accenna al
saccheggio di Roma e la prigionia del pon tefice insieme coi cardinali. Il
campo della Lega, ecc. Per discordie fra il marchese di Saluzzo, Federigo da
Bozzolo, e i duchi di Milano e di Urbino che comanda vano Fesercito detto della
Lega, Roma non fu soccorsa, ed ebbero luogo gFindicati disastri. St. 56. V.78.
La cittade ove sepolta, ecc. Napoli, che fu detta Partenope dal nome della
Sirena che si favoleggia ivi morta. St. 57. V.18. Carlo V spedi per mare
un'armata a soccorso di Napoli; ma la fiotta genovese al servigio di Francia,
comandata da Filippino Dona, distrusse gl'Im periali presso la costa di Amalfi.
Le malattie però tra vagliarono gli assedianti francesi per modo, che dovet
tero levare il campo e lasciar libero il regno di Napoli. St. 68. V.6. Si tolga
del coraggio: si levi dalla mente, dall'animo. St. la V.17. Le Qade: Cadice;
gli antichi geo grafi conobbero in quel luogo due isole, una delle quali, detta
da Strabene Erithia, è scomparsa. Ev/a; Ivica, una delle Baleari. Arzilla: nel
regno di Fez. St. 99. V.17. Feza: Fez. Ippona: Bona; Btizea: Bugia; ambedue
città dell' Algeria, come pure Orano. Biserta: nel regno di Tunisi. Capisse:
Cabes, città marittima dello Stato di Tunisi, sul golfo omonimo. Alzerbe:
Gerbi, piccola isola sullo stesso golfo. Bemic che: V antica Berenice, a
levante di Cirene, sul golfo della gran Sirte. Tolomitta: anticamente
Ptolema'S, nello Stato di Tripoli. St. 100. V.38. Monti di Carena: diramazione
del monte Atlante. Cirenei: abitanti del paese di Baroi. U cimiter di Batto: la
Cyrene degli antichi, oggi Coirvan, fabbricata da Batto che vi mori. Il gran
tempio dAmon: Giove Ammone ebbe un tempio nella Libia cirenaica, oggi deserto
di Barca. St. 101. V.14 Un'altra Tremisenne. il Poeta ha voluto indicare la
Tremessus della Pisidia? S'ignora. Agli altri Etiopi: agli Abissini, la regione
de' quali riguardavasi come una seconda Etiopia. St. 102. V.6. Dall'esilio
atroce: dall'inferno. St. 106. v: a Presto o Preteiannù Cosi dai nostri antichi
fu chiamato il sovrano dell'Abissinia; vedi viaggi di Marco Polo. St. 109. V.2
a -Al monte, ecc. 1 monti della Luna, donde credesi derivare il Nilo. St. 112.
V.6. Un cavalier, ecc. Fineo, raccontano Apollonio e Fiacco, sarebbe stato
liberato dalle Arpie, alla venuta, nella sua corte, di Calai e Zete, che
faceano il viaggio a Colchide cogli Argonauti. St. 126. y.6. La jro/iarofa: la
zona torrida. Dante chiamò pure città roggia (rossa) la città di Dite. JjQ|4u
lina I? luq Utente invtìt ti v& contro
L'iin]mii"&Tldì£à,ilP<>u li arni. tU" Atolfd, entrato nella
grotta dove iJ t" mài t fetno. ode Jn un'anima U peni impoKla ai diio(Ma¦:
u la ni uro alU liI Sate quindi ni par&diso ieiTO&"> " di
li al ]"iajigu Lunare, ove gli è dato il meSEO di i senno n j Orbìido.
Deacrizione del p&lizsa deD" Ftrt iìh fameliche inique e Bere Arpie,
rif all\icc€i:ata Italia e derror piena, Ter imiiir fora e antique colpe rie lu
ogni mensa aìtu giudi citi ineEa! Iiiiii't'unti fanciulli e madri pie Cascali
di fame, e veggon ch'uiia cena Di (juesti mostri rei tutto divora Ciò che del
viver lor aostcguo fura, Tropiio fallò chi le spelonche apenie; Che ìk
uìclt'anui erano state chiuse; Oudtì il fetore e T ingordigia emerse, rh\d
ammurhare Italia si dìlfuic. Il bel vivere allora si summerse; £ la quiete iu
tal modo s escluse. Ch'in guerre, in povertÀ sempre e in aflkoni È dopo stata,
ed è per star molt' aonì; Finch' e)la nn giorno ai neghittosi figli Scuota la
chioma, e cacci fuor di Lete, Gridando lor: Non fia chi rassimigli Alla virtù
di Calai e di Zete? Che le mense dal puzzo e dagli artigli Liberi, e tomi a lor
mondizia liete? Come essi già quelle di Fineo, e dopo Fé' il Paladin quelle del
Re eti'ópd. Ali or senti parlar con voce mesta; Deh, senza fare altrui danno,
giù cala. Pur troppo il negro fumo mi molesta. Che dal fuoco infernal qui tutto
esala. Il Duca stupefatto allor s'arresta, E dice all'omhra: Se Dio tronchi
ogni ala Al fumo si, eh' a te più non ascenda, Non ti dispiaccia che'l tuo
stato intenda. Il Paladin col suono orribil Tenne Le brutte Arpie cacciando in
fuga e in rotta, Tanto ch'appiè d'un monte si ritenne Ov'esse erano entrate in
una grotta. L'orecchie attente allo spiraglio tenne, E l'aria ne senti percossa
e rotta Da pianti e d'urli, e da lamento eterno; Segno evidente quivi esser lo
'nfemo. Astolfo si pensò d'entrarvi dentro, E veder quei e' hanno perduto il
giorno, E penetrar la terra fin al centro, E le bolge infernal cercare intorno.
Di che debbo temer, dicea, s'io v'entro? Ohe mi posso aiutar sempre col corno.
Parò fuggir Plutone e Satanasso, E '1 Oan trif&uce leverò dal passo.
Dell'alato destrier presto discese, B lo lasciò legato a un arbuscello: oi si
calò nell'antro, e prima prese '1 corno, avendo ogni sua spems in quello. Ton andò
molto innanzi, che gli offese 1 naso e gli occhi un fumo oscuro e fello ù che
di pece grave e che di zolfo, on sta d'andar per questo innanzi Astolfo. Ma
quanto va più innanzi, più s'ingrossa l fumo 6 la caligine; e gli pare h'
andare innanzi più troppo non possa, he sarà forza addietro ritornare, eco, non
sa che sia, vede far mossa alla volta di sopra, come fare cadavero appeso al
vento suole, ile molti di sia stato all'acqua e al Sole. Si poco, e quasi nulla
era di luce 1 quella affumicata e nera strada, le non comprende e non disceme
il Duce ii questo sia, che sì per l'aria vada; per notizia averne si conduce
dargli uno o due colpi della spada, ima poi ch'uno spirto esser quel debbia; lè
gli par di ferir sopra la nebbia. Stanza 9. 10 E se vaoi che di te porti
novella Nel mondo su, per satisfarti sono. L'ombra rispose: Alla luce alma e
bella Tornar per fama ancor si mi par buono. Che le parole è forza che mi
svella Il gran desir e' ho d'aver poi tal dono; E che '1 mio nome e l'esser mio
ti dica. Benché '1 parlar mi sia noia e fatica. 11 E cominciò: Signor, Lidia
son io, Dal Re di Lidia in grande altezza nata, Qni dal gindicio altissimo di
Dio Al famo eternamente condannata, Per esser stata al fido amante mio, Mentre
io vissi, spiacevole ed ingrata. Dalore infinite è questa grotta piena, Poste
per simil fallo in simil pena. 12 Sta la cmda Anassarete più al basso, Ove è
maggiore il fumo e più martire. Restò converso al mondo il corpo in sasso, E
Fanima quaggiù venne a patire; Poiché veder per lei l'afllitto e lasso Suo
amante appeso potè soiferire. Qui presso è Dafne, ch'or s'avvede quanto Errasse
a fare Apollo correr tanto. 18 Lungo saria se gP infelici spirti Delle femmine
ingrate, che qui stanno, Volessi ad uno ad ano riferirti: Che tanti son, eh' in
infinito vanno. Più lungo ancor saria gli uomini dirti, A' quai l'esser ingrato
ha fatto danno, E che puniti. sono in peggior loco, Ove il fumo gli acceca, e
cuoce il fuoco. 14 Perchè le donne più facili e prone A creder son, di più
supplicio è degno Chi lor fa inganno. Il sa Teseo e Giasone, E chi turbò a
Latin l'antiquo regno: Sallo ch'incontra sé il frate Absalone Per Tamar trasse
a sanguinoso sdegno; Ed altri ed altre, che sono infiniti. Che lasciato bau chi
moglie e chi mariti. lo Ma per narrar di me più che d'altrui, E palesar l'error
che qui mi trasse. Bella, ma altiera più, si in vita fui, . Che non so s' altra
mai mi s'agguagliasse:Né ti saprei ben dir, di questi dui, S'in me l'orgoglio o
la beltà avanzasse: Quantunque il fasto e l'alterezza nacque Dalla beltà eh' a
tutti gli occhi piacque. 16 Era in quel tempo in Tracia un cavaliere Estimato
il miglior del mondo in arme, Il qual da più d'un testimonio vero Di siogolar
beltà senti lodarme; Talché spontaneamente fé' pensiero Di voler il suo amor
tutto donarme. Stimando meritar per suo valore, Che caro aver di lui dovessi il
co>'e. 17 In Lidia venne; e d'un laccio più forte Vinto rastò, poi che
veduta m'ebbe. Con gli altri cavalier si messe in corte Del padre mio, dove in
gran fama crebbe L'alto valore, e le più d'una sorte Prodezze che mostrò, lungo
sarebbe A raccontarti, e il suo merto infinito, Quando egli avesse a più grato
uom servita. 18 Pamfilia e Caria, e il regno de' Olici Per opra di costui mio
padre vinse; Che r esercito mai centra i nimici, Se non quanto volea costui,
non spinse. Costui, poi che gli parve i benefici Suoi meritarlo, un di col Re
si strinse A domandargli, in premio delle spoglie Tante arrecate, ch'io fossi
sua moglie. 19 Fu repulso dal Re, ch'in grande stato Maritar disegnava la figliuola;
Non a costui che, cavalier privato. Altro non tien che la virtude sola: E '1
padre mio, troppo al guadagno dato, E all'avarizia, d'ogni vizio scuola, Tanto
apprezza costumi, o virtù ammira Quanto l'asino fa il suon della lira. 20
Alceste, il cavalier di eh' io ti parlo (Che così nome avea), poi che si vede
Repulso da chi più gratificarlo Era più debitor, commiato chiede; E lo
minaccia, nel partir, di farlo Pentir, che la figliuola non gli diede. Se
n'andò al Re d'Armenia, emulo antico Del Re di Lidia, e capital nimico; 21 E
tanto stimulò, che lo dispose A pigliar l'arme, e far guerra a mio padre Esso,
per l'opre sue chiare e famose. Fu fatto capitan di quelle squadre. Pel Re
d'Armenia tutte l'altre cose Disse eh' acquisteria: sol le leggiadre E belle
membra mie volea per frutto Dell'opra sua, vinto ch'avesse il tutto. 22 Io non
ti potrei esprimere il gran duino Ch' Alceste al padre mio fa in quella guerra.
Quattro eserciti rompe, e in men d'un anno Lo mena a tal, che non gli lascia
terra, Fuor ch'un castel eh' alte pendici fanno Fortissimo; e là dentro il Re
si serra Con la famiglia che più gli era accetta, E col tesor che trar vi puote
in fratta. 537 Quivi assedionne Alceste; ed in non molto Perniine a tal
disperazion ne trasse, 'he per bnon patto avria mio padre tolto 'he mogrlie e
serra ancor me gli lasciasse )on la metà del regno, s' indi assolto testar
d'ogni altro danno si sperasse, ledersi in breve dell'avanzo privo Ira ben
certo, e poi morir captivo. Tentar, prima ch'accada, si dispone gni rimedio che
possibil sia; me, che d'ogni male era cagione, aor della rocca, ov'era Alceste,
invia. " To ad Alceste con intenzione i dargli in preda la persona mia,
pregar che la parte che vnol, tolga b1 regno nostro, e l'ira in pace volgn.
Come ode Alceste eh' io vo a ritrovarlo, 1 viene incontra pallido e tremante,
vinto e di prigione, a rignardarlo, h che di vincitore, ave sembiante, che
conosco ch'arde, non gli parlo, come avea già disegnato innante: ita
l'occasìon, fo peusier nuovo nvenìente al grado in ch'io lo trovo. l maledir
comincio l'amor d'esso, li sua crudeltà troppo a dolermi, iniquamente abbia mio
padre oppresso, :he per forza abbia cercato avermi; ! con più grazia gli saria
successo i a non molti dì, se tener fermi uto avesse i mudi cominciati, al Re e
a tutti noi si furon grati. I sebben da principio il padre mio avea negata la
domanda onesta 'occhè di natura è un poco rio, mai si piega alla prima
richiesta), jì per ciò di ben servir restio doveva egli, e aver l'ira sì
presta: ., ognor meglio oprando, tener certo re in breve al desiato merto. 29 E
sebben era a lui venuta, mossa Dalla pietà ch'ai mio palre portava, Sia certo
che non molto fruir pos Il piacer ch'ai dispetto mio gli dava: Ch'era per far
di me la terra rossa. Tosto ch'io avessi alla sua voglia prava Con questa mia
persona satisfatto Di quel che tutto a forza saria fatto. stanza 38. 30 Queste
parole e simili altre usai, Poiché potere in lui mi vidi tante: E'I più pentito
lo rendei, che mai Si trovasse nell'eremo alcun santo. Mi cadde a' piedi, e
supplicommi assai, Che col coltel che si levò da cinto (E volea in ogni modo
eh' io '1 pigliassi) Di tanto fallo suo mi vendicassi. quando anco mio padre a
lui ritroso > fosse, io l'avrei tanto pregato, rrìa l'amante mio fatto mio
sposo. se veduto io l'avessi ostinato, i fatto tal opra di nascoso, di me
Alceste si saria lodato. )oich' a lui tentar parve altro modo, mai non l'amar
fisso avea il chiodo. 31 Poich'io lo trovo tale, io fo disegno La gran vittoria
insin al fin seofuire. Gli do speranza di farlo anco degno Che la persona mia
potrà fruire, S'emendando il suo error, l'antiquo regno Al padre mio farà
restituire; E nel tempo avvenir vorrà acquistarme Servendo, amando, e non mai
più per arme. 82 Cosi far mi promesse, e nella rocca Intatta mi mandò, come a
lui Tenni. Né di badarmi pur s' ardi la bocca:Vedi s'al collo il giogo ben gli
tenni; Vedi se bene Amor per me lo tocca, Se convien che per lui più strali
impenni. Al Be d'Armenia andò, di cui doTca Esser per patto ciò che si
prendea:33 E con quel miglior modo ch'usar puote, Lo priega ch'ai mio padre il
regno lassi, Del qual le terre ha depredate e vote, Ed a goder l'antiqua
Armenia passi. Quel Re, d'ira infiammando ambe le gote, Disse ad Alceste che
non vi pensassi; Che non si volea tor da quella guerra, Finché mio padre avea
palmo di terra. 34 E s' Alceste è mutato alle parole D'una vii femminella,
abbiasi il danno. Già a'prieghi esso di lui perder non vuole Quel eh' a fatica
ha preso in tutto un anno. Di nuovo Alceste il priega, e poi si duole Che seco
effetto i prieghi suoi non fanno. All'ultimo s'adira, e lo minaccia. Che vuol,
per forza o per amor, lo faccia. 35 L'ira multiplicò si, che li spinse Dalle
male parole ai peggior fatti. Alceste contra il Re la spada strìnse Fra mille
ch'in suo aiuto s'eran tratti; E, malgrado lor tutti, ivi l'estinse:E quel di
ancor gli Armeni ebbe disfatti Con l'aiuto de' Cilici e de' Traci Che pagava
egli, e d'altri suoi seguaci. 36 Seguitò la vittoria, ed a sue spese, Senza
dispendio alcun del padre mio, Ne rendè tutto il regno in men d'un mese. Poi
per ricompensarne il danno rio, Oltr'alle spoglie che ne diede, prese In parte,
e gravò in parte di gran fio Armenia e Cappadocia che confina, E scorse Ircania
fin su la marina. 38 E quando sol, quando con poca gioite. Lo mando a strane
imprese e perigliose. Da fEUne morir mille agevolmente:Ma a lui successer ben
tutte le cose; Che tornò con vittoria, e fu sovente Con orribil persone e
monstmose. Con giganti a battaglia e Lestrigoni, Ch' erano infesti a nostre
regioni Non fu da Euristeo mai, non fii mai untD Dalla matrigna esercitato
Alcide In Lema, in Nemea, in Tracia, inErìmante. Alle valli d'Etolia, alle
Numide, Sul Tebro, su l'Ibero, e altrove; quanto Con prieghi finti e con voglie
omicide Esercitato fii da me il mio amante, Cercando io pur di torlomi davante.
40 Né potendo venire al primo intento, Vengone ad un di non minore effetto:Gli
fo quei tutti ingiuri ir, ch'io sento Che per lui sono, e a tutti in odio il
metto.Egli, che non sentia maggior contento Che d'ubbidirmi, senza alcun
rispetto Le mani ai cenni miei sempre avea pronte, Senza guardare un più d'un
altro in fironte. 41 Poi che mi fu, per questo mezzo, avviso Spento aver del
mio padre ogni nimico, E per lui stesso Alceste aver conquiso, Che non si avea,
per noi, lasciato amico; Quel ch'io gli avea con simulato viso Celato fin
allor, chiaro gli esplico:Che grave e capitale odio gli porto, E pur tuttavia
cerco che sia morto. 42 Considerando poi, s' io lo facessi, Ch'in pubblica
ignominia ne verrei (Sapeasi troppo quanto io gli dovessi, E (HTudel detta
sempre ne sarei), Mi parve &re assai, eh' io gli togliesm Di mai venir pii\
innanzi agli occhi mieL Né veder né parlar mai più gli volsi, Né messo udì', nò
lettera ne tolsi 37 In luogo di trionfo, al suo ritomo, Facemmo noi pensier
dargli la morte. Restammo poi, per non ricever scorno; Che lo veggiam troppo
d'amici forte. Fingo d'amarlo, e più di giorno in giorno Gli do speranza
d'essergli consorte; prima contra altri nimici nostri Dico voler che sua virtù
dimostri" 43 Questa mia ingratitudine gli diede Tanto martir, eh' alfin
dal dolor vinto, E dopo un lungo domandar mercede, Infermo cadde, e ne rimase
estinto. Per pena ch'ai fallir mio si richiede, Or gli occhi ho lacrimosi, e il
viso tinto Del negro fumo: e cosi avrò in etemo; Che nulla redenzione é nell'
Infemo. i Poiché non parla più Lidia infelice, Va il Dnca per saper s' altri vi
stanzi:Ma la caligine alta, eh' era ultrice Dell'opre ingrate, si glMngrossa
innanzi, Ch'andar nn palmo sol più non gli lice: Anzi a forza tornar gli
conviene; anzi, Perchè la vita non gli sia intercetta Dal filmo, i passi
accelerar con fretta. Il mutar spesso delle piante ha vista Di corso, e non di
chi passeggia o trotta. Tanto, salendo inverso V erta, acquista, ]!he vede dove
aperta era la grotta; i) r aria, già caliginosa e trista, )al lume cominciava
ad esser rotta. Jfin con molto affanno e grave ambascia Isce dall'antro y e
dietro il fumo lascia. E perchè del tornar la via sia tronca, quelle bestie, e'
han si ingorde 1' epe, aguna sassi, e molti arbori tronca, tie v'eran qoal
d'amomo e qnal di pepe; come può, dinanzi alla spelonca ibbrica di sua man
quasi una siepe, gli succede cosi ben quell'opra le più l'Arpie non torneran di
sopra. n negro fumo della scura pece, intre egli fu nella caverna tetra, n
macchiò sol quel 'eh' apparia, ed infece: sotto ipanni ancor entra e
penetra:che per trovar acqua andar lo fece cando un pezzo; e alfin fuor d'una
pietra e una fonte uscir nella foresta, la qual si lavò dal pie alla testa. 60
Cantan fra i rami gli augelletti vaghi Azzurri e bianchi e verdi e rossi e
gialli. Murmuranti ruscelli e cheti laghi Di limpidezza vincono i cristalli.
Una dolce aura che ti par che vaghi A nn modo sempre, e dal suo stil non falli
Facea si l'aria tremolar d'intomo, Che non potea noiar caler del giorno: stanza
47. oi monta il volatore, e in aria s'alza, g:i anger di quel monte in su la
cima, non lontan con la superna balza cerchio della Luna esser si stima. to è
il desir che di veder lo 'ncalza, li cielo aspira, e la terra non stima. ' aria
più e più sempre guadagna:0 ch'ai giogo va della montagna. ffir, rubini, oro,
topazj e perle 3.nianti e crisoliti e jacinti ano i fiori assimigliar, che per
le 1 piaggio v'avea l'aura dipinti; rdi V erbe, che possendo averle gin, ne
foran gli smeraldi vinti; len belle degli arbori le frondi, frutti e di fior
sempre fecondi. 51 E quella ai fiori, ai pomi e alla verzura Gli odor diversi
depredando giva; E di tutti facea una mistura Che di soavità l'alma notriva.
Surgea un palazzo in mezzo alla pianura Ch' acceso esser parea di fiamma
viva:Tanto splendore intorno e tanto Inme Raggiava, fuor d'ogni mortai costume.
52 Astolfo il suo destrier verso il palagio. Che più dì trenta miglia intomo
aggira, A passo lento fa muovere adagio, E quinci e quindi il bel paese ammira;
E giudica, appo quel, brutto e malvagio, £ che sia al cielo ed a natura in ira
Questo ch'abitiam noi fetido mondo: Tanto è soave quel, chiaro e giocondo. 53
Come egli è presso al laminoso tetto, Attonito riman di maraviglia; Che tatto
dUma gemma è 1 muro schietto, Più che carbonchio lucida e yermìglia. Oh
stupenda opra, oh dedalo architetto! Qual fabbrica tra noi le rassimiglia?
Taccia qualunque le mirabil sette Moli del mondo in tanta gloria mette. 56 Per
imparar come soccorrer del Carlo, e la santa Fé tor di perìglio, Venuto meco a
consigliar ti sei Per cosi lunga via senza consiglio. Né a tuo saper né a tua
virtù vorrei Ch'esser qui giunto attribuissi, o figlio; Che né il tuo corno né
il cavallo alato Ti valea, se da Dio non t'era dato. Stanza 54. 54 Nel lucente
vestibulo di quella Felice casa un vecchio al Duca occorre. Che '1 manto ha
rosso, bianca la gonnella, Che Tun può al latte, l'altro al minio opporre. I
crini ha bianchi e bianca la mascella Di folta barba ch'ai petto discorre; Ed é
si venerabile nel viso, Ch'un degli eletti par del Paradiso. 57 Eagionerem più
ad agio insieme poi, E ti dirò come a procedere hai: Ma prima vienti a ricrear
con noi; Che '1 digiun lungo de' noiartì ormai. Continuando il vecchio i detti
suoi, Fece maravigliare il Duca a.S8aì, Quando, scoprendo il nome suo, gli
disse Esser colui che l'Evangelio serìcee; Stanza 50. 55 Costui con lieta
feiccia al Paladino, Che riverente era d'arcion disceso, Disse: 0 Baron, che
per voler divino Sei nel terrestre Paradiso asceso; Comeché né la causa del
cammino, Né il fin del tuo desir da te sia inteso; Pur credi che non senza alto
misterio Venuto sei dall'artico emisperio. 58 Quel tanto al Redentor caro
Giovanni, Per cui il sermone tra i fhitelli uscio, Che non dovea per morte
finir gli anni; Si che f\i causa che '1 Figliuol di Dio A Pietro disse: Perché
pur t'afianni, S' io vo' che così aspetti il venir mio?Benché non disse: Egli
non de' morire; Si vede pur che cosi volse dire. Staiusa 51. i9 Quivi fa assunto,
e troTò compagnia, Che prima Enoch, il patriarca, v'era, Erayi insieme il gran
profeta Elia, Che non han rista ancor V ultima sera; E fuor dell'aria
pestilente e ria Si goderan l'etema primavera. Finché dian segno T angeliche
tuhe Che tomi Cristo in su la bianca nube. 60 Con accoglienza grata il
cavaliero Fu dai Santi alloggiato in una stanza: Fu provvisto in un'altra al
suo destriero Di buona biada, che gli fii abbastanza De' frutti a lui del
Paradiso diéro, Di tal sapor, eh' a suo giudicio, sanza Scusa non sono i duo
primi parenti, Se per quei fur sì poco ubbidienti. stanza 00. Poi eh' a natura
il Duca avventuroso tisfece di quel che se le debbo, me col cibo, così col
riposo, è tutti e tutti i comodi quivi ebbe; sciando gi& l'Aurora il
vecchio sposo, ' ancor per lunga età mai non l'increbbe, vide incontra
nell'uscir del letto discepol da Dio tanto diletto; Jhe lo prese per mano, e
seco scorse molte cose di silenzio degne; 3oi disse: Figliuol, tu non sai forse
i iB Francia accada, ancorché tunevegne. pi che 1 vostro Orlando, perchè torse
cammin dritto le commesse insegne, •unito da Dio, che più s'accende tra chi
egli ama più, quando s'offende, 63 II vostro Orlando, a cui nascendo diede
Somma possanza Dio con sommo ardire, E fuor dell'uman uso gli concede Che ferro
alcun non Io può mai ferire; Perchè a difesa di sua santa Fede Cosi voluto l'ha
constituire. Come Sansone incontra a' Filistei Constituì a difesa degli Ebrei:
64 Renduto ha il vostro Orlando al suo Signore, Di tanti beneficj iniquo morto:
Che quanto aver più lo dovea in favore, N'è stato il fedel popol più deserto.
Sì accecato Tavea l'incesto amore D'una Pagana, ch'avea già sofferto Due volte
e più venire empio e crudele. Per dar la morte al suo cugin fedele. Stanca 79.
65 E Dio per questo fa eh' egli va folle, E mostra nndo il yentre il petto e il
fianco; E l'intelletto si gli offasca e tolle, Che non può altrui conoscere, e
sé manco. A questa guisa si legge che volle Nabuccodonosòr Dio punir anco, Che
sette anni il mandò di furor pieno Sì che, qual bue, pasceva Terba e il fieno.
66 Ma perch'assai minor del Paladino, Che di Nabucco, è stato pur P eccesso,
Sol di tre mesi dal voler divino A purgar questo error termine è messo. Né ad
altro effetto per tanto cammino Salir quassù t'ha il Redentor concesso. Se non
perchè da noi modo tu apprendi, Come ad Orlando il suo senno si renda. Sfcanza
89. i)7 Gli è yer che ti bisogna altro viaggio Far meco, e tutta abbandonar la
terra. Nel cerchio della Luna a menar t aggio, Che dei pianeti a noi più
prossima erra; Perchè la medicina che può saggio Rendere Orlando, 1& dentro
si serra. Come la Lana questa notte sia Sopra noi giunta, ci porremo in via. ?
Di questo e d'altre cose fu diffuso Il parlar dell'Apostolo quel giorno. Ma poi
che'l Sol s'ebbe nel mar rinchiuso, E sopra lor levò la Luna il corno. Un carro
apparecchiossi, ch'era ad uso D'andar scorrendo per quei cieli intomo: Quel già
nelle montagne di Giudea Da' mortali occhi Elia levato avea. Quattro destrier
via più che fiamma rossi Ài giogo il santo Evangelista aggiunse; 5 poi che con
Astolfo rassettossi, 3 prese il freno, inverso il ciel li punse, botando il
carro, per l'aria levossi, S tosto in mezzo il fuoco etemo giunse; )he'l
vecchio fé' miracolosamente, !he, mentre lo pass&r, non era ardente. Tutta la
sfera varcano del fuoco t indi vanno al regno della Luna, eggon per la più
parte esser quel loco )me un acciar che non ha macchia alcuna; Io trovano
uguale, 0 minor poco, [ ciò ch'in questo globo si raguna, questo ultimo globo
della terra, attendo il mar che la drcondcT e serra. Quivi ebbe Astolfo doppia
maraviglia; e quel paese appresso era si grande, quale a un picdol tondo
rassimiglia noi che lo miriam da queste bande; ch'aguzzar conviengli ambe le
ciglia, adi la terra e '1 mar, eh' intomo spande, cerner vuol; che non avendo
luce, magin lor poco alta si conduce. Jtri fiumi, altri laghi, altre campagne )
lassù, che non son qui tra noi; i piani, altre valli, altre montagne, ban le
cittadi, hanno i castelli suoi, case delle quai mai le più magne vide il
Paladin prima né poi: sono ampie e solitarie selve, le Ninfe ognor cacciano
belve. 73 Non stette il Duca a ricercare il tutto; Che là non era asceso a
quello effetto. Dall'Apostolo santo fu condutto In un vallon fra duo montagne
istretto. Ove mirabilmente era ridutto Ciò che si perde o per nostro difetto, 0
per colpa di tempo o di Fortuna: Ciò che si perde qui, là si raguna. 74 Non pur
di regni o di ricchezze parlo, In che la ruota instabile lavora; Ma di quel
ch'in poter di tor, di darlo Non ha Fortuna, intender voglio ancora. Molta fama
è lassù, che, come tarlo. Il tempo al hmgo andar quaggiù divora: Lassù infiniti
prieghi e voti stanno, Che da noi peccatori a Dio si fanno. 75 Le lacrime e i
sospiri degli amanti, L'inutil tempo che si perde a giuoco, E l'ozio lungo
d'uomini ignoranti. Vani disegni che non bau mai loco; 1 vani desideri sono
tanti. Che la più parte ingombran di quel loco: Ciò che in somma quaggiù
perdesti mai. Lassù salendo ritrovar potrai. 76 Passando il Paladin per quelle
biche, Or di questo or di quel chiede alla guida. Vide un monte di tumide
vessiche. Che dentro parea aver tumulti e grida; E seppe ch'eran le corone
antiche E degli Assiij e della terra Lida, E de' Persi e de' Greci che già furo
Incliti, ed or n'è quasi il nome oscuro. 77 Ami d'oro e d'argento appresso vede
In una massa, ch'erano quei doni Che si fan con speranza di mercede Ai Re, agli
avari principi, ai patroni. Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede, Et ode
che son tutte adulazioni. Di cicale scoppiate imagine hanno Versi ch'in laude
dei signor si fanno. 78 Di nodi d'oro e di gemmati ceppi Vede c'han forma i mal
seguiti amori.V'eran d'acquile artìgli; e che fur, seppi. L'autorità ch'ai suoi
danno i Signori. I mantici ch'intorno bau pieni i greppi. Sono i fumi dei
Principi, e i favori Che danno un tempo ai Ganimedi suoi, Che se ne van col
fior degli anni poi. Buine di dttadi e di castella Stavan con gran tesor quivi
sozzopra. Domanda, e sa che son trattati, e quella Congiura che si mal par che
si copra. Vide serpi con &ccia di donzella, Di monetieri e di ladroni V
opra: Poi vide bocce rotte di più sorti, Oh'era il serrò delle misere corti. 80
Di versate minestre una gran massa Vede, e domanda al suo Dottor, ch'importo.
L'elemosina è, dice, che si lassa Alcun, che fatta sia dopo la morte. Di vari
fiori ad nn gran monte passa, Ch'ebbe già buono odore, or putia forte. Questo
era il dono (se però dir lece) Che Costantino al buon Silvestro fece. 81 Vide
gran copia di panie con visco, Ch'erano, o donne, le bellezze vostre. Ltmgo
sarà, se tutte in verso ordisco Le cose che gli ftir quivi dimostre; Che dopo
mille e mille io non finisco, E vi son tutte l'occorrenzie nostre:Sol la pazzia
non v' è poca né assai; Che sta quaggiù, né se ne parte mai. 82 Qaivi ad alcuni
giorni e &tti sui, Ch'egli già avea perduti, si converse: Che se non era
interprete con lui. Non discemea le forme lor diverse. Poi giunse a quel che
par si averlo a nui. Che mai per esso a Dio voti non fèrse; 10 dico il senno: e
n' era quivi un monte. Solo assai più, che l'altre cose conte. 83 Era come un
liquor suttile e molle. Atto a esalar, se non si tien ben chiuso; E si vedea
raccolto in varie ampolle, Qaal più, qual men capace, atte a quell'uso. Quella
è maggior di tutte, in che del folle Signor d'Anglante era il gran senno infuso;
E fu dall'altre conosciuta, quando Avea scritto di fuor: Senno d'Orlando. 84 E
cori tutte l'altre avean scritto anco 11 nome di color di chi fu il senno. Del
suo gran parte vide il Duca franco; Ma molto più meravigliar lo fènno Molti
ch'egli credea che dramma manco Non dovessero averne, e quivi dònno Chiara
notàsia che ne tenean poco; Che molu quantità n'era in quel lece. 85 Altri in
amar lo perde, altri in onori. Altri in cercar, scorrendo il mar, rìcèbecze:
Altri nelle speranze de' Signori Altri dietro alle magiche sciocchezze: Altri
in gemme, altri in opre di pittori, Ed altri in altro che più d'altro apprezze.
Di sofisti e d'astrologhi raccolto, E di poeti ancor ve n'era molto. 86 Astolfo
tolse il suo; che gliel concesse Lo scrìttor dell'oscura Apocalisse. L'ampolla
in ch'era, al naso sol si messe, E par che quello al luogo suo ne gisse; E che
Turpin da indi in qua confesse Ch'Astolfo lungo tempo saggio visse; Ma ch'uno
error che fece poi, fu quello Ch' un' altra volta gli levò il cervello. 87 La più
capace e piena ampolla, ov' era n senno che solea fyn savio il Conte, Astolfo
toUe: e non è sì leggiera, Come stimò, con l'altre essendo a monte. Prima che
'1 Paladin da quella sfera Piena di luce alle più basse smonte. Menato fu
dall'Apostolo santo In un palagio, o v'era un fiume accanto; 88 Ch'ogni sua
stanza avea piena di velli Di lin, di seta, di coton, di lana. Tinti in vari
colori e brutti e belli. Nel primo chiostro una femmina oana Fila a un aspo
traea da tutti quelli; Come veggiam l'estate la villana Traer dai bachi le
bagnate sposrlie, Quando la tfuova seta si raccoglie. 89 Ve chi, finito un
vello, rimettendo Ne viene un altro, e chi ne porta altronde: Un'altra delle
filze va scegliendo Il bel dal brutto che quella confonde. Che lavor si fa qui,
eh' io non l'intendo?Dice a Giovanni Astolfo: e quel risponde: Le vecchie son
le Parche, che con tali Stami filano vite a voi mortali 90 Quanto dura un de'
velli, tanto dura L'umana vita, e non di più un momento. Qui tien l'oochio e la
Morte e la Natura, Per saper l'ora ch'un debba esser spento. Sceglier le belle
fiU ha l'altra cura. Perchè si tesson poi per ornamento Del Paradiso; e dei più
brutti stami Si fan per li dannati aspri legami 91 Dì tatti i yelli eh' erano
già messi In aspo, e scelti a Gume altro lavoro, Erano in brevi piastre i nomi
impressi: Altri di ferro, altri d'argento o d'oro; E poi fitti n'avean cumuli
spessi, De' quali, senza mai farvi ristoro. Portarne via non si vedea mai
stanco Un yecchio, e ritornar sempre per anco. 92 Era quel vecchio si espedito
e snello. Che per correr parea ohe fosse nato: E da quel monte il lemho del
mantello Portava pien del nome altrui segnato. Ove n' andava, e perchè facea
quello, Nell'altro Canto vi sarà narrato, Se d'averne piacer segno fìtrete Con
quella grata udienza che solete. N o T B. St. 1. V.1. Arpie sono qui i barbari
soeei in Italia i loro desolata. 8t. 2. V.14. Troppo falld, $ec. Allude a
Giulio n, e, dopo la giornata di Ravenna, riaccese la guerra in Jia,
chiamandovi gli Svizzeri per discaociame i Fran ii, y. 5. iZ bel vivere è la
bella vita che in Italia menava prima della discesa di Oarlo YIII. IT. 3. V.27.
Cacci fiAor di Lete: fàccia dimenti e; e ciò riguarda la misera condizione
deglltaliani. !a virtù di Calai e di Zete, ecc.: due figli di Borea li Oritia,
i quali cacciarono sino alle Strofadi le Arpie brattavano le mense di Fineo re
di Tracia. T. 5. V.8. JZ can trifauce, è Cerbero da tre teste. T. 7. V.5. Far
mossa, dondolare. T. 12. V.17. Anassarete: donzella di Cipro, la insensibilità
all'amore dlfl, principe cipriotto, cen so il giovine ad appiccarsi; ed ella Ai
convertita in IO. Dafne: ninfa, che fuggendo da Apollo, da cui amata, venne
cangiata in lauro. r. 14. V.3e. JZ "a Teseo e Giasone, ecc. Rammenta 'oeta
quattro ingannatori di donne: Teseo cioè e ione, che delusero, Tuno Arianna,
Paltro Medea; Enea, [uistatore del Lazio, che abbandonò Didone, e Am, figlio di
David, che mutò in odio il suo amore per ar; di che nacque odio mortale fta lui
e Absalon. . 18. V.1. ~ La Panfilia, la Caria, la Cilicia, come e la Lidia,
erano regni dell'Asia minore, oggi Ana 32. V.6. Più strali impenni: guarnisca
di ), prepari altri strali per innamorarlo. 36. y. 6. Tributo pagato per
vassallaggio. Ircania, provincia dell'antica Persia, sul mar Ca famosa per le
sue tigri (tigri ireane) che non vi iù. 38. V.7. Lestrigoni: rozzi popoli del
Lazio, asentati neHOdissea come antropofSaigi. 30. V.15. Non fu da EuHsteo mai,
ecc. Vedi i mitologi le molte prove a cui Alcide (Brcole) fu osto, per l'odio
ohe gli portava Giunone. In Lema, l'Idra; in Nomea, il Leone; in Tracia,
Diomede; in ato accise on cinghiale ferocissimo; in Nnmidia, •nte Anteo; sul
Tevere, Caco; solllbero, Gerione. 17. V.3. Infeee: deturpò. iO. V.5. Vaghi:
scorra intomo. St. 53. V.5. Dedalo: qui ifieoso, a modo di epiteto. Le mirahil
sette moli: le sette, chiamate dagli antichi, maraviglie del mondo; vale a
dire, le Piramidi egiziane, il sepolcro di Mausolo, il tempio di Diana in
Efeso, il colosso di Rodi, il palazzo di Ciro re dei Medi, la statua di Giove Olimpico,
e le mura di Babilonia. St. 58. V.18 Giovanni l'evangelista, figlinol di
Zebedeo. St. 69. v.28. Enoch, U patriarca, ecc. In letà d'anni 365 fu rapito
sopra un carro di fuoco, e portato vivo nel paradiso terrestre, dove si dice
che debba stare fino alla consumazione dei secoli. Il gran profeta Elia. Presso
al fiume Giordano, e sugli occhi del profeta Eli seo, suo discepolo, anche Elia
scomparve sopra un carro di fuoco. Tube, trombe, voce latina usata da Dante.
St. 61. v.5. Il vecchio sposo: Titone. St. 62. V.1. ~ Scorse: discorse,
ragionò. St. 69. V.16. Quattro destrier, via più che /lammu rossi; ed il
Petrarca, Trionfo d'Amore, I: Quattro de strier via più che neve bianchi. E
tosto in messo U fuoco etemo giunse. Intendi nella sfera del fuoco, che, secondo
le teorie di Tolomeo, credevasi intermedia fm la terra e il cielo della luna.
St. 75. V.4. Non han mai loco: non sono mai eseguiti. St. 76. v.1. Biche: qui
cumuli, mucchi. St. 78. V.Ò, Jcppi; le pelli de' mantici, che di latandosi e
restringendosi a vicenda, accolgono l'aria e la respingono fuori. Ganimedi: qui
sta per i favoriti de'principi. Ganimede, figliuolo di Troe, era si beUo e ben
formato, che Giove lo rapi per farsene un coppiere in cielo. St. 80. V.8. Che
Costantino, ecc. Costantino im peratore, di cui senza fondamento storico si
dice, che passando ad abitare a Costantinopoli donasse Roma a S. Silvestro. St.
84, V.3. Il dtéca franco: Astolfo, che, sebbene inglese, era paladino di
Francia. St. 88. V.4. Oana: canuta. St. 91. V.8. £ ritornar sempre per anco:
sottin tendi a levarne. St. 92. V.1. Era quel vecchio, ecc. Descrive alle
goricamente la velocità del tempo. dell amore auo; poi, tOjLìeiido
occ&slone d&ì lavoro d6lJ" Pattdit, fa uno Bi>Ii.''ULlidij
elogio al cjìidinal d' Kto Hostra qiuQcli tOMÈÈ il tem|iu Hpi,'iiga i nomi deIi
nomini ofìiurì, e come salg a i immortùlr. (lUi'l f!iri prcdaii. E ripiiliandu
U filo dui Foi:im&" ri ferisce alcuni fatti lj;ì Brad cimante, elle,
punta tuttora dì, pei' Ruggiero, Io sfida a Uattaglia, Chi salirà per moi
Madonna in cielo A riportarne il miu p erti ut a ingegno Che poi cli'n:ìcì
debeì Toatri occM il telo Cile 1 cor mi fisee, ognor perdendo Tegno?Ké di tauU
iattura mi querelo, rurchè non cresca, ma sda a quesito segno; Cy ii>
dubito, SG più si Ta scemando, Dì venir tal, qual lio descritto Orlando. Per
riaTer l'ingeierno mio mè aTTiso Cile non bisogna che per Tana io poggi Nel
cercliio della Luna o in Paradisa; Chè'ì mio non credo che tanto alto alloggi.
Nc bei vostri occld e nel sereno viso Nel sen davoris> e alabagtrìm poggi Se
ne va errando; ed io con queste labbia Lo còrrò y se vi par ch'io lo riabbia.
Per gli ampli tetti andava il Paladino \itte mirando le fatare vite, 'oi
ch'ebbe visto sul fatai molino olgerd quelle <ih' erano già ordite:scòrse nn
vello che più che d'dr fino )Iender parea; né sarian gemme trite, in filo si
tirassero con arte, a comparargli alla millesma parte. Mirabilmente il bel
vello gli piacque, le tra infiniti paragon non ebbe; di sapere alto disio gli
nacque, landò sarà tal vita, e a chi si debbe. Evangelista nulla glie ne
tacque:e venti anni principio prima avrebbe, le coll'M e col D fosse notato
anno corrente dal Verbo incarnato. 9 Quegli ornamenti che divisi in molti, A
molti basterìan per tutti ornarli, In suo ornamento avrà tutti raccolti Costui,
di ch'ai volato ch'io ti parli. Le virtudi per lui, per lui suffolti Saran gli
studi; e s'io vorrò narrar li Alti suoi merti, al fin son si lontano,
Ch'Orlando il senno aspetterebbe invano. 10 Cosi venia V imitator di Cristo
Ragionando col Duca: e poi che tutte Le stanze del gran luogo ebbono visto,
Onde l'umane vite eran condutte. Sul fiume uscirò, che d'arena misto Con l'onde
discorrea turbide e brutto; E vi trovar quel vecchio in su la riva, Che con gì'
impressi nomi vi veniva. E come di splendore e di beltade el vello non avea
simile o pare; sì saria la fortunata etade, e dovea uscirne al mondo,
singulare; rchè tutte le grazie inclite e rade, alma Natura, o proprio studio
dare, )enigna Fortuna ad uomo puote, rà in perpetua ed infallibil dote. )el Be
de' fiumi tra l'altiere coma siede umil, diceagli, e piccol borgo; anzi il Po,
di dietro gli soggiorna Jta palude un nebuloso gorgo;, volgendosi gli anni, la
più adoma tutte le città d'Italia scorgo, pur di mura e d'ampli tetti regi, di
bei studi e di costumi egregi anta esaltatone e cosi presta, fortuita 0
d'avventura casca; V ha ordinata il Ciel perchè sia questa uà in che l'uom, di
ch'io ti parlo, nasca: j doYe il fhitto ha da venir, s' innesta •n studio si fa
crescer la frasca; artefice l'oro affinar suole, he legar gemma di pregio
vuole. " si leggiadra né si bella veste la ebbe altr'alma in quel
terrestre regno; ro è sceso e scenderà da queste superne un spirito si degno, )
per fame Ippolito da Este e V eterna Mente alto disegno, ito da Este sarà detto
mo a ehi Dio si ricco dono ha eletto. 11 Non so se vi sia a mente, io dico
quello Ch' al fin dell' altro Canto vi lasciai. Vecchio di faccia, e si di
membra snello. Che d'ogni cervio è più veloce assai. Degli altrui nomi egli si
empia il mantello; Scemava il monte, e non finiva mai; Ed in quel fiume che
Lete si noma, Scarcava, anzi perdea la ricca soma. 12 Dico che, come arriva in
su la sponda Del fiume, quel prodigo vecchio scuote Il lembo pieno, e nella
turbida onda Tutte lascia cader l'impresse note. Un numer senza fin se ne
profonda, Ch'un minimouso aver non se ne puote; E di cento migliaia che l'arena
Sul fondo involve, un se ne serva appena. 13 Lungo e d'intomo quel fiume
volando Gfivano corvi ed avidi avoltori> Mulacchie e vari augelli, che
gridando Facean discordi strepiti e r omeri; Ed alla preda correan tutti,
quando Sparger vedean gli amplissimi tesori: E chi nel becco, e chi nell'ugna
torta Ne prende; ma lontan poco gli porta. 14 Come vogliono alzar per l'aria i
voli. Non han poi forza che '1 peso sostegna; 1 che convien che Lete pur involi
De ricchi nomi la memoria degna. Fra tanti augelli son duo cigni soli. Bianchi,
Signor, come è la vostra insegna, Che vengon lieti riportando in bocca
Sicuramente il nome che lor tocca. 562 ORLANDO PUBIOSO. stanza 16. 16 Cosi
contra i pensieri empi e maUgm Del yecchio, che donar gli yorria ai ùmim Alcan
ne salyan gli augelli benigni Tatto Tayanzo obblivìon oonsnme. Or se ne yan
notando i sacri di, Ed or per l'aria battendo le pinme, Finché presso alla ripa
del fiiime empio Troyano un colle, e sopra il colle un tempii. 16
All'Immortalitade il laogo è sacro, Oye una bella Ninfa giù del colle Viene
alla ripa del letéo layacro, E di bocca dei cigni i nomi tolle; E quelli
affigge intorno al simalacro Ch'in mezzo il tempio una colonna
"tolle.Qoiyi li sacra, e ne fa tal goyemo. Che yi si puon yeder tutti in
eterno. 17 Chi sia quel yecchio, e perchè tatti al rk Senza alcun frutto i bei
nomi dispensi, E degli augelli, e di quel luogo pio Onde la bella Ninfa al
fiume yiend, Ayeya Astolfo di saper desio I gran misteri e gli incogniti sensi;
E domandò di tutte queste cose L'uomo di Dio, che cosi gli rispose:18 Tu dèi
saper che non si muoye fronda Laggiù, che segno qui non se ne fiaccLL Ogni
effetto conyien che corrisponda In terra e in ciel, ma con diyersa faccia. Quel
yecchio, la cui barba il petto innond&. Veloce si che mai nulla V impaccia,
Gli effetti pari e la medesima opra Che '1 Tempo fa laggiù, fa qui di sopra. 19
Vòlte che son le fila in su la ruota, Laggiù la yita umana arriva al fine. La
fama 1&, qui ne riman la nota; Ch' immortali sariano ambe e divine, Se non
che qui quel dalla irsuta gota, E laggiù il Tempo ognor ne fk rapine Questi le
getta, come yedi, al rio:E quel l'immerge nell'eterno obblio. 20 E come quassù
i corvi e gli avoltori E le mulacchie e gli altri vari augelli S' affaticano
tutti per trar fuori Dell'acqua i nomi che veggion più beUi; Cosi laggiù
ruffiani, adulatori, Buffon, cinedi, accusatori, e quelli Che vivono alle
corti, e che vi sono Più grati assai che '1 virtuoso e 1 buono; stanza 13. 21 E
son chiamati cortigian gentili, Perchè sanno imitar l'asino e '1 ciacco; DeMor
Signor tratto che nahhia i fili La giusta Parca, anzi Venere e Bacco, Questi di
ch'io ti dico, inerti e vili. Nati solo. ad empir di cibo il sacco. Portano in
bocca qualche giorno il nome; Poi nelPobblio lascian cader le some. 7 Omero
Agamennon vittorioso, E fé i Troian parer xili ed inerti; E che Penelopea, fida
al suo sposo, Dai prochi mille oltraggi avea sofferti. E se tu vuoi cheU ver
non ti sia ascoso, Tutta al contrario V istoria converti:Che i Greci rotti, e
che Troia vittrice E che Penelopea fu meretrice. ?2 Ma come i cigni, che
cantando lieti Rendono salve le medaglie al tempio; Cosi gii uomini degni da
poeti Son tolti dalPobblio, più che morte empio. 0 beue accorti Principi e
discreti, Che seguite di Cesare V esempio, E gli scrittor vi fate amici, donde
Non avete a temer di Lete Fonde! 3 Son, come i cigni, anco i poeti rari, Poeti
che non sian del nome indegni. Si perchè il Ciel degli uomini preclari Non paté
mai che troppa copia regni, Sì per gran colpa dei Signori avari Che lascian
mendicare i sacri ingegni; Che le virtù premendo, ed esaltando I vizj, caccian
le buone arti in bando. [ Credi che Dio questi ignoranti ha privi Dello
'ntelletto, e loro offusca i lumi; Che della poesia gli ha fatto schivi, Acciò
che morte il tutto ne consumi. Oltre che del sepolcro uscirian vivi, Ancor
chavesser tutti i rei costumi; Purché sapesson farsi amica Cirra, Più grato
odore avrian, che nardo o mirra. Non si pietoso Enei, né forte Achille u, come
è fama, né sì fiero Ettorre; ne son stati e mille e mille e mille he lor si
puon con verità anteporre; i donati palazzi e le gran ville )ai discendenti
lor, gli ha fatto porre Q questi senza fin sublimi onori )air onorate man degli
scrittori. Non fa si santo né benigno Auguste, 'ome la tuba di Virgilio suona:
"' avere avuto in poesia buon gusto, a proscrizione iniqua gli perdona.
essun sapria se Neron fosse ingiusto, è sua ma saria forse men buona, vesse
avuto e terra e ciel nimid, i gli scrittor sapea tenersi amici. stanza 24. 28
Dair altra parte odi che fama lascia Elisa, ch'ebbe il cor tanto pudico; Che
riputata viene una bagascia, Solo perché Maron non le fu amico. Non ti maravigliar
eh io n'abbia ambascia, E se di ciò diffusamente io dico. Gli scrittori amo, e
fo'il debito mio; Chal vostro mondo fui scrittore anch'io. 21 E sopra tutti gli
altri io feci acquisto Che non mi può levar tempo nò morte: E ben convenne al
mio lodato Cristo Rendermi guiderdon di si gran sorte. Ducimi di quei che sono
al tempo tristo. Quando la cortesia chiuso ha le porte; Che con pallido viso e
macro e asciutto La notte e '1 di vi picchian senza frutto. 80 che, continuando
il primo detto, Sono i poeti e gli studiosi pochi; Che dove non han pasco né
ricetto, Insin le fere abbandonano i lochi. Cosi dicendo il vecchio benedetto
Gli occhi infiammò, che parveno duo fuochi: Poi volto al Duca con un saggio
riso, Tornò sereno il conturbato viso. 31 Resti con lo scrittor dell'Evangelo
Astolfo ormai, ch'io voglio far un salto. Quanto sia in terra a venir fin dal
cìdo: Ch4o non posso più star su l'ali in alto. Tomo alla donna, a cui con
grave telo Mosso avea gelosia crudele assalto. Io la lasciai eh' avea con breve
erra Tre Re gittati, un dopo l'altro, in terra; Stanza 40. E che giunta la sera
ad un castello Ch'alia via di Parigi si ritrova, D'Agramante che, rotto dal
fratello, S'era ridotto in Arli, ebbe la nuova. Certa che'l suo Rnggier fosse
con quello; Tosto ch'apparve in ciel la luce nuova. Verso Provenza, dove ancora
intese Ohe Carlo lo seguia, la strada prese. 33 Verso Provenza per la via più
dritta Andando, s'incontrò in una donzella, Ancorché fosse lacrimosa e
afflitta. Bella di faccia, e di maniere bella. Questa era quella si d'amor
trafitta Per lo figliuol di Monodante, quella Donna gentil ch'avea lasciato al
ponte L'amante suo prigion di Rodomonte. stanza 31. 84 Ella venia cercando un
cavalìero, Cb' a far battaglia usato, come lontra In acqua e in terra fosse, e
co fiero, Che lo potesse al Pagan porre incontra. La sconsolata amica di
Ruggiero, Come quest'altra sconsolata incontra, Cortesemente la saluta, e poi
Le chiede la cagion dei dolor suoi. 35 Fiordiligi lei mira, e veder parie Un
cavalier eh al suo bisogno fia; E comincia del ponte a ricontarle, Ove
impedisce il Re d Algier la via; E ch'era stato appresso di levarle suo: non
che più forte sia; Ma sapea darsi il Saracino astuto Col ponte stretto e con
quel fiume aiuto. (6 Se sei, dicea, si ardito e si cortese, Come ben mostri 1
uno e 1 altro in vista, vendica, per Dio, di chi mi prese Il mio signore, e mi
fa gir si trista; E consigliami akneno in che paese Possa io trovare un eh' a
colui resista, E sappia tanto d'arme e di battaglia, Che '1 fiume e '1 ponte al
Pagan poco vaglia. 7 Oltre che tu farai quel che conviensi Ad uom cortese e a
ca vallerò errante, In beneficio il tuo valor dispensi Del più fedel d'ogni
fedele amante. Dell'altre sue virtù non appartiensi A me narrar; che sono tante
e tante, Che chi non n' ha notizia, si può dire Che sia del veder privo e
dell'udire. B La magnanima donna, a cui fu girata Sempre ogni impresa che può
farla degna D'esser con laude e gloria nominata. Subito al ponte di venir
disegna: Ed ora tanto più, eh' è dispei 'a, Vien volentier, quando anco a mor,
vegna; Che credendosi, misera! esser priva Del suo Ruggiero, ha in odio d'esser
viva. ) Per quel ch'io vaglio, giovane amorosa. Rispose Bradamante, io m'
offerisco Di far l'impresa dura e perigliosa. Per altre cause ancor, ch'io
preterisco; Ma più, che del tuo amante narri cosa ( he narrar di pochi uomini
awertisco, Che sia in amor fedel; ch'afiè ti giuro Ch'in ciò pensai eh' ognun
fosse pergiuro. 40 Con un sospir quest'ultime parole Finì, con un sospir eh'
usci dal core; Poi disse: Andiamo; e nel seguente sole Giunsero al fiume, al
passo pien d'orrore. Scoperte dalla guardia che vi suole Fame segno col corno
al suo Signore, n Pagan s'arma; e, quale è'I suo costume. Sul ponte s'
appresenta in ripa al fiume:41 E come vi compar quella guerriera. Di porla a
morte subito minaccia, Quando dell'arme e del destrier, su ch'era, Al gran
sepolcro oblazi'on non faccia. Bradamante che sa l'istoria vera, Come per lui
morta Isabella giaccia, Che Fiordiligi detto le l'avea, Al Saracin superbo rispondea:
42 Perchè vuoi tu, bestiai, che gl'innocenti Facciano penitenzia del tuo fallo?
Del sangue tuo placar costei convienti. Tu l'uccidesti; e tutto '1 mondo sallo.
Sì che di tutte l'arme e guernimenti Di tanti che gittati hai da cavallo,
Oblazione e vittima più accetta Avrà, ch'io te le uccida in sua vendetta. 43 E
di mia man le fia più grato il dono, Quando, com' ella fu, son donna anch'
io:Né qui venuta ad altro effetto sono, Oh' a vendicarla; e questo sol disio.
Ma far tra noi prima alcun patto è buono, Che'l tuo valor si compari col mio.
S'abbattuta sarò, di me farai Quel che degli altri tuoi prigion fatt' hai:44 Ma
s' io t' abbatto, come io credo e spero, Guadagnar voglio il tuo cavallo e
l'armi, E quelle offerir sole al cimitero, E tutte l'altre distaccar da' marmi;
E voglio che tu lasci ogni guerriero. Rispose Bodomonte: Giusto parmi Che sia
come tu di'; ma i prigion darti Già non potrei, ch'io non gli ho in queste
parti. 45 Io gli ho al mio regno in Africa mandati Ma ti prometto e ti do ben
la fede, Che se m'awien per casi inopinati Che tu stia in sella, e ch'io
rimanga a piede, Farò che saran tutti liberati In tanto tempo, quanto si
richiede Di dare a un messo che 'n fretta si mandi A far quel che, s' io perdo,
mi comandi. 46 Ma 8 a te tocca star di sotto, come Più si conviene, e certo so
che fia, Non yoche lasci Parme, né il tao nome, di vinta, sottoscritto sia: Al
tuo bel viso, a begli occhi, alle chiome; Che spiran tutti amore e leggiadria.
Voglio donar la mia vittoria; e basti Che ti disponga amarmi, ove m'odiasti. 49
Nel trapassar ritrovò appena loco Ove entrar col destrìer quella gnenierm; E fu
a gran risco, e ben vi mancò poeo. non traboccò nella riviera; Ma Rabicano, il
quale il vento e 1 faoeo Concetto avean, si destro ed agii era. Che nel margine
estremo trovò strada; E sarebbe ito anco s'un fil di spada. stanza 50 EUa si
volta, e centra rabbattuto Pagan ritoma: e con leggiadro mott<":Or
puoi, disse, veder chi abbia perduto, E a chi di noi tocchi di star di sotto.
Di maraviglia il Pagan resta muto, Ch' una donna a cader V abbia condotto; E
far risposta non potè o non volle, E fu come uom pien di stupore e foUe.' 51 Di
terra si levò tacito e mesto; E poi ch'andato fu quattro o sei passi. Lo scudo
e Telmo, e dell'altre arme il resm Tutto si trasse, e gittò contra i sassi; E
solo e a pie fu a dileguarsi presto; Non che commissì'on prima non lassi A un
suo scudier, che vada a far V eflfeao Dei prigion suoi,• secondo che fu detto.
52 Partissi; e nulla poi pia se n'intese. Se non che stava in una grotta scura.
Intanto Bradamante avea sospese Di costui l'arme all' alta sepoltura; E fattone
levar tutto l'arnese, D qual dei cavalieri, alla scrittura. Conobbe della corte
esser di Carlo, Non levò il resto, e non lasciò levarlo. 47 Io son di tal
valor, son di tal nerbo, Ch'aver non dèi d'andar di sotto a sdegno. Sorrise
alquanto, ma d'un riso acerbo, Che fece d'ira, più che d'altro, segno. La
donna: uè rispose a quel superbo; Ma tornò in capo al ponticel di legno. Spronò
il cavallo, e con la lancia d'oro Venne a trovar quell'orgoglioso Moro. 53
Oltr'a quel del figliuol di Monodante, V'è quel di Sansonetto e d'Oliviero,
Che, per trovare il Principe d'Anglante, Quivi condusse il più dritto sentiero.
Quivi fur presi, e fiiro il giorno innante Mandati via dal Saracino altiero: Di
questi T arme fé' la donna tórre Dall'alta mole, e chiuder nella torre. 4S
Rodomonte alla giostra s' apparecchia:Viene a gran corso; ed è si grande il
suono Che rende il ponte, eh' intronar l'orecchia Può forse a molti che lontan
ne sono. La lancia d'oro fé' l'usanza vecchia: Che quel Pagan, si dianzi in
giostra buono. Levò di sella, e in aria lo sospese, Indi sul ponte a capo ingiù
lo stese. 54 Tutte l'altre lasciò pender dai sa&M. Che fur spogliate ai
cavalier padani. V eran l arme d'un Re, del quale i pafsi Per Frontalatte mal
fur spesi e va i:Io dico l'arme del Re de' Circassi, Che dopo lungo errar per
colli e piani, Venne quivi a lasciar V altro destriero; E poi senz'arme
andossene leggiero. 5 S'era partito disarmato e a piede Quel Re pagan dal
periglioso ponte, Si come gli altri, cheran di sua Fede, Partir da sé lasciava
Rodomonte. Ma di tornar più al campo non gli diede Il cor; chMvi apparir non
avria fronte; Che, per qnel che vantossi, troppo scorno Gli saria &ryi in
tal gnisa ritorno. 68 Ove navilio e buona compagnia Spero trovar, da gir neir
altro lito. Mai non mi fermerò, finch'io non sia Venuta al mio Signore e mio
marito. Voglio tentar, perchè in prigion non stia, Più modi e più: che, se mi
vien fallito Questo che Rodomonte t' ha promesso, Ne voglio avere nno ed un
altro appresso. X _r Stanza 62. Stanza 62. 5 Di pur cercar nuovo desir lo prese
Colei che sol avea fissa nel core. Fu r avventura sua, che tosto intese (Io non
vi saprei dir chi ne fu autore) Oh' ella tornava verso il suo paese:Ondesso,
come il punge e sprona Amore, Dietro alla pesta subito si pone. Ma tornar
voglio alla figlia d'Amene. ' Poi che narrato ebbe con altro scritto, Come da
lei fa liberato il passo; A Fiordiligi eh' avea il core afflitto, E tenea il
viso lacrimoso e basso, Domandò umanamente ov'ella dritto y olea che fosse,
indi partendo, il passo. Rispose Fiordiligi: Il mio cammino Vo' che sia in Arli
al campo Saracino, AaiosTo. Io m'offerisco, disse Bradamante, D'accompagnarti
un pezzo della strada, Tanto che tu ti vegga Arli davante, Ove per amor mìo
vo'che tu vada A trovar quel Ruggier del re Agramante, Che del suo nome ha
piena ogni contrada; E ohe gli rendi questo buon destriero, Onde abbattuto ho
il Saracino altiero 60 Voglio eh' a punto tu gli dica questo:Un cavalier che di
provar si crede, E fare a tutto '1 mondo manifesto Che contra lai sei mancator
di fede; Acciò ti trovi apparecchiato e presto, Questo destrier, perch'io tei
dia, mi diede. Dice che trovi tua piastra e tua maglia, E che l'aspetti a &r
te"o battaglia. 61 Digli questo, e non altro; e se quel vuole Saper da te
elisio son, di' che noi sai. Quella rispose umana come suole:Non sarò stanca in
tuo servizio mai Spender la vita, non che le parole; Che tu ancora per me cosi
fatto hai. Grazie le rende Bradamante, e piglia Frontino, e le lo porge per la
briglia. 62 Lungo il fiume le belle pellegrine Giovani vanno a gran giornate
insieme, Tanto che veggono Arli, e le vicine Rive odon risonar del mar che
freme. Bradamante si ferma alle confine Quasi de' borghi ed alle sbarre
estreme, Per dare a Fionliligi atto intervallo. Che condurle a Raggier possa il
cavallo. 63 Vien Fiordiligì" ed entranel rastrelk. Nel ponte e nella
porta; e seco prende Chi le fa compagnia fino all'ostello Ove abita Ruggiero, e
quivi scende; £, secondo il mandato, ai damigello Fa r imbasciata, e il buon
Frontin gii rak Indi va, che risposta non aspetta, Ad eseguire il suo bisogno
in fretta. 64 Ru&:gier ri man confuso e in pensìer gn::ir E non sa ritrovar
capo né via Di saper chi lo sfide, e chi gli mande A dire oltraggio, e a fargli
cortesia. Che costui senza fede lo domande, 0 possa domandar uomo che sia, Non
sa veder né imaginare; e prima, Ch'ogu' altro sia che Bradamante, istinti. '
''n jt.._. _ stanza rL:, S 7 65 Che fosse Rodomonte, era più presto Ad aver,
che fosse altri, opinione; E perchè ancor da lui debba udir questo Pensa, né
iraaginar può la cagione. Fuorché con lui, non sa di tutto '1 resto Del mondo
con chi lite abbia e tenzone. Tu tanto la donzella di Dordona Chiede battaglia,
e forte il corno suona. C6 Vien la nuova a Marsilio e ad Agramante, Cli'un
cavalier di fuor chiede battaglia. caso Serpentin loro era avante, Ed impetrò
di vestir piastra e maglia, E promesse pigliar questo arrogante. Il popol venne
sopra la muraglia; Né fanciullo restò, né restò veglio, Che non fosse a veder
chi fésse meglio. 67 Con ricca sopravvesta e bello arnese Serpentin dalla
Stella in giostra venne. Al primo scontro in terra si distese:Il destrìer aver
parve a fuggir penne. Dietro gli corse la donna cortese, E per la briglia al
Saracin lo tenne, E disse: Monta, e fa che '1 tuo Signore Mi mandi un cavalier
di te migliore. 68 II Re african, eh' era con gran fiinuglìt Sopra le mura alla
giostra vicino, Del cortese atto assai si maraviglia, Ch'usato ha la donzella a
Serpentino. Di ragion può pigliarlo, e non lo piglia. Diceva, udendo il popol
Saracino. Serpentin giunge; e com'ella comanda, Un miglior da sua parte al Re
domanda. 9 Grandonio di Yolteraa furibondo . Il più superbo cavalier di Spagna,
Pregando fece sì, che fd il secondo, Ed usci con minacce alla campagna: Tua
cortesia nulla ti vaglia al mondo; Che, quando da me vinto tu rimagna, Al mio
Signor menar preso ti voglio: Ma qui morrai, s io posso come soglio. 0 La donna
disse lui: Tua villania Non vo che men cortese far mi possa, ChUo non ti dica
che tu torni, pria Che sul duro terren ti doglian Tossa. Ritorna, e di al tuo
He da parte mia, Che per simile a te non mi son mossa; Ma per trovar guerrier
che '1 pregio vaglia, Son qui venuta a domandar battaglia. 1 li mordace parlare
acre ed acerbo, Graii fuoco al cor del Saracino attizza; Si che, senza poter
replicar verbo, Volta il destrier con collera e con stizza. Volta la donna, e
centra quel superbo La lancia d'oro e Rabicano drizza. Come Tasta fatai lo
scudo tocca, Coi piedi al cielo il Saracin trabocca. 2 11 destrier la magnanima
guerriera Gli prese, e disse: Pur tei prediss' io, Che far la mia ambasciata
meglio t'er/, Che della giostra aver tanto disio. Di' al Re, ti prego, che fuor
della schier.i Elegga un cavalier che sia par mio; Né voglia con voi altri
aifaticarme, Ch'avete poca esperienzia d'arme. 75 Contra la donna per giostrar
si fece Ma prima salutolla, ed ella lui. Disse la donna: Se saper mi lece,
Ditemi in cortesia chi siate vui. Di questo Ferraù le satisfece: Ch'usò di rado
di celarsi altrui. Ella soggiunse: Voi già non rifiuto; Ala uvria più
volentieri altri voluto. stanza 71. 3 Quei dalle mura, che stimar non sanno Chi
sia il guerriero in su T arcion si saldo, Quei più famosi nominando vanno, Che
tremar li fan spesso al maggior caldo. Che Brandimarte sia, molti detto hanno:
La più parte s' accorda esser Rinaldo:Molti su Orlando avrian fatto disegno; Ma
il suo caso sapean, di pietà degno. 4 La terza giostra il figlio di Lanfusa Chiedendo,
disse: Non che vincer speri, Ma perchè di cader più degna scusa Abbian, cadendo
anch' io, questi guerrieri. E poi di tutto quel ch'in giostra s'usa, Si messe
in punto; e di cento destrieri Che tenea in stalla, d'un tolse Teletta, Ch'avea
il correre acconcio, e di gran fretta. 76 E chi? Ferraù disse. Ella
rispose:Ruggiero; e appena il potè proferire; E sparse d'un color, come di
rose. La bellissima faccia in questo dire. Soggiunse al detto poi: Le cui
famose Lode a tal prova m han fatto venire. Altro non bramo, e d'altro non mi
cale, Che di provar com' egli in giostra vale. 77 Semplicemente disse le parole
Che forse alcuno ha già prese a malizia. Rispose Ferraù: Prima si vuole Provar
tra noi chi sa più di milizia. Se (li me avvien quel che di molti suole, Poi
verrà ad emendar la mia tristizia Quel gentil cavalier che tu dimostri Aver
tanto desio che teco giostri.78 Parlando tattavolta la donzella, Teneva la
visiera alta dal viso. Mirando Ferraù la faccia bella, Si sente rimaner mezzo
conquiso; E taciturno dentro a sé favella: Questo un Angel mi par del Paradiso;
E ancor che con la lancia non mi tocchi, Abbattuto 'son già da suoi begli
occhi. 79 Preson del campo: e, come agli altri avvenne, Ferraà se n usci di
sella netto. Bradamante il destrier suo gli riteane, E disse: Torna, e serva
quel ch'hai detto. Ferraù vergognoso se ne venne, E ritrovò Ruggier eh era al
conspetto Del re Agramante; e gli fece sapere Ch'alia battaglia il cavalier lo
chere. 80 Ruggier, non conoscendo ancor chi fosse Che a sfidar lo mandava alla
battaglia, Quasi certo di vincere, allegrosse; E le piastre arrecar fece e la
maglia:Né Taver visto alle gravi percosse Che gli altri sian caduti, il cor gli
smaglia. Come s'armxsse, e come uscisse, e quanto Poi ne seguì, lo serbo
all'altro Canto. N o TB, 'T. 3. V.58. E scórse un vello, ecc. In quel vello si
denota il corso vitale del cardinale Ippolito da Este, ch'ebbe TAriosto in sna
corte. St. 4. V.68. Che venti anni prima, ecc. Il car dinale Ippolito nacque
nel 1479; ed erano allora com pinti venti anni prima del 1500. St. 6. V.12.
Ferrara aveva in antico il Po da due lati. St, 11. V.7. Ed in quel finme che
Lete si noma: fiume deirobblio, finto dal Poeta nella luna, come Dante lo finse
nel paradiso terrestre. St. 13. V.a Mulacchie. Uccelli molto slmili ai corvi.
St. 14. V.6. Come è la vostra insegna: come è r aquila di casa d' £st":
cioè Taquila bianca in campo azzurro. St. le. V.2. Questa bella ninfa ò la
Fama. St. 22. V.6. Cesare. Qui Cesare Augusto. St. 24. V.7. -Cirra .città nella
Focide, presso Delfo alle radici del Parnaso. I poeti la finsero stanza delle
Muse; ed è qui nominata per indicare i poeti. Tt. 28. V.2. Elisa: ossia Didone,
regina di Carta gine, innamorata di Enea. St. 33. V.56. Questa era quella,
ecc., Fiordiligi Lo figliuol di Monodante: Brandimarte. St. 54. V.5 Del re de
Circassi: di .Sacripante, pri no posseditore di Frontalatte, che, venuto in
poter di Ruggiero, ta poi detto Frontino. St. 70. V.68. Bradamante, preoccupato
dai suoi pensieri, si cara poco che altri la prenda per uomo o per donna; tanto
ò vero che teneva anche la visiera al zata, com'è detto alla Stanza 78. St. 80.
V.6. Il cor gli smaglia: gli fiacca, gli prostra 0 C' stanza. Bradamante nello
sfidare Ruggiero, Marfisa, che Io ha prevenuto, è rovesciata più volte dalla
magica allori si accende mischia tra i cavalieri dell'an campo e dell'altro,
spettatori della contesa. Bradam ante, aelli ha riconosciuto Ruggiero, si
scaglia contro di lui; ma non soif erendo di fargli oltraggio, si getta sa li
disperde. Ridottasi poi con Ruggiero in luogo appartato, in cui sorge un
avello, ivi giunge Marfisa, uale Bradamante si attacca di nuovo. Ruggiero si
sforza invano di separare le due combattenti; e 11 pure è alle prese con
l'ostinata Marfisa, una voc3 uscita dall'avello li manifesta per fratello e
sorella. m eh ovunque sia, sempre cortese •r gentil, ch'esser non può
altrimente; natura e per abito prese I di mutar poi non è possente, eh' ovunque
sia, sempre palese rillan si mostri similmente, nchina al male; e viene a farsi
poi difficile a mutarsi. rtesia, di gentilezza esempj antiqui guerrier si vider
molti, fra i moderni; ma degli empj avvien ch'assai ne vegga e ascolti, i
guerra, Ippolito, che i tempj ornaste agi' inimici tolti, ¦aeste lor galee
captive i carche alle paterne rive, Tutti gli atti crudeli ed inumani Ch'
usasse mai Tartaro o Turco o Moro, Non già con volontà de' Veneziani, Che
sempre esempio di giustizia ioro, Usaron l'empie e scellerate mani Dei rei
soldati, mercenari loro. Io non dico or di tanti accesi fuochi, Ch'arson le
ville e i nostri ameni lochi: Benché fu quella ancor brutta vendetta,
Massimamente contra voi, eh' appresso Cesare essendo, mentre Padua stretta Era
d'assedio, ben sapea che spesso Per voi più d'una fiamma fu interdetta, E
spento il fuoco ancor, poi che fu messo, Da villaggi e da templi; come piacque
All'alta cortesia che con voi nacque. Io non parlo di questo, né di tanti Altri
lor discortesi e crudeli atti; Ma sol di quel che trar dai sassi i pianti Debbe
poter, qual volta se ne tratti. Quel dì, Signor, che la femiglia innanti Vostra
mandaste là dove ritratti Dai legni lor con importuni auspici S'erano in luogo
forte gP inimici: Stanza 17. 8 Schiavon crudele, onde hai tu il modo appreso
Della milizia? In qual Scizia sMntende Ch'uccider si debba un, poi ch'egli è
preso. Che rende l'arme, e più non si difende? Dunque uccidesti lui, perchè ha
difeso La patria? Il sole a torto oggi risplende, Crudel secolo, poiché pieno
sei Di Tiesti, di Tantali e di Atrei. 9 Fésti, Barbar crudel, del capo scemo Il
più ardito garzon che di sua etade Fosse da un polo all'altro, e dall'estremo
Lito degl'Indi a quello ove il sol cade. Potea in Antropofago, in Polifemo La
beltà e gli anni suoi trovar pietade; Ma non in te, più crudo e più fellone
D'ogni Ciclope e d'ogni Lestrigone. 10 Simile esempio non credo che sia Fra gli
antiqui guerrier, de'quai gli studi Tutti fur gentilezza e cortesia; Né dopo la
vittoria erano crudi. Bradamante non sol non era ria A quei eh' avea, toccando
lor gli scudi, Fatto uscir della sella; ma tenea Loro i cavalli, e rimontar
facea. 11 Di questa donna valorosa e bella Io vi dissi di sopra, che abbattuto
Aveva Serpentin quel dalla Stella, Grandonio di Volterna e Ferrauto, E ciascun
d'essi poi rimesso in sella; E dissi ancor, che '1 terzo era venuto, Da lei
mandato a disfidar Ruggiero, Là dove era stimata un cavaliero. 6 Qual Ettorre
ed Enea sm dentro ai flutti, Per abbruciar le navi greche, andaro; Un Ercol
vidi e un Alessandro, indutti Da tropp(f ardir, partirsi a paro a paro; E
spronando i destrier, passarci tutti; E i nemici turbar fin nel riparo; E gir
si innanzi, ch'ai secondo molto Aspro fu il ritornare, e al primo tolto. 7
Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo. Che cor, Duca di Sora, che consiglio
Fu allora il tuo, che trar vedesti l'elmo Fra mille spade al generoso figlio, E
menar preso a nave, e sopra un schelmo Troncargli il capo? Ben mi maraviglio
Che darti morte lo spettacol solo Non potò, quanto il ferro a tuo figliuolo. 12
Ruggier tenne lohivito allegramente, E l'armatura sua fece venire. Or, mentre
che s' armava, al Re presente Tomaron quei Signor di nuovo a dire, Chi fosse il
Cavalier tanto eccellente. Che di lancia sapea si ben ferire; E Ferraù, che
parlato gli avea. Fu domandato se lo conoscea. 13 Rispose Ferraù: Tenete certo
Che non è alcun di quei ch'avete detto. A me parea, eh' il vidi a viso aperto,
Il fratel di Rinaldo giovinetto: Ma poi ch'io n'ho l'alto valore esperto, E so
che non può tanto Ricciardetto, Penso che sia la sua sorella, molto (Per quel
ch'io n'odo) a Ini simil di volto. Ella ha ben fama d'esser forte a pare Del
ano Rinaldo e d'ogni Paladino; 3ra, per quanto io ne veggo oggi, mi pare Che
vai più del fratel, più del cugino. Come Ruggier lei sente ricordare, Del
vermiglio color che '1 mattutino Sparge per Tarla, si dipinge in faccia, £ nel
cor criema, e non sa che si faccia. 15 A questo annunzio, stimolato e punto
Dair amoroso strai, dentro infiammarse, E per l'ossa senti tutto in un punto
Correr un giaccio che '1 timor vi sparse; Timor eh' un novo sdegno abbia
consunto Quel grande amor che già per lui si l'arse. Di ciò confuso, non si
risolveva, S'incontra uscirle, oppur restar doveva. 20 Forza è a Marfisa eh' a
quel colpo vada A provar se '1 terreno è duro o molle; E cosa tanto insolita le
accada, Ch' ella n' è per venir di sdegno folle. Fu in terra appena, che trasse
la spada, E vendicar di quel cader si volle. La figliuola d'Amon non meno
altiera Gridò: Che fai? tu sei mia prigioniera. 21 Sebbene uso con gli altri
cortesia, Usar teco, Marfisa, non la voglio; Come a colei che d'ogni villania
Odo che sei dotata e d'ogni orgoglio. Marfisa a quel parlar fremer s'udia Come
un vento marino in uno scoglio. Grida, ma sì per rabbia si confonde, Che non
può esprimer fuor quel che risponde. 16 Or quivi ritrovandosi Marfisa, Che
d'uscire alla giostra avea gran voglia. Ed era armata, perchè in altra guisa É
raro, o notte o di, che tu la coglia, Sentendo che Ruggier s'arma, s'avvisa Che
di quella vittoria ella si spoglia, Se lascia che Ruggiero esca fuor
prima:Pensa ire innanz, e averne il pregio stima 17 Salta a cavallo, e vien
spronando in fretti Ove nel campo la figlia d' Amone Con palpitante cor
Ruggiero aspetta. Desiderosa farselo prigione; £ pensa solo ove la lancia
metta. Perchè del colpo abbia minor lesione. Marfisa se ne vien fuor della
porta, E sopra Telmo una fenice porta: stanza 20. 22 Mena la spada, e più ferir
non mira Lei, che '1 destrier, nel petto e nella pancia; Ma Bradamante al suo
la briglia gira, E quel da parte subito si lancia; E tutto a un tempo con isdegno
ed ira La figliuola d'Amon spinge la lancia, E con quella Marfisa tocca appena.
Che la fa riversar sopra l'arena. 18 0 sia per sua superbia, dinotando Sé
stessa unica al mondo in esser forte, 0 pur sua casta intenzi'on lodando, Di
viver sempre mai senza consorte. La figliuola d' Amon la mira; e quando Le
fattezze ch'amava non ha scorte. Come si nomi le domanda; et ode Esser colei
che del suo amor si gode; 23 Appena ella fu in terra, che rizzosse.. Cercando
far con la spada mal'opra. Di nuovo l'asta Bradamante mosse, E Marfisa di nuovo
andò sozzopra. Benché possente Bradamante fosse, Non però sì a Marfisa era di
sopra, Che T avesse ogni colpo riversata; Ma tal virtù nell'asta era incantata.
19 0, per dir megUo, esser colei che crede Che goda del suo amor, colei che
tanto Ha in odio e in ira, che morir si vede, Se sopra lei non vendica il suo
pianto. Volta il cavallo, e con gran furia riede. Non per desir di porla in
terra, quanto Di passarle con Tasta in mezzo il petto, libera restar d'ogni
sospetto. 24 Alcuni cavalieri in questo mezzo. Alcuni, dico, della parte nostra
Se n'erano venuti dove, in mezzo L'un campo e l'altro, si facea la giostra (Che
non eran lontani un miglio e mezzo), Veduta la virtù che'l suo dimostra; Il
suo, che non conoscono altrimente Che per un cavalier della lor gente. 25
Questi vedendo il generoso figlio Di Troiano alle mnra approssimarsi, Per ogni
caso, per ogni periglio Non volse sprovveduto ritrovarsi; E fé che molti all'
arme diér di piglio, E che fuor dei ripari appresentArsi. Tra questi ta
Ruggiero, a cui la fretta Dì Marfisa la giostra avea intercetta. 23. 26
L'innamorato giovene mirando Stava il successo, e gli tremava il core, Della
sua cara moglie dubitando; Che di Marfisa ben sapea il valore. Dubitò, dico,
nel principio, quando Si mosse V una e V altra con furore; 3ra visto poi come
successe il fatto. Restò maraviglioso e stupefatto: 27 E poiché fin la lite lor
non ebbe, Com'avean T altre avuto, al prim' incontro, Nel cor profondamente gli
ne 'ncrebbe, Dubbioso pur di qualche strano incontro. Dell'una egli e
dell'altra il ben vorrebbe. Ch'ama amendue; non che da porre incontro Sien
questi amori: è l'un fiamma e furore, altra benivolenza più eh' amore. 29 Di
qua di là gridar si sente all' arme, Come usati eran far quasi ogni giorno.
Monti chi è a pie, chi non è armato a' arme, Alla bandiera ognun faccia
ritorno, Dicea con chiaro e bellicoso carme Più d'una tromba che scorrea
d'intorno: E come quelle svegliano i cavalli, Svegliano i fanti i timpani e i
taballi. 30 La scaramuccia fiera e sanguinosa, Quanto si possa imaginar, si
mesce. La donna di Dordona valorosa, A cui mirabilmente aggrava e incresce Che
quel di ch'era tanto disìosa, Di por Marfisa a morte, non riesce; Di qua di là
sì volge e si raggira, Se Ruggier può veder, per cui sospira. 31 Lo riconosce
all'aquila d'argento C'ha nello scudo azzurro il giovinetto. Ella con gli occhi
e col pensiero intento Si ferma a contemplar le spalle e '1 petto, Le leggiadre
fattezze, e '1 movimento Pieno di grazia; e poi con gran dispetto, Imaginando
ch'altra ne gioisse. Da furore assalita cosi disse: Stanza 26. 2 Dunque baciar
si belle e dolci labbia Deve altra, se baciar non le posa' io?Ah non sia vero
già ch'altra mai t'abbia; Che d'altra esser non dèi, se non sei mio. Piuttosto
che morir sola di rabbia, Che meco di mia man mori, disio; Che sebben qui ti
perdo, almen F Inferno Poi mi ti renda, e stii meco in eterno. 28 Partita
volentier la pugna avria, Se con suo onor potuto avesse farlo. Ma quei ch'egli
avea seco in compagnia. Perchè non vinca la parte di Carlo, Che già lor par che
superior ne sia, Saltan nel campo, e vogliono turbarlo. Dall'altra parte i
cavalier cristiani Si fanno innanzi, e son quivi alle mani. 33 Se tu m' cecidi,
è ben ragion che deggi Darmi de la vendetta anco conforto; Che voglion tutti
gli ordini e le leggi. Che chi dà morte altrui, debba esser morto. Né par eh'
anco il tuo danno il mio pareggi: tu morì a ragione, io moro a torto. Farò
morir chi brama, oimè ! eh' io mora; Ma tu, crudel, chi t'ama e chi t'adora. S4
lerchè non dèi tn, mano, essere ardita D'aprir col ferro ài mio nimico il core?
Che tante volte a morte m'ha ferita Sotto la pace in sicurtà d'amore, Ed or può
consentir tormi la vita, Né por aver pietà del mio dolore. Contra quest'empio
ardisci, animo forte: Vendica mille mie con la sua morte. 36 Ben pensa quel che
le parole denno Volere inferir piiì; ch'ella l'accusa Che la convenzì'on
ch'insieme fènno, Non le osservava: onde, per farne iscusa, Di volerle parlar
le fece cenno. Ma qnella già con la visiera, chiusa Venia, dal dolor spinta e
dalla rabbia, Per porlo, e forse ove non era sabbia. { Gli sprona contra in
questo dir; ma prima. Guardati, grida, perfido Ruggiero:Tu non andrai, s' io
posso, della opima Spoglia del cor d'una donzella altiero. Come Ruggiero ode il
parlare, estima Che sia la moglie sua, com'era in vero; La cui voce in memoria
si bene ebbe, Ch'in mille riconoscer la potrebbe. 37 Quando Ruggier la vede
tanto accesa. Si ristringe nell' arme e nella sella:La lancia arresta; ma la
tien sospesa, Piegata in parte ove non noccia a quella. Li donna, eh' a ferirlo
e a fargli offesa Venia con mente di pietà rubella, Non potè soiferir, come fu
appresso, Di porlo in terra, e fargli oltraggio espresso. stanza 29. 88 Cosi
lor lance van d'effetto vuote A qnello incontro; e basta ben, s' Amore Con l'un
giostra e con l'altro, e gli percuote D'una amorosa lancia in mezzo il core.
Poi che la donna sofferir non puote Di far onta a Ruggier, volge il furore, Che
l'arde il petto, altrove; e vi fa cose Che saran, finché giri il ciel, famose.
e 9 In poco spazio ne gittò per terra Trecento e più con quella lancia d'oro.
Ella sola quel di vinse la guerra, Hesse ella sola in fuga il popol moro.
Ruggier di qua di là s'aggira ed erra Tanto, che se le accosta e dice: Io moro,
non ti parlo: oimè ! che t'ho fatt'io. Che mi debbi fuggire? Odi, per Dio. 40
Come ai meridional tiepidi venti, Che spirano dal mare il fiato caldo Le nevi
si disciolgono e i torrenti, E il ghiaccio che pur dianzi era si saldo; Cosi a
quei prieghi, a quei brevi lamenti Il cor della sorella di Rinaldo Subito
ritornò pietoso e molle, Che l'ira, più che marmo, indurar volle. 41 Non vuol
dargli, o non puote, altra risposta; Ma da traverso sprona Rabicano, E quanto
può dagli altri si discosta, Ed a Ruggiero accenna con la mano. Fuor della
moltitudine in reposta Valle si trasse, ov' era un piccol piano, Ch'in mezzo
avea un boschetto dr cipressi Che parean d'una stampa tutti impressi. In quel
boftchetto era di bianchi marmi Fatta di nuovo un'alta sepoltura. Chi dentro
giaccia, era con brevi carmi Notato a chi saperlo avesse cura. Ma quivi giunta
Bradamante, parmi Che già non pose mente alla scrittura. Euggier dietro il
cavallo affretta e punge Tanto, ch'ai bosco e alla donzella giunge. 43 Ma
ritorniamo a Maifisa, che s' era In questo mezzo in sul destrier rimessa, E
venia per trovar quella guerriera Che l'avea al primo scontro in terra messa; E
la vide partir fuor della schiera, E partir Kuggier vide, e seguir essa; Né si
pensò che per amor seguisse, Ma per finir con l'arme ingiurie e risse. Stanza
38. 44 Urta il cavallo, e vien dietro alla pesta Tanto, eh' a un tempo con lor
quasi arriva. Quanto sua giunta ad ambi sia molesta, Chi vive amando il sa,
senza ch'io'l scriva. Ma Bradamante offesa più ne resta; Che colei vede, onde
il suo mal deriva. Chi le può tor che non creda esser vero Che l'amor ve la
sproni di Ruggiero?46 E perfido Ruggier di novo chiama. Non ti bastava,
perfido, disse ella, Che tua perfidia sapessi per fama, Se non mi facevi anco
veder quella? Di cacciarmi da te veggo e' hai brama: E per sbramar tua voglia
iniqua e fella, Io vo'motir; ma sforzerommi ancora Che muora meco chi è cagion
ch'io mora. Stanza. Sdegnosa più che yipera, si spicca Cosi dicendo, e va
contra Marfisa; Ed allo scudo V asta sì le appicca, Che la fa addietro
riversare in guisa, Che quasi mezzo Telmo in terra ficca: Né si può dir che sia
colta improvvisa; Anzi fa incontra ciò che far si puote:Eppure in terra del
capo percuote. 47 La figliuola d'Amon, che vuol morire 0 dar morte a Marfisa, è
in tanta rabbia, Che non ha mente di nuovo a ferire Con l'asta, onde a gittar
di nuovo T abbia; Ma le pensa dal busto dipartire capo mezzo fitto nella
sabbia: Getta da sé la lancia d oro, e prende La spada, e del destrier subito
scende. 48 Ma tarda é la sua giunta: che si trova Marfisa incontra, e di tanta
ira piena (Poiché s'ha vista alla seconda prova Cader sì facilmente su V
arena), Che pregar nulla, e nulla gridar giova A Ruggier, che di questo avea
gran pena Si l'odio e Tira le guerriere abbaglia, Che fan da disperate la
battaglia. 49 A mezza spada vengono di botto:E per la gran superbia che V ha
accese, Van pur innanzi, e si son già sì sotto. Ch'altro non puon che venire
alle prese. Le spade, il cui bisogno era interrotto, Lascian cadere, e cercan
nuove offese. Priega Ruggiero e supplica amendue; Ma poco frutto han le parole
sue. 50 Quando pur vede che '1 pregar non vale, Di partirle per forza si
dispone: Leva di mano ad amendua il pugnale, Ed al pie d'un cipresso li ripone.
Poiché ferro non han più da far male, Con prieghi e con minacce s' interpone:Ma
tutto é iuvan: che la battaglia fanno A pugni e a calci, poi ch'altro non
hanno, 51 Ruggier non cessa; or l'una or l'altra prende Per le man, per le
braccia, e la ritira; E tanto fa che di Marfisa accende Contra di sé, quanto si
può più, l'ira. Quella, che tutto il mondo vilipende. All'amicizia di Ruggier
non mira. Poi che da Bradamante si distacca. Corre alla spada, e con Ruggier
s'attacci. 52 Tu fai da discortese e da villano, Ruggiero, a disturbar la pugna
altrui; Ma ti farò pentir con questa mano, Che vo'che basti a vincervi ambedui.
Cerca Ruggier con parlar molto umano Marfisa mitigar; ma contra lui La trova in
modo disdegnosa e fiera, Ch'un perder tempo ogni parlar seco era. Stanza 45 58
Ali ultimo Ruggier la spada trasse, Poiché l'ira anco lui fé' rubicondo. Non
credo che spettacolo mirasse, Atene o Roma o luogo altro del mondo, Che così a'
riguardanti dilettasse. Come dilettò questo e fu giocondo Alla gelosa
Bradamante, quando Questo le pose ogni sospetto in bando. 54 La sua spada avea
tolta ella di terra, E tratta s' era a riguardar da parte; E le parca veder che
'1 Dio di guerra Fosse Ruggiero alla possanza e all'arte. Una Furia ìnfemal,
quando si sferra, Sembra Marfisa, se quel sembra Marte. Vero é ch'un pezzo il
giovene gagliardo Di non far il poter ebbe riguardo. 572 orlando;furios . 55
Sapea ben la Tirtù della sua spada; Che tante espeiieuze n' ha già fatto. Ove
giunge, convien che se ne vada L'incanto, o nulla giovi, e stia di piatto; Sì
che ritien che '1 colpo suo non cada Di taglio 0 punta, ma sempre di piatto.
Ebbe a questo Ruggier lunga avvertenza; Ma perde pure un tratto la pazienza, 56
Perchè Marfisa una percossa orrenda Gli mena per dividergli la testa. Leva lo
scudo, che '1 capo difenda, Ruggiero, e 1 colpo in su T aquila pesta. Vieta
lo'ncanto che lo spezzi o fenda; Ma di stordir non però il braccio resta: £
s'avea altr'arme che quelle d'Ettorre, Gli potea il fiero Colpo il braccio
tórre 57 E saria sceso indi alla testa, dove Disegnò di ferir V aspra donzella.
Ruggiero il braccio manco a pena muove, A pena più sostien l'aquila bella. Per
questo ogni pietà da sé rimuove; Par che negli occhi avvampi una facella. E
quanto può cacciar, caccia una punta. Marfisa, mal per te, se n'eri giunta. 68
Io non vi so ben dir come si fosse:La spada andò a ferire in un cipresso, E un
palmo e più nell' arbore cacciosse:In modo era piantato il luogo spesso. In
quel momento il monte e il piano scosse Un gran tremuoto; e si sentì con esso
Da quell'avel ch'in mezzo il bosco siede, Gran voce uscir, ch'ogni mortale
eccede. Stanxa 5 59 Grida la voce orribile: Non sia Lite tra voi: gli è
ingiusto ed inumano Ch'alia sorella il f ratei morte dia, 0 la sorella uccida
il suo germano. Tu, mio Ruggiero, e tu, Marfisa mia, Credete al mìo parlar che
non è vano: In un medesimo utero d'un seme Foste concetti, e usciste al mondo
insieme 60 Concetti foste da Ruggier secondo:Vi fu Galacì'ella genitrice, 1 cui
fratelli avendole dal mondo Cacciato il genitor vostro infelice, Senza guardar
eh' avesse in corpo il pondo Di voi, eh' usciste pur di lor radice, La fèr,
perchè s'avesse ad affogare, S' un debo legno pone in mezzo al mare. 61 Ma Fori
una che voi, benché non nati. Avea già eletti a gloriose imprese, Fece che'l
legno ai liti inabitati Sopra le Sirti a salvamento scese; Ove, poi che nel
mondo v'ebbe dati, L'anima eletta al paradiso ascese, Come Dio volse e fu
vostro destino:A questo caso io mi trovai vicino. 62 Diedi alla madre sepoltura
onesta, Qual potea darsi in sì deserta arena; E voi teneri, avvolti nella
vesta, Meco portai sul monte di Carena; E mansueta uscir della foresta Feci e
lasciare i figli una leena, Delle cui poppe dieci mesi e dieci Ambi nutrir con
molto studio fed. 3 Un giorno che d andar per la contrada, E dalla stanza
allontanar moccorse, Vi soprayyenne a caso nna masnada D'Arabi (e ricordarvene
de' forse), Che te, Marfisa, tolser nella strada; Ma non poter Ruggier, che
meglio corse. Restai della tua perdita dolente, E di Rnggier guardian più
diligente. (54 Ruggier, se ti guardò, mentre che visse, 11 tuo maestro Atlante,
tu lo sai. Di te sentii predir le stelle fisse, Che tra' Cristiani a tradigion
morrai:E perchè il mal'influsso non seguisse, Tenertene lontan m'affaticai; Né
ostare alfin potendo alla tua voglia. Infermo caddi, e mi morii di doglia. 65
Ma innanzi a morte, qui dove previdi Che con Marfisa aver pugna dovevi, Feci
raccor con infemal sussidi A formar questa tomba i sassi grevi; Ed a Caron
dissi con alti gridi: Dopo morte non vo' lo spirto levi Di questo bosco, finché
non ci giugna Ruggier con la sorella per far pugna. 66 Cosi lo spirto mio per
le belle ombre Ha molti di aspettato il venir vostro:Si che mai gelosia più non
t' ingombre, 0 Bradamante, ch'ami Ruggier nostro. Ma tempo é ormai che della
luce io sgombre, E mi conduca al tenebroso chiostro. Qui si tacque: e a Marfisa
ed alla figlia D'Amon lasciò e a Ruggier gran maraviglia. 67 Riconosce Marfisa
per sorella Ruggier con molto gaudio, ed ella lui E ad abbracciarsi, senza
offender quella Che per Ruggiero ardea, vanno ambidui E rammentando dell'età
novella Alcune cose: Io feci, io dissi, io fui; Vengon trovando con più certo
effetto, Tutto esser ver quel e' ha lo spirto detto. 68 Ruggiero alla sorella
non ascose Quanto avea nel cor fissa Bradamante; E narrò con parole affettuose
Delle obbligazion che le avea tante: .E non cessò, eh' in grand' amor compose
Le discordie ch'insieme ebbono avante: E ffc', per segno di pacificarsi,
Ch'umanamente andaro ad abbracciar:]. Stanza 62. A domandar poi ritornò Marfisa
Chi stato fosse, e di che gente il padre, E chi l'avesse morto, ed a che guisa,
S'in campo chiuso, o fra l'armate squadre; E chi commesso avea che fosse uccisa
Dal mar atroce la misera madre:Che, se già l'avea udito da fanciulla, Or ne
tenea poca memoria o nulla. 70 Kuggiero incominciò: che da' Troiani Per la
linea d'Ettorre erano scesi; Che poi che Astì'anatte delle mani Campò d'Ulisse
e dalli agguati tesi, Avendo un de' fanciulli coetani Per lui lasciato, usci di
quei paesi; E dopo un lungo errar per la marina, Venne in Sicilia, e dominò
Messina. 72 Fu Ruggier primo, e Gìanbaron di questi, Buovo, Rambaldo, alfin
Rnggier secondo, Che fe\ come d'Atlante udir potesti, Di nostra madre P utero
fecondo. Della progenie nostra i chiari gesti Per l'istorie vedrai celebri al
mondo. Segui poi, come venne il re Agolante Con Almonte e col padre
d'Agramante: stanza 66. 71 I descendenti suoi di qua dal Faro Signoreggiar
della Calabria parte; E dopo più successioni andare Ad abitar nella città di
Marte. Più d'uno Imperatore e Re preclaro Fu di quel sangue in Roma e in altra
parte, Cominciando a Costante e a Costantino, Sino a Re Carlo, figlio di
Pipino. 73 E come menò seco una donzella Ch' era sua figlia, tanto valorosa,
molti Paladin gittò di sella, E di Ruggiero alfin venne amorosa E per suo amor
del padre fu ribella, E battezzossi, e diven tògli sposa. Narrò come Beltramo
traditore Per la cognata arse d'incesto amore; 74 E che la patria e'I padre e
duo fratelli Tradì, cosi sperando acquistar lei; Aperse Risa agl'inimici, e
quelli Fér di lor tutti i portamenti rei: Come Agolante e i figli iniqui e
felli Poser Galacì'ella, che di sei Mesi era grave, in mar senza governo,
Quando fu tempestoso al maggior verno. 7.5 Stava Marfisa con serena fronte Fisa
al parlar che'l suo german facea; Ed esser scesa dalla bella fonte, Ch' avea sì
chiari rivi, si godea. Mongrana, e quindi Chiaramonte, Le due progenie derivar
sapea, Ch'ai mondo fur molti e molt'anni e lustri Splendide, e senza par,
d'uomini illustri. 76 Poi che '1 fratello alfin le venne a dire Che '1 padre
d'Agramante e l'avo e '1 zio Ruggiero a tradigion feron morire, E posero la
moglie a caso rio; Non lo potè più la sorella udire, Che lo 'nterroppe, e
disse: Fratel mio (Salva tua grazia), avuto hai troppo torto A non ti vendicar
del padre morto. Se in Almonte e in Troian non ti potevi Insanguinar, ch'erano
morti innante. Dei figli vendicar tu di dovevi. Perchè, vivendo tu, vive
Agramante? Questa è una macchia che mai non ti levi Dal viso; poiché, dopo
offese tante, Non pur posto non hai questo Re a morte, Ma vivi al soldo suo
nella sua corte. 78 Io fo ben voto a Dio (ch'adorar voglio Cristo Dio vero,
ch'adorò mio padre), Che di questa armatura non mi spoglio,' Finché Ruggier non
vendico e mia madre. £ vo' dolermi, e finora mi doglio. Di te, se più ti veggo
fra le squadre Del re Agraraante, o d'altro Signor moro. Se non col ferro in
man per danno loro. 79 Oh come a quel parlar leva la faccia La bella
Bradamante, e ne gioisce ! E conforta Bnggier, che cosi faccia. Come Marfisa
sua ben V ammonisce; E venga a Carlo e conoscer si faccia, Che tanto onora,
lauda e riverisce Del suo padre Kuggier la chiara fama, Ch' ancor guerrier
senza alcun par lo chiama. 80 Ruggiero accortamente le rispose, Che da
principio questo far dovea; Ma per non bene aver note le cose. Come ebbe poi,
tardato troppo avea. Ora, essendo Agramante che gli pose La spada al fianco,
farebbe opra rea Dandogli moite, e saria traditore, Che già tolto Tavea per suo
signore. 81 Ben, come a Bradamante già promesse Promettea a lei di tentare ogni
via. Tanto ch'occasione, onde potesse Levarsi con suo onor, nascer faria. E se
già fatto non l'avea, non desse La colpa a lui, ma al Re di Tartaria, Dal qual
nella battaglia che seco ebbe. Lasciato fu, come saper si debbe:82 Ed ella, che
ogni di gli venia al letto, Buon testimon, quanto alcun altro, n' era. Fu sopra
questo assai risposto e detto Dall'una e dall'altra inclita guerriera. L'ultima
conclusìon, l'ultimo effetto È, che Ruggier ritomi alla bandiera Del suo Signor,
finché cagion gli accada Che giustamente a Carlo se ne vada. 83 Lascialo pur
andar, dicea Marfisa A Bradamante, e non aver timore:Fra pochi giorni io fard
bene in guisa Che non gli fia Agramante più signore. Così dice ella; né però
divisa Quanto di voler fare abbia nel core. Tolta da lor licenzia alfin
Ruggiero, Per tornar al suo Re, volgea il destriero; 84 Quando un pianto s'udì
dalle vicine Valli sonar, che li fé' tutti attenti. A quella voce fan
l'orecchie chine, Che di femmina par che si lamenti. Ma voglio questo Canto
abbia qui fine, E di quel che voglio io siate contenti; Che miglior cose vi
prometto dire, S' all'altro Canto mi verrete a udire. iq o T E. St. 2. V.4 8.
