LUIGI SPERANZA -- GRICE ITALO: UN DIZIONARIO -- A-Z C CA
Luigi
Speranza -- Grice e Catulo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Ccombatte
a Numanzia sotto Scipione Emiliano l'Affricano minore e così fu accolto nel suo
circolo. C. e console con Mario e partecipa con lui alla vittoria di Vercelli
sui cimbri. Sorse allora fra loro una mutua gelosia che provoca l’implacabile
inimicizia di Mario la quale costrinse C., che era stato dalla parte del
Senato, a darsi la morte col veleno per sottrarsi alla condanna capitale che lo
attende. Compose epigrammi latini, un liber de consulatu et de rebus
gestis suis, che CICERONE loda al pari dei suoi discorsi. Nome compiuto: Gaio
Lutazio Catulo. Catulo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Catulo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Catulo: il portico a Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice: “When I refer to ‘Athenian dialectic’
as opposed to ‘Oxonian dialectic,’ while my emphasis is on Socrates, Plato, and
Aristotle, I realise much of the dialectic was brought by so-called ‘minor’
schools – which became ‘great’ at Rome – like the Porticus, The Hortus, and the
Cynargus. A member of the Porch and a tutor of Antonino. Nome compiuto: Cinna
Catulo. Catulo. Keywords: Porticus, Portico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Catulo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Cavalcanti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sìnolo
degl’amanti – scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I
like Cavalcanti; he thinks he is an Aristotelian, but he is surely Platonic –
therefore, obsessed with ‘eros,’ or ‘amore,’ as the Italians call it – Like
Alighieri’s, his philosophy of ‘eros’ is confused, but interesting!” Come del
corpo fu bello e leggiadro, come di sangue gentilissimo, così ne’ suo fiosofare
non so che più degli altri bello, gentile e peregrino rassembra, e
nell’invenzione acutissimo, magnifico, ammirabile, gravissimo nelle sentenze,
copioso e rilevato nell’ordine, composto, saggio e avveduto, le quali tutte sue
beate virtù d'un vago, dolce stile, come di preziosa veste, sono adorne.
Lorenzo il Magnifico, Opere). Alighieri e Virgilio incontrano all'Inferno.
Ritratto di C., in Rime. Figlio di Cavalcante dei C., nacque in una nobile
famiglia guelfa di parte bianca, che ha la sua villa vicina a Orsanmichele e
che e tra le più potenti della regione. Il padre fu mandato in esilio in
seguito alla sconfitta di Montaperti. In seguito alla disfatta dei ghibellini
nella battaglia di Benevento, padre e figlio riacquistarono la preminente
posizione sociale a Firenze. A lui e promessa in sposa la figlia di Farinata
degli Uberti, capo della fazione ghibellina, dalla quale Guido ha i figli
Andrea e Tancia. E tra i firmatari della pace tra guelfi e ghibellini nel
Consiglio generale al Comune di Firenze insieme a Latini e Compagni. A questo
punto avrebbe intrapreso un pellegrinaggio -- alquanto misterioso, se si
considera la sua infamia di ateo e miscredente! Muscia, comunque, ne dà
un'importante testimonianza attraverso un sonetto. Alighieri, priore di
Firenze, fu costretto a mandare in esilio l'amico, nonché maestro, con i capi
delle fazioni bianca e nera in seguito a nuovi scontri. Si reca allora a
Sarzana. “Perch'i' no spero di tornar giammai” e composto durante l'esilio. La
condanna e revocata per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute. Muore a
causa della malaria contratta durante l'esilio forzato d’Alighieri.È ricordato
oltre che per i suoi componimentiper essere stato citato da Dante (del quale fu
amico assieme a Gianni) nel celebre nono sonetto delle Rime Guido, i' vorrei
che tu e Lapo ed io (al quale Guido rispose con un altro, mirabile, ancorché
meno conosciuto, sonetto, che ben esprime l'intenso e difficile rapporto tra i
due amici, “S’io fosse quelli che d'amor fu degno”. Alighieri, remmorso, lo
ricorda anche nella Divina Commedia (Inferno, canto X e Purgatorio, canto XI) e
nel De vulgari eloquentia, mentre Boccaccio lo cita nel Commento alla Divina
Commedia e in una novella del Decameron. La sua personalità,
aristocraticamente sdegnosa, emerge dal ricordo che ne hanno lasciato gli
filosofi contemporanei, Compagni, Villani, Boccaccio e Sacchetti. Il gentile
figlio di Cavalcante C., nobile cavaliere e cortese e ardito, ma sdegnoso e
solitario, e intento alla filosofia. La sua personalità è paragonabile a quella
di Alighieri, con la importante differenza del carattere laico. Noto per
il suo ateismo, Alighieri l’incontra nell’Inferno (Inf. X, 63). Boccaccio
(Decameron VI, 9: si dice tralla gente volgare che questa sua speculazione
filosofica sull’amore e solo in cercare se puo trovarse che Iddio non e.
Villani (De civitatis Florentie famosis civibus). La sua eterodossia è stata
tra l'altro rilevata nella grande canzone dottrinale o manifesto “Me prega” --
certamente il testo più arduo e impegnato, anche sul piano filosofico -- di
tutta la poesia stilnovistica, in cui s i rinvenge il carattere di correnti
radicali dell'aristotelismo. Famoso e significativo l'episodio narrato dal
Boccaccio di una specie di scherzoso assalto al filosofo da parte di due
fiorentini a cavallo, di cui schivava la compagnia. L’episodio e ripreso da
Italo Calvino in una lezione in cui il filosofo con l'agile salto da lui
compiuto, diventa un emblema della leggerezza. L'episodio figura anche
nell'omonimo testo di France ne "Santa Chiara" dove, peraltro, i
fatti risalienti della sua vita vengono riportati sotto una veste quasi
mistica. La opera di Cavalcanti consta di cinquantadue componimenti, di
cui due canzoni, undici ballate, trentasei sonetti, un mottetto e due frammenti
composti da una stanza ciascuno. Le forme maggiormente utilizzate sono la
ballata ed il sonetto, seguite dalla canzone. La ballata appare congeniale alla
sua poetica, poiché incarna la musicalità sfumata e il lessico delicato, che si
risolvono poi in una costruzione armoniosa. Peculiare di C. è, nei sonetti, la
presenza di rime retrogradate nelle terzine. Temi Quadro di Johann
Heinrich Füssli. Teodoro incontra nella foresta lo spettro del suo antenato C..
I temi della sua opera sono quelli cari al stilnovista; in particolare la sua
canzone manifesto “Me prega” è incentrata sull’effetto prodotti dall'amato
sull’amante. La concezione filosofica su cui si basa è l'aristotelismo radicale
che sostene l’eternità e l'incorruttibilità dell'anima separata dal corpo e
l'anima sensitiva come entelechia o perfezione del corpo. Va da sé che, avendo
le varie parti dell'anima funzioni differenti, solo collaborando esse potevano
raggiungere il sinolo, l’armonia perfetta – anima/corpo entelechia. Si deduce
che, quando l'amore colpisce l’anima, la squarcia a e la devasta,
compromettendo il sinolo e ne risente molto l’anima inferiore vegetativa –
L’amante non mangia o non dorme). Da qui la sofferenza dell'animo che,
destatasi per questa rottura del sinolo, rimane impotente spettatore della
devastazione. È così che l'amante giunge alla morte. L’amato, avvolto come da
un alone mistico, rimane così irraggiungibile. Il dramma si consuma nell'animo
dell'amante. Questa complessissima concezione filosofica permea la poesia
ma senza comprometterne la raffinatezza o superfizialita letteraria. Uno dei
temi fondamentali è l'incontro dell’amante e l’amato che conduce sempre, ed al
contrario che in Guinizzelli, al dolore, all'angoscia kierkegaardiana, e al
desiderio di morire. La opera dell’amore di Cavalcanti possiede un accento di
vivo dolore riferio spesso al corpo dell’amante. C. e un fine filosofo
– scrive Boccaccio: lo miglior loico che il mondo avesse -- ma non ci
resta nulla di sue saggistica filosofica, ammesso che ne abbia effettivamente
scritte. Il poetare di C., dal ritmo soave e leggero è di una grande
sapienza retorica. I versi di C. possiedono una fluidità melodica, che
nasce dal ritmo degli accenti, dai tratti fonici del lessico impiegato,
dall'assenza di spezzettature, pause, inversioni sintattiche. Cavalcanti:
la poetica e lo Stilnovo, L’amico di Dante” (Roma-Bari: Laterza).
“Species intelligibilis”, C.laico e le origini della poesia italiana,
Alessandria: Edizioni dell'Orso); C. auctoritas”; C. laico; La felicità: Nuove
prospettive per Cavalcanti (Torino, Einaudi); C. (Torino, Einaudi); C.: poesia
e filosofia, Alessandria, Edizioni Dell'Orso); C.: uno studio sul lessico
lirico, Roma, Nuova Cultura); Per altezza d'ingegno: saggio su Cavalcanti,
Napoli, Liguori); L'ombra di Cavalcanti; Roma, L'Asino d'Oro,. Guido
Cavalcanti, Rime, Firenze, presso Niccolò Carli). Dizionario biografico degli
italiani; Il controverso pellegrinaggio Cavalcanti”; “La Divina Commedia. Inferno,
Mondadori, Milano); La società letteraria italiana. Dalla Magna Curia al primo
Novecento. La fama o, meglio, l’habitus di filosofo C. lo deve essenzialmente
ad una sua poesia: la canzone celeberrima e alquanto complessa, sia per la
metrica che per i contenuti, Donna me prega. In essa il poeta parlerà di
“amore” con gli strumenti della filosofia naturale (“natural dimostramento”),
conducendo un’analisi razionale volta a spiegarne la natura e le cause. Una
prima importante informazione circa l’essere dell’amore C. ce l’ha già fornita
nell’incipit della canzone: egli, infatti, ci ha detto che l’amore è un
accidente e che, di conseguenza, non è una sostanza. Questa definizione,
tuttavia, ha un significato tecnico preciso, che il poeta mutua dalla filosofia
di Aristotele. Occorre, pertanto, fare una premessa. La sostanza, secondo il
grande filosofo greco, è ciò che ha vita propria, ciò che cioè esiste
autonomamente, mentre gli accidenti esistono solo come qualità di essa; in
altre parole, l’accidente si aggiunge alla sostanza esprimendone una
caratteristica casuale o fortuita. Ad esempio, un certo uomo è una sostanza,
mentre l’insieme delle qualità che esso può avere (alto, basso, pallido,
paonazzo, ecc…) sono gli accidenti. Tornando dunque a C., egli afferma che
l’amore non è una sostanza poiché non possiede un’esistenza autonoma come, ad
esempio, gli uomini (l’amore, infatti, non ha né corpo né figura); esso esiste
piuttosto come qualità della sostanza, ovvero come sentimento (qualità) dell’uomo
(sostanza). Innanzitutto, C. ci dice che l’amore si insedia nella memoria.
Anche qui, però, occorre richiamare per sommi capi la psicologia di Aristotele,
poiché essa è indispensabile per intendere i versi del poeta. Nel De anima,
Aristotele definisce l’anima forma del corpo; egli, tuttavia, per forma non
intende l’aspetto esteriore di una cosa, ma la sua natura propria, la struttura
che rende quella tale cosa ciò che è. L’anima, dunque, vivifica e dà al corpo
la sua struttura essenziale. Essa, inoltre, secondo Aristotele, pur essendo
unica, può essere divisa, a seconda delle funzioni che svolge, in tre parti:
anima vegetativa, anima sensitiva e anima intellettiva. La prima riguarda le
funzioni vitali minime (come, ad esempio, la nutrizione e la riproduzione)
degli esseri viventi a cominciare dalle piante; la seconda, invece, comprende i
sensi e il movimento ed è propria solamente degli animali e dell’uomo; la
terza, infine, riguarda il pensiero, le funzioni intellettuali, ed propria solo
dell’uomo. La memoria, per Aristotele e, quindi, anche per C., appartiene
all’anima sensitiva; essa, cioè, è un prolungamento o estensione della
sensazione. In altre parole, l’anima sensitiva non solo permette all’uomo di
vedere, sentire, gustare gli altri corpi, ma gli permette anche di avere di
questi ultimi delle immagini. La passione amorosa, dunque, è creata da una
sensazione: il diletto per la vista della donna fa si che l’immagine di essa si
imprima nella memoria; l’amore è il nome che si dà ad una operazione dell’anima
sensitiva, poiché ad essa, come abbiamo visto, appartengono sia la funzione
della vista che quella della memoria. Il poeta, tuttavia, ci dice che questa
immagine trova “loco e dimoranza” anche nell’intelletto possibile. Che cosa
intende con questi versi? Bisogna ritornare brevemente alla psicologia
aristotelica. Abbiamo visto che l’anima, a seconda delle sue funzioni, può
essere vegetativa, sensitiva e intellettiva. L’ultima delle tre riguarda il
pensiero, le operazioni intellettuali proprie dell’uomo. Secondo Aristotele,
dopo che un oggetto è stato percepito dai sensi e che l’immagine di esso si è
impressa nella memoria, esso viene pensato dall’intelletto. In che modo? Una
parte dell’anima sensitiva, che egli chiama intelletto possibile, riceve
l’immagine dell’oggetto percepito dai sensi grazie all’azione di un’altra
componente della stessa anima, che egli chiama intelletto agente. Per fare un
esempio, si potrebbero paragonare l’intelletto possibile ad un quaderno ancora
intonso e l’intelletto agente all’azione dello scrivere. Dunque, mentre i sensi
producono nella memoria l’immagine della donna, l’intelletto agente imprime
nell’intelletto possibile la forma astratta di questa immagine. Ricapitolando,
nell’anima sensitiva si sviluppa la passione amorosa attraverso la vista della
donna e la memoria della sua immagine, mentre niente di tutto questo avviene
nell’anima intellettiva, la quale ha dell’amata soltanto un concetto astratto e
disincarnato. L’amore non è una virtù morale (queste, infatti, sono un prodotto
della ragione, dell’anima intellettiva), ma è una virtù sensibile, appartiene
all’anima sensitiva. C. ci dice che non l’anima intellettiva, ma bensì l’anima
sensitiva è perfezione dell’uomo, poiché essa attua tutte le potenzialità
insite nell’individuo umano. Il poeta, infatti, seguendo l’interpretazione che
di Aristotele aveva dato il filosofo arabo Averroè, ritiene che esista un unico
intelletto sempre in atto ed eterno separato dagli uomini, con il quale le
facoltà superiori dell’anima sensitiva di ciascun essere umano entrano in
contatto ogni qual volta si sviluppa il pensiero. In altre parole, egli,
affermando l’esistenza di un intelletto unico ed eterno, separa l’anima
intellettiva, unica ed eterna, dalle anime sensitive concrete e mortali di
ciascun uomo. Questa complessa psicologia che C. mutua da Averroè è la base del
suo celebre pessimismo amoroso. La passione amorosa ottunde la capacità di
giudizio poiché l’immagine della donna amata, ormai insediata nella memoria e
desiderata dai sensi, determina il netto prevalere dell’anima sensitiva su
quella intellettiva. Questo non vuol dire, però, che l’amore ottenebra
l’intelletto; come abbiamo poc’anzi visto, infatti, le facoltà intellettuali
sviluppano la conoscenza, non il desiderio; inoltre, il poeta, seguendo
Averroè, ha appena sostenuto che l’anima intellettiva è separata dalle anime
sensitive degli uomini. Quello che C. intende, dunque, è questo: la passione
amorosa, “se forte”, impedisce all’uomo, dominato totalmente dai bisogni
dell’anima sensitiva, di stabilire un contatto con l’intelletto e quindi di
avere raziocinio. In questo senso egli parla dell’amore come di un vizio, che
porta chi ne è colpito a non saper più distinguere il bene dal male (“discerne
male”). Ciononostante, C. ci dice che l’amore non è cosa contraria alla natura
(“non perché oppost’a naturale sia”); anzi, al pari degli altri bisogni
naturali, la passione amorosa sviluppa una potenzialità propria dell’anima
sensitiva e, pertanto, rinunciarvi sarebbe deleterio e controproducente. Come
interpretare questa affermazione apparentemente contraddittoria? È necessario,
anche in questo caso, richiamare Aristotele. Nell’Etica Nicomachea, il filosofo
greco afferma che ognuno è felice quando realizza bene il proprio compito (ad
esempio, il costruttore sarà felice quando realizzerà oggetti perfetti). Il
compito dell’uomo, però, non potrà certo essere quello di assecondare l’anima
vegetativa o quella sensitiva; egli dovrà piuttosto vivere secondo ragione;
pertanto, secondo il filosofo greco, la felicità per l’uomo consiste
nell’attività razionale, nella vita secondo ragione. C., dunque, seguendo
Aristotele, ci dice che l’amore è deleterio e mortale solo quando ci allontana
violentemente da questo tipo di vita; poiché una vita vissuta in preda ai
bisogni a agli istinti dell’anima sensitiva è una non-vita, più adatta agli
animali che agli uomini. Viceversa, l’amore che riesce ad essere temperante, e
che cioè non allontana l’uomo dalla vita razionale, è espressione di un
naturale bisogno della nostra sensualità. sìnolo s. m. [dal gr. σύνολον,
comp. di σύν«con» e ὅλος «tutto»]. – Nel linguaggio filos., termine
aristotelico che designa la concreta sostanza (v. sostanza, n. 1 a), concepita
come sintesi di materia (ciò che è mera potenza) e forma (ciò che porta
all’atto la potenzialità della materia). Alighieri sends out
among the best known Italian poets a sonnet asking interpretation of a
dream. The god of love, so it seemed, had come carrying Beatrice asleep,
and had fed her with Dante's own heart, and had then departed
weeping. Several poets answered. One, Dante of Maiano, suggested as
a probable solution of this, and other such distressing visions, a
dose of salts ; the others fell in with Dante's mood and answered
seri- ously. Of their various interpretations that which best
pleased Dante, though not quite satisfied him, was C.’s " And
this," wrote Dante later in the New Life, " was, as it were,
the beginning of the friendship between him and me, when he knew that I
was he who had sent it (the sonnet) to him." C.s
interpretation was in an important particular ambiguous. Love, he wrote,
fed your heart to your lady, seeing that "vostra donna la morte
chedea" To understand this clause as meaning " Death claimed
your lady" is natural, and would make the interpretation
interestingly prophetic; but, whether or not this reading might be
justified symbolically, Dante himself forbids it. For, in spite of his
pleasure in his " first friend's " explanation of the dream, he added:
" The true meaning of this dream was not then seen by any one, but
now it is plain to the simplest." It was easy for him after the
event to read prophecy of Beatrice's death into the dream ; but he
expressly denies to Guido among the rest the prescience. We are
bound, therefore, to take as the interpreter's meaning that there was
malice prepense in the cannibal appetite of the sleeping lady, that
she claimed the death of her servant's heart. No wonder the love
god wept as he carried her off sated ! Irreverent though it
be, one thinks of The Vampire of Kipling. For Guido the gentle Beatrice
was as "the woman who couldn't understand," sucking, asleep, in
a sort of diabolical innocence, the life blood, literally eating the
heart, out of her helpless victim. And Dante, the lover, the victim,
approves the picture ! Of course the gruesomeness of this symbolism
may be explained away as merely a conceitfully emphatic reassertion of
the ancient fancy that a lover's heart is no longer his own, but has
passed into the custody of his mistress. Only, the dream then and its
interpre- tation would indeed be a much ado about nothing. And why, at
so customary a happening, should love weep? In fact, Guido's
thought cuts deeper, and is, I venture to urge, not so remote, in a
sense, from the thought underlying The Vampire. It is The Vampire
uplifted into the more tenuous, yet.no less intense, atmosphere of
mysticism. Before attempting to let in light directly upon this dim
utterance it is expedient to recall certain facts in Guido's life and
personality. " Cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario e
intento alio studio " so Guido is introduced into the Florentine
Chronicle of Dino Compagni, who knew him personally. Guido could not have
been much over twenty-five when, at the death of his father, his elder
brother being in orders, he became head and champion of one of the two or
three most powerful and aristocratic families in the republic. For
gen- erations the Cavalcanti had been leaders in the state,
haughtily contemptuous of the mere people, yet fierce partisans of civic
inde- pendence against those who were willing to sacrifice this for
the dream of a " Greater Italy " united under a revivified
Emperor of the West. To this great feud and to the lesser local feuds
which grew out of it Guido may be said to have been a predestined, yet
mostly a willing, sacrifice. He was born into the feud ; he lived his
life long in the heat of it ; it married him ; it perhaps lost him his
best friend ; it certainly killed him before his time. It
married him. In 1267, a vear a *ter the decisive battle of Bene- vento,
when the last hope of the Imperialists, the Ghibellines, fell with
Manfred, in Florence an attempt was made towards permanent peace by
marrying together certain sons and daughters of victors and vanquished.
Among the rest C. was wedded, or then more likely betrothed, for he could not have been more than
fifteen, to Bice, daughter of the
Ghibelline leader, the Florentine " Coriolanus," Farinata degli
Uberti. Seven years before Farinata had "painted the Arbia red"
with the blood of Florentine Guelphs at Monteaperti; and it had been a
kinsman of Guido who com- manded the Guelphs on that disastrous day. We
do not know how this real " Capulet-Montague " match turned
out, only that Monna Bice bore
children to her husband and outlived him many years, and that the peace which
their union, among others, was intended to effect did not come to
pass. On the contrary the great Guelph families, in secure
possession of the city, soon quarreled, even connived against each other
with the ever-ready Ghibelline exiles, or with popular dema- gogues, so
great was their common jealousy. Meanwhile, during the distraction of the
nobles, the middle classes had been prosper- ing ; and coming at last to
feel their strength and the weakness of those above them, they rebelled
and crushed the aristocrats. In the first insolence of triumph they
excluded the nobles abso- lutely from public office, but two years later
conceded eligibility to such nobles as would join one of the Arti, or
trades unions. This virtual abdication of caste C. refused to make.
In vain good easy Dino pleaded with him. I am ever singing your
praises," he wrote in a kindly sonnet, " telling folks how wise you
are, and brave and strong, skilled to wield and ward the sword, and how
compact with sifted learning your mind is, and how you can run and leap
and outlast the best. Nor is there lacking you high birth nor wealth ...
in fine, the one thing wanting to give scope to all these gifts and
powers is a mere name. " Ahi! com saresti stato om mercadiere!
" Now almost certainly some generations back the C. had
been in trade, and had made their fortune in trade, but latterly it had
pleased them to entertain a genealogy reaching royally back into Germany
and descending into Italy with Charlemagne's baronage. To traverse this
pleasing legend with the gross title "om merca- diere,"
tradesman, was out of the question: Guido declared himself
irreconcilable. Meanwhile Dante, unfettered by a legend or a
temperament, had accepted the situation even cordially, and was taking
active part in the councils of the new bourgeois regime. That Guido must
have regarded his friend's secession with disgust seems natural. It was
worse than an offense against party; it was an offense against caste. " Uomo
vertudioso in molte cose, se non ch'egli era troppo tenero e
stizzozo," writes Giovanni Villani of Guido. Fastidious, exclusive, thin-skinned, choleric, Guido was just the
man to feel this consorting of his friend with vulgar political upstarts
incompatible with their own intimacy. And the matter was made worse by
its open denial of their poetic profession of faith in the " cor
gentile." This vulgar folk was that " fango," that human
" mud " of which Guinizelli had written : Fere lo
sole il fango tutto'l giorno, Vile riman . . . how might the
" gentle heart " mix itself with this irredeemable
"mud" and be not defiled? So Guido addressed to his friend a
sonnet at once haughty and tender like
Guido himself: 1 lo vengo il giorno a te infinite volte e
trovoti pensar troppo vilmente : allor mi dol de la gentil tua
mente e d'assai tue virtu che ti son tolte. Solevanti spiacer
persone molte, tuttor fuggivi la noiosa gente, di me parlavi si
coralemente che tutte le tue rime avei ricolte. Or non
ardisco per la vil tua vita, far mostramento che tu' dir mi
piaccia, ne vengo 'n guisa a te che tu mi veggi. Se '1
presente sonetto spesso leggi lo spirito noioso che ti caccia si
partira da Panima invilita. 2 1 1 believe that
Lamma, in his Questioni Dante sche, Bologna, is the first to propose this
construction of the famous " reproach." It seems to me the best
of all. 2 1 come to thee infinite times a day And find thee
thinking too unworthily : Then for thy gentle mind it grieveth me,
And for thy talents all thus thrown away. Whether the two friends again
came together in life is not known. The next situation in which we hear
of them is tragic. Dante is sit- ting among his " first friend's
" judges ; Guido is condemned to exile, and goes in effect
to his death. Under the new bourgeois rule civic disorders
rather increased than otherwise. Prime mover of discord was the
Florentine " Catiline," as Dino calls him, Corso Donati.
Somewhat ineffectually opposing his self-seeking machinations were the
parvenu Cerchi, powerful only through wealth and the popularity of their
cause. With these also stood Guido. Hatred, no less than misfortune,
makes strange bed- fellows ; and the hatred between Guido and Corso was
intense. Each had sought the other's life : Corso meanly, by hired
assassins ; Guido openly, in the public street, by his own hand. Violence
followed violence ; the number of factionaries increased, until at last
the city Priors determined to expel the leaders of both parties. Guido
was conspicuous among these leaders ; Dante, as has been said, among
these Priors. The place of exile, Sarzana, proved to be pestilent with
fever ; and although Guido and the Cerchi, less culpable than Corso, were
recalled within the year, it was too late. A few months afterward, Guido died.
" E fu gran dommaggio" wrote Dino. It was a strange
preparation for "gentle and gracious rhymes of love," this short, tumultuous, hate-driven career.
Yet there is but one direct echo of the feudist in all Guido's
verse, a sonnet to a kinsman,
Nerone C.i. Nerone had made Florence too To flee the vulgar herd was once
thy way, To bar the many from thine amity ; Of me thou spakest then
so cordially When thou hadst set thy verse in full array. But
now I dare not, so thy life is base, Make manifest that I approve
thine art, Nor come to thee so thou mayst see my face. Yet if
this sonnet thou wilt take to heart, The perverse spirit leading
thee this chase Out of thy soul polluted shall depart. hot for the
rival Buondelmonti, and Guido hails him with ironical deprecation.
Novelle
ti so dire, odi, Nerone, che' Bondelmonti treman di paura,
e tutt* i fiorentin' no li assicura, udendo dir che tu a* cor
di leone. E piu treman di te che d' un dragone veggendo la
tua faccia, ch* e si dura che no la riterria ponte ne mura se non
la tomba del re faraone. De ! com' tu fai grandissimo peccato
si alto sangue voler discacciare, che tutti vanno via sanza
ritegno. Ma ben e ver che ti largar lo pegno, di che potrai V
anima salvare se fossi paziente del mercato. Guido's disdainful temper both piqued and puzzled his townsfolk.
Sacchetti's anecdote of the Florentine small boy who, having slyly nailed
Guido's gown to his bench, then teased him until the irate gentleman
tried naturally to his discomfiture to chase him, has 1 News have I
for thee, Nero, in thine ear. They of the Buondelmonte quake with
dread, Nor by all Florence may be comforted, For that thou hast a
lion's heart they hear. And more than any dragon thee they
fear, For looking on thy face they are as dead : Bastion nor
bridge against it stands in stead, Nor less than Pharaoh's grave were
barrier. Marry ! but thou hast done a wicked thing,
Having the heart to scatter such high blood, For without let now
one and all they flee. And 'sooth, a truce-bait too they proffered
thee, So that thy soul might still be with the Good, Hadst but had
stomach for the bargaining. For the first quatrain of this sonnet I
have slightly altered Rossetti's translation. In the rest a mistaken
understanding of the sonnet as if addressed to the pope has misled him. 2
// aVm 53^ its point in a very human satisfaction at the
scorner scorned. Boc- caccio's novella 1 is more significant, illustrating
vividly, if perhaps by a fictitious occurrence only, the subtle mingling
of awe and defi- ance which Guido inspired. Boccaccio's " character
" of Guido is a eulogy. " He was one of the best thinkers
(Joici) in the world and an accomplished lay philosopher (filosofo naturale),
. .. and withal a most engaging, elegant, and affable gentleman, easily
first in what- ever he undertook, and in all that befitted his
rank." This character, together with the mood of tragic doubt upon
which the point of Boccaccio's narrative turns, inevitably, if tritely, brings
to mind Ophelia's character of Hamlet : The courtier's, soldier's,
scholar's eye, tongue, sword ; The expectancy and rose of the fair
state, The glass of fashion and the mould of form, The observed of
all observers. But, if we may still trust Boccaccio, " that noble and most
sovereign reason " of Guido was also " out of tune and harsh
" with scrupulous doubt ; " so that lost in speculation, he
became abstracted from men. And since he held somewhat to the opinion of
the Epicureans, gossip among the vulgar had it that these speculations of
his only went to establish, if established it might be, that there was no
God." BOCCACCIO (si veda) does not call Guido an atheist ; that was
mere vulgar gossip. He does not even declare him a convinced Epicurean,
one of those who with his own father l’anima col corpo morta
fanno. Boccaccio's charge is qualified : " he held somewhat to
the opinion of the Epicureans " {egli alquanto tmea della opinione
degli Epicurj). ALIGHIERI (vedasi)’s commentator, indeed, Benvenuto da
Imola, is more cate- gorical and extreme : "Errorem, quern pater
habebat ex ignorantia, ipse (C.) conabatur defendere per scientiam."
Benvenuto is even remoter in time, however, than Boccaccio ; and his
phrasing suggests at least a mere perpetuation of that vulgar gossip
which Boccaccio con- temptuously records. But can we trust Boccaccio's
own testimony? At least there is no antecedent improbability. Scepticism
was common, especially in the highly educated class to which C. (Decam.)
belongs ; and it was not unnatural at any rate for him to weigh carefully
an opinion held by his own father. Again, there is noth- ing in either
his life or writings to indicate an active faith. Much indeed has been
made of his " pilgrimage " to the shrine of St. James at
Compostella; but the mood of this was so little serious that a pretty
face at Toulouse was enough to change his intention. The ironical sonnet
of Muscia of Siena is a hint that his contemporaries could not take him
very seriously as a pious pilgrim; and Muscia stresses Guido's excuse for
breaking his supposed vow that there was no vow in the case " non v'
era botio" Guido may have started in a moment of reaction from his
doubt does not doubt itself imply
a wavering will ? He may have left Florence as a matter of prudence Corso tried to have him assassinated on the
way as it was. As for his writings, these, considering the intimate
theological associa- tions of the school of Guinizelli, are noticeably
barren of religious feeling or phrase ; and he certainly scandalized the
worthy, if narrow, Orlandi by his jesting sonnet about the thaumaturgic
shrine of "my Lady." The hypothetical confirmation of Guido's
skepticism, on the other hand, in his "disdain for Virgil,,,
mentioned by Dante in his answer to the elder Cavalcanti's question 1 why
Dante's "first friend " had not accompanied him, has
beendiscredited after twenty years of support by its own proposer,
D'Ovidio. The passage is, to be sure, still a moot question ; and
D'Ovidio, even in the zeal of his recanta- tion, still admits the
allegorical taking of it to be plausible as a sec- ondary intention on
Dante's part. In any case, even waiving the confirmation, the tradition
of Guido's skepticism is not impugned ; and in view of the persistent
tradition, and of the antecedent probability in its favor, the burden of
disproof would seem to rest on those who reject the tradition. Meanwhile,
I propose to test the credibility of the tradition by assuming it. If the
assumption proves to be a factor in a coherent and credible
interpretation of Guido's poetry, the credi- bility of the assumption
proportionately increases. The argument is of course a circle, but I
think not a vicious circle. There is also another tradition, which
happens likewise to be sub- sidiary to the same end. As the one tradition
charges Guido with unfaith in religion, so the other charges him with
faithlessness in love. i Inf., X, 60. Hewlett, in his
Masque of Dead Florentines, has seized upon this supposed fickleness of
Guido as Guido's char- acteristic trait. Guido is made to say :
My way was best. From lip to lip I past, from grove to grove
: I am like Florence ; they call me Light o' Love. I am
dubious indeed about that literal criticism which surmises a "family
skeleton " in every locked sonnet. Heine assuredly reckoned without
his Scholar when he complained : Diese Welt glaubt nicht an
Flammen, Und sie nimmt's fur Poesie. When Guido writes a
sonnet describing how Love had wounded him with three arrows, Beauty, Desire, Hope of Grace, it is hardly fair for Rossetti to
entitle his own translation He speaks of a third love of his. Rossetti
the scholar should have known better. Of course Guido is simply copying a
conceit from the Romance of the Rose : the three arrows are three arrows
from the eyes of one lady, not of three ladies. Again, it is almost worse
when poor Guido essays a pretty pastourelle, which is by definition a
gallant adventure between a pass- ing knight and a shepherdess, to
discuss the " peccadillo " in a solemn footnote ! Yet Rossetti,
himself a poet, does so. Nay, Guido's latest learned editor, Signor
Rivalta, speaks 1 of his singing "anche i suoi desideri meno puri e
piu umani come nella ballata : In un boschetto trovai pasturella
This ballata is the pastourelle in question. Stifl, waiving such
pseudo- revelations of a stethoscopic criticism, there are, considering
the meagerness of Guido\s poetical remains, hints enough besides
the mention of several ladies
Mandetta, Pinella, and by, inference her whom Dante calls
Giovanna to accept with discretion sober
Guido Orlandi's perhaps malicious insinuation, when he inquires of C.
concerning the nature, the effects, the virtues of Love : Io ne
domando voi, Guido, di lui : odo che molto usate in la sua corte ;
Le Rime di C. Bologna. and even the cruder implication in Orlandi's boast of
his chaster mind: Io per lung' uso disusai lo primo amor carnale :
non tangio nel limo. Reckless feudist, unbeliever, " light o'
love," squire of dames, pro- found thinker, gracious gentleman a perplexing motley of a man; it is no
wonder that his poetry, reflecting himself, more easily with its
many-faceted light dazzles rather than illumines the understand- ing. In
addition, one has to contend in his more doctrinal pieces, especially in
the famous canzone of love, with a rigorous scholastic terminology
dovetailed into a most intricate metrical schema, and with a text at the
best corrupt. In spots Guido as we have
him is as hopeless as Persius; yet
we may waive these and still venture upon a general interpretation.
In general, Guido's love poems hinge upon two parallel but opposite
moods, a radiant mood of worshipful
admiration of his lady, a tragic mood of despair wrought in him by his
love of her. His
sight of her is a rapture, as in the most magnificent of his sonnets,
beginning " Chi e questa che ven ": Chi e questa
che ven ch' ogn' om la mira e fa tremar di chiaritate V a're, e
mena seco amor si che parlare null' omo pote, ma ciascun sospira?
O Deo, che sembra quando li occhi gira dica '1 Amor, ch' i'
no '1 savria contare : cotanto d' umilta donna mi pare,
ch' ogn' altra ver di lei i' la chiam' ira. Non si poria
contar la sua piagenza, ch' a lei s' inchina ogni gentil
virtute, e la beltate per sua dea la mostra. * Non f u si
alta gia la mente nostra e non si pose in noi tanta salute,
che propriamente n' aviam canoscenza. Lo! who is this
which cometh in men's eyes And maketh tremulously bright the air,
And with her bringeth love so that none there Might speak aloud, albeit
each one sighs ? The sonnet is a superb tribute ; but it is also more. It
contains, as I conceive, the pivotal idea in Guido's philosophy of love,
namely, in the lines describing his mistress as Lady of
Meekness such, that by compare All others as of Wrath I recognize,
(cotanto d* umilta donna mi pare, ch' ogn' altra ver di lei i' la chiam'
ira.) Ira . . . umilta : wrath . . . meekness the antithesis dominates Guido's
thought. Wrath is in his vocabulary the concomitant of imperfection, of
desire ; meekness the concomitant of perfection, of peace. He, the lover,
is therefore in a state of wrath ; she, the lovable, in a state of
meekness, Quiet she, he passion-rent. The identification of
passionate love with a state of wrath is fun- damental in Guido's
philosophy. It is the germinal idea of the doctrinal canzone beginning
" Donna mi prega." In answer to the query as to the
where and whence of the passion La ove si posa e chi lo fa creare
he declares that In quella parte dove sta memora
prende suo stato, si formato come diaffan da lume, d'una scuritate la qual da Marte vene e
fa dimora. "In that part where memory is love has its being;
and, even as light enters into an object to make it diaphanous, so there
enters into the Dear God, what seemeth if she turn her eyes
Let Love's self say, for I in no wise dare : Lady of Meekness such, that
by compare All others as of Wrath I recognize. Words might
not body forth her excellence, For unto her inclineth all sweet
merit, Beauty in her hath its divinity. Nor was our
understanding of degree, Nor had abode in us so blest a spirit, As
might thereof have meet intelligence. 1 vv. 15-18. I use here as
elsewhere the edition of Ercole Rival ta, Bologna, 1902. constitution of
love a dark ray from Mars, which abides." Now Dante conceives love
as an emanation from the star of the third heaven, Venus, along a bright ray
: " I say then that this spirit (i.e. of love) comes upon the * rays
of the star ' (i.e. of the third heaven, Venus), because you are to know
that the rays of each heaven are the path whereby their virtue descends
upon things that are here below. And inas- much as rays are no other than
the shining which cometh from the source of the light through the air
even to the thing enlightened, and the light is only in that part where
the star is, because the rest of the heaven is diaphanous (that is
transparent), I say not that this ' spirit/ to wit this thought, cometh
from their heaven in its totality but from their star. Which star, by
reason of nobility in them who move it, is of so great virtue that it has
extreme power upon our souls and upon other affairs of ours," etc. 1
So Dante. Guido, on the other hand, while accepting the notion of love as
an emanation, holds the emanation to be rather from the star of the fifth
heaven, Mars, along a dark ray. The power over the soul of this star is
no less extreme than that of Venus; only it is, in a sense, a power of
darkness rather than of light. It may strike at life itself
Di sua potenza segue spesso morte. The passion which its influence
excites passes all normal bounds in any case, destroying all healthful
equilibrium : L'esser e quando lo voler e tan to ch' oltra
misura di natura torna: poi non s' adorna di riposo mai. Move
cangiando color riso e pianto e la figura con paura stoma. Finally, and here we reach the
gist of the matter, the influ-
ence of the choleric planet engenders sighs and fiery wrath in the Conv..
(Wicksteed's translation.) 2 It has its being when the passionate
will Beyond all measure of natural pleasure goes : Then with
repose unblest forever, starts Laughter and tears, aye changing color
still, And on the face leaves pallid trace of woes. lover, impotent
to reach the ever-receding goal of his desire (non fermato
loco): La nova qualita move sospiri e vol ch' om miri
in non fermato loco destandos' ira, la qual manda foco.This
strangely pessimistic reading of love seems to have struck at least one
of Guido's contemporaries with indignant surprise, not only at the
apparent slight upon love, but also at the silence seeming to give assent
of other poets, especially of Dante. Cecco d'Ascoli, in his Acerba, iii,
1, denies that so sweet a thing as love could emanate from the planet
Mars, seeing that from that planet rather " proceeds violence with
wrath " (procede Vimpeto con Fire) ; wherefore : Errando scrive C. .
. . qui ben mi sdegna lo tacer di Danti. In fact, Dante, in
the sonnet in the sixteenth chapter of the New Life, apparently alludes
sympathetically to Guido's dark rays of love Spesse fiate vegnommi
a la mente l'oscure qualita ch' Amor mi dona and
proceeds to describe, though not by this name, just such a " state
of wrath " in himself as Guido believes inseparable from love. With
Dante, of course, the mood is but passing. For him love is in its essence
a beneficent power. For Guido also it might seem that this tragic
wrath of desire is not incurable. There is a power in meekness to
overcome wrath and to subdue wrath also to meekness. And the meek one
is impelled to exercise this power, to confer this boon, by pity for
the one suffering in wrath. It is the failure to follow this
blessed impulse for which Guido reproaches his lady in the octave of
the sonnet beginning " Un amoroso sguardo," when he says that
she is one for whom availeth not Nor grace nor pity nor the
suffering state. (verso cui non vale Merzede ne pieta ne star
soffrente) 1 The novel state incites to sighs, and makes Man
to pursue an ever-shifting aim, Till in him wrath is kindled, spitting
flame. Meekness, grace, pity, the suffering state of wrath the terms have a scriptural sound, and
of right ; for they are actually scriptural anal- ogies applied to love.
Precisely this poetical analogy was the innova- tion of Guinizelli, whom
Dante called " father of me and of my betters," of which last C. was in Dante's mind
first, if not alone. Before Guinizelli Italian poets had accepted the
other analogy of the troubadours of Provence, which applied to love the
canon of feudal homage. For these the lady of desire was as the
haughty baron to whom they owed servile fealty, and whose inaccessible
mood was not of gentle meekness but of cruel pride, claiming willfully
of her vassal perhaps life itself. But feudalism and its harsh
canon of service were alien to the Italian communes ; Italian poetry
built upon an analogy with it must needs be an affectation. These
burgher poets were only play knights; these frank Tuscan and Lombard
girls were only play barons. Affectation, the pen following not the
dicta- tion of the feelings but of hearsay feelings, this is the precise charge which Dante,
from the standpoint of the " sweet new style," brings against
the older style. 1 But if as free burghers Italians could not really feel
the alien mood of feudal homage, yet as Christian gentle- men they could,
and should, sanctify their love of women with the mood of religious awe.
There need be no affectation in that. Free burghers, they recognized no
temporal overlord, no absolute baron ; Catholics, they did believe in,
and might with sincerity worship, min- istering angels "donne angelicate," the meek ones
whom, as the Psalmist had declared, the Lord has beautified with
salvation. Guido therefore can no more worthily praise his mistress
than by calling her his " Lady of Meekness." Indeed, by further
analogy he sets her above the angels themselves; for the Christ himself
had said : "Mitis sum et humilis corde I am meek and lowly in heart." For
him- self, " passion-rent " in his love, the poet speaks as St.
Paul, " we . . . had our
conversation ... in the lusts of our flesh, fulfilling the desires of the
flesh and of the mind ; and were by nature the children of wrath (filii
irae)" And the merzede, the "grace," for which he sues solu- tion of wrath by the spirit of
meekness is again in accord with
Paul's promise to these very "children of wrath," "By grace are ye saved through
faith" faith, that is, in loving
and serving the one divinity as the other. i Purg. This is pious
doctrine indeed for the righting cavalier, skeptic, Love- lace I have in
a measure assumed Guido to be. Is then his love creed also a pose, worse
than the apes of Provence whom Dante exposed, because he thus adds
hypocrisy to affectation ? Well, if so, the same Dante would hardly have
hailed him as "first friend" in life and master after
Guinizelli in poetry, nor have outraged the memory of Beatrice by
associating her in the New Life with Guido's lady Joan. The
solution of the apparent antinomy lies in the meaning for Guido of that
rnerzede, that " grace," the granting of which by ; the lady,
the meek one, might appease the lover, the one in "wrath." The
term itself Italian merzede or English
"grace" has a fourfold significance according as it is a
function of the lady, of the lover, or of the reciprocal relationship
between them. "Grace"in her ‘signifies’ – H. P. GRICE -- her
beatitude, her "meekness"; in him, his "merit" which
through faith and loving service deserves the boon, or "grace,"
of her con- descension to redeem him from his "state of wrath,"
for which condescension it would be befitting him to render thanks,
"yield graces, a phrase now
obsolete in English but used by ALIGHIERI (vedasi), render mercede. Of this
fourfold intention of the term the one funda- mentally doubtful is,the
" grace " which is constituted by the act of condescension of
the lady : what then is the grace or boon that the lover asks and hopes ?
In other words, what is the end of desire ? The answer is no mystery. The
end of desire is always possession, in one sense or another, of the thing
desired. In the practical sense possession of the loved one means union,
physical or social, or both, sacramentally recognized, in marriage ; but
the sacrament of marriage allows a more mystical sense, presenting
the ideal, hardly realizable on earth, of a spiritual union which is also
a unity of two in one : The single pure and perfect animal,
The two-cell'd heart beating with one full stroke, Life. So
Tennyson modernly ; but more in accord with the metaphysical mood of
Guido is the old Elizabethan phrasing: So they loved, as love in
twain Had the essence but in one ; Two distincts, division
one: Number there in love was slain. To the " gentle
heart " there is no love but highest love ; there is no union but
perfect union, wherein two shall Be one, and one another's
all. Until the "gentle heart " may attain to that perfect union
its desire is unappeased, its " wrath " unsubdued. Tennyson
premises it for the right marriage; but there is ever the doubter ready
to remark that if such marriages are really made in heaven, they
certainly are kept there. Human sympathy cannot quite bridge the
span between two souls: self remains self; and though hands meet
and lips touch and wills accord, there is always something deeper still,
inexpressible, unreachable. Yes ! in the sea of life enisled,
With echoing straits between us thrown, Dotting the shoreless watery
wild, We mortal millions live alone. In vain, says Aristophanes in
Plato's Banquet, in vain, "after the division (of the primeval
man-woman in one), the two parts of man, each desiring his other half,
came together, and threw their arms about one another eager to grow into
one." True, Aristophanes in effect goes on, Zeus in pity consoled
the loneliness of dissevered "man-woman" by physical union; but
that consolation the " gentle heart " must forever regard as of
itself inadequate and unworthy. There is indeed a solution. Guinizelli and
Dante read further into the Banquet of Plato or into the Christian doctrine built upon
that to where the wise woman of Mantineia
reveals the mysteries of a love extending into a mystic otherworld at least so Christians read her
teaching where in the bosom of God all
become as one. There "wrath" is resolved into
"meekness" perfectly. The love of Guinizelli, and of Dante, was
the love of happier men of which Arnold speaks: Of happier men for they, at least, Have dream
'</ two human hearts might blend In one, and were through faith
released From isolation without end Prolong'd. But
if Guido, even as Arnold, lacked this faith, doubted this mystic
otherworld whither therefore he might not accompany his first friend to
find his Giovanna, as Dante his Beatrice, perfect in meekness, purged of
all wrath, and to learn from her release hereafter from the dividing
flesh, union at last with her spirit at peace ?
if he was of those, even uncertainly wavered with those, who
F anima col corpo morta f anno ? then indeed for him, in
degree as his desire was ideally exalted, so its grace, its merzede,
became an irony, a tragic paradox. His must be a passionate loneliness
forever teased by an illusion, a phantom mate of its own conjuring. And I at
least so understand the concluding words of the canzone : For
di colore d'esser e diviso, assiso mezzo scuro luce rade : for
d'onne fraude dice, degno in fede, che solo di costui nasce
mercede. That is, the only love of which grace is born, entire
possession granted, is love of the dim immaterial idea, "la figlia
della sua tnente, Vamorosa idea" as Leopardi calls it. Ixion
embraces his Cloud. Guido's lady's desirable perfection, her "
meekness," exists not in her, but in his glorified ideal of her,
" bereft " as that is " of color 1 Bereft is (love)
of color of existence, Seated half dark, it bars the light (i.e.
which might make it visible). Without deceit one saith, worthy of
faith, That born of such a love alone is grace. Rivalta's
reading without in would apparently make mezzo adverbial. The commoner reading,
" assiso in mezzo oscuro luce rade' 1 more naturally gives mezzo as
a noun: " seated in a dark medium," etc. The meaning is not
substantially different. The reading in mezzo, however, is more
suggestive, as implying not only the immateriality of the mental fact but
also the darkening of the "medium," i.e. the imagination, by
the " Martian " ray of passion. The assertion of the
invisibility of love is in answer to Orlandi's question restated by C. " s* omo per veder lo po y
mostrare." Question and answer are alike absurd, however, unless we
understand "love" to mean the object loved, which it may
naturally do ; one's §l love " means both one's passion and one's
lady. of existence." Therefore Guido's mood is essentially one with
Leo- pardi's when the latter exclaims : Solo il mio cor piaceami,
e col mio core In un perenne ragionar sepolto, Alia guardia seder
del mio dolore. C. has himself described with quaint " preraphaelite
" symbolism the process of progressive detachment of the ideal from
the real in the ballata beginning " Veggio ne gli occhi." Cosa m*
avien quand* i' le son presente ch' i' no la posso a lo 'ntelletto dire
: veder mi par de la sua labbia uscire una si belladonna, che la
mente comprender no la pu6 ; che 'nmantenente ne nasce un* altra di
bellezza nova, da la qual par ch' una Stella si mova e dica: la
salute tua e apparita. 2 The imagery here is manifestly in accord
with contemporary pictorial symbolism, in which souls as living manikins
issue forth from the lips of the dead; but the significance of the
passage is, I take it, at one with that of the so-called Platonic "ladder
of love"by which through successive abstractions the pure idea, the
intelligible virtue, is reached. The following stanza in the same ballata
again defines this "virtue" as "meekness," and again
declares it to be merely "intelligible," for di colore d'
esser . . . diviso, assiso mezzo scuro luce rade ; 1 Only my
heart pleased me, and with my heart In a communing without cease
absorbed, Still to keep watch and ward o'er my own smart. Something
befalleth me when she is by Which unto reason can I not make
clear: Meseems I see forth through her lips appear Lady
of fairness such that faculty Man hath not to conceive ; and
presently Of this one springs another of new grace, Who
to a star then seemeth to give place, Which saith: Thy blessedness
hath been with thee. only instead of the metaphysical directness of the
canzone, the poet employs the theological tropes of the dolce stil.
La
dove questa bella donna appare s'ode una voce che le ven davanti, e
par che d' umilta '1 su' nome canti si dolcemente, che s' P '1 vo'
contare sento che '1 su* valor mi fa tremare. E movonsi ne 1' anima
sospiri che dicon : guarda, se tu costei miri vedrai la sua vertu
nel ciel salita. 1 And now the tragic note in Guido's is
explained. It is neither the polite fiction, the " pathetic fallacy
" of the Sicilian school, nor yet the quickly passing shadow of this
life set between Dante and the sun of his desire. La tua
magnificenza in me custodi, SI che P anima mia che fatta hai
sana, Piacente a te dal corpo si disnodi. Cosi orai "So I prayed," writes Dante, triumphant in
expectation ; but for those Che 1 'anima col corpo morta fanno, there
could be health of soul neither now nor hereafter. Wherefore Guido's text
in the analysis of his own passion is in all literalness the words of the
Preacher, " All his days ... he
eateth in dark- ness, and he hath much sorrow and wrath in his
sickness." Until 1 There where this gentle lady comes in
sight Is heard a voice which moveth her before And, singing,
seemeth that Meekness to adore Which is her name, so sweetly, that
aright I may not tell for trembling at its might. And then within my
soul there gather sighs Which say: Lo ! unto this one turn thine
eyes: Her virtue to heaven wingeth visibly. 2
Farad.Guido prays indeed for release in death, not triumphantly as Dante,
but piteously, in the spirit of Leopardi's words in Amore e Morte: Nova,
sola, infinita Felicita il suo (the lover's) pensier figura: Ma per
cagion di lei grave procella Presentendo in suo cor, brama quiete, Brama
raccorsi in porto Dinanzi al fier disio, Che gia, rugghiando,
intorno intorno oscura. 1 Poi, quando tutto avvolge La
formidabil possa, E fulmina nel cor Tinvitta cura, Quante volte
implorata Con desiderio intenso, Morte, sei tu dair affanoso amante
! Precisely in this mood Guido invokes death: Morte gientil,
rimedio de' cattivi, merze merze a man giunte ti cheggio: vienmi
a vedere e prendimi, che peggio mi face amor : che mie' spiriti
vivi 1 Not only are Guido and Leopardi saying the same thing in
effect, but even their figures of speech are in accord. There is evident similarity of symbolism between the
soul-darkening storm blast of the one and the soul-darkening Martian ray
of the other ; although doubtless the mediaeval poet may have conceived
his " dark ray " as a real phenomenon. 2 New,
infinite, unique Felicity ... he pictures to his mind : And yet because
of it the wrath of storm Foreboding in his heart, he longs for
calm, Longs for the quiet haven Far from that fierce desire,
Which even now, rumbling, darkens all around.Then, when o'erwhelmeth him
The fury of its might, And in his heart thunders unconquerable care,
How many times he calls In agony of need, Death, upon thee in his
extremity ! son consumati e spenti si, che quivi, dov* i' stava
gioioso, ora mi veggio in parte, lasso, la dov' io posseggio pena e
dolor con pianto : e vuol ch' arrivi ancora in piu di mal s' esser piu
puote ; perche tu, morte, ora valer mi puoi di trarmi de le man di
tal nemico. Aime
! lasso quante volte dico: amor, perche fai mal pur sol a' tuoi come
quel de lo 'nferno che i percuote ? At other times
Guido describes the combat to the death between his " spirits "
of life and love. He enlarges his canvas and, calling to aid a whole
dramatis personae of the various " souls " and "animal
spirits" of scholastic psychology, objectifies his mood into
miniature epic and drama. This mythology of the inner world arose
naturally enough to mind from the ambiguity of the term "
spirits," meaning at once bodily humors and bodiless but personal
creatures ; and in Guido's delicate handling the symbolism is singularly
effective. Only by exaggeration of imitation did it grow stale and
ludicrous, meriting the jibes of Onesto da Bologna at such " sporte
piene di 1 Gentle death, refuge of th' unfortunate,
Mercy, mercy with clasp'd hands I implore : Loo^ down upon me, take
me, since more sore Hath been love's dealing : in so evil state
Are brought the spirits of my life, that late Where I stood
joyous, now I stand no more, But find me where, alas ! I have much
store Of pain and grief with weeping : and my fate Yet wills
more woe if more of woe might be; Wherefore canst thou, death, now
avail alone To loose the clutch of such an enemy. How many
times I say, Ah woe is me 1 Love, wherefore only wrongest thou
thine own, As he of hell from his wrings misery ? 3spiriti."
The following curiously rhymed sonnet may illustrate his manner in this
kind. L'
anima mia vilment' e sbigotita de la battaglia ch* ell' ave dal
core, che, s T ella sente pur un poco amore piu presso a lui che
non sole, la more. Sta come quella che non a valore, ch' e per
temenza da lo cor partita : e chi vedesse com' ell* e fuggita diria
per certo : questi non a vita. Per gli occhi venne la battaglia in
pria, che ruppe ogni valore immantenente si, che del colpo fu
strutta la mente. Qualunqu* e quei che piu allegrezza sente,
se vedesse li spirti fuggir via, di grande sua pietate piangeria. 1 It transpires then for Guido as for Leopardi that the only
grace, the only boon of peace, to which love leads is death ; and so is
verified The spirit of my life is sore bested By battle
whereof at heart she heareth cry, So, that if but a little closer
by Love than his wont she feeleth, she must die. She is as one
dejected utterly ; The heart she hath deserted in her dread : And
who perceiveth how that she is fled, Saith of a certainty : This man is
dead. First through the eyes swept down the battle-tide,
Which broke incontinently all defense, And by its wrath wrecked the
intelligence. Whoever he that most of joy hath sense, Yet if he saw
the spirits scattered wide, In his excess of pity must have sighed.
%\ the warning of those who came to meet him when he first entered
the court of love : Quando mi vider, tutti con pietanza
dissermi : fatto se' di tal servente che mai non dei sperare altro che
morte. 1 In reality, he knows the futility of any appeal to his
lady for aid. She is indeed the innocent occasion of his suffering, but
of it she is a mere passive spectator, hardly understanding it, and
certainly help- less to relieve it ; and so Guido himself describes her
in the sonnet beginning " S' io prego questa donna." In the
midst of his agony, Allora par che ne la mente piova una
figura di donna pensosa, che vegna per veder morir lo core. 2 Here then at last we find the explanation of his
interpretation of Dante's sonnet, when he said that love fed Dante's
heart to his lady, vegendo che vostra donna la morte
chedea. She claimed its death not willfully indeed, as the
capricious mistress of Ulrich von Lichtenstein " claimed " his
mutilation, but innocently, unwittingly, in that her beauty was as a
firebrand, her perfection, her " meekness," a goal of
unavailing consuming desire. She is helpless to relieve him, because and here is the core of the matter it is not she, not the real woman, that
he loves, but that idealization of her which exists only in his own mind
for di colore d' esser e diviso, assiso mezzo scuro
luce rade. Compared with this glorified phantom "nel ciel
(that is, into the intelligible world) salita," the real woman also
is but "ira," wrath and imperfection. So he pines for his lady
of dreams, who thus a 1 When they beheld me, unto me all cried
Pitiful : bondman art thou made of one Such that for nought
else mayst thou look but death. Into my mind then seems it that there rays
a figure of a pensive lady, com- ing to behold my heart
die." ghostly " vampire " feeds upon his human heart ; but
the real woman, “the woman who does not understand," is no longer of
moment to him. She is, as it were, but the nameless model to his artist
mind. When that has drawn from her all that is of fitness for its
master- piece, it straightway leaves her for another otherwise completing
the ideal type. Giovanna passes ; Mandetta arrives. Una giovane
donna di Tolosa bell' e gentil, d' onesta leggiadria, tant' e
diritta e simigliante cosa, ne' suoi dolci occhi, de la donna
mia, ch' e fatta dentro al cor desiderosa P anima in
guisa, che da lui si svia e vanne a lei ; ma tant* e paurosa, che
no le dice di qual donna sia. Quella la mira nel su* dolce
sguardo, ne lo qual face rallegrare amore, perche v' e dentro la
sua donna dritta. Po' torna, piena di sospir, nel core, ferita
a morte d* un tagliente dardo, che questa donna nel partir li gitta. 1 Plainly it is not of Giovanna, nor of any actual woman,
but of his ideal woman, of whom Giovanna herself was but a reminiscence,
that 1 A lady of Toulouse, young and most fair, Gentle, and
of unwanton joyousness, So is the very image and impress, In her
sweet eyes, of one I name in prayer, That my soul's wish is more
than it can bear : Wherefore it 'scapeth from the heart's duress And
cometh unto her ; yet for distress What lady it obeys may not
declare. She looketh on it with her gentle mien,
Whereunto by the will of love it yearns, Because that lady there it
may perceive. Then to the heart it, full of sighs, returns,
Unto death wounded by an arrow keen, The which this lady loosed when
taking leave. Mandetta reminds him. In her turn Mandetta will pass also.
Then will come Pinella, or another
what does it matter? What cared Zeuxis for any one of his five
Crotonian maidens, once each in her turn had supplied that particular
trait of loveliness which only she, perhaps, had to offer, but had to
offer only? Mentre
ch* alia belta, ch* i* viddi in prima Apresso V alma, che per gli ochi
vede, L' inmagin dentro crescie, e quella cede Quasi vilmente e
senza alcuna stima. The words are SIMONE (vedasi)'s, but the idea is in
effect C.’s. And it is an idea which, I think, renders perfectly
compatible in him con- stancy in ideal love with inconstancy in real
loves. To keep faith with perfection is to break faith with imperfection.
The love of Guido brooked no compromise. The perfect one might be
unattain- able in this life; perfect union with her, even if found, might
be impossible in this life; there might be no other life than this
so marred by the perpetual " state of wrath " to which his
impossible desire in its impotence doomed him ; yet nevertheless Guido
was willing to be damned for the greater glory of Love. In
conclusion, I would quote a passage from the elegy to Aspasia of
Leopardi, which puts into modern phrasing exactly what I con- ceive to be
Guido's intention, obscured as that is for us by its scholastic
terminology and its mixture of chivalric and obsolete psychological
imagery. Especially I would call attention to the precisely similar way
in which Leopardi, like Guido, combines in his mood the loftiest
idealization of Woman with the most contemptuous conception of women. So
Hamlet insults, even while he adores. Dante too had his cynical time, to
judge from Beatrice's immortal rebuke, when he volse i passi suoi
per via non vera, Imagini di ben seguendo false. 1 While to
the beauty, which first drew my gaze, My soul I open, which looketh
through the eyes, The inward image grows, the outward dies In scorn
away, unworthy all of praise. But Dante was saved from ultimate cynicism,
ultimate unfaith, by the promise of perfect union with his ideal in
paradise. That
promise Guido, like Leopardi, rejected. Here is Leopardi's
confession : Raggio divino al mio pensiero apparve, Donna, la
tua belta. Simile effetto Fan la bellezza e i musicali accordi, Ch'
alto mistero d’ignorati Elisi Paion sovente rivelar. Vagheggia II
piagato mortal quindi la figlia Delia sua mente, l'amorosa idea,
Che gran parte d* Olimpo in se racchiude, Tutta al volto, ai costumi,
alia favella Pari alia donna che il rapito amante Vagheggiare ed
amar confuso estima. Or questa egli non gia, ma quella, ancora Nei
corporali amplessi, inchina ed ama. Alfin Perrore e gli scambiati
oggetti Conoscendo, s' adira . ("Sadira
/" "is wrathful " — LEOPARDI (vedasi)'s very words form a
gloss to C.'s. But as little as C.’s is Leopardi's wrath directed
against the real woman, innocent occasion of his illusion and disillu-
sion. Leopardi
continues :) e spesso incolpa La donna a torto. A quella eccelsa
imago Sorge di rado il femminile ingegno; E ci6 che inspira ai
generosi amanti La sua stessa belta, donna non pensa, Ne comprender
potria. (" The woman who does not understand "
!) Non cape in quelle Anguste fronti ugual concetto. E
male Al vivo sfolgorar di quegli sguardi Spera V uomo ingannato, e
mal richiede Sensi profondi, sconosciuti, e molto Piu che virili,
in chi dell' uomo al tutto Da nature e minor. Che se piu molli E piu
tenui le membra, essa la mente Men capace e men forte anco riceve. 1 So the idealist skeptic of the nineteenth century aligns
himself with the idealist skeptic of the thirteenth, even to that last
truly mediaeval touch — confusio hominis est femina. And, if I have
not somewhere gone off on a tangent, I have described my circle.
Guido's philosophy of love at least fits with the hypothesis of his
skepticism, and a practical consequence of both would be that actual
fickleness of heart to which tradition again bears witness. 1
A ray celestial to my thought appeared, Lady, thy loveliness. Similar
effects Have beauty and those harmonies of music Which the high
mystery of unfathomed heavens Seem ofttimes to illumine. Even so
Enamoured man upon the daughter broods Of his own fancy, the amorous
idea, Which great part of Olympus comprehends, In feature all, in
manner, and in speech Unto the woman like, whom, rapturous man, In
his false lights he seems to see and love. Yet her he doth not, but that
other, even In corporal embracings, crave and love. Until, his
error and the intent transferred Perceiving, he grows wrathful ; and oft
blames With wrong the woman. To that ideal height Rarely indeed the
wit of woman rises ; And that which is in gentle hearts inspired By
her own beauty, woman dreams not of, Nor yet might understand. No room
have those Too straitened foreheads for such thoughts. And fondly
Upon the spirited flashing of that glance Builds the infatuate man, and
fondly seeks Meanings profound, undreamt-of, and much more Than
masculine, in one than man in all By kind inferior. For if more
tender, More delicate of limb, so with a mind Less broad, less
vigorous is she endowed. Nome compiuto: Guido Cavalcanti. Keywords:
lo sviluppo della teoria dell’amore in Aristotele – amore e morte, amore e
anima vegetativa (l’amante non mangia, l’amante non dorme) – l’animo e il corpo
come entelechia, sinolo perfetto, I due sinola, sinolo, Greco sinolon, da sin,
co- e holos, tutto. – l’amore come
incontro disastroso di due entellechie. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cavalcanti” – The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cavallo: la ragione
conversazionale el’implicatura conversazionale di Frankenstein, homo electricus
– la morte di Fedro – fulminated by one of Giove’s lightnings -- elettrico –
scuola i Napoli – filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Napoli). Filosofo napoletano. Filosofo
campanese. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I love Cavallo, and so
did most of the members of the Royal Society!” Grice:
“Cavallo wasn’t strictly onto mythology, but the Italians on the whole are: the
Elettridi are a couple of islands off the mouth of the shore where Fetonte fell
– due to … electricity, as Cavallo called it – Cavallo is what at Oxford we
would call a ‘natural philosoophy’ – for which there was once a chair – it’s
very odd that it’s the chair in transnatural or ‘metaphysical’ philosophy that
still sub-sists, as Heidegger would put it! By using
‘elettricita’ in the feminine abstract, Strawson criticsed Cavallo – but
Strawson criticised most!” -- Autore di trattati di elettricità, magnetismo ed
elettricità medicale, compe anche studi relativi ai gas e all'influenza
dell'aria e della luce sulla biologia. Propone numerosi apparecchi
elettrostatici di misura e di ricerca. Intue la possibilità di volare
utilizzando palloni aerostatici. Costrue il primo elettroscopio. Altre opere:
TreccaniEnciclopedie. Figlio di un medico. Si dedica alla filosofia e al
commercio a giudicare da alcuni suoi studi. Si ritaglia un posto di rilievo
come ideatore di esperimenti, inventore e realizzatore di strumenti di
precisione e di apparati sperimentali, anche su commessa, e autore di trattati
sistematici molto valutati per chiarezza, sistematicità e completezza. Si
lo ricorda in particolare per i suoi studi di aeronautica, legati alla
possibilità di usare l’idrogeno come gas portante. E il primo a effettuare
esperimenti sistematici sulle capacità ascensionali dell’idrogeno, gas che era
stato scoperto quindici anni prima da Cavendish. Inizia con bolle di sapone
riempite d’idrogeno, e che per questo salivano in verticale. Prova poi con
involucri di carta, che però si rivelano inadatti perché permeabili al gas, e
infine con vesciche di animali, troppo pesanti per sollevarsi ma in grado di
far misurare una riduzione del peso. Non riusce a trovare un involucro
abbastanza leggero da sollevarsi una volta riempito di gas. Fisico; recatosi
per commercio in Inghilterra, ivi si dedicò a ricerche di fisica e di chimica.
Ha intuito la possibilità del volo per via aerostatica, mediante un pallone
ripieno di gas leggero; eseguì in proposito una serie di ingegnose esperienze
servendosi di bolle di sapone gonfiate con idrogeno. Deve considerarsi il vero
inventore dell'elettroscopio. Fisico e
filosofo naturale italiano. I suoi interessi includeno l’elettricità, lo sviluppo
di strumenti scientifici, la natura delle "arie" e il volo in
mongolfiera. Membro della Royal Academy of Sciences di Napoli. Presenta tredici
volte di seguito la Lezione Bakeriana della Royal Society di Londra. Nacque a
Napoli, Italia, dove suo padre era un medico. Apporta diversi ingegnosi
miglioramenti agli strumenti scientifici. È spesso citato come l'inventore del “moltiplicatore
di Cavallo”. Sviluppa anche un "elettrometro tascabile" che usa per
amplificare piccole cariche elettriche per renderle osservabili e misurabili
con un elettroscopio. Parti dello strumento e protetto dalle correnti d'aria da
un involucro di vetro. Lavorato alla refrigerazione. In seguito al lavoro di
Cullen e Black, fu il primo a condurre esperimenti sistematici sulla
refrigerazione utilizzando l'evaporazione di liquidi volatile. Si interessa alle
proprietà fisiche delle "arie" o dei gas e condusse esperimenti sull’aria
infiammabile (idrogeno gassoso). Nel suo “Trattato sulla natura e le proprietà
dell'aria” fece "un esame giudizioso del lavoro contemporaneo",
discutendo sia la teoria del “flogisto” (citado da Grice in “Actions and
events”) di Priestley che le opinioni contrastanti di Lavoisier. Alla Royal
Society venne letto un articolo che descrive il primo tentativo di sollevare in
aria un palloncino pieno di idrogeno. La sua “Storia e pratica
dell'aerostazione” e considerata "una delle prime e migliori opere
sull'aerostazione pubblicate nel diciottesimo secolo". In esso, discute
sia i recenti esperimenti in mongolfiera, sia i suoi principi fondamentali. Si
rivolge a un pubblico più generale in questo lavoro, evitando il gergo tecnico
e le prove matematiche, ed era un efficace comunicatore scientifico sia per i
suoi colleghi che per il pubblico in generale. Influenza i pionieri
dell'aerostato Charles, i fratelli Blanchard. Storia e pratica dell'aerostazione,
C. La piastra I, che illustra l'apparato chimico e i palloncini utilizzati per
la generazione di idrogeno La piastra II, che illustra l'apparato chimico e i
palloncini utilizzati per la generazione di idrogeno C. pubblicò anche sul
temperamento musicale nel suo trattato “Del temperamento di quegli strumenti
musicali, in cui sono fissati i toni, le chiavi o i tasti, come nel
clavicembalo, nell'organo, nella chitarra, ecc. Il memoriale di Coutts, Old St.
Pancras. Il nome di C. è verso il basso, ma mancano le lettere B e C. Secondo
quanto riferito, fu sepolto nel cimitero di Old St. Pancras in una volta vicino
a quella di Paoli. La tomba è perduta ma è elencato nel memoriale di Burdett
Coutts alle molte persone importanti sepolte in essa. Altre opere:
Pubblica numerosi lavori su diversi rami della fisic, tra cui: “Trattato
completo di elettricità in teoria e pratica” (Firenze: Cambiagi); “Teoria e
pratica dell'elettricità medica”; “Trattato sulla natura e le proprietà
dell'aria e di altri fluidi permanentemente elastici”; “Trattato completo
sull'elettricità in teoria e pratica”; “Storia e pratica dell'aerostazione”; “Trattato
sul magnetismo”; “Proprietà mediche dell'aria fittizia”; “Elementi di filosofia
naturale e sperimentale”. Per la Cyclopædia di Rees ha contribuito con articoli
su Elettricità, Macchinari e Meccanica, ma gli argomenti non sono noti. Un
resoconto di alcuni nuovi esperimenti elettrici di C. comunicato da Henley,
FRS, Transazioni filosofiche della Royal Society di Londra. TRATTATO COMPLETO
D'ELETTRICITÀ TEORICA E PRATICA CON SPERIMENTI ORIGINALI. FIRENZE, CAMBIAGI STAMP. GRANDUCALE CON
LICENZA DE SUPÈRIORI. 1 ' A SUA ALTEZZA I OR D NASSAU CLAVERING PRINCIPE E
CONTE DICO W P E R PRINCIPE DEL S. ROM. IMP. E PARI DELLA GRAN BRETTAGNA ec. A voi
solo Altezza e non ad altri dovea dedicarſi queſta verſione dall'origi nale
ingleſe che ha l'onore di IV di renderſi pubblica colle preſenti ſtampe e di
compa rire ſotto il Voſtro autore vole patrocinio. Ella è d'uno della vostra nazione,
è ſtata intrapreſa per Voſtro comando, fatta ſotto i Voſtriocchi, e quafi tutti
gli addotti ſperimenti reiterati nel Voſtro copioſo ed elegante Gabinetto, che
avete voluto rendere quaſi pubblico a comune vantag gio di chi brama profittare
delle ſcoperte fiſiche ſperi mentali. Proſeguite come fate in que queſta Voſtra
generoſa in trapreſa; mentre ſotto i Vo ftri fortunatiſſimiauſpicjcol più
profondo riſpetto mi glorio di poter paſſare a di chiararmi DI VOSTRA ALTEZZA
Di Caſa Umiliſſimo Servo. Mi ſarei facilmente diſpenſato dal fare veruno avviſo
a queſt' opera ſe non mi foffi creduto in dovere di rendere in teſo l'Autore
della medeſima, della ſtampa che meditavo fare della preſente verſione, anco
per ſentire da ello ſe avea niente da aggiugnere o mutare al ſuo lavoro.
Avendogli dunque ſcritto il Sig. Ma gellan alle richieſte d'un mio amico ſu
queſto propoſito, gradì molto queſta parte, e traſmeſſe alcune addizioni e
cambiamenti che deſiderava che foſſerofatti, come èſtato eſeguito, accompagnati
con una corteſe let tera del tenore ſeguente. Signore. Incluſa in queſta Ella
riceverà una nota di alcune poche addizioni e cam bia 1 a 4 VIII A V VISO
biamenti che bramerei foſſero inſeriti nella traduzione del mio Trattato ſull'E.
lettricità. La prego fare intendere al Traduttore e al di Lei corriſpondente
che ſono loro molto obbligato per aver mi dato parte di queſta intrapreſa, e
che ſon pronto a ſervirgli in quel poco che poſſo. Suo C., Sig. Magellan Nevils
Court Ferter Lane. 1 NEL TRATTATO DI C. SULL' ELETTRICITA'. In vece di è quaſi
tutte le dure pietre prezioſe ſi legga ad alcune altre dure pietre prezioſe.
Pag. 40. Il paragrafo che comincia fiz nalmente concluderemo e finiſce da un
corpo ad un' altro ſi dee totalinente omertere. Pag. DEL TRADUTTORE } . Il
paragrafo che comincia Le caufe e gli effetti ſono così intimamente, e termina
nella pag. 100. colle parole cer tezza epreciſione fi dee omettere affatto. .
Alla nota in cui ſi deſcrive l’Amalgama ſi poſſono aggiungere i fe guenti verſi:
Higgins ha ultima mente inventato un Amalgama che è molto preferibile a quello
di ſtagno, perchè una piccoliffima quantità di effo non solo fa agire il vetro
più potentemente, ma dura anco più lungo tempo ſullo ſtrofinatore che quello di
fagno. Queſt' amalgama è fatto d'un feſto di zinco e cinque ſefti di mer. curio
meſcolati inſieme. v. 12. Si dice non ſarà at tratta del ec. ma più toſto
recederà dal punto ſpecialmente ſe l' ago ſi preſenti velociſſimamente verſo
ilmedeſimo: Ora leparole di queſto paſſocheſono interpun tate deono ometterſi,
cioè dee dir così, non ſarà attratta dal medefino. a 5 Pag. X À VVISO 1 .v.8.
Tra le parole poichè e l'e lettricità ſi dee aggiugnere in parità di
circoſtanze. Pag. 393. v. ult. cioè della nota In ve ce di Vol. XLVIII. e
LXVII. ſi legga Vol. LIV. e LXVII. Del reſto polo aſſicurare il mio Lettore che
la maggior parte degli ſperimenti in queſto Trattato riferiti ſono ſtati
ripetuti Sotto i miei occhi nel ricco e ſcelto Gabi netto di S. A. il Sig.
PRINCIPE COWPER che ne ha dato tutto il comodo, ed ha colla sua autorità
promoſſo queſto lavoro. In tanto vivi felice, e godi di queſta fatica. 1. HL
diſegno di queſto Trattato è di pre ſentare al pubblico un proſpetto che
comprenda lo ſtato preſente dell'elettri cità ridotto in quei limiti più
riſtretti che la natura della ſcienza può tollerare. Eſſo è diviſo in quattro
parti, in ciaſcuna delle quali ſono contenute certe particolarità che avevano
anche minor conneſſione col rimanente, e la cui diſtinta veduta ſi è creduto,
che poteſſe eſſere un mezzo da impedire la confuſione dell' idee nella mente di
quei lettori che non fi erano prima refa molto familiare queſta materia. La
prima parte tratta ſolamente delle leggi dell'elettricità; cioè di quelle leggi
naturali relative all' elettricità che per mezzo d' innumerabili ſperimenti ſi
ſono trovate coſtantemente vere, e che non dipendono da veruna ipoteſi. In
queſta parte l'autore non è diſceſo a veruna par ticolarità, la quale non foſſe
chiaramente ſicura, o la quale foſſe di poca conſeguen za; ma nel tempo
medeſimo ha procu rato di non omettere coſa alcuna impor tante, o che ſembraſſe
promettere ulte riori: ſcoperte La ſeconda parte è meramente ipote tica, non
per rapporto ai fatti, ma in ri guardo all opinioni. La grande improba bilità
della maggior parte di queſte ipo teſi ha deterininato l'autore a renderla più
breve che foſſe poſſibile. La parte terza contiene la pratica dell' elettricità.
Qui l'autore ha procurato d'in ferire una deſcrizione di tutti i nuovi mi
glioramenti fatti nell'apparato, i quali nel tempo medeſimo ſervono a minorare
la fpefa, e a facilitare l'eſecuzione degli eſperimenti. In riguardo agli
eſperimenti medeſimi, egli ha principalmente inſiſtito ſu quei pochi primari
che gli ſon parſi i più neceſſari a illuſtrare e confermare le leggi
dell'elettricità, omettendo un gran numero d'altri che ha trovato non eflere
altro che i primi in qualche coſa va rjati. Egli niente di meno ha dato un rag
guaglio di alcuni altri che quantunque non affolutamente neceſſari, gli parvero
però meritare che ſene defle notizia. La quarta ed ultima parte contiene un
breve ragguaglio dei principali ſperi menti eſeguiti dall'autore medeſimo in
conſeguenza di quanto gli è accaduto nel corſo dei ſuoi ſtudj in queſta parte
di fi loſofia. Quì egli ha laſciato di far men zione non ſolo di quei tentativi
che non hanno prodotto verun conſiderabile effet to, maancora d'innumerabili
congetture che ha formato intorno a' medeſimi, e intorno ad altri non ancora
ridotti alla ſicurezza dell'attuale oſſervazione. L'autore prende queſt'
opportunità di dimoſtrare la ſua riconoſcenza a varj ſuoi ingegnoſi amici per
diverſe eſperienze comunicategli, e particolarmente al Sig. Guglielmo Henly il
quale ha fatto quel che per lui ſi poteva per informarlo di ciaſcuna
particolarità che ha creduto po teſſe arricchire e abbellire l'opera. Non è
ſembrato neceffario il nominare quei ſoggetti, le di cui eſperienze e of
fervazioni recate in queſt' opera erano avanti ben cognite al mondo; per lo che
l'autore ſi è riſtretto a far menzione di quelle perſone le cui eſperienze
erano nuo ve, o non comunemente note agli ſcrit tori di queſta materia. Per
rendere il trattato più intelligibile ed utile ſono ſtate aggiunte tre tavole
in rame, e un copioſo indice delle materie che meritano maggiore attenzione.
Neroduzione pag. Leggi fondamentali dell'elettricità. Contenente la spiegazione
d ' alcuni termi ni che fono principalmente uſati nelle lettricità. Degli
elettrici, e dei conduttori. Delle due elettricità. Dei differenti metodi di
eccitare gli elet trici. Dell elettricità comunicata Dell' elettricità
comunicata agli elettri ci. Degli elettrici caricati, ovvero della Boccia di
Leida '. Dell elettricità atmosferica go. Vantaggi derivati dall elettricità..
Che contiene un proſpetto compendioſo del le proprietà principali dell
elettrici tà. Teoria dell'elettricità, Ipoteſi dell' elettricità poſitiva, e
negatiVa 126. Della natura del fluido elettrico Della natura degli elettrici, e
dei con duttori... Del luogo occupato dal fluido elettrico. Elettricità pratica.
Dell'apparato elettrico in generale. Deſcrizione d' alcune particolari macchine
elettriche ze... Deſcrizioneparticolare di alcune altreparti neceſſarie
dell'apparato elettrico. Regole pratiche riguardanti l'uſo dell' ap parato
elettrico, ed il fare l'eſperien Sperimenti relativi all'attrazione, e re
pulſione elettrica Sperimenti ſulla luce elettrica... Sperimenti colla
bottiglia di Leida. Sperimenti con altri elettrici caricati. Sperimenti ſull'
influenza delle punte, e ſull' utilità dei conduttori metallici ap puntati per
difendere gli edifizj dagli effetti del fulmine Elettricità medica..Sperimenti
fatti con la batteria elettri Sperimenti promiſcui Ulteriori proprietà della
boccia di Leida ovvero degli elettrici caricati. Nuovi ſperimenti dell' elettricità.. .
Coſtruzione dell' aquilone elettrico, e di altri ſtrumenti uſati con ello
Sperimenti fatti con l' aquilone elettri . co Sperimenti fatti
coll.elettrometro atmosfe rico, e coll' elettrometro per la prog gia.
Sperimenti fatti coll' elettroforo comune mente chiamato macchina per eſibire
l'elettricità perpetua · Sperimenti ſu i colori. Sperimenti promiſcui L E arti
e le ſcienze a guiſa dei re gni e delle nazioni, anno cia ſcuna alcuni
fortunati periodi di gloria e di fplendore, in cui eſſe mag giormente attirano
l'umana attenzione, e fpandendo una luce più viva che in qualunque altro tempo
divengono l'oga getto favorito e la moda del ſecolo; ma queſti periodi terminan
preſto, e pochi anni di luſtro e di fama reſtano ſpetto oſcurati da interi
ſecoli d'oblivione. Da queſto faro infelice per altro alcune ſcien ze ſono
riſervate ed elenti, le quali in grazia della vaſta e neceſſaria eilenſione del
loro uſo e delle fruttuole produzioni che da loro ſi ricavano, ſono ſempre flo
ride; e ſebbene una volta ſiano ſtate incognite, pure quando la fama ne ha
fatto riionare il lor naſcimento o pubblicato i loro progreſli, giammai dopo
declina no, e benchè divenute languenti per l'età in verun tempo periſcono. Di
queſto ge nere è l’Elettricità la più dilettevole e la più ſorprendente tra
tutte le parti della Filoſofia naturale, che mai ſia ſtata coltivata dall'uomo.
Queſta ſcienza dopo aver fatto conocere l'eſtenſione e la ge neralità della ſua
forza, dopo che ſi è conoſciuto eſſer uno dei più grandi agenti della natura, è
ſtata ſempre in voga, è ſtata col maſſimo profitto coltivata, e ſenza
interruzione alcuna ha fatto tali progreſſi, che ora è ridotta a uno ſtato in
cui in vece di divenire ſterile, ſembra ulteriormente impegnare la generale at
tenzione e ripromettere ai ſuoi ſeguaci le più degne e le più vaſte ricompenſe.
Gli Ottici è vero, moſtrano molte in cantatrici ed utili proprietà, ma ſempre
relative alla ſola viſione: il Magnetiſmo rappreſenta la forza d'attrazione, re
pultione, e direzione verſo le parti po lari di quella ſoſtanza che ſi chiama
ca lamita; la Chimica tratta delle varie compoſizioni e riſoluzionidei corpi:
ma l ' Elettricità contenendo per così dire tutte queſte coſe dentro di ſe ſola
eſibiſce gli effetti di molte ſcienze, combina in ſieme le diverſe energie e
ferendo i ſenſi in una particolare e forprendente manie ra, dà piacere ed è di
grand'uſo all'igno rante ugualmente che al FILOSOFO, all' opulento ugualmente
che al povero. Nell' Elettricità ci divertiamo contem plando la ſua penetrante
luce rappreſen tata in innumerabili diverſe forme, am. miriamo la ſua
attrazione e repulſione che agiſce ſopra ciaſcun genere di corpi, reſtiamo
ſorpreſi dall'urto, atterriti dall' eſploſione e forza della ſua batteria; ma
quando la conſideriamo ed eſaminiamo A 2, Come cauſa del tuono, del fulmine,
dell' aurora boreale, e di altri fenomeni na turali, i cui terribili effetti
poliamo in parte imitare, ſpiegare, ed anche allon tanare, allora sì che
reſtiamo attoniti per la maraviglia, la quale non ci per mette di contemplare
altro che l'ineſpri mibile e permanente idea dell'aminira zione e della
ſorpreſa. Il più remoto rag guaglio a noi cognito, che abbiamo di qualche
effetto elettrico eſiſte nell ' opere del famoſo antico naturaliſta Teofraſto
che fiori circa trecento anni avanti Cri ſto. Ei ci dice che l'ambra il cui
nome greco è nextpor, e da cui il nome d'E lettricità è derivato, come pure il
Lincurio poſſiede la qualità di attrarre i corpi leggieri. Questo solamente è
tutto cio [E ftato in qualche maniera provato cbe il Lin curio di Teofraſto è
la medeſima ſoſtanza che va ſotto il nome di Turmalina, di cui avremo occae
fione di parlare nel corſo di queſto trattato. ciò che ſi conoſceva ſu tal
ſoggetto per circa 19. ſecoli dopo Teofraſto, nel qual lungo periodo non
troviamo nell'iſtoria fatta menzione di alcuna perſona che abbia fatto veruna
ſcoperta, e ne pure ſperimento alcuno in queſta parte di Filoſofia, eſſendo
rimaſta queſta ſcienza affatto nell'oſcurità fino al tempo di Guglielmo Gilbert
medico Ingleſe, che viveva ful principio del decimo fertimo ſecolo; ed il quale
a cagione delle ſue ſcoperte in queſto nuovo e inculto cam po può giuſtamente
chiamarſi il padre della preſente Elettricità. Offerva egli che la proprietà
d'attrarre i corpi leg gieri dopo la confricazione non è una proprietà
particolare dell'ambra o del Lincurio, ma che molti altri corpi la poſſeggono
egualmente. Rammenta un gran numero di queſti e nel medeſimo tempo varie
particolarità, che conſide rando lo ſtato della ſcienza in quel ſe colo poſſono
ſembrare veramente grandi ed intereſſanti. Dopo Gilbert la ſcienza avanzando
benchè con piccoli progrefli, paſsò per così dire dall'infanzia alla puerilità,
a vendo intrapreſo alcuni eccellenti filo ſofi ad eſaminare la natura in queſte
ope razioni. Tale fu Bacone, Boyle,
Guericke, Newton, e più di tutti Hawkesbee ſoggetto a cui ſiamo molto obbligati
per alcune importanti ſcoperte e per il reale avanzamento dell'Elettricità.
Hawkesbee fu il primo che oſſervò la gran forza elettrica del vetro, ſoſtanza
che fin da quel tempo fu generalmente uſata da tutti gli elettriciſti in
preferenza di qualunque altro elettrico. Egli fu il primo che notaſie le varie
apparenze della luce elettrica e il fragore accom pagnato con eſſa, inſieme con
una varietà di fenomeni relativi all'attrazione e ri pulſione elettrica. Dopo
il Sig. Hawkesbee la ſcienza dell' elettricità per quanto fin lì foſſe avanzata,
rimaſe quaſi per venti anni in uno ſtato di quiete, eſſendo l'attenzione dei
Filoſofi in quel tempo occupata in altri filoſofici ſoggetti, i quali in
riguardo alle nuove ſcoperte dell'incomparabile Iſacco Newton erano allora
grandemen. te in reputazione. Il Sig. Grey fu il primo dopo queſto periodo d'
oblivione a portar la ſcienza di nuovo alla luce del mondo. Egli mediante le
gran ſcoperte che fece la inſinuò di nuovo alla cogni zion dei Filoſofi e da
lui ſi può dire che prenda la ſua data la vera e florida epoca dell'
Elettricità. Il numero degli elettriciſti che ſi è giornalmente moltiplicato
dal tempo del Sig. Grey, le ſcoperte fatte, e gli uſi che ne ſon derivati fino
al tempo preſente, fono materia realmente degna d'atten zione e meritano
l'ammirazione di qua lunqne amatore delle ſcienze ed amico dell'uman genere.
Chiunque vuole informarſi dei parti colari progrelli fatti in queſta ſcienza,
legga l'elaborata iſtoria dell'Elettricità compilata dall'eccellente D: Priestley,
opera che lo può informare di tutto ciò che è ſtato fatto in rapporto a queſto
ſoggetto fino alla ſua pubblicazione. Io per me mi diſpenſerò dal farre un
lungo dettaglio iſtorico; queſto trattato eſſendo diretto a dare un ragguaglio
dello ſtato preſente dell'Elettricità, e non a for marne un'iſtoria. Soltanto
oſſerverò in generale, che quantunque la ſcienza ab bia, mediante l'indefella
attenzione di molti ingegnoſi foggetti, e mediante le ſcoperte che furono
giornalmente pro dotte, eccitata la curioſità dei Filoſofi e impegnata la loro
attenzione; con tut to queſto ſiccome le cauſe di ciaſcuna cola piccola o
grande, cognita o incognita, di rado ſono oſſervate con at tenzione, ſe i loro
effetti non ſono sfol goranti e ſingolari; così l'Elettricità è ſtata fino
all'anno 1746. ſtudiata da nel fun altro che da Filoſofi. La ſua attra zione
può eſſere rappreſentata in parte dalla calamita, la ſua luce dal fosforo, e in
una parola neſſuna coſa ha contria buito a rendere l'Elettricità il ſoggetto
della pubblica attenzione, e ad eccitare una generale curioſità, fin che non fu.
accidentalmente fatta la primaria ſco gran cumulo della ſua forza, in ciò che
ſi chiama boccia di Leida in ventata da Muſchenbroeck. Allora lo ſtudio dell'
Elettricità divenne generale, ſorpreſe ciaſcuno oſſervatore, e invitò alla caſa
degli elettriciſti un più gran numero di ſpettatori di quello che avanti ſi
foſſe mai unito inſieme per oſſervare qualunque altro filosofico ſpe rimento.
Dal perta del Dal tempo di queſta ſcoperta il pro digioſo numero d'elettriciſti,
di ſperi menti, e di fatti nuovi che ſono ſtati giornalmente prodotti da
ciaſcun angolo dell'Europa e da altre parti del mondo, è quafi incredibile. Le
ſcoperte ſi cumu larono ſopra altre ſcoperte, i megliora menti ſopra altri
meglioramenti, e la ſcienza da quel tempo fece un così ra pido corſo, ed ora ſi
eſtende con sì mi rabile velocità, che ſembra che il fog getto dovrebbe eſſere
tutto eſaurito, e gli elettriciſti pervenuti al fine delle loro ricerche: per
altro non è così. Il non plus ultra è con tutta probabilità ancora molto
lontano, e il giovane elettriciſta ha avanti a ſe un vaſto campo che mé rita
altamente la ſua attenzione e che gli promette ulteriori ſcoperte forſe o d'
uguale o di maggiore importanza di quelle che ſono ſtate già fatte.Of Natural
Philosophy;—~its Name;•—its Objeft —its Axioms; —and the Rules of
Philofophizing. The word FILOSOFIA, though used by ancient authors in senses
somewhat different, does, however, in its most usual acceptation, mean the love
of general knowledge. It is divided into moral and natural. Moral philosophy
treats of the manners, the duties, and the condud of man, considered as a
rational and social beings but the business of natural philosophy, is to colled
the history of the phenomena which take place amongst natural things, viz.
among the bodies of the universes to investigate their causes and effects; and
thence to deduce such natural laws, as may afterwards be applied to a variety
of useful purposes. The word philosophy is of Greek origin. PITAGORA, a learned
Greek, seems to have been the firfl who called himfelf philosopher j viz. a
lover of knowledge, or of wifvol. r. b dom. 2 Of Philosophy in general. Natural
things means all bodies; and the assemblage or fyftem of them all is called the
universe. The word “phenomenon” signifies an appearance, or, in a more enlarged
acceptation, whatever is perceived by our senses. Thus the fall of a stone, the
evaporation of water, the folution of salt in water, a tlafh of lightning, and
fo on; are all phenomena. As all phenomena depend on properties peculiar to
different bodies; for it is a property of a ftone to fall towards the earth, of
the water to be cvaporable, of the fait to be foluble in water, &c.
therefore v/e fay that the bufinefs of natural philofophy is to examine the
properties of the various bodies of the univerfe, to inveftigate their caufes,
and thence to infer ufeful deductions. Agreeably dom, from the words piaoj, a
lover or friend, and croplxi, of knowledge or wifdom. Moral philofophy is
derived from the latin mos, or its plural mores, fignifying manners or
behiyiour. It has been likewife called ethics, from the Greek r,ccs, mos,
manner, behaviour. Natural philofophy has alfj been called p hylics, phyfology,
and experimental phi Ifophy: The ftrft of thofe names is derived from nature,
or gv-T.hr., natural; the fecond is derived from pvair, nature, and >. a
dijeourfe; the laft deno nination, which was introduced not many years ego, is
obvioufly derived from the juft method of experiment. ' inveftigation, which
has been univerfally adopted ftnee the r P.vul of learnin-"- 'n Europe. “Phenomenon,”
whose plural is “phenomena”, owes its origin to the Greek word pf.-.ai, to
appear. and the Rules of Philofophizing. 3 Agreeably to this, the reader will
find in the courfe of this work, an account of the principal properties of
natural bodies, arranged under diftincft heads, with an explanation of their
efFefts, and of the caufes on which they depend, as far as has been afeertained
by means of reafoning and experience; he will be informed of the principal
hypothefes that have been offered for the explanation of faffs, whofe caufes
have not yet been demonflratively proved; he will find a flatement of the laws
of nature, or of fuch rules as have been deduced from the concurrence of
fimilar facts; and, laftly, he will be inftrudted in the management of
philofophical inflruments, and in the mode of performing the experiments that
may be thought neceffary either for the llluftration of what has been already
afeertained, or for the farther inveftigation of the properties of natural
bodies. We need not fay much with refpect to the end 01 defign of natural
philofophy.—Its application and its ufes, or the advantages which mankind may
deuve therefrom, will be eafily fuggefted by a very fuperficial examination of
whatever takes place about us. The properties of the air we breathe; the action
and power of our limbs; the light, the found, and other perceptions of our
fenfes; the adcions of the engines that are ufed in hufoandry, navigation,
&c.; the viciffitudes of the feafons, the movements of the celeflial
bodies, and io forth; do all fall under the con fideration of b 2 the 4 Of
Philosophy in general; the philofophcr. Our welfare, our very exiftenee-.
depends upon them. A very flight acquaintance with the political ftate of the
world, will be fufficient to fhew, that the cultivation of the various branches
of natural philofophy has actually placed the Europeans and their colonies
above the reft of mankind. Their. difcoveries and improvements in aftronomy,
optics, navigation, chemiftry, magnetifm, mineralogy, and in the numerous arts
which depend on thofe and other branches of philofophy, have fupplied them with
innumerable articles of ufe and luxury, have multiplied their riches, and have
extended their powers to a degree even beyond the expectations of our
predeceffors. The various properties of matter may be divided into two claffes,
viz. the general properties, which belong to all bodies, and the peculiar
properties, or thofe which belong to certain bodies only, exclufively of
others. In the firft part of this work we fhall examine the general properties
of matter. Thofe which belong to certain bodies only, will be treated of in the
l'econd. In the third part we fhall examine the properties of fuch fubftances
as may be called hypothetical; their exiftenee having not yet been
iatisfadtorily proved. In the fourth we fhall extend our views beyond the
limits of our Earth, and fhall examine the number, the movements, and other
properties of the celeltial bodies. The and the Rules of Philofophizing. 5 The
fifth, or laft part, will contain feveral detached articles, fuch as the
defeription of feveral additional experiments, machines, &c. which cannot
conveniently be inferted in the preceding divilions. The axioms of philofophy,
or the axioms which have been deduced from common and conftant experience, are
fo evident and fo generally known> that it will be fufficient to mention a
few of them only. I. Nothing has no property; hence, JI. No fubftance, or
nothing, can be produced from nothing. III. Matter cannot be annihilated, or
reduced to nothing. Some perfons may perhaps not readily admit, the propriety
of this axiom; feeing that a great many things appear to be utterly deftroyed
by the action of fire; alfo that water may be caufed to difappear by means of
evaporation, and fo forth. But it mud be obferved, that in thofe cafes the
lubftances are not annihilated; but they are only difperfed, or removed from
one place to another, or they are divided into particles fo minute as to elude
our fenfes. Thus when a piece of wood is placed upon the fire, the greateft
part of it difappears, and a few afhes only remain, the weight and bulk of
which does not amount to the hundredth part ot that of the original piece of
wood. Now in this cafe the piece of wood is divided into b 3 its 6 O/Philosophy
in general; its component fubdances, which the atdion of the fire drives
different ways: the fluid part, for inftance, becomes fleam, the light coaly
part either adheres to the chimney or is difperfed through the air, &c. And
if, after the combuftion, the fcattered materials were collecded together,
(which may in great meafure be done), the fum of their weights would equal the
weight of the original piece of wood. Every effect has, or is produced by, a
caufe, and is proportionate to it. It may in general be obferved with refpedt
to. thofe axioms, that we only mean to affert what has been conflantly (hewn,
and confirmed by experience, and is not cont rad idled either by reafon, or by
any experiment. But we do not mean to affert that they are as evident as the
axioms of geometry; nor do we in the lead prefume to preferibe limits to the
agency of the Almighty Creator of every thing, wvhofe power and whofe ends are
too far re- moved from the reach of our underBandings. Having dated the
principal axioms of philolophy, it is in the next place neceffary to mention
the rules of philofophizing, which have been formed after mature confideration,
for the purpofe of preventing errors as much as poffible, and in order to lead
the dudent of nature along the fhorted and fifed way, to the attainment of true
and ufeful knowledge.—Thofe rules are not more than four; viz. I. We and the
Rules of Philofophizing. We are to admit no more caufes of natural things, than
fuch as are both true and fufHcient to e:g in the appearances. II. Therefore to
the fame natural effects we muft, as far as poffible, affign the fame caufes.
Such qualities of bodies as are not capable of increafe or decreafe, and which
are found to belong to all bodies within the reach of our experiments, are to
be efteemed the univerfal qualities ol all bodies whatfoever. IV. In
experimental philofophy we are to look upon propofitions colledted by general
induction from phenomena, as accurately or very nearly true, notwithftanding
any contrary hypothefes that may be imagined, till fuch time as other phenomena
occur, by which they either may be corrected, or may be fhewn to be liable to
exceptions With refpeft to the degree of evidence which ought to be expected in
natural philofophy, it is neceifary to remark, that phyficai matters cannot in
general be capable of luch abfolute certainty as the branches of
mathematics.—The propofitions of the latter fcience are clearly deduced from a
fet of axioms fo very fimple and evident, as to convey perfect convi&ion to
the mind; nor can any of them be denied without a manifeft: abfurdity. But in
natural philofophy we can only fay, that becaufe lome particular effects have
been conflantly produced under certain circumftances; therefore they will moft
likely continue to bV produced as long E 4 as 8 Of Philosoph Y in general $ as
the lame circumftances exifl; and likewife that they do, in all probability,
depend upon thofe circumftances. And this is what vve mean by laias of nature \
as will be more particularly defined in the next chapter. We may, indeed,
affume various phyfical princi[>ies, and by reafoning upon them, we may
ftndtly demontliate the deduction of certain confequences. But as the
demonftration goes no farther than to prove that luch confequences muft
neceflarily follow the principles which have been afl'urned, the conlequences
themfelves can have no greater degree of certainty than the principles are
pofieftedof; fo that they are true, or falfe, or probable, according as the
principles upon which they depend are true, or faife, or probable. It has been
found, for inftance, that a magnet, when left at liberty, does always direct
itfelf to certain parrs of the world; upon which property the mariner’s compafs
has been conftructed; and it has been likewife obferved, that this directive
property of a natural or artificial magnet, is not obftructed by the
interpofition or proximity of gold, or filver, or glaft, or, in fhort, of any
other fubftance, as far as has been tried, excepting iron and ferrugineous
bodies. Now afluming this obfervation as a principle, it naturally follows,
that, iron excepted, the box of the mariner’s compafs may be made of any
fubftance that may be moft agreeable to the. workman, or that may beft anivver
other purpofes. Yet it muft be confefted. and the Rules of Philofophizing. 9
confe fifed, that this proportion is by no means fo certain as a geometrical
one; and (luctly lpeaking it may only be laid to be highly probable; for though
all the bodies that have been tried with this view, iron excepted, have been
found not to afifefl the directive property of the magnet or magnetic needle,
yet we are not certain that a body, or fome combination of bodies, may not.
hereafter be difcovered, which may obftrudt that property. Nqtwithftanding this
obfervation, I am far from meaning to encourage fcepticilm; my only objedt
being to fhew that juft and proper degree of conviction which ought to be
annexed tophyfical knowledge; fo that the ftudent of this fcience may become
neither a blind believer, nor a uielels fceDtic*. Befides a ftriCt adherence to
the abovementioned rules, whoever withes to make any proficiency in the ftudy
of nature, (liould make himfelf acquainted with the various branches of
mathematics, at leaft with the elements of geometry, arithmetic, trigonometry,
and the principal properties of the conic * Scepticifm or fkepticifm is the
do&rine of the fceptics, an ancient let of philofopbers, whofe peculiar
tenet was, that all things are uncertain and incomprehenlible; and that the
mind is never to afient to any thing, but to remain in an absolute date of
hefitation and. indifference. The word fceptic is derived from the Greek
anc7flM®~y which fignifies confederate, and inquiftive. A General Idea of
Matter, conic fedions; for fincc almoft every phyfical effed depends upon
motion, magnitude, and figure, it is impofiible to calculate velocities,
powers, weights, times, &c, without a competent degree of mathematical
knowledge; which fcience may in truth be called the language of nature. Mary
Shelley Who put the spark in Frankenstein’s monster? On the 200th anniversary
of Mary Shelley’s gothic horror, a new edition discusses its roots in
experiments with electricity on the dead Jamie Doward It is one of the most famous novels of all
time, often cited as the first work of science fiction, with a genesis almost
as well known as its terrifying central character. Mary Shelley’s
Frankenstein: or the Modern Prometheus was published. It was the result of a challenge laid down by
Lord Byron, when Shelley and her lover – later her husband – Byron’s fellow
poet Shelley were holidaying at Lake Geneva in Switzerland. The party had
hoped for good weather, but the eruption of a volcano in the East Indies, the
greatest event of its kind in recorded history, had ushered in three years of
bone-chilling cold that killed crops and cast a shadow across Europe. As they
huddled for warmth around a fire one night, Byron suggested each of them should
write a horror story. For days Shelley suffered writer’s block until she
came up with the idea of a scientist who reanimated a creature stitched
together from body parts, only to be horrified by his success. Some believe
Shelley was inspired by a trip to Germany, where she is thought to have learned
the legend of Frankenstein Castle and one of its 17th-century inhabitants, an
alchemist called Dippel, who was rumoured to have exhumed bodies for experimentation.
But it now appears Shelley’s true source of inspiration for Victor
Frankenstein’s monster was considerably closer to home. In a foreword to a new
edition of the classic, to be published by Oxford University Press next month,
Nick Groom, of Exeter, sometimes referred to as the “Prof of Goth”, suggests it
was her husband’s fascination with galvanism – chemically generated electricity
– that sparked her imagination. Shelley. Shelley. Photograph: Getty
Images Percy Shelley, one of Britain’s most cherished Romantic poets and author
of the celebrated sonnet Ozymandias, was fascinated by science, in particular
the creation of electricity. “He was very excited by galvanic apparatus,” Groom
explained. “His sister, Helen, would recall that he would, as she put it,
‘practise electricity upon us’. He used to make all the family sit around the
dining room table holding hands, and he’d turn up with some brown paper, a
bottle and a wire and they’d all get electrocuted.” On one occasion Percy
even threatened to electrocute the son of his scout at Oxford. Mary and
Percy enjoyed a symbiotic working relationship. She corrected his proofs and he
helped edit Frankenstein. But Groom is clear that the book was, contrary to
what some have argued, Mary’s creation. “The work is by her and should be
attributed to her.” Sent down from Oxford for co-authoring a pamphlet on
atheism, Percy attended anatomy classes for a term at St Bartholomew’s hospital
in London.. “One of the things she would have got from talking to her husband
about laboratories was that they were really filthy places,” Groom said. “The
cadavers would be in a state of advanced putrefaction when they arrived. These
were not antiseptic places full of chaps in white coats. They were unpleasant.
The word filthy turns up a lot in Frankenstein. There was something really
disreputable about medical science, which Mary Shelley is fascinated in.”
She would have been aware of notorious public experiments involving galvanism.
“There was a particularly chilling one in London when galvanism was used on the
body of an executed criminal,” Groom said. “The very first thing that happened
was that the corpse opened its eyes. A very Frankenstein moment.” At the
time Mary was writing, the rights of animals had become a concern for many of
the intelligentsia. “The being that Victor creates knows he’s not human but
still believes that he should have rights,” Groom said. “Part of the conundrum
of the novel is, do you afford comparable rights to non-human sentient creatures?”
Two centuries on, the novel continues to shape contemporary thinking, Groom
suggested, posing questions about matters such as artificial intelligence and
genetic modification. But Mary’s astonishing foresight has yet to be
fully recognised. “Her reputation has been overtaken by the films, which
have oversimplified these questions in ways that don’t really reflect the
sophistication of her novel,” Groom said. “Boris Karloff’s monster has none of
the subtlety that the being has in the novel. He’s not a zombie, he’s
intelligent and sentient. “People need to see this as a novel for today.
It’s very much entangled with the pressing questions of humanity, which still
concern us.” Tiberio
Cavallo. Tiberius Cavallo. Cavallo. Keywords: elettrico, filosofia naturale,
filosofia trans-naturale, la rana ambigua. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Cavallo” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Cavazzoni:
la ragione conversazionale e la forza
viva – la scuola di Bologna – filosofia bolognese –filosofia emiliana --
filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Bologna).
Abstract. Grice:
“Italian philosophers should start by learning the alphabet – if Zanotti is
listed under the Z, that’s Treccani, if it’s listed under the C – Cavazzoni –
that’s Wikipedia! Very confusing!” -- Keywords: forza viva.
Filosofo bolognese. Gli Zanotti Cavazzoni sono una famiglia nobile originatasi
nell'Emilia la cui storia è legata alle fortune d’un attore che recita alla
corte del re sole. Tra artisti, filosofi, scienziati, diplomatici, imprenditori
e sportivi, la famiglia è divenuta oggi una delle più in vista del Paraguay,
dove si contano più di 200 membri della famiglia Zanotti Cavazzoni, mentre in
Italia sono circa trenta. Giovanni Andrea Zanotti C. Capostipite fu
Giovanni Andrea C., il quale ricevette titolo nobiliare e averi d’un suo zio,
il conte Vincenzo Zanotti che in cambio dell'eredità chiese di anteporre il
cognome Zanotti a quello dei C. Grazie alla sua passione per l'arte e la sua
intraprendenza Giovanni Andrea arrivò ad essere un membro eletto della corte
del Re Luigi XIV, il Re Sole. Si sposa con la Nobildonna Marguerite
Engerans da cui ebbe otto figli. Ottenuta la pensione dal re di Francia torna a
Bologna. La famiglia Zanotti C. abita in via Zamboni 49 fino alla morte di suo
figlio Gianpietro poi si sposta in via Borgo Paglia, l'attuale via Belle Arti
dove morirono l'altro figlio Francesco Maria ed il nipote Eustachio.
Giampietro e Francesco Maria Zanotti C. Il figlio Giampietro Zanotti C. assieme
al fratello Francesco Maria sono elementi di spicco per la diffusione del
classicismo nell'ambiente Bolognese. Giampietro fonda a Bologna con
Marsili l'Accademia Clementina, nota in tutta Europa, di cui divenne
segretario, animatore e ideologo. Dopo essere stato uno dei protagonisti
indiscussi della cultura Bolognese, morì. Il fratello Francesco Maria non
fu da meno: illuminista, scienziato, filosofo e commentatore di opere d'arte
collaborò con Voltaire. Fu rettore dell'università di Bologna e a differenza
del fratello, gaudente e buongustaio, rimase solo tutta la vita. Tra le opere
da ricordarsi una particolare satira contro il filosofo inglese Locke, "la
forza attrattiva delle idee, trattati di filosofia morale, sonetti e
canzoni". Eustachio Zanotti C. Gianpietro ha un figlio, Eustachio ,
chiamato come Eustachio Manfredi il grande astronomo amico del padre. Come il
padre e lo zio, Eustachio studiò all'accademia Clementina diventando titolare
della cattedra di astronomia dell'Università di Bologna. Umberto Zanotti
C. Umberto, membro eminente della famiglia, si è distinto per le sue doti
sportive, artistiche e linguistiche. Oltre ad aver diffuso l'uso della
"cravatta multicolore" in Svizzera, è fondatore del club calcistico
Aintrac Stubli, pluri-premiata squadra del campetto della Piruetta. Dopo
essersi distinto in campo sportivo, ha intrapreso la diffusione del verbo
linguacciare, apprezzatissima parola negli ambienti aristocratici del tempo e
introdotta poco dopo nel dizionario italiano. Da Cervia al Brasile Il
fratello di Eustachio, Guido Zanotti C. ha tre figli tra cui Luigi, medico e
padre di Alfeo, al quale si deve il trasferimento della famiglia a Cervia. Uno
dei figli di Alfeo, chiamato Luigi come il nonno da Cervia tornò a studiare a
Bologna per laurearsi in medicina con specializzazione in malattie tropicali,
mentre un fratello di quest'ultimo, Amedeo innamoratosi di una ragazza
brasiliana si trasferì in America Meridionale. Luigi fu il secondo della
famiglia a partire per il Brasile, dopo suo fratello. Luigi Zanotti C.:
dal Brasile al Paraguay Spinto dall'amore della sua professione per aiutare i
più bisognosi, dal Brasile Luigi si trasferì in Paraguay ad Asunción, in un
momento in cui la situazione sanitaria era drammatica a causa della guerra con
Brasile ed Argentina. Luigi si occupa del lebbrosario diventandone direttore, diresse
il giornale El Porvenir e fu motore della società italiana dell'epoca nel paese
sudamericano. Per ricordare la sua umanità e dedizione per il prossimo una
strada nel centro di Asunción è stata a lui intitolata " Calle Zanotti C.".
L'inserimento della famiglia nella società del Paraguay Da Cervia partirono
altri membri della famiglia che ricoprirono importanti posizioni nella società
paraguagia. Tra questi si ricordano Juan Carlos Zanotti C. professore di
chimica presso l'Università di Asunción ed autore di numerose pubblicazioni
scientifiche, e Josè Domingo Zanotti C., che è stato ambasciatore in Italia e
fondatore della società Rochester. Non mancano neanche sportivi ed imprenditori
nella storica famiglia di origini Bolognesi: Bruno Zanotti C. è un cestista,
mentre nella città di Guarambaré ha sede un importante zuccherificio "La
felsina", il nome etrusco di Bologna. Bibliografia Opere pubblicate
di Francesco Maria Zanotti C. Gregorio Sacchetti e Marta Caggiano Zanotti C.
Voci correlate Emigrazione italiana V · D · M Comunità italiane e
italofone fuori della Repubblica Italiana V · D · M Emigrazione
italiana Portale Migranti Portale Storia di famiglia
Categoria: Famiglie dell'Emilia[altre] Filosofo emiliano. Filosofo italiano.
Bologna, Emilia – Romagna. Filosofo. Francesco Maria Z. Cavazzoni
Francesco Maria Z. Cavazzoni – m. Bologna -- è stato uno scrittore e filosofo
italiano. È professore di filosofia all'Università di Bologna, e fu
nominato Segretario dell'Istituto di scienze, del quale in seguito divenne
presidente. Morì a Bologna. Suo fratello fu Giampietro Z., pittore e storico.
Il figlio di Giampietro Z., Eustachio Z., fu un famoso astronomo e ingegnere
idraulico. Principali contributi De viribus centralibus Z. pensa di
applicare alle idee la teoria dell'attrazione di Newton, e in proposito scrive
un opuscolo -- che finse di tradurre dal francese: Della forza attrattiva delle
idee. Scrive anche una Filosofia morale, essenzialmente una sintesi dell'etica
di Aristotele. Tra le opere epistemologiche la principale è Della forza dei
corpi che chiamiamo viva, che si inserisce in una questione vivacemente
dibattuta tra seguaci di Leibniz e di Cartesio. Nel De viribus centralibus Z.
espone secondo una prospettiva relativamente originale la teoria newtoniana
dell'attrazione. Z. scrive molte altre opere, tra cui saggi di poetica,
composizioni in versi, un Ragionamento sopra la filosofia, Paradossi e un
Epistolario. Fortuna Fantuzzi, Notizie della vita e degli scritti di
Z. Uno dei principali motivi di interesse della figura di Z. è la grande
fortuna che ha in Italia. Su molti argomenti è considerato una fonte
autorevole, come testimonia, ad esempio, LEOPARDI (vedasi), che incluse vari
passi di Z. nella sua celebre Crestomazia italiana della prosa. Fantuzzi ne
scrive una biografia. Opere Della forza dei corpi che chiamiamo viva,
Filosofia morale, De viribus centralibus, Bologna, Lelio Dalla Volpe.
Ragionamento sopra la filosofia Paradossi – cf. H. P. Grice: Malcolm on Moore’s
and the Philosopher’s Paradox -- Epistolario. Eustachio Z. (Bologna) biografia
e bibliografia nel sito dell'Osservatorio astronomico di Bologna Bibliografia
Fantuzzi, Notizie della vita e degli scritti di Z., Bologna, Stamperia di San
Tommaso d'Aquino. Binda, La forza attrattiva delle idee tra scienza, fede e
poesia—cf. Richards, Elton –
connotation – not all athletes are tall – Grice’s criticism of Stevenson. Introduzione al pensiero di Zanotti Cavazzoni,
Trento, UNI Service, Zanòtti, Francesco Maria, su Treccani.it – Enciclopedie on
line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Giulio Natali, Z., Francesco Maria,
in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Z., Francesco
Maria, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Z.,
Francesco, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Polizzi, Z.
CAVAZZONI, in Dizionario biografico degli italiani, vIstituto dell'Enciclopedia
Italiana, Francesco Maria Z., su accademicidellacrusca.org, Accademia della
Crusca. Francesco Maria Z/, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di
Francesco Maria Zanotti, su MLOL, Horizons Unlimited. Opere di Francesco Maria
Zanotti, su Open Library, Internet Archive. Portale Biografie
Portale Filosofia Portale Letteratura Categorie: Scrittori
italiani Filosofi italiani Nati a Bologna Morti a Bologna Accademici dell'Arcadia
Accademici della Crusca [altre ]M. Bologna. Professore di filosofia, nella
patria università, è ivi dei primi a tentare la conciliazione del superstite del
lizio colle dottrine di Cartesio e Newton. Segretario dell'Istituto di scienze
del quale è più tardi presidente, scrive in latino i De Bononiensi scientiarum
et artium Instituto atque Academia commentarii -- Bologna. Contemporaneamente
a Hartley, pensa d’applicare
l'attrazione di Newton alle idee. Ma, mentre altri ne trasse un sistema, egli
si contenta di serivere sull'argomento un opuscolo, che finse tradotto dal
francese -- Della forza attrattiva delle idee, Napoli – H. P. Grice: “I use
this example when criticising Stevenson, a literature graduate at Yale – on
‘athletes’ not being necessarily tall!” Prende parte a una questione di fisica
allora dibattuta fra i seguaci di Cartesio e quelli di Leibniz – citato da H.
P. Grice --, scrivendo tre dialoghi Della forza dei corpi CHE CHIAMANO “VITA”
-- Bologna. Scrive anche la Filosofia morale, compendio di morale del lizio –
cf. H. P. Grice, “Of which I had enough after four years under Hardie!”. Si
accompagna a questo trattato un Ragionamento sulle dottrine morali di Maupertuis,
che trova un difensore nel domenicano ANSALDI (vedasi), autore delle Vindiciae
Maupertuisianae a cui rispose Z. con tre discorsi. Ne nacque una lunga disputa
nella quale s'immischia, fra gli altri, BUONAFEDE – ‘not with the best faiths,
I’m afraid!’ – H. P. Grice. Pubblica il discorso De viribus centralibus,
esposizione della teoria newtoniana dell'attrazione. A istanza d'una
nobildonna, scrive il trattato Dell'arte poetica, che ha molta fortuna anche
tra i classicisti. Intelletto versatile e acuto, Z. è scrittore italianissimo
di lingua e di stile, ma non esente da prolissità. Il suo discepolo PALCANI
(vedasi) ne raccolse le Opere -- Bologna: edizione che, oltre agli scritti
citati, contiene operette matematiche, un compiuto corso di filosofia – H. P.
Grice: “Who ever said I’m the only systematic philosopher? Italians excell at
this!” -- in latino, un Ragionamento sopra la filosofia, Paradossi, sonetti,
canzoni, carmina e, con altre cose minori, l'Epistolario. Bibl.:
Fantuzzi, Notizie della vita e degli scritti di Z., Bologna; Faldi, Alcune
memorie di Z., Imola; Tipaldo, Biografia degli italiani illustri; Ferri, La
psicologia dell'associazione, Roma – cfr. H. P. Grice, “Athletes not tall”;
Provenzal, I riformatori della bella letteratura italiana, Casciano; Natali, Il
Settecento, Milano.Saggi: Della forza dei corpi che chiamiamo la forza viva,
Filosofia morale; De viribus centralibus, Bononiae, Lelio dalla Volpe;
Ragionamento sopra la filosofia, Paradossi, Epistolario. Grice: “Z.’s point is
conceptual. We call a body animated. Suppose the king dies – his corpse is that
of a dead animal. But is a dead animal an animal? The whole point of calling an
animal ‘animal’ is that his body is self-animated – i. e. self-moves, as a
plant does. Plants, remember, are alive and animal at heart! Now Z. goes one
step further. Instead of sticking with verbs (‘she walks in beauty like the
night’) he goes to render the thing abstract into what he calls ‘forza’ – so we
had to get rid of the spirit or animus or inspiration. Now we have the élan or
‘vital force’. ‘Forza’ rings the wrong bells, since there is nothing forceful
about it. James famously said to a chair, ‘Move towards me’. ‘I fail.’ While
one can animate one’s own body when one is alive, one cannot animate any other
body – Shelley notwithstanding!” Slancio
vitale è un'espressione nota soprattutto nell'ambito della filosofia francese
l’élan vital, di solito usata nella parapsicologia, nella new Age, nella
scienze spirituali e filosofiche e nella correnti artistiche del dadaismo e del
fauvismo. Nella filosofia antica di Posidonio si ipotizza il concetto di una
sorta di forza vitale, ritenuta come emanata dal sole verso tutte le creature
viventi sulla superficie terrestre. Nelle filosofie orientali si teorizza il ki
-- un concetto delle energie fondamentali dell'universo, di cui fanno parte la
natura e le funzioni della mente umana -- e la kundalini -- un'energia
residuale della creazione, meglio nota come ‘shakti’ che si trova in ogni
essere umano. In particolare ‘kundalini’ corrisponde alla forza generativa in
contrapposizione alle altre due forme di energia tradizionali cioè ‘prana’ o
energia vitale, e ‘fohat,’ o energia di movimento. In Occidente la teoria dello slancio vitale
appartiene propriamente alle filosofie vitalistiche sviluppatesi in opposizione
al positivismo e all'idealismo ai quali si rimprovera di aver ridotto la
filosofia ad una riflessione astratta sulla realtà della vita che dove invece
essere definita tornando alla concretezza.
Schopenhauer accentra la sua filosofia sulla volontà di VIVERE, concetto
alla base di fenomeni biologici e spirituali che hanno come loro essenza una
forza IRRAZIONALE e cieca che rende vano ogni tentativo degl’uomini di dare
senso e direzione alla loro stessa esistenza. Contrariamente alla visione
pessimista di Schopenhauer, Nietzsche, pur riconoscendo L’IMPOSSIBILITA DI
RAZIONALIZZARE l'esistenza, come e avvenuto da Socrate in poi, con il risultato
di far cadere l'uomo in un rinunciatario nichilismo, tuttavia profetizza
l'avvento di un oltre-uomo capace di accettare e superare il dolore
dell'esistenza ricorrendo alle sue terrestri forze vitali. L'espressione
"slancio vitale" è stata usata specificatamente da Bergson nel
suo Evoluzione creatrice, in cui
affronta la questione della auto-organizzazione e della morfogenesi spontanea
di tutte le cose della natura. Secondo Bergson vi è una continua
differenziazione nello sviluppo della VITA in varie direttrici evolutive, per
esempio lungo la linea organico-inorganico, che spiega l'evoluzione delle forme
viventi. Quando siamo bambini, spiega Bergson, il nostro futuro sviluppo è
caratterizzato da un numero imprecisato di tendenze. Pensiamo di volta in
volta, mentre cresciamo, che faremo il pompiere, il giornalista,
l'esploratore..ecc, ma poi alla fine una sola di queste strade diverrà reale.
Nella natura avviene altrettanto. All'inizio si dipanano molte vie evolutive, alcune
di queste si bloccano, e altre invece proseguono, e la forza vitale, la spinta
creatrice che e nella linea di sviluppo che si è fermata, prosegue, confluisce
e dà forza alle linee che continuano ad evolversi con uno slancio vitale. È
come dire che, dalle scimmie antropomorfe, lo SCIMPANZE [H. P. GRICE, “READ
‘CHIMP’ LIT.”] rappresenta una linea evolutiva che, all'inizio, continua la sua
evoluzione, che poi si è fermata, mentre lo slancio vitale prosegue in un'altra
direzione che porta all'Homo sapiens. Inizialmente, nell'ambiente letterario e
para-scientifico dei salotti francesi e ipotizzato che l'energia vitale
degl’esseri viventi, vegetali e animali, potesse essere tradotta e misurata
come fosse energia elettrica, orgonica, prendendo spunto dal concetto
bergsoniano di corrente di vita Pur
confermando scientificamente una minima attività bio-elettrica di tutti
gl’organismi viventi, Huxley successivamente ne smente l'analogia con l'élan
vital, usando quest'ultimo termine, energia vitale, in un uso più
metaforico. L'effetto più clamoroso
della teoria dello slancio vitale si ha nel campo artistico dove venne ripresa
l'idea bergsoniana che l'uomo dove fare della propria vita una creazione
estetica. Le avanguardie moderne come il dadaismo fanno proprio questo progetto
tentando di superare la distinzione tra l'opera artistica e il suo creatore
esprimendo così nell'arte la loro naturale gioia di vivere (bonheur de vivre).
Anche l'espressionismo risentì di questo aspetto del pensiero di Bergson.
Nicola, Atlante illustrato di Filosofia, Giunti. Un'espressione simile, ‘vital
force,’ si ritrova in Emerson. Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie,
Pearson Italia. Voci correlate: aura (paranormale) Bergson Ki (filosofia)
Kundalini Orgone Vitalismo, élan vital, su Enciclopedia Britannica. Portale
Filosofia: accedi alle voci che trattano di Filosofia. Categoria: Concetti e
principi filosofici. i B!BL. NAZ. ViH. Emanuele III. RACCOLTA VILLAROSA B r e t
• I
T DELLA FORZA DE’ CORPI ir CHE
CHIAMANO VIVA DEI S '.I C 0 H, FRANCESCO
MARIA Z. , jf L SICTiOF^E MORGAGNI. ♦ Ne cjuali libri ha proccurato 1’Ancore,
quanto ha potuto § di promovere la quiftionc col solo discorfo metafifìco senza
alTumcrc dalla geometria, ne dalla mct*canica altro , che le propufìzìoni più
note, c più comuni • IN BOLOGNA Ltr. per pii Eredi di Conflantino Pifarri,c
Giacomo Filippo PiUDodì f Inipicflbri del S. 0£cio« C«. In» it' Suf, V ✓
TIBALDI a quelli > nelle cui mani verrà quello libro . CU fkoJe affai fpejfo
internieairc^ ^ lettor cortefe , che alcuni mettanfi a leggere un libro , e non
facendo quell» i che da ejfo affettar debba- no , affettin tute' altro da
quello^ che poi ritrovano ; di che condanna- no il 'libro flejfo t e fe ne
dolgono ; ne avverto- no che il libro non è, mancato forfè aW intendi- mento ^
per cui fu fcritto^ ma folo a quello ^ per cut effl lo hanno letto. Di che la
colpa è bencL- fpejfo degli autori , i quali dovrebbono nel princi- pio delle
loro opere dichiarare^ e metter bene di- nant>i agli occhi quello^ che in
ejle affettar deb- ba fi ; e non permettere , che gli altri le legge ff ero a
cafo, e fi trovaffèro finalmente del loro Jludio^ e della lor faticq ingannati
. Il perchè avendo io iiliberato di dare alle fiampe la prefente operet- ta,
non fenica confentimento del fuo autore , con- vengo avvi farvi di alcune cofe,
acciocché non er- riate, e leggendola non dobbiate commettervi del tutto alla
fortuna . E primamente non ha già in- tefo l' autore , feri vendo queflo
libretto, di promo- vere la qmjlione della forza viva, et ejlender- Id
Digitized by Google vi la di là da quei termini y ai quali per. opera di molti
nìulentijftmi uomini era giunta ; molto mc' no poi ha njoluto diffinìrla , così
che non debba re- Jlarne alcun dubio ; perciocché egli non fi tìen da tanto y e
fi ha propoflo 'nell' animo di trattare la contro'verfia , non di legarla .
Solamente ha proc~ curato Jpiegarluy quanto pote'vafi y col di fcorfome-
tafifico y fenza ajfumere dalle fcien-^e matematichcy Je non le propofit^ionì
più note e più comuni , ciò a fine > che quelli , / quali fin privi della
geo- metria y e della meccanica più fittile y non credati per ciò di dover'
ejjer anche privi d’ una quiflion così illufircy e fi di fpermo di poterne
intendere^ veruna parte ì il che farebbe danno della quijlio- ne medefima . E
quefta è la ragione y perchè io ho creduto far bene , Jlampando- la pr e fin te
opera-. ; parendomi y che dovejfe effer utile a molti ; e che quantunque /’
argomento non fojfe nuovo y foffi-0 però nuova la maniera di trattarlo .
Qt^elli adun- que y i quali hanno toccato alcun poco i principe della geometria
e della meccanica y e fanno qual- cuna delle propofizioni più famofe y potranno
entra- re a leggere quefto libro con grande animo , ficu- ri di doverlo
intendere pienamente .Gli altri ycht niente fanno di matematica y quantunque
poffano leggerne y et intenderne moltijfime parti , tuttavia debbono ejfere
avvi fati , che perduta opera farebbe^ 'che tutto il ìtggejfero . Ne è però ,
che quelli , i quali ff>no negli jludj della geometria , e della., meccanica
verfatiffimi yuon abbiano anch' effi hi fo- gno i Digitized by Google VII gito
di qualche à'V'vifo . Verciocchè molti di loro Jt /degnano di fermar^ nelle
cofe , che effi /limano fa^ tili^e 'vorrebbono entrar /abito nelle più alte,c^
più recondite ; i quali però fe hanno bene intefo il titolo, che abbiamo dato
allibro , dovrebbono anche aviere intefo, che egli è fatto per li meno fretta-
lo^, e non per loro» I più poi fono così impacien- ti, che •vorrebbono in ogni
cofa udir f abito la prò- pojìcione , che niuol dimoftrarji, e •venir tojlo
alla dimojlrazione , ne /offrono nierun' indugio ; con che Ji allontanano dal
fermon comune e familiare , che fi afa tutto dì nelle ciniili compagnie, donie
non è alcuno mai , che argomenti con tanta fretta . E tan- to più hanno in odio
ogm dimora, e fi nolano del- le interrogazioni , e delle ampliacjoni , e dei
proe- wj f e venga loro fofpetto , che fieno fatti con qual- -che fludio , e V*
'abbia alcuna parte 1‘ eloquenza, ■E qnefli ancora poffono rimanerfi di leggere
la pre- fente operetta , a cui V autore , fcrivendola , non^ per darla alle
/lampe, ma per ingannare il tempo et alleviar le fue noje , ha voluto dar forma
di dialogo ; la qual forma E ha a/lretto a feguirc^ una maniera alquanto ampia
di dire , che i più dei matematici non (offrono ; ma egli ha creduto di dover
più toflo provedere a fe fleffo , che a lo- ro* Me io mi farei avvi fato di
farla imprimere, fe non aveffi creduto , che foffero ancor molti affai più
pazienti , ai quali gli ornamenti del dialogo non di (piacer ehbono • E certo
io non fo , per qual ragione debbano difpiacere a veruno ^ perchè fe i I mate-
Digitized by Google viii matematici fleffl » eziandio i pin dujleri y ' e di-
ciam pure y i più falvaticbi , e roz^i , confiderei ranno bene quello y cb' e'
fanno nelle loro fcuole y tronjeranno y cbe ridicono effi ancora le medefimt^
cofe più 'volte y e interrogano y e fi lafciano inter'* rogare; e fer render fi
attenti gli uditori eommen* dano le cofe y cbe 'vogliono injegnare ; e perché
fie* no più dilette'voli y le fpargon tal'volta di leggia- dri motti ; il cbe
fe fanno con giudicio , e con pru- denza y fono eloquenti fenica a'V'vederfene»
E fe coti fatti artifìci ufano effi infegnando nelle loro feuo* le y perché non
debbon foffrire > cbe fi ufino fcri'ven* do ? Oltreché a [piegar le
quijltoni alquanto fot* tiliy e diffìcili y chi é che non abbia filmata fempre
comodifftma la forma del dialogo ? la qual però fa- rebbe inutile y fe
do'vefier le'varfene tutti quegli artificj y che ritardando la difputa , la
rendon tut* ta'via molto più chiara y e più gioconda » Dee dun- que ejìer
lecito in un dialogo trattener le quìfiioni acciocché non 'vadano così fubito
alle loro ul- time confeguenzey ma afpettino fino a tanto y cbe fi fieno abbellite
y et ornate. Al che certamente mol- ta y e lunga opera fi richiede. Perché io
fentj gii dire a un fa'vio uomo y e nelle lettere grandemente nierfato y che il
dialogo dee a'vere in fe tutte Ic^ bellezze della commedia , con quefla
differenza fo- la y che do've nella commedia fi intrecciano 'varie a'v'venture
, nel dialogo fi intrecciano difpute e ra- gionamenti ; ne dee però /’
intrecciamento di quefii nel dialogo effere meu •verifimile y ne meno mera'vi*
gliofe Digitized by Coogle ix gUofo che V intrectìamento di quelle nella commi'
dia . Dee dunque nel dialogo parere y che quel ra^ gionamenti y che mi fi
raccontano y fieno meramente fiati fatti y et in quel modo; onde bifognUyche
pa^ jano di tanto intanto nafrere a cafoy perchè cosi per lo più foglion nafcere
nelle comuni compagnie ; e che fieno accomodati alla condizione y et al gene-
re delle perfine , che ragionano ; così che mi fi meg- ga anche il cofiume ; ne
debbono sfuggir fi le" di- grejjioni maghe e dilettemoli , cercando in
ogni par- te la marietà e la copia . E fipra tutto muol‘ efi fere il dialogo
maramigltofo y così che anche in que- fto niente ceda alla commedia ; il che s'
ottiene per le dimande y e molto piu perle rifpofie inafpettatc; e faccenda
ufeir talmolta il di fior fi y donde men fi credeayche ufeir domeffcy e
ricominciar la qsii fi io- ne y dome parea finita i e torcendo anche fpeffo gli
argomenti per modoy che »’ efeano le confeguenze imprommifiy e contrarie a
quelle y che fi afpettama- no. A tutto Ciò fi aggiunge y che ricercafi al dia-
logo un dir domefiico e familiare quafi come al- la commedia y con ssna
perpetua giocondità y fparfa di marie facezie y e quelle non già frìmole e pue-
rili y ma quai fi conmengono ad uomo d' alto inge- gno y e di grande animo ; e
molto meno mili e ple- bee ’y che y tali rjfendo y anche alle commedie benfatte
fi disdicono , Nella qual’ arte y come in ogni cofuy furono meramente
eccellentiffimi Cicerone tra i la- tini y e tra i nofiri il Cafiiglione . Ora
non potreb- bona certamente figuirfi tutti quefii artificj » b darfi Digitized
by Google ÌL darjì al dialogo tanta 'vaghezza , e 'varietà » qual» ora fi
efponejier le cofe eoa quella fretta ^ che fuol piacere ai matematici: della
quale quelli y che fo- no 'vaghi y e la 'vogliono per tutto y non do'vranno per
mio U’V'vifo leggere il prefente libro» Sebbene faranno anche di quegli yi
quali y quantunque ami- no il dialogo y e ne prendan piace» e y non 'vorranno
però conceaergli una certa libertà y che gli è fiata fempre conceduta , di
feberzar talvolta > e metter fi in dimefiiebezza : ed altri y fe egli è
fcritto in ita- liano y 'vorranno riprenderlo y ove non ofiervi le re- gole
della lingua fiorentina» E così gli uni comc^ gli altri mi pajon degni di
avvifo » Però comin- ciando dai primi: non fi accorgono efiì y che levan- do al
dialogo ogni fcherzo y gli levano eziandio ogni giocondità ? levata la quale ,
che accade più ferì ver dialoghi 0 leggerne ? E certo che il dialogo altro non
è y che una imitazione y e per così dire un' im- magine delle onefie e civili
compagnie y alle quali party che molto manchi y mancando la dimefiiche^- zay
eia libertà» Ma ejfipur vorrehbonoy chtypar- landofi delle loro feienze y fi
parlajfe fempre fion- do in piedi , e con la berretta in mano , e majfi-
mamente faccendofi menzione di quei grandi uo- mini y che effi adorano , fi
piegajfe il capo per ri- verenza ogni volta y che fi nominano y come f off ero
tanti Numi ; il che fiancherebbe le perfine , ebe^ fi introducon nel dialogo y
le quali per lo più vo- gliono fiarvi con comodo y e fcherzar tra loro con
libertà y e follazzarfi» Et è ben cofa da ridere y che Digitized by Coogle # '
XX che quando quelli , che parlano , moHrano di avie- re gli aominiy di etti
parlano y per dabbene e co f~ fumati y et oltre a ciò per vìolorojt nelle arti
lo- ro y non pojfan poi ufare una burla y ne feberzan* do dire : cotejla
opinione è troppo altiera ; tu se* maliziosa', et altre tali cofe y ebey dette
tnanife- flamente per ifcberzn , contengono più toflo laude che biajimo ; e
certamente non moftrttno cattivo animo y ne inimicbevole in cbi le dice* Ne
certo volle il Bembo , che dovejlero inìmìcarjt tra loro (jifmondo e Perottino
y benché l* uno accufajfe V altro di menzogna , anzi intefe y ebe fojfer trtu
loro amicijjtmiy e la Signora Emilia Pia non eb- be a male , che tl Conte
Lodovico da Canojfd le rifpondejlcy che non potea mancare chi contraddi- cejfe
al vero , ovunque ella fojle ; e di quejli e- (empi il Cafliglione è pieno. Ma
oggidì fono mol- ti y majftme in quejla nojlra Città , tanto vezzoji , che
ragionando delle lor profejfìoni non vogliono , che fi rida y e fe il faiy fé
ne turbano r i qua- li però fttppiano y che io gli ho- riguardati tanto y che
per rifpetto di loro io uvea già quafi depofio il penfiero di dare quefi’
operetta alle (lam- pe ; e /’ autore ftefio parca y che me ne dtfioglìef- fe*
Il quale y avendogli io fignifieato per lettere^ di volerla fare imprimere y
cosi mi rifpofe: vede- te bene , che alcuni non (c ne offendano-; per- chè
febbene in cjuefto libro fi mollra per tutto grandillìma ftima degli altri , t
più dei letterati non ic ne contentano, e vogliono bandire ogni b 1 fa-
Digiiized by Google Xil famigliarità et ogni fcherzo; c quefta credono efìTcrc
la maniera , che debba tenerfi fempre da chiunque fcrive ; faccende come i
noftri Lom- bardi , i quali , elTcndo flati alle corti , fi cre- dono, che in
tutti i tempi , e a tutte le occa- fioni debba parlarfi con quella fteffa
ferietà , e circofpezione, con cui hanno veduto , che Spar- la co i gran
Signori; e dovunque fieno, fem- pre fono nell’ anticamera , di qualche Re; e
non intendono , che quello , che è forfè laude in un luogo, è molte volte
affettazione in un’ altro. Et agglugtteva fai in altro luogo della flejìa fua
lettera: io non credo però, ^e dovrà alcuno accufarmi di mal’ animo ,
confldcrando , che^ io ho introdotto me fleffo nel mio dialogo, ne ho dubitato
di far, che altri ufìno verfo me del- la medefima libertà, di cui tutto il
dialogo ufa verfo gli altri ; e fcherzando mi chiamino talvolta fofiflico , e
maliziofo, c mi rimproverino, eh’ io dica il contrario di quel, che penfo;i
quali fcherzi fe io gli aveflì per ingiurie , non avrei voluto, che altri megli
dicefTe.Coji mi fcrijfe l* autore • E adir •veroV ultima ragione fer lui ad-
dotta''^ fareudomi ajfai •vale'vole a dimojlrare /’ animo fuo amicbe'vole
nierfo tutti y fece jì, (he io non defonefft il fenderò di imfrimere V ope-^
retta» Il che y a\utantemi Iddìo , farò orOy non-, fenza però fuppljcar prima i
dtUcatiy e tutti quel- li y che non ^vogliono concedere al dialogo niuna di-
mejliehezza ne famigliarità , di non lecerla . Ma Digitized by Googli xiii già
il qutjli /* è ietta ahbaflanza • Gli amatori fot iella lingua fiorentina
^fercioccbè Infogna fvel- ler dal loro animo altane of inioni iair ufo , e dall*
età confermate j mentano più lungo awtfo'. Io dica dunque , che fe lor piace lo
fcn'vere , e il parlar fiorentino , non folamente io non gli riprendo , ma
grandemente gli laudo ; parche non •vogliano aflnn‘ ger tutti alla medefima
ufanxa, e fójfrano^ (he fi fcrinja anche tal'volta in altra lingua» Ferchè feb^
bene fra tutte le lingue y che t* ufano in Italia ^ non può negarfiy che la più
leggiadra ^ e la pik colta , e la più nobile non fia la Fiorentina ; ha», però
un* altra lingua , che può chiamarfi Italiana^ e fi forma e raccoglie da tutte
quelle ^ che parlan. fi nelle pro'vmcie dell' Italia ^ la qual Jebhent», non
arri'va , fecondo eh’ te giudico y alla leggiadria et alla graxia dei Tofcani,
è però bella afiaiyO», propria^ e chiarate rivendente ^ coti che unoicbe prenda
a fcn’vere in efia , mettendonti il debito Jlu-^- dio^ non dee difperarfi di
poter feri'itere ectellen^ temente. An%i notamene non poche molte., che uno
fcri'va afiai meglio in quefia lingua me» bella-. ^ che non farebbe.^ fe
mojeffe ferimere nella fioreft» tina lelhffima ; in tanto che io configlterei
molti tn ajjìmamente di quelli ^ che non fon nati in To^ fcana , a moler
ptuttofio parer buoni italiani fedi» •vendo in italiano , che parer tattinù
fiorefitini^vo* tendo ferimere tn fiorentino. Ne di ciò debbono fdegnarfi i
Fiorentini Jleffi ; i quali amando tam rof e con ragione quella lor lingua ^
donirebboné 63 amer 4 Digitized by Google xiv awr caroy che gli altri , fer
•volere imitarla , »o» glie la guaftafiero* E certamente quelli , che la^
guajlanoy e •volendo fcri^vere nella fiorentina lin-^ gua^non ne hanno ne il
fapore ne la grazia^ tan- to più mi pajon da riprendere y che adendo ejji per
le mani un' altra lingua , in cui potrebbono forfcy fe •vi applicajfer l*
animoy fcri^vere leggiadramentCy la trafcurano y ancorché non manchino loro
grandi fi- fimi e nobihjjìmi efiempi» Che di •vero /’ Ariojlo ficrinìendoy come
e' ficrijfiey non mojlrò gran fiatto di •voler fiottoporfi alle regole del
parlar fiorenti- no; il Cajliglione nel fino helhjftmo Cortegiano cer- to non
•volle » E qnejli pur furono nello ficri'vere eccellentijpmi . E potrei aadurne
molt' altri , i f uali ficri'vendo in italiano , hanno ficritto tanto ene , che
i Fiorentini Je gli hanno poi prefi y et anno'verati fra i fuoi autori ,
credendo , che tutto ' quello y che è ben JcrittOy fia degno di efiere fio-
rentino • Con che hanno affai dmofirato , quanto appregj(ino le altre lingue
dell' Italia , et han fata- to animo a chiunque •voglia dell' altre lingue fer~
•virfi ; potendo oggimai Jperare ognuno , che in efi’- fie fcri'vay purché
abbia •vaghezza e grazia y di dU •ventar fiorentino una •volta . Hè mi fi dica
y che permettendo io a gl' Italiani di ficri'vere in lin- gua italiana fienza
foggettarfi alle regole del par- lar fiorentino , io •vo^a conceder loro una
sfirena- tijjlma libertà di ujar tutte le parole , e tutti i modi y che lor
•vengono a mente y fienza dijiinzio- ncy e fienza regola ninna • Fercioccbè in
qualun- que Digitized by Google XV que lingua l* uom ferinfa , fe 'vuoi
fcri'ver bene , c con lode y bifogna che ojier'vi le regole di quella^ lingua y
in cui fcri've ; ep oltre a ciò raccolga le parole e le forme più 'vaghe y e
più proprie di of- fa y così che induca nell’ orac^ione un certo y per così
dir, faporty che ne dijlmgua il linguaggio , et una certa urbanità y la quale
Cicerone Jlimò nece(Ìariifftma in ogni difcorfo , quantunque con- fejfajle di
non faper diffinirla, E certo i grandi f fimi fcrittori l' hanno fempre con
ogni Jludio proc- curata , faccenda fcelta di quelle forme , che fìi- maron più
proprie , e per cosi dir native di queU la lingua y in cui fcrìvevano* E noi
veggiamo • che V Ariojlo volle più toflo dire: Che furo al tempo che palTaco i
Mori che dire: Che fur nel tempo» in evi palTaro i Mori et amò meglio di dire :
fopra Re Carlo , che^ : fopra il Re Carlo. E il CafHgUone nel principio della
fua lettera al Vefeovo di Vifeo difie: pafsò» di quella vita » e non : pafsò da
quella viiaro : morì y perchè quand’ anche non fojfe errore il di- re a quefl'
ultimo modo , pure non può negarfi , che quella prima maniera non abbia molto
più gra- scia. E certo altra 'vaghezza ha il dire: vedi a cui io do mangiare il
mio» come dijfe il Boccac- cio y che non avrebbe il dire : vedi a qual pétfo-
na io do da mangiare la roba mia. Le quali mi- nuzie fon veramente minuzie , et
ognuna da /o è di pochijjlrm momento i ma tutte infìemey effeit- ivi ione
fparja P orazione , mafftmamenu fe fi faccia per modo , che non mojlrifi troppo
/Indio , le acqui- filano quelV odore di urbanità , che tanto piacque a
Cicerone* Ora quelli^ che non 'vogliono fcri'verc^ fiorentino y dicendo^ che
hajia loro di fcrrvere ita- liano , io -voglio , che /appiano in primo luogo ,
che , così fcri-vendo , non pofion già ufare qualunque -vo- ce 0 forma lor
piaccia , ma debbono , fe ’voghoru pur fcri-vere leggiadramente , raccoglier le
più bel- le ^ e le più proprie di tutte le lingue dell’ Ita^ ha i con che fi
addojfano non guari minor pe- Jo ) che fe 'vole/fero fcri-vere fiorentino . Ma
al- 4 uni diranno , quefta fatica ejfer fo-verchia ; percioc- ché i rettori
ittfegnanoy potere introdurfi -vocaboli fore/heri e nuo-vi ; e do-verfi
arricchir la lingua; per la qualtofa non hanno poi ejjì difficoltà -veru- na dt
air tutto quello , che hanno udito in qual- fi-voglia luogo 0 compagnia fen^a
giudizio , e fen- ica /celta ninna . Mei che fi ingannano grandemen- te,
Perciocché P introdurre nuo-ve -voci non èy ne può e/Jer opera d' un uomo folo^
ne manco d* al- cuni pochi i ricercando-vifi la confuetudine^ che fi for- ma da
molti e in lungo tempo ; conciofiacojachc^ un’ -vocabolo allora folo può dirfi
introdotto in una lingua quando le orecchie delle perfone^ che gujla- no quella
tal lingua ^'hanno cominciato a nce-ver- lo -volentieri t e con piacere ; il che
non può farfi fe non per un lungo ufo. E fe cosi non fo/Je^ po- trebbe ognuno ,
u fondo qualfifia -vocabolo una -vol- ta fola y pretendere , che egli /offe
di-venuto della litt- Digitized by Google XVll lìngua \ e addur per ragione ^
che la lìngua notu dee rifiutare le 'voci nup've , anzi dee arriccbirfc- ne;ma
con tutto quejlo però il niocaholo fi rimar- rà forefliero e barbaro * fino a
tanto che la con- fuetudtne lo appro'vi . Ne io avrò mai per voci italiane ne
immiarfì, ne incinquare, come che le abbia dette una volta il divino Dante ;
non po- tendomi capir neW animo , che debbano averfi per voci italiane quelle^
che gl‘ Italiani generalmen^ te abborrtfcono . 'Può dunque un uomo folo propor
talvolta alcuna voce nuova o forefiierat e commet- terla alla ventura^ come
fece Dante molte volte^ e più felicemente di lui il Petrarca ; ma fe le orec-
chie la rifiutano , non potrà mai fare che ella Jta della lingua^ ne poffa
dirvifi introdotta. Laonde quelli i che hanno pur voglia di introdur nuovc^
voci ) c /limano gran lode V inventarne alcuna^; come non fon ficurì dell’
efito , così dovrebbono far- lo rade volte ^ e non fen^a molta difcregjone e gì
u- dicìo'y anzi dovrebbono efaminar prima y fe le vo- ci y che vogliono
introdurre y fieno taliy che poffa- no piacere a quelle perfine y che hanno già
avveir. zate le orecchie alla lingua y e gujlatone alquanto la bellezza ,
maffimamente leggendo i libri buoni . Perchè di vero la lingua italiana
componenàofi del- le voci e delle forme migliori di tutte le provin- cie y può
dirfiy che non fi parla in ninna provìn- cia y laonde bifogna più tofio
apprenderla dai libri', il che non tò y fe non pojia dirfi anche della
fiorenti- na , Che fe la vaghezza di introdur voci nuov^ xviii e forejliere y (
che è oramai tanto Jparfa per V Ita- lia ^ thè pare una certa ptftilen^a )
fojje cangi nn- ta a quella a'v'verten^a ^ e a quel giudicio , che abbiamo
detto , confer'oerebbejt II bel parlare italia- no i ne fi udirebbe così
frequentemente , come s' ode in più luoghi d' Italia , ne parefFofo ger pigro ,
ne difefo per vietato , ne giorno per lume , «o fi andrebbe tutto ’/ dì in
bocca: tni dò 1’ onore, e avanzo la notizia ; perciocché quefte ed altrc^ forme
'venute d' altremonte non ancora han potu- to piacere a anelli , che hanno
guflo di lingua italia- na ; -€ do'vrehbono perciò o ttfarfi con gran cautela ,
o tfuggsrfi del tutto . Ne 'vale il dire , che il popolo h foffre ^ e le amano
i nobili e i gran Signori ; per- ciocché il popolo è contento di intender la
cofa^ che^ fi dice^ comunque fi dica; ne cerca y ne sày che co fa fia
leggiadria ne grazia di bel parlare \ laonde è eofa 'vana cercar di piacergli
in ciò . / nobili , Icl. più parte y e majfimamente i gran Signori y poco dal
popolo fi allontanano 'y e quelli di /oro, che hanno gt/fio di fcri'vere { fe
n' è alcuno , che V abbia ) a- ‘ borrifcono efft pure cotefto tifo cosi
frequente delle^ forme forejliere , e /’ hanno per grandiffìma affetta- zione',
quelli poiy che le ufanoy e le amano tanto , le tifano non per farle di'venir
italiane y ma per pa- rere forefiieri effi'y che y non sò come y hanno prefo in
aborrimento la lor nazione , e mente più fludiano che di non parere italiani;
non fapendo forfè y cbe^ la nazione italiana è così fplendida e nobile y erme
qualunque altra . Io concederò dunque che parlando Digitized by Google xtx 0
jcrJ’ventIo a quejii Signori in particolare , e niolen- do per qualche oneflo
fine piacer loro unicamente , fi debbano ufar quelle forme y che più loro
piacciono ; perchè in tal cafo dovrebbe fcriverfi anche in pìemon- tefe , 0 in
romagnuolo , fe così volefiero, E lo JìeJfo vorrebbe farfi anche ferivendo al
popolo» Ma non per ciò dovrà dirfiy che quello fa uno fcriver hello- ita^ liano
y non potendo ejìere bello fcrivere italiano fe^ non quello y che piace agli
amatori dell' italiana Un» gita . Ma già m' avveggo d' ejfermi eflefo- [opra
ciò troppo più lungamente y che non conveniva. Però tor-» nando al propofitoy
quantunque per mio avvifo debba ejfer lecito a ciafcuno di fcrivere in quella
linguay che più gli piace y 0 italiana ) o fiorentina ; fe però fono alcuniy
che tanto amino la lingua fiorentina y che non poffano amar altro ; io gli
eforto di non leggere il prefente libretto; perciocché l' autore y come un
gior- no mi dijfe egli fiejfo , ha fludiato tanto poco di farlo in buona lingua
» che non che in fiorentino » teme di non averlo fatto ne pure in italiano ; ma
ferivendo il libro tra molte angurie d’’ animo y o folamente per follevar fe
medefimo , non ha creduto di dover mettere molto fludio per fatisfare agli
altri. Ben’ è vero, foggiugneva egli y che fe il libro venir dovelTe nelle mani
delle perfone, bifogne* rebbe avvifarlc prima di quello fteflTo ; e far lo- ro
intendere, che io fo bene (^diceva egli) di non aver’ adempiute le parti di
buon fcrittore, ne di aver dato al dialogo quegli ornamenti , e quelle grazie,
che fi richiedevano; acciòcchè Digitized by Google sx^ fe alcuno mi accufalTe «
che io abbia fcritto rozzamente , non debba anche accularmi , che io non r
abbia conofciuto. E per non dimi- nuire la gloria de’ valenti uomini ,
farebbe.» anche necelTario far fapere a tutti quelli , che^ folTer per leggere
1’ operetta ( fc alcuno però di tanto la ItimalTe degna ) che il dialogo è
finto del tutto , e fecondo che è coftume dei dialoghi fa dire alle perfone
quello » che non hanno mai detto. Perchè di vero fe quei fin- golarilfimi et
eccellenti uomini , che io ho in- trodotto a ragionare , avelTero parlato di
quell’ argomento fecondo 1’ opinione c il feniimento loro , e con quella
facondia , che è loro pro- pria , avTcbbono detto cofe molto migliori , e molto
meglio. Così mi dijfeV autor medejìmoy n cui credo di a^ver foddisfatto
hafiautemente , rife- rendo le fue flejfe parole . Dejtdero , dando il libro
alle Jlampe , di foddisfare anche ai lettori ; e fe fa- ranno tali , quali in
queflo mio ragionamento ho mojlrato di 'voler^ che fieno ^ non fo perchè no»
deb- ba fperarlo ; maffimamente fe morrà» legger con at~ tenzione , e non
pafiare amanti prima di amer be- ne intefe tutte le cofe antecedenti \ il che
fe è ne- cefiario in ogni libro , io credo , che in queflo fieu.
necefiariifjrmo . Le Fipure fi citeraimo nel margine, et ognuna ferviti per
tutto quel tratto , che fegue fino ad una nuova cita- zione . DEL- X DELLA FORZA DE’ CORPI CHE CHIAMANO VIVA Z
IB H O L \ AL S I G N O H GIAMBATISTA MORGAGNI; D dubitato grandemente fra me
me* deiìmo » Signor Giambatifta cariP> fimo , (e conveniiTe, che io pren-
deiTi a fcrivere di una quiftione per tanto tempo , e da tanti eccel-
lentiflimi uomini trattata, et illu- llraca , quale (li quella , che oggidì fi
fii nelle fcuole , fopra quella forza, che alcuni attribuì* feono a corai, e
chiaman vivaj fcrìvendone pure , doveili indrizzarmi a voi , difiogliendovi, o
dalle voftre occupazioni, o dal voilro ozio. Imperocché avendo di quella
fcritto prima di ogn* altro r incomparabil Leibnizio , et elTendo fiata dopo
afiai lungo intervallo dal chiarifiinao Ber* nulli rinovata la contcoverfia ;
nella qual poi tanti Dobilifiìmi filofofi di Francia, di Germania ,d’ In* glulterra,
d’ Italia, d’ Europa tutta fi fono eferci- tati, e tratti chi da un* opinione,
c chi da un’ altra, tanti fcritti nehan dato fuori; chié, che^ A de- i , Della forza de* corpi defideri >.che
più oltre fe ne feriva? Che anzi io mi credo effe r molti, i quali vorrebbono,
che non fe ne folTe fcritto tanto . Ne io certamente contraftaret loro fopra
ciò ; e tanto meno il fa- rei , che io temo , che voi , autorità del quale più
vale prclTodi me, che quella di tutti gli al- tri , fiate pure della medefima
opinione ; e certa- mente avete più, che ogni altro , ragione di ef- ferlo»
Perciocché elTendo voi in tante e fi diver- fe arti, e feienze, e in tutti i
più nobili, e gen- tili ftud) eccellenti filmo, par che non dobbiate poter
fermarvi lungamente nella fteilà cofa , nc.» efiere troppo fpelTo richiamato
alla medefima qui- Itione. Senza che negar non potete , che in mez- zo a tanti
fiud; , ne quali fiete grandifiìmo , e ' fommo, abbiate tuttavia fingolarmenre
rivolto P àiiimo alla notomia , nella quale, aggiungendo r vofiri belliffimi
ritrovamenti ad una perfettiifima, e quali infinita conofeenza degli altrui,
tanto in- nanzi proceduto fiete, che par che ad uomo mortale, fapendo tanto in
quefto genere, non^ fia lecito faper* altro - E certo leggendo io lc_» voftre
maravigliofe opere ( di che non è cofa , eh’ io faccia ne più fpeflb ne più
volentieri > foglio fempre maravigliarmi grandemente, come voi trattando
materie anatomiche , non fola- mente vi dimoftriate di quello , che voi tratta-
te, fopra ogni altro perir:ffìmo, ma anche do- vunque il luogo , e T'atgomento
il richieggano, in infinite altre faenze dottiflimo , ne folo ìil> quel-
Digitized by Google L I B R O f I. J quelle , che fon propinque, e per così dir
fini- time alla notomia, come farebbono la medici- na, la chimica, la
chirurgia, la naturale ifto- ria, ma anche nella dialettica, nella fifica ,
nella matematica, nella filofofia tutta, nelle quali tan- to favio vi
dimoilrate, che beh fi vede, che po- ttefte trattare ancor quefte ottimamente ,
fe vole- fie . Et oltre a tanta dottrina avete anche ador- nata la notomia
vofira di cosi vaga e leggia- dra forma di fcriver latino, che io non fo,qua1
Mufa avelTe potuto ornarla meglio « Alle quali cofe tutte ( le io volefiì pure
palefare al Mondo ciò, che pare, che voi abbiate voluto , che fia^ nafcollo )
potrei aggiungere un perfettifiìmo, e finiilìmo dilcernimento in ogni maniera
di poefia volgare , e latina , et una certa fingolar grazia di fcriver tofcano,
nel quale parmi alTai volte, che volendo imitare quegli antichi eccellentifiìmi
fcrittori , gli abbiate anzi fuperati . E forfè an- cora in quelli lludj avete
cercato alcun’ orna- mento alla vollra Notomia. La qual però fe vi ha conceduto
di poter trafeorrere in elfi di quan- do in quando, e dar loro qualche parte
del vor Uro ozio, riferbando a fe ftelTa tutte le voftrp fatiche , non fo fe vi
permetterà cosi di leggie- ri, che vi fermiate lungamente fu le medefimq cofe ,
e ritorniate più volte con 1’ animo alla.» fielTa quillione ; tanto più che per
1* altezza del grandiflìmo ingegno vollro non nc avete in al- cun modo
bifogiio. Il perchè io ho temuto lunr , . . A 2 ga- Digiiized by Google 4 Della
FORJfA de’ corpi gamente di commettere error troppo grave , et eflTer molefto a
voftri ftudj , fe io vi richiamaflt' ad una controverfra» della quale avete già
intefo da lungo tempo i principi e i profeguimenti , e le ragioni tutte
eiaminate così che nulla vi rella or> mai da efaminare. Pure ho voluto far
prova an* che in quello dell* amore verfo me volito, et ef- ponendovi una
materia, che voi molto meglio di me fapete, mettervi innanzi una fcrittura, la^
quale elTendovi del tutto inutile , pur vi piaceflcy le tanto vaglio apprelTo
voi, perchè mia. Et ho voluto vedere, fe difcollandovi pur talvolta dal- la
notomia per amore dell* altre fetenze, vorre* He difcollarvene alcun poco anche
per amormio- Il che fe io otterrò ( che non è cofa , che io non fperi dall’amor
volito ) meno mi curerò-del giu- dizio degli altri , ne temerò che alcuno mi
ripren- da di aver pollo 1* opera mia inutilmente , fcri- vendo un libro , col
quale voi abbiate potuto fol- levar 1’ animo, e palfar volentieri una parte del
volito ozio ; di che anzi tutti gli Hudiofì delle^ buone arti per quell’ amore
grandilTimo , che han- no et avranno fempredivoi, dovranno, cred’ io, fenza
fine ringraziarmi. Ne io voglio peròr arrogarmi tanto per me ftelTo; anzi ben
conorcen- do di non poter da me folo trattenere l* altilfimo ingegno vollro, ho
^abilito di efporvr alcuni ragionamenti , ì quali leggendo dovrete credere ,
che fieno fiati, una gran parte, fatti, non da^ me, ma da alcuni chiarilTimi, e
nobililfimi fpi- Digiti:’ od by Google Libro!. j w’(i, co^ quali io ufai
famigliarmente in Napoli r anno palTato; e quand’ anche non gli avellerò faKt
elL^pure vi piacerà di crederlo, e dovrà ef> fervi cara e gioconda la
memoria de i nomi lo- ro. E a dir vero quantunque la Città di Napo- li in quel
poco tempo, che io vi dimorai, mi pa- refle oltremodo nobile , e magnifica , e
l'opra o* gni altra città del mondo vaga, e dilettofa, aven- dola la natura di
tanto ornata , che pare non a- ver voluto, che vi fi dovelTe gran fatto
defiderar r arte, tuttavia niuna altra cofa maggiormen- te mi piacque , che le
belle , e gentili manica re degli abitanti , de* quali trovai rollo aU cuni di
cosi- raro ingegno , e di tanto alta .1 Icienza, oltre la cortefia e la
gentilezza , for- niti, che mi parvero poter da fe foli far bellilTima quella
maravigliola città , quand’ anche tutti gli ah tri ornamenti le tolTer mancati.
Unodi quelli fi fù il Signor D. Francefco Serao , che tanto vale in filofofia
,. e in medicina , quanto voi fapete ; in eloquenza poi, e in ogni bell* arte,
quanto non può ne fapefc ne immaginarli- chiunque non 1* abbia conofciuto, e
familiarmente trattato; im- perocché fcrive egli nell’ una, e nell* altra lin*
gua tanto eccellentemente, che può con gli an* tkhi paragonarli; e certo io il
direi il maggior* re, e il più ornato medico, e filofofo de no» ftri dì, fe di
voi non mi ricordai!». Bravi an- che il Signor D. Nicola di Martino , lume
chia- xiflìmo della Italia y a cui niente manca di ciò', che 6 Della forza db’
corpi che a grandiflìmo , e fommo filofofo fi richfe- de , efiendo nella
geometria , e nelle altre mafomma grazia ; così che mi pareva efler beato,
effendo in quella dol- ce , e cara compagnia ; et ora che la fortuna^ me ne ha
di tanto fpazio allontanato, non mi par di vivere , fe non quanto vi torno colla
memoria. E quefto è ftato.quello » che princi^ palmente mi ha moiTo a fcrivere
quelli ragiona- menti , perchè fcrivendogU mi è paruto in cer- to modo di
ritornare tra quei valoroiì Uomini» et elTere tuttavia con loro ; ec anche ho
voluto» quanto per me fi potefiè, effer con effi congiun- to nella memoria di
quelli , die leggeranno que- lla mia operetta » fe alcuno la leggerà . Sappia-
te dunque che avendo il Re dili^rato un gior- no di andare a Baja infieme con
la Reina per godere 1* amenità di quei deliziofifiìmi luoghi ; U Signora
Principefla propofe di voler’ eflere il dì davanti verfo la fera a Pozzuolo , per
ritro- varli poi il giorno apprelTo con la Reina ; e do- veva in quel cammino
accompagnarla il Signor D* Francelco Serao. Il dieeffcndofi per molti inte» io
, avvifammo il Signor Marchefe di Campo Her- mofo ed io, lenza farne motto, di
portarci Uu mattina vegnente di buoniflìma ora a Pozzuolo» c quivi afpettarla
;.dove pure propofero di ve- nire verfo l’ ora del mezzo giorno il Signor D-
Nicola dipartine, e il Signor Conte della Cue- va . La mattina dunque
cominciando appena au rolTeggiare il Cielo per la forgente aurora , il Signor
Marchefe di Campo Hermolb , ed* io n* andammo a Pozzuolo , dove con gran fella
rice- vuti fummo dai Govemator di quél-luogo^ uo- mo de più gentili , che io
abbia veduto mai ; il qual condottici in fua cafa ci fece vedere molte elegantiflìme
pitture , et una^ranquantità piene, e quante quidio-' ni d vedrcbbmo edere
antichiifime , che ora fi credon nuove , e per ciò forfè fi credon nuove..,-
perchè fon tanto antiche, che il tempo ha potu-' to cancell-irne fin la
memoria. Potrebbe dunque, dilfe allora il Signor Marchefe, quella così fa- mofa
quidione fopra la forza viva de’ corpi , di cui fi ora tanto rumore nelle
accademie e nel- le fcuole-, edere data una volta trattata da.Pita-* B z go. I
X Della f^rza de* corpi gora , et avendola pofcia il tempo feppellita oblivione
, efTer ri^rta in Leibnizio . lo non fo , rifpofi ; ben mi piace che voi
tocchia- te ora una quiftion nobililTtma, e da chiarif- (ìmi , e fottiliiSmi
ingegni per tanto tempo agi che Pitagora non ne avefle faputo nulla egli pure ;
che così farei Pi- tagorico almeno in quello. Ma fuori le burle, io rpi ricordo
, che edèndo in Malega » venutovi dà Ceuta » dove io avea accompagnato mio
padre ^ che era paìTato a quella guerra contro Mori , tro- vai quivi un
ingegnere molto dotto , il quale^ per alquanti meh mi fpieg^ geometria e
meccani- ca , e mi parlò più volte della quiftione della for- za viva; e tanto
era Leibniziano, che li maravi- gliava, che potelTe alcuno non elTerlo. Ultima-
mente ne ho udito dilputar* alTaiil Signor D. Lui- gi Capece in Palermo ^ il
quale mi fece anche leg- gere quello , che voi ne avete ff^egato ne Comen- tarj
della volita accademia , inlieme con altri ferirti , i quali però poterono
invogliarmi più follo della quillione , che infegnarlami ; et egli ilelTo fi
doleva , che voi non folle abbaflanza Car- tefiano , e difiderava talvolta di
intender meglio, qual fofie la vollra vera opinione. Chi fa, diffi io allora ,
Te io ne ho alcuna vera ? ma pure che è a lui et a voi di fapere , qual fia la
mia opinio- ne? egli bada bene , che efaminando le ragioni pto- Digiiiisd by
Googl L I B R o 13 pcopofte per V una e per 1’ altra parte, ne rica- viate voi
per voi ftelTo quella opinione , che più vi piaccia , e fìa più degna di
piacervi . Ai che fare non folamente vi invita e vi eforto , ma an- che vi
prego, e ve ne ilringo; parendomi che la. quiftionc fìa, tanto fottile in fé
ilefìa ed avvolta^ e per la fama di quelli , die la trattarono , tanto illuAre,
e magnifica, che ben meriti, anzi defì> deri , e chiegga lo Audio e
l'ingegno voAro. Non. fo io già, rifpofe il Signor Mirchefe, quello che la
quiiiione polla richiedere o afpettare dall’ in- gegno mio; lo bene, che io ho
defìderato fempre grandiffìmamente di laperla; e farei forfè in elTa E
rocedutopiù innanzi, feguendo la fcorta de li- ri propoAimi dal Signor D. Luigi
Capece , fe,^ non mi foAi incontrato troppo fpelTo in fuppo- tazioni
algebraiche faticofìHìme, le quali a dir ve- ro mi fpaventano i non che io
fuggillì la fatica, del farle ; ma per lo poco ufo , che- io vi ho ». temo
fempre di farle inutilmente , e di incorre- re in alcuno di ouegli errori , che
quantunque in fe AeAì piccioliAìmi , guadano ogni cofa , e divengono in tutta
la fupputazione grandi (fimi . Se voi, dilli io alloca, temete tanto cotali erro-
ri, farà difficile che vi incorriate » perchè il ti- more in tutte le cofe
rende 1 ’ uomo più dili- gente; e ficcomeniuno può riprendervi del non aver voi
molto uto di calcolare , perciocché l’ età voAra,eglialtri voAri Audjnon vel
comportano ». così dovrà ognuno foounamense commendar- vi , Digitized by Google
« 14 Della forza de* corpi vi, le vorrete por diligenza a confcguirlo. Seb-
bene quanto alla quiltione della forza viva io fon d’ opinione , che voi
temiate le fuppurazio- ni algebraiche più forfè che non bifogna i per- ciocché
n' ha molte , le quali fi avvolgono in- torno a certi argomenti , che per poca
attenzio- ne, che vi fi ponga, poflbno facilmente fvolger- fi, e così fciolti,
e fviluppati d’ ogni calcolo, tnoftrano egualmente, fe non anche meglio, la
forza, e bellezza loro; ma glialgebrifti voglio- no veflir d’ algebra ogni cofa
. La maggior parte poi delle Tupputazioni non ricerca molto efame , perciocché
rade volte vengono in con- troverfia quelle confeguenze , che fi commettono» al
calcolo , e per lo più fol fi dubita di quegli antecedenti , onde il calcolo
deriva ; i quali fe vi parranno falfi, potete difprezzare il calcolo; c fe vi
parranno veri , potete fidarvene, e corl^ tentarvi della diligenza , che altri
in calcolare.* hanno pofta ; come un gran Signore , il qual contento di aver
veduto ì capi di cib, che dar dee et avere, quanto al calcolarne le fomme s*
affida al computifta- Ne dico io ciò per difio- gliervi da quelle
fupput.izioni; che è ben fatto il farle ; ma perchè quelle fupputazionì non di-
fiolgano voi dalla quiftionc. Se quello è, che^ voi dite , difie allora il
Signor Marchefe , e fe r andar dietro a tutti quei lunghi calcoli non è così
neceflario ; perchè non potremmo noi qui ora entrare nella quiftione,
fpiegandomi voi, che" Digitized by Google Libro I. 15 cofa fia quella, che
chiamano forza viva de cor- pi, e dichiarandomi 1 ’ opinion voftra? Noi fia- mo
in luogo, in cui ci è lecito di elfere ozio- fì quanto vogliamo , fenza temere
, che alcuno ci diliorni ; e voi già la ricordanza di Pitago- ra invita a
filofofare , il che non potere far me- glio che in quella quiftione, fe ella è
così no- bile, come voi dite. Allo ftelTo ragionamento, rifpolì io allora, mi
ha incitato più volte la Si- gnora PrincipelTa ; con la quale però io non hò
mai voluto entrare in tal materia , temendo Tem- pre di non potere foddisfare
ad altri in un*^ ar- gomento , in cui polTo appena foddisfare a me medefimo . E
tal ragione valendomi pur anche ora , parmi di aver fatto abbailanza , avendovi
eccitato a veder per voi ftelTo la quiftione i ne altro abbifogna all’ ingegno
voftro . lo'non cre- deva , di (Te allora il Signor Marchefe, che aven- domi
voi invitato ad una fi celebre controverfia, fofte poi così duro , ehe non
volelte moftrarmene almen r ingreftb, aprendomi, fe non altro, la., diffinizion
della cofa, di cui fi difputa ; che que« fio è per così dire invitarmi in cafa
, e tener tut- tavia r ufcio chiufo- Che diremo noi,rifpofiio allora, alla
Signora Principefta , che non ha mai f iotuto trarmi in una tal controverfia ?
nella qua- e fe io entrain ora, temerei di offenderla, ne fa- prei cui dare la
colpa del mio errore. Allora il Signor Marchefe, ne daremo, dilTe, la colpa a_.
Pitagora, che vi ha e intefo per un tal nome^r - ? quel- Digitized by Google L
1 B II o I. 17 quello che dovea intenderfì; la qual quiflione è poi più facile.
E feguendo voi un tal ordine^, troverete anche alcuni, fecondo la difHnizion de
quali tutta la controverfìa della forza viva è tan- to fpedita , e breve, che
nulla più. Io vorrei fen- tire , dille il Signor Marchefe, quella diflinizio-
ne così comoda. Eccovi; nfpofi io allora: fono alcuni, i quali così defìnifcono
la forza viva.., che per elTa non altro vogliono, che debba in- tenderli, fe
non una potenza o forza, o qualità, o virtù , comunque chiamar fi voglia , la
qual pro- duce ne. corpi il movimento; e quelli levano via la quillione così
predo, che quali non le lafcia- Bo tempo di comparire . Come ? dilTe il Signor
Marchefe. Non è ella, ripigliai io, tutta la qui- dione intorno alla forza viva
poda in quedo, che alcuni per mifurar giudamente una tal forza, vo- gliono ,
che fi moltiplichi la velocità del corpo per tutte le partixiella materia, che
compone elfo corpo, cui chiamano malfa., e penfano, che il prodotto di una tal
moltiplicazione fia la giuda mifura del- la forza viva; ed altri vogliono, che
ad aver tal mifura non la velocità, ma il quadrato di elfa, s’ abbia a
moltiplicar per la malfa ? così che fe la malfa del corpo, che fi move, farà z.
la veloci- tà g , quelli edimeranno la forza viva elfer 5, per- ciocché
moltiplicando .3 per a fi produce d, quelli altri la dimeranno edere 18,
perciocché fac- cendo il quadrato della velocità 3. ne vien 9, c 9 moltiplicato
per 2 fa 18. A quedo parmi, C che I Digilized by Coogle i8 Della forza de’
corpi che fi riduca la quillion tutta . Così è , ditTc il Signor Marchefe .
Ora, foggiunfi io, fe la for^a_• viva altro non è , che quella potenza y la
qual produce ne corpi il movimento, chi è, che non vegga elFer lei la cagione
del movimento, e il mo- vimento r effetto di lei? poiché dunque la, cagio- ne è
Tempre eguale all’ effetto, e perciò pollono tnifurarfi amendue con una licffa
mifura, ne vie- ne che la forza viva , che è la cagione del movi- mento , debba
mifurarfi moltiplicandola veloci- tà per la maffi ; poiché chi è, che non
mifuri il movimento per tal modo? Tutto ciò mi par chiaro, diffe allora il
Signor Marchefe, fe norc* che io trovo una certa nebbia di ofcurità in un luo-
go; et è, dove dite, che la cagione è Tempre e- , guale all* effetto. Il
dipintore fa una pittura, et è cagione di effa. Diremo noi ,che egli fia egua-
le alla pittura, che fa? Io vorrei dunque fapere, di qual modo ciò debba
intenderli. Allora fopra- ffetti alquanto, poi ripigliai . La cagione non è, ne
fi chiama cagione, fe non in quanto agifce, et agendo produce 1* effetto ; ne
altro qui ora-, nella cagion fi confiderà, fe non tale azione ; la quale azione
egualmente appartiene e alla cagio- ne da cui procede, e all’ effetto, in cui
fi termi- na ; febbene in quanto appartiene all’ effetto, ari- ti paffione, che
azione tuoi da filofofi nomi- narli. Ora quella azione procedente dalla caufa,
fi dice effere Tempre eguale all’effetto , ellenden- dofi per tutto là, dove fi
ellende T effetto, e non Digitized by Google Libro!. tp più. 11 che è chiaro,
poiché fe folTe alcuna par- te deir effetto, a cui 1’ azion della caufa non_.
-pcrveniiTe, quella parte non farebbe effetto, al- meno di una tal caufa. Che
fe 1* azion della^ caufa fi efiendelfe più lì dell* effetto, farebbe una f
>arte dell’ azione, la quale non produrrebbe nul- a, ciò che è impoffibile,
poiché tendendo l’azio- ne di natura fua a produr 1’ effetto, dee pure ne-
ceffariamente produrlo, falvo fe egli nonfoffeda altra caufa per qualche altra
azione impedito ; il che ora non fupponghiamo. Voi vedete dunque, come 1’
azione è fempre eguale all’ effetto; e pe- rò dicefi, che ad’effb é fempre
eguale ancor la cagione; perciocché in qu dia altro non fi confi- derà ora, fe
non i’ azione. E fe voi nel dipinto- re altro non confidererete ie non 1’ aaion
dei dipingere, voi troverete quella egualiffìma alla pit- tura , che egli fa ;
e così in tutte le altre caule; le quali talvolta paion maggiori dei loro
effetti, perchè noi non confideriamo in loro folamente l* azione con cui gli
producono, ma qualche altra cofa di più. Così dunque, diffe allora il Signor
Marchefe , fe per forza viva non altro intendia- mo, che una potenza, o virtù ,
la qual produ- ce il movimento; non conofeendofi in ella ne^ confiderandufi fe
non 1’ azion del produrre, do- vrà elTa dirfi eguale al movimento, e per confe-
guente proporzionale alla velocità moltiplicata.» per la malfa . Il perché
farebbe da defiderarfi gran- Jiemente , che per forza viva noa altro doveffe.*
C z in- Digilized by Google 20 Della forza de’ corpi inrenderfì « che una tal
virtù ; perchè così la quf- (lione farebbe fciolta di prefente . Ma per qual
cagione non farà egli lecito al filofofo intendere per quahìvoglia nome
qualGvoglia cofa ? Io non credo già, rifpiofì io allora, che debba ciò elTer
lecito ; ma egli è ben certo che chi defvia un no- me dalla fua prima
fìgnifìcazione trasferendolo ad un’altra, dee bene intendere, che egli non
trat- ta ne fcioglie la controverlìa , che prima con tal nome era Hata propoHa
, ma ne propone una_. nuova ;efi ingannerebbe fe egli credelTe di aver trattata
la quilb'on vecchia per elferfì fervi to del vecchio nome; come io temo, che
fia avvenuto, non ha gran tempo in Bologna ad un* ingegno- (iilìmo matematico ;
voglio dire il Padre Ricca- ti , il quale avendoli finta nell’ animo certa qua-
lità nuova, formandola, e diffinendola a modo fuo , et avendovi comporto fopra
con molto rtu- dio undici belliflìmi dialoghi , ha creduto di aver fatto un
libro fopra la forza viva ; e ciò non per altro, fe non perchè gli èpiacciuto
nominar for- za viva quella fua qualità. Secondo un tal difcor- fo , dilfe
allora il Signor Marchefe, potrebbono i rtlofofì , che abbiamo detto, non aver
fciolta^ la quiftione in niun modo, anzi non averla pu- re toccata ; e ciò
farebbe , quando e(Ti con quel- la loro diffinizione aveifero dirtolto il nome
di forza viva dalla fua prima lignificazione , traen- dolo ad un’ altra ad
arbitrio loro. E per entrar pella quirtione Scuramente, bifognerebbe vedere,
qual Digitìzed by Google L r B n o I. ,21 qual fcntimenro delTero ad un tal
nome quel- li, che furono i primi ad u farlo, o a metter- lo in qualche
fplendore, i quali foli ebbero il diritto di dargli quell» lignificazione , cho
più loro piaceva . Ma quelli , cominciando da Leibnizio, e difccndcndo agli
altri, che dopo lui vennero, ci hanno lafciato certe diffinizioni del- la forza
viva , che io non ho mai potuto inten- der del tutto. Benché certo , dilli io
allora, per trattar la quiUione, che quegli antichi propofe- ro ,bifognalTe
prendere il vocabolo di forza viva in quel fentimento, che elfi lo prefero; non
è- però, che debbano trafeurarfì le altre quillioni, che poi fon nate prendendo
il vocabolo d' altra maniera ; et è anche da vederli la diffinizione del Padre
Riccati; perciocché quelle quiftioni fon pur quillioni , cioè dubj, che fi
vogliono levar dall* animo fempre che fi pofla , ne fono forfè men bel- le di
quella, che fecer quei primi. De quali fe voi non avete intefo le diifinizioni,
io non sò, s* io debba darne più rollo la colpa a voi , che aj. loro ;
perciocché anche a me è paruto , che poco cura^ero di fpiegarle. Gioanni
Bernulli in quel belliflimo ragionamento, che egli efprelfamentc-* compofe per
dichiarare, e mettere in un pienit- fimo lume la vera nozione della forza viva,
rifa- lendod'una in altra idea, lì ferma in quella final- mente, che la forza
viva dir fi debba una cotal forza follanziale . Io credo, che il vollro maellro
di Alca- li, il quale mi avete detto elTere un fòttililfimo, e va- Digitized by
Google il Della forza de* corpi valoronflìmo Peripatetico , quantunque intenda
la forma foitanziale di Arìlioteie^non così leggiermen- te intenderebbe la
forza foifanziaie di Bernulli . Egli è ben vero però, che molte cofe fono più
facili a intenderfi, che a definirfì, di che poìfTono fervir come d’. efempio
il tempo, io fpazio, la relazione , la foftanza , T accidente , -e fe volete^,
quella ilteHa forma foftanziale, che avete impa- rata in Alcalà. E per ciò io
mi guardo affai vol- te d’ effer 4nolefio a quelli, i tjuaii parendomi , che
abbiano intefo ottimamente la cofa., non 1* hanno però ottimamente definita ; e
in tal ca fo io foglio più tofto feguire 1’ intendimento loro, che le parole;
il quale intendimento fi compren- de il più delie volte meglio per lo profeguimen-
to de i lor difeorfi, che per alcuna accurata , o giulfa difiìnizione. £ certo
che quei primi, che introduffero il nome di forza viva , e ne fece- ro tanto
rumore, come anche quelli, che per lun- go 'tempo poi li feguironc, affai
mofirarono irL* tutti i ragionamenti loro, che -nuli’ altro per cf- fo
intendevano, fe non quella forza , che un cor- po hk, qualora -è meffo in mov
intento , di pro- durre ora un’ effetto, ora un’ altro; e quindi è, che parendo
loro, che quelli effetti feguiffero Tem- pre la proporzione delia maffa
moltiplicata per lo quadrato della velocità, vollero, che anche la for- za viva
fi mifuraffe all’ ifiefTo modo . Il perchè tenendo io dietro a i lor difeorfi,
non molto ho curato le loro diffnizioni; le quali, qualunque Digitized by
Google L I B R O 2J fieno, fé fono confentanee ai difcorfì mcdefimi, come e(Ter
debbono, bifogna pure , che fi riduca^ no tutte in una, cioè che la Forza viva
fia quel- la forza, che ha un corpo, allorché è molto, di produrre o un’
effetto, o un’ altro. Bifogna cer- to, dilTe allora il Signor Marchefe, che
così in- tcndelfero la forza viva; altramente non 1’ av- rtbbono mifurara dagli
effetti. E fe ciò è , ben fi vede che fecondo loro , elfendo la forza viva una
forza del corpo meffo già- in movimento , dee fopravvenite al movimento, non
produrlo ; e quelli che hanno chiamato forza viva la forza.* producitrice del
movimento , hanno abufato del nome y e fervendofi della ItelTa voce hanno fatto
un’altra quillione- Del qual’ errore, foggiunff io, noa fon forfè del tutto
efenti i noftri Carte* fiani , i quali dovevano per forza viva intender non
quello , che lor piaceva, cioè la potenza pro- ducitrice del moviniento ,. ma
sì quello , che vo- levano- i Leibniziani . Ma e(TT intendendo quello, che
piaceva loro, trovarono la quiflioir piò faci- le; e quella facilità gli fece
errar volentieri. No dovrebbe però, dilTe allora il Signor Marchefe, efler gran
fatto difficile feiogliere la quiftion lo- ro anche a quegli altri , che
vogliono la forza vi« va elfere una forza, che ha il corpo moffo di pro- durre
varj; effetti ; i quali effètti fono , fe io non m’ inganno , di rompere per
efempio un’ altro corpo, in cui quello, che è moffo, vada a per- cuotere, o di
piegarlo, o di fchUcciarlo , o di apri^- Digitized by Google ' 24 Della forza
de* corpi aprirlo, o di chiuderlo, o di alzarlo, o che fo io., '.poiché fe
troveraflì per efperienza , che tali effetti fieno proporzionali alla velocità
del cor- po, bifognerà ben dire, che quella forza, che gli produce, fia
proporzionale e(Ta pure alla velocita; e fe quelli fi troveranno proporzionali
al quadra- to della velocità, dovrà elTere proporzionale al- lo fteffb quadrato
ancor la forza. Io lafcio ortu da parte la mafia , piacendomi , che ella fi
pren- da per tutto e in tutti gli cfperimenti fempre egua- le , cosi che per
rifpetto di efia non mai debba^ cangiarfi la proporzione. Par dunque , che
tutta la quiftione voglia commctterfi all’ efperienza.. , per cui fi. vegga,
qual fia la grandezza di ciafcun’ tfictto, e quindi mifurifi la grandezza della
for- za ; in tanto che gli efperimentatori , che fi han- no oggimai .ufurpata
quali tutta la filofofìa, fi ufurperanno ancora quella controverfia. Io non
credo però , rifpofi io .allora , che i metafifici la lafcieran loro godere Rifai
tranquillamente. Co- me CIÒ? rifpofe il Signor Marchefe. Perchè, diflì io, fe
noi non avremo dell’ effetto fe non quel- la idea, che 1’ efperimentatore ci
mofira , noru. ne avremo che una idea confufiflìma , e bene^ fpefib metteremo a
luogo di effetto ciò, che non è ; e vorranno i metafifici Svolgere eflì et
illuftrar quella idea, e dichiarare, qual fia vero effetto, c qual nò,
moftrando in che s’ adopri 1’ azioa» della caufa, e in che non s’ adopri. Ne
per mio avvilo avranno il rorto; richiedendoli a ciò un fi- niflìt Digitized by
Googlc niffimo intendimento , il qual può mancare all" efprimentatore, che
poco della ragione, e quali folo lì ferve degli occhi e della mano. Io non^
avrei creduto, dilTe allora il Signor Marchefe , che dovelTe effere tanto
difficile il conofcer 1’ ef- fetto di una caufa; potendoli , fecondo chea me
pare, facilmente avvertire, che cofa (ìa quello, che fegue polla T azion della
caufa , e che non feguirebbe non polla quella tale azione. Voi di* reile vero ,
rifpolì io, fe egli baftalTe avvertir ciò; ma a mio giudizio non balla ; poiché
come V ef- fetto li pon dalla caufa , così tollo molte proprie- tà, e modi, e
qualità, e relazioni , et affezioni lo fe- guono, le quali dai più femplici 11
prendono tal- volta come effetti, ne però debbono dirli effeni, ne fono ;
perciocché 1’ azion della caufa non hsu, in effe parte alcuna , ma l’ effetto,
così come è prodotto , fe le trae dietro egli lleffo da fe e per natura fua.
Un* artefice commette infieme tre li- nee, ponendole di maniera , che chiudano
uno fpazio : qual direte voi , che Ha 1’ effetto dell* a- zione di quell*
artefice? La pofizione , diffe il Si- gnor Marchefe, di quelle tre linee. Nulla
più? domanda* io ; rifpole il Signor Marchefe , nuli’ altro ; certo a me pare
che 1* artefice nuli’ altro faeda. Ma pure, ripiglia* io, voi vedete, che ef.
fendo quelle tre linee polle in quei tal modo, ne feguon tre angoli , e queffi
eguali a due angoli retti. Non vi par dunque, che 1* artefice oltre il produrre
la pofizion delle linee , debba anche D prò* Digitized by Googl 26 Della forza
de’ corpi produrre gli angoli , c quella uguaglianza , c!ie> canno ai due
retti, così che impiegando una par- te deir azion Tua a produrre la poiìzion
delle li- nee, un’ altra parte debba impiegarne a produs gli angoli , et un*
altra a produr 1’ uguaglianza? A me non par già così, dille aUora retti ,
ficeome anche tutte quelle altre innumèra- bili proprietà, che-nccelTariamente
ad una tal po- fizione fi convengono. Ma quelle fe le £a ella^« per cosi dire ,
da fe, fenza alpettarle dall’ artefv. ce ; come 1’ albero fi là egli da fe le
fue frondi c le fue foglie fenza afpettarle dall’ agricoltore, il qual non £a
altro , che porre il feme. E lo llei^ fo parmi , che debba dirfi di tutte
quelle relazio- ni e proprietà , che necelfariamente accompagna- no la natura e
l’elTenza deir effetto ; poiché parte- cipandoli air effetto quella tale
eflènza, vi porta iecoclla fielTa tutte le fue perfezioni , ne vuol rice- verle
da alcuno- E lo Hello anche vuol dirfi, fog- gi unfi io allora, di certe altre
relazioni , che i filolofi chiamano ellrinfecbe, e che fi contengono non nell’
ellènza di una cefa fola, ma nell’ in- contro e nell’ accoppiamento dì molte;
petcioc;. chè quello incontro e quello accoppiamento fe le trae dietro da le
ffelTo» e di natura fua. Se;« ■ , una I.
37 «no fa bianco un muro , che altro produca* egli , fé non quella bianchezza f
e pure oltre al fare quel muro bianco, lo fa anche fimilea tutti 'gli altri
muri che fon bianchi al mondo. Diremo noi dunque, che egli produca ancora
quella forni- glianza , e che avendo una forza , con cui produr- re la
bianchezza , debba averne anche un' altra, . con cui produrre la fomiglianza?
Non già; ma^ producendo egli la bianchezza, et incontrandofi quella in altre
bianchezze di lei compagne , ne rtfulta la fomiglianza fpontaneamente, per così
dire , e da le ilefla . E così pur fanno tutte le al- tre relazioni, che
allargandoli e fpandendofì per r univerfo abbracciano tutte le cole , e le
tengo- no per certo maravigliofo modo in comunione^ c in focietk. Voi potete
vedere , che per poco, che un corpo fi mova feorrendo una linea, non folamente
feorre quella tal linea, ma perde le re- lazioni di dillanza, che avea verfo
tutti i punti deir interminabile fpazio,e ne acquila di nuo- ve j e ciò
faccende da quanti corpi h allontana , e a quanti fi accolla, a qual più e a
qual nieno, fe- condo la natura del movimento Tuo ! così che_« non è parte
alcuna dell* univerfo , che noncan- gi dillanza rilpetto a lui cangiandola egli
rifpetto a tutte . Nè -è per quello da dire, che quella cau- fa , la qual move
il corpo , altro faccia , che mo- verlo per una certa linea ; benché da un tal
mo- vimento rifultin tutte quelle mutazioni di dillan- za., che abbiamo detto .
Dunque., dilTe allora ii D X Signor 2§ Della forza db* corpi Signor Marchefe,
quelle mutazioni, che van fe- guendo nel movimento di un corpo , diremo noi,
che non fìcno prodotte da caufa niuna? Se noi vogliamo parlare fecondo 1 ufo
del popolo, ri- fpoH io, noi diremo, che fon prodotte da quella caufa, la qual
produce il movimento, perciocché producendo il movimento , che le trae feco ,
fa in qualche modo, che elfe fieno; ma non per quello però diremo, che 1* azion
della caufa in altro fi termini che nei movimento foto. Laonde quelle relazioni
di dillanza , che van nafcendo per lo movimento de corpi , e fuccedendofi le
uno alle altre , come ancora tutti gli altri rifpetti di fomigiianza, di
dillbmiglianza, di egualità, di inegualità, e che foio, che van rifultando ne
cor- pi, non fono propriamente effetti, ma aggiunti, e proprietà degli effetti
. E io ileffo è da dire gc- >. ncralmente di tutti gli attributi efsenziali,
e necef- farj , che l’ effetto riceve non da quella partico- ^ lar caufa, che
lo produce, ma da quella effenza . eterna et immutabile, che a lui lì
partecipa, e che gli ha da fe . Voi dite vero, diffe allora il Signor Marchefe,
che gli efpeiimentatori non avranno tanta fottigliezza ; ma io temo, che i
metafifìci* die r hanno, non faranno gran fatto afcoltati ; i quali però io vorrei
ben fapere ,con tanta fottigliez- za come mifurino la forza viva . I più di
loro e su mio giudizio i più fottih', non la mifurano punto» rifpofi io; più
toffo la levano via del tutto, e.» la r^ettan da corpi come cola inutile; la
qual* . , opi' Digitized by Google L I B R. O I. 19 opinione io feguirci
volentieri, fe volelTi feguir- ne alcuna. Quello è, diife il Signor Marchefe »
levar via la quiltione faccendo nafcerne un’ altra; e ciò è, fa fia pure ne
corpi ^ o non fia veruna^ forza viva. Intorno a che fe voi volete fuggir tut-'
te le opinioni, mollra però che quella, che avete ora efpolla,vi abbia
invaghito,e quali prefo, avendo detto, che la feguireile volentieri . Io vi
prego dirmi, perchè feguireftc quella opinione, benché non vogliate fe^uirla.
Voi volete pure, rifpolì io allora r trarmi in una materia, ove io entro lem-
pre con difpiacere; avendone oramai udito difpu- tar tante volte , che ne fono
ftanco ; pure niente è, che polTa tanto difpiacermi , quanto il negarvi cofa,
che a voi piaccia. Rifpondetò dunque bre» vemente alla voUra dimanda , e come
potrò . Ciò detto fopraftetti alquanto, indi fcguitai . Voi fape- te. Signor
Marchefe, che lafciando da parte i Pe- ripatetici, che compofero il mondo, e 1’
ador- narono di tante qualità, e forme, furono antica- mente due illuftri
GlofoCi Democrito et Epicu- ro, i quali avvilarono , tutto 1’ univerfo nons
altro edere, che un numero grandilTimo di parti- celle, le quali fecondo le
varie figure loro, e i var) movimenti componelTero tutte le cofe. E in quell’
opinione tanto innanzi procedevano, che^ non che le qualità, che apparifeon ne*
corpi , co- me la luce, i colori, il fuono; ma anche i pen- fieri dell’ animo
componevano di quelle lor par- ticelle, et anche 1* animo iftelTo; il che
veramen- te JO DeJ.LA FOR2A DE* CORPI te era da ridere; ne è da maravigliarfì ,
che quel- la loro filofofìa fia Ilari per molti fecoli difprez- zara.
Ultimamente Cartello adoprandovi maggio- re lludio e maggiore ingegno, T ha
giudicata^ più toflo degna di emendazione ; (ebbene di tan- to r ha mutata, e
corretta, che ha fatto più to- ilo una filofoiia nuova , che emendato un’ anti-
ca; imperocché lafciando all’ animo la bellezza , e dignità dell’ elTer Tuo
incorporeo, ha inoltre^ levato a corpi ftcflì tutte quelle qualità, che non
poffon confiftere in movimento o difpofizione di particelle, foftituendo in
vece loro altrettante appa- renze, che la natura fecondo il tempo, el’ occauo-
ne va formando negli animi noftri o per ufo, o per follazzo . E fecondo 1’
opinione di quell’ uomo grandjflìmo non altro retta ne corpi , ic non movi-
mento, e difpollzione di particelle, le quali aven- do certe figure , e
cangiando le lor dittanze in va- rie guife, e talor ritenendole, compongono lo
tanto vaghe, c dilettofe forme dell* univerfo; il qual però fé noi fpogliaffimo
di tutte quelle appa- renze, che l’animo nottro gli aggiunge, troverem- mo non
altro elTere , che una regolatilfima difpo- fizione., e agitazione di
particelle. Neuton, che' ha conturbato la filofofia di Cartello , non fi è però
allontanato da quella opinione ; e folamen- te a quelle caufe, che producono il
movimento nella materia, e che Democrito et Epicuro, o Cartefio avean notate,
ne ha aggiunto un’ altra^'^ che.è Ja forza attrattiva, per cui le parti della
ma-- teria , Digitized by Google L I B R O r. 31 «cria) benché dirgiunte tra
loro, e per qualunque {pazio lontane, pur fì fentono, per così dire, l* «ne 1’
altre , e fi invitano, e vengonfi incontro, iienza che alcun’ altro corpo ve le
urti o lefpinga • 1 Peripatetici non avrebbono abborrito quella forza
invitatiice dei corpi il movimento . Ma^ troppe altre qualità immaginavano, che
i Neuto* niani rigettano, volendo, che non fia nella natu^ ca fé non quell* una
fola , che e(T» han ritrova- ta. Io non ardifcodi accollarmi a veruno di que*
ili filofofi , perchè a qualunque io mi accoflafn r troppi farebbon quelli ,
co’ quali mi bifognereb- be contendere. Ma fé io crederò per ora , che il mondo
conlHla tutto in particelle ; ne altro faccia la natura fe non che moverle et agitarle,
c col- locarle, t difporle in varie guife, 10 feguirò un^ opinione, della quale
non potranno dolerli gir amatori della forza viva, poiché, come veggo, la
ieguono e(fi pure. Io dunque mi fono aliai volte meco fteffb maravigliato, come
riducendo elfi tutti gli effetti della natura a certi movimenti , e difpolì- .
zioni di particelle , non abbiano avvertito, chea qualunque effetto tré cofe
ballar debbono fenza.. più; e quelle fono primo le potenze, che fanno j 1
movimento, poi quelle, che lo diUruggono y c in terzo luogo 1’ inerzia , per la
quale il corpev quanto é in lui, lì mantien fempre in quello lla- to o di
quiete, o di movimento, in cui le po- tenze lo hanno lafciato. Le quali tre
cofe elTen- dt> 'pei conuine confemimento di tutti i filofofi; eoo.
Digitized by Googli' j i Della forza de* corpi concedute a corpi , fe baltar
potlono a qualunque ciF>;tto , io non su per qual ragione vogliati loro
aggiungere quella non io qual forza, che foprav> viene al movimento, e
chiamati forza viva . E co- me le tre cofe dette non baflerebbono ? Che aU tro
ti fa egli mai nella natura, fe non movere cer- te particelle, e ditiribuirle,
e fermarle , così che tengan tra loro certe ditianze, e certi intervalli ? e a
tutto quello che altro ricercati fe non che alcuna - potenza ecciti in loro il
movimento, et alcun* altra lo ellingua , e {appiano effe confervarti poi da lor
medetime in quello flato, in cui furono polle ? Nei che parmi , che alcuni
proponendo tal volta certi effetti, a mifurar la forza , che gli ha prodotti ,
ti abutino degli errori volgari , e dimen- ticatiti dei principi di quella
flelTa tilofotia , che profeUano, non pongan mente, che ogni effetto, andae
fecondo loro, ti riduce a un movimento, e ad una dillribuzione di particelle.
Eccovi che.» una palla, cadendo sù qualche materia molle, vi forma un cavo i
prendono quello cavo , cornei* effetto prodotto da quella palla, e con elTo
ne_* mifuran la forza. Ma che è mai quello cavo, fé non uno fpazio, in cui
nulla è di quella materia molle , che prima v* era ? or chi dirà , che quel- la
palla abbia prodotto quello fpazio o quello nulla ? Qui effendomi fermato un
poco , come fe avelfì afpettato rifpolla ; io non direi già , diffe fubito il
Signor Marchefe , che quella palla ab- bia prodotto un tale fpazio ; direi più
tollo , che Digitized by Google Libro I. 35 ella ha rimofTo quella materia
molle, che lo em- f jìeva, onde ne è rifultata quella vacuità; ne quel- a
vacuità è però effetto di modo alcuno. E la' materia , rifpofi io allora , che
la palla ha rimof- fo, è ella r effetto della palla ? Non già, rifpo- fe tl
Signor Marchefe ; poiché la palla non pro- duce quella materia , ma la rimove.
Tutto quel- lo, che fa la palla , ripigliai io, non è altro dunque fe non
movere le particelle di quella materia; le quali avendo ricevuto quel movimento
, lo av- rebbono per 1* inerzia loro conlervato fempre,fe non aveffero per via
incontrato alcune potenze, che glel’ hanno tolto e diliruttoi perchè ferman-
dofi e ritenendo poi quelle medehme dillanze , che avevano ultimamente
acquillate, ne è riful- tata la vacuità. Nel che vedete, che la palla al- tro
non fa che eccitare un movimento; il quale^ potrebbe effere quanto 6 voglia
grande , e tutta- via rifultarne quel cavo , che ne rifulta , foloche le
potenze, che debbono un tal movimento di- ftruggere , folTero così pronte, e di
tal maniera.# difpolte, che fermafftro le particelle in quei fiti medefimi . E
come di quello , così , cred’ io , po- trete dire di qualunque altro eifi tto,
avendo fem- pre in mente , che elio niente p>ù fia , che un mo- vimento, e
una dittribuzione di particelle, fecon- do l’ opinion di Cartefìo non
difapprovata dagli altri moderni. Ma come? diffe allora il Signor Marchefe ;
cadendo una palla in materia molle , vi fi forma un cavo , il qual prima non era
. E E per- Digilized by Google 34 Della for^a de* corpi perchè non mi farà egli
lecito di prendere que* Ito cavo > come un* effetto prodotto dalla paila^ e
attribuire per ciò alla palla una forza proporr zinnale alla grandezza di effo
? Se vot volete, ri- fpofì io allora , fingervi nell’ animo effetti e for- ze
ad arbitrio voàro , io non vel contendo. VedetCL# pure, fé i Leibniziani, che
amano la forza viva, vorranno concedervi fimil licenza. Egli certo, ri- fpofe
il Signor Marchefe, me la concedeva quel dotto ingegnerò, che io conobbi in
Malega , il qual difputava affai fpeffo della forza viva, e non upeva in neffun
luogo affenerfene. E mi ricorda di averlo udito parlar molte volte di quel cavo
» di cut parliamo ora;et egli certo il prendeva, co- me un* effetto della
palla; e foLva anche dire di. un faffo, il qual, gettato all* in sù. Tale per
uiu certo fpazio c non p ù oltre ; e chi negherà, di- ceva egli , che tal
falita non fia un* effetto di qual- che forza al faffo comunicata , la qual per
ciò deb- ba mifurarfi da quello fpazio , mifurandofi cer-» tamente da quello
fpazio la falita ? E avrebbe an- che potuto dire, rifpofi io allora, che il
faffo gir- tato fcorre per un certo tempo, e non più; prendendo lo fcorrete per
quel tal^tempo e noii^ più, come un’ effetto, attribuire al' faffo una for- za
, che doveffe mifurarfi dal tempo. E per tal ,modo avrebbe immaginate nel faffo
due forzo molto tra loro diverK , 1* una proporzionale al- lo fóazio, e 1*
altra al tempo . Ne io nego, che polla ognuno .prendere , come effetto , tutto
che Digitized by Google Libro I. 3$ che a lui piaccia , fìngendofì nell* animo
una qual- che forza, che 1* abbia prodotto, la qual cer- to dovrà fempre elTere
proporzionale ad eflb.E voi potete , fc vi aggrada , prendere come un’ ef- fetto
anche la vacuità , che la palla , cadendo nel- la materia molle, vi ha lafciato
, e però fingervi nella palla una forza a quella vacuità proporzio- nale. Ma
come 1’ effetto, che voi vi proponete^ nella vofira immaginazione, non è
veramente ef- fetto nella natura , così la forza , che lo produce, ‘ non
veramente nella natura, ma farà folonella^ vofira immaginazione. Il che non fo
, fe quel vo- ftro ingegnere vi avefle conceduto. Vedete, quan- ti effetti
potete mai immaginarvi nella caduta di quella palla, di cui parliamo]
perciocché ella in- Guce un cavo nella matena molle , et anche vi genera ima
fuperficie concava , e comprimendo la materia fteffa, la rende più denfa^ efe
voipren- derete ognuna di quefte cofe come un’ effetto , vi bifognerà immaginar
nella palla altrettante for- ze , e tutte tra loro diverfe; perciocché la
forza, con cui la palla produce il cavo, dovrà effere pro- porzionale alla
grandezza del cavo ; e la forza , con CUI produce la fuperficie, dovrà efier
propor- zionale alla fuperficie; e quella, con cui produ- ce la denfità , dovrà
effere alla denfità Sproporzio- nale ; e voi fapete quanto quelle proporzioni ,
e mifure fieno lontane tra loro e diverfe . Laonde affai chiaramente fi vede ,
che prendendo 1* effet- to ad arbitrio , e chiamandoli forza viva quella^ E a
for- Digilized by Google 3^ Della forza de’ corpi forza, che Io produce, potrà
quella clTere di quaK; (ìvoglia mifura, ne farà più da cercare qual prò- {
porzione determinata ella fegua , potendo feguir- e tutte. Il che certamente i
Leibniziani non vi concederanno. Volendo dunque ilabilire la prò» porzione, e
la mifura della forza viva, non bifo- gna prender T effetto ad’ arbitrio del
popolo, ne degli efperimentatori , che poco dal popolo fi al- lontanano ; ma
vedere qual fia l’ effetto vero, che veramente producelì nella natura,, e mi
furarla da effo ; il quale fecondo 1’ opinione dei moderni tut- ti n riduce
fempre a movimento, c difpodzione di particelle. A. molto poco, rifpofe quivi
il Si* e didinzione quelle po^^nze y che pro- ducono il movimento, o io
diflruggono; ma con- tentarli di averne un’ idea confufa , e didinguer- le fol
per gli effetti. Io vi dirò bene un collume, che elr hanno quali tutte, o più
rodo tutte, da cui , per quanto li dice , mai non partono ; ed è, che mai non
producono un movimento grandi!^ fimo tutto ad un tempo ; ma dando al corpo pri-
ma un piccolilfimo impulfo, gli danno, ove pe- rò impedito non Ha, un moto
piccolilfimo; cui pofcia accrefcono con un’ altro impulfo , e poi con un’altro,
e poi coir un’ altro, finché lo ri- ducono ad una inlìgne grandezza; e la
potenza è molte volte così illecita , e pronta in dar tali impullì, che in poco
di tempo riduce il moto ad una grandezza maravigliofa . Il che però non fa-
rebbe vero, fe il corpo non confervalTe tutti i movimenti > che di mano in
mano^ ha ricevuti. Bi- . jS Della forza de' corpi Bilbgna dunque, che anche
dopo I' impulfo re- tti , e {furi nel corpo il movimento , che elfo ha
prodotto. E - to tutto; e intanto il filfo fegue tuttavia di mo- verli all’ in
sù con quella parte di movimento, che gli refta , e che l’ inerzia gli va pur
confer- vando fin che può; perciocché 1' inerzia accom- ^ pagna il corpo per
tutto , o vada egli acquiltan- do il movimento o perdendolo. Quella inerzia,
dilfe allora il Signor Marchefe, che mollra aver tanta parte nel movimentò de
corpi , a me par tuttavia ( non fo s’ io m’ inganni ) che abbia pur poca
azione; imperocché niuno accidente ne di movimento ne di quiete produce nel
corpo, ma folo gli lafcia aver quello, che le potenze vi hanno prodotto. Anzi,
niuna azione, rifpofi, fe le fuole attribuire; e quindi è, che io non 1’ ho
polla tra le potenze'. £ fappiate, che Gioanni Bernull! uomo nelle matemaciche
fetenze) quant* altri mai fude» foctile, e profondo, vuol fimiU mente, che nel
muto equabile niuna azione fi adopri , per quello appunto, che movendoli un
corpo equdbiimente, niuno accidente nuovo in.« lui producelì. Pure quantunque
non lia azioiu niuna nell' inerzia , e’ et bifogna però intender ne corpi una
proprietà, per cui li confervino in queU lo Itato, in cut dalle potenze furono
polii ; il che fé non folTe, niuno effetto ci rimarrebbe delle^ potenze. Avendo
io fin qui detto, dette un pò» co penfofo il Signor Marchefe, poi ripigliò. Il
confervare mi par pure , che Ila un* agire; or fe dunque I’ inerzia conferva il
movimento e la^ quiete ne corpi , come può dirfi , che ella non ab> bia
azion niuna, e non ajgifcaf Io credo, rifpo* fi , che il confexvar le cóle fia
un’ agire nonmeil che il produrle ; ma credo ancora , che il confer* varie
altro non lia , che 1* aziòn di Dio , ti quale ficcome nel produr le forme dei
corpi vuol fèr> virlì delle potenze create, e agir con loro, cosi nel
confervarle vuole agir da ie folo. B quindi è , che a quella tal’ inerzia, che
noi vogliamo pur concepire, come una qualità de corpi, non refi* da far nulla;
e fi riman fenza azione. Ma che^ giova entrare ora in tante fottigliezze,e così
po* co neceffarie al propolìto nollro? per cui bada^ fapere,che tutti gli
effetti della natura li opera» no per alcune potenze, che producon ne corpi la
velocità , la . qual poi li conferva in effi , che che P ne Digitized by Google
42 Della for^a de* corpi ne fìa la cagione, finché venga per i* azione di altre
potenze a diftruggerfi; e per ciò non avervi parte alcuna quella forza viva,
che vorrebbe oggi introduifìnel mondo e fignoreggia re tutte le cole. Et io
potrei faciliflìmamente dimoftrarvi una tal verità, feorrendo ad uno ad uno
tutti gli effetti sì della gravità, come degli elaftri; da cui fo« gliono
principalmente rrarfi gli argomenti a di- moltrare la forza viva . Ma voi
potete far que- llo cammino fàcilmente per voi ItelTo, ne vorre. ce darmi
fatica lenza bifogno - Voi giudicare di me , dilTe allora il Signor Marcbefe ,
troppo gen- tilmente; ma fappiate però, che fe volete eh’ ia icorra gli effetti
o della gravità , o degli elaflri , io defidero in quello cammino non andar
folo ; e voglio che almeno per qualche tratto di firada voi mi accompagniate..
Che s’ egli mi è tacile.., come dite, trovar la via pei me medefìmo, mol- to
più mi dovrà effer fàcile, effendomi da voi mo- llrata. Ma pruna di entrare in
cammino, vi pre- go levarmi un dubbio, il cpial mi è nato per le ultime voflre
parole . Qude? dilli io. Voi avete detto, rifpofe il Signor Marchele, che le
potenze producono la velocità, la qual poi fr conferva, fin- ché fìa dillrutta
da altre potenze. Or non s’era^ egli fempre detto , che le potenze producono il
movimento ? e come dite ora , che producono la velocità? E che altro è il
movimento, rifpofì io, {e non la velocità ? Come ? diffe il Signor Mar- ciude,
non ho io fempre udito dire , che il mo- . vi- T B O X« vimemo è la mafia del corpo
moltiplicata per la velocità ? Si certo ; ri{po(ì ; cioè la velocità mol-
tiplicata per la mafia. V^errfiìmo, difie il Signor Marchefe. Cioè) ripigliai
io, la velocità {Mrefa^ tante volte , quante fono le parti , ovvero gli
elementi della malfa , così che fe le parti della maf- ia fon due, il movimento
farà la velocità prefa due volte ; fe le parti della mafia ibn cinque, o dieci,
o venti, il movimento farà la velocità prefa cin- que ,o dieci , o venti volte
. Non è egli così ? Co- sì par, che ila, n'fpofe il Signor Marchefe. Dun- que
il movimento , foggiunfi io , non è altroclie la velocità , la qual fi prende
più volte o meno ; ma quantunque volte fi prenda , non è mai altro, che
velocità . Ma non. fi dice egli talvolta , ripi- gliò allora il Signor
Marchefe, che avendo due corpi lo llefib movimento non hanno però la ve- locità
fiefia ? Et io dico , rifpofi , che avendo lo ftefib movimento, avranno anche
fempre la ftef- fa velocità. Che è quello che voi dite? rifpofc il Signor
Marchefe. Se un corpo avrà mafia i-, ve- locità 2 , et un’ altro mafia t ,
velocità i ; avran- no pure amendue lo fiefio movimento ; e però il primo avrà
due gradi di velocità, il fecondo ne avrà uno . Egli è il vero^ rifpofi io ,
che il fecon- do avrà un grado di velocità , ma efiendo la maf- fa compoita di
due parti ( che per quello l’ ave- te detu 2 j farà ripetuto àn ognuna di effe
par- ti , e così farà non un grado folo di velocità, ma due . £ la caufa, che
avrà mufi'o i due corpi, do- F 2 vrà 44 Deila forza de* corpi rà aver prodotto
due gradi di velocità così nel primo, come nel fecondo; fe non che nel fecon-
do quelli due gradi di velocità li dillribuiranno alle due parti della tnafla ,
toccandone uno a cia- fcuna; nel primo daranno raccolti amenduenel- la dedà
malfa i. Intendo, dilTè allora il Signor Marchele , che nel fecondo corpo fono
due gra- di di velocità ; ma lì dice elTervene un folo , non penfandolì al
numero delle parti, onde la malfa è compoda . Ne è neceilario fempre il penlarvi,
rifpofi io. Vedete,di(Teil Signor Marchefe, quanto E iccola cofa mi avea
conturbato. E vorrete voi tfciarmi entrar fola, e fenza accompagnarmi, nella
confìderazione di quegli effetti, che la gravità e r eladicità producono i* i
quali quanto dovranno elfere di ciò, che fino ad ora abbiamo detto, piò
difficili ! Voi,difli, gli fate difficili col temerli; ma molto facili
comincieranno ad elfervi , fe credere- te , che lo fieno . E così interviene di
tutte le cofe. Di fatti qual codi più facile^ che intendere, per quanto
appaniene al cafo nodro, la gravità? la^ quale avrete comprefo abbadanza,
qualora in- tendiate una potenza, la qual rifegga nel corpo e non cedi mai di
dimoiarlo con altri ed altri impul- fi; Così veramente, che quedi impuifi fieno
tutti tra loro egualif e didanti fempre 1’ uno dall* altro dello dedo
intervallo di tempo ; il qual interval- lo voi potete fingervelo di qualunque
picciolezza ^ a piacer vodro ; anche infinita , fe vi aggrada . In- teu per tal
modo la gravità , comprenderete leg- ger- Digitized by Coogle L I B R o I. 45
germente, che tanto maggiore (àrà il numero de- gl’ impuUì, quanto il tempo
farà più lungo; e_* perciocché la velocità » che il corpo acquilla in cadendo,
è anch’ elTa tanto maggiore quanto mag> giore è il numero degl’ impulfì, che
nel tempo della caduta 1’ hanno prodotta, vedete fubito,lt velocità dovere
elTere tanto maggiore , quanto più lungo è fiato il tempo della caduta , cioè
dover* cllere proporzionale al tempo. Ed eccovi quella legge di gravità tanto
illuftre e famoia, che chia- mano legge del tempo. E con pochiflìma fatica , fe
avefTì penna, e calamajo, potrei dimoftrarvi anche 1’ altra, che chiamano legge
dello fpazio. £ quelle fono' le leggi principaliffime , onde i meccanici hanno
poi raccolte tutte le altre, e fat- tone i volumi. Dicendo io quelle ultime
parole, il Signor Marchefe ebbe rollo tratto fuori una pen- na , e un picciolo
calamajo , che fempre avea fe- co, con un foglio di carta; ed ecco, di(Te,che
altro più non vi manca , fe non che vogliate fo- ftenere quella pochiflìma
fatica , che avete det- to ; la quale fe è tanto poca , non dovrete negar di
prenderla per amor mio ; perchè febbene io ho udito dire di quelle leggi altre
volte, mi piacer però di udirne anche ora da voi, maflìmamente per vedere, fe
efle lafcino alcun luogo alla for- za viva -. Ma perchè non ci federemo noi
fotto queir albero, il qual pare, che ci inviti con 1’ ombra? E qui moftrotmni
con la mano un bellif- iùno,c frondoio albero, che poco lungi era^; Digitized
by Googk 4^ Della forza de» corpi al qual mirando, rifpoH: come vi piace; e co-
minciai accoltarmivi . Et egli feguendomi , queft* albero , dilTe , mi torna
alla memoria il plata- no famofo di Socrate, il qual parve a Cicerone, che più
che per 1’ acqua, che lo irriga va,. folfcL* crefciuto per 1’ orazion di
Platone. Ben dovrete, rifpofi io allora, dimenticarvi di quel platano, udendo
me. Così dicendo, giunti a piè dell' ab bero, mi pofi io prima a federe fu 1’
erba, indi il Signor Marcheie vicin di me. Et io prefa la penna in mano,
difegnai tofto fopra il foglio, che egli mi recò, una figura, la quale chiamai
prima , avvifando,che alcun* altra doveffe aggiun- gerlefi. Indi guardando
tutti e due nella m^efì- F. I. ma, -io cominciai. Fate ragione che il tempo, in
cui cade un corpo, movendo dalla quiete, e ve- nendo giù liberamente, Ha la
linea /^B, la qual divifa nelle parti Ab^bd, ^j^&c. tutte tra loro egua- li
, e di quella maggior piccolezza, che a voi pia- cerà, faranno quelle i
picdoliffimi intervalli, ov- vero tempetti, di cui tutto il tempo AB fi com-
pone. Riceva ora il corpo fui principio del tem- petto Ab un^ itnpulfo dalla
gravità ; et effendo libero e fpedito a moverfi, ne acquici una pic- colifTima
velocità, e fia quella efprelTa per la li- nea Ar. Egli è certo, che ci tenendo
il -corpo, e confervando per tutto il tempetto Ab la velocità acquillata Ar,ie
noi faremo il rettangolo br^ po- tremo far ragione , .che quello rettangolo br
Ila 1® ^ fpazietto, che il corpo verrà fcoricndo.nel tem- P® # Digitized by
Google L I B R a L 47 po Ah ; che ben fapete, Io fpazio, che un corpo icorrei
efscre la velocità moltiplicata per lo tem- po. Così èydilse il Signor
Marchefe, poiché ef- lendo / lo fpazio,^ il tempo r, la vcloatà iarà * t che
moltiplicata per f rende /. E per ciò, ripigliai io, il rettangoletto ^r, che
pur È fa moltiplican- do la velocità Ai> per lo tempetto A^, elprime- là lo
fpazio fcorlO’in elso tempetto Ah- Vedete dunque , che cerne il corpo farà
caduto- per lo piccoliTsimo tempo Aé, la velocità, che egli av- rà, farà he
eguale ad Ar, e lo fpazio feorio farà il rettangolctto hr. Ma, feorfb io fpazio
br^ ri- ceverà il corpo lui principio del tempetto bd un* altro impulfo dalla
gravitàeguale a quel primo,, laonde ritenendo la velocità be^ che già avea , ne
acquiiterà un’ alua et ad efsa eguale ; e verrà nelL*^ intervallo bd a {correre
con la velocità bt un* al-* tro fpazictto che farà il rettangolo dt» E qui pur
vedete, che efsendo il corpo caduco per lo picciolilTimo tempo Ad , la velodià
, che egli avrà , farà de eguale a ; e lo fpaziio feorfo farà la fomma de due
rettangoli hr^dt^ E f fità ? E come vorrefte voi, rifpolì io , dalla con*-
tinvazione non mai interrotta dell' impulfo de- durre , che le velocità
dovelfcro eflfere proporziò* nali a i tempi? Perchè parmi, rilpofe il' Signor
Marchefe , che effondo l’ impulfo tempre eguale, come è, fe farà anche
continvato per tutto il tem- po, dovrà la fomma degl’ impulfi effcre tanto
maggiore, quanto maggiore farà il tempo j e poi*- chè la velocità è
proporzionale alla fomma degP impulfi , dovrà eflère fimilmente proporzionale^
al tempo . Dimoftrata così la legge del tempo,, non farà forfè difficile
dimofirare poi anche l’ab tra dello fpazio . Io vorrei , diffi allora , che voi
mi fpiegafte diligentemente queHo, che vogliate-» intendere, qua lor dite : la
fomma degl* impulfi ; o più tofio quali intendiate che fieno quelli im>r
pulfi ad URO ad ubo > di cui raccogliete la fonv ma» Digitized by Google
Libk.oI. {I tna. Ma quali intendèce voi che fieno « rifpofe^ allora il Signor
Marchefe, voi che gli difgiunge> ' te l' un dall’ altro con quegl’
intervalli così (tra- namente piccoli? Io intendo, rilpofi, che fieno i-
ftantanei . Or bene , diflfe il Signor Marchefe , fa- ce dunque ragione , che
io incenda quello ftelTo; fe non che voi tra 1' uno^ e 1’ altro impuUb frap-
ponete alcun cempecto, io non ne frappongo niu- no ; e voglio , che ad ogni
punto di tèmpo cor- rifponda un impulfo , così che canti fieno gl* im- pulfi ,
quanti fono i punti del tempo ; il che po- lìo bi fognerà pur dire, che quanto
è maggiore il tempo, tanto debba elTer maggiore la fomma^ degl' impulfi, e
canto anche maggiore la veloci-» tà- Ma non vi accorgete voi. Signor Marchefe,
rifpofi io allora, che in cotefio difcorfo voipre- fupponete, che il tempo fia
compofio di canti punti, il che è imponìbile; e che 1* inmulfocon- tinvato
della gravità fia compofto elio pure di tanti impulfi idantanei , il che è
imponìbile egual- mente , percioccfò il coniinvo non può compor- li di cofe non
continve? 11 che veggiamó anche nelle linee, le quali, fe vogliamo comporle di
punti, in quanti errori non ci inducono / Chi è, che non polla in un quadrato
trovar tanti, pun-' ti nell’ lato, quanti ne trova nella diagonale ,fo- lo che
per ogni punto della diagonale conduca^ una linea perpendicolare al lato? di
che fe uno raccoghelTe che la diagonale et il lato dovefìfero ..clTere tra loro
eguali, comequelli , che fi conapon- C X go- ; Digitized by Google 5* Della
for2a de* corm gono d’ un* egual numero di punti , incorrereb- be in un’ errore
grandiffimo. Ne è meno peri- colofo il voitro argomento , in cui lifolven- do
il tempo in rami punti , e 1* impulfo della^ =’ gravità, che pur volete e(Ter
continvo , in tariti impulfì iAantanei , volete quello edere eguale ov>€
però dirà alcuno , che fia ella proporzionale allo fpazio , ne che produca
velocità allo fpazio proporzionale. Come dunque T impulfo, effen^ do continvato
per lo fpazio, non produce però una velocità proporzionale allo fpazio; perchè
non potrebbe edere continvato per lo tempo , c non produrre per ciò una
velocità proporzionalé al tempo? onde fì vede, quanto poco vaglia la.»
continvazione a dimodrare una tal legge. La qual però fi raccoglierebbe
benidìmo , fupponendo ^ che r azione della gravità fode non già continva, ma
interrotta per alcuni prccoliffimi , et inienfi- bili intervalli , conaefopra
ho detto. Noi dunque^ dide allora il Signor Marchefe, dovremo la co- nofeenza
delle leggi della gravità ad una fuppo- fizion falfa • Anzi k dovremo, rifpofi
io, all’e- DiC ■ ' by Google • L I B R a I. 5j fperien 2 a,la quale ha poi
fatto luògo alla fuppod* 2 Ìone ; percipcchè 1’ efpecienza ci ha infegiuto» che
i corpi cadendo per alcun tempo fenfi^le ac- quilhno lempre una velocità
proporzionale ad elfo, tempo; è poi venuta la fuppofizione a rcii- der ragione
di ciò» che 1’ efperienza ci a lafcie- rebbono parer continva 1’ azione della
gravità, quantunque non folTe ; e dove paja continva, che fa per gli uomini
,cbe lo fia? i quali veggono il mondo non già tale, quale egli è » ma quale ap-
parif(;e » e fe ne contentano. Credete. voi ciò, ri- ipofe allora il Signor
Marchefe, o fate viftaf per- chè io ho pur fenipre udito dire, che l’azione
del- la gravità ne corpi fia continva . Et io pure, ri- fpofi forridendo, il
dirò; perchè continve foglion dirli tutte le cofe, che fono tali, o pajono; ma
il filofoib non dee laibaril poruxe dall’ ufo del . . par- ^4 Della forza dè*
gork pnlar comune) ne averper continve tutte Te co non fono, e incutaci papno »
perchè la- natura {bprarsedendo di tanto in tanto ckll* agire y e qua- fi
ripofandofi^uole eh» noi fenctamo la Aia azio- ne , e non ci accorgiamo del Tuo
ozio. E Tappia- te, che io hò fin qui dettole foprafUndo al- quan- 5 alia» H
ve- Della forza db* corpi velociti prima» che riceve il corpo lunare dalla
fua,come Arai! A«, ovvero come he a bs. Io con- durrei la linea A«, e
prolungandola fino a tagliar BC in H, crederei, che il triangolo AHB rap-
prefenterebbe la caduta del corpo lunare , così come il triangolo ACB
rapprefema quella del ter- reftre; e così ftarebbe lo fpazio fcorfodal corpo
terreftre nel tempo AB allo fpazio feorfo dal cor- po lunare nello llelTo
tempo, come il triangolo ACB al triangolo AHB ; e le velocità acquiitate
farebbono tra loro come BC, BH. Io non cre- do, diifi io allora, che voi vi
difeofiiate punto dal vero . E piacemi , che per mezzo della lu- na vi abbiate
aperta la Brada a tutti gli altri pia- neti; perciocché fe voi faprete, quanta
fia la gra- vità de corpi in ciafeun di loro , di che diconfi i Neutoniani
avere avuto qualche notizia ; voi potrete, come i corpi, che cadono nella
luna.., così chiamare ad efame ancor quelli , che cado- no in giove,o in
(aturno , o in qualfifia altro pianeta , e riconofeere per mezzo di più trian-
• goli le varie maniere delle lor cadute . Così fc-0 due corpi partano dalla
quiete con le velocità Ar, Am , e fia per efempio Ar quattro volte maggio- re
di Am ; voi potrete facilmente intendere , che cadendo amendue per lo fiefib
tempo AB, l’uno dovrà feorrere uno fpazio quattro volte maggio- re , che r altro,
et acquiflare altresì una veloci, tà quattro volte maggiore ; effendo
manifefio, che il triangolo ACB farà quattro volte maggiore del triangolo AHB,
e la linea BC altresì quattro voi» le maggiore della BK . Farmi ancora , dille
il Si- gnor Marchefe , che Ce io prolungaflì la linea AB fino in D, e
conducelfi DE parallèla a BC» fin- ché taglialie la AH in E; e facelfi tutto
qudfo per modo, che folle AD ad AB , come BC a DE. cllèndo allora eguali i
triangoli ACB,AED, po- trei dire, che il corpo lunare nel tempo AD fi:or- re
quello fpazio medelìmo , che il corpo terre- Are fcorre nel tempo AB ; e
acquila tuttavia ve- locità minore , elTendo DE minore di BC . Non fo, fé il
mio ragionare vi paja alTai giullo . Io non credo, rtfpolì , che la dialettica
della formar lo potelTe più giudamentc. Ora, ripigliò il Signot Marchefe , s’
egli è pur vero, che il corpo terre- fire , cacciato' all* insù da quallìlìa
potenza con la velocità BC, dee falire per tutto lo fpazio ACB, io non fo,
perchè il corpo lunare, cac- ciato all’ insù con la velocità DE, non doveffÌL#
falire per lo fpazio AED, cioè per eguale fpazio; onde IO traggo argomento ,
che la forza del fali- re non debba mifurarfi dallo fpazio ( lafcio ora^ la
ma(Ta,che podìamo fìngere eguale in amendue i corpi ) perciocché fe così folTe,
bifognerebbe nel nodro calo , che il corpo terredre , et il lu- nare feorrendo
lo deflTo fpazio , aveflero la dclTa forzai il che però non può elTere, fecondo
la_, fentenza di niun filofofo, elTendo le maiTe egua- li, difeguali le
velocità. Ma veggo bene di non poter ciò intendere badantemente , fe voi prima
H 2 non 6 o Della forza de’ corpi non mi fpiegate , come il corpo terreftre ,
eflTen- • do cacciato all* in sù con la velocità BCyChe^ egli avrebbe
acquiftata cadendo per lo fpazioABC, debba falire per lo ftelTo fpazio, e non
più. Et io veggo, rifpofi , che voi mi tentate ; perchè la cofa è pur facile ,
e per poca attenzione , eh’ altri vi ponga, non può non intenderfì roAamente.
Impe« rocchè elTendo il corpo cacciato all’ insù con la velocità BC , quale
fpazio feorrerà egli nel tempet- to Bkf Lo fpazio Bz, dille il Signor Marchefe.
Che è quello ftelTo, foggiunfì io, che egli avrebbe feor- fo nel fine della fua
caduta in un tempetto eguale a Bk. Ora finito il tempetto Bè, non riceverà il
corpo dalla fua gravità un’ impulfo, che fpin- gendolo all’ ingiù difiruggerà
in elTo una parti- cella di quella velocità, che egli hai* E quella-»
particella non farà ella proporzionale all’ impulfo llefso ? Certo che fi ;
rifpole il Signor Marchefe, c farà /^, onde refterà al corpo la velocità f/,
con la quale dovrà feorrere nel tempetto feguen- te IMo fpazio ky^ che è quello
llefso, che caden- do avrebbe feorfo nel penultimo tempetto eguale.# » a kh. E
così profeguendo, foggiunfi io, voi tro- verete, che il corpo rifalendo all’
insù dee feoir- lere tutti glifpazj, che già feorfe cadendo, e ne- gl’ iftefli
tempetti, fino in A ; dove poiché farà giunto, avrà perdura tutti la velocità
BC; e fi fermerebbe quivi, fe la gravità, che egli ritien.» fempre , non lo
ilimolafse di nuovo a difeendere» Et io non dubito , che per la Aefsa ragione
an- Digitized by Google L I B R o I. . él che i corpi nella luna, caduti
efsendo per qual- che rpazio , fé rifiliranno con quella velocità • che
acquiftaron cadendo, rifaliranno per lo ftef- fo fpazio , e non più . E
fimilmente troverete av- venire in tutti gli altri pianeti, fe vi piacerà di
andar vagando per ciafcuno.E per venir là, don- de i noftri ragionamenti s’
incominciarono , po- tete anche facilmente conofcere, che a far (ali- re un
corpo , come abbiamo detto , non altro ri- cercafife non tre cofe fole: una
potenza , che da principio produca in e(To un movimento all’ in- sù; un* altra
potenza, che diftrugga quel movi- mento a poco a poco ; e l’ inerzia, che ne
confervi gli avanzi, finché può» Di che pare, che niun^ luogo v’ abbia quella
forza viva, che i Leibni- ziani hanno voluto aggiungervi , e che mifuran- dola
dallo fpazio, voglion’ effere proporzionale al quadrato della velocità . Così
è, did'e il Si- gnor Marchefe; ecertoparmi, che quelle poten- -■ ze, che avete
detto, e 1’ inerzia, ballino a tut- to. Pure che rifponderò io ad uno, il quale
ar- gomenti di quella maniera ? Se un corpo falead* una certa altezza, bifogna
pur dire, che abbia la forza di falirvi ; la qual forza dovrà pur mifùrar- fi
dalla falita llefsa; e mifurandolì quella dallo fpazio, et efsendo lo fpazio
proporzionale al qua- drato della velocità, par bene che dovrà elserc-.
proporzionale allo llefso quadrato anche la for- za . Lafcio fempre dare la
mafsa , che certo do- vrà entrare in tal mifura , poiché > falendo uil« cor-
Digitized by Google 6 t Della forza i>e’ corpi corpo* fagliono egualmente
tutte le parti di efso* e quella Forza, che lo fa falire, dee produrre^ tante
falitc, quante fono efse parti. Ma tutto ciò non fa nulla al cafonolfro, in cui
vogliamo efse- re fempre eguale la mafsa . £ ciò pollo , come non dovrà
aggiungerli alle potenze , che avete det- to, et air inerzia un* altra forza ,
che Ila prò* porzionale allo fpazio, cioè al quadrato del- la velocità ? Voi
dite benilfimo , rifpofi ; per- chè ora a voi piace di prendere la falita come
un’ elFetto i e perciò dovete immaginar nel corpo una forza, che fìa ad elTa
porporzionale. Ne io nego, che voi polfiate prendere , come elFetto , tutto che
volete ; e così Ungervi quante forze volete . Nego bene, che la .falita del
corpo lìa veramente un’ effetto, e che debba elTere al mondo una parti- colar
forza dellinata dalla natura a produr le fa- lite. E dico, che nel falire non
ha altro effetto, fe non che il movimento prodotto già da una^ qualche potenza,
il quale elTendo rivolto all’ in- sù, chiamali per noi falita i e fi conferva per
1’ inerzia , finché fia da una potenza contraria to- talmente diltrutto; ne
altra forza vi fi ricerca. E quando bene vi fi ricercalFe una particoLr for-
za, che producete la falita, io non fo anche^, perchè le la voleffero i
Leibniziani mifurare col quadrato della velocità. Ohdiranno, rifpofeil Si- gnor
Marchcfe.-percliè quella forza fi milurerebbe - dalla falita, e la falita fi
mifura dallo fpazio, e lo fpa- zio è proporzionale al quadrato della velocità .
Si; Digitized by Google L I B R O I. Si Si; rirpofì, lo fpazio è proporzionale
al quadra- to della velocità , fé i corpi , che noi paragonia- mo , fieno gravi
dello lìcfso genere di gravità » come fé fieno due corpi terrellri, che
fagliano air insù ; i quali veramente fcorreranno fpàzj prot- porzionali ai
quadrati di quelle velocità» com» cui cominciarono a falire» Non cosi, fé
fofstr diverfi i generi delle gravità ; come fe 1’ un cor- po fofse teriellre ,
e falifse all’ insù qui in terra» i’ altro folle lunare» e falifse all' in sù
nella lu- na; perchè voi troverete, che il corpo, che fale in sù nella luna ,
avendo ricevuto da principio una certa velocità, fcorre uno fpazio afsai mag-
giore, che non fcorrerebbe qui in terra, aven- do ricevuto la velocità medefima
; laonde para- gonando la falita del corpo terrcilre con la fali- ta del
lunare, fi troverà altra efsere la proporzio- ne degli fpazj , altra quella dei
quadrati delle ve- locità . Egli è malcydifse allora il Signor Marche- fe,che
per trovar quello paragone ,bilogni andar nella luna. Potrebbe ritrovarfi lo
ftefso,rifpofi io» anche qui in terra, chi volefse feguir piuttollo la verità»
che le ipotefi . Perchè voi dovete fape- re , che fecondo le efperienze di
molti gravilfi- mi , e diligentilflmi filici , gl’ iftelfi corpi non_. hanno
già la llefsa gravità per tutta la terra,ove ''che fieno; ma più fi fcollano
dall’equatore, e.# più 1’ hanno grande; per la qual cofa fe due cor- pi
fagliono all’ insù, l* uno più lontano all’e- quatore , e r altro meno , non
farà già vero , che 64 Della forza de* corpi gli fpazj fieno per efsere
proporzionali ai qua- drati delle velocità; benché farebbe vero, fe la gravità
, come fuol (upporfi , fbfse la ftefsa per tutto. Di che par certamente, che
volendo mi- furar la forza dalla falita, e dallo fpazio, non., debba perciò
feropre mifurarfi dal quadrato del- la velocità. Che è un* argomento, che io
fentj una volta dire a un mio nipote, che argomenta- va contra l* opinione di
Leibnizio. E’ egli quel- lo, difse il Signor Marchefe, che voi avete cfoo- fto
ne voftri comentarj, e che io leffi in Paler- mo, e mi (degnai meco ftefso,
parendomi allo- ra , che non mi fodisfacefse ? Non vi fdegnatc_, per quello
,rifpofi io , con voi ftelTo; perchè è flato anche un valorofomatematico,voglio
dire il Padre Kiccati , a cui quell’ ar^mento non è potuto piacere . Se vi è
caro , io vi racconterò la li- te , come è Hata ; e tanto più volentieri il
farò, che efponendolavi verrò inlìeme ad efporvi , qua- li fofsero i principi
ultimi, e qual 1’ origine di tutta la quillione della forza viva ; che efsendo
già nata dall’incomparabil Leibnizio parve poi, che fi tacelse per lungo tempo,
finché eccitata , e commofsa dall’ egregio Bernulli furfe di nuo- vo con più
rumore . Io avrò caro di udirne, dif- fe il Signor Marchefe. Sappiate dunque,
ripi- gliai io, che Leibnizio afsumeva, come un prin- cipio di meccanica da non
dover dubitarfene , che eguali forze debbano avere due corpi , fe 1’ un di
loro, avendo mafsa 4, pofsa falire all’ altezza » i I; ' 6 ^ z ; c 1* altro , avendo mafsa i ,
pofsa falire all* altezza 4 ; mifurando così le forze dalla marsa mol-
tiplicata per lo fpazio . E quindi argomentava fo&> tilmente a quello
modo. Se un corpo, la cui maf- fa (ìa 4, cada dall* altezza i, acquila forza di
rifalire fpazio 1 ; e fé un' altro corpo , la cui ma(> fa fia 1, cada dall'
altezza 4, acquida forza di rifalire fpazio 4 . Avranno dunque quelli due^
corpi acquiilate forze eguali nel lor cadere; le quali forze però non farebbono
eguali , fe non il mifurafsero moltiplicando le malse per li qua- drati delle
velocità; bifogna dunque così mifu- rarle . Per tal modo argomentava il
Filofofo acu- tilTimo , e riprendeva con molta alterigia i Car- uiìani , che
fino a quell' ora avevano mifuratola forza d’ altra maniera; ma efiì per forza
altro a. vevano intefo da quello, che intendeva egli. Di qua nacque la famofa
quillione ; della quale ra- gionando meco un giorno Eudachio mio nipote dicea ,
che fecondo quel principio di raeccanica^, che ailumeva Leibmzio, la
conclufione procede- va ben'flìmo nella fuppofizione della nodra comu- ne
gravità ; ma cangiandoli la gravità , avrebbe^ dovuto cangiarli ancora la
conclufione . Di fatti ponghiamo, che il corpo, che ha malfa 4, e fa- le all’
altezza i, fia dotato della gravità terredre; 1’ altro , che ha malfa 1 , efale
ali' altezza 4,fia dotato della lunare : fecondo il principio , Leibnizìo
adumeva , dovranno amendue i corpi avere forze eguali ; ne però li troveranno
eguali, 1 mi- Della forza de» corpi tnifurandole dalle tnalTe moltiplicate per
li qua» drati delle loro velocità ; acciocché dunque fieno eguali le forze,
come elTer debbono fecondo il principio di Leibnizio, dovranno mifurarfì d’ al-
tra maniera. E che oppone egli, dilTe allora il Si- gnor Marchefe , a quello
argomento il Padre Ric- catif* Niente altro, ripigliai io;fe non che, qua-
lunque velocità lì acquiili il corpo cadendo per qualunque genere di gravità,
potrà pur Tempre^ dirfi , che la forza , che egli ha , (ì.i proporziona- le
alla malfa moltiplicata per lo quadrato della^ acquiUata velocità - Si 9 rifpofe
allora il Signor Marchefe ; ma non potrà poi mifurarll la forza dalla malfa
moltiplicata per lo fpazio, come ri- cerca il principio, che Leibnizioalfumeva.
Forfè che il Padre Riccati non vorrà alfumerlo egli. Se non vuole alfumerlo
egli , rifpoH io allora , dovea però rofrrire,che lo alfumeflTe mio nipote
argo- • mentando contra Leibnizio, il qual loalfume.E fe quel principio non gli
piaceva, dovea piuttollo fgridarne Leibnizio ftelfo ; ma egli ha voluto ave- .
re un^awerfario più debole, e s’ è rivolto contra il mio Euflachio» Vorrà forfè
il Padre Riccati » dilfe allora il Signor Marchefe, che la forzali mi- furi non
veramente dallo fpazio, ma dalla fomma di quelle refillenze, ovvero di quegl’
impullì, che il corpo incontra falendo per lo fpazio j, il che.» pare ancora e
più ragionevole , e più vero. Io non lo ; diffi . Ma certo fe Leibnizio avelfc
così volu- to > avrebbe dovuto mifurar la forza più. rollo dal L 1 B R o !• ^7 dal tempo , che dallo fpazio
elTendo la fomma^ degl’ impulfi , che il corpo riceve dalla gravitlt , e che
incontra falendo in sù, non allo fpazio proporzionale , come ben fapeva
Leibnizio , ma« al tempo. Ma parmi oramai, che della gravitk, in quanto
appartiene alla forza viva, fiau pernoì detto abbaftanza; fe non forfè anche
troppo. A me , d:(Te il Signor Marchefe , non può parer trop- po ; fe già voi
non volefte entrare a dir degli e fetti non d' altro procedere , che dalle
potenze, e dall’ inerzia. E dirò quello , che me ne verrà in mente ora ; voi
vedrete poi , feio di fcordi da quel- lo, che già ne penfat, ferì vendo i
Comentarj; di che appena ora mi fovviene. Dette quelle parole prelì il foglio ,
che avea tra le mani il Signor Mar- chefe , e difegnatovi fopra con la penna la
fecon- di II. da figura dilli: avrete già intefo, che elallro chia- mano un’
angolo , pome ABC, il quale natural- mente richiede una certa larghezza , di
modo che fe per alcuna flraniera potenza li allringa a dover tenerne una o
maggiore o minore , faccia forza, e ^inga in contrario. Fingiamo dunque che la^
Digitized by Coogle L I B R O I. 6^ larghezza naturale dell* elallrd ABC fìa
AD; e che dall* una parte appoggiando^ al muro immo- bile XY > fia dall’
altra premuto per una qualche potenza applicata al globo C, che lo tenga fer
avendo la larghezza ACj / 7© Deila forza db* corpi « più deboli ancor faranno»
fé farà tenuto fermo in »»e più ancora , fe in «; in canto che allarga- tofì r
elaitro fino in D, nulla farà degl’ impul- fi. Dove voi potete facilmente
intendere, cho quando i' intervallo Cm foffe efiremamente pic- colo ,
efiremamente piccola farebbe anche la dif- ferenza, che paflerebbe tra gl’
impulfi in C, o gl’ impulfi in e in tal cafo , tralcurandofi que- lla
differenza , fi direbbe, che la preffion deli* ela- firo foffe per tutto 1*
intervallo C« fempre egua- le a fe medefinia- E lo ffeffo fimilmente può dir-
li rifpetto -all* intervallo mv/t, all’ intervallo e a tutti gli altri, che
feguono fino in D« Inten- do, diffe quivi il Signor Marchefe; e fe mal non m’
appongo; parmi, die quello, che voi avete^ detto d’ un’ elafiro folo , potrebbe
fimilmente dir- li d’ una ferie di molti; però non vi fia grave, che io qui
alcuna ne fegni. Come vi piace, rifpofi; et egli prefo il foglio , e fognatovi
fopra quattro claftri , così incominciò : fe noi aveflimo una fe- rie
continvata , come quella è , di quattro elallrt EFG, GHI, IKL, LMN, la cui
naturai larghez- za foffe EO; er effendo dall’ una parte appoggia- ta al muro
immobile XY , foffe dall’ altra pre- muta da qualche potenza applicata al globo
N, che la teneffefcrma,e rillretta nello fpazio EN,m’è avvifo,che lo fieffo
avverrebbe a quella ferie, che all’ elafiro ABC; poiché effa pure premerebbe.*
continvamente il globo N con altri ed altri im- pulfi, i quali farebbono tutti
tra loro eguali ; e^ fareb- Digitized by Google Libro!. 71 farebbono però più
deboli, fé la ferie , allargatait alquanto più , folTe tenuta ferma in r ; e
più an- cora, fe folle tenuta ferma in /; e più,fe in r; così che allargatait
la ferie fino in O, diverreb-' be la prelTion nulla. E qui Umilmente fe l’
inter- vallo Nr fofse infinitamente piccolo » infinita* mente piccola farebbe
anche la differenza , che^ pafferebbe tra gU impulfi in N e gl’ impulfi in r; e
però, trafcurandolt tal differenza, fi direbbe, la prelfion della ferie effere
fempre eguale a fe.^ ftefl'a per tutto l* intervallo Nr; il che pure po- trebbe
trasferirft anche all* intervallo r/, et al'x/’, e a tutti gli altri , che
feguono fino in O . Io non credo, che niente poffa ellèr più chiaro. Ma voi
intanto dell’ elaftro AC , et io della ferie EN , non altrimenti abbiam
ragionato , che confideran- dogli come riftretti , e tenuti fermi dai globi G
et N. Afpetto, che mi diciate dei movimenti lo- ro, o comparandoli infieme, o
f{»egandolr Spa- ratamente- Difficile imprefa, rifpofi io, e da non ufeirne
felicemente, farebbe quella di voter fpie- gare feparatamente il movimento, e
la ragione e i modi di ciafeuna ferie , o fia EN, o fia AG; che già confiderò
AC come una ferie di un* ela- firo folo. Perciocché la natura della elafticità
è ofeuriffima ; et oltre a ciò fecondo la varietà de corpi, e degli
allargamenti loro è canto varia , che par » che sfugga ogni legge . E per 1*
ifteflà ragio- ne farebbe anche dilficiliffimo il comparate i mo- vimenti deli’
una ferie coi movimeott dell’ altra» k Digiiized by Google 71 Della forza cfe*
corpi fe non fi riduceffcro prima molte t:ofe all* egua- lità) onde fofie poi
meno impedita la compara- zione. Per accofiarmi dunque alia voftra diman- da ,
io voglio , che noi fingiamo che i quattro «laftri della ferie EN , e 1’ altro
della ferie AC, fieno tutti tra loro eguali di grandezza , e di ela- fticrtà, c
fieno in oltre egualmente riftretti, così che eguali pur fieno le bafi EG, Gl,
IL, LN, AC. In quella egualità di cofe fi crede da i piò,' che le due ferie EN,
AC, ftando chiufe c ferme, debbano premere egualmente i due globi N, e_* C;
quantunque 1* una fia comporta di quattro ela- (ki , r altra di uno fole . 11 che
non dee farvi meraviglia, poiché febben pare , che il globo C •fia premuto da
un’ elartrofoio, il globo N da.» quattro, e per ciò debbano le pfeflloni
effere^ cifegUali ; non è però così . Pofciachè il globo N non è veramente
premtito , che da un’ elaftro folo LMN, o più torto daH’ ertremità fola N dell*
elartro LMN, ficcome il gloko C ^ premu- to dalla ertremità fola C dell’
elartro ABC;con- ciofiachè le altre due ertremità L et A premano al contrario,
effendo foftenute immobilmente-. * quella dal feguente elartro IKL, e querta
dal mu- ro XY. Mi ricordo, dille allora il Signor Mar- chefe, di aver' udito
dir ciò altre volte, e pat- ini veramente, che ertendo gli elaftri tutti della
lerie EN in un perfetto equilibrio, e per?> forte- nencJofi 1’ un V altro, c
ò faccia, che non pofi. /a pervenire al globo N , fe non la prefljone del y ^
primo Digitizsd by Google primo elaftro LMN. Le preflìoni de* feguenri e-
laftri fono a lui, come fe non folFero . lo fono dunque perfuafo , che non
potendo fpanderfi le due ferie EN » AC , premeranno egualmente i due globi N e
C. Ma ie fi levalTero le potenze» che tengono immobili i due globi, e le ferie
fubita- niente fi fpandelTero, cacciando i globi fie(Ti ,chc farebbe dei lor
movimenti? Io fo, per quantomi ricorda aver letto ne vollri Comentarj , che voi
a- vete fopra ciò alcune opinioni , che non da tutti vi fono concedute . Anzi
mi fon concedute da_. pochi, rifpofi ; ne io me ne maraviglio; poiché
-confiderando, che elle fono contrane al famoio Bernulli , ardifeo appena di
concederle io a me^ medefimo ; di che potete comprendere , che non* lieve
ragione, almeno a giudizio mio, debba fo- ftenerle , potendomi parer vere
contra un’ autori- tà cosi grande. Ma per procedere con chiarezza, c mandare
innanzi , come fuol farfi , le cofe, che fono fuori di controverfia ; dovete
avvertire , che fe fi levi la potenza, che tiene immobile il globo C,r elallro
ABC, fpandendofi incontinente, cac- cierà il globo C,e feguitandolo poi femore
con l* eftremità C , lo verrà fempre foliecitando con altri edaltri impulfi,e
producendo in elfo altre ed altre velocità, finché giungafi in D; dove l’
elallro con- feguita avendo la fua naturai larghezza , ceiTeran- no tutti gl’
impulfi; e allora il globo fi fepare- rà dall’ ellremità C dell* elallro, et
andrà via ri- tenendo quella velocità , che fi troverà avere per K tutto •J4
Della forza de*^ corpi tutto lo fpazio CD acquiftata . Donde potete fa-
cilmente comprendere, come il globo C fcorrtndo da C fino in D, dovrà
continuamente affreriarfi a cagione degl’ impulfi continuamente ripetuti dall’
eladroj giunto in D fi fuggjià via con moto equabile. E lo llelTo vuol dirii
anche della ferie EK, la quale fpandendofi caccerà il globo N , et iofeguendolo
tuttavia con Tefiremità N, lo andrà con altri, ed altri impulfi affrettando
fino in O* Ne finqui credo debba poter nafcere controver- , fia i roa quante ne
nafceranno , fe noi ci mettere- mo a voler comparare infienre gli (pandimenti
del- le due ferie t Avendo io dette queite parole > e.» già difponendomi di
palTar più avanti , eccoti un fervo elei Signor Governatore , il qual viene
figni- ficandoci, elTere giunta allora la Signora Princi^ peffa , e che avendo
intefo dal Signor Governato- re, che noi quivi eravamo >defiderava
grandemen- te di vederci. Perchè levandoci in piè fubito tut- ti e due , e
domandando al fervo, con cui ella^ foffe, nfpofe ch’eli’ era con due fignori,e
parca diipofta d» venir quivi ella fteffa a ritrovarci . Il perchè penfammo di
andarle tofto incontro; ^tti pochi paflì la vedemmo, che veniva tutta^ lieta
verfo noi col Signor D. Niccola di Martino, e col Signor D. Frantelco Serao; la
quale come tofto ci vide; bene fta , diffe forridendo , voi volevate oggi
forprender tre, c noi abbiamo, non volendo, forprefo voi. Et io dopo averla
riveren- temente {aiutata , non fo, dilli , qual delle due co- Digitized by
Coogle L r B R o I. 75 fe ci doveiTe elTere (acciocché io vi rifpondaan* che
per quedo govane ) più cara, o il forprcn- dcr voi , o r edere da voi forpred ;
che nell’ una dovea piacerne la diligenza nodra, «elTalcra ne^ piace la fortuna
. Ma che è quedo , che voi fiete venuta tanto più predo di quello avvifade jeri
f Io non ho faputo, rifpofe ella, reddere alla bel* lezza del cielo, cosi
fereno, come vedete, «alla foavit'a deir aria , che mi invitavano ; et anche la
prontezza del Signor O. Serao mi ha moda , che già era predo df accompagnarmi ;
con 1 * ajutodel quale ho potuto trar meco il noftro Signor D. Ni- cola, che
pareva aver* altro in penderò* Ma io non vorrei, qua giugnendo, edere data
importu* na , e aver turbati i vodri ragionamenti • Anziop- portunidìmamente,
rifpod io, dete giunta, per- chè farete cagione, eh’ io cedi da un ragionamen-
to , in cui era entrato mal volentieri* Piuttodo, dide allora il Signor
Marchefe, dete voi oppor- tunidìraa, perchè vorrete edìer cagione , che egli lo
profeguifea. Spiacemi, dide allora la Signora Principelfa , di edere opportuna
per due ragioni tanto contrarie * Ma potre* io intendere qual da cotedo
ragionamento Signora, didì io allora^, quedo giovane quad a viva forza mi ha
tratto dover dirgli il mio fentimento intorno a tutta la quidione della forza
viva ; dal qual difeorfo voi fapete, che io fono tanto alieno , che ne voi, ne
quedi due dgnort, avete mai potuto indurmivi;di che mi pare di aver fatto gran
peccato eotrando- K '2 ' vi - j 6 Della forza de’ corpi vi ora ; però penlo di
farne la penitenza » e il ragionamento incominciato lafciar del tutto . Il
peccato , rifpofe la Signora PrincipelTa, non ave- te voi fatto ora, entrando
in tal difcorfo col Si- gnor Marchefe ; il faceUe allora , che non voldlc
entrarvi con noi ; di che farete la penitenza ; e_» quella farà di profeguire
il ragionamento , cui non volevate incominciare . E fenza più commife ad un fuo
familiare, che facelTe quivi portar le Tedici le quali mentre che (ì
attendevano , io dilli: Signo- ra, voi farete fare la penitenza a quelli due
Signor ri, che dovranno alcoltarmi . Anzi, rifpofeella, la faranno fare a Voi
più lunga, perchè io voglio, che elTi vi interroghino , quando lor piaccia ,
e_« vi contradicano, qualunque volta non direte la^ verità . Signora, rilpoH ,
quelli fono uomini , che per fervirvi meglio mi contradiranno anche quan- do io
la dirò; di che elfi e la Signora Ptincipefsa rifero. Fatte quelle ed’ altre
parole , et eHendo le fedie recate , tutti ci mettemmo a federe, e la Si- gnora
PrincipelTa a me rivolta, profcguite,dilTe, il ragionamento che avevate col
Signor Marchefe; il quale le non potrete finire quella mattina pri- ma dell’
ora del definare, a cui io voglio , che.» voi fiate meco, potrete finirlo oggi,
o quella fe- ra ; perchè la Reina non vienea Baja , che doma- ne alfai tardi,
et io oggi fono oziofa. Signora^, rifpofi , Tappiate pure, che profeguendo il
ragio- namento incominciato, poco mi rella a dire ; e fe quelli. fignori non
vorranno contradirmi in ogni - cofa, con poche parole avrò fì nta U quiflione*
Imperocché avendomi domandato il Signor Mar poli 'io, la ridulTe a poco.
Perciocché di qualun- que maniera fì apra una ferie di elaflri, e Ipinga un
corpo, che altro fa ella, fe non produrre in effb altre ed altre velocità ,
onde egli vie più s* affretta, e corre via? il che tutto può beniflimo
intenderli, intendendo foiamente alcuna potenza, che produca nel corpo le
velocità fopraddette*, e r inerzia , che le confervi . E con ciò folo , fe la
Signora Principeffa me ne deffe licenza , io po- trei aver finito il mio
ragionare. Io la prego be- ne, diffe allora il Signor D. Niccola, di non dar-
vela ; parendomi , che voi vogliate con cotefto vo- Uro argomento più lofio
nafcondeici aitificiod^ men- by G -'OgU 78 Della forza de’ corpi mente la forza
viva^che levarla via. Perciocché quando bene vi H concedeire, che il movimento
e 1’ inerzia baftalTero a tutti gli effetti della na rò che il movimento non la
nafeonda per così di- re fotto di fe ? -Et* io fo bene , che i più dei
Leibniziani.) i quali fono (lati i primi a introdur- re una tal forza , hanno
creduto , che ella foprag- ^iunga al movimento^ e alla velocità ; immagi- nando
, che la potenza produca nel corpo la ve- locità , a cui venga dietro la forza
viva. Ma voi fapete ancora > quanto fon varj in quello argo- mento, e come
contrattano prù tra loro, che con Cartefio^ Perchè non potrebbe egli adunque
ufei- re al mondo un Leibniziano, il quale dicelTe, che la potenza produce
prima nel corpo la forza vi- va , e a quetta poi vien dietro la velocità ? e
ciò pollo hen vedete, che negando quella forza viva, che fegue la velocità,
potrebbe tettar luogo quell’ altra, che la precede, fo credo, rifpofi al- lora
forridendo, che il Leibniziano, che voi di- te, fia già ufeito; parendomi, che
il Padre Rie* cari, matematico illuttre, e famofo di quella fcuo- la, appunto
infegni, che la potenza produce nel corpo ia forza viva, e da quella poi nafee
la ve- lociti; almenocosì ne parla per turto, che pare, che lo fupponga . Egli
vorrl dunque, ditte quivi la Signora Principetta , che la forza viva fia
proporzio- nale alla velocità, dovendo Tempre la caufa ette- L I B R O I. 19 re
proporzionale all’ eifeito, che da lei nafce* B fé così è, mal foderrà le parti
della fua fcuola * Nò, Signora, rifpofii perciocché egli volge Ic^ cole , e le
piega a piacer fuor Vuole, che la po« tenza produca la forza viva, e così anche
vuole» che debba elferle proporzionale, dovendo femprc la caufa, come voi
dicevate, eiTere proporziona- le all’ effetto , eh’ ella produce ; ma non vuol
già, che la forza viva produca la velocità; fé la trae dietro bensì, ma come un
confeguente , non co- me un* effetto . Per quedo modo trova via di non farla
proporzionale alla velocità ► Se la forza vi- va, dille allora la Signora
PrincipelTa, non pro- duce la velocità, che dovrà ella poter produrre? £ fé non
può produr nulla, per qual ragione la chiameremo noi forza ? Vorrete voi, dille
quivi il Signor D. Nicola, contender del nome? Non del nome, rirpoft' ella, ma
della cofa ; poiché quello , che non può produr nulla, non ha ne il nome di
forza , ne la natura . Sebbene a incender meglio r opinione di così celebre
matematico , io voglio, che mi dichiariate un*" altra dubio. Se La
potenza, per efempio, li gravità , produce nel corpo la forza viva, dovrà
certamente La fòr- za viva elTere proporzionale airazione (fella gra- vità
fleffa ora V azione della gravità, continvan- dofì nel tempo, et elTendo in
ogni punto di tem- po la medefìma , dee proporzionarfì al tempo; dun- que dovrà
anche proporzionarli al tempo la for- za viva ; la quale., fc è proporzionale
al tempo» co- Digitized by Google 8o Della forza de* corpi come potrebbe non
eiTerlo anche alla velocità , che pur fegue V iliella proporzione ? La ragione,
dilTe il Signor D. Nicola, è a(Tai fottile; ma voi non vincerete per ciò di
fottigliezza il Padre Ric- cati, il qual vedete, con che ingegno fé ne fpe-
difce. L’ azione della gravità non è meno con- tinvata nello fpazio , che nel
tempo ; e non è me- no la medeiìma in ogni punto dello fpazio , di quello, che
fia in ogni punto del tempo; farà dunque libero a ciafcuno il farla
proporzionale o allo fpazio od al tempo. Ora egli vaiendofi di -quefla libertà,
per fervire all’ opinion fua, fa 1* azione della gravità proporzionale allo fpazio
, e così anche la forza viva. Dico proporzionale^ allo fpazio, lafciando Ilare
la potenza, che fup- pongo ora eflTere fempre la fteffa . Per altro, fe^ ^lla
variaCe , dovrebbe dirfi l’azione, e fìmiimen- te la forzj viva, proporzionai»
non folo allo fpa- zio, ma anche alla potenza, e vorrebbe mifurariì
moltiplicando 1’ uno per 1’ altra. Ma tornando al- la fuppofìzione, che la
potenza non varj ; la for- za viva,eflendo proporzionale all’ azione, farà
proporzionale allo fpazio, e per confeguente al quadrato della velocità. Così
tutto fi accomo- -da molto bene, dicendo che la potenza produce non la velocità
, ma una forza viva , a cui pò- (eia tien dietro la velocità. Piacemi, dilTc la
Si- gnora PrincipelTa , di aver intefo un’ opinione./, quanto a me , del tutto
nuova ; e come due for- ze vive ci ù preienhno da* Leibniziani) 1’ una,
Digilized by Coogle L I B R o I. Si che fcgue la velocità , T altra, che la
previentj,' indi verlo rne Torri Jendo, a voi fta , difle , di liberarvi dall’
una e dall’ altra. Io credeva, ri- fpofi , di dover combattere contro quella
forza viva, che da principio introdulfero i Leibniziani, non contro tutte le
forze, che polTono venire m mente a chi che fia , e che cialcuno può ad’ ar-
bitrio fuo chiamar forze vive ; perciocché quello è cangiar la quiltione,
ritenendo lo ftelTo nome. Per altro io pollo, ben dirvi , che il Signor Mar-
chefe di Campo Hermofo, et io, abbiamo fin’ o- ra fpiegato tutti gli effetti
della gravità , e per quan- to è paruto a noi , alfai comodamente ; ne mai ci
fìamo avveduti d’ aver bifogno d’ alcuna di co- telle due forze, ne della
fulleguente, ne della^ preveniente. Se la cofa v* è andata bene , dilfe.* il
Signor D. Nicola, nella gravità, non vi an* drà forfè così bene negli elallri.
Perciocché fpan- dendofi una ferie di elallri, e urtando alcun cor- po, Id voi
mi dite , che produce in elfo una cera- ta velocità , e non altro; a voi ftarà
di dimollra- re,che quella velocità fia proporzionale alla fe- rie lleir.i ,
com’ efler dee ogni effetto alla fua cau- fa; il che non potendo per voi
dimoflrarfi, vi fa- rà d’ uopo confelfare, che la ferie non produce^ la
velocità , ma altro; e dovrete finalmente ri- correre a quella forza viva , che
dite preveniente. Io non fo, rifpofi , s’ io fia così obbligato , co- me a voi
pare, di dimollrarvi , che la velocità , elfendo prodotta dalla ferie, debba
perciò effere L pro- Digilized by Coogle 8t Della forza de* corpi J
aroporzionale alla ferie ; perciocché febben dice- ! i’ effetto dover* elfere
proporzionale alla caufa» che lo produce» vuol però intcndcrft » che (la^
proporzionale non alla caufa » ma all’ azione di effa. Tuttavia acciocché non
diciate» eh’ io fu^ga la difficoltà» voglio efporvi brevemente unaipo> tefì
a mio giudizio comodifllma » per cui vedrete» la ferie degli elalhi produrre
una velocità a lei ilelTa proporzionale; ne dico io già» che T ipo- teli fia
vera; che fo bene poter farfene infinite» tutte comodiffime» e tutte falfe;
afpetterò folo» che altri mi dimoflri » che fia affurda » e da noti potere
ammetterfi in niun modo. Avendo fin^ qui detto , pregai il Signor Marchefe di
Campo Hermofo» che traelTe fuori la carta» in cui era- no difegnate le figure»
fopra le quali s* era tra noi ragionato. La qual carta volle tolto vedere la
Signora Principelfa » e guardando attentamen- te alla feconda figura» ben
rieonofeo» dilfe, gli cla(lrì»di cui ragionavate» divill in due ferie EK» AC»
quella di quattro, e quella d’ un elallro fo* lo; apponiate a mendue ad un
piano immobile^ - XY; et efsendo eguali ruttigli elallri tra loro» et
egualmente chiulì, m* immagino» difse ,a me livolra » che voi vogliate» che le
due ferie, apren- doli ad un tratto, caccino i globi K, C; et voi Ila di
mollrarci»come le velocità , che li pro- ducono in quelli globi, pofsano efsere
propor- zionali aUe due ferie » per cui fi producono - Si bene» zifpofi io;
così veramente però, chef due Digitized by Google L I B R o I. 8j globi Heno
eguali j il che giova Aipporre, accioc- ché la proporzione , che troveram avere
la velo- cità dell’ uno alla velodtli deli’ altro, non del>ba afcriverh fé
non alla proporzione , che tra loro hanno le ferie ilefse- Quel poi, che fieno
gl’in- tervalli regnati con le lettere#*, # , r, e con quel- le altre m, » , o,
intenderetelo fenza fatica niuna per le cofe Itefse, che fe ne diranno - Allora
la^ Signora Principefsa fenza afpettar* altro ordinò , che più copie fi
facefsero di quella figura , così che ognuno potefse averla fotto degli occhi,
le quali mentre che fi facevano , il Signor Marcheie di Campo Hermofo difse:
Signora, io non fo, fe_« voi abbiate dato anche a me licenza di interroga- re
il Signor Zanotti, € di contradirgli ; fo beno^ che non mi negherete quella di
pregarlo. Anzi di far tuuo , che a voi piaccia ; rilpoìe allora la Si- gnora
Principefsa. E il Signor Marchefe a mtj» volgendoli, vi prego dunque ,
di(se,anon lafciar- vi cadere della memoria una diifimzione della for- za viva
, che ancora non mi avete fpiegata , ben- ché mi abbiate detto , che è molto
degna cf cfse- re intefa. Qual? diflì.f^ella, tifpole il Signor Marchefe, del
Padre Riccati; di cui mi fono ol- tremodo invogliato , udendo poc’ anzi quella
fot- tiliffima opinion fua. Io temo , rifpofi , che voi _ mi farete ufcir di
quiltione , fe vorrete, eh’ io va- da dietro a quella diifinizione ; egià egli la
feiega ampiamente m quel fuo lungo volume , che Mreo- be fiato men 1-ungo , fe
feguendo la difBnizione-^ L ì degli Della forza de* corpi degli altri avefse
voluto piurtolto trattar la qui- ilione antica , che farne una nuova.
E’pare,dif- fe quivi la Signora Principefsa ridendo , che voi abbiate non fo
quale fdegn uzzo contra quel libro. No, Signora , rifpofi ; che anzi io lo
ftimo gran- diiTimamente, e lo pongo tra i più belli, che fie- no ufciti fopra
tale argomento; quantunque e’ non mi fia gran fatto amico in alcuni luoghi Ma
voi, difse la Signora Principefsa, avrete ben rifporto a quei luoghi. No,
Signora;difs’ io, poiché il libro è fommamente lungo ; et è poi tanto fottile,
o tanto profondo , e pieno di tanti e così urttficiofi calcoli , che ho fempre
fperato, che pochiifimi il leggeiebbono . Il Signor D. N'cola, uScndo que- llo,
mettete pur me, difse, tra i podi i ili m;; per- chè io 1’ ho letto in gran
parte , c fe ho da dir- vi il vero, afsai m’ è piaciuto anche in queiluo- ghi,
ne quali, come voi dite, non vi è amico; perchè lafciando ilare, fe fia vero o
no, è cer- tamente ingegnofo fuor di modo , e lottile tutto ciò, eh’ egli
infegna. Io voglio , difse allora la Signora Principefsa, ad ogni modo veder’
untai libro; a cui rtfpole il Signor H. Nicola: 1’ ha_» ora il Signor D. Felice
Sabatelli , e il va, cred’ io, leggendo col Signor Conte della Cueva. Men- tre fi
dicevano quelle cofe , erano già Hate.» fatte più copie della figura , che era
feconda nel foglio, et avendo ognuno nelle mani la fua_.; udremo poi, dilTe la
Signora Principcifa, qual fia la diffinizione della forza viva del Padre Ricca-
ti. Digilized by Google L I B R. O I. 85 ti . Afcoltiamo ora degli elaftri . Et
io inconta- nente cominciai. Giacché mi avete obbligato di entrare contra mia
voglia in una materia cotan- to olcura, c fino ad ora da così pochi trattata,
quale fi è quella degli elaftri, io vi proporrò una opinione , che non dico
efter vera , ma afpetterò di lentir da voi altri , perchè fi debba dir falfa .
Io dunque, comparando infieme le due ferie, che vedete defcritte nella vfigura
feconda , AC, EN , ragiono di quello modo. L’ elaftro ABC nell^ aprirfi eccita
con un certo impulfo il globo C, producendo m elio una certa velocità ; onde
que- llo in un tempetto di qualfifia picciolezza fcorrc uno fpazietto Cw,
picciolo elfo pure di qual pic- ciolczza vi aggrada ; e intanto che il globo C
vie- ne in 1‘ elaftro, che lo fegue, s’ allarga egli pure da C fino in m. Così
avviene alla ferie AG nel primo aprirli, che ella fa. Vegniamo ora al- la bN .
Non è alcun dubio , che quella ancor nell* aprirfi ecciti con un certo impulfo
il globo N* E quello impulfo par bene, che debba elTer qua- druplo di quello,
onde è eccitato il globo C; conciofiacolachè il globo C fia fpinto da un folo
elaftro, il globo N da quattro, i quali quattro elaltri fi aprono tutti ad un
tempo, et aprendoli fpingono tutti il globo . Producefi dunque nel globo N
velocità quadrupla di quella, che fi pro- duce nel globo C , per cui dee
fcorrere lo fpa- zietto Nr quadruplo dello fpazietto Cm nello ftef- fo tempo; e
intanto che il globo H viene in r. Della
forza de* corpi la ferie , che lo fegueyfì allarga da N fino in r. E ^ui è cofa
facile a intenderfi, eziandio fenza di* mollrazion ninna, che elTendo 1*
elailro ABC di- latato .fino in e la ferie £N fino in r, fi tro- veranno tutti
gli elafiri allargati egualmente; e però fopravvenendo al globo C,che già è in
iin’ altro impuUo dairelafiro ABC; e un’ altro pure fopravvenendone al glòbo N
, che già è in^ r, dalla ferie £N, farà quello fimilmente quadru- plo di quello,
e produrrà un* altra velocità altresì quadrupla- Dovrà dunque il globo N con
letiue velocità., che avrà acquifiate in N et r, fcorre- re lo fpazietto rr
quadrivio elTo pure dello fpa- 2 Ìetto mn , che farà fcorfo nello fiefib tempo
dal globo C con le due velocità , che avr^ egli acqui- llate in C et j». E fe
voi feguirete lo liefTo di- icorfo, fin tanto che 1* elaftro AC fiafi diilefo
fino in D,la ferie EN fino in 0, (e(Tendo AD, £0 le larghezze loro naturali,
quella quadrupla di quella ) voi troverete leggermente., che qua- lunque volta
al globo C fi aggiunge una certa^ velocità, un* altra fe ne aggiunge quadrupla
al globo N . Io non dico , che la cofa vada così ; vorrei ben fapere come fi
dimollri il contrario . £ fe ella va pur così, bifogna ben dire, che il globo
N, come fatà giunto in O, avrà una ve- locità quadrupla di quella , che avrà il
globo C giunto in Dk Ne a tutto quefio ricercali altro , fe non la potenza ,
cioè 1’ élallicità degli elaftri , la qual produca certe velocità ne globi N ,
e C, Digilized by Google Libro!. e I’ inerzia de globi fteflì , che le confervi
. Et anche fono gli effetti proporzionali alle caufe lo. SOy ellfenda da
quattro eiaftri prodotta net globo N una velocità quadrupla di quella , che è
pro- dotta nel globo C dà un’ elaftro foto. Qual’ i- potefi può eller piò
comoda? Ne v* è bifogno d*^ alcuna forza viva , ne di quella y che fegue Iìl»
velocità» ne di quella, clw la previene; la qual forza non dico che fìa
a(rurda,.che io non sò la natura di eifa; ma 1’ ho per inutile, e, fe voglia-
mo leguire quella lèmplicità, che rifiuta tutte 1 «l*. cole fuperflue , da non
ammetterli ; et ò certa- mente una tal femplicità da fLguirfi , quantun- que i
filofofi fe r abbian,cred’ iojntrodotta piò; torto per comodo loro, che per
onore della na- tura . Appena dette quelle parole , la Signora* PrincipelTa m’
interrogò dicendo i vi farà egli por conceduto da tutti, che nell* aprirli
della fe- rie EN fi aprano ad un rempa tutti gli. elartri y che la compongono ,
e però- tutti urtina il glo- bo N ? perchè parmi di avere udito dire da alcu«
ni, che prima IT apra il primo elaftro LMN, e* poi gli altri di mano in mano-
Signora, rifpofi, il Padre Riccati , del cui libro già liete vogliofa, e con
ragione, il mi concede;, e credo, che lo- ftelTò faranno tutti toltone aliai
pochi; ma per non fervirmi dell’autorità fola, voglio, che av- vertiate, che
ogni elaftroi nell* aprirli perde fem- pre del^ fua forza: poiché dùnque,
elTendo la- ferie Ebf chiula et immobile , tutti gli elalhri di 8« Della forza
de* corpi .«(Ta fi impedifcon T un 1’ altro con forze egua- •U , fe avvenga,
che ella fi apra, e per ciò aprali il primo elaftro LMN, dovrà quefto fcemar
tofto della forza fua, e dovrà nello ftelTo tempo V ela- ilro IKL ,
fminuendoglifi 1’ impedimento, aliar* garfi.E peri’ iltelTa ragione, apreniofi
il fecon- do elafiro IKL, dovrà aprirli anche il terzo, gli altri tutti . £ mi
ricorda aver letto in quella famofa fcrittura , che diede fuori Giovanni Ber-
nulli fopra le leggi della comunicazione del mo- to, che avendo quel grand’
uomo propofto due ferie, una,.fe non m* inganno, di dodici elaftri, et un’altra
di tré, le quali aprendoli fpingono due corpi eguali; e domandando, perchè
quella * fpinga il corpo fuo piò forte , che quella ; rif- ponde che quella
fpinge il corpo non folamcntc co’ tré primi claftri (conche lo fpingerehbe
egual- mente, che r altra ferie ) ma anche con quegli altari elallri, die
feguono i tré primi. Onde mo- ilra, che qualora una ferie di elallri va
fpingen- do un corpo, lo va fpingendo, non con un fo- 10 elaftro, ma con tutti;
il che fe fa nel profe- guimcnto di tutta la dilatazione, perchè non an- che
nel principio P Senza che, fe gli elallri della ferie dovtffero aprirli 1’
unoapprtftoT alrro, po- trebbe darfi una ferie tanto lunga, che aprendoli 11
primo elaftro dovefle afpettarfi un’ ora prima che fi aprilTe i’ ultimo , e
intanto 1’ ultimo non fpingeriljbe ne urterebbe il corpo in muna ma- niera.
Avendo io detto finquì, mi tacqui; età cen- Digitized by Google Libro!. 8p
cendofi fimiimcnte gli altri, il Signor Marchefe di Campo Hermofo così prefe a
dire. Moftrerei di far poco conto della licenza datami dalla Si- gnora
Principefifa, fe non me ne valeflì, propo- nendovi un picciol dubio, il qual vi
prego, che mi leviate dall’ animo , et è quello . Voi avete^ detto, che gli elaftri
della ferie EN, allargando- li tutti ad un tempo , danno al globo N un* im.
pulfo quadruplo di quello, che il globo C rice- ve, dall’ elaftro ABC; il che
farebbe veriflimo, fe tutti gli elaftri della ferie EN deftero al globo N un’
impulfo eguale ; ma quefto a me non par vero ;perciocchè l' impulfodel
primoelaftro LMN non dovendo far’ altro che cacciar oltre il globo N , fi
adopra tutto in elfo globo ; la dove l’ im- pulfo del fecondo elaftro IKL,
dovendo cacciar* oltre non lolo il globo , ma anche 1* elaftro in- terpofto
LMN, dee diftribuirfi all’ uno et all’al- tro f così che folo una parte ne
tocchi al globo N, E minor parte ancora gli toccherà dell’ impulfo, che viene
dal terzo elaftro CHI, il quale oltre il globo dee cacciar avanti anche due elaftri
di più; onde pare, che tanto minor impulfo rice- ver debba il globo N da
ciafeun elaftro della fe- rie , quanto ciafcun elaftro gli è più lontano. Voi
che fiete tanto ftrlice nello fpiegarvi, voglio, che mi dichiariate quefto
dubio. Vedete , rifpofi , la felicità mia nello fpiegarmi; che fe voi non mi
facevate ora quefta domanda, io mi dimentica- va di dirvi ciò, che è per altro
principaliftìmo ; M ' ed’ 9© DELL4 forza DE' CORPi ed’ è, che quegli elallri,di
cxii traiiiamo>{» voglio» no immateriali, et incorporei, e privi di ogni
mafla . E tali già gli propofe T incomparabil Ber- nulli , dopo cui ninno
&' è ardito di mutarli ; il che fe voi avefte Caputo , non vi farebbe
venuto in mente di dubitare, che 1* impulfodel fccondo elaftro IKL dovellè
comunicar» folo in parte al globo N , impiegandofr T altra patte a fofpinge-
re, c portar oltre T elaftro interpofto LMN ;per- . ciocché elfendo qucfto
privo di ogni malfa ,e nqo ellendo corpo , niuna parte dee toccargli dell’im-
pulfoi lìccome urtando un’ uomo, e fofpingen- dolo, niuna parte dell’ urto
tocca airaninìo; ben- ché, andando oltre il corpo urtato, T animo 1*
accompagni; e così urtandoli un corpo, niuna^ parte dell’ urto tocca agli
accidenti di elfo, per efempioalla rotondità, al colore, et a^i altri, benché
poi feguano il corpo urtato; e la ragio- ne li è , perchè tali accidenti non
hanno malla^ niuna. Oh , dilfc allora il Signor Marchefe, dun- que quelli
elartri non fono corpi? E che foru eglino ? perchè levatami 1’ idea del corpo-,
a me niente rimane dell* idea dell’ elaftro. Egli vi rimane, rifpoft allora,
l’idea della puriftima, e femplicifiima elafticiià, la qual non è corpo, benché
rifegga ne corpi , ftccome la gravità , che xiftede nel corpo, il quale n*è il
foggeito; non è però corpo efla ; è una qualità ► Qui la Sir gnora Principelfa
forridendo, voifarefte, diflé, un valente maeftro di filofoEa anche in Alcalà»
Per- Digitized by Google L I B R O I. 91 Perchè, Signora? rifpofi* Et ella ,
perchè qui vf, di(Te, fanano volentieri ricevute cotefte vollr« qualità, le
quali qui tra noi male fì foifriranno. Ma in quel paefe , fecondo che io odo
dire, tut- ti feguono Ariftotele. Io Credo, rifpofi, che cflS abbiano più
ragion di feguirlo , che noi non ab- biamo di difprezzarlo. Ma voi beo vedete ,
che fé io richiamo quelle qualità, non io, ma laco« fa iltefsa le richiama; e
come intendere altramen- te gli elafiri di Bernulli? Di che foglio fdegnar- mi
alcune volte co’ no Ari moderni, che avendo in tanto abborrimento le difpute
degli antichi , movono bene fpelTo quiAioni , che a quelle ne- ceAariamente ci
riconducono. Ma tornando al propofito, voi dovete , Signor Marchefe , tener
bene a mente , che nominandofì per efempio 1 * eia Aro ABC, non altro A vuol
intendere, fe^ non una eUAicità , ovvero una potenza, la qual premendo da una
patte il muro XY (benché que- lla preAlone al noAro cafo poco appartiene, co-
me quella , che nulla appartiene al globo C) da un’ altra parte A applica
immediatamente al glo- ‘ bo , e lo iofpinge , infeguendolo, e Aimolandolo con
altri, ed altri impulfi fempre minori, come un’ daftro farebbe; e direi ( fe la
Signora Prin- cipdsa mel comportafse ) che egli é come una^» qualità inerente
al globo Aeiso • Intendo io tut. to ciò beniAimo , dilse allora il Signor
Marche- fe ; e così parmi , che i quattro elaAri, di cui A compone la ferie £N
, altro non dovranno efsere M z fe Digitized by Google pz Della forza de* corpi
fe non quattro potenze , che applicando^ imme- diatamente al globo N , lo
fcuotono , e lo perfc- guono con impulfi Tempre minori . E quelle po- tenze»
come anche quella, che fpinge il globo C, fi voglion fupporre tutte tra loro
perfettamente.» eguali, come fi fon fuppofti gli elaftri. Di che fi rende anche
più manifdto, che il primo impulfo, che riceve il globo N, ricevendolo da quattro
po- tenze, debba elTere quattro volte maggiore di quel- lo, che riceve il globo
C da una fola. Et io già ne fio quieto, fe pure il Signor D. Niccola,che mo-
ftra di voler dire alcuna cofa in contrario , nom» mi conturbafle . Tolga Iddio
, dille il Signor D. Niccola, che io voglia mai conturbarvi; voglio bene, che
voi vi guardiate dagli artificj di quell’ uomo, che col fuo fillogizzare farà
ritornarvi il bianco in nero . Intanto fe io opporrò alcuna cofa contro cotefta
leggiadra fpiegazione, che egli ha.» propofta del modo , con cui fi apron le
ferie; non vorrei , che egli dicefse,che io il faceflì più tofto per fervire la
Signora Principefsa, che per dire la verità ; perciocché io intendo egualmente
far 1’ u- Jio el’altro. Così dicendo, ripigliai io, voi vole- re moftrare di
fervirla meglio; ma vedete, che^ cotefto voftro proemio non paja un artificio
maggiore di quanti ne abbia ufati io . Però quale è la cofa, che voi avete da
opporre^ ? Sorridendo allori il Signor D, Niccola, più d* una ne hò , dille ;
et anche pare , che mol- te ne abbia il Signor- D» Serao ; perché £a bene, /
Digitized by Google L I B R O • r. 93 ficcome io credo , proporle prima tutte ,
per dar loro, fe fi potrà, qualche ordine, e poi difpu- tarvi fopra. Come vi
piace, rifpofi. Et egli al- lora , niuno certamente, didè, vi concederà quel-
lo, che fino ad ora ci avete con tanto ftudio vo- luto perfuadere, cioè che l’
impulfo, per cui co- mincia a moverfi il globo N, fia quattro volte.» maggiore
di quello, per cui comincia a moverli il globo C. Che anzi quelli due impulfi
foglio- no da i più prenderli come eguali ; e come eguà- li gli allume
Bernulli, e dopo lui anche Camus,, come fapete, negli atti dell’ Accademia
Parigina. Camus, e gli altri, rilpoli io, hanno avuto qual- che ragione di
aflumere quelli impulfi come egua- li, avendogli Bernulli così prefi. L’
autorità di Bernulli è ballata loro, ne io faprei di ciò ripren- derli . Ma
Bernulli poteva bene in vece di alTu- mere tale uguaglianza, dimollrarla; e fe
non lo ha tatto, ben mollra, che non potea farfi. Anzi- moftta , dilTe il
Signor D. Nicola , che non crai» necelTario di farlo; tanto la cofa è per fe
llclTa.» chiara e manifdla» Ma io ho anche un’ altra dif- ficoltà in cotella
volita fpiegazione ; perchè pa- re, che voi vogliate, che il globo C, ricevuto
un* impulfo , fcorra poi equabilmente, fenza ricever- ne più, fino in >»; e
fimilmcnte, che il globo N , ricevuto un’ impulfo, fcorra equabilmente, fen- za
riceverne più nelTun’ altro , fino in r ; c lo Itef- \ fo volete, che fegua in
tutti gli altri fpazietti di- mano in mano • Con che venite a frapporre degl’
ìq Digitized by Gì -Ogli 94 Della forza de* corpi intervalli tra un’ impulfo et
un altro, e non la- fciatc elTer contmva i azion degli claftri, come_» elTer
dee, e come vogliono tutti, che lìa; e ve- nite anche a comporre il moto
accelerato dei glo- bi di molti moti equabili. Cipero ifteflTo, diire_* allora
il Signor D. Serao , penfava anch* io di domandare; ma il Signor D. Niccola mi
ha pre- venuto. Et io allora, come v* è egli venuto in niente, rUpoli, che io
voglia levar via la conti- nuità deir azion degli elailri ? Non potete voi
quegl’ intervalli, che io frappongo tra gl’ inipulfi, nngervegli piccioli a
modo voftro; anche infinità- mente, le vi piace? E fe così farete, di niente fi
turberà la continuazion degl’ impuKl, i quali fi efiimcranno abbafianza
conrinvati , folo che gl’ in- . tervalli , per cui fono interrotti, fieno
infinita- mente piccoli. E chi cftimerà non continva 1’ ac- celerazione d’ un
grave , die cada , o anche di quelli due globi N, e C, di cui trattiamo, per
quello che le fi frappongano dei movimenti equa- bili infinitamente piccioli ,
come fono il movi* mento del globo N fino r, e quello del globo C fino in M ?
Anzi ogni movimento accelerato fi vuol fupporre conipollo di movimenti equabili
infinitamente brevi , così appunto, come ogni li- nea curva di linee rette
infinitamente piccole. E quella licenza fi hanno prefa i geometri nelle li-
nee, et hanno dato efempio ai meccanici di far lo lleflo anche nei- movimenti.
Non così però no ufano i geometri , difie allora il Signor D. Serao, che
Digitized by Google Libro!. 95^ che non debbano e voglian talvolta confiderai
co> me curve quelle IklTe linee infìniramente piccole, che già prefero come
rette , e di cui compofer la curva; e all’ ifteffo modo dovranno talvolta i
meccanici confiderarcome accelerati quegli iteflì movimenti infinitamente
piccoli, che già prefero per equabili. E chi fa> che quei movimenti infi-
nitamente brevi, che voi avete propofto cornea equabili, da N fino in r, e da C
fino in w, e^ cosi gli altri , non fieno ora da confiderarfi come accelerati?
Il che fc foffe, non sò^, come vi riufei- rebbe di dimollrare, chela velocità
del globo bt giunto in r fia quadrupla di quella del globo C giunto in I». Ma
io mi accorgo, che fono entra- to in una provincia già occupata dal Signor D*
Nicola ; però intendo di ufeirne , e lafciarla a lui.^ Solo dico, che
tratrandofi degli elafiri, voi avete tralafciato un’ argomento principalifiìmo
; ed è quello, di cui fi fervi già Bernulli, come di una ragione invittiffima,
negli atti di Lipfìa, traendo- lo da una ferie fola, di elaflci, che aprendofi
una due globi, difeguaii tra loro, verfo due contra- rie parti. Ne io certo
crederò, che abbiate detto> abbaitanza, ne foddisfatto al dover vofiro, ne
a! defiderio della Signora PrincipefTa, fe non avrete detto anche di quefio ;
et io defidero grandemente di udirne . Quando s’ abbia a dar luogo anche ai
defiderj, diffe allora il Signor D. Nicola, et io defidero che ci moli ria te,
come generalmen» te P opinione , che voi avete intorno alia forza.» Digitized
by Google 9^ Della forza de* corpi viva , fi accomodi alle leggi univerfali del
moto ; non perchè io abbia difficoltà ninna in ciò; nia_. a VOI da di moltrare
, che ninna polTa averfene. Allora io rivolto alla Signora PrincipelTa, fe voi^
dilli) non ponete modo alle contradizioni , e alle domande» quelli Signori
hanno tanta voglia di fervirvi, che mai non la finiranno. Andre uniu cofa,
ripigliò il Signor D. Serao» non ho io be- ne intefo nel fine della
fpiegazione, che avete fat- ta dell’ aprimento degli elafiri: avendo voi
det> to, elTere da ièguirfi la femplicità in tutti gli ef- fetti della
natura» donde avete tratto argomento, che la forza viva fia da rigettarli. E che?
diffi io; Non pare a voi » che la natura fia fempliciffima in tutti i fuoi
effetti? A me par sì » dilTe il Signor D. Serao; ma io ho creduto» che a voi
non paja lo fielTo» almen tanto» quanto parer dovrebbe; ayendo voi detto, fe
non m’ inganno» che una^ tale femplicità 1’ hanno i filofofi introdotta più per
comodo loro , che per onore della natura ; con che parmi , che abbiate offefo e
i filofofi , e la natura ffelTa . Io non fapea , rifpofi , d’ aver tat- to così
gran male ; ne che i filolofi dovelTer me- co fdegnarfi , fe io aVeffi creduto
, che elfi pen- falTero anche al loro comodo ; il che fe facelTe- ro » chi
potrebbe giuftamente riprendergli ? e ere- * do» che la natura fiellà gli
efeuferebbe. Voi ri- volgete in gioco, dille allora il Signor D. Serao, la mia
domanda. Ma certo a me pare» che cer- cando i filofofi la femplicità per tutto,
cerchino non by L I B R O I. 97 non il
comodo loro , ma una certa belliffima per- fezione delia natura, che mal
potrebbe da fepararfì. E parmi , che abbiano fatto bene a (la- bi lime come un
principio, per cui proponendoli (iftemi, che tendano a un medefimo fine, quel-
o fempre (limino elTer vero, et abbraccino', che è più fpediio, e più facile, e
più femplice. E il far quello, difs’ io, come vedete, è molto como- do ai
filofofi. Anzi è , dilTe il Signor D* Serao, convenientilTimo alla (apienza
della natura. Io noa n^o, dilli allora, che ouella femplicità , che voi dite.
Ila molto bella , e aegna della natura; e con- felTb che gli argomenti, che da
ella fi traggono, hanno qualche poco di probabilità ; dico bene, che non
sforzano i' intelletto, ma lo Infingano folo, e r invitano , e fono da
abbracciarli , come tutte le altre ragioni probabili, con alTai timore . E Tea
quelle ragioni , che fi traggono dalla femplicità della natura, noi levalfimo
tutta la forza, che lor viene dal pregiudizio , e dall’ errore , credo che molto
poca gliene rellerebbe . Qual è queft^ pre no fatica a quei , che lludiano ,
pur irebbe pec quello folo da commendarli; ma ella trae feco anche una non fo
quale probabilità; e fe i lì- lofofì fondando le loco opinioni fu la Templi*
cità della natura » le proponefsero poi mode* ftamente , e li contenta fsero ,
che altri ricevelse con qualche timore , e folamente^ come probabili , io non
ripugnerei loro ; ma Tpacciandole efli il pih delle volte quali come.»
evidenti, ne potendo fofEerire, che pur fe n* ab- bia un minimo dubio,mi
accendono in ira. Vedete dunque , che io non levo via i lor fidemi , levo via
la loro arroganza. Troppo avrete a fare, dilTe qui il Signor D.Niccola,/e
vorrete levarea i filolofi r arroganza ; pure ora trattandoli della femplici-'
tà, parmi che voi vi affanniate centra ragione. E che dirette voi , fe uno vi
formalTe un Dio, il qual creando 1’ univerfo, creaflTe in elfo molte.» cofe non
necelTarie ; molte ancora inutili affatto c fuperflue? l4on vi parrebbe egli
quello un Dio poco accorto ? Et al contrario , fe vi fbrmalTe un Dio, che
ttudialTe Tempre le vie più facili, e più brevi; e quelle attentamente
feguilfe; ne mai per- venilTe ad un fine , fe non adoprandovi i meno mezzi, che
adoprax fi potettero; non vi par* egli. DIgitized by Google 191 Della forza m*
corpi che formafTe un Dio fapientiifimo ? A me par , diflì , che formerebbe un
Dio molto pigro ; per- { ciocché «(Tendo a quefto Dio, fe egli è veramen- te
Dio, egualmente facili e brevi tutte le vio,. ne potendogli venir meno ne la
polTanza ne t mezzi , io non sò , perchè egli volefTe (ludiar canto il
jifparmio , e feguir Tempre quelle vie.*» che non a lui fon le più £ictli, e
brevi, ma su. noi. Qual ragione, dilTe allora il Signor D. Ni- ' cola, avrebbe
egli di feguir le più lunghe, e le più torte? QueUaileira, rifpofì io, che
avr^be di feguir le più brevi , e le più facili ; che io non fo, qual ragione
fegua un Dio, creando le cofe; dico cene , che la ragione , che egli fegue ,
non può clTere ne la brevità, ne la facilità, ne la fem* plicità, eifendo a lui
breviflìmo, e facilHfimo , e femplici/Timo ogni cofa. La bellezza dell’ opera,
didè jquivi il Signor D. Serao , potrebbe forfè ef- fere una tal ragione ;
poiché elTendo certamente^ più bella queir opera , che è più femplice , ne vie-
ne, che fe Dio vuol crear la più bella, vorrà an- cora crear la più femplice.
Che fe egli in tutto fludia , e vuole 1’ onor Tuo ( giacché mi traete a viva
forza in Teologia ) quale onore farebbe a lui un’ opera intralciata in mille
modi et av- volta, in cui (ì pervenilTe per cento mezzi ad un fine, al quale
potea pervenirti per uno folo? fen- za che, quando egli per giungere a un certo
fine fi ferviffe di mezzi inutili , moflrerebbe di non^ conofcerli. Voi, di(S,
Signor D. Serao, mi fof- pin- « Digitìzed by Google Libro I. «oj pingete in un
gran pelago , cbiamandoni^i a n* gionare dei fini , e dei mezzi della natura ,
e del- la ragion di crearli ; e parmi che molto giudizio- famente Cartefio
vietaiTe a fuoi d' impacciarfi de fini della natura , avendogli per troppo
occulti ; e veramente fé fon cali, quali quel gcavilllmo uo- mo gli credette, e
quali fono in fatti da crede- re , io non sò, a quar ufo (érbifi il principio
della femplicità volendo fiabilire piu toiio un fi- tìema , che un’ altro ;
perchè fe quel fillema è più femplice, che più fpcditaroente, e con mag- gior
facilità conduce ai lini della natura ;non ia- pendo noi quelli fini, e
dovendopur fempre du- bitare , fe oltre quelli , che ci par di fapere, altri ne
abbia la natura , che non fappiamo , come po-- tremo noi diftinguere tra due
fillemi , qual fia più- femplice, e qual meno? E certo io vi concedo, che fe
Dio volelTe una cofa come mezzo , il qual conducelfe a un certo fine , e quella
veramente non vi conducelfe , mollrerebbe di non averla ab>- ballanza
conofciuta; perciocché 1’ avrebbe pre- fa come un mezzo , non elfendolo effà ;
ma non per quello vorrebbe dirfr , che Dio non avefse_- creata quella tal cofa;
perciocché fe egli non T avefse voluta, come un mezzo, potrebbe averla voluta ,
come un* altro fine ; e molto meno è da pretendere , che potendo Dio afsumere
molti mez- zi, i quali componendoli tutti infieme, e maravi- gliofamente
accordandoli traggano a un certo fi- ne > e potendo anche aisunKrne pochi,
debba egli 104 Della forza de* corpi efsére allretio ad afsumere più tofto i
pochi , che i molti; perciocché potrebbono queftì molti efser voltiti * e per
quel fine, a cui traggono» et an^ che per loro fteffi . E eoa potrebbe Dio tra
le in- finite cofe polEbili , che egli ila contemplando in fé medeiìmo fino ab
eterno , aver veduto un cer- to effetto prodotto da mille cagioni infìeme, e io
fieffo effetto prodotto da due fole, et averlo vo- luto più tofto prodotto
dalle mille, che dalie due; perciocché non folo T effetto , ma potrebbono ef-
i'ergli piaciute ancor le cagioni . Potea forfè la^ terra effere illuminata d’
una maniera più Templi- ce; ma Dio ha creato un fole, che è tanto più grande di
lei, il qual rivolgendoii con una ma- ravigliofa celerità per gli fpazj immenfì
del Cielo verfi in lei del continvo una impercettibil copia di luce- E perché ?
perché egli forfè ha voluto non già una terra illuminata, ma una terra illu-
minata , et un fol , che la illumini . Senza che vuo- le Iddio co’ medefim'i
mezzi fervir fpeffe volte a moltiflìmi fini; e noi, conofeendone un folo, giu-
dichiamo quei mezzi effere fovrabbondanti;e fon veramente, fé a quel fine folo,
che conofeiamo, fi riferifeano. Ma noi farebbono, fe gli riferif- fimo a tutti;
come fa Iddio, il qual, provedendo ad un fine, vuol provedere anche agli altri,
e_* ^creando 1’ albero non penfa folo all’ albero, ma anche agli uccelli , che
hanno da porvi il nido, e al paffeggiero, che dee federvifi all’ ombra-, . Voi
avete fatto, diffe quivi il Signor D. Serao , una Digitized by GoogR' Libro I.
105 una bella prova di eloquenza. Ma io vorrei fenza eloquenza , che
rifpondefte a quello , che ho deCr- to , cioè che 1’ opera , che è più femplice
, è an- cor più bella, e fa più onore airauior Aio ; don- de ne viene , che
volendo Dio il fuo’ onore , e_» creando per quello le cofe c non per altro ,
cree- rai le più femplici. Che le opere., rifpofì io allo- ra, le quali fono
più femplici, lìeno ancora per noi più comode , non ne ho dubio alcuno ; più
pretto e meglio le intendiamo . Et ettendo più co- mode , non è alcun dubio ,
che ancor più piac- ciano ; e più piacendo debbano parere anche più belle. Ma
fe voi vorrete metter da parte il vo- ttro amor proprio, che vi fa parer belle
tutte le cofe, che a voi fon comode; e vorrete giudicar di loro non per quello,
che fono a voi, ma per quello, che fono in lor medettme; io non veggo già, come
non debba più piacere, e dirli più bel- la un’ opera, in cui tifplenda
grandittìmo Audio, e moltittìmo arriAzio, che un’ altra, in cui nien- te Ila di
ciò; benché abbiano tutte e due lo ftef- ‘ fo line. Un danzatore va da un luogo
ad un’ al- tro con molti, e varj giri c movimenti artifìciolif- fimi ; i quali
le fon grazioli , p*ù piace , che fe vi andalTe fpeditamente e fenza arte;
perchè noiu piace r andarvi ; piace la maniera , con cui vi va. Ma acciocché
non dobbiate dire, che io mi ferva dell’ eloquenza , la qual non fo, come a voi
pa- ja , che oggi lia nata in me, io lafcio Ilare, che le òpere più femplici
Aeno ancoi le più belle , e O vi Digitized by Google io 6 Della forza de’ corpi
vi domando folo, fé voi crediate, che Dio nel produr le cofe, e trarle dal
nulla, abbia dovu- to Tempre fceglier le forme più belle, o polla an- che
talvolta aver degnato le men belle, faccendo- le poi più belle coi crearle. Io
non ardirei, dif- fe il Signor D. Serao , decidere una quillione tan-. to
agitata , e tanto ofcura ; e fo che non la de- ciderete così facilmente ne voi
pure . Ma Te.* egli non può deciderli, nTpofi io, che Dio, pro- ducendo le
cofe, abbia fcelto Tempre le forme più belle, come potremo noi decidere, che
egli abbia Tcelto le più Templici, per quella ragione,! perchè le reputiam le
più belle? Et elTendo una quillione oTcuriflìma , Te le cofe da Dio create^:
fieno le più belle di quante crear fe ne potelTero;« come non farà anche una
quillione ofcurilfima..,- fc lieno le più Templici ? La qual ofcurità ci fi fa-
rà tuttavia maggiore, fe noi conlidereremo , che i fini, che nói andiamo
immaginando nella natu- ra, non Ibno neelTer polTono i fini ultimi di Dio, il
quale non può averne che un folo,et è quel- lo deir infinito , et inefplicabile
onor fuo . E ben- ché io non abbia delle cofe divine fcienza niuna, non
crederci però d’ ingannarmi , fe io dicelfi , che 1’ onore , che Dio fommamemc
, e più che_> altro fludia, e cerca , e vuqlc, non è già quello, che a lui
fanno con la beUezzA loro le cofe ef- fendo create, ma quello, che fa egli a fe
ftelTo creandole ; perciocché le crea egli, non perchè me- ritino d’ elTer
create , ma perchè gode di crearle, an- Digitized by Google Libro I. 107
ancorché non lo meritino . Nel che fi compiace-» dell’ infinita liberalità, e
magnificenza iua , ne.» ila, cred’ io, a fare i calcoli, ne a prender mi- fu re
per timor di non creare una ftella di più, o far qualche pianeta oltre il
bifogno : come un ec- cellentilfimo mufico , il qual compiacendofi della fua
voce, canta a diletto; ne fi rimane , perchè bifogno non ne fia. E fe Dio fa le
cofe nonmof- fo dalla bellezza loro , ma dal piacere di farle.» , chi fa fin
dove quello piacere lo porti , e fino sl. c]ual fegno egli abbia voglia di
follazzarfi ? che.» non'può già a lui dirli , come al fanciullo : celTa ornai ,
tu hai giocato abballanza . Voi tornate.» difse allora il Signor D. Serao , a i
voléri luoghi oratori; e mollrando egli di voler pur profegui- re, la Signora
Principeifa 1 * interruppe , e difse: cotella vollra difputa è ormai troppo
lunga , e.» fuor di propofito ; che fe voi vi fermate tanto in cotclle
ibttigliezze , non farà mai , che per noi fi torni agli eiallri. Pur
permettetemi, vi prego, dif> fe allora il Signor D. Serao , che io aggiunga
una cofa fola ; ed è , che Maupertuis, lìlofofbrtt quan- ti oggidì ne fono in
tutta Europa chiarifllmo , ha creduto di potere argomentare , che l’autore del-
la natura debba efsere e prudentifllmo , e fapien- tilfimo , e finalmente Dio,
dimollrando non al- tro, fe non che tra le infinite leggi del moto, eh' efser
potevano , abbia egli faputo conofeer le.» più.femplici , cioè quelle, nelle
quali ha men di htica e men d’ azione; e quelle fi abbia propo> O z fio
Digìtized by Google io8 Della forza de’ corpi fto di voler feguire;e tale
argomento è paruto all’ illudre filofofo tanto grave, che l’ha di gran lun- ga
antepoftoa tutti gli altri ,che foglion produr- fi a dimoilrare V efidenza di
Dio ; tanto ha egli dato di autorità alla femplicità. Se così è, afsai picciola
cofa , rifpofì io allora , baila a Mauper- tuis per farne un Dio. Come picciola
cofa?difse_* allora la Signora Principefsa ; pare a voi piccio- la cofa a faper
conofcere tra le infinite leggi pof* fibili, quali fieno quelle, in cui ha men
d’azione? Piccioliifima ; rifpofi. Perchè? difse la Signora^ Principefsa.
Perchè, di fiì, le ha fapute conofcere an- che Maupertuis;che non è un Dio: io
credo che ila il prendente dell’ accademia di Berlino. E certo f^ 1’ autore
della natura non altro avefse faper dovu- to , fenon quali folsero le leggi del
moto, acuì meno azione, che a tutte 1’ altre, fi richiedefse^, non avea per ciò
mefiieri d’ una fapienza infinita; badava bene , che egli fapefse un poco il
calcolo differenziale. Seguir poi quelle leggi , in cui ha^ meno azione, c men
fatica , che in tutte l’ altre.., è ùn configlio, che avrebbe prefo non
foloogni prudente,ma anche ogni pigro . Vedete dunque^, che il grandiflìmo
filofofo d’ afsai picciola cofa ha fatto un Dio. Difse allora la Signora
Principef- fa ridendo, voi torcete ogni cola a fenno volìro; ma certo la fcelta
di quelle poche leggi leva via la fufpicione del cafo; perciocché il cafonon
le., avrebbe potuto fcegliere tra infinite altre j al che richiedevafi una
mente dotata di fcienza, e., di Dlgitized by Google Libro I. 109 di con figlio.
Sì ; rifpofi ioi ma quella menteJ avea biiogno di così poca Scienza , e di cosi
poco consiglio , che fe io non fapeflt altro di lei, per quello folo non la
farei un Dio ; più la flimo di aver potuto creare i corpi, trarli dal nulla, et
impor loro certe leggi, qua^ li che effe fieno, onde dovefTe ufeirne il vago e
maravigliofo afpetto deir univerfo; che di avet conofciuto fra le tante leggi
del moto, quali fof> fero le piò femplici. Finché noi , dille allora il
Signor D. Scrao, andremo dietro agli argomenti dei metafìlìci , a voi non
mancheranno le fotti» gliezze. Intanto però tutte le opere della natura» che
noi intendiamo, noi le troviamo molto fem> plici; e da quelle, che
intendiamo, polTiamo fa- re argomento dell’ altre. Tutte le opere, rifpoli io ,
che intendiamo , della natura , le troviamo femplici, perchè noi non
intendiamo, fè non le femplici ; alle più compofte non polfiamo aggiun- gere ;
e quelle illelTe , che chiamiamo femplici , non le diremmo forfè tali, fe le
intendelTimoper-' fettamente; che feopriremmo anche in effe un’ in- finita
varietà di azioni, e di qualità , e di modi, che la picciolezza del nodro
intendere non ci per- mette di difeoprire ; eHendo cofa vana il crede- re , che
gli artifici della natura non fi eflendan^ più là delle noflre cognizioni .
Vedete, dilTe il Signor D. Serao, la varietà dei colori, che pare- va efTere
compoflidima, come s’ è ridotta a fetn- to , ne la velocità , ma altra cofa .
Come dite voi dunque, che il cangiamento, che ella produce, fia la velocità, o
il movimento? Voi volete dire, rifpofi io allora , che la potenza fecondo il P.
Ric- cati produce immediatamente la forza viva, la., qual poi lì trae dietro la
velocità , come un fuo confeguente ; il libro del Padre è tanto pieno di ciò ,
che non occorre molìrarne i luoghi . Ma ciò pollo, la forza viva farà dunque
una virtù, che fi P z trae . Digitized by Google ii 6 Della forza de* corpi
trae dietro U velocità ; come farà ella dunque 1* inerzia ? Diremo noi, che 1’
inerzia, che è una^ virtù indifferente a qualfivoglia modo di edere , fi tragga
dietro la velocità? e quando bene la fi traefì'e dietro , e là confervaffe ,
pur farebbe per quello fielTo proporzionale alla velocità. Percioc- ché che
altro dovrebbe confiderarfi in effa, fenon l’arto del trarfi dietro la velocità
, e del confer- varla? il quale atto tanto è certamente maggio- re, quanto
maggiore è la velocità , che fi con- ferva , e fi trae . Cotefia ragione ,
dilfe qui- vi il Signor D. Nicola , è un poco fottile , et a molti parrà ofeura
. E per quello , rifpo- fi io, farà ella falfa? Io non voglio, dilTe al- lora
il Signor D. Niccola, difputar di ciò; ma^ tornando al propofito del
cangiamento , per veder pure in che cofa egli confida , io dico , che fela
potenza, fecondo il P. Riccati, produce nel cor- po la forza viva , onde poi
fegue il movimento, e la velocità ; potrebbe forfè il cangiamento con- fidere
in quella forza viva , che il corpo acqui- lla ; potrebbe anche confidere in
quella velocità, che ne fegue ; e perchè non anche in quel fèmpli- ce palTar,
che fa il corpo,da un luogoad un’altro? £ le voi non ci dichiarate, in che
veramente il cangiamento debba confidere, non ci avrete mai dichiarata la forza
viva del P. Riccati, che è la^ confervatrice del cangiamento. E quand’egli fof-
fe ofeuro in queda parte, non per ciò dovrede voi dire, che folTe falfo.
Ofeuro, rifpofi io allo- ra , Digitized by Google L 1 B R O I. ■ It7 ra ,
quanto a me, egli è certo ; e come intendete, voi quello, eh' e’ dice, che la
forza viva fi vuole ammettere, accioccliè l’ effetto fia eguale alla ca- gione;
moftrando poi in tanti luoghi , pariicolar-\ mente alle pagine 175. l’iS.di
averla non per una ' qualità reale de corpi, ma per unafemplice idea de i
matematici; quafi gli effetti doveffero uguagliarli alle Icm: cagioni nella
mente dei matematici ,enon ne i corpi. Ma vegniamo al cangiamento, di cui
dicevate : intorno al quale io argomenterò pec modo , che non avrò bifogno di
ftabilire, in che egli confifla; perchè in qualunque confifla delle tre cofe,
che avete detto, io vi farò chiaro che fempre confufione ne nafee, e difordine.
E pri- mamente fe il cangiamento prodotto dalla poten- za foffe la forza viva,
che il corpo acquifia ; di- cendofi poi , che la forza viva è una virtù con-
fervatrice del cai^iamento , verrebbe a dirfi che la forza viva foffe una virtù
confervatrice della forza viva; che farebbe brutta definizione. Se il
cangiamento poi foffe la velocità ; ne feguirebbe, che la forza viva, che ne è
la confervatrice, fa- rebbe la confervatrice della velocità , e non ef- fendo
altro, farebbe proporzionale alla velocità, cui confervaffe. Che fe il
cangiamento prodotto dalla potenza foffe quel palTar, che fa il corpo, da un luogo
ad un' altro; io dimando prima, con^e poffa la potenza determinare il corpo a
(correre un certo fpazio , e non determinarlo infieme fcorierlo in certo tempo
; perchè in verità fino a laia- ti'8 . Della forza de’ corpi tanto , che il
corpo farà indifferente a fcorrtrlo in un tempo, o in un’ altro, non lo
fcorrerà mar, ne mai potrà dirfi determinato a fcorrcrlo^. Ora fe la potenza
determina il corpo a fcorrer uii> certo fpazio in certo tempo ; e quello è
il cangia- mento; chi non vede, che il cangiamento fi ri- duce alla velocità, e
ci richiama all’ argomento poc’ anzi detto? Ne mi fi dica che l' effetto della
potenza fia il paffaggio del corpo da un luogo ad un’ altro, afiratto, e
feparato da ogni tempo, per- chè io dirò che quella è cofa troppo fottile , o f
>arrà ofcura. Sorrife quivi la Signora Principef- à; e lafciando, diffe,una
tal controvecfia da par- te, io vorrei bene , che mi fpiegaffe il P. Ric- cati
, che cofa intenda egli dicendo che la velo- cità non è un’ effetto della forza
viva , ma un confeguente* Allora il Signor D. Niccola riden- do, quelli, diffe,
che fi ricorda le pagine, il vi dirà egli. Ne parla , dilli io, fe altro non
volete, alla pagina 22 , ma non lo fpiega gran fatto ; ri- mettendofene a
Cartella ni , i quali fe vogliono , dice egli, chela velocità fia un
confeguente del- la quantità del moto , non già un’ effetto ; per- chè non
potrò io fimilmente dire , che fia non già un’ effetto, ma un confeguente^della
forza viva?. COSI egli ; ma io temo , che i Cartefiani diranno, la velocità
efiere la quantità ffelta del moto, non un confeguente di elTa ; e rifiuteranno
di fpiegare un confeguente , che non ammettono , afpettando intanto, che il
Padre Riccati fpie- ghi L I B R O I. 119
ghi quel confeguente , che ammette egli . A" vendo io detto fin qui, il
Signor Marchefe Campo Hermofo , che s’ era lungo tempo ta* - ciuto; a me par,
dilTe , che fc la forza viva fi trae dietro la velocità, eziandio come un con-
leguente , convenevol cofa fia, che gradi eguali di forza viva debbano trarfi
dietro eguali velo- cità ; e ciò prefuppofto , come potrebbe la for- za viva
non edere alla velocità fieda proporzio- nale ? Imperocché fe un corpo acquifta
piùgra* di di forza viva T un dopo 1’ altro, e tutti e- guali tra loro ;
venendo dietro a cialcun d’ ef^ fi un’ eguale velocità, dovrà bene la fomma de
i gradi della forza viva edere proporzionale al- la fomma delle velocità. Così
farebbe veramen- te, rifpofe allora il Signor D. Niccola, fe il fe- condo grado
di forza viva traede feco una veloci- tà* eguale a quella, che feco trade il
primo ; e co* sì faccdero gli altri . E perchè non la trarrà, dide il Signor
Marchefe , eifendo il fecondo del tutto egua- le al primo P Perchè, rifpofe il
Sig. D. Nicola, quant- unque il fecondo fia in tutto eguale al primo, vien però
dopo lui , c fuccedendogli , gli ha., quello rifpetto di fminuire la fua
velocità per modo che cdendo 2 la fomma de i gradi della forza, fia la fomma
dei gradi della velocità non 2, ma^z ; e così tutti gli altri gradi di forza
viva , che dopoi fopravvengono, fminuifcono, e temperano ognuno la fua velocità
con lo fief- Digitized by Google Ilo Della for;?a de’ corpi fo riguardo . Qui
rimafefi il Signor Marchefe , quafi (opraprelo ; poi dilTe: quale ingegno han-
no ! gradi della forza viva fopravvenendo 1’ uno air altro, di temperare in tal
modo le loro ve- locita ?c chi ha dato loro un tal configlio? Voi voriefte
faper troppo, di(Te allora il Signor D. Niccola ridendo ; bafta bene , che la
cola elTer pofla, perchè voi non dobbiate con tanta anfic- tà cercar del come .
Pur , di(Te il Signor Mar- chefe , non intendendo io il come , non può piacermi
la cofa; et amerei meglio una fenten- za, che non mi lafcialTe inquieto del
come. Ma che dirette voi, ripigliò allora il Signor D. Ni- cola , fe il Padre
Riccati vi dimoftratte la for- za viva, che che ella fiali, ettere necettaria
nella na- tura? Mi difpiacercbbe, ditte il Signor Marche- fe , che fotte
necelfaria una cofa , eh’ io noru intendo; pure, elfendo necettaria, la
ammette- rei. Or quello egli dimoftra, ditte il Signor D. Niccola , nel fettimo
de Tuoi dialoghi , il qual contiene , per così dire, la fomma di tutta quell*
opera; faccendo vedere con un fuo lottilifllmo argomento , che , fe la potenza
producette nel corpo , non una forza viva proporzionale al quadrato della
velocità , ma la velocità ttetta , interverrebbe talvolta nella natura, che l’
elFet- to non farebbe proporzionale alla cagione . L’ argomento, ditte quivi la
Signora Principetta- , par, che debba etter degno di confiderazione ; ì indi
guardando verfo di me , a voi toccherà , dille, L I B R o I. Ili dilTe ,di (cioglierlo , Te
pur volete foftenere quella vollra opinione, che niente fi faccia nella
natu> ra fe non per via di potenze , che producano, o diliruggano la
velocità. Così che , dilli , me tocca di fare ogni cofa . Allora la Signo- ra
PrincipelTa forndendo difle: il Signor D. Ni- cola efporrà l’ argomento , e voi
lo fciogliere- te « Et io , fe r argomento , lifpofi , farà c- vidente , non
avrò nulla da fciogiiere . Egli è ben vero , che , fe non mi fi mottrerà
chiara- mente, che la forza viva fia necefiaria , comc_* ora diceva il Signor
D. Niccola , mi dovrà ef- fer lecito di ritenere 1’ opinion mia , e ridurre
ogni cofa alle potenze, et all’ inerzia; la qual* opinione non è tanto mia ,
che non fia anche d* altri ; et oltre a ciò è più facile , c più fpcdita , c
più femplice. Neffuno, difie la Signora Prin- cipelTa , potrà contendervelo .
Vedere però,dif- fe allora il Signor O. Serao,che ritenendovi la voftra
opinione per quella ragione, che dite.., non paja , che voi feguitiate quel
principio di fempl reità, che poco innanzi avete pretefo , elTe- re ftaio
introdotto dai fiiofofi più per comodo loro , che per la verità . Quando io lo
fegui- talfi , rifpoM, cercherei il mio comodo; il che hanno fatto tutti i
fiiofofi ; ma io credo in ve- rità, che quantunque il fapientiflìmo facitor
del- le cole poiTa far tutto, che a lui piace; a noi però fta di non ammettere
fe non quello, cho fifppiamo aver lui fatto; ne pofTiamo fapete ciò Q. eh’ e-
Digitized by Google Ilf DeLLA’IORZA Dg'cORM cb*'eg!i f* abbia &tto, fe non
io due mafiié* re, o veggendolo con gli occhi noftri già fat- to f o
argomentandolo dalla neccflità, eoe v'e- ra di farlo» Voi dite benidtmo,
rilrofe il Si- gnor D» Scrao, ne a noi conviene di aggiunge» . re a pia \ x 6
Della forza de’corpi pe. c condótiiere. E pare che Senbfgnté, fineéii-' d o di
Icnver V iftoria del Re Ciro, abbia voluto imitarli; effèndo òpiniòne di molti,
che egli, ef- ponendo le azioni , e le virtù di quel Re glorio- fiflìmo , noti
tali le.cfponeflTe, quali furono, ma quali a dui pareva, che effer dovelTero .
Platone propole Ja forma d’ una perfetta repubblica , e fu feguito nello-ùeflb
argomento da Cicerone, il qua- le vi aggiunfe anche quella dell» -ottimo
oratore. Ne potè Quintiliano altenerlì dal defcrivere la me- defima, quantunque
1’ avefle defcriita Cicerone. E per lafciare gli antichi, venendo ai itempi
ulti- mi , et a i^ilri , VOI fapetc, che il Conte Bàldàf- far Caftiglione
.e/jx)fe in quattro libri Ja perfetti cortegiania P®F còsi Jatto modo , xhe sparve
niuni cofa potere immagihar/ì ne più bella, ne più no- bile, ne più 'magnifica
di quel fuo cort^iano; il qual peri» avrebbe, cred* io , ceduto al volito a-
natomico , fe come voi lo adombrane una voltà in una voftra belliflìma
orazione, così avefte poi preio cura di véftirlo et ornarlo , e farlo vedere
agli occhi degli -uomini ricco -c fornito di tutte quelle doti , .e qualità ,
che ad .un foramo anato- mico fi convcniffero. Ma voi , diflxatto dalle vó-
ftre moltiifime^ e graviflìme occupazioni , avete.* voluto più tollo cisere
quell* eccellenti flìmo a- natomico, che ibrmavate co gli uomini da cib fare; delle quali la
prima^ penfo, che iia la grandtflima, e fomma diiBcolt^ di inllituire quello
fflofofo così perfetto ► Percioc- ché fe nelle altre difcipline, che fon più
angufte c ritirette , pur è difficile feorger quell’ ultimo grado di
perfezione, a cui polTon giungere ; quan- to più lo farà- nella filofofia , la
qual vagando per tutte le cofe , che in mente umana cader pof- fono, non ha
confine ne limite alcunoTCbe fe ognuna di quelle, per efTer perfetta , ha
bifogno- delle altre difcipline a lei propinque, dà cui pe- rò fol tanto
prende, quanto le bada per efTer più bella, et ornarfene; che diremo della
mofofìa, che vuol profefTarle, et efTer maeftra, e direttrice di tutte? onde fi
vede a lei richiederfl molto mag- gior dovizia di cognizioni , e di lumi, che a
qual- nvoglia altra . F certo non potrà alcuno, non- che hiofofo jperfettifBmo,
ma , a mio giudicio, no pur fìlofofo chiamarli , fe egli non avrà una mol- to
acuta, e profonda dialettica, per cui pofTa, e definir le cofe predamente, e
diftinguerle, e di- ftribuirle , e trovar gli argomenti , conofeendone il
Digitized by Google ‘0 12* . Deità forza de’ corpi il valore, e la forza; e
fapendo mifurare la loro probabilità, e contentarfene, qualora non poilà
giungerli all’ evidenza; ricercando poi l’eviden- za in quei luoglii , ove
qualche fperanza ci fé ne moliti: e non far, come quelli, i quali alfueti all’
evidenza dei matematici fofifrir non poflbno le ragioni profbabili dei gfurifli
, ovvero avvezzi al- la probabilità dei giunlli fì nojano delle ragioni
evidenti dei matematici ; nel che errano così gli uni , come gli altri . Et
anche dovrebbe per elìer degno del nome di filofofo fapere perfettamente tutte
le fallacie; perché febbene è vergogna Tal- volta r ufarle, è però molto
maggior vergogna » elTendo ufate da altri, il non faper fvolgerle, e
difcoprirle. Ne con tutta quella fcienza però fa- rà gran fatto il filofofo da
apprezzarfi, fe egli non fe ne fervirà a confeguire le altre ; e non avrk in
primo luogo comprcfa nell’animo la varietà, e r ordine, e la bellezza di tutte
le cofe intellet- tuali , che chiamanfi metafifiche : le qu^li alcuni
difprezzano , avendole per infulTillenti , e vane^ ; ma fe penfalTero, niuna
cofa prefentarfi giammai all* animo , ne più manifefta , ne più ferma , et
immutabile delle-forme univerfali ed afiratte , niente efler più certo che quei
principi, e quelle verità , che da effe a tutte le fcienze derivano j io non
sò, perchè molto più (limar non doveflero quelle cofe, che elfi chiamano
infulfillenti e va- ne, che non quelle, che elfi chiamano vere e rea- li'. E
certo die la metafifica ci aprì ella fola da prin- Digilized by Google Libro
II. 129 j)rìncipio , e difcoprì quella bellifllma e Imponan* tiOìma difciplina»
che può dirli il maggior dono» che la natura abbia fatto agli uomini 1 voglio
dir la morale; la qual fe il filofofo non faprà, ne a- vr'a cognizione delle
virtù ne dei vizj , ne faprà ragionare del fine deir uomo, ne della felicità,
io non fo, che voglia egli fard della fua fìlofofia. E quantunque la perfetta
conofcenza della morale.» polTa da le fola inalzare il filofofo fopra gli altri
uomini , e farlo , per così dir , più che uomo , egli non dovrà però efier
privo ne della fcienza eco. comica , ne della politica , e dovrà faper giudica-
re rettamente dei cofiumi , e delle uianze tanto domefiiche , quanto pubbliche
; perchè dovrà ede- re peritilfimo eziandio della giurifprudenza . E quanto a
me , fe io dovellì formarlo a mio modo, io vorrei che fofle anche eloquente; e
ciò per due ragioni , delle quali la prima fi è, per poter ador- nare le altre
parti della filofofia , et efporle con bel modo; perchè febbene fono fiati
molti filofo- fì, che hanno trafcuratoogni ornamento dei dire; io non credo
però, che ne fia fiato alcuno mai tan- to rozzo , che potefie la fua rozzezza
piacergli. L* altra ragione fi è , che io tengo , che 1* eloquenza fia una
parte della filofofia elTa pure; poiché fe.» credefi comunemente, che alla
filofofia fi appar- tenga il fapere, come fi educhino le piante, e fi lavorino
i metalli , per qual ragione non dovrà el- la' anche fapere, come, e per quai
mezzi fi lufin- ghino gli animi umani, e fi eccitinole fi movano? R ■ e j^r 1^0
Della forza de’ corpi cper queft’iftcfTa ragione niente mi maraviglierei, fé
quel perfettiflìmo filofofo , che noi andiamo o> la immaginando, volelTe
elTere anche poeta. E certo avendo egli quella tanta cognizione, che.» noi
vogliamo , che abbia, di dialettica , di metafili- ca, di morale, avrebbe un
grande ajuto ad effe- re un dottiffimo poeta , e un’ oratore eloquentif- fimo.
E noi Tappiamo, che Cicerone, prezzando poco i documenti della rettorica,
iiiunacofa fiim6 effergli fiata tanto giovevole a divenire quel gran- didimo
oratore, che era , quanto lo fiudio del- le fopraddette fetenze; et efaminando
una voltai , qual filofofia folTe a quello fine più accomodata dell’ altre ,
antepofe a tutte quella dei Peripate- tici , e degli Accademici ; et affermò ,
lui effe- re ufeito così grande , com’ era , non giH dal- le officine dei
rettori , ma dagli Tpaz} dell* accademia . La qual cofa confiderando io tal-
volta meco fiefso , e penfando , che quella.* antica filofofia partorì pure al
mondo un così ec- cellente, e così divino oratore, non sò compren- dere, come
molti fe l’abbiano per una filofofia inutile , e da fprezzarfi . Lafeio Ilare ,
che tanti al- tri oratori , e poeti valorofiffimi, e fommi ufei- rono da quelle
medefime fcuole. Ma ritornando al nofiro nlofofo, molto ancora gli mancherebbe,
fe egli non poffedeffe perfettamente tutte le par- ti della iìfìca ; nella
quale entrando , io vorrei , che egli non folamente andaffe dietro a quelle.»
cofe, che per li fenfi ci fi manifefianoj ma proce- Digitized by LibroII. iji
de(Te oltre con 1’ intelletto , e cercalTe anche i principi t e le caufe , che
ci fi manifeftano per la ragione ; fodisfaccendofi di quella probabilità, che
hanno , giacché all* evidenza non pofibno giungere, ne ritraendofi da quello
lludio per pau- ra, che quella opinione, che oggi par probabile, potelTe una
volta trovarfi falfa. Perciocché il pre- tendere, che ciò, che fi dice, non
debba potere^ clTer falfo, è una pretenfione fuperba, e conve- niente piuttofio
a un Dio, che a un filofi>fo;e^ quegl' ifieffi, che trafportati da una tal
vanità, , per eflere ficurifiìmi di ciò , che affermano , pro- feffano di non
volere attenerli fe non alle efpe- rienze, e alle olTervazioni ; volendo poi
ridurre i ritrovamenti loro a leggi univerfali e collanti , che debban valere
in tutte le cofe, eziandio in quelle, che non hanno mai ollervate, cadono
anch’elfi nel pericolo della probabilità ; la qual probabilità fe non voleffe
feguirfi per paura di errare, non po- trebbono più ne i medici curar gl’
infermi, ne i giudici diffinire le caufe; e fi leverebbe del mon- do ogni
regola di buon governo. Io vorrei dun- que, che il filofofo fapeffe tutti i
fifiemi , alme- no i più illullri, per feguir quelli, che foffer pro- babili ,
fe alcun tale ne ritrovaffe, e rigettar quel, li, che non foffcro; i quali però
faper fi debbo- no , benché fi vogliano rigettare ; anzi rigettar non fi
dovrebbono lenza faperli'; che è cofa da , uom leggero r^ettar quello, che non
fi fa . E • già la filica llella , moffrandogli i fuoi fillemi et R 2 in- Digìtized
by Google 1J2 Della forza de* corpi inftrucndolo delle fue efperienze et
olTervazioni, e manifelhndogli le fue leggi , non è da dubita- re, che non gli
aprilTe anche la chimica, la me- dicina, la notomia,e noi conducelTe ne valli
cam- pi di tutta r iftoria naturale. La qual fìfica vor- rebbe però Tempre aver
feco la geometria, c 1* algebra, con le quali rpelTiflìme volte viene a de-
liberazione, e fi configlia; e fono efie tuttavia per fe medefime bellifiìme
feienze, e nobiliffime, et oltre a ciò amiciflìme della metafifica , da cui
cre- dono efier nate ; così che io eforterei il (ìlofofo ad alTumerle anche per
lor medefime; perchè af* fumendole folo in grazia della fifìca potrebbono» e
giufiamente, averfelo a male. E quefte poi Io intiodurrebbono alla meccanica ,
all' optica , all* aftronomia , delle quali difcipline dovrebbe il fì-
k>fofo efsere pentiflfìmo. Parrà forfè ad alcuni» che io fia faltidiofo, e
poco difereto, volendo imporre al filofofo tanto pefo di ftud| , e di co-
gnizioni, che non è perfona al mondo, che por- tar Io potelse. Ma le eglino
penferanno , che io non lo impongo a loro, ne a veruno di quelli, che efli
conofeono , ma ad un filofofo , che vor- remmo immaginarci , e fingere, e che
dovendo fuperar tutti gli altri nella virtù, c nel faperc^, vogliamo ancora,
che gli fuperi nella memoria e nell’ ingegno, credo, che facilmente mi perdone-
ranno; et anche mi feuferanno > fe io vorrò, che fapendo egli tutte le
feienze, che abbiamo dette.,, e molte altre, fappia ancora i’ ifioria loro, e
co. me Digitized by Libro II. me nacquero tra gli uomini» e crebbero, e pa£*
farono in varj tempi a varie nazioni, e con qii£^> li ajuti, e per quai
mezzi a tanta autorità, e glo- ria s* innalzarono ; che oltreché è conveniente
a qualunque profedbre il fapere gli avvenimenti deir arte Tua; quello
lìngolarmente è proprio del- " la filofoiìa ; perciocché 1’ illoria dell*
altre fcienr ze non é una parte di elTe, ne è parte della retto- rica 1'
illoria della rettorica, ne della dialettica 1* iftoria della dialettica ; ma
l' iAorta della fìlofo^ìa^ che tutte le altre comprende, fembra elTere una^
parte della filorofia ilelTa. Imperocché fe i filoib- fì conllderano con tanta
attenzione gli altri ani- mali, e notano diligentemente e raccolgono le^ loro azioni
, e tutte le loro indullrie , e quella^ iftoria pongono tra le parti della loro
(cienza; io non sò, perché non debbano porvi anche 1* iftoria degli fcicnziati,
e di lor medefimi; tanto più, che fono cflì più nobili degli altri ani mali,
elTendo do- tati di ragione, et avendola più anche degli al- tri uomini
coltivata . Ma lafciamo ormai di rac- cogliere tutte le infinite qualità , e
doti, che a quel filofofo, che noi vorremmo veder defcritto» eccellentiftìmo, e
fommo fi ricbiedercbbono ; ac- ciocché non paja ch’io voglia formarlo io, e
pre- fuma far quello , che ho detto non edere fino ad ora fiato fatto da niuno
a cagione della grandifll- ma difficoltà . Sebbene io credo, che anche un’ al-
tra ragione abbia diftolto gli uomini dal farlo, e^ quefta è, perché ne
potrebbe farlo chi non folfe &• Digitized by Google IJ4 Della forza de*
corpi k>fofo, ne chi fofle, facilmente vorrebbe; cfsendo U forma del
filofofo perfettilTimo una cofa tanto grande, e magnifica , e divina, che non è
alcuno così dotto in filofofia , il qual mirando in quella im- magine non
fidovefTe vergognare di fe medefimo. E le Cicerone non isfuggì di proporre agli
uomi- ni il perfetto oratore;ciò forfè fece, perchè potea credere di non elTere
a quello molto inferiore; noi Tappiamo , che al Caitiglione poco o nulla^ mancò
ad elTere quelperfettidìmo cortegiano, cho egli avea defcritto . Ma chi è, che
veduta una^ volta la forma di un filofofo eccellentiflìmo e^ fommo , non s’
avvedeffe di eflerne infinitamente^ lontano? Quindi è, che molti ricufano di vederla,
ne voglion cercarla per non trovare le lor man- canze; e volendo pur lulingarfi
di elTere compi- tamente filofofi, refiringono la filofofia dentro a quei
limiti , dentro cui fentono elTer rifiretta la cognizion loro . E quindi è ,
che troveremo mol- ti, i quali, non avendo toccato mai ne la dialetti- ca , ne
la metafifica , ne la morale , pur perchè hanno apparato alcuni luoghi della
filìca , credono aver veduta la filofofia , tenendo per nulla tutto il
reftante;e molti efperimentatori ,che farebbono per altro degni di fiogolar
laude , fono oggimai venuti in tanto orgoglio , che vogliono tutto ef- fer
pollo nelle elperienze; e gridano, la filofofia dover trattarli con le mani ;
indarno volervifi u- far la ragione; e non volendo ufarla , ben mo- 'flrano di
non averla. Gli antichi in quella parte^ in- Dìgitized by Google Libro IL tjj
intefero a mio giudizio più che i noftrt; percioc- ché abbracciarono tutte le
parti della fìlulofìa, e^ le limarono tutte grandemente ; e fé in alcuna non
feppero molto innanzi, cercaron però di fa* perne quanto a quei tempi poteafì,
e in alcune^ altre furono tanto eccellenti , che levarono a i po-; Aeri U
fperanza di uguagliarli; come Platone et^ Aridotile , che furono maravigllofi
non folamen*. te nella metafilica, e nella morale , ma an^e_* nella dialettica,
la quale ebbe tanto accrefcime^to da Arinotele, che parve eifere da lui nata ;
et ol- tre a ciò pofero molto fiudio nella fifica ,e mol^o feppero, fecondo
quei tempi, della naturale ifio- ria ; ne mancò loro la geometria , ne 1’
aritmeti- ca, e furono intendentilTimi di mufica , e di poe- fia , della quale
Arifiotile fu gran maéfiro j parvero eloquentilfimi a Cicerone. E veramente iò
credo , che quegli antichi avellerò un gran vantaggio fopra di noi; perchè
elTendo quali o- gnuna di quelle fcienze,che la filofofia abbrac- cia e
contiene, tanro più breve e più angu- fia a loro tempi , che a i nofiri , fu ad
ella più comodo r appararne molte, che a noi non_» farebbe ftudiame una fola .
Ne io mi fdegno già contra coloro, i quali rapiti da una parte fola del- la
filofofia, fi allontanano dalle altre; vorrei be- ne, che apprezzalTero ancor
quelle, da cui fi al- lontanano , e ftimalTero appartenere alla filofoBa anche
ciò , che effi non fanno . Il che non volen- do e(£ fare, mi levano la fperanza
di veder de- icrit- Digitized by Google 1^6 Della forxa de’ corpi fcriita mai
da alcun di loro e formata quella beU la immagine del filofofo pcrfettillimo,
che io tan- to defidero . La quale chi pur volefse oggi vede- re in qualche modo
adombrata^ non veggo qual altra via tener potefse, fe non farlaft egli da fe^
nell’ animo, riguardando molti e varj eccellenti fìlorofi , e raccogliendo in
uno le qualità e co- gnizioni di tutti, con che verrebbe in qualche^ modo
formando quel perfettillìmo che defideria^ moì come fi legge di Zeufi, che
raccogliendo in-’ fieme tutte le grazie di molte fanciulle Calabrefi, formò
quella rara , e (ingoiar bellezza , che llimò poi efser degna di Elena. E certo
chi mettefse infie- metutte le eccellenze e tutte le perfezioni di Carte- fio e
di Leibnizio, aggiungendo loro le rare.» , e maravigliofe cognizioni di Neuton,
dopo cui pare, che il mondo non afpetti più altro ;con que- , ili tre foli
uomini formar fi potrebbe un (ìlo- fofo ,acui non molto mancafse. E per
lafciare i trapafsati , quando io penfo a quella onefia# e nobile compagnia ,
nella quale io fui accolto in Napoli, fi ccome parmi,che quella forpafsafsc^
tutte le altre compagnie del mondo in giocon- dità, in correda, in valore, così
tengo perfer- miflìmo, che, fe i pregi e le perfezioni di tutti quelli, che la
componeano, fi fofs^ro raccolti in uno, fi farebbe fatto un filofofo da potere
para- gonarli al perfettiflìmo. Perciocché ne al Signor D* Serao mancava una
fomma perizia di medici- na, ne di anatomìa , ne d’ iftoria naturale , ne di
qual- j Digitized by Google Libro II. tj7 qualGiìa altra parte della
fi{ìca,acui aggiungeva la geometria e la meccanica, et una incredibile^ eioq
jenza . 11 Signor D. Niccola di Martino non lafcuva defìderar nulla di tutto
ciò, che alle ma- tematiche fcienze appartiene ; nelle quali efleiido così
eccellente , non è da domandare , fé egli fof- fé maeftro grandidìmo in filìca;
era anche puro, e femplice, e chiaro nel dire , e tanto egli, quanto il Signor
D. Serao erano nella metafilica e nella^ dialettica non mediocremente verfati.
La Signora Principefia condiva tutte quelle fcienze, che ot- timamente
intendeva, di tanta foavità e grazia, e così fattamente le abbelliva , che non
parean quali belle fe non per lei fola. Il Signor Marchefe di Campo Hermofo ,
fuperando già T età fua , Ta- cca Iperar di fe lidio ogni cofa . Et io vi direi
an- che più, e maggiori ledi di quella onoratifltma, enobilifiìma compagnia, fe
voi. Signor Giambatt- fia carifiìmo, vi folte fiato prefente , e 1' avefte^
veduta con gli occhi voliti ; che così non temerei, che vi potelfer parere più
grandi del vero ne fo- verchiamente efagerate.* Sebbene, elTendovi voi fiato
prefente , troppo più avrei da dirne , doven- do dire anche di voi. Ma vegniamo
oramai al pro- pofito noltro , dal quale io temo di efiermi per troppo lungo
fpazio allontanato. Venuta 1’ ora^ del vefpro, et avendo la Signora PrincipelTa
fatto fignificare ,che ella era difpofia di ufeire, io e il Signor D. Francefeo
Serao fummo tofto alle fue fianze,dovepqco apprelfo vennero anche il Signor S
Mar- iìS Df.LLA forza DE' CORPI Marchefedi Campo Hermofo , e il Signor D.Ni-
cola di Martino, il quale avendo, come tutti gli altri fecero , fa lutata con
molta riverenza la Si- gnora Principeffa, cavò fuori un libro, dicendo:
ecco,Signora,il libro, che voi defìderate , che io ho tratto dalla biblioteca
del Signor Governatorcj , dove era con alcuni altri di matematica . Qual li-
bro? dilTe la Signora PrincipelTa. Quello, nfpofe il Signor D. Niccola , del
Padre Riccati , che io Rimo a(Tai , benché al noftro Signor Zanotti for- fè non
piaccia. Perchè, difs* io, non dovrebbe,* piacermi ? che io lo (limo forfè più
ancora, che voi non fate; perchè voi lo Itimate moltiflimo , cre- dendo vere le
opinioni , eh’ egli propone, et io, lo ftimo ancor non credendole. Io non ho
ancor detto ,rifpofe il Signor D. Niccola, che le opinio- ni del Padre Riccati
fieno vere; e fono anche,* in tempo di (limarlo così come lo Rimate,* voi . Ma
a voi (la intanto di feiogliere le obbiezio- ni, che quella mattina vi fono
(late propofte. Men- tre così tra noi fi ragionava, la Signora Principef- fa ,
che avea già prefo il libro in mano ,efcorfo- ne in fretta alcuni capi, rivolta
al Signor D. Ni- cola gliel rendè , e dilTe: recheretelo vofeo in bar- ca;
perchè io voglio , fea voi altri piace, che noi oggi facciamo un piccol giro in
mare, avendo per- ciò il Signor Governatore, come egli RelTo mi ha detto, fatto
apparecchiare un naviglio, nel quale,» noi potremo comodiffimamente feguire il ragiona,
mento ipcominciato fopra gli elaRri , e dir quel- lo Digitized by Google Libro
IL 130 lo, che refta intorno alla quiftione della forza vi- va. Tutti
condifcefero volentieri al defiderio del- la Signora Principelfa, et io più che
gli altri, a- vendo già cominciato a piacermi il mare. Perchè ufcimmo tutu
allegramente, e giunti a riva , tro- vammo quivi un ptcciol legno, il più
leggero, e il più vago del mondo; che oltre T eflere forni- to d' albero e di
vela e di remi , era anche di.pit« ture e di rilievi al di fuori leggiadramente
orna- to , e dentro d’ ori e di fece e di drappi guarnito, che non po^ea
vederli più bella cola. Non era^ quafi mare, traendo allora un venticello
foaviili- mo ; perchè entrati fubito m nave, e fatto vela, ci allargammo alquanto
nel feno, lalciando ad- dietro Napoli, e fcoprendo dall’altra parte l'im- menfa
vaUità del mare, che era bellillìmo a ve- dere per la gran frequenza delle
barche, le quali { )arte andavano a Baja e venivano per fervigi del- a Corte,
che vi li afpettava il dì vegnente; c_* .parte correvano a lor follazzo ,
avendo foprabel- iiflìme cpmp‘'‘gnie d’ uomini e di donne, che fa- cevano di
tanto in tanto rifonar 1* ariad’aina gra- ta armonia colle trombe , e gli oboè
- 11 fole^, che era alTai alto, le percoteva co’lucidrllimi fuoi raggi, e le
rendeva ancor più vaghe . Le quali co- fé mirando io più attentamente degli
altri, come quello, chemen degli altri era avvezzo di vederle, e’ mi par, dilli
, che quelle barche, e quelle rive-» c quella ampiezza del mare lieno tanto
belle, che fi faccia lor torto volendo rivolgere il penlieroad S a al- «
Digitized by Google 140 Della forza de* cqrpi altro i e, non fo come, parmi ,
che le ifteflè NerekK fé ne ofFenderebbono . Credetemi però , difle allo- ra la
Signora PrincipelFa , che non fi avranno a> male, fc noi ritorneremo col
penfiero agli elattri; de* quali , come avrete faziato la vifta di quelli al-
tri oggetti, difponctevi pure di ragionare; io mi vi fo mallevadrice per le
Nereidi. Signora, rifpo- fi, io ve ne ho detto quella mattina tutto quello» che
io ne fo . Si , dilTe la Signora Pnncipefla ; ma egli vi reità ancora di
fciogliere tutte le difficoltà^ che quelli Signori vi hanno propolle. Ma elTi-,
ri- fpofi io allora, non hanno fatto altro , che propor- le /niente hanno
provato ; di che io polTo fpedir- mi da tutte breviffimamente fol col negarle;
e co- sì rifpondendo, me ne viene anche un altro como- do ed’ è, che non
accade, eh’ io faccia la fatica di ricordarmele. Oh quella fatica la faremo ben
noi, difse allora la Signora Principefaa ,* e fe quelli Si- gnori vorranno,
come debbono, lo He ne re lepro- pofizioni loro , e provarle ; non fo poi , fe
vi fpe- direte con tanta brevità . E qui tratto fuori il fo- glio , in cui
erano le figure , die avevamo larnat- tina deferitte ( il che fimilmente fecero
tutti gli al- (ri ) parmi , difse , guardando alla figura feconda, che il
Signor D. Nicola abbia in primo luogoop- polto, che le due ferie EN , AC nel
loro primo aprirfi dieno ai due globi N , e C lo llefso impul- fo , e la llefsa
velocità . Non è egli così? Così è ve- ' ramente , difse allora il Signor D.
Niccola ; la do- ve egli voleva , che 1* uno impulfo fofse quadruplo - * dell’
I Digitized by Google Libro IL 141 dell’ altro, e producefse velocità quadrupla
. Ec ho anche aggiunto, non piacermi quella luppofi- zione y eh* egli facea;
doè che gl’ impulfi delle-» ferie fieno ilhntanei, e difgiunti 1’ uno dall’
altro per certi piccolifiimi intervalli ; levata la qual fup' pofizione come
potrà egli foftenere , clic la veloci- tà del globo N giunto in r debba cfser
quadrupla della velocità del globo C giunto in »»? che an- zi io dimoilrerò
eiTèr doppia. E ci6 vuol dimo- ftrarfi^ ripigliai io, in maniera,, che fi
intenda ef- fere necelTaria aglielairri la forza viva diLeibnizio. Chi non £a,
dille quivi i-1 Signor D. Scrao , tutti i noftti ragionamenti ellèr rivolti a
quello?^Ea que- llo pure è rivolta quell’ altra difficoltà, che io ho modo ,
tratta da quella ferie , che propofe Ber- nulli negli atti di Lipfia , lu quale
allargandoli da amendue le parti Ipinge e caccia due globi di- feguali . Per,
proceder dunque con qualche or- dine , difle allora k Signora Prnicipeira , io
voglio , che il Signor D. Niccola efponga prima, e provi la fua difficoltà ;
poi verremo a quella del Signor D. Serao ; diremo appreiTo qualche cofa delle
leggi del moto; giacché anche di quefte'è flato pxopoflo di dover dire. E’
flato anche pro- poflo , ripigliai io, non fb che intorno al prin- cipio della
femplicità . Oh di queflo, dille la Si- gnora Principellà, non voglio io, che
più ft ra- gioni ; perchè vof vi liete oflinato in quella vo- flra opinione; e
mai non fe ne verrebbe a capo.' .Certo che nò,rnaile il di- feorfo , o
procurale di guadagnar 1’ animo del Signor D. Niccola , e lo rendette più lento
a re- fiitervi . Signora , difse il Signor D. Miccola, io ho poco da refiitere
, perchè la dimoitrazione , di CUI fì tratta, non èrnia, ma di Bernulli; pure
do- ve mi parrà di poter foltenerla^ io non ricuio di farlo . Allora io
incominciai ; Due cofe princi- palmente vogliono dimoltrarfi in coteflo
argomen- to di Bernulli* L* una fi è, che la velocità del globo N, giunto in r,
Ha doppia della velocità del globo C, giunto m m. L’ altra, che , efsen- do
doppia, debba per ciò introdurvifi la forza vi- va. Non fon quelle quelle due
cofe, intorno a cui volgefi tutto 1’ argomento ? Così è , difse il Signor D.
Niccola. Or quelle, foggiunlì io, fon quelle appunto, che io dico, non -efsere
ancora abbailAnza dimoltrate. E qui rivoltomi alla Si- gnora Principefsa , vedete
^ dUTi , che io non fo luogo giro. Ei'porrò in piimo luogo quello, che io
defidero nella dimoitrazione della prima del- le due fopraddeite cofe ; poi
verrò all* altra , fe vi piacerà. Mi piacerà grandemente , difse allora la
Digitized by Google Libro II. 151 la Signora Principcffa, di udire e dell’ una,
o dell’altra. Et io fubito ripigliai a quello modo: Se io ho bene intefo, non
per altra ragione ci di> moUra il Signor D. Niccoìa, che la veloctth del
globo N giunto in r (la doppia della velocità del globo C giunto in «r, fe non
perchè egli vuole confiderar quelli globi» come due corpi gravi ca- denti» r
uno da N in r, 1* altro da C in «r, et ' applicar loro le leggi notiflimc della
comune gra- vila, lafciateci da Galileo. Ma chi non la, cbe_* quelle leggi
voglion fupporre, et hanno per lor precipuo fondamento » che i corpi » le cui
cadu. te vogliono paragonarli» partano tutti dalla quie- te con la medefima
velocità? la qual fuppolìzio- ne fe noi leveremo via, faran levate ancor quel-
le leggi ; ne più fi troveranno gli fpazj proporzio- nali ai quadrati ne delle
velocità ne dei tempi. A. far dunque valere le leggi' della gravità ne’ due
globi N» e C, par, che doveffe din&oftrardin pri- mo luogo» che elÉ globi
partilTeródtltà' quiete^ cioè dai punti M e C con la ftetfa velbdtSt amen- due.
La qual cofa non avendo il Signor O. Ni- cola dimollrata » ne quello pure ha
dimoftrato die fi volea; e quanto a me io ne dubiterò, finché, egli la
dimoflri. Io non 1' ho dimollrata» dilTe il Signor D. Niccola » 'perchè non la
dimollra ne Bernulli pure,la ragion del quale ho io voluto ef« porvi, e non
altro. Io dunque» rifpòfi, ne dubiterò» finché me la dimoftrt Bernulli. Rifpofe
allora for- ' ridendo il Signor O. Niccola : Bernulli non 1’ ha di' »5i Della
forza df' corpi dimolhata, perchè non ha creduto, che ne fof-, fc bi fogno. Di
fatti come potrebbono non effe- re eguali le velocita, con cui fi partono i
globi dai punti N e C, effendo eguali gl’ impulfi, che quivi ricevono T uno
dalla ferie EN,i’ altro dal- la ferie AG? E quello è quello, rifpofi icf, che
pur bifoghertbbe dimoftrare, cioè, che quel prii mo impulfo, con cui la ferie
EN aprendofi cac- cia il globo dal punto Nf, fia eguale a quel prj- mo impulfo,
con cui V altra ferie AG, pure a- prendoii , caccia l’ altro globo dal punto Oh
j diffe allora il Signor D. Niccola ,‘non è egli chia- ro, che le due ierie
prima di aprirfi"; quando da- vano ferme, e cbiuie, premeano i globi
egual- mente , fpingendoli ciafeuna di loro con eguali impulfi ? levata dunque
quella potenza , che le te- nea chiufe, e ferme, fuggiranno vìa i globi cac-
ciati da impulfi eguali , e così comincieranno su correre con eguali velocità .
A dir vero, rifpofi io allora , quella dimoflrazione io non afpectavay e parmt,
che affai ben facciano quelli, die la paf-. fano in filenziò, troppo'' efiendo
facile il rifi^ii- derle. Perchè io veramente concedo, 'che le due ierie prima
di aprirli, eflèndo chiufe, e ferme.., ipingonoi globi con eguali impulfi; ma
vorrei, m mi fi dimollraffe,;cbe gli fpingano con egua- li impulfi eziandio
nell* ^rirfi; perciocché i glo- bi fuggon via , e niettonfi in cammino , non
per quegl* impulfi , che ebbero prima , che le ferie fi l^riffero , ma per
quelli , che hanno^ mentre fi a- pto- Digitized by Google Libro IL 153 prono.
Per qual ragione, di(Te allora il Signor D. Niccola , dovranno gl’impulfi , che
, elfendo chiu> fe le ferie , erano eguali , divenir difeguali , mentre fi
aprono ? Pareva in quella contcfa , che il Signor Marchefe di Campo Hermofo fi
inclinalTe alla mia opinione, e udita la domanda ultima del Signor D. Nicola
avelTe pur voglia di rifpondergli . Perchè io a lui rivolto il pregai di voler
dire; cteglimo- deliamente, fecondo il collume fuo, a me par, dif> fe , che
elTendo chuife le ferie , e tenute ferme da quelle potenze, che tengono fermi i
globi, gli ela- firi di ciafcuna fi follengan 1’ un 1* altro , ne agifca contra
il globo fe non un’ élallro folo, che è quel primo, che tocca il globo ItelTo.
E quindi è, che qualunque fia il numero degli elallri, onde l’ una, o 1’ akra
ferie fi compone, finché elTe fi Hanno chiufe , fpingono amenduei globi
egualmente. Ma fe fi aprono, allora gli elallri più non fi follengoa r un 1*
altro , ma feorrono tutti dalla parte del globo, e tutti lo fpingono; e quindi
è , che nell’ aprirli più fpingerà quella ferie , chefarà comporta di più
elallri ; e fe una farà comporta di un elartro folo, et un’altra di quattro ,
dovrk quella nell’a- priffi dare al globo un’ impulfo quattro volte mag- giore
di quella, quantunque prima di aprirfifpiiir gelTero amendue egualmente. E
poiché v’ è pia* ciuto di chiamarmi in una controverlìa così fotti- le, benché
le mie ragioni non polfano aggiunger niun pefo alle vollre, pur ne dirò una ,
che mi va ora per r animo , ed è querta. Secondo che voi . V . mi T54 Della
FOREA DB* CORPI mi avete ^uefta mattina infegnatO) gli elafiri , di ' cui
ragioniamo , e che il grandilfimo Bernulli prò* pole > non fono ne
materiali, ne corporei ; in lom- ma non fono elafiri ; ma fono prcllìoni» le
quali noi chiamiamo elafìriie quelle prefiìonì non aven- do alcun altro
foggetto» in cui fuflìllano»dee in- tenderfì,che fìeno immediatamente apphcate
al glo- bo ftelTo. Or dunque dicendoli,, che nell’ aprirli la ferie EM , lì
fcagliano quattro clallri verfo il globo dovremo intendere che quattro pref-
fiont immediatamente alfalifcano il gobo M ,elTen- do il globo C afsalito da
una loia ^ondepur fegue, che quadruplo debba elTer T impulfo dei globo W; c
quadrupla altresì la velodtlt » Ma lafcii^mo dar quello; che poco monta .Ben mi
pare> che lei due globi partono dalla quiete con due velocità dife-
gualiji’una quadrupla deli’ altra ; a voler conlìde. rargli ^ come molti da
alcun genere di gravità , bi- fogni dire, che abbiano due gravità diverfe, 1'
una quadrupla dell’ altra. Onde' legue (lecondo che di- cevamo quella mattina
)che efsendo Io fpazioNr quadiuplo dello fpazio Cav, debba il globo N, avere in
r , velocità quadrupla di quella , che avrà il globo Citimi non dunque doppia ,
come vogliono i Ber- nulltam; i quali molto mi meraviglio» che nonu abbian
curato di dimodrare colà tanto necedaria» cioè che i globi N,eC partano dalla
quiete con la medelìma velocità . Vedete, diflì io allora, fé era cofa
recedaiia • Il valoroGlTimo Eraclito Man- fredi , del quale avrete udito dire
adai volte, me- Digitized by Googlc L 1 B R O 'I !• I J5 dico, fnr quanti ne ha
Italia, chiaro et illuftre , et oltre a ciò geometra molto deliro, e degno dei
due famofi fratelli Eullachio,c Gabriello, prefe,alquan* ti anni fono , nell'
Accademia di Bologna a confi- derare quella dimofirazione , che fotto
un’elegan- te calcolo efpofe Bernulli ,e poco fa ci ha efpofia il Signor D.
Niccola lènza calcolo. Aveva Bernul- li in quella iua anificiofa fupputazione
chiamato / quella preflìone, con la quale aprendofi una ferie urta un globo ; e
chiamando altresì f la« preflìone , con cui fpiegandofi un’ altra ferie urta
un’ altro globo, aveva dimolirato conciò ,che egli
aveaperegualiameDduequellepreflìoni,-quàn- tunque ie ferie da 4ui propofte
foflcro difegualù £ di qui cominciando, avea poi teiTuto certo calco- lo , che
fecondo .l’ intendimento fuo , non fenza^ oflefa de Cartelìani, lo conduceva
all’ opinion di Leibnizio.il Manfredi feguendo le iftefle orme, non mutò altro,
fe non che l’ una delle detteprcflìoni chiamò / , 1* altra np , moflrando con
ciò di non a- verle per eguali , ma bensì per proporzionali alle ferie fleiTe j
e con quello folo fraftornò tutto quel calcolodimaniera,chedi/logliendolo
dali’opinion di Leibm'zio gli acquiitò 1’ amicizia e la grazia de Cartefiani-
il (he pur fece quafialloftcflb tempo iì Padre Negri Barnabita matematico affai
illullre:* in Milano. Tanto era necefsario a Berirulliani il dimollrar 1’
uguaglianza di que’ due primi impul- fi , con cui le ferie cacciano i globi nel
loro aprir- fi . E di vero tolta una tale uguaglianza , io sfido , . V z qual-
. Niccoha. Et io lifpofi; io concedo , che la gravità infeguifce pi, allorché
cadono « con una prellìone contea» e lempre eguale; e concedo altresV» che l’
elafti- cità delle due ferie mièguifce i globi per li fpa* zierti Nr , O» eon
una prellìone y continua elTa purey e fempse eguale. Ma da ciò che ne viene? Ne
vien, dille il Signor D. Niccolayche k elafti- cità delle ferie, fjMngendo i
globi, olTerverà quelle ftelTe leggi, che ollèrva k gravità; e così i glo bi y
fcorrendo gli fpazj Nr, Cm , avranno le:» velocità proporzionali ai tempi , e
fcorreranno fpa- aj, proporzionali ai quadrati delle velocità, e fa- rà la
velocità deli' uno, giunto in r, doppia del- la velocità deir altro giunto io
m. Ne di ciò po- t tete voi dubitare, fe già non volete prender lite:» eon
tutti i filofoU. Non temerei, rifpolt, di pren- der lite con tutti , avendola
prefa con voi; ma feti- za lite, io dimando folamente, fe la gravkà oflec- vi
quelle leggi, che avete détto, per quella ragio- ne, perchè adopra ne corpi una
preflione contin-' va fempre et eguale, o per altra ragione, qual che eik
fiali. Che monta a vof, difse il Signor D. Kiccola, di fapere , per qual
ragione la gravtdt , oiservi quelle^ tali leggi ? fe pur le ofserva, non 'è ^
cercare altro, lo cerco, dilli > la ragion di of- 158 Della forza de* corpi
fervarU} ne credo di aver torto ; perchè fé la gra- vità ofserva quelle fue
leggi per quefta ragione , che adopra ne corpi -una preilione continva fem- f >re,
et eguale, ne viene, che ogni altra potenza, a quale fìmilmente adopri una
preiTione contin- va tempre et eguale , dovrà ofservare le iilefse.* leggi ; ma
fe la gravità le ofserva , non per quel- la ragione, ma per qualche altra, che
noi forfe^ non lappiamo, potrà certamente dubitarli , che al- cun’ altra
potenza , quantutrque adopri una pref- fion continva, et eguale., non però
olTervi quelle medefime leggi . Benché dunque i’.elailicità delle ferie fpinga
i globi per li /pazietti 'Nr, •CwcotL. una prelTion continva et eguale, il che
io vi con- cedo, non è perciò dimoilrato, che ella debba fe- guire le leggi
della gravità ./perchè la gravità iftef- fa le fegue non forlè per la
continvazione , et u- guaglianza della preifion Tua, ma per altro. Qui il
Signor O. Serao, che tino ad ora s’era taciuto, voi,difse , fiete il più
eccellente uomo del mondo a dubitare; ne credo, che Socrate, -il tqual dicefì
cfsere ilato tanto valorofò in quell’. arte, vi avan- zafse. Ma per qual’ akra
ragione voletevoi, che^ la gravità legua quelle fue leggi, le non per efser
continva et eguale la fua preflionef A me par cer- to, difse quivi la Signora
Ptincipefsa,che fe nel corpo , che cade , la velocità ^è fempre sproporzio-
nale al tempo (.la qual può dirfi la pnma e prin- •cipal legge della gravità )
ciò debba'feguire, per- chè efsendo la prefltone fempre eguale , tanto più -j.
di 1 Digitized by Google 1 L 1 B K O I I* 159 di velociti dee produrre, quanto
più tempo ella du» ra;onde egli fi par bene, che quella legge nafca non d*
altro che dalla continvazione della ItelTa pcef* (ione nel tempo. Non vi
difpiacerà, o Signora:^, dilli io quivi , che io vi contradica ; perchè io
cre> do, che voi per quello appunto abbiate propoli* una tal ragione. Qui
forridendola Signora Prin- cipefla , pur, difse,che rifpondete Io, dilli, non
rilpondo altro; fé nonché domando, fe la pref- iione della gravitai, fìccome è
continvae Tempre e* guale per tutto il tempo della caduta , così pari* mente
lìa continva et eguale per tutto lo Ipazio» • Perchè domandate voi quello^ di
(Te la Signora^ PrincipelFa. Perchè, rifpolr, fe l’aziiMte ovvero prellìone
della gravità è continva e Tempre egua- le per tutto lo Tpazio , e periV non
produce una^ velocità proporzionale allo Tpazio ; perchè non po- trebbe ella
clTer iìmilmente continva et eguale per tutto il tempo , e non produr tuttavia
una velo- cità proporzionale al tempo? E fe la producepro- porzionaleal tempo,
bifogna bendhe,che il fac- cia non per quella continvazion Tempre eguale» ma
per altra ragione, che non Tappiamo • Voi dunque , dilTe allora la Signora
PrincipeiTa » volete rigettare una ragione , che tutti ab- bracciano, per
(èguime un*^ altra, che voi fteflb i dite di non Taperef Ma come èquefio,che
l'azion della gravità , efsendo Tempre eguale in Te lleTsa , non debba (limarli
tanto maggiore , quanto più lungo è il tempo , per cui dura f I più veramente,
lifpo- Digitized by Coogle t£o Della torza de* corpi- Tifpofi io ) così la
ftimanojma fé io volerli orala- fciarnai vincere dall’ autorità , mi lafcierei
vincere dalla vofira ; «così farebbe trà noi finita ogni dif- puta. Sappiate
però, che il Padre Riccati , che voi avete già cominciato a ftimar canto, e più
ancora lo llimerete, come avrete letto il fuo libro, mi- fura r azione della
gravità non dal tempo ma dal- lo Ipazio ; benché poi voglia , che non la
veloci- tà fi produca da quella azione, ma una certa fua forza viva . Tanto è
vero , che quantunque T azio- ne della gravità fia contmva et eguale nel tempo,
non per quello però fi dimollra-, che debba ne el- la ne i* effetto fuo
mifurarfi dal tempo ftefso . Voi dunque, difse allora la S;gnora Principefsa,
le al- eono vi pregafse di dimoltrargli , che la velocità ne i ®ravi debba
efsere proporzionale al tempo , non faprefte, come farlo. Io il faprei sì,
rifpofi, fe voi non avelie dato ordine a quelli Signori di contradirmi,- perchè
io direi, che la preffione del- la gravità fi compone di infinite preflìoni
iftanta- nee, tutte tra loro eguali , e tutte tra loro difgiun- te per
intervalli c -rempetti eguali ; e fpiegata cosi la gravità , fi vedrebbe chiaro
, che tanto magajo- re debba elTere 1’ azion fua , e per confèguente an- che la
velocità, che per -lei fi produce, quanto è maggiore il numero delle preflìoni
iltanunee, cioè quanto è maggiore il numero degl’ intervalli, che è lo ileflb
che dire, quanto è più lungo il tempo. Ma quelli Signori non vogliono ne le
preflìoni iflantanee , ne gl’ intexvalii. £d ecco il frutto dell* aver
Digitized by Google L I B R O I I. l6l aver voi, voluto, che mi contradicano;
che e(Tl per fervirvi fi hanno pollo nell* animo di contra- dirmi in ogni cofa.
Allora la Signora Principel- fa ridendo, fé io, dilTe, ho voluto, che eflt vi
contradicano , ho anche voluto, che voi vi difen- diate i ma fe voi non volete
valervi di quei vofirt intervalli , voi lafciate lenza dimollrazione le leggi
della gravitai, delle quali per ciò dovrà ognuno po- ter dubitare.No
Signora,rifpolì;perchè fenza i miei intervalli, e fenza niuna altra
dimofiraziono , le ha dimoftrate abbadanza 1* efperienza; la^ quale fe come le
ha dimollrate nella gravità, così le avefse dimoftrate anche nella elallicità
,ionon' dubiterei di ammetterle e nell’ una e nell’ altra ; ma avendole 1*
efperienza dimoftrate in quella,e^ non in quefta , io credo di potere
ammetterle in quella, fenza efsere per ciò obbligato di ammetter- le anche in
quefta. Voi dunque, difte allora il Si- gnor D. Serao , non confidate mence
alla analo- gia . Che dite voi di analogia? rilpoft io . Ed egli, parmi, difte,
chcfe l’elafticità delle due ferie EN, AC è pur limile alla gravità in quello ,
che fpin- gendo i globi per gli fpazj Nr , C»n, adopra in^ e(Ti una preflìonc
eguale e continva , le debba an- che per una certa analogia elfer fimile in
tutto il reftame,e così oftervare le iltefte leggi. lofto a vedere, che voi
vorrete mettere in dubioanclie^ il prindpio della analogia , di cui oggi tutti
fi fer- vono, e r hanno quali per lo primo e principal i&)ndamento della
Èlica ; cosi che ormai farebbe^ X ver- lói Della forza de* corpi vergogna il
dubitarne, lo m* accorgo, rifpofì, che voi avete paura, che io ne dubiti; e con
ciò di> moftrate di dubitarne un poco anche voi ; ma dirvi il vero io credo,
che quella analogia ( che cosi la chiamano con nome greco , ne lo quanto bene )
fia un luogo pericololillìmo , da cui lì trag- gono argomenti talvolta di
qualche pefOjfpeflilTi- mo di niuno. Perciocché ella è polla non in altro, che
in una certa fìmilitudinc, che alcuni voglion fupporre, che lìa in tutte le
cofe tanto grande, quanto mai elTer può. E così conorciutone due_«, che lìeno
limili alcun poco, facilmente 11 induco- no a credere , che debbano elfer Umili
in tutto • C tutte le proprietà , che trovano in una,nonhan. no difiRcoltà di
attribuirle anche all* altra . lidie.* oggimai è tanto innanzi proceduto,che
molti han- no creduto dover elfer degli uomini nella luna,fo- lo perchè efsendo
la luna fimile alla terra , inquanto ha delle montagne, penlàno, che debba
efserle limile in ogni altra cofa . Al quale argomento fe noiyow lelTimo tener
dietro, bilbgnercbbe mettere nella.* luna ancor le mafehere e i teatri. Sapete,
quante.* novelle,valendoH della analogia, perfuafe già il leg- giadro francefe
a quella fua giovinetta . Per quel eh* io veggo , difse allora il Signor
D.Serao, voi fiete un gran nemico della analogia. Ma pur par- mi, che la
lìmilitudine, in cui efsa è fondata, mol- to li convenga alla natura . E perchè
, rifpoll, non le converrebbe altrettanto la varietà? Perchè, dif. fe il Signor
D. Serao , le cofe fono più belle rida. * cendofì a una certa fìmilitudincte
quafì a una fot- ma fola . Et a me, diffi , pajon più belle per quel, le tante,
«così vane forme, che hanno. Ma ben m* accorgo, che voi volete farmi
difubbidire alla Signora Prindpefsa, traendomi così apocoapo. co nel difcorfo
della femplicità, della quale i’ana. logia è come una confeguenza . Ip dunque
per non commettere così grave colpa, dirò della analogia brevemente, fenza
toccare il principio della fem* pliciià^ e fol quanto balla per rifpondere all’
ar- gomento da voi propollo . Io dico dunque , che argomentando dall’ analogia,
lì argomenta alsai bene e con qualche probabilità, feconofeendo noi, due cofe
elTer fimili in moltiflìme proprietà, co^ che pajano d’un’ illefsa fpezie ,
concludiamo , do- vere efser fimili anche in una proprietà , che Tap- piamo
convenire all’ una,etèquiltione ,fe conven- ga anche all’altra; e così da molte
proprietà argo- mentiamo di una. L’ argomento però farebbe afsai debole, fe da
una volellimo argomentar di molte. E per venire al propofìto io non fo in
verità, con quanta Scurezza conchiuder fi pofsa, che due po- tenze efsendo
fimili in quella loia proprietà di e- fercitar amendue una prelììone continva
et eguale, debban per ciò efser fimili in tutte ; e perchè l’ una produce le
velocità proporzionate ai tempi, così debba far’ anche 1’ altra. Senza che
dalla analo- gia può nafeere probabilità alcuna , non può mai nafcerc alcuna
evidenza. Voi fiere, difse allora il Signor D. Serao, un logico troppo
fallidiofo; X 2 ecer% Digitized by Google i64 Della forza db* corpi e certo che
dalla analogia non naicon mai dimo- (Irazioni così evidenti, come quelle dei
geome* tri fono ; ma ben fe ne cavano argomenti tanto probabili, che di
pochiHìmo cedono all' eviden* za. E quefti argomenti, rifpon io, fono quelli,
che lì deducono da un numero quafi immenlb dì prò- prietà,non quelli, che fi
deducono da una proprietà fola, come è il vafiro;nel quale perchè la gravità e
rdafiicità fi credono avere una proprietà comune, volete argomentare per
analogia, che le abbiano tutte . Ma come potrebbe argomentarfi altrimen- ti ,
diffe il Signor D. Serao , fe l’ oficrvazione non ci ha fatto conofcere in loro
fe non ima foia pro- prietà comune ad amendue, che è quella di efer- citare una
preffione eguale'e continva? Non sò, rif- pofi , fe r ofiervazione ci abbia
fatto conofcere ne pur quella. Ma quando bene ciò foife, non do- vrebbe però da
una fola proprietà argomentarfi di tutte r altre; e dovrebbe in tal cafo il
fiiofofo a- ftenerfi più rollo da ogni argomentazione, che far- ne una con
tanto pericolo. Pure non farebbe egli meglio , dilTe allora il Signor D. Serao
, avendo noi olTervate le leggi della gravità , comporre fe- condo le ifielTe
leggi ancor le altre potenze ; e co- sì indurre nella natura quella bella
conformità^ che rende tutte le cofe più chiare, e più comode,, e più femplici?
Di quello, dilli, abbiam parlato abballanza quella mattina . Ma voi farelle
meglio ad elporci quel volito argomento , che avete detto voler dedurre da una
ferie fola di elaAri ; che an- (}ar- Digitized by Google I Libro fi. ' darmi
tentando a dirubb'dire alla Signora Pnnei- pclla ; la qual dovrebbe doppiamente
caltigarvi , e per quella difubbidienza , che avete fatta voi , en- trando nel
difeorfo della femplicità« e per quella» che volevate, che io faceffi. Allora
la Signora^ PrincipelTa, egli, dilTe,vi ha tentato non per farvi difubbidire,
ma perchè , relìlfendo voi alla tenta- zione, dimoftralle meglio la volita
obbedienza; il che avendo voi fatto, io debbo lodar voi, e rin- graziar lui. Vegga
però il Signor D. Serao, difli io allora, di non tentarmi più TpelTo. E fe egli
il farà, dilTe la Signora PrincipelTa, voi mollrerete la virtù volita più
fpelTo. Ne io voglio però libe- rarvi da un peio, che voi lielTo vi avete
impolio» e a cui pare, che vogluteora fotirarvi. QuaPè? dilli . Voi , dilTe la
Signora PrincipelTa , avere pro> polio due cofe; 1’ una è, che la velocità
del glob(> N giunto in r non fi dimoftri elTcr doppia dell&« velocità
del globo C giunto In m; l’ altra è, che-* quand* anche fofle doppia, pur non
fi dimolirereb- be , che oltre la potenza producitrice del movi- . mento
dovelTe intervenirvi la forza viva di Lei- • bnizio ; ddle quali due cofe voi
avete dichiarato' la prima, relia che dichiariate la feconda. Come a- vrete ciò
fatto, il Signor D. Serao efporrà 1* ar- gomento, che voi domandate. Vedete,
diffi io al- lora , fe io fono bel parlatore, che di due fole co- le, che io
aveva propone, una già m' era caduta di mente. Faccendofì cotali ragionamenti,
erano già, fenza che noi ce ne accorgeflìmo, alquanto crc- Digitized by Google
Bella forza DE' corpi crefciuti il vento, e il mare; perchè il governator della
nave fece chiedere alla pignora PrinciptlTa^ ie voldse andar più avanti ; et
ella a me rivolta mi domandò, fe quei cammino mi defse moleftia ; et avendo io
rilpolto, che anzi grandiflìmamente mi «Jilcttava^ diede ordine al governatore,
che andaf- fe oltre leguendo tl vento, e così difpenfafse tutto quel giro, che
la fera poteffimo efsere a Pozzuo-. lo. E già nafcoliocifi quafi del tutto il
vago alpetto di Napoli, cominciavano a coprirli le -umili , e di- lettofe rive
di Baja, ne più vedevanfij(|l|Don da^ lungi le verdeggianti cime del feropre
lieto Paufi-’ lipo, e della tridente Mergillina . Quando io, a- vendo un poco
vagheggiato con gli occhi- 1’ immen- fo fpaziodel mare, che ormai da tutte le
parti vieppiù allargavafi , rivolto a compagni , eccomi, » difpofto a pagar
quel debito ,chem’ era ufei- to della mente; di che miipedirò fubito,come_.
buon pagatore, e con poche parole . Io voglio dunque concedere ciò, che fino ad
ora ho negato, che le ferie tiel loro aprirli premano i globi cguaU ’ tnente ;
che feguano a premerli egualmente per tut- ti li fpazietti Nr , C«?; che gli
facciano correre^ fecondo le leggi della gravità ; e che Icorrcndo l' un d’
fcflì lo Ipaz-.o Nrqnadruplo, e mettendovi tem- po doppio, VI acquiiti doppia
velocità. Non può egli farli tutto ciò per una preflìone producitrice della
velocità fenza più ? Imperocché fe amendue le ferie premono i globi egualmente,
quanto è fa- cile , che feguuando V una a premere per tempo Digitized by
Googlt: Libro IL tSy doppio produca con la Tua prelfione doppia velo» cita ?
Che neceflìtk ha egli qui di quella forza viva di Leibnizior La qual ie potelTe
dimoilrarlìdalmo* v:mentoifei due globi per li rpazietiiNr,,C«, po- teva all’
illelTo modo , anzi più comodamente, di- moftrarll dalla caduta di due gravi ,
1*^ un de qua- li cadefTe per uno fptzio quadruplo dell’altro; ne accadea far
violenza ali’ immaginativa, flringen- dolaa concepire elaftri immateriali, et
incorpo- rei , ne ricorrere a linee curve , ne metter mano> a calcolicene a
integrazioni » B poco vale Udire, che r effetto dee elferc proporzionale alla
caufaj e però elTendu 1’ una ferie quadrupla dell’ altra^ dover uforne effetto
non doppio ma quadruplo, e quello effere la forza viva. Imperocché chi noa fi ,
che qualor fi dice cl’effeao dover effere pro- porzionale alla caufa, non altro
vuoili intendere, fe non che dee effere proporzionale alT azione-»?' che fe due
caufe eferciteranno azioni eguali , do- vranno ufeirne eguali effetti, come che
lecaufe fieno difeguali.Ora quantunque la ferie EM fia quadrupla della AC, non
dicono però i BernulUanr,che pre- mono amendue egualniente.^Perchè dunque non
do- vranno dalle eguali prefiìoni ufcireeguali velocità? fe non che feguendo la
ferie EN a premere per dop- pio tempo, dovrà ufeirne velocità doppia • Ma dirà
alcuno ile ferie oltre il premere, che è veramen- te eguale in amendue , hanno
anche un’ altra azio- ne, che è quadrupla nella ferie quadrupla Et io rifpondo,
e dimando, che neceffità v’aobia di ag- gina- i58 Della forza Dt* corpi
giungere quelia nuova azione aila preflìone; che mal farebbe) fe noi diceflìmO)
le due ferie.* non far’ altro che premere? Certo che eflTendo gli clalhi, di
cui parliamo, incorporei e immateriali, non altra forma hanno, che di pure, e
femplici prelTioni) in cui niente altro può intenderfi, fe^ non r atto iftelTo
del premere . Sebbene par , che talvolta dimenticandoli i Bcrnulliani di aver
pro> pollo el alt ri immateriali, e’ tornino, fenza avve- derlene, alla
materia, dicendo, che debbon pure gli elaliri comunicare,e trasfonder nei
globi, trafmettere quella forza viva, che hanno; impe* lacchè quale aver ne
polTono, fe ella mifurafì an* ?br dalla mafla, ed elTi,eirendo immateriali ,
nort* han malfa niuna?E poi, che necelTità v’ ha egli di volere, che negli
elaftri, oltre l’arto del pre- mere, lìa ancora una cotal forza viva, che a
nul- la ferve? Ma mettianro ancora, che elfendo quat- tro gli elaltri, oltre il
premer che fanno, debba- no avere un’ altra azion quadrupla, da cui na* licer
debba un effetto quadruplo, dipinto dalla^ velocità. Chi però mi dimollra , che
tale elFetro elfer debba cma forza ? Oh che altro farebbe egli ? dille allora
il Signor D. Serao . Et io, perdiè , dilh , non potrebbe ellere quallìlìa altra
forma, o accidente, o qualità, la qual non producelfe nul- la , e non
producendo nulla, non mcntalfc pure il nome di forza? Eccovi, dilfe il Signor
D. Sc- rao, un’ effetto, che produr potrebbe . Egli è certo, che come il globo
N è flato fpimo peri’ urto Digitized by Google L I B H o II. i6g urto della
ferie da N fino in O , fé egli con quel- la itdfa velocità, che ha in O,
tornaife indietro, refpignercbbe la ferie da O fino in N ; e in que- llo perderebbe
tutto il fuo movimento . Vedetta dunque, che egli elTendo fpinto dalla ferie
per lo fpazio NO, acquilla una virtù di refpignerla per lo (lelfo Ipazio, e
chiuderla altrettanto, quanto lì aprì. E quella virtù è la forza viva, della
qua« le le mi chiedete gli effetti , uno può elTerne il chiuder la ferie, e
ridurla a quella llrettezza , in cui era prima*. Voi dite vero, rilpofi; ne io
ne- go, che fe il globo, tornando indietro, compri- me la ferie da O fino in N
, quella comprefiìo- re polTa prenderli, fe voi volete, come un’ ef- fetto,
immaginando nel globo una forza ad elfo lifpondente; in quell’ ifielTa maniera,
che efsen- do un corpo caduto da una certa altezza , e po- tendo con quella
velocità, che ha a^quillata, fà- lir di nuovo alla altezza medefima, niente
impe- dìfce j che tal falita fi prenda , come un effetto , lì immagini nel
corpo una forza, che ad efso rif> ponda. E di tali forze, quante poffiamo
immagi- narcene a piacer nollro/Noi però non quelle for- ze cerchiamo, che
efser pofsono nella nollra iftl- *maginazione, ma quelle, che fono nella
natura; t confidcrando quelle folaménte , ficcome il corpo rifate a quella
altezza , da cui cadde , non per una partìcolar forza , che produca il
falire,ma per un movimento, che egli ha , e che la gravità va in lui dillr
uggendo a poco a poco; così il nollro globo^ Y ■ tor- Digilrzed by - -Ogle i-jo
Della for^a de* corpi tornando da O in N , chiude la ferie , non per una
particolar forza , che produca il chiudere, ma per quel movimento, che egli
ha,eche Telalticità del- la ferie va in lui dillruggcndo a poco a poco, no ‘ ha
finito di diliruggerlo, fe non come egliègiun- to in N . Onde fi vede , che
fcorrendo il globo da N fino in O , l’elallidtà della ferie produce in lui quel
movimento, cui pofcia diftrugge , tornando egli da O fino in N ; il che tutto
può compierli per una fola potenza ora producitrice del movi- mento , et ora
dillruggitrice. Per la qual cofa_., quand* anche per la fpinta degli elaftri
nafcer do- velTe nel globo N una qualità nuova , la qual foITe quattro volte
maggiore di quella , che nafce nel ^globo C, io non laprei, quale effetto
doveffe at- tribuirlele; e fe niuno effetto dee attribuirfele,c s’ella è pur
nata per non far nulla, perchè la chia- meremo noi forza? L* inerzia ,di(Te quivi
la Si- gnora Principeffa, potrebbe cffere una forza viva di quella natura ;
tantoché pare che il Padre Ric- cati non abbia fatto male a conllituire la
forza vi- va nell’ inerzia- Non fo però , rifpofi io, feil Pa- dre Riccati
folTe per dire , che quattro elaftri, pro- ducendo nel globo N velocità doppia,
doveffec produrvi inerzia quadrupla. Ma voi vi prendete.» gioco di me. Et io
credo ,che meglio farebbe di udire quell* altra diificoltà , che il Signor
D.Serao ha promelTo di efporci, deducendola da una ferie fola di elaftri ;e che
io defidero grandemente di intendere. Se voi dkefte, ripigliò allora il Signor
D.Sc- V Digitized by Googlt LiititoIT. 171 D*SeraO} che quella non folTe e
molto ingegnofa» e molto bella, e molto forte, farcire ingiuria al chiarilfimo,
e incomparabil Bernulli, che già la., propofe negli atti di Lilpia dell’ anno
i7;5;ne^ dubitò di anteporla, come argomento invittiÓfimo, a tutte le ragioni ,
che addur fi potelTero pér di- moftrare la forza viva di Lcibnizio. E’ forfè
quel- la, diUi io, che egli addulTe in un fuo fottiliflìmo ra- gionamento , nel
qual prefe a fpiegare la vera no- zione della forza viva , e conchiufe dover
lei effo- re una cotal forza foftanziale? Quella appunto, dif> ie allora il
Signor D. Scrao ; e pare , che voi l’ ab- biate preveduta ; tante cofe avete
ultimamente det- te , che paiono dette a polla per ofcurarne la^ chiarezza e lo
fplendore; il che però faccendo , e quafi premunendovi, avete moflrato di aver-
ne qualche paura ; ne io mi rimarrò di dirla^ » benché voi abbiate così mal
difpoflo gli animi di quelli Signori adafcoltarla . Avendo così detto il Signor
D. Serao» et elTendofì rifo alquanto , fog- giunfe: egli mi converrà, $* io
voglio elTer chia- ro, aggiungere una terza figura a quelle due, che avete già per
le mani ; e tratto fuori calamaio, e penna dilcgnò una figura , di cui tollo
furono j^e più copie, acciocché potelTe ciafcuno avei- *"i)e tuia (Stanzi
agli occhi . Il che come fù fatto, incominciò il Signor D. Serab, riguardando
nel- la figura fielTa , a dire : fia AL una ferie compo- F. da di cinque
elafiri , i quali, per non perder tem- po a delaiverli) voglio, che fièno quei
medefi- Y z mi X S, ^ 172 Della forza df* corpi mi , onde fi compofero le due
ferie , di cui s* è fin ora parlato. Quefta ferie AL fi appoggi dall’ una parte
al globo A, dall’ altra al globo L, e_» fia la malfa del globo A 4 , la malfa
del globo L 1 ;e fieno amendue i globi da principio trattenuti per due potenze
ellrinfcche così che dando fermi et immobiliyltringan la ferie, e l’ obblighino
a dar- fi ferma et immobile elfà pure AL . Stando le co- fe in quedi termini,
egli è chiaro, che la ferie.» premerà egualmente 1’ uno , e 1* altro globo ,
non elfendo ragion niuna, perchè più 1’ uno premer debba che 1 ’ altro. Che fé
ad un tratto fi levino via le potenze, che abbiamo detto, aprendoli ad tin
tempo et egualmente gli eladri tutti, fi allarghe- rà rodo la ferie dall* una ,
e dall* altra parte, fpin- gendo amendue i globi egualmente ; ne cederà di ciò
fare infino a tanto, che fia giunta alla Tua nata- , Taf larghezza . Donde
facilmente può mtcndeffi^ che ricevendo fempre i due glóbi^durante la dila-
tazion della ferie, eguali impùlH, 'avranno fempre egual movimento. Non andrò
dietro alle altre., proprietà tutte di queda ferie, che fono viramen- te.Vjghe,
e leggiadre; una foio ne noterò, che cre- do elfcr nccelTiria al mio
intendimento, ed è; La malfa del globo A , come abbiam detto di fopta , è
quadrupla della malia' del L ; ef- fendo dunque da principio i globi di danti
tra lo- ro per Li linea AL, fe noi divideremo clfa linea.. AL in alcun punto C
per modo, che la parte CL fia quadrupla della parte CA; verrà il centro co- mu-
Digitized by Googic L '1 B R O' I T» I7J mune della gravità dei globi a cadere
in e(To pun^^ to C . vendo femore l’un di loro tanta quantità di moto» quanta
ne ha 1’ altro » il centro comune della lor gravità fi riman Tempre la dove
era.E’dunque chia« ro che fuggendoiì i due globi A et L , e rimanen- dofi
Tempre il centro della gravità loro in C, do- vrà anche Tempre la dilTanza CL
rimaner quadru« pia della diftanza CA . lo non sò, Te io abbia^ detto con alfai
chiarezza ; pure il vorrei . Però fe alcun di voi avelTe defìderio di maggior
lume» io il prego a dirlomi ; dico defiderio, perchè fo, che^ biTogno non ne
avete. Elfendofì qui taciuto il Signor D. Serao»e tacendofì Hmilmente gli
altri» quello Tilenzio, dilTè la Signora PrincipelTa» af- fai VI dimoltra , che
non ne abbiamo ne biTogno ne defiderio ; così avete voi pienamente ToddisTat-
to air uno et all’ altro. Però potete, profeguire. Allora il Signor D. Serao
ricominciò in tal guifa; - elTendo per le coTe dette la diilanza CL Tempre^
quadrupla della diOanza CA » egli è manifello» che de i cinque elallri» che
forman la ferie, ne_» dovranno Tempre elTer quattro fopra CL*, fopra^ CA uno
Tolo^ perciocché non potrebbono dif- porfi altramente , dovendo effer tutti
Tempre e- gualmente aperti , e dilatati . Onde apparifee chia- 174 Della forza
de* corpi ramente dovere un certo punto della ferie rima- neriì immobile, e quello
edere il punto C, in cui è il centro delTo della gravità dei globi ; e rima-
ncndofì eflb immobile, verrà la ferie tutta ad el- fer Tempre divifa in due
parti, 1' una delle qua- li fi fcaglierà da C verfo L , T altra da C verfo A,
quella quadrupla di quella. Le quali cofe fo- no chiarilTime, fe io già,
dicendole troppo llret- tamente, non le avelli fatte ofeure. Qui parve^, che il
Signor D. S i7aì dir , divenuta il fuo linguag- gio. Digitized by Goog L 1 B s.
o II. 177 gio • Qui fi tacque il Signor D. Serao ; e ta- cendomi io pure contra
T efpettazioo di ognu- no , la Signora Principefia dopo alquanto , su me
volgendofi , dilTe : che dite voi ? lo dico , ri- ' fpofi ) che il Signor O.
Serao fece alTai bene a dire» che io era premunito; il che dicendo , abbaUan-
za ha mofirato di conofcere quello , che io potrei rifpondere; ne credo, che
fia alcun di voi, che^ • noi conofca . Oh voi direte , ripigliò allora il Si-
gnor D. Serao , che la ferie degli elafiri altro non ìsi , che premere i globi
, e premendogli eccitare in loro il movimento ; ogni altra azione , che in e(Ta
fi finga , elTer vana et inutile. Certo che,difll io allora , fe la ferie preme
i globi , e premendo- gli fa, che fi movano, come veggiamo, che mo- ver fi
debbono , io non fo, che farmi di quell’ al- tra azione, che i Bernulliani vi
fingono ; ne cre- do , che ve la fingano , fe non per farne ufcire^ quella ul
forza viva, di. cui fon vaghi . A que- llo modo ,di(Te il Signor D. Serao,
e(«eodoidue globi premuti dalla lerie egualmente , et avendo per ciò movimenti
eguali , bifognerà dire, che^ quattro clallri ,di cui fi compone la parte CL, e
che fi adoprano contro il globoL,agifcano quel- lo fiefsoyche agifee un’
elailro folo, di cui fi com- ' pone la parte CA ,e che fi adopra contro il glo-
bo A; il che pare inconveniente. Per sfuggir dun- que tale inconveniente, farà
bene il dire , che quefii elallri hanno un’ altra azione , che non è il-pre-
mere ; dalla qual poi nafee la forza viva'. £ trove- ' . Z re- Digitized by
Google 17* Della forza de’ corpi rete anche di quelli , i quali vi follerranno
che il premere non è in alcun modo agire. Piacemi, rifpofi io allora y che voi
diate in quelle fottigliez* ' ze , perchè così non dovrete più dolervi delle
mie. lo intanto argomento di quello modo. Che i quat- tro elallri , onde fi
compone la parte CL, faccia- no nel globo L una prelfionc eguale a quella^, che
fa un’ clallro folo nel globo A , certo non dee parervi inconveniente ; e 1*
inlegnate voi Ikfso , • dicendo che 1’ un de’ globi è premuto da quattro elallri,
1* altro da uno, e fon tuttavia premuti e- gualmente amendue. Or fel’
uguaglianza di que- lle due prelfioni non ha in fe inconveniente niu- • no ; e
balla , fecondo voi , a fpiegar 1’ uguaglian- za de i movimenti; che cerchiam’
altro ? Lafcia- mo, che gli elallri premano, e niente agifeano . Volete voi
,difse il Signor D. Serao,che un’ela- llro dall’ una parte, e quattro dall*
altra, moven- dofi, e fcagliandofi, non agifean nulla ? lo dico, rifpofi , che
premono ; e fe il premere , fecondo voi, è agire, agifeono; fe non è agire,
nonagU feono ; ma Iblo premono. Che necclfità ha , che oltre il premere , anche
agilcano r Anzi elTendo eflì immateriali et incorporei , ne altra forma a-
vendo fe non di femplici prelfioni , io non fo,che altro far polTano fe non
premere. E fe volete in ’ ultimo, die io vi dica libiramente; io non foquel-
lo, che voi vi diciate di quadruplo, perchè non veggo qui niente, che fia
quadruplo. Come? dif- fc quivi la Signora Principefsa ; non vedete voi,
Digitized by'Google Libro IT. 179 che il globo L è fpinco da quattro elaftri ,
il glo- bo A. da uno folo? Io dico , rifpon » che quelli quattro elallri io non
li veggo; ne credo , che «(^ cun di voi pofsa vederli . A provar ciò , difse
al- lora la Signora Princìpersa, non fo, fé ballafse-* l’ eloquenza del nollro
Padre Cavalcanti) che è pur tanto grande. Molto minore eloquenza) rifpofì) vt
ballerà. Ma ritorniamo di grazia a ritefsere bre- vemente quella fuppolìzione )
che con tanta chia- rezza ci ha efpolla il nollro Signor D. Serao ; veggiamo fe
mai vi apparifca elallro niunO)dico; elaltro ni uno: intendendo la natura dell*
elallro, non il nome. Prima lì voglion fuppoire cinque elallri) onde lì
componga una ferie ; e quidichia- randofi) che elTi non fono ne materiali )ne
cor- E orei) e non hanno malfa niunZ) ben fi vede, che anno il nomedi elallri ,
non la natura , ne altro fono che cinque prclConi , die lì accozzano ed
unifcono tnfieme. Poi lì vuole, che tutta quella^ prelTione lì diftribuifca
egualmente , e lì applichi a i due globi : qui pure io non veggo alcun’ ela-
llro; ne fo quello, che lì vogliano intendere, qua- lor dicono che 1’ un globo
è alfalito da quattro elallri , 1* altro da uno; perchè io non veggo fe non due
globi atfaliti da due prellìoni eguali. Mi fi dice poi, che 1’ un globo,
fuggendo con più velocità, fi lafcia addietro uno fpazio CL quadru- plo dello
fpazio CA, cui lafciafi addietro 1’ altro globo, che fugge con velocità minore
. Et è ve- rilTimo; dovendo appunto ciònafcere dall* ugua- Z 2 glian- Delia
forza de* corpi glìanza delle preffioni . Ma qui io veggo due fpaw zj CL,CA,che
potrebbono veramente capir de gli elaihi; gli elaftri deflì non veggo : Te già
nonvina- fcelTero all’ improvvifo, e fenza perchè. E nafeen- dovi pure, per
qual ragione dovrebbe dirfi qua- drupla la iomma di quegli elaltri , che
occupalfe- ro la parte CL? Quadrupla in che? Nel premere? ma dicono, che preme
egualmente . Nell’ eftenHo- ne, e nella grandezza? ma dicono, che gli elaltri
non hanno ne materia , ne corpo, Ue malfa niu- na, il che fe è, quale grandezza
, e quale eften- fione aver polfono?Epoi , che fa qui la grandez- za, e l*
eltenfionc ? La quale, qualunque lìaG, pur- ché refti la ftefsa prellìone,
reitera Tempre ne’ glo- bi lo ftefso movimento . Efsendomi io qui ferma- lo
alquanto; è però co fa ftrana, difse la Signo- ra Principefsa, che,
fupponendofr una ferie di cin- que elaltri, non entri nella fuppofizione
verun^ela- Itro. Et io , fe voi, dilli, conlidercrete bene la- fuppofizione, ne
vi lafcerete ingannar dal nome , troverete, che ella altro non è , che fupporre
cin- 3 ue preffioni , le quali così fi accozzano infieme, e illribuifcono, che
vengono a premer due globi egualmente verfo due contrarie parti. Ne qui al- tro
ha di elaltro,fenon il nome.Et io credo che co- telta ferie cosi
incorporea,come la vogliono, fia da concepirfi non altrimenti, che come una
forza re- pulSva di quelle, che piacciono tanto a Neutonia- ni,frappoltaa i due
globi;della quale chi vorrebbe dire y che quattro parti fi fiendefsero per lo
fpa> Di Google Libro IL v&f zio GL y una fola per lofpazio CA ? Ben
m’a>- fpcttava) difse allora la Signora Principcfsa, che voi mollrerelle il
voftro ingegno. Signora ^rifpo. fi , io credo di aver più tolèo nK>firata La
veri- tà . E poiché il credete , difse fubito U Signora^ PtincipelTa , noi vi
lafcierenio nelP opinion vo- Bra, contenti di aver conofciuto in quello luo- go
quanto polTa o 1’ ingegno o la verità . Intan» to fìe bene » che finendo una
volta di dir degli elaltri» cominciàte a dirci delle leggi del moto» Signora,
rifpofi , io ho pochillimo' da dirne, e il cominciare c il finire farà tutto
uno ► Pur, di(Te_* la Signora PrincipelTa , diteti quel pochillimo;. che fo
quelli Signori vorranno fare anch’ eflì'iL debito loro > interrogandovi, ove
la cofa il ricer- chi, e, quando faccia meltieri, contradicendoviV non finirete
forfè così predo. Io credo, rifpolì» che come io ho poco da dire, così avranno
elfi poco da contradire. Ma certo a me pare, che ef- fendo le leggi del moto
non altro, che certe re- gole, fecondo cui per cagione dclPiirto fididri-
buifce la velocità a corpi, e fi fa quando magr giore e quando minore, niente
altro fi ricbiegg» a porle in efietto, fe noni* azione delle potenze, che
producono o didruggono la velocità, fenza^ più. E £e io vole£^ entrare ora in
foctigliezze.* , direi facilmente , che fodè nella natura una po- «enza fola,
la qual, non movendoli elTa, move^ tutte le cofe ; e mi piacerebbe 1* diuytrov
di Ari- dotile. Sebbene elSendo i movimenti Varj tra lo- ro , Digitized by
Google i82 Della forza de* corpi ro ) et avendogli noi notati con varj nomi (
cho tin movimento diciamo per efempio falirè, et un* altro difcendere , et un’
altro aprirli , et altro chiu- derli) e così molti > che abbiamo con diverfe
voci diftinti) per ciò quella potenza, che gli produ- ce tutti, noi la
diilinguiamo in molte. Ma ella è forfè una in fe ftelTa , e variando T effetto
, elTa non varia; il perchè non ho mai creduto, che^ debba negarli a
Neutoniani,che quella forza, per cui li riipingono i corpi , lia la medelìma ,
che^ quella , per cui li attraggono ; ma gli uomini fo- no troppo avvezzi a
conlìderarle come due. Che che fia di ciò ; che non fa ora d' uopo di tanta
metafilica ; egli è cerco , che a far nafcer ne* cor- pi quelle velocità, che
le leggi del moto richieg- gono, ballar debbono le potenze, che produco-'* no
le velocità ffelTe : farebbe inutile 1* aggiunger- vi la forza viva. Ne per ciò
dico, die le leggi del moto la efcludano; che fo bene , ancor quelli , che la
tengono, e prendono principio da elTa, aver pure trovato via di conduru alle
medelime leggi, a cui fi conducono gli altri ; e partendo da princi- pi
diverli, arrivano alle illelTe confeguenze . Gli uni però, dille allora la
Signora PrincipelTa , vi lì condurranno per vie più facili e più femplici ; gli
altri per vie più compolle c più ncicofe . Oh , rif- pofì, non è alcun dubio,
che i^follenirori deila^ forza ..viva vi lì conducono pep vie più lunghe ‘il
difficili; pur telTbnoV e legano infieme tante di- raoltrazionii e tanti
calcoli, e cosi gli torcono e piegano, che alfin vi giungono. E qui, djflTe al-
lora la Signora Principefla, voi potrete riprender- li , che per vie tanto più
lunghe e compolte vo- glian condurli a quelle leggi, a cui altri giungo- no per
vie più brevi, e più femplici. Tolga Id- dio, rifpoli IO allora , eh’ io mai
facelli motto di ciò; perchè, come fi viene a un tal luogp„/ion^ crederete
dell’ eloquenza, eh’ egli hanno. E fan- no ben dire, che la natura non è poi
così fem- plice, come alcuni fi credono; e che quello, che è compollo a noi, non
è fempre compollo alla.*^, natura; e che alla natura egualmente è facile la^
ilrada lunga, e la breve; ed altre molte di quef- le cofe , che il Signor D*
Serao quella mattina non potea folFrire. Purpotrelle, dilTe allora la Signo- ra
Principefla , pregarli a voler liberarli dal tor- mento di quei calcoli, fe non
altro, almeno per loro comodo. Ne quello pur vaierebbe; rifpoli, perchè fi
pregiano di follenere per la verità quel martirio. Ma tanta collanza, dilTe
allora riden- do la Signora Principefia, bifogna bene, che lia fondata in
qualche ragione; e quella io vorrei intender da voi. Veggo bene, rifpoli, che
voi,i Signora, mi tentate, interrogandomi di quelle^ cole , che fapete meglio
di me ; io però i»n avrò minor merito obbedendovi . La ragione dunque, che voi
chiedete, fi è, che quelli, i quali nega- no la forza viva , fi conducono alle
leggi da Leibni- ziani , e dirovvene la ragione , non perché voi non la
fappiate ( che i libri nc fon pieni ) ma-, perchè, fapendóla,par tuttavia, che
amiate udir- la da me . 1 Cartefiani , che fono fiati i primi cer- catori delle
leggi del moto , tennero una ftrada affai comoda , che fu di cercarle prima ne*
corpi perfettamente duri, per poter poi conofcerle più facilmente nei men auri.
Ne parea la loro inten- zion da liprenderfi ; non dicendo già eflì , che fie-
no nella natura corpi duriffimi , -ma cercando , quali leggi doveflero
offervar, fe vi foffero. Chi è, che cercando le leggi della fluidità, non le-*
cerchi prima nella fluidità perfettiffima ? e lo ftef- fo fi fa pure in tutti i
luoghi della fifica . I Car- tefiani adunque efponendo le leggi del moto ne*
corpi perfettartiente duri , ftabilifcono, che fc ducf d' eifi , avendo
quantità eguali di movimento , fi in- Digitized by Googl L I B R o I I. 1S5
incontraffero, dovrebbon tofto fermarG, perden- do ogni forza loro. E certo non
può intenderfit che due movimenti eguali tra loro, e contrarii, non G
diilruggano . E diftruggendoG i movimenti debbono i corpi fermarfi ; i quali
fermandoli noA è alcun dubio , che perdono ogni forza • Ora dì qui è nato un
argomento affai molefto a Lcibni- ziani, del quale i Cartefìani fpelfe volte fi
va^lio- no ; imperocché fe la forza doveffe mifurarfi dal ' quadrato della
velocità , potrebbono i due cor- pi duriffimi incontrarfi con eguali quantità
di mo- ro , avendo però forze difeguali ; e in quefio ce- fo fermandofi
amendue, e perdendo ogni forza, bifognerebbe dire, che due forze difeguali
incon- trandoli fi difiruggefTero 1' una e l’ altra egualmen- te, il che pare
edere impoflibile. E quindi raccol- gono i Cartefìani, che la forza non debba
dunque mifurarfi dal quadrato della veloci^ 1 Leibniziani non ardifcon negare,
che due^eórpi duriffimi, avendo eguali quantità di moto incootrandofi doveffer
fermarfi . Non fa pendo duntjue, che ri- fpondere, e non potendo levar via la
difficoltà, le- vano la fuppofizione ; e ricufano afpramehte di mai fupporre
alcun corpo durifllmo . Ne Val pre- garli, ne dir loro , che la perfetta
durezza non vuol già introdurfi nella natura, ma vuol folo averli per pjflibile
; e che noi abbiam ben fuppofto,per amor loro, elaftri perfettiffimi, et oltre
a ciò im- materiali et incorporei ; che tutto è nulla. Cosili ban fitto nell’
animo di non vòlei fermarfi uiu A a mo- I %6 Della forza db* corpi momento folo
nel penderò della perfetta durezza. La quale orinazione, per dir vero, non mi è
mai piaciuta. Vedete, dille quivi il Signor D. Nic- cola , cheti Padre
Riccatinon fappia , che voi ab« biate dato degli ollinati a Leibniziani ;
perchè pa porta due ragioni , che a me pajono piu rollo cerimonie, che ragioni.
Voi ve le vedrete, leg- gendoli dottilTimo libro fuo. Pur mi farà caro, dilTe
allora la Signora PrincipelTa forridendo , di intender’ ora quelle due
cerimonie del Padre Ric- cati^ e come voi gli rifpondiate. A me giova, dif- fi
io allora , non rifponder nulla; perchè fe i Lei- bniziani rifiutano quella
rifpofla , che io ho of* ferra loro per difendere la forza viva contro 1*
argomento de’ Cartefiani , meglio ila . Non a- vran , che rifpondere . Si
,rifpofe la Signora Prin- cipeira;ma le voi non moltrate, che quella vo- ilra
rilpofla poteflìe e dovelTe riceverli da Leibni- ziani, dileguando le ragioni
del P. Riccati, egli parrà, che voi gHel* abbiate offerta di mala fede^, e
farete accufàto di frode. Voi mi ftringete trop- po , rifpofi ; acciocché
dunque io non vi paja di mala fede , ne dobbiate accufaimi di frode, fa- jov- ■ L I B R O ■ I I. 189 rovvi chiaramente
vedere, che quella mia rifpo- fta poteva e doveva ufarfi a foftenere la forza
vi- va contro a Carteiìani; dileguando per ciò le ob- biezioni del Padre
Riccati , le quali , fe ben mi ricordo, fon due; e la prima è quella : te due.*
corpi duriHimi , dice egli, incontrandoli, niente.» adcpraffero le loro forze
vive, c tuttavia col fer- marli fubito le perdeffero, bifognerebbe dire, che.»
tali forze fi ellingueflero fenza avere operato nul- la ; e ciò è , fecondo lui
, un grandillìmo alTur- do, perciocché le forze non vogliono clTernate.» al
mondo inutilmente, ne perire fenza aver pro- dotto il loro effetto» Quella
ragione non mi par già una cerimonia , dilfe allora la Signora Prin- cipelTa
.Et io , fe voi, dilli , la efaminerete beno, e confidererete, da qual
principio ella parta, la troverete cosi vana , che comincierà forfè a parer- vi
una cerimonia. Ella parte, dille allora la Si- gnora PtincipclTa, e fi trae da
quel principio , che.> una forza non poffa ellinguerfi in natura, e pe»
rire, fe non operando, e faccende il fuo, affetto» Ma parvi egli,dilTi io
allora, che tal propofizio- ne fia da metterli cosi fenza dubio alcuno tra f
principi ? Parvi egli , che fia una propofizion tan- to chiara , e tanto
evidente , che doveffe per amor d’ effa rifiutarli una rifpofta , che io
offeriva con tanto affetto a Leibniziani, e che era loro cotan- to utile?
Allora il Signor D. Siccola, voi fieto^ dilTe, troppo rigorofo; perchè mettiamo
pure,ch^ non fia quella propofizione , come un principia Digifized by Google
••r i fa, che niuna forza fì eifingua e pcrifca mai fe non operando, e faccendo
alcun’ effetto; la qual con* fuetudine io potrei dimoifrarvi con innumerabilt
efempli» fe fi potelTer qui ora feorrere tutte le_r parti sì della mica come
della meccanica . £ voi iapete» che alle confuetudini della natura vuoili aver
riguardo. Si veramente, rifpolì; e per que- Ao riguardo io non voglio già , che
i Leibnizia- ni dicano cfsere alcun corpo nel mondo, in cui perifea la forza
viva fenza operar nulla ; io gli pregava folamente a voler dire^ che la. forza
vi- va potrebbe perire fenza operar nulla , fe fofse- ro al mondo de’ corpi
durilTimi * i quali però non vi fono. Nel che niente lì offende la
confuetudine,. della natura , la qual vuol efsere olservata ne cor- pi, che
fono, e non in quei, che non fono. Sicco- me la confuetudine, che hanno tutti i
corpi, come fon poffi in libertà,di cadere, niente lì offenderebbe fupponendp
un corpo' non grave, il qual per ciò non cade ITc ; perciocché quella
confuetudine è ne corpi per quello appunto perchè fon gravi ; così quella
confuetudine, che ogni forza fi ellin- gua faccendo alcun effetto, è forfè
nella natura^, perchè non fono nella natura corpi duriflìmi , i quali fe vi
folTero, q uella confuetudine j non fa- rebbe. Voi dite benifi|mo, dilTe allora
il Signor D. Nicola , che le coMoerudini della natura deb- bono olfexvarlì nè
corpi, che fono, non in quei, cho L I B
R O ' I I. 1^1 che non fono ; pure fe voi volete fupporre duo corpi fommamente
duri, nell’ incontro de’ quali perifcano le forze vive, bifogna bene, che nella
volfra fuppofizione fia qualche ragione, perchè perir debbano . Or qual farà
quella ragione ì perchè fe non agifcono,ne pur potranno diftrug> gcrfi r una
1’ altra /poiché quello farebbe agiro; anzi quand’anche agifsero, pur non
potrebbonu dillruggerfì amendue, efsendo tra loro difeguali . C Vedete dunque
in cotella fuppolìzione , di cut vorrelle, che i Leibniziani A fervi fsero ,
non_« debbano ellinguerll due forze vive fenza che vi fia ragione alcuna ,
perchè fi ellinguano . A mo pare, diflì io allora, che fe nella mia fuppolìzio
ne le forze vive lì ellinguono , abbiano una bel> lilTima e grandiilìma
ragione di ellinguerfì . Qua* le ? difse il Signor D. Niccola . Et io rifpolì :
perchè manca loro il foggetto . E quale è il fog- getto della forza viva? non è
egli il corpo mofso? certo che il corpo nonTha, fe non quando lì mo ve , e
inquanto fi move ; mancando dunque il cor* po mofso ( il qual manca nella
fuppolìzion mia^ iecondo cui incontrandoli i due corpi rollo lì fer- mano)
manca alla forza il foggetto ; e ciò po Ho qual più bella ragione potrebbe ella
avere di perire e di eHinguerfi ? che fon pur così tutti i modi , et accidenti
, e forme , e qualità , cho levando via i foggetti loro, fi partono efse pure^
e lì dileguano, ne afpettano altra ragione per an- darfene . Ne vale il dire ,
che quella non è la con- Digitized by Coogle 5^2 Della forza de’ corpi
itietudine della natura; perchè febbcne perlopiù ie forze non mancano le non
producendo il lo» 10 effetto; non è però, che non avefsero ogni ragion di
mancare, qualunque volta lì togiiefscj; 11 Soggetto loro, benché nulla
producefsero . Sic- come confuetudine è della qatura , che il colore nel corpo
non manchi, fenza che un’altro ve^ ne fuccedft ; e tuttavia avrebbe egli ogni
ragion di mancare* quantunque niun’ altro colore gli fuccedefse; folo che il
corpo, che n’ è il fog- . getto, fi levafse • Efsendomi io qui taciuto , la
voftra fpeculazione, difse il Signor D. Serao,mi piace; ma temo, che alcuni 1’
avranno per trop- po cercata, ne vorranno confentirvi, avendo pau« ra di tanta
fottilità . Quafi che un’ argomento , rifpofi io, dovefse averli per fallo,
perchè è ftagk ■ Libro IL. 195 dare, anche per queUo fie meglio , che la
ragione del Padre Riccati vi fia efpofta dal noftro Signor D. Nicola, il quale
benché fìa più eloquente di me , a voi però pare , che abbia meno artificio; c
quello forfè è 1’ eflFetio d’ un* artificio maggiore. Allora la Signora
Principefia tuttavia ridendo dif- fe : come vi piace. E il Signor D. Nicola
fubito prefe a dire. Io efporròla ragione del Padre Ric- cati , e farollo per
modo, che non avrete a temer d’ artificio ; e le d’ alcuna cofa non mi
foVvenif- fe , potrà avvifarmeneil Signor Marcbefe di Cani- po Hermofo, con cui
oggi V ho Ietta; fenzachc io ho qui il libro ftefib. Egli dunque non è qui-
ftion d’ altro ; fe non fe di vedere, fe , incontran- dofi i corpi duriffimi, e
niente elèrcitandofi iiu queir incontro le forze vive, fia ciò contrario al- la
legge della continuità . 11 Padre Riccati dice^ cITej contrario, e lo dimofira
molto ingegnofamcn. te , introducendo una ferie infinita di contufioni Tempre
più piccole a quello modo.Sienoi due corpi, che con eguali quantità di moto,
come or fupponghiamo, fi incontrano, prima alquanto du- ri ; e nell’
incontrarli producano in loro unaqual- fifia contufione . Egli è certo, che in
quella coh- tufione , qualunque’fiafi , agifce e fi efercita tutta ‘ la forza
viva , ehe hanno. Sieno i corpi alquan- to più duri ; farà la contufione
minore; e non per tanto fi efercitcrà in elTa tutta la forza viva ; divenendo i
corpi Tempre più duri, diverrà la con- tufione Tempre minore , e tute» la Terza
viva de-» B b z ' cor- ‘ 1^6 Della forza de* corpi corpi ne più ne meno fi
eferciterà Tempre in effìi. Per quefta Tuppofizione, come ognun vede, noi
avremo una ferie di infinite contufioni Tempre più piccole corriTpondente ad
una Teriedi infiniti cor- pi Tempre più duri; e la Terie delle contufioni ver-
rà finalmente a terminarfi nella contufion nulla , che fi farà ne corpi
duriirirni..Or dunque Te efer- . citandofi tutta la forza viva in ogni
contufion del- la ferie, quando s’incontrano corpi più e più du- ri , laTciafie
poi di efercitarfi folonell’ ultima, quan- do s* incontrano i corpi durifllmi ;
voi vedete, che r efercizio di efla efiendo fiato Tempre il medefi- mo in tutti
gli altri termini della ferie , marche- rebbe ad’ un’ tratto nell’ ultimo; il
che certo è contrario alla legge della continuità , alla quale non dee
cqntravvenirfi.E Te il Padre Riccati vi ha . perdonato il primo peccato ,
lafciando , chei due corpi duriflìmi , che fupponete, nell’ incontro loro tofio
fi fermino, il che pure era contrario alla legge della continuità , non s’ è
egli obbliga- to per ciò di perdonarvi il fecondo ; et ha forfè voluto darvi
tempo di ravvedervi da voi fieflb . Avendo così detto il Signor D. Niccola ,
forrife alquanto. Et io , non fo , rifpofi, che gran pec- caro fia
contravvenire in una qualche fuppofizionc a cotefta legge della continuità , la
qual non è forfè nella natura ; e quando anche vi fofle , fa- rebbe tuttavia
lecito fuMor dei corpi , che la tra- fgredifiero; come talora fe ne fuppongono
alcuni, che trafgKdifcon le leggi del la gravità. Se fia nella na- Digitized by
GiSogle L I B R O I I. 197 natura la continuità, dilTe quivi il Signor D. Mico-
la , e fé , elTendovi , poiTa tuttavia il filofufo nelle fue Aippolìzioni non
curarla, fon due quiftioni, che potremo far poi . Ma prima è da vedere , fe
venga a trafgredirfi la legge della continuità , qua- lunque volta neir
incontro de’ corpi dunlfimi manchi T efercizio della forza viva ; perciocché di
qui comincia la ragione del Padre Riccati, al- la quale fe voi non verrete
fubito , parrà alla Si- gnora PrincipelTa , che voi mettiate ttudio per de-
clinarla . Ecco, rifpofi, che io vi vengo fubito, e dico, che fe cotella
ragione mi parve una vol- ta , non avendola ben intelà , fuor di propoGro / ora
che voi me 1’ avete fatta intender meglio, mi par falfa . Come falfa? dilfe il
Signor D. Nicco- la. Non è egli dunque vero, che fe nella ferie.» delle
contuGoni l’ efercizio-della forza viva Gt|»- va elTere in tutti gli
altrij^tnini , non può per rifpetto della continuità rtiaheare tutto ad un
trat- to nell’ ultimo? Quello, rifpoG,è lo {le{To,cbe dire; fe la forza viva G
efercita per tutto, ove fì fa contuGone, dovrà efercitarfi anche, dove^ non fe
ne fa . Che è ciò? dilTe il Signor D. Nic- cola; et io , non dite voi,
ripigliai, che in tutti gli altri termini della ferie ha qualche contulliK ne,
fuor che nell’ ultimo, in cui non ne ha nin- na? e argomentate, che debba nell’
ultimo efet- citarfi la forza viva , perciocché fi efercita in tut- ti gli
altri? voi dunque argomentate, che la for- za viva debba efercitarfi, dove non
é contufione, per- ip? Deli* forza de’ corpi ' ' perciocché fi cfercita dove ne
è. A cotefto mod® poirefte anche argomentare, che fe la penna fi ri- chiede a
fcrivere Tette verfi , e la fielTa anche fcriverne Tei, e la ftelTa a cinque ,
e così di mano in mano, dovrà la ftellà richiederfi anche a non., fcriverne
niuno. Il quale argomento vedete, to- me i dialettici fieno per comporta
rvélo;che anzi ar- gomentando dal contrario direbbono: la penna fi richiede a
fcriver dei verfi, dunque a non fcriver- ne non fi richiederà ; e fimilmente :
a fare qualfifia contufionc adoprafi la forza viva , dunque a non farne niuna,
non fi adoprerà. Qui il Signor D. Niccola ridendo, quella ifielTa fottigliezza
, dilTe, mi aveva oggi propofta il Sig. Marchefe di Cam- po Hermofo, a cui
fubito ho rifpofto , che mi parca limile alle voftre^. Allora io rivolto al Si*
gnor Marchefe, piacemi , dilli, che voi confen- tiate meco, e fiate amico della
mia opinione. Io cominciava ad elTere, dilTe il Signor Marchefe-.; ma tante
cofe mi ha poi dette il Signor D. Nic- cola , che me ne ha diftolto . Ditelémi
di gra- zia , rifpofi. Le dirò, dille il Signor Marchefe , fe egli me ne darà
licenza , e vorrà correggermi, dove io erri . Ne di licenza , dilTe il Signor
D. Niccola, avete voi bifogno, ne di correzione-.; pur r una potete prendervi ,
fe credete di aver- ne bifogno; ne T altra vi negherò io , fe mi par- rà, che T
abbiate. Ben vi &co, che ftiate fopra di voi con quell’ uomo . Di che
avendo fornfo il Signor Marchefe , cosi incominciò : la legge dcl- Dipitized by
Google ' Libro 1. 1. 199 della continuicà non richiede già ella, che nella-,
ferie delle contufìoni, di cui s’ è detto, b forza viva debba agire nell'
ultima, che è la contufion nulla; anzi permette, che in quella niente agifca;
ben vorrebbe, che dovendo 1’ azione della forza viva elTcr nulla nell’ ultima
coniulìone, comin- cialfe a fminuirfi nelle contufioni antecedenti , ne
arrivalTe ad elfer nulla fe non che a poco a po- co; il che ella non faccendo,
perciocché in tutte le antecedenti contufìoni è fempre la medefima.. , perciò
contravviene alla continuità. Voi volete dire , riprefi io allora , che fecondo
la legge.» della continuità, l’azione della forza viva non può nell' ultima
contufione elfer nulla , fe^ prima non fì è a poco a poco fminuita- . Così è ,
dille il Signor Marchefe . Ma noru fi è fminuita, feguitai io; dunque fecondo
la leg- ge della continuità , non può 1’ azione della for- za viva nell’ ultima
contulìone efser nulla; e così ritorna quell’ argomento fallacifllìmo: la forza
vi. va agifce , dovunque lì fa contusone , dunque an- che dove non fe ne fa .
Anzi 10 dico, rifpofe qui-. VI il Signor Marchefe, che fe 1 ’ azione della
forza viva divien nulla ne corpi durillìmi, dove non è cofitulìon niuna,
bifogna,ché negli altri men du- . ri, ne quali le contufìoni fì fanno fempre
minori, fì fìa fminuita a poco a poco: e quefìo è quello,» che richiede la
legge della continuità . E che ri- chiederà ella dunque, rifpofì lo, cotefta
legge, fe r azione della forza viva non s’ è fminuiu? Io non aoo Della tohza
de* coept tni fóiego forfè abbaftanza , drfse il Signor Mar* chefe. Ma la legge
della continuità certamente ri- chiede , che r azione della forza viva o non
fia nulla nell* ultima contuHone, o fe è nulla nell’ ul- tima > abbia
cominciato a fminuirfi nelle antece- denti . Noi torniamo, rifpofì, a quello
ftefso; per- chè fe la legge della continuità richiede o T una o r altra delle
due cofe , mancando l'una , richie- derà r altra ; e però mancando lo
fminuiraento deir azione nelle contufìoni antecedenti , richie- derà, che 1*
azione non debba efser nulla neirul. tima ; e così vi ricondurrà a quella
ftelTa fallacia; la forza viva agifce dove fi ra contufione, dun- que anche
dove non fi fa. Dunque, diffe il Si- gnor Marchefe, fe io avrò una certa
quantità o torma coftante , la qual tenga dietro a tutti gli altri termini di
una qualche ferie, accompagnan- doli con ciafcuno, io non potrò argomentar per
quello, che debba la ftelTa accompagnarfi ancor con 1’ ultimo. Voi sì potrete,
rifpofi; e fe 1’ ar- gomentar voftro non farà evidente , farà tut- tavia molto
probabile* Ma noi potrò già io, dif- fe il Signor Marchefe, nel cafo nollro .
Perchè? rifpofi . Et egli ; perchè avendo noi propolla una^ ferie di contufioni
, voi volete , che in tutte le al- tre contufioni fi adopri la medefima azione
della fiarza viva ; ma non nell’ ùltima. Quale è, dilli, •quell* ultima ?
Quell* ultima , rifpofe il Signor Marchefe, è la contufion nulla, che fi fa ne
cor- pi durillimi, aeli’ incontro de' quali voi dite^. Digifized by Gqogle
Libro IL 2«r che la forza viva niente agifce . Par dunque a voi, rifpolì io,
che la contufìon nulla entri nella ferie delle contuHoni , e pofTa dirfene un
termine? E perchè, diflc il Signor Marchefe, non vi entre> rcbbe? Et io
rifpoìi, perchè non è contulione^; che tanto è 1* euere contufion nulla ,
quanto è il non elTere contufione di modo alcuno. E fe la_* contufion nulla non
è contufione , io non veggo, come po(Ta ella entrar nella ferie delle
contufioni. Vi entra, rifpofe il Signor Marchefe , per quello appunto , perchè
non è contufione , e non efien- do contufione, è contufion nulla ; pofciachè
le^ contufioni , che compongon la ferie, fi vanno .di mano in mano fminuendo ,
e vanno finalmente a terminarfi nel nulla. E quante ferie fanno quello fteffo ?
Vedete già , che la ferie dei numeri 9,8,7, procedenti contra il naturale ordin
loro, come è giunta all* i,cade nel nulla, che chiaman zero. £ le ordinate
nella parabola andando contro al vertice non vanno effe pure a finirfi nel
nulla? £t IO nego , rifpofi , che cotefto nulla fia mai ter> mine di veruna
ferie. Ne vi concedo, che il ze- ro entri , come termine, in quella ferie di
nume- ri , che avete propofta . Come ? diffe il Signor Mar- chefe ; ogni
termine di quella ferie fi forma levan- do al precedente 1’ unità : così
levando al 9 l’ u- i^ità fi forma 1 * S, levando all^ 8 1 * unità fi forma j 7
, e così procedendo fi conduce la ferie fino ^11* I ; e levando poi a quello 1
fimilmente 1* uni- aà ne viene il nulla , cioè ne viene quell* ultimo C c
tcrcrede- * re , che entrino in effa fie il zero, ne il , ne il 1 -^ 2 , ne
quegli altri termini, che diconfi effer . ■minori del nulla ; nra la ferie fi
terminerà nell’ u- nìtà je fe vorrà ^;Hatui:a aggiungere alcuna quali- L I B R O I T. 20J tk o forma a ciafcua
termine di una tal ferie, per rifpetto della continuità lo verrà aggiungendo a
tutti i termini di mano in mano , finché arrivi all* i ,e quivi fi fermerà;
poco curando dei zero, e di quegli altri termini minori del zero, che ima-
tenratici fi hanno finto , c che ella* non conofce. E quefta è la ragione ,
perchè nella ferie delle con- tulìoni propofia dal Padre Riccati , quantunque^
in ciafcun termine, cioè in ciafcuna contufione, trovili r azione della forza
viva ; non è però da^ dire , che per rifpetto della continuità debba tro- varli
anche nella comufion nulla; perchè, come potete aver intefo , la contulion
nulla non è un., termine di quella ferie , fe non nella mente dei ma- tematici
; e la natura non l'ha per tale. Voi mi a- vcte, dilTe quivi il Signor
Marchefe, foprapprefa con cotefte ragioni. Pur non mi li può levar di tefla,che
la ferie delle ordinate in una parabola, procedendo contro al vertice, non vada
a termi- narfi in quella , che chiamano ordinata zero, et è un’ ordinata nulla;
e di vero trovanfi in elTa quel- le proprietà medefime, che trovanli in tutte
le al- tre, e pare che la continuità ftelTa ve l’abbia reca- te. Or peichè non
potrebbono quelle contulioni, che il Padre Riccati ha propofto, venirli fminuen-
do a quel modo , che fi fminuifeono le ordinate della parabola? così che
dovelTero terminarfiefle pure nella contulion zero o nulla, a cui peròdo- velTe
attribuirfi quello , che a tutte le altre contn- fioni s’ è attribuito, come
all* ordinata zero della C c 2 pa- Digitized by Google 104 Della forza de*
corpi parabola quello fì atcnbuifce , che s* è attribuito a tutte 1* altre. Et
io vi dico , rifpofì , che la ferie delle ordinate nella parabola non fi
termina, ne può mai terminarli nell'ordinata nulla; perchè fé r ordinata è
nulla , non è più ordinata . Inchedun* que fi termina? diflfeil Signor Marchefe
. Et iori- Ipofi : mai non fi termina; ma venendo a impic- cohrfi le ordinate a
poco a poco, fcorrono per tutti gli ordini delle piccolezze infinite, ne mai fi
incontran nel nulla; il quale non è in ninno di quegli ordini, et è fuori di
tutta la ferie. E fi* milmente fe voi levafte ad una linea la fua meth, e a
quel, che refia,levafie di nuovo la fua metà, c così procedette in infinito,
componendo una^ ferie di tutte le metà levate, farebbon le linee d’ > una
tal ferie, 1’ una dell’altra, fempre più pic- ciole; e niuna però ne farebbe
mai , la qual folfe nulla ; ettendo ognuna la metà della precedente linea , ne
potendo il nulla efser metà di linea veru* na. Et io credo, che di gran lunga
fi ingannin co- loro, i quali penfano,che una cofa per impicco- * lirfi pofsa
mai diventar nulla ; e fi immaginano , che le cofe piccole fieno più facili ad
annientarli, che le grandi . Laonde anche fi perfuadono, che , fe la natura
volefse ridurre una cofa a niente; do- vefse prima a poco a poco rimpiccolirla
,e condu- cendola per una ferie di infinite piccolezze far fi-
nalmente,chefiincontrafse nel nulla;il qual cammi- no fe la natura tenefse,non
la ridurrebbe al niente^ giammai ; conciofiachè il niente non trovifi in niu-
Digitized by Google Libro II. ' .105 in niuna ferie di piccolezze, quali che
e(Te (icno»' £ fé volelTe pur la natura ridur la cofa al nien- te,
bifognerebbe, che una volta la didruggeife^ tutta ad un tratto, abbandonando
tutti gli ordini delle infinite piccolezze, e faltando, per così di- re, fuor
della ferie. Se quello è vero, che dite» et a me par che fia, dilfe ctllora il
Signor Mar- che fé; com* è dunque, che i matematici van pur tutto ’l dì nominando
1’ ordinata zero , e fanno- intorno adeffa le dimofirazioni? Ciò- fanno, dif-
fi , perchè queir ordinata, che elfi chiamano ze- ro , non è veramente nulla ;
ma per 1* infinita fua piccolezza credono di poterla trafeutare nelle^ mifure
comuni; e così trafcurandola la fanno di- ventar nulla nella lor mente. Che fe
fo(Te vera- mente nulla in fe fiefia , non potrebbono elfi poi averla per una
lineetta compofia di infinite altre» come vedrete eh’ e*^ fanno, maflìmamente
nel cal- colo differenziale. Voi dunque nella ièrie delle^ ordinate , che avete
propofta , ne troverete infini* te, che faranno infinitamente piccole; non ne
tro- verete niuna , che fia veramente nulla. £ fimil- mente avverrà nella ferie
delle eontufioni,la quale» come che proceda ad altre ed altre contufioni fem-
pre più piccole in infinito ,non però mai verrà ad incontrarli in una, che fia
perfèttamente nulla^ come quella farebbe de corpi perfettamente di^ ri-. Laonde
quantunque la legge della ctMitinul- tà richiedefie , che 1* asàone delia forza
viva , pec tener dietro alla ferie delle contulk>ni ^ fi eferci* taf- Della
forza de* corpi lafle in tutte egualmente, eziandio nelle infinita- mente
piccole; non per ciòxichiederebbe , che el- la dovelfe anche cfercitarfi nella
contufione de cor- pi perfettamente duri, la quale elTendo veramen- te nulla ,
non entra , ne può entrare in quella fe- rie . E chi volelTe fupporre tali
corpi , e diceflc , niente efercitarfi nel loro incontro la forza viva , non
offenderebbe in niun modo la legge della^ continuità . Elfendomi io qui taciuto
non meno, che il Signor Marchefe di Campo Hermofo; man- co male, dille il
Signor D. Scrao, che quello gio- vane ha fludiata la dialettica in Alcalà; ne
meiL. vi volea per tener dietro alle voftre fottigliezze • Ma tante già ne
avete dette , che la Signora Prin- cipefla ne farà fazia,e vorrà bene, che voi
venia- parte della volita propolla. Quelle lottigliele, dille la Signora
PrincipelTa , mi fo- no piaciute , perchè potrebbono anche eller ve- re. Ne
però meno mi piacerà, che lì venga all* altra parte , che voi dite. Qual è ?
dilfi io allora. Voi dicelle, rilpofe il Signor D. Serao, che fup- ponendofi i
corpi durillìmi, e dicendoli, che la^ forza viva niente lì eferciterebbe nel
loro incon- tro, ciò nulla offenderebbe la legge della conti- nuità; e di
quello avete già favellato abballanza; forfè anche troppo. Aggiungelle poi, che
quand* anche quella fuppolìzione folfe contraria alla leg- ge delia continuità,
pur non farebbe da rifiutar- li ; effendo lecito fecondo voi formar talvolta
fup- polìzioni contrarie alle leggi flelTe della natura^ , le lìued by Google
Libro IL 207 le quali leggi (Iringono i corpi, che fono; non quei, che il
fìngono. Aggiunfi ancora, diffì io quivi, che la legge Itelfa della continuità
io non io, fe Ga veramente nella natura. Anche di que- ilo dunque, di(Te il
Signor D. Serao, farà bene.» dir poi. Ora piacemi, fe piace a cotcfti Signori,,
che ci moGriate , come Ga lecito ai GlofoG formare una fuppoGzione, che a
qualche volta Ga contra* ria alle leggi della natura ; perchè io m^tto pure tra
le leggi della natura la continuità, e così ne fono gelofo, che non vorrei, che
la oflervairero- folamente i corpi , che fono, ma quelli ancora, che fi
fuppongono. Se voi, rifpoG, ne Gete gelofo fino a quefio fegno, bifogna ben
dire che voi fia- te oltre modo gelofo. Perciocché quante altre_»^ leggi ha
nella natura , che i filofofi trafcurano nei corpi, che piace lordi fupporre; e
non pertan- to lì hanno per buone le fuppoGzioni lorof Qual cofa più contraria
alle leggi della natura , che fup-- porre una verga , la cui gravità Ga tutta
raccolta in un fol punto? pur fi concede ai filofofi di fup- porla per trovar
le leggi dei pendoli. Quanti di quelli efempi potrei addurvi , per cui chiaro
ap- parirebbe eflere già tra i filofofi una licenza quafi. comune di formar
fuppoGzioni , che fi oppongo- no alle leggi della natura , ne fono però meno
utili, ne meno comode! Voi quello, diflc qui- vi la Signora Principeifa , mi
avete perfuafo con P efempio dei pendoli; pur non pofso negarvi,, che il uippor
cofa, che fi opponga a qualche leg^- i#S Della forza de* corpi ge della natura,
a prima villa non mi fpaventi , parendomi, che non pofsa nafcerne, fé non
di> lordine e confufione. Il Padre Riccati , difse qui- vi il Signor D. Niccola
, ne d in grandilfimo ti- more ancora egli , prevedendo ruine fpaventevo- li.
Quali ruine? drfse la Signora Principefsa ; a cui rifpofe il Signor D. Niccola
: dice il Padre.» Riccati , fé non m’ inganno , alla pagina 343. ( acciocché
non fia quelli quel folo , che lì ricor- da le pagine ) che le una iola legge
della natu- ra venifse meno, gli parrebbe che 1* univerfo fi fconvolgcfse, e
ritornafse collo nel caos. E fc^ alcun' uomo avefse pur 1’ ardimento di fuppor-
re tal cofa, mancherebbongli di prefente i prin- cipi della ragione, ne avrebbe
più modo ne via di llabilire più rollo una conclufione, che un* al- tra . Voi
vedrete quelli timori , leggendo il dia- logo decimo. Io non fon tanto paurofa,
di (Te la Signora PrincipelTa , quanto è il Padre Riccati ; il quale non potrà
mai decidere, Te una cofa, la qual lìa fuori delle leggi della natura, fia però
in le llefsa poflibilc; perciocché non arrifchiandcjfi di fupporla, non potrà
mai efaminarla. In fatti, difse il Signor D. Niccola, egli non vuol ne con- cedere,
che i corpi perfettamente duri fieno pof- fibili, ne negarlo i e come giunge a
quello luo- go, fi umilia, e venera i ronfigli della divina fa- pienza, elafcia
ai prefontuofi H quillionare fopra r incontro di due corpi duriflìmi . Se
quella é pre- funzione, dille la Signora Principefsa, io ho fcru- Digitized by
Google Libro IL fcrupolo tutta la filofofia ; parendomi , che poche quiitioni
abbia men fublimi di queftat Indi a me rivolta, defidero bene , diffe, che ,
poiché voi non avete tanta paura , e vi dà l’ animo di fuppor cofc alle leggi
della natura contrarie, mi dilcopriate » come CIÒ polla farfì lenza timore. Et
io allora cosi incominciai: Signora, facil co fa farebbe e molto fpeditail
foddisfarvi ; fe i filofolì, che oggidì fanno tanto rumore delle leggi della
natura, e non hanno altro in bocca , avellerò pollo cura di fpiegare di«
ligentemente quello, che pernomedi legge voglia- li intenderei ma, non fo come,
più vaghi di nomi» che di dilfinizioni, hanno cominciato a introdur voci , et a
riceverne, a guifa che il popolo fa , fen- za determinarne il lignificato. E
troverete moltif- fimi , che altro mai non nominano nei lordifcorli, che idea
chiara e dillinta , lemplicità della natura, analogia, legge , ed alrri nomi
fomigliantiie pochif- fimi troverete, fe ne troverete alcuno, ai quali fof- fra
l’animo di fermarfi a fpiegarne con diligenza la lignificazione; di che tanto
più fono a miogiudicio da riprendere , che di quelli lUflì nomi fi fervo- no
nel formar le regole del vero e diritto argo- mentare ; onde altro che
confufione e ofeuritànon può nafeere. Ma venendo al nome di legge, che tanto
oggidì s’ ufa nelle fcuole de’ filici, egli è certamente uno di quelli, che,
non etfendo Itati fino ad ora llrettida niuna certa dilfinizione, van- no
vagando liberamente, e prendendo ‘ora Un fen- timento, et ora un’ altro, di che
molti nonavve- O d den- ii« Della forza de* corpi dendofi fi inganano . Io
dunque per non errare^ qualor lento profiferir legge di natura, prima di
acconfentire a ciò, che altri ne dice, foglio con- fiderare attentamente, in
qual fignificato prenda^ un tal nome colui, che lo profferifce» E per quan- to
mi torna alla memoria , parmi di averlo udito prendere in molte maniere ;
benché due fono le più comuni. Primamente fogliono chiamarfi leg. gi certe
confuetudini più generali e più collanti, che la natura fegue nel produrre et
ordinar le co> fe;le quali confuetudini fono bene fpelTo acciden> tali
air effenzade’ corpi, e multe volte arbitrarie alla natura ifielTa . Leggi
ancora ho udito chiamar talvolta certi principi, che piuttollo necelfità do-
viebbon dirli , che leggi ; come, che il tut- to debba elTer maggiore di
qualfivoglia delie fue parti ; e che due cole immedefimate co|i una terza
debbano altresì eflfere immedefimate tri lt>ro ; et altre tali necelfitk
eterne et immutabili', che ven- gono fono nome di alfiomi , ne polTon dirli
pro- priamente confuetudini introdotte dalla natura , elTendo così antiche,
come la natura llelfa. Or dunque conliderando io quelli due var|fentimenti, che
fi danno al nomedi legge, dico che io non mi arrifchierei già di formare una
fuppofizione , che fofle contraria ad un alfioma ; come che fieno fiati molti
eccellentiflimi metafifici, a' quali ha dato 1* animo di farlo. E la ragione fi
è, perchè le gli alfiomi fono , come io credo che fieno , legati tut- ti
infiemc, e congiunti; anzi immed^mati 1’ uno con Digitized by Go-: -ole I B R O
I r. 21 f con l* altro , così che un folo c rempliciflìmo vero conftitutTcano
;parmi , che fe uno fé ne levalTe via, fi leverebbono tutti , ne più remerebbe
alcun prin> cipio alla ragione ; et io avrei tutti i timori del Padre
Riccati. E certo che vano farebbe 1* argo- mentare, tolto via i principi ,
perciocché tolto via quelli, è tolto T argomentare ftelTo. Manonper2^ tanto timor
mi farebbe una fuppofizione , per cui fi levalTe alcuna di quelle
conluetudini^chefopra abbiamo detto ; perciocché toltone una, potreb^ no
rimanerne molte altre, che non dipendelTer da quella , e fempre ci rimarrebbon
gli afliomi, i qua* h elTendo l^rettiflìmamente congiunti con laragio* ne , la
feguirebbono fin nel caos ; laonde non man- cherebbe alla mente ne materia ne
modo di argo- mentare, e trovare quante verità ciafcun volefle. E noi
fappiamo,cheCartefio,filofofo grandilTimo, gittate vui tette le altre leggi
della natura «ebbe ar- dimento di entrare col penfiero nel caos, null’al- tro
recando feco, che gli afliomi , e alcune poche leggi del moto ; e fperò di
trarne la vera forma dell* univerfo .Configlio in vero ardimentofo , eda non
permetterfì, che a Cartefio. Ma io, fenza entrare nel caos, mi arnfchierei bene
di fupporre dei cor- pi, i quali o non fi attraefler l’un 1’ altro, o fof- ler
gravi non a mifura della materia loro , ma iè- condo altra proporzione ; che
(ebben quelle cofe fofler contrarie alle confuetudini della natura, pur
potrcbbono rettamente confiderarfi ; et io vorrei , fe avefli tanto ingegno da
faper farlo, compor fo- « Pd 1 pra ' 4 112 Della forza de* corpi pra efse
volumi intieri tutti pieni di conci uGoni venflìme ; le quali potrebbono anche
elTere utilif- fitne ; perciocché molte volte avendo veduto quel- lo , che
avvenir debba ad un corpo, il qual non of- fervi certa legge della natura, più
facilmente G paf- fa a veder quello, che debba avvenirgli ,oifervan- dola . Il
perchè io credo fermamente, che non fie- no da vietarfiai filofofì fimili
fuppofizioni;equei, che le vietano , e dicono , la nolìra mente non po- tere
andar più avanti, ove una fola legge di natura lì tolga, confondono le leggi
della natura; non.» accorgendofi , che quel , che dicono, è forfè vero, fe la
legge, che viene a toglierli , fia un* afiìoma ; fe fia fol tinto una
confuetudjne, non è verocer- tamente. Il famofo Beccati in Bologna ha difco-
perto tanti corpi efier fosfori, che oramai può cre- derli , che fieno tutti:
del qual ritrovamento non fo, fe alcun’ altro fiali fatto a nollri tempi ne più
vago ne più leggiadro. Potrà dire alcuno , quella eller legge di nariya , che
tutti i corpi fien fosfori. Diremo noi perciò, che fe alcuno fupponelfe un
corpo non fosforo, dò ve fse torto mancare a lui la ragione , e ritornare il
mondo nel caos ? E per ac- collarmi a quella fuppofizione , per cagion della^
quale avete voluto, che io entri in quella difputa, voglio dire alla
fuppofizione de* corpi durirtimi, io non veggo , per qual ragione il Padre
Riccati debba averne tanta paura , e temer , che per efsa dovefse mancargli la
ragione ; perchè febbene su lui pare, che per erta fi levi la legge della
continui- Digitized by Coogle Libro IL 21} quefta legge però , quando ben fofse
nella na« tura, non farebbe alno, che una confuetudine, e levata efsa, ne
rimarrebbon dell’ altre, e relle- rebbon certameme gli aflìomi, ne la ragione
ver- rebbe meno, ne il mondo perirebbe; lolameute, fuppotti tali corpi,
mancherebbe, come egli ar- gomenta, la continuità; ne quello ftefso potreb- be
egli argomentare fenza fupporli . Sebbene che giova fermarci in quella
controverfia , fe prima non fì dimoltri la continuità efsere veramente una
legge di natura? Voi dunque negate , dille allora il Signor D.Serao, che le
cofe, per inllituto della natura loro , traggano alla continuità . Io noi nego
già, rifpoH; afpetto che il mi dimoltriate. Ne voglio, che mi dimollriate , che
la continui- tà Ha un principio o un’ afiloma ; a me bafta^ fol tanto, che mi
facciate vedere , che ella fia^ una perpetua, e generai confuetudine . Quello ,
dille il Signor D. Scrao , non è difficile a dimo* flrarfì , fe non quanto è
difficile raccoglier qui tutti gli efempi , che trar fi poiTono dalla meccani-
ca e dalla fiilca , ne quali apertamente fì vede, quanto fìa la natura collante
oflervatrice della con- tinuità. E per far vedere, dilTe quivi il Signor D.
Niccola , quanto la continuità regni in tutte le^ cofe , potrebbono anche
trarfe^e^ ^numerabili efempi dalla geometria . Io crqddy.rifpofe il Si- gnor D.
Serao , che la geometria fia éfita la pri- ma, che abbia feoperto la continuità
alla mecca- nica et alla fifica; le quali due feieoze non fene it4 Della forza
ob’ corpi farcbbono forfè mai avvedute , fe la geometria^ non la moftrava loro.
Ma quello Signore conce- derà facilmente la continuità nelle cofe , che lì
confiderano da voi altri geometri , negandola in quelle j che fì confiderano
dai filici. Et io allora , ne in quelle, dilTi, ne in quelle la negherò; af-
petterò bene, che mi fi dimofiri sì nell' uné, co- me nell' altre. Mentre
quefii ragionamenti tra^ noi erano, ci accorgemmo, che il naviglio aven- do
fatto fuo giro , cominciava di accollarfi a ter- ra; e già vedevamo venirci
incontro le beile fpiag- ge di Baja, cui di lontano feguivano It'erbok rive
dell' ameno e dilettevol Pozzuoló; é raden- do con la nave una ifoletta , che
di bofchetti a- dorna, e di cafe, ufciva tutta feftofa dell' onde, vedemmo
alquanti pallori, che.fisipra v* eranq, al dolce fuono di più fampogne lietamente
dan- zare con alquante leggiadre paflorelU vezzofa- mente inghirlandate. La
qual villa traffe a fé gli occhi di tutti , maflìmamente del Signor Marche- fe
di Campo Hermofo; chcpofcia a me rivolto, qual parte è, diffe, ne' beati
contorni di Napoli, che non fia piena d’ allegrezza e di riio? tal eh* 10 mi
credo , che gli amori , e le grazie fe gli abbian prefì per lorToggiorno;
invitandovi fo ancor le mufe. E vi verran volentieri , riipdl''' io,
ricordandoli del divin Sannazzaro, che ve le^ tralTe altra volta così
fcMivemente con quelle fue pifeatorie; nelle quali itm'tò così benel' inimkt-
011 Virgilio . E ben mi credo, che quelle rive, ■* e que- Digitized by Google
Libro IL 2x5 e quefti fcogli, e queft* onde apprefe 1’ abbiano, e le rÌ0|tan
talvolta'; e già , non fo come , mi par di udire il lamentevol canto di Licida
, di cui non poifo mai ricordarmi , fenza che a mente mi torni il pianto di
Coridone. Qui la Signora^ PrincipelTa, a me rivolta, dide : lafciate pianger
Coridone , e rifpondete a quello, che il Signor D. Serao, e il Signor D.
Niccola tedè dicevano: e già la vaga ifoletta , fcorrendo oltre il naviglio,
> avevamo lafciata addietro; quando io rifpóiì: Si- gnora, io ho già detto
che Ito afpettando, come la continuità mi fì dimodri o nella geometria , o
nella meccanica, o in tutte quelle fcienze, che efli vorranno. Io non afpettava
già io, difse quivi il Signor D. Nicola , che voi volede, che la conti- nuità
vi lì dimol^arse nelle cofe de’ geometri ; per- ciocché fra quuìÈRcdi ne conlìderano
, qual n’ ha, o fia linea , o fia fuperficie , o fia corpo, o di qual* altra
maniera voi vogliate, in cui non ii odervi una codante e perpetua continuità?
Qual progref- iìone ha nelle idee dei geometri , quale andamei^ to, qual ferie,
in cui pafsandod da un termino ^ ad un’altro, non fì tocchino tutti i gradi,
cho vi fono frappodi ? Così procedono le ordinate in tutte le linee curve; e
con efsed efprimono , co- me f9pete, e rapprefentano tutte le altre quantità. E
le curve defse, feguendo Tempre una mededma legge, ritengono perpetuamente la
lor natura, ne mai fi trasformano fubitamente 1’ una nell* altra^. Di che fe io
voledì recarvi gli efempi , prima il tem- Digitized by Google ' ^ ^ > ìì 6
Della forza de’ corpi fempo mi mancherebbe, che le parole. Ma, fta di moftrarmi
una figura fola , una f aM toori fola, un folo andamento, in cui trovili
Urrawìti» nuitit. Eccovi, fubito rifpoli: il triangolo. Do- ve trovate voi ,
difse il Signor D. Niccola , la di- feontinuità nel triangolo ? Nell’ orlo ,
rifpoli io, o vogliam dir nel perimetro; il quale procedendo dall' una
ellremità della bafe fino all* altra corL. uno andamento fempre retto , fubito
poi li torce, e va a formare un lato, faccende con la bafe un* angolo di
quallivoglia grandezza fen^ aver fatto prima gli altri angoli minori ; e giunto
poi alla^ cima del triangolo, fi torce limilmente di nuovo, faccende
aU’improvvifo un’altro angolo/fatto il " quale li riconduce a quella
ellremità della bafe, onde parti. Ed eccovi la difeontinuità , che chia- '^ramente
apparifce nell’ andamento del perimetro. *^Qui ridendo il Signor D. Niccola,
ben veggo, dif- ' ‘le', che vi prendete diletto di noi. E chi non fa, che il
perimetro di un triangolo non ci li forma nell’ animo per una progreflìone, la
qual ci porti a formarlo; ma è una pofizione di tre linee, che fi prendono, e
collocano a piacer d’ognuno. E potrebbe anche uno formarli un triangolo , il
cui perimetro compollo fofse di tre linee curve tra lo^ ro diverlìlfime ; in
cui certamente non farebbe 1£« continuità; perchè chi vuole efiggerla in
quelle.» cofe, che formanfi ad aibitrio? Et io vorrei fape- le, rifpoli, qual
lia quella figura, che i geometri *^non fe 1’ abbian formata’ ad arbitrio. Che
fe tali d’ or- Digitized by Google Libro II. iij d’ ordinario le formano , che
apparifcc in ogni lor parte la continuità ; a ciò gl’ inducono certe re- gole ,
che effi fi hanno propofio nel formarle^ ; dalle quali regole fe vorranno
partire ( e potran- no Tempre, che il vogliano) incontreranno nelle lor figure
tante difcontinuità, quante ne vorran- no ; ne tali figure faran per quello da
rimoverfi dal- la confiderazion dei geometri, e faranno così belle e così
buone, come le altre. Et acciocché non pa- ja , che io abbia addotto 1’ efempio
del perimetro nel triangolo per non averne altro, quantunque fa- cilmente fi
intenda , che quello , che ho detto del triangolo , può fimilmente dirli di
ogni altro poli- gono ,e di tutte le linee curve, ove ne piaccia di
trasformarle in poligoni; vedete di grazia un’ an- golo folo fatto da due linee
rette ; il quale, diftra- endofi viepiù le linee, et allargandoli , viepiù ero-
fce,e più Tempre crefeendo, come le linee vengono a porli in dirittura l’ una
del l’altra, improv vi famen- te divien nullo. Il che certamente ò contrario
alla continuità, la qual vorrebbe, che ogni quantità di- veniiTe nulla a forza
di impiccolirfi ; e voi vedete, che r angolo divien nullo nel fuo crefcerc . E
ve- dete però, dilTe quivi il Signor D. Niccola, che diftracndofi vie più le
linee, vie più ancora crefee 1* arco , che è milura dell’angolo; e quell’ arco
, mettendofi le linee in dirittura 1’ una dell’altra.., non divien# g'à egli
nullo; anzi lì fa maggiore che mai ; laonde pare, che dove voi trovate
difeontinui- tà,fi trovi anzi continuità. E fimilmente potrei di- £ e re 2i8
Della forza de’ corpi re delperimeiro del triangolo; perchè, comunque fia l’
andamento dei lati , Tè voi però da tuttii pun* ti della bafe condurrete
altrettante linee ad’ elfa-. perpendicolari , le quali vadano a terminarfi
neila-* ti, troverete che quelle, cominciando da una e- ilremità della bafe van
Tempre crefccndo a poco a poco, fenza lafciare addietro verun’accrefcimento
quantunque piccolilfimo,in fin a tanto che giun- gano alla cima del triangolo;
alla qual giunte co- minciano tofioa fminuirlì,e palTandoper tutti gl’ infiniti
gradi della diminuzione fi ritocnan nel nul- la* E quelle perpendicolari
fegnano con le loro e- Aremità il perimetro del triangolo ,il qual per ciò par
nato da una certa continuità . Avendo così det- to il Signor D. Niccola , io
non nego, rifpofi, che dove io trovo difeontinuità, non polTa trovare al- tri
la continuità , dipendendo tutto quello dalla^ divcria maniera, con cui
vogliono le cofe riguar- darli . E forfè che non è figura niuna tra quelle, che
vengono in mente a geometri, in cui fe alcune di- feontmuità apparifeono, non
abbiano, per così dir, fotto fe una perpetua continuità , che le fegue , e in
certo modo le regge. Ma altro è , che non Ila nelle idee de’ geometri
difeontinuità niuna ; altro è, che quelle , che vi fono , fieno Tempre accompa-
gnate da qualche continuità . E di vero per quan- te voi troviate la continuità
nella ferie degli ar- che tengon dietro all’angolo, mentre egli fi accrefeendo
; negar però non potete, che fia^ difeontinuità nell’ aiuolo iAefib • divenendo
egli nel- Digitizad by ' - rotale Libro IL 219 nel corfo del fuo accrefcimenio
improvvifamemo nullo . Anzi fe voi conlìdererete gli archi , non in- quanto
fono archi, ma inquanto fono mifure d* angoli, troverete la difcontinuità anche
in loro; perchè divenendo 1* angolo nullo , benché T arco» inquant* è arco,
divenga maggiore, di vien però nullo, inquanto è mifura deli angolò. £ umil-
mente è da concedere , che il triangolo nell' an- damento del (uo perimetro non
fegue in niun mo- do la continuità; benché U feguano quelle perpen- dicolari,
che v’ è. piaciuto ora di fìngere; le^ quali avrede potuto fimilmente fingere
anche ia« un triangolo , che chiamerebbefi millilineo, un la- to del quale
fòfl'e un’ arco d’ una parabola, e 1* altro foire un’ arco d’ una cilToide; il
cui perime- tro non fi direbbe però avere continuità; poiché tenendo per
qualche tratto la forma dì una curva, palTerebbe fubitamente a prender la forma
di un* altra. Io dico dunque, che può elTere nelle idee de’ geometri alcuna difcontinuità
« benché fia, for- fè accompagnata fempre da qualche contfnliità; e forfè anche
, fe così volete , nafea da e(Ta; come fe voi volelie, che dalla ferie di
quelle perpendicola- ri , da voi poco fa rammemorate , avendo elfa^ continuità,
ne nafet-ffe un perimetro, che non 1* ha. Ma non porrebbe dirli quello ftefib,
cioè che la difcontinuità fia fempre accompagnata , o nafc4 da qualche
continuità; fe non vi folTe difcontinui- tà niuna . Avendo io detto quede cofe,
il Signor D. Niccola già difponevafi di rifpondere ; quan- £ e 2 do 12» Dell\
Forza de’ corpi do avveduto^ che il Signor Marchefe di Cam- po Hermofo mollrava
aver voglia di fare qualche domanda, a lui rivolto, non commetterò io, dilTc,
che la nodra compagnia fì relli priva di quello, che vi è venuto nell’ animo .
Perchè , fe alcuna doman- da avete a fare , fatela • Et egli allora , la
noftra^ compagnia, di(Ie,non potrebbe delìderare di udir me, avendo udito voi
due. Voi non fapere, rifpo- fì, tutto quello, che noi poflìamodefìderare; per-
chè vi pregodi voler dire; e ardifco pregarvene^ anche a nome degli altri •
Allora il Signor Marche- fe, a me rivolto ,di(Te : Se la natura del vero fof-
fre alcuna difeontinuità, come voi dite, nelle li- nee, e nelle figure, e nelle
altre idee de’ geome- tri, e negli andamenti loro; io vorrei fapere, don- de
avvenga , che in ogni linea curva fi trovi fem- pre continuità; che di quante
io n’ ho vedute ( e molte già ne vidi fiudiando algebra in Palermo fotte la
difciplina del Signor D. Luigi Capece_.) niuna parmi di averne incontrata mai ,
che la leg- ge della continuità non ólTeiltaire; feguendo ognu- na fempre la
fielTa regola fenza mai allontanarfe- ne ; ne pervenendo mai le ordinate al
zero fenza .prima impiccolirli a poco a poco; ne trasfèrendo- li mai dall’
elTere politi vo al negativo, fenza elTere paiTate prima per lo zero, o aver
varcato li fpazj interminabili dell* infinito . E quella continuità quanto
valeva a render vaga e leggiadra ogni cur- va! Qui fi tacque il Signor Marchefe
, et io incon- tanente rifpondendo, piacciavi , difli , di avverti. ' re^ ^
Digitized by Coogle LibroIL 2zr re » che io non ho mai negato , che Ga cont
inaiti nelle idee dei geometri ; ho detto lolo, niunoaver- mi finqui
dimoilrato, che c(Te non poiTano talvoh ta incorrere in alcune difeontiauità)
le quali per- avventura potrebbon nafeere da quella illeira re- gola di
continuità > che le accompigna . E voi fur- ie ne avrefte trovate alcune in
quelle vollre curve, che già olTervafte , fe prefo dalla vaghezza deU la
continuità, e da eflfa rapito, avelie potuto cercar altro. Ne io però mi
meraviglierei , fe in_. quelle voftre curve avelie anche trovata per tutto la
continuità fenza difeontinuità niuna ; percioc- ché i geometri fe le compongono
a modo loro , proponendoli una certa regola di formarle , che-, ibglion
chiudere in una equazione, e non volen- do, che appartengano alla curva fe non
quei pun- ti , che fecondo quella regola ritrovano ; e perchè quella regola
trae a continuità, per ciò ogni cur- va , che elTì compongono, mollra
continuità per tutto; ne mai parte da quella ftefla regola ; per- ciocché come
potrebbe partirne, fe la compongon con elTa ? Non è dunque , che tutte le
curve, che venir polTono in penliero, abbiano di lor natura.» una collante e
perpetua continuità; e fe i geome- tri in tutte quelle , che lludiano , la
trovano ; ciò non è, perché tutte le immaginabili curve T abbia- no , ma perchè
eflì non lludiano , fe non quelle.., che r hanno . Se noi con un piano
taglialGmo un corpo, la cui fuperficie folTe di molte, e tra lor varie ,
fuperficie compoila , chi potrebbe promet- 212 Della for*a de’òorpi terfi, che
quella linea, la quaJ nafcefle dal taglio della fuperficie e del piano,
avelTeinogni (tia par - ' te continuità ^ Ne fb già , fé voi poteiie tanto fi«
curamente affermarmi, che volendo riferire una^ tal linea ad un certo a0e,e
comporla per ordina- te , dovelTero aver quelle quel bell’ ordine e quel- la
vaga continuità, che tanto nelle voUre curve vi piacque- E per tornare a cotede
curve, che bella continuità trovate voi là, dove le ordinate llen- dendolì
dall’ una parte in -infinito, palTanotofto a ilenderfi in infinito dall* altra
? nel qual luogo fi direbbe elTere difcontinuità fomma , fe ella non nafcelTe
da -quella idelTa regola, con cui piac- 3 ue da principio formar la curva , e
che elTen- o continv» , pur fa nafcere qualche difconti- nuità- E come la
.regola, con cui fi formano le linee curve , e le figure tutte , dipende dall*
arbitrio dei geometri , così polTono el& avere con- tinuità, e non averla;
ne la natura del vero 1^ sforza all’ uno od all’ altro, valendo in ciò la vo-
lontà degli uomini. Avendo io dette quede cofe,- il Signor Marchefe,moltrando
dì acconfentire, rif- pofe. Quella ragione però non dovrebbe valervi nelle
opere della natura, le quali, non dalla vo- lontà degli uomini, ma dalla
volontà di lei fiefiÌL* fi movono e fi reggono. Er io., vedete, diifi, che non
fia per quedo idefib più difficile il dimodrare la continuità nelle opere della
natura, che in quel- le degli uomini; perchè, fe la natura le move regge a modo
fuo., chi può fapere , fe ella fi abbi» vo- Digltized by Google Libro II.
volato imporre, qual prima e principal legge, la continuità, così che niun
corpo per niuno acci- dente , che avvenir polTa , debba poter pallate da una
qualità ad un’ altra , et avendo una forma.» prenderne una nuova , fenza aver
prima avute., tutte le qualità o forme intermedie ? E fe noi io., moltilfime
cofe , che non fo già fe in tutte , tro- viamo la continuità, potrebbe ella
elTere una con- ieguenza di qualche regola o legge , la quale in- ducendo
continuità in moltilfime , lafcialfe però luogo alla difcontinuità in alcune. E
qual potreb- be clfere cotefta legge? dille il Signor Marchefe.» ; et io
rifpofì : le leggi ilelfe del moto, le quali fe (I avverranno in corpi
durilTimi, non (blamente per- metteranno nel loro incontro qualche difcontinui-
tà i ma la vorranno , e la chiederanno. £ chi fa , fe la natura , per {sfuggire
ogni difcontinuità , abbia ‘ voluto guardarli di produrre verun corpicciuolo
durilfimo, chenti erano gli atomi d’ Epicuro?Chi fa , fe i globetti della luce,
i quali fi dice, che arri- vando a toccare la fuperfìcie di alcun corpo, che
non abbia virtù di rifpignerli, perdono collo il lor movimento, chi fa, dico,
fe non fieno durif- fimi , o in altro modo Iciolti dell’ obbligo della.»
continuità? e la natura intanto feguendo in tutto le leggi del moto, le quali
fole a lei ballano per produrre qualunque al^tto dell’ uni verfo, permet- ta a
quelli afpetti medelimi, et ai corpi, che gli formano, qualche difcontinuità?
Avendolo fin- qui detto , e penfandp di dir più oltre , il Signor D. Se- 2J4
Della forza de* corpi D. Scrao mi fi fe incontro con quefte parole. Voi però
durerefte gran fatica a inoftrarmi un* efempio iolo, in cui folfc difcontinuith;
e difcorrete pure a voglia voilra per tutta la meccanica, e per tutta^ la
iìiica , quant’ ella è ; io potrei ben di prefente^ mollrarvene mille, in cui
troverefte una perfetta.» continuità. E voi fapete , che gli efempi vogliono
ufarfì in quella controversa, non le fottigliezze.» . lo certo, rifpoH, non
prenderei ora la fatica di addurvi tutti gli efempi della difcontinuità ; e fo
già, che alcuni, avendofi fitta nell’ animo la con- tinuità, qualunque effetto
lor fi prefenti, in cui cflfa non apparifca, tanto s’ ingegnano, e ftudiano
tanto , che trovano finalmente la via di fupporve- la ; e potendovela fupporre
,par loro , che vi fia^. E le io vi diceflì, che un corpo venenck) a percuo-
tere obliquamente in un piano, acquifta fubiio due direzioni, una delle quali è
perpendicolare ad elfo piano , fenza aver prima acquillato tutte le dire- zioni
intermedie, che fono tra quella ,-e quella , che aveaje fe vi dicelTi,cheracqua
Igorgando dal fian- co di un* vafo, ne) primo luo ufcire acquifta fu- bifó
tutta quella velocità , che avrebbe a poco a poco acquiftata , fe iclìe caduta
da tanta altezza^, quanta ne ha 1' acqua nel vafo; efe altri clfetti di tal
maniera vi proponeflì ; io fon certo, che voi vi ingegnuefte tanto, che
finalmente troverefte la via di ridurli a continuità ; e in ciò forfè tante
fotti- gliczze adoprerefte , che non dovrefte più rifiuTare le ime. Ma io non
ho bifogno di gran fottiglie» za Digitized by Google L I B R ó i I T. ► za per
perfuadermi,4*liej>ofla un corpo eftrema- mente rollo eller vidniflimo ad’
un’ altro ellre- mamente verde, così che dal rodo fi venga al ver- • de fenz.i
palfare per li colori frappufti. E lo ftef- fo potrei iìmilmenre diredi tutte
le alcré adattato agli effetti , ed egli allora dee rifìu> tarfi per quello
, non perchè fi opponga a quel tale principio. E certo che, quanto a me, io non
rifiuterei un fiftema, il qual mi fpicgaire comodi f- fimamente tutti gli eff
tti, per quello, che incor- refie talvolta in qualche difcontinuità ; e più
tollo che rigettare il filtema per ritenere la continuità , rigetterei la
continuità per ritenere il filtema. E quelli, che fanno il contrario, parmi,
che abbia- no la continuità per più che probabile . lo non fó quello , dille
qui il Signor D. Serao , che tutti fan- no . So bene che io ho udito molti ,
che foltene- vano la continuità non altro che come cefa aliai verifimile ; e
dicevano di valerfene per nonavere alcun’ altro principio più certo; e in ciò
moltra- vano una modeftia grandilllma. Vedete, rifpofi , non fofier di quegli (
che molriflìmi n’ ha ) i quali cominciano con gran modeftia, e finifeono corLp
gran baldanza . Perchè conofeendo la debo- lezza de’ principi loro, cominciano
col propor- li umilmente : egli fi par verifimile: facile cofa è da concederfi
: lembra che il buon fenfo detti; e-, tanto van dietro i paurofi con quelle
forme piene di modeftia e di umiliazione, proteftando pure di non faper nulla
di certo, che è uno sfinimento ad udirli; procedendo poi oltre col di feorfo,
depongo- no tutta l'umiltà a poco,a poco,e ftabilifcono final- mente le
confeguenze loro con tanto orgoglio , quanto appena fi comporterebbe ad’ un
geometra; ne Digitized by Libro II. 1x7 ne avvertono , che fc furono tanto
timidi nei prin- cipi , conveniva loro eder più timidi nelle confe- CTuenze. Rife
quivi il Signor D. Serao , et io non nego, dille , che quello errore non fia
oggidì di molti, i quali come giungonoal fine dellor difcor- fo , più non fi
ricordano la debolezza di quei prin- cipi , l'opra cui lo fondarono, e vogliono
fpacciar per lìcura una confeguenza, che hanno tratta da_» principi non ficuri
. Non così però parmi , che fac- cia Giovanni Bcrnulli inquelluo nobililfimo
ragio- namento, la dove dalla continuità della natura.* palfa a dimollrare, non
dover elTer nel mondo al- cun corpo durilfimo , e ne leva via per fino la fup-
pofizione. Voi fapete che 1 ’ accademia di Parigi, fupponendo i corpi
durilfimi, avea chielto, cheli cercadero quelle leggi del moto, che più loro fi
convenidtro. Rifpole Bcrnulli, che non potean.* quelli fupporfi, elfendo
contrari alla continuità, lo non mi ricordo bene le lue ragioni ; ma fedo-
velTc argomentarfi per via dell' autorità , et io vo- ledi valermi di quella'di
un così grand’ uomo, che ha creduto non poter fupporfi in verun modo i corpi
durilfimi , folo perchè alla continuità fi op- f longone; quale autorità
miopporrelle voi?Quel- a , rifpofi , dell' accademia di Parigi; che pur gli
aveva luppofti, e non doveva aver avuto tanta.* paura di contravvenire alla
continuità. Ma noi, cre- do , non vogliam moverci ne per 1’ una autorità ne per
1’ altra , come che fieno e 1' una e 1’ altra^ gravilfimc. Sì , difse il Signor
D. Serao, ma Bcrnul- Ff 2 ‘ li Digitized by Google -2 28 Della forza de* corpi
li , vó'endo palsare a quella fua confeguenza,chc egli fi avea prò pollo :
cioè, che i corpi duriflìmi • non pol'san ne efsere ne lupporfi : e volendo
per- ciò incominciare dal principio della continuità, egli non lo alsunle gù
così ad arbitrio , ma lopro-^ vò con alquante ragioni , che da molti fi
pigliano come evidenti, e che voi avrete ben lette. So, ri- fpofi, che già le
leflì; ma ora non le ho a memo- ria,* ben parmi, quando le Itili, che più, che
le«^s ragioni , mi movefse 1* autorità dell’ uomo ; alla., quale però abbiamo
detto di non volere ora atte- nerci . E fe io non aveflì molti efempi nella na-
tura , che mi rendono alquanto probabile la con- tinuità , le ragioni di
Bernulli non me 1’ avrebbo- no fatta mai parer tale. Ma ^ir ciò è nulla, efsen-
doci di quelle ragioni dimenticati e voi et io ; il che è anche argomento , che
non ci dovefser pa- rere di tanto pefo. Qui ridendo il Signor D. Nic- cola, la
vollra dimenticanza, diTse^non vi fervi- rà punto a sfuggir di dirne il parer
volito ; per- chè io ho qui il libro del Padre Riccaii , in_. cui fono le
ragioni ftefse di Bernulli , tradotte nel- la noflra volgar lingua
diligentemente, et io pofso ^ leggervele così che la dimenticanza non vi Icufi;
* oltreche il luogo, che le contiene, è aflai breve, re a leggerlo fi
richiederà troppo lungo tempo.Be- ne ftà , difle la Signora PrincipelTa ; et io
avrò ca- ro, che noi chiudiamo il nollro prefente ragiona- mento, confiderando
le ragioni di quel valentilfi- mo uomo; perchè fe io ben conofco quelle rive,
che Digiiized by Googlt: Libro II. 229 che rindiam radendo a finiitra, noi
fiamogià fotto Baja , e poiché il vento s’ è tatto alquanto gagliar- detto, non
andrà molto, che noi faremo à Poz- zuolo. Mentre la Signora PrincipelTa così
diceva, il Signor D. Niccoli traile fuori il libro, e rivol- gendone quà e là
le carte, s' avvenne alla pagina g 43 , ove vide , che il Padre Ricc iti ,
parlando di Bernulli,dice aver lui fatto vedere chianlfimamen- te, che un
corpo, il qual fu d’ una perfetta durez- za , mvolve manifefta contradizione .
Oh / qui, diiie, dovrebbon elfere le ragioni, onde Bernulli .. dimoilra la
continuità. E guardando alla feguente pagina : eccole dilse, e cominciò a
leggere ht ejfetro un fomìghante principio di durezza non po'- trebbe ejtjlere
. Egh è una chimera , che repugna alla legge generale , che la natura ojfer’x^a
collantemente in tutte le fue operazioni . h parlo di quell' ordine^ immutabile
e perpetuo , flabilito dalla creazione dell' ttni'verfo , che Ji può appellare
legge di continuità^ in 'Virtù della quale tutto ciò, cheti ejeguifce,Ji
ejeguifce per gradi infinitamente pitcìoli s Fin qui, dilfrio allora,
interrompendolo, non altro (rfa, che propor la cofa con gran pompa di parole-.;
niente fi prova , ne fi dimoilra. Abbiate pazienza, diife il Signor D. Nicola ;
che qui cominciano le prove; et eflendofi di nuovo pollo a leggere, re- citate
le prime parole — Sembra, che il buon fenfo detti ridette alquanto, e
forridendo difse; voi direte queda edere una di quelle forme piene di inodedia,
con cui cominciano i paurofi, per finir poi 0 Digitized by Google i^o Della
porza de* corpi poi con orgoglio. Certo, diifi , le dimoftrazioni dti geometri
non foglion così cominciar fi '.Sembra che il buon fenfo detti . Ma quefto che
fa ; fe le ra- gioni, che foggiugne Bernulli, fieno chiariflìme.., et
evidentiffime ?Però leggetele . Allora il Signor D. Nicola ricominciò Sembra
che il buon fenfo detti ^ che 'ver un cangiamento non go fa far fi per f al-
to', per fatto non opera la natura. Non 'v ha cofa , che paffar p»ffa da una e
[Ir entità all' altra fenza paf- fare per tutti i gradi di mezzo =: Qui non
potendo tenermi, fon quelle, dilli, quelle dimollrazioni chiariflime et
evidentilllme? Ma la Signora Prin- cipelTa interrompendomi, voi liete ,.dilfe,
impa- ziente fuor di modo; e intanto il Signor D. Ni- cola feguitò a leggere E
qual conneffione fi con- cepirebbe tra due eflremità oppofle indipendentemente
da ogni conneffione di ad, che è tra mezzo'ì'^ e let- te quelle parole fi fermò
alquanto. Io allora, non fo, dilfi , le quella a voi paja una ragione ; a me_»
certamente o non pare, o non pare almeno di quella tanta evidenza , che a
llabilire un principio infallibile , e neceflario fi richiederebbe. Avendo io
così detto,c tacendomi, parve , die gli altri pur fi tacclTero, et io feguitai:
io dico dunque, che-* fe un corpo, fcorrendo uno fp.izio, dee palTare da un
luogo ad un* altro, dee palfare altresì per li luoghi interponi feguitamente,
falvo fe egli non vi folTe portato per miracolo; e può dirfi, che 1’ un termine
di quel corfo lì connetta con 1’ altro per la ferie di quei luoghi , die la
natura vi li4^ Digitized by Google Libro! I« z;i realmente frapporti. E ciò
intendo iobeniflìmo. Ma non fo già, perchè debba necelTariamentc dir- fi lo
rtertb, qualunque volta un corpo palfi da qual- (ìfia forma o qualità ad un’
altra : per eiempio dal rollo al verde, dalla luce all’ ofcurità, dal movi-
mento più veloce al meno; tra le quali forme e_* qualità noi concepiamo in vero
de i gradi, per paf- fare dall’ una all' altra col penfitro più comoda- mente ;
ma quelli gradi realmente non vi fono» fe già la natura non ve gli fa a porta .
Ne però» cred’ IO, ha bifogno di farli ; ptrc.occhè fe le leg- gi per elfa
llabilite richiedelfero, che un corpo rof- fo fubitamcnte diventa Ife verde ;
quel rolfo e quel verde fi connetterebbono tra loro abballanza per quella
rtelTa legge, che richiederte prima l’uno e poi fubitamente 1’ altro, ne
avrebbono bifogno d’ altra connelfione. E fimilmente fe due corpi du- riflimi,
incontrandoli, fubitamente fi fermalTero , così chiedendo le leggi del moto; et
io forti do- mandato della cagione , che connettelTe infieme.» quel movimento
con quella fubita quiete, noiu dubiterei di rifpondere, tutta la connelfione
elTer porta nelle leggi del moto, che in quel cafo vor- rebbono , che la quiete
fucccdelTe fubito al movi- mento . E tal connelfione barterebbe loro fenza i
gradi frapporti; perciocché h natura congiunge in- ficme le qualità , e le
connette, com* ella vuole, e vuol talvolta congiungerle, traendole per tutti
gl’ interporti gradi ; e potrebbe anche voler farlo d* altra maniera. Secondo
voi dunque , dilTe allora il Si- '15* Dei LA FORZA DE* CORPI il Signor D.
Scrao, potrebbe la natura volere due tofe tra loro fconneire. Non le vorrebbe
Icon- fielTe, rifpofi; connettendole col volerle. E quan- do anche le volelTe
fconnelTe; non fo, quale adur- do ne feguilTe. Ma fe voi farete, ripigliò il
Si- gnor D. Nicola, tanti conienti, non farà mai, che per noi fi venga a capodi
quella lezione. Afcolta- te 1* altro argomento, che fegue, che vi parrà for- fè
miglior del primo; e feguì di leggere s Se la natura fotejfe paff'are da un‘
eflremo all' altro , per ejemp/o dal r/pofo al movimento , dal mo ti erano
poche ore innanzi da Napoli . Eranvi an- che altri Signori defiderofi di
riverire la Signora PrìncIpelTa. Di che fu fatta maravigliofa abbracciandoli or
gli uni or gli altri, et or una^ or altra cofa dicendoli . Nella quale
allegrez- za dimoierò alcun difpiacere il Signor Conte del» la Cueva di non
elTere alTai per tempo arrivato a Pozzuolo , onde poter* elTer con noi nella
nave.» Il che fentendo la Signora Principefla, forfè per tormentarlo alcun
poco, alTai più difpiacere ay» rede,gli dilTe, fe fapcfte i ragionamenti, che
vi lì lon &tti ; e brevemente gli efpofe le quillioni avute. Perchè egli
prendendo vie più fdegno dell’ efser tardi venuto, lì dolfe alquanto col Signor
D. Felice dell’ indugio j il quale fattoli innanzi, avrei, difsc, pur
volentieri udito difputàred’ una dimollrazion nuova , ulcita , non ha gran
tempo, fopra la forza viva ; et è del chiarilEmo Padre Rie* cati ; e mi par
tanto ingegnofa, e tanto bella. Ma fento efsere alcuni, che non fe ne vogliono
per- fuadere. Credo, difse allora la Signora Principef* fa, che noi ne abbiamo
qui uno. Ma fappiate^, che delle molte cofe, che fono Rate propofte, re- ità quell*
una fola, di cui non s* èancor difputa- to . Mentreif 'Signor Conte della
Cueva, e il Si- gnor D. Felfcè inlicme con la Signora Principef- la andavano
tra lor ragionando j io , e gli altri , ri- mafi alquanti palli addietro, gli
feguivamo. Ed Gg 2 egli- p Della forza de’ corpi eglino intanto, come poi feppi
da loro ileffi, di- vifaron del modo di introdurre la difputa appref- fo cena ,
c così trarmi a dover dire fopra Iadimo> ilrazione del Padre Riccati. In
quella arrivammo a cala il Signor Governatore, dove appena entra- ti , la
Signora Principefsa, rivoltali alla compa- gnia , dilse di voler tutti feco a
cena ; indi pro- cedendo oltre per le camere fu ricevuta tra var) Tuoni, cui
féguirono alcune belliflìme danze, al- le quali molti furono prefenti fino alla
fine ;ailtri per pigliar’ aria fino a tanto che 1* ora del cenar veniise, fu la
riva dei mare a lor diporto n’ an- darono. The del Setoudo Libro» »?7 DELLA FORZA DE' CORPI CHE CHIAMANO VIVA L A MORGAGNI. Randiffima quiftionc è Tempre
fta- ta a mio credere. Signor Giamba- tifta cariflìmo, e aliai difficile a.»
fcioglierfì , fé nello iludio dell’ ar- ti e delle fcienze più giovi agli uo-
mini il defiderio della novità , o più nuoccia;; perchè fé noi coniklereremo
quelli» il cui numero è lenza fallo grandiffimo , i quali trafpottati da un tal
defiderio corrono dietro a_* itraniflìme opinioni, allontanandoli non meno
dalla, comune confuetudine, che dalla verità, e in quel- le , per così dire,
urtando rompono miferamentt.# la nave del loro ingegno , egli ci converrà di
affer- mare, che lìa cofa a tutti pericolofiffima , et moltiffimi molto dannoia
lo lludio della novità» Ne quello danno folo ne viene, che molti da amo- re di
novità tratti incorrono in opinioni ftrane e falfe ; ma quelli ancora , che in
alcune vere li av- vengono , fcoprendo ciò, che ne’ tempi addietro era 238
Della forza de* corpi era (tato nafcollo, fogliono di quefto fteflTo trar
pregiudicio gravilfimo. Imperocché confiderando e vagheggiando i ritrovamenti
loro, tanta vanità ne prendono, che non vogliono più lodar di nul- la gli
antichi, e gli hanno in difprezzo, egli deri- dono; e quel che è peggio,
fpaventano altamente i giovani dal fermarli eziandio per breve ora ad
apprendere le dottrine antiche, dicendo loro, do- verli avanzar le feienze, e
non elTere da ritornare a quelle cofe , che già da gran tempo il mondo fa : il
che fe tutti facelTero , ne folTe più alcuno, che a quelle ritornalfe, non
molto andrebbe, che niuno . più le faprebbe. E quelli tali oltre che fpogliano
il mondo, quanto è in loro, di tutti gli amichi ritrovamenti, cadono anche in
un’ altro errore^ grandilfimo , per cui fommamente nuocdòno ai prefenti uomini,
et anche a loro ftelU ; non avver- tendo, che i ritrovamenti antichi furono
aneli’ elTi nuovi una volta, ne fono divenuti antichi, fe non per r età, che è
fucceduta loro, il che ùmilmen- te avverrà delle prefenti invenzioni ; che
perderan- no la novità a poco a poco, e diverranno antiche, come le altre. Il
perché mal proveggono alla glo- ria nohra coloro, che, difprezzando gli
antichi, lafciano a i pofteri un’ efempio di dilprezzare an- che noi . E tanto
più quello mi par vero , quando confiderò, che la lunghezza del tempo confonde^
infieme moltilfime età, e fa comune a tutte la lau- de di ciafeuna .
Concioliachè febbene le invenzio. ni antiche lìeno ufeite per grandilTtmi
intervalli 1’ una .V. Digitized by Google Libro III» ^3? una dopo 1’ altra; e
Ja poeHa abbia preceduto di lungo Ipazio la dialettica; e 1’ eloquenza fia
ftata^ alTìn prima della mufica ; ne fieno certamente nate ad un tempo e T
aritmetica, e la geometria , e la_. notomia, e la medicina, e la chimica ; ne
1’ archi- tettura abbia forfè afpettato la fcoltura,e la pittu- ra per ufeire
al mondo ; ed altre arti fieno venute in altri fecoli; pur di tutte fi da laude
lenza difiin- zione alcuna agli antichi, come fe quelli fodero tutti d un
tempo, c componedero,per così dire_. , una fola famiglia. E ciò avviene , cred'
io, perchè edendofi quelle età per tanto fpazio da noi allon- tanate , non ci
accorgiamo della diftanza , che han- no tra loro, e però di moltiflìme ne
facciamo una^ fola. Ora fe le cofe procederanno ne’ tempi avveni- re , come ne
pailati femprc fon procedure , verrà una volta , che confondendoli anche 1’ età
noflra^ con le padate , entreremo noi pure in quella co- munità, e così faranno
lodati gli antichi dei ritro- vameli nù/ìri , come noi dei loro- La qual mfa .
non abbadanza intendono quelli, che trafportati dall’ amore della novità infegnano
ai poderi di deprezzare gli antichi , non badando , che tra po- co faremo
antichi ancor noi ; e che fe quelli, che dopo noi nafeeranno, vorranno
rivolgere lutto lo dudio loro a ritrovare le cofe nuove , trafeureran- no le
nodre. Per quede ed altre ragioni io direi certamente, che folte da fvcllere e
levar via del tutto dall* animo degli dudiofi la vaghezza delldi» novità ,
veggendo jn quanti errori fpede volte^ . gl’ Digitized by Google '24°^ Della
forza de’ corpi gV induca ) e come ne guafti* « corrompa il giudicio ; fe già
d’ altra parte non confide- ralfi di quanti comodi e beni a quefta fte(Ta_.
vaghezza fiam debitori . Perciocché qual ritrova- mento avrebbono mai fatto o i
moderni) o gli antichi filufofi , fe non fi fofser lafciatì condor da efsa ? Da
efsa nacquero tutte le arti » e tutte.* le fcienze; per efsa fi accrebbono; ne
altroché per efsa giunfero a quel iòmmo grado di perfezione, in cui or le
vcggiamo . Imperocché tutte le^fe,' che fi producono, fon nuove, ne pofsono
accre- (ccrfi , fe non per la aggiunta d' altre nuove ; le quali trovar non fi
pofsono fe non da chi le cerca; ce alcuno le cerca , fe non é mofso da difio di
no- vità. Il perché parmi , che chi vuole fermarli quello, che ritrovaron gli
antichi ,fenza andar più avanti , e fenza aggiunger nulla, non benfegua^ .
quegl’ iftelfi antichi, che pur vorrebbe feguire ;i quali fi ingegnarono fempre
con ogni sforzo di ag- giungere qualche cofa alle già ritrovate; cibche egli
non fa. E benché fia da comportarli a mol- ti , che non potendo o per V
inftituto della lor vita, o per la mancanza delle opportunità e dei comodi, che
fono in mano della fortuna , avan- zarfi a fcoprire nuove cognizioni , fi
contentino di pofsedere le già fcoperte dagli altri , le quali in verità fono
oramai tante , che é molto fapere il fapere efse fole ; tuttavia non debbono
quelli ta- li fgridar lo fiudio della novità ai giovani , il qua- le elsendo
retto e temperato da buon giudicio po- treb- Digitjzed.by Google — ■ ..a...
-flrl ^ Libro III. 141 irebbe una volta condurgli a fcoperte graviflìme ed
utilifllme . Perciocché voler chiuder la fira- da a tutte le invenzioni nuove è
lo fieflfo • che accufar gli antichi, che già 1’ aprirono, e ùre ingiuria ai
pofieri , in grazia de* quali fu aperta* Io credo dunque , Signor Giambatifta
cariflìmo, che fia cofa convenientiflima , e alla profeflìoa« del fìlofofo
fommamente accomodata, il defide- rio della novità; così veramente che non
tragga r uomo ad opinioni (travolte e contrarie alla ra- gione, ne egli per li
Tuoi ritrovamenti nuovi s’in- duca a difprezzare fupeibamente gli antichi: del
qual vizio non fon privi coloro, i quali benché niente attribuifeàno a fé
medefìmi, ondepajono temperatiiTimi ; pur vogliono, che tutto attribuir (I
debba a quelli della loro età, o della loro fcuola, o del loro ordine, ne
credono d’ e(Ter fuperbi , perchè lo fono a nome di molti . E che il dilio
della novi- tà temperato di quella maniera (ìa giovevolidìmo, potrei
dimoftrarvelo con mille efempi, fé voi fief- io non ne folle uno così chiaro, e
cosi eccellente, e cosi maravigliofo , che rendete inutili tutti gli altri .
Perchè lafciando le altre parti della fUofola, che voi avete voluto più lofio
fapere,che profef- fare ; nella notomia certamente, che avete prefa, non lenza
invidia , cred' io, dell* altre feienze-r, con tanto fiudto ad’ illullrare,
avete aliai chiara- mente dimollrato, quale eller debba in unfilofo- fo
perféttifiìmo 1’ amore della novità . Imperocché avendo voi fatto tanti
ritrovamenti nuovi , e cosi Hh fin- Digìtìzfed by Google 14^ Della forza de*
cordi Angolari , e così illuftri e maravigliofi , qual ne è ftato non
fommamente confentaneo, e dei tutto corrifpondentc airolfcrvazioneet al vcro?e
quan- tunque non fi difdirebbe al nofiro fecolo di ante», porfi a tutti gli
altri, che fono Itati di voi privi; 3 uando però è fiato mai che voi vogliate
valervi ella felicità e virtù vofira a difprezzo d' altrui? che anzi avete
voluto nell' ampiezza quafi infinita del vofiro animo ricevere non folo i
ritrovamenti da voi fatti, ma quelli ancora, che fecero* le età pafTate ; e
quefii tutti avete fottiliifimamente con- fiderati, ed apprezzati ciafcuno,
fecondo che con* veniva , volendo fiudiarli e faperli non men che i voftri; e
di tanto poi gli avete con l’ingegno ab- belliti et ornati, che eglino fteflì ,
per quel ch’io creda , più tolto voftri efler vorrebbono , che dei loro primi
ritrovatori . E quefto è quello, eh’ io vorrei , che facefie ognuno nella
profeflìon fua, mailìmamente il filofofo ; in cui tanto non ripren- do io r
amore della novità, che voglio anzi, che s’ ingegni e fi sforzi , quanto può,
di andar dietro alle cofe nuove, ufando di quella temperanza, di cui voi avete
lafciato a i pofieri nelle voltre divi- ne opere un'efempio cotanto illuftre .
Ne folamen- tc voglio, che egli ftudj quelle cofe, che egli fpe- ra di poter
trovar da fe fi)lo; ma perchè molte ne fono, che un folo uomo facilmente
ritrovar non potrebbe , voglio, che pongafi in comunità con molti ,
contentandoli, fe non ha tutta la lode del ritrovamento , di averne qualche parte
; e per- chè Diqit'zed by Coogle Libilo III. 24} ciiè ne fono ancor di quelle,
che una fola età com- piere non potrebbe, ricercandovifi 1’ ofiervazio- ne
perpetua e collante di moki fecoli, per ciò vo-- glio ancora , che egli fi
metta in focietà coi pafTati, perfezionando quello, che effi ci lafciarono di
im- perfetto , e conducendo a fine i rkrovamenti, che eflì finir non poterono.
Nel che però dovrà guar- darli da un* errore, ih cui cadono molti, i quali per
avef data 1’ ultima mano credono , eflì foli do- ver’ elTer lodati dell’
invenzione ; la quale in vero è un* opinione fuperba e irragionevole ; percioc-
ché deli* invenzione lodar fi debbono tutti quelli, che hanno fatto quel, die
potè vano, e che era pur necelTario'di fare per trovar la cofa ,*e come a tro-
varla è necefiario quali fempre cercarla prima in più maniere, e tentar varj
mezzi, e incamminàrfi per varie vie, et errar molte volte, e tornare ad- dietro
;cosl quelli, che prima di noi tentarono, benché fi avvolgefsero in molti
erroii, ne tempo a- velTero di giunger, dove noi fiamo giunti, pur fe- cero
quello, che era necelTariodi fare , acciocché noi vi giungeirimo,e debbono
venire a parte dell* invenzione . E certo io non dirò mai , che il mara-
vigliofo fillema del mondo propofloci ultimamene* te dall’ incomparabil Neuton
ila il ritrovamento d’ un’ uomo folo ; ne lo direbbe , cred’ io ,lo ftef- fo
Neuton, che ficcome d’ ingegno e di fapero parve , che fuperaife tutti gli
altri , così di tpode- razione e di prudenza non fu fuperatoda niuno. Imperocché
quel fillema non potea llabilirfi fenzt H h 2 pri- 244 Della forza de* corpi
prima averne provato molti , il che fecero 1’ un_. dopo r altro più filofofì in
più fecoli , Pittagora, Arillotele, Tolomeo, Copernico, Ticone , Keple- ro,
Cartefio, ed' altri aflai, che precedettero il grandilllmo Neuton ; i quali fé
errarono, fecero quegli errori, che avrebbe dovuto far 1’ ultimo, ie non gli
aveirero fatti effi per lui. Onde io dico, che quel fillema, a giudicarne
rettamente, noru. uno folo lo ritrovò, ma lo ritrovarono tutti in- fieme. La
qual cofa fe il fìlofofo intenderà be- ne , avendo P animo applicato a
feoprimenti nuovi , vorrà meteerfi in compagnia non folo dei paiTati , ma ancor
di quei , che verranno ; come cercherà di perfezionare le cofe, che gli an-
etichi ci lafciarono meno perfette , così vorrà la- nciarne alcune meno
perfette, che dovranno poi dai poderi perfezionarfì ; ne avrà timore di perder
la lode del ritrovamento , che farà ridotto a j^r- fezione da altii;come ne
anche avrà timore di pro- por Memi non ancora abbadanza provatr, v tra- mandare
ai fecoli avvenire i fuoi dubj , e le fue^ ragionevoli fufpizioni; benché in
quedo corra pe- ricolo , che fìeno una volta conofeiute falfe,e riget- tate. Ma
egli non dovrà redarfì per ciò ; anzi , fo- rando bene, dovrà aver coraggio-, e
commetterli alla fortuna ; perchè io fon d' opinione, che niu- no poda edere
dlofofo perfettidimo, fe non è an- cora in qualche parte fortunato; come i
capitani grandifCmi, ne quali oltre la feienza et il valore.» anche la fortuna
lichiedcfìje k>dedb può dirli e del Digilized by Google Libro III* 24$ del
medicO)Che cura V infermo, e del trafficante» che fa venire le merci, e del
nocchiero, che con- duce la nave* E fimilmente il fìlofofo, fe ha qual- che
fìfiema bello, ingegnofo, verifimile , ma che_* richiegga ancora altre prove ,
dee raccomandarlo ai poderi, e avventurarlo ; e così hanno fatto gran- diifimi
uomini e dottifiìmi* Ne certamente poteva r im mortai Neuton effer tanto ficuio
di quel ma- ravigliofo fidema , che egli formò delie comete^ , condottovi quali
dalla fola ragione ; quanto ora., fiam noi , condottivi non dalla ragion
folamente ^ ma da moltidìme olTervazioni , e da così gran nu- mero di calcoli ;
ne potè egli aver per certilfima, e fuor d* ogni dubic quella forma fchiacciata
, che diede alla terra, non avendo veduto quelle tante.^ mifure, che prefe poi
in varie parti del mondo da matematici Italiani , Spagnuoli , e Francefi 1’
han- no mirabilmente confermata . Ma egli avendo coti' cepite nell’ animo bellilfime,
e ragionevolilTime^ opinioni , confidoill nella loro probabilità , e chia- mò 1
poderi a farne prova ; il che gli è fucceduto felicemente; ed ha confeguito
maggior gloria^ > avendo faputo fenza tante odervazioni e mifuro affermar
quello, che niuno s’ardiva d’ affermare fenza di elTe. Così io voglio, che il
fìlofofo inten- to a cercar novità, fìa qualche volta ardimentofo, contenendoli
però ftmpre dentro ai limiti della ra- gione; ne lafci di cominciar quello, che
egli non può compiere , contentandoli , che fìa compiuto -dai poderi; e fofifra
di partir la lode dell’,invenzio- 14^ Della ' POKl ^ i>e’ corpi ne con loro
; ficcome anche dovrà partirla coi paf- fati in tutte le cofe, che elTendo
ftate da efll lalcia- te imperfette, avrà egli faputo perfezionare. E quefto
modo fi metterà in compagnia di tutti i fi- ‘ '* lofofì , che fono flati per l’
addietro , e che faranno dopoi, come fe foffer tutti una comunità fola,
formartero , per così dire , una fola accademia.. . Ma di quefle cofe abbiamo
detto abbaflanza, pa- rendomi oramai tempo , ch’io m’ accofli ad ef- porvi il
ragionamento ultimo, che fù in Pozzuolo i'opra la for2a viva in quella
onoratilfima compa- gnia , che fopra vi diflì; alla quale s’ erano aggiun- ti
il Signor D. Felice Sabatelli, e il Signor Con- te della Cueva. Il qual
ragionamento perciocché fu d’ intorno ad una dimoflrazion nuova , che il Padre
Riccati ha propofla in un fuo bellif- fimo libro , volendo per eflà dimoflrare
, cho la forza viva debba effere in ciafeun corpo pro- porzionale al quadrato
della velocità ; potrà forfè per ciò parervi , che non a cafo fiafi per me fino
ad ora del difiderio della novità ra- gionato . Perchè quantunque il Padre
Riccati non alcuna fentenza nuova introduca, ma fol propon- ga un’ argomento
nuovo a foflenere una fentenza già quafi vecchia ; pur queflo ancora è novità;
e dove fi faccia rettamente, e con giudicio, merita tutte le iodi , che a i
gran ritrovamenti fi conven- gono. E certo il Padte Riccati non i venuto su
quel fuo argomento fenza aver prima volato e co- nofeere et efaminar fottUmente
tutti quelli , che.» - era- Digitized by Coogle Libro II L 147 erano ufciti per
l’ addietro; e lo ha fatio in verità con tanta acutezza d' ingegno y e
profondità di fcienza , che ciò Iblo baftar poteva ad acquiftargli grand idi ma
fama tra i matematici; avendo poi ve' duto , quella fentenza , che egli amava»
eflere^ ancor hifognofa di qualche forte ragione» che la^ foltenelTe» poiché ne
quelle di Leibnizio» ne quel* le di Bernulli gli parevan badanti, ha voluto tro>
varne una nuova ; e 1’ ha trovata in vero moltò ingegiiofa» e tanta bella» che
non lafcia più defiJerar le altre . Et io certamente conlen- tendo al Padre
Riccati, che le ragioni addotte», già da Leibnizio e da Bernulli non foifero
abba* danza valevoli» confento ancor facilmente, che., tutta la quidione ormai
riducali a veder folo , fe fia abbadanza valevole la ragione addotta da lui
dello . 11 che voi intenderete nei ragionamenti y che prendo ora a narrarvi ;
dove fe troverete alcu- no , che lì opponga al Padre Riccati » non per que» do
dovrete credere che egli non lo dimi grandilE- mamente» e non faccia verfo lui»
come egli ha^ fatto verfo Bernulli » e Leibnizio» a quali (^po- nendoli non ha
lafciato tuttavia di grandiluma- mente dimarli. Nacquero dunque i. ragionamenti
a quedo modo. Dopo. molti e varj diporti» e fol- lazzi» elTendo P ora del cenar
venuta» fummo tutti» fecondo 1 * invito fattone» nelle danze della Signo- ra
PrincipelTa» e quivi in una bellilfima camera^» vagamente ornata, con due dhedre
riguardanti fo pra il mate) che ai lume della luna era bellilCmo a ve-
Digitized by Google 248 Delia forza de’ corpi a vedere, con e(Ta e con altri
Signori lietamente.# cenammo. Finito il mangiare, e non elTendo an- cora levate
le tavole, attendendo ognuno quello, che la Signora PrincipefTa comandafle ;
ella a me rivolta graziofamente difle : fé io vi pregaffi di vo- ler profeguire
il ragionamento fatto oggi fopra la forza viva, dicendone quello, che vi
rimanea ; fo , che farei cofa grata a que(H Signori , che vo- lentieri vi
afcoltano ; ma voi direlle , che liete ora- mai fianco , et avrefle ragione .
Signora , ril'pofi io, non direi già quello; che così poca cofa non rrù fianca;
direi.bene, che io non fo quello, che mi rimanga da dover dire, avendone già
detto oggi tutto quello, che io fapeva e mi ricordava . Vor- rei poter
ricordarmene più per poter più dirne, e far cosi cofa grata (fe pur grato è 1’
afcoltarmi ) non tanto a quelli Signori, quanto a voi. Allo- ra il Signor D.
Nicola, che mi lèdeva apprelTo , rimanea, dilTe, da difputare fopra quella
dimo- ftrazione ultima , che il Padre Riccati ha propo- fla nei libro fuo per
far vedere , che la forza viva de corpi debba ellimarfì fecondo il quadrato
della velocità; la qual dimollrazione fe io aveffi a me- moria ( giacché troppo
lungo farebbe il ricercarla e leggerla nel libro ilello ) non vi farei buona la
vollra feufa ; ne buona pure , cred’ io , ve la fa- rebbe la Signora
PrincipelTa ; perchè io vi efporr . rei , quanto potelTi , brevemente la dimollrazione;
et ella vi obbligherebbe di dirne il parer Vollra* Ma quello, che non pollo io,
il potrà forfè il; Signor u Digitized by Libro lir. >49 Signor Dv Felice,
che ha Ietto il libro attenta- mente. Così è, diflfe il Signor D. Felice, e
quella dimoftrazione , che voi dice , ho lungamente con- {iderata^ etefaminata
dame ftelTo più volte; più volte ancora col Signor Conte della Cueva . Dun- que
, rifpofì io, potrete efporlaci voi,, e il Signor Conce , e dirne il giudicio
voftro meglio di ogni altro . Quanto a me , io vi afcolterò con piacere^
grandiflìmo . Ma non vogliamo già noi, di(Te allo- ra la Signora PrincipelTa ,
che voi folamente afcol- tiate ; oltre che non conviene , che il Signor D*
Felice faccia egli tutta la fatica. Egli dunque es- porrà la dimoftrazione , e
voi neefporrete il giu- dicio voftro. Meglio farebbe, rifpofi io, udir quel- lo
del Signor Conte della Cueva , che ha confide- rato,e fa la dimoErazione meglio
di me. Il Signor Conte della Cueva , rifpofe fubito il Signor D» Felice , dovrà
ajutar me ; perchè elTendo la dimo- Erazione molto fottiIe,e dovendola io per
cagion della chiarezza cominciar di lontano,et edèndo al- quanto avvolta e
lunga, potrei tratto tratto aver bi» fogno di chi mi fovvenilTe. Voi, di(Ti,a
cotefto mo- do volete difendere il Signor Conte , e liberarlo d’ ogni fatica;
ma fe di lui avete bifogno ad ef- porre la dimoErazione , non avete certamente
bi- fogno di tutti; però queEi altìri Signori, come voi r avrete dichiarata,
potranno giudicarne eEi;e_* ognuno il farà meglio di me. EEì efporranno il
giudicio loro , diEe la Signora PrincipeEa , ocon- lermando il voEro , o
opponendovifì » ^ rivolta al li Si- 15® Della forza oe* corpi Signor D. Felice,
cominciate voi, 4ifl*e, e dato buon efempio ; acciocché egli ancora impari di obedire
• Io fon predo di farlo ; dilTe il Signor D. Felice; ma prima fa di meftieri,
ch'io vi difegni alcune figure , fopra cui dovrò fpiegarmi. Ciò dee- ' to ,
furono rodo recati per ordine della Signora^ PrincipelTa calamajo e penne ; et
eflendofi già ca- vati fuori alcuni di que' fogli , ove contenevand le figure,
fopra cui s’ era tutto quel di difputato, pregne uno il Signor D. Felice, et
avendo alquan- to fra fe penfato , due figure vi aggiunfe, et appo- fe a
ciafeuna il numero , che conveniva . Dello quali furono todo fatte più copie,
acciocchècia- feuno una ne a vede . Allora il Signor D. Felice, elTendo dato
alquanto fopra di fe, incominciò. Grave , e difBcil carico , oltre quanto polTa
crede- re chi non abbia a portarlo, mi ha impodo la Si- gnora PrincipelTa,
volendo , che io vi referifea^ una delle più belle, e più ingegnofe dimodrazio-
ni , che fieno ufeite intorno alla quidione della^ -forza viva, quale fi è
veramente quella del Padre Iliccati ; ne per ciò sfuggo di fottopormtvi , aman-
do meglio di cader fotto il pefoobedendo,che,non obedendo,darmi in piedi .
Voglio bene, che quedo mi concediate, che io vi riferifea la dimolbrazione, non
con quell’ ordine dedb, con cui l'haefpoda 1* autore, ma a modo mio; perchè fe
io inqueda par- te non mi valeflì dei mio arbitrio , non potrei fer- vire all’
altrui, edendomi impodibile di riferirla così appunto, come da nel libr».
lolaefporrò dun* que Digitized by Libro ITI. 251 quc, come io T ho nell’animo,
fenza partirmi pe-* rò dal fentimento dell’ autore, e lèudieiò, quanto per me
fi potrà, la brevità. E perchè giova fera- prc , quando uno vuole incamminarfi
in undifcor- fo, faper prima il fine, a cui elfo tende ,e la vìa, , in cui
mettefi , per arrivarvi : lappiate, che inten- dimento del Padre Riccati è, che
debba efiere nel- la natura una Jgorza , la qual fi mifuricol quadra- • to
della velocità; e ciò.perchè, fe non folle una tal forza , interverrebbe un
cafo, in cui non fareb. . be eguaglianza tra la cagione, e 1’ effetto; diche fi
fdegnerebbono i metafìfici , che tale uguaglian- za hanno per un principio
manifeftiflìmo. Quefto cafo poi vuole, che fia la compofizione , e la rifo-
luzione dei movimenri, quando o di due fe ne com- pone uno, che è Tempre minore
della ibmma di quei due, o uno in due fi rifolve, la cui fomma è Tempre maggior
di quell’ uno. Così egli intro- duce quella Tua forza viva per fofienere
l’ugua- glianza della cagione e dell* effetto, e farfi amici i metafifici . Il
che fe egli ottenga , e come , vedre* tevel voi; io ve ne dirò la dimoftrazione,
dopo che avrò dichiarare alcune propofizioni, che all’ autore piace di
alTumere, e che la cola ìfiefTa ri- chiede; e comincierò in tal guifa. Ciò
detto fo- prafiette di nuovo alquanto; indi impofto a tutti» che guarda (fero
nella figura quarta, feguitò: La F.IV. linea SA , che fola 10 voglio ora
confiderarc nel- la prefente figura, fia una corda elafiica, che^a- vendo
un'efiremo immobilmente piantato nel pun- ii a to Digitized by Google »5t Della
forza de* corpi to S, con 1’ altro fi attacchi a un globo A, contracndofi, a
cagione dell* elafiicità fua, lo ti- ri verfo S per uno fpazietto infinitefimo
Ap . Qui par certamente , che fieno da concederfi due cofe, delle quali, come
vedrete, il P. Riccati fi valc^ affai deliramente • La prima fi è, che 1* azion
della corda altro non fia, che l’ accorciarli; di fatti a che altro tende 1*
elafticità? Il quale accorciamento len- za dubio mifurar fi vuole dallo fpazio
A^,clfendo chiaro, che di tanto viene la corda ad accorciarli , quanto elfo
fpazio è lungo . La feconda cofa , che mi par pur da concedere,!! è,cheelfendo
lo Ipazietto A^ infinitamente piccolo , la corda preme e tira il glo- bo
egualmente in qualunque punto di elTo; fc già non volcflìmo tener conto di
quelle differenze^ , che per la loro infinita piccolezza polTono trafcu- rarfi,
e debbono. Onde fegue, che il globo per tutto quel tempo, in cui fcorre lo
fpazio Ap ve- nendo verfo S , fia fempre da una egual prelfione foUecitatoe
molTo,ne più ne meno come un grave, il qual cada verfo il centro della terra ;
c per ciò in quel breve corfo, che egli fa da A fino in p , offervi tutte le
leggi della gravità , e lÌA lo fpazio Ap proporzionale al quadrato di quelli’
Velocità, che egli avrà acquillata giunco in p. Avendo fin., qui detto il
Signor D. Felice, fi tacque cosi un po- co ; et io allora , fe voi , dilli ,
non avevate altro da proporci, non vi facea mellieridi tanto lungo proe- mio.
Come?rifpofe il Sig.D.Felice; io non vi ho an- corpropollo ne detto nulla. A me
parea, rifppfi io, ^ che Dioiti7.--d hy ■ J Libro ITI. 255 che voi averte detto
ogni cofa ; perchè il volèro difcorfo non tende egli a dimoltrare , la forzai
viva dover eller proporzionale ai quadrato della^ velocità ? Or fe 1’ azion
della corda è lo fielTo accorciarfi , come voi ditei e fe 1’ accorciar- fi fi
mifura dallo fpazio , c lo fpazio è pro- porzionale al quadrato della velocità
i fi vede fu- bito , che r azione dovrà edere proporzionale al quadrato della
velocità ; e per ciò anche T e£Fetto, cui potremo chiamar forza vivaicol quale
argomen- to può eder finita la quirtione. Si; (e il Padre Rie- cati, rifpofe
quivi quali ridendo il Signor D. Fe- lice , forte così frettolofo, come voi. Ma
egli non ha tanta fretta , e dimortra le cofe a fuo comodo . Pertanto non fi
ferma a cotefto voftro argomen- to ; ma parta più avanti i volendo far vedere
la ne- ceflìtà della forza viva per mezzo della compofi- zione del moro. E
quello è il fine, a cui fi dirige la dimortra zion fua, come fopra ho detto
;alla^ quale io verrò accoftandomi a poco a poco , giac- ché fopra le cole
finora dette parmi,che non abbiate dubio alcuno . Qui fermofli alquanto ; e
tacendo- mi io tuttavia, fecefi innanzi il Signor D. Nicola, e non crediate
già, dirte, che, perchè egli fi taccia, vi conceda però la feconda delle due
cofe , che^ avete dette , cioè che il globo ertendo portato da^ A inp per una
preflìone continva et eguale , deb- ba per quefto ortervare le leggi della
gravità. An- zi di que/^ , riprefi io allora , non voglio difputac punto, c fon
preliiflìmo di concederlo, fe il Signor D. 2 54 Della forza de’ corpi D. Felice
così vuole . E quando io aveflì voglia di difputare » mi piacerebbe più rodo
negar la prima delle due cofe» che egli ha detto. Voi , diffc allo- ra il
Signor D. Nicola, fitte più cortefe dopoce- na , che non forte oggi; perchè
oggi difputandofi degli elaftri, che nell’ aprirli urtano un globo, quantunque
il globo fia portato per uno i'paziec- to infinitefimoda una preflione
continua, e fem- prc eguale , non avete però mai voluto concedere che egli
debba per ciò leguire le leggi della gravi- tà; e quelle ragioni , che
adducevate oggi, beiL.- Darmi , che potrebbono fimilmente addurli nel ca- • 10
nortro. Se a voi pare, nTpofi io allora , cbe^ quelle ragioni , che io ho
addotte oggi in propo- fito degli elartri , dcbban valere anche ora in prò-
\polito della fune, e voi fatele valere, quanto vi piace,* che io non vi
contrarterò punto, ne fopra ciò farò moterto a niun di voi due.Io vorrei bene,
che mi fi dimortralTe la prima delle due cofe, che> 11 Signor D. Felice ha
dette, cioè che l’ azion del-> la corda fia T accorciarli . Difiìcilmente ,
dilTe qui- vi la Signora PrincipelTa, potrebbe dimortrarfi co- fa, che par
tanto chiara; e fé voi volete negarla,- crederanno quefti Signori , che voi
vogliate far prova del voftro ingegno. Io non fo, rifpoli,r quanto forte per
giovarmi il farne prova ; ma fe^ la cofa è tanto chiara, quanto voi dite,
almeno mi fi fpieghi . Che bifogno ha di fpiegazione? rilpo- fe fubito la
Signora Principefsa,perciocchèche altro fa la corda elartica , quando clU tira
il globo da A fino in ^ , fé non
accorciarfi ? Che altro fa ! ripi« gliai io ; tira il globo , cioè lo muove da
A fino in p ; e quella è 1* azion fua* . Oh , difie quivi il Signor D. Felice,
quello tirare il globo da A fi> no in /, non è lo fielTo, quanto alla corda,
che 1’ accorciarfi f Vedete, rifpofi io allora, fe è lo fielTo. S* io dirò, la
corda clTerfi accorciata, ti> rando il globo da A fino in/, e dimanderò qual
fu la miluradi tale accorciamento, nefiuno dubi- terà che la mifura non fia lo
fielTo fpazio Ap , fenza più; ma fe io dirò, la corda aver tirato molTo il
globo da A fino in / , e dimanderò qual fia la mifura di un tal movimento, e
dell’ azione, che r ha prodotto, voi certo non rifponderete, la mifura ellerne
lo fpazio Ap , ma miliurcrete il mo-_ vimento , fecondo la comun regola, dalla
malfa e dalla velocità; e la llelfa mifura farà dell’ azione. Vedete dunque,
che altro è accorciadf, altro è movere il globo ; et io di il inguendo quelle
due^ cofe, dico , che 1’ azion della corda è movere il globo, cioè produrre in
elfo un certo movimen- to, non 1* accorciarfi. Io credo, diife quivi il Si-
gnor D. Felice, che voi troverete pochi , i quali ■vi concedano, che lo fteifo
accorciarfi non con. tenga in fe azione. Contiene in fe azione, rifpofi, perchè
contiene in fe il movere, non potendo in' tenderfi accorciamento fenza moto; ma
bifogna^ ' avvertire , che oltre il moto rìcercafi all’ accorcia- ‘ mento anche
una certa direzione ; perciocché fe la corda premelfe, e movefie il globo non
verfo S, ma 2^6 Della forza DE*cofRi»i ma verfo la parte contraria , moverebbe
il globo, ma non fi accorcerebbe: allora folo fi accorcia^, quando move il
globo con la direzione verfo S ; e perciocché la direzione non confiituifee in
niunu modo 1’ azione, la quale è la fieiTa, qualunque.» direzione abbia , per
ciò tutta 1’ azione della cor- da nell’ accorciarli, non è altro, che movere il
globo • Ma alcuni confondono ogni cofa , e fi for- mano uni certa idea dell’
accorciamento, la qual veramente dovrebbe mifurarfi dal folo fpazio ; e in
quella credono, che coofifia l’azione. Nel che fi ingannano , perchè , fe ciò
folTe, ne feguirebbe , che purché il globo fi tirafie per lo fielìò fpazio,
qualunque ne folTe la velocità, dovefse l’ azione cfser fempre la fiefsa,
efsendo fempre lo ftefso ac- corciamento. Appena aveva io dette quelle paro-
le, che il Signor Marchefe di Campo Hermofo mollrò di voler dire; laonde il
Signor D. Felice, che già era prello di rifpondere , foprallette , e j1 Signor
Marchefe così dilTe: fe niun globo, ne al- tro corpo folse attaccato alla
corda, e dovefse el- la accorciarli fenza tirar nulla, vorrei fapere, qual
farebbe allora l’ azion fua/ perciocché pare, che.» in quel cafo ella non
Scelse altro che accorciarli. In quel cafo, rifpofi k> allora, ella
tirerebbe fcL» medefiflM^ cioè tirerebbe verfo il punto S tutte.» quelle parti,
che compongono 1’ ellremità A del- la* corda fiefsa , le quali avendo la loro
mafsa co- si, come il globo ha, lo fiefso potrebbe dirli di loro , che del
globo fi é detto» Anzi non altro in- tea- Digitized by Coogle L I B R O I I I.