Jn quella giiena ecc. Parlasi della gaeiTa fra i Veneziani e gli Estensi,
accaduta nel 1509, nella quale il cardinale Ippolito riportò la vittoria del 22
decembre, facendo poi sospendere nella chiesa di Fenara i rostri delle galere e
le insegne tolte ai nemici. St. 4. V.14. Benché fu quella ancor brutta ven
ditta, ecc, I Veneziani, rinfrancatisi dopo la sconfitta di Ghiaiadadda
ch'ebbero nel 14 maggio del 1509, riac quù"tarono Padova, la quale fxi poi
cinta d'assedio dal Tinaperatore Massimiliano. Il duca Alfonso nel 3 settem
spedi il cardinale Ippolito con gente d armi a rin is dell'imperatore, il quale
nondimeno, dopo qn Iche AmosTO. tempo, dovè levare l'assedio. Allora i
Veneziani si sca gliarono con poderoso esercito sul Fen arese sino a Fran
colino, vincendo sempre. St. 5. V.3 4. Ma sol di quel, ecc. Ecco in succinto il
fatto, che il Poeta accenna in questa e nelle due Stanze seguenti. L'irruzione
dei Veneziani vittoriosi sopia enun ciata fu respinta poi da Ippolito: i
Veneziani si raccol sero allora alla Polesella, ov' eressero una bas ita e vi
si fortificarono. Nel 30 novembre 1509, Ippolito spinse le sue genti ad
attaccare la bastita. Fia queste erano Ercole (lantelmo, figlio di Sigismondo,
già duca di Sora, e Alessandro FerrnABno. Cantelmo cadde prigioniero de ICH
Sohiavoni, in serTigio della Repubblica Veneta, i | quali gli mozzarono il
capo; il Ferrufflno si salvò a stento. St. 7. V.5. Sopra un schelmo. Dicesi
aeìelmo ed anche scalmo la caviglia a cui nelle galere si lega il remo. ST. 8.
V.a 2X TiesH, di Tantali dAtreL Di Tie 8te e di Atreo si ò avuta opportunità
di]}arlare altrove. Tantalo ò anch' egli noto per la sua crudeltà, avendo
imbandita la mensa con le carni di Pelope suo figliuolo, per esperimentare la
divinità de' suoi ospiti. St. 9. Y. 5S. ~ Polifemo: crudelissimo fra i Ciclopi,
noclso da Ulisse con un tizzone. I Ciclopi e i Lestrigoni erano antropofaghi.
St. 29. V.8. TaballL È il tàballo o timballo uno strumento musicale moresco,
specie di timpano, con la cassa di rame semisferica. 8T. 36. v.8. Per porlo, e
forse ove non era sabbia, non per porlo nella sabbia, abbatterlo, scavalcarlo,
ma forse per ucciderlo, porlo nel sepolcro, dove non ò sab bia, U quale suolsi
distendere sullo spazzo de' tornei e dogni agone militare ST. &5. V.46.
Stia di piatto: stia nascosto. St. 60. y. 2. Vi fu Gal<utiella genitriee.
Èquesta la disperata figlia d Agolante, di cui nella St. 32 del Canto U. Venuta
col padre in Europa, s' innamorò di Ruggiero II, signore di Risa, ossia di
Reggio in Cala bria; e per isposarlo si separò dal padre e si fece cristiana.
Beltramo di lei cognato se ne invaghì, e, ftt averla, tradi il fratello,
aprendo le porte di Risa id Agolante, che entratovi, uccise Ruggiero, e, fatta
porre la figlia incinta in una barca senza governo Tabbu donò al mare. La barca
pervenne sulle Sirtif cioè "olle seocagne della costa africana, dove
(Hlaciella si sgnvò ad un parto di Ruggiero e di Mar fisa. St. 62. v.6. Leena:
lionessa. St. 6K. V.3. Vi sopravvenne a cao una masnada d'Arabi, eec Marfisa
rapita dagli Arabi fu veudiiu al re di Persia. Al crescere negli anni ella non
ebbe pari in quel regno per bellezza e valore. Tenta" di basso amore da
quel monarca, lo uccise e fa signora del reame; donde poco dopo, vaga di
imprese cavallerescbe, si parti, cercando Francia e molt'altrì paesi. 8t. 75.
v.56. Quinci Mongrana, e quindi Chia ramontef eec. Nomi delle due case a cui
appartengono i personaggi notati nella genealogia degli eroi romantici. St. 77.
v.8. Ma vivi al soldo suo nella sua corte. Non ò che Ruggiero avesse soldo da
Agramante; ss Marfisa vuol pungerne Tamor proprio con quella espi" sione
di avvilimento, per determinarlo ad abbandonare le bandiere moresche St. 78. Y.
8. Marfisa parla secondo lo spirito del medio evo, quando V uccisione d'un
parente era qnaii acro legato di vendetta. A t' cannando vuri scrittori che
adoperarono le loro p"nae Tit?U encomiale il bel snsfìo, toglie il Poeta
opportunità di lodare Vittoria Colonoa, e le rime gentili da lei consa crate
"]la meinorìa i3t;l snurchese ài Pescara suo sposo. In irorluce quindi
UHaiiia, la iae.58JLfjgIerft della regina del rl,sola Perduta, a uartare a
Rugii.ro, a Bradamaute e a Mar lÌJia Y ìndirgiìn usanza g tali Ulta da
Marganorre nel proprio castello a vitupÉrD lìdle doline: di che k due gq<fr
rkre i3 Ruggiero fanxio subire a colui lamentata punizioni. Se come iti acquistar
quakli' altro dono Cbe senza itidn stria non può diir Natura, Affaticale notte
e dì si sono Cun 5omma dilìgenzia e hmga cura Le valorose donne, e se con buono
yuccesso n è UcìC opra non oscura j Cosi si fosson poste a quelli studi
Ch'immortal fanno le mortai virtodi; 2 £ che per sé medesime potato Avesson dar
memoria alle sae lode. Non mendicar dagli scrittori aiuto, Ai quali astio ed
invidia il cor si rode, Che'l ben che ne puon dir, spesso è taciuti, E'I mal,
quanto ne san, per tutto s'ode; Tanto il lor nome sorgerla, che forse Viril
fama a tal grado unqua non sorse. 3 Non basta a molti di prestarsi Topra In far
r un l'altro glorioso al mondo, Ch'anco studian di far che si discopra Ciò che
le donne hanno fra lor d'immondo. Non le vorrian lasciar venir di sopra, E
quanto puon, fan per cacciarle al fondo:Dico gli antiqui; quisi Tonor debbia
D'esse il loro oscurar, come il Sol nebbia. 4 Ma non ebbe e non ha mano né
lingua, Formando in voce o descrivendo in carte (Quantunque il mal, quanto può.
accresce e impin E minuendo il ben va con ogni arte), [gua, Poter però, che
delle donne estingua La gloria si, che non ne resti parte; Ma non già tal, che
presso al segno giunga, Né eh' anco se gli accosti di gran lunga: 5 Ch'Arpalice
non fu, non fu Tomirì, Non fti chi Turno, non chi Ettor soccorse; Non chi
seguita da'Sidonj e Tiri Andò per lungo mare in Libia a porse; Non Zenobia, non
quella che gli Assiri, I Persi e gl'Indi con vittoria scorse: Non fur queste e
poch' altre degne sole. Di cui per arme etema f.ima vole. 6 E di fedeli e caste
e sagge e forti State ne son, non pur in Grecia e in Roma, Ma in ogni parte,
ove fra gì' Indi e li orti Delle Esperide il Sol spiega la chioma; Delle quaì
sono i pregi e gli onor morti. Si eh' a pena di mille una si noma; E questo
perché avuto hanno ai lor tempi Gli scrittori bugiardi, invidi ed empi. 7 Non
restate però, donne, a cui giova II bene oprar, di seguir vostra via; Né da
vostr'alta impresa vi rimuova Tema che degno onor non vi si dia: Che, come cosa
buona non si trova Che duri sempre, cosi ancor né ria. Se le carte sin qui
state e gl'inchiostri Per voi non sono, or sono a' tempi nostri. 8 Dianzi
Marnilo ed il Pontan per vai Sono, e duo Strozzi, il padre e'I figlio, stati:
C'è il Bembo, c'è il Capei, c'è chi, qual Ini Vediamo, ha tali i cortigian
formati: C'è un Luigi Alaman; ce ne son dui, Di par da Marte e dalle Muse amati
Ambi del sangue che regge la terra Che'l Menzo fende, e d'alti stagni serra. 9
Di questi l'uno, oltre che '1 proprio istinto Ad onorarvi e a riverirvi
inchina, E far Parnaso risonare e Cinto Di vostra laude, e porla al del vicina;
L'amor, la fede, il saldo e non mai vinto Per minacciar di strazi e di mina,
Animo ch'Isabella gli ha dimostro, Lo fa assai più, che di sé stesso, vostro:10
Si che non è per mai trovjrsi stanco Di farvi onor nei suoi vivaci carmi E s'
altri vi dà biasmo, non è eh 'anco Sia più pronto di lui per pigliar V armi. E
non ha il mondo cavalier che manco La vita sua per la virtù risparmi. Dà
insieme egli materia ond'altri scriva; E fa la gloria altrui, scrivenlo, viva.
11 Ed è ben degno che si ricca donna" Ricca di tutto quel valor che possa
Esser fra quante a:l mondo portin gonna, Mai non si sia di sua costanza mossa E
sia stata per lui veracolonna, Sprezzando di Fortuna ogni percossa: Di lei degno
"gli, e degna ella di lui; Né meglio s'accoppiare unque altri dui. 12
Nuovi trofei pon su la riva d'Oglio; Ch'in mezzo a ferri, a fuochi, a navi, a
mote Ha sparso alcun tanto ben scritto foglio, Che'l vicin fiume invidia aver
gli puote. Appresso a questo un Ercol Benti voglio Fa chiaro il vostro onor con
chiare note, E Renato Trivulcio, e '1 mio Guidetto, E '1 Molza, a dir di voi da
Febo eletto. 13 C'è'] duca de'Camuti Ercol, figliuolo Del Duca mio, che spiega
Tali, come Canoro cigno, e va cantando a volo, E fin al cielo udir fa il vostro
nome. C'è il mio Signor del Vasto, a cui non solo Di dare a mille Atene e a
mille Rome Di sé materia basta; eh' anco accenna eteme far con la sua penna. Ed
oltre a questi ed altri eh' oggi avete, Che v'hanno dato gloria, e ve la danno,
Voi per voi stesse dar ve la potete: Poiché molte, lasciando l'ago e '1 panno,
Son con le Muse a spegnersi la sete Al fonte d' Aganippe andate, e vanno; E ne
ritoman tai, che V opra vostra É più hisogno a noi, eh' a voi la nostra. 15 Se
chi sian queste, e di ciascana voglio Render huon conto, e degno pregio darle,
Bisognerà eh' io verghi più d'un foglio, E eh' oggi il Canto mio d'altro non
parie:E s' a lodarne cinque o sei ne toglie. Io potrei l'altre offendere e
sdegnarle. Che farò dunque? Ho da tacer d'ognuna, Oppur fra tante sceglierae
sol una? 16 Sceglieronne una: e sceglierò Ila tale, Che superato avrà l'invidia
in modo, Che nessun' altra potrà avere a male, Se l'altre taccio, e se lei sola
lodo. Quest'una ha non pur sé fatta immortale Col dolce stll di che il miglior
non odo; Ma pud qualunque, di cui parli o scriva, Trar del sepolcro, e far eh'
etemo viva. 17 Come Feho la candida sorella Fa più di luce adoma, e più la
mira. Che Venere o che Maia, o ch'altra stella " Che va col cielo, o che
da sé si gira:Così facondia, più eh' all'altre, a quella Di eh' io vi parlo, e
più dolcezza spira; E dà tal forza all' alte sue parole, Ch'orna a' di nostri
il ciel d'un altro Sole. 20 S'al fiero Achille invidia della chiara
Meoniatromha il Macedonico ehhe; Quanto, invitto Francesco di Pescara. Maggiore
a te, se vivesse or, l'avrebbe! Che si casta mogliere, e a te si cara, Canti
l'eterno ouor che ti si debbe; E che per lei si'l nome tuo rimbombe, Che da
bramar non hai più chiare trombe. Staiiza 10. 18 Vittoria é'I nome; e ben
conviensi a nata Fra le vittorie, ed a chi o vada, o stanzi, Di trofei sempre e
di trionfi ornata, La vittoria abbia seco, o dietro o innanzi. Questa é
un'altra Artemisia che lodata Fa di pietà verso il suo Mausolo; anzi Tanto
maggior, quanto é più assai bell'opra. Che por sotterra un uom, trarlo di
sopra. 21 Se quanto dir se ne potrebbe, o quanto Io n'ho desir, volessi porre
in carte. Ne direi lungamente; ma non tanto, Ch'a dir non ne restasse anco gran
parte: E di Marfisa e dei compagni intanto La bella istoria rimarria da parte.
La quale io vi promisi di seguire, S' in questo Canto mi verreste a udire. 19
Se Laodamia, se la moglier di Bmto, S'Arria, s' Argia, s'Evadne, e s' altre
molte Meritar laude per aver voluto. Morti i mariti, esser con lor sepolte;
Quanto onore a Vittoria é più dovuto. Che di Lete e del rio che nove volte L'
ombre circonda, ha tratto il suo consorte, Malgrado delle Parche e della Morte!
22 Ora essendo voi qui per ascoltarmi, Ed io per non mancar della promessa. Serberò
a maggior ozio di provarmi Ch' ogni laude di lei sia da me espressa; Non
perch'io creda bisognar miei carmi A chi se ne fa copia da sé stessa; Ma sol
per satisfare a questo mio, C ho d'onorarla e di lodar, disio. 582 0RLA9Ba f
URIOSO. 23 Donne, io conchiudo insomma, ch'ogni etade Molte ha di voi degne di
storia avute; Ma, per invidia di scrittori, state Non sete dopo morte
conosciute: Il che non più sarà, poiché voi fate Per voi stesse immortai vostra
virtute. Se far le dae cognate sapean questo, Si sapria meglio ogni lor degno
gesto. 24 Di Bradamante e di Marfisa dico, Le cui vittoriose inclite prove Di
ritornare in luce m' affatico; Ma delle diece mancanmi le nove. Queste ch'io
so, hen volentieri esplico; Si perchè ogni heir opra si de', dove Occulta sia,
scoprir; si perchè bramo A voi, donne, aggradir, eh' onoro ed amo. Stava
Ruggier, com' io vi dissi, in atto Di partirsi, ed avea commiato preso, E
dall'arbore il brando già ritratto. Che, come dianzi, non gli fu conteso:Quando
un gran pianto, che non lungo tratto Era lontan, lo fé' restar sospeso; E con
le donne a quella via si mosse Per aiutar, dove bisogno fosse. 26 Spingcnsi
innanzi, e via più chiaro il suon ne Viene, e vìa più son le parole intese.
Giunti nella vallea trovan tre donne Che fan quel duolo, assai strane in
arnese; Che fin all'ombilico ha lor le gonne Scorciate non so chi poco cortese;
E per non saper meglio elle celarsi, Sedeano in terra, e non ardlan levarsi 27
Come qnef HgfkÈ él TbIbbì che venne Fuor della polve senza madre m wlft" E
Pallade nutrir fé' con solenne Cura d'Aglauro al veder troppo ardita. Sedendo,
ascosi i brutti piedi tenne Su la quadriga da lui prima ordita: Così quelle tre
giovani le cose Secrete lor tenean, sedendo, ascose. 28 Lo spettacolo enorme e
disonesto L'una e l'altra magnanima guerriera Fé' del color che nei giardin di
Pesto Esser la rosa suol da primavera. Riguardò Bradamante, e manifesto Tosto
le fu, eh' Dilania una d'esse era, Dilania che dall'Isola Perduta In Francia
messaggiera era venuta: 29 E riconobbe non men T altre due; Che dove vide lei,
vide esse ancora. Ma se n'andaron le parole sue quella delle tre, eh' ella più
onora; E le domanda chi si iniquo fue, E sì di legge e di costumi fuora, Che
quei secreti agli occhi altrui riveli, Che, quanto può, par che Natura celi. 30
Dilania che conosce Bradamante, Non meno eh' alle insegne, alla favella, Esser
colei che pochi giorni innante Avea gittati i tre guerrier di sella; Narra che
da un Castel poco distante Dna ria gente e di pietà ribella, Oltre all' ingiuria
di scorciarle i panni, L'avea battuta, e fattoi' altri danni 31 Né le sa dir
che dello scudo sia. Né dei tre Re che per tanti paesi Fatto le avean si lunga
compagnia; Non sa se morti, o sian restati presi; E dice e' ha pigliata questa
vìa. Ancor eh' andare a pie molto le pesi, Per richiamarsi dell'oltraggio a
Carlo, Sperando che non sia per tollerarlo. 82 Alle guerriere ed a Ruggier, che
meno Non bau pietosi i cor, ch'audaci e forti, De'bei visi turbò l'aer sereno
L'udire, e più il veder, si gravi torti; Ed obbliando ogn' altro affar che
avieno, E senza che li prieghi o che gli esorti La donna afflitta a far la sua
vendetta, Piglian la via verso quel luogo in fretta. 83 Di cornane parer le
sopravreste, Mosse da gran bontà, saveano tratte, Ch'a ricoprir le parti meno
oneste Di quelle sventurate assai furo atte. Bradamante non yuol chUlIania
peste Le strade a pie, ch'avea a piede anco fatte, E se la leva in groppa del
destriero: L'altra Marfisa, l'altra il buon Ruggiero: 34 Ullania a Bradamante
che la porta, Mostra la vìa che va al Castel più dritta; Bradamante alP
incontro lei conforta, Che la vendicherà di chi V ha afflìtta. Lascian la
valle, e per via lunga e torta Sagliono un colle or a man manca or ritta; E
prima il sol fu dentro il mare ascoso. Che volesser tra via prender riposo. 35
Trovaro una villetta che la schena D'un erto colle, aspro a salir, tenea; Ove
ebbon buono albergo e buona cena. Quale avere in quel loco si potea. Sì mirano
d'intorno, e quivi piena Ogni parte dì donne sì vedea. Qua! giovani, quai
vecchie; e in tanto stuolo Faccia non v' apparìa d'un uomo solo. 36 Non più a
Giason dì maraviglia dénno, Né agli Argonauti che venian con lui, Le donne che
i mariti morir fènuo, E ì figli e i padri coi fratelli sui, che per tutta
l'isola di Lenno Di vini faccia non si vìder dui; Che Rnggier quivi, e chi con
Ruggier era, ALiraviglia ebbe all'alloggiar li sera. 37 Fero ad Ullania ed alle
damigelle Che venivan con lei, le due guerriere La sera provveder di tre
gonnelle. Se non cosi polite, almeno intere. A sé chiama Ruggiero, una dì
quelle Donne ch'abìtan quivi, e vuol sapere Ove gli uomini sian, eh' un non ne
vede; Ed ella a luì questa risposta diede:38 Questa che forse è maraviglia a
voi" Che tante donne senza uomini siamo, È grave e ìntollerabil pena a
noi, Che qui bandite misere viviamo. E perchè il duro esilio più ci
annoi,Padri, figli e mariti, che si amiamo, Aspro e lungo divorzio da noi
fanno, Come piace al crudel nostro tiranno. 39 Dalle sue terre, le quai son
vìcme A noi due leghe, e dove noi siam nate, Qui ci ha mandato il barbaro in
confine, Prima di mille scorni ingiuriate.; Ed ha gli uomini nostri e noi
meschine Di morte e d'o strazio minacciate, quelli a noi verranno, o gli fia
detto Ole noi diam lor, venendoci, ricetto. 40 Nimico è si costui del nostro
nome. Che non ci vuol più, ch'io vi dico, appresso, Né eh' a noi venga alcun
de' nostri, come l'ammorbi del femmineo sesso. Già due volte l'onor delle lor
chiome S' hanno spogliato gli alberi e rimessti. Da indi in qua che '1 rio
Signor vaneggia In furor tanto; e non è chi '1 correggia:41 Che '1 popolo ha dì
lui quella paura Che maggior aver può l'uom della morte; Ch'aggiunto al mal
voler gli ha la natura Una possanza fuor d'umana sorte. U corpo suo, di
gigantea statura, É più, che di cent' altri insieme, forte. pur a noi sue
suddite è molesto: Ma fa alle strane ancor peggio dì questo. 42 Se l'onor
vostro, e queste tre vi sono Punto care, eh' avete in compagnia, Più vi sarà
sicuro, utile e buono Non gir più innanzi, e trovar altra vìa. Questa al Castel
dell'uom di ch'io ragiono, provar mena la costuma ria Che v'ha posta il crudel,
con scorno e danno Di donne e dì gnerrier che di là vanno. 43 Margauor il
fellon (cosi si chiama n Signore, il tiran di quel castello). Del quai Nerone,
o s'altri è ch'abbia fama Di crudeltà, non fd più iniquo e fello, Il sangue
uman, ma'l femminil più brama Che '1 lupo non lo brama dell' agnello. Fa con
onta scacciar le donne tutte Da lor ria sorte a quel Castel condutte. 44 Perché
quell'empio in tal furor venisse, Volson le donne intendere e Ruggiero: Pregar
colei, ch'in cortesia seguisse. Anzi che comincia.sse il conto intero. Fu il
Signor del Castel, la donna disse, Sempre crudel, sempre inumano e fiero; Ma
tenne un tempo il cor maligno ascosto. Né si lasciò conoscer cosi tosto: btanza
43. 45 Che mentre duo suoi figli erano tìtì, Molto diversi dai patemi stili,
Ch'amavan forestieri, ed eran schivi Di crudeltade e degli altri atti vili,
Quivi le cortesie fiorivan, quivi I bei costumi, e T opere gentili: Che U padre
mai, quantunque avaro fosse, Da quel cl.e lor piacea, non li rimosse. 46 Le
donne e i cavalier che questa via Facean talor, venian kì ben raccolti, Che si
partian delalta cortesia Del duo germani innamorati molti. Amendui questi di
cavalleria Parimente i santi ordini avean tolti diandro Tun, l'altro Tanacro
detto. Gagliardi e arditi, e di reale aspetto. Stanza 42. 47 Ed eran veramente,
e sarìan stati Sempre di laude degni e dogni onore, SMn preda non si fossino si
dati A quel disir che nominiamo amore; Per cui dal buon sentier fur traviati Al
labirinto ed al cammin d'errore; E ciò che mai di buono aveano fatto, Bestò
contaminato e brutto a un tratto. 63 Non men di questa il gioveue Tana ero,
cheU suo fratel di quella ardesse Che gli fé gustar fine acerbo ed acro Del
desiderio ingiusto ch'in lei messe. Non men di lui di violar del sacro E santo
ospizio ogni ragione elesse, Piuttosto che patir che'l duro e forte Nuovo desir
lo conducesse a morte. 48 Capitò quivi un cavalier di corte Del greco
Imperator, che seco avea Una sua donna di maniere accorte, Bella quanto bramar
più si potea. Cilandro in lei s' innamorò si forte, Che morir, non V avendo,
gli parea:Gli parea che dovesse, alla partita Di lei, partire insieme la sua
vita. 49 E perchè i prieghi non v'avriano loco. Di volerla per forza si
dispose. Armossi, e dal Castel lontano un poco, Ove passar dovean, cheto s'
ascose. L'usata audacia e V amoroso fuoco Non gli lasciò pensar troppo le cose:
Si che vedendo il cavalier venire, L'andò lancia per lancia ad assalire. 50 Al
primo incontro credea porlo in terra, Portar la donna e la vittoria indietro;
Ma '1 cavalier, che mastro era di guerra, L'osbergo gli spezzò, come di vetro.
Venne la nuova al padre nella terra. Che lo fé' riportar sopra un feretro; E
ritrovando! morto, con gran pianto Gli die sepulcro agli antiqui avi accanto.
51 Né pii\ però né manco si contese L'albergo e l'accoglienza a questo e a
quellO) Perchè non men Tanacro era cortese, Né meno era gentil di suo fratello.
L'anno medesmo di lontan paese Con la moglie un Baron venne al castello, A
maraviglia egli gagliardo, ed ella, Quanto si possa dir, leggiadra e bella; 52
Né men che bella, onesta e valorosa, £ degna veramente d'ogni loda; 11 cavalier
di stirpe generosa. Di tanto ardir, quanto più d'altri s' oda. E ben conviensi
a tal valor, che cosa Di tanto prezzo e si eccellente goda. Olindro il cavalier
da Lunga villa; La donna nominata era Drusilla. 54 Ma perch'avea dinanzi ili
occhi il tema Del suo fìratel, che n'era stato morto. Pensa di torla in guisa,
che non tema Ch' Olindro s'abbia a vendicar del torto. Tosto s'estingue in lui,
non pur si scema Quella virtù, su che solea star sorto; Che non lo sommergean
dei vizj l'acque, Delle quai sempre al fondo il padre giacque. Stanza 50. 55
Con gran silenzio fece quella notte Seco raccor da vent' uomini armati E lontan
dal castel fra certe grotte. Che si trovan tra via, messe gli agguati. Quivi ad
Olindro il di le strade rotte, E chiusi i passi fur da tutti i lati; E benché
fé' lunga difesa e molta, Pur la moglie e la vita gli fti tolta. 56 Ucciso
Olindro, ne menò captiva La bella donna, addolorata in guisaCh'a patto alcun
restar non volea viva. E di grazia chiedea d'essere uccisa. Per morir sì gittò
giù d'una riva Che vi trovò sopra un vallone assisa: E non potè morir: ma colla
testa Rotta rimase, e tutta fiacca e pesta.67 Altrìmente Tannerò riportarla A
casa non potè, che suna bara. Fece con diligeuzia medicarla; Che perder non
volea preda si cara. E mentre che s' indugia a risanarla Di celebrar le nozze
si prepara: Chaver si bella donua e sì pudica Debbe nome di moglie, e non d
amica. 60 Simula il viso pace; ma vendetta Chiama il cor dentro, e ad altro non
attende. Molte cose rivolge, alcune accetta, Altre ne lascia ed altre in dubbio
appende. Le par che quando essa a morir si metta . Avrà il suo intento; e quivi
alfin s apprende E dove meglio può morire, o quando, Che'l suo caro marito
vendicando? 61 Ella si mostra tutta lieta, e finge Di queste nozze aver sommo
disio; E ciò che può indugiarle addietro spinge, Non ch'ella mostri averne il
cor restio. Più deir altre s' adoma e si dipinge:Olindro al tutto par messo in
oblio; Ma che sian fatte queste nozze vuole, Come nella sua patria far si
suole. Stanza 55. 58 Non pensa altro Tanacro, altro non brama, D'altro non cura,
e d'altro mai non parla. Si vede averla offesa, e se ne chiama In colpa, e ciò
che può, fa d'emendarla. Ma tutto è invano: quanto egli più l'ama, Quanto più
s'affatica di placarla, Tant' ella odia più lui, tanto è più forte, Tanto è più
ferma in voler porlo a morte. 59 Ma non però quest'odio cosi ammorza La
conoscenza in lei, che non comprenda Che, se vuol far quanto disegna, è forza
Che simuli, ed occulte insidie tenda; E che'l desir sotto contraria scorza (TI
quale è sol, come Tanacro offenda) Veder gli faccia; e che si mostri tolta Dal
primo amore, e tutta a lui rivolta. 62 Non era però ver che questa usanza, Che
dir volea, nella sua patria fosse; Ma perchè in lei pensier mai non avanza, Che
spender possa altrove; imaginosse Una bugia, la qual le die speranza Di far
morir chi '1 suo Signor percosse:E disse di voler le nozze a guisa Della sua
patria; e'I modo gli divisa. 63 La vedovella che marito prende, Deve, prima
(dicea) eh a lui s'appresse, Placar Talma del morto ch'ella offende, Facendo
celebrargli officj e messe, In remissiou delle passate mende, Nel tempio ove di
quel son V ossa messe; E dato fin eh al sacrificio sia, Alla sposa Tanel lo
sposo dia: 65 Tanacro, che non mira quanto importe Ch'ella le nozze alla sua
usanza faccia, Le dice: Purché 1 termine sì scorte D'essere insieme, in questo
si compiaccia. Né 8 avvede il meschin eh' essa la morte D'Olindro vendicar cosi
procaccia; £ si la voglia ha in uno oggetto intensa, Che sol di quello, e mai
d'altro non pensa. Stanza 61. 64 Ma ch'abbia in questo mezzo il sacerdote Sul
vino ivi portato a tale effetto Appropriate orazì'on devote, Sempre il liquor
benedicendo, detto; Indi che '1 fiasco in una coppa vote, E dia alli sposi il
vino benedetto:Ma portare alla sposa il vino tocca, Ed esser prima a porvi su
la bocca. Stanza 67. 66 Avea seco Drusilla una sua vecchia, Che seco presa,
seco era rimasa. A sé chiamolla, e le disse all' orecchia, Si che non potè
udire uomo di casa:Un subitano tosco m'apparecchia, Qual so che sai comporre, e
me lo invasa; C'ho trovato la via di vita torre Il traditor figliuol di
Marganorre; 67 E me so come, e te salvar non meno; Ma differisco a dirtelo più
ad agio. Andò la vecchia, e apparecchiò il veneno, Ed acconciollo, e ritornò al
palagio. Di vin dolce di Candia un fiasco pieno Trovò da por con quel succo
malvagio, E lo serbò pel giorno delle nozze; Ch' ornai tutte l'indugie erano
mozze. 68' Lo statiùto giorno al tempio venne, Dì gemme ornata e di leggiadre
gonne; Ove d01indro, come gli convenne, Fatto avea Parca alzar sn dne colonne.
Qnivi r ufficio bì cantò solenne:Trasseno a udirlo tutti, uomini e donne; E
lieto Marganor più dell'usato, Venne col figlio e con gli amici a lato. Tosto
chalfin le sante esequie foro, E fu col tosco il vino benedetto, Il sacerdote
in una coppa d'oro Lo versò, come avea Drusilla detto. Ella ne bebbe quanto al
suo decoro Si conveniva, e potea far l'effetto: Poi dio allo sposo con viso
giocondo Il nappo; e quel gli fé' apparire il fondo. 70 Penduto il nappo al
sacerdote, lieto abbracciar Drusilla apre le braccia. Or quivi il dolce stile e
mansueto In lei si cangia, e quella gran bonaccia. Lo spinge addietro, e gli ne
fa divieto, £) par eh' arda negli occhi e nella faccia; E con voce terribile e
incomposta Gli grida: Traditor, da me ti scosta. 71 Tu dunque avrai da me
sollazzo e gioia, Io lagrime da te, martiri e guai? 10 vo'per le mie man ch'ora
tu muoia: Questo è stato venen, se tu noi sai. Ben mi duol ch'hai troppo
onorato boia, Che troppo lieve e facii morte fai; Che mani e pene io non so si
nefande. Che fosson pari al tuo peccato grande. 72 Mi duol di non veder in
questa morte 11 sacrificio mio tutto perfetto: Che s' io '1 poteva far di
quella sorte Ch' era il disio, non avria alcun difetto. Di ciò mi scusi il
dolce mio consorte: Riguardi al buon volere, e l'abbia accetto; Chò non potendo
come avrei voluto, 10 t'ho fatto morir come ho potuto. 73 E la punizi'on che
qui, secondo 11 desiderio mio, non posso 4rti, Spero l'anima tua nell'altro
mondo Veder patire; ed io starò a mirarti. Poi disse, alzando con viso giocondo
I torbidi occhi alle superne parti: Questa vittima, Olìndro, in tua vendetta
Col buon voler della tua moglie accetta; 74 Ed impetra per me dal Signor nostro
Grazia, ch'in paradiso oggi io sia teco. Se ti dirà che senza merto al vostro Regno
anima non vien, di' eh' io l'ho meco:Che di questo empio e scellerato mostro Le
spoglie opime al santo tempio arreco. E che merti esser puon maggior di
questi,Spegner si brutte e abbominose pesti?75 Fini il parlare insieme colla
vita; E morta anco parea lieta nel volto D'aver la crudeltà cosi punita Di chi
il caro marito le avea tolto. Non so se prevenuta o se seguita Fu dallo spirto
di Tanacro sciolto. Fu prevenuta, credo; ch'effetto ebbe Prima il veneno in
lui, perchè più bebbe. 76 Marganor che cader vede il figliuolo, E poi restar
nelle sue braccia estinto. Fu per morir con lui, dal grave duolo, Ch'alia
sprovvista lo trafisse, vinto. Duo n' ebbe un tempo; or si ritrova solo:Duo
femmine a quel termine l'han spinto. La morte all'un dall'una fu causata; E
l'altra all'altro di sua man l'ha data. 77 Amor, pietà, sdegno, dolore ed ira,
Disio di morte e di vendetta insieme Quell'infelice ed orbo padre aggira, Che,
come il mar che turbi il vento, freme. Per vendicarsi va a Drusilla, e mira Che
di sua vita ha chiuse l'ore estreme: E, come il pnn?e e sferza V odio ardente,
Cerca offendere il corpo che non sente. 78 Qual serpe che nell' asta eh' alla
sabbia La tenga fissa, indarno i denti metta; 0 qual mastin ch'ai ciottolo che
gli abbia Gittate il viandante, corra in fìretta, E morda invano con stizza e
con rabbia, Né se ne voglia andar senza vendetta: Tal Marganor, d'ogni mastin,
d'ogni angue Via più crudel, fa contro il corpo esangue. 79 E poi che per
stracciarlo e feume scempio Non si sfoga il fellon nò disacerba, Vien fra le
donne di che è pieno il tempio, Né più l'una dell'altra ci riserba; Ma di noi
fa col brando crudo ed empio Quel che fa con la falce il villan d'erba. Non vi
fu alcun ripar, ch'in un momento Trenta n'uccise, e ne feri ben cento. 80 Egli
dalla sua gente è si ternato, Ch' uomo non fu eh' ardisse alzar la testa.
Faggon le donne col popol minato Faor della chiesa, e chi può ascir non resta.
Quel pazzo impeto alfin fa ritenuto Dagli amici con prieghi e forza onesta: E
lasciando ogni cosa in pianto al hasso, Fatto entrar nella rocca in cima al
sasso. 81 E tattavia la collera durando, Di cacciar tutte per partito prese:
Poiché gli amici e '1 popolo pregando, Che non ci uccìse affatto, gli contese;
E quel medesmo dì fé' andare im bando, Che tutte gli sgombrassimo il paese; E
darci qui gli piacque le confine. Misera chi al castel più s'avricine! 82 Dalle
mogli cosi furo i mariti, Dalle madri cosi i figli divisi. S' alcuni sono a noi
venire arditi, Noi sappia già chi Marganor n'avvisi: C!he di multe gravissime
puniti N'ha molti, e molti crudelmente uccisi. Al suo castello ha poi fatto una
logge. Di cui peggior non s'ode né si legge. 83 Ogni donna che trovin nella
valle, La legge vuol (ch'alcuna pur vi cade) Che percuotan con vimini alle
spalle, £ la faccian sgombrar queste contrade:Ma scorciar prima i panni, e
mostrar falle Quel che natura asconde ed onestade: E s alcuna vi va, eh' armata
scorta di cavalier, vi resta morta. 84 Quelle e' hanno per scorta cavalieri,
Son da questo nimico di pietate, Come vittime, tratte ai cimiteri Dei morti
figli, e di sua man scannate. Leva con ignominia arme e destrieri, E poi caccia
in prigion chi l'ha guidate: E lo può far, che sempre notte e giorno Si trova
più di mille uomini intomo. 85 E dir di più vi voglio ancora, ch'esso, S' alcun
ne lascia, vuol che prima giuri i a l'ostia sacra, che '1 femmineo sesso In
odio avrà finché la vita duri. Se perder queste donne, e voi appresso Danque vi
pare, ite a veder quei muri Ove alberga il fellone, e fate prova S' in lui più
forza o crudeltà si trova. 86 Cosi dicendo, le guerriere mosse y Prima a
pietade, e poscia a tanto sdegno. Che se, com'era notte, giorno iDsee, Sarian
corse al castel senza ritegno. La bella compagnia quivi pososse: E tosto che
l'aurora fece segno Che dar dovesse al sol loco ogni stella, Ripigliò l'arme, e
si rimesse in selli. 87 Già sendo in atto di partir, s'udirò Le strade risonar
dietro le spalle D'un lungo calpestio, che gli occhi in giro Fece a tutti
voltar giù nella valle E lungi quanto esser potrebbe un tiro Di mano, andar per
uno istretto calle Vider da forse venti armati in schiera, Di che parte in
ardon, parte a pied' era:88 E che traean con lor sopra un cavallo Donna eh' al
viso aver parca molt' anni, A guisa che si mena im che per fallo A fuoco 0 a ceppo
o a laccio si condanni:La qual fu, non ostante l'intervallo, Tosto riconosciuta
al viso e ai panni. La riconobber queste della villa Esser la cameriera di
Drusilla: 89 La cameriera che con lei fa presa Dal rapace Tanacro, come ho
detto, Ed a chi fd di poi data l'impresa Di quel venen che fe"l crudele
effetto. Non era entrata ella con l'altre in chiesa; Che di quel che segui
stava in sospetto:Anzi in quel tempo, della villa uscita, Ov' esser sperò
salva, era friggita. 90 Avuto Marganor poi di lei spia, La qual s'era ridotta
in Ostericche, Non ha cessato mai di cercar via Come in man l'abbia, acciò
l'abbruci o impicche: E finalmente l'Avarizia ria, Mossa da doni e da profferte
ricche, Ha fatto eh' un Baron, ch'assicurata L'avea in sua terra, a Marganor
l'ha data: 91 E mandata glie l'ha fin a Costanza Sopra un somier, come la merce
s'usa, Legata e stretta, e toltole possanza Di far parole, e in una cassa
chiusa: Onde poi questa gente l'ha, ad instanza Dell' uom eh' ogni pietade ha
da sé esclusa, Quivi condotta con diseino ch'abbia L'empio a sfogar sopra di
lei sua rabbia. Stanza )75. 92 Come il gran fiuma che dì Vésiilo esce, Quanto
più innanzi e verso il mar discende, E che con lui Lambro e Ticin si mesce. Ed
Adda, e gli altri onde tributo prende, Tanto più altiero e impetuoso cresce:
Così Ruggier, quante più colpe intende Di Marganor, cosi le due guerriere Se
gli fan con tra più sdegnose e fiere. 93 Elle fur d'odio, elle far d'ira tanta
Contra il crudel, per tante colpe, accese, Che di punirlo, malgrado di quanta
Gente egli avea, conclusìon si prese. Ma dargli presta morte troppo santa Pena
ior parve, e indegna a tante offese; Ed era meglio fargliela sentire, Fra
strazio prolunganduU e martire. 94 Ma prima liberar la donna è onesto, Che sia
condotta da quei birri a morte. Lentar di briglia col calcagno presto Fece
appresti destrier far le vie corte. Non ebbon gli assaliti mai di questo Uno
incontro più acerbo né più forte; Si che han di grazia di lasciar gli sondi E
la donna e V arnese, e fuggir nudi:95 Sì come il lupo che dì preda vada Carco
alla tana, e quando più si crede D'esser sicur, dal cacciator la strada E da'
suoi cani attraversar si vede; Getta la soma, e dove appar men rada La scura
macchia innanzi, affretta il pieile:(tià men presti non fur quelli a fuggire.
Che li fnsson quest'altri ad assalire. Stanza 94. 96 Non pur la donna e V arme
vi lasciaro, Ma de' cavalli ancor lasciaron molti, E da rive e da grotte si
lanciaro, Parendo lor cosi d'esser più sciolti. Il che alle donne ed a Ruggier
fu caro; Che tre di quei cavalli ebbono tolti, Per portar quelle tre che '1
giorno d'ieri Feron sudar le groppe ai tre destrieri. 97 Quindi espediti
seguono la strada Verso l'infame e dispietata villa. Voglion, che seco quella
vecchia vada, Per veder la vendetta di Drusilla. Ella, che teme che non ben le
accada, Lo niega indamo, e piange e grida e strilla; Ma per forza Ruggier la
leva in groppa Del buon Frontino, e via con lei galoppa. Stanza 97. 98 Giunsero
in somma onde vedeano al basso Di molte case un ricco borgo e grosso, Che non
serrava d'alcun lato il passo, Perchè né muro intomo avea né fosso. Avea nel
mezzo un rilevato sasso, Ch' un' alta rocca sostenea sul dosso. A quella si
drizzar con gran baldanza. Ch'esser sapean di Slarganor la stanza. 99 Tosto che
son nel borgo, alcani fanti Che v' erano alla guardia dell' entrata, Dietro
chiudon la sbarra, e già davanti Veggion che l'altra uscita era serrata: Ed
ecco Marganorre, e seco alquanti A pie e a cavallo, e tutta gente armata; Che
con brevi parole, ma orgogliose, La ria costuma di sua terra espose. 100
Marftsa, la qual prima avea composta Con Bradamante e con Ruggier la cosa Gli
spronò incontro in cambio di risposta: E com'era possente e valorosa. Senza
ch'abbassi lancia, o che sia posta In opra quella spada sì famosa. Col pugno in
guisa l'elmo gli martella, Che lo fa tramortir sopra la sella. 101 Con Mariisa
la gioTane di Francia Spinge a un tempo il destrier; né Ruggier resta, Ma con
tanto valor corre la lancia, Che sei, senza levarsela di resta, N'uccide, uno ferito
nella pancia, Duo nel petto, un nel collo, un nella testa: Nel sesto, che
fuggia, V asta si roppe, C h' entrò alle scheno, e riuscì alle poppe. 102 Là
figliuola d'Amon quanti ne tocca Con la sua lancia d'ór, tanti ne atterra.
Fulmine par che U cielo ardendo scocca, Che ciò ch'incontra, spezza e getta a
terra. Il popol sgombra, chi verso la rocca. Chi verso il piano: altri si
chiude e serra, Chi nelle chiese, e chi nelle sue erse; Né, fuorché morti, in
piazza uomo rimase. 105 Perocché Tun dell'altro non si fida, E non ardisce
Conferir sua voglia, Lo lascian eh' un bandisca, un altro nccidi, A quel r
avere, a questo V onor toglia. Ma il cor che tnce qui, su nel ciel grida.
Finché Dio e Santi alla vendetta iuvoglia; La qual, sebben tarda a venir,
compensa L'indugio poi con punizione immensa. 106 Or quella turba, d'ira e
d'odio pregna. Con fatti e con mal dir cerca vendetta. Com'è in proverbio ognun
corre a far legna All' arbore che '1 vento in terra getta. Sia Mnrganorre
esempio di chi regna; Che cLi mal opra, male alfine aspetta. Di vederlo punir
de' suoi nefandi Peccati, aveau piacer piccioli e grandi. Stanza 106. 107
Molti, a chi fur le mogli o le sorelle 0 le figlie 0 le madri da lui morte, Non
più celando l'animo ribelle, Correan fer dargli di lor man la morte: E con
fatica lo difeser quelle Magnanime gueniere e Ruggier forte, Che disegnato
avean farlo morire D'affanno, di disagio e di martire. 108 A quella vecchia,
che l'odiava quanto Femmina odiare alcun nimico possa. Nudo in mano lo dier,
legato tanto. Che non si scioglierà per una scossa; Ed ella, per vendetta del
suo pianto, Gli andò facendo Li persona rossa Con un stimulo aguzzo eh' un
villano. Che quivi si trovò, le pose in mano. 103 Marfisa Marganorre avea
legato Int'\uto con le man dietro alle rene, Ed alla vecchia di Drusilla dato,
Ch'appagata e contenta se ne tiene. D'arder quel borgo poi fu ragionato, S'a
penitenzia del suo error non viene. Levi la legge ria di Marganorre, E questa
accetti, ch'essa vi vuol porre. 104 Non fu già d'ottener questo fiitica; Che
quella gente, oltre al timor eh' avea Che più faccia Marfisa che non dica.
Ch'uccider tutti ed abbruciar volea, Di 3Iarganorre al!i\tto era nimica, E
della legge sua crudele e rea. Ma '1 popolo facea, come i più fanno,
Ch'ubbidiscon più a quei che più in odio hanno. 109 La messaggi era e le sue
giovani anco, Che quell'onta non son mai per scordarsi, Non s' hanno più a
tener le mani al fianco, Né meno che la vecchia, a vendicarsi. Ma si è il desir
d'offenderlo, che manco Viene il potere, e pur vorriau sfogarsi:Chi con sassi
il percuote, chi con l'ugue; Altra lo morde, altra cogli aghi il pugne. 110
Come torrente che superbo faccia Lunga pioggia talvolta o nevi sciolte. Va
ruinoso, e giù da' monti caccia Gli arbori e i sassi e i campi e le rìculte;
Vien tempo poi, che l'orgogliosa faccia Gli cade, e sì le forze gli son tolte,
Ch' un fanciullo, una femmina per tutto Passar lo puote, e spesso a piede
asciutto:111 Cosi già fu che Marganorre intorno Fece tremar, dovunque udiasi il
nome: Or venuto è chi gii lia spezzato il corno Di tanto orgoglio, e si le
forze dome, Che gli pnon far sin a' bambini scorno, Chi pelargli la barba, e
chi le chiome. Quindi Eiiggiero e le donzelle il passo Alla rocca voltar,
ch'era sul sasso. 114 Perchè stata saria, com'eran tutte Qnelle ch'armate avean
seco le scorte. Al cimitero misere condutte Dei duo fratelli, e in sacrificio
morte. Gli è pur men che morir, mostrar le brutte E disoneste parti, duro e
forte; E sempre questo e ogni altro obbrobrio ammorza 11 poter dir che le sia
fatto a forza. 112 La die senza contrasto in poter loro Chi v' era dentro, e
così i ricchi arnesi, Ch' in parte messi a sacco, in parte foro Dati ad Ullania
ed accompagni offesi. Ricovrato vi fu lo scudo d'oro, E quei tre Be ch'avea il
tiranno presi, Li quai venendo quivi, come parrai D'avervi detto, erano a pie
senz'armi; 113 Perchè dal di che fur tolU di sella Da Bradamante, a pie sempre
eran iti Senz'arme, in compagnia della donzella La qual venia da si lontani
liti. Non so se meglio o peggio fti di quella, Che di lor armi non fusson
guerniti. Era ben meglio esser da lor difesa; Ma peggio assai, se ne perdean
l'impresa: Stanza 121. 115 Prima ch'indi si partan le guerriere. Fan venir gli
abitanti a giuramento, Che daranno i mariti alle mogliere Della terra e del
tutto il reggimento:E castigato con pene severe Sarà chi contrastare abbia
ardimento. In somma, quel eh altrove è del marito, Che sia qui della moglie è
statuito. 16 Poi si fecion promettere eh' a quanti . Mai Yenian quivi, non
darian ricetto, 0 fosson cavalieri o fosson fanti; Né 'ntrar gli lascerian pur
sotto un tetto, Se per Dio non giurassino e per Santi, 0 s'altro giuramento v'è
più stretto, • Che sarian sempre delle donne amici, E dei nimici lor sempre
nimici:117 E s'avranno in quel tempo, e ne saranno. Tardi o più tosto, mai per
aver moglie, Che sempre a quelle sudditi saranno, E ubbidienti a tutte lelor
voglie. Tornar Marfisa, prima eh' esca l'anno, Disse, e che perdan gli arbori
le foglie; E se la legge in uso non trovasse, Fuoco e ruina il borgo
s'aspettasse. 119 L'animose guerriere a lato un teDipio Videno quivi una
colonna in piazza. Nella qual fatt'avea quel tiranno empio Scriver la legge sua
crudele e pazza. Elle, imindo d'un trofeo l'esempio. Lo scudo v'attaccaro e la
corazza Di 3[arganorre, e V elmo; e scriver fénuo La legge appresso, ch'esse al
loco dénno. 120 Quivi s' indugiar tanto, che Marfisa Fé' por la legge sua nella
colonna. Contraria a quella che già v'era incisa A morte ed ignominia d'ogni
donna. Da questa compagnia restò divisa Quella d Islanda, per rifar la gonna;
Che comparire in corte obbrobrio stima, Se non si veste ed orna come prima. 118
Né quindi si partir, che dell'immondo Luogo dov' era, fér Drusilla torre, E col
marito in un avel, secondo Ch'ivi potean più riccamente, pone. La vecchia facea
intanto rubicondo Con lo stimulo il dosso a Marganorre: Sol si dolea di non
aver tal lena. Che potesse non dar triegua alla pena. 121 Quivi rimase Ullania;
e Marganorre Di lei restò in potere: ed essa poi, Perché non s'abbia in qualche
modo a sciorre. E le donzelle un' altra volta annoi, Lo fé' un giorno saltar
giù d'una torre, Che non fé' il maggior salto a' giorni suoi. Non più di lei,
né più dei suoi si parli; Ma della compagnia che va verso Arli. 122 Tutto quel
giorno, e l'altro fin appresso L' ora di terza andaro, e poi che furo Giunti
dove in due strade è il cammin fésso(L'una va al campo, e l'altra d'Arli al
muro). Tornar gli amanti ad abbracciarsi, e spesso A tor commiato e sempre
acerbo e duro. Alfin le donne in campo, e in Arli é gito Kuggiero; ed io il mio
Canto ho qui finito. NOTE. St. 5. V.16. Arpalice: figlia del re di Tracia, che
difese il regno paterno contro Neottolemo, ossia Pirro, figliuolo d'Achille.
Tomiri, regina de' Massageti, che riportò vittoria sopra Ciro persiano. Non fu
ehi Turno, ecc. Accenna Camilla, figlia del re de' Volaci, la quale die aiuto a
Turno. Non chi Ettor soccorse: parla di Pentesilea, regina delle Amazzoni,
quale ausi liaria dei Troiani. Non chi seguita, ecc. Allude a Didone, che,
rimasta vedova di Sicheo, e quindi emi grata da Tiro, si condusse sulla costa
d'Africa, dove fondò Cartagine. Zenohia, celebre regina di Palmira, che dopo
essersi difesa con molto valore contro l'impe ratore Aureliano, restò
prigioniera di lui. Non quella che gli Assiri f ecc. Questa è Semiramide qui
mento vata per le bellicose sue geste. St. 6. V.34. Ove fra gVJndi e gli orti
Delle Espe ride, ecc. Prendesi qui l'India per l'estremo contineita a levante;
e gli orti dell' Esperidi per l'ultima tem a ponente. Si finsero quegli orti
nella parte occidentale dell'Etiopia, e appartenenti alle tre figlie di Espero,
die ivi tenevano sotto la guardia di un drago i pomi d'oro recati in dote da
Giunone a Giove. St. 8., v.18. In questa stanza e in altre che seguono, il poeta
nomina vari letterati che scrinerò ia lode delle donne, e dei quali si darà
breve oenio. Marnilo: ebbe nome Michele, nato da genitori greei. ma allevato in
Italia; fa scrittore di epigrammi e d'inni, detti da lui naturali: mori
sommerso nel fiume Cecina in Toscana. Ed il Pontan, ecc. Giande e meritata fama
ebbe nelle lettere Giovanni o Gioviano Fontano, nato a Cereto nello Spoletino
Tanno 1426. Ritrasse le grazie degli antichi poeti; mori nel 1503. E duo
Strozzi f il padre e 7 figlio. Il padre fa Tito Vespasiano, discendente dagli
Strozzi di Firenze. Cominciò ad essere celebrato nel secolo XV; e tutti gli
scrittori di quei tempi esaltarono con somme lodi le rime di lui. Finiva di
vivere circa il U08. Il figlio chiamavasi Ercole, e superò il padre. Fu stimato
ammirabile nella poesia latina, felicissimo nell'italiana, e dotto nella lingua
greca. ucciso a tradimento nel 6 giugno 1508. Il Bembo. Pietro Bembo nacque in
Venezia nel 1470; fu storiografo di quella Repubblica, e cardinale nel 15:. Era
amicis simo del Poeta. Jl Capei, Bernardo Cappello, verseg giatore veneziano,
amico pure deirAriosto. Chi, guai lui Vediamo, ha tali i cortigian formati,
intende di Baldassar Castiglione, mantovano, nato nel 1468, eru dito, rimatore
elegante, e autore del Cortigiano. Cessò di vivere in Toledo nel 1529. Luigi
Alaman. È questi r elegante poeta Luigi Alamanni, nato in Firenze nel 1495,
autore della Coltivasione, e di altri due poemi, uno intitolato Girone il
cortese, e Taltro, YAvarchide. Ce ne son dui di par da Marte, ecc. Accenna
Luigi Gonzaga, secondo conte di Sabbioneta, soprannominato Rodomonte, e
Francesco Gonzaga, marito d'Isabella d'Este. Il primo nacque nel 1500, e mori
in età di 33 anni. L'altro fu marchese di Mantova dal 1484 al 1519; ed entrambi
si dimostrarono cosi fervidi proteggitorì, come gentili cultori delle buone
lettere, e prodi nel Tarmi. La terra Che H Menzo fende, ecc.: Mantova, situata
in mezzo di un lago formato dal Mincio. St. 9, v. 38. Cinto: monte dell'isola
di Delo, e luogo natale di Apollo. L'amor, la fede, ecc. Clemente VII, irritato
perchè Luigi Gonzaga favoriva i Pallavicino contro i Rangoni, voleva impedire
con mi nacce il matrimonio stabilito tra esso Luigi e Isabella figlia di
Vespasiano Colonna duca di Traetto; la quale, a malgrado del papa, mantenne al
Gonzaga la data fede e il matrimonio ebbe luogo nel 1531. St. 12. v.58. Un
Ercol Bentivoglio. Questi nacque in Bologna nel 1506i anno in cui la sua
famiglia perde la signoria di quella città. Educato nella corte di Al fonso I
di cui era nipote, aggiunse lustro alla nobiltà dlla stirpe col suo valore
nella volgar poesia. E Renato Trivulcio, eH mio Guidetto, E'I Molza, ecc. Il
piimo fondò in Milano, o almeno restaurò circa il 1543 l'Accademia detta de
FenicJ, L'altro era Francesco Guidetti, uno dei collaboratori all'edizione del
Boccac cio fatta nel 1527; e Ftancesco Maria Molza, nato in Modena il 18 giugno
1489, ed ivi morto nel 28 febbraio 1544, riusci felicemente in tutti i generi
di poesia in cui piacquegli esercitarsi. St. 13. V.18. Ce 7 duca de' Carnuti
Ercol figliuo lo, ecc. Ercole II, figlio d'Alfonso I, ch'ebbe da Luigi XII,
insieme con altre signorie, il ducato di Chartres, città detta dai Latini
Chamutum, fu splendido fautore e col tivatore delle buone lettere. C è il mio
signor del Vasto, ecc. Annoverasi fra i mecenati e cultori della letteratura
anche Alfonso dAralos, marchese del Va sto, cognato del marchese di Pescara, di
cui più sotto. St. 44. V.6. Al fonte d'Aganippe. Quel fonte scen deva dal monte
Elicona, era consacrato ad Apollo e alle Muse: e le sue acque avevano la virtù
dUnspirare i poeti: St. 17. V.3. Maia: una delle Pleiadi, nella costel lazione
del Toro; od anche il pianeta Mercurio, a cui si è dato il nome di quel Dio ohe
fu figliuolo di Maia. St. 18. V.16. Vittoria è'I nome. Parlasi di Vit toria
Colonna, nata in Marino, feudo di sua casa, circa il 1490. Fu sposa a
Ferdinando Francesco d'Avalos, mar chese di Pescara. Fornita di rare doti di
corpo e di spi, restò vedova nel 1525, e con egregie rime, che ce lebrarono la
memoria del perduto sposo, cercò sfogo al dolore della vedovanza. Mori in Roma
nel febbraio del 1547. Unaltra Artemisia, ecc. Questa regina di Caria, oltreché
fece costruire al marito un mausoleo, che fu una delle sette maraviglie del
mondo, ne inghiotti le ceneri, non trovando pel suo sposo un più degno
sepolcro. St. 19. v.17. Laodamia: figlia di Acasto, e mo glie di Protesilao,
ucciso da Ettore, non gli volle soprav vivere, e si gettò nelle fiamme.
Lamoglier di Bruto: ebbe nome Porzia, e morto il marito, si uccise ingo, iando
carboni accesi. Arria: moglie di Cecina Peto implicato in una congiura contro
l'imperator Claudio. Non potendo salvare il marito, s' immeise un pugnale nel
petto. Argia: moglie di Polinice, fatta morire Creonte tiranno di Tebe, per
aver data sepoltura al l'ucciso marito a malgrado il divieto fatto dal tiranno.
Evadne: moglie di Capaneo morto nell'oppugnazione di Tebe. Pel dolore di quella
perdita si gettò anch'essa nel rogo. Del rio che nove volte Vomirà circonda:
del fiume Stige, a cui Virgilio dà nove giri. St. 20. V.23. Il Macedonico:
Alessandro, figliuol di Filippo, re di Macedonia, invidiava ad Achille V es
sere stato celebrato da Omero. Francesco di Pescara: sposo di Vittoria Colonna.
Egli protesse con munifi cenza e coltivò con amore le buone lettere; f assai
valoroso nell' aimi, e morì di ferite riportate combat tendo per Carlo V nella
famosa battaglia di Pavia, l'anno 1525. St. 27. V.14. Come quel figlio di
Vnlcan, occ. Fu detto Eriltonio, e nacque coi piedi di dragone. Cre sciuto per
le cure di Aglauro, figlia di Eritteo, re d'A tene, inventò il cocchio per
coprire, sedendo in esso, la deformità de' suoi piedi. Al veder troppo ardita.
Rammenta il Poeta questa circostanza, perchè Aglauro, portando invidia ad Erse
sua sorella, amata da Mercurio, pose ostacoli agli amori del nume; e per questa
colpa fu da lui convertita in sasso. St. 36. V.16. Non più a Giason, ecc.
Racconta Stazio nel V della Tebaide che Giasone, approdato con gli Argonauti in
Lenno, trovò queir isola abitata sol tanto da femmine, perchè tutti i maschi
erano stati messi a morte da quelle. St. 44. V.4. J/ conto: il racconto. St.
54. V.16. Tema: qui esempio. Su che solca star sorto: sulla quale solca star
fermo, reggersi. St. 90. V.2. Osterricche: Austria. St. 92. V.14 Jl gran fiume:
il Po. Vesulo: Monviso, ano dei monti liguri che fanno parte delle Alpi Cozie.
Lambro e Ticin.... Et Adda: tre fiumi di Lombardia. St. 93. v.56. Troppo santa
Pena lor parve e indegna a tante offese: pena di cui egli non era degno.
XXXVIII. lltiffÉficro, fefJelo all'onore ehe Ip chiami presso Agri' matite va
in kv\L Sì prebcntano alla Corto dì C&rlo, Bnnìamniitt? e Marflsa; e questa
riceva il baitesiiafli. D altra p".rte Astolfo con un esercito dì KubJ
mette rAfrtea a soqquadvo, e minaccia BirUu Agr"mftate, di ciò ìjitvuito,
ottit>ne da Carlo che "E dcdd la em fra loro cai combat ti incaica di
due camici oni eletti uno per parte. Cortesi donnea clic beuigna udienza Date
a' miei versi, io vi vegg'o al seminante, Che quej?t altra si subita partenza
Che fa Eiiggier dalla sua ftda amante, Vi dà gran noia e avete displiceuza Puco
minor cbives.'ie Brad amante; E fate anco arfl:omeDt<>, ch esser poco In
hii doveae l'amoroso foco. Per oiiì altra cagiun ch'allontanato Cuiitia la
volgila d'esiga se ne fusae, Ancor di' arcisse più tesor spera tu, Che Creso o
Crasso insieme non ri(lnss€; Io crederla con voi, che penetrato Non fosse al
cor lo strai che lo percosse: Ch un almo gaudio, un cosi gran contento Non
potrebbe comprare oro uè argento. XXXVIII. 3 Pur, per salvar Tonor, non
solamente D'escnsa, ma di laude è degno ancora; Per salvar, dico, in caso eh
altrimente Tacendo, biasmo ed ignominia fora:E se la donna fosse renitente, Ed
ostinata in fargli far dimora, Darebbe di sé indizio e chiaro segno O d'amar
poco, o d'aver poco ingegno. 4 Che se l'amante dell'amato deve La vita amar più
della propria, o tanto (Io parlo d'uno amante a cui non lieve Colpo d'Amor
passò più là del manto); Al piacer tanto più, eh' esso riceve, L' onor di
quello antepor deve, quanto L' onore è di più pregio che la vita, Ch'a tutti
altri piaceri è preferita. R Fece Ruggiero il debito a seguire II suo Signor;
che non se ne potea. Se non con ignominia, dipartire; Che ragion di lasciarlo
non avea. E s'Almonte gli fé' il padre morire, Tal colpa in Agramante non
cadea; Ch'in molti effetti avea con Ruggier poi Emendato ogni error dei maggior
suoi. 0 Farà Ruggiero il debito a tornare Al suo Signore; ed ella ancor lo
fece, Che sforzar non lo volse di restare, Come potea, con iterata prece.
Ruggier potrà alla donna satisfare A un altro tempo, s' or non satisfece:Ma
all'onpr, chi gli manca d'un momento, Non può in cento anni satisfar uè in
cento. 7 Toma Ruggiero in Arli, ove ha ritratta Agramante la gente che gli
avanza. Bradamante e Marfisa, che contratta Col parentado avean grande
amistanza, Andaro insieme ove re Carlo fetta La maggior prova avea di sua
possanza, Sperando, o per battaglia o per assedio, Levar di Francia cosi lungo
tedio. 8 Di Bradamante, poi che conosciuta III campo fu, si fé' letizia e
festa. Ognun la riverisce e la saluta; Ed ella a questo e a quel china la
testa. Rinaldo, come udì la sua venuta. Le venne incontra; uè Ricciardo resta,
Né Ricciardetto, od altri di sua gente, E la raccoglion tutti allegramente. 9
Come s'intese poi che la compagna Era Marfisa, in arme si famosa, Che dal
Cataio ai termini di Spagna Di mille chiare palme iva pomposa; Non è povero o
ricco che rimagna Nel padiglion: la turba disiosa "Vien quinci e quindi, e
s'urta, storpia e preme, Sol per veder sì bella coppia insieme, 10 A Carlo
riverenti appresentarsi. Questo fu il primo dì, scrive Turpino, Che fu vista
Marfisa inginocchiarsi; Che sol le parve il figlio di Pipino Degno, a cui tanto
onor dovesse farsi. Tra quanti o mai nel popol Saracino 0 nel cristiano, Imperatori
e Regi Per virtù vide o per ricchezza egregi. 11 Carlo benignamente la
raccolse, E le uscì incontra ftior dei padigfa'oni: E che sedesse a lato suo
poi volse Sopra tutti, Re, Principi e Baroni. Si die licenzia a chi non se la
tolse, Sì che tosto restaro in pochi e buoni. Restaro i Paladini e i gran
Signori: La vilipesa plebe andò di fuori. 12 Marfisa cominciò con grata voce:
Eccelso, invitto e gloiioso Augusto, Che dal mar Indo alla Tirinzia foce, Dal
bianco Scita all'Etìope adusto Riverir fai la tua candida croce, • Né di te
regna il più saggio o'I più giasto; Tua fama, eh' alcun termine non serra, Qui
tratto m'ha fin dall'estrema terra. 13 E, per narrarti il ver, sola mi mosse
Invidia, e sol per farti guerra io venni, Acciò che sì possente un Re non
fosse. Che non tenesse la lejrge ch'io tenni. Per questo ho fatto le campagne
rosse Del Cristian sangue; ed altri fieri cenni Era perfarti da cru iel nimica,
Se non cadea chi mi t' ha fatto amica. 14 Quando nuocer pensai più alle tue
squadre. Io trovo (e come sia dirò più ad agio) Che'l buon Ruggier di Risa fu
mio padre Tradito a torto dal f ratei malvagio. Portommi in corpo mia misera
madre Di là dal mare, e nacqui in gran disagio. Nutrimmi un Mago infin al
settimo anno, A cui gli Arabi poi rubata m' hanno; 15 E mi venderò in Persia
per ischiava A un Re che poi cresciuta, io posi a morte. Che mia virginità tor
mi cercava. Uccisi lui con tutta la sua corte:Tutta cacciai la sua progenie
prava; E presi il regno, e tal fu la mìa sorte, Che diciotto anni d'uno o di
duo mesi Io non passai, che sette regni presi. 16 E di tua fam\ invidiosa, come
10 t'ho già detto, avea fermo nel core La grande altezza abbatter del tuo nome:
Forse il faceva, o forse era in errore. Ma ora avnen che questa voglia dome, E
faccia cader Pale al mio furore. L'aver inteso, poi che qui son giunta, Come io
ti son d'affinità congiunta. 17 E come il padre mio parente e servo Ti fu, ti
son parente e serva anch' io:E quella invidia e quell' odio protervo, 11 qual
io t'ebbi un tempo, or tutto obblio; Anzi centra Agramante io lo riservo, E
contra ògn' altro che sia al padre o al zio Di lui stato parente, che fur rei
Di porre a morte i genitori miei. 18 E seguitò, voler cristiana farsi, E, dopa
eh' avrà estinto il re Agramante, Voler, piacendo a Carlo, ritornarsi A
battezzare il suo regno in Levante, Et indi contra tutto il mondo armarsi, Ove
Macon s'alori e Trivigante; E con promissi'on, eh' ogni suo acquisto Sia dell'
Imperio, e della fé' di Cristo. 19 L'Imperator, che non meno eloquente Era, che
fose valoroso esaggio, Molto esaltando la donna eccellente, E molto il padre e
molto il suo lignaggio. Rispose ad ogni parte umanamente, E mostrò in fronte
aperto il suo coraggio; E conchiuse nell' ultima parola, Per parente accettarla
e per figliuola. 20 E qui si leva, e di nuovo l'abbraccia, E, come figlia,
bacia nella fronte. Vengono tutti con allegra faccia Quei di Mongrana e quei di
Chiaramente. Lungo a dir fora quanto onor le faccia Rinaldo, che di lei le
prove conte Vedute avea più volte al paragone, Quando Albracca assediar col suo
girone. 21 Lungo a dir fora quanto il giovinetto Guidon s'allegri di veder
costei, Aquilante e Grifone e Sansonetto, Ch' alla città, crudel furon con lei
• Malagigi e Viviano e Ricciardetto, Ch' all' occision de' Maganzesi rei . E di
quei venditori empj di Spagna L'aveano avuta sì fedel compagna. 22 Apparecchiar
per lo seguente giorno . Ed ebbe cura Carlo egli medesmo, Che fosse un luogo
riccamente adomo . Ove prendesse Marfisa battesrao. I véscovi e gran chierici
d'intorno, Che le leggi sapean del Cristianesmo, Fece raccorre, aedo da loro in
tutta La santa Fé' fosse Marfisa in strutta. 23 Venne in pontificale abito
sacro L'arcivesco Turpino, e battezzolla: Carlo dal salutifero lavacro Con
cerimonie debite levolla. Ma tempo è ormai ch'ai capo vóto e micri' Di senno si
soccorra con l'ampolla, Con che dal ciel più basso ne venia II duca Astolfo sul
carro d'Elia. 24 Sceso era Astolfo dal giro lucente Alla maggiore altezza della
terra, . Con la felice ampolla che la mente Dovea sanare al gran mistro di
gaem. Un'erba quivi di virtù eccellente Mostra Giovanni al Dum d'Inghilterr
i:Con essa vuol ch'ai suo ritorno tocchi Al Re di Nubia e gli risani gli
occhi:25 Acciò per questi e per li primi merti Gente gli dia. con che Bierta
assaglia. E come poi quei popoli inesperti Armi ed acconci ad uso di battaglia,
E senza danno passi pei deserti Ove l'arena gli uomini abbarbaglia, A punto a
punto l'ordine che tegna, Tutto il Vecchio santissimo gl'insegna. 26 Poi lo fé
rimontar su quello alato Che di Ruggiero, e fu prima d'Atlante. Il Paladin
lasci, licenziato Da san Giovanni, le contrade sante; E secondando il Nilo a
lato a lato, Tosto i Nubi apparir si vide innante; E nella terra che del regno
è capo, Scese dall'aria, e ritrovò il Senàpo. Stanza 26. 27 Molto fu il gaudio
e molta fu la gioia Che portò a quel Signor nel buo ritorno; Che hen si
raccordava della noia Che gli avea tolta, deir Arpie, d'intorno, Afa poi che la
grossezza gli discuoia Di quello umor che già gli tolse il giorio, E che gli
rende la vista di prima, I/arlora e cole, e come un Dio sublima: '2S Si che non
pur la gente che gli chiede Per muover guerra al regno di Biserta, Ma cento
mila sopra gli ne diede, E gli fé' ancor di sua persona offerta. La gente
appena, ch'era tutta a piede, Potea cajiir nella campagna aperta; Che di
cavalli ha quel paese inopia, 3Ta d'elefanti e di camelli copia. 29 L<\
notte innanzi il ì\ì che a suo cammino L'esercito di Nubia dovea porse, Montò
su rippogrifo il Paladino, E verso Mezzodì con fretta corse, Tanto che giunse
al monte che TAustrino Vento produce, e spira contra T Orse. Trovò la cava,
onde per stretta bocca, Quando si desta, il furioso scocca. 80 E, come
raccordògli il suo maestro, Ayea seco arrecato un utre vóto, Il qual. mentre
nell'antro oscuro alpestre AiliRticato dorme il fiero Noto, Allo spiraglio pon
tacito e destro; {)d è l'agguato in modo al vento ignoto, Ohe, oredendosi uscir
fuor la dimane, Preso • legato in quello utre rimane. 33 Poi che, inchinando le
ginocchia, fece Al santo suo maestro orazione, Sicuro che sia udita la sua
prece, Copia di sassi a far cader si pone. Oh quanto, a chi ben crede in
Cristo, lece! I sassi, fuor di naturai ragione Créscendo, si vedean venire in
giuso, E formar ventre e gambe e collo e muso: 34 E con chiari annitrir giù per
quei calli Venian saltando; e giunti poi nel piano, Scotean le groppe, e fatti
eran cavalli, Chi baio e chi leardo e chi rovano. La turba ch'aspettando nelle
valli Stava alla posta, lor dava di mano:Si che in poche ore fnr tutti montati;
Che con sella e con freno erano nati. Stanza 35 Ottanta mila cento e dua in un
giorno Fe\di pedoni, Astolfo cavalieri. Con questi tutta scorse Africa intomo,
Facendo prede, incendj e prigionieri Posto Agramante avea, fin al ritomo. Il Re
di Fersa e '1 Re degli Algazeri, Col re Branzardo a guardia del paese:E questi
si fèr contra al Duca inglese; 36 Prima avendo spacciato un sottil legno, Ch'a
vele e a remi andò battendo Ad Agramante avviso, come il r>igno PatJa dal Re
de' Nubi oltraggi e mali. Giorno e notte andò quel senza ritegno, Tanto che
giunse ai liti provenzali:E trovò in Arli il suo Re mezzo oppresso:ChèU campo
avea di Carlo un miglio appresso. 81 Di tanta preda il Paladino allegro,
Ritorna in Nubia, e la medesma luce Si pone a camminar col popol negro, E
vettovaglia dietro si conduce. A salvamento con lo stuolo integro Verso
l'Atlante il glorioso Duce Pel mezzo vien della minuta sabbia, Senza temer
che'l vento a nuocer gli abbia. 33 B giunto poi, di qua dal giogo, in parte
Onde il pian si discopre e la marina, Astolfo elegge la più nobil parte Del
campo, e la meglio atta a disciplina; E qua e là per ordine la parte Appiè d'un
colle, ove nel pian confina. Quivi la lascia, e su la cima ascende In vista
d'uom eh' a gran pensieri intende. 37 Sentendo il re Agramante a che periglio,
Per guadagnare il regno di Pipino, Lasciava il suo, chiamar fece a consiglio
Principi e Re del popol Saracino. E poi ch'una o due volte girò il ciglio
Quinci a Marsilio e quindi al re Sobrino, I quaì d'ogni altro fur, che vi
venisse, I duo più antiqui e saggi, cosi disse: 38 Quantunque io sappia come
mal convegna A un capitano dir, Non me '1 pensai, Pur lo dirò; ohe quando un
danno vegna Da ogni discorso uman lontano assai, A quel fallir par che sia
escusa degna: E qui si versa il caso mio; ch'errai A lasciar d'arme 1' Africa
sfornita . Se dalli Nubi esser dovea assalita. 39 Ma chi pensato avria, fuorché
Dio solo, A cui non è cosa fdtura ignota, Che dovesse venir con si gran stuolo
A farne danno gente si remota, Tra i quali e noi giace IMnstabil suolo Di
quell'arena ognor da' venti mota? Pur è venuta ad assediar Biserta, Ed ha in
gran parte l'Africa deserta. 40 Or sopra ciò vostro consiglio chieggio: Se par;
irmi di qui senza far frutto, Oppur seguir tanto l'impresa deggìo, Che prigion
Carlo meco abbi condutto; 0 come insieme io salvi il nostro seggio, E questo
imperiai lasci distrutto. S' alcun di voi sa dir, prego noi taccia, Acciò si
trovi il meglio, e quel si faccia. 41 Cosi disse Agramante; e volse gli occhi
Al Re di Spagna, che gli sedea appresso, Come mostrando di voler che tocchi, Di
quel e' ha detto, la risposta ad esso. E quel, poi che surgendo ebbe i ginorchi
Per riverenzia, e così il capo flesso. Nel suo onorato seggio si raccolse; ludi
la lingua a tai parole sciolse:42 0 bene o mal che la Fama ci apporti. Signor,
di sempre accrescer ha in usanza. Perciò non sarà mai ch'io mi sconforti, 0 mai
più del dover pigli baldanza Per casi, o buoni o rei, che sieno sorti; Ma
sempre avrò di par tema e speranza Ch'esser debban minori, e non del modo Ch'a
noi per tante lingue venir odo. 45 Yo' concedergli ancor, che sieno i Nubi Per
miracol dal ciel forse piovuti; 0 forse ascosi venner nelle nubi. Poiché non
far mai per cammin veduti. Temi tu che tal gente Africa rubi, Sebben di più soccorso
non l'alati? U tuo presidio avria ben trista pelle, Quando temesse un popolo si
imbelle. 46 Ma se tu mandi ancor che poche navi, Purché si veggan gli stendardi
tuoi, Non scioglieran di qua si tosto i cavi, Che fuggiranno nei confini suoi
Questi, 0 sien Nubi o sieno Arabi ignavi Ai quali il ritrovarti qui con noi,
Separato pel mar dalla tua terni, Ha dato ardir di romperti la £:uerra. Stanza
36. 43 E tanto men prestar gli debbo fede, Quanto più al verisimile
s'oppou'". Or se gli é verisimile si vede. Ch'abbia con tanto numer di
persone Posto nella pugnace Africa il piede Un Re di sì lontana regione,
Traversando l'arene a cui Cambile Con male augurio il popol suo commise. 44
Crederò ben che sian gli Arabi scesi Dalle montagne, ed abbian dato il guasto,
E saccheggiato, e morti uomini e presi. Ove trovato avran poco contrasto; E che
Branzardo, che di queipaesiLuogotenente e viceré é rimasto, Per le decine
scriva le migliaia, Acciò la scusa sua più degna paia. 47 Or piglia il tempo
che, per esser senza Il suo nipote Carlo, hai di vendetta. Poich' Orlando non
c'è, far resistenza Non ti può alcun della nimica setta. Se per non veder
lasci, o negligenza, L'onorata vittoria che t' aspetta, Volterà il calvo ove
ora il crin ne mostra, Con molto danno e lunga infamia nostra. 48 Con questo ed
altri detti accortamente L'Ispano persuader vuol nel concilio, Che non esca di
Francia questa gente, Finché Carlo non sia spinto in esilio. Ma il re Sobrin,
che vide apertamente Il cammino a che andava il re Marsilio, Che più per l'util
proprio queste cose, Che pel comun, dicea, cosi rispose:49 Quando io ti
coufortava a stare in pace, Foss io stato, Sigfnor, falso indovino; 0 tu, s'io
dovea pure esser verace, Creduto avessi al tuo fedel Sobrino, £ non piuttosto a
Rodomonte audace, A Marbalnsto, a Alzirdo e a Martasino, Li quali ora vorrei
qui avere a fronte: Ma vorrei più degli altri Rodomonte, 50 Per rinfacciargli
che volea di Francia Far quel che si faria d'uu fragil vetro, E in cielo e
nello 'uferno la tua lancia Seguire, anzi lasciarsela di dietro; Poi nel
bisogno si gratta la pancia, Neir ozio immerso abbominoso e tetro:Ed io, che
per predirti il vero, allora Codardo detto fui, son teco ancora: 51 E sarò
sempre mai, finchMo finisca Questa vita, eh ancor che d'anni grave, Porsi
incontra ogni dì per te smarrisca A qualunque di Francia più nome bave. Né sarà
alcun, sìa chi si vuol, ch'ardisca Di dir che l'opre mie mai fosser prave: E
non han più di me fatto né tanto Molti che si donar di me più vanto. 52 Dico
cosi, per dimostrar che quello Ch'io dissi allora, e che ti voglio or dire, Né
da vìltade vien né da cor fello, Ma d'amor vero e da fedel servire. Io ti
conforto ch'ai paterno ostello, Più tosto che tu puoi, vogli redire; Che poco
saggio si può dir colui Che perde il suo per acquistar l'altrui. 53 S'acquisto
c'è, tu'l sai. Trentadui fummo Re tuoi vassalli a uscir teco del porto: Or se
di nuovo il conto ne rassuroroo, C'è appena il terzo, e tutto '1 resto è morto.
Che non ne cadan più, piaccia a Dio sommo: Ma se tu vuoi seguir, temo di corto,
Che n"n ne rimarrà quarto né quinto; E'I miser popol tuo fia tutto
estinto. 54 Ch'Orlando non ci sia, ne aiuta; ch'ove Siam pochi, forse alcun non
ci saria. Ma per questo il periglio non rimuove, Sebben prolunga nostra sorte
ria. Ecci Rinaldo, che per molte prove Mostra che non minor d'Orlando sia. C è
il suo li naggio, e tutti i Paladini, Timore etemo a' nostri Saracini; 55 Ed
hanno appresso quel secondo Marte . (Benché i nemici al mio dispetto loio). Io
dico il valoroso Brandimarte, Non men d'Orlando ad ogni prova sodo; Del qual
provato ho la virtnde in parte, Parte ne yegs;o all'altrui spese et odo. Poi
son più di che non e' è Orlando stato; E più perduto abbiam, che guadagnato. 56
Se per addietro abbiam perduto, io temo Che da qui innanzi perderem più in
grosso. Del nostro campo Mandricardo è scemo; Gradasso il suo soccorso n'ha
rimosso: Marfisa n'ha lasciati al punto estremo; E cosi il Re d'Algler, di cui
dir posso Che, S3 fosse fedel come gagliardo, Poco uopo era Gradasso o Mandricardo.
57 Ove sono a noi tolti questi aiuti, E tante mila son dei nostri morti; E quei
eh' a venir han son già venuti, Né s'aspetta altro legno che n'apporti: Quattro
son giunti a Carlo, non tenuti Manco d'Orlando o di Rinaldo forti; E con
ragion, che da qui sino a Battro Potresti mal trovar tali altri quattro. 58 Non
so se sai chi sia Guidon Selvaggio e Sansonetto e i figli d'Oliviero. Di questi
fu' più stima e più tema aggio che d'ogni altro lor duca e cavaliero che di
Lamagna o d'altro stran linguaggio sia contra noi per aiutar l'impero;
bench'importa anco assai la gente nuova ch'a' nostri danni in campo si ritrova.
59 Quante volte uscirai alla campagna, Tante avrai la peggiore, o sarai rotto.
Se spesso perde il campo Africa e Spagna, quando sian stati sedici per otto;
che sarà poi ch'Italia e che Lamagna con Francia è unita, e'l popolo anglo e
scotto, e che sei contra dodici saranno? ch'altro si può sperar, che biasmo e
danno? 60 La gente qui, là perdi a un tempo il regrno. S'in questa impresa più
duri ostinato; Ove, s'al ritornar muti disegno. L'avanzo di noi sèrvi ccn lo
stato. Lasciar Marsilio è di te caso indegno: Ch' ognun te ne terrebbe molto
ingrato. Ma c'è rimedio: far con Carlo pace; Ch'a lui deve piacer, se a te pur
piace. stanza 33. 61 Pur se ti par che non ci sia il tuo onore, Se tu, che
prima offeso sei, la chiedi:E la battaglia più ti sta nel core, Che, come sia
fin qui successa, vedi; Studia almen di restame vincitore; Il che forse
avverrà, se tu mi credi, Se d'ogni tua querela a un cavaliero Darai l'assunto;
e se quel fia Ruggiero. 62 lo'l so, e tu'l sai, che Ruggier nostro è tale, Che
già da solo a sol con l'arme in mano, Non men d'Orlando o di Rinaldo vale, Né
d'alcun altro cavalier cristiano. Ma se tu vuoi far guerra universale, Ancorché
'1 valor suo sia soprumano, Egli però non sarà più eh' un solo, Ed avrà di par
suoi contra uno stuolo. 63 A me par, sa te par, ch'a dir si luandi Al Re
Cristian, che per finir le liti, E perchè cessi il sangue che tu spandi Ognor
de' suoi, egli de'tuoi infiniti, Che contra un tuo guerrier tu gli domandi Che
metta in campo uno dei suoi più arditi: E faccian questi duo tutta la guerra.
Finché Tun vinca, e T altro resti in terra; Stanza 65. 64 Con patto, che qual
d'essi perde, faccia CheU suo Re all'altro Re tributo dia. Questa condizi'on
non credo spiaccia A Carlo, ancorché sul vantaggio sia. Mi fido sì nelle
robuste braccia Poi di Ruggier, che vinci tor ne fia; E ragion tanta é dalla
nostra parte, Che vincerà, s'avesse incontra Marte. 65 Con questi ed altri più efficaci
detti Fece Sobrin sì, che '1 partito ottenne; E gì' interpreti fur quel giorno
eletti, E quel dì a Carlo l'imbasciata venne Carlo, ch'avea tanti guerrier
perfetti, Vinta per sé quella battaglia tenne, Di cui l'impresa al buon Rinaldo
diede, In ch'avea, dopo Orlando, maggior fede. 66 Di questo accordo lieto
parimente L'uno esercito e l'altro si godea; Chè'l travaglio del corpo e della
mente Tutti avea stanchi, e a tutti rincrescea. Ognun di riposare il rimanente
Della sua vita disegnato avea: Ognun maledicea l'ire e i furori Ch' a risse e a
gare avean lor desti i cori. 67 Rinaldo che esaltar molto si vede. Che Carlo in
lui dì quel che tanto pesa, Via più eh' in tutti gli altri, ha avuto fede .
Lieto si mette all'onorata impresa: Ruggier non stima; e veramente crede Che
contra sé non potrà far difesa:Che suo pari esser possa non gli è avviso,
Sebben in campo ha Mandricardo ucciso. 68 Ruggier dall'altra parte, ancorché
molto Onor gli sia che '1 suo Re V abbia eletto, E pel miglior di tutti ì buoni
tolto, A cui commetta un sì importante effetto: Pur mostra affanno e gran
mestizia in volto: Non per paura che gli turbi il petto; Che non eh' un sol
Rinaldo, ma non teme Se fosse con Rinaldo Orlando insieme: 69 Ma, perché vede
esser di lui sorella La sua cara e fidissima consorte, Ch'ognor scrivendo
stimola e martella. Come colei ch'é ingiuriata forte. Or s'alle vecchie oflTese
aggiunge quella D'entrare in campo a porle il frate a morte, Se la farà,
d'amante, così odiosa, Ch'a placarla mai più fia dura cosa. 70 Se tacito
Ruggier s'affligge ed auge Della battaglia che mal grado prende. La sua
car" moglier lacrima e piange. Come la nuova indi a poche ore intende.
Barte il bel petto, e l'auree chiome frange, E le guance innocenti irriga e
offende; E chiama con rammarichi e querele Ruggiero ingrato, e il suo destin
crudele, 71 D'ogni fin che sortisca la contesa, A lei non può venirne altro che
doglia. Ch'abbia a morir Ruggiero in questa impresi Pensar non vuol; che par
che '1 cor le toglia:Quando anco, per punir più d'una offesa, La ruina di
Francia Cristo voglia, Oltre che sarà morto il suo fratello, Seguirà un danno a
lei più acerbo e fello; 72 Ohe non potrà, se non con biasrao e scorno E
nimìcizia dì tutta sua gente, Fare al marito suo mai più ritorno, Si che lo
sappia ogun pubblicamente, Come s' avea, pensando notte e giorno, Più volte
disegnato nella mente: E tra lor era la promessa tale, Ohe 1 ritrarsi e il
pentir più poco vale. 73 Ma quella usata nelle cose avverse Di non mancarle di
soccorsi fidi, Dico Melissa maga, non sofferse Udirne il pianto e i dolorosi
gridi:E venne a consolarla, e le profferse, Quando ne fosse il tempo, alti
sussidi, E disturbar quella pugna futura, Di ch'ella piange e si pon tanta
cura. 74 Rinaldo intanto e F inclito Ruggiero Apparecchiavan Tarme alla
tenzone, Di cui dovea Teletta al Oa vallerò Che del romano Imperio era
campione. E come quel che, poi oboi buon destriero Perde Baiardo, andò sempre
pedone, Si elesse a pie, coperto a piastra e a maglia, Con Tazza e col pugnai
far la battaglia. 75 0 fosse caso, o fosse pur ricordo Di Malagigi suo provvido
e saggio, Che sapea quanto Balisarda ingordo Il taglio avea di fare alF arme
oltraggio, Combatter senza spada fur d'accordo L'uno e l'altro guerrier, come
detto aggio. Del luogo s'accordar presso alle mura DelT antiquo Arli, in una
gran pianura. 76 Appena avea la vigilante Aurora Dall' ostel di Titon fuor
messo il capo, Per dare al giorno terminato, e all'ora Ch'era prefissa alla
battaglia, capo: Quando di qua e di là vennero fuora I deputati: e questi in
ciascun capo Degli steccati i padiglion tiraro, Appresso ai quali ambi un aitar
fermaro. 77 Non molto dopo, instrutto a schiera a schiera, Si vide uscir
l'esercito pagano. In mezzo armato e sontuoso v'era Di barbarica pompa il Re
africano; E s'un baio corsier di chioma nera, Di fronte bianca, e di duo pie
balzano, A par a par con lui venia Ruggiero, A cui servir non è Marsilio
altiero. 78 L'elmo che dianzi con travi\glio tanto Trasse di testa al Re di
Tarlarla, L' elmo che celebrato in maggior Canto Portò il troiano Ettor milT
anni pria, Gli porta il re Marsilio a canto a canto: Altri Principi ed altra
Baronia S' hanno partite Taltrarme fìra loro, Ricche di gioie e ben fregiate
d'oro 79 Dall'altra parte fuor dei gran ripari Re Carlo usci con la sna gente
d'arme, Con gli ordini medesmi e modi pari Che terria se venisse al fatto
d'arme. Cingonlo intorno i suoi famosi Pari; E Rinaldo è con lui con tutte
Tarme, Fuorché T elmo che fu del re Mambrino, Che porta Uggier danese,
paladino. 80 E di due azze ha il duca Namo l'una, E l'altra Salamon re di
Bretagua. Carlo da un lato i snoi tutti raguna; Dall'altro son quei d'Africa e
di Spagna. Nel mezzo non appar persona alcuna; Voto riman gran spazio di
campagna: Che per bando comune a chi vi sale, Eccetto ai duo guerrieri, è
capitale. 81 Poi che dell'arme la seconda eletta Si die al campion del popolo
pagano, Duo sacerdoti, T un dell' una setta, L'altro dell' altra, uscir coi
libri in mano. In quel del mstro è la vita perfetta Scritta di Cristo, e T
altro è l'Alcorano: Con quel dell'Evangelio si fé' innante L'Imperator, con
l'altro il re Agramante. 82 Giunto Carlo all'alter che statuito I suoi gli
aveano, al ciel levò le palme, E disse: 0 Dio, e' hai di morir patito Per
redimer da morte le nostr'alme; 0 Donna, il cui valor fu sì gradito. Che Dio
prese da te l'umane salme, E nove mesi fu nel tuo santo alvo. Sempre serbando
il fior virgineo salvo:83 Siatemi testimoni, ch'io prometto Per me e per ogni
mia successione, Al re Agramante, ed a chi dopo eletto Sarà al governo di sua
regione, Dar venti some ogni anno d'oro schietto, S' oggi qui riman vinto il
mio campione; E ch'io prometto subito la trìegua Incominciar che poi perpetua
segua 84 £ se'n ciò manco, subito sfaccenda La formidabil ira dambidui La qnal
me solo e i miei figliuoli offenda, Non alcun altro che sìa qui con nui; Sì che
in brevissima ora si comprenda che sia il mancar della promessa a vui. Così
dicendo, Carlo sul Vangelo Tenea la mano, e gli occhi fissi al cielo. 87
Ruggier promette, se della tenzone Il suo Re Tiene o manda a disturbarlo, Che
né suo guerrier più, né suo barone £sser mai vuol, ma darsi tutto a Carlo.
Giara Rinaldo ancor, che se cagione Sarà del suo Signor quindi levarlo. Finché
non resti vinto egli o Ruggiero, Si farà d'Agramante cavaliero. 85 Si levan
quindi, e poi vanno all'altare Che riccamente avean Pagani adomo; Ove giurò
Agramante, eh' oltre al mare, Con V esercito suo farà ritomo, Ed a Carlo daria
tributo pare, Se restasse Ruggier vinto quel giorno: E perpetua tra lor triegua
saria, Coi patti ch'avea Carlo detti pria. 86 E similmente con parlar non
basso, Chiamando in testimonio il gran Maumette, Sul libro che in man tiene il
suo Papasso, Ciò che detto ha, tutto osservar promette Poi del campo si partono
a gran passo, E tra i suoi l'uno e l'altro si rimette: Poi quel par di campioni
a giurar venne; E'I giuramento lor questo contenne. 88 Poi che le cerimonie
finite hanno, Si ritoma ciascun dalla sua parte; Né v'indugiano molto, che lor
danno Le chiare trombe segno al fiero Marte. Or gli animosi a ritrovar si
vanno, Con senno i passi dispensando ed arte. Ecco si vede incominciar
l'assalto Sonar il ferro, or girar basso, or alto. 89 Or innanzi col calce, or
col martello Accennau quando al capo e quando al piede, Con tal destrezza e con
modo si snello. Cli'ogni credenza il raccontarlo eccede. Ruggier, che combattea
centra il fratello Di chi la misera alma gli possiede, A ferir lo venia con tal
riguardo, Che stimato ne fu manco gagliardo. 90 Eia a parar, più eh' a ferire,
intento; E non sapea egli stesso il suo desire. Spegner Rinaldo saria mal
contento; Né vorria volentieri egli morire. Ma ecco giunto al termine mi sento,
Ove convien l'istoria diflFerire. Nell'altro Cauto il resto intenderete, S'udir
nell'altro Canto mi verrete. NOTE: St. 2. v.4. Creso o Crasso: V uno fa re di
Lidia, l'altro patrizio romiiio, tutti e due ricchissimi. St. 12. V.3. Alla
Tirinzia foce: allo stretto di Gibilterra, formato dalle colonne d'Ercole,
soprannomi nato alcune volte Tirinzio, perchè educato in Tirinta, antica città
del Peloponneso. St. 20. V.8. Albracca assediar col suo girone: con tutto il
grosso cerchio delle più alte fortezze inteme. St. 26. v.1. Sm mcìo o/afo.
iiiteiidesi l'Ippogiifo. St. 29. v 56 Anstrino vento: vento che spira da
mezzogiorno. St 31 .v.2. Ela medesma luce: e nello stesso giorno. St. 35. V.6.
Il re di Fersa e il re de ili Algazeri. Il primo nominavasi Folvo, e l'altro
Bua far. st. 3. V.6. Mota: mossa, agitata. St. 41. V.6. Flesio: piegato. St.
4:1 V.78. L'arene a cui Camhise, ecc. Questo re di Persia spedi uu esercito
contro gli Ammonì, popoUi della Libia ai confini della Cirenaica, e i soldati
restarono sepolti sotto l'arena sollevata dal vento. St. 47. V.7. Volterà il
calvo ove ora il erin u mostra" La Fortuna rappresentasi con un sol daffa
di capelli sul davanti del capo, e calva in tutto il rìmaaeot?. St. 57. V.7.
Battro: antica città, tr& il Caucaso ed il mar Caspio. É qui usato
senz'altro per paese lontano. come dire fino al più lontano oriente. St. 77.
V.18. Instrutto: qui disposto. St. 78. V.3. In maggior Canto: neW Iliade di
Onero. St. 79. V.5. J suoi famosi Pari: i paladini, ch'e rano dodici, e cosi
detti perchè tutti di egnal disnirà nella corte di Carlo. St. 80. V.28. /;
capitale: è delitto da pnnirsi con U morte. St. 86. V.3. Papasso: sacerdote.
XXXIX Stanza 27 Htilrnsn f'ol m'Kf> iU un ìnriiiilosiiiio Th vho jjrmanl
romim I palli gì II rati uello fTaliilire il dm'llo; ijuìjiili vonono alle mani
i dne PHcrciti, e i >I{ii i hanno la l>'f;io. Astolfo fa proiieze iit Afika
e vi crK'n iini llolta. Egli d i suoi conipapiù s'Imbniltoiio in Orlando, li
Astfilfii gli rfinde il siivun Afìraiìiante, pojtosl alla vela, con le Kilt''
tTUppi iiTC'tintra Isti JUdta crbtiaiia. da imi vk'iio a>sdalLto. !/aflUnnri
di Riisiier ben veramente K K(]ira tsgif ftlrro duro, acerba e forte, T"i
cui tràvas:li;i il cur|ìii, e pili la mente Puìcìiè di due fntir non può una
mnrte; o dEi Riimldo, 5=e di lui posseiito Fia Tiii'iio; 0 P" tiii più.
dalla couìorte: (he tìel fratel le uccide, sa clf incorre Xeir odio suo, che
più clic nicirtc abburre KiniiMo, die non h;x simìl jfeniiiery. Tu ri] tri i
lujili alla virluria asjiira: Mtna deirjiKza dispetroso e riero; (nauibi allt
braccia e quando al capo mìr;\. Vultcfiaudo con Taita il Luou Riu%nerfi Ribatte
il colpo, e quinci e quindi gira; E se percuote pur, disegna loco Ove possa a
Rinaldo nuocer poco. B Alla più parte dei Signor pagani Troppo par disegnai
esser la zuffa: Troppo è Ruggier pigro a menar le mani; Troppo Rinaldo il
giovine ribuffa. Smarrito in faccia il Re degli Africani Mira l'assalto, e ne
sospira e sbuffa; Ed accusa Sobrin, da cui procede Tutto l'error, cbe'l mal
consiglio diede. 4 Melissa in questo tempo, ch'era fonte di quanto sappia
incantatore o mago, Avea cangiata la femminil fronte, E del gran Re d' Algier
presa IMmago. Sembrava al viso, ai gesti Rodomonte, E pnrea armata di pelle di
drago; E tal lo scudo, e tal la spada al fianco Avea, quale usava egli, e nulla
manco. 5 Spinse il Demonio innanzi al mesto fiorilo Del re Troiano, in forma di
cavallo; K con gran voce e con turbato ciglio Disse: Signor, questo è pur
troppo fallo. Oh' un giovene inesperto a far periglio Contra un si forte e si
famoso Gallo Abbiate eletto in cosa di tal sorte, Che'l regno e Touor d'Africa
n'importe. 6 Non sì lassi seguir questa battaglia, Che ne sarebbe in troppo
detrimento. Su Rodomonte sia; né ve ne caglia L'avere il patto rotto e'I
giuramento. Dimostri ognun, come sua spada taglia: Poich'io ci sono, ognun di
voi vai cento. Potè questo parlar si in Agr.imante, Che, senza più pensar, si
cacciò innante. 7 II creder d'aver seco il Re d'Algieri Fece che si curò poco
del patto; E non avria di mille cavalieri Giunti in suo aiuto si gran stima
fatto. Perciò lance abbassar, spronar destrieri Di qua dì là veduto fu in un tratto.
Melissa, poi che con sue finte larve La battaglia attaccò, subito sparve. 8 I
duo campion, che vedono turbarsi Contra ogni accordo, contra ogni promessa.
Senza più l'un con l'altro travagliarsi, Anzi ogni ingiuria avendosi rimessa.