157 tendiamo noi per quefto globo, fe non quella^ mafsa , che è pofta all’
eftremo A , o (ìa elsa urL* corpo attaccato alla corda , o (ìa una parte
delliL. corda medefima . Qui efsendofi il Signor Marche- fe taciuto, ripigliò
il Signor D. Felice in tal guì- fa . Io non vorrei , che perchè il P. Riccati
modri quali fempre di riporre V azion della corda nello lìefso accorciarli, li
credefse per ciò, che egli la^ mirurafse dallo fpazio folo : che quello
farebbe,* troppo grande errore. Anzi la milura egli e dallo fpazio , e dalla
potenza , moltiplicando 1’ uno per l’altra; così che efsendop la potenza, / lo
fpazio, vuol, che 1’ azione Ha pt . Perchè vedete, che,» quand* anche lo fpazio
relli lo llefso , può tutta- via 1’ azione efser varia , potendo variar la po-
tenza. E per quello fi vede, rifpofi io, che l’a- zione non è polla
nell’accorciarfi;poichè 1’ accor- ciamento, prefo così , come fuol prenderli,
fi mi- fura pur fempre dallo fpazio folo; e fi dirà comu- nemente l’
accorciamento della corda elTer fempre lo ftefib, purché il globo fcorra fempre
lo llellb fpazio Apy di qualunque maniera lo fcorra . Ma,» 10 vorrei ben
fapere, non variandoli Io fpazio, qual varietà nafeer polTa nell* azione e
nell* effet- to dal variar folo della potenza . Qui fattoli innanzi il Signor
Conte della Cueva, nafee, dif- fe , quella varietà : che fe la potenza è
maggiore, 11 globo feorrerà lo llelTo fpazio anche più prefta- mente. Cioè,
rifpofi io, in minor tempo. Così è, difse il Signor Conte .Dovrà dunque,
ripigliai Kk io, « x' 25! Delia forza de’ corpi io, efsendo minore il tempo,
ftimarfì maggior 1* azione ; e perchè fì ftima anche maggiore, ersendo maggiore
lo fpazio; qual cofa è più facile, che^' il dire, che ella farà proporzionale alla
velocità, e produrrà la velocità ftefsa; così che T azion del- la corda farà il
producimento della velocità del globo; cioè il movere, non raccorciarti? Se voi
parlate , difse allora il Signor Conte , affin di con- fondermi, non è al mondo
più eccellente parla- tore; perchè di vero voi mi avete così conlufo , che
ormai comincia a parermi , che qualora una fune ti accorcia , l’ azion fua non
fia l’ accorciarti . Ma che ? quando un corpo rifcalda , non diciam fioi, che V
azion fua fì è il rifcaldare? e quando un corpo rifplende, non diciam noi, che
V azion fua ti è il rifplendcre ? e quando un corpo cade , non diciam noi , che
1' azion fua fi è il cadere f or perchè dunque, qualor s* accorcia una fune..,
non direm noi , che 1’ azion fua fia l’ accorciarti ? Se noi, rifpofi , andremo
dietro a cotefto vofiro argomento, bìfognerà dire, che quando uno fi ripofa ,
la fua azione è il ripofarti. Non già, rif- pofe fubito il Signor Conte ,
poiché nel ripofarti non è azion niuna ; conciotiachè chi fi ripofa per quello
aippunto fi ripofa, perchè non fa nulla; e certo ìmogTM guardarti da un*
inganno , che fpef- fe volte nafce dalla confuetudine ; perciocché ef* fendo
confuetudine dei verbi tignificar qualche^ azione, a noi pare, che tutti
debbano tignificar- &c alcuna ; il che però non è vero ; come fi vede in
Digitized by Google * Libro I I L in (lare, federe, giacere, ed altri, dove non
è' a»' zion niuna, ma noi portati dalla confuetudine ve la immaginiamo. Voi
dite beniflìmo , rifpofi; ma come ha alcuni verbi, che non fignificano azion
niuna ; così n* ha moltilTimi , che lignificando al- cuna azione , non
fìgnifìcan però eUa fola , ma fi traggon dietro qualche altro fentimento , che
con- giungono con razione, e che bifogna poi feparar da efli , chi vuol
intendere 1’ azion fola . Cosi fe voi dite , che il fole rifcalda , non
crediate, che fia qui altra azione del fole , fe non quella di movere certe
minutiffime particelle ; ma nafcendo in noi per tal moto un non fo qual
fentimento, che calo- re chiamiamo , il verbo rifcaldare abbraccia anche S
uefto; e così dite del rifplendere, e così del Ca- ere: il qual verbo cadere
fignifìca infieme e il mo- vimento, che ha il corpo, e la direzione all’ in
giù; ma tutta 1* azione però è nel movimento folo. E lo fleffo fìmilmente avviene
del verbo accorciarfì, per cui s’ intende e il movimento , e la direzione; ma r
azione non è altro che il movimento; e cre- do , che in tutti i verbi , che fi
ufano parlando de* corpi , non altra azione ritroverete mai , fe non^ quella di
movere, o difporre al movimento; per- ciocché la natura quello folo opera , et
agifce ne corpi, ne in altro fi efercita, per quanto »per ne poflìamo; onde poi
fegue, che le potenze, cbe^ producono il movimento, o lo dillruggono , ba-
llino da fe fole ad* ogni effetto . Avendo io fìnqui. detto , mi fermai. Allora
il Signor D. Felice, fe Kk 2 voi. x 6 o Della forza de* corpi voi , diflfe ,
vorrete fottilizzar tanto fopra o- gni cofa , e difcender fino alle quifiioni
gramati- cali , non farà mai , eh’ io giunga ad’efporvi ladi- moftrazione del
Padre Riccati. Se ella è fondata, difli io allora , nelle cofe , che avete fin
qui cfpofte, io comincio già da ora ad averla per una dimo- (Irazione aflai
incerta. Certo, dilTe il Signor D. Felice ridendo , fe voi vi oftinate in cotefte
fot- tigliezze , ella non avrà luogo; ne accade, che io proceda più avanti .
No, difli ; perchè, per udirla, 10 fon difpoflo di concedervi , fe volete,
chel’ a- zion della corda fia 1’ accorciarfi; vedete, che il Signor D. Niccola
non fi oflini egli a negarvi, che 11 globo venendo da A in p fegua le leggi
della gra- vità . Io non nego quefto, diife il Signor D. Nic- cola; folo ho
temuto che voi volefte negarlo. Ma giacché voi così d’improvvifo vi fiete
renduto tan- to docile, fie meglio lafciar procedere avanti il Si- gnor D.
Felice ,e vedere , come vada la dimoftra- zione a finire . Prima di efporlavi ,
difle allora il Signor P. Felice, io debbo avvertirvi di alcune^ altre poche
cofe ; il che farò confiderando la cor- da SA non più da fe fola , come finora
ho fatto, ma in altro modo ; vedrete voi, fe vi piacerà di concederle . Sia
dunque AD un piano, che faccia con la corda AS un’ angolo , che io voglio al
pre- fente fupporre acuto . Il globo A appoggiandoli al piano, et eflendo
tirato dalla corda , ne poten- do feguire la direzione AS,ne fegua un’ altra
fui piano fieflb . Ciò prefuppoflo , la corda tiri il glo> Digitized by
Google -Libro III. 261 bo fecondo la direzione AD per uno fpazietto in-
finitcfimo da A fino inr^ fe noi condurremo dal punto r una linea rp
perpendicolare ad AS, dice il Padre Riccati molto foitilmente , che l’azione,
che avrà fatto la corda traendo il globo da A fino in r nella direzione AD,
farà eguale a quella azio- ne > che avrebbe fatta, traendolo nella
direzione.» AS da A fino in f. La qual propoGzione voi non dovete negarmi , le
già non volete togliermi quel- lo, che pur poc’anzi mi avete conceduto.
Percioc- ché fe r azion della corda fi è pur 1’ accorciar- fi , chi non vede ,
che traendo il globo per u- no fpazio infinitefimo da A fino inr,e palfan- do
éffa corda in Sr , viene ella ad accorciarli della lunghezza hff (dico della
lunghezza trafcurando, come s’ ufa, le differenze infinita- mente piccole) e
della tìeffa lunghezza A/ fareb- befi pure accorciata traendo il globo da A fino
in.» p nella direzione AS ; onde ne fegue , che fe 1 ’ a- zion delia corda è
pur 1' accorciarli , debba ella., nell’ uno , e nell’ altro cafo elTere la
medefima , ef. fendo nell’ uno e nell’ altro cafo il mcdefimo ac- corciamento.
E vedete, come confenton le cofe.» tra loro, e, per così dire, fi accordano.
Percioc- ché il globo A , feorrendo la lineetta Ar, acquifta quella Iteffa
velocità , e quella fieffa forza, che av- rebbe acquiftata feorrendo A^; il che
è chiaro, fe voi pure mi attenete quello, che poco fa mi avete conceduto, cioè
che il globo fegua et offer- vi in quello fuo brevifiìmo corfo le leggi della
gra- % vi là; i 6 x Della forza de’ corpi vita ; poiché fé egli le oflerva ,
chi non prede , che egli, venendo da À inp, è come un grave, il qual cada per
una linea verticale dall'' altezza hp , e ve> nendo da A in r, è come un
grave, il qual cada^ dalla altezza medefima per un piano inclinato Ar? Se egli
ha dunque la IteiFa velodtà, e la ftelTa for- za così in p, come in r, non è da
maravigliarli, che l' azion della corda,o il tragga inp, o il trag- ga in r ,
fia Tempre la flelTa . 11 che voi , come ho detto , non potete negarmi , fé già
non volete tor, o venga da A in r, fia Tempre la ftelTa . E a me pur pare ,
difle allora il Signor Marchefedi Campo Hermofo, che fin qui poco importi
feguir l’uno,o T altro efempio, pur* che l’azione fia Tempre la ftefla. Ma s’
egli mi è lecito frappormi ai fermoni di voi altri grandi uo. mini t dico , eh’
io non intendo , come l’azione-» debba poter eflere fempre la ileiTa, s’ egli è
vero quello , che voi poco fa dicevate . Che è queftò ? diffe il Signor D.
Felice . Voi dicevate, rilpofe il Signor Marchefe, che l’ azione fi mifura
dalla po- tenza, edallo fpazio, moltiplicando 1’ una per 1’ altro , eia
efprimevate per Così vuole il Padre Riccati,diffe allora il Signor D. Felice ,
piacendo- gli , che V azione altro non fia , fe non la potenza applicata di
mano in mano a tutte le parti dello fpazio . Or- bene, difse il Signor
Marchefe, bifo- gnerà dunque, che fe la potenza riman la ftefsa, variando lo
fpazio , a cui fi applica , varj ancor P azione ; onde fegue , che fe la fune
tirerà il glo- bo prima da A in / , poi da A in r , non potrà P azione nell’
nell’ altro cafo efser la ftefsa; efsendo la potenza , cioè!’ elafticità della
corda.., fempre quella ftefsa; ma non giàk) fpazio, il qua- lé nel primo cafo è
la linea Ap, nel fecondo la.» linea Ar. Sì ,• rifpofe quivi il Signor D. Felice
, fe P azione fofse la potenza applicata a quello fpazio, che il corpo feorre;
ma il Padre Riccati non vuol così. Vuole, che fia la potenza applicata fempre L
1 allo x66 Della forza de* corpi allo (pazio A/, che egli chiama fpazio di
accoda» mento, o lo Icorra il corpo , o non lo fcorra. E quindi è, dice egli,
che per qualunque via giunga il corpo da A in r , l* azione è pur Tempre la
UeTsa,' nulla variandojfl ne la potenza , ne lo fpazio dell* accodamento . Ne
la potenza, difse allora il Signor Marchefe , fi varierebbe punto , ne lo
fpazio dell* accofiamento, quand* anche il corpo fcCodel^^ da A in r per due
linee, che facefier tra loro al- cun* angolo; e pure io non fo, fe allora
potefse r azione efsere quella ftefsa ; certo che il corpo ac- quiderebbe un*
altra velocità , e un* altra forza > come facilmente può intenderli ,
confiderandolo come un corpo grave , che cada . Et anche , fe ho da dirvi il
vero, poco mi piace, che’ a formare la ve- ra idea deU*azione, debba applicarli
In potenza non già a quello fpazio , che il corpo feorre ,ma ad un* altro, che
egli non feorre. Io non pofsodillimulare» difse quivi il Sig. Conte della
Cueva, cheinquedo luogo il Padre Riccati anche a me poco piace. Ne anche mi
piace il dire, che 1* azione fia la potenza applicata ad uno fpazio, qualunque
c’ fiali; per- cipcchè a qualunque fpazio fi applichi, parmichc ‘ farà Tempre
potenza , non mài azione ; elfendo la potenza e V azione due quantità di
diverfa natura, ne potendo l’ una per applicazione , che fe ne fac- cia, palfar
nella natura dell* altra :e veggiamo,che il tempo, comunque fi appltbht, nem
può mai di- venire uno ff^zio; neunolpazio, comunque fi ap- plichi , può mai
divenite una foxza ; e lo defib dir poffiamo di tutte le categorie , avendo
ognuna la natura Aia propria , che non può cangiarti in queU la deir altre . Io
non afpettava , ditie quivi il Signor D> Felice ridendo,che voi, Sig. Conte,
mi ajutafte per cotal modo; ne a quello fine vi volli io a ver com* pagno nel
riferire la dimotirazione del Padre Rie* cati. Se voi non volete far’ altro,
che riferirla, ri- fpofe il Signor Conte, io fono anche in tempo di
accompagnarvi ; ma a voi non fa meftieri di com- pagno . Io non fo , difle il
Signor D. Felice , di che mi faccia meftieri ; tante e così varie fono le
diffi- coltà e le dimande , che quelli Signori mi fanno • Sebbene che che ti
dicano, a me par pure, che pof- fa e debba concederti al Padre Riccati ,che
l'azion della corda tia fempre la ftetia , o tiri il globo da^ A in o lo tiri
da A in r, producendoti nell’uno e nell’altro cafo lo fleffb effetto ^ cioè la
tietia ve- locità nel globo, e It ftefla forza* Se così è, dilli io allora , 1’
azion dunqne non è la fteflà, perchè l’accorciarti tia 1^ fleflb ; è toftò la
ffefla , per- chè produce nel globo la tielfa velocità , ovvero Iz ftetia
forza; doncK fi vede chiaramente che V azion della fune, più tofto che
accorciarti , è produrre nel globo una quaichè9eiocità,o una qualche forza;-
benché nel produrla fegua accorciamento. Sia co- me vi piace, ditie allora il
Signor D. Felice , bifo- gna pure ad ogni modo , che concediate , l’ azioit
della corda , qual che la ragione ne tia , rimaner fempre la ftetia, o traggati
il globo da A in/,o traggati da A in r . Di quefto ancora io dubito mol- X 1 z
to. - — ' — ^ • ir i68 Della forza de’ corpi to,rifpofi ; e potrei dirvi la
ragion del mio dubio, fe non temelli di dover’ effer troppo lungo; il per- chè
meglio fia, che voi vi prendiate per conce- duto quello, di che io tuttavia
dubito, cioè , che r azione in quei due cafi fia Tempre la ftelTa# e palfiate
finalmente alla dimofirazione ,che tanto defideriamo . Io non potrei paflarvi ,
diflfe il Signor D. Felice, con animo aliai quieto, rimanendo in voi untai dubio.Forfeavrefte
1’ animo men quie- to, rifpofi, fe io ve ne efponeffi la ragione ; però credo
efser meglio , che voi entriate fubito e Fran- camente nella dimoftrazione ,
lafciando a me tut- ta l’ inquietudine del dubitare . Allora il Signor D. Serao
a me rivolto , voi , difse , vorrefle fuggir fatica; ma la Signora Principefsa
non vi permet- terà di tacervi , e tenerci nafcofta la ragione del voftro dubio
; che come al Signor D. Felice diede carico di dichiararci la dimoftrazione del
Padro Riccati, così a'voi diede quello di giudicarne; e fe - fia d* uopo , noi
la pregheremo^utti , che il vi im- ponga di nuovo. Allora la Signora
Principefsa ri- dendo, io non fon folita, difse, comandare la ftefla cofa due
volte;mafe pur convenga di farlo, impon- go Tempre la feconda volta un cafiigo
a chi non ha obedito abbafianza alla prima. Voi volete, dif- fi io allora,
firingermi a tutti i modi; e la colpa^ farà pur vo (Ira , le dillendendofi
foverchiamenteL» quello noftro ragionamento,l’ora del ripofare vi (i
faràtarda;perchè già parmi,che il chiaror della luna, che percuote là nell’onde
del mare, cominci a venir - me- Digitized by Google Libro III. meno, fentendo
forfè il nuovo di, che s’avvicina. Non, diffela Signora Principefsa ; che le
barche fo- lite muoverfi et ufcire incontro all’ alba , non an- cor fanno
romore , ne ancor s* ode il canto ma- rinarefco dei pefcatori . Avendo così
detto la^ Signora Principefsa , io ftetti alquanto come-» penfofo, pofcia
incominciai. Voi dovrete perdo- narmi, fe efponendovj quello, che pur ora m’ è
nato nell' animo, vi parrò ofcuro, e poco ordina- to; e fe dirò forfè alcune
cofe, che non faran ne- ceflarie, per timore di non tralafciar quelle, che.»
fono . Io dico dunque, che una potenza , qualora nell’ agir fuo incontra
obliquamente alcun’ ofta- colo, accrcfce generalmente la fua azione, e fa^ ,
per così dir, prova di fe medefima ; perciocché co- mincia torto a premere ed
urtare e Ipinger 1’ ofta- colo, qyantopuò, per rimoverlo; ne lafcia tut- tavia
di premere e sforzarfì verfo altra parte; le.» quali due azioni prefe infieme
fono fempre mag- giori di quella prima , che ella facea . Il che fi ve- de
chiaramente nella rifoluzione di qualfifia movi- mento. Ma fenza cercarne
altronde l’ efempio, egli è cofa notirtìma , e da tutti conceduta , e dal Padre
Kiccati ftefso non negata, che fe traendofi il glo- bo A dalla corda SA verfo
S, incontri 1* ortacolo del piano AD, egli non folamente comincierà feorrere
per lo piano verfo D, ma infieme comin- . cierà a premere il piano rtefso, e
fpingerlo con_» molta forza; così che conducendofi dal centro del globo le due
linee A/, A/», quella perpendicolare 1 *7» Della forza de* corpi al piano »
quella paralella , non lafcierà mai il glo« bo di premere il piano con la
direzione A/ , e di fcorrervi Topra con la direzione hu. Che fé noi vogliamo,
cne l’ azione, per cui la corda, noii^ cfsendovi il piano , tirerebbe il globo
da A in ^ , (ìà eguale a quella azione ,per ctii , pollo il piano, lo tira da A
in r; egli li. par manifefto, che fé quella azione aggiung^emo T altra , per
cui pre> me il piano ilelso e l’ urta, dovranno le due azio gl’ impulfì
dell' una potenza faranno in ultimo 1* alleila fomma, che gl’ impulll de^ll’
altra ; e quella fomma è T azione. E tutto ciò voi potrete facil- mente
conofcere nella difcefa di un grave per un., piano inclinato, che niente è
diverfa dal difcorri* mento del globo da A fino in r, s’ egli è pur vero,- eh’
egli olTervi in quel corfo le leggi della gravità» E’ dunque vero, che T
azione, che porterebbe il globo da A fino in/, trovali eguale a quella, che^ il
porta da A fino in r; e però fe a quella aggiun- geremo l’altra, per cui
premeli il piano fecondo la direzione Ar, faranno le due azioniprefe inlie- me
maggiori della prima ; e fe voi vorrete attri- buirle, non già a due potenze
nuove, che nafea- no dalla potenza della corda, ma piuttollo,come palmi che
voglia il Padre Riccati, alla corda llef- ia, egli vi converrà dire, che più
agifea la corda , quando trae il globo da A in r, che fe il traeiftJi^ da A in
/. Parve, che il Signor Marcbefe alle mie parole s’ acquietafle. Allora il
Signor D. Felice, et lOjdiflet fegttendo il Padre Riccati, vi nego, che la
Digitized by Googie 172 Della forza de* corpi la corda > mentre trae il
globo da A in r, faccia^ due azioni, come voi dite . Come? dilTe il Signor
Marchele ; la corda non tira ella il globo da A in r ? e tirandolo, non urta e
fpinge il piano? e non fon due azioni quede , così che T una debba accre-
fcetfi per l’ aggiunta dell’ altra? Nò, Signore.*, rifpofe il Signor D. Felice,
perchè il premere non è azione; e quando ben fofle azione , farebbe un’ azione
infinitamente piccola, e dovrebbe averfi per nulla. Farmi, Signor D. Felice,
rifpofi io allora , che fe voi vorrete provar quefte due cofe, vi bifo-, gnerà
fottilizzar non poco.Et egli ridendo, non po- trò mai, diiTe, farlo, quanto
voi. Ma delle due., cofe da me piopofie, e che il Padre Riccati foftie- ne ,
qual è, che voi mi negate? Io , diflì , le nego tutte e due. Or bene, dille il
Signor D. Felice,io mi sforzerò in primo luogo di provarvi la prima, cioè, che
il premere non fia agire ; febbene io cre- do , che voi la neghiate , non
perchè 1’ abbiate per falfa, ma per far prova o del voftro ingegno, o del mio.
Del vofiro, rifpofi, farebbe una provai Troppo piccola, del mio troppo grande;
ma che.» che fia di ciò, provatemi dunque, che il premere non fia agire ;
vedremo poi , fe , elfendo agire , fia agire infinitamente poco. Allora il
Signor D. Feli- ce incominciò : Primieramente che il premere non fia agire, e
che la prellìone non fia azione, può ptevarfi per quello , che niuna azione può
elTere , dove non fia effetto niuno; la qual propofizione.., ficcome veriflìma,
e per fe biella manifeftiflìma , fi L I B R O I I I. afTumc dal Padre Riccati,
ne mi rìtordo ben , do- ve . Qui il Signor Conte della Cueva , parmi , dif- fe
, che r affermi in più luoghi ,ma lo lupponcer- tamente nella pagina 234. E il
Signor D. f^eUce^ feguitò a dire : che s* egli è vero, niuna azi^e cf- fcre
fenza effetto, voi ben vedete , che la pi«lIione« non avendo per fe fola
effetto ninno, per fc fola^. ' non può effere azione . Di fatti mettete uff
corpo fopra una tavola , così che vi llia fermo et immobi- . ^ le; che effetto
vi farà egli?niuno;e pure premerà la tavola; dunque il premere non è agire. Voi
vi . fpedite,difli io allora, con molta preftezza, volendo forfè con ciò far
credere , che la cofa fia faciliffima. A me però non par così ; e una cofa fola
dimando: chi fottraeffe improvvifamenie la tavola;il corpo fo- vrappofto non
cadrebbe egli incontanente ? Sì , ca- drebbe ; rifpofe il Signor D. Felice ; et
io allora ; di r quale azione farebbe effetto quella caduta Pedegli, della
preffione, rifpofe , che la gravità efercita nel corpo. Oh ! che mi dite voi
dunque, ri fpofi io, che la preflione non è azione? Non è azione, difs’egli,
fin che niun movimento ne fegue ; ma feguendone alcuno, comincia fubito ad
effere azione. Che va- le a dire, ripigliai io, la prelfione, che la gravità
efercita nel corpo , comincia ad e.l&re azione fubi- to , che fi fottrae la
tavola ; prima non era azione . lo vorrei però fapere, che differenza abbia tra
la-, prefll one , che la gravità efercita va prima, che la ta- vola fi
fottraeffe, e quella , che dopoi efercita, ef- fendo la uvola fottratta ;
perchè quanto a me,par- Mni mi^ bigitized by Coogle X74> Della forza de*
corpi mi , che la predone fìa Tempre la mededma > fenòli che prima di
Tottrar la tavola non ne feguiva il mo- vimento, perchè era impedito ;
Tottratia la tavola^- fcgue;così che tutta la differenza è porta nell’ effet-
to ,che ora Tegue, ora non Tegue, non neU’azione. Voi dite bene , rifpofe il
Signor D. Felice ; ma chi vieterà ad un filoTofo di chiamare azione quella^ '
preiTione , cui fegua il movimento , e non chiama- re azione quella, cui non
fegua? quantunque Tu- na e T altra predone fieno., quanto a loro , dello ileffo
genere. Io, dirti» noi vieto io già; ma vede- te, Te non lo vieti il Padre
Riccati; perciocché Te egli vuol dimortrare, che V azione, che tirallglo^ ' bo
da A dnojn r » di niente fi accrefca , aggiun- gendoleft la preifione, che lo
ftertb globo efercita contro il piano AD ; non fo, Te a lui batterà di di- re ,
che querta preffione non ha nome azione ; per- ciocché, qualunque fiati nome,s*
ella è dello ftef- fo genere , che quella , che chiamali azione, bifogna bene»
che l’ una fi accrefca per l’ aggiunta dell’ al- tra; e chi argomentaffe in
contrario, fi àbufereb- be del nome . Ne fo , fé il Padre Riccati , dando al
nome di azione quel lignificato , che più a lui piar ce , incontrerà poi la
grazia dei metahlici , quatti . do vorrà dimottrare nella compofizione del
moto' 1* uguaglianza dell’ azione e dell’ effetto ; percioc- ‘ ché i metafificì
non fon già contenti , che in quel k>ro principio fiprend^'il nome di azione
in qua- lùnque fenlopiù piaccia» ma voglióno,che fi pren- da in quello > che
piace a loro. £ chi contravviene» Dìgitized by Google Libro III. 175 turba il
lor principio , non lo difende. Io noiij dico , rifpofe qui il Signor D. Felice
, che il Padre Riccati argomenti dal nome, e neghi , che la azio> ne fi
accrefca per l’aggiunta di una preffione,per ciò che la preflìone non ha nome
azione ; che ìil« vero farebbe argomento troppo debole; ma egli s’ ' attiene
principalmente ad* un* altra ragione afiai forte, la qual’ è, che la pre(fione,con
la qualeii globo fpinge il piano, fé è azione, è però azione infinitamente
piccola , e per ciò dee trafcurarfi y così che -aggiungendola a qUell* altra,
che tira il globo da A in r, non debba farfi accrefcimento ninno. Udirò
volentieri quello, che vogliate dire contro una tal ragione. Iodico già da ora
,rifpO' fi, che poco mi piace cotefio trafcur^le quantità infinitamente
piccole» e averle per nulla . Ma voi, dilTe H Signor D.Fclice, vi avete
poftoneiranimo di voler dire contro ogni cofa. I geometri non le trafcurano
elfi ? E fe ciò fi permette a i geometri , quanto più dovrà permettcrfi ai
fifici? Et io'pure, rifpofi, lo permetto agli uni et agli altri, ove fi trat
finitamente piccola ; ma fe fi trattafie di ridurle ai principi, et alle leggi
dei metafifici , non fo,f«i>* queftigliel pernietteflero ; perciocché fono
feverif- ^ fimi, c non perdonano nulla . E fe avranno, per e- fempio,
ftabilito, che 1* effetto non pofiaefiermag- giorc della cagione; non vorranno
già contentarli , che fia maggiore per una differenza infioitamente-r' Mm 2
pie- t’l6 DeLL^ Fo^tZA DE’ CORPI piccola; imperocché quella differenza, per cui
1’ ef- fetto eccedelfe la fua cagione , farebbe lenza cagio- ne; e tanto è
imponìbile , che fia lenza cagione li- na particella infinitamente piccola ,
quanto che_» lìa lenza cagione il mondo tutto ; il qual po- trebbe eflcre
anch’egli infinitamente piccolo, fe fi paragonalfe con un’ altro mondo
infinitamente^ più grande. Se dunque il Padre Riccati cerca di loftenere una
legge dei metafifici , e acquiftar gra- zia apprelTo loro;vegga di non
commettere co’fuoi calcoli qualche peccato infinitefimo, che elfi non_. gli
perdoneranno. Ma a ciò penferà egli . Io afpec- lo intanto, che voi mi
dimofiriate, come 1’ azio- ne, con la quale il globo A preme il piano AD,fia
azione infinitamente piccola. Avendo io così det- to, era già il Signor D.
Felice difpofto di foddis- farmi; ma il Signor Conte della Cueva,che volge- va
ancor nell’ animo le cofe poc’ anzi dette, lo in- terruppe, et a me volto, non
vorrei, dilfe, ritar- dare l' afpettazion vofira; pure pf ima di udire la^
dimofirazion, che afpettate, vorrei , che udifie una difficoltà, che ora mi è
nata fopra quello, che di- cevate poc’ anzi. Siete contento ,che io la vi dica?
Contentilfimo, rifpofi; poiché ritardandomi un^ . piacere , me ne fate un’
altro non minore > ne però mi togliete la fperanza di quello, che mi
ritardate. Dite dunque a piacer voftro. Allora il Sig. Conte così cominciò. Voi
dicevate, che la preinone per fe fola é azione; e però quella potenza , che
pre- me , benché non ne fegua 1’ effetto del movimen- to, Digitized by Google
Libro III. 277 to, tuttavia agifce. Io dunque dimando : que(ta_* caufa, che
agilce fenza che ne legua effetto niuno, qual cofa agifce? certo fe niuno
effetto ne fegue, dovrà d;rfi, che agifce nulla. Ora agir nulla, non agire, non
fon forfè quello Hello ? non fono eglino la Heifa cofà illuminar nulla, e non
illumi- nare? rifcaldar nulla, e non rifcaldrre? mover nul- la , e non movere ?
e perchè non farà egli anche lo ildlo agir nulla , e non agire ? oltreché quale
azio- ne è, che abbia per termine il nulla, e tenda al nulla ? Niuna , rifpofi
; perchè ogni azione ha per termine una qualche forma , che non è , ma dee_»
cominciar ad effere per 1’ azione ftefla , purché il foggetto ne fia capace; e
a porre quella forma ten- de fempre 1’ azione ; e fe tal volta non la ponc_. ,
ciò interviene per l’incapacità del foggetto, non perchè l’ azione non tenda ad
efsa ,e non fia ad ef- la naturalmente diretta. Bene,difse quivi il Signor
Conte; ma quando la caufa agendo non confegue r effetto; qual cofa diremo noi,
che ella agifea? £t io loggiunfi: voi dimandate, qual cofa agifea^ la caufa ,
qualora agifce ; perchè voi già fuppone- te, che ella non pofsa agire fenza
agir qualche_» cofa, che vale a dire fenza produr quell’ effetto , per cui
agifce; il che è fuppor quello ftefso, di che è quillione; ne v’ accorgete ,
che V azione non è nell’ effetto, ma nella caufa, e però potrebbe ef- fere,
quand’ anche 1’ effetto non fofse.E certo fe non fofse al mondo alcun corpo ,
che potefse el- ferc o illuminato, o rifcaldato , il fole non illumi- ne-
Dìgilized by Google 278 Dei.la forza de’ corpi nerebbe, oe fcalderebbe nulla ;
ma però fpanden- do i Tuoi raggi non lafcierebbe di fare quella ftef- fa azione}
che fa, quando rifcalda i corpi, e gl* illumina j e fi direbbe, che egli non
rifcalda, e noti illumina , perchè quelli vocaboli, rifcaldare e illu- minare,
lignificano non l’azion fola, ma anche^ la podzion dell’effetto; tolto il quale
effetto quei vocaboli non han luogo; non così la voce agire, che lignifica 1’
azion loia, e può aver luogo an- che là , dove r effetto non Ila ; e certo non
meno agifce chi fpinge a tutto potere un muro, e non^ 10 fcuote, che un’ altro,
che preme una canna con eguale sforzo ,e la rompe. PurTiamo foliti dire,
ripigliò quivi il Signor Conte, che 1’ azione fi mi- fura dall’ effetto ; e che
1' azione, che efercica la^ gravità in un corpo, il quale fia follenuto e
fermo, è infinitamente piccola, e però nulla, rifpetto sl, quella, che efercita
in un corpo, il quale attual- mente cade. Così diciamo, rifpofi , perchè quando
11 corpo Ila fermo, noi confideriamo folo quell* impulfo illantaneo e prefente,
che egli riceve dal- la gravità; degli altri infiniti, che fon già palTatt, c non
hanno lafciato di le effetto ninno, non ab^ biamo>Cdnfiderazione, tenendogli
per inutili. M» nel corpo, che cade, confiderar fi vuole non fol * L’ impulfo
prefente , ma quegl’ infiniti ancora , che egli ha ricevuti per tutto il tempo
della caduta- ; perchè febbene paffarono , e più non fono , pur nanno falciato
nel corpo un movimento , del quale fe noi vogliamo intendere la cagione , bi-
fo- Ijy Google Libro III. 27 fogna intendere tutti quegl’ infìniti impulfi, che
lo produlTero.Se voi però ridurrete in una fomma tutti gl’ impulfi , che il
corpo fermo riceve-» dalla Tua gravità in un minuto di tempo » e fimilmcnte
tutti quelli y che riceve in tempo eguale cadendo» voi troverete le due (bmme
egua- lilTime; e l’ azione altro non è che la fomma degl* impulfi ; il
movimento è 1’ effetto. E febben 1’ a- zione, come voi dicevate»!! mifura
daireffetto » ciò vuoili intent^er per modo, che fi mifuri non dall* effetto,
che attualmente fegue,ma da quello, che.» feguirebbe , fe no^ folTe da altra
cagione fraflor- nato. Così 1' azione, che efercita la gravità per un minato di
tempo in un corpo, il quale fia fo- fienuto e fermo,dee mifurarfi da quell’
effetto, che ella produrrebbe , le il corpo non forte foftenuto ; { )erchè il
dire, che 1* effetto Tuo in quel cafo è nul- o, e che ella però dee mifurarfi
dal nullà, è lo ftcrtb che artegnarle un* effetto contrario alla na- tura fua ,
non potendo l’ azione tendere al nulla.., ne ertere dal nulla in niun modo
mifurata. Ma io non vorrei , che diftendendoci noi troppo in que- lla difpura,
parer poterte al Signor D. Felice, che noi vdlertìmo fludiofamente allontanarci
dalla fua propella. Voijdirte il Signor D. Felice, vi fiere ad erta accollati
più forfè , che non credete ; c cer- to più, ch’io non voleva ; perchè tali
cofe avere ultimamente dette, che appena lafciano luogo a.» quello , che io era
per dirvi . Imperocché la mia propella , la quale è ancora' del Padre Rie- ago
Della forza de’ corpi cali, era) che 1’ azione, con la quale il globo A preme
il piano AD, fìa infinitamente piccola^* xifpetto a quella azione, per cui
feorre da A in r; e la ragione , che io doveva addurvi , fi era , per- chè
quella produce un movimento , e quella non., ne produce niuno; parendo, che, fe
fi mifurino dal movimento prodotto, debb.a fenza alcun du- bio eflere
infinitamente piccola quella , che niun ne produce. Ma voi direte,che quella
azione , con la quale il globo preme il piano, dura canto tem- po, quanto r
altra, per cui viene da A in r, e im-, prime al globo egual numero di, impulfi,
e che fi- ' nalmente vuol mifurarfi non già da quel movimen- to, che è nullo, e
che non può,efiendo nullo, efi fer prodotto, ma da quel movimento, che ella..
produrrebbe, fe il piano non foffe. Si certamente, jifpofi io allora, eh’ io
direi tali cofe; e dicendo- le, apparirebbe chiaramente , che r azione, coil.
la quale il globo A preme il piano, continvandofi per tutto quel tempo , che
egli viene da A in r , ne può dirli infinitamente piccola , ne è ; e fe il
movi- mento non ne légue, ciò è per l’ impedimento del piano , non per la
mancanza dell’ azione .Ma la.» notte chetamente fen fugge, egià veggo la luna.,
di gran pafib inchinarfi verfoil ponente; ond’ io comincio a temere , che noi
ci perdiamo troppo in fottilità metafifiche. £’ già buona pezza , dilTe il
Signor D. Niccola , che io ne temo ; perchè , a dir- vi il vero, cotefte voftre
ragioni tanto metafifiche, lenza accompagnamento di efperienze,efpogliace
Digilized by Google L I B R o I I I. i8f di ogni calcolo, come che a me
piaccianoynon piacer ranno al mondo , e non faranno ricevute . lo non voglio gW
t dilli , darle alle (lampe : quancuoquo piacendo a voi ( s’ egli è pur vero ,
che a voi piac* ciano, e noi dite per gentilezza > pare a me , che^
dovrebbono piacer a tutti. Voi giudicate, di (Te al- lora il Signor D. Niccola,
troppo cortefemente di me. Ma in verità t matematici de nollri dì, ficco- me
voi fapete, amano grandemente le propofìzio- ni dei metafìnci , ma vogliono più
todo a(TumerlC| che difputarne. E come fanno, rifpofì io, a faper 9 che fien vere,
fenza difputarne.^ Oh fi veramente» rifpofe il Signor D. Nicola, che lo
faprebbono, di- fputandonc. Ma fe dopo averne difputato, rifpolt io, non podbn
fapere » fe quelle propofizionKìea vere , molto meno il (àpranno, (e non ne
difpiitz- noj perchè in fomma il difputare di una propo- fizione non è altro
che cercare, fe (ìa vera ,o non vera. Troppa briga, dilTe allora il Signor D.
Ni- cola , fi darebbe ai matematici ; chi vole(le,che ol- tre r alTumere le
propofizioni dei metafrfici anche le efaminadero . Volendo io qui rifpondeie ,
fecefi innanzi la Signora Principe(ra,edi(re.'VOÌ p^f poco entrerelie in un*
altra diiputa meta(ì(k:a;ne lafcìe- rede, tanto fiete litigiofì , che il nodro
Signor D. Felice venir mai pote(Tea quella dimodrazione, che tanto afpettiamo.Però
mettete da parte le fottigliex- ze , e concedetegli una volta , che 1’ azione
della corda, o tiri il globo da A in r, o lo tiri da A in p, fia Tempre la
iteifa ; che è quello , che egli ^ fe ben Nn m’ac* 282 Della torza de* corpi
in' accorgo ) mafTitnamente diHdera j e fé a ftabiltr ciò, vuoliìycherazion
della corda Caio ftefl'oche r accorciarli ; e che fi tnifuri dallo fpazio ; e
che il globo nel primo Tuo moverfi oflervi le leggi della gravitai e che il
premere non fia agire; e voi di gra- zia concedetegli ogni cofa ,acciocch/è
polliamo fi- nalmente udire a qual line giunga la dimoilrazio- ne. Allora io
xivoito al Signor O. Felice »meno , dilli , non vi volea della Signora
Principella diCo- lobrano, perchè tante cofe ad un tempo vi (i con- cedelTero .
Ma ella può quanto vuole« Voi dunque venite alla dimodrazione. Rife un poco il
Signor D- Felice , poi cominciò : fìa un corpo A ( volgete F* V. l’occhio alla
figura quinta ) limolalo da due po- tenze fecondo due direzioni AS, AC > che
facciano un’angolo acuto j( potrei fupporre l'angolo d’altra maniera; ma io
leguo lafuppolìzioneptu comoda); c fieno le potenze tra loro come le due linee
A 6 » ACy le quali linee voglio^ che li prendano nello direzioni medefime- Egli
è llabilitotrati meccanici, ' che il corpo li incamminerà per AD^ diagonalo del
parallelogrammo BC, e la feorreràin quel tem- po medelimo,in cui fpinto dalla
fola potenza AB avrebbe feorfo il lato AB^o fpinto dalla fola po- tenza AC
avrebbe feorfo il lato AC . Dove fubito e chiaramente apparlfce, che tetre
velocità fono tra loro ,cotne le tre linee AB, AC , AD; e ficcome la
linàiiA(D^è fcmpre mÌRore della fomma dell’ al- tre duei^così ancora la
velocità, con cui ella èfeor- ' la, è fempté minore della fomma dell’ altre
due, eoa Digitized by Google Libro ITT. zSj con cut reparatamente fì
fcorretebbono i lati AC> Di che pare ad alcuni , che V uguaglianza tra
l’effetto e la caufa fi levi, non fenza pericolo, che fé ne fdegnino i
metafifici; conciofiacofache le po- tenze efercitandofi feparatamentr producano
velo- cità maggiore ; e poi ne producano una minoreL*» efercitandofi
congiuntamente» Ma quelli, che così parlano, non pongon mente, che quando le
poten- ze fi congiungono, ognuna di loro agifce forfè.» meno nel corpo di quel,
che agirebbe, fe fofiero fèparate; il perchè non è da maravigliarfi, che pro-
ducano effetto minore; e poca ragione avrebbono 1 metafifici difdegnarfene,
effendo Teffetto , fecon- do effi, pro{X>rzionale non veramente alla potenza
ma all’ azione. Sono poi alcuni, i quali immagi- nano , che le due potenze ,
che fpingono il corpo per li due lati AB, AC , e che io chiamerò poten- ze
laterali, ne producano una terza , che lo fpinga per AD, che io chiamerò
potenza diagonale; «L» queftt mifurando le potenze dalle velocità , che^
producono, fono aftretti di dire, che la potenza diagonale fia minore della
fomma delle due latera- li, da cui vien prodotta; onde pare anche a loro, che
tolgali 1' uguaglianza tra la cagione e l’ effetto. Ma il Padre Riccati molto
fottilmente gli ripren- de, e con ragione; perciocché nega egli , che Ie_»
potenze laterali pofìan produrre veruna potenza^ nuova ; e dice , che fe il
corpo fcorre la aiagonale AD, ciò fa eglr, non per l’azione d’alcuna poten- za
nuova che allor fi produca , ma per l’azione del- Nn z le.» Digìtized by Google
284 Della forza de’ corpi le potenze laterali ftefle . E certo le potenze non
pajono di lor natura ordinate a produrre altre po- tenze. E’ dunque la potenza
diagonale, fecondo lui, non prodotta nel corpo , ma finta e immaginata^ neir
animo dei matematici ; i quali non volendo valerfididue potenze, che fono nella
natura, amano meglio di ricorrere ad’ una fola , che elfi fi fingo* no ; la
qual fe folTe, farebbe lo fielTo effetto, che quelle due . Quindi è , che a
confervar l' uguaglian* za tra V azione e l’ effetto, non altro fa d’ uopo fe
non dimofirare , che l’ azione , che fanno le due po- tenze laterali congiunte
infieme,fia eguale a quella azione, che farebbe la potenza diagonale da fe fola
, fe vi foffe . E quello fi è quello, che il Padre Riccati prende a dimollrare
-, e il fa -di maniera , >che 4a dimofirazione ffeffa lo con- duce nell’
opinione della forza viva- Come ciò fia, vi fpiegherò brevemente, proponendovi
prima un teorema di geometria affai bello,enon men faci- le, fopra cui non
dovrà nafcere niuna contefa . Ec- covi ilteorema . Nella diagonale AD d fui
per- Sìgitized by Googlc Libro III. ’ 185 fuafa del teorema , e credo , che gli
altri ancora lo fieno ; onde voi potete pafTare avanti . Vengo dun» que,
rifpofe il Signor D. Felice, all* argomento del l'adre Riccati ; nel quale fe
io dicendo le colo t che mi parran necellarie , ne lafcierò alcune, che»
quantunque non nece(Tarie,eirendo però congiun* te all* argomento ftelTo ,
potrebbe piacervi d’ in» tendere, voi me le dimanderete,et io vedrò di fod-
disfirvii quelli poi, che fi opporranno all'argo- mento , e non vorranno averlo
per vero , lafcierò, che fi foddisfacciano da loro ftefiì.Io dico dunque, che
le due potenze laterali poflbno Tempre conlide- rarfi , come due corde elalhche
, le quali tirino il corpo; perciocché di qualunque maniera fieno le potenze,
faranno Tempre lo fielToyche due corde fa- rcbbono. Sia dunque AB la potenza di
una corda elaftica AS, che mi il corpo con la direzione AS; e fia AC la potenza
di un’altra corda elafiica AC, che tiri il corpo con la direzione AC . Intanto
il corpo, incamminandofi perla diagonale AD, co- me vogliono i meccanid4fcorra
lo fjpazietto infini-^ tefimo Ar . Egli è certo, per le cole dette , che la
corda SA traendo il corpo da A in r, fa quella^ ileifa azione, che farebbe , fe
lo traelTe da A in e che quella azione , mifurandofi dalla potenza^
moltiplicata per lo fpazio, fi efprimerà col rettan- golo di AB , et A^ . E
fimilmente apparirà , che an- che r azione della corda CA , traente il corpo da
A in r, fi efprimerà col rettangolo di AC., et A^. £ non è alcun dubbio, che fe
folfe una terza poten- za Digitized by Coogle s 2S6 Della forza de’ corpi za
AD) la qual traelTe il corpo fìmilmente da A in r, fi erprimerebbe 1' azion Tua
Hmilmente col ret- tangolo di AD et Ar.EiTendo dunque i due rettan- goli di AB
et A/) e di AC et A^« prefì inlkme^ , eguali al rettangolo di AD et Ar> è
chiaro ) che.» venendo il corpo da A in r, le azioni delle poten- ze laterali)
prefe infìeme) fono eguali a quella azio- ne) che la potenza diagonale farebbe
da fe fola^. £d eccovi r argomento del Padre Riccati ) per cui viene a
confervarfi nella compoiìzione del moto quell* uguaglianza , che i metafifici
afpettan Tem- pre ) e iichieggon per tutto tra 1’ azione e V eifct- to. Ne
credo che raccia meftieri) eh* io vi moftri, come l’argomento itelTo ci conduca
nell’ opinione della forza viva ; perciocché Te egli è fondato in., quello )
che l’ azion delia corda AS fìa Tempre ia^ ItelTa , o tiri il corpo da A in r
»o io tiri da A in p; e Umilmente » che i' azion della corda AC (ìa Tem- pre la
ftelTa» o tiri il corpo da A in r, o lo tiri da A in chi non vede, ciò
provenire dall’elTer l* azion della corda non altro, che 1* accorciarfì; on-^
de ne fegue ,che)miTurando(t 1* accorciamento dal- lo Tpazio , debba mifurard
dallo Tpazio ancor 1* azione, e però anche dal quadrato della velociti* .
perciocché il quadrato della velocitò, movendoli tiv corpo da A in p, ovvero da
A in^ fecondo le lè^' gi della gravitò ,é Tempre allo Tpazio proporziona- le .
Che Te i* azione è proporzionale al quadrato della velocitò) bifognerà l^ne)Che
un* effetto ne nafea proporzionale allo fteffo quadrato , il qual* effec-
Digitized by Googic Libro III. 287 eflfetto non può eiTere, fe non la forza
viva di Lei- bnizio. Qui tacqueH il Signor D> Felice; e allo> ra la
Signora Prinopefsa, non mancherà, dilTe^, chi voglia contradire a ^quetto
argomento . Io pe> rò fenza coocradirgli , defidero £dlo per intender- lo
più pienamente, che mi foddisfacciate di un^ mio denderio. Se la linea AD, per
cui s’ incaoimi* na il corpo , non folTe la diagonale del paralUlo- grammo BC,
ma altra linea; voi non pertanto po> trefle prendere in ella un punto r, e
condotte le^ perpendicolari prolungarla «tanto, che ibf- Je il rettangolo di
AD, et Ar eguale ai due rettan- goli di AB et A^ ; e di AC et A7, prefi
infieme; e in quello cafo potrete dire tutte le cofe, che^ avete dette^ Io
dimando dunque, onde avvenga^ che elTendo il corpo fofpinto dalle due potenze AB,
AC, piùtodoperla diagonale fi incammini, ohe per altra linea. Dimandatene pure
i meocanùci, dillè allora il Signor D- 'Felice; perchè ellì fono,£hein- fegaano
ilroxpo doverli i ncamminaire per . I4 diago- nale; al Padre Kiccati bada di
averdimofirato,che, incamminandoli eifo per la diagonale, .reietto ^ pur fempre
eguale all’ azione,. Ne è però, che egli non polla .anche render ragione,
perchè il corpo ,debba più tallo leguire la diagon^e , che prendere altra via^
Perchè dovete fapere,iche fecondo il Pa- ,dre Riccati,che in ciò «s’accorda
.all’opinione de- gli altri meccanici, le due.potenze AB, AC. non fo- lo
traggono il corpoper una terza linea AD, ma anche comrafiao tra loro premendoli
1’ una l’ altea 288 Della jorza de* corpi vicendevolmente; ne potrebbe il corpo
determi- natfi a fcorrere una certa linea , fe le preflìoni, per cui le potenze
contra'ftan tra loro» non fi rendef- fero eguali, e fi diltruggeffero . Egli è
dunque per r uguaglianza, a cui debbon riduifi quelle tali ptefi- fioni,che il
corpo dee ftguir la diagonale , non ab tra linea. Ma il Padre Riccati non mcrte
leprcflìo- ni nel numero delle azioni , e però non vuole, thè lì confiderino ,
trattandoli folo di fpiegar l’ ugua* glianza,che palTa tra 1’ azione el*
eflfetto. Elfendo- fi qui taciuto il Signor D. Felice, fecefi innanzi il
Signor-D. Nicola, et,io pure ho un defiderio,dib fe, cui vorrei , che voi
foddisfacefte . Voi avete_* detto molto accortamente , che la potenza AB , o
tiri il corpo da A in > infieme con la potenza AC, o lo tiri da fe fola da A
in /», nell’ uno e nell’ al- tro cafo fa femore la fielTa azione ;c certo
nell’uno e nell’altro calo fegue loftelfo accorciamento della corda da voi
fuppofta. £ così nell’uno e nell’altro cafo produce fempre lo fteflb elFetto,il
quale è,fe- condo voi, la forza viva. Similmente diralfi della potenza AC, la
quale, come avrà tirato il corpo da A inr infieme con la potenza AB, avrà pro-
dotta in lui quella fielTa forza viva , che avrebbe in elTo pròdotta ,
tirandolo da fe fola da A- in q Onde ne fegue che il corpo, giunto inr, dovrà a
' vere una forza viva eguale alla fomma di quelle^ due , che avrebbe avute ne
punti /» et ^ , fe vi fofse (lato feparataroente tirato dalle due potenze. Non
è egli così f Così ^ cenamcnie, diise il Signor D. Fc- Digitizod by Google
Libro III. 289 ^ Felice. Non però, feguitò allora il Signor D. Nic- colajavrà
il corpo, giunto in r, una velocità, che fia eguale alla fomma delle due
velocità, che av ma delle forze vive fbfle 25 ; dovendo il corpo » giunto in r,
avere fecondo voi una forza viva 25, non potrà certo avere una velocità, che
(ìa 7 ; ma... dovrà averne una minore, la qual farà 5; altri* menti la forza
viva^ che egli ha in r, non farebbe proporzionale al quadrato della velocità.
E* dun* que chiaro , che la potenza Afi , traendo il corpo da fe foia in p ,
produce in eiTo una velocità g ; traendolo poi con la potenza AC in r ,
quantun- que faccia la lleifa azione, produce però una velo- cità minore. E
fìmilmente la potenza AC , traen- do il corpo da fe fola in f , produce in elfo
una^ velocità 4 ; traendolo poi in r con la potenza^. AB, produceona velocità
minore, quantunque^ faccia r itteflTa azione; e ciò per modo, ma il Signor D. Felice qui l’ in» terruppe,e
diffe. Ne io vi ho deteo>ne potrei dir- vi , feguendo V opinione del Padre
Riccati >che le potenze producano le velocità ; anzi vi dico , e_* voglio
ben» che intendiate» che qualfifia potenza non altro produce mai , che la forza
viva; la forza viva poi» benché non produca la velocità, ( per- ciocché, fé la
produceUe , làrebbe ad effa propor- zionale, ) però fe la trae dietro , come un
confe- guente ; e Tempre fi trae dietro quella , che le con- viene . Io non
voglio infiftere in quello , rifpofe allora ilSignor D. Nicola ; febbene egli è
una gran difperazione lafciar la velocità , per cosi dire , ab- bandonata ,e
fenza cauia alcuna, che la produca ; e molto più mi piacerebbe poter fupporre ,
che-* ella fiefla fenza altro folTe prodotta dalla potenza. Ma di quello , come
ho detto» non voglio io dif- putare ora;tornando dunque a quello, che io di-
ceva » cangierò frafe»e dirò che la potenza AB , tirando il corpo da fe fola in
/, produce inelTo . una forza viva 9, la qual fi trae dietro come un Tuo
confeguente la velocità Tirandolo poi in rinfie- me con la potenza AC, produce
in elTo la ftelTa forza viva 9 ,e quella allora fi trae dietro non più la
velocità } » ma altra minore . E fimilroente la-* potenza AC, tirando da fe
fola il corpo in pro- duce inelTo una forza viva i 5 »la qual fi trae die- tro
, come un fuo confeguente , la velocità ^ ; ti-, randolo poi in r infieme con
la potenza AB, pro- duce in eilb la fiella forza viva 16 ; e quella allo- ra
Digitizod by Googk L 1 B R O I I I. a^T ra n trae dietro non più }a velocità 4,
mi altra.» più piccola . Bifogna dunque, che le due forze.» vive così
convengano e iì concordtn tra loro, che la fommadi quelle velocità, che elTe iì
traggon.» dietro, e che per altro dovrebbe e(Ter 7 , divenga ^Quì il Signor
D.Serao, interrompendo il Signor t>. Nicola, fe Dio m’ ajuti, diiTe, queilaécofa
rooU to fcomoda a concepirli , et io certo per me deli' dererei unafentcnza più
agevole» E veggo bene o- ra, perchè il Signor D. Felice non ha inai voluto
concedere,checontraendon,etaccorciando{i la cor» da SA ,r effetto di effa fìa
la velocità prodotta nel corpo A^‘ poiché nel noilrocafoeffendo dileguali le
velocità, che il corpo acquifta traendofi dall* ilteflà corda inr,oin^ ,
farebbono di fuguali gl’ ef- fetti , e però difeguali ancor le azioni j e
troppo a- yea bilogno il Padre Rfccati dell’ uguaglianza del- le azioni per
teffere quella fuadimoffrazione . £ per quello anche, difli io allora ,s’ è
egliollinato a volere, che accorciandofi la corda AS, l’ azion fua fia lo Hello
accorciarli; per poter poi ,clTcndo eguale nell’ uno e nell’altro calo V
accorciamento, follenere,che lolTe eguale ancor 1 * azione» Vedete anche un^
altra malizia; che non ha mai voluto confenfirmi , che il premere fia agire, e
che dell?.# prclfioni debba averli veruna confìderazione ; per- chè et rto l’
argomento del i^dre Hiccati farebbe a cattiva condizione , fe oltre le azioni,
con cui 1?.» potenze traggono il corpo da A in r, dovelTero folte poi cosi facile il dimoftrare, che le
due azioni delle po« lenze laterali fodero eguali all’ azione della poten« za
diagonale . Non fo>difse allora il Signor D. Fe- lice ridendo» qual di noi
fìa più maliziòfo » o io^ che voi dite aver ufate tante malizie » o voi » che^
penfate di averle difcoperte . Ma perchè non lafcia- te»che il Signor D. Nicola
profeguifca il fuo ra- gionare» e finifca di efporre quella difficoltà,. che
avea cominciato? Niuna difficoltà , difse allora il Signor D. Nicola , intendo
io di efporvi; intendo folo, che voi mi fpie^iate una cofa, la quale o non ho
letta nel Padre Riccati ,0 non me ne ricor- do» et è però degna, che fì.fjppia
« Ed eccola. I meccanici richieggono , che il corpo A tirato da a- mendue le
potenze , i}on folamente fcorra la dia- gonale AD, ma la fcorra in quel
medeftmo tempo, in cui fcorrerebbe o 1* uno o 1’ altro lato del pa-
rallelogrammo, fé fofse tirato o dall’ una o dall* al* tra potenza folamente.
Così fe fi condurranno lo due linee rm , rm parallele ai lati DB, DC, com-
piendo il parallelogrammo mv, vogliono i mecca- nici , che il corpo fcorra la
lineetta Ar in quei tem- fiefso» in cui fcorrerebbe o la linea Am, le fofse
tirato dalla fola potenza AB, o la^ linea A 0 , fe fofse tirato dalla fola AG*
Ora io ho intefo per le cofe da voi ragionato , che le azioni delle potenze fon
fempre le medefi- me^ o traggano congiunumente il corpo in r , o il tra-
nigitizirJ by Google Libro III. 299 traggano feparatamente 1’ una in T altra in
f. Ho anche intefo, che il corpo, giunto in r, avrà una forza viva eguale alla
fomma di quelle duo , che egli avrebbe in ^ et in Ma non ho ancora^ intefc,
come il corpo ^ tirato dalle due poten- ze infleme , debba fcorrere la lineetta
Ar neU’ fteffb tempo , in cui fcorrerebbe Ai» , fe fofle tira-^' to dalla fola
potenza AB, ovvero A«» le foflo tirato dalla fola AG. Se voi avefte letto
attenta- mente, diife quivi il Signor D. Felice, tutto il luo- go , dove il
Padre Riccati dichiara lafuadimodra- zione, avrefte intefo anche ciò, che voi
mi di- mandate. E fenza leggerlo, potrete intenderlo an- cora da voi medefìmo ;
fol che vi piaccia di ftabi- lir prima il tempo, nel quale il corpo tirato
dalla fola potenza AB , fcorre lo fpazio A^, e inliemo il tempo, in cui tirato
congiuptamente dalle due^ { >otenze , ovvero dalla potenza diagonale , che
può bitituirfì alle due , fcorre lo fpazio Ar ; perciocché fcorrendo il corpo
la fpazio Ajp fecondo le leggi della gravità,fe egli nel primo dei fopraddetti
due tempi fcorre lo fpazio A^, potrà facilmente lacco* glieriì, quale fpazio
dovrà fcorrere nel fecondo; e voi troverete , che elfo fpazio è appunto la
quarta linea proporzionale dopo le tré AD, AB, Ar; cioè a dire la linea
Am.Simil cofe dimoftrerete anche rif- petto alla linea A«, et all’ i/leifo
modo. Ne lafcia il Padre Riccati di dichiararlo fottilmente; ma voi non vorrete
ora , che io mi avvolga in molte e lun- ghe fupputazioni; ne io forfè potrei,
quando be- ne Digilized by Google t94 ISELLA FORZA DB* CORPI ne il volefte.
Perchè non potremmo noi, dilli io allora, cominciarne qui una, traendola da
quelle cofe, che avete fin qui (piegate? e fe ella ci fì av- volge,edivien
troppo lunga,che fark a noi T ab- bandonarla? Bifognerebbe , difle quivi il
Sig- D. Felice, prima d* ogni altra cofa ftabilire i tempi, che ho detto. Voi
avete già detto più volte, ripigliai io, che la potenza moltiplicata per lo
fpazio i'corfo è fempre proporzionale air.azione ;e 1’ azione alla^ forza
vivace la forza viva al quadrato della velocità. Di qui certo fegue,chec(rendo
la velocità propor- zionale allo fpazio divifo pel tempo , cioè ad S . T ( dico
S lo fpazio, T il tempo ) dovrà la potenza aioltiplicata per lo fpazio elTere
eguale al quadra- to di e nominando P la potenza^ dovrà eflìere . T ^ PS s: SS
. Dunque ,foggiunfe dubito il Signor D. TT Felice, farà TT ss , doè a dire^ il
quadrato del tempo, nel quale il corpo feorre un certo fpazio, farà eguale allo
fpazio ièeflTo divifo per quella po- tenza, che Jo fa (correre. Abbiamo
dui>que rubi- lo i quadrati dei due tempi, che cercavamo; poi- ché il
quadratodel tempo, nel quale il corpo feor- rerebbe A^,farà e il quadratodel
tempo , nel AB quale il corpo fcoire Ar ,fatà J^. E bene, fog- AD giund
Digilized by I* I B R O I I I. 295 giunfi io allora , s’ egli è vero quello ,
che già ave- te detto, cioè, che il corpo fcorra lo fpazio fe- condo le leggi
della gravità, onde i qu-idraii dei. tempi debbano effere proporzionali agli
fpazj; fe egli, tirato dalla loia potenza AB, fcorre hf in quel tempo, il cui
quadrato è , niente farà ' ab più facile, che fcoprire, quale fpazio dovrà
fcor» rere in un tempo, il cui quadrato fia Ar allo- ra vedraffi fe tale fpazio
appunto lìa là liiwa A«rj come elTer dee , e come io credo veramente , che-*
Ila. Mentre io diceva quefte parole, il Signor Con- te della Cueva avea già
ftefo in una carta i terrai» ni della proporzionalità • * Ap , AB: Ar ^ ab ad
adT“ quando tutto lieto efclamò : è defla , è delTa . Lo fpazio , che fi cerca
, è appunto la linea A*», eflen- do egli AB: Ar ^ cioè la quarta linea
proporzio-» AD . naie dopo le tre AD, AB, Ar. Vedete dunque.., dilTe allora, a
me rivolto , il Signor D. Felice, che il corpo , qualor foffe tirato &lla
fola potenza.* AB, /correrebbe la linea Am in quello ftelTo tem- po, in cui,
tirato dalle due potenze, fcorre la li- nea. Ar; e medefimamente fi mofirerà,
che nello ilefib tempo fcorrerebbe la linea A», fc fofie ti- rato dalla fola
potenza AC. Troverete voi qui inalizia alcuna ? lo non ne cerco, dilli,
acciocchi voi Digitized by Google 19 zio, e che dTa produca non la velocità, ma
lau ' forza viva, e che il corpo tratto da quaifìfìa po- tenza debba nel primo
fuo moverfì fcguir le leggi della gravità; le quali cofe tutte, eflendo per
(lefle jofcure ed incerte^ voi he avevate affai prima con molta arte preparate
e difpofte,e fattele appa- rire, come certi!fime,per farne poi nafcere un’ ar-
gomento , con cui fì dimoflrafse la forza viva di Leibnizio. Ma io non voglio
rimettere ora hu campo quegli argomenti, di cui s’ è oggimai tanto •difjpinato
. Allora il Signor D. Felice ridendo, non £oy difse , fe vi gioyafse;
perciocché le propofizio- ni,che fi afsumono aformar ladimoftrazione,che io vi
ho efpofla , quafi ohe efse fieno , e che che n* abbiateioggi difputato;
debbono certamente éfsere ammefse, le elleno fon necefsarie a foiegare, co- me
un principio cettiflimo dei metafifiri fi accordi a un teorema altresì
certiflìmodei meccanici. Di fatti come vorrefte voi fpiegare, che nella compo-
{Izione del moto, propofta dai meccanici, '(ia l’ ef- fetto eguale all’.
azione, fkcome vogliono i meta- lifici , lenza ftabilir prima , che T azione
delle po- ' lenze laterali fia eguale all’azione della potenza^ diagonale? £
come flabilir quefio fenza dir, che 1* azione generalmente mifurar fi debba
dalla poten- 'za applicata! 4dfo^aa»o? £4;iò dicendo, bifogn&« pu-
Digitized by Google LI6R.0 III. pure attribuirle un* effetto proporzionale allo
fpa* zio fteffo, cioè al quadrato della velocità; il qua* le effetto che altro
effer può fé non la forza vivaf Cioè, foggiunfi io allora, l’ inerzia. Che mi
dite voi, rifp^ il Signor D- Felice, d’inerzia? Il Pa- dre Riccati, diffì io
allora , non vuole egli, che la forza viva (ìa l’ inerzia ? Oh voi , diffe
fubito il Si. gnor D. Felice , volete richiamarmi ora alla diffini- zione della
forza viva ; la qual certo il Padre Ric- cati infegna nel principio del fuo
dotriffimo libro elTere l’ inerzia ftefla , fe fi confideri in quanto fa-,
contrailo con quelle potenze, che vorrebbono can- giare lo flato del co^o. E
chi è, dilfi io allora, che non confideri 1* inerzia a quello modo? Ma io certo
non intendo, come tale inerzia producali. dalle utenze , le quali con l’ azion
loro altro mai ' non fanno , che turbarla ; ne come ella debba elTere
proporzionale al quadrato deRa velocità. Che che lìa di CIÒ , diffe quivi il
Signor D. Felice, niente è a me; purché fia quello, che abbiamo detto, cioè che
la potenza debba produrre un’effetto propor- zionale al quadrato della
velocità; poiché qu^^ effetto , qualunque egli fiali, lo chiameremo forza viva
. Chiamandolo però di queflo modo , rifpofi io allora, voi noi chiamerete multo
elegantemente; perchè fe voi non dimoftrate, che quell’effetto flef- fo produca
altri effetti nella natura, e fia neceffario a indur ne co^i quelle forme, che
inlor vepgia- mo ,farà cofa inelegante chiamarlo forza. Mi voi, diffe allora il
Signor D. Felice, liete fofulicoaJ fom- Pp mo, 298 Della forza de* corpi mo, e
vorrcfte , per quanto veggo , allonKinarvi a. poco a poco dall’ argomento
propofto . A cui pe- rò ritornando » non VI par’ egli, che dando luogo alla
forza viva , comodiinmamente fi fpieghi , come nella compofìzione del moto Ha
l’ cfFetto eguale^ air azione, che lo produce; il che malamente po- trebbe
fpiegarlì da chi levalfe via, come voi fate, ogni forza viva? E certo della
dimolfrazione del P. Rie. cati, che che voi ne diciate, dovranno elfer con-
tenti i meccanici, e non dolerfene i metafifìci. Et io temo,rifpofi, che fe ne
doteranno e gli uni e gli altri ; e meglio potrebbe foddisfard al dedderio d*
entrambi fenza la forza viva . Pure,dide il Signor D.Felice, raccendo nafeere
la compodzione del mo- to per 1’ egualità delle azioni , parmi certo, che non d
faccia ai meccanici niun torto. Non dico, ri- fpod io, che d facdjt loro alcun
torto /credo be- ne, che volendo em far valere la compodzione in molti cad ,
non ameranno farla nafeere per una ra» gione, la qual vaglia in un folo. E chi
non fa, che come negli altri moti,cosVanche vogliono i mecca- nici, che d
faccia la com{x>dzione nei moti equa- bili f Perchè fe per efempio , andando
un corpo fu per una tavola di moto equabile verfo una certa^ parte, la tavola
defla d movelTe ella pure di moto equabile; e il portalTe verfo un* altra, d
farebbe nel corpo,fecondo il parer de meccanici, la compod- zione dei due
movimenti; e pure qual luogo avreb- be quivi la ragione, che voi avete aedo
litk delle azioni? Perciocché qui ninna i * - ' V tta dall egua- fune potreb-
be# Digitized by Google Libro III* 299 be fingerH, la quale accorctandofì
efercitade un’ azione proporzionale allo fpazio ;e traede il corpo con un moto
accelerato , ficcome è quello deigra> vi ; le quali cofe colte via* è tolta
via ancor lavo- ftra ragione « Che direm noi, che i meccanici trova- no la
compofizione non folamente nei moti , ma anche nelle predioni , da cui non
legue motoniu- no? perciocché come di due movimenti ne com- pongono uno, così
anche , et all* iftedo modo , compongono una predione di due ; ne è cofa,che
infegnino intorno alla compofìzione,etalla rifo- luzione dei movimenti , la
qual non vogliano che $’ intenda qualmente anche nelle preflìoni . Ora in queAe
preluoni, che nophannomoto niuno,qual luogo avranno le funi elamiche? quale gli
accorcia- menti^ quale le potenze moltiplicate jper lofpaaio? quale le
accelerazioni ? e quelle cole fono i fon« damenti della ragion vollra. Ne fo
quanto poda^ valere al Padre Riccati il dire, che i moti equabili* e le
preflìoni non fono azioni ; e però non dovere averó di loro conflderazione
alcuna . Imperocché fe non fono azioni, e tuttavia lì fa inlorolacom- pofiziune
,come ie fodero par bene , che le ragia» ni , e i modi , onde eda compofizione
fì fa * debba- no per tuti’altro fpiegarfi ,che per l’ azione. £ fo- no anche
fopra ciò da afeoitar fi i metafilìci , i quali quando infegnano, che 1’ edetto
dee cornTponder iempre ali’ azione* tal lignificato attribuì (cono a quella
voce azione, che vogliono abbracciar con cdo , e comprendere non folamente Se
a- Pp z zio- joo Della forca db’ corpi ^ioni acceleratrìd , ma generalmente
tutte le^ azioni , che finger fi poiTono ; e non ne elclu* dono pur le
preifioni. Nebifogna per voler dt« fendere il lor principio , mutar la
fìgnificazione dei termini (Con.cui lo propongono ^ne intendere per azione
altro, che quello, che intendon efli; perchè chi fa altrimenti , non difende il
lor prin- cipio, ma lo cangia. Volendo io dir più oltre , il Signor D. Serao mi
interruppe , e difle : i voftri metafifici non potrebbono edere ingannati elfi,
et aver prefo per azione quello, che veramente azio- ne non fìa? perchè voi
pare, che alla metafifica cre- diate ogni cofa , e l’ abbute per infallibile .
Io cre- do, ri Ipofi, che la metafifica abbia principi più fi- curi , che
qualunque altra fcienza ; anzi credo, che le altre feienze non ne abbiano ninno
ficuro , fe^ non fé quelli , che pi^ndono in predito dalla meta- fifica ; gli
altri tutti , che traggono dall* odèrvazio- ne , recano Tempre con loro qualche
timore , et ef- fendo certi nei cafi particolari , in cui fi ofservano, perdono
molto della loro cettezza,faccendofi uni- ' vcrfali ; il che non interviene dei
principi metafi- fici , i quali non per varie offervazioni , e per lun- ghezza
di tempo, fi manifèdano , ma fubito e per le delfi. Ma venendoci propofito, io
rifpondo, che fe i metafifici avedero malamente intefo T a- zione, comprendendo
fotto queda voce alcuna cofa , che azione non fode , e in cui non dovede^
valere quel lor principio ; io direi più todo il principio loro euer falfo ,
che fodenerlo come ve- ro Digitized by Google Libro I I L« ^ot ro> e por
mutarlo. Sebbene ellendo il concetto» che noi abbiamo della azione,
remplicilTimo, e^ comune a tutti gli uomini,come quello è dello- fpa- zio, del
tempo, del modo, della relazione, della^ follane » et altri moltii io non fo,
per qual ragio» .ne temer fi debba , che i metafiiìci vi u fieno in- ? [annali
, non inganandovifi nelTun’ altro ; perchè kcome ni uno è, che fi inganni nel
concetto del- lo fpazio, e del tempo, così che gli confonda 1* un con r altro ;
fimilmente panni che dir fi polTa^ deir azione; di modo che, fe il premere fia
agire» e fé colui , che preme , faccia azion niuna, panni una quiitione da.
dover potere efiere fciolta non.« men dal vulgo, che dai filofofi. Vedete, che
io non amo troppo i metufifici, rimettendo la quiftio- ne anche al popolo . Voi
gli amate troppo, difle.# il Signor D.Serao, volendo^ che i meccanici fi ac-
comodino al fentimento loro. Anzi io voglio, rif- pofi , che fi accomodino al
fentimento del popolo; perchè qual è del popolo, che non conti il preme- re tra
le azioni f chi è, che pofla indurfi nell’ ani- mo, che l’ azione non fia più
azione, fe per ven- tura ne fia impedito P effetto Potete ftudiarvi, quanto
volete, difie quivi la Signora PrincipeiTa» e ingegnarvi di parer popolare, che
quanto a me vi avrò fempre per un grande amatore della meta- fifica ; il perchè
non.pollb non maravigliarmi , che voi vogliate levar via quella bella
concordia, che_* il Padre Riccati avea con tanto ingegno procurata tra la
compofizionedel motopropofia dai meccani- *- t 301 Della forza db* corpi ’ ci)
e 1' uguaglianza dell' azione e dell’ effetto ffa- bilita dai metafilìci. Io
non voglio levai via quel- la concordia , rirpoG ; anzi dico, che ^enza tanto \
fiudio può beniilìmo confervarfì , e fenza forzai • - viva . Quello, diffe
allora la Signora Principeffa_. , dovreile voi fpiegarci - Nc lunga , rifpofi ,
ne dif- ficile fpiegazione vi fi ricerca; folo che voi mi concediate quello,
che niuno, eh’ io fappia, ha mai negato , cioè che la fleffa potenza ora agilca
più , et ora agifeameno ; il che certamente non induce difuguagliaoza veruna
tra 1’ azione e T effetto^per- ciocchè può beniflìmo la potenza Ileffa qualora^
agifee più , produrre effetto maggiore , e qualora^ agifee meno , produrre
effetto minore • Qui il Sig. D. Felice ridendo , certo, diffe, voiacotello mo-
do vi aprite la ffrada ad una ipiegazion fadle^per-^ chè potete oramai dlr^,
che , effendo le due poten- ze feparate, ognuna di loro agifee più ; et effendo
congiunte , ognuna agifee meno ; e così maggiore- velocità producono, «ilèndo
feparate,che non fan- no, effendo congiunte- Io potrei dirquedo, rif- pofi ; e
s’ io il diceffi ,non fo, che alcuno poteffe.» rimproverarmi di avere indotto
difuguaglianza tra l’azione e l’cffetto.Ma io non voglio privare il teo- V rema
meccanico deU’onore,che alcuni gli fanno, d’ una fpiegazione più lunga • B ciò
dicendo, pfefì. un foglio in mano , in cui difèjgnai toffo la figura fé-, , F*
VL ila , che fu fubito ricopiata dagli altri Poi difli : ' fieno AB , AC le due
potenze , che fpingono il cof- ‘ po A i con le direzioni delle ileffe linee' AB
, AC; * e fia Oigitizid by Google r A t.^ I B R o III* JO» e lia AD quella
linea , che egli fcorre fecondo it parer dei meccanici. Poco vi vtiofe a
intendere^ * che 1 azione della potenza AB, la qual da fe fola produrrebbe nel
corpo la velocità AB, fi rifolva in due AT, AM ,elpreflfè dai lati del
parallelo- grammo AB;c che T azione della potenza AC fi nlolva fimilmente nelle
due AQ, AN, efpreffe dai lati del parallelogrammo AC- Qui il Signor D. relice,
interrompendòmi, vedete, difie,che volgen- do la compofizione del moto in due
rifoluzioni, non ricadiate in qualche difuguaglianza tra 1* azio« ne e 1
eiietto, perchè quelli, che temono di cader- VI nella compolizione, non lo
temono meno nella iiloluzione. Che altro voglio io, rifpofi, qualor nlolvo 1
azione AB della potenza AB nelle due AT , AM , fe non, che la ftelTa potenza,
che av- K^e fatta un’azion fola A^, palli a fame due^ AT, AM. le .quali
veramente prefe infieme foo^ maggiori deli’ azione AB. Ma quello che altro è,
le nondire,che la potenza llellà agifee ora meno, et ora più? nel che niun può
dire, che inducali diluguaglianza tra effetto ed azione ; anzi efsendo le tre
azioni , di cui parliamo, proporzionali alle^ linee AB, AT , AM , a cui pure
fon proporziona- li le velocità, chiaramente fi vede, le azioni Bru qui efser
proporzionali agli effètti, folo che per ef- fetti vogliano intenderli le
velocità ilelse. Ne me- no farà da temerli, che nafea difuguaglianza tra.»
effetto ed azione, fe io dirò, che le quattro azio- ni, in cui fi rifolvon le
due AB, AC, così fi dil- • ; , pon- 304 Della forza de’ corpi pongono ) ch€ due
di loro AT , AQ_, efsendo Contrarie una' all* altra et eguali , (ì diftruggano;
le altre due AM , AN prendano una medelìma di' lezione. Perciocché che entra
qui l’ azione e l’ ef- fetto, 1* uguaglianza o-la difuguaglianza? b'afta^.
bene, che le due azioni AM, AN producano un* effetto proporzionile alla lor fomma;
giacché dal- le azioni AT , AQ^i Che fi diffruggono, non è da afpettarfi
certamente effetto niuno; ne è alcun:, metafifico , che il richiedeffe . Ora fe
le due azioni AM , AN , traendo il corpo per la direzion loro, producono in
effo una velocità proporzionale al- fa lor fomma; non io traggon aunque per AD,
diagonale del parallelogrammo BC^coroe vogliono * à meccanici;e non producono
una velocità propor- sionalealla fieffa AD? E fe cosi é, eccovi, che ió ho
fpiegato il teorenjia dei meccanici, prendendo la velocità come effetto dell*
azione ; e lenza cadere in quella difuguaglianza , che voi teme va te .E ilen-
domi io qui fermato un poco , il Signor Marche^ fe di Campo Hermofo, ecome,
dille, dimollrate voi le duecofe, che avete ultimamente dette: cioè chele
azioni AM, AN fpingendo H corpo con., la direzion loro,*' lo fpiogano per la
diagonaleL* del paralellogramtno tBC:e che producendo in effo una velocità
proporzionale alla lor fomma, fiaque- da poi proporzionale alla diagonale (leda
? Et io al- k>ra,fate, dilli, Signor Marchefr, di prolungare la li- nea-
ANfinoin D, così che fia ND eguale ad AM , c perciò fia ancora tutta la linea
AD eguale alla^ •fom. / Digitized by Google Libro III* ^05 fomma delle due AM,
AN; indi guidate le due'’ linee DB, DC. Ciò pofto, io chieggo: le due^ linee
AT, AQ_non erprimono effe due azioni tra fé contrarie, et eguali, e infieme le
direzioni loro? Così abbiamo fuppodo, difse il Sig. Mar* chefe. Saranno dunque,
ripigliai io, eguali tra io* ro , e in dirittura 1' una dell' altra . Così è ,
rifpo- ' fe egli. Et io: faranno dunque le linee MB, NC f >aralleleet eguali
tra loro, elTendo V una paralle*- a et eguale ad AT , e T altra parallela et
eguale ad AQj Allora il Sig. Marcbefe fcnza lafciarmi più dire , intendo già ,
diffe , ogni cofa ; che eflendo i 1 triangoli AMB, CND limili tra loro et
eguali, fa* ranno gli angoli BAD, CD A eguali, e le due li- nee AB, DC eguali e
parallele; dunque ancor le^ due AC, DB ; dunque farà BC un parallelogram* mo,la
cui diagonale farà AD, eguale alla fomma delle due linee AM, AN. Vedete dunque,
fog- giunfi io allora, che le -due azioni AM, AN, f ìpingendo il corpo con la
direzion loro, lo fpin- gono per la diagonale ftelTa del parallelogrammo
BC,come vogliono i meccanici. E vedete ancora, che pioducendo nel corpo una
velocità propor* zionale alla lor fomma, vien quefta ad eifere prò* o la pietà, o la fede , non vi par* eglr^ che
più tofto 1’ acutezza defìderino dei meta6fici , che le efperienze e le
olTervazioni degli aliri?E que- lla illefla algebra, che tanto vi piace, c
quella mec- canica, e quella fifìca, quante volte, traendoci d* una ragione in
un' altra, e faiir ficcendocì verfo i principi ultimi, efìgon da noi e
ricercano tanta^ lottigliezza,quanta apprendere non lì potrebbe fo non dai
metalìlici ! I quali fe entrar volelTero in^ J uelle ricerche medefìme, e
ripigliarli tutte le qui- ioni, che le altre Icienze hanno loro involate^,
quanto ferebbon più ricchi ! come quella è della^ forza viva , di cui tanto
oggi s* è ragionato: la qua- le era dei metafilìci , fe non fe i’ avefsero i
mate- matici ufurpata. Perchè vedete, quanto ingiù Ila- mente riprendano la
metafilica, come inucile,quel- li , che togliendole l^quillioni più utili, non
le^ lafciano le non le vane; febbene quelle ifielTe non fon cosi vane, come
ellì credono, e fervono alTat fbvente , e fanno llrada alle non vane. Ne è da
dif- prezzar tanto la metafilica , quanto alcuni fanno, per cagione della
ofcurità. Quale fcienza è, cho accollandoli alle quillioni fue più fublimi , e
più ingegnofe , e più belle , non lia ofcura , o non di- venga f che fe là
metafilica par tutta ofcura , ciò in- terviene, perchè è tutta ingegnofa, e
tutta bella^. Sebbene qual cofa più chiara , e più manifella, e^ più
rifplendente dei principi metafilìci? i quali traggono prima a
confeguenze^certillìme, fpargen- dole di un chiariffimo c maravigliofo lume ;
venen- do Digitized Libro I I I. log do poi a quelle colè, che la natura ci ha
voluto nafcondere» non vi recano elH 1’ ofcurità, ma ve la lafciano ; e io
quello llelTo non fon meno utili • Perchè (e dalle cofe» che chiaramente
intendiamo, palTiamo con 1’ animo alla grandezza di quel Dio, che le contiene e
le fa , ( nel che è pollo il maggior frutto, che trar fì polTa da nollri lludj
) quanto più dalle cofe, che non intendiamo Me quali quan- to più fon lontane
dalla nodra ragione, e fuperio- ri ad ogni umano intelletto, tanto più moftrano
L* imperfcrutabil fapienza , e la potenza infinita di quel principio, da cui (I
partono. O metafifica^ lume dell* intelletto, fcorta della ragione, divina e
celeftial maeftra di tutte le cofe : per te fcoproo le fcienze i lor principi ,
per te fi dirigono le a- zioni e gli uffici degli uomini , per te fi apprendo-
no i coltumi e le leggi . Tu innalzi gli animi uma- ni a quella altezza , a cui
feTza te giungere noiL» potreobono; e traendoli foavemente con la forza
inefplicabile delia tua chiariffima luce, fai lor co- nofcere il primo vero; e
fe gli lafci trafcorrer tal- volta nella ofcurità, e nelle tenebre , fra quelle
te- nebre ifteffe moCbri loro un’ incerto lume , che pur gli guida a felicità .
E quando mai faranno gli uo- mini degni di conofcerti? Beato colui, che te fe-
guendo può follevarfi fopra le cofe terrene , e ve- nir reco a parte delle
cele(H.Sarei io degno di tan- to dono? Qui la Signora PrincipefTa , Icuotetclo,
difTe, che egli va in edafì . Che è ciò, diffi io allora, che voi dite? £’
parea proprio, rifpo- le la V 5 IO Delia torza de* corpi fe U Signora
Principe{ra>che una qualche idea di Platone vi avefse altrove rapito. Et io,
niu che già nafcea. E quivi do* po aver parteggiato alquanto* ragionando chi di
una cofa , e chi di un’ altra , prefo finalmente 1* un dall’ altro commiato* n*
andammo a dormire* ef« fcndo oramai fpacite tutte le rtelle, toltone la bel* la
governatiice del terzo cielo • Il FI N B. ^d:t D, Sitlvttor Cortìctlli Clertcut
Heiuìarh SmhIIì P auli ^ ^ in Etelejia Metropolitana BoUonia Panitentiariur prò
SanliiJJìmo tìomino noflro Papa BcntiiHo XIV, Arcbiepi- Jcopo Bononia, T)ie I).
Novrmbris i 7 jt. T. ■Fr» Wonyjiut Remedelli S. Tbtologta Magifler , Crac* Un»
guà ?'ofe(for videat prò S> Officio ó* referat , Fr, Tbomat Maria de Angelis
Inquijiter Generali t Bononia • D* ordine del ReverendilHmo P. Inquifìtore , ho
letto atten- tamente r Opera , che porta per Tjtoio DELLA POR. ZA DE* CORPi,
CHE CHIAMALO VIVA, LIBRI TRE e non avendo ritrovato in clTa alcuna cofa
contraria al. t» Santa Fede , ovvero alla Morale Criftiana j ma anzi •c0endo
ripiena di utrlillìmc verità derivate dalla più fublime Metififica , polTcduta
mirabilmente dal dottiflì. mo, e graiiofiflimo Autore i fono 'di parere, che
per «naggior utile de i fr. Cffar Antonime Velafti Provicarius SanSi Officii Bono^ mia. Digitized by
Google •0 Digilized by Google \ % Digitìzedby Cì^)gle. Digitized by the
Internet Archive in 2010 with funding from University of Toronto
http://www.arGhive.org/details/lafilosofiamoralOOzano LA FILOSOFIA MORALE
SECONDO J? OPINIONE DEI PERIPATETICI RIDOTTA IN
COMPENDIO DA C. CON U5 RAGIONAMENTO SOPRA UN LIBRO DI MORALE DEL SIG.
xMAUPERTUIS % m M i^Sv*i IL PIÙ BiL FiOR NE COGLIE PER PIETRO FIACCADORI
5IDCCCXLI II 7 ,,/ LlBfiA^- "7^ Cl/^ AVVERTIMENTO EL TIPOGRAFO [l
Compendio della Filosofia morale di F. M. Zanotti è lavoro avuto sì a ragione e
sì generalmente in pregio da ogni amico e cultore delle dottrine alte e
sincere, che sino da quando nel 1889 annunziai di volere dar fuora una Col-
lezione di 100 volumi de' Glassici italiani in avvantaggio de' Giovani intesi
alle di- scipline oneste, lo compresi in quella: la quale , per le cure avute,
è al presente recata meglio che a mezzo. Ora avendo io mandato quel mio pro-
ponimento ad effetto, mi giova dire esser- mi nella ristampa attenuto all'
Edizione Milanese de' Classici Italiani^ del 181 7: al merito della quale ho
voluto aggiugnere IV parimente le Notìzie biografiche ragguai- danti all'
egregio Autore, tratte dalP I- storia della Letteratura italiana del Cardella,
persuaso che a qualunque, oltre alle opere di uno Scrittore , ami ancora
conoscere i particolari che ne segnalaron la vita , saranno per tornare e
piacevoli e istruttive. Di tal modo io proseguirò a usare di tutta r industria
e diligenza, a fine di procurare non meno agF insegnatori che ai discenti i
lavori de' nostri intelletti più acconci ai loro studi e più sani, e così
opporre almen questo alle odierne stra- vaganze forestiere, delle quali hanno
sì misero fi:utto i malavveduti che se ne pascono. — ^®o- NOTIZIE BIOGRAFICHE D
1 F. M[AEI4 Z.4N0TTI CAVATE DALLA STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA DI CARDELLA
I? RANCESCO C. nasce in Bologna. Pare che la famiglia ZanoUi sia stala la
depositaria delle lettere e delie scienze, gia- chè si è veduto di quanta
dottrina fossero adorni Ercole e Giampietro, fratelli del nostro Francesco, per
tacer quivi di flustacliio, lìglio di Giampietro, matematico in- signe, che
appartiene ad una provincia tutta diversa da quella della bella letteratura. Ma
per tornare adesso a Francesco, egli fu liberamente educato dai Gesuiti, e da Ghedini,
sotto la direzione de'quali è incredibile qual prolillo facesse, e qual coltura
acqui- stasse nello scrivere, tanto nell' italiano idioma, quanto nel latino,
non avendo trascuralo d"* istruirsi ancora nel greco. Dopo di che attese
singolarmente ai filosofici e matematici sludi, dei quali lu fatto professore
nella pa- tria Università, d' onde sbandì i barbarismi peripatetici, che
tuttavia dominavano nelle scuole e tenevano oppresso r ingegno; ed in vece vi
sostituì la maniera nubile e franca di filosofare del Cartesio e del jNewton, e
v'in- trodusse quella logica, che non già si occupa inturno a Tani e puerili
sofismi, con disonore del buon senso e della ragione, ma che insegna a
rettamente pensare e giudicare delle cose, seconduchè prescrivono il sano ra-
VI ziociaio, r osserv.'izione e 1' esperìenia. A tre classi pei-- laDlo possono
ridursi gli scritti di quesl' eccellente auto- re, cioè ai Jìlosoficì. agli
oratorj e ai poetici. Sebbene non toccherebbe a noi il riferir quelli del
piiino genere, nulladimeno dispensar non ci possiamo doH'accennar qual- che
cosa delle »ue due insigni opere, di cui 1' una ha per titolo: Bella Forza de'
Corpi che chiamano vi- va, e V altra La Filosofìa Morale: tanto \>\ù che es-
sendo scritte ambedue con somina veuu-ià e nitor di lin- gua italiana, sembra
che abbiano lutto il diritto di esser qui rannueulale. ]Nel!a prima ragiona
della velocità, del moto e delle masse dei corpi, dello spazio che percor- rono
nel muoversi, e del tempo che v' impiegano, con che se ne calcola e se ne
misura la forza. Poche opere italiane di tal sorta presentano maggior amenità
ed ele- ganza dei Ire dialoghi che su questa materia lo Zanolti compose. Pare
eh' egli la volesse togliere dalle mani dei tisici e dei matematici, e da
inculta ed orrida qual era pi-esso di loro, consegnarla abbellita di tulli gli
oniamenU deli' eloquenza ad ogni genere di persone. La festività l)ertau!o e il
lepore, con cui venguiio trattale siffatte a- slru>e quislioni, il lor
chiaro, purgalo ed avvenente siile, r aggiuslaiezza delle idee, ed in somnw 1'
oilinìo gusto, che in ogni parte di esse risplende, mentre tlimostrano la
lalsila dell' opinione di quegl' ingegni torbidi e ansie- ri, che, neniici di
ogni collura, annoiano sublimemente, insegnautij. con un linguaggio misterioso
ed oscuro, pa- lesano ancora il sapere e il valore dello Zanolli. jNel- r
altra, v;d a dire nella Filosofia Morale, dispula della scienza, e de costumi,
e per conseguenza delle virtù e dei vizi, delie inclinazioni e delle passioni
degli uomini, del giusto e deli' onesto, della felicità e del sommo bene; in
una parola di (u!to ciò che conipi'ende questa nobilissima tacollà. Ou:\i puie
usa uno siile eleg;iniissimo. sparso di tulli i fiori, di tutte le grazie della
bngua, e fa mo- stra di quell ingenua urbaniià e sincero atticismo, che sempre
di>lÌDguono gli scritti e le .^pere sue. Prese in questa aucura a confutare
il Maupertuis, il quale preten- deva che gli Stoici avessero sempre eiTato nei
lur pensa- naenti, e che i lor dommi fossero sempre lontani dalla verità, e
discordanti da quelli della cattolica religione. VII ccadde pertanto che l'
opera dello Zanniti siiscitjsse •avissime controversie che esercitarono per
alcuni anni più chiari ingegni d' Italia. Il P. Casio Innocenzo Aa- Idi,
domenicano, segnatamente pubblicò un li!)ro intito- lo Vindiciae
Mauperfiiisianae^ in cui accusò lo Za- Lrjtti niente meno che di violata
religione, sostenendo che \ virtù stoica puramente naturale, e la stoica
felicità ri- osta soltanto nella virtù, senza veruna speranza di fu- u"o
premio, erano una chimera; e che si veniva ad ol- aggiare la religione,
volendosi così attribuir troppo ai- umana ragione. Non sopportò in pace una tal
impn- ente accusa lo Zanotti, ma vi rispose con alcuni di- óX)rsi e lettere che
sono un tesoro di eleganza e di le- T idezza. ed insieme di solido raziocinio e
di robusta fi- isofia; finché, divolgati molti scritti daiT una e dall'altra
jrle, ed interpostisi alcuni amici tra i dissenzienti, en- nmbi si tacquero e
così ebbe termine questa lunga ed itinata contesa. Ma dalle opere filosofiche
passando a ragionare delle ralorie, ottengono facilmente il primo luogo tra
esse le 'Ve Orazioni sopra la Pittura^ iScultara, e Ar- hitetturaj così son
piene di lumi d' ingegno, di spleu- -ide parole, e di egregie sentenze. Nella
pritr.a si prova the le Belle Arti debbonsi aver in pregio più di qua- ' mque
altra nobile disciplina*, nella seconda, composta er vezzo; e per far prova di
versatile e tecor.do talento, ' impugnano le ragioni addotte nella prima Orazione;
e ella terza questa si difende, e si risponde alle obiezioni presentate nella
seconda. Son pure da tenersi in somma «■ima il suo Elogio di Eustachio
Manfredi^ i Ser- t'iones haliti in Bononiensi Scientiariun Institiito^ d i
Commentarii deBononiensi Scientiarnm et Ar- iani Institiito atc/ue ^caoco
appresso la morte sua. E quantunque tanto si dilettasse della Filosofia,
maggior piacere |)fìrò recavagli quel Ragionamento che il sig. Z.3.- notti fece
andar dietro alla filosofia «lessa. Imper- rocche avendo in esso mosse con
bellissimo modo e somma grazia molte quistioni sopra un libro franzese stampato
in Londra col titolo Essai de Morale, al sig. Cardinale era grandemente piaciu-
to 1' esame di quel libro, il qual per essere del fa- mosissimo sign. di
Maupertuis, non potea non pa- rer molto importante. Il sign. Cardinale però fa-
voriva assai le partidel sign.Zanolti contro il Fran- zese, e mostrava in ciò
anche 1' amor della patria. Pare che al giudici© di così grand' uomo, com' era
il sig. Cardinal Guerini, non sia necessario aggiun- gerne Yerun altro. Io però
non voglio tralasciarne uno, il quale se non è necessario, sarà però da tut- ti
creduto di gran peso; ed è quello del Padre Ca- sto Innocente Ansaldi
Domenicano, lume grandis- simo della Reale Università di Torino. Imperoc- ché
quantunque egli non si accordasse certamen- te al giudicio del sig. Cardinale
in quanto al so- praddetto Ragionamento, anzi movessegli contro molte
obbiezioni, che poi raccolse in un libro la- tino dottissimo intitolato Vindiciae
Maupertuisia- nae; pure dichiarò apertamente e spessissime vol- te, aver lui
molto che opporre al detto Ragiona- mento, nulla che opporre alla Filosofia.
Della quale sempre che ne parlò, ne parlò con grandissima stima, e in una sua
lettera elegantissima, che fu poi con tre discorsi del sign. Zanotli stampata
in Napoli, tanto la lodò, che parve non poter saziar- sene, ed accennandone
varii luoghi, gli chiame ve- ramente ammirabili, alcuno anche divino. Che se
nel Ragionamento riprese e castigò molte cose, que- ste furono appunto quelle
che a lui parvero di- 6 scordanti dalla Filosofia; il che facendo mostra non
tanto di riprender V uno, quanto di lodar l'altra. Questa diversità di pareri
in uomini di tanto ingegno e di tanta letteratura dovette far nascere, come
ognun vede, il desiderio non sola- mente di avere il libro del sig. Zanotti, ma
an- che di entrare addentro nelle quistioni che si fa- cevano sopra di esso.
Perchè moltissimi attenta- nente le esaminarono, de' quali uno merita tanto di
essere nominato, che nominato lui, non accade nominar gli altri. E questi il
Reverendissimo Pa- dre Pio Tommaso Schiara pure Domenicano, che dimorando in
Roma, era a que^ dì Bibliotecario della insigne ('asanatense, ed è poi stato
fatto dal N. S. Secretario della Sacra Congregazione dell' In- dice. Egli
dunque, essendone pregato dal Padre Ansaldi, esaminar volle tutta la
controversia, ri* cercandone con ogni diligenza capo per capo tut- ti, per così
dire, i nascondigli; e stese un suo pa- rere, e ne fece un libro invero
dottissimo, il qua- le quantunque fosse favorevolissimo al sign. Za- notti, pur
piacque al Padre Ansaldi di farlo pub- blico e darlo alle stampe in Venezia. E
di vero chiunque leggerà un tal libro, non avrà che disi- derare altro per
conoscere tutta quanta la contro- versia,essendo in esso esposta ogni cosa con
bellis- simo ordine e maravigliosa chiarezza, oltre un'intìni* ta sottilità ed
erudizione che vi si scorge per tutto. Foron poi molti in Italia, i quali
mossi, cred'io, dalla fama di così pellegrini ingegni, pensarono di farsi
iiluitri entrando nella nobil contesa; on- de uscirono tanti scritti, che
troppo lungo s-areb- be r annoverargli Ma i già detti bastano a far in- 7
tendere, come sia nato in tante persone il deside- rio di questo libro, e come
a me convenisse il far si, che un tal desiderio non fosse, o per scarsez- za di
copie o per altro incomodo, defraudato. E tanto più, che avendo il libro a
questi dì levato sì gran rumore in Italia, par bene che esso aver si debba come
un [>rezioso monumento dell'isto- ria delle lettere, e debban perciò, non
uno o due, ma più ancora ingegnarsi di farlo giungere ai po- steri con le
stampe loro. Al che mi sono io sen- tito grandemente stimolare per un' altra
ragione ancora, corisiderando non senza qualche maravi- glia, come una
filosofìa, la quale nella sua prima fronte dimostra di voler seguire
Aristotele, e di essere scritta per argomenti di Cavalleria, e ad uso di poeti
e di oratori, abbia potuto a questi nostri tempi rivolgere a se gli animi
«Ielle persone, e far- si leggere volentieri. Né io credo possa ciò esser
seguito, se non forse per due cagioni. La prima si è, perchè gli argomenti di
Aristotele vi sono e- sposti con chiarissimo ordine, e con una brevità e
precision somma, la quale fu ben notata dal cele- bre Novellista Fiorentino, e
messi nel loro miglior lume; con che può farsi piacere, cred' io, a qua- lunque
secolo anche Aristotele. Sebbene il sig. Za- notti, esponendo la filosofia di
questo grand' uo- mo, non così a lui si obbliga e stringe, che non se ne
allontani anche talvolta, ricordandosi di Pla- tone; delia cui filusofiu par
tanto vago, che dire- ste aver lui seguito Aristotele malvolenUeri. La seconda
cagione per cui forse il libro è stato cor- tesemente ricevuto, si è quella
grazia e le^jgiadria di stile che il signor Cardinal Ouerini vi riconob- 8 be,
e confessò di ejsere da essa stato preso.' E pe- re in verità che il sig. Zanotli
abbia voluto trar- re la filosofia morale dei Peripatetici dalle immon- dezze
del dire scolastico, adornandola di parole scelte e risplendenti, e con vago e
naturale ordi- ne collocate, e spargendola di sentenze quando graziose ed
urbane, e quando gravi e magnifiche, senza lasciar ninno di quegli ornamenti
che pos- sono ad una somma chiarezza e semplicità e bre- vità esser congiunti.
E che il sig. Zanetti abbia voluto ciò, o almeno desiderato, non par da met-
ter in dubbio. Se poi 1' abbia conseguito, a me non istà di giudicarlo, lo me
ne rimetterò ad un valentissimo uomo, e per le opere da lui date in luce chiarissimo,
professore delle piiì alte scienze in Torino, e maestro di quel Real Principe.
Egli è il Padre Giacinto Gerdil Barnabita, uomo or- natissimo, il quale, come
ognun sa, scri?e sì nella nostra volgar lingua, come nella franzese, con tan-
ta proprietà e grazia, che par così 1' una essergli naturale come l' altra. Io
dunque so, che egli scri- vendo ad un amico in proposito della Filosofia mo-
rale del sign. Zanolti, ebbe a dire che egli in leg- gendola credea di aver
ravvisata in certo roodo la forma di quella raaravigliosa eloquenza che tanto
fu da Marco Tullio in Aristotele ammirata, ed è ora da così pochi riconosciuta.
E certo che dove il sign. Zanotti è più preciso e ristretto con un dir franco e
risoluto, mostra che niun altro esempio s'abbia proposto che Aristotele; in
alcuni luoghi però, e massimamente nel fine, ove si scosta dal- l'opinion d'
Aristotele, pare che si scosti alquanto ancor dallo stile, e lasci correre con
maggior am- . 9 piezia l' orazione, venendogli forse in mente Pla- tone. Ma, come
bo detto, non islà a medi giudi- carne. Io credo bene, che tale essendo il
grido di questo libro, qual potrebbe, se la pubblica voce non bastasse,
raccogliersi dalle sopri^ccitate testi- monianze, dovrà esser gradita sgli
studiosi e lette- rati uomini V opera mia, che procurata avendone la ristampa,
ho aperta a maggior numero dì [)er- sone la via di provvedersene; ie quali se
di tanto, mi saranno cortesi, che vogliano, leggendo il li- bro con quella
attenzione che esso merita, di que- sta edizione, far prova, spero, che come io
della lor cortesia, così dovranno esse restar contente della mia diligenza.
PREFAZIONE DELL' AUTORE AL SIG. M. LUCREZIO PEPOLI NOBILE E PATRIZIO BOLOGNESE
, GENTILUOMO VENEZIANO ECC. \^uanturique io, come voi sapete, ornatissimo e
gentilissimo signor Marchese, mi sia messo a scri- vere questo Trattato di
Filosofia morale per coman- damento vostro e per voi solo, e perciò speri che
egli debba esser letto unicamente da voi, essendo unicamente per voi scritto^
ad ogni modo, perchè potrebbe venire in mano d' altri, i quali, ciò non
sapendo, estimassero me essere incorso in varii er- rori, e di questi mi
riprendessero, io penso di do- vere escusarrai appresso loro. Perchè sebbene
es- sendo voi soddisfatto della mia fatica, poco debbo curare il giudicio degli
altri, non è tuttavia da ^)erDieltere che agli altri dispiaccia quello che a
VQ] è piaciuto eh' io faccia. E quand' anche le mie escusazioni non fossero
ricevute, a me però giove- rebbe di averle fatte, massime cominciando da quel-
ri la che io vaglio che sia la prima, anzila maggiore di tutte^' cioè che se io
ho preso un carico tanto superiore alle mie forze, prendendo a scrivere io
filosofia morale, voi siete quello che me 1' avete imposto; onde avendo comune
con voi la colpa (jare eh' io debba aver comune con voi anche il biasimo; che
di vero mi terrei per molto contento, e, tro[)po più che non sono, mi stimerei
fortunato- incorrendo in alcuna riprensione, nella quale aves- , si voi per
compagno. Per non valermi però di que- sta escusazion sola, quantunque questa
sola bastare mi potesse, non lascerò di ris[)ondere separatamente a ciascuna
delle riprensioni che, secondo eh' io posso antivedere, mi saran fatte. E certo
saran di quegli i quali si maraviglierunuo che io abbia preso a scrivere di
filosofia morale in un tempo in cui così pochi ne scrivono, e pochissimi curano
che se ne scriva. A' quali però rispondendo dico, che se eglino mi
dimostrassero essere la filosofia mo- rale una scienza ignobile e da sprezzarsi
, molto valerebbe la lor ragione; ma essendo ella stafa stimata sempre fra
tutte le altre scienza nobilis sima, e agli oratori ed ai poeti, e a tutti
quelli che s' avvolgono negli aflìiri ed entrano al gover- no delle
repubbliche, sommamente necessaria, non veggo perchè debba accusarsi chi prenda
a scriver- ne, eziandio che pochi ne scrivano; che anzi par- mi da lodar molto
per questo appunto, perchè fa quello che pochi fanno. Saranno ancor degli al-
tri, a' quali parrà cosa strana, che mettendomi io a scrivere in filosofia, abbi;i
voluto seguir Aristo- tele, le cui opinioni e maniera di filosofare sono oggidì
geaeralmente disapprovate; ed altri diranno 12 che la materia della morale vuol
trattarsi con mol- to maggior brevità che non fece Aristotele, dicen- do che al
vivere onesto, senza tante speculazioni, bastano pochissimi precetti, che
posson raccoglier- si in quattro versi; e biasimeranno la lunghezza del mio
libro. Però cominciando da questi ultimi, io non credoj signor Marchese, di
avervi messo per le mani un trattato tant(» lungo, che non possa esser letto ed
inteso da ciii si sia in brevissimo tempo: intanto che io ho temuto assai volle
che voi foste per dolervi più tosto della brevità mia, ed a\ reste desiderato
un trattato più ampio e più diffuso; dal qual però mi sono astenuto, sì perchè
gli altri miei studi non mi consentivano di farlo, sì ancora, e molto più,
perchè scrivendo io que- sto trattato per voi solo, V altezza dell' ingegno
vostro non aveva bisogno di molto lunga esplica- zione. Ma gli altri, che non
hanno tanto ingegno quanto voi, e tutta^ia vorrebbono ridur la mora- le a
quattro versi, io non credo già che aborri- scano la lunghezza, ma più tosto si
infastidiscano della scienza istessa, la qual loro parrebbe sempre troppo
lunga, quantunque fosse brevissimamente trattata; perciocché è sempre lungo
tutto quello che infastidisce. Perchè quanto poi al dire che pochissimi
precetti bastano al vivere onestamente, io noi nego; e so che Socrate fu della
stessa opi- nione; e però solca dire che colui è già grandemen- te virtuoso che
desidera di essere. Nego bene che il fine di quei che scrivono in morale, altro
non sia che il vivere onesto; perchè sebben molti nel principio dei lor
trattati non altro fine hanno detto di avere che questo solo, io credo però,
«he (3 se eglino avesser meglio ricercato V animo lora^ vi avrebbon trovato
anche un' altra intenzione molto nobile e molto necessaria. E questa è di mo-
strare agli uomini non solamente le regole dell'o- nestà, ma farne ancora
intender loro le ragioni,! principii e le cause, per poter poi bene e distin-
tamente ragionarne, ed insegnarle ad altri, e far- ne lezioni da tramandare
alla posterità; il che se non avessero quegli scrittori avuto in animo, non- ne
avrebbono disteso tanti libri, ne tanto ac- curatamente. Ora sebben poche
regole bastano al vivere onestamente, però molto studio e molli avvertimenti e
speculazioni si ricercano a poter ben ragionarne; e quindi è, che non tutti
quelli che praticano V onestà, sono anche atti ad inse- gnarla, e molte volte
meglio ne parlano quelli che non la praticano; richiedendosi in questa materia
assai più studio al ben dire che al ben fare: di che possono facilmente
accorgersi i poeti e gli o- ratori, e tutti quelli che entrano a parlare o
nelle pubbliche o nelle private adunanze, occorrendo loro quasi del continuo di
dover giudicare delle azioni virtuose o viziose degli uomini, ora lodan- dole
ed or biasimandole^ e difendendole spesse volte, e spesse volte accusandole, e
venir sovente a contrasti sopra le usanze e gì' instituti della cit- tà. Delle
quali cose se credono di poter parlare assai bene quelli che non vi hanno
studio niuno, quanto meglio e più speditamente il faranno quelli che, avendovi
posto studio, sapranno subito di- stinguere Tuna virtù dall'altra, e render
ragione degli ufficii di ciascheduna, dividendo il loro di- scorso
acconciamente e con bel modo, e tiaendo- ^4 dolo i^ai veri principii? Il che
però non potranoo fare se non quelli che avranno dato qualche spa- zio di tempo
allo studio della morale. Al quale accostandosi avran pur dovuto in primo luogo
vedere in che sia posta la felicità, direttrice co- mune di tutte le umane
aiioni; e quindi, tratti da essa, procedere alla contemplazione della vir- tù,
ricercandone prima la natura, poi per qual modo e in quante forme dividasi, e
come s'ador- ni di tutti gli altri beni, o sieno quelli che ri- schiarano r
intelletto, o quelli che diconsi esser del corpo, o quelli che si lasciano alla
fortuna. E in questo mare entrando, come avran potuto non trascorrere alla
considerazione di quelle qua- lità deir animo che per una certa similitudine si
fingon esser virtù, e non sono? Come astenersi dalla considerozion degli
affetti che per le varie apparenze in noi si risvegliano? Come passarii
dell'amore? come dell'amicizia? Di che si vede, lo studio della morale poter
essere assai breve a chi voglia vivere onestamente; a chi voglia farne
trattali, o sol anche bene e distintamente, ove che sia, ragionarne, non poter
essere se non molto lun- go. E per venire ad alcun caso particolare, chi non
vede che in quelle adunanze massimamente, in cui trattasi di ridurre a pace le
cavalleresche contese, dovendovisi disputar sempre so[)ra gii uf- ficii della
giustizia, dell' intrepidezza, della man- suetudine, del valore, sopra 1' onore
che nasce da virtù, sopra P ingiuria che lo sminuisce o lo le- va, niente è più
necessiirio che posseder bene i principii della morale filosofia? Nella quale
quelli che sono ammaestrati, senza dubbio ragioneran loUo meglio; laddove
quelli che ne son {.ri\i . on possono parlar che a caso; [)erciocchè seguo- IO
le popolari o{)inioni, che non di rado son fal- e, e si cangiano di dì in dì a
ca[)riccio degli uo- 3Ìni; onde quei che le seguono, decidono le qui- lioni non
secondo i prinri[)ii che mostra la ra- ione, ma secondo quelli a cui per
fortuna s' av- engono. Di che potete essere testimonio voi stesso, ignor
Marchese, che essendo nato in così alto luo- o, e congiungendo a tanta acutezza
d'ingegno e rontezza d'animo una singoiar perizia e destrez- a in o?^n\ maniera
di armeggiare, pare che la na- ura vi abbia posto al mondo per affari di cava
1- rria; ne"* quali essendo sopra l'età vostra versa- issimo, avrete
abbastanza compreso quanto in uelli sia necessaria una non mediocre conoscenza
iella morale filosofia. Ed io credo che per questo abbiate voluto che io no
stenda un trattato, spe- ando forse che altri, mosso dal mio esempio, ne
criverehbe dopo me un migliore. Ma assai s" è Isjlto circa la riprensione
della lunghezza. Venia- 3o alF altra, d'aver voluto io seguire Aristotele ì cui
maniera di filosofare mi dicon essere oggi ì quasi generalmente disapprovata,
parendo an- he le sue ojiinioni disusate e false. Ma quanto ir essere disusate,
io non so perchè alcuno mi ebba per questo riprendere; imperocché se K' pinioni
d' Aristotele diconsi disusate, ciò è argo- lento che furono usate una volta.
Che se le opi - lioni, come le vesti, usandole si logorassero e pLT- icssero il
pregio loro, io concederei volentieri che lon dovessero più quelle antiche
seguirsi che fu- ono un tempo ia grandissima riputazione, poi i6 dopo un lungo
uso sono state abbandonate. Ma perchè invecchiando gli uomini e indebolendosi,
non invecchiano né si indeboliscono le sentenze, chi vorrà oppormi che io mi
allontani dalla con- suetudine seguendo le opinioni d' Aristotele, le quali se
non sono in uso nel presente secolo, fu- rono però in uso in un altro?
Perciocché, volen- dosi seguir 1' uso, non è maggior ragione perchè debba
seguirsi più tosto V uso di un secolo che di un altro, non essendo 1' un secolo
di maggiore autorità che V altro. Ed io so bene che in alcune scienze, le quali
si fondano sopra molte e lunghe osservazioni con esperimenti e prove ricercale,
più vuol credersi agli ultimi secoli, che a quelli che gli precedettero: il che
si vede nella notomia, nella naturale istoria, nella geografia, nell*
astronomia, e generalmente in quasi tutte le scienze fisiche. E ciò è, perchè
gli ultimi possono stabilire le lor dottrine sopra maggior numero di
esperimenti e di osservazioni, che gli antichi non poterono, i quali dovevano
averne minor co[)ia. E per l'islessa ragione dovranno i posteri in tali scienze
creder meno al nostro secoh» che al loro. Glie se la dot- trina morale si
stabilisse essa pure sopra tali co» se, io son d' opinione ancor io, che volendo
se- guire la consuetudine, dovrebbe seguirsi quella degli nltimi; ma fondandosi
essa sopra ragioni e prindpii che in pochissimo tempo si manifestano a tatti,
ne altro ricercandovisi se non una certa acutezza allontanato dal vero. Ed io credo che errino gran-
demente*, perchè se noi vorremo ascoltar la ragio- ne senza dare all' usanza
più di quello che le si dee, io estimo che sarà cosa assai difhcile il deci-
oer ', quale di tanti filosofi che hanno scritto della morale con tanta
acutezza e varietà, abbia colpi- to il vero, e qual no. Intantochè io credo,
che come in altre scienze, così anche in questa, vana ed inutii fatica prendono
quei maestri che vglion prima aver decise tulle le questioni a senno loro, per
insegnarle poscia così, come essi l'hanno de- cise; quasi la decision loro
terminar potesse quelle quistioni che non hanno potuto terminarsi per la
decisione di verun altro; o fosse di maggiore uti- lità agli scolari apprender
ciò che parve vero al lor maestro, il qual forse non era il più eccellen- te
uomo del mondo, che quello che parve vero ai grandissimi ed eccellentissimi. Io
dico dunque che i maestri non debbono pigliar gran pena, se quelle cose che
insegnano, sieno vere o no, purché paia- no vere a molti e grandi uomini, e P
osservazio- ne, o l' esperienza o la dimostrazione non sia lo- ro contraria; il
che avviene talvolta nelle scienze ZA^.oTT;. Optretie. 2 i8 fisiche e
matematiche: nelle altre non può così facilmente avvenire. Anzi io to tanto
innanzi, che ardisco a dire, molte Tolte esser più utile e più conveniente che
il maestro insegni quello che par vero a molti, che quello che par vero a lui
solo, se già egli non stimasse se stesso più che tutti gli altri; perchè se io
dovessi insegnar, per esempio, metafisica a' giovani, e me n'avessi composto
una a mio modo la qua! sola mi paresse vera, chi sa- rebbe però che non volesse
più tosto saper quella di Mallebranche o di Leibnizio, che la mia? IL che se è
vero nelle altre scienze, perchè non an- che nella morale? Cessino dunque di
molestarmi coloro i quali credono, che seguendo le opinioni d' Aristotele, io
abbia seguito il falso: perchè ne è cosa facile il decider ciò; e quando bene
avessi seguito il falso, avrei però seguilo l' opinione e la ragion di
moltissimi, la quale presso gli uomini giudiciosi dee render probabili eziandio
quelle co- se che per altro false parrebbono. tvè io però ho seguito tanto
Aristotele, che da lui non mi sia in alcun luogo, come voi vedrete, signor
Marchese, allontanato; il quale potrete anche accorgervi, che dove r ho
seguito, ho però sempre tenuto 1" oc- chio rivolto verso Platone, di cui.
se ho da dirvi il vero, fuor di modo era acceso; né ho sa[)uto dissimulare
abbastanza i miei amori. E se ho se- guito Aristotele, T ho fatto, perchè m' è
paruto che egli mi offra e ponga innanzi tutte le parti della morale ad una ad
una, e le spieghi con- as- sai beli' ordine; di che Pla.tone non mi è stato
cortese. Alcuni però non approvando la forma del filosofar d' Aristotele, ne
quella maniera di [^ro- _ 19 cedere nelle quislioni, anche per questo mi
ripren- deranno; e ciò massimamente faranno quelli i quali vorrebbono che tutte
le cose si trattassero secondo l'ordine e l'usanza de' geometri. Al che io con-
sentirei volentieri; ma vorrei prima che mi spie- gassero chiaramente in che
consista una tale usan- za; perchè se ella si riduce, come il più suol far- si,
a questo solo, che si raccolgano sul principio di ciascun trattato tutte le
definizioni con quelle domande che, per seguir 1' uso dei geometri, chia- mano
postulati, invece di frapporle, come gli an- tichi hanno fatto, a luogo a
luogo, e secondo che il bisogno ne occorre, io non veggo che gran gua- dagno
perciò si faccia; poiché se quelle definizioni e quelle domande frapposte a
luogo a luogo, con gli argomenti che da esse derivansi. non bastano a chiarir
le questioni^ non basteranno ne meno, essendo raccolte in su '1 principio; e
quindi è che i matematici stessi non sono sempre stati cosi di- ligenti nell'
osservanza di quella regola. Che se l' usanza dei geometri, la qual vogliono
che si se- gua, si riduce a queslO;, che di ninna cosa mai Hf n si dispuli se
prima non sen' abbia formata una chiara e distinta idea, intendendo per qual-
sivoglia noime «quello che più ne piare, onde non debba essere contrjjsto
intorno alle definizioni, io d{»bito grandemente se possa ciò farsi in tutte le
scienze, e se giovi. Imperocché i geometri, non es- sendo obbligali di dir più
toslo di una cosa che di un' altra, possono inten(Jere per qualunque no- me
quello che loro aggrada, e pe» tal modo, quan- to alle definizioni, uscir di
briga; non così gli al- tri. Perchè se egli verrà quistione in alcuna adu- ao
nanza sopra i doveri del cittadino, niente Telerà a colui che ragiona, il dire:
io \oglio intendere per cittadino quello che a me piace; ma bisogne- rà pure
che intenda quello che è piaciuto agli al- tri, e s' accomodi al sentiuieuto
comune, che è va- go bene spesso ed incerto; e se egli vorrà ridurlo a idea
chiara e distinta per mezzo di una giusta definizione, incorrerà per questo
istesso nei du- bii e nelle dispute. E così avvien quasi del con- tinuo, qualor
si ragiona del valore, della cortesia, della gentilezza, della beltà, dell'
ardire, della ge- nerosità, deir onore, e d' infinite altre tai cose; che non è
lecito intendere per questi nomi quel-* lo che ciascun vuole, ma bisogna
rimettersene al- l' uso del popolo, spiegando le voci il meglio che si può. Né
quello è vero che alcuni van pur di- cendo, cioè che non si possa ragionar bene
e ret- tamente di una cosa se non quando ben' abbia una chiara e distinta idea.
Imperocché senza aver- ne una chiara e distinta idea, può tuttavia cono-
scersene alcuna proprietà, la qual conosciuta, infi- nite altre se ne
raccolgano. Di che potrei recare infiniti esempi sì antichi. ^r;me moderni, tratti
da uomini eccellentissimi, i quali hanno trattato di- vinamente di alcune cose
di cuinon avevano qua- si niuna idea, e ne hanno fatto i volumi. E per non
risalire alle età rimote, quale idea ebbe, o curò di avere V immortai T^ewton
della luce, della cui natura lasciò che ognuno disputasse a voglia sua? Pure
avendo scoperto alcuna sua proprietà nel retVangersi, di quanto accrebbe per
questo so- lo la dioUrica? E quella tanto nobile e tanto fa- mosa forza
attraili sa che oggidì s'' è introdotta con 2T COSÌ grande alterigia nelle
scuole dex fisici, chi può sapere che cosa ella sia? L' istesso Newton, che la
introdusse, non s' ardì pur di cercarlo, e ad essa però romoiiso il governo
dell' universo. E tali pur sono tutte le forme e qualità d'i' corpi, e gli spiriti
stessi, e le inclinazioni dell' animo e gli affetti, e tutto ciò che loro
appartiene; delle quali cose non mai si parlerebbe se dovessero prima
aspettarsene le idee chiare e distinte. Sia questa dunque una felicità propria
dei matematici di po- ter sempre rivolgere i lor discorsi alle idee chiare e
distinte; ma non 1' impongano, come una legge, all' altre scienze, le quali o
non possono osservar- la, o non ne hanno bisogno. Ne so se i matema- tici
stessi sempre l' osservino; e se quelli che spie- gano i ministerii dell'
algebra, e quelli che s' af- faticano intorno alle rose infinitamente piccole,
non incorran talvolta in idee confuse ed oscure, delle quali però niente si
turbano; e come n'han- no scoperta alcuna proprietà, stimano ciò bastar loro, e
procedono avanti nei loro argomenti con sicurezza. Il che se fanno essi, non
dovremo ma- ravigliarci, se i filosofi, trattando delle virtù e dei vizii,
faccian lo stesso; e volendo mostrar agli uo- mini le vie della felicità, e
tener dietro a tutti i beni che la contengono, ragionino talvolta di una cosa
prima di averne data la definizione, e talvol- ta non nedieno definizion ninna,
C(»ntenli di rpiel- la idea che ne ha il popolo; della qual poscia non
contentandosi altrove, la spiegano, e piuttosto che definirla, la descrivono; e
ciò facendo tornano più volte allo stesso argomento, e turbano quel bel- r
ordine che i geometri s' hanno proposto. Né bi- 22 sogna riprender tanto
Aristotele, né gli altri an- tichi, che le materie loro trattarono a questo mo-
do. I quali non è già da credere che non cono- scessero i comodi del ragionar
geometrico, ma co* nobbero ancora, vana cosa essere il volergli tra- sferire a
tutte le scienze. E certo troppo duro sa- rebbe il non volere che possa parlare
della virtù, né lodare la temperanza, la liberalità, la cortesia, la
mansuetudine, se non chi abbia studiato in geometria, essendo queste virtù i
mezzi più prin- cipali per conseguire la felicità, a cui son nati tutti gli
uomini, non i geometri solamente. E credo anche che gli antichi, avendo per le
mani argo- menti cotanto illustri, non volesser perdere i co- mx)di dell'
eloquenza, la qual molto meglio risplen- de e più si fa bella con una certa
leggiadra sprez- zatura, trascurando quel ricercatissimo ordine che si soflPre
in geometria, essendole necessario, e par- rebbe affettazione in altre scienze
che non ne han- no bisogno. E qui par veramente, ornatissimo e gentilissimo
signor Marchese, che il luogo stesso mi chiami a dover dire dello stile e della
forma di scrivere che io ho tenuta nel presente compen- dio, la quale a voi
massimamente, che siete in tutte le grazie del dire esercitato, dovrà parer
stretta oltre modo e angusta, e priva eziandio di quei piccoli ornamenti che la
brevità non rifiuta; e parendo a voi tale, non potrà non parere anche agli
altri. Né io mi difenderò da questa accusa- zione, né cercherò di piacervi in
una cosa, nella quale io non posso piacere a me medesimo. Mi rivolgerò
piuttosto a dimandarvene perdono; il qua- le se da vo i otterrò, soffrirò più
facilmente che mi sia 20 negalo dagli altri. E certo voi sapete, con quanta
fretta ed impazienza m' e convenuto scrivere que- sto compendio in mezzo a
molti altri studii che, non che alla politezza del dire, appena mi con-
sentivano che io pensassi a quello che dir dovea. Il che fu anche cagione che
io mi abbandonassi ad Aristotele, credendo di mettermi in buone ma- ni e far
più presto. Però il rilessi come potei, e scorsi qua e là per gli scritti d'
alcuno de' suoi , commentatori, i quali oltre 1' acutezza dei pensa- menti non
hanno altro che sia gran fatto da imi- tarsi; ed io, che da natura mi lascio
facilmente volgere allo stile di quei eh' io leggo, non potea certo da quei
commenti raccogliere né ornamento ne grazia. Aristotele poi ha molte qualità
nel suo dire belle e maravigliose, e. tra 1' altre una certa franchezza e
brevità risoluta con molla gravità, le (]uali, essendo massimamente
accompagnate da mille altre vaghezze, gli stanno bene, e 1' hanno fatto piacer
tanto a Cicerone. Ma se di quelle al- cun poco mi si fosse attaccato, ben vedea
che quel poco trasferito ad altra lingua, e spogliato degli altri ornamenti,
sarebbe in me cattivo, e rimar- rei nel mio dire, così come parmi d' esser
rimase, arido e digiuno, avendo dinanzi agli occhi un e- sempio pienissimo e
abbondantissimo. Ed io certo avrei posto cura per non incorrere in tali vizii,
o, essendovi incorso, per emendarli, se, oltre gli incomodi che già vi ho
detto, non avessi anche 1' animo inquieto fuor di modo e turbato. Per- chè,
oltre quella naturale malinconia che, com^j sdpetej mi è tanto propria che par
nata meco, po- trei dirvi, se fosse luogo, di molte angustie ed an- ^24 sietà
che tuttavia mi stanno intorno all' animo, né lascian d' essere al commosso
spirito tormento e pena, per quanto dicano d' esser nate da bella e nobil
cagione: ma qual che la cagione ne sia, ohe non si allontana però dalla virtù,
affliggono il cuore, e distolgon la mente dagli studii riposati e tranquilli.
Intanto che mi sono sdegnato più volte meco stesso della mia filosofia, e ho
preso in ira gli scritti miei, parendomi presunzion trop- po grande che io
volessi mostrare agli altri la fe- licità che non he sapulo ritrovare per me
mede- simo; e s« il libro non fosse stato fatto per co- mandamento vostro e per
voi, io non so quello che ne fosse avvenuto. Poi pensando meco stesso e
rivolgendomi con l'animo tra le mie cure, ho finalmente considerato, che se noi
non vogliamo che parlino della felicità se non i felici, è da te- mere che
trop[)o pochi saranno al mondo quelli che ne parleranno. E siccome interviene
talvolta in una città, o terra illustre, che non essendovi niun maestro assai
valente o di ballo o di musi- ca, o di pittura o d' altra tal arte nobile e
libe- rale, pur si piglia lezione da chi è men che me- diocre, parendo meglio
saper qualche cosa di quel- le arti che esserne del tutto privo; così essendo
al mondo tanto pochi i felici, o piuttosto non es- sendone ninno, chiunque
voglia lezioni di felicità, debba essere contento di prenderle da qualche
infelice. Senza che molte volte le cose^ meglio che per se stesse, si intendono
per li loro contrarii. 11 perchè dovranno essere attissimi ad insegnare la
felicità eziandio quelli che non la provano, so^ lo che notino diligentemente e
con qualche sta- dio tutto ciò che sentono mancare in loro, e co- noscano ad
una ad una tutte le parti della loro miseria^ il che non è mollo difficile a
chi la pro- va. Comunque siasi, che troppo ornai s'è detto, se il presente
libro \enisse in altre mani che nel- le vostre, e le mie escusazioni non
fossero dagli altri riccTute, a me però basterà che sieno rice- vute da Toij e
quand'anche ciò mi negaste, pure sarò contento di avere obbedito in qualche
modo, e secondo le forze mie, a un cosi grande e così gentil Cavaliere, come
voi siete ; il qual onore per me tanto si estima, ch'io credo che quei me-
desimi che riprenderanno 1' opera mia, dovranno però anche avermene qualche
invidia. i * LA FILOSOFIA MORALE SECONDO l' opinione DEI PERIPATETICI ridotta
in C03IPENDIO Lja. Filosofìa morale è una scienza che insegna all'uomo di farsi
migliore e più felice; donde su- bito si vede , niuna altra disciplina poter
es- sere ne più illustre né più magnifica. Volendo noi esporla brevemente, e
con quella maggior chia- rezza che possiamo, la divideremo in cinque parti.
Nella prima tratteremo della felicità; Nella seconda, della virtù morale in
generale; Nella terza, del'e virtù morali in particolare; Nella quarta, delle
virtù intellettuali; Nella quinta, di certe affezioni o disposizioni d'animo,
le quali sebben paiono degne di laude o di biasimo, non sono però da mettere ne
tra le virtù ne tra i vizii. Il che facendo, poco e in pochi luoghi ci sco-
steremo dall' ordine e dalle opinioni d'Aristotele. PARTE PRIMA — o©^" —
DELLA FELICITÀ. ^^^^^ GAP. I. Come dicasi la Jelicità essere il fine ultimo.
ia. spiegare come la felicità si dica essere il fi- ne ultimo delle azioni,
comincieremo di qui. Le aziotii che V uomo fa sono di due maniere: per- ciocché
altre si fanno senza deliberazione e senza consiglio, come il batter del cuore,
il correr del sangue, il digerire i cibi; e queste si chiamano a- zioni delP
uomo; ed altre si fanno per consiglio e deliberazione, come quando uno aiuta 1'
amico, o mantien fede nel contratto: e queste si chiama- no azioni umane. La
scienza jQsica tratta delle pri- me, delle seconde la morale. Restringendoci
dunque alle seconde, io dico: O- gni azione umana facendosi per deliberazione e
per consiglio- si fa per qualche fine, il qual si vuo- le per un altro fine, e
questo per un altro, fin- tanto che si arrivi ad uno, il qual si vuole non 29
per altro, ma per se stesso, e può dirsi ultimo fi- ne. Così colui cUe vuole il
medico, se lo doman- derai perchè lo voglia, risponderà che lo vuole per la
medicina; e se lo domanderai perchè voglia la medicina, risponderà che la vuul
per la sanità-, e se di nuovo lo domanderai perchè voglia la sani- tà, egli si
riderà della tua domanda: perciocché la sanità non si vuol per altro, ma per se
stessa, e lien luogo d' ultimo fine. Che se egli non avrà vo- glia di ridere, e
vorrà pur rispondere qualche co- sa, altro non snprà dire, se non che egli
vuole la sanità, perchè essa gli sta hene e gli conviene, e insomoìa lo rende
in qualche parte felice. Così tutto quello che l' uom si propone come ultimo
fine in qualunque azione, va a riporsi sotto il no- me di felicità-, del qual
nome gli uomini son tan- to v.'.ghi, che non par loro di star bene se non
possono esser chiamati felici. È dunque la felicità posta neir ultimo fine
delle azioni e dei desiderii degli uomini. E comechè non siasi ancora per noi
dichiarato qual cosa sia cotesto fine ultimo delle azioni, e però non ancor si
sappia in che consista la felici- tàj può tuttavia, per le cose fin qui dette,
facil- mente intendersi che la felicità rende Tuomo così compiuto e perfetto,
che ottenuta essa, altro più non gli resta da volere-, e similmente, che la
feli- cità è da anteporsi a tutte le cose, ed è il maggio- re di tutti i beni.
Imperocché volendosi per se stes- sa ben mostra di avere in se slessa il merito
d'es- ser voluta; non così le altre cose, le quali voglia- mo solamente, perchè
servono alla felicità, né le vorremmo se la felicità non ce le avesse, per co-
sì dire, raccomandate. 5o G A P. I I. , In che consista la felicità. Se ha
quislione in filosofia oscura ed avvolta, si è questa. Veggiamo dunque di
spiegarla a poco a poco, e come possiamo. Egli par certo che il fine ultimo di
qualsivoglia azione umana vada a riporsi o nel piacere o nella virtù^*
perciocché qualunque azione 1' uom faccia, cerca sempre o r uno o V altra; e se
vuole il piacere, non gli si domanda mai perchè lo voglia, parendo che il
piacere sia da volersi per se stesso. E lo stesso dicasi della virtiì.
Riducendosi dunque P ultimo fine o al piacere o alla virtù, pare che la
felicità non debba potere allontanarsi da queste due cose. E quindi son nate
varie opinioni molto tra lo- ro diverse. Epicuro, che fiorì sotto i tempi di A-
ristotele, volle che la felicità fosse posta nel solo piacere, parendogli che
l' uomo non potesse in ul- timo voler altro. La qual opinione prese egli for-
se da Aristippo, che fu capo de' Cirenaici, e fio- ri prima di Aristotele*,
sebbene alcuni credono che Epicuro prendesse tutto da Democrito, il qual fi-
losofo fu della setta degli Eleatici, discendente da' Pitta^orici. Zenone, che
fu capo degli Stoici, e visse intor- no a' tempi d' Epicuro, volle che la
felicità non in altro consistesse che nella sola virtù. Né egli fii'però il
primo a dir ciò; che prima di lui 1' a- '.ea detto Antist-jsne, capo de'
Cinici, il qual visse alquanto prima di Aristotele. ór Platone, che ebbe alla
sua scuola molti grandis- simi uomini, e tra gli altri Aristotele stesso, inte-
se che la felicità dovesse riporsi nella contempla- zione dell* idea del bene;
il che ha bisogno di una spiegazione assai diligente. Noi ne parleremo ap-
presso. Aristotele passò ad altra opinione, la qual noi spiegheremo come avremo
ragionato alquanto del- le altre. GAP. III. La J elicila non è posta nel solo
piacere. Se la felicità fosse posta nel solo piacere, ne seguirebbe, che oltre
il piacere, niente altro re- stasse all' uomo da desiderare; e pure gli
restereb- be da desiderar la virtù, la quale certamente è distinta dal piacere;
dunque non è da dire che la felicità sia posta nel piacer solo. Di fatti chi è
co- lui cui proponendosi due piaceri eguali, l'uno con virtù, l' altro senza,
non volesse anzi quello che questo? Yedesi dunque, che oltre il piacere, vuoisi
ancor la virtù. Poi se la felicità fosse posta nel solo piacere^ siccome tutte
le azioni si fanno per la felicità, co- sì tutte farebbonsi pel piacere; il che
è falso, fa- cendosene molte non pel piacere, ma per altro; e certo colui che
si offre alla morte o per la patria o per l' amico, non pare che cerchi a se
stesso niun piacere: non ò dunque da credere che sia riposta nel piacere tutta
la felicità; ed Epicuro ed Aristippo, elle se 'l credettero, si ingannatono. 52
Ma^ dirà alcuno, le azioni stesse virtuose non per altro si fanno che per quel
piacere che nasce dalla virlùj par dunque che tutte le azioni si fac- ciano pel
piacere. Ed io rispondo, che gli uomi- ni costumati e gentili fanno bensì le
azioni yir- tuose con piacere, ma non per Io piacere. Colui che fa beneGcio
all' amico, lo fa certamente con piacere; ma egli non mira a ciò, mira più
tosto al comodo dell' amico; altrimenti servirebbe non r amico, m;i se stesso.
Che se il virtuoso dirigesse le azioni sue al piacere, egli dovrebbe talvolta
se- guire il vizio, abbandonar la virtù; conciosiaco- sachè meno piacere si
tragga da questa che da quello. Ch3 gran piacere potea promettersi Scevola
allorché slese la mano su '1 fuoco ad abbruciarla? Pur, diranno gli Epicurei,
si vuole il piacere non per altro fine, ma per se stesso; dunque esso contiene
la felicità. Al che rispondo, che potreb- be similmente dirsi delia \irtù, la
qual si vuole non per altro fine, ma per se stessa. Siccome dun- que noi
concediamo loro che la felicità non e po- sta nella sola virtù, così dovrebbono
essi conce- derci che non è posta nel piacer solo. GAP. IV. LaJ'eliciià non è
posta nella sola virtù. Se la felicità fosse posta nella sola virtù, come
voller gli Stoici, ne seguirebbe che bastar dovesse all' uomo la virtù sola, e
questa avendo, non al- tro gli restasse da desiderare; e pure gli restereb- be
da desiderare la sanità che è cosa distinta dal- 33 la virtù, e simiìmente la
robustezza e la bellezza; ed oltre a ciò. le riccbezze, gli onori, i piaceri,
che non sono virtù; dunque non è da concedere che la felicità sia posta nella
\'irtù sola. E per verità chi è colui, che potendo esser sapiente o con sanità
o senza, non volesse anzi essere un sapiente sano che un sapiente ammalato. E
certo la sanità è un bene, volendola gli uo- mini per lei stessa, non per altro
fine; e così può dirsi della bellezza, delle ricchezze, degli onori. Ora se
queste cose mancassero al virtuoso, come spesse volte mancano, chi direbbe che
e^li fosse felice, mancandogli tanti beni? Pure non gli man- cherebbe la virtù;
dunque la virtù non basta al- la felicità. Tu dirai: Gli Stoici pur negarono
che la sani- tà fosse un bene; e lo stesso fecero della robustezza e della
bellezza, e similmente delle ricchezze, degli onori, dei piaceri e degli altri
doni della fortuna, volendo essi che ninna altra cosa fosse da anno- verarsi
tra i beni, fuori solamente la virtù. Il che se è vero, colui che avrà la virtù
avrà ad un tem- po istesso tutti i beni, e per conseguente nulla gli mancherà.
Io rispondo, che gli Stoici non vollero chiamar beni ne la sanità né le altre
cose sopraddette, ma le chiamarono però comode e degne d' essere pre- ferite ai
loro opposti, e d' essere con diligenza procacciate; il che facendo, lasciarono
a quelle cose la natura e 1' essenza del bene, levarono via solo il nome. In
fatti che altro è il bene, se non quello che è da essere preferito al suo opposto,
e da essere voluto e da essere procacciato? Poco Zanotti, Operette. 3 54
ilunque imporla che gli Stoici chiamassero la sa- nità un bsne, ovvero un
comodo, essendo di que- ste voci un sentimento medesimo. E se 1' infer^ mità e
il dolore, e la povertà e l'ignominia non vollero chiamar mali, ciò è nulla:
perciocché le chiamarono incomodi, che è quello stesso. Dirà taluno: L' uomo
sapiente desidera la sa- nità, e le ricchezze e le scienze, per potere eser-
citar la virtù; dunque non è vero che tali cose si desiderino e si vogliano per
lor medesime. Rispon- i do, esser vero che il sapiente desidera tali cose,
perchè servono alla virtù; ma le desidererebbe an- che senza questo. Due
ragioni dunque ha l'uomo savio di desiderare la sanità: e perchè ella è desi-
derabile per se stessa, e perchè serve alla virtù, che è un' altra cosa non
meno considerabile. C À P V. Come dicasi la felicità esser posta nella
coniempla- zion d? un idea. j Piatone distolse gli uomini da tutte le cose ter-
rene, e gì' invitò alla contemplazion d' una idea, nella quale se avesser
potuto mirare una volta, ì disse che sarebbon felici. Pochi si invogliarono d'
una felicità così astratta. ^Soi però dichiarere- mo V opinione di quel grand'
uomo, e comincie- remo da più alti principii a questo modo. Tra le molte idee
che ci si parano dinanzi al- la mente, n' ha alcune che si chiamano singola-
ri, ed altre che si chiamano universali. Le singo- lari sono quelle che ci
rappresentano le cose sin- 55 ■golarì^ come V idea del lai uomo, per esempio di
Giulio Cesare: le universali sono quelle che ci rappresentano certe forme
iistratte, che apparisco- no non in una cosa soia, ma in molte; come l'idea
dell' uomo in generale, per cui ci si rappresenta non un tal uomo, ma la natura
e la forma astrat- ta dell' uomo, la qual apparisce in tutti, E così è V idea
del cittadino in generale, che ci rappre- senta non un tal cittadino^ ma una
certa forma astratta, che apparisce in tutti i cittadini. E tale è V idea del
bello in generale, o Togliam dire della beltà, e 1' idea del buono in generale,
o vo- §liam dire della bontà, ed altre infinite. Credono molti metafisici che
le idee universali si formino cavandole ed astraendole dalle idee singolari; e
per ciò astratte le chiamano: e spie- gano la cosa in questo modo. Veggendo noi
molte cose singolari, ci fermiamo talvolta in quello che è comune a tutte,
senza pensar punto a ciò che è proprio di ciascheduna; e allora è che ci
rappre- sentiamo nella mente una certa forma comune, ca- Tandola dalle cose
singolari, e formiamo l' idea universale. Così veggendo molli uomini singolari.
Cesare, Lentulo, Trebazio, e considerando in essi solamente 1' esser d' uomo
che è comune a tutti, ci formiamo nell' animo un' essenza umana astratta da
tutti gli uomini; e quella è un' idea universa- le. A questo modo ragionano i
più dei metafì- sici, e si credono che quelle forme astratte non abbiano
sussistenza ninna nella natura, e soltanto sieno nelP animo nostro e in quanto
da noi si concepiscono. Ma Platone, il qual solo vai più che tutti gli altri,
ha creduto il contrario, ed ha voìuloche le 56 nature astratte sieno e
sussistano non negli animi nostri, ma fuori, e fossero anche prima che si con»
cepissero: e queste essere eterne ed immutabili, non ristrette da luogo ne da
tempo, alle quali ri-- Tolgiam r animo per un avviso che ce ne danno gli
oggetti singolari, secondo che a noi si presen- tano: onde ci pare di trarle e
pigliarle da essi, ma le abbiamo d' altronde. E secondo una tale opi- nione,
non è da credere che la beltà, la bontà, e le altre essenze che astratte si
chiamano, per noi si formino e sieno soltanto, quanto da noi si con- cepiscono,
perchè né si concepirebbon da noi se già non fossero, né noi le formeremmo
giammai cosi perfette, come le veggiamo. E queste sono le idee tauto famose di
Piatone. Ora accostandoci al proposito, è da sapere, essere stata similmente
opinion di Platone, sostenuta da lui con molte ragioni, che le anime nostre
fossero prima che noi nascessimo; e che a quel tempo, es- sendo libere e
sciolte da'legami del corpo, vedessero molto chiaramente le idee che abbiamo
detto, né in altro si esercitassero che nella contemplazione di esse, per le
quali appresero fin d' allora tutte le scienze, benché immerse poscia ne' corpi
appena se ne ricordino. E come volle che le anime no- stre fossero prima che
noi nascessimo, così anche sostenne con molte ragioni che, noi morti doves-
sero 1' anime rimanere; le quali, se nel corso di questa vita avessero
rettamente operato e con vir- tù, sarebbono ricevute di nuovo tra le idee; ed
appressandosi massimamente all' idea della bontà, e contemplandola e
godendosela, sarian contente e felici. Così Platone levò la felicità da questa.
37 vita, e trasferilla ad un' altra, facendola consistere nella contemplazion
d' un' idea. INè credo che al- tra cosa più nobile né più magnifica sia stata
mai detta in filosofia. Né è V opinion di Platone, siccome io giudico, tanto
opposta all'opinion d' Aristotele, quanto al- cuni si persuadono; imperocché,
come appresso ve- dremo, questi due gran filosofi non son contrarli tra loro di
opinione, ma fanno due diverse qui- , slioni. Ad ogni modo, b*^nchè potessero
le due sen- tenze di leggeri comporsi e tenersi araendue per vere, non molto
piacque ad Aristotele quella Pla- tonica felicità, e principalmente si rivolse
a levar via l' idea astratta della bontà con 1' argomento che segue. Acciocché
si desse 1' idea astratta della bontà bisognerebbe che tutte le cose che noi
diciamo buone, avesser comune non solo il nome, ma an»- che una certa forma di
bontà che fosse in tutte la medesima*, poiché questa forma tratta fuori e
svelta, per così dire, dalle cose singolari, sarebbe appunto l'idea della
bontà. Ora quante cose diciamo buone, le quali però niente hanno di comune se
non il nome.'' Chi dirà essere la medesima forma di bontà nella virtù e nel
cibo, benché buoni si dicano e l' uno e 1' allra.^ Così argomentava Ari-
stotele molto sottilmente centra il suo maestro. 38 GAP. VI. Lajelicità è posta
nella somma di tutti i beni che cojii^engono alla natura. Dicendosi j la
felicità esser posta nella somma di tutti i beni che convengono alla natura
dell' uo- mo, pare che niente venga a stabilirsi, se prima non si stabilisca
quali beni sieno quelli che alla natura dell' uomo sono convenienti.
Imperciocché anche gli Epicurei potrebbon dire, la felicità es- ser posta nella
somma di tutti i beni che conven- gono alla natura dell' uomo, riducendogli
tutti al piacere; e similmente potrebbon^ fare gli Stoici, ri- ducendogli alla
virtù, e i Platonici alla contem- plazione. Ma prima di stabilire quai sieno i
beni che convengono alla natura dell' uomo^ par che debba stabilirsi qua! sia
questa natura: ciò che fe- ce con assai bell'ordine Aristotele. E dunque
l'uomo, secondo Aristotele, per natura sua composto d' anima e di corpo; e tale
essendo, ha bisogno servirsi quasi continuamente di cose estrinseche. E ciò
posto, chi non vede che alla na- tura di lui si convengono così i beni dell'
animo come quelli del corpo, ed anche gli estrinseci? e però convenirglisi le
scienze, le virtù morali, la sanità, la bellezza, gli onori, le ricchezze e gli
al- tri doni della fortuna? Essendo dunque la felicità posta nella somma di
tutti i beni che alla natura convengono, bisognerà dire che ella sia posta nel-
la somma di tutte le sopradette cose. Ma la natura dell' uomo vuoisi
considerare an- cora più sottilmente; perciocché alcuni hanno vo- 39 iuto
riguardar 1' uomo come solitario, e non ap- partenente che a se stessoj ed
altri hanno toIuIo considerarlo come nato non solamente a se slesso, ma anche
alla repubblica^ ed è cosa chiara, che secondo queste diverse considerazioni
bisogna an- cora stabilire fini diversi, essendo altri i beni che convengono al
solitario, ed altri quelli che con- vengono al cittadino. E qui entrerebbono
due quistioni, diverse in vero r una dall' altra, ma però tra loro congiun-
tissime; cioè se l'uomo sia composto d'anima e di corpo, e se sia nato alla
società; perchè sebben pa* re che Aristotele non ne dubiti, non è però da
sprezzarsi l'autorità di Platone, il qual volle che l'uomo non fosse altro che
l' animo- né più il cor- {)0 gli appartenesse di quel che appartengono i ceppi
al carcerato. E in verità che altro poteva egli dire, considerando che l'animo,
appresso la morte, si rimarrebbe in eterno senza il corpo? Certo che la naturai
ragione non altro poteva in- segnargli. Che se 1' uomo non è naturalmente cor-
poreo, come potrà e^li dirsi che sia naturalmente ordinato alla società? La
qual non gli appartiene se non quanto, essendo egli nella prigione del cor*-
pò, gli conviene di vivere per qualche tratto di tempo con altri prigionieri a
lui simili. Così Pla- tone. Ma Aristotele considerava V uomo come compo- sto
naturalmente d' anima e di corpo, e lo invi- tava alla società. Però non è da
maravigliarsi che Platone proponesse all'uomo una felicità, ed Ari- stotele un'
altra; imperocché condotti da principii diversi cercarono cose diverse; quegli
la felicità del solitario, e qtiesli dell' uom civile. 4o In fatti arendo poi
Aristotele divisa la felicità in due, in quella del solitario e in quella
dell'uom civile, chiamò la prin)a deopv^tiKr^v^ noi diremo contemplativa; e la
fece consistere nella contem- plazione ne più né meno come Platone avea fatto.
E questa felicità tanto apprezzò, che 1' antepose a queir altra dell' uom civile,
come più nobile di €5sa e più prestante, e degna solo delle forme se- parate e
delle intelligenze sempiterne. L'altra poi, che egli chiamò TtoXiLXiKriVi noi
diremo cittadine- sca, o civile, volle egli che fosse, quantunque men nobile,
tuttavia più consentanea alla natura del- l' uomo ; e la stabilì, come sopra è
detto, nella som- ma di tutti i beni, sì d' anima, come di corpo e di fortuna;
e a questa felicità chiamò gli uomini, lasciando quella Platonica beatitudine
agli Dii. GAP. VII. La felicità civile è posta principalmente neW esercizio
della virtù. Essendo la civile felicità posta nella somma di molti beni, come
sopra è stato dettO;, potrebbe al- cuno voler sapere in qu-al di essi sia posta
princi- palmente, ed io rispondo, esser posta principalmen- te neir azion
ragionevole e virtuosa, essendo que- sta quella che principalmente si conviene
alla na- tura dell' uomo. Nel che mi servirò dell' argomen- to d' Aristotele.
Niente più si conviene al sonatore, inquanto è sonatore, che suonar bene; e al
danzatore, inquan- to è danzatore, che danzar bene; e al cavalcato- re,
inquanto è caTalcatore, che ca*. alcar bene;^ similmente ad ogni professore,
inquanto è tale, niente più si conviene che esercitar bene la pro- fession sua.
Or chi non vede, la profession propria dell^ uomo, impostagli dalla natura, non
altro es- sere che seguir la ragione? Se ciò gli si leTa, non si distinguerà
più dalle fiere. Par dunque che nien- te più gli convenga che far le azioni
ragionevoli e virtuose, e questo esercizio principalmente si ri- cerchi alla
felicità. E perchè l' azion virtuosa può esser fatta in due maniere, per abito
e senz;» abito; e facendosi per abito, si fa facilmente, facendosi senza abito,
si fa dithcilmente e con pena; perù è chiaro che alla felicità quella azion si
richiede che si fa per abi- to', imperocché non essendovi l'abito, l' azion
sa** rebbe faticosa, e la felicità non vuol fatica. Così argomentava
Aristotele, contro cui due ragioni so- no state mosse, alle quali brevemente
risponde- remo. E prima hanno detto, ogni azione esser diretta a qualche fine:
come dunque potrebbe porsi in una azione la felicità la qual non può esser
diretta a niun fine, essendo essa il fine ultimo ? E quelli che così
argomentano, non abbastanza intendono quel che dicono, e non veggono che il
fine dell'a- zione può essere o fuori dell' az.ione, o nell' azio- ne istessa.
Spieghiamo questa distinzione. Il fine può essere fuori dell' azione, come
quando lo scul- tore far la statua, la quale è il fine, ed è fuori del- l'
azione; e quindi è, che finita 1' azione, rimane tuttavia la statua. Al
contrario può il fine essere nell' azione istessa, come quando uno balla per
sol- 42 lazzarsi, il cai fine è il sollazzo, che è posto neW r azione stessa
del ballare; e quindi è;, che ces- sando il ballo, cessa il sollazzo. L' azione
il cut fine è in lei stessa, può dirsi insieme azione e fi- ne, facendosi non
per altro che per lei stessa. Er tale è V azion virtuosa, la quale, chi la
facesse per altro fine che per usar virtù, non sarebbe più a- zion virtuosa.
Però ben disse Aristotele nel libro sesto: eOTL ■ya(p o.vtt^ 'ì^ evTrpa^ia
xs/^oq-i 1^ stessa azion buona è fine. E s^ è così, perchè dubiteremo noi di
dire che nell' azion virtuosa sia principal- mente riposta la felicità? La
quale, per questo ap- punto ohe non è diretta ad altro fine, può dirsi fine a
se stessa; il che similmente dell' azion vir- tuosa si dice. Altri poi hanno
sminuito l'argomento d' Ari» stotele, facendolo valere Iroppo più che non con-
veniva, e 1' hanno piegato e rivolto a questo mo- do. Niente può convenire al
sonatore, inquanto e- gli è sonatore, se non il sonare; nò al danzatore, in-
quanto egli èdanzatore, se non il danzare; né al ca- valcatore, inquanto egli è
cavalcatore, se non il ca- valcare; dunque se noi seguiremo gli stessi esempi,
bi- sognerà conchiudere che niente convenga all'uomo, inquanto egli è uomo, se
non l'azion ragionevole e virtuosa; il che dicendo, bisognerà anche dire che la
felicità non ria posta in altro che nella virtù, e ci accosteremo agli Stoici.
Io però rispondo a que- sto modo. Egli è il vere chs al sonatore, inquan- to è
sonatore, altro non si con ,ien2 ce non il sona^ re;ma ciò accade perchè il
sonatore, inquanto è sonatore , altro non è- che sonatore; e lo stes^ so dicasi
del danzatore^ del cavalcatore e de- gli altri. E simiimente se 1' uomo,
inquanto è 45 uomo, non fosse altro che ragionevole, niente al- tro gli si
converrebbe se non l'azion virtuosa; ma essendo egli ancora composto d' anima e
di corpo e però nato alla società, e chiamalo agli iiiHcii del cittadino, non è
da maravigliarsi, se oltre Pazion virtuosa gli convengano eziandio altri beni,
sani- tà, bellezza, onori, senza cui star non potrebbe la felicità, alla quale
ricercasi principalmente la vir- tù, ma non basta. GAP. Vili. Se possa uno
essere più J elice di un altro. Gli Stoici, i quali ponevano la felicità nella
sola virtù, uguagliando talli i virtuosi, uguagliarono e- ziandio tutti i
felici. E ciò fecero, perchè aven- dosi immaginata una certa virtù
perfettissima e somma, di cui ninna potesse essere maggiore, vol- lero chiamar
virtuoso e felice solamente colui che quella avesse acquistata; e quelli che
noi chiamia- mo virtuosi e felici, e che non giungono a quel- la altissimo
grado, gli chiamavano essi, non virtuo- si, ma vicini alla virtù, nò felici, ma
vicini alla felicità. E a questo modo non dovea certo parer loro che uno
potesse essere o più virtuoso o più felice d' un altro. E similmente
insegnavano non poter V uno es- ser dell' altro più misero, ma tutti i miseri
esser miseri egualmente; consistendo, secondo essi, la miseria nell' esser
privo della somma e perfettissi- sima felicità, nella qual privazione tutti i
miseri sono eguali. Né vai che l'uno sia più vicino alla felicità che P altro,
poiché non giungendoTi nìun di loro, ne sono egualmente privi araendue. E qui
valevansi dell' esempio dei sommersi, i quali e- gualmente annegano ,0 sieno
sott' acqua cento pie-»- di, o un palmo solo; non avendovi altra differen- za,
se non che quelli che sono più giù, son più lontani dalla salvezza, e quelli
che son più alti, veggono la lor salvezza più vicina ed affogano con maggiore
speranza. I Peripatetici ragionarono d' una maniera più popolare, e seguendo
Aristotele si risero degli Stoi- ci; imperocché avendo constltuito la felicità nella
soaima di molti beni, vollero che dovesse chia- marsi felice non solamente
colui che tutti gli a- vesse e in grado sommo ( il qual veramente feli- cissimo
dovrebbe dirsi ) , ma anche colui che ne avesse molti e in grado eccellente,
benché alcuni gliene mancassero. E certo questa è 1' usanza del parlar comune
intorno a tutte le qualità; che non si dice caldo o bianco solamente quel corpo
che ha tutti i gradi del calore o della bianchezza, ma quello ancor che ne ha
molti; né si dice eloquen- te solo colui che ha tutte le parti dell* eloquenza,
ma quello ancora che ne ha conseguito molte, e in esse risplende. Potendo
dunque uno aver più beni che un altro, e quegli stessi beni che ha l'al- tro,
avergli in grado maggiore, perciocché può uno esser più forte e più temperante,
e più liberale e più mansueto e più cortese, e più sano e più robusto e più
bello che un altro; quindi è, secondo i Peripatetici, che l' uno possa dirsi
più felice dell' altro. E par bene che gli Stoi- ci, :*lìontanandosi dall' uso
del parlar comune, mutassero più tosto i nomi che le sentenze. 45 Sebbene
sarebbe anche da vedere, se quella lo- ro felicità perfettissima e somma, di
cui niuna maggiore può darsene, non sia un' immaginazione del tutto Tana e di
sua natura impossibile; per- ciocché essendo la felicità dell' uomo necessaria-
mente finita, comequella che dee proporzionarsi al- l'uomo stesso, il volersela
immaginar tale che non ne possa essere una maggiore, egli è lo stesso che
volersi immaginare una cosa finita, di cui altra maggiore dar non si possa. E
siccome una linea finita non può mai esser tanto lunga, che non pos- sa darsene
una più lunga, nò un numero finito tanto grande che non possa darsene un più
gran- de; così né 'pure una temperanza finita può essere tanto grande, ne una giustizia,
né una prudenza, né lana beltà, ne una forza, che non possa darsene una
maggiore. Ma di queste cose si compone l'umana fe- licità.Egli par
dunquecheniuna umana felicità pos- sa essere cosi grande, che niun' altra
maggiore dar se ne possa. Però veggan gli Stoici, proponendo agli uomini una
felicità perfettissima, di non propor lo- ro una felicità impossibile.
Concediamo dunque questa somma felicità, che essi dicono, a qual- che Dio, e
lasciamo che gli uomini gareggiar pos- san tra loro qual sia più felice e qual
meno. GAP. IX. Delle varie maniere di beni. Essendosi detto che la felicità ci\
ile é posto nel- la somma di tutti i beni che convengono alla na- tura, sarà
cosa molto comoda agli oratori, ed ai 46 ^ _ poeti eziandio, e a tutti quelli
che entrano a par- lar d' affari, 1' aver ridotto la moltitudine dei be- ni a
certe classi, per poter ragionarne, secondo le occasioni, distintamente e con
bell'ordine. Ed ai filosofi è cosa anche necessaria, dovendo essi tral- tarne
partitamente, giacché si fanno maestri di fe- licità; benché però fra tutti i
beni^ ond' essa è composta, non si degnano d' ordinario di spiegar altro che la
virtù. E già tra il popolo è introdotta una certa divi- sione non del tutto
cattiva, per cui dividonsi i be* ni in tre spezie dicendosi altri beni di
corpo, ed altri beni di fortuna. La qual divisione, per le cose dette di sopra,
abbastanza può intendersi, E poi un' altra divisione alquanto più sottile, per
cui dividonsi i beni in dilettevoli ed onesti. Nei dilettevoli si cerca il
piacere, negli onesti si trova il piacere senza cercarlo; perciocché V a- zfone
si fa, non perchè rechi piacere, benché lo rechi. 11 che meglio si intenderà,
come avremo trat- tato delle virtù. Il popolo, che non è avvezzo gran fatto a
pen- sar bene e rettamente, suole aggiungere una terza classe di beni, che egli
chiama utili, e far la di- visione di tre parti. Ma non s'accorge che quella
cosa che noi chiamiamo utile, non è bene in se stessa, ma è più tosto un mezzo
che ne conduce a qualche bene, o sia questo il piacere^, o la virtù. Chi
chiamerebbe utile ciò che non servisse né al- l'uno né all'altra? Non debbon
dunque le coseu- tili numerarsi tra i beni, come le dilettevoli e le oneste;
che se ìa divisione piace al popolo, potrà l'oratore servirsene, non dovrà
servirsene il filo- sofo. E slata quìstione tra i filosofi, se P azion diso-
nesta possa esser mai utile. E certo se ascolteremo gli Stoici, non può.
Imperocché utile è quello che ne conduce in qualche modo alla felicità. Ora es-
sendo, secondo essi, la felicità posta nella sola vir- tù, a cui senza dubio
non può mai condurne l' a- zion disonesta, ne segue di necessità che V azion
disonesta non possa giammai esser utile. Ma que- sta ragione sarà nulla qualor
si neghi che la fe- licità consista nella sola virtù. Consistendo dunque la
felicità nella virtù e nel piacere congiunti insieme. [)are che debba dirsi u-
tile tutto ciò che ne conduce o al piacere o allo virtù^ ma non già ciò che
scorgendosi all' uno, ci allontana dall'altra. E tale si è V azion disonesta,
la quale se adorna la felicità d' alcun diletto, la guasta e la corrompe con la
disonestà; e levando air uomo lo splendore della virtù, lo rende così brutto e
deforme, che niiin [liacere abbellir lo po- trebbe ed ornarlo abbastanza.
Pongasi dunque fuor di dubio, niuna azion disonesta poter veramente dirsi
utile. PARTE SECOINDA DELLA YIRTÙ MORALE IN GENERALE. GAP I. DelV onestà. A.
Ri. le molte verità che si paran dinanzi alla mente; n' ha alcune che si
chiamano speculative, ed altre che si chiamano pratiche. Le speculative son
quelle che ci mostrano una certa cosa essere in certo modo, e niente impongono
che per noi far si debba^ come questa: i pianeti girano intor* no il sole; e
questa: F aria è grave; e questa: ogni triangolo ha tre angoli eguali a due
retti; che tut- te sono verità speculative. Le verità pratiche so- no quelle
che ci impongono di far qualche cosa; come questa: bisogna dare aiuto agli
amici; e que- sta: la parola data è da mantenersi; ed altre. Siccome tra le
verità speculative n' ha di quel- le che si conoscono per se stesse, e si
tengono per vere, quantunque non se ne adduca prova ninna, anzi si assumono
esse a provar lealtre^ onde prin- cipii si chiamano; così parimente tra le
verità pra- ^9 tiche ti' ha di quelle che si manifestano perse me- desime,
senza aver bisogno di dimostrazion niuna^ anzi da esse argomentando si
raccolgono tutte le altre, onde prime verità pratiche posson dirsi. Queste
prime verità f)ralichej con tutte le altre che da esse argomentando si
raccolgono, sono ciò che comunemente si chiama onestà^ e tutte si di- con
regole dell' onesto, e quelle prime principi! dell' onesto, ed anche principi!
della morale. Pirrone, che visse circa i tempi d' Aristotele, e Aristippo, che
fiorì alquanto prima, negarono che si dessero queste prime verità pratiche, le
quali si manifestino da se medesime. Gusì togliendo i prin- cipii levaron via
tutto l'onesto. Lo stesso hanno fatto a questi ultimi secoli due famosi empii,
non del tutto ignoranti, Hobbes e Spinosa^ i quali sic- come hanno levalo i
principi! della morale, così potevano per la slessa ragione tor di mezzo anche
i prÌDcipii speculativi, e in questo modo reaaer vano ogni umano discorso,
anche il loro. Ma dirà alcuno; Se si desse questo onesto che voi dite,
dovrebbono le medesime cose tenersi per oneste in tutti i tempi e da tutte le
nazioni; e pu- re altre cose sono stale tenute per oneste in un tempo, ed altre
in un altro: ed anche diverse na- 2Ì3ni giudicano diversamente: e noi
detestiamo ora certi amori, i (juali si dice che in Grecia a' tem- pi di
Socrate furono stimali onesti; dunque 1' o- neslo non è già egli una eerta
verità che si mani» fesli; è più tosto un nome che gli uomini vanno imponendo
ora ad una cosa ed ora ad un' altra, a piacer loro. 5o Ed io rispondo a questo
modo: Benché tante e tanto varie sieno le opinioni intorno alle regole dell'
onesto, non per questo vuoi dirsi che esse re- gole dipendano dal capriccio
degli uomini, e non sieno per se stesse: perchè anche delle verità na^ turali
potrebbe similmente dirsi che dipendano dal capriccio degli uomini,
considerando le infi- nite dissensioni dei fisici. E i metafisici quante dis-
sensioni hanno? né però credono che le loro pro- posizioni dipendano dal
capriccio. £ Io stesso av- viene in tutte le scienze. Di che credo io due
essere le ragioni: la prima sì èj perchè procedendosi in ogni scienza dai prin-
cipii alle conseguenze per via di argomentazione, non tutti argomentano
rettamente, e però discor- dar debbono nelle conseguenze. La seconda si è,
perchè tra' principii stessi n' ha alcuni alquanto astrusi e sottili, de' quali
non può accorgersi se non cai è d' alto ingegno e vi pon molta attenzione.
Quanti principii hanno i matematici, e i fisici e i metafisici istessi, che
sfuggono facilmpnte e si na- scondono. Potendo dunque avvenire che alcun prin-
ripio si manifesti ad uno, non ad un altro, cjua- lunque volta ciò avvenga,
dovrà seguirne dissen- sione e varietà. Kè diremo per questo che le yerità non
sussi- stano per lor medesime, e che possano cangiarsi a piacere, mutando e
principii e conseguenze a vo- glia nostra. Che se ciò non si dice nel P altre
scien- ze, perchè dovrà dirsi nella morale? la quale se ha alcun principio non
ben noto a tutti, come han- no anche le scienze speculative, ne ha però molti
ìaotissim.ij e che niuno ardirebbe negare, Chi ne- 5i gherà che ben sia far
bene ad altri, potendo far- lo? Chi dirà che la parola data non è da
mantenersi? Chi negherà questa verità, che convenga all' uomo di dire il vero,
se quegli stessi che la negano, in- tendono di dire il vero, negandola, e per
questo appunto la negano? Tanta è la forza della verità e dell' onesto. Che se
i fanciulleschi amori dei Greci furono in alcun tempo detti onesti, ciò forse
fu perchè onesto si chiama anche quello che, quantunque cattivo in sé, tuttavia
non è condannato dalle leg- gi della città, ed è facilmente compatito dagli uo-
mini, e non reca disonore; siccome veggiamo ora, che se una giovane donna,
essendo libera, ami fo- cosamente un giovane parimente libero, si dice 1' amore
essere onesto, non perchè sia buono e me- riti laude, ma perchè le leggi della
città noi con- dannano, ne reca disonore alcuno, ed oltre a ciò vuol compolirsi
la gioventù; ma non per tanto i filosofi il disapprovano. Così può essere che
gli a- mori de' Greci si dicessero onesti per simil modo. E parmi di aver letto
nel famoso Convito, che es- sendosi messo Socrate a sedere vicin di Fedro, sor-
risero tra loro i convitati; ciò che è pur segno che quel Socratico amore,
quantunque non disonoras- se l' uomo, nò fosse punito dalle leggi, pure aves-
se appresso loro alcuna sconvenevolezza e defor- mità. Non è dunque da credere
nò che i Greci sli- massero buoni quei certi loro amori, ne che 1' o- nesto si
stabilisca così a voglia ed a capriccio de- gli uomini; altrimenti potrebbe
dirsi lo stesso e- ziandio de'principii di tutte le scienze. 02 GAP. IL Delle
leggi. Legge altro non è che uq' ordinanza, la quale prescrive agli uomini
qualche cosa da farsi, e che essi son tenuti di osservare; cosi che
osservandola fanno bene, e meritan lode e approvazione, e non osservandola s-i
rendon colpevoli, e sono degni dì biasimo e di castigo. La legge poi si divide
in na- turale e civile, sebben la civile nasce e proviene dalla naturale. La
legge naturale consiste nelle regole dell'one- sto; né solamente in quelle
prime che si chiaman principii, ma anche in quelle altre che da" prin-
cipii per argoDientazione si raccolgono. E tali re- gole sono varamente leggi;^
poiché manifestandosi per esse e dichiarandosi che la tale o la tal cosa dee
farsi dagli uomini, inducon negli uomini ob- bligazione di furia, e gli
condannano come colpe- \oli, se non la fanno. E perchè sentonsi per una certa
voce della natura, che le bandisce per cosi dire, e le promulga nell'animo di
ciascheduno, per ciò diconsi leggi naturali. La legge civile poi è un'ordinanza
di qualche uo- mo, la quale ha forza di obbligar gli altri a far ciò ch'ella
ordina. Come eli' abbia tanta forza, è da spiegarsi diligentemente, {)erchè
certo non pare che l'abbia di natura sua. Chi dirà cheSpeusippo Q Senocrate
sieno obbligati di fare una cosa per questo solo che Alessandro ha dichiarato
pubblica- mente di volerla.'* Quel voler d'Alessandro e quellch pubblica
dicliiarazlone che antorllà hanno di na- ttua loro, onde possano obbligare
altrui? E sono oggidì molti, i quali ridendosi dell'one- sto, come le altre
obbligazioni, così anche questa di cui parliamo, fanno naycere dall' interesse^
in- segnando che il suddito dee obedire al principe, nron per altro, se non
perchè gli torna a conto di così fare. Secondo la qual opinione cessando l'u-
tile in. colui che obedisce, cesserebbe ancora l'ob- bligazione, e dovrebbe il
tutore, qualor credesse di poter farlo con sicurezza, ammazzare il pupillo,
tornandogli ciò a conto. Ma questa \ile filosofia non è degna degli uomini
italiani. E dunque da avvertire che l' onesto, o, vogliam dire, la legge
naturale obbliga gli uomini a man- tener quello di che son convenuti, e, dove
pos- sano far ciò che è necessario al ben comune. Es- sendo dunque necessario
al ben comune che alcu- no proponga i suoi voleri pubblicamente, e che gli
altri vi si .sottomettano; ed essendo di ciò gli uomini convenuti, ne segue,
che se colui a cui sta, propone pubblicamente i suoi voleri, debbano gli altri
per legge naturale sottoporvisi ed obedirgìi; nò dee veruno per cagion del
proprio interesse sot- trarsi all' obbligazione. E di qui nasce tutta 1' au-
torità de' maestrati, a' quali propriamente non o- bediamo noi, ma facendo ciò
che essi vogliono, o* bediamo alla legge immutabile e sempiterna del- l'
onesto. E tanta è l'autorità delTonesto, che comanda a- gli stessi maestrati,
imponendo altamente al prin- cipe di intender sempre nelle sue leggi alla pub-
blica felicità; la qual dovrebbe egli procurare, prò- ^^4 . curando ai
cittadini non sol le ricchezze che tal- volta nuocciono, ma ancora, e molto
più. la virtù che seiiipie giova^ ne dovrebbe voler il bene dei cittadini per
istar bene egli, ma perchè sileno be- ne i cittadini. Il che se facessero i
principi, obe- direbbono all' onesto, e comanderebbono agli uo- mini e
governerebbono le repubbliche alquanto meglio che non fanno. GAP. III. DelV
a-Jon virtuosa. Un' azione fatta secondo le regole dell' onesto chiamasi
virtuosa, così veramente che queste tre condizioni non le manchino: prima che
sia fatta per volontà libera; poi a fine d' onestà; in terzo luogo con fermezza
d'animo e costanza. Spieghia- mo queste tre condizioni ad una ad una. E prima
bisogna che V azion virtuosa sia fatta per volontà libera; poiché le cose che si
movono non per volontà, ma peraltro principio, quantun- que facciano operazion
buona, non si dice però che facciano operazion virtuosa; nò diremo virtuo- sa
una pianta la qual frondeggi, benché frondeg- giando faccia quel che dee, ma
noi fa per volontà. Ed è anche necessario che l' azione si faccia per Tolontà
libera; perchè non si dice mai azion vir- tuosa quella che uno fa, essendovi
tratto da neces- sità. Ma deli' azione volontaria e libera diremo se-
paratamente ne' due capi che seguono. Vuoisi in secondo luogo che 1' azion
virtuosa sia fatta per fine di onestà; il che se non fosse, non 55 potrebbe né
men dirsi fatta secondo V onesto; per- chè colui che fa un'azione, per altro
onesta, ma non col fine di operare onestamente, anzi riguar- dando solo e intendendo
al suo comodo, par certo che adatti 1' operazione più tosto al comodo che
all'onesto, e più operi secondo quello che secon* do questo. Ricercasi in terzo
luogo che 1' azion virtuosa sia fatta con fermezza d'animo e costanza; il che
vuol dire che colui che la fa , dee essere disposto a far- la, qualunque Tolta
ragion lo chiegga. Cosi non si stimerà azione molto virtuosa quella che fa co-
lui il qual paga il debito che è piccolo, disposto di non pagarlo se fosse
maggiore; perchè costui mo- stra di non volere gran fatto scomodarsi per 1' o-
nestà; e s' egli 1' ama, gli manca quella fermezza che nell'amor si richiede.
Kon è alcun dubio che 1' azion virtuosa è degna di laude e di approvazione, e
acquista qualche me- rito a chi l'adopera, rendendolo tale, che ben gli sta, se
ben gliene avviene. E questa verità è tan- to chiara per se stessa e ina
infesta, che può aver luogo tra i principii- Altre proprietà si assegnano dell'
azione virtuosa, delle quali diremo appresso. Diciamo ora dell' azion volontaria.
G A P. I V. Deir azion volontaria. Volontaria si dice quell' azione che uno fa
es- sendo mosso da un principio che è dentro di lui, avendo considerato le
ragioni di farla; e cosi ere- 56 do che voglia intendersi Aristotele là dove
eMice, il volontario esser quello, che /j^^ apX'^ì ^'^ cf.vxo SidoTO ra
y.adszo.GTa. sv Gig 12 n-pahg'f perciorchè le sin- golari circostanze, x»
;«arim^ appartengono due potenze, intelletto e volontà: alla seconda
appartengono le passioni, l'ira, l'odio, l'amore, l'invidia, ed al- tre tali.
Ora avviene spesse volte che la volontà, posta quasi in mezzo tra 1' intelletto
e le passioni, sia quindi invitata dall' intelletto con la rappresenta* zione
del vero e dell'onesto, e quindi tratta e quasi strascinata dalle passioni con
l' offerta lu- singhevole d' alcun piacere; di che la volontà sen- te noia, e
con fatica e difficilmente può indursi a seguir l' intelletto, e far azion
virtuosa contra- stando alle passioni. Ben è vero, che se ella si av- vezzerà a
vincerle, acquisterà a poco a poco un abito, per cui le vincerà poi facilmente.
Così so- no tre cose nell'animo che appartengono all'a- zione, le potenze, le
passioni e gli abiti. Ciò posto, argomenta Aristotele in questo mo- do,
provando che la virtù e un abito. Pare che la virtià, appartenendo all' azione,
debba essere una potenza, o una passione o un abito: ma non è ne una potenza,
nò una passione; dunque sarà un abito. Che poi non sia né una potenza, né una
passione, si dimostra così. Se la virtù fosse una potenza, ovvero una passione,
ne seguirebbe che C3 tutti gli uomini avrebbono la virtù, imperocché tutti
hanno le potenze e le passioni; se dunque non tutti hanno la virtù, bisogna
dire che la vir- tù non sia né una potenza, ne una passione. 01* tre che, gli
uomini si lodano per la virtù, essendo che per questa fanno le azioni virtuose
e lodevo- li; e niuno però si loda per aver la potenza del- l'intendere, o del
volere, poiché tutti l'hanno; dunque la virtù non consiste in una potenza; mol-
to meno in una passione; imperocché niun si loda per esser iracondo, o timido,
o invidioso, essendo che la lode non vuole andar dietro a tali cose. GAP. VII.
Qiial sia il soggetto della virtù e d'alcune proprietà di essa. Non è alcun
dubio che il sojiziì. Avendo noi detto delle azioni virtuose e delle virtù,
ragion vuole che dicasi ancora delle colpe e de' vizii. Diciamone dunque
brevemente. E da avvertire che l' onestà ci prescrive ed ordina al- cune
azioni; alcune altre non le prescrive, ma solo le propone, e quasi le
raccomanda; e quelle siamo obbligati di fare, queste non già; sebbene anche
queste ben sarebbe di farle. Cosi ben sa- rebbe e secondo 1' onesto astenersi
dal vìdo per maggior temperanza, ma ninno obbligo però vi ci stringe; all'
incontrario ognuno ò obbligato a mo- derar l' ira e conservar la fede. Il
contravvenire al prescritto ed all' ordine del- l' onestà è colpa, la quale può
difinirsi azione di- scordante dall' onesto. Il vizio poi non è altro che abito
di commetter colpe; il qual abito, chi vo- lesse, potrebbe dividersi in più maniere
secondo la varietà delle colpe, in quella guisa che secondo la varietà delle
azioni virtuose si dividono le vir- tù. Ma noi lascieremo che altri il partano
a mo- do loro. La colpa poi ha alcune proprietà che sono de- gne di
considerazione. E prima rende colpevole colui che la commette, cioè deforme ed
imperfet- to, e diverso da quello eh' esser dovrebbe; poi Io fa degno di
biasimo e di castigo. !Xè vale il do- ii3 mandare, in che consista una tale
deformità; per- ciocché in qualunque cosa consista , egli è però certo che
colui che ha rubalo, tutti lo stimano reo e degno di castigo; e ì stimarlo così
è lo stes- so che stimarlo brutto e deforme, ed altro da quel- lo eh' esser
dovrebbe. E questa deformità e reità riman nel colpevole quantunque passi l'
azion della colpa; perchè seb- bene colui ha ammazzato jeri il compagno, e
quel- ' la azion non è più, è però in chi la fece la reità d' averla fatta; ne
a toglierla via vale alcun atto che egli faccia, o pentendosi di quel che
commise, o in altro modo; poiché quantunque il ladro si penta, e restituisca
quello che ha rubato, egli è però tuttavia un ladro, ed è colpevole di quel
fur-' to che già fece, ed ha reità in sé; né può dirsi giusto e innocente per
modo alcuno, e tuttavia merita quel castigo che le leggi h^nno imposto al
latro- cinio. So che la filosofia dei Cristiani ha insegnato i mezzi onde possa
giustificarsi, cioè divenir giusto un colpevole; ma la filosofia naturale, eh'
io sap- pia, non ne mostra niuno. E stata quistione tra gli Stoici e gli altri
filo- sofi, se possa una colpa esser maggiore di un'altra, dicendo gli Stoici,
tutte le colpe essere eguali, il eh'? negavano i Peripatetici; la ragion de'
quali può esser questa. Essendo la colpa non altro che un' azion malvagia,
inquanto è discordante dal- l'onesto, quella potrà dirsi colpa maggiore che più
dall' onesto discurda, e quella minore che meno. Ora può un'azione discordar
più dall'onesto, e un' altra meno. Potrà dunque una colpa dirsi mag- giore di
un'altra. In fatti chi negherà, che se due Zanotti, Operette. 8 ii4 azioni
discorderanno dall' onesto, 1' una in tutte le sue circostanze, l' altra in una
sola, non sia quel- la più discordante di questa? Come V ingannare con
giuramento persona amica e in cosa grave; che certo è più discordante dall'
onesto, che non è l' in- gannare in cosa lieve e senza giuramento uno
straniero: poiché questo discorda dall' onesto, in- quanto solo è inganno; e
quello discorda in ogni Fua circostanza. E chi non vede che più discorda
dall'onesto ammazzar suo padre, che involar due scudi al vicino? E certo
siccome naturalmente veg- giamo molte cose esser prescritte dall' onesto, così
pure naturalmente intendiamo alcune esserci im- poste con maggior premura, e,
per cosi dire, con maggiore imperio e autorità, altre con meno; ed esser
maggior colpa contravvenire a quelle che a queste. Sarebbe mollo utile agli
oratori ed a' poeti, massimamente ai comici, aver raccolte le note e i
contrassegni più illustri di ciascun vizio, per po- tere, ricorrendo ad esse,
dipingerne in pochi tratti quando uno e quando un altro, senza aver biso- gno
di tante parole; le quali bene spesso, non toccando quelle note più insigni,
poco vagliono. Polrebbon anche raccorsi le note di ciascuna virtù e di ciascun
affetto. Aristotele ne accennò alquan- te nella Retlorica e nella Morale, e
molte ce ne mostrano i Caratteri di Teofrasto. Ma in un com- pendio non
possiamo andar dietro ad ogni cosa. — c-ceoegcaorri I PARTE QUARTA DELLE VIRTÙ
INTELLETTUALI GAP. I. Che cosa sia virtù iìitelletluale, e quale il soggetto di
essa e v,ual la materia. •ONCiosiACosAciiÈ la parte ragionevole delFani- mo,
ehe chiamasi ancor superiore, contenga due potenze, intelletto e volontà,
avendo noi detto ab- bastanza della seconda, in cui, come nel soggetto loro,
riseggono tutte le virlù morali, resta che di- ciamo ancor della prima. E per
cominciare dalla difinizione , diremo che V intelletto è quella po- tenza che
riguarda le cose, inquanto sono da co- noscersi , che è lo stesso che dire
inquanto sono vere; siccome la volontà è quella polenzci che ri- guarda le
cose, inquanto son da volersi, che è lo stesso che dire, inquanto son buone. E
paruto ad Aristotele, né senza ragione, che V intelletto debba distinguersi in
due facoltà; l'una della quali può chiamarsi coalemplaliva, V altra
consultativa, ovvero deliberativa. La contemplativa è quella che considera le
cyse noii per altro che ii6 per conoscerle, come fa il matematico allorchc
considera il rivolgimento delle sfere. La consulta- tiva è quella che considera
le cose non sol per conoscerle, ma per prender consiglio sopra di es- se e
deliberare: perchè sebbene l'elezione è pro- pria della volontà, sta però all'
intelletto d'' esa- minar le ragioni dell'eleggere. Ora potendo l' uomo di
leggieri ingannarsi e trascorrere in errore tanto nel contemplar le cose che
solo Tuol conoscere, quanto ancora nel deli- berare, è certissimo che egli può
con lo studio, con V industria e col lungo esercizio acquistarsi un abito di
giudicar rettamente e conoscer e co- se, come sono in se, e di vedere alle
occasioni qual consiglio sia da prendersi e qual no; nò può negarsi che questo
abito non sia un compimento e una perfezione delle sopraddette due facoltà.
Laonde non senza ragione si chiama virtù, edi- cesi intellettuale, perciocché
appartiene all' intel- letto; siccome le virtù che riseggono nella volon- tà, e
la rendono moderatrice e signora delle pas- sioni, si chiamano morali,
perciocché appartengo- no ai costumi. Sia dunque la virtù intellettuale un
abito di conoscer le cose rettamente, o si considerino sol per conoscerle, o si
considerino per deliberar^i sopra. E di qui può vedersi qual sia il soggetto
della virtù intellettuale, e qual !a materia; impe- rocché il soggetto si è l'
intelletto medesimo in cui essa virtù risiede, e la materia sono le cose
istesse che si ronsiderano, inquanto son da cono- scersi. E ciò basti aver
detto dell' essenza della virtù intellettuale, e del s€ TÌen daìT amore, pnò in
questo esse- re malvagità, e vi è, quando il piacere sia mal- vagio. Qfielli
che nelle loro amicizie vanno dietro al- l'utilità, come sopra abbiam
dimostrato, si scosta- no dalla vera amicizia, e similmente quelli che vanno
dietro al piacere. V ha però questa diffe- renza, che chi va dietro all'
utilità, non suol ri- cercare alcuna qualità lodevole nella persona che ama,
bastandogli cke ella gli sia utile; laddove chi va dietro al piacere, suol
ricercare nella persona che ama le qualità lodevoli, come la bellezza, la
grazia, la cortesia; il che si vede negl'innamorati i quali non amerebbono la
persona che amano, se non paresse lor brlla e gentile, e costumata e de- gna
del loro amore; e però si scostano meno dal- la ragione e dalla onestà. Non è
però che non pec- chino tutti qualor trascorrano in eccesso. Quelli che seguon
l'utile, peccano più vilmente; gP in- namorati peccano con più gentilezza, ma
[>erò pec- cano. C 4 P. X. Dell' amicizia che nasce dalla virtù. L'amicizia
si dice nascere dalla virtù, allora quan- do uno avvenendosi in un altro, e
trovandolo cor- tese, piacevole, mansueto, ed ornato di scienze e «li virtù, e
di molle altre qualità belle e prestan- ti, gii par degno di essere ben voluto,
e perciò si muove a volergli ogni bene; poiché se tale bene- ^olenza sarà
scambievole, e scambievolmente si manifesterà, sarà quella rara amicizia che si
dice nascere da virtù, ed è il più ricco tesoro che aver possa F uomo in questa
vita. Non è alcun dubio che tale arr.icizia non sia fra tutte la più gentile e
la più nobile; sì perchè è posta in virtù, si ancora [)erchè non ha altro fine
che il ben dell'amico, essendo disgiunta dall'in- teresse e dal piacere; e però
è molto diversa dalle altre due amicizie che sopra abbiamo dette. Seb- bene non
potendo il virtuoso non essere e piace- vole e liberale, e cortese e magnanimo,
non può non essere ancora cosa molto utile e molto gio- conda; e chi l'ama,
inquanto e \irluoso, viene per conseguente ad amarlo anche inquanto è uti- le,
e inquanto è giocondo. E però tale amicizia pare che abbracci in certo modo e
contenga le al- tre due, ed anche per ciò dicesi perfettissima. E pare ancora
che debba essere durevolissima; im- perocché non ricercando negli amici se non
la vir- tù, niente commette al caso e alla fortuna. E questa è quella
maravigliosu omicizia che fu rara ancor tra gli eroi, e baster»ibbe da se sola
a far bello il mondo, quand' anche tutte l' altre bel- lezze gli mancassero. E
certo che ella è grado som- mo e perfettissimo di società, volendosi bene al-
l' amico non per altro fine se non perchè egli ab- bia bene; il che è grado
sommo e perfettissimo di benevolenza, in cui l' uno vuole il ben dell' altro,
ne cerca più, contentandosi di quel puro e nobil piacere che tien semi>re
dietro all' amicizia senza esser cercato. Sono in vero oggidì uioiii, i quali
e»{^.',)i:en(]o gli ufficii della socielà, non altro fine le propun- Zanottì.
Operette, n l62 gono se non 1' utile» e questa loro opinione esten- dono ad
ogni maniera di società, tanto a quella civile che unisce insieme i cittadini,
quanto a quel- l'altra più ampia e più comune che tutte stringe le nazioni, e
l'una con l'altra le congiunge. La ragion de' quali se noi seguissimo,
bisognerebbe dire che ninno dovesse mostrar la via al passeg- giero, qualora
non ne sperasse alcun utile, e che r una nazione non dovesse mai sovvenir l'
altra senza speranza di qualche guadagno, quand' anche potesse farlo
comodissimamente, e fosse 1' altra ri- dotta agli estremi pericoli. Filosofia
barbara e i- numana, che noi lasceremo agli oltramontani, dai quali ci
contenteremo di esser vinti nella ricchez- za e nel potere, purché non lo siamo
nella virtù. Ma tornando al proposito; io dico che l' amici- zia che nasce
dalla virtù, è sola fra tutte 1' altre perfettissima e meritevole di si bel
nome; si per- chè è fondata in virtù, sì perchè contiene perfet- tissima
benevolenza; della quale abbiamo pochis- simi esempli^ e ne avremmo anche meno
se i poe- ti non ne avessero accresciuto il numero con le lor favole. GAP. XI.
Z?' alcune sentenze intorno alV amiciùa. Corrono alcuni detti intorno all'
amicizia, che usciti; cred' io, dalla filosofia, passaron nel popo- lo,
introdottivi forse dagli oratori e dai poeti; e vogliono qualche spiegazione,
perciocché il popo- lo gii dice assai volte senza intenderne troppo be- i63 ne
il significalo. Vedremo dunque di spiegargli in qualche modo. Poi, dichiarate
alcune quistioni e varie qualità propinque all'amicizia, porremo fi- ne a tutto
questo argomento. SENTENZA E stato detto, in primo luogo, che l'amicizia con-
siste in somiglianza; il che vuole spiegarsi, non es- sendo da credere che il
grande non possa essere amico del piccolo, e il b.^llo del bruito, e il ro-
busto del debole, benché sieno tra Ìdvo dissomi- glianti. Io dico dunque che la
somiglianza, in cui con- siste l'amicizia;, e somiglianza di volontà; così che
gli amici, per quanto sono amici, debban volere le istesse cose; non già perchè
1' uno debba voler avere la stessa cosa che vuole aver l' altro, come se
amendue volessero avere la stessa veste o lo stes- so podere, che di qui più
tosto nascerebbe nimi- stà; né anche perchè l' uno debba voler cose si- mili a
quelle che vuol 1' altro, come se volendo 1' uno una spada, e l' altro ne
volesse un' altra del tutto simile, che questo sarebbe atto più tosto di
emulazione che di amicizia; ma perch^ volendo l'uno avere una cosa, e 1"
altro dee volere che egli l'abbia; poiché così volendo, voglion lo stes- so:
come se Scipione volesse avere il comSndo del- l' armata, e Lelio volesse che
egli l' avesse; nel qual caso Lelio e Scipione vorrebbono la medesima co- sa, e
per ciò sarebbono similissimi nel volere. E in questa simigìianza di volontà è
posta 1' amici- zia; perchè se l' uno degli amici vuol quello stes- i64 so che
Tuol l' altro, volendo ognuno il proprio be- ne, ne segue che l'uno voglia il
bene dell' altroy e l'amicizia è posta in questa mutua benevolenza. Né è per
questo che non possa nascere dissen- sione tra due amici, che anri nasce
talvolta, e ne- cessariamente; [)erchè [luò l' uno credere che una cosa gli sia
utile, e però volerla, la qual l' altro stimi inutile, anzi nocevole, e però
non voglia che egli V abbia: e in questo è più tosto dissomiglian- za di
intelletto che di volontà; perchè volendo a- aaendue ciò che è utile,
discordano nel giudicio, slimando l'uno che talcosa sia utile, e l'altro che
non si-i. Così fu quella gloriosa contesa che na- cque tra i due più grandi
amici che sieno slati al mondo mai. Pilade ed Oreste; de' quali volendo l'uno e
l'altro morire, non volea l'uno in niun modo che Feltro morisse, perciocché
niun di loro credea che fosse all'altro cosa buona il morire;laon- de
offerendosi ciascun di loro a morir per l'altro, lasciarono agli uomini un
esempio chiarissimo di una eroica dissensione. Ben è vero, che se la
somiglianza degli amici consistesse solo nel voler V uno il ben deli' altro
così in generale, né mai gli amici si accordassero ne' giudicii loro
particolari, e quello che all'uno [•ar bene, paresse sempre male all' altro, difficil
co- sa saria che l'amicizia durasse lungamente; pei - ciocché in tanta varietà
di giudicii nascerebbono di leggeri le contese grandissime, nelle quali non
suol mantenersi 1' amicizia. E dunque necessaria all' amicizia la somiglianza
delle volontà, e molto anche le giova quella dei giudicii: e perchè a fare una
tal somiglianza mol~ j i65 lo giova la conformità (Iti temperamenli, e della
educazione e dei^li sludii, e 1' uguaglianza dei na- tali e delio stalo; {lerò
si crede che sieno più di- sposti all' amicizia coloro i quali sono conformi in
queste cose, che gli altri; e noi veggiamo che gli uomini si rendon facilmente
benevoli, ed usa- no assai volentieri con quelli che lor son simili di
temperamento e condizione. SENTENZA E stato detto, in secondo luogo, ed è
passalo in proverbio tra i Greci la (fhÀiJV KOLva-, c'ioh che le cose degli
amici sono comuni; onde argomentava leggiadramente Socrate che P uom dabbene
debba esser padrone di tutte le cose, essendone padroni gli Dii, de' quali è
amico. Ed Aristotele diede al proverbio maggiore autorità. Veggiamo dunque co-
me le cose degli amici sieno comuni; perchè cer- to non è da credere che la
moglie e i figliuoli, « molti altri beni che son d'un amico, sieno simil- mente
e nell' istesso modo ancor dell' altro. E primamente può dirsi che le cose
degli amici sieno comuni, e che i beni dell'uno sieno anche dell' altro in
questo modo. Perchè avendo 1' un de- gli amici alcun bene, e {jossedendolo e
godendo- lo, vuol l' altro amico che egli appunto l' abbia, e lo possegga e lo
goda. Quel In-no adunque ha appunto queir uso che egli vuole, e così egli lo
possiede in certo modo. E quindi è, che se l' im- perio de' Greci è di
Alessandro, e ciò vuol Par- menione, egli è per certo modo anche di Parme-
nione, essendo di colui, di cui Parmenione vuole che sia. i66 Può anche
spiegarsi il proverbio de' Greci in altro modo: perchè essendo l* amico
disposto ausar de' suoi beni a vantaggio dell' altro amico, ciò ri- chiedendosi
alla perfetta amicizia di cui parliamo, par che questi venga in certa maniera a
posseder- gli, avendogli prontissimi al suo bisogno. SE>TE!«ZA. In terzo
luogo, è stato detto che 1' amicizia con- siste in una certa egualità: il che
facilmente può intendersi, intese le cose precedenti: poiché pri- mamente
essendo gli amici tra loro simili di vo- lontà e di pareri, come s' è mostrato
di sopra, pa- re che per questo conto possano dirsi eguali, per- chè tutte le
cose simili sono eguali in quello in che son simili. Laonde ben disse
Aristotele: lcfo- T>,'C de (pi/uo. rai o^Olotì;;: V amicizia è ugua- glianza
e similitudine. Poi se i beni dell' un amico sono comuni anche all' altro, come
sopra abbiam dichiarato, chi non vede che anche per ciò viene a indursi tra gli
a- mici una certa egualità? Egualità vi si indu(ìe an- cora per un'altra
ragione: perchè essendo gli ami- ci, come ora vogliam supporre, virtuosi,
quello che è inferiore di grado, non può soffrir lungamente di usar tutte
quelle cerimonie che gli uomini han- no introdotte per ozio, e che egli sa e
conosce es- ser vane. E V altro amico che è superiore di gra- do, non dee voler
soflrire che egli le usi. Così fa- cilmente si ridurranno a trattarsi con
domestichez- la, e come se fossero eguali, salvo se si trovassero in pubblico;
nel qual caso, se non veramente vir- 167 tuosi, obediranno mal volentieri
all'usanza, ma pure obediranno. Quindi è, che i principi e ge- neralmente i
superbi non sono atti all' amicizia, non potendo loro soffrir F animo di
uguagliarsi vaù a veruno in che che sia. SENTENZA. E anche passato in proverbio
che 1' amico d' uno è un altro lui stesso: (piXog aXXoQ avrog^ scrisse
Aristotele; e Cicerone, aniìcus alter idem. Come ciò possa intendersi, lo
spiegheremo in due maniere. In primo luogo, non è fuor dell'uso comune il dire
che ciò che è simile, sia lo stesso. Chi è che veggendo il ritratto di Cesare
assai simile, non di- ca tosto: ecco Cesare, egli è desso ? Che se la si-
militudine, come insegnano gli scolastici, tende al- l' unità, essendo gli
amici similissimi tra loro di volontà e di pareri, come sopra abbiara dichiara-
to, potrà dirsi in certo modo che sieoo amendue una cosa sola, e che 1' uno sia
l' altro. Perchè se il ritratto di Cesare si dice esser Cesare, avendo gli
stessi lineamenti del volto, quanto più dovrem dire che 1' uno amico sia
l'altro amico, avendo la stessa volontà e gli stessi pareri;, che sono i linea-
menti dell' animo ? Iq secondo luogo, può dirsi che l'amico d'uno sia un altro
lui stesso, perciocché gli vuol bene come a se stesso. 11 che però dee spiegarsi
diligen- temente. Io dico dunque che due maniere sono di voler bene; la prima
è, quando si vuol bene anno perchè egli abbia bene, e non per altro fine; l'
al- tra è, quando si vuol bene a uno per altro fine. i68 E non è alcun dubio
che ognuno vuol betie 0 se stesso nella prima maniera, cioè per aver bene, e
non per altro. Ora voleiulo bene anche all' amico nell'istessa maniera, cioè
perchè egli abbia bene, e non per altro, ne segue che egli voglia bene al-
l'amico non altrimenti che a se stesso, e sia Tuna e l'altra benevolenza d'un
istesso genere. ÌSè per questo però vuoisi inferire, che se V uno amico vuol
bene all'altro come a se stesso, gli voglia an- che bene quanto a se stesso;
perchè sebbene la be- ne\olen2ache uno porta a se stesso, e la benevolen- ta
che porla air amico sono di un medesimo gene- re, potrebbono tuttavia non
essere del medesimo grado, ed esser V una maggior dell' altra: di che diremo in
altro luogo, do\e tratteremo dell' amor proprio. GAP. XII. /?' alcune quistìoni
intorno alV amicìzia. Moltissime quistioni sono state fatte intorno al-
l'amicizia. Noi ne sceglieremo alcune; intese le qua- li, non sarà gran fatto
diflicile intender l' altre. QUIST10>E PRIMA. ^e V amicizia sia un atto, o
più tosto un abito. La qual quislione non può dichiararsi, se j&ri&ia
non si spieghi che cosa voglia intendersi in que- sto luogo per alto, e che
cosa voglia intendersi per abito. Per atto vuoisi intendere una certa forma che
è nel soggetto, fin tanto che dura l' operazione; ces- 169 sanfìo l' operazione,
cessa ella pure. Così 1' esser scrivente è un alto il qual cessa, cessando 1'
ope- razion dello scrivere^ finita la quale, 1' uomo non è più, nò si dice
scrivente. Per abito vuoisi intendere una forma che riman nel soggetto, né
cessa perchè cessi 1' operazione: come la nobiltà, la dignità, ed altre; perchè
il no- bile non lascia di esser nobile quantunque si ri- manga dall' operare, e
il principe è principe ezian- dio dormendo. Ora può facilmente vedersi che
l'amicizia è piii tosto un abito che un alto; perciocché 1' amicizia noii cessa
benché cessi di tanto in tanto l'opera- zione; e se Lelio vedrà dormir
Scipione, non di- rà che Scipione non sia suo amico; dirà tosto che Scipione
suo amico dorme. Né perchè dicasi che V amicizia sia un abito^ vuol quindi
conchiudersi che sia virtù; poiché per esser virtù non basta che sia abito in
quella ma- niera che abbiamo ora spiegato; bisognerebbe che fosse uno di quegli
abiti i quali consistono in fa- cilità di operare acquistata per esercizio e
per uso. Però essendo 1' amicizia un abito a quella guisa che abbiamo detto,
resta anche luogo a quistio- nare se sia virtù. QUISTIONE . Se V amicizia sia
virtù. E' par veramente che non debba essere, per due ragioni, delle quali la
prima è questa: La virtù è un abito che si fa con 1' esercizio e per uso, ma la
benevolenza e l'ami- cizia non si fanno a questo modo, non dicendosi 170 mai
che uno voglia bene all' amico perchè ti si è esercitato e vi ha fatto uso, ma
per altro; dunque 1' amicizia non è tìfIù. La seconda ragione è questa: L'
amicizia, essen- do scambievole, non è tutta in colni che P ha ma parte è in
lui e parte è fuori di lui. Cosi l'a- micizia che Lelio hs con Scipione, non è
tutta in Lelio, ma parte in Lelio e parte in Scipione: e cosi pur avviene di
tutte le cose che consistono in relazione e scambievolezza. Essendo dunque che
r amicizia non è tutta in colui che l'ha, ma in parte è fuori di lui, par
certamente che non debba dirsi virtù; poiché la virtù è tutta in colui che r
ha. cioè nel virtuoso, il qual non sarebbe ne si direbbe virtuoso, se la virtù
fosse in lui non tutta intera, ma solo in parte. Non è dunque virtù l'amicizia;
e s'ella è cosa onestissima, come certamente è, e degna di gran- dissima laude,
così che par molto simile alla vir- tù, ciò proviene perchè gli uflacii dell'
amicizia son virtuosi, dovendo 1' amico esercitar spesse vol- te verso l'altro
amico la liberalità, la giustiziala piacevolezza, la cortesia; senza le quali
virtù 1' a- micizia non potrebbe essere. Ed anche per que- sto pare che l'
amicizia non debba ascriversi a^ numero delle virtù, non essendo essa una
parti- colar virtù, ma più tosto una particolar disposi- zione che quasi tutte
le abbraccia e le compren- de. Però ben disse Aristotele che l'amicizia o è
virtù, o è con virtù: apef}^ 1? ^er' apr^ZT^g', dove sebben pare che lasci
alcun luogo alla dubitazio- ne, assai però mostra non aver lui tenuto P ami-
Qizia per virtù, avendone dubitato; oltre che del- 171^ r amicizia ha egli
trattalo ampiamente, non in quel luogo ove prende a spiegar le virtù, ma al-
trove. QtriSTIONE . Se possano aversi molti amici. E' non ha dubio^ che
trattandosi delle amicizie imperfette, se ne possono aver molti^ benché n' ha
di quelle che si accompagnano con la gelosia^ e facilmente si sde- gnano, e
queste non soffrono la moltitudine. Trat- tandosi poi delle amicizie virtuose e
perfette, chia- ro si vede non essere impossibile aver molti ami- ci, non
essendo impossibile l' avvenirsi in molti cortesi e mansueti, e gentili e
magnanimi, e vo- ler loro bene, ed essere ben voluto da loro. Ben è vero, che
ricercandosi all' amicizia V uso fre- quente di non pochi uftìcii, bisogna
vedere che l'averne molte non sia di soverchio peso. E le amicizie famose, che
si leggono nelle istorie, non furon mai che tra due solij ne i poeti le finsero
altrimenti-, forse non parve lor verisimile che tanti virtuosi si trovasser nel
mondo allo stesso tempo, oè fosse poco il fingerne due ia qualche età.
QUISTIONE QUARTA. Come scioìgansi le amicizie. Essendo 1' amicizia una
benevolenza scambievole, come questa cessa nell' un degli amici, cosi tosto
cessa e rorapesi 1' amicizia; né vale che la benevolenza si conservi neir
altro, perchè questo all' amicizia non basta. Quello poi degli amici dicesi
avere sciolta 1' ami- ì-2 cÌ2Ìa, che è stato il primo a depon'e la benevo-
lenza. Può anche sciogliersi V amicizia, restando in a- mendue gli amici la
scambievole benevolenza. E ciò avviene, quando o per malizia di alcuno, o per
qual altro siasi inganno, viene la scambie\ole benevolenza a nascondersi per
modo che 1' un de- gli amici non crede più di essere ben voluto dal- l' altro;
perchè allora quantunque benevo-li si pos- san dire, non però si diranno amici,
essendo 1' a- micizia una benevolenza non solo scambievole, ma anche, come
sopra è detto, ^r^ Àa.vdavoaa, cioè palese e manifesta; ne vale il dire che
fosse una volta manifestata, poiché nascondendosi poscia, è come se manifestata
non fosse. Colui che scioglie e rompe un'amicizia senza averne forte ragione (
ed è diflicile averla ), com- mette gran colpa, perchè distruggendo 1' amicizia,
distrugge una cosa che è molto amica della vir- tù. Che se l' un degli amici
depone la benevolen- za, sciogliendo in tal modo 1' amicizia, non perciò dee V
altro deporla così subito; anzi dovrebbe con- gervarla quanto può, essendo V
amicizia un raro e inestimabil tesoro, di cui debbono conservarsi
diligentemente ancor gli avanzi. QUISTIONE . Se V uomo J'elice abbia bisogno di
amici. Noi, seguendo Aristotele, diremo che ne ha bisogno; non perchè alla
felicità debbasi aggiungere altra cosa, essendo essa contenta di se medesima;
ma perchè a formarla e con)porla richieggonsi tutti i 173 beni che alla natura
dell' uomo convengono, e pe- rò anche l' amicÌ7-ia', e come dicesi clie l' uom
fe- lice ha bisogno della sanila, della bellezza, della TÌrtù, senza le quali
non sarebbe felice; così può dirsi air istesso modo che abbia bisogno delPami-
cizia, se già parlar non volessimo della felicità di un solitario, a cui basta
la conversazion degli Dii; il qual però non so se abbastanza si tenesse bea-
to, quando tra lui e gli Dii non fosse una scam- bievole benevolenza, la qual
si eserciterebbe con alivi ufhcii, e sarebbe una certa amicizia divina, di cui
ora non ragioniamo. GAP. XI IL Di alcune qualità che si accostano alla natura
delV amicizia. Ha molte qualità che veramente non sono ami- eizia, ma però all'
amicizia si accostano e le ap- partengono; a noi basterà dire di queste sei:
Della benevolenza, dell' amore, della concordia, della beneficenza, della
gratitudine , dell' amor di se stesso. DELLA BENEVOLENZA – H. P. Grice: The
principle of conversational benevolence --. Per le cose fin qui dette, assai
può intendersi che cosa sia benevolenza, la quale in vero non ò altro che un
desiderio del bene altrui. Laonde si vede che la benevolenza non è amicizia, ma
è princi{)io di amicizia; perchè se è scnmbievole e dichiarata, diviene
amicizia; e se non r scambie- vole o dichiarata; è solo benevolenza. 1-4 dell'
amore. L'amor poi altro non è che un desiderio di posseder quello che ne piace;
e il possederlo \uol dire averlo pronto e disposto a qualche piacer suo. Onde
si vede che P amore non è benevolen- za, altro essendo volere il ben d' uno, in
che con- siste la benevolenza, ed altro il desiderare di pos- sederlo. E benché
il volgo, e col volgo i poeti ( a' quali hanno Toluto accostarsi gli oratori,
forse più ancora che non conveniva ) confondano bene spesso queste due cose,
chiamando amore la be- nevolenza, e benevolenza 1' amore, non è però che anche
talvolta non le distinguano; laonde acuta- mente disse Catullo amantem inìiiria
faìis Cfigit CiTftare magis, sed bene velie inimts. E il popolo dirà facilmente
che Lentulo ama il vino, ma che voglia bei^e al vino, non lo dirà co- sì
facilmente; è dunque manifesto altro essere l' a- more, altro la benevolenza.
Ben è vero che le cose che hanno senso, e son nate alla felicità diflicilmente
si amano senza vo- ler lor bene; né il giovane amerà la sua donna sen- za
volerle bene, salvo in certi impetuosi sdegni che si frappongono all' amore; di
che abbiaQiu molti esempi ne' poeti latini, i quali erano più sdegnosi dei
nostri, e desideravano di tanto iu tanto che mal venisse alle lor donne. I
nostri son meno iracondi, e si sdegnano più dolcemente; nel 175 che sono da
commendarsi più che i latini. Ma comechè sia, gli sdegni degl' innamorati
sogliono esser brevi, e tornano presto a benevolenza, sen- za la quale gli
uomini costumati non amano. E quindi forse è venuto che le due qualità si
confondano insieme, cioè V amore e la benevo- lenza, prendendole come una
qualità sola. E i fi- losofi stessi hanno voluto compiacere al popolo,
nominando spesse volte amore tanto la benevo* lenza quanto P amore; e per non
confonder le cose, avendo confuso i nomi, hanno dovuto di- stinguer l' amore in
amore di amicizia, che è quel- lo che noi fino ad ora abbiamo chiamato benevo-
lenza, e in amore di concupiscenza, che è quello che noi fino ad ora abbiamo
chiamato amore. DELLA CONCORDIA. La concordia altro non è che un comune con-
sentimento a volere le istesse cose: dico, a volere; perchè potrebbe chiamarsi
concordia anche il con- sentimento delle opinioni; ma questa non è quella
concordia che intende Aristotele nella morale; la qual consiste nella
conformità dei voleri, non nella conformità delle sentenze; e quella appartiene
al- l' amicizia, non questa; potendo benissimo due a- mici aver diverse
opinioni intorno al corso dei pianeti, ma non potendo esser discordi in voler
quelle cose che si conoscono esser buone alP uno od all' altro. Bisogna bene
che gli amici non discordino trop- po spesso tra loro circa gli uflicii dell'
amicizia, stimando 1' uno che sia ufficio d' amicizia ciò che 1' altro stima
cerimonia Tana ed inutile; perchè di qui nascono le querele grandissime, e
spesso so- pra cose piccolissime. Vedete, dice colui, che il tale non venne l'
altr' ieri a farmi riverenza; ed ecco che è già tre ore eh' io son tornato di
villa, ed egli non è ancor venuto a salutarmi, ed an- che 1' anno passato non
venne a darmi le buone feste. E questi queruli, oltreché mostrano picco- lezza
d' animo, turbandosi di cose lievi, non sono molto atti a conservar l'
amicizia, o più tosto mo- strano di non avere amicizia niuna; perocché l'a-
micizia ricerca le signihcazioni veie dell' animo, e si sdegna di quelle che si
fanno per usanza, e non vogliono dir nulla. Isè è però da dirsi che 1' amicizia
sia lo stesso che la concordia; poiché per esser concordi basta volere le
islesse erose; ma per essere amici bisogna che l'uno le voglia per ben
dell'altro. Ond' è, che due, i quali si convengono di fare la stessa co- sa per
ben di uu terzo, si diranno concordi, ma non per questo si diranno amici; anzi
potrebbon essere anche nemici, potendo due nimici concor- darsi insieme a
volere il ben d' un terzo. Gli a- mici dunque son sempre concordi, almeno in
ciò che appartiene alla felicità loro; ma i concordi non son sempre amici.
DELLA BENETICENZA. La beneficenza è una consuetudine di far bene ad altrui, la
quale non è amicizia; dovendo l' a- micizia essere vicendevole, laddove la
beneficenza spesse volte noa è; anzi irJlora è più beneficenza^ quando meno è
corrisposta. ^77 Laonde si vede che nell'amicizia non molto ri- splende la
beneficenza; perchè sebbene colui che fa beneficio all'amico, si chiama
benefico, ed è, più benefico però si stima esser quello che fa be- neficio all'
estraneo; perciocché il primo spera in qualche modo il contraccambio, il
secondo, almen d' ordinario, non lo spera in niun modo. Ben è vero che chi fa
beneficio per fin di otte- nere il contraccambio, non è benefico: perciocché
non fa veramente il beneficio, ma lo cambia . E tali per lo più sono i
cortigiani, e quelli che sem- pre cercano il guadagno , secondo l' opinion dei
quali perduta opera sarebbe fare un beneficio sen- za cambiarlo. E chi è tale^
ha l'animo vile ed ab- bietto. DELLA GRATITUDINE, La gratitudine è una
disposizion d' animo che noi abbiamo a far bene ad alcuno, perchè e^li ha fatto
bene a noi. Ed è diversa da!!' amicizia; per- ciocché quello che è grato, fa
bene solo perchè ha ricevuto bene: ma quello che è amico, lo fa anche senza
questa ragione; e il grato è tutto in- teso a restituire il beneficio, Tamico
non intende restituirlo; anzi intendendo restituirlo, mostrereb- be di essere
poco amico. Laonde le persone gen- tili, facendo alcun favore, non mostrano mai
di larlo in grazia di un altro favore che già ricevet- tero, e studiano più
tosto di esser grati che di parere. E chi fa il beneficio, dee farlo in manie-
ra che non mostri di aspettarne un altro: né dee troppo querelarsi se non gli è
corrisposto; perchè, Zakotti, Operette. 12 178 querelandosi, fa credere di aver
fatto il benefìcio per questo fine. Onde chi manca alla gratitudine, pecca, e
non è però molto virtuoso chi la esige. E poi anche un' altra ragione perchè 1'
amicizia debba credersi diversa dalla gratitudine, e ciò è, perchè l' amicizia
non può aversi con un nemico^ ma la gratitudine può aversi potendo un nemico,
mosso da grandezza d' animo, averci fatto alcun beneficio, di cui noi gli siamo
grati. Altro è dun- que l'amicizia, altro la gratitudine. Io noa so se in tutta
la filosofia sia parte alcu- na o più oscura o più importante di questa; per-
chè se l'uomo intendesse bene l'amore che egli porta a se stesso, più
facilmente stabilirebbe il fi- ne ultimo, il quale è difficilissimo a
stabilirsi per 1* oscurità d' un tale amore. Noi però ci ingegne- remo di dirne
il più che potremo chiaramente, e comincieremo di qui. L'uomo è Tratto per
certo naturale istinto a vo- ler ciò che è buono a lui; e si dice essere a lui
buono tutto ciò che lo rende migliore e più per- fetto e più tranquillo e più
felice, e sono di tal maniera il piacere e 1' onestà; è dunque 1' uomo
naturalmente tratto a voler il piacere e 1' onestà. Or benché dicasi che l'
uomo dee volere quello che è buono a lui, non però dicesi rhe egli deb- ba
volerlo a questo solo fine che a lui sia buono; perchè io posso volere una cosa
che sia buona a me, e tuttavia volarla ad altro fine; e ciò si vede nell'
onestà; perchè chi vuole l'onestà, vuole una 179 cosa che veramente è buona a
lui: ma egli a ciò non mira; mira più tosto alla bellezza eterna ed immutabile
dell' onesto, da cui rapito non pensa più a se medesimo. Ed anche così facendo,
segue l' istinto eh' egli ha di andar dietro alle cose che a lui son buone. E
questo istinto è appunto quello che chiamasi amor di se stesso, principio di
tutte le azioni, il qual le scorge sempre a cosa buona, quando al piacere e
quando alla yirtù. Ben è vero, che di- s^riungendosi in questa misera vita il
piacere dalla virtù, bene spesso avviene che all' uom si propon- ga dall' una
parte il piacere senza la virtù, dall'al- tra la virtù senza il piacere; ed essendo
egli libe- ro, e potendo eleggere qual più gli piace, scostan- dosi dalla
virtù, segue spesse volte il piacere; nel che pecca, seguendo un bene che
allora seguir non dovrebbe. E tanto più pecca, che se egli avesse a- speltalo,
la virtù forse gli avea preparato maggior piacere di quello che possa dargli la
colpa. Così offende la dignità dell'onesto, e mal provede a se medesimo, e
nell' uno e nell'altro non ben segue V amor di se slesso. Per la qual cosa
quelli che tanto gridano con- tro l'amor di se stesso, non bene intendono quel
die dicono; perciocché chi ama se stesso cume con- viene, non cerca il piacere
se non quanto la virtù ghel consente, e noi cerca di modo alcuno, pro-
ponendoglisi la virtù; nel che segue le cose che a lui son buone, seguendo l'amor
di se stesso ret- tissimamente. E se alcun si trovasse che ciò faces- se Con
costanza d'animo e sempre, io non so per- che» egli non fosse quel
sapientissimo e quel feli- i8o Gissimo che i filosofi fino ad ora hanno tanto
de- siderato di vedere- Spiegato così 1' amor di se slesso, non sarà dif «
ficile il dichiarar tre quistioni che sogliono farsi intorno all' amicizia. La
prima si è, se l' amor di se stesso si opponga all'amicizia. La seconda si è,
se 1' un amico più ami se stesso che P altro ami- co. La terza, se amando V
nomo se stesso, possa per ciò dirsi amico di se stesso. Delle quali cose io mi
spedirò brevemente. Quanto alla prima, seguendo Aristotele, dico che Y amor di
se stesso tanto non si o{)pone all' ami- cizia, che anzi la ricerca e la vuole.
E la ragione è questa; 1' uomo tratto dall' amore di se stesso vuo - Je tutte
le cose che a lui son buone; ora 1' amici- zia è a lui buona, dunque dee essere
tratto dal- l'' amor di se slesso a volerla. Ma dicono alcuni: Se uno vorrà
bene all' ami- co trattovi dall' amor di se stesso, vorrà bt'ne al- l' amico,
perchè bene ne torni a lui, e penserà a - 1' util suo; dunque non sarà vera e
perfetta ami- cizia. ISel che si ingannano: perchè 1' uomo tratto dall' amor di
se stesso vuole le cose oneste, le qua- li veramente a lui son buone, come
sopra abbia- mo spiegato,- ma non le vuole per questo fine che- a lui ne torni
bene, né, volendole, pensa all' util suo; e l'amicizia è cosa onestissima;
dunque la , vorrà in questo modo, e non per ben suo. Quanto alla seconda
quistione, dico che l' uno amico più ama se stesso che l'altro amico. E la
ragione si è. Benché V uomo voglia la felicità sua e la felicità dell' amico,
senza riferire né questa né quella ad altro fine, v' ha però questa differenza.
i8i eh' e' vuole la felicità sua per certo istinto impres- sogli dalla natura,
a cui non potrebbe resistere quand' anche -volesse, ma la felicità dell' amico
la vuole per elezione; e non è alcun dubio che più forte è l'impulso
dell'istinto che quello dell' ele- zione. Può anche addurscne un* altra
ragione. Ha dei beni prestantissimi e sommi che l'uomo non vor- rebbe perdere
perchè gli avesse 1' amico, e tale è la virtù; si vede dunque che l' uomo più
ama se stesso che l' amico. Ben è vero, che trattandosi dei beni minori, come
son quelli della fortuna, non dee 1' uomo studiarsi di averne più che V amico;
e molte volte farà gran senno, se dovendo divi- dergli lascierà all' amico la
maggior parte; perchè così facendo, userà cortesia e farà azion virtuosa, e
lasciando all' amico il danaro, terrà per se il piacere della virtù. Quanto
alla terza quistione, spero che i Peripa- tetici non dovranno di me dolersi,
se, avendo io seguito Aristotele in tante altre opinioni, da lui mi scosto in
una; e dico, che quantunque l'uomo ami se stesso, non dee però poter dirsi
propria- mente amico di se stesso; perciocché l' amicizia vuo- ile
necessariamente scambievolezza, la qual non può ritrovarsi in un soggetto solo;
e se Aristotele ar- gomentava non poter l' uomo dirsi giusto verso se stesso,
non potendo essere verso se stesso ingiusto, perchè non doveva egli similmente
argomentare, non poter l'uomo dirsi amico di se stesso, non po- tendo essere di
se stesso nemico ? Fin qui abbiamo detto dell'amicizia, che è un raro dono del
cielo, e poco dagli uomini conosciu« lg2 to; i quali l'hanno disonorala,
imponendo lo sles- so nome a tutte quelle conoscenze e famigliarilà comuni per
cui si conserva una certa società tra gli uomini, e che nascono per lo più dal
bisogno, e alcuna Tolta dal piacere. Ne sono però cattive; anzi soh buone, e
giova averne molte; ma non bi- sogna confonderle con quella perfetta amicizia
cbe fino ad ora abbiamo descritU), né esigerne gli stes- si ulbcii. ÌNel che
molti peccano, i quali essendo- si trovati con uno tre o quattro volte ad un
con- vito, ed avendone ricevuto alcuna cortesia, ed a- Tendogliene fatta
alcuna, così subito lo chiamano amico, e richieggon da lui tanti ufiicii,
quanti ap- pena ne avrebbe richiesto Pilade da Oreste. Per la qual cosa bisogna
ben distinguere queste ami- cizie imperfette da quella perfettissima di cui ab-
biamo trattato, e non esigerne più di quello che a ciascheduna si conviene;
avendo sempre in men- te che la vera amicizia vuole aversi con pochi; la
cortesia, ia gentilezza, la grazia con tutti. GAP. XIV. Del piacere. Kiente è
più difficile che definir iì piacere, es- sendo egli una di quelle cose che
senliamo senza intenderle. Pur diremo, più tosto per descriverlo che per
definirlo, che egli è un certo dolcissimo e soavissimo sentimento dell'animo,
che non è nò vizio né virtù, e si accompagna tuttavia con a- mendue; e benché
paia che si accompagni più volen- tieri col vizio, onde è venuto in sospetto a
molti. i83 pur segue ancor la virtù, quantunque ella se ne sdegni talvolta e
noi curi. Molti, seguendo Aristotele, hanno insegnato con- sistere il piacere
nelF operazion perfetta di alca- oa potenza. E certo se niuna potenza operasse
al modo suo, e come a lei conviene, non la volontà, non l' intelletto, non
quelle altre che più tengono del corporeo e sensi si chiamano, niun piacere po-
trebbe nascerne. E niuno altresì ne nascerebbe qualor la potenza facesse 1'
operazione sua imper- fettamente, cioè con stento e con fatica; onde par certo
che il piacere sia sempre congiunto con l' o- perazione perfetta di alcuna
potenza; ma questo è spiegar più tosto ciò che produce o trae seco \\ piacere,
che il piacere slesso. Comunque ciò sia, egli è certo che tal dottrina apre un
largo campo a molte divisioni del piaoe- re, che saranno agli oratori ed ai
filosofi molto co- mode. E già si vede, che dividendosi le operazio- ni delle
potenze in più maniere, potranno Emche dividersi i piaceri all' istesso modo; e
quindi è na- ta la division dei piaceri in quei dell' animo e quei del corpo
dicendosi piaceri dell' animo quelli che nascono dall' operazione della volontà
o dell' in- telietto, e piaceri del corpo quelli che nascono dal- l' operazione
di altre potenze, le quali non moven- dosi se in qualche modo non le eccita il
corpo, per ciò si dicono sentimenti del corpo. E que«l« istesse due spezie di
piaceri polrebbon divideM in altre, dicendo, per esempio, che i piaceri del
corpo altri appartengono alla vista, altri all' udi- to, ed altri ad altro
sentimento, facendo così mol- te classi di piaceri. Noi però nou andremo dietro
i84 a tante divisioni, non avendone ora bisogno, e le lascieremo agli oratori,
se avvenga loro di dover ragionar del piacere. Essendo i piaceri divisi così in
varie classi, non è da maravigliarsi se gareggin, per così dire, e ron- tendan
tra loro di nobiltà; e par certo che quelli che appartengono all' intelletto, e
quelli che sono amici della virtù, vogliano essere stimati più de- gli altri,
^è senza ragione; imperocché ogni cosa dee stimarsi tanto più nobile e più
pregevole, quan- to è congiunta a maggior perfezione. Però chi è che non stimi
più nobile lo spirito che il corpo? E tra i corpi stessi, chi è che non ammiri
più quello in cui trova maggiore artificio della natu- ra, che un altro? E se
così è, perchè non stime- remo noi molto più nobile e più perfetto quel piacere
che tien dietro all' operazione dell' intel- letto, di quello che segue l'
operazione d^ alcun senso del corpo, essendo quella senza alcun du- bio più
nobile e più prestante di questa? E potrebbe anche più facilmente conoscersi la
varia nobiltà dei piaceri, chi potesse vedere non sol le cagioni ond' essi
nascono, ma anche 1' in- trinseca forma loro. Sebben sono di quegli i quali
credono, tutti i piaceri essere della stessa forma inquanto a loro, né
distinguersi per altro che per le cagioni che gli producono, le quali, benché
di- verse, producono lo stesso effetto. Aristotele non pare che sia stato molto
amico di questa opinio- ne, essendosi ingegnato di dimostrare con tante prove
che i piaceri doxocit aai to udei diafspsLV^ cioè sono anche di spezie
differenti, il che non si direbbe se fossero diff'erenli tra loro solo per l'o-
i85 perazione che gli produce; ne questa estrinseca differenza avrebbe bisogno
di tante prove. Ed io m' accosto volentieri all' opinion d' Ari- stotele; perciocché
parmi assai probabile, che es- sendo le operazioni, onde i piaceri provengono,
di spezie tra loro tanto diverse, debbano esser diverse eziandio le spezie di
quei piaceri che ne provengono; ed altro debba essere il piacere che nasce
dalla conteiuplazion delle cose, altro quello che nasce dai bere, né Io stesso
piacere sentasi nell'amicizia che nel canto. E quindi è, che i diversi piaceri,
come veggiamo, bene spesso si impediscon 1' un 1' altro e si gua- stano; e però
molte volte ne vogliamo uno, e non un altro; così nella tragedia ci
dispiacciono i motti e gli scherzi che nella commedia ci piacerebbono; e ciò
avviene perchè nella tragedia vogliamo il piacere di piangere. Non è dunque da
dire che da tutte le operazioni nasca lo stesso piacere. GAP. XV. Se il piacere
sia per se sfesso un Bene. Aristotele ha negato che il piacere sia per se
stesso un bene, e V ha assomigliato al desiderio; il qual se è di cosa buona, è
buono, se di cattiva, è cattivo; così il piacere se viene da operazion buo- na,
è buono, se da cattiva, è cattivo. Così Ari- stotele; air opinion del quale io
non potrei acco- starmi, se non là dove si cercasse se il piacere sia per se
stesso onesto o disonesto: che certo non è per se stesso né 1' un né 1' altro;
e sol dicesi one- sto quando viene da operazione onesta, e disone-- sto quando
Tiene da operazione disonesta. i86 Ma cercandosi se il piacere sia per se
stesso un bene, non si cerca già se egli sia per se stesso o- nesto: perchè
molli beni sono oltre agli onesti: la sanità non ha in se né per se onestà
niuna; pur chi dirà che ella non sia un bene? E così pur so- no la bellezza,
l'agilità, la grazia, ed altri doni, de' quali non avrebbe voluto Aristotele
comporre la felicità se non gli avesse stimati beni. Essendo dunque che molli
beni si trovano oltre gli onesti, potrebbe il piacere essere per se stesso un
bene, quantunque per se stesso non fosse onesto; e che egli sia di questa
maniera, m' ingegnerò di pro- Tarlo, che che ne abbia pensato Aristotele. Bene
per se stesso si dice esser quello che l'uom desidera senza riferirlo ad altro
fine, perchè non riferendosi ed altro fine, mostra di avere in se stesso la
ragione di essere desiderato, e però di essere un bene per se stesso. Ora a
qual fine si riferisce egli il piacere? E volendo uno alcun pia- cere, chi è
che il domandi a qual fine lo voglia? Par dunque che il piacere sia per se
stesso un beneu E certo, chi levasse al diletto lutto ciò che non è lui, e
ridottolo alla semplicissima forma del pia- cere, lo mostrasse agli uomini,
qual sarebbe tanto insensato che noi desiderasse? E tanto più mi meraviglio che
Aristotele non sia venuto 0[»ertamcnte in questa opinione, avendo egli stesso
mossa una ragione che pur dovea trar- velo; ed è là dove, argomentando dal
contrario, perchè il dolore è un male, ha conchiuso che il piacere debba essere
un bene avafxt^ QV tvit ^^ov^iv ayaSov ti, sivavì imperciocché essendo il
dolcHre s#ufca dubio per se «lesso un male, pò-» 18; -tea similmente,
argomentando dal contrario, con- chiudere che il piacere dovesse essere per se
stes- so un bene. Della qual forma di argomentare 8Ì rise -veramente Speusippo
, e rivolgendola ad altro soggetto, domandò: se l'avarizia fosse un male; ed
essendogli risposto che era, domandò di nuovo: se 1' avarizia fosse contraria
alla pro- digalità; e rispostogli parimente che era, conrhiuse.. argomentando
dal contrario: dunque la prodiga- lità sarà un bene. Argomentava molto
acutamente Speusippo; ma non però diceva il vero; né dovea così di leggeri
trasferir l'argomento d'Aristotele dalla contrarietà del dolore e del piacere
alla contrarietà dell' avarizia e della prodigalità, essendo due con- trarietà
tanto diverse; perciocché 1' avarizia e la prodigalità si oppongon tra loro,
come due estre- mi d'un'istessa virtù; non così il dolore ed il pia- cere. Ma
di ciò altri veggano. Tornando al proposito, domanderanno alcuni: Se il piacere
è per se stesso buono^ come son dun- que alcuni piaceri cattivi? che tali pur
sono i di- sonesti. A che rispondo, che i piaceri disonesti non son cattivi
inquanto sono piaceri, ma san cattivi inquanto son disonesti; cioè a dire,
inquanto si congiungono ad una operazione che è difforme dalle regole
dell'onestà; ed è da dirsi cattiva l'o- perazione, non il piacer che la segue;
e però chi ebborrisce la colpa, non l'abborrisce perche piece, ( che ciò
sarebbe irra^ionevol cosa ) ma \* abborrisce perchè è colpa; siccome chi ama P
azion virtuosa, non l* ama perchè reca incomodo e fatica ( cha ciò sarebbe
pazzia ), ma l'ama perchè è azion vir- tuosai « soffre l'incomodo per amore
della virtù. E dunque il piacere per se stesso un bene, aven- do la forma e la
natura del bene in se stesso; e quindi è, che né alcun uomo felice immaginar
sappiamo, né alcun Dio, se noi ricolmiamo di un grandissimo ed infinito
piacere. E ben potea pas- sarsi Aristotele di quella sua leggiadra compara-
zione, quando assomigliò il piacere al desiderio; perciocché il piacere ha
qualche ragione in se d'es- ser voluto, il desiderio non ne ha niuna; e l'ab-
bondanza dei piaceri fa 1' uora felice, l' abbon- danza dei desiderii non già.
GAP. xvr. Se il piacere sia V ultimo Jine. Essendo io venuto a ragionar del
piacere, non crederò che niuno sia per riprendermi se io tor- nerò ad una
quistione trattata già fin da princi- pio, e cercherò se il piacere sia esso l'
ultimo fi- ne; giacché pare che alcuni non sappiano levarsi di mente che in
esso solo sia posta la felicità. Ed anche Aristotele tornò più d' una volta
alla me- desima quistione, né volle finire i suoi dieci libri della morale
senza aver prima risposto agli argo- menti di Eudosso, il quale avea posta
tutta la felicità nel piacere, adducendone più ragioni. Noi dunque, seguendo
Aristotele, ci accosteremo di nuovo ali' istessa quistione, e non concederemo
per niuna ragione ad Eudosso quello che già negam- mo ad Epicuro. Io dico
dunque quello che ho detto altre vol- te; e ciò è, che la felicità consiste non
solo nel 18^ piacere, ma nel piacere insieme e nella virlùj im- perocché non
può V uomo ess'ir felice se egli non ha tutti quei beni che a lui si convengono,
cioè tutti ì beni a' quali per cerio suo invincibile istin- to si sente esser
trailo; or questi beni, come so- pra è dimostrato, sono il piacere e la virtù;
egli non può dunque esser felice se non ha insieme e piaceri e virlù. Oltre a
ciò, il piacere senza la virtù non può mai essere tanto grande, quanto alla
felicità si ri- chiede; perciocché mancando all' uonìo la virtù, gii manca
eziandio quel piacere che da lei nasce, senza il quale è difficile che egli sia
contento. Ed essendo naturalmente inchinato all'onestà, non può non sentir
dispiacere se non T ottiene. Oual è il traditore, il ladro, l' usurpator,!'
assassiiio, il qual sentendo di essere disonesto, non dispiaccia a se medesimo;
ed avendo mille piaceri, non volesse più tosto avergli con la virtù? della
quale essendo privo, 5ente vergogna e dolore, e ap[>ena ardisce egli stesio
di chiamarsi felice. Però è cosa vana il volere immaginarsi un piacer tanto
grande che ba- sti all' uomo senza la virtù. Ma argomentava Eudosso a questo
modo: L'ul- timo fine altro non è, se non quello che tutte le sensitive cose,o
ragionevoli, o irragionevoli per certo loro naturale istinto appetiscono: ma
questo é il piace- re; dunque l'ultimo fine altro non è che il piacere. Al che
rispondendo, dico che V ultimo fine delle cose sensitive, inquanto son
sensiti\e, è veramen- te il piacere; perciocché, inquanto son sensitive, per
loro naturale istinto ad altro non si movono: ara se le cose sensitive sieno
ancor ragionevoli. icp come r uomo è, e però sieno tratte per naturale istinto
non solo al piacere, ma anche alla virtù, non può r ultimo fine loro consistere
nel piacer solo, ma dee consistere nel piacere e Della virtù; nel piacere
inquanto son sensitive, e cella virtù inquanto son ragionevoli. Argomentava
Eudosso anche a quest' altro mo- do: Il dolore è il sommo dei mali, perchè
veggia- mo che tutti lo fuggono; bisogna dir dunque cht? il piacere sia il
sommo dei beni. Ed io rispondo, che il dolore è veramente un male, e questo ba-
sta perchè tutti lo fuggano; nò è necessario per ciò che eglisia il sommo dei
mali. Così potrebbe il piacere essere un bene, senza però essere il sommo dei
beni. Ma domanderà alcuno:Oual è dunque il sommo dei mali? Ed io risponderò, il
sommo dei mali essere il dolore congiunto alla colpa; che se il dolore si di-
sgiungerà dalla colpa, potrà talor disprezzarsi; qua- si non fosse male, e sarà
lode in ciò; come fecero e Scevola e Curzio, e Bruto, e Catone e tanti al- tri,
che dove non fosse colpa, appena credettero che fosse male il dolore. Essendo
dunque il som- mo dei mali posto nel dolore e nella colpa, par conveniente che
il sommo dei beni si ponga nella virtù e nel piacere. Uu altro argomento di
Eudosso era questo: Quel- lo che si appetisce, e si vuole per lui slesso e non
per altro fine, è il sommo bene; ora il piacer si appetisce e si vuole in
questo modo: il piacer dun- que sarà egli il sommo bene. Al quale argomento
rispondo, che quello che si appetisce e si vuole per lui stfsso, e non per
altro fine, è veramente un bene: ma non è da dirsi per ciò che egli sia il
sommo bene. A cotesto modo poteva anche di- mostrarsi che la virtù sia il sommo
bene, percioc- ché essa pure si appetisce e si vuole per lei stes- sa, e non
per altro finej ma ciò fa che ella sia un bene, non già che sia il sommo bene.
Però non altro può quindi raccogliersi, se non che essendo la virtù un bene, ed
anche un bene il piacere, venga per la congiunzion d'amendue a formarsi quel
sommo inestimabil bene a cui tendono tutti i desiderio dell' uomo, e che noi
chiamiamo feli- cità. Pur dirà alcuno: Se un colpevole non avesse veruno
incomodo, nò quello pure della sinderesi, e fosse intanto ricolmo di tutti i
piaceri, chi po- trebbe dire che egli non fosse felice? Che impor- terebbe a
lui della colpa, quando niun male glie- ne avvenisse? E dunque riposta la
felicità nel pia- cer solo. Ed io dico che il colpevole, il quale ha perduta la
sinderesi, quand' anche avesse tutti i piaceri, non dovrebbe però dirsi felice,
essendo che la fe- licità, secondo l' opinion di tulli, ò uno stato a cui si
ricercano due cose; V una è di render l'uo- mo quieto e tranquillo, l' altra è
di renderlo tale qtjale esser dee. Ora il col{)evole, quand' anche abbia lutti
i piaceri, se però ò colpevole, non è tale, quale esser dee, ma è brutto,
deforme, mo- struoso, orribile, detestabile alla natura; non par dunque che
possa dirsi felice. ÌNè vale il dire, che a lui poco importi della sua
deformità; cercando- si qui, se egli sia veramente brutto e deforme, non so gì'
importi di essere. Ma di questo non più. 192 GAP. XVII. Del desiderio della
felicità. E stato detto molte yolte e da molti, che il de- siderio della
felicità si è lo stimolo di tutte le a- zioni, così che niuna se ne faccia se
non per l'in- citamento di essoj' e che esso è necessario, né può estinguersi
in modo alcuno; e che non ha termi- ne, ma va e procede all' infinito. Le quali
coss e- sporremo orn brevemente, spiegando prima che co- sa esso sia e in che
consista. E dunque il desiderio della felicità un istinto, per cui V uomo
desidera la somma di tutti i be- ni che a lui convengono, e il rendon compiuto
e perfetto. II qual desiderio è certamente nelP uo- mo: perchè sebben pare
talvolta che egli si con- tenti di alcuni pochi beni, non è però che non
volesse avergli tutti quando potesse*, e quindi è, che va dietro ora ad un bene
ed ora ad un altro, non essendo veramente contento di niuno, e vor- rebbe
raccoglierne quanti piià può; e giacché non può esser felice interamente, s'
ingegna pure e si sforza di esserlo in qualche parte. Quindi si vede quanto
poca differenza sia tra il desiderio della felicità e Pamor proprio, se pur ve
n' ha alcuna, e non sono più tosto un istinto solo con due nomi: di che ora
niente leva il di- sputare. È anche chiaro che il desiderio della fe- licità
non è virtù: perciocché non si acquista per abito, ma è inserito dalla natura,
onde istinto si chiama; e per 1' istessa ragione non è vizio nò pure. Spiegalo
a questa maniera il desiderio della fe- licità, può subito intendersi come esso
sia l'inci- tamento di ogni azione. Imperocché niuna azione si fa se non se per
conseguire alcun bene, sia di- lettevole, sia onesto; onde si vede,!'
incitamento di ogni azione dover essere quell'istinto che ci trae verso il
bene; e questo istinto è il desiderio della felicità. Ed essendo così, è anche
manifesto che il desi- derio della felicità è necessario, né può levarsi ^ia,
nò estinguersi in nessun modo. Imperocché se es- so è l'incitamento di ogni
azione, ne segue che qualunque azione facesse I' uomo per estinguerlo, la
farebbe mosso ed incitato da esso stesso, e se- guirebbe il naturai desiderio
della felicità in quel tempo medesimo che egli cercasse e si sforzasse di
sfuggirlo, '^ih altra via potrebbe esservi di lerat da se un tal desiderio, se
non ridursi del lutto al- l' inazione, levando da se ogni intendere ed ogni
volere; il che sarebbe cangiar natura. E qui vorrà forse alcuno che si spieghi
alquan- to ampiamente, come gli uomini pecchino; perchè io ia volontà si porta
sempre al bene, come sopra è deito, e ve la trae un invincibile desiderio di
felicità, egli par bene che niuna azion rea né mal- vagia debba [loter venirne.
E come sarebbe mal- "vagia, provenendo da un desiderio che trae al be«- oe
ed è invincibile ? Questa in vero è difìicoltà importante da spie- garsi; però,
beachc io ne abbia ragionato alquan- to in altro luogo, non lascerò di
ragionarne anche qui un poco più Inrganioule. Io dico dunque, rhe eT quel
piacere che se ne trae, e 1 oltre per V coc^iliynia e dignità loro; e in quelle
vogliamo non Terartiot»{« le cose, ma il piacer;-: io queste vogUajD U co»e; e
il voler quelle non è biasimo, il voler queste è virtù. Ma perchè molli si
hanno pur fitto nell' anioìo che ni una cosa possa Toler- 223 si, uè ìa virtù
pure, se non affine di ottener quel piacere che quindi ne nasce, a manifestar
1' error loro giova scoprirne la cagione. Egli è certo, che volendo 1"
uomo la virtù, sente alcun piacere in volerla; né di ciò è quislione ch'io
sappia. Son dunque alcuni meno accorti, ai quali, perciocché sentoa piacere in
Toler la virtù, par di volere ^ non la virtù, ma il piacere, o più tosto di
voler la virtù per quel piacer solo; né si accorgono, che quand'anche volessero
la virtù per quel piacere, la vogliono però ancor per se stessa. Il che se non
fosse, come potrebbe V uomo seguir così spesso, ccm' egli fa, più tosto la
virtù che gli propone un piccol piacere, che la colpa che gliene promet- te un
maggiore? Non co;ì forse funno i giusti, i forti, i temperanti, i liberali, i
cortesi; i magnani- mi? 1 quali quante volte seguono la virtù , niun piacere o
pochissimo sperandone ! E allora cre- dono d ' essere più virtuosi . Qual
piacere po- tevasi aspettar Regolo , andando incontro ad u- na certissima e
crudelissima morte.'' Qual Curzio, allorché, gittossi nella voriìgine? Qual
Scevola , quando stese la mano ad abbruciarla? E so bene che molli s'ingegnano
e si sforzano di provare, maggior diletto aver sentito Scevola in quell'atto
orribil'i e sj^aventoso, che altri non sentirebbe in uaa soavissima musica, in
un convito. Ma chi è che non senta quanto sien dure e difficili quelle
lorragioai,e quanto sforzo costino ai loro ritrovatori? Le quali però paiono
confutate abbastanza dal *'omun senso. Più dunque valse appresso Scevola, se
rettamente giudicar vogliamo, con un piccolis- simo piacere la virtù, che senza
virtù un piacere 223 grandissimo. E di ciò abbiamo infiniti esempi in tutte le
istorie, a cui molto ne banno aggiunto i poeti nelle lor favole , finti in
verità^ ma non gli avrebbono finti, se non ne avessero prima tro- valo dei
veri. Io mi sono fermato su questo argomento alquan- to più cb' io non volea;
né però voglio pentir- mene, parendomi il luogo importantissimo, e da non dover
trapassarsi da cbiunque voglia trattar materie di morale . E desidererei
grandemente che il signore diMaupertuis l'avesse trattato egli, che l' avrebbe
saputo fare molto meglio di me. Ma egli, non so perchè, ha voluto anzi presup-
porre ciò, di che gli altri fanno quistione;e sen- za recarne ragion niuna,
darci ad intendere che la felicità sia posta nel solo piacerCc, né possa l'uo-
mo Toler altro. Né io però contrasterei molto a chi volesse no- minar felicità
il piacer solo, e non altro, valen- dosi in ciò di quel diritto che con l'
esempio dei matematici si hanno da lungo tempo usurpato i filosofi, di imporre
i nomi a posta loro. Ma chi ciò facesse, e nominar volesse felicità solamente
il piacere, dovrebbe poi bene e diligentemente avvertire, che seguendo tal sua
denominazione, affermar non potrebbe che la felicità foise quel fine ultimo in
cui necessariamente vanno a terminarsi tutti i voleri deli' uomo, se prima non
dimostrasse, tutti i voleri dell' uomo dover terminarsi nel piacere. Ciò che è
difficile a dimo- strarsi; e non avendolo dimostrato il signor di Mau- pertuis,
mi ha tolto la speranza che possa essere dimostrato da altri. Ma di questo fin
qui. 224 Prima di passare avanti, piacemi esponi un du- bio che io non ardisco
di sciogliere: lascierò che lo sciolgano quelli che [)iù sanno di me. Esso mi è
nato là, dove l ' Autor Franzese a misura- re la felicità, Vuole che s'abbia
riguardo al- la lunghe/.za del tempo che ella dura, volendo che in que' suoi
momenti felici, di cui compone i beni, de* quali poi è composta la felicità, si
consi- deri non solamente P intension del piacere, ma la diuturnità altresì.
Alla qual sentenia io mi accor- derei volentieri, se egli 1' avesse dimostrata;
ma avendola sol tanto aflermata senza dimostrarla, non so indurmivi. E certo
parmi che non sia da dis[)rezzarsi 1' autorità degli Stoici, i quali inse-
gnavano il contrario, cioè che ia lunghezza del tempo niente appartenesse alla
grandezza della fe- licità. Perchè siccome un corpo non si dice esser più
bianco perchè segua ad esser bianco per più lungo tempo ; né un uomo si dice
esser più ricco, ne più nobile, né più eloquente, né più virtuoso, perchè
vivendo più lungo tempo, segua anche più lungo tempo ad essere eloquente, o
ric- co, o nobile, o virtuoso; cosi argomentavan gli Stoici dover dirsi dell'
uom felice, la cui felicità se più dura, dee chiamarsi felicità più lunga, ma
non maggiore; come la bellezza di no volto, la qual conservandosi per lungo
spazio di tempo, non per questo divienraaggiore,masolo chiamasi più durevole. E
certo egli pare che la felicità di natura sua aborrisca b successione, né
voglia comporsi di parti die passino e fuggan col tem[)o. Imperocché chi è
colui che metta a conto di fe'icità quello che già passò, e non è più? Chi è
che si creda di e«ser felice, perchè fu uua volta.'' ovvero creda che 225
qualche cosa gli manchi ora alla felicità, perchè non fu felice gli anni
addietro? Così argomenta- van gli Stoici, la cai ragione io non dico che sia
Tera-, dico che è da pensarvi sopra, e da averne considerazione. Senza che, se
V uomo dee misurare la felicità sua, mettendo a conto non solamente le presenti
sue avventure, ma le preterite ancora, e quelle che appresso verranno, chi
potrà fare tutti quei calcoli della felicità che il signore di Mau- pertuis
vuole? Perciocché chi sa le Ticende del tempo avvenire ? Ma di questo si è
detto abba- stanza. i GAP. il. Se nella vita delV uomo più sieno i beni che i
mali. È stato sempre quasi naturai costume degli uo- mini il dolersi e
rammaricarsi della vita presente, come di quella che tutta sia piena di
tribulazioni 9 travagli. Di che una ragione forse è, che aven- do molti udito
dire che i buoni il più delle volle sono infelici, per parer buoni essi,
voglion parere infelici; e perchè veggono la miseria movere com- passione, la
felicità invidia, più volentieri raccon- tano i lor travagli che le loro
prosperità. 1 filo- sofi hanno dato autorità alla querimonia; e descri- vendo
agli uomini una somma e perfettissima fe- licità, a cui niuno in questa vita
può giungere, han fatto lor credere di essere più infelici ancor che non sono.
Hanno anche creduto, confermando la malinconia, di stimolar maggiormente gli
animi Zai^otti, Operette, f5 226 alia Tirtn. Agli oratori non pareva di essere
ab bastanza eloquenti, se non mostravano di seguir' i pensamenti dei filosofi.
E i poeti ancora hanni accresciuta non poco 1' opinione della comune mi seria
con le lor favole, avendole quasi tulle tes sute dì tristi e dolorosi
avveaimenti: così che pa re che gli uomini abbiano posto non so quale stu dio a
rattristarsi. Io cred3va però che il signore di Maupertui dovesse rattristirsi
meno degli altri; perciocché vo lendo egli che debba V uomo esser felice, e
chia marsi contento della vita, sol che la somma d; beni superi alcun poco
quella dei mali, quanti f; liei dovrebbon essere al mondo secondo lui/* Per che
son pur pochi quelli, i quali dopo aver fatt' diligentemente il calcolo dei
beni e dei mali, noi sieno tuttavia contenti di vivere. E quanti ne so no degli
allegri e sollazzevoli che non hanno bi «ogno di lungo calcolo? Parca dunque
che poles se il signor di Maupertuis rallegrarsi alquanto più e scrivere il
secondo capo del suo libro con rre no malinconia. Al qual capo se noi
attendessimo bisognerebbe dire che nella vita ordinaria dell'uc mo fosse la
somma dei mali sempre maggiore dell somma dei beni, e che però ninno dovesse
esse contento di viverci. Ma veggiamo brevemente 1 ragioni che egli ne adduce.
Primamente, argomenta a questo modo. Il vive dell' uomo altro non è che un
continuo desiderar di passar d'una ad altra cosa, e così cangiar con linuamente
quella commozione o sentimento del r animo che i presenti oggetti in lui
risvegliane Il che se è vero, mostra bene che l'uomo non 227 giammai contento
di quel sentimento che egli pro- va al presente, e più tosto amerebbe non
averlo; e ciò posto, quel sentimento è un male ; dunque tutta la vita non è altro
che una continuazione di mali. Così l' Autor Franzese. Leviamo via noi, se
possiamo, questa disperazione. Io estimo dunque che non ogtii sentimento dell'
animo, il qual vo- glia cangiarsi, debba dirsi male, potendo voler can- giarsi
un bene in un altro maggior bene; il che fa- cendosi, non lascia quello che si
cangia di essere un bene, ma è un bene minore. Come se uno can- giar volesse il
piacere che a lui viene dalla ric- chezza in quello che a lui venir potrebbe
dalla scienza; che non per ciò si direbbe che la ricv-^hezza non fosse un bene,
ma direbbesi che è un bene minore della scienza. Ne mi si dica che . secondo la
definizione del Franzese, il male non è altro che un sentimento delF animo che
l' uomo vorrebbe non avere, an- teponendo la privazione di esso a lui stesso.
Per- chè colui che vuol cangiare un bene in un altro, non antepone al bene che
vuol cangiare, la pri- vazione di esso, ma gli antepone un altro bene.
Altrimenti se fosse male tutto quello che vuol can- giarsi, qual cosa sarebbe
non mala ? Guai bene è che l'uomo, possedendolo, non Io cangiasse di buo- na
voglia in un maggiore.'^ Senza che, quante vol- te interviene che l'uomo voglia
cangiar quel be- ne che ha in un altro, e non voglia però cangiar- lo di
presente ? Imperocché conoscendo che quel bene che egli ha, gli conviene ora, e
tra [;oco glie- ne ceaverrà un altro, è contento di godersi ora quello che ora
gli conviene, desiderando poscia 238 di cangiarlo ìq altro che ad altro tempo
gli cod- Terrà; ne dirà per questo che non sia un bene quello che egli ora si
gode. Perchè se male dee dirsi tutto ciò che noi desideriamo che cessi una
Tolta e si cangi, male sarà la commedia, male la caccia, male il convito;
perciocché chi è che vo- lesse che la commedia, o la caccia o il convito du- rasse
sempre? Ma [)oichè siamo entrati a dire del desiderio, è- da rimovere P
opinione di alcuni, i quali ogni de- siderio indifferentemente mettono a luogo
di in- felicità e miseria, ne vogliono che possa esser fe- lice un desideroso.