Fede si dan, né qua né là impacciarsi, Finché la cosa non sia meglio espressa,
Chi stato sia che i patti ha rotto innante, O'I vecchio Carlo, o'I giovene
Agramante. 9 E replican con nuovi giuramenti D'esser nimici a chi mancò di
fede. Sozzopra se ne van tutte le genti:Chi porta innanzi, e chi ritorna il
piede. Chi sia fra i vili, e chi tra i più valenti, In un atto medesimo si
vede. Son tutti parimente al correr presti; Ma quei cirrono innanzi, e indietro
questi. 10 Come levrier che la fugace fera Correre intorno ed aggirarsi mira,
Né può con gli altri cani andare in schiera. Che'l cacciator lo tien, si
strugge d'ira Si tormenta, s'affligge e si dispera, Schiattisce indamo, e si
dibatte e tira: Cosi sdegnosa infin allora stata Marfisa era quel di con la
cognata. 11 Fin a quell'ora avean quel dì vedute Si ricche prede in spazioso
piano; E che fosser dal patto ritenute Di non poter seguirle e porvi mano .
Rammaricate s' erano e dolute, E n' avean molto sospirato invano. Or che i
patti e le triegue vider rotte, Liete saltar nell'africane frotte. 12 Marfisa
cacciò l'asta per lo petto Al primo che scontrò, due braccia dietro: Poi trasse
il brando, e in men che non V ho dett Spezzò quattro elmi che sembrar di vetro.
Bradamante non fé' minore effetto; Ma l'asta d'or tenne diverso metro: Tutti
quei che toccò, per terra mise; Duo tanti fur, né però alcuno uccise. 13 Questo
si presso l'una all'altra fero, Che testimonie se ne flir tra loro; Poi si
scostare, ed a ferir si diero, Ove le trasse l'ira, il popol moro. Chi potrà
conto aver d'ogni guerriero Ch'a terra mandi quella lancia d'oro? E d'ogni
testa che tronca o divisa Sia dall'orribil spada di Marfisa? 14 Come al soffiar
de' più benigni venti. Quando Apennin scopre l'erbose spalle, Muovonsi a par
duo turbidi torrenti . Che nel cader fan poi diverso calle; Svellono i sassi e
gli arbori eminenti Dall'alte ripe, e portan nella valle Le bia'e e i campi; e
quasi a gara fanno A chi far può nel suo cammin più danno: 611 15 Così le due
magnanime guerriere, Scorrendo il campo per diversa strada, Gran strage fan
neir africane schiere, Lnna con Tasta, e 1 altra con la spada. Tiene Adamante a
pena alle bandiere La gente sua, eh' in fuga non ne vada. Invan domanda, invan
volge la fronte; Né pnò saper che sìa di Rodomonte. 16 A conforto di lui rotto
avea il patto (Cosi credea) che fu solennemente, I Dei chiamando in testimonio,
fatto; Poi s era dileguato sì repente. Né Sobria vede ancor. Sobrin ritratto lu
Arli s'era, e dettosi innocente; Perchè di quel pergiuro aspra vendetta Sopra
Agramante il dì medesmo aspetta. 17 Marsilio anco è fuggito nella terra; Si la
religi'on gli preme il core. Perciò male Agramante il passo serra A quei che
mena Carlo imperatore, D Italia, di Lamagna e d'Inghilterra, Che tutte genti
son d'alto valore; Ed hanno i Paladin sparsi tra loro, Come le gemme in un
ricamo 4 oro:18 E presso ai Paladini alcun perfetto, Quanto esser possa al
mondo cavaliero, Guidon Selvaggio, l'intrepido petto, E i duo famosi figli
d'Oliviero. Io non voglio ridir, ch'io l'ho già detto. Di quel par di donzelle
ardito e fiero. Questi uccidean di genti saraeine Tanto, che non v'è numero né
fine. 19 Ma, differendo questa pugna alquanto. Io vo' passar senza navilio il
mare. Non ho con quei di Francia da far tanto. Ch'io non m'abbia d'Astolfo a
ricordare. La grazia che gli die l'Apostol santo Io v'ho già detto, e detto
aver mi pare Che'l re Branzardo e il Re dell'Algazera Per girgli incontra
armasse ogni sua schiera. 20 Furon di quei ch'aver poteano in fretta. Le
schiere di tu tt' Africa raccolte. Non men d'inferma età che di perfetta; Quasi
eh' ancor le femmine fur tolte. Agramante ostinato alla vendetta, Avea già vota
l'Africa due volte. Poche genti rimase erano, e quelle Esercito facean timido e
imbelle. 21 Ben lo mostrar; che gl'inimici appena Vider lontan, che se
n'andaron rotti. Astolfo, come pecore " li mena Dinanzi ai suoi di
guerreggiar più dotti, E fa restarne la campagna piena: Pochi a Biserta se ne
son ridotti: Prigion rimase Bucifar gagliardo; Salvossi nella terra il re
Branzardo. 22 Via più dolente sol di Bucifaro, Che se tutto perduto avesse il
resto. Biserta è grande, e farle gran riparo Bisogna, e senza lui mal pnò far
questo. Poterlo riscattar molto avria caro. Mentre vi pensa, e ne sta afflitto
e masto, Gli viene in mente come tieu prigione Già molti mesi il paladin
Dudone. 23 Lo prese sotto a Monaco in riviera U Re di Sarza nel primo
passaggio. Da indi in qua prigion sempre stato era Dudon, che del Danese fu
lignaggio. Mutar costui col Re dell'Algazera Pensò Branzardo, e ne mandò
messaggio Al capitan de' Nubi perchè intese. Per vera spia, eh' egli era
Astolfo' inglese. 24 Essendo Astolfo paladin, comprende Che dee aver caro un
paladino sciorre. Il gentil Duca, come il caso intende, Col re Branzardo in un
voler concorre. Liberato Dudon, grazie ne rende Al Duca, e seco si mette a
disporre Le cose che appartengono alla guerra, Così quelle da mar, come da
terra. 25 Avendo Astolfo esercito infinito Da non gli far sette Afriche difesa;
E rammentando come fu ammonito Dal santo Vecchio, che gli die l'impresa, Di tor
Provenza e d'Acquamorta il lito Di man de' Saracin che l'avean presa:D'una gran
turba fece nuova eletta. Quella ch'ai mar gli parve manco inetta). 26 Ed
avendosi piene ambe le palme, Quanto potean capir, di varie fronde A lauri, a
cedri tolte, a olive, a palme, Venne sul mare, e le gittò nell' onde, uh felici
e dal Ciel ben dilette alme! Grazia che Dio raro a' mortali infonde! Oh
stupendo miracolo che nacque Di quelle frondi, come fur nell'acque! 27 Crebbero
in quantità fuor d'ogni stima; Si feron curve e grosse e lunghe e gravi; Le
vene cVa traverso aveano prima, Mutaro in dure spranghe e in grosse travi; E
rimanendo acute in ver la cima, Tutto in un tratto diventaro navi Di differenti
qualitadi, e tante, Quante raccolte fur di varie piante. 28 Miracol fu veder le
fronde sparte Pro'lur f uste, galee, navi da gabbia. Fu mirabile ancor, che
vele e sarte E remi avean, quanto alcun legno n'abbia. Non mancò al Duca poi
chi avesse l'arte Di governarsi alla ventosa rabbia; Che di Sardi e di Córsi
non remoti, Nocchier, padron, pennesi ebbe e piloti. 29 Quelli che entraro in
mar, contati foro Ventiseimila, e gente d'ogni sorte. Dudon andò per capitano
loro, Cavalier saggio, e in terra e in acqua forte. Stava Tarmata ancora al
lito moro, Miglior vento aspettando che la porte, Quando un naviglio giunse a
quella riva, Che di presi guerrier carco veniva. 30 Portava quei ch'ai
periglioso ponte, Ove alle giostre il campo era sì stretto, Pigliato avea
l'audace Rodomonte, Come più volte io v' ho di sopra detto. Il cognato tra
questi era del Conte; E il fedel Brandimarte e Sansonetto, Ed altri ancor, che
dir non mi bisogna, D'Alemagna, d'Italia e di Guascogna. Èl Quivi il nocchier,
eh' ancor non s'era accorto Degl'inimici, entrò con la galea, Lasciando molte
mislia addietro il porto D'AIgieri, ove calar prima volea. Per un vento
gagliardo ch'era sorto, E spinto oltre il dover la poppa avea. Venir tra i suoi
credette, e in loco fido, Come vien Progne al suo loquace nido. 32 Ma come poi
l'imperiale Augello, I Gigli d'oro, e i Pardi vide appresso, Restò pallido in
faccia, come quello Che'l piede incauto d'improvviso ha messo Sopra il serpente
venenoso e fello, Dal pigro sonno in mezzo l'erbe oppresso; Che spaventato e
smorto si ritira, Fuggendo quel eh' è pien di tosco e d'ira. 33 Già non potè
fuggir quindi il nocchiero t Né tener seppe i prigion suoi di piatto. Con
Brandimarte fu, con Oliviero, Con Sansonetto e con molti altri tratta Ove dal
Duca e dal fìgliuol d' Uggiero Fu lieto viso agli suo' amici fatto; E per
mercede, lui che li condusse, Volson che condannato al remo fusse. 34 Come io
vi dico, dal figliuol d' Otone I cavalier Cristian furon ben visti, E di mensa
onorati al paliglione. D'arme e di ciò che bisognò provvisti. Per amor d'essi
differì Dudone L'andata sua; che non minori acquisti Di ragionar con tai baroni
estima, Che d'esser gito uno o due giorni prima. 35 In che stato, in che
termine si trove E Francia e Carlo, istruzion vera ebbe; E dove più
sicuramente, e dove, Per far miglior effetto, calar debbe. Mentre da lor venia
intendendo nuove, S'udì un rumor che tuttavia più crebbe; E un dar all'arme ne
segui si fiero. Che fece a tutti far più d'un pensiero. 36 II duca Astolfo e la
compagnia bella. Che ragionando insieme si trovare. In un momento armati furo e
in sella, E verso il maggior grido in fretta andaro, Di qua di là cercando pur
novella Di quel remore; e in loco capitalo. Ove videro un uom tanto feroce. Che
nudo e solo a tutto '1 campo nuoce. 37 Menava un suo baston di legno in volta,
Ch'era si duro e si grave e sì fermo, Che declinando quel, facea ogni volta
Cader in terra un uom peggio ch'infermo. Già a più di cento avea la vita tolta;
Né più se li facea riparo o schermo. Se non tirando di lontan saette:Da presso
non é alcun già che Paspette. 38 Dudone, Astolfo, Brandimarte essendo Corsi in
fretta al remore, ed Oliviero, Della gran forza e del valor stupendo Stavan
maravigliosi di quel fiero; Quando venir s'un palafren correndo Videro una
donzella in vestir nero. Che corse a Brandimarte e salutollo, E gli alzò a un
tempo ambe le braccia al collo. Stanza 15. 39 Questa era Fiordilìgi, che si
acceso Ayea d'amor per Brandimarte il core, Che, quando al ponte stretto il
lasciò preso, Vicina ad impazzar fu di dolore. Di là dal mare era passata,
inteso Avendo dal Pagan che ne fu autore, Che mandato con molti cavalieri Era
prigion nella città d Algieri. 40 Quando fu per passare, avea trovato A
Marsilia una nave di Levante, Ch' un vecchio cavaliere avea portato Della
famiglia del re Monodante; Il qual molte provincie avea cercato, Quando per
mar, quando per terra errante, Per trovar Brandimarte; che nuova ebbe Tra via
di lui, eh' in Francia il troverebbe. 41 Ed ella conosciuto che Bardino Era
costui, Bardino che rapito Al padre Brandimarte Piccolino, Ed a Rocc\ Silvana
avea no trito, E la cagione incesa del cammino, Seco fatto l'avea scioglier dal
Jito, Avendogli narrato in che maniera Brandimarte passato in Africa era. 42
Tosto che furo a terra, udir le nuove, Ch'assediata da Astolfo era Biserta. Che
seco Brandimarte si ritrove Udito avean, ma non per cosa certa. Or Fiordiligi
in tal fretta si muove, Come lo vede, che ben mostra aperta Queir allegrezza
ch'i precessi guai Le fero la maggior ch'avesse mai. Stanza 40. 43 II gentil
Cavalier, non men giocondo Di veder la diletta e fida moglie, Ch'amava più che
cosa altra del mondo. L'abbraccia e stringe, e dolcemente accoglie: Né per
saziare al primo né al secondo Né al terzo bacio era l'accese voglie; Se non
ch'alzando gli occhi, ebbe veduto Bardin che con la donna era venuto. 44 Stese
le mani, et abbracciar lo volle, E insieme domandar perchè venia; Ma di poterlo
far tempo gli tolle Il campo ch'in disordine fuggia Dinanzi a quel boston che
'1 nudo folle Menava intorno, e gli facea dar via. Fiordiligi mirò quel nudo in
fronte, E gridò a Brandimarte: Eccovi il Conte. 45 Astolfo tutto a un tempo,
ch'era quivi, Che questo Orlando fosse, ebbe palese Per alcun segno che dai
vecchi Divi Su nei terrestre Paradiso intese. Altrimente resuavan tutti privi
Di cognizion di quel Signor cortese, Che per lungo sprezzarsi, come stolto,
Avea di fera, più che d'uomo, il volto. 46 Astolfo, per pietà, che gli trafisse
Il petto e il cor, si volse lacrimando:Et a Dudon, che gli era appresso, disse,
Et indi ad Oliviero: Eccovi Orlando. Quei gli occhi alquanto e le palpebre
fisse Tenendo in lui, l'andar raffigurando; E '1 ritrovarlo in tal calamitade,
Gli empi di maraviglia e di pietade. 47 Piangeano quei Signor per la più parte;
Si lor ne dolse, e lor ne 'ncrebbe tanto. Tempo è, lor disse Astolfo, trovar
arte Di risanarlo, e non di fargli il pianto:E saltò a piedi, e cosi
Brandimarte, Sansonetto, Oliviero e Dudon santo; E s' avventar(c) al nipote di
Carlo Tutti in un tempo; che volean pigliarlo. 48 Orlando che si vide fare il
cerchio, Menò il baston da disperato e folle; Et a Dudon, che si facea
coperchio Al capo dello scudo, ed entrar volle, Fé' sentir ch'era grave di
soperchio:E se non che Olivier col brando tolle Parte del colpo, avria il
bastone inginsto Rotto lo scudo, l'elmo, il capo e il busto. 49 Lo scudo roppe
solo, e su Telmetto Tempestò sì, che Dudon cadde in terra. Menò la spada a un
tempo Sansonetto, E del baston più di duo braccia afferra Con valor tal, che
tutto il taglia netto. Brandimarte, eh' addosso se gli serra, Gli cinge i
fianchi, quanto può, con ambe Le braccia, e Astolfo il piglia nelle gambe. 50
Scuotesi Orlando, e lungi dieci passi Da sé l'Inglese fé' cader riverso:Non fa
però che Brandimarte il lassi. Che con più forza l'ha preso a traverso. Ad
Olivier, che troppo innanzi fassi, Menò un pugno sì duro e si perverso, Che lo
fé' cader pallido ed esangue, E dal naso e dagli occhi uscirgli il sangue. 51 E
se non era l'elmo più che buono Ch' avea Olivier, V avria quel pugno
ucciso:Cadde però, come se fatto dono Avesse dello spirto al Paradiso. Dudone e
Astolfo che levati sojo, Benché Dudone abbia gonfi "to il viso, E
Sansonetto che'l bel colpo ha fatto, Addosso a Orlando son tutti in un tratto.
55 Come egli è iu terra, gli son tutti addosso, E gli legan più forte e piedi e
mani. Assai di qua di là sè Orlando scosso; Ma sono i suoi risforzi tutti vani.
Comanda Astolfo che sia quindi mosso, Che dice voler far che si risani. Dudon
eh' è grande, il leva in su le schene E porta al mar sopra T estreme arene.
"faPrt, Stanza 51. 56 Lo fa lavar Astolfo sette volte, E sette volte sotto
acqua l'attuffa; Si che dal viso e dalle membra stolte Leva la brutta roghine e
la muffa: Poi con cert' erbe, a questo effetto colte La bocca chiuder fi, che
soffia e buffa; Che non volea ch'avesse altro meato Onde spirar, che per lo
naso, il fiato. 57 Aveasi Astolfo apparecchiato il vaso, Tn che il vsenno
d'Orlando era rinchiuso; E quello in moflo appropinquogli al naso. Che nel
tirar che fece il fiato in suso, Tutto il votò. Maraviglioso caso ! Che ritornò
la mente al primier uso; E ne' suoi bei discorsi l'intelletto Rivenne, più che
mai lucido e netto. 02 Dudon con rran vigor dietro V abbraccia . Pur tentando
col pie farlo cadere: Astolfo e gli altri gli han prese le braccia, Xè Io puon
tutti insieme anco tenere. Chi ha visto toro a cui si dia la caccia, E eh' alle
orecchie abbia le zanne fiere, Correr mugliando, e trarre ovunque corre I cani
seco, e non potersi sciorre; 53 Immagini ch'Orlando fosse tale, Che tutti quei
gnerrier seco traea. Tn quel tempo Olivier di terra sale, Là dove steso il gran
pugno l'avea; E visto che cosi si potea male Far di lui quel ch'Astolfo far
volea. Si pensò un modo, et ad effetto il messe, Di far cader Orlando, e gli
successe. 54 Si fé' quivi arrecar più d'una fune, E con nodi correnti adattò
presto; Ed alle gambe ed alle braccia alcune Fé' porre al Conte, ed a traverso
il resto. Di quelle i capi poi parti in comune, E li diede a tenere a quello e
a questo. Per quella via che maniscalco atterra Cavallo 0 bue, fu tratto
Orlando in terra. Stanza 54. 58 Come chi da noioso e grave sonno, Ove, 0 veder
abbominevol forme Di mostri che non son, né eh' esser ponno, 0 gli par cosa far
strana ed enorme, Ancor si maraviglia, poi che donno È fatto de' suoi sensi, e
che non dorme; Così poi che fa Orlando d'error tratto. Restò maraviglioso e
stupefatto. 59 E Brandimarte, e il f ratei d'Alda bella, E qnel cheU senno in
capo gli ridusse, Pur penando liguarda, e iron favella, Com'egli quivi, e
quando si condusse. Girava gli occhi in questa parte e in quella Né sapea
imaginar dove si fusse; Si maraviglia che nudo si vede, E tante funi ha dalle
spalle al piede. 60 Poi disse, come già di?se Sileno A quei che lo legar nel
cavo speco:Solvite me, con viso si sereno, Con guardo sì men dell'usato bieco,
Che fu slegato, e de' panni ch'avieno Fatti arrecar parteciparon seco;
Consolandolo tutti del dolore. Che lo premea, di quel passato errore. stanza
67. HI Poi che fu all'esser primo ritornato Orlando più che mai saggio e
virile, D'amor si trovò insieme liberato; Si che colei che sì bella e gentile
Gli parve dianzi, e eh' avea tanto amato, Non stima più, se non per cosa vile.
Ogìii suo studio, ogni disio rivolse A racquistar quanto già Amor gli tolse. 62
Narrò Bardino intanto a Brandimarte, Che morto era il suo padre Monodante; E
che a chiamarlo al regno egli da parte Veniva prima del fratel Gigliante, Poi
delle genti ch'abitan le sparte Isole in mare, e l'ultime in Levante; Di che
non era un altro regno al mondo Si ricco, populoso, o si giocondo. 63 Disse,
tra più ragion, che dovea farlo. Che dolce cosa era la patria; e quando Si
disponesse di voler gustarlo, Avria poi sempre in odio andare errando.
Brandimarte rispose, voler Carlo Servir per tutta questa guerra e Orlando; E se
potea vederne il fin, che poi Penseria meglio sopra i casi suoi. 64 II di
seguente la sua armata spinse Verso Provenza il figlio del Danese:Indi Orlando
col Duca si ristrinse, Ed in che stato era la guerra, intese: Tutta Biserta poi
d'assedio cinse, Dando però l'onore al Duca inglese D'ogni vittoria; ma quel
Duca il tutto Facea, come dal Conte venia instmtto. V. V stanza 44. 65 Ch'
ordine abbian tra lor, come s' assaglia La gran Biserta, e da che lato e
quando, Come fu presa alla prima battaglia, Chi neir onor parte ebbe con
Orlando, S'io non vi seguito ora, non vi caglia; ChMo non me ne vo molto
dilungando. In questo mezzo di saper vi piaccia Come dai Franchi i Mori hanno
la caccia. 66 Fu quasi il re Agramante abbandonato Nel pericol maggior di
quella guerra; Che con molti Pagani era tornato Brarsilio e 1 re Sobrin dentro
alla terra; Poi su V armata e questo e quel montato, Che dubbio avean di non
salvarsi in terra; E duci e cavalier del popol moro Molti seguito avean T
esempio loro. 67 Pure Agramante la pugna sostiene; E quando finalmente più non
puote, Volta le spalle, e la via dritta tiene Alle porte non troppo indi
remote. Babican dietro in gran fretta gli viene, Che Bradamante stimola e
percuote. D'ucciderlo era disiosa molto; Che tante volte il suo Buggier le ha
tolto. 68 II medesmo desir Marfìsa avea, Per far del padre suo tarda vendetta,
E con gli sproni, quanto più potea, Facea il destrier sentir ch'ella avea
fretta. Ma né l'una né l'altra vi giungea Sì a tempo, che la via fosse
intercetta Al Be d'entrar nella città serrata. Et indi poi salvarsi in su
l'armata. 71 E fatto sopra il Bodano tagliare I ponti tutti. Ah sfortunata
plebe, Che dove del tiranno utile appare, Sempre è in conto di pecore e di
zebe! Chi s'affoga nel fiume e chi nel mare, Chi sanguinose fa di sé le glebe.
Molti perir, pochi restar prigioni; Che pochi a farsi taglia erano buoni. 72
Della gran moltitudine ch'uccisa J'u da ogni parte in quest' ultima guerra
(Benché la cosa non fu ugual divisa, Ch' assai più andar dei Saracin sotterra
Per man di Bradamante e di Marfisa), Se ne vede ancor segno in quella terra;
Che presso ad Arli, ove il Bodano stagna Piena di sepolture è la campagna.
Stanza 71. 69 Come due belle e generose par de Che fuor del lascio sien di pari
uscite, Poscia eh' i cervi o le capre gagliarde Indarno aver si veggano
seguite. Vergognandosi quasi, che fur tarde, Sdegnose se ne tornano e pentite;
Cosi tornar le due donzelle, quando Videro il Pagan salvo, sospirando. 73 Fatto
avea intanto il re Agramante sciorre E ritirar in alto i legni gravi, Lasciando
alcuni, e i più leggieri, a torre Quei che volean salvarsi in su le navi. Vi
sté duo di, per chi f uggia raccorre; E perchè i venti eran contrari e pravi,
Fece lor dar le vele il terzo giorno; Ch'in Africa credea di far ritorno. 70
Non però si fermar; ma nella frotta Degli altri cbe fuggivano cacciarsi, Di qua
di là facendo ad ogni botta Molti cader, senza mai più levarsi. A mal partito
era la gente rotta, Che per fuggir non potea ancor salvarsi; Oh' Agramante avea
fatto, per suo scampo, Chiuder la porta ch'uscia verso il campo, 74 II re
Marsilio, che sta in gran paura Ch'alia sua Spagna il fio pagar non tocche, E
la tempesta orribilmente oscura Sopra i suoi campi all' ultimo non scocche; Si
fé' porre a Valenza, e con gran cura Cominciò a riparar castella e rocche, E preparar
la guerra che fu poi La sua mina e degli amici suoi. 75 Verso Africa Agramante
alzò le vele De' legni male armati, e vóti quasi; D'uomini vóti, e pieni di
querele, Perch'in Frapcia i tre quarti eran rimasi. Chi chiama il Re superbo,
chi crudele, Chi stolto; e, come avviene in simil casi, Tutti gli voglion mal
ne' lor secreti; Ma timor n'hanno, e stan per forza cheti. 7 ti Pur duo talora
o tre schindon le labbia . Ch'amici sono, e che tra lor s'han fede, E sfogano
la collera e la rabbia; E '1 mìsero Agramante ancor si crede Ch'ognun gli porti
amore, e pietà gli abbia: E questo gì' intervien, perchè non vede Mai visi se
non finti, e mai non ode Se non adnlazìon, menzo2ne e frode. stanza dò. 77
Erasi consigliato il Re africano Di non smontar nel porto di Biserta; Però eh'
avea del popol nubiano, Che quel lito tenea, novella certa; 3! a tenersi
disopra si lontano, Che non fosse acre la discesa ed erta; Mettersi in terra, e
ritornare al dritto A dar soccorso al suo popolo afflitto. 78 Ma il suo fiero
destin, che non risponde A quella iutenzi'on provida e saggia, Vuol che
l'armata che nacque di fronde IJracolosamente nella spiaggia, E vien solcando
inverso Francia l'onde, Con questa ad incontrar di notte s' aggia, A nubiloso
tempo, oscuro e tristo, Perchè sia in più disordine sprovvisto. 79 Non ha avuto
Agramante ancora spia, Ch' Astolfo mandi un' armata si grossa; Né creduto anco,
a chi'l'dicesse, avria, Che cento navi un ramuscel far possa: E vien senza
temer ch'intorno sia Chi contra lui s'ardisca di far mosa; Né pone guardie né
veletta in gabbia, Che di ciò che si scopre avvisar abbia. 80 Si che i navili
che d'Astolfo avuti Avea Dudon, di buona gente armati, E che la sera avean
questi veduti, Ed alla volta lor s' eran drizzati, Assalir gli nemici sprovveduti.
Gì t taro i ferri, e sonsi incatenati, Poich'ai parlar certificati foro Ch'
erano Mori, e gì' inimici loro. 6181 Xell'arrivar cbe i gran navili fénno
(Spirando il vento a lor desir secondo), Nei Saracin con tale impeto dènno, Che
molti legni ne cacciaro al fondo: Poi cominciaro oprar le mani e il senno, £
ferro e fuoco e sassi di gran pondo, 'J irar con tanta e si fiera tempesta, Che
mai non ebbe il mar simile a questa. 82 Quei di Dndone, a cui possanza e ardire
Più del solito è lor dato di sopra (Che venuto era il tempo di puuire I Saracin
di più duna mal'opra), Sanno appresso e lontau si ben ferire, Che non trova
Agramante ove si copra. Gli cade sopra un nembo di saette; Da Iato La spade e
graffi e picche e accette. 83 D'alto cader sente gran sassi e gravi, Da
macchine cacciati e da tormenti; £ prore e poppe fracassar di navi, £d aprire
usci al mar larghi e patenti:£'1 maggior danno è degPiucendj pravi, A nascer
presti ad ammorzarsi lenti. La sfortunata ciurma si vuol tórre Del gran
periglio, e via più oguor vi corre. 84 Altri, che'l ferro e T inimico caccLi,
Nel mar si getta, e vi s'affoga e resta; Altri, che muove a tempo piedi e
braccia, Va per salvarsi o in quella barca o in questa Ma quella, grave oltre
il dover, lo scaccia. E la man, per salir troppo molesta, Fa restare attaccata
nella spoudi: Ritorna il resto a far sanguigna l'onda. 85 Altri, che spera in
mar salvar la vica, 0 perderlavi ahnen con minor pena. Poiché notando non
ritrova aita, £ mancar sente i'auimo e la lena, Alla vorace fiamma eh' ha fugglta,
La tema di annegarsi auco rimena: S'abbraccia a un legno ch'arde e per timore
Ch' ha di du3 morti, in ambe se ne muore. 86 Altri, per tema di spiedo o
d'accetta Che vede appresso al mar ricorre invano, Perchè dietro gli vien
pietra o saetta Che non lo lascia andar troppo lontano. Ma saria forse, mentre
che diletta Il mio cantar, consiglio utile e sino Di finirlo, piuttosto che
seguire Tanto, che v'aimoiasse il troppo dire. NOTE. St. 3. V.4. Troppo....
ribuffa: troppo si affretta a menar colpi. St. 22. v.8. n paladin Dudone.
Nacque da Er mellioa, figlia di Namo duca di Baviera, e moglie di Uggiero il
Danese. Fu preso da Bodomonte a Montco di Provenza, come si accenna nella
Stanza seguente; quindi mandato in Africa, e dato in custodia a Branzardo. St.
28. v.28. Navi da gabbia: navi di maggior portata che le fus'e e le galee, che
hanno gli alberi principali moniti di gabbie. Inesì: ufficiali subal terni
nelle navi, cura de' quali è stivare e distivare i diversi oggetti che sono a
bordo. St. 30. V.5. Il cognato,.., del conte: Oliviero di Vienna, fìntello di
Alda, moglie d'Orlando. St. 31. V.8. Come vien Progne, ecc. La rondine,
volatile in cui fu tramutata Progne figlia dì Paudione re di Atene, e moglie di
Tereo. St. 32. V.1 i. LHmperiale augello, I gìgli doro, e i pardi: insegne di
Carlo Magno, di Francia e d'InghilteiTa. St. 40. V.34. Un vecchio eavaliero,
ecc.: Bardiuo del quale si parla nella Stanza seguente. Egli era al servigio
del re Monodane, a cui, per un dispiacere ri cevutone, tolse il figliuoletto
Brandimarte, e lo vendè al conte di Rocca Silvana. 11 conte lo adottò per
figlio, e a lui fatto adulto lasciò la signoria. Ma il giovane, vago di
avventure 'cavalleresche, e andandone in ti ac cia, restò prigione della fata
Morgana, che teneva preso anche Ziliante, o Qigliante, fratello di Brandimiite.
Ambidue però furono liberati da Orlando. St. 42. V.7. Precessi: preceduti,
passati. St. 47. V.6. Diuion santo: chiana cosi Dudone, perchò lasciò, dopo un
certo tempo, la vita militale e si applicò alla devota. St. 55. V.4. Risforsi:
reazioni. St. 69. V.2. Lascio: guinzaglio. St. 85. V.2. Tormenti: macchine da
lanciare pro iettili, come altrove si ò detto. XL. ARGOMENTO. Disfattfi ed
ar?j[i U Elotta di Agramftiiid, seifiie ì oppa naJunc di BLnprta oh' è pr"j&
per forr d'urtai, e abbandonata al sacdigrgìo e alk flatnme. Arm munte con
Solai 11 u Siì rkot era in Lara pedina r e tii>VKto Gra dasso ili
qiieirisola, ò fermato tm loro il oocuiglio d'in vitare eulà Orlatido &d
altri doe caalierì ft batUglia. Orluinlo afo.kglic dì buongrado rinvilo, e sì
elegge a coinpaMiì Brand iinarte e Oliviero Intanto Riipero turnato in Adi
JìUer", sette re ttfricanU coudotuvipri pionieri da Eiiudon?, e pancia
viene alle amai eoft lai. LuLigo sarebbe, ae i diversi casi Volessi dir di quel
uavaJ conflitto; E raetiontirlo a voi mi parrift quasi, Maguauiuio tìglìuol d
Ercole iuritto, Portar, come ai dice a Samo vasi, Nùttole a Atene, e crocidili
a Egitto:Cile quando per udita io ve ne parlo, Signor nuraHte, e fu;; te altrui
mirarlo. Ebbe lungo spettacolo il fetlele Vo?tro popid la notre e'I di che
stette Ci ime in tei\tro, l'iuimiclie vele Mirando iu Po tra ferro e fuoco
astrette Che gridi udir si possano e querele, Ch'onde veder di sangue umano
infette, Per quanti modi in tal pugna si mora, Vedeste, e a molti il
dimostraste allora. Stanza 7. Noi vidi io già, ch'era sei giorni innanti,
Mutando ogn'ora altre vetture, corso Con molta fretta e molta ai piedi santi
Del gran Pastore a domandar soccorso:Poi né cavalli bisognar né fanti; Ch'intanto
al Leon dór T artiglio el morso Fu da voi rotto sì, che più molesto Non 1' ho
sentito da quel giorno a questo. Ma Alfonsin Trotto, il qual si trovò in fatto,
Annibal e Pier Moro e Afranio e Alberto, E tre Ariosti, e il Bagno e il
Zerbinatto Tanto me ne contar, ch'io ne fui certo: Me ne chiarir poi le
bandiere affatto, Vistone al tempio il gran numero offerto E quindici galee eh'
a queste rive Con mille legni star vidi captive. Chi viJe quelli incenfìj e
quei naufragi, Le tante uccisioni e sì diverse, Che, vendicando i nostri arsi
palagi, Finché fu preso ogni narilio, fèrsej Potrà veder le morti anco e i
disagi Che '1 miser popol d'Africa sofferse Col re Agramante in mezzo l'onde
salse, La scura notte che Dudon Stanza 8. 6 £ra la notte, 6 non si vedea lume,
Quando sMncominciàr T aspre contese: Ma poi che U zolfo e la pece e U hitume
Sparso in gran copia, ha prore e sponde acce8\ E la vorace fiamma arde e
consume Le navi e le galee poco difese; Sì chiaramente ognun si vedea intorno,
Che la notte parea mutata in giorno. 7 Onde Agramante, che per Paer scuro Non
avea l'inimico in si gran stima, Né aver contrasto si credea si duro, Che,
resistendo, alfin non lo reprima; Poi che rimosse le tenebre furo, E vide quel
che non credeva in prima, Che le navi nimiche eran duo tante; Fece pensier
diverso a quel d'avante. 8 Smonta con pochi, ove in piìì lieve larra Ha
Brigliadoro e l'altre cose care. Tra legno e legno taciturno varca, Finché si
trova in più sicuro mare Da' suoi lontan, che Dudon preme e carca, E mena a condizioni
acri ed amare. Gli arde il foco, il mar sorbe, il ferro stmgge; Egli, che n'è
cagion, via se ne fugge. 9 Fugge Agramante, ed ha con Ini Sobrino, Con cui si
duol di non gli aier crednto, Quando previde con occhio divino, E'I mal gli
annunziò, ch'or gli è avvenuto. Ma torniamo ad Orlando paladino. Che, prima che
B'serta abbia altro aiuto. Consiglia Astolfo che la getti in terra. Sì che a
Francia mai più non faccia guerra.' 10 E cosi fu pubblicamente detto,Che'l
campo in arme al terzo dì sia instmlto. Molti navi li Astolfo a questo effetto
Tenuti avea, né Dndon n'ebbe il tutto: Di qnai diede il governo a Sansonetto,
Si buon guerrier al mar come all'asciutto: E quel si pose, in su l'ancore
sorto, Contra a Biserta, un miglio appresso al poito. 11 Come veri cristiani,
Astolfo e Orlando. Che senza Dio non vanno a rischio alcuno, Neil' esercito fan
pubblico bando, Che sieno orazi'on fatte e digiuno; E che si trovi il terzo
giorno, quando Si darà il segno, apparecchiato ognuno Per espugnar Biserta, che
data hanno. Vinta che s'abbia, a fuoco e a saccqipanno. 12 E così, poi che le
astinenzie e i voti Devotamente celebrati foro, Parenti, amici, e gli altri
insieme noti Si cominciaro a convitar tra loro. Dato restauro a' corpi esausti
e vóti, Abbracciandosi insieme lacrimoro; Tra loro usando i modi e le parole
Che tra i più cari al dipartir si suole. 13 Dentro a Biserta i sacerdoti santi.
Supplicando col popolo dolente, Battonsi il petto, e con dirotti pianti
Chiamano il lor Macon, che nulla sente Quante vigilie, quante offerte, quanti
Doni promessi Fon privatamente ! Quanti in pubblico templi, statue, altari,
Memoria etema de' lor casi amari ! 14 E poi che dal Cadi fu benedetto, Prese il
popolo Tarme, e tornò al moro. Ancor giacca col suo Titon nel letto La bella
Aurora, ed era il cielo oscuro, Quando Astolfo da un canto, e Sansonetto Da un
altro, armati agli ordini lor furo; £ poi cheU segno, che die il Conte, udirò,
Biserta con grande impeto assalirò. 15 Avea Biserta da duo canti il mare, Sedea
dagli altri duo nel lito asciutto. Con fabbrica eccellente e singulare Fu a
iniquamente il suo muro costrutto. Poco altro ha che V aiuti o la ripare:Che
poi che '1 re Branzardo fu ridutto Dentro da quella, pochi mastri e poco Potè
aver tempo a riparare il loco. 16 Astolfo dà l'assunto al Re de' Neri, Che
faccia a' merli tanto nocumento Con falariche, fonde, e con arcieri, Che levi
d'affacciarsi ogni ardimento: Si che passin pedoni e cavalieri Fin sotto la
muraglia a salvamento, Che veugon, chi di pietre e chi di travi. Chi d'asse e
chi d'altra materia gravi. 17 Chi questa cosa e chi quell'altra getta Dentro
alla fossa, e vien di mano in mano: Di cui l'acqua il di innanzi fu intercetta
Si, che in più parti si scopria il pantano. Ella fu piena ed otturata in
fretta, E fatto uguale insin al muro il piano. Astolfo, Orlando ed Olivier
procura Di far salire i fanti in su le mura. Ariobto. 18 I Nubi d'ogni indugio
impazienti, Dalla speranza del guadagno tratti, Non mirando a' pericoli
imminenti, Coperti da testuggini e da gatti. Con arieti e loro altri
instrumenti A forar torri, e porte rompere atti, Tosto si fero alla città
vicini; Né trovaro sprovvisti i Saracini: 19 Che ferro e fuoco e merli e tetti
gravi Cader facendo a guisa di tempeste, Per forza aprian le tavole e le travi
Delle macchine in lor danno conteste. Nell'aria oscura e nei principj pravi
Molto patir le battezzate teste; Ma poi che'l Sole usci del ricco albergo,
Voltò Fortuna ai Saracini il tergo. 20 Da tutti i canti risforzar l'assalto Fé'
il conte Orlando e da mare e da terra. Sansonetto, ch'avea Tarmata in alto,
Entrò nel porto, e s'accostò alla terra; E con frombe e con arcbi facea d'alto,
E con Tari tormenti estrema guerra; E facea iusieme espedir lance e scale, Ogni
apparecchio e miinizion navale. stanza 13. 23 Vien Brandimarte, e pon la scala
a' muri, E sale, e di salir altri conforta:Lo seguon molti intrepidi e sicuri;
Che non può dubitar chi l'ha in sua scorta. Non è chi miri, o chi mirar si
curi, Se quella scala il gran peso comporta. Sol Brandimarte agl'inimici
attende; Pugnando sale, e alfine un merlo prende. 24 E con mano e con pie quivi
s' attacca, Salta sui merli, e mena il brando in volta. Urta, riversa e fende e
fora e ammacca, E di sé mostra esperì'enzia molta. Ma tutto a un tempo la scala
si fiacca, Cile troppa soma e di soperchio ha tolta: E, fuor che Brandimarte,
giù nel fosso Vanno sozzopra, e l'uno e l'altro addosso. 25 Per ciò non perde
il Cavai ier l'ardire. Né pensa riportare addietro il piede; Benché de' suoi
non vede alcun seguire, Benché bersaglio alla città sì vede. Pregavan molti (e
non volse egli a lire) Che ritornasse; ma dentro si diede:Dico che giù nella
città d'un salto Dal muro entrò, che trenta braccia era alto. 26 Come trovato
avesse o piume o paglia, Presse il duro terren senza alcim danno; E quei ch'ha
intorno affrappa e fora e taglia. Come s'afirappa e taglia e fora il panno. Or
contra questi or contra quei si scaglia; E quelli e questi in fuga se ne vanno.
Pensano quei di fuor, che l'han veduto Dentro saltar, che tardo fia ogni aiuto.
21 Facea Oliviero, Orlando e Brandimirte, E quel che fu si dianzi in aria
ardito, Aspra e fiera battaglia dalla parte Che lungi al mare era più dentro al
lito. Ciascun d'essi venia con una parte Dell' oste che s' avea quadripartito.
Quale a mur, quale a porte, e quale altrove, Tutti davan di sé lucide prove. 22
II valor di ciascun meglio si puote Veder cosi, che se fosser confusi":
Chi sia degno di premio e chi di note, Appare innanzi a mill'occhi non chiusi.
Torri di legno trannosi con ruote, E gli elefanti altre ne portano usi, Che su
lor dossi così in alto vanno, Che i merli sotto a molto spazio stanno. 27 Per
tutto '1 campo alto rumor si spande Di voce in voce, e'I mormorio e'I
bisbiglio. La vaga fama intorno si fa grande, E narra, ed accrescendo va il
periglio. Ove era Orlando (perchè da più bande Si dava assalto), ove d'Otone il
figlio, Ove Olivier, quella volando venne, Senza posar mai le veloci penne. 28
Questi guerrier, e più di tutti Orlando, Ch'amano Brandimarte e l'hanno in
pregio, Udendo che, se van troppo indugiando, Perderanno un compagno così
egregio, Pigliau le scale, e qua e là montando, Mostrano a gara animo altiero e
regio. Con si audace sembiante e si gagliardo, Che i nemici tremar fan con lo
sguardo. 29 Come nel mar che per tempesta freme, Assagliou Tacque il temerario
legno, Chor dalia prora, or dalle parti estreme Cercano entrar con rabbia e con
isdegno; Il pallido nocchier sospira e geme . Ch'aiutar dere, e non ha cor né
ingegno; Una onda viene alfin eh occupa il tutto, E dove quella entrò, segue
ogni flutto: 30 Così, di poi eh ebbono presi i muri Questi tre primi, fu si
largo il passo, Che gli altri ormai seguir ponno sicuri, Che mille scale hanno
fermate al basso. Aveano intanto gli arieti duri Rotto in più lochi, e con sì
gran fracasso, Che si poteva in più che in una parte Soccorrer P animoso
Brandimarte. 35 Fu Bueifar dell'Algazera morto =Con esso un colpo da Olivier
gagliardo. Per luta ogni speranza, ogni conforto, S' uccise di sua mano il re
Branzardo. Con tre ferite, onde morì di corto. Fu preso Folvo dal Etnea del
Pardo. Questi eran tre ch'ai suo partir lasciato Avea Agramante a guardia dello
Stato. 36 Agramante, ch'intinto avea deserta L'armata, e con Sobrin n' era
fuggito, Pianse da lungi e sospirò Biserta, Veduto sì gran fiamma arder sul
lito. Poi più d'appresso ebbe novella certa Come della sua terra il caso era
ito:E d'uccider sé stesso in pensier venne, E lo facea; ma il re Sobrin lo
tenne. 31 Con quel furor che '1 Re de'fiimii altiero, Quando rompe talvolta
argini e sponde, E che nei campi Ocnei s' apre il sentiero, E i grassi solchi e
le biade feconde, E con le sue capanne il gregge intiero, E coi cani i pastor
porta nell'onde; Guizzano i pesci agli olmi in su la cima Ove solean volar gli
augelli in prima:32 Con quel furor l'impetuosa geutp, Là dove avea in più parti
il muro rotto, Entrò col ferro e con la face ardente A distruggere il popol mal
condotto. Omicidio, rapina, e man violente Nel sangue e nell'aver, trasse di
botto La ricca e trionfai città a mina, Che fii di tutta l'Africa regina. 33
D'uomini morti p'eno era per tutto, E delle iunumerabili ferite Fatto era un
stagno più scuro e più brutto Di quel che cinge la città di Dite. Di casa in
casa un lungo incendio indutto Ardea palagi, portici e meschite. Di pianti e
d'urli e di battuti petti Suonano i vóti e depredati tetti. 34 I vincitori usar
delle funeste Porte vedeansi di gran preda onusti. Chi con bei vasi e chi con
ricche veste, Chi con rapiti argenti a' Dei vetusti: Chi traea i figli, e chi
le madri meste. Fur fatti stupri e mille altri atti ingiusti, Dei quali Orlando
una gran parte intese. Né lo potè vietar, né'l Duca ioglese. 37 Dicea Sobrin:
Che più vittoria lieta, Signor, potrebbe il tuo nimico avere. Che la tua morte
udire, onde quieta Si spereria poi l'Africa godere? Questo contento il viver
tuo gli vieta: Quindi avrà cagion sempre di temere. Sa ben che lungamente
Africa sua E<?ser non può, se non per morte tua. 38 Tutti i sudditi tuoi,
morendo, privi Della speranza, un ben che sol ne resta. Spero che n'abbi a
liberar, se vivi, E trar d'affanno e ritornarne in festa. So che, se muori,
slam sempre captivi, Africa sempre tributaria e mesta. Dunque, s'in util tuo
viver non vuoi, Vivi, Signor, per non far danno ai tuoi. 39 Dal Soldano
d'Egitto, tuo vicino, Certo esser puoi d'aver danari e gente Mal volentieri il
figlio di Pipino In Africa vedrà tanto potente. Verrà con ogni sforzo Norandino
Per ritornarti in regno, il tuo parente:Armeni, Turchi, Persi, Arabi e Medi,
Tutti in soccorso avrai, se tu li chiedi. 40 Con tali e simil detti il vecchio
accorto Studia tornare il suo Signore in speme Di racquistarsi l'Africa di
corto; Ma nel suo cor forse il contrario teme. Sa ben quanto é a mal termine e
a mal porto E come spesso invan sospira e geme Chiunque il regno suo si lascia
tórre, E per soccorso a' Barbari ricorre. Stanza 30. 41 Anuibal e lugurta di
ciò fóro Buon testimoni, ed altri al tempo antico: Al tempo nostro Ludovico il
Moro, Dato in poter dun altro Ludovico. Vostro fratello Alfonso da costoro Ben
ebbe esempio (a voi, Signor mio, dko)y Che sempre ha riputato pazzo espresso
Chi più si fida in altri, chMn sé stesso. 42 E però nella guerra che gli mosse
Del Pontefice irato un duro sdegno, Ancorché nelle deboli sue posse Non potesse
egli far molto disegno, E chi lo difendei, d'Italia fosse Spinto, e n avesse il
suo nimico il regno; Né per minacce mai né per promesse S'indusse che lo stato
altrui cedesse. 43 11 re A/amante air Oriente avea Vòlta la prora, e s'era
spinto in alto: Quando da terra una tempesta rea Mosse da banla impetuoso
assalto. Il nocchier eh' al governo vi sedea:Io veggo (disse alzando gli occhi
ad alto) Una procella apparecchiar sì grave, Ohe contrastar non le potrà la
nave. Stanza 33. 44 S'attendete, signori, al mio consiglio, Qui da man manca ha
un' isola vicina, A cui mi par eh' abbiamo a dar di piglio, Finché passi il
furor della marina. Consenti il re Agramante, e di periglio Usci, pigliando la
spiaggia mancina. Che per salute de' nocchieri giace Tra gli Afri, e di Vulcan
l'alta fornace. 45 D'abitazioni è l'isoletta vota, Piena d'urail mortelle e di
ginepri; Gioconda solitudine e remota A cervi, a daini, a caprioli, a lepri:E,
fuor eh' a pescatori, è poco nota; Ove sovente a rimondati vepri Sospendon, per
seccar, l'umide reti": Dormono intanto i pesci in mar quieti. 46 Quivi
trovar che s'era un altro legno, Cacciato da fortuna, già ridutto. Il gran
guerrier eh' in Sericana ha regno, Levato d'Arli, avea quivi condutto. Con modo
riverente e di sé degno L'un Ee con l'altro s'abbracciò all'asciutto; Ch'erano
amici, e poco innanzi furo Compagni darme al parigino muro. 47 Con molto
dispiacer Gradasso intese Del re Agramante le fortune avverse: Poi confortollo,
e, come Re cortese, Con la propria persona se gli offerse; Ma eh' egli andasse
all' infedel paese D'Egitto, per aiuto, non sofferse. Che vi sia, disse,
periglioso gire, Dovria Pompeio i profugi ammonire. 48 E perché detto m'hai che
con l'ainto Degli Etiopi sudditi al Senàpo, Astolfo a tòrti l'Africa é venuto;
E ch'arsa ha la città che n'era capo; E eh' Orlando é con lui, che dimiuuto
Poco innanzi di senno aveva il capo; li pare al tutto un ottimo rimedio Avjr
pensato a fani uscir di tedio. stanza 43. 49 Io piglierò per amor tuo l'impresa
D'entrar col Conte a sino;olar certame. Contra me so che non avrà difesa, Se
tutto fosse di ferro o di rame. Morto lui, stimo la cristiana Chiesa Quel che T
ugnelle il lupo ch'abbia fame. Ho poi pensato, e mia cosa lieve, Di fare i Nubi
uscir d'Africa in breve. 50 Parò che gli altri Nubi che da loro Il Nilo parte e
la diversa legge, E gli Arabi e i Macrobi, questi d'oro Ricchi e di gente, e
quei d'equino gregge, Persi e Caldei (perchè tutti costoro Con altri molti il
mio scettro corregge), Farò eh' in Nubia lor faran tal guerra, Che non si
fermeran nella tua terra. Stanza 54. 53 Purch'io non resti fuor, non me ne
lagno. Disse Agramente, o sia primo o secondo Ben so ch'in arme ritrovar
compagno Di te miglior non si può in tutto '1 mondo. Ed io, disse Sobrin, dove
riraaguo? E se vecchio vi paio, vi rispondo Ch'io debbo esser più esperto; e
nel periglio Presso alla forza è buono aver consiglio. 54 D'una vecchiezza
valida e robusta Era Sobrino, e di famosa prova; E dice eh' in vigor 1' età
vetusta Si sente pari alla già verde e nuova. Stimata fu la sua domanda giusta;
E senza indugio un messo si ritrova, Il qual si mandi agli africani lidi, E da
lor parte il conte Oliando sfidi; 55 Che s'abbia a ritrovar con numer pare Di
cavalieri armati in Lipadusa. Una isoletta è questa, che dal mare Medesmo che
la cinge è circonfusa. Non cessa il messo a vela e a remi andare. Come quel che
prestezza al bisogno usa, Che fu a Biserta; e trovò Orlando quivi, Ch'a'suoi le
spoglie di videa e i captivi. 56 Lo'nvito di Gradasso e d'Agramante E di
Sobrino In pubblico fu espresso, Tanto giocondo al Principe d'Anglante, Che
d'ampli doni onorar fece il messo. Avea da' suoi compagni udito innante, Che
Durindana al fianco s'avea messo Il Te Gradasso; ond'egli, per desire Di
racquistarla, in India volea gire. 51 Al re Agramante assai parve opportuna Del
re Gradasso la seconda offerta; E si chiamò obbligato alla Fortuna, Che l'avea
tratto all' isola deserta:Ma non vur)l torre a condizione alcuna, Se racquistar
credesse indi Biserta, Che battaglia per lui Gradasso prenda; Che 'n ciò gli
par che l'onor troppo offenda. 52 S'a disfidar s'ha Orlando, son quell'io.
Rispose, a cui la pugna più conviene; E pronto vi sarò: poi faccia Dio Di me
come gli pare, o male o bene. Facciam, disse Gradasso, al modo mio, A un nuovo
modo eh' in pensier mi viene:Questa battaglia pigliamo ambedui Incontra
Orlando, e un altro sia con lui. 57 Stimando non aver Gradasso altrove, Poi
ch'udì che di Francia era partito. Or più vicin gli è offerto luogo, dove Spera
che '1 suo gli fia restituito. Il bel corno d'Ai monte anco lo muove Ad
accettar si volentier lo'nvito, E Brigliador non men; che sapea in mano Esser
venuti al figlio di Troiano. 58 Per compagno s elegge alla battaglia Il fedel
Brandimarte e'I suo colato. Provato ha quanto l'uno e l'altro vaglia; Sa che da
entrambi è sommamente amato. Buon destrier, buona piastra e buona maglia . E
spade cerca e lance in ogni lato A sé e a' compagni. Che sappiate parme, Che
nessun d'essi avea le solite arme. 59 Orlando (come io vho detto più volte)
Delle sue sparse per furor la terra:Agli altri ha Rodomonte le lor tolte, Ch'
or alta torre in ripa un fiume serra. Non se ne può per Africa aver molte, Sì
perchè in Francia avea tratto alla guerra Il re Agramante ciò ch'era di buono,
Sì perchè poche in Africa ne sono. 60 Ciò che di rug;ginoso e di brunito Aver
si può, fa ragunare Orlando; E coi compagni intanto va pel lito Della futura
pugna ragionando. Gli avvien ch'essendo fuor del campo uscito Più di tre
miglia, e gli occhi al mare alzando, Vide calar con le vele alt" un legno
Verso il lito African senza ritegno. 61 Senza nocchieri e senza naviganti, Sol
come il vento e sua fortuna il mena, Venia con le vele alte il legno avanti
Tanto, che si ritenne in su V arena. Ma prima che di questo più vi canti, Lamor
eh' a Ruggier porto, mi rimena Alla sua istoria, e vuol ch'io vi racconte Di
lui e del guerrier di Chiaramonte. 62 Di questi duo guerrier dissi, che tra ti
S' erano fuor del marziale agone, Viste convenzi'on rompere e patti, E turbarsi
ogni squadra e legione. Chi prima i giuramenti abbia disfatti, E stato sia di
tanto mal cagione, 0 r imperator Carlo o il re Agramante, Studian saper da chi
lor passa avante. 63 Un servitor intanto di Ruggiero, Ch'era fedele e pratico
ed astuto, Né pel conflitto dei due campi fiero Avea di vista il patron mai
perduto, Venne a trovarlo, e la spada e '1 destriero Gli diede, perchè ansaci
fosse in aiuto. Montò Ruggiero, e la sua spada tolse, lfa nella zuffa entrar
non però volse. 64 Quindi si parte; ma prima rinnova La convenzion che con
Rinaldo avea: Che se pergiuro il suo Agramante trova, Lo lascerà con la sua
setta rea. Per quel giorno Ruggier fare altra prova D'arme non volse; ma solo
attendea A fermar questo e quello, e a domandarlo Chi prima roppe, o'I re
Agramante o Carlo. 65 Ode da tutto l m >ndo, che la parte Del re Agramante
fu che roppe primi. Ruggiero ama Agramante; e se si parte Da lui p'r questo,
error non lieve stima. Fur le genti africane e rotte e sparte (Questo ho già
detto innanzi), e dalla cim Della volubil ruota tratte al fondo, Come piacque a
colei ch'aggira il mondo. 66 Tra sé volve Ruggiero, e fa discorso, Se restar
deve, o il suo Signor seguire. Gli pon V amor della sua donna un morso, Per non
lasciarlo in Africa più gire: Lo volta e gira, ed a contrario corso Lo sprona,
e lo minaccia di punire, Se'l patto e'I giuramento non tien saldo, Che fatto
avea col palalin Rinaldo. Stanza ii567 Non men dall'altra parte sferza e sprona
La vigilante e stimnlosa cura, Che s' Agramante in quel caso abbandona, A viltà
gli sia ascritto ed a paura. Se del restar la causa parrà buona A molti, a
molti ad accettar fia dura. Molti diran che non si de' osservare Quel eh' era
ingiusto e illicito a giurare. 68 Tutto quel giorno e la notte seguente Stette
solingo, e così l'altro giorno. Pur travagliando la dubbiosa mente, Se partir
deve, o far quivi soggiorno. Pel Signor suo conclude finalmente Di fargli
dietro in Africa ritorno. Potea in lui molto il coniugale amore; Ma vi potea
più il debito e 1 onore. 69 Torna verso Arli; che trovar vi spera L'armata
ancor, cb' in Africa il trasporti:Né lego in mar né dentro alla rivera, Né
Saracini vede, se non morti. Seco al partire ogni legno che vera Trasse
Agramaiite, e'I resto arse nei porti. Fallitogli il pensier, prese il cammino
Verso Marsilia pei iito marino. 73 Venne in speranza di lontan Ruggiero, Che
questa fosse armata d'Agramaute; E, per saperne il vero, urtò il destriero: Ma
riconobbe, come fu più innante, li Re di Xasamona prigioniero, Bambirago,
Agricalte e Feruraute, Manilardo e Balastro e Rìmedonte, Che piangendo tenean bassa
la fronte. Stanza 74. 74 Roggier che gli ama, sofTerir non puote Che stian
nella miseria in che li trova. Quivi sa cha venir con le man vaote. Senza usar
forza, il pregar poco giova. La lancia abbassa, e chi li tien percuote; E fa
del suo valor l'usata prova: Stringe la spada, e in un piccol momento Ne fa
cadere intorno più di cento. 75 Dudone ode il rumor, la strage vede, Che fa
Ruggier; ma chi sia non conosce:Vede i suoi e' hanno in fuga volto il piedCon
gran timor, con pianto e con angosce. Presto il destrier, lo scudo e Telmo
chiede, Che già avea armato e petto e braccia e cosce: Salta a cavallo, e si fa
dar la lancia, E non obblia eh' é Paladin di Francia. 70 A qualche legno pensa
dar di piglio, Ch'a prieghi o forza il porti all'altra riva. Già v'era giunto
del Danese il figlio Con l'armata de' Barbari captiva. Non si avrebbe potuto un
gran di miglio Gittar nell'acqua: tanto la copriva La spessa moltitudine di
navi. Di vincitori e di prigioni, gravi. 71 Le navi de' Pagani, ch'avanzaro Dal
fuoco e dal naufragio quella notte, Eccetto poche ch'in fuga n'andaro, Tutte a
Marsilia avea Dudon condotte. Sette di quei eh' in Africa regnare, Che, poi che
le lor genti videf rotte, Con sette legni lor s'eran renduti, Stavan dolenti,
lacrimosi e muti. 72 Era Dudon sopra la spiaggia uscito, Ch'a trovar Carlo
andar volea quel giorno; E de' captivi e di lor spoglie ordito Con lunga pompa
avea un trionfo adorno. Eran tutti i prigion stesi nel Iito, E i Nubi vincitori
allegri intorno, Che faceauo del nome di Dudone Intorno risonar la regione.
Stauza 81. 76 Grida che si ritiri ognun da canto. Spinge il cavallo, e fa
sentir gli sproni. Ruggier cent' altri n'avea uccisi intanto, E gran speranza
dato a quei prigioni: E come venir vide Dudon santo Solo a cavallo, e gli altri
esser pedoni, Stimò che capo e che Signor lor fosse; E centra lui con gran
desir si mosse. 77 Già mosso prima era Dudon, ma quando Senza lancia Ruggier
vide venire, Luuge da sé la sua gittò, sdegnando Con tal vantaggio il cavaìier
ferire. Ruggiero, al cortese atto riguardando, Die fra sé: Costui non può
mentire, Ch! uno non sia di quei guerrier perfetti Che Paladin di Francia sono
detti. 80 Ma perchè in mente ognora avea di meno Ofifenler la sua donna, che
potea; Ed era certo, se spargea il terreno Del sangue di costui, che la
offendea (Delle case di Francia istrutto appieno, La madre di Dudone esser
sapea Armellina, sorella di Beatrice, Ch'era di Bradamante genitrice). 78
S'impetrarlo potrò, vocheU suo nome, Innanzi che segua altro, mi palese:E cosi
domandollo; e seppe come Era Dudon, figliuol d'Uggier danese. Dudon gravò
Ruggier poi d'ugual some; E parimente lo trovò cortese. Poi che i nomi tra lor
s'ebbono detti, Si disfidare, e vennero agli effetti. 79 Avea Dudon quella
ferrata mazza. Ch'in mille imprese gli die eterno onore. Con essa mostra ben,
ch'egli è di razza Di quel Danese pien d'alto valore. La spada ch'apre ogni
elmo, ogni corazza, Di che non era al mondo la migliore, Trasse Ruggiero, e
fece paragone Di sua virtude al paladin Dudone. 81 Per questo mai di punta non
gli rass3 E di taglio rarissimo feria. Schermiasi, ovunque la mazza calasse, Or
ribattendo, or dandole la via. Crede Turpin che per Ruggier restasse Che Dudon
morto in pochi colpi avria Né mai, qualunque volta si scoperse, Ferir, se non
di piatto, lo sofferse. 82 Di piatto usar potea, come di taglio, Ruofgier la
spada sua, eh' avea gran schena E quivi a strano gioco di sonaglio Sopra Dudon
con tanta forza mena, Che spesso agli occhi gli pon tal barbaglio Che si ritien
di non cadere a pena. Ma per esser più grato a chi m'ascolta, Io differisco il
Canto a un' altra volta. St. 3. V.67. Al Leon d6r Cartiglio e l morso, ecc.
Ripete della Hconfitta dat" sul Po ai Veneziani dal car dinal d'Este. ST.
9. V.3. Divino: indovino. St. 14. V.1. Cadì: nome di magistrato giudiziario
presso i Maomettani, il qnale hi ineienza anche nelle cose del culto. St. 16.
V.3. Falariche: lunghe picche da lanciare, che avevano fuochi lavorati avvolti
intorno al ferro. Fonde 0 frombe ed anche fionde: strumenti di fune da lanciar
sassi o palle di piombo, adoperati anticamente dalle milizie leggiere: erano
lunghi circa due braccia, ed aveano nel mezzo una reticella dove si metteva il
proiettile che volevasi scagliare. St. 18. V.45. Coperti da testugjini e da
gatti, Con, arieti, ecc. La testuggine era macchina murale d'offesa, formata da
una tettoia sovrappo&ta a quattro travi, e coperta di cuoio fresco per
garantirla dal fuoco: gì java sulle mote, e potea volgersi da ogni binda. Sotto
di essa slavano i soldati riparati dalle offese del ne mico, per far agire
altre macchine, o per altre opera zion Una di queste testuggini dicevasi dai
Komani anetartaf perchè sotto di essa pendeva orizzontalmente Varieté, ch'era
una trave ferrata in una delle sue estre mità, e con essa si battevano le mura
nemiche. Il gatto era un' altra specie di testuggine, e consisteva in un tetto,
0 tavolata intessuto di vimini, e copeito anch'esso di pelli crude, sotto il
quale pendeva o l'ariete, o nn forte rampicene di ferro con cui si aggrappavano
i merli del muro, o le pietre già smosse dagli urti dell'a riete, che così era
denominato, per una certa rassomi glianza alla t3sta e agli urti di.
quell'animale. St. 21. V.2, E quel cw fu sì diami in aria ar dito: Astolfo. St.
25. V.6. Dentrtì si diede: si mise, si lanciò dentro. St. 26. V.3. Affrappa:
taglia a pez/.ì. St. 31. V.13. // re de' fiumi: il Po. Campi Ocnei: campi del
Mantovano, detti qui Ocnei da Ocno figlio di Manto, creduto fondatore di
Mantova insieme con sua madre..St. 33. V.4. Di quel che cinge la vittu di Dite:
della palude Stigia. St. 35. V.6. Dal duca dal Pardo: da Astolfo. St. 41. V.14.
Annibal e Jugurta, ecc, Annibal ri fuggitosi presso Prusia re della Bitinia, si
avvelenò per non esuer dal suo ospite consegnato ai Romani Jagurta, o Giugiirta,
re di Numidja, rimessosi al]" fede di Bocco, re di Mauritania e suo
genero. Ai da lui dato in mano a Sillu, che lo fece morir di fame nel carcere
Mamer lino. L'un altro LvdovicQ: di Luigi XII re di Francia; nrlle cui mani
Lodoxico Sforza cadde per tradi mento degli Svizzeri che teneva al proprio
rervizio. Si". 42. V.16. Allude alle circostanze in cui si trovò il duca
Alfonso, quando Giulio II con l'appoggio degli Svizzeri gli mosse guerra.
Alloia i Francesi, difensori del duca, erano cacciati d'Italia, e gli Spagnuoli
suoi nemici tenevano il Regno di Napoli. St. 41. V.68. la spiaggia mancina, Che
per sa lute, ecc.. risoletta di Lampedusa, che giace tra la costa d'Africa e la
Sicilia. J5t Vtiifau l'alta forno ce :lEtì\&, nel cui interno finsero i
poeti che fosse la principale fucina di Vulcano. St. 47. V.8. Doxria Fompeio i
profvgi ammo nire. Pompeo, disfatto da Cesare nei campi della Tesa glia, si
ricoveiò in Alessandria d'Egitto presso quel r Tolomeo, il quale, per
gratificarsi il vincitore, fece al mozzare il capo. St. 60 V.2 6. 7/ JSilo
parte t la diversa Itfjgt. I Nubj abitanti oltre la destra sponda del Nilo,
erano an che allora maomettani. Corregge: regge. St. 55. V.24. Lipadusa:
Lampedusa, nominai a più sopra. Dal mare Medamo che li cince, è circoh fusa: è
bagnata all'intorno dal Meditenaneo, che ba gna anche Biserta, ove si trovano i
cavalieri di Carle. St. 57. V.5. Il lei corno dAlmonie: tolto ad A" monte
da Orlando, e cui poscia lo tolse Brunello. St. 58. V.2. JS 7 svo co(,r,ato: Oliviero. St. 73. V.58.
L'Arie ito si Fcorda qui che Agri calte,
Puliano e Balastro li ha fatti nccidei e nella I at taglia descritta nel Canto
X I e XVIII. St. 82. V.34. E quivi a strano giuoco di "oiu glio, ecc. Jl
giuoco del acuoglio è poco dissìmile da quello che i fanciulli chiamano
moscadeca: nelqaal"> si danno forti colpi ma non pericolosi; e tali
erano i colpi di Ruggiero sopra Dudone. XLI. RiiKiora e Timido ne ceasano il
alla pugna, con fiatto di? siano fatti lilutìrt i sette paesani re prigionierL
Euggìturo sMm bari:a con fi.T5Ì per TAfilca? e nel tragitto retiLtio tatti
siiminorsi p;r fnrtuna ili mare, tranne HLi;rtero; il quale fìlli (ln(ti e
pnitaU a salvam"nitu plesso un ri>nntf>, cho gli pikiliiif diverse
cnsp. J,a nri.vp. vuota di gonte. capila vicimi a Binerta, eon a bitrli il
Riavallo, Ifl apada e J'ar matnm Uì Htiii>iero. Odamio pflhdc {uìt s"
la padu, dà laiinatura a Ulìvlevo, u Brandmarto il ra vallo; e lutti tre \ anno
a Lam]>edusa rt;r battersi coi tiT padani. Sì altiuca la zutr, daianle
lagnale Boluina e Olivier' iono fcritij e liranfìiniaitR rimane uccìso. I/odi.r
di' è siinrstj in ben nullità e h.lhi 0 cbioma cj bniba o delicata vesta Vi
giovane Irggiailro o dì rloiizelJn, ih' iiuior stive ti te I luti man do
defila; Se &pira, e fa sxiitìr dì !ò novella, E dopo molti giomi ancora
resta, nostra con chiaro ed evidente effetto, Cone a piincipio Iuolo era e
ptifeito. L'almo liquor che ai metitori suoi Fece Icaro gustar con sno gran
dauno, E che &i dice che già Celti e Boi Fé' passar TAlpe, e nou sentir P
affanno; Mostra che dolce era a principio, poi Che 8i serva ancor dolce al fin
dell'anno. L'arbor ch'ai tempo rio foglia non perde, Mostra eh' a primavera era
ancor verde. L'incliU stirpe che per tanti lustri Mostrò di cortesia sempre
gran lume, £ par eh' oor più ne risplenda e lustri, Fa che con chiaro indizio
si presume Che chi progenerò gli Estensi illustri Dovea d'ogni laudabile
costume, Che sublimar al ciel gli uomini suole, Splender non men che fra le
stelle il Sole. Stanza 9. Hnggier, come in ciascun suo degno gesto. D'alto
valor, di cortesia solca Dimostrar chiaro segno e manifesto, E sempre più
magnanimo apparea; Così verso Dudon lo mostrò in questo, Col qual (come di
sopra io vi dicea) Dissimulato avea quanto era forte, Per pietà che gli avea di
porlo a morte. Avea Dadon ben conosciutocerto ch'ucciderlo Ruggier non l'ha
voluto; or s' ha ritrovato allo scoperto, Or stanco sì, che più non ha potuto.
Poiché chiaro comprende, e vede aperto Che gli ha rispetto, e che va ritenuto;
Quando di forza e di vigor vai meno, Di cortesia non vuol cedergli almeno. Per
Dio (dice). Signor, pace facciamo; Ch' esser non può più la vittoria mia: Esser
non può più mia; che già mi chiamo Vinto e prigion della tua cortesia. Ruggier
rispose: Ed io la pace bramo Non men di te; ma che con patto sia. Che questi
sette Re e' hai qui legati, Lasci ch'in libertà mi sieno dati E gli mostrò quei
sette Re ch'io dissi Che stavano legati a capo chino; E gli soggiunse, che non
gì' impedissi Pigliar con essi in Africa il cammino. E così furo in libertà
rimessi Quei Re; che gliel concesse il Palalino:E gli concesse ancor, eh' un
legno tolse. Quel eh' a lui parve, e verso Africa sciol.". 8 II legno
sciolse, e fé' scioglier la vela, E si die al vento perfido in possanza, Che da
principio la gonfiata tela Drizzò a cammino, e die al nocchier baldanza. Il
lito fugge, e in tal modo si cela, CLe par che ne sia il mar rimaso sanza; Keir
oscurar del giorno fece il vento Chiara la sua perfidia eM tradimento. 9 utossi
dalla poppa nelle sponde, Indi alla prora, e qni non rimase anco. Ruota la
nave, ed 1 nocchier confonde; Ch'or di dietro, or dinanzi, or loro è al fianco.
Sorgono altiere e minacciosa T onde:Mugliando sopra il mar va il gregge bianco.
Di tante morti in dubbio e in pena stanno, Quante son Tacque eh' a ferir li
vanno. 10 Or da fronte or da tergo il vento spira, E questo innanzi, e quello
addietro caccia; Un altro da traverso il legno aggira, E ciascun pur naufragio
gli minaccia. Quel che siede al governo, alto sospira Pallido e sbigottito nella
faccia; E grida invano, e invan con mano accenna Or di voltare, or di calar V
antenna. 1 1 Ma poco il cenno, e '1 gridar poco vale:Tolto è'I veder dalla
piovosa notte. La voce, senza udirsi, in aria sale, In aria che feria con
maggior botte De' naviganti il grido universale, E'I fremito dell'onde insieme
rotte: E in prora e in poppa e in ambedue le bande Non si può cosa udir, che si
comande. Ì2 Dalla rabbia del vento che si fende Nelle ritorte, escono orribil
suoni. Di spessi lampi l'aria si raccende; Risuoua '1 ciel di spaventosi tuoni.
V è chi corre al timon, chi remi prende; Van per uso agli uflìcj a che son
buoni: Chi s' affatica a sdorre e chi a legare; Vota altri l'acqua, e toma il
mar nel marj 13 Ecco stridendo l'orribil procella Che'l repentin furor di Borea
spinge, La vela coutra l'arbore flagella: Il mar si leva, e quasi il cielo
attinge. Frangonsi i remi; e di fortuna fella Tanto la rabbia impetuosa
stringe, Che la prora si volta, e verso 1' onda fa rimaner la disarmata sponda.
14 Tutta sotto acqua va la destra banda, E sta per riversar di sopra il fondo.
Ognun, gridando, a Dio si raccomanda; Che più che certi son gire al profondo.
D' uno in un altro mal Fortuna manda:Il primo scorre, e vien dietro il secondo.
Il legno vinto in più parti si lassa, E dentro l'inimica onda vi passa. Stanza
15. 15 Muove crudele e spaventoso assalto Da tutti i lati il tempestoso verno.
Veggon talvolta il mar venir tan t'aito, Che par ch'arrivi insin al ciel
superno. Talor fan sopra l'onde in su tal salto, Ch' a mirar giù par lor veder
lo 'nferno. 0 nulla 0 poca speme è che conforte; E sta presente inevitabil
morte. 16 Tutta la notte per diverso mare Scorsero errando ove caccioUi il
vento; Il fiero vento che dovea cessare Nascendo il giorno, e ripigliò
augumcnto. Ecco dinanzi un nudo scoglio appare: Voglion schivarlo, e non
v'hanno argumento. Li porta, lor mal grado, a quella via Il crudo vento e la
tempesta ria. 17 Tre volte e quattro il pallido nocchiero Mette vigor, perchè
'1 timon sia volto, E trovi più sicuro altro sentiero; Ma quel si rompe, e poi
dal mar gli è tolto. Ha si la vela piena il vento fiero, Che non si può calar
poco né molto: Né tempo han di riparo o di consiglio; Che troppo appresso è
quel mortai periglio. 20 Del mare al fondo; e seco trawe quanti Lasciaro a sua
speranza il maggior leaa. Allor sudi con dolorosi pianti Chiamar soccorso dal
celeste regno:Ma quelle voci andaro poco innanti, Che venne il mar pien d'ira e
di dis legno . E subito occupò tutta la via Onde il lamento e il flebil grido
uscìa. 18 Poiché senza rimedio si comprende La irreparabil rotta della nave,
Ciascuno al suo privato utile attende, Ciascun salvar la vita sua cura Ave. Chi
può più presto al palischermo scende; la quello è fatto subito sì grave Per
tanta gente che sopra v' abbonda, Che poco avanza a gir sotto la sponda. 21
Altri laggiù, senza apparir più, resta; Altri risorge, e sopra Tonde sbalza:
Ohi vien nuotando, e mostra fuor la testa: Chi mostra un braccio, e chi una
gamba scalza. Ruggier, che '1 minacciar della tempesta Temer non vuol, dal
fondo al sommo s'alza, E vede il nudo scoglio non lontano, Ch'egli e i compagni
avean fnggito invano. 4 Stanza 19. 19 Ruggier che vide il comite e'I padrone E
gli altri abbandonar con fretta il legno, Come senz'arme si trovò in giubbone,
Campar su quel battei fece disegno; Ma lo trovò sì carco di persone, E tante
venner poi, che Tacque il segno Passaro in guisa, che per troppo pondo Con
tutto il carco, andò il legnetto al fondo; 22 Spera, per forza di piedi e di
braccia Nuotando, di salir sul lito asciutto. Soffiando, viene, e lungi dalla
faccia L'onda respinge e l'importuno flutto. Il vento intanto e la tempesta
caccia Il legno vóto, e abbandonato in tutto Da quelli che per lor pessima
sorte Il disio di campar trasse alla morte. 23 Oh fiillace degli uomini
credenza! Campò la nave che dovea perire; Quando il padrone e i galeotti senza
Governo alcun l'avean lasciata gire. Parve che si mutasse di sentenza Il vento,
poi che ogni uom vide fuggire: Fece che '1 legno a miglior via si torse, Né
toccò terra, e in sicura onda corse. 29 E perchè gli facean poco mestiero
L'arme (ch'era inviolabile e affatato), Contento fu che l'avesse Oliviero; Il
brando no, che sei pose egli a lato: A Braudiraarte consegnò il destriero. Cosi
diviso ed ug:ualmente dato Volse che fosse a ciaschedun compagno, Ch'insieme si
trovar, di quel guadagno. 24 E dove col nocchier tenne via incerta, Poi che non
l'ebbe, andò in Africa al dritto, E venne a capitar pres?o a Biserta Tre miglia
o due, dal lato verso Egitto; E nell'arena sterile e deserta Kestò, mancando il
vento e l'acqua, fitto. Or quivi sopravvenne, a spasso andando, Come di sopra
io vi narrava, Orlando. 25 E disioso di saper, se fiisse La nave sola, e fusse
o vota o carca. Con Brandiraarte a quella si condusse, E col cogimto, in su una
lieve barca. Poi che sotto coverta s'introdusse, Tutta la ritrovò d'uomini
scarca: Vi trovò sol Frontino il buon destriero. L'armatura e la spada di
Ruggiero; 26 Di cui fu per campar tanta la fretta, Ch'a tor la spada non ebbe
pur tempo. Conobbe quella il Paladin, che detta Fu Baliwrda, e che già sua fu
un tempo. So che tutta l'istoria avete letta, Cume la tolse a Fallerina, al
tempo Che le distrusse anco il giardiu sì bello, E come a lui poi la rubò
Brunello; 27 E come sotto il monte di Csrena Brunel ne fé' a Rnggier libero
dono. Di che taglio ella fosse e di che schena, N'avea già fatto esperimento
buono; Io dico Orlando; e peiò n'ebbe piena Letizia, e ringrazionne il sommo
Trono; E si credette (e spesso il disse dopo) Che Dio gliela mandasse a si
grande uopo: S8 A si grande uopo, quant'era, dovendo Condursi col Signor di
Sericana; Ch'oltre che di valor fosse tremendo, Sapea ch'avea Baiardo e
Durindana. L'altra armatura, non la conoscendo, Non apprezzò per cosa si
soprana, Come chi ne fé' prova; apprezzò quella, Per buona sì, ma per più ricca
e bella. >/stanza 22. 30 Pel di della battaglia ogni guerriero Studia aver
ricco e nuovo abito indosso. Orlando ricamar fa nel quartiero L'alto Babel dal
fùlmine percosso. Un can d'argento aver vuole Oliviero, che giaccia, e che la
lassa abbia sul dosso, Con un motto che dica: Finché vegna:E vuol d'oro la
veste, e di sé degna. 31 Fece disegno Brandimarte, il giorno Della battaglia,
per amor del padre E per suo onor, di non andare adomo Se non di sopravveste oscure
et adre. Fiordiligi le fé' con fregio intorno Quanto più seppe far, belle e
leggiadre. Di ricche gemme il fregio era contesto: D'un schietto drappo, e
tutto nero il resto. 32 Fece la donna di sua man le sopra Vesti a cui l'arme
converrian più fine, De'quai Tosbergo il cavalier si copra, E la groppa al
cavallo e U petto e U criin. Ma da quel dì che cominciò quest'opra, Continuando
a quel che le die fine, E dopo ancora, mai segno di riso Far non potè, né
d'allegrezza in viso. 83 Sempre ha timor nel cor, sempre tormento, Che
Brandimarte suo non le sia tolto. Già l'ha veduto in cento lochi e cento In
gran battaglie e perigliose avvolto; Né mai, come ora, simi'e spavento Le
agghiacciò il sangue e impallidille il volto. E questa novità d'aver timore Le
fa' tremar di doppia tema il core. 34 Poi che son d'arme e d'ogni arnese in
punto. Alzano al vento i cr.valier le vele. Astolfo e Sansonetto con l'assunto
Riman del grand'esercito fedele. Fiordiligi col cr di timor punto,Empiendo il
ciel di voti e di querele, Quanto con vista seguitar le puotc, Segue le vele in
alto mar remote. 85 Astolfo a gran fatica e Sansonetto Potè levarla da mirar
nell' onda, E ritrarla al palagio,ove sul letto La lasciaro affannata e
tremebonda. Portava intanto il bel numero eletto Dei tre buon cavalier l'aura
seconda. Andò il legno a trovar l'isola al dritto, Ove far si dovea tanto
conflitto. Stanza 46. 36 Sceso nel lito il Cavalier d'Anglante, Il cognato
Oliviero e Brandimarte, Col padiglione il lato di Levante Primi occupar; né
forse il fér senz'arte. Giunse quel dì medesimo Agramante E s' accampò dalla
contraria parte; Ma perchè molto era inchinata l'ora, Differir la battaglia
nell'aurora. 37 Di qua e di là sin alla nuova luce Stanno alla guardia i
servitori armati. La sera Brandimarte si conduce Là dove i S.\racin sono
alloggiati, E parla, con licenzia del suo duce, Al Re african, ch'amici erano
stati; E Brandimarte già cpn la bandiera Del re Agramante in Francia passato
era. 38 Dopo i saluti e '1 giunger mano a mino. Molte ragion, sì come amico,
disse Il fedel Cavai iero al Re pagano, Perchè a questa battasflia non
venisse:E di riporgli ogni cittade in mano, Che sia tra '1 Nilo e '1 segno eh'
Ercol fise. Con volontà d'Orlando gli offeria, Se creder volea al Figlio di
Maria. 39 Perché sempre v'ho amato ed amo molto, Questo consiglio, gli dicea,
vi dono; E quando già, Signor, per me V ho tolto, Creder potete ch'io l'estimo
buono. Cristo conobbi Dio, Maumette stolto; E bramo voi por nella via in eh' io
sono:Nella via di salute, Signor, bramo Che siate meco, e tatti gli altri
ch'amo. 40 Qui consiste il ben vostro; né consiglio Altro potete prender, che
vi vaglia; E men di tutti gli altri, se col figlio Di Milon vi mettete alla
battaglia: Che il guadagno del vincere al perìglio Della perdita grande non si
agguaglia. Vincendo voi, poco acquistar potete: Ma non perder già poco, se
perdete. 41 Quando uccidiate Orlando, e noi venuti Qui per morire o vincere con
lui, Io non veggo per questo che i perduti Dominj a racquistar sabbian per vui.
Ne dovete sperar che si si muti Lo stato delle cose, morti nui, Ch'uomini a
Carlo manchino da porre Quivi a guardar fin all'estrema torre. stanza 40. 42
Così parlava Brandimarte, ed era Per soggiungere ancor molte altre cose; Ma fu
con voce irata e faccia altiera Dal Pagano interrotto, che rispose: Temerità
per certo e pazzia vera È la tua, e di qualunque che si pose A consigliar mai
cosa o buona o ria. Ove chiamato a consigliar non sia. 43 E che U consiglio che
mi dai, proceda Da ben che m'hai voluto, e vuommi ancora, Io non so, a dir il
ver, come io tei creda Quando qui con Orlando ti veggo ora. Crederò ben, tu che
ti vedi in preda Di quel dragon che l'anime divora, Che brami teco nel dolore
eterno Tutto '1 mondo poter trarre all' Inferno. 44 Ch'io vinca o perda, o
debba nel mio regno Tornare antiquo, o sempre stame in bando, In mente sua n'
ha Dio fatto disegno, Il qual né io, né tu, né vede Orlando. Sia quel che vuol,
non potrà ad atto indegno Di Re inchinarmi mai timor nefando. S'io fossi certo
di morir, vo' morto Prima restar, ch'ai sangue mio far torto. 45 Or ti puoi
ritornar; che se migliore Non sei dimani in questo campo armato, Che tu mi sia
paruto oggi oratore, Mal troverassi Orlando accompagnato; Queste ultime parole
usciron fuore Del petto acceso d'Agramante irato. Ritornò Puno e T altro, e
ripososse Finché del mar il giorno uscito fosse. 46 Nel biancheggiar della
nuova alba, firmati E in un momento fiir tutti a cavallo. Pochi sermon si son
tra loro usati:Non vi fu indugio, non vi fu intervallo; Che i ferri delle lance
hanno abbassati. Ma mi parria, Signor, far troppo fallo, Se, per voler di
costor dir, lasciassi Tanto Ruggier nel mar, che v'affogassi. 47 II giovinetto
con piedi e con braccia Percotendo venia Porribil onde. Il vento e la tempesta
gli minaccia: Ma più la coscì'enzia lo confonde. Teme che Cristo ora vendetta
faccia; Che, poiché battezzar nell' acque monde, Quando ebbe tempo., sì poco
gli calse, Or si battezzi in queste amare e salse. 48 Gli ritornano a mente le
promesse Che tante volte alla sua donna fece; Quel che giurato avea quando si
messe Centra Rinaldo e nulla satisfece. A Dio, eh' ivi punir non lo volesse,
Pentito disse quattro volte e diece; E fece voto di core e di fede D'esser
Cristian, se ponea in terra il piede: 49 E mai più non pigliar spada né lancia
Contra ai Fedeli in aiuto de' Mori; Ma che ritomeria subito in Francia, E a
Carlo renderla debiti onori; Né Bradamante più terrebbe a ciancia, E verria a
fine onesto dei suo' amori. Miracol fti, che senti al fin del voto Crescersi
forza, e agevolarsi il nuoto. 50 Cresce la forza e l'animo indefesso:Ruggier
percuote l'onde e le respinge. L'onde che seguon V una all' altra presso . Di
che una il leva, un'altra lo sospinge. Cosi montando e discendendo spesso Con
gran travaglio, alfin l'arena attinge; E dalla parte onde s'inchina il colle
Più verso il mar, esce bagnato e molle. 51 Fur tutti gli altri, che nel mar si
di?rii . Vinti dall'onde e alfin restar nell'acque. Nel solitario scoglio uscì
Ruggiero, Come all'alta Bontà divina piacque. Poi che fu sopra il monte inculto
e fiero Sicur dal mar, nuovo timor gli nacque D'avere esilio in sì stretto
confine, E di morirvi di disagio alfine. 52 Ma pur col core indomito, e
costante Di patir quanto é in ciel di lui prescrìtto, Pei duri sassi l'intrepide
piante Mosse, poggiando inver la cima al dritto. Non era cento passi andato
innante, Che vide d'anni e d'astinenzie afflitto Uom eh' avea d'eremita abito e
segno, Di molta reverenzia e d'onor degno; 53 Che, come gli fu presso, Saulo,
Saulo, Gridò, perché perseguì la mia Fede? (Come allor il Signor disse a san
Paulo, Che'l colpo salutifero gli diede). Passar credesti il mar, né pagar
nanlo, E defraudare altrui della mercede. Vedi che Dio, e' ha lunga man, ti
giunge, Quando tu gli pensasti esser più Innge. 54 E seguitò il santissimo
Eremita, Il qual la notte innanzi avuto avea In vision da Dio, che con sua aita
Allo scoglio Ruggier giunger dovea E di lui tutta la passata vita, E la futura,
e ancor la morte rea, Figli e nipoti ed ogni discendente Gli avea Dio rivelato
interamente. 55 Seguitò r Eremita riprendendo Prima Ruggiero: e alfin poi
confortollo. Lo riprendea ch'era ito difierendo Sotto il soave giogo a porre il
collo; E quel che dovea far, libero essendo, Mentre Cristo pregando a sé
chiamollo. Fatto avea poi con poca grazia, quando Venir con sferza il vide
minacciando. 56 Poi confurtollo che non niega il cielo, Tardi o per tempo,
Cristo a chi gliel chiede; E di quegli operari del Vangelo Narrò, che tutti
ebhono ugual mercede. Con caritade e con devoto zelo Lo venne ammaestrando
nella Fede Verso la cella sua con lento passo, Ch' era cavata a mezzo il duro
sasso. hS Eran degli anni ormai presso a quaranta, Che sullo scoglio il
fraticel si messe; Ch'a menar vita solitaria e santa Luogo opportuno il Salvator
gli elesse. Di frutte còlte or d'una or d'altra pianta, E d'acqua pura la sua
vita resse, Che valida e robusta e senz'affanno Era venuta all'ottantesimo
anno. Stanza 5a 59 Dentro la cella il vecchio accese il fuoco, E la mensa
ingombrò di vari frutti, Ove si ricreò Ruggiero un poco, Poscia ch'i panni e i
capelli ebbe asciutti. Imparò poi più ad agio in questo loco l'i nostra Fede i
gran misteri tutti j £d alla imra fonte ebbe battesmo 11 di seguente dal
vecchio medesmo. Stanza 60. 60 Secondo il luogo, assai contento stava Quivi
Ruggier; chè'l luon servo di Dio Fra pochi giorni intnzion gli dava Di
rimandarlo ove più avea disio. Di molte cose intanto Mgionava Con lui sovente,
or al regno di Dio, Or alli propri oasi appertinenti, Or del suo sangue alle
future genti. 57 Di sopra siede alla devota cella Una piccola chiesa, che
risponde All'oriente, assai comoda e bella; Di sotto un bosco scende sin
all'onde, Di lauri e di ginepri e di mortella, E di palme fruttifere e feconde,
Che riga sempre una liquida fonte, Che mormorando cade giù dal monte. 61 Avea
il Signor, che'l tutto intende e vede. Rivelato al santissimo Eremita,Che
Ruggier da quel dì ch'ebbe la Fede, Dovea sette anni, e non più, stare in vita;
Che per la morte che sua donna diede A Pinabel, ch'a lui fia attribuita. Saria,
e per quella ancor di Bertolagi, Morto dai laganzesi empi e malvagi:62 £ che
quel tradimento andrà sì occulto, Che non se n'udirà di fuor novella; Perchè
nel proprio loco fia sepulto, Ove anco ucciso dalla gente fella: Per questo tardi
vendicato ed ulto Fia dalla moglie e dalla sua sorella: £ che col ventre pieu
per lunga via Dalla moglie fedel cercato fia. 65 £ perchè dirà Carlo in latino:
Este Signori qui, quando foragli il dono; Nel secolo futur nominato Este Sarà
il hel luogo con augurio buono; E così lascerà il nome d'Ateste Delle due prime
note il vecchio suono. Avea Dio ancora al servo suo predetta Di Ruggier la
futura aspra vendetta: tigWi Stanza 61. 63 Fra l'Adige e la Brenta appiè de
colli Ch'ai troiano Antenór piacquero tanto, Con le sulfuree vene e rivi molli,
Con lieti solchi e prati ameni accanto, Che con l'alto Ida volentier m atolli,
Col sospirato Ascanio e caro Xanto, A partorir verrà nelle foreste Che son poco
lontane al frigio Ateste:64 £ ch'in bellezza ed in valor cresciuto Il parto
suo, che pur Ruggier fia detto, £ del sangue troian riconosciuto da quei
Troiani, in lor Signor fia eletto; £ poi da Carlo, a cui sarà in aiuto Incontra
i Longobardi giovinetto, Dominio giusto avrà del bel paese, £ titolo onorato di
Marchese. 66 Ch'in visione alla fedel consorte Apparirà dinanzi al giorno un
poco; £ le dirà chi l'avrà messo a morte • £, dove giacerà, mostrerà il loco:
Ond'ella poi con la cognata forte Distruggerà Pontieri a ferro e a fuoco; Né
farà a'Maganzesi minor danni Il figlio suo Ruggiero, ov' abbia gli anni. 67 D'
Azzi, d Alberti, d'Obici discorso Fatto gli aveva, e di lor stirpe bella,
Insino a Niccolò, Leonello, Borso, Ercole, Alfonso, Ippolito e Isabella. Ma il
santo vecchio, ch'alia lingua ha il morso. Non di quanto egli sa però favella:
Narra a Ruggier quel che narrar convìensi; E quel ch'in sé de' ritener,
ritiensi. 68 In questo tempo Orlando e Brandimarte £ '1 marchese Olivier col
ferro basso Vanno a trovare il Saracino Marte (Che così nominar si può
Gradasso), E gli altri duo che da contraria parte Han mosso il buon destrier
più che di passo; Io dico il re Agramante e '1 re Sobrino:Rimbomba al cor?o il
lito e'I mar vicino. 69 Quando allo scontro vengono a trovarsi, E in tronchi
vola al ciel rotta ogni lancia, Del gran rumor fu visto il mar gonfiarsi, Del
gran rumor che s'udì sino in Francia. Venne Orlando e Gradasso a riscontrarsi;
E potea stare ugual questa bilancia, Se non era il vantaggio di Baiardo, Che
fé' parer Gradasso più gagliardo. 70 Percosse egli il destrier di minor forza.
Ch'Orlando avea, d'un urto così strano, Che lo fece piegare a poggia e ad orza,
E poi cader, quanto era lungo, al piano. Orlando di levarlo si risforza Tre
volte e quattro, e con sproni e con mau">: E quando alfin noi può levar,
ne scende, Lo scudo imbraccia, e Balisarda prende. 71 Scontrossi col Re
d'Africa Oliviero; £ fur di quello incontro a paro a paro. Brandimarte restar
senza destriero Fece Sobrin, ma non si seppe chiaro Se v'ebbe il destrier
colpa, o il cavaliero; Ch'avvezzo era cader Sobrin di raro. 0 del destriero, o
suo pur fosse il fallo, Sobrin si ritrovò giù del cavallo. 72 Or Brandimarte,
che vide per terra Il re Sobrin, non l'assalì altrimente; Ma contro il re
Gradasso si disserra, Ch'avea abbattuto Orlando parimente. Tra il Slarchese e
Agramante andò la guerra Come fu cominciata primamente; Poi che si roppon
l'aste negli scudi, S'eran tornati incontro a stocchi ignudi. Stanza 74. 73
Orlando, che Gradasso in atto vede, Che par eh' a lui tornar poco gli caglia;
Né tornar Brandimarte gli concede, lo stringe e tanto lo travaglia; Si volge
intorno, e similmente a piede Vede Sobrin che sta senza battaglia. Vèr lui
s'avventa; e al muover delle piante J?'a il ciel tremar del suo fiero
sembiante. 74 Sobrin, che di tanto uora vede l'assalto, Stretto nell'arme
s'apparecchia tutto: Come nocchiero a cui vegna a gran salto Muggendo incontra
il minaccioso flutto, Drizza la prora, e quando il mar tant'alto salire, esser
vorria all'asciutto. Sobrin lo scudo oppone alla mina Che dalla spada vien di
Fallerina. Sunza 78. 75 Di tal finezza è quella Balisarda, Che l'arme le puon
far poco riparo: In man poi di persona si gagliarda. In man d'Orlando, unico al
mondo o raro. Taglia lo scudo; e nulla la ritarda Perchè cerchiato sia tutto
d'acciaro: Taglia lo scudo, e sino al fondo fende, sotto a quello in su la
spalla scende. 76 Scende alla spalla; e perchè la ritrovi Di doppia lama e di
maglia coperta, Non vuol però che molto ella le giovi, Che di gran piaga non la
lasci aperta. Mena Sobrin; ma indarno è che si provi Ferire Orlando, a cui per
grazia certa il Motor del cielo e delle stelle, Che mai forar non se gli può la
pelle, 77 Raddoppia il colpo il valoroso Conte, E pensa dalle spalle il capo
torgli. Sobrin che sa il valor di Chiaramonte, E che poco gli vai lo scudo
opporgli, S'arretra; ma non tanto, che la fronte Non venisse anco Balisarda a
còrgli. Di piatto fu, ma il colpo tanto fello, Ch'ammaccò l'elmo, e gl'intronò
il cervello. 78 Cadde Sobrin del fiero colpo in terra, Onde a gran pezzo poi non
è risorto. Crede finita aver con lui la guerra Il Paladino, e che si giaccia
morto; E verso il re Gradasso si disserra, Che Brandimarte non meni a mal
porto: Chè'l Pagan d'arme e di spada l'avanza, E di destriero, e forse di
possanza. V f''' Stanza 85. 79 L'ardito Brandimarte in su Frontino, Quel buon
destrier che di Ruggier fu dianzi, Si porta cosi ben col Saracino, Che non par
già che quel troppo l'avanzi; E s'egli avesse osbergo cosi fino, Come il Pagan,
gli starla meglio innanzi; Ma gli convien, che mal si sente armato, Spesso dar
luogo or d'uno or d'altro lato. 80 Altro destrier non è che meglio intenda Di
quel Frontino il cavillerò a cenno: Par che, dovunque Durindana scenda, Or
quinci or quindi abbia a schivarla senno. Agramante e Olivier battaglia orrenda
Altrove fanno, e giudicar si denno Per duo guenier di pari in arme accorti, E
poco differenti in esser forti. 81 Avea lasciato, come io dissi, Orhindo
Sobrino in terra; e contra il re Gradasso . Soccorrer Brandimarte disiando.
Come si trovò a pie, venia a gran passo. Era vicin per assalirlo, quando Vide
in mezzo del campo andare a spasso Il buon cavallo onde Sobrin fu spinto; E per
averlo, presto si fu accinto. 82 Ebbe il destrier, che non trovò contesa, E
levò un salto, ed entrò nella sella. Nell'una man la spada tien sospesa, Mette
l'altra alla briglia ricca e bella. Gradasso vede Orlando, e non gli pesa Ch' a
lui ne viene, e per nome l'appella. Ad esso e a Brandimarte e all'altro spera
Far parer notte, e che non sia ancor sera. S'd Voltasi al Conte, e Brandimarte
lassa, E d'una punta lo trova al camaglio:Fuorché la carne, ogni altra cosa
pasa; Per forar quella è vano ogni travaglio. Orlando a un tempo Balisarda
abbassa: Non vale incanto ov'ella mette il taglio. L' elmo, lo scudo, 1'
osbergo e l'arnese . Venne fendendo in giù ciò ch'ella prese; 84 E nel volto e
nel petto e nella coscia Lasciò ferito il Re di Sericana, Di cui non fu mai
tratto sangue, poscia Ch' ebbe queir arme: or gli par cosa strana Che quella
spada (e n'ha dispetto e angoscia) Le tagli or si; né pur é Durindana. E se più
lungo il colpo era o più appreso, L'avria dal capo insino al ventre fésso 85
Non bisogna più aver nell' arme fede, Come avea dianzi; che la prova è fatta.
Con più riguardo e più ragion procede, Che non solea; meglio al parar si
adatta. Brandimarte ch'Orlando entrato vede, Che gli ha di man quella battaglia
tratta. Si pone in mezzo all'una e all'altra pugna, Perchè in aiuto, ove è
bisogno, gingna. 86 Essendo la battaglia in tale istato, Sobrin, eh' era
giaciuto in terra molto . Si levò poi ch'in sé fu ritornato; E molto gli dolca
la spalla e 'l volto. Alzò la vista, e mirò in ogni Iato: Poi, dove vide il suo
Signor, rivolto, Per dargli aiuto i lunghi passi torse Tacito sì, ch'alcun non
se u' accorse. 87 Vieu dietro "ad Olivier, che tenea gli occhi Al re
Affamante, e poco altro attendea; E gli feri nei deretin ginocchi Il deatrier
di percossa in modo rea, Che senza indugio è forza che trabocchi. Cade Olivier;
nèl piede aver potea, Il manco pie ch'ai non pensato caso Sotto il cavallo in
staffa era rimaso. 91 Trovato ha Brandimarte il re Agramante, E cominciato a
tempestargli intorno:Or con Fronti n gli è al fianco, or gli è davante, Con
quel Frontin che gira come un torno. Buon cavallo ha il figliaol di Monodante;
Non l'ha peggiore il re di Mezzogiorno:Ha Brigliador che gli donò Ruggiero Poi
che lo tolse a Mandricardo altiero. <' Stanza 87. 88 Sobrin raddoppia il
colpo, e di riverso Gli mena, e se gli crede il capo torre; Ma lo vieta V
acciar lucido e terso, Che temprò già Vulcan, portò già Ettorre. Vede il
periglio Brandimarte, e verso Il re Sobrino a tutta briglia corre; E lo fere in
sul capo, e gli dà d'urto: Ma il fiero vecchio è tosto in pie risurto; 89 E
toma ad Olivier per dargli spaccio, Sì eh' espedito all'altra vita vada; O non
lasciare almen eh' esca d'impaccio, 2Ia che si stia sotto il cavallo a bada.
Olivier e' ha di sopra il miglior braccio, Sì che si può difender con la spada,
Di qua di là tanto percuote e punge, Che, quanto è lunga, fa Sobrin star lunge.