Il che quantunque possa con- cedersi a quei filosofi, i quali non vogliono
chia- mar felice se non colui che abbia tutti i beni, sd a cui nulla manchi,
non dovrebbe però nò po- trebbe concedersi al signore di Maupertuis^ secon- do
l' opinion del quale può l'uomo felice avere quanti mali si vogliano, purché i
beni che egli ha, alcun poco gli superino; onde segue che potrebbe r uomo esser
felice, e tuttavia sentir 1' affanno del desiderio, solo che avesse tanti beni
che superas- sero queir affanno alcun poco. Ma sono, a mio giudicio, da
distinguersi i desi- derii, essendone altri inquieti ed affannosi, edaìtri più
quieti e tranquilli. Della prima maniera sono Quei desiderii ne' quali l'uomo
tanto s'affligge e si crucia di quel bene che vorrebbe e non ha, che goasi più
non sente quelli che ha; come colui che tanto desidera la dignità, che finché
quella non ot- tiene, più non sente il piacere né dei balli né dei conviti. E
questi desiderii sono veramente perni- «àosissimi, e veleno e quasi peste della
felicità; n.è 229 sono però così frequenti, che l' uomo, massime se egli sia
prudente e moderalo, non passi la mag- gior parte del viver suo senza tali
angustie. Della seconda maniera poi sono quei desiderli per cui Puomo
piglierebbe volentieri alcun bene che non ha; ma non se ne crucia soverchiamente,
e gode intanto di quelli che ha. E di tali desiderii noi troveremo piena la
vita dell' uomo; i quali però non turbano la felicità, nò so ancora se mali
deb- bano dirsi; poiché se non danno agitazione alT a- ninio, e gli lasciano
goder di quei beni ch'egli possiede, perchè debbono dirsi mali ? Anzi quei
desiderii medesimi che più sollecitano il cuore e l' accendono, ove sieno
accompagnati dalla speran- za, recan sovente all' uomo un tal diletto, che egli
non vorrebbe così subito cangiarlo in quello stes- so bene che desidera; così
che differisce egli stes- so talvolta il conseguimento del suo desiderio, pa-
rendogli che tanto più gli dovrà essere dolce e ca- ro, quanto più lungamente
l'avrà aspettato: come vedesi nel giocatore, il qual desidera ardentemen- te il
punto, e potrebbe uscir tosto di quelP affan- no, aprendo subito e ad un tempo
tutte le carte; e pure ama scoprirle ad una ad una, e a poco a poco, e gli
piace aspettar lungamente ciò che de- sidera. Per la qua! cosa io non credo che
sia general- mente vero quello che alcuni dicono, cioè che ogni desiderio sia
infelicità e miseria, veggendosi che tanto piace all' uomo non solamente il
consegui- re il bene, ma ancor l'aspettarlo. Laonde meno mi persuade il secondo
argomento del nostro Au- tore, il quale è questo. Come l' uomo comincia a 23o
desiderar qualche cosa, così tosto vorrebbe aTerla conseguita, né più sofferire
verun indugio; anzi vor- rebbe ( vedete V iaipazienza dell' uoni Franzese ) che
tutto quel tempo il qual va innanzi al conse- guimento di ciò che desidera,
fosse annientato. On- de ne segue, che essendo l'uomo in continui desi- deri!,
dee volere annientare tutta la vita sua. Al che io rispondo, che pochi sono i
desideri! tanto ardenti e così impetuosi, che soff'rir non pos- sano qualche
dimora. Anzi chi è mai che tanto de- sideri alcuna cosa, che non sia però
contento di Tivere anche prima di conseguirla, bastandogli per qualche tempo la
speranza? E quando bene que- sta gli mancasse, non per ciò bramerebbe egli di
non essere, potendo avere altri beni onde confor- tarsi. Né credo io già che
colui che va a Roma desiderando vedere quelle belle statue e que' bei palagi, e
quelle colonne e quegli archi, né poten- do arrivarvi che in termine d'
alquanti giorni, vo- lesse che quei giorni fossero annientati, e non più tosto
lasciarli correre, e trovar intanto per via buon albergo. Quel giovane desidera
la scienza, che non può conseguire se non dopo il corso di più anni. Diremo per
questo che egli sia infelice per tutti quegli anni, e debba per ciò volere che
quegli anni, non corrano? i^e' quali anni se egli è privo di quella scienza che
desidera, non è pri- vo però della bellezza, non delle ricchezze, non dei
comodi, non degli onori, dei conviti, dei giuo« chi, delle feste; a' quali beni
può anche aggiunge- re la speranza eh' egli ha di dover essere a qual- che
tempo chiaro per molta scienza e famoso. Io non finirei mai se volessi andar
dietro a tutti gli esem- pii di questi desiderii quieti e tranquilli che non
levano all' uomo il piacere ùel vivere. Né anche mi move la terza ragione che
l'Autor Franzese adduce, dlct;ndo che V uomo cerca tut- to '1 dì ricrear
l'animo e sollazzarsi, non per al- tro -Jie per fuggir noia; segno che le noie
gli son pure intorno tutto V di. Ed io dico , che se egli trova quel sollazzo
che cerca, verrà per questo stesso a fuggir le noie, e non le sentir?, ed avrà
doppio piacere, avendo quello di sollazzarsi e quello ' di fuggir noia. Perchè
io non credo già, che TO- lendo r uom sollazzarsi, voglia solamente non sen- tir
molestia, ma credo che voglia anche gustar la dolcezza del piacere; né si
contenterebbe di essere come un sasso, che essendo privo dell'una, è pri- vo
ancor dell'altro. Kon dicasi dunque l'uomo in- felice, perciocché studia del
continuo alleviare la sua miseria coi piaceri; che anzi è da dirsi felice, per-
chè può in tal modo alleviarla. Ma già, quanto al secondo capitolo, parmi,
carissimo signor Conte , di avervi detto abbastanza. GAP. ili. Della natura dei
piaceri e dei dispiaceri. Venendo al capo terzo^ in cui 1' Autor Franzese passa
a disputar sottilmente della natura dei pia- ceri e dei dispiaceri,
coraincieremo a questo modo. "Vuole egli che i piaceri ( e similmente
dicasi dei dispiaceri ) si generino bensì alcuni mediante i sensi del corpo, ed
alcuni altri per qualche ope- razione dell'anima, ma tulli però sieno
sentimenti -232 delTanima istessa. Donde argomenta, non solamen- te che possono
paragonarsi gli uni agli altri, ma eziandio che tutti esser debbano egualmente
nobi- li e prestanti^ quasi non potesse essere tia i sen- timenti dell' animo
differenza niuna , né potesse V uno esser partecipe di maggior perfezione che
l'altro. L' intendere appartiene all' anima, ed anche appartiene all'anima il
gustare una vivanda. Pure chi dirà che l'intendere non sia di maggior perfe-
aione, e non senta più del divino.'* Ma lasciando questo. e tenendo dietro
all'Autore, quantunque egli voglia che i piaceri e similmente i dispiaceri
tutti sieno certi sentimenti dell'animo, nonperòopponsiacolorochegli hanni» divisi
in pia- ceri o dispiaceri del corpo, e in piaceri o dispiace- ri dell' animo;
intendendo per piaceri o dispiaceri del corpo quelli che in noi sorgono
mediante i sensi del corpo, e per piaceri o dispiaceri dell' a- nimo quelli che
in noi sorgono per alcuna opera- zione dell'animo istesso. La qual divisione,
come- chè proposta già e spiegata assai bene da molti an- tichi, molto sempre
mi piacesse, più ora mi piace essendo approvata dal signore di Maupertuis. Tan-
to più che egli prende a dichiarar forse più ac- curatamente degli altri, quali
sieno i piaceri del corpo, e quali quelli dell' animo. E già secondo lui
riduconsi ai piaceri del cor- po non solamente quelle cose che toccano imme-
diatamente i sensi, come il mangiare, il bere, il sonare; ma eziandio quelle
che quantunque im- mediatamente non tocchino verun senso, però con- ducono alle
delizie dei sensi medesimi , come le ricchezze, le quali benché per se stesse
non mova- 255 no aè l'udito, né il gusto, nò il tatto, né altro senso del
corpo, pure servono a procurar quelle cose che gli movono. E similmente il
fiiacere che uno prende delle amicizie, delle dignità, degli o- nori, della
gloria, è da dirsi piacere del corpo, se colui che Tuole tali cose, le vuole
per quel dilet- to che può ai sensi provenirne. I piaceri poi del- F animo son
quelli che nascono o dall' esercizio della virtù, o dalla conoscenza del vero.
Questa esplicazione così diligente dei piaceri del corpo e dei piaceri
dell'animo sarebbe ancora più diligente se abbracciasse in venia tutti i pia-
ceri dell' uomo, e tutti gli riducesse a quelle due sole spezie, senza
lasciarne sfuggir niuno. Di che dubito assai. Perchè il piacere che uno ha
della gloria, pensando che lascierà di se stesso un gran nome morendo, non pare
che possa dirsi piacere del corpo ; perciocché qual lusinga o diletto pos- sono
i sensi sperarne? jNè anche pare che possa dirsi piacere dell'animo, non
essendo in esso eser- cizio alcuno di virtù, né provenendo da semplice
conoscenza di alcun vero; poiché se provenisse da conoscenza del vero, farebbe
l'uomo egualmente contento, o conoscesse dover se esser famoso ap- presso la
morte, o dover esser famoso un altro, potendo essere l' uno e l' altro
egualmente vero. Vegga dunque l'Autor Franzese, che il piacer della gloria non
rifiuti di sottoporsi a quelle due spezie che egli ha proposte, e le sfugga. E
lo stesso far potrebbe il piacere dell'amicizia, e quello delle dignità e
quello degli onori. Spiegata così la divisione dei piaceri e dei di- spiaceri ,
passa l' Autore ad alcune osservazioni, 234 nelle quali desidererei più animo e
più allegria. Paragona egli prima i piaceri del corpo coi dis- piaceri, e par
che si dolga di nuovo, rammaricandosi che i piaceri non compensino i
dispiaceri; e però molto più passano questi a rattristar l'uomo, che non quelli
a confortarlo. Imperocché i dispiaceri, dice egli^ quanto y)iù dura e persiste
la cagione che gli produsse, tanto più si accrescono e diven- gono tormentosi;
ed al contrario i piaceri tanto più si sminuiscono ed in processo di tempo diven-
gon molesti. Di fatti non è alcun piacere che che per lunghezza non stanchi; ed
al contrario non è alcun dispiacere che per lunghezza non di- venga
intollerabile. Vedete poi, soggiugne egli, che delle parti, onde il nostro
corpo è composto, po- chissime n' ha che sieno valevoli di recarne un gran
diletto; e all'incontrano moltissime son quelle che possono recarne un estremo
dolore. E questo è vero. Ma non per ciò pentirommi io d'esser nato. Perchè
sebbene i dolori acutissimi possono assalir V uomo da ogni parte, non mai però
avviene che lo assaliscan da tutte, ed è anche di rado che lo assaliscano da
una sola. Quanti n'ha che passano gli anni interi e quasi tutta la vita loro
senza quegli estremi dolori ! Il che si vede per isperienza ; la quale ci fa
ancora conoscere che gli uomini co- munemente non gli apprendono, ne se ne
turbano, e stanno così tranquilli come se ne fosser sicuri ; di che apparisce
che gli uomini comunemente né dai dolori atrocissimi sono infestati, nò dal
timor pure. Chi è che tema e si turba di dover sentire una volta i dolori della
pietra, non sentendone ora verun indizio? 235 E quanto al dire che i dispiaceri
per la conti- nuazione si accrescono , come pretende i' Autor FranzesCj
vorrebbe certamente ciò dimostrarsi per una lunga induzione, facendo vedere che
in ogni dispiacere singolarmente così avvenga. La qua! in- duzione, non
avendola egli fatta, pare che abbia voluto che sia fatta da altri; né io mi
ritrarrei dal farla, se avessi ozio. Ora però scorrendo così leg- germente quei
mali che mi vanno per la memoria, trovo tutto il contrario. Perciocché qual è
l'uomo, che avendo perduti gli occhi, non se ne rattristi da principio
oUremudo? Delia qual tristezza con- fortandosi poi a poco a poco, e
assuefacendosi alla sua miseria, giunge a tale^ che quasi più non la sente. E
Io stesso avviene ai muti, ai sordi, a- gli storpi, i quali caduti in quelle
loro infermità, come vi si sono assuefatti, non più se ne dolgono, che se tali
nati fossero; e par loro cosi naturale r aver quei difetti, come agli altri il
non avergli. Che diremo della perdltadegli amici e dei figliuoli? Che dell'
esilio? Che della povertà istessa.'* I quali sarebbono intollerabili, se così
sempre fossero duri da soffrirsi, come son da princi[>io. Le malatlis
lunghe, come si sono sostenute per qualche tempo, paion men gravi. Ma io non
voglio raccogliere qui ora tutte le miserie. Basta htne che sono alcuni
dispiaceri i quali per niua modo si accrescono , quantunque duri e persista la
cagion loro. E que- sto sia detto dei dispiaceri del corpo. Perchè quanto ai
dispiaceri ed ai piaceri dell' a- nimo, par che l' Autore si volga ad una
opinione più animosa, sostenendo che i piaceri prevaler pos- sono ai
dispiaceri; il che fa, assegnando singoiar* 236 mente ai piaceri queste tre
proprietà. La prima si è. che es^i per la continuazione vie più vanno ere"
scendo; l'altra, che l'anima gli sente in tutta l'e- stension sua; e la terza,
che confortan l' animo, e in vece di indebolirlo, lo fortificano. Delle quali
proprietà, due ne sono che io concederei volen- tieri, se le intendessi; l'
altra, che pur parrai di intendere, non posso concedere. Imperocché, a dir
vero, io non intendo che cosa sia il dire che l'a- nima sentrt i piaceri in
tutta la sua estensione, ne quell'altro, che i piaceri fortifican P anima. Che
poi i piaceri dell'animo per la continuazione vie più vadan crescendo, non mi
pare così general- mente vero. Perchè se il matematico, pigliando di- letto di
alcuna dimostrazione, vorrà tornarvi so- pra più e pili volte, e. leggerla e
rileggerla, senza mai partirne, arriverà finalmente a noiarsene. Laon- de
vcggiamo che gli elementi delle scienze e del* le arti, come quelli che già
sono notissimi, poco si pregiano eziandio dagl' intendenti, i quali cer- cano
bene spesso con moltissimo studio quelle ve- rità, che poi trovate disprezzano,
ed amano pas- sar ad altre. Quanto poi ai dispiaceri deli' animo, par che
l'Autore voglia metterli nelle mani degli uomini, e consegnargli all' arbitrio.
Lnperocchè provenen- do essi o dalla colpa, siccome egli vuole, o dal non poter
discoprire alcuna verità che si cerchi; quan- to alla colpa, può P uomo
astenersene sempre che voglia; quanto poi alle verità che non può disco- prire,
a lui sta di non curarle, contentandosi di sapere sol tanto quelle che a lui
giovano; le qua- li son poche; ed egli, volendo, le può scoprire fa- a37
ciliasimamente. Così i dispiaceri dell' animo non sono se non di chi gli vuole.
Tal pare che sia il sentimento del Franzese. A cui conviemmi di con- traddire
anche in questo luogo, s' io voglio esporvi liberamente, secondo che voi mi
avete imposto, il parer mio. Ed io il farò pure, estimando men ma- le il
contraddire a quel grandissimo uomo, che il disubbidire a voi. lo dico dunque,
che il dispiacere il qual viene - da colpa, non vien già da colpa che V uomo
sia per commettere, ma da colpa che abbia già com- messa; e quantunque fosse in
sua manoil non com- metterla, non so S8, avendola commessa, sia in sua mano il
non sentirne dispiacere. Zsc anciie so &e la filosofia abbia alcun mezzo
onde assicurar l'as- sassino, V usurpatore, il parricida, così che non sentano
qualche tristezza delle loro passate mal- vagità. Né veggo pure, come si
convenga all' uora sa- TÌo trascurare le verità inutili, cercando soltanìo
quelle che a lui giovano; nò come queste siano co- sì poche, e tanto facili a
discoprirsi. Perchè se il conoscere qualsisia verità naturalmente piace, e ia
felicità è posta nel piacere, ne segue che qualsi- sia verità conduca in
qualche modo alla felicità. Qual verità dunque può dirsi inutile, essendo u-
tile e giovevole tutto ciò che alla felicità ne con- duce .'* Certo l'utilità
non è posta in altro. E se pur vorremo accomodarci al senso del volgo, e di
molti filosofi che sono un altro volgo, chiamando utili solamente quelle cose
che traggono ni como- di ed ai piaceri del corpo; chi dirà che sieno co- »ì
poche e tanto facili a discoprirsi le Terità che 208 servono ad un tal fine/*
Interroghiamone tutte le ar- ti che prendon cura di tali utilità, e veggiamo se
si contentino di poche verità^ e come facilmente le scoprano. Quante verità
utilissime ha la medi- cina, alla qual però pare dì non averne ancora ab-
bastanza? E non può dirsi lo stesso della fisica, della meccanica,
dell'astronomia, delia navigazio- ne, dell'agricoltura e di tant' altre? Nelle
quali si vanno pur tuttavia cercando con sommo studio infinite verità che forse
mai non si troveranno, né però si biasima lo studio di chi le cercac E le già
ritrovale quanta applicazione, quante vigilie costarono ai loro ritrovatori, quante
osservazioni, quante esperienze? E se il signore di Maupertnis non fosse così
modesto, com'è ingegnoso, potreb- be ben dirci a quai pericoli si espose egli,
e quan- ti travagli sostenne fra gli orrori del rimotissimo Settentrione, solo
per accertar la forma della ter- ra, ed accrescere i comodi della navigazione.
Ma se egli più non si ricorda delle sue gloriose fati- che, e va pur dicendo,
le verità utili essere faci- lissime a discoprirsi, se ne ricorderanno però gli
uomini e tutte le età che verranno. Par dunque chiaro che impresa né tanto
breve, né tanto faci- le piglino i savii a voler scoprire tutte le verità che
sono utili o a loro stessi o alla repubblica; sebbene essendo utili alla
repubblica, sono anche a loro, se già non vogliamo dalla repubblica esclu- dere
i savii. 23'j Dei mez>zi di accrescere la felicità. Nel quarto capitolo sarò
breve, essendo breve Autor Franzese altresì, il qual però poteva es- Ci a mio
giudicio, anche più. Propone egli qui- due mezzi di render l' uomo più felice:
l'uno è di accrescere la somma dei beni; V altro di inuir la somma dei mali.
Non credo che perso- dei mondo sia per volerglisi opporre. Vegga i però se
della distribuzione ehe fa di questi due zzi, sieno per contentarsi gli
Epicurei e gli Stoi- avendo egli assegnato l' uno agli Epicurei, i ali dice
aver studiato solamente di accrescere la nma dei beni; l' altro agli Stoici, i
quali dice n in altro adoprarsi che in sminuir la somma i mali; e volendo che
ia ciò sia posta la pria- tal differenza che passa tra quelle due sette tan-
famose, prende argomento di seguir più tosto ella degli Stoici. I^uantunque io
ami cosi poco gli Epicurei, che uni credono ch"'io sia sdegnato con loro
(di che re che anche voi, sig. Conte, vi siale alcuna Ita doluto ), non
soffrirei però che alcuno con- ragione gli disprezzasse, come parmi che faccia
i ora r Autor Franzese. Perchè quella dislribu- ue che egli fa dei due
sopraddetti mezzi, vo- ido che gli Epicurei solo pensino ad accrescere leni,
gli Stoici a sminuir solo i mali, onde pi- a argomento di abbandonar quelli e
seguir que- , parrai essere del lutto ingiusta. Qual fu mai y Epicureo, il
quale insegnando che sì dovessero accrescere i piaceri, non insegnasse ad un
tempo che dovessero sminuirsi i dolori ? Sa{)piamo che Epicuro studiavasi,
quanto potea, di alleviare i torinenli crudelissimi dell' ultima sua malattia
con la rimembranza de' suoi gloriosi ritrovamenli. E quanti altri argomenti
tenevano in pronto gii E- picurei per consolarsi nelle disgrazie? Intesero dun-
que non solo ad accrescere la somma dei beni, ma eziandio a sminuire quella dei
mali. E lo stesso pure fecer gli Stoici, i quali stimolando gli uomi- ni al
conseguimento delle Tirtù, gli distoglievano dalle colpe, e cosi insegnavan
loro non meno di procacciarsi il bene che di fuggire il malej per- ciocciiè che
altro era appresso essi il bene, se non la virtù; il male, se non la colpa ? E
se non vol- lero chiamar beni la sanità, ìe ricchezze; gli ono- ri, i comodi,
voUer però che P uomo potesse e do- vesse cercarli sott' altro nome. Di che si
vede che non pensarono solo a sminuire i mali. Ma posto pure che a ciò solo
pensasser gli Stoi- ci, e che al contrario gli Epicurei niente altro stu-
diassero che di accrescere i beni, io non so già se per questo dovessero gli
Epicurei esser posposti agli Stoici, e dovesse credersi che meglio questi, che
quelli, avessero proveduto ai bisogni degli uo- mini; che anzi a me pare che vi
abbiano prove- duto e gli uni e gli altri egualmente. Perciocché s* egli è Tero
quello che I' Autor dice, cioè che la felicità sia posta in qaelP avanzo che
resta, sot- traendo la somma dei mali alla somma dei benijchi non vede restar
sempre lo stesso avanzo, o prima di fare la sottrazione si sminuiscono i mali,
o i 24 1 beni SI accrescano ? E se in cosa chiara io volessi per parer matematico,
essere oscuro, potrei chia- mare ( come veggio che gli algebristi usano ) la
somma dei beni h^ la somma dei mali ;«, e e quel» la misura di cui volessero o
sminuirsi i mali o accrescersi i beni; poiché sottraendo m^c a h Io stesso
avanzo ne resterebbe, che sottraendo m a h -4- e. Ma io credo che se 1' Algebra
istessa par- lar potesse, ricuserebbe di entrare in quislion co> sì facile.
Non so pei se l'Autor Franzese abbia voluto nel fine del suo capitolo
guadagnarsi F animo degli E- picurei, e rimettersi in grazia loro, col dire che
i piaceri del corpo non sono men nobili di quei del- l'animo, e che anzi son
lutti della stessa forma e natura; ne altro diletto recare al matematico la
contemplazione del vero, da quello che reca il vi- no al bevitore. Certo gli
Epicurei, quantunque insegnassero che il fine dell' uomo si è il piacere non
però mai disser, eh' io sappia, tutti i piaceri esser d' un modo, uè mai ebber
bisogno di una tale proposizione. La qual però se volea l'Autor Franzese
offerirla loro, e fargliene quasi un dono perchè affermarla solo, e non anche
adornarla J tornirla di qualche bella dimostrazione? C A P. V. BeVia filosofia
degli Stoici. ^ Avendo proposto T Autor Franzese, come sopra e eletto -h
seguire gli amruaeslramenti degli Stoi> CK prende nel quinto rapitolo a
descriverci la for- /ja:?ott!, G PC rette. 242 ma del'a loro filosofìa, la qual
trae dagli scritti di Seneca e di'Epiteto e dell' Imperador M. Aurelio, che fa
stimato a' suoi tempi Stoico grandissimo. Però comincia dal commendare questi
tre valenti filosofi; il che fa con molto ingegno, e, come Fran- zese, con
molta grazia. Poi venendo alla forma istessa della loro filo- sofia, dice, in
primo luogo, aver gli Stoici avuto per fine, non già la ^i^!Ù, ma la felicità
della vita presente. La qual cosa non so come potesse essere ricevuta nò da
Seneca, ne da Efiitelo, né da M. Aurelio; i quali, siccome Stoici, insegnava-
no appunto, la felicità non in altro esser posta che nella sola virtù; e per
ciò dicevano, la sola virtù esser F ultimo fine dell' uomo; e in questo prin-
cipalmente si allontanavano dagli altri filosofi. Dopo ciò. pare che V Autor
Franzese riduca tut- ta la filosofia degli Stoici a tre precetti, che sono i
seguenti. Prima, che dee l' uomo farsi padrone dei giudici! che egli forma
intorno alle cose; poi, che dee impedire che le cose estrinseche niente possano
sopra di lui; finalmente, che s' egli è stan- co di vivere, dee dar morte a se
stesso ed andar- sene. Io veramente, a quello che mi ricorda aver letto in
Cicerone, il quale più che ogni altro ha diligentemente spiegata la filosofia
degli Stoici, non la riconosco abbastanza nei tre precetti sopraddet- ti;
comechè il primo io non intenda assai chiara- mente. Imperocché non so quello
che voglia dir- si r Autore, dicendo che 1' uomo dee farsi padro- ne de' suoi
giudicii; poiché se questo significa (né so che altro significar possa ) dover
l' uomo nei giudicii che forma, ingegnarsi, quanto può , che le ^43 passioni
non vi abbiano parte nìuna, e tì regni 1-a ragion sola, io dico che questo
precetto, il qual si presuppone a formare e instituir bene non che la morale,
ma tutte quante le discipline, è così co- mune a tutte le altre sette, come
agli Stoici. Qual filosofo fu mai che prima d'ogni altra cosa non insegnasse
doversi giudicar sempre secondo ragio- ne, e non lasciarsi portdre dall' impeto
delle pas- sioni? Il secondo precetto poi. cioè che debba Tuo- - mo far sì che
le cose estrinseche niente operino sopra di lui, no?i so quanto convenir possa
agli Stoici, i quali non rifiutavano né le ricchezze, nò i piaceri, ne gli
altri comodi;so]o non gli chiamava- no beni. E sappiamo che Seneca non ebbe a
sde- gno le masse dell' oro, ne M. Aurelio ricu:^ò l' im- perio del mondo; il
che pure avrebbon fatto, se avesser voluto che niuna cosa estrinseca potesse o-
[>erar nulla sopra di loro. Ed io son persuaso, che infermando uno Stoico,
senza allontanarsi punto dai suoi principii, così ben piglierebbe la medici- na
come gli altri, sperando che operasse in lui la sanità come negli altri. U
terzo precetto, cioè che l'uomo, come è noiato del vivere, dia morte a se
stesso e se ne vada, non è più proprio degli Stoi- ci che dell'altre sette e di
tulli i disperali- Ed io per me credo, che a descrivere la vera forma della
Stoica Filosofia sarebbe stato mestie- ri notar diligentemente ciò in che essri
si distin- gue dall'altre, cominciando dall' aver posta la fe- licità nella
sola virtù, donde poi tutti gli altri pre- cetti derivano; e quindi passare a
ciò che per es- sa singolarmente insegnavasi della pazienza, della giustizia,
dell' amicizie;, dell' amor della patria, del a44 disprezzo della morte. E
sopra tutto assai giove- rebbe ad intendere quella ammirabil dottrina, chi ne
mostrasse, come essa levando via dal numero dei beni la sanità, le ricchezze e
gli altri comodi del corpo, pure lasciasse loro tanta dignità che me- ritassero
d* esser cercati dall' uomo ed abbraccia- ti. Le quali cose ben intese, s'
intenderebbe for- s'aoche per quali ragioni, secondo gli Stoici, ed in qual
tempo e per qual modo possa o debba V uo- mo accommiatarsi, per così dire,dal
mondo, ed uc- cidersi^ che certo non l' uccidersi in qualunque modo è uccidersi
da Stoico. Catone, che fu, per quanto dicesi, di quella setta, e con tanta lode
si ammazzò, non io fece se non quando conobbe la sua vita non poter più esser
utile ai cittadini; al- trimenti noi facea; ma conoscendo di non poter
provvedere alla patria, proveder volle alla sua di- gnità, e credette,
abbandonando la vita, di seguir la virtù. La qual cosa non so se facciano i bar-
bari della Guinea, che si traggono schiavi in Eu- ropa; i quali, dice l'Autor
Franzese, essere tanti Stoici, perciocché vogliono più presto morire, che
soffrire la schiavitù: il chr- se fosse vero, non ne verrebbono così spesso le
barche piene; di che non so se debbano gloriarsi tanto gli Europei. Che se
bastasse ammazzarsi per diventar Stoico , volendo pur mostrarne la facilità con
gli esempi, come pare che abbia voluto 1' Autor Franzese, non accadea
-".arcarli o nell' Africa o nelle Indie, ne creder tan- to a' viaggiatori;
bastava bene raccorre gli esempi dei nostri disperati. Ma chi è che non
distingua colui che si ammazza per tristezza (V animo , vo- lendo uscir di
travaglio^ dallo Stoico, il qual pen- 245 sa di farlo per ragione, né vuol
fuggir la miseria, che egli non crede poter cadere nel virtuoso; vuoi solamente
sottrarsi alle helTe ed agli scherni della fortuna, o si ammazza per decoro
della virtù. Della qual cosa se vorrà V Autor Franzese aver tanta
considerazione, quanta aver se ne dee, quantunque a lai paia non così difficile
impresa l'ammazzarsi, dovrà però parergli diflicilissimo il farlo con quel- V
animo sedato e tranquillo, con cui volevan gli Stoici che si facesse. E perchè
in questo luogo grandemente insiste il Franzese, che pare che non sappia
partirsene, non dovrà parervi fuori del convenevole che io pure mi stenda su '1
medesimo punto alquanto più largamente. Entra dunque P Autore a trattar di
proposito la quistione: Se debba esser lecito all' uomo 1' ammazzarsi. A cui
rispondendo, di- slingue in questo modo. O 1' uomo ha una reli- gione che gli
scopre un' altra vita, promettendo quivi gran premii a quelli che avrsn
sofferto, e castigo agli altri; e in tal caso è insensataggine l' ammazzarsi. O
P uomo non ha religion niuna, e abbandonalo per ciò alla ragion naturale, né
speranza aver può, né timore alcuno della vita av- venire; e in tal caso farà
ben di ammazzarsi tut- te le volte che la somma dei mali che egli soffre, sia
maggiore della somma dei beri rh' egli possie- de; perciocché essendo a tal
termine, egli è infeli- ce, e più comodo a lui sarà il non essere di mo- do
alcuno. Che fa egli dunque in questa vita? che non ne esce, e non ritorna nel
nulla, ove potrà starsi più comodamente? Così risponde 1' Autor Franzese, 346 E
cerio egli è molto da commendarsi che abbia dato alla Religione tanto di
autorità, che possa o o col premio o col castigo trattener quelli che hanno
To^lia di uccidersi. Ed io volentieri gli consento. Ma non mi piace già che
abbia poi ridotto la ra- gion naturale a tanta disperazione e miseria che
niente aspettar possa dopo la morte. Psè so come ne possa esser contenta la
Religione islessa^, che nonfn mai nemica della ragione. Certo che i Gentili, i
Romani, i Greci, gli Egizii, gli Arabi, i Caldei, e tante altre nazioni, le
quali niun lume ebbero se non se quello della ragione, pure aspettarono un'
altra vita. Quanti filosofi promisero all' anima r immortalità? I Platonici,
che sono stati in tan- to grido, sene faceano, per così dire, mallevadori. Io
non so dunque come possa con tanta sicurez- za affermarsi ( massimamente non
recandone argo- mento ninno ) che la ragion naturale sia priva d' ogni speranza
della vita avvenire^ così che a- Tendo sostenuto fortemente e con virtù i mali
del> la yita presente^ non possa aspettarne qualche pre- mio in un' altra.
Al quale premio non dee P uo- mo però voler correre, ne affrettarsi, ammazzan-
dosi per impazienza; che ciò sarebbe un demeri- tarlo. Al contrario se noi
ascoltiamo l'Autor Fran- zese, qual sarà l' uomo che dove non sia da Re-
ligione impedito, non debba darsi morte per pru- denza? Imperocché s' egli e
vero che tutti quei che ci vivono, \è'\\i copia hanno di mali che di beni, (
siccoraa nel secondo capitolo ha egli inte- so di dimostrare ) tutti che ci
vivono, sono infe- lici; e ciò posto, è a tutti meglio il morire; faran- no
dunque tutti gran senno a darsi morte. Argo- raentazione orribile e spaventosa,
la qual se fosse ascoltata, non molto andrebbe che più non saria chi ascoltar
la potesse. E se la ragione insegnasse ad ogni uomo di dover tosto uccidersi,
mal consi- glio avrebbe preso la natura, che volendo, come V altre spezie, così
ancora conservar quella degli uomini, confidolla alla ragione. Ma di questo
par- mi aver dello abbastanza. Considera ultimamente F Autor Frnnzese, né,
senza qualche maraviglia, come gli Stoici tenesse- ro in poc» conto certe
quistioni, che pur tratta- vansi fino a qua' tempi con grande strepito dai
filosofi: se esistesser gli Dii: se provedessero alle cose; se fosse 1' anima
immortale. Intorno ai qua- li punti comechè non si accordasser tra loro, pur s'
accordavano tuttavia nelle regole delle azioni e dei costumi; onde pare che
dovessero avere quel- le quistioni pur poco importanti. E quindi cresce all'
Autor Franzese la maraviglia, considerando che gli Stoici, lasciata da parte 1'
esistenza degli Dii, la providenza, 1' immortalità, pur giunsero a così alto
grado di perfezione e di virtù; laddove i Cristiani pare che non vi sappiano
giungere se non per mezzo della cognizione di un Dio, e dei premii eterni e dei
castighi. La qual maraviglia bisogna che noi ci ingegniamo di sminuire per o-
nore della providenza, acciocché gli uomini pren dendo mal esempio dagli
Stoici, non comincino a disprezzarla, ed a credere che poco imporli il pen-
sarvi. A levar dunque una tal maraviglia, dee, secon- do me, avvertirsi che i
Cristiani si studian d'es- sere non solamente virtuosi, forti, giusti, tcmne-
ranti, iransueti, liberali, cortesi, a che aspiravano anche gli Stoici, ina
vogliono ancora che queste loro virtù, sopra 1' ordine della natura innalzan-
dosi, e vestendosi d* un abito soprannalura'e del tutto e celeste, gli rendaa
degni di una certa in- coruprensibil felicità, a cui le naturali forze non
giungono; ne così alta speranza avevan gli Stoici. 1 quali però poteano
contentarsi di seguir P one- stà che conosceano, ed essere naturalmente virtuo-
s\', laddove i Cristiani né debbon ne posson esse^ re di ciò contenti; e
volendo che la loro virtù sia d' un altro ordine, bisogna che la cerchino per
altri mezzi; però dove gli Stoici la cercavano se- guendo la naturale onestà,
la cercano essi seguendo la voce e gì' inviti e le promesse di un Dio. Di che
parmi non debba nascere maraviglia niuna. E niuna pure né dee nascer da questo,
che già avesser gli Stoici stabilite tra loro con tanta con- cordia le regole
delle azioni e dei costumi, quan- tunque non per anche stabilita avessero né 1'
im- mortalità dell' anima, né la providenza degli Diì. Imperocché per stabilire
quelle lor regole mirava- no essi non ad altro che ad una certa immutabi- le e
sempiterna onestà; che s' era parata loro di- nanzi con autorità e con imperio,
e comandava senza soggezion degli Dii, e voleva esser obedita per lo merito e
dignità sua, senza riguardo di pre- mio o di castigo. E se ordinava all' uomo o
di sovvenire il compagno, o di mantener fede all' a- mico, o di osservar la
promessa, volea eh' egli o- bedisse prima ancor di sapere se premio alcuno
dovesse venirgliene, o se il far ciò piacesse agli Dii: i quali Dii non poteano
sdegnarsi che l'uGin , --49 seguisse quella imperiosa onestà cui seguivano an-
ch' essi; ne sarebbono stati Dii se non P avesser seguila, Qual maraviglia
dunque, se seguendo gli Stoici quella sovrana onestà, e in quella sola po-
nendo il fine dell' uomo, non credettero aver bi- sogno d' altre qnistioni, le
quali potean loro pa- rer belle^ non potean parer necessarie. Né io pe- rò
credo che tanto in ciò si allonlassero da' Cri- stiani, quanto alcuni per
avventura si immagina- no, imperocché che altro finalmente era quella loro
sovrana onestà, eterna, immutabile, necessa- ria, se non se quel Dio stesso che
noi adoriamo? II quale essi non conoscevano se non sotto quella tal forma di
incommutabile e semf^iterna onestà, senza accorgersi che quella onestà
medesima, ol- tre 1' essere incommutabile e sempiterna, fosse an^» Cora
conoscitrice di se stessa^ e d' ogni parte per- fetta, creatrice delle cose,
onnipotente e beata; di che se avessero potuto accorgersi, 1' avrebbono ri-*
guardala come un Dio, nò so se i Cristiani gli a- vesserò di ciò sgridali. Ma
essi non conoscendo in quella loro onestà se non una certa sovranità ed
imperio, quantunque le altre perfezioni di lei non scoprissero, pur la
seguirono, e seguendola segui- rono un Dio senza saperlo; e in ciò si
difTerenzia- ron da noi; che noi seguiamo Dio accorgendoce- ne, essi il
seguivano senza accorgersene. 25o GAP. VI. Degli aiuti che baggonsi dalla
Jìlosofia de' Cristiani per la felicità della vita presente. Dopo le cose fin
qui dette, voi potete agevol- mente intendere, signor Conte Gregorio carissimo?
che io non posso scorrere il sesto capitolo dell'au- tor Franzese senza
contraddirgli quasi in lutto; perchè quantunque io soglia contraddire malvolen-
tieri, e già ne sia stanco, pure la cosa stessa mi vi reca. Prende quivi 1'
Autor Franzese a persuader- ci che la filosofìa degli Stoici e quella de'
Cristia- ni, quanto a ciò che appartiene alla felicità della vita presente,
cosi son diverse tra loro e contra- rie, che nulla più. E ciò intende di
dimostrare, facendo varie comparazioni delT una filosofia con r altra; le quali
comparazioni io seguirò con le mie considerazioni, né mi partirò gran fatto
dal- l' ordine che ha dato loro l' Autore istesso. Primieramente, paragonar
volendo i precetti del- la filosofia Stoica eoa quelli della Cristiana, ri-
duce : primi ad uno solo, il qual si è: Tu cer- cherai la tua felicità a
qualunque prezzo. I pre- cetti poi della filosofia Cristiana riduce a quello:
Amerai Dio sopra ogni cosa e il tuo prossimo co- me te stesso. Ke' quali
precetti, se ho da dir ve- ro, io non veggo tanta contrarietà. Ma prima di
venire a ciò, saprei volentieri perchè la somma della filosofia Stoica voglia
ridursi ad un precet- to, il qual conviene non agli Stoici solamente, ma a
tutti quanti i filosofi. Imperocché qual filosofo 25 r è che non insegni dover
1' uomo cercare la sua felicità a qualunque prezzo? E quindi è che affer- mano
tutti 1' ultimo line dell' uomo essere la fe- licità, che vale a dire, dover la
felicità anteporsi ad ogni cosa. Kè in ciò si distinguono gli Stoici dagli
altri. Ben si distinguono in questo, che do- ve gli altri filosofi ripongono la
felicità in altre cose, chi nella contemplazione, chi nel piacere e chi in
altro, essi la ripongono nell' onestà so- la. Laonde il precello di dover
anteporre a tutto le cose la felicità sua, riducendosi al sentimento proprio
degli Stoici, viene a dire che dee ruomo anteporre a tutte le cose T onestà. Il
qual precetto non mi par tanto contrario a quello de' Cristiani* Amerai Dio
sopra ogni coso, che è quanto dire: Ad ogni cosa anteporrai Dio. Perciocché Dio
è r onestà istessa. Ma il Franzese, a render felice la vita presen- te,
desidera e vuole la tranquillila dell'animo e le dolcezze dell' amore; le quali
crede dover provarsi amando Dio, come i Cristiani fanno; non seguen- l' onestà,
come fanno gli Stoici. Ed io dico: Se il Cristiano è tranquillo, perciocché
cerca Dio solo, né d'altro cura, perchè non potrà essere tranquil- lo uno
Stoico, cercando I' onestà sola, nò curando altro? E so io bene e confesso che
la tranquillità del Cristiano sarà più nobile, e più magnifica e più divina, e
potrà essere accompagnata da certe dolcezze di cui sou privi gli Stoici, i
quali non si vantano nò di rapimenti nò di estasi. Ma altro è che la
tranquillità del Cristiano sia [)iù nobile e maggiore che la tranquillità dello
Stoico, altro è che lo Stoico non possa sperare tranquillità niuna. Il qual ee
non sente quelle interiori soa- TÌlà e quelle languidezze d' amore, avverta il
si- gnore di Maupertnis che bene spesso uè i Cristiani pure le sentono, ne
anche molto le cercaDo. San- ta Teresa non fu sempre in estasi, né aYrehbe vo-
luto esservi sempre, amando meglio di obedire a Dio che di goderlo. Ne io assai
bene intendo quello che qui accen- na l' Autor Franzese, cioè che lo Stoico
cerca e studia sottrarsi ai mali della TÌla, il Cristiano non ha male alcuno a
cui sottrarsi. Ntd che pargli di trovare contrarietà. Ed io all' incontro dico
che io Stoico non cerca né studia sottrarsi agi' inco- modi della vita ( che
egli non vuol pure chiamar mali ) se non quanto ragion lo chiede: il che si-
milmente farà il Cristiano, il quale, chiedendolo la ragione, cercherà
benissimo guarir della febbre. Ma qui esce V Autor Franzese con un' altra com-
parazione, paragonando insieme la pazienza degli Stoici e la pazienza de'
Cristiani, le quali sono rera mente diverse, ed esser debbono, ma non forse
tanto, quanto egli vorrebbe. Dice egli dunque, la pazienza degli Stoici non
altro essere che un sot- tomettersi ai mali per questa sola ragione perchè non
hanno rimedio; laddove la pazienza de' Cri- stiani è un sottomettersi ai mali
per conformarsi alla volontà di quel Dio che gli ha disposti. E certo se la
pazienza degli Stoici così fosse, come egli dice, ella sarebbe tanto diversa da
quella dei Cristiani, che nulla più; ed io la chiamerei la pa- zienza dei
disperali; i quali in vero si sottomet- tono ai mali, e gli soffrono per questa
sola ragio- ne, perchè non hanno rimedio. Ma chi non sa, la definizione della
pazienza non esser questa? E più tosto doTer dirsi che la pazienza sia un abito
d; sostenere i mali per modo che non conturbino la ragione? intanto che colui
che gli sostiene, né va- namente si dolga, né rompa in querele ingiuste, nò
perda il consiglio, anzi abbia F animo presente in ogni avvenimento , e come
può, provegga, e quanto può. E quindi è che il paziente non si abbandona, ma
cerca i mezzi che la ragione gli mostra per liberarsi dai mali, e destramente
gli adopra; e l' adoprargli con presenza d'animo è argomento di piizienza.
Comaxendaudo dunque gii Stoici, come e' fecero, la virtù delhi pazienza, ed
imponendola agli uomini, altro non vollero se non che dovessero i mali
sostenersi per modo che non conturbassero la ragione: e questo voleasi, perchè
ia ragione istessa e V onestà lo chiedevano. Ora qnal Cristiano è che d* una
tale pazienza si ver- gognasse? Benché il Cristiano aggiungendovi un altro
riguardo, la rende più nobile e più prestan- te. Ma chi per questo dirà che la
pazienza degli Stoici oppongasi a quella de' Cristiani? Chi dirà che non molto
vaglia a confortar gli animi e a ricrearli? E già viene T Autor Franzese ad
un'altra com- parazione, mettendo in confronto le speranze clie oflre la
tilosoGa degli Stoici con quelle che porge la filosofia de' Cristiani, la qual
mostra all' uomo una certa incomprensibile e soprannatnral beati- tudine; e
benché gliela mostri di* lontano, comin- cia però egli già da ora in certo modo
a goderne, pascendosi intanto della speranza. E certo che a petto d' una
aspettazione cosi magnifica, nulla pa- rer ne dee tutto ciò che promette la
natura; e non 254 che la filosofia degli Stoici, ma qualunque altra (
foss"* anche quella tanto sublime e divina dei Pla- tonici ) dovrebbe
tacersi dinanzi a quella de' Cri- stiani, nò sperar più di potere guadagnar gli
uo- mini ne con promesse ne con lusinghe. Percioc- ché qual bene mostrano esse
che possa paragonar- si con tanto premio ? Quantunque però ne sia co- sì nobile
e così lieta l' aspettazione, e sommamen- te, e più che non può dirsi, vaglia a
confortar l' uo- mo e rallegrarlo; vegga tuttavia l' Autor Franze- se di non
farne più conto di quello che i Cristia- ni stessi ne fanno. I quali protestano
d'esser di- sposti ad operare virtuosamente anche senza una tale aspettazione,
di cui non vogliono aver biso- gno perseguir la virtùj e allora solo si sliman
per- fetti quando sono così disposti. Con che mostra- no, che quand'anche non
fosse in loro la speran- za de' beni eterni, pur sarebboo contenti della vir-
tù, e seguirebbero di servir l'onestà, la quale è Dio stesso, paghi di sol
servirla. Ed essendo i Cri- stiani di questo animo, non so perchè dovesser
burlarsi di quei filosofi, i quali non conoscendo la grandezza de' beni eterni,
pur protestarono di voler servire alla sola onestà, ed esser lieti e con- tenti
di essa sola. Il che farebbono i Cristiani an- ch' essi, se lor mancassero
quelle loro celestiali e divine speranze. Avendo fin qui considerato 1' Autor
Franzese la tranquillità particolare e propria di ciascun filoso- fo, passa
ultimamente alla pubblica e comune dei cittadini, a cui pargli che nulla vaglia
ia filosofia degli Stoici, e vaglia però moltissimo la filosofia dei Cristiani.
E certo meo commendabili sarebbon 255 gii Stoici, e molto men che non fanno,
vantar si dovrebbono; se, come vuole l'Autor Franzese, nul- la pensassero al
ben degli altri; ne seguirebbono abbastanza quella loro immutabile e sempiterna
onestà, la qual pur ordina e chiede che si procu- ri il bene altrui, e si
conservi, quanto per noi si possa, la società. E so bene che sono oggidì mol-
ti, che nulla curando i principii dell' onestà, la società sola riguardano, la
qual vogliono esser na- ta non d'altro che dal guadagno e dal proprio co- modo;
e cominciando da essa, derivano quindi tut- ti i doveri dell' uomo. Ma io credo
che grande- mente si ingannino, e poco onore facciano agli uomini, credendo che
sieno venuti in società, mos- si ciascuno dal solo proprio interesse, senza che
parte alcuna possa avervi avuto la cortesia. Reca- no ancora con cotesta loro
opinione grandissimo danno alla repubblica. Perchè se noi non lasce- remo agli
uomini altra ragione di starsi in socie- tà, se non quella dei proprii comodi e
vantaggi, qual cittadino dovrà osservare le leggi della sua patria, qualora gli
torni conto di trasgredirle, e possa farlo impunemente ? Chi non dovrà uccide-
re la moglie e i figliuoli, se gli vengano a noia, e parendogli di poter
sfuggire il castigo, non dovrà scannare il fratello ? E sarà ben pazzo colui
che spenderà la roba o la vita per salvarla patria; per- ciocché che dee
importargli, se, morto lui, tutti i parenti e gli amici e i cittadini tutti
andassero in esterminio .'* E che sarebbe, secondo questa bella filosofia,
dell' amicizia, la quale se non è fondata nell* onestà, non è amicizia ? Onde
si vede quan- te ruÌQe ne seguirebbono alla società istessa, se al- 256 tro
vincolo non avesse che quell' amore che ciascun porta ai proprii rantaggi. Di
che si vergognano pur alcuni, e propongono un' altra ragione, dicen- do che dee
l'uomo anteporre il bene dei cittadini al ben suo proprio, essendo cosa in se
stessa mi* gliore, e più degna d' esser voluta, il ben dì mol- ti che il ben
d'un solo; ne si accorgono che co- testa loro ragione è pur tratta dall'
onestà. Levata la quale, io vorrei ben sapere perchè mi debba es- ser più cara
la vita di cento mila uomini che la mia. Intendano dunque i maestri delia
società, es- sere, oltre il guadagno, anche qualch' altra cosa prima della
società istessa, voglio dire l'onestà; la qual ci inspira e ci invita ad esser
socievoli, né ci vieta il guadagno, ma ci impone sopra tutto la virtù. E perchè
sono alcuni che mettono in quistione i principi! di questa onestà, e vogliono
disputar- vi sopra inutilmente e argomentarvi, benché io abbia ragionato con
voi, signor Conte carissimo, su tal proposito altre volte, non credo però di
po- terne ragionar troppo; e dico che questi tali, vo- lendo argomentar dei
priccipii, mostrano per ciò solo di non intendere abbastanza quello che vo-
glia dire il vocabolo. Perciocc'iè principio presso i iilosofi altro non vuol
dire che una sentenza, la quale tosto che sia proposta all'animo, non può esso
dubitarne, per quanto vi si sforzi. Laonde a scoprire i principii non è altro
mezzo né più faci- le ne più sicuro, che quello di chiamare alla men- te varie
sentenze, e far prova in noi stessi, se du- bìii.T di tutte possiamo; poiché se
n' ha alcuna di cui ijfuliaujo di non poter dubitare, quella sarà principio; se
non ne fosse niuna, non sarebbe prin- cipio ninno. Di che si vede che i
principii non per argomentazione ne disputando si sco{)rono, ma per interior
prova che fa e sente ciascuno in se medesimo. Perchè se tu senti in te stesso
di non poter dubitare, eziandio desiderandolo che il lut- to non sia maggiore
di qualsivoglia delle sue par- ti, sarà questo per te un principio, che che ne
di- cano e vi argomentino sopra tutti i filosofi; il giu- dicio de' quali non
dei tu attendere in cosa che hai da sentire in te medesimo, E similmente se
venendomi all' animo questa sentenza: Mal fa co- lui che scanna il fratello per
torgli un danaio, sen- tirò in me stesso di non poter dubitarne, sarà quella
per me un principio; e sciocco sarebbe e degno delle risa colui che volesse
mettermi in qui- stione, se io possa dubitarne o non possa, senten- do io pure
in me stesso di non {)otere- E (juan- d'anche fossero alcuni i quali dicessero
di dubitarive essi, non per questo coauincierei a dubitarne io, non potendo,
direi più presto che io non intendo le lor parole, o che essi fingono, e di me
si pren- don gioco, ovvero che sono uomini non come me. ma d'altra natura; che
in \ero sarian d'altra na- tura tutti quelli che avesser principii diversi dai
miei. Egli si par dunque che dei principii non debba poter essere controversia
appresso quelli che inlendon la forza del nome; essendo che il nome di
principio, come innanzi abbiam dichiarato, vuol dire una sentenza di cui 1'
uomo sente in se stes- so di non poter dubitare. Laonde, quanto a rn€. p -rdono
il tempo e l'opera in quistinni inutili tut- ti costoro, che volendo sminuirmi
V autorità dei Zaxotti, Operette. ir 258 prìncipii, o sieno quelli della
scienza e del vero, o sieno quelli dell' onestà e della morale, si inge- gnano
e si sforzano di provarmi che io non gli ho impressi nell'animo dalia natura;
che mi son ve- nuti dall' educazione e dall' usanza, e the molte nazioni non
gli ebbero. Quasi che potessero i prin- cìpii cessar d' esser principii per
questo; e dovesse l'uomo, prima di stabilirgli, aver inteso onde es- si ci
vengano, se dalla natura o dall' usanza; e aver letto le istorie di tutti i
popoli, per veder pure se alcuno mai ne sia stato privo di essi. Le quali ri-
cerche se far si dovessero innanzi di stabilire al- cun principio, certo è che
ninno mai sene stabi- lirebbe. Ma le sentenze che mi si presentano all' a-
nimo, saranno pure principii, da qualunque [larte e per qualunque modo misi
presentino, purché io senta in me stesso di non poter dubitarne. Conosco,
ornatissimo signor Conte, di essermi fillontanato dal proposto argomento più
forse di quello che io dovea; certamenre più di quello che avea in animo/ ma la
cosa istessa mi ha tras[)or- talo. Ora però tornando là donde partii, dico, che
se la ragione e 1' onestà insegnano agii uomini, e vogliano che l'uno intenda
al ben dell'altro, e tutti osservin le leggi e stieno in società, chi potrà credere
che gli Stoici, i quali a null'altro miravan che all' onestà sola, fosser poi
di parer che dovesse ogni uomo pensar solamente a se stesso, nulla cu- rando il
ben degli altri ? E meravigliomi come abbia voluto 1' Autor Franzese imporre ad
una setta così illustre una sentenza così inumana . Forse non abbracciaron gli
Stoici le virtù tut- te? delle quali quante n'ha che per natura loro 2^9
tendono al ben degli altri! La giustizia, la libera- lità, la mansuetudine, la
clemenza, la cortesia sono di questo genere. Oual fu degli Stoici che non
sommamente commendasse l'amor della patria? Chi di loro non lodò 1' amicizia?
Né a provare il contrario può abbastanza valere un Terso solo di Epiteto, il
qual tradotto daU'Au- tor Franzese nella sua lingua, ^icne a dire: Che ' è a
te, se il tuo servo è malvagio, purché conser- vi la tua tranquillità? Donde
raccoglie l' Autore che volesse Epiteto distogliere il padrone dal pro- curare
la bontà del servo; ed io più volentieri raccoglierei che volesse conservargli
la tranquil- lità, onde non si turbasse, quantunque studiando di giovare al
servo, non gli vefiisse ciò latto. Per- chè come egli disse al padrone
ris[)etlo al servo^ similmente per noi direbbesi al maestro rispetto ■Alo
scolare: Che è a te, se il disc(:-[)olo non im- para? ed al medico rispetto
all' infermo: Che è a lo, se il malato si muore? Le quali parole non Toglion
già dire ne che il maestro non debba af- faticarsi per ammaestrare il
discef)olo, né che il medico non debba porre ogni studio per risanare 1' infermo;
voglion dire, che avendo eglino fatto quanto per lor si pt)tea, se la cosa non
va bene, debbono starsi di buon animo, senza turbarsene. Oltre che, quand'
anche E[)ilt^to avesse inteso di dir quello che l'Autor Franzese intende. \
olendosi perù giudicare della lilosolia de^li Stoici^ dovea giudicarsene non da
ciò che un qualche Stoico peravventura abbia detto, ma da ciò che, seguendo i
suoi principii, gli conveniva di dire. I quali [)rin- cipii io certo non
intendo come trar possano a quel- la opinione che 1' Autor Franzese attribuisce
agli Stoici, cioè che l'uomo non debba curar niente il ben degli altri, essendo
quei prìncipii fondali nel- r onestà che a questo stesso ne invita. Vegga dun-
que il Franzese di non far qualche ingiuria agli Stoici; la quale non so se
soffrissero, benché pro- testino di poter soffrire ogni cosa. Che se la loro
filosofia intende al ben comune, e chiama gli uo- mini a società, non per
interesse, che è lo stimo- lo degli avari e dei vili, ma per Tirtù, che è la
ragione dei valorosi e dei savj, non è poi da dire che sia tanto contraria alla
filosofia Cristiana, che fa pur quello stesso. Conchiiuione del Ragionamento.
Eccovi, signor Conte Gregorio carissimo, il mio ragionamento, che a voi forse
parrà tro{)po lungo, ed io stesso ne ho veramente dubitato nel farlo. Perchè
sebbene , parendomi in esso di ragionar con ^o\ con cui vorrei ragionr sempre,
pareami d' esser breve, sapeva però gli inganni che fa amore. Il quale se m' ha
ingannato, facendomi parer troppo corto quel tempo che io scrivendo, con voi mi
tratteneva, spero che vorrà inganna- re anche voi alcun poco, e farvi stimar
questo scritto o men lungo, o men cattivo di quel che è. E perchè amore non
così di leggeri suol conten- tarsi, spero che egli vi indurrà ancora a voler
dir- mene il parer vostro, avvisandomi de' miei errori; e farà dimenticarvi che
voi siate stato una volta mio discepolo, o più tosto farà che ricordandovene,
vi ricordiate altresì quanto poco conto io facessi 2^1 fin d'allora delle mie
opinioni; le quali poi in processo di tempo mi son qnasi venute a noia. Tanto
meno dovete voi dubitare ora di mutarle e. letta la presente scrittura, come
saremo insieme, dirmene liberamente il giudicio vostro, e mostrarmi i luoghi
ne'quali non avrete potuto convenir meco. Io mi rimarrò in questa villa finche
l'aria seguirà di giovarmi, o piuttosto finché potrò sostenere il desiderio di
rivedervi. INDICE vvertimento del Tipografo . . . Pig. in Notizie Bi(^grafiche
v v Ai leggili ori -DELLA. FELICITÀ Come dicasi la felicità essere il fine
ullinio In che consista la felicità La felicità non è posta nel solo pia- cere La
felicità non è posta nella sola virtù Come dicasi la felicità esser j)nsta nel'
la contemplazione La felicità civile è posta principal- mente ueir esercizio
della virtù Se possa uno essere più Jelice di un altro – H. P. Grice: “Absurd!
There’s a quota” – “Some reflections on ends and happiness” -- Delle varie
maniere di beni . . w 4^ DELLA VIRTÙ MORALE IN GENERALE. GAP. I. BdV onestà Delle
leggi n 02 Dell' azion virtuosa Dell' azion volontaria Dell' azicti libera – H.
P. Grice: “Freedom” – freedom more valuable than means-end rationality, since
freedom is required for extrinsic rationality of the essential type that only a
PERSON possesses -- Che cosa sia la virtù Qual sia il soggetto della virtù e
d" alcune proprietà di essa Della materia della virtù Se le passioni sieno
cattive di lor na- tura Se la virtù sia posta in un certo mez- zo tra V eccesso
e il difetto Di qual maniera sia il mezzo in cui sta la virtù, e come sieno
cattivi gli e- stremi . . ■>! 74 GAP. III. Se possa essere un'' azion
indiffe- ì'ente « 76 PAPiTE TERZA DELLA VIRTÙ MORALE IN PARTICOLARE. GAP. I.
Della divisione della virtù – H. P. Grice: “Absurd! Like philosophy, virtue is
entire – there’s only one problem in philosophy, namely all of them.” Delle definizioni delle virtù Della fortezza o Della
temperanza Ddla liberalità Della magnijicenza "89 GAP. VII. Della
magnanimità Della modestia DeJIa mansuetudine D'ila veritàr//^; Della gentlilezza
Della piacevolezza Della giustizia « loo Se aifcndosi una virtù s'' abbiano
tutte *i io8 GAP. XV. Delle colpe e de' vizii . . . . « 112 PARTE QUARTA DELLE
VIRTÙ INTELLETTUALI. GAP. I. Che cosa sia virtù intellettuale, e qua^ le il
sn^i^etln di essa e qmd la materia . '■> 1 i5 GAP. II. Che la virtù
intellettuale e necessa- ria alla felicità . , 11 1 j/j GAi"'. III.
Divisione della virtù intellettuale DelVintellctlo Della scienza Della prudenza
VeWarte Della sapienza OUirsTA DI ALCUNE QUALITÀ DELl' ANIMO CHE N0.\ SONO NÉ
VIZII NE VIRTÙ Nota delle qualità di cui vuol trat- tarsi t) i4o Della virtù
eroica n ì^i Della continenza « i4G Della tolleranza • 1^9 GAP. V. Della
verecondia » i5o Dello sdegno w i5i DeW amicizia – H. P. Grice: aporia pel
lizio -- DeW amicizia che nasce dalV uti- lità DeW amicizia che nasce dal pia-
cere DcWamicìzìa cheTiascedalla vìrtà.V'dg. iGo Z^' alcune senfenze intorno
ali" a- micizia D"* alcune quistioni intorno ali" a~ micizia -ìì
168 GAP. Xill. Di alcune qualità che si accosta- no alla natura dell' amicizia
« 175 Della be>evole^za w ìt> Dell' AM^'RE « 174 Della c"z\ ■» 17G
Della ghatitudine ^ " ^77 Dell' amor di se stesso » 178 GAP XÌY. Del
piacere '. i8'i GAP. XV. Se il piacere sia per se stesso un bene t» i85 Se il
piacere sia l’ultimo fine – For ‘fine’ cf. H. P. Grice: “Some reflections on
ENDS and happiness.”. Del desiderio della felicità . t> 192 GAP. XV] II.
Della felicità ^ 202 Magionantento sopra un libro Jranzese del signor di
Maupertais » 2i5 GaP. I. G/je cosa sia felicità tj 2:8 GAP. il. Se nella vita
delVuomo pia sieno i beni che i mali ■» 225 GAP. Hi. Dalla natura dei piaceri e
dei dis- piaceri ts 23l GAP. iV. Dei mezzi di accrescere la felicità, n 259
GAP. V. Della Jìlosojirj de^li Stoici. . . -ii ^^i GAP. VI. Degli aiuti c'ie
trag^onsi dalla Jilosojia de^r.risiiani per la felicità della vita pre sente.
-n 25o Conchiusione del Ragionamento n . -i BIBLIOTECA CLASSICA I T A r. I A IN
A DI SCIErsZE, LETTERE ED ARTI DISPOSTA E IL] ASTRATA DA LUIGI CAREER. Classe
V. — Vol. IH. u LA REPUBBLICA FIORENTINA E LA VENEZIANA DI DONATO GIANNOTTI.
VOLUME UNrCO. VENEZIA. co TIPI DEL GONDOLIERE. M DCCC XL. AI LETTORI LUIGI
CAHIIER. A, -Ile generalità de' prlnclpli conseguitano le par- licolarità
storiche, dalle quali sono i principi! stessi confermati, se giusti. Ed ecco
che il GiannoUi mi por- ge bellissima opportunità di secondare quest' ordine
naturale de' nostri ragionamenti co' suoi due libri del- la Repubblica
fiorentina e della veneziana, onde si com- pone il presente volume. La
descrizione precisa e minuta de' modi onde fu- rono ordinati alcuni governi,
che, o durarono, come il veneziano, oltre ogni ordinaria misura di tempo 5 o
eoa frequenti e dolorose perturbazioni non ebbero che vita fugace, come il
fiorentino j torna di utilità somma a chi sappia trarne le opportune
conclusioni, opposte nella natura, ma uniformi nel fine. Poiché sì dalla di-
mostrazione delle cose che si hanno potentemente a fuggire, e sì da quella
dell" altre che si hanno studio- samente a cercare, se ne traggono i
fondamenti di retto giudizio intorno al migliore reggimento degli sta- li. Dirò
anzi che per (juanlo fosse perfettamente con- VI dotta la dimostrazione in uno
dei due modi surriferitij non se ne avrebbe mai il buon effetto che si produce
dalla contrapposizione dell'* uno all' altro. Cosi vedia- mo, pur troppo, nella
realtà delle cose allora farsi nel suo pieno sensibile la bontà di una prospera
condizio- ne, quando ci troviamo piombati nella contraria, e ri- sorgendo da
questa, ne possiamo più efficacemente intendere la gramezza. Il possedimento
della felicità a lungo andare attuta il senso del piacere, e similmente r abituatezza
nelle sventure assopisce quello del dolore. Da pochissimi altri poteva farsi
ritratto tanto ve- ro e credibile delle condizioni di un popolo come dal
Giannottij il quale succedette al Machiavello nel mal- agevole uffizio della
segreteria, e il tenne in tempi diffi- cilissimi alla patria e agli amatori di
essa. Le sue dottri- ne politiche, lontane dalla cupezza di quelle di Niccolò,
non sono meno profonde, almeno per chi sappia di- stinguere il profondo dal
cupo. Non intendo già para- gonare con questo fra loro i due ingegni, e so bene
che il Machiavello ha in questo genere di sapere seg- gio altissimo e solitario
5 parlo della utilità delle dot- trine, specialmente nella loro acconcezza
particolare al popolo e alla città per cui furono destinate. E non meno del
Machiavello fu ornato il Giannotti di let- tere squisite, amando e trattando
fino da giovinetto le muse latine 5 quindi proceduto cogli anni, e acco-
statosi a quanti fiorivano nella sua patria per eccelleu- VII ti stufili, diede
ad essi e da essi ritrasse aiuti al com- porre 5 come, a tacer del resto, può
vedersi dalla sua corrispondenza col Varchi. E ben gli vennero oppor- tuni,
anzi dirò necessarli, questi sludii nelle sventure, che, ad una con quanti ebbe
magnanimi concittadini, il colsero dopo la disfatta repubblica. Lo accompagna-
rono questi studll neiresUio, al tempo in cui, cessando dalle puljbliche
incumbenze, dettò il più e il meglio delle sue opere 5 e gli diedero aggiugnere
alla fama d' il- libalo cittadino l'altra di scrittore insigne. Non vi ha parte
del sapere nella quale non influi- sca potentemente la rettitudine dell' animo
5 ma nello storico e nel politico è meglio evidente che nel resto la necessità
di essa rettitudine. La veracità e la pru- denza indispensabili a siffatti scrittori,
di maniera che ogni allro pregio di gran lunga rimansi addietro, ne vanno
indebolite ed intorbidate, non solo dalia fal- sità de' generali principil, ma
ben anche dagli empiti della passione. E sebbene un tale discorso potrebbe
credersi riferibile per molti capi anche agli scrittori di cose morali, non fa
tanto al proposito d' essi quanto degli storici e de' politici, essendo in
questi le applica- zioni delle generalità sopra cose di più stretto e vicino
legame co' particolari casi e sentimenti di ciascheduno. E però il trovare
nelle storie, che la virtù predica- ta dal Giarmotti ne' suoi libri gli
risiedeva nelP ani- mo, e fu da lui presa a consigliera e compagna dello vili
proprie deliberazioni per quanto visse^ è im[iorlante comento alle sue opere, e
conforto grande a chi si fa a leggerle. I tempi funestissimi ne' quali visse, e
il ri- bollimento di tante opposte e gagliarde passioni nelle quali e' si trovò
co' migliori spiriti fiorentini travolto e agitato, poterono per avventura far
sì, che alcuna volta prendesse di due partiti il men acconcio, o, cre- dendo
ascoltare i consigli della prudenza, quelli udisse dell' altrui individuali
opinioni 5 ma non è di ciò che intendiamo parlare : sì della illibatezza delle
intenzio- ni, alle quali, ove pure non apparissero da se insuf- ficienti le
accuse immaginate dall' astuta slealtà del Guicciardini, e consentite dalla
paurosa perplessità del Segni, sono efficace conferma il bando continuato tut-
ta la vita, la povertà, il decoro degli studii, e l'amicizia immutabile d'
uomini sapienti; incontaminati, e con- cittadini. Fanno ritratto bellissimo
della sua anima i due trat- tati che diamo in luce novellamente, e così uniti
come sono, s'illustrano a vicenda mirabilmente, oltreché per la ragione che ho
accennata sul principio, per le con- dizioni dello scrittore. Che se può
credersi potervi avere in quanto egli scrisse della Repubblica fioren- tina
alcun vestigio degli umori, che ardenti mentre lo stato durava tuttavia ed egli
n' era il segretario, non potevano essere, se sopiti, del tutto spenti nel
cuore dell'esule j questa credenza non ha vigore per l'altro IX libro eh' egli
compose della Repubblica veneziana , quando non si voglia pensare che la
gratitudine dello ospizio avesse a farsi consigliera di menzogna. E inti-
tolando quest'altro libro al fiorentino Francesco Nasi, lodatissimo da'
contemporanei, oltre che per dolcezza di costumi, per alti e magnanimi
pensamenti, sembra che tolga luogo anche a sifUitta supposizione. Un mirabile
accordo d'altra parte, e qui sta il più valido argomen- to delia onestà dello
scrittore, si vede in quanto ei det- tò, sia eh' egli ne lo destinasse alla
stampa, o che il lasciasse correre manuscritto. Da per tutto quel ripo- sato
modo di giudicare, che venendo cogli ultimi anni può stimarsi cagionato non d'
altro che dalla infelice esperienza, ma che tenuto fino dai primi, si mostra
con- naturale air uomo, e ad esso consigliato dalla propria guisa di ragionare.
Bensì nell'ultimo tempo le sue sentenze acquistarono alcun che di più malinconico,
e quanto ei dice è con voce d'uomo che teme non ave- re chi l'ascolti, se non
forse per investigare le cagioni onde fu mosso, e dargliene biasimo. Di che
recherò ad esempio la bellissima scrittura indiritta a Paolo III, ove della
pace dolorosa d'Italia in quella stagione è parlato con senno molto notabile, e
della sua durazione ali. ga a motivo il fare probabilmente i potentati d'allora
non (/nello che detta la ragione, ma (/nello che sogliono Jave la più parte
degli nomini^ i (/ualivivono a benefi- cio del tenijìo. E più sotto, di questi
uomini slessi, che X vivono a giornate, si dice, ch'essi quando veggono po-
terne passare alcuna quietamente, non pensano a quella che deve succedere:
tanto sono de' pericoli, de' disagi, degli spendii e d^ ogni altra
molestiafuggitorif Così in sul fine di essa scrittiirajla quale, pubblicata da
soli venfanai, è nobilejC ingegnosa, e meritevole che si legga 5 e paragonata a
quelle consimili del Machiavel- lo, non cede loro punto, specialmente
considerato il profitto della pratica ( Giannotti, Opere. Pisa, Ca- purro, Tol.
Ili, face. 67 a 146). Solo ch'egli temeva (considerabile molto anche questo
timore), che il suo studio d' investigare nelP avvenire avesse ad essergli
imputato a colpa perchè essendo in misera Jortuna collocato, non potesse sì
gran male, o alcuno sì gran bene avvenire eh' egli potesse della malignità o
bon- tà sua partecipare ( face. 69 ). E non pertanto quan- to egli scrive è,
come si disse, sapientemente ideato, e degno di particolare considerazione.
Della lingua e dello stile di questo scrittore, doti preferibilmente
osservabili nella nostra raccolta, sareb- be soverchio il discorrere la bontà,
perchè consentita universalmente, e da più d'un secolo. Avvertirò solo alcuna
proprietà di questi libri, paragonati con quelli di altri scrittori, che
trattano consimili materie. Tra le quali proprietà parmi in principal grado
sensibile cer- ta dignità riposata, molto naturale ad uomo che discor- ra di
cose da esso maneggiale, e che furongli per più XI anni faralliari. E che nel
suo dettato v'avesse aà esse- re molta cura, ben si può presumere da chi legga
nella lettera, seconda delle stampate, eh 'egli indirizzò al Var- chi, il
tacciare eh' ei fa la poca cultura in questo con- to del Guicciardini. Ma gli
ornamenti non tolgono agevolezza e spontaneità al suo discorso, come quello,
che per elaboralo che fosse, ritraeva, come s' è detto, delle abitudini della
sua vita. E se non fosse che al- cune idee si hanno da certuni per sottigliezze
o per sogni, vorrei anche soggiugnere che la dignità dello stile del Giannolti,
in quanto compagna ai degni con- cetti dell' animo, aveva ad apparire non poco
diversa da quella degli scrittori intenti ad inverniciare le bu- gie, o a
palliare la viltà di eleganza. Ma di ciò basti, e veniamo, secondo il solito,
alla scelta dell' edizioni. Doveva la Repubblica veneziana, anziché d'un so-
lo, com'è, comporsi di tre dialoghi, secondo è fatto cenno nel proemio; ma pare
che all'autore, mi giovo delle parole del Rosini, mancasse o il tempo, o la vo-
lontà di condurre aljinc il secondo ed il terzo. For- se anche molte cose, che
aveva disegnate per inse- rirsi in quelle, ebbero luogo neW opera seguente.
Vide la luce la prima volta essa Repubblica veneziana nel 1 540, colle lodate
stampe romane del Biado, e fu riprodotta dal Grifio frent'anni dopo. Da indi le
ristampe veneziane si accrebbero colla compagnia del- la Venezia del Confarini,
oi a molti 4 LA REPUBBLICA FIORENTINA. iillii di frullo e diletto cagione,
dico, poiché da me slesso mi costringo a dirlo, che io ho ferma opinione, che
questa mia fatica, siccome al presente porge al- l'animo mio qualche
tranquillità, così non sia molto lontano il tempo nel quale ella possa agli
altri qualche utilità recare. E avendo tale opinione, ho deliberato ragionare,
in che modo si possa in Firenze temperare un- amministrazione, che non si possa
alterare senza estrema forza estrinseca. Perchè egli non è dubbio alcuno che i
due governi, che nell' anno mdxii e MDxxx con tanta violenza furono guasti,
erano pieni di difetti j de'quali se fossero mancati, non potevano in modo
alcuno ruinare: la qual cosa è manifesta, perchè alla rovina del primo bisognò
un esercito spaguuolo, il sacco di Prato, la furia di papa Giulio, la
reputazio- ne della lega fatta contra il re di Francia, la rovina di quel re in
Italia, e la negligenza dei più reputati citta- dini della città. Alla rovina
del secondo fu necessario, che concorresse il consenso di tutti i principi
cristiani 5 bisognò che fosse un papa autore della roTÌna di esso, col quale la
città non potesse far conyenzione alcuna, se non dandogli quello per che ella
combatteva, cioè la sua libertà ; bisognò, che dal suo capitano fusse con gran
vitupero de' soldati italiani tradito, e che chi era capo di esso, non sapesse,
ne avesse animo a punire la sua infedeltà. E non sariano state tutte queste
cose sufficienti a rovinarlo, se i più ricchi e più stimali cit- tadini non
fussero stati fuori della città, parte operan- do quello potevano per la rovina
di essa, per soddisfare al papa, parte stando lontani così dalla difesa, come
dair jfl^^sa. Laoiide agevolmente puj conghietturare LIBRO PRIMO. 5 chi bene
considera, che se in Firenze si ordinasse un governo che ragionevolmente
dovesse a ciascuna sor- te di cittadini piacere, saria la nos'.ra cltlà più che
al- cun' altra d' Italia felice, per non potere mai venire l'orza alcuna
esterna sì grande, che da essa, senza il disfacimento di tutta Italia, potesse
essere superala. Per la qual cosa dovrebbe ciascuno estremamente deside- rare in
Firenze una cosi fatta forma di reggimento,' e voler piuttosto vivere con minor
grado in un gover- no che si potesse perpetuo giudicare , che con mag- giore in
un altro, che tutto giorno fusse alle mutazio- ni esposto. Perciocchi'; in
quelle città, dove frequen- temente si fa mutazione di governo, ciascuna sorte
di cittadini patisce, perchè quella parte che in un* am- ministrazione vive
ricca e onorata, nelP altra vive po- vera e abietta. Tal che niuno è che possa
dire, che le mutazioni dello stato gli sicno fruttuose, perchè queir acquisto
che si fa nelF una, è ricompensalo col- la perdita che si fa nell' altra. Egli
è ben vero, che nella città nostra sono alcuni, a" quali la conversio- ne
della repubblica nella tirannide è stata di tanto fruito, che il disfacimento
poi di cjuella non è stato di molto detrimento, la qual cosa è avvenuta per
inso- lito e rarissimo accidente 5 imperocché quella tiranni- de che succedette
alla prima rovina della repubblica, venne in tanta altezza per il nuovo pontificato
di Leo- ne decimo, che ella potette senza rispetto alcuno qua- lunque le era
grato, con ricchezze e dignità, (juan- to le piacque, esallare. E (jiiesti così
ricchi ed onorali divenuti non sentirono mollo danno nel governo che alla
tirannide sopraddetta succedette; perchè non do- 6 LA REPUBBLICA FIORENTINA. po
molta sua vita, fu da potentissimo assalto vinto, al quale se avesse con
vittoria potuto resistere, prove- rebbero oggi di che sapore sieno le mutazioni
degli stati : perchè miseramente perduta la roba e la patria, andrebbono per il
mondo con gran vituperio disper- si, e con tanta minore speranza di ricuperare
le cose sue, quanto maggiore difficoltà è rovinare una repub- blica, eziandio
male ordinata, che un governo tiran- nico e violento. Doyriano adunque tutti i
cittadini de- siderare uno stato pacifico e quieto 5 quegli che hanno tratto
frutto della tirannide, per non avere a patire quelle miserie le quali vedono
agli altri sopportare 5 quegli che ora patiscono, per non aver più a provare
quelle calamità dalle quali sono al presente cruciati. E perchè chi desidera le
qualità del presente reggi- mento, nel quale chi è oppressalo, senza dubbio è
pronto alla ruina di quello, e chi si trova in florido stato, avendo, per li
modi tanto straordinarii di tale amministrazione, cagione di temere che la sua
gran- dezza non divenga insopportabile, non la debbe con minor desiderio
aspettare, agevolmente può compren- der la mutazione sua propinqua, la quale
tanto più s"* appressa quanto maggiori sono le stranezze e spa- . venti
fatti contro a tutti i cittadini. Perchè questi così fatti modi fanno che
ciascuno, dimenticati gli odii par- ticolari, dalle mutazioni passate generati,
si volge con tutta la sua ira e furore contro al tiranno, la cui po- tenza reca
a ciascuno tanto spavento e paura, che per liberarsi da così fatto terrore,
tosto che qualche occa- sione di recuperare la repubblica si scoprirà, ninno
dovrà essere che non sia presto e pronto a pigliarla, UBRO PRIMO. 7 siccome
avvenne al tempo del duca d'Atene il quale essendo stato chiamato in Firenze
per posare le dis- sensioni civili, venne in desiderio di farsi signore as-
soluto; e poiché egli ebbe in parte mandato ad effet^ to il suo pensiero, e
volendo più oltre procedere, non gli fu dai cittadini permesso, i quali deposti
gli odii civili, tutti unitamente furono pronti alla rovina di quello. Ma
perchè al presente ninno è che possa co- noscere qual sia l' intenzione di chi
è padrone della presente tirannide, vedendo levali i magistrati, ediQ- care
fortezze, comandare a ciascuno imperiosamente, e tener forma di signore, credo
fermamente, che a cia- scuno dolgano gli occhi e scoppii 'l cuore a vedere e
considerare si estrema violenza in quella repubblica, la quale ha insegnato a
tutta Italia, come si devono difendere le città, e tolto F ardire a tutti i
barbari di saccheggiare e predare ogni cosa 5 e aspetti con gran- dissimo
desiderio^, che Dio privi cjuesta tirannide di quei favori che l' hanno in
tanta altezza condotta, per non mancar poi alla patria di quell' aiuto che
potrà darle. E perchè di ciò, mentrechè io scrivo, se ne ve- de qualche segno,
però di molto miglior volere son d' animo di seguitare T ordita impresa,
pensando che il tempo sia propinquo nel quale ella possa qualche frutto
partorire; perciocché senza dubbio, se la pre- sente amministrazione si
dissolvesse, si tornerebbe su- bito al governo passalo, e forse in qualche
parte si fa- rebbe peggiore, siccome avvenne nel mdxxvii nel qual tempo essendo
ritornata la forma del vivere civile, e dovendosi correggere, se alcuno errore
era nell' am- ministrazione, che fu rovinala nel mdxh, fu fatto Pop- 8 LA
REPUBBLICA FIORENTINA. posilo 5 perchè fu tolto via l' ordine di fare il gonfa-
loniere a vita, il quale era ottimo e utilissimo alla cit- tà, siccome noi al
suo luogo dimostreremo, e ninno errore fu corretto, non avendo quei venti
cittadini, i quali furono creati nel consiglio grande con autorità di
correggere e temperare quella repubblica, saputo, ne correggere, ne ordinar
cosa che fusse di momento alcuno. Temendo io adunque, che in un' altra muta-
zione non si ricaggia ne' medesimi errori, e parendo- mi quasi vedere la
mutazione presente, mi sono mosso a speculare e scrivere che forma di governo
si possa introdurre nella nostra ciltà, la quale possa piacere u- niversalmente
a tutti i cittadini di qualunque sorte essi si sieno, tal che tutti vivano
quietamente senza timo- re, senza odio, senza sospetto, amando, difendendo e
innalzando con tutte le sue forze la comune libertà e civile governo. E
quantunque tal materia richieda per l'altezza sua maggiore ingegno e giudizio,
che il mio non è, non resterò per questo di comunicare agli al- tri, se
leggendo, o praticando ho trovato o in leso cosa alcuna che io giudichi alla
città profittevole j e se tut- ti quei che per la loro prudenza e dottrina ciò
far possono, i quali pure sono assai, si saranno in tal ma- teria affaticati,
non ho dubitanza alcuna, che non s'ab- bia a trovare perfettamente quello che
cerchiamo, to- gliendo da chi una cosa e da chi un'altra, tanto che si componga
quell' amministrazione, che da ciascuno deve esser desiderata, e per condurla a
perfezione, o- gni fatica presa. Ma tornando al proposito dico, che per il
[)recedente discorso è manifesto, che tre cose ci hanno indotto a scrivere
della repubblica fior entina LIBRO PRIMO. g cioè, il voler dilettale me
medesimo, il veder la rovi- na delia presente tirannide propinqua, e la
necessità di correggere i mancamenti dei due passati governi. Né volendo sopra
la prima e seconda allro che quel- lo che è detto ragionare, resta che poscia
che io a- vrò disputato di quelle cose le quali ò prima neces- sario
considerare, siccome nel seguente capitolo si ve- drà, sopra alla terza
alquanto m' allarghi, mostrando di che sorte fussero gli sopraddetti mancamenti,
e di quali e come fatti disordini erano cagione, acciocché ciascuno, conosciuti
chiaramente tali difetti, o egli per benefìzio della città pensi, o insegni in
che modo si possano, e debbano correggere, e non essendo a ciò sufficiente, si
renda facile ad ascoltare ed accettare le correzioni che da altri fussero
trovate, e, per fare in qualunque sua parte la repubblica perfetta, a tutti co-
municate. Capitolo IT. Del modo del procedere. Gli antichi savi, che hanno de'
governi delle re- pubbliche trattalo, considerando che repubblica non è altro-
che ordinazione della città, [•riniieramenle hanno dichiarato, che cosa sia
città, e di quali, e co- me fatti membri sia composta. E perchè città è una
certa comunità al ben vivere degli abitanti ordinala, hanno detcrminato quiili
cose deono essere a tutti comuni e quali privale. Venendo poi all' ordinazione
della repubblica, per mostrare chi abbia a essere par- *— =ne degli onori e
delle fatiche universah della città. IO LA. REPUBBLICA. FIORENTINA. hanno
chiarito quale sia quello che si debba cittadino chiamare 5 e finalmente dopo
molte altre particolari con- siderazioni, alle forme delle repubbliche sono
perve- nuti, ed è stata la loro considerazione non particolare, ma universale,
perchè non si sono diretti a una sola cit- tà,anzlper la grandezza dell'ingegno
e virtù loro hanno compreso tutti i governi che in tutte le città si possono
introdurre: ma la nostra intenzione è di trattare sola- mente del governo della
nostra città, non solamente perchè innanzi all'altre cose ciascuno è alla sua
patria obbligato: ma perchè ancora abbracciandosi gran fa- scio, non saria poi
possibile che fosse dalle forze del mio ingegno sostenuto. E perchè il
subietto, sopra il quale vogliamo fare la nostra considerazione, già è sta- bilito
e fermo, non è mestiero distendersi sopra quel- le cose le quali abbiamo detto
essere state dagli anti- chi considerale, perciocché l' animo nostro è di mo-
strare, che forma si convenga a quel subietto, quale egli si sia, e però non è
necessario disputare che cosa sia città 5 perchè ciascheduno vede, che Firenze
è una comunità di abitanti distinti in poveri e ricchi, nobi- li e ignobili,
ambiziosi e abietti, non bisogna deter- minare, quali cose debbano essere
comuni, e qut.iì private, perchè questa parte è stata dagli stessi abitatori
spontaneamente ordinata 5 né anche è mestiero di mo- strare, che cosa sia
cittadino, perchè noi vogliamo che colui sia cittadino tenuto, che è così,
secondo la co- mune usanza, chiamato j e chi cercasse queste parli al- terare,
saria per la difficultà della cosa la sua fatica vana e non profittevole. E
adunque il subietto no- stro|la città di Firenze tale, quale ella è, nella
quale LIBRO PRIMO. I I vogliamo introdurre una forma di repubblica conve-
niente alle sue qualità, perchè non ogni forma con- - viene a ciascheduna
città, ma solamente quella la quale puote in tal città lungo tempo durare.
Perciocché sic- come il corpo prende vita dall' anima, così la città dalla
forma della repubblica, tal che se non è conve- niente tra loro, è ragionevole
che T una e T altra si corrompa e guasti, siccome avverrebbe, se un' anima
umana fosse con un corpo di bestia congiunta, o un'a- nima di bestia con un
corpo umano 5 perchè T uno darebbe impedimento all' altro, di che seguirebbe la
• corruzione. Primieramente adunque noi investighere- mo qual forma di
repubblica si convenga alla città di Firenze, e per trovar ciò, noi disputeremo
delle spe- cie delle repubbliche, esaminando quale si debba ot- tima reputare,
e come fatte sono quelle città che ne sono capaci 5 e venendo a Firenze
mostreremo esser subietto capacissimo d' un bene ordinato governo.
Secondariamente andremo discorrendo tutti i manca- menti e difetti i quali
erano nelle due passate ammi- nistrazioni. Dopo questo introdurremo la nostra
re- pubblica, riparando a lutti quc' mancamenti che sa- ranno da noi stati
trovati e discorsi, nella qual cosa non altereremo molto i modi e costumi del
viver fio- rentino; siccome anco fanno i prudenti architettori, i quah chiamali
a disegnare un palazzo per edilìcare sopra i fondamenti gettati per 1*
addietro, non alterano in cosa alcuna i trovali fondamenti, ma secondo le
qualità loro disegnano un edificio conveniente a que- gli 5 e se hanno a
racconciare una casa, non la rovina- no tutta, ma solo quelle parti che hanno
difetto, ed k 12 LA REPrBBLICA FIORENTINA. air altre lassate intere si vanno
accomorlando. Ultima- mente mostreremo con che armi, ed in che modo, ordi- nata
la nostra repubblica, dagli assalti esterni si possa render sicura, e ponendo
fine a tutta la presente ope- ra, discorreremo quali occasioni e quali mezzi si
ri- cerchino all' introdurre quello, se non ottimo, il quale in ogni tempo e in
tutto il mondo fu sempre rarissi- mo, anzi più presto desiderato, che \eduto,
almeno buono e durabile governo, sotto il quale così il po- vero, come il
ricco, il nobile, come P ignobile possa la vita, che Dio e la natura gli dona,
felicemente pas- sare. Capitolo HI. Delle specie della repubblica, e di quella
che è ottima. Non solamente i filosofi, ma eziandio alcuni di que- gli che
scrivono le cose fatte da' principi e repubbli- che, dicono esser più forti d'
amministrazione, e di quelle alcuna esser buona, alcuna rea e malvagia, e dal
fine delle città conoscersi la bontà e malvagità lo- ro. Il fine delle città
non è altro, che il ben vivere co- mune degli abitanti 5 perciocché non per
altra cagione gli uomini insieme da principio si congregarono, se non perchè
separati V uno dall' altro non potevano in modo alcuno la vita loro difendere e
mantenere .-per- chè la natura, quando fece 1' uomo, intendendo fa- re una
comunità, dove l'uno potesse all'altro giovare, non gli dette sufiìclenli
mezzi, come agli altri animali, al poter vivere dagli altri separato ; e di qui
nasce che noi diciamo, che l'uomo solitarioj o egli è Dio, J LIBRO PRIMO. I ù o
egli è bestia, perdiè potcìulo vivere dagli altri sepa- ralo in solitudine a
guisa di bestia, il che non può far V uomo, bisogna dire, o che sia di quella
sorte, o che abbia una potenza maggiore, che umana, cioè, che sia Dio: ma non è
mestiero distendersi sopra tale mate- ria, perchè diffusamente è provata da
Aristotile, dal quale io, come da uno abbondantissimo fonte che ha sparso per
tutto 'l mondo abbondantissimi fiumi di dottrina, ho preso tutti i fondamenti di
questo mio breve discorso. Diciamo adunque, che il fine di tutte le città sia
il ben vivere universale degli abitanti. A questo ben vivere concorre
moltitudine d' uomini maggiore o minore, secondo la natura del paese, dove la
città è situata 5 e perchè sempre ovunque è molti- tudine nasce disordine e
confusione, fu necessario trovar modo e regola per la quale ciascuno del ben
vivere fusse fatto partecipe. Questo modo o regola è quello che noi diciamo e
chiamiamo repubblica, la quale è una certa instituzione.^ ovvero ordinazione
de- gli abitatori della città. Questa ordinazione qualunque volta è al bene
comune diretta, è utile e buona, per- chè va al fine suo proprio e naturale; ma
quando si volge al ben privato, è dannosa e malvagia, perchè' da quello a che è
ordinala, si discosta. Ma perchè questa parte meglio s" intenda, voglio
pigliare un altro prin- cipio, per il quale si vedranno le specie delle repub-
bliche buone e malvage, e finalmente a quell'ottimo fine che noi cerchiamo si
perverrà. Di tutte quante le repubbliche, dico quelle che sono semplici, e non
miste, come meglio di sotto si vedrà, il reggimento, o vogliamo dire
animinislrazionej o ella è appresso di GUinnotti. a l4 I-A REPUBBLICA
FIORENTINA. uaoj o di pochi, o di Qiolli , quando dunque quel- la uno o quei
pochi o molti seguiranno il bene co- mune, le loro amministrazioni deono essere
buone reputale 5 ma quando seguono la privala utilità, dan- nose e malvage.
Quando un solo è capo del reggimen- to, e tende al ben comune, chiamasi tale
amministra- zione regno 5 quando governano i pochi, e seguitano il medesimo
fine, amministrazione d' ottimali, i quali così si chiamano, perchè sono
d'utlima virtù ornati, o veramente perchè seguitano quello che è ottimo alla
citlàj quando i molli son capo del reggimento, e se- guitano la pubblica
utilità, chiamasi la loro ammini- strazione propriamente repubblico. Queste tre
spe- cie di reggimento nascono da questo, perchè in ciascu- na città, o egli si
trova uno che è virtuosissimo, o pochi, o molli virtuosi. Dove si trova uno,
che tutti gli altri di virtù avanzi, quivi è ragionevole che na- sca il
principato regio, perchè naturalmente, come prova Aristotile, colui deve agli
altri comandare che è di maggiore virtù ornato, il che si vede nel principato
naturale e dell'universo. Il principato naturale è quel- lo, dove quella cosa
possiede il principato, che è più virtuosa, come negli animali il cuore, il
quale, secon- dochè dicono i fisici, è il principal membro, {)erchè da esso
viene la virtù in tutte le parti del corpo. Il principato dell'universo è retto
da un solo, e sopra tutti gli altri ottimo governatore, cioè da Dio. Laon- de
imitando P arte la natura, è onesto che chi è vir- tuoso, tenga il principato 5
e chi considera bene, può vedere che anticamente il regno fu dato a quegli che
erano reputati virtuosissimi, non essendo ancora nel LIBRO PRIMO. l5 mondo
ambizione alcuna. Né erano questi re con al- cuna legge moderali, perchè saria
stata cosa assurda moderare con leggi chi è alle medesime e ad altri moderamento
e legge. Dove sono i pochi virtuosi, quivi nasce Io stato di ottimati: il regno
non vi può essere, perchè essendo governalo il regno da un solo, il quale la
virtù degli allri eccessivamente avanza, presupponendo la virtù ne'pochi, vengo
a presup[)or- re non trovarsi tra costoro un così fatto : e per la me- desima
ragione non vi può essere la repubblica, per- ch'' non è onesto che i molti non
virtuosi comandino e governino quegli che sono virtuosi : ma dove i molti sono
di virtù ornati, quivi nasce quella terza specie di governo chiamala
repubblica, la quale amministrazio- ne si è trovata in quelle città che hanno
virtù milita- re, la quale è propria della moltitudine. Sono queste tre specie
buone perchè tendono al ben comune, che è il fine delle città, come di sopra
abbiamo detto, e quando si corrompono, generano tre altre sorte di re-
pubbliche, perchè il regno, se si corrompe, diventa tirannide^ lo stato degli
oltimati, potenza di pochi 5 la repubblica, popolarità. Benché la tirannide
nasce an- cora nelle città in molti altri modi, siccome quando in quelle città,
che sou divise, clii è capo di quella parte, che ottiene la vittoria, si fa
signore del lutto, siccome fecero Siila e Mario in Roma 5 e quando qualche cit-
tadino grande perseguitato da' nemici, coli' aiuto della repubblica l'armi e lo
sdegno contra l'uno e T altro volge, ed ottenuta la vittoria, resta dell' uno e
del- l' altro padrone, siccome fece Giulio Cesare in Roma, e Cosimo de' Medici
in Firenze, ancorché Cosimo 1 ^ì LA REPUBBLICA FIORENTINA. neir Oppressione
della repubblica non usasse la vio- lenza dell' arme, perchè si jervì di quegli
ordini civi- li, da' quali egli prima era stato oppressato. Scipione Africano
uomo sopra tutti gli altri virtuosissimo, es- sendo dai nemici, pure secondo gli
ordini civili perse- guitato, non si volle difendere, perchè giudicò non po-
tere fare tal cosa, senza farsi della sua patria tiranno 5 e volendo più tosto
che ella perdesse Ihì, che la li- bertà, siccome egli disse, cedette alla
passione degli avversari!, e lasciando agli uomini un memorabile e- sempio di
maravigliosa bontà e carità verso la patria, se n' andò in esilio volontario 5
e non fece come Co- riolano ed alcun altro, i quali per occupare la comune
libertà, hanno condotto in su le mura della patria loro eserciti forestieri,
facendo quella guerra ai suoi citta- dini, che i più crudeli nemici loro si
vergognerebbero di fare. Ma tornando al proposito, corromponsi quelle tre
specie buone, qualunque volta elle si volgono alla privata utilità. Né da altro,
che dal fine si pretende la differenza che è traile tre buone e l' altre
malvage, perchè non sono in altro differenti 5 nel regno e nella tirannide un
solo tiene il reggimento 5 nello stato degli ottimati e nello stato de' pochi,
i pochi sono signori 5 nella repubblica e popolarità i molti governano: ben è
vero, che nelle tre rette quelli, che ubbidiscono, stanno subietti
volontariamente : nelle tre corrotte stanno pazienti per forza : e perciò si
può dire, che le buone siano dalle corrotte in quello differenti, che i
subietti nelle buone sono volontari!, nelle malvage ub- bidiscono per forza.
?sondimeno a me pare (salvo ogni miglior giudizio) che questa differenza non
sia propria, l.IliKO PlilMO. 1^ ma piuttosto accidentale^ perchè può essere,
che i subielti nella tirannide volontariamente ubbidiscano, essendo corrotti
dal tiranno con largizioni, ed altre cose che si fanno per tenere gli uomini
IranquUli e riposati. Non essendo adunque altra differenza tra i buoni e tra i
corrotti governi, che quella che è ge- nerata dal fine da loro inteso e
seguitato, seguita che ì buoni senza alcuna dilli colla, cioè senza intrinseca
o estrinseca alterazione, si possano corrompere e dive- nir malvagi. Perciocché
nel regno poniamo, parlando di quello secondo la propria sua natura che non ri-
conosce cosa alcuna superiore, non è costretto il re a seguitare il ben comune,
o l' utilità privata, più che esso si voglia, perchè tal cosa nell'animo suo
consiste, il quale quanto sia mutabile, oltre all'esperienza quo- tidiana, si vede
per la vita degli uomini eccellenti, così principi, come privati. Romulo
sapientissimo condi- tore di Roma, come ottimo re tenne lungo tempo il
principato, insuperbito poi per le gran cose fatte da lui insolente tiranno
divennej laonde provocati contro gli animi de' senatori, fu da loro
crudelissimamente am- mazzato. Potette adunque Romulo per se medesimo di Iniono
divenir malvagio, ed il suo governo di otti- mo regno, pessima tirannide. Puote
ancora agli otti- mati ed a quel governo che è chiamato repubblica il medesimo
incontrare, e di qui ne è nato, che le specie de' governi sono moltiplicate,
perchè il primo modo di governo fu il regno, il quale corrotto divenne ti-
rannide j la quale poi fu da pochi virtuosi rovinata, e da loro sullo stato
degli ottimali fondata. Questi an- cora malvagi divenuti, fecero il loro slato
potenza di I 8 LA REPUBBLICA. FIORENTIXA. pochi divenire, la quale da molti
virtuosi rovinata, produsse lo stato chiamato repubblica, e questa anco
corrotta passò in popolarità viziosa, dalla quale, o si ritorna al principato
regio, o ne nasce viva tirannide, siccome Polibio nel sesto della sua istoria
prudentis- simamente discorre. Ma per tornare al proposito, è manifesto per
quello che abbiamo detto, che le tre specie di repubbliche rette e buone, sono
alla corru- zione propinquissime, perchè essendo fondate sopra gli animi degli
uomini, i quali agevolmente si mutano, son sempre per se medesime alla
corruzione esposte 5 laonde chi una di queste tre specie introducesse, fa-
rebbe cosa che non saria profittevole a quel luogo, dove egli T introducesse,
perchè essendo ciascuna di esse tanto propinqua alla rovina, si può pensare che
poco tempo durerebbe 5 e l'introdurre un governo che abbia poco tempo a durare,
è un ajQTaticarsi inva- no. Oltre a quello che io giudico, tale introduzione è
impossibile, perchè essendo gli uomini più malvagi, che buoni, e curandosi
molto più de' privati comodi, che del pubblico bene, credo fermamente che nei
tempi nostri non si trovi subietto che le possa ricevere, per- chè in ciascuna
di quelle tre sorti si presuppongono gli uomini buoni, tal che avendo i
subietti a ubbidire volontariamente a quello, se è uno, o a quelli, se son
pochi o molti virtuosi, non sarla mai possibile indurre a ciò gli uomini non
buoni, i quali per natura loro sono invidiosi, rapaci e ambiziosi, e vogliono
sempre più, che alle loro qualità non si conviene. Concludo adunque per Tuna
ragione e per l'altra, che tal sor- te di repubbliche non si debbono
introdurre, 1' altre LIBRO PRIMO. 19 tre corrolle e contrarle alle predeUe
buone non si deono ancora infrodtirre perchè essendo viziose, e non altro die
trasgressioni e corruzione delie rette, ci il Tia- troducesse non farebbe
altro, se non che darebbe licen- za agli uomini di potere usare senza pericolo
la maligni- tà e tristezza loro: per la qual cosa non si potendo le buone
repubbliche e le malvage non essendo conve- nevole introdurre, è necessario
trovare un modo e una forma di governo, che si possa o sia onesto introdurre 5
questo modo e questa forma per questa via si potrà agevolmente trovare. In ogni
città sono più sorte di abitanti, perchè e' si trova in ciascuna città nobili e
ricchi, cio^ grandi, poveri e vili, e quegli che parti- clpano dell' uno e
dell' altro estremo, cioè mediocri. Tutte queste parti in ciascuna città si
trovano, ma do- ve maggiore l'una e dove maggiore T altra, e siccome esse sono
fra loro differenti, cosi ancora i desiderii loro son varii e diversi;
perciocché i grandi, perch'^ ecce- dono gli altri in nobiltà e ricchezze,
vogliono coman- dare, non ciascuno da per se, ma tutti insieme, e per- ciò
vorriano una forma di governo nella quale essi soli tenessero l' imperio, e tra
loro ancora sempre alcuno si trova, che aspira al principato, e vorrebbe coman-
dar solo. I poveri non si curano di comandare, ma temendo P insolenza de'
grandi, non vorriano ubbidi- re, se non a chi senza distinzione a tutti
comanda, cioè alle leggi, e però basta loro esser liberi, essendo quegli libero
che solamente alle leggi ubbidisce. I mediocri hanno il medesimo desiderio de'
poveri, porche anco- ra essi appetiscono la libertà, ma perchè la fortuna lo-
ro è alquanto più rilevata, perciò oltre alla libertà •j(> LA KEPLBBl.ICA
FIORE.N il?» A. desiderano ancora onore. Possiamo adunque dire, che in ogni
città sia chi desidera libertà, e chi oltre alla li- bertà, onore, e chi
grandezza, o solo, o accompagnato. A volere adunque istituire un governo in una
città, dove siano tali umori, bisogna pensare di ordinarlo in modo, che
ciascuna di quelle parti ottenga il desiderio suoj e quelle repubbliche, che
sono così ordinate, si può dire che sleno perfette, perchè possedendo in es- se
gli uomini le cose desiderate, non hanno cagione di far tumulto, e perciò
simili stati si possono quasi eter- ni reputare. A'desiderii di queste parli
similmente non si può soddisfare, perchè bisogneria introdurre in una città un
regno, uno stato di pochi, ed un governo di molti, il che non si può
immaginare, non che mettere in alto, salvo che in Genova dove innanzi che messer
Andrea Doria le avesse con grandissima sua gloria venduta la libertà, si vedeva
una repubblica ed una ti- rannide. Pos^onsi bene detti desiderii ingannare,
cioè si può introdurre un modo di vivere nel quale a ciascuna di quelle parti
paia ottenere il desiderio suo, quantun- que pienamente nolFottenga. Onde in
questo governo che cerchiamo bisogna che uno sia principe, ma che il suo
principato non dependa da lui: bisogna chei grandi comandino, ma che tale
autorità non abbia origine da loro: che la moltitudine sia libera, ma che tal
libertà ab- bia dependenza: e finalmente, che i mediocri, olire allo esser
liberi, possano ottenere onore, ma che tal facoltà non sia nel loro arbitrio
collocata j ed a volere intro- durre una così fatta amministrazione, bisogna mesco-
lare insieme tutte le tre specie di repubbliche, le quali, benché separate
dicemmo non si potere introdurre, LlimO PRI>IO. 21 nondimeno congiunte
insieme facilmente s'introduco- no. Questo avviene, perchè in ogni città si
trovano i sopraddetti uomini, e per l' inlroduzione del governo misto si viene
a soddisfare a tulli. Non si trova già una città con un solo umore, tal che in
essa si possa introdurre una di quelle specie separata: ben è vero, che in
alcuna città uno di quegli umori è superiore agli altri, per aver maggior
subictto, tal che chi voles- se in quella Introdurre una delle sem[)lici
specie, a- vrebbe a eleggere quella la quale fosse a tale umore proporzionata,
nondimeno se coli' altre non si tempe- rasse, non mancherebbe mai d'alterazione,
perchè gli nomini deboli, venendo F occasione, diverrìano gran- di, e fariano
tumulti. Possiamo Firenze per esemplo ad- durre, dove la repubblica dal
mcccclxxxxiv al mdxii era reputata popolarissima, e non mancò mai di per-
turbazioni, tantoché fu necessario temperarla col prin- cipato, né questo
finalmente fu abbastanza a mante- nerla, come a ciascuno è notissimo. Laonde io
giudico lo sfato misto esser ottimo, ed in molte città potersi introdurre, e
secondochè dice Aristotile, Sparta era in tal maniera temperata, e, per quel
che si comprende per tutti gli storiografi, la città di Roma. Ma in che modo
tal governo si debba temperare, diffusamente nel suo luogo tratteremo j abbiamo
ora a dimostrare quali siano quelle città nelle (juali si può introdurre il governo,
e tal forma di vivere. 2 2 LA REPUBBLICA FIORENTir?A. Capitolo IV. Che qualità
deva avere una città capace dello stato misto. In ogni città; come abbiamo
detto, si trovano tre sorli d' abitatori, grandi, poveri e mediocri. In alcune
sono i grandi eguali ai poveri, e tra l'una parte e l'al- tra son pochissimi
mediocri. In simil città n(ìn si può introdurre lo stalo sopraddetto, perchè
quantunque In esse si trovi chi voglia comandare, non vi è chi molto si curi di
esser libero, non ostante che il desiderio della libertà sia proprio (come è
detto) de' poveri. Questo avviene non solo, perchè rade volte i poveri sono
generosi, essendo dal bisogno delle cose necessa- rie impediti, ma perchì
ancora si veggono in tali città superare da quelli che eccedono in ricchezze e
nobil- tà, e nel numero loro non esser tanto di vigore, che possano resistere,
e perciò pensando non poterli vince- re, si stanno quieti, e sopportano il
dominio de' gran- di. In tali città si può facilmente introdurre la poten- za
de' pochi, perchè sono subietti capaci di tale am- ministrazione, la quale non
è altro che una compagnia di signori e di servi ^ laonde quelle città in tal
manie- ra governate, non si possono chiamare città, perchè città vuol dire una
congregazione civile d' uomini li- beri. In altre città si trova gran
moltitudine di poveri, e pochi grandi, ed in queste nasce lo stato popolare,
perchè i grandi non vedendo modo di poter superare i poveri, stanno quieti, e
se pur vogliono far tumulto, sono costretti volgere a uno tutta la loro
reputazione, e farlo capo, il quale poi molte volte inganna 1' una LIBRO PRIMO.
2.1 parte e rallra, e diviene tlrunno. In questo slato è ne- cessario che si
facciano molti inconvenienti, perchè avendo 1 poveri suprema autorità, e
trovandosi nella amministrazione de' magistrati, hanno occasione di far- si
ricchi, il che essi più die altra cosa desiderano, e però sono costretti a
essere avari e rapaci. Sono altre città nelle quali sono assai mediocri, pochi
grandi idxii per le dissensioni civili di Firenze miseramente andare a sacco, e
nell' anno mdxxx tutto il dominio essere guasto 'e predato, di che è stato
cagione la stabilità e resistenza grande di quella amministrazione che era
assalita, e oltre a ciò la potenza grande degli avversa- rii, favorita dal
cielo e dalla terra, per rovinar quella città. Ma tornando al proposito, tenne
Federigo Bar- barossa l'imperio d'Italia, non come gli antichi Roma- ni, e dopo
loro gì' imperatori le loro provincie, i quali mandavano al governo di esso un
proconsole, tene- vanvi eserciti, e vi mandavano colonie che fussero come freno
dei subietti, ma solamente coir armi degli Italiani medesimi. Perchè nelle
città divise si volse a favorire una parte, le non divise fece dividere 5 la
par- te che egli favori; furono i grandi, onde in molti luo- ghi fece grande un
solo, in molti altri molti insieme. Volsesi a questa parte, perchè pensò
potersene più age- volmente servire, e più sicuramente fidare: perchè è MBUO
PRIMO. 27 sempre più agevole il disporre ai desiderii suoi i po- chi, che gli
assai, e più sicuro li puoi fidare di quegli che hanno più hisogno, che gli
altri, di le. I grandi son pochi, e volendo comandare agli assai lianno
continua- mente bisogno di chi gli difenda; laonde in molle co- slitui i capi,
come nella Romagna, iVIarca ed altri luo- ghi, da' quali erano discesi quei
tiranni che sono poi stati spenti dai pontefici romani. In alcune altre favorì
tulla la parie de' grandi, siccome avvenne in Firenze. In questa maniera teneva
Federigo l' imperio d'Italia con utile suo grande, e senz' alcuna molestia o
spesa. Succedette poi la morte di quell' imperatore, e quei popoli che erano
stati governali dai grandi in sid fa- vore di quello, tutti si ribellarono, e
costituirono nuo- vi modi di vivere. Quelli che solo erano stati fatti ca- pi,
solamente salvarono Io stato, perchè mentre visse l' imperatore si assicurarono
di sorte, che poi si pote- rono mantenere j ma dove i grandi tutti insieme reg-
gevano, tutti rovinarono, perchè quando potevano, non si assicurarono. Il che
avvenne, perchè quelle co- se, le quali a molti insieme son commesse, ciascuno
per sé le più volle ne lascia il pensiero al compagno, tal che da niuno son
curate, la qual cosa princi[)almente è vera, dove pochi comandano, perchè non
sì potendo assicurare senza ofTcndere molli, rari sono che voglia- no esser
quegli dai quali nnsoa T offesa. I Pistoiesi soli si provveddero di sorte, che
dopo la morte di Fede- rigo poterono lo stato conservare. Ma tornando a Fi-
renze, dopo la morte di Federigo, il popolo ricuperò la libertà, e ordinò nuovo
modo di vivere, ma fii in tal maniera temperalo, che fu soggetto di sedizioni,
e non 28 LA REPUBBLICA FIORENTINA. Tincolo di pace e di concordia. Perchè chi
ordinò quel governo, tutto lo dirizzò contro ai grandi che aveva- no al tempo
di Federigo retto, i quali stando con con- tinuo timore, furono necessitali a
sollevarsi tosto che r occasione apparse, la quale fu la prosperila e felice
successo di Manfredi figliuolo naturale di Federigo. Ma ebbe il loro tumulto
infortunato evento, perchè tutti furono cacciati, si rldussono in Siena, e
furono cagione della guerra de' Sanesi e de' Fiorentini, e della rolla d'
Àrbia, per la quale i Fiorentini perderono lo stato? e i fuorusciti
ritornarono. E questo è quello che par- torì il governo in quella forma
ordinato. Questi ancora che tornarono, non vollero, o se vollero, non seppero
instituire un'amministrazione che fusse a loro edagli altri fruttuosa, e quando
poi tentarono farlo, che fu dopo la morie di Manfredi, non furono a tempo; per-
chè avendo la moltitudine preso animo e vigore, co- strinse quegli, che dopo la
rotta dell' Arbia erano tor- nati, a fuggirsi. Era in questo tempo il popolo
fioren- tino molto desideroso d' un civile e buon governo, laonde fece molte
provvisioni a ciò appartenenti, le quali sarebbono state utili alla città, se
si fussero pri- ma gettati buoni fondamenti, perciocché per levare oc"
casioni alle sedizioni, ridusse in Firenze tutti i fuoru- sciti così Guelfi,
come Ghibellini, la qual cosa partorì contrario efifelto a quello che pensarono
gli autori di tale reduzione, perchè tosto che furono dentro, co- minciarono a
tumultuare, di che si vide che il rimet- ter dentro que' potenti, non fu altro
che meltersi in casa i tumulti eh' erano fuori. Io certamente credo che se
allora tra quelli che governavano, fusse stato LIBRO PRIMO. 29 qualche uomo
savio che avese avuto intelligenza dei governi della città, si saria forse
potuto introdurre in Firenze una buona forma di repubblica, perchè T in-
clinazione grande che aveva il popolo alla quiete e al ben vivere universale
toglieva in {)arte la ditlicoltà che impediva, come di sotto diremo, tale
introduzione. Ma la fortuna arbitra delle faccende umane non permesse che
Firenze sortisse tal felicità. Quegli ordini adunque, che allora s'
introdussero, non furono tali che potes- sero spegnere le discordie j laonde
crescendo V inso- lenza de' grandi, fu costretto il popolo creare il gon-
faloniere di giustizia, il quale costrignesse i grandi a star quieti e ubbidire
ai magistrati. Fu ancora ordina- ta in quel tempo la legge del divieto,
acciocché molti participassero degli onori della repubblica, ed i gran- di non
avessero ardimento di voler continuare i ma- gistrali 5 dalle quali cose
nasceva, che d' una città se ne faceva due, perchè l'una parte sempre viveva
con sospetto dell' altra. Il popolo era dai grandi nelle fac- cende private
oppressalo; i grandi avevano le leggi e l'ordinazioni della repubblica tutta
contro a se diret- ta, la quale ordinazione non fu sufticiente a reprimere r
insolenza loro, e moderare la repubblica, perchè la reputazione del
gonfaloniere mancò presto, e segui- tavano i medesimi ordini che prima; laonde
non mol- to dopo succedettero gli ordinamenti di Giano della Bella, e se quegli
poco innanzi fatti eran viziosi e cat- tivi, questi di Giano eran molto
[)eggiori. perchè in quegli si notavano i grandi espressamente ; in questi eran
notate trentasette famiglie nobili, le quali furono escluse dal potere ottenere
il supremo magistrato, e fu 3o LA REPUBBLICA FIORENTINA. dato autorità ai
priori che notassero tutte quelle che a loro paresse. Furono ancora assegnali
quattromila armali al gonfaloniere, ed a lui fu dato autorità d'uscir fuori a
gastlgare i delinquenti, quando paresse a'priori, Queste ordinazioni finalmente
non facevano altro che dividere espressamente la città, ed erano cagione che
non si osservava né modestia, ne temperanza alcuna, anzi in ogni azione si
procedeva con furore e temerità- perche dove gli altri datori di legge si
aOTaticavano ìq unire insieme i cittadini, costui, benché contro alla sua
intenzione, si affaticò in dividerli e disunirli più che non erano; donde
nacque il tumulto del popolo al pa- lazzo del potestà, e l'esiHo di Giano, e la
discordia tra il popolo e' grandi, i quali commossi dalle leggi di Gia- no, s'
erano insieme uniti, e per forza procacciavano di riavere i perduti onori, e in
qualche parte ottennero il desiderio loro. Dopo queste contenzioni succedettero
le parti de' Neri e de' Bianchi, le quali quantunque da propria cagione
nascessero, non erano meno causale dal mal ordine della repubblica, nella quale
le discor- die private divenivano pubbliche, il che è grandissimo difetto in
ogni sorte di repubbliche. Fu la città poco appresso riformata dal cardinal di
Prato il quale fu mandalo da papa Benedetto per pacificare Firenze, ma la sua
riforma non tendeva ad altro fine, che 1' altre sopraddette. Costui per far più
potente il popolo or- dinò i gonfalonieri di compagnia, il qual inagistrato fu
via levato già son passati tre anni, poiché i Medici fu- rono nel MDXXx
ritornali 5 similmente fece molte leggi, per le quali accresceva la potenza del
popolo, e dimi- nuiva quella de* grandi j ma con tutte queste sue or- LIBRO
PRiMO, 3 l dlnazloni non potette vedere il suo desialo fino, pei- chè innanzi
che di Firenze uscisse, vide di nuovo tut- ta la città in dissensione, e poco
dopo la [.ailita sua vennero le parti all' armi, e fa fatto quel memorabile
incendio che consumò, secondochè dicono le memorie antiche della città,
mllleseltecento case. Seguitarono poi alcune riformagioni, come è il dare i
magistrati a sorte, la creazione de" consigli del popolo e del- «io- nume
, le quali si mantennero per infino all' anno MCcccLxxxxiv, e si ripresono nel
mdxu, e durarono in- fmo al >iD:^xvn. Ed oltre a lotte quelle cose fu
ordina- to di far venire il giudice de'maleficii, il quale in qual- che tempo
fu cagione di molli disordini, e particolar- mente dell' esilio de' Bardi e
Frescobaldi. Furono ca- gione le civili discordie di chiamare in Firenze il
duca d'Atene, e proporlo al governo ; il quale in breve tem- po col consiglio
ed aiuto d' alcuni scellerati cittadini, occupò la tirannide, e si fedi tutto
lo stato signore 5 ma dopo pochi mesi ch'egli si fece tiranno, fu [)rivato del
governo che gli era sialo dato, e cacciato di Firenze. Dopo la cacciala del
quale, fu la repubblica alquanto riformata, perchè furono ammessi agli onori
della re- pubblica tutti i nobili per essersi portati egregiamen- te nella
cacciala del tiranno; ma tal riforma non fu di frullo alcuno alla città per la
ragione che di sollo dire- mo, perchè l'anno medesimo il popolo venne all'arme
con i grandi, tal che per tutta la città, e specialmente su i ponti insieme
combatterono, nel (jual combatti- mento rimase superiore il popolo, e privò i
grandi di ogni dignità. Succedette poi la conlesa del [ìopolo e de' grandi, la
quale fu eccitala, come volgarmente si Ó2 LA REPUBBLICA FlOKESllNA. dice, dai
ciompi, cioè dall' iufima plebe. Né dopo mol- lo fu morto messer Giorgio Scali,
che era diveaulo ca- po della plebe. Correva in questo tempo T anno della
Salute McccLxxxi. Dopo la morte di messer Giorgio la repubblica si corresse, e
di popolarissima divenne al- quanto più civile: nondimeno non mancava mai di
so- spetti, perchè dandosi i magistrali per sorte, sempre V una parte temeva
che i magistrati non venissero in persone dell'altra, e spesso con privala
forza il magistra- to a qualcuno toglievano , siccome nel mccclxxxyh avvenne a
messer Benedetto degli Alberti ^ a messer Filippo Miigalolli suo genero, i
quali essendo tratti r uno gonfaloniere di giustizia, l' altro di compagnia,
furono amendue dalla parte avversa del magistrato pri- vali. Seguitarono poi
simifi dissensioni nella città, ma non tanto pericolose quanto le passate,
perchè si tro- varono allora alcuni cittadini a governare la repubbli- ca, li
quali pareva che più che gli altri al ben comu- ne traessero. Di questi erano
capi messer Maso degli Albizzi, Gino Capponi il vecchio, ed alcuni altri buo-
ni cittadini, i quali colla prudenza loro tennero gU al- tri uniti, rimediando
sempre ai disordini con più mo- destia ed umanità, che prima non s* usava.
Pervenne questo modo di vivete a Nicolò da lizzano, il quale con i medesimi
ordini e modi gli manlenne ; nell' ul- timo del governo suo cominciò a farsi
grande Cosimo de* Medici, il quale perchè era ricchissimo si faceva molli
amici, ed era giudicato che inclinasse alla parte del popolo, tanto che qualche
cittadino di quelli che ali na governavano, consigliava che in qualche modo air
ambizione sua si ponesse freno. Ma Nicolò da Uz- LIBRO PRIMO. 53 zano noi
consentì mai, affermando ch'era da lasciarlo fare insino a che non Tenisse a
cose straordinarie, per- chè ogni opposizione che se gli facesse, lo farebbe
di- venir maggiore. Seguitarono questo consiglio quegli che governavano,
mentrechè Nicolò visse, ma poiché e' fu morto, se gli voltarono contra, e
temendo la pT)- tenza sua, operarono di sorte, che lo cacciarono della città.
Ma egli, poiché fu stalo un anno in esilio, tornò in Firenze, ed acquistò
grande autorità, fece una pro- scrizione di trecento fauiiglie, nelle quali
comprese tut- ti gli uomini nobili della città, tacto che non avendo più chi se
gli opponesse, divenne gran tu'anno e signore, e durò questa tirannide
dall'anno mccccxxxiv, insino all'anno mcccclxxxxiv, ed in questo tempo non
segui- tarono altre alterazioni, che quelle di messer Luca Pitti nel
MccccLxvi,e la congiura de' Pazzi nel MCcccLxxvni, ed oltre a questo alcuni
dispareri Ira Cosimo ed i cit- tadini, ed i moti de' fuorusciti 5 ma rimasi
sempre su- periori i Medici, ebbero occasione di assicurarsi di tulli quegli
che avrlano potuto loro nuocere. Nel MCCCCLXXXXIV, per la passata del re Carlo,
la città ricu- però la libertà, e mandò in esilio i Medici, dopo la cac- ciata
de' quali fu data autorità a venti cittadini dei principali di creare la
signoria ed alcuni altri magistrati li quali se fussero stati uniti avrebbono
retto qualche tempo, e si saria forse ritornato all'antiche discordie del
popolo e de' grandi, ma chi gli volle rovinare, mes- se tra loro discordia, e
ottenne il desiderio suo. Fu ordinato in questo tempo il consiglio grande, di
che alcuni dicono essere stato cagione fra Girolamo Savo- narola, altri
Paolantonio Sodcrini, il quale nelle con- 34 I-A REPUBBLICA FIORENTINA.
suUazioni che si fecero sopra il riformare il governo della città, meritò
grandissima laude. Costui essendo stato poco innanzi ambasciadore in Venezia ,
prese esempio dal gran consiglio vinizlano per introdurlo poi in Firenze, ne
gli fu di poco aiuto fra Girolamo Sa- vonarola il quale nelle sue pubbliche
predicazioni fa- voriva quest'ordine nuovo. Paolantonio dunque, che ne fu
autore, fu piià savio di Giano della Bella, e che il cardinale di Prato, perchè
questi due pensarono a due cose : la prima ad assicurare il popolo 5 la secon-
da a tener bassi i grandi 5 questi altri, che ordinarono il gran consiglio, non
pensarono ad assicurare piiì que- sta parte, che quella, ne ad esaltare o tener
basso al- cuno, dandoli o togliendoli facoltà di poter conseguire i magistrati,
ma si bene di assicurare la città della li- bertà, provvedendo per questo modo
che alcuno nou si facesse grande più che non si ricerca in una libera città, e
che ciascuno vivesse slcuramenle senza temere alcuna forza privata, tanto che
altro non si può dire, se non che questo consiglio fosse un ottimo fondamen- to
alla libertà e^ quieto vivere di Firenze. Ma questo non bastò, perchè
multiplicaryio i disordini, fu neces- sario aggiugnere l'ordine di fare il
gonfaloniere a vita, la qual cosa si vide per esperienza che fu alla città
utilissima, e se si fussino fatte l'altre provvisioni ne- cessarie al
mantenimento di quel vivere, e riparalo agli altri suoi mancamenti, non saria
poi nel mdxh ro- vinalo. Rovinò adunque lo slato del consiglio in det- to
tempo, e la città ritornò sotto il giogo della tiran- nide, e cosi visse fino
all'anno mdxxvh, nel qual leni- po per la venuta di monsignore di Borbone,
avendo LIBRO PRIMO. 35 papa Clemenle perduto la riputazione, e Roma essen- do
saccheggiata, ed egli rinchiuso in castello, ricuperò la città per opera della
gioventù la sua libertà, e si riprese quella forma del vivere che era stata
nell'anno MDxii rovinata : ma dove le mutazioni del vivere, ed il tempo suol
fare gli uomini prudenti, e mostrar loro i mancamenti, perchè possano a quegli
riparare, que- gli che allora governavano ed erano ca[)i della cijttà, non
solamente non impararono a correggere, se man- camento alcuno era stato n'el
vivere passato, ma ven- nero in tanta cecità e imprudenza, che guastarono quel-
lo che vi era di buono, perchè levarono via l'ordine di fare il gonfaloniere a
vita, come cosa dannosa alla città, il quale era noto alle pietre che era stato
di mag- gior frutto, che alcuno altro ordine che dal consiglio grande in fuori
fusse mai introdotto. Fu adunque crea- to gonfaloniere Nicolò Capponi per un
anno con con- dizione che potesse esser raffermo sino al terzo. Co- stui,
quantunque fosse ornato di tutte quelle qualità che si possono nella città di
Firenze desiderare, pur fece sì, che dopo la prima rafferma, venuto in qualche
sospetto, fu senza fatica alcuna con grandissimo detri- mento della ciltìi
privato del supremo magistrato, del qual poi vedemmo molli esser degni
reputati, a' quali la repubblica, se fosse stata sana, non averia concedu- to
dignità molto a quella inferiore. Ma se la repubblica peggiorò nell'ordine e
provvisione del gonfaloniere, divenne pur migliore in questo, che essendo
trovata ed introdotta la milizia contro alT opinione di tutti i savii, fu
cagione che la città potette far quella memo- rabile e gloriosa difesa, do[»o
la quale essendo nel .moxxx 36 Li. IIEPLBBLICA FIORENTINA. di nuovo venula
sotto il tiranno, della quale tirannide vive al presente oppressa in qualunque
sua parte, a- speltando di giorno in giorno morie perpetua, o di sol- levare il
capo e recuperare la libertà con quella gloria che si conviene a coloro a'
quali è baslalo l'animo conlro a tulio il mondo il difenderla. Noi abbiamo
insino a qui discorso tutte le altera- zioni della ciltà con quella brevità che
abbiamo po- tuto. Resta ora che discorriamo le cagioni di tali dis- ordini. Il
qual discorso ne mostrerà, che in Firenze si trova le qualità che dicemmo esser
necessarie al ri- cevere la sopraddetta forma di rep ubblica. Ed è da notare,
che in tutte le azioni sono da considerare Ire cose, la cagione, P occasione ed
il principio. Sono molti che pigliano V occasione per la cagione, e della
cagione non fanno conto, come saria se alcuno ( po- niamo ) dicesse, che la
cagione della rovina dello stato di Firenze nel mdxii fusse stata la differenza
che nac- que tra papa Giulio ed 11 re di Francia, e l'aver perduto il re di
Francia , Milano ; la qual cosa non fu la cagione, ma 1' occasione, e la
cagione fu la ma- la contentezza d' alcuni cittadini malvagi ed ambi- ziosi 5
11 principio poi fu la venula ed assalto degli Spagnuoli per rimettere i
Medici. Non è adunque la cagione altro che una disposizione, la quale si risen-
te qualche volta, l' occasione si scopre, e molto spes- so è tanto potente la
cagione, che non aspetta, an- zi fa nascere 1* occasione. Ma tornando a
proposito? dico che per cjuello che abbiamo detto, assai è ma- nifesto, che
insino a Cosimo de' Medici furono sem- pre in Firenze due parli, una del
popolo, T altra dei LIBRO l'HIMO. 37 glandi, e non Inlemlo al presente per il
popolo una e- strema sorte di moilitudine, la quale è abbietta e vile, e non è
membro della città altrimenti, che si sieno i servi che nelle nostre case ci
ministrano le cose ne- cessarie al corpo j ma intendo quella parte che è op-
posita a' grandi, siccome noi diciamo questi termini grande, piccolo, ricco,
povero, nobile, ignobile essere oppositi, e pare che l'uno non possa stare
senza l'in- telligenza dell' altro : e di questa sorte pare che siano questi due
termini grandi ed il popolo, perchè dato- ne uno, conviene per viva forza
concedere l'altro. Ora non essendo città alcuna che non abbia queste due parti,
ma qual maggiore l' una e qual l'allra, in Fi- renze adunque erano queste due
fazioni, cioè i gran- di volevano comandare, 1' altra vivere libera, e que- sta
era la cagione dei tumulti della città, perchè 1' una e r altra era [)er se
disposta a volere ottenere il de- siderio suo. Laonde qualunque volta 1'
occasione ve- niva, ciascuna parte era presta a pigliarla, e non era possibile
che queste due fazioni si unissero, e ordi- nassiho uno stato, del quale 1' una
e 1' altra parte si contentasse, perchè la città mancava d'una sorte di -
cittadini, che sono mezzi tra i grandi ed il popolo, i quali temperano questi
eccessi, e dove non sono questi cosi fatti cittadini, non può quivi essere
altro che vi- zioso governo. Non essendo dunque in Firenze que- sta sorte di
cittadini, era necessario che le parti tu- multuassero, e quando reggesse
1" una, e quando 1' al- tra 5 e se alcuno domandasse qual sia stata la
cagione perchè i grandi non prevalessero mai tanto al popolo, ne il popolo ai
grandi, che l' una parte e l'altra pò- 38 LA REPUBBLICA FIORENTINA. lesse lo
stalo suo feraiare 5 dico che la cagione di tal cosa era^ perchè le foi'ze del
popolo e de' grandi erano uguali, e però l' una non poteva abbassare mai l'
altra interamente j e quando T una prevaleva alP altra, na- sceva dall'
occasioni che erano ora a questa parte, ora a queir altra conformi, e non era
possibile, quando l'una prevaleva all'altra, che interamente s'assicu- rasse :
perchè se i grandi si vogliono assicurare del po- polo, bisogna spegnerlo
lutto, o colla morte, o coll'e- silio, la qual cosa primieramente è
impossibile, perchè siccome gli errori fatti dalla moltitudine non si posso- no
punire, secondo quella sentenza, Quod a miiltis peccata?', imdtum esi^ così
ancora non si può alcuno di quella interamente assicurare. Oltre a questo, è
fuori dell* intenzione di chi vuole comandare, al quale è necessario conservar
quegli che hanno ad ubbidire, e però non può fare altro che volger l' ira sua
con- tra 1 capi del popolo, e seguire quella regola generale confermata dalla
consuetudine di lutti i tempi in tulle le faccende umane, la quale è che negli
errori popo- lari si deve punire i capi : onde Virgilio disse : Unum prò
cunctìs dahitur caput. Non si potendo adunque i grandi perfettamente del popolo
assicurare, è necessario che ogni volta che r occasione apparisce, si faccia
tumulto colla ruina lo- ro, se r occasione sia tale, che possa, dare
sufiìciente vigore al popolo, perchè essendo il malore dentro, la materia viene
ad essere disposta. Questo avvenne ai Fiorentini fuorusciti, quando tornarono
dopo la rotta deli' Arbia. i quali non si potendo del popolo assicu- LIBRO
PRIMO. 39 rare, cacciarono della clllà i capi di quello ; ma poiché Manfredi fu
morto, coli' autorità del quale erano tor- nali, vedendo la moltitudine che
egli erano rimasti senza favore esterno, prese ardimento, e gli costrinse a
fuggirsi. Concludo adunque, che i grandi non si possono in tal modo assicurare
del popolo, che gran parte del malore non resti dentro 5 similmente il popolo
non si può assicurare de' grandi : prima, perchè non è mai unito a spegnergli,
rispetto alT amicizie private che sono tra i grandi e la multitudine : oltre a
questo la natura della multitudine non è mai furiosa a tor la vita ad alcun
grande, se già egli non fusse fatto capo di tutta l' offesa, è ritenuta
da'" favori privati, come è detto, dallo splendore della nobiltà e
ricchezza, e dal- la grandezza di quegli 5 onde alcuna volta si è veduto un
popolo correre furiosamente alle case di alcun cit- tadino grande per arderle,
e lasciarsi placare solamen- te colle buone parole e colla presenza d'alcuno
che se gli faccia incontro, siccome avvenne in Firenze nel- r anno che fra
Girolamo fu morto, che corse il popolo liorentino con grandissimo furore alle
case di Paolan- tonio Soderini, uno di quegli che allora avevano gran- de
autorità in Firenze. Era per sorte in casa il cardi- nal di Volterra, che
allora era vescovo, fi atello di Pao- laiitonio: costui sentito il remore della
mollitudiue, ornatosi subito dell'abito episcopale, con volto e con buone
parole se le fece incontro, la quale, veduta la presenza d' un tanto uomo,
rimase prestamente |:)laca- la, e con gran reverenza onorato il vescovo,
benigna- mente da quelle case si partì, le quali con grand' im- 4© LA
REPUBBLICA FIOREKTIXA. pelo era venula per ardere e per saccheggiare. Non è
dunque il popolo pronto a vendicarsi dei grandi col sangue loro, ma si sfoga le
più volle col mandargli in esilio, il che quando avviene, ne seguila il
medesimo effetto che se fussero denlro, perchè hanno favori di principi ed
altre repubbliche vicine, appresso alle quali hanno ricetto, e finalmente con
simili aiuli son nella patria resllluiti, della quale divengono senza in-
tervallo signori. Questo avveniva nelle alterazioni an- tiche, e molto più che
oggi non potrebbe avvenire, perciocché in quel tempo erano nell'Italia assai
prin- cipi, tiranni e repubbliche, come Perugini, Sanesi, Lucchesi, Bolognesi,
duca di Milano, re di Napoli, il pontefice; gli Aretini ancora erano liberi, i
Pistoiesi e Pisani, oltre a questi molti altri signori e tiranni vici- no alla
città, da' quali lutti quei che erano fuori, ave- vano ricetto ed aiuto, e
potevano agevolmente mole- stare quegli di dentro ; ma oggi che l' Italia è
divisa in due potenze grandi, ed ora signoreggia P una, ora F al- tra, e
talvolta ambedue insieme, è necessario che i malcontenti aspettino P occasione
dai moti di quelle, i quali come di corpi grandissimi, sono agiati e tardi. E
adunque manifesto quello che diceramo, che del- l' una parte e dell' altra le
forze erano uguali, e perciò ne r una parie né P altra prevaleva tanto, che lo
stato suo potesse fermare. Ma perchè alcuno poi ria dubita- re in che modo
queste forze fossero eguali, non saria fuor di proposilo sopra a tal materia
ragionare al- quanto. Le forze delle parti della città, cioè del popolo e de'
grandi, si considerano in due cose, nella qualità e MBIIO PRIMO. 4 ^ nella
quanlilà. Per la qualità intendo la nobiltà, ric- chezze e favori, dignità,
disciplina, e simili cose. Per la quantità intendo il numero solo. I grandi
adunque abbondano in qualità, e mancano in quantità, perchè son pochi
respettlyamente parlando. 11 popolo abbon- da in quantità, e manca in qualità.
Laonde in quel- le città, dove il popolo supera i grandi nella quantità, più
che non è superato nella qualità, è necessario che i grandi stieno soggetti
alla moltitudine, e nei tumul- ti sempre rimanghino inferiori. Ma in quelle
dove av- viene il contrario, cioè, che i grandi avanzino il po- polo più in
qualità, che non sono avanzati in quanti- tà, è necessario che il popolo ai
grandi stia subietto. Può ancora addivenire, che in alcuna città i grandi tanto
in qualità siano al popolo superiori, quanto sono da lui in quantità superali,
e dove tal cosa si tro- va, è forza che non vi sia altro che contesa. Tornan-
do adunque al proposito nostro dico, che in Firenze lo forze del popolo e de'
grandi erano eguali secondo questo terzo modo, perchè posto che il popolo supe-
rasse in quantità i grandi, era tanto da quegli supe- rato in qualità, che
veniva a essere eguale. Quinci av- veniva che sempre insieme combattevano
perdendo e vincendo quando V una e quando l' altra parte, tan- to che alcuna
volta in modo si straccarono, che di co- mune consenso chiamarono un terzo che
gli gover- nasse, come fu il re Ruberto, il duca d' Atene, ed alcun altro. Che
le forze de' grandi fussero eguali al popolo, si può per questo vedere, perchè
quando il popolo reggeva, un cittadino particolare si faceva spesso bef- fe
della forza de' magistrati 5 e se il popolo correva 4 ti I.A REPUBBMCA
FIORENTIXA. alle case di quello, gli bastava l' animo a difendersi, il che da
altro non nasceva, se non che quello abbon- dava di reputazione, ricchezze,
clientele, favori, così esterni, come domestici: oltre a questo sapeva che
tutti i grandi potevano quanto il popolo, sopra le quali cose fidatosi, dagl'
impeti popolari si difendeva. Nelle faccende private i grandi sempre
soverchiavano il po- polo, di che altra cosa non poteva esser cagione, se non
perchè ( come abbiamo detto ) le forze de' grandi erano eguali a quelle del
popolo j perchè se un gran- de particolare non temeva un privato popolare,
avria temuto i magistrati e le leggi. Stette adunque la città nostra in questi
travagli insino ai tempi di Cosimo de" Medici, benché innanzi i grandi
avevano retto mol- ti anni per la prudenza di messer Maso degli Albizzi e di ISicolò
da Uzzano, i portamenti de' quali furono tanto civili, che il popolo si
soddisfece del governo loro. Dopo la morte di Nicolò da Uzzano, quei gran- di
che nel go^■erno della città rimasero, cominciarono a divenire paurosi, e per
conseguente insolenti, e con- citarsi il popolo contra, tal che Cosimo, poiché
d' esi- lio fu ritornato, sotto specie di difendere i popolari, potette farsi
capo, e cacciar via tutti i grandi di modo che in Firenze non rimasero altri
grandi col popolo che quegli che erano della sua fazione e quei che per lor
medesimi s'abbassavano, mostrando sempre in ogni azione umiltà ed abbiezione,
tal che Cosimo potette godere quello stato sicuramente. Perchè il popolo ve-
dendo oppressi gli suoi avversarii, stava contento, e gli altri grandi, che in
Firenze erano rimasi, per pau- ra di Cosimo vivevano in maggiore bassezza che
pò- LIBRO PRIMO. 43 levano : quegli di fuori potevano fare pochi insulti,
massimamente da poi che Francesco Sforza si fece si- gnore di Milano, perchè
Cosimo teneva pruticlie eoa tutti i principi e repubbliche d' Italia, tal che
non potendo essi trovare aiuti sufficienti a rimettersi nella patria, si
con^marono in esilio, e Cosimo a' discen- denti suoi lasciò Io stato sicuro. Ma
tutte queste cose incontro a' grandi da Cosimo fatte, son finalmente alla città
riuscite fruttuose, perchè dove ella era divisa in due parti, cioè grandi e
popolari, come abbiamo detto, cominciò a crescere quella terza sorte di
cittadini che chiamano mediocri : questi venivano a crescere in più modi, uno
de' quali era, perchè molti di quei grandi che erano rimasti in Firenze, per
non mostrare gene- rosità, ne grandezza, spontaneamente s'abbassavano e si
riducevano al vivere popolare 5 ma perchè erano nobilissimi non potettero in
tutto alla bassezza popo- lare pervenire, ma si mantennero in un grado più
alto, e venivano a particlpare dell' uno e dell' altro estre- mo, ed essere di
quegli che chiamiamo mediocri 5 l'al- tro modo era, perchè Cosimo nobilitò
molti popolari, facendoli partecipi de' magistrati, e dando loro occa- sione d'
arricchire, e così questi vennero a salire un grado, ed uscire della sorte
popolare, ma non ascen- devano tanto, che si potessino tra' nobili e grandi nu-
merare, tal che standosi nel mezzo, accrescevano il numero de' mediocri. Il
terzo era, perchè molli altri grandi, quantunque non fussero costretti mutar
forma di vivere, per non essere notati d' inimici di Cosimo, nondimeno perchè
non participavano dell'ammini- strazione pubblica, quanto avevan fatto prima,
essen- 44 l'A. REPUBBLICA FIORENTINA. do distribuiti gli onori a chi voleva
Cosimo, ne aven- do più autorità alcuna, volendo Cosimo solo egli T au- torità,
venivano a perdere la reputazione, P amicizie ed i favori che avevano dentro e
fuori, onde era na- ta la lor grandezza, ed in questo modo abbassandosi,
rimanevano nel numero de' mediocri^ laonde in Fi- renze non rimasero altri
grandi che quegli che dai Medici furono innalzati, e pochissimi altri, i quali
non erano tanti, che tutti insieme facessero forze eguali al popolo ed a'
mediocri, e dependendo interamente dai Medici, non potevano avere quella
grandezza che era in quegli che furono grandi innanzi a Cosimo. Per la qual
cosÉf nel mcccclxxxxiv, cacciata che fu la fami- glia de' Medici, si potette
fondare il governo civile, il che non si saria mai fatto, se allora si fosse
trovato in Firenze un così fatto aggregato di grandi, come era innanzi che
Cosimo si facesse tiranno della repubblica, perchè avrebbono cosi voluto
comandare, e avendo forza di poter resistere al popolo, si sarebbe all' anti-
che contese ritornalo. E manifesto adunque per quel- lo che abbiamo detto, che
le proscrizioni di Cosimo, contro all'opinioni de' nostri savii, sono state
pro- fittevoli alla città, perchè da lui fa levata via per quel modo quella
resistenza che facevano i grandi al po- polo, di che nacque che la città
divenne più trattabi- le, nella quale prima erano due fatiche, una nel ma-
neggiare i grandi, l'altra nel maneggiare il popolo. Quella eh' è più aspra e
più difficile, cioè il maneg- giare i grandi, per la tirannide di Cosimo restò
estin- ta 5 l' altra nel maneggiare il popolo non è molto dif- ficile, perchè
facilmente si può soddisfare al desiderio LIBRO PRIMO. 4-> de' popolari , il
quale è, non di comandare, cornei grandi, ma di no*n ubbidire, cioè di esser
liberi 5 e per- chè chi cerca soddisfare a tal desiderio, non fa ingiuria a
persona, e non avendo a fare ingiuria non gli è ne- cessario usare ne forza, né
violenza, rade volte si tro- va difficoltà: ma chi vuol soddisfare ai grandi fa
in- giuria a lutto il resto della città 5 ma di questa cosa parleremo di sotto
più lungamente. Trovansi adun- que in Firenze pochi grandi, assai mediocri e
popo- lari 5 grandi chiamo quegli che desiderano, come è detto, comandare: son
pochi questi, perchè prima da Cosìqio furono parte spenti, e parte abbassati, e
per forza fatti ubbidire. Quelli poi che da Piero e Lo- renzo furono esaltati,
hanno ancora essi deposto la grandezza e la superbia per opera del consiglio
gran- de, il quale toglieva reputazione a quelli che avevano copia di seguaci e
di amici, perchè non dando loro onore, né grado alcuno, venivano a rimanere
abbietti. Dopo la ritornata de' Medici nel mdxii furono alcuni da papa Lione
esaltati, la quale esaltazione non gene- rò loro nella città grandezza alcuna,
anzi quanto uno più era fatto grande, tanto più diveniva odioso j per- chè
avendo ciascuno provato quanto sia dolce l'egua- lità de' cittadini, non poteva
sopportare queste nuove maniere 5 tal che dall'altezza de' Medici non è seguito
grandezza de' cittadini, ne si son variate le qualità del- la città. Onde nel
mdxxvii agevolmente si potè rin- novare il consiglio grande, e l'altre leggi e
costituzio- ni del vivere che si manteneva nel mpxh. E succedu- to poi il
secondo ritorno de' Medici nel mdxxx con quella violenza che è nota a lutto '1
mondo, e perchè 46 LA REPUBBLICA FIORENTINA. nella reslslenza grande che s' è
fatta loro sono stati offesi molti cittadini di gran qualità, è necessario che
abbiano P animo alienato dal \ivere universale e po- litico, parendo loro
essere stati da quello maltrattali; la qual cosa pare che generi«quella stessa
difficolta al- l' introduzione d' un vivere civile, che saria, se la cit- tà,
così come già era, fusse piena di grandi, e mancasse di mediocri, come di sopra
discorremmo 5 ma questa difficoltà a poco a poco manca per il violento modo di
vivere che al presente si osserva, nel quale tutti i cittadini di qualunque
grado appariscono conculcali ed abbietti senza onore e senza reputazione e
senza autorità. Tal che è necessario che ciascuno deposti gli odli particolari,
ed unite le volontà, viva con desi- derio grande di pacifico e quieto vivere ,
ed aspetti l'occasione di ricuperarlo. Ne credo che sia alcuno che diffidi dopo
la recuperazione della repubblica di avere a conseguire quegli onori e quei
gradi che gli si convengono, pensando che ciascuno avendo pro- vato e provando
la violenza d' un' estrema tirannide, abbia a rendere facile ogni difficoltà
che fusse nello introdurre un governo civile ed universale. Laonde per
concludere questa parte, non credo che nella cit- tà nostra per li due ritorni
de' Medici si sia accre- sciuto il numero de' grandi, e per conseguente acceso
il desiderio del comandare, e che ella si trovi le me- desime qualità che avea innanzi
al mdxii. E ritornando al proposito, popolo chiamo non solamente tutta quel- la
moltitudine, la quale non è partecipe de' magistrati, ma possiede nella città
qualche cosa, e si vede dagli esercizi!, la qual moltitudine è grande e tutta
deside- LIBRO PRIMO, 4? rosa (Iella libertà, per non essere nelle facrenrle
priva- le da' grandi oppro^ssa j ina ancora molti altri di quel- li che sono
partecipi de' magistrali, i quali hanno il medesimo desiderio, non solamente
per la medesima cagione, ma perchè ancora pensano che vivendo la città libera,
avere a ottenere più freciuentemente i ma- gistrati. Mediocri chiamo tulli gli
altri che sono abili a' magislrati, i quali o per elezione, o per allro acci-
dente vivono con modestia, ed oltre che hanno il me- desimo desiderio della
libertà, appetiscono ancora o- nore. Restaci poi la plebe, la cjuale non ha
grado al- cuno nella città, non vi possedendo beni slabili di sor- te alcuna,
ma si vale solamente degli esercizii corpo- rali. Ouesla naturalmente desidera
la quiete, perchè perturbandosi la repubblica, V arti non si esercitano, delle
quali essa trae guadagni e l'utilità sue. Tal che qualunque volta in Firenze
sarà ordinato un quieto e riposato vivere, la plebe non farà mai tumullo, per-
chè non mancheranno gli esercizii mercantili 5 oltre a questo, quando volesse
tumultuare con diftlcultà, potrà far tal cosa : prima, perchè per la peste è in
gran par- ie diminuita^ secondariamente, perchè c|uando ben fus- se cresciuta,
non essendo più in Firenze chi tra cola- le moltitudine abbia credilo e favore,
non potrà esser sollevata da loro, e rade volte avviene che la plebe faccia
tumulto, senza esser sollevata da uomini che abbiano autorità e reputazione.
Onde il tumulto dei ciompi non saria seguito, se da messer Salvcstro de' Medici
e da altri per acquistare grandezza non fus- se slato concitato 5 senza che, se
il governo sarà be- ne ordinalo, non si persuaderà mai la plebe, che i casi 48
LA REPUBBLICA FIORENTINA. avversi, donde può essere con quella della città tur-
bata la sua quiete, nascano da malvagità de' particola- ri, o malvagio governo,
il che suol dar cagione a' tu- multi 5 ma dalla malvagità de' tempi e dalla
fortuna, e si staria pacifica e quieta j e di ciò se n' è veduto nell' assedio
passato chiarissimo esempio, nel qual tem- po, che fu cosi lungo, ne la plebe,
ne altri fa mai tu- multo alcuno, non ostantechè quel governo fusse pie- no di
tutti quegli errori che noi appresso discorre- remo. Concludendo adunque dico,
che Firenze ha tutte quelle qualità che si ricercano a una città che abbia a
ricevere un buon governo, quale noi di sopra de- scrivemmo, perchè si trovano
in essa pochi grandi, assai mediocri, assai popolari, e con vene voi numero di
plebei, de' quali per le ragioni dette non credo sia da tenere molto conto, se
non in quanto le città non possono stare senza essi. E adunque la nostra città
non solo per quello che abbiamo detto capace d' un ordinato vivere, ma eziandio
perchè per l' esperienze passate, può ciascuno immaginare che frutto da quel-
lo si possa trarre, avendo veduto quanto due soli or- dini buoni, cioè il
consiglio grande e il principe a vita, siano stati onorevoli e fruttuosi alla
città 5 11 che quan- to sia da stimare, è manifesto per coloro che hanno voluto
cose nuove introdurre, i quali per condurre a fine i loro pensieri, sono stati
costretti ad interporvi la volontà divina, non bastando la propria, tanto son
nemici gli uomini di quegli ordini che non hanno ve- duti 5 questo fece Romulo,
Numa, Licurgo e molti al- tri, e ne' tempi nostri fra Girolamo non avria potuto
LIBRO PRIMO. 4j mai introdurre il consiglio grande, levare P autorilà delle sei
fave, e far molte altre cose, se non avesse affermato che Dio gli aveva aperto
la sua volontà. Noi ariamo per infino a qui veduto, che la città di Firenze è
capace d'un governo ottimamente tempera- to j resta ora che noi per venire alla
sua introduzio- ne, ragioniamo di quei mancamenti che erano ne' due passali
governi. Ginnnoftl. I-A REPIBBLICA FlOBEXTFNA. LIBRO SECONDO. Capitolo I. Che
una repubblica non si può riordinare senza oonsirlerare i difetti suoi
particolari. X ra gli antichi datori delle leggi ed introdnltori di
repubbliche, quegli hanno trovato minori difficoltà nelle loro ordinazioni, i
quali hanno avuto riguardo a regolare uomini che non siano più ad altre leggi
stati sottoposti, o abbandonali gli antichi paesi loro, erano in quegli d'altri
venuti ad abitare: perciocché quegli vivendo a caso, e separati 1* uno dall'
altro a guisa di fiere, ogni forma di vivere umano, che fu loro pro- posta, per
la dolcezza sua fu da loro approvata e ri- cevuta. Questi avendo potuto
abbandonare quel luo- ghi ne' quali erano nati ed allevali, non è maraviglia,
se a lasciar le leggi vecchie, e viver secondo le nuove, si lasciarono
persuadere : ma quei che hanno ordinato repubbliche, le quali hanno allre leggi
provato, questi sempre hanno avuto infinite difficullà, perchè quanto a quello
eh 2 apparteneva a loro, è stato necessario che non solamente abbiano notizia
di quel bene del quale hanno giudicato capaci quegli uomini, a' quali lianuo le
leggi date, ma eziandio di quei difetti e man- camenti de' quah gli hanno
voluti privare. Quanto a quelli che hanno riformali, sempre è slato fra loro,
LIBRO SECONDO. 5l chi per essere assuefatto agli ordini Tecchi, non s' è
renduto facile all' accettare i nuovi. Laonde, siccome nel precedente libro
abbiamo detto, Licurgo, perchè la sua ordinazione non fosse impedita, fu
costretto u- sare alquanto di violenza, ed a Numa fu necessario mostrare che le
sue ordinazioni fossero approvate da Dio. Per la qual cosa io credo che si
possa rettamente giudicare, che se 11 primi fondatori delle città, e datori
delle leggi sono rimasi nella memoria degli uomini gloriosissimi, ed è il nome
loro con grandissima reve- renza ricordato, questi secondi di poco minor laude
e gloria si debbano degni reputare, avendo avuto a di- rizzare 1 loro pensieri
a considerare diligentemente le vecchie ordinazioni, per conoscere ed intendere
par- titamente i difetti loro, ed a ricercare una forma di vi- vere in maniera
temperata, che medicati tutti i manca- menti, potesse agli uomini tranquillità
e quiete parto- rire-, laddove a quegli altri non è stato necessario in altro
affaticarsi, che nel considerare semplicemente il bene che hanno voluto
introdurre. A che s' aggiugne rhe la considerazione de'difelti, ne' quali hanno
di bi- sogno di reformazione, è molto malagevole, non sola- mente perchè in
cose particolari consistono, le quali con difficoltà si possono altramente che
[)er esperienza conoscere; ma perchè ancora ninno mai si trovò che tanto fosse
libero dalle umane affezioni, che in ogni cosa il difetto e mancamento suo
potesse vedere : on- de noi vediamo eh.' molli ne' tempi passati, per cor-
reggere le loro repubbliche, si sono indarno affaticati, perchè non avendo
sapulo me(]icare i (iifetli di esse, in breve tempo ne' medesimi inconvenienti,
e talvolta ;")2 LA REPUBBLICA FIORENTINA. in maggiori son ricaduti,
siccome è avvenuto in Firen- ze, nella qual città non s' è mai ordinata un'
ammini- strazione che abbia interamente estinti gli umori che peccavano,
avvengachè alcuno abbia pur voluto farlo, siccome Giano della Bella, il quale
fu reputato buon cittadino, e ne' tempi nostri fra Girolamo, del quale non è
ragionevole in alcun modo dire, che verso la città nostra non avesse ottima
intenzione. Costui a- vendo solamente rispetto a provvedere, che alcuno non si
potesse fare apertamente tiranno, ordinò il gran consiglio, che distribuisse
gli onori della città, il quale ordine senza dubbio fu bello e profittevole
alia quie- te e libertà de' cittadini^ siccome per esperienza si è potuto
vedere 5 ma pretermesse bene molti altri man- ramenti, li quali erano in quella
vecchia amministra- zione. Ed è da pensare, che egli se conosciuti gli aves-
se, gli avrebbe al tutto corretti, la qual cosa gli sarebbe slata agevole per
la grand' autorità e fede che per li meriti delle sue eccellenti virtù aveva
acquistata. Non conobbe adunque fra Girolamo questi particolari man- camenti,
né è da maravigliarsene molto j perchè essen- do forestiero e religioso, non
poteva trovarsi nelle pubbliche amministrazioni, tal che, veduti egli i modi
del procedere in esse, avesse potuto far giudizio di quello che era bene o male
ordinato. Ma fu bene as- sai che egli introducesse il gran consiglio, ottimo
fon- damento ad una bene ordinata repubblica, se i citta- dini grandi non
fussero stali tanto accecati dall'ambi- zione e avarizia, che piuttosto
avessino voluto viver liberi, che sottoporsi alla tirannide, perchè in vece di
rovinar la patria, e darla in preda a' Medici e satelliti ijimo SECONDO. ja
suoi, rimossi a poco a poco i mancamenti della pub- blica amministrazione, 1'
avrebbono ad intera perfe- zione condotta 5 tal che oggi tutti i cittadini
colla pa- tria insieme viverebbono quieti, ricchi e onorati, lad- dove essi
vivono inquieti, poveri ed abbietti. Essendo dunque necessario, a chi vuole
riordinare la repub- blica fiorentina, oltre all' aver considerato qual forma
universale di governo alla nostra città si richiede, con non minore diligenza
esaminare i particolari difetti e mancamenti che la rendevano inquieta e
travagliata, per poter poi ncll' introduzione della già narrala for- ma
particolarmente a tutti riparare; perciò io, paren- domi avere acquistato
qualche notizia, per essere nel- le pubbliche azioni deir ultimo governo
intervenuto, in questo seguente libro andrò disputando di tutte quelle cose che
mi parevano nelle due passate ammi- nistrazioni mal ordinate, scoprendo tutti
gli errori e tutti i mancamenti da' quali è nata la loro poca vita. Dopo questa
disputazione, quella forma, che noi ab- biamo di sopra descritta, introdurremo,
mostrando in che modi a questi difetti si possa porre rimedio, ac- ciocché la
repubblica abbia tutta quella perfezione che da ogni buon cittadino debbe esser
desiderata. Capitoi-o II. Quali cose bisogna che sieno in uno stalo a voleit»
clic sia da' cittadini amato, e perù sia diutuino. Manifestissima cosa è, che
tutti quei governi e stati hanno diulurnilà e lunga vita, ch(; sono amati e te-
nuti cari da' suoi cittadini di qualunque sorte essi si 54 I-A REPUBBLICA
FIORENTINA. sieno j ed è questo in tanto vero, che eziandio gli stati violenti
e tirannici s' ingegnano quanlo possono gua- dagnarsi gli animi de'subielti
loro, e farseli benevoli ed amici, giudicando noD poter viver sicuri e mante-
nere gli stali senza la benevolenza loro. Per la qual cosa i capi di detti
slati esaltano molti con ricchezze e dignità, ed altri comunicando loro le cose
più segrete e volendo intendere il consiglio e parer loro, mostransi con tutti
il più che possono civili ed umani, fanno feste e spettacoli per trattenere la
moltitudine, e con questi simili modi fanno sì, che la loro tirannide è te-
nuta dal volgo amministrazione civile, vedendo in essa osservare molte cose,
che sono proprie delle repubbli- che ben ordinate. Ma è da notare, che 1
cittadini sono affezionati a quel governo nel quale ottengono, o pare loro
ottenere i desiderii loro, E perchè siccome noi nel precedente libro abbiamo
lungamente ragionato, i po- polari desiderano libertà, ciò"' non ubbidire
se non alle leggi ed a' magistrati temperati da quelle : 1 mediocri, oltre
allalibertà, onore, i grandi oltre a queste due cose, grandezza, e ciascuno
quiete e tranquillila, seguita che se ne* due governi passati non era ne liberi
à, né onore, n^ grandezza, non potevano essere amati daclttadlnl, e perciò non
è da maravigliarsi, se il primo non fu da persona difeso, e se dal secondo
molti si alienarono, e fu grata loro la rovina di cjuello, perchè non essendo
in amenduni alcuna delle sopraddette cose, non ave- vano cagione di amargli
afiTezionatameute, non gli aman- do, non erano costretti pigliare la difesa
loro j la qual cosa essendo manifesta, seguita che noi mostriamo che in detti
governi non era ne libertà, uè onore, né gran- LIBRO SECONDO. 55 olezza, e però
cominciando dalla prima, [)roveremo che ne' due governi passati non era
libertà. Capitolo III. Che ne' due governi passati non era libertà. Tulli gli
slati, siccome nel suo luogo diffusamente dimostreremo, son relli e governati,
o da un solo, o da pochi, o dagli assai 5 ma lasciando indietro quei governi
ne' quali o un solo, o i pochi son signori, e trattando di quelli dove gli
assai reggono, i quali prin- cipalmente fanno professione di libertà, e tra'
quali e- rano comunemcnle le due passate amministrazioni, dico, che quando
questi governi son così fatti, che la suprema autorità in picciol numero di
cittadini si ri- duce, tali stati non sono e non si possono in modo alcuno
liberi chiamare. Perchè siccome nel governo de' pochi i pochi deono esser
signori 5 cosi nel reggi- mento degli assai, gli assai, non i pochi, deono
coman- dare. Che i pochi il vesserò ne' delti due governi su- prema possanza,
«'* manifesto per 1' autorità che ave- \ano i priìui niagislrati della città.
Ciascuno sa che gli otto di balia con sti fave potevano disporre della vita e
roba di tutti i cittadini. I dieci con sette dispo- nevano di lutto Io stalo
della città, perch'^ potevano deliberare della pace e guerra in quel modo
pareva loroj la signoria poi con sei fave poteva il tutto. E perchè ai delti
magistrati non era posto freno alcuno, si poteva dire che avessero in poter
loro tutta la città, ed essendo composli di poco numero d'uomini, segui- la che
i pochi, non gli assai, fussero signori. Non era 50 LA REl'UBIiLlCA FIORENTINA.
tulunque libera la città, essendo governala in modo che i pochi sempre avevano
in quella autorità tiran- nica e violenta, perchè sono i tiranni quegli che non
hanno freno alcuno. Nelle città che sono prudente- mente ordinate, non è alcun
magistrato che abbia libera podestà di fare quello vuole nelle azioni a lui
appar- tenenti, perchè da tutti si può provocare a' cousigl' che sono a tal
causa ordinali j siccome noi veggiamo f.ire ai Viniziani e siccome si trova
usato in qualche repubblica, che sia mai stata prudentemente tempera- ta. Ma è
da notare che quattro sono le cose nelle quali consiste il vigore di tutta la
repubblica : l* elezione dei magistrati, la deliberazione della pace e guerra,
le pro- vocazioni e l'introduzioni delle leggi, le quali quattro cose sempre
deono essere in potere di chi è signore della ciltà= Per la qual cosa in quei
governi dove gli assai reggono, è necessario che sieno in potestà degli assai,
altrimenti in quella città dove siano tali ammi- nistrazioni, non sarebbe
libertà. In Firenze adunque nei due passati governi la creazione de' magistrati
sen- za dubbio era in potere degli assai, perchè tutta la città dependeva dal
gran consiglio, e però in questa parte la città era libera; la deliberazione delia
pace e guerra era in potere del magistrato de' dieci, i quali di quelle due
cose e conseguentemente di tutto lo stato della città potevano disporre, di che
seguitava che i pochi, e non gli assai, fussero signori dello stato della
città, e dove tal cosa avviene, quivi non può esser vera e sincera libertà :
delle provocazioni non bisogna parlare, perchè non vi erano, tal che i
magistrali po- tevano fare lutto (]uello che ['areva loro, perchè non LIBRO
SECONDO. Bj avendo freno, non temevano correzione alcuna, la qiial cosa faceva
che la citlà non era libera, ma soggetta ai pochi ^ l'introduzione delle leggi,
quantunque fosse in potestà del consiglio grande, nondimeno, come di sotto
proveremo, era tanto male amministrala, che era come se fosse in potere de' pochi.
Veniva adunque la città quanto alla creazione de' magistrati ad esser li- bera,
ma quanto all' altre tre cose, che non sono di minore importanza, non era
libera, ma all' arbitrio e podestà di pochi suggetta. Che le tre ultime cos,'
non fussino di minor momento che la creazione de' masi- strati, è manifesto, se
non per altro, perchè clii è stato padrone delle tirannidi passate, non si è
curato della elezione de' magistrati, eccetto quelli ne'quali era po- sto 1'
autorità delle tre dette cose, parendo loro che chi è signore di quelle, sia
signore di luttojesenza dub- bio chi può deliberare della pace e guerra,
introdurre leggi, ed ha il ricorso de' magistrati, è padrone d'ogni cosa.
Essendo adunque le tre dette cose nei due go- verni passati in podestà di
pochi, seguita che i pochi e non gli assai erano signori della città, e perciò
non era in essa quella libertà che a molli pareva avere j nìa venendo più a'
particolari, parliamo alquanto della signoria, e mostriamo quanto la sua
autorità fosse ti- rannica e violenta. Capitolo IV. Che r autorità della
signoria era tirannica. Siccome noi abbianio detto, la signoria aveva auto-
rità di fare e non fare lutto quello che le pareva, lu 58 LA REPUBBLICA
FIORENTINA. qual cosa ne' tempi antichi diede sempre di tutte le civili conlese
occasione. Perchè innanzi alla tirannide di Cosimo, traeudosi questo magislralo
per sorte, av- veniva spesso che un magistrato era d' una fazione e quello che
succedeva era d' un'altra ed un medesimo alle volte era di due, e di qui nascevano
tanti dispa- reri, tanti esilli e tanti disordini della nostra città, che si
leggono nelle memorie antiche di quella, e finalmente nacque dall' autorità di
tal maglstralo la tirannide di Cosimo, la quale ha tenuto tanto tempo, e al
presente tiene con maggior violenza che mai oppressala la città. Era Cosimo,
come a ciascuno è nolo, sopra tutti gli altri ricchissimo, e senzachè egli di
natura liberale, si sapeva anche servire delle ricchezze in acquistar gran-
dezze, facendosi con esse molti cittadini partigiani ed afTezionali^ talché
avendosi egli guadagnati moltissimi amici, avvenne che egli mentre era In
esilio, fu tratta una signoria tutta di suoi amici e partigiani la quale non
ebbe sì presto preso il magistrato, che ella rivocò Cosimo dall' esilio, il
quale tornato che fu nella città, avendo la signoria disposta a far quello
voleva, cacciò fuori coir autorità di quella lutti i suoi avversarli, e si fece
padrone di tutta la repubblica 5 e perchè egli non potesse mai esser separalo
da quell'autorità, colla quale egli avea vinto i nimlci suoi, ordinò gli accop-
piatori, per opera de' quali detto magistrato, ed alcuni nitri nel modo eh' è
noto a ciascuno, non venissero mai, se non in persone, che fussero dello stato
suo af- fezionale. Cosimo adunque ch'era astutissimo tiranno, conosceva quanto
V autorità della signoria era formi- dolosa, ed agevolmente lo poteva
conoscere, avendo- LIBRO SECONDO. ^f) ne fatto prova nell" oppressore la
libertà e farsi la città soggetta. Hannola ancora conosciula quesli, che al
presente reggono, li quali vedendo che la signoria, o per amore o per forza,
poteva tor loro quello che ella avea dato a Cosimo, siccome si vide nel
mdxxvii, quando monsignore di Borbone s' appressava collo esercito a Firenze,
hanno in tulio levalo via quel ma- gistrato. Se adunque tale autorità è
giudicala da una tirannide troppo formidolosa, mollo maggiormente si deve
temere da una repubblica che fa professione di liberta. E se alcuno dicesse che
il consiglio grande provvedeva, dando quel magistrato a chi gli pareva, che non
venisse se non in persone amiche alla li- bertìij rispondo primieramente che il
consiglio si poteva anche ingannare, perchè dove lungo tempo non si è fallo
esperimento degli uomini, difhcil co- sa è conoscer gli animi loro. Il che
manifestamente si vide negli ultimi tempi del governo, che minò nel MDxii nel
quale la maggior parte di quei che furono capi di tal rovina, erano dal
consiglio più che gli altri esaltali. Polevasl adunque ingannare il consiglio,
e dare i magistrali a chi non era a tale amministrazione afifezionalo.
Secondariamente, quando il consiglio non si fosse ingannalo, non era per questo
che quel!' au- torità della signoria non fusse tirannica e formidabile : né mai
fu alcuna città libera nella quale sei persone avessero assoluta potestà di far
lutto quello che loro piacesse. Essendo adunque tale autorità violenta, e
potendo gli uomini qualunque volta vogliano, variare r intenzioni, non è da dar
loro quella autorità che possono, così in pernicie come in benefìzio della re-
Go LA REPUBBLICA FIORENTINA. jiubblica usare, massimamente potendosi trovare
altri modi, per li quali la città non manchi di quel bene che può quel
magistrato partorire. E concludendo questa parte diciamo, che la città non era
libera, es- sendo in essa cosi violenta e tirannica autorità. Capitolo V. Che
l'autorità del magistrato de" dieci era tirannica. Il magistrato de'
dieci, come è noto a ciascuno, ave- Ta libera ed assoluta potestà di deliberare
della pace e guerra, tal che con sette fave poteva disporre dello stato della
città in quel modo che gli pareva 5 onde in quei tempi che Cosimo si faceva
grande, tenne la città in gran travaglio, ed a Cosimo dette grande occasione ad
ottener quello che desiderava; la qual cosa come procedesse, voglio al presente
dichiarare, acciocché ciascuno possa chiaramente comprendere, quanto l'au-
torità di tal magistrato sia dannosa e formidabile, sic- come noi abbiamo
detto, e a ciascuno è noto. Tutti li magistrati nella nostra città insino a che
fu trovato il gran consiglio si traevano per sorte, perchè ogni tan- to numero
d' anni si faceva scrutinio generale (noi di- ciamo volgarmente squittino
generale), e s'imborsava- no tutti li magistrati, i quali poi ai tempi loro
ordinati, per sorte si traevano; e perchè innanzi che Cosimo si facesse
tiranno, concorreva a fare tali squiftini gran numero di cittadini di qualunque
fazione si fiissero, avveniva che nelle borse de' magistrati erano messi cosi
quelli che erano avversarli a Cosimo, come quei che gli erano amici, tal che i
magistrali venivano in LIBRO SECONDO. G i persone, che così male come bene gli
potevano fare, la qual cosa giudicando Cosimo pericolosa, deliberò trovare un
modo, per il quale gran parie de** nemici suoi fussero traili delle borse, e
gli amici vi rimanes- sero, acciocché i magistrati a loro solamente toccassero.
Il modo, che egli trovò, fu questo. Egli con gli amici suoi operò tanto, che un
certo signore venne con gros- so esercito ai danni de' Fiorentini, talché
bisognando fare grossa provvisione di danari, furono posti alcuni accatti, con
pena che il nome di quello che non pa- gava, se per sorte fusse tratto, fusse
stracciato, cioè non potesse ottenere il magistrato. Cosimo e gli amici di
Cosimo, i quali erano da lui sovvenuti, [ìagavano largamente j gli altri, chi
per non potere, e ciii per non volere, non avendo quella intenzione che aveva
Co- simo, erano mal solleciti a tali pagamenti, tal che molti, essendo tratti
dalle borse, erano stracciali, e gli amir-i di Cosimo tutti ottenevano i
magistrali. Fatte adunque le provvisioni per la guerra, furono fatti i dieci,
che l'amministrassero, li quali essondo in essi molti amici di Cosimo, fecero
ogni cosa perchè la guerra si per- desse, acciocché moltiplicando i bisogni, la
città fosse costretta fare nuove injposizioni, e per tal modo le borse si
venissero a votare degli avversarli di Cosimo, e non vi restassero altri che
gli amici snoi^ ma quel si- gnore non ebbe felice evento contro alla AOgliadi
Co- simo, e de' dieci, li quali ariano voluto che egli a- vesse rotto il cam[)0
de'Fiorentini per la cagione detta. Ma non restò Cosimo di seguitare il disegno
suo, per- chè operò tanto con gli amici suoi, che egli fece suscitar la guerra
di Lucca contro alT opinione de' migliori Giannotti. 5 62 LA REPUBBLICA FIORENTINA.
cittadini di Firenze, la quale secondochè aveva ordi- nato Cosimo, fu sì male
amministrala da* dieci, che i Fiorentini per la ragione detta, ne ricevettero
danno e vergogna, e Cosimo per li bisogni grandi che soprav- venivano alla
città, potette trarre delle borse quasi tutti i suoi avversarli, con tanto
danno e vitupero de' Fio- rentini. E questo è quello, a chi serviva l'autorità
de' dieci j li quali coli' amministrare e deliberare delle azio- ni della
guerra in quel modo che pareva loro, tene- vano in travaglio e miseria la
nostra città, e davano ogni occasione a Cosimo di venire in quella grandezza
che egli possedette j e sebbene i dieci ne divenivano o- diosi, non ne facevano
stima, avendo tutto lo stato della città in sua balia. Ne'due governi passati
il dello magi- strato aveva la medesima autorità che aveva ne' tempi anlichi,
ed ogni volta che l' usava in cose che dispiaces- sero all' universale, le
persone di quello ne acquistava- no tanl* odi(j, che non era uomo poi che li
volesse vedere, la qual cosa dimostra la violenza e la tirannide di tal
magistrato. Io ne voglio addurre alcuni esempi seguiti neir ultima
amministrazione, i quali per essere ancora freschi nella memoria degli uomini,
dimostre- ranno meglio quel eh' io dico di questo magistrato. Dopo la mina
della tirannide nel mdxxvii, il primo magistrato de' dieci, che fu creato,
tenne pratica co' Sanesi di fare qualche confederazione che fusse utile all'una
ed all'altra repubblica, e perchè i Sanesi non vollero mai venire a conclusione
alcuna, hi volse quel magistrato a favorire i fuorusciti, per rimetterli
dentro, e ridurre quella repubblica in tirannide pensando aver- si pin a
servire d' uno stato tirannico in quella città, LIBRO SECONDO. G3 che d'una
amministrazione civile. Affermando flunque i fuoruscili avere intelligenza
dentro, fecero sì, che il magistrato deliberò dar loro quegli aiuti che
bisogna- vano ad entrare in Siena, e minare quella repubblica ; ma non ebbe la
cosa quelP effetto che si desiderava, perchè avendo presentilo i Sanesi tal
apparato, ten- nero le porte serrate e con buone guardie, tal che i fuorusciti,
poiché alla terra colle genti fiorentine si fu- rono accostali, vedendo i
disegni loro scoperti, senza profitto indietro si ritornarono: la qual cosa
tosto che per la città fu divulgala, cominciarono i romori e le querele ad
andare sino al cielo, vituperando ciascuno il magistrato de' dieci che avesse
voluto sollomellere una repubblica libera alla tirannide, senza considera- re
quanto quella impresa fusse poco onorevole alla cillà nostra, la quale tanto
poco tempo innanzi aveva recuperata la libertà. Dolevasi ciascuno, come è
detto, del magistrato de' dieci e biasimava questo suo fatto, e non considerava
che chi ha T arme in mano, la può così in male, come in bene adoperare, e chi
vuole che non r usi male, bisogna che gliene tolga o provvegga che volendo non
la possa usare male 5 chi adunque si lamentava che i dieci usassero male la
loro autorità, doveva operare che la fusse loro tolta, e provvedere che non la
potessero se non bene usare. Io voglio an- cora narrare un altro esempio, per
lo quale si dimo- strerà quanto sia inutile alla città il modo del proce- dere
e l'aulorità di quel magistrato. Nell'assedio pas- sato vedendo gli autori di
quella guerra che 1' eserci- to del principe d' Oranges non era sufilciente, né
a sforzare, ne ad assediare Firenze, fecero venire un .» IM\. iWA,
i.\JJ\^^.lA%JIM. \^ A. I1V,(A£.\.^^ 64 T.À REPUBBLICA FIORENTINA. allro
esercito di Tedeschi con gran copia d'ariiglie- rie e munizionij e per quanto
si conghletturava e s' in- tese, disegnavano che quell' esercito espugnasse
Pra- to, pensando che Firenze dopo tale espugnazione non avesse a fare più
resistenza, ma subilo avesse a cade- re, siccome avvenne nel mdxii.
Appressandosi adun- que tale esercito a Prato, fecero i dieci molte consul-
tazioni sopra tal venuta, disputando se era da metter- si alla difesa di Prato,
o se era da abbandonarlo. I dieci senza dubbio P averiano voluto difendere, ma
non confidavano nel commissario che vi era, e non trovavano chi paresse loro
atto a sostenere cotanto peso, e avriano voluto che alcuno di que' signori che
erano in Firenze, avesse tolto quell' impresa : ma essi per non vi andare e non
avere a mostrare la poca pe- rizia che avevano della guerra, mettevano tante
difìl- cultà in tal difesa, che finalmente fu giudicato dal ma- gistrato che
fusse meglio abbandonare quella terra che perderla difendendola. Fatta questa
resoluzione man- darono commissarii e capitani con ordine che in Pra- to
dimorassero quanto potessero, e quan do non vi po- tessero più dimorare, ne
venissero con le genti a Fi- renze. Andarono costoro ed eseguirono il peggio
che potessero le commissioni del magistrato, ed inaspetta- ti ne vennero a
Firenze. Ma divulgandosi per la citlr, come Prato s' era abbandonato, cominciò
ciascuno ad esclamare, biasimando tal partito e calunniando il ma- gistrato che
r aveva preso, non ostante che detto ma- gistrato per r autorità che aveva,
poteva non sola- mente quello, ma ancora molto maggiore partito pi- gliare. Era
adunque il modo del procedere e V auto- LIBRO SECONDO. 65 iltà di questo
maglstralo «lisulile alla città, poiché le sue deliberazioni procedevano con si
poca soddisfa- zione dell' universale, ed era cosa assurda molto ve- dere in
una città quelli che avevano creato un magi- strato, biasimar sempre le sue
azioni, e da altro canto il maglstralo rade volte deliberare cosa che piacesse
loro, il quale disordine e confusione nasceva dal sini- stro suo modo di
procedere e dalla sua troppa auto- rità. Non si doveva adunque lamentare la
ciltà del magistrato , quando pigliava qualche partito che le dispiaceva, ma di
sé medesima che non sapeva o non voleva temperare in modo la repubblica che i
magi- strati non avessero maggiore autorità di quella che fusse convenevole in
una libera città, e V azioni di essa procedessero senza biasimo loro e con
soddisfazione di tutti. E adunque manifesto per quello che abbiamo detto, che
il magistrato de' dieci era non solamente ti- rannico e violento, ma disutile e
dannoso alla ciltà. Capitolo VI. Glie il magistrato degli otto era tirannico.
Del magistrato degli otto non credo bisogni molto parlare, per dimostrare
quanto la sua autorità fusse tirannica, perchè ninno mai sarà che intendendo
che in Firenze un magistrato solo con sei fave può dispor- re della vita e
stato di ciascuno, che non giudichi tale autorità tirannica, e da essere da
ogni savio cittadino temuta: la qual cosa è ancora molto meglio nota a quel- li
che hanno notizia di quelle repubbliche antiche che hanno avuto fama d'essere
state con prudenza tempe- 66 LA REPUBBLICA, FIOREÌVTINA. rate, nelle quali non
si trova che sì poco numero di uomini abbiano avuta tanta potestà sopra la vita
e sta- to de' cittadini. Quelli ancora che hanno scritto dei governi della cilth,
ed insegnato, come le repubbliche s'abbiano a temperare, non hanno mai
introdotto nelle civili amministrazioni così violenta autorità di far male
senza temere punizione, onde non sieno mai per astener- si dal male operare,
peccando, così nel non punire chi meritava punizione, come nel gastigare
acerbamente chi non meritava d'essere gastigato : ne mi manche- rebbono dell'
una cosa e delT altra assai esempi ; ma perchè è mia intenzione mostrare i
mancamenti di quei governi, e non infamar coloro che governavano, però lascio
andare questi esempli, li quali, se adducessi, fa- riano che molti si
vergogneriano della loro malvagità, e voglio che mi basti avere dimostrato con
quello che è detto la violenza e tirannide di tal magistrato, il qua- le,
siccome fanno i tiranni, molte volte per odio gasti- gavano troppo chi non
meritava punizione, e chi la meritava per grazia non punivano. E avendo detto
dì ciò abbastanza, passiamo a' collegi. Capitolo VII. Che la reputazione de^
collegi è tirannica e disutile alla città. I collegi, che altrimenti sou
chiamati gonfalonieri di compagnia, furono, siccome di sopra fu detto, ordinati
dal cardinale di Prato, il quale fu mandato da papa Benedetto in Firenze, per
mettere in concordia quella città. Costui trovando i popolari essere oppressati
dai grandi, ordinò i delti gonfalonieri, i quali, qualunque LIBRO SECONDO. O'y
volta bisognasse, af^unassero il popolo, acciocché col- l'arme li difendesse da
chi gP ingiuriava. Fu adunque trovato lai magistrato per difendere il popolo
da'gran- di, e di qui è nato clie insino ai tempi noslri s' è at- tribuito il
nome di difendere la libertà. Ma fu sì male ordinato il modo di procedere in
tal difesa, che non ne risultava altro che tuaiulti ed ingiurie, il die nasceva
perchè in tal difesa non s' osservava ne modestia ne alcuno civile costume, ma
tutta con forza e violenza procedeva j laonde mulliplicando le ingiurie, sempre
nascevano nuove cagioni di tumulti e discordie civili, ed in questo modo la
città non quietava mai, ed il detto magistrato non le fu di frutto alcuno,
perchè do- po le sue ordinazioni, succedettero maggiori dissensioni di quelle
che prima erano state, siccome nel suo luo- go dimostreremo. Crebbe poi la sua
riputazione, quan- do per certa peste non si trovando chi volesse stare nella
città, ed esercitare i magistrati, fu fatta quella leg- ge, per la quale si
toglieva a ciascuno il potere ottene- re magistrati, l'avolo del quale non
fusse stato vedu- to, o non avesse seduto in uno de' tre maggiori, chia- mando
i tre maggiori la signoria, i dodici e li gonfalo- nieri di compagnia, di che
nasceva che ciascuno desi- derava tal magistrato per lasciare ai suoi nipoti
facul- tà di potere avere gli ufizii, se dal padre per alcuna ra- gione non
fusse loro lasciata j siccome questa legge in quei tempi, nei quali ella fu
fatta, parton forse qualche utilità, cosi poiché la città venne sotto il giogo
della tirannide, aggiunse ai Medici non piccolo favore e ri- putazione, perchè
avendo essi per opra degli accop- piatori, autorità di creare delti magistrati,
ciascuno cit- 68 LA REPUBBLICA FIOHENxnA. ladino riconeva a loro per averne
alcuno, e non so- lameaLe d'essere egli imborsato e tratto, ma se aveva ancora
figli noli che fussero eziandio in fascia, operava che fussero tratti,
acciocché, se pure non avessero a sedere, fussero almeno di tali magistrali
veduti. Dava adunque questa legge grande occasione a* tiranni di guadagnarsi
gli uomini, e farseli amici, senza che era cosa molto assurda e ridicula sentir
nominar alcuno, che fusse in fasce, per uno de' collegi o de' dodici o de'
signori. Appresso, che altra ingiustizia si sen'.ì mai maggiore, che torre i
magistrati a quelli, i padri ed a- voli de' quali non avessero seduto, o non
fussero stati veduti de' tre maggiori^ quando gli altri più antichi delle case
loro avessero quelli ed altri magistrati ottenuti ? E senza dubbio egli non L-
ragionevole, che gli uomini patiscano la pena delle colpe degli avoli e padri
loro, quando essi sieno virtuosi e costumali 5 oltre a questo chi ben considera
può vedere, che la sopraddetta leg- ge dà cagione agli uomini di volere meglio
alla tiran- nide, che alla libertà, perchè non si trova alcuno che non sia
ambizioso, e quelli che colle loro ipocrisie e simulate religioni fanno
sembiante del contrario, sono quelli che sono più ambiziosi che gli altri,
siccome sa chi ha avuto pratica de' cittadini. Essendo adunque così fatti gli
uomini, senza dubbio è da credere che a quel vivere sieno più affezionati nel
quale più agevol- mente possono conseguire i deslderii loro. Ma chi non sa,
quanta poca fatica era nella tirannide, e quanto dif- ficile nel governo
civile, attenere il priorato o il magi- strato de' dodici e collegi ? Ogni
piccola amicizia che altrui abbia co' tiranni, fa che ciascuno ottiene il desi-
LIBRO SECONDO. by delio suo, ma nell' amminislraziouc civile, bisognava
aspettale la grazia dell' universale che vincesse; il [lar- tito, ed il favore
poi della sorte nelr esser tratto. Im- ponendo adunque la predelta legge
necessità agli uo- mini di desiderare detti magistrati per la cagione delta, e
trovando più facilità ad ottenergli nella tirannide, che nella repubblica
civilmente governata, seguita di ne- cessità, che gli uomini abbiano cagione di
essere affe- zionati più alla tirannide, che alla repubblica, e così questo
magistrato de' collegi, il quale ciascuno crede che sia defensore della
pubblica libertà, è più della ti- rannide, che di quella fautore, rispetto a'
cittadini che lo desiderano, ed hanno maggiore facilità d' ottenergli nelli
slati violenti che ne' civili, siccome per le soprad- dette cose penso che sia
manifesto. Oltre a questo, avendo tal magistrato acquistato opinion di
difendere e mantenere la libertà per la caglon sopraddetta, è poi proceduto
tanto olire colf ardimento suo, che egli s'è arrogato autorità di trovarsi
nelle consultazioni che fanno i dieci, e consigliare anco esso la repubblica
nel- le faccende della jjace e guerra. E perchè ne' casi, nei quali si tratta
della difesa o mantenimento della liber- tà, tal magistrato s' arroga grandissima
autorità, non {)are che alcuno abbia ardire di consigliare cosa che sia contro
all'opinione di quello, temendo di non es- sere infamato, come nemico della
libertà 5 e perchì quelli che sono ornati di tale dignità, sono le più volle
giovani, è forza che manchino di quella prudenza che ricerca il governo civile,
talchò la cillà rade volle è consigliata con ragione, ma più preslo secondo le
pas- sioni e voglie particolari di tal magiatralu. X. che si 5* ^O LA REPLBBUCA
FIORENTINA. aggiunge, che sempre nella repubblica è qualche repu- talo
citladino che desidera grandezza, e vedendo quel magistrato mollo a proposilo
della sua intenzione, si fa capo delle sue opinioni, acquistando loro
coli" autori- tà sua favore e fede 5 ondechè avendo tali pareri ori- gine
da tal magisti^lo, ed essendo favoriti da chi ha grandezza e riputazione, niuno
è Ira gli altri che possa dire ( se non con pericolo ) il contrario, siccome
av- venne nel principio della guerra passala, nel qual tem- po furono fatte
molte consultazioni sopra il mandare ambasciadori a papa Clemente, e l'autorità
che si do- veva dar loro, alle quali interveniva la pratica ordi- nata al tempo
di jSicolò Capponi, i dieci, la signoria, i collegi, i dodici j disse ciascuno
la sentenza sua, la qua- le era ne' più, e massime in quelli della pratica, che
si facesse ogni accordo col papa, purché quello esercito non s'accostasse alle
mura. I collegi dissero l'opposi- lo, ne vollero mai consentire che al papa si
concedes- se cosa che in parte alcuna, benché minima, diminuis- se la libertà
della città j ma usarono in ciò tali parole e tali spaventi, che niuno ebbe poi
ardire di esplicare liberamente il suo concetto. E sebbene i collegi preso- uo
allora la parte onorevole e generosa, laddove que- gli altri l'avevano presa vituperosa
e vile, non resta però, che quel modo di procedere non fusse tirannico e
violento, perchè il consigliare debbe esser libero e fondato in sulle ragioni,
e si debbe poi fare di quel parere elezione, che con migliori ragioni si può
sosten- tare. Chi consigliava in quel tempo che si facesse ac- cordo, non
allegava altre ragioni, se non i pericoli della guerra, la spesa iuloUeiubile,
i danni e simili cose j LIBRO SECOXnO. n \ talché non mostrava muoversi a cosi
consigliare da al- tro, che da paura e viltà, siccome porge la natura dei
vecchi nostri, li quali son vili, paurosi ed avari 5 e chi vuol vedere che
slima sia da farne, guardi le prove che fecero lutti quelli che dalla città
furono, cosi den- tro, come fuori, in quella guerra adoperati, e troverà che
poco conto se ne dehbe tenere, avendo quei che andarono fuori tutte le terre
del dominio, senza n'io- strare alcuna generosità jìcrdule, ed essendosi quelli
che governavano dentro, lasciatisi in tal modo aggirare da Malatesla, che egli
potette constringere la città a darsi in preda a' nemici suoi, senza aver
conosciuto quello che i piccioli fanciulli conosceano, e per le stra- de e
piazze se ne lamentavano, cioè T infedeltà di detto Malatesla, la quale se pur
conobbero, non avendo sa- pulo a tempo gastigarla, è come se non l'avessero co-
nosciuta. E tornando al proposito, siccome nell'am- ministrazione della guerra
non mostrarono ne pruden- za, ne generosità, così nel consigliare non
mostrarono altro che paura e viltà. I collegi e altri che avevano preso la
parte generosa, non furono mossi da altro che da volonià di volere mantenere
quel governo, perchè nel consigliare la difesa non allegavano ragione di tal
momento che dovesse inducere gli uomini a pigliar si grande impresa, ma diceano
che la libertà si doveva difendere colla iol)a e col sangue: né mancava chi con
r autorità di fra Girolamo [)rometteva la vittoria cer- ta. Tulio questo
inconveniente nasceva, perchè ninno era tra quei che governavano, che
conoscesse la gran- dezza delle forze della cillà, laiche dalla cognizione di
esse nascesse così generoso ardimento di diJi'ndero ^2 LA. REPLBBLICA
FIOREJfTIXA. quella repubblica. Onde nel piiucipio e nel mezzo della guerra non
fu mal capitolato di quanti danari la cillà si potesse servire, quanto tempo le
vettovaglie potessero durare, quello che la città si poteva pro- mettere de'
soldati e del capitano, tal che tutte queste cose partltamente fussero note ;
ma al tempo così di Francesco Carducci, come di Raffaello Girolami si go-
Ternavano le cose più con isperanza che con ragione 5 ed io più volte sentii
dire all' uno ed all'altro, quando si era fatta qualche provlsione o ricerca di
vetlovfiglie • iS oì possiamo ancor durare., poniamo, due niesi^ poi gualche
cosa sarà ,• ed in capo a quel tempo si rifa- cevano le provvisioni più
gagliarde che prima, di mo- do che la città abbondava di tutte le cose che
biso- gnavano per l'uso della guerra, né altro mancava che prudenza e fortezza
di animo in quelli che gover- navano, acciocché le potessero conoscere, e ne'
debiti tempi usarle, le quali, se avessero saputo fare, senza dubbio la
vittoria era della città, la quale tanto in al- to 1' averla condotta, quanto è
al presente conculcata. Io mi sono alquanto dal proposito mio dilungato, ben-
ché non senza qualche utilità, potendo ciascuno co- noscere per il precedente
discorso, quanto la città ab- bia bisogno di regolare il modo e 1' ordine del
consi- gliarla, acciocché non manchi di quella parte, senza la quale ninna
repubblica può reggere e governare la sua llbeità. E tornando a quello, dicoche
cassai manife- sto, quanto il modo del procedere de' collegi e dodici, perchè
ciò che si dice dell'uno, si dice dell'altro quan- to alle azioni, non quanto
all' origine, fusse strano e violento, e come senza essere CQrrelto> siccoms
sino a' LIBRO SECONDO. 7.') tempi nostri ùon ha mai nolabil frullo partorito,
così per l' innanzi non potrà mai alla repubblica in parte alcuna giovare, e se
pure tal volla ne** tempi passali è slato frulluoso, non è ciò avvenuto per sua
natura, ma per essere stato in quello qualche uomo savio o per altro accidente,
come si potria vedere quando venis- sero in considerazione quei tempi e quei
casi ne' qua- li alcuno tal magistrato essere slato fruttuoso affermas- se.
Avendo detto de' collegi a bastanza, discorriamo al presente che disordini ed
inconvenienti nascevano dalla tirannica autorità e sinistri modi del procedere
dei sopraddetti magistrali. Capitolo VITI. Che il gonfaloniere noquìstava
maggior potenza di quella che si conviene in un^ ainniinistrazioue civile.
L'autorità che le leggi davano al gonfaloniere nel magistrato suo, non era
maggiore di quella che ave- vano qualunque altro fusse ornato del priorato,
perchè tanto \ aleva il suffragio suo, quanto quello di ciascuno altro del
nicdesimo magìsirati.» superava gli altri, per- chè era qualunque volta voleva
proprssto, non sola- mente nella signoria, ma in ciascuno altro magistrato. Il
che era ordinato, perchè non volendo il proposto [)er alcuna cagione proporre
ne' magistrali le cose oc- correnti, si potessero per questa via le faccende
pub- bliche eseguire. Era adunque il gonfaloniere in dignilà superiore a lutti
gli altri e in autorità eguale: ma per- chè V autorità de' signori dieci, otto
e collegi, erano^ come abbiamo sopra dimostrato, tiranniche e violenti. 74 J^^
REPUBBLICA FIORENTINA. qualunque volta egli poteva disporre di quei magistrati,
veniva l' autorità sua a diventare tirannica e violenta, e perchè il governo
dello stato era tutto posto sopra alle spalle de' dieci, però il gonfaloniere,
essendo capo della repubblica, assai con loro praticava j ed essi per riverenza
di quel grado, non ariano preso deliberazio- ne alcuna senza che egli nefusse
consapevole. Se adun- que le deliberazioni de' dieci soddisfacevano al gonfa-
loniere, egli non aveva altra difficoltà j se le non gli soddisfacevano, egli
con l'autorità sua, o faceva venire i dieci nella sua opinione, o essi stavano
pertinaci j se mutavano parere, il gonfaloniere aveva la sua intenzio- ne 5 se
stavano pertinaci, conveniva che il gonfaloniere stesse paziente, o per altra
via troncasse i disegni loro. E perchè stando paziente non gli pareva tenere
quel grado con reputazione, però chi era gonfaloniere face- va ogni cosa perche
tutta la repubblica avesse depeu- denza da lui, e gli fusse quasi sottoposta,
la qual cosa gli era facile a fare, potendo per il mezzo della signo- ria e
collegi, qualunque volta egli voleva, acquista- re tutta quella potestà che
egli desiderava , e non solamente tagliare tutte le deliberazioni di cjualun-
que altro magistrato, ma far sì, che ninno ardisse deliberare cosa che fusse
contra la sua intenzione , perchè non aveva altra difficoltà che secondare e
piag- giare, siccome vulgarmente diciamo, le opinioni dei signori e collegi,
mostrandosi sempre difensore della libertà contro alla potenza de' grandi ; e
ogni volta che egli aveva disposti questi due magistrati, sempre conduceva
quello che egli voleva, non ostante qua- lunque altra repuguanza, che da
cittadino o magistrato LIBRO SECONDO. 7 5 li fusse falla : laiche si poteva
dire, che tutla la cillà fusse in suo potere , e qualunque non procedeva per
questo modo, aveva sempre nelle cose grandi infinite difficultà: perchè venendo
il magistrato de' dieci le più volte in persone grandi e riputate,
difllcilmenle ne po- teva disporre, se non procedeva nel modo detto, e non
procedendo, ma trattenendo i dieci, era poco grato ai signori e collegi, e per
conseguente all' universale. Per- chè questi due magistrati pigliavano
occasione di ca- lunniarlo dal non conferire egli e li dieci con loro le
faccende dello stato 5 e da queste varietà nacque che alcuno di quelli
gonfalonieri fatti dal mcccclxxxxiv al MDxu furono grati all'universale, ed
alcuni odiosi. Piero Soderini, tosto che egli fu creato gonfaloniere conobbe
questa necessità che aveva chi teneva quel grado, di trattener li due
magistrali, se voleva nella repubblica poter alcuna cosa, e si volse a farlo, e
lo seppe in tal maniera fare, che egli non ebbe mai diffi- coltà alcuna, e
potette sempre disporre di tutla la città in quel modo che gli pareva. Perch'
ogni volta che i dieci, eziandio nel consiglio della pratica, avessero tatto
deliberazione alcuna che le fusse dispiaciuta, po- teva con autorità della
signoria e collegi, sotto colore di volere che quei magistrati intendessero
ancor essi le cose che appartenevano a tutta la città, tagliarla e deliberare,
come gli pareva, siccome avvenne nell'an- no MDvii, nelqual tempo essendo la
venuta dell'impe- ratore in Italia in grandissima spettazione, e volendo
(iiovambatista llidolfi e gli altri [)iù riputati cittadini della cillà nostra,
mandargli auibasciadori, nò volendo a ciò consentire il gonfaloniere, per non
dispiacere al yb I-A REPLBBLICA. FIORENTINA. re di Fiaiicla, impedì
agevolaiente nel modo detto tal deliberazione 5 e sebbene lutto l'animo di
Piero Sode- rlni era volto al ben pubblicOj non era però che que- sto modo di
procedere non fusse violento e tirannico e di malvagio esemplo. Perchè poteva
venire un altro dopo lui, il quale per questi mezzi riconciliatisi gli a- nimi
dell'universale, ed acquistata quell'autorità che aveva Piero Soderini,
l'usasse in pernicie della repub- blica. Questa tanta autorità, che io dico,
che aveva Pier Soderini, alienò gli animi d'alcuni principali cit- tadini della
città da quella amministrazione. Perchè vedendo ogni cosa ridotta in potere del
gonfaloniere, non pareva loro aver alcuna autorità, e quantunque fussero ornati
delle prime dignità, non le stimavano, vedendo che ad ogni modo dependevano dal
gonfa- loniere : talché costretti da cjuesta mala contentez- za, consentirono
alla rovina di quello stato, ed a ri- mettere i Medici 5 e benché questi tali
non meritino laude alcuna, anzi biasimo e vituperio, non è però che quel mo lo
di procedere non sia da biasimare e da cor- reggere, per tor via le cagioni di
quelle male conten- tezze. E che sia vero quello che io dico, si manifesta per
quei tempi, ne' quali il gonfaloniere non era perpe- tuo, cioè nel mcccclxxxxiv
insiuo al :.idxii, ne' quali anni i primi cittadini della città non alienarono
mai l'animo dalla repubblica, anzi sempre francamente contra gli assalti
esterni e contra le congiure domesti- che la difesero. Il che nasceva perchè in
quella forma di vivere, avendo sempre bisogno la repubblica dei consigli e
favori loro, essi vi avevano quella autorità e riputazione che volevano, della
quale pascendosi, LIBRO SECONDO. ^7 vivevano afFczlonati a quella lepubblicu
che li faceva per tutto liguardevoli, ancoraché quella amministra- zione
mancasse di cerio modo di onorare 1 cittadini i^randi, come di sotto diremo. Ma
tosto che fu futto il gonfaloniere perpetuo, essendosi radunata tutta la loro
reputazione ed autorità nella persona di quello, lutti alienarono l'animo di
quella amministrazione, e lo pie- qarono a volere piuttosto vivere in una
tirannide, che in un governo civile j l'altro è l'essere ornati di gran-
dissime dignità che rendono le persone di quelli, nei quali elle vengono,
conspicue ed onorate. Nelli due governi [)assali i grandi vi acquistavano
grande auto- rità, la quale era loro finalmente a infamia e vituperio, siccome
noi discorreremo, e pochissimi ancora vi ave- vano luogo, e quelli che ve
l'avevano, usavano mille arlifizii che non erano convenienti a qualunque rego-
lala città. Talché da tanta loro autoritìi. non ne risul- tava loro quell'onore
e grandezza che desideravano, e non vi essendo modo a pascerli colle dignità,
era for- za che restassero malcontenti. Peccavano adunque i detti governi, non
essendo ordinati in modo che potessero soddisfare a così fatti A REPUBBLICA
FIORENTINA. scendo, quanto potevano, per privare la repubblica di amici e di
reputazione. Questi senza dubbio furono raossi a desiderare la rulna di quel
governo da cupi- dità d' onore e grandezza, la quale non potevano in esso
ottenere. E quantunque paia non credibile, che olii fa opera che la patria sua
venga sotto il tiranno, sia mosso a ciò da desiderio di gloria ed onore, non si
essendo mai sentito, che alcuno per così fatta impresa sia divenuto glorioso,
ma sì bene chi colla morte di esso ha ridotta la patria in libertà ; siccome
noi vedia- mo che nessuno fu mai tanto scellerato o stolto, che giudicasse
Curione degno di lode, per avere venduto la patria sua, e sottomessola al
tiranno, e non esaltasse Bruto insino al cielo, per averlo aramazzato e renduto
alla patria la libertà. Nondimeno è da notare, che po- chissimi son quelli in
tulli i luoghi che sieno della vera gloria desiderosi, perchè ninno quasi è che
pensi quel- lo essere glorioso, che per universal consenso è repu- tato savio e
valente, ma quello che ha maggiore po- testà che gli altri, laddove appresso
agli antichi Ro- mani maggiore gloria ricavava il deporre la dittatura che
pigliarla. Desidera ciascuno adunque potere, e pensando essere più facile
ottenere il desiderio suo da un solo, che da molti, però si volge a favorire il
tiran- no, il quale per natura sua sempre esalta alcuni, e vuo- le che si creda
che abbiano appresso di sé potestà, la quale oppinione fa che gli altri cedono
ed attri- buiscono loro ogni onore ed ogni reverenzia, talché sendo nel vulgo
riguardati e cospicui, par loro avere cjuella gloria che son iti cercando, e
cosi fatta è la gloria e F onore che desiderano i nostri cittadini . LIBRO
SECONDO. ^.) Basta loro avere le prime dignità , e potere venire in piazza, e
innanzi si riducano ncU' audienze, farsi molto ben vedere, e rispettare
privatamente a chi ha hist)gno del magistrato, e consumare più tempo fuo- ri
della pubblica residenza, che in essa poi non con- sumano, parendo loro bella
cosa esser in piazza accer- chiati intorno dalla moltitudine, e talvolta esser
vedu- ti parlare col tiranno, o sederli, o camminarli a canto 5 le f[uali cose
fanno senza dul)bio che essi sono in maggiore grado e più onorali che gli altri
: ed essen- do sempre appresso a chi può il tutto, par loro aver grandissima
parte di tal possanza, e perciò aver cagio- ne di contentarsi. Così fatti orano
quelli che per ap- petito d' onore erano malcontenti al tempo di Piero
Soderini, e desideravano la rovina di quello stalo, ed ottennero il desiderio
con esito conveniente alla stol- tizia loro, essendo poi siali costretti, nini
che altro, a servire gli stallieri di quelli ai quali avevano la patria
sottomessa. Ma [n:v concludere questa parte, quelle due sorte di nemici arle
sono eguali a quelle dell'altra, senza dubbio è difetti- C)4 I^A. REPUBBLICA
FIORENTINA. To, e non si debbe seguitare, perchè non è possibile temperare uno
slato tanto perfettamente, che la virtù? o vogliamo dire potestà, di ciascuna
parte non appari- sca 5 perciocché in tal mistione avviene il contrario che
nella mistione delle cose naturali, nella quale le virtù particolari delle
cose, di che si fa mistione, non riman- gono nel misto appaienti, ma di tutte
se ne fa una sola, la qual cosa non può nel temperare una repubblica avvenire, perchè
bisogneria pestare e tritare in modo gli uomini, che de' grandi, popolari e
mediocri se ne facesse una sol cosa diversa in tutto da quelle tre fa- zioni,
la qual cosa senza dubbio è impossibile. Rima- nendo adunque le virtù di
ciascuna parte apparenti nella mistione, è necessario che, essendo l'
opposizio- ni e resistenze eguali, non manchino le repubbliche, in tal modo
temperate, di civili dissensioni, le quali apra- no la via alla rovina loro.
Che le repubbliche nel so- praddetto modo temperate sien sempre alle civili
dis- cordie esposte, si manifesta per la repubblica romana, la quale,
secondochè ne discorre Polibio, era compo- sta delle tre sopraddette specie, in
tal maniera che la virtù e potestà di ciascuna parte appariva. Talché i
forestieri nel travagliare dell' altre repubbliche e prin- cipi con quella,
quando avevano a convenire col senato, per la grande autorità che e' vedevano
in quello, la giudicavano una repubblica di ottimati, e quando con- venivano
co' consoli, per la medesima cagione pensa- vano che fusse un regno, similmente
quando trattava- no col popolo, pareva loro una repubblica popolare, e
nondimeno sempre fu piena di civili dissensioni. Non era adunque quella
repubblica ben temperata, e quello LIBRO TERZO. gf) che ne discorre Polibio era
segno di mala commistio- ne, perchè se ella fusse stata prudentemente ordinata,
chi avesse avuto a travagliare co' consoli o col senato o col popolo, non aria
giudicalo che tal repubblica fusse, o popularilà, o slato di ottimati, o regno,
perchè averebbe veduto il popolo dependere dal senato e dai consoli, il senato
dai consoli e dal senato, e con ciascu-, na di queste parti averebbe veduta
temperata la virtù dell'altra. Le discordie adunque non nascevano da al- tro,
se non che esercitando ciascuna parte tanta virtù, quanta l'altra nel
composito, l'una non veniva a ave- re rispetto all' altra, estimando potere
quanto quelhi^ benché se vantaggio vi era, l'aveva piuttosto il senato che il
popolo, siccome appresso diremo. Ma dicendo al presente, che 1' uno fusse pari
all' altro, dico che chi dopo la cacciata de' Tarquinii temperò quella re-
pubblica, non fece altro se non che dove la repub- blica inclinava in quel
regno, egli abbassò quella pote- stà, e lo fece tornare eguale ai popolo ed al
senato, e fece un misto eguale di tutte le altre parti, nel cjuale tanta
potestà esercitava l'una quanto l'altra, e da que- ste nacquero tante
dissensioni, che finalmente destrus- sero quella repubblica. Essendo adunque la
repubbli- ca romana stata nel sopraddetto modo temperala, e non essendo slata
libera dalle alterazioni civili, concludo niun governo doversi temperare in tal
maniera, ma secondo quell'altro modo che abbiamo di sopra de- scritto, nel
quale la repubblica inclina in una delle par- ti, e lutti quelli stati che sono
in tal modo temperali non patiscono mai alterazione civile. Roma innanzi ai
Tarquinii era in questo modo temperata, perchè v'era 96 I A REPL'BBLICA.
FIORENTINA. un popolo, un senalo ed un re, ma dal re dependeva il popolo, ed il
senalo più che il re da loro, e perciò quello slato veniva ad inclinare nel
regno, e nienlrechè Roma si governò per lai modo, non patì mai allerazio- ne
alcnna : e quantnnque i re fussero quasi tutù vio- lentemente ammazzali, il che
nacque per la superbia la c[uale pigliavano, non ne seguitò però mai disordine
alcuno. Stava dunque il popolo quieto, e similmente il senato, perchè V uno e V
allro riguardava il re co- me padre comune, ed il re operava che ne V uno ne
l'altro trapassasse i termini suoi. Bisognava adunque che Bruto e Publicola,
rapi della repubblica romana, dopo la cacciata dei Tarquinii temperassero
quello stato, facendolo inclinare ad una delle parli, cioè al po- polo, o al
senato, secondochè il subietto richiedeva; e se così r avessero ordinato, non
vi saria mai naia al- cuna alterazione, perchè quella parie, dove la repub-
blica inclina, viene ad esser più potente che l' altra, e però facilmente può
opprimere gl'insulti che le fus- sero falli ; e perchè quella potenza che ha,
nasce dal- la forma della repubblica, però se la parte contraria si repula
ingiuriata, non P imputa alla fazione avversa, ma alla forma della repubblica.
E perchè la repubblica è temperata in modo, che non vi è adito a rovinarla,
però è necessario che viva quieta: onde in tale repub- blica non può nascere
alterazione alcuna. E ben da no- tare, che quando io dico che la repubblica
deve incli- nare in una parte, non dico che quella parte abbia so- lo Timperio,
e l'altra sia esclusa dairamministrazione, ma che l'abbia poca dependenza, e V
altra assai. Cir- ca la repubblica romana potrebbe alcuno dire che la UBRO
TERZO. f)7 pendeva nel senato, e nonrlimeno era esposta alle se- flizloni.
Rispondo, che ella non inclinava in quelle par- ti, dove doveva inclinare, di
che nacque il medesimo errore che se non fusse inclinata in alcuna parte, sic-
come di sotto si dirà. Concludendo adunque dico, che è necessario che una
repubblica inclini a una parie, a volere che sia diuturna, e viva sempre senza
altera- zioni civili. Ma perchè questa inclinazione può essere al regno, o al
senato, o al popolo, discorreremo al pre- sente in qual parte debba pendere una
bene ordinata repubblica. Capitolo III. Che la repubbica debbe inclinare nel
popolo. Noi abbiamo detto che ogni bene ordinala repub- blica debbe inclinare
in una delle tre specie, delle quali è composta ; seguita ora che mostriamo in
quale specie debba pendere : di che si vedrìi, chi debbe es- sere il signore
della citlìi. Dico adunque che T è cosa molto pericolosa per la comune libertà,
non solamente nelle città che hanno le qualità dette da noi di sopra, ma
eziandio in tutte V altre ordinazioni, una repub- blica che penda nel regno,
perchè è necessario llirc un principe con tanta aulorilà, che tutta la
repubbli- ca dependu da lui, più che egli dalla repubblica, altri- menti tale
ordinazione non inclinerebbe nel regno, e dovunque s'introducesse tal forma di
vivere, tutta la libertà si verrebbe a sottomettere alla volontà d'un solo, la
qual cosa senza dubbio è pericolosissima. Per- chè chi sarà eletto principe; §e
non sia nel tempo del- GiannoUL n C)d> LA REPUBBLICA FIORENTINA. la elezione
malvagio, potrà nel principato diventare, e per esser principe, ed avere poca
dependenza, po- trà qualunque volta egli voglia, agevolmente oppri- mere la
repubblica, perchè avrà facultà d'avere quei mezzi i quali sono ad eseguire
tali cose necessarii. Che gli uomini possano divenire malvagi, ed essere più
dei proprio, che del pubblico bene studiosi, oltre alla quotidiana esperienza,
le memorie antiche lo di- mostrano. Romulo, come di sopra anco dicemmo, fu
buono nel principio del regno e nel mezzo, nel fine poi divenne malvagio, e per
V insolenza sua fu dal se- nato ammazzato. Potendo adunque quegli uomini di-
ventar cattivi, non è da dar loro in una città una po- testà la quale possano
poi quando vogliano usare in pernicie della repubblica 5 e eh"" egli
abbiano a volere, agevolmente lo persuade Tambizione umana, la quale fa che
ciascuno vorrebbe sempre da sé medesimo, e non da altri dependere. Quinci
avviene che uno tosto ch'egli è pervenuto al principato, pensa di fare in modo
che da se non da altri dependa, e però rade volte sta contento a quella gloria
e a quell'onore che gli è dalla repubblica donata, ed è tanto potente questo
appetito, che quelli ancora che sono legati dall'ordine della re- pubblica, con
grandissimo loro pericolo s'ingegnano tal ordine violare, e vogliono piuttosto
mettere in pericolo colla vita quello stato che hanno, che star contenti a
quell' onore che possono legittimamente e con soddis- fazione di ciascuno
possedere: siccome fecePausania re de'Lacedemoni, il quale instigato
dall'ambizione, cercò di farsi tiranno in quella repubblica nella quale teneva
il supremo grado ; ma i suoi cattivi pensieri sortirono LIBRO TERZO. C)(j
convenienle fine, perchè scoperto il fllsegno suo, mi- seramente fu falto
morire. Marino Ftileri, doge vene- ziano, volle ancor egli farsi tiranno rlella
sua repub- blica, ma la fortuna non gli porse tanto di favore, che egli potesse
a quel fine che e' desiderava condursi : perchè nel mezzo di cosi scellerata
impresa, fu da'suoi cittadini oppresso. 11 quali colla vita gli tolsono
quell'o- nore che gli avevano dato. Non è adunque da ordinare una repubblica
che Inclini nel regno, non si patendo alcuno promettere che Tabbia da aver
libera e lunga vita : senza che noi discorreremo che il regno non si poteva
semplicemente ordinare, e chi ordinasse uno rc- [)ubbllca nel modo detto non
sarebbe altio che un sem- plice regno. E se alcuno opponesse Roma, la quale
vis- se con tanta prosperità sotto T impero de* re, rispondo che tal cosa
avvenne per accidente 5 prima, perchè volle la buona fortuna di quella città
che ella ornasse della regia potestà uomini eccellenti e più della vera gloria
che della ingiusta potenza desiderosi j seconda- riamente, gli uomini di quella
città erano buoni, e perciò per le ragioni dette di sopra, venivano a essere
capaci del regno; oltre a questo fu necessario in quei tempi primi tal forma di
repubblica, perchè si trova- va quella città allora come un fanciullo in fasce,
che continuamente ha bisogno della nutrice, infino a che divenga robusto. E
siccome poi usarono in qualche pe- ricolo urgente creare un dittatore, cioè un
re assoluto ma a tempo, così quella prima età della repubblica aveva bisogno
della autorità di tal dillatorej e perchè i pericoli erano grandi e frequenti
fu necessario che tal dittatore fusse perpetuo. Che li pericoli fussero lOO LA
REPUBBLICA. FIORENTINA. grandi, è manifesto per le guerre da selte re continua-
mente fatte 3 ma poiché la repubblica divenne robusta, non fu bisogno di tal
dittatore o re, se non in alcu .i tempi, ed allora venendo la necessità,
subitamente si creava. Concludendo adunque dico, che una repubblica non debbe
inclinare nel regno, similmente non debbe pendere nello stato de' p(x;hi ovvero
in un'aristocra- zia. E noti ciascuno, che io parlo al presente di quelle città
che hanno le qualità da noi dette di sopra, per- chè potria essere una città
nella quale i grandi supe- rassero tanto i popolari che saria violenza il non
fare che quella repubblica pendesse nello stato de' pochi j però restringendosi
a quelle città di sopra descritte, dico che in quella non si debbe introdurre
una re- pubblica che penda nello stato de'pochi, perchè oltre air essere ne'
pochi la medesima ambizione che in un solo, sono ancora nemici e paurosi de'
popolari, le quali due cose fanno che li spregino e quanto più possono cercano
tenerli bassi, dal che i popolari son costretti spesse volte a pigliar V armi
per difendersi, e se pos- sono apporre la cagione delle ingiurie ricevute a
qual- che particolare, subito li corrono a casa, e coli' armi e col fuoco si
vendicano, siccome in Firenze molte volte si trova essere avvenuto. Ma se tali
cagioni na- scono dall' ordinazione della repubblica, tal che a nes- suno particolare
si possano applicare, allora i popola- ri, non avendo contro a chi voltare l'
ira sua, si sepa- rano da' grandi e chieggono o legge o magistrato, per lo
quale si possano difendere, ed ottenere la loro ra- gione : e questo fu
grandissima cagione che ne* tumulti LIBRO TERZO. lOI del popolo romano contro
al senato, non si venne mai ni sangue de' ciltadini, insino ai Gracchi, perchè
l'ingiu- lie che pativano i popolari non da' privati cittadini ma dalla forma
della repubblica nascevano, e perciò V in- giuriati non de' cittadini, ma
dell'ordine della repub- blica si potevano lamentare, onde avveniva nelle sov-
versioni non chiedeva altro che qualche legge o qual- che magistrato, per virtù
della quale si difendesse, e la potenza de' pochi si venisse ad alìbassare, ed
essi più della repubblica partlclpassero. Tornando dunque a proposito, dico che
una repubblica in tal città ordinala, non debbe inclinare nello slato de' pochi
e conseguen- temente debbe pendere nella popolarità, la qual rosa si può con
molte ragioni persuadere : primieramente quella parte e quel membro della città
debbe posse- dere maggiore imperlo che contribuisce più al vivere comune, che è
il fine delle città. Se adunque noi dili- gentemente consideriamo chi
contribuisce più al ben comune, o i grandi o i popolari, troveremo che i gran-
di sono dai popolari in talcosa di gran lunga superati; il che agevolmente
possiamo conoscere per li dcsi(3erii dell'una parte e dell'altra. I grandi
desiderando coman- dare non solamente non conferiscono al ben comune, ma lo
distruggono, perchè chi vuole comandare, vuole che gli altri sleno servi, ed
egli solo esser libero, e chi vuole avere gli uomini servi, vuole avere in
poter suo la roba, la vita e 1' onore degli altri per poterne a suo piacere
disporre, e chi ha questo desiderio, vuole di- struggere la città e per
conseguente il ben comune, perch'' non è più città quella dove tal desiderio
sor- tisce effetto, essendo città, congregazione d' uomini II- I02 LA
REPUBBLICA FIORENTINA. berij ordinala al ben vivere comune degli abitanti. E
una città, dove i grandi ottengono il desiderio loro, non è altro che una
compagnia di padroni e schiavi, ordinata per sfogare V avarizia e T altre
disoneste vo- glie di quei che son padroni. Ma li popolari deside- rando vivere
liberi, cogliono mantenere e non di- struggere il ben comune, perchè chi
desidera la liber- tà in una città, vuole che ciascuno possa ottenere la sua
ragione senza ingiuriare alcuno, il che non è altro se non volere la
conservazione del ben pubblicoj e che questo sia vero, cioè, che il desiderio
de' popola- ri mantenga il ben comune, e quello de' grandi lo di- strugga,
possiamo per la repubblica romana dimostra- re, nella quale dopo la cacciata
de'Tarqulnli, i grandi, cioè 11 senato, avevano maggiore potestà che il popo-
lo, e quasi a quello comandavano, e del continuo cer- cavano accrescere la loro
autorità. E saria la loro am- bizione a quello proceduta, che se 11 popolo non
aves- se al disonesto loro appetito fatto resistenza, averebbe quella
repubblica trecento anni prima rumata. Talché giustamente si può dire che V
ambizione de' grandi cercasse di struggere quella repubblica, ed il desiderio
della libertà che era nel popolo la mantenesse j onde è manifesto che il
desiderio del popolo conferisce più al ben comune, e perciò i popolari sono il
più impor- tante membro della città, masslmamenle che abbia le qualità da noi
dette di sopra 5 di che seguita, che deb- be ottenere maggiore imperlo.
Secondariamente dice Aristotile, che quello debbe comandare che ha più
prudenza, perchè quello che comanda bisogna che or- dini e regoli le cose, la
quale è proprietà di quello che LTCRO TERZO. Io5 è savio e prudente. Chi vuole
conoscere ove sia mag- giore prudenza, o ne' grandi o ne'' popolari, se esami-
nerà la vita e costumi delPuna parte e delTaltra, non Iroverà che i popolnri
sinnoda'grandi superati, perchè la prudenza s' acquista o per praticare le cose
o per leggerle: quanlo al leggerle, cosi le può leggere un popolare, come un
grande, e la [ìratica non veggio maggiore nelPuna parie che nell'altra, perchè
dove le cose non si disputano e non si deliberano, ma tutte sono al volere d'
un solo sottoposte, lant" è trovarsi a tali consulte, quanto non vi si
trovare. Resta adun- 7 nato, siccome dimostra Cicerone il quale noi terzo li-
bro (Ielle leggi dice queste parole: Qnare ant exigemli rc^cs nonjiicriint,
aiit plein re, non verhìs ciancia liherfas . Dimostrando che il popolo era
servo del senato, come era slato de' re e come appare per l' in- giurie che
sopportavano i popolari, il che non pote- va avvenire, se il popolo avesse
avuto maggiore au- torilìs, che il senato ; e chi vuol vedere, se il popolo era
superchiato, legga Tito Livio, il quale dimostra che il senato nelle
dissensioni che aveva col popolo, sempre aveva il torto, e molle volte non
osservava le promesse fatteli nelle convenzioni, la qual cosa non averebbe mai
potuto fare, se non fusse stato superiore: laonde se dopo la cacciata de'
Tarquinii, la repubbli- ca fusse stata in modo ordinata, che il senato aA esse
a\ uto de{)endenza dal |,)opolo, e non il popolo dal se- nato, saiebbe stata
quella repubblica più tranquilla, ed averebbe avuta più lunga vita, che non
ebbe, per- chè non sariano nate (juelle contenzioni che furono ha loro. p(
icliè il popolo non fa mai tumulto, se da altri non fla lasciare inrllelro questi popolari, ma è
da connnme- largli nel consiglio grande, acciò possano come gli altri
distribuire ed ottenere i magistrali. E se alcuno dicesse che questi popolari
non sono ambiziosi e perciò non si curano di tali onori, dico che l'orse è vero
che qyesti popolari non sono ambiziosi, non consento già che non si debbano
fare partecipi degli onori, prima perchè, co- me dice Aristotile, i magistrati
si deono dare a chi vuo- le, ed a {^'i non gli vuole, purch'' colui a chi si
danno sia utile alla repubblica. Secondariamente questo non curarsi de'
magistrati non è naturale, ma accidente, perch ' non è uomo sì misero che non
desideri essere esallato. Wla perchè questi popolari sono slati tenuti bassi
dalla superbia de' grandi, perciò son divenuti non ambiziosi, siccome ancora
ne' tempi nostri sono i F'ranzesi i quali per essere sfati sbaftiili dalla
nobiltà loro, sono divenuti vilissimi. Non essendo adunque naturale tal viltà
di animo in quesli popolari, non è da privarli de' magistrati, e massimamente
perchè ar- mandosi la ciltìu diverrìano subito desiderosi di gloria, come gli
altri 5 e se allora si trovassero privati degli o- nori, si fariano forse dar
loro per forza quello che non fiisse stato per amore conceduto 5 senza che
l'essere ar- mati qne-ti popolari, e non potere ottenere i magistrati,
potriaiio dar occasione a chi volesse perturbar la ro- [)ubblica.
Concludf>ndo adunque diro, che volendo ordinare questa repubblica
pv^rfeltissimamenle, è ne- ressario connumerare in questo consiglio quella mol-
titudine di cittadini che abbiamo chiamali popolari. Ma perchè noi dicemmo che
non ci volevamo disco- stare mollo da quello che era usato ne' tempi passati, I
l4 LA. REPUBBLICA FIORE>TINA. però lasceremo indietro questi popolari, e ci
conten- teremo che ciascun anno se ne mandi a partito buon numero come s'
usava, persuadendosi ciascuno, che quanti più ne saranno ammessi ai magistrati,
tanto più maggior basa e miglior fondamento si farà alla repub- blica. Dico adunque
che in questo consiglio deono convenire tutti quelli che sono abili a'
magistrati, nei quali soli si trovano i sopraddetti Ire umori j e perchè il
detto consiglio debbe essere il signore ^lla città, altrimenti la repubblica
non inclinerebbe nel popolo, debbe averne in potestà sua quelle azioni le quali
sono principali nella repubblica, ed abbracciano tutta la forza dello stato.
Queste sono quattro, cioè, la crea- zione dei magistrali, le deliberazioni
della pace e guer- ra, le introduzioni delle leggi e le provocazioni. Ma per
parlar prima dell'elezione de' magistrali, dico che tutti i magistrati, rettori
e consigli debbono essere eletti nel consiglio grande 5 magistrati son quei che
amministrano le faccende della repubblica dentro alla citlàj rettori son quelli
che governano le città e ca- stella suggelte alla repubblica fiorentina 5
consigli son quelli che deliberano della pace e guerra, ed odono le
provocazioni, siccome è il senato e le quarantie, come nel suo luogo diremo. Il
modo di creare i ma- gistrati sia ques'o. Per ogni magistrato o rettore si
traggano quelli nominatori che siano giudicati bastare, ed i nominati da loro
vadano a partilo, e vinchino per la metà, ed una più, e chi ha più suffragi che
gli altri vinto il partilo, ottenga il magistrato, siccome si taceva in Roma,
secondochè scrive Dionisio Alicar- uasseo, e si fa ne' tempi nostri in Vinegia.
11 dare i LIBRO TERZO. 1 I 5 magistrali a chi è tratto, poiché quelli che hanno
vin- to sono imborsati, è cosa assurda, è cosa indegna di una città dove sieno
gli uomini modesti e giusti, per- chè chi desidera potere ottenere un
magistrato quan- do abbia passato il [Kirtlto di poco num;'ro di suffragi ed
esser pari a chi 1' ha passato di maggiore, siccome avviene quando tutti quelli
che hanno vinto il partito sono Imborsati, desidera quello che non è suo, e
per- ciò è uomo ingiusto, volendo quello che è degli altri, e merita punizione
da Dio e dagli uomini. Le delibe- razioni della pace e guerra abbiano a
terminare nel senato, introdotte e dl?[)utate nel modo che diremo di sotto, e
quantunque elle non passino nel consiglio, aranno pure da lui la dependenza,
essendo da quello il senato, dove l' hanno a terminare, eletto. Saria forse
bene, quando si ha a muovere una guerra di nuovo, vincere questa prima
deliberazione nel consiglio gran- de, siccome facevano li Romani li quali
domandavano il popolo se volevano e comandavano che si movesse guerra a questo
ed a quello altro principe o repubbli- ca. Dipoi tutti gli accidenti di essa
avessero a termi- nare nel senato. Le provocazioni ancora siano termi- nate in
un consiglio di quaranta, creato dal consiglio grande dal quale elle ancora
verranno per le medesi- me ragioni ad avere dependenza. DI questo consiglio di
quaranta e del modo del provocare diremo di sott(;. L'introduzione delle leggi
e provvisioni senza dubbio debbc essere terminata nel consiglio grande. Ma come
tal cosa abbia a procedere diremo nel suo luogo. Sarà adunque il consiglio
grande signore «Ielle sopraddette (juallro azioni, procedendo nel modo detto. E
perchè 1 l6 LA REPUBBLICA FIORE>'Ti:yA. quanto meglio sarà ordinato il
consiglio grande, tanto miglior fondamento e basa verrà ad avere la nostra
repubblica, giudico che sia bene levar via tutte quelle cose che lo rendono
gravoso, e però mi piacerebbe che alla creazione de' magistrati non fusse
necessario più un numero che un altro, acciocché chi viene non venisse mai in
vano, e gli uomini s' assuefacessero a radunarsi spontaneamente. Il che
verrebbe fatto, per- che vedendo ciascuno che le cose si potrebbono ese- guire
senza lui, saria ^iù sollecito per trovarsi a quel- le, ne s' asterrebbe da
radunarsi, confidando che non s' avesse a radunare il numero. E quando si
dessero i magistrati a chi ha più suffragi, ciascuno per favori- re a' suoi amici
saria anco più studioso di radunarsi • e perchè i nominatori venissero fatti
con prestezza, si potriano creare al modo veneziano, cioè far venire
ordinatamente ciascuno ad un'urna, dove fussero tan- te ballotte argentate,
quanti potessero esser quelli che si fussero radunati, e tante dorate, quanti
nominatori s'avessero il giorno a creare, e chi traesse una ballotta dorata,
s'intendesse esser nominatore j si potria anco ordinare, che chi venisse al
consiglio portasse il nome suo scritto in una polizza le quali da'segretarii
fussero alle porte ricevute e messe in urna della quale poi a sorte si
traessero i nominatori. Questi sono i più bre- vi modi che mi occorrono^ ed
acciocché i nominatori nominassero persone degne de' magistrati, saria bene
ordinare che quello che avesse ottenuto il magistrato, desse certo premio al
suo nominatore, e forse sarìa meglio che la repubblica pagasse detto premio, ed
a lui fusse ritenuto del salario, se fusse magistrato sala- LIBRO TERZO. I I 7
rlato, se no, facesse la repubblica quella perdita. Saria ancora bene ordinare
che il consiglio grande si radu- nasse per la creazione de' magistrali in tempi
determi- nati, cioè ogni otto od ogni quindici giorni, o più spesso o più di
rado, secondochii bisognasse, acci(jc- chè i cittadini potessero accomodare le
Hiccende pub- bliche alle private, e le privale alle pubbliche, e per far
questo blsogneria far computazione di tutti li ma- gistrati che s' avessero in
tutto l'anno a creare, e ve- dere quanti se ne può acconciamente in un giorno
eleggere, e partendo il numero de' magistrali per quel- lo di quei che s'
avessero in un giorno a creare, ri- trarre quante giornate bisognassero a
crearli tutti, e tulli quei giorni distribuire per tutto l" anno in tempi
determinali acciocché ognuno sapesse ordinatamente quando il consiglio s'avesse
a radunare; e sarla bene che dal principio di novembre inslno al principio di
maggio si radunasse in un giorno festivo, perchè gli esercizil militari, de'
quali di sotto diremo, fussino fi- niti. Dal principio di maggio insino a
novembre in giorno di lavorare, acciocché i cittadini per le faccende rusticane
potessero le ville frequentare. Giudico anco- ra che sia da cercare ogni via.
per la quale i giovani^ come i vecchi, tengano gravità nel luogo dove i! detto consiglio
si raduna. I Venizlani fanno sedere in alcuni luoghi eminenti i capi de'dieci e
gli avvocatoli ed alcu- ni altri magistrati, acciocché la reverenza loro freni
la leggerezza glovenile : quando queslo modo [liacesse, lo potremo ancora noi
agevolmente imitare, disponendo alcuni de' primi magistrati ne' più cospicui
luoghi della sala. Polrebbesi ancora ordinaic che le panche fussino I I 8
I>A REPUBBLICA FIORENTINITÀ. rlislinte secondo i gonfaloni, e che ogni
gonfalone se- desse nelle panche a quello atlrlbulle. Chi fusse di qualche
magistrato ornato, sedesse nel luogo a tal ma- gistrato deputato 5 chi fusse
solamente senatore, della qnal dignità diremo di sotto, sedesse nel suo
gonfalo- ne, e perchè ciascuno gonfalone sedesse ne"* luoghi più onorati
si potria ordinare che ciascun gonfalone se- desse nel primo luogo un tempo
determinato, e sedes- se poi nell'ultimo e 1" altro succedesse, e così di
mano in mano, tanto che ciascuno fusse partecipe di tale o- nore. Seguiterebbe
di questo ordine che i giovani sa- rebbono forzati ad esser gravi, sedendo
appresso ai pa- dri loro e gli altri vecchi che fossero in ugni gonfalo- ne. I
giovani tosto che arrivano a venticinque anni, deono cominciare ad andare al
consiglio, acciocché presto comincino a gustare la dolcezza della repubbli- ca,
la quale se assaggiano nella tenera età, non la pos- sono dimenticare, e nel
difenderla sono poi più feroci ed ardenti, siccome vediamo essere stati quelli
che neir assedio non perdonarono a fatica né a pericolo, per difendere e mantenere
la libertà. Il che non a\reb- bono mai fatto, se si fussero assuefatti a vivere
sotto il giogo della tirannide, prima che gustassero quanto sia dolce il vivere
civile, siccome era avvenuto a quel- li vecchi che nel ^.mdxii furono sì pigri
nel difendere queir amministrazione. I Veneziani, acciocché i giova- ni
comincino presto a trattare le faccende pubbliche, hanno certa legge per la
quale ogni anno danno facol- tà a certo numero di quelli che sono da venti a
ven- ticinque anni di poter andare al consiglio, laonde chi volesse imitare i
Veneziani, potrebbe ordinare che ogni LIBRO TERZO. I I 9 anno i giovani che
fussero da venti a venticinque an- ni, andassero lutti a partito in consiglio
grande, e quel- li che vincessero il parlilo polcss'^ro tulli poi andare al
consiglio. Questo ordine senza dubbio saria utilissi- mo alla città, jìcrchè i
giovani cominciando presto a trattare coso pubbliche, eleverebbero gli animi
loro e gli volgcrcbbono a pensieri gravi, e, quello che è bel- lissimo in una
repubblica, si sforzerebbero d'esser pri- ma vecchi che giovani 5 talché i
nostri savii non ardi- rebbono dire, che un giovane di trenta anni fusse an-
cora fanciullo. E perchè io ho narrato tutto quello che mi ì' occorso d'
intorno al consiglio grande, segui- terò al presente cjuello che a dire mi
resla. Capitolo VI. Del senato. Il senato, siccome gli altri magistrati, debba
esser creato nel consiglio grande : il numero di esso giudico che non debba
passar cento uomini. Nella elezione dei quali non mi pare che sia da attendere
la divisione de' quartieri 5 e giudico che sia al lutto da spegnere quella
distinzione che è nella città nostra della mag- giore e minore, perchè io non
veggio che ella sia ca- gione di bene alcuno, anzi fa lutto il contrario, con-
slringendo il consiglio a dare molte volle i magistrati a chi non li merita, e
lasciare indietro chi li merita. E chi è d' opinione che tal distinzione non si
debba spegnere, s' egli è della maggiore, ha questo parere? perchè la superbia
sua sdegna quelli che li paiono con- stituiti in minor grado ch'egli non è -,
s" egli è della 120 LA REPUBBLICA. FIORENTINA. minore, non è altro di
questa sua sentenza cagione, se non ambizione e viltà, perchè essendo
desideroso dei magistrati, e giudicandosi uomo da non 11 potere olle- nere,
vuole che il consiglio sia costretto a darli a lui che non gli merita, come a
quelli che li meritano e sono utili alla repubblica. Oltre a questo, tal
distinzio- ne genera nella città inequalità coutr' all' intenzione di ogni bene
ordinata repubblica, la quale vuole che li cittadini sieno eguali quanto
possono, per poter ella poi esaltare co"* suoi onori e dignità qualunque
col bene operare se ne rende degno. Chi fusse creato senatore, credo fusse bene
che passasse il quarantesimo anno dell'età sua, ed avesse amministrato qualche
magistra- to cosi di quelli di fuora, come di quelli di dentro, per- chè avendo
a deliberare le cose appartenenti allo stato di tutta la città, bisogna che sia
ornato di grandissima prudenza, la qual virtù si vuole, frequentando l'azio-
ni, acquistare. L' ofticio di questo senato è deliberare le cose che appari
engono alla pace ed alla guerra, ap- provare e reprovare le leggi e provvisioni
che di nuo- vo s'introducessero, nel modo che di sotto si dirà. E- legga ancora
i commlssarii e gli ambasciatori in questo modo. Per ciascuno di loro sieno
tratti dieci nomina- tori, e i nominati da loro, poiché saranno pubblicali,
vadano a partito, e chi ara più suffragi dalla metà in su, s' intenda avere
ottenuto tal dignità j ed è da ordi- nare, che ciascuno nominatore non possa
nominare più che una volta, perchè essendo sempre da' primi nomi- natori
nominati i più degni di quell' onore che se li debbe dare, quelli, che nominano
poi, trovando presi i più onorati; soa costretti nominare uomini che an- LIBRO
TEUZO. 1 2 t riandò poi a partito, tolgono reputazione al niagislralo od a
quelli che da' primi nominatori, come degni di tale onore, furono nominali, e
perciò basta, che cia- scuno nominatore nomini una sol rolla, e ritorni a se-
dere. Quanto al tempo che debba durare questa di- gnità , i Veneziani fanno il
lor senato ogn" anno : i liomanijSecondochè scrive Tito Livio ed altri
scrittori, rifacevano ancor essi il lor sonalo, ed era eletto di i censori ^ e
perchè per P istorie si comprendo che alcuni cittadini grandi sempre erano
senalori, si può con- ghietturare, che i censori potessero rifare i medesimi:
talché chi era senatore Fanno precedente, potesse anco essere l'anno seguente,
e questa consueludine mi pare da seguiUire. Sia adunque creato il senato nel
con- siglio grande, nel modo che gli altri magistrali, e duri tal dignità un
anno, e possa il consiglio nel creare i successori rifar sempre i medesimi, e
siccome i Roma- ni eleggevano quello che chiamavano principe del se- nato, così
il senato nostro elegga egli quattro proposti, mandando a partito tulli i
senatori, e quei quattro che hanno più suffragi dalla metà in su, rimanessero
in tal dignità j le azioni di questi proposti diremo nel suo luogo. Oltre al
predetto numero de'cento senatori, debbano convenire in questo senato il
gonfaloniere ed i signo- ri, li procuratori e li dieci, i quali lutti rendano
il par- tito. I collegi e capitani della milizia, de"' quali diremo di
sotto, saria bene che potessero venire in senato ad udire le lettere che
scrivono gli ambasciatori e com- missari, ed avendosi a deliberare o trattare
cosa alcu- na, lette che fussero le lettere, si partissero. E saria G ialino
Iti. S 122 Là. REPUBBLICA FIORENTINA. bene terminare i tempi ne' quali si
dovesse radunare detto senato per la medesima cagione che dicemmo di sopra nel
radunare il consiglio grande, e vorrebbe es- sere il tempo frequente, cioè ogni
terzo o quai to gior- no, e se non per altro, almeno per leggere le lettere che
dall' uno giorno all' altro fussero ^ enute, accioc- ché essendo quelle
multiplicate, non s'avesse poi in un giorno solo a consumare tutto il tempo in
leggere let- tere, ed anco le faccende meglio si posseggono, quan- do a poco a
poco se n' acquista notizia. Questo è in somma tutto quello che mi è parso dire
del senato. Seguita ora che trattiamo del collegio. Capitolo VII. Del collegio.
Il collegio, come di sopra è detto, è il terzo mem- bro principale della nostra
repubblica, ed è quello che quando sia ben ordinato, ripara a molti de' sopraddet-
ti inconvenienti, siccome di sotto sarà manifesto. In questo collegio debbe
convenire il principe con tutti li procuratori, ed il primo proposto del
senato, e sia il primo luogo, dopo il gonfaloniere, de' signori, il se- condo
de' procuratori, il terzo de' dieci, il quarto del proposto 5 ma prima che
diciamo in che modo si deb- ba procedere nelle faccende pubbliche, ragioneremo
alquanto di tutti questi magistrali, e prima de' signori li quali vorrei che
fussero non signori, ma priori chia- mati, per trarre dalla repubblica nostra
quel nome di signore opposito alla libertà, e solamente tutto il ma- gistrato
insieme fusse chiamato signoria. LIBRO TERZO. 12Ò Capitolo Vili. De' signori.
Noi mostrammo di sopra di quanti inconvenienti era cagione la signoria ordinata
nel modo com'era, e quan- to fusse tirannica e violenta la sua autorità, e da
non sopportare in alcuna libera città, massimamente essen- do stata causa che
la città di Firenze è venuta in mano del tirannico governo de' Medici. Volendo
al presente dimostrare in che modo tali errori e pericoli si possa- no
correggere, dico che il miglior modo che si potes- se trovare, saria estinguere
interamente questo magi- strato, perch'io non so per qual cagione si debbe man-
tenere in una repubblica un magistrato che mai non ha fatto b;*ne alcuno alla
città, ed è a quella in ogni sua parte disutile, ne ad altro serve che a sfogar
P ambi- zione degli uomini, e molto più de' bassi, che de' gran- di, a' quali
par loro bella cosa star nel palagio due mesi con quell'onore e reputazione che
stavano, tenendo vitaf da signori 5 senza che V è cosa mollo assurda, che fili
è signore, proponga alla cura universale della cit- tà, come sono le faccende
dello stato, magistrati parti- colari, ed a sé riserbi tutte l'altre privale
azioni. Oue- i^!o faceva la signoria di Firenze, la quale dava la cura dello
stalo ai dieci, ed a sé riservava la spedizione delle cause private, il che non
si trova osservato ne da re- pubblica, ne da principe alcuno. Per tutte queste
ra- gioni resolulamenle affermo, che tal magistrato saria da levar via, ed in
cambio di esso, si potrebbe rrcare con- siglieri, li quali col gonfaloniere
facessero l'oftìzio che 124 ^^ REPLBBLICA FIORE>TI»A. fanno i dieci, o si
potrebbe finalmente tal cosa in ma- niera ordinare, che molto meglio sariano
governate le faccende che insino a qui non sono stale. Ma perchè noi ci
vogliamo accomodare a* modi passali, perciò dico che volendo creare i signori,
secondochè s' usava, al- meno si provvegga che tal magistrato venga in perso-
ne qualificale. Bisogna adunque levar via quella legge, per la quale chi non ha
avuto il padre, o almeno lo avolo de' tre maggiori, perde, siccome noi diciamo,
il benefizio. Questa legge constringe quasi gli uomini a dare il magistrato a
ciascuno, senza considerare, se egli lo merita o non merita, parendogli che
sebbene non è fatto torto ad alcuno, se non è vinto, quando va a partito, per
non essere uomo che meriti quella digni- tà, si faccia ingiuria ai descendenli
suoi, i quali per non avere avuto il padre o T avolo de' tre maggiori, po-
trebbono perdere il benefìzio, la qual cosa è disutile alla repubblica. Perchè
nella creazione de' magistrali si debbe considerare le qualità di queUi che
sono, non di quelli che hanno a essere. E adunque da spegnere la sopraddetta
legge, per levare tal rispetto delle menti degli uomini. Olire a questo debbesi
eleggere tal ma- gistrato per le più fave nere, vinto il partito per la metà ed
una più, siccome noi di sopra dicemmo degli altri magistrati. Debbesi ancora il
tempo del divieto suo abbreviare, ed a questo modo verrà in persona di qua-
lità notabile. Appresso mi pare che sia da allungarli il tempo, e farlo annuo,
come io vorrei che fussero tul- li gli altri magistrali, siccome usavano
anticamente i Romani, ed oggi usano i Yeneziaui, senza che i rettori di fuori
stanno ne' loro reggimenti sedici mesi. Lauto- LIBRO TERZO. 1 -J 5 lilà delle
sei fave nere' senza diihbio si debbe estin- guere, per le ragioni delle di
sopra nel preredenle 11- bro, e non vorrei che tal magistrato avesse alcuna li-
bera autorità, se non in alcune cose, che non aspettano tempo, e non hanno
bisogno d'altra consullazujnej co- me saria mettere in possessione, concedere
privilegli a forestieri, a cittadini o a qualunque altro si sia, onorare signori
che venissero nella città, e finalmente vorrei che avessero libera autorità nel
proibire le violenze chetai volta dagli uomini insolenti son falle, rimetten-
do ciascuno a' magistrali e giudici ordinarli. Egli av- viene spesso che i
suildili vogliono ottenere qualche grazia, come sono fiere libere,
alleggerimento di fjual- che gravezza e simili cose, e ricorrono alla signoria,
la autorità della quale vorrei che fusse libera in tulle quelle cose che
rlsguardano il tempo presente, ma do- ve s'avesse avere considerazione del
tempo futuro, non fusse libera la sua autorità, ma si dovesse procedere
sjcondochè richiedesse la natura della cosa, come saria ( poniamo ) se alcuni
sudditi volessero o mutare o far nuovi si aluti, deono essere rimessi a questo
magistra- to che è proposto a regolare il contado della città ; se volessero
allenare o far nuove convenzioni, debbe la signoria procedere nel modo che
nell'altre provvi- sioni si osservasse, ed in somma a me basterebbe che la
signoria non avesse libera autorità in cose, che ri- guardassero lo stato
universale della città, o di privato alcuno, per le cagioni sopraddette, e le
altre faccende I •articolari della repubblica bisogna rhesieno in modo
ilistribulle e regolate cho ciascuno sa[)pla ove egli ab- bia a ricorrere. La
stanza che facevano i signori nel 126 I.A RF.PUtBI.lCA FIORENTINA. palagio, non
aveva in se cosa alcuna che recasse alla repubblica onore e utilità, anzi
facevano 1' opposito, perch'^ avendo la signoria quell'autorità che aveva, ed
abitando tutta nel palazzo, sempre poteva essere op- pressa da chi voleva farsi
padrone della città, o alterare lo stato presente, siccome avvenne nel mdxii.
poiché Giovambatista Ridolfi fu creato gonfaloniere per un anno, il quale colla
signoria fu costretto far quello che voleva chi volle alterare quella nuova
amministrazio- ne. Ondechè se i signori non fussero stati nel palagio, ma nelle
private case loro, vi avriano avuto i Medici maggiori difficoltà nell'
opprimere la signoria, che non ebbero, perchè sariano andati con maggiore
rispetto a far prigioni i signori nelle case loro, che nel palazzo, perchè
facendoli prigioni nel palazzo pubblico, non pa- re che si faccia ingiuria se
non alla repubblica, ma sforzandoli nelle case loro, ne restano, oltre alla
repub- blica, offese le persone e le famiglie private, e queste sono quelle
ingiurie che molto più che le pubbliche fanno gli uomini risentire. Oltre
questo, stando i signo- ri nel palazzo, e tenendo quel medemo grado, che il
gonfaloniere, fanno apparire nella repubblica certa dis- formità ed
incoiivenienza, per la quale l'amministra- zione di quella pare che manchi di
quell'onore e quel- la regola, che si ricerca nelle azioni pubbliche. Per le
quali cagioni giudico che i signori debbano abitare alle case loro, e radunarsi
ogni giorno col gonfaloniere nel palazzo pubblico ; e saria bene che portassero
vesti più onorale degli altri, e quando accompagnano il prin- cipe lutti
fussero vestiti di drappo. E perchè potessero far queste spese, saria bene dare
a ciascuno di loro LIBRO TERZO. 12J quel 'salarlo che fusse conveniente, ed
oltre a questo nell'entrata del magistrato donare a ciascuno tanto panno
coloratOj che si facesse una bella veste, e quella nortare privatamente, ne
fusse tenuto alcuno scoprire il capo per onorargli, se non quando accompagnano
il principe nelle pubbliche cerimonie. E sarla bene che si radunassero in tempi
determinati col principe per dare udienza a chi avesse bisogno ne' casi
sopraddetti^ e fuori di questi tempi tutti si radunassero col princi- pe in
collegio. Noi diremo di sotto le loro azioni in detto collegio 5 seguita ora
che trattiamo de' procura- tori . Capitolo IX. De' procuratori. Noi dicemmo ^i
sopra, che a voler bene ordinare questa nostra repubblica bisognava trovare
modo di soddisfare a chi desidera la liberi;!, a chi appetiva o- nore e a chi
era desideroso di grandezza. Per il gran consiglio si soddisfa a quelli che
desiderano libertìi, il senato soddisfa a chi ap[)etisce onore, il principe a
rhi aspira il principato j ma perchè il principato non cape se non uno, e molti
sono desiderosi di grandez- za, e sono sempre i più savii e valenti della città
5 per- ciò è da ordinare di sorte la repubblica, che questi così fatti
cittadini non restino malcontenti, rimanendo disonorali, ed anco la citta si
vaglia del continuo della prudenza loro. E adunque da creare un magistrato di
dodici uomini, li quali sempre si radunino col princi- pe, e signori, e dieci,
e perchè sieno onoralissimi, è da laS LA REPLBBLICA FlUREiNTIiTA. dar loro
questo onore meotre vivono, e l' azioni loro sieno le più importanti che si
(rallino nella ciltìi, cioè consigliare la repubblica nelP introdurre delle
leggi, la qual cura sia loro come [«ropria e principale allribui- ta, e nella
ileliberazione della pace e guerra nel modo che di sotto si dirà. E vorrei che
lutti questi pro- curatori precedessero lutti gli altri magislrati dai signo-
ri infuori, e si menassero dietro un servidore, ed an- dassero ornati di veste
cospicue 5 e perchè ciò potes- sero fare, fusse dato loro un salario di cento
fiorini di oro, e vorrei che questi fusseroin vece de'dodici buon- uomini, e si
chiamassero i procuratori di Marzocco, quando non piacesse il oome antico de'
buonuomini 3 non vorrei che patissero divieto da magistrato alcuno cosi dentro,
come fuori, ma non ne potesse mai essere occupali fuori più che sei, acciocohè
la metà fusse deti- tro nella città : non potesse già alcyio di loro essere uè
senatore, ne de** dieci, perchè entrando nel senato e radunandosi co** dieci e
signori in collegio, verreb- bono sempre ad avere queste dignità, senza
ch'altri- menti fussero date loro. Questo magi^trato senza dub- bio saria
onoratissimo per le cagioni dette di sopra, ed abbracciando buon numero di
cittadini, verrebbe a contentare tutti quelli che in una città possono merita-
mente desiderare grandezza, e la repubblica verrebbe ad avere i più grandi suoi
cittadini onorali e cospicui, e trovandosi essi del continuo a consigliare la
città nelle faccende dello stato, verrebbono a,d essere go- vernale con prudenza
e reputazione, di che altro mai alla città potrebbe seguire che grandezza e
tranquillità. I.IBRO TliKZO. 129 Capitolo X. De' dieci. Del maglslralo de'
dieci altro non bisogna dire, se non che aiitlcamenle fu trovalo per supplire
a' diletti della signoria, la quale perchè veniva in persone che per prudenza,
o per altra qualità non erano reputate atte a governare cose di stato , fu
provveduto che ogni volta che s' aveva a far guerra, si creasse tal ma-
gistrato. Quando adunque la signoria venisse in per- sone di qualità, si potria
fare senz'essojma perchè que- sto può essere e non essere, perù è da crearlo in
ogni modo, ma non è già da darli quella autorità che ave- va, la quale di sopra
abbiamo dimostrato che era tiran- nica e violente 5 ma in che modo e con che
autorità abbia a procedere nelle sue azioni, diremo nel seguen- te ca[»itolo,
dove tratteremo delle azioni e modo del procedere del collegio. Capitolo XI. In
che modo si abbiano a trattare le azioni pubbliclie in collegio. Noi abbiamo
trattato de' principali membri che con- vengono in collegio, cioè de' signori ,
procuratori e dieci ; del principe e del proposto del senato non ab- biamo
detto cosa alcuna, perchè essendo 1' onore del- l' uno su[)eriore a tutti gli
altri, e terminando in esso la repubblica, vogliamo di quello separatamente
par- lare, e nel luogo a lui conveniente. DclT altro, cioè del 1 5o LA.
REPUBBLICA FIORENTINA. proposto del senato, non occorre altro dire, se non che
egli riebbe convenire in collegio, solo per essere pre- sente a tutte r azioni
di quello per le cagioni che ap- presso diremo. Resta ora che diciamo in che
modo il rollegio debbe procedere nel trattare V azioni pubbli- che, e questa è
quella parte la quale ben ordinata pon regola e ordine a tutta la repubblica, e
ripara a tutti i più importanti inconvenienti che di sopra narrammo. Io ho
sentito più volte dire a- più gran savii della città che a voler correggere il
governo che si osservava al tempo di Pier Soderini. bisognava creare un senato
a vita, e far anco certo numero di procuratori a vita, per le quali dignità si
venissero a contentare quelli che erano malcontenti per non ottenere quella
digni- tà che si persuadevano meritare, e pareva loro che fatte queste due
cose, la repubblica fusse corretta. Né consideravano che se non si trovava
altra autori- tà ed altro modo di procedere nel senato, che quello che si
osservava negli ottanta, non poteva succedere dalla creazione di tal senato
altro bene che quello che produceva 1' ordine degli ottanta. E per fare i
procu- ratori, se non si variava 1' ordine e modo del proce- 'T1NA. prima
fussero pubblicali, perchè chi rende li partito su- bito si dirizzerebbe a chi
egli volesse che fusse gonfa- loniere, e lui solo vincerebbe, ed agli altri non
rende- rebbe il partito. Così fatto è il modo del creare il gon- faloniere, e
mi pare migliore che quello che tengono! Veneziani nel creare il doge,
nell'elezione del quale, perchè si riduce a poco numero, mi pare che possa es-
sere corruzione, il che non può avvenire nella nostra elezione, essendo fatta
da tanto numero di cittadini 5 e, siccome di sopra fu detto, giudico che tale
onore deb- bo essere perpetuo. Io so che molti savii della nostra città sono di
contraria opinione, li quali dicono che il gonfaloniere non debbe essere
perpetuo: prima, per- chè chi otterrà tal onore, facilmente potrà acquistare
maggiore autorità, che non patisce una città libera 5 se- condariamente, perchè
la perpetuità di tanto onore fa che molti divengono nemici alla repubblica,
siccome avvenne al tempo di Piero Soderini. Dicono costoro che molti divennero
alla repubblica nemici, perchè es- sendo quella dignità da un solo occupata,
quelli che la desideravano, non la potendo ottenere, alienarono l'a- nimo da
lei. A queste due cose si può agevolmente ri- spondere, e prima, che se la
repubblica sarà mal ordi- nata, siccome noi dimostrammo che era ne' due go-
verni passati, e innanzi che Cosimo si facesse grande, non solamente chi sarà
principe perpetuo, ma qualun- que altro che ciò appetisca, potrà acquistare
maggiore autorità, che non è in una libera città, la qual cosa po- tettero fare
ne' due governi passali molti particolari cittadini, siccome noi dimostrammo, e
ne' tempi antichi il male ordine della repubblica fu cagione che Cosimo LIBRO
TERZO. 13tJ si fece tiranno. Ma se la repubblica sarà bene ordina- la, siccome
noi moslrainnio che è la nostra, \vì chi sa- rà principe, ne altro privato
potrà mai accjuistare al- cuna tirannica autorilà, siccome in Viiiezia non
fumai akim doge che si facesse tiranno^, e Marino Faleri che lento cotale
impresa, fu oppresso e punito nel mezzo del condurre ad effetto i suoi
pensieri. Appresso li Spartani ancora ninno decloro re si fece mai tiranno, e
Pausania, il quale siccome Marino Faleri in Vine- zia volle far tal cosa, perde
insieme il principato e la vita. Alla seconda ris[)ondendo, dico che 1' ordine
del farei! gonfaloniere a vita, o egli è utile alla città, o non è utile: se
non è utile, senza dubbio non si dcbbe in- trodurre o faccia o non faccia i
cittadini grandi nemi- ci della repubblica; ma se egli è utile, ancorché sia
ca- gione che molti divengano nemici alla repubblica, si debba nondimeno
introdurre e cercare di riparare per altre vie a quello inconveniente, siccome
noi mostre- remo che abbiamo fatto nella nostra repubblica : che r ordine di
fare il gonfaloniere a vita fosse buono, è manifesto a chi considera in che
modo fu governata la repubblica dal mcccclxxxxiv al MDii,cd in che modo ella
fosse retta dopo il mdii fino al mdxii: in quel pri- mo tempo visse la nostra città
inquieta, piena di con- fusione, piena di disordini, non era alcuno che tenes-
se cura del ben pubblico, ciascuno aveva volto l' ani- mo all' ambizione ed
all'arricchire, onde la repubbli- ca ne diveniva povera e disonorata 5 ma dopo
il mdh, per la bontà di quell'ordine nuovo, vedemmo la città sempre andar
prosperando, talchò in capo di x anni si trovò sgravata di tutti i debili
fatti, trovossi libera dalla l4o LA REPUBBLICA FIORENTINA* guerra di Pisa, e
provveduta d' armi, ed era venuta la tanta reputazione, che i primi re
cristiani e papa Giu- lio ne tenevano conio, e P onoravano colle loro am-
bascerie, la quale utilità non nacque da altro che dal- l'* essere divenuto il
gonfaloniere perpetuo. Debbesi adunque introdurre tale ordine, essendo tanto
utile alla città, e trovare le cagioni che generano ne' citta- dini quelle male
contentezze, ed a quelle per altre vie riparare, siccome abbiamo fatto noi
nella nostra ordi- nazione, come di sotto sarà manifesto 5 oltre a questo,
tutte quelle ordinazioni che portano maggiore tran- quillità alla città, si
deono reputare migliori, perchè gli uomini non per altra cagione convennero
insieme, se non perchè vivendo dagli altri separati, erano oppres- si da tante
difficoltà, che non potevano mai sentire nella vita loro né quiete, né
tranquillità alcuna. Con- gregaronsi adunque insieme, e porgendosi aiuto T u-
no all'altro, cominciarono a vivere più tranquilla- mente, e tutte le leggi poi
nella città ordinale, non ad altro fine sono indirilte. se non che ciascuno,
ottenen- do cjuello che è suo, meni la vita sua pacifica e quie- ta. Se noi ora
consideriamo tutte le i^pubbliche d' I- talia de' tempi nostri, troveremo
quelle che hanno il principe perpetuo, siccome è la veneziana, vivere
quietissimamente, ed essere durate lungo tempo, e tutte 1' altre essere piene
d' intrinseche alterazioni, e molto spesso variare, siccome è sfata la
Genovese, Luc- chese, Sanese e Fiorentina. Ne' tempi antichi li Spar- tani in
Grecia vissero lungo tempo colle medesime leggi e senza alterazione alcuna, e
saria ancora mollo più durala, se dalle forze d' Alessandro Magno non . l4l
fusse stala coperta ; da altro canto gli Ateniesi ne' me- tlesimi tempi
vivevano in continui travagli, la repub- blica romana, mentre visse sotto li
re, non sentì mai alterazione alcuna, e fece sotto quel governo tanto ac-
quisto, che potette poi dominare tutta Italia, e final- mente lutto il mondo 5
ma tosto che la regia potestà fu levata via, s'empiè quella repubblica
d'alterazioni e tumulti, perchè i cittadini cominciarono a divenire ambiziosi
per l'appetito del consolato, talché per ot- tenerlo non si curavano di
trapassare la giustizia e la onestà, e di più nacquero le largizioni, e molle
altre cose che facevano quelli cittadini per corrompere i suf- fraga, e
finalmente la contesa fra il popolo e il senato, la quale ridusse all' ultimo
la città sotto il giogo della tirannide ; laonde se quelli che riformarono la
repub- blica dopo la cacciata de' Tarquinil, non avessero le- valo via l'
ordine del fare il principe a vita, ma ve- dendo che l' ordine era buono,
avessero provveduto di sorte che non potesse divenir cattivo, il che sareb- be
venuto fatto se avessero regolato la creazione del re, ordinato consigli e
magistrati, li quali col re go- vernassero la repubblica e fuori e dentro, e
colligato in modo i membri principali, che 1' uno avesse depen- denza dall'
altro, e non ogni cosa dependente dal re, saria stata in tjuella repubblica
tanta tranquillità e quie- te, quanta si possa immaginare; e perchè ella venne
in lauta grandezza che non poteva temere forza alcuna estrinseca , senza dubbio
sarebbe stata immortale e sempiterna. Non fecero già cosi i Viuiziani, la
repub- blica de' quali in quel tempo che ella si potette chia- mare repubblica,
cominciò con questo ordine del priii- 9' l4a I>A. REPUBBLICA. FIOREIfTIXA.
cipe perpetuo, il quale governava ogni cosa, siccome i le la repubblica romana.