90 Spera, s' alquanto il tien da sé rispinto, In poco spazio uscir di quella
pena. Tutto di sangue il vede molle e tinto, E che ne versa tanto in su
l'arena, Che gli par eh' abbia tosto a restar vinto:Debole è si, che si
sostiene a pena. Fa per levarsi Olivier molte prove. Né da dosso il destrìer
però si muove. 92 Vantaggio ha beuB assai dell' armatura; A tutta prova Pha
buona e perfetta. Brandimarte la sua tolse a ventura, Qual potè avere a tal
bisogno in fretta: Ma sua animosità si V assicura, Ch' in miglior tosto di
cangiarla aspetta:Come che'l Re african d'aspra percossa La spalla destra gli
avea fatta rossa, 93 E serbi da Gradasso anco nel fianco Piaga da non pigliar
però da gioco. Tanto l'attese al varco il guerrier franco. Che di cacciar la
spada trovò loco. Spezzò lo scudo, e ferì il braccio manco, E poi nella man
destra il toccò un poco. Ma questo un scherzo si può dire e un spasso Verso
quel che fa Orlando e '1 re Gradasso. stanza 88. 94 Gradasso ha mezzo Orlando
disarmato; L'elmo gli ha in cima e da dui lati rotto; E fattogli cader lo scudo
al prato, Osbergo e maglia apertagli di sotto: Non l'ha ferito già; ch era
affatato. Ma il Paladino ha lui peggio condotto: In faccia, nella gola, in
mezzo il petto L'ha ferito, oltre a quel che già v'ho detto. 95 Gradasso
disperato, che si vede Del proprio sangue tutto molle e brutto, E ch'Orlando
del suo dal capo al piede Sta dopo tanti colpi ancora asciutto; Leva il brando
a due mani, e ben si crede Partirgli il capo, il petto, il ventre e'I tutto; E
appunto, come vuol, sopra la fronte Percuote a mezza spada il fiero Conte. 100
Padre del elei, dà fra gli eletti tuoi Spiriti luogo al martir tuo fedele. Che
giunto al fin de' tempestosi suoi Viaggi, in porto ormai lega le vele. Ah
Durindana, dunque esser tu puoi Al tuo signore Orlando sì crudele, che la più
grata compagnia e più fida Ch'egli abbia al mondo, innanzi tu gli ncdda? 96 E
s' era altro eh' Orlando, l'avria fatto; L'avria sparato fin sopra la sella:Ma,
come colto l'avesse di piatto, La spada ritornò lucida e bella. Della percossa
Orlando stupefatto. Vide, mirando in terra, alcuna stella. Lasciò la briglia, e
'I brando avria lasciato; Ma di catena al braccio era legato. 97 Del suon del
colpo fu tanto smarrito Il corridor eh' Orlando avea sul dorso, Che discorrendo
il polveroso lito, Mostrando già quanto era buono al corso. Della percossa il
Conte tramortito. Non ha valor di ritenergli il morso Segue Gradasso, e l'avria
tosto giunto, Poco più che Ba lardo avesse punto. 98 Ma nel .voltar degli
occhi, il re Agramantc Vide condotto all' ultimo periglio; Che nell'elmo il
figliuol di Monodante Col braccio manco gli ha dato di piglio, E gliel'ha
dislacciato già davante, E tenta col pugnai nuovo consiglio; Né gli può far
quel Re difesa molta, Perchè di man gli ha ancor la spada tolta. f9 Volta
Gradasso, e più non segue Orlando; Ma, dove vede il re Agramante, accorre.
L'incauto Brandimarte, non pensando Ch'Orlando costui lasci da sé tórre. Non
gli ba né gli occhi né '1 pensiero, instando Il coltel nella gola al Pagan
porre. Giunge Gradasso, e a tutto suo potere Con la spada a due man l'elmo gli
fere. Stanza 97. 101 Di ferro un cerchio grosso era duo dita Intorno all'elmo,
e fu tagliato e rotto Dal gravissimo colpo, e fu partita La culfia dell'acciar
ch'era di sotto. Brandimarte con faccia sbigottita Giù del destrier si riversò
di botto; E fuor del capo fé' con larga vena Correr di sangue un fiume in su
l'arena. 102 II Conte .si risente, e gli occhi gira. Ed ha il suo Brandimarte
in terra scorto; E sopra in atto il Serican gli mira, Che ben conoscer può che
glie T ha morto. Non so se in lui potè più il duolo o l'ira; Ma da piangere il
tempo avea sì corto, Che restò il duolo, e Tira uscì più in fretti". Ma
tempo è omai che fine al Canto io metta. St. 2. V.1. L'almo liquor, ecc. Intendesi
il vino dato da Bacco ad Icaro, e più comunemente Icario, fi glio di Ebaio re
di Laconia. Qaesti ne fece bere ai suoi mietitori, i quali ne divennero
ubbrlachi; e creden dosi da lui avvelenati. Io gettarono in un pozzo,'dove
morì. V.6. Celti e Boi: popoli delle Gallie, che ade scati dalla bontà delle
frutta, e segnatamente del vino d'Italia, passarono le Alpi e posero sede nella
Peni sola. St. 9. V.67. Mugliando sopra il mar va il gregge bianco. I mostri
marini van mugliando, ecc., detti bian chi perchè classificati tra i pesci, e
gregge, psrchè diti in guardia, secondo le favole, e condotti dal dio Pioteo.
St. 19. V.1. IZ cornile e H padrone. Nelle galere dicevasi comite o cornilo il
basso uffiziale che soprav veglia alla ciurma, e ordina le manovre. Padrone
cbia mavasi il capitano dei minori navigli. St. 26. V.5. .Sto cJì tutta
l'istoria avete letta. Al Canto XVII, lib I, dell'Orbando 7/ma morato del
Boiardo. St. '28. V.5. Laltra armatura, ecc. Ruggiero aveva conquistata
l'armatura d'Ettore Troiano, figliuolo di Priamo, portata da Mandricardo. Vedi
Canto XXX, St. 74. St. 36. V.24. Brandimarte: Costei em venuta in Francia ad
.\rdenna con Ruggiero, Giadasso e Mandri cardo per liberare Orlando, ch'era
tenuto allacciato da gli incanti di Atlante. Vedi Semi, Canto LXVI, St. 14, e
Canto LXVII, St. 17, 7 e segj. liè forse il fèr Sem arte: perchè era gran
vantaggio che il sole, na scendo dietro le loro spalle, battes.se in faccia i
nemici St. .38. v.'ò. Il fedel cavaliero, ecc. Brandimarte era stato battezzato
da Orlando, trovandosi amendue prigioni di Monodante. Berni, Orlando
IiinamoratOf Canto XLI, Stanza 11. St. 43. V.6. Di quel dragon: del dem(Tnio.
St. 53. V.5. Naulo (o più comunemente nolo) ciò che si paga per fare un viaggio
marittimo. Qui il naulo che Dio fa paga a Ruggiero per quel tragitto, è il
naufragio, qual gastigo del recalcitrare di lui alle di vine chiamate. St. 63.
V.13. Fra V Adige e la Brenta: fiumi che limitano il territorio di Padova da
mezzogiorno a settentrione. Al troiano Antenòr piacquero tanto. Se guita r
opinione che Antenore fuggitivo da Troia ve nisse in Italia, e vi fondasse
Padova. Lealtà Ida: montagna di Frigia, non lungi da Troia. Ascanio: nome di
lago e fiume nell i Misia, soggetta al re Priamo. Xanto, 0 Scamandro, fiumicello
vicino a Troia. Al frigio Ateste: nome antico del castello d'Este sul padovano;
e il Poeta Io dicefriglOt perchè in que' tempi credevasi fabbricato dai
Troiani. St. 65. v.6. Delle due prime note: dell'A e del T, che sono le due
prime lettere della parola Ateste. Gl'im peratori, quando a rimeritare alcuno
de' loro seguaci o capitani voleano costituirlo signore di qualche luogo,
dicevano in latino: Este hic domini, cioè siate qui si onori. Or quando Carlo
Magno donò a Ruggiero l'antico castello di Ateste, dovette pure pronunciare
tali parole. E da questo costume e dal nome del suddetto castello, l'Ariosto,
puntualmente seguendo i Cronisti originò il cognome dei duchi di Ferrara. St.
83. y. 2. E d'una punta lo trova: lo colpisce, lo percuote. Camaglio: parte dell'armatura
che di fende il collo. XLII. Il combattimento in Lampedusa ttuwec con la morte
di Qn dasso e di Aframanto, uccisi per mano d'Orl&tido, eh(c) con fliTva in
vita Jobnno Bnidamaiito ai accora pel rilanJo di RtiSgicro; e Rinaldo,
oll'andare in traccia il'Attglic", trOT" crii lo gtiarice
dairainOLOsa piscione. iQC&mmtEiatosì quindi juH raggi u(ij;jti re
tarlando, s' imbatto in an cavallerìe ehfl la accoglie in un magni Itco palazzo
ornato di aiatQe rapiirefcn tanti varie do a uè Kilenii; ed Ivi T oapite gli
propoite om mnàtù onik c[:rti Scarsi sulla fedeltà della moglie. 1 Qiml duro
freno, o qnal hnìgno nodo, Qimi, s' e4ser può, catena di diaìnante Farà che V
ira servi ordine e modo, Che non trascorra oltre al prescrìtto innante, Quando
persona, che con saldo chiodo T abbia già fìssa Amor nel cor costante, Tu vegga
o per violenzia o per inganno Patire o disonor o mortai danno?E 8 a cradel, sad
inumano effetto Quell'impeto talor P animo svia, escusa; perchè allor del petto
Non ha ragione imperio né balia. Achille, poi che sotto il falso elmetto Vide
Patroclo insanguinar la via, D'uccider chi l'uccise non fu sazio, Se noi traea,
se non ne facea strazio. Invitto Alfonso, simile ira accese La vostra gente il
di che vi percosse La fronte il grave sasso, e si v offese, Ch' ognun pensò che
l'alma gita fosse:L'accese in tal furor, che non difese Vostri inimici argini o
mura o fosse, Che non fessine insieme tutti morti, Senza lasciar chi la novella
porti. Il vedervi cader causò il dolore Che i vostri a furor mosse e a
crudeltade. S'eravate in pie voi, forse minore Licenzia avrian ayute le lor
spade. Era vi assai, che la Bastia in manche ore V'aveste ritornata in
potestade, Che tolta in giorni a voi non era stata Da gente Cordovese e di
Granata. Forse fu da Dio vindice permesso Che vi trovaste a quel caso impedito,
Acciò che '1 crudo e scellerato eccesso Che dianzi fatto avean, fosse punito;
Che, poi ch'in lor man vinto si fu messo Il miser Vestidel, lasso e ferito,
Senz'arme fa tra cento spade ucciso Dal popol la più parte circonciso. Ma
perch' io vo' concludere, vi dico Che nessun' altra quell'ira pareggia. Quando
Signor, parente, o sozio antico Dinanzi agli occhi ingiuriar ti veggia. Dunque
è ben dritto, per sì caro amico, Che subit'ira il cor d'Orlando feggia; Che
dell' orribil colpo che gli diede Il re Gradasso, morto in terra il vede. Qual
nomade pastor, che vedut' abbia Fuggir strisciando l'orrido serpente Che il
figliuol, che giocava nella sabbia, Ucciso gli ha col venenoso dente, Stringe
il baston con collera e con rabbia; Tal la spada, d'ogn' altra più tagliente,
Stringe con ira il cavalier d'Anglante:Il primo che trovò, fu il re Agramante,
8 Che sanguinoso, e della spada privo, Con mezzo scudo, e con l'elmo disciolto,
E ferito in più parti ch'io non scrivo, S' era di man di Brandimarte tolto,
Come di pie all' astor sparvier mal vivo, A cui lasciò alla coda, invido o
stolto. Orlando giunse, e messe il colpo giusto Ove il capo si termina col
busto. 9 Sciolto era l'elmo, e disarmato il collo, che lo tagliò netto come un
giunco. Cadde e die nel sabbion l'ultimo crollo Del regnator di Libia il grave
tronco. Corse lo spirto all' acque, onde tiroUo Caron nel legno suo col graffio
adunco. Orlando sopra lui non si ritarda, Ma trova il Serican con Balisarda. 10
Come vide Gradasso d'Agramante Cadere il busto dal capo diviso; Quel che
accaduto mai non gli era innante, Tremò nel core, e si smarrì nel viso: E all'
arrivar del cavalier d'Anglante, Presago del suo mal, parve conquiso. Per
schermo suo, partito alcun non prese, Quando il colpo mortai sopra gli scese.
11 Orlando lo ferì nel destro fianco Sotto r ultima costa; e il ferro, immerso
Nel ventre, un palmo uscì dal lato manco, Di sangue sin all'elsa tutto asperso.
Mostrò ben che di man fu del più franco E del miglior guerrier dell' universo n
colpo eh' un Signor condujse a morte, Di cui non era in Paganìa il più forte.
12 Di tal vittoria non troppo gioioso, Presto di sella il Paladin si getta; E
col viso turbato e lagrimoso A Brandimarte suo corre a gran fretta. Gli vede intorno
il campo sanguinoso:L'elmo, che par ch'aperto abbia un'accetta. Se fosse stato
firal più che di scorza, Difeso non l'avria con minor forza. 13 Orlando l'elmo
gli levò dal viso, E ritrovò che '1 capo sino al naso Fra r uno e l'altro
ciglio era diviso:Ma pur gli è tanto spirto anco rimaso, Che de' suoi falli al
Re del Paradiso Può domandar perdono anzi l'occaso; E confartar il Conte, che
le gote Sparge di pianto, a pazì'enzia puote; 14 E dirgli: Orlando, fa che ti
raccordi Di me neirorazion tue grate a Dio: Né meu ti raccomando la mia
Fiordi.... Ma dir non potè ligi: e qui finio. E voci e Huoni d'Angeli concordi
Tosto in aria s' udir, che l'alma uscio; La qual, disciolta dal corporeo Telo,
dolce melodia sali nel cielo. 15 Orlando, ancorché far dovea allegrezza Di sì
devoto fine, e sapea certo Che Brandimarte alla suprema altezza Salito era, che
U ciel gli vide aperto; Pur dair umana volontade, avvezza Coi fragil sensimale
era sofferto Ch'un tal più che fratel gli fosse tolto, E non aver di pianto umido
il volto. 16 Sobrin che molto sangue avea perduto, Che gli piovea sul fianco e
sulle gote, Riverso già gran pezzo era cadalo, E aver ne dovea ormai le vene
vote Ancor giacca Olivier; né riavuto piede avea, né riaver lo puote Se non
ismosso, e dallo star che tanto Gli fece il destrier sopra, mezzo infranto: Ì7
E seU cognato non venia ad aitarlo, Siccome lacrimoso era e dolente, Per sé
medesmo non potea ritrarlo. E tanta doglia e tal martir ne sente, Che ritratto
che Tehbe, né a mutarlo Né a fermarvisi sopra era possente; E n'ha insieme la
gamba si stordita, Che muover non si può, se non si aita. Stanza 9. 18 Della
vittoria poco rallegrosse Orlando; e troppo gli ea acerbo e duro Veder che
morto Brandimarte fosse. Né del cognato molto esser sicuro. Sobrin che vivea
ancora, ritrovosse. Ma poco chiaro avea con molto oscuro: Che la sua vita per
l'uscito sangue Era vicina a rimanere esangue. 19 Lo fece tdr, che tutto era
sanguigno. Il Conte, e medicar discretamente; E confortollo conparlar benigno,
Come se stato gli fosse parente:Che dopo il fatto nulla di maligno In sé tenea,
ma tutto era clemente. Fece dei morti arme e cavalli torre; I)el resto a' servi
lor lasciò disporre. 20 Qui della istoria mia, che non sia vera, Federigo
Fulgoso é in dubbio alquanto; Che con Tarmata avendo la riviera Di Barberia
trascorsa in ogni canto, Capitò quivi, e Pisola sì fiera. Montuosa e inegual
ritrovò tanto. Che non è, dice, in tutto il luogo strano Ove un sol pie si
possa metter piano: 21 Né verisimil tien che nell'alpestre Scoglio sei
cavalieri, il fior del mondo, Potesson far quella battaglia equestre. Alla
quale obiezion così rispondo: Ch'a quel tempo una piazza delle destre, Che
sieno a questo, avea lo scoglio al fondo: Ma poi, eh' un sasso, che 'l tremuoto
aperse Le cadde sopra, e tutta la coperse. 22 Si che, 0 chiaro fulgor della
Fnlgosa Stirpe. 0 serena, o sempre viva luce, Se mai mi riprendeste in questa
cosa, E forse innanti a quello invitto Duce, Per cui la vostra patria or si
riposa, Lascia ogni odio, e in amor tutta sMnduce; Vi priego che non siate a
dirgli tardo. Ch'esser può che né in questo io sia bugiardo. 23 In questo
tempo, alzando gli occhi al mare, Vide Orlando venire a vela in fretta Un na
villo leggier, che di calare Facea sembiante sopra P isoletta. Di chi si fosse,
io non voglio or contare, Peic' ho più d'uno altrove che m' aspetta. Veggiamo
in Francia, poi che spinto ne hanno I Saracin. se mesti o lieti stanno. 24
Veggiam che fa quella fedele amante, Che vede il suo contento ir si lontano;
Dico la travagliata Bradamante, Poi che ritrova il giuramento vano, Ch'avea
fatto Ruggier pochi di innante. Udendo il nostro e T altro stuol pagano. Poi
chMn questo ancor manca, non le avanza In chella debba più metter speranza: 25
E ripetendo i pianti e le querele, Che pur troppo domestiche le furo. Tornò a
sua usanza a nominar crudele Ruggiero, e U suo destin spietato e duro. Indi
sciogliendo al gran dolor le vele, II Ciel che consentia tanto pergiuro, Né
fatto n'avea ancor segno evidente. Ingiusto chiama, debole e impotente. 26 Ad
accusar Melissa si converse, E maledir Toracol della grotta; Cha lor mendace
suasion s'immerse Nel mar d'Amore, ov'è a morir condotta. Poi con Marfisa
ritornò a dolerse Del suo fratel, che le ha la fede rotta; Con lei grida e si
sfoga, e le domanda. Piangendo, aiuto, e se le raccomanda. 27 Marfisa si
ristringe nelle spalle, E, quel sol che può far, le dà conforto; Né crede che
Ruggier mai cosi falle, Ch' a lei non debba ritornar di corto; E se non toma
pur, sua fede dàlie, Ch' ella non patirà si grave torto; 0 che battaglia
piglierà con esso, 0 gli farà osservar ciò e' ha promesso. 28 Così fa ch'ella
un poco il duo! raffrena; Ch'avendo ove sfogarlo, è meno acerbo. Or ch'abbiam
vista Bradamante in pena. Chiamar Ruggier pergiuro, empio e superbo: Veggiamo
ancor se miglior vita mena 11 fratel suo che non ha polso o nerbo, Osso 0
medolla che non senta caldo Delle fiamme d'Amor; dico Rinaldo: Stanza 27. 29
Dico Rinaldo, il qual (come sapete) Angelica la bella amava tanto; Né l'avea
tratto all'amorosa rete Si la beltà di lei, come l'incanto. Aveano gli altri
Paladin quiete. Essendo ai Mori ogni vigore affranto: tra i vincitori era
rimase solo Egli captivo in amoroso duolo. 30 Cento messi a cercar che di lei
fiisse Avea mandato, e cerconne egli stesso. Alfine a Malagigi si ridusse. Che
nei bisogni suoi V aiutò spesso. A narrare il suo amor se gli condusse Col viso
rosso e col ciglio dimesso. Indi lo priega che gF insegui dove La desiata
Angelica si trove. 31 Gran maraTiglia di si strano caso Va rìfolgendo a Malagigi
il petto. Sa che sol per Rinaldo era rimaso D'averla cento volte e più nel
letto:Ed egli stesso, acciò che persuaso Fosse di questo, avea assai fatto e
detto Con prieghi e con minacce per piegarlo; Né mai avuto avea poter di farlo:
stanza 34. 32 E tanto più, challor Rinaldo avrebbe Tratto fuor Malagigi di
prigione. Fare or spontaneamente lo vorrebbe, Che nulla giova, e nha minor
cagione: Poi priega lui, che ricordar si debbe Pfir quanto ha offeso in questo
oltr' a ragione; Che per negargli già, vi mancò poco Di non farlo morire in
scuro loco. 33 Ma quanto a Malagigi le domande Di Rinaldo importune più
pareano; Tanto che l'amor suo fosse più grande, Indizio manifesto gli faceano.
I prieghi che con lui vani non spande, Fan che subito immerge nell'oceano Ogni
memoria della ingiuria vecchia, E che a dargli soccorso s' apparcccliia. 34
Termine tolse alla risposta, e spena Gli die, che favorevol gli saria: E che
gli saprà dir la via che tiene Angelica, o sia in Francia, o dove sii. E quindi
Malagigi al luogo viene, Ove i demonj scongiurar solia; Oh' era fra monti
inaccessibil grotta:Apre il libro, e gli spirti chiama in frotta. 35 Poi ne
sceglie un che de' casi d'Amore Avea notizia: e da lui saper volle, Come sia
che Rinaldo, eh' avea il core Dianzi si duro, or l'abbia tanto molle:E di
quelle due fonti ode il tenore, Di che l'una dà il foco, e l'altra il toUe; E
al mal che l'una fa, nulla soccorre, Se non V altr' acqua che contraria corre.
36 Et ('de come avendo già di quella. Che l'amor caccia, bevuto Rinaldo, Ai
lunghi prieghi d'Angelica bella Si dimostrò cosi ostinato e saldo: E che poi
giunto, per sua iniqua stella, A ber nell'altra l'amoroso caldo. Tornò ad amar,
per forza di quelle acque, Lei che pur dianzi oltr'il dover gli spiacqae 87 Da
iniqua stella e fier destin fu giunto A ber la fiamma in quel ghiacciato rivo;
Perchè Angelica venne quasi a un punto A ber nell'altro di dolcezza privo, Che
d'ogni amor le lasciò il cor si emunto, Ch' indi ebbe lui, più che le serpi, a
schivo:Egli amò lei, e l'amor giunse al sego In ch'era già di lei l'odio e lo
sdegno. 38 Del caso strano di Rinaldo a pieno Fu Malagigi dal demonio
instructo. Che gli narrò d'Angelica non meno, Ch'a un giovine african si donò
in tutto; E come poi lasciato avea il terreno Tutto d'Europa, e per l'instabil
flutto Verso India sciolto avea dai liti ispani Su l'audaci galee de' Catalani
39 Poi che venne il cugin per la risposta, Molto gli dissuase Malagigi Di più
Angelica amar, che s' era posta D'un vilissimo Barbaro ai servigi; Ed ora si da
Francia si discosta, Che mal seguir se ne potria i vestigi: Ch'era oggimai più
là ch'a mezza strada Per andar con Medoro in sua contrada. . 40 La partita
d'Angelica non molto Sarebbe grave air animoso amante; Né pur gli avria turbato
il sonno, o tolto Il pensier di tornarsene in Levante: Ma sentendo ch'avea del
suo amor colto Un Saracino le primizie innante, Tal passione e tal cordoglio
sente, Che non fu in vita sua mai più dolente. 41 Non ha poter d'una risposta
sola; Triema il cor dentro, e trieman fuor le labbia; Non può la lingua
disnodar parola; La bocca ha amara, e par che tosco v'abbia. Da Malagigi subito
s'invola; E come il caccia la gelosa rabbia. Dopo gran pianto e gran
rammaricarsi, Verso Levante fa pensier tornarsi. 42 Chiede licenzia al figlio
di Pipino; E trova scusa, che'l destrier Baiardo, Che ne mena Gradasso Saracino
Contra il dover di cavalier gagliardo, Lo muove per suo onore a quel cammino,
Acciò che vieti al Serican bugiardo Di mai vantarsi che con spada o lancia
L'abbia levato a un paladin di Francia. 43 Lasciollo andar con sua licenzia
Carlo, Benché ne fu con tutta Francia mesto; Ma finalmente non seppe negarlo:
Tanto gli parve il desiderio onesto. Vuol Dudon, vuol Guidone alcompagnarlo; Ma
lo niega Rinaldo a quello e a questo. Lascia Parigi, e se ne va via solo, Pien
di sospiri e d'amoroso duolo. Stanza 45. 44 Sempre ha in memoria, e mai non se
gli toUe, Ch'averla mille volte avea potuto, E mille volte avea, ostinato e
folle, Di sì rara beltà fatto rifiuto; E di tanto piacer, eh' aver non volle,
Sì bello e sì buon tempo era perduto; Ed ora eleggerebbe un giorno corto Averne
solo, e rimaner poi morto. 45 Ha sempre in mente, e mai non se ne parte. Come
esser puote eh' un povero fante Abbia del cor di lei spinto da parte Merito e
amor d' ogni altro primo amante. Con tal pensier, che'l cor gli straccia e
parte, Rinaldo se ne va verso Levante: E dritto al Reno e a Basilea si tiene,
Finché d'Ardenna alla gran selva viene. 46 Poi che fu dentro a molte miglia
andato Il Paladin pel bosco avventuroso, Da ville e da castella allontanato.
Ove aspro era più il luogo e periglioso. Tutto in un tratto vide il cìel
turbato, Sparito il Sol tra nuvoli nascoso. Ed uscir fuori d'una caverna oscura
Un strano mostro in femminil figura. 47 Mill'occhi in capo avea senza palpebre;
Non può serrarli, e non credo che dorma: Non men che gli occLi, avea l'orecchie
crebre; Avea, in loco di crin, serpi a gran torma. Fuor delle diaboliche
tenèbre. Nel mondo uscì la spaventevol forma. Un fiero e maggior serpe ha per
la coda, Che pel petto si gira, e che l'annoda. 48 Quel ch a Rinaldo in mille e
mille imprese Più non avvenne mai, quivi gli avviene; Che come vede il mostro
eh' 11' offese Se gli. apparecchia, e eh' a trovar lo viene, Tanta paura,
quanta mai non scese In altri forse, gli entra nelle vene; Ma pur V usato ardir
simula e finge, E con trepida man la spada stringe. 49 S'acconcia il mostro in
guisa al fiero assalto, Che si può dir che sia mastro di guerra: Vibra il
serpente venenoso in alto, E poi centra Rinaldo si disserra: Di qna di là li
vien sopra a gran salto. Rinaldo centra lui vaneggia ed erra:Colpi a dritto e a
riverso tira assai: Ma non ne tira alcun che fera mai. Stanza 50. 52 Nel più
tristo sentier, nel peggior calle Scorrendo va, nel più intricato bosco, Ove ha
più aspreaza il balzo, ove la valle È più spinosa, ov'è l'aer più foàco; Cosi
sperando torsi dalle spalle Quel brutto, abbominoso, orrido tosco; J] ne sarla
mal capitato forse. Se tosto non giungea chi lo soccorse. 53 Ma lo soccorse a
tempo un cavaliere Di bello armato e Incido metallo, Che porta un giogo rotto
per cimiero DI rosse fiamme ha pien lo scudo giallo; Così trapunto il suo
vestire altiero, Così la sopravvesta del cavallo: La lancia ha in pugno, e la
spada al suo loco, E la mazza airarcion, che getta foco. 54 Piena d'un foco
etemo è quella mazza, Che senza consumarsi ognora avvampa:Né per buon scudo, o
tempra di corazza, 0 per grossezza d'elmo se ne scampa. Dunque si debbe il
cavalier far piazza, Giri ove vuol l'inestinibil lampa; Né manco bisognava al
guerrier nostro, Per levarlo di man del crudel mostro. 55 E come cavalier
d'animo saldo. Ove ha udito il rumor, corre e galoppa, Tanto che vede il mostro
che Rinaldo Col brutto serpe in mille nodi aggroppa, E sentir fagli a un tempo
freddo e caldo: Che non ha via di torlosi di groppa. Va il cavaliere, e fere il
mostro al fianco, E lo fa traboccar dal lato manco. 50 II mostro al petto il
serpe ora gli appicca, Che sotto l'arme e sin nel cor l'agliiaccia : Ora per la
visiera gliele ficca, E fa ch'erra pel collo e per la faccia. Rinaldo
dall'impresa si dispicca, E quanto può con sproni il destrier caccia: Ma la
Furia infernal già non par zoppa, Che spicca un salto, e gli è subito in
groppa. 56 Ma quello è appena in terra che si rizz.\, E il lungo serpe intorno
aggira e vibra. Quest' altro più con l'azza non V attizza; Ma di farla col foco
sì delibra. La mazza impugni, e dove il serpe guizza Spessi come tempesta i
colpi libra; Né lascia tempo a quel bratto animale. Che possa farne un solo, o
bene o male:51 Vada attraverso, al dritto, ove si voglia, Sempre ha con lui la
maledetta peste; Né sa modo trovar che se ne scioglia. Benché '1 destrier di
calcitrar non reste. Triema a Rinaldo il cor come una foglia: Non ch'altrimenti
il serpe lo moleste; Ma tanto orror ne sente e tanto schivo, Che stride e geme,
e ducisi ch'egli è vivo. 57 E mentre addietro il caccia o tiene a bada, E lo
percuote, e vendica mille onte. Consiglia il Paladin che se ne vada Per quella
via che s'alza verso il monte. Quel s'appiglia al consiglio ed alla strada; E
senza dietro mai volger la fronte. Non cessa che di vista se gli tolle, Benché
molto aspro era a salir quel colle Stanza 53. 58 II cavalier, poi ch'alia scura
baca Fece tornare il mostro dall'Inferno, Ore rode sé stesso e si manuca, E da
mille occhi yersa il pianto etemo Per esFer di Einaldo guida e duca, Gli sali
dietro, e sul giogo superno Gii fu alle spalle, e si mise con lui Per trarlo
fuor de' luoghi oscuri e bui 69 Come Rinaldo il vide ritornato, Gli disse che
gli avea grazia infinita, E ch'era debitore in ogni lato Di porre a beneficio
suo la vita. Poi lo domanda come sia nomato. Acciò dir sappia chi gli bacato
aita; E tra guerrieri possa, e innanzi a Carlo, Dell' alta sua bontà sempre
esaltarlo. 60 Rispose il cavalier: Non ti rincresca SeJ nome mio scoprir non ti
vogliora: Ben tei dirò prima chnn passj cresca L'ombra; che ci sarà poca
dimora. Trovare, andando insieme, un'acqua fresca, Che col suo mormorio facea
talora Pastori e viandanti al chiaro rio Venire, e berne T amoroso obblio.
Stanza 57. 63 L'un e l'altro smontò del suo cavallo, E pascer lo lasciò per la
foresta; E nel fiorito verde a rosso e a giallo Ambi si trasson l'elmo della
testa. Corse Rinaldo al liquido cristallo. Spinto da caldo e da sete molesta, E
cacciò, a un sorso del freddo liquore, Dal petto ardente e la sete e l'amore.
64 Quando lo vide l'altro ca vallerò La bocca sollevar dell' acqua molle, E
ritrarne pentito ogni pensiero Di quel desir eh' ebbe d'amor si folle; levò
ritto e con sembiante altiero Gli disse quel che dianzi dir non volle; Sappi,
Rinaldo, il nome mio è lo Sdegno Venuto sol per sciorti il giogo indegno. 65
Cosi dicendo, subito gli sparve, E sparve insieme il suo destrier con lui.
Questo a Rinaldo un gran miracol parve; S' aggirò intorno, e disse: Ov' è
costui?Stimar non sa se sian magiche larve; Che Malagigi un de' ministri sui
(Ui abbia mandato a romper la catena Che lungamente l'ha tenuto in pena; 66
Oppur che Dio dall'alta gerarchia Gli abbia per ineffabil sua bontade, come già
mandò a Tobia, Un angelo a levar di cecitade. Ma buono o rio demonio, o quel
che sia. Che gli ha renduta la sua libertade, Ringrazia e loda; e da lui sol
conosce Che sano ha il cor dell' amorose angosce. 61 Signor, queste eran quelle
gelide acque. Quelle che spenon l'amoroso caldo; Di cui bevendo y ad Angelica
nacque ch'ebbe di poi sempre a Rinaldo. E s'ella un tempo a lui prima
dispiacque. E se nell'odio il ritrovò si saldo, Non derivò, Signor, la causa
altronde, Se non d'aver bevuto di queste onde. b2 II cavalier che con Rinaldo
viene. Come si vede innanzi al chiaro rivo, Caldo per la fatica il destrier
tiene, E dice: 11 posar qui non fia nocivo. Non fia, disse Rinaldo, se non
bene; Ch' oltre che prema il mezzogiorno estivo, M' ha così il brutto mostro
travagliato, Che '1 riposar mi fia comodo e grato. 67 Gli fu nel primier odio
ritornata Angelica, e gli parve troppo indegna D'esser, non che si lungi
seguitata, Ma che per lei pur mezza lega vegna. Per Biiard) riaver tutta fiata
Verso India in Sericana andar disegna, Si perchè l'onor suo lo stringe a farlo,
Si per averne già parlato a Carlo. 68 Giunse il giorno seguente a Basilea, Ove
la nuova era venuta innante Che '1 conte Orlando aver pugna dovea Contra
Gradasso e centra il re Agramante. Né questo per avviso si sapea Ch'avesse dato
il Cavalier d'Anglante; Ma di Sicilia in fretta vennt'era Chi la novella
v'apportò per vera. 69 Rinaldo vuol trovarsi con Oliando Alla battaglia, e se
ne vede Innge. Di dieci in dieci m'glia va mutando Cavalli e guide, e corre e
sferza e punge. Passa il Beno a Costanza, e in su volando, Traversa l'Alpe, ed
in Italia giunge. Verona addietro, addietro Mantua lassa; Sul Po si trova, e
con gran fretta il 70 Già sM'nchinava il sol molto alla sera. E già apparia nel
del la prima stella, Quando E inaldo in ripa alla riviera Stando in pensier
s'avea da mutar sella, O tanto soggiornar, che Paria nera Fus'gisse innanzi alP
altra aurora bella, Wnir si vede un cavaliero innanti, ( 'urtese nell'aspetto e
nei sembianti. 71 Costui dopo il saluto, con bel modo (j]\ domandò s'aggiunto a
moglie fosse. Disse Rinaldo; Io son nel giugal nodo; lIa di tal domandar m
aravi gliosse. Soggiunse quel: Che sia cosi ne godo. Poi, per chiarir perchè
tal detto mosse, Disse: Io ti prego che tu sia contento Ch'io ti dia questa
sera alloggiamento; 72 Che ti farò veder cosa che debbe Ben volontier veder chi
ha moglie a lato. Rinaldo, si perchè posar vorrebbe, Ormai di correr tanto
affaticato; Sì perchè di vedere e d'udir ebbe Sempre avventure un desiderio
innato; Accettò l'offerir del cavaliero, E dietro gli pigliò nuovo sentiero. 73
Un tratto d'arco fuor di strada uscirò, E innanzi un gran palazzo si trovare,
Onde scudieri in gran frotta venire Con torchi accesi, e fero intorno chiaro.
Entrò Rinaldo, e voltò gli occhi in giro, E vide loco il qual si vede raro, 14
gran fabbrica e bella e bene intesa; Né a privato uom convenia tanta spesa. 74
Di serpentin, di porfido le dure Pietre fan della porta il ricco vólto. Quel
che chiude è di bronzo, con figure Che sembrano spirar, muovere il volto. Sotto
un arco poi s'entra, ove misture Di bel mosaico ingannan l'occhio molto. Quindi
si va in un quadro ch'ogni faccia Delle sue logge ha lunga cento braccia. 75 La
sua porta ha per sé ciascuna loggia, E tra la porta e sé ciascuna ha un arco:
D'ampiezza pari son, ma varia foggia, Fé d'ornamento il mastro lor, non parco.
Da ciascun arco s'entra, ove si poggia Si facil, che un somier vi può gir
carco. Un altro arco di su trova ogni scala; E s'entra per ogni arco in una
sala. stanza 66. 76 Gli archi di sopra escono fuor del segno Tanto, che fan
coperchio alle gran porte; E ciascun due colonne ha per sostegno, Altre di
bronzo, altre di pietra forte. Lungo sarà; se tutti vi disegno Gli ornati
alloggiamenti della corte; E oltr'a quel ch'appar, quanti agi sotto La cava
terra il mastro avea ridotto. 77 L'alte colonne e i capitelli d'oro, Da che i
gemmati palchi eran suffiilti, I peregrini marmi che vi foro Da dotta mano in
varie forme soniti, Pitture e getti, e tant' altro lavoro (Beuchè la notte agli
occhi il più ne occulti) Mostran che non bastare a tanta mole Di duo Re insieme
le ricchezze sole. 78 Sopra gli altri ornamenti ricchi e belli, Ch erano assai
nella giocondastanza, V era nna fonte che per più ruscelli Spargea freschissime
acque in abbondanza. Poste le mense a?eau quivi i donzelli; Ch' era nel mezzo
per egual distanza:Vedeva, e parimente veduta era Da quattro porte della casa
altiera. Stanza 90. 81 Fermava il pie ciascun di questi segni Sopra due belle
immagini più basse, Che con la bocca aperta facean segni Che U canto e
l'armonia lor dilettasse:E queir atto in che son, par che disegni Che V opra e
studio lor tutto lodasse Le belle donne che sugli omeri hanno, Se fosser quei
di cui in sembianza stanno. 82 I simulacri inferiori in mano Avean lunghe ed amplissime
scritture .. Ove facean con molta laude piano I nomi delle più' degne figure; E
mostravano ancor poco lontano I propri loro in note non oscure. Mirò Rinaldo a
lume di doppieri Le donne ad una ad una, e i cavalieri. 83 La prima inscrizì'on
ch'agli occhi occorre. Con lungo onor Lucrezia Borgia noma, La cui bellezza ed
onestà preporre Debbe all'antiqua la sua patria Roma. I duo che voluto han
sopra so tórre Tanto eccellente ed onorata soma, Noma lo scrittoi Antonio
Tebaldeo, Ercole Strozza; un Lino, ed uno Orfeo. 84 Non men gioconda statua né
men bella Si vede appresso, e la scrittura dice: Ecco la figlia d'Ercole,
Isabella . Per cui Ferrara si terrà felice Via più, perchè in lei nata sarà
quella, Che d'altro ben che prospera e fautrice E benigna Fortuna dar le deve,
Volgendo gli anni nel suo corso lieve. 79 Fatta da mastro diligente e dotto La
fonte era con molta e sottil opra, Di loggia a guisa, o padiglion ch'in otto
Facce distinto, intorno adombri e copra. Un ciel d'oro, che tutto era di sotto
Colorito di smalto, le sta sopra; Ed otto statue son di marmo bianco, Che
sostengon quel ciel col braccio manco. 80 Nella man destra il corno d'Amaltea
Sculto avea lor P ingenì'oso mastro, Onde con grato murmurc cadea L'acqua di
fuore in vaso d'alabastro; Ed a sembianza di gran donna avea Ridutto con grande
arte ogni pilastro. Son d'abito e di faccia differente, Ma grazia hanno e beltà
tutte egualmente. 85 I duo che mostran disiosi affetti Che la gloria di lei
sempre risuone Gian lacchi ugualmente erano detti, L'uno Calandra, 1 altro
Bardelone. Nel terzo e quarto loco, ove per stretti Rivi r acqua esce fuor del
padiglione, Due donne son, che patria, stirpe, onore Hanno di par, di par beltà
e valore. 86 Elisabetta l'nna, e Leonora Nominata era l'altra, e fia, per quanto
Narrava il marmo sculto, d'esse ancora Si gloriosa la terra di Manto Che di
Vergilio, che tanto l'onora. Più che di queste, non si darà vanto. Avea la
prima appiè del sacro lembo Iacopo Sadoleto e Pietro Bembo. 87 Un elegante
Castiglione, e nn colto Muzio Arelio dell'altra eran sostegni. Di questi nomi
era il bel marmo sculto, Ignoti allora, or sì famosi e degni, Veggon poi quella
a cui dal Cielo indulto Tanta irtù sarà, quanta ne regni, 0 mai regnata in
alcun tempo sia, Versata da Fortuna or buona or ria. 88 Lo scritto d'oro esser
costei dichiara Lucrezia Bentivoglia; e fìra le lode Pone di lei, che'l Duca di
Ferrara D'esserle padre si rallegra e gode. Di costei canta con soave e chiara
Voce un Camil, chel Reno e Felsina ode Con tanta attenzTon, tanto stupore, Con
quanta Anfìriso udì già il suo pastore:stanza 91. 89 Ed un per cui la terra,
ove l'Isauro Le sue dolci acque insala in maggior vase, Nominata sarà dall'
Indo al Mauro, £ dalPaustrine all'iperboree case. Via più che per pesare il
Romano auro, Di che perpetuo nome le rimase; Guido Postumo, a cui doppia corona
Pallade quinci, e quindi Febo dona. 90 L'altra che segue in ordine, è Dna. Non
guardar (dice il marmo scritto) ch'ella Sia altiera in vista; che nel core
umana Non sarà però men ch'in viso bella. Il dotto Celio Calcagnin lontana Farà
la gloria e'I bel nome di quella Nel regno di Monese, in quel di luba. In India
e Spagna udir con chiara tuba; Stanza 98. 91 Ed un Marco Cavallo, che tal fonte
Farà di poesia nascer d'Ancona, Qiial fé' il cavallo alato uscir del monte, Non
sose di Pamasso o d'Elicona. Beatrice appresso a questo alza la fronte, Di cui
lo scritto suo cosi ragiona:Beatrice bea, vivendo, il suo consorte, E lo lascia
infelice alla sua morte; 92 Anzi tutta l'Italia, che con lei Fia tri'onfonte; e
senza lei captiva. Un signor di Correggio di costei Con alto stil par che
cantando scriva, E Timoteo, l'onor de' Bendedei:Ambi faran tra 1' una e l'altra
riva Fermare al suon d"3'lor soavi plettri Il fiume ove sudar gli antiqui
elettri. 93 Tra questo loco,. e quel deUa colonna Che fu sculpìta in Borgia,
com è detto, Formata in alabastro una gran donna Era di tanto e si sublime
apetto, Che sotto puro velo, in nera gonna i Senza oro e gemme, in un vestire
schietto, Tra le più adorne non parea men bella. Che sia tra le altre la
Ciprigna stella. Stanza 101. 94 Non si potea, ben contemplando fiso Conoscer se
più grazia o più beltade, 0 maggior maestà fosse nel viso, 0 più indizio
aMngegno o d'onestadc. Chi vorrà di costei (dicea IMucìko riarmo) parlar quanto
parlar n accade, Ben torrà impresa più dogni altra degna: Ma non però, eh' a
fin mai se ne vegna. 95 Dolce ruantunque e pien di grazia tanto Fosse il suo
bello e ben formato segno, V'.r.x sdegnarsi che con urail canto Ardisse lei
lodar si rozzo ingegno, Com'era quel che sol, senz' altri accanto (Non so
perchè), le fu fatto sostegno. Di tuttofi resto erano i nomi soniti; Sol questi
duo l'artefice avea occulti. 96 Fanno le statue in mezzo un luogo tondo. Che '1
pavimento asciutto ha di corallo. Di freddo soavissimo giocondo, Che rendea il
puro e liquido cristallo, Che di fuor cade in un canal fecondo, Che '1 prato
verde, azzurro, bianco e giallo Rigando, scorre per vari ruscelli, Grato alle
morbid'erbe e agli arbuscelli. 97 Col cortese oste ragionando stava Il Paladino
a mensa; e spesso spesso, Senza più differir, gli ricordava Che gli attenesse
quanto avea premesso: £ ad or ad or mirandolo, osservava Ch'avea di grande
affanno il cuore oppresso; Che non può star momento che non abbia Un cocente
sospiro in su le labbia. SUDza 102. 98 Spesso la voce dal disio cacciata. Viene
a Rinaldo sin presso alla bocca Per domandarlo; e quivi, raifrenat i Da cortese
modestia, fuor non scocca. Ora essendo la cena terminata. Ecco un donzello, a
chi l'ufficio tocca. Pon su la mensa un bel nappo d'or fino. Di fuor di gemme,
e dentro pien di vino. 99 II signor della casa allora alquanto Sorridendo, a
Rinaldo levò il viso; Ma chi ben lo notava, più di pianto Parea ch'avesse
voglia, che di riso. Disse: Ora a quel che mi ricordi tanto, Che tempo sia di
soddisfar m' è avviso; Mostrarti un paragon eh' esser de' grato Di vedere a
ciascun e' ha moglie a lato. 100 Ciascun marito, a mio giudizio, deve Sempre
spiar se la sua donna Fama; Saper s' onore o biasmo ne riceve; Se per lei bestia
o se pur uom si chiama. L'incarco delle coma è lo più lieve Ch'ai mondo sia,
sebben l'uom tanto infama: Lo vede quasi tutta l'altra gente; E chi l'ha in
capo, mai non se lo sente. 101 Se tu sai che fedel la moglie sia Hai di più
amarla e d onorar ragione, Che non ha quel che la conosce ria, 0 quel che ne
sta in dubbio e in passione. Di molte n'hanno a torto gelosia 1 lor mariti, che
son caste e buone:Molti di molte anco sicuri stanno Che con le coma in capo se
ne vanno. 102 Se vuoi saper se la tua sia pudica (Come io credo che credi, e
creder dèi:Ch' altrimente far credere è &tica Se chiaro già p3r prova non
ne sei), Tu per te stesso, senza eh' altri il dica, Te n'avvedrai, s'in questo
vaso bei; Che per altra cigion non è qui messo, Che per mostrarti quanto io
t'ho promesso. 108 Se bei con questo, vedrai grande effetto:Ohe se porti il
cimiér di Comovaglia, Il vin ti spargerai tutto sul petto. Né gocciola sarà
ch'in bocca saglia; Ma s' hai moglie fedel, tu berai netto. Or di veder tua
sorte ti travaglia. Cosi dicendo, per mirar tien gli occhi, ' Oh' in seno il
vin Rinaldo si trabocchi. 104 Quasi Rinaldo di cercar suaso Quel che poi
ritrovar non vorria forse 3Ies3a la mano innanzi, e preso il vaso, Fu presso di
volere in prova porse; Poi, quanto fosse periglioso il caso A porvi i labbri,
col pensier discorse. Ma lasciate, Signor, eh' io mi ripose; Poi dirò quel che
'1 Paladin rispose. NOTE. St. 2. V.5a AchiUCt poi che sotto il fUlso elmet tOy
ecc. É noto per V Biade d'Omero, che Achille diede la propria armatura
all'amico Patroclo, "cciocchò com battesse con Ettore. Patroclo restò
ucciso in quel com battimento; e Achille tanto se ne sdegnò, che dopo aver data
la morte ad Ettore, ne trascinò il cadàvere, av vinto al suo carro, intorno
alle mura al Troia. St. 3. V.2. Il dì che vi percosse La fronte il grave sasso,
ecc. Rammenta una ferita ohe neirattacco della Bastia sul Po. il duca Alfonso
riportò in fronte da una pietra scagliata da una macc'iina dagli Spagauoli. St.
5. V.38. Acciò che 'l crudo e scellerato ecces so, ecc. Prim% di qaeir attacco,
il Vestidello, governa tore della Bastia, fatto prigioniero dagli Spa?nuoli,
era stato da essi ucciso, nonostante le legi di guerra; per cui, ricuperato che
fu quel fortilizio dalle genti d'Al, il presidio spaguuol >, composto nella
maggior parte di gente circoncisa, Mori cioè, o discendenti da Mori, fu passato
a fil di spada. St. 6. V.6. Fegga: ferisca. ST. 22. V.16. 0 chiaro fulgor della
Fulgosa Stir ]ìe, ecc. Dirige la parola a Federico Fulgoso oFregoso, nominato
nella Stanza 20 (e lè con ambedue queste voci Iti denota una sola illustre
famiglia di Genova), il quale fu arcivescovo di Salerno, vescovo di Gubbio, e
poi cardinale. Andando egli qual condottiere della flotta geno vese contro il
corsaro Gorregoli, vide Lampedusa; e par che non convenisse col Poeta sulla
condizione fisica di queir isola. Quello invitto duie, Per cui la vostra
patria: ò Ottaviano Fregoso, fratello di Federico e doge di Genova, che
pacificò le fazioni onde quella repubblica era turbata. St. 38. V.8. I Caf
alani furono nel medio evo grandi navigatori. St. 47. V.3. Orecchie crèbre:
spesse, numerose. St. 65. V.6. Un de ministri sui: uno fra i demoni che
ubbidivano all'incantatore Malagigi. St. 76. V.78. Quanti agi sotto la cavj
terra, ecc. Intende dei comodi di cucine, che si praticano ne' sot terranei dei
palazzi. St. 80. V.1. Il corno dAmaltea: il corno dell'ab bondanza. Amaltea era
il nome della capra, o della ninfa a cui apparteneva la capra che allattò
Giove: e chi pos sedeva quel corno, otteneva tutto ciò che desiderava. St. 81.
V.18. Ciascun di questi segni: ciascuna di queste statue. Che con la bocca
aperta facean segni, ecc. Vuol diie che le statue inferiori, con la bocca
aperta, come in atto di cantare, mostravano compia cersi di encomiare le donne
rappresentate dalle statue s nperiori che su di loro posavano. St. 83. V.28.
Luereiia Borgia: moglie del duca Alfonso I. Antonio Tebaldeo: verseggiatore
nelle dae lingue, italiana e latina; mori in Roma in età d'anni 80. Ercole
Strozza: se ne parlò nella nota alla St. 8 del Canto XXZVII. Un Lino ed un
Orfeo: paragona il Tebaldeo a Lino, figlio d'Apollo e di Terpsioore, riguar
dato come inventore della poesia lirica; e lo Strozza ad Oifeo, figlio di Giove
e di Calliope, il quale con la sua musica si faceva seguitare dalle rocce e
dagli albl. ' St. 85. v.34. Oian Jacobi ugualmente ecc. Que sti due,
cognominati l'uno Calandra e Faltro Bardellone, erano mantovani; e il Calandra
ò noto come fcrittòre prosastico di soggetti amorosi. St. 86. V.18. Elisabetta
V una e Leonora Nomi nata eia V altra t ecc. Elisabetta era sorella di France
sco Gonzaga, marchese di Mantova, e moglie di Gaidu baldo duca d'Urbino.
Leonora, figlia del predetto Gon zaga, fa sposa di Francesco Maria della
Roverej creato duca d'Urbino da Giulio II. Jacopo Sadoleto e Pietro Bembo. Il
Sadoleto nasceva in Modena, fu vescovo, ed ebbe il cappello cardinalizio da
Paolo III. Era letterato insigne, poeta e teologo. Il Bembo era intrinseco del
Sadoleto, e molto innanzi nella buona grazia del duca Guidubaldo. St. 87. V.18.
Uno eHegante Castiglione, e xm culto Muzio Arelio, ecc. Il Castiglione, celebre
specialmente per il suo Cortigiano, loda molto negli eleganti suoi versi latini
Leonora. Muzio Arelio, altrimenti detto Gio vanni Mozzarelle, tu. autore di
molti componimenti ita lianj e latini, e accademico in Roma al tempo di Leon X;
mori di ferite dategli da alcuni suoi malevoli. Veggon poi quella a cui dal
cielo indulto, ecc. Intendesi qui la nominata più a basso Lucrezia Bentivogli,
figlia naturale del duca di Ferrara, e partecipe della fortuna, ora propizia,
ora contraria, ohe provarono i Bentivogli, signori di Bologna. St. 88. y. 24.
Lucrezia, figlia d'Ercole I e d'una Condulmiero, sposò Annibale Bentivoglio,
signore di Bo logna, e mutò spesso fortuna. Ivi. y. bS. Di costei canta con
soave e chiara Voce un Camil, ecc. È questi Camillo Paleotto, bolo gnese, e
cortigiano del cardinale di Bibbiena, che, in sieme col Postumo, di cui tra.
poco, cantò le lodi della Bentivogli. Beno: fiume di Bologna. Fdsina: nome
antico di Bologna. Anfriso: fiume di Tessa glia, presso il quale Apollo
pascolava gli armenti del re Admeto. St. 89. V.18. iSi ti" per cui la
terra, ove Vlsau ro, ecc. Accenna Pesaro, patria di Guido Postumo, no minato
nel settimo verso. Questi ebbe nome Guido Sii vestrif e lo dissero Postumo,
perchè nato dopo la morte del padre; fu valente medico, soldato e poeta, amicis
simo dell'Ariosto, e addetto qual medico alla corte del cardinale Ippolito da
Este. Isauro, oggi denominato Foglia, è il fiume che scorre vicino a Pesaro, ed
ha foce neir Adriatico. Nominata sjrd.... Via piA che per pesare il romano auro
ecc. Alcuni, sairantoriià di Servio commentatore di Virgilio, trassero
l'etimolo gia di Pesaro iPisaurum\ vera o falsa che sia, dall'oro rapito dai
Galli ai Romani ed ivi tolto ai rapitori dal dittatore CammìUo, che colà li
raggiunse. A cui doppia coróna, ecc. Allusione al merito filosofioo e let
terario del Postumo, tenuto in reputazione anche nella corte di Leone X. St.
90. V.18. Valtra che segue in ordine iDim na, ecc. Questa è Diana d'Este, nata
di Siisismondo Estense, dei màròheòi di S. Martino. Fu domia di bel sembiante,
d'animo altiero. Il dotto Celio Calcagràn: erudito scrittore ferraiese, che per
due anni e pia fu compagno di viaggio al cardinal Ippolito, e ne compose
l'elogio funebre. Nel regno di Monese e in qnti di luba. Monese fa re de'
Parti, Inba dei Maoritani; e que sti due regni sono qui indicati per
significare il setten trione ed il mezzogiorno. In India e Spagna: re gioni che
denotano l'una il levante, e l'altra il ponente. St. 91. V.1.8. Ed un Marco
Cavallo, ecc.: loda tore di Diana Estense, insieme col CalcagninL Era an
conitano, e buon rimatore; onde il Poeta lo paragona al cavai Pegaso della
Favola, che con nn calcio fere scaturire una fonte dal Parnaso, secóndo alcuni,
e se condo altri, dall'Elicona, montagne ambedue consacrati ad Apollo e alle
Muse. Beatrice appresso, ecc., É questa la figlia del duca Ercole I, moglie di
Lodovico Sforza, encomiata nelle Stanze 62 e 63 del Canto XIIl, alle quali si
rimette il lettore, a scanso d'inatili rii"e tizioni. St. 92. V.38. uh
signor di Correggio; ecc. Niccolò da Correggio, che, oltre le composizioni da
lai fatte in lode di Beatrice, scrisse due poemi in ottava rima, in titolati
Psiche V uno, e l'altro Aurora. B Timoteo Vonor de Bendedei: letterato
ferrarese easo pure, che adoperò il suo ingegno poetico nell'ooorar Beatrice Il
fiume ove sudar gli antiqtii elettri: il Po, sulle cai rive le sorelle del
caduto Fetonte furono convertita in pioppi. St. 98. y. 18. Della colonna che fu
9culpita in Borgia: del marmo in cui fu scolpita la stàtna di La orezia Borgia;
e lo dice colonna, perchè cosi qaella e le altre statue sostenevano col braccio
manco il dorato cielo della sala. Formata in alabastro una grttn donna, ecc.
Air ssandra Benucci, amica e poi moglie del Poeta. In nera gonna: còsi la
rappresenta O Poeta, perchè quand'egli sinvagfai di Alessandra, essa era ve
dova da poco tempo di Tito Stro. St. 95. V.5 8. Com'era quel che sol, ens altri
accanto, ecc. Una sola statua d'uomo era sostegno a quella della Benucci,
mentre le altre statue erano so stenute da due. Ed in quel sosterò il Poeta
figura sé stesso. XLIII. Una foTlB e pituita invettiva contro L'avarizin npi'c
questo Canto, e infTt'ilft due novdle che ve n goti nunriitea Rìnghio, Tina a
vitn pfro ùvUf! donne, ['altra ilpgli nomini che si JafcTano viniiere da
(]iji;lla bniUa"!paH3ÌonePtfr limo cammini terrestr e marittimo fiiiniRf.'
RinaMo in LampeJasap essendo terminato il comliattimento fra i iialadini e i
pagani . Fcenìono tutti in fììinlia" f'A ivi Mulla Npiaia d'Aigento
rendoìio li aitimi nnod alli laor tali Jij>cpKlì<3';di Brandimaite. Di
colà vanno al romitaggio ove )ìta Hngiioro,;ià fatto cristiano; e il buon eremita
risana Oli viero eJ aneli a Sobrino, cJi& poi prende il batti.'i'flmo, 0
esecrabile Avarizia, o ingorda Fame iV avere, io non mi maraviglio Chad alrim
vile e ri' altre macchie Ionia, 8i facH mente dar poai di piglio; Ma che meni
legaci in una curda E die tu impianelli dd medeima artiglio Alcun elle per
altezza era d'incegno, Se te scliivar potea, tV ogni onor degno. 2 Alcun la
terra e '1 mare e U del miaarEi E render sa tutte le cause appieno IVojni opra,
d'oijui effetto di Natura, E poirirìa iii, dì\ Dio ri stuarda in seno; E non
può a,ver più ferma e maggior cura, Morso dal tuo mortifero veleno, Ch'unir
tesoro; e questo sol gli preme, E pouyi ogni salute, ogni sua speme. 3 Rompe
eserciti alcun, e nelle porte Si vede entrar di bellicose terre, Ed esser primo
a porre il petto forte, Ultimo a trarre, in perigliose guerre: E non può
riparar che sino a morte Tu nel tuo cieco carcere noi serre. Altri d'altre arti
e d'altri studii industri, Oscuri fai, che sarian chiari e illustri. 9 Cosi
dicendo il buon Rinaldo, e intanto Respingendo da sé V odiato vase, Vide
abbondare un gran rivo di pianto Dagli occhi del signor di quelle case, Che
disse, poi che racchetossi alquanto: Sia maledetto chi mi persuase Ch'io
facessi la prova, oimè! di sorte, Che mi levò la dolce mia consorte. 4 Che
d'alcune dirò belle e gran donne, Ch'a bellézza, a virtù di fidi amanti, A
lunga servitù, più che colonne Io veggo dure, immobili e costanti? Veggo venir
poi V Avarizia, e pónne Far si, che par che subito le incanti: In un di, senza
amor (chi fia che '1 creda?) A un vecchio, a un brutto, a un mostro le dà [in
preda. 5 Non è senza cagion s'io me ne doglio: Intendami chi può, che
m'intend'io Né però di proposiro mi toglie. Né la materia del mio Canto obblio;
Ma non più a quel e' ho detto adattar voglio, Ch' a quel eh' io v' ho da dire,
il parlar mio. Or torniamo a contar del Paladino, Ch'ad assaggiare il vaso fu
vicino. 6 Io vi dicea ch'alquanto pensar volle, Prima ch'ai labbri il vaso
s'appressasse. Pensò, e poi disse: Ben sarebbe folle Chi quel che non vorria
trovar, cercasse. Mia donna é donna, ed ogni donna é molle: Lasciam star mia
credenza come stasse. Sin qui m'ha il creder mio giovato, e giova: Che poss'io
megliorar, per fame prova? 7 Potria poco giovare, e nuocer molto: Ché'l tentar
qualche volta Iddio disdegna. Non so s'in questo io mi sia saggio o stolto; Ma
non vo'più saper che mi convegna. Or questo vin dinanzi mi sia tolto: Sete non
n' ho, né vo' che me ne vegna; Che tal certezza ha Dio più proibita. Ch'ai
primo padre l'arbor della vita. 8 Che come Adam, poi che gustò del pomo Che Dio
con propria bocca gì' interdisse, Dalla letizia al pianto fece un tomo, Onde in
miseria poi sempre s'afflisse; Cosi, se della moglie sua vuol Tuomo Tutto saper
quanto ella fece e disse. Cade dall'allegrezze in pianti e in guai. Onde non
può più rilevarsi mai. 10 Perché non ti conobbi già dieci anni, Si che io mi
fossi consigliato teco, Prima che cominciassero gli affanni, E '1 lungo pianto
onde io son quasi cieco? Ma vo' levarti dalla scena i panni, Che'l mio mal vegghi,
e te ne dogli meco; E ti dirò il principio e l'argumento Del mio non
comparabile tormento. 11 Quassù lasciasti una città vicina, A cui f% in tomo un
chiaro fiume laco, Che poi si stende, e in questo Po declina, E l'origine sua
vien di Benaco. Fu fatta la città quando a mina Le mura andar dell'agenoreo
draco. Quivi nacqui io di stirpe assai gentile, Ma in pò ver tetto, e in
fàcnltade umile. 12 Se Fortuna di me non ebbe cura Si, che mi desse al nascer
mio ricchezza, Al difetto di lèi supplì Natura Che sopra ogni mio ugual mi die
bellezza. Donne e donzelle già di mia figura Arder più d'una vidi in
giovanezza; Ch'io ci seppi accoppiar cortesi modi; Benché stia mal che i'uom sé
stesso lodi. 13 Nella nostra cittade era un uom saggio, Di tutte l'arti oltre
ogni creder dotto, Che, quando chiu gli occhi al febeo raggio, Contava gli anni
suoi cento e ventotto. Visse tutta sua età solo e selvaio, Se non l'estrema;
che, d'Amor condotto, Con ptemio ottenne una matrona bella, E n' ebbe di
nascosto una zittella. 14 E per vietar che simil la figliuola Alla matre non
sia, che per mercede Vendè sua castità, che valca sola Più che quant'oro al
mondo si possiede, Fuor del commercio popular la invola; Ed ove più solingo il
luogo vede. Questo ampio e bel palagio e ricco tanto Fece fare a demonii per
incanto. XLIII. 15 A vecchie donne e caste fé' nutrire La figlia qui, eh' in
gran heltà poi venne; Né che potesse altf uom veder, né udire Pur ragionarne in
quella età, sostenne. E perch' avesse esempio da seguire, Ogni pudica donna che
mai tenne Contra illicito amor chiuse le sharre, Ci fé' d'intaglio e di color
ritrarre:16 Non quelle sol che, di virtnde amiche, Hanno si il mondo all'età
prisca adomo; Di quai la &ma per l'istorie antiche Non é per veder mai
l'ultimo giorno:Ma nel futuro ancora altre pudiche Che faran hella Italia
d'ogn' intorno, Ci fé' ritrarre in lor fattezze conte, Come otto che ne vedi a
questa fonte. 17 Poi che la figlia al vecchio par matura Si, che ne possa l'uom
cogliere i frutti, 0 fosse mia disgrazia o mia avventura. Eletto fai degno di
lei fra tutti. 1 lati campi, oltre alle helie mura, Non meno i pescherecci che
gli asciutti, Che ci son d'ogni intomo a venti miglia. Mi consegnò per dote
della figlia. 21 Ella sapea d'incanti e di malie Quel che saper ne possa alcuna
maga: Rendea la notte chiara, oscuro il die, Fermava il Sol, facea la terra
vaga. Non potea trar però le voglie mie, Che le sanassin l'amorosa piaga Col
rimedio che dar non le potria Senz'aita ingiuria della donna mia. 22 Non perchè
fosse assai gentile e hella, Né perchè sapess'io che si me amassi, Né per gran
don, né per promesse ch'ella Mi fésse molte, e di continuo instassi. Ottener
potò mai eh' una fiammella, Per darla a lei, del primo amor levassi;
Ch'addietro ne traea tutte mie voglie Il conoscermi fida la mia moglie. 23 La
speme, la credenza, la certezza Che della fede di mia moglie avea, M'avria
fatto sprezzar quanta hellezza Avesse mai la giovine Ledea, 0 quanto offerto
mai senno e ricchezza Fa al gran pastor della montagna Idea. Ma le repulse mie
non valean tanto, Che potesson levarmela da canto. 18 Ella era hella e
costumata tanto. Che più desiderar non si potea. Di hei trapunti e di ricami,
quanto Mai ne sapesse Pallade, sapea. Vedila andare, odine il suono e 1 canto,
Celeste e non mortai cosa parca; E in modo all'arti liberali attese. Che quanto
il padre o poco men n'intese. 19 Con grande ingegno e non minor bellezza, Che
fatta l'avria amabil fin ai sassi, Era giunto un amore, una dolcezza, Che par
eh' a rimembrarne il cor mi passi. Non avea più piacer né più vaghezza Che
d'esser meco ov'io mi stessi o andassi. Senza aver lite mai stenmio gran pezzo;
L'avemmo poi, per colpa mia, da sezzo. 20 Morto il suocero mio dopo cinque anni
Oh' io sottoposi il collo al giugal nodo, Non stero molto a cominciar gii
affanni Ch'io sento ancora, e ti dirò in che modo. Mentre mi richiudea tutto
coi vanni L'amor di questa mia che si ti lodo, Una femmina nobil del paese,
Quanto accender si può, di me s'accese. 24 Un di che mi trovò fuor del palagio
La maga, che nomata era Melissa, E mi potè parlare a suo grande agio, Modo
trovò da por mia pace in rissa, E con lo spron di gelosia malvagio Cacciar del
cor la fé' che v'era fissa. Comincia a commendar la intenzion mia. Ch'io sia
fedele a chi fedel mi sia. 25 Ma che ti sia fedel tu non puoi dire, Prima che
di sua fé' prova non vedi. S' ella non falle, e che potria fallire, Che sia
fedel, che sia pudica credi. Ma se mai senza te non la lasci ire, Se mai vedere
altr' uom non le concedi, Onde hai questa baldanza, che tu dica E mi vegli
affermar che sia pudica? 26 Scostati un poco, scostati da casa; Fa che le
cittadi odano e i villaggi Clie tu sii andato, e ch'ella sia rimasa: Agli
amanti dà comodo e ai messaggi. S' a prieghi, a doni non fia persuasa Di fare
al letto maritale oltraggi, E che, facendol, creda che si cele, Allora dir
potrai che sia fedele. 27 Con tai parole e simili non cessa LMncantatrice, fin
che mi dispone Che della donna mia la fede espressa Veder voglia e provare a
paragone. Ora poguiamo, le soggiungo, ch essa Sia qnal non posso averne
opinione) Come potrò di lei poi farmi certo Che sia di punizion degna o di
merlo? 28 Disse Melissa: Io ti darò un vasello Fatto da ber, di virtù rara e
strana, Qnal già, per fare accorto il suo fratello Del fallo di Ginevra, fé'
Morgana. Chi la moglie ha pudica, bee con quello: Ma non vi può già ber chi Tha
puttana; Che 1 vin, quando lo crede in bocca porre, Tutto si sparge, e fuor nel
petto scorre. 29 Prima che parti ne farai la prova, E per lo creder mio tu
berai netto:Che credo eh' ancor netta si ritrova La moglie tua: pur ne vedrai
l'effetto. Ma s'al ritomo esperì'enzia nuova Poi ne farai, non t'assicuro il
petto: Che se tu non lo immolli, e netto bei, D'ogni marito il più felice sei.
80 L'offerta accetto. Il vaso ella mi dona: Ne fo la prova, e mi succede a
punto; Che, com'era il desio, pudica e buona La cara moglie mia trovo a quel
punto. Dice Melissa: un poco l'abbandona; Per un mese o per duo stanne
disgiunto: Poi toma; poi di nuovo il vaso toUi; Prova se bevi, oppur se '1
petto immolli, 81 A me duro parea pur di partire; Non perchè di sua fé' mi
dubitassi, Come eh' io non potea duo di patire, Né un'ora pur, che senza me
restassi. Disse Melissa: Io ti farò venire A conoscere il ver con altri passi.
Vo'che muti il parlare e i vestimenti, E sotto viso altmi te le appresenti. 82
Signor, qui presso una città difende Il Po fra minacciose e fiere coma; La cui
giurisilizion di qui si stende Fin dove il mar fugge dal lito e torna. Cede
d'antiquità, ma ben contende Con le vicine in esser ricca e adorna. Le reliqnie
troiane la fondaro. Che dal flagello d'Attila camparo. 33 Astringe e lenta a
questa terra il morso Un cavalier giovene, ricco e bello, Che dietro un giorno
a un suo falcone iscorsiOt Essendo capitato entro il mio ostello, Vide la
donna, e "i nel primo occorso Gli piacque, che nel cor portò il suggello;
Né cessò molte pratiche far poi, Per inchinarla ai desiderii suoi. 34 Ella gli
fece dar tante ripulse, Che più tentarla alfin egli non volse; Ma la beltà di
lei, eh' Amor vi sculse, Di memoria però non se gli tolse Tanto Melissa
allusingommì e mulse, Ch' a tor la forma di colui mi volse; E mi mutò (uè so
ben dirti come) Di faccia, di parlar, d'occhi e di chiome. 85 Già con mia
moglie avendo simulato D'esser partito e gitone in Levante, Nel giovene amator
cosi mutato L'andar, la voce, l'abito e'I sembiante, Me ne ritorno, ed ho
Melissa a lato, Che s'era trasformata, e parea un fante; E le più ricche gemme
avea con lei. Che mai mandassin gl'Indi e gli Eritrei. 36 Io che r uso sapea
del mio palagio. Entro sicuro, e vien Melissa meco; E madonna ritrovo a sì
grande agio, Che non ha né scudier né donna seco. I miei prieghi le espongo,
indi il malvagio Stimulo innanzi del mal far le arreco: I mbini, i diamanti e
gli smeraldi, Che mosso avrebbon tutti i cor più saldi. 37 E le dico che poco è
questo dono Verso quel che sperar da me dovea. Della comodità poi le ragiono,
Che, non v' essendo il suo marito, avea:E le ricordo che gran tempo sono Stato
suo amante, com'ella sapea; E che l'amar mio lei con tanta fede Degno era avere
alfin qualche mercede. 38 Turbossi nel principio ella non poco, Divenne rossa,
ed ascoltar non volle: Ma il veder fiammeggiar poi, come fuoco, Le belle gemme,
il duro cor fé' molle; E con parlar rispose breve e fioco Quel che la vita a
rimembrar mi tolle; Che mi compiacerla, quando credesse Ch'altra persona mai
noi risapesse. 39 Fu tal risposta un venenato telo, Di che me ne senti' V alma
trafissa; Per r ossa andommi e per le Tene un gelo:Nelle fauci restò la voce fissa.
Levando allora del suo incanto il Telo, Nella mia forma mi tornò Melissa. Pensa
di che color dovesse farsi . Ch'in tanto error da me vide trovarsi. 40
Divenimmo ambi di color di morte, Muti ambi, ambi restiam con gli occhi bassi.
Potei la lingua appena aver sì forte, E tanta voce appena, eh' io gridassi:Me
tradiresti dunque tu, consorte, Quando tu avessi chi '1 mio onor
comprassi?Altra risposta darmi ella non puote, Che di rigar di lagrime le gote.
42 E la mattina s'appresenta avante Al cavalier che 1' avea un tempo amata,
Sotto il cui viso, sotto il cui sembiante Fu contro Ponor mio da me tentata. A
lui, che n' era stato ed era amante, Creder si può che fu la giunta grata.
Quindi ella mi fé' dir ch'io non sperassi Che mai più fosse mia, né più m'
amassi. stanza 42 41 Ben la vergogna è assai, ma più lo sdegno Ch' ella ha, da
me veder farsi quella onta, E multiplica sì senza ritegno, Ch'in ira alfine e
in crudele odio monta. Da me fuggirsi tosto fa disegno; E nell'ora che'l sol
del carro smonta, Al fiume corse, e in una sua barchetta Si fa calar tutta la
notte in fretta: 43 Ah lasso! da quel di con lui dimora In gran piacere, e di
me prende giuoco: Ed io del mal che procacciaimi allora, Ancor languisco, e non
ritrovo loco. Cresce il mal sempre, e giusto è ch'io ne muora; E resta ornai da
consumarci poco. Ben credo che '1 primo anno sarei morto, Se non mi dava aiuto
un sol conforto44 II conforto ch'io prendo, è che di quanti Per dieci anni mai
fur sotto al mio tetto (Ch a tutti questo vaso ho messo innanti), Non ne trovo
un che non s'immolli il petto. Aver del caso mio compagni tanti Mi dà fra tanto
mal qualche diletto. Tu tra infiniti sol sei stato saggio, Che far negasti il
periglioso saggio. 46 II mio voler cercare oltre alla meta Che della donna sua
cercar si deve, Fa che mai più trovare ora quieta Non può la vita mia,
siajlunga o breve. Di ciò Melissa fu a principio lieta:Ma cessò tosto la sua
gioia lieve; Ch'essendo causa del mio mal stata ella. Io l'odiai si, che non
potea vedella. 46 Ella d'essere odiata impaziente Da me, che dicea amar più che
sua vita/ Ove donna restarne immantinente Creduto avea, che T altra ne fosse
ita; Per non aver sua doglia si presente, Non tardò molto a far di qui partita;
E in modo ahhandonò questo paese, Che dopo mai per me non se n'intese. 47 Cosi
narrava il mesto cavaliero:E quando fine alla sua istoria pose, Rinaldo
alquanto stè sopra pensiero, Da pietà vinto, e poi cosi rispose:Mal consiglio
ti die Melissa in vero, Che d'attizzar le vespe ti propose; E tu fosti a cercar
poco avveduto Quel che tu avresti non trovar voluto. 48 Se d'avarizia la tua
donna viuta A voler fede romperti fu indutta, Non t'ammirar; né prima ella né
quinta Fu delle donne prese in si gran latta: E mente via più salda ancora è
spinta Per minor prezzo a far cosa più brutta. Quanti uomini odi tu. che già
per oro Han traditi padroni e amici loro? 49 Non dovevi assalir con si fiere
armi, Se bramavi veder farle difesa. Non sai tu, contra l'oro, che né i marmi
Nè'l durissimo acciar sta alla contesa? Che più fallasti tu a tentarla parmi,
Di lei che così tosto restò presa. Se te altrettanto avess' ella tentato, Non
so se tu più saldo fossi stato.' stanza 56. 50 Qui Rinaldo fé' fine, e dalla
mensa Levossi a un tempo, e domandò dormire; Che riposare un poco, e poi si
pensa Innanzi al di d'un' ora o due partire. Ha poco tempo; e '1 poco e' ha,
dispensa Con gran misura, e invan noi lascia gire. Il signor di là dentro, a
suo piacere, Disse, che si pò tea porre a giacere; 51 Ch' apparecchiata era la
stanza e '1 letto:Ma che se volea far per suo consiglio. Tutta notte dormir
potria a diletto, E dormendo avaiizarsi qualche miglio. Acconciar ti farò,
disse, un legnetto, Con che volando, e senz' alcun periglio, Tutta notte
dormendo vo'che vada, E una giornata avanzi della strada. 52 La profferta a
Rinaldo accettar piacque, E molto ringraziò l'oste cortese: Poi senza indugio
là, dove neir acque Da' naviganti era aspettato, scese. Quivi a grande agio
riposato giacque, Mentre il corso del fiume il legno prese. Che da sei remi spinto,
lieve e snello Pel fiume andò, come per aria augello. 53 Cosi tosto come ebbe
il capo chino, Il cavalier di Francia addormentosse; Imposto avendo già, come
vicino Giungea a Ferrara, che svegliato fosse. Restò Melara nel lito mancino;
Nel lito destro Sermide restosse: Figarolo e Stellata il legno passa, Ove le
coma il Po iracondo abbassa. 54 Delle due corna il noccbier prese il destro, £
lasciò andar verso Vinegia il manco:Passò il Bonrleno; e già il color cìlestro
Si vedea in Oriente venir manco; Che, votando di fior tutto il canestro,
L'Aurora vi facea vermiglio e bianco; Quando I lontan scoprendo di Tealdo Ambe
le rocche, il capo alzò Rinaldo. 55 0 città bene avventurosa, disse, Di cui già
Malagìgi, il mio cugino, Contemplando le stelle erranti e fisse E costringendo
alcun spirto indovino, Nei secoli futuri mi predisse (Già chMo facea con lui
questo cammino) Ch' ancor la gloria tua salirà tanto, Ch'avrai di tutta Italia
il pregio e'I vanto. 56 Cosi dicendo, e pur tuttavia in fretta Su quel battei
che parca aver le penne, Scorrendo il re de' fiumi, all'isoletta Ch' alla
cittade è più propinqua, venne:E benché fosse allora erma e negletta, Pur s'
allegrò di rivederla, e fenne Non poca festa; che sapea quanto ella, Volgendo
gli anni, saria ornata e bella. 57 Altra fiata che fé' questa via, Udì da
Malagigi, il qual seco era, Che settecento volte che si sia Girata col monto n
la quarta sfera. Questa la più gioconda isola fia Di quante cinga il mar,
stagno o riviera; Si che, veduta lei, non sarà eh' oda Dar più alla patria di
Nausicaa loda. 58 Udì che di bei tetti posta innante Sarebbe a quella si a
Tiberio cara; Che cederian 1' Esperide alle piante Ch' avria il bel loco,
d'ogni sorte rara; Che tante spezie d'animali, quante Vi fien, né in mandra
Circe ebbene in ara; Che v' avria con le Grazie e con Cupido Venere stanza, e
non più in Cipro o in Guido; 59 E che sarebbe tal per studio e cura Dì chi al
sapere ed al potere unita La voglia avendo, d'argini e di mura Avria sì ancor
la sua città munita, Che centra tutto il mondo star sicura Potria, senza
chiamar di fuori aita; E che d'Ercol figliuol, d'Ercol sarebbe Padre il signor
che questo e quel far debbe. 60 Così venia Rinaldo ricordando Quel che già il
suo cugin detto gli avea, Delle future cose divinando, Che spesso conferir seco
solca. E tuttavia V nmil città mirando:Come esser può eh' ancor, seco dicea,
Debban cosi fiorir queste paludi Di tutti i liberali e degni studi? 61 E
crescer abbia di sì piccol borgo Ampia cittade e di si gran bellezza? E ciò
ch'intorno é tutto stagno e gorgo, Sien lieti e pieni i campi di ricchezza?
Città, sinora a riverire assorgo L'amor, la cortesia, la gentilezza De' tuoi
Signori, e gli onorati pregi Dei cavalier, dei cittadini egregi. 62
L'inefifabil bontà del Redentore, De' tuoi principi il senno e la giustizia,
Sempre con pace, sempre con amore Ti tenga in abbondanza ed in letizia; E ti
difenda centra ogni furore De' tuoi nimici, e scopra lor malizia:Del tuo
contento ogni vicino arrabbi, Piuttosto che tu invidia ad alcuno abbi. 63 Mentre
Rinaldo cosi parla, fende Con tanta fretta il snttil legno l'onde, Che con
maggiore a logoro non scende Falcon ch'ai grido del padron risponde. Del destro
corno il destro ramo prende Quindi il nocchiero, e mura e tetti asconde: San
Giorgio addietro, addietro s'allontana La torre e della Fossa e di Gaibana. 64
Rinaldo, come accade eh' un pensiero Un altro dietro " e quello un altro
mena. Si venne a ricordar del cavaliere, Nel cui palagio fu la sera a cena; Che
per questa cittade, a dire il vero, Avea giusta cagion di stare in pena: E
ricordossi del vaso da bere, Che mostra altrui l'error della mogliere; 65 E
ricordossi insieme della prova Che d'aver fatta il cavalier narrolli:Che di
quanti avea esperti, uomo non trova Che bea nel vaso, e '1 petto non s' immolli.
Or si pente, or tra sé dice: E' mi giova Ch'a tanto paragon venir non volli.
Riuscendo, accertava il creder mio; Non riuscendo, a che partito era io? 66 Gli
è questo creder mio, come io l'avessi Ben certo, e poco accrescer lo potrei: Si
che, sal paragon mi succedessi, Poco il meglio saria chMo ne trarrei; Ma non
già poco il mal, quando vedessi Quel di Clarice mia, ch4o non vorrei. Metter
saria mille contra uno a giuoco, Che perder si può molto, e acquistar poco. 69
II nocchier soggiuugea: Ben gli dicesti . Che non dovea offerirle si gran doni,
Che contrastare a questi assalti e a questi Colpi non sono tutti i petti huoni.
Non so se d'una giovane intendesti (Ch' esser può che tra voi se ne ragioni) .
Che nel medesmo error vide il consorte, Di ch'esso avea lei condannata a morte.
Stanza 73. 67 Stando in questo pensoso il cavaliero Di Chiaramonte, e non
alzando il viso, Con molta attenzìon fu da un nocchiero. Che gli era incontra,
riguardato fi.o:E perchè di veder tutto il pensiero. Che r occupava tanto, gli
fu avviso, Come uom che ben parlava ed avea ardire, A seco ragionar lo fece
uscire. 68 La somma fu del lor ragionamento, Che colui mal accorto era ben
stato, Che nella moglie sua l'esperimento Maggior che può far donna, avea
tentato; Che quella che dall'oro e dall'argento Difende il cor di pudicizia
armato, Tra mille spade via più facilmente Difenderallo, e in mezzo al fuoco
ardente. 70 Dovea in memoria avere il signor mio. Che l'oro e'I premio ogni
durezza inchina; Ma, quando bisognò, l'ebbe in obblio, Ed ei si procacciò la
sua mina. Cosi sapea lo esempio egli, com'io, Che fu in questa città di qui
vicina, Sua patria e mia, che '1 lago e la palude Del rifrenato Menzo intorno
chiude:71 D'Adonio voglio dir, che'l ricco dono Fé' alla moglie del giudice, d'un
cane. Di questo, disse il Paladino, il suono Non passa l'Alpe, e qui tra voi
rimane; Perchè uè in Francia, uè dove ito sono, Parlar n'udi' nelle contrade
estrane: Si che di' pur, se non t' incresce il dire; Che volentieri io mi
t'acconcio a udire. 72 n nocchier cominciò: Già fu di questa Terra un Anselmo
di famiglia degna, Che la sua gioventù con lunga vesta Spese in saper ciò eh'
Ulpi'ano insegna; E di nobil progenie, bella e onesta Moglie cercò, ch'ai grado
suo convegna; E d'una terra quindi non lontana N'ebbe una di bellezza
sopraumana; 73 E di bei modi e tanto graziosi. Che parea tutto amore e
leggiadria; E di molto più forse, eh' ai riposi, Cballo stato di lui non
convenia. Tosto che l'ebbe, quanti mai gelosi Al mondo fur, passò di
gelosia:Non già ch'altra cagion glie ne desse ella, Che d'esser troppo accorta
e troppo bella. 74 Nella città medesma un cavaliero Era d'antiqua e d' onorata
gente, Che discendea da quel lignaggio altiero CVusci d'una mascella di
serpente: Onde già Manto, e chi con essa fero La patria mia, disceser
similmente. Il cavalier, ch'Adonio nominosse. Di questa bella donna
innamorosse: 75 E per veiiìre a fin di questo amore, A spender cominciò senza
rilego In vestire, in conviti, in farsi onore, Quanto può farsi un cavalier più
deguo. II tesor di Uberio imperatore Non saria stato a tante spese al segno. Io
credo ben che non passar duo verni, Ch' egli usci fuor di tatti i ben patemi.
76 La casa eh era dianzi frequentata Mattina e sera tanto dagli amici, Sola
restò, tosto che fu privata Di stame, di fagian, di coturnici Egli che capo fu
della brigata. Rimase dietro, e quasi fra mendici:Pensò, poi eh' in miseria era
venuto, D'andare ove non fosse coneeciuto. 77 Con questa intenz'ion una
mattina, Senza far motto altmi, la patria lascia; E con sospiri e lacrime
cammina Lungo Io stagno che le mura fascia. La donna che del cor gli era
regina, Già non obblìa per la seconda ambascia. Ecco un'alta avventura che lo
viene Pi sommo male a porre in sommò bene. 78 Vede un villan che con uu gran bastone
Intorno alcuni sterpi s'affatica. Quivi Adonio si ferma, e la cagione Di tanto
travagliar vuol che gli dica. Disse il villan, che dentro a quel macchione
Veduto avea una serpe molto antica. Di che più lunga e grossa a'giomi suoi Non
vide, né credea mai veder poi; 79 E che non si voleva indi partire, Che non
l'avesse ritrovata e morta. Come Adonio lo sente cosi dire, Con poca paz'ienzia
lo sopporta. Sempre solea le serpi favorire:Che per insegna il sangue suo le
porta, In memoria ch'usci sua prima gente De' denti seminati di serpente. 80 E
disse e fece col villano in guisa Che, suo malgrado abbandonò l'impresa; Si che
da lui non fu la serpe uccisa, Né più cercata, né altrimenti offesa. Adouio ne
va poi dove s'avvisa Che sua condìzìon sia meno intesa; E dura con disagio e
con affanno Fuor della patria appresso al settimo anno. 81 Né mai per
lontananza, né strettezza Del viver, che i pensier non lascia ir vaghi Cessa
Amor che si gli ha la mano avvezza, Ch'ognor non gli arda il core, ognor
impiaghi, É forza alfin che torni alla bellezza Che son di riveder si gli occhi
vaghi. Barbato, afflitto, e assai male in arnese, Là donde era venuto, il
cammin prese. Stanza 74. 2 In questo tempo alla mia patria accade Mandare un
orator al Padre santo. Che resti appresso alla sua Santitade Per alcun tempo, e
non fu detto quanto. Gettan la sorte, e nel Giudice cade. Oh giorno a lui
cagion sempre di pianto! Fé' scuse, pregò assai, diede e promesse Per non
partirsi; e alfìn sforzato ces'e.83 Non gli parea cradele e duro manco A dover
sopportar tonto dolore: Che se veduto aprir s'avesse il fianco, E vedutosi trar
con mano il core. Di geloso timor pallido e bianco Per la sua donna, mentre
starla fuore, Lei con quei modi che giovar si crede, Supplice priega a non
mancar di fede; Stanza 75. 84 Dicendola eh' a donna né bellezza, Nò nobiltà, né
gran fortuna basta, Si che di vero onor monti in altezza Se per nome e per opre
non è casta; E che quella virtù via più si prezza, Che di sopra riman quando
contrasta; E ch'or gran campo avria, per questa absenza. Di far di pudicizia
esperienza. 85 Con tal le cerca ed altre assai parole Persuader eh' ella gli
sia fedele. Della dura partita ella si duole, Con che lagrime, oh Dio! con che
querele! E giura che più tosto oscuro il Sole Vedrassi, che gli sia mai si
crudele, Che rompa fede; e che vorria morire Piuttosto ch'aver mai questo
desire. 86 Ancor eh' a sue promesse e a' suoi scongiuri Desse credenza e si
acchetasse alquanto, Non resta che più intender non procuri, E che materia non
procacci al pianto. Avea nn amico suo, che dei futuri Casi predir teneva il
pregio e '1 vanto; E d'ogni sortilegio e magic' arte 0 il tutto, 0 ne sapea la
maggior parte. 87 Di égli pregando di vedere assunto, Se la sua moglie,
nominata Argia, Nel tempo che da lei starà disgiunto, Fedele e casta, o pel
contrario fia: Colui, da prieghi vinto, toUe il ponto; 11 ciel figura come par
che stia. Anselmo il lascia in opra, e l'altro giorno A lui per la risposta fa
ritomo. Stanza 83. 88 là astrologo tenea le labbra chiose, Per non dire al
dottor cosa che doglia; E cerca di tacer con molte scuse. Quando pur del suo
mal vede e' ha voglia, Che gli romperà fede, gli concluse, Tosto eh' egli abbia
il pie fiior della soglia, Non da bellezza né da prieghi indotta, Ma da
guadagno e da prezzo corrotta. 89 Giunte al timore, al dubbio chavea prima,
Queste minacce ilei superni moti, Come gli stesse il cor tu stesso stima, Se
damor gli accidenti ti son noti. E sopra ogni mestizia che T opprima, E che
l'afflitta mente aggiri e arruoti, È '1 saper come, vinta d'avarizia, Per
prezzo abbia a lasciar sua pudicizia. 90 Or per far, quanti polea far, ripari
Da non lasciarla in queir error cadere (Perchè il bisogno a dispogliar gli
altari Trae V uom talvolta, che se 4 trova avere), Ciò che tenea di gioie e di
danari (Che n'avea somma) pose in suo potere: Rendite e frutti d'ogni
possessione, E ciò e' ha al mondo, in man tutto le pone: stanza 86. 91 Con
facultade, disse, che ne' tuoi Non sol bisogni te li goda e spenda, Ma che ne
possi far ciò che ne vuoi. Li consumi, li getti, e doni e venda. Altro conto
saper non ne vo'poi, Purché, qual ti lascio or, tu mi ti renda:Purché, come or
tu sei, mi sie rìmasa. Fa eh' io non trovi né poder né casa. 92 La prega che
non faccia, se non sente Ch' egli ci sia, nella città dimora; Ma nella villa,
ove più agiatamente Viver potrà d'ogni commercio fuora. Questo dicea, però che
l'urail gente, • Che nel gregge o ne' campi gli lavora Non gli era avviso che
le castevoglieContaminar potessero alla moglie. 93 Tenendo tuttavia le belle
braccia Al timido marito al collo Argia, E di lacrime empiendogli la faccia.
Ch' un fiumicel dagli occhi le n' uscia, S'attrista che colpevole la faccia,
Come di fé' mancata già gli sia; Che questa sua sospizi'on procede Perchè non
ha nella sua fede fede. 94 Troppo sarà s' io voglio ir rimembrando Ciò ch'ai
partir da tramendua fu detto. Il mio onor, dice alfin, ti raccomando. Piglia
licenza, e partesi in effetto; E ben si sente veramente, quando Volge il
cavallo, uscire il cor del petto. Ella lo segue, quanto seguir puote, Con gli
occhi che le rigano le gote. 95 Adonio intanto misero e tapino, E, come io
dissi, pallido e barbuto, Verso la patria, avea preso il cammino, Sperando di
non esser conosciuto. Sul lago giunse alla città vicino, L\ dove avea dato alla
biscia aiuto, Ch' era assediata entro la macchia forte Da quel villan che por
la volea a morte. Stanza 86. 96 Quivi arrivando in su V aprir del giorno, Ch'
ancor splendea nel cielo alcuna stella, Si vede in peregrino abito adorno Venir
pel lito incontra una donzella In siguoril sembiante, ancor ch'intorno Non r
appari8.<"e né scudier né ancella. Costei con grata vista lo raccolse,
E poi la lingua a tai parole sciolse:97 Sebbeu non mi conosci o ca vallerò, Son
tua parente e grande obbligo t' aggio: Parente son,, perchè da Cadmo fiero
Scende d'amenduo noi Paltò lignaggio. Io son la fata Manto, che M primiero
Sasso messi a fondar questo villaggio; E del mio nome icome ben forse hai
Contare udito) Mantua la nomai. 98 Delle Fate io son una: ed il fatale Stato
per farti anco saper eh importe. Nascemmo a un punto, che d'ogn'aliro male
Siaino capaci, fuor che della morte. Ma giunto é con questo essere immortale
Condizion non meu del morir forte; Ch'ogni settimo giorno ognuna è certa Che la
sua forma in biscia si converta. 99 II vedersi coprir del brutto scoglio, E gir
serpendo, è cosa tanto schiva. Che non é pare al mondo altro cordoglio; Talché
bestemmia ognuna d'esser viva. E l'obbligo ch'io t'ho (perchè ti voglio
lusiememente dire onde deriva) Tu saprai; che quel di, per esser tali, Siamo a
periglio d'infiniti mali. 100 Non è sì odiato altro animale in terra, Come la
serpe; e noi, che n'abbiam faccia, Patimo da ciascun oltraggio e guerra; Che
chi ne vede, ne percuote e caccia. Se non troviamo ove tornar sotterra.
Sentiamo quanto pesa altrui le braccia, Meglio saria poter morir, che rette E
storpiate restar sotto le botte. 101 L'obbligo ch'io t'ho grande, è ch'una
volti Che tu passavi per quest'ombre amene, Per te di mano fui d'un villan
tolta, Che gran travagli m'avea diti e pene. Se tu non eri, io non andava
asciolta, Ch'io non portassi rotto e capo e schene, E che sciancata non
restassi e storta, Sebbeu non vi potea rimaner morta; 102 Perchè quei giorni
che per terra il petto Traemo avvolte in serpentile scorza. Il ciel, eh' in
altri tempi è a noi suggetto, Niega ubbidirci, e prive slam di forza. In altri
tempi ad un sol nostro detto 11 sol si ferma, e la sua luce ammorza; L'immobil
terra gira, e muta loco:S'infiamma il ghiaccio e si congela il fuoco. 103 Ora
io son qui per renderti mercede Del beneficio che mi festi allora. Nessuna
grazia indamo or mi si chiede, Ch'io son del manto viperino fuora. Tre volte
più che di tuo padre erede Non rimanesti, io ti fo rioco or ora. Né vo'che mai
più povero diventi. Ma quanto spendi più, che più augomenti. stanza 96. rH/i.
OF 104 £ perchè so che neir antiquo nodo, In che già Amor t' avvinse, anco ti
trovi; Voglioti dimostrar T ordine e'I modo Ch'a disbramar tuoi desiderii
giovi. Io voglio, or che lontano il marito odo, Che senza indugio il mio
consiglio provi; Vadi a trovar la donna che dimora Fuor alla villa, e sarò teco
io ancora. 105 E seguitò narrandogli in che guisa Alla sua donna vuol che s'
appresenti; Dico come vestir, come precisa Mente abbia a dir, come la prieghi e
tenti; E che forma essa vuol pigliar divisa; Che, fuor cheM giorno ch'erra tra'
serpenti, In tutti gli altri si può far, secondo Che più le pare, in quante
forme ha il mondo. 106 Messe in abito lui di peregrino, n qual per Dio di porta
in porta accatti. 3Intossi ella in un cane, il più piccino Di quanti mai
n'abbia Natura fatti: Di pel lungo, più bianco eh' armellino, Di grato aspetto
e di mirabili atti. Così trasfigurati entraro in via Verso la casa della bella
Argia: 107 E dei lavoratori alle capanne, Prima ch'altrove, il giovene
fermosse, E cominciò a suonar certe sue canne, Al cui suono danzando il can
rizzosse. La voce e '1 grido alla padrona vanne, E fece si, che per veder si
mosse. Fece il romeo chiamar nella sua corte, Si come del dottor traea la
sorte. 108 E quivi Adenio a comandare al cane Incominciò, e il cane a ubbidir
lui; E far danze nostral, farne d'estrane, Con passi e continenze e modi sui: E
finalmente con maniere umane Far ciò che comandar sapea colui. Con tanta
attenzion, che chi lo mira, Non batte gli occhi, e appena il fiato spira. 109
Gran maraviglia, et indi gran desire Venne alla donna di quel can gentile; £ ne
fa per la balia profferire Al cauto peregrin prezzo non vile. S'avessi più
tesor, che mai sitire Potesse cupidigia femminile, Colui rispose, non saria
mercede Dì comprar degna del mio cane un piede. 110 E per mostrar che veri i
detti foro. Con la balia in un canto si ritrasse, E disse al cane, ch'una marca
d'oro A quella donna in cortesia donasse. Scossesi il cane" e videsi il
tesoro. Disse Adonio alla balia che pigliasse. Soggiungendo: ti par che prezzo
sìa Per cui sì bello et util cane io dia?Stanza 111. 1 1 1 Cosa, qual vogli
sia, non gli domando, Di eh' io ne tomi mai con le man vote:.E quando perle, e
quando anella, e quando Leggiadra veste e di gran prezzo scuote, Pur di' a
madonna, che fia al suo comando, Per oro no, eh' oro pagar noi puote; Ma se
vuol ch'una notte seco io giaccia, Abbiasi il cane, e '1 suo voler ne faccia. .
112 Cosi dice; e una gemma allora nata Le dà, ch'alia padrona l'appresenti.
Pare alla balia averne più derrata. Che di pagar dieci ducati o venti. Toma
alla donna, e le fa l'ambasciata; E la conforta poi che si contenti
D'acquistare il bel cane, ch'acquistarlo Per prezzo può, che non si perde a darlo.
113 La bella Argia sta ritrosetta in prima: Parte, cbe la sut fé romper uon
vuole; Parte, ch'esser possibile non stima Tutto ciò che ne suonan le parole.
La balia le riconla. e rode e lima, Che tanto ben di rado avvenir suole; E fé
che V agio un altro dì si tolse, Che'l can veder senza tanti occhi volse.
Stanza 114. 114 Quest'altro comparir ch'Adonio fece, Fu la ruina e del dottor
la morte. Facea nascer le doble a diece a diece, Filze di perle, e gemme d'ogni
sorte: Sì che '1 superbo cor mansuefece, Che tanto meno a contrastar fu forte,
Quanto poi seppe che costui eh' innante Le fa partito, è '1 cavalier suo
amante. 115 Della puttana sua balia i conforti, I prieghi dell'amante e la
presenzia, II veder cbe guadagno se l'apporti, Del misero dottor la lunga
abseuzia, Lo sperar eh' alcun mai non lo rapporti, Fero ai casti pensier tal
vi'olenzia. Ch'ella accettò il bel cane, e per mercede In braccio e in preda al
suo amator si diede. 116 Adonio lungamente frutto colse Della sua bella donna,
a cui la fata Grande amor pose, e tanto le ne volse, Che sempre star con lei si
fu obbligata. Per tutti i segni il sol prima si volse. Ch'ai Giudice licenzia
fosse data: Alfìn tornò, ma pien di gran sospetto Per quel che già l'astrologo
avea detto. 117 Fa, giunto nella patria, il primo volo A casa dell' a9trologo,
e gli chiede Se la sua donna fatto inganno e dolo, Oppur serbato gli abbia
amore e fede. Il sito figurò colui del polo, Ed a tutti i pianeti il luogo
diede: Poi rispose, che quel eh' avea temuto, Come predetto fu, gli era
avvenuto; 118 Che da doni grandissimi corrotta. Data ad altri s'avea la donna
in preda. Questa al dottor nel cor fu sì gran botta, Che lancia e spiedo io
vo'cha ben le ceda. Per esserne più certo, ne va allotta (Benché pur troppo
allo indovino creda) Ov'è la balia, e la tira da parte, E per saperne il certo
usa grand'arte. 119 Con larghi giri circondando prova Or qua or là di ritrovar
la traccia; E da principio nulla ne ritrova, Con ogni dìligenzia che ne faccia;
Ch' ella, che non avf'a tal cosa nuova, Stava negando con immobil faccia; E
come bene istrutta, più d'un mese Tra il dubbio e'I certo il suo padron
aospefle. 120 Quanto dovea parergli il dubbio buono Se pensava il dolor
ch'avrìa del certo? Poi ch'indarno provò con priego e dono Che dalla balia il
ver gli fosse aperto, Né toccò tasto ove sentisse suono Altro che falso; come
uom bene esperto, Aspettò che discordia vi venisse; Ch'ove femmine son, son
liti e risse. 121 E come egli aspettò, così gli avvenne; Ch' al primo sdegno
che tra loro nacque, Senza suo ricercar la balia venne Il tutto a raccontargli;
e nulla tacque. Lungo a dir fora ciò che '1 cor sostenne, Come la mente
costernata giacque Del Giudice meschin, che fu sì oppresso Che stette per uscir
fuor di sé stesso: 122 E si dispose alfia, dallMra vinto, Morir; ma prima
uccider la saa moglie, £ che dambidui sangui un ferro tinto Levasse lei di
biasmo, e sé di doglie. Nella città se ne ritoma, spinto Da così furibonde e
cieche voglie; Indi alla villa un suo fidato manda, E quanto eseguir debba gli
comanda. 123 Comanda al servo, ch'alia moglie Argia Tomi alla villa, e in nome
suo le dica Ch' egli è da febbre oppresso cosi ria, Che di trovarlo vivo avrà
fatica:Si che, senza aspettar più compagnia . Venir debba con lui, s' ella gli
è amica (Verrà: sa ben che non farà parola); che tra via le seghi egli la gola.
124 A chiamar la patrona andò il famiglio, Per far di lei quanto il signor
commesse. Dato prima al suo cane ella di piglio, Montò a cavallo, ed a cammin
si messe. L' avea il cane avvisata del periglio, Ma che d'andar per questo ella
non stesse: Chavea ben disegnato e provveduto Onde nel gran bisogno avrebbe
aiuto. 125 Levato il servo del cammino s'era; E per diverie e solitarie strade
A studio capitò su una riviera Che d'Apennino in questo fiume cade; 0?' era
bosco e selva oscura e nera, Lungi da villa e lungi da cittade. Gli parve loco
tacito e disposto Per l'effetto cradel che gli fu imposto. 126 Trasse la spada,
e alla padrona disse Quanto commesso il suo signor gli avea; Sì che chiedesse,
prima che morisse, Perdono a Dio d'ogni sua colpa rea. Non ti so dir com'ella
si coprisse: Quando il servo ferirla si credea, Più non la vide, e molto d'ogn'
intorno L'andò cercando, e alfin restò con scorno. 128 Non sa che far; che né
l'oltraggio grave Vendicato ha, uè le sue pene ha sceme. Quel ch'era una
festuca, ora è una trave; Tanto gli pesa, tanto al cor gli preme. L'error che
sapean pochi, or si aperto ave. Che senza indugio si palesi, teme. Potea il
primo celarsi j ma il secondo, Pubblico in breve fia per tutto il mondo. Stanza
117. 129 Conosce ben che, poiché '1 cor fellone Avea scoperto il misero centra
essa, Ch' ella, per non tornargli in suggezione, D'alcun potente in man si sarà
messa. Il qual se la terrà con irrisione . Ed ignominia del marito espressa; E
forse anco verrà d'alcuno in mano, Che ne fia insieme adultero e mfiìano. 127
Toma al patron con gran vergogna ed onta, Tutto attonito in faccia e
sbigottito;E V insolito caso gli racconta, Ch'egli non sa come si sia seguito.