Ma essi a poco a poco, quan- do con una legge e quando con un' altra, ora
aggiun- gendo una cosa ed ora un' altra, P hanno ridotta a tal perfezione, che
adito alcuno non si vede alla rovina di quella j e quantunque eglino abbiano
avuto alcuni do- gi insolenti e tirannici, furono sì prudenti, che potet- tero
conoscere che non V ordine era cagione della loro insolenza, ma la qualità
delle persone nelle quali tal dignità era caduta, e perciò non vollero levar
via la perpetuila del principe, ma provvedere di sorte che egli non potesse
divenire insolente, e ne' tea)pi nostri non muore mai doge alcuno, che non
aggiùngano qual- che cosa che appartenga al mantenimento di quella
amministrazione. Ma tornando al proposilo nostro, la città nostra ancora può
dare manifesto testimonio della tranquillità che hanno le amministrazioni nelle
quali è il principe perpetuo, e della inquietudine che patiscono quelle che di
tal ordine mancano. Il che è manifesto a chi fli comparazione tra quelli tempi
nei quali ella ebbe il principe perpetuo, e tra quelli nei quali ella si
governò facendo il gonfaloniere per due mesi, o per un anno, e perchè questo
ultimo tempo è più fresco nella memoria degli uomini, ritorni a cia- scuno
nella mente quanto travaglio e divisione messe nella città V ambizione di
pochissimi cittadini, li qua- li per ottenere essi quella dignità che aveva
Nicolò Capponi, fecero ogni cosa per rovinare la città, lad- dove se Nicolò
Capponi fusse stato gonfaloniere a vita erano costretti quelli suoi avvcrsarii
a posare T animo A edeudo che bisognava aspettare la morte sua a salire LIBRO
TERZO. l45 a quel grado, e le calunnie colle quali gli toglievano la
reputazione nelP universale, non averebbero avuto luo- go, laiche tutta quella amministrazione
saria stala mcn travagliosa, né aria patito altre alterazioni, the quelle fhe
fusscro di fuori venule^ appresso, tulle quelle cit- tà, dove la suprema
dignità è perpetua, si son sempre governate con maggiore uniformila e minore
varietà che Tallre, siccome per gli esem[)i antichi e moder- ni si può vedere,
e molto meglio nella nostra repub- lilica, che in alcuna altra, perchè in
quelli tempi nei (junli il gonfaloniere si faceva per due mesi, ogni vol- ta
che si mutava il gonfaloniere, nasceva certa varietà ni.'lla repubblica, delia
quale era cagione la disformità degli animi degli uomini, e massimamente dei
grandi, i (|uali, se non [)er altro accidente, per parere almeno inventori di
nuovi ordini, sempre procedono diversa- mente da quelli che sono preceduti. In
questo ultimo governo fu gran varietà ne' modi che furono osserva- ti da Nicolò
Capponi, Francesco Carducci e Raffael- lo (jiirolaml- laiche si può affermare
che colla muta- zione di cjueste persone nascesse anco varietà nella re- pubblica.
Ma al tempo di Pier Soderlni tutto quel tempo che durò «jucIP amministrazione,
non senti mai la città variazione alcuna, ma fu sempre governata e retta con
grande uniformità e conlinuazione, la qual co- sa nascendo dair ordine del
gonfaloniere perpetuo, sen- za dubbio è da introdurlo nella nostra città, e
massi- mamente perchè dalla per[)etullà del j>rincipe st'guila ancora
un^illra utilità la quale è che giudicando i citta- dini non si avere a dare
tanto onore, se non ad uomini d'eccelse virtù, si preparano con maggiore
industria e l44 I-^ REPUEBLICA FIORENTINA. sollecitudine 5 onde nasce che gli
uomini divengono più virtuosi. Per quello adunque che abbiamo discorso, assai è
manifesto che il principe debbe esser perpe- tuo. Quanto all'autorità dico, che
non debbe avere maggiore autorità, che s' abbia uno de' signori, della quale
avendo di sopra ragionato, non occorre più al- tro replicare. Basta solamente
sapere che quanto al- l' autorità, non si debbe di lui fare maggiore stima, che
d' uno de' signori 5 debbe bene essere onoratissi- mo sopra tutti gli altri, e
chi sarà ornato di tal grado, lo debbe tenere con grandissima pompa e
magnificen- za, la quale apparirà ancora maggiore, abitando i si- gnori alle
case loro, li quali venendo ogni giorno o- noratamente al palagio, faranno
apparire nella città maggiore grandezza, la qual cosa è necessaria a tutti gli
stati che tengono imperio. Il principe adunque, del quale tanto abbiamo
parlato, è il quarto ed ultimo membro della nostra repubblica, il quale sta in
luogo eminente, come la punta d' una piramide, ed è non altrimenti che uno
speculatore, il quale vigila sempre per la guardia della repubblica, e
trovandosi in col- legio, in senato, in consiglio grande, è cagione che le
faccende procedano ordinatamente, essendo sollecito dell' onore ed utile della
repubblica più che alcun al- tro, fa che le cose sono anco amministrate con
quella dignità e prestezza che si conviene, ed essendo legato da ogni parte
dalla ordinazione della repubblica, è co- stretto ad esser buono, ed essendo
buono è forza che non produca se non buoni effetti, e che gli altri ancora
divengano buoni j talché in una repubblica cosi ordi- nata, non si può vedere
se non esempli di vlrlìi e ìAìiliO TERZO. l/jf) bontà. Ed avendo dello lutto
quello che appartiene alll quattro membri principali, de' quali è composta la
nostra repubblica^ ed avendo regolalo Ire azioni prin- cipali, cioè la
creazione de' magistrati, la deliberazione della pace e guerra, e la
introduzione delle leggi e provvisioni, resta che regoliamo la quarta, cioè le
pro- vocazioni, delle quali lutto quello che ci cadeià nel- r animo di dire nel
seguente capitolo sarà da noi nar- rato. Capitolo XIII. Della quarantìa. Tulli
quelli che con prudenza hanno ordinato re- pubbliche, considerando quanto sia
grande la malva- gità degli uomini, i quali rade volte fanno bene, se non
quando non possono far male, perchè i magistrati sieno coslrelli ad essere
nelle loro sentenze giusti, hanno po- sto freno alla loro autorità, ordinando
che dalle loro sentenze si possa provocare ad una superiore potestà. Ma è da
notare che questo atto dell'ascoltare le pro- vocazioni, pare che sia proprietà
di quello che e si- gnore dello stato e della città: ma perchè chi è signore, o
egli non vuole, o egli non può se non con dillìcoltà tal cosa eseguire, perciò
vediamo tale oHìzlo essere at- tribuito ad un altro giudizio dagli altri
separato. Laon- de [)crchè in Francia il re non ^ uole, ed anco con dif-
ficoltà potria occuparsi in tal faccenda, sono ordinati quattro parlamenti, li
quali odono e giudicano le pro- vocazioni di tulio il regno. In Vinegia, perchè
il con- siglio grande, che è signore di tutta la repubblica, non 1^6 I,A
REPUBBLICA FIORENTINA. può fare tale effetto, perchè bisogneria che slesse
tutto l'anno occupato In tal materia, il che savia impossibile rispetto alle
faccende private, sono ordinate tre qua- ranlie, ad una delle quali s' appella
in materia crimi- nale, all'altre due in materia civile. E perchè io non trovo
i più freschi esempi, nei migliori ordini civili, che questi de'Viniziani, non
si potendo massimamente aver piena notizia degli ordini antichi, giudico che
noi gli dobbiamo imitare, e perciò sia creato un giudizio dì quaranta nel
consiglio grande, nel modo che si crea- no gli altri magistrali, ed a questo
giudizio si debbe appellare da tutti i magistrali erettori, in materia così
criminale, come civile, e non bastando una quaranlia, se ne potria ordinare
due, e l'una si chiamasse crimi- nale e l'altra civile, e durasse l'uffizio un
anno, e cia- scuno che fosse di tal quarantia tirasse certo salario. Li
Viniziani danno a quelli che sono della quarantia ogni giorno che ella si
raduna, quarantadue soldi, cioè un terzo di ducato al modo loro, e chi è della
qua- rantia, e non si raduna in essa, è bene che non tiri il salario detto, ed
anco chi non arriva al principio ^ e però bisognerebbe ordinare, ohe tosto che
la quarantia è radunata per dare audienza, entrasse dentro uno a chi tal cura
fusse commessa, e desse a ciascuno il suo stipendio, talché chi venisse dopo,
perdesse quella uti- lità. Il modo del procedere in tal materia, vorrei che
fusse questo. Principalmente io vorrei che da tutti li magistrali ordinarii,
così dentro, come di fuori, si po- tesse appellare in ogni materia, e chi
appellasse fusse tenuto ricorrere a conservadori di legge, li quali fus- sero
sei e non dieci, ed a tutto il magistrato narrasse LIBRO TERZO. 1 t\'J il torlo
fattoli, e lo provasse in modo con scrii ture e testimonianze, ed altre cose
atte a far fede j che il ma- gistrato determinasse, per partito vinto per li
due terzi, tal causa doversi introdurre, ed alcuno di loro fusse tenuto, o per
sorte, o altrimenti ricevere tale introdu- zione. Ricevuto che alcuno de'
conservatori avesse la causa nel modo detto, n' andasse in quarantia, e nar-
rasse la causa semplicemente, e domandasse l'introdu- zione. E la quarantia
fusse tenuta per partito accettare tale appellazione, e dal segretario di essa
fusse notata l'introduzione ed il tempo nel quale fu accettata, ac- ciocché le
cause sieno ordinatamente agitate secondo i tempi, e precedano quelle che sono
prima introdotte. Introdotta che è la causa, sia tenuto quel conservadore che
ricevette l' introduzione, parlare nella quarantia, e difendere la causa di
colui che egli ha preso a difen- dere, se egli non voglia da se stesso
difendersi. Ma è da notare, che quello che appella, di reo diviene at- tore. E
se la lite è conlra un magistrato, sia tenuto il magistrato difendere la
sentenza sua per uno del ma- gistrato, o per uno avvocato, se così esser meglio
si giudicasse 5 se la lite è contro a privato alcuno, egù ragionevolmente
doverà difendersi, il che sia da lui stipendiato 5 parlato adunque che averà il
conservato- re per l'attore, e l'avvocato per il reo, vada a partito nella
quarantia, se la sentenza si debbe dare, o se bi- sogni meglio rìudire le
parti, ed il partito sia vinto per la metà ed una più. Se s'ottiene che la
sentenza si dia di nuovo, si ricolga il partito, per il quale si dichia- ri, se
la sentenza del magistrato dal quale s'appella è giusta o ingiusta, e se ella
si vince che ella sia giusta, l48 LA REPUBBLICA FIORENTINA. colui contro a chi
la fa data, abbia pazienza, ne più ne possa parlare 5 se si ottiene che ella
sia ingiusta, co- lui che 1' ebbe in favore la viene ad avere perduta, ma può,
se vuole, ritornare al giudice primario, perchè la quarantia, quando taglia una
sentenza data, dichia- ra che l'è ingiusta, ma non già determina se è intuito o
parte ingiusta, e però può, a chi ella viene contra, ritornare ai giudice primario
per ottenere quello che vi era di giusto, ed il reo, che in questo secondo giu-
dicio è attore, sempre che egli pensa che dal primario giudice gli sia fatto
torto, può appellare alla quarantia 5 ma se non s' ottiene che la sentenza si
dia di nuovo, parlino le parti, e parlato che hanno, si seguili il me- desimo
ordine, e se questa seconda volta non s'ottiene che la sentenza si dia, si
parli per le parti la terza vol- ta, e parlato che hanno, diasi la sentenza nel
modo detto, senza mandare altrimenti a partito se ella sidee dare 5 e lutto
quest'ordine si osservi, quando le liti sono tra persone private, così in
materia criminale, co- me civile 5 ma quando la lite è tra un magistrato e una
persona privata, come saria se gli otto avessero con- dannato alcuno per
qualche malefizio, ed il reo appel- lasse, se la sentenza della quarantia viene
contro il reo che in questo secondo giudicio è diventato attore, bi- sogna che
abbia pazienza, perchè s'intende la sentenza del magistrato esser confermata ;
s'ella viene contra il magistrato, viene la sentenza sua a essere annullata. E
perchè la quarantia nel tagliare la sentenza d' alcuno magistrato, giudica
quella essere ingiusta, ma non di- chiara già se in tutto o parte è ingiusta, e
perciò po- Iria essere, che il reo che in questo secondo giudizio LIBRO TERZO.
l^Q è allore, meritasse qualche pena, ma non quella che era slata dal
magistrato determinala, vorrei che in qua- ranlia,lostochè ella ha tagliata la
sentenza del magistra- to, si mettesse un partito, per il quale si dichiarasse,
se il reo debba o non debba patire, e se vincesse che egli non dovesse patire,
s' intendesse il reo esser assoluto; se si ottenesse che egli meritasse
punizione, ciascuno, deUre proposti della quarantiajli quali, creala che ella
è, deono essere per sorte tratti, e deono tenere quel grado giorni ventisette,
ed in capo al tal tempo si deo- no trarre i successori, e di questi tre, il più
vecchio dee tenere il primo grado li primi nove giorni, e l'altro che succede
nell'eia, debbe succedere nelP onore: ciascuno adunque de'^delti proposti debbe
pronunzia- re la pena colla quale debbe essere il reo punito, e queste pene
deono andare a partito, quella che dalla metà in su avrà pia suffragi!, sia
quella che merita il reo, ed a lui bisogni stare paziente; e questo ordine è da
tenere, così nelle cause criminali come nelle civili. E non bastando una
quarantia, se ne potria, come è detto, creare due, e li conservatori li quali
vogliamo che sieno sei, per levare tanta confusione, si potranno dividere in
due parti, talché una parte di loro intro- mettesse le cause criminali alla
criminale, l'altra parte le cause civili alla civile, se fussero due, o alla
mede- sima se fusse una sola. Bisogneria determinare il tempo del parlare,
acciocché l'una parte e l'altra potesse dire le medesime ragioni sue ; li
Veneziani concedono una ora e mezzo di tempo a ciascuna parte, non includen- do
in queslo spazio quel tempo che si consuma in leg- ger scritture e produrre
testimonii, e però l'orinolo, I 5o LA REPUBBLICA FIORENTINA. quando si legge
scritture, si distende in piano, accioc- ché la polvere non caschi. Il medesimo
potremmo an- cora far noi, e provvedere in simil modo che ogni gindicio fusse
in due ore spedito, ed in quel più di tempo che si consuma, come delto è, in
leggere scrit- ture 5 e perchè i nostri cittadini son più malvagi che buoni, e
S3 non sono costretti, racle volte vogliono far bene, siccome si vede per l'
ingiustizie che facevano i magistrati nel governo passato, e perla severità di
quel- li che governano nel presente reggimento, i quali han- no prima
condannato uno, che V abbiano veduto in viso, e non per altra cagione se non
perchè e' veggono che così piace a chi comanda loro: e airamministrazio- ne
passata molle volle avveniva, che quando i magi- strati avevano a giudicare
alcuno, se egli era di quelli che fussero stali in qualunque grado nella
tirannide precedente, per parere di fare qualcosa in esaltazione di quel
governo, lo punivano eziandio quando non meritava punizione, ma se era della fazione
opposita? procedevano più adagio, e la punizione non era così terribile. Perchè
adunque i nostri cittadini son malva- gi ed ingiusti, e non oprano mai bene, se
non per forza siccome gli asini che non camminano se non col ba- stone in sulle
reni : quando i magistrati abbiano il so- praddetto freno delle provocazioni ,
nel modo detto ordinale, rade volle avverrebbe che detti magistrati
giudicassero le cause che venissero loro innanzi, ve- nendo V appello alle loro
sentenze, perchè vogliono poter far male e bene, senza che gli se n'abbia a
rive- dere conto alcuno. Per questo credo che sia da im- porre necessità a
tutti i magistrati di giudicare le cause LIBRO TERZO. l5l che venissero loro
innanzi, intra certo tempo, e non le giudicando, s'intenda ciascuno di quel
magistrato esser caduto in certa pena, la qual fusse reputata onesta, e saria
da pendere piuttosto nel troppo che nel poco, e dopo detto tempo ad ogni modo
fusscro tenuti giudi- carle nel medesimo spazio, e non le giudicando rica-
de'ssero nella pena ordinata, e fussero di nuovo tenuti giudicarle colle
medesime condizioni j e così procedesse la cosa tanto, che le cause fussero
giudicate, ed in tal modo i cittadini, quando fussero nei magistrati, saria- no
costretti giudicar le cause che venissero loro innan- zi, ed essendo costretti
giudicare, forse si disporrebbero a giudicare di sorte, che le sentenze loro
sarebbero giu- ste. Io non voglio lasciar di dire, che potria essere che i
conservadori nell' ultimo del magistrato loro non avessero spedito tutte le
cause, la introduzione delle quali avessero presa. Quando questo caso
avvenisse, dico che i medesimi conservadori, ancora che abbia- no lasciato il
magistrato, debbano seguitare la loro spe- dizione non altrimenti che arieno
fatto se avessero continuato il magistrato. Questo modo si ordina per più
brevità e facilità dell' eseguire tali cause, le quali se i conservadori nuovi
avessero a spedire, arieno bi- sogno dell'intera informazione d'esse, ed in ciò
si per- derla tempo che non è utile a' litiganti 5 oltre a questo, quando si
ordinasse che chi appella desse qualche pre- mio a quel conservadore che
introduce la causa, viene ad essere obbligato a seguitarla tanto, che ella sia
per- venuta al fine j e però è forza, che sebbene cessa il ma- gistrato, non
cessi per questo tal azione, anzi sia sua, e non del successore. Egli è noto a
ciascuno, che al 1 52 LA. REPUBBLICA FIORENTINA. magistrato de'conservadoii
venivano molte cause cri- minali e civili intere, le quali bisogna regolare
come abbiano a procedere. A me piacerebbe che si creasse un altro magistrato
che le giudicasse, e da quello come dagli altri si potesse appellare alla
quarantia : polreb- besi anco ordinare, che tali cause fussero sottoposte al
magistrato degli otto : e questo saria modo breve e facile, e non occorreria
raultiplicare magistrati. Cosi fatto è il modo del procedere nelle
appellazioni, dal quale ne seguirebbero tre utilità notabili: la prima, che
dando stipendio a tanti cittadini, molti verrebbono a trar frutto della
repubblica, e per conseguente ad es- serle più affezionati ^ la seconda, che i
magistrati sareb- bono giusti, e quando fussero ingiusti, le loro sentenze
sarebbono corrette. La terza, che essendo costretti i cittadini a parlare in
quarantia, gli uomini diverreb- bono eloquenti, il che è cosa molto magnifica
in una città. E perchè noi abbiamo detto sopra tal materia tutto quello che ci
occorre, seguitiamo ora di dire quello che ci occorre. Capitolo XIV. Del modo
del punire i delioquenu contro allo stato. Noi abbiamo trattato per insin qui
tutto quello che appartiene all' essenziale composizione della nostra re-
pubblica, perchè avendo regolato il modo del proce- dere nelle quattro
sopraddette azioni principali, non resta altro a considerare, se non alcune
cose partico- lari, delle quali al presente tratteremo con tutto quel- lo che
ci occorrerà, pigliando il principio dal modo del LIBRO TERZO. li)0 punire i
delinquenti contro allo stato, i quali nel go- "verno passato erano puniti
da quella quarantia che allora s' usava, la quale mi pareva che più di danno,
che d'utile alla repubblica partorisse : prima, perchè i peccati di molti di
quei che eran puniti innanzi al- l' assedio non erano tanto gravi che quando
fussero rimasti impuniti ne fusse però molto danno seguitato,- siccome fu la
causa di Carlo Cocchi e di Ficino, li quali per aver detto pochissime parole
contra Io slato furono privati della vita. E se alcuno dicesse, che il parlare
contra lo stato è peccato gravissimo 5 dico che è vero in quelle repubbliche
che son prudentemente ordinate, ma in quelle che sono piene d' errori, come era
il passato governo, secondochì abbiamo dimostra- to, il dire qualche parola
contra lo stato non è pecca- to gravissimo, perchè n'è dato loro occasione dal
mal ordine della repubblica, e saria stato molto meglio pensare di correggere i
difetti suoi, che, lasciandoli in- corretti, dar materia a ciascuno di avere
mala opinio- ne dello slato, e non ne parlare onorevolmente, per aver poi or a
questo, or a quelP altro a tor la vita, e far tanti nemici alla repubblica.
Quelli che eran pu- niti nell'assedio, sebbene meritavano quelle punizioni
colle quali erano gastigati, per venire coli' armi con tanta crudeltà contro
alla patria, nondimeno era me- glio lasciarli per allora impuniti e voltare
tutto il pen- siero alla vittoria, dopo la quale, se si fusse ottenuta, si
Sariano potuti gastigare^ ma il desiderio del punirli non nasceva dall'amore
della patria, ma dalla cupidi- tà della roba loro, e procacciavano che in quel
tempo fussero puniti, pensando che dopo la vittoria gli uo- l54 LA REPUBBLICA
FIORENTOA. mini non avessero ad essere così della vendetla desi- derosi. Non
furono adunque di frullo alcuno lulte le sopraddette punizioni, e se non fusse
stato quel modo di procedere nel quale era in potere di ciascuno ac- cusare un
cittadino, senzachè si sapesse chi fusse stato r accusatore, non sariano
succedute così tembili ese- cuzioni. Se adunque l' effetto, che erano le
punizioni, non era buono, la causa, o vogliamo dire Pinstrumen- lo, che era la
quaranlia in quel modo ordinata, non era anco buono. Appresso, era tal ordine
disutile, perchè non era solamente iustrumento a mantenere quella repubblica,
essendo mezzo a punire i delin- quenti contro a essa, ma ancora a ruinarla,
essendo per quel modo con false calunnie accusali eziandio quelli che erano di
quel vivere amatori, li quali seb- bene poi erano assoluti avevano pure quella
molestia nel difendersi e render conto di loro, ed insino a che non erano
assoluti avevano sempre ragione di temere la dannazione per la varietà degli
animi che è in una città divisa, la qual cosa fa che gli uomini si alienano da
queUi stati, dove così fattamente i ciltadini sono perseguitati^ e sebbene
Cicerone dice che per essere lai volta un buon cittadino accusato, non perciò
si deono le accuse levare, perchè chi è buono ed è ac- cusalo, può essere
assoluto, ma chi è malvagio se non è accusalo, non sarà già condannato;
nondimeno molto meglio è regolare la repubblica in modo che chi è buono non sia
perseguitato ma onorato, e chi è mal- vagio sia accusato e condannato. Oltre a
questo colai modo di procedere dava occasione alli uomini di eser- citare con
viltà la loro malignila e di vendicarsi delle LIBRO TERZO. l^.') private
ingiurie senza alcuna specie di generosità, le quali tutte cose sono disutili
alla repubblica, e perciò giudico che tal modo di procedere non sia da intro-
durre nella nostra, la quale mancando di difetti, biso- gna anco che manchi di
malcontenti, e non avendo malcontenti non si troverà chi pecchi contro allo sta-
to di quella, e per conseguente non sarà necessaria la punizione nel modo di
procedere in essa. Ma perchè gli uomini son malvagi, e sempre si trova chi
pecca eziandio senza cagione, perciò è da ordinare un modo per il quale con
frutto pubblico e privato chi pecca conlra lo stato sia punito. Il modo saria
facile, se gli uomini si potessero indurre ad accusarsi 1' un 1' altro a viso
aperto siccome s' usava in Roma ed in Alene ^ e si potrebbe ordinare che
l'accuse si facessero a'con- servadori in questo modo, che chi accusasse
chiedesse r introduzione della causa nella cjuarantia, e Taccusa- torc fusse
tenuto pubblicamente in detto giudicio fare tale accusa e seguitare tanto la
causa che ne succedes- se o r assoluzione o la dannazione nel modo che noi dicemmo
di sopra doversi osser^arc, quando la qua- ranlia avesse a punire ella il reo.
Questo sarebbe uti- lissimo, perchè gli accusatori accuserebbono chi egli- no
pensassino che dovesse essere dannato, e perciò accuserebbono chi meritasse
punizione e non chi fus- se innocente 5 onde seguiterebbe, chi errasse saria
pu- nito, e gì' innocenti non avrebbono quella molestia di difendersi, e quel
timore di potere essere dannali. Ap- presso, gli accusatori quando bene
discendessero a tali accuse per vendicarsi delle ingiurie private, moslre-
rebbono qualche generosità, e saria loro tal cosa frut- I 56 LA REPUBBLICA.
FIORENTINA. tuosa, perchè essendo coslretli parlare in pubblico, di- Tenleriano
eloquenti, e così saria rimedialo a tutti i difetti che aveva la quarantia nel
governo passato : ma perchè io penso che gli uomini non potrlano in- ducersi
all' accuse volontarie, però è da ordinare un altro modo di procedere, per il
quale chi erra sia pu- nito, ed agli innocenti non sia data molla molestia, e
la cosa proceda con più frullo pubbUco e privato che si possa. Sia adunque il
modo questo. Tutte le que- rele per conto di stato pervengano alli conservadori
in quel modo che le pervenivano al magistrato degli otto, li quali conservadori
sieno tenuti a esaminare tali querele diligentemente, e quando essi non trovino
in colpa quello che fusse accusato, lo possano per li due terzi de' suffragi
loro assolvere, facendo notare la querela e l'assoluzione in luogo che si possa
rive- dere, perchè quando i conservadori assolvessero alcu- no che non
meritasse assoluzione, è bene che essi do- po il magistrato possano essere
accusati j la qual accu- sa può fare quello che aveva fatta la prima querela,
sa['piendo egli meglio che alcun altro, se l'accusato da lui meritava punizione
o assoluzione, e perciò è ne- cessario che dette querele ed assoluzioni si
possano rivedere. Quando giudichino che T accusalo meriti punizione, il che
avverrà se F assoluzione non si ot- terrà, uno de' conservadori sia tenuto
pigliare l' in- troduzione di tale accusa in quarantia, e sia questo offizio di
quello al quale sarà dato dalla sorte: cosini 1' accusi In quarantia, ed il reo
si difenda nel modo dello, cioè o per sé o per avvocali, come meglio gli getta
j ed udite le parli, vada a partito se il reo deb- LIBRO TERZO.. 1 57 be
patire.^ e non vincendo s" intenda essere assoluto : Tlnccndoj si proceda
nel determinarli la pena nel mo- do detto di sopra j ma è da notare che bisogna
che li conservatori abbiano autorità di poter prendere il reo quando lo vedessero
in tal colpa che meritasse pena corporale. Ap[)resso egli viene spesso che i
cittadini nelParaministrare le faccende pubbliche peccano quan- do per malizia
e quando per ignoranza ; per ignoranza, come Terenzio Varrone, il quale colla
temerità sua fu cagione della rotta di Canne, e ne** tempi nostri misser
Antonio G rimani potendo soccorrere Lepanto, lo la- sciò pigliare al Turco e
mandare a sacco: per malizia, come facevano que' dieci chene'tempi di Cosimo
am- ministravano la guerra di Lucca. I peccati che si fan- no per malizia
sempre si deono punire j i peccati che si fanno per ignoranza tal volta si
deono punire e tal- volta perdonare, e perchè simili peccati sieno notissi- mi
al collegio, dcbbe detto collegio oltre alli altri pri- vati, essere accusatore
di così fatti cittadini in questo modo. Ciascuno che si trova in collegio,
possa intro- durre una querela contro a chi gli paresse che ammi- nistrasse
male le faccende, e questa querela vada a par- tito in collegio tra' signori,
procuratori e dicci, se ella si debbe accettare, e non vincendo il partito, il
quale vinca per la metà e una più, s' intenda non s' avere ad innovare cosa
alcuna contra chi era fabbricala la querela 5 ma se vince il parlilo, debba il
collegio co- mandare a' oonservadori che piglino V accusa di quel- lo nel modo
pr)co appresso detto, ed oltre a questo dichiarare loro dove abbiano a
introdurre taleaccusa^ cioè in quaranlia, o nel senato, o nel consiglio grande.
GlannoUi. i o l58 LA REPUBBLICA FIORENTINA. Inlroducendosi nel senato o nel
consiglio grande si proceda nel medesimo modo che se fusse introdotta in
quarantia, cioè il conservadore 1' accusi, il reo si difenda, o per se stesso o
per altri. Poi vada a [)artito se egli debba patire : se abbia a patire, le
pene abbiano da essere proposte, se la causa si agita in consiglio grande, dal
proposto della signoria, dal proposto dei procuratori e dal proposto de' dieci,
s' ella s' agita in senato, sien proposte le pene da' proposti del senato, e
quella che ha più favori dalla metà in su, cosi nel- r un luogo, come neir
altro, sia quella la quale debba patire il reo ; la cagione che m' induce ad
ordinare che il collegio determini dove simili cause s' abbiano a trattare, è
perchè spesso avviene che tali accuse si fanno contro a uomini grandi, i quali
nei giudizii stretti son puniti con maggior rispetto, e perciò è bene che il
collegio, considerate le qualità dell' accusato, deter- mini anco chi gli parrà
che n' abbia a esser giudice. E perchè alcuna volt^ egli avviene che un
cittadino fa contra lo stato qualche presta violenza, la quale se non avesse
dietro la punizione repentina, potria par- torire qualche gran disordine e
mettere la repubbli- ca in travaglio j il che sarebbe avvenuto nel caso di
Iacopo Alamanni, se egli non fusse stato da quella pe- na, che e' meritava,
subito oppresso, dico che tali casi deono essere puniti in collegio, nel quale,
per fare al- quanto maggiore numero, sieno introdotti li conser- vadori di
legge, e del reo non si pigli difesa alcuna, solamente vada il partito per lo
quale si dichiari se debba esser punito, ed ottenendosi il partito, il pro-
posto, de^ signori, il proposto primo de'procuratori ed LIBRO TERZO. 1 J(j il
proposto (le' rìiecì propongano la pena che egli deb- be palire, e con quella
che ha più suffragi dalla metà in su, sia punito senza intervallo di tempo. Ma
per- chè assai abbiamo detto del modo del punire i peccati contra lo slato,
seguiteremo di tratiare alcune altre cose particolari necessarie alla nostra
repubblica. Capitolo XV. Che l' ordine del procedere ai palazzo del potestà non
è buoDO. Tutte le azioni d' una repubblica sono distinte in pubbliche e private
: le pubbliche è necessario che sieno in modo ordinate, che ad altro fine che
al ben pubblico non sieno indiritte, altrimenti la repubblica non averebbe
troppa vita. Le private basta che sieno in modo regolate, che alla vita privata
sieno fruttuose. Nondimeno, quando si potesse fare che il modo del procedere in
esse fusse anco alla repubblica fruttuoso, senza dubbio non saria da recusarlo
5 le faccende chia- mo private quelle che al presente nascono tra private
persone per conto di piati, li quali hanno origine da convenzioni fatte, da
testamenti, da doti e da simili co- se, le quali faccende (come sa ciascuno) si
trattano al- la mercanzia ed al palazzo del potestà. E sebbene il modo del
procedere in questi due luoghi privata- mente è giusto, nondimeno è tanto
disutile ed in pubblico ed in privato che quando si trovasse un altro ordine
che avesse la medesima giustizia, e fusse più utile all'uno ed all'altro, saria
da riceverlo vo- lentieri. Il modo del procedere e massimamente al pa- iGo LA
REPUBBLICA FIORESTIXA. lazzo del podestà è disutile al privato ed al pubblico.
Prima per la spesa grande che si fa, onde nasce che gli uomini impoveriscono, e
gli uomini impoveriti che sono, non possono essere in questi tempi correnti ne
a loro ne ad altri fruttuosi. Secondariamente, per la lunghezza del tempo, il
quale molte volte è tanto lun- go, che stracca Tuna parte e l'altra, e tal cosa
è disutilis- sima perchè stando occupati gir uomini in simili con- tenzioni,
non possono attendere air altre loro private e pubbliche faccende. Ultimamente
è disutile, perchè le maggiori liti, nelle quali corre più tempo e maggio- re
spesa, son le più volte tra' primi cittadini della cit- tà, li quali
diventandone poveri, vengono a divenire abbietti e non generosi, e
conseguentemente disutili alla repubblica, ed in questo modo viene a mancare la
nobiltà de' cittadini, ed in vece di essi surgono quelli che dalle loro contenzioni
divengono ricchi, e sono nella maggiore parte persone vili ed abbiette 5 e
sebbene e' non è male che in una città gli uomini vili acquistando ricchezze
acquistino qualche grado di no- biltà, non è già bene che questi tali divengano
grandi colla destruzione di quelli che sono nati nobili; e per- chè tal cosa
non avvenga, è con ogni diligenza da provvedere. Oltre a questo in tutte le
repubbliche antiche il litigare era in tal modo ordinato, che dava a* cittadini
occasione di esercitare 1' eloquenza, onde 1 cittadini romani prima che
cominciassero a trattare le farccnde pubbliche, s' esercitavano ne' gludizii
civili ne' quali poiché avevano acquistato eloquenza, comin- ciavano a
governare la repubblica. Ne' tempi nostri e massimamente nella città nostra,
pochissimi sono ai MURO TERZO. iCl quali basii V auinio di parlare tra molli, e
ne' due go- verni passati, quando si faceva qualche consulla, la maggiore
faccenda che avessero i segrelarii, era il ri- cordare a chi parlava che con
alla voce dicesse, per- chè tanto poco erano assuefalli i cittadini a parlare
dove molti fossero congregali, che toslo ch'eglino ave- vano a variare il
parlare familiare, pareva che non polessino trar fuori la stessa voce, laddove
se il modo del litigare fusse stalo ordinato in maniera, che d;^i quello si
prendesse occasione d' esercitare il parlare, sariano i no5lri cittadini
eloquenti come erano i Ro- mani ed i Greci, e come oggi sono i Veneziani, li
quali perchè hanno dalla repubblica occasione d' esercitare il parlare in ogni
specie d'eloquenza, son sopra tulli gli altri Italiani eloquenti. Sarebbe
adunque bene le- var via questo modo di procedere del palazzo del po- testà,
essendo in quello i sopraddetti difelli, ed intro- durre un altro, il quale
fusse giusto e partorisse utilità al pubblico ed al privalo, e questo potrebbe
essere così fallo. Bisognerebbe considerare da quanle cose nascono le
contenzioni civili, e sopra tulle quelle crea- re magistrati particolari li
quali decidessero tutte le liti che nascessero nelle cose a loro attribuite, e
da loro si potesse poi appellare alla quaranlla nel modo soprad- detto. Ma per
dichiarare megUo la nostra opinione, venghiamo agli esempi. Tulli i liligil
nascono, come di sopra fu detto, o da convenzioni che fanno tra loro gli
uomini, le quali non osservale debitamente, o per altro che sopravvenga,
generano liti tra quelli che le avevano fatte, o da testamenti per conto
d'eredità, o da doti e da molte altre cose, le quali non è necessario I G2 LA
REPUBBLICA FIORENTINA. replicare. E necessario adunque creare un magistrato che
sia sopra le convenzioni, un altro sopra le doli, un altro sopra i testamenti e
finalmente tanti magi- strati, quante sono le cose dalle quali sono i litigii
ge- nerati 5 e quando nasce differenza per conto di conven- zioni, o di doti, o
di testamenti, o d' altro, debbe ri- correre chi si tien gravato a quel
magistrato che è proposto a quell'azione, ed ascoltate le parti, debbe infra il
terminato tempo, come di sopra fu detto, dpr la sentenza in quel modo che gli
pare, la quale se non piacesse a chi ella venisse conlra, possa appellare alla
quarantia nel modo ed ordine sopraddetto. In questa maniera vorrei che
procedessero le faccende private e con poca spesa senza lunghezza di tempo, e
con occa- sione di esercitare l' eloquenza. Ne sia chi dica che questi
magistrati non saprebbero decidere tali differen- ze giustamente, perchè in
simili cose non è tanta sotti- lità, che chi ha mediocre intelletto non le
possa conar prendere. Potrebbono anco detti magistrati quando in qualche caso
non si risolvessino, posto il caso in ter- mine, domandare il parere del savio,
siccome usavano anticamente i Romani 5 ma saria meglio lasciare anda- re questi
savii, acciocché gli uomini s'assuefacessero a giudicare pettoralmente e senza
termini di legisti, di che seguiterebbe anco un' altra utilità, che i nostri
cit- tadini veduto r opera de' dottori di legge non essere tanto necessaria, si
darebbono alli studii della filosofia e dell' arte oratoria per ser\ irsene nel
governo della repubblica, e lerrebbono l' intelletto occupalo in più alto e
nobile esercizio. Così fatto è il modo che mi pare da tenere nelle faccende
private. LIBRO TERZO. l63 Capitolo XVI. De' collegi e signori delle pompe. Noi
mostrammo di sopra di quanti e come gravi inconvenienti fussino cagione i
collegi, e che niuna utilità perveniva alla repubblica del magistrato loro,
ordinato nel modo che era. Però io giudico che sia da correggerli, ed
attribuire loro quelle azioni che sono più loro convenienti. E adunque da
considerare, che r armi, colle quali una repubblica si difende, sono di due
sorti, perchò alcune sono utili dentro, alcune sono utili e fuori e dentro;
però tutti gli abitanti della cit- tà, serondoch"? di sotto diremo,
bisogna dividere in due parti, una delle quali serva per difendere le mura
della città e suoi ripari, l' altra per andar fuori, e combat- tere colli
nemici. In questa parte bisogna che sieno computati tutti quelli che passano il
quarantesimo an- no, e sono atti all' armi, e questi saranno quelli che sono utili
dentro; li quali quando gli altri sono a com- batter fuori, stieno alle guardie
delle mura e suoi ri- pari. Di tutti questi giudico che debbano essere capi ì
sopraddetti collegi, e si deono creare in consiglio grande, siccome gli altri
magistrati, e dar loro le ban- diere al modo consueto con quella pompa che
s'usava, e per onorarli si potrebbe ordinare che entrassero in senato, e quando
rendessero anche il partito, non saria male. Vorrei che concorressero a
stanziare le spese piibbliche co' signori e procuratori, e si vincessero tutti
gli stanziamenti per la metà e una più, e queste sono r azioni che io vorrei
che fussino attribuite al li detti l64 1>A. REPUBBLICA FIORENTINA. collegi.
E perchè i conservadori abbiano altre aziotii «la quelle che avevano attribuite,
è necessario creare nn altro magistralo che abbia autorità di regolare tut- te
quelle cose che appartengono al fare i costumi con- formi a quella specie di
repubblica colla quale si go- verna la città : perciocché non i medesimi
costumi convengono ad ogni forma di repubblica 5 nelli stati governati da un
solo si richiede inegualità 3 in quelli che sono governati da più, come è
quello che abbiamo introdotto noi, è necessaria l'equalità, se non in fatto,
almeno in dimostrazione, e però bisogna proibire tutte quelle cose che non
possono essere esercitate se non d;igli uomini ricchi, come è il fare grandi
spese nel ve- stire, convitare e dar le doti alle fanciulle, le quali cose
(juando senza modo son fatte da' ricchi, fanno che gli altri, volendogli
imitare, si minano da loro stessi e di- vengono poveri, e per uscire poi di
povertà, fanno poi ogni cosa per avere danari, senza tener conto dell' o- nore
pubblico e privato; perchè non si curano chela pati ia sia sottoposta al
tiranno, e non che altro diven- gono ruffiani della donna e delle figliole, con
vituperio loro, della casa e della città j onde per rimediare a si- mili
inconvenienti, bisogna con diligenza provvedere, che gli uomini non
impoveriscano, perchè senza dubbio alcuno, la roba è quella che muove più che
alcuna al- tra cosa, e però vegglamo, che i Romani per la legge agraria,
mandarono sottosopra il cielo e la terra. Ap- presso, quando i ricchi possono
fare alcuna cosa, per la quale apparisce infra i cittadini inegualità, le loro
ricchezze divengono agli altri odiose : il che avviene, perchè gli uomini sono
invidiosi, e quello che essi non LIBRO TERZO. iGf) liunno, non vorrebbono che
allrl possedesse; senza considerare che la repubblica, vivendosi nel modo si
vive, ha bisogno che gli nomini sieno ricchi per va- lersi delle ricchezze loro
quando venga la necessità j siccome ella fece nell' assedio passato, nel quale
se el- la avesse avuto a servirsi della roba di quelli che vo- levano che le
cose e poderi de' ricchi si dessero per sorte in consiglio, non aria la città
fatto si gloriosa di- fesa. Ma è da notare, che non tutte le cose nelle quali
si fanno grandi spese, si deono proibire, perchè sono alcnne le quali rendono
la città magnifica ed onorata, ato così falli modi verso loro, nondimeno per
star fermi nell' amicizia sua, e mante- nergli la fede, vollero aspettare l'
esercito spagncjlo, e perdere la libertà, la quale ariano salvata, se lasciato
quel re, che non gli poteva aiutare, avessero fatto con pa- pa Giulio
confederazione, il quale non \oleva minare quello stato, tenendosi di quello
per infiuo allora ben soddisfatto, ma lo voleva alienare di Francia, e tirarlo
Giaiiriotli. 1 1 I^O LA REPUBBLICA FIORENTINA. uella sua confederazione j la
qua! cosa poiché egli in al- cun modo non potette ottenere, come disperato
prese quel partito di rimettere i Medici in Firenze, e gli riuscì per limali
consigli di quelli che allora governavano. Fu adunque ostinata la città nelF
amicizia di Francia con quel danno che a ciascuno è noto, e sebbene quel re due
volte fu utile alla città, cioè quando comandò al du- ca Valentino che non la
molestasse, e nella ribellione di Arezzo, quando mandò le genti franzesi che le
resti- tuirono quella terra, è da considerare, che egli per sua utilità comandò
al duca Talentino che lasciasse stare Firenze; [jerchè considerando egli che la
gran- dezza di quel duca, se avesse potuto disporre dello stato di Firenze,
saria stata agli slati, che aveva in I- talia, troppo formidolosa, deliberò per
quel modo [)or- le freno, e così quel bene, che egli fece alla città, non fece
per far bene a lei, ma alle cose sue. Nella ribel- lione d'Arezzo mandò le
genti a restituirlo, prima, perchè temeva che il Valentino, o altri non se n'
im- padronisse, appresso, stando le sue genti oziose in Lombardia senza alcuno
sospetto di guerra, mancò di ogni onesta cagione di negargli tal soccorso, la
qual cosa senza dubbio arebbe fatta, se n'avesse avuta alcuna quantunque minima
occasione, o veramente aria voluto che tale aiuto costasse alla città. Ma che diremo
noi del presente re Francesco ? Consideriamo alquanto le sue azioni, per le
quali ha mostrato che fede sia e possa essere la sua. Costui tosto che venne
alla corona, seguitò l'apparato cominciato dall'anteces- sore suo per venire
all'acquisto di Milano e rimettere la fazione guelfa in Genova, ed essendo egli
in cam- LIBRO TERZO. I7I mino, Ollavlano Fregoso doge di Genova della fazio- ne
contraria se li fece inconlro per far seco confede- razione, la quale il re
concliiuse, senza avere rispetto alcuno a' suoi amici e partigiani. Prese poi
3Iihino con quella gloria e riputazione, che fu nota a tutto il mon- do, e
potendo con un cenno liberare Firenze, fece accordo con papa Lio/ie, che gli
aveva mandale con-- tra tutte le genti della chiesa e fiorcnline; e questa fu
la libertà ch'egli rendè alla citlà: e non bastò que- sto, che essendo poi
Lorenzo de' Medici, mentre che era in Francia, dove era per la donna andato,
venule in ragionamento di volersi fare signore assoluto di Fi- renze, lo
confortò, secondo che ho inteso, a menare ad effetto cotal pensiero,
promettendoli aiuto e favo- re. Successe poi la mutazione dello stato nel
mdxxvii, dopo la quale la citlà subito entrò nella confedera- zione sua, nella
quale erano i Veneziani ed il papa, e passando monsignore di Lutrecht
all'acquisto di ^'a- poli, mandò la città tulle le genti sue, le quali erano in
quel tempo in maggiore reputazione, che tulle l'al- tre d'Italia. E poiché
quell'esercito fu rotto, concorse la città grossamente alla spesa, die piacque al
re di fare, in tenere Barletta, dove era ricorso il sig. Renzo da Ceri, per
tenere occupati gì' imperiali in quella provincia, e volle piuttosto sopportare
quel danno senza alcuna speranza di futuro bene, che cercare l*a- mioizia dell'
imperadore, la quale da messer Andrea Doiia, che aveva grandissinia autorità
appresso a quel- la maestà, Tera offerta. Fece poi il re accordo colTim-
peratore, e senza considerare i meriti della repubblica fiorentina, la lasciò
esclusa con lutti gli altri potentati jyi LA REPUBBLICA FtOREXTIXA. rr Italia.
Tenne poi Tassedio, nel tempo del quale at- tendeva il re a provvedere tutte le
cose che gli bi- sognavano per r osservanza de' capitoli, per riavere i
figlioli 5 e perchè giudicava che alle cose sue fusse molto a proposito che 1*
esercito imperiale fusse occu- pato in quella impresa, faceva tutto giorno gran
pro- messe al nostro ambasciadore di far cose grandi per la città, tosto che
egli avesse riavuti i suoi figliuoli, i quali poiché ebbe riavuti, essendo
richiesto dal detto ambasciadore, che facesse parte di quelle cose che a- veva
promesse, rispose che non aveva promessa cosa alcuna. E così la città nostra
abbandonata da lui e da ciascuno altro, ritornò sotto il giogo della serviti^L
E adunque manifesto quanto sia da considerare nell'a- micizia del re di
Francia, della quale egli non tiene altro conto, se non quando vede essere
ulile alle co.-e sue; e quanto la nimiclzia da temere, chi non è stato orbo,
facilmente ha potuto com[)rendere, perchè a- vendo fatto parentado co' più
ostinati nemici che aves- se, cioè col duca di Ferrara, il quale poco innanzi
a- Tfcva nutriti gli eserciti de' suoi avversarii e colla casa de' siedici, la
quale sotto papa Lione nel mdxx li tol- se lo stato di Milano e di Genova, e
papa Clemente, mentre che correva Lutrecht coli' esercito a Napoli per
liberarlo, fece accordo cogl' imperiali, e dette loro grosse somme di danari,
ha mostrato a tutto il mon- do, che r amicizia e nemicizia presso di lui son
nel me- desimo grado, e perciò chi ne fa seco più conto che egli ne faccia,
merita d'esser reputato più che stolto. E adunque da sbarbare questa vecchia
opinione che è ne' cittadini nostri, che la città non possa star libera LIBRO
TERZO. 1^3 senza l'amicizia dì Francia, e pensare che la libertà si possa
mantenere senza il re di Francia, e qualunque altro principe, o repubblica, a
variare gli accordi, se- condo che richiede la qualità de' tempi e degli uomi-
ni e degli accidenti, che tutto giorno si scoprono nel- le faccende umane,
siccome noi vediamo che hanno fatto i Veneziani, ed Alfonso duca di Ferrara, il
quale- in tutti gli travagli che sono stali in Italia, da poiché la guerra
nacque Ira F imperatore e 'l re di Francia, con questo modo di procedere hanno
acquistato re- putazione e grandezza. E a chi dice, che avendo gli antichi
nostri sempre tenuto con Francia, così anco dobbiamo far noi, si vuole
rispondere, che gli uomini savii son quelli diesi deono imitare, e chi vuole
vedere la sapienza loro, guardi con che forma di repubblica era la città da loro
retta e governata, della quale ol- irà alle quotidiane contenzioni, nacque
finalmente la potenza di Cosimo e de' successori, e questi altri che ne' due
governi passati hanno avuto tale opinione, si sono trovati con essa due volte
oppressi. i\Ia per trar- re non solamente degli animi de"" cittadini,
ma di tulla Italia, tale opinione, è da levar via i capitani della parte
guelfa, ed in cambio di quella creare un altro magistrato che si chiami i
provveditori delle munizio- ni, e darli la cura di tener la città e fortezze
del do- mìnio fiorentino fornite copiosamente di polvere, sal- nitri, piombi,
artiglierie d' ogni sorte, ed ogni altra cosa che alla guerra bisogni, e vorrei
che questo ma- gistrato fusse sottoposto alli dieci, ed a loro avesse a render
conto delle cose alla cura di loro sottoposte. E questo è lutto quello che m'è
parulo ragionare 174 ^'^ REPUBBLICA. FIORENTI>-A. de' capitani di parte ^
seguita ora che diciamo d'al- cune provvisioni particolari. Capitolo XVIII.
D'alcune provvisioni particolari. Tutti quelli che scrivono delle ordinazioni
delle repubbliche trattano ancora in che modo si debbono allevare i giovani, e
nelle repubbliche anticlie si met- teva sempre grandissimo studio in operare
che la gio- ventù fusse tale quale ella doveva essere, perchè pen- savano
quelli antichi, che gli uomini, i quali nella gio- venile età non erano tali
quali esser dovevano, non potessero anco nella vecchiaia avere quelle qualità
che tal età ricerca. Questa cura in tutte le repubbli- che d' Italia con grandissimo
loro detrimento è stata sempre disprezzata, e perciò chi andrà in Siena; in
Lucca, in Genova, in Venezia, in Firenze, se osser- verà i costumi de' giovani,
non troverà cosa alcuna in loro che si possa lodare. Ma per trattare de' Fio-
rentini e lasciare gli altri che a noi non appartengo- no, se noi andremo
considerando la natura loro, la quale agevolmente nelle sette pubbliche o
private co- noscer si puote, troveremo i nostri giovani non ad altro più, che
di far cosa che dispiaccia, dilettarsi. Se un cittadino fa un palo di nozze, il
maggior piacere che abbia chi va a vedere è fare qualche violenza, che abbia
quella festa a perturbare 5 se si fa una festa pubbhca, quei giovani che vi
vanno a vederla, non vi vanno con altra intenzione, che di guastarla per
piacere di quello scompiglio 5 guardi ciascuno nelle LIBRO TERZO. lyD
mascherate carnevalesche, quante violenze, quante stranezze agli uomini si
fanno! 1 fanciulli tosto che cominciano a stare in pie, non [)renrlc)no altri
diletti che esercitare quei giuochi ne' quali quello è tra loro lodato, che
peggio fa al compagno, come è il giuoco delle pugna e de' sassi, e crescendo
con questa licen- za, non è poi da maravigliarsi, se non hanno reverenza a'
vecchi, e poco temono i comandamenti de' magi- strati. Iacopo Fornaciaio, uomo
molto nolo nella città nostra, fece già uno splendidissimo convito nella casa
che aveva fuori della porla a s. Friano, al quale con- vito vennero tutti i
primi cittadini della città, ed i più onorati dello stato che allora reggeva. E
perchè la festa fosse più bella, aveva ordinato detto Iacopo di fare recitare
dopo il convito una commedia di Nicolò Macchiavelli, la fama della quale aveva
messo deside- rio a ciascuno di vederla: concorsevi a vederla per- ciò una
certa compagnia di giovani nobili, la quale a- vevano falla per pigliare tra
loro quando con una co- sa, quando con un'altra piacere. Costoro tosto che
arrivarono nel luogo, dove la commedia s' aveva a recitare, si fecero padroni
di tutta la casa, ed occupa- la la porta di essa, mettevano dentro clii lor
pareva. Appresso con romori, leggerezze ed insolenzà facevan sì, che quel luogo
era più simigliante all'inferno dei «lannati, che a luogo dove si avesse a far
festa 5 e quan- tunque i più vecchi e più onorati cittadir)i vi si tro- vassero
presenti, non furono per cjuesto i detti giova- ni ritenuti dal fare e dire
tutto quello che piacque lo- ro. Avvenne ancora, che non potendo per questa ca-
gione uno di quei vecchi slaro nel luogo assegnato a Ij6 J.A KEPLBBi.lCA
flOUEMl>A.. lui ed agli altri, gli venne pensiero di salire in sul palco
della commedia, per sedere sopra certe panche, dove s'erano posti alcuni
giovani, pensando che alcu- no di loro gli avesse a dar luogo j salse costui in
sul palco, ed appressossi a quelle panche, ma li convenne tanto slare in pie,
che da' servitori della casa gli fu portalo da sedere, e gli fu avuto da quei
giovani quel rispetto e riverenza, che ariano avuto al più vile uo- mo della
città 5 e sebbene mi doleva vedere ne' gio- vani nostri così sfrenali costumi,
pur mi godeva l'ani- mo che quei vecchi, che facevano e fanno ancora, perchè
molti di loro sono vivi, tanta professione di sapienza civile, vedessero in che
concetto egli "erano della gioventù, e come bene egli avevano saputo al-
levare i figliuoli loro; ma noi, che desideriamo che la nostra repubblica sia
perfetta in qualunque sua parte, giudichiamo che sia da fare ogni opera che i
giovani siano allevati di sorte che appariscano poi temperati, gravi, reverenti
ai vecchi, amatori de' buoni, nemici de' mah agi, studiosi del ben pubblico,
osservatori delle leggi, timorosi di Dio, ed in ogni loro azione lieti e
giocondi. Bisogna adunque proibire con ogni di- ligenza tutte quelle cose che
assuefanno gli uomini a pigliare piacere di male operare, siccome è il giuoco
delle pugna e de' sassi, l'andare in maschera col pal- lone, facendo quelle
insolenze che si sogliono nella città nostra fare, e finalmente tu' te quelle
cose che rendono gli uomini nemici l'uno dell'altro^ ma non basta proibire il
male senza introdurre il bene, a vo- lere fare gli uomini buoni, e perciò
siccome noi vo- gliamo che lutti quei costumi, da' quali nascono i so- LIBRO
TERZO. I77 praddeltl inconvenienti, sleno proibiti, così vogliamo che
s'introducano tulle quelle usanze che producono il contrario. Chi adunque vuole
che i giovani sieno riverenti ai vecchi, faccia che i più onorati vecchi,
siccome nella repubblica posseggono maggiore ^rado che gli altri, cosi ancora
appariscano fuori ornati di veste cospicue, talché chi li vede, non possa in
modo alcuno pretendere ignoranza, e sia costretto ad ono- rarli ; e per questa
cagione noi dicemmo di sopra, che li procuratori e li signori ancora quando
stessero alle case loro, dovevano apparire tra gli altri così di veste, come di
grado più onorati. Questi quando nell'anda- re alla chiesa, al palazzo e per la
città talvolta a suo diporto, frissero scontrali da' giovani, sariano onorali
da loro. E da questo uso nascerebbe ancora, che a tutti gli altri vecchi saria
reuduto quell' onore che si debbe a cjuella età. E perchè sempre avviene che
chi onora un altro, gli vorrebbe in tutto quello che può piacere, altrimenti
non l'onorerebbe, perciò onorando li giovani i vecchi, si sforzerebbono di
vivere con quelli costumi che piacessero loro, e per conseguente sarebbono
gravi e temperati 5 e perchè in due modi s' opera bene e male, cioè con fatti e
con parole, da- rebbe senza dubbio la nostra repubblica materia ai giovani di
ragionare di molte cose, delle quali quando son privali, son costretti a
voltare i pensieri ed i ragio- namenti a molte altre cose indegne di venire in
consi- derazione d'alcuno, non che di parlare; perchè può ciascuno ragionare
della natura e qualità de' cittadini, per sapere a chi abbia a render poi i
suffragi 5 i casi particolari che nascono di mano in mano, e dentro e i;;8 LA
REPUBBLICA FIORENTINA. fuori, tengono assai occupati i ragionamenti degli uo-
mini; le nuove che s'intendono dagli ambasciatori, danno non poca materia di
ragionare 5 e finalmente ogni pubblica azione, quantunque minima, porge a
ciascuno di parlare quell' occasione che ei vuole, la qual cosa è ulile non
solamente per privare i giovani di ragionamenti non gravi, ma eziandio perchè
ragio- nando dA\e cose pubbliche, divengono di quelle più periti. Ma quanto il
parlare di cose gravi ne' giovani sia fruttuoso alla repubblica, lo voglio
lasciare gludiy care a chi ha notizia delle cose antiche, e non a quelli vecchi
del tempo nostro, i quali vivendo volentieri sotto quella tirannide che hanno
fatta, nella quale non è lecito, né a loro, ne ad altri, non che ad aprir bocca
per ragionare di cose pubbliche, dicono che i giovani, non della repubblica, ma
di sfogare i loro piaceri corporei debbono ragionare. L'oprar male sa- rebbe in
gran parte tolto via dagli esercizii militari, de' quali diremo poco appresso,
e dalla occupazione della repubblica. Ma è da notare, che vivendo gli uo- mini
in questa vita attiva, la quale è piena di fatiche, così di animo, come di
corpo, se in qualche tempo non pigliassero qualche rinfrescamento, senza dubbio
non potrebbono durare j sono adunque due tempi nell' anno ne' quali nella città
nostra è lecito agli uo- mini pigliare piacere, il carnevale e la festa di s.
Gio- vanni. E adunque da provvedere che in detti tempi ( iascuno si possa
rallegrare, e perù mi pare di creare un magistrato che duri un anno, e sia
sopra tutte le feste che si deono celebrare pubblicamente, talché ninno pos^n
far festa alcuna senza licenza del magistrato, ed il LliittO TERZO. I7CJ
magistrato quando che alcuno pubblico spettacolo si faccia, sia tenuto
favorirlo, ed in ci;j abbia grandissima autorità 5 li pubblici spetlacoli che
assai dilellano, son le commedie e balli, e quelle mascherate che fanno i
nostri giovani con molte ingegnose invenzioni 5 le com- medie e mascherale vorrei
che fussino di buono e- scmpio, non mancassero di quella letizia che il tempio
richiede, ma fusscro in moilo ordinate, che non des- sero autorità al malej ma
sopra lulti gli altri saria di grandissimo piacere la rassegna universale della
mili- zia, che si debbe in tal tem^)o fare, della quale, e dei convili pubblici
di sotto parleremo^ e poiché noi ra- gioniamo della inslituzione de' giovani,
tra quali lui- volta si trova chi è ornato di prudenza senile, sicco- n)e in
Roma furono Scipione Africano e Valerio Cor- vino, credo che sarà bene ogni
anno mandare a par- tilo lutti quelli che non aggiungono alT età che fusse
determinata al potere ottenere lutti i magistrali j e Ljuclli che vincessero il
parlilo, fussero a lulti i ma- gistrati ammessi. Simile ordine accenderebbe
mirabil- mente gli animi de' giovani alla virtù, vedendo adito a poter
conseguire nella giovenile età quegli onori i (juali rendono gli altri nella
vecchiaia gloriosi; e co- me i vecchi son più mossi dalFavarlzIn, che dalla
glo- ria, così i giovani sono insligati dalla gloria più che da alcuna altra
cosa; la quale se presto cominciano a gustare, si danno inlcramenle a quelle
cose per lo quali credono poterla conseguire. Sarebbe ancora ne- cessario per
fare la rej^'ubblica più perlotia. far molle altre coslituzioni, [tor le quali
cosi i vecclii, come i giovani diventassero migliori, che al [tresenle non so-
1 8o LA KEI'ILBLICA FIOREM INA. no. e nel lenipo andato non sono stali, come
saria, proporre grandissime pene alle scelleratezze, e le vir- tù con preruii
onoratissimi esaltare, perchè, come dice il iurisconsulto, gli uomini per paura
della pena s' as- tengono dal male, e dalla speranza de'premii sono in- citati
alla virt'i, e principalmente sono da punire se- veramente quelli che corrompessero
i cittadini per avere i suffragi: perciocché chi tale errore commette, non
cerca altro che ruinare la patria sua, facendo i cittadini venali. Ma è da
notare, che i suffragi con altro ancora si corrompono, che con danari, ed altre
promesse, che agli uomini per ottenere i desiderii lo- ro, si fanno: perchè
molti sono stati, li quali agevol- mente con ipocrisia e simulazione, e con
alcuna altra cosa hanno i loro pensieri ad effetto menati. Nel tem- po che fra
Girolamo predicava, i più onorati e mag- giori citlaclini di Firenze furono
quelli i quali simu- latamente seguitavano la dottrina, ed imitavano la vi- ta
di quello j successe poi la mutazione dello stato nel WDxn la quale fece a
questi mu'are la vita loro, per- cliè vedendo essi che la santità della vita
predicata da fra Girolamo, non era più ne onorevole, né frut- iuosa, lasciato
tal modo di vivere, cominciarono a se- guitare quello che gli aiutava sfogar V
ambizione ed avarizia loro. Madie die' io de' secolari? quando li stessi
religiosi di s. Marco, dopo quella mutazione di s'ato, fecero ancor essi
mutazione di vita, etì abban- donarono quella continenza e santità che fino a
quel tempo avevano seguitata, e, quel che è peggio, molti di loro lascialo il
chiostro, si diedero a procacciare di- gnità ecclesiastiche, per diventare chi
vescovo, chi UBRO TERZO. 18 I generale e chi abaie, e chi una cosa e chi un'
altra, facendo grandissimo delrimento alla loro religione col male esempio, che
a' frati giovani davano 5 nh si sono vergognati su per li pergami nelle
pubbliche chiese celebrare per santo clii per le sue scelleratezze e cru- deltà
ha meritato di esser messo nel centro dell'infer- no. Ma poiché nel mdxxvu
ritornò il vivere civile,- ripresono i cittadini quella vita che avevano
lasciata, tra li quali alcuni erano si prosoutuosi sotto quel man- tello della
religione, che niuno era che avesse ardi- mento di dir cosa che fusse contraria
alle loro opi- nioni, e neir assedio quando si perdeva una terra, quando
seguiva qualche accidente che dispiacesse al- l'universale, dicevano che ella
andava bene, e che quella era la via che conduceva la città alla vittoria, e
dando ai detti di fra Girolamo falsissime interpreta- zioni, affermavano in
ogni cosa, che si lasciasse fare a Pioj tanto che non facendo essi quello che
si doveva per non sapere e per non avere ardire, e non poten- do gli altri
impediti dalla loro importunità e presun- zione, Walalcsta Baglioni senza
sentire quella punizio- ne che egli meritava, potette condurre la città nella
sua destruzlone. Questo modo di vivere che tengono cjuesli che fanno
professione di religione, conversando coi frati di s. Marco, e continuando
simulatamente la orazione e la comunione, senza dubbio è pessimo nel- la nostra
città, perchè egli fa il medesimo effetto che facevano in Roma le largizioni;
ma (juesto è ancora molto peggiore, percht- dove le largizioni si potevano in
([ualche modo correggere, a questa cosi fatta vita con dilllcoltà si trova
rimedio, perchè chi ragionasse 182 I.\ REPUBBLICA FIORENTINA. di proibire questi
modi di vivere, parrebbe che vo- lesse vietare agli uomini il bene operare, e
sarebbe ributtato non altrimenti che un pessimo nemir'o della fede di Cristo. I
frati soli potriano agevolmente cor- reggere tal ipocrisia, la quale cosa
conseguirebbono, se recusassero la conversazione de"' cittadini, e ricor-
dassero loro che nel palazzo dello sfato si ragiona, e non in s. Marco, e
quando sono invitali a predicare nella sala del consiglio, dicessero che chi
vuole udire, vadi a udirli in quelli luoghi che sono alla predica- zione del
verbo di Dio deputati, e che nel palazzo si predica col cappuccio in testa, e
non colla capperuc- claj e se fra Girolamo vi predicò egli, non è più un fra
Girolamo ornato di tanta dottrina, di (anta pru- denza e di tanta santità, e però
non debbono essere sì presentuosi, che paia loro conveniente far quello che
faceva chi di gran lunga in ogni cosa 11 superava. Ma non bisogna sperare cheli
frati facciano mai cotale offizio, perchè ancor essi sono ambiziosi ed amano la
conversazione de' secolari, e quel si tiene fra loro più savio, e d'assai più
che gli altri, il quale è più da' se- colari visitato e trattenuto: e sono a
quello venuti, che hanno ancora essi fatto divisione, talché alcuno di loro è
riputato amicj dello stato libero, ed alcun altro della tirannide, ed ogni
volta che in Firenze s'è fatto mutazione, hanno essi ancora variato il go-
verno loro, togliendo a chi l'aveva, e datolo a chi ne era privato j e siccome
la mutazione dello stato pas- sato ha generato maggiore varietà nella città che
mai fussej così la mutazione del governo loro gli ha fatti nel vivere, ed in
(jnalunque altra cosa variare. Per- UBRO TERZO. l8?) che egli hanno non
solamente tolto il governo a quel- li che r avevano, ma gli hanno allontanati
dalla città, e non altrimenti che mandati in esilio, e i primi gra- di loro
hanno dato, non a chi sarla stato nlile alla re- ligione, ma a chi essi hanno
veduto che sia grato a chi regge Firenze. Appresso, hanno lasciato in gran
parte quel costumi che gli facevano parere a' riguar-- danti umili, mansueti e
divoti, perchè non portano più i capi chini e gli occhi bassi, come gin
solevano, ma camminando colla testa alta, e con gli occhi levali, non mostrano
che tra loro e gli altri sia differenza alcuna. E dove fra Girolamo aveva fatto
vendere, se avevano cosa alcuna temporale, questi al presente sot- to colore di
far giardini, fanno grandissime possessio- ni. E quantunque per li pergami
riprendino severa- mente i secolari che siano tanto occupati nelle cose
mondane, che non pensino mai a morire, e perciò e- difichino così maravigliosi
palazzi, nondimeno essi per li loro conventi non fanno mai altro che murare,
tal- ché hanno ridotto in molli luoghi le loro abitazioni a lanla magnificenza,
che per cose maravlgliose dagli stranieri sono visitate, e così dimostrano
d'avere non meno desiderio di vivere, che s'abbiano i secolari, e così a poco a
poco lasciano tutte le regole che si con- vengono a' mendicanti. Non è adunque
da sperare che li frali detti facciano mai tal benefizio alla città,
correggendola vita di così fatti cittadini, poiché egli- no arcbbono bisogno di
essere da' secolari corretti, non vivendo più con quella santità e divozione,
che avevano al tem[)0 di fra Girolamo e degli altri an- tichi loro padri, e
perciò bisogna pensare ad altri ri- I 84 I>A REPUBBLICA FIORENTINA. medii
per 11 quali, se possibile è, si spenga questo brat- to vizio dell'Ipocrisia, e
tra quelli, che mi caggiono nell'animo, il migliore saria che gli uomini
avessero ferola opinione che tutti quelli, che nel tempo, nel quale il
consiglio grande regge, fanno tanta dimostra- zione di santità, e negli altri
tempi non son miglio- ri che gli altri, sono i più cattivi cittadini della
città. II che è manifesto, perchè se tenessero quel modo di vivere per desiderio
della salute dell'anima, non farebbono mai in quello varietà alcuna, e
sarebbono così nella tirannide, come nella liberta religiosi, per- chè Cristo
non vuole che al ben fare s' abbia al- cun rispetto, e si preponga la salute
dell'anima a tut- te l'altre cose umane. Ma costoro nel tempo che la città è
retta da' Medici, non arrivano mai a s. Mar- co, e quando è ridotta in libertà,
è più quel luogo che alcuno altro di Firenze frequentato j talché appa- risce
maggiore mutazione di stato a chi riguarda quel luogo, che qualunque altro di
tutta la città. Non sono adunque buoni questi cittadini, i quali tutto giorno
bis- bigliano co' frati 5 e delle faccende pubbliche ne la- sciano il pensiero
a Dio, e nelle private loro mettono ogni diligenza, e vanno in s. Marco per
acquistar fa- vori, o per ottener poi quei magistrati per le quali non hanno in
animo di pigliare fatica alcuna, né di amministrarli con giustizia e severità:
e buoni si deo- no reputare quelli i quali arditamente amano il bene pubblico,
e son disposti mettere per quello la vita e la roba ed ogni altra cosa, e
nell'amministrare i ma- gistrati non hanno altro oggetto, che l'onore di Dio e
r utile pubblico, e pensando che nel ben pubblico si LIBHO TERZO. Io5 contenga
11 privalo, quando tocca a loro la cura delia repubblica, abbandonano le
faccende private, ed at- tendono studiosamente alle pubbliche, le quali quan-
do son commesse ad altri, ne lasciano il pensiero e la cura a chi è obbligato
governarle, ed attendono ai privati casi loro. Questi son quelli li quali,
quando si Jianno a radunare ne' magistrati, non aspettano d'es- ser
sollecitali, ne da' pubblici servitori, né dal suono della campana, utilmente
al tempo di Raffaello Giro- lami introdotto, innanzi al quale non erano mai
ridot- ti i magislrati noli' audienze, se non quando era tem- po di [)arlirsi.
Perchè prima volevano molto ben farsi vedere per le chiese^ dopo questo,
visitavano le bot- teghe loro, e fatte quelle faccende che volevano, ne
venivano in piazza, dove anco non poco per boria mondana tardavano 5 e
finalmente radunati nell' au- dienze, quando s'aveva a ragionare di qualche
cosa, tutti dicevano che essendo Torà larda, sarebbero bre- vi, e non erano sì
tosto arrivati in quell' audienze, che pareva loro ogn'ora niill'anni per desiderio
di partirsi. Questo inconveniente fu levalo via coll'ordlne del so- nare la
campana, al suono della quale tutti i magi- strati s'avevano a radunare, cosa
certamente molto u- tile alla repubblica, così per quelli che amminislra- vano
i magistrati, come per quelli ancora che hanno bisogno di loro, e se mai di
nuovo la repubblica ri- tornasse, non saria da lasciare questa provvisione. Ma
tornando al proposito, sono da reputar buoni quelli cittadini che abbiamo
dcscrilli, ed a questi si debbo- no voltare i suffragi, quando vanno in
consiglio gran- de a partito j chi ara questa opinione di quelli cit- l86 LA
REPUBBLICA FIORENTINA. ladini che fanno professione di religione, che ho det-
ta, senzachè altro provvedimento si faccia, frenerà in gran parte questo vizio
dell' ipocrisia. Appresso quan- do alcuno va a partito, saria forse bene
nominare die- tro al nome suo, se ha avuto innanzi alcun magistra- to,
acciocché gli uomini riducendosi a memoria i por- tamenti de""
cittadini, quando sono nei magistrati, non li dieno se non a quelli che si son
portali bene. Oltre a questo, quando alcun cittadino è condennato, o da- gli
otto, o da altro magistrato per usuraio, o per o- raicida, o per aver fatto
altra violenza, oper sodomita, o per qualunque altro mancamento, sarebbe
utilissi- mo nella prossima tornata in consiglio grande pubbli- carlo. Di che
seguiterebbe che gli uomini per timore di quella infamia, s- asterrebbono dal
male operare, e quelli che pure operassero male sarien conosciuti, e vedendo
ciascuno che così peccano quelli che fanno professione di santità come gli
altri, non saria ingan- nato dalla loro ipocrisia, e crederebbe che fusse buo-
no quello che opera il bene, e non quello che fa di- mostrazione d'operarlo.
Questi sariano i migliori ri- medii contra V ipocrisia de' cittadini,
massimamente di quelli che hanno passata la giovenile età, perchè gli altri che
venissero dalla forma della repubblica e da- gli esercizii militari sariano
fatti generosi e per se stes- si arieno in odio un così fatto vizio pregno di
dappo- caggine e viltà. Sarà poi necessario far molte partico- lari
provvisioni, per le quali i cittadini divenissero lit- lerati, forti e
costanti, giusti e temperati. Perchè nel tempo dell' ozio hanno bisogno delle
lettere, nel tem- po delle faccende d^lla fortezza e constanza. nelT uno LIBRO
TERZO. 187 e nell'altro della giustizia e temperanza; molti sono i particolari
che nel principio cV una buona introduzio- ne non si possono vedere, alli quali
essa amministra- zione col tempo provvederebbe, e perciò, non lasciala la
considerazione di essi, porrò fine al presente terzo libro. 88 I.A REPUBBLICA
FIORENTINA. LIBRO QUARTO. Capitolo I. Che la città si debbe difendere colParmi
proprie le quali son distinte in quelle di dentro ad in quelle di fuori. K e)
principio del precedente libro fu da noi det- to, che le repubbliche ruinano
per le alterazioni in- trinseche e per gli nssalti esterni, e che a quelle si
po- neva rimedio colla forma della repubblica bene ordi- nata, ed a questi la
milizia con buone leggi e buoni ordini introdolla provvedeva : ed avendo al
presente dato perfezione all' introduzione della repubblica, re- sta che
ragioniamo tutto quello che ci occorre del- Tarmi, le quali son distinte in
proprie, ed in ausiliarie, ed in mercenarie. Ne occorre che ci distendiamo nel
dimostrare i difetti delle ausiliarie e delle mercena- rie, poiché da Nicolò
Macchiavelli sono stati pruden- temente discorsi, e basta solamente intendere,
che quel- li difetti divengono maggiori, qualunque volta chi sì vale di quell'
armi, non l' accompagna colle proprie, perchè vengono a potere esercitare senza
freno e sen- za rispetto la malignila loro. Se adunque le dette due specie
d"armi son difettose, resta che l'armi proprie sien quelle colle quali i
principati e le repubbliche si «lebbono difendere : e chi ben considera le cose
natu- LIBRO QUARTO. 189 rali, può verlero che la natura ha prodotto le più no-
bili specie flegll animali con sulllcienll mezzi da [)Oter- si difendere da se,
senza aspettare V aiuto d* altri, e quesla facultà lia dato così all' uomo,
come agli altri animali : donde seguita, che chi non pensa a difender- si da sé
stesso, non pensa a far quello che è naturale a ciascuno. E adunque necessario
lo slare armalo per la difesa propria. E perchè quello che hanno gli uo- mini
particolari per V utilità privata, deono ancora fa- re le città per 1"
utilità pubblica, essendo le città un corpo naturale, siccome è un uomo
particolare : per- ciò deono le repubbliche e principati tenere armati gli
uomini propril por difendersi dagli assalti esterni. Appresso, chi considera
con che armi le repubbliche e principali antichi abbiano difeso ed accresciuto
lo imperio, troverà che se non avessero avuto gli uomi- ni propril armati, non
avriano ne l'una. ne 1* altra co- sa potuto fare. !>Ia io non mi voglio
distendere sopra questa materia, perchè altra volta lungamente ne di- spulai, e
però a quello che allora ne dissi me ne rap- porto. Così voglio per la medesima
cagione lasciare indietro il considerare a chi si debbono dare 1' armi, perchè
allora fu conchiuso che si dovessero non sola- mente quelli armare che chiamano
benefiziali, ma gli altri ancora che abitano la città e son partecipi de' ca-
richi di quella, possedendo In essa, o case, o posses- sioni j e non solamente
vogliamo questi armare, ma eziandio il contado e dominio, ed in maniera che
que- ste armi, che hanno similitudine colle ausiliarie, non abbiano i difetti
loro. Saranno adunque divise le nò- sire armi in quelle di dentro ed in quelle
di fuori ? I f)0 LA REPUBBLICA. FIORENTINA. ma tratteremo prima di quelle di
dentro e poi di quel- le di fuori. Capitolo IL In che modo la milìzia di dentro
si dere introdurre. La città nostra, come ciascuno sa, è distinta in quar-
tieri, e chi è compreso in quel quartiere e chi in quel- l'altro^ ma non abita
già ciascuno in quel quartiere do- "ve è compreso. Il che è avvenuto^
perchè nel procedere del tempo si sono Tarlati i padroni dell" abitazioni,
la qualcosa non dà impedimento alcuno all' amministra- zione pubblica. Non è
già tal divisione accomodata alla milizia, che vogliamo introdurre, perchè se
chi abita io un quartiere, al tempo della pace è tenuto andare a fare ì suoi
esercizi! in un altro, è cosa assai fìiticosa. Nel tempo della guerra non
solamente è di fatica, ma di danno alla città la quale può essere oppressa
prima che gli uomini tutti si sieno ridotti a' lor capitani, e sotto le loro
insegne, e di ciò se ne vide qualche esem- pio neir assedio passato, quando per
qualche caso si dava all'arme, nel qual tempo per il trascorrere che facevano
gli uomini in questa parte ed in quell'altra, s' empieva la città di
confusione, e con tardità si radu- navano ai luoghi deputati, non ostante che i
giovani corressero con prestezza alle loro insegne. Vorrei a- dunque di tutto
il sito della città se ne facesse quattro parti eguali, e tutti quelli che
abitano in ciascuno di questi quarlieri, dal diciottesimo al quarantesimo an-
no della loro età si scrivessino, e vorrei che il nu- mero di ciascuno
quartiere fusse eguale a quello del- LIBRO QUARTO. I9I l'allro, omle se in uno
ne fnsse più che nell-allro, si su[)plisse con quelli del [)iii propinquo
quartiere, pigliando una strada, o due, o quelle che bisognas- sero, laiche
tanti fusscro cjuelli dell' un quartiere, quanti quelli dell' altro, e così, se
posslbil fusse, i beneficiali, come non beneficiali, acciocché non fusse
vantaggio dalF uno all' altro. Falla questa distribu- zione di tulli quelli che
fussero in ciascun quartie- re, che dorerebbero arrivare a mille persone, se ne
faccia quelle quattro parti eguali, in maniera che tanti beneficiali e non
beneficiati sieno in una, quanti nel- l'altra: verranno adunque ad essere in
ogni quartiere quattro compagnie, e queste compagnie eleggano esse i lor
capitani, bandierai , luoghilenenti e sergenti, e i decurioni ancora, per la
ragione che appresso diremo in questo modo. Siano tratti per sorte cinquanta
no- minatori, o quelli che paressino, li quali nominino cin- quanta di quella
compagnia, ciascuno che egli voglia che sia capitano, e mandinsi a partito, e
quattro delle più fave, vinto il [)arlilo perla metà ed una più, sien poi
mandati a partito nel senato, e quello che av rà più favori, sia eletto
capitano in quella compagnia, 11 secon- do bandieraio, il terzo luogotenente,
il quarto sergente. Degli altri cjuarantasei, che andarono a parlilo per la
metà tanti delle più fave vinto il partito per la metà ed una più, rimangano
decurioni, quante sono le decu- rie di quella compagnia, e sieno chiamati
primo, se- condo e terzo, e così di mano in mano, secondo che ciascuno vinse il
parlilo con maggiore numero di suf- fragiij e a ciascuno poi di questi
decurioni sieno asse- gnati nove della sua compagnia, co' quali egli negli e-
192 LA. REPUBELTCA FIORENTINA. sercizii militari, e poi neir azioni di guerra
sempre sì trovi 5 il che ancora verrebbe più acconciamente fatto, se ciascuno
quartiere fusse distinto in quattro parti eguali, ed in ciascuno si scrivesse
una compagnia. Per Io qual modo verrebbono gli uomini a essere più uniti, e con
minor fastidio e fatica si troverebbono insieme ad eseguire gli officii
militari. Ma li nostri vecchi temo- no tanto le sette, delle quali essi sono
autori, ne' giova- ni, come noi vedemmo nell' amministrazione passata, che non
solamente vorrebbono separare gli uomini d'un quartiere l'un dall'altro, ma di
tutta la città; ma perchè V ordine della repubblica constringerebbe i vecchi ad
esser buoni e vivere senza parzialità, segui- terebbe da questo, che i giovani
ancora sarebbono buo- ni, perciò io credo che si possa senza timore di sei te e
di divisioni non separare gli uomini, ma secondo il silo descrivere le
compagnie una in ciascuna quarta parte di ogni quartiere. Glie li decurioni
siano necessarii, è ma- nifesto non solamente per l'altre ragioni che se ne
potrebbono addurre, ma ezianflio perchè gli uomini nella guerra sempre fanno
ciò che è loro commesso, meglio e con più ardimento, quando son con quelli co'
quali camminano, mangiano, dormono, che con al- tri eiccompagnati , co' quali
non abbiano particolare commercio alcuno, e però è bene assuefargli prima negli
esercizi! a conoscersi ed amarsi, dividendo le com- pagnie in decurie, ed a
ciascuna decuria assegnando il suo decurione. Siano ancora creati nel senato
quattro commissarli uno per quartiere, li quali sieno sopra le rassegne ed
esercizii militari, i quali si facciano ne'gior- ni festivi, ed ogni quartiere
sia obbligato una volta il LIBRO QUARTO. lijii mese fmc la snn rassegna, alla
quale clii non si liove- 1 à, paghi quella pena che sarà lepulala conveniente*
E vorrei c!ie lutli quei capitani ed altri uflìziali du- rassero un anno, e
finito l'anno, si rifacessero nel me- desimo modo senza altrimenti alterare le
compagnie 5 ma perchè i nostri vecchi (come è dello) temono pure le sette,
pensando che ne" giovani sieno i medesimi difetti che sono in loro, si
potriano le quattro compa- gnie di ciascuno quartiere di nuovo confondere e me-
scolare insieme, e trarne quelli che passano il quaran- tesimo anno, non
volendo restare, e scrivere quelli che fussero arrivali al diciottesimo, e cosi
far nuova distri- buzione delle quattro compagnie, le quali nel modo detto
creassero i loro nfhziali che fussero poi, come abbiamo anco detto, nel senato
conformati j ma meglio saria (come è detto) che li quartieri fussero distinti
in quattro parti, secondo il silo, ed in ciascheduna di es- se si scrivesse una
compagnia, la quale ogn'anno creas- se i suoi ufBziali nel modo detto. LI (]•
curioni si po- trei )bono auro in questo modo creare. EK Ili che sono i quattro
uflìziali, quel magistrato al quale fu>se com- messa questa cura,
distribuisca le compagnie in decu- rie, avendo avvertenza alle qualità delle
persone ed al sito dove abitano. Poi ciascuna decuria elegga il suo decurione,
dando questo onore a chi passa la niclìi dei sufTragii con maggior numero, e
vorrei che quando i ("apitani hanno a pigliare P uflìzio, lo [)ig!ia5sero
con grandissima pompa e niagnilìconza 5 perchè vorrei che il gonfaloniere colla
sua solila compagnia de' signori, procuratori, dieci e collegi ed altri magistrati,
scendes- sero in ririghi'-ra. ed alli nuovi capitani desse di sua Gìannolli. i
-x 1^4 LA REPIBBLICA FIORENTINA. mano le bandiere, le quali fussero poi prese e
portate dai bandierai, ed alli vecchi capilanl un presente di arme che valesse
almeno dieci ducati, e saria bene che innanzi a tutte queste cose il
gonfaloniere con accomo- dale parole lodasse i vecchi, e confortasse i nuovi al
bene operare: se non paresse conveniente che il gon- faloniere parlasse,
facesse questo uffizio chi fusse giu- dicato a proposito: è vero che le parole
del gonfalonie- re avrebbono maggiore autorità. L' orazioni che si facevano nel
dare il giuramento, sono utili, perchè i giovani s'assuefanno a parlare in
pubb'ico, ma è da av- vertire che tale uffizio si dia a persone che dicano cose
utili alla città, e non sieno cagione di scandalo e sedizione. Il giuramento
vorrei che si desse con reve- renza e devozione grandissima, e però saria bene,
fatta che è r orazione, che si celebrasse la messa solenne, e al tempo debito
-di quella, i giovani a coppia a coppia riverentemeule andassero a dare detto
giuramento nel- le mani del sacerdote, che avesse cantato la messa so- lenne. E
saria bene che a tal cirimonia si trovasse il principe colla solita compagnia,
e perchè tal cosa pro- cedesse con più brevità che fusse possibile, si potreb-
be ordinare che solamente gli nffiziali di dette com- pagnie dessero il
giuramento in un medesimo tempo, ed insieme, talché una sola cirimonia e non
quattro si avesse a fare. Io lascio stare molte cose, perchè alla provvisione
vecchia me ne riferisco, ed a quello che altra volta ne scrissi, e solamente vo
toccando quelle cose le quali mi pare si debbano in qualche parte cor- reggere.
J.ir.HO (^l ARTO. iy5 Capuoi.o III. Della milizia di fuori. Tutto l' imperlo
fiorentino è flislinlo in conladcj e (ìistictlo. Il contado è (li^i5o in
vicariali, ed i virariali in polcsterie. Il dislrcllo comprende la città e
castella clie ubbidiscono alla signoria di Firenze, senzachè molti allri luoghi
sono da' vicarii governali, siccome Yico Pisano, Angliiari ed alrun allro.
Yolcndcj adunque scri- vere soldati per tutto 1" im[)erioj saria da
considerare se alcun luogo t'- poco fedele alla città, e quello lascia- re
indietro, perchè giudico esser pericoloso dar l'armi a quelli che li sono
nemici. l\Ia meglio saria volare que- sti luoghi di quelli che non sono
confidenti, ed em- pierlo di chi altri si possa fidare, e non è da reputare
crudele cosa alcuna che per la quiete e tranquillila universale si faccia,
perchè perturbandosi poi li slati, si fanno per necessità molto [)iù e maggiori
crudeltà, senza il fastidio che hanno i sudditi nelT esser guarda- li dalle
guardie che continuamente si tengono j e per- ciò dovevano i noslri saN li la
prima volta che Arezzo si ribellò nel mdi, polche sotto II dominio fu fatto
ritor- nare, cacciare della terra tutti gli Aretini, privandoli delle case e
possessioni, e riempire quella terra di uo- mini fidati, e non saria slato
necessario edificar fortez- ze, e tener continue guardie con tanta spesa e timore
di non la perdere, la quale se si fusse in tal maniera ordinata, non si saria
nel mdxxx ribellala, e non avria dati tanti sussidii alli avversarli. SorK»
alcuni che mu- ì(jG LA REPLBBUOA FIORENTINA. lebborio più tosto rovinare le
mura, e reuderle inutili iì chi se ne facesse padrone , ma meglio saria posse-
derla nel modo detto, perche possedendo la terra; si possiede anco il paese,
che [»er esser ricco, porge a chi lì' è possessore infinite comodità, le quali
venendo in potere del nemico, gli accrescono potenza e reputazio- ne, ed ogni
volta che egli si vaglia di esse, poco si cu- rerà dvjlia terra. Saria adunque,
come ho detto, bene assicurarsi di quelli luoghi li quali si avesse dubitan- za
alcuna, e di poi scrivere tutti quei che avessero da diclotlo anni a quaranta,
eccetto quelli che per qual- che impedimento naturale fussero all'esercizio
deli'ar- mi inetti 5 altri uon saria da lasciar indietro, acciocché col tempo
tutti gli uomini del nostro paese fussero uomini da guerra, come sono Svizzeri
e Tedeschi, 1 quali per vecchi che siano, tutti esercitano P armi 5 il che
avverrebbe in breve, se tutti fussero descritti. Ba- steria poi, quaniglia
l'udizio, gli fusscio date le insegne con gran- dissima solennità e pompa nel
modo che s'usava dar- le a' capitani forestieri 5 cioè venisse prima questo
com- missario in abito militare in piazza, accompagnato da lullala milizia in
ordinanza, e da'comnnssarii di (juella. e dietro la milizia a cavallo, salisse
poi in ringhiera e sedesse allato al principe, e fatta che il gran cancelliere
avesse l'orazione in lode sua, il principe solennemente gli desse l' insegna
pubblica, V cimelio ed il i>astonc, e licenziato se n'andasse a casa nel
medesimo modo 20(» LA REPUBBMCA FIORENTINA. accompngiUìto. Questo gran
commissario vorrei cbe fu5- se quello che avesse a eseguire le faccende della
guer- ra, se nel tempo del suo uftlzio, il quale vorrei che fus- bc un annoj la
ciltà s' avesse a difendere da'* nemici, o assaltarli ne' confini loro, e tutto
avesse a fare secondo le commissioni de' dieci deliberate nel modo soprad-
tìelto. Nel tempo dolla pace fusse tenuto visitare tutte io terre del dominio,
e vedere e considerare le fortez- ze di c[uolle, e provvedere ai bisogni loro,
tal che nes- sun luogo fusse che rimanesse non visitato da lui j e vorrei per
darli reputazione, che T autorità di tulli quelli rettori che fussero dove egli
andasse, cessasse subito che egli arrivasse, e li sudditi di quel luogo ri-
conoscessero lui per signore e non li rettori vecchi, se gi^i egli non comandasse
che esercitassero il loro uffi- i.io nel modo che prima, la qual cosa si
dovrebbe or- dinare, che facesse qualunque gran commissario, più per usanza che
per legge, in questa maniera proceden- do. Quando il gran commissario fa 1'
entrata in c]ua- lunque terra e che li rettori di quella venendoli incon- tro
con solenne cirimonia, lo riconoscono come signore, dandoli le chiavi delle
porle o la bacchetta, colla qua- le avevano preso l' uffizio, egli in quello
stante resti- tuisca loro quell'autorità che avevano, tal che possano
esercitare il loro uffizio nel modo consueto. E saria bene scompartire i tempi
della rassegna universale del- le legioni in maniera che detto gran commissario
nella sua visitazione si trovasse a quelle, talché in tulio lo anno tutte le
avesse vedute. A costui così nel tenìpo della pace, come nel tempo della
guerra, vorrei che ub- bidissero i sopraddetti commissarii dello legioni, ed
aves- Mimo or' ARTO. 20 r sero seco fjuelLi proporzione rhe avevano i legali
delle legioni col ooDSuli e capitani romani, e nell'andare vi- sitando il
doniin'o, ne avesse sempre tre o quattro, cio'r (juelli che avessero le loro
legioni in qnel paese, dove di ina lO IH mano avessero ad andare. Nel tempo
della guerra così dsimi mostrassero come fatta sia questa lor praticargli
antichi Romanie Greci ponevano grandissimo artificio nell'ar- mare,nel
camminare, nell'alloggiare enei combattere, le quali quattro cose sono le
principali azioni della guerra. Consideriamo ora se in alcuna di quelle questi
soldati pratichi mostrano scienza alcuna: ciascuno sa che l'armi che oggi usano
i soldati sono le picche^ l' arme in asta e gli archibusi, e non è capitano
alcuno che quando G'uiiinolli, IO 2oÒ LA REPUBBLICA FIORENTINA. egli scrive una
compagnia, faccia distinzione da questa sorte di armi a queir altra, di modo
che in uno eser- cito, di che numero si voglia, si vede pocliissime pic- che ed
assaisslmi archibusi. Il che non nasce da altro se non che gli archibusi son
arme da chi conGda nelle gambe per fuggire e non nelle forze per combattere, ed
è tal cosa da' capitani consentita, perchè non han- no scienza del combattere,
si per non aver mai com- battuto ordinatamente, talché abbiano potuto vedere
che utilità porti questa sorte d' arme e quell' altra, sì ancora perchè essendo
la maggior parte di quei capi- tani contadini ed uomini grossi, o veramente
uomini che per T insolenza loro non hanno mai atteso ad al- cuna umana
disciplina, non possono avere notizia di quella scienza che usavano gli antichi
Romani e Gre- ci. Appresso solevano gli antichi capitani considerare
principalmente in che modo armasse il nemico, e poi dare alli suoi soldati
quelle armi che giudicavano atte a superare quelle de" nemici, e sono
piene l' istorie di artiflcii e destrezze le quali usavano in rendere l'armi
de' nemici disutili. Ne' tempi nostri i presenti capitani non sanno alcuna cosa
di queste cose, e quando hanno più gente che i nemici, par loro avere tutti i
vantag- gi, né considerano che Alessandro Magno, Locullo e Cesare con poco numero
di persone vinsero eserciti innumerabili. Seguita il camminare, nel quale chi è
che abbia mai visto usare artificio alcuno? laddove gli antichi usavano in tal
cosa tanta scienza, che è da ver- gognarsi di questi nostri secoli ne' quali
gli uomini siano stali tanto ignoranti che non abbian saputo ri- trovare in
tante guerre questi modi antichi, e non che LIBRO QUARTO. 207 altro, quando*
bisogna usare prestezza o in fuggire un pericolo o in soccorrere un luogo o in
altra simile a- zione, rare \olte avviene che ottengano il desiderio loro. E
perciò nella guerra passala il signor Giorgio da S. Croce, il signor Otto da
Montauto e Pasquin Corso essendo mandati a soccorrere la Lastra, si por- tarono
sì valentemente ed usarono tanta celerilà, che- il detto castello in su gli
occhi loro fu preso dagli av- versarli i quali se n' insignorirono non per
alcuna loro virtuosa operazione, ma per non avere sapulo quelli di dentro
difendere e questi di fuori soccorrere, il che se avessero saputo fare, non era
possibile che lo per- dessero. Io non voglio parlare altro dell'alloggiare, se
non che chi ha visto uno di questi nostri eserciti al- loggiato ed ha notizia
come alloggiavano gli antichi, agevolmente può conoscere che in questi tempi la
scienza che in tal cosa si usava, è del tutto perduta, ed è gran maraviglia che
tosto che uno esercito è al- loggiato non è rotto. Il che senza dubbio
avverreb- be se gli avversari'! n'avessero maggiore perizia, sicco- me saria
avvenuto all' esercito che assediò Firenze, se il capitano che era dentro
avesse a\uto alcuno inten- dimento della guerra. Di che se ne vide segno nella
incamiciala che fece il signor Stefano Colonna, quan- do con cinquecento uomini
assaltò quelli che erano alloggiali a s. Margherita a Montici, la quale
inipresa mosse in tanto disordine il campo degli avversari!, che fu fatto
universal giudizio da quelli che erano fuori, che se tutte le genti fiorentine
uscivan fuori ad as- saltarli, senza dubbio ne riportavano la vittoria intera.
.Ma se nelle tre supraddctlc azioni, non s' usa ne'tera- 2o8 LA BEPrr.BLICA
FIORENTINA. pi nostri scienza alcuna, è verisimile ch^ molto mino- re artificio
si usi nella quarta, cioè nel combattere, che è r ultima; la quale siccome è di
maggior momento, così anco è più difficile e ricerca maggior perizia e ac-
corgimento che le altre, E perchè i capitani mancano di tal cognizione, perciò
noi abbiamo veduto ne'tem- pi nostri gli eserciti essere stati prima rotti che
abbia- no cominciato a combattere. Nel fatto d'' arme di Ra- venna si combattè
più, che negli altri non s" è com- battuto ; il che non avvenne per virtù
de' capitani, ma solamente delie genti oltramontane, le quali per natura
combattono con più ferocia che non fanno gli Italiani. Talché noi possiamo dire
che la scienza mili- tare sia del tutto ne* capitani de' nostri tempi estinta,
e chi ne vuole vedere le ragioni più lungamente dis- corse, legga la milizia
del nostro Machiavello, e ne re- sterà pienamente soddisfatto. Sono adunque i
nostri capitani ignoranti ed imperiti della milizia, di che non è da
maravigliarsi, perchè i principi e le repubbliche non si danno agli esercizii
militari, e perciò quando hanno poi a far guerra, mancano d' uomini che ab-
biano di tale artifizio notizia, e non se n'intendendo essi siccome eglino si
persuadono, danno li gradi della mi- lizia a chi molto meno di loro se n'
intende. Perchè le prime dignità di quella danno a signori e a tiranni che non
sanno far altro che angariare 1 snggetti loro, o mostrare l' insolenza loro con
qualche violenza 5 gli altri gradi minori danno a uomini insolenti che per le
loro scelleratezze non sono né da' parenti ne dalle leggi nella patria loro
sopportati, e pensano che quello che sa meglio ed ardisce fare violenza ni
prossimo sia LIBRO QUARTO, 209 più atto alla guerra* ma quanto s' ingannano
abbiamo di sopra in parte discorso, ed al presente vogliamo mo- strare con
esempi particolari quanto sia da confidare poco in cosi fatti capitani, e
([uanto sana utile che i principali e le repubbliche pensassino ad amministra-
re la guerra molto meglio che quelli a cui tal cura è commessa. E' mi basta
solamente adducere Malatcsla Bagll(jni e Francesco Ferrucci, l'uno de\|uali
mostrerà che questi capitani mercenarii poco altro sanno fare che rubare e
tradire coloro per chi fanno la guerra , l'altro, che chi è nutrito ed allevalo
civilmente, la può molto meglio amministrare che loro. Dico adunque, che tosto
che papa Clemente settimo mosse le genti imperiali per la volta di Perugia per
trarne Malatesla, e di Firenze per tome la libertà, cominciò Malatesla a dar
intenzione a' Fiorentini di volerli difendere, e mostrare che lo potrebbe fare
quando avesse da loro quelli aiuti che bisognassino, la qual cosa parendo a chi
governava utile alla città, gli fu mandato da loro tanta gente, che aria diteso
quella terra. Accostaronsi gP imperiali, e Malatesla cominciò a praticare
accordo, non perchè egli non conlldasse tener Perugia, sicco- me io gli sentii
dire, ma per non essere cagione a Pe- rugia che il paese loro fusse guasto,
come saria avve- nuto se egli avesse fallo resistenza : benché lo credo, che V
una e V altra cosa gli facesse tal partilo pigliare. Questa pratica, che
Malatesla cominciò a tenere d' ac- cordarsi, inlesa che ella fu in Firenze,
delle gran per- turbazione a quelli che governa\ano: prima, perchè avendo
concetto speranza che gK imperiali si avessero a fermare in quella terra, se
gli vedevano venire ad- 2 IO LI REPUBBLICA. FIORENTINA. dosso, senza avere
tempo a potersi meglio ordinare 5 secondariamente, perchè temevano che
Malatesta non facesse mal capitare le genti fiorentine per facilitare al papa
la vittoria, e gratificarselo, e così prima che egli uscisse di Perugia,
cominciarono a dubitare di tradi- mento. Accordossi adunque Malatesta cogl'
imperiali e venne colle genti fiorentine alla volta d' Arezzo, la quale terra
desiderando i nostri che fusse difesa per rompere la strada a' nemici, mostrò
al commessario tante difficoltà In tal cosa, che egli per più sicuro par- tito
deliberò d'abbandonarla, e cosi tutti ne vennono alla volta di Firenze, ed
arrivati che furono a s. Gio- vanni, ebbono commissione da' dieci di mettere
tanta gente in Arezzo, che la difendesse. Mandaron vi adun- que Ottaviano
Signorelli cugino di Malatesta, ed il si- gnor Giorgio da S. Croce con circa a
due mila fanti. i quali tosto che li nemici si appressarono, abbando- narono la
terra e ne vennono a Firenze, dove era già arrivato Malatesta, ed attendeva a
confortare i cittadi- ni, che non dubitasslno che la vittoria saria loro. Ma
non fece già diligenza alcuna per acquistarlo, perchè non messe studio aleuno
in conoscere il sito del paese che circonda la città, per averne poi notizia
ne' bisogni della guerra, e dove gli antichi capitani pigliavano oc- casione di
combattere i nemici al passare d' un fiume, allo scendere, al salire d' una
montagna, allo sboccare di una valle, all' alleggiare, all'accamparsi alla
terra, costui gli lasciò venire fino alle mura^ non altrimenti che a- vriano
fatto se fussero camminati per il paese amico, e nel pigliare gli alloggiamenti
non pensò mai a dar loro molestia alcuna. E poiché furono accampati, an~ LIBRO
QUARTO. 2 1 I cera che molte occasioni si nioslrassero di vincerli, non seppe,
o non volle mai prenderne alcuna, e quan- do era sollecitato a pigliare qualche
impresa, diceva che a volere che le cose fussero eseguite bene, biso- gnava che
da chi le aveva ad eseguire, fussero propo- ste, e che egli poi le
commetterebbe. Quelli che V a- rebbono avute ad eseguire, cioè il signor
Stefano Co- lonna, il signor Mario Orsino ed il signor Giorgio da S. Croce
dicevano che non era ufficio loro proporre cosa alcuna, ma che il capitano
generale era quello che V aveva a proporre, e commettere quello che s' avesse
da fare, e quando fosse loro proposto cosa alcuna, non mancherieno del debito
loro, e così stando in questa disputa, non si venne mai a conclusione alcuna 5
sola- mente il signor Stefano vedendo il desiderio che ave- vano i cittadini
che si combattesse, fece una incami- ciala, colla quale assaltò le genti
alloggiate a s. Mar- j^herita a Montici, ne fu d' altro frutto, se non che ve-
dendo i nemici che i nostri ardivano d' uscir fuori a combatterli, si
fortificarono di sorte che poi saria stala cosa pericolosa T assaltarli. Fece
poi Malatesla appic- care certe scaramucce senza ordine e senza fine, ed avendo
sempre chi è dentro nell' uscir fuori a combat- tere tutti i vantaggi, costui
sapeva sì bene ordinare le fazioni, che sempre faceva li nostri con
disavvantascio combattere. Nella incamiciata che si fece contra a' Lan- zi che
erano alloggiati a s. Donato, essendo il signor Stefano col suo colonnello
entrato dentro ai bastioni, od aveiìdo co' Lanzi ap[)lccalo valorosamente la
bat- taglia, egli al suono delle trombo de' cavalli nemici, che alloggiavano a
Monticelli, ritirato, o per viltà, o 212 I.A REl'L BULICA. FIORENTINA. per
tradimeatOj o per l'uno, o per l'altro, il suo colon- nello, fece anco ritirare
i Corsi, che già erano entrati dentro, e poco mancò che egli non fece capitar
male il signor Stefano con tutte le sue genti. Alla fine aven- do ridotte le
cose a termine, che la città non aveva al- tro rimedio che la venuta di
Francesco Ferrucci, ope- rò di sorte, che il principe d' Oranges potette
sicura- mente, quasi con tutte le sue genti, andarlo a incontra- re, senza
temere che li nostri avessero a uscir fuori ad assaltare il campo, nel quale
aveva sotto le promesse di Malatesta lasciato pochissima gente. Rotto adunque e
morto che fu il Ferruccio, fece il tradimento che è noto a tutto il mondo, per
il quale papa Clemente ri- prese la tirannide, ed in premio di così fatto
tradimen- to ritornò in Perugia. Ma lasciando stare al presente la malvagità
sua, e mostrando l' imperizia della guerra, dico che dal giorno che egli entrò
nella città fino alla fine dell' assedio, non fece mai cosa alcuna, per la qua-
le mostrasse una minima parte di quell' ardire e di quella prudenza che debbe
avere un capitano al di cui governo sia commessa sì magnifica e generosa im-
presa. Perchè tutte l' azioni che si disegnavano da cit- tadino, sempre
contraddiceva, mostrando i pericoli che ne potevano succedere e resultare, e
cjuando riusciva- no bene, come fu quando si mandò fuori i cinquecen- to fanti
al Ferruccio i quali egli non voleva mandare in modo alcuno, sempre voleva
esser quello che ave- va ogni cosa ordinato, ma quando egli ordinava ed
eseguiva cosa alcuna, della quale succedesse infelice evento, siccome sempre
alle sue imprese avveniva, af- fermava sempre aver fatto ogni cosa costretto
dalla LIBRO QUARTO. 2l3 importunità de' cittadini. Nel far ripari e fortificar
la terra, non mostrò mai maggiore intelligenza che nelle altre azioni della
guerra 5 perchè ciò che era di buono in quella fortificazione, era stato
ordinato da' cittadini ed architettori nostri. Michelagnolo Buonarruoti,come
nella pittura e scultura, cosi nell'architettura singola- rissimo, aveva
fortificato il monte, instaurato il bastio- ne di s. Giorgio e tatto il riparo
alla porta della Giusti- zia, le quali cose erano le principali e più
importanti alla città ; gli altri ripari fatti da Malalesta erano o non
iiccessarii, conie il fosso che cominciava a s. Miniato e saliva al bastione
che si chiamava di Iacopo Tabusso, il cavaliere di dentro alla porla a s.
Giorgio, ed il ba- stione in sul prato tra la porta e la torre della Serpe; o
pieni di difetti^ siccome era quel bastione che co- minciava dalla porta a s.
Pier Gattolini e saliva verso quella torre che fu battuta da" nemici 5 o
tanto agevoli che ogni architettore ancorché poco intelligente gli sa- peva
ordinare, siccome erano tutti gli altri che si fe- ciono intorno alle mura e
fuori alle porle, de' quali la maggiore parte erano o fatti o cominciati quando
egli arrivò. Io lascio stare gli sinistri modi che egli teneva nel praticare
co' cittadini, co' quali egli aveva a tratta- re, e gli oflicii che debbe usare
un capitano verso i suoi signori, il quale sempre si deve sforzare in ogni sua
azione di conservarli e risparmiarh, laddove questo re(» uomo s' ingegnava di
succiare sino al sangue di que- sta città, per ingrassare li suoi scellerati
seguaci ; e do- ve i buoni capitani sogliono diminuire le difìicollà die
nascono nella guerra, nel pagare i soldati e provvede- re l'altre cose
necessarie, costui quanto poteva l' an- i3» 2l4 LA. REPUBBLICA. FIORENTINA.
dava accrescendo, e con parole e con falli sempre si sforzava d* invilire i
cilladioi, per averli a suo piacere in preda. Così fatto era queslo noslro
valoroso capi- tano, e gli altri capitani che oggi sono in Italia, se non sono
malvagi e traditori, come era egli, non sono an- co più di lui della guerra
intelligenti, siccome manife- slerebbono le azioni di ciascuno, quando
diligente- mente si considerassero 5 laonde assai chiaro esser cre- do, quanto
poco sia da confidare in questi mercena- rii capitani, i quali, o per villa, o
per tradimento, o per ignoranza, ti fanno perdere la guerra. Ma conside- riamo
un poco le azioni di Francesco Ferrucci, il qua- le non soldato mercenario, ma
cittadino fiorentino, allevalo e nutrito civilmente, e veggiamo con quanta
diligenza, prudenza ed ardimento egli abbia ammini- strato le faccende della
guerra. Era nel principio dello assedio passato Lorenzo Soderini commissario in
Pra- to, il quale per la viltà e dappocaggine sua aveva le cose in maniera
amministrate, che i soldati che erano in guardia di quella terra si erano
insignoriti, e poco manco che a sacco la mandavano. Li dieci adunque
desiderando di riparare a tale inconveniente, e ridurre li solcali alla
pristina obbedienza, mandarono com- messario Francesco Ferrucci che con Lorenzo
Sode- rini governasse quella terra : era costui in sì poca esti- mazione di
ciascuno, che appena dopo molti altri ven- ne in considerazione. Egli adunque
trasferitosi in Pra- to, con grandissimo ardimento e vigore di animo cor- resse
tanta licenza de' soldati, e ridusse la terra in ter- mine che ciascuno vi
poteva le cose sue godere. Nac- que differenza poi tra lui e '1 commessario
vecchio, la LIBRO QUARTO. 21 5 E7,r\. dGT) quello che volgarmente si dice, che
le medesime qnn- lità de' tempi spesse volte ritornano con altra lesli- nionianza,
che de' vestimenti e d'altre cose simiglinn- ti, le quali di con! inno sentiamo
essere in bocca della errante plebe. M. Trif. Io credo cerlamenfe che questa
sentenza o proverbio, che noi vogliamo dire, sia in molte parli, se non in
tulio, vero. La qual cosa può discernere chiunque considera in le presenti
condizioni della no- stra aflliticala Italia, ne' casi della quale due tempi mi
pare che tra gli altri siano da riguardare. Uno, nel quale fu il principio
della mina sua e dell'imperio ro- mano, e questo fu quando Roma dall' armi
cesariano fu oppressa. L' altro, nel quale fu il colme» del malf^ italiano, e
questo fu quando l'Italia dagli Unni, Goti, Vandali, Longobardi fu discorsa e
saccheggiala. E se ben si considerano gli accidenti che da poco tempo in qua
così in Oriente come in Occidente sono avve- nuti, age^ olmenle si può vedere
che a quelli che oggi ■vivono in Italia soprastà uno di quelli due tempi.
!>Ia qual di loro più si debba avere in orrore non so io già discernere 5
perciocché dal primo si può dire nascesse il secondo, e dal secondo tutta
quella variazione che ha fatto pigliare al mondo quella faccia che ancora gli
veggiamo a' tempi nostri, e lasciar del lutto quella che al tempo de' Romani
aveva. Ma io non voglio che noi passiamo questo giorno in raccontar le nostre
calami- tà, e venendo a quello che a me più apparti(.ne, non approvo quanto di
me avete aflcrmato. E non vorrei che la grandezza della benevolenza vostra
verso di me vi facesse il dritto giudicio trapassare. Pcrcioccln'' io 2^4 DELLA
REPUBBLICA E MAGISTRATI non riconosco in me tal virtù, quanto pensi fli poter
essere comparato con tanto uomo, quanto fu Pompo- nio Attico. Io non voglio già
ora disputare se io deb- bo o non debbo essere comparato con Pomponio. Per-
ciocché, dimorando in tal disputazione, potreste di me sospettare, che io
pensassi di poter essere a Pompo- nio agguagliato. Voglio ben solamente
affermare, che in quello, dove voi diceste che noi siamo grandemente simili, io
non veggio altra similitudine che dell' even- to. Perciocché, siccome Pomponio
non volle ammini- strare le pubbliche faccende, così io dal pubblico go- verno
rimosso sono. Ma la cagione che spinse lui^ e quella che ha indotto me a
prendere questo modo di vivere, sono diverse e del tutto contrarie. Perciocché
Pomponio considerando che la repubblica sua era cor- rottissima, e non
conoscendo in se facultà di poterle la sanità restituire, si ritrasse da lei
per non essere co- stretto con essa a rovinare. Perciocché la repubblica,
quando è corrotta, è simile al mare agitato dalla tem- pesta, nel quale chi
allora si mette, non si può a sua posta ritrarre. Io già non mi son ritratto
dalle cure civili per questa cagione, perciocché la mia repubblica non è
corrotta, anzi (se io non m'inganno) è più per- fetta ch'ella mai in alcun
tempo fosse. La forma d'es- sa non può essere con miglior legge temperata, con
maggior tranquillità e concordia retta, lontana dalle sedizioni intrinseche, e
da tutte quelle cose che rovi- nano le città j e quello che è bello, non manca
di va- lorosi e magnanimi spiriti, dalla cui prudenza e virtù ella é
felicemente governala. Talché io mi rallegro as- sai d'esser stato prodotto
dalla natura principalmenle DI VENEZIA. 205 in Italia regina di tulle Taltre
provincie, flopo questo nella città di Venezia, nella quale io veggo assai di
quelle virtù le quali di quegli antichi Romani e Gre- ci si leggono e lodano.
Onde avviene che io non ho molla invidia alla repubblica romana, ne a quella
dei Lacedemoni. E quantunque i Romani possedessero tanto maggiore imperio,
quanto 'i noto a ciascuno, non però giudico la repubblica nostra meno beata e
felice. Perciocché la felicità d' una repubblica non consiste nella grandezza
dell'imperlo, ma sì ben nel vivere con tranquillità e pace universale. Nella
qual cosa se io di- cessi che la nostra repubblica fosse alla romana supe-
riore, credo certo ohe ninno mi potrebbe giustamente riprendere. Per quello
adunque che lo ho ragionato, troppo bene potete comprendere che io non sono
sta- to spinto a questa maniera di vita dalla medesima ca- gione che Pomponio
Attico. Ma quello che m'abbia a vivere in questa guisa persuaso, non è
necessario narrarvi. Quando pure voi lo voleste intendere, po- trei dire che io
da natura sono inchinato assai a que- sta vita libera e sciolta da tutte
l'umane faccende. La quale lo agevolmente presi conoscendo in tal cosa non fare
ingiuria alla patria, la quale per essere copiosa r^i uomini eccellenti, non
aveva dell'opera mia bisogno alcuno. Potrei sopra ciò per mia dlfenslone molte
al- tre cose dire, ma solo vi basti, quanto ho ragionato, avere udito. Gin.
Piacemi assai lutto anello che avete detto c'i voi e di Pomponio Attico: dove
io ho la vostra natu- rai modestia riconosciuta. ]Ma io non voglio già ora
entrare nelle vostre lodi, massimamente non essendo Giannotfi. • lO 266 DELLA
KEPLBBLICA E JIAGISTRàTI Tol di quelle molto benigno ascoltatore. II che io
stimo che voi giudicate là dove 1' opere a[)pariscono. non essere le parole
necessarie. Ma ditemi, se io ho bene il parlar vostro notato : voi diceste, che
ai Romani non avevate molta invidia, e quasi agguagliarvi a loro incominciaste.
Avete voi certo questa opinione, che la repubblica vostra si possa con la
romana comparare? JI. Trìf. Certamente sì. Perciocché, come poco fa fu detto,
ancora che non sia da comparare P imperio nostro a quello di Roma, nondimeno
egli è in molte altre cose da noi superalo, onde nasce la ricompensa e
l'egualità: ed alcuni dei nostri istoriografì (e per non vi nascondere cosa
alcuna, tra questi è messer Anto- nio Sabellico : alla presenza d" altri
non lo avrei no- minato, per non parere di biasimare chi ha con gran- dissima
eloquenza illustrato le cose nostre) hanno vo- luto Venezia con Roma comparare.
INella qual cosa non hanno usato quella prudenza che la materia ri- cercava.
Perciocché hanno solamente agguagliale le guerre nostre a quelle de' Romani :
alle qua'i senza dubbio le nostre non possono giungere. E non è uomo di sì poca
prudenza, che leggendo cjuella comparazio- ne, la quale il Sabellico ha scritto
nelle sue istorie, non la giudichi una manifesta adulazione. Ha bene lasciato
indietro quelle cose le quali egli poteva addurre ar- ditamente, e sopra quelle
fondatosi, senza sospetto di adulazione P una repubblica con l' altra
comparare. Gio. Messer Trifon mio caro, le vostre parole han- no generato in me
un desiderio grande d' intendere come voi facciate questa vostra repubblica
eguale alla romana. Il che se io credessi esser vero, ne piglierei UT VENEZIA.
Il) granrlissimo piacere, consideranflo che non dovremmo cosi liberamente i
nostri tempi dannare, vedendo in quelli una repubblica la quale a quelle
antiche, tanto da ciascuno celebrate, non sia inferiore. E perù non vi sia
grave, poscia che noi abbiamo a passare il giorno con simili ragionamenti,
questo che avete detto dimo- strarmi. M. Trif. A me non è grave cosa alcuna che
a voi piaccia. Ma ditemi, avete voi notizia in che modo sia la repubblica
nostra amministrata, che forma sia la sua, com' ella sia temperata, quali siano
le sue leggi ? Gìo. Io lessi già un libretto del Sabellico, do v' egli tutti i
vostri magistrati racconta. Ho dimandalo poi quando d'una cosa, quando d'un'
altra. Ma per fjuel- lo che io abbia letto e domandalo, non Iio raccolto a
punto come fatta sia T amministrazione di questa vo- stra repubblica. E per dir
la mia opinione, questo li- bro di messer Antonio Sabellico non T* di molta
utili- tà. Perciocché ancora che egli racconti in esso tutti i vostri
magistrati, nondimeno egli non dipinge dinanzi agli occhi de' lettori la forma,
la composizione, il tem- peramento di questa repubblica. 31. Trif. ^ "^
"'^" sÌQle. dal vero punto lontano. Perciocché ciascuna repubblica è
simile ad un coq)0 naturale, anzi per meglio dire, è un corpo dalla natu- ra
[ìrincipalmente prodotto, e dopo questo, dall'ar- te limato. Perciocché quando
la natura foce V uomo, ella intese fare una università, una comunione. Essen-
do adunque ciascuna repubblica come un altro corpo naturale, deve ancora i suoi
membri avere. E perchè tra loro è sempre cerLi proporzione e convenienza, sic-
•^G8 DLhhX RLPLBiìLlCA E MAGISlRATI come tra i membri di ciascuno alUo corpo,
chi non conosce quesla proporzione e convenienza, che è tra r un membro e V
altro, non può come fallo sia quel corpo comprendere. Ora questo è quello dove
manca ìLSabellico. Perciocché avvenga che egli racconti tut- ti i magistrali,
nondimeno egli non dichiara come l'uno sia collegato con l'altro, che
dependenza abbia questo da quello, talché perfettamente la composizione della
repubblica raccoglier se ne possa. E adunque neces- sario che intendiate
particolarmente questo nostro go- verno, in che modo egli sia temperato.
Altrimenti niu- na cosa di quello che cercate, intendere potreste. Ma non so se
in questo giorno solo si potrà ogni cosa spe- dire. Gio. E' mi sia a bastanza,
che mi narriate raramlnl- strazione della repubblica vostra. Perciocché quando
io intenda bene ilgo\erno di quella, chiaramente per me slesso in che elle
siano simiglianli e in che diffe- renti potrò giudicare. M. Trìf. Voi parlate
bene. Ragioneremo adunque della nostra repubblica: il quale ragionamento, se
voi vi dilettate d'intendere i governi delle città, vi reche- rà grandissimo
piacere. Yoi vedrete in questo nostro viver bellissime leggi, ottime
costituzioni, un pruden- lisslmo temperamento. E quantunque ogni cosa non sia
cosi osservala come si dovrebbe, non merita per(j questa nostra civile
amministrazione d' essere molto biasimala. Perciocché quesla è cosa che va
dietro ad ogni forma di repubblica, siccome per gli esempii Vlei Romani e de'Lacedemonii
si può comprendere. Basta bene, che tutte le Irasgi essioni, le quali nella
nostra m VENEZIA. 2G(j cill'u si fanno, non possono esser di lui qualità, che
re- chino grandissinio danno. Gio. Io nt)n avrò [)icciol piacere d' intendere
que- ste vostre ordinazioni : le quali io penso che siano bel- lissime;
Perciocché egli è necessario che un governo duralo tanto tempo senza esser
sialo mai da alcuna intrinseca alterazione oppressalo e vinlo, sia con gran- de
ordine e con gran prudenza temperato. E vera- mente io ho grande obligazione al
caso , dal quale mi furono quei ragionamenti ofFerli, che v' hanno dato
occasione di narrarmi quello che io con lungo tempo ho desideralo. Date adunque
quando a voi piace al- l' ordinata materia principio. Perciocché io già lutto
mi sono per udirvi apparecchialo. M. Tri/'. Io penso che sia bene, che noi
dimoriamo in questa camera, ancor che ella non sia la mia stanza, siccome voi
sapete, la quale per essere volta a Tra- montana, non sente molto il soperchio
calore del sole. Olire a questo noi siamo in questo luogo assai da' tu- multi
domestici remoli^ i quali quanto mi siano a gra- do, la vita che io ho elelta,
vi può dimoslrare. Il re- verendo M. Pietro Bembo (mercè delle sue virtù) t-
molto visitato e trattenuto da tutti i gentiluomini che- in questa terra si
trovano. Se noi lòssimo in altro luo- go che in questo, non potremmo fare di
non essere im- pediti da quelli che lo vengono a visitare. E però noi soli in
questa camera dimoreremo, passando questo giorno negli orditi ragionamenti.
Gio. Assai mi piace questo vostro consiglio, ed io aspetto con desiderio che
cominciate. M. Trìf. Prima che io dia piincipio, io voglio che 2yO DELLA
REPLBBLICA E MAGISTRATI voi intendiate alcune cose, le c]uall saranno come una
preparazione di tutto quello che abbiamo a trattare. Dico adunque che chi vuole
intendere come si gover- ni una repubblica, o egli è cittadino e membro di tal
repubblica, o egli è forestiero. S'egli è membro di tal repubblica, di cinque
cose, sopra le quali si consulta, bisogna che sia perito. Delle facoltà della
città, cioè quali siano le sue entrate e spese. Della guerra e pace, cioè come
la città sia provveduta d'arme, e cornicila si possa provvederej che guerre da
quella ne' tempi pas- sati siano state fatte, e quali successi elle abbiano
sor- titi 5 quali e quante siano le forze de' vicini, per sape- re di che si
abbia a temere, in chi abbia a sperare, con- tra chi si debba far guerra, e con
chi si debba far con- federazione. Del modo del difendere e guardare il paese,
cioj che armi e quante ricerchi tale difensione. E per intender questo, è
necessario sapere il sito di quello, s* egli è pianura o montagna, copioso o
povero di fiu- mi, propinquo o lontano dal mare. Di quelle cose che si portano
fuori e di c[uelle che si recano dentro, per saper quali siano quelle che
mancano e quelle che ab- bondano. E finalmente la introduzione delle leggi.
Per- ciocché egli è necessario a chi governa sapere quali leggi siano conformi
al regno, quali alla tirannide, quali allo stalo degli ottimati, quali alla
potenza de' pochi, f[uali all' amministrazione popolare, quali alla licenza
della plebe, e quah a ciascun' altra forma di governo. Ma s' egli sarà fuori di
tale repubblica, prima di tutte queste cose bisogna che egli intenda il modo e
la for- ma dell'amministrazione di cpella. Considerando io adunque, che voi non
siete membro della nostra città, DT VExrzrA. 1- I talch'.' voi possiate per voi
stesso avere inteso la sua :im(i)inislrazione, innanzi alle predelle cose vi
narrerò p;irlinolarmenle il noslro governo: dopo (juesto segui- terò r ordino
sopraddetto, trattando di ciascuna cosa (]uai!to sarà necessario. E se in
questo ragionamento VOI udirete cosa alcuna che voi sappiale, e vi [»aia di non
molto momento, non però mi {ucsfate minore at- tenzione, Perriorf]i»3 ogni cosa
a proposito verrà. Es- sendo le cose picciole con le grandi, e quelle che sono
chiare con le oscure collegate, non si possono in alcun modo indietro lassare.
G/o.Dite pure, M. Trifone, tutto (]u;Uo che a pro- p tulio quello che io aveva
veduto, il parlar vostro m'ha al- la memoria tornalo. Ma ditemi per qual
cagione sareb- l)e stato il ragionamento imperfetto, se voi aveste la
descrizione del sito di Venezia indietro lasciata. M. Trif. Il nostro discorso
sarebbe stalo imperfet- to: prima, perchè avendo noi a ragionare della repub-
blica nostra, non mi pareva convenevole, che noi a quella passassimo senza dire
alcuna cosa del luogo che la contiene; e massimamente perchè a conoscere bene
la qualità d'una repubblica non è di poco mo- mento, non solo quanto a'costumi,
ma ancora quanto alle forze, sapere le qualità del sito di quella città che la
Cf)nliene. Laonde tutti quelli che insegnano edifi- care le ciltà, fanno gran
differenza se una città si edi- fica in poggio, o in piano, presso, o lontano
da'fiumi o dal mare. Secondariamente non dicono i filosofi, tulle le scienze e
dottrine dovere incominciar dalle cose più universali? Presupponendo questo,
che cosa è più universale nella repubblica Veneziana, che esso Giaimotli. 1 7 2
j8 DELLA REPIBBLICA E MAGISTRATI corpo della città, il quale non solamente a
quelli die amministrano la repubblica, ma eziandio a tutti gli al- tri abitanti
è comune, che in cjuello si contengono! I dipintori e scultori, se drittamente
riguardiamo, se- guitano nelle loro arti i precetti dei filosofi. Perciocché
ancora essi le loro opere dalle cose universali comin- ciano. I dipintori,
prima che particolarmente alcuna imagine dipingano, tirano certe linee, per le
quali es- sa figura universalmente si dimostra j dopo questo le danno la sua
particolar perfezione. Gli scultori anco- ra osservano nelle loro statue il
medesimo, tanto che chi vedesse alcuno de' loro marmi drizzato, direbbe l>ìù
tosto questa parte deve servire per la testa, que- sta per lo braccio, questa
per la gamba, che questa è la testa, questo il braccio, quella la gamba. Tanto
la natura ci costringe, non solamente nel conoscere ed intendere, ma eziandio
nell'operare, a pigliar il prin- cipio dalle cose universali. Per questa cagione
io in- cominciai dalla descrizione del sito di Venezia, come cosa più che le
altre universale. In tutto quello che seguita osserverò ancora il medesimo
ordine. Per- ciocché trattando dell'amministrazioni, disputerò pri- ma dei suoi
membri universalmente, dopo questo di- scenderò alle particolarità, tanto che
più d'una volta mi sarà necessario ripigliare il medesimo principio. Non so se
a voi quest'ordine piace. Gio. Piacemi sommamente: e veggio che in tutto con
gran prudenza procedete. 31. Trif. Dico adunque che tutti gli abitatori della
città di Venezia, la quale da noi è stata sufficiente- mente descritta, sono in
tre ordini distinti : in popola- I DI VENEZIA. 2^9 ri, in citladinljin
gentiluomini. Io so che in questa divi- sione degli abitanti io sono di
contraria opinione non solo al Sabellico, il quale dc'due primi ne fa uno, e lo
chiama popolare, ma ancora universalmente a molti altri, i quali non mettono
gradi in quelli che non so- no gentiluomini, ma tulli dicono essere popolari,
sic-, come nel suo luogo meglio intenderete. Ma a me pa- re, che noi li
dobbiamo nel modo detto dividere. Onde per popolari io intendo quelli che
altramente pos- siamo chiamar plebei. E son quelli i quali esercitano arli
vilissime per sostentare la vita loro, e nella città non hanno grado alcuno.
Per cittadini tutti quelli i quali per esser nati eglino, i padri e gli avoli
loro nel- la città nostra, e per avere esercitate arli più onorate, lianno
acquistato qualche splendore, e sono salili un grado, tal che ancora essi si possono
in un certo mo- do figliuoli di questa patria chiamarci gentiluomini so- no
quelli che sono della città, e di tutto lo stato di mare e di terra padroni e
signori. La nobiltà de** quali, ancora che ella sia chiara, pur per meglio
manifestar- la voglio alquanto sopra T origine e l'accrescimento di questa
nostra città ragionare. Costantissima fama è che, nel tempo che Attila re degli
Unni con grandissimo spavento veniva ad assalire l'Italia, molli di quei po-
poli, che allora si chiamavano Veneti, temendo i co- stui assalti, si fuggirono
nelle lagune del mare Adriati- co, in quelle isoletle che sono tra il lido e
terra fer- ma. Quelli, che a tal fuga diedero principio, dicono essere slati i
Padovani, e quelli d'Aqnilcia e della Con- cordia e d' altre città e castella
vicine. Ed alcuni di lo- ro si posarono in un** isola, alcuni in un'altra. I
primi 28o DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI fondamenti della città dicono esser
slati gittali da'Pa- dovani in Rialto, luogo oggi a tnlti notissimo, essendo
gli anni della Salute pervenuti al numero di ccccxxi, il giorno
dell'Aununziazione, che è il venticinque di marzo. E perciocch'' i movimenti
degli Unni non ven- nero tosto innanzi, come si era giudicato (perciocché dalla
prima fama del loro assalto insino a che essi ven- nero, furon venliqualtr'anni
d'intervallo, il quale lem- po fu da loro consumato nel riordinarsi, e
ristorare il danno che avevano ricevuto per avere perduto un e- sercito a
Tolosa, e nel domare nella venula la Dal- mazia, r Illirico e l'Istria), non crebbe
molto la nostra città, anzi molti ritornarono in terra ferma. Quegli i quali
s'erano posati in Rialto, stettero saldi. Ma poscia che i Barbari pervennero in
Italia, ed espugnarono o saccheggiarono Aquileia, allora fu fatto dai Veneti in
quelle isolette grandissimo concorso. Sono alcuni i quali dicono che Tanno
ccccxxi, nel sopraddetto gior- no delTAnnunziazione, fu ed. ficaio il tempio di
san Ia- copo, il quale oggi si vede in Rialto, da quelli abitato- ri che allora
si trovavano in quell'isola, e questo pi- gliano per lo principio della città.
L'anno poi cccclvi, avendo già Attila corsa e saccheggiala Ilalia, ed es- sendo
fuggili quei popoli, che abbiamo detti, in quel- le isole, come in luoghi
forti, dicono che da tutti quel- li che s' erano nelle isole ritirati, fu fatto
un concilio generale, e finalmente deliberalo di restare in quei luoghi, e di
non più ritornare in terra ferma. E questo pigliano quasi per il secondo
nascimento di Venezia. Ma questa varietà non è d'alcuna importanza al ipvo-
posito nostro. Basta, che per il gran concorso di quel- DI VENEZIA. 281 li che
fuggivano gli nssalli flegli Unni, la città diven- ne oltre modo grande. Tanto
che non molto tempo dopo ella pot"* trar fuori Tarmi contro i Dalmati e
gì' Is'ri, da' quali ella era infestata, ed ottenere la vitto- ria, e [)orgere
a Belisario capitano di Giustiniano nella guerra de' Goti grandissimi aiuli
nella ossidione'di Ra- venna. Dov'egli prese Yitigele re de' Goti, e lo mandò'
prigione in Costantinopoli a Giustiniano. Venendo poi d'intorno a cento anni
dopo i suoi principli Nar- sefe, capitano ancora egli di Giustiniano, a
liberare Ita- lia dalla tirannide de'Goti,non fu poco da' nostri Ve- neziani
aiutalo, ed egli come grato signore in memo- ria del benefizio ricevuto edificò
due tempii, uno do- v'è san Marco a Teodoro martire, l'altro nel mezzo «iella
piazza a Mena e Giminiano consecrato, il quale fu poi per accrescere la piazza
disfatto, e nella estre- ma parte riedificato, essendo doge Vitale Michieli.
Ac- quistò ancora grande accrescimento nella venuta dei Longobardi dopo la
morte di Narsete. La crudeltà dei quali costringeva ciascuno a rifuggire in
queste nostre isole, e fare grande la nostra città. Né ancora fece pic- ciolo
accrescimento, quando non molli anni dopo da Agilulfo re de' Longobardi fu
Padova con Monseli- ce interamente disfatta, concorrendo in Rialto e ne- gli
altri luoghi vicini gran numero di abitatori ; dei quali non essendo capace
Rialto, e le altre isole vici- ne, che già erano piene, s'em[)ii'' di abitatori
una iso- letta chiamata Gemina, e la nostra città divenne mag- giore. La quale
visse in questo modo quietamente senza fare impresa alcuna, ma solamente
difendendosi dii qualche assalto de''> i( ini, insino a che i dogi si co-
282 DELL 4 REPUBBLICA E MAGISTRATI minclarono a creare, 11 che fu duecento
ottanfadue anni dopo la sua edificazione. Cominciò poi a sollevarsi al- quanto,
e mostrare il suo vigore. E difendendosi da mag- giori assalti, andò
acquistando maggiore imperio. Sic- come fu quando ella si difese dalle forze
de'Francesi al tempo d'Obelerio doge nono, siccome noi di sopra di- cemmo.
Fecero poi i nostri maggiori assai imprese, e massimamente per mare, nelle
quali finalmente rimasi superiori, acquistarono assai grande imperio. Dopo
questo, voltisi alle cose di terra ferma, hanno ammi- nistrate le loro faccende
con quei successi che segui- tano le cose umane, e sono noti a ciascuno. E per-
ciocché le citth si rinnovano d'abitatori per le alterazio- ni intrinseche, per
gli assalti esterni, e per la pestilenza 5 la città nostra non ha mai patito
tale alterazione in- trinseca, che ella si sia divisa, e sia stata costretta
cac- ciare fuori ora questa parte, ora quelTaltra, siccome hanno fatto quasi
tutte le citta d'Italia, le quali da lo- ro medesime si sono consumate. Dagli
assalti esterni in tal modo sempre difesa s'è, che ella ne ha acquista- ta
riputazione ed imperio. Solamente è stala alcuna volta oppressa dalla
pestilenza 5 siccome avvenne al tempo d' Andrea Dandolo doge liv. Il quale fu
assun- to al supremo magistrato l'anno della Salute mcccxlii, e visse insino al
mccclh . Onde si può congetturare che questa fosse la pestilenza dell'anno
mcccxlviii, tanto dal vostro Boccaccio celebrata. Fu in quel tem- po la città
per questa pestilenza alquanto esausta, di sorte che fu necessario per
riempierla concedere che qualunque andasse a Venezia, tosto ch'egli vi avesse
abitalo due anni, fosse cittadino veneziano. La natu- DI VENEZIA, 283 ra della
pestilenza è di danneggiare assai la plebe mi- nula. Perciocché ella non Jja
quelli rimedii che tro- vano coloro i quali de' beni della fortuna non sono del
tulio privali. Talché io credo fermamenle che quelli i quali avevano comodità
d'aiutarsi, mollo poco di tal danno parlecipassero. Non ha molti mesi, che io
parlando con un nostro gentiluomo lo domandai, co- me la pestilenza, due anqi
sono, aveva danneggialo la vostra cilt-i. Risposemi che la plebe aveva patito
as- sai, ma chi non era privato de' beni di fortuna, se ne era agevolmente
difeso. È adunque manifesto per quello che abbiamo detto che la cillà in
brevissimo tempo divenne popolosa. E non avendo palilo quelle cose che fanno
rinnovare gli abitatori, viene aver con- servato il sangue di quelli che
principio le diedero incorrotto, il quale è ancora più che gli altri nobile;
I)erciocchè quelli che fuggirono in queste lagune, dai quali e stato fatto poi
il corpo della nostra citt-i, è da congetturare che fossero nobili o almeno
ricchi' Con- ciossiacosaché i poveri, e quelli che mancano di cre- dilo, non
avendo facoltà d'aiutarsi in modo alcuno, siano costretti star fermi, ed
aspettar quel bene e quel male che la fortuna reca. Siccome noi ne' nostri tem-
pi veggiamo che i nobili e ricchi di Lombardia, e non I poveri, fuggono le
guerre di quella provincia.E ben vero che i plebei vanno poi dove pensano
poter- si meglio sostentare. E perciò è da credere, che dopo il primo concorso
de'nobili e ricchi di quesle terre vicine m queste lagune, andasse poi dietro
loro gran- dissimo numero di plebei invitati dall' utile e dalla .i- rurta de'
luoghi. Sono adunque i nostri gentiluomini 284 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI
d'eccellente nobiltà, prima perchè sono discesi da quel- li nobili e ricchi i
quali, rifuggiti in questi luoghi pa- ludosi, costituirono il corpo della
nostra città. Secon- dariamente perchè hanno il sangue loro mantenuto
incorrotto, per non aver patito la nostra città quelle cose che alterano e
rinnovano gli abitatori. A che si a^'^^iunge la chiarezza che hanno acquistata
poscia che il «ran Consiglio fu ordinato nel governare le pubbli- che accende.
Perciocché egli non è dubbio alcuno, che gli uomini dove eglino non si trovano
a trattar cose pubbliche, non solamente non accrescono la no- biltà loro, ma
perdono ancora quella che hanno, e di- vengono peggio che animali, essendo
costretti viver senza alcun pensiero avere che in alto sia levato. La qual cosa
agevolmente potrà comprendere chi andrà in quelle città che da tiranni o da
altri stati violenti sono governate. I quali hanno per oggetto l'abbassare e
rinvilire in maniera gli uomini, che non sappiano se in questo mondo vivono o
dormono. Non avendo poi dopo il serrare del Consiglio (noi vi dichiareremo al
luo^o suo quando fu ordinato e poi serrato il gran Consiglio) usato di
comunicare questo onore eccetto pochi, sì come furono quelle quindici case, che
per la congiura di Baiamonte Tiepolo furono messe nel gran Consiglio, e nella
guerra genovese quei trenta cittadini, che furono fatti gentiluomini, e in
altri tem- pi alcuni altri, vengono ad aver dato all' ordine loro maggior
grandezza e riputazione. Ma per conchiude- re tutta questa parte, parmi che noi
dobbiamo in questa nostra repubblica considerare tre tempi. Uno è tutto quello
spazio che è dal principio delia città DI VENEZIA. 280 nostra insino a che V
ordine del gran Consiglio fu trovalo. Nel qual tempo i nostri maggiori, essendo
la repubblica nostra governata prima da tribuni, poi da dogi, siccome al suo
luogo inlenderele, poca cliiarezza acquistarono, ed assai fu rho mantenesse- ro
quella che da' loro antichi era stata ni queste la- gune portala. 11 secondo è
da che l'ordine del gran Consiglio fu trovalo, insino a che egli fu serrato,
nel qual tempo i nostri cominciarono per trattare delle cose pubbliche a salire
in grandezza e riputazione. Il terzo è da poi che il Consiglio fu serrato. La
qual co- sa gli ha poi fatti crescere in molto maggior grandez- za, che prima
fatto non avevano. Tanto clie, siccome voi avete potuto comprendere, se nelle
città d'Italia è nobiltà alcuna, nella nostra è maggiore che in tutte quante l'altre.
Quesli, che noi chiamiamo cittadini, se hanno splendore alcuno, l'hanno
acquistato dopo il serrar del Consiglio. Perciocché., come meglio di sot- to
intenderete, essendo innanzi a quel tempo la re- pubblica a tutti comune, è
verisimile che tutti quelli che avevano qualità alcuna, fossero nel Consiglio
com- presi, talché pochi esclusi ne rimanessero. Il che è ma- nifesto per il
gran numero che facevano quelli che an- davano ne' tempi passali al gran
Consiglio. E di quei {)Ochi che rimasero fuori, a molli poi in varli tempi fu
dato tal onore. Laonde noi possiamo congeli mare che questi che oggi chiamiamo
cittadini, o fossero allora plebei, e non avessero nella città grado alcuno,
talché tulle quelle (jualità che hanno, se le abbiano poi ac- quistate; o
veramente siano poi venuti ad abitare nel- la nostra città, dove col tempo
hanno fallo acquislo. 286 DELLl REPUBBLICA E MAGISTRATI e delle focoltà che
posseggono, e di que' privilegi! per i quali sono oggi chiamali cittadini
veneziani, e sono quasi membro della nostra città con soddisfazione e contento
di tutta la nostra repubblica, la quale ne'blso- gni suoi si vale delle
ricchezze loro, come di quelle dei gentiluomini. I plebei, o vogliamo dire
popolari, sono una moltitudine grandissima composta di più maniere d'abitatori,
siccome sono i forestieri, i quali ci vengo- no ad abitare tratti dalla
cupidità del guadagno. Ed avvenga che ci dimorino assai, nondimeno, o essi non
fanno altro che vivere, o se fanno di cosa alcuna a- vanzo, se lo vanno a
godere nella patria loro, siccome noi vegglarao che fanno i Bergamaschi ed
altri fore- stieri, dei quali la città nostra è tutta piena. In questo medesimo
corpo de* popolari entrano infiniti artigiani minuti, i quali per non avere mai
superato la bassez- za della fortuna loro, non hanno acquistato nella citta
grado alcuno. Abbiamo ancora un'altra moltitudine di popolari, i quali sono
come nostri servidori, sì co- me sono i barcaruoli ed altri simili. De'
mercatanti, i quali in grandissimo numero di tutte le nazioni con- corrono in
questa città, non bisogna parlare, percioc- ché non sono membro di quella.
Vengono costoro in Venezia per essere quella come uno mercato comu- ne a tutto
il mondo per la comodità del mare, ed at- tendono con le facoltà loro a
guadagnare, e se ne van- no poi quando a proposito torna loro. Noi abbiamo
insino a qui ragionalo della qualità degli abitatori. Re- sta ora che
disputiamo dell' araminislrazione della re- pubblica, la quale è tutta in
potestà de' gentiluomini se altro prima intendere non volete. DI VENEZIA. 287
Gio. Prima che voi passiate ad altro, vorrei due cose sapere. Una, quanti
uomini faccia la vostra città da portare armi 5 P altra, quanti siano i
gentiluomini. M. Trrf. Ancora che io non vi possa dire esat- tamente quello di
che mi domandale, non essendo anco cosa di molta importanza al proposito
nostro, pure lo vi dirò quello che altre volte ho sentito ra- gionare, e che io
peuso essere vero. E' si crede che nella città siano venliraila fuochi, cioè
famiglie, e la co- mune usanza è di prendere due per fuoco, tanto che la città
nostra armerebbe quaranta mila {)ersone. Antica- mente, non mi ricordo già in
che tempo, pernonsoqual caso che anco m'è uscito della memoria, volendo sapere
quelli che governavano, quanti uomini poteva armare la nostra città, furono
scritti quarantamila uomini da portare arme, il quale numero viene col
sopraddetto a concordare. E tenendo questo per vero, credo cer- io che non
possiamo errare, e massimamente, perchè da quel tempo in qua, che furono
scritti quarantamila uomini, la città è divenuta più tosto maggiore, per non
essere avvenuto caso alcuno per il quale la città si sia votala. I
gentiluomini, tra quelli che frequentano il Con- siglio, e quelli che non lo
frequentano, 1 quali sono po- chi, e quelli che sono fuori per le loro faccende
privale, e quelli che sono in reggimento nelle terre soggette, o in altro
pubblico otticio cosi per mare come per terra, fanno un numero che arriva
(secondo che io ho sentito da molti afiermare) intorno a tremila. 3Ia lasciamo
ora andare tutte (juesle considerazioni de" popolari e citta- dini, e del
numero degli abitatori, e trattiamo delTam- minislrazione della repubblica \x
quale ninno altro che 288 DELLA REPUBBLICA E MAOLSTRATI i gentiluomini
abbraccia, siccome dianzi dicemmo. So- no adunque i gentiluomini signori della
nostra città e di tutto lo 'stato di mare e di terra. La loro ammini- strazione
procede nel modo che appresso diremo. Pri- mamente essi hanno fatto un
fondamento ed una base sopra la quale si regge tutta la nostra repubblica. E
questo è quello che volgarmente si chiama il gran Con- siglio. Il quale è base
e fondamento della repubblica, perciocché da quello dipendono tutti gli altri
membri di quella, se non in tutto, nella maggior parte almeno. Abbraccia questo
gran Consiglio tutti coloro a' quali permette P età di potervi andare: ma di
questo parle- remo lungamente nel suo luogo. Sorge dopo questo gran Consiglio
un allro membro di grandissima ripu- tazione, chiamato il Consiglio de''
Pregati, per parlare con un toscano toscanamente, perchè in nostra lingua
diciamo Pregai. Come sia creato questo Consiglio, che nurtiero di gentiluomini
egli abbracci, e chi siano quel- li che ci entrino, e quali siano le sue
azioni, nel suo luogo copiosamente ragioneremo. Succede al Consiglio de*
Pregati il Collegio, il quale è composto d' alcuni magistrali , siccome voi
appieno intenderete. Dopo questo membro seguita il Principe onoratissimo sopra
tutti gli altri. E adunque composta la repubblica no- stra di questi quattro membri
principali, del Consi- glio grande, del Consiglio de* Pregati, del Collegio e
del Principe. Gio. Io ho più volte sentito a molli far menzione del Consiglio
de'Dieci, de'Procuratori di s. Marco, de- gli Avvocatori, come di magistrali di
grandissima im- portanza. Voi ancora non ne dite cosa alcuna. DI VENEZIA. 289
M. Trìf. Egli è vero, che colesli iiiagislrati sono li- pulatissiml, ma lo gli
ho lasciati per ora indieho, per- ciocché non sono quelli che fanno il corpo
della re- pubblica, ancora che abbiano grandissima riputazione e si travaglino
nella repubblica quanlo alcun altro magistrato. Voi intenderete ogni cosa al
luogo suo, e chi siano i magistrati che avete nominali, e qual sia la loro
autorità, e come ancora essi siano collegali con la repul)blica. Tornando
dunque al [)roposilo mio, dico che i sopraddetti membri compongono interamente
il corpo della nostra repubblica. E se voi considerale be- ne, la rendono
simile ad una piramide, la quale sicco- me voi sapete ha la base larga, poi a
poco a poro si ri- stringe, e finalmente in un punto fornisce. E adunque la
base di questa piramide il gran Consiglio, il quale è largo ed ampio,
perciocché in esso entra ciascuno che corre l'anno v^ntesimoquinto della sua
età. Entra- vi ancora di quelli che hanno meno che venticinque anni, siccome
appresso intenderete. Non si può e non è convenevole ogni cosa in un luogo
narrare. Ristrin- gesi poi la piramide nel Consiglio de'Pregati, il qual è
menibro mollo onorato, rispetto alle faccende che in quello si trattano, il che
presto vi sarà manifesto. Né anco è capace di ciascuno, come il gran Consiglio.
Suc- cede a cjueslo il Collegio, dove la piramide ancora più si ristringe.
Questo membro è onoratissimo sopra tulli gli altri. Perciocché questo è quello
che consiglia e governa tutta la repubblica, siccome voi inlendcrcte. Ternnna
fmalmente cjuesta piramide nel Doge, siccome in una punta eminente, ed è a
ciascuno riguardevole. Della grandezza, ed onore di questo membro non 290 DELLA
REPUBBLICi E MAGISTRATI credo che mollo bisogni trattare. Perciocché non è
alcuno di sì rozzo ingegno, che dove egli sente il no- me del principato, non
pensi qui essere adunato ogni onore, ogni grandezza. E benché i Consiglieri, i
quali seggono col principe, siano suoi colleghi, e senza loro non possa
amministrare cosa alcuna, nondimeno chi considera lo intervallo che è dalla
dignità loro a quella del principe, giudicherà che non sia da porli nella punta
della piramide col principe, ma in quel luogo dov'io posi il Collegio.
Perciocché la dignità loro supera quella de'Senatori, ed è superata da quella
del Principe. E così Tiene ad essere pari a quella del Collegio. Similmente i
Procuratori, gli Avvocatori.il Consiglio de'Dieci, che sono quelli che poco
innanzi numeraste, de' quali noi tratteremo lungamente, si debbono collocare
nel me- desimo luogo del Collegio, quanto all' onore che loro s* attribuisce
per la gran riputazione che hanno, an- cora che essi non siano membri
principali della re- pubblica, ma più tosto annessi, siccome nel trattare di loro
chiaramente vedrete. Abbiamo insino a qui se- guitato il costume del buon
dipintore, siccome noi di- cemmo di voler fare, il quale prima che egli
partico- larmente una immagine dipinga, con alcune linee uni- versali in tal
modo la dimostra, che essa figura uni- versalmente apparisce. Cosi noi abbiamo
il corpo della nostra repubblica alquanto dirozzato, e così grossa- mente
descritto, in tanto che se voi avete avvertito il nostro ragionamento, potete
molto bene la massa di quella comprendere. Gio. Veramente, se io non m'
inganno, e* mi pare avere impressa già nell' animo la forma della vostra DI
VENEZIA. 291 repubblica. E per quanto io posso giu r una cosa e T altra furono
insieme ordinale. In qualunque di questi modi potette la cosa precedere. Quegli
adunque che allora, o avevano prima, o nuo- vamente preso autorità nella
repubblica, veduta tanta insolenza nella moltitudine, per avere ella avuto ar-
dimento d\immazzare il Doge, pensarono a correggere tutti i mancamenli ch'erano
cagione di tanta perlur- bazione. Uno de' mancamenti era l'elezione del Doge
tanto tumultuariamente fatta, siccome noi abbiamo detto e diremo ancora, dalla
quale poteva nascere che così fosse eletto Doge uno che non meritasse quell'o-
nore, pur che col popolo per qualunque cagione aves- se grazia, come uno che
fosse degno di tanta altezza. L' altro era la troppa licenza e autorità del
Doge. Da questi due difetti seguivano poi tanti inconvenienti, DI VENEZIA. 307
clie averebbero rovinata !a nostra ciltà, se non vi si fosse pos!o rimedio: fu
corretto il primo ritirando la elezione del Doge dall'universale in potestà di
pochis- simi, e quasi da uno estremo ad un altro passarono. La qual cosa credo
che avvenisse. Perciocché spesso interviene che chi fa sperimento d'una cosa e
la trova inutile e dannosa, ricorre le più volte al suo contrario. Per questa
cagione quelli che allegra governavano, giudicando l' elezione del Doge si
tumultuariamente fatta non utile alla repubblica, ricorsero al suo contra- rio,
e la ridussero in potestà de'pochissimi, siccome nel suo luogo meglio
intenderete 5 corressero poi l'autorità del Doge ordinando il Consiglio grande
che distribuis- se gli oncni, provvedendo per qu-jsta via che di ninna cosa
avesse libera potestà. Il modo di creare questo (Consiglio nel princi{)io credo
che fusse quel medesimo ciie poi molli anni si mantenne,insino a che egli fu
ser- rato, il quale è questo. Erano ogni anno nel mese di settembre per la
festa di s. Michele creati dodici cit- tadini, due per sestiero, perciocché la
città nostra è in sestieri divisa. A questi era data potestà d'eleggere di
lutto 11 corpo della città, che cosi dicono le nostre an- tiche memorie, da
quattrocentocinquanta insino a quat- trocentosettanta cittadini, con condizione
che ciascuno ne potesse aggiugnere insino a quattro della sua Hìmi- glia. I
quali tutti insieme facevano il corpo per un an- no del gran Consiglio: il
quale, come oggi usa, distri- buiva tutti gli onori della republ)llca.
Appressandosi poi il fine dell'anno, erano di nuovo i sopraddetti do- dici
creali; i quali per Tanno seguente il Consiglio nel medesimo modo eleggessero.
5o8 DELLA REPUBBLICA E MA.GI5TRA.T1 . Gio. Prima che voi ad altro passiate,
questi dorlici acquali era data autorità di creare 11 Consiglio, per qual modo
e da chi erano creati? Appresso se il Consiglio, che era innanzi a Yitale
Mlchieli, non aveva alcuna forma certa, che aiuto potette a quelli dare che or-
dinarono il nuovo per la sua introduzione? e perche dodici elessero quel numero
de'quattrocentocinquanla in quatlrocentosettanta, più che un altro? M Tri/. Di
queste cose che mi domandate io non ho notizia particolare. Pur io vi dirò
quello che io penso che sia vero. Se noi vogliamo concedere, siccome anco
abbiamo detto che verisimile ci pare, che innanzi a Vi- tale 311chieU fosse
qualche forma di Consiglio, potria es- sere che 1 delti dodici la prima volta
fussero creati da quel Consiglio, o per elezione o per sorte. Gli altri poi
negli anni seguenti dal Consiglio vecchio pochi giorm innanzi che si avesse a
creare il nuovo. Il Consiglio che era innanzi a Vitale Michlell,se bene non
potette dare esempio delle cose particolari, perchè non vi erano, fu assai che
desse occasione a pensare d' ordinarne uno che fosse prudentemente regolato. E
può essere che chi pensò a frenare Fautorità de'Dogl con quel modo, e
correggere gli altri mancamenti, come detto abbiamo, vedendo quel corpo di
cittadini già costituito, trasfe- risse in lui tutta quella autorità che al
Doge tosl.e^ a passando, siccome anco nel riformare T elezione del Do-e abbiamo
detto, da un estremo ad un altro: cioè togliendo ad uno, che era il Doge, tutta
quella pote- stà la quale troppa essere giudicarono, e dandola a mo'lti.
pensando che la repubblica per questa^ via a- vesse a divenire più Ubera, più
quieta e pm civile. E DI VENEZrA. 3o9 non fu gran fatto, se a loro medesimi
diedero quella autorità che al Doge tolsero. Perciocché a qualch'uno darla
bisognava. E dandola ad un altro, o solo o ac- compagnato da pochi, potevano
considerare che s'in- correva ne' medesimi inconvenienti. E perciò a vol- gersi
agli assai si risolvettero. Ma in ciò avevano una dUlicoltà : e questa era nel
trovare il modo per il qua- le eglino stessi potessero tutti insieme, o la
maggior parte esercitare quella istessa autorità che solo aveva esercitata il
Doge. Ed in questo fu loro di grandissimo aiuto il vedere quella forma di
Consiglio che avevano i Dogi, tale qual ella era. Perciocché egli é anco veri-
simile, che talvolta in qualche azione, se non per al- tro, [)er soddisfare a
molli, se ne servisse: siccome nel fare elezione d'alcuno che avesse ad essere
preposto a qualche pubblica cura, nel deliberare qualche im- presa di guerra, o
di pace, o altra simile faccenda. Laonde vedendo quelli che pensavano a
riformare la repubblica, che quella forma di Consiglio aveva modo da esercitare
le faccende pubbliche, agevolmente si risolvettero a dare ad un Consiglio
generale cjuelPau- lorità che al Doge toglievano. E perciocché quel Con- siglio
conteneva d'intorno a quattrocento cittadini, per quello che si può comprendere
per 1 sopraddetti pri- vilegii, perciò potria essere che avessero ordinato che
i dodici eleggessero il sopraddetto numero, che è quasi quel medesimo, E per
soddisfare ancora a più persone fecero che gli eletti dai dodici menassero in
Consiglio quelli che dicemmo delle loro famiglie, E per mag- gior soddisfazione
di tutti determinarono che ogni an- no questo nuovo Consiglio si rifacesse,
acciocché chi 5 1 O DELLA IIEPCBBUCA E MAGISTRATI non v^ entrava un anno,
potesse sperare d* entrarvi 1' altro, e così la repubblica divenisse più quieta
e tranquilla. E mi pare avere soddisfatto alle vostre ulti- me domande
copiosamente, dicendovi però quello che io ho potuto da quelle poche memorie
che di ciò ab- biamo ritrarre. Se ora non volete altro intendere, io seguiterò
quello che a dir mi resta sopra quello di che prima mi avevate domandato. Gio.
Seguilate, perciocché al presente non ho altro da domandarvi. 31. Trif. Durò
adunque questa consuetudine di creare ogni anno il Consiglio grande dalla morte
di Vitale Michieli, cioà dal mclxx o veramente mclxxv secondo che alcuni
scrivono, nel qual tempo, siccome noi per molte congetture abbiamo dimostrato,
fu dato principio al sopraddelto Consiglio, insino al mccxcvii correndo P anno
settimo del principato di Pietro Gradenigo. In quesio tempo, secondo che io
trovo ne' commentarii nostri, erano capi del Consiglio de'quaran- ta Lionardo
Bembo e Marco Badoero. Costoro pro- posero ai detti quaranta una cosi fatta
legge, che tulli quelli, i quali erano 1' anno presente e i quattro anni
passati erano stati del gran Consiglio, avessero eglino e gli eredi loro a
succedere in tal dignità senza mai pili far altra mutazione, siccome innanzi si
era usato di fare. Fu questa legge con gran favore dei quaranta approvata, ed introdotta
poi nel Consiglio grande tro- vò il medesimo favore. Ed è poi stata con tanta
di- ligenza osservala che a pochi altri è stato dato tale onore, eccello che
alle dette quindici case, che furono messe nel Consiglio pel caso di Baiamonte
Tiepolo. e DI VENEZIA. 5 I r i trenta, che lutti insieme al tempo della guerra
ge- novese in premio delle fatiche che avevano per la re- pubblica sopperiate
furono fatti del gran Consiglio, ed alcuni altri benché pochissimi a' quali in
diversi tem- pi per diverse cagioni è stato concesso tale onore Sic- come non
ha mollo tempo che M. Tristano Savor- niano, per essersi affaticato per la
repubblica nostra, fu fatto gentiluomo. E avvenga che la sua famiglia sia nuova
nella nostra città, pur M. Girolamo suo nipote, persona molto virtuosa e da
bene, è slato quest'anno eletto della Giunta de' Pregati, la qual è dignità,
come potete avere in leso ed io di qui a poco vi dirò, assai grande ed onorala.
Colale è il modo nel quale fu il no- stro Consiglio serrato. La qual cosa non
si legge nel- l' istorie, che sono a lutti comuni 5 ma in alcuni com- mentarii,
che nelle private case de' nostri gentiluomi- ni si trovano: talché chi non è
molto curioso nel ri- cercare le nostre antiche memorie, resta ignorante di
molte cose degne d'essere intese e considerate. Qio. Certamente queste cose
sono degne d' anno- tazione. E vi ringrazio assai che si larga parte me ne
facciale. E se il domandar mio non rompe il ragiona- mento vostro, non vi sia
grave dirmi tre cose. La pri- ma,da quali cagioni furono mossi a serrare il
gran Con- siglio quegli i quali ne furono autori, e come si quie- tarono quelli
che ne rimasero esclusi. Perciocché a pena posso credere che tal cosa potesse
avere eitelto, senza T aiuto di qualche grande occasione. La seconda, che
ofìicio era questo dei quaranta. La terza, se nel serrare del Consiglio s'
inlese avere ad essere connu- merati in esso solo quelli che erano stali eletti
dai 5l2 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI dodici, o con quelli gli altri ancora che
dagli eletti da' dodici erano stali compresi, cioè quelli due, ovvero quelli
tre o quattro, che ciascuno aveva autorità di menare, siccome voi poco fa
diceste. M. Trif. Il domandar vostro non rompe il ragio- namento mio,
perciocché le cose delle quali doman- date, tutte sono alla nostra materia
appartenenti. Ed io, con queir ordine medesimo che avete tenuto voi nel
domandarmi, vi risponderò. E per rispondere a quello di che voi prima mi
domandaste, dico, che io nell' antiche nostre memorie non ho trovalo mai qual
che si fosse cagione di far serrare il Consiglio. E come voi dite, non par da
credere che un ordine tanto nuovo potesse nascere senza qualche grande
occasione. Di che noi potremmo addurre infiniti e- sempi, non solamente di
quelle repubbliche che han- no variato in meglio, tra le quali è la nosira,
siccome io stimo, ma di quelle che sono in peggio trascorse. Ma le variazioni
della nosira repubblica medesima, se bene voi le considerate, vi possono dare
di quello che diciamo certissima testimonianza. Nondimeno io non ho letto mai,
ne inteso che cagione e che occa- sione facesse il Consiglio serrare. Né da me
stesso posso pensare, che da quella forma del Consiglio potesse na- scere
disordine alcuno, che avesse ad essere cagione della sua variazione. Tanto che
io credo, che coloro che furono autori di tal mutazione, fossero mossi da
questo 5 che vedendo nella città nostra concorrere quantità grandissima di
forestieri per conto di fac- cende mercantili, i quali dopo qualche anno
agevol- mente potevano essere eletti del gran Consiglio, ed ot- Dr VENEZIA. 5 l
3 tenere i maglslrati, accloccìiy il sangue loro non si me- scolasse co'
forestieri, e si mantenesse la loro nobiltà più intera che fosse possibile,
fecero deliberazione di serrare il gran Consiglio nel modo detto, includendo in
quello tutto il fiore de' cittadini della città. Il che è da credere che
venisse fatto per avere compreso tante mute del Consiglio, fuori delle quali è
verisimile che pochi di alcuna civil qualità rimanessero esclusi, Polria anco
essere che l'ambizione ed avarizia de' cit- tadini gli avesse indotti a fare
tale variazione. Per- ciocché restringendosi le faccende pubbliche in minor
numero di cittadini, venivano quelli che rimanevano nella repubblica più dell'
utile ed onore di quella a partecipare. Ma questa è tutta congettura,
perciocché, come ho detto, non ne ho certezza alcuna. Che quel- li che
restarono esclusi rimanessero mal contenti, è manifesto per la congiura che
fece M. Marino Bocco- ni, tosto che fu il Consiglio serrato, della quale non fu
cagione o almeno occ;isione altro che il vedersi con alcuni altri privato di
tutti i pubblici onori. Ma sic- come fu temeraria l' impresa sua, cosi ancora
egli e gli altri congiurati sortirono infelice evento. E per- ciocché tutta la
ritti era alterata per tale serramento, ordinarono quelli che allora
governavano, che qua- lunque era compreso nel Consiglio dovesse ogni anno per
s. Michele essere ballottato nel Consiglio dei Qua- ranta, e se non a^ èva la
metà de' suflTragii dovesse es- sere escluso per quell'anno dal Consiglio, e
secondo che è verisimile, si dovess'e rieleggere il successore. Avveniva poi,
siccome io slimo, che ninno era esclu- so, e i medesimi rimanevano, tanto che
tale consuetu- Giannolti. J 9 3l4 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI dine si lasciò inrlielro,
e quelli stessi sempre furono delGonsiglio. Questo Consiglio del Quaranta di
che voi ancora mi domandale, penso che fosse il Consiglio della Quarantia
criminale, della quale di sotto parlere- mo. Sono indotto a credere così da tre
ragioni. La prima è che ciascuno confessa che questa Quarantia è antichissima,
quantunque io non abbia trovato in che tempo ella fosse ordinata. La seconda,
perciocché ne' tempi addietro oltre a^giudicii di tutte le faccende grandi si
travagliava, e con quella ancora si ragu- nava il Doge. La terza è, perchè
d'altra Quarantia non si trova menzione alcuna. E le due Ouarantie civili sono
state dopo la criminale ordinate, siccome nel suo luogo meglio intenderete.
Quanto a quello di che ul- timamente mi domandaste, dico che io stimo che non
solo gli eletti da'Dodici, ma quelli ancora i quali erano chiamati da quelli
primi eletti fussero compresi nel Con- siglio. E ancora che cinque mute
facciano troppo gran numero d' uomini rispetto a quello che ora è presen- te,
nondimeno egli è verisimile che queste cinque mu- te siano per tre il più.
Perciocché pare da credere, che ogni terzo anno i medesimi fossero rieletti.
Facevano questi un numero che perveniva intorno a quattro mila cinquecento, e
se oggi non arrivano a tre mila, non è da prendere maraviglia. Perciocché da
quel tempo in qua sono mancate moltissime famiglie, siccome si può vedere per
la computazione fatta neiranno>iccccxL e per quella del tempo presente.
Quello che m' induce a credere che non solamente gli eletti dai Dodici, ma gli
aggiunti ancora fossero numerati nel Consiglio, è che se ciò non fosse
avvenuto, ci sarebbero più famiglie di- DI VENEZIA. Ò I D vise in gentiluomini
e cittadini che non ci sono, che in vero ce ne sono molto poche. Credo bene che
mol- te più fossero quelle che divise rimasero. Delle quali gran parte sono
mancate. Gio. Potria essere, die quelli che rimasero popo- lari non abbiano
mantenuto la loro nobiltìi, come quel- li che diventarono gentiluomini.
Perciocché chi non ha occasione di travagliare faccende pubbliche, rare volte
può illustrare la sua famiglia, o mantenerle la glo- ria, se da altri è stata
illustrata. Possonsi ancora esse- re mutati i nomi, il che suole ad ogni cosa
recare non piccola oscurità ed incertitudine. Ma ditemt ancora, se non vi è
grave, d'intorno a questa materia un'altra cosa. Poscia che il Consiglio fu
serralo, aveva egli au- torità di dare i magistrati a quelli che ne rimasero e-
sclusi? Perciocché non avete detto, se col rimanere fuori del Consiglio, furono
ancora privati de' magistrati. M. Trif. Voi dite il vero che io non l' ho
detto, né anco ora che voi ne domandale ve lo posso dire. Perciocché non ne ho
notizia certa. Nondimeno io cre- do che nominatamente non fosse sialo tolto il
potere avere magistrati. Perché non so anco che ne' tempi no- stri sia legge
alcuna, che proibisca che un cittadino non gentiluomo non possa essere dagli
elettori preso e poi nel Consiglio ballottato. Anzi talvolta è avvenuto che un
elettore ha preso un cittadino non gentiluomo , ma non ha poi avuto tanto
concorso degli altri eletto- ri, che basti a fare che in Consiglio sia
ballottato nel modo che appresso intenderete. Può bene essere che allora non ne
fusse fatta alcuna parte. Perciocché egli é verisimile che il Consiglio li
desse a chi era in quel- 3l6 DELLA. REPUBBLICA E >TAGISTRATI lo connumerato.
Ma io non voglio che noi ricerchia- mo più queste cose in tante tenebre
sommerse, e però lasciate quelle, noi seguiteremo quello che a dire ci rimane.
Questo nostro Consiglio, del quale abbiamo tanto ragionato, è composto delio
aggregato di tutti i gentiluomini. Tal che chiunque ha passato il ventesi-
moquinto anno della sua età, può per virtù di quella andare al Consiglio, e
rendere i suffragii. Ma bisogna prima che egli abbia provato P età. siccome voi
dite, cioè che egli si sia presentato agli Avvocatori di comu- ne, del quale
magistrato diremo al suo luogo, e per giu- ramento del padre o della madre, o
del più congiun- to, se il padre e la madre sono morii, abbia provato che abbia
finito il ventesimoquinto anno, e per fede di due testimoni!, ch'egli sia nato
di quel gentiluo- mo del quale egli fo professione per pubblica voce e fama d'
essere figliuolo. E dopo questa cerimonia può ire al Consiglio e, come è detto,
rendere i suffi agii. Ma perchè i giovani abbiano occasione di gustare la dol-
cezza dell' amministrazione civile, hanno ordinato che a tutti quelli che hanno
finito il ventesimo anno della loro età, non manchi il modo e la via di potere
tale desiderio ottenere. Questa cosa procede in tale manie- ra. Innanzi al
quarto dì di decembre, che è il giorno di santa Barbara, tutti quelli giovani
che vogliono ac- quistare facullà di potere andare al Consiglio, vengono
dinanzi ai detti Avvocatori di comune, e a quelli mo- strano che hanno finito
il ventesimo anno della loro età, e che sono legittimi figliuoli di colui del
quale dicono essere nati. La qual cosa procede nel modo detto, e se ne tiene
dal detto magistrato pubblica me- DI VENEZIA. 3l7 moria. Di questa
manifestazione dell' età e dell' esse- re legittimi figliuoli de' padri loro,
ciascuno giovane dal secrelario degli Avvocalori ne piglia una cedola
suggellata da tutti tre gli Avvocalori. La quale poi si porla al secrelario
della Quarantia criminale, il quale in polizze scrive i nomi di coloro che gli
hanno por- tale le dette cedole. Il giorno poi dì santa Barbara con le
sopraddette polizze ne va dinanzi al Principe e Con- siglieri (della Quarantia,
e de'Consiglieri lungamente nel suo luogo parleremo), e alla presenza loro
tutte le dette polizze in una urna si mettono, e notale che di tulli quelli, i
nomi de' quali sono scritti, ne deve rimanere il quinto, se trentanno è più che
il quinto, se fosse meno, ne deve rimanere trentanno. Onde appare che il mag-
gior numero che ne possa rimanere è trentauno. Metto- no adunque in un' altra
urna tante ballotte argentate, quanti sono i nomi i quali nell'altra urna
furono messi. E tra queste argentate, tante ne mettono dorate, che fac- ciano
il quinto di quelli giovani, se trentanno è più che il quinto, e se è meno, ne
mettono trenlauna. Sono poi dal Doj^e tratte a sorte le polizze dalla prima
urna. E to- sto che una polizza è tratta, si legge il nome che è in essa
scritto, e dall' altra urna si trae una ballotta, la quale, se è dorata, s'
intende costui avere arquislato autorità di potere andare al Consiglio a
ballottare, per usare i termini nostri, cioè rendere i sufìfragii, o vera-
mente rendere il parlilo, siccome dite voi. Se è argen- tata, non ha fatto
profitto alcuno, e gli conviene aspet- tare r altro anno. Traggonsi poi l'altre
polizze di mano in mano, e dopo le [)olizze le ballotte, e si seguila il me-
desimo ordine, tantoché tutte le ballotte dorate siano 5 l 8 DELI-A REPUBBLICA
E MAGISTRATI tratte, e quelli che P hanno sortile, possono andare al gran
Consiglio e ballottare. Solevano anticamente an- dare al Consiglio due anni
prima che cominciassero a ballottare. Oggi non s'osserva più tal costume. Tutù
gli altri che le hanno tratte argentate, sono costretti star pazienti insino
all' altro anno, se già prima non finissero il veutesimoquinto anno, ed avendo
una vol- ta provato F età, non è poi necessario, a chi vuole nei seguenti anni
tentare la sorte, provarla un' altra. Sola- mente bisogna pigliare dal
segretario degli Avvocatori di comune la fede di tal prova e seguitare l'
ordine det- to. Ne' travagli della repubblica, abbiamo usato di con- cedere
tale onore di potere andare al Consiglio e ren- dere i suffragii a quelli della
sopraddetta età che con le loro ricchezze sovvengono a' pubblici bisogni. Sic-
come è in questo presente anno intervenuto, nel qua- le hanno i nostri padri
connumerato nel Consiglio tutti quelli, i quali non potendo per la età in
quello entra- re, hanno donato alla repubblica certa quantità di da- nari, o
prestatone una maggiore, la quale debbe esse- re poi restituita loro senza
alcuna utilità. Tengono a- dunque per queste due vie i giovani a potere entrare
nel Consiglio grande. La qual cosa s'è utile o no, non voglio ora che
disputiamo. Gio. Certamente io credoche ella sia utile. Perciocché cosìcome non
poco è lodato in un vecchio l'aver sanoe ro- busto corpo, cosìin un giovane la
prudenza senilemerila grandissime lodi 5 la qualeigiovani non possonoacqulsta-
re,se presto non cominciano ad esercitare quelleartinelle (]uali ella s'impara.
Ma seguitate il ragionamento vostro. M. Trjf. Io non voglio lasciare di dire
che se egli DI VENEZIA. 519 avviene che 11 padre e Tavolo (V alcuno non siano
mai andati al Consiglio, né de' nomi loro per qual si voglia cagione, come per
assenza o allro, o col provare la età nel modo sopraddetto, non sia stala presa
pubblica me- moria 5 non può costui andare al Consiglio e render i suffragli.
Ma volendo ottenere tale dignità è costretto ricorrere agli Avvocatori e
mostrare loro in quelli mo- di che egli può che i suol maggiori sono stati
gentiluo-. minij e che perciò egli deve essere ricevuto nel nume- ro degli
altri, e gli Avvocatori deono intromettere la causa sua alla Ouarantla
criminale, la quale deve giu- dicare se colui ò o non è gentiluomo. 11 quale
poi è tenuto seguitare il giudizio di quella. Ma perchè alcu- no, che non sia
nato di gentiluomo, confidando nel- l' inganno, non ardisca tentare simile
impresa, è ordi- nato che ciascuno che tal giudizio chiede, de[)osltl cin-
quecento ducati, i quali, se ha contro la sentenza, non gli sono restituiti.
Ora voi avete veduto chi siano quel- li che convengono nel nostro gran
Consiglio. Resta ora che trattiamo del modo dell' eleggere i magistrati. La
qual cosa noi dicemmo tutta essere in potestà del gran Consiglio. Perciocché in
quattro cose dicemmo consi- stere la pubblica amministrazione, nell' elezione
dei magistrati, nell' introduzione delle leggi, nella delibe- razione della
pace e guerra, e nelle provocazioni. E la prima dicemmo interamente dal gran
Consiglio depen- cr non lasciare cosa alcuna io dietro, entratji in (questa
sala per due [torte prinri- pali. Una dello quali è posta nella faccia minore,
che r a sinistra di chi guarEZrA. 027 ro dì millecinquecento in milleseicento.
Perciocché i gentiluomini, che nella sala si ragù nano, fanno quasi il detto
numero. Similmente in queste medesime ur- ne sono mescolale sessanta ballotte
dorate, trenta per ciascuna. Neil' urna di mezzo sono sessanta ballotte,
trentasei dorate e ventiquattro argentate. Ragunato che è adunque tutto il gran
Consiglio, e che ciascuno è* posto a sedere, e la sala al debito tempo serrata,
il gran Cancelliere ne va nel più propinquo de' due per- golelti, i quali sono
nella faccia non fenestrata della sa- la, sopra il secondo grado delle panche
che sono con- tigue alla detta faccia, e corrispondono quasi al mezzo della
sala, l' uno poco lontano dall'* altro. E da questo luogo legge tutti i
magistrati i quali si devono in quel giorno creare, e bisognando mettere parte
alcuna, egli, senza nominarle, dice simili parole : e' si metteranno le parti
che bisognano. Dopo questo ritorna al tribunale, e quindi chiama gli
Avvocatori, i capi de' Dieci, i Cen- sori, gli Auditori vecchi e nuovi. E
posciachè sono ar- rivati, il detto gran Cancelliere li fa dare giuramento «li
far conservare le leggi del Consiglio 5 nelle quali si contiene che ciascuno
segga, che ninno muti banco, se ijon nel tempo convenevole, che ninno cerchi
per al- cuna via non onesta ottenere egli magistrato alcuno, o favorire altri,
e molte altre cose particolari. Dato il giuramento, i sopraddetti magistrati
ritornano a sedere a' luoghi loro ; dopo questo, si levano in piedi tre Con-
siglieri, i più giovani. Il più veccliiu de"^ quali si posa a sedere
dinanzi all'urna di mezzo ^ P altro dinanzi al- l'urna che è a destra del Doge
j il terzo, che è il più :^iovane di tulli, dinanzi a quella che è a sinistra.
Quc- 528 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI sti due estrerai seggono nelle teste di
quelle due pan- che, sopra le quali noi dicemmo sedere il gran Cancel- liere e
gli altri ministri. Quello di mezzo siede sopra una panca, che attraversa il
tribunale del Doge, sopra ki quale si posano a sedere gli elettori come toì
inten- derete. Traesi poi per sorte qual banco debbe venire prima al cappello,
e da che testa, e da che lato deve prima cominciare, in questa guisa. Mettonsi
in una ur- na dieci ballotte argentate, cinque delle quali sono contrassegnate
con caratteri numerali, tal che in cia- scuna è uno di quelli che significano i
primi cinque numeri, cioè quello dell'uno, o del due, o del tre, o del quattro,
o del cinque j e quello che è nell'una, non è nelP altra notato. Appresso è
scritto in ciascuna : testa di verso broglio, e lato di verso san Gioigio.
Nelfal- tie cinque sono segnati i medesimi caratteri, ma non hanno già notate
le medesime parole. Perciocché in- vece di quelle che abbiamo dette, si legge
in ciascuna : tesi a di verso Castello, s lato di verso san Marco. Traesi poi a
sorte una di queste dieci ballotte. La quale mostra qual banco deve prima
venire al cappello, e da che te- sta, e da che lato deve cominciare. Perciocché
se in es- sa si trova segnato il carattere, poniamo dell'uno, e vi si legga
testa di verso broglio, e lato di verso san Giorgio, s' intende il primo banco
essere chiamato, ed avere a cominciare andare al cappello dalla testa che è di
ver- so broglio- e dal lato che è di verso san Giorgio 5 cer- casi poi nel
cappello della ballotta, che è compagna a questa tratta: cioè quella che ha il
carattere dell'u- no, e le lettere che dicono testa di verso Caste' lo, e lato
di verso san Marco. Perciocché essendo il primo DI VENEZIA. 529 banco slato una
volta chiamato al cappello, non può la seconda venire. Traesi poi a sorte
un'altra di quel- le ballotte, che mostra qual banco de^c poi venire al
ca[)pello, e così di mano in mano si seguita di trarre, e di chiamare i banchi,
tanto che tutti gli elettori sia- no fatti. E notate che qualunque volta un
banco è chiamato, ne vengono due, che sono quelli de' quali egli è composto^ e
nelle ballotte sopraddette sono chia-' mali lati. E ciascuno viene a quell'
urna delle due e- streme che li corrisponde, sì come dinanzi fu dclto. Viene
adunque nel modo detto ciascuno gentiluomo di quel banco che è chiamato alla
sua urna : e di quel- la trae una ballotta; la quale se è argentala, la mette
in un'altra urna posta in terra a' pie' di quella onde si traggono le ballotte,
e ritorna al luogo suo, senza avere fatto profitto alcuno. Se è dorata, la
porge in mano al Consigliere che siede dinanzi a quelPurna, e ne va al- l'urna
di mezzo, dalla quale ancora trae una ballotta, e se ella è argentata, poscia
che egli l'ha presentata al Consigliere che siede quivi dinanzi, ritorna
medesima- mente al luogo suo. Ma se è dorata medesimamente la porge al detto
Consigliere, e s' intende costui essere uno degli elettori del primo ordine,
ciò'; della prima mano, ed è posto a sedere sopra quella [lanca che noi dicemmo
attraversare il tribunale del Doge, con la fac- cia volta a quello. 11 che è
ordinalo acciocché ninno con cenni o altro si possa a lui raccomandare. Oltre a
questo il nome suo è da un segretario [)ronunciato, ac- ciocch^ tutti quelli
della sua tlimiglia, ed olire (juesti se avesse suocero e cognati, che sono
quegli a' quali egli fa contumacia, cioè dà divieto si come dite voi, senta-
33o DELl.A. REPUBBLICA E MAGISTRATI uo che uQ di loro è rimaso elettore nella
prima mano. Sta costui e gli altri di mano in mano a sedere insino a che tutti
i compagni siano tratti, dando sempre il più onorato luogo al più vecchio. E se
per sorte avvenis- se, che nel trarre i primi nove ne venissero tratti due
d'una medesima famiglia, il secondo si riserba per la seconda mano, e si prende
in luogo suo quello che vie- ne prima tratto. E tulti quelli della loro famiglia
e gli altri sopraddetti non possono più il giorno andare a cappello. Perciocché
per legge è provveduto che tutte quattro le mani, le quali abbracciano
trenlasei elettori, non ne possono avere più che due d' una medesima famiglia.
Ne possono essere questi due in una medesima mano elettori, ma uno in una,
l'altro in un'altra. Tal- ché lutti i nove d'una mano bisogna che siano di nove
famiglie diverse. Dopo questo, al più giovane di essi è presentata da uno
de'secretarii una cedola, dove sono scritti per ordine tulti i magistrati, i
quali devono il giorno creare, acciocché ella non si possa contraffare in modo
alcuno, e col pubblico segno sugellata. Danno poi giuramento di eleggere
quegli, quali essi giudichino es- sere utili alla repubblica, e per la più
propinqua porta ne vanno fuori della sala in una stanza a loro determi- nata. E
chiamansi questi primi nove elettori, la prima mano. Passi poi la seconda, la
terza e la quarta mano nel medesimo modo. E tutte V una dopo l'altra, tosto che
elle sono fatte, si ritirano con le cedole date loro, come abbiamo detto, nelle
stanze a ciascuna deter- minate. Gio. In tutta questa azione che avete narralo
d'in- torno al far degli elettori, è necessario che mi risoh ia- DI VENEZIA. 35
I te quattro dubbil. Il primo de'quali è questo. Voi di- ceste che in questi
due cappelli si mettevano d'intor- no a mille cinquecento ballotte, non a
numero ma a vista, sì come noi diciamo. Io credo che possa avve- nire che nel
fine deiPullimo banco restino ancora-del- ie ballotte doratele delTargentale
non ve ne siano tan- te quanti sono i gentiluomini che hanno ancora a ve- nirv'
al cappello. Di che mi pare che possa nascer che quelli che vengono da ultimo,
vengano con troppo dis- avvantaggio. Perciocché le dorale potriano essere trat-
te, essendo col numero nelle bianche non convenevo- le rimase. E però ditemi se
avete in questo caso or- dine alcuno. Il secondo, se avete provveduto che un
gentiluomo non [)Ossa venire al cappello per altro banco che per il suo.
Perciocché potrebbe alcuno quando ritorna a sedere porsi in uno di quelli ban-
chi che non fosse slato chiamato. Il terzo, se avete or- dinazione alcuna, per
la quale nel trarre le ballotte sia impedita la fraude: perchè potrebbe alcuno
aver in mano una ballotta dorata, e quella poi trarre. L'ultimo è che
differenza voi fate che un banco cominci a ve- nire al cappello prima da un
lato che dalPaltro. Per- ciocchr* amendue potriano in un medesimo tempo co-
minciare, avendo a venire ciascuno a quel cappello che gli corrisponde. II che
n(jn possono agevolmente fare le tesi e. Perciò vorrei sapere da che cagione
so- no stati i vostri padri indolii ad ordinare che i banchi comincino a venire
al cappello [>rima da un lato che dall'altro. M. Trif.Yoi avete
prudentemenle dubitalo, ed io chiarirò brevemente tulti i vostri dubbii, E
quanto a 532 DELLA REI'L^BLICA. E MAGISTRATI quello, di che prima dubitaste,
tutto quello che dite è vero. E le più volte avviene, che non solamente quelli
che seggono nell'ultimo banco chiamato, hanno mi- gliore sorte che gli altri,
ma ancora quelli che in que- sto banco sono gli ultimi a venire al cappello.
Laonde quei Consiglieri che seggono dinanzi ai cappelli, veden- do appressarsi
il fine delF ultimo banco, guardano se le ballotte argentate corrispondono al
numero di quel- li i quali ancora hanno a venire. E vedendone manca- re, ve ne
mettono tante, quante pare a loro che ve ne manchi, e vedendo esser vene
troppe, ne traggono quan- te giudicano essere superflue. Che un gentiluomo non
possa venire al cappello, se non per il banco suo, è provveduto per una legge
che abbiamo, la quale pone gravissime pene a chi muta banco, da che egli si
pone a sedere insioo a tanto che le mani degli elettori siano tratte. Dopo la
creazione loro può ciascuno, secondo che gli piace, mutar banco. Usiamo ancora
serrare, quando i banchi sono pieni, certi uscioli che sono nel- le teste di
quelli, e non gli apriamo se non quando un banco è chiamato, e tutti i banchi
hanno questi uscioli eccetto quelli che sono lungo le due faccie maggiori. Il
che è ordinato, perciocché essendovi, irapedirebbo- uo il passare amministri,
ed ad altri che continuamente bisogna che entrino ed escano della sala: e
particolar- mente a'gentlluomlni che ritornano a sedere, poi che al cappello
sono andati, i quali tutti ritornano per gli spazli de' due banchi detti,
ciascuno per quello che è nda mano, non già sempre nella terza e nella quar-
ta. Perciocché eleggendosi alcuna volta di quelli ma- gistrati che non possono
avere più che due competi- tori, e questi essendo nominati nella prima e
seconda mano, è forza che alcuni nominatori nella terza e quar- ta mano restino
senza nominare. Colui adunque in queste due mani, che trae di quelle ballotte
dov'erano segnali i numeri a' quali non corrisponde voce, cioè magistrato
al'uno, resta senza nominare. Ma non è pe- rò del lutto vano l'essere elettore,
ancora che per sorte non abbia ottenuto facoltà di nominare. Percioc- ché
avendosi a ballottare i nominati Ira gli elettori nel modo detto, chi non ha la
sorte di nominare, può al- meno accettare o ricusare i nominali. E notale che
se in alcuna di queste mani nascesse tra gli elettori qual- che difficoltà,
come sarebbe se alcuno di loro elegges- se uno del quale si dubitasse se
potesse esser ballottato, deve un Avvocalorc ed un capo de' Dieci andare nella
stanza dov'è quella mano degli elettori, e determinare la loro dilìlcultà.
Creati adunque che sono i competi- tori de'magislrali nel sopraddetto modo, gli
elettori non GkuìuoUì. ao 558 DELLA. REPUBBLICA E MAGISTRATI possono più tornare
nella sala del Consiglio. I Consi- glieri, i capi de'Dieci egli Avvocatori ed i
Censori, se abnno di loro fosse stato elettore, possono ritornare in Consiglio.
I segretarli adunque degli elettori presentano al gran Cancelliere le cedole,
dove sono scritti i magi- strali, e di sotto a ciascuno d'essi competitori
scritti con tutte quelle circostanze che noi dianzi narrammo. E notate, che
siccome di ciascun magistrato possono essere, o quattro, o due competitori,
secondo ch'essi o in tutte le mani o in due sole s'eleggono, così ancora in
tutte le mani d\in magistrato solo meno che quattro competitori possono essere
eletti, cioè tre, due ed uno, e nelle due, meno che due, cioè uno. Perchè può
mol- to bene avvenire, che un medesimo gentiluomo sia no- minato in più mani
che in una, ed alcuna volta in tut- te le quattro, ed in ambe le due. E quando
ciò avviene, ancora che egli non abbia competitore, deve non- dimeno essere
ballottalo. Perciocché essendo elet- to in diverse mani, pare che di se stesso
sia competito- re. Ma poniamo che a un medesimo magistrato in cia- scuna mano
sia eletto un competitore, guardasi s* al- cuno di loro patisce contumacia,
come potria acca- dere per non essere passato il tempo che si richiede dopo
alcuno magistrato al poterne un altro ottenere, per essere in magistrato alcuno
de' suoi che lo faccia contumace, per avere pubblico debito e simili cose,
delle quali si tiene pubblica memoria, in tal modo che in poco di tempo
chiaramente tal cosa apparisce. Quegli adunque che sono trovati patire contumacia,
non possono essere ballottati, e se di quattro com- petitori tre fossero
contumaci^ quello solo che resta DI VENEZIA. 559 ilmanenrlo senza conipelitore,
non può essere bal- loltato. Tal che voi potete pigliare questa regola ge-
nerale^ che chiunque in una sola mano è eletto e non ha competitore, non può
andare a partilo ed ottenere il magistrato. Talché se d' un miigistrato sono
stati eletti tre competitori, uno de"' quali sia stato nominato in due
mani e ciascuno degli altri in una, quando que- sti due, ciascuno de' quali ò
stato eletto in una mano, abbiano contumacia, può colui che fu eletto in due
mani, non avendcj altro impedimento, senza competi- tore andare a parlilo per
la ragione che abbiamo già delta. Legge adunque il gran Cancelliere tut'i i
raagì- slrati con i loro competitori con queir ordine e cun quelle circostanze
che abbiamo dette. Dopo questo, cominciando dal principale propone i suoi
compelilo- ri, e prima quello che fu nominato nella prima mano, notando ancora
se fosse stato nominato in alcun' altra mano. E acciocché particolarmente ogni
cosa sappiate, legge il nome di quelli il gran Cancelliere in questa guisa: Ser
Andrea Grilli, poniamo, che fu podestà di Padova, piezo ser Giorgio Comari, che
fu di ser Pie- tro nella prima mano. Nella seconda ser Andiea Grilli, che fu
podestà di Padova, piezo s?r Dominico Trevi- sano, e similmente si replica il
nome dell' eletto tante volte, in quante mani egli è slato preso. E letti che
lia lutti i competitori, quelli che sono stati pronunzia- li con tutti quelli
delle case loro, ed altri che si danno divieto, come voi dite, l'uno all'altro,
escono della sala, e ritirati in un'altra stanza, quivi aspettano tanto che
siano andati a partito. ÌVIa tosto che questi sono fuori della sala, il detto gran
Cancelliere con alta voce ricor- ù\o LEl.LA REPCBBLICA E MAGISTRATI fla a lutti
che ciascuno per legge umana e divina è tenuto favorire quello che egli
giudichi essere il mi- gliore di tutti, e più utile alla repubblica. Dopo c|ue-
sto nomina il primo competitore. Allora alcuni gio- vanetti destinali a tale
officio co' bossoli vanno racco- gliendo le ballotte, le quali son tutte di
panno lino bianco : ma i bossoli sono doppii, e V uno è bianco, l'altro verde,
il verde di fuori, il bianco di dentro. E nel bianco quelli che l' accettano
mettono le ballotte, nel verde quelli che lo ricusano. Sono i bossoli in tal
modo fabbricati, che niuno può vedere in qual di loro sia lasciata la ballotta.
E perciocché la sala è grande, né accadere può che non vi sia qualche strepito,
i detti giovanetti, mentre che ricolgono le ballotte, vanno re- citando il nome
di quello che si ballotta. Raccolto che lianno quei giovanetti le ballotte, le
portano al tri- bunale del Principe, e quelle del sì si mettono in un va- so
bianco, quelle del no in un vaso verde. Sono poi annoverate quelle del sì da'
Consiglieri che sono alla destra del Doge, e quelle del no dagli altri
Consiglieri che sono alla sinistra. E se cjuelle del si sono meno che la metà
di tutte, non ha costui ottenuto cosa al- cuna j ma s'elle sono più, s' intende
potere ottenere 11 magistrato, e però si nota di quanto numero elle pas- sano
la metà. Ballotlansi poi gli altri competitori, pro- luinciali di mano in mano
dal gran Cancelliere mentre che i suffi-agii dell' antecedente s'annoverano nel
mo- do detto. E colui le cui ballotte del sì vincono con mag- gior numero la
metà che quelle degli altri competito- ri, è quello che s' intende avere
ottenuto il magistra- le. Sono poi notificali dal gran Cancelliere i competi- DI
VENtZIA. 34 l Unì del secondo ruugislrato, ed i pronunciali con que- gli a'
quali eglino danno divieto, escono delia sala, e quegli alili che prima erano
usciti rilornano, e si se- guila il medesimo ordine in tulli gli alili, E
poscia che tulli i magistrali sono creati, notifica il gran Can- celliere
quelli che gli hanno ottenuti, facendo loro co- mandamento che si presentino
dinanzi a' Censori, ai quali deono dare giuramento di non avere operalo cosa
alcuna contra le leggi per ottenere i magistrali. E fatto questo licenzia il
Consiglio. Dov'è ancora da notare che cjuando ninno competitore d'alcun magi-
strato superasse la metà de^suflragii, non s' intende al- cuno avere ottenuto
il magistrato. E perciocché per legge antica il gran Consiglio bisogna che finisca
in- nanzi al tramontar del sole, se pur sorte lutti i com- pelilori allora non
sono andati a partito, si recitano quelli che hanno insino a quel punto
ottenuto i magi- strati. E quelli che avevano andare a partito, si la- sciano
indieiro, talché essi non vengono a godere il l>L'nericio di quelli che gli
avevano nominati conipeli- tori. Perciocché nella seguente giornata si rifanno
altri competitori. Cosi fatto é il modo che noi osserviamo nella elezione de'
magistrati ; nella cui narrazione io sono stato alquanto lungo per non lasciare
cosa alcu- na indietro. Né anco so se in questo avrò soddisfatto al desiderio
mio. Ma tal cosa n)i sia chiara e manife- sta, se voi ne sarete slato in tal
modo ca[)acc, che poco abbiate da dubitare. Gio. Quantunque voi diligentemente
abbiate trat- talo questa materia, voglio pure due cose da voi in- tendere, le
quali sono sapere. Ma ditemi se quelli
che sono eletti nominatori, possono essere nominali o F uno dall' altro, o
ciascuno da sì stesso. M. X^rif' Ciascuno che è nominatore, può essere no-
minato non solamente dagli altri nominatori, ma egli slesso ancora si può
nominare. E però il gran Cancel- liere, quando recita il nome d' alcun
competitore, che da sé stesso si sia nominato, lo pronuncia in questo modo: Ser
Andrea Grilli (poniamo) tolto nella prima mano da se medesimo, con 1' altre
circostanze. E ve- ramente mi pare assai ragionevole che chi può nomi- nare
altri possa ancora nominare se medesimo, quando egli creda potere ottenere il
magistrato. Gio. Se io ho bene notalo lutto il vostro parlare, voi non avete
ancora detto quanto numero di gentil- uomini sia necessario al Consiglio
grande. M. Tr'ìf. Voi dite il vero. E se non me lo ricorda- vate, wiòu mi
sarebbe tal cosa nella mente caduta: on- de potete comprendere quanto sia utile
in tali ragio- namenti la prudenza del ilomandatore. Dico adun(]uo che,
([uarilo a[)partiene alla creazione de' niagislrati, non si ilcerca numero
detern)inalo. Ben ò \ero cìie rade volle avviene che la ijla non sia piena. Ma
quan- 544 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI (lo s* avesse a tialtare altre
faccende, coin' è creare nuove leggi, terminare qualche sentenza, come rnegìiu
di sotto intenderete, non può esser alcuna di queste cose eseguita, se i
gentiluomini che si trovano in con- siglio, non aggiungono al numero di
seicento. E so quattro consiglieri non vi sono presenti, non si può né creare
officii, ne alcun' altra cosa trattare. Gio. Tutto quest'ordine che del creare
i magistrati avete trattato, puossi egli con alcuna fraude corrom- pere, tal
che per il mezzo delle ricchezze o dell'amici- zia o d'altri modi straordinarii
possa alcun gentiluomo ottenere i magistrati? AI. Trif. Io avviso quello che
voi volete dire, ma non essendo ancora venuto il luogo suo, non vi ri- sponderò
altro. Il tutto intenderete quando noi par- leremo de'Censori. E se a voi non
resta altro a do- mandare d'intorno al Consiglio grande, a me non re- sta altro
a dire. E d' alcune a/.ioni particolari che so- no pure al Consiglio
appartenenti, ne' luoghi più a quelle accomodati tratteremo. Lasciato adunque
il fon- damento e la base di questa nostra repubblica, salire- mo un grado, e.
se a voi piace, tratteremo del Consi- glio de' Pregati, il quale dietro al
Consiglio grande suc- cedo, siccome voi dinnanzi intendeste. Gio. Poscia che
tutto quello che appartiene alla considerazione del Consiglio grande avete
esplicato, qualunque volta egli vi piaccia, potete al Consiglio de' Pregali
passare. Perciocché di quanto avete insino a qui detto grandemente soddisfatto
ne resto. Ne mi viene alla mente cosa alcuna della quale mi bisogni al-
tramente certificare. m VENEZIA. 345 M. Trìf, II Consiglio de' Pregali siccome
fu, non è molto, in parie dichiaralo, .'; un de' prlricipali membri della
repubblica nostra, li quali noi dicemmo essere quattro, il Consiglio grande, il
Consiglio de' Pregati, il Collegio, il Doge. PcrcioccliL- in questo si trattano
e determinano tulle le faccende grandi. Comprendeva questo Consiglio ne' tempi
antichi solamente sessanta.. Cominciarono poi ad aggiugnere quando venticinque,
quando venti, tanto che linalmenle fu determinalo che a quelli si facesse
un'aggiunta d'altrctlanti. La cagio- ne di fare questa aggiunta fu, credo, la
grandezza di molte faccende, che in quei tempi quando fu trovalo tal ordine si
trattavano, acciocché convenendo ma^^- gior numero di gentiluomini alla
consultazione e deli- berazione di quelle, fossero ancora meglio disputale e
deliberate, siccome intervenne nella ribellione di Can- dia, tenendo il
principato Lorenzo Celso, doge la in. Furono allora aggiunti a' Pregali
venticinque. E poco innanzi, per concludere una pace col re d' Un'^aria essendo
Doge Giovanni Delfino, fu fatta un'aggiun- ta d' allreltanli. Nella guerra poi
di Padova, e molte altre volte per altre cagioni, fu fatto ilsimiglianle, tanto
che si pervenne in consuetudine di creare ogii'anno a' sessanta Pregati un'
aggiunta di venti. Al tempo poi di Michele Steno, doge lxui, crebbe questa
aggiunta insino a quaranta. Ullimamenle nel i)rincipalo diFran- ( esco Foscaro
si pervenne insino a sessanta. E no- tate, che nel numero de' sessanta Pregati
non pos- sono essere più che tre d'una medesima famiglia, nella giunta poi ne
può essere insino in due di quella medesima. E se in quelli ne fossero due, in
questa ne 546 DELLA REPUBBLICA. E MAGISTRATI possono essere tre. Abbraccia
adunque il Consiglio dei Pregati questi centoventi che abbiamo raccontali, ed
oltre a questi molti altri Consigli e magistrati. Alcuni de' quali hanno
autorità di mettere ballotta e di ren- dere il partito siccome voi dite: alcuni
altri non han- no tale autorità, ma per fargli più reputati è concesso loro
questo onore d' intendere le faccende della re- pubblica. Quelli che entrano
nel Conslgho de' Pre- gali e mettono ballotta, per usare i termini nostri, so-
no questi j il Doge, i sei Consiglieri, il Consiglio dei Dieci, gli Avvocatori,
lutti i Procuratori, i quali al pre- sente sono ventiquattro, i quaranta
giudici criminali, i tre Consiglieri da basso, i due Censori, i quali poscia
che hanno fornito il magistrato entrano il medesimo tempo in Pregati con
autorità di mettere ballotta. I tre sopra gli atti di Sopraga^laldi, i quali
fornito il ma- gistrato entrano un certo tempo in Pregati e rendono il partito,
i tre Governatori dell' entrate, i tre Signori alle biade, i quattro Signori al
sale, i tre Camerlenghi di comune, i tre Signori alle ragioni vecchie, i tre
alle ragioni nuove, i tre Provveditori di comune, i tre Si- gnori all'
arsenale, i tre Provveditori sopra le camere, i tre Provveditori ai dieci
ofhcii, i tre Cattaveri. Quelli che entrano in Pregali e non rendono il
partilo, sono questi; il Collegio dei savii, i tre Provveditori sopra le acque,
i dieci Savii, i tre s :)pra la sanità, i tre sopra i dazii, e Provveditori
sopra il Cottimo d'Alessandria, i dodici sopra a quello di Damasco, i dodici
sopra Lon- dra. Tutti questi, che abbiamo raccontati, sono quelli che fanno il
Consiglio de' Pregali. DI VENEZIA. 347 /^ • javrei desirlerio d' intendere
qualche cosa di Ques''"^§'^*'^^'' ^^ ^ ^^' paresse a proposito. ]^j[ rif.
Io non vi dirò altro di questi magislratij pg,,^;jchè fale materia non è
necessaria alla nostra jj^fizione, che è solamente di narrarvi tutte quelle co-
sale quali Io stato universale della città risguardano. £j perciò seguitando il
proposito mio, sono i Pregati in tal modo chiamali, secondo che molti dicono,
per- ciocché anticamente erano ragunati da'puhblici mini- stri, e quasi da
quelli pregati che venissero a consul- tare e deliberare le pubbliche
faccenrle. Creansi i Pregati, cioè quelli primi sessanta i quali propriamente
si chiamano Pregali, nel Consiglio grande, come gli altri magistrali, nel modo
sopraddetto. E ogni giorno se ne creano sei. E tanto innanzi cominciano a
crearli, che al principio d' ottobre tutti sono creali, ed allora pigliano il magistrato.
La giunta degli al! ri sessanta è creata nel medesi- mo tempo dal Consiglio
deTregati vecchi, e dal Consi- glio grande in questo modo. Il giorno di san
Michele, che è il penultimo di settembre, si raguna il Consiglio de'Pregati
vecchi, dove ciascuno che rende i suffragii, nomina quello che egli vuole che
sia della giunta- Tut- ti i nominati sono scritti j l'altro giorno poi si
chiama il Consiglio grande. Ed in una urna sono messi i no- mi di coloro che
furono da' Pregali nominati, i quali poi, letti che sono da uno de'segretarii,
a sorte dell'ur- na r uno dopo r altro traiti, nel Consiglio grande si bal-
lottano. E colui che ottiene più che la metà de' suf- fragii, nella Giunta è
connumerato. Gio. Non poi ria essere che di quelli che si ballot- \ 548 DELLA
nEPUBBLICà E MAGISTRAT tano, non fossero tanti approvati che facess -i ..„ mero
intiero della Giunta? 77/. Trìf. Certamente sì:e quando ciò avvler^ u^^, che
rade volte, quelli che mancano, i quali sono,,^-,. pre pochi, ne' seguenti
Consigli si creano nel ra>:j,^ che abbiamo detto. E questo medesimo s'
osserva quai do i sessanta Pregati non venissero tutti al tempo me- desimo
creati. E tornando al proposito, gli altri magi- strati che sono in questo
Consiglio compresi, non im- porta in che tempo siano creati. Perciocché quando
i Pregati devono pigliare il magistrato, quelli i quali eser- citano i detti
ufficii, sono con essi insieme nel detto Consiglio connumerati. E se il loro
magistrato termina prima che i Pregati forniscano il loro, i successori en-
trano nel luogo di quegli. E perchè il Consiglio de' Pregati non dura tanto che
questi magistrati vi forni- scano li tempo determinato agli ufficii loro, sono
poi compresi nel Consiglio de' Pregati che succede. Abbia- mo ancora usato ne'
bisogni della repubblica concede- re facoltà di venire nel Consiglio de'
Pregati a quelli che con le loro ricchezze porgono aluto alla repubbli- ca,
prestando quella somma di danari che è loro dalla legge determinata. La quale
ancora pone termine al tempo che essi devono godere quell' onore, acciocché se
i loro danari sono prima restituiti loro, essi abbiano ancora questo vantaggio
d' entrare quel più nel Con- siglio de' Pregati. Perciocché ordinariamente
possono venire in questo Consiglio insino a tanto che essi riab- bino i
prestati danari. Non è già dato loro autorità di rendere 1 sufFrngii, solamente
devono trovarsi in detto Consiglio, dove non fanno altro che intendere le fac-
DI VENEZIA. 5 }9 cende e travagli umani. Questa consuetudine mi pare che si
possa in qualche parie, se non in lutto, lodare. Perciocché la repubblica per
via d' essa viene in due modi a guadagnare. Primieramente ella si serve de'
danari di costoro. Ed essendo questi le più volle gio- vani, cominciano tosto
ad acquistare esperienza e farsi valenti uomini. La qual cosa quanto sia utile
alla re- pubblica niuno credo che ne abbia dubitazione. Ra- gunansi i Pregati
qualunque volta piace al Collegio nel modo che presto intenderete . Concedesi
ancora il Consiglio de 'Pregati a" magistrali, quando vogliono al- cuna
legge confermare, agli Avvocatori, quando voglio- no introdurre una causa in
detto Consiglio. E quando si devono ragunare, il suono d' una campana lo dimo-
stra. Usiamo ancora mandare ad invitarli per i pub- blici Comandatori. Ne
possono pigliare parte alcuna, per usare i termini nostri, cioè non possono
fare al- cuna deliberazione, se quattro Consiglieri non vi sono presenti, e di
loro, cioè di tutti quelli che rendono i 8uf}ragii,non vi se ne trova sessanta
5 ma rade volte av- viene, clic non vi se ne raguni molto maggior numero.
Tratlansi in questo Consiglio tutte le faccende grandi della repubblica,
comesono le deliberazionidelle guer- re, delle paci, delle tregue, de' patii, i
modi del prov- vedere danari per i bisogni della repubblica. Ma co- me queste
faccende si trattino, allora sarà manifesto quando del Collegio ragioneremo. Le
leggi ancora si confermano in questo Consiglio, le quali prima sono trattate da
quel mar^istrato a chi appartiene quella ma- teria, per conio del quale elle sono
create. Questo ma- gistrato entra poi ia Collegio, e mostra l'utililà o la ne-
Ciannotti. a i d5u della repubblica e magistrati cessila delle leggi, la quale
introdotta, se è approvato, gli è conceduto che nel Consiglio de' Pregali le
intro- duco, dove se elle sono approvate, allora sono valicìe. Dopo questo, per
pubblico bando si divulgano, e cia- scuno allora è tenuto ad osservarle, ed il
magistrato che le introdusse è obbligato farle osservare. Siccome non ha molto
tempo che i Signori delle pompe, il qua- le magistrato provvede che la città
vesta con mode- stia e si viva parcamente, crearono nuove leggi sopra il vivere
e vestire 3 le quali poi confermate dal Con- siglio de' Pregati, e pubblicate
con gran diligenza, oggi s'osservano. Usano ancora i nostri fare confermare al-
cune leggi non solamente nel Consiglio de' Pregati, ma ancora nel grande. La
qual cosa credo che sia in po- testà di quel magistrato che principalmente le
intro- duce. E credo che questo s' usi fare, acciocch'^ a que- sto modo s' acquisti
a quella legge maggior riputazio- ne. Siccome ancora pochi mesi sono che i
Censori, il qual magistrato è stato nuovamente creato per correg- gere 1'
ambizione de' gentiluomini, crearono una legge, per la quale fu vietato il
congratularsi con quelli che hanno ottenuto i magistrati. Fu approvata questa
leg- ge con gran favore dal Consiglio de'Pregati, ma fu poi con molto maggiore
nel Consiglio grande confermata, ed oggi diligentemente s' osserva. Oltre a
questo, nel Consiglio de'Pregati si fa la elezione del Capitano del- l' armata
bisognando far guerra per mare, e del Prov- veditore del campo facendosi guerra
in terra ferma, e di tre altri magistrati, i quali noi chiamiamo i Savii
grandi, i Savii di terra ferma, ed i Savii di mare, sicco- me voi di qui a poco
intenderete. Il modo dello eleg- I m VENEZIA > 55 r gere tutti questi
magistrati è questo. Ciascuno de'Pre- gati nomina uno, qualunque egli vuole. E
tutti quelli che sono sfati nominali si ballottano, e chi di loro ha più
suffragii dalla metà in su, s'intende avere ottenu- to il magistrato. E se egli
avviene talvolta che d"' alcu- no, il quale sia dai più giudicato atto a
qualch' uno di quegli officii che abbiamo detti, come saria se s' aves- se a
creare un Provveditore del campo, si sappia che egli non abbia caro essere
eletto, ed ottenere quelle di- gnità, e perciò ninno ardisca nominarlo per non
gli dispiacere, acciocché la repubblica si vaglia della suf- ficienza sua, s'è
trovato modo a farlo nominare senza che alcuna nimiclzia ne acquisti. Perciocché
a tutti i Pregati si comanda che scrivino in una polizza il no- me di quello a
chi ciascuno vuole dare quello officio, le quali polizze poi si mettono in
un'urna, e di quella ad una ad una sono dal gran Cancelliere tratte, ed i nomi
di quelli che vi sono scritti tutti letti e recitati, ì quali poi vanno di mano
in mano 1' uno dopo l' altro a partito, ed a quello che passa la metà de'
suffragii con maggior numero è dato il magistrato. Ma quando si fa il Capitano
dell' armata, colui che è stato eletto nel Consiglio de'Pregali, nel modo
detto, debbe poi essere ballottato in Consiglio grande, e gli s'eleggono i com-
petitori per le quattro mani, nel modo che noi dicem- mo non è molto. E chi di
loro ha più suffragii della metà in su s'intènde avere ottenuto quella dignità.
I Consiglieri ancora ed i Censori sonoelelti parte dal Con- siglio de'Pregatl e
parte dal Consiglio grande. Il mo- do sarà manifesto quando a quelli
perverremo. Io non posso, ed ancora non è convenevole dire alcune cose 352
DELLA. REPUBBLICA E MAGISTRATI in questo luogo 5 perciocché hanno maggiore
ilipen- denza da quello che ci resta a dire, che da quello che detto abbiamo. E
perciocché lutto quello che a' Pre- gati appartiene, pienamente è narrato, io
seguiterò quello che mi resta, se altro voi prima non volete in- tendere . Gio.
\y una cosa sola mi cade nella mente di do- mandarvi : voi diceste che questo
Consiglio de'Pregati nel primo giorno d'ottobre piglia il suo magistrato. Avete
voi ragione alcuna perchè più in questo tem- po, che in un altro cominci ad
esercitare il suo of- ficio ? 31. Trìf. Di questa cosa che domandate ne pos-
siamo addurre questa sola ragione. Ne' tempi passati comunemente s' usava fare
guerra la slate, benché oggi, siccome voi vedete, si campeggia così i! verno
come la state. Entra adunque il Consiglio de' Pregati nel principio del verno,
acciocché nella state prossima, avendosi a fare guerra, abbiano notizia delle
faccende che corrono, e siano pratichi in quelle, laddove se quel- li che sono
compresi in tale Consiglio pigliassero il loro magistrato, poniamo, nel
principio della state, giun- gerebbero nel principio della guerra senza pratica
al- cuna delle faccende di quella, e potrebbcno nel deli- berare partorire
qualche danno alla repubblica: per- ciò fu ordinalo da' nostri maggiori il
tempo predetto. Gio. E mi resta pure ancora ad intendere due cose, la prima
delle quali è questa, se chi è stato de'Prega- ti, o della giunta un anno, può
essere l' anco seguen- te j la seconda, in che modo eglino usino i loro siifFra-
gii ricorre. DI VENEZIA. 353 M. Trif. Quanto alla prima, avete ari Intenrlere
che questo Consiglio non fa contumacia alcuna e perciò j)uò ciascuno essere
eletto, o deTregati, o della giunta lc a tanto magistrato. E tenuto ancora fare
quattro pasti l'anno in quattro tempi diversi, uno il giorno di san Stefano, un
altro il giorno di san Marco, il terzo 582 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI il dì
dell'Ascensione, rullimo il di di san Tito. Ed lia per costume di convitare a
quesli pasti gentiluomini di diverse età. Laonde al primo sono invitati oltre
ai Consiglieri capi de''Ouaranta, Avvocatori e capi de'^Die- ci quelli che sono
già d' età molto matura. Al secondo poi, altri di minore età, e così al terzo
ed al quarto, sempre sono chiamali i più giovani di mano in mano. Il che è
ordinato acciocché ciascuna età di gentiluo- mini possa di questi pubblici
conviti partecipare. Ol- tre a queste cose, è tenuto ancora mandare ciascun
anno un presente a ciascun gentiluomo che va al Con- siglio grande. E solevano
i nostri Dogi, non molti an- ni a dietro, presentare a ciascuno cinque anitre
mari- ne. Oggi presentano certa specie di moneta battuta per questo effetto, in
una faccia della quale è un san Marco che porge lo stendardo al Doge, nelP
altra è il nome del Doge e Panno che egli corre nel magistrato, in que- sto
modo: Andreae Grìtli T^e.net. prìncipis munus. Anno IV. Ora voi avete inteso
lutto quello che appar- tiene al membri principali della nostra repubblica.
Per- ciocché in questi, come avete udito, consiste tutto Pordl- ne delle
pubbliche amministrazioni. Ed è tra essi quella colliganza che vi abbiamo
dichiarato. Resta ora che ragio- niamo delConsigliode'diecijde'Procuratori,
degli Avvo- catori. delle Ouarantie e finalmente de'Censori. Ma non so se
ancora questo lungo ragionamento vi ha stancato. Gio. Voi dite quello a me che
più tosto dovrei io dire a voi. Perciocché io credo, che molto maggiore sia la
fatica della lingua nel parlare, che quella delle orecchie nelP udire, la quale
ancora molto si diminui- sce quando sentono ragionamenti dilettevoli. I DI
VENEZIA. 385 M. Trjf. Egli è come voi dite. E questo stesso che dite delle
orecchie, sì puote ancora della lingua afìfer- mare, ed io per esperienza oggi
lo provo. Perciò che, avvenga eh' io abbia già tre ore parlato, non sento punto
di stanchezza, tanto il soggetto di che noi ragio- niamo mi diletta. E
veramente niuno ragionamento può recare maggiore dilettazione a quegli animi
nei quali risplende qualche luce di generosità, che quello dove si tratta d'una
repubblica, se non in tutto, per- chè voi non diciate che io voglia troppo
lodare que- sta nostra civile amminis! razione, almeno nella maggior parte
rettamente ordinata. E poscia che egli non vi grava 1' ascoltare^ io seguiterò
quello che a dire mi resta. Gìo. Seguitate, M. Trifon mio caro, che non potete
fare cosa che più grata mi sia. M. Trif. Come noi abbiamo detto, l'ordine lutto
della repubblica consiste ne' quattro membri soprad- detti. Il Consiglio
de'dieci, del quale abbiamo a par- larcj ancora che sia membro di grandissima
importan- za, nondimeno è più tosto annesso che princifiale, e n)i pare che
abbia grandissima simiglianza col Dittato- re che soleva essere ne' gran
pericoli da' Romani crea- to. Ma dove quello si creava in alcuni tempi perico-
losi, di questo la nostra repubblica mai non manca. Ed è la sua autorità pari a
quella del Consiglio de'Pre- gati e di tutta la città. Perciocché egli può
trattare le faccende dello slato come egli vuole, senza essere sot- to[)osto a
maggior podestà. Vero è che questa autorità non è usata da quello se non in
casi di grandissima importanza, ai quali per allra via non si può riparare.
5J^4 della repubblica, e magistrati Come sarebbe, deliberare rll muovere una
guerra, con- rhiudere una pace, praticare una faccenda occultamen- te, mandare
un Provveditore in campo con prestezza. Le quali cose, se nel Collegio si
trattassero, e poi nel Consiglio de'Pregati si deliberassero, dove ragionevol-
mente s'avrebbero a deliberare, non sariano forse con quelle circostanze, cioè
con quel silenzio, con quella prestezza e simili cose, che il tempo ricerca,
animini- stratc. E mi ricorda, essendo io ancora molto giovane, dopo la guerra
che noi ( sia detto con pace vostra ) facemmo in Casentino con la vostra
repubblica, che essendo venuti nella nostra città due vostri oratori, Paolo
Antonio Soderini e Giovambattista Ridolfi ( se io non ho dimenticati i nomi
loro), uomini, per quello che i nostri giudicarono, di molte e rare qualità
ornati, per conchiudere un accordo con la repubblica nostra 5 e volendo il Doge
ed il Collegio al tutto conchiudere prima che si divulgasse come il Turco
metteva in or- dine un' armata contro alla nostra repubblica, che di nuovo
s'era inteso, acciocché i Fiorentini intendendo tal cosa, non abbandonassero l'
accordo, vedendo noi di corto avere ad essere travagliati, e non potendo tal
cosa ottenere in Pregati, finalmente in Consiglio dei dieci si conchiuse. Lette
poi le lettere che significava- no i preparamenti del Turco, fu da ciascuno il
partito preso, lodato. Io vi ho recitato questo esempio, accioc- ché più
agevolmente veggiate come fatta sia l'autorità di questo Consiglio, e di che
qualità siano quelli casi ne' quali egli la suole usare. Quando in Collegio si
de- libera di praticare alcuna faccenda occultamente, come sarebbe, acciocché
noi ne diamo alcun esempio, se con DI VENEZIA. /\y>(j qiiallro unni due
Renognilori. 1 quali noi Ciiiamlamo Sindici di mare, che vadano riconoscendo
l'isole, e le terre, e castella che possiede la Repuhhllca nostra in Dalmazia,
in Albania, in Grecia, e facciano finalnienle i! medesimo oflìcio, che fanno in
terra fei ma gli Audi- tori nuovi. Intromettono poi questi Recognitori la cause
nelle Ouaranlie secondo che ciascuna richiede, cioè le criminali nella
criminale, e le civili nella civile nuova: ed eglino ancora le agitano non
altramente che gli Av- vocalori le loro. Difendono adunque i Recognitori i rei,
gli avversarli loro o si difendono perse stessi o per gli avvorati, come di
sopra fu detto. Non si possono già agitare quelle cause le quali sono tra il
magistrato ed il reo prima che il Rettore abbia fornito il magistra- to, se già
egli non consentisse che la causa s"" agii asse, il che fu di sopra
narrato. Gio. Possono esser queste cause, che nascono dal- le appellazioni, agitate
in altri giudicii che nelle Qua- janlie? M. Trìf. Possono, ma non già tutte j
perciocché solamente le civili possono esser inlromesse nel Con- siglio de'
Pregati, nel modo che intenderete. Gio. In queste Quaranlie dctcrminansi altre
cau- se, che quelle che ci pervengono per via d' appella- zioni ? M. Trìf. Sì:
ma solamente nella Quarantla crimina- le, alla quale pervengono ancor come a
giudice pri- mario le cause intere, siccome dinanzi ancora vi dissi; come
sarebbe, se uno avesse patito, o nella persona, o nella roba, o nell'onore, o
in altro, può costui ricorrer agli Avvocatori, e dare una quercia contro al suo
av- Giant tolti. a 4 4 IO DEl.I.i. REPUBBLICA E MAGISTRATI versarlo. Eglino
allora agitano la causa nel modo che abbiamo dello di sopra. Trattansi ancora
in qnesla Quaraulla molle cause, le quali sono dagli Avvocalori per
comandamento del Collegio ricevute. La qual co- sa procede in questo modo.
Polria essere che un Ca- pitano di mare, un Provveditore, un Ambasciatore o
altro magistrato non amministrasse le faccende pubbli- che, secondo che gli
fosse stato commesso. In Collegio adunque dove tal cosa apparisce per le
lettere e gli altri avvisi, che in quello secondo V ordine sempre si leggono,
come poco fa dicemmo, può ciascuno di quel- li che v' intervengono, proporre
una parte contro a quello. E se alcuno propone una cotal parte che sia non
solamente privalo della amministrazione, ma che si debba presentar agli
Avvocatori, e poi sia approvala nel Consiglio de' Pregali nel modo dianzi
narrato, o veramente nel Consiglio de' Dieci (perciocché nell'uno e neir altro
Consiglio si possono simili parti ottenere ) è tenuto costui a venire dinanzi
agli Avvocatori, i qua- li gli precedono contro come reo, secondo 1' ordine che
abbiamo dello. Ed agitano la sua causa o nella Ouarantia, o nel Consiglio de'
Pregati, o nel Consiglio grande, secondo che pare a loro. Queste simili cause
s' intendono essere ricevute dagli Avvocatori per co- mandamento del Collegio.
E così fatta fu la causa di M. Angelo Trivisani, il quale essendo slato rotto
in Po dal Duca di Ferrara, fu dagli Avvocatori per coman- damento del Collegio
o della Signoria, che così anco possiamo dire, accusalo di poca diligenza e ne
fu con- dannato. Così fatta fu ancora quella del Doge Lore- dano che dicemmo dianzi,
e quella di M. Antonio I DI VENEZIA. ^o5 ranlie; In questa gli Avvocalori non
solamente accet- tano l'appellazione delle cause^ ma eziandio le intro- ducono
allaQuarantia, come se avvocali fossero. Quel- lo adunque che ap[)olia, se era
reo diventa attore, av- venga che altramente che reo non si chiami. Ed è di-
fesa da lutti gli Avvocatori, o da quel solo che ha ri- cevuto r appellazione.
Quello che era nel primario giudicio attore, divenuto in questo reo, ancora che
egli non muti nome, perciocché attore in ogni modo si chiama, o egli si difende
per se stesso, o per gli avvo- cati : e si seguita nel medesimo modo che
abbiamo nel- le altre dueOuaranlie narralo, tanto che la sentenza sia data o
favorevole o contraria al reo. Intendesi contra- ria al reo, se la sentenza dal
primario giudice data è confermata j favorevole se ella è tagliata 5 ma non si
tor- na già al giudice primario come si fa nelle cause ci- vili : anzi in
questo giudicio si determina se il danna- to merita pena alcuna, e quello abbia
a patire. La qual cosa procede in questo modo. Gli A-vvocatori tosto che la
sentenza del primario giudice è tagliala, mettono la parte del procedere, cioè
mandano a parlilo se il reo debba patire j e se per la maggior parte s'ottiene
che non abbia a patire, allora il reo s''intende essere asso- luto. Ma
s'ottiene che egli meriti punizione, gli Avvo- catori, i Consiglieri da basso,
ed i capi dei Quaranta propongono che pena pare loro che egli meriti 5 altri
non ha autorità di proporre parti. E può accadere che tulli questi convengano
in una sentenza, ed anco che siano di più pareri ; [)erciocchè ciascuno può
proporre che pena egli vuole. Ballotlansi adunque tutte queste parli, e quella
che ha più suflfragii, è ferma e rata, e 4o6 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI seconJo
quella si dee punire il reo. Avviene alle vol- te che alcun magislralo condanna
alcuno ingiustamen- te, tal che se egli appella e sia poi assoluto, non vi è
chi abbia a patire pena di tale ingiustizia 5 perciocché si presu[)pone che il
magistrato non abbia errato con- tro a colui per malizia, ma piuttosto per
opinione, o per difello del reo. Puossi bene quel magistrato difen- dere per
mantenere il suo giudizio intiero, in quel modo che si difende ciascun altro.
Potria essere che il magi- slralo avesse condannato colui per induzione d'ac-
cusatori e testimoni falsi. Ed in questo caso questi te- slimoni, o accusatori
devono essere puniti nel modo che dicemmo, quando siano comparsi. Ma se non
com- [jariscono sono pubblicamente in Rialto stridati, sicco- me noi usiamo
parlare, cioè è determinato loro certo tempo, nel quale deouo comparire, e non
comparendo in quello, sono condannati ordinariamente, cioè sono banditi,
privati de'beni, e finalmente castigati secondo che le leggi determinano che i
rei contumaci siano pu- niti. E questo si osserva contro a tulli i rei, i quali
ci- tali non compariscono. Molti sono i particolari, che appartengono a questi
giudizii, ma non ho così ogni cosa alla memoria. Voi se avete cosa alcuna di
che non vi soddisfacciate, non vi sia grave il domandare. Gìo. Se a voi non fia
noioso il rispondermi, a me sarà gralissimo il domandarvi. Ditemi adunque se
al- cuno appella contro ad un magistrato di quelli di fuo- ri, il quale non può
comparire a difendersi, se non fi- nito il magislralo, come procede tal cosa?
M. Tiif. Procede in questo modo : o la causa è Ira Tattore ed il reo, come
sarebbe se uno per aver fallo DI VENEZIA. 4^5 rantla si ragurii ancora il
medesimo giorno dopo desi- nare. Se la causa fusse da'cinqiianta dncallinsino
ai tre- cento egli auditori ricevessero l'appellazione, s'intende la causa
essere inlromessaal Collegio delle biade il quale è ordinato per le cause cosi
di fuori come di dentro, da' cinquanta ducati insino ai trecento. Ed un mese
ode quel- le di fuori, Paltro quelle di dentro: e si procede nel me- desimo
modogliyre il reo. ma non lo possono ritenere più che tre giurai. Laonde
bisognandolo esaminare, ne vanno in Ouarantla, e narrata tutta la causa,
chieggono che sia data loro potestà di ritenerloj insino a chela causa sia
determi- nata e d' esaminarlo con tormenti. La qual cosa è con- cessa loro, se
la maggior parte de' quaranta acconsen- tono, similmente concedono il Collegio
dell' esamina. Ma se la causa non è di tanta importanza che sia ne- cessario
procedere con tanto silenzio e con tanta pre- stezza, usano regolarmente gli
Avvocai ori domandare alla Ouarantia autorità di prender il reoj ne bisogna poi
chiedere altra potestà di ritenerlo ] perchè a ciò basta che ella abbia
conceduto il poterlo prendere, il che s' ottiene per la maggior parte de'
quaranta. E poi conceduto il Collegio della esamina, il quale non si uicga mai
concedula che è la potestà di prendere, o di ritenere il reo. Questo Collegio è
composto di due Con- siglieri da basso, due Signori di notte, un capo de'
Ouaranla, un Avvocatole, il quale al'a presenza loro esamina il reo. Difendesi
costui con tutte quelle ragio- ni che può, adducendo testimonii, ed ogni altra
cosa, che manifesti la sua innocenza. Allora se a quattro di questo Collegio
pare che sia da tormentarlo, è costret- to il reo confessare per duolo
de'tormenti quello, che per paura d' essi non volle dire. Fatta questa esamina
e notato, dal segretario, s' usa pubblicare, cioè si dà facullà di vederla agli
avvocati del reo, ed a quelli dell'avversario, se avesse particolare
avversario, ed a qualunque altro la volesse vedere. Tornasi poi nella
Ouarantia, e si seguita P ordine detto. Gli Avvocatoti 1)1 VENEZIA. 5are, viene
alla Quarantia e fa parlare, e parla egli, se vuole, per la parte sua. L'alto-
re, cioè quello che ebbe la sentenza in favore del giù- «lice priniario, si
difende per gli avvocati, e per se slesso se vuole, ma ninno è che non usi
l'opera degli avvocati. Questi avvocati sono cittadini o gentiluomi- ni, i
quali esercitano per premio quest'arte iglieri, e con quelli rappresentare la
persona del dominio veneziano. Ques'i capi e vice capi sono eletti a sorte in
questo modo. Creata che è la Ouaran- tia civil nuova, la quale dopo otto mesi
diventa la Oua- rantia civil vecchia, e dopo altri otto la Ouarantia cri-
minale, pochi giorni innanzi cliVlTabbia a pigliare il ma- gistrato, dinanzi al
Doge, e Consiglieri, e capi de'Oua- ranta, cioè dinanzi al'a Signoria, si
mettono in un cap- pello i nomi di tutt'i quaranta scritti in polizze di-
stintamente. In un altro cappello si mettono sedici bal- lotte dorate e
ventiquattro argentate, e mescolate che elle sono insieme diligentemente,
dell'altro cappello si trae a sorte una polizza, e si legge il nome che vi è
scritto, e del cnppello delle ballotte se ne trae una la (juale, se è
argentata, non ha cosa alcuna acquistato co- DI VENEZIA.. 4 ' 7 Sola,
sufficìenle a spedire tante faccende, fu ordinata la Guarani ia vecchia al
tempo di Francesco Foscaro, crealo Doge V anno mccccxxiii. La quale determinas-
se tutte le cause civili così di fuori come di dentro introdotte dagli Auditori
vecchi e da' nuovi. Ullima- mcnte ne"* tempi nostri è stata ordinata la
Ouarantia civile nuova, che sia sopra le cause civili di fuori, e quelle di
dentro si sono riservate alla Quarantia vec-' chia. Innanzi chela Ouarantia
nuova fosse trovata, le cause procedevano in questo modo. Gii Auditori vec- chi
come nuovi, spedivano le cause che perveniva- no a loro da trenta ducati in
giù, quelle da trenta \ insino a trecento erano introdotte nel Collegio delle
biade. Da trecento poi insino ad ogni numero veni- vano nella Quaranlia
vecchia. E gli Auditori vecchi introducevano quelle di dentro ed i nuovi quelle
di fuori. E notate che in cjuel tempo i detti Auditori vec- chi e nuovi, non
solamente accettavano le intromis- sioni delle a[)pella/.ioni, ma introducevano
ancora esse cause e le agitavano alla Quaranlia per quelli in fa- vor de' quali
le avevano intromesse siccome usano fare gli Avvocatori alla Quarantia
criminale. Nel tempo nostro i detti Auditori non fanno altro che intromet- tere
r appellazioni, lasciando il pensiero d'introdurre le cause alle Quarantie achi
elle appartengono j la qual cosa essendomi al presente tornata alla memoria,
non ho voluto tacerlavi. (jli Avvocatori erano, siccome an- cora sono, sopra le
cause criminali, le quali intromet- tevano nella Quarantia criminale come oggi
ancora usano. Tanto che, siccome voi [)olete com[)rendere per quello che
abbiamo dotto, non è molto variato 4l8 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI questo
ordine da poi che la Ouarantia nuova è trovata. D' ÌQlorno al Collegio delle
biade, non ho da dirvi cosa alcuna dell' origine sua, perciocché non ho mai
inteso ni letto in che tempo egli fosse ordinato, non dico in che tempi fossero
trovati quei magistrati dei quali egli è composto, ma il fare quello aggregato
di quei magistrali che chiamiamo Collegio delle biade. Puossi bene
congetturare, che egli fusse ordinato o po- co innanzi o poco dopo la Ouarantia
vecchia. Ma non voglio che noi ci distendiamo in questa cosa, non por- tando,
quando ella si sappia, alcuna utilità, e quando non si sappia, molto danno. Non
tacerò già che con- siderando i nostri, che per essere questi magistrati de*
quali è composto questo Collegio delle biade molto nel loro otìlcio occupati,
dlftlclle cosa è il ragunarlo, acciocché le cause abbiano la loro spedizione ed
i li- tiganti per tal cagione non patiscano, vanno tutto il giorno pensando di
creare un altro Consiglio di tren- ta gentiluomini eletti nel Consiglio grande
come gli altri magistrati, che fàccia Tofficio che ora fa il Colle- gio delle
biade, senza essere in altra cura occupato, e si chiama il Consiglio de'
trenta. E credo certamen- te, che presto condurranno ad effetto il loro
pensiero. Il che io vi ho voluto dire, acciocché voi non vi ma- ravigliate se
mai sentiste non essere più il Collegio delle biade in uso. Domandate ora se
altro vi resta che voi vogliate intendere. Qio. Yoi diceste dianzi, che gli
Auditori tiravano certa quantità di danari da' litiganti. Ditemi ora più
particolarmente che premio traggono delie fatiche loro, non solamente gli
Auditori vecchie nuovi, ma gh Av- DI VENEZIA. 589 virtù della nostra
amministrazione, ma è onoralo percioc- ché questa dignità, siccome quella del
Doge, con la vita fornisce. Olire a questo il magistrato è antico, ed è per-
venuto con questa reputazione a' tempi nostri. E non è mai nella nostra città
stalo gentiluomo alcuno di grande estimazione, che non sia sialo ornato di tali
dignità, talché pochissimi sono stati fatti Dogi da che questo magistrato è
stalo ordinalo, che prima non fos- sero procuratori. Anticamente era un
Procuratore solo fatto per procurare il tempio di san Marco ed i suoi sacri
tesori. Nella morte poi di Sebastiano Ziani , avendo egli fatto un grandissimo
lascio a san Marco, le cui entrate fossero distribuite dal Procuratore, e non
polendo uno solo essere pari a tante faccende, fu ne- cessario creare un altro
Procuratore, il quale procu- rasse il lascio di Sebastiano Ziani. Moltiplicando
poi i lasci, bisognò creare V anno mcct^xx il terzo, essendo Doge Rinieri Zeno.
Ed in tal modo divisero le fac- cende, che uno curava il tempio ed i suoi
tesori 5 un altro i lasci falli da quelli i quali abitano di qua dal Canal
grande, il terzo quelli eh* erano fatti da quelli che di là dal detto canale
abitano. Noi diclamo i la- sci di Citra ed i lasci d' Ultra. Essendo ancora
Doge il medesimo Rinieri Zeno, fu creato il quarto, e fatto collega a quello
che governava il tempio ed i suoi sa- cri tesori. Due altri poi per la medesima
cagione ne furono aggiunti, essendo Doge Giovanni Soranzo. Es- sendo poi Doge
Francesco Foscaro, creato l' anno Mccccxxnr, ne furono tre di nuovo creati.
Tanto che giunsero al numero di nove 5 tre de' quali curavano il Tempio di san
Marco ed i sacri tesori 5 tre altri i la- Sqo dei-la repubblica, e magistrati
scii de- tre sestieri di qua dal canale 5 gli altri tre i luscli degli ali ri
tre sestieri di là dal canale, siccome ancora si osservava quando erano
solamente tre. Neil' anno MDix, quando i nostri eserciti furono rolli all' Adda
da Lodovico re di Francia, fu costretta la repubblica nostra per far danari
crearne sei, e dare tale onore a quelli che alla repubblica certa quantità di
danari pre- stassero. Sonsene poi aggiunti tanti, che oggi fanno il numero di
ventiquattro. E tutti quelli che sono ag-^ giunti a' primi nove, sono
determinati, chi a questa procureria, chi a quell'altra. L'amministrazione di (
ostoro, come avete intesole il distribuire i lascii. Han- no, oltre a questo,
autorità di costringere gli eredi a se- guitare la volontà de' testatori.
Portano le veste dogali, menansi dietro i servitori, precedono fuori a tutti 1
magistrali: in processione sono preceduti da'Consiglie- ri e da' tre capi de'
Quaranta. Perciocché camminando u due a due, i Gonsl'glieri ed i delti Capi
sono in su le destre, i Procuratori in su le sinistre. E assegnalo loro una
abitazione o veramente sessanta ducati l' anno. Vanno in Pregati tutti quanti,
ma non già tutti nel Consiglio de'Dieci, ma solamente nove eletti dal detto
Consiglio, Ire per procureria. Non possono ottenere al- cuno altro magistrato,
eccello che l'essere Savio gran- de e della Giunta del Consiglio de'Dieci. E
quando si elegge il capitano dell' armala o il Provveditore del campo, si fa una
legge in Pregati, che ciascuno che è Procuratore possa ottenere tale dignità j
il che è ordi- nato, acciocché tali faccende siano amministrate da nomini
grandi, i quali sono sempre ornali di tale ono- re. Non possono aniare al
Consiglio grande se non I DI VENEZIA. 587 s' intendeva avere fornito il
magistrato se i successori non erano creati. Abbraccia que-to C onsigllo dieci
gentiluomini eletti nel Consiglio grande come gli altri' magistrati, de' quali
s'eleggono ogni mese tre a sorte, i quali son chiamati capi de' Dieci. E di
questo uno è preposto ogni settimana, e quando si raguna il Consi- glio grande,
costui è quel che slede dirimpetto al Doge. Reggono questi le insegne del
magistrato, e quello con- tinuamente esercitano: ed è loro officio particolare
ragunar il detto Consiglio de' Dieci, nel qnal hanno autorità di proporre i
[)areri, non ciascun da per sé, ma o tutti insieme o due almeno. Ed ogni otto
giorni son obbligati chiamar il Consiglio, cioè gli altri sette, e [>iù
volte ancora, se più bisogna nelle (ìiccende, che oc- rorrono, pigliare
consiglio o deliberazione alcuna. An- ticamente non era detcrminato tempo
alcuno nel qua- le dovessero chiamare tutto il Consiglio. Ma perchè qualunque
volta egli si radunava, tutta la città si per- turbava, giudicando che non
senza gran cagione si radunasse, acciocché la città mancasse di questa mo-
lestia, fu determinato il tempo sopraddetto. E notale che quando vanno a
daresinitenza d'alcun reoche sia jielle mani loro per alcuna di quelle cinque
cose che sopra abbiamo dette, non può quel reo né per sé stes- so, uè per altri
agitare e difendere la causa sua in detto Consiglio, ma comparisce dinanzi a'
capi 5 e di tutto quello che egli dice, se ne piglia nota. E quando la causa
de' Capi è introdotta in Consiglio, bisogna che alcuno di loro pigli questa
impresa di difenderlo, al- tramente non può essere in alcun modo difeso. E cia-
scuna loro sentenza manca di provocazione, né da al- 588 DELIA REPI.BLUCA E
MAGISTRATI tri può esser mutata se non da loro stessi, o da' suc- cessori, se
la cosa è tale che si possa raulare. Ouesli capi de'Diecl sono quelli i quali
con la presenza loro ornano la saia del gran Consiglio sedendo sei modo che
dicemmo. Ouesli ancora con gli altri sette sono connumerafi nel Consiglio dei
Pregali, e dura il loro magistrato un anno. E come noi abbiamo detto dei Savii
e de' Consiglieri, possono subilo entrare in un al- tro magistrato. Perciocché
tutti questi magistrati. Savii di mare, Savii di terra ferma, Savii grandi,
Consiglieri, i Dieci, gli Av voratori, e Censori, non danno impedimen- to l'uno
all'altro. E subito che un gentiluomo ha for- nito uno di questi, può entrare
nell'altro. E se egli avviene che alcuno, mentre che egli esercita un magi-
strato minore, sia creato nel maggiore, può costui, se gli piace, lasciare il
minore e prendere il maggiore. Gio. Da questo è necessario che seguiti, che
tulli questi magistrati, i quali avete numerati, girino in poco numero di
gentiluomini. il/. Ti'if. Yoi discorrete bene. E noi sogliamo dire che qualunque
volta alcuno de'noslri gentiluomini è pervenuto ad essere Savio di terra ferma,
rade volte è che egli non sia ornato d'alcuno di quelli magistrati. Ma tornando
al proposilo, voi avete veduto come il Consiglio de' Dieci è un membro molto
spiccalo dal- la repubblica, anzi da quella in tutto separato, né ha altra
dependenza, che esser eletto dal Cor.siglio grande, come gli altri magistrali.
Ed avendo assai parlalo di tale Consiglio, resta ora che ragioniamo de*
Procuratori. Il magistrato de'Procuratori è reputatissirao nella nosìrn città,
ancora che egli non sia di quelli ne'quali consiste h i 1)1 VENEZIA. 4 '0
vocatorl ed essi giudici ancora, che in verità mi par che molto siano nel loro
magistrato occupati. M. Trìf. Per parlar prima degli Auditori vecclii e nuovi,
dico che a'gludici primarii di dentro, quelli che domandano, cioè gli attori,
sono tenuti pagare tanto per cento di tutto quello che portano le cause. Noi li
chia- miamo i carati, i quali carati, quelli poi che appella- no, devono pagare
agli Auditori vecchi quando ac- cettino l'appellazione, e dalla Ouarantia
abbianole sentenze in favore. Ed in questo caso, 1 giudici pri- marii sono
tenuti restituire loro quei carati, 1 quali da cjuel che domandavano
ricevettero. Ma se le sen- tenze della Ouarantia sono contrarie agli
appellanti, gli Auditori non fanno di cosa alcuna acquisto. A.'Ret- tori di
fuori non si pagano i carati da chi domanda, ma quelli che appellano 11 pagano
bene agli Auditori' nuovi, in caso che accettino le loro appellazioni, e nella
Quaranlia abbiano poi la sentenza in favore. Gli Av- Tocatori, oltre a certa
provvisione, benché piccola, che hanno dal pubblico.
parlcci[)nnode'contrabbandi e del- le condannagionl. Tanto che questo
maglslralo, oltre a l'essere onoratlsslmo, reca ancora molla utilità. I
Quaranta di ciascuna Ouarantia, tirano per ciascuna volta che eglino si
radunano, un ferzo di ducato per uno. Ordinariamente si radunano la mattina ;
ma oc- correndo per caso alcuno radunarsi ancora dopo de- sinare, a quelli
delle Ouarantie civili non è dato [>iù cosa alcuna, solamente a' Quaranta
del oriminale è rad- doppiato il salario. E (juando questi quaranta, che ora mi
è venuto alla mente, hanno fornite tutte tre le Qua- ranlie, niuno di loro può
esser di nuovo crealo di quo- /j20 PELLA REPUBBITCA E MAGISTRATI Sii Quaranta,
se non ha passato otto mesi. E qnesla è la loro contumacia. Ora dite altro, se
altro vi occorre. Gio. Voi faceste menzione de' Signori di nolte, (jiiando
diceste che due di loro entrayano nel Colle- gio dell* esamina. Ma poi non
avete detto che magi- strato sia questo. M. Trìf. Yoi dite il vero. Ed io non
lo dissi allora per non interrompere la materia della quale si tratta- va. Sono
adunque sei gentiluomini, uno per Sestiero, preposti alla guardia di tutta la
città. Chìamansi Signo- ri di notte, perciocché aulicamente punivano i delitti
che si facevano di notte. Ne' tempi nostri non sola- mente perseguitano alcune
notturne sceleratezze, ma ancora molte di quelle che di giorno si commellono,
come sono le fraudi che 1' uno o per avarizia o per altra umana passione fa
ali" altro. Fu ordinato questo magistrato essendo doge Marino Morosini, e
furono noi principio due. Uno de' quali esercitava il magi- strato nella parie
di citra Canale, Tallro nella parte d'ultra, per usare i vocaboli nostri.
Essendo poi Doge Kinieri Zeno , quattro ne furono aggiunti. Sono at- tribuiti
loro sei Capi, ciascuno con tanti fanti, quanti si ricerca a tale faccenda. Tre
di questi capi stanno la notte con le loro compagnie intorno a san Marco ed al
palagio, circuendo le vicine contrade. Gli altri tre intorno a Rialto, ed a'
luoghi propinqui dimorano. Procurano costoro che per tutta la città non si com-
metta scandalo alcuno, che a ninno sia fatto oltraggio, che non si porti arme,
togliendole a chiunque le tro- vassero. E tutti i malfattori che trovano li
prendono e mettongli in carcere, i delitti de' quali sono poi da DI VENEZIA. 4
"9 quattro anni due Renogiìltori, i quali noi chiamiamo Sìnrlici di mare,
che vadano riconoscendo l'isole, e le terre, e castella che possiede la
Repubblica nostra in Dalmazia, in Albania, in Grecia, e facciano finalmente il
medesimo oGlcio, che fanno in terra ferma gli Audi- tori nuovi. Intromettono
poi questi Recognitori le cause nelle Quaranlie secondo che ciascuna richiede,
cioè le criminali nella criminale, e le civili nella civile nuova: ed eglino
ancora le agitano non altramente che gli Av- vocatorile loro. Difendono adunque
i Recognitori irei, gli avversarli loroo si difendono perse slessi o per gli
avvocati, come di sopra fu detto. Non si possono già agitare quelle cause le
quali sono tra il magistrato ed il reo prima che il Rettore abbia fornito il
magistra- to, se già egli non consentisse che la causa s' agi: asse, il che fu
di sopra narrato. twin. Possono esser queste cause, che nascono dal- le
appellazioni, agitate in altri giudici! che nelle Qua- ranlie ? M. Trif.
Possono, ma non già tutte 5 perciocché solamente le civili possono esser
intromesse nel Con- siglio de' Pregati, nel modo che intenderete. Gio. In queste
Quarantie detcrminansi altre cau- se, che quelle che ci pervengono per via d'
appella- zioni ? M. Tr'ìf. Sì, ma solamente nella Quarantia crimina- le, alla
quale pervengono ancor come a giudice pri- mario le cause intere, siccome
dinanzi ancora vi dissi 5 come sarebbe, se uno avesse patito, o nella persona,
ò nella roba, o nell'onore, o in altro, può costui ricorrer agli Avvocatori, e
dare una querela contro al suo av- Ginnnoftl. 2^ 4 IO DELLA REPUBBLICA E
MAGISTRATI versano. Eglino allora agitano la causa nel modo che nbbiamo dello
di sojua. TriUtansi ancora in questa Ouarantia molte cause, le quali sono dagli
Avvocalori per comandamento del Collegio ricevute. La qual co- sa procede in
questo modo. Poi ria essere che un Ca- pitano di mare, un Provveditore, un
Ambasciatore o altro magistrato non amministrasse le faccende pubbli- che,
secondo che gli fosse stato commesso. In Collegio adunque dove tal cosa
apparisce per le lettere e gli altri avvisi, che in quello secondo V ordine
sempre si leggono, come poco fa dicemmo, può ciascuno di quel- li che v'
intervengono, proporre una parte contro a quello. E se alcuno propone una colai
parte che sia non solamente privalo della amministrazione, ma che si debba
presentar agli Avvocatori, e poi sia approvata nel Consiglio de' Pregati nel
modo dianzi narrato, o veramente nel Consiglio de' Dieci (perciocché neiruno e
neir altro Consiglio si possono simili parti ottenere ) è tenuto costui a
venire dinanzi agli Avvocatori, i qua-r li gli procedono contro come reo,
secondo V ordine che abbiamo dello. Ed agitano la sua causa o nella Quarantia,
o nel Consiglio de' Pregati, o nel Consiglio grande, secondo che pare a loro.
Queste simili cause s' intendono essere ricevute dagli Avvocatori per co-
mandamento del Collegio. E così fatta fu la causa di M. Angelo Trivisani, il
quale essendo stalo rotto in Po dal Duca di Ferrara, fu dagli Avvocatori per
coman- damento del Collegio o della Signoria, che cosi anco possiamo dire,
accusalo di poca diligenza e ne fu con- dannato. Così fatta fu ancora quella
del Doge Lore- dano che dicemmo dianzi, e quella di M. Antonio DI YENEZIA. 4 *
^ Gilmani molli anni innanzi, che egli alla suprema di- gnilà pervenisse. Il
quale essendo capilano dell' arma- la contro al Turco, fu accusalo per non
avere appic- cato il fatto d' arme, ed aver lasciato perdere Lepan- to in sugli
occhi della nostra armata. Queste due cau- se> per la materia nella quale s'
era peccato, e per la riputazione de'rei furono dagli Avvocatori intromesse nel
gran Consiglio. Gio. Voi non avete detto chi possa proporre parti, quando
simili cause si trattino nel Consiglio de' Pre- gati, o nel Consiglio grande.
31. Tri/. Yoi dite il vero, ma non avete fatto per- dita alcuna 5 perciocché
ora tutto intenderete. Ne'Con- sigli adunque, che avete detto, gli Avvocatori o
in loro vece gli Auditori nuovi, ed i Sindici di mare, i quali nelle cause
provinciali hanno 1' autorità loro, il Doge, i Consiglieri, i capi de'Quaranta
propongono le parli sopra la pena che deve patire il reo: gli altri, qualun- que
Consiglio si sia, bisogna che passino nella senten- za d' alcuni di loio. Gìo.
Quando egli occorre pigliare alcuno, ed aver- lo in sua potestà per poterlo
esaminare con tormento o con altro, che ordine osservate voi ? M. Trìf. Bello
certamente j ed è tale che io non credo che essa giustizia n'avesse poluto
trovare uno migliore. Quando alcuna querela perviene agli Avvo- catori, o
intera come a giudice primario, o per via di oppellazione, o per comandamento
della Signoria, esa- minano gli Avvocatori la causa con quella diligenza, che
si puote usare. E se ella è di tale importanza e pericolo, che bisogni che ella
proceda occultamente e 4 1 2 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI con prestezza, hanno
essi soli autorità di far spogliare il reo. ma non lo possono ritenere pia clie
tre giorni. Laonde bisognandolo esaminare, ne vanno in Ouarantia, e narrata
tutta la causa, chieggono che sia data loro potestà di ritenerlo, inslno a che
la causa sia determi- nata e d' esaminarlo con tormenti. La qual cosa è con-*
cessa loro, se la maggior parte de' quaranta acconsen- tono, similmente
concedono il Collegio delP esamina. Ma se la causa non è di tanta importanza
che sia ne- cessario procedere con tanto silenzio e con tanta pre- stezza,
usano regolarmente gli AvTocatori domandare alla Ouarantia autorità di prender
il reo; né bisogna poi chiedere altra potestà di ritenerlo 5 perchè a ciò basta
che ella abbia conceduto il poterlo prendere, Il che s' ottiene per la maggior
parte de' quaranta. E poi conceduto il Collegio della esamina, il quale non si
niega mai concedula che è la potestà di prendere, o di ritenere il reo. Questo
Collegio è composto di due Con- siglieri da basso, due Signori di notte, un
capo de' Quaranla, un Avvocalore, il quale al'a presenza loro esamina il reo.
Difendesi costui con tutte quelle ragio- ni che può, adducendo teslimonil, ed
ogni altra cosa, che manifesti la sua innocenza. Allora se a quattro di questo
Collegio pare che sia da tormentarlo, è costret- to il reo confessare per duolo
de'tormenti quello, che per paura d' essi non volle dire. Fatta questa esaminu
e notato, dal segretario, s usa pubblicare, cioè si dà facoltà di vederla agli
avvocati del reo, ed a quelli dell'avversarlo, se avesse particolare
avversario, ed a qualunque altro la volesse vedere. Tornasi poi nella
Ouarantia, e si seguita 1' ordine detto. Gli Avvocaluri DI VENEZIA. 4 ' 5
agitano la causa \ il reo si difende per i suoi avvocati : finalmente nel
secondo o terzo giudizio, o egli è dan- nato, o egli è assoluto. S"* egli
è dannato 5 si determina la pena che egli deve [)atire secondo i pareri degli
Av- vocatori, de" Consiglieri da basso e de' capi de' Qua- rauta, i quali
con detti Consiglieri seggono. E secondo quella pena è poi punito il reo, la
quale è confermata dal maggior numero de' suffragii, come dianzi fu detto. Gìo.
Se la Quarantia non concedesse il poter pren- dere il reo, o veramente poi che
gli A vvocatori di sua autorità T hanno fatto pigliare, non consentisse che es-
so fosse ritenuto, come si [irocede ? M. Tr'if. Se la Quarantia non permette
che il reo sia prjso, non se gli procede altramente contro 5 per- ciocché si
presuppone o cli'egli sia innocente, o se pur egli ha errato, l' errore sia
tanto piccolo, che non sia degno di venire alla Quarantia 5 ma che appartenga
a- gli altri magistrati minori, siccome sono i Signori di notte ed i Signori
della pace. Slmilmente quando il reo ì' preso, ed i quaranta non permettono poi
ch'egli sia ritenuto è restituito in sua libertà, e por la medesi- ma cagione
non se gli procede altramente contro. Gìo. Io domando interrottamente di quelle
cose, che alla mente mi vengono, e mi paiono dubbie 5 per- ciò non vi
maravigliate, se io passo da una cosa ad un'altra, che da quella non ha molta
dependenza. Di- co adunque che egli è necessario per la grandezza della città
vostra e dello stato così di mare, come di terra, che a questi giudicii
concorrano sempre assaissime cau- se. Vorrei ora intendere clie ordine voi
abbiate in far che tali cause sian senza confusione spedile. 4 I 4 DELLA.
REPUBBLICA E MAGISTRATI 31, Trìf. L' ordine che noi osserviamo in tali fac-
cende è questo. Tutte le cause che vengono ( ponia- mo ) agli Avvocatori sono
dal secrelario loro notale quella prima e quella poi, secondo che elle sono ve-
nute. E con quell'ordine che elle sono notate, con quello stesso s' introducono
nelle Guarani ie. E questo medesimo ordine in lutti i tre giudizii s'osserva.