Ch'a'suoi servigi abbia la moglie pronta La fata Manto, non sapea il marito;
Che la balia, onde il resto avea saputo, Questo, non so perché, gli avea
taciuto. 130 Si che, per rimediarvi, in fletta manda Intorno messi e lettere a
cercame. Chi 'n quel loco, chi 'n questo ne domanda Per Lombardia, senza città
lasciamo. Poi va in persona, e non si lascia banda Ove 0 non vada o mandivi a
spiarne:Né mai può ritrovar capo né via Di venire a notizia che ne sia. Stanza
VJ6. 131 Alfìn chiamx quel servo, a chi fa imposta L'opra crudel che poi uou
ebbe effetto, E fa che lo conduce ove nascosta Se gli era Arga, sì come gli
avea detto; Che forse in qualche macchia il di reposta, La notte si ripara in
alcun tetto. Lo guida il servo ove trovar si crede La folta selva, e un gran
palagio vede. 132 Fatto avea farsi alla i>ua Fata intanto La beila Argia con
subito Idvuro D'alabastri un palagio per incauto, Dentro e di fuor tutto
fregiato d'oro. Ne lìngua dir, né cor pensar può quanto Avea beltà di fuor,
dentro tesoro. Quel che iersera si ti parve bello, Del mio signor, saria un
tugurio a quello. 133 E di panni di razza, e di cortine Tessale riccamente e a
varie foggie, Ornate eran le stalle e le cantitie, Non sale pur, non pur camere
e loggie; Vasi d oro e d argento senza fine, Gemme cavate, azzurre e verdi e
roggie, E formate in gran piatti e in coppe e in nappi, E senza fin doro e di
seta drappi. 134 II Giudice, siccome io vi dicea. Venne a questo palagio a dar
di petto, Quando né una capanna si credea Di ritrovar, ma solo il bosco
schietto. Per l'alta maraviglia che n'avea, Esser si credea uscito
d'intelletto:Non sapea se fosse ebbro, o se sognasse, Oppur se 1 cervel scemo a
volo andasse. 135 Vede innanzi alla porta un Eti'ópo Con naso e labbri grossi;
e ben gli è avvis " Che non vedesse mai, prima né dopo, Un cosi sozzo e
dispiacevol viso; Pei di fattezze, qua! si pinge Esopo, D'attristar, se vi
fosse, il Paradiso; Bisunto e sporco, e d'abito mendico:Né a mezzo ancor di sua
bruttezza io dico. 136 Anselmo, che non vede altro da cui Possa saper di chi la
casa sia, A lui s'accosta, e ne domanda a lui; Ed ei lisponde: Questa casa è
mia. Il Giudice ò ben certo che colui Lo beffi, e che gli dica la bugia: Ma con
scongiuri il Negro ad affermare Che sua è la casa, e ch'altri non v'ha a fare;
J37 E gli offerisce, se la vuol vedere, Che dentro vada, e cerchi come voglia;
E se v'ha cosa che gli sia in piacere 0 per sé o per gli amici, se la toglia.
Diede il cavallo al servo suo a tenere Anselmo, e messe il pie dentro alla
soglia; E per sale e per camere condutto. Da basso e d'alto andò mirando 11
tutto. 139 E gli fa la medesima richiesta Ch'avea già Adonio alla sua moglie
fatta. Dalla brutta domanda e disonesta. Persona lo stimò bestiale e matta. Per
tre repulse e quattro egli non resta; E tanti modi a persuaderlo adatta, Sempie
offerendo in merito il palagio, Che fé' inchinarlo al suo voler malvagio.
stanza 135. 188 La forma, il sito, il ricco e bel lavoro Va contemplando, e
l'ornamento regio; E spesso dice: Non potria quant' oro É sotto il Sol pagare
il loco egregio. A questo gli risponde il brutto Moro, £ dice: E questo ancor
trova il suo pregio: Se non d'oro o d'argento, nondimeno Pagar lo può quel che
vi costa meno. 140 La moglie Argia, che stava appresso ascosa, Poi che lo vide
nel suo error caduto. Saltò fuora gridando: Ah degna cosa Ch' io veggo di
dottor saggio tenuto ! Trovato in si mal'opra e viziosa, Pensa se rosso far si
deve e muto. 0 terra, acciò ti si gittasse dentro, Perché allor non t' apristi
insino al centro? stanza 140. 141 La douna in suo dìscarco, ed in vergogna
D'Anselmo, il capo gì' intronò di gridi, Dicendo: Come te punir bisogna Di quel
che far con si vii uom ti vidi, Se per seguir quel che natura agogna, Me, vinta
a'prieghi del mio amante, uccidi. Ch'era bello e gentile, e un dono tale Mi
fé', eh' a quel nulla il palagio vale? 142 S'io ti parvi esser degna d'ona
morte. Conosci che ne sei degno di cento: E benché in questo loco io sia sì
forte. Ch'io possa di te fare il mio talento, Pure io non vo' pigliar di
peggior sorte Altra vendetta del tuo fallimento. Di par l'avere e '1 dar,
marito, poni; Fa, com'io a te, che tu a me aijcor penloui. 143 £ sia la pace e
sia raccordo fatto, Chogni passato error vada in obblio; Né eh in parole io
possa mai uè in atto Ricordarti il tuo errori né a me tu il mio. Il marito ne
parve aver buon patto, Né dimostrossi al perdonar restio. Cosi a pace e
concordia ritornaro, E sempre poi fu Tnno air altro caro. 144 Cosi disse il
nocchiero; e mosse a riso Rinaldo al fin della sua istoria un poco; E diventar
gli fece a un tratto il viso, Per l' onta del Dottor, come di fuoco. Rinaldo
Argia molto lodò, ch'avviso Ebbe d alzare a quello augello un gioco Oh' alla
medesma rete fé' casca) lo, In che cadde ella, ma con minor fallo. stanca 149.
14.5 Poi che più in alto il Sole il cammin prese, Fé' il Paladino apparecchiar
la mensa, Ch'avea la notte il 3rantiian cortese Provvista con larghissima
dispensa. Fugge a sinistra intanto il bel paese, Ed a man destra la palude
immensa:Viene e fnggesi Argenta e '1 suo girone, Col lito ove Santerno il capo
pone. 146 Allora la Bastia credo non v'era, Di che non troppo si vantar
Spagnuoli D'avervi su tenuta !a bandiera; Ma più da pianger n'hanno i
Rom(ignuo)i. E quindi a Filo alla dritta riviera Cacciano il legno, e fan parer
che voli. Lo volgon poi per una fossa morta. Ch'a mezzodì presso a Ravenna il
porta. 147 Benché Rinaldo con pochi danari Fosse sovente, pur n'avea si allora,
Che cortesia ne fece a' marinari, Prima che li lasciasse alla buon' ora. Quindi
mutando bestie e cavallari, A Rimino passò la sera ancora; Né in Montefiore
aspetta il mattutino, E quasi a par col sol giunge i Urbino. 148 Quivi non era
Federico allora, Né Lisabetta, nè'l buon Guido v'era, Né Francesco Maria, né
Leonora, Che con cortese forza, e non altiera, Avesse astretto a far seco
dimora Sì famoso guerrier più d'una sera; Come fèr già molti anni, ed oggi
fanno A donne e a qavalier che di 14 vanuo. 149 Perchè quivi alla briglia alcun
noi prende, Smonta Rinaldo a Cagli alla via dritta. Pel monte che 1 Metanro o il
Gauno fende, Passa ApenninOf e più non Tha a man ritta; Passa gli Ombri e gli
Etmsci, e a Roma scende; Da Roma ad Ostia; e qnindi si tragitta Per mare alla
cittade a cui commise Il pietoso figliaci V ossa d Anchise. 150 Muta ìyì legno,
e verso V isoletta Di Lipadusa fa ratto levarsi; Quella che fu dai combattenti
eletta, £d ove già stati erano a trovarsi Insta Rinaldo, e gli nocchieri
affretta, Cha vela e a remi fan ciò che può farsi; Ma i venti avversi, e per
lui mal gagliardi, Lo fecer, ma di poco, arrivar tardi. 151 Giunse ch'appunto
il Principe d'Anglante Fatta avea l'utile opra e gloriosa:Avea Gradasso ucciso
ed Agramante, Ma con dura vittoria e sanguinosa. Morto n'era il figliuol di
Monodante: E di grave percossa e perigliosa Stava Olivier languendo in su T
arena, E del pie guasto avea martire e pena. 162 Tener non potè il Conte
asciutto il viso, Quando abbracciò Rinaldo, e che narroUi Che gli era stato
Brandimarte ucciso, Che tanta fede e tanto amor portolli. Né men Rinaldo,
quando si diviso Vide il capo all' amico, ebbe occhi molli: Poi quindi ad
abbracciar si fu condotto Olivier, che sedea col piede rotto. 158 La
consolazion che seppe, tutta Die lor, benché per sé tòr non la possa; Che
giunto si vedea quivi alle frutta. Anzi poi che la mensa era rimossa. Andare i
servi alla città distrutta, E di Gradasso e d'Agramante l'ossa Nelle mine
ascoser di Biserta, E quivi divulgar la cosa certa. 154 Della vittoria ch'avea
avuto Orlando, S'allegrò Astolfo e Sansonetto molto; Non si però, come avrian
fatto, quando Non fosse a Brandimarte il lume tolto. Sentir lui morto il gaudio
va scemando Sì, che non ponno asserenare il volto. Or chi sarà di lor,
ch'annunzio voglia A Fiordiligi dar di si gran doglia? 155 La notte che
precesse a questo giorno, Fiordiligi sognò che quella vesta Che, per mandarne
Brandimarte adomo, Avea trapunta e di sua man contesta, Vedea per mezzo sparsa
e d'ogn' intomo Di goccio rosse, a guisa di tempesta: Parca che di sua man cosi
l'avesse Ricamata ella, e poi se ne dogliesse. 156 E parca dir: Pur hammi il
signor mio Commesso ch'io la faccia tutta nera: Or perché dunque ricamata
hoU'io Centra sua voglia in si strana maniera? Di questo sogno fe'giudicio rio;
Poi la novella giunse quella sera: Ma tanto Astolfo ascosa glie la tenne, Ch' a
lei con Sansonetto se ne venne. 157 Tosto ch'entraro, e ch'ella loro il viso
Vide di gaudio in tal vittoria privo, Senz' altro annunzio sa, senz' altro
avviso, Che Brandimarte suo non é più vivo. Di ciò le resta il cor cod
conquiso, E cosi gli occhi hanno la luce a schivo, E cosi ogn' altro senso se
le serra, Che come morta andar si lascia in terra. 158 Al tornar dello spirto,
ella alle chiome Caccia le mani; ed alle belle gote, Indarno ripetendo il caro
nome, Fa danno ed onta più che far lor puote: Straccia i capelli e sparge; e
grida come Donna talor che'l demon rio percuote, 0 come s'ode che già a suon di
comò Mènade corse, ed aggìrossi intomo. 159 Or questo or quel pregando va, che
pòrto Le sia un coltel, si che nel cor si fera: Or correr vuol là dove il legno
in porto Dei duo signor defunti arrivato era, E dell'uno e dell'altro cosi
morto Far cmdo strazio, e vendetta aera e fiera: Or vuol passare il mare, e
cercar tanto, Che possa al suo signor morire accanto. 160 Deh perché,
Brandimarte, ti lasciai Senza me andare a tanta impresa? (disse) Vedendoti
partir, non fVi più mai Che Fiordiligi tua non ti seguisse. T'avrei giovato,
s'io veniva, assai; Ch'avrei tenute in te le luci fisse: E se Gradasso avessi
dietro avuto, Con un sol grido io t'avrei dato aiuto; 161 0 forse esser potrei
stata si presta, Ch'entrando in mezzo, il colpo t avrei tolto: Fatto scudo
t'avrei con la mia testa; Che morendo io, non era il danno molto. Ogni modo io
morrò; né fia di questa Dolente morte alcun profitto cólto; Che, quando io
fossi morta in tua difesa, Non potrei mlio aver la vita spesa. 162 Se pur ad
aiutarti i duri fati Avessi avuti e tutto il cielo avverso, Gli ultimi baci
almeno io t'avrei dati, Almen t'avrei di pianto il viso asperso; E prima che
con gli angeli beati Fosse lo spirto al suo Fattor converso, Detto gli avrei:
Va in pace, e là m'aspetta: Ch' ovunque sei, son per seguirti in fretta. 163 É
questo, Brandimarte, è questo il regno, Di che pigliar lo scettro ora dovevi?
Or cosi teco a Dammogire io vegno? Cosi nel real seggio mi ricevi? Ah Fortuna
crudel, quanto disegno Mi rompi ! oh che speranze oggi mi levi ! Deh, che cesso
io, poic'ho perduto questo Tanto mio ben, ch'io non perdo anco il resto? 164
Questo ed altro dicendo, in lei risorse n furor con tanto impeto e la rabbia,
Ch'a stracciare il bel crìu di nuovo corse, Come il bel crin tutta la colpa
n'abbia. Le mani insieme si percosse e morse; Nel sen si cacciò l'ugne e nelle
labbia. Ma tomo a Orlando ed a' compagni, intanto Ch'ella si strugge e si
consuma in pianto. 15 Orlando, col cognato che non poco Bisogno avea di medico
e di cura; Ed altrettanto, perchè in degno loco Avesse Brandimarte sepoltura;
Verso il monte ne va, che fa coi fuoco Chiara la notte, e il di di fumo oscura.
Hanno propizio il vento, e a destra mano Non è quel lito lor molto lontano. 1
66 Con fresco vento eh' in favor veniva, Sciolser la fune al declinar del
giorno, Mostrando lor la taciturna Diva La dritta via col luminoso corno; E
sorser l'altro dì sopra la riva Ch'amena giace ad Agrigento intomo. Quivi Orlando
ordinò per l'altra sera Ciò ch'a funeral pompa bisogno era. 167 Poi che
l'ordine suo vide eseguito, Essendo omai del Sole il lume spento, Fra molta
nobiltà eh' era allo 'nvito De' luoghi intorno corsa iu Agrigento, D'accesi
torchi tutto ardendo '1 lito, E di grida sonando e di lamento, Tomo Orlando ove
il corpo fu lasciato. Che vivo e morto avea con fede amato. 168 Quivi Bardin,
di soma d'anni grave, Stava piangendo, alla bara funebre, Che pel gran pianto
eh' avea fatto in nave, Dovria gli occhi aver pianti e le palpebre. Chiamando
il ciel cmdel, le stelle prave, Bnggia come un leon ch'abbia la febre. Le mani
erano intanto empie e ribelle Ai crin canuti e alla rugosa pelle. stanza 168.
169 Levossi, al ritomar del Paladino, Maggiore il grido, e raddoppiossi il
pianto. Orlando, fatto al corpo più vicino. Senza parlar stette a mirarlo
alquanto, Pallido come còlto al mattutino É da sera il ligustro o il molle
acanto; E dopo un gran sospir, tenendo fisse Sempre le luci in lui, cosi gli
disse: 170 0 forte, o caro, o mio fedel compagno, Che qui sei morto, e so che
vivi in cielo, E d'una vita v' hai fatto guadagno, Che non ti può mai tòr caldo
né gelo. Perdonami, sebben vedi eh' io piagno; Perchè d'esser rimaso mi
querelo, E ch'a tanta letizia io non son teco; Non già perchè quaggiù tu non
sìa meco. ] 7 1 Solo senza te son; né cosa in terra Senza te posso aver più che
mi piaccia. Se teco era in tempesta e teco in guerra, Perchè non anco in ozio
ed in honaccia? Ben grande èl mio fallir, poiché mi serra Di questo fango uscir
per la tua traccia. Se negli affanni teco fui, perch' ora Non sono a parte del
guadagno ancora? 172 Tu guadagnato, e perdita ho fatto io: Sol tu air acquisto,
io non son solo al danno. Partecipe fatto é del dolor mio L'Italia, il regno
franco e l'alemanno. Oh quanto, quanto il mio Signore e zio. Oh quanto i
Paladin da doler s' hanno Quanto l'Imperio e la cristiana Chiesa, Che perduto
han la sua maggior difesa! Stanza 181. 173 Oh quanto si torrà, per la tua
morte, Di terrore a' nimici e di spavento ! Oh quanto Paganìa sarà più forte!
Quanto animo n'avrà, quanto ardimento! Oh come star ne dee la tua consorte! Sin
qui ne veggo il pianto, e 'i grido sento:So che m' accusa', e forse odio mi
porta, Che per me teco ogni sua speme è morta. 174 Ma, Fiordiligi, almen resti
un conforto A noi che siam di Brandimarte privi; Ch'invidiar lui con tanta
gloria morto Denno tutti i guerrier ch'oggi son vivi. Quei Decj, e quel nel
roman Foro absorto, Quel si lodato Codro dagli Argivi, Non con più altrui
profitto e più suo onore A morte si donar, del tuo signore.175 Queste parole ed
altre dicea Orlando. Intanto i bigi, i bianchi, i neri frati, E tutti gli altri
chieici, seguitando Andavan con lungo ordine accoppiati, Per r alma del
deftinto Dio pregando, Che gli donasse requie tra' beati. Lumi innanzi e per
mezzo e d'ogn' intorno, Mutata aver parean la notte in giorno. 176 Levan la
bara, ed a portarla fOro Messi a vicenda Conti e cavalierL Purpurea seta la
copria, che doro E di gran perle ayea compassi altieri:Di non men bello e
signori! lavoro Avean gemmati e splendidi origlieri; E giacea quivi il cavalier
con vesta Di color pare, e d'un lavor contesta. SUnza 185. 177 Trecento agli
altri eran passati ìnnanti, De' più poveri tolti della terra, Parimente vestiti
tutti quanti Di panni negri, e lunghi sin a terra. Cento paggi seguian sopra
altrettanti Grossi cavalli, e tutti buoni a guerra; E i cavalli coi paggi ivano
il suolo Badendo col lor al)ito di duolo. 178 Molte bandiere innanzi, e molte
dietro. Che di diverse insegne eran dipinte, Spiegate accompagnavano il
feretro; Le quai già tolte a mille schiere vinte, E guadagnate a Cesare ed a
Pietro Avean le forze ch'or giaceano estinte. Scudi v'erano molti, che di degni
Querrier, a chi fur tolti, aveano i segui. 179 Veniali eento e cent' altri a
diversi usi Deir esequie ordinati; ed avean questi, Come anc3 il resto, accesi
torchi; e chiusi, Più che vestiti, eran di nere vesti. Poi seguia Orlando, e ad
or ad or soffusi Di lacrime avea gli occhi, e rossi e mesti; Né più lieto di lui
Rinaldo venne: Il pie Olivier, che rotto avea, ritenne. 180 Lungo sarà s'io vi
vo'dire in versi Le cerimonie, e raccontarvi tutti I dispensati manti oscuri e
persi, Gli accesi torchi che vi furon strutti. Quindi alla chiesa cattedral
conversi, Dovunque andar, non lasciaro occhi asciutti; Si bel, sì buon, sì
giovene, a pietade Mosse ogni sesso, ogni ordine, ogni etade. 183 E vedendo le
lacrime indefesse, Ed ostinati a uscir sempre i sospiri; Né, per far sempre
dire ufficj e messe, Mai satisfar potendo a' suoi disiri; Di non partirsi
quindi in cor si messe, Finché del corpo V anima non spiri:E nel sepolcro fé'
fare una cella, E vi si chiuse, e fé' sua vita in quella. 184 Oltre che messi e
lettere le mande. Vi va in persona Orlando per levarla. Se viene in Francia,
con pensìon ben grande Compagna vuol di Gktlerana farla:Quando tornare al padre
anco domande, Sin alla Lizza vuole accompagnarla: Edificar le vuole un
monastero, servire a Dio faccia pensiero. stanza 190. 181 Fu posto in chiesa; e
poi che dalle donne Di lacrime e di pianti inutil opra, E che dai sacerdoti
ebbe eleisonne, E gli altri, santi detti avuto sopra, In un' arca il serbar su
due colonne:E quella vuole Orlando che si copra Di ricco drappo d'ór, sinché
reposto In un sepulcro sia di maggior costo. 182 Orlando di Sicilia non si
parte. Che manda a trovar porfidi e alabastri. Fece fare il disegno, e di
quell'arte Inarrar con gran premio i miglior mastri. Fé' le lastre, venendo in
questa parte, Poi drizzar Fiordiligi, e i gran pilastri Che quivi, essendo
Orlando già partito, Si fé' portar dall'africano lito. 185 Stava ella nel
sepulcro; e quivi, attrita Da penitenzia, orando giorno e notte, Non durò lunga
età, che di sua vita Dalla Parca le fur le fila rotte. Già fatto avean
dall'isola partita. Ove i Ciclopi avean l'antique grotte, I tre guerrier di
Francia, afflitti e mesti Che'l quarto lor compagno addietro resti. 186 Non
volean senza medico levarsi, Che d'Olivier s'avesse a pigliar cura; La qual,
perché a principio mal pigliarsiPotè, fatt' era faticosa e dura:E quello udiano
in modo lamentarsi, Che del suo caso avean tutti paura. Tra lor di ciò
parlando, al nocchier nacque Un pensiero, e lo disse; e a tutti piacque. 187
Disse ch'era di là poco lontano In un solingo scoglio uno eremita, A cui ricorso
mai non s' era invano, 0 fosse per consiglio o per aita; E facea alcun effetto
soprnmano, Dar lume a ciechi, e tornar morti a vita. Fermare il vento ad un
segno di croce, E far tranquillo il mar quando è più atroce; 188 E che non dnno
dubitare, andando A ritrovar quell' uomo a Dio sì caro, Che lor non renda
Olivier sano, quando Fatto ha di sua virtù segno più chiaro. Questo consiglio
si piacque ad Orlando Che verso il santo loco si drizzare; Né mai piegando dal
cammin la prora, Vider lo scoglio al sorger dell'aurora. 189 Scorgendo il legno
uomini in acqua dotti, Sicuramente s'accostaro a quello. Quivi aiutando servi e
galeotti, Declinaro il marchese nel battello: E per le spumose onde far
condotti Nel duro scoglio, et indi al santo ostello; Al santo ostello, a quel
vecchio medesmo, Per le cui mani ebbe Kuggier battesmo. 190 II servo del Signor
del paradiso Baccolse Orlando e i compagni suoi, E benedilli con giocondo viso,
E de' lor casi dimandolli poi; Benché di lor venuta avuto avviso Avesse prima
dai celesti eroi. Orlando gli rispose esser venuto Per ritrovare al suo
Oliviero aiuto; 191 Ch'era, pugnando per la fé di Cristo, A periglioso termine
ridutto. Levógli il Santo ogni sospetto tristo, E gli promise di sanarlo in
tutto. Né d'unguento trovandosi provvisto.. Né d'altra umana medicina
instrutto, Andò alla chiesa, ed orò al Salvatore; Et indi usci con gran
baldanza fuore: 193 E in nome delle eteme tre Persone, Padre e Figliuolo e
Spirto Santo, diede Ad Olivier la sua benedizione. Oh virtù che dà Cristo a chi
gli crede ! Cacciò dal cavallero ogni passione, £ ritomògli a sanitade il
piede, Più fermo e più espedito che mai fosse: E presente Sobrino a ciò
trovosse. 193 Giunto Sobrin delle sue piaghe a tanto,,Che star peggio ogni
giorno se ne sente, Tosto che vede del monaco santo Il miracolo grande ed
evidente, Si dispon di lasciar Macon da canto, E Cristo confessar vivo e
potente: E domanda, con cor di fede attrito, D'iniziarsi al nostro sacro rito.
194 Cosi l'uom giusto Io battezza, ed anco Gli rende, orando, ogni vigor
primiero. Orlando e gli altri cavalier non manco Di tal conversion letizia
fero. Che di veiler che liberato e franco Del periglioso mal fosse Oliviero.
3[aggior gaudio degli altri Kuggier ebbe; E molto in fede e in devozione
accrebbe. 195 Era Buggier dal dì che giunse a nuoto Su questo scoglio, poi
statovi ognora. Fra quei guerrieri il vecchierel devoto Sta dolcemente, e li
conforta ed óra A voler, schivi di pantano e loto. Mondi passar per questa
morta gora, C'ha nome vita, che si piace a' sciocchi; Ed alle vie del ciel
sempre aver gli occhi. [Stanza 193. 196 Orlando un suo mandò sul legno, e
trarne Fece pane e buon vin, cacio e presciutti; E all'uom di Dio, eh' ogni
sapor di starne Pose in obblio poi eh' avvezzossi a' frutti, Per carità mangiar
fecero carne, E ber del vino, e far quel che fèr tutti. Poi ch'alia mensa
consolati f5ro, Di molte cose ragionar tra loro. 1197 E come accade nel parlar
sovente, Ch' una cosa vien l'altra dimostrando, Buggier riconosciuto finalmente
Fu da Rinaldo, da Olivier, da Orlando, Per quel Kuggier in arme sì eccellente,
Il cui valor s' accorda ognun lodando:Né Binaldo l'avea niffigurato Per quel
che provò già nello steccato. 198 Ben V avea il re Sobrio riconosciuto, Tosto
che 1 vide col vecchio apparire; B[a volse innanzi star tacito e muto, Che
porsi in avventura di fallire. Poi eh' a notizia agli altri fu venuto Che
questo era Ruggier, di cui l'ardire, La cortesia, e'I valore alto e profondo Si
facea nominar per tntto il mondo; 199 E sapendosi gii eh' era crist'ano, Tutti
con lieta e con serena faccia Vengono a lai: chi gli tocca la mano, Chi lo
bacia, e chi lo stringe e abbraccia. Sopra gli altri il signor di Montalbano
D'accarezzarlo e fargli onor procaccia. Perch'esso più degli altri, io '1 serbo
a dire Nell'altro Canto, se'l vorrete udire. NOTE. St. 8. v.3. Tomo; caduta.
St. 10. V.5. Levarti dalla scena i panni: vale manifestarti il mio interno. St.
11. V 16. Una cittd vicina, ecc.: Mantova, circondata da un laf?o formato dal
Mincio, che deriva dal Benaco (lago di Gai'da) e si scarica in Po. Le mura....
de'l agenoreo draco: Tebe di Beozia, fabbri cata da Cadmo, figlio di Agenore,
re di Fenicia. Andava egli in traccia d'Kuropa, sua sorella, rapita da Giove; e
giunto con i suoi compagni in Beozia, trovò quella regione infestata da un
drago; Tnccise ed avendone seminati i denti, ne nacquero nomini armati, che lo
aiu tarono a fabbricar la città. St. 13. V.4. Pallade: figlia di Giove, dea
della sapienza, dell'arti e della guerra. St. 23. V.46. La giovane Ledea:
Elena, fleliadi Leda e di Tindaro, e moglie di Menelao, re di Sparta, famosa
per l'avvenenza. Al gran pastor deVa mon tagna Idea: Paride, figlio di Priamo,
re di Troia; fu allevato dai pastori reali sul monte Ida, e giudicò la contesa
sulla bellezza fra Venere, Pallade e Giunone, ognuni delle qui li, per averlo
propirio, gli offeriva i pregi di che poteva disporre. St. '28. V.34. Qual già,
per fare accorto, ecc. Leggesi nei romanzi della Tavola Rotonda, che Mor gana,
sorella di Marco, re di Gomovaglia, per mostrare al fratello che la consorte di
lui, Ginevra, gli avea man cato alla fede, fece per incanto un bicchiere . che
pro duceva l'effetto indicato nei quattro ultimi versi di questa Stanza. St.
32. V.18. Signor, qui presso una n'iti difende Il Po, ecc. Ferrara, che giace
dove il Po si divide ne' due rami di Volano e di Primaro. Fin dove il mir fugge
dal Ufo e toma: fino alla spiaggia dell'Adrìa lico. Le reliquie troiane la
fondaro, ere. Accenna l'opinione, allora coirente, che fondatoti di Fenura fos
se 0 i Padovani scampati dalP eccidio che fece Atala della loro città, che
credevasi fabbricata dal troiano Antenore. St. 33. V.5. Nel primo occorso: nel
primo incontro. St. W. V.5 8. Melara.... Sermide... Figarolo e Stellata,
castelli sul Po; r ultimo di questi sorge là dove quel fiume si divide in due
rami, il destro de' quali, detto Poatello, rade Ferrara, e l'altro sbocca
nell'Adrìatico col nome di Po di Goro. ST. 54. V.38, iZ Bondeno: altro castello
sulla confluenza del Pan!.ro nel Poatello. Di TecUdo Amh le rocche: qai
s'intenle un castello fabbricato, secondo il Pigna, da Te<laUo dEste sul
Poatello, nella estnmità occidentale di Ferrara, circa l'anno 970, epoca poste
riore ai tempi di Carlo Magno. St. 56. v.38. AlV isoletta, ecc.: Belvedere,
piccola isola formata dal Po, la quale ai tempi del Poeta era luogo di delizie
del duca Alfonso. St. 57. V.38. Che settecento volte che si sia Gi rata col M
nton la quarta sfera: locuzione che im porta scorsi che sieno 700 anni. La
quarta sfera, se condo il sistema di Tolomeo, è quella del Sole; e l'anno
astronomico comincia all'entrar di quell'astro nel segno d'Ariete. Alla patria
di Nausicaa: l'isola di Pea eia, ora Corfù, rinomata presso gli antichi per la
bel lezza dei giardini d'Alcinoo, pdre di Nausicaa, che n'era il sovrano. St.
58. v.26. Quella si a Tiberio cara: l'isola di Capri, ultimo ritiro dell'
imperator Tiberio Nerone. Né in mandra Circe ebbe né in hara: Circe, figlia del
Sole e maga famosa, convertiva in bestie, e per lo pia in porci, gli uomini che
approdavano nella sua isola Hara: porcile. St. 59. V.78. E che d'Ercol
figliuola ecc.: inten desi il duca Alfonso, figliuolo d'Ercole I, e padre d'Er
cole II. St. 63. V.88. Logoro: or .Ugno di penne e di cuoio . fatto a modo
d'ala, che serve agliuccellatori, per ri chiamare il falcone. Del destro corno
il destro ramo prende, ecc. Quel ramo cioè del Poatello, che piA avanti
chiamasi Po di Primaro, ed è il destro anche rispetto air altro ramo, detto Po
di Volano. San Giorgio:nome di un'isoletta sul Po. La torre e della Fossa e di
Galbana: due torri costruite sul Po di Primaro a sei miglia da Ferrara, la
prima a destra, l'altra (oni più non esistente) a sinistra di quel ramo di
fiume. St. 70. V.C8. Che fu in qttesta cittd di qui vi cina, ecc. Mantova,
circondata dal lago formato dal Mincio, come si è notato poc'anzi. St. 72. V.4.
Ciò ch'Vlpiano insegala. Fu Ulpiano un celebre giureconsulto, ai tempi
dell'imperatore Ales sandro Sevei'o. St. 74. V.34. 2>a quel Urnaggio altiero
CKusci da una mascella di serpente: dai compagni di Cadmo, nati, come s' è
veduto, dai denti del drago o serpeate ucciso da quello. St. 75. V.58. H tesar
di Tiberio imperatore: non Tiberio Nerone, ma nn altro Tiberio che saccedette a
Giustino Ian\ore, e che fa doviziosissimo per gli eredi tati tesori. ])er
quelli ammassati da Narsete spogliando ritalia, e per altri provenutigli dalle
vittorie che riportò sui Persiani. Usci fuor di tutti i ben paterni: gli
scialacquò tatti. St. 79. v. 8. Di' denti seminati di serpente. Finge il Poeta
che gli antenati di Antonio discendessero dai compagni di Cadmo. St. 87. V.5.
Tolle il punto: coglie il punto accon cio per le osservazioni astrologiche. St.
101. V.56. Io non andava aseiolta Ch'io non portassi rotto, ecc. Io non andava
esente dal portar rotto, ecc. St. 107. V.3. Certe sue canne: una zampogna
composta di canne. Il romeo: nome che davasi a chi andava in pellegrinaggio a
Roma, e che poi si estese anche agli altri pellegrini. Traea: per voleva. St.
133. v.1. Ratsi o Panni di tazza non sonò altro che gli arasti, cosi detti
dalla città di Arras in Fiandra, ove da principio si fabbricarono. St. 135.
V.5. Esopo: scrittore di favole e deforme. St. 145. V.8. Col lito ove Santerno
il capo pone: la riva del Po di Primaro, in cui, sotto Argenta, sbocca il
Santerno, ch'è il fiume dimoia. St MS. V.47. I RomagnuoH: vedi la Stanza 53 del
Canto Ili. E quindi a Filo: nome di una villa sulla sinistra del Po di Primaro,
sette miglia sotto Ar genta. Fossa morta: cosi chiamano un ramo subal terno del
Po di Primaro, che corre per dodici miglia fino a Ravenna. St. 148. V.13. Quivi
non era Federico al/ora, ecc.: Federico e Ouidubaldo da Montefeltro, Elisabetta
sua moglie, e Francesco Maria della Rovere, marito di Leo nora Gonzaga, duchi d
Urbino, e splendidamente ospi tali alle persone distinte. St. 149. V.28. Cagli:
piccola città vescovile nel l'Urbinate, alle fetide degli ApenninL Pel monte
che 7 Metawo o il Gauno fende: questo monte è il Furio, nel cui intemo, per
mezzo di un foro, passa un tratto della strada postale. Il Metauro ò fiume dell
Urbinate che si confonde col Gauno, fiumicello di cui forse ora si è perduto il
nome. Oli Ombri e gli Strusci: il paese abitato una volta dagli Umbri e dagli
Etruschi, che faceva parte degli Stati del papa nello Spoletino, nel Perugino,
e nel cosi detto Patrimonio di San Pietro. Ostia: alla foce del Tevere; già
florida città qaando era il porto di Roma, ora quasi totalmente distrutta e
abbandonata all'aria malsana. Alla cittade a cui commise ecc. Trapani in
Sicilia, ove Enea fece seppel lire Tossa di suo padre Anchise. St. 158. V.8.
-Menade: nome comune alle Baccanti 0 sacerdotesse di Bacco, che ne celebravano
i notturni misteri coiTendo furiose, e agitandosi a suon di comi e di altri
istromenti. St. 163. y. 3. Dammogire: città capitale del regno di Brandimarte.
St. 165. V.5. Verso il monte.... cìie fa col fuoco Chiara la notte, ecc.:
TEtna, o Mongibello, montagna vulcanica di Sicilia. St. 174. V.56. Quei DeeJ:
due Romani, padre e figlio, che votaronsi agli Dei per la salate del popolo,
esponendosi alla morte. Quel nel roman Foro ab sorto: Curzio, che per salvare
la patria si gettò in una voragine apertasi nel Foro di Roma. Quel sì lodato
Codro, ultimo r" di Atene, il quale per amore della li bertà della Grecia
sì fece volontariamente uccidere dai nemici. T. 176. V.4. Compassi altieri:
compartimenti, o lavori a disegno magnifico. St. 181. V.13. Di lacrime e di
].ianti. ecc.: allude al costume ani ico di prezzolar donne a piangere nei fa
nerali. Eleisonne: il salmo Miserere, che comincia in greco con la parola
eleisonme. S T, 182. V.4. Inarrar: impegnare. St. 184. V.46. Galerana: la
moglie di Carlo Ma gno. Lizza: anticamen'e detta Laodt'cea ad mare ora Latakia.
St. 190. V.6. Dai celesti eroi: dai Santi del cielo. Canto XLIV. .Hringonsì ì
cinque giiertieri in fraterna aniicizj"; e Einalila per ìa stima cho f dì
Rng|s:>ro,e pei confotti de! baon romito, gli firc tuetle BralnniaTite in
coasorie. Vanno <iuitidi et ìliraUim, dove con tempo l'alien in <ii te
ttrtivii Astolfo, che ìia Ikenitiati gik i Xtibj, e ren dilla In floita d primo
Etsre di foglie. I paUdiut e Sobrtiìfi sono accolti niEiRniflcanieiite da.
Carlo in Parigi; ma quel gaudio è turbato dal difsenso del duca Amono e di
BeaTricoairiinio"fi dj Kiiggiro con Biadamant, da loro fidaiiiata a Leone,
figlio àtl l'iinperator gì eco. Atniasi Rupgìtro; o pieno d'o<j io cqatTtt
LeotHf, bi loca al campo de' Bulfri, tbe li unno guerra co 'Greci, Bconfig
qtitstì ultimi, poi \a ad allogiarù in nna terra da lui non lobo acìuta per
soggetta al greco impeto; ed hi A denaniiato com autore del diaastro £ offerto
dai Greci. l SpDì?Po iu pùberi alberghi e in piceml tetli. Nelle calaTDitadl e
uei disagi " lleglio BVasTìiunjCoii tV amicìzia i petti, Che fra ricchezze
invì{liuHe tì agi Tel le piene tV insidie e ili aosipetti Curti regali e
splendidi palagi, Ove la cari t ade è in tutto estinta, Né si vede amici/ia se
non finta Quindi avvjen che tra Principi e Signori Patti e convennon sono sì
frali. Fan lega oggi Re" Papi e Imperatori; T'iniHii pLìran nimicì
CLpitali: Perchè, qual V apparenze esteriori, Non hanno i cor, non han gli
animi tali; Che, non mirando al torto più chal dritto, Attendon solamente al
lor profitto.3 Questi, quantunque d'amicizia poco Sieno capaci, perchè non sta
quella Ove per cose gravi, ove per giuoco Mai senza finzì'on non si favella;
Pur, se talor gli ha tratti in umil loco Insieme una fortuna acerba e fella, In
poco tempo vengono a notizia (Quel che in molto non fér) dell'amicizia. I
Profferte senza fine, onore e feata Fece a Ruggiero il Paladin cortese. Il
prudente Eremita, come questa Benivolenzia vide, adito prese. Entrò dicendo: A
fare altro non resta (E lo spero ottener senza contese), Che come V amicizia è
tra voi fatta, Tra voi sia ancora affinità contratta; 4 n santo vecchierel
nella sua stanza Giunger gli ospiti suoi con nodo forte Ad amor vero meglio
ebbe possanza, Ch'altri non avria fatto in real corte. Fu questo poi di tal
perseveranza, •Che non si sciolse mai fino alla morte. Il vecchio li trovò
tutti benigni, Candidi più nel cor, che di fuor cigni. 5 Trovolli tutti amabili
e cortesi, Non della iniquità ch'io v'ho dipinta Di quei che mai non escono
palesi, Ha sempre van con apparenza finta. Di quanto s'eran per addietro offesi
Ogni memoria fu tra loro estinta: E se d'un ventre fossero e d'un seme, Non si
potriano amar più tutti insieme. " Sopra gli altri il Signor di
Blontalbano Accarezzava e riveria Ruggiero; Si perchè già l'avea con Tarme in
mino Provato quanto era animoso e fiero; Si per trovarlo affabile ed umano Più
che mai fosse al mondo cavaliere:Ma molto più, che da diverse bande Si conoscea
d'avergli obbligo grande. 7 Sapea che di gravissimo periglio Egli avea liberato
Ricciardetto, Quando il Re ispano gli fé' dar di pìglio, E con la figlia
prendere nel letto:E eh' avea tratto l'uno e l'altro figlio Del duca Buovo,
com'io v'ho già detto, Di man dei Saracini e dei malvagi Ch'eran col maganzese
Bertolagi. Stanza 9. 10 Acciò che delle due progenie illustri, Che non han par
di nobiltade al mondo, Nasca un lignaggio che più chiaro lustri Che'l chiaro
Sol, per quanto gira a tondo; E come andran più innanzi ed anni elustrì. Sarà
più bello, e durerà (secondo Che Dio m'inspira, acciò eh' a voi noi celi)
Finché terran l'usato corso i cieli. 8 Questo debito a lui parca di sorte. Oh'
ad amar lo stringeano e ad onorarlo; E gli ne dolse e gli ne 'ncrebbe forte,
Che prima non avea potuto farlo, Quando era l'un nelP africana corte, E l'altro
ali! servigi era di Carlo. Or che fatto Cristian quivi lo trova, Quel che non
fece prima, or far gli giova. 11 E seguitando il suo parlar più innante. Fa il
santo vecchio si, che persuade Che Rinaldo a Rugier dia Bradamante; Benché
pregar né l'un né l'altro accade. Loda Olivier col Principe d'Anglante, Che far
si debba quest i affinitade:Il che speran che approvi Amone e Carlo, E debba
tutta Francia commendarlo. 12 Cosi cean; ma non sapean ch'Amone, Con Yolnntà
del figlio di Pipino, Navea dato in quei giorni intenzione Air imperator greco
Costantino, Che glie le domandava per Leone Suo figlio, e snccesBor nel gran
domino. Se nera, pel valor che n'avea inteso, Senza vederla, il giovinetto
acceso. 18 Risposto gli avea Amon, che da sé solo non era per concludere
altramente. Né pria che ne parlasse col figliuolo Rinaldo, dalla corte allora
assente; Il qual credea che vi verrebbe a volo, E che di grazia avria si gran
parente:Pur, per molto rispetto che gli avea, Risolver senza lui non si volea.
Svtó:''; stanza lo. 14 Or Rinaldo lontan dal padre, quella Pratica imperiai
tutta ignorando. Quivi a Ruggier promette la sorella, Di suo parere e di parer
d'Orlando, £ degli altri eh' avea seco alla cella, Ma sopra tutti V Eremita
instando:E crede veramente che piacere Debba ad Amon quel parentado avere. 16
Quel di e la notte, e del seguente giorno Steron grau parte col Monaco saggio.
Quasi obbliando al legno far ritorno. Benché il vento spirasse al lor viaggio.
Ma i lor nocchieri, a cui tanto soggiorno Increscea ornai, mandar più d'un
messaggio, Che sì li stimolar della partita, Ch' a forza li spiccar dall'
Eremita. 16 Ruggier che stato era in esilio tanto, Né dallo scoglio avea mai
mosso il piede, Tolse licenzia da quel mastro santo, Ch'insegnata gli avea la
vera Fede. La spada Orlando gli rimesse accanto, L'arme d'Ettorre, e il buon
Frontin gli diede; Si per mostrar del suo amor segno espresso, Si per saper che
dianzi erano d'esso. 17 E quantunque miglior nell'incantata Spada ragione
avesse il Paladino, Che con pena e travaglio già levata L'avea dal formidabile
giardino, Che non avea Ruggiero, a cui donata Dal ladro fu, che gli die ancor
Frontino;' Pur volentier gliele donò col resto Dell'armi, tosto che ne fu
richiesto. 18 Par benedetti dal vecchio devoto E sol navìlio alfin si
ritornaro, I remi air acqua, e diér le vele al Noto; E fa lor sì sereno il
tempo e chiaro. Che non vi bisognò priego né voto, Finché nel porto di
Marsiglia entraro. Ma quivi stiano tanto, eh' io conduca Insieme Astolfo, il
glorioso duca. 19 Poi che della vittoria Astolfo intese " Che sanguinosa e
poco lieta s'ebbe; Vedendo che sicura dall'offese D'Africa oggiinai Francia
esser potrebbe, Pensò che '1 Re de' Nubi in suo paese Con l'esercito suo
rimanderebbe, Per la strada medesima che tenne Quando centra Biserta se ne
venne. stanza 23. 20 L'armata che i Pagan roppe nell' onde, Già rimandata ave.i
il figliuol d' Uggiero; Di cui, nuovo miracolo, le sponde (Tosto che ne fu
uscito il popol nero) E le poppe e le prore mutò in fronde, E ritomolle al suo
stato primiero:Poi venne il vento, e come cosa lieve LeToUe in aria, e fé'
sparire in breve. 22 Negli utri, dico, il vento die lor chiuso, Ch'uscir di
mezzodì suol con tal rabbia, Che muove a guisa d'onde, e leva in suso, E rota
fin in ciel l'arida sabbia; Acciò se lo portassero a lor uso, Che per cammino a
far danno non abbia; E che poi, giunti nella lor regione, Avessero a lassar
fuor di prigione. 21 Chi a piedi e chi in arcion, tutte partita, D' Africa fèr
le Nubiane schiere. Ma prima Astolfo si chiamò infinita Grazia al Senape ed
immortale avere. Che gli venne in persona a dare aita Con ogni sforzo edogni
suo potere. Astolfo lor nell'uterino claustro A portar diede il fiero eturbido
Austro. 23 Scrive Tarpino, come furo ai passi Dell'alto Atlante, che i cavalli
loro Tutti in uu tempo diventaron sassi; Sì che, come venir, se ne tornerò. Ma
tempo é ornai ch'Astolfo in Fran'ia passi; E cosi, poi che del paese moro Ebbe
provvisto ai luoghi principali, AU'Ippogrifo suo fé' spiegar l'ali. 24 Volò in
Sardigna in nn batter di penne, E di Sardigna andò nel llto corso; E quindi
sopra il mar la strada tenne, Torcendo alquanto a man sinistra il morso. Nelle
maremme alP ultimo ritenne Della ricca Provenza il leggier corso, Dov'eseguì
dell'Ippogrifo quanto G.i disse già V Evangelista santo. 25 Hagli commesso il
santo Evangelista, Che più, giunto in Provenza, non lo sproni; E eh' all'impeto
fier più non resista Con sella e fren, ma libertà gli doni. Già avea il più
basso eie), che sempre acquista Del perder nostro, al corno tolti i suoni; Che
muto era restato, nonché roco, Tosto eh' entrò '1 guerrier nel divin loco.
stanza 29. 28 Per onorar costor, ch'eran sostegno Del santo Imperio e la
maggior colonna, Carlo mandò la nobiltà del regno Ad incontrarli fin sopra la
Sonna. Egli usci poi col suo drappel più degno Di Re e di Duci, e con la
propria donna, Fuor delle mura, in compagnia di belle E ben ornate e nobili
donzelle. 21 L'Imperator con chiara e lieta Aronte. I Paladini e gli amici e i
parenti. La nobiltà, la plebe fanno al Conte Ed agli altri d'amor segni
evidenti: Gridar s'ode Mongrana e Chiaramonte. Sì tosto non finir gli
abbracciamenti, Rinaldo e Orlando insieme ed Oliviero Al signor loro
appresent&r Ruggiero; 80 E gli narrar che di Ruggier di Risa Era figliuol,
di virtù uguale al padre. Se sia animoso e forte, ed a che guisa Sappia ferir,
san dir le nostre squadre. Con Bradamante in questo vien Marfi::.!, Le. due
compagne nobili e leggiadre. Ad abbracciar Ruggier vien la sorella: Con più
rispetto sta l'altra donzella. 31 L'imperator Ruggier fa risalire. Ch'era per
riverenzia sceso a piede, E Io fa a par a far seco venire; E di ciò eh' a
onorarlo si richiede, Un punto sol non lassa preterire. Ben sapea che tornato
era alla fede; Che tosto che i guerrier furo all' asciutto, Certificato avean
Carlo del tutto. 26 Venne Astolfo a Marsiglia, e venne appunto 11 dì che v'era
Orlando ed Oliviero, E quel da Montalbano insieme giunto Col buon Sobrino e col
meior Ruggiero. La memoria del sozio lor defunto Vietò che i Paladini non
poterò Insieme cosi a punto rallegrarsi, Come in tanta vittoria dovea farsi. 2
Con pompa trionfai, con festa grande Tomaro insieme dentro alla cittade, Che di
frondi verdeggia e di ghirlande: Coperte a panni son tutte le strade: Nembo
d'erbe e di fior d'alto si spande, E sopra e intomo ai vincitori cade, Che da
veroni e da finestre amene Donne e donzelle gittano a man piene. 27 Carlo avea
di Sicilia avuto avviso Dei doo Re morti, e di Sobrino preso, E ch'era stato
Brandimarte ucciso; Poi di Ruggiero avea non meno inteso: E ne stava col cor
lieto e col viso D'aver gittate intollerabil peso, Che gli fu sopra gli omeri
si greve, Che starà un pezzo pria che si rìleve. 33 Al volgersi dei canti in
vari lochi Trovano archi e trofei subito fatti che di Biserta le mine e i fochi
Mostran dipinti, ed altri degni fatti: Altrove palchi con diversi giuochi, E
spettacoli e mimi e scenici atti; Ed è per tutti i canti il titol vero Scritto:
Ai liberatori dell'Impero. 34 Fra il suon d'argute trombe, e di canore Piffxre,
e d'ogni musica armonia, Fra riso e plauso, iiubiio e favore Del popolo eh' a
pena vi capa, Smontò al palazzo il magno Imperatore, Ove più giorni quella
compagnia Con toruiamenti, personaggi e farse, Danze e conviti attese a
dilectarse. 85 Rinaldo un giorno al padre fé' sapere Che la sorella a Rusgier
dar volea; Ch'in presenzia d'Orlando per mogliere, E d' Olivier, promessa glie
l'avea; Li quali erano seco d'un parere, Che parentado far non si potea, Per
nobiltà di sangue e per valore, Che fosse a questo par, nonché migliore. stanza
32. 36 Ode Amone il figliuol con qualche sdegno, Che, senza conferirlo seco,
gli osa La figlia maritar, ch'esso ha disegno Che del figliuol di Costantin sia
sposa, Non di Ruggier, il qual non eh' abbi' regno 3ra non può al mondo dir:
Questa è mia cosa; Né sa che nobiltà poco si prezza, E men virtù, se non v'è
ancor ricchezza. 37 Bla più d'Araou la moglie Beatrice Biasma il figliuolo, e
chiamalo arrogante; E in segreto e in palese contraddiceChe di Ruggier sia
moglie Bradamante: A tutta sua possanza Imperatrice Ha disegnato farla di
Levante. Sta Rinaldo ostinato, che non vuole Che manchi ou iota delle sue parole.
38 La madre, eh' aver crede alle sue voglie La magnanima figlia, la conforta
Che dica, che piuttosto ch'esser moglie D'un pover cavalier, vuole esser morta;
Né mai più per figliuola la raccoglie, Se questa ingiuria dal fratel sopporta:
Nieghi pur con audacia, e tenga saldo; Che per sforzirla non sarà Rinallo. SO
Sta Bradamante tacita, né al detto Della madre s'arrisca a contraddire; Che r
ha iu tal riverenzia e in tal rispetto, Che non potria pensar non l'ubbidire.
Dall' altra parte terria gran difetto, Se quel che non vuol far volesse dire.
Non vuol, perchè non può; chè'l poco e'I molto Poter di se disporre Amor le ha
tolto. 40 Né negar, né mostrarsene contenta S'ardisce; e sol sospira, e non
risponde: Poi quando é in laogo ch'altri non la senta, Yersan lacrime gli occhi
a guisa d'onde; £ parte del dolor, che la tormenta, Sentir fa al petto ed alle
chiome bionde: Che l'un percuote, e l'altre straccia e frange; E cosi parla, e
cosi seco piange: Stanza 33. 41 Ahimè! vorrò quel che non vuol chi deve Poter del
voler mio più che poss'io? Il voler di mia madre avrò in si lieve Stima, ch'io
lo posponga al voler mio? Deh ! qual peccato puote esser si grieve A una
donzella, qual biasmo si rio, Come questo sarà, se, non volendo Chi sempre ho
da ubbidir, marito prendo? 42 Avrà, misera me! dunque possanza La materna
pietà, ch'io t'abbandoni, 0 mio Ruggiero? e eh' a nuova speranza, A desir
nuovo, a nuovo amor mi doni? Oppur la riverenzia e l'osservanza Ch'ai buoni
padri denno 1 figli buoni Porrò da parte, e solo avrò rispetto Al mio bene, al
mio gaudio, al mio diletto?43 So quanto, ahi lassa ! debbo tài: so quanto Di
buona figlia al debito conviensi: 10 '1 so; ma che mi vai, se non può tanto La
ragion, che non possine più i sensi? S'Amor la caccia e la fa star da canto, Né
lassa ch'io disponga, né ch'io pensi Di me dispor, se non quanto a lui piaccia,
E sol, quanto egli detti, io dica e faccia? 44 Figlia d'Amone e di Beatrice
sono, E son, misera me! serva d'Amore. Dai genitori miei trovar perdono Spero e
pietà, s'io cadere in errore: Ma s' io offenderò Amor, chi sarà buono A
schivarmi con prieghi il suo furore, Che sol voglia Una di mie scuse udire, E
non mi faccia subito morire? 45 Cime ! con lunga ed ostinata prova Ho cercato
Ruggier trarre alla Fede; Ed bollo tratto alfin: ma che mi giova, Se'l mio ben
fare in util d'altri cede? Così, ma non per sé, l'ape rinnova 11 mele ogni
anno, e mai non lo possiede. Ma vo' prima morir, che mai sia vero Ch' io pigli
altro marito, che Ruggiero. Stanza 95. 46 S io non sarò al mio padre ubbidiente,
Né alla mia madre, io sarò al mio fratello, Che molto e molto è più di lor
prudente, Né gli ha la troppa età tolto il cervello. E a questo che Rinaldo
vuol, consente Orlando ancora, e per me ho questo e quello; Li quali duo più
onora il mondo e teme, Che V altra nostra gente tutta insieme. 47 Se qnesti il
fior, se questi ognuno stima La gloria e Io splendor di Chiaramente; Se sopra
gli altri ognnn gli alza e sublima Più che non è del piede alta la fronte;
Perchè debbo voler che di me prima Amon disponga, che Rinaldo e '1 Conte?Voler
noi debbo; tanto meu, che messa In dubbio al Greco, e a Bnggier fui promessa.
48 Se la donna s'affligge e si tormenta, Né di Euggier la mente è più quieta;
Ch' ancorché di ciò nuova non si senta Per la città, pur non é a lui segreta.
Seco di sua fortuna si lamenta, La qual fruir tanto suo beu gli vieta. Poi che
ricchezze non gli ha date e regni, Di che è stata si larga a mille indegni. 50
Ma ilvolgo, nel cui arbitrio son gli onori, Che, come pare a lui, li leva e dona
(Né dal nome del volgo voglio fuori, Eccetto Tuom prudente, trar persona; Che
né Papi né Re né Imperatori Non ne trae scettro, mitra né corona; Ma la
prudenzia, ma il giudizio buono, Grazie che dal del date a pochi sono): Stanza
86. 51 Questo volgo (per dir quel ch'io vo'dire), Ch'altro non riverisce che
ricchezza, Né vede cosa al mondo che più ammire, E senza, nulla cura e nulla
apprezza . Sìa quanto voglia la beltà, l'ardire. La possanza del corpo, la
destrezza. La virtù, il senno, la bontà: e più in questo Di ch'ora vi ragiono,
che nel resto. 49 Di tutti gli altri beni, o che concede Natura al mondo, o
proprio studio acquista, Aver tanta e tal parte egli si vede, Qual e quanta
altri aver mai s'abbia vista; Ch'a sua bellezza ogni bellezza cede; Ch'a sua possanza
é raro chi resista: Di magnanimità, di splendor regio A nessun, più eh' a lui,
si debbe il pregio. 52 Dicea Ruggier: Se pur é Amon disposto Che la figliuola
Imperatrice sia, Con Leon non concluda cosi tosto:Almen termine un anno anco mi
dia; Ch'io spero intanto che da me deposto Leon col padre dell'imperio fia: E
poi che tolto avrò lor le corone, Genero indegno non sarò d'Amene. 53 Ma 86 fa
senza indugio, come hadetto, Suocero della figlia Costantino; S'alia promessa
non avrà rispetto Di Rinaldo e d Orlando suo cugino Fattami innanzi al Tecchio
benedetto, Al marchese Oliviero, al re Sobrìno; Che farò? vo' patir si grave
torto? 0, prima che patirlo, esser pur morto?54 Deh che farò? &rò dunque
vendetta Contra il padre di lei di quest'oltraggio? Non miro ch'io non son per
farlo in fretta, 0 s'in tentarlo io mi sia stolto o saggio: Ma voglio presuppor
eh' a morte io metta L'iniquo vecchio, e tutto il suo lignaggio: Questo non mi
tara, però contento; Anzi in tutto sarà contra al mio intento. 55 E fu sempre il
mio intento, ed è, che m'ami La bella donna, e non che mi sia odiosa:lfa,
quando Amon le uccida, o faccia o tramiCosa al fratello o agli altri suoi
dannosa, Non le do giusta causa che mi chiami Nimico, e più non voglia essermi
sposa? Che debbo dunque far? debbo l patire? Ah non, per Dio: piuttosto io vo'
morire. 56 Anzi non vo' morir; ma vo'che muoia Con più ragion questo Leone
Augusto, Venuto a disturbar tanta mia gioia; 10 vo' che muoia egli e '1 suo
padre ingiusto. Elena bella all' amator di Troia Non costò si, né a tempo più
vetusto Proserpina a Piritoo, come voglio Ch'ai padre e al figlio costi il mio
cordoglio, 57 Può esser, vita mia, che non ti doglia Lasciare il tuo Ruggier
per questo Greco? Potrà tuo padre far che tu lo toglia, Aucor ch'avesse i tuoi
fratelli seco? Ma sto iu timor, ch'abbi piuttosto voglia D'esser d'accordo con
Amon, che meco; E che ti paia assai miglior partito Cesare aver,. eh' un
privato uom, marito. 58 Sarà possibil mai che nome regio. Titolo imperiai,
grandezza e pompa, Di Bradamante mia l'auimo egregio, 11 gran valor, l'alta
virtù corrompa Si, eh' abbia da tenere in minor pregio La data fede, e le
promesse rompa? Né piuttosto d'Amon farsi nimica. Che quel che detto m'ha,
sempre non dica? 59 Diceva queste ed altre cose molte, Ragionando fra sé
Ruggiero; e spesso Le dicea iu gsa, ch'erano raccolte Da chi talor se gli
trovava appresso; Si che il tormento suo più di due volte Era a colei, per cui
pativa, espresso; A cui non doleJi meno il sentir lui Cosi doler, che i propri
affanni sai 60 Ma più d'ogni altro dnol che le sia detto Che tormenti Ruggier,
di questo ha dogUa, Ch'intende che s'affligge per sospetto Ch'ella lui lasci, e
che quel Greco voglia Onde, acciò si conforti, e che del petto Questa credenza
e questo error si toglia, Per una di sue fide cameriere Gli fé' queste parole
un di sapere:61 Ruggier, qual sempre fui, tal esser voglio Fin alla morte, e
più, se più si puote. 0 siami Amor benigno, o m' usi orgoglio, 0meFortuna in
alto o in basso mote, Immobil son di vera fede scoglio Che d'ogn' intorno il
vento e il mar percuote: Né giammai per bonaccia né per verno Luogo mutoi, né
muterò in eterno. 62 Scarpello si vedrà di piombo, o l!ma. Formare in varie
immagini diamante. Prima che colpo di Fortuna, o prima Ch'ira d'Amor rompa il
mio cor costante; E si vedrà tornar verso la cima Dell' alpe il fiume turbilo e
sonante, Che per novi accidenti, o buoni o rei, Faccino altro viaggio i pensier
miei. 63 A voi, Ruggier, tutto il dominio ho dato Di me, che forse é più
ch'altri non criede. So ben eh' a novo Prìncipe giurato Non fu di questa mai la
maggior fede; So che né al mondo il più sicuro stato Di questo, Re né Imperator
possiede: Non vi bisogna far fossa né torre, Per dubbio eh altri a voi lo venga
a torre; 64 Che, senza eh' assoldiate altra persona, Non verrà assalto a cui
non si resista: Non é ricchezza ad espugnanni buona, Né si vii prezzo un cor
gentile acquista; Né nobiltà, né altezza di corona, Ch'ai sciocco volgo
abbagliar suol la vista; Non beltà, eh' in lieve animo può assai, Vedrò, che
più di voi mi piaccia mai. 65 Non avete a temer chMn forma nuova Intagliare il
mio cor mai più sì possa: Sì l'immagine vostra si ritrova Scalpita in lui, cìi'
esser non può rimossa. Che'l cor non ho di cera, è fatto prova; Che gli die
cento, non eh' una percossa, Amor, prima che scaglia nelevasse, Quando
all'immagin vostra lo ritrasse. 66 Avorio e gemnui, ed ogni pietra dura Che
meglio dall' intaglio si difende, Romper sì può; ma non ch'altra figura Prenda,
che quella ch'una volta prende. Non è il mìo cor diverso alla natura Del marmo
o d'altro ch'ai ferro contende. Prima esser può che tutto Amor lo spezze, Che
lo possa sculpir d'altre hellezze. 67 Soggiunse a queste altre parole molte,
Piene d'amor, dì fede e di conforto. Da ritornarlo in vita mille volte, Se
stato mille volte fosse morto. Ma quando più della tempesta tolte Queste
speranze esser credeano in porto, Da un nuovo tnrho impetuoso e scuro Rispinte
in mar, lungi dal lito, furo: 68 Perocché Bradamante, ch'eseguire Vorria molto
più ancor che non ha dett • . Rivocando nel cor l'usato ardire, E lasciando ir
da parte ogni rispetto, S' appresenta un di a Carlo, e dice: Sire, S'a vostra
Maestade alcun effetto 10 feci mai, che le paresse huono, Contenta sia di non
negarmi un dono. 69 E prima che più espresso io le lo chieggia, ?u la real sua
fede mi prometta Farmene grazia; e vorrò poi che veggia Che sarà giusta la
domanda e retta. Merta la tua virtù che dar ti deggia Ciò che domandi, o
giovane diletta, Rispose Carlo; e giuro, sebhen parte Chiedi del regno mio, di
contentarte. 70 n don ch'io bramo dall'Altezza vostra, È che non lasci mai
marito darme. Disse la damigella, se non mostra Che più (li me sia valoroso in
arme. Con qualunque mi vuol, prima o con giostra O con la spada in mano ho da
provarme 11 primo che mi vinca, mi guadagni: Chi vinto sia, con altra
s'accompagni. 71 Disse r Imperator con viso lieto, Che la domanda era di lei
ben degna; E che stesse con l'animo quieto. Che farà a punto quanto ella
disegna. Non è questo parlar fatto in segreto Si, eh' a notizia altrui tosto
non vegna; E quel giorno medesimo alla vecchia Beatrice e al vecchio Amon corre
all'orecchia. Stanza C9. 72 Li quali parimente arser di grande Sdegno contra
alla figlia, e di grand'ira; Che vider ben con queste sue domande, Ch'ella a
Ruggier più eh' a Leone aspira: E presti, per vietar che non si mande Questo ad
effetto, a ch'ella intende e mira. La levaro con fraude della corte, E la
menaron seco a Rocca Forte. 73 Quest' era una fortezza eh' ad Amone Donato
Carlo avea pochi dì innante. Tra Perpignano assisa e Carcassone, In loco a ripa
il mar molto importante. Quivi la riteneau come in prigione, Con pensier di
mandarla un dì in Levante: Si eh' ogni modo, voglia ella o non voglia,Lasci
Ruggier da parte, e Leon toglia.74 La yalorosa donna, che non meno Er modesta,
cV animosa e forte; Ancorché posto gaardia non Tavieno, E potea entrare e uscir
fiior delle porte; Pur stava ubbidiente sotto ilfreno Del padre: ma patir
prigione e morte, Ogni martire e crudeltà, piuttosto Che mai lasciar Ruggier,
savea proposto. 77 L arme che fur già del troiano Ettorre, E poi di
Mandricardo, si riveste, E fa la sella al buon Frontino porre, E cimier muta,
scudo e sopravveste. A questa impresa non gli piacque tórre L aquila bianca nel
color celeste; Ma un candido liocorno, come giglio, Vuol nello scudo, eM campo
abbia vermiglio. stanza 86. 78 Sceglie de' suoi scudieri il più fedele, E quel
vuole, e non altri, In compagnia; E gli fa commission che non rivele In alcun
loco mai, che Ruggier sia. Passa la Mosa e '1 Reno, e passa de le Contrade
d'Ostericche in Ungheria; E lungo ristro per la destra riva Tanto cavalca, eh'
a Belgrado arriva. 79 Ove la Sava del Danubio scende, E verso il mar maggior
con lui dà volta, Vede gran gente in padiglioni e lentie Sotto r insegne
imperiai raccolta; Che Costantino ricovrare intende Quella città che i Bulgari
gli bau tolta. Costantin v'è in persona, e'I figliuol seco Con quanto può tutt)
l'Imperio greco. 80 Dentro a Belgrado, e fuor per tutto il monte, E giù fin
dove il fiume il pie gli lava, L'esercito dei Bulgari gli è a fronte; E l'uno e
l'altro a ber viene alla Sava, Sul fiume il Greco per gittare il ponte, Il
Bulgar per vietarlo armato stava. Quando Ruggier vi giunse; e zuffa grande
Attaccata trovò fra le due bande. 75 Rinaldo, che si vide la sorella Per
astuzia d'Amon tolta di mano, E che dispor non potrà più di quella, E ch'a
Ruggier l'avrà promessa invano; Si duol del padre, e centra a luì favella.
Posto il rispetto fili'al lontano. Ma poco cura Amon di tai parole, E di sua
figlia a modo suo far vuole. 76 Ruggier, che questo sente, ed ha timore Di
rimaner della sua donna privo, E che l'abbia o per forza o per amore Leon, se
resta lungamente vivo; Senza parlarne altrui si mette in core Di far che muoia,
e sia, d'Augusto, Divo; E tdr, se non l'inganna la sua speme, Al padre e a lui
la vita e'I regno insieme. 81 I Greci son quattro contr'uno, ed hanno Navi coi
ponti da glttar nell'onda; E di voler fiero sembiante fanno Passar per forza
alla sinistra sponda. Leone intanto, con occulto inganno Dal fiume
discostandosi, circonda Molto paese, e poi vi torna, e getta Nell'altra ripa i
ponti, e passa in fretta. 82 E con gran gente, chi in arcion, chi a piede (Che
non n' avea di venti mila un manco), Cavalcò lungo la riviera, e diede Con
fiero assalto agl'inimici al fianco. L'Imperator, tosto che '1 figlio vede Sul
fiume comparirsi al lato manco, Ponte aggiungendo a ponte, e nave a nave, Passa
di là con quanto esercito ave. 83 II capo, il re de' Salgari Vatrano, Animoso e
prudenteeprò gaeniero, Di qua e di là s affaticava invano Per riparare a un
impeto si fiero; Quando, cingendol con robusta mano Leon, gli fé' cader sotto
il destriero; £ poiché dar prigion mai non si volse, Con mille spade la vita
gli tolse. 84 I Bulgari sin qui fatto avean testa; Ma quando il lor Signor si
vider tolto, E crescer d'ogn' intorno la tempesta, Volt&r le spalle ove
avean prima il volto. Rnggier, che misto vien fra i Greci, e questa Sconfitta
vede, senza pensar molto, I Bulgari soccorrer si dispone, Perch' odia
Costantino, e più Leone. Stanza 95. 85 Sprona Frontin, che sembra al corso un
vento, E innanzi a tutti i corridori passa; E tra la gente vien, che per
spavento Al monte fugge, " la pianura lassa. Molti ne ferma, e fa voltare
il mento Centra i nemici, e poi la lancia abbassa; E con si fier sembiante il
destrier muove, Che fin nel eiel Marte ne teme e Giove.86 Dinanzi agli altri un
cavaliere adocchia, Che ricamato nel vestir vermiglio Avea d'oro e di seta una
pannocchia Con tutto il gambo, che parca di miglio; Nipote a Costantin per la
sirocchia, Ma che non gli era men caro che figlio:Gli spezza scudo e osbergo
come vetro, E fa la lancia un palmo apparir dietro. 87 Lascia quel morto, e
Balisarda strìnge Verso uno stuol che più si vede appresso; E contra a questo e
contra a quel si spinge, Ed a chi tronco ed a chi il capo ha fésso:A chi nel
petto, a chi nel fianco tinge Il brando, e a chi Tha nella góla messo: Taglia
busti, anche, braccia, mani e spalle; E il sangue, come un no,corre alla valle.
88 Non è, visti quei colpi, chi gli faccia Contrasto più; cosi n'è ognun
smarrito: Si che si cangia subito la faccia Della battaglia; che, tornando
ardito, Il petto volge e ai Greci dà la caccia Il Bulgaro che dianzi era
fuggito:In un momento ogni ordine disciolto Si vede, e ogni stendardo a fuggir
volto. 89 Leone Augusto s'un poggio eminente, Vedendo i suoi fuggir, s'era
ridutto; E sbigottito e mesto ponea mente (Perch'era in loco che scopriva il
tutto) Al cavalier ch'uccidea tanta gente, Che per lui sol quel campo era
distrutto; E, non può far, sebben n'è offeso tanto, Che non lo lodi e gli dia
in arme il vanto. 90 Ben comprende alP insegne' e sopravvesti, All'arme
luminose e ricche d'oro. Che, quantunque il guerrier dia aiuto a questi Nimici
suoi, non sia però di loro. Stupido mira i soprumani gesti, E talor pensa che
dal sommo coro Sia per punire i Greci un angel sceso, Che tante e tante volte
hanno Dio offeso. 91 E come uom d'alto e di sublime core, Ove l'avrian molt'
altri in odio avuto, Egli s' innamorò del suo valore, Né veder fargli oltraggio
avria voluto: Gli sarebbe per un de' suoi che muore, Vederne morir sei manco
spiaciuto, E perder anco parte del suo regno, Che veder morto un cavalier si
degno. 92 Come bambin, sebben la cara madre Iraconda Io batte e da sé caccia,
Non ha ricorso alla florella o al padre, Ma a lei ritorna, e con dolcezza
abbraccia; Cosi Leon, sebben le prime squadre Ruggier gli uccide, e l'altre gli
minaccia, Non lo può odiar, perch' all'amor più tira L'alto valor, che quella
ouesa all'ira. 93 Ma se Leon Ruggiero ammira ed ama Mi par che duro cambio ne.
riporte Che Ruggiero odia lui, né cosa brama Più, che di dargli di sua man la
morte. Molto con gli occhi il cerca, ed alcun chiama. Che glie lo mostri; ma la
buona sorte E la prudenza dell'esperto Greco Non lasciò mai che s'affrontasse
seco. 94 Leone, acciò che la sua gente affatto Non fosse uccisa, fé' sonar
raccolta Ed all'Imperatore un messo ratto A pregarlo mandò, che desse volta, E
ripassasse il fiume, e che buon patto N'avrebbe, se la via non gli era tolta:
Ed esso, con non molti che raccolse. Al ponte ond' era entrato i passi volse.
95 Molti in poter de' Bulgari restaro Per tutto il monte, e sin al fiume uccisi
E vi restavan tutti, se'l riparo Non gli avesse del rio tosto divisi. Molti
cadder dai ponti, e s' affogare; E molti, senza mai volgere i visi, Quindi
lontano irò a trovar il guado E molti fur prigion tratti in Belgrado. 96 Finita
la battaglia di quel giorno, Nella qual, poiché il lor signor fu estinto, Danno
i Bulgari avriano avuto e scorno, Se per lor non avesse il guerrier vinto, Il
buon guerrier che '1 candido liocorno Nello scudo vermiglio avea dipinto; A lui
si trasson tutti, da cui questa Vittoria conoscean, con gioia e festa. 97 Uno
il saluta, un altro se gì' inchina, Altri la mano, altri gli bacia il
piede:Ognun, quanto più può, se gli avvicina, E beato si tien chi appresso il
vede, E più chi'l tocca; che toccar divina E soprannatural cosa si crede. Lo
pregan tutti, e vanno al del le grida, Che sia lor Re, lor capitan, lor guida.
98 Ruggier rispose lor, che capitano E re sarà, quel che fia lor più a grado;
Ma né a baston né a scettro ha da por mano, Né per quel giorno entrar vuole in
Belgrado: Che, prima che si faccia più lontano Leone Augusto, e che ripassi il
guado, Lo vuol seguir, né torsi dalla traccia, Finché noi giunga, e che morir
noi faccia: 99 Che mille miglia e più, per questo solo Era venuto, e non per
altro effetto. Cosi senza indugiar lascia lo stuolo, E si volge al cammin che
gli vien detto Che verso il ponte fa Leone a volo, Forse per dubbio che gli sia
intercetto. Gli va dietro per l'orma in tanta fretta, Che'l suo scudier non
chiama e non aspetta. 100 Leone ha nel fuggir tanto vantaggio (Fuggir si può
ben dir, più che ritrarse), Che trova aperto e libero il passaggio: Poi rompe
il ponte, e lascia le navi arse. Non v'arriva Ruggier, ch'ascoso il raggio Era
del sol, né sa dove alloggiarse. Cavalca innanzi, che lucea la luna, Né mai
trova Castel né villa alcuna. 101 Perché non sa dove si por, cammina Tutta la
notte, né d'arcion mai scende. Nello spuntar del nuovo sol vicina A man
sinistra una città comprende; Ove di star tutto quel dì destina. Acciò
l'ingiuria al suo Frontino emende, A cui, senza posarlo o trargli briglia, La
notte fatto avea far tante miglia. 102 Ungiardo era signor di quella terra,
Suddito e caro a Costantino molto. Ove avea, per cagion di quella guerra. Da
cavallo e da pie buon numer tolto. Quivi, ove altrui P entrata non si serra.
Entra Ruggiero; e v'é sì ben raccolto. Che non gli accade di passar più avante
Per aver miglior loco e più abbondante. 103 Nel medesimo albergo in su la sera
Un cavalier di Romania alloggiosse, Che si trovò nella battaglia fiera. Quando
Ruggier pei Bulgari si mosse, Ed a pena di man fuggito gli era, Ma spaventato più
ch'altri mai fosse; Sì eh' ancor triema, e pargli ancora intomo Avere il
cavalier dal liocorno. stanza 103. 104 Conosce, tosto che lo scudo vede, Che U
cavalier che quella insegna porta È quel che la sconfitta ai Greci diede, Per
le cui mani è tanta gente morta. Corre al palazzo, ed udienzia chiede, Per dire
a quel signor cosa ch'importa; E subito intromesso, dice quanto Io mi riserbo a
dir nell'altro Cauto. NOTE. St. 7. V.5a L'uno e Valtro figlio Del duca Buovo:
Malagigi e Viviano, figlinoli di Baovo d'Agrismonte, liberati da Ruggiero. St.
17. V.4. Dal formidabile giardino: dal giar dino di Fallerina. St. 18. V.3.
Noto: vento di mezzogiorno. St. 21. V.78. NélV uterino claustro: nel vano
dell'otre. Austro: vento meridionale, lo stesso che Noto. St. 25. V.56. Jl più
basso ciel, che sempre ac quista Del perder nostro: il cielo della luna, ove si
raduna ciò che si perde saUa terra. St. 29. V.5. Mongrana e Chiaramonte: nome
delle case a cui appartenevano Orlando e Rinaldo. St. 56. V.57. AlV amator di
Troia: a Paride. A Piritoo: figlio d'Issione; scese all'inferno insieme con
Teseo per rapire Proserpina, ed ivi fu divorato da Cerbero, cane di Pluto. St.
61. V.7. Verno: procella. St. 76. V.6. S sia d'Augusto, Divo: e da Augusto
ch'egli ò ora, divenga Divo. Ironica allusione ai co stumi ch'ebbero i Romani,
sotto gl'imperatori, di divi nizzarli dopo la morte. St. 77. v.78. Ma un
candido liocorno.." Vuol nello scudo, e 'l campo abbia vermiglio. Il
lioconio bianco (animale da un corno solo) in campo rosso, fu impresa anticamente
usata dagli Estensi; e se ne vedono tuttora le reliquie in qualche luogo di
Ferrara. St. 78. V.67. Ostericche: Austria. Istro: oggi Danubio. Ruggiero,
preao nel sonno da Uogiardo, resta prigioniero di Teodora, sorella
deirimperator Costantino. Cario intanto, a richiesta di Bradamante, ha fatto
bandire che chi la vuole in moglie deve battersi con lei, e via cere la pugna.
Leone, che ha concepito amore e stima per Ruggiero, benché noi conosca, lo trae
di prigione, e lo impegna ad assumersi quel duello. Ruggiero, portando le
insegne di Leone, combatte con la donzella. Sopraggiunta la notte, <3arlo fo
cessale la pugna, e destina Bradamante al creduto Leone. Ruggiero acco rato
vuole uccidersi; ma presentasi a Qrlo Marfisa, e impedisce quel maritaggio.
Quanto più sn l'iustabil mota vedi Di fortuna ire in alto il miser uomo; Tanto
più tosto hai da vedergli i piedi Ove ora ha il capo, e far cadendo il tomo. Di
questo esempio è Policrate, e il Re di Lidia, e Dionis;!, ed altri ch'io non
uomo, Che minati son dalla suprema Gloria in un dì nella miseria estrema. 3 n
re Luigi, suocero del figlio Del Duca mio; che rotto a Santo Albino, E) giunto
al suo nimico neir artìglio, A restar senza capo f\i vicino. Scorse di questo
anco maggior periglio, Non molto innanzi, il gran Mattia Corrino. Poi Tun de
Franchi, passato quel ponto. L'altro al regno degli Ungarì fu assunto. Cosi
all'incontro, quanto più depresso, Quanto è più Tuom di questa motA al fondo.
Tanto a quel punto più si trova appresso, C'ha da salir, se de' girarsi in
tondo. Alcun sul ceppo quasi il capo ha messo. Che l'altro giorno ha dato legge
al mondo. Servio e Mario e Ventidio l'hanno mostro Al tempo antico, e il re
Luigi al nostro: Si vede, per gli esempi di che piene Sono l'antiche e le
moderne istorie, Che '1 ben va dietro al male, e 1 male al bene, £ fin son l'un
dell'altro e biasmi è glorie; E che fidarsi all'nom non si conviene In suo
tesor, suo regno e sue vittorie; Kè disperarsi per Fortuna avversa, Che sempre
la sua mota in giro Tersa. Ruggier, per la vittoria ch'avea avuto Di Leone e
del padre Imperatore, In tanta confidenzia era venuto Di sua fortuna e di suo
gran valore, Che senza compagnia, senz' altro aiuto, Di poter egli sol gli dava
il core, Fra cento a pie e a cavallo armate squadre Uccider di sua mano il
figlio e il padre. stanza 4. 6 Ma quella che non vuol che si prometta Alcun di
lei, gli mostrò in pochi giorni Come tosto alzi, e tosto al basso metta, E
tosto avversa e tosto amica torni. Lo fé' conoscer quivi da chi in fretta A
procacciargli andò disagi e scorni, Dal cavalier che nella pugna fiera Di man
fuggito a gran fatica gli era. 7 Costui fece ad Ungiardo saper come Quivi il
goerrier ch'avea le trenti rotte Di Costantino, e per molt' anni dome, Stato
era il giorno e vi staria la notte; E che Fortuna presa per le chiome, Senza
che più travagli o che più lotte, Darà al suo Re, se fa costui prigione; Ch' a'
Bulgari, lui preso, il giogo pone. 8 Ungiardo dalla gente che, fuggita Della
battaglia, a lui s'era ridutta (Ch'a parte a parte v'arrivò infinita, Perch'ai
ponte passar non potea tutta), Sapea come la strage era seguita. Che la metà
de' Greci avea distrutta: E come un cavalier solo era stato, Ch' un campo
rotto, e l'altro avea salvato. 9 E che sia da sé stesso senza caccia Venuto a
dar del capo nella rete, Si maraviglia, e mostra che gli piaccia, Con viso e
gesti e con parole liete. Aspetta che Ruggier dormendo giaccia; Poi manda le
sue genti chete chete, E fa il buon cavalier, ch'alcun sospetto Di questo non
avea, prender nel letto. 10 Accusato Ruggier dal proprio scudo. Nella città di
Novengrado resta Prigion d'Ungiardo, il più d'ogni altro crudo, Che fa di ciò
maravigliosa festa. E che può far Ruggier, poi ch'egli è nudo Ed è legato già
quando si desta? Ungiardo un suo corrier spaccia a staffetta A dar la nuova a
Costantino in fretta. 11 Avea levato Costantin la notte Dalle ripe di Sa va
ogni sua schiera; E seco a Beleticche avea ridotte, Che città del cognato
Androfilo era. Padre di quello a cui forate e rotte (Come se state fossino di
cera) Al primo incontro l'arme avea il gagliardo Cavalier, or prigion del fiero
Ungiardo. 12 Quivi fortificar facea le mura L'Imperatore, e riparar le porte;
Che de'Bulgari ben non s'assicura. Che con la guida d'un guerrier sì forte Non
gli faccino peggio che paura, El resto ponghin di sua gente a morte Or che
l'ode prigion, né quelli teme, Né se con lor sia il mondo tutto insieme. 13
L'Impera tor nuota in un mar di latte, Né per letizia sa quel cVe si faccia.
Ben son le genti bulgare disfatte. Dice con lieta e con sicura faccia. Come
della vittoria, chi combatte. Se troncasse al nimico ambe le braccia, Certo
saria; così n'é certo e gode L'Imperator, poiché '1 guerrier preso ode. 14 Non
ha minor cagìon di rallegrarsi Del padre il figlio; eh' oltre che si spera Di
racquistar Belgrado, e soggiogarsi Ogni contrada che de' Bulgari era, Disegna
anco il guerriero amico farsi Con benefici, e seco averlo in schiera. Né
Rinaldo uè Orlando a Carlo Magno Ha da invidiar, se gli è costui compagno. 16
Da questa voglia è ben diversa quella Di Teodora, a chi '1 figliuolo uccise
Ruggier con Tasta che dalla mammea Passò alle spalle, e un palmo fuor si mise.
A Costantin, del quale era sorella, Costei si gettò a' piedi, e gli conquise E
iutenerìgli il cor d'alta pietade Con largo pianto, che nel sen le cade. 16 Io
non mi leverò da questi piedi, Diss'ella, Signor mio, se del fellone Ch'uccise
il mio figliuol non mi concedi Di vendicare, or che 1' abbiam prigione. Oltre
che stato t'è nipote, vedi Quanto t' amò, vedi quant' opre buone Ha per te
fatto, e vedi s'avrai torto Di non lo vendicar di chi l'ha morto. 17 Vedi che
per pietà del nostro duolo Ha Dio fatto levar dalla campagnaQuesto crudele, e,
come augello, a volo A dar ce l'ha condotto nella ragna, Acciò in ripa di Stige
il mio figliuolo Molto senza vendetta non rimagna. Dammi costui. Signore, e sii
contento Ch'io disacerbi il mio col suo tormento. 18 Cosi ben piange, e cosi
ben si duole, E cosi bene ed efficace parla; Né dai piedi levar mai se gli
vuole (Benché tre volte o quattro per levarla Usasse Costantino atti e parole),
Ch'egli é forzato alfin di contentarla: E cosi comandò che si facesse Colui
condurre, e in man di lei si desse. 19 E per non far in ciò lunga dimora,
Condotto hanno il guerrier dal liocorno, E dato in mano alla crudel Teodora,
Che non vi fu intervallo più d'un giorno. Il far che sia squartato vivo, e
muora Pubblicamente con obbrobrio e scorno. Poca pena le pare; e studia e pensa
Altra trovarne inusitata e immensa. ataD7A 18L 20 La femmina crudel lo fece porre.
Incatenato e mani e piedi e collo, Nel tenebroso fondo d'una torre, Ove mai non
entrò raggio d'Apollo. Fuor eh' un poco di pan muffato, tórreGli fé' ogni cibo,
e senza ancor lassollo Duo dì talora; e lo die in guardia a tale, Ch' era di
lei più pronto a fargli male. 29 E che fattabbia ancor qualche disegno, Per più
tosto levarsela dal core, D'andar cercando d'uno in altro regno Donna per cui
si scordi il primo amore, Come si dice che si suol d'un legno Talor chiodo con
chiodo cacciar fuore. Nuovo pensier eh' a questo poi succede, Le dipinge
Ruggier pieno di fede; 30 E lei, che dato orecchie abbia, riprende, A tanta
iniqua suspizione e stolta: E così r un pensier Ruggier difende, L altro
l'accusa; ed ella amenduo ascolta, E quando a questo e quando a quel
s'apprende, Né risoluta a questo o a quel si volta:Pur all'opinion piuttosto
corre Che più le giova, e la contraria abborre. 33 Deh avesse Amor cosi nei
pensier miei Il tuo pensier, come ci ha il viso, sculto! Io son ben certa che
lo troverei Palese tal, qual io lo stimo occulto; E che si fuor di gelosia
sarei, Ch'ad or ad or non mi farebbe insulto; E dove a pena or è da me
respinta, Rimarria morta, non che rotta e vinta. 31 E talor anco, che le toma a
mente Quel che più volte il suo Ruggier Ip ha detto, Come di grave error, si
duole e pente, Ch' avuto n' abbia gelosia e sospetto; E come fosse al suo
Ruggier presente, Chiamasi in colpa, e se ne batte il petto. Ho fatto error,
dice ella, e me n'avveggio; Ma chi n' è caua, è causa ancor di peggio. 32 Amor n'è
causa, che nel cor m'ha impresso La forma tua cosi legadra e bella; E posto ci
ha l'ardir, l'ingegno appresso, E la virtù di che ciascun favella; Ch'
impossibil mi par, eh' ove concesso Ne sia il veder, ch'ogni donna e donzella
Non ne sia accesa, e che non usi ogni arte Di sciorti dal mio amore, e al suo
legarte. St&uza 'ài. 34 Son simile all'avar, e' ha il cor sì intento Al suo
tesor, e sì ve l'ha sepolto, Che non ne può lontan viver contento. Né non
sempre temer che gli sia tolto. Ruggiero, or può, ch'io non ti veggo e sento In
me, più della speme, il timor molto; Il qual, benché bugiardo e vano io creda,
Non posso far di non mi dargli in preda. XLVI. 36 Ma non apparirà il lume sì
tosto Agli occhi miei del tuo tìso giocondo, Contro ogni mia credenza a me
nascosto, Non 80 in qual parte, o Ruggier mio, dei mondo, Come il falso timor
sarà deposto Dalla vera speranza, e messo al fondo. Deh toma a me, Ruggier,
toma e conforta La speme che '1 timor quasi m ha morta ! 36 Come al partir del
sol si fa maggiore y ombra, onde nasce poi vana paura; E come ali apparir del
suo splendore Vien meno l'ombra, e '1 timido assicura: Cosi senza Ruggier sento
timore; Se Ruggier veggo, in me timor non dura. Deh toma a me, Ruggier, deh
torna prima Che '1 timor la speranza in tutto opprima ! 37 Come la notte ogni
fiammella è viva, E rìman spenta sobito ch'aggiorna; Così, quando il mio Sol di
sé mi pi iva, Mi leva incontra il rio timor le corna. Ma non si tosto air
orizzonte arriva, CheU timor fugge, e la speranza torna. Deh torna a me, deh
toma, o caro lume, E scaccia il rio timor che mi consume ! 41 La Contj E ch<
Con I La su Del e E ch( E noi 42 II (Non Mosse E che Molto E di In gu 38 Se'l
sol si scosta, e lascia i giorni brevi. Quanto di bello avea la terra asconde;
Fremono i venti, e portan ghiacci e nevi:Non canta augel, uè fior si vede o
fronde: Cosi, qualora avvien che da me levi, 0 mio bel Sol, le tue luci
gioconde. Mille timori, e tutti iniqui, fanno Un aspro vemo in me più volte
Panno. 39 Deh toma a me, mio Sol, toma, e rimena 43 Par! La desiata dolce
primavera! Della Sgombra i ghiacci e le nevi, e rasserena Vederi La mente mia
si nubilosa e nera. Sentei Qual Progne si lamenta, o Filomena, Giunta Ch' a
cercar esca ai figliuolini ita era, Audaci E trova il nido vóto; o qual si
lagna E fa e Turture e' ha perduto la compagna: Ch' egl 40 Tal Bradamante si
dolca, che tolto 44 II e Le fosse stato il suo Ruggier teraea, Seco a Di
lagrime bagnando spesso il volto, Col co Ma più celatamente che potea. Che si
Oh quanto, quanto si dorria più molto, Giunti S'ella sapesse quel che non
sapea, Al cas Che con pena e con strazio il suo consorte Per ap Era in prigion,
dannato a cmdel morte ! E subi 45 Apron la cataratta, onde sospeso Al canape,
ivi a tal bisogno posto, Leon si cala, e in mano ha nn torchio acceso, Là dove
era Rnggier dal sol nascosto. Tutto legato, e s'una grata steso Lo trova, al
racqna un palmo e men discosto, li'avria in un mese, e in termine più corto,
Per sé, senz'altro aiuto, il luogo morto. 46 Leon Rnggier con gran pietade abbraccia,
E dice: Cavai ier, la tua virtute Indissolubilmente a te m'allaccia Di
voluntaria etema servitute, E vuol che più il tuo ben che '1 mio mi piaccia, Né
curi per la tua la mia salute, E che la tua amicizia al padre; e a quanti
Parénti io m'abbia al mondo, io metta innanti s' stanza < 47 Io son Leon,
acciò tu intenda, figlio Di Costantin, che vengo a darti aiuto. Come vedi, in
persona, con periglio (Se mai dal padre mio sarà saputo) D'esser cacciato, o
con turbato ciglio Perpetuamente esser da lui veduto; Che, per la gente la qual
rotta e morta Da te gli fu a Belgrado, odio ti porta. 48 E seguitò, più cose
altre dicendo Da farlo ritornar da morte a vita; E lo vien tuttavolta
disciogliendo. Rnggier gli dice: Io v'ho grazia infinita; E questa vita, ch'or
mi date, intendo Che sempre mai vi sia restituita, Che la vogliate riavere, ed
ogni Volta che per voi spenderla bisogni. ?0 loco oscaro, lian rimase; ri faro.
) case, ro persu'ise; er gagliardo se Ungiardo. 55 Ma due cose ha Il cavalier,
che qu L'altra, nel campo In modo che non " A se lo chiama, e E pregai poi
con ( Ch'egli sia quel ci Col nome alimi, s lardìan strozzato 56 L'eloquenza
del la prigion. he Bill niiKìì ¦un 9' appone, penstuo ¦une; ma.i aTulo ATVi ai
alo. Ma più delPeloque L'i>bbligM granile f Dft mai non ne ììù Si che
quaumnqtie E non TJos.H'bil qun Più che COTI cor gi Ch'era per far pel U'giero
ilia, iero e miglia, priniieru, a quel simiglia, e veneuo; amor pieno.
giorni" pensa, avefv immen"a. orteMa ispensa iA sia, ì certe, più nuu
mrte. la ymavii "lì (Il Francia, bbia a far prova e con huii'ia, i
guancia; e fiirae ha noie, ser non può te ì UiiicUè ila tier d Parala lia
detta, iJ Che giorno e notte Sempre V affligge e E veggii ì\ sim tin l'ur non è
mai pej Che prima eh' a L Mille Volte, non e m supplire jur sia manco, n pari
re sa il name aneo, ' Si ni ire glia Francj:V irajiresa, e presa. nS Bm\ certo
è di 1 La diiutia, ha da I 0 che l'accorerà i 0 se 'l duolo e la Con le irniu
propri Che eiiiga ralmi, Ch'ogni altra cosa Che poter lei vede 59 Gli è di
morir disposto; ma che sorte Di morte voglia far, non sa dir anco. Pensa talor
di fingersi men forte, E porger nudo alla donzella il fianco; Che non fa mai la
più beata morte, Che se per man di lei venisse manco. Poi vede, se per lui
resta che moglie Sia di Leon, che l'obbligo non scioglie; 60 Perchè ha promesso
centra Bradamante Entrare in campo a singoiar battaglia. Non simulare, e fame
sol sembiante, Sì che Leon di lui poco si vaglia. Dunque starà nel detto suo
costante:E benché or questo or quel pensier Tassaglia, Tutti li scaccia, e solo
a questo cede, Il qual r esorta a non mancar di fede. 61 Avea già fatto
apparecchiar Leone, Con licenzia del patre Costantino, Arme e cavalli, e un
numer di persone, Qual gli convenne, e entrato era in cammino; E seco avea
Ruggiero, a cui le buone Arme avea fatto rendere e Frontino:E tanto un giorno e
un altro e un altro andare, Ch'in Francia ed a Parigi si trovare. 62 Non volse
entrar Leon nella cittate, E i padiglioni alla campagna tese: E feMl medesmo di
per ambasciate, Che di sua giunta il Re di Francia intese. L'ebbe il Re caro; e
gli fu più fiate. Donando e visitandolo, cortese. Della venuta sua la cagion
disse Leone, e lo pregò che P espedisse; 63 Ch'entrar facesse in campo la
donzella Che marito non vuol di lei men forte; Quando venuto era per fere o eh'
ella Moglier gli fosse, o che gli desse morte.Carlo tolse l'assunto, e fece
quella Comparir l'altro dì fuor delle porte, Nello steccato che la notte sotto
All' alte mura fu fatto di botto. 65 Lancia non tolse; non perchè temesse Di
quella d'òr, che fu dell' Argalia E poi d'Astolfo a cui costei successe, Che
far gli arcion votar sempre solia; Perchè nessun, eh' ella tal forza avesse, 0
fosse fatta per negromanzia, Avea saputo, eccetto quel Re solo Che far la fece,
e la donò al figliuolo. 66 Anzi Astolfo e la donna, che portata L'aveano poi,
credean che non l'incanto, Jla la propria possanza fosse stata, Che dato loro
in giostra avesse il vanto; E che con ogni altr'asta ch'incontrata Fosse da
lor, farebbono altrettanto. La cagion sola, che Ruggier non giostra È per non
far del suo Frontino mostra: 67 Che Io potria la donna facilmente Conoscer, se
da lei fosse veduto; Perocché cavalcato, e lungamente In Montalban l'avea seco
tenuto. Ruggier, che solo studia e solo ha mente Come da lei non sia
riconosciuto, Né vuol Frontin, né vuol cos' altra avere. Che di far di sé
indizio abbia potere. 68 A questa impresa un'altra spada volle; Che ben sapea
che centra a Balisarda Saria ogn' osbergo, come pasta, molle; Ch'alcuna tempra
quel furor non tarda; E tutto '1 taglio anco a quest'altra tolle Con un
martello, e la fa men gagliarda. Ck)n quest'arme Ruggiero, al primo lampo
Ch'apparve all'orizzonte, entrò nel campo. 69 E per parer Leon, le sopravveste
Che dianzi ebbe Leon, s'ha messe indosso; E l'aquila deU' òr con le due teste
Porta dipinta nello scudo rosso. E facilmente si potean far queste Finzion,
ch'era ugualmente grande e grosso L'un come l'altro. Appresen tossi l'uno;
L'altro non si lasciò veder d'alcuno. 64 La notte ch'andò innanzi al terminato
Giorno della battaglia, Ruggiero ebbe Simile a quella che suole il dannato
Aver, che la mattina morir debbe. Eletto avea combatter tutto armato, Perch'
esser conosciuto non vorrebbe; Né lancia né destriero adoprar volse; Né, fuor
che '1 brando, arme d'offesa tolse. 70 Era la volontà della donzella Da
quest'altra diversa di gran lunga; Che se Ruggier sulla spada martella Per
rintuzzarla, che non tagli o punga, La sua la donna aguzza, e brama ch'ella
Entri nel ferro, e sempre al vivo giunga; Anzi ogni colpo si ben tagli e fere
Che vada sempre a ritrovargli il core. 7 1 Qnal su le mosse il barbaro si vede,
Che '1 cenno del partir focoso atteude, Né qua né là poter fermare il piede,
Gonfiar le nare, e che le orecchie tende: Tal V animosa donna, che non crede
Che questo sia Ruggier con chi contende, Aspettando la tromba, par che fuoco
Nelle vene abbia, e non ritrovi loco. 72 Qua] talor, dopo il tuono, orrido
vento Subito segue, che sozzopra volve L'ondoso mare, e leva in un momento Da
terra fin al ciel 1 oscura polve; Fuggon le fiere, e col pastor T armento,
L'aria in grandine e in pioggia si risolve: Udito il segno la donzella, tale
Stringe la spada, e '1 suo Ruggiero assale. 73 Ma non più quercia antica, o
grosso muro Di ben fondata torre a Borea cede, Né più all'irato mar lo scoglio
duro. Che d'ogni intomo il di e la notte il fiede; Che sotto l'arme il buon
Ruggier sicuro. Che già al troiano Ettór Vulcano diede. Ceda all'odio e al
furor che lo tempesta Or ne' fianchi, or nel petto, or nella testa. 74 Quando
di taglio la donzella, quando Mena di punta; e tutta intenta mira Ove cacciar
tra ferro e ferro il brando, Sì che si sfoghi e disacerbi l'ira. Or da un lato,
or da un altro il va tentando; Quando di qua, quando di là s'aggira; E si rode
e si duol che non le avvegna Mai fatta alcuna cosa che disegna. 75 Come chi
assedia una città che forte Sia di buon fianchi e di muraglia grossa, Spesso
l'assalta, or vuol batter le porte, Or l'alte torri, or atturar la fossa; E
pone indarno le sue genti a mort", Né via sa ritrovar, eh' entrar vi
possa:Così molto s' affanna e si travaglia, Né può la donna aprir piastra né
maglia. 76 Quando allo scudo e quando al buono elmetto, Quando all'osbergo fa
gittar scintille Con colpi eh' alle braccia, al capo, al petto Mena dritti e
riversi, e mille e mille, E spessi più che sul sonante tetto La grandine far
soglia delle ville. Ruggier sta su l'avviso, e si difende Con gran destrezza, e
lei mai non offende:77 Or si ferma, or volte già, or si ritira, E con la man
spesso accompagna il piede. Porge or lo scudo, ed or la spada gira Ove girar la
man nimica vede. 0 lei non fere, o, se la fere, mira Ferirla in parte ove mpn
nuocer crede. La donna, prima che quel di s' inchine, Brama di dare alla
battaglia fine. 78 Si ricordò del bando, e si ravvide Del suo periglio, se non
era presta; Che se in un dì non prende e non uccide Il suo domandator, presa
ella resta. Kra già presso ai termini d'Alcide Per attuifar nel mar Febo la
testa. Quand'olia cominciò di sua possanza A diffidarsi, e perder la speranza.
Stanza 74. 79 Quanto mancò più la speranza, crebbe Tanto più l'ira, e raddoppiò
le botte; Che pur quell'arme rompere vorrebbe, Ch' in tutto un dì non avea
ancora rotte Come colui ch'ai lavorio che debbe Sia stato lento, e già vegga
esser notte, S'affretta indamo, si travaglia e stanca. Finché la forza a un
tempo e il dì gli manca, 80 0 misera donzella, se costui Tu conoscessi, a cui
dar morte brami; Se lo sapessi esser Ruggier, da cui Della tua vita pendono gli
stami: So ben eh' uccider te, prima che lui, Vorresti; ebé di te so che più
l'ami: E quando lui Ruggiero esser saprai, Di questi colpi ancor, so, ti
dorrai. 81 Carlo e moli' altri seco, che Leone Esser costai credeansi, e non
Ragg;iero, Vedoto come in arme, al paragone Di Bradamante, forte era e
leggiero; E, senza offender lei, con che ragione Difender si sapea, mntan
pensiero, E dicon: Ben convengono amendni; Ch' egli è di lei ben degno, ella di
lai. 82 Poi che Febo nel mar tatt è nascoso, Carlo, fatta partir quella battaglia.