Sono bene alcune cause privilegiate, le quali, quantunque -elle vengano dopo V
altre, nondimeno innanzi a tutte si devono espedire. Siccome sono le cause dei
carce- rati, della sepoltura, delle medicine, della farina di fon- daco, delle
mercedi, de' pupilli, de' più congiunti j co- me sarebbe se 1' uno fratello
litigasse con l'altro, se il padre co 'l figliuolo. Simili cause tulle l'altre
prece- dono j e finalmente de' Procuratori, cioè tutte le cau- se che sono alla
loro amministrazione appartenenti. D" altre, che abbiano tale privilegio,
non mi ricordo. Gio. E' mi pare che possa avvenire in tutte queste Quaranlie,
che nell'ultimo giudlcio le ballolte che ta- gliano una sentenza siano pari a
quelle che la confer- mano, tanto che la sentenza non viene ne lodala né
tagliata. Ditemi adunque se avete ordine alcuno, per il quale, quando questo
caso avviene, la sentenza non rimanga irresoluta. M. Trìf. Quando una sentenza,
siccome avete det- to, non viene ne tagliata ne lodala, se ella è in mate- ria
civile, e la causa si tratti alla Quarantia nuova, si introduce alla Quarantia
vecchia, e se ella si tratta alla vecchio, s'introduce alla nuova. E se ella si
traila nel Collegio delle biade, nel quale può ancora avvenire medesimo caso,
se la causa è di fuori, s' introduce LI VEMÌZIA. 4 *5 alla Quarantia nuova,
s'ella è di denlro, alla vecchia. E di nuovo si disputa la causa piocedendo nel
mede- simo modo che abbiamo detto nelle Ouarantie osser- varsi. E se in questo
secondo giudizio la sentenza non venisse né lodata ne tagliata, si fa una
deliberazione nel Consiglio grande che tal causa si debba introdur- re nel
Consiglio de' Pregati. La quale ottenuta s'intro- duce poi in detto Consiglio e
quivi si diflìnisce. E per questa via le cause che per via di appellazione per-
vengono alle Quarantie, vanno ancora nel Consiglio de' Pregati. Il che io
dianzi promessi di dichiararvi- Se la sentenza è in materia criuiinale, tante
volle si bal- lotta nella Quarantia eh' ella venga o lodata, o tagliata? tanto
che le cause criminali, eh' una volta sono intro- dotte alla Quarantia
criminale, da lei bisogna che sia- no determinate. Ma notale ancora che potria
avveni- re che una sola ballotta fosse nel bossolo di quelli che tagliano, o in
quello di coloro che lodano; ed in tal caso la sentenza non s' intende uè
tagliata né lodata. E perciò nel modo che abbiamo detto s' introduce al- l'
altre Quarantie. Il che da' nostri maggiori è stato or- dinato perchè non é
parso loro convenevole che uno sia solamente da uno giudicato. Gio. Sapete voi
la origine di queste Quarantie, e degli AvNOcatori e degli Auditori vecchi e
nuovi, e quale causa indusse i vostri maggiori ad ordinare que- sti Consigli e
questi magistrali? M. Tri/'. Io vi dirò lutto quello che io so. Gli Av-
vocalori, dicono alcuni, che furono ordinati essendo doge Aurio Maslropetro
creato T anno ìMclxxviii. La Quarantia criminale non ho mai inleso in che tempo
4l6 DEIXA REPUBBLICA. E MAGISTRATI fosse ordinata. Pare verisimile che ella
avesse la me- desima origine, che gli Avvocatori, essendo le cause dagli
A.vvocatori nella detta Ouarantia intromesse. Non è anco alieno dal verO;, che
la Quaranlia avesse prin- cipio dopo gli Avvocatori. Perchè potria molto bene
essere, che gli A\ vocatori usassero introdurre le cause al Consiglio grande,
il quale, come dianzi dicemmo, pochi anni innanzi era slato ordinato.
Moltiplicando poi le cause, potette forse parere cosa molto noiosa e che troppo
impedisse le faccende private, il ragunare sì frequentemente il Consiglio
grande. E perciò fosse giudicato, essere meglio creare un Consiglio il quale
fosse preposto a questa cura d'udire T appellazioni. Trovansi ancora molti 1
quali hanno opinione, che questo Consiglio de' quaranta fosse molto innanzi or-
dinato. Ma quale opinione sia più vera, voglio che al giudicio d'altri lo
rimettiamo. Udiva anticamente que- sta Quaranlia le cause civili come le
criminali, e gli Avvocatori le introducevano 5 i quali non potendo sostenere
tanto peso, massimamente per ciò che cre- scendo l' imperio e la città, le
cause venivano a mol- tiplicare, furono creati gli Auditori vecchi essendo do-
ge Andrea Dandolo creato l'anno mcccxlii, i quali introducessero le cause
civili, così di dentro come di fuori, le quali ancora essendo assai
moltiplicate per lo acquisto che si fece in terra ferma, essendo doge Mi-
chiele Steno creato l'anno mcccc, al tempo del cjualc s' acquistò gran parte
dello slato che possiede la re- pubblica nostra in Lombardia, fu costrettala
città no- stra creare gli Auditori nuovi che iutroducessero lo riluse civili di
fuori. Non essendo poi una Quaranlia DI VENEZIA. 4 ' 7 soh sufficiente a
spedire tante faccende, fu ordinala la Guarani la vecchia al tempo di Francesco
Foscaro, crealo Doge V anno mccccxxiii. La quale delerminas- se tulle le cause
civili cosi di fuori come di dentro inlrodotle dagli Auditori vecchi e da*
nuovi. Ulliraa- luente ne' tempi nostri è stata ordinata la Ouarantia civile nuova,
che sia sopra le cause civili di fuori, e quelle di dentro si sono riservate
alla Ouarantia vec-' cliia. Innanzi chela Ouarantia nuova fosse trovata, le
cause procedevano in questo modo. Gli Auditori vec- chi come nuovi, s[)edlvano
le cause che perveniva- no a loro da trenta ducali in giù, quelle da trenta
insino a trecento erano inlrodolte nel Collegio delle biade. Da trecento poi
insino ad ogni numero veni- vano nella Ouaranlia vecchia. E gli Auditori vecchi
introducevano quelle ili dentro ed i nuovi quelle di fuori. E notale che in
quel tempo i detti Auditori vec- chi e nuovi, non solamente accettavano le
intromis- sioni delle appellazioni, ma introducevano ancora esse cause e le
agitavano alla Ouarantia per quelli in fa- vor de' quali le avevano iiilromesse
siccome usano fare gli Avvocatori alla Ouarantia criminale. Nel tempo nostro i
detti Auditori non fanno altro che intromet- tere r appellazioni, lasciando il
pensiero d'introdurre le cause alle Ouaranlie achi elle appartengono j la qual
cosa essendomi al presente tornata alla memoria, non ho voluto tacerlavi. Gli A
vvocalori erano, siccome an- cora sono, sopra le cause criminali, le quali
intromel- levano nella Ouarantia criminale come oggi ancora usano. Tanto che,
siccome voi potete comprendere per quello che abbiamo detto, non è molto
variato 4 1 8 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI questo ordine da poi che la
Quarantia nuova è trovala. D' intorno al Collegio delle biade, non ho da dirvi
cosa alcuna dell' origine sua, perciocché non ho mai inteso ne letto in che
tempo egli fosse ordinato, non dico in che tempi fossero trovati quei
magistrati dei quali egli è composto, ma il fare quello aggregato di quei
magistrati che chiamiamo Collegio delle biade. Puossi bene congetturare, che
egli fusse ordinato o po- co innanzi o poco dopo la Quarantia vecchia. Ma non
voglio che noi ci distendiamo in questa cosa, non por- tando, quando ella si
sappia, alcuna utilità, e quando non si sappia, molto danno. Non tacerò già che
con- siderando i nostri, che per essere questi magistrati de' quali è composto
questo Collegio delle biade molto nel loro olhcio occupali, diftlcile cosa è il
ragunarlo, acciocché le cause abbiano la loro spedizione ed i li- tiganti per
tal cagione non patiscano, vanno tutto il giorno pensando di creare un altro
Consiglio di tren- ta gentiluomini eletti nel Consiglio grande come gli altri
magistrati, che faccia Pofficio che ora fa il Colle- gio delle biade, senza
essere in altra cura occupato, e si chiama il Consiglio de' trenta. E credo
certamen- te, che presto condurranno ad effetto il loro pensiero. Il che io vi
ho voluto dire, acciocché voi non vi ma- ravigliate se mai sentiste non essere
più il Collegio delle biade in uso. Domandate ora se altro vi resta che voi
vogliate intendere. Glo. Yoi diceste dianzi, che gli Auditori tiravano certa
quantità di danari da' litiganti. Ditemi ora più particolarmente che premio
traggono delle fatiche loro, non solamente gli Auditori vecchi e nuovi, ma gli
Av- DI VENEZIA. ' 4 ' 9 voratori ed essi giudici ancora, che in verità mi par
che molto siano nel loro magistrato occupati. M. Trif. Per parlar prima degli
Auditori vecchi e nuovi, dico che a'giudici primarii di dentro, quelli che
domandano, cioè gli altori, sono tenuti pagare tanto per cento di tutto quello
che portano le cause. Noi li chia- miamo i carati, i quali carati, quelli poi
che appella- no, devono pagare agli Auditori vecchi quando ac- cettino V
appellazione, e dalla Quarantia abbiano le sentenze in favore. Ed in questo
caso, i giudici pri- marii sono tenuti restituire loro quei carati^ i quali da
quei che domandavano ricevettero. Ma se le sen- tenze della Quarantia sono
contrarie agli appellanti, gli Auditori non fanno di cosa alcuna acquisto.
A'Ret- tori di fuori non si pagano i carati da chi domanda, ma quelli che
appellano li pagano bene agli Auditori nuovi, in caso che accettino le loro
appellazioni, e nella Quarantia abbiano poi la sentenza in favore. Gli Av-
vocatori, olire a certa provvisione, benché piccola, che hanno dal pubblico,
partecipano de'contrabbandi e del- le condannagioni. Tanto che questo
magistrato, oltre a l'essere onoratissimo, reca ancora molla utilità. I
Quaranta di ciascuna Quarantia, tirano per ciascuna volta che eglino si
radunano, un terzo di ducato per uno. Ordinariamente si radunano la mattina ;
ma oc- correndo per caso alcuno radunarsi ancora dopo de- sinare, a quelli
delle Quaranlie civili non è dato più cosa alcuna, solamente a'' Quaranta del
criminale è rad- doppialo il salario. E (juando questi quaranta, che ora mi è
venuto alla mente, hanno fornite tutte tre le Qua- ranlie, niuno di loro può
esser di nuovo crealo di quo- /^20 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI Sii Quaranta,
se non ha passato otto mesi. E quesla è la loro contumacia. Ora dite altro, se
altro vi occorre. Gìo. Voi faceste menzione de" Signori di nolte, quando
diceste che due di loro entravano nel Colle- gio dell' esamina. Ma poi non
avete detto che magi- strato sia questo. M. Trìf. Voi dite il vero. Ed io non
lo dissi allora per non interrompere la materia della quale si tratta- va. Sono
adunque sei gentiluomini, uno per Sestiero, preposti alla guardia di tutta la
città. Chiamansi Signo- ri di nolte, perciocché aulicamente punivano i delitti
che si facevano di notte. Ne' tempi nostri non sola- mente perseguitano alcune
notturne sceleratezze, ma ancora molte di quelle che di giorno si commettono,
come sono le fraudi che V uno o per avarizia o per altra umana passione fa all'
altro. Fu ordinato questo magistrato essendo doge Marino Morosini, e furono nel
principio due. Uno de' quali esercitava il magi- strato nella parie di citra
Canale, l'altro nella parte d'ultra, per usare i vocaboli n»)stri. Essendo poi
Doge Rinieri Zeno , quattro ne furono aggiunti. Sono at- tribuiti loro sei
Capi, ciascuno con tanti fanti, quanti si ricerca a tale faccenda. Tre di
questi capi stanno la notte con le loro compagnie intorno a san Marco ed al
palagio, circuendo le vicine contrade. GII altri tre intorno a Rialto, ed a'
luoghi propinqui dimorano. Procurano costoro che per tutta la città non si com-
metta scandalo alcuno, che a ninno sia falto oltraggio, che non si porti arme,
togliendole a chiunque le tro- vassero. E lutti i malfattori che trovano li
prendono e metlongli in correre, I delitti de' quali sono poi da DI VENEZIA. ^2
1 delti Signori di nolle giudicali e puniti, se sono di quelli che al
magistrato loro appartengono, gli altri sono intromessi a' Giudici a quelli
determinati. Ma non voglio distendermi in molti altri particolari, non
solamente di questo magistrato, ma ancora degli altri de' quali io non voglio
cosa alcuna trattare, non solo perchè è lunga materia, ma eziandio perchè
dimoran-, do io fuor della città, non ho quella pratica che si ri- cercherebbe
a darvegli ad intendere Voi anderete una volta a Venezia e quivi troverete
assai, i quali diluiti gli altri magistrati pienamente vi informeranno. E
quando altri non trovaste, non vi mancherà mai il nostro M. Girolamo Quirini,
uomo cosi di gentilezza e cortesia, come di dottrina ed eloquenza ornalo j ma
ditemi se avete altre dubitazioni d^ intorno a questi giudizii : [ìcrciocchè
non dubitando voi più di cosa al- cuna, io tratterò alcune cose de' Censori, i
quali io ho riserbali all'ultimo luogo, perciocché con le cose delle non hanno
molla continuazione. Di questi ora noi trat- teremo se a voi così piace. Gio. A
me piace sommamente. Perciocché de'giudi- zii io resto pienamente soddisfatto.
Ne cosa mi viene alla mente che m' apporti dubitazione alcuna. M. Trlf. I
Censori sono due, ed è un magistrato nuovamente ordinalo contro all' ambizione
de' gen- tiluomini. Innanzi a' Censori gli Avvocatori e Capi de' Dieci, i quali
seggono nel gran Consiglio in luogo emi- nente, quando si creano i magistrati,
come dicemmo, erano preposti a questa cura di provvedere diligente- mente che
ninno con l' ambizione sua corrompesse le leggi e per via di ricchezze, o d'
altri favori slraordi- Giarmotti. aS \22 DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI uarii
cercasse ri' ottenere alcun magistrato che altra- mente non avrebbe ottenuto. E
tosto che i magistrati erano creati, prima che il Consiglio fosse licenziato,
in- vestiga vano se alcuno di quelli che gli avessero otte- nuti, avesse
commesso cosa alcuna per la quale egli meritasse punizione. E trovando alcuno
in peccato gli procedevano poi contro come corruttore delle leggi, nel modo che
ne' giudizii abbiamo detto. Avendo poi i nostri veduto che V ambizione cresceva
e che final- mente sarebbe stala dannosa alla repubblica, se non vi si poneva
rimedio, crearono questo nuovo magistra- to, il quale avesse quesla cura particolare
di castigare r ambizione de' gentiluomini. Ma per liberarmi dalla promessa che
io vi feci, fu creato questo magistrato specialmente contro a certe
intelligenze occulte d'al- cuni, i quali per avarizia vendevano i loro
sufiiagii a questo ed a quello. Tenevano costoro pratica con gli ambiziosi 5 e
nel giorno, nel quale si devono creare i magistrati, avevano constiluito a chi
avessero a volgere i sufFragii. Potevano in due modì^pi estave i loro favo- ri
a quelli che li compravano 5 perciocché se alcuno di loro per sorte veniva
fatto nominatore (il modo vi fu dianzi detto) nominava costui o quello o uno di
quelli, a chi avevano il giorno a volgere i sufFragii. Quando poi era nel
Consiglio ballottato, tutti gli altri co' loro suffragi! lo favorivano. Sono
alcuni, i quali veduto questo disordine, ed intendendo come noi usia- mo
talvolta vendere i magistrati, hanno giudicato che la nostra repubblica, se non
al tempo nostro, almeno dei nostri figliuoli, abbia a rovinare e convertirsi in
tirannide. Io certamente, poiché i Censori sono stali DI VENEZIA. 4-'' creati,
sto con l'animo quietissimo che ella non possa rovinare. Ma quando non si
fossero creati, ho fernja ' opinione che da quel disordine ne potesse nascere
la rovina della noslra repubblica. Le ragioni, che mi muovono, intenderete un'
altra volta : perciocché tal rosa appartiene ad un"* altra considerazione.
Non vo- glio già restare di dirvi in che modo noi usiamo ven- - dare i nostri
magistrati, acciocché veggiate che questa usanza (avVv^nga che ella non sia da
lodare per non dare riputazione alle ricchezze e torla alle virtù, di che
seguiterebbe che gli uomini diventerebbero troppo avari, ed abbandonerebbero
l'opere virtuose con in- finito danno del pubblico bene) si può ella pure in
qualche parte scusare. Quando la nostra repubblica è oppressala da qualche
bisogno, quegli, a* quali ap- partiene pensare a' modi di provvedere danari,
cioè il Collegio, secondo V ordine che dicemmo, ed 11 Consi- glio de' Dieci
ancora, oltre alPaltre vie le quali hanno per tale prov^ Islone, deliberano di
proporre o in Pre- gati, o in Consiglio grande, che si facciano (poniamo) i
Pregati futuri per danari 5 che s'eleggano di nuo\o quattro o sei Procuratori j
che si diano alcuni altri ma- gislrati a chi con le sue ricchezze aiuterà la
repub- blica. Propongono adunque questa deliberazione o nel Consiglio grande, o
nel Consiglio de' Pregati. Ma qua- lunque volta ella si propone in Pregali,
debbe ancora ne) Consiglio grande passare. Puossi bene proporre solamente nel
Consiglio grande, e se qui è c/mfermala, allora si manda ad esecuzione. Ma se
accadesse il con- trario, bisogna pensare altri modi di fare danari. Gìo. Voi
diceste dianzi che il Consiglio de' Dieci ^2^ LEU. A REPUBBLICA. E MAGISTRATI
poteva tanto, quanto tutta la citlà: non si potrebbe adunque lai parte proporre
in questo Consiglio, ed ot- tenersi ? M. Trìf. Il Consiglio de' Dieci ha questa
autorità, che voi dite, in ciascuna altra materia. Della creazione de'
magistrati il Consiglio grande interamente è signo- re : e quando simile parte
si propone in Pregati, s'ag- gingne sempre questa condizione, che ella si debba
pro- porre in Consiglio grande. Fatta adunque questa de- liberazione, e venuto
il tempo di creare quei magistra- ti, che s' hanno a dare a chi presta qualche
sussidio alla repubblica, si fanno prima le quattro mani degli Elettori nel
modo che noi dicemmo nella creazione de" magistrati 5 e perchè d"
alcuni magistrati ordinaria- mente i competitori si creano per due mani di
Elet- tori, in questo caso si creano per quattro. A questi sono poi aggiunti
gli altri competitori creati nel Consiglio de' Pregali , nel modo che noi
dicemmo chiamarsi Scrutinio ^ perciocché mentre che gli Elettori creano i
competitori, lutti quelli che mettono ballotla, cioè rendono i suffragii nel
Consiglio de' Pregati, si ritira- no nella sala dove il detto Consiglio si
raduna, vicina a quella del Consiglio grande. E qualunque vuole es- sere
nominalo se ne va alla porta di quella, e quivi or- dina che il Segretario lo
faccia nominare. Tutti i no- minali si scrivono in polizze, le quali a sorte si
trag- gono d'un cappello, l'una dopo l'altra, ballottandosi di mano in mano i
nomi di quelli, che in esse sono scritti. E qualunque passa la meta de'
suffragii, s'inten- de essere approvato competitore di quel magistrato Questi
poi, quando sono letti nel Consiglio grande. ni VENEZIA. 425 [nìinn che sleno
mandati a partito, ofFeriscono quella che vogliono o possono prestare da quella
somma in su eh' è determinata. "Vanno poi a parlilo; e quello ottiene il
Magistrato, che ha più sufìragii dalla metà in su. Ed avviene alcuna volta che
colui che offerisce meno, per essere uomo di più qualità, ottiene il ma-
gislralo. Gio. Quando voi create i magistrali per danari, che' somma
determinale voi che si presti? M. Trìf. La maggior somma non s' usa mai deter-
minare, ma solamente la minore. E questa ancora non è sempre quella medesima 5
perciocché una voli a si determina maggiore, alcuna volta minore. Questo anno
presente, avendo bisogno la Repubblica di molti da- nari per nutrire i nostri
eserciti nella guerra, che noi facciamo in Lombardia per restituire Milano al
suo legittimo signore, hanno ottenuto una deliberazione nel Consiglio di
concedere alcuni magistrati a chi [)re- sla duecento ducati : da questa somma
in su può of- ferire ciascuno quello ch'egli vuole. Dovete ancora notare che
quando questa usanza incominciò, si deli- berava che chi non offeriva ottenesse
il magistrato quando egli avesse più suffragii dalla metà in su, che quelli i
quali offerivano. E avveniva alcuna volta, che chi non offeriva cosa alcuna
otteneva pure il ma- gistrato. Bisogna bene avvertire che chi non offeriva era
di quelli competitori falli dalle quattro mani de- gli Elettori, perciocché chi
era nominato nel Consi- glio de' Pregali, era nominato con condizione eh' egli
avesse ad offerire. E perchè quando i Pregali si fan- no per danari, nel modo
dello, interviene che di tale ^SG DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI onore è
onorato, chi forse altramente non 1' otlerreh- be, e quelli che V otterrebbero,
rimangono indietro, acciocché in questo Consiglio de' Pregati (perchè è di
grandissima importanza, come avete potuto compren- dere) si trovino tutti
quelli, che sono reputali savii, tutti sono nella creazione della Giunta del
Consiglio compresi : non perchè alcuna legge sia, che a lare tale elezione
costringa, ma perchè ciascuno giudica essere necessario fare in tal caso così
fatta elezione. Comin- ciò questa usanza, che molti falsamente chiamano ven-
dere i magistrati, V anno mdix, nel qual tempo aven- do la repubblica nostra
perduto i suoi eserciti nella zuffa che noi facemmo con Lodovico xii re di
Fran- cia, fu costretta aiutarsi in tutti quei modi che si po- tettero trovare.
Ma, come voi potete comprendere, non basta solamente offerire danari per
acquistare un magistrato j perciocché bisogna ancora superare i com- petitori
co' suffragii. E come voi avete inteso, non si usa questa cosa se non in
grandissimi bisogni. Tanto che io non veggio che questa sia cosi gran
corruzione come molti pensano e dicono. Egli è vero, che io non la voglio
lodare^ nondimeno mi pare che alla qualità de' tempi si possa qualche cosa
concedere, Gio. Ditemi, se 1 non vi grava, per qual cagione quando si creano i
magistrati per danari si facciano altri competitori oltre agli ordinarii nel
Consiglio de' Pregati : e quelli, la cui elezione ricerca due mani di elettori,
in questo caso si facciano per quattro. M. Tiìf. Questo si fa perchè essendo
maggior nu- mero di competitori l' offerte sono anco poi maggiori. E notate che
nell' ultimo Consiglio sempre si pubbli- DI VENEZIA. 427 cano i magistrati, che
si devono nel seguente per da- nari creare. Il che si fa acciocché ciascuno
abbia tem- po a praticare d'ottenere quei magistrato che egli de- sidera,
ordinando d'e>sere nominato nel Consiglio de' Pregali, ed altre cose ancora
provvedendo per le qua- li egli possa il suo desiderio ottenere. Ma per tornare
al proposito nostro, seggono i Censori in luogo emj- nenle, come noi dicemmo
nella descrizione della sala del gran Consiglio 5 e fauno ne** tempi noslri
quelP of- ficio che facevano prima gli Av vocatori e Capi de'Die- ci. Oltre a
questo hanno autorità di correggere tutte le male consueludini, per le quali s'
accresce l" ambi- zione. Laonde non sono ancora due anni che da loro fu
falla una legge, per la quale fu tolta via l' usanza del rallegrarsi con quelli
che avevano ottenuto i ma- gislrali. Gìo. Ouesla usanza era ella cosi dannosa
che biso- gnasse con le leggi vietarla ? M. Trjf. Ella non era tanto dannosa,
quanto ella aveva in sé non so che di brullezza. Perciocché, creati che erano i
magislrati, quelli che gli avevano ottenu- ti, si recavano in luogo che lutti,
o la maggior parte de' genliluomiiii nelT uscire della sala del Consiglio gì'
incontravano, talché ciascuno mostrava di rallegrar- si dell' acquis!alo onore,
e d' essere slato quello che dato gliel'aveva. ancoraché avesse operato
Popposito. Ed in ciò s' usava parole molto più all' ignorante vol- go, che
a'patrizii gravi convenienli. Ora questa mala consuetudine é stata lolla via da
questi Censori, i quali ancora , se chi ha provvidenza dell' universo vuole
r.ìie una repubblica piena di tante buone ordinazioni 428 DELLA REPUBBLICA E
MAGISTRATI viva qualche secolo, se non per altro, per insegnare al- meno alle
città d' Italia come elle s' hanno a governare, se da' tiranni non vogliono
essere oppresse, porranno fine ad ogni mal umore che in parte alcuna le potesse
danno recare. Noi abbiamo insino a qui narrato tutta r amministrazione pubblica
della nostra città, con tut- ti quelli particolari che ci sono venuti alia
mente, ed ho ferma opinione che pochissime cose sì siano indie- tro lasciate. E
come noi dicemmo dianzi, de' magi- strati privati non tratteremo cosa alcuna.
Altra volta avremo tempo a ragionarne, o voi andando a Venezia vi farete
informare da chi forse avrà maggior notizia di tali cose che non ho io. Avremo
ora a ragionare alquanto sopra quelle cinque cose, delle quali deve essere
perito chi è membro della città, ma non so se il lungo mio dire vi grava. Gio.
Il vostro ragionare non mi puote in alcun mo- do essere noioso. Perciocché la
varietà delle cose che voi ragionate, mi rinfresca sempre 1' appetito. Oltre a
questo, la gravità della materia, della quale ogni spi- rito, i cui pensieri
non siano leggieri, né bassi, ne do- vria essere desideroso, mi tiene tanto
attento, che ogni gran noia e fastidio mi convertirebbe in grandissi- mo
piacere, E però se il lungo dire non ha debilitato voi, spedite pure lutto
quello che ancora vi resta a dire. 31. Trif. A me piace assai che noi diamo a
questa materia intera perfezione, e specialmente perciocché a me pare essere
questo giorno a tale ragionamento tut- to quanto disposto. Potria essere che
un' altra volta io non ci avessi quella attitudine che oggi mi ci pare DI VENEZIA.
4 '-^9 avere. Diremo adunque di quelle cinque cose soprad- dette, benché non
molto particolarmente, ma quanto sarà necessario al proposito nostro. Tutto l'
imperio della nostra repubblica, siccome ciascuno può sapere, è diviso in due
parli, una delle quali è in terra ferma, l'altra in mare. Dell'una e dell'altra
si trae grandis- sima entrata, ma pure è molto maf;giore quella di ter- ra
ferma e specialmente di Lorabc'.rdia, dove oltre al-' l' altre cose che sono
assaissimo, noi possediamo sette città, Trevigi, Padova, Vicenza, Yerona,
Brescia, Ber- gamo e Crema, le quali sono alla repubblica nostra di grandissimo
frutto. In mare siamo di Cipri, di Can- dia, di Corfù e di molte altre isole
signori. E nella ri- viera di Schiavonia, Dalmazia ed Istria teniamo molte
città e castella che sono alla città nostra di non pic- ciola utilità. Le
entrate poi della nostra città sono grandissime, ed in molte cose consistono,
siccome so- no i dazii delle cose che entrano nella città e di quel- la escono,
tra i quali quello solamente del vino rende d'intorno a centomila fiorini 5 la
Dogana di mare 0 quella di terra ferma, le decime e le tasse di tutti i
gentiluomini e cittadini veneziani. Sono queste tasse un certo tributo simile a
quello che voi chiamate arbitrio : perciocché sono molti gentiluomini e
cittadini, i quali ancora che non abbiano beni stabili, nondimeno per essere
mercatanti, sono ricchissimi. Ed a questi ed agli altri ancora è imposto
cjuesto tributo che noi chia- miamo tansa, cioè tassa. Perciocché la ricchezza
di ciascuno è tassata, cioè stimala, e secondo quella esti- mazione è
determinato cjuello che ciascuno deve pa- gare. E molti afiTeriiiauo che tutte
queste entrate della 25- \ 43o DEIXA REPUBBLICA E MAGISTRATI Città coQ quelle
dello Stalo di mare e di terra, arriva- no ad un milione e dugento mila ducali.
Io vi ho detto cosi grossamente la somma delie nostre entrale. Se voi ne
desiderale notizia più particolare, la potrete ave- re ricercando le azioni di
quei magistrali che le go- vernano. ÌVIa siccome V entrate sono grandissime,
cosi ancora le spese non sono picciole. Principalmente noi teniamo
continuamente a** soldi nostri un Capitan ge- nerale, con provisione e condotta
assai onorata. La quale dignità non sono ancora due anni che noi dem- mo a
Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbi- no, uomo e per scienza militare e
per prudenza, e per molte altre sue virtù da esser sopra tutti gli al- tri
Capitani de' tempi nostri celebrato 5 nella cui virtù abbiamo tanta fede, che
mentre egli comanderà a'no- slri eserciti, non pensiamo che i nostri Slati
possano esser da forza esterna oppressi. Olire a questo paghia- mo del continuo
d' intorno a mille uomini d' armi, e tanto numero di fanti che siano
suflicienti a guardare quel luoghi ne' quali cosi al tempo di pace, come di
guerra, noi sogliamo guardie tenere. Diamo ancora pro- visioni a molti uomini
valenti, per opera e favore de' quali quando il bisogno lo richiede gli
eserciti nostri congreghiamo j le quali tutte genti senio distribuite in quelle
nostre terre di Lombardia, che hanno di qual- che continua guardia bisogno, o
per la larghezza del vigere agevolmente le possono sostentare. Ne' tempi poi di
guerra si mandano dove si giudica necessario. Nello Stato di mare si tiene
ancora dalle dieci alle do- dici galere armate, le quali sono distribuite in
Cipri, in Candla, in Corfu e negli altri luoghi opportuni. In eia- DI VENEZIA.
45 i scuna (3i queste galere sono centocinquanta vogadori : perciocché elle
hanno cinquanta banchi, sopra ciascu- no deViuali seggono Ire vogadori. Oltre a
questo por- tano da ollanta a cento uomini per coml)altere. A' vo- gadori non
s' usa dare mollo gran stipendio, perchè tutte queste galere s' armano in
alcuni luoghi, siccome nella Riviera di Schiavonia e Dalmazia, dove gli abi-
tatori essendo poveri, per poco prezzo pigliano tale impresa volentieri. Quelli
clie combattono è necessa- rio pagarli, come quelli di terra ferma. Tanto che
com- putato insieme tutto quello che si spende ne' voga- dori, ne' combattenti,
nella munizione del vivere, del combattere, costa ciascuna galera d' intorno a
sette- cento ducati al mese. La spesa ancora che si fa nel mantenere l'
apparato per la guerra di mare, non è an- co picciola, siccome voi, quando
tratteremo dell' Ar- senale, potrete comprendere. Ma quello che gran par- te
delle nostre entrate ingombra, sono tre Monti. De' qtiai r uno è chiamato il
Monte vecchio , 1' altro il nuovo, il terzo il novissimo. Il primo ebbe origine
in- sino a' tempi di Vital Michieli, il quale fu costretto da- re principio a
tale Monte, per le grandi spese fatte nel- la guerra contro ad Emanuele
imperatore di Costan- tinopoli : ed è quello che per altro nome è chiamato gì'
imprestiti. Il secondo fu ordinato nella guerra Fer- rarese, fatta al tempo de'
padri nostri, essendo Doge Giovanni Mocenigo. Il terzo dopo Panno >idìx,
poscia die gli eserciti nostri furono rolti da Lodovico xii re di Fi ancia.
Cia^^cuno di questi Monli non è allro che uno aggregato di danari, i quali sono
stali da' nostri gen- tiluomini e cittadini alla repubblica ne' suoi bisogni
4^)2 DELLA REPLBBLICA E MAGISTRATI prestati. E perchè i bisogni sono stati
grandi e frequen-- ti, perciò sonoj massimamente i due primi, grandissimi e
quasi smisurati corpi divenuti. Tanto che nel pagare gì' interessi a ragione di
cinque per cento, consumiamo una grandissima parte delle nostre entrate. Onde
av- viene che quantunque la repubblica nostra, per avere grande imperio, sia
ricchissima, nondimeno non è mai ch'ella si trovi molli danari accumulali. Ma
per pote- re ne' bisogni valersi di quell' entrate, hanno usato i nostri
maggiori ne' tempi di guerra non pagare gl'in- teressi del Monte vecchio.
Passata poi la guerra, han- no pagato gli utili, non del presente anno, ma
dicjuel- lo nel quale restarono di pagare. E così hanno di ma- no in mano
seguitato: lauto che quarani' anni o più si trova indietro a' tempi nostri
questo Monte. Intor- no al Monte nuovo hanno preso i nostri patrizii, già due
anni sono, un partito prudentemente considerato. Era questo Monte ancora egli
molti anni rimaso in- dietio; e quando pagava i creditori, non pagava i pre-
senti interessi, ma i passati, siccome usa oggi il Monte sopraddetto. Volendo
aduncpe i nostri estinguere tanti debiti della repubblica, acciocch' ella si
potesse valere delle sue entrale, per pubblica deliberazione posero fine agP
interessi futuri, e fecero corpo del ca- pitale e degr interessi che insino a
quel tempo erano corsi, e non s' erano pagati: tanto che ciascuno che ha danari
in su questo Monte è creditore in una par- tita del suo capitale e
degl'interessi sopraddetti j e quello che ogni anno si paga è da' creditori,
non co- me frutto, ma come parte de' suoi crediti ricevuto. E così a poco a
poco la repubblica di tanto debito si DI VENEZIA. 4^5 vieue a sgravare: e se si
continuasse qualche anno di pagare, in breve tempo cotanto debito
s'estinguereb- be. Ma voi vedete come il mondo gira, e come per le continue
guerre i bisogni vanno crescendo. Tanto che non sarà da maravigliarsi se, non
solamente questo debito non s" estinguerà, ma se ad altri Monti ancora si
darà principio : che già sento che i nostri hanno ragionamento di farne un
altro, che si chiami il Mon- te de' sussldii, per supplire alle tante spese che
noi facciamo. Ma tornando a proposilo, per quello che abbiamo detto potete
comprendere come noi ci va- gliamo di questi danari che pagano questi due
Monti. Gio. Se io non ho preso errore, ne' tempi di guer- ra non debbe il Monte
vecchio pagare cosa alcuna, ma debbe di quegli interessi, che quell' anno non
[la- ga, rimanere debitore. Laonde se per sorte in quel- 1' anno nel quale non
paga ha debito gl'interessi di quarant' anni, nel seguente avrà debito quelli
di qua- ranluno, e non pagando ancora in quello, nell'altro poi avrà debito
quelli di quarantadue j e così si può in infinito procedere: ma essendo posto
termine agli interessi suoi, non può fare altra perdila se non che i creditori
tardano alquanto più nell' essere pagali. Ma è giusto che ne' bisogni della
repubblica ciascuno sopporti qualche cosa volentieri. Restaci ora il terzo
Monte, che voi chiamaste nuovissimo, del quale non avete detto cosa alcuna. M.
Trif. Di questo Monte non occorre dire altro se non, che solo questo gli utili
a ragione di cinque per cento continuaraenlc paga. Gin. Questi vostri Monti
sono eglino divenuli a5»» DELLA
REPUBBLICA E MAGISTRATI luercatanzia siccome quelli di Genova e di Firenze an-
cora ? M. Tr'if. I Monti nostri si comprano e vendono non altrlmente che le
altre mercatanzle. Ma i primi due hanno poca riputazione; perciocché spesse
voUe avviene che valendosi la repubblica dei danari a lo- ro assegnali, niente
pagano. Il terzo, perchè continua- mente paga, si mantiene ancora la
riputazione. Ma perchè abbiamo trattalo delle entrate e delle spese del- la
repubblica nostra, [tasseremo alquanto più innanzi, e diremo alcune cose della
guerra e pace; sopra la qual malerla è necessario che diciamo, come la città
sia prov- veduta d' arme e come ella si possa provvedere, ed alcune altre cose
come di sotto intenderete. L'a[)pa- rato ordinario dell'armi, quale egli sia
così per mare come per terra, avete quasi, per quello che è detto, inteso.
Dello straordinario per terra non bisogna par- lare: perciocché qualunque volta
egli è necessario accrescere forze, usiamo questa milizia mercenaria, la quale
oggi per tutta l' Italia s' usa. E non bisogna che stiamo provveduti d'
armadure per distribuirle poi assoldali; perciocché chi viene al soldo di san
Marco, egli stesso porta quel!' armi che gli bisogna- no. Solamente è
necessario avere gran provvisione d' artiglierie, di polvere, di salnitri, e di
tutti gli istro- mentl da guerra per assaltare e difendere le terre, nel
provvedimento de' quali la repubblica nostra a nin- na spesa perdona. Nella
guèrra marittima, come dian- zi dicemmo, armiamo le galere nostre in alcuni luo-
ghi dove gli uomini per poco premio vanno alla guerra per vogadori, e per
combattere prendiamo di DI VENEZIA. /\Ò5 quelli che per terra combattono : i
quali avvengachè seco portino l'armi di che hanno bisogno, nondimeno perchè
quelle che s'usano nelle guerre navali sono alquanto difformi da quelle che s'
usano in terra, per- ciò la repubblica nostra ne sta sempre copiosamente
provveduta, acciocché in qualche bisogno grande ella non manchi d' alcuna cosa
necessaria alla difesa sua. Similmente quando bisognasse accrescere le ftjrze
di mare e mandare fuori maggiore armata, di lutto quel- lo che è a tale effetto
necessario è sempre la repub- blica nostra provveduta. E acciocché ogni cosa
inten- diate, abbiamo nella nostra città un luogo particolare il quale noi
chiamiamo P Arsenale, dove le galere ed altri na villi con tutto l'altro
apparato da guerra si fabbricano. E questo luogo cinto di mura intorno 5 né vi
s'entra se non per una sola porta, e per il canale che mette dentro e manda
fuora i navllii. E ancora sì ampio e magnifico, che agli entranti apparisce nel
pri- mo aspetto come un'altra città. E credo certo che la grandezza sua lo
faccia pari e forse superiore a quel vostro Castello nella strada di Pisa che
voi chiamale Empoli, che già mi ricordo esservi slato, molli anni sono, in un
viaggio che io feci per veder Pisa, Lucca, Genova, con tutta la sua riviera. In
questo Arsenale sono distinte le munizioni l' una dall' altra, e dove si
fabbrica una cosa e dove un'altra. I luoghi dove si fabbricano i navigli, sono
oerti spazii, noi li chiamiamo volli, coperti con tetti, che piovono l'acqua da
destra 0 da sinistra. Sono tanto larghi e lunghi, quanto ri- chiede la
grandezza di quel naviglio che vi si fabbrica, o che vi si conieiva. Sono
distinti questi spazii in più 436 DELIA REPUBBLICA E MAGISTRATI ordini, de'
quali in alcuno ne sono più, ed in alcuna meno, secondo la lunghezza del luogo
dove sono edi- ficati. Non ha molti giorni, che essendo io in Venezia volsi
riveder lutto questo apparato, tal che non mi parve fatica l'andare visitando
parlicolarmenta tulli questi ordini per veder tulli i navigli che al coperto si
conservano o di nuovo si fabbricano, come sono le galere, le fusle, i
brigantini, le galere grosse, le quali servono alle mercatanzie che si portano
e recano di Barulti, di Alessandria, di Barbaria e di Fiandra, ben- ché oggi il
viaggio di Fiandra non è molto frequenta- to. Sonovi due Bucentori, che sono
una specie di na- vigli, la qual noi usiamo in certe nostre solennità, e neir
andar ad incontrare i principi e signori che ven- gono nella nostra città. E
notale che tra le galere ne sono una certa quantità segnate con un C e un X,
eh* è il segno del Consiglio de** Dieci. Per il che si di- mostra quei navigli
essere in potestà di tale Consiglio, né altro magistrato poterne disporre j il
che è ordina- to acciocché nella città sempre si trovi un numero di galere per
li casi che inopinatamente potessero av- venire. Questi navigli non però tutti
sono in ordine, ma chi si fornisce, chi si restaura. Ma quando il bis(j- gno
stringesse, sarebbe in breve tempo ogni cosa ìa ordine, perciocché non
occorreria far altra provvi- sione che moltiplicare il numero de' lavoranti.
Sonvi, olirà questo, in luoghi separati le munizioni dell'arti- glierie, dell'
arme da difendere e da ofFenderCj dei ti- moni, dell' ancore, dei canapi, delle
vele, degli alberi. Sonvi ancora i luoghi dove si lavorano le piastre per le
corazze, dove si fanno i chiodi ed altri ferramenti DI VENEZIA. ZJO^ per la
fabbrica de' navigli. Nella munizione dell' arli- glierla trovai gran copia
d'artiglieria minuta e grossa, come sono moschetti, falconetti, cannoni, mezzi,
quar- ti, colubrine, e simili, e del continuo si gettava as- sai delia nuova,
convertendo in questo la materia molto vccr^hia che all'uso presente della
guerra non è più accomodata, siccome enmo molti pezzi grossi che io vidi di
quella sorte che si commette, siccome usavano gli antichi nostri. Eravi ancora
un numero grande di artiglieria corta di ferro che si usa in su i navigli.
Nella munizione dell'armi noi abbiamo da armare dieci mila uomini
ordinariamente, e più se più fosse bisogno. L'armi da difendere, sono celatoni,
petti e corazze , in tal modo che per P uso terre- stre non sarebbono utili. Le
armi da offendere sono schioppi, de" quali ne vidi un numero grande, tutti
con i loro tinieri e bottacci, ronche, partigiane, spiedi, balestre, archi alla
turchesca, ogni cosa con grande or- dine ed apparato disposta. Io sarei troppo
lungo se volessi narrarvi ogni particolarità minutamente. Voi andrete a
Venezia, e tra le altre cose andrete a ve- dere questo Arsenale, dove voi
vedrete tutto quello che io vi ho dettrT, e molte altre cose ancora, delle
quali per non esservi tedioso non voglio parlarne. Non voglio già pretermettere
come nel palazzo dove sta il Doge è una munizione d'armi per armare d'intorno a
mille e cinquecento uomini, la quale dagli antichi no- stri fu ordinata per
riputazione e reprimer gli impeti domestici die fossero fatti contro alla
repubblica no- stra, siccome fu la congiura di Baiamonte Tiepolo, es- sendo
Doge Pietro Gradenigo, creato l'anno mccxc, DELLA REPUBBLICA E MAGISTRATI e quella dì
Marino Fale)io. Doge lv, creato 1' anno McccLiv. Baiamonte Tiepolo voleva col
favore de' po- polari occupare il palagio e ammazzare il Doge, e quei
gentiluomini ch'egli scontrava, e farsi tiranno. Ma dalla pioggia, la quale
impedi la venuta de' compagni, fu rotto il disegno suo; perciocché il Doge ed i
gen- tiluomini ebbero tempo a provvedersi: tanto che, fug- gendo egli per
quella strada che mena da san Marco in Rialto, fu morto da una donna, la quale
da una fi- nestra con un mortaio lo percosse. Marino Falerio, non gli bastando
essere Doge, e volendo diventare ti- i-anno, aveva ancora egli ordinato
d'ammazzare i gen- tiluomini. Ma essendo scoperto da uno de' compagni,
c'iustamente di quella vita, della quale non è degno chi vuol essere della sua
patria tiranno, fu privato. Per potere adunque reprimere simili assalti hanno
or- dinalo i nostri maggiori, che il palagio sia provveduto di tante armi che
siano per la sua difesa sufficienti. Guanto a quello che appartiene alle guerre
fatte dai nostri maggiori, soleva la repubblica nostra antica- mente con
gl'imperadori di Grecia e coi re d'Unghe- ria avere continua guerra. Ma poscia
che i Turchi s'insignorirono della Grecia, gli Ungheri e noi sia- mo stati
costretti difenderci da loro, tanto che non abbiamo poi fatto acquisto alcuno.
E tutte quell'isole che noi possediamo nel mare Ionio ed Egeo, e quel- le terre
che vivono solto il nostro imperio nella ri- viera d'Istria, Dalmazia,
Schiavonia e di Morea, tulle furono premio di quelle guerre che noi con gli Un-
gheri e coi Greci facemmo. Combattemmo anche in Soria, non solamente con quei
popoli ribelli della DI VENEZIA. 4^9 santissima fede di Cristo, ma eziandio coi
Genovesi. Contro a" quali avemmo la fortuna una volta tanto contraria, che
noi fum no costretti difendere da loro la propria patria: ma finalmente per la
virtù di M. Vittore Pisani e di M. Carlo Zeno e di M. Iacopo Gabballo Veronese,
e d' alcuni altri Capitani, rima- nemmo superiori. Cominciammo poi a far guerra
in Lombardia, dove noi sortimmo felicissimo evento, ed acquistammo tale
imperio, che la potenza n!)Stra di- venne formidolosa a tutti i principi
cristiani. E fu ne- cessario, se vollero abbassarla, che tutti insieme faces-
sero confederazione. Di che seguì la sconfitta che noi avemmo In Gliiara d'
Adda, e la subita perdila di tut- to l' imperio che in Lombardia possedevamo.
Abbia- rao poi talmente con la fortuna temporeggiato, che a poco a poco abbiamo
racquistato quasi il medesimo imperio e la medesima riputazione. Ond"* è
avvenuto, che dopo la presa del re Francesco non abbiamo te- muto le minacele
di chi ha fatto Italia e tutta la Fran- cia tremare : e finalmente gli abbiamo
mosso contro la presente guerra, la quale, sa più i cieli questa bella provincia
benignamente risguardano, dovrà ancora fe- lice evento sortire. Delle forze de'
vicini, perchè sono il ciascuno notissime, non bisogna molto parlare. Chi f*
quello che non sappia quanto grande sia la potenza del Turco , il quale
circonda tutto il nostro marittimo imperio? Le forze dell' Alemagna, ancorché
elle siano grandi, nondimeno (per esser divise) non sono oggi mollo paurose. E
chi ha notizia del viver di quella pro- vincia, agevolmente può vedere che con
gran diftìcollà si possono unire. E non è dubbio che s' elle fossero 44o UELI.V
REPUBBIJCA E MAGISTRATI unite, avrebbe l' Italia a temer di loro molto più che
«li quelle del Turco. Sarei troppo lungo se io ora vo- lessi rainulamente
raccontarvi le ragioni che mi in- ducono in cjuesla opinione. Dello stato di
Milano non teme molto la repubblica nostra, se non quando egli è in potestà del
re di Francia, o d"* al Irò principe gran- de. Benché chiunque lo possiede
non ha poco, in di- fenderlo, da fare. Restane! poi il Duca di Mantova, e il
Duca di Ferrara : le forze de' quali non sono di tale qualità chea noi siano
paurose, siccome è noto a cia- scuno. Del modo del guardare e difendere il
paese, che era la terza cosa di quelle che noi nel principio proponemmo, non
bisogna molto parlare. Percioc- ché dianzi udiste come noi guardiamo e
difendiamo così lo stato di mare come di terra, essendo state da noi l'armi
(che per la loro difesa teniamo) raccon- tate. Voglio ben che sappiate che
avendo veduto i no- stri che una sconfitta sola ci poteva torre tutto lo sta- to
di Lombardia, pensarono a fortificare in modo le terre, che quando si perdesse
un esercito, non restasse ogni cosa in preda degli inimici. Per la qual cosa
dal- l' anno mdix insino al giorno presente abbiamo forti- ficato in tal modo
sei città Padova, Trevigi, Verona, Brescia, Bergamo e Crema, che da ciascuno
sono sti- mate inespugnabili. Bergamo, per la propinquità d'un colle, è meno
alquanto che l'altre, forte. Vicenza sola è rimasa Indietro senza essere
fortificata. E quan- tunque ella abbia un colle, che la soprasla talmente, eh'
egli impedisce in qualche parte la sua fortificazio- ne, nondimeno il San
Bartolomeo da Liviano, già no- stro Capitano generale, aveva disegnato un
modello, DI VENEZIA. 44' per lo quale ella sì rendeva da ogni offesa sicura. Li-
gnago, eh'' è in sull' Adice, tra Padova e Mantova, è reputato luogo
d"" importanza, e secondo eh' io ho sen- tito, quelli che governano
la nostra repubblica lutto giorno pensano a fortificarla. La quarta cosa è da
con- siderar quali cose si portano fuori e quali dentro. La qual ancora molte
parole non richiede, perciocché manifesto è che essendo la città nostra fondata
in ac- qua, ha bisogno che le siano portate tutte quelle cose che appartengono
al sostenimento della vita umana, la quale ha con la terra, e non con l'acqua,
propor- zione. Quelle cose che noi mandiamo fuori non sono altro che
mercatanzie, siccome panni e drappi e mol- le SO) ti di mercerie, che nella
nostra città si lavora- no. Conducono ancorai nostri mercatanti molte mer- ci
di Barbaria, d'Alessandria e di Barutti, le quali [)OÌ per queste altre
proviiicie si spargono. L'ultima co- sa era l'introduzione delle leggi. Ma
questa è mate- ria d'un altro ragionamento, il quale si potrebbe fare se voi
voleste vedere se questa nostra repubblica è semplice o composla. Ed essendo
semplice, di quale specie ella si sia 5 essendo composta, se ella s'inchina più
in una specie che in un'altra. Le quali cose voi potete molto bene per voi
stesso considerare, avendo inteso come fatto sia il suggello. Quando sopra
questo vogliate il giudlcio di alcun altro, il nostro M. Nicolò Leonico vi
potrà pienamente soddisfare, il quale, per essere grandissimo filosofo e
peritissimo nella nostra repubblica, puole di simili cose molto meglio che cia-
scuno altro dis[)utare. Io vi ho narrato l'ordine di (juesta repubblica con
quella brevità ed agevolezza 44 2 DELLA REP. E MAG. DI VENEZIA. che mi è stata
possibile. E se pur lo non vi avessi sod- disfatto, mi vi offero di ragionarne
ancora tante volte che voi pienamente ne restiate informatOj ed a tutti quanti
i vostri amiri ne possiate far parte. Gio. Io resto di quanto avete detto
soddisfattissi- mo. Ne altrimente mi pare questi vostri ordini posse- dere, che
se nella vostra terra fossi nato. Non passe- ranno molti giorni che io anderò a
Venezia, dove dal nostro M. Girolamo Quirino intenderò le azioni dei magistrali
privati. Dopo questo da M. Nicolò Leonico intenderò quanto avete detto,
perciocché non è one- sto con tante cose un solo affaticare. E di quanto oggi
per me vi siete affaticato, ve ne ho certo grandissima obbligazione. E se V
amicizia nostra il richiedesse, io vi offerirei tutto quello che per un amico
carissimo da me far si poi esse. Dette queste parole ci levammo in pie, e
n'andam- mo nel giardino: dove noi trovammo il Bembo, il quale con alcuni
gentiluomini ragionando passeggiava. Accompagnatici adunque con loro, tutto il
giardino più volle girammo. Vedendo poi che il sole alP occi- dente s**
avvicinava, facemmo da tutti dipartenza, e lieti di tale ragionamento, alle
nostre case ne relornammo. La Repubblica Fiorentina. Libro l. — Gap. L Da che
cagione sia slato mos- so r autore a scrivere della Repubblica Fiorentina Del
modo del procedere Delle specie delle repubbliche, e di quella che è ottima Che
qualità debba avere una città ca- pace dello stato misto » 22 Gap. V. Ghe
Firenze è subbietto capacissimo del governo misto Ghe una repubblica non si
[)un riordinare senza considerare i difetti suoi particolari » 5o Gap. II.
Quali cose bisogna che sieno in uno stato, a volere che sia da' cittadini
amato, e però sia dlulurno )) 55 Gap. III. Ghe ne' due governi passati non era li-
bertà » Ghe l'autorità della signoria era tiran- nica )j 57 Gap. V. Ghe l'
autorità del magistrato de' dieci era tirannica » Ghe il magistrato degli otto
era tiran- nico Che la reputazione de' collegi è tiran- nica e disutile alla
città Ghe il gonfaloniere acquistava mag- gior potenza di quella che si
conviene in una amministrazione civile » ^3 Gap. IX. Narrazione per la quale si
dimostra che i cittadini non potevano essere affezionati a' due governi
passati, e perciò ne segui la ro- vina loro » Ghe bisogna prima intro- durre il
governo civile e poi la milizia . )) . il Gome si debbe temperare lo stato mi-
sto Ghe la repubblica debbe inclinare nel popolo Ghe la repubblica sarà
composta di tre membri principali » 109 Gap. V. Del consiglio grande )) no Del
senato Del collegio De"signori De' procuratori De' dieci In che modo si
abbiano a trattare le azioni pubbliche in collegio Del principe Della quarantia
» i45 Del modo del punire i delinquenti contro allo slato » i52 Ghe l'ordine
del procedere al palazzo del potestà non è buono De' Collegi e signori delle
pom- pe. De' capitani di parie D'alcune provvisioni particolari Glie la città
si debbe di- fendere coir armi proprie, le quali son distinte in quelle di
dentro ed in quelle di fuori . In che modo la milizia di dentro si de- ve
introdurre Della milizia di fuori >J iqS Della milizia a cavallo Glie dalla
milizia cosi ordinala si può più sperare che dalla mercenaria De'p:isti
pubblici » 220 Gap. vii. Ghe la sopraddetta forma della repub- blica è ordinata
prudentemente . Quali occasioni e quali mozzi si ri- cerchino all' introduzione
di questa repub- blica » 256 Della repubblica e magistrati m Venezia. » 2f)r •f
' V * .' . é notizie DELLA VITA E DEGLI SCRITTI DI C. RACCOLTE E PUBBLICATE D A
FANTUZZI. IN BOLOGNA NELLA STAMPERIA DI SAN TOMMASO D' AQJJINO COH LICENZA DE'
SUPERIORI t » * .ì % \ « *1 I « •i -• I
. n M J Appoichc e V età mia , e V Amore di ritiro , e di quiete y che in me
faceafi o- lu- crano miei pen * gni giorno maggiore y mi configliarono a •
filar quelle pubbliche occupazioni , che eri fiate per tanto tempo l* oggetto
de* miei pi fieri , e della mia folle ci tu dine , non molli già ' abbandonarmi
ad un* ozio indegno d* ogni Cittadino , anzi d* ogni Uomo ragionevole •
Mifurando però le mie poche forze colle ma- rie occupazioni di Lettere ,
determinai d* im- piegarmi a raccogliere Notizie della Vita , e degli Scritti
de* nojlri Bolognefi , credendo di far ad efft il debito onore col trargli o
dalle tenebrerò dalle impojlure , e dalle fai- fità , nelle quali erano fiati
avvolti fin o- ra , e di rendere con ciò alla Patria uncu piu mera gloria , ed
un lufiro y che non le può effe re a ragione contefo . La generofità del
pubblico nelP accoglie- re favorevolmente alcuni efperimenti dati da me alle
Stampe nella Vita del Generale Conte Luigi Marfiglj y e in quella di Ulijfe Aldro
- A 2 man - 1 vandi , e il coraggio fattomi dagli amici pro- dotto hanno , che
io frefeelga cotcflo fi u dio , qua fi per foddisfazione del debito , che io
penfo a* aver con me ftejfo , e colla Città • Intento dunque a raccogliere per
quefto fine dagli Archivj , e dalle Biblioteche sì no- fire che efiere le
notizie al mio feopo oppor- tune 9 non ho tr afe arato d * afiicurarmi altresì
di quelle degli Scrittori più illuftri viventi a* miei giorni y o per mezzo di
loro ftefjt , o de 9 toro congiunti , e confidenti , e tra quefii potrà ognuno
ben credere , che foffe gran - di filma . la mia premura di faper tutto ciò ,
che apparteneva al letteratissimo Francefco Maria Zanotti . L 9 amicizia , e la
bontà , colla quale quefto virtuofo Soggetto mi riguardava , m inco- raggì a
chiedergli un e fatto ragguaglio di tut- to ciò y che poteffe valermi un giorno
nel da- re al pubblico conto di lui . Chi ha conofciuto il Dottore' Francefco
Zanotti y può immaginar fi con quale gentil lepidezza accogliefie le mie premure
, e con* quanta grazia la fua modefiia fi producefie . Egli fi difendeva coll 9
ingegno , e colla na- turale fua moderazione , io l y incalzava col- la
vivacità delle injlanze , e delle preghiere ; e finalmente quantunque non vinto
, volle* effer effer corte fe > col mofirare di e/ferlo > e col prò*
mettere di esaudirmi. Era già fcorfo alcun tempo , ed io era informato , che
non aveva ancora pojla ma- no all' Opera . A determinarlo mi cadde in animo
aggiugnergli nuovi /limoli per mezza dell* egregio , e mio amici/fimo Dottor
Luigi Tale ani ; ben perfuafo che la ftretta amicizia , e confidenza , che
paffava fra loro , avrebbe- mi giovato molti/fimo . E di fatti non tardai molto
ad accora germi qual buon mezzo ave/fi adoperato ; perciocché il Zanotti fi diede
a Jlendere /o ricercate notizie , indi le pafsò a mano con- fidente , perchè le
riducejfe in buon carattere ; chi ebbe quefta commijfione , vedendola in al-
cuni luoghi fenza quelle efpreffioni di lode , che fi convenivano giufiamente
all 9 Autore y ve le aggiunfe di proprio genio , e così per mezzo dell*
accennato Falcavi alle mie ma- ni finalmente pervennero , accompagnate da*
graziofe efpreffioni d* ira , e di fappr ovazione per ciò , che c era flato da
altri aggiunto « Intanto alcuni de* Signori Giornalifli di Tifa ricercaron
notizie del Dottor Francefco Zanotti , e quegli a cui e/fi le dimandarono 9
avendo nelle mani una copia dello fcritto , non fenza covfentimento del Zanotti
la fpe- 6 9 dì loro , per nitro con replicate lettere aver- tendo, che quelle
notizie erano fiate fiefeper mio ufo . . Seguita la morte di C. alcuni miei
ùmici, premutofi della gloria di un tanto uomojfapendo che io teneva tali
notizie, mi flimolarono a pubblicarle, non indugiando il. farne ufo nell’Opera
degli Scrittori Bolognefi, che troppo ricercava di tempo per il fuo compimento
. La fiima , T amicizia, la riconoscenza ver - fo il Zanotti tanto aggiunfero
di forza alle lo- ro premure , che fubito mi diedi a prepararle per la fiampa .
Ma i Signori Giornalifii di Tifa mi hanno prevenuto , inferendo nel To- mo del
loro Giornale de 1 Letterati col titolo d * Elogio quelle notizie, che unica-
mente per mia infinuazione , e per ufo mio erano fiate da prima difiefe ; della
qual co- fa , quantunque fembrar poffa ragione voli {fi- mo , che i
Concittadini del T illufire Zanot- ti non dovejfero rimanere nel luogo fecondo
, dove fi tratta di perpetuarne il merito , e la fama , non intendo con tutto
ciò di fare di quefio accidente a ' Signori Giornalifii un de- litto . Q ueflo
ardente zelo in perfine fi r ani ere di concorrere follecitamsnte al! onore del
Za- notti è una prova del fuo merito , e una gran parte del fuo Elogio • • Ciò
Ciò che fece il Zanotti fcrivendo di fe Jlejfo • le hanno fatto , e per fe
flefjt , e fen - za efferne pregati , e refo pubblico colle ftam- pe fantiffimi
, * virtuofijfimi Uomini . Imper- ciocché per tacer degli antichi , quali
furono, un Giulio Cefare , che fcriffe i proprj Com- mentar j , e un Emilio
Scauro , e un Rutilio Rufo , e un Giufeppe Flavio, autori delle pro- prie lor
memorie , fappiamo , ri* #*’ Secoli a noi vicini il Cardinal Bellarmino ,
Monfignor ■Huet , Agoftino Cardinal Valerio , /7 Cardinal Bentivoglio nella fua
Storia , De fide rio Eraf- ino , . Girolamo Cardano , Giacopo Auguflo •Tuano ,
Giorgio Buchanano , amen due gli Sca- ligeri y Francefco Giunio^rammemorati a
propria giuftificazione dal fopracitato Vefcovo Huet (a), # a\noftri giorni Bacchiai
^ Quirini , Martelli y ed altri fcrif- fero la propria Vita . Ci/ è tfii/tf A*
lettere ^ e non de Jì deri , fi* fio fojfe flato efeguito da tutti i fommi
uomini in ogni genere ì Uno de * primi penfieri di un erudito viaggiatore fi è
quello di conofcere in ogni Città le Perfine , che vi- vono in effa più
luminofe . Il piacere di po- ter aver quejli nel proprio Gabinetto , cono -
fcer- (a) Petri Dan. Huctii Epifcopi Abrincaren. Commentarius de rebus ad eum
pertinentibus . Lib. VI*pag. ni. 8 fcerglt intimamente , udirti parlar di fe
Jlef- Jt , raccontar le •vicende della lor Vita , le ragioni , r i fondamenti
de 9 loro fcritti , & controverse foftenute , /4 buona , 0 rea for- tuna ,
/' indole loro y e le qualità dell ' ani- mo non faranno di un maggior piacere
, *o- w? /arve eflere il Rofcio de* tempi fuoi . Ef- «endogli morta la moglie ,
che avea prefa in Bologna , fposò in Parigi una giovane d* un’ oneftiffima
famiglia per nome Ma- fi ria IO ria
Margarita degli Enguerans , la qual poi conduffe a Bologna, dove volle reftituirfi
, dopo avere lungamente fervito quel gran- diflimo Re, e ricevutone grazie , e
benefi- cenze ftraordinarie . Ebbe da Maria Marga- rita 18. figliuoli , T
ultimo de* quali fu Fran- cesco Maria , quello di cui ora ragioneremo. Nasce C.
in., . Bologna la sera de* uto abbellirlo il C. E cosi hanno èntito ancor
quelli , che non fi fono però accordati all’opinione di lui , e concedendogli
la lode dell’eloquenza , gli ne- gano quella della verità. Altri però fi sono
lasciati prendere anche dalle ragioni, ed hanno creduto aver lui trattata la
quefiione tanto profondamente, che più noh fia da queftionare. Noi lafceremo a
ciascuno F opinion fua. IV. La Filosofia Morale fecondo V opi - n 'ione de*
Peripatetici ridotta in compendio da C. con un Ragionamento dello (beffo fopra
un libro di Morale del Signor di Maupertuis data in luce , e dedicata alla
Nobile e Patrizia Sig. Conpeffa Ginevra Gozzadini Malvajia dal Cd. Gre- gorio C
afa li . In Bologna per gli Eredi di Co- flantino fifarri , e Giacomo Filippo
Primodt 1754. in 4.; e Venezia. Quello Li- bro eccitò gravi contro verfie, che
efercitarono per più anni molti chiari ingegni d* Italia . Ne efporremo
brevemente la* D 2 Storia, cominciando dall* ultima origine a quello modo. Il
Sig. Marchcfe Lucrezio Pepoli , giovane di gran Nobiltà , e di raro ingegno,
ben conoscendo , quanto al- lo ftudio della Cavalleria , che a que J tem- pi
fioriva , neceffaria folTe la Morale Filo- sofia , defiderò , che il Zanotti
gliene deS- Se un breve trattato . Prefe il Zanotti fonderlo per Servire non
tanto alla Caval- leria , quanto alla Poefia , e all* Eloquen- za . Perciò s*
attenne alla FiloSofia d* AriS- totele, filmandola la più di tutte adattata al
fin Suo ; ne così però vi fi ftrinfe, che in molti luoghi non Se ne allontanale
, ac- coftandofi volentieri a Platone . DiviSe 1* Opera in cinque Parti , e la
Scritte in vol- gar lingua con quella grazia, ed eloquen- za , che era di lui
propria • Dandoli poi quell* opera in luce, le aggiunfe il ragio- namento , non
così breve , indicato poc* anzi nel titolo, diretto all* ingegnofifnmo Sig. Co.
Gregorio CaSali. Qui egli fi oppoSe con molta grazia, ma pur fi op- poSe , ad
alcune opinioni , che il famoSo Sig. di Maupertuis , FiloSofo tra Francefi
dottiflìmo , avea già propofte in un Suo li- bro pubblicatoli in Londra col
titolo : Uffa] éfe Morale . • Inveivafi acremente dal Fran- ceSe , cefe cóntro
gli Stoici; t benché fofle il Z. e in tutta la fua Filofofia, e in quefto
ragionamento fteflo, di cui parlia- mo, contrario ancor egli per tutto a* mer
defimi Stoici , pur difle a qualche luogo , che gli Stoici in alcuna delle lor
maffimc' non s’ erano poi tanto ingannati , nè era-, no tanto lontani dalla
Criftiana morale f quanto era paruto al Francefe « Ciò valfe ad eccitare, una
controver-; fia , che commofle tutta Italia. 11. Padre-#. Cafto Innocente
Anfaldi Domenicano , Uo- mo d* alto grido * imprefe a difendere il Maupertuis ,
e Y anno fteflo 175 4* fece imprimere in Venezia un Libro in lingua latina
intitolato ; Vindici A Maufertnijìan& , ove riprende acremente C. y come
un* appaffionatiflìmo Stoico , il quale vov glia mettere in uguaglianza la
Filofofia de- gli Stoici colla dottrina de* Criftiani . Non potè fofferire il
Zanotti * che quefto Li- bro paflàfle fenza rifpofta. Rifpofe dunque con tre
difcorfi , ( 6 ) che furono ftampati in Napoli il feguente anno ; e parvero
mol- to convincenti , e pieni di eleganza . Mag- giormente fe ne accefe V
Anfaldi , e rifpofe a’ detti difcorfi con una lunghiflìma Lette- ra, la qual
fece ftampare lo fteflo anno in ‘ Ve- 3 ° Venezia . Era la Lettera diretta al
Zanotti medefimo , a cui però parve fcritta con tanto calore , e tanto impeto ,
che non la (limò degna nè di fe, nè di chi T avea^ fcritta . Non più dunque
volle rifpondere col fuo nome. Ben rifpole con quattro lettere, che furono
ftampate in Lucca 1 * anno 1755., moftrando eflere fiate fcritte da non fo qual
Giufeppe Antonelli Mef- finefe (7) ; lo fiile però ne manifeftava V Autore .
Furono poi le medefime lettere riftampate in Venezia Y anno 1757. In quello
mezzo non mancarono mol- ti , che li nicchiarono nella contefa . Lun- go
farebbe nominargli tutti . A noi batte- rà dirne due . U’ uno fi è Y
eruditiflimo Sig. Gio. Lami , il quale riferendo quella ritta nelle fue
letterarie Novelle , (8) mo- ftrò , che T Anfaldi fotte in grande ingan- no , e
facefle dire al Zanotti quello , che il Zanotti non s* era mai avvilito di di-
re. L* altro fi è 1 \ Em. Sig. Card. Que- rini Vefcovo di. Brefcia, Uomo,
cornea ognun fa, , • intendentiffimo quant* altri mai fotte . Compofe quelli una
lunga let- tera diretta al Zanotti^ e già era mi far- la imprimere , quando
morì . Ne fù ben_. tofio compiuta la fiarnpa per opera del Si- I 3 * Signor
Abate Antonio Sambuca (9) fami* gliare intimo di quel dottiffimo Cardina- le.
Ciò fu in Brefcia V anno 1755. Dice in e(Ta Lettera il Signor Cardinale , che^
fuor di modo a lui piacea la Filofofiadel Zanotti, e Angolarmente il
ragionamento contra il Maupertuis; che mai non fapea levarfela dal tuo tavolino
, amando leg- gerne quando un tratto, e quando un al- tro , prefo infieme dalla
fodezza della dot- trina , e dalla fomma eleganza del dire ; e difapprova
altamente 1 * impegno del Padre Anialdi . Ciò però, che parve impor fine a tan-
ta lite, fi fù quello, che dirò ora breve- mente . Mentre ardeva il contratto ,
era il P. Anfaldi in Ferrara . Di là fcriffe egli al P. Pio Tommafo Schiara,
altro Domeni- cano, amico fuo, Uomo di fomma dot- trina , il quale allora era
in Roma Biblio- tecario della famofa Cafanatenfe, ed è ora Secretano della S.
Congregazione dell’ In- dice ; e pregollo , che voleffe efaminare partitamente
tutti i capi della controverfia, che tra di lui era , e il .Zanotti , e ferver-
gliene finceramente il fuo giudicio . Il P. Schiara, prefo affai tempo, efaminò
tutto con ogni diligenza , e mandò fcritto al P, Digitized by Google Anfaldi il
fuo parere , dottiflìmo in vero, e pieno di Somma erudizione, col titolo Farete
/ opra il Libro intitolato : Vindici a M auportuijiana ; ( io) e lafciò al P.
Anfaldi la lioertà o di fopprimerlo, od anche, fe aveflfe voluto , di
pubblicarlo . Quantunque Io Schiara moflraffe affai chiaramente mol- , ti
inganni prefi dall* Anfaldi , e per tutto deffe ragione al Canotti ; non volle
V An- faldi inoltrar di temerne . Pubblicò dun- que egli fteffo il Parere del
P. Schiara con le Stampe di Venezia P anno 175^. , pre- mettendogli però una
Prefazione affai lun- ga , in cui dichiarò , fe non effere per con- to niuno
convinto dalle ragioni del P. Schiara,© che sì lo Schiara, come il Za- notti s*
erano di gran lunga ingannati, non bene intendendo qual folle il vero flato
della queltione . Ufcito così il Parere del P. Schiara , nè lo Schiara lleffo
poi, nè il Zanotti,nè 1 * Anfaldi fecer più motto. Benfuriltam- f ata in
Venezia V anno 17^3. la Filofo- a Morale del Zanotti , premeflfavi una^ breve
relazione delle paffate controverfie , Ja qual relazione fu Scritta dal Zanotti
ftef- fo a petizione dell’ editore. Egli però la fcriffe a quel modo, che fatto
avrebbe chi non • ♦ non avcffe avuto parte niuna nella conte* fa , moftrando
grande (lima dell* una para- te, e dell" altra, ed una fomma indiffe-
renza , quale ad ottimo Iftorico fi conve- niva. Il P. Anfaldi, che allora era
parti- to a Torino , Profeffor Pubblico di quel- la Regia Univerfità , com*
ebbe letta quel- la relazione , ne fu contentiflìmo , ed av- vinando a certe
grazie , che in effa offer- vò , che ella doveffe effere del Zanotti f lodollo
affai, e nel ringraziò fommamen- te, e partirono poi tra lor due molti uf- ficj
, e dimoftrazioni di benevolenza, di affetto anche per mezzo dell* eruditif-
fimo P. Ab. Trombelli , amico comune • V. Tre Orazioni fopra la Pittura, la
Scultura , e V Architettura , ftampate in Bologna per Lelio dalla Volpe .
Trovan- dofi in Roma (n) il Zanotti 1 * anno del Giubileo., e defiderando
Benedetto XIV., che 1 * Accademia folita farfi ogni anno in Campidoglio in lode
delle belle Arti , fi facefle in quell* anno con (ingo- iar pompa, e decoro,
volle che 1 * Orato- re in effa forte il Zanotti ; obbedì egli , e fece un*
Orazione , che fu fommamente ap- plaudita, e n* ebbe diftinto premio, e ftra-
ordinario • Fu effa poi Campata in Roma 14 infieme con tutti gli altri
componimenti recitati in quella fletta Accademia . Poco appretto fu riftampata
in Napoli da fe fo- la, premettavi una prefazione in gran lode della Orazione
fletta . Fatta quell’ Orazio- ne, cadde in animo al Zanotti di voler imitare
gli antichi Retori', quando per illu- di© di eloquenza, propofto qualfivoglia
ar- gomento, fi efercitavano perorando sì per r una , come per 1* altra parte .
Stefe dun- que una feconda Orazione contro la pri- ma , inoltrando, che le
ragioni in quella-, addotte non fodero di ni un valore , e fen* za lafciarla
vedere in Roma a veruno , la fece pervenire a Bologna , come cofa da altri comporta
. Fu quivi fubito gran con- tefa, qual delle due Orazioni folle la mi» gliore ;
tutti però in quello accordandoli , che la prima fotte più ornata , e più va-
ga ; 1’ altra più forte, e d’ eloquenza più virile. Tornato poi a Bologna il
Zanotti, ed avendo fcoperto ad alcuni amici , fe etter 1’ Autore di tutte e due
quelle Ora- zioni, fu dimoiato da elfi di farle impri- mere infieme amendue.
Egli temette, che ftampandofi la feconda , potette ciò difpia- cere alla
riguardevoliflima Accademia de* Pittori di Roma, in grazia de* quali era ita-
fiata comporta la prima . Volle dunque far* ne una terza, che foftenerte la
prima con- tro la feconda . Stamparono allora tutte e tre quelle Orazioni in
Bologna, (12) re- cando Tempre indecifo , qual di loro fof- fe da preferirli
all* altre due . Qui veramen- te parve , che il Zanotti meritarti quel ti- tolo
di eloquentifllmo , con cui volle di- ftinguerlo il famofiflimo Morgagni nella^
feconda parte , che a lui dedicò , delle fue dottiflime , ed elegantiflime
Miscellanee , avendo dedicata la prima al celeberrimo Haller , e la terza al
nobiliflìmo Senato dell 1 inclita Città di Forlì. VI. Poefie volgari, e latine
ftampate^ prima in Firenze (13) . Poi di molto ac- crefciute ftampate furono di
nuovo in Bo- logna T Anno 1757. (14) Non poche di dìe sì volgari come latine ,
furono poi an- che ftampate in Milano V Anno 1759. ad ufo d’ un nobil Collegio
, che quivi eb- bero i dottirtimi PP. della Compagnia di Gesù . Alquante delle
latine erano già fia- te fatte imprimere in Padova dal rino- matilfimo Signor
Gio. Antonio Volpi 1 * anno 1725* Poiché ftampando quello Si- gnore le fue
nobili poefie latine, volle ac- compagnarle con : altre di valenti Uomini, E 2
fuoi i* m % fuoi amici, malli me del Zanotti, a cui an- che indirizzò una delle
Tue Elegie belhL. oltremodo, e leggiadra; ma non è forfè men bella la rifpofta,
che il Zanotti gli fa. Tra quelle elegie del Zanotti, che il Volpi diè in luce
, niuna di quelle ebbe-» luogo, che effo Zanotti poi fece fopra le Felle
principali di Maria Santiflima. Era- no già molti anni , che egli aveva abban-
donato lo lludio della latina Poefia ; quan- do Monfignor Vitaliano Borromeo
Vice- legato allora di Bologna , ora Cardinale ampliamo, e intendentiffimo ,
gl* infinuò di rimetterli in quello lludio, e compor- re le* dette elegie in
lode di Maria Ver- gine (15) . Il fece egli con maravigliofa felicità ; e
parve, che ritornando a quello lludio , receder volelTe alquanto dallo Hi!
catulliano , e ftudiaflfe di dare a’ verfi , o- ve occorrefle , pienezza , e
gravità , a gui- fa che fece Virgilio fenza durezza. IrL. fomma parve , che in
quelle Elegie volef- fe egli raccogliere tutte le grazie di Ca- tullo , di
Tibullo , d* Ovidio , e farne in certo modo un maravigliofo compollo . Il che
così bene gli riufcì , che pochi altri libri di quello genere abbiam veduto a*
noftri giorni ufcire con tanto applaufo . Ta- Digitized by Google 37 Tali
Elegìe furono poi ftampate in Bolo* gna T anno 1751. (16) con una elegante
traduzione in verfi italiani del P. Pier Ma* ria Brocchieri, dottiflimo
Barnabita. VII. Scriffe anche il Zanotti molte»# Lettere famigliari in volgar
lingua, e non poche in lingua latina , che furono dima* te elegantiflìme ;
alcuna anche in lingua^ greca . Affai fe ne leggono delle Volgari nel Volume fecondo
delle Lettere Fami- gliar* ftampate in Bologna 1 - Anno 1744. VII I. Ufcì
nell’anno 1747., inoltran- do di effere ftampato in Napoli , un pie* col Libro
zi Della forza attrattiva dell o idee . (17) Chi lo fcriffe moftrò di averlo
tradotto dalla lingua francefe , e che au- tore ne foffe certo Marchefe de la
Turi. Ciò , che è proprio di. quello libro , fi è % che effendo fcritto con
tutta la proprietà, e l’eleganza della lingua italiana, non per- ciò lafcia di
parer tradotto dalla francefe . Oltre a ciò è fparfo per tutto di tanta fe-
ftività ,* e d’ altra parte contiene tante Dot- trine , e così profonde ,
tratte da tutta la Filofofia, che mal può diftinguerfi , fe chi r ha compofto
abbia intefo di fcherzare, o trattar feriamente cofa grave. E 3 dato poi lo
fteffo Libro riftampato in Bologna V A11 - / / 3 8 T Anno 1774. con Y aggiunta
d’ alcuni fragmenti , che inoltrano edere dello llef- fo Marchefe de la Turi ,
e trattano della forza attrattiva di quelle cofe , che non fo - no . La
chiarezza , e la politezza sì del penfare , come dello fcrivere, fanno affai
vedere , che tutto viene da una mano fo- la ; nè è pip chi dubiti , che non fia
que- lla la mano del Signor Francefco Maria Z., il quale s’ abbia voluto
pigliar follazzo . IX. De viribus centralibus (18) Bononia 1762. Quello libro
fcritto in latino afTai elegantemente efpone con fomma chiarez- za, e
brevilfimi calcoli i primi principj del- la dottrina delle forze centrali , ed
è il primo, che fia uficito in Bologna, di que- llo genere . Intefe T autore di
dare a * gio- vani una prima idea delle attrazioni cele- fìi, e così
invogliarli di applicar Y Alge- bra alla Meccanica più fublime : ftudio in
vero, che ancora defideravafi in quella U- niverfità ; e quantunque a ciò
ballargli po- teffe il trattare della forza attrattiva , vol- le anche dire
della forza repulfiva , di cui comunemente fi tacciono gli altri autori, e
fcoprì in quella teoremi, analoghi ben- sì a quelli della forza attrattiva, ma
molte voi- volte più vaghi, e più eleganti. Nè ran* to poi fi ferma ne*
principi, che non di* venga talvolta a queftioni allrufiffime . Qual curva
feguir debba un corpo , fpinto fe- condo la legge ordinaria dalla forza del
centro, è queftione fciolta già in più ma- niere da molti grandiflimi
Matematici, niu- no de’ quali è contento della foluzione dell’altro. La scioglie
anche C. a modo suo, dimostrando la curva dovere essere una delle tre sezioni
coniche ove la forza sia attrattiva; e dove fotte repul- fiva non poter effere
, che un* iperbola . Noi lappiamo, che molti valenti Uomini han giudicato aver
lui fciolta quella que- ftione e più brevemente , e più chiara- mente , e più
univerfalmente , che tutti gli altri . Propone anche un nuovo , e nobi- le
teorema intorno alla velocità, che ha un corpo o tirato dal centro , o refpin-
to , in ciafcun punto della fua orbita . 11 rinomatiffimo P. Frifi fa ufo di
quello teo- rema nelP infigne fua opera : De gravita* te universali , e ne commenda
il Zinotti, il cui libro è flato anche in Francia com- mendato afTai nel
dottiffimo Giornale Dcs Scavanti . Reca non fo qual maraviglia il vedere come
in effo tutta quella fottilillì- 4 ° ma dottrina fi fpedifca fenza inai far
men- zione nè della forza dell* inerzia, nè del- la centrifuga, nè del famofo
principio dell* azione eguale alla reazione . Dell’arte Poetica . Bologna. Di
quello ottimo libro noi fiamo debitori alla Sig, March. Maria Ratta, Dama cT
ingegno, e di beltà Angolare. Impofe ella all’ autore di Renderle per ufo fuo
gli avvertimenti , che aver fi debbono a ben comporre prima una Tragedia , poi
una Commedia, poi un Epopeja, ed ulti- mamente componimenti lirici . Fece egfi
dunque quattro ragionamenti diretti alla^. ftelTa Dama , aggiungendone un
quinto , il qual trattando della poelia in generale, do- veflc precedere a
tutti gli altri . Il libro tutto è fcritto per modo , che , come Tappiamo
eflerfi elprefib in una iua lettera 1* mtelligentiffimo Morgagni , non potea
co- si fcriverfi , che da un grande Oratore , da un gran Poeta , da un gran
Filofofo . Par, che V autore s* abbia propollo di trattar 1 * arte poetica ,
come i Filofofi trattano Oggidì la Filofofia, feguendo la ragione, fenza
pigliarli gran foggezione dell' auto- rità degli antichi , come a" tempi
addietro facevafi . Seguendo però la ragione , urta quali 4 * «uafi Tempre in quegli avvertimenti mede*
iimij che Arinotele e gli altri antichi ci lafciarono : di che fa loro maggior
ono- re . Sfugge tutte le queftioni frivole , e-# inutili a compor bene ; e dà
poi qualche maraviglia il vedere quanto in Poefia abbia letto , e quanto
offervato ; e come egli ciò moftri fenza pompa, e oftentazione veru* na , cofa
affai rara a quelli di . Tenendo dietro ad un fempliciffimo , e naturali^ fimo
ordine di penfare s* abbatte non ra* de volte in queftioni nuove, e fcuoprt pregiudicj
comuni bensì, ma però pregiu* dicj. XI. Van per le mani tre operette ma*
nofcritte . Una bre vidima , ma fuccofa , Gra* matica di lingua volgare con .
un breve ra* gionamento iopra la fteffa lingua; fcritta a ufo della nobile,
& ingegnofa Donzel- la Sig.March. Eleonora Ratta. Una Dioptrica tratta
dall* Hugenio , riducendo tutte le di- moftrazioni per maggior brevità , e
como- do , al calcolo cartellano ; fcritta a ufo del Sig. Conte Algarotti,
allora quando, ef- fendo quefti ancor giovinetto, venne a Bo- logna , e fu dal
celebre Sig. Euftachio Manfredi , a cui era fommamente racco- mandato, meifo a
ftudiare JFilofofia fotto F il 4 * il Zanotti . Finalmente un Algoritmo cotti*
pito, ma breviflimo ; aggiuntavi la dottri- na delle proporzioni , e tutto ciò
che è . neceflario per T applicazione del calcolo alla Geometria ; lcritto a
ufo del nobile , & ingegnofo Giovane il Sig. March. Fran. Ratta . Se quelli
manoferitti veniflfero in luce , ben fi vedrebbe , come anche in co- fe piccole
fi dimoftri ingegno non picco- lo.- • •• XII. De Bononienjt Scientiarum &
Ar* t'tum Inftituto atque Academìa Commenta* rii . Sono cinque tomi, divifi
alcuni in più parti, e fanno otto volumi ufeiti in varj tempi. Ogni tomo fi
compone di due par- ti , 1/ una che ha per titolo fuo proprio: Commentarti ,
contiene principalmente la re- lazione: di varie Ditlertazioni o recitate-» da
varj Accademici nell* Accademia, o e- fibite, 1/ altra, che ha per titolo:
Opuf- cula , contiene le DjlTertazioni . L* opera è tutta in lingua latina ; i
Commentari fcrit- ti dal Secretano, che era Francefco Ma- ria Zanotti ; gli
opufcoli ferirti ciafcuno dall* autor fuo . Non può dirli quanto quell* opera
abbia accrefciuto il grido del Zanot- ti , parendo a tutti , che non poteffero
que* Commentar) elTere fcritti con avvenenza, e gra- c grazia maggiore. Egli
adorna mirabil- mente, & abbellifce le dottrine degli Ac- cademici fenza
levar loro quella brevità , quella chiarezza, e quell 1 ordine, che fo- glion
tanto defiderarfi in tali cofe . E ciò, che ha modo più maraviglia , fi è ,
cornea abbia faputo il Zanotti eipor così bene tan- te, e così varie dottrine,
delle quali egli non era profedore. . Noi Tappiamo di molti, che aman meglio di
leggere le cofe iftef- fe fcritte dal Secretano ne* Commentar) , che fcritte
negli Opufcoli, da loro autori ; in tanto che il dottiflimo Sig tadini, che
furono il Capitano Francefco Marchi, i Dottori Bartolo nmeo Beccari, Domenico
Gulielmini, Euilachio, e Gabriel-» le Manfredi , e Francefco Maria Zanotri; e
quella, che elibiamo nel principio di que- lle notizie , fu coniata in tal
.congiun- tura dal ProfelTore Petronio Tadolini . afW- ANNOTAZIO NI. (oDl
quefto Gio. Andrea Zanotti abbiamo allettata* pe: Ho note con tra Amore ,
Tragedia ricavata da fog - getto Spagnolo vejlito alla Francefe , e tradotta in
T- taliano per G. A. Z D. O. ( cioè Gio. Andrea Za- notti , come fi rileva
dalla fottofcrizione della Let* tera dedicatoria, e le lettere D. O.
lignificano det- to Ottavio ) Dedicata all * Altezza Serenijjima di Ferèinando
Carlo 9 Secondo Duca di Mantova , Monferra- to , Carlovilla , Guajlalla &c.
lm Bologna MDCXC1 • Ter Giofeffo bonghi . Dalla Lettera dedicatoria lb-
pracitata impariamo, che tradufie quella Tragedia* mentre eraiin Francia al
Servizio di Lodovico XIV. c che in Italia godeva la protezione del Sereni!*-
fimo Duca di Mantova; come pure da elfa Lette* ta, e dall* altra che fegue al
Lettore conofciamo, che quefio Gio. Andrea era uomo aliai colto , o di buon
gufio nello Temere . Di lui abbiam pure; L* Eraclio Imperadore d* Oriente ,
Tragedia di Pietro Cornelio tradotta dal Francefe , & accomodata per le
Scene alla maniera Italiana . Dedicata all Altezza Serenijjima del Signor
Principe Cefare d* Ejle • In Bo- logna. Per Pier Maria Monti in 8* Precede
Lettera dedicatoria a Tua Altezza, dalla quale fi apprende , che avea goduto 1*
onore di clfere al fervizio della Serenilfima Oafa d* Elle, forfè prima di
pafiare in Francia; ed ivi, dove flette lungo tem- po, avea amicizia con Pietro
Cornelio . Quefta Let* tera è fottolcritta; Gio. Andrea Zanotti , detto Ot-
tavio • • * (a) Quello fentimento per le cofe fuc, ci fa ora dole- re della
perdita di moltillìmi de* Tuoi Scritti , o . H % del- 6o delle Lettere di tanti
uomini eruditi , che avevano feco carteggio , delle quali molte furono da lui
bru- ciate , come inutili • (3) Dominai Francifcui Zanetti Bononienfit
laureatiti fuit in almo Pbilofophi a Collegio die 19. Ottobri s . more Civium .
Aggregatiti fuit bonorit grafia almo Pbilofophix Collegio die 8. Martij 1743»
Ex Lib. Friorali almi Coll. Phi - lofopb. (4) Quefto n* è il titolo tutto
intero : Velia Forza de 9 corpi , ebe chiamano viva , Libri tre del Signor F
ran- cefco Maria Zanotti al Signor Giambatifla Morgagni • In Bologna per gli
Eredi di Coflantino Pi ’f arri , e Gia- como Filippo Primodì . in 8. La
Prefazione a fuetto Libro fi finge diretta a certo Tibaldt , che è perfona
immaginaria . (y) Ora per Eredità fopravenutegli Signor Marchefe.# Gregorio
Filippo Maria Cafafi Bentivogli Paieoi ti Senatore, Lettor Pubblico di
Matematica, Profef- fore di Architettura Militare nell* Inftituto , ed a-
miciflimo del Zanotti • (6) Il titolo del Libro indicato è quefto ; Difcorfi
tre * del Signor Francefco Maria Zanotti in rifpofla al Li - bro del P. Cafio
Innocente Anfaldi intitolato : Vindi- cia: Maupertuifianse • In Kapoli nella
Stamperìa Mu - ziana 175 y. in 8. Ecco
il titolo di queft* altro Libro : Lettere del Si- gnor Giufeppe Antonelli
Mejfinefe , Profeffore dì belle* Lettere in Palermo al Signor Dottor Luigi
Portez Mar- cheje della Valletta fopra le controverfie nate tra il Signor
Francefco Maria Zanotti , e il P. Cafio Inno- cente Anfaldi intorno alla
Filofofia Morale del Signor Maupertuii . In Lucca per Filippo Maria Benedini , *
in 8. Vedi le novelle Letterarie
Fiorentine del 1756. Hum. X» Il titolo
ne è quefto: Lettera pofiuma dell* Eminentif- fimo , e Reverendi (fimo Signor
Cardinale Angiolo Mo- rìa Querini al Chiariamo Signor Francefco Mar'uu .
Zanotti (ire. pubblicata dall * Abate Antonio Samba - • co . lo Ercfcia 1775.
in 4. (io) 1 6 1 (ie>) Il rimamente di quefto titolo èquefto: diretto al P.
Cafìo Innocente Anfaldi • In Venezia appreso Pietro Valvafenfe X7ftf. in 4»
<u) Grandiifima fu la comparfa , che fece' in Roma il Dottor Francefco Zanotti,
e apprelTo tutti i Lette- rati, e appreflo quegli Eminentillìmi amanti di
Lette- re, e conofcitori del vero merito; maggiore però fi fu P onore, che gli
venne dalle particolari dirooRra- zioni di clemenza , ed amore del Santiflimo ,
ej* Dottiflìmo Pontefice Benedetto XiV. , che fpeflìflì- mo il voleva apprelTo
di fe , ed alla Tua privata con- verfazione , indicandolo ne* Tuoi difcorfi per
il ve- ro uomo dotto , e Criftiano Filofofo . Grandi pure furono gli onori ,
che ricevette da* Letterati Napo- letani , eflendo pacato a vedere quella Città
, co- me fi dirà in fine . (ti) Eccone il titolo : Orazione del Signor
Francefco Ma- ria Zanotti in loie della Pittura , della Scoltura , c della
Architettura , recitata in Campidoglio li 15. Mag- gio 1750. con due altre
Orazioni d* incerti Autori 9 nell* una delle quali s* impugnano la proporzione
, e le ragioni dell* Orazione [opra detta , nell* altra fi di- fendono • In
Bologna per Lelio dalla Volpe 1750. in 8. (15) Poefie volgari , e latine
Rampate in Firenze * alle quali precede un* Elegia del Signor Co. Fran- cefco
Algarotti, e una Prefazione in profa indiriz- - zata al celebre Dottore
EuRachio Manfredi • . (14) Quella feconda Edizione fu procurata con molte^
aggiunte dal Signor Senatore MarChefe Gregorio Cafali , che 1 * indirizzò al P.
Giambattifta Roberti della fu Compagnia di Gesù con un erudita Let- tera. Oltre
1 * accennata Raccolta delle Rime del Zanorti , moire altre fue belliflìme fe
ne trovano qua , e là fparfe in diverfe particolari Raccolte per Spofalizj ,
Monacazioni ed altre , che molto potreb- bero accrefcere la fuddetta . Abbiamo
ancora di lui il Canto VI. di Bertoldo , Bertoldino , e Cacafenno Poema giocofo
fatto in concorrenza di altri cele- bri Poeti j- e magnificamente Rampato in
Bologna U prima volta 1 * anno 17$*. per Lelio dalla Vol- * pe in 4- (15)
Quello Eminentilfimo Porporato, come I* Eminen- tiflìmo Signor Cardinale
Ignazio Bonompagni, pri- ma Vicelegato di Bologna , ora degniamo Legato, tanto
gareggiarono nell’ onorare , ed amare Fran- cefco Maria Zanotti, che diedero a
vedere, che_* . non era folo nna grazia , che gli compartivano , ma un tributo,
che il lor talento e la loro dottrina** rendeva a queft* uomo letteratilfimo .
(16) Tale è il titolo di quello Libro : Flegie latine per le Solennità
principali di Maria , compojle da Franee- fco Maria Zanotti , Pubblico Lettore
nell' Univ r rjìtà di Bologna , e trafportate in Endtcafillabi Italiani coll*
aggiunta di alcune Hote da D. Pier Maria Brocchie- ri Clerico Regolare di S,
Paolo &c. In Bologna per Lelio della Volpe 1751. in 8. (27) Quello fcriito
ebbe per oggetto di porre in burla il fiilema di un noliro celebre Medico
Bolognese , che tutto riferiva alla forza attrattiva de* cor- pi . (18) Il
Torquato Varrno, al quale il Zanotti diriggc* quelli Tuoi dialoghi , è perfona
fìnta , e a quello Varcno diriggepure una Lettera .che Ha nel Tom. V. cart.
349* — Francifci Maria Zanotti ad Torqua - tum Varenum Epiflola in qua primum
de luce agi- tur, tum pauca indie antur de motu corporum ini • . fiali . (29)
Il Signor Francefco Maria Zanotti fino dalla fua*. prima gioventù fu fempre
così caro al già Signor Senatore Lodovico Ratta, ed alla Signora Marche- • fa
tlifabetta Hercolani Ratta fua Conforte , Dama piena di rasento , di
erudizione, e di fpirito oltre 1* ordinario del filo fello , che il prefero in
propria cafa , e così* lo riguardarono come il più prezio- so ornamento della
loro Famiglia , e vi dimorò fempre graditilfimo fino che viflero . Mancati que-
lli , ed accafatofi il fecondegenito del fudderro Signor Senatore, Signor
Marchefe Benedetto col- la V ✓
la Signora Marchefa Maria deTI* ili jflre Fami- glia Dolfi , che nel talento, e
nel ge.jio alle fa- enze, non che nella correda, e uel 1 ^ foirito,non la cede
alla già Suocera Signora Marchefa Elifa- bctta , il Zanotti avanzando negli
anni defiderò riti- rarli predo la fua propria Famiglia . Fu fenfibilif- lìma
la richieda di ciò non folo a* fuddetti Conju- *gi , ma ancora al Signor
Senatore Marchefe Dio- nigi© , e Signor Marchefe Cavaliere Luigi Fratelli del
Sig. Marchefe Beneuetto,e non vi volle meno del grande amore, e della foni ma
dima , che ver- fo di lui profelTavano , per non opporgli che la vi- vezza del
loro dolore nel confentire a quanto de- siderava . Se non vide però continuamente
il Za- notti fra la famiglia Ratta, tale però fu fempre il fuo attaccamento , e
il defiderio di modrarle la fua riconofcenza , che non ifcorfe quali fettimana
fin- ché vide, che non fofle fuo commenfale, e fempre compagno nelle
villeggiature ; e sì grande fu T in- terelfe per la figliolanza del Signor
Marchefe Be- nedetto , e la dima , é la compiacenza del talento della Signora
Marchefa Maria , che niente lafciò nelle famigliar» loro convenzioni , che
poteflt# valere a perfezionare quella naturale di lei depo- sizione, così pure
a formare le figlie , ed i fig.j, e a tutto ciò, che conviene a virruofe Dame e
a dotti Cavalieri » come fi vedrà dalle opere fatte-» efpreflamente per quello,
(io) Alcune altre di quelle Prefazioni fi confervano predo il Signor Giacomo
Biancani Accademico Be- nedettino , e Cuiiode delle Camere d' Antichità nell*
Inrtituto. . ’ • (ti) I Teoremi Zanottiani fulla Sfera diedero occasio- ne al
P. Francefco de Regi di fcrivere un dotto li- bro intitolato: Tbeoremata , in
quibus plures circuii ad poligona fphara ad folìdt conf cripta , &
eorporunt re - gularium inter Je proportiones demonflrantur (yc* Me - anfani r
7f7» (ti) In quelli ultimi tempi il whilfòn, uno de’ prim- Fi I Filici d'
Inghilterra , ha rl)»etute , e variate le ef- perienze del Signor Zanotti . Il
P. Beccarla ha fui principio contraddetto al Whilfou, ma in fine hae- gli
confefTato d’ arrenderli piò però alle efperienze del Zanotti, che a quelle di
Whilfon. Su quefto argomento medefimo lo fletto Zanotti fece la fua-. ultima
Dittertazione . (13) Quello Pittore Inglese fu il Sig. Guglielmo Chibai . v ■ —
■ *■" 1 ' ■ ■ Jf - • ' ' , • • , ' Vìdit D. Philìpput Maria Tofelli
Clcricut Regularis Saniti Faulli , (or in Ecelejìa Metropolitana Bononìa Fani -
tentiariur prò EminentiJ/tmo , & Revere n di {fimo D. D . Andrea Cari.
Joannetti Ordinis S . Benedilli Congrega» tionis Camaldulenjìs , Arcbiepifcopo
Bononia , & S.R»L Trineepst IMPRIMATUR . D/e 19, Februarir 1778» Fr*
Carolar Dominicut Bandiera Sanili Offieii Btnonta Vie ariu t Generali s . t
Digitized by Gjogle. Cf. H. P. Grice: athlete, tall. - , tu DELLA FORZA
ATTRATTIVA DELLE IDEE. FRAGMENTO DI UN' OPERA SCRITTA DAL SIGNOR MARCHESE DE LA
TOURRI' J M A D A MA LA MARCHESA DI VINCOUR SOPRA L'ATTRAZIONE UNIVERSALE
ruoorro Dall' idiomi Francefe neil' Italiano^ Digitized by Google Digitized by
Google PREFAZIONE 3 AL FRAGMENTO DELL' OPERA SCRITTA DE LA TOURE1' § S/endofi
per gran fiiagura della Re* jjÌÌUp§gS non come le forme iftetfè gliele fan
conoicere , e vedere . Io non ardirei di dirvi, che quelle forme, ovvero idee,
abbiano una certa loro for- za attrattiva, per cui fi congiungano, a lidif-
giungano , limile a quella de i corpi ; fe la ra- gione , e 1' efperienza non
mi facelliro animo, e non conofeeilì elfere voi capace di perdonare quefto
ardimento alla verità. Sebbene quanto alla ragionerò temo, che voi già da ora
mi averete prevenuto. Voi vi ricorderete quello, che fin da principio nonfen-
za fondamento vi propolì; e ciò è, che le co-it«A«- - fe fi attraggono più o
meno a mifora della pie- * A 4 nez- Digilized by Google mifur» nezza dell' tSèt
loro . E perchè non credette , itlU c ' ie *° vo ' c 'fì abuiarmi della olcumà
dei voca- hntim» ^°^t v ' ricorderete altresì, che per pienezza di "
eilére ió dichiarai di non intendere altro , le-* non il numero , e l'
inteniione delle perfezio- ni, che la cola itala contiene, potendo dirli, che
una cola tanto più e, quanto più pertezio- ti, e maggiori contiene, e quanto
più è, tan- to ancora più attrae. ttrcit ! E cosi voleri vedere, per qUal
ragione i ttrfi Mt- corpi attraggano più o meno fecondo la mag-
"'"faradei f=' ore 0 minor quantità di materia , che in le Tahrmaf-
contengono ; perciocché la pienezza del loro ef- /*, fere conlifte appunto in
una tal quantità .* Per *Annot. la qual cofe io non dubito, che voi, feguendo L
quello principio lempliciffimo , e come vedrete, addattarilìimo ad ogni maniera
dì tenomeni , non abbiate a quelt' ora conchiuiò, aver le-» idee elle pure la
loro torza attrattiva, lecondo la periezion loro, a guifa, che l' hanno i
corpi. Argomenti Io potrei , fe volelO , dimoftrarvi quello ftef- dciu at- f 0
con un' argomento tratto da un Alterna, non Tu"-! veramcnte ricevuto da
tutti , ma però chiaro e itile» famofo^d è quello del Signore Leìbnizio, det-
to delle monadi. Imperocché, a' egli è vero , come fecondo quefto lìftema è,
che la mente noftra lìa come uno fpecchio t in cui rapprefen- tativamente
fucceda tutto quello , che fuccede realmente nella unìverlità delle cofe ; e fe
nella univerfità delle cofe i corpi realmente fi attrag- gono; bifogna ben
dire, che le idee loro rap- prelentino nella noftra mente una tale attrazio-
Digitized by Google come i corpi. Ma falciando quefie fottigliezze a qiùttch
Saifone, o Italiano, a me -Dalla, che feguendi uri princìpio femplicnlìmo , e
ca.rtmòdnlimo fa conchiiiderlì, aver le idee eile pure la loro forza
attrattiva, e quella proporzionale alla pie- nezza dell' eii'er loro.
Imperocché le ben pare, che le idee, eiiendo, non gii lòlUize, ma più tolto
modi dell' anima , non debbano avere gran pienezza di eilere jquefto però è
fallò. Percioc- ché i modi hanno anch' e di una certa lor per- fezione, ed una
pienezza di eliere, la quale fe noti avenero, non iàrebbono ne pur modi. E
quella pienezza dell' elìer loro non è così pic- cola, come peravrentura alcuno
credei Anzi fé noi paragoneremo un genere più perfetto di co- fe eoa un altro
meno perietto , potrà di ieg-; gerì accadere, che i modi di quello fieno più
perfetti, e più da pregiarli, e infomma più pie- namente fieno, che le fottanze
di quello. Inv fatti , chi è , che non (limi molto più 1' intel- ligenza, e la
feienza, le quali fono abiti della mente , che non la foltanza di qualunque
cor- po? La giulìizia, e la manfuetudine, e le al- tre virtù morali fono
qualità delio fpìrito, e furono fcmpre pregiate più, che i corpi » E ro
dìverfiifimi ; la Grazia fopranaturale , che fi infonde ne gli animi,
quantunque certamente-» non fui dei genere defls ioftafize, vuolfi peròari-
giacchè Digitized by Google .teporre'alle fofhtnze tutte del mondo. Non mi fi
dica dunque, che leidee non abbiano forzi_ attrattiva , o n' abbian pochiflìma
, perciocché fono, non folìanze., ma modi. La luce, che fi fpande da Ì corpi,
non è forfè foftanza; e pu- re lì oiferva avere una attrazione lénfihiliiQma.
Jo credo, che lo ftellò avvenga alle idee, che fono, per cosi dire, la luce
dell' animose tan- to più forfè avanzano i corpi nella forza dì .te- merli ,
quanto più gli avanzano nella perfezio- ne dell' ell'ere. Ma perchè la ragione
in filofbfk poco (ì -ftima, volendofi dimofìrar tutto per mezzo di oùervazioni
, io lafcerò quella , e verrò a que- lle. Infatti niente altro ha fatto
ricevere con., ■ tanto applaulb la attrazione ne' corpi, fe non 1* avere in
elfi ollervato certi movimenti, i quali elfendofi voluti ipiegare per altra
via, che per 1' attrazione, non s' e potuto. Per ammet- tere la attrazion ne'
Pianeti, bifognava aver tentato il fiftema de' vortici. L' inluiììftenza di
Suedi ha renduto probabile quella, e bei! dice famofo Dottor Brik nelle lue
lezioni meteo- rologiche , che il Nevton ha detto bene , per- de- chè ha detto
dopo des Cartes . Ora fe noi of- fervaremo fimilmente nelle idee molti effetti,
i quali non per altro fpiegar fi pollano, che per via di attrazione, potrà
fimilmente 1' attrazio- ne attrìbuirfi alle idee , come fi attrìbuifee a i
corpi . Io vi proporrò dunque, o Madama, alcu- ne oflervazioni da me latte. Son
certo, che^» voi dono quefte ne farete dell' altre affai, e renderete vie dìu
probabile 1' opinion mia. IL percne io pitrò eifer breve fenza danno dei mìo
Menu. Ma per procedere Con qualche ordine, dirò primi delle idee, inquanto fono
folamente idee; e le conlìdererò principalmente nella me- moria; poi dirò delle
idee, inquanto di eife ti compongono le proporzioni , onde poi fi teifo- no gli
argomenti. Cosi fcorretìdo le parti tut- te della Logica, che voi tanto
eccellentemente ne' volìrì ragionamenti adoprate, vi farò rico- nofcer 1*
origine de gli artificii voftri . Chi non fa , che la memoria è femore Ha- ta
annoverata da i Filofofi tra le cofe pia dif- ficili da fpiegarfi? E tanto più
ancora e fiata M "*°' {a fino ad ora difficile , quanto che Ì più l' hanno
sJ^Htt- mal definita, dicendo eifere eifa una potenza , per cui 1' animo
avverte le cofe palfate. Il che ad efporre la memoria non balta; perchè la pri-
ma volta, che uno legge la guerra di Mitrida- te , egli avverte ad una cofa
palfara , nè però lì dice , che egli fe la ricordi . Si dirà bene , che egli fe
la ricorda , quando leggendola Ia_. feconda volti , o udendola raccontare ,
egli av- verta , che in altro tempo ebbe le ftelfe avven- ture prefenti all'
animo . Laonde meglio ave- reòbon definita la memoria dicendo, che ella—»
vifaiih- fia una facoltà, per cui li offre all'animo 1' i- •" dea di
qualche cofa congiunta con 1' tdeadi un "* m » ria • certo tempo, in cut
la ftefsa gli fi offerì altra volta. Cosi che pare, che alla perfetta ricor-
danza fi richiegga non folo 1' idea di quella-. cofa, Digitized by Google cafa,
che fi ricorda, ma infieme 1' idea di un certo tal tempo già parlato . quindi
può vederli, quanto fia vana la fpiegazìone, che alcuni hanno data delia me-
moria, dicendo, che gli (piriti, i quali Scorro 110 per li nervi, allorché
offrono all' animo l'i- dea di qualche cola, imprimono certe orme, o formano
certe pieghe nelle fibre del cervello; e che allora 1' animo fi ricorda della
Stella idea, quando gli fpiriti ricorrono per le fìeiie orme. Non Ma II che non
balta alla ricordanza . Imperocché, iìflst* jT quand' anche gli fpiriti ,
ricorrendo per la llef- fp"l*P"iì orma, potedéro risvegliare ì! idea
della fìeiia *-mpZ1h? co '' a > come P cr ^ rifvegliereòbono 1' idea di quel
miurott- tempo, in cui la risvegliarono altra volta? Que- h. Ito tempo, come
voi Sapete, non è ceda mate- riale, la qual cadendo lotto de i lenii , polla '
^"fcuotere i nervi del noitro corpo, ed imprime- re alcun velìigio di fe
lidia nel cervello. An- zi 1' idea del tempo, come ancor quella dello fpazio,
la abbiamo d' altra parte, dataci dalla natura, come un gran piano, in cui
riporre ed ordinare tutte le idee, che ci vanno giornalmente giungendo per
mezzo de i fenfi ; Sicché col- locando noi quelle, e riponendole ognuna ini.
una certa parte di tempo, come anche in una certa parte di faazio, venghiamo a
formare in "r noi medesimi una bellilfima imagine del mondo esteriore, nel
qual mondo Sentiamo di elSe- 41 '*«re, perciocché abbiamo nella imagine di elio
- co ^ 0Cat 2 anche l' idea di noi medesimi. E già a buon conto voi vedete, o
Mada- Digilized by Google »? ma, che la memoria lì fa in noi, quando ci fi preterita
L' idea dì una qualche colà congiunta con 1' idea di un' altro tempo, in cui
ella pu- re ci fi prefencò; e che tutto quefto malamen- te pocreobe lpiegarfi
per li loìi vestigi del cer- vello. All' incontrario niente farà più facile a
fpiegarli, fe noi diremo, che quando noi peli' Mt^er!»fì animo noltro
congiungiamo 1* idea di certa co» p,,'^^, fa con 1* idea di certo tempo, quelle
due idee, quali toccandoli, acquiftano un certo lor magne- tilrno, per cui (i
attraggono poi 1' una l'altra; a gniià, che 1' ago, e la calamita col folo toc-
carli acquiftano la forza di attraerfi fimilmente 1' un r altro. E quindi è,
che risvegliandoli m noi 1' idea di qualche cofa, quella li trae die- tro 1'
idea di quel tempo, con cui fu una vol- ta congiunta; e in quello confitte la
memoria. E quindi è ancora, che molte volte la cofa ci fa iovvenire dei tempo ,
e molte volte il tempo ci fa fovvenir della cofa. II cheavviene anche dei
luogo; che fovvenendocì di un luogo ci fovviene anche ciò, che quivi avvenne, e
il tempo, in cut avvenne. Imperocché queiteidee della cofa, del tempo, e del
luogo, eiiendoiìa- te una volta tra loro congiunte, divennero a- mìche, e per
cosi dire, magnetiche, e comin- ciarono ad attraerfi 1' una 1' altra. Le quali
co* fe diffidi ilfi me a lpiegarfi in ogni altra manie- ra, fi lpiegano per
quefia comune attrazione fa- cìliiiimamente , e con maravigliala femplicità.
Sorprende grandemente, non che il volgo, anche i dotti, un fenomeno, ii quale è
cqm- Digitized by Google FtHswtns mune a tutte le anime ."Voi avrete
offervato in Mia me- ^olù) ed anche provato in voi fletta, che a- r*°V t*r'
vendo apprelo a memoria alcun diJcorto,nepu- *u,M.i»Bt re una parola ve ne
tovvenga talvolta al biìo- gno; ma le il tempo, o il luogo, o la prelen- za , 0
il luggerimento di alcuno ve ne iaccia_, Sovvenire la prima parola (ola , le
altre tutte-» vengon per ordine dietro a. quella, e quafi la Seguono
Ipontaneamente,- e voi vi Sovvenite di tutto il componimento lenza fatica
alcuna . E quello certamente avviene, perchè coloro, che iludiano a memoria un
dilcorio, altro non tan- no che accodare fjpeJiq e con la maggior ter- ga, che
poiiono, le idee, di cui elio li com- pone, e «ingiungendole tante volte
infierite, e collocandole (' una dietro V altra , le rendono in certo ìor modo
elettriche, e tanno sì , che l' una fi trae poi dietro l' altra. E come i cor-
pi, rimescolandoli t'pelle volte e fregandoli, ac- quilìano una particolar
ibria attraente , cosi pa- re, che lo iìeiio debba dirli delle idee, in altra
maniera è da credete, che fov- venendoci le colè ci iòvvenga infìeme de i lo-
ro pomi ; le non perchè avendo lpelfilfime vol- te accoppiato le idee di quelle
con. le idee di quelli, hanno elle acquiilato una rnaravigliola, forza di
at(raerfi vicendevolmente; ficchè la co- fa fa tofto Sovvenir del nome,
traendolel quali 'feco , e il nome la Sovvenir della co.a . Quindi fon nate le
varie lingue, perchè non dapertut- to le idee delle iftelle colè fi accoppiano
con le idee de gli Usili aomì , valendo in ciò la con- •fJigitizad by Google
fuetudtiie', la quale è varia appretti» vari i . Per- 1 occhi mi fanno ridere
alcuni, i quali dicono, una lingua aver parole più dirimenti di un'al- tra;
poienè ogni parola egualmente elprimequat- lìlìa eofa, purché 1' idea della
parola iiafi per lo lungo mb ben bene elettrizata con l' idea del- Ja cola. Il
che fi vede nelle metafore , che per lungo ufo divengono tanto eiprimeati, che
co- minciano a parer quali voci proprie; come fe io dirò arder S amore, che
appena parrà, che io ufi metafora; e quella voce ardere dprimerà una grandezza
di amore, che niuna voce propria eiprìmer potrebbe egualmente; il che procedei
dal lungo ufo , che ne hanno fatto i poeti , e gli oratori. Ma tornando alla
memoria in generale, e- eli par chiaro, che ella non poflà naicere,che chi poteije ritrovare tutte le maniere di
elettri-' zare le idee, riducendole poi a capi , e leggi generali, potrebbe
comporre un' arte perfetta.-, della memoria, la qual farebbe grandemente u«
tile non folo alla republic* de' Fjloiofi , ma an- che a quella de' fmemorati ,
Io però la vado ab* bqzzandp, nè credo perdervi il tempo, Prima che io finita
di dirvi della memo* ria, ip voglio molìrarvi, o Madama, un'ingan- no , in cui
farete ancor voi , perciocché vi Iona -tutti i dotti, lo me ne fono accorto, volendo
ridurre gli effètti della memoria all'attrazione. La mima- V inganno fi e, che
molti credono (ieguenda fi» eoi f in ciò 1' opinione de' più gravi Filoiòfi)
cho '"H/JJf'-la memoria fia una potenza dell' animo- Nei. che errano grandemente a miogiudicio, poiché *
.non nel numero delje potenze dqvrebbon ripor* la, ma de gli abiti. la qual
cofa fi intenderà facilmente, pur- ché prima s 1 intenda, qual differenza palli
tra potenza ed abito. Potenza dunque chiamali quel- la facoltà, che F uomo ha
da natura, e noo_ 1' accuiifta per efercizio; corno la lacoltà del re- fpirare,
la qual non viene all' uomo a poco a poco, nè per eferqzio; ma. egli 1' ha da
r«*. r», \ Digitized by Google ra, e quindi è, che non meglio refpira un'uo- mo
di treni' anni, the un bambino di quattro meli. Abito poi chiamali quella
facoltà, allo—, quale olendo I' uomo da natura dilpofìo, egli però non 1' ha,
le non l'acquifta per efercizio, e a poco a poto ; e così è V arte dei danzare,
e dei cavalcare, e le altre tutte. Ora ciò pollo chi non vede, che nafeendo E'
ho' *- la memoria da una certa elettrizazion delle t- dee, nè elettrizandofi
quelle fe non per qualche ufo ed elèrcizio di accoppiarfi infierire , ne fe-
gue,che efià non tra le potenze debba riporfi, ma tra gli abiti? Il che folo
baftar può a ri- conofeer 1' errore di quelli, i quali fi credono, la memoria
elièr più grande ne' fanciulli , che Mtmrlt* ne gli uomini avanzati; quando
all'incontrano ""'Si'" 1 ^ quelli hanno le idee vecchie, per più
lungo ^- "miti mà- io ^ maggiormente elettrizate; e fe alcune nuo- , ur ;
, riè ve ne ricevano, rìmefcolandole , e congiungen- mfmtinU dole con le
vecchie, più facilmente le elettri-' 1 - zano. Ed io porlo dire, che molto meno
mi è coltalo apparar la lingua Spagnuola, che l'Ita- liana; fot perche quella
apparai da Fanciullo; e allo itudio di quella mi diedi , efiendo già ma- turo.
Egli è il vero, che fono alcune idee, le quali grandi Almamente per natura loro
fi attrag- gono, n.- hanno per far ciò bifogno di elèrci- zio alcuno; ficchè
non pare, che in effe abbia luogo 1' abito. E quelle ibn quelle idee, di cui,
come apprelso vi inoltrerò, fi forman gli affio- rili delle feienze. Ma per
quello appunto lame- fi mo- Digitized by Google moria non ha luogo ne gli
afliomi. E chi di- rà: io mi ricordo, che il tutto è maggior del- la parre:che
il bene dee anteporfi al male-che una cola medefima non può etsere intieme, e
non efsere? Tali proporzioni le intendiamo noi fempre al bifogno, come le
intendemmo Impri- ma volta , che ci furori proporle ; e abbiam di loro
intelligenza più tolto , che memoria. E già io vi ho condotto, o Madama, len-
za awedermene, dalla confiderazion delle idee, che femplicemente fi apprendono
, alla confide- razione di quelle, che iniìeme accoppiandoti tar- mano ie
propofizioni, di cui fi tefsono i di- fcorfi.Io dunque feguirò l'ordine
proporlo, in- noltrandomì a fcopnre i più cupi nafcondigli della dialettica; e
fo che voi, la qual liete una gran pofseditrice di quell'arte, mei confentire-
te; e vorrete farmi cortefia in cafa voltra. Per cominciar dunque da'principìi
ultimi, voi CeB!(jT/offapete,che la propofizione fi forma per congiun-
I*P">~ gimento o per diigiungimento di due idee, l* infintesi , una
jgjjg q ua [j jj gn i ama j a ; Logici foggetto, e 1' altra attributo : come
quando fi dice : Pie- tro è ttomoy dove 1' idea di Pietro è il fogget- to, e 1'
idea dell' uomo è 1' attributo - e que- lle due idee fi congiungono, perciocché
la pro- pofizione afferma ; e fimilmente quando fi dice : Pietro non è un
albero, dove 1' idea di Pietro è il foggetto, e 1' idea dell' albero è 1*
attri- buto' e quelle due idee fi difgiungono , per- ciocché la propofizion
nega . Ora qualfifia propofizione tanto più ci par ìvera , Digilized by Google
•SU Sia vera, quanto più. fàcilmente il foggetto fi con. giunge con 1*
attributo, le la proporzione è di quelle., che aftérnuno ; ovver lì diigiunge,
fe la propongane è di quelle, che negano. E que- lla maggiore, o minore
facilità è 1' unica ra- gione, onde noi conolciamo, la proporzione^ Onde fi ».
ener vera, o non edere. Perchè il dire , che noi conolciamo, la propofizione
eflèr vera, al- lo ra quando vergiamo, la cola fuori dellenoftre ra . idee
eiiefe appunto tale , quale è nelle idee^> fleiiè; è una fpiegazione del
tutto vana, e in- fuifiltente ; imperciocché bifognerebbe , fecondo una tale
opinione, che noi poteifimo vedere , quali lieno le coie fuori delle noftre
idee; il che è imponìbile, non veggendole noi mai na- turalmente, fe non
inquanto ci fono dalle idee rappreienrate. Io concedo dunque, che la veri- tà
della propofizione confille bensì in quello , che la colà fuori delle noltre
idee lia appunto tale, quale è nelle idee ftefle; ma dico bene , che noi non
per altro ce ne accorgiamo , fe.^ non per la maggiore o minore facilità,
chetro- viamo a congiungere, o a difgiungere il fog- getto e 1' attributo;
poiché fentendo, che que- , Ite idee li congiungono, o lì difgìungono cosi
facilmente, giudichiamo, che ancor le cofe , a cut tbn limili le idee, debbano
far lo llelfo. E qui voi potete aver già comprefo , quan- to vaglia il
principio dell'attrazione, anzi quan- to pur' fia neceuario, a iòrmar le
propofizioni, e ftabilire tutti gli umani giudici; imperocché fe noi le
formiamo per congiungimento, o di- B 2 Igitin- Digitized by Google
fgiungimento-dr- idee, e le conofciamo, e giu- dichiamo elfer vere per la
faciliti maggiore o minore, che hanno elle idee a congni nger fi o ti c°F'i!t a
difgiungerfi ; donde può nafcere quelta mag- ntUto fi B> ore ° minore
facilità fe non da una forza_ Mitrale- attrattiva, qualunque fiali, per cui
tali idee fi •>o. attraggono più o meno?E qual* altra cagione^ può imagi
narfene o più femplice, o piu verili- mile, o più comoda, o piu generale dì
quella? Ma vegniauto di grazia a fpiegar la cola par- tkamsnte. In primo luogo
v* ha delle idee , le quali per la fola pienezza e perfezione dell' eifer lo-
GH affami rr> , il attraggono con tanta forza, e con tanto itila lete»
impeto fi vanno incontro 1' una all' altra, che za fi fir- non potrebbe alcun'
umano intelletto, perquan- ibsho per to sforzo vi facelfe , impedirne il
congiungi- """ z '"' mento. E quelle fon quelle, di cui fi
formano i principi delle faenze, che chiamanfi aifiomi . E cosi 1* idea del
bello, e i' idea dell' amabi- le , per la perfezione dell' elTer loro , con
tan- ta forza vicendevolmente fi attraggono , che-* non può mente alcuna
impedire, che non fi congiungano , e non fi abbraccino infiemej formando una
proporzione : */ bello è amabile^ la quale può efler prefa per un principio
nella morale . Le frtfrìe Formandoli così gli aflìomi, facìlitfimamente fi ti
dt S u intende, come elfi non nafcano per argomenta- l f° mi "t, zione
alcuna, e come sforzino 1 intelletto ad acconfentir loro, e ad avergli per
veri, e co- se. " me fieno eremi, e neceffarj, e immutabili, ed' ogni V
1%Ì 21 ogni tempo , c d' ogni luogo . Che fe la pro- porzione tanto più ci par
vera, quanto piufa- cilmente vengono a «ingiungerli quelle idee , che la
compongono; ne viene di necefGtà, the congiungendofi infieme con una forza
invinci- bile quelle idee , che compongon 1' aflìomiw , debba 1' alfioma
parerci invincibilmenre vero , nè poffa 1' animo contrariargli , nè metterlo in
dubio in conto alcuno. £ perchè a qualunque temno, o a qualunque luogo fi
vogliano per noi riferir quelle idee, di cui fi forma 1* aflìoma, pur le
troviamo ièmpre e dapertutto attraerli d' un' ifteiia maniera, per ciò dee
parerci, che 1' aflioma fia fempre,e dapertutto il medefimo, nè cangiar polla
per cangiamento di luogo , o di tempo ; anzi eiiendo iuperiore al tempo ed al
luogo ha in certo modo etemo , e necelìà- rio,ed abbia qua fi una torma di
immenfità.E quelle cole tutte nalcono dalia attrazione in- vincibile di quelle
idee, che lo tòrmano. E di qui anche può facilmente conofcerfi, perchè gli
aliiomi fieno iblamente delle cofe u- niverfaliiiìme, come quando fi dice: ogni
tutto è maggiore di qualunque Jua parte : due cole-, eguali ad una terza Jom
altresì eguali tra /oro, ed altri, i quali, come fi vede, vedano intor- no alle
cofe lòmmamente univerfali, e per ciò vagliono in tutte le categorie. 11 che
videro anche gli antichi : ma non ne intefero la ra- gione. E quella fi è,
perchè attraendofi tra lo- ro le idee, come tutte le altre cofe, più ome- iio,
fecondo la maggiore, o minor pienezza—. B 3 dell' Digitized by Google dell'
efler loro, che vate a dire fecondo la mag- giore o minor perfezione, che in le
contengo- no; ne viene, cne le idee univerlàfi , te quali contengono una
perfezione in tini tinnente mag- giore delie idee particolari ed individue ,
deo- Eano ancora attraerlì infinitamente più , che quelle non tanno, lì perche
non è da maravi- gliarli, che gli ailiomi ti compongano di idee ìommamente uni
vertali . Sono altre idee poi meno generali, e però anche meno perfette, le
quali naturalmente han- no una forza attrattiva aliai debole, ma però fe
avvenga, che molte volte ti accoppino intìe- me e lì unifeano, ne acquietano
una grandixìì- Oaili Jìt. ma, e in certo modo ti elettrizano. Di quelle ho li
pn- idee li tormano le propofizioni probabili , cioè ^'VT'r Tèhvmii g eometr ' a i e con 1"
aritmetica; poiché quefej " lcìeoze avvezzano bensì 1' animo a i dilcorli
e- videnti e dimoftrativi , ma per nulla lo dilpon- gono a i probabili . Io non
intendo qui di dar precetti di Lo- gica, nè di inlegnare a maeftri ; dico bene
, che qualunque volta uno prende a moftrar qualche Opali fri- cofa con un
difcorlb probabile, a me piacereb- ' 3e ' c!lt: per P r ' nci P'°> onde de
fpedjrlen^; nulla più valle a persuadere il com- battimento, che le parole di
un' officiale, il qual levatoli in piè, Signori t dilie, non bijogna ri- Cercar
la cerreta ne' fafti d' arme . E chi non f*. U Fortuna in fune le coje effer
padrona-, dell' ef'to? Combattiarno noi-, e lajciamo a Co- Jtei quello, ci>$
t 1 Juo, Quelle parole ed altre.* limili dette con grande audacia accelero gli
a- .pimi di tutti, e furon cagione, che fi delie un» delle pia (angujaofe
battaglie dei nofiro iecolo . Se Digitizsd by Google Se un' altra onciale di
animo più polito avelia con gravità detto : Signori, noi bijogna nell'ar- mi
coin-netterfi al cafo. he nijtre deliberatoli debbon dipendere dalla ragione ;
iti dee darfi al- la Fortuna, fe non il meno, che fi puh. Forfè quelle parole
autorevolmente dette, averebbono impedito il combattimento, e rifparmuta la vi-
ta a più di dieci mitia uonini. Non dico nulla di me, a cui quella battaglia
colto una gamba. I genii e [e inclinazioni, che fi prendono, a gli ordini delle
perfone, alle fette, alle nazio- ni , nafeono il più delle volte da certi
gìudicii for- matiti in noi per qualche fortuito elettrizamento di idee, Uiìo
ha veduto due otre lng)eli,e gli ha trovati taciturni. In coftui E' idea dell'
Inglefe^» s" è elettrizata con l' idea del taciturno per modo t che tofto
che egli intende, uno ellère Ing!efe,gtt" pare che debba effere taciturno;
perciocché l 1 un' idea tira a le 1' altra. E in quefto modo Ognuno dice , il
Francefe efler leggero , 1' Italiano lerio » lo Spagnolo religiofo , il Tartaro
crudele , l' Ame- ricano femplice . Quelli giudicii, quantunque mol- te volte
veri , tuttavia nalcono in noi per cagion leggera , e fe fi adoprano fpellò ne
Ì difeorfi , pro- ducono veementisfime inclinazioni, le quali non che t Fiiofofi,
turban talvolta le intere provin- ce , e le fan correre all' armi . ) Nèio nego
già, che quelle proporzioni na- (j t ;n t ^ ji te per un' elettrizamento
accidentale dì idee , pof- ^uefiiai»- fano alcuna volta elfer utili a fgombrar
dalla men- fu . te de i pregiudicii; che a ciò talora è utile anco l' inganno.
Dicofolo, che elle non dov'erebbono giam- Digilized by Google giammai aiTumerfi
per principii a ftabilìre con- chiutìone alcuna. Un Monaco Benedettino, mol- to
dotto, e di ottimo gallo nelle lettere, il qua- le avea vifìtate tutte le
biblioteche della Francia, e della Germania per emendare una parente!! di
S.Cipriano, venne per lo Merio fine nel' mio vil- laggio di S. Clou a vedere
alcuni codici antichi, che qui li coniervano. Io ebbi la fortuna di par- lar
con lui , e trattenerlo lungamente fópra il mio {Ulema della attrazione delle
idee ; al quale egli , lìccome a cola nuova, e affatto ilrana, non potè mai
aecommodarlì . Partitoli polcia , ultimamen- te mi ferille, che avendo egli
peniate più volte a i ragionamenti tra noi flati , & effendofi aflue- fatto
a concepir le idee attraentifi , gli comincia- va a parer veriffìmo tutto
quello , che io gli ave- va detto . Cosi egli con un poco di alìuetazione,
elettrìzando le idee non prima elettrizate, tolte via F impedimento , che gli
nafeeva dalla novi- tà della cola . A ehi fi*- E Umilmente è da concederli a
gli oratori, da conce- e a tutti quellL, che vogliono perfuadere le men- dtrfi
tale- ti deboli , mammamente fé hanno fretta , che de- sbafo. r i v i n talvolta
i lor difcorfi da principii popolari, ed incerti . Ma i Filofbfi , che
discorrono coil. maggior" agio, e profelfano di rimovere ogni in- ganno,
non doverebbono confidarli a tali princi- QumIì ef. pii; anzi dovrebbono ogni
lor conchiufione diligentemente derivare da quelle lòie proporzioni, "° r
A. 0 j{". che, eilendo nate da un' elettrizamento di idee, hi- communicalie all' una ed troiane '. *H' a l
tra una certa * orza attrattiva, cosi che effe pure venillér poi ad attraerfi
vicendevolmente, e ad accoppiarli da le fteiie ? Egli non è necelìario, che la
elettricità del- Anidosii^ l e idee lìa in' tutto e per tutto limile all'
elettri- ca i cerfi c j t à d e ; corpi; giacché nè pure le elettricità de
't'i'/t'e"'' 1 cor P' ' ono tutte, fintili tra loro. Ad ogni modo le
analogie, che vi fi icoprono, fon da notarti di- ligentemente per metter più in
chiaro le bel- lezze della natura. Voi fapete, che i corpi e- lettrici non
folamente traggono a fe altri cor- pi, ma di più ancora comunicano la forza at-
trattiva a quei corpi, cui traggono. Ora non vi par' egli, che lo lteliò
avvenga aquellater- za idea, di cui vi ho detto, la qual congìun- gendofi con
due idee, le rende tali, che poi li congiungono da fe medefime? Non è egli
que,- iìo un comunicar loro una certa forza attrat- tiva? Anzi ficcome i corpi
elettrici tirano a fe Digitized by Google altri corpi , ed altri ne refpingono,
e quella virtù 46w«* pure comunicano ; così lo Aedo veggiam fuccede- re nelle
idee; onde ne nalce la dividone de' iìllo- gilmi in affermativi , e negativi.
Poiché le inter- za idea tira a le le altre due, communicando ad ognuna la
forza l'uà , farà , che elle pure tinnii I' una 1' altra , e lì congiungano ,
onde ne nafea la corichi ni ione affermativa , come potete vedere nell' etèmpio
fovrapofto . Ma fé la terza idea tirando a fé 1* una delle due , ed
applìcandofi ad ella , re- fpinga V altra, comunicherà a quella, a cui fi
applica, la forza lua, onde effa pure refpingerà 1' altra , e ne verrà la
conchìufione negativa . Co- me fe io dicellj : la virtU non è un male : la pa~
zienza è virtù, ne verrebbe la concttiufione ne- gativa: dunque la paxien%amm è
male . Percioc- ché 1' idea della virtù ha ìbrza di respìnger da le 1' idea del
male ; ed applicandoli all' idea della pazienza le comunica la (orza iftefià.
Donde potete fàcilmente raccogliere, che al- r, ìo j, m la formazione del
fillogifmo tre propofizioni fi rUjsWqi/M cercano e tre idee, che i'una di
quelle tre idee, * li *' K ^ entrando nelle due propofizioni antecedenti, non d
'' 1 ha mai luogo nella conchiufione; e che la con- 1 '*"'* chìufione
bifogna, che affermi, fe amendue le propofizioni antecedenti affermano; e
neghi, fe 1* una di quelle afferma e 1' altra nega . E cosi pu- re lenza latita
ninna raccoglierete dal principio dell' attrazione le altra regole, che con
tanta iot- tìgliezza trovate furono da Arinotele ; delle quali mi tacerò , per
non levarvi il piacere dì dedurle voi per voi fteila. C Non Digitized by Google
. guifiie* Non tralafcerò già d' una quiftione , Hata una hgie^jii- vo | ta
iàmofa tra i dialettici,. la quale fcioghen- pr'wtw ^ ol * P er ' a e ' e
ttnciia delle idee con maravigiiofa dell' at. facilità, potrà forfè iervir d'.
d'empio a icioglier- tnntìMt. ne molte altre all' ifteiiò modo. É' (tata quillio-,
ne grandiiiima tra 1 Logici , le nel fillogifmo già formato poiià dìrfi, la
concilili fio ne ellere eguale mente certa, chele due proporzioni antecedenti;
parendo ad alcuni , che non polla; perciocché la conchiuKone non è certa (è non
per la certezza delle propofizioni antecedenti ; onde pare , che^ quefte
debbano averli per più cene, che quella. Altri poi hanno creduto, che quefta
opinione-* polla recar troppo danno all'umano diicorlb; per- chè le la
conchiulìone dì un fillogifmo lì prenda per antecedente di un' altro, e cosi
per una lun- ga ferie di fillogifmi dalla prima conchiulione il venga alla
feconda,* dalla feconda alla terza, e cosi di mano in mano ; bisognerà ,
fecondo la det- ta opinione } che la certezza in tutte quelle con- cfliufioni
fi vada fempre egualmente fminuendo; è dopo una ferie di non fb quanti
filiogilmi arrivi finalmente a difperderfi del tutto, e ad elfer nul- la. Nè
potran gli uomini, nè i Geometri pure, produr molto in lungo le loro
argomentazioni lenza un gran timore di perdere per quello fteliò ogni certezza
, Ma fe noi confidereremo la natura della elet- tricità , da cui dipende tutta
la forza del iìllogif- mo ; facilmente ci fpediremo da una tal o,uiffio- ne.
Imperocché noi veggiamo, 1' elettricità elle- re di tal fatta, che quando un
corpo la comuninìca, o più tofìo 1' eccita in un' altro, ella non è men grande,
nò meno efficace in quello, che in quello. Lo fteflb dee crederli, che
avvenga^, nelle idee. E così quando nelle due proporzioni antecedenti del
fillogifmo una terza idea attrae a je le altre due, e le etettriza, quelle due
elettri* - 1; zate acquilìano un' egual forza, e non meno fi atrraggon tra loro
di quel , che l'olièra atr.ratt.c_» da quella terza. E quindi è, che la
conchiulio- ne noni è men certa delle due antecedenti ; e !«_» panando da
quella tonchi u fiore ad un' altra , e quindi ad un' altra, ne telieremo una
catena lunga a piacer noltro,la fteiìa elettricità ci ao,i. '. compagnerà per
tutto, eia della certezza. Poflon . dunqueanimofamenteprocederei Geometri quan-
,-. r to vogliono per quei 1 un ghillimi fpazj delle loro dimoitrazioni , lenza
timore di perder mai punto della loro evidenza. Né io certamente credo, che l'
ultima propolizione per lor trovata iìa meno cer- ta della prima, anzi di
quegli alfiomi medeli- mi , da cui tutte derivano. Dopo tutte quelle cole io
credo bene, o Ma- v aitr*- dama, che voi lame nerlualà, che la forza at- * u -
trattiva così regna nelle idee dell' animo, come »fotrf*ie. ne' corpi ■ poiché
lìccome ne' corpi fi oiiervano tutto il dì de i congiungimenti , e de i
difgiun- gimenti , che ad altra caulà non potiona riferirli, così pure fuccede
nelle idee; nè il principio dell' attrazione è meno iemplice, o meno commodo
nelle idee di quei, che fiali ne' corpi. Ma che-» direte voi, iè io vi tarò
vedere, quella llefla for- za attrattiva elsere non lblamente tra corpieeor- pi , e tra fplriti e fpiriti , ma anche
vicendevol- mente tra lpiriti e corpi? Se io vi moftrerò, et fere una certa
maravig) ioOv attrazione , per cui le fopranaturali colè fi attraggon tra loro
, attraen- do a fe talvolta le naturali eziandio , e rendendole Arniot. e ( x p
ure i n cert0 mo( i 0 fopranaturali? * Se io vi inoltrerò, efsere in Dio ftelso
unainfinita ,eper- fettiifima attrazione, di cui tutte le altre attra- zioni
non fono che un' jmitazìon leggeriffinu , ed un' ombra? Se da quello principio deli'
attra- zione io dedurrò un' argomento dell' efiltenza di Dio tanto chiaro, da
far tacere qualunque Atheo? ♦Annot. * Se io vi (piegherò, chiarilfinumente
1" unioru» III. dell' anima e del corpo, che fino ad ora è Hata *Annot.
creduta da molti inefpficabile alla Filofofia?* IV. Quando io vi avrò
dimoflrate quefta cole, il che farò nel reftante del mio trattato , avrete voi
più difficoltà niuna a concedermi , che 1' attrazione, non che ne i corpi , ma
regni univerfalmente tn tutte le cole? E che quello, che ne ha leggermen- te
veduto il gran Nevton, altro non fia,cheuna Jiccoliifima parte di quello , che
può vederfene ? la prima di proceder più oltre, fia ben«,cheio dilegui tre
obiezioni j le quali mi fono itattfatte da varie perline, con le quali ho comunicato
tal- volta fopra il mio lìflema . Obla-ian In primo luogo alcuni al lo lo
udirmi dire, rr 'T fi" cne ' e '" ec ^ e "' anmu> abbiano tra
loro la forza '%**itr*t. attraerfi, fi fon turbati, temendo, che io,di- tiv*
tó.v tendo quello , venga a render corporee le idee idee* dell'animo, e peF
confeguente anche 1 animo fte&o . Altri poi ragionando più fornimento, e
tra que- Digitized by Cpogle qnefti quel dottiflìmo Monaco , di cui fopra vi ho
obii£ìime raccontato, mi hanno oppofto, che eiiendo la forza attrattiva un
principio, per cui le cofe lon- tane fi avvicinano , o le vicine li allontanano
, pare non polla aver luogo, te non dove abbia luogo la lunghezza, e 1'
intervallo di qualche Ipazio; e però non avendo le idee dell' animo quelli
interval- li tra loro, nè eiiendo difgiunte per alcuno fpazio, non potere in
eiie aver luogo la attrazione . La terza obiezione è di quelli, che vera- Obiti
le** mente non negano alcuna delle mie Temenze, ma "™ ' più tolto fi ridon
di tutte; e van dicendo, che quando io dico , aver le idee una forza attratti-
va, quello altro non è, fe non dire, che fife hanno alcun principio, per cui fi
compongono in-* lìeme, o li feompongono ; il che è fiato detto da tutti ì
Filolbfi. Par dunque loro, che io altro non faccia, che cangiar vocaboli, di
nulla pro- movendo la faenza delle cofe. Io rilponderò brevemente a tutte e tre
que- Wfpijì** fte obiezioni , e prima alla prima . E in verità io *u*tri*m non
veggo , come polla temerli , che io renda cor- • poree le idee dell' animo ,
attribuendo loro la for- za attrattiva ; perchè fe noi considereremo ìl fon- te
e 1' origine di quella forza, cheè fenza dubio la pienezza dell' eiiere, qual
ragion v* ha , che .debba ella efler pili toflo propria delle corporee cofe,
che delle fpirituali? Anzi pare , che tan- to più a quelle debba convenire, che
a quelle , quanto quelle hanno maggior pienezza di eiiere, che quelle. Nè fo
vedere, perchè attribuendo io quella forza sili ipiriti, debba temerfi, ch'io
ven- C 3 g» Digitized by Google ga a render li fpiriti corporei ; e non debba
fi- milmente temerfi , che attribuendola i Filici a L corpi , Vengano elfi a
rendere i corpi ipirituali . Ma laìciando ogni fottigliezza da parte , chi non
fa, che quantunque i corpi,e gli Ipiriti fieno due nature anatro divede,
pollonò però avere, ed hannodelle proprietàcommuni? Icorpi fono crea- ti ,
dipendenti , limitati ; e gli ipiriti altresì lo fono. Agifcono i corpi ;
agiicono ancora gli fpiriti . I cor- fi Itanno da fe, come foftanze ;e gli
fpiriti ancora. Inumerò fi trova così ne gli uni, conte ne gli altri; e la
fimilitudinC , e l'uguaglianza, e tutte le altre proporzioni , che lì ritrovan
ne' corpi , li ritrovano ancor negli (piriti . 11 che fe è vero , corrié è veri
li- mo, perchè non potrà la forza attrattiva eilére eifa pure una proprietà
comuniiiima , la qua! convenga ad amendueì generi, cosi che nè attribuendola a
ì corpi s" abbia da dir per quello , che eiii lì rendano fpirituali,nè
attribuendola agli Ipiriti s'abbia da dir per quello , che elfi fi rendan corporei
? Imperocché fono certequalità tanto univerfali j e tanto nobili , che gli
fpiriti non fi fdegnan di averle, quantunque anche i corpi ne partecipilo . E
per vero dire feftoì riguarderemo tutte le_^ appartenenze o qualità de' corpi,
ninna ne trovere- mo più nobile, nè che più fi accolli alla natura fpi- rituale
, che 1' attrazione; ia qual attrazione par- tendoti dal corpo attraente fi
fpande all' intorno , e fcorre per tutto, eziandio per' li fpazii vuoti , per
Aove non fcorre materia niuna ; il che abbaflanza fa vedere , che ella non può
conlilìere in materia . Che diremo della infinita celerità fi», per cui in titt
tlìan- Digitized by Google iftante corre tutti gli fpazii ? Imperocché fe ella
fi propagane fuccellìva mente , chi potrebbe assicurar- ne , che ella
conlervaile per tutto la medefima velo- cita ; e che non rimanriiero tuttavia
de i luoghi nel- la natura, dove non per anche forte giunta la forza attrattiva
o del Sole,o delle ftelle? E pure qual Nev- toniano è (tato mai , che ciò tema ì
Chi s' è immagi- nato giammai, che i Pianeti, come furon creati da Dio , non
torto fi attraelfero , ma doveilero afpettar qualche ora, tanto che
l'attrazione dell' uno giun- gelieall' altro? Aqueftofi aggiunge, che la attra-
zione non è trattenuta da verun corpo , che le fi op- ponga, anzi gli trapalla
tutti , e gli penetra, fen- za nè romperli , nè piegarti, nè perderti, nè
lminuir- fi ; le già non vogliam dire , che il Sole per 1' inter- polìzion
della terra attragga la Luna meno di quel , che farebbe , fe la terra non vi
folle interpofta ; la qual cofachi è mai , che la dica ? E che è quello , che
communemente fi inlegna, che l'azione dell' attra- ente diviene azione deli'
attratto; tic-che non può un corpo tirarne a le un 1 altro, fenza che quello
per la medelìma azione tiri a fe lui > Onde è' paruto a— molti, che
la-azione dell' attrarre non debba inten- derli nè neil' un corpo , nè
neU" altro ; ma polla qua- fttraamenduenel centro di gravità, cioè in quel
hiogo, dove non è materia niuna . Io làrei troppo lungo , le volesfi raccoglier
qui tutti i pregi e tutte le nobiltà della attrazione ; e far vedere quanto
ella fifcollidallanaturadel corpo, efiaquafi un mezzo
tralamateria,elofpirito.Mafe ellafcorre. in un' iftante tutti gli fpazii , fe
penetra liberamente' tutti i corpi, fenonconfifte in materia, qual colà le-. C
4 man- Digitized by Google manca per effer degna délli fpirlti t E ehi potrà
con 1 ragione aceufarmi, che io renda corporee le idee dell' animo , per quello
che io loro attribuii» un' a* Ztone cotanto nobile , e maravigliola ? Vengo
alla feconda obiezione , che è di quelli , K/y>»/ft, i quali non trovando
dilìanza di luogo tra le idee, alu jtcoa. negano poter edere in loro una forza
attrattiva , per ^*»*»*"* cui fi accodino l'iiiiaall" altra, e fi
congiungano; o **' fi difgiungano 1* una dall' altra , e fi allontanino . Ed io
cereamente concedo loro, che non è, nè può ef- fere diftanza alcuna di luogo
tra le idee dell' animo , le quali non occupan luogo per conto niuno, e lòno. fuori
e indipendenti d'ogni luogo . Ma pure quan- tunque cosi fla, chi è che non
dica, alcune idee u- nirfi,edifunirlì; «ingiungerli, e iepararfi? Ed io fo bene
, che quelli , che così dicono , intendono di ufar metafore; ma non però
vogliono, cheta- li metafore fieno vuote di ogni feniò; anzi vo- gliono , che
per elle fi intenda , fuccedere nelle i- dee qualche cofa analoga a ciò, che
fuccede ne i corpi, quando quefti fi congiungono, o fi difgiun- gono. Se una
tale analogia non ìntendellèro, non uferebbono quelle metafore non emendo ellaniente pììt da cercar/ , chela
cagione del- lacomme attrazione .Quejto fijiema^uantunquepaj* cosi fjil
ricercato , e P Autor wftro certamente fe lo fobi- ca fe da/e, egli pero noi fu
ti primo a pensarlo -J'apen- dofi , che un cereo (riande/e , per nome Gtoannt
Kuck\ t l' avsa jpiegato in una jua- lettera , che ebbe grande applaujo in
Inghilterra, e je fojse tradotta in altre lingue f bacerebbe da je jola , come
a me /crtj/e un Lord dt quel regno , a rendere immortale il nome Kuck* Pare ,
che la natura abbia assegnato certi tempi alf inven ^iort de i fiftemi ^giunti
i quali tempi non ;«j fon lo s ma molti s'avvengono a trovar lajtejsacoja.
ANNOTAZIONE IL 2TSantunauele fopr anaturali co/e non feno/ogget' te alle leggi
della naturale per quejto jgprana- i fi chiamano , ad ogni modo fecondo che era
opi- nion dell' 'Autore, fi attraggono anca' effe tra loro^e tal- volta
traggono a je anche le naturali , rendendole con quejto'm certa monterà
jopranaturali ;ectò majfima- mente jpiegava egli nellaGrazta efficace^be ri a a
fe l' Anima ; bench} la tiri a* una maniera diverfijjì- ma da quella y con cui
fi tirano vicendevolmente i cor- pi. Spiegando quella diverfitJ in una lettera
jcritta a Made mot/elle Scfoker dice così. L' attrattone nelle co/e naturali y
per e/empio nel Sole , e nella terra , è mutua e vicendevole in due maniere. La
prima manie- ra jt'ì-yperch) il Sole con una azion jua tira a je la ferracela
terra con un' altra a-zionjuama a Jeil So- le. La Jeconda maniera fi
è.perch'-l' azion delSde diviene azion della terra .efimilmente l" azion
della terra diviene azion del Sole: e quejta l? la ragione ^per- chò la forza
,cT azione^ che tira ilSoleverj'o later- ra ,è eguale allaforza^ed all' azione
, che etra la ter- ra verjo il Sole . Ora C attrazione, per cui la Grazia ef-
ficace Digitized by Google 4$ ficace tira a fe F anima^ non può effer mutua in
neffu- na di quelle due maniere ; perciocché la Grafia at- trae bensì l' anima
con una_ certa azion jua ; mal' a- Ttirna non ba alcuna azion Jua^ per cui tiri
a je la Grazja, Édunque mutua Joloperquejto >perch}la Orar %ia agìjre
facendo agir f' anima , così che F qzjon deU \a Grazia diviene azjon dell'
anima . Nella attrazjon dunque del Sole, e della terra il principio della apo-
rie y parte nel Sole, e parte nella terra ; attrazio- ne d?llà Grazia e del?
anima il principio '■ tutto nella Gr ozia ; quantunque la Grazia agijcànell'
anima per fnodo ? che l' anima agijceejfa pure . ANNOTAZIONE ..IH ? A Provare F
efifiinza di Dio col principio dell' at- £\ trazione procedeva t ' 4uiore in
quejso modo ; Po- Jio il principio delC attrazione non pofono imenderfi le
perfezioni jenza intendere ancora , che futfe Uattrag- gtmo ; equejta attrazione
Ja qv.al 'rijulfadaUe attra- zioni dulìe i fflczipn tutte , non / uù non effere
una tìttr'azi"n peifetfìjjma t e che tenda a un congiungt- tnento perfetti
ffmo. Ora lì perfetti/fimo congiungimento è pojio nella identis \ovogliam dire
, immede firn azto- fie t Bijogna dunque intendere, che le perfezioni tuttefi
fèndono una coja mede] ma , e coniti: ttijrotjo un' effer Jolò\ il quale b
'Dio' a eu^ perì non pub mancare la jomma pienezza dell' effere . Di qui l'
Autore puff ava jt difinir Dio ( quantunque di vera e propria difinizione
.difinir non fi poffa) dicendo Jui effere il ferfettifiirno jttirdtnte ■ e
dimojirava , non poter efferc\\ eie un Dìo Jo'p ; perch^quand' anche je ne vale
fero ■Juppor molti , que/ti molti attra-ridofi perfettiffimaménte ìmme-
fcf'WfflbfaW) e fi renderei/ fow m DÌ" hh. ANNO- ANNOTAZIONE IV. P Refende» V Autore , che P
union dell' anima]p del corpo confijtefe in una mutua attrazione di que- jte
due jojianze . Di qui traea la diffidi fione dell' ani- ma , dicendo, e fa e
fere uno jpmto- .che naturalmente tira a je un certo corpo . E rjdeof' della
difinizione, che ne danno alami , i quali dicono, e/fer l' anima uno jpi* rito
de/iinatoda Oto a Jtarfi unito ad un corpo. Per* cioccò} con quejio niente
/piegano la natura di lei; ni la dijiihguon da glt Angeli Je
nonperunadejiinazio- rte t che le èejtrinjeca ; quali cbe.jenya tale degna-
zione le anime .e gli Angeli fi/fero d' una jpecie me- definita , Finendo per
alcun' accidente l' efercizio dell' attrazione , che ì tra P anima , e ti
corpo^ f uomo m -ore ; nè a quejio è necefario alcun movimento locale dell'
ottima . Così giudicava l' Autore, ANNOTAZIONE V. ANcorcbè f Autore trattando
della mxoTÌm iel- le idee non abbia voluto entrare in Aijputa jo? fra le
Comete, ad ogni modo f oppiamo ^che intorno a quejti corpi celeri egli fi allontanava
a fai da! (enti- mema del Nevton . Pretendeva egli , che il piìt delle Comete
fieno non gii attratte dal Sole , ma piuttosto cacciate e rejpinte daqualcbo
peli a • laonde le face» volgere non già per parabole,o per elltjji
,maperipper- bole ;e pero fi rideva di quelli,cbe jtanno affettando il
lorrttorno. Diesa ,cbe quella-matena ,la qualepet^ la fan>a repulfivafutge
dalle delle , va errando péri* fpa^ii cetejti,ed mendofi talora in qualche
maqgtor copia ,fi accende , e diviene Co-neta ; la qual Co-net a poi avendo
corjo un gran tratto di ipperbola ,jvani/ce> ^Digitized by Google di nuovo,
e fi dtjfipa.il dire, che le orbite delle Co* m::sc peno cidi' invfa jpecie %
cbe learbite dei Piane- ti, e quindi concbmdere, ebete Comete fieno dello jief-
jo eenere,cbe i Pianeti , è , jecondo cbt. P Autore ere* dea, un argomento
vanijimo s petebè quandi anche fi volefe , che P ipperbola , e F elli/fe
faìfera curve deWi- Jtefa jpecie ; chi non ja , ebe qualunque corpo , di qua-
lunque genere egli jia y gittata nell'i jpavi vuoti del eielOydeeper F
attraetene per la repulsone dtqual- ebe /iella dejerivere un elltife , o un
iperbola ? Alquan- ti mefiprima di morire aveaprtjo a calcolare i movi* menti £
una Cometa ojfervata nel pajjato Jecolo (lai CaJJini } e parendogli , che ella
fi movetfb per un piano, in cui cade la jtella K di Perjeo , e jupponendo , che
eh lafojfe cacciata dalla forza repulfiva di quel K , trovar va i juoi calcoli
molto conformi alle offervaxiont . Siccor me poi credea,che le Comete fi formino
di e/ala^joni facciate non jol da i Pianeti, ma anche dalla terra ,
coùperluadevafi, che qualar fveggano in poco tempo molte Comete non da
noilontaniffime.fia lecito il jup* forre , che la terra in quel tempo pafi
jgravaia d' molti haliti paride ne venga Jterilim , a fecondità alle campagne;
e lufingavaft , che facendo una lungi—, ferie di ogerva^iom pojfano anche gli
uomini trar- ne indie/ e prejagi più certi , e così ridur le Come* \h FINE. Ip
napoli pw felice Mofti PQ 4734 Z42A6 1828 ^^1 . t^ . ^ Q , ^ILDSISI
sms^fin ai e/. JlJbcc^(r Jpooio^^. GENOVA, Dalla Tipografia Yves GrAvier, 1828.
.^^.^ ■'Ji€) - Y0 '.\0 do ;;t® ^1>> "3X© JÌ© -. lO ' 'ÌC> ■ }j(0
. |® Ta!ì!^ e/ C. par- ve un ingegno fatto a tutte le scienze. Perciò non è da
maravigliarsi, che ottenesse lode di eloquenza. Scrisse elegantissimamente si
in prosa, co- me in verso, (ciò che forse di niuu si legge) tanto nella latina
lingua quanto nella volgare. Il padre fu Gio. Andrea Cavézzoni Bolognese.
Questi essendo ancor gio- vinetto ottenne nel 1640. per testa- mento di
Vincenzo Zanotti suo Zi» ti materno un' ereditai coli' ol)ligo di assuriieie la
sua arma, e 'I suo co- gnome. Poscia andato a Parigi servi per iriohi anni quel
Re su le regie scene; nel che fu cosi eccellente, che parve essere il Roscio
de' tempi stfoi. Essendogli morta la moglie che a\ea presa in Bologna , sposò
in Parigi una giovine d' un' onestissima fami- gl a per nome Maria Margarita
degli Enguerans , la qual poi condusse a Bologna , dove volte restituirsi ,
dopa aver lungamente servito quel gran- dissimo Re, e ricevutone grazie, e be-
neficenze straordinarie; tra le quali non è da tacersi la cittadinanza di
Parigi , che olterme per se , e suoi dis(endenti con Rego diploma one-
revolissimo. Lbbe da Maria Mar^^a- riia i8 figliuoli, l'ultimo de' quali fu
Francesco Maria , qàelìo di cui era ragioBeiemo. Iti Nacque Francesco Maria
Zanoiii in Bologna la sera de' 6. Gennajo nel 1692. Perde prestissimo il Pa-
dre* La Madre, che era donna di grande spirito, ne prese l'educa- zione , e
incaminollo nelle lettere. Ebbe verso quest' ultimo figlio un sin- golare
affetto, parendole, che nella qualità si deir animo , come del cor- po, fosse
al Padre somigliantissimo^ Raccomandollo a' PP. della Corapa- pagnia di Gesù,
nelle scuole de' quali apprese la grammatica, e la retlo- rica , e consegui i
sommi onori , che sì danno in que^ primi studj a fan- ciulh*. Passò allo studio
della filosofia , essendo d' anni i3. , sotto la disci- plina del Padre Ab,
Carlo Lodi de' Canonici di S. Salvatore, filosofo a que' tempi, e teologo
illustre nella UmvcMitèi di Bologna, Benché morto ir questo, compie nei Icrz'
anno lo stu- dio della filosofia solto la disciplina del Doli. Alessandro
Garofali per in- gegno , e per dollrina degnissimo successore del Lodi. Ad
amendue i Maeslri parve Francesco Maria di chiarissimo e [>erspicacissimo
inge- gno sopra Tela; e fu credulo, che fra tulli i giovani dell' Università
pò* chi avesse eguali. Mcnire studiava la filosofia , coltivò quanto potò la
lingua latina , leggendo massime i Poeti, che sommamente lo allena- vano,
Virgilio, Orazio, ed Ovidio- Pose anche studio nella volgar poe* sia, di cui
divenne ollremodo vagoj e fece fin d' allora, portato più da naturale impelo,
che da arte ve- runa , alcuni componimenti , che parvero maravigliosi anche a'
più in- telligenti. Giovogli in ciò la cono- scenza, eh' ei fece allora ^i
Fei** uanoo Antonio Gìiedini , Poeta a quel tempo in Bologna assai chiaro. Volle
a que' di il Senato intro- durre neir università la cattedra del- l'Algebra,
non più slatavi per r ad- dietro, e conferilla a Vittorio Stan- cali, uomo in
quella scienza molto \ersato. Questi vogliosissimo di prò* muovere tale scienza
in Bologna , quanto potesse , e acquistarle stima , desiderava oltremodo, che
alcun gio- iFane d' alto ingegno vi si applicasse/ il quale però niente sapesse
delle scienze matematiche , volendo far prova di quanto innanzi potesse pro-
cedersi colla sola scorta dell' Alge- bra. Non fu difficile per mezzo del
Ghedini tirare alla scuola dello Stan^ cari il Zanotti. Questi dunque nel terzo
anno della (llosofia intrapresQ lo studio dell'Algebra; e noi sap^ piamo , che
lo Stancari , Ira molti VI scolari die avc:t, 6i niuno più com- piacevasi clic
di lui; intanto cho il Garrofali assai tcmca , che quello studio dovesse tanto
piacergli , che Io distogliessc dalla filosofia, rh'^i gì' insegnava. Lo
Stancar! spiegale appena le prime regole , morì. Al- lora il Zanoiti depose
affatto il pen- siero deir Algebra. Venuto il fine di queir anno amò il
Garofali, che egli desse pubblicamente un saggio del suo profitto. Sostenne
egli dunque nelle Chiese di S. Salvatore una pub- blica disputa sopra molte
conclusioni tratte da tutte le parti della filoso- fia. La facilità, e gli
argomenti prò» posti, la speditezza e chiarezza som- ma in risolverli, una
certa naturai facondia, con un lepore di latinità nuovo, che cominciava in lui
a di^ icoprirsi anche in quella età cosi tauera, levarono un grido straordi» I
Tir nario, e gli acquistarono il concetto d' Uii ingegno raro, e naaraviglioso.
Egli non curò di prender subito la laurea dottorale, e poco sempre fa amante
de' gradi, e de' titoli. Come desiderava oltremodo di sapere, si lasciò
facilmente per due o tre anni appresso indurre allo studio quando d' una scie
iza, e quando d' un' al- tra, niuna essendone, che al pre- sentarglisi non
sornmamenle lo al- ietiasse. Non ben risoluto di ciò, che professar dovesse,
per consiglio della madre d edesi allo studio delle leggi che assai gli
piacque, finche venne il tempo di praticarle. Allora noa potendo soflVire gli
usi , e le noje ne del foro, ne dei Forciizi, abbandona questo studio , e a
quello si diede della Teologia, Ne si contentò, di sapeie soltanto le opinioni
degli Au- tori, ma fece estratti eoa molta di* vili Ugeiiza delle principali
materie, clic si trattano in ([uclla scienza, i quali estratti si sono poi
trovati fra le sue carte dopo la morte di lui. Intanto segni sempre ad appli-
carsi con grande atfetto alla poesia, e fu de' primi, che dietro la scorta del
Gliedini promossero in Bologna Jo studio de' Poeti antichi , e sopra tutto del
Petrarca. Nei che ebbe per compagno Gio. Pietro suo fraiello maggiore il quale
nato in Parigi r anno 1674' > e poi venuto col Pa- dre a Bologna, cominciò
anch' egli in questi tempi a poetare con molto grido. Francesco Maria aggiunse
alla Poesia italiana ancor la latina , e quantunque fosse innamorato d' Ovi-
dio, ne ancor gustasse il verseggiar di Catullo, credea però, dover atie-^ sto
Poeta esser benissimo, sapendosi quanto piacque a Ovidio stesso. Si studiò
dunque, quanto potè, di ri- conoscerne le bellezze e le grazie. Il che facendo,
ne diventò ben pre- slo COSI vago , elle compose alcune elegie in islil
Catulliano, le quali generalmente piacquero, ed ebbero un sommo applauso di due
uomini in- leudentissimi, cheaque'di passarono por Bologna, il famoso Morgani,e
il Lazzarini. Può dirsi , che il Za- iiolti fu uno de' primi, che promos- sero
quello stile in Italia. Nel che però ebbe compagno il P. Iacopo liassani
Gesuita, il qual pure avea cominciato a comporre in quello stile molto
leggiadramente, ed onorò poi il Zanotti , quando egli si addottorò, con una
bella elegia , la qual leg- gesi nelle poesie d'esso Bassani stam- pate in
Padova » Il piacere della poesia non gì* im- pedì di prendere un sommo gusto ^
. allo scrivere anche in prosa cos\ v^oU gare, come latina; tanto che in ul-
timo , datosi del tutto alla prosa , perdette quasi affatto il gusto di scri-
vere in versi. A che conferà anche molto quella gran noja , che danno a Poeti
questi oziosi, che vogliono ogni d\ sonetto , o canzone sopra qualsivoglia
argomento ; per sod- disfar a' quali conveniva al Zanotli bene spesso comporre
in fretta , e a dispetto , o dar come suo alcuu componimento de' suoi amici, i
quali già s' erano di ciò tra loro conve- nuti per liberarsi da quella molestia
comune. E qui torna a proposito il rendere pubbica u )a notizia sopra il Canto
VI. del Poema di Bertoldo, il qual sebbene porti in fronte il nome di Francesco
, non fu però composto da lui. Avendo egli con- tratto impegno con lo
stampatore. XX e , non volendo mancar alla parola data , poiché non piaceva V
argo- meiiio, e niun genio avea per quello stile, che a tale argome. si lece
una visita solenne per gli affari delle acque , essendo l'oggetto principale
(juello di condurre il no- stro Reno nel Pò di Lombardia. Vi concorsero i
INlalematici più celebri delle Provincie acljacenti al detto Pò, ed anche i
Ministri delle Corti , che aveano interesse nella condotta di quelle acque.
Desiderò Eustachio Manfredi di seco condurre il Zanotli; e ne ottenne dal
Senato la permis- sione. Non fu picciol onore per lui d' esser impiegato in un
affare dì tanta importanza, e che un Man- fredi desiderasse di averlo compagno.
Del 1727. fu fatto Sccretario dell' Instituto, succedendo a Matteo Bnz- Zani,
uomo di singoiar dottrina, il qua! di Sccretario era stato fatto Pre- sidente.
Adora entrò nella Accademia in gran desiderio che si scrivessero' gli Atti
suoi, e di tanto in tanto si publicassero, come vediam farsi delle altre
Accademie. Ne diede dunque la cura al Zanetti, il qual ne fece poi otto volumi,
e più ancora ne avrebbe fatti, se non gli fosse con- venuto di accomodarsi alla
lentezza degli Accademici, troppo maggiore, che egli non avrebbe voluto. Ne iii
questi tomi ha fatta solamente la parte di Secretario , ma quella an- cora
d'Accademico^ avendo in essi inserito assai cose da lui stesso pen- sate SI
intorno alla Fisica come in- torno alla Matematica, Di ciò diremo pi II avanti
ove riferiremo delle Opere principali, che usciron del Zanetti j nei qual luogo
s'intenderà ancora d'alcuni viaggi,, che egli fece, e d' amicizie illustri che
egli ebbe. Non è da tacersi T onorevole of- ferta a lui fatta Tanno 1732. di
una lettura di filosofia nella celebre Va* irtn tiivcrsilh (li Padova. Molti
amici let- torati, e fra (jucsti principalmente ii Morgagni, avendo contribuito
a quest'elezione, s'ingegnavano a per- suaderlo di accettarla; mentre altri,
fra quali Eustachio Manfredi, pro- curavano di distoglierlo : tutto ciò
rilevasi dalle lettere del Zanotti scrit- te al Morgagni, ed al Manfredi e
dalle risposte. Ste;te il Zanotti per alcun tempo sospeso non sapendo che
risolvere. Avrebbe egli desiderato di compiacere tutti gli amici suoi; ma come
farlo essendo essi di sentimento diverso? Finalmente deliberò di ri* inanere in
Bologna temendo per la salute alquanto pregiudicata di noa potere adempiere
esattamente a' tutti gli obWighi, che sono ingiunti ai lei- lori di quella
Università. Essendo accaduta nel 1766 la morte del chiarissimo Siguor Iacopo
Bec- XtTIf cari, che nel Presidentato era gii succeduto al Bizzaui ^creato fu
Pre- sidente Francesco Maria Zanotti. E quantunque la prima intensione de- gli
Illustrissimi ed Eccelsi Senatori fosse, che egli tuttavia r tenesse an- che il
posto di iSecrelario y egli non potè mai consentirvi, desiderando, che fosse
fatto Secretarlo il Signor Sebastiano Canterzani scrittore molta elegante, e
nella filosofia, e in tutte le matematiche Scienze versat'ssimo»
L'Illustrissimo ed Eccelso Senati, che assai conosceva il merito di que- sto
valente Professore, creò ad uà tempo Presidènte il Zanotti, e Se* cretario il
Canterzani. Quesia carica fu da lui sostenuta con tutta la dignità , e la
modera- zione di un vero Filosofo, massima- mente, nella occas one d^ alcune
fa- stidiose dispute insorte neir Acc»d«J" xxiy mia, di niente più
curante, clie dèlia continuazione dell'antica gloria della medesima, per
qualunque mezzo ^ e sistema queste poi le potesse de- rivare* Sempre fu
prontissimo ad inter- veniie alT Accademia filosofica, ed ivi ogni anno leggere
la disserta- zione, e questa dissertazione, che erano o di Matematica, o di
Filo- sofia, contenevano le più. sublime dottrina, ed i più fini, ed astrusi calcoli;
e ciò usò sempre fino alU sera dei i3. di Novembre dell' anno scaduto 1777-?
nella qual sera com- parve con tal vivezza, che promet- teva all' Accademia per
assai pia lungo tempo il piacere d' averlo fra suoi , ed ascoltarlo. La sua
vecchie/za era stata sem^ pre felice, trattone il trovarsi alcuna volta
afflitto da una molesta flus^ sione alìe ©rreccliie, che lo privava dell' udito
, il che Io git ava in uà estrema melanconia^ ma liatuto&i ritornava quello
di prima. Ques e vicende j però non impedivano, che non ispendesse molte ore
del giorno o scrivendo , o leggendo , e parea che in questi ultimi anni de'la
sua vita fosse in lui vie più cresciut© l'amore per le lettere greche; e tale
che ovunque andasse, sebbene fosse per essere la sua dimora di pochi giorni,
sempre seco portava Omero, Platone, Demostene, e S. Gioannì Crisostomo. A
coltivare e ad accre* scere questo suo genio conferì molto l'accesso che avea
presso rEccelen- tissimo e Reverendissimo Principe il Sig Cardinale Boncompagni
ora le- gato in Bologna, da cui era accolto con somma cortesia, e parttcolar-
inente invitato ad intervenire ad una * •-•• raunanza di IcUcralc persone,
cTi(5 sì tenea presso di Ini ogni settimana, ove leggevasi Omero. Sul terminare
di ques o anno fu sorpreso da in- freddatura, che sul principio di- sprezzò
affatto, non ascoltando la preghiera ne degli amici, ne del Pro- fessore
Sartoni suo medico, che l'esor- tava a rispettare un male , di cui poteano
esser funeste le conseguenze* Continuando dunque nel sortir di casa, e nelle sue
applicazioni, ne fìi finalmente cosi sopraffatto, che gli convenne porsi in
letto con febbre, ed ingombramento di petto, che si fece maggiore per non aver
mai avuto r uso di espettorare, e a chi l'esor- tava a procurarsi un tal
sollievo, scherzando rispondeva , che si volesse consigliare a fare in
quell'età, ciò che non avea mai fatto in vita suaj sicché si ridusse all'
estremo de' suoi XXVII giorni, ma con tal limpidezza di mente, con tanta
rassegnazione di spirito, con tal presenza a se stesso nel ricevere gli ultimi
Sacramenti della Chiesa , che il Dottore Teo- logo, e Priore Rusconi suo
Parroco nel compiere il suo ministero in que» gli estremi, ebbe a dire di rima-
nerne edificatissimo^ e potè quinci ogni altro comprendere, che il Fi- losofo
Cristiano, ajutato dalla grazia celeste, sa trarre dalla sua Filosofia de'
fortissimi ajuti per ben morire. Lasciando alla perfine la sua fa-» miglia, e
gli amici in pianto, che una perdita fecero da non potersi riparare, spirò
placidamente il no- stro Francesco ai 28. Dicembre del J777., essendo d'anni
85, mesi 11 , e giorni 19. L' Università , e l'Ac- cademia deirinstituto
vollero dare un segno della loro particolare stima xxxnx verso l'illustre
defunto, as^Jistcndo le esequie, che la sua famiglia gli fece celebrare nella
Cliiesa Priorale di S. Maria Maddalena sua Parrochia, Noa sì può dire
abbastanza quanto grande fosse il rammarico di tutta la città per la perdita d'
uu tanto Uomo, che colle opere sue si eia meritata la stima de' più insigni
letterati d' Eu- ropa. Quindi è, che principali or- dini della città stessa il
di i6 di Gugdo delTanno 1778. fecergii so- lennizare sontuose esequie nella
Chie- sa del SS. Salvatore, quali conve- nivaiio alla grandezza del comune
dolore, e alla gloria d' un tan o Cit^ ladino. V'intervennero gli Eminen-
tissimi Legato, ed Arcivescovo, ei Magistrati della città ; e il Sig. Can-
nonico Antonio Monti Publico Pro- fessor di eloquenza recitò iu sua lode Htia
applauditissima orazione^ che ò XXTX Stala poscia consegnata alle Stampe: finalmente
i medesimi Cittadini per non tralasciare alcuna testimonianza d' onore verso il
Zanotti gli fanno erigere nella loggia superiore dell' In- sti tulo uiìa
maguifica ed elegante memoria, la quale sarà sempre un monumento non meno a
lai, che a Bologna stessa glorioso, dimostrando insieme e '1 raro merito del
primo^ e la riconoscenza, e la gratitudine dell'altra. MODI E QUALITÀ- Fu di
statara mezzana; di capei biondo; d'occhi azzurri; di colore tirante al
pallido; d'aspetto gralo^ e piacevole, se non che d'ordinario traeva molto al
pensoso; e ciò an- che nel tempo della sua fanciullezza, \ disegnatori lo
trovarono difficilis- simo a ben ritrarsi. Il ritratto, che a a e in alcune
ecllzloni va innanzi alle sue poesie, si licne per pochissimo somigliante. Un
valente Inglese, tro- vandosi in Bologna, volle farne uno in piitura, il quale
si ha per somi- gliantissimo, e conservasi ora nel Palazzo deirinstituto.
Amante della solitudine fuor di modo, e inclinato alla malinconia, quant' altri
mai. Estendo anche gio- vane, sostenne lunghissime irisirzze e gravissime,
senza averne altre, che quella di non trovar cosa al mon- do, che il
rallegrasse. Passala di poco l'età di 5o anni ebbe una febbre acutissima, e fu
sul punto di mo- rirne. Sostenne la febbre con indi- cibile tranquillità
d'animo; guaren- done cominciò a cadere in melan- conie; e ciò più volte gli
avvenne in piccole febbri, che di tanto in tanto il preadevauo. Non perciò
rendevasi molesto alla compagnia; e fuori de' tempi .delle sue tristezze
maggiori , era festevole e giocondo oltre modo, e diceva egli stesso di
credere, che la maggiore allegrezza, che sia al mondo, sia quella de'
malinconici. Non polca applicar l'animo a cosa tiiuna leggermente. Che che egli
si mettesse a studiare, vi si profondava del tutto, né potea levarselo di
mente, per quanto vi si sforzasse, avralo presente anche dormendo. Solo se ne
distoglieva, quando parergli d'esser giunto a fine di ciò, che s'avea pro^
posto. Di qui provenivano debolez- ze, e stanchezze di mente, e di cor- po non
ordinarie; e tanto più eh' egli ebbe in costume di studiar pas- seggiando, ne
scriver mai verso, o periodo, o altro che fosse, senza aver- lo prima
passeggiando composto. Dal x\xn qnal costume cominciò poi in pro- cesso.di
tempo a guardarsi , si per- chè le stav\chezze cominciarono a rcnderglisi
intollerabili; si aricora perchè gli avvenne più volte, mas- sime studiando
cose matematiche, che ciò, che in pensar passeggiando g\ì era paruto certissimo
, scrivendol poi gli paresse incerto e dubbioso; laonde diceva, che per
assicurarsi d'aver ben inteso alcuna cosa, niun mezzo è migliore, che provarsi
di bene scriverla. Presto all' impazienze e a lievi sde- gni, e presto ancoi a
a tranquillarsi. Dolevasi della sua memoria, che parevagli avere assai debole,
e si- milmente dell'intelletto , che diceva essere poco. Con fida vasi tutto
nella lentezza del pensare, e nell'ordine^ dicendo, che niuna cosa può essere
lauto sottile, che qualunque ingegna xxxni Qticlie mediocre non possa giunger*
vi , solo che abbia la pazienza di procedere con ordine, e lentamenie* E quindi
è forse , che nel giuoco degli scacchi il quale da luogo a un pensar riposato,
valse assai, ad altri gìuo-* chi non ebbe abilità veruna giammai. Amava di
contraddire ove pares- segU, che fosse esercizio d'ingegno, e sapea farlo con
molta acutezza e grazia e senza offendere; il perchè era gradito a molti, e
volo.itieri in- vitato alle tavole e ai convit.; bea* che essendo sempre
pericolosa casa il co.itraddire, non tutti glielo at- . tribuivano a lode. Poco
paziente, se paressegli d'es- sere disprezzato, e poco ancora aman- te degli
onori esterni e de' titoli. Non potea sofferir lungamente le compagnie, che non
dessero luogo a domestichezza e famigliarità j né XXXIV pplca non manifestare
nel volto ciò, che avea nell'animo. Fu in Roma per suo diletto parecchj mesi;
ama- tissimo (la lutti in quella gran città e stimatissimo. Diceva non poter
ri- trovarsi in tutto il mondo maggiori cortesie, che in Roma, non volendo
nulla. Anche in Napoli strinse gran-* di amicizie, e fu assai caro alla Si-
gnora Donna Faustina Pignatelli, Principessa di Colobrano, colla quale ebbe poi
frequentissima corrispon-^ denza di lettere finché ella visse. Disiuterrassato
al maggior segno, e nel dare, e nell'aver poco, o piut- tosto nulla sollecito a
suoi vantaggi. Condiscendente e liberale. Niente avea più in odio, che la
malignila, gli inganni studiati e le frodi. Al solo imaginarsene alcuna, benché
a lui nulla appartenesse, s'accendeva su- bito neir animo , e non sapendo egl>
dissimularlo, avvenne non poche volle, che i compagni si maraviglias- sero, non
bene intendendo, di che egli fosse sdegnato. Era sommamente grato a quelli, dai
quali ricevea favori, e benefici. È certamente a uiuno credeasi in debito di
dimostrare la sua ricono- sccn2:a, che alla nobilissima fami- glia Ratta. Da
essi fu accolto con particolare cortesia fino da quando era egli nella sua
prima gioventù, e per molti anni tenuto in casa prov- veduto di tutti i comodi,
che mai desiderar potesse. Accostandosi alla v^chiaja volle egli ritirarsi
presso i suoi, e ciò fu a lui conceduto non .senza dimostrazioni di un sincero
dispiacere. Non impedì questa sua ritirata che non proseguisse ad es- sere
spesso loro commensale , e com- pagno nelle villeggiature, il che dava tì lui
il comodo eli conlflbliire C6^ suoi insegn.ijnenli, siccome scm[)r€ fatto avea
per Taddielro, all'ouima educazione de' giovani di quella il- lustre Famiglia.
Compose anche per essi diversi scritti addaltati all'età, € coJidi'ion loro.
Amante di Religione, C special- mente devolo di Maria SS. abborriva quei
libri,, che vanno tutto il di uscendo fuori , e disponendo la via dell'ateismo,
parendogli, che fossero per ogni conto l'ignominia del no- stro secolo* Fu
aggregato a tre Reali Accade- mie, di Montpellier, di Londra, e di Berlino, ed
a moltissime di beile let- tere, fra le quali a quella degli Arcadi della
Colonia Ren a , col nome de Orito Peliaco, de Gelati , degli lueslri- cali,
d'alue fuori di Bologna. Un iipa celebrate le vostre Arti, ben sicuro, che se
io farò vedervi esse» e stalo esso lutto vano, e fallace, e insidioso, non per
ciò me ne vorrete male, ixja pluMo- sto amerete la sincerità , e sempli-^ cilà
mia^ ( ^9 ) E primierameate io saprei volen- tieri, per qual cagione quel
vostro gran lodatore delle belle Arti, se avea pur in animo di lodarle, volesse
sul principio stesso dell' orazione metter da parte l'uso, che fanno moltissime
scienze di esse arti ,' e 1' utilità , che ne traggono; dalla qual però tante
laudi^ poteano derivarsi, e tanto gran- di, e tanto vere. Le quali essendo e
giustissime, e manifesussime , e non potendo egli perciò dissimularle del
tutto, le nascose quanto potè , sotto una figura, che gli oratori chiama- no
preterizione, dicendone soltanto^ quanto bastava per protestarsi, che non volea
dirne nulla. E cotamenio- randole ancora di questo modo , a tanto eccesso di
grandezza le addus- se, che non dovest»ero poter' esser cre- dute da ninno.
Imperocché a quella sua COSI veemente interrogazione, per cui chiedea qual'
arte fosse, e qual disciplina, che della pittura, o della scultura , o della
architettura non (3o) iommamenle abbisognasse , chi è , che non avesse tosto
potuto rispon- dere : la dialettica, la metafisica, la teologia, la
giurisprudenza, la mo- rale , r aritmetica, 1' algebra, 1' isto- ria,
l'eloquenza, la poesia, e tante iìltre^ molle delie quali, non che i lavori
della pittura, e della statua- ria, ma fuggono affatto 1' aspetto di qualunque
materia , e se ne sde- gnano. E quelle istesse, che si ser- von talvolta di istrumenli,
e di ta- vole, come la Notomia , la Botanica, la Fisica, e perciò chiaman
sovente ai servigi loro la Pittura, e la Scul- tura , diremo noi per questo ,
che debbano stimarsi ad esse inferiori? E chi non sa, che essendo una cosa
fatta per un'altra, dee sempre sti- marsi meno, che quella, per cui è fatta ?
Ora io domando , se la no- tomia, e la botanica, e la fisica sieno fatte per
gì' instrumenti , e per le ta- vole, ch'esse adoprano, o non più tosto gU
instrumeuli, e le tavole per loro. E se
così è , chi sarà , che vo- glia stimar quelle arti, che formano tali tavole, e
tali instrumenti, più Ai cucile per cui le formano? E se dicesi (che veramente
si dice) tali scieize aver bisogno tal volta della pitUra, e della scultura,
senza cui non potrebbono avere certi loro ar- nesi; ciò dicesi, come anche si
di- reble , il signore aver bisogno del servo , senza cui non potrebbe esser
signore; ne per questo però cadrà in mente a veruno uomo sano, che deb- ba il
signore stimarsi meno, che il sevwo. Io dovrei forse fermarmi pifi lun- gamente
su tale argomento per que- sto islesso , che volle jeri quel vo- stro Oratore
fermarvisi cosi poco j perciocché egli non avrebbe certa- mente ciò fatto , se
avesse trovato un tal luogo opportuno al suo intendi- mento. Ma io , che non ho
tanta arte» e debbo pure aver risguardo alla bre- vità, voglio far fretta al
mio dire. (3.) e venendo losio a r| udì' argomento^ intorno a cui e^li
contorse, e rag- girò tutta I' oraziou sua, Tarvcne ve- dere la falsi tìi. E quale
è questo ar- gomenio? Glie le cose belle piiison da stimarsi, die !e uiili,
perciocché quelle amiamo per lo merito loro ; queste per l' interesse nostro ;
e se questo è : dover più sliiTiarsi la Pit- tura, la Scultura, e 1"
Architettura, che studiano solamente le cose belle, che le altre discipline, le
quali vaano dietro alle utili. Non è egli questa r argomento , che egli
amplifican- dolo, e adornandolo, e tutto spar- gendolo di poetici lumi, lo lece
di- venire un'orazione? Ma a cui darà egli ad intendere, che le cose belle
sieno da stimarsi più, che le utili? Kè io voglio qui paragonar la bel- lezza
con 1' utdità; delle quali que- sta si ama per gratitudine, e per de- bito,
quella per gentilezza , e corte- sia ; ne io so di queste virtù qual si^ maggiore
j so benC; che la gra« _ (33) titudine è più dovuta , e più è da riprendersi
un'ingrato, che uno scor- tese. Ma lasciando il paragone da parte, io domando
solamente, se le cose utili sieno belle esse pure. E co- me noi sarebbono ? Non
disse egli lo stesso vostro Oratore, che la bellezza si diffuse per tutte le
opere della na- tura , e belle tutte le rese, e vaghe, e leggiadre, e degne di
quel Dio , che le creò ? E chi può credere , che avendo la bellezza voluto
adornar di se stessa tutte le cose inutili , noa abbia poi voluto far la
medesima grazia a iche alle utili, che più di quelle la meritavano ? Sono
dunque le utili cose belle esse pure, e lo sono anche per questo, perchè son'
utili, essendo una bellissima cosa l' milita. Non è dunque da dire, che la Pit-
tura, la Scultura , e 1' Architettura seguano gli oggetti belli, le altre di-
scipline i giovevoli : ma è più tosto da dire, che seguendo tutte oggetti beUi
, quelle seguon gU oggetti , che ( 34 ) non son' altro che belli ^ e queste Se-
guono gli oggetti, che essendo belli sono ancor giovevoli; nel che parnii, che
sieno di gran lunga più giudi- ciose, e più da stimarsi. Pure, di- ceva il
vostro Oratore , queste altre discipline cercano esse bensì le cose uiili , e
belle, ma non le cercano, ne le considerano , se non come utili. E donde ha
egli saputo, e chi gli ha detto, che i dialettici i me- tafisici , i fisici ,
gli aritmetici , i geo- metri, e tanti altri considerando og- getti insieme
bellissimi , e insieme utilissimi, pur gli considerino sola- mente, come utili,
non come belli? Per qual modo potrebbono essi mi- rar tante , e si divine
bellezze, e non arderne tutti, e infiammarsene? Pia- cesse a Dio , che tratti
dallo splen- dore di quelle beltà non trascorres- sero cosi spesso , come fanno
, in quelle lor altissime contemplazioni, per cui sovente si dimenticano di
tutti i nosti'i comodi j che cosi ancor ( 35 ) meno spesso si vedrebbono o
diTèg- giati dal volgo, o ripresi dagli ama- tori troppo avidi del ben comune*
Qual comodo cerca egli il fisico al- lorché va rintracciando i principj ul-
timi della natura ? Quale utilità il metafisico allorché studia , e cerca la
ragione delle essenze possibili ? Qual vantaggio il geometra , allor- ché si
affanna per discoprire le pro- prietà di quelle linee , e di quelle figure, che
mai non furono? I quali certamente non seguirebbono coti tanta ansietà oggetti
cotanto inu- tili se non vi fossero tratti dalla loro inaravigliosa, e sovrana
beltà. E che direste voi , se io vi mo- strassi, che queste scienze cercano, e
studiano la beltà delle cose più an- cora, che la Pittura, e la Scultura, e r
Architettura non fanno? Anzi se io vi mostrassi , che quelle la cer- cano, e la
studiano; la Pittura, la Scultura, T Architettura non la cer- cano, né la
studiano in vermi modo? Io vi prego, o Uditori, di voler cS* serrai allenti in
questo luogo, come siete stati finora, non gik pcrcliè io sia per dirvi ccfsa
molto sottile , e recondita, ma perchè è verissima, e importantissima , e
essendo tale , parmi degna della attenzion vostra. Due maniere ha la bellezza ,
una ve- ra , che è veramente nelle cose , e luia apparente, che non è nelle
cose, ma solo apparisce, e per questo ap- punto, perchè solo apparisce, non è
bellezza vera, anzi ne pur bellezza. E certamente è nelle cose una bel- lezza
vera , che loro non si può to- gliere, e consiste in quelle perfezioni, di cui
ciascuna di loro è constituita. La qual bellezza esser dee nelle crea- ture
tutte, perciocché tutte da una eterna , ed immutabile essenza per certa
maravigliosa participazione de- rivano, dalla quale essenza, percioc- ché essa
è perfettissima , non altro derivar può che perfezione, e beltà. Ma nou è già
di tutte le creature ( 37 ) queir altra bellezza ^ apparente , e falsa, la qual
consiste non in altro, che in un certo rapporto, che hanno alcune cose verso i
nostri sensi , mo- strandosi loro , quali non sono , e movendogli tuttavia per
tal modo, che in noi sorga un' ignoto, ma soa- vissimo sentimento, che
chiamiamo piacere. Imperocché non volle già la natura, che tutte le cose ci
dessero questo piacere^ ma molte ne fece, che ninno ce ne danno 5 e ne sono
ancor molte , che nojano i nostri sensi, e gli rattristano. Quelle dun- que ,
che cosi soavemente ci muo- vono, e senza dare ninna fatica alla ragione ci
dilettano, se appartengano alla vista o all' udito, le chiamiamo belle ^ non
perchè in se belle sieno j ma quasi per gratitudine di quel dol- ce piacere,
che ne recano^ ne è ra- gione alcuna di dirle belle più di quel, che sarebbe di
dir beUi i cibi, e gh altri oggetti dell' odorato e del tatto, qualor ne
piacciano 5 i quali però giocondi e dilctlosi si chiama- no, non belli. E
certaraente non piac- ciono tali cose per alcuna vera, e as- soluta bellezza,
che in se abbiano 5 poiché se così fosse , bisognerebbe che la stessa cosa
piacesse a tutti, e sempre, il che non è vero. E sap- piamo, che i Filosofi
hanno mostra- to, che se in noi si mutasse quella disposizione, che abbiamo ne'
nostri sensi , le cose che ora si chiamano belle , perciocché ne recano alcun
piacere , non più recherebbono un tal piacere, né belle si chiamereb- bono,
quantunque esse in sé non si mutassero; onde si vede, che quella bellezza, per
cui piacciono, e belle comunemente si dicono, non è ve- ramente in loro , ma
sol ci appa- risce. Ora ciò presupposto 10 domanda a voi, benignissimi
Ascoltatori, né altro giudicio voglio, se non che il vostro. Qiial bellezza
parvi egli, che si consideri dalla filosofia, e da tutte e 39 ) quelle altre
scienze, che da essa de- rivano? Non forse quella bellezza vera, clie veramente
è nelle cose, ed entra nell'animo, introdottavi dalla ragione e manifestandosi,
e aprendosi airintelletto, e quindi riem- pendolo di una somma, e inefFabil
dolcezza? Che altro cercano, che altro studiano, che altro bramano i Filosofi,
se non questa vera bellezza, allorché proponendo a se stessi al- cun'oggetto, e
rivolgendolo in tutti i modi, le cagioni ne spiegano, e i principj, e le
qualità, e le proprietà tutte? E non è questo un cercar ve- ramente, e
studiare, e esprimere, e rappresentare la bellezza vera delle cose ? Al
contrario quella bellezza che studiano , e con tanta fatica cer- cano i
Pittori, gli Scultori e gli Ar- chitetti, non è ella quella bellezza apparente
, e falsa , ia qaal non è nelle cose, e che entra, non cono- sciuta dalla ragione,
pei nostri sensi, e insinuandosi quasi furtivamente pclla parie Inferiore dell'
animo , 1' occupa eli un' ignohii piacere , di cui si maraviglia P intelletto ,
non sapendo donde egli venga, nò come; e tal volta ancor se ne sdegna? Il
perchè molti Filosofi sono slati, che hanno escluso dalla repubblica i pit-
tori, e gli scultori , perciò solo, che vanno pascendo gli uomini di questa
Yana , e lusinghevol bellezza , noa senza pericolo della virtù, E Paride, che
la au'tepose alla sapienza, ne f»i ripreso non solamente dagli uomini , Bla
castigato severamente dagli Dii; che sebbene le Dee, che gli appar- vero, non
della sapienza, ma della bellezza tra lor contendeauo , nou per questo però
dovea egli credere, che più la bellezza apprezzassero , che la sapienza; se già
non le aveva per sciocche, ed insensate. E sapeva ben egli, che non d'altro
allor di- sputavasi, che di un pomo, che era il premio non del sapere, ma della
bella, e non alU più saggia doye- vasi, ma alla più bella. La qiial con- tesa
se avessero quelle Dee stimata grave, e degna di loro, non 1' avreb- bono
sottoposta al giudicio di un uomo, ne cercatane la decisione da un rozzo
Pastore, allevato tra le ca- panne, e negli antri del monte Ida, Né io posso
maravigliarmi abbastan- za, come questo dissolato, essendo sempre stato
ripreso, e condannato dagli uomini , e dagli Dii , dopo Io spazio di tre mila
anni trovasse jeri un lodatore del Campidoglio. Ma tor- nando alla Pittura ,
chi non vcde^ clic cercando essa, e studiando uni- camente questa vana bellezza
, che con è nelle cose, ma solamente ap- parisce ; quella poi non cura , che
nelle cose veramente è, ed è vera? E se questa non studia, e non cura, io non
so come possa dirsi , che rap- presenti le cose, e le imiti j poiché
l'imitarle, e il rappresentarle altro non è che imitare, e rappresentare quella
bellezza vera ^ che in lor hanno. (40 E s' egli è pur da concedersi quello, che
moltissimi, e sapientissimi filo- sofi insegnano, e ciò è che i colori non
sieno già ne' corpi, ma sol tanto appariscano ^ voi ben vedete ,. che nulla del
corpo ci rappresenta la Pit- tura, la quale non ce ne mostra, clie il colore. E
perchè dunque imita- trice della bellezza de' corpi si chia- ma? Anzi perchè
imitatrice? Voi forse vi maravigliarete, Udi- tori, di questo mio detto^ né
senza qualche ragione^ essendovi impressa neir animo certa diifiuizione, che i
Pittori sogliono addurre della lor ar* te, dicendo, eh' ella sia una lacoltii
d' imitar le cose coi colori, affine di dilettare^ la qual difìinizione, per-
ciocché a prima vista par vera, ne è stata da verun filosofo fino ad ora
esaminata, si tien da tutti. Ma se voi considererete così un poco quello , che
i pittori fanno, facilmente co- noscerete questa lor difìlnizione do- v«r esser
falsa. Di fatti se la Pittura fosse un arte di imitare affine di dar diletto ,
non deverebbe il pittore prendere a imitare se non quelle co- se, le quali
imitate essendo perfet- tamente , che è lo slesso che dire pa- rendo vere,
dovessero dilettarne. E se ciò fosse, non mai vorrebbe alcun pittore dipingere
o la morte di Ado- ne, o il pianto d' Ecuba , o la fuga d'Enea, o altre tali
tristezze? le quali se fosser perfettamente imitate, e pa- resser vere, chi
potrebbe soffrire di averle continuamente dinanzi agli occhi? E se i
dottissimi, e grandis- simi Pittori le hanno pur dipinte, adornando le
gallerie, e le sale, e hanno con ciò voluto recar diletto ai riguardanti,
bisogna ben dire, che ad altro intendessero, che a perfet- tamente imitarle. E
io jeri mi ma- ravigliai grandemente di quel vo- stro, per altro accorto.
Oratore, il quale avendo detto , che la Pittura, la Scultura, e l'Architettura
per lor primaria instituzione imitano le ope« ( 44 ) re della natin-a, losio
soggiunse, che ancor le superano ; il che sarebbe un difetto grandissimo , se
per lor primaria instituzione imitar le do- vessero. E veramente mi fece alcun
poco ridere là, dove non ritrovando di quali cose fosse V Architettura
imitatrice, si volse a dire, ch'ella imita le eterne e immutabili idee. Qual'
arte ha , o cjual disciplina , Uditori, non dirò tra le più nobili e liberali^ ma
tra le più vili e ple- bee, la qual facendo alcun suo la- voro , noi faccia
simile ad una di quelle idee eterne e immutabili , che la natura prima di ogni
tempo formò in se stessa, acciocché fossero gli esemplari di tutte le cose, che
poi dovesser formarsi nel tempo av- venire fuori di lei? E se bastasse imi- tar
qualche idea , perchè un arte do- vesse dirsi imitatrice, già dir si do-
vrebbono imitatrici tutte le arti. Ma noi dicendo, che un arte imita, ed è
imitatrice ^ non intendiamo già , . . . eh" ella Imiti una qualche idea , il che
fanno tutti i lavoratori, ma ben- sì , che imiti alcun opera fatta prima della
natura secondo una qualche i(ìca. Il che quanto convengansi all' Architettura ,
sei vegga egli V acu- tissimo OratoFf^. Nò so già , s' egli più a riso mi
movesse, che a sdegno, in cjuel luo- go, dove tornando alla Pittura e alla
Scultura, per commendarvi pure la lo r supposta imitazione, e sottoporre ad
essa ogni genere di beltà, volle darvi ad intendere, che esse non solo i corpi
rappresentano, ed esprimono, ma anche le spirituali nature, ed incorporee, e,
se a Dio piace, an- che le forme istesse universali, ed astratte, e addusse in
esempio le vir- tù, e le passioni degli uomini, la piacevolezza, la verità, la
fede, la mansuetudine ed altre tali torme , ch'egli disse di aver vedute più
volte dipinte e scolpite. E c|uesto che al- tro fu , se non preadersi di voi
gioco^ 2* ^ 40 ) ed avervi per molto semplici? quasi non fosse i'acilissimo ad
ogu'uno Tiri- Iciìdere, come le passioni e le virli dcir uomo , quantunque
riseggali nell'animo, che n'ò il soggetto, e però sieuo spirituali ed
incorporee, "pure per quella unione strettissima, che passa tra il corpo,
e l'animo, producon nel corpo certe mutazioni, che sono materiali e corporee,
re- sidendoin esso, che è il soggetto loro; e queste mutazioni del corpo non
soa già esse le passioni, benché ne sieno grindizj. Non potendo dunque la
Pittura, né la Scultura, siccome è chiarissimo, imitare, né rappresen- tare
altro, che queste esteriori mu- tazioni, è manifesto, che non altro delle
passioni ci rappresentano, se non quello, che esse hanno di ma- teriale^ e più
tosto dipingonsi, e scol- pisconsi gTindiz] delle passioni , che le passioni
stesse. Né vale il dire, che mostrandone gl'indizj, le ridu- cono alla memoria^
e questo ridurle . alla memoria è un rappresentarle , ed esprimerle. La qual
cosa se fosse vera, ne seguirebbe, che a rappre- sentare, ed esprimer le cose,
bastasse sol nominarle. Perciocehè i nomi, sebbene non hanno di lor natura re-
lazione , ne similitudine veruna con le cose, a cui furono imposti, né le
rappresentano in alcun modo, pure • per un certo uso, in cui gli uomini son
convenuti, ne risveglian o la memoria facilissimamente, e con mi- rabil
prontezza, e molto meglio, che le immagini dei pittori, e degli scul- tori non
fanno ^ le quali immagini bene spesso sarebbono oscurissime , ne potrebbono
riconoscersi in verun modo, se loro non si aggiungessero i nomi e il lume delle
parole. E se pur queste immagini, che segni piuttosto, che immagini dovrebbon
dirsi, ci riducono a mente alcuna spiritual forma ed astratta, quan- to mai
l'oscurano, e la deformano ! Cosicché per bene intendere quelle (48) fórme,
clic tal volta per lo pitture , o per le statue ci sovvengono, niente è più
necessario, ne da procurarsi con maggiore studio, che di rimuo- ver dall'animo
quelle pitture slesse, e quelle statue che ce le hanno fatte sovvenire.
Imperocché chi è, che per bene intendere quell'abito, che giu- stizia si
chiama, non debba disgiun- gerlo dalla bilancia e dalla spada^ e per ben intendere
quel dolce de- siderio del bene, che chiamasi amore, non debba dimenticarsi
della faretra e dell' arco ? E potè egli quell'Oratore di jeri farvi credere,
che le forme corporee aggiungendosi alle incorporee, noa le guastino 5 e, a far
valer quesi' in- ganno, produrre in mezzo l'autorità di due sommi filosofi
Plaione, ed Arisrotele? Quasi non fosse cosa no- tissima, né solamente dal
volgo ap- provata , ma confermata dal consen- so di tutti i saggi, che il corpo
con- giungendosi allo spirito lo avvilisce. (49) Il che sì osserva chiaramente
ue\V uomo, il cui animo quante turbazioni sente, e quanti affanni , e quanti
tra- vagli per cagione delia materia . cui è congiunto? E quante più cose in-
tenderebbe, se non avesse la sogge- zione dei sensi? E chi non sa, aver la
natura creato inruimerabìli spiriti, altri de' quali abborriscono di unirsi
alla materia, e la sfuggono^ altri per certa loro inclinazione amano di star
congiunti ad essa, ed infor- marla j e quelli certamente esser più nobili e più
stimabili , e più per- fetti , che questi^ i quali si rendono meno perfetti per
ciò appunto, che sono da natura alla materia inclina- ti. Ne è da dire, come
quel vostro Orator dicea , che componendosi na- turalmente l'uomo di spirito, e
di corpo, non debbano queste due parti conlrariarsi tra loro, nò 1' una op-
porsi alla perfezione dell'altra. E non sa egli esser' anzi comune sen- tenza
dei filosofi, che ogni naturai composto si fa di principj tra loro conlrarj?
De' quali se l'uno non sce- masse le proprietà, e le perlczioni dell'altro, e
non le legasse, e strin- gesse, sarebbe egli bensì ogn' un di loro più
perfetto, ma non più per- fetto ne sorgerebbe il composto. Non volle dunque la
natura, allorachò creò l'uomo, produrre un perfettis- simo spirito, ne un corpo
perfettis- simo, ma un perfettissimo uomo, iu cui se lo spirito perdesse
alquanto di sua nobiltà, congiungendosi alla ma- teria, altrettanto ne
acquistasse la materia, congiungendosi allo spirito. Di che certamente non
sarebbono stati contenti gli spiriti più sublimi; e molto meno le forme
universali, ed astratte, che non vogliono esser le- gate, ne ristrette da verna
corpo, e se ne sdegnano. E come mai venne in capo a cotesto vostro Oratore di
dir, che Platone desiderava, chela virtù si facesse corporea per esser veduta
da gli occhi nostri ? Chi mai ( 5i ) può credere In cosi gran filosofo un cosi
pazzo desiderio? Poiché se la Tirtù diventasse ella stessa un corpo, e cosi
venisse a cadere sotto i nostri occhi, cesserebbe di essere la virtù; e se ad
alcun corpo si congiunges- se, non per questo potrebbe ella ve- dersi^ come non
posson vedersi le aaime^ benché si veggano i corpi a cui sono congiunte.
Desiderando dunque Platone, che gli occhi uma- ni vedessero la virtù, non
desiderava già egli, che la virtù divenisse cor- porea, come rOrator vostro
diceva, ma piuttosto, che gli occhi umani veder potessero le cose incorporee; e
voleva innalzar la vista degli uo- mini, non abbassar la virtù. Sebbene chi di
voi non si accorse , che altro non fu , che uno scherzo, tutto quel tratto di
orazione, ove il vivacissi- mo Oratore, quasi fosse allora dal ciel disceso, e
vedute avesse le uni- versali forme, ed astratte, e ragio- nato , e
trattenutosi lungamente con ( 52 ) loro, vi assicurò del godimento, che hanno
di vedersi divenir corporee su le nostre tele e nel sassi,erìn- grazionne
perciò i Pittori , e gli Scul- tori da parte loro. E che altro fa questo, se
non che un dileggiar le belle arti, e burlarsene? La qual cosa se non mi avesse
grandemente commosso per quell'affetto, ciie io ho a tutti voi , e per quella
riveren- za infinita, con la quale io ho sem- pre venerale le arti stesse, io
vi con- fesso, che non mai mi sarei indotto a parlare contro un cosi accorto e
cosi artificioso Oratore. Ma io ho creduto, che 1' onor delle belle arti, e il
vostro, desiderasse pure, e di- mandasse, che alcun di noi aorisse bocca e
rispondesse. E come poteva egli soffrirsi, che un uomo venuto poc'anzi di
Lombardia , volesse im- porre tante fallacie al Romano Po- polo, e spacciarle
neli'augusla sala del Carapidoglioj dinanzi al più no- bile, e più venerabii
Consesso dell' tiniverso? Di che io credo, che le pareti stesse si
offendessero, e le Pit- ture, che qui d'intorno veggiamo, e i monumenti, e le
inscrizioni, e le immagini se ne sdegnassero, e son sicuro, che i vostri
Scipioni e i vo- stri Cesari, e tutti gli altri glorio- sissimi Avoli vostri,
se qui fossero, dove sono le statue loro, benché mol- to di esse si
compiacessero, sareb- bonsi tuttavia grandemente adirati in udendo, che più
debbano stimarsi li artefici che le fecero , che non essi, che con sapienza e
valore le meritarono. E gli stessi antichi va- lorosissimi Scultori contenti di
quella fama, che lor conviensi , cederebbo- 110 di buona voglia il primo luogo
ai gran Capitani, e ai gran Filoso- fi^ de' quali quanta slima avessero;, e
quanto gli onorassero, ben lo mo- strano le bellissime, e nobilissme sta- tue,
che di lor ci lasciarono, ne al- cuna però, che noi sappiamo, ce ne lasciarono
di lor medesimi. Vev (54) la qual cosa io spero ancora, che gl'illustri
Pittori, e gli Scultori e Architelli chiarissimi, chequi sono presenti, e mi
hanno con tanta be- nignità ascoltato, non vorranno sde- gnarsi meco, se nel
numero delle immortali e infinite lor laudi io ho procurato di cancellar quelle,
che mi parevano false , acciocché mag- giormente rispleadesser le vere. (55)
ORAZIONE In cui si difendono la proposizione e le ragioni della prima Orazione
di questo Argomento , risponden- do alle objezioni esposte nella con"
trarla. xo non avrei mai creduto, o Ro- inani , che avendo un Oratore di cosi
alto grido, nelK augusta sala del Campidoglio, le belle Arti, per or- din
vostro , e con tanta vostra ap- provazion commendate, potesse es- sere alcun di
noi cosi ardito, che il * giorno appresso^ nel medesimo luo- go , contra lui si
levasse ^ e quelle ragioni, che come verissime e giu- stissime, erano state da
tutti voi ri- cevute, negare egli solo, e pubblica- ( '>r> ) mente
disapprovar le volesse. Errrto panni che costui, |)inlloslo che con quei
chiarissimo Oratore, abbia vo- luto con VOI contendere ; ne lanlo riprendere ,
chi quelle ragioni con SI beir arte, e in si leggiadro modo vi propose, quanto
voi, che, essen- dovi cosi proposte , ve le lasciaste imporre, senza accorgervi
ne degli arlificii del dicitore, ne della mani- festissima falsila loro;
imperocché è stala lode talvolta dell' Oratore V in- gannare, non fu mai lode
degli Udi- tori r essere ingannati. Ma in qual luogo, e dinanzi a cui credette
egli , qursto nuovo e sconosciuto Avver- sario, di ragionare? Non forse nella
più illustre citta del mondo , e di- nanzi a persone, non solo per no- biltà di
sangue e altezza digrado, ma per dottrina eziandio ragguarde- volissime, e di
eloquenza chiarissi- me? Le quali ne facii- cosa era, che fossero da veruno con
artifici! in- giìiinate; ne, se lo fossero, conve- ( 5/ ) Diva, che veruno di
questo pubbli- caraenle le riprendesse. E qual ri- spetto ebbe egli poi,
illustrissimi Pit- tori, Scultori, e Architetti chiaris- simi, delle
nobilissime vostre arti avendo tanta paura, e prendendosi tanta sollecitudine,
perchè non fos- sero soverchiamente commendate? Le quali se egli amasse tanto,
quanta amar si debbono, e quanto pur volle sul principio della orazion sua mo-
strar di amarle; o non gli sarebbe paruto, che fossero state lodate so-
verchiamente, o non gli sarebbe di- spiaciuto. Perciocché quanto a quel- lo,
ch'egli disse, che framischian- dosi le laudi vere con le false, po- trebbono
queste farle parer false tutte; perchè non era egli piuttosto da dire , che
potessero quelle farle parere tutte vere? Ma io estimo es- ser cosa assai
chiara e manifesta, né bisognar di ciò fare questione, che non volle già egli V
inaspettato e improviso Avversario , opporsi a \ . . ) quel chiarissimo Oratore, ma piut- tosto al
giudicio vostro; oscurando insieme le belle arti , e deprimen- dole. E lo
stesso certo ha creduto an- che quel gravissimo Oratore, il qua- le non si
sarebbe per cos'i lungo tem- po taciuto , ne avrebbe per conio ninno voluto
partirsi di Roma, come poc'anzi ha fatto, senza prima di- fender se stesso e le
ragion sue; ma conoscendo egli , e vedendo trattarsi in ciò piuttosto la causa
comune , che la sua propria ; ne tanto a lui convenirsi di difendere l'orazion
sua, quanto a voi di sostener il giudicio vostro, ha creduto sempre di dover'
aspettare, che alcun di noi rispon- desse animosamente all'Avversario, né che
perciò noi avessimo di lui bisogno. E certo , quantunque egli avesse potuto
farlo più comodamente di ogni altro , non è per questo , che non debba per noi
farsi a qual- che modo; e dobbiamo anzi render- gli grazie? che non ayendo egli
yo- lato entrare in questo larghissimo campo, l'abbia lasciato tutto libero , e
aperto agi' ingegni nostri. Io cre- derò dunque di far cosa non meno a lui ,
che a voi grata , e agli ec- cellenti professori delle belle arti gio- conda ,
e a questo onorevolissimo luogo sommamente accomodata; se io vi mostrerò, che
quelle ragioni, che furono dal savissimo Oratore in commendazione delle belle
arti addotte, e che furono estimate da voi verissime, e fermissime, cos'i ap-
punto sono, come voi le estimaste, facendo apertamente vedere , che tutti
quegli argomenti, con cui ha voluto l'Avversario torle di mezzo, e di-
struggerle , sieno falsi , e insussistenti , e nulli. Il che facendo, non vi
sarà molesto, che io richiami di tanto in tanto alla memoria si quello, che il
primo Orator disse, come quello, che l'Avversario gli oppose ; accioc- ché,
conosciute le ragioni dell'uno, € dell'altro, meglio conoscer si pos- sa, la
verità» Ne io mi fermerò lungamente so- pra quello, che l'Avversario in pri- mo
luogo si dolse ^ e ciò è, che il lodatore delle belle arti avesse voluto
lasciar da parte tutte le lodi, che lor si convengono per cagione di quella
utilità, che recano alle altre scienze, e in vece di dirle, le aves- se
trapassate con una preterizione; quasi il trapassarle a questo modo non fosse
una maniera di dirle. Nel che vedete quanto poco giudizio mo- strasse
l'Avversario, il quale essen- dosi di ciò doluto, si dolse poco ap- presso, che
tali lodi si fossero per la medesima preterizione oltre ogni misura, e sopra
quanto possa mai credersi, amplificate. E quindi este- nuandole egli poscia, e
deprimen- dole, e riducendole quasi a nulla, non potè mai intendersi, perchè
dun- que s' avesse egli a dolere , che V Ora- tore le avesse tutte rinch-usein
una preterizione; parendo questa ancor troppo ampia per tanta piccolezza^ C6i )
Sebbene cui darà egli ad intendere, che il giovamento, che traggono dalle belle
arti le discipline quasi tutte , sia COSI piccolo e leggero , e non più tosto
grandissimo e sommo? Ma, dice egli, sono molte scienze cosi disgiunte dalla
materia, che par non possano giammai aver bisogno ne della Pittura, né della
Scultura. Quan- to a quelle poi, che ne hanno bi- sogno ( e alcune ne han
bisogno gran- dissimo, come la notomia per for- mar sue tavole , e la fisica
per suoi instrumenti) non potendo l'Avver- sario negar ciò in niun modo, ve-
dete, di che leggiadra comparazio- ne si servi • dicendo , che cosi ne hanno
bisogno, come il signore ha bisogno del servo, il qual signore però si stima
sempre più di quel ser- vo, di cui ha bisogno. Il qual pa- ragone in vero mi
fece ridere. E chi non vede, il servo esser ordinato ad altrui, e per altrui
fatto, cosi che non può operar se non quanto gì' im- 2** (62) pone, o gli
permette il suo signore? Può egli dirsi lo stesso della Pittura, e della
Scultura? Le quali non per la notomia certamente^ ne per la fisica furono
fatte, ma nacquero a lor medesime e dei proprj oggetti si nutrirono, e
crebbero; e non per l'uso, ne per la raccomandazione delle altre scienze, ma
per la nati- va, e propria bellezza loro per tutto si introdussero. Che se
talvolta, di- menticate quasi della lor dignità, si piegano a formar tavole per
gli ana- tomici, e fabbricar istrumenti per li fisici, SI il fanno, non come
serve che obbediscano a i lor signori, ma come nobili, e graziose donne, che
favoreggiano i loro amici, e fanno lor cortesia. Io potrei anche se vo- lessi,
e avessi tempo, chiarissima- mente dimostrarvi, niuna umana di- sciplina essere
cosi disgiunta dalla materia, che non possa trarre gran- dissima utilità dalla
pittura e dal disegno. Ma che giova fermarci in questa utilità? Imperocché clii
sari mai COSI sciocco il qual pretenda y che volendo un Oratore commendare le
belle arti per questo appunto, ch^ alla bellezza e non all' utilità sono rivolte;
debba poi largamente esten- dersi intorno all'utilità loro ; e am- plificare un
luogo 5 che nulla appar-* tiene al proponimento suo? Quale Oratore fu mai così
poco accorto, e cosi poco intendente dell'arte sua, che ciò facesse? Ma
venghiamo a quello, che è punto principalissimo, e intorno a che volgesi tutta
la causa. Avea il lodatore delle belle Arti dimostrato^ esser queste da
anteporsi a tutte le altre discipline; perciocché esse con- siderano gli
oggetti loro come belli; laddove le altre gli considerano come utili, ed è cosa
certamente più no- bile e più gentile cercar le cose, e studiarle, ed amarle,
in quanto fon belle, che non in quanto soa utili; perciocché, chi ama le cose
(6n belle, in quanto son belle, fa ono- re al merito loro; nel che adopera
grandezza d'animo: chi ama le co- se, in quanto sono utili, non altro cerca,
che prov\ edere a se stesso; il che fanno gl'interessati. E certo questo
argomento quanto più si con- sidererà, tanto più si troverà essere di
grandissima forza. Ora che op- pone egli a tale argoinento l'oscuro e
sconosciuto Avversano? Prima volge in dubbio, se le cose belle seno da
pregiarsi, più che le utili, concios- siacosaché queste si amino per gra-
titudine, e quelle, come egli dice, per cortesia ; ed estima essere la gra-
titudine molto più necessaria della cortesia; essendo degno di maggior biasimo
un ingrato, che uno scor- tese. E sia pur cos'i. Per c|uesto ap- puiito è men
nobile la gratitudine della cortesia, perchè, essendo più necessaria, si
richiede anche agli uo- mini volgari e di mezzana virtù : laddove la cortesia,
come quella; che è men necessaria, è
sola dei più per- fetti; e ben si direbbe, che chi è cortese, molto più sarà
grato; ma non COSI si direbbe , chi è grato , sarà ancor cortese. Che se
volessimo andar dietro alla ragione delT Av- versario, e stimar le cose più, o
meno, secondo che più, o meno sono ne- cessarie, ci indurremmo per poco a
stimar più il calzolajo , che l'oratore. Ma chi è, che misuri la stima delle
cose dalla necessità, che ne ha egli, € non più tosto dal merito, che han- no
esse ; e non reputi assai più gen- tile colui, che ama un'oggetto, per- chè e
bello, che colui il qual lo ama, perchè gli è utile? Ma, aggiunge l'Avversario,
tutte le cose , eziandio le utili, sono belle; e come noi sa- rebbono,
provenendo tutte da un principio bellissimo; che è Dio, da cui trar non
possono, se non beltà? Dunque tu tte le arti , e tutte le scienze versano
intorno a cose belle né più né meno, come la Pittura, e laScul- 2*** ( 66 )
tura, l' Arcliilclliira; ne v'iia altra difTercnza se non che queste arti cer-
cano cose, che sieno soltaulo belle; le altre facollà cercano cose, che,
essendo belle, sieno ancora utili. Bella ragione in veritJi ! E perchè non po-
trebbe similmente dirsi , tutte le cose, eziandio le belle, essere utili? per-
ciocché qual ne fece mai la natura, che fosse inutile ? e cos'i tutte le arti
rivolgersi necessariamente a cose uti- li; e la Pittura, la Scultura, T Ar-
chitettura rivolgersi singolarmente a quelle, che, essendo utili, sono an- cor
belle; e in questo avanzare tutte le altre scienze? Ma ben v'accorgete, o
Romani, tutù questi argomenti esser fuori di proposito, e molto lontani da
quello, che è in questione ; volendosi qui sapere , non già se la Pittura , la
Scultura, r Architettura cerchino, e studino cose belle, che questo è ve-
ramente comune a tutte le discipli- ne, ma se le cerchino, e studino, in quanto
son belle ; il che facendo esse, e non le altre discipline, pare perciò, che
debbano esse anteporsi a tutte le altre. Questo è quello, di che si contende.
Intorno a questo si rivolge la question tutta. A questo solo vogliono gli
argomenti tutti es-^ ser diretti. Di fatti quantunque vo- lesse l'Avversario
rimover gli animi da questo luogo, e, vagando qua e là con r orazione ,
cercasse tutti i modi di allontanarsene 5 pure la cosa stessa finalmente ve lo
trasse. E spin- tovi quasi a viva forza, ben sapete ^ a quale strana ragione ei
s' appigliò, volendo persuadervi, che, come la. pittura, COSI ancora le altre
disci- pline tutte, studiano le cose belle, e andava perciò chiedendo animo-
samente, e domandando ; Come sap- piamo noi, e chi ne ha detto, che le altre
discipline studino le cose, non come belle, ma come utili? Chine r ha detto !
Le discipline medesime, che nelle loro diffinizioni, e quasi negli stessi nomi loro di niunn cosa fanno
maggior mostra, die di quella lUilitJi , a cui tendono. Quale è di loro, che al
primo suo uscire, e di- moslrarsi, non proponga losto agli uomini qualche
vantaggio, e non se ne glorii , e se ne vanti? E si ride- rebbe, se alcuna
facesse il contra- rio : se la medicina per esempio di- cesse essere suo
oggetto il corpo uma- no, come bello, e non più tosto co- me infermo e guasto,
e da ridursi a sanità. E già la notomia vuole es- sere fatta per la medicina.
La fisica si pregerebbe assai meno, se non ser- visse ai comodi e dell' una e
dell' altra. La geografia , e Y astronomia si raccomandano agli uomini per la
navigazione. Che diremo della giu- risprudenza, i cui volumi, chi sarebbe , che
mai volesse leggere , se non promettessero la tranquillità dei governi? La
poesia slessa, che par fra tutte la più oziosa e la più molle, quanto s'ingegna
e quanto . e % ) s' adopra di essere utile , o dì pa* rere ! Eccovi che 1'
Epopeja con r esempio di un qualche Eroe pren- de a instituire il cittadino, e
formar- lo al ben comune , proponendogli una virtù , per quanto può, perfet-
tissima, e quasi sovrumana. La tra- gedia vuole dispor gli uomini a com- patire
il male in altrui , e temerlo in lor medesimi , affinchè depongano la fierezza,
e le altre passioni , che turbano la pubblica tranquillità, E che altro
vogliono le commedie, i sermoni, le satire, se non correg- gere la vita civile,
e farla migliore e più comoda ? E queste sono le parti precipue della poesia ,
rispetto alle quali la ditirambica, e la lirica poco si pregiano , e tengonsi
quasi per nulla. E potè egli quell' animoso Av- versario confidarsi tanto uell'
elo- quenza , che sperasse di persuadervi essere queste discipline tutte dirette
ad altro , che all' utilità ? Le quali discipline se lalor si disviano, e per- Joiisi dietro a cose meno utili ; cfuan- 10 ne
sono perciò riprese , e biasi- male, e rimproverale dagli uomini ! 11 che mai
non avviene alla pit- tura. Né questo certamente t'arebbo- no gli uomini , se
non conoscessero, quelle esser nate all' utilità, questa al piacere. E da
questo errore in quanti al- tri trascorse il malaccorto Avversa- rio ! Che ben
si vede esser difficile agli nomini errare una volta sola. Avendo egli
spacciato, che le altre discipline studiano e cercano la bel- lezza dei loro
oggetti , e in questa principalmente si occupano, diche non può dirsi più falsa
cosa; vedete a che lasciò poi trasportarsi. Lasciò trasportarsi a dire, che
studiandosi in tutte le altre discipline la bellezza delle cose; la pittura, la
scultura, e r architettura, son quelle sole, in cui la bellezza punto non si
studia : che la pittura , e la scultura non imitano i corpi ; che non sono in
nessun modo arti imitatrici : ( ma quali altre saranno, se noi sono esse?) che
non rappresentano le affezioni deir animo, e le virtù : che 1' archi- tettura
niente imita: che i pittori ^ e li scultori , volendo esprimer ta- lora le
forme incorporee, non altro fanno, che guastarle, e corromperle ; e quindi
sdegnossi con Platone , e con Paride^ ed altre tali sciocchezze propose, che io
a dirvi il vero mi vergognai di ascoltare , non verg^ò- gnandosi egli di dirle.
Le quali non vi dispiaccia , o Romani , che io ven- ga brevemente confutando ad
una ad una , non perchè ne faccia bi- sogno^ ma perchè intenda una volta questo
superbo Avversario , che noi non ne fummo in veruu modo per- suasi. E
primamente qual cosa più scioc- ca poteva dirsi di questa, che le al- tre
discipline cercano, e studiano la bellezza delle cose ; la pittura e la
scultura non già? Ma vedete su qual filosofia fouJò egli un tal' errore. Di-
vise la bellezza ifi due parti, in bel- leza vera, e in bellezza falsa. E quin-
di volle, che le altre discipline cer- chino la bellezza vera delle cose: la
pittura, e la scultura cercliin la fal- sa. Poteva egli immaginarsi divisione
più mostruosa? che tanto è dividere la bellezza in bellezza vera, e in bel-
lezza falsa , quanto è dividerla in bellezza , che è bellezza , e in bel-
lezza, che non è bellezza j non po- tendo esser bellezza , essendo falsa; e
nelle favole , quantunque le cose sien false, la bellezza però, che mo- strano,
è la bellezza vera. Ma che direte voi , se quella bellezza , che egli chiamò
vera, non è punto bel- lezza; e quella, che egli chiamò fal- sa, è anzi la vera
bellezza, e F unica ? Il che intenderete facilissimamente, per poca attenzione,
che vi pon- ghiate. Fece egli consistere la bel- lezza vera in quelle
perfezioni , di cui si costituisce^ e forma la cosa, e senza cui non potrebbe la cosa esser quello,
che è. Qaal metafisico è stato mai così sonnacchioso, e trascurato nel difinir
le cose^ e tanto ignorante, non dirò delle sottigliezze , ma fin dei termini
della profession sua, il qual considerando le perfezioni, per cui la cosa si
constituisce, ed è quello, che è, le abbia chiamate bellezza, e non piuttosto
bontà, e verità della cosa? La qual bontà, e la qual ve- rità consìste appunto
in quelle per- fezioni, che son nella cosa 5 ed es- sendovi , la fanno essere.
La bellezza non si contenta di questo, ne le ba- sta, che la cosa sia, ma vuole
an- cora, che piacer possa a chi la ri- guardi, ed essendo perfetta in se
stessa, in che consiste la verità^ e la bontà di lei, sia per cosi dire
perfetta anche agli altri, infondendo negli animi de' riguardanti un certo
soave piacere, che gli renda conten- ti, e beati. Onde può dirsi giustis-
.simamente, la bellezza delle cose 3 ìion lìltro essere, che una cerla di-
sposizione, che hanno, a piacere; •la qual disposizione essendo fondata nella
perfezione^ e bonlJi loro, può anche dirsi, che la bellezza non altro sia, se
non la bontà in quanto piace. E questa è sempre stata chiamala da tutti
bellezza, quella dolce rapi- trice de' cuori, e dispensatrice cor- tese dei
diletti , e dei piaceri. Ne sen- za questo piacere si può intender bellezza; né
Dio stesso direbbesi bel- lo, o sarebbe, se non piacesse a se axiedesimo. E
quindi vedete quanto errò lungi dal vero l'Avversario, che questa disposizione
a piacere chia- mò bellezza falsa. Come falsa ? E fal- sa forse quella bontà ,
che ò nelle cose, e per cui piacciono? E' falso forse quel diletto, che ella
produce dolcemente negli animi? O dobbia- mo noi dir falsa ogni cosa ? Perchè
io non veggo qual falsila vi trovi egli, quest'iionìo acuto, e sottile, in tal
bellezza. E doveva egli per que- sia sua COSI mal supposta, e non in- tesa
falsità, sdegnarsi tanto con Pa- ride, e sgridarlo, e vituperarlo così
altamente, condannando un giudicio, che è slato poi approvato, non so- lamente
da lutti gli uomini, ma an- che da tutti gli Dii? Perciocché chi ha mai piti
dubitato , anzi chi non ha sempre tenuto per certissimo, e per verissimo, che
tra le Dee sia pur Venere la più bella , avendo Paride cosi giudicato? Dal cui
giudicio qua! Dea sappiamo noi che appellasse? Ne è da dire, che la bellezza
poco apprezzassero, avendo avuta tra loro, per questa sola, tanta e tal
contesa, per cui non aveano dubitato di sot- toporsi al giudicio di un'uomo; il
quale, sebben'era un pastore, era però disceso dal sangue degli Dii , nipote di
Laoraedonte, figlio del più. gran Re dell'Asia, e parente del cop- piere di
Giove. Tanto meno doveva un Oratorello da nulla dileggiarlo, € dirne male in
Camp doglio. Ma tornando al proposito
nostro, clii può negare, clic se la vera bellezza è pur riposta, come senza
dubbio e, in quella disposizione, che lian le cose a piacere, chi pilo dico,
negare, elio la Pittura, e la Scultura sieno della vera bellezza studiosissime
indaga- trici? Non cercano forse esse anzio- samcnte tutte le forme, clic son
più disposte a piacere? Non queste con- templano del continuo? Non queste
studiansl di imitare, di rappresen- tare, di esprimere? E che altro fan- no, se
questo non fanno? Or venga l'Avversario, e ne per- suada se può, non essere la
Pittura della vera bellezza imitatrice; anzi non esser pur arte imitatrice in
verun modo. Piue ascoltiamone le ragioni^ In primo luogo sono molti
filosofanti, i quali credono non essere ne' corpi alcun colore; qualcosa
dunque, dice egli, ci rappresenta dei corpi la Pit- tura; la qual non altro,
che colori ^i mostra nelle sue tavole ? Coiae se gli Stessi filosofanti , non assegnan- do
alcun colore ai corpi ; ne assegnas- sero poscia alcuno alle tavole j le quali
per questo appunto si fanno, e dicon simili ai corpi, perche sic- come i corpi
non hanno niun colore , e pur mostran di averne, e con que- sto si dispongono a
piacere, e ne piacciono; cosi le tavole si formano dai dipintori per tal modo,
che non avendo niun colore, mostrano tutta- via di averne come i corpi • e come
i corpi ne piacciono. E questo nou è imitare i corpi, e la bellezza lo- ro? Ma
ecco un'altra bella ragione deir avversario. Se la Pittura fosse nn arte di
imitare le cose affin di recar diletto, (che cos'i suol dirsi nella diffinizion
sua) ne seguirebbe, che non dovesse il pittore dipingere se non quelle cose, le
quali essendo perfettissimamente imitate, cioè pa- rendo affatto vere, ne
recasser dilet- to 5 e così non dovrebbe mai dipìn- gere né la morte di Adone ^
nò il ( 7« ) pianto d'Ecuba, ne altra tale tri. slczza. Il che par fanno tutto
di i dipintori; onde ne viene, che la Pit- tura non sia arie di imitare, come
dicono. La qual ragione dalla Pittura può anche alla Scultura in qualche modo
trasferirsi 5 ma niente vale uè in quella, ne in questa; percioccliè sono e
l'una e l'altra arti di imi- tare, non già affine che le cose imi- tate recliin
diletto, ma affine che rechi diletto T imitazione, la qual piace ezia!id:0
nelle cose, che non piacciono. E quindi è, che moltis- sime volte si commendan
le tavole, € le statue grandemcule per una certa facilità, e franchezza, con cui
mo- strano «i piuttosto se-» condo 1' usanza, e comoda alla per^ sona , per cui
la fa. Per lo contra- lio 1' architetto , che altro fa, se non rivolgere in se
stesso la variata im^ (SO mensa delle infinite proporzioni , e scorrendo con 1'
animo per tutte le forme della vaghezzsi, e della beltà, conformar poscia con
tutto lo stu- dio il suo lavoro a quella, che egli giudica esser di tutte la
più per- fetta? E ciò facendo, non è egli dun- que imitatore? E imitatore tanto
più nobile, ed eccellente, quanto che egli non alcuna opera della natura ci
rap- presenta; ma s\ alcuna di quelle bel- lissime idee , che tutte le opere
della natura precedettero , e l'avanzano di gran lunga in perfezione ed in
beltà? Né per altra ragione^ ne in altro modo imitatrici pur sono la Pittura, e
la Scultura, se noi crediamo al di- vìq Raffaello , il qual lasciò scritto in
sua elegantissima lettera, che il dipintore per dipingere una bella donna,
avrebbe bisogno di veder mol- le belle ; e perchè le belle son rare, bisogna
che segua una certa perfet- tissima idea, la qual si vede solo con r animo :
sentenza nobile e magni- si (82) fica , che io dirci degna di Aristo- tele, e
di Plalone, se non credessi, che fosse anche più illuslre, essendo di
Raflacllo. E quindi è, che il pit- tore, e lo scultore, imitando le opere della
nalura , talvolta anche le su- perano; perciocché non le imitano per imitarle,
ma si servon di loro per imitar quelle idee , che son di loro più perfette ; le
quali avendo imitate la natura altresì, allorachè formò l'universo, ben si
dice, es- sere la Pittura, e la Scultura più to- sto emule di essa, che
imitatrici, e gareggiar più tosto con lei, e con- tendere, che imitarla. E se
le eccellentissime , e mara- vigliose arti della Pittura, della Scultura , e
della Architettura seguono pure, e studiana, e rappresentano, non le cose, che
con gU occhi veg- liamo , ma le idee , che veggiamo con r animo, e che sono
assai più perfette di quelle; chi negherà poter esse rappresentare ancora, non
che le passioni, e le virtù umane, ma le torme istesse eterne, ed immuta- bili?
Perciocché che vale il dire, que- ste cose non esser corpi 3 e la Pittura e la
Scultura non altro poter rappre- sentarci , se non corpi ? Il che se fosse vero
, non potrebbono queste arti seguir mai , né rappresentare , né imitare alcuna
idea , imperocché quale idea é , che sia corpo ? Oh , dirà alcuno, come
potrebbe un corpo assomigliarsi a ciò, che non è corpo, e figurarne in sé , ed
esprimerne le qualità? Io non voglio, o Romani, abusarmi della pazienza vostra,
ne entrar qui ora nelle sottilissime con- templazioni dei metafisici , né credo
che faccia d'uopo. Solo domando io, se questi bellissimi , e vaghissimi corpi,
che adornano il mondo, e di cui la natura volle riempiere 1' ini- mensità degli
spazj , sieno simili ad alcune di quelle idee, che standosi per tutta V
Eternità nella mente del sapientissimo Artefice, aspettavano, e per cos*i dire
cliiedcano, di essere una volta rappresenlatc fuori di essa ed espresse. E
sepurson simili, come son certamente, a quelle idee, io do- mando poi, se tali
idee, a $ui que- sti corpi son simili , sieno corpi esse. Era ella un Sole
quella idea, a cui fu fatto simile il Sole? E quelle idee, a cui si
rassomigliaron le stelle, eraa forse stelle? E gli alberi, e gli uomi- ni , e
gli animali , essendo pur si- mili alle loro idee, diremo noi, che quelle idee
fossero uomini , ed al- beri , ed animali , e non più tosto forme astratte, ed
incorporee, a cui però furono fatti i corpi simili? Ne esse di questa
similitudine si vergo- gnarono, la quale nobilita i corpi, ne sminuisce punto
la lor bellezza, e dignità. E per qual similitudine, e con quale accoppiamento,
o per qual modo potrebbe sminuirsi in esse la lor perfez'one , se è ciascuna di
loro la sua perfezione medesima? Che ben può mancar la beltà a queste cose ,
che 1' hanno avuta in dono j ma non già a quella, che è la beltà stessa, ed
ebbe da se medesima F es- ser bellissima. O sovrane, o maraviglìose, o inef-
fabili idee , cui per intendere per- fettamente bisognerebbe essere una di voi.
L fu ben vostro dono , al- lorché Socrate di voi s' accorse , e mostrovvi a
Platone, ed a gli altri avventurosi suoi discepoli. Chi di noi può spiegare,
anzi pur pensare, quanta sia 1' autorità , e fin dovef giunga il poter vostro ?
Che essendo voi immateriali ed incorporee, pur diffondendovi , e per certo m
aravi- glioso modo partecipandovi, produ- cete le materiali cose e corporee ^
ed insegnate lor la maniera di rappre- presentarvi , e somigliarvi. Chi sa,
dovean dire quei fortunati Platonici, che non possa anche una volta al- cuna di
voi vestirsi di qualche for- ina corporea così vaga , e tanto a lei slmile, che
debban , vcggcndola, arderne lutti gli uomini ed iiifiam- marsene? E ciò
dicendo, come po- teaa tenersi dal desiderar quello, che tanto ardentemente
desiderato aveva il lor maestro, cioè che la virtù si mostrasse a gli uomini
per tal modo? E come desiderarlo, e non lusingar- sene? Oh felice e beato quel
corpo, avranno tra lor detto , a cui vorrà congiungersi la virtù slessa , e per
cui mezzo si degnerà manifestarsi a i mortali ! Felici, e beati quelli, che lo
vedranno ! Oh ! perchè non ab- biamo noi qualche arte di far di- scender dal
cielo questa immortai forma, e, dirò pur, questa Dea, e vestendola di sembianze
corporee a lei convenienti ed a lei simili , in- trodurla nelle adunanze degli
uomi- ni, e farla vedere al mondo tutto? Ma se niuna arte, nìuna disciplina
giunge a tanto; è non però, che la Pittura, e la Scultura non si inge y . ,
gnino, e non si sforzino; e dipingendo questa sovrana virtù in mille guise, e ,
come pur sanno , adornandola , Don la chiamino, o non la invitino, proponendole
le più leggiadre e sem- bianze 5 che fìnger possano, e le più vaghe. O Pittura,
o Scultura, nobilissime x\rti, e divine, qual facoltà , quale scienza , qual
disciplina potrà mai stare con voi al paragone ? Voi ne scoprirete la vera
bellezza, che non è mai tanto vagheggiata dagli uomi- ni, quanto allorché è da
voi fiuta, ed imitata* Voi, non che i corpi bel- lissimi imitandogli, ma i
nobilissimi spiriti ancora , e le lor qualità ne dimostrate. Ed oltre a ciò
nemiche d' ogni interesse , e contente di voi medesime, scorgete gli animi al
pia- cere , che è il premio della virtù. De' quali pregi, grandissimi invero, e
nobilissimi, quantunque molti se uè assuma F Architettura, pure a voi laon li
toglie, ne ve n'ha invidia; iria congiuiigendosi amichevolmente con voi, vuole
avergli con voi com- muni. Ben a ragione sopra tutte le discipline vi celebrò
quel chiarissimo nostro Oratore ; ne in altro dovca quella tanta eloquenza
esercitarsi. Ed io ben credo, che per questo appunto qualche benigno nume qua
il con- ducesse 5 e for«e fu alcuna delle ce- lesti, e divine forme, che lo
inspirò. E se io ho avuto 1' ardir di difen- derlo dalle sciocche riprensioni
d' un Avversario tanto più debole, quanto più prosuntuoso, non V ho già fatto
io, o Romani, per difender lui; che quei cosi chiari, e cos'i illustri ar-
gomenti abbastanza si difendevano per lor medesimi; ma sol per la- sciare una
illustre testimonianza del- la 5lima grandissima, in che io ho sempre avuto le
belle arti; e per so- stenere il comune giudicio vostro : parendomi cosa
strana, e contraria al costume , ed all' onor dei Romani > che non avendo
taciuto queir uno, che COSI chiara, e splendida Orazio- ne disapprovò, si
tacessero poi 5 utti gli altri, che grandissimamente Y ap- provarono. »m.
iDitiiEia^^^iiDiri SOPRA UN PR0BLEMA PROPOSTO dall'ACCADEMIA De' VAR J* E it 10
dico , Compagni valoris- simi, Ascoltatori, quanti qui né sie- te, e
Ascoltatiici ornatissime, dico, quanto a me , che assai giova al poeta r aver
sentita a qualche tempo quella passione , che nel suo com- ponimento ei vuole esprimere
j nien- te giova, anzi grandemente nuoce, il sentirla. Io entro subito senza
al- tro esordio nella questione proposta, come sogliono far quelli, che molto
confidano nella verità di ciò ^ che ( PO . _ ; dicono, e conoscendo^ gli animi
(VI loro ascoltatori essere oUiinanirnle disposti, non credono di aver biso-
gno degli artifìci!. I quali se da al* cun luogo debbono starsi lontani ,
debbono certamente da questo, ove ragionando voi, a guisa che i Greci facevano,
di qualsivoglia questione subitamente, e per cos'i dir, su due piedi, COSI
bene, e con tanta gra- zia imitale la natura; cli-e dovreb- bono oramai gli
dotti piuttosto che la natura, imitar voi. E certo io non crederò di scriver
bene, se non quan- to scrivendo, potrò in qualche parte assomigliarmi a voi,
che avete fin qui improvvisamente e senza studio parlalo , ne io mi pentirò se
scri- vendo mi sarò forse incontrato nei sentimenti, e nelle ragioni dette da
alcun di voi ; dispiacendomi solo di non saper dirle con la medesima grazia. Ma
venendo al proposto dub- bio, acciocché non paja , eh' io fac- cia esordio ,
non facendolo , comia- (93) ciò da quella parte ^ nella quale ho detto , che
niente giova al poeta , anzi molto nuoce, aver nell' animo quella passione, che
egli studia d'in- trodurre ne' versi. E so veramente che molti mi ri-
prenderanno, et altri si maraviglie- ranno , eh' io dica c|uesto , essendo
stata sempre opinion comune , ve- nuta quasi in proverbio, che il poeta a
scriver versi d' amore abbia biso- gno d' esser innamorato , ne possa fingere
quella passione, se egli non. r ha; quando al contrario dovrebbe dirsi, che, se
egli l'ha, non può fingerla. Ma io dimando a cotesti Si- gnori , che portano
una tale opi- nione ; se il poeta vorrà esprimere nel suo componimento la paura
di alcuno, dovrà egli perciò essere pau- roso, e sentir la paura in se mede-
simo? Dovrà essere altiero per espri- mere r alterigia ? Avaro per espri- mere
l'avarizia? vSdegnoso per espri- mere lo sdegno ? Da quanti affetti (94) dovrà
egli essere comballulo, e la- cerato , e strazialo nelT animo , se dovrà
sentire quelle passioni, che il componi inento vuole e richiede? E so bene ,
clie sono alcuni com- ponimenti , i quali si contentan di poco. A un sonetto,
per farsi bello, e piegar 1' animo d' una fanciulla, ba- sta una lagrima, un
sospiro. Quasi non d' altro formò il Petrarca quel nobilissimo suo canzoniere.
E se noi leveremo al Bembo pochi lamenti, e al Casa un certo sdegno, che egli
sparse per tutto, cos'i che pajoa^ tal- volta le rime istesse e fin gli accenti
sdegnarsi, poco o nulla di quei loro sonetti , o di quelle loro canzoni ci
resterà. Ma il poeta è egli ristretto ai sonetti soli, e alle sole canzoni?
Contiensi la poesia in si angusti ler- Hìini ? O non va ella piutosto va- gando
per le epopeje, per le trage- die, per le commedie, ove traendo seco 1'
infinita moltitudine delle pas- sioni tutte, quasi signora e impera- ( 95 )
Irice degli animi, trionfa, e regna? Or qual poeta soddisfar potrebbe al poema
epico, o al tragico, ch'egli compone, se egli sentir dovesse nell' animo tatti
gli affetti , che studia esprimere o in se stesso , o in altrui? Qual tragedia
è, in cui non abbiano ima grandissima parte l'emulazione; l'odio, r invidia ,
il dolore, la di- sperazione , e quelle , che vogliono quasi sempre essere in
scena, la com- passione, e il terrore? 11 poema eroi- co non altro intende, che
mostrare un chiaro esempio d'una eccellente, maravigliosa , e sovrumana virtù;
la qual però non apparirebbe mai tale, se non fosse perseguitata da tutti i
vizi. Per quanti terrori passò Enea^ venendo in Italia? E fra tanti sco- glj
avvolgendosi, e tanti mari var- cando, quante ire, quante lusinghe, e quanti
inganni solcò ? Come fu giunto nell'Africa, amore così il pre- se, e in tanto
pericolo lo addusse, che per poco antepose la bellezza di C9G) un vago volto
alla maestà dell' Im- perio romano. Non è egli lutto quel divino poema tessuto
d' ire , e di sdegni, facendosi bello et adornan- dosi delle pili illustri
passioni, che sconvolgessero a que' tempi V Asia tutta, e l' Europa? Che diremo
della commedia? La quale non sapeva una volta, senon ridere , o motteggiando
schernire i vizi meno nobili , e cor- reggere per tal modo le persone mez-
zane; nò altro aveva imparalo dai Greci; e i Romani se ne contenta- rono. Ora
però alcuni di voi , che qui sedete, le harjno pure insegnalo di piangere, e
lamentarsi , et accen- dendosi delle più vive passioni et agitandosi come le
tragedie fanno, mettere sotto sopra i teatri. 11 che non so , come ella , che
di natura sua è stata sempre sollazevole e lieta, possa far volentieri ; e noi
farebbe certamente, se non fosse com' è dei più di voi e da alcune di queste
donne tanto divinamente lappresea- (97) , tata, che di vero non è alcuno er-
ror COSI tanto grande, che il valore di simili attori , e la leggiadria di COSI
nobili attrici non possa render piacevole e soave. Ma comechè ciò sia, non
vedete voi, come le poesie più risplendenti, e pili nobili , quali sono la
trage- dia, la commedia, e 1' epopeje, fa* facilmente si accendono d' ogni pas-
sione , e tutte seco le traggono , ne credono di potere essere belle ab-
bastanza senza di loro ? Che se il poeta a bene esprimerle dovesse tutte
sentirle in se e provarle, quanto in- felice sarebbe egli ? Quanto scompo- sto
esser dovrebbe? Quanto agitato? Egli invidioso , egli superbo , egli avaro,
egli impaurito, egli inamo- rato, geloso, confidente, disperato. Che arte
sarebbe mai questa cui per eccellentemente esercitare biso- gnasse essere il
più misero di tutti gli uomini ? E se le altre passioni si possono assai bene
esprimere 3** senza averle , percliè non anche r amore ? INIa sia pur cos'i ,
diik alcuno. Nò ad esprimere 1' amore o qual si vo- glia altra passione, sia
neccessario il sentirla veramente. Pure chi ncgl:i^e- lìx , che non giovi ? Non
è poco , che io abbia liberato i poeti dalla ne- cessità di esser miseri. Ria
io dico di più che ad espri- mere in versi acconciamente, e con leggiadria, e
grazia, gli affetti tutti deir animo, non solamente non g ova il sentirgli, ma
grandemente nuoce. E non ha dubbio, che dovendo il poeta imitar qualche affetto
, non sia necessario, che egli miri attentamente in coloro, che dal medesimo
affetto son posseduti , o ne consideri i sen- timenti, le parole, i cangiamenti
del volto, e fino i gesti, e i movi- menti, che sono per cosi dire le es-
teriori sembianze delle interne pas- sioni ; ma non per questo però vuoisi
credere che egli debba esprimere tutto ( 99 ) quello che vede, e quasi servo
della imitazione, et a nuli' altro pensando che ad imitare, rappresentar debba
le cose cos\ appunto, come gli si offrono nella natura^ perchè son pur poche
quelle passioni, le quali rap- presentandosi COSI, come naturalmen- te sono,
abbiano grazia, e leggiadria. Egli pare, che fra tutte le malattie dell'animo
amore sia la più gentile^ e pur quanti ne veggiamo nelle co- muni
conversazioni, che amano tanto scomodamente e sospirano, e mujo- no con cos\
poca grazia, che farebbon meglio le donne a lasciargli morire ! Quanti
rimproveri ordinarii e vili! Quanti lamenti puerili, e sciocchi ! Quante
scortesie, quanti disprezzi, quanti sdegni, bassi e plebei? I moti, e le
facezie come sono il più delle volte di viltà piene, e di buffoneria ! or qual
poeta vorrebbe parere uno di questi sconci inamorati? chi sof- frirebbe di
leggere i rimproveri di Bidone e le discolpe di Enea, se ( lOO ) tali fossero,
quali li sentiamo lutto il di farsi dai nostri giovani alle lor donne, e dalle
donne ai loro Signori? Perchè la poesia, come voi ben sa- pete, è per se stessa
fastidiosa, ne si contenta della natura, ma vuol corregerla et emendarla ,
levandone via ciò che v'ha di brutto, di lai- do, di disaggradevole, e quelle
partì solamente scegliendo, che sono le più avvenenti, e le più vaghe, co- me
industrioso agricoltore, che non lascia crescer la p'anta, come la na- tura
farebbe, ma comprimendo l'or- goglio dei rami lussureggianti, la torce e piega
a senno suo, renden- dola COSI più bella e più gentile. E se il poela volendo
leggiadramente esprimere alcuna passione usar dee tanta avvedutezza e tra i
sentimenti che di essa son proprii , sceglier sol tanto quelli, che hanno iii
se nobiltà, bellezza, e decoro, (de' quali pur pochi si odono nei veri
appassionati; colpa, cred' io, deireducazione e della ( i^O ignoranza) chi non
vede richiedersi a ciò sedalo animo e tranquillo, e non sconvolto dalla
passione e con- turbato? E che dico io dei sentimen- ti ? Le parole stesse
quanta cura, e quanto studio ricercano? volendosi sempre nella poesia le più
adorne , le più risplendenti le più nobili. Ne solo vuole il poeta sceglierle
tali, ma vuol collocarle artificiosamente, e però ne considera gli accenti , il
numero, le cadenze, ne pargli di dimostrare assai bene la passion sua, se non
la dimostra in rima, e con misura; al che quanto sia contra- ria l'inquietudine
vera dell'animo, ogniuno sei può vedere, perciocché la passione vera non vuole
studiar tanto. Per la qual cosa io ho pensato più volte meco medesimo, onde sia
avvenuto, che la poesia chiamisi co- munemente imitatrice, e definiscasi arte
d'imitare; perchè qual cosa è più contraria alla vera e perfetta ( ^^^ ) ^
imitazione, che una cos'i studiala collocazion di parole? Eccovi cfic la
drammatica non solo studia le pa- role e le mette in rima; vuol anche esser
cantata, e ricusa di venir sul teatro, se non ve la guidano i mu- sicali
instrumenti, i quali ella non soffrirebbe, se delle vere passioni es- ser
volesse perfetta imitatrice. Io non entrerò qui ora in una questione assai
sottile, la quale, a mio giudizio^ sarebbe degna di un intiera acca- demia.
Sono ben d'opinione, che questa o arte, o scienza^ o facoltà, comunque voglian
dirla, di far versi, non sia già, come si va dicendo, un arte di imitare, ma
piuttosto un arte di dilettare gli uomini con varj mezzi, anche imitando. E
quindi è, che non del tutto all' imitazione del vero abbandonar si dee, ma
soltanto, quanto l'uso degli altri mezzi, che di lei son proprii e necessarii,
gliel consente. Ai quali mezzi pensar dee attentamente il poeta, scegliendo
sem- e 'o3) pre i più atti, et usandogli oppor- tunamente, e con bel modoj il
che far non potrebbe, se avesse T animo da qualche fiera passione, da gelo-
sia, da ira, da invidia grandemente commosso e turbalo. Perchè però alle poesie
belle et ornate richiedesi anche l'imitazione, per ciò ho detto fin da
principio, che quantunque non giovi al poe- ta, anzi nuoccia, il sentire in se
slesso quelle passioni, che vuole es- primere, tuttavia molto gli gioverà
l'averle sentite una volta. Perchè se l'uomo non avesse mai sentito pas- sione
alcuna, ne mai provato le in-* • quietudini di esse , gì' impeti, i tra- sporti
, mal potrebbe T intelletto, in- segnargli quei sentimenti, che sono propri di
ciascuna di loro; imperoc- ché la ragione, come ne avvisa Ari- stotile, giudica
e pensa delle cose in una maniera, e le passioni in un altra. Io credo dunque,
che giovi al poeta r averle una volta provate per ( .o4 ) conoscerle e poter
meglio ragionar- ne a guisa di un coinbalteiite , il quale finita la battaglia,
e uscito del pericolo dell'armi ne ragionerà as- ' sai meglio, che un altro, il
quale non mai vi si sia ritrovalo^ ne egli però ne avrebbe ragionato cosi bene
nel tempo del combattimento me- desimo. Soleva dire, secondo che io ho letto in
un libro francese, sole- va dire il famoso Maresciallo di Tu- rena una assai
leggiadra, e molto vera sentenza ; e ciò è che come un uo- mo di grande ingegno
abbia amala una donna per lo spazio di un in- tero mese, è ormai tempo che si
riposi. Chiamava gli uomini quel va- lorosissimo capitano, e gì' invitava, a un
riposo , che è sommamente necessario ai poeti, i quali volendo imitar le
passioni , e fìngerle grazio- samente , bisogna , che le considerino con somma
attenzione, e con agio, ciò, che far non possono, se non con animo riposato*
Dico degli uo- ( io5 ) n)Ini, che aspirano alla immortalità, et alla gloria.