Giudica che la donna per suo sposo Prenda Leon, né ricusarlo vaglia. Ruggier,
senza pigliar quivi riposo. Senz'elmo trarsi, o alleggerirsi maglia, Sopra un
piccìol ronzin toma in gran fretta Ai padiglioni ove Leon P aspetta. 87 Di chi
mi debbo, oimè! dicea, dolere Che cosi m'abbia a un punto ogni ben tolto? Deh,
sMo non voM' ingiuria sostenere Tenza vendetta, incontro a cui mi volto?
Fuorché me stesso, altri non so vedere Che m'abbia offeso, ed in miseria vòlto.
Io mho dunque di me centra me stesso Da vendicar, e' ho tutto il mal commesso.
88 Pur quando io avessi fatto solamente A me r ingiuria, a me forse potrei
Donar perdon, sebben difficilmente; Anzi vo' dir che far non lo vorrei:Or
quanto, poi che Bradamante sente Meco r ingiuria uguil, men lo ferei?Quando
bene a me ancora io perdonassi, Lei non convien ch'invendicata lassi. 83 Gittò
Leone al cavalier le braccia Due volte e più fraternamente al collo; E poi,
trattogli Telmo dalla faccia. Di qua e di là con grande amor baciollo. Vo',
disse, che di me sempre tu faccia Come ti par; che mai trovar satollo Non mi
potrai, che me e lo stato mio Spender tu possa ad ogni tuo disio. 84 Né veggo
ricompensa che mai questa Obbligazion, ch'io t'ho, possi disdorre; E non, s
ancora io mi levi di testa La mia corona, e a te la venghi a porre. Rnggier, di
cui la mente auge e molesta Alto dolore, e che la vita abborre, Poco risponde;
e l'insegne gli rende. Che n'avea avute, el suo liocorno prende; 85 E stanco
dimostrandosi e svogliato, Più tosto che potè da lui levosse; Ed al suo
alloggiamento ritornato, Poi che fu mezzanotte, tutto armosse; E sellato il
destrìer, senza commiato, E senza che d'alcun sentito fosse, Sopra vi salse, e
si drizzò al cammino Che più piacer gli parve al suo Frontino. 89 Per vendicar
lei dunque debbo e voglio Ogni modo morir, né ciò mi pesa: Ch'altra cosa non so
ch'ai mio cordoglio, Fuorché la morte, far possa difesa. Ma sol, ch'allora io
non morii, mi doglio?Che fatto ancora io non le aveva offesa. Oh me felice, s'
io moriva allora Ch'era prigion della crudel Teodora! 90 Sebben m'avesse
ucciso, tormentato Prima ad arbitrio di sua crndeltade. Da Bradamante almeno
avrei sperato Di ritrovare al mio caso pietade. Ma quando ella saprà eh' avrò
più amato Leon di lei, e di mia volontade Io me ne sia, perch'egli l'abbia,
privo, Avrà ragion d'odiarmi e morto e vivo. 91 Questo dicendo, e molte altre
parole Che sospiri accompagnano e singulti, Si trova all'apparir del nuovo sole
Fra scuri boschi, in luoghi strani e inculti; E perchè è disperato e morir vuole,
E, più che può, che'l suo morir s'occulti, Questo luogo gli par molto nascosto.
Ed atto a far quant'ha di sé disposto. 86 Frontino or per via dritta or per via
torta. Quando per selve e quando per campagna II suo signor tutta la notte
porta. Che non cessa un momento che non piagna: Chiama la morte, e in quella si
conforta. Che l'ostinata doglia sola fregna; Né vede, altro che morte, chi
finire Possa V insopportabil suo martire. 92 Entra nel folto bosco, ove più
spesse L'ombrose frasche e più intricate vede; Ma Frontin prima al tutto
sciolto messe Da sé lontano, e libertà gli diede. 0 mio Frontin, gli disse, s'a
me stesse Di dare a'merti tuoi degna mercede Avresti a quel destrier da
invidiar poco Che volò al cielo, e fra le stelle ha loc. 93 Cillaro, so, non
fu, non fu Arìone Di te miglior, né meritò più lode; Né alena altro destrier di
cui menzione Fatta da' Greci o da' Latini a' ode. Se ti fiir par nell'altre
parti beone, Di questa so eh' alcun di lor non gode, Di potersi vantar ch'avuto
mai 94 Poich' alla più Donna gentile e Si caro stato sei £ di sua man ti Caro
eri alla mi La dirò più, se S'io l'ho donata Abbia il pregio e l'onor che tu
avuto hai; Di volger questa stanza 92. 95 Se Ruggier qui s'affligge e si
tormenta, E le fere e gii augelli a pietà muove (Ch' altri non è che questi
gridi senta, Né vegga il pianto che nel sen gli piove), Non dovete pensar che
più contenta Bradamante in Parigi si ritrove, Poiché scusa non ha che la
difenda, 0 più l'indugi, che Leon non prenda. 96 Ella, prima ci Che'l suo
Ruggii Mancar del dette I parenti e gli a E quando altro i 0 col veneno o ' Che
le par megl Che, vivendo, n 97 Deh, Ruggier mio, dìcea, dove Sci gito? Puote
esser che tn sia tanto discosto, Che tu non abbi questo bando udito, A nessun
altro, fuor che a te, nascosto?Se tu '1 sapessi, io so che comparito Nessun
altro saria di te più tosto. Misera me ! eh' altro pensar mi deggio, Se non
quel che pensar si possa peggio?stanza 94. 98 Come è, Ruggier, possìbil che tu
solo Non abbi quel che tutto il mondo ha inteso? Se inteso l'hai, né sei venuto
a volo. Come esser può che non sii morto o preso? Ma chi sapesse il ver, questo
figliuolo Di Costantin t' avrà alcun laccio teso; Il traditor t'avrà chiusa la
via, Acciò prima di lui tu qui non sia. 99 Da Carlo impetrai grazia, eh' a
nessuno Men di me forte avessi ad esser data, Con credenza che tu fossi
quell'uno A cui star contra io non potessi armata. Fuorché te solo, io non
stimava alcuno:Ma dell'audacia mia m'ha Dio pagata; Poiché costui, che mai più
non fé' impresa D'onore in vita sua, cosi m'ha presa: 100 Se però presa son,
per non avere Uccider lui né prenderlo potuto; Il che non mi par giusto; né al
parere Mai son per star, ch'in questo ha Carlo avuto. So ch'incostante io mi
farò tenere, Se da quel e' ho già detto ora mi muto; Ma nò la prima son né la
sezzaia, La qual parata sia incostante, e paia. 101 Basti che nel servar fede
al mio amante D'ogni scoglio più salda mi ritrovi, E passi in questo di gran
lunga quante Mai furo ai tempi antichi, o sieno ai nuovi. Che nel resto mi
dicano incostante, Non curo, purché l'incostanzia giovi: Purch'io non sia di
costui tórre astretta, Volubil più che foglia anco sia detta. 102 Queste parole
ed altre, ch'interrotte Da sospiri e da pianti erano spesso, Segui dicendo
tutta quella notte Ch' air infelice giorno venne appresso. Ma poi che dentro
alle cimmerie grotte Con l'ombre sue Notturno fu rimesso, Il Ciel,
ch'eternamente avea voluto Farla di Ruggier moglie, le die aiuto. 1 03 Fé' la
mattina la donzella altiera Marfisa innanzi a Carlo comparire, Dicendo ch'ai
fratel suo Ruggier era Fatto gran torto, e noi volea patire, Che gli fosse
levata la mogliera, Né pure una parola glie ne dire: E contra chi si vuol di
provar toglie. Che Bradamante di Ruggiero é moglie; 104 E innanzi agli altri, a
lei provar lo vuole, Quando pur di negarlo fòsse ardita: Ch'in sua presenzia
ella ha quelle parole Dette a Buggier, che fa chi si marita; E con la cerimonia
che si suole. Già si tra lor la cosa é stabilita, Che più di sé non possono
disporre, Nò r un r altro lasciar, per altri tórre. 105 .Marfisa, o'I vero o '1
falso che dicesse, Pur lo dicea, ben credo con pensiero. Perché Leon più tosto
interrompesse A dritto e a torto, che per dir il vero; E che di volontade lo
facesse Di Bradamante. eh' a riaver Ruggiero, Ed escluder Leon, né la più
onesta Né la più breve via vedea di questa. 106 Turbato il Re di questa cosa
molto, Bradamante chiamar fa immantinente; E quanto di provar Marfisa ha tolto
Le fa sapere, ed ecci Amon presente. Tien Bradamante chino a terra il volto, E
confusa non niega né consente, In gnisa che comprender di leggiero Si può che
Marfisa abbia detto il vero. 107 Piace a Rinal Tal cosa udir, e Che '1
parentado Che già conchius E pur Rnggìer 1 Malgrado avrà d E potran senza 1 Di
man per forz Stanza 95 108 Che se tra lor queste parole stanno. La cosa è
ferma, e non andrà per terra. Cosi atterràn quel che promesso gli hanno, Più
onestamente e senza nuova guerra. Questo è, diceva Amon, questo è un inganno
Centra me ordito: ma'l pensier vostro erra: Ch' ancorché fosse ver quanto voi
finto Tra voi v avete, io non son però vinto. 109 Che presuppos Né vo' credere
an Scioccamente a R Come voi dite, e Quando e dove fi Più chiaro e piar Stato
so che non Prima che Ruggì HO Ma s'egli è stato ìananzi che cristiano Fosse
Ruggier, non vo' che me ne caglia; Ch'essendo ella Fedele, egli Pagano, Non
crederò che'i matrimonio vaglia.' Non 3i debbe per questo essere invano Posto
al risco Leon della battaglia; Né il nostro Imperator credo vogli' anco Venir
del detto suo per questo manco. Stanza 103. Ili Quel ch'or mi dite, era da
dirmi quando Era intera la cosa, né ancor fatto A'prieghi di costei Carlo avea
il bando Che qui Leone alla battaglia ha tratto. Così contra Rinaldo e contra
Orlando Amon dicea, per rompere il contratto Fra quei duo amanti; e Carlo stava
a udire, Né per Fun né per l'altro volea dire.112 Come si senton, s' Austro o
Borea spira, Per l'alte selve murmurar le fronde; 0come soglion, s'Eolo s'adira
Contra Nettuno, al lito fremer l'onde: Cosi un rumor che corre e che s'airgirat
E che per tutta Francia si diffonde, Di questo dà da dire e da udir tanto,
Ch'ogni altra cosa é muta in ogni canto. 113 Chi parla per Ruggier, chi per
Leone; Ma la più parte è con Ruggiero in lega: Son dieci e più per un che
n'abbia Amone. L'Imperator né qua né là si piega; Ma la causa rimette alla
ragione, Ed al suo Parlamento la deléga. Or vien Marfisa, poich'é differito Lo
sponsalizio, e pon nuovo partito; Stanza 113. 114 E dice: Con ciò sia ch'esser
non possaD'altri costei, finché '1 fra tei mio vive; Se Leon la vuol pur, suo
ardire e possa Adopri sì, che lui di vita prive: E chi manda di lor 1' altro
alla fossa, Senza rivale al suo contento arrìve. Tosto Carlo a Leon fa intender
questo, Come anco intender gli avea fatto il resto. 115 Leon che, quando seco
il cavaliero Dal liocorno sia, si tien sicuro Di riportar vittoria di Ruggiero,
Né gli abbia alcun assunto a parer duro; Non sappiendo che l'abbia il dolor
fiero Tratto nel bosco solitario e oscuro, Ma che . per tornar tosto, uno o due
miglia Sia andato a spasso, il mal partito piglia. XLVII. 116 Ben se ne pente
in breve; che colui, 117 Pe Del qual più del dover si promettea, Dapp Non
comparve quel dì, né gli altri dui Né co Che lo seguir, né nuova se n'avea;
Egli i E tor questa battaglia senza lui Ma n< Contra Ruggier, sicur non gli
parea: Né V Mandò, per schivar dunque danno e scorno, Se no Per trovar il
guerrier del liocorno. Mi se N o T B. St. 1. V.46. Far.... il tomo: da tornare,
che vale cadere eoi capo aWingiù. Folicrate, e il re di Lidia, e Dionigi. Il
primo er tiranno di Samo, e celebre per la prosperità onde tutte le sue imprese
furono accom pagnate ; ma rimase sconfitto dair armata di Dario, e mori
appiccato. Re di Lidia fu Creso, l'uomo più liceo de' suoi tempi, felice ne'
suoi principj, ma vinto da Ciro. Dionigi, tiianno di Siracusa, vide mutarsi lo
splendore di sua fortuna nella oscurità di maestro di scuola, a cui fu
costretto ridursi in Corinto. St. 2 V.7. Servio, Mario, Ventidio. Da figlio
della schiava Tanaqnilla, Servio diventò re di Roma, succe dendo a Tarquinio
Prisco. Mario, nato in Arpino di basso lignaggio, ebbe sette volte il consolato
di Roma. Vèìitidio era schiavo di Strabone, e nondimeno riportò pel primo il
trionfo sui Parti, e fu pretore e con sole in Roma. St. 3. V.18. Il re Luigi,
ecc. Parla del re di Fran cia Luigi XII, padre di Renata che fu consorte del
duca Alfonso 1. Sconfitto e tenuto prigione da Carlo VITI, gli successespetto
di dislao, 1 poco dop St. 10. neirUngl St. 65. l'Argalia St. 92. Pegaso,
Chimera, ST. 93. di Castoi vallo di per rendi St. la Qui è la HllaPaln al lago
d gine: qui Canto XLVI. Mflissa va iii traccia di Ruggiero j e qU salva la Tìta
col!"iez?,o Ji Lpoiie, clie, fatto inteso del motivo onde Rtig Riero ó
flrtli'tto, gli ce (te Bmdamaiite. Tutti va" no a Fa riij dou!
lìiTBfjterOj gìh eletto re dei Bulgari, è macife Htstu pd ravaliete clic ha
combattuto con BTolamatite, Si fminD If iio;cz(4 ron regale eplendldczz e
prepiiraBt it talamo sotro J'isl oriate padiglione imperiale, cJie Meli"
con raagit:artc la fttt to ti"aportBie da Costantinopoli, XtirnUìinp
fioino ddle feste nuziali, 8opraY\ieDe Bodo TUùntct, che stidii tUigRicro a
battaglia, conibat te con e e maoiu: por di lui mano. Or, se mi mostra ta mia
carta il vero, Noti è lontAiìo a discoprirsi il porto; Sì clic nel lito Ì voti
scioglier spero A chi nel mar per tanta via m'hsi scorto | t)vc . 0 ili non
tornar col legno i a toro, 0 d'errar sempre, ebbi già il viso smorto Ma mi par
di veiler, ma veggo certo, Veggo la terra, e veggo il (ito aperto 2 Sento venir
per allegrezza un tnono Che fremer l'aria e rimbombar fa T onci e; Odo di
sqnille, odo dì trombe xm suono Che Talto popnlnr grido confonde. Or comincio a
d lacerne re cbi &ono PncHti eh' (in pioti del parto ambe le sponde. Par
che tutti s'allegrino ch'io sia Venuto a fin di cosi innga via. 3 Oh di che
belle e sagge donne veggio, 4 Oh di che cavalieri il lito adorno! Da Oh di che
amici, a chi in eterno deggio Ve Per la letizia e' han del mio ritorno ! Da
Mamma e Ginevra e l'altre da Correggio Ve Veggo del molo in su l'estremo corno;
Ch Veronica da Gamhara è con loro, Co grata a Febo e al santo aonio coro. Bi
Stanza 3. Ecco la bella, ma più saggia e onesta, 6 Barbara Turca, e la compagna
è Laura. Qu Non vede il Sol di più bontà di questa Ce: Coppia dair Indo all'
estrema onda maara. Do Ecco Ginevra che la Malatesta Cr< Casa col suo valor
si ingemma e inaura, E Che mai palagi imperiali o regi To Non ebbon più onorati
e degni fregi. Né 7 Del mio Signor di Bozolo la moglie, La madre, le sirocchie
e le cugine, E le Torelle con le Bentivoglie, E le Visconte e le Pallavicine;
Ecco chi a quante oggi ne sono, toglie, E a quante o Greche o Barbare o Latine
Ne Airon mai, di quai la fama s'oda. Di grazia e di beltà la prima loda. 8 Giulia
Gonzaga, che dovunque il piede Volge, e dovunque i sereni occhi gira. Non pur
ogn' altra di beltà le cede. Ma, come scesa dal ciel Dea, T ammira. La cognata
è con lei, che di sua fede Non mosse mai, perchè T avesse in ira Fortuna che le
fé' lungo contrasto:Ecco Anna d' Aragon, luce del Vasto; 9 Anna bella, gentil,
cortese e saggia, Di castità, di fede e d'amor tempio. La sorella è con lei,
eh' ove ne irraggia L'alta beltà, ne paté ogn' altra scempio. Ecco chi tolto ha
dalla scura spiaggia Di Stige, e fa con non più visto esempio, Malgrado delle
Parche e della Morte, Splender nel ciel l'invitto suo consorte. 18 Ecco
Alessandro, il mio signor. Farnese: Oh dotta compagnia che seco mena! Fedro,
Capella, Porzio, il bolognese Filippo, il Volterrano, il Madalena, Blosio,
Piero, il Vida cremonese, D'alta facondia inessiccabil vena, E Lascari e Musuro
e Navagero, E Andrea Marone, e '1 monaco Severo. 14 Ecco altri duo Alessandri
in quel drappello. Dagli Orologi l'un, l'altro il Guarino. Ecco Mario d'Olvito
" ecco il flagello De' Principi, il divin Pietro Aretino. Duo Jeronimi
veggo, l'uno è quello Di Verìtade, e l'altro il Cittadino. Veggo il Mainardo,
veggo il Leoniceno, Il Pannizzato, e Celio e il Teocreno. 15 Là Bernardo Capei,
là veggo Pietro Bembo, che '1 puro e dolce idioma nostro, Levato fuor del
volgare uso tetro, Qnal esser dee, ci ha col suo esempio mostro. Guasparro
Obizzi è quel che gli vien dietro. Ch'ammira e osserva il si ben speso
inchiostro. Io veggo il Fracastorio, il Bevazzano, Trifon Gabriele, e il Tasso
più lontano. 10 Le Ferraresi mie qui sono, e quelle Della corte d'Urbino e
riconosco Quelle di Mantua, e quante donne belle Ha Lombardia, quante il paese
tosco. n cavalier che tra lor viene, e ch'elle ' Onoran si, s'io non ho
l'occhio losco, Dalla luce ofiFuscato de' bei volti, É'I gran lume aretin,
l'Unico Accolti. 11 Benedetto, il nipote, ecco là veggio, C'ha purpureo il
cappel, purpureo il manto, Col Cardinal di Mantua, e col Campeggio, Gloria e
splendor del consistono santo. E ciascun d'essi noto (o ch'io vaneggio) Al viso
e ai gesti rallegrarsi tanto Del mio ritomo, che non facil parmi Ch'io possa
mai di tanto obbligo trarmi. 12 Con lor Lattanzio e Claudio Tolomei, E Paulo
Pausa, e'I Dresino, e Latino Giuvenal parmi, e i Capilupi miei, E '1 Sasso e 1
Molza e Florian Montino; E quel che per guidarci ai rivi ascrei Mostra piano e
più breve altro cammino, Giulio Camillo; e par eh' anco io ci scema Marco
Antonio Flaminio, il Sanga, il Berna. 16 Veggo Niccolò Tiepoli, e con esso
Niccolò Amanio in me affissar le ciglia; Anton Falgoso, eh' a vedermi appresso
Al lito mostra gaudio e maraviglia. n mio Valerio è quel che là s'è messo Fuor
delle donne; e forse si consiglia Col Barignan c'ha seco, come offeso Sempre da
lor, non ne sia sempre acceso. 17 Veggo sublimi e sopmmani inoegni, Di sangue e
d'amor giunti, il Pico e il Pio. Colui che con lor vien, e da' più degni Ha
tanto onor, mai più non conobbi io; Ma, se me ne fur dati veri segni, È l'uom
che di veder tanto desio, lacobo Sannazar, eh' alle Camene Lasciar fa 1 monti,
ed abitar l'arene. 18 Ecco il dotto, il fedele, il diligente Secretarlo
Pistofllo, ch'insieme Cogli Acciaiuoli e con l'Angiar mio sente Piacer, che più
del mar per me non teme. Annibal Malagnzzo, il mio parente, Veggo con
l'Adoardo, che gran speme Mi dà, eh' ancor del mio nativo nido Udir farà da
Calpe agi' Indi il grido. XLVIII. 19 Fa Vittor Fausto, fa il Tancredi festa 20
(, Di riyedermi e la fanno altri cento. V 1 Veggo le donne e gli nomini di
questa Che Mia ritornata ognun parer contento. Nod Dunque a finir la breve via
che resta E d Non sia più indugio, or cho propizio il vento; Che E torniamo a
Melissa, e con che aita Per Salvò, diciamo, al buon Buggier la vita. Che stanza
12. 21 In preda del dolor tenace e forte 23 S< Buggier tra le scure ombre
vide posto. Qua Il qual di non gustar d'alcuna sorte Se 1 Mai più vivanda fermo
era e disposto. Ben E col digiun si volea dar la morte: Qua Ma fu r aiuto di
Melissa tosto; Al i Che, del suo albergo uscita, la via tenne Che Ove in Leone
ad incontrar si venne: Non 22 II qual mandato, Puno alP altro appresso, 24 II
Sua gente avea per tutti i luoghi intorno; E s( E poscia era in persona andato
anch'esso II p Per trovar il guerrier dal liocorno. Mai La saggia incantatrice,
la qual messo Sol Freno e sella a uno spirto avea quel giorno, Sta E Pavea
sotto in forma di ronzino, Per Trovò questo figliuol di Costantino. S'al 25
Neir animo a Leon subito cade, Che'l cavalier di chi costei ragiona, Sia quel
che per trovar fa le contrade Cercare intomo, e cerca egli in persona; Sì eh' a
lei dietro, che gli persuade Si pietosa opra, in molta fretta sprona; La qual
lo trasse, e non fèr gran cammino, Ove alla morte era Ruggier vicino. 26 Lo
ritrovar che senza cibo stato Era tre giorni, e in modo lasso e vinto, ChMu pie
a fatica si saria levato, Per ricader, sebben non fosse spinto. Giacca disteso
in terra tutto armato, Con Telmo in testa, e della spada cinto; E guandal dello
scudo s'avea fatto, In che 1 bianco liocorno era ritratto. 27 Quivi pensando
quanta ingiuria egli abbia Fatto alla donna, e quanto ingrato e quanto
Isconoscente le sia stato, arrabbia, Non pur si duole; e se n'affligge tanto,
Che si morde le man, morde le labbia, Sparge le guancie di continuo pianto; E
per la fantasia che v' ha si fissa, Né Leon venir sente, né Melissa: 28 Né per
questo interrompe il suo lamento, Né cessano i sospir, né il pianto cessa. Leon
si ferma, e sta ad udire intento; Poi smonta del cavallo, e se gli appressa.
Amore esser cagion di quel tormento Conosce ben; ma la persona espressa Non gli
è, per cui sostien tanto martire; Ch'anco Ruggier non glie l'ha fatto udire. 29
Più innanzi, e poi più innanzi i passi muta, Tanto che se gli accosta a faccia
a faccia; E con fraterno affetto lo saluta, E se gli china a lato, e al collo abbraccia.
Io non so quanto ben questa venuta Di Leone improvvisa a Ruggier piaccia; Che
teme che lo turbi e gli dia noia, E se gli voglia oppor, perché non muoia. 30
Leon con le più dolci e più soavi Parole che sa dir, con quel più amore Che può
mostrar, gli dice: Non ti gravi D'aprirmi la cagion del tuo dolore; Che pochi
mali al mondo son si pravi, Che Tuomo trar non se ne possa fùore. Se la cagion
si sa; né debbe privo Di speranza esse/ mai, finché sia vivo. 31 Ben mi duol
che celar t'abbi voluto Da me, che sai s' io ti son vero amico, Non sol di poi
ch'io ti son si tenuto, Che mai dal nodo tuo non mi districo, Ma fin allora
ch'avrei causa avuto D'esserti sempre capital nemico; E dèi sperar ch'io sia
per darti aita Con l'aver, con gli amici e con la vita. 32 Di meco conferir non
ti rincresca Il tuo dolore; e lasciami far prova, Se forza, se lusinga, acciò
tu n'esca. Se gran tesor, s'arte, s' astuzia giova. Poi, quando l'opra mìa non
ti riesca, La morte sia ch'alfin te ne rimova: Ma non voler venir prima a quesi'
atto, Che ciò che si può far non abbi £atto. 33 E seguitò con si efficaci
prieghi, E con parlar si umano e si benigno, Che non può far Ruggier che non si
pieghi, Che né di ferro ha il cor né di macigno, E vede, quando la risposta
nieghi, Che farà discortese atto e maligno. Risponde; ma due volte o tre
s'incocca Prima il parlar, eh' uscir voglia di bocca. 34 Signor mio, disse
alfin, quando saprai Colui ch'io son, che son per dirtel ora, Mi rendo certo
che di me sarai Non men contento, e forse più, ch'io mora. Sappi ch'io son
colui che si in odio hai: Io son Ruggier, ch'ebbi te in odio ancora; E che con
intenzion di porti a morte, Già son più giorni, usci' di questa corte; 35 Acciò
per te non mi vedessi tolta Bradamante, sentendo esser d'Amone La voluntade a
tuo favor rivolta. Ma perchè ordina l'uomo, e Dio dispone. Venne il bisogno ove
mi fé' la molta Tua cortesia mutar d'opinione; E non pur l'odio ch'io t'avea
deposi, Ma fé' eh' esser tuo sempre io mi disposi. 86 Tu mi pregasti non
sapendo ch'io Fossi Ruggier, ch'io ti facessi avere Ia donna; ch'altrettanto
sana il mio Cor fuor del corpo, o l'anima volere. Se soddisfar piuttosto al tuo
desio. Ch'ai mio, ho voluto, t'ho fatto vedere. Tua fatta é Bra"lamante;
abbila in pace; Molto più che '1 mio bene, il tuo mi piace. 41 Che prima il
nome di Rnggiero odiassi, ChMo sapessi che tu fossi Ruggiero, Non negherò; ma
chor più innanzi passi L'odio ch'io t'ebhi, t'esca del pensiero. £ se, quando
di carcere io ti trassi, N'avessi, come or n'ho, saputo il yero; n medesimo
avrei fatto anco allora, Oh' a benefizio tuo son per far ora. 42 E s'allor
volentier fatto l'avrei, Ch'io non t'era, come or sono, obbligato; Qnant'or più
farlo debbo, che sarei. Non lo facendo, il più d'ogn' altro ingrato? Poiché,
negando il tuo voler, ti sei Privo d'ogni tuo bene, e a me l'hai dato. Ma te lo
rendo; e più contento sono Renderlo a te, ch'aver io avuto il dono. 43 Molto
più a te, eh' a me, costei conviensi, La qual, bench'io per li suoi merit'ami.
Non è però, s'altri l'avrà, eh io pensi, Come tu, al viver mìo romper li stami.
Non vo'che la tua morte mi dispensi, Che possa, sciolto ch'ella avrà i legami
Che son del matrimonio ora fra voi, Per legittima moglie averla io poi. 44 Non
che di lei, ma restar privo voglio Di ciò e' ho al mondo, e della vita
appresso. Prima che s'oda mai ch'abbia cordoglio Per mìa cagion tal cavaliero
oppresso. Della tua diiìidenzia ben mi doglio; Che tu che puoi, non men che di
te stesso, Di me dispor, piuttosto abbi voluto Morir di duol, che da me avere
aiuto. 45 Queste parole ed altre soggiungendo. Che tutte saria lungo riferire,
£ sempre le ragion redarguendo, Ch'in contrario Ruggier li potea dire, Fé'
tanto, ch'alfin disse: Io mi ti rendo, E contento sarò di non morire. Ma quando
ti sciorrò l'obbligo mai, Che due volte la vita dato m'hai? 47 II qual con gran
fatica, ancor ch'aiutx) Avesse da Leon, sopra vi salse:Cosi quel vigor manco
era venuto, Che pochi giorni innanzi in modo valse, Che vincer tutto un campo
avea potuto, E far quel che fé' poi con Tarme false. Quindi partiti, giunser,
che più via Non fèr di mezza lega, a una badia: 48 Ove posaro il resto di quel
giorno, E l'altro appresso, e l'altro tutto intero, Tanto che'l cavalier dal
liocorno Tornato fu nel suo vigor primiero. Poi con Melissa e con Leon ritomo
Alla città real fece Ruggiero, E vi trovò che la passata sera
L'imbascieria" de' Bulgari giunt'era: 49 Che quella nazìon, la qual s'avea
Ruggiero eletto Re, quivi a chiamarlo Mandava questi suoi, che si credea
D'averlo in Francia appresso al Magno Carlo; Perchè giurargli fedeltà volea, E
dar di sé dominio, e coronario. Lo scudier di Ruggier, che si ritrova Con
questa gente, ha di lui dato nuova. 50 Della battaglia ha detto, ch'in favore
De' Bulgari a Belgrado egli avea fatta Ove Leon col padre Imperatore Vinto, e
sua gente avea morta e disfatta:E per questo V avean fatto Signore, Messo da
parte ogni uomo di sua schiatta: • E come a Novengrado era poi stato Preso da
IJngiardo, e a Teodora dato: 51 E che venuta era la nuova certa, Che '1 suo
guardian s' era trovato ucciso, E lui fuggito, e la prigione aperta: Che poi ne
fosse, non v' era altro avviso. Entrò Ruggier per via molto coperta Nella
città, né fu veduto in viso. La seguente mattina egli e '1 compagno Leone
appresentossi a Carlo Magno. 46 Cibo soave e prezioso vino Melissa ivi portar
fece in un tratto; E confortò Ruggier, ch'era vicino. Non s' aiutando, a
rimaner disfatto. Sentito in questo tempo avea Frontino Cavalli quivi, e v' era
accorso ratto. Leon pigliar dalli scudieri suoi Lo fé' e sellare, ed a Ruggier
dar poi; 52 S'appresentò Ruggier con l'augel d'oro, Che nel campo vermiglio
avea due teste; E, come disegnato era fra loro, Con le medesme insegne e
sopravveste Che, come dianzi nella pugna fòro, Eran tagliate ancor, forate e
peste; Si che tosto per quel fti conosciuto, Ch' avea con Bradamante
combattuto. XLVI. 53 Con ricche yesti e regalmente ornato, Leon senz' arme a
par con luì venia; £ dinanzi e di dietro e d'ogni lato Avea onorata e degna
compagnia. A Carlo s inchinò, che già levato Se gli era incontra; e avendo
tuttavia Roggier per man, nel qnal intente e fisse Ognun avea le luci, cosi
disse: 54 Qnesto ò il hnon cavaliere, il qnal difeso S è dal nascer del giorno
al giorno estinto; E poiché Biadamante o morto; o preso, O fuor non V ha dallo
steccato spinto, Magnanimo Signor, se hene inteso Ha il Yostro bando, è certo
d'aver vinto, E d' aver lei per moglie guadagnata; E cosi viene, acciò che gli
sia data. 55 Oltre che di ragion, per lo tenore Del bando, non vha altr'uom da
far disegno; Se s' ha da meritarla per valore, Qnal cavalier più di costui nè
degno? S' aver la dee chi più le porta amore, Non è chi '1 passi o ch'arrivi al
suo segno: Ed è qni presto contra a chi s oppone, Per difender con Parme sua
ragione. 56 Carlo, e tutta la corte stupefatta, Qnesto udendo, restò; ch'avea
creduto Che Leon la battaglia avesse fatta. Non qnesto cavalier non conosciuto.
Marfisa, che cogli altri quivi tratta S era ad udire, e eh' appena potuto Avea
tacer, finché Leon finisse n sno parlar, si fece innanzi e disse:57 Poiché non
c'è Ruggier, che la contesa Della moglier fra sé e costui disciogUa, Acciò per
mancamento di difesa Così senza rumor non se gli teglia, Io che gli son
sorella, questa impresa Piglio contra a ciascun, sia chi si voglia, Che dica
aver ragione in Bradamante, O di merto a Ruggiero andare innante. 58 E con
tant'ira e tanto sdegno espresse Questo parlar, che molti ebber sospetto, Che
senza attender Carlo che le desse Campo, ella avesse a far quivi l'effetto. Or
non parve a Leon che più dovesse Ruggier celarsi, e gli cavò l'elmetto; E
rivolto a Marfisa: Ecco lui pronto A rendervi di sé, disse, buon conto. 59
Quale il canuto Egèo rimase, quando Si fu alla mensa scellerata accorto Che
quello era il suo figlio, al quale, instando L'iniqua moglie, avea il veneno
pòrto; E poco più che fosse ito indugiando Di conoscer la spada, l'avria morto:
Tal fu Marfisa, quando il cavaliere Ch'odiato avea, conobbe esser Ruggiero. 60
E corse senza indugio ad abbracciarlo, Né dispiccar se gli sapea dal eolio.
Rinaldo, Orlando, e di lor prim% Carlo Di qua e di là con grand'amor baciollo.
Né Dudon né Olivier d'accarezzarlo. Né 'I re Sobrin si pnò veder satollo. Dei
Paladini e dei Baron nessuno Di far festa a Ruggier restò digiuno. 61 Leone, il
qual sapea molto ben dire. Finiti che si fur gli abbracciamenti, Conunciò
innanzi a Carlo a riferire, Udendo tutti quei ch'eran presenti, Come la
gagliardia, come l'ardire (Ancorché con gran danno di sue genti) Di Ruggier,
eh' a Belgrado avea veduto, Più d'ogni offesa avea di se potuto; 62 Si
ch'essendo di poi preso e condutto A colei ch'ogni strazio n'avria fatto. Di
prigion egli, malgrado di tutto D parentado suo, l'aveva tratto; E come il buon
Ruggier, per render frutto E mercede a Leon del suo riscatto, Fé' l'alta
cortesia, che sempre a quante Ne furo o saran mai, passerà innante. 63 E
seguendo, narrò di punto in punto Ciò che per lui fatto Ruggiero avea: E come
poi da gran dolor compunto, Che di lasciar la moglie gli premea. S'era disposto
di morire; e giunto V'era vicin se non si soccorrea; E con si dolci affetti il
tutto espresse. Che quivi occhio non fu ch'asciutto stesse. 64 Rivolse poi con
si efficaci prieghi Le sue parole all'ostinato Amone, Che non sol che lo muova,
che lo pieghi. Che lo faccia mutar d'opinione; Ma fa ch'egli in persona andar
non nieghi A supplicar Ruggier che gli perdone, E per padre e per suocero
l'accette: E cosi Bradamante gli promette;65 A coi là dove, della vita in
forPiangea i suoi casi in camera segreta, Con lieti gridi in molta fretta crse
Per più dnn nie."8o la novella lieta: Onde il sangue ch'ai cor, quando lo
morse Prima il dolor, fa tratto dalla pietà, A questo annunzio il lasciò solo
in guisa, Che quasi il gaudio ha la donzella uccisa. 66 Ella riman d ogni vigor
si Tòta, Che di tenersi in pie non ha balia; Benché di quella forza ch'esser
nota Vi debbe, e di quel grande animo sia. Non più di lei, chi a ceppo, a
laccio, a mota Sia condannato, o ad altra morte ria, E chi già agli occhi abbia
la benda negra, Gridar sentendo grazia, si rallegra. 67 Si rallegra Mongrana e
Chiaramonte, Di nuovo nodo i dui raggianti rami; Altrettanto si duol Cno col
conte Anselmo, e con Falcon Gini e Ginami: Ma pur coprendo sotto un'altra
fronte Van lor pensieri invidiosi e erami; E occasione attendon di vendetta,
Come la volpe al varco il lepre aspetta. 71 Ruggiero accettò il regno, e non
conteae Ai preghi loro, e in Bulgheria promesse Di ritrovarsi dopo il terzo
mese, Quando Fortuna altro di lui non fèsse. Leone Augusto, che la cosa intese.
Disse a Rnggier, ch'alia sua fede stesse. Che, poich' egli de' Bulgari ha il
domino, La pace è tra lor fatta e Costantino: 72 Né da partir di Francia s avrà
in fretta, Per esser capitan delle sue squadre; Che d'ogni terra ch'abbiano
suggetta, Far la rinunzia gli farà dal padre. Non é virtù che di Rnggier sia
detta, Ch'a muover sì l'ambiziosa madre Di Bradamante, e far che '1 genero ami,
Vaglia, come ora udir che Re si chiami. 73 Fansi le nozze splendide e reali.
Convenienti a chi cura ne piglia: Carlo ne piglia cura, e le et quali Farebbe
maritando una sua figlia: I merti della donna erano tali, Oltre a quelli di
tutta sua famiglia, Ch'a quel Signor non parria uscir del segno. Se spendesse
per lei mezzo il suo regno. 68 Oltre che già Rinaldo e Orlando ucciso Molti in
più volte avéan di quei malvagi; Benché l'ingiurie fur con saggio avviso Dal Re
acchetate, ed i comun disagi; Avea di nuovo lor levato il riso L'ucciso
Pinabello e Bertolagi: Ma pur la fellonia tenean coperta, Dissimulando aver la
cosa certa. 74 Libera corte fa bandire intomo, Ove sicuro ognun possa venire; E
campo franco sin al nono giorno Concede a chi contese ha da partire. Fé' alla
campagna l'apparato adomo Di rami intesti e di bei fiori ordire, D'oro e di
seta poi, tanto giocondo, Che'l più bel luogo mai non Ai nel mondo. 69 Gli
ambasciatori bulgari, che in corte Di Carlo eran venuti, cxyme ho detto. Con
speme di trovare il guerrier forte Del liocorno, al regno loro eletto;
Sentendol quivi, chiamar buona sorte La lor, che dato avea alla speme effetto;
E riverenti ai pie se gli gittaro, E che tornasse in Bulgheria il pregare; 70
Ove in Adrianopoli servato Gli era Io scettro e la real corona: Ma venga egli a
difendersi Io Srato; Cha danni lor di nuovo si ragiona Che più numer di gente
apparecchiato Ha Costantino, e toma anco in persona: Ed essi, se '1 suo Re
ponno aver seco, Speran di tórre a lui V Imperio greco. 75 Dentro a Parigi non
sariano state L'innumerabil genti peregrine, Povere e ricche e d'ogni quali
tate. Che v' eran, greche, barbare e latine. Tanti Signori, e ambasderie
mandate Di tutto '1 mondo, non aveano fine: Erano in padiglion, tende e
frascati Con gran comodità tutti alloggiati. 76 Con eccellente e singulare
ornato La notte innanzi avea Melissa maga Il maritale albergo apparecchiato, Di
ch'era stata già gran tempo vaga. Già molto tempo innanzi desiato Questa copula
avea quella presaga: Dell'avvenir presaga, sapea quanta Boutade uscir dovea
dalla lor pianta. 77 Posto avea il genì'al letto fecondo In mezzo un padiglione
ampio e capace, ]] più ricco, il più ornato, il più giocondo Che giammai fosse
o per guerra o per pace, 0 prima o dopo, teso in tutto U mondo; £ tolto ella
l'avea dal lito trace:L'ayea di sopra a Costantin levato, Ch'a diporto sul mar
s'era attendato. 83 Elena nominata era colei, Per cui lo padiglione a Proteo
diede; Che poi successe in man de'Tolomei. Tanto che Cleopatra ne fa erede.
Dalle genti d'Agrippa tolto a lei Nel mar Leucadio fa con altre prede: In man d
Augusto e di Tiberio venne, £ in Roma sin a Oostantiii si tenne; 78 Melissa di
consenso di Leone, 0 piuttosto per dargli maraviglia, E mostrargli dell'arie
paragone, Ch' al gran vermo infernal mette la briglia, E che di lui, come a lei
par, dispone, E della a Dio nimica empia famiglia; Fé' da Costantinopoli a
Parigi Portare il padiglion dai messi stigi. 79 Di sopra a Costantin, ch'avoi
l'Impero Di Grecia, lo levò da mezzo giorno, Con le corde e col fusto, e con
l'intero ' Guemimento eh' avea dentro e d'intorno: Lo fé' portar per l'aria, e
di Ruggiero Qaivi lo fece alloggiamento adorno: Poi, finite le nozze, anco
tornoUo Miracnlosamente onde levollo. 80 Eran degli anni appresso che duo
milia, Che fa quel ricco padiglion trapunto. Una donzella della terra d'Ilia,
Ch'avea il furor profetico congiunto, Con studio di gran tempo e con vigilia Lo
fece di sua man di tutto puto. Cassandra fu nomata, ed al fratello Inclito
Ettor fece un bel don di quello. 81 n più cortese cavalier che mai Dovea del
ceppo uscir del suo germano (Benché sapea, dalla radice assai Che quel per
molti rami era lontano) Ritratto avea nei bei ricami gai D'oro e di varia seta,
di sua mano. L'ebbe, mentre che visse, Ettorre in pregio, Per chi lo fece e pel
lavoro egregio. 82 Ma poi eh' a tradimento ebbe la morte, E fu '1 popol troian
da' Greci afflitto:Che Sinon falso aperse lor le porte, E peggio seguitò che
non è scritto; Menelao ebbe il padiglione in sorte, Col quale a capitar venne
in Egitto, Ove al re Proteo lo lasciò, se volse La moglie aver che quel tiran
gli tolse. Akiosto.Stanza 51. 84 Quel Costantin, di cui doler si debbo La bella
Italia finché giri il cielo. Costantin, poi che '1 Tevere gì' increbbe, Portò
in Bisanzio il prezioso velo. Da un altro Costantin Melissa l'ebbe. Oro le
corde, avorio era lo stelo; Tutto trapunto con figure belle, Più che mai con
pennel facesse Apelle. 85 Quivi le Grazie in abito giocondo Una Regina
aiutavano ai parto:Si bello iniante n'apparia, chel inondo Non ebbe un tal dal
secol primo al quarto. Vedeasi Giove, e Mercurio facondo, Venere e Marte, che
l'aveano sparto A man piene e spargean d'eterei fiori, Di dolce ambrosia e di
celesti odori. 86 Ippolito diceva una scrittura Sopra le fasce in lettere mi
onte. In età poi più ferma l'Avventura L'avea per mano, e innanzi era Virtute.
Mostrava nuove genti la pittura Con veste e chiome lunghe, che venute A
domandar da parte di Corvino Erano al padre il tenero bambino. Da Ercole partirsi riverente Si vede, e dalla
madre Leonora; E venir sul Danubio, ove la gente Corre a vederlo, e come un Dio
l'adora. Vedesi il Re degliUngari prudente. Che '1 maturo sapere ammira e onora
In non matura età tenera e molle, E sopra tutti i suoi Baron V estolle. V'è chi negl'infantili e teneri anni Lo
scettro di Strigonia in man gli pone: Tempre il fanciullo se gli vede a' panni,
Sia nel palagio, sia nel padiglione :0 centra Turchi o centra gli Alemanni Quel
Re possente faccia espedizione, Ippolito gli è appresso, e fiso attende A'
magnanimi gesti, e virtù apprende. S9 Quivi si vede come il fior dispensi De'
suoi primi anni in disciplina ed arte. Fusco gli è appresso, che gli occulti
sensi Chiari gli espone dell'antiche carte. Questo schivar, questo seguir
conviensi, Se immortai brami e glorioso farte, Par che gli dica: così avea ben
finti 1 gesti lor chi già gli avea dipinti. 90 Poi Cardinale appar, ma
giovinetto, Sedere in Vaticano a consisterò, E con facondia aprir l'alto
intelletto E far di sé stupir tutto quel coro. Qual fia dunque costui d'età
perfetto?Parean con meraviglia dir tra loro. Oh se di Pietro mai gli tocca il
manto, Che fortunata età ! che secol santo ! In altra parte i liberali spassi Erano e i
giuochi del giovene illustre. Or gli orsi affronta su gli alpini sassi, Ora i
cingiali in valle ima e palustre: Or s'un giannette par che 'l vento passi:
Seguendo o caprio, o cerva multilustre, Che giunta, par che bipartita cada In
parti uguali a un sol colpo di spada. 92 Di filosofi altrove e di poeti Si vede
in mezzo un'onorata squadro. Quel gli dipinge il ccrso de' pianeti, Questi la
terra, quello il ciel gli squadra: Questi meste elegie, quei versi lieti, Quel
canta eroici, o qualche oda leggiadra. Musici ascolta, e vari suoni altrove; Né
senza somma grazia un passo move. 93 In questa prima parte era dipinta Del
sublime garzon la puerizia. Cassandra l'altra avea tutta distinta Di gesti di
pru'lenzia, di giustizia, Di valor, di modestia, e della quinta Che tien con
lor strettissima amicizia; Dico della virtù che dona e spende; Delle quai tutto
illuminato splende 94 In questa parte il giovene si vede Col Duca sfortunato
degl' Insubri, Ch'ora in pace a consiglio con lui siede, Or armato con lui spia
i colubri; E sempre par d'una medesma fede, 0 ne' felici tempi o nei
lugubri:Nella fuga lo segue, lo conforta Neil' afdiziou, gli é nel periglio
scorta. Si vede altrove a gran pensieri
intento, Per salute d'Alfonso e di Ferrara; Che va cercando per strano
argumento, E tjova, e fa veder per cosa chiara Al giustissimo frate il
tradimento Che gli usa la famiglia sua più cara; E per questo si fa del nome
erede, Che Roma a Ciceron libera diede. 96 Vedesi altrove in arme relucente,
Ch'ad aiutar la Chiesa in fìretta corre; E con tumultuaria e poca gente A un
esercito instrutto si va opporre; E solo il ritrovarsi egli presente Tanto agli
Ecclesiastici soccorre, Che'l fuoco estingue pria ch'arder comince; bi che può
dir, che viene e vede e vince. XLVII. 97 Vedesi altrove della patria riva 103
Pugnar incoutra la più forte armata, E < Che contra Turchi o con tra gente
argiva Pei Da Veneziani mai fosse mandata: Chi La rompe e vince, ed al fratel
captiva Ma Con la gran preda V ha tatta donata; Ve Né per sé vedi altro
serbarsi lui, Coi Che Tonor sol, che non può dare altrui. AH 98 Le donne e i
cavalier mirano fisi, 104 Senza trarne construtto, le figure, E Perchè non hanno
appresso chi gli avvisi Me Che tutte quelle sien cose future. E Prendon piacere
a rigujrdare i visi Ma Belli e ben fatti, e legger le scritture: Ch Sol
Bradamante, da Melissa instrutta, La Gode tra sé; ohe sa V istoria tutta. Pe 99
Buggiero, ancor cha par di Bradamante 105 Non ne sia dotto, pur gli torna a
mente Co Che fra i nipoti suoi gli solea Atlante So Commendar questo Ippolito
sovente. Ch Chi potria in versi appieno dir le tante E Cortesie che fa Carlo ad
ogni gente? Pi Di vari giochi è sempre festa grande, E E la mensa ognor piena
di vivande. Fi 100 Vedesi quivi chi è buon cavaliero; 106 Che vi son mille
lance il giorno rotte: P( Fansi battaglie a piedi ed a destriero, Pi Altre
accoppiate, altre confuse in frotte. In Più degli altri valor mostra Ruggiero,
E Che vince sempre, e giostra il di e la notte,; Di E cosi in danza, in lotta
ed in ogni opra, Se Sempre con molto onor resta di sopra. E 101 L'ultimo di,
nell'ora chel solenne 107 Convito era a gran festa incominciato; E Che Carlo a
man sinistra Rnggier tenne, CI E Bradamante avea dal destro lato; CI Di verso
la campagna in fretta venne CI Contra le mense un cavaliero armato, CI Tutto
coperto egli e '1 destrier di nero, E Di gran persona e di sembiante altiero.
CI 102 Quest'era il Re d'Algier, che per lo scorno 108 Che gli fg' sopra il
ponte la donzella, S( Giurato avea di non porsi armi intorno, E Né stringer
spada, né montare in sella, CI Finché non fosse un anno, un mese e un giorno Q
Stato, come eremita, entro una cella. Q Cosi a quel tempo solean per sé stessi
D Punirsi i cavalier di tali eccessi. S 109 Mostrando ch'essendo eg nnovo
speso, Non doTea conturbar le proprie nozze; Raggkr rispose lor: State in
riposo; Che per me fdran queste scase sozze. Larme che tolse al Tartaro famoso
Vennero, e tur tutte le lunghe mozze. Gli sproni il conte Orlando a fiuggier
strinse £ Carlo al fianco la spada gli cinse. SUnza 115. HO Bradamante e
Marflsa la corazza Posta gli areano, e tutto V altro arceite. Tenne Astolfo il
destrier di buona razza, Tenne la staffa il figlio del Danese. Feron d'intorno
far sabito piazza Rinaldo, Namo ed Olivier marchese: Cacdaro in fretta ognun
dello steccato, A tai bisogni sempre apparecchiato. Cosi a tutta la pl, e
allapià parte Dei cara! ieri e dei Baron parca; Che di memoria ancor lor non si
parte Quel ch'in Parigi il Pagan &tto ayea; Che, solo, a ferro e a fuoco
una gnn parte N'avea distrutta, e ancor vi rimanea, E rimarrà per molti giorni
il segno:Né maggior danno altronde ebbe quel regno. 113 Tremava, più eh' a
tutti gli altri, il core, A Bradamante; non ch'ella credesse Che 1 Saracin di
forza, e del valore Che vien dal cor, pia di Ruggier potesse; Né che ragion,
che spesso dà l'onore A chi l'ha seco, Rodomonte avesse: Par stare ella non può
senza sospetto; Che di temere, amando, ha degno effetto. Oh quanto Tolentier
sopra sé tolta L'impresa avria di quella pugna incerta . Ancorché rimaner di
vita sciolta Per quella fosse stata più che certa ! Avria eletto a morir più
d'una volta, Se può più d'una morte esser sofferta, Piuttosto che patir che 1
suo consorte Si ponesse a pericol della morte: 115 Ma non sa ritrovar priego
che vaglia. Perché Ruggiero a lei l'impresa lassi. A riguardare adunque la
battaglia Con mesto viso e cor trepido stassi. Quinci Ruggier, quindi il Pagan
si scaglia, E vengonsi a trovar coi ferri bassi. Le lande all' incontrar parver
di gielo; I tronchi, augelli a salir verso il cielo. 116 La lancia del Pagan,
che venne a córre Lo scudo a mezzo, fé' debole effetto Tanto l'acciar che pel
famoso Ettorre Temprato avea Vulcano, era perfetto. Ruggier la lancia parimente
a porre Gli andò allo scudo, e glie lo passò netto, Tuttoché fosse appresso un
palmo grosso. Dentro e di fuor d'acciaro, e in mezzo d'osso. lU Donne e
donzelle con pallida faccia Timide a guisa di colombe stanno, Che da' granosi
paschi ai nidi caccia Rabbia de' venti che fremendo vanno Con tuoni e lampi, eU
nero ar minaccia Grandine e pioggia, e a' campi strage e danno: Timide stanno
per Ruggier; che male A quel fiero Pagan lor parea uguale. 117 E se non che la
lancia non sostenne Il grave scontro, e mancò al primo assalto, E rotta in
schegge e in tronchi aver le penne Parve per l'aria, tanto volò in alto, L'
osbergo apria (si furi'osa venne), Se fosse stato adamantino smalto, E finia la
battaglia; ma si roppe: Posero in terra ambi i destrier le groppe. Con briglia
e sproni i cavalieri instando, Bisalir fèron subito i destrieri; £ d' onde
gittar V aste, preso il brando, Si toraaro a ferir cmdeli e fieri. Di qua di là
con maestria girando Gli animosi cavalli atti e leggieri, Con le pungenti spade
incomlnciaro A tentar dove il ferro era più raro. 119 Non si trovò lo scoglio
del serpente, Che fu sì dnro, al petto Rodomonte, Né di Nembrotte la spada
tagliente; Ne 1 solito elmo ebbe qnel di alla fronte; Che r usate arme, quando
fu perdente Contra la donna di Dordona al ponte, Lasciato avea sospese ai sacri
marmi. Come di sopra avervi detto parmi. 124 Bodomonte per questo non
s'arresta. Ma s'avventa a Rnggier che nulla sente; In tal modo intronata avea
la testa. In tal modo offuscata avea la mente. Ma ben dal sonno il Saracin lo
desta: Gli cinge il collo col braccio possente; £ con tal nodo e tanta forza
afferra, Che dall arcion lo svelle, e caccia a terra. 125 Non fa in terra si
tosto, che risorse. Via più che d'ira, di vergogna pieno; Però che a Bradamante
gli occhi torse, E turbar vide il bel viso sereno. Ella al cader di lui rimase
in forse, E fu la vita sua per venir meno. Ruggiero, ad emendar presto queir
onta, Stringe la spada, e col Pagan s'affronta. 120 Egli avea un'altra assai
buona armatura, Non come era la prima già perfetta: Ma né questa né quella né
più dura A Balisarda si sarebbe retta; A cui non osta incanto né fattura. Nò
finezza d'acciar né tempra eletta. Ruìer di qua di là d ben lavora. Ch'ai Pagan
l'arme in più d'un loco fora. Quando si vide in tante parti rosse Il Pagan
l'arme, e non poter schivare Che la più parte di quelle percosse Non gli
andasse la carne a ritrovare: A maggior rabbia, a più furor si mosse, Ch' a
mezzo il verno il tempestoso mare Oetta la scudo, e a tutto suo potere Sa
l'elmo di Ruggiero a due man fere. Con quella estrema forza che percuote La
macchina eh' in Po sta su due navi, E levata con uomini e con mote Cader si
lascia sulle aguzze travi; Fere il Pagan Ruggier, quando più puote, Con ambe
man sopra ogni peso gravi: Giova l'elmo incantato; che senza esso, Lui col
cavallo avria in un colpo fesso. Ruggiero andò due volte a capo chino, E per
cadere e braccia e gambe aperse. Raddoppia il fiero colpo il Saracino, Che quel
non abbia tempo a ria verse; Poi vien col terzo ancor: ma il brando fino Si
lungo martellar più non sofferse; Che volò in pezzi, ed al crudel Pagano
Disarmata lasciò di sé la mano. stanza Quel gli urta il destrier contra, ma
Ruggiero Lo causa accortamente, e si ritira; E, nel passare, al fren piglia il
destriero Con la man manca, e intorno lo raggira; E con la destra intanto al
cavaliere Ferire il fianco o il ventre o il petto mhra; E di due punte fé'
sentirgli angoscia, L'una nel fianco, l'altra nella coscia. 127 Rodomonte,
ch'in mano ancor tenea Il pome e 1' elsa della spada rotta, Ruggier su l'elmo
in gnisa percotea. Che lo potea stordire alj' altra botta. Ma Ruggier, eh' a
ragion vincer dovea, Gli prese il braccio, e tirò tanto allotta. Aggiungendo
alla destra V altra mano, ' Che fuor di sella alfìn trasse il Pagano. Sua
foriea o sua destrezza vaol che oada Il Pagan sì, eh' a Rnggier resti al paro;
Vo' dir che cadde in pie; che per la spada Ruggiero averne il meglio giudicaro.
Ruggier cerca il Pagan tenere a hada Lungi da sé, né di accostarsi ha caro:Per
lui non fa lasciar venirsi addosso Un corpo così grande e così grosso. Stanza E
insanguinargli por tuttavia il fianco Vede e la coscia e 1 altre sue ferite.
Spera che venga a poco a poco manco, Si che alfin gli ahhia a dar vinta la
lite. L'elsa eU pome avea in mano il Pagan anco E con tutte le forze insieme
unite Da sé scaglioni, e si Ruggier percosse. Che stordito ne fu più che mai
fosse. 130 Nella guancia dell'elmo e nella spalla Fu Ruggier cólto; e si quel
colpo sente, Che tutto ne vacilla e ne traballa, E ritto si sostien
difficilmente. ]1 Pagan vuole entrar; ma il pie gli falla Che per la coscia
offesa era impotente: E '1 volersi affrettar più del potere, Con un ginocchio
in terra il fa cadere. 131 Ruggier non perde il tempo, e di grand'urto Lo
percuote nel petto e nella faccia; E sopra gli martella, e den si curto, Che
con la mano in terra anco lo caccia. Ma tanto fa il Pagan, ch'egli è risurto;
Si stringe con Ruggier sì, che l'abbraccia: L'uno e l'altro s'aggira e scuote e
preme. Arte aggiungendo alle sue forze estreme. Di forze a Rodomonte una gran
parte La coscia e 'l fianco aperto aveano tolto. Ruggiero avea destrezza, avea
grand' arte . Era alla lotta esercitato molto: Sente il vantaggio suo, né se ne
parte; E d'onde il sangue uscir vede più sciolto, E dove più ferito il Pagan
vede, Pon braccia e petto, e l'uno e l'altro piede. 133 Rodomonte, pien d'ira e
di dispetto, Ruggier nel collo e nelle spalle prende: Or lo tira, or lo spinge,
or sopra il petto Sollevato da terra lo sospende; Quinci e quindi lo ruota, e
lo tien stretto, E per farlo cader molto contende. Ruggier sta in sé raccolto,
e mette in opra Senno e valor, per rimaner di sopra. Tanto le prese andò
mutando il franco E baon Ruggier, che Rodomonte cinse; Calcògli il petto sul
sinistro fianco, E con tutta sua forza ivi lo strìnse. La gamba destra a un
tempo innanzi al manco Ginocchio e all'altro attraversdgli e spinse e dalla
terra in alto sollevollo, e con la testa in giù steso tomolio. Del capo e delle
schene Rodomonte La terra impresse, e tal fu la percossa, Che dalle piaghe sue,
come da fonte, Lungi andò il sangue a &r la terra rossa. Ruggier e' ha la
Fortuna per la fronte. Perché levarsi il Saracin non possa, L'una man col
pugnai gli ha sopra gli occhi, L'altra alla gola, al ventre gli ha i ginocchi.
136 Come l'i! volta, ore si cava Poro Là tra' Paunonì o nelle mine ibsre, Se
improvvisa mina su coloro Che vi condusse empia avarizia, fere, Ne restano si
oppressi, che può il loro Spirto appena, onde uscire, adito avere; Così fu il
Saracin non meno oppresso Dal vincitor, tosto ch'in terra messo. 188 Come
mastin sotto il feroce alano, Che fissi i denti nella gola gli abbia. Molto s
affanna e si dibatte invano Con occhi ardenti e con spumose labbia, £ non può
uscire al predator di mano. Che vince di vigor, non già di rabbia; Cosi falla
al Pagano ogni pensiero D'nacir di sotto al vincitor Ruggiero. Alla vista
dell'elmo gli appresenta La punta del pugnai ch'avea già tratto; E che si
renda, minacciando, tenta, E di lasciarlo vivo gli fa patto. Ma quel, che di
morir manco paventa. Che di mostrar viltade a un minimo atto. Si torce e
scuote, e per por lui di sotto Mette ogni suo vigor, né gli fa motto. 139 Pur
si torce e dibatte sì, che viene Ad espedirsi col braccio migliore; E con la
destra man che'l pugnai tiene. Che trasse anch' egli in quel contrasto fuore,
Tenta ferir Ruggier sotto le rene. Ma il giovene s'accorse dell'errore In che
potea cader, per differire Di far quell'empio Saracin morire. E due e tre volte
nell'orribil fronte Alzando, più eh' alzar si possa, il braccio, Il ferro del
pugnale a Rodomonte Tutto nascose, e si levò d'impaccio. Alle squallide ripe d'
Acheronte, Sciolta dal corpo più freddo che ghiaccio, Bestemmiando fuggì l'alma
sdegnosa, Che fu sì altiera al mondo e si orgogliosa. St. 1. V.18. Or, se mi
mostra la mia carta il verOf ecc.: ora, se la carta della mia navigazione non
erra, non è lungi il porto, ecc. St. 3. V.58. Mamma Beatrice, figlia di Nicolò
da Correggio e sposa d'un Sanvitale. Ginevra, figliuola di Qiberto e di
Veronica Gambara maritata Fregoso. Mette con le correggesclie Veronica Gambara,
brescian8 la celebre rimairìce imitatrice del Bembo, che andò sposa a Giberto
signore di Correggio. St. 4. V.34. Emilia Pia: di nobilissima famiglia
Carpiiriftna. E la notrita Damigella TrivtUzia al sacro speco. Questa era
figlia di Giovanni Trivulzio, • milanese; di quattordici anni si dedicò alla
letteratura, evi fece progressi maravigliosi. Il sacro speco è la gl'Otta della
Focide, presso Delfo, famosa per le ispira zioni poetiche. Sr. 5. V.28. Barbara
Turca: allude forse il Poeta alla figlia del duca di Brandeburgo, maritata a
Lodo vico Gonzaga, secondo marchese di Mantova, sopranno minato il Turco.
Laura: la tei'za moglie del duca Alfonso, nata in umile condizione, ma donna
d'alto in gegno e di senno. Ecco Ginevra che, ecc.: Ginevra dEste, sorella del
duca Ercole, maritata a Sigismondo Malatesta, signoro di Uimini. St. 7. V.1.
Del mio signor di BomoIo: Federico Gonzaga, detto da Bozolo, castello sulla
sinistra delrOglio, fu valente capitano e si segnalò nelle guerre di Francia.
St. 8. V.18. Giulia Gonzaga ecc.: moglie di Vespasiano Colonna: era tanto
famosa per T avvenenza, che il corsaro Barbarossa mandò gente in Fondi a
rapirh; e l ella appena potè salvarsi, fuggendo in camicia. La cogitata è con
lei: Isabella Colonna, moglie di Luigi da Gazolo. Anna d'Aragon, luce del
Vasto: era figlia di Ferrante d'Aragona, e moglie di Alfonso dAvaIos, marchese
del Vasto. St. 9. V.38. La sorella è con lei. Parlasi di Gio vanna, sorella
della maichesa del Vasto, e moglie di Ascanio Colonna. Ecco chi tolto ha dalla
scura spiaggia, ecc.: Vittoria Colonna, la celebre poetessa, moglie di
Ferdinando Francesco d'Avalos, marchese di Pescara. St. 10. V.8. V uni co Accolti:
improvvisatore senza pari, unico. Era aretino. Frequentò la corte di Urbino, e
s'innamorò della Duchessa Elisabetta. St. U. V.14. Benedetto, il nipote: detto
il car dinale di Ravenna; mori in Firenze di morte subitanea. Col cardinal di
Mantua e col Campeggio. Il primo Po. Ercole Gonzaga, fratello di Francesco
nltlmo marchese, e di Ferdinando primo duca di Mantova; T altro fu Lorenzo
Campeggio, giureconsulto bolognese. Ambi' due ebbero il cappello cardinalizio
da Clemente TIF. St. 12. V.18. Lattanzio e Claudio Tolomei: due lettei'ati di
Sisna; Claudio fu altresì distinto oratore e poeta. Paulo Pausa: genovese, che
coltivò la poesia latina. EH Dresino: Giorgio Trissino di Vicenza, dotto nelle
lettere greche e poeta, autore dell Italia liberata e della Sofonisba. Latino
Giovenal: lette YKìo parmigiano, linomato ai tempi di Leon X e di papa
Clemente, nella corte dei quali si segnalò. B i Capilupi miei. Erano cinque
mantovani di questa fa miglia; ma il Poeta intende forse di Lelio e dlppolito,
noto qnest ultimo come scrìttor di sonetti e di centoni latini. EH Sasso:
modenese, scrittor di rime italiane e latine. EH Molta: Fiancesco Maria Molza
di Mo dena letterato valente, rimatore e compagnone amabi lissimo. Giulio
Camillo: rimatore anch'egli, e autore del Teatro delle scienze, opera scritta
per facilitare agli studiosi le vie del sapere, adombrate qui sotto il nome di
Hvi ascrei. Marco Antonio Flaminio: da Imola, poeta latino e scrittore di cose
sacre e filosofiche. Jl Sanga: abile ciferista, e per ciò gradito a Clemente
YIL Il Berna: Francesco Bemi, il celebre canonico fio rentino, dagli scritti
festevoli di cai ha preso nome lo stile bernesco. St. 13. V.18. Ecco
Alessandro, ecc.: il cardinale Alessandro Farnese, nomo di lettere, e amsnte de
letterati, creato papa col nome di Paolo III Fedro: da Volteria, familiare del
cardinale Pompeo Colonna, e professore d'eloquenza, comejlo fu Camillo Porzio,
nominato in questo stesso verso. Il bolognese Filippo, Rammenta verosimilmente
Filippo Beroaldo, molto accetto a Leon X, e da quel pontefice preposto alla
Biblioteca Vaticana. Il Volterrano: Raffaello da Volterra, uomo versato in
tutte le buone discipline. Il Madalena: riguardato nella corte romana come leg
giadro scrittore. Blosio: di nome Palladio, eccellente poeta e segretario di
Clemente VII. Pierio: genti luomo di Cividal di Belluno, verseggiatore. Il Vida
cremonese: Girolamo Vida, che tratta in versi latini di vari soggetti, e scrive
sui filugelli e sul giuoco degli scacchi. E Lascari, e Musuro e Navagero: Gio \
anni Lascari di Costantinopoli, Iti dottissimo grecista e caro a Lorenzo il
Magnifico. Il Musuro era di Creta; eipose in Padova i classici greci, ebbe da
Leon X la sede vescovile di Ragusi, e poco prima dì sua morte ottenne il
cappello cardinalizio. Navagero e gentiluomo veneziano, culto e castigato
latinista, e fu in pregio anche per le sue rime italiane Andrea Marone:
bresciano, gratissimo a Leone X, le cui cene rallegrava colle sue latine ed
estemporanee poesie. E H nwnaco Severo. Don Severo da Volterra, monaco ca
maldolese, amico dell’autore e poeta. St. 14. v.18. Ecco altri duo Alessandri,
ecc.: Alessandro dall'Orologio, nobile padovano, e Alessandro Guarino,
letterati. Mario d'Olvito: Mario Equicola da Olvito nel regno di Napoli, fu
lungo tempo in corte di Federico marchese di Mantova, e scrisse di cose d'a
more, d'antichità e di storia. Pietro Aretino: V in fame scrittore troppo
conosciuto perchè s' abbia a par lame. Duo Jeronimi: il veronese Girolamo
Verità, poeta in italiano, e Girolamo Cittadini, verseggiatore latino. Il
Mainardo: ferrarese, dotto nella scienza medica, scrittore di medicina. Il
Leoniceno : àottìa ! Simo medico vicentino, e il primo a tradoire le opere di
Galeno; ed era assai gradito ad Ercole li e al figlio di lui Alfonso. St. 15.
V.78. Il Fracastorio: Girolamo Fraca storo, medico veronese, astronomo, ed
autore del poema sulla Sifilide. Jl Bevazzano: era veneziano, e 8ti> mato
nella corte di Leon X e di papa Clemente. Trifpn Gabriele: veneziano anch'esso,
e uomo di gran giudizio, benché nulla abbia lasciato di scritto. E il Tasso:
Bernardo Tasso, bergamasco, celebre poeta, e padre di Torquato. St. 16. V.18.
Niccolò Tiepoli: senatore veneto di grande autorità, e uno fia i primi
riformatori dello Studio di Padova. Niccolò Amanio: v<mU cremmaco, Il mio
Valerio: il veneto Gian Francesco. Col Barignan: Piero Barignano, il dicitore
in rima" e ao cademico in Roma ai tempi di Leon X. St. 17. V.28. H Pico:
Gian Francesco Pico della Mirandola. Il Pio: Alberto Pio, signore di Carpi.
Jacobo Sannaziar, ecc.: il primo a comporre Ecloghe piscatorie, St. 18. V.27.
Pisto/ilo: Bonaventura Pistofilo, segretario del duca di Ferrara. Ad esso T
Autore indi rizzò rnltima delleiue satire. Cot Acciainoli: fio rentini di
origine; furono tre i lodati dal Giraldi come valenti poeti; Antonio cioè,
Jacopo ed Archelao. An nibal Malagnxto: il Poeta lo dice sao parente, perchè la
madre sua appartenne a quella famiglia. Del mio Tiativo nido: di Reggio; ove
nacque il poeta. St. 19. V.1. "WWor Fausto .greco di nazione, pro fessore
di lettere gree, e soprintendente all'arsenale di Venezia. St. 59. V.16. Quale
il canuto Egeo, ecc.: re di Atene, che, ad istigazione di Medea sua moglie, fa
sai punto di avvelenare, non conoscendolo, Teseo nato da lui e da Etra. Ma
ravvisando la spada di Teseo per quella eh' egli medesimo aveva lasciata ad
Etra, si astenne da quel misfatto. St. 67 y. 34. Gano col eonte Anselmo, ecc.
Gano 0 Ganellone di Magonza, il conte Anselmo d'Alt ariva, ricordati altrove,
erano, insieme con gli altri tre no minati nel quarto verso, nemici delle due
famiglie Mon grana e Chiaramonte. St. 80. V.S7. Della terra d'Ilia: di Troia,
detta anche Ilio. Cassandra: figlia del re Priamo, e pro fetessa. St. 82. V.38.
Sinon falso: quel greco, che per suase i Troiani ad accogliere nella città 11
cavallo, entro cui stavano nascosti i Greci, che poi la disfecero. Menelao: re
di Sparta, marito d'Elena, che fu rapita da Paride. Proteo: re d'Egitto, di coi
Erodoto nana che, spinto essendo dalla burrasca Paride con la rapita Elena a
Canopo, i due amanti fbrono mandati InMenfi a Proteo, il quale si tenne Elena,
e rimandò l'amante. Finita la guerra troiana, Menelao andò in Egitto e riebbe
la moglie, la quale dal Poeta si finge riscattata col padiglione che nella
precedente Stanza ò mentovato. ST. 84. y. 12. Di cui doler si debbe La bella
Italia, per la male augurata traslocazione della sede imperiale in
Costantinopoli. St. 85. Questa e le Stanze seguenti fino a tutta la 97
ridondano di lodi profuse al cardinale Ippolito d'E ste, nato dal duca Ercole I
e di Leonora d'Aragona. Beatrice d'Aragona, sua zia materna e moglie di Mattia
Corvino re d’Ungheria, volle Ippolito presso di se, essendo egli per anche
fàuolullo. Tenuto in gran conto dal re, ottenne Tarci vescovato di Strigonia.
Poscia chia mato a Milano da sua morella, consorte di Lodovico Sforza, e
arcivescovo di Milano e cardinale, ed ebbe gran parte nel governo dello stato.
Giustifica la Adncia in lai posta da Lodovico, restandogli fedele anche nel
lawersa fortuna. Divenne poi vescovo d'Agria, ed ebbe onoriAche preminenze
sull’alto clero di Roma. Salvò lo Stato da inteme perturbazioni, scoprendo la
congiura ordita contro di Alfonso da Qiulio e Ferdinando d'Este. 8t. 89. V.3.
Fusco: Tommaso Fusco, prima precettoie, poi segretario d'Ippolito. St. W. V.2.
Col duca sfortunato degl'Insubri: con Lodovico Sforza duca di Milano, cacciato
da Luigi XIL il av p COI l ti i dai nle Ariosto. 1. Nome compiuto: Gregorio
Calopreso. Gregorio Caropreso. Gregorio Caroprese. Gregorio Caloprese.
Keywords: il filosofo delle incantatrice esperienze, naturalismo di Lucrezio,
renatismo, cartesianismo, impero romano, vita civile, Vico, Caloprese e Vico,
Croce e Caloprese, animo, corpo ed animo, renatismo, Ariosto, Orlando
innamorato, Orlando furioso, passione, filosofia, Arisosto tra i filosofi, il
nuovo Carneade. Refs.: Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Caloprese,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Caluso: la ragione conversazionale,
la grammatica universale e l’implicatura conversazionale degl’initiati e gl’initiante
– initians, initiatum – inizianti – scuola di Torino – filosofia torinese –
filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese.
Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Valperga: essential
italain philosopher. Grice:
“Noble Italians love a long surname, so this is Valperge-Di-Caluso,” and so
Ryle had in under the “C””. Tommaso Valperga di Caluso. Discendente
dai Valperga, nobile famiglia piemontese, nei primi anni della giovinezza si
sentì attratto dalla carriera delle armi. A Malta, ospite del governatore
dell'isola, si addestra alla vita marinara imparando le dottrine nautiche e fu
capitano sulle galee del re di Sardegna. Entrato poi a Napoli nella
congregazione dei padri filippini fu professore di teologia. Tornato a Torino studia fisica e matematica
sotto la guida del BECCARIA, con Lagrange, Saluzzo e Cigna. Frequentatore delle
riunioni culturali sampaoline nelle sale della casa di Gaetano Emanuele a di
San Paolo ritrova l'Alfieri, che aveva conosciuto a Lisbona. Scopre in lui il
futuro poeta e tra loro nacque una profonda amicizia. Eccelse negli studi filosofici e apprese
l'inglese, il francese, lo spagnolo e l'arabo e conobbe con sicurezza il
latino, il greco, il copto e l'ebraico. Insegna a Torino. Fu direttore
dell'osservatorio astronomico di palazzo Madama, incarico che cede al Vassalli
Eandi. Membro della Massoneria. "Le
veglie di Torino, Joseph de Maistre", in: Storia d'Italia, Annali,
Esoterismo, Gian Mario Cazzaniga, Einaudi, Torino. Fratello del viceré di
Sardegna. Altre
opere: “Literaturae Copticae rudimentum” Parmae, Ex regio typographaeo); “La
Cantica ed il Salmo secondo il testo ebreo tradotti in versi” (Parma, tipi bodoniani);
“Prime lezioni di gramatica Ebraica” (Torino, Stamperia della corte d'Appello,
Tommaso Valperga di C., Thomae Valpergae inter Arcades Euphorbi Melesigenii
latina carmina cum specimine graecorum, Augustae Taurinorum, in typographaeo
supremae curiae appellationis; Principes de philosophie pour des initiés aux
mathématiques, Turin, Bianco. Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Renzo Rossotti, Le strade di Torino.L'‘Orlando
Innamorato' in «Giornale storico della letteratura italiana», Milena Contini,
La felicità del savio. Ricerche su Tommaso Valperga di C., Alessandria,
Edizioni dell'Orso. Traduttore in piemontese dell'incipit dell'Iliade, in
«Studi Piemontesi», Milena Contini, Le riflessioni di Tommaso Valperga di
Caluso sulla lingua italiana, in La letteratura degli italiani. Centri e
periferie, Atti del Congresso Adi, Pugnochiuso D. Cofano e S. Valerio, Foggia,
Edizione del Rosone. Ugolini mors. Traduzioni latine di Inferno XXXIII, in
«Dante. Rivista internazionale di studi su Alighieri», Poetica teatrale: traduzioni ed esperimenti,
in La letteratura degli italiani II. Rotte, confini, passaggi, Atti del
Congresso Adi, Genova A. Beniscelli, Q. Marini, L. Surdich, DIRAS, Università
degli Studi di Genova. Il corpo martoriato. L'interesse di Caluso per quattro
atroci fatti di sangue, in Metamorfosi dei lumi 7: il corpo, l'ombra, l'eco,
Clara Leri, Torino, aAccademia university press, Versione latina di Inferno, in
«Lo Stracciafoglio». Plagio dal Villebrune apposto al Petrarca: un'appassionata
confutazione di “meschine, arroganti e scortesi” calunnie sull’Africa, in «Sinestesie»,
Un maestro da ricordare, in «Rivista di Storia dell'Torino.” Principi di
Filosofia per gl' Iniziati nelle matematiche di Tommaso Valperga-C.
volgarizzati dal Conte con Annotazioni di Rosmini-Serbati (Turin). See also Cerruti's
La Ragione Felice e altri miti (Florence). C.: motivi prerosminiani del sentimento
fondamentale corporeo. demiurgo piemontese.
L’interesse del C. per l’omicidio e il “lato oscuro” non è mai stato
indagato, perché la critica, nella rappresentazione dell’abate, ha sempre
privilegiato l’immagine severa e inflessibile di maestro onnisciente e di
saggio imperturbabile, scolpita dai biografi ottocenteschi. Questo ritratto
idealizzato e deformato dell’abate ha generato non pochi equivoci
interpretativi: se si studia la sua vita attraverso i suoi diari e il suo ricco
epistolario e si analizzano con attenzione le sue opere tanto edite quanto
inedite, ci si accorge, infatti, che la sua personalità è tutt’altro che
granitica. Prima di accingersi a esaminare la sua figura è necessario quindi
liberarsi di questi stereotipi: il fatto che l’ottimista abate, come lo definì
il Foscolo, avesse dedicato molti scritti allo studio della ragione non esclude
affatto che egli fosse incuriosito anche dalla parte irrazionale dei uomini,
anzi le sue considerazioni sui “limiti della ragione” si collocano
perfettamente all’interno delle sue riflessioni sulle facoltà intellettive. L’inedito
Della felicità de’ governati, ritrovato presso l’Archivio Peyron della
Biblioteca Naziona. Gli studi calusiani sulla ragione, e in particolar modo sul
rapporto tra ragione e virtù, sono inseriti nelle opere dedicate alla felicità,
tema particolarmente caro a lui, che si impegnò nell’indagine di questo
complesso concetto dalla gioventù fino all’estrema vecchiaia: è possibile,
infatti, seguire l’evoluzione della riflessione del Caluso sulla felicità dalle
lettere al nipote degli anni Sessanta del Settecento fino al Della felicità de’
governati. Il tema della felicità pervade tutta la produzione dell’autore; esso
non è affrontato solo nella saggistica filosofica, nelle lettere intime ad
amici e parenti e nelle poesie, ma si ritrova anche nei trattati didattici e in
alcune opere erudite, perché e convinto che il fine di ogni studio fosse la
felicità, la quale puo essere conquistata solo attraverso una profonda passione
per le lettere e per le scienze. A proposito del concetto calusiano di “rassegnazione”
si legga il seguente passo, tratto della lette. Euforbo Melesigenio, Versi
italiani cit. Diderot constata che nella pratica quotidiana si incontravano
uomini felici, pur essendo tu… L’indagine sulla felicità porta inevitabilmente
il Caluso a scontrarsi con lo studio della ragione. Secondo C., la ragione ha
un duplice ruolo: da un lato ci fornisce gli strumenti adatti a conquistare la
felicità, dall’altro ci fa acquisire la coscienza di non avere sempre il
dominio su ciò che accade. La consapevolezza porta alla rassegnazione, questa
rassegnazione però aiuta sì a sopportare i casi della vita, ma non dona la
felicità, come teorizzavano gli stoici. C. pensa, quindi, che i poteri della
ragione siano limitati. Questa presa di coscienza però non lo porta a meditare
sul fatto che la felicità possa essere disgiunta dalla ragione. Infatti, se da
un lato ammette che anche il più saggio tra gli uomini è vittima della
sofferenza («né sognai che ad uom concesso viver fosse ognor lieto, o ne’
tormenti sdegnerò dir misero il Saggio stesso»), dall’altro non arriva a
constatare, come avevano fatto, per esempio, Diderot e Voltaire, che spesso
nella vita reale gli uomini privi di ragione e di virtù sono felici. Euforbo
Melesigenio, Versi italiani cit., p. 22. Il fatto che le passioni fossero
necessarie all’uo... Versi italiani. Il manoscritto è conservato presso la
Biblioteca Reale di Torino (Varia). I manoscritti di L’Amour vaincu (Varia) e
di Les aventures du Marquis de Bel. La ragione ha anche il fondamentale compito
di dominare le passioni. Ripropone la celebre esortazione platonica alla
misura, ripresa da molti autori, tra i quali Rousseau, che in più luoghi
sottolineò come la ragione avesse la funzione di equilibrare i moti violenti
dell’animo. E convinto che i sentimenti estremi causassero soltanto sofferenza.
Non invita certo ad anestetizzare gli affetti, anzi pensava che non vi fosse
nulla di peggio che una vita senza passioni ed emozioni («Che un dolce pianto è
più felice molto / Non delle noie sol, ma dell’inerte Ghiaccio d’un cor, cui
ogni affetto è tolto»), ma crede che la morbosità fosse una pericolosa
malattia. Nella Ragione felice egli porta l’esempio della follia amorosa di
Polifemo per Galatea. Il poeta descrive la corruzione del corpo del ciclope,
consumato dal desiderio ed incapace di dominarsi («Odil che fischia, livido
qual angue / Le spumeggianti labbra, e l’occhio in foco / Vedil cerchiato di
vermiglio sangue»). L’autore crede che solo i casti amori, congiunti a «l’arti
e gli studi, possano regalare la felicità. Questo riferimento all’amore
platonico è un omaggio alla principessa di Carignano, dedicataria del poemetto,
che teorizza come la felicità si fonda sulla rinuncia alla passione sia nel
saggio filosofico inedito Sur l’amour platonique sia nei due romanzi, anch’essi
inediti, L’Amour vaincu e Les nouveaux malheurs de l’amour. Euforbo
Melesigenio, Versi italiani. La follia amorosa non è l’unica passione
condannata da C.. Infatti deplora ogni sentimento capace di far perdere il
controllo delle proprie azioni. Nel poemetto La Tigrina o sia la Gatta di S. E.
la madre donna Emilia, composto a Napoli, descrive le funeste conseguenze della
gelosia, mentre nei “Varia Philosophica” presenta l’esempio della
vendetta: L’inedito VARIA PHILOSOPHICA, ritrovato presso l’Archivio Peyron
della Biblioteca Nazionale Univers. Onde sono le passioni uno scaldamento di
fantasia, una specie di pazzia, che perverte il giudicio, e ne fa credere che
in quella tal cosa passionatamente voluta vi sia per noi un bene, un piacere,
una soddisfazione che veramente non vi è né la ragione per tanto ve la può
trovare. Tale è per esempio la vendetta. T. Valperga di C., Di Livia Colonna
del cittadino Tommaso Valperga, in Mémoires de l’Académie. La raccolta fu
pubblicata a Roma da Antonio Barre15 Id, Di Livia Colonna. Si dedicò allo
studio dei limiti della ragione in una serie di scritti e appunti su fatti di
sangue; nell’articolo Di Livia Colonna, per esempio, ricostruisce la tragica
fine della nobildonna romana basandosi sulla raccolta di poesie Rimedi diversi
autori, in vita, e in morte dell’ill. s. Livia Colonna («Da parecchi versi per
la di lei morte si ritrae che in aprile del 1554, al più tardi, e certamente
non prima del 1550, fu Livia trucidata barbaramente» Quest’opera comprende
numerosi componimenti dedicati a Livia Colonna, scritti da trentuno poeti, tra
i quali anche il Caro e il Della Casa. In un brano del Della certezza
morale ed istorica sottolinea come sia importante esaminar. Cita le seguenti
fonti: G.B. Adriani, Istoria de’ suoi tempi di Giouambatista Adriani genti. Ricorda
che vari poeti avevano scritto «molte dolenti rime» su questo tema e cita un
pass. Sottolinea che la raccolta, non essendo dotata né di prefazione né di
note, non permette di contestualizzare i fatti ai quali si allude nelle rime,
ma aggiunge che, vista la notorietà del casato di Livia, non gli è stato
difficile identificare la donna e reperire informazioni in merito alla sua
vita17: Livia nacque da Marcantonio Colonna e Lucrezia della Rovere; è rapita
da Marzio Colonna duca di Zagarolo, che in questo modo riuscì a sposare la
bellissima e ricchissima giovinetta; qualche anno dopo perse, e di lì a poco
riacquistò, la vista 18, nel 1551 rimase vedova. Dopo aver elargito queste
informazioni, C. passa a parlare del tema che lo ha maggiormente
interessato: Valperga di C., Di Livia Colonna. Ma qui veniamo al punto,
che ha stimolata la mia curiosità, e richiede più diligenti ricerche. Da
parecchj versi per la di lei morte si ritrae che in aprile del 1554 al più
tardi, e certamente non prima del 1550, e Livia trucidata barbaramente. L’abate
fa una precisazione sul nome della figlia di Livia: “la figliuola della nostra
Livia da Dom. Egli deduce da alcune evidenti allusioni presenti nelle rime
della raccolta che Livia fu uccisa dal proprio genero Pompeo Colonna, che aveva
sposato la figlia Orinzia20 poco tempo prima. Rivolta la carta 87 delle
mentovate rime si legge, che l’uccisore l’empio ferro tinse nel proprio sangue,
e alla carta si fa dire a Livia già ferita, che fai figliuol crudele? Pompeo
suo genero aveva tratto il sangue dallo stesso casato, non che da Camillo suo
padre, da Vittoria sua madre, anch’essa Colonna. E qual altro assassino, che un
genero, poteva chiamarsi figliuolo da una donna giovine, che non avea prole
maschile? Identificato l’assassino, passa a esaminare i possibili moventi
dell’omicidio: Pompeo fu spinto a uccidere la suocera dall’avidità, dall’ira o dal
senso dell’onore. L’autore sembra propendere per il primo movente: nelle
rime, infatti, si legge che la nobildonna fu uccisa «sol per far ricco un uomo;
l’abate riflette inoltre sul fatto che, con la morte di Livia, Orinzia avrebbe
ereditato numerosi poderi, sui quali avrebbe poi messo le mani Pompeo, dato che
«ognun sa quanto facilmente dell’aver della moglie sia più ch’essa padrone un
marito fiero e imperioso». Per quanto concerne invece il movente dell’ira,
suggerito dal fatto che «la mano del parricida vien detta forse di sangue
ingorda più che di vero onor, C. non si profonde in ipotesi specifiche, ma si
limita a osservare che i motivi di astio tra persone «che hanno a fare insieme»
sono innumerevoli. Questo movente può essere collegato con quello dell’onore:
la collera di Pompeo, infatti, potrebbe essere stata causata dalla scoperta o
dal sospetto che la suocera si fosse sposata segretamente con un servo.
L’autore trae questa idea da un verso del Dardano, nel quale si fa riferimento
alla mano mozzata di Livia -- E la recisa man, l’aperto lato -- l’abate
immagina che Pompeo avesse mutilato la suocera per punirla d’aver concesso la
propria mano a un servitore. C. riflette inoltre sul fatto che questo terzo
movente può essere collegato anche col primo, dato che il matrimonio di Livia
avrebbe ridotto l’eredità di Pompeo: ogni matrimonio della suocera dovea
spiacergli per lo pensiero che in conseguenza n’andrebbe ad altri gran parte di
quello che aspettava dover dalla suocera, quando che fosse, venir a lui. Zannini,
Livia Colonna tra storia e lettere in
Studi offerti a Giovanni. L’interpretazione calusiana del verso del Dardano è
criticata da Zannini nel saggio Livia Colonna tra storia e lettere, nel quale
egli fa numerosi riferimenti al “cittadino” Tommaso Valperga di C., che
centosettant’anni prima, «imbastì su fragilissime basi la trama di un
romanzetto che avrebbe potuto incontrare fortuna, come altri fatti di sangue
del secolo xvi, presso fantasiosi lettori. Archivio di Stato di Roma, Tribunale
del Governatore, Processi, I responsabili furono condannati grazie alle
deposizioni di testimoni oculari. La testimone oculare Beatrice di Petrella,
per esempio, dichiarò che Livia fu ferita due volte alla... Chiodo, Di alcune
curiose chiose a un esemplare delle “Rime” di Gandolfo Porrino custodito nel F.
Zannini ricava dai documenti processuali, trascritti in appendice al saggio,
che Livia fu uccisa da due sicari assoldati da Pompeo, che non partecipò
attivamente all’omicidio della suocera, ma si limitò ad assistere. I giudici
stabilirono che il movente del crimine fu il denaro; nelle carte del processo e
nel documento di condanna contro il mandante Pompeo Colonna e gli esecutori
Paciacca di Terni e Filippo di Metelica, non vi è alcun accenno né alla
mutilazione della mano né al matrimonio di Livia con un domestico. Lo studioso
riflette inoltre sul fatto che nel xvi secolo difficilmente sarebbero stati
scritti e pubblicati tutti quegli elogi» su Livia, se quest’ultima avesse
«abbandonato la castità vedovile per unirsi a un servitore. Egli quindi ritiene
che C. abbia mal inteso il verso del Dardano, che doveva invece essere
interpretato in un altro modo: «dando a “mano” il senso di “fianco”, avremmo
una plausibile spiegazione del sogno. Infatti Livia scopertosi il “lacero
petto” non poteva in tal guisa mostrare una “mano”, ma un fianco con una
profonda lacerazione». Contro questa interpretazione polemizza, giustamente,
Domenico Chiodo, che difende le ragioni del C.: «le sue [dell’abate] capacità
di lettura erano infinitamente superiori alle ‘ragionevoli’ supposizioni del
nostro contemporaneo. L’opera è scritta con inchiostro nero e grafia minuta su
5 carte scritte sia sul recto ... È bene
precisare che il Verani si rivolge a un anonimo amico che gli aveva chiesto di
commentare il ... Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.:
Osservazioni del Cit. Tommaso Verani Ex-ago ... Anche ai tempi del C. era stata
sollevata una critica alla ricostruzione dell’abate; nel manoscritto inedito Di
Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.: Osservazioni del Cit. Tommaso
Verani Ex-agostiniano, conservato presso il Castello di Masino, Verani dichiara
di non fidarsi delle parole dei poeti della raccolta, perché: «la maggior parte
di essi soggiornavano lontano dalla Capitale del Mondo Cattolico e perciò
soggetti a ricevere da’ loro corrispondenti varie o false o almen dubbiose
relazioni. Scrive Verani. Quanto a Pompeo Colonna, che egli fosse il barbaro
uccisore di Livia, non vi è a ... Egli spiegava diversamente il significato dei
versi citati da C. e in questo modo metteva in discussione sia la colpevolezza
di Pompeo sia l’interpretazione del verso del Dardano. Altrettanta fede merita
il sogno del Dardano, a cui non comparve Livia con la recisa man, l’aperto
lato, sembrandomi assai più probabile che al primo colpo ella cercasse di
ripararsi colla mano, ed anche al secondo, onde la mano venisse gravemente
ferita, ma non recisa. L’articolo di lettera è conservato presso gli Annali
calusiani della Biblioteca Reale di Torino (La sua spiegazione ha invece
persuaso il Vice Bibliotecario di Mantova Negri, che in una lettera scrive a
Napione di aver trovato un epigramma latino che confermava le ipotesi d’C.; nel
componimento però non vi è un riferimento esplicito alla mutilazione della
mano. Il caso dell’assassinio della Contessa Aureli aveva interessato
anche A. Ferrero Ponziglione, che n ... Il manoscritto è vergato su 6 carte,
compilate sia sul recto sia sul ... C. si occupa anche di un altro fatto di
cronaca nera dai risvolti torbidi e brutali: l’assassinio di una contessa da
parte di un ufficiale francese40. Presso il Fondo Peyron sono conservati due
documenti, scritti da mani diverse41, concernenti la vicenda del delitto della
Contessa Aureli della Torricella; le prime due carte contengono una raccolta di
cinque testimonianze intorno a Monsù, ovvero Monsieur, Bresse («Memorie intorno
Monsù Bresse che uccise la Contessa Aureli della Torricella, nata Colli,
famiglia patrizia della Presente Città di Cherasco»), mentre le successive
quattro carte contengono un racconto particolareggiato dei fatti. Il
narratore formula varie ipotesi sulle origini del Bresse che, a seconda dei
diversi indizi, può ... Sotto il racconto si legge la seguente nota: «La
presente Relazione fu trovata trai Scritti dell’al ... La vicenda esposta nel
secondo documento è la seguente: l’ufficiale francese Monsieur Bresse42 è
follemente innamorato della Contessa Aureli della Torricella che però, pur
apprezzando la sua compagnia, non vuole concedersi all’amico. Dopo un anno di
incessanti nonché vani corteggiamenti, Bresse sale a casa della donna e,
approfittando di un momento di intimità, tenta per l’ennesima volta di sedurla;
la Contessa Aureli però si nega in modo risoluto e la fermezza del suo rifiuto
umilia a tal punto il Bresse da farlo cadere in preda a un raptus omicida: egli
brandisce la spada e sferra sei colpi nel petto della donna. La vittima, nel
tentativo di difendersi, si taglia di netto un dito della mano e il suo
disperato schermirsi eccita ancor più il furore sadico del Bresse, che la
colpisce sul volto con pugni e con l’elsa della spada. Finito il massacro,
l’assassino chiude la porta a chiave e torna a casa, dove, colto dal rimorso e
dall’orrore delle proprie azioni, si toglie la vita con un colpo di baionetta
in mezzo agli occhi. La Contessa intanto, non ancora sopraffatta dalla morte,
striscia in un lago di sangue e tenta di alzarsi aggrappandosi alla
tappezzeria, che cede per il peso del corpo e fa ricadere a terra la donna
ormai agonizzante. L’Aureli viene ritrovata qualche ora dopo col volto
tumefatto, il petto squarciato dalle ferite e un orecchio aperto in due. Più
tardi viene rinvenuto anche il cadavere del Bresse, che dopo essere stato conservato
tre giorni nella sabbia, viene seppellito, secondo un ordine giunto da Torino,
come si farebbe con «dei cani o degli asini morti». Il racconto si conclude con
una tirata moraleggiante contro la pratica del cicisbeismo, ormai diffusasi
anche presso le «petecchie di Cherasco» che fanno carte false per procurarsi un
«damerino». Il suo comment si trova nella parte inferiore del recto dell’ultima
carta. È da segnalare i ... C. scrisse alcune considerazioni in merito al
secondo documento del manoscritto. Questa non è relazione, ma novella, a
imitazione di quelle del Boccaccio, benché non molto felicemente lavorata. Le
ultime parole sono d’un impostore, che le ha aggiunte a disegno di far credere
che fosse questo un ragguaglio fatto a un Cardinale. Ma oltre che vi stanno
appiccicate collo sputo, e non sono dello stile del rimanente, non si confanno
in modo alcuno col titolo e cominciamento. Senza dubbio l’autore finì ove ha
posta la stelletta. È qui del rimanente questa novella molto mal concia del suo
copista. L’abate quindi commenta il manoscritto da due diversi punti di vista:
da un lato dimostra la falsità delle dichiarazioni che chiudono il racconto e
dall’altro critica i contenuti e lo stile della narrazione. Per quanto concerne
il primo aspetto, C. fa riferimento all’ultima frase del testo, scritta dopo un
asterisco: «E con questa scrizione sonomi ingegnato di contentare l’eminenza
vostra, alla quale contarlo profondissime riverenze divotamente mi raccomando. Lo
scritto ricalca la struttura tipica della novella; il racconto infatti è
preceduto da un breve r ... Le argomentazioni addotte dall’abate per
smascherare la contraffazione sono convincenti: lo stile dell’ultima frase non
si sposa con quello del racconto e anche il contenuto di questa presunta
aggiunta è svincolato dalle altre parti del testo. La nostra analisi
grafologica ha stabilito che l’ultima frase fu scritta dalla stessa mano del
resto del testo; questo dimostra che il documento posseduto dal Caluso non è
l’originale, ma è una trascrizione realizzata da un copista inesperto, che non
si era accorto della falsificazione. Per quanto riguarda invece il secondo
aspetto, l’abate sottolinea che il testo del secondo documento non possiede né
lo stile né la struttura di un resoconto rigoroso e oggettivo, ma somiglia a
una novella di poco valore47. Questo giudizio è dovuto allo stile lambiccato e
ridondante del narratore, che in diversi punti cade nel comico
involontario. 16Questo caso di omicidio-suicidio avvenuto nella provincia
cuneese del Settecento stimolò la curiosità del Caluso, che, come abbiamo
visto, si era già interessato al delitto di Livia Colonna. Molti sono i punti
di contatto tra i due fatti di cronaca: in entrambi i casi si ha una bellissima
nobildonna massacrata e mutilata (a Livia, secondo la ricostruzione dell’abate,
viene tagliata la mano, mentre alla Contessa vengono recisi un dito e parte di
un orecchio) da una persona apparentemente fidata e intima (Livia è trucidata
dal genero, mentre la Contessa è uccisa dal proprio cavalier servente). T.
Valperga di C., Versi italiani. Si veda a questo proposito D. Goldin Folena,
Inês de Castro e il melodramma ita-liano: un incontro. Si ricordi, per esempio,
l’Inês de Castro di Antoine Houdar de La Motte, che ebbe uno straor ... C. si era interessato
anche a un terzo caso riguardante una bella e sfortunata vittima di un efferato
omicidio dalle conseguenze raccapriccianti: il sonetto Agnese io son, che in
freddo marmo, e spenta dei Versi italiani, infatti, è dedicato a Inês de
Castro, che, come ricorda l’abate nell’intestazione, fu «fatta uccidere da
Alfonso VI re di Portogallo, perché sposa di Pietro suo figlio, poi successore,
che la fece dissotterrare e coronare». Le notizie indicate dall’autore sono
corrette: Inês de Castro è l’amante del principe Pietro di Portogallo al giorno
nel quale fu pugnalata barbaramente di fronte ai propri figlioletti da due
sicari mandati dal re Alfonso VI, che era stato indotto ad autorizzare questo
gesto sanguinoso da tre consiglieri, preoccupati dalla crescente prepotenza dei
fratelli della donna, che si erano conquistati la fiducia e l’appoggio del
principe. Pedro perdette il senno per lo shock e, raggruppate alcune milizie,
mosse guerra contro il proprio padre, con il quale stipulò una tregua solo
grazie all’intercessione della madre. Una volta divenuto re, Pedro diede sfogo
alle proprie vendette e ai propri deliri: condannò a morte due dei consiglieri
del padre, ai quali venne strappato il cuore di fronte ai cortigiani e ai
militari d’alto rango, costretti ad assistere a questa atroce punizione, e fece
disseppellire e ricomporre il cadavere di Inês, affinché la salma della propria
amata fosse incoronata dal vescovo “regina di Portogallo”. Questo fatto
sanguinoso ispirò molti autori, primo tra tutti Camões, che cantò le lacrime di
Inês nei Lusiadi; nel Settecento e nell’Ottocento la dolorosa vicenda di Inês
ebbe ampia fortuna sia nel mondo del teatro musicale sia in ambito tragico. Nel
sonetto calusiano, Inês ricorda la propria triste vicenda terrena e la propria
incoronazione post mortem e sottolinea la crudeltà del re e l’efferatezza
dell’omicidio: Agnese io son, che in freddo marmo, e spenta Ebbi scettro
e corona, in vita affanni; Benché pur di pensar foss’io contenta Fra gli
opposti furor di due tiranni. Amando me, cagion de’ nostri danni L’un, di
me privo Re crudel diventa; Sdegnando, credé l’altro i miei verd’anni Ragion di
Re troncar con man cruenta. Ahi suocero spietato! e in che t’offese Beltà
modesta, umil, se de’ suoi rai Perdutamente il tuo figliuol s’accese? C.,
Versi italiani. Io vinta, mal mio grado il riamai. E se incolpi Imeneo, che a
noi discese, Mio bel fallo sarà che non peccai. C. si dilungò nella descrizione
di un macabro fatto di cronaca anche nella lettera al nipote Giovanni
Alessandro Valperga marchese di Albery nella quale viene narrato
l’agghiacciante suicidio del giovane professore torinese Don Casasopra, che,
caduto in un profondissima depressione, si era tolto la vita in quella notte. Cipriani,
Le lettere inedite d’C. al nipote Giovanni Alessandro si trovò il letto
imbrattato copiosamente di sangue ed egli con un laccio al collo, soffocato
presso a una scanzia, ed era lacerato di colpi di temperino, che alcuni dicono
giungere al numero di vent’otto. Se ne poté conchiudere che egli cominciò per
tentar d’uccidersi sul letto con volersi tagliare i polsi alle mani e alle
tempia e poi si dié tre colpi di punta verso il cuore, e tardando forse la
morte, o che immediatamente egli siasi anche a ciò trasportato, egli passò a
impicarsi. La cagione si può credere una frenesia nata di malinconia e
d’accension di sangue. Se indaghiamo in modo approfondito i quattro casi che
attirarono la curiosità dell’abate, ci accorgiamo subito che l’elemento che li
accomuna è la brutalizzazione del corpo. Livia e la Contessa Aureli non sono
semplicemente uccise con violenza; i loro corpi sono massacrati in modo
gratuito, perché la maggior parte delle ferite inferte non sono funzionali alla
morte delle donne, ma sono frutto della rabbia e del sadismo degli assassini
(la criminologia contemporanea cataloga questi atti come overkilling,
considerandoli una importante aggravante in sede processuale). In questo modo
gli omicidi privano le donne non solo della vita, ma anche della bellezza e,
quel che è peggio, della dignità: lo spettacolo che si apre a coloro che
trovano i cadaveri infatti è indecente. L’insistere sull’avvenenza delle due
donne quindi è funzionale per creare il contrasto tra ante e post flagitium; il
potere deturpante della follia colpisce la sensibilità del lettore, che
inevitabilmente resta più impressionato di fronte al corpo straziato di due
belle e giovani donne rispetto a quello, per esempio, di uomini adulti.
L’assassino di Livia – anzi, stando alle carte processuali, i due killer
assoldati da Pompeo – mutila la donna per lanciare un messaggio, mentre Bresse
stacca un dito e parte di un orecchio alla Contessa perché non sa dominare la
propria furia. Tanto i primi quanto il secondo non portano con loro le parti
mozzate per farne un trofeo o una macabra reliquia, perché non sono mitomani o
psicopatici, i primi, infatti, lavorano “su commissione”, mentre il secondo
agisce in preda a un raptus. A. Favole, Resti di umanità: vita sociale del
corpo dopo la morte, Bari, Laterza. Nel terzo caso, quello di Inês, si assiste
a un ribaltamento di prospettiva: all’amputazione si sostituisce la
ricomposizione del cadavere; opposto è anche il tipo di follia che provoca il
“gesto”, si passa dal furore omicida al furore amoroso, che sembra essere
ancora più sconcertante. Anche in questo caso il contrasto tra la «beltà
onesta, umil» di Inês e la sua salma ricomposta – o meglio quello che resta
della sua salma dopo oltre due anni di decomposizione – è molto forte;
l’incapacità di dominare il desiderio di vedere riconosciuto il ruolo di regina
all’amatissima defunta porta Pedro a spalancarne la bara (la cui chiusura, ci
insegnano gli antropologi, segna «la fine di ogni possibilità di intervento
sociale, culturale e affettivo sul corpo») e a plasmare una creatura
mostruosa. Nel quarto caso è l’accumulo verticale di violenze autoinflitte
a creare ribrezzo: la mente allo stesso tempo si serve del corpo e lotta contro
esso, che da un lato si fa strumento di tortura e dall’altro si ribella,
resistendo alla morte il più possibile. Ciò che sconvolge è la frenetica
impazienza del Casasopra, che desidera a tal punto annullare la propria
esistenza da suicidarsi, potremmo dire, tre volte contemporaneamente. L’abate
quindi osserva una terza tipologia di follia, quella suicida. C.. si concentra
tanto sul corpo mutilato delle vittime quanto sul corpo mutilante dei
carnefici, che possono trasformarsi a loro volta in vittime di se stessi; in
Don Casasopra carnefice e vittima coesistono, mentre Bresse, spinto dal
rimorso, decide di togliersi la vita in modo razionale, per quanto è possibile,
contrariamente al professore torinese che cede invece alla
«frenesia». Negli occhi di C. è assente la pietà cristiana, non perché
egli fosse insensibile alle sciagure, ma perché l’interesse che lo spinge a
osservare questi fatti di sangue è di tipo scientifico; egli, in generale nei
suoi scritti filosofici, evita di introdurre considerazioni di carattere
teologico o semplicemente religioso, perché non sente l’esigenza, provata da
molti suoi contemporanei, di conciliare il cristianesimo con la filosofia dei
lumi o con le correnti filosofiche antiche, i concetti di virtù o di colpa
vanno intesi sempre in senso laico. Lo sguardo scientifico è evidente, per
esempio, nella descrizione del terrificante suicidio del professore torinese.
L’abate non spende parole di pietà per il Casasopra, ma presenta subito le
proprie ipotesi in merito alle cause di un gesto così estremo: egli suppone che
la follia suicida sia stata scatenata dalla combinazione di una causa
psicologica («malinconia») e una organica («accension di sangue»). Senza la
sentenza scientifica finale, la descrizione del suicidio del Casasopra potrebbe
avere anche un che di farsesco (un farsesco funereo, ma pur sempre farsesco):
l’immagine di un uomo che con ventotto coltellate e i polsi tagliati tenta di
impiccarsi però non fa sorridere cinicamente, perché C. descrive il tutto come
un caso clinico e non come una scena, mi si passi il termine, splatter, anzi
comic splatter. C. visse a Lisbona, ospite del fratello Carlo Francesco. L’abate
non sovrappone la fiction agl’oggetti della propria RIFLESSIONE FILOSOFICA. La
componente orrorifica, per esempio, è molto presente nel Masino, poemetto
popolato da mostri, diavoli, folletti malvagi e morti resuscitati; questo
testimonia che egli non fu immune all’influenza dell’Arcadia lugubre, ma tutto
ciò non ha nulla a che vedere con i quattro casi dei quali ci stiamo occupando,
che non sono trattati come storie, come racconti, ma come fatti di cronaca,
recente o lontana, da esaminare. La terrificante incoronazione di Inês è
sviluppata sì in un sonetto, ma la prefazione in prosa che illustra la vicenda
storica testimonia che l’autore aveva compiuto studi approfonditi
sull’episodio, forse durante il suo soggiorno lusitano. Il corpo smembrato
viene “osservato” non con compiacimento morboso, ma con l’occhio attento del
filosofo, che, studiando il potere della ragione, è costretto a indagarne anche
i limiti e le ombre. C. in verità non censura in alcun modo i particolari più
macabri delle vicende, come l’arto mozzato di Livia, la pozza di sangue nella
quale striscia la Contessa, il foro in mezzo alle ciglia di Bresse (poi
sotterrato come la carogna di un animale), lo scettro ricevuto da Inês «in
freddo marmo», le ventotto ferite del Casasopra; questo sguardo fisso sui
dettagli più agghiaccianti però non è fine a se stesso, ma serve a “toccare con
mano” quanto orrore generi la follia. Così nella vicenda di Inês, ciò che
disgusta maggiormente il lettore non è il ripugnante cadavere ricomposto, ma la
pazzia di Pedro: insomma il mostro non è lo scheletro di Inês, ma Pedro
stesso. L’interesse per i fatti di sangue dimostra come sia fuorviante e
falsa la rappresentazione di C. come saggio rintanato nel proprio rassicurante
romitorio, dal quale contempla con indifferenza il mondo e le sue passioni;
egli, al contrario, era attaccato alla “vita reale” (ne è una riprova il fatto
che nelle sue opere preferisce sempre offrire esempi tangibili, senza
abbandonarsi a teorie fumose o ad astratte elucubrazioni) ed era desideroso di
studiare l’uomo “vero” – quello che, a volte, cede alla brutalità e alla follia
più nera – e non l’uomo ideale. Il Caluso crede che ogni progresso sia
possibile solo partendo dall’analisi di «ciò che esiste», egli non vuole
proporre un modello utopistico di uomo perfetto, ma desidera ragionare
concretamente sulla natura umana, sulle sue luci e sui suoi spettri. Sulla
figura dell’abate di C. si vedano gli studi del Calcaterra e, soprattutto, del
Cerruti (M. Cerruti, La ragione felice e altri miti del Settecento, Firenze,
Olschki, Le buie tracce: intelligenza subalpina al tramonto dei lumi; con tre
lettere inedite di Tommaso Valperga di C. a Bodoni, Torino, Centro studi
piemontesi; Un inedito di Masino all’origine dell’opuscolo dibremiano ‘Degli
studi e delle virtù di C.’, «Studi piemontesi», Inoltre mi permetto di rinviare
anche alla mia monografia:Contini, La felicità del savio. Ricerche su C.,
Alessandria, Edizioni dell’Orso. Si legga il seguente passo, tratto da una
lettera del Foscolo alla Contessa d’Albany: «e io lasciai l’ordine ch’ella, e
il pittore egregio, e l’ottimista abate di Caluso avessero l’edizione in carta
velina» (Foscolo, Epistolario, a cura di Carli, Firenze, Monnier). Questo
appellativo si riferisce, ovviamente, alla più famosa composizione dell’abate,
il poemetto in terza rima La Ragione felice, composto a Firenze, come precisa
l’abate stesso nell’introduzione alla raccolta Versi italiani (Euforbo
Melesigenio, Versi italiani di Tommaso Valperga Caluso fra gli Arcadi Euforbo
Melesigenio, Torino, Barberis. L’inedito Della felicità de’ governati,
ritrovato presso l’Archivio Peyron della Biblioteca di Torino, ora pubblicato
in Contini, La felicità. A proposito del concetto calusiano di rassegnazione,
si legga il seguente passo, tratto della lettera alla Contessa d’Albany. De’
cardinali Doria lodo la rassegnazione, virtù troppo necessaria alla felicità, o
per parlare più esattamente a scemare l’infelicità nostra, onde io ne fo uno
de’ punti precipui della mia filosofia, d’acquetarsi alla necessità» Pélissier,
Le portefeuille de la comtesse d’Albany, Paris, Fontemoing, Melesigenio, Versi
italiani cit. Diderot aveva constatato che nella pratica quotidiana si
incontravano uomini felici, pur essendo tutt’altro che virtuosi, e lo stesso
ragionamento era stato presentato da Voltaire a proposito della
razionalità. Euforbo Melesigenio, Versi italiani cit., p. 22. Il fatto che
le passioni fossero necessarie all’uomo per sfuggire la noia era stato
sottolineato con forza dall’abate Du Bos nel primo capitolo delle Réflexions
critiques sur la poésie et la peinture (1718), opera che eserciterà una grande
influenza sull’estetica settecentesca. In questi versi il Caluso non fa
riferimento alla noia, ma descrive uno stato d’animo ancora peggiore:
l’apatia. Versi italiani. Il manoscritto è conservato presso la
Biblioteca Reale di Torino (Varia). 10 I manoscritti di L’Amour vaincu (Varia) e di Les aventures du Marquis de
Belmont écrites par lui même ou les nouveaux malheurs de l’amour (Varia) sono
conservati presso la Biblioteca Reale di Torino. Euforbo
Melesigenio, Versi italiani. L’inedito “Varia Philosophica”, ritrovato presso
l’Archivio Peyron della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino è
riprodotto in CONTINI “L’attività filosofica di C.”, Mattioda, Torino, C., Di
Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga, in Mémoires de l’Académie des
sciences littérature et beaux-arts de Turin, X-XI, Torino, Imprimerie des
sciences et des arts. La raccolta fu pubblicata a Roma da Antonio Barre nel
1555. 15 Id, Di Livia Colonna. C. in un brano del “DELLA CERTEZZA MORALE
ED ISTORICA” sottolinea come sia importante esaminare le notizie riferite dai
poeti. Diciamone adunque partitamente vediamo prima qual sia L’ESAME DEL FATTO per
trarne i precetti per questa prima parte anche per la critica degli avvenimenti
che ci siano tramandati dagli scrittori di qualche genere, e partitamente da’
Poeti. (“DELLA CERTEZZA MORALE ED ISTORICA” Fondo Peyron). L’abate cita le
seguenti fonti. Adriani, Istoria de’ suoi tempi di Giouambatista Adriani
gentilhuomo fiorentino. Divisa in libri XXII, Firenze, Giunti, e Santis,
Columnensium procerum imagines, et memorias nonnullas hactenus in vnum redactas,
Roma, Bernabo. C. ricorda che vari poeti avevano scritto molte dolenti rime su
questo tema e cita un passo di un madrigale del Caro. Presso la Biblioteca
Apostolica Vaticana è conservato il manoscritto Composizioni latine et volgari
di diversi eccellenti authori sovra gli occhi della Ill. Signora Livia Colonna
(Capponi). C., Di Livia Colonna. L’abate fa una precisazione sul nome
della figlia di Livia: “la figliuola della nostra Livia da Domenico Santi
chiamata Orintia, Oritia, trovisi altrove chiamata Ortenzia”. Zannini, Livia
Colonna tra storia e lettere in Studi offerti a Giovanni Incisa della
Rocchetta, Roma, Società romana di storia patria, Archivio di Stato di Roma,
Tribunale del Governatore, Processi.
I responsabili furono condannati grazie alle deposizioni di testimoni
oculari. La testimone oculare Beatrice di Petrella, per esempio, dichiarò
che Livia fu ferita due volte alla gola e molteplici volte ai fianchi, ma non
fece alcun riferimento alla mutilazione di arti. Chiodo, Di alcune curiose
chiose a un esemplare delle “Rime” di Porrino custodito nel Fondo Cian,
«Giornale storico della letteratura italiana», L’opera è scritta con inchiostro
nero e grafia minuta su V carte scritte sia sul recto sia sul verso, a parte
l’ultima, scritta solo sul recto. È bene precisare che Verani si rivolge
a un anonimo amico che gli aveva chiesto di commentare il saggio del C..
Probabilmente questo anonimo amico aveva poi consegnato all’abate lo scritto
del Verani. Di Livia Colonna del cittadino Tommaso Valperga-C.:
Osservazioni del Cit. Tommaso Verani Ex-agostiniano (Fondo Masino).
Scrive Verani. Quanto a Pompeo Colonna, che egli fosse il barbaro uccisore di
Livia, non vi è altro documento, ch’io sappia, se non la semplice osservazione
del Sansovino, di cui non possiamo fidarci, poiché non Livia, ma Lucia donna di
Marzio Colonna, la quale fu morta da Pompeo suo genero. Quindi è che non so
indurmi a credere Pompeo capace di sì orrido fatto, e molto meno per un vile
interesse o di eredità o di dote o di qualunque altro motivo o di odio e
vendetta a noi ignoto». Egli in un passo successivo sottolinea anche che Livia
chiamò “figliuolo” il proprio uccisore non perché era suo genero, ma per
intenerirlo e indurlo a desistere dal gesto delittuoso. L’articolo di lettera è
conservato presso gl’Annali calusiani della Biblioteca Reale di Torino (St.
Patria). Non si tratta della lettera originale del Negri al Napione, ma di una
copia dello stesso Napione, che, su richiesta del Balbo, trascrisse la parte
della lettera che riguardava C. Il caso dell’assassinio della Contessa
Aureli aveva interessato anche A. Ferrero Ponziglione, che nell’adunanza della
Patria Società letteraria propose la composizione di una novella su questo
argomento (C. Calcaterra, Le adunanze della ‘Patria Società Letteraria’,
Torino, SEI). Non era presente a questa adunanza, in quanto entrerà nella
Filopatria ; sappiamo però che egli intervenne a qualche assemblea anche prima
di questa data e che intrattenne stretti rapporti coi Filopatridi.
Probabilmente quindi l’abate si interessò alla vicenda di Bresse grazie a
qualche conversazione con gli amici e colleghi torinesi. Il manoscritto è
vergato su 6 carte, compilate sia sul recto sia sul verso: le prime due sono
scritte da una mano, mentre le altre 4 da un’altra. Entrambe le grafie non sono
riconducibili a quella di C.. Il narratore formula varie ipotesi sulle
origini di Bresse che, a seconda dei diversi indizi, può essere identificato
con un ugonotto, un massone o un ex chierico. Sotto il racconto si legge
la seguente nota: La presente relazione è trovata trai scritti del profess. di retorica
Castellani, ed è questa in data 9 giorni dopo l’avvenimento». Annotazione
scritta dalla stessa mano che aveva compilato il primo dei due documenti
(Memoria intorno a Bresse; Fondo Peyron). Il commento del C. si trova
nella parte inferiore del recto dell’ultima carta. È da segnalare inoltre che
nel verso dell’ultima carta si leggono alcune prove di firma del C. Lo scritto
ricalca la struttura tipica della novella; il racconto infatti è preceduto da
un breve riassunto: «Un’ufficiale di Francia ama una Donna Piemontese per lo
spazio di più di un anno, e perché da lei gli è vietato il venir ad ottenere
qualche suo fine poco onesto, la uccide, e ultimamente pentito di tanta
atrocità usata, da se medesimo si dà la morte. C., Versi italiani. Si veda a
questo proposito D. Goldin Folena, Inês de Castro e il melodramma italiano: un
incontro obbligato, in Inês de Castro: studi, a cura di P. Botta, Ravenna,
Longo. Si ricordi, per esempio, l’Inês de Castro di Antoine Houdar de La Motte,
che ebbe uno straordinario successo di pubblico e venne tradotta dall’Albergati
(Albergati Capacelli, Paradisi, Scelta di alcune eccellenti tragedie francesi
tradotte in verso sciolto italiano, Liegi ma Modena. C., Versi italiani. Cipriani,
Le lettere inedite di C.al nipote, marchese di Albery conservate nei fondi del
castello di Masino, tesi di laurea, relatore Marco Cerruti, Torino, Università
degli Studi, A. Favole, Resti di
umanità: vita sociale del corpo dopo la morte, Bari, Laterza. C. visse a
Lisbona, ospite del fratello Carlo Francesco, ambasciatore in Portogallo e
futuro viceré di Sardegna. In questo periodo venne a contatto con la cultura
portoghese, spagnola e inglese e, come tutti sanno, conobbe e “iniziò alla
poesia” l’amico Alfieri. Declension Edit First/second-declension
adjective. Number Singular Plural Case / Gender Masculine FeminineNeuter Masculine
Feminine Neuter Nominative initiātus initiāta initiātum initiātī initiātae initiāta
Genitive initiātī initiātae initiātī initiātōrum initiātārum initiātōrum Dative
initiātō initiātōinitiātīs Accusative initiātum initiātam initiātum initiātōs initiātās
initiāta Ablative initiātō initiātāinitiātō initiātīs Vocative initiate initiāta
initiātum initiātīinitiātae initiāta References Edit initiatus in Charles du
Fresne du Cange’s Glossarium Mediæ et Infimæ Latinitatis (augmented edition
with additions by D. P. Carpenterius, Adelungius and others, edited by Favre)
Warburton. DISSERTAZIONE SULL’INIZIAZIONE A’MISTERII ELEUSINI;
OVVERO, NUOVA SPIEGAZIONE DEL LIBRO VI DI VIRGILIO, tratta dalla sessione
della Divinici della Mistione di Mose MOSTI ATA DA WARBURTON
Stenda Sdiva VENEZIA Curii. Al NOBILE SIGNOR BARONE
GIROLAMO TREVISAN VICE-PRESIDENTE AL TRIBUNAL D'APPELLÒ
ìli VENEZIA bLÌ EDITORI, Non il paiavinó nobile sangue j che nelle
vene vi scorre, non l'antichità de’ vostr’avi 3 non gli onori e le cariche eh
tra gli altr’uomini vi distinguono j furonoj Egregio Signore le cagioni che
ci spinsero a umiliarvi rispettosi la presente dissertazione:
cerchino altri sì fatte cose o per vite adulazione bassissima, o per
mercarsi non mentati favori o per altr’indiretti fini del generoso animo
vostro onninamente indegni ma sì bene ci mossero e i rari vostri talenti
che fecervi un giorno brillare guai lucidissima stella nel veneto
foro, e il genio che nutrite verace per ogni sorta di letteratura. Possian
dunque dire che vi appartenga questa operetta come a quelt esimio personaggio
che di vera FILOSOFIA lo spirito fornito e di fino critico gusto le
bellezze ammirare sapete della veneranda antichità. Accogliete pertanto di buon
cuore quelh che offerir vi possiamo e siate certo che cm- ptiratorì
ognora de’ vostri pregii e delle virtù vostre conserveremo per voi
quella stima, venerazione e rispetto con cui di essere ci
protestiamo, là zs. X inalrtiente comparisce alla veduta del dotto
mondo il vero VIRGILIO: il suo poema veste le ingenue sembianze, di cui lo
adorna il suo autore: quello che finora hanno gl’amatori della sapienza,
i filosofi. In esso riconosciuto di bello ora di nuova luce rifulge; e
quanto a’ critici è parato di riscontrarvi dì assurdo e sconcio, e al rigore
dell’epiche leggi incoerente ad un tratto dileguasi. Cosi felici effetti ha
prodotti la presente dissertazione. Il giudizioso inglese che l'ha scritta
facendosi a contemplar di pie fermo quel filo segreto che l’Omero latino
condusse in questo divino poema, colpi nell'intimo sno spirito, scoperse le
ragioni, di tutto ciò, che introduce nell'ENEIDE VIRGILIO, e l'ipotesi
sua co quella vasta erudizione che possede, colle cose, costumi, e
opinioni dell'antichità raffrontando, comprese ch’ella regge con
mirabile armonia e alle idee dell'autore e alla natura dell' epica poesia
ed alla sapienza degl’antichi FILOSOFI. Se ciò sia vero, lo scorge il
leggitore leggendo l’opera presente, e dopo letta, a
rileggere ponendosi, e studiare VIRGILIO attentamente, L'Autore
della Disseriazione non ebbe in vista che d'illustrare il VI Libro dell'ENEIDE.
Ma la sua scoperta è di un uso universale per l’intero poema virgiliano,
che pell’intelligenza d’ogn’altro, e spezialmente di quello d' Omero .
Quindi è che noi creduto abbiamo di fare cosa graia alla letteraria
repubblica nel dare alla luce quest’opera dall’inglese nell’italico idioma
rrcala-, e vi- viamo colla fiducia, che i leggitori ci sajjra,n, po
grado di sì utile impresa. Per solo bene e vantaggio della società
letteraria ci siam noi mossi a riprodurre U presente Dissertazione; e
come sapevamo esser rarissima e ricercata, abbiamo tostamente procurato dì
ripiegarla e correggerla; di note fornirla e d'illustrare con alcuni
cenni la vita del suo Autor valoroso, e farne così al collo
pubblico un dono, Di quanto pregb ella sia, quanta contenga erudizione
non è a dire; sarebbe desiderabil cosa che tutti ì italiani delle lettere
amanti, i quali Unto vanno affaticandosi per isludiare l’epico latino,
prima attentamente leggessero questa dissertazione che porge la chiave a
bene, eziandio comprenderne tutto il poema. Non dubitiamo pertanto,
che gl’eruditi non ci appiani grado di questa, benché leggiera,
fatica j e il lor favore in adesso ci serve di sprone, onde farsi strada ad
imprese maggiori. Ha l’uomo collo ed erudito noniolo, ma piu audio
l'imperito e l'indotto un desiderio pressoché costante, una voglia direi
qnati innata di voler investigar n conoscere in azioni e le gesta,
di que' tra suoi simili, che sugli altri emersero t p er gebio peti
tiratore e sagace, o per talenti letterari e politici, o per dignità
ragguardevoli, o per onori non comuni, o per altra mai dote, la quale
tulio scioperato vulgo distinguere ne li faccia, fi da questo desiderio, è
da questa voglia che riconoscer debbe la repubblica letteraria e scientifica
quei lumi tutti, che (les- sa per opera de' suoi membri possiede in
riguar- do alla virtù, e al merito de' più chiari eroi, che ognora
illustre la resero. È perciò eh' ab- biamo creduto noi opportuno il dar
qui in ri- stretto (come la parvità del volume lo esige) alcuni
cenni sulla vita del chiarissimo autore della presente Dissertazione. Warburton
nacque nel Dicembre del ni Ì 11 effe ì ce n tono van torto il
vigesimoqnarto giorno a Nevarck sul fiume Trent nella gran
Brettagna, nella qual città occupava suo padre il posto di Procuratore.
Warburton di perspicace acume dotato e non vulgare talento nelle
principali Università l' ordinario corio degli stadi! a percorrer lì diede, e
riportatane laurea nelle teologiche discipline colla fama di
letterato ed erudito quegli sturili a ricominciar ritiro»;, che più alla
naturale sua inclinazione si confacevano ; ben persuaso che le scuole
non additino che i mezzi, onde fare di vera sapien- za l'acquisto.
Si applicò quindi alla erudizione sacra e profana, non che all' amena
letteratura, e ben presto mature fratta produsse . Tardi pe- rò
agli onori ed alle dignità elevato il volle for- long^-iaa jamfls
tardi altrettanto più sublime- mente innalzollo. Aveva egli trascorsi
cinquan- tasei anni dell'età sua, quando Giorgio II. che allor
l'Inghilterra reggeva con suo grazioso decreto il fece sno Cappellano., e in
breve forni- re di un canonicato in Durbatn ne lo volle. Proseguiva
frattanto le sue erudite fatiche iti nostro Guglielmo, quando l'anno
correndo niil- Jesettecen sessanta videsi egli al decanato di Bristol
inopinatamente eletto, la qual dignità non fece che servirgli di scala
all' onor vescovile, di cui tra non molto con soddisfazione e con-
tentamento di que' tutti, che le di lui virtù, conoscevano, fu
giustamente insignito. Fugli a sua sede destinata Gloceiter, che a
reggere cominciò con non ordinaria: moderazione e prudenza da meritarne de'
suoi connazionali gli applau- si . Ognor vigilante, sobrio, amico dì
tutti, vero filantropo degno stato sarebbe (se altronde 1* provvidenza
non avesse rettissim amente disposto) d'essere ortodosso, e di possedere
diocesi orto- dossa . Tra le cure però di suo vescovato tener
godeva in casa letteraria conrersazione e giocon- ila, onde il ma
affaticato spirito alquanto ri- crearsi potesse ; e come dotato era dal
Cielo di eccellente memoria, e per meno de' suoi travi., gli di
vasta erudizione, così sapea talmente a lempo con istradivi aneddoti la
compagnia rav. vivaio, ch'era egli della società chiamato l'ido- lo
e la delizia. Fra tante virtù aveva tuttavia il difetto a' suoi patrioti
universalmente comu- ne, quello cioè, di essere nell'odio terribile,
quanto nell'amicizia tenero e dolce: a sua lau- de per altro riflettali
die una legg'"^ «mpen- aazione, una minima protesta discuta era a
cai- marlo sufficiente. Sin qui il Warburton non ci i prelenta che
personaggio di rare qualità, di cariche e di onori fornito ; ma è tempo
che renda di pubblico diritto le immense fatiche, che per naturale suo
genio a sostenere ai accinse. Sempre amico delle lettere, e della gloria
de' auoi cittadini volle egli darne un saggio col pre- siedere all'
impressioni! delle opere del grande Shakespear, la quale più nitida rese
per nota- bili correzioni, ed illustrò con crìtiche note, dove
tutto it giudicio risplende, che tanto i ve- ri dai troppo creduli
critici distingue. L'amici- zia stretta .col Pope lo indusse pure a,
sopran ten- dere alla stampa de' di lui lavori, che colla usa- ta
sua diligenza presto trasse a line. Persuaso che allora camminarebbe
meglio la società, quan- do la religione e la politica si congi
ungessero insieme a formarne i reali vantaggi, diede alla luce
delle sode dissertazioni sulla unione appunto della Religione, della Morale, e
della Politi- ca, le quali poi trasportò in gallica lingua Stefano di
Silhouette, e in due voltimi di vite. Per porgere, dirà coi), pascolo
alla sua estcìis. «ima erudizione scrisse auche un discorso intorno al
terremoto, e all'eruzione ignea, che im- pedirono all' Apostata
Imperatore la restaurazio- ne del Tempio santo, Ma tntto questo
sapere diWarburton è nn nulla in paragone della critica, del genio, della
erudizione, che dispiegò in un'opera, la quale nei fasti delle
scienze renderlo doveva immortale, e cui, come osser- Vano
-d«» JrttWMti " ili maaturl delle rìcer- che antiche
leggeranno sempre con -piacere, ed anche con frutto e vale a dire la
di- vina legazione di Masè dimostrata in quattro volumi
distribuita. II filosofo di Farne/ cerco tosto di accreditare coli'
autorità di Warbnrton tutte le imposture, gli errori, le follie, le
men- zogne, che sacrilegamente «parie aveva nel Li- bro dei Libri;
quindi è che astenere non si potò dal non tributare in larga copia
all'Anglo Prelato gli encomii li più seducenti e lusinghieri . Guglielmo
pero che aveva nel petto nn fon- do di virtù bastante a far argine a
coteste vi- lissime adulazioni, e che l'empietà appieno conosceva dell'
autore della Pulcella d' Orleans, in una seconda edizione a provare si
fece che il aig. di Voltaire non solo non avea l'opera inte- sa, ma
che l' avea falsamente citata, peggio in- terpretata, e impudentemente
calunniato Tanto- re di essa. L'Oracolo della Francia allora canto Dóion.
degli Uom. Ili, v. gli nelle più amate invettive, nei sarcasmi più
«cuti, nelle ingiurie più maldicenti gli clogii che aveva al Vescovo di
Glocesttr prodigalizza- to, a cu! non degnò egli rispondere
mostrando colla sua grandetta d'animo di quelle ingiurie la
insussistenza, e procacciando così alla sua opera più durevole fama.
Osservan nullameno ì Critici che più perfetto ne sarebbe il lavora t
so ognor vi rispondesse il lucido ordine di Orazio, « se più
digerita la erudizione ne fosse. Chec- ché peto sia, resr eterno il nome
del celebre Inglese, e dì questo n'hanno un bel saggio i leggitori
nella presente disseriazione » di' è da quello ricavata - Una
vita sobria e morigerata fece trarre al Warborton pacifici giorni e
tranquilli da nessun malore sturbati ; sicché carico d'anni in Glocetcr
ai siile Gingno del niilles ettecen setlantanove compi sua mortale
carriera da tutti ì suoi, non monodie dalia letteraria repubblica
meritamente compianto, lira egli di statura alta, grosso e
corpulento anzicheno, di carnagione rubicondo, di temperamento forte e
robusto. Questo è quanto abbiamo di lui potuto rac- cogliere, e
succintamente esporli benevolo leg- gitore ; Vive ; Vali : si
quid navìitì reHiut istis Candidai imperli: li »m, bit Mere
memi». Virgilio nel libro Yl.;"cfi*r fl "Capo 3'opera
dell'Eneide, ha per dileguo di descrivere l'iniziazione del suo eroe ne'
misterii, e di mettere lotto l'occhio de' suoi leggitori almeno ima parte
dello Spettacolo Eleusino, in cui tutto face- vasi per mezzo di
decorazioni e macchine, e in cui la rappresentazione della storia di
Cerere da- va occasione di far comparire tal Teatro il Cielo, l'Inforno,
i Campi Élisii, il Purgatorio, tutto ciò che ha relazione eoa lo stato avvenire
degli uomini. Ma acciocché il lettore non si offenda di questta
proposizione che può sembrare nti paradosso, sarà cosa utile l'esaminare qual
sia il carattere dell' ENEIDE. Tutti e due i Poemi di Omero
contengono la narrazione di un'azione semplici; ed unica, de-
tonata ad insegnare un punto di morale egual- mente semplice, ed in
questo genere ammirasi con tutta la ragione questo filosofo. E
impossibile che in ciò VIRGILIO lo superasse. Il suo vero modello e
perfetto; niente mancatagli, ii maniera che i maggiori partitami del FILOSOFO
LATINO, senza eccettuarne Scalugero', ridotti si no a (allenare, eh' e FILOSOFO
LATINO, e lo Scaligero stessa ha sostenuta, clic lutto il vantaggia di Virgilio
aopra Ornerò consiste negli Episodi i j nelle descrizioni, comparazioni, nella
netiena, e purità dello stile, è nella aggiustateza dei pensieri ; ma ninno ha
conosciuto a mio credere il principal vantaggioeli' égli ha sopra
il Poeta Greco: Egli trovò il Poetila Epico mesto già nel primo ordine di tutte
l'opere dello spirito umano; ni* ciò non ancora soddisfaceva a'suoi
alti disegni. Non bastavagli | clip l' istrui- te gli uomini nella morale
fosse il fine del Poe- Ina Kpico; neppure l'insegnare la Fisica j
come ridi col oiam ente s'immaginarono alcuni antichi. Egli è vero,
ch'ei compiaceva^' di queste due •otta d» studii; ma voleva comporre un
Poema, che fosse un sistema di politica. In fatti ì ta- le la ina
Eneide in versi, come in prosi sono i sistemi politici, e le Repubbliche
di Platone, e di CICERONE; e quegli insegna con l'esempio e con le
azioni di un eroe ciò, che questi insegnano coi precetti . Cosi Virgilio portò
il poema epico ad nn nuovo grado di perfezione, e come di Menandio disse
Vellejo Pater colo inve- niebat, neque imitandum rclinquebat .
Benché possa ognun vedere facilmente t che sotto il carattere di ENEA
rappresenta: i OTTAVIANO; pure siccome credevasi^ che questi
ammaestramenti politici destinati veramente per utile di tutto il
genere umano riguardassero il solo principe; così niuno ha compresa la
natura dell' “Eneide”. la questa ignoranza i Poeti, che vennero
dopo, volendo imitare questo Poema, dì cai non conoscevano il vero genio,
riuscirono ancora peg- gio di quello,- che sarebbero riusciti, se si
fos- sero contentati di prendere per modello il semplice piano di Omero.
M. Pope gran Poeta de nostri tempi, é giudice competente in tali materie, dice
nella prefazione all' Ilìade spiegando- ne la cagione. Gli altri Poeti
Epici, dice egli, banco seguito Io stesso metodo ; ( ciò* quel di VIRGILIO,
che unisce due Favole insieme, n t jj- 'A una sola ) ma- in ciir st-som»
tanto avanzati, che hanno introdotta una inokipli- „ cita di favole,
con cui hanno interamente „ distratta l'unità dell'azione, e
l'iianprolungata in ana maniera del lotto irragionevole, cosicché i
lettori più non sanno dove sieno -, .Tale fu la rivoluzione, che cagiona
Virgilio in questo nobil genere dì poesia. Egli lo porto ad un
punto di perfezione, a cui non sarebbe mai giunti) con tutta la sublimità
del suo genio ira* za l'assistenza del più gran Poeta . Egli non
eb- be se non il soccorso della unione dell' Iliade e dell'Odissea,
che potesse fargli eseguire il bel progetto, che si aveva formato.
Imperciocchi pel dare un sistema di politica nella condotta di un
gran Principe bisogna fargli comparire ed osservare tutte le situazioni,
e tutte le circo- stanze, in cui no Principe come tale può ritrovarsi .
Quindi bisogno, che rappresentasse Enea in viaggio come Ulisse, in
battaglia come Achil- le ; ed in ciò non dubito * che questo grand*
ammirator di Virgilio di sopra citato, e che cosi bene ha imitata la purità del
suo itile si compiaccia di vede re, clic questi è la vera iti
gìone della condotta del suo Maestro, piuttosto che l'altra da lui
rapportata. VIRGILIO non avendo un genio ooil Tiro, e cosi feconda
j, come Omero, vi supplì con la «celta di ari oggetto più esteso, e di una
più lunga durata dì tempo, epilogando in un solo Poema il disegno dei due
poemi del Greco Poeta. Ma se avendo scelto lo «tesso soggetto di Oncia, fu
obbligato a trascrivere quella semplicità della favola, clic Aristotele,
ed il Bosiù di luì interprete trovano divina io Omero, questo stesso gli
ha prodotti altri considerabili vantaggi Dell' esecuzione del suo Poema;
poiché questi ornamenti, e queste decorazioni, di cui non han
saputo i Crìtici rendere altra ragione se non di sostenere la dignità del
Poema, diventano, secondo il fine del Poema, punti essenziali del suo
soggetto. Cosi i Principi e GL’EROI scelti per attori, che paiono a prima
vista un semplice ornamento, diventano la essenza medesima del Poema j e
i prodigi! e le interposizioni degli Dei destinati solo a produr maraviglie
diventano con questo nuovo disegno del Poeta una parte essenziale
dell'azione. Qui vedesi lo spi- rito medesimo degli antichi Legislatori,
i quali pensavano sopra tutto a riempire lo spìrito delle idee
della Provvidenza. Questa è dunque la vera ragione di tante maraviglie e
funzioni, che incontransi nell’ENEIDE, per cui alcuni Critici
moderni accusano il nostro Poeta di poco giu- dicio, imitando Omero di
una maniera troppo fervile nel suo Poema, composto nel secolo di ROMA
il più ili um'Bato e il pili polito . 11. Adis- >0D, di cui non devesi
parlare, se non con termini di estimazione, eoa) parla in proposito del
maraviglialo in VIRGILIO. Se qualche paisà dell' Eneide può
criticarti per questo titolo, egli è il principio del terzo libro,
in cui „ rappresentasi Enea, che lacera un mirto, da cui sgorga
sangue. Questa circostanza sembra,, avere il mirabile senza il probabile;
perch' è descritta come prodotta da cagion naturala senza J'
auìtóox* di, alcun» Dtilà., a. d' alcuna "sovrannaturale potenza capace di
produrla. Ma l'Autore non si è ricordato in que- sta osservazione delle
parole dette d’ENEA in questa occasione; Nympbas -ùtntTabaT
agrtsirt Gradi-vamquc Pattern, qui prieiidet Bruii Rite steundartnt
visus, omtnqut levarcnr. I presagii di questa specie poiché ve n' erana
di due sorta sono sempre considerati conte prodotti da una potenza
sovrannaturale. Cosi quando gli Storici ROMANI raccontano una piog-
gia di sangue, egli era un presagio simile a quello del nostro Poeta, il
quale si è certame»- te contenuto dentro i confini del probabile,
asserendo ciò che gii storici pia gravi riferiscono ad ogni pagina de'
loro annali . Questo prodigio non era destinato a sorprendere il lettore.
VIRGILIO, come si è detto, Teste i caratteri di un (0 lib. m.J+ »-
J<-i9 ledisi atore, e vuole eoi prodigi! e cui prestigi!
persuadere il popolo che iddio s'interpone negli affari di questo mondo;
e questo era il metodo degli Antichi . Plutarco adv. CoieC- c' insegna,
die Licurgo co) meno di divinazioni e di pre- «agii santificò gli
Spartani, NUMI I ROMANI, Solone gli Ateniesi, e Deucalione tutti i
Greci 10 generale, e col mezzo delta speranza e del timore
mantennero nello spirito di questi popoli 11 rispetto alla
Religione. Cosi molto a proposi- to colloca VIRGILIO U scena di
<)m-*to accidente tra i popoli barbari e grossolani della Tracia
per ispirare dell'orrore a'coslumi selvaggi e crudeli, e desiderio
di nno stato civile e polito. L'ignoranza del vero fine dell'Eneide
Ila fat- to cadere i Critici in diversi errori poco onore- voli a VIRGILIO,
non solo intorno al piano ed al lavoro del silo Poema, nia intorno al
carattere venerazione profonda agii Dei hanno tanto offe- so
r Ememont scrittore celebre Francese, che b& detto essere questo
Ero e più proprio a fondare una Religione, che uoa Monarchia, Ma non
ha saputo, che nel carattere di ENEA Ila voluto rappresentare
un perfetto legislatore ebbe saputo ancora che ufficio de'
legislatori era non meno stabilire una Religione, che
fondare uno Stato. E sott» qaeita doppia idea VIRGILIO rappresenta
ENEA InferTtttjue Dras Lalla Eoe"!- Uh I. veri. j>.
io. ti «ostro Critico egualmente li offende dell' umanità di ENEA,
dia della tua pietà. Elift consiile, secondo lui, in una grande facilità
piangere, ma egli non ha intesa la Ltlk-zzatì questa parte del suo
carattere. Per dare l'idea ài un legislatore perfetto, bisogna
rappresentarlo penetrato da sentimenti di umanità. Era tanto piil
necessario dare un simile «empio, quanto vediamo per isperienza, che i
politici del comune sono troppo spogliati .di qaciti untimi:!!- ti.
Questo punto di vista, lotto coi rappresentiamo L’ENEIDE serve a giustificare
gli altri caratteri, che metti! in iscena il Poeta. Il dotto Autor delle
ricerche sulla vita» e sugli acrlr- tì di Omero mi permetterà di avere
una opinion ne diversa dalla sua riguardo alla uniformità de caratteri,
che regna nell'ENEIDE. Io la tengo per effetto di un premeditato disegno,
non già di costume e di abito. VIRGILIO, dio' egli, era avvezzo allo
splendor della corte, alla magnificenza di un palazzo, alla pompa di un equi-,,
paggio reale .rizioni di que- „ ala aorte di vita io» più magnifiche e
più nobili di quelle di Omero. Egli osserva già la decenza, e
quelle maniere polite, che reit- „ dono un uomo tempre eguale a se stesso,
e „ rappresenta tutti i personaggi, che si rasromigliano nella loro
condotta, e nelle loro maniere. Ma poiché l'Eneide è un sistema di
politica, e che la dui azione eterna di uno Stato, la forma della magistratura,
ed il piano del governo erano, come lenimmo osserva questa
bi |9 giudicioso «rittore, con famigliari al fotta, niente più
conveniva al suo disegno, quanto descrivere costumi politici.
Imperciocché ufficio di un legislatore È rendere gli uomini dolci
ed umani i e se non pub obbligarli a rinunciare inera mente a' loro
selvaggi costumi, impiegarli al* nieno a coprirli. Questa chiave dell'
Eneide non solo serve 1 piegare molli passi, che pajono soggetti
alla Critica, ma a discoprir la bellezza di un gran numero
d'incidenti, che nel corso del Poema s'incontrano. Prima di finire questo
articolo mi si permetta di osservare, che questa è la seconda specie (Jet
Poema Ippico. Il nostro compatriota il gran Milton ha prodotta la terza,
perchè, come VIRGILIO tenta di sorpassare Omero, Milton volle sorpassar
tutti e due . Egli trovò Omero in pos- sesso della morale, e VIRGILIO
della politica. A (ui restava, solo la Religione . figli prese
questo oggetto, come se avesse voluto con (oro dividere il governo dei mondo poetico, e per mezzo
della dignità, e della eccellenza del suo soggetto si mise alla testa di questo
triumvirato, prr formare il quale vi vollero tanti secoli. Ecco Ì tre
°eneri del Poema epico il soggetto generalm-'te parlando è la condotta
dell'uomo, che si può considerare riguardo alla Morale, alla Politira, e
alla Religione. Omero, Virgilio, « Milton hanno ciascun di loro inventata
la specie . eh - è sua particolare e l'hanno portata dal primo saggio
alla perfezione, cosiceli* è irapoi. Il libile inventare altro
di nuoro nel genere Epico. Supposto adunque, die l'Eneide rappresenti la
condotta degli antichi legislatori, non può credersi che un maestro così
perito, corno VIRGILIO, potesse dimenticarsi un dogma, eli' era il
fondamento ed il sostegno della politica, Cioè il dogma de' premìi e
delle pene nell'altra Vita. Quindi veggiamo, eli' egli ce he ha dato
uh completo sistema ad imitazione di quelli, ch'egli h» presi per
esemplari i come Platone: nella »U alone di Ero, e CICERONE NEL SOGNO DI
SCIPIONE. E come il legislatore cercava di dar [teso a questo dogma con
una istituzione affatto straor- dinaria, in cui rappresentati lo stato
de' morti in uno spettacolo pieno di pompa; cosi la de- tenzione di
tale spettacolo poteva dare molta grazia e bellezza al Poema. La pompa e
la se lennità di queste rappresentazioni doveva natii* ralulente
invitare il Poeta a descrìverle, trovan* do in ciò occasione di mettere
in opera tut- ti gli ornamenti della poesia. Io dico dunque t
Senteii 1» spirilo di pitti» che pirli i un Iniiino non pu- tirebbe al Warburton
per buone rune quello proposi noni riguirl do al Milena ; direbbe egli
quindi, col cometuo de' piti meni fiati Critici, il rrtxo bega lil
immuriate suo Taiio, che n-olio primi del Milton prese a soggetto il
vcrti Religione ; ne dlipiiindo le posta rigore) intente il Poeta In^lett tra
gli Epici tlii- •ificarsi, iccorderebbegli di buon cuore il quarto luugu
come a quellu, il quale secondo che ilice Ugone Bliir " ha calcita
una «rida del culto nuova a straordinaria N. D. E. ch'egli la ha
fatto, « che la distesa di Ehm all' Inferno non e altro, che una
rappresenta- jione enigmatica della sua iniziazione a' miste-
ri» Eia disegno di VIRGILIO dare nella persona di ENEA l'
idea di un legislatore perfetto. L' iniziazioni' a' mUterij rendeva sacro il
carattere di un legislatore, e ne santificava le funzioni. Non è da
stupirli ebe dì proprio tuo esempio volete nobilitare una istituzione, di cui
egli stesso era l' autore i e perciò sono «tati iniziati tutti gli
antichi Eroi e Legislatori. Fintantoché i miiterìi non aveano
passato an- noia l'Egitto, dove erano nati, e che cola andavano per
essere iniziati i Greci legislatori, è cosa naturale, che di questa
cerimonia non li parlasse, se non in termini pomposi ed allegorici. A Ciò
contribuiva parte la natura dei costumi degli Egiziani, parte il
carattere dei viaggiatori j ma sopra tutto la politica de 1 legislativi,
i quali ritornando al paese volevano infivilii e un popolo selvatico, e
giudicavano per se «tessi vantaggioso, e necessario pel popolo
parlare della loro iniziazione, in cui lo stato de' morti era stato Joro
rappresentato in Spetta- tolo, come di una vera discesa all'Inferno. Cosi
fecero Orfeo, Bacco, ed altri. Continuò a praticarsi questa maniera di
parlare anche dap- poiché furono introdotti in Grecia i mìsterii»
come vedesi nelle /avole di Ercole, di Tese* discesi aiT Inferno . Ma
peli' allegoria eravi sem- pre qualche cosa, che discopriva ]a verità
na- ccsitt (otta gli emblemi. Così per esempio di. cerati di Orfeo,
che disceso era ali 1 Inferno pei meno della sua cetra:
Tbrticta frctus cythara, fidì&utJUI Cancri s Il clie moitra ad
evidenza, ch'era in qualità di legislatore, perchè si sa che li cetra È
il tirar bolo delle leggi, per meno delle quali rese cir lite un
popolo grossolano e barbaro . Nella fa- vola di Ercole reggiamo la storia
vera unita al- la favola nata da quella, e intendiamo ch'egli
veramente fu iniziato ne' mister» Eleusini im- mediata Diente prima della
sua undecima fatica, clic fu il levare Cerbero dall' inferno; e lo
Scoliate di Omero ci espone, che il fine di questa iniziazione era
preservarlo da disgrazia in questi impresa pericolosa. Pare, che Euripide
ed Aristofane confermino la nostra, opinione della di- scesa all' Inferno.
Euripide Bel suo Ercole Furioso rappresenta questo Eroe di ritorno
dall'In- ferno per soccorrere la sui famiglia : eslermina il
tiranno Leuco; Giunone per vendicarsi lo fi perseguitar dalle furie, e
nei suo furore egri uccide sua moglie, ed i suoi figliuoli presili
per nemici. Ritornato in se stesso, Tese suo amico lo consola, e lo scusa
cogli «empii scellera- ti degli Dei, il che incoraggi va gli uomini
a commettere i più gravi eccessi ; e questa opi- nioni: cercatati
di abolire ne' misteri), scoprendo la falsità del Politeismo. Ora egli è
chiaro Eoeiu. Lib. VI. vcrs.uo. 6 i abbastanza, eh'
Euripide ha rollilo farci sapere coia egli pensasse della favolosa
discesa all' In- ferno, quando fa risponder Ercole, come un nomo
die ritorna dalla celebrazione de' misteri!, a cai sicnsi confidati i
segreti. " Gl’esempii degli Dei, che voi mi citate, egli dice, niente
significano: io non saprei crederli rei delle 4> colpe, che loro
vengono imputate . Non potso intendere come un Dio sia sopra un altro Dio.
Rigettiamo adunque le favole ridicole, „ che ci raccontano i Poeti itegli
Dei „Aristofane nelle Rane apertamente palesa ciò, che intendeva per la
discesa degli antichi all' Infer- no nell'equipaggio, che da a Bacco,
quando lo introduce a ricercare della strada tenuta da Ercole: sul qnal
fatto lo Scoliaste c' insegna, che cel celebrarti i mister» Eleusini
usavasi di far portare dagli asini le cose bisognevoli per que- sta
cerimonia. Quindi nacqne il proverbio: dsi- nus portat mysteria. Il poeta
dunque introduce fiacco col suo bastone seguitato da Janzio mon-
tato sul!' asino con nn fardello ; e perche non si dubiti del suo disegno,
avendo Ercole a Bacco detto che gli abitatori dei campi Elisiì son
gli iniziati, Janzto risponde: " Io fono 1' asino, che porta i
misterii Ecco dunque come riguardo a molte favole antiche l'espressioni
sublimi e magnifiche nel parlar de' misteri! hanno persuaso alla
credula posterità, che là dentro vi fosse un non so che di
miracoloso . Nè dee maravigliarsi, che ne' tem- pi antichi n
compiacessero d'esprimere con uno stile il più straordinario le cose più.
ordinarie; a5 poiché un Autor moderno, come Apukjo,
6 per imitar gli antichi, o per accomodarsi allo itile solito de 1
misterii descrive nel fine del Li- tro II. la sua iniziazione: decessi
confittium mortis, t> calcato Proserpina limine per omnia veSus
dementa remeavi . NoSe media vidi So~ lem candido coruscantem lamine,
Dcos Inferos é> lieos supero:, accessi corani t> adoravi de
proLìmo. Enea non avrebbe potuto descrivere con altri termini il ino
viaggio notturno dopo che fu fatto uscire per la porta a Avorio. È
•tato dunque obbligato VIRGILIO a fare iniziare il suo Eroe," e la
favolosa, antichità gli sugge- riva di chiamare distesa all'Inferno
questa ini- ziazione . Di questo vantaggio ha saputo profit- tale
con molto giudicio, poiché questa funzione anima tutta la sua favola, che
seni» questa al- legoria sarebbe troppo fredda per un Poema
Epico. Se avessimo ancora un antico poema attribui- to ad Orfeo, e
intitolato discesa all' Inferno t forse vedremmo clic il soggetto di esso
era sem- plicemente l'iniziazione di Orfeo, e che il (let- to ha
somministrata a VIRGILIO l'idea del VI. libro della sua ENEIDE. Checchi;
ne sia, Servio ha ben compreso il fine di questo Poeta, osservando
contenti-visi molte cose prese dalla pro- fonda scienza de' Teologi
d'Egitto: Multa per altam scientiam Theologicorum jEgyptiorum j ì
quali hanno inventati i dogmi, die insegnavan- i ne' misterii . Con dire
che questo era il dise- gno principale del Poeta, io non pretendo
assi- curare, ch'egli abbia avuta altra guida, fuor che se
medesimo. Egli ha presi da Omero mot- ti ile' suoi Episodi!, t da
Piatane, «me ce- drassi. L'iniziato aveva un conduttore chiamato
Jc- tofanta Mistagogo, il quale uomo o donna che fosse, gì'
insegnava le ceremonie preparatorie, lo conduceva allo spettacolo
misterioso, e glie- ne spiegava le parti diverse. VIRGILIO ha data
ad ENEA la Sibilla per conduttrice, e la chiama Vatet, magna Sacerdos,
edoàa carnet; e sic. come il Mistagogo doveva viver celibe come Girolamo
ossei va de Monogamìa Sierophanta «pud Alkenas evitat i-irum, t>
sterna debilita- te fit costui ; cosi la Sibilla Cu man a non era
maritata . Il primo comando, che ad Enea dà la Pro- fetessa è
di cercare IL RAMO D’ORO: 1 Annui et folth, et lento vimini ramiti
Junanì ìnferne di&ut tactr. Di questa particolarità Servio non sa come
ren- dere ragione, c s'immagina che forse il poeta alluda ad un
albero, eh' era in mezzo al sacro bosco del Tempio dì Diana in Grecia.
Quando un fuggitivo si era colà ricoverato, e poteva svellere un
ramo di quel!' albero gelosamente cu- stodito da' Sacerdoti, egli aveva
l'onore di bat- tersi con un di loro a colpi di pugno, e le gli
riusciva di superarlo, veniva ad occupare il su* posto . Questa
spiegazione, quantunque troppo lontana dal soggetto, fu dopo Servio
ammessa di emìa Uh «Lvm.fj7.iit. 10 mancanza d'altra
migliora dall'Abate Banier 11 migliore interprete delle favole
antiche. Ma io penso che questo ramo rappresenti la corona di mirti,
di cui, secondo lo Scoliaste d' Aristo, fané nelle Rane, ornavansi gì'
iniziati nella celebraiion de' misteri!. Primieramente perchè di- ce, che
il ramo d'oro è consecrato a Proserpi» ni, «da lei era pure consecrato il
mirto. In tutta questa favola si parla solo di Proserpina, e niente
di Cerere, e perchè si descrive V iniziazione come un'attuale discesa
all'Inferno, e perchè quantunque nella celebrazione delle Cere*
uionie misteriose s'invocasse anzi Cerere, eh Proierpina, questa però
sola presiedeva agli spet- tacoli, ed il libro VI. dell' Eneide non
contie- ne, se non la descrizione degli spettacoli rap- presentati
ne' misterii . In secondo luogo la qua- lità pieghevole di questo ramo d
1 oro, lento vi- mine, rappresenta benissimo i teneri rami del
mirto. In terzo luogo sono le colombe di Venere quelle, che dirigono Enea verso
1' albero : dum maxima] ècroi Matctnas agnoicit avei .
. Esse volano verso l'albero, vi si fermano corner se fossero avvezzate.
L'albero apparteneva alla famiglia, questo era il sito, ove posavano
eoa piacere, perchè il mirto era consecrato a Venere :
Sedìbut optati s gemina mfer arbore sederti Eneid. Lib. VI. veri. 1. e. ver». *oj. Ma iti qtleHo passo
trovasi ancor più di lellez- ?a e di aggi urtai ez za di quello elle a
prima vi- sta apparisca . Imperciocché non solamente il mirto era
sacro a Proserpina, come insegna Por- firio lib. IV. de abstinentia,
egualmente che a Venere; ma le colombe erano sacre ancora a
Proserpina . Preso eh' ebbe il ramo e coronatosi di mir- to,
Enea entra nella grotta della Sibilla : Et vath portai sub nBa Syèìllé .
E ciò dinotava l'iniziazione a 1 piccioli ttìttèruf poiché nella
Orazione XII. insegna Dico Grisotomo, che facevasi in una . piccioli e
stretta cappella come può supporti la grotta della Si- lilla. GH
iniziati he' piccioli misteri! cViiamavansi Misi ce . Poscia la Sibilla
conduce linea al sito d'onde doveva scendere all'Inferno: Hit iBìs
propen extquhuT practpta SyBilla (ij. Ciò significa l'iniziazione
he' gran misteri i, pi" iniziati de' quali chiamavansi Epopta .
Questa iniziazione fassi di notte . Il luogo simile a quel- lo,
dove Dione dice, che celebravansi t gran disteni, è un Duomo mistico di
una grandez- za e di una magnificenza maravigli osa :
Spttttnca alia fuìt, vasloqut immotili blatH Scrupia, tuia iecu
nigre nmorkmqtu ttntbrit Ecco come descrive)! l'accoglimento fatto
ai ENEA {Sub pedièus mugire niam, et fuga tapt* moviji Silvarum,
vistque canti ululare per umbram, Adottami* Dia . Procul o procul M
profani, Conclamai Vaiti, loloquc abiliti" 'uro. Claudiano fa
un» descrizione semplice t senza artificio del principio di queste
formidabili ce-> remonie, da cui apparisce, questa di Virgilio
essere un'esatta descrizione dell'aprirti U scena de' misteri! E-li
sul principio del Libro I. del rapimento di Proserpina imita la sorpresa
e lo stordimento di nn iniziato, e gettasi, per eoli dire, corno U
Sibilla in mezzo alla scena: furint aniro je imnhtit, aperto
Grtssui ttmiruttt profani.. Egli sgrida come estatico ;
Jam furor bumanos nostro de pt8ere reiuut Expulit Jam mibi
ctrminiur (rtpidit delubro movirt Sedibts, O elaram dispergere fulmina
tutti*, .y Adoemum testala Dei.- fam maga*! ab imìi Auditur
fremitus Irrris templumque remugit Cecropidum; sanBasque faets extdlit
Eleusu, pingue, Triptotemi stridunt et squammea curva {il Enrid.
lib. VI. mi». >5i> e segg. <>) l «• »** <(J Cluni, lib. L
vets. 4. Colla kvma.. Ecce frocul ternij Utente variata
figuri? Ex»h*r Molto lene s* accordano queste dae
descrizioni con Je relazioni degli antichi Greci autori in tal
propolito, se considerali l'idea generale da- taci da Dione nell'orazione
XII. cori queste pa- role : " Coi) succede allorché conducesi un
Gre*,, co od un Barbaro per essere iniziato in un certo Duomo
mistico di grandezza e di mignificenza mirabile, dov' egli vede varii
spettacoli mistici, e lente nello stesso tempo una „ moltitudine di voci,
dove la luce e le tene- „ bre alternativamente appariscono ad
eccitare vajii movimenti ne' sensi di lui, c dove gli „ si
presentano dinanzi mille altre cose atraor- Quelle parole viso canes
ululare per umbram fono chiaramente spiegate da Platone ne' suoi
acolii sopra gli oracoli di Zoroaitro. Questo è „ l'uso, dic'egli, nella
celebrazione de' misterii, di presentare dinanzi gli Iniziati de' fati- „
tasmi sotto la figura di cani e d' altre Torme e visioni mostruose. Le
parole procul o procul este profani della Sibilla sono una ietterai
traduzione del formolafio uiitàto dal Mlstagogo nell'apertura
de'tniiterìi ;,'s-ti Bt'faha e!«d. rie
lUp. Prwnp. Hb. L Vm. J. fte. lo
iteti, v. if. L* Sibilla dice ad ENEA, che «'armi di tutto il suo
coraggio per avere a muoversi a combat- tere contro i più spaventevoli
©Igeili ; Tuqtu invidi vtam, -uagindqu,,rip t fammi JVW aaìmh
opus, Mm«, nunc pefore firmo (i). E infatti troviamo ben presto
l'Eroe impegnato in un combattimento: Carripit bic tubila inpidus
fm-mìdine firmm JEnts, tniSamque acitm wniintib** ofcn . . Tale
appunto ci rappresentano gli Anticlù l'ini- ziato nel principio deJle
ceremonie . " Entrando „ net Duomo mistico, dice Témistio Oration.
in. „ Pattern, si riempie di spavento e di orrore, „ ed il suo
animo ha occupato daila inquietu- „ dine e dal timore. Egli non può
avamara „ un sol passo, e non «a come entrare nel di- „ ritto
cammino che lo conduce al luogo, dc-i „ ve vuol arrivare finoattantocliè
il Profeta '(Vaies) 0 il condottiero apra il vestibolo del „ Tempio,,.
Proclo sovra Platone PhxA. libr. III. e XVIII. dice; " Come ne*
santissimi misterii „ prima che si apra la scena delle mistiche
fun- « lioni, l'anima déH'iniiiato I .orpreaa da spa- „ vento }
eoil ec. t j Poco dopo si spiega la cagione dello spaven- to di Enea, e
lo vediamo involto fra tanti ma- li reali e immaginari» di questi vita, e
di tut- te le malattie dello spirito e del corpo e dì (> E«i4
Lib. VL vtrs. >*•. Ut. (», L a *n. „ 0. «1. tutte le terribile!
visu forma de' Centauri, del* ]e Sciite, delle Chimere, delle Gorgoni e
delle Arpie- Ecco ciò che Platone chiama nel luogo eitato c'Mo'kot*
t»'( fiopeaV e«^t«V(/«t* forme e vi- (ioni mostruose, che vedevansi peli'
i egre sjo de* ju i steri i . Celso, come nel vero libro IV. scrive
pcntro di lui Origine, dice, che i fantasmi me- desimi si presentavano
nelle cerimonie di Bac- co. Secondo Virgilio incontravansi
nell'entrata Vestibulum ante ìpmm, e c'insegna Temistio che il
vestibolo del Tempio era il Teatro di fante visioni orribili vi tì?*t*
Teff ««off. Interrom- pe il Poeta la sua narrazione nel)' aprirsi di
que- sta scena, e quasi volesse fare solennemente la propria
apologia, grida; Di, quibus imperium est animrrum umbraque
siteniei Et ebani et pbiegetbon teca noEle liltntia tate, Sh mibì
fas nudità hquì, ih nuvnìnt vtitro Pandcre rei alta ttrra et rsligine
menai Egli sapeva d'impiegarsi in una impresa empia, poiché tale
credevasi la rivelazion de'misterìi. Ciaudiano nel «ovracìlato Poema dove
apertamen- te confessa di trattare de' mister» Eleusini in tempo,
in cui più non erano in venerazione, fegue perù l'uso antico, e cosi si
scusa; Di quib«, ìmmnm (*) Voi mibi sacrarum penetrati*
paudìte rerum, Et vestii secreta pali, qua lampade
Dìtem FU- (i) Elisili. Lib. VI. v«n. :Ó4. c segg, IO Ciani Lib.
J. veri. »g, Fitti t amor, quo duBa ftroV Prostrpina taptu Peiltdit
dolale cbaos, quantasqu* per oras Sollicito gtrtttrì» erraverit ansia
turiu, linde dai* papali s fruga, et glandi TtliSa Ceutrit invintii
Dodonia qusrcui ariitii (l) . Se in Roma con tanta severità si fosse
punita la rivelazion de' misteri!, come facevaai in Gre- cia, non
avrebbe oiato Virgilio scrivere questa portimi di Poema. Come per6
trattavasì da em- pio, al dir di Svetonìo nella vita di Augu- sto
C. xeni., quello ebe rivelava i misterii, VIRGILIO (vedasi) lo fa di nascosto e
nel tempo stesso si giù- sii Rea presso coloro che potessero penetrare
il suo disegno. Intanto l'Eroe e la guida conti- ptiano il loro
viaggio: l lbant obscuri sala sub naBt per umbram Perque demos
Ditis vacuas et inania regna; Quale per ìnctrtam luna-m sub luce
maligna Est iier in lilvis, ubi ectlum condidìt umbra Jupiier, et rebus
nox abslulit atra colorem. Questa descrizione mi fa sovvenire dì un
passo di Luciano nel suo dialogo n/pivw. e del Tiranno. Andando insieme
all' altro mondo una compagnia dì persone di condizioni diverse,
Mi- cillo grida: " Ah! come qui e oscuro I Dov'à il bel
Nagillo! Chi distingue adesso la belleiza di Simiche e di Prine? Tntto qui
ras- „ somigliasi: tutto è dello stesso colore, non li possono fare
confronti. Lo stesso mio vecchia Citai. 1, c veti. 1;. te. Eneìd. lib. VI.
veri. mantello, che si Imito tra a vedere, adesso „ è tanto bello,
quarto la porpora di sua Maetà, eh' è qui in nostra compagnia. In verità
„ 1" un e l'altra tono svaniti ai nostri occhi, e,, nascosi sotto lo
stesso velo. Ma amico Cinico dove sei? Dammi la mano. Tu che sei iniziato
ne' misterii Eleusini, dimmi un poco: non rassomiglia questo al viaggio,
che facesti all'oscuro? Cìnico: Oh affatto affatto . Guarda una delle
furie che -viene dal di lui seguito con le torcia accese in mano e col
suo terribile sguardo. Giunto linea in sulle rive di Cocito stupisco
in vedere tante ombre erranti intorno di questo £ume, è in atto d'
impazientarsi perchè non vengono tragittate, e intende dalla sua
condut- trice, esser quelle ombre di persone insepolte, e perciò
condannate a errar qua e là sulle spon- de del nume per lo spazio di
cent'anni prima di poterlo passare: H*C cmnis i guani cernili
inopi inhumataqul turba m Portitor Hit Ciana; hi, quo: tithit unda,
irpulii, Net rlpai dal tir horrtndas, ntc rauca fiutila
Transportart prius, quam ssdibui oisa quierunt; Ctmsm trranr annui,
volitantqui hxc litiora circitm, Tum demum admìiii stagna txopiata revhunt.
Ni crediamo, che quest'antica nozione sia sta- ta del volgo
superstizioso: ella è una delle in- venzioni più serie defili antichi
Legislatori dì W EneiA Lib, VL vus. jjj. « ssg^. «ver saputo
imprimere qnesta idea nello spirito dei popolo. Ma può dubitarli, .che
loro non debba attribuirsi, poiché viene dagli Egiziani. Questi gran
maestri di sapienza pensarono, dia mollo giovasse alla sicurezza de' loro
cittadini la pubblica e solenne sepoltura de' morti, senza di che
facilmente e impunemente si potevano rem' mettere mille secreti omioidii
. Quindi introdussero il costarne de' pubblici funerali e pomposi C'insegnano
Erodoto e Disdoro di Sicilia, che l'esequie si facevano presso gli
Egiziani con più ceremonie di quello che si masse da altri popoli. Ma per
più assicurarne l'usanza con un mo- tivo di Religione oltre quel del
costume, inse- gnavano al popolo, che i morti non potevano giungere
al luogo del loro riposo nel!' altro mon- do prima-che in questo non
fosseio. loro fatti gli onori del funerale j la qual condizione
deva per necessità aver portati gli uomini ad osser- vare
seriamente tutte le ceremonie dei funerali. Con che il legislatore
otteneva il- ano intento, ch'era la sicurezza del suo popolo. Questa
no- zione si sparse tanto e tanto profondamente s'im- presse nello
spirito degli uomini, che queJtoj che di essenziale vi era in questa
sop^tizione si conservato sino al presente nella maggior parte
delle genti colte . Se ben si ridette, ì) avvi una cosa, la quale ben dimostra
di quanta importanza credevano gli antichi che fosse ìa se- poltura
de'morti. Omero, 5ofocle ed Euripide sono senza dubbio i più gran Poeti
tra Greei. Ora, secondo l' osservazione de'C/itici, nell'Iliade, nell'
Ajace, e ne' Fonici I trovasi una viaio sa crjnlinnazion della favoli, e le
vien retta I' uniti dell'azione colla celebrazione dt' funerali ài
Patroclo, di Ajace, e di Polinice . Ma non rifl: -l'ino questi Critici
elle gli antichi risguar. davano l'isequie. come una parte
inseparabile delia tocidì, e della morte di un uomo. Quin- di
qu'.aii gran Maestri, dell'unità e del dovere non potevano erodere finita
l'azione, prima che non si l'ossero compiuti gli ultimi doveri
verso oVmnrti 11 legislatore degli Egiziani trovò un altra
vantaggio in questa opinione dtl popolo sulla, necessità de' funerali pel
riposo de' morti, ed era di dare un castigo a' debitori, che non
pa- gavano, da cui nasceva alla società un consi- derabile
vantaggio. Imperciorrhe invece di seppellir vivi i debitori che non pagavano,
come generalmente si usava tra barbari, gli Egizii, popolo colto ed
umano, fecero una legge, che comandava di lasciare insepolti i cadaveri
di questi debitori, Si noi sappiamo dalla storia che il terrore di
questo castigo produsse l'effetto, che bramavano. Pare elle siasi ingannato
il Mar- sliani nel suo Catone Cronico, supponendo che questo divieto di
seppellire avesse dato luogo alla opinione de' Greci, i quali credevano
ch'errassero qua e là gli spiriti degli insepolti mila terra. Laddove la
natura stessa della cosa dimostra chiaramente la legge essere
fondata su questa opinione, ch'ebbe la sua origine dall'Egitto, e non
l'opinione sulla, legge, essendo questa opinione la cosa sola, chej
alla legge dai- potesse qualche autorità. Ché Se il Poeta non avesse
creduta la cosa tanto importante, egli non vi si sarebbe coti lungo
tempo fermato, non l'avrebbe di poi ri- petuta, non l'avrebbe espressa
con tanta fot**) nè avrebbe rappresentato il suo Eroe pensoso «
sommamente attento alla medesima: Cunstitit Aitcèisa satuj, Gf vestigi»
pressi: Multa putans, (aggiunge) sarttmquc animo miseratiti iniquam.
Il pass» è commentato da SERVIO: Iniqua enini sors est puniri propter
alteriut negligentiam ; nequé enim juìs culpa sua caret sepulcto Qua
1 le ingiustizia-' dice qui Mr. Bayle. Jn una risposta alle ricerche di
un Provinciale toni. IV. Gap. KXir. Era forse colpa di quelle anime
ella non fossero sotterrati i loro corpi? Ma non sa' pendo
l'origine di questa opinione, non ne ba saputo l'uso, e perciò egli
attribuisce a super- stizione 1' effetto di una savia politica. VIRGILIO colle
pai-ole Sortem itllquatn intende, che in que-» sta civile istituzione,
come in molte altre, un bene generale sovente diventa un male per
un particolare. Alle rive di Cucilo vedevasi Carolile con la sua
barca. Sono persuasi tutti i dotti, che costui era veramente un Egiziano
esistente in car- ne ed ossa. Gli Egiziani non men degli altri
popoli nelle descrizioni delle cose . dell' altro mon- do prendevano
l'idea delle eose di questo fami. £0 Mi Lib. VI. TOt.|ii.jia. jlìari .
Nelle fero funebri ccteinonie, che pres- so loro erano *di maggiore
importanza che pres- so le altre nazioni, come osservammo, usavano
ai trasportare i corpi dall'altra parte del Nilo per la palude, ossia
lago Acberonzio, e niettevansi incerte, volte sotterranee. Nella loro
lin- gua il barcaiuolo chiamaTaii Caronte. Ora nel- le descrizioni
dell' altro mondo, clic facevano ne' loro miiterii, era cosa molto
naturale prender l'idea da ciò, che faceva*! nelle ceremonie fu-
nerali . Sarebbe facile il provare, quando bisognane, clie gli Egiziani
cambiarono in favole queste cose reali, e non già i Gxeci, come ta-
luni hanno pensato. Passato ch'ebbe il fiume, Enea si trova nel- la
regione de' morti : il primo incontro spaven-toso se e il Cerbero : Hit
ingens latrata regna tri tauri Personal, adversa ricuBans immani s in
entro. Questo veramente è \\ fantasma dei misteri!, che sotto il detto
del sovrastato Catane appari- va sotto la figura di un catte kWì* ; e
nella fa- vola di Ercole sceso all'Inferno, che altro non
significa, se non la tua iniziazione a' ni i steri i, si dice ch'egli
andò all'Inferno per di là con- durne Cerbero. La region dell'Inferno era
divi- sa in tre parti secondo Virgilio: il Purgatorio, l'Inferno, e
i Campi Eliti i . Dcifobo, ch'era nel Purgatorio dice ;
Ditcedam, txpltèo numeram ttddaraue ìimbris (l) . (i) Eneid lib.
VI. veri. 417. 4l 8. L e. T«t. j«- Di Teseo ch'i nel fecondo si
dice: itdit alirrji<mqiit stdtbit Infcl.x TitJtUt .
Nei misteri! queste regioni erano precisamente divise nella stessa
maniera. Platone nel Fedone parla delle anime, che sono sepolte nel fango
e nelle sozzure, e che devono stare nel fan-o e nelle tenebre fino
a che si purificano per un lungo corso di anni, come qui insegna Virgilio
. E Celso, come nel libro Vili, riferisce Orio- ne, dice che ne'
misterii inseguavasi la eternità delle pene. Ciò, che qui
merita osservazione e che mol- to serve al disegno presente si È che le
virtù e i vizj annoverati dal Poeta, e che popolano que- ste tre
regioni sona precisamente quelli, ch« hanno più relazione alla società.
Quindi bene scorgesi che Virgilio aveva le stesse mire, eh' eh-
bero ne' mìsterii gli institntorì. Il Purgatorio, eh' è la prima,
divisione è po- polato da quelli, che hanno uccisi se «essi, dagli
stravaganti innamorati, da' viziosi guerrie- ri, in una parola da quelli,
che lasciato libero il corso alle loro violenti passioni erano
piutto- sto infelici, che sfortunati. E notisi che tra questi
trovasi un iniziato. Ctrtrìqut sacrum Volybettn Insegnavasi pubblicamente ne'
misteri;, che sen- za la virtù, l'iniziazione a nulla serviva;
lad- EmiA lib. vL tot. t,j. <„ 1. e. dove gli iniziati, che
attaccatami alla pratica delle virtù avevano nell 1 altra vita molti
vantag- gi sopra gli altri. Di tutti i disordini, che li puniscono
nel Purgatorio, niuno più pernicioso alla società dell'omicidio di se
medesimo. Quindi la condizione infelice di tutti questi omicidi si nota
più distesamente di tutte le altre: Prima dande trneni matti (net,
qui liii Ittbum liticarti peperere menu, iucemqia pittisi Projicirt
animai . Quam vtllenc ctètre in alta Nunc et paupiriem, et dumi per/erre-
labore: Prosegue esattamente il Poeta cib, che insegna- tasi ne' mister»,
dove -non solo proibì vasi il dar la morte a «e stesso, ma spiegatasi
ancora la cagione di questa colpa . I discorsi, che ci ven- gono
fatti continuamente nelle ceremonie, e uè 1 tuisterii, dtCe Platone nel
Fedone, che Iddio ci ha messi in questa vita, come in un posto, che
senza di fui permissione non dobbiamo giammai abbandonare, possono essere
troppo difficili per noi a sorpassare la nostra capacità.
Tutto va bene sin qui. Ma che diremo dei fanciulli e degli uomini
condannati ingiustamen- te, che il Poeta mette nel Purgatorio T Non
è così facile Io spiegare, perchè colà sieno queste due sorta dì
persone, e lì commentatori taciotio al solito su questo soggetto. Se
consideriamo il caso de' fanciulli vedremo impossibile renderne la
ragione, se non con questo sistema. Eneid. Lib. VX Tcn,- il
Contìnua anditi vocei, vagilài et ingerii Infamumque anime fieniej in
limine primo ; Quqi dulcit vile exorlis, et ali ubere rapini
Abstulh atra dies, et funere menit acerba. Queste par che {onero le grida
e le lamentazio- ni che Procolo nel Litro X. della Repubblica di
Fiatone, dice che sentivansi ne' misteri! Bisogna solamente indagare l'origine
di una si straordinaria opinione. Io credo, che questa sia un’altra
institniione elei legislatore destinata alla conservazione de’ fanciulli,
come 1’institurioni de’ funerali è destinata alla conservazione de’ padri-
Niuna cosa poteva più impegnare i pa. dii nella cura della vita de* loro
figliuoli, <ju au- to questa terribile dottrina. Né si dica, che
l'amore de'padrì è per se stesso bastevolmente possente, e non ha bisogno
di nuovi motivi, che loro suggeriscano di conservare ì loro figliuoli. Si
sa che l'uso orribile e contro natura di esporre ì figliuoli era tra gli
antichi universalmente stabilito, ed aveva questo del tatto svelti dal
cuore i sentimenti di natura, e quel- li ancora della morale. Bisognava a
questo disordine opporre un forte riparo ed io nino persuaso che i magistrati
abbiano usato questo artificio di far credere nel Purgatorio i fanciulli
jnortì in tenera età per islabilire l' instiluto e ravvivare ì naturali
sentimenti, ch'erano quasi «tìnti . In fatti niuna cosa era più degna
della (ij Eneìi Lib. VL Ven, ^t, e Kg*. vigilanza de'
t»agistr*ti ; poiché, cerne saggia- jneuta dice Pericle della
gioventù " distruggere i fanciulli è lo stesso che togliere
dall'anno la primavera. Qui pure scandalezzas'i Mr. Bayle nel luogo
addotto di sopra La prima cosa, die* egli, die incontratasi
nell'ingresso dell'Inferno era il luogo de'fancinlli elle continuaniente
piangevano, e poi quello delle persone ingiustamente condannate a morte. Clic
liawi di più. irragionevole e scandaloso, s, quanto la pena di queste
picciole creature, che non avevano commesso ancora peccato alcuno, e la
pena di quelli, l'innocenza dei quali era stata oppressa dalla calunnia ?
Ab- biamo spiegato ciò die risguarda i fanciulli, esamineremo il.
restante dell'obbiezione . Ma non è da stupirsi che il Bayle non abbia
potuto digerire questa dottrina intorno a' fanciulli, imperciocché forse il
gran Platone medesimo se n'è scandaleizato. Riferendo *gli nel X.
della Repubblica la visione di Ero di Panfili* intorno la
distribuzione de' castighi e de' prernii dell'air tra vita, quando arriva
a parlare de'Ia condir zione de' fanciulli j s'esprime in questa
maniera ben degna da osservarsi : " Ma riguardo a quel?,, li, cha
rouojono in tenera età, Ero diceva cose che non meritavano d'essere
ricordale. Il racconto di quanto tiro vide nel]' altro mon- do è un
compendio di quanto gli Egiziani insegnano in questo proposito, a non
dui»'» punto che la dottrina de' fanciulli nel Purgatorio fosse ciò che
non meritasse essere ricordato . Piatone se ne offese, perchè non
riflettè sulla •ligio*, sull'uso «ti questa dottrina, come lo
abbiamo «piegato. Bisogna cercare un'altra soluzioni; per quelli
clic ingiustamente erano condannati, a questa k la Maggior difficolta
dall'Eneide.- lini juxia falso damnati crimine morti i . JW
viro bit line soni d*t*, irne judiee icdts : Quciitor Mimi uraam tnmet :
Me sihntum 'Concilittmque -uoeat, vitaique et elimina discìt. Sembra
queata essa una gran confusione ed una grande ingiustizia. Quelli che
sono ingiustamen- te condannati non solo trovatisi in un luogo di
pene, ma dopo essere tutti rappreientati «otto la medesima idea sono
poscia distinti in due classi, 1' una da' colpevoli e l'altra
d'innocen- ti. Per inviluppare questa difficoltà bisogna ri-
cordarsi la vecchia storia riportata da Platone nel Gorgia. Al tempo di
Saturno aravi una legge intorno agli nomini, e sempre osservata dagli Dei,
che quando un uomo fosse vissiuto secondo le regole della giustizia e della,,
pietà, era dopo morte trasportato nei!' isola de' Beati, dove godeva di
tutte le felicità,, senza una di que' mali, che tormentano gli „ uomini :
ma quegli eh' era ingiusto ed empio era gettato in un lago di pene,
prigione dcl-,, la divina giustizia chiamato il Tartaro. Ora „ al tempo
di Saturno e sul principio del regno di Giove, i giudici, cui era
commesso (»J Eneid. Lib. VI. veri. .,, 1' eseguir questa légge,
erano semplice mente „ uomini, che giudicavano i vivi e stabilìvan»
„ a ciascuno il luogo e il giorno, in cui do-,, ve vano morire. Quindi
nascevano molti giu- tt dìcii ingrusti e mal fondati: perciò
Plutone, „ e quei ch'erano alla custodia delle Isole Bea- te
andarono a trovar Giove, e gli lappresen- „ taro no che gli uomini
discendevano ali' Inlev- „ no mal giudicati, non meno quando venivano
assolti, che condannali. Allora il padre M degli Dei rispose : io
liuiedierò a questo dìsordine. I falsi giurflciì nascono in parte dal corpo,
onde sono involti i giudicati, perchè ti giudicano ancor viventi.
Malti di essi sot- to una bella apparenza nascondono un cuora
„ corrotto, la lor nascita, le lor ricchezze in- „ gannano, e quando
vengono per essere giudi- cali, trovano facilmente i falsi
testimoni! della loro vita e de' loro costumi . Questo è
ciò, che rovescia la giustizia, ed accieca i „ giudici. Un' altra
cagione di questo disordine si è che i giudici medesimi sono
imbarazzati,, da questa massa corporea. L' intelletto na- „ scondesi
sotto il manto degli occhi e della I, orecchie, e sotto l'iutpenetrabil
velo della carne: ostacoli tutti, che impediscono ai giu-
dici di giudicar rettamente. In primo luogo,, adunque io farò, che i
giudici non sappiano H preventivamente il giorno della morte, e or-
dinerò a Prometeo di loro togliere questa prescienza. In secondo luogo
poi farò sì, che t, quelli, i quali verranno ad essere giudicati, „
flieno spogliali di tutto ciò che li cuopre, e t, in avvenire saranno
giudicati Bell' altro moa- do. fcl cnuie saranno eiii totalmente
spogliati è ben conveniente che tali sieno i loto gin» „ dici,
perchè all' arrivo di ogni novello abi- „ tante, che viene libero di
tutto ciò die circondollo sulla terra, e lascia addietro tutti 1 suoi
ornamenti, possa l'anima vedere ed ei« sere cosi in istato di pronunciare
nn giusto „ giudicio . Quindi comecché io non aveva pre-r t, veduto
tutte queste cose, prima ohe voi ve ne accorgeste, ho pensato di metter
per gìu-,, dici i miei proprii figliuoli . Due di questi „ Minoase e
Radamanto sono Asiatici, Europeo „ è il terzo Baco. Quando morranno
avranno i loro tribunali nell'Inferno, appunto nel mezzo del aito, che si
divide in due strade, 1’una delle quali conduce all' Isole Beate, l'altra
al Tartaro. Radamento giudichi gli,, Asiatici. ttaco gli Europei, ma a Minosse
io „ db una suprema autorità ; egli sarà giudice di appellazione,
quando gl’altri saranno dui»- Luisi in qualche caso oscuro e difficile,
affinehè con tutta equità possa a ciascuno assegnar- „ 9i il luogo dovuto
„ . La materia comincia cos'i a dilucidarsi. Egli e chiaro, che
parlando il Poeta dei falsamente condannati, allude * quest' antica
favola . Quindi per le parole falsa damnati crimine mortis Virgilio non
intende, come potrebbe immaginarsi, innocente! addirli ob infetta*
calumnias, ma homines indigne et perperam adjudicali, assolti o condannati
che fieno . imperciocché pronunciando i giudici più sovente
sentenza di condanna, ebe dì assoluzione mentii per figura la maggior parte pri
tutto . Forse Virgilio aveva scritto: Hos juxta fal- so damnati tempore
mortis; onde segue: tftc viro. h<e line sarte data, sìne /«die*
stdes, Vitaiqye et crimine discit. Accordandosi con questa spiegazione {
la qual suppone una mal data sentenza sia di assoluzione o di condanna )
la conferma nel tempo stesi so, e tutto ciò è ben legato con una serie
con- tinuata. Resta una sola difficoltà, e,' per dire il vero, ella
nasce piuttosto ila una negligenza di Virgilio, die di chi lo legge.
Troviamo que- ste persone mal giudicate messe di g.à con altri
colpevoli in un luogo destinato per essi, vale a dire nel Purgatorio. Ma
per inavvertenza del Poeta sono mal collocati ; poiché vedesi dalla
favola, che dovrebbero essere messi sul confine delle tre divisioni, dove
la grande strada si par- te in duo l'una che conduce al Tartaro e
l'al- tra agli Elisir, che Virgilio descrive cosi: Bit focus
est, parti; ubi se via findir in améas, Desterà qua D 'ilis magni sub
mania tendi! : lìec iter Elysium nobis : et ini* mahrum Exercet
panar, et ad ìmpia Tartara mietil Ricercando il principio e l'origine della
favola io penso così. C insegna Diodoro di Sicilia, che usavano gli
Egizii di stabilire alcuni giudici al- la sepoltura di tutti i
particolari, per esanima- to Eneid. Lib-VI. ras. 4 ;i. j. c . T er<-4!i- t c. i4 a. t «g E . re la loro vita e
condotta, -onde sì assolvessero o co ad annaserò secóndo le favorevoli o
toni ra- ri u testimoniarne ctie. avessero. Questi giudici erano
Sacerdoti, e pretendevano che le loro sentente fossero ratificate nel soggiorno
delle om- bre. La parzialità e i regali forse ottennero col tempo
ingiuste sentenze, e il favore particolare vinse la giustizia. Di che
potendosi scandalezza- re il popolo, fu creduto a proposito dare ad
in- tendere ch'era riserbata al Tribunale dell'altro mondo la
sentenza, che doveva decidere della sorte di ciascuno, se io non
m'inganno; quin- di ebbe origine la favola generale . Havvi però
una circostanza, di cui norr si pub rendere pie- namente ragione, cioè
" de' giudici che in que-,, sto mondo pronuncian sentenza, predicono
il „ giorno della morte del colpevole, dell* ordine,1 dato a Prometeo di
abolire la loro giurisdizio-,> ne, e privarli di questa prescienza. Per
la che intendere, supponiamo ciò eh' è probabile, che il postume
riferito da Diodoro fosse nato da un altro mo più antico, cioè, che i
Sacer- doti giudicavano i colpevoli in vita per delitti, di cui il
tribunale civile non poteva rilevare la verità. Se cos'i è, ne nasceri
che per la predi- zione della morte del colpevole a' intenderà la
pena della morte, a cui veniva condannato; e Prometeo che toglie loro il
dono della prescien- za vorrà dire, che il magistrato civile abolì
la loro giurisdizione. Questo nome di Prometeo ben conviene al
magistrato, il quale forma lo spirito ed i costumi del popclo colie arti
neces- sarie alla pubblica felicità . Ecco secondo il mio
48 parete, l'orìgine della favola di Platone ; e pa- re
infanti ch'egli intendesse cosi, poiché facen- dola/accontare da Socrate,
gli (a dire : " Ascòl- „ late un famoso racconto, clic voi forse
tratterrete da favola; ma per me la chiamo una il vera storia. Io spero
di avere con questa spiegazione sod- disfatto, la quale era necessaria
per le osserva- lioni fatte in tal proposito da Mr. Addisson Voi.
II. in un discorso espressamente composto per ispiogare la discesa di
Enea all'Inferno. " Veggonsi, dice questo celebre autore, i
caratterì di tre sorta di persone situate a'eon- ni: ni saprei dire la
cagione, perchè cosi particolarmente collocate in questo aito: se „
non fosse, perchè non pare ch'alcun di loro „ dovesse essere collocato
tra morti, non aven- „ do ancora compiuto il corso degli anni asse-
D 8 nat 'S'> sulla terra . I primi sona le anime,i de' fanciulli levati dal
mondo con una morte „ immatura : i secondi sono gli uccisi
ingiusta- „ mente con una iniqua sentenza: in teno Ino- „ go quei,
che lassi dì vìvere, sì sono da se „ medesimi uccisi ma Trovami poscia due episodii 1' nn sopra
Didone, e l'altro sopra Deifobo, ad imitazione di Omero, ne' quali non
evvi alcuna cosa al mio proposito, se non fosse l' orribile descrizione
di Deifobo, il cui fantasma rappresentato mutilato ci dimostra,
secondo la filosofia di Platone,, che i morti non solo conservano tutte
le passioni dell' anima, ma i segni ancora e i difetti del corpo
.Passata eh' ebbe Enea la prima divisione, ar» riva si confini del
Tartaro, dove gli viene di- spiegato tutto ciò che riguarda le colpe e
le pene degli abitanti in questi luoghi terrìbili. La sua
conduttrice lo instruiice di tutto, e per fargli intendere l'ufficio del
Jerofanta» onta in- terprete dei misteri!, co»l gli dice i
«•' Dm intlytt Ttucrmn t . Nulli fai. casta tceltratum iati
litri .limta i Std mi, tura luci! Uicati prarfteit Avermi » Ipsa
Dtum panai datai t, perqm omnia duxìt Osservisi che ENEA vien condotto per le
regioni del Purgatorio, e dei Campi filili!, ma che il Tartaro gli
ri fa vedere da lungi, e ne dice la cagione la sua condottrice t
Ti.m dimum borritone,tridtntei eardine iter* Panduntstr porte
. Cernii custodia qualij V estibulo stdeat? fatiti que Unum*
itrvtt? (i) Negli spettacoli e nelle rappresentazioni de' mi-
sterii non poteva essere difesamente . I colpevoli condannati alle pene eterne
iono primiera- mente coloro, che per ischi vare il castigo de' ma-
gistrati avevano peccato aegretamente: Gnotsius htc Rhadamantui
baiti durissima tigna, Cairigatqui, aud'stqui dolci, tuéigitqui
fami, Qua; quii «pud Superai farlo Ulatui inani. Distaili in itram
commina piacula mortem. Endd. lib. VI. re» jfc. c"il^ {,) 1. £ . T(n . K
. ; L e. ma. j«. tt. d Appunto per quelle colpe
e«e»«o i legiilatori d'inculcare il dogma delle pene dell'altra
vita; In scendo luogo fili Atei, che prendevano a icheruo la
Religione e gli Dei : Bit 8W **ti9**f urr*Titdnià fui"
(i). Il die era conforme alle leggi di Caronda, che al riferir di
St-bro strili. XLU. dice; Il disprez- zo degli Dei ita una, delle colpe
pili grandi. Il Pu- ta pailicolarnirnlv insiste, su quella specie
d'empirti, perei gli uomini pretendevo.» gli onori dovuti agli Dei t
V 'idi et erudita dansim Salmaaia panar, fìum Ji«mma,-Jbvii, et -tmitut
imitttur Oìymfi (l) Sema dubbiò egli voleva censurare l'Apoteosi, che già
incorni oci ava ad introdurli in Roma ; ed io credo che nella Ode III.
del Libro!., del- la quale il «oggetto «.Virgilio, abbia voluto
Orario rimproverare questa MB* a' mai ..citta- dini: . Calum ipsxm
pitimus stùtiitìa Wtfw Tir nostrum paiimur stilili Iraconda
Jbvtm ponete fulmina (j) - In quarto luogo" i traditori, e
-gli adulteri, che duo perturbatori dell* salute pubblica e privata
i Quiqut ab kMteriltm erti, quiqut arma secati Impia ; nec viriti
àomm-runi fallire Uixsr. s, M tntid. lìb vi- mi. s ao. u) L c wn. jij.
j«- (riHorit.ivivttnl.ee. lucimi panarti euptclant Vendidit hic aura patri
ani, daminumquC pitentem ImpOfuit, fixit legai prstio a'tque
rtfixir, Hic thtlamum invaili.,., velitojqw hymenxos.(& . È
degna di osserva/ione non dirsi solamente gli adulteri, ma ancora gli
uccisi per cagion di. adulterio; per far intondere che dinanzi, al tribunale
della giustìzia divina non bastano a punir questa colpa i castighi umani
anidra i jiiù -severi. La ijMott*-ed uitira»-«p»cie tn-cqlpewiiii
sano Vi intrusi ne' misteri!, e i violatori di e ni, rappresentati
tutti e due sotto il carattere di Teseo :1 s Sedet <eftrnUmqùl sed&iir \ Infelix Thtsexi, PblttyajqHe rniterrimus
orma Mmonet et magna itstsiur voce per umbra; Discile jitiiiiiam
moniti, et non lemiere D/oe'j .. Secondo la favola Teseo e Piritoo
disegnarono di rapire Proserpina dall' Inferno, ma colti sul latto,
Piritoo fu gettato a Cerbero, « T«eo incatenato, finche da Ercole fu
liberato. Con che ci s» diedi; ad intendere, che clandestina- mente
si, erano, instrutli dei misteri i, e puniti . A questo proposito mi
sovviene una Storia rac- contata da Livio nel Libro X.X.XI, Gli Ateniesi
impegnarono in una guerra, contra Filippo per un motivo dì poca
importanza, in tempo, in,cui altro non restava loro dell' antico
splen- dore, che la. fierezza . .JSV giorni dell' iuiziazio.
(0 tfc'd. Lib. VI.' tu. <sij. ftfe M L o. ttiMM. *«• *»!• (j» I.
e. * 7 . e »fg. d i da, glor.ni MT-i*«W. >«>•
L,„.«:,., . ™» .•p<«™ k Si ?™"* culto segreta,
entrarono con 1. ™rb. nel leu,- 2 di ferm. «
—ita»—"•>"• «uri .1 Presidente de' miste,,,, e benché
tale chiaro che innocentemente, e per fello era», entrati nel
tempio, furono '•"> m °""' ™" = rei di un enorme
delitto . Forse per Fregi» intendono i popoli deil. Beo-. a
ì, dì cui riferisce Paosania, 1 queir perrron tntt'i dal fulmine, dal
terremoto e dalla peate. Quindi generalmente Fregia »o» dire •£
e.pr. 3 i „crMe S M. L'officio dato qui • Te.» i. ..orlare alla
pietà, a nino megli», «M onmeni.a nello spettacolo, de' mr.ter,,,
rapp.e- ienl.ndo egli on. persona, che fjli««« P™'« tìii. Co.1
l'idea noitr. intorno la drsces» d’ENEA all'Inferno toglie un» difficolti non
m», .piegai» da' Critici. Non et» .(* no officio »~ «1, e r.r«r di
propello gridar conimnamen . air orecchio de' coodaun.ti, che Imparasse™
la pietà e la ri.ercnra »er,o gli Dei! Qoantonqu. Lesta sentenza
insegni una importanti,....» re. A.', era peri inolile predicarla a
peranno, eh. più n»n potevano sperare il perdono. Scarrone, che ha
impiegato il suo poco «lento per me*- fere in ridicolo il pii util'Po. ma,
che ma, st» .fato composto, non ha mancato di far. guest» flessa
obbietione : Li itnlmxn i eviene e btlla, Ma all' Infima non
Val *iU Infitti, secondo l’idea comune della discesa d’ENEA all'Inferno, VIRGILIO
fa rappresentare a Teseo un personaggio fuori di proposito. Ma
questo continuo avvertimento diviene il più ra- gionevole ed il più
utile, quando suppongasi (come è di fatto) die VIRGILIO faccia nna
rap- presentazione di cià die facevasi e dicevasi nel celebrare gli
spettacoli de' ìnisterii, poiché in questo caso serviva d' avvertimento
ad una mol- titudine di spettatori viventi Aristide negli Bicaimi dice,
che non mai cantavanii parole più proprie a spaventare, qnanto in questi
misterii^ perchè le voci e gli spettacoli insieme uniti, dovevano
fare una più profonda impressione sul- lo spirito degli iniziati".
Ma da un passo ili Pin- daro io conchiudo, elle ne' spettacoli dei
miste* rii (donde gli uomini han prese tutte le idee delle regioni
Infernali ) nsavasì, che ogni col- pevole rappresentato nel ano attuale
castigo fa-' cesse agli assistenti una esortazione contro la colpa
da lui commessa; " Volgendosi, son parole di Pindaro, a. Pyth., volgendosi
conti- n nuamente sulla sua rapida-ruota, grida a' mor- ii 'ali )
che sempre situo disposti s confessare la loro gratitudine verso a'
benefattori per le », grazie da loro ricevute „ . La parola mortali
fa chiaramente «edere, che questo discorso fa* «evali agli uomini di
questo mondo. II Poeta cosi finisce il catalogo de' dannati : Ami
amati immane ntfns ausoqne patiti (l) . «) Sncid. ta.VI. ver», fi*.
d 3 Erìit"~~ a,s,i C,, :,!',i •t™/a e dell'
appro^aiione degli Un. ma era un traodo, che sono estn.lmmt,
"SS"". Punto il Tartaro g™to • «o» 1 "" "S" l
'" tìl, ENEA si purifica: - ... 0,, r J«« "*'». IW
'««"' Entra dopo nel soggiorno de' Beati: Dtvvttrt
Ivor «W» ^ fl "" r '''' T " Vff4 Fun'uw°r«'" nìmotvw,
irdtiqac itti al : Lvgì°* bic campo, etitr, O '«•»'»' " T U,purta:
lOÌemqM luam, s«n Wrr-r nonno. Cosi precisamente Temistlo, Orolion.
jnPniranj ocsc.iv. P Iniriato nel momento the i. apre » ecena r
" Essendosi purificato, scuopresi ali mi- „ ilato una legione tutta
illuminala e rtsplen- „ dente di una ohiareaaa divina. Son
dissipate „ in un tempo le nuvole e le false tenebre, e „ l'anima
trovasi, per cosi dire, dalla piUter- „ libile oscuriti nel piii chiaro e
sereno g.or- „ no „ . Questo passaggio dal Tartaro agli Elia* fa
dire ad Aristide negli Eleusini, die da one- ste ceremonie nasce nel
tempo stesso ed onoro e piacer., che sorprende . Qui Virgilio
abban- l.jlasld. Lib.V».,.n. «i>. ijsì «>' "" '1*'
« '' IS ' donando Omero, eseguendo la dilettevole de- crÌzioDe« die
nella rappresentazione rie' niisterìi faceva»! ne'Cauìpi Elisii, schivi»
un gran 'difet- to, nel -quale era caduto il' ano mae>tro, che
Ila fatta una pittura sì poco gradevole de' to- schi fortunati, che non
faceva alcuna voglia di vivere in quel luogo : onde ha rovinato il
dise- gno de' legislatori, che mlrvano i popoli per- suaiì dell'
tsistcniS di quel felice soggiorno. Egli introduce il suo Eroe e
favorito, e gli fa aire ad Ulisse, eh' ei vorrebbe essere piuttosto
un semplice artigiano sulla terra, di quello che comandare nella regione
de' morti ; e tutti i suoi Eroi sono egualmente rappresentati in uno
stata infelice. Oltre di che per togliere agli uomini tutti gli
stimoli delle grandi e belle azioni, rap- presenta la Tama e la gloria,
come cose imperi, tinenti e ridicole r quando erano i più ponenti motivi
della virtù nel mondo Pagano, e di cui non mai bisogna privare gli nomini
interamen- te i laddove Virgilio, che nel tuo Poema non ' avea
altro 'fine, che procurare il bene della -so- cietà, rappresenta l'amore
della fama e della gloria, come tini possente paciose ancora Dell'
altro mondo. La semplice promessa fatta dalla Sibilla a Palinuro di
eternare il suo nome, con- sola la di lui ombra, hanclrt ti tm>HM»!W
(?' infelici: Mtirnumqm lecui Pali nari nomtn èaèiéit . ììis diciis
cura tuoi», puhnsque'parump»r Corde dolor iriiti : gauJtt cognomini urrà (l)
Enrid. llfc. VI, va*. H» !*»• ì*)- d 4 Queste dispiacevc-li
descrizioni dell'altro auindo, e le porie licenziose degli Dei, It une e
le al- tre tanto dannose alla società, persuasero Plato- ne a
bandire dalla Repubblica Omero. Io queste beate regioni il Poeta,
assegna, il primo luogo a' legislatori e a quei, che trassero gH
uomini dallo stato di semplice natura, « gli ridussero a vivere io
società: Magnanimi Hercu, natii mtliorièus annìs. Capo di
questi è Orfeo, il più celebre legislatori d’Europa, ma più conosciuto in
qualità di Poeta . Imperciocché essendo scritte in versi le prime
leggi, onde fossero più facili a rite- nersi a memorie, la favola ci ha
.supposto Or- .feo colla forza della sua armonìa raddolcite i
costumi selvaggi di Tracia: ; Tbrticius lunga cum utìtr
Sacndos Oil'/^uirur nxmtrii septem discrimina veeitm. Egli fu
il primo, che dall'Egitto portò i mi- steri in quella parte d' Europa. Il
secondo luo- ^o è assegnato a' buoni cittadini e a quei, che •i
sono sacrificati per la patria: Hit nfanus ub patriam pugnando
vulnera passi. .Trovami in terzo luogo i sacerdoti pieni di
vir- tù e dì pietà; Quiqut Sucrrdmis casti, dum vita mantbat
; Quiaut pìi vaifs, O" fiaia digna lucuti (4>- (1) Eneid. Lib. VL ras. 1 e. veri. f*s-
«4<- L c. ra. Kb. (4, J. C vers. c fri. (tu
*? Essendo necessario il bene della società, ohe coloro
i quali presiedevano alla Religione vivi-s- iero santamente, e non
insegnassero' degli Dei, le non cose convenienti alta loro natura.