Direi lo stesso ancora delle donne, se facessero \ersi, e poe- tassero^ ma io
temo, che anche sen- za far versi sappiano troppo bene quell' arte. Nel che se
la natura ò stata loro più. liberale, che agli uo- mini, e le ha fornite di
cosi chiaro e sottile ingegno, come reggiamo, che ha fatto, ben si vede, che
do- vrebbono esse piuttosto che gli uo- mini, applicar T animo ad ogni ma-
niera di imitazione, e fingendo di amar qualche uomo, giacche lo fan- no COSI
bene in prosa, studiar di fac anche in versi; nel che sarebbono per quel ch'io
credo, valorose oltre modo, et eccellenti. Perciochè il poeta in quanto è poeta
non ha le pas- sioni, che esprime, ma le imita; ne sa basiantemente imitarle,
se per es- primerle ha bisogno di averle. ^]ISnuno. Che sebbene il suono delle
parole si sentirebbe , quando però il senti- mento loro non si sentisse, non
po- trebbe quello recarne verun piacere. Tanto è vero, che l'armonia, che si fa
dentro alle nostre orrecchie dal- le voci , non ha per se medesima quasi niun diletto,
e dove ella noa accompagni una certa altra armo- eia, che si fa dentro dell'
animo dai sentimenti medesimi , riesca fasti- diosa anzi e nojosa , che
dilettosa e piacevole. E noi troveremo ben mol- ti, i quali hanno tradotto le
poesie greche in prosa Ialine, il che noa avrebbon mai fatto , se eglino noti
avessero giudicato , che la bellezza dell'invenzione, del costume, delle
sentenze dovesse poter recare assai piacere, eziandio che del suono del verso
priva fosse i ma ni uno ci è ( 1^5 ) ancora stato, il quale ci aLbia scrìtte le
medesime poesie greche coi ca- ratteri latini, perchè niuno ha mai creduto, che
il suono dei versi per se stesso senza più. dovesse porgere alcun diletto a chi
che sia. Alla qual <3ottrina io non voglio , che alcun contrasti , perciochè
ella è tanto ve- ra, quanto ciò, che verissimo. Ora io mi volgo a costoro, ai
quali non soffre V animo di leggere versi ca- tulianamente scritti per questo
che del suono loro non si contentano. E lor chieggo per lor fede, dove pen- sino
essi , o in qual cosa credano , che sia riposta la bellezza delle poe- sie? Se
nel suono solamente, io non ho più altro che dire, e si mi taccio. Ma ponno ben
essi lasciar da parte la poesia , e dove lor venga voglia di solazzarsi,
piuttosto andare a trar- scnela tra i musici, che tra i poeti j i quali musici
però se sostenuti non fossero nei loro Drammi, e dall' in- venzione, e dai
costume, e dadi af- (,.6) felli, e (lallc sentenze rncdesiiTic non sarebbe chi
gli ascollasse. Che se pur vogliono la bellezza della poesia non nel suono
esser riposta, ma piuttosto e principalmente nell' altre parti , mostra bene,
che eglino non abbiano alcun sentimento di bellezza poetica, se per questo che
manchi il suono al Navagero, al Fracasloro, al Mu- relo, al Cotta ^ non posson
sofferire di leggerli. Oh dicon essi , il suono loro non ne piace. Vi
dispiaccia an- cora quanto mai può. Ma non po- trà perciò piacervi l'
invenzione ? Non potrà la disposizione delle parli ? Non potrà il costume? Non
la sentenza? Non gli affetti ? Non le parole me- desime in quanto esprimenti
sono, e latine? Io non so quello, che in questa parte dirmi debba. Ma egli sì
par bene , che molto miseri , e molto infelici dobbiate esser voi^se perchè
quel menomo diletto ^ che dal suono dei versi trarsi può ^ non potete trar da
loro , ne pur quel ( 117) gfan^ìssiriìo trarne volete, che dall' invenzione, e
dal costume, e dagli affetti, e dalle sentenze potres;e, e perchè il suoao
manchi a loro vo- lete che tutto il restante manchi a voi, Sebben saran di quegli
i quali si rideranno di questa mia ragione, e diranno essi ; chi sa poi, se i
sentimenti di Catullo, e di coloro, che il seguono, son così vaghi e leggiadri,
come costui ne dice? cerio se eglino van del pari col suono , bisogna dire che
sieno molìo caltivi. Qual sia il suono de' ver.si scritti alla guisa , che i
Catulliani fanno , bi- sognerà eh' io ne ragioni dappoi. Presentemente sa esso
qual vi piace. Vi piace, che sia cattivo ? et io il vi concedo. Vi piace che
sia duro, che sia aspero , che sia dispettoso l sia durissimo asprìssimo,
dispettosis- simo. Che direm noi, se per questa stesso, che esso tale è,
diinostrerovvi dovere essere i se n ti me n li di Catullo tiìuìo vaghi, e tanto
leggiadri , che 4* titilla più , e per consequenlc coloro, i qiianli hanno
questo poeta felice- mente imitalo, o l'imitano tuttavia, se alcun ven' ha ,
dovere ranto più esser chiari e luminosi nelle senten- ze, quanto più pajon'
essere nel suo- no incolti , et orridi ? Io spiegherò la mia ragione, e rimeltcrommi
al giudicio di voi altri Accademici , che se io noi vi dimostro apertamente, io
son contento j che non pur noa abbiate per niente Catullo , ne al- cun poeta
catulliano leggiate , ma si gli vituppcriatc tutti, e laceriate, se vi piace, e
loro, e me. Ma se io vi farò veder chiaro, e quasi toccar con mano , che quando
anche il suo- no de versi di Catullo cos\ tedioso fosse , e fastidioso , come
ad alcun pare , che sia , per questo appunto dir si dovrebbe essere i
sentimenti suoi vaghi fuor di modo, et isqui- siti; io vi prego per vostra
fede, se altro di ciò fare non vi spaventa, lasciate fiualmenle la vostra falsa
opinione , e via togliete una volta la vergogna del nostro secolo. Allora
quando M. Fabio lesse le orazioni di Q. Ortenzio egli giudicò , che bi- sognava
dunque che Ortenzio fosse stato uno dei più gran recitatori del Mondo; e la
ragione si fu, perchè non trovando egli in quelle orazioni scritte niente, che
gli paresse esser degno dell'alto nome , e della stima grandissima che Ortenzio
si aveva in Roma acquistata , giudicò , do- verlasi esso avere acquistata per
mez- zo di qualche cosa , che in quegli scritti non fosse; e questa non po- ter
esser altro che la pronunziazione. La qual ragione eziandio che vera fosse
tutta fiata ancor più forte stata sarebbe, se le orazioni scritte di Or- tenzio
non solamente non molto buo- ne , ma disadorne affatto e cattive, al
grandissimo rettore fosser parute. Che se egli giudicò le poco buone non dovere
aver levato cosi alto gri* ( I9.0 ) do nel romano popolo, se non per rispetto
della recitazione, molto più giudicato avrebbe lo stesso delle cat- tive. E
certo certissimo ò, che dove una cosa e bella sia e buona ed ec- cellente e
singolare , posto che al- cuna parte di lei si trovi cs<;ere del tutto difettuosa,
bisogna pur dire, che tanto, anzi molto più , nelle al- tre parti sovrabbondi
di grazia , e di bellezza, quanto in questo è di difetto e imperfezione. Per la
qual cosa parmi che quegli, i quali co- tanto biasimano il suono di Catullo,
diano a Catullo medesimo una gran- dissima laude. Conciosiachò quella parte in
lui vituperino che è di tutte le altre la men pregevole, e quella vituperando
tutta la lode, che egli sì ha pertanto tempo acquistata, alle altre parti , che
sono di maggior pre- gio, e di più grande eccellenza, con- venga loro di
attribuire. E forse che non si ha egli Catullo una grandis- sima laude
acquistata? E quale al- tro è stato poeta fra tempi suoi , le cui opere ci sien
vivute fino al di d'oggi? Recatemi se ve n'ha alcuni, recatemi le lor poesie,
recitatemi i lor versi, nominatemegli. Egli solo de' tempi di M.Tullio ci ha
aggiunto quasi signore del tempo e della mor- te fino alla nostra età^ e
Tibullo e Properzio, e Ovidio, e Gallo valo- rosissimi e nobilissimi poeti
dell'an- tichità, tutti gH altri hanno potuto col chiarissimo lume delle poesie
lo- ro offuscare, Catullo solo non han potuto. Lui hanno ricevuto volen- tieri
, e di buon animo le nazioni tutte , lui hanno tradotto nelle lor lingue, lui
hanno imitato, lui esal- talo, lui innalzato fra innumerabili altri , acciochè
tutti in lui pure , come in una qualche maravigliosa , e quasi divina forme
riguardassero. A cui alto pare, che principalmente r animo rivolgessero il
Navagero, il ( 12^. ) Frncasloro, il Colla, il Murcto, ove ad alcuno Epigramma,
od Elej^ia a comporre si diedero? Io taccio della Scaligero, e di tanti altri
per vinù ragguardevoli, e per numero infi- niti, i quali tanta fatica
pigliaronsi per commentarlo, e illustrarlo; e ì quali non avrcbber giammai cosi
grande studio, e tanta opera in lui collocata , se conoscendo il suono di lui
esser duro , e tedioso, e difficile (alla qual cosa conoscere, quando vera sia,
ne di molto ingegno, ne di molta sottilità fa mestieri, e que- gli stessi, che
pensano di conoscer- la non perciò molto ingegnoa si tengono) non avessero
altresì cono- sciuto gli affetti suoi, e i suoi sen- timenti esser tanto piìi
vaghi e leg- giadri , e quanto egli lasciò superarsi dagli altri nella dolcezza
del suono, altrettanto aver lui lor superati nella vaghezza delle sentenze. Et
io noa dubito per niua conto ; che se la le« ( 1.3 ) zlone di Catullo non fosse
per ri- spetto della costumatezza cristiana assai lubrica, è piena di
sospecione e di pericolo, non avrebbon gli an- tichi maestri giammai lasciato ,
che piuttosto le molte Elegie degli al- tri si leggessero nelle scuole a fan-
ciulli , che le poche, che di Ca- UiUo ci son rimase ; benché a ciò si potrebbe
ora provvedere legger- mente, che avendo molti molie cose scritte e catulliane,
e crisiianamen- te, potrebbon queste raccogliersi, e farne un giusto volume, il
qual potrebbe esplicarsi anco a fanciulli. Ma non è mio intendimento , di
provvedere ora a quella età ; alla quale siccome si vuole aver riguar- do ,
cosi anche a molti altri, i quali non debbon essere da altrui consi- C^liati
diversamente da quello , che eglino sono da se medesimi. Reste- rebbe ora da
ragionare del suono ckì Catulliani versi , e dimostrarvi e t24 ) non essere
esso tale, quale a molti pare , che sia ; della qual parte parrà forse a molti
necessario di fa- Tellarne , et io il farò quando che sia volentieri^ sebbene
io però non cos'i stimo. Imperocché se io avrò vinto, che quelli, i quali per
que- sto solo si rimangon di leggerli , che temono non il duro suono of- fenda
loro le orrecchìe, si movano a pur farlo , io so certissimo , che eglino
leggendo , e rileggendo il Fracastoro , il Navagero . e gli al- tri di quella
maniera , si vince- ranno e domeranno per cosi dire la ritrosia delle superbe
orrecchie , e malavvezze, che comincicrà loro a saper dolce e buono il suono di
quei versi, siccome veramente e, e più non desidereranno la mia ora- zione. Del
che ancorché io grandis- simamente mi confidi , io non ri- fiuto però di far
loro vedere un altra volta le ragioni , perchè quel suono, che si da prima
dispiacque, solo che un poco di studio vi si ponga, cominciar debba a piacere;
la qual dimostrazione avvegnaché non necessaria , a mio giudicio non fia però
che sia inutile. MB— Il 11 M 1 ISl^D^IKD DL MANFREDI, JCj Manfredi nacque in
Bologna V anno 1674' '^ ^^' Settem- bre alle ore quattro italiane. Il pa- dre
ebbe nome Alfonso, ed era nato io Lugo, terra posta nella Legazion di Ferrara ;
nel qual luogo avendo esercitato per luogo tempo l' Uffizio di Notajo civile ,
passò a Bologna per esercitarvi una profession non guari diversa. La madre fu.
Anna- Maria Fiorini. Essendo ancor giovinetto, appli^ cossi ardentemente alla
filosofia , e tra per V Ingegno grandissimo che dimostrava , e per V amabilità
de* suoi costumi , potè facilmente rac- corrò in casa sua molti suoi eguali per
istituir dispute , ed esercitarsi neir arte dell' argomentare , nella quale fu
egli fin d' allora stimato mollo eccellente. Per questi esercizj congiunti alla
naturai disposizione, acquistò nna maravigliosa prontezza a spiegar subito, e
chiari^imamente eziandio le cose difficilissime ; nel che veggiamo cosi pochi
essere, che alquanto vagliono. Questa privala e per così dir, fanciullesca
accademia, divenne poi alquanto piii seria per lo studio della notomia , che vi
s' in- trodusse, e per vari esperimenti di optica, che vi si presero a fare,
onde sali in grandissima stima, e mutato luogo, e presa altra forma, ed al- tro
nome, divenne poscia l'illustre Accademia delie Scienze, che si tie- ne ora nel
palazzo dell' instituto. Come ebbe finito il corso ordìnario della filosotia ,
si diede allo studio delle leggi j ed avendo non più, che i8. anni di età, fu
addot« torato nel gius civile, e nel cano- nico. Di qui può vedersi qual fosse
la prestezza dell' ingegno suo. Prese intanto grandissimo genio alle scienze
matematiche senza trop- po conoscerle. L'astrologia gli si pre- sentò sotto
questo bel nome , non meno che la geografia , e la gnomo- nica, e tutte gli
piacquero. Ma non andò molto, che conobbe la vanità della prima, uè fu mai
uomo, che si ridesse di una tal professione , quanto egli , dopo che V ebbe
stu- diata. Deposto però lo studio delle na- tività, ritenne principalmente
qnello della geografia , nell' istoria della quale divenne in poco tempo tanto
versato, quanto altri mai fosse. A che gli giovò grandemente una singo- lare e
rara memoria, che egli ebbe, a cui nulla quasi sfuggiva di ciò , che letto una
volta , o udito avea. ( ,3o ) Dalosi poscia a quelle scienze raa^ tematiche,
che sono scienze, e presi i principi dal famoso Gughelmini , non lasciò parte
alcuna di esse, neli' algebra pure, che era a que' di da molti mal ricevuta, a
cui egli non penetrasse. Le lusinglie della matematica il tolsero del tutto
allo studio delle leggi 5 ma non cos'i a quello della poesia , eli' egli amò
grandemente sin da fanciullo. Diede fuori in que' primi anni molti versi , che
furoji reputati maravigliosi , e per tali si tennero, finche a lui stesso non
dis- piaquero. Fu egli in Italia uno dei primi, che rivolgendo 1' animo alla
forma del comporre antico, ne sen- tissero la leggiadria , e la grazia ; laonde
mutato stile prese una forma di comporre in cui riunì tutti gli ornamenti
dell'antica semplicità senza perder punto di quello splendor di parole , e di
sentimenti , a cui da natura era portato^ cosi che essendo e '30 allora i,
poeti Italiani divisi in due parti imitatori esattissimi dell' an- tichità 5 e
parte tuttavia alieni da q/aella esatta imitazione, egli potè parere
eccellentissimo agli uni, e agli aliri. La canzone che usci di lui ìq lode
della Signora Giulia \ andi bel- lissima giovine, ed onestissima, la qual si
fece religiosa , è una delle più belle che sìeno uscite giammai. Se r ingegno
vi ebbe parte, non ve ne ebbe meno 1' amore, il qual dif- fuse tutte le grazie
in quei versi , che esser doveano V ultima espressione d'un amante ingegnoso.
Per tali suoi componimenti 1' anno 1706. fu ag- gregato in Firenze alT
Accademia della Crusca. Il libro di sue poesie, che va ora per le mani di
tutti, fa ben conoscere, che ne quella, né più altre accademie si ingannarono.
L' anno 1699. a' 26. Febbrajo fa fatto lettor pubblico di matematica jieir
università di Bologna. La for- tuna in questi tempi gli faalquautp e i32 ) ,
molesta, talché non potè conservare la u anquillità necessaria a' suoi sludj ,
se non a forza d* una superiori ik d'animo, che in lui fu singolare, e
maravigliosa. A sfuggir le noje di molti importuni, stimò bene il pa- dre uscir
di Bologna, laonde andossi a Roma dove poco appresso ottenne il governo di
certo luogo vicin di Frascati. Con questo provide molto al suo decoro,
pochissimo al biso- gno ; perchè essendo quel governo di poca rendita, appena
egli poteva in quel luogo mantenersi come si conveniva. Intanto tutto il peso
della famiglia cadde sopra di Eustachio, come quello , che n' era maggiore. Il
quale tra per gli affari domestici, non troppo ben composti, tra per lo tenue
stipendio, che ritraea dalla lettura trovossi a tale e tanta stre- tezza , che
bene ebbe occasion di co- noscere, quanto vagliano le amici- zie acquistate co'
buoni costumi, e eoa le lettere. Perchè gli amici , non e i33 ) ptJtencio
soffrire , che cosi dotto , e costumato giovine sostener dovesse tanta
battaglia dalla fortuna, 1' aiu- tarno per modo che potè non molto rassetar gli
affari domestici , e tiar d' angustia se slesso, e la fara glia. Fra quei che
'1 sovvenero , e torse il primo si fu il famoso Signor Mar- chese Gio. Gioseffo
Orsi. Già pochi anni prima che fosse fa to Lettor pubblico, s' era il Man-
fredi dedicalo parlicolarmenie alT astroijomia. La meridiana che per opera de!
famoso Cassini, era stata descritta nella vasta Chiesa di S. Pe- tronio di
Bologna , fu quella che gliene mise il pensiero. Non era al- lora in Bologna,
chi facesse uso ne puno ne poco di quella linea per- ciochè ti a' giovani, che
molti a quel tempo fiorivano in quella università non ne era pur' u ìo die
desse opera all'astronom'a. Parve dal Manfredi, e insieme allo Stancari,
giovine di chiarissimo ingegno € grande amico 4** ( .34 ) «no, essere sconcia
cosa , e discon- veiicvole, clie niuno volesse essere Astronomo , la dove fosse
un cosi magnifico strumenlo ; e cosi senza più deliberarono di farsi Astrononni
essi slessi. Presi dunque i principj di quella scienza da' libri, che avea- no,
e fatti fare certi loro strumenti, cominciarono a passare le noni in- tere in
celesti osservazioni. Questo notturno studio si fece prima per qualche tempo in
casa Stancari; poi trasferissi a quella del Manfredi dove esso fatto assettare
certo suo luogo eminente a uso di specula , e stesa quivi una piccola
meridiana, s'era innoltre proveduto d' un orologio a cicloide il quale forse fu
il primo che si fabbricasse in Italia di quella forma. Uno studio cosi operoso
, e che per essere stato da più anni in- termesso, cominciò a parer nuovo,
trasse a se la curiosità di molti , laonde facendosi gran concorso, ne
sentirono alcuna volta non piccolo incomodo le osseivazioni. Perciocliè tra
quanti concorrevano, fuori dello Stancari, di cui s'è detto, e il fa- moso
Morgagni, che stava allora in Bologna attentissimo ad ogni ma- niera di studj e
di lettere, pochi al- tri erano, della cui opera e diligenza potesse valersi il
Manfredi; il quale bene spesso chiamava a parte d^lle astronomiche sue fatiche
non che i fratelli, le sorelle ancora , quali egli co' suoi famigliari
ragionamenti avea fatto divenire astronome. Cos'i si trat-^ tenne con grande
ardore in questi studj, infin a tanto che gli fu d'uopo rivolger V animo ad altro.
L'anno 1704. a' 29. Decembre fu fatto sopraintendente all'acque del Bolognese.
Era a'que'tempi più che mai calda la controversia tra i Bo- lognesi, e
Ferraresi per l'immissione del Reno nel Po', nella qual poi s'av- volsero e
Modanesi , e Mantovani , e Veneziani , e Lombardi quasi tutti. Perlochè il
Manfredi che sostener do» e 136) V€a la causa di pochi centra molti e reader
persuasi quelli, clie non pareaii gran tallo disposti ad esserne, ebbe molte
brighe. Le scritiiire mol- tissime, che ìa ijuelfa occasione die- de fuori
sopra la maieiia dell'acque, accrescendoci, credilo gli accrebber falìca,
essendo per quelle venuto ìq tanta stima , che non Tu poi quasi quistion
d'acqua ali|uanio grave in Iialia, che a lui non si riportasse* La riparazione
del porto di Fano, la bonificazio'ie delle Paludi Pontine, r ispezione delle
Ch!a .e poste t a confini dello Slato Ecclesiasiico, e del- la Toscana, i
timori di Ljcca per la viciuajizc del Sertliio, e sopra tut- te !t' molte gravi
coniioveisie insorte più ^'» r-a quella RepuLlica e lo slau; (ieii.i ItHtaiìa,
furoji per lungo tempo J ^udj suoi. Ne tu aìcu.ia di que^ e noje, clje uon gli
cosiasse fatica glande, e pericolo 11 scrchio gli ehbf ^ cnsiaie ancLe la vita;
perchè a veuerne d' alto il corso e la corrosione, ram pica tosi un di con le
mani a poco a poco su per un balzo Irovossi a tale , che ne andar oltre
potendo, ne osando tornare ad- dietro, con grande orrore e spavento di tutti,
che il videro, fu bisogno chiamar gente, e trar lo di pericolo con scale, e con
ordigni. Se 1' Astro-- nomia, per li molti fastidj che die- dero al Manfredi
gli affari dell' acque^ perdette alcun poco, l'Idrostatica in contrario vi
guadagnò. I molli lumi, che egli sparse nelle sue scritture, e le dotte
annotazioni , che fece so- pra il libro della natura de' fiumi del Guglielmini,
sono un accresci- mento notabile di quella scienza; la quale sarà sempre
grandemente te- nuta alle bizzarie dei fiumi d' Italia j^ che hanno mosso cosi
rari ingegni ad illustrarle. Le dotte scritture so-» no la maggior parte
impressa nella raccolta degli Autori che trattano del moto dell'acque, uscito
in Fi^ reaze del del 1723, e le annotazioni 4 •** e » ) airopcradcl GuglicImini
si andavano tuttaviastampando in Bologna, quan- do l'autor loro mori. L'anno
pure 1704 fu fatto Prorct- torc del Pontificio Collegio di Mon- tai lo. Questo
è un Collegio dove il Prorettore lia tutti gli Ufllzj del Ret- tore senza
averne il nome. L'elezione del Manfredi a questo ufficio in un tempo, che il
Collegio era alquanto tumultuoso, fu una chiara testimo- nianza della saviezza
di lui. Ma se l'elezione fece onore al Manfredi j egli altresì fece onore ad
essa. Cosi seppe maneggiar l'animi di quella gioventù, e coniporgli , che in
poco di tempo gli ebbe rivolti allo studio della Geografia e della Cronologia,
disponendogli cos'i all'istoria Eccle- siastica, che unita allo studio delle
Teologìe e dei Canoni, e propriissi- ma di quel Collegio. Molti ancora ne fece
divenir poeti molto chiari. Le cure del Collegio unite alle do- mestiche, e le
applicazioni gravis- ( i39 ) sime ai public! affari dell'acqua, non potettero
però mai distorlo af- fatto dalla Astronomia, alla quale dava quasi tutto quel
tempo, che a lui davano le altre occupazioni. Cir- ca que' giorni usci di lui
un Epis- tola latina stampate in Venezia Tan- no 1705 sopra la riforma del
Calen- dario. Intanto essendosi in Bologna fon- dato il famoso Instituto delle
scien- ze, ed essendosi quivi cominciata a fabbricare una specula , la qual ri-
chiedeva un astronomo, o più tosto richiedeva il Manfredi stesso, fu egli
l'anno 171 1. per pubblico decreto destinato a tale ufficio. Laonde la- sciato
il Collegio passò indi a non molto ad abitar nel palazzo dell'In- stitulo.
Allora fu che l' Astronomia si vendicò degli altri studj , e traen- dolo tutto
a se, il tolse ancora alla Poesia. Sedata in gran parte la con- troversia
pubblica deir acque, il Man- fredi non fu da indi in poi (juasì e i4o ) più
altro che Astronomo. Diede fuori due tomi di Ef- femeridi stampate in Bologna,
ed altri due nel 1725. Quest'opera con- tiene più di quello die soglia aspet-
tarsi da un tal tiiolo. Le EccHssi dei satelliti di Giove, i passaggi dei Pia-
neii per lo meridiano , i congiungi- menti della Luna nelle ecclissi solari
danno a quest'Effemeridi un pregio, che le altre non aveano avuto mai. Olire a
ciò l'introduzione utilissima eh' è nel primo Tomo, in cui si Gio- strano le
varie maniere dei calcoli astronomici, di che pochissimi in fino allora aveano
scritto , può dirsi un trattato piuttosto, che un' introdu- zione. 11 mondo,
che non è avezzo a conoscere cosi prestamente il pre- gio de i libri, ha ben
tosto sentito rutilila di quest'Effemeridi. Noa e' oramai quasi parte del
mondo, ove pur sappiasi alquanto d'Astronomia, a cui esse non sieno giunte; e
si sa che i Missioaarj della Cina assai se ( i4i ) ne vagliono per dimostrare a
queir ingegnosa nazione T industria e il va- lore degli Europei. Non è piccola
lode servir di pruova a Cinesi dell'inge- gno Europeo. L'altro piccol libro,
che compose sopra la congiunzione di Mercurio, e del Sole, seguila il 9
Novembre del 1728 , il qual libro usò in Bologna nel 1729 sopra le aberrazioni
delle stelle fisse, e quel- lo, che in Bologna pure ultimamente diede alla luce
nell'anno 17S6 sopra la famosa meridiana di S. Petronio fanno vedere, quanto
egh fosse in- dustrioso e sottile in una scienza, in cui pare, che non si possa
mai esserne abbastanza; però Tanno meritò d'essere aggregato alla Reale Accademia
delle scienze di Parigi, Un aggregazion cosi illustre non gli fu meno onorevole
che le sue opere. Pare, che dopo tanti orjiamenii, e tanta fama niun titolo
oramai gli si potesse aggiungere se non lardi ^ pure acciochè nulla gli
mancasse , ( i4.. ) vollero 1 Dottori del Collegio di Fi- losofia di Bologna
aggregarlo per modo straordinario al loro chiaris- simo ordine. Però raunatasi
un gior- no , senza avergliene pur fatto pa- rola, l'addottorarono subitamente
in filosofia nella persona di GioselTo Pozzi di Jacopo^ medico, e poeta di gran
valore, e insieme lo fecero lor collega. Così trovossi egli ad un' ora e
Dottore di Filosofia, ed aggre- gato a un antichissimo, e famosis- simo
Collegio senza saperlo. Ciò fu l'anno lySH a' 17 Luglio. Sopravisse poco tempo
al sno no- vello addotoramento. Già da più an- ni avea contratto un incomodo ai
reni, per cui convenivagli sopraslare spesso, e fermarsi tra il camminare.
Questo fu seguito dai dolori atrocis- simi della pietra, che a certi inter-
valli, non sempre uguali, ma il più di due mesi, l'assalivano crudelmente, e il
tenevano aflitto parecchi gior-- ni. Essendo cosi durato da cinque ( «43 ) anni
incirca ^ ultimamente si ridassQ a tale , die non potea più uscir di casa se
non portato, ne qaest' istesso senza grave incomodo. Finalmente preso una volta
da' suoi dolori , che da principio non parvero più gravi dell' ord.nario, e non
potendo più, ne per fomenti, ne per altro riaver- sene, dopo avergli sostenuti
con mol- ta costanza per i8 giorni, confor- tatosi col Santissimo Viatico, e
eoa l'estrema Unzione, mori Tanno i73g a' i5 di Febbraro alle ore 17. Fu
sepolto nella Chiesa di S. Maria Maddalena, sua Parrocchia, accom- pagnato il
cadavero con pompa stra- ordinaria da' Senatori presidenti all' Instituto, da
Professori dell' Instituto medesimo, e dalle due università degli Scolari. Ha
lasciati tre fratelli, l'uno Emi- lio religioso della Compagnia di Gesù,
celebre predicatore, T altro Gabriello chiarissimo Professore di Analisi nelP
Università di Bologna^ il terzo Era- ( '44 ) rJito professore di Matematica
nella stessa Uiiiversilh, ne Matematico, so- lamente, ma anche Medico filosofie
egregio e sirigolare. Lasciò parimente due sorelle Madalena e Teresa de- gne
de' loro fratelli ; 1' una nello stu- dio del ricamare, ed araendue nel compor
versi nel lor nativo idioma eccelentissime: versa'e poi oltre ogni credere
nella cogniziof] delle tavole, e de' calcoli Astronomici. I computi , onde si
formano i primi due Tomi delle Efemeridi, che abbiam detto, si debbono se non
tutti, almeno in grandissima parte, alla diligenza, ed allo studio, di queste
due calco- latrici. Parve che Tingcgno fosse un retaggio comune della famiglia.
Fu generalmente d' animo quieto e tranquillo, non tanto perchè na- turalmente
il fosse quanto perchè s^ ostinava a voler esserlo. I dolori della pietra
sostenne con una generosità da non credersi. Cos'i ne ragionava, come se
d'altrui fossero, non suoi. ( i45 y "ÈA in quel tempo, che ne sentivsi
ratrocitàj non lasciava d'entrare in ragionamenti allegri, da' quali sol- tanto
soprasedea, quando il dolore lo preu)ea più crudelmente; e come questo
rimetteva ( non fosse ciò stata che per quattro o cinque minuti) cosi tornava
egli tosto al discorso incomincialo, e talvolta anche alle facezie. Quando i
dolori poi, rallen- tandosi a poco a poco mostravano voler concedergli un
intervallo più lungo, restituì vasi immantinente alle fatiche intraprese. Cos'i
valendosi di queste pause, mise all'ordine molte opere tra l'altre quella del
famoso Monsig. Bianchini, intitolata //s^ro- nomicae ac Geograficae obsen^atlor
nes selectae y la qual raccomandata- gli caldamente , bisognò che egli di-
sponesse tutta, et ordinasse, traen- dola da un'immensa faraggine di carte
sciolte, e confuse e per lo più im- perfette, a intender le quali , e farne
scelta^ e disporle si richiedeva oltre ( t4ò 1 ilnd singolar cognizione anche
un' incioflihilc fatica. Cos'i pure Ira gli assalti crndclissirfu della pietra,
com- pose quella scrittura che fu poi stam- pata in Roma V anno lySS. col ti-
tolo ; Compendiosa informazione di fatto sopra i confini della comu- nità
Ferrarese d^ Ariano , con lo stato Veneto ; alla quale richiedeasi la lettura
di molli libri , e scritturo senza numero, oltre il confronto di molte mappe
antiche e nuove, onde raccoglier con certezza quelle mi- sure, che la
corrozione de' fiumi, e la vicinanza dell' Adriatico vanno tendendo d' anno in
anno incerte e dubbiose. Nella qual fatica , servendo egli alla Corte di Roma,
e stimando perciò di doversi mettere maggior fretta di quella, che il male gli
con- cedeva , assai si valse dell' opera delle sorelle, le quali, non potendo
egli, leggevano, secondo che il fra- tello avpa loro prescritto. Per que-* iito
modo venne a capo di queir opera e '47) in pochi mesi. Nò i fiumi pur di
Havenna perdonarono alla sua cru- dele infermila , i quali gli dieder piii noje
di quel tempo, che quasi non Xìe danno a Ravenna stessa. L' ul- tima lettera ,
che egli dettò tra gli spasimi, e le convulsioni mortali, fu intorno ad essi;
benché confon^ dendogHsi la menìe , e perdute le forze, la interuppe. Questa fu
V ul- tima volta che egU dettò. Da indi in poi altro più non fece, che con^»
tendere con la morte. Esòcndo an- cor giovane, amò di bere, e man- giar largamente
con gli amici, che erano per lo più suoi eguali, dotti e costumati. Liberale e
splendido, quanto le sue sostanze il permette- vano, rettissimo in ogni
contratto, ed azion sua per cosi fatto modo, che per esser sicmo di non dar
meno di quel che dovea , dava spesso as* sai più. Cortese ed affabile oltre
ogni credere. Se stesso, e le cose sue stimò .sempre pocUissimp y all'
iugontrario non fu nini persona nò cosi giovane, Ile COSI inesperta, il cui
giuJicio , egli non mostrasse di apprezzar mol- to. Nimicissimo del contradire,
so- siene più volontieri la noja di udire gli errori altrui, che di contrastar-
gli. Però era compiacentissimo , ne si tf-ovò persona che avendo ragio- nato
seco per una volta non Io amas- se grandemente. Avendo in sommo aboirJincuto le
cerimonie, e que' mi- nuti convenevoli, che oggidì si usano con tanta
superstizione, non fu però chi gli osservasse più di lui; volendo anzi far
forza a se medesimo , che mettersi a pericolo di far dispiacere ad altri. Però
non può credersi quan- ta molestia gli dessero le visite il- lustri , che
sovente gii eran fatte, da forestieri massimamente, che an- davano a lui sol
per conoscerlo. Fu compassionevole oltre modo, ne gli sofferiva 1' animo di
render ma- le a chi che fosse; intanto che es- sendo egli aggregato al numero
di ( i49 ) . quelli, die per ufficio di carila con- fortano i rei condotti al
supplicio , ed essendo per ogni altra ragione at- tissimo a ciò, appena però
che po- tesse farlo poche volte, ne senza fa- stidio ; laonde s' avea già
fermato nell' animo di non più avventurar- visi. Ne' doveri del Cristiano
Catto- lico fu esattissimo, ed avendo con- giunta sempre alle lettere una certa
Utniità, cV è poco comune ai dotti, parve essere in ciò più che dotto j siccome
1' intrepidezza , con cui so- stenne r ultima sna malattia, parve esser
maggiore, che da Filosofo. Fu ben disposto della persona , di sna- tura traente
al piccolo, grasso di co- lor vermiglio, di occhi vivi, di volto allegro,
benché talvolta pensoso, e dimostrante altezza d'ingegno. FINE. V.""
D P. Prccoyr; Paolo Amadeo GioFAisELii ; Babt, C. Parodi^ Re\^Ì6orl
ArcivescovilL Vs* Sen, Gratahola Rev. per la Gran Cancelleria, INDICE, K ita di
C. p^g* I Orazione detta dall^ /autore
in Campidoglio di Roma il dì 25. Maggio lySo ...» x Orazione in cui s*
impugnano la proposizione delV Orazio^ ne precedente ^ e le ragioni per essa
addotte ...» 25 Orazione in cui si difendono la proposizione è le ragioni della
prima Orazione di que^ sto Argomento y rispondendo alle obiezioni esposte nella
contraria » 55 Disertazione sopra un prohle^ ma proposto dalV Accademia de'
Varj ....... 91 Discorso tenuto nelV Accade^ m,ia dei Diffettuosi , . » lo'jr
Elogio di Eustachio Manfredi » 127 ae D ella forza de' corpi che chiamano
vi'^a, Bologna 1752, it)-4-^ La Filosofia Morale, con un Ragio- namento contro
del Maupertuis. Bologna 1754. in-4'^ Poesie lialiane e Latine. Forza atlrativa
delle idee e delle cose che non sono, i747« ^ ^774» De Viribus centralibus.
in-4.^ Bono- niae 1768. Sermones. Bassani I774« in-8.^ De Bononiensi Instituto
Commenta- rii. 8. voi. in-fol." stampati in varj anni in Bologna.
Gramatica della lingua Italiana, con un ragionamento, stampata più volte. Tutte
le opere minori Lat. e Ital. raccolte in 9. voi. in-4'^ Bologna. Da questa
edizione si sono ricavate le operette comprese in questo pic- col volume. Z. Prose scelte 2A6 28 iit // ^ • ✓v/
OPERE DI C. Z. IN BOLOGNA NEltA
STAMPF.RIA Dt AQUINO •.>• X*.COK JPPROVAZIOKE. V 111 LO STAMPATORE AI LETTORI. 1 Pubblicando
io, corteii Lettori, in questo volume le instituzioni di filosofia scritte dal
celebre Z., credo convenientissimo 1’avvisarvi d’alcune cose, accioch^ dal
prefente libro non aspettiate ci6 , che da e(To aspettar non dovete. E
primieramente non dee tacerli che queste instituzioni da gran tempo sono composte,
onde non rechi meraviglia ad alcuno, se in elTe non s’incontrano varie di
quelle dottrine di cui ornate ultimamente {i sono tutte le parti della filofofia,
e fingo larmente la fisica. II qual difetto per6 non^ dee difiogliere alcuno
dal leggere il prefente libro, siccome non ha diftolto i filofofi dal leggerne
tanti altri. Che di vero in questa etk nofira con tanta cura, e da tanti
valentilfiroi uomini si coltivano, e s’amplificano le scienze fisiche, che non
pu6 daru in luce alcuna instituzione di queste facoltk, la quale dopo l’intervallo
di pochi anni non debba parere imperfetta e mancante. Che se alcuno credesse,
che folle liato miglior consiglio 1’aggiugnere a 2 di quando in quando all’opera
del Z. quelle notizie, delle quali e(Ta h priva; b d* uopo , che quedi non
comprenda, quanto (ia i nprefa e malagevole, e presuntuosa il mutare, e
racconciare , come che (ia , le opere de* gli Uomini singolari. Molto meno poi,
oltre una incomparabile chiarezza» ed eleganza di Hile , dovete , cortefi
Lettori , afpettarvi dal prefentc libro o nuovi ritrovamenti , o molta
profonditk nell’ infegnare gli antichi . PoichJ non intefe gik 1’ autore di
fcrivere a perfonc molto avanzate negli (ludj della Filofofia; ma folamente di
occuparli nella indruzione di Gio- vanetti , che erano delideroli di
apprenderne t primi elementi. Nel che quanta lode egli me- riti ; potr^
ciafcuno abbadanza conofeere , pur- ch^ gli piaccia di ridurfi a memoria i
verifli- mi fentimenti dei chiarillimo Signor Abate Fri- (io . Noa Ji pojfono ,
dfce egli nell’ elogio dei Cavalieri, mai ahhaflanza commendare quegli uo-
tnini , che amendo forze fufficienti per metter ma* no ad opere primi time , e
originali , fanno poi ancora difeendere ad altre opere puramente ele* mentari y
ed inflruttime. Meile prime danno ejjl a conofeere la fuperiorita dello fpirito
: nelle fe~ conde manifejlano ancora i piu dolci fentimenti dei cuore , la
delicatezza , V onefla , la premu* ra di corrifpondere all' obbligo dei proprj
impie* ghi . Sono ejjt tanto piu benemeriti di tutta l’ e* dueazione letteraria
, e fcientifica , perche mi man* che* V
cherelbe troppo y fe Ji ahhanJonaJfe alld meiiocri-- ta degli fptriti fecondarj
. Fin qui quel celebre JMatcmatico, aila auroritk di cui, fe io voleifi
aggiugnere cofa alcuna , crederei di fare ua« grave oltraggio . Aifro pertanto
non penfo , che a me nmanga , fe non pregar voi , corte* ii Lettori, d* avere a
grado i* attenzion mia a ben fervirvi > e vivete felici • 1 -f • i‘ I INDICE
Di quanto fi conticne in queilo tcrzo Volume. Logica tu hren)iorem formam re
dati a , Pag, j •De Tertni/tfs quibufdam Geometrich ac Theorematis nonnullis
quorum frucigue ejl ufus in Tbyjica* P»g- iS Tbiffieu Tars 1, P*g- 13 Thyficu
Tars II, P«g- lOO Tbyjiea Tars / 77 . pag* 2lf Metapbyfica in epitomen redama»
pag- ajX De Homine, TraBario bremiUima, Pag. iZ6 PHILOSOPH ; -(E UNIVERS iE I ENCHIRIDION Ἐγχειρίδιον LOGICA
IN BREVIOREM FORMAM REDACTA. C VjUnt multi, qui hoc philosophi curriculum
ingredi, ad physicam statim contendunt, scholarum ratione atque ordine id
poRulante; quos ne ignoratio Logies tardiores faciat , ( sunt enim in Phydea et
dednitiones condendx , et genus quodque in partes suas dividendum, et qusdiones
fingulae – figurae -- syllogismis condeiendf, qux omnia quemadmodum re6Ii dant,
Logica docet ) idcirco hanc artem in hoc Phyd- cx aditu quam paucidimis chartis
compledli decrevimus. Faciet enim brevitas libri, ut non multum retardentur,
qui ad Phydeam properant; et scientia logicae ipsos ad Phydeae Rudium aptiores
reddet . Qmd Jtt Logica y quaque ejus partee, Logica ed aw dirigendi mentis
operationes ad verum in quaeRione qualibet inveniendum. Quo Ratim intelligitur,
obie^Ium ejus ede operationes mentis – H. P. Grice – ‘not the soul’ – “a
mistake, since certainly volition exceeds the ‘mental’! -- , quatenus ad varum
dirigendae sunt; odicium autem regulas aderre, quas d mens sequatur, verum
invenire debeat; finem vero ipfim veri inventionem» Porro operationes mentis –
H. P. Grice, not the soul – a mistake! --, qu* ad verum inveniendum diriguntur,
tres funt; APPREHENSIO – cf. H. P. Grice, cotch --, qux fit cum aliquid
percipimus, nihil de illo affirmantes, neque negantes; JVDICIVM, quod sit, cum
aliquid affirmamus, aut negamus de aliquo; et DISCORSO – cf. H. P. Grice, on
‘principles of dicourse’ – in Z’s use of this expression --, quo aliud ex alio
colligimus. Itaque tres etiam sunt partes logicae, quarum prima de APPREHENSIO agit,
altera de JVDICIVM, tertia de DISCORSO. Singula pcrftringam paucis. PARS DE APPREHENSIO.
Quid Jft A^frebcnJiQ *. A DPrehenfio eft operatio mentis, qua aliquid per-
cipimus nihil de illo affirmantes, neque negantes;, velutL cum dicimus: fol,
homo. Mens porro nullam apprehendit rem , nifiquam* dam in fe habeat fpeciem ^
live limilitudinem , qux etiamiidea dicitur ejus rei, quam apprehendit, at- que
in hanc ideam intuens dicitur rem apprehende- re . Idea ipfa dicitur
apprehenflo obieAiva, adlus iiL ideam intuendi , apprehendo formalis. De
Individuo , LJniverfali , & Fjjentit ». T^dividuum cd res determinata
omnino, atque unica uti Plato ^ Alcibiades^ Universale eil id, quod in inultis
inell , ideoque per fe- nondum fatis determinatum tiae minus communis. Species
id quod inest in multis tamquam tota essentia. Ea porro dicuntur elle ejusdem
speciei, qux eamdem elTentiam habent. In unoquoque individuo sunt quaedam , qu«
ad efTeiKiam adjunguntur, ut in homine potentia ridendi, loquendi, ambulandi,
color praeterea j & alia_> Jd genus. Quod fl essentia fine adjun^lo manere
noa potelV , hoc adjunctum dicitur proprium ; et proprium quidem quarto modo
> fi omnibus ejuCdem speciei individuis convenit, et soli, et semper, uti
potentia ridendi, qux omnibus hominibus convenire creditur, et solis, et
semper. Quod si essentia fine adjundlo manere potest, adjunfium dicitur
accidens – H. P. Grice: “Rationality, for ‘Homo,’ not ‘Persona’! --, Quapropter
proprium definitur id quod inest in multis, tamquam ab eflentia infeparabile .
Accidens vero id , quod ineft in multis tamquam ab eflentia feparabilc .. Df
Ciiitegorut . Sunt quaedam naturae ufque adeo inter fe diverfar,. ut non
videantur uni generi pofle fubiici; etenim in ratione ipfa effendi non
conveniunt , quemadmodum locus, Sc tempus, quae non uno eoderaque funt roodo ,
nec habent quidquam commune > Ha; 8 LOGICA H« naturx dicuntur praedicamenta
, five cate» ^oriai , quas Ariftotcles numerat omnino decem. Alii pauciores
faciunt. Sed Anflotelis hxfunt;fub» dantia, quantitas, qualitas , relatio ,
aflio, paflio , locus, tempus, fitus , habitus. Subftantia ed id , quod ipfum
"ed per fe , uti homo , arbor , lapis , qu* funt ipfa pet fe; non fic
rotunditas , aliique modi atque affc^liones , qux per fe elf« non poffunt, fed
indigent fubfiantix , -cui adhxreant . Ideoque fubdantia dicitur fubjeaum mo- .
dorum aliarumque affeaionum. Hx autem dicuntur aftus fubdantix, five formx.. •
• . Quantitas ed id , quod refpondetur quxrenti fi- ^e de rebus multis, quot
fint; five de una, quanta fit. In his autem, qux refpondentur , funt multitu-
do, & numerus , & extenfio , & duratio ; hxc ita- que in
quantitatibus numerantur ; & extenfio qui- dem quantitas continua dicitur ,
quod habet partes fimul junftas, & continuatas, iteraque tempus. Nu- merus
vero quantitas difereta appellatur, quod ha- bet partes difiunftas , &
fepararas « Qualitas ed id quod respondetur quxrenti, qualis fit res; in his
autem , qux refpondentur ^ funt calor, frigus, durities, mollitudo, et alia ,
ac fi de re quapiam intelligente ferroo ed, scientia, virtus , alijque habitus.
Secundum qualitatem dicuntur res inter fe firailes , fecundum quantitatem
xquales . ' ■ Relatio ed nexus duarum rerum , quo fit ut una mtelligi nequeat,
nlfi ad alteram rcfpicutur ,.uti inter fcrvum j & Dominum*, nara intelligi
fervus non poteft, nifi refpiciatur ad Dominum quempiam . Quae (ic nebuntur,
quatenus fic ne^iuntur, relativa ap- pellantur; quae nullum habent talem nexum,
dicuntur abfoluta , uti Paulus , & arbor . Categoria reliquae fatis per fe
manifellae funt k. TERMINI sunt VOCES ad IDEAS rerum SIGNIFICANDai INVENTAE –
H. P. Grice, “I can invent Deutero-Esperanto” – non CON-ventiae --, quae multis
modis dividuntur. Primum alij funt termini abslrafli, alij concreti . Abdra^lus
eft qui formam tantum (ignihcat, uti rotunditas , rationalitas , fcientia .
Concretus ed qui formam iimul, & fubie^um (ignificat, uti rotundum,
rationale , fciens . Secundo alij funt termini contradiflorij ,aliicon- trarij
. ContradiAorif fant duo termini , quorum unus negat praecife alterum , uti
bomo ^ non homo. Inter hos nullum
eft medium; nam quidquid eft , oportet al- terum horum efle. Contrarii funt duo termini , quo- rum unus negat
alterum , & praeterea aliud ponit . Uti jlavuf , coeruleus; nam coeruleus
negat flavum, & praeterea ponit coeruleum . Inter hos datur me- dium ; funt
enim multa neque flava, neque coerulea. JTertio , alij termini funt univerfales
, alij particu- lares , alij Angulares . Univerfalis efl , qui omnia e» T««. m,
B jufdem fpeciei individua fignificat fingiilatim fumpta, uti cmnis homo ; quo
intelliguntur Socrates . Lylias , Phoedrus, Alcibiades, alijque finguli. Particularis
eft, qui non omnia , fed aliqua tantum individua figni- ficat , vel unum
dumtaxat indefinite, ut quidam bo- miner ; i>el quidam homo , quo unus
aliquis homo fi- gnificatur , neque definitur quinam. Singularis eft , qui unum
tantum fignificat individuum , idque defi- nit , uti Socrater. Quarto. Alij
funt termini diftributi , alij non di- fiributi . Diftributus eft, qui omnia
fingulatim indi- vidua fignificat , quibus convenit tale nomen . Ita-» cmnis
homo eft terminus diftributus , fignificat enim fingulatim individua omnia ,
quibus convenit nomen homo. Etiam terminus fingularis eft diftributus uti
Socrates; nam licet unum tantum fignificet , tamen quia unus tantum eft, cui
tale nomen conveniat SIGNIFICANDO unum, SIGNIFICAT omnes . Hic de apprehenfione » PARS DE
JVDICIVM. Quid Jit Judicium Quid ejuf Termini . JVDICIVM -- The etymology of the Latin word
"judex" comes from the combination of "jus" (law or right)
and "dicere" (to say or declare), meaning "one who declares the
law." In ancient Rome, a "judex" was a private individual
appointed to make decisions in legal cases, often carrying a significant
ethical and moral burden. The term has evolved over time, but its core meaning
remains associated with the authority to make decisions in a legal
context. ultimatelexicon.com +1 ultimatelexicon.com Judex - Definition, Usage
& Quiz | UltimateLexicon.com Tufts
University Charlton T. Lewis, Charles Short, A Latin Dictionary, jūdex View all
Global web icon ultimatelexicon.com https://ultimatelexicon.com ›
definitions › judex Judex - Definition, Usage & Quiz | UltimateLexicon.com
Etymology Origin: The word “judex” originates from Latin, where it combines
“jus” (law or right) and “dicere” (to say or declare), literally meaning “one
who declares the law”. First Known Use: Global web icon goong.com
https://goong.com › latin › judex_meaning Judex Meaning | Goong.com - New
Generation Dictionary Etymology: The word “judex” comes from the Latin “jus”
(law) combined with the suffix “-dicis,” which comes from the verb “dico,”
meaning “to say” or “to declare.” Therefore, a “judex” is Global web icon
Perseus Digital Library https://www.perseus.tufts.edu › hopper › text Charlton
T. Lewis, Charles Short, A Latin Dictionary, jūdex I. Lit.: “ judex, quod
judicat acceptā potestate, ” Varr. L. L. 6, § 61 Müll.: “ verissimus judex, ”
Cic. Rosc. Am. 30, 84: “ nequam et levis, ” Cic. Verr. 2, 2, 12, § 30: “
sanctissimus et justissimus Global web icon Wiktionary › judex judex - Wiktionary, the free
dictionary Oct 10, 2019 · Third-declension noun. “ judex ”, in Gaffiot,
Dictionnaire illustré latin-français, Hachette. “ judex ”, in William Smith et
al., editor, A Dictionary of Greek and …
Global web icon Merriam Webster dictionary › judex JUDEX Definition
& Meaning - Merriam-Webster The meaning of JUDEX is a private person
appointed in Roman law to hear and determine a case and corresponding most
nearly to a modern referee or arbitrator appointed by the court. Global web icon WordSense Dictionary
https://www.wordsense.eu › judex judex (Latin): meaning, translation -
WordSense giùdiçe: see also giudice giùdiçe (Ligurian) Origin & history
Latin judex Pronunciation IPA: /d͡ʒydise/ Noun giùdiçe (masc.) judge (public
official whose duty it is to administer the law, … People also ask What is the meaning of Judex
in Latin? What is the meaning of Judex in Latin? Judex is a Latin word that
means judge. More meanings for judex include critic, criticus, censor, iudex,
coensor, and existimator, which all relate to reviewing or evaluating. What
does judex mean in Latin? - WordHippo
wordhippo.com What is the origin of the name Jude? The name Jude
originates from the Hebrew word Yehudi, meaning ‘member of the tribe of Judah’.
It is also derived from Old French jude and Greek Ioudaios. English speakers
may associate the name with Jordan, but it does not have that meaning in
relation to its origin. Jude Name Meaning & Jude Family History at
Ancestry.com.au® ancestry.com.au What is
the root word of Jud? Byline: Delve into the Latin root "jud,"
meaning "judge," and explore its profound influence on words relating
to fairness, law, and critical thinking. From "judicial" systems to
"prejudice," this root has shaped our understanding of authority and
impartiality across centuries. 1. Introduction: The Essence of "Jud"
Word Root: Jud - Wordpandit
wordpandit.com How many words can you make in Judex? The meaning of
JUDEX in Roman law is a private person appointed to hear and determine a case,
corresponding most nearly to a modern referee or arbitrator appointed by the
court. You cannot make more than 12 words from the letters in 'Judex'. Judex
Definition & Meaning - Merriam-Webster
merriam-webster.com Where does Jud come from? The root "jud,"
pronounced "jood," originates from the Latin word judex, meaning
"judge." It forms the backbone of words central to legal systems,
critical reasoning, and social ethics. From ensuring justice in
"judicial" proceedings to combating "prejudice,"
"jud" embodies the principles of fairness and discernment. Word Root:
Jud - Wordpandit wordpandit.com What is
the root word of judgment? A: The root "jud" comes from the Latin
judex, meaning "judge." It forms the foundation of words related to
judgment, decision-making, and fairness. This root highlights the process of
weighing evidence or opinions to reach a conclusion. Q: Is
"prejudice" always a negative term? A: Originally,
"prejudice" was a neutral term meaning "prior judgment."
Word Root: Jud - Wordpandit
wordpandit.com Feedback Global web icon Wordpandit
https://wordpandit.com › word-root-jud
Word Root: Jud - Wordpandit The root "jud," pronounced
"jood," originates from the Latin word judex, meaning
"judge." It forms the backbone of words central to legal systems,
critical reasoning, and social ethics.
Global web icon Cooljugator https://cooljugator.com › etymology › lat ›
judex Judex etymology in Latin - cooljugator.com Latin word judex comes from
Latin jure, Latin dicus Global web icon
LSData https://www.lsd.law › define › judex What is judex? Simple Definition
& Meaning · LSD.Law Definition: Judex (joo-deks) is a Latin term that has
multiple meanings: In Roman law, a private person appointed by a praetor or
other magistrate to hear and decide a case. Originally, the … Global web icon WordHippo
https://www.wordhippo.com › what-is › the-meaning-of What does judex mean in
Latin? - WordHippo Need to translate "judex" from Latin? Here are 8
possible meanings. Related searches for
what is the etymology of Latin judex? what does judex mean judex in latin judex
definition what is judex judex meaning 1 2 3 4 5 -- est operatio mentis – H. P.
Grice: “I would say ‘soul,’ along with the will” -- , qua aliquid de aliquo
judicamus, sive affirmantes, sive negantes. Ea-que etiam propositio dicitur
mentalis, sive interna – cf. Geach on Occam. ORATIO, qu3c judicium exprimit,
propositio externa appellatur. Id, de quo judicatur, dicitur subjectum
propositionis; id, quod judicatur, prædicatum, sive attributum. Ambo autem dicuntur termini, et
materia propositionis. Fac ita judices: Socrates tji sapiens; Socrates (S*
sapiens sunt materia, et termini propositionis. Socrates subje et Gngularetn.
Propositio universalis est illa cuius subiectum est terminus universalis,
veluti omnis bomo est currens. Particularis est cujus subjeftura est terminus
particularis, veluti: quidam homo est currens; singularis, cujus fubjeum est
terminus singularis veluti: Antonius est currens. De Qualitatibus propositionis
ejfentialibus propositio, qu* affirmationem habet, nullo modo esse potuiflct,
finc tali affirmatione , & fane pro- poGtio: Pbtedtus est pulcher, quse
affirmativa est, non potuiffet exiftere, nifi talis extitiflet affirmatio. Idem de NEGAZIONE – cf. H. P. Grice, “Negazione e
privazione” -- dici potest. Itaque
affirmatio, et negatio dicuntur qualitates propoHtionis eftentiales, &
neceflariar; qua enim in piopofitione infunt, essentialiter, et necessario
infunt. Qui affirmat, praedicatum ideotiftcat, five idem facit cura subjefto,
& fane qui dicit: Virgilius efi poeta i perinde facit, ut fi diceret,
Poetam quem- piam eumdem efle ac Virgilium. Contra qui negat, praedicatum a
subjefto diftinguit, et fanc qui dicit; Alexander non est poeta, perinde facit
,, ut fi dice- ret , poetam quemlibet ab Alexandro difiingui , idefl Poetam
neminem eumdem efle, atque Alexandrum. In affirmando praedicatum numquam eft
diftri- butum , ea eft affirmationis vis, in negando femper. Et fane fi
affirmando dixeris: CICERONE est Orator, non tu quidem intelliges omnis orator
, fed orator quidam . At fi negando dixeris : Alexander non efl poeta , non
intelliges fane poetam unum aliquem, fed «//«»» ow«t- «3 Foetam . De
Qualitatibus Propofltionis accidentalibus . Propofitio, quie vera est, quantum
quidem in fc eft, potuiflet efle non vera , veluti ; Cicero est orator, quae
propofitio est vera, sed potuiflet Cicero oratoriam artem non exercere, ac tum
propositio esset non vera. Idem dicendum de falfitate. Hanc ob rem veritas, et falsitas
qualitates propofitionls accidentales dicuntur. Sed veritatem, falfitateraque
propofitionis explicemus. Est ergo, veritas conformitas propositionis cura obje
Ao . Oicicux autem propositio conformis obj;e Ao, & \ fi subiectum , et praedicatum in prcpofitione
ipsa sic connefluntur, quemadmodum conneifluntur extra propofitioncm, &, ut
ajunt , a parte rei. Cicero ejl orator
i propofitio efi vera , quoniam Cicero, & orator in propofitione ipfa
identificantur , neque minus identificantur a parte rei. Quod fi fubie^iura ,
& praedicatum aliter in propofitione connecRuntur , ali- ter a parte reij
propofitio diformis dicitur ab obje- Bo fuo . Haec diformitas eft propofitionis
falfitas. De propojttionibuf oppojitis, P Ropofitiones oppofitas cum dicunt
Philofophi , eas fere intelligunt, qus fimul vera: efle non pof- funt . Harum
duo genera ab logicis maxime confi- derantur ; propofitiones contradifloriae ,
& contra- lis. Propositiones contradiftoriae du* funt propofitiones, quarum
idem fubjeflum eft, idemque prredicatum j una affirmat, altera negat; est autem
fub- Je minor ; tertium illud : Ctefar efl .ininuil consequens. Nullum fere
argumentum reperies, quod ad syllogismum deduci non poflit; sed syllogifraorum
multa genera. Illa vero prxcipua; simplex, complexus, conditionalis,
copulativus, disjundivus. De his ergo nngulatim. Jit natura & vis syllogismi simplicis ,
AXiomatis locum tenet apud omnes ; qua; idcntificantur cura tertio quopiam,
eadem identificati quoqus inter fe. Quare si propofitiones affirmativa: duae
fint , in quibus duo termini identificentur cum tertio quopiam, uti hae : omnis
homo eji animal: C hic autem cum alio identificetur , eamdem relationem habebit
ille etiam ad hunc ali- um . Quare fi propofitio una declaret ) unum termi- num
certam habere relationem ad alium ; tum pro- pofitio altera declaret hunc alium
identificari cum alio quodam ) colligi poterit illum ad hunc eamdem habere
relationem . Exemplo fit hoc. Homines funt cupidi glorie fylloglfmo
Conditknali. ere;” ""d-0-.em eapon., conditionem ipfam antecedent,.
,fi >- '« “ propofitJO hujus pemnric -n/r raajor, poreft fyllogifmuf confici
vel in minori ponitur anr#n a odis , nara ne ponatur confequens • vcHn m’ conclufio- fcquens, ut in coLlulionl . "*Saturcon-
gr. fit major illa; Ct^r^r , /f antecedens ver. /yllogirmum, vel concludes
*^probut , & improbus. Ubt minor nom> er^o conclufio ponit confequens*^-
e /7 >r; alio modo: e^ ^^,Zs ubi minor negat confequens ; ejf iZob^H' fio
negat antecedens ejl f„r ^ ^ ^ «r coij^rvrwit'- r'“ “"'««•-« poni. dens .
Eiravarii autem r tollitnrantece- autera Ii conttatio modo colliga,; nam neque
pofito confeqiiente antecedens continuo ponitur , neque fublato antecedente
continuo tolli- tur confequens. Ideoque nihil tfficic^ fi concluferis : ejl
improbus i erjpo C&- /z/r neque fi concluferis .• nen fjl J'„r , erj^o ne
improbus quidem; namque ut fur non fiCj pocefi tamen improbus elfe alio nomine.
Sunt tamen , qui his etiam modis colligunt, adjun^^a in majori propofitione
voce folum , nam fi dixeris: C ee far ^ folum Ji eJl fur ^ tji n«;roi'//x ,
lice- bit utroque modo concludere: eJl improbus, ergo & fur : & no» ejl
fur , ergo ne improbus quidem . Syllogifmus hoc artificio conftruflus dicitur
con- ditionalis ; ac deffiniri poteft fyllogifmus, cujus una prxmiifa
conclufionem continet conditioni cuidam^ adnexam. De fjllogifmo copulativo . Sl
plures termini ita fe habeant , ut unufquifque illorum catetos omnes excludat;
idque propofitio una declaret ; tura propofitio altera unum illorum ponat,
colligi fane poterit, reliquos non efle po- fitos. Sit exempli caufa haec
propofitio: boc 'corpus non pote A effe & homo , & bejlia,& arbor
,c{\ia.‘propositione declaretur terminos hos tres, bomo, bejlia , csr a>bor,
ita fe habere , ut unus quilibet excludat cseceros omnes ; tum fit propofitio
altera ; boc c»r~ pus 1 II, 25 puT efl
bcmo ; illud fane tertium efficietur: ergo hoc corput non efl neque bejlia j
neque arbor . Hujus generis fyliogifmus dicitur copulativus, ac definiri poteft
fyliogifmus , cujus una prsmilTa ne- gat copulam multorum terminorum , prsmilTa
alte- ra unum horum ponit, ut csteri omnes, quotcum- que funt, conclufione
tollantur . De Jjllogifmo Difiundlvo. Sl terminorum aliquot unum poni oporteat,
hoc autem pofito , quicumque is fit , reliquos oporteat tolli , idque
propofitio una declaret , argumentatio duobus modis infiitui poterit; nam vel
pofito per fecundam propofitionem uno ex iis terminis, reliqui omnes per
conclufionem tollentur ; vel fublatis pec fecundam propofitionem terminis
omnibus , prxter unum , hic unus , qui reliquus eft , per conclufionem ponetur
. Sit exempli caufa hxc propofitio : boc animal ejl vel terrejlre , vel
aquatile , vel volatile , qus fa- ne declarat, horum terminorum; terrejlre ^
aquatile^ volatile, unum neceflario ponendum efle,eoque po- fito reliquos
removendos. Jam colligi poterit , unum ex illis ponendo , tum removendo
reliquos , hoc mo- do : eJl terrejlre , ergo non cjl neque aquatile , neque
volatile', five exteros removendo primum, tum unum, Tom. IIL D qui reliquus est,
ponendo ad hunc modum: non tjl neque terreflre , neque aquatile , ergo Dolatile
. Syllogifmus hoc modo con(iru6lus dicitur disjun- Alvus , ac definiri potefi
rylloglfmus , cujus una prx- milTa terminos particulares disjungit , quorum
unum tamen e(Te oportet, ut vel uno pofito negentur cx> teri, vel negatis
exteris omnibus pixter unum po« natur hic unus. De argumentatione externa . I
loc loco regnant vel maxime rhetores, quorum argumentationes artificiofiirimx sunt;
Philosophi, scholafiici prxfertim, id unici fludent, ut argumentum quodque sic
proferant, quemadmodum, ANIMO – H. P. Grice, soul -- conceperunt; propofitis
itaque prxmilTis am- babus quam brevisime, fiatim ad conclusionem properant.
Qux argumentatio syllogismus dicitur. Interdum etiam prxmiflfam unam supprimunt,
qux argumentatio dicitur ENTHYMEMA, uti hoc: omnis homo est animal;ergo, Caesar
est animal. Suppresa – H. P. Grice: Implicit reasoning -- eft enim prxmifia
altera; atqui Caesar efi homo. Perraro gradatione utuntur, qux argumentatio
efi, in qua propofitiones alix, atque aiix ita ne- Auntur, ut prxdicatum
cujufque fit subjeAum fe- quentiS • donec ad id perveniat, quod probari debet.
ver. gr. fi probandum fit ) hominem elTe fubftantiam | idque efficiatur hoc
modo: omnit homo tfi animal, omne animal ejl vivens , omne vivens ejl fub-
Jiantiat ergo omnis homo est substantia ^ in qua una-, argumentatione syllogirmi
LATENT – H. P. Grice: IMPLICATURE -- plurimi. Ad probandam conclusionem non
fatis eft plerumque syllogifmum unum confecifle ; nam si ejus syllogismi, qui
confeAus est, unam praemiffaro Adversarius neget > vel ambas , conclufio
minime probata erit, sed oportebit eam praemifiam, quae negata fuerit, syllogifmo
alio probare; idque iterum, ac faepius facere, donec ad eum syllogismum perve-
nias, cujus ambae concedantur praemiffie. PraemiiTas vero concedi oportebit ,
fi ese fint vel axiomata, ideft univerfales quaedam propofitio- nes , quae
ipfae per fe funt notiffimae , neque proba- tione indigent , uti : totum ejl majus
parte : non po- tejl idem Jimul ejfe , & non ejfe, & alia id genus, vel
id exprimant, quod unufquifque in fe experitur, & fentit , ut fi dicas ,
homines cogitant , volunt , ira» fcuntur ; vel demum fi ese fint , quas
adverfarius , quo cum agitur, fuis ipfe rationibus duAus veras ef> fe
intelligat . Ubi huc pervenerit , confiftet argu- mentatio . Neque minus
argumentatio huc ufque deducen- da erit , fi conclufionem tibi ipfe probandam
fufee- peris , quam fi aliis probare velisj nam tura deni- que probatam fibi
quifque conclufionem habebit , fi fic fibi probaverit, tamquam adverfario.
Itaque harc valent etiam ad argumentationem internam rcAe in- ftituendam. Interdum
Adverfarius pracmiflam non negat )fed diftinguit , idque tum facit , cum
pracmiffa in duas partes trahi poteft , quarum una videtur vera cfle , altera
falfa; unam autem adverfarius concedit, al- teram negat, ac tum quidem illa,
qua negata fi res pollulat , fyllogifmo alio ell probanda , De Lccis . Loci
funt generalia quaedam cap"ta unde argu- menta petuntur ad probandum
quidlibet ver. gr. an- tecedentia , concomitantia , confequentia tres funt loci
, nam fi dixeris ortus ejl lucifer , er £0 fol most orietur^ erit argumentum
du^um ab antecedente ; ac fi dixeris Sol eji in Cancro , ergo jam eJl ajlas ,
ent a concomitante . Quod fi dixeris; Sol efl in C qui funt extra rem, ut fi quid probes exemplo
aut au* ^oritate aliqua . Locorum iotrinfecorum praefiantif* fimi habentur
definitio, & divifio, de quibus pro* pterea fingulatim dicendum. Definitio
est oratio explicans, quid fit res Componitur autem ad hunc modum. Propcfita ad
definiendum – RE : « =def. » -- adopted by H. P. Grice, WOW -- re,
qusritur primum ejus genus ; ac fi plura occurrunt, illud fumicur, quod minus
late patet; tum quaeritur differentia, quae omnibus, quotcumque sub
definitionem cadunt, conveniat, non aliis; adjunfla autem generi differentia
ex'ftit definitio. Exempli causa proponatur homo – H. P. Grice, « A PERSON
IS NOT A HUMAN ! » -- ad definiendum. Piimum quod illi sit genus,
quaeremus; St quoniam piura occurrunt. substantia y vive ne y animal y fumendum
erit animal y nam minus late pitet, quam substantia y et VIVENS \ cum autem RATIONALITAS – H. P. Grice,
‘accidental’ in ‘Human,’ essentialin Person -- sit differentia, quae omnibus
hominibus convenit, non aliis; idcirco duobus hifce simul juncis, exifiet
definitio hominis: animal RATIONALE – H. P. Grice : « Only in a
PERSON is rationality essential, not in Human, where it is accidental – vide my
Metaphysical Transubstantiation construction routine --. In definitionibus
autem requiruntor bzc tria. Primum ut definitio rebus omnibus conveniat, qu«r
ad definieadum propofitx sunt, non aliis. Secundo, ut jo LOGICA uc in
definitione nihil superfit ) nihil defit; Itaque iis expoficis, qux ad ESSENTIAM
– H. P. Grice, person, not human -- constituendam necessaria Aint, nihil
prsterea adjungendum. Tertio, ut definitio fit clarior re definiu, quod fatis
aflequemur i fi alias regulas eaque, qust modo tradita futit, observabimus.
Definitio alia realis est, alia nominalis – cf. ROBINSON, cited by GRICE --.
Realis est, qua definimus rem jam constitutam, nobifsque propositam, ac suo
nomine ab aliis NOTATAM – H. P. Grice : ‘cognate with ‘known’ --; qux res
cum sit NOTA – H. P. Grice : ‘cognate with ‘known’’-- , quxrendum tamen
eft, quod ejus sit genus, quxque differentia, uti cum definimus hominem; efi
enim homo res notissima, et apud omnes confiituta jam, Sc determinata.
Nominalis efi, qua rem definimus aliquam, quam nobis ipsi ARBITRATU NOSTRO – H.
P. Grice, ‘arbitrary’ or ‘artificial’ sign -- conftituimus, ac pro voluntate –
AD PLACITVM – H. P. Grice -- nominamus – Humpty Dumpty,
« Impenetrability » -- Luigi Speranza --, ut fi qui hominem, aliis
infiru 61 um sibi fingat, eumque prcrcton nominet, quxrenti autem quid sit
prerotof, ejus definitionem exponat: bomo alatur, qux ipsa quoque genere, et
differentia con« dabit . Mathematicorum
definitiones nominales omnes sunt – H. P. Grice : « As in Kant’s
infamous example : 7 = 5 =def 12. Divisio
est oratio, qua totum in partes tribuitur, ac cum totum dico, intelligo etiam
genus, quod in species suas tribuitur, quasi in tot partes. Tres dividendi sunt leges. Primum
nt ne qua., pars omittatur; itaque male divides animal ig terrsttre, et
volatile > omittis enim aquatilia. Secundo
ut ne pars una alteram contineat » itaque male divides animal in aquatile >
terreftre) volatile, fluviatile, nam fluviatilia in aquatilibus continentur.
Tertio ut a toto ad partes singulas brevis Gt tran- Gtus; quare ineleganter
divides animal in terreflre, volatile, marinum, fluviatile; citius enim ab
animali ad aquatile venilfes; unde ad ea, qux minus late patent, marinum,
fluviatile et caetera facile defcendi poterat . 'De /cientia , opinione , ^Je,
X T Axenus .argumentationis naturam ,&caufasex- pofuimus, nunc de fcientia
, opinione, & fide dica- mus. Sed primum quid Gt propoGtio certa, quid
propoGtio evidens expliceixius . PropoGtio certa efl Ila quam pro vera habe-
mus, nulla aquali dubitatione interpoGta, uti haec; Urbs Romsc, qu» nunc
florentiflima efl , exiftet eti- , am cras; quam propoGtionem nemo Gbi non
habet perfuaGflimam ; quamquam, G velis, dubitare de ea poflis ; nam potcft
Uibs Romae hac nofle dirui, vel in nihilum a Deo redigi ; quare propoGtionem ,
quam- vis pro vera habeas , tamen intelligis pcfle efle fal- fam . Digitized by
Googie 32 LOGICA fam . Quod fi propofitio ca fit , ut illam non modo veran^
elfie non dubites, fcd nc dubitare quidenru pofiis , fi velis; ea dicetur certa
atque evidens , uti illa: totum eft majus parte, quam unufquifque fibi
perfuadet , falfam efle non polfe . Non eft hoc loco praetermittendum
,propcfitio- nes clTc quafdam , quarum veritatem in nobis ipfi experimur, ac
per fenfum intimum cognofeimus, uti haec cft; ego cogito; quas veras c(Te
ftntimus ma- gis, quam intelligimus , atque hx quidem propofi- tiones proprie
evidentes non dicuntur , etfi carent dubitatione omni: fed jam de fcientia
,& opinione dicamus . Si argumentatio, qua quid probatur, tota con- flet
propofitionibus certis atque evidentibus , demon- flratio dicitur; aficnrus
autem, quo conclufioni af- fentimur propter hujufmodi argumentationem , dici-
tur fcientia. Quare definitur fcientia aflenfus animi propter argumentationem
certam , atque evidentem; ifque affenfus ab omni dubitatione, & timore
fejun- Aus eft, ideoque definitur etiam fcientia alTenfus a« nimi propter
argumentationem fine formidine . Adjungitur autem illud: propter
argumentationem; nam principia , five axiomata , qux ipfa per fe, non propter
argumentationem aliquam , manifeftiflima . fune, non dicuntur proprie fciri ,
fed intelligi; ita- que principiorum non eft fcientia , fed intelleftio , Sin
autem argumentatio , qua quid probatur , propofitionibus conflet certis quidem,
fed non evi- dentibus j argumentatio dicitur topica , five proba- bilis .
AiTenTus autem j quo conclufioni alTentimur propter hujufmodi argumentationem ,
opinio dicitur. Quare definitur opinio alTenfus animi propter argu- mentationem
probabilem ; qui fane alTenfus adjun- 6\aro femper habet formidinem quamdam ,
ne id fal- fum fit , cui aflentimur . Itaque definiri etiam folet opinio
alTenfus animi cum formidine. Interdum breviflimo argumento aliquid proba- mus
ab auftoritate du^o ; ut fi dixerimus ; hoc dixit Euclides ) ergo tjl •verum.
Hinc fides oritur ; cft enim fides afienfus animi propter auftoritatem ; eoque
fir- mior alTenfus hic elTe debet , quo ell gravior dicen- tis auftoritas.
Quare cum fit au^Ioritas hominum., errori obnoxia, minus firma erit fides
humana, qua fcilicet propofitioni aflentimur propter hominis di- flum. Contra
vero cum fit auftoritas Dei longe gra- viflima , imo infinita in fe habeat ,
atque adeo om- nia gravitatis momenta, idcirc6 fide divina, quafei- licet
propofitioni aflentimur propter diflum Dei, ni- ii hil firmius; eaque
dubitationem omnem, ac timorem tollere debet, nihil ut evidentiae cedat. Tom* 111, DE TERMINIS QUIBUSDAM GEOMETRICIS AC
THEOREMATIS NONNULLIS , Quorum prg ii NO. Qjjadrilaterum , cujus latera
oppofita non Aint parallela , dicitur trapeaium , uti S Z > ( Fig. 1^. ) in \ AC DE THEOKEM. GEOM, 43 in quo puto latera oppofita S O ) T Z minime
pa> rallela efle . In quovis parallelogrammo folent mathematici unum latus
pro voluntate accipere, quod bafim no- minent . Perpendicularem vero a quovis
oppoliti la- teris pun£lo ad bafim duAam vocant parallelogram- mi altitudinem.
Quare fi in parallelogrammo ER {Fig. 14.) latus NR pro bafi acceperis,
perpendi- cularis P Q, qux a punflo P lateris oppofiti £ M ufque ad bafim N R
ducitur , erit parallelogrammi altitudo . GAP. V. De Circulo . ' C^IrcuIus eft
figura, in qua punflum quoddam eft aeque diftans ab omnibus perimetri, ideft
ambitus, five pcripheris pun6Iis . Quod fane ex ipfa circuli formatione
colligitur. Alia etiam afferri folet circu- li definitio, de qua infra. Si
linea quxvis refta juxta circulum dufta ejus peripheriam fic attingat , ut intra
circulum ipfum nullo modo fe immittat , ea dicitur tangens circuli, uti AB (
Fig. tj.) quam volo circulum P QS fic attingere in P, ut intra ipfum circulum
neutiquam ingrediatur. Demonflratum efl , contadum P fieri in tmo F i tan- DE
TERM QVIBUSD. tuntum punflo ; a quo pun6\o difcedcntes tura re- fta P B , tum
arcus PQ^ftatira aperturam quamdam efficiunt, fivc angulum mixtilineum .
Demonrtratum quoque eft, per hanc aperturam duci polTe a punflo conta(Sus P
quotlibet lineas cur- vas , puta P M , qu* fic ferantur inter tangentem P B,
& arcum P Q., ut nufquam in circulum incur- rant , cum nulla tamen linea
refla per eamdem a- perturam hoc modo duci poffit Q:iamcunique enim lineam
reflam duxeris a puoflo P , quae angulum-* quantumlioet exiguum faciat cum tangente
P B , nun- quam efficies, ut eadem intra circulum PQS ron liife immittat . Quod
non fine admiratione aliqua ab iis prsfertim accipi folet, qui interiorem geo-
metriam nondum ferutati funt - Ea re fit , ut per punflum quodlibet una
dumtaxat tangens duci poffit. SECTIO II. De Proportionibus • C A P. I. QuiJ Jit
Proportio , quid proportionalitar . Roportio cft relatio unius quantitatis ad
aliam y quatenus vel eam continet, vel ab ea continetur. Sic relatio, quam
habet numerus lo ad 5 , quate- • Dus ipfum bis coacioct, dicitur proportio.
Quantitas , qnae ad aliam refertur , dicitur an* tecedens proportionis ; ca ,
ad quam refertur j dici- tur confequens; ambae autem dicuntur proportionis
termini . Poteft proportio elTe five major, five minor; poten enim una quantitas
aliam continere plus,mi- nufve . Sic proportio 8 ad 2 major eft , quam 10 5.
Nam IO continet 5 bis tantum, cum 8 contine- at 2 quater. Proportionalitas eft
proportionum aequalitas, quae tum habetur , cum una quantitas alteram continet
five ab altera continetur toties , quoties tertia quae- dam continet quartam ,
(ive continetur a quarta ; nam tuoi proportio, quam habet prima ad alteram,
aequalis dicitur proportioni , quam habet tertia ad quartam.. Itaque
proportionalitas in quatuor confidit ter- minis , quibus duae proportiones
continentur. Ter- mini autem , qui in duabus hifce proportionibus an-
tecedentes funt, dicuntur fibi mutuo homoU'gI ; item qui confequentes . Hi
numeri 4 2 , 10 , ^ propor- tionales funt ; eadem eft enim proportio 4 ad 2 )
qu® IO ad 5 . Quoniam ergo 4 & 10 in h'S propor- tionibus antecedentia
funt, erunt etiam homologa » item 2, & 5 « ut qux ambo confequentia funt,
ho- mologa inter fe erunt. Duos quidem terminos , in quibus una propor- tio
confidit oportet elf,' cjafdem generis , ver. gr, vei duos ctfe oumeros , vel
duas lineas , vel dua tCffl- 4 in quibus confidit proportionalitas non omnes
oportet eiufdcra eflc ge- neris . Poliunt quippe duo efle unius generis , alii
duo efle generis alterius; quid enim impedit) quo- minus numerus numerum
contineat toties , quoties linea continet linearo ) ideoque numeri ad numerum
eadem fit proportio , qux lines ad lineam i c A p. I r. De Vroportionalitate
difereta > & eontiituM • In quatuor terminis , quibus proportionalitas
qu«- que continetur, plerumque accidit, ut fecundus Sc tertius insquales fint ,
& diverfi , ut in his lo , 5 , 8, 4. Accidit etiam aliquando, ut squales, five^ iidem fint
, ut in h s 8 , 4 , 4 , 2 . Si i
nsqualts fint , proportionalitas dicitur di- fereta , fi iidem fint . continua
. Ac proportionalitas quidem continua confidere dicitur in tribus tantum
terminis , quorum unus pro duobus ed . Tres autem hi term ni dicuntur continue
proportionales . Sic proportionalitas , quz ed in quatuor terminis 8,4, 4,2,
confidere dicitur in tribus terminis 8, 4,2, atque hi dicuntui continue
proportionales ede. St AC DE THEOREM,
CEOM. 47 Si duz quantitates fimur multiplicentur, quod multiplicatione
efficitur, dicitur illarum pioduAum, interdum etiam le^tangulum. Sic quoniam
multipli- cando 2 per 3 Bt d, erit 6 producum, Ove re^an- gulum numerorum 2 ,
& 3 . ' Quod fl quantitas quspiam per Te ipfam multi- plicetur , producum ,
quod Bt , dicitur ejus quadra- tum , ipfa autem quadrati latus , feu radix
dicitur . Quoniam ergo multiplicando 3 per 3 Bt 9 , erit 9 quadratum numeyri 3,
ac numerus 3 erit radix, firre latus numeri 9 . Si termini quatuor
proportionales fint , demon- Aratum eft, produ61ura extremorum squale efle pro-
duco intermediorum . Ex. gr. proportionales fint hi quatuor termini 8,4, 10, 5
; producum , quod Bet multiplicando 8 per 5 , qui funt termini extremi , squale
ent produAo , quod Bet , multiplicando 4 per 10 , qui lunt termini intermedii .
Quod fi termini tres continue proportionales fuerint, uti 8 , 4 , 2 , produAum
extremorum 8) 2) squale erit quadrato intermedii 4 . DE TERM, QUIBUSD. C A P.
II I, Dc Proportione compojtta , Sl proportiones fuerint quotiibet , ver. gr. 3
ad 5, 8 ad 4, 2 ad 3 , atque omnia antecedentia 3,8) 2 fimul multiplicentur,
itemque multiplicentur (imul confequentia omnia J, 4, 3, proportio, quam ha*
bebic produ6lum illorum ad produiflum horum , di* cetur compolita ex
proportionibus illis omnibus . Ita* que proportio , quam habet 48 ad 60 , eft
compo* (ita ex tribus 3 ad ^ , 8 ad 4 , 2 ad 3 ; ht eninu* 48 ex
multiplicatione 3 per 8 per 2, & 60 ex mul* tiplicatione 5 per 4 per 3 . Si
proportiones, unde compolita efficitur, fint duae tantum , e»que inter fe
aequales , five , quod eodem recidit , fi una tantum proportio fit , & ea
quidem bis repetita , propertio compolita , quae ex hac fiet , dicetur ejus
duplicata . Ver. gr, fit propor* tio eadem 3 ad 4, 3 ad 4 bis repetita, ac fiat
pro* portio compolita , multiplicando 3 per 3 , & 4 pec 4, ponendoque
produdla 9 & 16; erit proportio 9 ad i 6 duplicata proportibnis 3 ad 4 .
Quoniam vero multiplicando 3 per 3 , produc- tum , quod fit, efi quadratum
numeri 3, & multi- plicando 4 per 4, produ^lum , quod fit, ell quadra- tum
numeri 4, idcirco proportio duplicata dicitur e- tUm proportio quadratorum .
Sic Digitized by Googie DE THEOKEM. CEOM. ijp Sic fi pofueris proportionem 2 ad
5 , ac velis ejus duplicatam ; fac quadratum pdmeri 2 , quod eft 4 , &
numeri 5 , quod eft 25. . habebifque pro- portionem 4 ad 25 , qus erit
duplicata proportio- nis 2 ad 5 , eadem , qu.-e quadratorum . Quod fi
proportiones, unde compofita efficitur, tres fint , eaeque inter fe aequales,
five , quod eo- dem recidit, fi una tantum proportio fit,& ea qui- dem ter
repetita, proportio compofita, quscexhac fiet, dicetur ejus triplicata. Ver. gr.
fit proportio eadem 2 ad j , 2 ad j , 2 ad ^ , ter pofita, ac fiat proportio
compofita multiplicando 2 per 2 per 2 , ac 3 per 3 per 3 , ponendoque produfla
8 , 27; e- rit proportio 8 ad 27 triplicata proportionis 2 ad 3 . Quoniam vero
multiplicando numerum quemvis per fc ipfum bis , uti 2 per 2 per 2 , prodnftum
) quod fit, dicitur ejus cubus , qua de caufa 8 efi cu- bus numeri 2 ,
fimiliterque 27 eft cubus numeri 3 , idcirco proportio triplicata dicitur etiam
proportio cuborum . Sic fi pofueris proportionem 4 ad 5 , ac velis ejus
triplicatam , fac cubum numeri 4, multiplican- do 4 per 4 per 4, qui cubus erit
64; fac pariter cubum numeri 5 multiplicando 5 per 5 per 5 , qui cubus erit
125, habebifque proportionem 6 ^ ad 125, triplicatam proportionis 4 ad 5 , proportionem
cu- borum • Tom» llh GAP. ^ DE TERM. OVjbuSD. GAP. IV. De
quantitatibus fer numeros exprimendis . [)lj£e quantitates duas alias dicuntur
exprimere , cum eamdem habent prepertionem , quam illa . Mos autem cll
mathematicis, Phyficifque , ut fi quan- do fermo incidat five de duabus viribus
, (Ive dc^ duobus temporibus, (ive de duabus velocitatibus, five de duabus
quibufeumque aliis rebus, in quas ca- dant plus minufve . qua-que quantitatem
habeant , & propoitionem aliquam, mos, inquam, eft mathe- maticis,
phyficifque, ut eas ftatim five numeris, fi- ve lineis exprimant . ' Atque id
fane commodifiTimum efi ; quscumque cn'm de exprimentibus five numeris, five
lineis pro- pter proportionem dicuntur, ea pariter de quanti- tatibus
expreflTis dici pclTunt ; fed multo facilius fi- ve in numeris , five in lineis
cognofeuntur, Qiiamquam numeri in hoc maxime dominantur, fic quidem ut ad
lir.eas ipfas , figurafque exprimen- das plerumque accipi foleant . Et linearum
quidem exprimendarum ratio facilis cfi ; nam fi fint ver.gr. duae lineae , altera
trium pedum , altera duorum , nemo non videt duas hafee lineas duobus numeris
exprimi 3, & 2. Quod fi aliae dux fuerint, unt., quinque cubitorum, altera
feptem , facile exprimen- tur numeris 5 , 6c 7 . . Et . AC DE THEO-REM. GEOM. 51 Et fuperficics duae
quidem fimili modo expri- muntur , fi menfura quaedam communis certo vici- um
numero repetita adaequet unam , & certo pa- riter vicium numero repetita
adaequet alteram ; ut fi unam adaequent pedes quadrati ipfi quinque , al- teram
pedes quadrati ipfi feptem ; has enim utique expriment numeri 5, & 7. Pes
quadratus menfura cfi artificibus geometriae cognitillima . Quod fi duo folida
menfuram habuerint quam- dam communem, facile apparet, ipfa quoque duo- bus
numeris exprimi poflTe , quemadmodum de fu- perficiebus , & lineis didlum
eft . Omnium enim ra- tio eadem . Sunt tamen lineae quaedam, & fuperficies
, & folida , quibus menfura communis nulla eft , quod geometrae ad
veritatem oftenderunt ; quae quomodo per numeros exprimi poflint , dicemus
infra. Nunc de refiangulis , & linearum quadratis h»c fcite con- venit . \
Sint duo reiftangula A B,P R,['^/^.i6 Jquotum unum latera habeat AC, CR angulum
facientia in C, alterum habeat latera P Q , facientia angulrm in Q_^. Si latera
AC, P exprimantur duobus nu- meris puta A C numero 3, & P numero 2 ; item-
que latera C B , Q^R exprimantur duobus numeris , puta C B numero 5, Q^R numero
4 , ac multiplice- ttir numerus 3 , qui exprimit A C , per numerum 5, qui
exprimit C B, fiatque produflum 15; & fimili- ter multiplicetur numerus 2,
qui exprimit PQ,per C X nume- 5z DE TERM. PVTEURD. numerum 4, qui exprimit Q^R,
& fiat produfluni 8; hrec duo produdla 15 , & 8 expriment re^langu- la
A B , P R . Id autem perinde fit, ut fi fumerentur propor- tiones duse , una 3
ad 2 ( qui numeri refpondent lateribus A C , P Q^) altera 5 ad 4 (qui numeri
ref- pondent lateribus C B, Q^R ) atque ex his duabus proportionibus fieret
compofita , qux fiinc eflet illa ipfa , quam fupra notavimus, 15 ad 8. Atque
hanc ob caufam bina quxque reflangula A B , P R proportionem inter fe habere
dicuntur compofitam laterum , ideft eam proportionem , quae componitur ex
proportione unius lateris A C ad u- num PQ,, & alterius C B ad alterum Q^R
. Qiiod fi fuerint duae lineae C H , I F , carumque quadrata P H , Q^F ( Flg.
17. ) , ac lineae C H , I F duobus numeris exprimantur, puta C H numero 3 ,
& I F numero 2 ; quadrata ipfa numerorum 9 , & 4 expriment quadrata
linearum PH, Q.F . Atque id quidem perinde fit , ut fi proportio eadem 3 ad 2
femel atque iterum poneretur 3 ad 2 , 3 ad 2i tum fieret proportio compofita ,
quae fane illa ipfa elTet , quam fupra notavimus 9 ad 4 , efletque du- plicata
proportionis 3 ad 2 . Eamque ob caufam
di- ci folct , quadrata habere inter fe proportionem du- plicatam laterum . Quo
apparet , proportionem duplicatam linea- rum eamdem e(Te ac proportionem
quadratorum , que fiunc €x lineis , deuti proportio duplicata numerorum eadem
eft , ac proportio quadratorumj qu* fiunt ex numeris . Erunt alia qusdam horum fimilia
& de prifma- tis, & de cubis dicenda. Sed de his ubi de folidis. C A P.
V. De incommenfurabiUbus , Sunt lineae quxdam , & fuperficies , &
folida , quae raenfuram communem nullam habent , idcoque incommenfurabilia
dicuntur . Id cft notilTimura in_, cujufvis quadrati latere, & diagonali;
quamcuraqu# enim menfuram acceperis, quae quoties libuerit re- petita adaequet
latus, ea nunquam diagonalem adae- quabit . Atque hzc quidem , quz menfura
carent com* muni , non videntur numeris exprimi poffe , ad eum modum , quem
fupra docuimus , idque veriffimum cft, fi numeros cum dicimus, illos tantum
intelligi- mus naturales , atque obvios i,2, 3, 4,5,6. Ve- rum reconditiores
alios numeros fibi fingunt mathe- matici , five poflibiles ii fint, fivc
irapoflibiles , cif- que cum ad alia utuntur, tum vero maxime ad ex- primenda
incommenfurabilia; qui numeri quales fint, ne omnino ignoretur , paucis exponam
. Sunt ergo numeri quidam fortaffc impoftibiles , quos tamen cognofcimus, fi
polfibiles clTeot • habi- turos DE TERM. QllBLSD.
turos e(Te certas proprietates. Ver. gr. radix nume* li IO fortalTe eft
inipofTibilis ; & fane in naturali- bus muneris, quos quidem novimus i, 2.
4. 5i t5, nullus eft , qui per fe ipfum niultiplicatus efficiat 10 , idcoque
radix numeri 10, dici poflit ; tamen_. condat radicem numeri 10 , fi qua ed ,
debere ede maiorem numero & minerem numero 4. Con- dat etiam de aliis
eiufdcm radicis proprietatibus. Eoque procedit ratiocinantium indudria , ut jam
radices huiufmodi , five ede prffint , five non pof- fint , tamen propter
cognitidimas carum proprieta- tes, & in fummam colligi. & alix aliis
detrahi, & multiplicari per alios numeros, aliafque radices, & dividi
podint, perinde ut communes numeri . Fac ver. gr. radicem numeri 2 , &
radicem numeri g ede, fi ita vis , impolfibiles ; hoc tamen affirmare^ poflTiim
fi edent peflibiles , atque altera per alteram multiplicaretur, produidum ,
quod fieret, edet pro- cul dubio radix numeri 6. Idqiie cd Arithmeticis
perfpefliffimum . Eo faftiim cd ut mathematici has etiam radi- ces in numeris
habeant , ac numeros propterea om- nes in duo genera dividant, in rationales,
iiquc_/ funt communes illi , atque obvii i , 2, 3 , 4, &c. &
irrationales, quos etiam furdos vocant, iique funt radices , quas diximus ,
quarque inveniri non podunt, uti radix numeri 2, radix numeri 3, radix numeri
5, radix numeri ( 5 , radix numeri 7, & in- finitae aliae. Ut AC DE THEOREM. GEOM. 55 Ut ergo qus funt
incommcnfurabilia rationali- bus numeris exprimi nequeant; irrationalibus
certe» fi ve furdis exprimi femper polTunt . Et fane con- fiat , in quadrato
quovis latus & diagonalem expri- mi per I , & radicem numeri 2 . Nempe
latus ad diagonalem proportionem illam ipTam habet , quam haberet numerus i ad
radicem numeri 2 » fi qua ef* fet hujus numeri radix . SECTIO III. De iis ,
quae in plano accidunt e pro- portionum dodrina. GAP. I. De Jtguris redilineis
Jtmilibus . F Igurs rei?lilinex fimiles ili® funt qu® angulos habent numero
pares, fingulos xquales fingulis, ac latera circa squales angulos deinceps
proportiona- lia ; uti figurs ABCD, EFGH, ( Fig. 18. ) qua* puto ita elTe
conformatas , ut cum illa quatuor an- gulos habeat A , B , C » D , h®c pariter
quatuor habeat E, F, G, H ; firque angulus A xqualis an- gulo E , angulus B
angulo F, angulus C angulo G, angulus D angulo H ; ac prxterea fic fe habeat D
A ad A B , ut H £ ad £ f , idefi quam proportionem habet Digitized by GooglC ^6
DE TER A/. QVIEVSD. habet DA ad AB, eamdem habeat H E ad E F; & deinceps
fic fe habeat A B ad B C , ut E F ad FG; & BCadCD, ut FG adGH,& CDad D
A , ut G H ad H E . His omnibus pcfitis erunt fi^urs ABCD, EFGH fimiles .
Demonftratum eft, figuras rtflilineas fimiles ha- bere proportionem inter fe
duplicatam laterum ho- mologorum , fivc proportionem eam , quam habent laterum
homologorum quadrata . Quare cum in pro- pofitis figuris ABCD, EFGHob
proportionalita- tem laterum A B, BC, EF, FG, latera B C, F G fint homologa, fi
inveneris proportionem , quam ha- bent quadrata linearum BC, FG, inventam
habe-* bis proportionem, quam inter fe habent figurte fimi- les ABCD, EFGH. V.
g. linea B C eam habeat proportionem ad lineam F G , quam habet 3 ad 2 ,
ideoque hiS nu- meris lineae ipfae exprimantur; quoniam ipfarum qua- drata
exprimentur numeris 9 & 4, compertum cric, figuras fimiles ABCD, EFGH ipfas
quoque iif- dem numeris 9 & 4 exprimi pofle; idecque eam ef* fe
proportionem figurx ABCD ad figuiam £ F C H, quz 9 ad 4. CAP. AC DE THEOREM. CEOM. 57 C A P. I I. De Circulo
. Sit circulus quivis A B (F«f. 19 .), & angulus qui- vis A C B conftitutus
in centro ipib C j cujus an- guli crura C A , C B fecent peripheriam in pundlis
A ) & B. Si lineam duxeris regiam A B ) hxc reAa prae* terquamquod dicitur
chorda circuli ( lic enim ap- pellatur linea quavis refla utrinque in
peripheria-. circuli terminata) dicitur etiam «horda) five fub- tenfa anguli A
C B , Qiiod fi a punflo A duxeris reflam A S > qu« fecet reflam C B in S ,
& cum ipfa angulum re- flum faciat) linea ipfa A S dicetur finus
refluS)fivc finus primus anguli A C B, linea vero S C) ejufdem anguli finus
fecundus . Qiiamvis ex his lineis duarum quarumlibet pro- portio fumi pofiir ad
metiendum, ftu potius ad de- terminandum angulum ; nihilcn.inus ufus tenet ut
proportio , quam habet finus primus ad finum fecun- dum, ad id adhibeatur. Et
fane conllituto certo angulo A C B, conlli- tuti quoque erunt finus duo AS, SC,
corumque-* proportio, iique , & ipforum proportio mutabuntur, fi angulus
ACB vel tantillum mutetur . Quapropter 11/. H fi co- DE TERM. QVIBUSD. fi
cognofcatur proportio j quam habet finu* primui cuiufvis anguli ad finum
fecundum , angulus ipfe quoque pro cognito habebitur . Njque ad determinandum
angulum , & finm eius conftituendos , quidquam refert, utrum circulu» fit
major, an minor; namque eidem angulo in quo- vis circulo eadem femper finuum
proportio refpon- debit . Demonftratura eft, duos quofque circulos A Bi C D (
Fi^. 20. ) proportionem inter fc habere du- plicatam diamctioium AB, CD, five ,
quod eo- dem recidit, eam habere inter fe proportionem | quam habent
diametrorum A B , C D quadrata « Quare fi proportionem cognoveris , quam habent
qnadrata hzc illam etiam habebis cognitam , quam habent circuli . Exprimantur v. g. diametri AB, CD duobui numeris 5
& a , diametrorum fane quadrata expri- mentur numeris 25, & 4; igitur
proportio circuli A B ad circulum C O eadem erit, qux 25 ad 4. Sit circulus
quivis A ? D ( Fig. 21.) cujus dia- meter A D. Si a purfto quovis petiphense P
duca- tur re^a P M , quat fecet diametrum AD in M , firque ipfi perpendicularis
, refla P M dicetur circu- li ordinata ; linea M A , M D dicentur fegmenta
diametri , five axis, nam diameter etiam axis dici- tur . Demonfiratum eft ,
ordinatam P M eflfe mediam proportionalem inter fegmenta diametri M A M D,
ideft AC DE ThiEOKEM. CEOM. 59 eam habere
proportionem M A ad M P,quam habet M P ad M D . Unde conflat , quadratum
ordinat* M P squa- le elTe reftangulo , quod fit ex lineis M A , M D ; fiet
autem , fi linea M A conftituatur perpendicula- ris ad M D (Eig' 2i. ) , ac
totum perficiatur re- ftangulum AD; hoc enim dicitur e(Tc rc(flangulum linearum
M A, M D. Erit ergo quadratum ordina- te P M equale reftangulo A D. Solent
geometre fubtiliores curvam quamquo lineam determinare ad hunc modum. Lineam
quam- dam reAam conflituunt , quam axem vocant; tum ex ea relatione, quam habet
ordinata quxvis(idefl perpendicularis linea a punflo quovis curvs ad axem du6ta
, ad ipfum axem , curvam lineam , quam fibi propofitam habent, definiunt. Id flatim apparebit in exemplo
cHipreos, Sc parabole, de quibus infra. Hanc definiendi rationem fecuti in
aliis curvis, nihil erat , cur non fequerentur etiam in circulo ; ideoque
circulum fic definire confueverunt , ut fit figura curvilinea , in qua ordinat*
cujulvis quadra- tum squale cft reftangulo , quod fit e Tegmentis axis. Que definitio commod'flima eft
analyftis, qui omnia ad numeros, & calculos revocant. DE TERM. QUIBUSD.
GAP. III. De Ellipjr . Sit filum FPO (Fi£. 25.), cujus extrema infix» fint in
punflis F O ; ac cum laxum fit, (lylo quo- dam tendatur, aJducatuiqje ad
punftum P. Tuna flylus fequente filo circumferatur, defcribet is fane curvam
qu«ml.im lineam A M P R I fpatium conti- nentem . Hoc fpatium, five figura hsc
cHipfis dici- tur; curva autem linea, qua ellipfis continetur, dici- tur ell
piecs pcriplieria. interdum etiam ellipfis. Pun- fla F, O dicuntur eilipl^eos
foci. Qiiod fi per focos F , O ducatur refla linea A qune iitiinque tllipfeis
peripheria terminetur , dice- tur haec axis major ellipfcos , qui axis fi
dividatur bifarirm in piirflo C, erit p influm C ellipfeos cen- trum . Dufl.i
autem per C rofla M l utrir.que ia- peripheria ellipfeos terniinata, ac
perpendiculari ad axem majorem A R , erit haec M l axis minor el- lipfeos .
Patet pro varia tum fili longitudine, tum foco- rum diftantia , fieri pjfTe
ellipfes alias longiores , acutiorefque , uti E L ( Fig 2 lo modo fe immittat,
dicetur T tangens cHipfe. os. Conftat
non polTe eam contingere ellipflm nifi in uno pumfto. Cosftat etiam fi a focis
F , & O ad punflum contaftus P ducantur duae refise F P , O P, efle angulos
F P T, O P «quales . £llip(is fic qu«vis A P X ( Fig. 25. II. ) cujus axis AX;
demoniiratum eft, cujufvis ordinatx PM quadratum eamdem habere proportionem ad
re^an* gulum, quod fit e Tegmentis axis M A, M X. Hinc peti folet ellipfeos
definitio . £fi enim figura curvi- linea , in qua ordinatx cujufvis quadratum
ad reflan- gulum Tegmentorum axis conftantero habet ) & per> petuam
proportionem . C A P. IV. De Tarabola . Finge tibi lineam reAam ab V {Fig.
2(5.) verfus R produ6lam in infinitum . Sumta portione quavis V M , quam voco
abfcifTam , fac du6Iam cfie perpen- dicularem ilii MP, quam voco ordinatam,
longitu- dinis cujufiibec. Tum fumta alia quavis abfciiTa V Ri fac ordinatam
illi refpondentem R ejus cITe lon- gitudinis, ut quadratum ordinatx M P ad
quadratum ordinatx alterius cujuflibet RQ^eara habeat propor- tionem } quam
habet abfcilTa V M ad abPcilTam V R . Du-
6i DE TERM. QUIBUSD. Da(\is ad hunc modum ordinatis innumerabili'* bus,
linea VPQ^duft.i ab V per extrema harum or- dinatarum omnium dicitur parabola ,
quam condat curvam ede . Punftura V dicitur parabolae vertex ; rc(da linea V R
axis . Condat etiam parabolam ede ubique concavam ex ea parte j quae axem
refpicit; quamquam produ- ^a longius, magis magifque removetur ab axe iiu*
indnitum ; nam ut quaeque ordinata plus didat a pun- fto V , eo ed longior .
Manifedum. cd etiam , parabolam tanto latio- rem ede, quanto ordinata illa
prima MP, quarn^ arbitratu nodro alTumdmus , fuit longior; quae fi brevidlma
fuidet , aliae quoque ordinatae bievillimaB edent, ac tota parabola
contra^idlma. SECTIO IV. De Solidis. C A P. I. Quadam franotanda . Ntequam
folida. explico, operae pretium eft pau- ca quaedam diligenter animadvertere ,
quibus vifis folida i^fa exponentur paucis; fequentia enim is-fa- cile
intclligct , qui fupeiiora intellexerit . z. Duc Digitized by Goo^^ AC DE
THEOREM. CEOM, . tioncm habcbir* quara numcius 12 ad numerum 14 habet»
GAP. III. De frifinate quoJ/m i quod paralltlcj-ipednm dicitur» PRifma
parallelogrammis quaruor contentum, fi parallclogrammum quodque adveifo fit
parallelum , dioitur parallelepipedum . Inter parallciepipeda n a- X m:
excellit cubus . ifl autem cu>us prifma, five parareVpip^dum qnotld.im, in
quo 6»' bafis. & reliqua platm o.ti. a* quibus continetur, quadrata lunt ,
uc p,rfvfl ibii.i uu Digitized bv AC DE THEOREM. CEOM. 67 tali formam habeat.
Itaque omnia efus latera aequa- lia funt ; dicitur autem cubus ejus lineae ,
quae ipfl cH lacus. Sit cubus quivis
X ( Fig cujus latus AB, & alius quivis Z , cujus latus P R ; habebit ille
ad hunc proportionem triplicatam line* A B ad line- am P R . (iyare fi line* A
B , P R exprimantur nu- meris g , & 2 , ac multiplicetur g per g per g ,
fiat- que cubus numeri g, qui eft 27 , & eodem modo multiplicetur 2 per 2
per 2 , fiatque cubus numeri 2 , qui cubus eft 8 ; cubus X ad cubum Z eam ha-
bebit proportionem , quam habet 27 ad 8 . Quapropter fi du* line* duobus
numeris expri- mantur, eadem erit proportio cuborum, qui ex li- neis fiunt , ac
cuborum, qui fiunt ex numeris. C A P. I V. De Trifmatis Jimilthus . Duo
prifmata fimiiia efle dicuntur, fi bafes ha- bent fimiles, ac paralldogramma .
qu* unum con- tinent, fimilia funt parallelogrammis , qu* continent alterum,
fingula quidem fingulis, Latera autem , qug funt five in bafibus , five in
parallelogrammis ho- mologa , dicuntur latera homologi prifmatura,
Demonftratiim eft, bina q'!*que fimilia prifma- ta eamdem habere inter fe
pioporiionem, quam ha- 1 2 bent 6$ DE TERM. QUIBVSiy. bcnt cubi laterum
homologorum , ideft laterum ho- mologorum triplicatam . Itaque (i in duobus
(ImilU bus prifmatis duo quaevis homologa altera acceperiSi, ac proportionem
inveneris, quam habent eorum cu- bi , illam quoque iavcniam habebU , quam
habent. priLmata.. C A P. V. Dc Fjramiit . Sit m plano quovis reftilineum
quodvis AB'CD> {Fig. ) ac punflum V in fublimi, a quo pun61o ducantur line»
rc61® VA,VB,VC,VDad pun- fta fingula , in quibus anguli figurae A B C D funt
cnnftituti . Hinc fane cxiltent triangula V A B« V B C». V C D , V D A totidem
y quot funt latera reftilinei^ eaque triangula figuram quamdam Iblidam contine-
bunt . Figura folida triangulis hifce contenta dicitur pyramis. Redlilitieum A
B C D bafis . Punflum V ver- tex . Qjiod fi a punflo V dufla fit linea
perpendi- cularis ad planum» in quo eft bafis, ea perpendicu- laris dicitur
altitudo pyramidis . Si bafis triangulum fuerit , pyramis dicitur tri-
angularis, fi quadrilaterum , quadrangularis, & alla limilitcr pyramidum
genera nominantur ex illoruna angulorum numero , quot balit continet . Quat- /
Digitized by Googie AC DE THEOKEM: GEOM. 6^ Quxque pyramis ad pyramidcra
quamlibet pro* portionem habet compofitaaa bafis , & altitudinis , ideft
compofitam ex proportione bafis ad bafim , & altitudinis ad altitudinem >
quemadmodum fupra de prifmatis. diximus. Du« pyramides fimiles elTe dicuntur ,
fi bafes habent funiles, & triangula, quae unam continenp, firailia funt
triangulis, qu* continent alteram, fin- gula quidem fingulis . Lacera homologa
(ive balluro» Uve continentium triangulorum dicuntur etiam late» ca homologa
pyramidum. Demondratum eft, pyramides fimiles eamdetiu habere inter fc
proportionem, quam habent cubi la- terum homologorum, five, quod eodem recidit,
ho- mologorum laterum triplicatam , quod idem & de. prifmatis fimilibus
diAum eft. C A P. V r. De CjlinJro , Sl in duobus parallelis planis duo fint
aequales err» euH L H, TP (Fig. i6.) quorum centra C & O,* ac dufti fint
radii C L , O T fibi mutuo paralleli , nec non & refla linea L T , iique
radii circa centra C, O fic revolvantur , ut feroper paralleli inter fe ma-
neant, reAamque Uncam LT fecum adducant, do- Aec eo xedeant , unde dilcefleiunt
> exiftec hinc lu» 7um C centrum fphaerae , diameter A B diameter fphaerx ,
five axis. Breviter definiri folet fphsra fo- lidum ) in quo inefi pundum xque
difians ab omni- bus extremis: centrum put fluni tale efi . DemonAratum cA , fphsram plano impofitanu ab eo
contingi in uno tantum puixAo . DemonAratum quoque eAj duas quafque fphxras eam
inter fe habere proportionem , quam habenteubi* diametrorum . Haftenus
geometris quofdam terminos , ac theo- remati nonnulla expofu'mus,qu* qui
intellexerit, alia etiam facile intelliget , fi qua occurrent in phyfica,quje
in hoc libello fuerint prxtermUTa . PHY- 11 PHYS1C
iE PARS PRIMA. ■ FbjJ?ca quid fit ^ isf quomodo di^vi datur . p 1 Hyfica , ut
id nomen plerumque accipitur , eft fcientia, quz de corporeis rebus agit. Hanc
divide- mus in partes tres . In prima de corpore generatim agemus, ea
explicantes, qus corporibus conveniunt univerfls . In altera varias quorumdam
corporum qua- litates exponemus. In tertia totius mundi (itum , &
defcriptionem declarabimus . DE CORPORIBUS GENERATIM. GAP. I. De frineifiis
corporum , ^^Anifeftum efl corpora mutari, & alias atque^ alias fpecies
accipere; nam id quod erat cibus, fit fanguis primum , deinde caro ; dc id ,
quod erat li- gnum , fi comburatur, fit ignis. Oportet ergo cfTe in corpore
aliquid , quod idem cum fit , pofTit ta- Tom. III, K mcn T H r Z I C JE men ex unx natura , aut fpecie
in aliam tranHre . Hoc aliquid dicitur materia • (ive materia prima; quz
materia ipfa per fe nec efl ignis, nec lignum, nec tale aliud, fed poted
cujullibet rei naturam in- duere . Ut ergo materia naturam induat hujus vel
illi- us rei , V. g. ignis , vel ligni , oportet , ut ad eam accedat aliquid,
quo ipfa fiat vcl lignum , vel ignis . Hoc aliquid , quod ad materiam accedit,
ipfamque determinat ad elTe vel lignum , vel ignem , dicitur forma . Manifcllum
cft igitur duobus piincipiis con- flare corpora, materia nempe, & forma.
Neque materiam male definies , fi dixeris eam efle fubftantiam incompletam ,
aptam natam com- pleri per formam ad corpus conflituendum ; fimiliter- que
forma definiri potent fubflantia incompleta . apta nata complere materiam ad
corpus conflituendum . Quoniam materia poteft & lignum clTe , & au- rum
, & ignis, & aliud quidlibet, reifle indifferens dicitur ; & quia
ipfa per fe nifi forma aliqua acce- dat, nihil horum cft , idcirco nullam harum
rerum qualitatem habere in fe dicitur, & iners appellatur . Cum materia
veterem formam amittit, & no- vam acquirit, tunc dicitur corpus generari.
Ita cum materia amittit formam ligni , & acquirit formam ignis , tunc
dicitur generari ignis . Requiruntur
er- go ad generationem ha-c duo ; materia , & acquili- tio novae formae .
Atque haec quidem propofita pri- mum ab Ariftotele nemo in dubium revocare
poteff. Sunt Digitized by Google bunt autem, qui putant, id, per quod materia
fit hoc , vel illud corpus , v. g. aurum , vel lignum vel ferrum , nihil eflc
aliud , nifi particularum figu' ram , tcxturamque , ad quam etiam adjungunt mo*
tum. Figuram particularum, & motum vocant prin- cipia mechanica , & his
corpora quxque conditui volunt. Horum ergo fententia, forma omnis in par-
ticularum figura texturaque, & motu pofitaeft;ea- que forma refpeaiva
dicitur. Hanc opinionem Epi- curei olim ,poft noftris diebus Cartefiani
fuftinucrunt. Peripatetici AriAotelem fecuti concedunt qui- , dem formas
refipeflivas eflc quamplurimas , quarum varietate varia quoque Cnt corpora ;
negant autem omnem corporum varietatem a folis formis refpefti- vis,
principiifque mechanicis oriri pore . Hi ergo a- liam quoque formam inducunt ,
quam abfolutam vo- cant, quasque non in mechanicis principiis confidit ; eamque
etiam vocant fubdanti.tlera , quia maxime ad fubdantias corporum pertinet . De
ejfentia torforit . £sfentia corporis eft id , quo pofito ftatim corpus pofitum
efle intelligitur , quo fublato , fublacum.Id cum ita fit, nen ed dubitandum ,
quin corporis cf- fentia in extenfione, & mobilitate pofita fit. Nam K a '
fi qua t fed tantum modos , & accidentia aliqua ; ergo ne cor- poris quidem
effentiam cognofeemus . Refpondeo. Nego antecedens. An non effen- tiam
trianguli , aut circuli , aut quadrati cognofei* mus ? Quid ergo docent Logici
omnes effentiam c(^ fe id, fine quo res nec etfe, nec concipi potcd? Si enim
concipi effentia nulla poteft , iflo modo nulla unquam res concipietur . Dices:
effentia corporis ell id , per quod co> pus dillinguitur ab aliis rebus, quz
non funt corpo- ra, puta ab anima. Atqui corpus non dillinguitur ab anima per
hoc , quod fit extenfum , & mobile ; nam etiam anima c(l extenfa, &
mobilis. Ergo &c« Refpondeo. Diflinguo illud anima efi extenpt^ &
mobilit formaliter ; nego : terminative ; concedo. Non ed vero anima extenfa
formaliter; nam noiu ed ^8 V H r S l C JE cil in fc neque longa , neque lata ,
neque omnino figuram ullam habet fpatiofam . Eft autem extenfa terminative ,
idcft habet relationem quamdam ne- xumque cum termino quodam extenfo , ideft
curru, corpore . Dices: extenfio fatis eft ad effentiam corporis conftituendam
; ergo ad extenfionem fruftra additur mobilitas . Refpondco. Nego antecedens.
Nam fi corpus diceretur tantum res extenfa, jam non diftingueretur a fpatio ,
quod ipfum quoque extenfum eft , quamvis fit immobile . Dices : corpus multo melius
diftinguitur a fpa- tio per impenetrabilitatem , quam per mobilita- tem .
Refpondeo negando . Nam ut corpora pene- trare fe mutuo non poflunt , ita ne
fpatia qui- dem . Convenit ergo impenetrabilitas fpatiis aeque./ ut corporibus;
immo etiam multo magis . GAP. III. Df divifilfilitate corporis, C!jOrpus
quoniam extenfum eft , & compofitura partibus , dividi in partes poteft ,
quae partes dividi dc ipfae in alias poflunt, & hs in alias. Quaeri- tor
autem a Philofophis an id in infinitum abeat , an Digitized by Googie an tandem
deveniendum fit ad partes ultimas , qua fimplices fint , inextenfa , atque
incompofita, ideo- que dividi amplius non poflint. Ut ego quidem puto,
unumquodque corpus af- fignabile , quod raenfuris communibus determinari poteft
, aliis , St aliis partibus confiat in infinitum . Idque fic probo . Si eflent
quadam partes ultima tnextenla & incompofita , ha fimul unita compe*
netrarentur ; nam qua media cfll-t inter duas , fi omni careret parte , eodem
in loco ab utraque tangeretur ; atqui corpus , quod extenfum eft , com- poni
nequit ex partibus, qua fimul compenetrentur . Ergo partes illa ultima nulla
funt. Ergo corpus quodlibet aflignabile aliis , & aliis partibus confiat in
infinitum . Corpus infinite magnum , five infinitum , dici- tur illud , quod ex
infinitis aflignabilibus , ver. gr. infinitis pedalibus confiat. Contra vero
pars unaJ ex illis infinitis , quibus confiat corpus afiignabile , dicitur
infinite parva , five infinitefiraa. Hanc opinionem fecuti Geometra ftatnunt ,
u- namquamque lineam non punais conftare omni ex- tenffrme carentibus , fed
componi infinitis lineolis infinite parvis, \cque dubitant unamquamque cur- vam
lineam fibi fingere tamquam compofitam ex in- finitis lineolis rcais infinite
parvis , quas vocant cur- va latercula; qua cogitatio illos numquam in erro-
rem adduxit . D'ces . Si corpus quodque conflat infinitis par- tibus, 9o P H r
S 1 C X tibus, tam omnia corpora erunt aequalia . Non funt . Ergo &c.
Refpondco . Nego majorem . Nam quamvis infinitae fint partes in quovis corpore
5 poffunt ta- men plures efle in uno quam in altero. Sicuti fi in- finiti fint
homines , infiniti quoque erunt oculi , ta- men plures erunt quam homines .
Dices ; poteft Deus omnes corporis partes ijL. nihilum redigere una tantum
confervata . Sed haec una erit incompofita ; nam fi componeretur aliis partibus
, Deus hanc confervando non unam confer- varet , fed multas . Ergo eft in corpore pars qux- dam ultima inextenfa )
Sc incompofita . Refpondeo. Diftinguo majorem. Omnes corpo- ris partes ultimas
& incompofitas ; nego; nam h« partes in corpore nullae funt: omnes corporis
par- tes extenfas & compofitas ; concedo . Sic ergo illa major accipienda
eft. In quotcumque partes corpus diviferrs, poteft Deus unam harum confervare,
alias omnes tollere. Sed & illa, quam confervabit, & illz , quas
tollet, compofitae erunt , atque cx- tenfae . Dices : poteft Deus partes omnes
corporis alias ab aliis disjungere ; disjun^ae autem erunt ultimae ,
incompofitae, inextenfs. Refpondeo. Diftinguo: poteft disjungere partes omnes
ultimas, & inextenfas; nego; nam hae par-*^ tes ultimx nullx funt: poteft
disjungere partes om- nes extenfas, quotcumque ez fint, in quas corpus
diviferis; concedo . Di- Digitized by Googl TARSI. Si Dices ; li corpus
quodlibet infinitis partibus componitur , quomodo igitur finito fpatio concludi
poteft ? RefpondeO} concludi polTe ; nam ut corpus in- finitis partibus confiat
, ita etiam fpatium infinitis fpatiolis . Dices : tamen corpus cum movetur per
fpatU um aliquod , oportet ut primum primam fpatii par- tem attingat, tum
alias; atqui invenire primam non pofiet , fi unaquxque fpatii pars aiiis
partibus con- flaret; ergo corpus moveri non pcflet. Refpondeo . Diflinguo
majorem ; primam fpatii partem inextenfam; nego: primam fpatii partem^
,cxtenfam; concedo. Non fic enim movetur corpus per lineam aliquam , ut divifa
hac linea in partes ultimas & inextenfas , debeat corpus has omnes de-
inceps attingere ; fed fic movetur , ut divifa linea in parres quotlibet , ver.
gr. decem , centum , mil- le , debeat corpus primo primam percurrere , tum
fecundam, & alias deinceps. Hx autem omnes ex- tenfx funt. Dicet : quomodo
potefi corpus mobile infinitas fpatii partes percurrere finito tempore?
Refpondeo , pofle utique , nam ut corpus con- flat infinitis partibus infinite
parvis , & fpatium infi- nitis fpatiolis infinite parvis, ita & tempus
infinitis tempufculis conflat infinite parvis , Idque in omni continua
quantitate valet. Tiw. UL L . 8i F H r S l c ^ C A P. I V. De motu locali quid
Jit ^ 6* quotuplex. ^Totuum genera inulta funt. Nam quidquid acqui- rit formam
aliquam , ex eo quod c potentia in a- (Sum tranfit , moveri dicitur, itaque
& animi mo- veri dicuntur, fi e non volentibus volentes fiant; acquirunt
enim volendi formam . Sed nos de locali tantum motu agimus. Localis motus eft
tranftatio corporis de loco in locum. Duplex cft, abfolutus , &
refpeftivus. Ahfolutus eft tranflatio corporis a fpatio, quod occupat, ad fpatium
, quod antea non occupabat, Ifque motus intelligi fatis poteft , etiam fi unum
tan- tum corpus in natura intelligatnr. Refpeflivus cft mutatio diftantiae quam
habet corpus a corporibus aliis. Is motus intelligi nequit, nifi plura
intelligantur corpora. Et fit mutuus opor- tet ; neque enim mutari poteft
diftantia ccxrporis A a corpore B , ut dicatur corpus A moveri , quin^ mutetur
pariter diftantia corporis B a corpore A , ut dicatur corpus B pariter moveri.
Eft ergo motus rcfptftivus mutuus . Cartefius motura omnem omnirro definit
muta- tionem diftantise ; nempe ille fpatium diftinftum a corpore nullum elTe
putat, ideoque motum omnem abfolutum tollit, lefpeflivura in natura relinquit.
. CAP. Digitized by
Googk c A P. V. De vi motriet . motrix eft vis , qu* cum iniit in corpore ,
ipfum movet . Quidquid ea fit . propagatur per to. tum corpus uno tempore; fi
corpus continuum fit. Etenim fi corpus continuum eft , non poteft unutnJ
extremum promoveri , quin eodem tempore pro- moveatur & alterum: oportet
ergo, vim motricem fimul ut eft in uno extremo, ftatim efte , eodemque tempore
in altero. Propagatur ergo per corpus uno inftanti . Sunt qui volunt vim
motricem nihil efte aliud, nifi vira quamdam , & aflionem Dei in
corporibus, ac res creatas nihil efficere ad movenda corpora tantum occafionem
prebere Deo , ut ipfe e decre- to fuo moveat. Ideoque res creatas canfas
occafio- nales motus efie dicunt , Deum efficientem . Horum haec ratio eft.
Movere corpus eft ipfum confervare in pluribus deinceps locis. Ejus ergo movere eft, cujus eft confervare. Atqui
confervare Dei eft . Ergo & movere . Que ratio erit in meta- phyficis
examinanda. Plerique putant , vim motricem efie qualitatem feu vim quamdam
corporibus a Deo infitam , qu® varus caufis , iftibus prefertim & percufllonibus
ex- L a cita- V 'H r S T C JE cltacur ;
atque hi przter qualitatis , facultatifquo nomen > nihil nos docent • Vis
raotrix fi impediatur , ne motum faciat , cum fit tamen in corpore, atque
inftet, dicitur ni- fus , pretfio , conatus . Nihil eft in phyfica difficiliui
cognitu I quam hic nifus • Dt motus velocitate • Elocitas eft promptitudo
corporis ad certum fpatium percurrendum certo tempore. Tanto major efi , quanto
majus efi fp.itium , 6; quanto minus eft tempus . Si duo corpora moveantur ; ac
fpatia confedla exprimmtur duobus numeris; itemque tempora; ac demum fpitia per
tempora dividantur, fient nume> li , qui expriment velocitates. Exemplum . Corpus A conficiat
fpatium 6 tem- pore 2 . Corpus B fpatium 20 tempore 5 . Qnoniara dividendo 6 per 2 fit 3 , & 20 per 5 fit
4, erit ve- locitas corporis A 3 , corporis B 4 . Si ambo corpora seqnalibus
temporibus move- antur, nulla divifione opus efl ; nam velocitates funt ipfa
fpatia , ideft exprimuntur iifdem numcrif quibus exprimuntur fpatia . CAP.
Digitized by Googie Dt motui quantitate. in corpore tanto eft ma{or, quanto cft
major quantitas roater'x , que in corpore reperitur, quaque maffa corporis dici
folet; & pariter quanto major ell velocitas. Neque vero putandum eft,
illorum corporum^ maffam etfe majorem, quorum volumen, feu magni» tudo fenlibilis
major ell . Sunt enim corpora volu» mine maxima , qux tamen propter poros vel
pluri» mos, vel maximos interfperfos quam minimum ma» terix continent, ideoque
maflx funt minimx. Si roalTam corporis numero expreflam habeas, itemque
velocitatem ; multiplicata per velocitatem roafla exiQet numerus , qui vim ,
feu quantitatem motus exprimet. Sit mafla 3, velocitas 4; erit ergo vis, feu quantitas
motus iz. Si vim , feu quantitatem motus divides per maf- fam , exiftet
velocitas; fi per velocitatem, exiftet maffa . Sic in allato exemplo fi
quantitatem motus 12 divides per malTam 3; fiet 4 nempe velocitas; f per
velocitatem 4 fiet 3 ; nempe malTa . 26 P H r S l C uE GAP. VIII. De legibus
metus . P Erfuafum jam cft prope omnibus j unumquodque corpus per fc quidem in
eo (latu ) in quo cft. mane- re femper . Si ergo quiefeit, quiefeet femper,
quantum in ipfo eft ; fi eft in motu , motum eumdem retinebit femper j
camdemque velocitatem j & direflionem j ac fi quid horum mutare cogetur,
mutabit quidem, fed mutabit, quam poterit, minimum.. Haec corpo- rum in eodem
ftatu perpetuitas, ab aliquibus inerti* vis dicitur . Hinc leges motus
conftitut* nonnull* in corporum congrellionibus obfervands . Incurrat primum
corpus A direifte in corpus B, ac fit B quiefeens . Ut corpus A moveri pergat ,
oportet, ut removeat corpus B, ideoque aliquid fui motus ei tribuat . Tribuet
tamen quam poterit mi- nimum , tantum fcilicet , quantum fatis fit , ut fe-
rantur ambo fimul pari velocitate ; nihil amplius . Vis ergo, fcu quantitas
motus, qu* ante ifluro mo- vebat folam malTam A, poft iftum movebit ma(Tam A ,
& maflfam B fimul juniflas, quafi malTam unam. Ver. gr. fi vis 12 movebat
maffum A ante iflum , eadem vis 12 movebit poft i promptifliraum erit h»c tria
colligere . Primum , quae fit velocitas maflae A ante iAum, 6 c pariter quz fit
velocitas roaflarum A , & B fimul jun 61 arum pofl iiflum ; nam ante iAum ,
cum mafla A fit 4 , vis autem ipfam movens eflet 12 , opor- tet ejus
velocitatem fuifle 3 ; pofl itflum vero cum amba; maflae fimul junflae
componant maflam unam, quae cft 6 ; vis autem hanc movens fit 12, oportet
velocitatem ambarum maflarum fimul junflarum ef- fe 2. Secundo cognita
velocitate , qua ambx malTie moventur pofl iftum , facile etiam cognofeetur vis
feu quantitas motus , qux erit pofl iiflum in utravis mafla. Etenim cum fit
velocitas utriufque mafl® pofl iftum 2; mafla autem A fit 4, quantitas motus in
A erit 8 ; multiplicata nempe mafla per velocitatem ; ac cum mafsa B fit 2 ;
erit quantitas motus in B 4. Tertio his cognitis facile etiam intclligetur ,
quantum motus utrumlibet corpus vel amiferit ex i(flu , vel acquifiverit. Sic
cum corpus A habuerit ante iftum motum. 12, eiufque motus nihil retineat pofl
iftum nifi 8 , fatis conflat ipfum ex i 61 u amifif- fe motum 4: e contrario
patet , corpus B ex iflu acquifivifle motum 4 ; quippe pofl iflum habet mo-
turo 4, cum ante iftum motum haberet nullum. Hoc porro intelligitur quanta fit
vis i£lus.;nam fi motus omnes vel aroifsos ex iflu vel acquifitos in fummam
unam conferas , tanta efle dicetur v/is iftus. Digitized by Google 88 PHYSICA idus , quanta erit haec
fumroa; fic erit in allato exemplo vis iflus 8 . Jam vero fac corpus A non
incurrere in cor- pus B quiefccns, fed ambo eadem dircflione ferri vetfus
eamdem partem , ita tamen , ut A infequcns fit velocius, & tandem pellat B.
Hic pariter cor- pus A tantum fui motus tribuet corpori B, ut am- bo fimul
jun61a ultra ferantur velocitate pari . Atque hic pariter cognofci facile
poterit , & quanta futura fit amborum velocitas poft i61um , & quanta
utriufque vis , & quantum motum corpus utrumlibet ex iAu acquifiverit , aut
aroiferit . Sup- putatio enim eft fere eadem . Quod fi corpus A , & corpus
B direflionibus contrariis fibi occurrant, quod habet vim minorem, vim totam in
iflu amittet; quod vero habet vim_t majorem amittet alterum tantum; vi autem
reliqua fic aget in corpus alterum , ut fi vi tali in ipfum quiefccns
incidiflet . Fac ver. gr. corpus A ante idlum habere vira lo , corpus B vim 8:
ergo corpus B in idu amittet totam vim 8 , quam habebat; & fimiliter corpus
A amittet vim 8 , eique relinquetur tantum vis 2 . Sic ergo A aget in fi , quafi in ipfum quiefccns
incidif- fet vi 2 . Atque bxc femper tenent, fi modo in ipfo \&a nulla alia
excitetur caufa, qus motus congredienti- um corporum , 6c velocitates turbet .
In plerifquc corporibus excitatur femper clafiicitas , qu^m ob rem alia; P A K S I. 8p ali* ponuntur motus lleges in
claflicif obfervand* dc quibus dicendum erit alio loco • e A P. 1 X. Df motu
compojtto , Sl corpus unum C ( Fig. i. ) eodem tempore dua- bus agatur viribus
in directiones diverfas C A , C B ; fumanturque line* C A , C B ea longitudine
) ut proportionem eamdem inter fe habeant) quam ha- bent vires, conftflo
parallelogrammo AB deferi- ptaque diagonali C S , corpus renebit hanc diagona-
lem , fereturque in S. Motus corporis per CS dici- tur compofitus ex duobus
motibus , ex illis nempe , quorum unus fieret per C A ab una vi , alter per C B
a vi altera . S*pe accidit, ut
motus unus refolvatur in du- os quafi ex illis elTet compofitus; idque ufuvenit
in occurfibus obliquis. Fac ver. gr. corpus C,dum ten- dit per CH {Fig. 2 .)
oblique incurrere in pavimen- tum BH. Cum erit in H, motus ejus refolvetur in
motum CA parallelum pavimento, & motum CB eidem pavimento perpendicularem ,
quafi ex his duo- bus motibus cfTet compofitus . Ac corpus quidem motu C A
nihil pellet pavi- mentum , pellet utique motu C B . Ac motum C B propter
pavimenti lefillentiam amittet , motum C A confervabit t Tom, lll, M CAP.. 9 ®
r H Y S I C jE De motu fer lineas curvas . Linea qustvis curva , uti A H ( Fig.
3 ) compoli* ta eft ex infinitis lineolis reftis A B , B C , C D &c. | qus
latercula curvae dicuntur. Unumquodque later- culum productura , uti A B , in T
dicitur tangens . Sic certe lines curvs *a mechanicis fpeftari folent} neque ea
fuppofitio quemqu.Tm adhuc in errorem.^ induxit • Id etiam alibi diximus .
Corpus ergo per lineam curvam ferri non po- te , nifi laterculum unum AB
excurrat , tum ab eo defleClat in laterculum proximum BC, idque perpe- tuo
faciat . Procedens autem corpus per unam lineolam A B , quantum in fe eft,
eamdem femper tenebit direflio- nem , effugictque per tangentem A B T . Ut ergo
ab hac tangente dcfleClat , & ingrediatur latercu- lum proximum BC, necelfe
eft, ut vis altera illi adveniat, qus ipfum trahat v. g. verfus V ; fic enim
corpus aflum duabus viribus, illa nempe, qus ip- fum urget a B verfus T , &
illa , qus ipfum urget a B verfus V , motu quodam compofito ingredi po- terit
laterculum proximum B C. Ut ergo corpus fuo itinere curvam lineam te- neat ,
oportet ipfum perpetuo duabus urgeri viribus, quarum una per tangentem effugere
nititur , alter» veio alioifum trahitur. FutxClum V , ad quod trahi- tur, Digitized by Googlt F
4 R s 1. 91 tar , ut
defle6lat a tangente , dicitur centrum mo* tus ; ac vis trahens dicitur vis
centripeta . Et quoniam corpus per tangentem effugere ne- quit , quin a centro
recedat, fequitur, ut vim fa- ciens fugiendi per tangentem , vim quoque faciat
recedendi a centro. Vis haec recedendi a centro di- citur vis centrifuga . Vis
centrifuga , & vis centripeta vires centra- les dicuntur , ac femper
aequales inter fe funt ; esc- ‘ que praefertim condderari folent in corporibus,
quae per circulos rotantur. Eft autem in his vis centri- fuga major , & cum major eft mafla
rotati corpo- ris , & cum major eft rotationis velocitas , & cum minor
eft circulus. Ad conftituendam ergo vim cen- trifugam cujufque corporis, erunt
haec omnia atten- denda . De motu ha^enus . GAP. XI. De vi corporum attrafUvM .
Jtt . ^^Ulti , Niutono auftore , ponunt vira attraftf- vam communem efte
corporibus omnibus . De hac ergo agendum erit in prima parte phylicae , ut his
fatisfaciamus . Vis attra6^iva eft vis , qua corpus quodlibet cor- pora omnia
ad fe trahit . In quo confiftat , Neutonus ipfe non explicat; quid fit ncfcit ;
fcd clfe in natura con- tendit, quidquid ea fit. Mz Sunt p2 T H Y S I C M Sunt
tamen qui fufpicari nos velint de particu* lis quibufdana emiiTis, quali corpus
quodlibet alia_. omnia ad fe trahat particulas emittendo , quz om Deinde cum
fint h» particul* corpora , habe- bunt & ipfx vim attraftivam; oportebit
ergo, ut ipfe quoque particulas ali.iS emittant , & fimilitet hx alias ,
refquc abibit in infinitum . Mitto ritiones alias, quibus p':ine offenditur,
vim hanc atrraiflivam vel nullam cfTe , vel certe in particulis , &.
mechanicis principiis non confiflcre . C A P. XII. De magnitudine vit
attra&ivte , ^^Im attraiSivam cuiufque corporis tanto majo- rem efTe
locent, quanto major cft mafTa . Quam- quam ad vim atttaAivam fenfibilem
efficiendam re- quiritur malTa longe mi xima, ac prorfus incredibi- lis: vix
caucafi maffa fatis efl . Multo minus fatis erit mafTa cujufvis horum corporum ,
quae manibus quotidie contreiSlamus . Quapropter vis hxc aftraftiva nunquam
efficit Ut bzc corpora accedant ad Te fe mutuo fenfibili- ter; Digitized by
Google P A n S 1 . 95 ter ; nam cum (it adeo exigua , refiftentia quzvia vel
minima , puta aeiis , retinet corpora ne loco moveantur . At inquies; quae
tandem maffa erit) cujus vis attraAiva (enfibilis elTe debeat ? Refpondeo .
MalTa totius terrae, aut lunae aut folis , aliorumve coele- (lium corporum . Si
quid ergo a terra minus diftet, id terra ad fe rapiet vi fenlibili ; idque ,
nili fufti- neatur, fenfibiliter in terram ruet. Quod flmiliter & in luna (ieri creditur ) &
in aliis caeleftibus cor- poribus . C A P. XIII. De propagatione vis
attraSlivee , Is attra6Iiva propagando fe fe longius a corpo- re paulatim
minuitur) idque ea proportione , ut tan- to minor fiat, quanto majus fit
difiantiae quadratum . Fac ergo vim attra£iivam alicujus corporis in di-
liantia i , cujus quadratum efi i , & ipfam efle i ; in diftantia 2 ) cujus
quadratum eft 4 ) erit quater minor; in diftantia 5, cujus quadratum eft 9)
erit novies minor, & fic deinceps. Quare non omnes partes corporis B A C (
Fig-, 4,) pari vi trahunt ad fe corpus R , fed partes C , quae funt ad R
proximae trahunt magna vi^* partes B, quae longius diftant , trahunt vi minori.
Ideoque corpus B AC majori vi trahet corpus R, obveifa ad ipfum parte cralliorc
C quam parte te- Dujori 94 P H r S 7 c ^ nujori B ; nam pars craflior C plus
materiae conti- net , ideoque juvat j hanc potius, quam partem B obverfam cfle
corpori R . In fphscra nihil refert , quam partem obverfam habeat ad res trahendas
, omninoque res extra po- litas fic ad fe trahit , quafi partes omnes attrahen-
tes in centrum collcdlae eflent, & inde traherent. GAP. XIV. Dc attraditne
corporum mutua, ^Ton poteft corpus A trahere corpus B ad fe , quin & ipfuni
ad B trah.Ttur. Idque duabus de cau- fis. Prima eft, quia ficut A vim
attraflivam habet, qua trahit ad fe B , ita etiam B vim attraflivanu habet ,
qua trahit ad fe A . Caufa altera altius repetenda eft. Nulla eft a- ftio , cui
non refpondeat aequalis readlio. Id expli- co. Dura caufa aliqua agit in
fubjeiSum aliquod fcu terminum , a£lio illa sque afficit & caufara agen-
tem , & terminum . Quatenus afficit terminum dici- tur aftio ; quatenus
afficit caufam agentem , dicitur reaAIo. Sic fi manus premit tabulam , a^Iio
illa premen- di zque tabulam afficit , & manum . Quatenus affi- cit tabulam
dicitur a£lio , quatenus afficit manum readio. Sic fi veftor ripam remo pellit,
repellitur; & fi fune ad ripam alligato ripam ad fe trahit, trahitur ad
ripam ipfe ; nam adlio flve pellendi five trahendi aeque veAorem & ripam
afficit. Similiter fl cotpus A trahit ad fe corpus B } trahitur & ipfum
asione, & vi fua ad corpus B; nam ejus aflio utrumque corpus zque afficit .
Corpus ergo A
trahitur ad B duabus actionibus, & aflione corporis B , & aflione fua .
Ac cum fi- militer corpus B trahatur ad A eifdem duabus aCtio- nibus , fequitur
, ut duo corpora A , & fi trahan- tur ad fe mutuo aCtione , & vi eadem
, GAP. XV. De corporibus Jibi occurrentibus propter attrudionem , O^Orpus A
trahat ad fe corpus B , (itque corpus B liberum , ut trahenti A poflit obfequi
. Quoniam haec trahendi aCtio perpetua eft , illam non incom- mode intelligemus
ad hunc modum . Corpus A lingulis tempufculis lingulas traCHo* nes exercet,
quibus trahit ad fe B. Primo teropuP- culo una traAio corporis A dat corpori B
motum quemdam minimum, fecundo tempufculo fupervenit fecunda traCtio, quae
ruotum corporis B aliquanto auget . Idemque deinceps Iit aliis aliifque
tempufcu- lis infinitis . Qi;o patet , motum corporis B , dunu accedit ad k ,
magis magifque accelerari . Quod Digitized by Google g6 T H r S J C JE Quod fi
corpus A & ipfum fit liberum , acce- det ipfiim quoque paulatlni ad corpus
B , ejufqu^ motus propter eamdem caufam magis magifque ac- celerabitur ;
occurrent ergo corpora A , & B fibi mutuo 1 & accelerabuntur ambo magis
, magifque . Quamquam cum ambo eadem vi agantur , ut in capite XV. docuimus ,
fcquirur, ut fi ma fis illo- rum fint difpares , alterum ferri debeat tanto cele-
rius , quanto raalTa ejus eft minor . Fac ver. gr. terram univerfam , &
lapidem fibi mutuo propter vim attraiftivam occurrere; tanto velocius feretur
lapis ad terram , quam terra ad lapidem , quanto minor eft malTa lapidis quam
mafla terrse . Quare^ quo tempore lapis in terram
decidendo pedes du- centos conficit , terra verfus lapidem fe ferendo ne
millefimam quidem unius lati capilli partem con- ficiet . Propterea cum corpus
alterum mafla eft longe maxima , alterum minima ; illud perinde confidera- tur
quafi quiefeeret . Sic lapis decidens moveri di- citur I tena quiefeere . De
corforum cenverjtonibut fropter vim attraClivam . jAftum fit corpus A ( Fig. 5
.) vi quadam impref- fa verfus T , atque interim trahatur a corpore quo« dam
immobili S verfus S. Non poterit fane corpus A tradium ab S procedere per
lineam reflam A T , fed ab ipfa defle^let & motu quodam compofito in*
gredietur aliam lineam A V. Neque vero hanc lineam A V perpetuo tene- bit ; nam
fequenti fiatim tempufculo trahetur rur* fum ab S; quare confefla vix dum
lineola A B) de- fle dura corpora condare particulis tamo- Digitized by Google
ici, IM» ^uu^uc parcicuias auras tlle. Unde ergo il- larum durities ? bic
diflenfio . Epicurei atomos praetendunt quos arguit haec ratio. Nam primum
duritiem atomorum non explU eant. Deinde fi atomi aliae in alias infertae
funt,fe feque mutuo complebuntur, eoque dur ties fit, fe- quitur, ut partes
durorum corporum, fi in divcrfa_ trahantur, nulla omnino vi divelli poHint;
namque atomi neque frangi ulla vi polTint , neque inflebi , & tamen durorum
partes divelluntur utique, fi vis maxima adhibeatur. Cartefiani rem altius
repetunt. Putant primum elTe materiam quamdam fluidillimam cujus partes nullae
fint durae, eamque diffufam per omnia. Dein- de innumerabiles efle , & quam minimos globulos
, quos materia fluidifllma ex omni parte comprimens, duros facit . Hi globuli
fluidum componunt longe^ lubtiliflimum pervadens omnia, & penetrans. Tertio
particulas alias omne genus ponunt ramofas , adun- cas, angulatas, quas globuli
fimul cum materia flui- dilfima premunt ex omni partej ideoque duras red- dunt.
Materia fluidilfima dicitur a Cirtefianis primum elementum , globuli fecundum ,
particulse tertii ge- neris tertium . His fimul nexis componuntur corpo- ta
omnia ferrfibilia quateumque dura funt . Cartefianis ergo ultima duritiei ratio
eft fluido- rum exteiooium compreflio . Quam jot P H Y S I C M Qu 3 m opinionem exemplo
marmorum confir- mant. Nam fi marmora A & D ( f/j. 7 .) fint lar- vilfima,
& alterum alteri imponatur, fic junguntur, ut tolli unum verfus V non
poHit, quin fequatur al- terum. Illa
autem adhsrfio oiiri creditur a compref- fione externi aeris. Sic ergo in
particulis minimis durorum corporum accidere poteft , ut omnis adhx- fio
comprelTione externa fiat . Sed multi adverfus Cartefianos eodem utuntui
exemplo. Nam marmora difficile quidem divelluntur fi trahantur unum verfus V,
alterum verfus X di- reiflionibus ad communem fc(flionem C B perpendi-
cularibus ; fcd fi trahantur unum verfus Tj alterum verfus S dire61ionibus ad
communem feftionem pa- rallelis, labentia unum fuper alterum, facillime dif-
junguntur . Similiter ergo & corporibus duris , & illorum particulis
deberet accidere , ut pars una fu- per alteram labens facillime divelli prlTet.
Neutoniani
difficultates omnes effugere fe pof- fe putant vim attradlivam particularum
proponen- tes. Fit enim hac vi, ut particula adhsreant fibi mutuo, & durum
corpus efficiant. Neque hi a Peripateticismultum diftant,quidu- rltiem
qualitatem vocant, nec aliud qusri volunt; ron enim in principiis mechanicis
eft pofita. Horum fententia expeditiffima, & commodiffima eft fivc ea
qualitas attradiva vis fit, five aliud quidpiam . P A K S IL 103 j , c A p. I r. De variis durorum
corforum proprietatibus . PRimutn. Non omnia dura sque funt dura. Sunt enim
quxdam , in quibus particulz five fibrillx im* plexx funt ar6Hus; eaque duriora
funt. Item illa, in quibus
particulz implicatx funt atque implexx quamplurimx. Quare corpora quzque vel duriHima ad fummam
fubtilitatem redafia franguntur facillime . Habent enim particulas paucas
flmul implexas, qui* bus difruptis corpus frangitur. FortalTe etiam in du-
rioribus rebus contactus majores funt , quod particu- lz fe mutuo contingant in
fupcrficiebus quam latif- fimis, Izvifllmifque . Nam contaflum fere femper adhzlio fequitur , five id
faciat externa comprdTio, five vis attrafliva, five aliud quidlibet. Secundo .
Dura quzdam funt duAilia , uti au. rum quod percutiendo in latilTimas laminas
dillen- ditur: nempe particulis conllat Izvibus , eifque, qus aliz inter alias
facile fubterlabuntur . Tertio . Sunt quzdam dura maxime fragilia , uti vitrum
, quod validiilimz compreHioni refiAit, fi vel leviter percutias frangitur. Id
illi fane accide re'poteA propter certam particularum configuratio- nem ,
texturamque . Fac enim illud ver. gr. parti- culis fphxricis compofitum elTe ,
& maxime duris . Jam Digitized by Google ,04 T }1 Y S I C M Jam cotnprelTioni
utique vehementer refiftet ; fed quoniam fphsrule contaftus habent minimos,
[con- tingunt fe enim in punflis ) polTunt facile perculfio- nis vi aliae ab
aliis disijci; unde fragilitas. Quarto . Idem durum fi certa ratione difrum-
pcre aggrediaris , nunquam difrumpes; fi nitaris ra- tione alia, difrumpes
facillime, veluti bacillum li- gneum , fi per longum in diverfa traxeris , non
dif- rumpes , nifi vi fumma; at fi genu ad medium ap- plicato , utrumque ejus
extremum manibus ad te ad- duxeris flatim franges. Hujus rei rationem reddere
mechanicorum eft, qui tamen res duras cofiderant tamquam particulis duris,
fibrillifque compofitas , uti phyfici , undecumque tandem hxc fibrillatum duri-
ties petenda fit . C A P. III. De Fricatione , quod corpus durum alteri duro
applicatum prx- ter ipfum excurrat , refifientiam ex illa applicatio- ne
patitur , & retardatur . Hxc refifientia fricatio dicitur . Oritur fricatio
ex eo quod unumquodque du- rum corpus fcabrum eft , & foveolas in
fuperficit./ habet , & culmina . Quod fi alteri duro applicetur, fuas
prominentias infent io foveolas alterius; qua- reprogredi non poted , ni(i
prominentias vel luas vel alterius corporis aut rumpat , aut deprimat , in
eoque magnam fus vis partem inlumat , atquc-/ amittat . Tanto major eft
fricatio , quanto major eft cor- porum fcabrities , quare fi qua funt
laeviflima , in his fricatio nulla efi . Tanto etiam major eft fricatio, quanto
majores funt fuperficies corporum ad fe fe mutuo applicats; nam tanto plures
prominentiae inferuntur in foveo- las tanto plures . Etiam tanto major eft
fricatio , quanto validi- us fe fe premunt corpora , atque urgent ; nam tan- to
altius infiguntur culmina alterius in alterum . Demum fricatio tanto etiam
major eft , quan- to corpus applicatum velocius fertur ; tanto enim ci- tius
prominentias vel fuas vel alterius corporis di- frumpere debet , aut infleflere
, ideoque tanto ma- iorem vim debet in id infumerc . His quatuor fricatio
augeri poteft ex Mufle- hembroekii opinione. Fhilofophi alii nonnihil mu- tant
. / Tom. nit o . io6 r H T S 1 c ^ GAP. IV. De jluiditate : In quo eonjtjlat .
FLuiditas cft difpofitio corporis , propter quam partes ejus facillime disjungi
polTunt. Quare . mate- ria ipfa per fe , & natura fua eft fluidi/Iima; nam
ab effentia quidem fua nihil habet, cur partes ejus non facillime poflint
disjungi . Uniuntur enim atquo adhxrefcunt accedentibus duritiei caulis. Corpus
quoque particulis vel duriflimis compo- fitum fluidum eft , fi hae particula:
vel nihil, vel pa- rum implexa: (int, nec alias habeant adhaeflonis cau- fas ,
quibus fit durities . Nam hujus quoque corpo- ris partes facile disjungentur .
Hoc modo aqua & aer fluida funt. Quo magis particulae exiguae funt , eo
corpus magis fluidum efle cenfetur; nempe quia partes exi- guae facilius
disjunguntur. Quod etiam exprimentura confirmat; nam facilius in acervum
tritici manuni.. immittes , quam in acervum fabarum , facilius eti- am in
acervum miilii ; ut videantur tanto facilius disjungi granula, quanto funt
minora. Multi putant , particulas fluidorum corporum perpetuo quodam atque
inordinato motu agitari , qjein motum inteftinum vocant. Cartefius inteftini
hujus m.uus caufam repetit a globulis fecundi ele- menti, qui per terram ac
circa terram perpetuo ro- tati Digiiized by .ooglc I F A K S II. lo-j cati
incurrentes in particulas fluidorum corporum ipfas agitant . Atque hunc
inteflinum , & perpetuum fluido- rum motum confirmant pleriquc celerrimis
liquorum quorumdam, uti aqux, & vini permixtionibus. Quo- rum argumentum
Beccarius fuftulit experimentis mul- tis ; illo in primis . Fiftulam vitream
fatis longam vino bene rubro ad dimidiam implevit , tum aquam ufque ad fum-
iDum quam lenilfime fuperfudit , omnefque externos incurfus atque iftus
diligentiflime prohibuit ; ac vi- dit primum colorem rubrum aliquot dierum
fpatio vix ad paucos digitos per aquam furfum propagari, tum fifti , neque per
plures menfcs quidquam pro- gredi ; tandem adventante vere ( ut ea tempeflas
rebus omnibus agitationem , & motum affert ) ad reliquam aquam fe fe
diffundere, idque adeo lente, ut non nifi o^lodecim tandem poli menfibus tota-,
colore rubro infeAa fuerit. Hoc fane experimento omnis prope inteftinus, perpetuus
motus corporibus fluidis adimitur ; ille tantum relinquitur, qui ex
agitationibus externis & fortuitis gigni poteft. Fluiditas ergo non efl in
in- teflino particularum motu conflituenda , quemadmo- dum multis creditum efl
. O 2 . r H r s 1 c JE loS GAP. V.
Quit/iam fluidorum corporum propria . Ftuida qusdam funt tenacia, &
vifcida, quorum nempe particul* innexs aliquantulum funt; etfi non ita , ut in
corporibus duris « Hsc tenacitas apparet in guttis aqua: pendentibus . Ad hanc
tenacitatem illud fpeflat, quod fluida adhaerent quibufdam corporibus , &
ipfa humeftant, quamvis aliis non adhrereanc . Aqua adhreret mani* bus, pennis
avium non adhxret . Hydiargirum hu- mc(i>at aurum , non humeftat manum . Id
ex eo foitalle fit , quod quasdam corpora.# poros eos habent, in quos
particulas fluidi fe facile intinuare polfunt; haec ergo corpora fluidum hume-
flat; alia corpora poros habent, in quos vel pro- pter magnitudinem, vel
propter figuram, vel alia quavis de caufa particulas fluidi non polfunt fe im-
mittere . Hrec ergo corpora fluidum bumeflare non
potefl . Hic Neutoniani modo attraftionibus utuntur, modo repulfionibus pro
voluntate . Igitur , ut ip(i docent, hydrargirum adhsret auro, quia particulae
auri, & particulas hydrargiri fefe attrahunt ; non hu- meflat manum, quia
particuls manus, & particu- las hydrargiri fe repellunt. Coromodifllmum
erit hac latione uti, fi alia non fuppetat. Sunt qusdam fluida, que (imul
commixta ar- fliflime fe compleftuntur , & durum quidpiam eva- dunt . Id
accidere in fpiritu vini, & fpiritu urinx chymici docent . Oportet ergo ,
particulas unius flui- di, & particulas alterius, ea efle flgura, ut inne-
Aantur facile , atque implicentur , vel etiam attra- dlionc quadam mutua uniri
; unde durities fiat . Sunt qusdam fluida , qux mifceri fugiunt , uti vinum
& oleum; nam oleum fublime fertur, vino fubfidente . Idemque in aliis
permultis obfervatum efl . Neutoniani id fatis explicalfe fe putant , cum
dixerint , particulas vini , & particulas olei fe mu- tuo repellere .
Recentiores alii exiftimant, particulas vini, & particulas olei ea efle
forma, ut colligari facile non poffint; cum ergo folutx fint, graviores
feruntur de- orfum , leviores furfum . Sunt etiam corpora quxdam dura , qux
ignis , & caloris vi liquefcunt , & fiunt fluida , uti metal- la ;
eademque poflea frigefa^a ad duritiem redeunt. Nempe ignis particulas
innumerabiles a fe emittit fumma vi. In his calor contiflic. Hx igitur parti-
culas durorum corporum quatiunt, ac dimovent, qux dimotx jam mmus ardle fibi
adhxrent . Hinc fluiditas illa , & lentor . Particulis igneis poft
evolantibus , fublatrque ca- lore , duri corporis particuix fe rurfum ardius
com‘- plcduntur . Redit ergo durities . CAP: IIO PHYSICA GAP. VI. De fluidorum
corforum rejiflentla, FLuidum illud, per quod aliquod corpus movetur dicicur
medium . Medium progredienti corpori fera- per refidit , ejufque motum minuit
pluribus do cauHs . Primum propter tenacitatem ; nam corpus pro- gredi non
poteft ; nifi particulas medii disjungat; huic vero disjunftioni refiftit
tenacitas . Quare flui- da , qux tenaciora funt , plus etiam trajectionibus
corporum refiftunt. Deinde propter vim inertiae; nam corpus traji- ciens non
poteft quopiam progredi, neque ullum no- vum fpatium occupare , nili removeatur
quidquid medii in hoc eodem fpatio verfarur ; medium autem removere fe fua vi
non poteft ; in quo apparet vis inertis . Oportet ergo ut corpus
traijciens de fua-. vi , & motu aliquid ei tribuat . Quare medium cum eft
denfius, ideft cum plus materis in pari vo- lumine continet , plus etiam
reflftit . Etenim quan- to plus materis continet , tanto majorem vim^ infumere
traijciens corpus debet ad illud removen- dum . Pariter medium plus rcfiftit
majoribus corpori- bus , (i fe ad alia loca longe transferant , quam minoribus
; nam majora corpora , transferentia fe , . . majo- [ r A R s Ih tix majora
quoque medii volumina removere debent . Plus etiam reHllit medium corporibus
> quae ve- locius feruntur ; nam fi bsc velocius feruntur , ve- locius etiam
removeri debent medii volumina . Opor- tet ergo , ut his tribuatur major vis .
Plerique hanc reflftentiam metiuntur quadrato illius velocitatis, qua corpus
fertur ; res adhuc obfcura . Sane
credi- tur relillentia , quae oritur a vi inertiae efle longe maxima , ut illa
, quae oritur a tenacitate non fit cum ea comparanda . Quamquam relidentia
medii pro eo etiam va- riat , ut variat , & figura corporis , quod movetur,
• & ratio ipfa motus . Fac enim corpus habere for- mam cufpidis , & per
longum ferri ; ibit facile ; nam particulas offendit pauciflimas, eafque nullo
la- bore disjungit indar cunei : at fi in laminam diden- tum fit , ac feratur
fuperficie latidima antrorfum converfa , particulas offendet quam plurimas ,
quas omnes fimul diffociare , & removere erit difficilli- mum . Hac re fit,
ut acus metallicae , & brachteole fubtilidimae fuper aquam leviter extenfae
fupernarent,’ etenim particulas aquae offendunt nimium multas, quarum omnium
tenacitatem vincere tantula gravi- tas non poted ^ PHYSICA .De folutionthus , &
pnecipitatlonibus , quig in jluidis corporibus Jiunt . Dura quxdam in quibufdam
liquoribus locata., folvuntur : aurum folvitur in aqua regia ; argen- tum in
aqua forti ; fales in aqua communi . Porro folutio omnis his tribus videtur
contineri. Primum, ut partes rei dura difgrcgentur ; tum ut per liquo- rem
difpergantur ; ac demum ut in eodem liquore fufpenfz maneant , neque fundum
petant . Artificio quodam
interdum fit , ut partes fuf- penf® ftatim fundum petant ; eaque prscipitatio
di- citur , de qua infra. Nunc folutionem explicemus in falibus ; nam fimili
modo explicabitur etiam io. rebus aliis . Credi facile poteft , & poros
falium , & parti- culas aquz ea eife figura , & magnitudine , ut hx in
illos non d.ffiallime intrudi polTint . Hs ergo, ut quz in motu &
agitatione funt , fe fe in poros falium conjiciunt, & ipfas falium
particulas, quaG cunei , aut veftes , dimovent , & difgregant. Neque vero
agitatio illa , quam nunc in par- ticulis aqiiz elfe putamus , cft metus ille
inteftinus, & naturalis, quem Phyfici quidam in fluidis omni- bus fibi
fingunt ; fed cft accidentalis quzdam com- motio ab externis incuifibus vel
acris, vel caufa- rum Digitized by Google PARS 11 . 113 lam aliarum ) quae
plerumque nunquam fatis pro* bibentur, orta, vel etiam a fali ipfo, quod
conijci in aquam non poted , quin ipfam commoveat . Et fane Freindius prcclarus
Chymicus teftatur, folutio* nes omnes in calore commodius fieri : calor enim
agitationem quamdam rebus affert. Ut autem credamus , folutionem falium fieri
non agitatione aliqua , que naturalis fit , & perpe- tua in aqua , fed
commotionibus aliis fortuitis facit Beccarii experimentum . Qui cum fal marinum
in fundo fubtilillimi tubi collocalTee , ac tantum aque fuperfudifiet , quantum
ad id folvendum fatis eflet , coque amplius , tamen cum aquam quam lenifiiroe
in tubum demififiet , omnefque externas incurfiones, & agitationes
fortuitas per fummam diligentiam., prohibuiflet , vix quidquam fubje6H falis
follitum eft menfibus admodum multis . Eaque folutio ad altitu- dinem fe fe
extulit quam minimam , cum fuperiot aqua nullum plane faporem contraxifiet .
Nec illud porro mirandum dl, quod aqua , ubi certam cuiufpiam falis vim folutam
habet , nihil amplius ejufdem falis attingat, quantumcumque in cam conjeceris ,
& tamen faies aliorum generum ( funt enim multa falium genera ) fi quos in
ipfa locaveris, folvet. Quippe aquK particulae non om- nes omnibus falibus
folvendis aptae funt , fed alie aliis . Qux igitur certo fali folvendo aptae
funt, dum hunc folvunt contunduntur , atque irfleAuntur , & folvendi vim
amittunt: particulae alie manent io- Tom, III, P tegr*. 114 F H r S I c ^ tegrae . Hii ergo falcs alii
poftca folvuntur . Quo modo particulae falis difgregentur explica* rimus. Nunc
quemadmodum difpergantur per aquam, Sc fufpenfx maneant dicamus. Et primum
quidem iila eadem agitatio aqus , qux e£Rcit, ut partes fa* Iis difgregentur,
efficit quoque ut per omnem aquam difpergantur. Cur autem fufpenfx maneant hx
cau* fx in promptu funt . Primum particuix falis exfolutx nihilo fortaiTe
graviores funt , quam particuix aqux; nam quamvii granum falis vifibile fit
gravius, quam par aqux vo> lumen , ideoque in aqua decidat , id ex eo fieri
po- teft 5 quod particuix in illo confiriAiores fint, den- fioref.jue ; cum
tamen finguix fint xque graves, ut particuix aqux; ideoque feparatx cum funt,
nihil cft cur decidant. Deinde p-irticulx falis folutx multo leviffimx funt, ac
fortafle tenacitatem aqux gravitate fua vin- cere nequeunr, quemadmodum fupra
diximus de bra- chteolis metallicis . Tertio particuix falinx inneftuntur
fortafTe , Sc colligantur particulis aqueis, quarum figurx plurimx funt ac
divcrfiflimx ( confiat enim communis aqus omni particularum genere) ideoque
decidere noiu» poflunt . Dixi de folutione; reliquum eft , nt de prxei-
pitationc dicam , qux fit plerumqne liquoris cumfdam affufione . Docent Chymici
, folutos fales, & pet tquam difperfos , omnes ad fundum deijci , fi fpU
ritut 4 PARS II. 115 , fitus vini
afTundatui . Pixcipicationis autem multx caufs cfTe polTunt . Primum e
liquoribus duobus commixtis tertius quidam liquor coalelcere poteft , cujus non
tanta fic gravitas, ut poflit difpcrfos fales fuftentare. Nam li« quores
graviores graviora fuftentat corpora , quod in hydrargiro animadvertimus
lapidem fuftentante , cum tamen aqua hydrargiro levior lapidem non fu- ftineat.
Idque cur ita fiat manifeAum erit ubi do
gravitate dixerimus . Deinde liquor tertius e duobus compofltus for> taffe
erit minus tenax , eaque re decidentibus fali- bus minus refiftet. Ac demum
commixtorum liquo- rum particuix, vel fe fe ita compIeAuntur ut fales
exprimant, & deorfum agant, vel difrumpuntur ita , ut ramulis fuis
fuftinere fales amplius non poflint • Similes alie caufe inveniri facile ab iis
poffunt, qui principiis mechanicis ad omnia utuntur, & ingenio valent .
Neutoniani his principiis contenti non funt , itaque ad particularum
attraAiones repulflonefquo confugiunt, ac rem totam fic explicant. Particule
falis , & particuix aquex fe mutuo trahunt majori vi, quam particuix falis
inter fe. Si ergo fal in aqua pofueris , particuix falis dilTocia- buntur ,
& ad particulas aqueas accurrent , eifque adjungentur , atque adherefeent .
Hinc partium fali- narum difgregatio; hinc difperfio, prxfertim fi aqua io motu
fit; hinc demum fufpenfio . P a Quod 116 r H Y S 1 C M Quod (i foluca certa
falis roenfura falem alium ciufJeni generis aqua non folvitur , id ex eo fieri
putant , quia particuls aquez particulis falinii jam onerate alias trahere ,
& ferre non pofTunt , ve> luti roagnes non nifi certam ferri vim potell
fu> flinere . AiTjfo autem fpiritu vini deijciuntur fales ex eo foitaOfe ,
quod particuls hujus fpiritus particulas aquoas ad fe trahunt , falinas
repellunt ; illas itaque ab his disjungunt, & hz decidunt. Hinc prscipita-
tio . Sic Ncutoniani attraAiones illas fuas multis m^dis , ut hibet , verfando
accomodant ad omnia • Sed jam de fluiditate fatis diximus. De gravitate , i*
quo ecnjtjiat , OjRaviras e(l vis. f;u principium cadendi. Illa^ autem dicuntur
cadere, quz deorfum feruntur, id eft verfus centrum terre nulla externa vi , ac
fenfibili p'i i fa . Unde hzc gravitas proveniat, qusfiio eft dif« ficillima ,
quam Cartefiani principia mechanica fe» cuti fic explicant. Immenfus quidam
globulorum fecundi elementi vortex per terram ipfam , ac circa terram perpetuo
ruit ab occidente orientem motu celerrimo , Oportet igitur ut materia hcc omnis
vorticofa vim cea- Digitized by Google F A K S II. centrifugam concipiat
yehementiiGmam » idcA vim recedendi a centro. Et recederet utique , ac late fe
expanderet « nili vortex fuis ex omni parte coerceretur limitibus: hoi ergo
limites offendens materia vorticofa , quoniam ultra progredi non poteA ,
nititur fe expandere ad latera ,-ac vim fuam centrifugam exercet quaqua« verfum
ad partes omnes . Materia ergo vorticofa nititur recedere a cea* tro ex omni
parte . Quare fl quod corpus in ipla verfetur , quod vel nullo modo nitatur
recedere a centro , vel nitatur minoii vi , materia vortlcola tpfum deijciet
verfus centrum . Idque corpus gravc habebitur . Kes tota exemplo illuAratur.
Nam li lignum^ ver. gr. in aqua verfetur , quamvis & lignum , dc aqua
deorfum nitatur , tamen cum aqua nitatur ma- jori vi, lignum furfum pellit. Et
(imiliter quamvit & materia vorticofa , & lapis ver. gr. nitantur fur-
fum , tamen cum materia vorticofa majori vi ni- tatur « debet lapidem deorfum
trudere. Sic Carte- liani, quorum fententis nihil poteA eAb ingenio- fius .
Neuroniani in aliam fententiam eu/it ; & vim «ttraft vam corporibus
communem proferunt . Nam cum terra univerfa , & lapis fe mutuo trahant ,
fe- qu'tur , ut eadem vi libi mutuo occurrere debeantf terra quidem velocirkte
longe minima, lapis e con- trario velocitate longe maxima ; terra quippe im-
meo- „8 P H Y S l C JE msnlam materias quantitatem continet , fi cum la- pide
comparetur . Sic fit , ut lapis in terram deci- dat , terras autem motum
propter incredibilem eju» tarditatem fentire nemo poflit . Peripatetici >
fefta antiquiflima , fatis dixifle fe putant , cum dixerint , gravitatem non
utique a me- chanicis principiis repetendam , fcd in qualitatibus corporum
numerandam clTc ; & in hoc maxime a Neutonianis differunt , quod volunt ,
gravitatem cf- fe qualitatem , qua corpora quasdam centrum ap- petunt ,
Neutoniani efle qualitatem , qua appetunt fe mutuo. Quas fententia eft in
philofophia com- m*dillima . De gruvitatit menfura, Echanicis recentioribus
perfuafiffimum eft , cor- pora omnia tanto effe graviora , quanto materis plus
continent , ut maffa haberi poflit quafi men- fura quzdam gravitatis . Quod ut
valeat i oportet fane materiam omnem efle gravem . Etenim fi qua materia eflet
non gravis , nequaquam affirmari pofi> fet , corpora omnia tanto efle
graviora , quanto plus habent materise . Omnem vero materiam' gravem efle , fi
Phyfi- cos quidem audimus j afleieie vix pofliimus. Carte- fia- Digiu/Ltju uy Googlt
P A R S II. 119 (ianis neque primum , neque fecundum elementum grave e(l .
Neutonianis cum fzpe vis attra£liva itu. repuUivam converratur , femper
verendum eft , ne qua materia a terra repellatur , ideoque (it levis ,
Peripatetici nihil habent, quo cftendant, gravita» tem efle qualitatem omni
materiae contmunem . Ta> men mechanici fententiam defendunt fuam experU
mentis quibufdam , de quibus dicemus alio loco. Affertur quidem contra iplos
experimentum chymU eorum , qui corpora ralcinata , ideft recada in pul>
verem ignis vi graviora inveniunt , quam ante cal- cinationem y licet in
calcinatione ipfa videantur multum materis amittere debuiffe . Verum ad id
refpondcnt mechanici , res calcinatas non minus pondere augeri , quam materia ;
etenim calcinatx cuna flnt, particulas admodum multas ex aere hau- riunt ,
& fiai adjungunt . Idque in multis manife- ftum ell . Creditur etinm
variare gravitas pro eo ut va- riat corporis altitudo , idemque corpus prope
ter- ram gravius elTe , quam fi in fublimi confiituatur; vel quod vortex non
eamdem ubique habeat vim centrifugam , a qua fit gravitas , vel quod vis at-
Cradiva terrs in majori difiantia fit minor, ut Neu- tonus docet. In
altitudinibus tamen , ad quas perveniro poflumus , nulla cft gravitatis
differentia , que fen- fu poflit percipi . Quare in experimentis faciendis , ac
rapputaadii gravitatis vitibus , perinde res fc ba- ,20 P H T S 1 C M habet i
ad fenfutn quidem , ut Q eadem cffet cot* porum gravitas in altitudine qualibet
. Porro (i Neutonianos fequimur, dicendum eft , corpora infra terram minus
gravia eflci eoque mi> nus , quo propiora funt centro; etenim quanto pro-
piora funt centro , tanto plus terrae fupra fe habent, a quo furfum trahuntur,
& leviora, feu minus gra- via fiunt , quamquam nos quidem foveam facero tam
altam non pofifumus , ut hzc differentia ap-^ pareat . Creditur etiam gravitas
variare pro varietate regionum ; idemque corpus ad meridiem pofitum minus grave
efife , quam fi ad feptentrionem tran- sferatur . Qua de re dicemus , ubi mundi
confiitu- tionem explicabimus , GAP. X. De centro gravium , & centra
gravitatis , Eteribus credituro eft , terram efle perfeAe fphae- ricam , atque
omnia gravia ad ejus centrum ferri . Itaque hoc centrum etiam centrum gravium
appel- labant . Nos nihil mutabimus; etfi recentiores, cum fubtilifiime hcc
traAant , figuram terrae aliam tri- buunt , & gravia declinare a centro
nonnihil pu- .tant. Veium fubtilitate tanta nunc nobis non eft opus . Cen- Digitized by Google P A
R S II. IU Centrum gravitatis , & in uno corpore confide- ratur , & in
multis. In uoo corpore eft illud pun- Aum , a quo
fi corpus fufpendatur , immotum ma- net . Si corpus fphzra efi eaque per totum
xqualis, five homogenea > idem efi & fpbaerx centrum , & gra-
vitatis . Satis patet gravitatem corporis perinde haberi pofle , quafi tota in
gravitatis centrum colledta ef- fet . Etenim qui hoc centrum fuflinet , &
omnem totius corporis gravitatem fentit . Si a centro gravitatis cujufpiam
corporis ad centrum gravium lineam reAam duxeris , ea linea dicitur linea
directionis . Ac fi hxc linea planum aliquod perpendiculariter fecet , id
planum horizon- tale appellabitur . Centrum gravitatis in duobus corporibus
confi- deratur ad hunc modum . 'Sit centrum gravitatis unius corporis piinClum
A ( Fig. 8.) centrum gravi- tatis alterius corporis punCtum B. Finge tibi
lineam reCtam A B , eamque ita divifam in C , ut fit A C ad C B , uti gravitas
corporis B ad gravitatem cor- poris A. Erit punClum C centrum commune gravi-
tatis amborum corporum . Nempe quia fi reCta A B efict folida , eique
adhxrerent ambo corpora , atque id totum fuf- penderetur a punCIo C ) ambo
corpora manerent immota . Quod fi ad duo corpora tertium addas , cujus centrum
gravitatis fit punClum 9 > ac centrum gra* Tom. III, Q. vita- Digitized by
Google li* P H r S 1 C M vitatis trium corporum quzras , fingenda tibi eft li«
nca rcAa C D , eaque dividenda in E ita , ut (it CE ad E D| quemadmodum
gravitas corporis D ad gravitatem duorum corporum A , & B (Imul fum- ptorum
. Erit enim E centrum commune gravitatis trium corporum A , B , D . Similiter,
& quatuor, & quinque, & aliorum quntlibet corporum commune
gravitatis centrum in« venietur. C A P. X I. De gravtkus ad aquilibrium
compojitit . Ires duar in aequilibrio efle dicuntur , cum mutuo impediunt, ne
quid efliciant . Sic duo gravia in zquilibrio elTe dicimus , cum fe mutuo
impedU unt , ne decidant . Id prxilant mechanici multis mo- dis . Nobis in prsfens fatis erit hoc
idem in plano inclinato indicaffe . Sit ergo C B ( Ftg. 9. ) planum inclinatum
im> mobile ; ac funiculo rotulz C circumdufio alligata fint duo corpora P ,
& R , quorum alterum P in- cumbat plano inclinato B C , alterum R libere
pen- deat . Poterit corpus R etfi minus gravitet , quam P, tamen ipfum fuBinere
, ut (int ambo P , & R iiu. squilibiio . Idque fccile intelligemus , C
confidera- bimus I Digitized by - TOOgle FARSU, 12 } bimus ) corpus P
gravitatis fu« vi deorfum urgett per lineam perpendicularem P L ; etenim cum
haec vis planum C B oblique offendat, in duas minores vires refolvi debet ,
quarum una perpendicularitcc dirigetur verfus planum C B per lineam P I ,
altera dirigitur per lineam P H eidem plano parallelam , ac cum illam fudineat
planum C B , relinquitui altera , quam folam fudinere debet Corpus R . Non ergo
mirandum ed , quod corpus R , quamvis ni. nus grave, quam P, ipfum tamen
fudineat. Ma decidunt aequo velociter Id phylicis jam omnibus perruafum cft .
Idque ita efle oportet , fl modo corpora tanto plus materiae continent quanto
plus habent gravitatis , quod fupra monuimus . Etenim licet illa quae plus
habent gravitatis, m.ijori utique agantur vi, tamen haec vis velocitatem in
illis augere non poteft, fi tanto etiam plus habent materiae . Quod fl corpora
graviora videmus plerumquo cadendo celerius ferri , quam minus gravia , id fit
propter aeris refifientiam . Fac enim duos globos de» cidere magnitudine omnino pares
, quibufque aer *que relifiat , fed alterum graviorem efle , alterum xninus
gravem . Jam cum aer ambobus teque refilLt, detrahet ambobus eamdem vim , quae
fane vis in graviori globo, cujus mafla major cft, velocitatem minorem
effeciflet . Igitur aer minorem velocitatem detrahit graviori globo , Igitur
globus gravior deci. dere velocius debet . Ac ne hoc totum nimiuiiLf ' fubtU
Digitized by - lOOgU- i ■' PARS II. 115 Ibb^ilitcr excogitatum videatur 1
confirmari poteft «xperimentis . Nam primum fi aer omnis e tubo vi* treo fatis
longo extrahatur (quomodo 'id fieri pofiic alio loco docebimus ) frufiulum auri
, & pluma le* viflima in hoc tubo a fummo ad imum eodem tem* pore decidunt.
Deinde fi in vafe unde aer extraftus fit, pen- dulum fit quodpiam ex certa
altitudine demiflum , ut iens redienfque vibrari diutifiime pofiit , eumdem
femper vibrationum numerum eodem tempore ex* plebit ; cu]'ufcuaique fit
ponderis . Quia nempe , cu- jufcumque fit ponderis , pari velocitate decidit .
Quare cum experimenta offendant (quantum quidem experimentis offendi id poteff
) corpora., omnia pari velocitate decidere, concludunt phyfici, tanto plus
materis in illis contineri , quanto plus ineff gravitatis ; nam nifi ita eff ,
non polTet gravi- tas , qus in aliis major eff , in aliis minor , veloci- tatem
efficere eamdem in omnibus . C A
P. X I V. De cadentium acceleratione , C^Adentis corporis non eadem eff in toto
ca fu ve- locitas , fed magis magifque augetur . Acceleratio- nis hujus modum
explicaturus hinc ordiar . Corpus grave deorfum urgetur gravitatis fux vi [
quidquid «an- Digitized by Googlc Ii6 V H r S IC JE tandem fic gravitas ] idque
perpetuo . Hoc autem totum (ic intelligi volumus . Corpus in unoquoque
tempufculo certam determinationem , fivc traftio- nem , five iftum , five
pulfum a gravitate accipit , quo iftu deorfum pellitur , five trahitur . Hos
i61us omnes placet squales fingere ; nam licet validiores fint , fi corpus fit
prope terram > ubi e(t gravius , quam fi longius a terra didet , &
altius fit , ideoque minus grave ; tamen corpus nullum ad altitudinem tantam
evehere nos quidem pof. fumus , uc hxc iAuum , & gravitatis differentia ap-
pareat . Cum ergo corpus , menf* ver. gr. impofituirjJ fudinetur , ne decidat ,
in unoquoque tempufculo iflum a gravitate accipit , quo premit menfam ; ac
iDenfa vicifilm relidendo , hunc totum iAum extin* guit . Sic corpus in
unoquoque tempufculo menfam premit ca tantum vi « quam habet ab uno gravita-
tis i61u , nempe ab illo i(du , quem in tali tempu- fculo accipit . Jam vero
fac menfam tolli , ut corpus decidat; hoc fane a primo gravitatis idu motum
quemdam accipiet , tum alter iftus fuperveniens hunc motum augebit, aliique
fuper aliis adjedi motum facient femper vehementiorem : accelerabitur ergo
caden- tis corporis curfus , ac fient in tempufculis Angu- lis propter squales
i£lus squalia celeritatis incrc- Kcnta . Quid fi corpus cadens odendit quidpiam
, id per- Digitized by Google FARSIT. i»7 percutiet tanta vi > quantam habet
ab omnibus illis gravitatis ictibus , quos inter cadendum accepit ; nempe ab
ilibus totidem , quot funt tempufcula e- lapfa in toto cadendi tempore . Haec
autem tem> pufcula in quovis aflignabili tempore , licet brevif- firao )
infinita funt . Igitur corpus cadens percutiet tanta vi , quantam accepit ab
infinitis i6Iibus . Un> de conflat vim percuflionis infinitam efle , fi ad
vim preflionis comparetur ( quod theorema eft iiL. mechanicis praeclariffimum )
neque fpem ullam elTe, ut duae hae vires conferri fimul pollint, & duobus
numeris exprimi . C A P. X V. /“ «■ De legibus accelerationis in cadentibus ,
Sunt quaedam accelerationis leges , quas cadentia quxque in vacuo obfervant ,
nec multum aberrant) fi cadant per aera . Tres praecipuas exponam . Prima haec
eft . Cadat corpus ex A in L ( Tig, II ) per lineam A L , live perpendicularem,
five^ inclinatam ad fuperficiem Telluris. Tempus hujus ca* fiis divide in
tempora quotvis aequalia ; & fac corg. 14.) quod attollatur, ac demittatur
ex A . DemiiTum ex hac altitudine , pro- pter alios , atque alios gravitatis
i£lus , recidet iiu. P , cadendoque magis magifque accelerabitur . Cum ergo in
P fuerit, quamvis id pundum infimum, fit, tamen propter impetum , & vim
acquifitam feretur , ultra afcendendo verfus R . Porro afcendens ad R , propter
totidem gravi- tatis iAus vim omnem acquifitam paulatim amittet, qua amWTa ex R
rurfum in P cadet, rurfumque a- i fcendet verfus A ibitque ac redibit multoties
. Itus quifquc ac reditus dicitur vibratio , five ofcillatio . Si pendulum
nulla prorfus refifientia impedi&> R 2 tur, ' Digitized byJGoogIe Ijl T
U r S I C M tur I demilTum ex altitndine A , atque hinc cadens» afcendet ad
eamdem altitudinem in R , rurfumque ex R cadens afcendet ad eamdem altitudinem
in A : quapropter nullus erit vibrandi hnis . Ne autem vibrationes infinitae
fint , facit pri- mum refiftentia aeris , in quo pendulum vibratur , tum
refiftentia fricationis ; nam filum volvendo fefe circa punftum fufpenfionis S
fricationem necelTario patitur nonnullam His rcfiftentiis fit , ut pendulum
nunquam ad eam altitudinem afcendat » unde ceci- dit , fed vibrationes fempcr
habeat contraifliores uf- que donec in pundlo infimo P confiftat. Pendula
longiora vibrationes fuas conficiunt lon- giori tempore , ut quanto majus eft
quadratum., temporis ,■ tanto fit major penduli longitudo . Pen- dulum unum
conficiat ver. gr. fuam vibrationem tempore 2 , alterum tempore 3 . Erunt ergo
pen- dulorum longitudines , uti 4 & 9 , nempe uti qua- drata temporum . In
eodem autem pendulo vibrationes omnes fiunt pari tempore, five fiant per arcus
longiores, five per breviores , modo arcus graduum fint non admodum multorum .
Neque id tamen ad veritatem plane dicitur ; fed differentia temporum , quoniam
eft fupra modum exigua , contemnenda omnino cen- fetur . Hac de caufa pendulum
eft inftrumentum ad metienda tempora aptiftimum . Non eft omittendum , pendulum
cadens ex A in P eamdem habere io P velocitatem , quam habe- ret Digitized by
Googie ' P A R S 11. igj let in M , n ex eadem altitudine perpendicularitet in
M decidiflet. Sic (i altitudo punfH A fiat qua- drupla , velocitas penduli in P
fi«t dupla , & om- nino mutata puniri A altitudine qusvis pendulo ad-
jungitur velocitas in P. Hsc de (implici pendulo dicuntur , ^qure facile ad
compofitum transferuntur , fi modo & quid fit pendulum compofitum , &
qua ratione ud fimplex redigatur intelligas. Pendulum compofitum efl pendulum,
cujus tota gravitas non in unum punAum colle(51a efl , fed per totum diffufa .
Qua ratione ad fimplex redigatur, fic expono . Sit pendulum compoOtum S P virga
ferrea pon- derofiflima ( Fig. t 5 ) . Id fane ex altitudine qua- piam demiirum
vibrationem fuam conficiet certo tempore . N que cft dubium , quin tempus hoc
futurum fit longius , fi fingamus totam virgse gra- vitatem colligi in punftum
infimum P , & contra brevius , fi fingamus eam cogi in punftum quod- piam
Q^quom proximum punfto fufpenfionis S. Erit autem , ut ratio ipfa monet ,
pun(51um_. quoddam intermedium C , in quod fi tota virgae gravitas cogatur ,
vibrationis tempus nihil muta- bitur . Hoc punftura Mathematici praeclaro
artificio determinant , coque, determinato , pendulum com- pofitum SP perinde
habent, uti pendulum fimplex qaoddam , cujus longitudo fit S C : Idque cum
fece- rint , Digitized by Googie ,34 F H Y S J C M tint, pendulum compofitum
redegi(Te dicuntur in (im« plex . Itaque cum in pendulo compofito longitudi- -
nem nominant 5 non illi intelligunt SP, fcd SC, & pun^lum C centrum
ofcillationis appellant. Dicitur etiam punflum C centrum percuflionis, quippe
quia cum virga S P vibratur , fi quid punflo C dircAe occurrat , id totius
virgae iftum , & vim fentiet . C A P. XVIII. De fluidorum corporum
prejflone . Sl corpus grave fit fluidum • non folum premit gravitate fua fundum
vafis , quo continetur , cui fun- do perpendiculariter incumbit ) fed etiam
latera . Quippe ejus partes folutae funt , & dilabi in omnem partem
nituntur. Sit vas A B C D £ ( Fig. 16) cujufcumque fi- gurs aut magnitudinis
fluido quopiam corpore ver. gr. aqua plenum . Si in interna hujus vafis
fuperficie partem quamlibet P O defignaveris , & omnino fpa- tium quodvis P
O , in quod aequa preflionem fuam exerceat ; dicetur P O bafis hujus preflionis
. Quod fi per fummara aquam A planum horizontale duxe- ris X Z t diflantia )
quam habet bafis P O ab hoc plano } dicetur aqus altitudo fupra hanc bafim .
Preflio ) quam aqua exercet in bafim P O tanto cft T A K S 1 I. ijj ell major , quanto cft major
bafis ipfa P O , atque etiam quanto eft major aquae altitudo fupra banm ipfam .
Quare fi bafim expreflam habeas numero ali- quo , alioque numero altitudinem ,
multiplicatis his numeris numerus exiftct exprimens vim preffionis. Quod fi ita
eft , plane fequitur , preflioncm , quam aqua exercet in bafim PO eamdem femper
manere , variata qualibet vafis figura , & crallitu- dine , modo bafis ,
& altitudo fint femper esdem > & omnino craflitudinem fluidi ad
preflionem nihil facere, quamvis in majori crallitudine major fit aquse moles .
Idque confirmat
fiphonum obfervatio . Sit fipho A T R B ( Fig. i"j. ) cralfitudinis &
forms cujufvis . Experimenta familiariffinia docent , aquam in eo immotam
manere flatim ac in utroque crure eam> dem obtinet altitudinem X Z. Jam vero
finge tibi , & nota planum quoddam , quod fecet totam aquae molem in T R .
Non eft dubium , quin moles aquae A T R furfuro premat molem aquae T R B ,
& contra moles aquae T R B premat molem A T R , & fit ambarum
prefiionunu communis bafis T R . Ac quoniam moles ambae A T R , T R B im- motae manent,
oportet etiam, ut prefliones habe-, ant in T R aequales . Atque hic fane &
bafim ha- bent eamdem TR, eamdemque altitudinem XZ. Confiat ergo , eas , cum
bafes & altitudines squa- les habeant , aequaliter premere , etiamfi &
cralfi- tudi- 13^ f H r S 1 C JE tudine
« & magnitudine inter fe longe differant . Hoc ergo omnino teneamus , in
prefGonibus fluidorum nihil attendendum eife prster altitudi* nem , &
bafira . Cui rei experimenta confentiunt omnia . C
A P. X I X. De Jluiiicrum corporum aquilthrio . C^Um fuperficies corporis
fluidi eft horizontalis fluidum ipfum dicitur elTe in arquilibrio ; quippe-*
ejus partes prementes fe mutuo gravitate fua , im- motae manent . Id quod plerique explicant ad
hunc modum . Sit vas A 6 ( Fig. i8. ) aquam continens , cu- jus aquae
fuperflcies L R horizontalis (it . Finge hanc aquam divifam in columnas
quotlibet L M , R O &c. Non potefl profeAo columna L M deorfum fer- ri ,
nifl furfum efferat columnam O R j neque co- lumna R O poteft ferri deorfum j nifi
furfum effe- rat columnam M L . Premunt ergo fe mutuo hae duae columnae,
tamquam effent in (iphone quodam, ubicumque demum (it illa bafls communis , in
qua .premunt fe mutuo . Oportet ergo , ut
veluti in fi- phone immotae maneant, (i altitudinem quidem eam- dem habeant.
Habent autem altitudinem eamdem , cum fuperficies aquae horizontalis efl :
igitur cum fuperficies aquae horizontalis efl , columnae immotae jnane- , V A R S II. 137 manere debent , ac partes
aquae confiftere , quod aquae squilibrium cft . Quo loco animadvertas hoc velim,
fi in colum- na R O , fublato volumine quopiam aquar S , in e- jus locum
fubftituas par volumen alterius materis puta ligni , vel hoc volumen , quod
fubftituis *quc gravitat ac volumen aqus vel plus, vel minus. Si *quc gravitat, nihil de gravitate, & preflione
to- tius columns R O mutabitur, ideoque omnia ma- nebunt immota , & volumen
ligni fuftinebitur . At fi volumen ligni plus gravitet, quam volumen aqus, fiet
columna RO gravior, & decidens deorfum fe- ret lignum ; fic lignum cadet :
Quod fi volumen ligni minus gravitet, quam volumen aqus , jam co- lumna. R O
fiet minus gravis , ideoque proxima., L M ipfum furfum trudet : furfum ergo
feretur li- gnum . Gravitas ligni , vel alterius cujufvls materi* comparata cum
gravitate, quam habet par aqu* volumen, dicitur gravitas fpecifica ligni.
Dicitur ergo lignum in aqua immotum manere , fi fpecifice sque gravitet, ut
aqua ; defeendere , fi fpecifice plus gravitet , furfum ferri , fi fpecifice
minus gravitet . Sic fere
aequilibrium fluidorum explicari folet . 7c/h. 111 . S CAP. Digitized b P H r S
l C JE De Fluentibut , C^Orpora , qu« propter gravitatem fluunt | confl*
derantur & cum exfiliunt a quiete difcedentia , Sc cum per canalem
decurrunt. In utroque autem
quae» dam celeritatis le^es afferuntur. Primum exiiliencia confideremus. Sit
vas LB {Ftg. 19 ) aqua plenum ufqua ad L T . Perforetur minimo quodam foramine
in C. Exfiliet hinc aqpa ea celeritate , quam haberet fi libere decidiffet ex
altituiine LT. Sic multi exifiimant , quorum hcc eft ratio . Si aqua exfiliens
per C excipiatur tubo furfum fpeif^ante , & curetur ne interim altitudo a*
quae LT quidquam mutetur, aqua exfiliens afeendet per tubum jfque ad
altitudinem L T . Exfilit ergo tanta velocitate, & vi,
quanta requiritur ad afeen* dendum ufque ad altitudinem LT; idefl tanta, quanta
acquiritur cadendo ab eadem altitudine . Igi- tur aqua per C exfilit velocitate
tanta , quantam acquifivilTet; fi ab altitudine L T decidiffet . Sic non- Dulli
. Qui hanc regulam tradunt refiflentias omnei oxeipi volunt , quas habet
exfiliens aqua vel ab ae- re , vel a fricatione , quam patitur in foraminis
ambitu ; qux refiflentix , quoniam tolli non pof- funt , Digitized by Googie
FARSIT. 139 funt, idcirco experimentis regulam fuam aegre con- firmant.
Confideremus nunc labentia fluida per canales, Sit A L fundus canalis , per
quem aqua decurrat , ac fit fuperficies fumma aqu» P F . Duc planum S C , quod fecet
totum corpus labentis aquae , ac fit perpendiculare ad AL. Id planum dicetur
aquae, feu fluminis fc(^io. Aqua per hanc feftionem SC ( Fig. 20.) tran- fiens
non omnis eadem velocitate fertur , fed venu- la, quae excurrit per punflum
inferius Rj velocius fertur, quam quae excurrit per punftum fuperius H. Illa
quippe majori aquae altitudine premitur. Neque vero fi duae ejufdem fluminis
fedliones com- parentur, putandum eft, aquam pari velocitate per am- bas
excurrere . Nam fi flumen cumdem intumefeentiae gradum confervet, ut nec ufquam
aflurgat, nec ufquam deprimatur, & fefliones habeat latiores alias, alias
anguftiores, oportebit, ut aqua tanto fit in unaqua- que feflione velocior,
quanto feflio eft anguftior. Etenim fi flumen aeque femper tumet , ut nec uf-
quam deprimatur, nec ufquam aflurgat, necefle eft aequali tempore squalem aqu*
molem per omnes fefliones tranfire . Qyod
fieri nequit , nili fi aqua., per anguftiores tanto velocius feratur . Quamquam
hsc omnia & conta6Iibus , frica- tionibufque , & refiftentiis aliis
permultis majoreni' in modum turbantur , vix ut unquam experimenta ma-
thematicorum demonftraAionibus refpondeant. Hsc de gravitate . S 2 r H r s i c JE De ElafJicitate . Qj^id fit .
ELafticitas eft vis illa , qua partes corporis a fuo fitii dimotJP illuc redire
nituntur. Id quod experi- mur in duris corporibus prope omnibus, quae vel
inflexa, vel compreifa, vel alia quavis ratione con- torta, aut dimota , fi
fibi relinquatur, ad fe rede- unt . Elaflicitatis vis in inflexione majori
major eft , in minori minor. Et fane (it virga ferrea A B infixa in parietem P H . Inflc(flatur primum
a- liquantulum , adducaturque in AC; tum inflcflatur m.agis , ut perveniat in A
D Majorem fane elafti- citutem exercebit in A D, quam in A C. IJque adhirentia
pondera oflendunt . Majus e- nim pondus requiritur ad detinendam virgam in A D,
quam in AC. Neque efl dubium, quin virga in qua- vis inflexione clafticitatcm
exerceat squalem ei pon- deri , feu vi , a qua fic inflexa detinetur . Nam fi
majorem exerceret, vinceret gravitatem, & vim ponderis, ipfumque futfum
traheret ; fi minorem vin- ceretur a pondere, &. ipfa deorfum traheretur.
Dc ElaJIicitatit caufa . De clafticitatis caufa alii aliter fentiunt. Carte-
fiani fic cxiftimant. Dum partes corporis innatura* li fitu manent jfubtills
materia per interjciflos poros quaquaverfum labitur commodiflime . Fac partes ab illo fitu vi aliqua dimoveri: hinc
conftringentur po- ri , illinc dilatabuntur. Materia ergo fubtilis e la-
tioribus poris in arflatos incurrens celeritatem au- gebit , ac vim faciet in
pororum latera majorem . Quare hi pori dilatari nitentur, eoque fiet corporis
refi tutio . Hanc ob caufam fieri putant, ut fi arcus diu inflexus maneat, tum
fibi relinquatur, minime fe reftituat; nempe materia fubtilis per interftitia
arcus perpetuo ruens, foramina, qua erant angufiio- ra , corrodendo dilatavit ,
ut jam perlabi quaquaver- fum potlit commodilTimc . Idemque ftatim & pun-
6I0 temporis facit in rebus mollibus , ideoque res molles, uti febum, cera,
& aha clafticitatis vix habent aliquid. Neutoniani ad vim repulfivam
confugiunt. Nam dum virga infleiftitur , particulae ejus , quz funt ad partem
concavam ad fe fc mutuo accedunt ; fe er- go repellunt majori vi , & ad
priftinum fitum redi- re nituntur . Similiter quae compreffa laxantur fpon- F H Y S I C M te fua , id faciunt > quia
partibus conflant fe mutuo repellentibus . Sunt etiam qui certum materis
genus tenuifli- mum (ibi fingunt , cujus partes fe mutuo repellant . Hsc ergo materia inclufa in corporum poris , (i
quando hi pori dimotis luxatifque partibus cbndrin- gantur, dilatare nititur,
& corpus reftituete . Sed ni- hil cft , quod qualitatibus illis five
attraflivis , five repulfivis confiftis ut lubet , & permutatis, explica-
ri non poflit. Horum ergo fententiam probabilem facit commoditas . GAP. XXIII.
De Elaflicorum corporum rejlitutione . P Orro in elaftici corporis reflitutione
veniunt con- fideranda nonnulla . Sit virga ferrea A B ( 22.) infixa in
parietem P H . Infleflatur , adducaturquy in AD. Quoniam elafticitas perpetuo
urget vir- gam verfui AB, putare licet, elafiicitatcro effe vim quamdam , qu*
fingulis tempufculis minimis mi- nimos det iftus virgs , quibus illam impellat
verfus AB. lilus hi validiores erunt cum virga c(l magis inflexa , minus validi
feu debiliores , cum cfl infle- xa minus ; etenim , ut fupra diximus , cum eft
magis infle\a, elaflicitatem majorem habet, minorem cum minus inflexa ed . Si
Digitized by Google FARSU. 145 Si igitur virga addufta jam in A D {fig. zi.)
fibi relinquatur , primo flatim tempufculo id^um ab clafticitate accipiet, quo
urgebitur verfus A B,tum aliis aliifque infinitis tempufculis alios aliofque
idus accipiet infinitos , quibus eodem urgebitur . Ac quamvis hi i^us ,
accedente virga ad fitum naturalem A B, alii aliis debiliores fint , tamen fin-
guli velocitatem virgae augebunt atque impetum ; quare virga cum ad fitum
naturalem A B pervene- rit , ubi nullum ab elaBicitate iAum accipit, tamen
concepto impetu feretur ultra verfus V , & in alte- ram partem infle tefl .
Ac ne qui miretur , corpora elaflica , que du> rifllma funt pleraque j in
percuflionibus comprimi , uti diximus, folet id Phyficis experimento probari. Nam fi globus five sneus five
marmoreus plano im- ponatur marmoreo, febo illito, vefligium in co im- primet
minimum, punAi inflar . At fi idem globus in idem planum ex altitudine quapiam
decidat , vefli- gium imprimet majus eoque majus, quo altius'ca- det . Quod
fane oflendit , ipfum in iAu comprimi . De legibus motus in elajlicis. Ntequam
leges motus in elafticis expono, fcir« hoc convenit. Si corpus quodpiam A (
Fig. 25.) .certa- vi agatur dirtflione A B, atque illi vis nova adveniat, atque
haec vis nova ipfum urgeat eadem direftione yerfus B , corpus A eamdem adhuc
di- reftionem tenebit , & feretur vi tanta , quanta eft ambarum virium
fumma . Quod fi vis no /a adveni- ens ipfum urgeat direfltone contraria verfus
C,tum vis minor detrahenda eft majori , ac vi reliqua mo- Tom, lU. 'X vebitur
corpus fecundum direftionem vis hujus . Fac
igicur corpus A moveri verfus B vi j ; ad- venire illi vim 7 . Si haec vis 7
ipfum pariter urget verfus B, feretur adhuc corpus ad B, & quidem vi jo . At fi hxc vis 7 corpus urgeat
in contrariam., partem C , regredietur corpus , & feretur ad C vi 4 . HiS
ita confiitutis venio jam ad leges motus in corporibus elailicis obfcrvandas .
Dum corpora duo clafiica congrediuntur, prxter vim illam , qua fe petunt , vis
quxdam nova illis ftatim exoritur . Nam pellentia atque urgentia fefe ,
comprimuntur. Quapropter exerit fe fiatim vis elaftica, atque ut corpora
refiituat , disjungit eadem , & in contrarias partes repellit . Quare fi
cognitam habeas vim illam , qua an- te congreflum ferebantur corpora, &
prsterea vim clafiicam , qux in congrelTu ipfo fiatim excitatur utruinque
corpus pellens , facile intelliges , qualiter iitrumque corpus poft corgreffum
ferri debeat. Vis autem clafiica , qux in congrelTu corporum excita- tur
quoniam creditur femper «qualis effe vi iflus , facilu ccgnofcetur ex his, qiis
dixi de motus legi- bus in prima parte phyficx . Atque huc fpeflant leges illx
omnes , quas me- chanici fufius perfequuntur , & reducunt ad formu- las.
Quarum legum experimenta fiunt in pendulis duobus fe mutuo petentibus . Hxc
enim pro variis altitudinibus, e quibus demittuntur , velocitates acqui- runt
quallibet , quibus fe petant . PARS II. M7 De aqux elaflicitate . Nuilum
fere corpus eft illorum quidem, quz fub fenfum cadunt, quin aliqua eladicitate
prxditum ef* credatur . Sunt tamen qui id negent de aqua ; fic enim fibi
perfuaferunt, eam nulla quamlibet im- mani vel percuffione vel compreffione
conftringi poH- fe ; quod multi experimento etiam cognofci puta- verunt . Nam
globos metallicos aqua repletos vi fumma occluferunt , tum illos percuilionibus
, comprelTioni- bufque validiflimis conftringerc tentarunt , ac cura nihil
profecerint ( nam vel condriAio nulla globo> tius eladicitati tribuamuf ,
quam aqus . Non ergo fatis probatur, aquam eladicitate omni carere. De aeris
elajlicitate , j^Er'in prsftantiflimis elafticis numeratur; eflt-» autem
elafticum , & quam (it) uno eodemque doce- mur experimento . Sit tubus A D € H ) cujus
unum crus £ H (it brevius , & fupra in H perfere claufum , alterum (it
iongiflimum & fupra in A apertum. Sedeat in fundo mercurius ad eamdem
altitudinem C F in u- troque crure . In fpatio F H aer interceptus ma- neat . Infundatur mercurius per A ( F;^. 25 . ) donec in
crure D A altitudinem obtineat B . In altero crure evehetur mercurius ad altitudinem
multo mi- norem G . Quod nempe aer internus conftriilufque in G H ip(i
refiftet) ne ulterius afeendat . Quo ap- parebit eladicum elfe . Apparebit
etiam quanta (it ejus in tali condriflione eladicitas; nam tanta pro- cul dubio
erit, quanta erit vis mercurii prementis ipfum & condringentis . Quidam
Phyfici cum experimentum feciflent in condriflionibus variis , atque in
(ingulis eladicitatem aeris 1^0 r H Y S
I c ^ aeris dimenfi cffent , propofuerunt , eam tanto ma- jorem eflc , quanto
minus cft fpatium , in quo aer conftji(Sus manet. Ver. gr. Si fpatium fit
terminus, elafticitatem cfie ter majorem . ^ Qiiam proportionem in
conftri^Uonibus parvis \ concedunt plerique, in vehementiflimis negant, ac
volunt elafticitatem in his clTe multo majorem, quam poftulat proportio illa ,
Caftinus Dominici filius eam pariter proportionem negat in aperto aere &
libe- ro , quem fpiramus ; nam is quoque fuperioris aeris pondere compreflTus
cft , & elafticitatem exercet fu- am . Tamen experimentales Phyfici illam,
quam di- ximus proportionem , fere femper fequuntur , vel quia eft
commodiftima, vel quia in communibus ex- perimentis conftriftiones aeris fiunt
haud magnae . Dilatatio illa , aut denfitas quam habet aer folu- tus &
liber , quam que retinet nitendo elafticitatc fua adverfus pondus .fuperioris
aeris , dicitur dilatatio , aut denfitas naturalis aeris. Manifeftumque eft ae-
rem in hac dilatatione , aut denfitate tantam habe- re elafticitatis vim ,
quanta eft gravitas univerfi ae- ris fuperincumbentis, ac duas hafce vires,
gravita- tem fuperioris aeris , & elafticitatem inferioris xqua- Ics plane
eife . Cum autem dicimus, aerem fuperio- rem in inferiorem , atque adeo in
fubjeftas quafque res gravitate , erunt fortalTe nonnulli ad id creden- dum
tardiores , propterea quia cum tantum aeris nobis incumbat , tamen pondus
fentimus nullum . Quorum ratio
exemplo eft minuenda. Nam ne illi Digitized by Google Digitized by Google PARS
II. Illi quidem j qui in aquam immerfi funt aquae pondus fentiunc ; & tamen
aqua utique eft gravis t Non autem aquae pondus fentiunt , quia pre« muntur ab
aqua non ex una tantum , fed ex omni parte , ideoque conflridHonem potius
quamdam per totum corpus feniire debent, quam pondus j & ve- ro illam
fentiunt , ac nos quoque condiiAionem ab aere'.fentiremus , nili aut fenTum
diuturnitas fudulif* fet , aut ad illam nati ipfam ferremus commodif* fime . .
fuperioris Dc Machina Pneumatica . jEl-afticitate aeris cognita, facile
intelligetur moli- tio , quam Hoto Guerikius excogitavit ad aerem e vafis
extrahendum , quamque machinam pneumati- cam vocant. Hanc paucis adumbrabimus.
Vas P A S, ( Fig.) quod vitreum efle fo- let , Campanae fimile , plano P S
imponitur, ac glu- tine quopiam , five alio quovis modo fic illi adjun- gitur ,
ut ne aer quidem per juniluram tranfire pof- fit. Hoc vas recipiens dicitur.
Planum P S canaliculum excipit C V , qui cx una parte C hiat in recipiens, ex
altera V in latif- fimum tubum , five antliam N T L I . In canaliculum CV
infertum efi epi(lomium£, quod 15Z T H r S l C JE quod tnanu converfum (ic
illum occludit, ut aer ex antlia in recipiens migrare nequeat , neque c reci-
piente in antliam. Infra epiftomium
E five in canaliculo, five io antlia prope extremum N T , ponitur valvula ad
foramen , quae aerem ex antlia finit egredi , regre-, dientem vero prohibet .
Antii® demum infertus eft embolus M B ,• qui & antrorfum agi verfus N T , &
retrahi verfus I L potefi, quique lateribus antiis fic aptatur ) & con-
gruit , ut nulla aeri pateat via . Hac machina comparata . converte primum e-
pifiomium E , ut aer ultro citroque per canaliculum ferri poflit . Tum embolum
MB retrahe ab N T verfus I L. Tunc fanc aer, qui in recipiente P A S verfatur ,
dilatans fe fe elafiicitate fua , magnain^ partem fe fe effundet per
canaliculum in antliam. Tu ergo, epifiomio E manu converfo , canaliculum
occlude, & embolo MB antrorfum aflo- veifus N T , omnem aerem ex antlia per
valvulam eijce . Jam partem acris haud minimam extra(Jiaro habebis e recipiente
P AS . Quod fi idem iterum & fspius feceris, pofi plurimas exantlationes
nihil tandem aeris in recipiente relinquetur, vel certe adeo pa- rum , ut pro
nihilo haberi poflit. Sic erit aere vale extradus effeilus hos mirabiles
plerumque tribuunt horrori va- cui . Nam primum ponunt hanc elTe qualitatem o-
mnium corporum , ut fi quod fpatium inter ipfa in- tcrjc61um vacuum inveniatur
, in illud fiatim fe con- jiciant magna vi , fi libera quidem fint , &.
move- ri poflunt . Hanc qualitatem horrorem vacui nomi- nant . Putant ergo ,
mercurium in tubo Turricelliano fufpcnfum manere , propterea quia fi
defeenderet , fpatium relinqueret vacuum ; facit ergo horror va- cui , ne
defeendat. Neque mercurium furfum adigit ultra digitos 27 j quia horror vacui
vim habet fini- tam ) quzque columnam fuflinere non potefi , nifi tantam . Sed
horum ratio poft Galileum , cum dty gravitate aereis conftitit) fcholis prope
omnibus reji- ci cepta efi. ^ 5 * T H r S 1 C /E . De Earometro, IBArometruiD
eft inArumentum gravitati aeris me- tiende aptum. Multe funC ejus forme . Illa
(impii- ciilima . Tubus vitreus inflexus paratur, uti ABC. ( Fig. a8. ) Crus
alterum longius A B in fuperiori parte A hermetice claufum eft . Crus alterum B
C multo breves in fuperiori parte C ell apertum . In hoc tubo mercurius
continetur , quem aer in crure C B deprimit ufque ad planum I L . In alg. 3
2.)^ fpedlet polum borealem h magnetis 2 , nec multum inter fe dident,
particuix magneticx egreflx e ma- gnete I per a facile ingredientur in magnetem
z per b, ideoque quam plurimx rcAa procedent, do- nec egreflx per polum a
magnetis z inflcAant iter propter aeris reflftentiam , eoque inflexo refia feren-
tur ad polum b magnetis i ; atque ex duobus vor- ticibus unus fiet magnetes
ambos i , & 2 comple- Aens . Qui vortex infle^ns fe perpetuo , & excur-
rens circa magnetes , quos complebitur, urgebit fa- ne illos , ac (i fufpcnfl ,
& mobiles fint , alterum al- teri admovebit. Contra fi polus auflralis a
magnetis i (Fi^.33.) fpebet polum auflralem a magnetis 2 , quonianL. particuix
magneticx egreflx e magnete i per a non poflunt ingredi per^ a in magnetem 2 ,
idcirco in- currentes in hunc magnetem 2 ipfum urgebunt , ac fi. fufpenfus ,
& mobilis fit , removebunt . Hinc efl vis illa admirabilis , qua magnes ma-
gnetem ad fe trahit, fi^poli quidem diverfi gene- ris fe mutuo fpebent , ideft
fi auflralis polos unius fpebet borealem polum alterius; & contra magne-
tem repellit., fi poli quideiq fe fpcbeot ejufdem no- minis. Porro ferrum
canaliculos continet , per quos particuix magneticx ultro citroque facile labi
pol* f«k't »• P ARS 1 7. f nas applicare
) qux infra definunt in duo acumina; namque illx lamins maximam particularum
magne* ticarum vim intra fe excipiunt, neque (inunt huc atque illuc difperdi,
eafque particulas omnes limul unitas per acumina emittunt . ergo in his acu*
roinibus vis maxima. Hzc atque alia permulta copioliflime Cartefia* nl
diQputant . Phylofophi alii prxter rei. hiftoriara , atque ufuro , qux duo
& Cartcliani tradunt , cum volunt , nihil fere habent , quod doceant . 'De
Corporum. Eleilricitute . lELeAricitas eft vis, qua corpus quodpiam leviffi* na
quxque ad fe trahit, modo etiam repellit. £a- que calore, atque. affrlAu. in.
corpore, excitari fo* let^ Flavum,- fuccinum-, & vitrum, mira- eleAricitate
excellunt .. Multa etiam^ alia. eleAricitate gaudent , uti cera hifpanienfis ,
adamas ,, fmaragdus , gemmx quxvis pellucidx cryftalll, fila ferica , capilli )
& alia. Ligna , metalla, marmora , liquores etiam , quantum quidem adhuc
fcimus } eleAricitate ca* xent . EleArlca qu« funt , fi quid contingunt ,
eleAri* cita* PARS I r; i»^- citate
donant. Id certe obfervatum. eft in multis;, nam difficile, eft hoc loco
quidquam generatim affir* mare. Et. fane his, qui experimenta faciunt, dum
cleAricas res manu, verfant , manus perfae^ fiunt cleAricx. Quamquam funt multi
manibus ad ele^ Aricitatem contrahendam ineptiffimis. EleAricitas ergo per
intermedia corpora Ion- giflime Interdum propagatur. Fayus cum, .tubum vi»
treum eledlricum, fecifret,.admovifletque. ad extre- mum funiculi longiflimi ,
eleflricitatem per hunc fu* niculum propagavit ad pedes ducentos, &
quinqua». ginta fex.fupra mille.. Piguit funiculum ulterius pro* ducere ^ Neque
tamen > experimenta xque femper fucce- dunt . Aer humidus nocet , &.
adftantes ipfi , cuiilj ora infpiciendi . caufa propius admovent; namque :
emittunt, halitus , quibus experimenta. interdum, tut*. bant .. Ele61ricitatem
in> duo - genera fequi. Hinc facile. cognofei, poteft , quo, quzque res
eleAricitatis genere, polleat .. Hxc prope- omnia, recentioribus. Phylleis com*
perta funt ,. qui, rerum narrationibus contenti, cau- fas quxrere. non admodum
(ludent . Veteres horum . pauciflima attigerunt . \66 Pii'^tatibus apparentibus generattm, ^Unt
quxdam qualitates ) quas unufquirque vel in> doflus & celertime &
refUflime concipit nullo cer- to motu , nullaque certa particularum figura
prxce- pta; uti lux, Tonus, calor, frigus, color, & alia. Has apparentes
dicemus, propterea quod eas non., reales efle in corporibus , fed apparentes
plerique ^am putant . Qualitates altae , quas concipimus con- cipientes motum
aliquem, reales dicuntur. In apparentibus autem qualitatibus maxime dif* tinguere
oportet , quid fit qualitas formalis, quid 'materialis . Formalis eft id ipTum
, quod ftatim ab unoquoque concipitur ubi qualitas ipfa nominatur, aut
proponitur . Sic illud , quod nominata luce , aut colore llatira quis concipit,
eft lux, aut color for- malis. Hinc 'fatis conftat , eftentiam qualitatis for-
malis V. g. lucis , non eftc neque in motu particn- laruiD , neque in figura
pofitam , nam ftatim conci- pitur fine his; res autem nulla condpi poteft, quin
ejus eftentia fimul concipiatur. Qualitas materialis eft certa materix
dilpofitio , qux requiritur, ut formalis qualitas aut exiftat in cor- pore ,
aut exiftere videatur. Ut color albus fit in .charta , aut ciTe videatur ,
oportet , particulas char- tx efle certo modo difpofitas . »Hxc ergo difpofi-
tio Digitized by Googlc PARS l'h i6f tio ed albedo naterklis* cliartae . De
qualitatibus- materialibus an (int realicer in tu celeri , perturbato
-particularum quarumdam, five ex certi fint generis, five cujullibet. Idque fa-
tis probabile erit , fi & modus , quo fit calor , & ipfi efTeflus
caloris hunc motum indicent . Hxc igi- car percurramus . 'De Calore ex affri6lu
. No. efi dubium , quin cum duo corpora fimul 'fricantur, concufiis ipforum
particulis & hx agiten- tur , '8c etiam fluida fubtilifiima , qux interfiitia
& poros pervadunt : qux agitatio tanto erit vehemen- tior , quanto
afliridlus erit validior : Ergo ex affriAu fit calor . 'Id quod experimentis
innumerabilibus ofiendt poted. Dum currus ruunt equis citatiflimis ,calefcunt
rotx circa axem ; ibi ed enim affri^Ius maximus. Dum funes rotis circumagi
immania pondera attol- lunt; P A R S l
I. i6g lunt, calorenl concipiunt vehementiiTimuin ; nempe hic quoque j quod
funes maximopere rotas premunt, affriftus eft maximus. Similiter nix
contre6>ata diu calorem creat. Ferrum ex motu limae fimiliter, quia explodi
non poteft , quin ipfius particuls vehemen- tillimas conculhones accipiant,
quas diu retinent, ideoque fricantur invicem validillime . Eodemque-/ modo
campanx calent , dum fonant , ex idiibus mallei . De calore ex Jfamma .
.^^Ntequam de calore dicamus, quem gignit flam- ma, dicendum efl de ipfa flammx
natura. Si Carte- fianos audimus , quorum in primis clara eft fenten- tia ,
flamma nihil aliud eft , nili materia fluidiftima, quam Cartefius primum
elementum vocat, qus in gyrum perniciffime a^la inftar vorticis, crafGores par-
ticulas fulphureas prsfertim , & falinas fecum ra- pit . Cralfiores hx
particulx dicuntur etiam ter- reftres , & funt elementum tertium Cartefii .
Fingitur autem flamma fic eflTe, quia fi fic fit videtur prxftare pofle illa
omnia , qux animadver- tuntur in flamma. Breviflime hxc exequar e Carte-
fianorum opinione . Flamma lucet, quia particulx craftiores , quas dixi ,
circumaiftx vim centrifugam concipiunt , id eft vim , qua nituntur recedere
quaquaverfura a centro , ideoque aerem non folum , fcd circum^ Tow. III. Y com- r B T S 1 C ^ compofita qujeque pellunt. Quare
premunt, & pel- lunt etiam tenuitrimos globulos, qui per omnia fpa- tia
diffufi funt , qui globuli fecundum elementum Cartefii funt, & horum
preflio propagata ad omnes partes lux eil . Flamma eget pabulo , ut confervetur
, quia ro- tando fefe particulas crafliores quaquaverfnm ex om- ni parte jacit,
quarum nifi aliz fuppeditentur , fta- tim interit : fuppeditantur autem a
candela , aliif- que corporibus , quorum particulz exfolutx commi- nutxque in
flammam ipfam feruntur. Multas quo- que particulas abripit flamma ab acre ,
quibus fe &ftinet. Eo 6t , ut plerxque flammx fublato aere extinguantur .
Flamma res multas fqlvit , & comburit, quia cum jaciat perpetuo & magna
vi particulas innu- merabiles , hx incurrentes in obvia quxque corpo- ra ,
eorum partes difgregant , disjunguntque . Quod (i in lignum incurrant , hujus
partes abeunt alix in cineres , alix in fumos ; creditur etiam per id tem- pus
exire e ligno muTtum aeris , atque ignis . Hinc quatuor veterum elementa
extiterunt , quibus lignum, & alia corpora componi dicuntur , terra , qux
ap- paret in cineribus , aqua , qux in fiimis, aer , atque igoit , qui evolant
. Porro flamma furfum fertur , quia levior eft aere , & in apicem acutum
definit , propterea quod furfum afcendens xefiAentiam aeris hac fcrma com-
modius vincit . His. His viiis facii« intelligitur, flamina agitationes maximas
in circumpofltis quibufque rebus excitari) & calorem afferri . Idemque
valet in Ible , qui eft ftamma qusdam quam maxima. De aeris dilatatione a
calore^ ^'^Odum ) quo fit calor confideravimus . Nunc quid ipfe efficiat
videamus. Et primum cum parti* culas corporum vehementiffime agitet , nemo
mira* birur , corpora quzque ab ipfo dilatari . Idque fa- ne obfervationes
phyficorum confirmant cum in flui- dis corporibus, tum in folidis . Fluida
tantum duo confiderabo , primum aerem , deinde aquam . folidis dicam poftea . Nullum eft corpus , quod adveniente calore di-
latetur magis, quam aer. Hujus dilatatio experi- mento manifeftatur . Sit tubus
inflexus A B C , ( Fig. g4> ) cujus crus alterum longius fit apertum in A ,
alterum brevius delinat in globum C, fitque mercu- rius in hoc tubo, qui ex
altitudine E deorfum pre- mens conftringat aerem contentum in C . Si hic aer
calefiat, dilatatur non mediocriter ,eaque dila- tatio cognofeitur ex
depreffione mercurii in crure C B , & afcenfu ejufdem mercurii in crure B A
. Afcenfus mercurii in hoc tubo major minorvo . eft pro majori , vel minori
calore , quo aer conten- tus io globo magis minufve dilatatur . itaque multi Y
a hoc inftrumento utuntur tamquam thermoraetro ad calorem metiendum. De qua
menfura dicemus alio loco . Similibus experimentis condat , aerem humidum
dilatari magis , quam Hccum , fimiliterque qualita* tes alias aeris variare dilatationem
illam | quae Bt a calore. Quamobrem therraometra , quae dixi, in ca- loribus
indicandis non fempcr confentiunt; nara in- clufus in his aer non unius e(l
modi; in aliis enim inclufus ed aer ficcus, in aliis humidus , in aliis ali- us
. Quod primus omnium, animadvertit Galeatius noder .. De aqux dilatatione a
calore ,^\.Qua fimiliter a calore dilatatur. Id experimen- to condat. Si aquam
in tubum incluferis , quem ta- men non totum repleat, omnemque indeaerem ex-
traxeris, animadvertes, eam accedente calore dilata- ri ) eodemque imminuto
contrahi .. Hanc ob rem aqua vi caloris abit in vapores; nam cum dilatetur ,
ejus particulae attenuantur ma- gis, magifquc, coque tenuitatis perveniunt, ut
qua- vis agitatione poffint per aera furfum ferri. Quo fa- cile intelligitur.
quo modo, calor. Becet corpora; fa- cit enim , ut particulae- aquex , qux- in*
his. delitef- cunt, in vapores attenuatx evolent .. Ad eam aqux dilatationem ,
qux calore Bt , videtur maxime pertinere ebullitio, phxnomenon inter cetera admirabile
. Quod antequam explico , animadvertere oportet , maximam vim aeris in aqua
contineri. Petitus cum aquam in ampullam inclufiffet, & veHicam ad os
adjunxilTet , ariiillimeque congluti» nalfet , ne quid aeris poflet ingredi ,
quatiendo pof- tea ampullam diu multumque , aerem ex aqua edu- xit , eumque
tantum , ut coa 61 us in velTicam volu- men ipfum aqux ter fuperaverit , cum
aqus tamen volumen nihilo imminutum elTet. Similiter Mariot- tus experimentis
aliis oQendit. admirabilem aeris quantitatem in aqua contenti. Ut plurimum
aeris in aqua, (ic aqua plurima, in aere continetur . £t fane funt multa , qux
expo- (ita tantum, aeri miram aqux vim imbibunt ; libra una falis tartari
teftantibus chymicis acri vel ficcif- (imo expolita, brevi tempore libram aqux unam
in- de haurit, quo fit & gravior, & liquidior-. Nul- lum ell autem
corpufculorum genus terrefirium, fa- linorum , metallicorum , aliorumque , quo
non aer refertus fit. Eadem rerum, confufio credi potell &. in aqua..
Illud, vero. admiratione- dignum ell, quomodo, tantus aer , tamque confiridlus
contineri aqua pof- fit; feirous enim aerem vel maxime elafiicum efle, idefi
vim femper facere ut fc dilatet ; ac fi fit con- firi 61 ior, eam vim immenfam
prope elTe..Hanc ob rem putat Mariottus, aerem ingrefium in aquam ac per ejus
fpatia difperfum elallicitatis vim. amifilTe quam 174 T^rSlCM quam poftea
recuperat , fi ejus particulae agitatione aliqua in mafialas coeant paulo
majores . His jam facile ebullitio aquae explicabitur^ Partes aquae calore
ignis majorem in modum agitan- tur. Itaque particulae multe aeris antea per
aquae poros difpcrf* coguntur in mafTulas , elafticitatenu. recuperant , &
dilatantur ; ac cum fint aqua ipfa^ leviores, feruntur furfum , & bullas
excitant. Cum aqua diu bulliverit , creditur omnem ae- rem quem habebat , vel
prope omnem emififfe , ac tura dicitur expurgata . Quamquam cum diu bulli- verit
vehementius, bullire incipit lenius, hujufque lenioris bullitionis vix ullus
tandem eft finis . Hanc leniorem bullitionem creduntur facere non aer,fed ipfc
igneae particul* in aquam immilTae , quae ex a- qua erumpentes tenues bullas
excitant. Bullitio er- go duabus fit caufis, particulis igneis, & contento
aere. Non eft hoc loco praetermittendum inventunu fupra quam dici poteft
admirabile. Cum aqua ali- quandiu bulliverit , calor ejus augeri amplius non
poteft, quantumcumque fubje^lus ignis augeatur, & ipfa magis magifque
bulliat. Idque eft per thermo- metra primum a Montonio , tum etiam Reaumurio
compertum An dicemus certum effe agitationis gradum , citra quem agitatio
calorem pariat ; hunc gradum tranfgrediatur, fit ad augendum calo- rem
inutilis? Quamquam quis id explicare confidat, iquod fioerhaaviuE non confidit
? » A R' s r r. J-75 De foUdorum
corporum dilatatione- a- calore . C]2orpora
quoque foilda k calore dilatantur . Quo«>^ cidiana experimenta id oftendunt.
Unum afferam a Florentinis in xre fumtum . Cono aeneo imponunt operculum aeneum
, quo ar^iflime conftringatur . 0> perculum podea feparatim calefaciunt; tum
rurfum cono imponunt > atque inveniunt laxillimum ; idque fane argumento elf
, operculum a calore fuiffe dila* tatum. Cum operculum calefaflum diu infederit
co» no, rurfum contriAillimum invenitur, etiamfi adhuc (it valde calidum ;
nempe quia cum conus ab oper- culo calorem acceperit , dilatatus eft ipfe quo-
que . Haec de calore ,
quem , ut fupra diximus , inu. agitatione confidere obfervationes omnes
comprobant.*. De Frigore Quid Jit ^Rigus
= formale eft id, per quod res dicitur frigi- da . -Frigus materiale eft
imminutio illius agitatio- nis , quae calorem facit . Quare ea funt frigida ,
in- quibus motus caloris valde imminutus cft ; & qu« hunc motum minuunt
frigus faciunt . Sunt autem qui velint frigus confidere in par- ticulis , quas
vocant frigorificas, quae fi funt in cor- pore ipfuni reddunt frigidum ; hifque
ad frigus po- nendum non eft fatis illa imminutio motus, quam dixi. Quorum
argumenta dilfolvenda funt . Pleraque autem ducuntur ab iis,»qus in frigore
obfervantur, quTque videntur pofitivam aliquam caufam , uti par* ticuls funt,
'requirere , non negativam , qualis eft motus ceffatio, aut imminutio. Horum
argumento- rum prarcipua explicemus . Dices: Frigus diffunditur, nam parietes
fi funt marmorei, frigus fuum in cubiculum inducunt; at- qui particuls diffundi
poffunt, ceffatio motus nequa- quam . Ergo &c. Refpondeo , • negando
alteram partem minoris ; nam ceffatio ' motus diffunditur hoc modo : fi eft m
re quapiam agitatio; ea res agitatione fua agitat res proximas; quod fi
agitatio in illa ceffet, opor- tet etiam ut in proximis rebus minuatur. Qua- re
cum in parietibus marmoreis agitatio fit nulla , agitatio quoque minor eft in
aere, qui cubiculunu. tenet; fic frigus per hunc diffunditur. ■Dices: Venti
motum habent T)crniciflimum , & plerique tamen funt frigidi, & fi
montes trafvolent nive coopertos, frigus adducunt; ergo frigus non eft in
privatione motus . . Refpondeo ; venti habent motum , diftinguo : l P A R S 1
l. 177 habent motum rcAum j concedo ; habent eum mo- tum celerem, &
perturbatum, qui calorem facit, nego . Quod autem per nives tranfvolando ,
frigus adducunt, id faciunt, quia multae falinae particulae e oivibus per aerem
deferuntur, qu« particuix , ut funt acuminibus inultis afperx, minus funt aptx
ad motum , infixxque in particulas aeris , eas retar- dant. Has ergo particulas venti fecum
rapiunt, ez- que poftea fiAentes agitationem aeris , frigus fa- ciunt . Dices : In bis ergo particulis confidit frigus ; non
ergo in motus imminutione. Jlefpondeo dicendo : in his particulis confidit
frigus effeAive , ided efficiunt frigus, concedo; for- roaliter, ided funt ipfz
frigus ipfum , nego; nanu frigus ipfum ed ipfa motus imminutio, quam faci- unt
particulz. Dices; Frigus denfat onmia , - tu fint . His facile intelligitur
etiam in rebus frigidis agitationem eife poffe , & motum , ut minus mire-
mur fermentationes elTe quafdam , & eflervefcenti- as liquorum , qux fine
motu , & agitatione fieri non poflunt , quafque chymici teflantur nullum
calorem inducere . In his enim vel agitatio non erit adeo vehemens , ut poffit calorem facere
, vel non ex par- P A n S II. 179
particule agitabuntur, quarum agitatio eft calor. Qucres : qui fit , ut res
eadem attada a mul- tis aliis quidem (it calida , aliis frigida ? Refpondeo: in
re illa eft agitatio quxdaro , qux fatis erit ;id caloris fenfum efficiendum in
ea ma- nu , cujus iibrx certam habent difpofitionem; in ma- nu altera , cujus
ftbrx difpolitioDem habent aliam , non erit fatis. De Aqu» Congelatione .
X^Iquores multi, aqua prxfertim , frigore conge- lantur ; qux res admirationis
habet plurimum . Id autem non politiva quadam vi frigoris
fieri intelli- gemus , fed aliis de caufis , fi ipfam congelationem in aqua
explicabimus . Cum frigus eft, imminuta aeris • agitatione in- credibilis vis
falium ex ipfo decidit: hi fales in fu- perficiem aqux fatis magna vi incurrunt
, & partim in ejus particulas fuis acuminibus infiguntur , partim in aqux
poros fefe conjiciunt , tamquam cunei. Ea re parces aqueas, ut qux frigore jam
torpent, fif- tunt facile conftringuntque magis magifque,ac maf- fa tota
falinis , aqueifque particulis coal^fcens, con- taflu majorem in modum auflo,
fit durior. .Re hoc modo explicata multa facile intelliguntur , qux ad
congelationem pertinent , quamvis nonnulla admira- tionem afferant maximam. Pauca exponam., , Z a ■■ Pri-
l8o P H Y S l C M Primum. Parces aqux fuperiores* congelantur primum > tum
inferiores , & hx quidem coogelan. tur lentius . Nempe fales aeris
deciddntes incur- runt primum in- partes aqux fuperiores; quibus jam congelatis
, difficilius , & minus multi penetrare^ poflunt ad partes inferiores .
Harum ergo congela- tio erit poftea lentior . Secundo. Aqua dum congelatur,
dilatatur, & dilatatur vi tanta, ut vafa quxque vel duriffima perrumpere
poffit . Nempe falibus Intrufis , oportet, ut dilatetur : eft autem in
dilatatione vis maxima , propterea quod fales in aquam injiciuntur, tamquam
cunei ; eft autem vis cunei longe maxima . Sunt etiam qui ad banc vim
explicandam confugiant ad aerem ; nam in glacie apparent bullulx plurirox plenx
aeris. Nemo autem ignorat, elafticitatis vim in aere effe maximam. Putant
igitur, particulas ae- ris , qux in aqua delitefcunt , dum hxc congelatur,
extrudi • poris , & cogi in maflulas ,* ac tum dila- tari vi maxima , eoque
fieri , ut & aqua dilatetur , & dilatetur vi fumma . Tertio. Aqua dum congelatur ,
levior fit; nam fi glacies in aquam folutam immergatur fertur fur- fum . Nempe
dum congelatur aqua dilatatur , & bullas acris intercipit plurimas ;
quapropter volumen aque congelat* levius eft, quam par volumen aqux folntx . Ac
licet in aqua congelata fint prxtcr par- ticulas aqueas etiam particulx falinx
, hx nihilomi- nus pondus non augent fenfibiliter ; funt enim Ic- P A R S I I. iSi leviflitnae > ut qux antea
verfabantur in aere « Et omnino volumen aquc congelatz conflat particulis
aqueis , & particulis aerio • falinis ; volumen aquz folutx conflat folum
particulis aqueis; hoc ergo pon- deris habere plus debet. Mitto alia, quz in
congelatione aqux,utquif- que ingenio valebit, facile ex his, quz diximus,
explicabit. Quz cum ita fint, fatis conflat, aquam non vi frigoris propria
congelari , fed aliis de cau- Cs, nempe fal^bus, id quod etiam fequentibus
argu- mentis comprobatur . Primum.
Volfius , Mufchembroekius , Maraldus obfervarunt aquam congelari interdum in
minori frigore , in majori non congelati . Non ergo frigo- re ipfo fit
congelatio; fed potius falibus , quibus Ii maxime abundet aer, facilis erit
etiam in mediocri frigore congelatio ; & fane in Armenia , qua ad
feptentriones vergit, aquz. noAu rigidiflimo gelu vel de media zflate
concrefeunt; idque affirmat Turne- fortius , qui rem eamdem obfervavit & in
Perfide , idemque cum utriufque provinciz terras expende- rit, fatetur eas
multis falibus imbutas eife , quo fa- cile credi poteft , etiam acrem falibus
ibi cfle re- fertiflimum . Deinde quid cft, quod aqaa in congelatione^
dilatatur, cum frigus ipliim per fs denfe^ omnia, & contrahat ? huc accedit
, quod artificiales quo- que congelationes non fine multo fale fieri fo» Vtnt .
Quod iSi T n r s 1 c JE Quod fi liquores funt quidam , qui numquairu
congelentur, id ex eo fieri putandum efi , quod par> tes habeant ufque adeo
agitatas , ut Talibus figi non pofiint , vel adeo leves & lubricat , ut
falinorum fpiculorum iAus fubterfugiant . Haec habui ^ qux dicerem de frigore.
De Thermometris , TP Hermometrum eft infirumentum frigori , & ca» lori
metiendo apturo . Huius multa funt genera , quorum unum fupra indicavimus; nunc
alterum ex- ponam , quod efi communius. Sft tubus vitreus A D (Fig. 35 .) fupra
apertus in A, infra defines in globum D . Impleatur liquo- re, V. g. fpiritu
vini. Tum immergatur io bullien- tem aquam. Liquor fiatiro calore bullientis
aqus di- databicur , & exundabit per A . Cum exire liquor per A defiiterit
, extrahatur tubus ex aqua , & ori- ficium A perfc ficere eodem tempore,
quo alterum efficit vibratio* nes quamplurimas ; illud ergo rariores undas in
ae> re excitabit , hoc crebriores . Raritas undarum in^ aere efficit Tonum
illum , quem dicimus gravem , crebritas illum , quem acutum .. Corpus quodque
Tonorum certam habet vibra- tionum Trequentiam , quae pendet ab elafiicitate^
craflitudine , longitudine, & tenfione fibrarum, qui- bus componitur ;
idque fimilitcr in fidibus fbnoris accidit , quas notum eft vibrationes habere
tanto frequentiores , ideoque Tonum edere tanto acutio- rem , quanto breviores
Tunt , fi elafticitate quidem, & craflitudine , & tenfione fint pares .
Et genera- tim in omni corporum genere illa acutiorem To- num Tolent edere ,
qu* Tunt minora . Sic campanae minores acutiores Tunt quam ponderoTae^ &
mar ximae , Si duae chordae fbnorae vibrationes habeant aeque frequentes ,
ideoque ita Tunt comparatae ut quan- tum temporis conTumit una iens &
rediens in una’quaque vibratione ) tantum temporis confuraat qu«> que altera
in vibratione unaquaque , es dicuntur unifonx . Quod ii unifonarum una pulfetur
j ut fo* net ) altera quoque > etiamii non pullata > tremit , & fonat
. Nempe undis aeris a chorda pullata ex- citatis facillime obfequitur >
quippe arobs chordx in vibrationibus fuis |paii tempore eunt} & le» deunt .
De celeritate foni ► SiOnus propagatur faccellive; etenim qui corpori percuflb
propiores funt ) fonum. citius audiunt , qui longius dillant , ferius . Id
experimenta quotidiana ollendunt, & eft res ia tormentorum explolionibus:
manifelliirima ^ Quamq^uam eft utique hxc propagatio celerri- ma . Mariottus.
hanc celeritatem in Gallia menfus affirmat } fonum uno minuto fecundo pedes
confi videri punAum non poteft ; quod argumento eft , lucem a punAo ad oculum
per lineam redam tantum ferri . Hic Neutoniani Cartelianos lic premunt : glo-
buli per fpatia omnia late diffufi funt fluidum quod- dam ; atqui (i qua pars
fluidi prematur ) ea prefllo propagatur per totum fluidum non eo folum ) quo
pervenire poteft per lineas redas , fed eo etiam) quo pervenire non poteft ^
nifl per lineas curvas ) quod in aqua ) aliifque liquoribus experimur ; ergo
cum lux Cartefianorum fententia io globulorum prellione confiftat ) propagari
-debebit non folum per lineas redas , fed per quaflibet-. Sic Neutoniani . Sed
his limiliter videndum eft quemadmodum particulae e lingulis pundis lucidi
corporis egredien- tes ) fefeque expandentes ad omnem partem ) non aliae alias
pellant ) & ab lineis redis detorqueant . Id ipli viderint . Sofff, IU, B b
Lux c IP4 V H r S 1 C JE Lux propagata magis, magifque extenuatur ea quidem
proportione , ut tanto fit minor , quanto maius en quadratum diAantiae ad quam
propagata cft . Quare fi lux propagetur a flamma per unum pedem , ibique fit
unum , propagata ad diftantiam duorum pedum erit quater minor; nam quadratum 2
efi 4 ; & fimiliter propagata ad diflantiam trium pedum , erit novies
minor; nam quadratum g efip. Quapropter fi in diflantia duorum pedum eamdem
lucem habere velis , quam habuifU in diflantia uni- us pedis , oportebit
flammam quadruplicare , ideft flammas quatuor squales ponere ; in diflantia
vero trium pedum, oportebit ponere flammas novem. Id quod Montanarii experimenta
oflenderuot . De celeritate Lucis . C^Artefiani, qui putant, lucem confiflere
in glo- bulorum preflionc , putant etiam , lucem propagari punilo temporis,
etenim cum globulorum feries a^ corpore lucido ad oculum fint continuats ,
manifef- tura eft , non pofTe has premi , & propelli ex una parte, quin
flatim, & 'punfto temporis prefiio per- vadat ad partem alteram . Hoc modo
lux a fole ad nos pervenit in iflanti. Ncutoniani vero cum putenL, lucem
confiflere in particulis , qus exeuntes a corpore lucido ad o- culos ufquc
veniunt, oportet, ut huic curfui fpati- um temporis affignent aliquod . Hi ergo
propagari lucem volunt non in inflanti , fcd fucceflive , & de^ inccps }
ita ut prius ad propiora loca perveniat , a- liquanto poft ad remotiora , uti
fonus . Quamquam luci velocitatem hi tribuunt tantam, ut in Ipatiis
terrellribus experimentum de ea fumi neqLzat; nullum cft enim in terra fpatium
tam lon- gum , quod lux non percurrat tempore infenfibili . Ut ergo velocitatem
lucis obfervatione cognofee- rent, fefe ad cocleftia fpatia converterunt.
Obferva- tionem paucis exponam . jupiter planeta eft maximus , circa quem vol-
vuntur planetae quatuor minores, qui ejus dicuntur fatellites ; qui propior
Jovi eft dicitur primus , alii ex ordine fecundus, tertius, quartus. Tum
Jupiter , tum fatellites lumen habent a_. fole. Jupiter vero umbram projicit,
in quam fatel- lices identidem immerguntur, ac lumen amittunt, quod poftea
recuperant ex umbra emergentes . Porro Jupiter cum fatellitibus modo propior
eft terrae, modo longius diftat, eaque diferentia eft lon- ge maxima , ac cum
tanta eft, quanta maxima eife poteft, dupla eft immenfae illius diftantiae quam
fol a terra obtinet. Caftinus ergo, & Romerus magni fane Aftro- nomi hoc
animadverterunt . Cum primus fatelles eft terrx propior , (i ex umbra Jovis
emergat , ci- tius videtur , cum longius diftat ferius apparet; quod fl
Iqngiflime diftet , non cernitur nifl minutis fere quatuordecim , poftquam ex
umbra emerfle. B b a Nem- t jp6 P H Y S 1 C JE Nempe ) ut ait Romcrus, quem
Neutoniani ample^untur , quo longius didat fatelles a terra , eo plus fpatii
conficere lux debet, ut a fatellite ad terram perveniat; ideoque plus etiam
temporis in eo fpatio conficiendo confumit , nofque propteraa fatellitem ferius
videmus; cxpcftandus eft cnic.» no- bis adventus lucis . Hac re confirmat ille
fucceffi- vam lucis propagationem , eamque luci velocitatem tribuit , ut
minutis fere feptem tantum fpatium per- currat , quantum eft a fole ufque ad
terram . De Kejlexione Lucis. C3 Bfervatio eft quotidiana , corpora alia
inciden- tes in fe radios reflexere , alia tranfmitterc . llla^ dicuntur opaca
, hxc pellucida , feu diaphana . Di- camus de reflexione, qux fit in opacis. Ut
Cartefianorum fententia eft , (i lux incidat in corpus quodpiam opacum , non
omnes quidem radii reflefluntur , fed illi tantum , qui impingunt ad partes
folidas, iique refledluntUr non aliter, quam ut globus V. g. eburneus appellens
ad parietem; ra- dii illi , qui in poros corporis incurrunt , per bos in corpus
ipfuro ingrediuntur, atque in latentibus va- cuolis multipliciter reflexi
tandem extinguuntur . Neutoniani non concedunt , radios reflexi ex iropaAu
partium folidarum ; nam fi ita cfTet opor- teret plures radios reflexi ab iis
corporibus , que plu- Digitized by Googie PARS I J. ip7 plures habent partes
foHdas, quod tamen fecus ac« cidit ; velut cum charta cft oleo illita plures
habet partes folidas , quam non illita, & tamen illita pau- ciores
reflc(5lit radios ; nam illita cum fit , tranfmit- tit quamplurimos , ideoque
fi charta oleo illita fe quam ad ipfas perveniant. De Rerum opacarum color ibut
, C^Artefianorum haec fuit fententia. Cum lucis glo- buli pelluntur, duos
habent motus, unum progref- fivum , quo nituntur e fuo loco decedere per line-
am regiam , alterum circularem , quo finguli ciica^ feipfos volvuntur. Igitur
pro varia proportione, quam habet unius motus velocitas ad velocitatem alteri-
us, lucis globuli varios colores habent. Quapropter nihil mutabilius efle
debet, quam color in lucis radiis, fiquidem nihil mutabilius cft quam velocitas
in illis , quos dixi , motibus . Volunt ? «rgo Digitized by Google ipS V H Y S
l C JE ergo Cartefiani , radios lucis , qui incidunt in cor- pora opaca , pro
figura textur;:que varia particula- rum , quas offendunt , acquirere motus ,
colorefque varios; eoque fieri , ut reflexi ab uno corpore uni- us coloris
fpeciem deferant , ab alio corpore fpeci- em coloris alius. Sic colorum
explicant varietatem. Negant Neutoniani , ullum lucis radium muta- re pofle
colorem fuum . Rem ergo fic explicant . Sunt corpora quorum particulae vim
habent refle- fiendi tantum radios rubros non alios ; haec ergo videntur rubra
. Alia funt quorum particulae vim ha- bent refleftendi tantum flavos ; hsc
'ergo videntur flava. Similiter unumquodque corpus ejus coloris vi- detur ) cujus coloris funt
radii illi , quos reflexere aptum efl . Pleraque corpora refleflunt radios non
unius tantum generis, fed multorum; propterea quod par- ticulis conflant
diverfis, fimulque permixtis , quarum alix lefleflunt radios v. g. rubros, alix
flavos, alix cccriileos, alix alios, atque hxc quidem vel ejus coloris videntur
, qui in illa mifcela maxime domi- natur , vel ejus coloris, qui ex illis
componitur. Corpora , qux radios cujufque generis refleftunt , funt alba , qux
nullius nigra . Corpus tanto perfcflius efl rubrum , quanto plu- res refleifiit
radios lubri coloris , pauciores colorum aliorum . Idem dicendum de coloribus
aliis . Si qua res refledleret omnes omnino radios , ea elTet per- fefle alba ;
fi qua nullos omnino , pcrfedle nigra • Sed nemo crediderit , rem ullam eflej
aut perfe^^e nigram , aut perfefle albam ; ne rubram quidem per- fecte , aut
flavam , aut coloris alterius . His pofltis quaerit Neutonus quae fit corporum
conftitutio apta ad hos , vel illos colores refleCten- dos ; cumque
experimentum faepius fumferit in la- mellis , flve aereis, flve aqueis, inter
duo convexa-, vitra fibi mutuo applicata interceptis animadvertit lamellarum
craflitie, & denfltate fleri, ut radij hu- jus illiufve coloris modo
refleCtantur , modo non , & omnind fle flatuit . Ad reflectendum colorem
unum v. g. violaceum non una lamellae craflities e(t apta fed plures . Quod fi
lamella harum omnium tenuiflima primum pona- tur , tum aliae deinceps
ordinentur lamellae ex ea- dem materia ; ita ut craifitudines lamellarum fint ,
ut numeri i. 2. 3. 4. 5. 6. 7. &c. cum lamella qux prima e(t in hoc ordine,
refleCtat radios violaceos, fecunda eofdem radios tranfmittet , tertia
refleCtet , quarta tranfmittet , quinta refleCtet &c. Similiter unicuique
colori fuus e(t lamellarum ordo, k quibus refleCtitur alternis, &
tranfmittitur, fic fuus elt colori coeruleo, fuus viridi, fuus flavo, fuus
rubro. Lamellae, quae funt primae in his ordi- nibus non funt ejufdem
crallitiei omnes . In ordine lamellarum quae refleCtunt radios violaceos prima
etl longe tenuiflima. Craflior elt in ordine illarum quae refleCtunt radios
coeruleos ; eoque craflior in ordine illarum , que refleCtunt virides; adhuc
craflior in or- di- P H T S 1 C jE . * dlne , quo reficAuntur flavi) crafllflima in Illo j
quo icfle^untur rubri . Videntur ergo radii diverforum colorum alii aliis
quodaroodo facilius rcflefli; ac violacei maxi- me omnium reflexibiles ) quippe
quos craflitudo mi- nima reflediere potefl . Alii deinceps ccerulei , viri,
des, flavi, rubri, minus minufque reflexibiles funt. Jam ver6 fi corpera omma
lamellis particulifve tenuiflimis conflare putemus, inter quas fpatiola in-
teriaceant five vacua , five fluidis fubtilioribus reple- ta) facile intelligemus
non omnia corpora colores omnes debere icflcifleie , fed alia alios ; eos enim
refle^ent , quos pro craflitudine lamellarum, quibus- conflant refle61ere
debent. Sic radiis non novum co- lorem refleftendo tribuunt, ut aliis
Phylofophis ■ vi- fum efl , fed illos refle^unt, qui id coloris ante ha- bebant
. Interim fi quis qusrat , quid fiat radiis , qui in- cidentes in corpora nen
rtflcftuntur; refpondent Neutoniani , illos quidem , qui progredi ufque ad
corporis fuperficiem offendunt partes folidas , fifti il- lico, arque
intercidere, illos autem , qui in poros incurrunt , ultra ferri in corpus
ipfuro , ibique vel fifli a partibus foiidis , quas ederdunt , & interci*
dere , vel fi qui funt , qui a partibus foiidis , quaf- cumque inveniunt ,
reflc^lantur , eos tandem poft in- numerabiles reflexiones h corpore exire. Sed
hi qui- dem funt pauciflimi . 'Sic fuum fyflema fibi compo- nunt
obfervationibus , atque experimentis refpondens . De Digitized by Coogh •PARS
17 . 201 . 4 • De quadam reflexionis lege. Sl in fuperficicm P M (^Fig 36.)
incidat radius lucis per lineam R A ,& reficiatur per lineam A D , radius R
A dicitur incidens, A D refiexus; angulus vero R A P dicitur incidentiae ,
angulus DAM reflexionis. Eft autem naturz quafi lex quaedam ut radii omnes ita
refleiantur , ut angulus reflexionis squalis flt an> gulo incidentiae . Hoc
polito facile explicantur imagines, quas prefertim admiramur in fpeculis planis
, & vis foci, quam admirari folemus in concavis . £fl autem u* trumqoe
phoenomenon breviflime exponendum . Sic fpeculum , idcll fupetflcies leviflima
live vi- trea , live metallica P M ( Fig. 37. ) , quod fpecu- lum radiis totum
perfundatur a punAo radiante R, fitque oculus in O converfus ad fpeculum. £x
infi- nitis radiis , qui a punilo R ad fpeculum feruntur, erunt quamplurimi ,
uti R A, R£, aliique his pro- ximi , qui reflexi ea lege , quam dixi , ferentur
ad oculum in O . Ollendunt autem Mathematici , radios , qui re- flexi hoc modo
feruntur ad oculum , perinde ad ocu- lum ferri , quafi prodirent omnes a punAo
V pofito ultra fpeculum e regione punAi R . Nihil ergo mi- randum eft, quod
oculus videat punAum R in V. Quod fi loco R ponatur objcAum quodlibet , idem C
c acci- Digitized by Google zoz V H r S 1 C accidet omnibus hujus objecti
purftis. Igitur obje- .^1 imaginem videbit oculus ultra fpeculum . Venio ad vim
foci, quae elucet in fpeculis con- cavis . Sunt fpecula quaedam concava ,
quorum fu- perficies, uti P A M ( Fig 38. ) eam habet curvita- tem , ut radii
in ipfatn Incidentes reflc^Iantur vel om- nes , vel certe quam plurimi ad idem
fere pun- ^lura F . Radii porro tara multi circa pun^um F coafii tantam vira
habent , ut & metalla diflbivere , & comburere res quafque peflint. Hac
de caufa pun- i 5 Ium F fpcculi focus dicitur. Mathematicorum eft foci pofitum
pro curvitatum varietate determinare , & radiorum multitudinem ad focum
tendentium De Kf/radione lucit . l^E^ra^Iio lucis in pellucidis mediis , feu
corpo- fibus apparet. Hanc paucis expono. Si radius lucis ex uno medio in aliud
tranfeat, qus duo media-, denfitate differant , in eo tranfitu detorquetur ab
linea, quam tenebat, & aliam ingreditur. Radius v. g. R A ( Fig. jp, ) per
aerem veni- ens, qui eft rarior, offrndat in A vitrum , quod eft denfius :
detorquebitur ab linea , quam tenebat , & vitrum pervadens tenebit lineam
aliam A E ; ac rur- fum e vitro occurrens aeri in E relinquet lineam A E ,
& ingredietur lineam aliam E F. Si radius R A occurrat in A fuperficiei Z Y
( r A R S I t. 20J ( F't£. 40. ) ibique
refringatur in A E 1 ducaturque_/ per A linea P M perpendicularis ad Z Y , haec
linea P M dicetur axis , feu perpendicularis refraftionis ; angulus R A P
dicetur angulus inclinationis , angU' Ius E A M dicetur angulus refra6tus Quod
fi fumantur A R, & A E aequales , du- canturque lineae R P , EM
perpendiculares ad axem P M, dicetur R P finus anguli inclinationis ,&£ M
finus anguli refra6H . Quoniam radius R A poteft indinari ad fuper- ficiem ZY
multis modis, idcirco potefi angulus in- clinationis R A P elTe varius , ac pro
ejus varietate varius quoque erit angulus refraftus EAM. Nihil- ‘ominus in
tanta angulorum varietate, fi media qui- dem fuerint eadem , finus anguli
inclinationis eam- dem feroper ‘habebit proportionem ad finum anguli refrafli .
Quae quafi lex naturae efi , quam primus omnium invenit Cartefius. Alia etiam
naturae lex cfi , ut lucis radius fi e medio rariore in denfius migret , fic
refringatur ut ad perpendicularem accedat ; & contra fi e medio denfiore
migret in rarius, fic refringatur, ut a per- pendiculari recedat. De
Rtfraflionis tuufit . C^Artefiani rem ab initio repetunt ad hunc mo- dum .
Corpus motum fi ftatim ex una parte refifien- tiam minorem invenit , ad eam
deflcd\it. Prsterea C c 2 ta. DigKized bitCoogle 204 V H r S 1 C JE radius
lucis minorem in fuo curfu renilentiam ha> bet a medio denfo , quam a raro,
puta a vitro , quam ab aere; nam in vitro meatus funt magis a> perti,
magifque conflantes. Igitur fi radius lucis per aerem progrediens oblique in
vitium incidat > mU norem refiftcntiam ex ea parte inveniet , eoque de-
fle^ens accedet ad perpendicularem . Propter con> trariam caufam recedet a
perpendiculari | fi e vitro oblique incidat in aerem . Neutoniani rem aliter
explicant. Si corpus mo- tum (latim ad unam partem trahatur , verfus hanc
defiet51et. Prsterea medium denfum , puta vitrum, radios lucis, ubi ad ipfum
quam proxime acceffe- rint, plus ad fe trahit, quam medium rarum, uti aer.
Igitur (i radius ex aere oblique incidat in vi- trum , cum proxime ad vitrum
accelTerit, quoniam a vitro plus trahitur, quam ab aere, defle^Iet ver- fus
vitrum, & ad perpendicularem accedet: & con- tra a perpendiculari
recedet , fi oblique incidat e vitro in aerem . Progredi hinc longius
Neutoniani , & experi- mentis prsfertim dudli affirmant , medium quodvis ,
puta vitrum , non omnes radios pari vi ad fe tra- here, fed alios majori,
minori alios; atque hinc fieri, ut alii radii plus refringantur, alii minus.
At- que hunc ordinem in refrangibilitate radiorum po- nunt ; Radii rubri minime
omnium refringuntur, pias flavi , plus etiam vitides , plus caerulei , maximo
omnium violacei . De PARS II, 2 oy De
Lentibus . X^Ens eft corpus diaphanum duabus fuperficicbus terminatum } quarum
una faltem curva e(l . Solent e vitro fingi , & duabus fuperHciebus
convexis , & fphaericis contineri ) uti L E ( Fig. 41 . ) . De his ergo dicamus, ac duo
explicemus, qux admiratio- nem afferre folent , Imaginem , & Focum . Lente
imag-nes objcflarum rerum finguntur . Sit V. g. lens L E, cui objiciatur
fagitta A M . Ex al- tera lentis parte fiet imaguncula m « fagittc obje- Aae
AM, qux imaguncula confpicua erit in char- ta, aut linteolo, fi chartam, aut
linteolum ibi po> nas , ubi fit imaguncula . Id totum ex eo provenit , quod
pun61um v. g. A fagittz A M radiis perfundit lentem L E . Hi ra- dii ,
praefertim qui incidunt circa mediam lentem , fic refringuntur lentem ipfam
trajicientes , ut colli- gantur omnes in pun^um a . Hic ergo fic imago pun61i A
. Similiter in m fit imago punAi M , & in aliis punfHs imagines fiunt
pun^orum aliorum ; unde fingitur imago tota m/r, quae fi linteolo ex-
cipiatur,. & confpicua erit, & pulcherrima. Hinc aditus faflus eft ad
telefcopia condenda . Quamquam & in imagine , quam dixi , & propte- rea
in teleficopiis etiam , vitii infidet nonnihil . Nara radii ab objedlo
prodeuntes refringuntur alii plus alii Digitized by Google F H r S 1 C M alii
minus j ideoquc uniuntur alii ad ciinantias alias . }'r fane fi objec^lum
duobus coloribus difiinJluni fit, liabcatque unam partem v. g. rubram , alteram
coe- luieam fient utique per lentem ambarum partiun_i iniag nes, fcd imago diftinfla
partis cceuilex minus ab lente difiabit , quam imago difiiniSa partis rubrae;
quippe quia radii coerulei plus refringuntur , quam rubri. Itaque ubi linteolo
exceperis imaginem dif- tinilam partis coeruleae , removendum tibi erit lin-
teolum , ut imaginem habeas diftintflam rubrae . Quod experimentis ceitillimis
confiat, & diverlam radio- rum refrangibilitatem majorem in modum confir-
mat . Focum quoque admiramur in lentibus; nam fi lens L E cx una parte
objiciatur foli S ( Fig. 42.) cx altera parte erit punftum F tanta caloris vi
pro- ditum , ut res in eo pofitx comburi poflint. Hoc punflum F dicitur focus
lentis. Id facile explicant Mathematici ; ofiendunt enim , radios, qui
paralleli inter fe in lentem incidunt cir- ca medium quales a fole proveniunt
quamplurimi , fic refringi, ut omnes trajefta lente, in unum fere pun^lum F
coire debeant. Fit ergo maximus radio- rum concurfus circa punAum F. Hinc illa
tanta ca- loris vis. \ PARS II. 107 De radiis divcrrorum colorum per
refraflionetn feparandis . Sl radius lucis R A ( Fi^. 43. ) a fole v. g. pro-
veniens refringatur a fuperficie S V v. g. vitri, quo- niam compontus cft
radiis diverforum colorum , & hi quidem pro vario colore, quo funt, varie
re- fringuntur, alii plus, alii minus, oportet ut in re- fraftionc ahi alias
dire^liones , & vias ineant. Sic rubri v. g. , qui minus refringuntur,
omnes infra a- lios labentur, & coerulei qui plus refringuntur , ex-
current omnes fuperius , uti figura ipfa demonftrat. Ac licet primum nondum
fatis difereti fint ru- bri a coeruleis , tamen quia progredientes ulterius
magis magifque difirahuntur inter fe , fegregabuntui tandem omnino , &
charta C £ in fatis magna dif- tantia excepti fuos colores diftinftiflfjmos
puriflimof- que ollendent, idemque accidet radiis aliis aliorum colorum . Verum
ne tanta difiantia requiratur , adhiberi fo- let prifma vitreum S V P ( F/g.
44,) . Nam cum co- lorati radii fubeunt fuperficiem S V , & refringun- tur
, feparantur primum aliquantulum , poli egredien- > tes e prifmate per
fuperficiem V P , refringuntur ite- rum , & feparantur magis; Ac fi in
modica difian- tia excipiantur charta quapiam C £, imaginem in ea depingent
coloribus pulcherrimis , rubro , flavo , vi« ridi , coeruleo , violaceo
variatam . % A Et 2c8 P H Y S i C JE Et experimenta quidem praeclare refpondcnt
, fi modo & prifma fit bonum , ideft nitidiflimum , faciefque habeat SV, PV
IcvilTimas plcniflimafque, & experimentum in tenebris fiat, admiflb in
cubi- biculum uno tantum folis radiolo per foramen R . Si in charta C E foramen
angufiinimum fiat, per quod radius quifpiam five ruber, five flavus, fi- ve
coloris alterius excurrere ultra chartam poflit v. g. per XZ, hic radius
dicetur radius feparatus , fi- ve radius homogeneus. In hujufmodi radio experi- menta fai^a funt
quamplurima a Neutonianis , de^ quibus flatim dicam. Neque his adhuc efl
quidquam illuflrius . Raiiii finguli fu$s habent colores , eofque immuta- biles
, 6* bis lux conflat . REdeo ad illud , quod quafi primum a Neuto- nianis
ponitur, fingulos lucis radies fuos habere co- lores , eofque immutabiles,
& his lucem conflare. Id quod jam oflendi poteft hoc modo . Radius
feparatus, quocumque modo iteroro &fc- pius refringatur prifmatis, &
lentibus, aliifque dia- phanis, ruinquam non retinet colorem fuum, eumdem- que
fimiliter confervat , quocumque opaco corpore excipiatur, refleAaturque , adeo
ut res quselibet, cujufcumque coloris ceteroquin fit, in radio, v. g. rubro
pofita, rubra appareat; quamvis fi ipfa cete- roqul Digitized by Googie FARSIT.