L'ul- timo luogo è assegnato agli inventori delle arti liberali e.
meccaniche: Inventai aut qui viram excoluere per ariti f
Quiqut mi mimarti alio! fecere merendo (l). In tntto questo
Virgilio ha esattamente spiegata quanto iniegnavasi nella celebrazione
de' miste* rìi, ne' quali continuamente i oca! cavasi, clic la
VÌrtil sola pub rendere gli uomini felici : le ce- remonie, le
lustrazioni, i sacrifìci] niente vale* yano senza della virtù . Passa
trinami Enea uà gran numero di persone dalle due parti di Stige
: Malrei atque viri defun&aque carperà vita Magnsnimum
herount, patri inuptieqai parila' . Sane circum innumere gemei papali qa;
valabant Aristide c'insegna, che negli spettacoli de' mi- aterii
apparivano agli iniziati truppe in numera, bili d'uomini e di
donne. Per convincere interamente . il lettore della verità
drlla nostra interpretazione, VIRGILIO nota una particolarità, malgrado
questa conformità perfetta tra Io spettacolo da lui rappresentato e
qurllo dV mistcrii . Questo è il famoso segreto àv misteriì, il quale era
il domata della unità (i) E«id. LiU VI. vtrt.
Étfj. («4. tu L e. ver*. jo*. (jtJ.cvert.7c5. (**> fli
Dio, particolarità, clie se avesse tralasciala Virgili» bisognerebbe
confessare, che quantum quo avesse per fine di rappresentare V
iniziazio- ne a' misterri, non 1' avesse rappresentata perfet-
tamente- Ma egli era troppo eccellente pittore per non lasciare qualche
equivoco nel suo quadro. Quindi copchiucie l'iniziazione del -suo Eroe
con fida'n Jogli, come solevasi, i secreti e il dogma dell'unità. Senza
di questo l'iniziato non era arrivato ancora al grado più alto di
perfezione, -e non potevasi chiamarlo già Tf.iìhoths nel si-
gnificato tutto esteso di questa parola. Quindi -il Poeta- introduce
Museo', ch'era stato Jerofan- t» in Atene, e che qui conduce Enea verso
il luogo, -dove apparitagli l'ombra di sno Padre, * gii insegna'
la' secreta dottrina sublime della . perfelione con queste .sublimi
espressioni: Principiti cmlmn ac tèrra! eamposque liquentts, Lucintemque
glohiim Lunr Titnnìaqtte astra' 'Spirilui rteMrr ai'tt ; TÒtumqitr infitta p'rV
àrtui 'Mtnt agitai materni et magno s: forfore miictti Txtle bominum
ptcudùmqite gtitur vititqut velatlnn, Et qu/e marmoreo feri mostra sub
aquari pontus CO - Segue Anchise «piegando )a natura e l'uso del
Purgatorio, il elle non era» fatto -nel passare di Knea per quella
regione. Viene poi alla dot- Irina della Metempsicosi o trasmigrazione:
do^ trina che insegnavasi ne'niistem per gimlificare gli. attributi
morali della divinità. Quest' OSS* 1
Uf Eatid. Ub.VI. vtts.,. e tegg. I J N:l'"J il':
L.l »9 (o sv^gwwce al Poeta l'episodio il più belio ci)*
immaginarsi potesse, facendogli passare 'dìnan-, come in rassegna la sua
posterità, e' cosi fi- Bisce lo spettacolo \-' '(' I» questo
viaggio che fa' l'Eroe per le tré regioni de' morti, abbiamo dimostrato
di uianò ' in mano con l'-atrtorift- di' qnalelfd 'autore' la
conformità de' suoi avvenimenti a quelli' degli iniziati. Ora tinnendo
in.urr putito' solò di vi- sta le cose' qua * là disperse, diverrà cosi
lu- minosa U nostra spiegazione, elle non potrà pifi dubitarsene;
perciò rapporterò un passo consere vatoci dallo Stobeo nel sermone CXIX.,
il qua- le contiene una descrizione degli spettacoli de' misterii,
che 'Si accorda affano cogli avvenimen- ti di Enca> L'anima prova'
nella morte' le pas- sioni medesime, «he sente nell' iniziazione a'
ini- iterii; ed osservisi che le parole corrispondono alle cose ;
Poiché rrttu;^ significa morire, e essere iniziato.- Nella prima scena
altro non vi è, «he errori, incertezze, viaggi fatico- si e penosi,
e spettacoli fra le tenebre folte nella notte. Arrivati a' confini della
morte, e della iniziazione tutto appariva sotto un terribi- le
aspetto ; " tutto * Órrortf, ' timore, ' tremore 'e spavento . Ma '
passati' questi' spaventi sopravvie- ne una luce miracolosa e divina:
vaglie piana- re e prati smaltati di fiori sì presentano loro da
ogni parte: inni e cori di musica dilettano le orecchie loro: sentono le
stìblimi dottrine della sacra scienza, ed hanno visioni sante e
veneran- de .. Cosi, veri,. perfetti, iniziati, dimeni*"»
ione- più ristretti; ma coronati e trionfanti pai- «o reggia?
per le regioni de'Beati, MmttHli con uomini canti e virtuosi, ed a loro
talento ede- Finito il viaggio torna ENEA con la condotw
trice rielle regioni superne per la porta d' avo- rio . C* insegna
esserci due porte, I 1 una di cor- no, per cui escono le vere visioni, V
altra di avorio, per cui escono le false : Sunigimine tornili pan*
: quorum altèri fenar ite. E termina
t Froiequiiur ditti s . A questo passo freddamente osserva
Servio, stm- plice grammatico, voler significare il Poeta, che il
tutto da lui detto «falso, e nenia fondamen- to: Vu.lt autem intelligi,
falsa <«c omnia qua dixìt. Questa pure è la spiegaiione di tatti
i Critici. Il P. U Rue, che per altro è uno de' valenti, dice quasi
lo stesso; C.um igiturFirgi- lius&nearn eburnea porta emiitit,
indicai pro- feSoj quidquid a se de ilio inferorum adita. diSum
est, in fabulis esse numerandum . PER SIGNIFICARE LA QUALE OPINIONE SI DICE CHE
VIRGILIO È DEL GIARDINO, e che nelle sue Georgiche tratta da favola tutto
ciò, che dicesi Jdl' Inferno ! Felix, qui potui, rerum eognueert c«u !!as,
\ Atqut moi UI Bm „ fI et InnorìSift fatum Sabfidi ptdièut,
urephumqu! Mehcrenth nari (;). (0 E« c id. tib. Vi. veri. B,j. {1) I. e.
veri. tft. ti) Graie. lib.II. virilo, 491,49», Se li* vuol dar
fede a coloro, avrà dunque il divino Virgilio terminata la più Leila
delle sue opere in una maniera ridicola. Egli ha scritto Don per
dilettare l'orecchio, ed i fanciulli nel- le lunghe iceie dell'Inferno
con racconti simili alle favole Milrsiaue ; ma per ì ostruire degli
no- cini e de' cittadini, c per insegnar loro r do- veri della
umanità c delta società. Dunque do- veva essere il fine di questo VI.
litro, in pri- jno luogo d' insegnare la dotlrina di una vita
avvenire, utile in questo mondo ; e ciò ha fat- to il Poeta,
rappresentando con qnal regolato- no distribuiti i premi! e le pene : io
secondo luogo d'impegnare gli Eroi in imprese degna di loro. Ma le
crediamo a questi Critici, dopo' d' aver impiegate tutte le forze del sno
spirito' in questo libro per giungere a questo fine, arrivato alla
conclusione, con un sol tratto dì penna distrugge tutto, come *e avesse
detto: Ascoltate, miei cittadini, io ho procurato d’insinuarvi la virtù,
dì allontanarvi dal vizio per rendere felice tutta intera la società,
e procurare il bene di ognuno in particolare . li par imprimale nel
vnslro spirito queste,j verità, che voleva insegnarvi, vi ho proposto,, nn
grand' esemplare, vi ho descritti gli av- „ veni menti del famoso vostro
antenato, del „ fondatore del vostro impero; e per maggior „ vostro
onore l'ho rappresentato, come un Eroe „ perfetto, gli ho fatta eseguire
1* azione più „ ardita, ma insieme la più divina, vale a di- „ re
lo stabilimento della polizia civile : anzi t, per rendere il suo
carattere piti rispettabile! 6= e date alle sue ..leggi maggior-
»m*irt,- gli „ ho, fatto intraprendere, il viaggio^ di cui . c -, f
dete la relazione .- Ma. per paura,, elle toì ne „ riportiate qualche
vantaggio, ed il mio Emo „ qualche giuria, vi, avverto * che tutto
questo lunghissima discorso di uria vita, avvenire al- „ tio non\
è.,, che va* Ridicola e puerile finrio- »> ? e » < d »' personaggio
rappresentato dei dd- „ sito Eroe è un, sogno vano. In somma tutto
„ c(ò che avete inteso, dovete riputarlo, come y scherzo, che niente
significa, e da cui non v dovete cavare conseguenza jlcunj., e» Boa, t
ch'il Poeta aveva, voglia dì ridere,, e di hur- g larsi delle vostrr;
superstizioni „ . Cosi, si fa- rebbe parlare Virgilio, seguitando Ja
interpreta- zione de' critici antichi e- moderni» La writàui è, che
non si potrebbe iciogliere .questa terribi- le difficoltà senza, questo,
nuovo aisteina, . secondo il quale aititi non intende VIRGILIO per.que-
?* *-?!!?.* della discesa all' Inferno, the . Ja ini- ziazione a'
misterii . Ciò spiega, l' enigma, PJ 1 as-solve, il Pj^taj.
Jaiperciocclià,.^tslf «M» dise- gno di descriyer.e,. qu L ^ta.
iniiiazioae., come è credibile, avrà senza, dubbio scoperta con.
qual- che segno, fa, «qa, interuiono. secreta) ma dovu poteva
palesarla, meglio,. c l>e » thiudemle il suo libro? Kgli f, a j uuque
^iv-pna bellissima invenzione migliorato ciò, «li*» Omero, racconta
delle due.porte, quella di corno destinata alle visioni vere, e. quella di
avorio, alie.fali. . Per la puma dimostra Virgilio la realità di una
vi- ta avvenire; ma in questo ciò ch'egli vide non era all' lni
eino, ( „, a, nel tempio di Cerere. O., sta rappresent.izionc chiamasi
MÙàoe, o la favo- la per eccellenza. Questo è secondo il staso ve-
lo ^ queste parole : Mitra canihali pnftBa nitet Eltphnnta ; Sud Uba ad
calum mìttum insomma mamffi. ÌA* quantunque non avessero niente di
reale i sogni, che uscivano per questa porti,So- non dubito, di'
ella ir» /atti, non vi- latte-. Questa era la. »tasni&cai porta del
tempio, onde usciva- no gl'iniziati, quando era compita la ceremo-
uia. Questo tempio era di una numeri-- gran-* dezia,. come lo descrive
Apulejo lilr. II. Senws duxit me protinus ad forcs adìs amplissima.
È» curiosa . la descrizione, che ne fa Vìrruvio da antiquitate nella
prefazione del lì tir. VII. Eleusince- Cereris, (a Praserpina celiata immani
ma- gnitudine.,. Dorico ordine, sine exterioribus co- tumnii. ad
laxamentum usui sacrificiorum per- r.exit. Eum autem postea, cum Bememus
Pha- lera-u? Athenis rerum potiretyr, • Philon. mite templum. in.
fronte columms constilutis Prosty- lum fecit- auéìo vestibolo, laxnmentum
initian- libus r . operisque Aummain adjecil autloritatem • Eravi
dunque- uno spazio assai lungo capace di tutti questi ipettacoU* e, dì
tutte le rappiesen- tazioni. K. poiché ne. abbiamo tanto parlato, a
riferitene alcune varie particolarità c/na e là: di- sperse, non sarà
cosa imitile, prima di finire, darne in poche parole: una idea
generale. M Intii^Ub. Vt. Ì9S, Ijrd. To
credo adunque, che la celebrazioni' Jé' tnl- sttrii consi.ieise
principalmente io una specie di rappresentazione drammatica della stona
dì Cerere, la quale dava occasione di esporre agli occhi
de*apettarori queste tre cose, che sopra tulio inspgnavansi ne' murarli .
I.", l'origine o l’istituzione della società : IT. la dottrina
do* pniiiii e delle pene di un'altra vita': ' fi f.' Ir falsiti del
Politeismo, e la dottrina della unità' di Dio. Apollodoro nel Libr. I.
Cap V. della sua Biblioteca c'insegna, che come Cerere avera stabilite
leggi nella Sicilia e nell'etica, e,,eCondo la tradizione, aveva incivHili gli
abt-'tanti di que'due paesi, e raddolciti i loro co- stumi selvaggi, ciò
diede luogo alla rappresen- tazione del primo degli artìcoli' sopradetti
. Bio» doro di Sicilia dice, che nel tempo della festa di Cerere,
che durava dieci giorni in Sicilia, rappresentavano 1' antica maniera di
vìvere, pri- ma die gli uomini avessero imparato a lemìua- re, e a
servirsi delle biade. 11 secondo articolo nasceva dalla cara, ebe Cerere
si prese di an- dare all' Inferno a cercare sua figliuola Proser-
pina, e finalmente il tino ' dal rapimento della fgliuola. Queste
sono le osservazioni, che io ha fatte iti questo famoso viaggio di Enea,
e (se non m' inganno) questa mia idea non solo illustra e toglie
molte difficoltà in ogni altro sistema in- tollerabili; ma sparge copiosa
grazia sopra tutto il Poema. Imperciocché questo famoso Episodio
Conviene perfettamente bene al «oggetto genera- la dell' Banda, eh' è lo
stabilimento di onesta- to» «8 lo, e di nna
Religione, poiché, secondo ti co- t'Aiv.ic degli antichi, chiunque
intraprendeva un cosi difficile disegno era obbligato
nidisptnsabit- uiente di preparatisi colla iniziazione ai mifterii .
Multa eximia t dice M. Tullio, divinaque videntur Athence tua peperisse,
atque in vitaru Jiominum attutisse t tum nihilmelius illit myste-
fili, quibus ex. agresti immanique vita exculti, ad humanitqteni
istituti. et mingali sumus ; jnitiaque, ut appeilanlur, et vera principia
vi- fa> cognop'uns . Neque salum cum Imtitia vi- vendi rationem
occepimus, at alani cum sp$ mfiiiori moriendi. £] M- X. Ci.tq.
dci«gi. Ubi. II. Clf.KlV-. -=» JftllM qu*lt si <t> U
tptigt%ìw di Dkrìl ttìiSfznwi appwni***ti d'Miittrii Sfattoti.
I Sacerdoti primari! ne'mbterìi, che chiamavansi Hierophanta: } per
conservare la castità i' ungevano di cicuta • Un antico interprete
A Senio, alla jatif* V. -dice: Cicuta colorem i* notti frigorit sui
vi extinguit} unde Sacerdòti» Cereri* Eleusina liquore ejtu ùngebantur,
ut concubiti* abstiner^nt. Altri vogliono che beve» •ero la cicuta.
S. Girolamo Lìbr. V. cont. Jovin. ba coti : Bierophantct Athenìensium
cicuta sor~ bilioni castrati, et pouquam in Pontificatavi fuerìnt
eleSi, viro* esse desivere. latitati Inter mortuos honoratioret foie
ere- debantur. Scholiattes Ariitophanii in Ranis art: ConspeBiores
mnf apud inferni initiati- Diogene» Lantius in vita Diogeni* Cenici : Jpud
ìn- fero! priori loco initiati honoratUur . (Tantaìo
all'inferita.) Né i Sacerdoti, né gli assistenti nell'antico
Egitto palesarono giammai ciò, che «veano ve- duto nello spettacolo: né
vi é esempio, eh* qnantunque ne] fine d e ' sacrifici, le
obbiezioni fossero portate da dieciottò femmine figlinolo de'
Sacerdoti, alcun mai siasi attutato di queito spettacolo, Orfeo Ita
espressa la riterva, ali* quale sopra quoto punto erano obbligati
dalla ttiaoti del loogo, «aito I 1 immagine di Tantalo in meno alle
acque senza poterne bevete. ' 1 Quelli j che andarono per J' iniziazione
ne'ino- ghi sotterrane» dell'Egitto, sentirono ntl primo ingresso
vagiti di bambini. Qtlelti erano i fi. gliuoli de' Sacerdoti, che colà
vanivano partoriti ed educati. Orfeo a questa verità suppose ttaa
dottrina, che i bambini di latte defunti /ussero collocati nel]' mgreiso
dell'Infero. Ne'soUeranei luoghi dell' Egitto e.avi un luo- go chiamato
il campp delle, lagrime ìugens som- pur. Era uno spailo largo tre giugeii,
ltrng» nove circondato da quattro strade. Ivi si casti- gavano
sopra il Sudicio di tre Sacerdoti gli er- rori degli ufficiali di secondo
ordine, con castighi proporzionati, i più umani, come per aver mancato
più volte «Haipontntlìtà de' loro ufi» cii. Là castigavano gli uomini,
facendo loro voltare un cilindro di sasso nulla cima di oli
collina, che andava dalla parte opposta. Le donne attingevano, acqua da
profondi pozzi per versarla in un canale, che scorreva per questo
earr£> po di lagrime. Quindi e facile riconoscere l'ori- gine
del sasso di Sisifo, del vaso delle Danaidi presso Orfeo. In caso di
viola zion di secreto, erano tanto i Sacerdoti, che gl'iniziati e gli
ufficiali destinali ad essere loro aperto il petto, strappato il cuore, e
dato a divorarlo agli il Celli di rapina . Quindi Orfeo immagino la per»
di, Prometeo e. di Tizio. Ami dalla grandezza del campo è tram ia
grandezza gigantesca di Tizio, che steso a terra occupa ls spazio di
no. « giugeri. Eravi pure' un giardino chiamato Eliso . L( luce del
iole, che si ammirava era indebolita, .perchè cadeva dall'altezza di
dieciotto piedi. Ciò fece nascere ad Orfeo, il pensiero di dare
all' Elifo un iole particolare ed astri particola- ri. Nel fondo
settentrionale' dell' eliso era vi il Tartaro, in cai face vanii le
rapprese stazio ci da Sacerdoti e dalle Sacerdotesse. Facevar»i' vedere
in lontananza grandissima molte persone, cha per la distanza e per la
poca luce, non potcva- no essere distinte. In fatti gli iniziati e i
con- sultanti credevano: veramente rTedefe trasportati nel
toggiòrfao dell'altra vita J e non credevano veramente vivi, se non
quelli, che gli accom» pago a vano . Salendo per ima scala
sontuosa all'Edificio del Teatro, vedevano a traverso de' giardini, come
in un vasto sotterraneo, un' canale diacqUe spiritose e sulfuree accese,
che parevano uri na- rne di fiamme. Un uomo, che torni alla Ida
elsa, dice il P. Bossù, la contesa di due altri nori'ha' in w
niente di grande; ma diventano azióni illustri, quando è Ulisse, che
ritorna in Itaca, Achille ed Agamemnone, che contrastano. Vi sono
del- le azioni per se stesse importanti, come lo sta- bilimento ( o
la rovina di ano Stato, o di una Religione; e tutt'è l'azione dell’ENEIDE.
Egli ha conosciuta la gran differenza tra i Poemi di Omero e di VIRGILIO.
È mirabile che da ciò non abbia compreso di una specie differente
essrre l'Eneide dall'Odissea, e dallMliade. Una delle ragioni ancora
per cui vieppiù SÌ manifesta la falliti della glosa dì Servio e
Jt" moi seguaci nell' asserire, che Virgilio [scendo uscire
dall' In Temo il im Eroe per la porla di Avorio abbia voluto sigili
(icari* mere stato simi- le a un sogna tutto il precidente. racconto,
udì delle ragioni, dico, è che dentro il racconto VIRGILIO fa profetare
Anchise di cose già succedute, ma succedute di Catto. Dunque come poteva
far passare per falso quello» oh' «0, verissimo Quindi le sue descI
Questo sapiente Dottor Inglese Warburton e quegli) clic ha preso a
difendere altamente nelle sue Dissertazioni, o Lettere filosofiche
e morali (tradotte in Francese, conte li osservo nei cenni mila
vita del Warburton premesti a questa edizione, dal Sig. di Silhouette, e
im- presse in Londra nel 1742 colla traduzione de' aggi lulla Mitica
e sull'uomo, e di-IP epistole morali entro una raccolta intitolata
Melange da Litteraiure. et de Philotophieì Pope il quale fu
acerbamente attaccato dal Sig. di Crousaz e da molti altri scrittori, e
fra questi dal Ratina, a cui rispose addi aS Aprile 1741 il Sig. di
Kamseais, cosi pure al Sig. Montesquieu autore delle 'lettere Fiamminghe
e delle Persiane. 10 Warburton raccolse ed impresse in IX. volti-
mi tutte le varie opere del Pape, che ave va- gliene data l'incombenza
col lasciargli tatti » Cicerone parla de' mister» Eleusini, ne'
quali pretende il Sig. di Middeleton nella sua vita, essersi fatto
egli iniziare nel primo suo viaggio in Atene 1' anno di Roma 67Ì, e di
sua et* XXVIII., ne parla, dico, Tisi c. Quasi. i>3,, e
3 ed «pressa ni enti: ilice de
Legìbus I. sopracit; Initiaguc, ut appellatiti, (s vera principia
uè- Ite cognovimut : neque soliim cum Imiti» vivendi rationem ticcepimus,
sed etiam cum spe me- liori moriendi. Questi m uteri i si celebravano
in determinate stagioni dell'anno con inoltre solen- ni, e con una
gran pompa di macchine : il che tirava un concorso di popolo
frequentissimo da tutti i paesi. L. Crasso giunse per sorte in Ate-
ne due giorni dopo, ch'erano stati celebrali, ed avendo invano desiderato
che si replicassero, non si volle più fermare, e partì corrucciato
da quella città (CICERONE, DE OR. de Ora*. 5. io. ) . Ciò fa Tevere
quanto i magistrati Ateniesi fossero guar- dinghi nel rendere que'
misterii troppo familia- ri, » tu ire non vollero permetterne la vista
fuo- ri di i. mpo ad uno de' primi Oratori e Senato- ri di Roma.
Stimati che nella decorazione fol- lerò i appiè sentati il Cielo,
l'Inferno, il Purga- torio e tutto quello che -si riferiva allo
«tato futuro de' molti, a bella posta per inculcare sen- iibilmente,
ed esemplificare le iiotljine promul- gate ayli iniziati : e siccome
erano un argomen- to accomodato alla poesia però cosi frequente-
mente vi alludono i poeti antichi. Cicerone in una sua lettera ad Attico
il prega a richiesto, di Chilio poeta eccellente di quel secolo,
che trasmettagli una relazione de 1 riti Eleusini, che
probabilmente destinatasi per un Episodio, o abbellimento a qualche opera
di Chilio. ' I miiterìì della Dea Cerere, ossia le ceremo-
nie religiose, che facevausi in di lei onore, chiamavano Eleutinia dalia
città dell' Attica det- ta da alcuni Elettiti; ma da altri con più
fon- daon-nto Eleusine, oggi Leptiaa. Le ceremonio Eleusine piano presso
i Citici le feste più toJ leoni e sacrosante, onde per eccellenza
furori dette i Misteri! senz'altro aggiunto. La città di Eleusina
era così gelosa di questo privilegio di celebrare i misterii, che ridotta
dagli Ateniesi agli estremi, si arrese con questa sola condizio-
ne, che non le si levassero le feste Eleusine. Contuttociò le stesse feste
divennero comuni a tutta la Grecia. Le crremonie al dir di
Arnobio, e di Late lamio, erano una imitazione, o rappresentazio-
ne di ciò, che i Mitologi c'insegnano della Dea Cerere . Esce duravan più
giorni, ne' quali si correva con torcie accese in mano, si sacrificavano
vittime a Cerere e a Giove, ai facevano delle libazioni con due vasi, uno
dei quali sì versava air Oriente e l'altro all'Occidente.
I festeggiami si portavano in pompa alta città di Eleusi, e sulla
strada di tratto in tratto si fa- ceva alto, e ti cantavano inni, e
l'immolava- no vìttime ; e tutto questo face va lì non solo andando
da Atene ìn Eleusi, ma nel ritorno ancora. Del resto si era obbligato ad
un invio- labil secreto, e la legge condannava a morte chiunque
aveste ardito di pubblicare i misterii, Anzi la slessa pana incorrevano
quelli ancora, che avessero data retta a' violatori del segreto . I
Candiotti erano i soli, cui si potevano sco- prire . Le feste Eleusine
nominavangi pure EVi- xpuW cioè abscondita poste sotto chiave. Onde
ebbe a dir Sofocle aell' Edipo Coloneo, che la Nngtia de'Saeirdoti Ettmoìpidi era serrata con
chiavi d'oro. Non ostante un %\ severo decreto Tertulliano, Teddofeto,
Aruobio, Clemente Ale*, mandrino affermano, che nelle feste Eleusine
si mostrava una parte oicena. Ma questa impart- itone potrebbe
essere mal fondata; poiché ia tjuesti in iste ni nulla v'era di scritto,
v'era la Ifìtì grave di torte le pene per chi violava il Je- eretó
4 n* v'ha esempio ch'alcuno l'abbia mai violato, V erano due
sorta di feste Elusine le grandi e le picciole. Il detto fin ora riguarda
le gran- di . Le picciolo' erano state instìtuìte in grazia di
ErcoW. Qoesto Eroe avendo chiesto di essere iniziato a* mi iteri i Eleusini,
e gli Ateniesi non potendo compiacerlo, perchè la legge vietava che
't'ammettesse alcnn forastiere, ne volendo con- -tnttociò contristarlo,
initituirono altre fe*te; Elea* line, coi poteste egli assistere . Le
grandi si ce- lebravano nel radi e di Roedromìone, che corri-
(ponile al nostro Agosto, e le picciole nel me» /Intheucrione, che
corrisponde al mese di Gen- naio secondo Scaligero, al mese di Mano
secon- do Xilaadro . Non veniva alcuno ammesso alla
partecipazio- ni; di questi miiterii, se non per gradi. Prima
bisognava purificarsi: dipoi si era ricevuto agli Eleusini minori] in
fine li era ammesso ed ini- ziato ai grandi, o aia maggiori . Que' eh'
erano ascrini, a' piccioli, ehiamavanii Mysti, * que' ch'erano
iniziati ai grandi, Epopti ed Efori, TÀeh a dire Inspmori . Ed
ordinariamente dovc^ *ari sostenere una prova di cinque anni
per passare da* piccioli Eleo» ini 'a' grandi . Qualche volta un
anno bastava,' dopo il' quale- spaziò di tempo si era immediatamente
ammuso a quanta Véra di più secreto in quelle religione ceremo*
aiti. Giovanni Menrsio ha composto un trattata sugli Eleusini, nel quale
prora la maggior par- te de' fatti j che noi qui sopra abbiamo narrati La
cognizione e par coti dire, la chiara con- templazione de" miiterii
Eleusini, chiamossi Au- lópsto. In che consistesse non ai sa. Solo
si legge negli antichi scrittori, che un Sacrificato- re detto
Midranes immolava a Giove una troja, pregna ; : e dopo avere ite ta la di
lei pelle in terra, su quella li faceva stare chi doveva es- sere
purificato . Questa ceremonìa era accompa- gnata da preghiere, le quali
un austero digiuna doveva aver preceduto . Di poi dopo qualche
ablazione fatta coli' acque del mare, si corona? va l'iniziando con nn
cappello di fiori . Dopo queste prove il candidato poteva aspirare
alla qualità di Itiysta, o d' Infoiato a' misteri! . Quanto
raccontano gli antichi de' mostri e delle terribili apparizioni,
ch'avevano gì* inizia* ti ai misterii Eleusini si può provare . con
quan- -trizio, ch'è una grotta piccìola cavata nel sasso di
una isoletta del lago d'Erma nel li Contea di Pungali nell'Irlanda. Tutti
i pellegrini ch'an- davano a visitar il Purgatorio di S. Patrizio
non' potevano entrare, se prima non vi si erano pre- parati con
lunghe vigilie e con rigorosi digiuni j nel qnal tempo v'era chi loro
empiva la testa di terribili racconti? La prensione, i raccon-
ti, la deboteeza, le Miche operavano in guiia nella
immaginazione di qui;' malconci pellegrini, ch'entrati nella; picciola
caverna in meno a quelle angusìic, ove regnava, una osciiriiiini»
notxe, credevano divedere realmente lutto quel- lo, che avevano sentito
narrarli; onde usciti tutto ipacciavan per vero e reale, sebbene
non fosse rtato tale, che nella loro riicaldata e tur- bata
nfcntUt*; Seneca nelle questioni naturali Lìbr. Vili. Gap.
XXXI. fa menzione di qoeito proverbio; Eleusina servai, quod ostendai
revisentibus . Sì dice contro chi vuol dire, e inoltrare tutto ciò
che fa, od ha tenia frapponi dimora, tigli è preso di qui, che i ebbe ni
nel tempio di Cererà vi foriero molli ornamenti sacri, su' quali
cade- va r Auptosla, pure non li inoltravano ohe, *e- paraUmcnte,
ed in diversi tempi. Fine delle Osservotiorti . A. Cuti. The belief in
an underworld is very old, and most peoples imagine the dead as going
somewhere. Yet they each have their own elaboration of these beliefs, which can
run from extremely detailed, to a rather hazy idea. The Romans belong to the
latter category. They do not seem to have paid much attention to the afterlife.
Thus, Virgil, when working on his “Aeneid”, had a little problem. How should he
describe the underworld where Aeneas was going? To solve this problem, VIRGILIO
draws on three important sources, as Norden argues in his commentary: Homer’s
Nekuia, which is by far the most influential intertext, and two lost poems
about descents into the underworld by Heracles and Orpheus. Norden is fascinated
by the publication of the Apocalypse of Peter, but he is not the only one: this
intriguing text appeared in, immediately, three edition. Moreover, it also
inspires the still useful study of the underworld by Dieterich. When Norden
published his commentary on Aeneid, and he continued working on it, his essay
still impresses by its stupendous erudition, impressive feeling for style, [In general,
see Bremmer, The Rise and Fall of the Afterlife (London). 2 For Homer’s influence,
see Knauer, “Die Aeneis und Homer” (Göttingen). Norden, KleineSchriften zum klassischenAltertum
(Berlin), ‘Die Petrusapokalypse und ihre antiken Vorbilder’. In his monumental
commentary, Horsfall, Virgil, “Aeneid” 6. A Commentary” (Berlin) mistakenly
states it was 1 Enoch. For the bibliography, see the most recent edition: Kraus
and T. Nicklas, “Das Petrusevangelium und die Petrusapokalypse (Berlin).
Dieterich, “Nekyia” (Leipzig and Berlin). For Dieterich, see most recently
H.-D. Betz, The “Mithras” Liturgy (Tübingen) Wessels, Ursprungszauber. Zur
Rezeption von Hermann Useners Lehre von der religiösen Begriffsbildung
(London); H. Treiber, ‘Der “Eranos” – Das Glanzstück im Heidelberger
Mythenkranz?’, in W. Schluchter and F.W. Graf (eds), Asketischer
Protestantismus und der ‘Geist’ des modernen Kapitalismus, Tübingen, many
interesting glimpses of Dieterich’s influence in Heidelberg; Tommasi, Albrecht
Dieterich’s Pulcinella: some considerations a century later, St. Class. e Or.
F. Graf, ‘Mithras Liturgy and Religionsgeschichtliche Schule, MHNH Norden, P.
Vergilius Maro AeneisVI (Leipzig) 5 (sources). ingenious reconstructions of
lost sources and all-encompassing mastery of Roman literature. It is, arguably,
the finest commentary of the golden age of German Classics.7 Norden’s
reconstructions of Virgil’s sources for the underworld in Aeneid VI have
largely gone unchallenged, and the next worthwhile commentary, that by Austin clearly
did not feel at home in this area. Now the past century has seen a number of
new papyri of literature as well as new Orphic texts, and, accordingly, a
renewed interest in Orphic traditions. Moreover, our understanding of Virgil as
a philosophical bricoleur or mosaicist, as Horsfall calls him, has much
increased in recent decades. It may therefore pay to take a fresh look at
Virgil’s underworld and try to determine to what extent these new discoveries
enrich and/or correct Norden’s picture. We will especially concentrate on the
Orphic, Eleusinian, and Hellenistic backgrounds of Aeneas’s descent. Yet a
Roman philosopher may hardly avoid his *own* Roman tradition, and, in a few
instances, we will also comment on these aspects. As Norden observes, Virgil
divides his picture of the underworld into six parts, and we will follow these
in our argument. For Norden, see most recently E. Mensching, Nugae zur
Philologie-Geschichte, 14 vols (Berlin). Rüpke, “Römische Religion” (Marburg);
B. Kytzler et al., Norden (Stuttgart); W.M. Calder III and B. Huss, “Sed
serviendum officio...” The Correspondence between Wilamowitz-Moellendorff and
Eduard Norden (Berlin); W.A. Schröder, Der Altertumswissenschaftler Eduard
Norden. Das Schicksal eines deutschen Gelehrten Abkunft (Hildesheim); A.
Baumgarten, ‘Eduard Norden and His Students: a Contribution to a Portrait.
Based on Three Archival Finds’, Scripta Class. Israel; Horsfall, Virgil,
“Aeneid”, with additional bibliography, although overlooking Neuhausen, ‘Aus
dem wissenschaftlichen Nachlass Franz Bücheler’s (I): Eduard Nordens Briefe an
Bücheler’, in Clausen (ed.), Iubilet cum Bonna Rhenus. Festschrift zum 150 jährigen
Bestehen des Bonner Kreises (Berlin) (important for the early history of the
commentary) and -- Rüpke, ‘Dal seminario
all’esilio: Norden e Jaeger,’ Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia
(Siena). See now also O. Schlunke, ‘Der Geist der lateinischen
Literatursprache. Eduard Nordens verloren geglaubter Genfer Vortrag’, A&A 8
For a good survey of the status quo, seeA. Setaioli,‘Inferi’,inEVII,
Austin, P. Vergili Maronis Aeneidos liber sextus (Oxford, 1977). For Austin see, in his inimitable
and hardly to be imitated manner, J. Henderson, ‘Oxford Reds’ (London)
Horsfall(ed.), A Companion to the Study of Virgil (Leiden) See especiallyN.
Horsfall, VIRGILIO: l’epopea in alambicco (Napoli). Norden, AeneisVI,208 (sixparts).
As Horsfall,Virgil,“Aeneid”6, has used my previous articles for his commentary,
I will refer Horsfall only in cases of substantial disagreements or
improvements of my analysis. I freely make use of]. Before we start with the
underworld proper, we have to note an important verse. At the very moment that
Hecate is approaching and Aeneas will leave the Sybil’s cave to start his entry
into the underworld, at this emotionally charged moment, the Sibyl calls out.
“Procul, o procul este, profani.” Austin just notes: ‘a religious formula’,
whereas Norden comments. “Der Bannruf der Mysterien ἑκὰς ἑκάς.” However, such a cry is not attested for the Mysteries in Greece but
occurs only in Callimachus. In Eleusis it is *not* the ‘uninitiated’ but those
who cannot speak proper Greek or had blood on their hands that are excluded. But
Norden is on the right track. The formula alludes to the beginning of the,
probably, oldest Orphic theogony which has now turned up in the Derveni papyrus
(Col, ed. Kouremenos et al.), but allusions to which can already be found in
Pindar, the Italic philosopher Empedocles of Girgenti -- who was heavily
influenced by the Orphics -- and Plato. “I will sing to those who understand:
close the doors, you uninitiated.” A further reference to the Mysteries can
probably be found in Virgil’s subsequent words. “Sit mihi fas audita loqui” --
as it was forbidden to speak about the content of the Mysteries to the
non-initiated. my ‘The Roman Tour of
Hell’, in T. Nicklas et al. (eds), Other Worlds and their Relation to this
World (Leiden); ‘Roman Tours of Hell: in W. Ameling (ed.), Topographie des
Jenseits (Stuttgart) 13–34 (somewhat revised and abbreviated as ‘De katabasis
van Aeneas’ Lampas) and ‘Descents to Hell and Ascents to Heaven’, in Collins, Oxford
Handbook of Apocalyptic Literature (Oxford). For the entry, see H. Cancik,
Verse und Sachen (Würzbur) (‘Der Eingang in die Unterwelt. Ein
religionswissenschaftlicher Versuch zu Vergil, Aeneis VI, fi). For further
versions of this highly popular opening formula, see Weinreich, Ausgewählte
Schriften II (Amsterdam); Ried- weg, Hellenistische Imitation eines orphischen
Hieros Logos (Munich); A. Bernabé, ‘La fórmula órfica “Cerrad las puertas,
profanos”. Del profano religioso al profano en la materia’, ‘Ilu and on OF 1;
Beatrice, ‘On the Meaning of “Profane” in Antiquity. The Fathers,
Firmicus Maternus and Porphyry before the Orphic “Prorrhesis” (OF 245.1 Kern)’,
Ill. Class. Stud., who at p. 137 also observes the connection with Aen. 6.258. In
addition to the opening formula, see also Hom. H. Dem.; Eur. Ba.; Diod. Sic.;
Cat. - “orgia quae frustra cupiunt audire profane”; Philo, Somn.; Horsfall on
Aen. For the secrecy of the Mysteries, see Horsfall on Aen. The ritual cry,
then, is an important signal for our understanding of the text, as it suggests
the theme of the Orphic Mysteries and indicates that the Sibyl acts as a kind
of mystagogue for Aeneas. After a sacrifice to the chthonic powers and a
prayer, Aeneas walks in the ‘loneliness of the night’ to the very beginning of
the entrance of the underworld, which is described as “in faucibus Orci” -- an
expression that also occurs elsewhere in Virgil and other Latin philosophers. Similar
passages suggest that the Roman philosophers imagine the ‘underworld’ as a vast
hollow space with a comparatively narrow opening. “Orcus” can hardly be
separated from Latin “orca,” -- and we find here an ancient idea of the
underworld as an enormous pitcher with a narrow opening. This opening must have
been proverbial, as in Seneca’s Hercules Oetaeus. Alcmene refers to fauces only
as the entry of the underworld. All kinds of ‘haunting abstractions’ (Austin),
such as War, Illness and avenging Eumenides, live here. In its middle, there is
a dark elm of enormous size, which houses the dreams. The elm is a kind of
arbor infelix, as it does not bear fruit (Theophr. HP Norden), which partially
explains why Virgilio chose this tree, a typical arboreal Einzelgän- ger, for
the underworld. Another reason must have been its size, “ingens”, as the
enormous size of the underworld is frequently mentioned in Roman philosophy. In
the tree the empty dreams dwell. There is no equivalent for this idea, but
Homer (Od.) situates the dreams at the beginning of the underworld. Virgil
places here all kinds of hybrids and monsters, some of whom are also found in
the Greek underworld, such as Briareos (Il.). Others, though, are just
frightening figures from mythology, such as the often closely associated
Harpies and Gorgons, or hybrids like the Centaurs and Scyllae. According to
Norden ‘alles ist griechisch gedacht’,
For similar ‘signs’, see Horsfall,Virgilio (‘I segnali per strada’).
Verg. Aen. with Horsfall ad loc.; Val. Flacc.; Apul. Met. 7.7; Gellius; Arnob.;
Anth. Lat. Wagenvoort, Studies in Roman Philosophy (Leiden) 102–131 (‘Orcus’);
for a possibly, similar idea in ancient Greece, see West on Hes. Th. See also ThLL.
For a possible echo of the Italic philosopher Empedocles of Girgenti B121DK, see
Gallavotti,‘Empedocle’, EVII. For a possible source,see Horsfall, Virgilio. Most
important evidence: Macr. Sat., cf. J. André, ‘Arbor felix, arbor infelix’, in
Hommages à Jean Bayet (Brussels); J. Bayet, “Croyances et rites dans la Rome
antique” (Paris) Lucrezop; Verg.Aen. (ingens!); Sen.Tro. Horsfallon Aen.; Bernabéon
OF717 (=P. Bonon.4).33. but that is perhaps not quite true. The presence of
Geryon (“forma tricorporis umbrae”) with Persephone in an Etruscan tomb as
Cerun points to at least one Etruscan-Roman tradition. From this entry, Aeneas
proceeds along a road to the river that is clearly the border to the underworld.
In passing, we note here a certain tension between the Roman idea of “fauces”
and a conception of the underworld separated from the upperworld by a river.
Virgil keeps the traditional names of the rivers as known from Homer’s
underworld, such as Acheron, Cocytus, Styx, and Pyriphlegethon, but, in his
usual manner, changes their mutual relationship and importance. Not
surprisingly, we also find there the ferryman of the dead, Charon. Such a
ferryman is a traditional feature of many underworlds, but iCharon is mentioned
in the late archaic Minyas (fr. 1 Davies/Bernabé), a lost Boeotian epic. The
growing monetization of Athens also affects belief in the ferryman, and the
custom of burying a deceased with an obol, a small coin, for Charon becomes
visible on vases, just as it is mentioned first in Aristophanes’ Frogs. Austin
(ad loc.) thinks of a picture in the background of Virgil’s description, as is
perhaps possible. The date of Charon’s emergence probably precludes his appear-
[See Nisbet and Hubbard on Hor. C. 2.14.8; P. Brize, ‘Geryoneus’, in LIMC at
no. 25. 28 A. Henrichs, ‘Zur Perhorreszierung des Wassers der Styx bei
Aischylos und Vergil’, ZPE. Pelliccia, ‘Aeschylean ἀμέγαρτος and Virgilian inamabilis’, ZPE. Horsfall on Aen. Note its mention also inOF717.42.
30 L.V. Grinsell, ‘The Ferryman and His Fee: A Study in Ethnology, Archaeology,
and Tradition’, Folklore; Lincoln, ‘The Ferryman of the Dead’, J. Indo-European
Stud.; Sourvinou-Inwood, ‘Reading’ Greek Death to the End of the Classical
Period (Oxford); Oakley, Picturing Death (Cambridge); J. Boardman, ‘Charon I’,
in LIMC, Debiasi, ‘Orcomeno, Ascra e l’epopea regionale minore’, in E. Cingano
(ed.), Tra panellenismo e tradizioni locali: generi poetici e stroriografia
(Alessandria), Oakley, Picturing Death, with bibliography; add R. Schmitt,
‘Eine kleine persische Münze als Charonsgeld’, in Palaeograeca et Mycenaea
Antonino Bartonĕk quinque et sexagenario oblata (Brno); Gorecki, ‘Die
Münzbeigabe, eine mediterrane Grabsitte. Nur Fahrlohn für Charon?’, in M.
Witteger and P. Fasold, “Des Lichtes beraubt. Totenehrung in der römischen
Gräberstrasse von Mainz-Weisenau (Wiesbaden); G. Thüry, ‘Charon und die
Funktionen der Münzen in römischen Gräbern der Kaiserzeit’, in O. Dubuis and S.
Frey-Kupper, Fundmünzen aus Gräbern (Lausanne)] ance in the poem on Heracles’
descent, although he seems to have been present already in the poem on Orpheus’
descent. Finally, on the bank of the river, Aeneas sees a number of souls and
he asks the Sibyl who they are. The Sibyl, thus, is his ‘travel guide’. Such a
guide is not a fixed figure in Orphic descriptions of the underworld, but a
recurring feature of later tours of hell and going back to 1 Enoch. This was
already seen, and noted for Virgil, by Radermacher, who had collaborated on an
edition with translation of 1 Enoch. Moreover, another formal marker in later tours
of hell is that the visionary often asks: ‘Who are these?’, and is answered by
the guide of the vision with ‘these are those who...’, a phenomenon that can be
traced back equally to Enoch’s cosmic tour in 1 Enoch. Such demonstrative
pronouns also occur in the Aeneid, as Aeneas’ questions can be seen as
rhetorical variations on the question ‘who are these?’, and the Sibyl’s replies
contains “haec”, “ille” and “hi”. In other words, Virgil uses this tradition to
shape his narrative, and he may have used some other Hellenistic motifs as well.
Leaving aside Aeneas’s encounter with different souls and with Charon, we
continue our journey on the other side of the Styx. Here Aeneas; Contra Norden,
Aeneis; Stuckenbruck, ‘The Book of Enoch: Its Reception in Second Temple Jewish
and in Christian Tradition’, Early Christianity; Radermacher, Das Jenseits im
Mythos der Hellenen (Bonn) 14–15, overlooked by M. Himmelfarb, Tours of Hell, Philadelphia,
and wrongly disputed by H. Lloyd-Jones, Greek Epic, Lyric and Tragedy (Oxford)
183, cf. J. Flemming and L. Radermacher, Das Buch Henoch (Leipzig). For
Radermacher, see A. Lesky, Gesammelte Schriften (Munich); Wessels,
Ursprungszauber. As was first pointed out by Himmelfarb, Tours of Hell, Himmelfarb,
Tours of Hell; J. Lightfoot, The Sibylline Oracles (Oxford), who also notes the
passage “contains three instances each of “hic” as adverb and demonstrative
pronoun - a rhetorical question answered by the Sibyl herself, and several
relative clauses identifying individual sinners or groups’. Add Aeneas’s questions
in the Heldenschau especially, – “quis”, “pater”, “ille” -- ), and further
demonstrative pronouns. 39 Differently, Horsfallon Aen. and the Sibyl are immediately welcomed by
Cerberus who first occurs in Hesiod’s Theogony but must be a very old feature
of the underworld, as a dog already guards the road to the underworld in
ancient mythology. After Cerberus is drugged, Aeneas proceeds and hears the
sounds of a number of souls. Babies are the first category mentioned. The
expression “ab ubere raptos” suggests infanticide, which is also condemned in
the Bologna papyrus, a katabasis in a papyrus from Bologna, the text of which
seems to date from early imperial times and is generally accepted to be Orphic
in character. This papyrus, as has often been seen, contains several close
parallels to Virgil, and both must have used the same identifiably Orphic
source. Now ‘blanket condemnation of abortion and infanticide reflects a moral
perspective. As we have already noted moral influence, we may perhaps assume it
here too, as abortion and infanticide in fact occurs almost exclusively in ‘moralistic’
tours of hell’. Indeed, the origin of the Bologna papyrus should probably be
looked for in Alexandria in a milieu that underwent moral influences. We may
add that the so-called Testament of Orpheus is a revision of an Orphic poem and
thus clear proof of the influence of Orphism on Egyptian (Alexandrian?) moralism.
Yet some of the Orphic material of Virgil’s and the papyrus’ source must be
older than the Hellenistic period. M.L. West, Indo-European Poetry and Myth (Oxford).
For the text, with extensive bibliography and commentary, see Bernabé,
Orphicorum et Orphicis similium testimonia et fragmenta. (OF), who notes: ‘omnia quae in papyro
leguntur cum Orphica doctrina recentioris aetatis congruunt’. This has been
established by N. Horsfall, ‘P. Bonon.4 and Virgil, Aen.6, yet again’, ZPE; See
also Horsfall on Aen. Lightfoot, Sibylline Oracles, 513 (quotes), who compares
1 Enoch 99.5; see also Himmelfarb, Tours of Hell; D. Schwartz, ‘Did People
Practice Infant Exposure and Infanticide in Antiquity?’, Studia Philonica
Annual; Stuckenbruck, 1 Enoch (Berlin and New York, Shanzer, ‘Voices and
Bodies: The Afterlife of the Unborn’, Numen, with a new discussion of the
beginning of the Bologna papyrus, in which she argues that the papyrus mentions
abortion, not infanticide. 44 A. Setaioli, ‘Nuove osservazioni sulla
“descrizione dell’oltretomba” nel papiro di Bologna’, Studi Ital. Filol. Class.
Riedweg, Hellenistische Imitation eines orphischen Hieros Logos and ‘Literatura
órfica’, in A. Bernabé and F. Casadesus (eds), Orfeo y la tradicion órfica
(Madrid); F. Jourdan, Poème judéo-hellénistique attribué à Orphée: production
juive et réception chrétienne (Paris). After the babies
we hear of those who were condemned innocently, suicides, famous mythological
women such as Euadne, Laodamia, and, hardly surprisingly, Dido, Aeneas’
abandoned beloved. In this way Virgil follows the traditional combination of
ahôroi and biaiothanatoi. The last category that Aeneas meets at the furthest
point of this region between the Acheron and the Tartarus/Elysium are war
heroes. When we compare these categories with Virgil’s intertext, Odysseus’
meeting with ghosts in the Odyssey, we note that, before crossing Acheron,
Aeneas first meets the souls of those recently departed and those unburied,
just as in Homer Odysseus first meets the unburied Elpenor. The last category
enumerated in Homer are the warriors, who here too appear last. Thus, Homeric
inspiration is clear, even though Virgil greatly elaborates his model, not
least with material taken from Orphic katabaseis. Aeneas then reaches a fork in
the road, where the right-hand way leads to Elysium, but the left one to
Tartarus. The fork and the preference for the right are standard elements in
eschatological myths, which suggests a traditional motif. Once again, we are
led to the Orphic milieu, as the Orphic Gold Leaves regularly instruct the soul
‘go to the right’ or ‘bear to the right’ after its arrival in the underworld, thus
varying Pythagorean usage for the upper world. Virgil’s description of Tartarus
is mostly taken from the Odyssey. Grisé, Le suicide dans la Rome antique (Paris).
These two heroines are popular in funereal poetry in Hellenistic-Roman times:
SEG 52.942, 1672. For the place of Dido in Book VI and her connection with
Heracles’ katabasis, see R. Nauta, ‘Dido en Aeneas in de onderwereld’, Lampas
See, passim, S.I. Johnston, Restless Dead (Berkeley, Los Angeles, London,
1999); Horsfall on Aen. 6.426–547. 50 Norden, AeneisVI,238–239. 51 Pl.Grg. 524a,
Phd.108a; Resp.10.614cd; Porph.fr. 382;Corn.Labeofr. 7. 52 A. Bernabé and A.I.
Jiménez San Cristóbal, Instructions for the Netherworld (Leiden) 22–24 (who
also connect 6.540–543 with Orphism); F. Graf and S.I. Johnston, Ritual Texts
for the Afterlife: Orpheus and the Bacchic Gold Tablets (London) no. 3.2
(Thurii) = OF 487.2, 8.4 (Entella) = OF 475.4, 25.1 (Pharsalos) = OF 477.1. For
the exceptions, preference for the left in the Leaves from Petelia (no. 2.1 =
OF 476.1) and Rhethymnon (no. 18.2 = OF 484a.2), see the discussion by Graf and
Johnston, Ritual Texts. The two roads also occur in the Bologna papyrus, cf. OF
717.77 with Setaioli, ‘Sulla descrizione’. Smith,‘The Pythagorean Letter and Virgil’s
GoldenBough’, Dionysius -- but the picture is complemented by references to
other descriptions of Tartarus and to contemporary Roman villas. What does our
visitor see? Under a rock there are “moenia” encircled by a threefold wall. The
idea of the mansion is perhaps inspired by the Homeric expression ‘house of
Hades’, which must be very old as it has Hittite, Indian and Irish parallels, but
in the oldest Orphic Gold Leaf, the one from Hipponion, the soul also has to
travel to the ‘well-built house of Hades’. On the other hand, Hesiod’s
description of the entry of Tartarus as surrounded three times by night seems
to be the source of the three-fold wall. Around Tartarus there flows the river
Phlegethon, which comes straight from the Odyssey, where, however, despite the
name Pyriphlegethon, the fiery character is not thematized. In fact, fire only later
became important in ancient underworlds. The size of the Tartarus is again
stressed by the mention of an “ingens” gate that is strengthened by columns of
adamant, the legendary, hardest metal of antiquity, and the use of special
metal in the architecture of the Tartarus is also mentioned in the Iliad (‘iron
gates and bronze threshold’) and Hesiod (‘bronze fence’). Finally, there is a
tall iron tower, which according to Norden and Austin is inspired by the
Pindaric ‘tower of Kronos’. However, although Kronos is traditionally locked up
in Tartarus, Pindar situates his tower on one of the Isles of the Blessed. As
the tower is also not associated with Kronos here, Pindar, whose influence on
Virgil was not very profound, will hardly be its source. Given that the
Tartarus is depicted like some kind of building with a gate, “vestibulum” and
threshold, it is perhaps better to think of the towers that form part of Roman
villas. The
“turris aenea” in 54 Cf.A. Fo,‘Moenia’,in E VIII.557–558. 55 Il. VII.131,
XI.263, XIV.457, XX. 366; Emp. B 142 DK, cf. A. Martin, ‘Empédocle, Fr. 142
D.-K. Nouveau regard sur un papyrus d’Herculaneum’, Cronache Ercolanesi 33
(2003) 43–52; M. Janda, Eleusis. Das
indogermanische Erbe der Mysterien (Innsbruck, 2000) 69–71; West, Indo-European
Poetry, Note also Aen.: domos Ditis. 56 Grafand Johnston, RitualTexts,no.
1.2=OF474.2. 57 For Hesiod’sinfluence on Virgil, see A. LaPenna, ‘Esiodo’, in EVII,386–388;HorsfallonAen.
7.808. 58 Lightfoot, Sibylline Oracles, 514. 59 Lexikon des frühgriechischen
Epos I (Göttingen) s.v.; West on Hesiod, Th. 161; Lightfoot, Sibylline Oracles,
494f. 60 On Kronos and his Titans, see Bremmer, Greek Religion and Culture, the
Bible, and the Ancient Near East (Leiden). For rather different positions, see
Thomas, “Reading Virgil and His Texts” (Ann Arbor) and Horsfall on Aen.
3.570–587. 62 Norden, Aeneis VI, 274 rightly compares Aen. 2.460 (now with
Horsfall ad loc.), although 3 pages later he compares Pindar; E. Wistrand, ‘Om
romarnas hus’, Eranos 37 which Danae is locked up according to ORAZIO may be
another exam-ple, as before Virgil she is always locked up in a bronze chamber
(Nisbet and Rudd ad loc.). Traditionally, Tartarus was the deepest part of the
Greek underworld, and this is also the case in Virgil. Here, according to the
Sibyl, we find the famous sinners of mythology, especially those that revolted
against the gods, such as the Titans, the sons of Aloeus, Salmoneus, and Tityos.
However, Virgil concentrates not on the most famous cases but on some of the
lesser-known ones, such as the myth of Salmoneus, the king of Elis, who
pretended to be Zeus. His description is closely inspired by Hesiod, who in
turn is followed by later authors, although these seem to have some additional
details. Salmoneus drove around on a chariot with four horses, while
brandishing a torch and rattling bronze cauldrons on dried hides, pretending to
be Zeus with his thunder and lightning, and wanting to be worshipped like Zeus.
However, Zeus flung him headlong into Tartarus and destroyed his whole town. Receiving
nine lines, Salmoneus clearly is the focus of this catalogue, as the penalty of
Tityos, an “alumnus” of Terra, is related in 6 lines, and other sinners, such
as the Lapiths, Ixion, and Pirithous, are; Opera selecta (Stockholm). For
anachronisms in the Aeneid, see Horsfall, Virgilio, Il., 478; Hes. Th. 119 with
West ad loc.; G. Cerri, ‘Cosmologia dell’Ade in Omero, Esiodo e Parmenide’,
Parola del Passato; D.M. Johnson, ‘Hesiod’s Descriptions of Tartarus (Theogony
721–819)’, Phoenix; Except for Salmoneus, they are als opresent in ORAZIO’s s underworld:
Nisbet and Ruddon Hor. Compare Soph. fr10c6 (makingnoisewithhides, cf. Apollod.1.9.7,
to be read with Smith and Trzaskoma, ‘Apollodorus: Salmoneus’ Thunder-Machine’,
Philologus and Griffith, ‘Salmoneus’ Thunder-Machine again’); Man. (bronze
bridge); Greg. Naz. Or. 5.8; Servius and Horsfall on Aen. (bridge). 66 In line 591, aere, which is left
unexplained by Norden, hardly refers to a bronze bridge (previous note: so
Austin) but to the ‘bronze cauldrons’ of Hes. fr. 30.5, 7. 67 For the myth, see
Hes. fr. 15, 30; Soph. fr. 537–541a; Diod. Sic.; Hyg. Fab. 61, 250; Plut. Mor.
780f; Anth. Pal. 16.30; Eust. on Od. Hardie, Virgil’s Aeneid: cosmos and
imperium (Oxford); D. Curiazi, ‘Note a Virgilio’, Musem Criticum; A. Mestuzini,
‘Salmoneo’, in EV IV, 663–666; E. Simon, ‘Salmoneus’, in LIMC; Austint ranslates
‘son’, as Homer (Od.) calls him a son of Gaia, but Tityos being a foster son is
hardly ‘nach der jungen Sagenform’ (Norden), cf. Hes. fr. 78; Pherec. F 55
Fowler; Apoll. Rhod.; Apollod. 1.4.1. For alumnus meaning ‘son’, see ThLL s.v.
69 Ixion appears in the underworld as early as Ap. Rhod. 3.62, cf. Lightfoot,
Sibylline Oracles, 517] mentioned only in passing. It is rather striking, then,
that Virgil spends such great length on Salmoneus, but the reason for this
attention remains obscure. Moreover, the latter sinners are connected with
penalties, an overhanging rock and a feast that cannot be tasted, which in
mythology are normally connected with Tantalus We find the same ‘dissociation’
of traditional sinners and penalties in later works. Apparently, specific
punishments gradually stopped being linked to specific sinners. Finally, it is
noteworthy that the furniture of the feast with its golden beds points to the
luxury-loving rulers of the East rather than to contemporary Roman magnates. After
these mythological exempla there follow a series of mortal sinners against the
family and familia, then a brief list of their punishments, and then more
sinners, mythological and historical. In the Bologna papyrus, we find a list of
sinners, then the Erinyes and Harpies as agents of their punishments, and
subsequently again sinners. Both Virgil and the papyrus must therefore go back
here to their older source, which seems to have contained separate catalogues
of nameless sinners and their punishments. But what is this source and when was
it composed? Here we run into highly contested territory. Norden identifies
three katabaseis as important sources for Virgil, the ones by Odysseus in the
Homeric Nekuia, by Heracles, and by Orpheus. Unfortunately, Norden does not
date the last two katabaseis, but thanks to subsequent findings of 70 J.
Zetzel, ‘Romane Memento: Justice and Judgment in Aeneid 6’, Tr. Am. Philol.
Ass. Bremmer,‘Orphic,Roman, Jewish and ChristianToursofHell’. 72 Note also
Dido’s aurea sponda (Aen.); Sen. Thy. 909: purpurae atque auro incubat.
Originally, golden couches were a Persian feature, cf. Hdt.; Esther 1.6; Plut.
Luc. 37.5; Athenaeus 5.197a. 73 P. Salat, ‘Phlégyas et Tantale aux Enfers. À
propos des vers 601–627 du sixième livre de l’Énéide’, in Études de littérature
ancienne, Questions de sens (Paris, 1982) 13–29; F. Della Corte, ‘Il catalogo
dei grandi dannati’, Vichiana, Opuscula IX (Genova) Powell, ‘The Peopling of
the Underworld: Aeneid, in Stahl (ed.), Vergil’s Aeneid: Augustan Epic and
Political Context, London; Norden, Aeneis VI, 5 n. 2 notes influence of Heracles’
katabasis -- with Lloyd-Jones, Greek Epic, on Bacch. and F. Graf, Eleusis und
die orphische Dichtung Athens in vorhellenistischer Zeit (Berlin) on Ar. Ra.
291, where Dionysus wants to attack Empusa), 309–312 (see also Norden, Kleine
Schriften, Horsfall on Aen. Norden, Aeneis VI, 5 n. 2 notes influence of
Orpheus’ katabasis on lines 120 (see also Norden, Kleine Schriften, Horsfall on
Aen. 6.120. papyri we can make some progress here. On the basis of a probable
fragment of Pindar, Bacchylides, Aristophanes’ Frogs, and the mythological
handbook of Apollodorus, Hugh Lloyd-Jones reconstructs an epic katabasis of
Heracles, in which he was initiated by Eumolpus in Eleusis before starting his
descent at Laconian Taenarum. Lloyd- Jones dated this poem to the middle of the
sixth century, and the date is now supported by a shard in the manner of
Exekias that shows Heracles amidst Eleusinian gods and heroes. The Eleusinian
initiation makes Eleusinian or Athenian influence not implausible, but as
Parker comments, once the (Eleusinian) cult had achieved fame, a hero could be
sent to Eleusis by a non-Eleusinian poet, as to Delphi by a non-Delphian. However,
as we will see in a moment, Athenian influence on the epic is certainly likely.
Given the date of this epic we would still expect its main emphasis to be on
the more heroic inhabitants of the underworld, rather than the nameless
categories we find in Orphic poetry. And in fact, in none of our literary
sources for Heracles’s descent do we find any reference to nameless humans or
initiates seen by him in the underworld, but we hear of his meeting with MELEAGRO
and his liberation of Theseus. Given the prominence of nameless, human sinners
in this part of Virgil’s text, the main influence seems to be the katabasis of
Orpheus rather than the one of Heracles. There is another argument as well to
suppose here use of the katabasis of Orpheus. Norden notes that both
Rhadamanthys and Tisiphone recur in
Lucian’s Cataplus in an Eleusinian context. Similarly, he observed that the
question of the Sibyl to Musaeus about Anchises can be paralleled by the
question of the Aristophanic Dionysos to the Eleusinian initiated where Pluto
lives [The commentary of W. Stanford on
the Frogs (London) is more helpful in detecting Orphic influence in the play
than that by K.J. Dover (Oxford). Lloyd-Jones, ‘Heracles at Eleusis: P. Oxy.
2622 and P.S.I. 1391’, Maia = Greek Epic; see also R. Parker, Athenian Religion
(Oxford) Boardman et al.,‘Herakles’,inLIMCIV.
Parker, Athenian Religion, Graf, Eleusis, 146 n. 22, who compares Apollod., cf.
1.5.3 (see also Ov. Met.; P. Mich. Inv., re-edited by M. van Rossum-Steenbeek,
Greek Readers’ Digests? (Leiden); Servius on Aen.), argues that the presence of
the Eleusinian Askalaphos in Apollodorus also suggests a larger Eleusinian
influence. This may well be true, but his earliest Eleusinian mention is
Euphorion and he is absent from Virgil. Did Apollodorus perhaps add him to his
account of Heracles’s katabasis from another source? Contra Graf, Eleusis,
145–146. Note also the doubts of R. Parker, Polytheism and Society at Athens
(Oxford, 2005) 363 n. 159. Meleager: Bacch., with Cairns ad loc. Norden, AeneisVI,
274f. Frogs 161ff, 431ff). Norden ascribes the first case to the katabasis of
Orpheus and the second one to that of Heracles. His first case seems
unassailable, as the passage about Tisiphone has strong connections with that
of the Bologna papyrus, as do the sounds of groans and floggings heard by
Aeneas and the Sibyl (cf. OF 717.25; Luc. VH.). Musaeus, however, is mentioned
first in connection with Onomacritus’ forgery of his oracles in the late sixth
century and remained associated with oracles by Herodotus, Sophocles and even
Aristophanes in the Frogs. His connection with Eleusis does not appear on vases
before the end of the fifth century and in texts before Plato. In other words,
it seems likely that both these passages ultimately derive from the katabasis
of Orpheus, and that Aristophanes, like Virgil, had made use of both the
katabaseis of Heracles and Orpheus. To make things even more complicated, the
descent of both Heracles and Orpheus at Laconian Taenarum shows that the author
himself of Orpheus’s katabasis also used the epic of Heracles’s katabasis. We
have one more indication left for the place of origin of the Heracles epic.
After the nameless sinners we now see more famous mythological ones. Theseus,
as Virgil stresses, sedet aeternumque sedebit. The passage deserves more
attention than it has received in the commentaries. In the Odyssey, Theseus and
Pirithous are the last heroes seen by Odysseus in the underworld, just as in
Virgil Aeneas sees Theseus last in Tartarus, even though Pirithous has been
replaced by Phlegyas. Originally, Theseus and Pirithous are condemned to an
eternal stay in the underworld, either fettered or grown to a rock. This is not
only the picture in the Odyssey, but seemingly also in the Minyas (Paus., cf.
fr. dub. 7 = Hes. fr. 280), and certainly so on Polygnotos’ painting in the Cnidian
lesche (Paus.) and in Panyassis (fr. 9 Davies = fr. 14 Bernabé). This clearly
is the older situation, which is still referred to in the hypothesis of
Critias’ Pirithous (cf. fr. 6). The situation must have changed through the
katabasis of Heracles, in which Heracles liberates Theseus but, at least in
some sources, left Pirithous where he was.87 This liberation is most likely
another testimony for an Athenian connection of the katabasis of Heracles, as
Theseus was Athens’ na- [83 Norden, Aeneis; Hdt.7.6.3 (forgery: OF 1109 = Musaeus,
fr. 68),8.96.2 (=OF69), 9.43.2 (=OF70); Soph.fr. 1116 (= OF 30); Ar. Ra. 1033
(= OF 63). 85 Pl. Prot. 316d = Musaeus fr. 52; Graf, Eleusis, 9–21;
Lloyd-Jones, Greek Epic, 182–183; A. Kauf- mann-Samaras, ‘Mousaios’, in LIMC,
no. 3. 86 As is also observed by Norden, Aeneis VI, 237 (on the basis of
Servius on Aen. 6.392) and Kleine Schriften, 508–509 nos 77 and 79. 87
Hypothesis Critias’ Pirithous (cf. fr. 6); Philochoros FGr H 328 F 18; Diod.
Sic. 4.26.1, 63.4; Hor. C.; Hyg. Fab. 79; Apollod. 2.5.12, Ep. 1.23f. ] tional
hero. The connection of Heracles, Eleusis and Theseus points to the time of the
Pisistratids, although we cannot be much more precise than we have already
been. In any case, the stress by Virgil on Theseus’s eternal imprisonment in
the underworld shows that he sometimes opts for a version different from the
katabaseis he in general followed. Rather striking is the combination of the
famous Theseus with the obscure Phlegyas who warns everybody to be just and not
to scorn the gods. Norden unconvincingly tries to reconstruct Delphic influence
here, but also, and perhaps rightly, posits Orphic origins. His oldest
testimony is Pindar’s Second Pythian Ode, where Ixion warns people in the
underworld. Now Strabo calls Phlegyas the brother of Ixion, whereas Servius
calls him Ixion’s father. Can it be that this relationship plays a role in this
wonderful confusion of sources, relationships, crimes and punishments? We will
probably never know, as Virgil often selects and alters at random. After
another series of nameless human sinners, among whom the sin of incest is
clearly shared with the Bologna papyrus, the Sibyl urges Aeneas on and points
to the mansion of the rulers of the underworld, which is built by the Cyclopes –
“Cyclopum educta caminis moenia.” Norden calls the idea of an iron building
‘singulär’ but it fits other descriptions of the underworld as containing iron
or bronze elements. Austin compares Callimachus, for the Cyclopes as smiths
using bronze or iron, but it has escaped him that Virgil combines here two
traditional activities of the Cyclopes. On the one hand, they are smiths and as
such forged Zeus’s thunder, flash and lightning-bolt, a helmet of invisibility
for Hades, the trident for Poseidon and a shield for Aeneas For this case, see also
Horsfall,Virgilio,49. 89 D. Kuijper,‘Phlegyas admonitor’, Mnemosyne; Garbugino,‘Flegias’,in
EV II, 539–540 notes his late appearance in our texts. Even though it is a
different Phlegyas, one may wonder whether Statius, Thebais 6.706 et casus
Phlegyae monet does not allude to his words here: admonet ... “discite
iustitiam moniti...”? The passage is not discussed by R. Ganiban, Statius and
Virgil (Cambridge, 2007). 91 Norden, Aeneis, compares, in addition to Pindar
(see the main text), Pl. Grg. 525c, Phaedo 114a, Resp. 10.616a. 92 To be addedt
o Austin. Berry, “Criminals in Virgil’s Tartarus: Contemporary Allusions in
Aeneid” – CQ; Cf.Horsfall,‘P. Bonon.4andVirgil,Aen.6’. Aen. 8.447).95
Consequently, they were known as the inventors of weapons in bronze and the
first to make weapons in the Euboean cave Teuchion. On the other hand, early
traditions also ascribed imposing constructions to the Cyclopes, such as the
walls of Mycene and Tiryns, and as builders they remained famous all through
antiquity. Iron buildings thus perfectly fit the Cyclopes. In front of the
threshold of the building, Aeneas sprinkles himself with fresh water and fixes
the golden bough to the lintel above the entrance. Norden and Austin understand
the expression “ramumque adverso in limine figit” as the laying of the bough on
the threshold, but “figit” seems to fit the lintel better. One may also wonder
from where Aeneas suddenly got his water. Had he carried it with him all along?
Macrobius (Sat. 3.1.6) tells us that washing is necessary when performing
religious rites for the heavenly gods, but that a sprinkling is enough for
those of the underworld. There certainly is some truth in this observation.
However, as the chthonian gods are especially important during magical rites,
it is not surprising that people did not go to a public bath first. It is thus
a matter of convenience rather than principle. But to properly understand its
function here, we should look at the golden bough first. The Sibyl tells Aeneas
to find the golden bough and to give it to Proserpina as her due tribute. The
meaning of the golden bough has gradually become clearer.Whereas Norden rightly
rejects the interpretation of Frazer’s Golden Bough, he clearly was still
influenced by his Zeitgeist with its fascination with fertility and death and
thus spends much attention on the comparison of the bough with mistletoe. Yet
by pointing to the Mysteries he already came close to an important aspect of
the bough.103 95 Hes. Theog.; Apollod. 1.1.2 and 2.1, 3.10.4 (which may well go
back to an ancient Titanomachy); see also Pindar fr. 266. 96 Istros FGrH 334 F
71 (inventors); POxy. 10.1241, re-edited by Van Rossum-Steenbeek, Greek
Readers’ Digests? (Teuchion). 97 Pin d. fr. 169a.7; Bacch. 11.77; Soph.;
Hellanicus FGrH 4 F 87 = F 88 Fowler; Eur. HF 15, IA 1499; Eratosth. Cat. 39
(altar); Strabo; Apollod.; Paus.; Anth. Pal. 7.748; schol. on Eur. Or. 965; Et.
Magnum 213.29. 98 As is argued by Wagenvoort, Pietas (Leiden) (‘TheGoldenBough’);
Eitrem, Opferritus und Voropfer der Griechen und Römer (Kristiania, 1915)
126–131; Pease on Verg. Aen. 4.635. 100 For Aeneas picking the bough on a mosaic,
see D. Perring, ‘“Gnosticism” in Fourth-Century Britain: The Frampton Mosaics
Reconsidered’, Britannia -- Compare J.G. Frazer, Balder the Beautiful = The
Golden Bough VII.2 (London) 284 n. 3 and Norden, Aeneis VI, 164 n. 1. 102 As observed
by Wagenvoort,Pietas, Norden,Aeneis. Combining three recent analyses, which
have all contributed to a better understanding, we may summarize our present
knowledge as follows. When searching for the golden bough, Aeneas is guided by
two doves, the birds of his *mother* Aphrodite. The motif of birds leading the
way derives from colonisation legends, as Norden and Horsfall have noted, and
the fact that there are two of them may well have been influenced by the
age-old traditions of two leaders of colonising groups. The doves, as Nelis has
argued, can be paralleled with the dove that led the Argonauts through the clashing
rocks in Apollonius of Rhodes’ epic. Moreover, as Nelis notes, the golden bough
is part of an oak tree, just like the golden fleece, both are located in a
gloomy forest and both shine in the darkness. In other words, it seems a
plausible idea that Virgil also had the golden fleece of the Argonautica in
mind when composing the episode of the golden bough. This is not wholly
surprising. The expedition of Jason and his Argonauts also was a kind of quest,
in which the golden fleece and the golden bough are clearly comparable. In
addition, Colchis was situated at the edge of Greek civilisation so that the
journey to it might not have been a katabasis but certainly had something of a
Jenseitsfahrt. Admittedly, the Argonautic epic does not contain a golden bough,
but Michels points out that in the introductory poem to his Garland MELEAGRO
mentions ‘the ever golden branch of divine Plato shining all round with virtue’
(Anth. Pal. = Meleager; Gow-Page, West). Virgil certainly knows Meleager, as
Horsfall notes, and he also observes that the allusion to Plato prepares us for
the use Virgil makes of eschatological myths in his description of the
underworld, those of the Phaedo, Gorgias and Er in the Republic. In this
section on the Golden Bough, I refer just by name to West, ‘The Bough and the
Gate’, in S.J. Harrison, Oxford Readings in Vergil’s Aeneid (Oxford); Horsfall,
Virgilio (with a detailed commentary) and D. Nelis, Vergil’s Aeneid and the
Argonautica of Apollonius Rhodius (Leeds). The first two seem to have escaped
Turcan, ‘Le laurier d’Apollon (en marge de Porphyre)’, in A. Haltenhoff and
F.-H. Mutschler (eds), Hortus Litterarum Antiquarum. Festschrift H.A. Gärtner
(Heidelberg), West, Indo-EuropeanPoetry; Bremmer, Greek Religion and Culture. For
the myth of the Golden Fleece, see Bremmer, Religion and Culture. For the
expedition of the Argonauts as Jenseitsfahrt, see K. Meuli, Gesammelte
Schriften (Basel); Hunter, The Argonautica of Apollonius: literary studies
(Cambridge) Michels, ‘The Golden Bough of Plato’, Am. J. Philol. For Michels,
see J. Linderski, ‘Agnes Kirsopp Michels and the Religio’, Class. However,
there is another, even more important bough. SERVIO tells us that those who
have written about the rites of Proserpina assert that there is “quiddam mysticum”
about the golden bough and that people could not participate in the rites of
Proserpina unless they carried the golden bough. Now we know that the future
initiates of Eleusis carried a kind of pilgrim’s staff consisting of a single
branch of myrtle or several held together by rings. In other words, by carrying
the bough and offering it to Proserpina, queen of the underworld, Aeneas also
acts as an Eleusinian initiate, who of course had to bathe before initiation. Virgil
will have written this all with one eye on OTTAVIANO, who was an initiate
himself of the Eleusinian Mysteries. Yet it seems equally important that
Heracles too had to be initiated into the Eleusinian Mysteries before entering
the underworld. In the end, the golden bough is also an oblique reference to
that elusive epic, the Descent of Heracles. Having offered the golden bough to
Proserpina, Aeneas may now enter Elysium, where he now comes to “locos laetos”
(cf. “laeta arva”) of “fortunatorum nemorum.” The stress on joy is rather
striking, but on a Orphic Gold Leaf from Thurii we read, “Χαῖρε, χαῖρε.” Journey on the right-hand road to holy meadows and groves of
Persephone’. Moreover, we find joy also in
prophecies of the Golden Age, which certainly overlap in their motifs
with life in Elysium. Once again Virgil’s description taps Orphic poetry, as “lux
perpetua” is also a typically Orphic motif, which we already find in Pindar and
which surely must [Servius, Aen. 6.136: licet de hoc ramo hi qui de sacris
Proserpinae scripsisse dicuntur, quiddam esse mysticum adfirment ad sacra
Proserpinae accedere nisi sublato ramo non poterat. inferos autem subire hoc
dicit, sacra celebrare Proserpinae. The connection with Eleusis is also
stressed by G. Luck, Ancient Pathways and Hidden Pursuits (Ann Arbor) (‘Virgil
and the Mystery Religions’. R. Parker,Miasma (Oxford,); Suet. Aug.; Dio Cassius;
Bowersock, “Augustus” (Oxford) 68. 112
For woods in the underworld, see Od.; Graf and Johnston, Ritual Texts for the
Afterlife (Thurii) = OF 487.5–6; Verg. Aen.; Nonnos, D. 19.191. 113
GrafandJohnston, RitualTexts for the Afterlife, no. 3.5–6=OF487 Oracula
Sibyllina: ‘Rejoice, maiden’, cf. E. Norden, Die Geburt des Kindes (Stuttgart)
have had a place in the katabasis of Orpheus, just as the gymnastic activities,
dancing and singing almost certainly come from the same source, even though OTTAVIANO
must have been pleased with the athletics which he encouraged. The Orphic
character of these lines is confirmed by the mention of the Threicius sacerdos
(with Horsfall), obviously Orpheus himself. After this general view, we are
told about the individual inhabitants of Elysium, starting with genus antiquum
Teucri, which recalls, as Austin sees, “genus antiquum Terrae, Titania pubes” opening
the list of sinners in Tartarus. It is a wonderfully peaceful spectacle that we
see through the eyes of Aeneas. Some of the heroes are even “vescentis”, on the
grass, and we may wonder if this is not also a reference to the Orphic
‘symposium of the just’, as that also takes place on a meadow. Its importance
was already known from Orphic literary descriptions, but a meadow in the
underworld has also emerged on the Orphic Gold Leaves. The description of the
landscape is concluded with the picture of the river Eridanus that flows from a
forest, smelling of laurels. Neither Norden nor Austin explains the presence of
the laurels, but Virgil’s first readership will have had several associations
with these trees. Some may have remembered that the laurel is the highest level
of re-incarnation among plants in the Italic philosopher Empedocles of
Girgenti, whereas others will have realised the poetic and Apolline
connotations of the laurel. After Trojan and nameless Roman heroes, priests, and
poets, Aeneas sees those who found out knowledge and used it for the betterment
of life – “inventas aut qui vitam excoluere per artis” tr. 115 Pind. fr. 129; Ar. Ra.; Plut. frr. 178,211;
Visio Pauli21, cf.Graf, Eleusis, Horsfall, Virgilio, For the Titans being the ‘olden
gods’, see Bremmer, Greek Religion and Culture,78. 118 Graf, Eleusis, Pind. fr.
129; Ar. Ra.326; Pl. Grg. 524a, Resp.; Diod. Sic.; Bernabéon OF61. 120 Graf and
Johnston, Ritual Texts for the Afterlife, no. 3.5–6 (Thurii) = OF 487.5–6, no.
27.4 (Pherae) = OF. The Eridanus also appears in Apollonius Rhodius as a kind
of otherwordly river, but there it is connected with the myth of Phaethon and
the poplars, and resembles more Virgil’s Avernus with its sulphur smell than
the forest smelling of laurels in the underworld. For the name of the river,
see Delamarre, ‘ Ἠριδανός, le “fleuve de
l’ouest”,’ Etudes Celtiques. Horsfall, ‘Odoratum lauris nemus – Aeneid” Scripta
Class. Perhaps, readers may have also thought of the laurel trees that stand in
front of OTTAVIANO’s domus on the Palatine, given the importance of OTTAVIANO
in this book, cf. A. Alföldi, Die zwei Lorbeerbäume des Augustus (Bonn); M.
Flory, ‘The Symbolism of Laurel in Cameo Portraits of Livia’, Mem. Am. Ac. Rel.
Austin). As has long been seen, this line closely corresponds to a line from a
cultural-historical passage in the Bologna papyrus where we find an enumeration
of five groups in Elysium that have made life livable. The first are mentioned
in general as those who embellish life with their skills – “αἱ δε βίον σ[οφί]ῃσιν ἐκόσμεον” -- to be followed by the poets, ‘those who cut roots’ for medicinal
purposes, and two more groups which we cannot identify because of the bad state
of the papyrus. Inventions that both improve life and bring culture are
typically sophistic themes, and the mention of the archaic ‘root cutters’
instead of the more modern ‘doctors’ implies an older stage in the sophistic
movement. The convergence between Virgil and the Bologna papyrus suggests that
we have here a category of people seen by Orpheus in his katabasis. How- ever,
as Virgil sometimes comes very close to the list of sinners in Aristophanes’
Frogs, both poets must, directly or indirectly, go back to a common source, as
must, by implication, the Bologna papyrus. This Orphic source apparently was
influenced by the cultural theories of the Sophists. Now the poets occur in
Aristophanes’ Frogs too in a passage that is heavily influenced by the cultural
theories of the Sophists, a passage that
Graf connects with Orphic influence. Are we going too far when we see
here also the shadow of Orpheus’s katabasis? Having seen part of the
inhabitants of Elysium, the Sibyl asks Musaeus where Anchises is. Norden
persuasively compares the question of Dionysus to the Eleusinian initiates
where Pluto lives in Aristophanes’ Frogs. In support of his argument Norden
observes that, normally, the Sibyl is omniscient, but only here asks for
advice, which suggests a different source rather than an intentional poetic
variation. Naturally, Norden infers from the comparison that both go back to
the katabasis of Heracles. In line with our investigation so far, however, we
rather ascribe the question to Orpheus’s katabasis, given the later prominence
of Musaeus and the meeting with Eleusinian initiates. Highly interesting is
also another observation by Norden. Norden notes that Musaeus shows them the
valley where Anchises lives from a height – “desuper ostentat” -- and compares
a [Treu, ‘Die neue ‘Orphische’ Unterweltsbeschreibung und Vergil’, Hermes ‘die
primitiven Wurzelsucher’. 124 Norden, Aeneis VI,287–288; Graf, Eleusis,146n.
21compares Aen.6.609 with Ar. Ra.149–150 (violence against parents), with Ra. (violence
against strangers) and 6.612–613 with Ra. 150 (perjurers). Note also the
resemblance of 6.608, OF 717.47 and Pl. Resp. 10.615c regarding fratricides,
which also points to an older Orphic source, as Norden already saw, without
knowing the Bologna papyrus. Graf,Eleusis,34–37. 126 Neither Stanford nor Dover
refers to Virgil. number of Greek, Roman and Christian Apocalypses. Yet his
comparison confuses two different motifs, even though they are related. In the
cases of Plato’s Republic and Timaeus as well as in CICERONE’S “IL SOGNO DI
SCIPIONE” (Mozart) (Rep.) souls see the other world, but they do not have a
proper tour of hell (or heaven) in which a *supernatural* person (Musaeus, il
divino, [arch]angel, Devil) provides a view from a height or a mountain. That
is what we find in 1 Enoch (17–18), Philo (SpecLeg 3.2), Matthew (4.8),
Revelation (21.10), the Testament of Abraham, the Apocalypse of Abraham (21),
the Apocalypse of Peter, which was still heavily influenced by traditions, and
even the late Apocalypse of Paul (13), which drew on earlier sources. In other
words, it is hard to escape the conclusion that Virgil draws here too, directly
or indirectly, on this very old sources. With this quest for Anchises we have
reached the climax of LIBER VI. It would take us much too far to present a
detailed analysis of these lines but, in line with our investigation, we will
concentrate on Orphic and Orphic-related (Orphoid) sources. Aeneas meets his
father, when the latter has just finished reviewing the souls of his line who
are destined to ascend ‘to the upper light’. They are in a valley, of which the
secluded character is heavily stressed, while the river Lethe gently streams
through the woods. The Romans paid much attention to this river. Those souls
that are to be reincarnated drink the water of forgetfulness. After Aeneas
wonders why some would want to return to the upper world, Anchises launches
into a detailed cosmology and anthropology drawn straight from The Porch – IL
PORTICO -- before we again find Orphic material. The soul locks up in the body
as in a prison, which Vergil derived almost certainly straight from Plato, just
like the idea of engrafted -- concreta –
evil [Contra Horsfallon Aen.6.792. 128 For the reference to metempsychosis, see
Horsfallon Aen.6.724–751.129679–680 penitus convallevirenti inclusas animas; 703:
vallereducta; 704: seclusumnemus. Theognis 1216 (plain of Lethe); Simon. Anth.Pal.7.25.6(house
of Lethe); Ar.Ra.186(plain of Lethe); Pl. Resp. 10.621ac (plain and river);
TrGF Adesp. fr. 372 (house of Lethe); SEG (curse tablet: Lethe as a personal
power). For its occurrence in the Gold Leaves, see Riedweg,
Mysterienterminologie, 40. 131 Soul: Pl. Crat. 400c (= OF 430), Phd. 62b (= OF
429), 67d, 81be, 92a; [Plato], Axioch.; G. Rehrenbock, ‘Die orphische
Seelenlehre in Platons Kratylos’, Wiener Stud. The penalties the souls have to
suffer to become pure may well derive from an Orphic source too, as the Bologna
papyrus mentions clouds and hail, but it is too fragmentary to be of any use here.On
the other hand, the idea that soul has to pay a penalty for the deeds in the
upperworld twice occurs in the Orphic Gold Leaves. Orphic is also the idea of
the “rota” through which the soul has to pass during its Orphic reincarnation. But
why does the cycle last a thousand years before the soul can come back to life
– “mille rotam volvere per annos --? Unfortunately, we are badly informed by
the relevant authors about the precise length of the reincarnation. The Italic
philosopher Empedocles of Girgenti mentions ‘thrice ten thousand seasons’ and
Plato mentions ‘ten thousand years’ and, for a PHILOSOPHICAL life, ‘three times
thousand years’. But the myth of Er mentions a period of thousand years. This
will be Virgil’s source here, as also the idea that the soul has to drink from
the river Lethe is directly inspired by the myth of Er where the soul drinks
from the River of Forgetfulness and forgets about their stay in the other world
before returning to earth (Resp. 10.621a). It will hardly be chance that with
the references to the end of the myth of Er, we have also reached the end of
the main description of the underworld. In the following Heldenschau, we find
only one more intriguing reference to the eschatological beliefs of Virgil’s
time. At the end, father and son wander in the wide fields of air – “aëris in
campis latis” -- surveying everything. In one of his characteristically
wide-ranging and incisive discussions, Norden argues that Virgil alludes here
to the belief that the soul ascends to the moon as their final abode. This
belief is as old, as Norden argues, as the Homeric Hymn to Demeter, where we
already find ‘die Identifikation der Mondgöttin Hekate mit Hekate als Königin
der Geister und des Hades’. However, it must be objected that verifiable
associations between the two (i.e. Hecate and the moon) do not survive from
Bernabé, ‘Una etimología Platónica: Sôma – Sêma’, Philologus -- For the
afterlife of the idea, Courcelle, Connais-toi toi-même de Socrate à Saint
Bernard, 3 vols (Paris) 2.345–380. Engrafted evil: Pl. Phd. 81c, Resp., Tim.
42ac. Plato and Orphism: A. Masaracchia, ‘Orfeo e gli “Orfici” in Platone’, in
idem (ed.), Orfeo e l’Orfismo (Rome), reprinted in his Riflessioni sull’antico
(Pisa); Treu, ‘Die neue ‘Orphische’ Unterweltsbeschreibung’, 38 compares OF
717.130–132; see also Perrone, ‘Virgilio Aen. VI 740–742’, Civ. Class.Crist.;
Horsfall on Aen. 6.739. 133 Graf and Johnston, Ritual Texts 6.4 (Thurii) = OF
490.4; Graf and Johnston 27.4 (Pherae) = OF 493.4. 134 OF338,467,Graf and Johnston,
Ritual Texts, 5. 5 (Thurii) = OF 488.5, withBernabéadloc. 135 Pl. Resp.
10.615b, 621a. Curiously, Norden does not refer to this passage in his
commentary on this line, but at p. 10–11 of his commentary. 136 Norden, AeneisVI,23–26,
also comparing Servius; Ps. Probusp. 333–334. [Moreover, the identification of
the moon with Hades, the Elysian Fields or the Isles of the Blessed is
relatively late. It is only later that we start to find this tradition among
pupils of Plato, such as, probably, Xenocrates, Crantor and Heraclides
Ponticus, who clearly want to elaborate their master’s eschatological teachings
in this respect. Consequently, the reference does indeed allude to the soul’s ascent
to the moon, but not to the ‘orphisch-pythagoreische Theologie’ (Norden). In
fact, it is clearly part of the Platonic framework of Virgil. In the same
century Plato is the first to mention Selene as the mother of the Eleusinian
Musaeus, but he will hardly have been the inventor of the idea. Did the
officials of the Eleusinian Mysteries want to keep up with contemporary
eschatological developments, which increasingly stressed that the soul goes up
into the aether, not down into the subterranean Hades? We do not have enough
material to trace exactly the initial developments of the idea, but it was
already popular enough for Antonius Diogenes to parody the belief in his “Wonders
Beyond Thule”, a parody taken to even greater length by Lucian in his True
Histories. Virgil’s allusion, therefore, must have been clear to his
contemporaries. S.I. Johnston,Hekate Soteira (Atlanta)31. 138 W. Burkert, LoreandSciencein
AncientPythagoreanism (CambridgeMA,1972) 366–368,who also points out that there
is no pre-Platonic Pythagorean evidence for this belief; see also Cumont, Lux
perpetua (Paris) Gottschalk, Heraclides of Pontus, Oxford, Wilamowitz rejects the‘Mondgöttin
Heleneoder Hekate’ already in his letter thanking Norden for his commentary,
cf. Calder III and Huss, “Sed serviendum officio...”, 18–21 at 20. 140 Pl. Resp.
2.364e; Philochoros F Gr H328 F208, cf. Bernabéon Musaeus 10–14T. 141 A.
Henrichs,‘ Zur Genealogiedes Musaios’, ZPE 58(1985)1–8. 142 IG I3 1179.6–7;
Eur. Erechth. fr. 370.71, Suppl., Hel. 1013–1016. Or. 1086–1087, frr. 839.10f,
908b, 971; P. Hansen, Carmina epigraphica Graeca saeculi IV a. Chr. n. (Berlin
and New York, 1989). For Antonius’ date, see Bowersock, “Fiction as History:
Nero to Julian” (London), whose identification of the Faustinus addressed by
Antonius with Martial’s Faustinus is far from compelling, cf. R. Nauta, “Poetry
for Patron”s (Leiden). Bowersock has been overlooked by Möllendorff, Auf der
Suche nach der verlogenen Wahrheit. Lukians Wahre Geschichten (Tübingen) whose
discussion also sup- ports an earlier date for ANTONIO against the traditional
one. When we now look back, we can see that Virgil has divided his underworld
into several compartments. His division contaminates Homer with later
developments. In Homer, virtually everybody goes toHades, of which the Tartarus
is the deepest part, reserved for the greatest e Titans. A few special heroes,
such as Menelaus and Rhadamanthys, go to a separate place, the Elysian Fields,
which is mentioned only once in Homer. When the afterlife became more
important, the idea of a special place for the elite, which resembles the
Hesiodic Isles of the Blessed, must have looked attractive to a number of
people. However, the notion of re-incarnation poses a special problem. Where do
those stay who have completed their cycle and those who are still in process of
doing so? It may now be seen that Virgil follows a traditional Orphic solution
in this respect, a solution that had progressed beyond Homer in that MORAL
criteria had become important. In his Second Olympian Ode Pindar pictures a
tripartite afterlife in which a sinner is sentenced by a judge below the earth
to endure terrible pains. He who is a good man spends a pleasant time with ‘il
divino.’ He who has completed the cycle of reincarnation and has led a
blameless life joins the heroes on the Isles of the Blessed. A tripartite
structure can also be noticed in the Italic philosopher Empedocles of Girgenti,
who speaks about the place where the great sinners are, a place for those who
are in the process of purificaton. For Hades, Elysium and the Isles of the
Blessed, see Sourvinou-Inwood, ‘Reading’ Greek Death, Mace, ‘Utopian and Erotic
Fusion in a New Elegy by Simonides (West2)’, ZPE. For the etymology of “Elysium”,
see R. Beekes, ‘Hades and Elysion’, in J. Jasanoff (ed.), Mír curad: studies in
honor of Calvert Watkins (Innsbruck) 17–28 at 19–23. Stephanie West (on Od.
4.563) well observes that Elysium is not mentioned again before Apollonius’
Argonautica. For good observations, see Molyviati-Toptsis, ‘Vergil’s Elysium
and the Orphic-Pythagor- ean Ideas of After-Life’, Mnemosyne. However, some
would now replaced Molyviati’s terminology of ‘Orphic-Pythagorean’, which Molyviati
inherits from Dieterich and Norden, with ‘Orphic-Bacchic’, due to new
discoveries of Orphic Gold Leaves. Moreover, Molyviati overlooks the important
discussion by Graf, Eleusis, 84–87; see also Graf and Johnston, Ritual Texts,
For the reflection of this scheme in Pindar’s threnos fr. 129–131a, see Graf, Eleusis,
84f. Given the absence of Mysteries in Pindar, O. 2 and Mysteries being out of
place in Plutarch’s Consolatio one wonders with Graf if τελετᾶν in fr. 131a should not be replaced by τελευτάν. 147 For the identification of this place with Hades, see A. Martin and
O. Primavesi, L’Empédocle de Strasbourg (Berlin). Alfonso, ‘La Terra Desolata.
Osservazioni sul destino di Bellerofonte (Il.)’, MH and a place for those who have led a virtuous
life on earth: they will join the tables of the gods. The same division between
the effects of a good and a bad life appears in Plato’s Jenseitsmythen. In the
Republic the serious sinners are hurled into Tartarus, as they are in the
Phaedo, where the less serious ones may be still saved, whereas those who seem
to have lived exceptionally into the direction of living virtuously pass upward
to a pure abode. But those who have purified themselves sufficiently with
philosophy will reach an area even more beautiful, presumably that of the gods.
The upward movement for the elite, pure souls, also occurs in the Phaedrus and
the Republic whereas in the Gorgias they go to the Isles of the Blessed. All
these three dialogues display the same tripartite structure, if with some
variations, as the one of the Phaedo, although the description in the Republic
is greatly elaborated with all kinds of details in the tale of Er. Finally, in
the Orphic Gold Leaves the stay in Tartarus is clearly presupposed but not
mentioned, due to the function of the Gold Leaves as passport to the underworld
for the Orphic devotees. Yet the fact that in a Leaf from Thurii the soul says:
‘I have flown out of the heavy, difficult cycle of reincarnations’ suggests a
second stage in which the souls still have to return to life, and the same
stage is presupposed by a Leaf from Pharsalos where the soul says: ‘Tell
Persephone that Bakchios himself has released you from the cycle.’ The final
stage will be like in Pindar, as the soul, whose purity is regularly stressed,
will rule among the other heroes or has become a god instead of a mortal. When
taking these tripartite structures into account, we can also better understand
Virgil’s Elysium. It is clear that we have here also the same distinction
between the good soul and the super-good soul. The good soul has to return to
earth. The super-good soul can stay forever in Elysium. Moreover, the place of
the super-good soul is higher than the one of a soul who has to return. That is
why a soul that will return is in a valley BELOW the area where Musaeus is. Once
again, Virgil looks at Plato for the construction of his underworld. Graf and
Johnston, Ritual Texts, 5.5 = OF 488.5; Graf and Johnston 26a.2 = OF .485.2.
Dionysos Bakchios has now also turned up on a Leaf from Amphipolis: Graf and
Johnston, Ritual Texts, 30.1–2 = OF 496n.1–2.5. 150 Graf and Johnston, Ritual
Texts, (all Thurii), 9.1 (Rome) = OF 488.1, 490.1, 489.1, 491.1. 151 Graf and
Johnston, Ritual Texts (Petelia) = OF
476.11; Graf and Johnston, Ritual Texts, 3.4 (Thurii) = OF 487.4 and ibidem 5.9
(Thurii) = OF 488.9, respectively.This was also seen by Molyviati-Toptsis,‘Vergil’s
Elysium’,43, ifnotveryclearly explained. But as we have seen, it is not only
Plato that is an important source for Virgil. In addition to a few traditional autochtonous
indigenous *Roman* details, such as the fauces Orci, we have also called
attention to Orphic and Eleusinian beliefs. Moreover, and this is really new,
we have pointed to several possible borrowings from 1 Enoch. Norden rejects
virtually all Jewish influence on Virgil in his commentary, and one can only
wonder to what extent his own Jewish origin played a role in this judgement. More
recent discussions have been more generous in allowing the possibility of
Jewish-Sibylline influence on Virgil and Horace. And indeed, Alexander
Polyhistor, who works in Rome during Virgil’s lifetime and writes a book On the
Jews, knows the Old Testament and was demonstrably acquainted with
Egyptian-Jewish Sibylline literature. Thus it seems not impossible or even
implausible that among the Orphic literature that Virgil had read, there also
were (Egyptian- Jewish?) Orphic katabaseis with Enochic influence.
Unfortunately, we have so little left of that literature that all too certain
conclusions would be misleading. In the end, it is still not easy to see light
in the darkness of Virgil’s underworld. For the Orphic influence, see also the summary
by Horsfall,Virgil,“Aeneid” Horsfall, Virgil, “Aeneid” 6, 2.650 is completely
mistaken in mentioning Norden’s ‘pressing and arguably misleading, belief in
the importance of Jewish texts for the understanding of Aen.6’: Norden, Aeneis
Buch VI, 6 actually argued that from the ‘jüdische Apokalyptik ... kaum ein
Motiv angeführt werden kann, das sich mit einem vergilischen berührte’.For
Norden’s attitude towards Judaism, see Bauer, ‘Eduard Norden: Wahrheitsliebe
und Judentum’, in Kytzler, Norden (Stuttgart); Nisbet, Collected Papers on
Latin Literature (Oxford); Bremmer, ‘The Apocalypse of Peter: Greek or
Jewish?’, in idem and I. Czachesz (eds), The Apocalypse of Peter (Leuven) Macleod,
Collected Essays (Oxford) (on Horace’s Epode); Nisbet, Collected Papers,
Watson, A Commentary on Horace’s Epodes (Oxford) (on Horace’s Epode 16); L.
Feldman, ‘Biblical Influence on Vergil’, in S. Secunda and S. Fine (eds),
Shoshannat Yaakov (Leiden) Alexander Polyhistor FGr H 273 F 19ab (OT), F quotes
Or. Sib., cf. Norden, Kleine Schriften; Lightfoot, Sibylline Oracles; Horsfall,
‘Virgil and the Jews’, Vergilius has contested my views in this respect, but
his arguments are partly demonstrably wrong and partly unpersuasive, see
my ‘Vergil and Jewish Literature’, Vergilius –Various parts of this paper
profited from lectures in Liège and Harvard in 2008. For comments and
corrections I am most grateful to Ambühl, Shanzer and, especially, Horsfall and
Nauta. REFS.: Abt, American Egyptologist: The Life of Breasted and the Creation
of his Oriental Institute, Chicago and London Accame Iscrizioni del Cabirio di
Lemno’, ASAA Ackerman, Frazer: his life and work (Cambridge, 1987) Ackermann,
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Valperga di Caluso. Caluso. Keywords: principi di filosofia per gli initiate
nelle matematiche, implicature corporali, l’iniziazione di Enea, l’iniziaione
di Ottaviano, the golden bough, Turner,
misterij eleusini, una moda tra la nobilita romana – eleusi destrutta da
Alarico – iniziato, iniziante, aspirante, gl’aspiranti – eneide, Virgilio,
poema epico, la fonte di Virgilio e un
poema perduto sulla discesa d’Ercole all’inferno a lottare contro Cerbero –
fatica 10 – statuaria – statua di Antino a Eleusi. L’iniziazione come
contemplazne, il role dell’iniziato, iniziato e inizianti --. La radice
indo-germanica di Eleusi. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Caluso,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
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