209 roqui fit rubra, in radio rubro rubefcat prxclare , fi alterius coloris
fit, rubefcat illa quidem minus, fed rubefcat tamen; idemque valet in coloribus
a- liis . Videtur ergo radiorum colores neque refradlio mutare poffe , neque
reflexio; quod fi colores his non mutantur, quid erit tandem, qoo mutentur? Hxc
ratio eo fpcdat , ut intelligamus , radium folis, dum prifmate refringitur,
& colores expro- mit varios , hos quidem non tunc propter refraJlio- nem
ullam acquirere , fed antea habuilfe ; nihilque aliud refradlione fieri nifi ut
colorati radii feparen- tur , & colores oflendant fuos , nam antea fimul
permixti nitorem lucis album efficiebant. Idque etiam experimento hoc conftat .
Si co- lorati radii, & in diverfa diftra^li , rubri , flavi , vi- rides ,
coerulei , violacei , c prifmate exeuntes len- te L E (Fig. 45.) .excipiantur,
lentem trajiciunt, & ut refraflionis fert ratio, inclinantur omnes ver- fus
pundum quoddam P, circa quod tandem con- currunt, & permifeentur . Quamvis
ergo e lente egrefli fuos colores retine- ant , qui manifeftiflimi funt , fi
ftatim cgrelli charta excipiantur ; tamen circa P , ubi permixti funt, nul- los
offendunt colores , fed tantum lucis alborem ; idque pariter raanifcftum fit
charta in P pofita; quo fanc apparet, coloratos radios firaul permixtos nito-
rem lucis album componere . Neque putandum eft coloratos radios , dum.,
permifeentur, & lucis nitorem componunt, fuos Tom, III» D d co« Xligitized
by Google 210 V n r s 1 c JE colores amittere ; nara prxtergreGG punAura P cum
diftrahantur iterum , & feparentur , fuoi iterum co- lores promunt, qui
raanifeftantur pulcherrime, atque, ut debent , inverfo ordine in charta C A
ultra P pofita . Non ergo illos cum circa punflum P per- mifeentur, amiferunt .
Condat ergo , radios lucis , quamvis permixti fint , uti in luce efle folent ,
co- lores habere fuos , nitoremque lucis colorum per- mixtione heri . PHYSICA PARS tertia. 211 C A P.
I. De Sole . de mundi conftitutione , quae phyficse fci- entis pars tertia eft
, agam pauciffimis; & primum dicam de Sole . Sol globus eft longe maximus,
& lucidiflimus. Ejus diameter diametrum terrae centies fere fuperat. Di-
citur autem terrae diameter tria circiter leucarum millia aequare . Leuca
aequat tria millia Italica . In fole fi per telefcopiura adfpiciatur, appa-
rent maculae, non illae quidem conflantes, & per- petuae fed quae tamen ad
longum tempus interdum durant . His cognitum eft , folem circa fe ipfum ver- ti
, eamque converfionem diebus circiter viginti,& feptem abfolvi . Putat
Cartefius, folem fluidiffimum efle corpus, & materia primi elementi
conflare ; hujus materi» par- tes aliquas lentiores interdum fieri , &
cohalefcere in corpora, quae foli innatantia macularum fpeciem reprefentant .
Putat etiam , immenfam materiae vira quaqua- D d 2 ver- • 2 ii P H r S I c ^ verfum a fole emiiri , qux
ipfum ex omni parto ambit , quafi nebula ; & hanc quoque lucera habe- re
quamdam fubobfcuram , quae tamen videri non poflit praeferte fole. Caflinus
utique ante oitum folis , & fub occafum , animadvertit faepe luminofos tra-
dius fupra horizontem ad maximam altitudinem por- re (51 os , qui videbantur
prodire a fole. Hos lumen zodiacale appellavic . De rianetif primariif . C^Irca
folem volvuntur planetae quinque» qui pri- marii dicuntur; funt autem globi
quidam maximi lumen a fole accipientes, Mercurius, Venus , Mars, Jupiter ,
& Saturnus . Mercurius omnium minimus folem cingit parvo ambitu ; fuum
gyrum conScit menlibus fere tribus . Mercurio fuccedit Venus , qus ipfum
magnitudine fuperat, etli minor eft, quam terra. Hzc conver- fionem fuam
abfolvit mentibus feptem & diebus a- liquot . Hi duo planetae inferiores
dicuntur . Mars gyro latiori vertitur annis fere duobus. Is minor paulo eft
quam Venus. Martem excipit JupU ter omnium longe maximus. Hujus diameter diame-
trum terra; fuperare dicitur plus quam decies. Coo- veifionem liiam abfolvit
aonis fere duodecim . Saturnus vagitur latiffime; paulo minor Jove efle cre-
ditur. Suum gyrum
conficit annorum fpatio fere tri- gint.1 . Hi tres plancta: fiipcriores
dicuntur. Unufquifqus plancta per cllipfim quamdam ver- ' titur, cum fit fo! in
foco altero; quare in plane- tx cujufque gyro, five orbita unum pundium eft ma-
xime a fole diftans, alterum foli quamproximum . Duo hxc purfta abfides
vocantur, illud quidem aphelium , hoc perihelium . Planeta quifque ab aphelio
ad perihelium veni- ens magis magifque acceleratur ; a perihelio ad aphe- lium
rediens retardatur . Non eft autem putandum , planetas omnes per idem planum
revolvi , fed cum planum intellexeris per folem & Mercurium tranfi- ens ,
in quo plano Mercurius revolvatur , planum aliud intelliges per folem pariter
tranfiens , & per Venerem, in quo revolvatur Venus; fuumque pla- num cuique
planetx alfignabis . Hsc tamen pians difirahuntur a fe invicem exiguis angulis.
Subtiliores Afironomi animadverterunt , plane- tas fic volvi , quafi non ipfi
tantum per fuas orbi- tas agantur , fed etiam orbitx ipfar commoveantur nonnihil
: itaque abfides non eodem femper funt loco. Sed hx fnbtilitates hujus loci non
funt. In Venere raaculx compertx funt certilTimx & conftantes ; alix minus
conftantes in Marte , & Jo- ve . Sunt qui maria in his maculis fingant,
atquO infulas , & hi terrx nofirx formam ad planctam quemlibet transfiiunc
. His maculis cognitum eft ) planetas hofce dum circa folem volvuntur , volvi
etiam circa fe ipfos . Quod cum credatur de tribus , facile creditur & de
duobus aliis . Quod (i ita c(l unaquaeque planetx pars modo foli obverfa erit ,
modo averfa , & diem alternis habebit & noftcm , eoque etiam plancta
quifque terram videbitur imitari . GAP. III. De Planetis fecundariis . pLanetas
fecundarios Aftronomi eos vocant, qui volvuntur circa primarios , iique
dicuntur etiam fa- tcllites . Circa Jovem vertuntur fatellites quatuor,quos
primus omnium comperit Galileus ope telefcopii . Qui gyro minori Jovem
complc61itur , dicitur pri- mus , alii deinceps gyris latioribus fe vertentes
di- cuntur fecundus, tertius, quartus. Non omnes in eodem vertuntur plano , fed
fu- um quifque habet planum . Vertuntur autem per el- lipfes , ac Jupiter focum
tenet cujufque ellipfeos; quamquam ellipfes funt obtufiflimte latiflimrque
& habentur pro circulis , in quorum centro Jupiter fe- det . Lucem habent a
fole ; quare dum in umbram Jovis immerguntur , lucem amittunt , quam poftea
recuperant ex umbra emergentes . Saturnus quinque habent comites , feu fatclli-
tes ; primum, qui propior faturno volvitur, & fe* eundum , & tertium ,
& quintum primus omnium invenit Calllnus ; quartum , qui omnium e(t maxi-
mus invenerat ante Hugenius . Ceterum de Saturni fatellitibus eadem dici
poflunt , quae de Joviali- bus . Saturnum ornat fulgens quidam anulus circa_.
ipfum furpenfus intra fatellitis primi orbitam con- clufus . Planetae reliqui, quantum quidem
obfervationi- buf adhuc condat, fatellitibus carent. Anulum Sa- turnus folus
habet . Non ed autem prstermittendum ,• planetas om- nino omnes vel primarios ,
vel f^cundarios in eam- dem verti partem , ut videantur quafl torrente uno
omnes abripi . De JielHs fixis, ^Tellac fixae fulgentiflima funt corpora
quaquaver- fum per fpatiorum omnium immenfitatem difperfa , quae in praefens
pro immobilibus haberi poflunt. Uf-
que adeo a fole didant, ut (i tota Saturni orbita.» cum hac didantia comparetur
, punAi indar fit . Dicuntur olim dellx novx extitilTe, quse pod eva- 2,5 r H Y S 1 C uE evr.r.ucrunt; alia paulatim
Sc magnitudine , & lumine fuifle imminutx. Sunt autem qui ftellas qiiafi
loks toti- dcni ponunt: his commodum cll maculas quafdam in IMla quavis
fingere, qux fi lupcrincrefcant lati- us , ftellx lumen, & magnitudinem
imminuant. Stellas omnes , quoniam innumerabiles funt , in ca-tus varios
dilkibuunt Aftronomi, cofquc ap- pellant conficllationes. Singulis
conftcllationibus no- mina impofucrunt , qua: ad Grscorum res gcftas &
prxfertim ad Argonautas fpeflant; hinc Aries, & Gemini, & Hercules,
& Orphei Lyra, & ipfa na- vis Argo in ccclo claruerunt . Ac quoniam
nulla con- ftcllatio efi , qus belli Trojani fignificationem habe- at , idcirco
creditur hxc coeli deferiptio , qua uti- mur , paulo ante Trojanum bellum a
Gracis fuilTe condita . Sunt qui illam Chironi tribuant , quem Achillis prsceptorem fuifle
accepimus . Conficllationes duodecim funt maxime illuftrcs, quae folent his
verficulis comprehendi Sunt Aries , Taurus , Canini , Cancer , Leo , Virgo ,
Libraque i Scorpius j Arcitenens ^ Caper ^ Ampho- ra , n/ces . Hae deinceps ,
& eodem hoc ordine difirlbutii conam quamdam componunt fatis latam ,
univer. fum mundum complc^lentem , qux zodiacus dicitur. Hac zona fol , &
planets continentur, quippe fub hac planetae omnes circa foUm fuas converfiones
abfolvunt* Quzeumque in coelo moventur juxta harum con- r A R S I 1 I. 217 conndlationum ordinem ,
dicuntur moveri in con- fequentia ; quy contra , in antecedentia. Planctae
omnes converliones fuas habent in confequentia . C A P. .V. De Cometh .
v^Ometae vagantur liberius , nec ullum habent certum motum, quantum adhuc
cognofei potuit. Sunt autem fulgentia corpora , quae interdum appa- rent ,
capite nitidiore, & nebula involuto, fubluf- trem caudam trahentia, quae ^
cauda femper a fole averfa cft . Alii
feruntur in confequentia, alii in antece- dentia , alii etiam eum curfum tenent
, qui zodia- cum tranfverfim fecat ; funt etiam , qui in antece- dentia primum
ferri videntur , poli in confequentia, & vicilTim . Putant multi , cometas
non novos exiftere,fed eofdcm redire faepius . Ncutonus libi perfualit , re-
volvi eos circa folem per ellipfcs qualdam , in qua- rum foco fit fol ipfe ;
eoTque pro planeiis h ^bet ^ nifi quod planetx per ellipfes feruntur brevicres,
obiufiorcfque , comet» vero in ellipfcs excurru'’t longifiimas : hinc fit , ut
interdum propiores fint, & nobis appareant , poli abeant longiflT-irc , nec
am- plius confpiciantur , multis poli ann.s icdituri. Tcm. m. E c Con- 2 i8 P H
T S i C jE Conjeftiiram periclitari in cometis quibufdani^ /flronomi voluerunt.
Illum maximum, caudatidi- mumque, qui apparuit anno 1680, fpatio annorum
feptuaginta quinque fupra quingentos redire conje- cerunt calculos hiftorix
accommodantes; nam co- metam fimilera hoc fere intervallo bis apparuifle hi-
Hetix monent. Quod fi idem ter apparuit, dicen- dum eft eumdem duobus turbulentifiimis
temporibus extitifle, & cum Viennenfe bellum immineret, & cum Romae
Brutus, & Callius conjurarunt. Cometae quidam longiffime advenientes inter
planetarum orbitas fe conjiciunt. Is , de quo rao- do dixi , ufque adeo ad
Iblem accedere debuit , ut ipfum prope contigerit; quo conjicit Neutonus , o
portuilTe illum materia conflare duriflima , & cora- pa\51'flima, ne tanto
illo calore diflbl veretur . Cometa fortafTe cum foli approquinquant , In-
flammantur; atque ob id nitent, & maximam va- porum vim emittunt ; quo
caudam videntur trahe- re , qua cauda femper averfa a fole eft; nam ex ca parte
vapores minus habent caloris , ideoque den- fiores funt , & melius videntur
; recedens cometa a fole longiffime , extinguitur tandem , obfcurufquc, &
ignobilis per cccli fparia vagatur. His facile intelligitur , cur cometa
accedentes ad folem vix ulli appareant; nam cum accedunc ad folem nondum
incendia conceperunt; recedeir- tes a fole flammam gerunt , & nitent
diutius . In- telligitui etiam
, cur plerique nitidiflirai flatim , & ingentes appareant , poft abeuntes
longius fenlim minores fiant. C A P. VI. De Terra Jiiu . T^Erra fita cR inter
orbitatn Veneris, & orbit?m Martis. Eo fit, ut interdum fit inter folem
& Mar- tem , inter folem & Venerem nunquam . Dillanria terrae a fble
dicitur aequare rerra: diametros 10225. Sit fol S , ( Fig. 4(5) terra E X C Z,
cujus cen- trum T. Per centrum folis, &c centrum terrae T planum S E duci
poteft , quod produdum ad omnem partem in infinitum incidat in zodiacum ,
ipfumque per longum fecet , dividatque in duas anguftiorcs & aeque patentes
zonas . Hoc planum dicitur planum eclipticae; & quo- niam terram fecans
circulum in ejus fuperficie E C deferibie , aliumque huic refpondentem circulum
de- feribit in zodiaco , ille ecUptica terreftris dicitur , hic colefiis .
Porro fi per T ducatur linea X Z perpendicu- laris ad planum eclipticae , &
utrinque in infinitum producatur, dicetur hxc axis eclipticae. Et quo. i- am
h«c linea fuperficiem terrae fecat in duobus pun- ftis X, Z, & coelum in
duobus aliis, quae his ref- pondent, illa dicuntur poli terrcftres eclipticae ,
haec Cf IcRcs . E e 2 Con- 210 P H Y S I C M Convertentes
fe planeti modo plus diftant a ter- ra , modo minus . Curo maximum a terra
diftant , dicuntur cflTe in apogseo, minimum in perigxo . Cujufvis planetx
orbita obliqua cft plano ecli- ptica ipfumquc in puncflis dunbus fecat: hxc
pun- fta dicuntur planetce nodi . Nodos- planetarum non eodem femper manere.
loco, fed motu? habere^ ali-- quos fcbtiUorcs Aflronomi docent. Dicuntur etiam
planetae interdum conjunAi cum' fole , interdum foli oppofiti ; idque pendet a
fitu terrx,nam fi fol , terra, & plancta aliquis in ea- dem fint linea
refta , fitque fol ex una parte, pla- neta ex altera , dicetur hic foli
oppofitus; quod (i fol, & planeta cx eadem parte fuerint, dicetur pia-,
neta conjunflus foli. Ac fi planeta conjunftus foli fuerit citra folcm>
dicetur ejus conjun61io inferior ; fi ultra folcm , fu- perior . Mercurius ,
& Venus oppofitione carent , fed duas habent conjunfliones , inferiorem,
& fu- periorem . Mars , Jupiter , & Saturnus oppofitio- nem habent,
& fuperiorera conjunAionem ; conjun-- iiioQem inferiorem habsnt nullam. De
Terra Divxfione , Sit terra E X C Z', (F aequator ipfam fecat. Eclipticam
dividunt: in' partes duodecim,, unicuique parti gradus 30 affignantes. Has
partes vocant zo- diaci figna, iifdemque nominibus notant , quibus zo- ‘ diaci
conftellationcs . Initio fortafleconftellatio quae- que fignum tenuit fui
nominis , nunc progteflae funt. longius.. Si per T ducatur linea P O'
perpendicularis ad planum sequatoris, producaturque utrinque ad ccelura ufque,
hsec linea dicetur axis aequatoris ,. vel etiam axis mundi Pundia. duo- P ,
&. O’, in quibus haec linea fuperficiem terrae trajicit , dicuntur poli
sequa- toris tcrreftres, duo alia pundla in caelo his refpon-- dentia dicuntur
poli aequatoris caeleftes. Ho- T H T S 1
C ^ Horum polorum alter ad conftellationem Urfae fpe(51at, & prope
ftcliulam quamdam infigitur , quz idcirco polaris dicitur. Hic polus borealis ,
(ivear* 6iicus nominatur; polus alter huic oppofitus auftta- lis, five
antartfficus. Et (imiliter ea mundi pars, que ad polum borealem fpe^at, dicitur
borealis, etiam feptentrionalis; quae rpefiat ad polum audralem ,di* citur
auftralis, meridionalis quoque. Si per duo ecliptice punfla £, & C,queraa«
xime ab equatore diflant ducantur in fupeificie ter- re circuli duo £V, CB ad
equatorem paralleli, aliique duo fimiliter in cceio ducantur his reipon-
dentes, hi circuli dicentur tropici, illi quidem ter- reflres, hi celedes : qui
ad polum borealem fpe£lat) dicitur tropicus cancri, alter capricorni. Quod fi
per polos ecliptice X Z ducantur in_* fuperficie terre circuli alii duo X M , Z
N ipG quo- que ad equatorem paralleli , dicentur hi circuli po- lares terredres
; aliique duo circuli fimiliter in coe- lo du61i , dicentur circuli polares
celedes . Deferiptis his circulis univerfa terre fuperHcies in zonas quinque
didribuitur , quarum una inter tro- picos extenditur, & torrida appellatur;
due alie inter tropicos, & polares circulos duAe funt, 6c temperate
dicuntur; fegmenta duo reliqua circulis polaribus contenta dicuntur zone
frigide . Per bas zonas maria protenduntur, & provincie ,& regna; in
his degunt homines . £d alia divido terre cujufque habitatoris pro- pria ,
Digitized by Google P A R S I 1 L 223 pria ) quam faciunt circuli duo horizon
,& mcrrdia- nus . Hos ergo explicemus . Sit terra f p a 0 ^ ( Fig. 48. )
cuftis centrum T; aequator //r; tropici bc, E«. Ubicumque fcdcat habitator,
punfium coeli , quod illi imminet, dici* tur ejus zenith , punflum oppofitum
Nadir . Sedeat habitator in pur.fto aequatoris /, & linea a zenith ad nadir
du6la tranfiens per centrum T fit linea /«, Ducatur per T circulus p 0
perpendicularis ad line- am /i/, qui circulus producatur quaquaverfum ad coelum
ufque ; hic circulus erit horizon mathema- ticus habitatoris fedentis in /;
ifque dividet mun- dum in partes duas, quarum fuperior habitatori con- fpicua
erit, altera nequaquam. Sedeat jam habitator ini inter xquatorera, & po-
lum 0 , ac linea a zenith ad nadir du 61 a tranfiens per T fit h i . Ducatur
per T circulus perpendicularis lines b i, Crit hic horizon mathematicus
habitatoris fedentis in b . Quod fi qui federit in polo alterutro v. g. in 0
facile intelligitur hujus horizontem mathematicum fore squatorem ipfum fa. Si
per oculum habitatoris planum ducatur pa- rallelum horizonti mathematico, hoc
planum dice- tur horizon phyficus habitatoris. Sed hunc horizon- tem in prsfcns
non confideramus . Habitator fedens
in squatore , ut in / dicitur habe- re fphsram rcAam . Ejus horizon dividit in
duas aequales partes tum squatorem , tum tropicos , & circulos alios omnes
quotcunque inter tropicos duci pofifunt ad squa- torem paralleli . Ha- 224 P H Y
S 1 C M Habitator fedcns inter aequatorera , & polum j ut in A , dicitur
habere fphaeram obliquam. Ejus ho- rizon dividit quidem aequatoicm in duas
aequales partes, tropicos vero, aliofquc circulos parallelos in partes
inaequales . Habitator fedcns in polo alterutro , ut in o , dicitur habere
fphaeram parallelam ; ac- cura ejus horizon fit aequator ipfe,.unus tropicus
cft totus fu- pra horizontem , alter tropicus totus eft infra . Haflenus de
horizonte dixi : nunc de meridia- no. Si per zenith habitatoris cujufvis, &
permun- di polos maximus quidam circulus ducatur, is dici- tur habitatoris ejus
meridianus , ifque dividet mun- dum in partes duas, quarum una orientalis
dicitur , ex ea enim fol oritur; altera occidentalis, nam. ex ea fol occidit . ' Quare cum fol ad meridianum circulum perve- nit ,
dimidiam partem diurni curfus confcftam ha- bet, & cft meridies. Si ergo
linea in hoc plano defignetur , cui foramen immineat, radius folis fo- ramine
exceptus lineam attinget in ipfo meridiei pun61o.'Ea linea meridiana dicitur.
Quoniam fol’, ut infra videbimus, non eamdem femper habet altitudinem, fed
aliis. diebus altiorem curfum tenet, aliis deprelliorem , idcirco radius per
foramen iramilTus non idem femper meridianae lineae pumftum attingit , fed alia
atque alia. Idcirco cx eo punflo, quod radius in meridiana linea attingit , •
quam altitudinem (Ingulis diebus fol habeat colligitur . Idque P A R S 1 l I. i2$ Idque commodius, &
certius colligitur in ea_. meridiana linea, cui foramen fit altiflimura, fitque
ipfa longiflima , quam m ea, quae fit brevior, & foramen habeat depreifius
. Nullam meridianam li- neam tantam tinquam fuifle legimus , quanta eft Bo-
nonienfis illa a Calfino in divi Petronii dufta . Hic ergo meridianis lineis
omnibus anteponitur , & eft apud exteros in honore. De Luna . X3e terrae
fitu , & divifione fatis diximus. A3 abfolvendam vero totius mundi
deferiptionem reftat folum, ut de Luna dicamus . Luna eft globus fulgens , cu-
jus diameter aequat quartam partem diametri terrae; di- llat a terra diametros
ipfius terrae fere triginta ; cir« ca terram volvitur in confequentia gyro fere
circu- lari, neque conftantem habet velocitatem; tamen diebus viginti feptem ,
horis paucis ad/eflis , conver- fionem fuam explet. Lunae orbita eclipticam
fecat in punflis duo- bus , qui nodi Luni dicuntur . Hi nodi manifefte moventur
, & certam habent converfionem. Luna modo eft apogxa , modo pCrigia uti
pla- neti , modo eft conjuncta foli , modo oppofita. Lumen habet a fole , qui
dimidiam ejus par- Tom, Ul% F f tera 226 r H r s 1 c JE tem nunquam non
illuminat;, fed pars a folc illu- iTiin-ta non fcmper nobis confpicua eft . Cum
Luna cll 1'oli conjun6>a , pars ejus illuminata averfa eft a nobis , nec
potcft confpici ; ac tum Luna non ap- paret . Cum eft foli oppcftta , pars ejus
illuminata nobis obvcrfa eft tota; ac tum Luna eft plena . Cum eft in loco
inter corjunftionem , & oppofitionera medio , qui locus quadratura dicitur
, partem a fo- le illuminatam non totam ad nos convertit, fed di- midiam
tantum, ideoque dimidiata apparet. Sic omnes Lunx phafes explicantur. Quoniam
terra illuminata ex una parte a folc timbram longiftimam projicit ad partem
alteram , id- circo Luna, cum circa oppofitionem verfatur , um- bram terrx
interdum fubit, & lumen amittit. Hxc Lunx eclipfis eft. Similiter Luna
umbram projicit; idcirco cum foli conjungitur , umbram fuam interdum in terram
immittit, qux umbra tamen anguftior.cum fit , uni- verfara terram complcifti
non poteft . Regiones illap, in quas cadit Lunae umbra adfpeftum folis amittunt
. Hxc eft folis defc Safdem fempec maculas terrx obverfas Luna habet, quod
facere non poted , nifi converrens fe circa terram convertatur quoque eodem
tempore circa fe ipfam . Altiflimis montibus afpera e(Te creditur, quo- rum
umbras dicuntur nonnulli telefeop orum opo confpexifle . Dubitatum eft , utrum
atniofphaeram habeat, uti terra, ideft craHiorem aerem circumfu- fum , in quem
vapores exhalationcfque c Luna co- gantur . Verum lunans atmorphxrse indicium
nullum adhuc extar; ac Venus fsepe poft Lunam ptaccerla- bens, cd ejus ufque
marginem pervenit nitidiffima, & pulcherrima : obfi-uraretur autem nonnihil
m at- mofphxram incedens , (i qua clfet hxc atmofphxra, antequam Lunam
atcingefct . Quare atmofpha:rara Lun* plcrique negant . Lovileus ergo cum
narrat anno 1715 die 3. Mad imbres in Luna fuiffb ma- ximos , Sc tonuiHb in ea
, & fulgurafle videat ne fallatur . 'C A P. 1 X. De fyjlemitte Copernicanp
, C^Ui Copernicum fequuntur motus tres terrae tri- buunt , unum tranfl Itionis
, quem etiam annuum vo- cant ; alterum vertiginis, qui etiam diurnus dicitur;
tertium, quem dicunt motum ax.s . Hos motus ex- plicemus . Motu tranflationis
volvitur terra per planum F f 2 *cli- 2:8 T H r S 1 C JE «cliptics circa folera
, fuatnque converfionem con- ficic anni fpatio ; cctcrum perinde eft , ut
plancta quivis : volvitur in confequcntia ; ellipfim dcfcribit, cujus focum
alterum fol occupat; ab aphelioadpe- rihelium. veniens acceleratur, rediens ad
aphelium retardatur . Illud vero etiam atque etiam tenendum e(l ter«~ lam circa
folem Copernicanorum fententia fic voU vi , ut axis squatoris nufquam
inclinetur , fcd (ibi femper parallelus maneat. Itaque & squatoris pla- num
, &. alii circuli fibi femper funt paralleli. Motu vertiginis, vertitur
terra circa axem atqua-- toris in confequcntia , caque converfio brcvidima eft,
& horis viginti quatuor abfolvitur. Quo ergo tempore unam converfionem
terra conficit circa fo- lem , trecentas fexaginta quinque converfiones con*^
fic.it circa feipfam . . Motus axis eft terrae vertigo altera . Docent ergo
Copernicani , terram praeterquam quod volvi- tur in confequcntia circa axem
aequatoris , volvi e- tiam in antecedentia circa axem eclipticae; quam- quam ea
converfio lentilTima eft , & annis viginti quinque millibus vix tandem>
abfolvitur His tribus terrae motibus Copcrnicanum (yfte- roa,confiftitj quem
vero adfpcftum. mundi pariat vi- - «lendum eft.. De~ PARS III. 219 De adffcHu Mundi Ex motu
tranjlationif terret . Finge tibi terram
T ( FJg. 49. ) revolvi circa fo- lem S per planum eclipticae; ideoque fub
(ignis zo- diaci , fequens lignorum ordinem , feratur ex T in E } cx E in. R
&c.. Sit primum terra in T fub ariete > videbitur profedlo nobis fol
e(Te in (igno oppofito, ideft in_. Libra. Cum venerit terra, in £ fub taurum ,
videbi- tur nobis fol efle in. Scorpio; cum venerit terra in R fub geminos ,
videbitur nobis fol elTe in arcite- nente . Idemque accidet in (ignis
reliquis,. Vertente ergo fc terra per fuam orbitam in con- fcquehtia ,
videbitur foL verti & ipfe in confequen- tia , &. anni fpatio zodiacum
totum perludrare . Hic erit adfpeftus folis . . Videamus jam de afpe^lu planetarum; ac pri*
mum dicamus de fuperioribus . Sic tibi fol in S , ( Fig. 50.) terra in T, quae
fecundum (ign orum or- dinem feratur in E , & R . Sit in M plancta ali-
quis fuperior v. g. b^ats , quocum terra conjungi jam jam debeat.. Quamvis Mars
feratur & ipfe fecundum ordi- nem • (ignorum , tamen quia terra velocius
fcrtuc ipfumque praetergredituV , & poft fe rclinqut, vide- bitur nobis
Mars contra (ignorum ordinem retro- cedere. Sic cum terra erit in T, videbitur
Mars e(Tc. 210 T H r S l C JE cfTe in geminis ; cum terra erit in E ,
vi'ieb’tur Mars vemfle in taurum ; cum terra erit in R , vi* debitur Mars
cefliffe in arietem . Verum cum teira Martem fubterfugerit , ac lon- gius per
fuam orbitam progrcflii fuerit , videbitur Mars fecundum ordinem lignorum
progredi. Videbuntur ergo planetae fuperiores modo
ferri in confequentia , modo in antecedentia , quamvis in confequentia femper
ferantur: Cum videntur fer- ri in confequentia dicuntur direfli , cum in
antece- dentia , retrogradi . Et quoniam planeta neque e re- fogrado fit
direflus, neque e dirt ac tura foU objiciet non amplius pun^lum aliquod tropici
b C , fed punflum E tropici alterius E « : cura ergo hic quoque terra dici
unius fpatio circa axem sequaio- ris p 0 revolvatur , videbitur fol eodem
fpatio con- verti circa tropicum 'E«. Cum terra confc^io gyro annuo redierit ad
A » videbitur fol rcdiilfc ad trc picum b C . Atque his facile intelligitur ,
adfpedlum folis per totum annum eum clTe debere , ut cum fol die quadam vifus
Ct converti per tropicum bCj pregrediente poft terra per fuam orbitam videatur
aliis aliifque diebus per alios aliofque circulos aequaton parallelos converti,
donec eo perveniat, ut per alterum tropicum Em converti videatur ; hinc cofdem
fere circulos rete- xens ad tropicum b C revertet . Fieri autem non poteft , ut
fol per alios aliof- que circulos ab uno tropico ad alterum feratur , quin
certo quodam dic revolvatur per aequatorem ipfum . Quo die revolvitur per
aequatorem , dicitur effe aequinoftium : diebus , quibus revolvitur per tro-
picos , folftitia funt. Diftantiaro , quae eft inter xqua- torera, &
tropicum utrumlibet, tribus fere menfi- bus fol explet. Sed jam quae fit nobis
Italis tempeftatum divi- Tom. lll. G g fio
V H r S l C M (io cxpliccrriHS . Nes quidem in zona temperata agi- mus,
quE ert inter boreaJem polum , & aequatorcra . Sit ergo polus borealis o : (
Fi^. 50. ) nos fedeamuc in i. Jam tropicus cancri erit Eu Capricorni ^C.
Veniente igitur fole per alios aliofque circulos ab sequatore ad tropicum
cancri E», nobis erit ▼er; redeunte fole a tropico E« ad squatoreoi , erit
a:ftas ; progrediente fole ab sequatore /«ad tropicum Capricorni b C , erit
autumnus , redeunte demum fole a tropico t C ad aequatorem, erit hy- ems . His
quatuor temporibus annus abfolvetur . Inxqualitatcm dierum fic explico.
Unicuique^ habitatori tarodiu e(V dies , quamdiu fol fupra hort- zontem
verfatur, nox quamdiu ed infra. Si quis in xquatore fedeat , e^is horizon , ut
fupra diximus, in duas squales partes dividit tum tropicos, tum circulos
quofvis parallelos. Curo ergo fol fingulis diebus per unum ex his circulis
revolvatur , erit huic habitatori diebus lingulis dies squalis nodi. Si qui
autem fedeat in polo alterutro , v. g. ' in 0 , ejus horizon erit squator ipfc
. Ergo erit fol fupra hujus horizontem tamdiu, quamdiu verfabituc inter
squatorem , & tropicum Eu; ideft per fex tnenfes . Erit ergo huic
habitatori dies longus menfes fex: hunc diem nox fequetur fex menfes longa ,
quibus menfibus fol verfabitur inter squatorem ,& tropicu bC. Si qui autem
fedeat inter squatorem , & po- lum alterutrum c, uti nos, qui zonam temperatam
colimus , ejus horizon dividit quidem , ut fupra di- ximus >. P A n S 1 1 I. 2J5 ximus i aeqaatorem in duas squales
partes ) tropicos vero , aliofque parallelos circulos in partes inxquales. Huic
ergo habitatori , quo die fol per xquatorem revolvetur) erit dies xqualis no61i
; diebus aliis, qui« bus fol revolvetur per alios circulos , erit dies vel
no61e longior , vel brevior . Hxc omnia obfervatio- nibus flne ulla
controverlia refpondent* De aiifpeilu Mundi ex motu axis terra , C^Uoniam motu
axis vertitur terra Icntiffime cir- ca axem eclipticx in antecedentia, oportet
, ut cx- lellia quxque videantur nobis lentilTime circa eum- dem axem verti iti
confequeotia ; videbuntur ergo .conftellationes zodiaci in confequentia
progredi len- tiflima quadam converlione . Idque fane obfervationi refpondet ;
quare cum ligna zodiaci initium capiant ab eo punAo, in quo xquator eclipticam
fecat, conftellationes vero fue- rint olim in his lignis fuo ordine , aries in
primo , taurus in fecundo &c. alix jam in aliarum ligna progre- dientes in
confequertia migrarunt, ut jam aries in li- gnum tauri venerit, pifccs in
arietis lignum fuccellerint . De Syjlemate Tjcbonico, Tl*Ycho terram quiefeere
omnino valt, convcrlio- nes vero alias, quas Copernicus apparere docet ex G g 2
co 2^6 . r H r s I c M co quod terra moveatur, eafdein Tyco apparere pu« tjt
non ex eo quod terra moveatur , fcd quia vc- rifrirn® 5 realifTimsque fint..
Hic ergo tradit , folem revolvi motu annuo pei planum eclipticx circa terram in
confequentia , fe- cunique deferre orbitas planetarum omnes , quemad- modum
etiam in Copernicano fyftemate. Saturnus , & Jupiter fecum deferunt fuorum
fatellitum orbitas, & terra orbitam Lunse defert fatellitis fui . Tradit
etiam ftellas omnes, uti folem, revolvi circa axem eclipticx in confequentia,
fed motu lentiflirao. Tradit prxterea cxlum omne, circa axem xqua- toris
revolvi fingulis diebus in antecedentia , fecum- que abripere & folem ,
& flellas , & omnia qux- cumque in cxlis apparent. His differt Mundi
forma quam Thyco invenit ab ea, quam Copernicus pro- pofucrat . Ceterum adfpeflus rerum ex
utraque idem oritur , quod facile intelligent , qui attentionem ad fmgula
adhibuerint.. . f De caleflium
converjionum caujts e Cartefti opinione ... P Urat Cartcfius, mundum quamvis a
Deo ex ni- hilo ediiRis Iit, talem nihilominus eduftum elTe , qualis fuiflet fi
ex antecedente quadam eaque fim- plicifiima materix difpofitione cxtitiffct ,
velu^ que continuam , & homogeneam . Hanc totam in^ cubos didinxit quam
minimos, tum motum dedit, quo & finguli cubi circa fe ipfos , &
quamplurimi circa communia centra in orbem rotarentur ; (ic ma> teriam omnem
diftinxit in vortices innumerabiles. Horum unum confiderabimus : nam ex eo uno
quid de aliis dicendum flt apparebit. Rotantibus fe cubis Hngulis circa fe
ipfos, opor- tuit , ut acumina fe mutuo pellerent, ac diflblve- rcntur . Hsc.
comminuta in pulvifculum abierunt, qui Cartefio primum elementum eR, ac tum
cubi abrafis angulis globi cvaferunt qui funt fecundum elementum . Hi globi
rotantes fe adhuc contriti magis funt, ac minores fad^i ; itaque cum circa
commune cen- trum agerentur, quamplurimi recelTerunt ab hoc cen- tro nonnihil ;
eft enim commune corporibus omni- bus,, ut fi circa centrum quodpiam agantur,
ab eo recedere nitantur. Recedentibus
globis a centro magna, vis materis primi clementi inter globos la- pfa illuc fe
contulit , in eoque fpatio , quod globi reliquerant mira celeritate volvi
coepit. Atque hsc illico ftella fuit , qus lucet propte- rea. quod materia
primi elementi volvens fefe circa. cen- « P H r S 1 c ^ ccntram tanta vi , globos
totius vorticis circumqua- que premit , quee 'prclTio eft lux . Hoc modo
innumerabiles flellae extiterunt ; nam cum vortices elTent innumerabiles, in
cujufquc au- tem centro (iella orta ijt, innumerabiles quoque Hel- las effe
oportuit. Harum Hcllarum una cH fol,quz quod nobis viciniffima cH, idcirco
& lucidiffima om- nium videtur, & maxima. Porro ftella in centro
vorticis fe volvens ipGus vorticis motum adjuvat , celerioremque facit ; ita-
que partes vorticis, quae propiores foli , aut ftellz funt, fuos gyros
conficiunt etiam breviori tempore. Vortex quifque propter vim centrifugam
dilata- ri nititur quaquaverfum ; quare confifterc omnes non poffiint, nifi
prementes fe invicem in squilibrio quo- dam fint confiituti . Quod fi qui
illorum debilior initio fuit, oportuit hunc a vorticibus potentioribus abripi,
abreptionefque vorticum aliz atque aliz con- fecutz funt, donec univeifa
vorticum compages ad sequilibrium dedufla eft . Jnterim quid fiellis quibufdam
acciderit, videa- mus. Convertente fefe ftellz cujufpiam materia ac- cidit, ut
partes ejus quamplurimx interna agitatione amilTa in moleculas cohaluerint
duriores , firmioref- que. Hs moleculx tertium funt Cartefii elementum . Hae
porro alix adhzrentes aliis in grandiora , & opaca, 8c dura corpora
creverunt, qux ad fupeifi- ciem ftdlx propter maximam vim centrifugam de- lata
macularum fpeciem habuerunt . Huc modo plu- res F A R S I 1 1 .
239 res maculae nunc etiam in fole gignuntur . Stellx non uni accidit, ut tota
maculis, ideft durioribus , firmioribufque corporibus tamquam in- genti quadam,
& craflilTima crnfta obduceretur , at- que interim ftella. intus fub crulla
fe volveret. Stel- la haec fub cruda recondita fuum
motum communi- care cum reliquo vortice amplius non potuit. Vor- tex debilior
fa 61 us ed ; hunc ergo fimul cum della vortex alius potentior abripuit , ac
tum coepit del- la duriori opacaque cruda involuta circa aliam del- lam rotari,
& planeta evalit. Stella abrepta motum circularem retinuit circa fe ipfam ,
& partem fui vorticis circa fe conferva- vit , quam fecum defert , duro
circa abripientem dellam rotatur . Hoc modo planetx circa dellam , feu folem
rotantur, atque interim rotantur circa fe ipfos , & fecum quHque habet
parvum vorticem . Sic Mercurius, Venus, Terra, Mars, Jupiter, & Saturnus
dellae olim fuilfe dicuntur , quse pod ma- culis obdu6l3e a folis vortice
abreptae funt; unaquaeque tamen partem antiqui fui vorticis retinuit, quae
adhuc circa ipfam rotatur, ac cum ipfa circa folem volvitur. Ideoque planetarum
horum funt quidam , qui fatellites habent; etenim antequam planetae fierent,
cum edent adhuc dellae, dellas alias vorticibus fuis abripuerant, &
planetas fibi fecerant, pod vero ab- repti ipfi a fole , cum partem fui
vorticis unufquif- que circa fe retinuerit, planetas etiam fibi propio- res
retinuerunt, qui circa ipfos perpetuo volvuntur dum volvuntur ipfi circa folem
. Quod 2^0 r H T S 1 C JE Qiiod fi in
vorticis abrcptione accidat , ut ftel- la maculis obdufla tanto projiciatur
impetu, ut fc- fe rapi in gyrum non finat , fcd alios atque alios trajiciat
vortices , cometa eft . Sic Cartefius facile explicat 5 quomodo planctae circa
folem volvantur, & quomodo volvantur fatellites circa primarios, &
quoniam volvuntur orania in confequentia , videtur fane unus cfle , quafi
vortex, quo rapiantur . Verum ut haec refle procedant, difficile cft Car-
tefianis explicare, quomodo planetae omnes per e- lipfes ferantur , ita ut in
foco cujufque ellipfeos fit fol; quomodo ferantur per diverfa plana , fefequt-#
invicem interfecantia ; quomodo moveantur nodi, atque abfides. Itaque vorticum
formam mutare laepi- us coafti funt Cartefiani , ut eam tandem inveoi- ..rent ,
quae effet phoenoracnis accomodata . GAP. X I I. De ceelejlitan converjtonum
caujis ex Kewtoni optaiene, I^Utat Newtonus , foIcm habere vira attraftivam
■qua planetas ad fe trahit, planetas vero a Deo con- ditos projeftofque ab initio
fuifie per caeli fpatia . Id fi ita efi , oportuit fane planctas , cum
traheren- tur a fole , deflectere ab ea linea rcCla , per quam projeCH fuerant
, ac verfus folem inclinari , & quo- niam numquam non a fole trahuntur ,
nullam um- quara lineam reCtara fcqui potuerunt , fed femper ad - folem F A R S I I I. »41 folem defleAentes rotari
debuerunt circa ipfum . Fingens vero Ncwtonus vim folis attraAivara cam e0e ,
qux pro quadrato diftantis minuatur, in* venit , planetam hac vi traAum debere
ellipfin dc* feribere , eamque ellipHn , in cujus foco fit fol ; de* bere etiam
planetam ab aphelid ad perihelium ve* nientem accelerari magis magifque ,
cumque ad pe* rihelium pervenerit tanto impetu agi debere, ut per alteram
ellipfeos partem retardato paulatim motu ad aphelium revertatur, &
convetfionem per ellipfm totam abfolvat , qua abfoluta aliam Umiliter ineat ,
nec umquam circa folem rotari delinat. Cum ergo obfervationes refpondeant,
& is ipfe pla- netarum fit curfus , non dubitat Newtonus eam foli vim
atcraAiva tribuere,qux pro quadrato difiantiae minuatur. Neque aliter ex
opinioneNewtoni volvuntur fatel* ^ lites circa primarios, quam primarii circa
folem; nam ut fol primarios, fic primarius quifque fatellites fues trahit.
Oportet autem , fi hxc fequimur , cxlefiia fpa- tia materia omni vacare; nam fi
quam haberent ma* teriam , planetx in hanc perpetuo incurrentes refi* dentiam
paterentur aliquam , quam fi paterentur, eorum orbitx , uti demonfiratum efi ,
deberent pau* latim contrahi ; non autem contrahuntur ; oportet igitur, cxlos
vel omni omnino materia vacare , vel eam tantum continere , qux fit fupra quam
dici , aut fingi poted , tenuis, & rara , cujufquerefifientia adeo fit
parva , ut ne pod quidem annorum millia planetarum orbitas contrahere potuerit
. Jortj, lil, H h Ne* 141 T H r S l C M Neque folum planctas fol trahit Ncwtoni
fen- tentia , fcd & pUnet» folem trahunt , & trahunt fe invicem >
& omnino omnia trahunt omnia . Quam- quam vis folis eft longe maxima ,
quippe quia fol corpus cft > quod magnitudine j & maffa planctas lon- ge
fuperat , vel fi omnes in unam fummam confe- rantur. Quare trahentibus planctis
folem aliis alio, fol movetur quam minimum , ut immobilis videatur . Ex his tam
multis attraftionibus irregularitates oriuntur, qus interdum in planetarum
motibus ob* fervantur; nam planetae circa folem rotati modo ad fe invicem
accedunt , modo recedunt ; accedentes autem majori vi inter fe trahuntur ; cum
recelTerunt longius, alter alterius vim non fentit ; oportet er- go, ut modo
tantillum ad unam partem defltftant, modo , ad alteram , & velocitates ex
aliorum pla- netarum occurfu aliquantulum varient . Propterea-. Luna, cujus
irregularitates propter viciniam notiores funt , curfura habet admodum
inconftantem , & mul- tum aberrat ab ellipfi; nam multum a terra trahi-
tur, quae illi efi vicinifiima, multum etiam a fole , & modo foli eft
propior, idcoque ab ipfo plus tra- hitur, modo abeft longius, & trahitur
minus. C A P. XIII. De terrefirium corporum gravitate varia . De fitij orbis
dixi. Nunc proprie de terra pau- ca dicam. Terreftria quaeque corpora in terram
gra- vi- Digitized by Google I P A R S 1 I I. 245 vitant . Compererunt autem
Phyfici j idem corpui non in omnibus terrae regionibus aeque gravitare ; etenim
Richero , cum in Cajennam infulam prope acquatorem fe contuliflct ) pendulum pauciores
ha- \ buit vibrationes, quam Parifiis habuerat pari tem- pore. Tempus curAi
flellae cujufpiam definiebatur. Oportet igitur pendulum in Cajenna fegnius
deci- dilfe , ideoque minus habuiiTe gravitatis in illa infu- la , quam in
Gallia . Ex hac obfervatione hypothefim fibi quamdam fin- xerunt
nonnulli.-corpus quodlibet in acquatore quam mi- nimum gravitare, eoque plus
gravitare, quo plus ab aqua- tore recedit, hamque hypothefim eo magis diligunt,
quod caufam afferre fe polTe confidunt . Sic enim difputant . Alia eft gravitas primitiva , alia
fecundaria . Primitiva eft , quam corpus habet; fecundaria eft, quam exercet ,
fi cadat . Sunt autem hs duse gra- vitates diftinguendae ; nam fieri poteft ,
ut corpus^ cadendo non omnem gravitatem exerceat, quam ha-' bet, propterea quod
vi quapiam fufiineatur nonnihil. Corpus quodvis gravitatem primitivam eamdem
habet , ubicumque terrarum fit , fecundariam non-, eamdem ; nam corpora qusque
fullinentur femper vi quapiam, & plus uno in loco, quam in alio. His ergo
in locis, ubi plus fullinentur, gravitatem fecundariam minorem habent ; majorem
, ubi fufli- nentur minus : fullinentur autem plus in xquatore ; fi longius ab
sequatore recedant, fullinentur minus : igitur in xquatore gravitatem exercent
minorem ; H b 2 majorem vero quo magis ab acquatore recedunt. Quae crt autem vis ifta corpora
quaeque fuftirens > Hanc vim fic explicant. Dum terra circa fcipr?ni celerrime convertitur,
corpora quaeque fecum rapi- ens, haec vina centrifugam concipiunt, qua nitun-
tur a centro recedere ; -hac ergo vi fuftinentur non- nihil. Eft autem haec vis
in aequatore major; ibi enim converfio terrae eft celerior, longius ab acqua-
tore minor, eft enim fegnior converlio terrae. Igi- tur in aequatore plus
fuftinentur corpora , longius ab acquatore minus: fi ergo de gravitate
fecundaria , quam nos in corporibus experimur, fermo fit , minorem oportet hanc
efle in quovis corpore circa sequatorem , coque majorem fieri, quo plus corpus
abf quatore recedit.. Atque haec quidem refte procederent , fi gra- vitas hoc
ordine variaret ; fed obfervationes hunc ordinem turbarunt. Clariflimus des.
Hayes tot pen- duli ejufdem vibrationes in Cajenna infula numera- vit , quot
pari tempore numeraverat in Guadalupa, quamvis Guadalupa multo plus diftet ab
acquatore, quam Cajenna . Quis fcit an gravitas corporum va- riet aliis etiam
de caufis f tamen opinio ordinis vi- detur pulchrior . F A R S l l h »4i De forma Terra . IFlguram
terrae deformant montes per eam difperfi nullo ordine; quamquam hi
contemnuntur, fi cum craflitudine terrae comparentur . Verum forma terrae cum
quxritur, ea quaeritur , ad quam fe partes terrae fua gravitate componerent, fi
fiuidae effent omnes . Ad hanc formam maria, & lacus accommodantur.. Si
partes terrae omnes aeque gravitarent , opor- teret formam terrae plane
rotundam clTe . Quod fic explico. Sit terra EP, ( Fig. 53.) cujus centrum T ,
polus alter fit in P, aequator in E. Profefto terreftres columnae E T , P T
fibi occurrentes fua_. gravitate fe mutuo pellunt : confidere ergo non pof-
funt , nifi aeque gravitent , ac fint in xquilibrio . Jam vero fi omniS materia
ubique sque gravi- tat , non poterant duae columnae ET, PT aeque gravitate ,
& in aequilibrio elTe , nifi fint aeque lon- gae : igitur confidere, nifi
fint aque longae non pof- funt . Sunt ergo aeque longae ; & polus P aeque a
centro T didat, ut punftum aequatoris E , ac terra cd rotunda ^ Qui vero putant
materiam fub aequatote gravi- tare minus , quam fut> polo , hi ad
aequilibrium.* condituendum , columnam T E ( Fig. 54. ) longio- rem ponant
neceffe cd , columnam TP breviorem. His ergo forma terr* cd , uti E P Q^O
,fubpolis P^ &Q » Digitized b^Google i4 quaeque men- jorem vcl mediocrem
non fugiat , Ica- F A R S l I L 247
Itaque Gallorum Rex Maupertuifiura cum Ma- thematicis aliis multis in Laponiam
miflt, Caudinum aliofque in Peruvium , ut alter gradum unum met?* retur prope
polum, alter alterum prope xquatorem . Maupertuilius e Laponia rediit, eafque
menfuras re- tulit, quibus appareat gradum Laponicum prope po- lum multo
majorem elTe, quam illos Gallicos, quos Cadinus menfus fuerat. Goudinum adhuc
expeta- mus . Interira Gallicorum graduum , & Laponici com- paratio
perfuadt multis, terram compteilam elTe- De ttjiu maris . ^Jotura e(l, mare fex
horarum fpatio attolli, Sc pari tempore deprimi , ut diebus flngulis attollatur
bis, bis deprimatnr. Hic fcilicec sdus maris e(I , quod cum adurgens in terras
longius excurrit fluere dicitur, cum deprimitur, & undas retrahit,
refluere. Antiquidima autem obfervatio eft fluxum hunc .refluxumque maris quafi
Lunae motura fequi; itaque ejus caufam plerique in 'Luna quaerunt. Ut mittam
alios , hoc explicabo ex' Neuconianorum opinione . Sit terra E R ( Fig. 55. )
cujus centrum T. Sic Luna in L perpcndiculariter imminens parti tcrr« £% cui
oppoflta eft pars R. Cum Luna trahat ad fe terram totam , tamen plus ad fe
trahit partem E , quam centrum T; eft enim pars £ longe Lunae pro* pioe
Digitized by Googie 24 » T H r S l C JE pior, quam T . Igitur pars E ii Iit
fluida , & folu- ta , vclut fi ingens mare aliquod in ea parte fit, af-
furget in X . . i Similiter cum Luna centrum T plus ad fe tra- hat , quam
partem R , centrum T aliquanto plus afeendet verfus lunam, quam pars R. Videbitur
er- go pars R alTurgcre nonnihil in Y , fi pars quidem R-marc fit aliquod.
Progrediente autem luna circa terram ab L in N, quacumque mare exit, illam
fequentur duo cul- mina X , & Y ; & quoniam Luna diebus fingulii terram
univerfam Circuit diurno motu , culumina X, & T circa terram volventur pari
tempore, /c cum pars E aflurrexerit in X , aliis fex horis , recedente Luna,
paulatim deprimetur; fex aliis fequentibus , veniente Luna fupra partem R ,
rurfus pars E at- tolletur , eritque alterna haec agitatio perpetua . Quod fi
Luna fub)edlam fibi partem maris ad fe trahit, & furfura tollit, oportet,
ut partes maris, quae longius diftant, deprimantur; quod facile ani- madvertent
, qui fedent in littore ; iideraque aquas ad littora attolli fentient , cum
Luna abeunte pars maris , quae altius evedia fuerat, deprimetur . Sunt autem hi
aquarum motus , curfufque va- tii ; nam praeterquam rjuod Luna maris aquas
trahit, eas trahere etiam fol creditur nonnihil. Afliones autem folis &
Lunae pro vario utriufque pofitu mo- do confunAx funt , & validius agunt ,
modo oppo- fit«, & mullis variifque modis componuntur. Luna ipfa modo eft
terrae propior, modo abeft longius, nec eadem femper vi terram afHcit. Igitur
in noviluniis, & xquinodiis xdus funt majores , & cum Luna e(l perigea
. Oportet etiam ad fenfibilem xftum faciendum, mare , quod Lunx fubjicitur,
elTe quam latiflimum. Itaque in oceano xftus funt maximi ; in mediterra- neo
mari xflus nullus eft, qui perfentiatur. Eft enim hoc mare anguftum , nec nili
per anguftiftimum Gadita- num fretum cum occano communicat . Mare Cafpium
anguftum eft, nec ullam cum oceano communicationem habet; prxtereaLunx obliquum
eft. Multo eft
obliqui- us, & longius diftat Balticum. In his ergo ^ftus eft nullus . I
Sunt etiam littorum flexus varii, & fretorum anguftix attendendx , quibus
fluentium , & refluen- tium aquarum curfus & fle^li , & retardari ,
& ac- celerari* multis modis poffiint. Quare cum in me- diterraneo mari
fenCbilis xftus (it nullus , tamen cum (it fortafte aliquis , tam multx aqux ex
orarum fle- xu , infularumque pofltu in anguftiflimum (inum Ve- netum xftus
tempore immittuntur, ut .(it in hoc (i- nu fluxus rcfluxufque infignis . De
Almofpbccra . .^^Tmofphxra eft illud fluidum craflius, pellucidum tamen, quod
terram ambit, neque diurnam habet converfionem , vel quod tcrrx quiefcenti
adhxreat, Tom, IK, I i vel ajo f H Y S 1 C M rcl quod terra fe convertens ipfum
fecum rapiat . De altitudine atmofphaerae non conftat.
Meteo» ra altifrinia quadraginta fere millia paiTuum a terra didare vifa funt.
Hanc altitudinem in igne quodam volante, Montanarius- conftituit . Atqui
meteora in_i atmofpharra verfantur , etenim diurnam converfionem non habent:
oportet igitur j atmofphaeram non mi* nus elTe altam , quam millia quadraginta
. Hanc al- titudinem fortalTe longilTime fuperat. Atmofphxra dellarum radios
antequam ad nos. perveniant, refringite Itaque ftells non ibi, ubi funt,
apparent . Adronomi ergo in condituendo dells cu- jufvis litu refraflionis
hujus rationem habent; quod ut commode, & rcfle fieret, Cadinus regulas
tra- didit . Cxll color creditur fieri in lucis tranfitu per atmofphxram
Humores terrx in particulas quamminimas atte- nuati , rarefa^ique , &
fimiliter particulx ficciores cujufvis generis propter levitatem , &
caloris agita- tionem per aerem evolant. Atmofphxra igitur con- dat partibus ex
omni genere fimul permixtis , & ed prope terram multo cradior.. Quod fi vapores multi in aere
fimul congregen- tur , fiunt nebulx , ac fi altiores fint , nubes. Faci- lius
in frigore congregantur, quam fi aer calore^ xduet , Itaque de hyeme nebulx
funt multx prope terram; nam prope terram frigus ed , & nubes funt
deprediores; xdate nubes funt altidimx. Si qua de caufa vapores ad fe fe mutuo
acce- den- F A K S 1 l 1. 2JI dentes
> fefeque attrahentes in guttas cohalefcant , decidunt, & pluviae fiunt,
qux xfiate rapidiores funt; nam ex altioribus cadunt nubibus; ideoquo guttas
afferunt grandiores ; nam cadentes altius plu- res vapores in illo tanto
defconfu offendunt , cofque fibi adjungunt , unde guttae craffiores. 'Quod fi
guttae frigore -obftriflae fint , fit nix , ac fi altius cadant ut de aeflate ,
aliofque vapores inter cadendum fibi adiurgant, eofque circa fe con- gelent ,
fit ‘grando; quan.qu nara primum nihil eft promptius cogitanti , quam Entis
notio ; deinde in definiendis accurate rebus , opor- tet invenire genus , quod
latius pateat quam ipfs ; velut in definiendo homine invenitur animal , quod
latius patet quam homo ; inveniri autem nihil po- tcft j quod latius pateat,
quam ens; igitur inveni- ri entis genus non poteft, ac propterca ne definitio
quidem . Sunt , qui putent ,
fe definire ens , cum dicunt ens efle id , quod diftinguitur a nihilo. Hi verum
dicunt, nam utique fi quid diftinguitur a nihilo, ens eft, fed tamen
definitionem bonam non afferunt; nam cum vocem id pronunciaveiint , fruftra
illud addunt, quod dijiiuguitur a nihilo. Quis enim non fa- tis ens intellexit,
limul ac illud id intellexit? Prae-
terea non eft entis notio per notionem nihili expli- canda , nam difficilius
intelligitur nihil , quam ali- quid . Eft autem ens verum, unum, bonum. Quae
qua- litates tranfcendentales dicuntur , quia tranfeerdunt, ad res omnes.
Itaque ens omne eft verum, nam ve- re eft id, quod eft. Eft etiam unum, nam
nullum cos eft multa cocia > fed unum tantum . Eft etiam bo- I s. m EPIT. EED ACTA. 2jp bonum ; nara eflendi
perfectionem habet . Eft autem perfeCtio omnis in eflendo ) nam nihili nulla
peife- Aio eft . De Vbfjibilihui , 6* Exijlentibut . Sunt autera rationes eflfendi
muItZ) vel potius in« finitx; attingam eas, qus funt notiores. Et primum quidem
nemo negaverit, res poflibiles elTe alio mo- do-, atque exiftentes ; nam res
poflibiles utique funt modo aliquo; etenim fi nullo prorfus elTent modo, ne
poflibiles quidem cflTent . Prsterea fi res pofiibi- lis nullo prorfus modo
eflet , nihil interelTet intei ipfaro , & nihil; & tamen interefi
aliquid, nam rem pofiibilem , uti montem aureum , creari a Deo pof- fe,
dicimus; creari poiTe nihil non dicimus. Tgitur inter res poflibiles, &
nihil intereft aliquid. Quod fi ita efl , res poflibiles funt aliquo^ modo.
Nemo tamen non videt, res poflibiles efle ali- ter, atque exiflentes, &
quafi minus efle^ ut videa- tur ipfa eflendi ratio fuos habere gradus. Quare
ret poflibiles entia diminuta ab aliquibus nominantur; quod nomen irrideamus ,
fi volumus , modo rem te- neamus . Poflibilia a Philofophis definiuntur, ut
fint ea, quorum eflentia contradiAionem nullam habet. Qua- re homo beilua non
erit poflibilis ; nam homo efl rationale animal , beilua non rationale; itaque
homo K k 2 bel- Digitized b>GoogIe i6o METAPnrSICA bdlu 2 erit rationale
> & non rationale; Io quo eft contradi^io . Exiftentes vero res (ic definiri
folent , ut lint res poficae extra nihil , & extra caufas ; nam omnia>
quae manant a caufa aliqua , exiftentia funt , etenim pollibilia xterna funt,
nec ulla caufa fiunt. £!1 au- tem in definitione additum illud extra caufas;
quia fi res exiftentes eae dicerentur , quae pofitae funt ex- tra nihil , neque
aliud adderetur, non fatis a pof- fibilibus difiini^uerentur ; nam pofiibiles
quoque ret (liQt extra nihil , cum diftinguantur a nihilo . De Vrateritisy
Pnefentibur , & Futuris^ .Ak-Tque hrec ipfa , quibus participatur
exifientia> habent quofda n quafi gradus , & varios clfendi mo- dos ;
nam antequam exidant , funt futura, & cunj exiftunt , piaefcntia , &
pofiquum extitcriot-, praete- rita . Sunt autem haec tria divcrfis modis. Neque
enim putandum eft , res futuras, & prae» terins nullo prorfus modo eflc ,
nam fi nullo pror» fus modo elTent, neque res futurae a non futuris di-
ft;nguerentur , neque praeteritae a non praetentis, & tamen diftinguuntur ;
nam conflagratio mundi, cum futura fit, praenofci poteft; fi futura non
eifet,no« poflet ; & alia eft notio belli punici , quod fcimu» olim fui (Te
, & pro praeterito habemus; alia cfletr (i pro fabula habeiemus. Quid
Digitized by Google m EP1T. REDACTA. atfi Quid quod futura , & praeterita >
quamvis mi- nus efTe videantur, quam przfentia , tamen plus fune quodamodo,
quam poflibilia? Quippe plus dicimus,' fi confljgrationem mundi futuram efie
dicamus , quam , H dicamus , elTe poflibilem ; & (imiliter ft dicamus
bellum punicum fuilTe olim , quam Ci dica- mus potuilTe efle . Trahit ergo
przfentia cujufque rei futuritatem> & prateritionem quamdam, ut nullo in
tempore^» przfens res elfe polGt, quin alio tempore futura fue- rit , &
fijt przterita in aliud tempus. Idque cadit in res omnes, quz funt in tempore.
Csterum fi qua res (it extra tempus, uti Deus , a quo res omnes, & ipfum
tempus manat , ea neque przfens , neque piz- terita dici potent, neque has
habebit cfsendi varietates. Non ergo przfentes folum res funt. Sunt etiam
aliquo modo res futurz, & res prxteritz; quamvis fint diverfis modis. Eft
autem unaquzque res pe» omnia tempora , fed in aliis temporibus eo modo Cll ,
quo funt futura; in aliis eo modo, quo funt prxfentia ; in alus eo modo , quo
funt pixterita . ■ De bis. quet i» fubjlantiis infunt. iNfunt in fubftantia
form* quxdam , feu proprie- tates , qux partes ejus non funt , velut in homine
rationalitas , animalitas , rilibilitas , alixque qux par- tes noa funt >
fed alio funt aomine appellandz, nana pai>
z METJPHTSICA partes fubftantiac ipfae funt , & disjungi inter fe
po(^ lunt , velut manus , & pedes ; rationalitas , ut ani- 'malitas ,
rifibilitas, neque fubiiantiae funt) neque in* ter fe poffunt disjungi . Hs
formae , feu formalitates , fcu proprietates (nihil enim refert, quo nomine appellentur)
per fe ciTe non polfunt, fed indigent alio, in quofinc;id« que (i tollatur,
intereunt, quafi elTentiam habeant imperfeflam, quae fibi ipfa non fit fatis. Subfiantia
vero per fe eft . Videntur ergo formalitates nec ita, nec aeque effe , ut
fubftantia ; fed efie longe aliter, Si quafi minus. Quare ab aliquibus
Entitatulae di* cuntur; ridendinn nomen; fed aliquid fubeft veri. Formarum
autem infinita prope funt genera ; ea* que inter fe diverfifiima. Formae funt
quaedam, quas amittere fubfiantia non potefi , uti rifibilitas , quam homo non
potcft amittere ; funt aliae , quas fubfian* tia amittere potefi, uti
rotunditas, quam cera po* tcft amittere. Sunt alix, qiix feparari a fe Invicem
non pol^ funt , uti in homine rifibilitas , & rationalitas ; funt alix qux
feparari a fe invicem polTunt, uti in coi* pore durities . & calor. Sunt alix magis
univerfales, allx minus ;&hx illas determinant , velut in homine magis
univerfalc efi animalitat, quam rationalitas ; & rationalitas de*' terminat
animalitatem , ut homo confiituatur . Hc ormx dicuntur gradus. Sic animalitas, &
rationali- tas dicuntur gradus in homine . At- Digitized by Google m EFIT. REDACTA, 253 Atque hx formx
omnes diverfos habenteflendi modos , unaquxque pro genere fuo . De Relationibur» R.EIatione*
quoque fuum proprium habent efle , quod explico in (imilitudine . Si enim
parietes funt fimiles, oportet, ut prxter parietes , fit etiam fimi- litudo
ipfa; nam qui dicit: paries, & paries funt fimiles , plus dicit , quam qui
dicit : paries , pa- ries funt; fimilicudo ergo aliquid addit ad parietes,
igitur fimilicudo quoque ipia quodam modo. Quis autem non videt ,
fimilitudinera effc lon- ge aliter . ac fint fubfiantix , feu parietes ip(i ;
nam primum parietes per fc funt, fimilicudo ipfa per fe elTe non poceft . Quid
? quod fimilicudo eft mirunv, quoddam vinculum , quo genera omnia conneiJlun-
tur ; nam & poflibilia exiftentibus fimilia dicuntur, & futura
prxteritis , & accidentia , & formx , & omnia , quxrumque aliquo
modo fune , fimilirudi- nero admittunt aliquam. Oportet ergo admirabilem
quamdam effe naturam fimilitudinis . Idcmque ad re- lationes alias transferri
poteft . Habet autem fimilttudo hoc etiam admirabile , quod nifi per
identitatem quamdam explicari non potefl . Nam fi dixeris parietes duos effe
fimiles, quia formaro eamdem habent, puta colorem eumdem, jam (ifflilicudinem
explicabis pei coloris identitatem. Quod Digitized b, unum idemque (int oportet
. De Diflinnhhibut . Diftingui dicuntur entia, cum nnum non cfi aliud.
Diftinguuntur autem per id, quod fingula in fe ipfis funt ,■ idque efle debet
unicuique proprium , nam ii fit aliis commune, per id non fit diftmfUo . Quid eft ergo proprium Sulpicio, quo diflingua- tur a
Lentulo? Non certe quod fit
fubftantia, nara & Lentulus fubftantia eft. Non quod fit corpus, nam &
Lentulus corpus eft . Non quod fit animal , nam & Lentulus animal eft . Non
quod fit rationale , nam & Lentulus rationale eft . Quid eft ergo in ipfa
Sulpicii eflentia quo diftinguatur a Lentulo? vel quid omnino ad animal, &
rationale addi debet , ut fit potius Sulpicius, quam Lentulus? Res eft
explicatu inter omnes difficillima . Quid- quid autem fit id quo Sulpicius a
Lentulo diftingui- tur ) vel individuum quodlibet ab alio quolibet , dicitur
principium individuationis ; quod quoniam in* explicabile eft , notari folet a
fcbolafticis nomine quodam abllradlo , quod a concreto ducitur , ut a Sulpicio
Sulpicitas , a Lentulo Lentulitas , a Paulo Pau litas . Verum quidquid fit
individuationis principium , quoniam res quxque ab aliis diftinguitur per id ,
quod ipfa in fe eft , non erat incongruum tot diHin61io« num genera numerare,
quot funt modi eflTendi. Ta*
men tria tantum in fcholis numerari folent . Prima didinflio ed ea , quae
intercedit inter fub- Aantias . Qua; fubdantise (ic inter fe didinguuntur >
ut unaquarque fine aliis elfe podlt, ut homo , & ar* bor ; nam & homo
fine arbore ede poiTet , & ar- bor fine homine. Haec didin^io ed longe maxima
| & didin61io rei ab re , five realis major dicitur . Altera didinfUo ed,
quae intercedit inter fub- ftantiam , & ejus modum, uti ea, quae intercedit
in- ter ceram, & ejus rotunditatem. Videtur autem in- ter fubdantiam, &
modum didindio ede minor , quam inter fubdantiam , & fubdantiam ; nam quam-
vis fubdantia fine modo efle poffit , ver. gr. cera fi- ne rotunditate ; modus
tamen fine fubdantia efTe^ p continebit quoque in fe eiTentias omnium rerum .
Ac poiTibilitas , qux in rei cujufque eiTentia elucet, in Deo ip(b conGllec, ut
nihil pro* pterea mirari oporteat , eflentias rerum , Sc poflibi- litates
Kternas efle, & neceflarias, quippe qux in Deo ipfo funt . Et (imiliter
quoniam res omnes continet , illa- rum quoque aptitudines continet , &
proportiones , & nexus omnes ; unde veritates in ipfo exidunt s* Cerns
atque immutabiles, quas nulla caufa effecit, cum fint ipfs per fe necelTario ,
funt enim Deus ipfc . Oportet autem cognofcat fe ipfum Deus, (i per- feAiiCmus
quidem eft , & fe amet , & de fe gau- deat . Cum ergo veritates , &
effentias contineat omnes, & omnino bona omnia; co.,nofcens fe ip- fum
engnofeit omnia , & amat de omnibus , Sc omni fruitur bono, feque ipfo
contentus eft, beatif- fimufque . Nec nifi unus Deus elfe poted ; nam cum fit
cumulus perfcflionum omnium , non poted hic cumu- lus nifi unus elfe . Prxterea
fi Dij fingantur duo , oportebit utrumque perfeftiffimum effe . Erunt ergo
fimillimi , ergo una & eaBera res erunt . Neque vero perteflioi es in Deo
funt, uti par- tes, quaii unaquxque dare per fe polTit fine altera ; nam fi ita
effet , jam unaqusque perfcAio haberet imperft^li aliquid ; & Deus ipfe ex
perfedlionibus multis coalefceret, quafi per accidens, quo nihil ab- fur- I 270
METAPHYSICA furdius dici poteft . Sic funt ergo perfeftiones om- nes in Deo ,
ut fe mutuo contineant , & (int om- nes una , & fumma perfeftio . Quo
apparet fumraa fimplicitas Dei . Cave autem putes, perfec^liones hafce, five
hanc perfe^iionum fummam cuipiam fubftantiae adhaere- re, quae fit Deus; etenim
perfeftio fumma fubfiftit ipfa per fe , neque fubftantia indiget , & ipfa
cft Deus. Quare non fatis reile dicitur, Deus efle res bona , aut res pulchra ,
quafi fubftantia , aut res fit qusepiam , cui bonitas accedat, aut pulchritudo
; di- cendum eft potius , Deum efle bonitatem ipfam , & pulchritudinem
ipfam , & ipfam veritatem , & ip- fum efle . Sunt autem res aliae
multae pulchrs , quia ex il- la pulchritudine participant , & funt bon* ,
quia ex illa bonitate participant , & omnino verae funt , quia ex illa
veritate , & ex illa eflentia participant. Participat enim fe Deus ad extra
inexplicabili quo- dam modo, & facit, ut illa exiftant, quaeexiftunt. Atque ut fe varie participat, varia efficit &
rerum , & modorum genera , quae nifi a Deo , aliunde efle non poflunt .
Poflibilitas vero harufii rerum eft ipfa Dei par- ticipabilitas. Neque fi dicas
montem aureum efle-» pnflibilem , aliud dicis, nifi Deum participari fic pof-
fe , ut mons aureus exiftat . Sic Deus participando fe fe facit , ut quae
tantum poflibilia erant , fiant exiftentia ; in quo confiftlt inexplicabilis
rerum creatio . Participatione autem jugi res omnes ad cem> pus confervat ,
qux in nihilum redeant , fi ceflet participatio . Non efi autem dubium , quin
potentif* fimus is fit) qui hxc faciat, idemque fit in rebus omnibus , quibus
participat fe jugiter . Idemque fit oportet in temporibus , & locis omnibus
, quippe & loca jpfe creat , & tempora , quo apparet, ipfum ante loca
elfe omnia, & ante tempora , nec loco indigere , nec tempore . Eft er- go
immenfus , cum fit in locis omnibus , vel poti- us cum 'oca fint omnia in ipfo;
& efi xternus cum fit ipfe in fe extra tempus , neque praeteritio , ne- que
futuritas in eum cadat , quamquam participan- do fe fe creet tempora, & res
omnes, quae laben- tes per tempora, modo futurae, modo praefentes di- cuntur,
modo praeterit». Ha^enus quamdam Oei formam , ut mihi licu- it, breviflime
adumbravi non multum a Platonicis, Cartefianifque difcedens , quorum
Philofophia nihil elfe magnificentius potefi . At inquies : tam magnifici Del
pofiibilitas non demonftratur. Nam quamvis demonftretur, perfcdlio- nes ,
quibus Deus confiituitur , fi fint, non repugna- re inter fe; hoc tamen non eft
fatis ; oporteret eti- am demonftrare perfecftiones has revera efle ; non- vero
a nobis fingi ; atqui hoc non demonftratur , ergo pofiibilitas Dei non
demonftratur ; ergo ne exi- fientia quidem. Refpondeo . Nego majorem, namque
ad. de- mon- l ili METAVHTSIC A monftrandani poflibilitatetn cujufvis rei , non
eft ne- cefTe demonftrare prius eam rem , aut ejus conflitu- tiva efle , fed
fatis eft haec fingere , fi enim conditu- tiva rei tibi finxeris , caque
invenies non repugnare inter fe , rc6l4 concludes poflibilem rem efle. Ne- que
alio modo rei cujufvis probatur poflibilitas . Dices : poflibilitas ifta eft
folum per mentem } non vero a parte rei , five extra mentem noftram ; etenim
has perfeftiones inter fe non repugnantes no- bis ipfi fingimus; ergo non
oftenditur Deum cdfepof- fibilcm a parte rei . Rcfpondeo ; nego antecedens .
Nam perfe^Ho- nes non fingimus efle per mentem , fed fingimus ef- fe fimpliciter,
ac cum illas inveniamus non repugna- re» concludimus Deum efle poflibilem a
parte rei* Sic probamus poflibilitatem montis aurei ; nam no- bis primum ejus
conftitutiva fimpliciter proponimus, nihil quxrentes , an fint per mentem , an
a parte rei ; & quoniam fic ea nobis proponentes non re- pugnare invenimus
» non dubitamus aflercre montem aureum efle poflibilem a parte rei • Nifi hoc
modo poflibilitates rerum demonftrare liceat, nullius um« quam rei poflibilitas
dcmonftrabitur . Utrum nomen Ens fit univocum Deo , & rebus creatis . Sunt
qui putant, pofle concipi formam quamdam entis ita abftraflam ab adjunftis
omnibus, ut fit io- diflercof ad efle vel Deum , vel rem creatam ; nam fl illi ;
IN EPIT. REDACTA. 273 (i illi addantur perfeAiones omnes , flve afeitas, quae
una omnes continet , fit Deus ; fi illi addatur im- perfcftio aliqua ver. gr.
abalietas , fit creatura. At- que horum opinione j haec forma entis ipfa per
arque Deo convenit, ac creaturae, & eft eadem tum in Deo , tum in creatura
. Volunt vero , entis no- mine hanc ipfara formam fignificari , ideoque putant,
nomen Ens clTe univocum Deo, & creatis rebus. Horum ratio fatis refelletur
, fi oftendatiir non pofle concipi ens , quod fit indifferens ad effe vel Deum,
vel creaturam. Id autem fic oftendo. Si concipitur tale ens indifferens , jam
concipitur in_. Deo indifferentia quaedam , feu potentialitas; nam concipitur
in Deo aliquid quod efi quidem Deus , adjun^lis nonnullis , fed pdtuiffet etiam
non effe , his non adjunflis ; atqui hsc indifferentia feu potentia- litas eft
imperfe^lio ; ergo concipitur in Deo imper- feflio . Quod fieii non poteft . '
Et fane omnes docent, Deum effe aftum pu- ri flimum cui nulla admifeetur
potentialitas , nihil enim in Deo eft , quod poffit vel perfeiftionem accipere
, vel non accipere ; fed quidquid in ipfo eft , eo ipfo perfeftiffmum a£lu eft.
Dices : potentialitas ifta tota eft in concepta noftro , non vero in Deo ipfo ;
nam nos quidem^ concipimus in Deo rationem quamdam entis , quae ipfa per fe eft
indifferens ad pcrfc^liones omnes; fed hxc entis ratio in Deo ipfo non eft .
Quare poten- tialitas logica dicitur , non phyfica ; imperfeiftio Tom, IIL M ra
autem METAPhUSICA autem logica , qu* eft tantum in conceptu noftro , excludi a
Deo non debet; nam utique Deum fetn- per iroperfeae concipimus ; ergo
potentialitas ifta non eft a Deo excludenda. Rcfpondeo : diftinguo minorem ;
imperfeftio lo“ gica a Deo excludi non debet : ideft pofTumus imper* fcae concipere
Deum : concedo ideft pofluraus concipe- re Deum imperfeaum; nego . Qui autem
concipiunt in Deo rationem entis , quae ipfa per fe fit indiffe- rens ad
perfeibones omnes , quaeque potuerit effe iroperfefta , concipiunt Deum
imperfeftum . Ifto mo- do poffent adverfarii concipere flagitiofilCmum De- um t
dicentes imperfeftionem efle tantum logicam ^ eamque effe in conceptu fuo , non
autem in Deo ipfo . Dices : pofTumus utique concipere in Deo fo- iam entis
rationem prafcindendo a differentiis, fcu perfeilionibus omnibus , nihilque de
his cogitando ; fcd ha!C eadem entis ratio convenit etiam rebus creatis; ergo
pofTumus eam entis rationem conci- pere , quae & Deo conveniat , &
rebus creatis . Refpondeo : negando majorem , nam fi conci- pimus quamdam
rationem entis , & fic praefeindimus a differentiis omnibus , ut haec eadem
entis ratio pof- fit convenire creatis rebus , impoflibilc eft , hanq camdem
convenire Deo . Dices : quemadmodum in Deo feparari non
po- teft ratio entis a perfeffionibus omnibus , ita neque petentia feparari
poteft a pulchritudine; atqui po- ten- N
EP/r. REDJCTA. 275 centiani confiderare pofTumus non confiderata pul-
chritudine ; & fic potentiam prsfcindere a pulchri- tudine , ergo etiam
rationem entis prxfcindeie pof* fumus a perfeAionibus omnibus. Refpondeo :
diftinguo minorem : pofliimus pr«- fcindere potentiam a pulchritudine , ideft
confidera- re potentiam non confiderata pulchritudine, conce- do ; idefi
polTumus concipere potentiam , qus fit in- differens , 6 i polTit ex adjunflo aliquo
fieri vel pul- chra , vel etiam non pulchra , nego ; nam fi talem potentiam
concipimus, eam potentiam concipimus, quae in Deum non cadit. Idem transfer sd
ipfanLi entis rationem , que fi efl indifferens ad perfeAia- nes omnes , non
cadit in Deum. Et vero fi quis confideret potentiam fummam , non omnino
prefeindit a pulchritudine , quamvis pulchritudinem non advertat ; nam potentia
fumma fine fumma pulchritudine effe non potefl . Quare^ potentiam fummam
confiderans , confiderat implici- te pulchritudinem, & perfcfHones alias
omnes, & Deum confiderat; fed fi potentiam fummam confide- ret, que poffit
effe non pulchra, perinde facit, ut fi Deum proponeret fibi non pulchrum ,
& in abfur- dum incidit. Dices; Cum definiatur Deus Ens perfe^ifllmum;
illud ens eft genus , ergo & Deo convenit, & re- bus aliis ; ergo eft
aliquid , quod & Deo , & rebus aliis conveniat. Refpondeo: Deum nulli
generi fubieflum eCTe M m z neque 2-j 6 METArnrsicA reque Jcfinltione uHa
propria definiri poflTe . Dici- tur autem ens perfeftiffimum , non ad eum
definien- dum , uti res aliae definiuntur, fed ad ejus naturam aliquo modo
explicandam ; quae melius fortalTe ex- plicaretur , fi diceretur non ens
perfefiillimum , fed perfeiftifiimum tantum, vel potius perfeftio ipfa, vel
potius elfe ipfum . quemadmodum explicavit fc De- us ipfe, cum roganti Moyfi,
quid eiTet) refpondit: fum qui fum . Dices : Ens nihil aliud fignificat , nifi
id , quod difiinguitur a nihilo ; fed Deus diftinguitur a nihi- lo ) & res
creatae difimguuntur a nihilo; ergo no- men ens convenit Deo , & rebus
creatis , & idem in omnibus fignificat, ideoque convenit univoce. Refpondeo
; & nego nomen ens idem fignifica- re in Deo , & in rebus creatis nam
quamvis & in Deo & in rebus creatis fignificct id , quod diftingui- tur
a nihilo ; hoc ipfum difiingui a nihilo non eft idem in Deo , & in rebus
creatis; aliter enim di- fiinguitur a nihilo Deus , aliter creata res ; &
om- nino quxfiio , qux fit dc nomine tns , eadem fieri quoque poteft de hoc
altero nomine dijlindum a ni- iilo . m
ETir. BEDACTA. De Veritatibus ultimis .
Eritates seternx , & neccflari* infinitae funt. H is fcicntis tota»
contexuntur . geometria , arithme- tica , aliaeque. Nos aurem veritates hafce
omnes co- gnofcerc uno adfpeilu non poflumus , fed ex aliis ad alias
argumentando progredimur , donec ad eas perveniamus , quae ipis per fe fint
notiflimae , nec argumentatione indigeant. Hae principia, & verita- tes
ultimae dici pofiunc . Sunt qui principium ultimum , a quo aliae om- res veritates
ducantur, putent cfle illud: impojjfibi- le eji idem Jimul ejfe , & non
ejje ; in qu® principio is peccat, qui rem eamdem fimul ponit, fimul tel- ]it ,
five affirmat fimul negat , Sunt alii qui ad hoc principium illud addi velint:
quodlibet eJl uel non efl ; ut appareat alterius paitis nccclfitatem effe
quamdam . Sed bi frufira , nam principium quodlibct includitur in principio
impojphile . Idque fic probo. Principium Quodlibet includitur in principio /m-
ffijpbile , fi peccare in illo non petes , quin ftatim , & immediate in hoc
pecces ; fed ira eft , ergo il- lud in hoc includitur . Probo minorem . Peccare
in illo non potes , nifi negando utramque partem efl & non eft ac dicendo
de eadem re non eft , & non non eft. Sed id faciens ftatim, 61 immediate
peccas ia pnneipio altero ; impojpbile eft tdem Jimul ejfe noM 2^8 METAVUrSJCA non ejje; ergo peccare in illo
non potes ) quin fta- tim I & immediate in hoc pecces . Probo minorem :
dicens uon efl^ ponis rem non efle, non non ejl ^ gas rem non efle , ergo
ponis, & negas idem ; fed fi ponis , & negas idem , flatim &
immediate peccas in principio illo: ImpJJtbile ejl idem Jimtd ejje , & non
ejje ; ergo &c. Sunt qui hzc fubtilius , & fufius tranari velint; fed
prxter quam quod inutilis eft quxflio , fxpe e- tiam , meo quidem judicio , in
ambiguis tantum vo* cibus tcvolvuntur. De Modo & Ee , ^^^Odus refultat in
re, neque videtur efle poffe jiifi in re ipfa, quamvis res fine ipfo efle
poflit. Vclut rotunditas , quz refultat in cera , fublata ce- ra efle non
poteft, fed poteft tamen cera efle fino rotunditate. Sunt qui velint, a parte
rei nullam ef- fe diftindlionem inter modum & rem . Contra quos fic
argumentor. " Si nulla omnino eflet diftinfllo inter modum , Si rem ,
deberent modus & res perferam habere identitatem , qualem habent homo ,
& animal ra- tionale ; fed hanc perfeAam identitatem non habent,"*
ergo diftinftio inter modum, & rem eft aliqua. Pro- bo minorem . Si
perfeftam haberent identitatem, ne-', que rotunditas fine cera, neque cera Cne
rotundi- tate Digitized by Googlc' 7 N EFir. KEDACTA, 279 tate efle poflet;
ficuti , quia bono & animal ratio- nale habent perfeAam identitatem , neque
homo fi- ne animali rationali cfie potefi , neque animal ratio- nale fine
homine; at qui cera fine rotunditate eCc potefi ; ergo inter rotunditatem &
ceram , & om- nino inter modum , & rem non eft perfera iden- titas.
Dices : Neque rotunditas fine cera rotunda eC~ fe poteft , neque cera rotunda
fine rotunditate; er- go eft utique inter rotunditatem , & ceram rotun- dam
perfe^la identitas . Refpondeo omitto hoc totum ; non enim hic quaeritur, an
rotunditas difiinguatur a cera rotun- da. Nemo ignorat totum hoc: cera rotunda
duo in- cludere , ceram & rotunditatem , manifefiiflimumque eft non pofle
rotunditatem diftingui omnino ab hoc toto in quo includitur , fcd identificati
cum eo , fi non totaliter, faltem partialiter, nempe cura ro- tunditate , quae
illius pars eft . Quid ergo quaeritur ? Quaeritur an rotunditas haec ipfa
diftinguatur a cera . Vel potius quaeritur , an, cum dicitur cera rotunda ^
illud rotunda aliquid addat cerae. Quo loco vel dicis, nihil addere, vel dicis
aliquid addere; fi dicis, nihil addere; jam.* idem erit dicere cera rotunda ,
ac cera tantum , quod falfum eft. Si dicis, aliquid addere, jam oportebit hoc
aliquid rion efle omnino idem ac cera , nam fi eflet omnino idem ac cera non
adderetur cerae . Dices : fi ceta eft rotunda per aliquid fibi ad- ditum 1 e
jSo METATHYSIC /1 ditum , nempe per rotunditatem; etiam rotunditai haec ipfa
erit rotunda per aliquid aliud fibi addi- tum . Idemque de fingulis modis dici
poterit; erit- que infinitus proceffiis in fingulis ; quod admitti non debet. ^
■ Refipondeo. Rotunditas non per aliquid fibi ad- ditum , fied ipfa per fe eft
rotunda ; nam eft forma- liter ipfa ipfiflima rotunditatis ratio ; cera vero,
cura non fit ipfa rotunditatis ratio , debet fieri rotunda per aliquid aliud:
Idera hic de modis aliis. Nara partes ver. gr. efi albus per aliquid additum ;
albe- do eft alba per fe ; & partes quae uniuntur, uniun- tur per aliquid
aliud, unio ipfa unitur per Ce . Quamquam rotunditas dicitur rotunda minus
proprie; nam rotunditas non eft ipfa rotunda, fed eft id , quo res funt rotundx
; ficuti durities non eft dura, fed eft id, quo res dicuntur durae ;& gra-
vitas non eft gravis, fed eft id, quo corpora dicun- tur gravia , &
fimiliter dolor non eft id , quod do- let , neque gaudium id, quod gaudet, fed
id, quo res dicitur vel dolens , vel gaudens . Neque omni- no irridendi funt illi, qui hac
diftinflionc utuntur. Rotunditas eft rotunda, non ut quod , fed ut quo ; nam
utique rotunditas noo eft id eft rotundum, fed id , quo res fit rotunda , De IK EFIT. REDACTA. 28t De futurorum veritate ,
JFutura habent verifTirouni quoddam certiiTioiumque efle ; nam ficut przfentia
qua: fune , non poliunt non eOc przfentia , & quz funt przterita , non pof-
funt non elTe przterita , ita etiam quz funt futura, non poffunt non c0e futura
. - Ut autem przteritio pendet a przfentia rei; idcirco enim res eft nunc
przterita , quia przfens olim fuit ; ita etiam futuritas pendet a przfentia
rei; idcirco enim res nunc eft futura, quia olim przfens «rit. Przfentia ergo
rei diffundit futuritatera fui per omnia tempora, quz ipfap antecedunt, &
przte- ritionem fui per omnia tempora , quz ipfam confe- quntur . Quod ii rei
przfentia ab aliqua caufa pendet , ab eadem caufa quoque pendent &
futuritas, Sc przteritio; neque caufa ponit nunc rem przfentemi quia res fututa
fuit, fed contra futura res fuit, quia caufa nunc illam przfentcm ponit .
Itaque futuritas nullam caufis vim facit , neque eas cogit producere effeftus
iuos ; cum ipfa ab his caufis pendeat , non caufz ab ipfa . Quare poteft caufa
effe libera ad ponendum cf- feflum , & non ponendum; etiam fi , cum
effeiflum przfentem ponit , effedus idem per omnia tempora futurus fuerit. Quo
tollitur illa caufarum aflionum- que neceflitas , quam illi induxerunt, qui
fato om« T»m. m, N o nia 282 METAPHTSICA nla Heri exldimabant ; putabaat enim
prefentes res cfTe , quia futorx fuetunCi non futuras fuifle « q«ia priefcnces
funt . In quo rcAe ab ArUlotele Philofo* pho fummo reprehenduntur. Qiiaraquam
argumentum obijeiebant non leve « Si Paulus cras non difputabit, difputatio
ejus non poteft hodie effe futura ; ergo fi difputatio ejus ho- die efi futura
, neceflario cras difputabit. Futuritas ergo inducit necefiitatera . Hic juxta
Ariftotclera duplex necefiicas agnofei debet . Alia efi enim hypothetica )
& confequens ; alia abfoluta,& antecedens. Hypotheticafeuconfequens eft
illa necellitas, quam habet res, elTendi , fuppo- fito quod fit ; atque hzc
neceflitas libertatem cau* fis non tollit ; nulla enim caufa dicitur libera ex
eo quod poilie efficere , ut cfTedlas , fi fit, non fit. Hoc quidem modo caufa
nulla libera eft. Abfoluta ne- ceffitas, five antecedens efi illa, quam habet
res, tranfeundi a non efle ad elTe , itaque hsc neceffitai cadit in rem,
etiamfi res fupponatur non efle. Atque hsc neceflitas libertatem caufarum
tollit, fatum inducit. His politis ad argumentum fic refpondetur ; difputatio
craftina Pauli neceflario fequi debet, cutu hodie fit futura; verum illa
neceflitas eft hypothe- tica non abfoluta , etenim fi difputatio craflina ne-
ceflario fequetur, quia nunc eft futura ; cum nunc fit futura, quia cras
fequetur, neceflario fequetur, quia fequetur , qus neceflitas eft hypoth-ric? .
Sunt, qui putent
rei futuritan n co . ix.. IN EPIT.
EEDACTA. 283 quodam Dei decreto > nam cum res nulla c(Te pof» (it ) nifi
Deus de illa aliquo modo in fua zteinita* te decreverit , exillimant
futuritatem cujufque rei efle formaliter hoc ipfum decretum . Quod quemad-
modum tueri poilinti ipfl viderint. Mihi videtur fu« turitas debere potius
profluere a prxfentia rei 1 que manat modo aliquo ad omnia tempora. His vifls
expeditior erit Logicorum qusflio:an propofltio de futuro contingenti (it vel
dcteiminate vera, vel determinate falfa: v. g. ao propofltio; Paulus cras
difputabit , que propofltio efl de futuro contingenti (eft enim de difputatione
Pauli, que adhuc poteft contingere, & poteft non contingere) an , inquam ,
hec propofltio flt nunc determinate^ vera , aut determinate falla . Sunt enim ,
qui pu- tent , eam nunc quidem nec Veram , nec falfam ef- fe , fed
indeterminatam . Refpondeo autem cum Ariftotele , efle aut de- terminate veram,
aut determinate falfam . Quod fle probo. Paulus ens vel difputabit, vel non
difputa- bit . Si difputabit ; jam ejus difpuratio efl hodie fu- tura , ergo
propofltio Paulus cras difputabit, efl de- terminate vera; habet enim quidquid
requiritur , ut flt vera, quippe quia ipfa aflerit difputationem Pau- li efle
futuram, & difputatio Pauli vere efl futura* Si vero Paulus cras non
difputabit , jam ejus difpu- tatio non efl futura ; ergo propofltio efl
determina- te falfa , nam cum aflerat difputationem Pauli efle futuram , qux
vere non eft futura , habet jam quid- quid requicitur, ut flt falfa . N n 2 Dices : Propofitio quscque determinatur ad ef-
fc veram, vel falfaro ab obiero fuo ; nam fi obie* £lum illi afiimilatur,
dicitur vera; fi non, falfa . Quare fi obieflum non eft determinatum ,
propofitio determinata e(Te non poteft . Atqui hujus propofitio- nis : Paulus
cras difputabit , obieftum non eft deter- minatum ; nam ejus obieAum eft ipfa
difputatio, qux non eft determinata, fed determinabitur cras; ergo h«c
propofitio : Paulus cras difputabit non poteft efle determinata . Rcfpondeo
diftinguo majorem . Si obiciftum non eft determinatu, neque determinandu;
propofitio determi- nata cH'e non poteft, concedo , Si obieAum non eft deter-
minatum , fed eft tamen determinandum; propofitio de- terminata elTe non
poteft, nego. Difputatio autem Pau- li, quamvis non fit determinata, eft tamen
deter- minanda ; itaque poteft verificare propofitionem de futuro; nam
propofitiones de futuro verificari debent non per obie^lum determinatura , ut
adverfarii vel- le videntur-, fed per obieftum determinandum. Dices ; Si difputatio
Pauli determinabitur cras, cum Paulus difputabit, propofitio cras erit vera;
non autem hodie . Kefpondeo . Immo cras, cum Paulus difputa- bit , propofitio
erit falfa ; etenim propofitio ; Paulus difputabit, aflerit difputationcm Pauli
elTe futuram, idque falfum erit , ftatim ac Pauli difputatio fiet pisefens. Non
poteft ergo propofitio h»c : Paulus difputabit, cfte vera, nifi antequam Paulus
difj^u- ut. 'OLX7gle IS EPIT. REDACTA» tet , quo tempore difputatio non eft
prsfens , fed eft futura . Dices. Id, quod non eft , determinare propo*
(itionem non poteft. Difputatio Pauli hodie non eft; ergo hodie determinare
propofitionem non poteft . Refpondeo diftinguendo majorem : quod non eft neque
prxfens, neque futurum, determinare propo- (itionem non poted; concedo. Quod non eft prx- fens, fed
tamen eft futurum , nego . Difputatio autem Pauli quamvis nunc non (it prxfens
, nunc tamen eft futura ; ac propofitio cum fit de futuro , non per prxfentem
difputationem verificatur , fed per futuram» Dices ; fi propofitio : Paulus
cras difputabit , eft jam nunc determinate vera , non poterit cras Pau- lus non
difputare ; repugnat enim propofitionem il- lam elTe veram, & Paulum cras
non * difputare ; er- go difputabit necelTario ; ergo non libere . Refpondeo .
diftinguendo : & hxc neceilitas eft hypothetica, concedo; eft abfoluta,
nego . Eft autem hypothetica; etenim ut propofitio fit jam nunc ve- ra , fatis
eft fi difputatio Pauli fit jam nunc futura ; itaque ventas propofitionis non
aliam inducit ne- ceftitatem , nifi illam , quam inducit ipfa futuritas . Hxc
autem, ut fupra explicavimus, eft neceilitas hypothetica ; ergo veritas
propofitionis non inducit nifi neceifitatem hypotheticam , qux neceftitas
liber- tatem non tollit. Difputabit ergo Paulus cras libere; e- tiamfi verum
jam nunc fit, ipfura cras efle difputatu* tum* DE DE HOMINE TRACTATIO
BREVISSIMA. ^ J Omo duabus partibus componitur >
anima 6c corpore mirabili quodam modo inter fe junAis. De his dicendum eft aliquid , ut
dc quales lint partes fingulc } & quo modo uniri poflint , non omnino
ignoremus. Turpe (it enim
(ludium omne io aliis re- bus ponere | in nobismetipfis nullum . QtiU St Anima,
P Ars illa hominis « qu* iotelligit , & vult 5 dici- tur anima g neque
dcHr^io animrt alia e(l melior • Intelligens porro animus & volens plane
fentit, •umdem fe cfl*ei qui & intcliigitj & vult; ac cum multa
meminerit , & pernofeat > & apprehendat » Cc colligati que ad
intelligentiam videntur pertine- aci multa etiam amore compleAatUT) & multa
re- fugiat I Sc in aliis letetur } in aliis moereat) que videntur voluntatis
cflci in his quoque omnibus pla- ne fentit I eumdem fe eife femper . Ac cum
corpus quoddam multis partibus com- politum I capite» bumer») peAorci cruribus,
alii(^ que / TRACTATIO BRRfT, itj que pertinere maxime ad fe putet) omnino
intelli- git, unum eumdemque fe eflct ad quem pertineant bzc omnia ; nec aliud
fe efle in manibui ) aliud in pedibus. Omninoque
fentit fe, qui dolet in manu , cumdem illum e&e qui bene habet in pede .
Suam ergo identitatem fentit anima in omnibus . Quo fane apparet, naturam
quamdam fimpli- cero eflTe animam , neque diftinAis partibus conila- re; nam fi
dillindit partibus conflaret, nihilque ef- fct aliud, nili partes multse firoul
juaflc , non fc/ eamdem fentiret in omnibus; neque fi una pars vel- let ,
altera intelligeret ; eflentque h« duc partes in- ter fe dillindlae, pofTet id,
quod intelligit, dicere: ego ille idem plane fum , qui volo ; meumque ell ut
in- telligere , ita & velle . Quod cum dicat anima, ma- nifeflum ell ,
fimplicem eam efle , neque partibue conflare . Quod fi ita ell, jam neque
dividi poterit, ne- que refolvi in partes, neque omnino mori; efl er- go
immortalis . Et ell etiam dillinAa a corpore, nara corpus refolvi in partes
potell . Ac fi diflinguitur a corpore, & efl fimplicis naturae, &
praeterea inteU « ligic , & vult , jam omnia habet , quibus fpiritui a-
gnofci folet . Anima ergo ell fpiritus . De AnmE HOMINE in nihilum redigi .
Sunt autem , qui metuant) ne id aliquando accidat» prsfertim in moite hominis .
Hi fane ridendi : EA enim hoc quaH primum » apud phyiicos , modos quidem &
accidentia tolli , fubAanti- am vero nullam in. natura deArui. Quod fi nullus
cA metus in fubAantiis aliis, ne in nihilum redigan- tur , quid eA , cur id
metuamus in anima . Manet ergo anima poA mortem hominis , neque aliud eA mors ,
nili feparatio animae a corpore. . Difficilior eA quaeAio , an fuerit anima ,
ante- quam homo conciperetur . Platonici fuilTe affirma- runt , eamque ,
antequam corpori conjungeretur , meliorem vitam vixiAe, in pulcherrimis rerum
for- mis, eflentiifque fempiternis contemplandis occupa- tam ; poA culpa aliqua
admiffia in corpus , tamquam in carcerem , fuifle conjeftam ; quo exfolvatur
per mortem ; ac A refte fapienterque in hac vita fc gef- ferit , rurfum ad
a:tcrnas formas , Ave ideas , evo- lare ; An autem vitiis fe dederit , vel
multis modis cruciari, vel migrare in alia corpora>. Hi ergo animas noAras fuiffe,
antequam orire- mur, his potiffimum probabant rationibus. Primum nullam Phyfici fubAantiam putant de novo Aeri
io natura ; A ergo fubAantia alia nulla repente exiAit, cur id credamus in fola
anima ? Praeterea , ajebant illi , ineA In nobis tranfaAx alterius vitae
recordatio. Etenim veritates multas univerfales cognofeimus 1 zternas , &
neceAarias , quas in hac vita non didicimus ; nihil enim univer- falc TRACTATIO BREV. ^tg fa!e oftendunt nobis
fenfuSj nihil sternum, nihil ne> celTarium; oportet ergo ut has veritates in
vita alia quadam ex idearum contemplatione didicerimus, de quibus in hac vita
recordemur; habemus ergo in_. his aliquam prsterits vitx recordationem . Habent
hxc veri fimilitudinem quamdam ; fed Chriftiani qui platonicaro philofbphiam in
multis com ficit , fed etiam dc his fatis. Tom, Ikl» P p De DE HOMIKE apS De
Corpore , I^Umani corporis formam pauciflimis adumbrabo, ut loca oftendam , in
quibus qusftiones prxcipuc folent fieri. Anatomicorum , Medicorumque eft, & has ipfas , &
alias multo plures diligenter copiofe* que traflare . Corpus humanum componitur
artubus , & trun- co . Artus alii funt fuperiores , alii inferiores . Su-
periores funt brachia , & manus ; inferiores coxae , crura, & pedes. In
his minus laborant Anatomici. Truncus dividitur in tres ventres, quorum
fupremus dicitur caput , medius thorax , infimus abdomen . Univerfum Corpus
involvunt integumenta qua- tuor,^uae communia dicuntur, quorum extimum eft
cuticula , quae tenuiftima pellicula eft , corpus quali velans. Cuticulx fuccedit cutis, c qua
furgunt ner- vofi apices, qui papillae dicuntur. Interius habet cu- tis
innumerabiles, & perexiguas glandulas, que mi- liares dicuntur : per has
excernitur fudor, qui per poros cutis extra corpus manat . Infra cutem pinguedo
eft, unftuofa materia, atque oleofa, membranaceis faeculis contenta . Haec
quamvis pro integumento communi habeatur , tamen in partibus quibufdam deeft,
uti in fronte, & labi- is. Pinguedini
fubeft membrana carnofa , quae & ner- veis fibris, & carneis cooftat. Hoc ultimum inte* gu-
Digitized by Googie TK ACTAT 10 BKEV. 299 gutnentum e(l . Sed jam pauca de
ventribus dica» mus , ia quos truncus dividitur . De Capite . O^Aput in faciem
, & calvam diftingui folet. Cal-
va cranio fere continetur, magno ofle , & cavo, cui fuperextenditur
membrana pericranium difla. In cranio cerebrum continetur, vifcus prscipu- um .
Hoc membranae invefliunt duae, quarum quae fupcrior eft , & cranio
adhaerens , cum durior fit , & craffior dura mater , feu dura meninx
appellatur, altera, quae cerebrum ipfum contingit , tenujor mul- to , &
mollior , pia mater , feu pia meninx . Dura mater proceflfus habet duos ,
quorum alter in cerebrum alte penetrat , ipfumque in partes duas dividit,
dexteram & finiftram ; hic proceflus propter formam falcatus dicitur , feu
falx . Procefius alter difiungit a cerebro partem quamdam , quse cerebel- lum
dicitur , quafi parvum cerebrum . Porro cerebrum ipfum in duas partes dividitur
exteriorem , & interiorem , quas vel ipfe color di- ftinguit. Exterior ,
quae etiam cortex dicitur, feu fubfiantia corticalis , tota cinerea eft;
interior , quae eft quafi medulla , & medullaris dicitur , albiilima .
Creditur corticalis pars glandulis contexta effe; Sc- inde filamenta duci,
quibus medullaris componitur Qt per glandulas feparetur tenuifiimus quipiam hu-
F p 2 mor, DE HOMIKE (Dor, qui per
filamenta, quafi per du6fu9 quofdara deferatur. Cerebellum partes habet , uti
cerebrum , ac cum medulla cerebri ad cerebellum propagetur, hinc ea- dem
propagata longius , medulla oblongata dicitur, atque e cranio exiens fefeque
per vertebras cervi- cis , & dorfi immittens rpinalis medullz nomen ac-
cipit. Atque haec omnia tenuiffimis venis , & arteriis referta funt;
Oriuntur autem cum a cerebro, tum a fpinali medulla nervi quamplurimi , qui
late per totum corpus difperguntur ; creduntur vero canales elTe , per quos
animales fpiritus, five tenuiflimus Ic- viflimufque vapor per glandulas in cerebro
praefer- tim excretus ad omnes partes derivetur . Horum ner- vorum aliquot
explicemus, qui ad nafum , ad aures, ad oculos, & ad linguam feruntur; ac
pauca do his quoque partibus dicentes caput hoc abfolvamus. Unum par nervorum a
cerebro oritur , qui ad nafum feruntur, & terminantur ad os, quod fupre-
mam nafi partem claudit . Duo hi nervi dicuntur proceflus mamillares; didlum
modo os , quoniam cre- berrimis foraminibus pertufum eft , appellatur cri-
brofum; per foramina inflnuat fe fe fubflantia ner- vea, quae infra os per
fupremam, & interiorem na- fi partem in membranam explicatur, quam vocant
pituitariam . Par alterum nervorum a cerebro proficifeitux ad aures pertinens,
unde auditorium appellatur. Au- rem TRACTATIO BREV. joi rem cum dico non folum
externam intelligi volo , fed etiam internam, quae meatu quodam, & cavi-
tatibus duabus componitur. Meatus , quem audito- rium vocant, in auricula
externa aperitur, flexuo> Tus eft , & tandem membrana quadam occluditur;
quae dicitur membrana tympani, hanc enim Qatim fequitur cavitas difla tympanum
. In hac cavitato occurrunt oflicula tria , quae malleus , incus , flapes a
forma nominantur, molliter inter fe nexa, & ex una parte membranae tympani
adhaerentia , ex alte- ra vero alteri membranae , quae fenedram ovalem claudit
. In tympani cavitate TubtililTimus canalis a- peritur, ad palatum pertinens,
Eudachiana tuba ab inventore EuRachio didius . Ultra feneRram ovalem cavitas eR
altera , ipfa quoque in ofle infculpta , claufa undique , & inultis anfraAibut
diftinda, ut hinC labyrinthi , hinc cochle» , hinc canalium Cemicircu- larium
fpeciem przfeferat . His inRernuntur mem- btanc nervez a cerebro duflx ; quz
autem cana- libus, quos dixi, inRernuntur proprie dicuntur zrnx. Par aliud
nervorum a cerebro proveniens ad oculos fpedlat, itaque hi nervi optici
dicuntur. Sed jam de oculo dicamus breviter. Oculum tres pre- cipue roembranx
continent, harum una fclerotica dicitur, quz quoniam in media anteriori .parte
ocu- li pellucida cR , dicitur etiam cornea . Huic mem- branx alia fubiacet,
qux dicitur coroidei , quxquc in anteriori parte a cornea fe retrahit, & .
foramen habet , quod pupilla appellatur; hinc etiam uvea^ dici- Digitized by
Googie 302 DE ti OMINE dicitur: dilatatur autem, & contrahitur pupilla per
fibrillas quafdam circa ipfam pofitas , qu» ob divec* fos colores iris
dicuntur. Coroiden tertia tunica, feu membrana fequitur , qux a forma retina
nominatur . Hsc explicatur folum in fundo oculi ; in anteriori parte nulla eft
. Porro his tribus membranis humo- res tres continentur , qui cavum replent .
Anterior eft aqueus , pofterior eft vitreus; fedet inter utrum- que
cryftallinus, utroque denfior. Singuli fuis mem- branulis continentur. Cryftallinus
formam habet len- tis , & eft quafi pendulus pone pupillam. Quo fit ut oculus fit quafi
camera qusdaro optica , & in ejus fundo externorum ebieflorum imagines
depingantur . His prscipue partibus conftituitur oculus , in cujus fundo nervus
opticus implantatur . Accedunt oculo etiam mufculi , qui contrahentes fc fe alii
ex aliis oculum ad diverfas partes convertunt, & movent. Aliud nervorum par
a cerebro ad linguam fer- tur. Eft autem lingua carnofa qusdam pars , mollis,
& laxa mufculis pluribus inftru^la, quorum contra- Aione multis modis
torqueri poteft . Tunicis duabus, involvitur, infra quas papillx nervex
exfurgunt , non unius forms , ideoque in plura genera ab Anatomi- cis diftingui
folent . Radices lingux ad fauces fpeflant, unde cana- les duo deorfura per
collum feruntur , alter in tho- racem , in abdomen alter . Ille afpera arteria
, five trachea , hic cefophagus appellatur . Anterior eft afpera arteria , qute
in caput , quod cciaia TRACTATIO BKEV.
goj etiam larynx dicitur, & broncum dividitur. Larinx , qus fuperior pars
e(l , cartilaginibus componitur va> riis , inter quas rimula aperitur ,
glottis di£la , per quam aer ingredi in canalem poteft , & egredi ,
Glottidi fuper imminet cartilago quali operculum , epiglottis di^a.
Cartilagines hx omnes raufculorum quorumdam beneficio concuti , & moveri
poflunt. fironcus , quae pars reliqua efi tracheae, ex anterio> ri parte
cartilaginibus confiat anularibus , quae aliae aliis membrana quadam anne^untur
; a parte pofie* riori , ubi oefophago finitimus efi , raerobranofus to- tus
efi . IngrelTus in thoracem difpertitur in
ramos innumerabiles, qui bronchia appellantur. (Sfophagus canalis cft tribus
tunicis confians, quarum media carnofa efi, exterior fere tendinofa, interior
nervea. Thoracem tranfiei a finifira partem in abdomen fertur • Per hunc
cibaria defeendunt . Df Thorace, T^Horacis cavitas cofiis utrimque continetur;
an- terius fierno , pofierius dorfi vertebris , inferius dia- phragmate
terminatur. Efi autem diaphragma mem- brana latifiima , quae thoracem , &
abdomen fepa- rat , mufculis pluribus compofita. Dicitur etiam fe* ptum
tranfverfum. Thoracem totum intus ambit membrana qux- dam , cui pleuix nomen
efi ; eademqoe a fierno fo . infleftcns » & ad fpinam dorfi per medium
thoracem cranfverHm procedens, iprum in duas cavitates divi* dit dexteram,
& nniftram . Qua autem thoracem^ dividit, mcdiaftinum appellatur. Hinc
atque hinc pulmones funt , tenuiflimis membranis compofiti , qu:bus veficx
quamplurimx efformantur ; ad has bronchia pertinent, qux per pulmones totos
difpcrguntur . Itaque aer per trache- am ingreffus in veficulas pulmonares
irruit , eafque dilatat , qux poft concidunt fponte fua , & acrem per
tracheam remittunt . Qux alternatio refpiratio dicitur . Quo autem aer per
tracheam lapfus dila- tare pulmones poiTit , attolluntur coflx , qux &
ipfae poft concidunt. Sunt qui velint ex aere, qui in pulmones labi- tur ,
tenuiftimum quoddam pabulum feparari , quod invehatur in fanguinem . Sunt enim
pulmones fan- guiferis duflibus refertiflimi . Mediaftinum cavitatem quamdam
format, inter pulmones duos , in qua eft cor , vifcus nobiliftimum; jtaque htec
cavitas capfula cordis , & pericardium nominatur. E fuperiori parte hujus
capfuls cor pen- det mucrone deorfum converfo . Cor natura eft mufculari ,
& dividitur in duas cavitates, unam dexteram , alteram (inlAram , qu« ventriculi,
vel etiam thalami cordis appellantur. Hos ventriculos difcriminat feptum
carneum denfif- 6mum, firmiftimumque . E fuperioii parte utriufquc ventriculi
exeune canales duo maxime infignesj qui in alios aliofqtie exiliores
dividuntur, & quorum alter ad totum cor* pus rpedlat , alter ad pulmones.
Is qui exit a ven* triculo dextro , & pertinet ad totum corpus dicitur vena
cava ; qui pertinet ad pulmones , arteria pul- monaris . Is vero qui exit a
ventriculo finidro , & per totum corpus pervadit , dicitur arteria magna.*
live aorta ; qui pulmones pervadit , vena pulmo- naris . His rebus circulatio
fit fanguinis . Sanguis enim a toto corpore per venam cavam in dextrum ven-
triculum labitur , hinc in arteriam pulmonarem tran- (it; unde vehitur in venam
pulmonarem , e qua in ventriculum (iniftrum fe immittit, unde zurfum per aortam
in totum corpus difpergitur; ubi rutfuro ex arteriis in venas rediens , rurfum
in venam cavam colligitur, & ad dextrum cordis thalamum revehi- tur. Hunc
motum efficit prxcipue cor , modo rela- xans fe fe , modo confiringcns . Etenim
dum fe re- laxat , fanguis e vena cava in dextrum ventricu- lum , e vena
pulmonari in (iniflrum fe immittit*. Dum fe conilringit , fanguinem pellit ,
atque e dex- tro ventriculo in arteiiam pulmonarem , e (inillro in aortam
conijcit. Relaxatio cordis dicitur diafto- le , cnnftriAio fyftole • Ne
fanguis, duro cor conflringitur, io venas re-, luat , faciunt valvulx ad
venarum ofcula appofitc, qux fanguinis xegreffum prohibent. Quo autem pof- fsah
ILI% (^q (it DE HOMIKE ' fic lanouis a
corde ad omnes corporis partes per ar- terias ferri , habent arteria? quoque
conftriftionem , relaxationenique alternam ; nam relaxata: fan^uinem a corde
accipiunt, quem podea , fc conftringentes , propellunt maono impetu , nec
regredi ille poteft valvulis impeditus. Ut autem hic fanguinis curfus
confervetur, oportet minima exililTimarum arteria- rum rfcula inferi minimis
ofculis venarum , ut influe- re fanguis cx illis in has poffit . Has
anaftomofes tamen nemo adhuc comperit . Dt j1b,iomtne . jj\.B^omen cavitas efl
infra diaphragma, quam mufculi plures tur crafia ; primum caecum ,
alterum colon , terti- um reflum . Intefiinis per longum adne qux folliculi
cavum refpicit > in quem po« ftea per poros decidunt . Alii putant ,
attra(flione quadam id fieri ; quod ipfi excretorii duftus , & glanduix vim
habeant, particulas quafdam fanguinis ad fe attrahendi ; Sc quoniam aliae
glandulx alias particulas attrahunt , idcirco creduntur humores alii ab aliis
glandulis fe* cerni . De Motu Partium . j\TEmbrorum, & partium motus contra
•Iteram & moveri . Pars ea , quae infixa eft in parte minus mobili ,
dicitur caput mu/culi ; quae vero infixa eft in parte mobiliori , dicitur cauda
. Contusionibus mufculoium omnes fere humani corporis motus abfolvuncur . Reflat
autem Anato* micis querendum) que hujus contrad^ionis caufafit. Quoniam ergo ad
mufculum quemque & arteri» per- tinent > & nervi) creditur per illas
fanguiS) per hos- vero tenuiflimus quidam vapor a cerebro dudius in mufculum
illabi , fierique ex hoc vapore ) & fan- guine efFirvcrcentiam quamdam in
ventre roufculi , qua venter ipfe in latitudinem explicetur, idcoque
longitudinis aliquid amittat . Huic explicationi obfervatio efl accommodata;
nam fi religentur arteri* omnes ) vel nervi ) qui ad mufculum aliquem fpcdlant)
celfat contradlio mufeu- li ) eaque pars ) ad quam mufculus pertinet ) motus
facultatem amittit . Quo fane videtur aliquid vel a nervis ) vel ab arteriis in
mufculum illabi, quo fiat contradio. De Generatione , ,A,D conformandum humanum
corpus adeo multa partium genera concurrere debent, & tam pulchre, apteque
ordinari , ut quintumcumque materia in u- num congregata agitetur, non videatur
tamen aara artificiofum opus pofTe uq ^a m componi . Volunt ergo multi ,
humanum corpus non tunc primum componi cum in utero 'Concipitur, fcd extitifife
an- tea in muliebri ovo cum omnibus fuis partibus , cif- que ordinatis
pulcherrime compofitifquc , quamvis •exiguiflimii , A virili aura hoc quafi
hoSMwa rudi- oen- TRACTATIO BREK mentum excitari, 8c motum accipere,
nutrituraque in 'Utero augeri , & crefcere . Verum cura hoc ipfum hominis
rudimentum , quod ovo contineri dicitur , non fine fumrao artifi- cio
conformari potuerit , difficultas redit quaeren- tibus , quo modo ipfum
exftiterit. Multi, ut hanc declinent difficultatem , putant ova omnia , cum ru-
dimentis intus inclufis, jam inde ab ortu mundi fu- ifle a Deo condita; ut
mulier prima habuerit ova, in quibus continerentur filiorum rudimenta ; in his
tudimentis vero eflent alia ova minora, in quibus conti- nerentur rudimenta
alia, & rurfum in his rudimentis ova alia minora elTent, & in his alia
; ut his rudimentis expli- catis deinceps, auftifque humanum genus
confervaretur. Hanc opinionem fi fequimur, dicendum erit, viventia corpora (
non enim hacc tantum de homi- ne , fed etiam de animalibus , & plantis
omnibus tradi folent ) non nunc quidem generari cura con- cipi dicuntur, fed
creata jam ab initio mundi ex- plicari deinceps, atque augeri, donec
longiffirao fae- culorum fpatio omnia prodeant. Haec dicuntur ingeniofe; fed
nemo tamen pro- bat , non polTe e fimpliciffimo materiae concurfu vi- ventis
corporis rudimentum paullatim componi , ut nervos , & mufculos , & olTa
, & nfembranas habe- re incipiat , quas antea non habuerit. Nam quam- vis
difficile intelligi id poffit , fi nihil aliud in ma- teria praeter locales
quofdara motus ponamus , ut multi faciunt; multo id tamen facilius
intelligetur, Tom, lll. R r fi prae- DE
HOMIKE fi prster localem motum , attrafliones quo(Jue re- pulfionerque >
& qualitates alias harum fimiles , & formas , & formarum eduftiones
materiae ipfi adjun» gamus j quibus erit artificiofiflimi cujufque corporis
expeditior conditio . Eritque , fi haec admittamus , nobilior natura, &
pulchrior, quippe qu* generan- di vim habebit . Haec eadem confideranti illud
etiam manifedunt erit, non irapoflibile efle , ut viventia quaedam ex putredine
generentur; quamvis id fieri in fingulis vix affirmaverim , prxfertim cum multa
animalia , & plantx credits olim fuerint oriri ex putri, quas ta- men ex
ovis aut feminibus in putredine repolitis pro- dire , obfervationes recentiorum
raanifeftaverint . Qui cum in multis compertum id habeant , volunt idem credi de
omnibus. De Animti Materiari , P Lcrique putant hominem habere omnia commu- nia
cum animalibus aliis, fi rationalem animam de- mas; hinc hominem definiunt
animal rationale. Quare cum animalia extera duas animas habere cre- dantur,
vegetativam , qua nutriuntur, & augentur, & fenfitivam , qua fentiunt ,
& appetunt , idcirco etiam in homine, prxter animam rationalem, duas hafee
animas ponunt, & has materiales elTe dicunt, quod inhxreant in materia ,
quemadmodum rotunditas, alixque fornis inhsrent in corporibus , ncc fine
materia e(Te poiTe ; quod idem docent de bru- torum aniroabus. Quod fpcftat ad
vegetativam animam , cura hsc , confifiat in principiis illis , quibus fit
nutritio , & hsc principia fint in homine prster animam ratio- nalem (nam
rationalis cert^ anima neque cibos con- coquit , neque chilum in fanguinera
vertit , nequeo alia facit, qus ad nutritionem fpe^ant) idcirco po- ni in
homine poteft prster rationalem animam ve* getativa . Quod vero fpe6>at ad
fenfitivam animam , qus eft principium fentiendi , & appetendi , videndum
efi , an fit hsc , & quo modo in befiiis ipfis. Nam fi fenfum proprie eum
dicimus, quem experimur in nobis , & appetitionem eam , qus (it noftrs
(imilis, & ejufdem generis, nego elTe in befiiis fenfum pro« prie , &
appetitionem ; fed tantum dicuntur fenti- re , & appetere improprie eo modo
, quo magnes dicitur fcntire & appetere ferrum; qui fenfus, qus- que
appetitio minime elf fenfuum , & appetitionum noftrarum fimilis .
Quapropter neque cognofcere di- cuntur beftis , neque velle, nifi improprie.
Dices : fi beftis neque cognofcunt proprie , ne- que volunt , funt roers
roachins ; hoc eft falfum , Ergo &c. Refpondeo . Nego majorem. Nam eflent
me- rs machins , uti Cartefius voluit, fi partes habe- rent motu tantum locali
prsditas , qus omnia per R r va- Digitized by Google de HOMIHE varios pulfus
facerent; nos aute non eas locali tantu mo- tu priditas volumus ; fed etiam
attraftionibus , & re- puUionibus j & qualitatibus aliis quamplurimis ,
quae varix in variis partibus agentes motus efficiunt, quos in beftiis
x>bfervamus» Cum hxc ergo principia, & qualitates, quibus animalia
excitantur, conftituant illorum animam fen- fitivam , qux fenfu &
appetitione impropria prxdi- ta eft , idcirco concedimus effc in beftiis animam
fenfitivara ; & animam fimilera concedimus quoque clfe in homine , prxter
animam rationalem . Qua- propter fi homini detrahatur anima rationalis , erit
ille fimiliter, ut animalia extera. Dices : brutorum animalium operationes fimiles
funt noftrarum , ergo fenfura & cogitationem pro- priam , &
appetitionem ofVendunt talem , qualem in nobis ipfi experimur. Refpor.dco .
Aitiones ipfas noftras diftinguen- das efle , nam alias efficimus, quas
cognofeimus , & volumus efficere; velut cum difputamus, aut poe- ma
condimus, & hx quidem cognitionem propriam, & rationem oftendunt, exque
fi in beftiis fint , non dubitabo cognitionem his quoque veram , & propri-
am addere. Alias vero i&ioncs efficimus, quas ne- que cognofeimus, neque
volumus; velut cum cor alternis conftringimus , & dilatamus, aut cum vo-
lentes movere brachium , prius impellimus animales fpiritus per nervos, ut
mufculum contrahant , quam- vis neque de fpiritibus , neque de roufculo cogiremus
; aut cum ingredientes in loca maxime illumi* nata , pupillam conftringimus ,
ne nimio lumine ocu- lus offendatur, quam conffriAionem ne fcnti mus qui- dem;
aut cum ferentes pondera, aut ambulantes, eas partium diffenfiones
coatradionefque , & motus facimus , qui funt ad a;quilibrium fervandum
necef- farii . Quae nos fane facimus non per veram , & propriatp
cognitionem , fed per caufam aliam , quae in nobis ineft , a ratione , &
cognitione diftinftam • Quam fi volumus , inclinationem , &. inftimffum ap-
pellemus . Cum fint ergo a( 5 liones beftiarum.his fimi- les, quas nos non per
cognitionem , voluntateraque, fed per inftinftus quofdam facimus , confequens
eft (fi argumentari quidem a fimilitudine volumus )be- ftiarura asiones per
inftinftus quofdam & ipfas fie- ri , non per propriam cognitionem .. Dices
; Beffiae perfaepe id agunt , quod occafio & tempus poflulant ; id offendit
cognitionem ve- ram , qualis in nobis eff ; ergo cognitionem veram, habente
Refpondeo. Nego minorem. Nam funt quidem caufie , quae cognitione moventur, ut
tempori fer- viant ; fed funt queque aliae caufx , qux ferviunt tempori ,
nullam adhibentes cognitionem ; quod in nobis ipfi experimur , velut cum
feientes pondera , opportuniffimos motus corpori damus , quo illa fer- re quam facillime
poflinius, & nervos, & mufculos innumerabiles eo modo dirig mus ,
contrahimus , re- laxamus , qui eff ad id tempus accomodatilTimus . Quae
Digitized by Google ^i8 DE HOMIKE Qiise tamen nulla vera , & propria
cognitione faci- jnus. Sunt ergo caufx etiam in nobis, quae quam* vis
cognitione non moveantur , tamen ferviunt tem- pori . Ut ergo nos per
inftin61us quofdam , fervien- tes tempori multa facimus; cur negemus id bedias
quoque facere# Quo loco conliderandum ed Illos falli, qui cum videant bediarum
aAiones tam pulchras , tamquo mirabiles, continuo exclamant, has deri dne vera
ratione, & qualis in nobis fit, non poffc ; quafi ve- ro humana ratio
faciat umquam tam pulchra. £d autem animadvertendum , ea femper in na- tura
& melius, & pulchrius fieri, qux fine ratione fiunt , quam qux fiunt
per rationem . Quod in no- bis ipfi experimur; quis enim ed , qui tam apte
difputet, quod ratione facit, quam apte cor, aut arterias commovet , quod facit
fine ratione ? Idque ita ede oportet; nam qux fieri fine ratione dicun- tur ,
per indin^us quofdam , & inclinationes , & facultates qualitatefque
fiunt , quas ordinavit xter- na ratio, & compofuit ; itaque ab xterna
ratione, pendent ; qux vero ratione dicuntur fieri , uti ea , qux ipfi facimus
ratione dufli , imperfefta fint, opor- tet, quemadmodum imperfe^a ed creata
ratio, a qua fiunt .. De Digitized by CoogFe TRACTATIO BREE ^^9 De Conjuttdione
Animat rationalis cum Corpore^ I^Ationalis anima, qujc intelligit , & vult,
con- jungitur corpori, quatenus ex certis anim* afFeftio- nibus afFeftiones
certae oriuntur in corpore, & viciflim ex certis affeftionibus corporis
affectiones certae ori- untur in anima . In quo confidat conjunCtio haec ,
magna ed quxdio inter Philofophos . Plerique volunt , animam & corpus
naturali quodam indinCtu fe mutuo compleCti , ita ut anima vere agat in corpus
, & corpus in animam , quam- vis quid id aCtionis fit, & quo modo
exerceatur, explicare fe non poffe fatentur. Horum expeditidi- roa fententia
ed, meoque judicio maxime proba- bilis. / Alii ingenio indulgentes putant
animam nihil agere in corpus , itemquc corpus nihil agere in animam ; fed Deum
interponunt , qui cum cer- tas affectiones in corpore ede videt, ex ea oc-
cafione certas affeCtiones procreat in anima , & vi- cidino. Atque horum
opinione anima cft caufa oc- cafionalis aifcCtionum corporis , & corpus ed’
caufa occafionalis affsCtionum anima?; nam neque anima quidquam edicit in
corpore, neque corpus In anima,' fed occafionem tantum Deo praebet, ut omnia
haec efficiat . Hanc fententiam in primis tenuit dcCtidjmus Mallcbranchius .
Alii vero Deum interponunt alio modo. Pu- tant Digitized by Google J20 DE
HOMINE t:ip.c Deum ) non ex fingulis corporis affeAIonibus occafionem furaerc j
ut lingulas alTeftiones inanima procreet , neque vicilTim ; fcd jam ab initio
condl- dilTc corpus & animam eo artificio , ut quamvis ne- que anima in
corpus ageret , neque corpus in ani- mam , fed utrumque natur® fu® eblequens
fuas fe- paratim afiiones exerceret , tamen fibi femper mu- tuo refpondcrent ,
quemadmodum horologia duo fibi mutuo refpondcntj & horarum figna ecdem
femper dant tempore, quamvis alterum ab altero non pen- deat . Hunc rerum
oroinem , quo adliones fibi mu- tuo refpondent, quamvis a fe mutuo non
pendeant, harmoniam prxftabilicam vocant, quam primus inve- nit Lcibnitius. H®c
Philofophi iTummi ingeniofe dicunt , fed magnum opus aggrediantur , fi probare
velint non polfc animam in corpus agere, nec corpus in animam, quemadmodum ali®
res in natura agunt in alias. De Senjibus . Snnfus eft perceptio anim® ex affeftione
aliqua corporis . Non omnibus autem anim® perceptioni- bus omnes corporis
partes ferviunt , fed ali* aliis . Partes vero finguls dicuntur organa illorum
fenfu- um , five illarum perceptionum, quibus ferviunt. Vifus eft perceptio colorum,
cujus organum efi oculus ; anima enim colores percipit ex certa ocu- lorum I TRACTATIO
BREV. 311 lorum affcflione. Auditus eft perceptio fonorum , cujus organum eft
auris. Olfaftus eft perceptio odo- rum j cujus organum eft nafus ; Guftatus eft
perce- ptio faporum, cujus organum lingua eft; taflus eft perceptio
mollitudinis, & duritiei aliarumque quali- tatum, cujus organum cenfctur
efle cutis. Hae qua- litates per fenfus perceptae animam admonent de cor-
poribus , quae extra funt . Quia vero horum fenfu- um organa in externa
corporis parte patent , idcir- co hi fenfus externi dicuntur . Sunt autem &
fenfus interni , qui re ipfa nihil funt aliud, nili facultates, quas .Tnima
exercet cir- ca res perceptas ; quia tamen eas exercet ex affe- flionibus
quibufdam corporis , idcirco dicuntur fen- fus, & fua habent organa in
corpore; & quia bzc organa intra corpus ipfum funt (quibufdam in cere- bro
effe creduntur) idcirco hi fenfus dicuntur in- terni . Difficile eft internos fenfus omnes numerare , uti
& Ungulorum organa cognofeere . Tres praeci- pue proponi folent . Senfus
communis, quo anima fentit non folum , fed etiam confert ea , qux fepa- ratim
per externos fenfus percipit . Phantafia , live imaginatio , qua anima a rebus
per fenfus externos perceptis idola quaedam libi Ungit. Memoria, qua anima de
rebus perceptis recordatur. Has facultates exercet utique anima ex affetftio- nibus
corporis vel potius cerebri. Incidunt enim morbi , qui cum cerebrum laedant, has facultates Tcm. III,
S s turbant ; oportet cigo harum facultatum elTe orga- na in ccrcbto . De
Scnfuum externorum fenforiis . J Ercpptionem animae non totum organum tcque
facit , fed funt in organis partes quaedam , quae ali- as commovent, & hae
alias, donec ad eam perve- niatur, qua commota percipiat flatim anima ac fen-
tiat . Hxc pars ultima fenforium dicitur. Eft autem in fenfibus quibufdam
quacftio non levis , quae pars pro fenforio fit habenda . Exordiamur a vifu .
Cum vifus organum fit oculus, putant alii fen- forium vifus efle coroidem ,
alii retinam. Nam cum radii lucis, qui vifionem excitant , per pupillam in-
grefli humorem cryftallinum trajecerint , uniuntur tandem in fundo oculi , five
in retina , five in co- loidc & imaginem obiedli , a quo prodeunt , depin-
gunt Creditur autem vifio pendere ab hac ima- gine . Hanc ob rem multi putant ,
fenforium in co- roide ftatuendum e(Te potius, quam in retina ; nam cum corois
fit opaca , ideoque radios infle^at , vi- detur aptior cfTe ad objefti imaginem
exprimendam, quam retina, qus pellucida eft, & radios ultra fi- nit
progredi. Neque hi tamen fatis firma nituntur ratione , Nam primum vifionem non
imago ipfa facit , fed impulfus, quo radii fibras oerveas excitant five re-
tin* ) TK ACTATIO BKEK 32? tin® , five
coroidis, quamvis impellentes fibras ima- ginem quamdam per accidens depingant
. Deinde , licet corois fit non diaphana, retina pellucida, tamen_. radii uniri
aeque in retina polfunt, ut in coroide , & retin® fibras ®que ut coroidis
excitare. Nihil eft ergo, cur fenforium in coroide
magis quam in reti- na confiituatur . ^ Huc adde , quod radii pro vario colore
, quem exhibent , in variis uniuntur didantiis , alii longius ab humore
crydallino , alii propius. Non ergo uni- untur omnes in fuperficie coroidis ,
fed multi uniun- tur etiam in retina . Quare fi vifus fenforium ibi po- nimus ,
ubi uniuntur radii , non eft fenforium a re- tina excludendum . Cum auditus
organum fit auris , credunt multi, fenforium effe membranam nerveam , qu®
intimam auris cavitatem inveftit, ac prafertim zonas fono- ras . Nam
commotiones aeris , in quibus foni con- fiftunt, per meatum auditorium lapf® ,
in cavitatem tympani ingrediuntur , fefeque per aerem tympano contentum
propagant ; ac cum ad ultimam cavita- tem auris pervenerint , zonarum fibras
impellunt, & fonorum perceptiones excitant. Olfadlus organum eft nafus; vix
autem dubita- tur , quin fenforium fit membrana pituitaria , ad quam perveniunt
particul® a corporibus odoris emil^ , f® , in quibus particulis- odores
confifturt. Guftatus organum eft lingua . Senfiorium funt papill® quxdara
nerve® in lingua alTurgentes , quas S s z pel- DE HOMINE pellunt , &
commovent ciborum particulae , dura vcrfancur ore, & cum faliva
permifeentur . Ta quae in oculo funt ; tffe in nervo optico , aut in ce- rebro
non pcflunt. Mitto, objc61a magnitudinis, & figurs variae videri pro
varietate magnitudinis & figurae, quam habent illorum imagines in fundo
ocu- li depi^lae . Illud utique certum efi , nos videre^ unumquodque obic£Ii
punAum in ilia dircdiione, quam habet radius lucis ab eo pumSo pro veniens ,
dum retinam pellit; itaque ab his dirediionibus bene or- dinatis pendet
vifionis perfeftio ; fi illx turbentur, turbatur quoque vifio. Oportet autem
has dir».(fl o- nes omnes turbari , fimul ac motus in retina excita- ti per
nervum opticum ad cerebrum ufquc per mul- tos , anguftiffimofque flexus
propagantur . Videtur ergo vifio commodiffime fieri in oculo, neque for- talfe
commotio cerebri vifionem ullam in anima ex- citaret , nifi eamdem prius oculus
cxcitalfet , Dices ; fi ligato aut fedo nervo interrumpatur via, qu* a fenforio
ad cerebrum ducit, fenfatia celTat; ergo videtur ea fieri in cerebro tantum .
Respondco , requiri in fenforio difpofitionera quamdam , ut fenfatio in ipfo
fiat; hanc difpofitio- nem , ft(fio j aut ligato nervo , fortafie tolli . Sen-
forium fortalTe non eft fatis refle difpofitum , nili fucco quopiam irrigetur,
qui a cerebro per ner- vos ad ipfum fertur ; quare ligato nervo , aut feilo ,
celfat fenfatio in parte , non quod in par- te non fiat, fed quia celTat in
parte difpofitio illa, fine qua fieri fenfatio non poteft . Dices : interdum
fenfatio eft , etiamfi abfit fen- forium v. g. fi cui pes amputetur, fentit
aliquamdiu dolorem in eo pede, quem non habet; oportet er- go fenfationem hanc
non in pede fieri , fed in ce- rebro . Refpondeo , non negari , fenfationem ,
quamvis in parte fiat, fieri etiam in cerebro. Et fane ebrii, & certis
morbis affedi , multa vident , quae tamen prjefentia oculis non funt, eaque
vident propter ve- heraentillimas cerebri commotiones. Fit ergo fenfa- tio in
cerebro, quamvis fortaffe fiat etiam in parte . Dices : fi fenfatio in parte
fit , quid necelTe eft, eam fieri in cerebro ? Refpondeo. Senfationes, quse
finguloe in fingulis organis fiunt , debere omnes ,,in unum colligi , ut fenfus
alii, nempe interni, exerceantur, qui quoni- am in cerebro exercentur,
conveniens eft, fenfatio- jies omnes ad ceribrum feni . De . TRACTATIO BREK De Molibus voluntariis .
Ostendunt fenfus , corpus agere in animam ; ofien- dunt vicllFim motus
voluntarii animam agere in Cor- pus. Sunt enim in corpore partes quaedam, uti
bra- chia, crura, quae pro animae voluntate moventur. Quoniam vero dubium non
eft , quin hae partes ex mufculorum contractione moveantur , oportet ani- mam
vel agere immediate in mufculos , ipfos con- trahendo ; vel agere in aliquid
aliud , quod ipfum poftea mufculos contrahat. Multi hoc tantum opus fic
explicant. Volunt animam impellere animales fpiritus, qui funt in ce- rebro ,
cofque per nervorum canales urgere ufquc^ ad eos mufculos, qui ad partem illam
pertinent, quam anima moveri vult. Hi mufculi fpirituum in- curfu turgefcentes
contrahuntur , & partem movent , Juxta hanc opinionem anima non agit imme-
diate, nifi in fpiritus animales , qui in cerebro ver- fantur , nam motus alii
omnes fpiritibus ipfis con- yficiuntur. Quod fi velis fenfationes etiam omnes
in ' cerebro tantum fieri , ideoque nullam aliam corpo- ris partem immediate
agere in animam , nifi cere- brum ; jam erit caufa aliqua , cur dicatur,
animam, non toti corpori, fed cerebro tantum unitam cfiTe . Idque in primis
Cartefius docuit , qui rationalem ani- mam in cerebro, vel potius io certa
cerebri parte locavit. V Quod S DE
HOMIHE Quod fi fenfationes fieri in organis exiftime- mus , dicendum erit
animam non cerebro folum u> nitam elTe, fed organis quoque, vel certe
fenforiis ; coque latius patebit pracfentia animae , fi eam veli- mus mufculis
quoque imme vircucem adeptus efle; eft enim virtus habitos fc.' quendi rationem
. Contra vitium eft habitus abet>> randi a ratione . Qui autem rationem
ex habitu | & facile fequitur, eamdem libenter, & cum volu* ptatc
fequitur, coque libentius, & majori cum vo- luptate , quo majori virtute
c(l praeditus . Sunt qui velint, in hac fola voluptate felicitatem efle politam
. His apparet , virtutis fubieAum voluntatem ef- fe , in hac enim inhxret
habitus fequendi rationero>' obje^um vero efle omne id , circa quod voluntas
verlatur rationem fequens. Ut autem obie<^a multis modis dividi poflunt ,
fic & virtus multis naodis di- viditur ; nam virtus , qux in periculis
exercetur , fortitudo dicitur; qux in moderanda ira, manfuetu- do , qus in
fumtibus faciendis , magnificentia , alix- que virtutes funt fecundum communes
, & populares divifiones ; quas Ariftotelcs' prxclarc explicavit iiu £chica
. Ideroque animadvertit , virtutes lingulas in me- dio quodam efle politas , ex
eo quod is in virtute confiflat , qui neque ultra certum finem progredia/- tur,
neque intra fe teneat. Velut magnificus, non cfl, neque qui fumtus majores facit, quam ratio fert,
neque minores. Haud fcio, an xque hxc mediocri- tas in virtutibus omnibus
appareat . Ut autem honefle quis agat, oportet ut hone- * flatis amore agat ;
nam fi alterius rei amore duce- tetur , boneflacem non fequeretur. Quare qui in
ai^ liqua / TRACTATIO BREK liqua virtute excellit, in amore etiam
honeliatis ex- cellat oportet, quam honeftatem (i fummopere amat, eamdem
fequetur facile , & prompte in omnibus . Propterea qui in una virtute excellit , omnes habere
dicitur . Df Felicitate . ^^Uamvis pulcherrima fit virtus , non omnino ta- men
hominem perficit , neque eum flatum ipfa per fe eonflituit , qui fit omnium
maxime expetendus , quique felicitas dicitur . Quis enim non ei melius efle
putet , cui virtus fit cum valetudine conjunAa , quam ei, qui virtutem habeat
in fummis doloribus ? Quamquam Stoici docent , felicitatem in virtu- te fola
confidere , cumque femper feliciflimum clTe, qui fit fapiens . Atque his beatus
eil homo in ecu- leo, fi virtutem habeat. Itaque valetudinem , & a- lia
bona extra virtutem non bona effe dicunt , ne- que eorum contraria , uti
dolorem , mala ; nam ne- que illa ad felicitatem faciunt , neque his fapiens
infelix fieri poted. Quare illa eligenda potius nomi- nant, hsc reicienda .
Verum non fic nominarent, nifi & illa bona , & haec mala efle fentirent
. Peripatetici Ariftotelem fecuti , eum felicita- tem quamdam homini in hac
vita , 6 c in hac focie- tate degenti proponere vellent , illam omni bono- rum
genere compofuerunt . Itaque cum virtutenu. moralem ad eam conflituendam
requiri maxime pu- T t z tave^ DE HOMIKE
tavcrunt, tum etiam virtutes intellei^ivas j ideft in*-' genuarum artium, &
difciplinarura cognitionem; hifque animi bonis bona corporis addiderunt, va-
letudinem , robur, formam; neque internis bonis contenti cum effent , externa
quoque adjunxerunt , cognationes, amicitias, divitias, aeftimationem , ho-
nores , eumque feliciflimum exiftimarunt , qni eflet hxc omnia aflecutus. Atque
horum opinione felicitas non in manu hominis eft polita; non enim in poteftate
cujufquc eft , ut & honores obtineat in Republica , & pul- cher fit,
& bene valeat; cft tamen in manu homi- nis moralis virtus, qu» pars
felicitatis cft potiflima. Qiiod fi felicitatem hanc tantam acquirere nemo
pctefl , is tamen felix dicitur , qui ad hanc quata- proxime accedat . Et vero
fi qua felicitas homini dum hanc vitam agit , & in Republica verfatur fibi
& Civibus fuis ferviens, proponenda fit, qus alia ei proponi pof- fit
prster hanc unam non video, quam Arifiotelcs defcripfit , qusque civilis
felicitas nominatur. Spc^lavit altius Plato . Is enim felicitatem non in hac
vita expeflari aut qusri • voluit; exiftimavit quippe hominem elTe mentem
quamdam , quz uniretur corpori , non ut unum aliquid per fe compo* neret ,
neque ut civis elTet , fed ut peccati alicujus, tamquam in carcere , peenas
lueret; ex hoc carcere in fuas fedes evolaturam efie , ibique felicitatem tan-
dem efle adepturam, fi in hac quidem vita virtutem eflet ■ tractatio BREV. '33} eflet fecuta. Fiudra
felicitatem quaeri in hoc car- ccre . Sperari autem felicitatem ex morte Plato
vult, tum quod animus poft mortem manet , tum quia prx- mium virtuti aliquod
e(Te debet ; quis enim putet , naturam, qux alia tam multa tanto conOlio ,
& tam apti ordinaverit, horrendiUimum hoc monftrum pati poflTe, ut virtus
in perpetuum crucietur, exultet vi- tium , & regnet? Quare cum prxmium
virtuti in-, hac vita non fit, dubitandum non eft , quin fit fu- turum poft
mortem. Eft autem virtutis prsmium fe- licitas . Cum ergo felicitatem non nifi
folutx menti Pla- to proponat , eam proponit , qus in folutam men- tem polTit
cadere, fcilicet, quae in contemplatio- ne confiftat. Itaque animum hominis,
cum ex hac vita deceflerit , ad pulcherrimas fimplicifiimafque , &
fempiternas ideas redire putat, quarum contem- platione feliciffimus fiat ,
beatiffimufque . Quare fe- licitatem hanc vocant contemplativam . Quod fi quem
felicem in hac vita e Platonis fententia dicere volumus , eum dicamus , qui fe
to- tum virtuti dederit ; nara praeter quam quod in vir- tute fua gaudet,
contemnit etiam fortunam ,& pau- ciflima defiderat, quo multis moleftiis
liberatur . Huc accedit felicitatis futurae fpes quxdam ; ut enim mi- feri iam
funt , qui timent, ne fint aliquando , fic fe- lices quodaraodo dici polTunt,
qui fperant aliqttan- do fe futuros. m Vidit Digitizedjay Google TfJit D»
Thlllpput Mdrid Tofelli Clertcuj larts SduEli Taulli , ^ in Ecclejia Metropoli*
tdna Bononin Paenitentiarius pro Eminentift.y ac Re^verendiff. Domino D. Andrea
Cardina- li Joannetti , Ordinis Sanfli Benediffi , Congre- gat, Camaldttlenjis
, Arcbiepifcopo Bononia , <b* S. R, 1 , Principe, Dic ig, Junii 1780.
IMPRIMATUR, Er, Aloyjtus Maria Ceruti Vicarius Generalis S, Officii Bononia !?im> • r.nun ItHiìin .M».? • rniiin
l'j.f.'W _JB t— • .'f ■ ^gji in cui Jla
la virtù t e come fieno cattivi gli ejlremi . 7° . 1 Cap. XII. Se pojfa ejfere
un * azione indifferente . I ' PARTETERZA Delle virtù molali in particolare Della
divijione delle virtù – H. P. Grice: “Stuff and nonsense. Virtue, like philosophy is
entire – in philosophy there is only one problem, namely all of them. 7 i i i i 12 Delle
diffinizicni delle virtù. 11 Della fortezza Della temperanza. »5 Cap. V. Della
liberalità. Cap. VI. Della magnificenza . SS Della magnanimità Della modcjlia Della
manfuetudine Della verità Della gentilezza Della piacevolezza - Della giufiizia
, loo Se avctidcji una virtù i* abbiano tutte . io q Cap. XV. Delle colpe , e
de' vizj , li j * z Delle virtù intellettuali. Cbe cofa Jta virtù intellettuale
, e quale il f°££' tt0 di 'fa » ' qual la materia . Che la virtù intellettuale
è necefaria al- n 7 • la felicità . 11 9 Cap. IH. Divifione della virtù
intellettuale . no Dell’intelletto. Della feienza Della prudenza Dell' arte Della fapienza . M 1 Di alcune
qualità deli* animo, che non fono nè vizi , nè virtù . Gap. I, Kota delle
qualità , di cui vuol frati arjt , 145 Della virtù eroica, Lté Della continenza
, 1 ^ Cap. IV. Della tolleranza Della verecondia Dello /degno Della amicizia –
H. P. Grice on aporia of philia in Lizio -- Dell ' amicizia , che nafee dall*
utilità . 164 Cap. IX. Dell * amicizia , che nafee dal giacere, 166 Cap. X.
Deir amicizia , ebe najce dalla virtù. i ar fe fteffo , poi circa i premj , che
pojjbno fperarji dal virtuofo > finalmente e irta f oneflà , AI LEGGITORI. Questa
filosofìa morale di C., o piuttollo quella di Ariftotele con {ingoiar chiarezza
da lui * {piegata , e vagamente efpofta, fu data alle {lampe , ha già forfè
otto anni , per gli e- redi di Coltantino Pifarri in Bologna . Ma co- me 1*
opera è ftata, ed è con molta iflanza, e premura da molti e da molte parti
richiefta, di che potto io rendere ficura teftimonianza , così ho creduto, che
le copie, che furon fat- te in quella edizione , o per lo numero loro , o per
dovere ufcir tutte da una Città fola, difficilmente foddisfar potettero a tanto
defide- rio ; e che avrei fatto cofa grata agli ftudiofi della Filofofìa, e del
bello e leggiadro fcrivere, fe ne aveffi moltiplicate le copie , ordinando- ne,
come ho fatto, una riftampa qui in Vene- zia . E perchè la brama oramai così
fparfa di un tal libro, non può d’ altronde etter nata, che dal fentimento de’
letterati uomini , il giu- dicio de’ quali incita poi gli altri, e gli accen-
de; così crederò non etter fuor di propofito nominar qui alcuni di quei
letterati , che 1* b 3 hanno avuto in (ingoiar pregio » acciocché ac-
crefcendofi il numero degli efemplari, ancor fé ne accrefca , quanto per me fi
può, il de- fiderio. Benché pochiflìmi ne nomineiò ; sì per- chè troppo lungo
farebbe il nominargli tutti , sì perchè quei pochiflimi fono tali , che fecon-
do me pollono valer per molti. 11 primo pe- rò, che è forfè anche il più
illuftre , non può ricordarfi fenza un* eftremo dolore per la per- dita, che fe
n’ è fatta, eflendo egli 1’ Emincn- iiflimo,e ReverendilTimo Signor Cardinale
An- gelo Maria Querini , il quale eflendo, già al- quanti anni, di quella vita
pa flato , pur tanta memoria ha lafciato, e tal defiderio di fe, che par
tuttavia efler morto da poco in qua . E di vero fe quella noflra mifera età ha
veduto al- cun uomo di raro, e maravigliofo ingegno, e di vafliflìma, e quali
infinita erudizione forni- to , oltre le gentili maniere , ed una fomma_.
affabilità, cortefia , liberalità, e moderazione, e grandezza d’animo
incomparabile, ben fi può dire, che egli folle quel delfo ; così che parea ,
che la natura avendo voluto inoltrare al mon- do un* efempio sì raro, e
(ingoiare, dovefle ancora lafciarvelo per più lungo tempo. Ma per non
effondermi inutilmente nella dolorofa memoria , dico , che il Signor Cardinal
Que- rini ebbe in tanto pregio la Filofofìa del Sig. Zanotti , e tanto
eftimolla , che avendola da principio letta con grande avidità, non feppe poi
Digitized by Google XV poi levarfela mai più dal tavolino , godendo oltremodo
di rileggerne quando un luogo, e quando un’ altro, per una (ingoiar grazia
leggiadria di Itile , che a lui parea trovar qui- vi per tutto, congiunta ad
una Comma e pro- fonda dottrina . Di che fa fede egli Aedo in una fua lunga
lettera , che fu forfè 1’ ultima, che egli fende , e fu poi Aampata in Brefcia
poco appredo la morte fua . E quantunque tan- to fi dilettade della Filofofia ,
maggior piace- re però recavagli quel ragionamento, che il Sig. Zanotti fece
andar dietro alla Filofofia ftefTa . Imperocché avendo in elio mode con belli
(Ti- mo modo, e Comma grazia molte quittioni Co- pra un libro Franzefe ,
ftampato in Londra col titolo EJfai di Morale ; al Sig. Cardinale era
grandemente piaciuto 1* efame di quel libro , il qual per edere del famofidìmo
S*g. di Mau- pertuis non potea non parer molto importan- te . Il Sig. Cardinale
però favoriva adai le par- ti del Sig. Zanotti contro il Franzefe , e mo- Arava
in ciò anche 1’ amor della patria . Pare, che al giudicio di così grand’ uomo ,
coni' era il Signor Cardinal Querini , non fia necedario aggiungerne verun*
altro. Io però non voglio tralafciarne uno, il quale fe non è necedario, farà
però da tutti creduto di gran pefo ; ed è quello del Padre Cado Innocente
Anfaldi Do- menicano , lume grandidimo della reale univer- fità di Torino .
Imperocché quantunque egli non Digitized by Google XVI non fi accordale
certamente al giudicio del Sig. Cardinale in quanto al fopraddetto ragio-
namento, anzi movelTegli contro moire obbie- zioni, che poi raccolfe in un
libro latino dot- tiamo intitolato Vindici x Mauyertuijìan* ; pure dichiarò
apertamente, e fpefliifime volte , aver lui molto che opporre al detto
ragionamento, nulla che opporre alla Filofofia . Della quale fempre che ne
parlò, ne parlò con grandifiìma fiima, e in una Tua lettera elegantillima , che
fu poi con tre dilcorfi del Sig. Zanotti (lam- para in Napoli , tanto la lodò ,
che parve non poter faziarfene , ed accennandone varii luo- ghi, gli chiamò
veramente ammirabili , alcuno anche divino . Che (e nel ragionamento ripre- se
, e caftigò molte cole , quelle furono ap- punto quelle, che a lui parvero
difeordanti dalla Filofofia ; il che facendo moftrò non tan- to di riprender 1*
uno , quanto di lodar 1’ al- tra . Quella diverfità di pareri in uomini di
Pianto ingegno , e di tanta letteratura dovette far nafeere, come ognun vede,
il defiderio non folamente di avere il libro del Sig. Zanotti , ma anche di
entrare addentro nelle quiftioni, che fi facevano fopra di elio . Perchè
moltiflì- mi attentamente le efaminarono , de' quali uno merita tanto di edere
nominato , che , nomi- nato lui, non accade nominar gli altri . E’ que- lli il
Reverendidimo Padre Pio Tommafo Schia- ra pure Domenicano , che dimorando in
Ro- ma Digitized by G ma era a que* dì Bibliotecario della infigne Ca-
fanatenfe , ed è poi dato fatto dal N. S. Se- cretano della Sacra Congregazione
dell* Indi- ce. Egli dunque, effendone pregato dal Padre Anfaldi , efaminar
volle tutta la controverfia , ricercandone con ogni diligenza capo per ca- po
tutti, per così dire, i nafcondigli; e defe un fuo parere , e ne fece un libro
in vero dot» tifiimo, il quale quantunque foflfe favorevoli!- fimo al Sig.
Zanotti , pur piacque al Padre An- faldi di farlo pubblico , e darlo alle
(lampe in Venezia. E di vero chiunque leggerà un tal libro , non avrà che
defiderare altro per cono- fcere tutta quanta la controverfia , efiendo in_»
eflo efpofto ogni cofa con belliflimo ordine , e maravigliofa chiarezza oltre
un’ infinita fot- tilità ed erudizione, che vi fi fcorge per tut- to . Furon
poi molti in Italia , i quali modi , cred* io, dalla fama di così pellegrini
ingegni, penfarono di farli illudri entrando nella nobil contefa ; onde
ufcirono tanti fcritti , che trop- po lungo farebbe 1* annoverargli . Ma i già
detti badano a far intendere, come fia nato in tante perfone il defiderio di
quello libro , e come a me convenifle il far sì, che un tal de. fiderio non
fofie , o per fcarfezza di copie , o per altro incomodo, defraudato. E tanto
più che avendo il libro a quedi dì levato sì gran rumore in Italia, par bene ,
che edo aver fi debba come un preziofo monumento dell’ ido- sviti ria delle
lettere, e debban perciò, non uno, o due, ma più ancora, ingegnarli di farlo
giun- gere ai poderi con le ftampe loro. Al che mi fono io fentito grandemente
dimoiare per un* altra ragione ancora ; confiderando non fenza qualche
maraviglia, come una Filofofia , la qua- le nella fua prima fronte dimoftra di
voler fe- guire Ariftotele , e di edere fcritta per argo- menti di Cavalleria,
e ad ufo di poeti, e di oratori, abbia potuto a quelli noftri tempi ri- volgere
a fe gli animi delle perfone, e farli leggere volentieri . Nè io credo, polTa
ciò ef- fer feguito fe non forfè per due cagioni . La f >rima fi è, perchè
gli argomenti di Ariftote- e vi fono efpofti con chiariflimo ordine , cl* con
una brevità e precilìon fomma, la quale fu ben notata dal celebre Novellifta
Fiorenti- no, e medi nel loro miglior lume; are che fi fcofti alquanto ancor
dallo flile , e afci correre con maggior’ ampiezza 1* orazio- ne , venendogli
forfè in mente Platone . Ma, come ho detto , non iftà a me di giudicar- ne . Io
credo bene, che tale efiendo il grido di quello libro , qual potrebbe , fe la
pub- blica voce non baftalTe , raccoglierli dalle lo- praccitate teftimonianze
, dovrà efler gradita-» agli ftudiofi , e letterati uomini 1’ opera mia, che
procurata avendone la riftampa, ho aper- ta a maggior numero di perfone la via
di prov- vedetene i le quali fe di tanto mi faranno cor- tei! , che vogliano,
leggendo il libro con quel- la attenzione , che elio merita , di quella edi-
zione far prova, fpero, che come io della lor cortefia , così dovranno effe
reltar contente del- la mia diligenza . A PEPOLI • « Nobile , e Patrizio
Bolognefé, Gentiluomo Veneziano ec. o Uanttinque io } tome voi fugete ,
Ornatifìm • e Centiliffìmo Signor Marchefe , mi fio. m of- fa a fcrivere queflo
trattato di Filofofa morale per comandamento vojlro , e per voi folo ; e perciò
Jpe - ri , che egli debba ejfer letto unicamente da voi , ef- fondo unicamente
per voi f ritto ; ad ogni modo per- chè potrebbe venire in mano d' altri , i
quali , ciò non fapendo , efìimafero me eJJ'ere incorfo in varj erro- ri , e di
quefi mi riprendejfero , io penfo di dove- re efcufarmi apprejfo loro . Perchè
febbene offendo voi foddisfatto della mia fatica , poco debbo curare il giudi-
ciò degli altri; non è tuttavia da permettere , che agli altri difpiaccia
quello , che a voi è piaciuto , eh' io fac- cia . E quand ' anche le mie
tfeufazioni non frjfero ri- cevute, a me però gioverebbe di averle fatte,
maffme cominciando da quella , che io voglio , che fa la pri- ma , anzi la
maggiore di tutte , cioè , che fe io bopre- fo un carico tanto fuperiore alle
mie forze , prendendo ' Tcm. Uh A aferi- Digitized by Google 2 a fcrivere in
Tìlofìfìa morale , voi fìtte quello ^ che me f avete impafìo , onde avendo
comune con voi la col • fa , pare , cb ’ io debba aver comune con voi anche il
biafìmo ; che di vero mi terrei per molto contento , e_, troppo più che non
fìtto , mi J limerei fortunato incorren- do in alcuna riprenfìone , nella quale
avcffì voi per compagno, l'er non valermi però di quejla efìujazicn^. fola ,
quantunque quejla fola bafìar mi poteJJ'e , non la - fcierò di r'tjpondere
Jeparatamente a ciafìuna delle ri - prenfìoni , che fecondo cb' io pojfo
antivedere } mi j'aran fatte . E certo J'aran di quegli , i quali fi
maraviglie- ranno, eh' io abbia prefo a Jcrivere di Ftlojcfìa litorale in un tempo
, in cui coti pochi ne ferivano , e pocbtjfìtni Curano , che fìtte feriva . A
quali però rtj'pondendo di- co , che Je eglino mi dtmojlrafj'ero eJJ'ere la
Ftlofìfìa mo- rale una fetenza ignobile , e da fprezzarfì , molto va"
lerebbe la lor ragione-, ma ejfendo ella fiata flint ata_. fempre fra tutte le
altre fetenze nobilijjìma , e agli o- ratori , et ai poeti , e a tutti quelli ,
che V avvolgono negli affari , ed entrano al governo delle repubbliche >
fommamente necejfaria , non veggo , perchè debba aceti- J'arfi chi prende a
fìriverne , eziandio che pochi ne feri- vano ; che anzi parmi da lodar molto
per queflo appun- to j perchè fa quello , che pochi fanno . Saranno ancor degli
altri , a * quali parrà cofa flrana , che mettendo « mi io a Jcrivere in Filojòfìa
abbia voluto feguir' Ari- Jlotele , le cui opinioni e maniera di fìlojòfare
fono og- gidì generalmente difapprovate ; et altri diranno , che la materia
della Morale vuol trattarfì con molto mag- gior Di litica t,j (~,i v .K'U^. 3
gìor brevità , (he non fece Arinotele , dicendo che al vivere onefio , finzx
tante fpeculazioni , bafiano pocbif- fimi precetti , che pojfon raccoglier fi
in quattro verjì ; e biafimcranno la lunghezza del mio libro . Però comin'
dando da quejli ultimi , io non credo , Signor Marche - fé, di avervi mijfo per
le mani un trattato tanto lungoy che non pojja tfler letto ed intefi da chi fi
fia in bre - vifiìmo tempo ; intanto che io ho temuto afidi volte, che voi
fo/le per dolervi più lofio della brevità mia , et a - vrefie dcjidcrato un
trattato più ampio , e più djfufi ; dal qual però mi fono aflenuto , sì perchè
gli altri miei fiudj non mi confentivan di farlo.; sì ancora , e molto più ,
perchè fcrivendo io queflo trattato per voi filo , V altezza dell’ ingegno
vofiro non aveva bifigno di molto lunga efplicazione . Ma gli altri, che non
hanno tanto ingegno , quanto voi ; e tuttavia vorrebbon ridur la Morale a
quattro verfi ; io non credo già , che abor- rifeano la lunghezza , ma più
tifilo fi infafitdifiono del- la fetenza ifiejfa , la qual loro parrebbe fimpre
troppo lunga , quantunque fojfe brevijfìmamente trattata ; per- ciocché è
fimpre lungo tutto quello, che infafiidifce. Per- chè quanto poi, al dire , che
pccbijjìmt precetti bafiano al vivere onefilamente , io noi nego; e fi , che
Socrate fu della fiejfa opinione ; e però Jcìea dire , che colui è già
grandemente virtuofi , che dfi.iera di efiire. Kego bene, che tifine di quei,
che ferivano in Morale, al- tro non fia s che il vivere oncjlo ; perchè febben
moti nel principio de i lor trattati non altro fine hanno det- to di avere ,
che quefiv filo, io credo però , che fi e - A 2 gli- 4 4 glitio aveffer meglio
ricercato /’ animo loro , vi avreb • ben trovato anche un altra intenzione
molto nobile , e molto nccefjaria . E quefìa è di mrjìrare a gli uomini non
folamente le regole dell ' onrjlà , ma farne ancora intender loro le ragioni ,
i principii , e le cauje , per po» ter poi bene , e diflint amente ragionarne ,
ed infognarle ad altri , e farne lezioni da tramandare alla pofìerità , il e or bìa - fumandole , e difendendole fpeffe
volte , e fp effe volte ae- affandole , e venir fovente a contrari fopra le
ufanze e gl' infittati della città . Delle quali cofe fe credono di poter
parlare affai bene quelli , che non vi hanno pofloflu- àio ninno , quanto
meglio , e più fpeditamentc il faran- no quelli , che avendovi pcflo fludio ,
fapranno fubito difìinguere l * una virtù dall* altra > e render ragio- ne
degli uffeìi di ciajcbeduna , dividendo il loro difeor • . Pigitizedjby La * fi
acconciamente ,e con bel madore traendolo da i ve- ri principiti II cb« però
non potranno fare fi non quel- li , che avranno dato qualche fpazio di tempo
allo J ìn- dio della morale . Al quale accojlandojì avran pur do- vuto in primo
luogo vedere , in che fia po/la la felici- tà , direttrice comune di tutte le
umane azioni , e quin- di , tratti da ejj'a , procedere alla contemplazione
della virtù , ricercandone prima la natura, poi per qual mo- do o in quante
firme dividafì, e come s ’ adorni di tut- ti gli altri beni, o fieno quelli ,
che rifchiarano V in- telletto, o quelli, che diconfi ejjer del corpo, o quelli
, che fi lafciano alla fortuna. E in queflo mare entran- do come avran potuto
non trafcorrere alla confider azione di quelle qualità dell' animo , che per
una certa fimi- litudine fi fingon ’ effer virtù , e non fono ? Come afte-
nerfì dalla conftdcrazion degli ajfetti , che per le varie apparenze in noi fi
rijvegliano ? Come paffarfì dell ' a- ntore ? Come dell ’ amicizia ? Di che fi
vede lo Jludio della morale poter ejfere affai breve a chi voglia vive- re
oneflamente ; a chi veglia farne trattati » e fol an- che bene e diflintamente
, ove che fia , ragionarne , non poter ’ eff'ere fi non molto lungo . E per
venire ad . al- cun cafo particolare , chi non vede , che in quelle adu- nanze
majjìmamente , in cui trattafi di ridurre a pace le cavallcrcfcbe contefe ,
dovendovifi difputar fempre fi- pra gli uffìcii della giufìizia , dell ’
intrepidezza, della manfuetudine , del valore , fopra V onore, che nafee da
virtù , fopra V ingiuria , che lo fminuifee , o lo leva } niente è più
ncceffario , che poffeder bene i principi! del- la 6 la morale Tilofcfia ?
Nella quale quelli che fono ammae - frati , fenza dubbio ragtoneran molto
meglio ; laddove quelli , che * ne fon privi , »?« pcjfono parlar che a ca - -
yò : perejcccbè fegucno le popolari opinioni , che non dj rado fon falfe , e fi
cangiano di dì in dì a capriccio degli uomini j onde quei , che le fognano ,
decidono /o qui fio ni non fecondo i prinapii , che mcjlra la ragio- ne , ma
fecondo quelli , a cui per fortuna s avvengo- no . Di che potete cJJ'ere
teflimonio voijleffo , Sig. Marcbefe , che cjfendo nato in così alto lungo , e
congiungen . do a tanta acutezza d' ingegno , e prontezza d' ani- mo una
fingolar perizia e deprezza in ogni maniera di armeggiare , pare , che la
natura vi abbia po/lo al mondo per affari di cavalleria ; ne ’ quali offendo
fopm V età vojlra verfatijfimo , avrete abbajlanza comprefo t quanto in quelli
Jìa neceffaria una non mediocre cono - feenza della morale Filojofia . E io r
redo , che per que- Jlo abbiate voluto , che io ne fenda un trattato , fperando
forfè » che altri , moffo dal mio efempio , ne fcriverebbe dopo me un migliore
. Ma affai s ' è detto circa la- ri- prenfione della lunghezza Vegniamo all'
altra d' a- ver voluto io f'guire Arifotele ; la cui maniera di fi- lofofare mi
dicon' effere oggidì qua fi generalmente di- fipprovata , parendo anche le fue
opinioni dfufate e_, falfe . Ma quanto all' cflcre difufate , io non fo , per-
chè alcuno mi debba per quefio riprendere ; imperocché fe le opinioni d'
Arifiotele diconfi difufate ,ciò i argomen- to , che furono ufate una volta.
Che fe le opinioni, co- tnc le vefii. ufandole fi logora fiero , e perdejjèro
il pre- gio 7 gio loro , b concederei volentieri , che non dovejfero più quelle
antiche feguirfi , che furono un tempo in gran • dtjjt.n > riputazione , poi
dopo un lungo ufo fono fiate.» abbandonate. Mrf poiché invecchiando gli uomini
, e in* debolendrfi , non invecchiano , nè fi indebolirono iefen • tc»z>c j
ci» «/orni oppormi , che io mi allontani dalla confuctuiìne ftguendo le
opinioni d’ Arifiotele , le qua- li Je non fono in ufo nel prefente fecolo ,
furono però in ufo in un altro } Perciocché , volendcfi Jeguir l' ufo , non è
maggior ragione , perchè debba feguir fi più tofio V ufo di un fecolo , che di
un' altro , % on ejjendo P un fecolo di maggiore autorità , che l' altro . Et
io fo be- ne , ebe in alcune Jtienze , le quali fi fondano fopra _» molte e
lunghe ojjcrvazioni' con efperimenti e prove ri- cercate , più vuol crederfi a
gli ultimi fe coli , che a quel- li , che gli precedettero , il che fi vede
nella notomia , nella naturale tjloria , nella geografia , nell * ajtronomia ,
e generalmente in quafi tutte le Jcienze fifiche . E ciò è , perché gli ultimi
pojfono flabtltre le tor dottrine fo- pra maggior numero di efperimenti , e di
ojfervaztmi che gli antichi non poterono , i quali dovevano aver- ne minor
copia . E per P ijlejj'a ragione dovranno i pefieri in tali fetenze creder meno
al nofiro fecolo , che al loro . Che fe la dottrina morale fi flabiltjfe_, ejfa
pure fopra tali cofe , io fon d' opinione ancor' io j che volendo Seguire la
consuetudine , dovrebbe feguirfi quella de gli ultimi ; ma fondandrfi ejfa
fopra ragio- ni e principii , che in pvcbtffìmo tempo fi manife/lano a lutti )
nè altro ricercandovi fi fe non una certa acutez- za Digitized by Google 8 za
(V ingegno y /vegliata ila qualche Jl tulio , non fi , perché gli antichi non
potijfero ejfcre in qucfie co/e ec * celienti , come i nojlri ; e farmi /ciocca
pre/unzione il volere , che la con/uetudine di un certo Jccclo abbia tan - to
di autorità , che le con/uetudini de gli altri fieno tut- te da di/prezzarfi ,
e da derider fi. Sebben molti /ono , i quali in vero di/prezzano le opinioni
degli antichi per quella /ola ragione , perchè più non fino /esondo V u- /anza
; ma fi vergognano però di dirlo , e vogliono più tcjlo dare ad intendere >
che le di/prezzano, perchè a- vendole diligentemente e/aminate , le hanno
trovate fai- /e ; e quejli mi riprenderanno j dicendo che accollando - mi ad
Arifiotele mi fino allontanato dal vero. Et io credo j che errino grandemente ;
perché Je noi vorremo afcoltar la ragione finza dare all * u/anza più di quel-
lo , che le fi dee , io tfiimo , che farà co/a affai diffi- cile il decidere »
qu»li di tanti JTIojofi , che hanno firit- lo della morale con tanta acutezza ,
e varietà , abbia colpito il vero , c qual no. Intantochè io credo , che co- '
me in altre fetenze , così anche in quefia , vana ed inu- lti fatica prendono
quei maefiri , che vrglion prima a - ver deci/c tutte le quefiioni a /enne loro
per infegnarle pofiia così , come effi /’ anno decife ; quafi la decifion loro
terminar poiejfc quelle qtùfiioni , che non hanno po- tuto terminar fi per la
decifione di verurì altro ; o /offe di maggiore utilità a gli fcolari apprender
ciò , che par- ve vero al lor maeflro , il qual forfè non era il più eccellente
uomo del mondo , che quello , che parve vero 4 i grandi// mi j e cccellcntffimi
. Io dico dunque , che t mac- 9 maefiri non debbono figliar gran pena , fe
quelle cofe , che infegnano , fieno vere , o no ; purché pujano ve re, a molti
e grandi uomini , e V ojfcrvazione , o l' efpe- rienza , o la dimofirazione non
fia loro contraria ; il che avviene talvolta nelle feitnze fifiebe e
matematiche . , nelle altre non può coti facilmente avvenire. Anzi io vo tanto
innanzi , che ardifeo a dire , molte volte ef- fer più utile , e più
conveniente , che il mae/lro ìnfegni quello , che par vero a molti , che quello
, che par ve - ro a lui filo , fe già egli non fiimajfe fe flejj'o più che
tutti gli altri . Perché fe io dovtjfi infegnar , per efem- pio j metafifica a'
giovani, e me ne avcjfi compefio una a mio modo , la qual fola mi parejfe vera
, chi farebbe però , che non volejfe più trfio faper quella di Malie • branche
, o di Leibnizio , che la miai II che fe è ve- ro nelle altre fetenze , perché
non anche nella morale ? Cejfno dunque di molefiarmi coloro , i quali credono ,
che feguendo le opinioni d ’ Arifiotele io abbia feguito il falfo; perché ne è
cofa facile il decider ciò ; e quando bene aveft feguito il falfo , avrei però
feguito P opinio- ne e la ragion di moltiffmi la quale prejfo gli uomini
giudiziefi dee render probabili eziandio quelle cofe ) che per altro falfe
parrebbono. N potrete anche accorgervi , che dove V ho feguito , ho pe- rò
fempre tenuto l’ occhio rivolto verfo Platone , di cui t fe ho da dirvi il vero
, fuor di modo era accefo ; né ho fapato di/Jìmulare abbafianza i miei amori .E
fe ho fe - Tom. ir. B £ui- Digitized by Google IO guito /Inflotelc , l' bo
fitto ^ percb ? m ’ è parato , che egli mi off> a , e ponga innanzi tutte le
parti della morale ad una ad una , e le J pieghi con affai bell' ordine ; di
che Fiatone non mi è fiato cortej'e . Alcuni però non appfo- vando la forma del
filofofar d * Arifioule , ni quella maniera di procedere nelle quifiieni ,
anche per quefio mi riprenderanno: e ciò marinamente faranno quelli , i quali
vorrebbono , ebe tutte le cofe fi tratt aJJero fecon- do 1’ ordine , e l*
ufanza de* geometri . Al ebe io con» fornirei volo nt ieri ; ma vorrei prima ,
ebe mi fpiegajfe • ro chiaramente , in che confifia una tale ufanza . Per» thè
fe ella fi riduce , come il più fuol farfi , a quefio filo j ebe fi raccolgano
fui principio di ciafcun tratta- to tutte le difinizioni con quelle domande ,
che per fe * guir 1' ufo dei geometri chiamano pofìulati , in vece di frapporle
, come gli antichi hanno fatto , a luogo a luo- go , e fecondo che *»• occorre
, io non veggo , che gran guadagno per ciò fi faccia . Poiché fe quelle,
definizioni , t quelle domande ,frappnjle a luogo a luo- go , con gli argomenti
, che da effe derivanfi> non ha' Jlano a chiarir le quefiioni , non
bafleranno nè meno $ effondo raccolte in fu 'l principio : e quindi (be io bo tenuta nel prefente com- ptn-
Digitized by Google *4 pendio > I* quale a voi majjìmamtnte , che ficte
intuì - te le grazie del dire efercitato , dovrà parer flretta ol- tre modo ^e
augura , e priva eziandio di quei piccoli or- namenti , che la brevità non
rifiuta ; e parendo a voi tale , non potrà non parere anche agli altri. Nè io
mi difenderò da quefla actufazione , ni cercherò di piacer- vi in una cofa ,
nella quale io non pojfo piacere a me tnedefimo . Mi rivolgerò più toflo a
dimandarvene per- dono , il quale fe da voi otterrò , /offrirò più facilmen- te
, che mi fia negato dagli altri . E certo voi fape- te , con quanta fretta et
impazienza m' è convenute fcrivere quefio compendio in mezzo a molti altri
fiudj , che non che alla politezza del dire , appena mi confen - livano , che
io penfajfi a quello , che dir dovea . Il che fu anche cagione , che io mi
abbandonaci ad Arifictele, Credendo di mettermi in buone mani , e far più
pre/lo. Terò il rilefft , come potei , e Jcorfi qua e là per gli fcrit- ti d'
alcuno del fu oi commentatori ; i quali oltre 1' acu- tezza di penfamenti non hanno
altro , che fia gran fat- to da imitarfi : et io , chi da natura mi lafcio
facilmen- te volgere allo fìile di quei , eh’ io leggo , non potala certo da
quei commenti raccogliere nè ornamento , nè gra- zia. Ariftotele poi ha molle
qualità nel fuo dire belle, e maravigliofe , e tra V altre una certa franchezza
, e brevità rijoluta con molta gravità , le quali , ejjèndo piaffimumcnte
accompagnate da mille altre vaghezze , gli Manno bene , e l' hanno fatto piacer
tanto a Cice- rone. Ma fe di quelle alcun poco mi fi fffe attaccato, ben ve
dea, che quel poco trasfetito ad altra lingua, e fpo- * ! i A fpcgliato degli
altri ornamenti farebbe in me cattivo , e rimarrei nel mio dire , coti come
panni d' cjfer rima fot arido e digiuno , avendo dinanzi agli occhi un' efim-
fio.pienijjìmo e abbondantijjìmo . Et io certo a vrei pc/lo cura per non incorrere
in tali vizj , o , ejfendovi incor- f°t per emendarli ; fe .oltre gl '
incomodi, che già vi ho detto , non avcjft ambe F animo inquieto fpor di modo *
turbato . Perché oltre quella naturale malinconia , che, come fapete , mi è
tanto propria , che par nata meco ; potrei dirvi , fe fojje luogo, di molte
angujhe , et an- fieta , che tuttavia mi fanno intorno all’ animo ; nè la-
fetan d’ effere al commojfo fpirito tormento , e pena, per quanto dicano d’
ejjìr nate da bella e nobil cagione : ma qual , che la cagione ne fa , che non
fi allontana però dalla virtù , affliggono il cuore , e difolgon la men- te
dagli fludj ripofati e tranquilli. Intanto che mi fo- no fdegnato più volte
meco flefll della mia filefofia : C ho prefo in ira gli fritti miei , parendomi
prefunzion troppo grande , che io vclcJJÌ moflrare agli altri la fe- licità ,
che non ho faputo ritrovare per me medefimo : e fe il libro non fojfe fiato
fatto per comandamento vofiro, e per voi , io non fi quello , che ne fojfe
avvenuto. Poi penfando meco fleffo , e rivolgendomi con E animo tra le mie cure
, ho finalmente confiderato , che fi noi non vogliamo , che parlino della
felicità , fi non i filici ; è da temere , che troppo pochi faranno al mondo
quelli , che ne parleranno : e ficcarne interviene talvolta in una città , o
terra illuflre , che non ejfendovi niun maeflro ajfai valente o di ballo , o di
mufica f o di pittura , o d* al- Digitized by Google 1 6 f altra tal ’ arte
nobile e liberale , pur fi piglia lezio - ne da chi è men , che mediocre ,
parendo meglio fapen qualche cof a di quelle arti , che efferne del tutto privo
; così effendo al mondo tanto pochi i felici, o più tofio non ejfendone ninno ;
chiunque voglia lezioni di felicità, debba ejfer contento di prenderle da
qualche infelice . Senza che .molte volte le cofe meglio, che perfejiejfe, fi
intendono per li loro contrarj . Il perchè dovranno ef- fere attijjìmi ad
intignare la felicità eziandio quelli , che non la provano ; Jolo che notino
diligentemente O con qualche Jludto tutto ciò , che fentono mancare in loro, e
conofcano ad una ad una tutte le parti della loro mi- feria , il che non è
molto diffìcile a chi la prova . Co munque fi a fi , che troppo ornai s ’ è
detto, fe il prefente libro veniffe in altre mani , che nelle vo/lre , e le mie
efeufazioni non fiffero dagli altri ricevute * a me pe r bufferò, che fi ««o
ricevute da voi ; e quand ’ anche età mi negafle , pure farò contento di avere
obbedito in qualche modo , fecondo le forze mie , a un così grande, e così
gentil Cavaliere , come voi fitte ; il qual ’ onore per me tanto fi eftima , eh
’ io credo , che quei me defi mi , che riprenderanno 1' opera mia , dovranno
pero an- che avermene qualche invidia . »7 ,io» 1» tu; A ce . #; 0 (/ :«i, IO
!i«) 0 iti* O ■fttit 1 • ori? flJ :o « «A Bere LA FILOSOFIA MORALE SECONDO L’OPINIONE
DEI PERIPATETICI ridotta in compendio . JLvA Fiofofia morale è una fcienza ,
che infogna all* uomo di farli migliore , e più felice ; donde fu* bito fi vede
j niun’ altra difciplina poter’ eflerc nè più illuftre , nè più magnifica .
Volendo noi efporla brevemente) e con quella maggior chiarezza,, che-* polliamo
, la divideremo in cinque parti . Nella pri- ma tratteremo della felicita •
Nella feconda della_« virtù morale In generale . Nella terza delle virtù morali
In particolare . Nella quarta delle virtù in- tellettuali . Nella quinta di
certe ? Sezioni ,o difpo- fizioni d’ animo, le quali febben pajono degne di
laude o di biafimo , non fono pe,ò da mettere nè tra le virtù , nè tra i vizj .
Il che facendo , poco e in pochi luoghi ci feoftererao dall’ ordine , e dal- le
opinioni d’ Arinotele . ?COT. IV. B PAR- DELLA FELICITA Come dicajì la felicità
ejfcre il fine ultimo • A Spiegare , come la felicità fi dica elfere il fine
ultimo delle azioni, comincieremo di qui. Le azioni , che 1* uomo fa , fono di
due maniere : per* ciocché altre fi fanno fenza deliberazione , e fenza configlio
, come il batter del cuore , il correr del fangue , il digerire i cibi;
e'quefte fi chiamano a* zioni dell’ uomo; ed altre fi fanno per configlio, e
deliberazione, come quando uno ajuta P amico, o mantien fede nel contratto ; e
quelle fi chiamano azioni umane. La feienza fifica tratta delle prime, delle
feconde la morale . Rcfiringendoci dunque alle feconde, io dico • Ogni azione
umana, facendoli per deliberazione c per configlio, fi fa per qualche fine , il
qual fi vuo* le , non per altro , ma per fe Hello , e può dirli ul- timo fine.
Cosi colui , che vuole il medico , fe lo domanderai, perchè lo voglia,
rifponderà, che lo vuole per la medicina ; e fe lo domanderai , perchè voglia
la medicina, rifponderà, che la vuole per Dilla Felicita’. la fanità ; e fc di
nuovo lo domanderai perchè vo- glia la fanità , egli fi riderà della tua
domanda; per- ciocché la fanità non fi vuol per altro , ma per fe fletta , e
tien luogo d’ultimo fine . Che fe egli non avrà voglia di ridere , c vorrà pur
rifpondere qual- che cofa , altro non fapràdire , fe non che egli vuo- le la
fanità , perchè elfa gli fta bene , e gli conviene, e infomma lo rende in
qualche parte felice. Così tutto quello , che 1’ uom fi propone come ultimo
fine in qualunque azione , va a riporli fotto il nome di felicità ; del qual
nome gli uomini fon tanto vaghi, che non par loro di fìar bene , fe non poffono
effer chiamati felici . E’ dunque la felicità polla nclFulti- tno fine delle
azioni , e dei defidcrj degli uomini . E -cornee hè non fi aG ancora per noi
dichiarato, qual cofa fia cotelìo fine ultimo delle azioni, e però non ancor fi
fappia, in che confida la felicità ; può tuttavia per le cofe finquì dette
facilmente intender- li , che la felicità rende 1* uomo così compiuto e per-
fetto , che ottenuta elfa, altro più non gli retta d a . volere ; e finalmente
, che la felicità è da anteporli a tutte le cofe , et è il maggiore di tutti i
beni. Im- perocché volendoli per fe fletta , ben moftra di avere in fc fletta
il merito d’ elfer voluta; non cosile al- tre cofe, le quali vogliamo
folamente, perchè fervo- no alla felicità ; nè le vorremmo , fe la felicità non
ce le aveffe , per così dire , raccomandate . Parte Prima In che ccnjìfla la felicità. S E
ha quiftione in filofinfia ofcura ed avvolta , fi è quella. Vegliamo dunque di
fpiegarla a poco a poco, e come poflumo . Egli par certo , che il fine ultimo
di qualfivoglia azione umana vada a riporli o nel piacere, o nella virtù.
Perciocché qualunque azione P uom faccia , cerca Tempre o P uno , o P altra ; e
fe vuole il piacere , non gli fi domanda mai , perchè lo voglia; parendo , che
il piacere fia da volerli per fe IKflo . E lo UelTb dicafi delia vir- tù .
Ricfucendofi dunque P ultimo fine o al piacere, o alla virtù, pare che la
felicità non debba potere allontanarli da quelle due cofe.- E quindi fon nate
varie opinioni molto tra lo- ro diverfe . Epicuro, che fiori fotte i tempi di
A- riftotele , volle, che la felicità folle polla nel folo pacere, parendogli,
che P uomo non potefie in ul- timo voler’ altro. La qual* opinione prefe egli
for- fè da Arillippo , che fu capo de’ Cirenaici , e fiori prima di Arinotele.
Sebbene alcuni credono , che Epicuro prendeffe tutto da Democrito, il qual
filo- fcfo fu della fetta degli Eleatici , difendente da_. Pitagorici . Zenone,
che fu capo delli Stoici , e vide intor- no a tempi d’ Epicuro , volle , che la
felicità non_, in Digitized by Goq ile . Della Felicita. * 21 in altro confifteffe,
che nella fola virtù. Nè egli fu però il primo a dir ciò ; che prima di lui 1’
avea detto Antiftene , capo de’ Cinici , il qual ville al- quanto prima di
Arinotele. Platone, che ebbe alla Tua fcuola molti gran- diflìmi uomini, e tra
gli altri Ariftotele fteffb,inte- fe, che la felicità doveffe riporli nella
contempla- zione dell’ idea del bene ; il che ha bifogno di u- na fpiegazione
affai diligente . Noi ne parleremo appreffò . Ariftotele pafiò ad altra
opinione , la qual noi fpiegheremo , come avremo ragionato alquanto del- le
altre . gap. ii r. La felicità non è pojla nel filo piacere *• S E la felicità
foffe pofta nel foto piacere , ne fe- guirebbe , che oltre il piacere niente
altro reftaf- fe all’ uomo da defiderare ; e pure gli refterebbe da deliderar
la virtù, la quale certamente è diftlnta dal piacere ; dunque non è da dire ,
che la felicità fia pofta nel piacer folo . Di fatti chi è colui , cui pro-
ponendo^ due piaceri eguali , 1’ uno con virtù , 1* altro fenza , non voleffe
anzi quello , che quefto ? Vedefi dunque, che oltre il piacere vuoili ancot la
virtù . Poi fe la felicità foffe pofta nel folo piacere , fic- co- Digitized by
Google il Pahb Puma come tutte le azioni li fanno per la felicità , cosi tutte
farebbonfi pel piacere : il che -è falfo , facen- dofene molte non pel piacere,
ma per altro. E cer- to colui , che fi offre alla morte o per la patria , o per
T amico, non pare , che cerchi a fe licito niun piacere . Non è dunque da
credere , che fia riporta nel piacere tutta la felicità: et Epicuro, et
Arirtip- po , che fe ’l credettero, fi ingannarono . * Ma , dirà alcuno , le
azioni fteflfe virtuofe non per altro fi fanno , che per quel piacere , che na-
fee dalla virtù; par dunque , che tutte le azioni fi facciano pel piacere. Et
io rifpondo, che gli uo- mini cortumati e gentili fanno bensì le azioni vir-
tuofe con piacere, ma non per lo piacere. Colui , che fa beneficio all’ amico,
lo fa certamente con piacere; ma egli non mira a ciò; mira più torto al comodo
dell’ amico ; altrimenti Servirebbe non 1’ amico, ma fe fteflo. Che fe il
virtuofo dirigerti: le azioni fue al piacere , egli dovrebbe talvolta feguirc
il vizio , abbandonar la virtù ; conciofiìacofachè meno piacere G tragga da
quella, che da quello . Che gran piacere potea promettevi Scevola , allorché
fiefe la mano fu ’i fuoco ad abbruciarla ? Pur , diranno gli Epicurei , fi
vuole il piacere , non per altro fine , ma per fe fterto ; dunque erto contiene
la felicità. Al che rifpondo, che potreb- be fimilmente dirli della virtù , (a
qual fi vuole non per altro fine, ma per fe Iterta . Siccome dunque noi
concediamo loro , che la felicità non è porta nella fola 24 Parte Prima za , e Risila bellezza ; e
fimiltnente delle ricchezze, degli onori , dei piaceri , e degli altri doni
della fortuna , volendo dii , che niuna altra cofa folfe da annoverarli tra i
beni , fuori folamcnte la virtù . Il che fe è vero, colui che avrà la virtù,
avrà ad un tempo fteffo tutti i beni , e per confeguente nulla gli mancherà. Io
rifpondo,che li Stoici non vollero chiamar beni nè la fanità, nè le altre cofe
fopraddetre, ma le chiamarono però comode , e degne d’ effere pre- ferite ai
loro opporti, ed’ effere con diligenza pro- cacciate : il che facendo
lafciarono a quelle cofe la natura, e 1’ effenza del bene; levarono via folo il
nome. In fatti che altro è il bene, fe non quel- lo , che è da effere preferito
al fuo oppofto , e da effere voluto , e da effere procacciato ? Poco dun- que
importa , che li Stoici chiamaffero la fanità un bene , ovvero un comodo , effendo
di quelle voci un fentimento medefimo . E fe l’ infermità, e il do- lore , e la
povertà, e V ignominia non vollero chia- mar mali, ciò è nulla; perciocché le
chiamarono incomodi , che è quello fteffò. Dirà taluno . L’ uomo fapiente
defidera la fani- tà , e le ricchezze , e le feienze per potere eferci- tar la
virtù ; dunque non è vero , che tali cofe li deliderino,e fi vogliano per lor
medefime . Rifpon- do effer vero , che il fapiente defidera tali cofe >
perchè fervono alla virtù ; ma le defidererebbe an- che lenza quello . Due
ragioni dunque ha 1’ uomo fa* • Digitized by Google Della Eelicita’. 25 favio
di defiderare la fanità; e perchè ella è defi* derabile per fé fletta , e
perchè ferve alla virtù, che è un’ alcra cofa non meno defiderabile . . Coni:
dicajì , la felicità ejfcr p r Jla nella contemplazicn ci' un' idea, IjLatone
diflolfe gli uomini da tutte le cofe ter» -i rene, e gl’ invitò alla contar
plazion d’ un’ idea, nella quale fe avetter potuto mirare una vol- ta, ditte,
che farebbon felici. Pochi fi invogliaro- no d’ una felicità così aflratta .
Noi però dichiare- remo 1’ opinione di quel grand’ uomo , e comincie- remo da
più alti principi a queflo modo . Tra le molte idee, che ci fi parano dinanzi
al- la mente, n’ ha alcune, che fi chiamano firgolari, et altre, che fi
chiamano univerfali. Le Angolari fono quelle , che ci rapprefentano le ccfe
firgo’ari, come T idea del tal’ uomo, per efempio di G ulio Cefrre ; le
univerfali fono quelle, che ci rapprefen- tano certe forme aflratte , che
apparirono non iru. una cofa fola, ma in molte; come 1’ idea dell’ uomo in
generale , per cui ci fi rapprefenta non un tal’ uomo, ma la natura, e la forma
aftratra dell* uomo, la qual apparifee in rutti. E cosi è 1’ idea del cittadino
in generale , che ci rapprefenta ron un tal cittadino , ma una certa forma
aflratta , che Tom. IV, D ap* Digitized by Google i6 Parti Prima apparifce in
tutti i cittadini . E tale è t’ idea del bello in generale , o voglia m dire
della beltà . e l’ idea del buono - in generale, o vogliam dire della bontà et
altre infinite . Credono molti metafilìci, che le idee universa- li fi formino
cavandole, et attraendolc dalle idee Sin- golari ; e per ciò attratte le
chiamano: e Spiegano la cofa in quello modo. Veggendo noi molte coSe Singolari
ci fermiamo talvolta in quello , che è co- mune a tutte, Senza penfar punto a
ciò, che è pro- prio di ciafcheduna ; e allora è, che ci rapprefen- tiamo nella
mente una certa forma comune , ca- vandola dalle cofe Singolari , e formiamo 1’
idea u- niverfalc. Così veggendo molti uomini Singolari» Cefare , Lentulo ,
Trebazio , e considerando in etti Solamente 1’ etter d’ uomo , che è comune a
tutti j ci formiamo nell’ animo un’ elìenza umana attratta da tutti gli uomini,
e quella è un’ idea unìverfale. A quello modo ragionano i più dei metafilìci ;
e lì credono , che quelle forme attratte non abbiano fuf- Sìftenza niuna nella
natura, e Sol tanto fieno nell’ animo nottro , e in quanto da noi fi
concepiscono. Ma Platone , il qual Solo vai p ù , che tutti gii altri , ha
creduto il contrario; et ha voluto, che^* le nature attratte fieno e fullìttano
non negli animi nottri , ma fuori; e folfero anche prima , che fi con- cepi
fiero ; e quelle elfere eterne et immutabili , non riftrette da luogo nè da
tempo; alle quali rivolgiarn 1’ animo per un’ avvifo, che ce ne danno gli
ogget- ti Angolari , fecondo che a noi fi prefentano ; onde ci Digitized by
Google Della Felicita. 27 ci pare di trarle , e pigliarle da elìi ; ma le
abbia* rao d’ altronde. E fecondo una tale opinione non è da credere) che la
beltà, la bontà, e le altre^* efienze , che attratte fi chiamano, per noi fi
formi- no, e fieno fol tanto, quanto da noi fi concepifco- no; perchè nè fi
concepirebbon da noi , fe già non fodero; r.è noi le formeremmo giammai così
per- fette, come le veggiamo. £ quette fono le idee tanto famofe di Platone . '
Ora accettandoci al propofito, è da fapere,ef» fere fiata Umilmente opinion di
Platone, fottc-nuta da lui con molte ragioni , che le anime nofhe fcl- fero
prima, che noi nafeettimo ; e che a quel tem- po, effondo libere e fciolte da’
legami del corpo, vedeffero molto chiaramente le idee , che abbiamo detto, nè
in altro fi efercitadero , che nella con- templazione di effe ; per le quali
apprefero fin d’ allora tutte le fetenze; benché immerfe pofeia ne’ corpi
appena fe ne ricordino. E come volle, le anime nottre fodero prima , che noi
nafeefiimo ; cosi anche fottenne con molte ragioni , che , noi morti, dovettero
P anime rimanere; le quali, fe nel corfo di quella vita aveflero rettamente
operato , e con virtù, farebbono ricevute di nuovo tra le idee; et
apprettandoli mattìmamente all’ idea della bontà, e contemplandola , e
godendocela , farian contente, e felici . Cosi Platone levò la felicità da
quefla vi- ta , e trasferilla ad un’ altra , facendola confittere nella
contemplazion d’ un’ idea . Nè credo , che al- D 2 tra Parte Prima tra cofa più
nobile, nè più magnifica fu fiata mai detta in filofofia . Ne è 1’ opinion di
Platone , ficcome io giudi- co , tanto oppofta all' opinion d’ Arsotele , quan-
to alcuni fi pervadono; imperocché, come appref- lo vedremo, quefti due gran
filofofi non fon contra- ri tra loro di opinione, ma fanno due diveife qui-
fiioni . Ad ogni modo , benché potettero le due fen- tenze di leggieri comporfi,
e tenerfi amendue per vere ; non molto piacque ad Arifiotele quella Pla- tonica
felicità ; e principalmente fi rivolfe a levar via r idea aftratta delle bontà
con 1’ argomento , che fegue . Acciocché fi dette 1* idea afiratta della bontà,
bifognerebbe , che tutte le cofe, che noi diciamo buone, avetter comune non
folo il nome, ma an- che una certa forma di bontà , che folle in tutte_> la
medefima ; poiché quefia forma tratta fuori , e fvelta , per così dire, dalle
cofe fingolari , farebbe appunto 1’ idea della bontà. Ora quante cofe dicia- mo
buone, le quali però niente hanno di comune, fe non il nome? Chi dirà edere la
medefima forma di bontà nella virtù, e nel cibo, benché buoni fi dicano e 1 uno
, e I’ altra ? Così argomentava Ari- fiotele molto fottilmente contra il fuo
maefiro . LA FELICITÀ – H. P. Grice: “Some reflections on ends and happiness”
-- è pcfla nella somma di tutti i leni , che ccnvengono alla natura . D
icendoli , la felicità efler polla nella fomma di tutti i beni , che convengono
alla .'.atura dell’ uomo, pare che niente venga a flabibrfi , fe prima non fi
fìabilifca , quali beni fieno quelli , che alla natura dell’ uomo fono
convenienti . Imperocché anche gli Epicurei potrebbon dire, la felicità efler
pofla nella fomma di tutti i beni , che convengono alla natura dell’ uomo ,
riducendogli tutti al piace- re ; e fimilmente potrebbon fare li Stoici , riducen-
dogli alla virtù , e i Platonici alla contemplazione. Ma prima di ftabilire
quai fieno i beni , che con- vengono alla natura dell’ uomo par, che debba fla-
bilirfi , qual fia quella natura: c.ò che fece con af- fai bell’ ordine
Atiftotele . E’ dunque 1’ uomo, fecondo Arinotele , per na- tura fua comporto
d’ anima, e di corpo; c tale ef- fendo ha bifogno fervirfi quali continuamente
di co- fe eftrinfeche. E ciò porto chi non vede , che alla natura di lui fi
convengono così i beni dell’ animo, come quelli del corpo, et anche gli
ertrinfeci ? e però convenirgli le fcienze , le virtù morali, la fa- nità , la
bellezza, gli onori, le ricchezze, e gli al- tri doni della fortuna! Elfendo
dunque 4a felicità po- Digitized by Google jo Parte Prima pofta nella Comma di
tutti i beni , che alla natura convengono, bifognerà dire, che ella fia pofta
nel- la Comma di tutte le Copradette cofe. Ma la natura dell' uomo vuoili
corfiderare an- cora più Tortilmente; perciocché alcuni hanno vo- luto
riguardar 1’ uomo , come Colitario , e non ap- partenente che a Ce fteflo ; ed
altri hanno voluto confiderarlo , come nato non Colamente a Ce fletto, ma anche
alla repubblica ; ed è coCa chiara , cht> fecondo* quelle divelle
conliderazioni bifogna anco- ra ftabilire fini divertì; efiendo altri i beni ,
che con- vengono al Colitario, et altri quelli, che conven- gono al cittadino.
E qui entrerebbono due quiftioni diverfe in vero 1’ una dall* altra , ma però
tra loro congiun- tillìme ; cioè fe P uomo fia comporto d’ anima , e di corpo ;
e Ce fia nato alla Cocietà ; perchè Cefcben pare , che Arinotele non ne dubiti,
non è però da Cprezzarfi 1’ autorità di Platone, il qual volle, che 1’ uomo non
fotte altro, che 1’ animo, nè più il corpo gli appartenere di quel , che
appartengono i ceppi al carcerato. E in verità che altro poteva e- gli dire ,
conlìderando , che 1’ animo , appretto la morte, fi rimarrebbe in eterno Cenza
il corpo? Cer- to che la naturai ragione non altro poteva infegnar- gli. Che fe
1’ uomo non è naturalmente corporeo, come potrà egli dirli , che fia
naturalmente ordina- to alla Cocietà ? La qual non gli appartiene Ce non quanto
, etìendo egli nella prigione del corpo , gli con- Digitized by Googl Della
Felicita’. convien di vivere per qualche tratto di tempo con altri prigionieri
a lui limili . Così Platone . Ma Arsotele confiderava 1 ' uomo , come com-
porto naturalmente d’ anima e di corpo, e lo invi, tava alla focietà . Però non
è da maravigliarli , che Platone proponerte all’ uomo una felicità , et Ari-
ftotele un’ altra ; imperocché condotti da principi diverfi cercarono cofe
diverfe, quegli la felicità del folitario , e quelli dell’ uom civile. In fatti
avendo poi Arinotele divifa la felicità in due; in quella del folitario, e in
quella dell’ uom civile , chiamò la prima tfscopurnojv , noi diremo con-
templativa ; e la fece coniutere nella contemplazio- ne nè più nè meno, come
Platone avea fatto. E querta felicità tanto apprezzò, che P antepofe a_» quell’
altra dell’ uom civile , come più nobile di ef- fa , e più predante, e degna
folo delle forme fepa- rate , e delle intelligenze fempiterne . L’ altra poi ,
che egli chiamò tcXitix 17* , noi diremo cittadinefca , o civile, volle egli,
che forte, quantunque men no- bile , tutravia più confentanea alla natura deh’
uo- mo , e la (labili , come fopra è detto , nella fom- nu di tutti i beni, si
d’ anima, come di corpo, e di fortuna: e a quella felicità chiamò gli uomini,
lafciando quella platonica beatitudine agli Dii . 3 * Parte Prima La felicità
civile è po/la principalmente nell n cfcrcizio della virtù , E Sfendo la civile
felicità polla nella Comma di molti beni, come fopra è (lato detto, potreb- be
alcuno voler Capere , in qual di elfi fia porta prin- cipalmente ; et io
ril’pondo , efler porta principal- mente nell’ azion ragionevole, e virtuoCa ;
iflendo quella quella cbe principalmente fi conviene alla na- tura dell’ uomo .
Nel che mi Cervirò dell’ argomen- to d’ Arinotele. Niente più fi conviene al
fonatore, in quanto è Conatore , che Cuonar bene; e al danzatore, in quan- to è
danzatore , che danzar bene ; e al cavalcato- re , in quanto è cavalcatore, che
cavalcar bene; e fimi'mente ad ogni profeflbre , in quanto è tale, nien- te più
fi conviene , che cfercitar bene la proftlfion Cua. Or chi non vede la
proftrtion propria dell’ uo- mo , -importagli dalla natura , non altro edere ,
che feguir la ragione? Se c:ò gli fi leva, non fi diftin- guerà più dal’e
fiere. Par dunque che niente p ù gli convenga , che far le azioni ragionevoli ,
e virtuo- Ce ; e quello efercizio principalmente fi ricerchi alla felicità . E
perchè P azicn virtuofa può efler f..tta in due maniere , per abito, e lenza
abito; e facendoli per Digitized by Go Delia Felicita’. 3$ per abito « fi fa
facilmente; facendoli fenza abito , fi fa difficilmente, e con pena; però è
chiaro, che alla felicità quella azion fi richiede , che fi fa per abito;
imperocché non efTendovi 1’ abito, 1’ azion farebbe fa ti co fa ; e la felicità
non vuol fatica. Co- si argomentava Ariftotele, contro cui due ragioni fono
fiate mode , alle quali brevemente rifpcndere- mo . E prima hanno detto , ogni
azione eflfer diret- ta a qualche fine; come dunque potrebbe porfi in una
azione la felicità , la qual non può efTer diret- ta a niun fine, edendo eda il
fine ultimo ? E quel- li , che cosi argomentano , non abbafianza intendo- no
quel, che dicono; e non veggono, che il fine^ dell* azione può edere o fuori
dell’ azione, o nell' azione ideila . Spieghiamo quella didinzione . Il fi- ne
può efTere fuori dell’ azione, come quando lo fcultore fa la ftatua ; la quale
è il fine , et è fuori dell’ azione; e quindi è, che finita 1’ azione rima- ne
tuttavia la fiatua . Al contrario può il fine ede- re nell’ azione idefTa ,
come quando uno balla per follazzarfì , il cui fine è il follazzo , che è pedo
nell' azione fieiTa del ballare ; e quindi è , che cef- fando il ballo ceda il
follazzo . L’ azione , il cui fine è in lei delta , può dirti infierire azione
e fine facendoli non per altro , che per lei (leda . E tale è 1’ azion virtuofa
, la quale, chi la facede per al. tro fine che per ufar virtù , non farebbe più
azion virtuofa . Però ben difle Ariftotele nel libro fc- Tom. IP, E fio
Digitized by Google 34 Parte Prima fio Sari y*f xvrri >) « rt ’Xo lcr ciò,
che vuole, nè potefle fare altrimenti; quan- tunque le azioni umane folfero
volontarie , prove- nendo da volontà , ndn fi ftimerebbono però libere,
provenendo da volontà necelTaria . Par dunque chiaro, che ad un’ azion libera 6
ricerchi oltre 1’ eflere volontaria anche 1’ eflere fen- za neceflità; onde può
ella definirli cosi, che fia_» un* azione volontaria fenza neceflità , o per
dir lo fleflo in altro modo , un’ azion fatta per principio intrinfeco , e con
cognizione , potendo anche non farli ; dove le parole; per principio intrinfeco
c con co- gnizione, moflrano , che dee eflere volontaria ; e le altre; potendo
non farli, levano via la neceflità. Diftinguefi nelle fcuolc una libertà, che
è, di- cono, di indifferenza, da un’ altra libertà , che non è tale. La prima è
quella libertà , che uno ha, di fcegliere tra due partiti qual più vuole,- non
cflen- do per altro niente più inclinato all’ uno , che all’ altro. La feconda
è quella libertà, che uno b», di fcegliere qual più vuole di due partiti,
eflendo pe- rò più inclinato all’ uno , che all’ altro . Ed è chia- ro, che
quella maggiore inclinazione non toglie la libertà , perciocché ella invita
benfi 1’ animo , ma non Io sforza; ed egli fpefle volte condotto da ra- gione
fceglie e vuole quel partito , a cui meno in- clinava. Altre divifioni fi danno
della libertà; ma noi al prcfcntc non ne abbiamo bifogno . A quello luogo
apparterrebbe una quiftione mol- to rottile, e molto agitata, cioè fe quella
libertà, che fino ad ora abbiam definito, veramente fi dia; e fe T uomo 1*
abbia . La qual quiftione è impor- tantiflìma alla morale; poiché fe 1’ uomo
non è li- bero, ed è condotto in tutte le fue azioni da una certa fatale
neceflità , che fervon dunque tante leg- gi , e tanti precetti ? Ma noi
lafceremo tal contro- verfia ai filici , a cui Ila veramente di trattarla; e 1
terremo intanto per fermiflìmo , che 1’ uomo fia li- 3 bero, e non già condotto
in tutte le cofe dal de- ; ftino , ficcome volle Zenone , e molti Stoici ; co-
. mcchè Crifippo, che fu pure di quella fetta, e udì Cleante, c , come vuoili,
fu difcepolo dello fteflfo Zenone, fottraeflc le umane azioni alla poteftà del
deftino . Che fe pure alcuno Stoico ci importunane; e noi gli rifponderemo ,
che fe gli uomini fan per deftino tutto ciò, eh’ elfi fanno, noi, che credia-
mo efler liberi, dovremo dunque elfere deftinati a crederlo ; e fe in quello ci
inganniamo , la colpa., farà pur del deftino, e non noftra . Lafcinci dunque
avere quella credenza, a cu , fecondo 1’ opinion loro, fìam deftinati. E ciò
badi aver detto della libertà . Parte
Seconda 5 * Che tcfa Jìa la virili , ripiegata avendo finqui 1’ azion virtuofa
, farà fa* O cile intendere, che cofa fia la virtù, non eflen- do ella altro,
che un’ abito di far le azioni virtuo- fe; c quando dico un’ abito, intendo una
prontez- za , et una facilità di operare acquiftata con 1’ efer* cizio, e con
1* ufo. E certo non pare, che la virtù debba eflere al- tro, che un’ abito;
perchè ficcome non fi dirà aver la faenza del danzare , nè fi chiamerà
danzatore^ colui , che una volta fola , e Dentatamente fa un patto limile a
quelli , che fanno i danzatori ; ma si colui , il quale eflendofi lungamente in
quell’ arte cfercitato , ne fa far molti, e fpeditaraente , e con facilità, c
con fcioltura , e con grazia; cosi pari- mente non fi dirà avere la
manfuetudire , nè man* fueto fi chiamerà colui , che una volta fola , « a gran
fatica abbia compreflo 1’ ira fua ; ma si co- lui , che avendol fatto molte
volte, il fa oggimai facilmente, e quali fenza volerlo. E cosi può dirli di'
ogni virtù . E' dunque la virtù un’ abito . Nè al- tro certamente , che un’
abito , intendon gli uomi- ni nel ragionar comune, qualora afano il nome del-
la virtù . Il che da fe iolo batta a provar quello i che abbiamo propotto .
Pur * Dilla Virtù' Morale Tn Generale .
57 Pur quello Hello fi prova da Arillotcie con al* tra ragione affai Cottile ,
a intender la quale bifogna cominciar di più aito, lo dico dunque, che nell*
anima foglion diftmguerfi dai Filofofi due parti, 1’ una delle quali chiamafi
fuperioie , 1’ altra inferio- re. Alla prima appartengono due potenze,
intellet- to, e volontà; alla feconda appartengono le paflio- ni, 1’ ira, 1’
odio, 1’ amore, 1’ invidia , cd alyo , tali « f Ora avviene fpeffe volte , che
la volontà polla quali in mezzo tra 1’ intelletto , e le paflioni , fia quindi
invitata dall’ intelletto con la rapprefenta- zione del vero , e dell’ onedo ,
e quindi tratta , e IJ quafi llrafcinata dalle pallioni con 1’ offerta lufmghe-
vole d’ alcun piacere; di che la volontà ferite no- i ja; e con fatica, e
difficilmente può indurfi a feguir * 1’ intelletto , e far’ azion virtuofa
contraflando alle » pafiioni . Ben è vero, che fe ella fi avvezzerà a vin- ti
cerle , acquifterà a poco a poco un’ abito , per cui t le vincerà poi
facilmente . Così fono tre co fe neh’ 1 animo , che appartengono all’ azione ,
le potenze, » le paflioni , e gli abiti. li Ciò pollo argomenta Arinotele in
quello modo, ri provando , che la virtù è un’ abito . Pare , che la ti virtù ,
appartenendo all* azione , debba effere una_ ir potenza, o una paffìone, o un’
abito; ma non è rè ti una potenza, rè una puflione ; dunque farà un’ abi- li to
. Che poi non fia rè una potenza , rè una paf- fione , fi dimoftra così. Se la
virtù folle una .peti a- 9ow. IV. H za, Parte Seconda ovvero una p^flìone, ne
Arguirebbe, che tutti gli uomini avrcbbono la virtù, imperocché tutti han« no
le potenze, e le padroni ; fe dunque non tutti hanno la virtù, bifogna dire,
che la virtù non fia nè una potenza, nè una padrone. Oltre che gli uo- mini fi
lodano per la virtù, edendo che per quella fanno le azioni virtuofe, e
lodevoli; e ninno però fi loda per aver la potenza dell’ intendere , o del
volere, poiché tutti 1’ hanno; dunque la virtù non confille in una potenza;
molto meno in una pallio- ne; imperocché niun fi loda per edere iracondo , 0
timido, o invidiofo , effendo che la lode non vuo- le andar dietro a tali cole.
CAP. VII. Qual Jfa il /oggetto della virtù , e d ’ alcune proprietà di tj/a . N
On è alcun dubbio , che il foggetto della vir- tù fi è il virtuofo; poiché il
foggetto di un’a- bito è quello , in cui rifiede tale abito; c 1’ abito della
virtù rifiede nel virtuofo. Ma perchè il virtuo- fo può confiderarfi in più
maniere, però diremo, che il foggetto della virtù è il virtuofo , inquanto egli
vuole ; ovvero è la volontà della del virtuofo- E la ragione è quella. Il
foggetto d’ un’ abito è quella potenza , che fa gli atti , per cui s’ acquila
tale abito; ma la virtù è un* abito; e la volontàè qucl- Digltized by Googl
Della Vieto' Morali In Generale . 59 quella potenzi) che fa gli atti virtuosi,
per cui s’ acquila untale abito ; dunque la volontà è il foggetto della virtù.
Che vale a dire: il virtuofo non è fog- getto di virtù» nè virtuofo, inquanto
corre, o feri- va , o dorme ; ma foto inquanto vuole , o è difpo- fto a volere
le cofe buone. Ma dichiariamo oramai alcune proprietà del vir- tuofo . E
primamente dico, che niuno è virtuofo per natura . La ragione è quella . La
virtù è un’ a- bito, e però dee acquiftarfi con 1’ ufo; ma quello, che dee
acquiftarfi con 1’ ufo, non fi ha da natura; perciocché fe fi averte da natura
, non farebbe ne- celTario 1’ ufo y dunque la virtù non lì ha da natu- ra ;
dunque niuno è per natura virtuofo . In fecondo luogo , il virtuofo fa 1* azion
vir- tuofa con piacere . La ragione è quefta . 11 virtuo- fo vuole 1’ azion
virtuofa , e la fa ; ora niuno può far quello, che vuole, fenza fentirne
piacere; dun- que il virtuofo fa 1’ azion virtuofa con piacere. Sen- za che fe
il virtuofo facefle 1’ azion virtuofa con difpiacere, e con noja, la farebbe
con fatica; dun- que non facilmente ; dunque il virtuofo non avreb- be 1’ abito
della virtù ; dunque il virtuofo non fa- ria virtuofo, che è imponìbile. In
terzo luogo , il virtuofo fa 1’ azion virtuofa virtuofamente ; che vale a dire
fa 1’ azion virtuo- fa, e la fa con virtù. Ciò non ha bifogno di dimo-
flrazione. Anzi vorrà alcuno, che più tofto li fpie* ghi , come poffa farfi 1*
azion virtuofa fenza virtù. H 2 Se So Parte Seconda Se però fi riguardi la fola
azione ellerna , è chiaro; perchè può uno fare 1’ azion virtuofa cfternaroente,
et aver 1’ animo contrario , come chi donaffe al c impagno per poterlo più
comodamente tradire. Collui. donando farebbe V azion virtuof .1 ellernamen- te
, ma avendo l* animo contrario all’ onello , la farebbe fenza virtù. Che fc fi
confideri 1’ azione non folo edema* mente, ma anche internamente virtuefa, può
que- lla altresì farti fenza virtù . Perciocché colui , che la fa, può farla
fenza avervi ancora acquillato 1’ a- biio . il qual fe gli manca, gli manca la
virtù. Fa- rà dunque fenza virtù 1’ azion virtuofa . CAI». VII I. Della materia
della virtù. L A materia , intorno a cui s’ adopra e fi efercita la virtù, è
polla fecondo Arinotele nel piacere t nel dolore : xtpi trovar xaì XJr«r i che
fi commovono per P apparenza di un dolore o prefente , o avvenire ; e in
efultazione , e confidenza , che fi commovono per P apparenza di un piacere o
confeguito , o da confeguirfi. Le altre padìoni fi riducono a quede quattro.
Edendo dunque, che la virtù verfa intor- no alle padìoni, e quede intorno al
piacere, et al dolore, par chiaro, che ficcome le padioni fono la materia
prodima della virtù, così il piacere, et il dolore debban’ ederne la materia
rimota . Dirà alcuno . Se la materia della virtù fon 1* padìoni, dunque non
farà atto alcuno di virtù , do- ve non fia qualche padrone da mederarfi ; nè
opere- rà virtù nè giudizia quel giudice , il qual giudichi rettamente una
cauta , in cui egli non fia da veru- na padìone incitato. E pur quedo non par,
che fia vero; dunque la materia della virtù non fon le paf- fioni Ri- Digitized
by Google 61 Parte Seconda Rifpondo, che colui, che fa azion buona, non fa però
azicn virtuofa , fe non la fa con coftanza d’ animo , cioè difpofto a farla ,
quand’ anche la_. paffione gliel contendefle; nè io dirò molto virtuo- fo quel
giudice, il qual giudica rettamente la cau- fa, in cui nè 1’ intcrefle , nè la
grazia lo tentano, eflendo però difpofto a fare un giudicio diverfo, ca- fo che
Io tentaflero. Non può dunque efercitarfi vir- tù , fenza difpofizione a
vincere le paffioni; c que- lla difpofìzione è la virtù flefla , la cui materia
fon le paffioni, che ella vince, o è difpofta di vin- cere . Ma dirai . Se uno
avelie g : à moderate le paf- fioni per modo, che più non gli defier contraffo,
egli, fecondo voi, non potrebbe più operare virtuo- famente , poiché
mancandogli il contrailo delle paf- fioni gli mancherebbe la materia della
virtù. E pur quello par falfo. Et io rifpondo, che colui, che ha moderatele paffioni
, le ha però tuttavia; e fe non gli danno contrailo, ciò avviene, perchè egli
per P abito, che ha acquiftato , le fa tenere in quella moderazione, a cui già
le ridufle, e che effe di lor natura volen- tieri non foffrono . Or quella è
una certa maniera di vincerle; eflendo un vincerle il tenerle per mo- do, che
non poffano far contrailo. Tu dirai . Se fi delie un* uomo fenza paffioni ,
egli certamente farebbe più perfetto degli altri uo- mini , e però dovrebbe
aver fenza dubbio la virtù; • don- Della Virtù' Morale In Generale . 6 $ dunque
non dovrebbe mancargli la materia della vir- tù ; e pure gli mancherebbono le
paflìoni; dunque non è da dire , che la materia della virtù fieno le paflìoni .
Al che rifpondo, che colui, il quale non avef* fe pallione alcuna , non avrebbe
nè men virtù; non già che egli non operafle le co fe onefte; che certo le
opererebbe , e con facilità , c prontezza Comma ; ma in lui 1’ operarle non
farebbe virtù ; elfendo che non ogni prontezza a fare le cofe onefte è virtù ,
ma folo quella, che fi acquìfta con l’ ufo di vincere le padroni , et è abito.
Quella prontezza, che a- vrebbe uno , in cui non potettero levarli a tumulto le
paflìoni, farebbe un’ inclinazion più felice, ma non virtù . . Nè fo poi, fe io
mi debba concedere quello, che hai detto, cioè che un uomo, a cui mancafle- ro
le padioni, fede perciò più perfetto degli altri uomini ; nè anche quello, che
éflendo quello mara- vigliofo uomo più perfetto degli altri uomini, do- vette
perciò aver la virtù . Imperocché quanto al primo, niente vale il di- re , che
le paflìoni fieno di lor natura cattive , e ■fieno imperfezioni ; onde ne fegua
, che chi non le avede , dovette tfler perciò più perfetto uomo degli altri.
Perchè io rifpondo , che quanto all’ edere le padioni di lor natura cattive,
quella è gran quiftio- ne,di cui tratteremo appretto. Ma pollo pure, che
contengano imperfezione; anche T eflfer corporeo ne contiene; rè però perfetto
farebbe un* uomo, a cui mane. Afe il corpo; e fimilmente non farebbe perfetto
un’ uomo , a cui mancadcro le padioni. Quanto poi alla feconda cola, che hai
detto, cioè che tflendo quell’ uomo maravigliefo , a cui mancano le palfioni ,
più perfetto degli altri , dee perciò aver la virtù , che h^nno gli altri ,
eflendo certamente la virtù una perfezione : rifpondo c ò ef- fer f-lfo ;
poiché la virtù è perfezione , ma è per- fezione dell’ uomo, che vale a dire di
un foggetto ragionevole capace delle padroni . Che fe noi fnp- ponghiamo un’
uomo incapace delle padroni , noi Io fupponghiamo più che uomo, e lo fucc'am
quali un Dio; e ad eflb lì converranno p : ù predo le perfe- zioni divine, che
le umane. Laonde non farà gir- tuofo ; et operando le cofe buone non le opererà
per virtù, ma per un* altra difpolìzione affai più no- bile della virtù . CAP.
IX. Se le paloni Jìtno cattive di lor natura . TL luogo idedo ci chiama ad una
quidione affa* ^ i «d è , fe le padioni fieno cattive di lor natura. Li Stoici
credetter , che fodero; e quindi argomentavano, th; dovefle 1* uomo efiirparle,
e-/ levarle via del tutto . Aridotele modrò meno alte- rigia , e fi contentò ,
che i* uomo avelie le fue paf’ fio- Digitized by Googli Della Virtù' Morale In
Generali. 6 % /ioni, purché le reggeffe e moderalfe. Prima di entrare in una
quiftione tanto profon- da, par neccflario definir bene, che cofa fia pallio-
re,* e vedere in quante maniere poffa voler dirli cattiva. Io dico dunque, che
la paibone altro non è, che un movimento dell’ animo, il quale, per 1*
apparenza d’ alcun piacete , o difpiacere , fi ec- cita a inclinare la volontà,
fenza afpettar 1’ clamo della ragione . E di qui fubito fi vede , che la paf-
fione può inclinar 1’ uomo anche a cofa buona, po- tendo inclinarlo a ciò, che
la ragion poi approvi , e commendi . Quelli poi , che dicono efler cattive le
palfio- 'ni, pofion dirlo in due maniere; prima volendo li- gnificare , che
fieno malvagie , et abbiano difoneftà in fe , come hanno il furto, 1’ omicidio,
e le altre colpe ; poi volendo dire , che fieno incomode , nojofe , coti)’ è la
febbre, che non ha in fe malva- gità niuna, ma reca noja , et è cattiva. Ora
accollandomi alla quiftione, e cercardoin primo luogo, fe le paflìoni fieno di
lor natura mal- vagie, e difonefte , io dico, che non fono; perchè qual
malvagità è in un movimento, che forge nell* animo per ordine della natura a
inclinare la volon- tà ? Nè vale il dire, che elfo non afpetta I’ efama della
ragione; e il non afpertarlo è malvagità . Per- chè a quello modo malvagità
farebbe anche il d ge- rire i cibi, t il batter del cuore, e cenro altre..»
operazioni, che nell’ uomo fi fanno, fenza afpettar few». IV. I la 65 Parie
Seconda la ragione; la quale dee afpeitaifi dalla volontà | che è libera, non
dalle altre potenze, che ftguono, e debbon feguire 1’ inftinto loro .
Altrimenti mal* vagia dovrebbe dirli ancor la fame, e la fete , c 1
inclinazione al dormire , e qualunque altro appet co . Pur, dirà alcuno, le
pafiìoni incitano la volon- tà ad operare fenza riguardo della ragione. Or non
fon dunque malvagie ? Rifpondo , niuna malvagità edere nell’ incitamento , che
effe danno alla vo* lontà , non effcndo in ciò colpa niuna; e la volon- tà
fteffa fc è malvagia, non è malvagia, perchè in- citata ; è malvagia, perchè,
effondo incitata, non attende 1’ efaroe della ragione, come potrebbe, e
dovrebbe. E' dunque la malvagità nella volontà, non nella paffìone. Ma non fi
dice tutto di , che la paffìone trae 1* uomo alle cofe difonefte? Et io
rifpondo : talvol* ta anche alle onefte . L’ amor dei figliuoli trae V uomo a
educarli bene . La compaflione trae 1’ uo- mo a follevare gli opprefli . Il
defidcrio della glo- ria trae 1’ uomo alle magnanime imprefe. Quanto volte
giovò 1’ ira ai forti, il timore ai prudenti, la verecondia ai coftumari ! Che
fe noi volemmo levare dalle iftorie tutti i fatti gloriofi , a cui gli uomini
furono dalla paffìone fofpinti , io temo, che affai pochi ve ne rcfterebbono .
Non è dunque da dire, che le paflìoni fieno di lor natura cattive, fpingendo
talvolta P uomo alle cofe difonefle ; poi* chè lo fpingon talvolta arvche alle
onefte . E Digitized by Googli Della Virtù' Morale In Generale . 67 E quando
ancora le paifioni incitano la volon- tà alle cofe difonefte, non è difonefto
in loro 1* in- citarla ; è difonefto in lei il feguire un tale incita- mento, e
abbandonarli alla paflìone più, che non dee; perciocché- la volontà dee feguir
la paflìone, e valerfene fecondo che ragion vuole ; come il pi- loto fi ferve
del vento fecondo 1* arte fua; il qua- le fe trafcura 1’ arte abbandonandoli al
tempo , t-» va dove andar non dovea , pecca non il vento , ma egli . E cosi
pure fe la volontà , mefla da par- te la ragione , fegue le palfioni , e
trafcorre fuor dell’ onefto, la colpa é pur fua , non delle pallio- ni , le
quali ben rette e moderate fervono a far più facilmente le azioni onefte , e
fono gl’ inftrumenti della virtù . Ma fono alcuni , i quali dicono , le
paflioni ef- fer cattive di lor natura , intendendo che fieno non già difonefte
, c malvagie, ma faftidiofe et impor- tune , dovendo V uomo ftar fempre in fu
’l regger- le , e moderarle, il che gli da noja , c fatica; co- me dunque le
malatie fi dicon cattive, benché non malvagie, così pare che poflan dirli ancor
le paf- fioni . Il quale argomento è da diftinguere ; perchè febben le paflioni
a chi non è ancor virtuofo reca- no noja grande, e fallidio , non ne recan però
a chi è già virtuofo, perciocché il virtuofo , avendovi fat- to 1* abito, le
governa, e le tempera facilmente ; e fapendonc , per cosi dir, 1’ arte, le
regge con pia- cere , come il cavaliere , che regge il cavallo con 1 2 raae- I
I l 6 % Parte Seconda maettrit , e vi ha diletto, piacendogli di far ciò, che
fa far così bene , e fe il cavallo nioftra sdegnar- fi del freno, e tuttavia
gli obbedifce , piace ancor quello fdegno . Non fon dunque le pafliom moiette
nè faticofe di lor natura, eifendo tali fedamente a quelli, che non hanno
virtù; poiché agli altroché fon virtuofi , cedono facilmente , e fi piegano
coni’ etti vogliono ; di che eglino fenton piacere , e no traggono ajuto per
far le azioni virtuofe con più pronto e ficuro animo. Per le quali cofe parmi
do- ver conchiudere, che le paflioni non fono per mun modo cattive di lor
natura . Se la virtù Jia pojla in un certo mezzo tra l' ecccjjo , e il difetto
. C He la virtù, c Umilmente l’ azion virtuofa, con- fitta in mediocrità , cioè
a dire in un certo mezzo pollo fra due eflremi , P un de’ quali cade in
difetto, 1’ altro trafeorre in eccetto, è (lata fen- za dubbio opinione
fertniflima d’ Arinotele ; così che egli non dubitò di definir la virtù f£ic
Tpocupifni) •V fj.t l Delle Virtù’ In Particolari. CAP. III. Della Fortezza . L
A fortezza è una virtù , per cui I’ uemo incon- tra i pericoli , c (offre i
mali della vira con grande animo. E dico, che incontra i pericoli con grande
animo, quando gl’ incontra, niente più te- mendogli di quello, che ragion
vuole; e ufate le cautele, che può ufare e dee, non cu^a il reftante. Dico poi,
che fofFre con grande animo i mali del- la vita, quando gli foffre, fenza
troppo attriftarfene, e prendendo quel conforto, che può , dai beni , che gli
rimangono , e maftìme dal piacere dell’ oneflà. Quella diffinizione della
fortezza non è guari diverfa da quella , che fino dai tempi di Platone ci hanno
lafciata quali tutti i filofofi , proponendo, co- me materia di fortezza ,
tutte le cofe , che vaglio- no a rattriftarci , c far paura. Et io credo
facilmen- te , che Arinotele non d’ altra maniera intendefft> quella virtù,
che egli chiamò cutgu'x , gli altri han- no interpretato fortezza; e fi direbbe
forfè meglio virilità . Sebbene fon di quegli , i quali credono , ch«
Ariftotele reflringefle quella virtù fua ai pericoli del- la guerra; e certo
volendo proporne efempi, fem- pre gli tralTe dal valor militare . Ma forfè ciò
fece, perchè effendo materia della fortezza tutte le cofe L x ter- Digitized by
Google *4 Parte Tuia terribili, egli volle trarre gli efempi dalle più illa-
Uri. Parmi poi, che Ariflotele là, dove tratta di quella fua virtù, che chiama
«vip * /’«, abbia voluto, non g‘à definirla , ma defcriverlj più torto- e conv
mendarla; il che potrà ognuno facilmente intende- re , leggendo quel capo. Non
può dunque così di leggeri accertarfi , Cotto qual definizione egli la com-
prenderti: . Gli eftremi della fortezza, almeno inquanto ri- fguarda i pericoli
, fono 1* audacia, e il timore. L’ audacia è di colui, che troppo fprezza i
pericoli , e non ufa quelle cautele, che ragion vuole; il timo- re è di colui,
che troppo fe ne turba , e però gli sfugge, quando dovrebbe incontrarli . E 1
proprio del timido ufar molto più cautele, che non bifogna; febbene , dove il
pericolo fia viciniflimo, rantoli turba , che non fa prender configlio, nè può.
Sono alcuni abiti , i quali dal volgo fi chiamati fortezza, e non fono;
perciocché nè quelli fon for- ti , che fi efpongono ai pericoli per mercede, nè
quelli, che il fanno folo per ira; poiché niuno di quelli opera per fine di
oneflà , tolto il qual fine è tolta via la virtù. Nè quelli pure fon forti, i q
ua * li fi confidano tanto nella perizia, e robuflezza lo- ro , che non credono
eflere verun pericolo nell’ in* contro, perciocché fe fi leva 1’ iramaginazion
del pericolo, levafi eziandio la materia della virtù. £ quelli tali fon da
temerli , ma non fon forti . Delle Vxrtu' In Pakticolars. La TEMPERANZA – H. P.
Grice, temperance, temperantia -- è una virtù, per cui 1’ uomo 6 attiene
moderatamente, cioè, quanto ragion- vuole , dai piaceri ; nè dico da tutti, i
piaceri, ma da quelli, che confiftono nel mangiare, e nel bere; e da quelli ,
che appartengono al fentimento del \ tatto . Perciocché colui r che ufa
moderatamente, e fol quanto gli fi conviene , del piacer della mufica, benché
faccia azion buona , e virtuofa , e lodevo- le , non però temperante fi chiama;
nè interoperan- À te li direbbe, quando ne ufafle foverchiamente . E \
Umilmente colui, che fi dà al piacere della' caccia, o del ballo , o dell r
armeggiare , o d r altra tal’ ope- ra; il quale rè temperante nè intemperante
fi chia- ma ; ma è da dittinguerfi con altro nome Gli eftremi della temperanza
diconfi eflere 1* intemperanza , e 1’ infenfibilità . V intemperanza-, trae
ali’ eccetto, et è di colui, che va dietro a' pia- ceri foverchiamente . L’
infenfibilità poi farebbe di uno, il qual non avefie il gutto nè del mangiar,
nè del bere, c non fentifle le lufinghe del tatto, e que- fto eftremo è più
tofto difetto di natura, che feoftu- matezza, et è tuttavia rariflìmo , e forfè
anche im- ponibile . Chi dunque fotte infenfibile o ftupido, non avrebbe colpa,
ma nè puie virtù. Fin- Digitized by Google 8 non conviene . Nel che mancano gli
adulatori , che per fin di guadagno, o per renderfì aggradevoli , lo- dano
eziandio le cofe , che fon da biafimarfi. E ca- dono in quello eftremp ancor
quelli , i quali leda- no le qualità buone , che ha un viziofo , conofccn- Tom.
1K N do 98 Pur! Timi do per altro , che quella lode nutre , e fomenta la
malvagità; come colui , che parlando con 1 ornici» da , ft eftende a lodarne,
et efaltarne 1* accortez- za , 1’ ingegno, 1’ ardire, nulla riprendendo 1’ omi-
cidio fletto; poiché 1’ omicida contento di quelle lo- di meno penfa ad
emendarfi; e quelli peccano nel- la gentilezza , perchè lodano quando , e come
non conviene. H Umilmente fanno quelli, che udendo alcuna malvagità , o
vedendola , non la vrglion ri- prendere , quantunque pollano , e fi rccciono ;
i qua- li non vogliono difpiacere ai cattivi, nè credono di peccare, perchè
peccan tacendo. Nè io fo , (e più nuocciano al buon coftume quelli cortefi .
che nrn difapprovano mai niuna cofa ; o quei faftidiofi,chc le difapprovano
tutte. L’ altro eftremo della gentilezza è di quelli , che nell’ altrui lode
fono più fcarfi di quel che con- viene; nel che cadono facilmente gl’ invidiofi
, e i ibperbi ; e quelli fono veramente pù odiati , che gli adulatori ; ma non
forfè più malvagi . Laonde fa- rebbe da ftudiarfi grandemente la gentilezza ;
per- chè febbene quella virtù è poco celebrata dagli uo- mini , è però affai
gradita, e 1’ un degli eflremi è molto odiato , 1* altro è molto degno di
efferc . CAP. Digitized by
Gc Dell* Virtù' In Particolare . 99 CAP. XII. ■à' Della Piacevolezza . N Oi chiameremo piacevolezza
quella virtù , che Ariftotele chiamò torfaicsXiK , e confitte nel ral- legrare
e tenere in feda le compagnie con ragiona- menti graziofi, c leggiadri motti;
il che facendoli moderatamente, e fecondo che alle perfonc con- viene , et al
luogo , et al tempo , e alle circoflan- ze tutte , contiene virtù morale . Che
fé uno eccede in ciò, trae in un vizio, che potremo dire buffoneria ; come
quelli , che per far ridere ufano motti ofccni , et avvilifcon fe fletti , e
raccontano cofe fporche , e laide; il qual collume è minimamente dei comici , e
dei poeti italiani , tra quali non è mancato chi faccia la laudaziont> dell’
orinale. E Umilmente fono colpevoli tutti quel- li , che fcherzano con poca
riverenza della religio- ne , e delle cofe facre . L’ altro eftremo della
piacevolezza è di quelli, che nell’ ufo delle facezie fono più fcarfi , che non
conviene. E in alcuni veramente è da riprendere una certa rozzezza d’ animo,
che emendar potreb- bono , e non vogliono; i più però, anzi che vizio di
cofturae, hanno difetto di natura , ricercandoli un certo ingegno a ritrovar le
facezie accomodate al tempo, e ali’ occafione; il qual’ ingegno ove man- N z
chi , Digitized by Google loo Parte Tuia chi, nulla ferve la volontà. Però
ficeome la ma- gnificenza non è fe non dei ricchi, così la piacevo- lezza non è
fe non degl’ ingegnofi. E perciò ficco- me mal farebbe il povero a voler ufare
la magnifi- cenza , così mal farebbe colui , che volefle utare-# la
piacevolezza , non eftcndovt da natura difpofto . Della G inflitti €. L A
giufìizia è una virtù, per cui 1’ uomo è difpo- fio di dare altrui prontamente
quello, che gli fi dee . E però giufìizia in primo luogo fi chiama quell’ abito
j che uno ha di fare generalmente le cofe o- refìe ; perchè il farle è un’
obbedire alle leggi , e predare alla fovrana et immutabile autorità dell’ o-
nedo quella fommifiìone, che per noi le fi dee; di che nulla è più giudo. E
queda giufìizia legale vien detta, e non è una particolar virtù abbracciandole
generalmente tutte. La giufìizia poi, che può dirli virtù particola- re , e di
cui ora trattiamo, fi è quella, per cui 1* uomo è difpofìo di dare all’ altr’
uomo quello, che gli fi dee. E perchè quello, che gli fi dee, può doverglifi
principalmente in due maniere , o perchè P abbia meritato , o perchè fiafi così
per certo ra- gionevol cambio convenuto; quindi nafcono due./ maniere di
giufìizia . La didributiva , per cui fi af- fé- ' Delle Virtù' 7n Particolare . ioi fegnano i
premj e le pene fecondo il merito ; e la commutativa , per cui fi cambiano i
beni , non fe- condo il merito di ciafcuno , ma fecondo il conve- nuto . Perché
fe il compratore sborfa il prezzo del- la roba comprata al mercatante , egli
non riguarda il merito del mercatante , ma 1* obbligo della con- venzione. All’
incontrario il principe , che punifce il reo, riguarda il merito di lui, non
alcuna parti- colar convenzione, che con tifo abbia. Suol dirli , che la giuftizia
diftnbutiva va dietro 1 a una certa proporzione , e la commutativa va die- tro
all’ egualità. Noi fpiegheremo brevemente que- llo detto , il qual contiene il
fondamento e la forn- irla dell’ una, e dell’ altra giuftizia .. La giuftizia
difttibutiva dunque va dietro a una certa proporzione, inquanto che
diftribuendofi i pre- mi e le pene fecondo il merito, bifogna , che qual* è la
proporzione, che parta tta il merito d’ uno, e il merito di un’ altro, tal fia
quella, che parta tra il premio o la pena , che fi dà all’ uno , e il pre- mio
o la pena, che vuol darfi all’ altro. Levandoli via quella proporzione levali
via la giuftizia diilri- butiva .- E quindi fi vede , che in due maniere può
man- carli alla giuftizia diftributiva , o dando più di quel- lo , che la
fuddetta proporzione richiede , o dando meno; e quelli fono gli ellremi d’ erta
giuft zia, ben- ché ne’ premj il dar più di quello che la proporzio- ne
richiede , e nelle pene il dar meno , non è fem- Digitized by Google I 102
Parte Terza pre atto viziofo , qualunque lìa Tempre fuori del giu- do.
Perciocché 1’ uomo non è obbligato a efercitar giudizia ad ogni tempo ; e fa
bene talvolta a cfer- citar più todo qualch’ altra virtù; come colui, che
cadiga meno del giudo, e in quedo adopra clemen- za; e colui, che premia oltre
il merito, e in que- llo adopra liberalità . La giudizia commutativa poi va
dietro all’ «- gualità, inquanto che cambiandoli per efla i beni, non è giudo
il cambio, fe non è eguale, e fe 1’ ' uno non dà tanto all’ altro , quanto ne
riceve . E benché nelle occorrenze della vita fogliano cambiar- li certi beni,
che per fe ftefli non hanno proporzio- ne alcuna, nè egualità (perchè li
cambiano indiftin- tamente e vedi, e pitture, e cale, e poderi, e di- ritti , e
dominj , ed altre cofe tali ) quedi tuttavia fi rendono eguali per rilpetto del
danaro, che è co- me una mifura comune ; perchè fe la pittura a giu- dicio
degli uomini vai tanto , quanto il podere , fi dice , che la pittura , -e il
podere fono eguali . E quand’ anche danari non fodero, come una volta-* non
furono, potrebbon però dirli eguali quei beni, che egualmente conducono alla
felicità. Imperoc- ché fe tutte le azioni umane alla felicità fon diret- te; nè
altro fi cerca dagli uomini , nè fi vuole, fe non la felicità fola ; che fanno
elfi dunque nelle lor compre, c nelle lor vendite, e nè i lor mutui, e in tutti
i loro contratti, fe non che trafficare quan- - do una parte, c quando un’
altra delle loro felici- tà? le Di-li*
Virtù' Tn Pabticolari . rcj tà ? Nel qual traifijo per quello ancora ricercali
1* uguaglianza, avendo tutti gli uomini per naturalo* ro alla felici t à egual
diritto. Intanto per le cofe dette fi vede, poter uno mancare in due modi alla
giuftizia commutativa , o dando più di quello, che 1’ uguaglianza richiede, o
dando meno ; benché chi dà più , non commette colpa, ma è in errore; colui, che
dà meno , offen- de la giuftizia, et opera difoneftamente . E di quj può
conofcerfi , quali fieno gli eftremi della giulli- zia commutativa Nè
Ariftotele fi allontanò guari da quello no- ftro difeorfo, avendo infegnato ,
che la giuftizia com- mutativa è porta tra il far danno, et il riceverne; alla
qual Temenza procedeva in quello modo . Fa- cendoli alcuna commutazione tra due
perfone , non può ella dirli del tutto giufla , fe,non è tale rifpet- to ad
amendue le perfone, che la fanno ; ora fe 1’ una perfona fa danno all’ altra,
la commutazione è ingiufta rifpetto ad clfa , fe riceve danno dall’ al- tra , è
ingiufta rifpetto all’ altra ; non può dunque la commutazione dirli del tutto
giuda , fe il com- mutante o reca danno, o ne riceve’, onde pare , che la
giudizi commutativa debba efler polla tra quelle due cofe .• Per tutto quello,
che è finquì detto tanto del- la giuftizia diftributiva , quanto della
commutativa , affai fi conofce non avere i Pitagorici compiutamcn. te intefo la
natura di quella virtù , allorché infegna- rono i©4 Parts Terza rono non cfiere
omeralmente la giuflizia , fe non che to’ JvTirexatS ce , cioè il contraccambio
, che al» cuni hanno chiamato tallone , e volevano con ciò dire, che ognuno
debba ricevere tal cofa appunto, quale altrui diede , e in ciò fia polla tutta
la giu» llizia. Nei che per verità fi ingannarono ; perchè (eb- bene può aver
luogo qualche volta , che fe uno rompe il braccio ad un’ altro , giuflizia fia
, che a lui Umilmente fi rompa il braccio; e fe uno dà cen- to feudi, a lui
parimente cento feudi fi dieno;tut* tavolta non è fempre così . Perchè come può
darli tal contraccambio ad uno , il quale con fuo perico- lo abbia confervata
la patria? E pure giuflizia vuo- le , che fia premiato. Et a colui , che merita
pre- mio per qualche feienza con lungo Audio acquie- ta , fi rende non già un’
altra feienza , come richie- derebbefi al contraccambio , ma bensì ricchezze et
onori. Oltre di che ognun vede, che fe il nobile , « 11 cittadino confkituito
in maelìratura , percuote il plebeo , non dee elfere dal plebeo ripercoflo all*
ifteffò modo; facendo la difuguaglianza delle perfone, che in egual percoffa
fieno le offefe difuguali . On- de apparifee, che introducendo i Pittagorici il
con- traccambio , levavano 1’ uguaglianza . Vegniamo ora a certe convenzioni ,
le quali perciocché inducono obbligo, pajono contenere giu- lìizia commutativa;
nè però giulìizia commutativa propriamente hanno in loro, nè egualità, anzi nè
giulìizia pure in niun modo; nel che fe io m’ io- ga n- Digitized by Delle
Virtù' In Particolare . 105 gannì, vedranno altri. E certamente nelle donazio-
ni , che fi fanno tra gli uomini , e fi pongon nel nu- mero de’ contratti , non
par che fia egualità nè giu- fiizia niuna ; perciocché colui , che dona , dà al
compagno fenza volere ricever nulla; nè può dirli, che dia ad altrui quello ,
che gli fi dee ; anzi dà quello , che non gli fi dee, e per quello dona ; et è
liberale, non giudo. Par dunque che la donazione, benché fra i contratti abbia
luogo, non contenga-* però giufiizia veruna , nè polla contenerla . Ma fono
ancora altre convenzioni , nelle quali non è, nè può edere egualità, nè
giufiizia per riflet- to della materia , di cui fi conviene ; perciocché uno
talvolta trae in contratto certi beni così alti e magnifici , che non hanno
prezzo , che gli eguagli ; come il medico , che reca la fanità all’ infermo ,
convenutoli di certa fomma; e il maefiro Umilmen- te , che infegna la feienza
allo fcolare; perchè la fanità, e la feienza fi (limano dagli uomini maggio- ri
di ogni prezzo, forfè perchè fi crede cordur quel- le all* umana felicità più
che qualunque fomma di danaro. Ora quelle convenzioni, quantunque giufie a
qualche modo dir fi podano, e inducano obbiga- zione in chi le fa, non
contengon peto vera e pro- pria giufiizia commutativa , non contenendo ugua-
glianza. Che fe 1* infermo dee pure al medico la__. fomma, onde s’ è convenuto,
e lo fcolare al roae* Oro; ciò viene perché così s* è convenuto, e vuol
mantenerli la fede data ; non perchè nella conven- Tom. IK O zio- io 6 Parte
Terza zione contengaci permutazione, o cambio giufto ve- runo . Alcuni però,
per ridurre quelle tali convenzio- ni all’ uguaglianza, le torcono con
interpretazione per tal modo, che convenendoli il medico di rifa- nar 1’
infermo per certa Comma, e il roaeftro di ad- dottrinar Io fcolare , non fi
conviene propriamente nè della fanità , nè della dottrina; ma fol fi pone in
contratto quella material fatica , che f^nno il medico, et il maeftro a
procurar quegli la fanità dell' infermo , e quelli 1’ ammaellramento dello
fcolare. Cosi levando dalla materia del contratto la fanità, c la dottrina, che
fi llimano maggiori di ogni prez- zo , e ìufciandovi la fola material fatica o
del me- dico , o del maertro , pretendono ridur le parti a egualità, potendo
elìere a tal fatica prezzo eguale . Comunque fiali, par certo, che la giufiizia
commu- tativa propriamente non abbia luogo , qualor vo- glianfi porre in
contratto certi beni fuperiori ad ogni prezzo. Il perchè bene e faviarcenre
hanno difpo- fto le leggi di molti popoli , che non fi mettano a vendita i
madlrati , nè le cofe fante e confacrate dalia religione . Siccome poi ha dei
beni, che per valer trop- po non portoti venire in cofnmurazione eguale e giu»
ila; co'ì ha delle perfone, che non poffon far com- mutazione alcuna, non
avendo che commutare; nè è per queflo, che non fi- facciano convenzioni an- che
con loro , alle quali dar fi dee piti torto per una cer- ì Digitized by Goi
Delle Virtù' In Particolare . 107 certa fedeltà naturale, e coftanza d’ animo,
cho per giuftizia. E di quella maniera fono gli fchiavi , che non eflendo
padroni nè nell’ opera , nè dei cor- pi loro, non che della roba, non hanno che
com- mutare . E però fe pongon fatica , e fi adoprano ne’ comodi de’ lor
Signori , non polfon per quello prendere mercede alcuna ; e fe il padrone , o
al- cun’ altro convien con loro , e ofierva il convenu- to , non è in quello
vera e propria giuftizia com- mutativa, ma è un’ altra virtù. E lo ftefto
firoilmen- te vuol dirli dei figliuoli, che fon del padre; e del- la moglie ,
che è del marito , i quali non polfono commutar nulla , fe già non avellerò beni
proprj ; il che può variare fecondo la varietà delle leggi . Si fa una
quiftione , fe l’ uomo pcfla e fiere in- giufto verfo fe ftelfo, e par di nò;
perchè fe quel- lo , che riceve ingiuria , è contento riceverla , non è più
ingiuria, fecondo il detto: 'volenti non Jìt in- juria ; ora fe 1’ uomo fa
ingiuria a fe ftelfo , la ri- ceve anche egli ftelfo, et è contento riceverla,
per- chè fe non folle contento, non la farebbe; dunque non è p ù ingiuria ;
dunque non può 1’ uomo fare-/ ingiuria a fe ftelfo ; dunque non può edere
ingiuflo verfo fe ftelfo. Ben’ è vero, che fe uno uccide fe ftelfo, quantunque
non faccia ingiuria a fe, par tut- tavia , che la faccia ai parenti, et agli
amici , e tnalfimamente alla patria ; perchè niuno è mai tan- to fuo , che non
lìa in qualche modo ancor degli aliti , i quali polfon volere, e vogliono, che
efioli O z con- ic8 Parti Terza confervi al ben comune ; e però fa ingiuria a
loro, privandogli di un bene , che poifon pretendere , e pretendono . Finquì
abbiamo detto di tutte le undici 'virtù , che furono da Ariftotele annoverate;
delle quali fe alcuno non farà contento, e vorrà aggiungerne del- le altre, non
molto con lui contrarieremo; nè fa- remo quello, che fanno cert’ uni , i quali
, corno avellerò obbligo di follenere, che le virtù tutte io quelle undici
debbano contenerli, fi fludiano con ogni sforzo di ridurre ogni abito virtuofo
, qual eh* egli fiali, ad una di effe; f-cendo pere ò bene fpef- fo violenza
alle definizioni, e interpretandole . e tor- cendole (Iranamente , di che
nafeon litigi fenza fi- ne . Noi però lafciereroo ad altri quella fatica, nè
molto ci cureremo di ridurre alle undici virtù fo« praddette o la clemenza, o
la fedeltà, o la religio- ne , o la gratitudine , o la cortefia , o altra virtù
non nominata , contenti eilendo , che oltre le vir- tù annoverate da Arinotele
altre efler ne pollano. E certo egli par bene , che ficcome ha una virtù , che
verfa intorno alle fpefe, e chiamali magnificen- za ; così potrebbe notarfene
un’ altra, che verfafle intorno alle fatiche, et un* altra, che verfalTe in-
torno agli fludj , et un’ altra , che verfafle intorno alle vilìte et ai
palleggi , eflendo tutte quelle cofe capaci di mediocrità così , come fono di
eccedo, e di difetto . E fe tra le virtù morali fi pon 1’ abito di ufar facezie
, e di tener graziofi ragionamenti , Digitized by Goo coramife, o in altro
modo; poiché quantunque il ladro fi penta, e reftituifea quello, che ha rubato,
egli è però tuttavia un ladro , et è colpevole di quel fur- - Digitized by Goo
e qual la materia . P V_^ Oncioffiacofachè la parte ragionevole dell’ a* rimo,
che chiamati ancor fuperiore , contenga due potenze, intelletto, e volontà,
avendo noi detto abbaftanza della feconda , in cui, come nel fogget* to loro ,
rifeggono tutte le virtù morali , rcfta che diciamo ancor della prima . E per
cominciare dal- la dtffinizione diremo, che P intelletto è quella po- tenza,
che riguarda le cofe. in quanto fono da co- nofcerfi, che è lo fìeffo che dire
, in quanto fono ve- re; ficcome la volontà è quella potenza, che riguar- da le
cofe, in quanto fon da voletfi, che è lo fteffò che dire % in quanta fon
buone.. E' p ruto ad Arinotele , nè fenza ragione , che 1’ intelletto debba
diftinguerfi in due facoltà ; I* una delle quali può chiamaifi contemplativa ;
1* altra.» confutativa , ovvero deliberativa. La contemplativa è quella , che
confiderà le cofe non per altro, che per conofcerle, come fa il matematico
allorché con- fida* il rivolgimento delle sfere . La confutativa è quel- i
Digitized by Google ii8 Paith Q^u a r t a quella , che confiderà le cofe non
fol per conofcer- le , ma per prender configlio fopra di effe , e deli- berare;
perchè (ebbene 1* elezione è propria della volontà) ffa però all’ intelletto d’
efaminar le ra- gioni dell’ eleggere . Ora potendo l’ uomo di leggieri
ingannarli , e trafcorrere in errore tanto nel contemplar le cofe, che folo
vuol conofcere , quanto ancora nel delibe- rare, è certiflimo, che egli può con
lo Audio, e con 1’ induftria, c col lungo cfercizio acquiftarfi un’abi- to di
giudicar rettamente , e conofcer le cofe, co- me fono in fé, e di vedere alle
occafioni , qual con- figlio lia da prenderli , e qual no ; nè può negarli ,
che quello abito non lia un compimento, e una per- fezione delle fopraddette
due facoltà . Laonde non fenza ragione fi chiama virtù , e dicefi intellettua-
le , perciocché appartiene all’ intelletto ; ficcome le virtù , che rifeggono
nella volontà e la rendono mo- deratrice , e (ignora delle paflioni , fi
chiamano no* tali , perciocché appartengono ai cofiumi . Sia dunque la virtù
intellettuale un’ abito di conofcer le cofe rettamente , o fi confiderino fol
per conofcerle , o fi confiderino per deliberarvi fo- pra. E di qui può
vederli, qual fia il (oggetto del- la virtù intellettuale, e qual la materia;
imperoc- ché il (oggetto fi é 1* intelletto roedeliroo , in cui efla virtù
rifiede ; e la materia fono le cofe iftefle , che lì conliderano, inquanto fon
da conofcerfi . E ciò balli aver detto dell’ c (lenza della virtù in- tel- G
DeLLI VIRTÙ* INTHtLETTUALI . tip tellettuale, e del foggetto di effa, e della
materia. CAP. II. Cbe la 'Virtù intellettuale è necejfaria alla felicità . C He
la virtù intellettuale fia neceflaria alla feli- cità , può dimollrarli con
molte ragioni. Noi ne diremo alcune; e la prima fia quella. ElTendo non altro
la felicità, che la fomroa di tutti i beni, che perfezionano la natura dell’
uomo , ne vient> per confeguente , che tutto ciò , che perfeziona la natura
dell’ uomo, fia neceffario alla felicità. Ora la virtù intellettuale
perfezionando l’ intelletto, perfe- ziona fenza alcun dubbio la natura dell’
uomo ; dunque fcnza alcun dubbio è necefiaria alla felicità . E fé a com- porre
la fomma felicità vuoili la bellezza ; come non fi vorrà anche la lcienza ,
eflendo quella ornamento dell’ animo non men che quella è del corpo ? Un’ altra
ragione fi è quella . Non può alcuno efercitare le virtù morali , come
convienfi , fenza-. eleggere rettamente ; nè può eleggere rettamente fenza
conofcer rettamente le cofe , che ha da eleg- gere; dunque all’ efercizio delle
virtù morali è ne" ceflaria la virtù intellettuale ; ma quello è necelfa»
rio alla felicità , dunque anche quella . Una terza ragione può efler quella .
Quantun- que 1’ uomo fia, ficcome è paruto ad Arinotele, per na- Digitized by
Google 120 Parte Q^u a r t a natura fua ordinato alla focietà , egli tuttavia
non è tanto degli altri, che non fia ancora grandemen- te di fé medefimo; e
però non pofla , anzi non deb- ba talvolta prender licenza dalla comunità > e
ri- tirandoli nella folitudine di fe delio, ricercar quivi quella felicità ,
che fi conviene ai folitarj , e che_y confide principaliflìmamente nella
contemplazione del vero , elfendo quella P atto più nobile , che far fi poflfa
dall’ intelletto , il quale fra tutte le poten- ze dell’ uomo fi crede edere,
ed è la più nobile) e più predante. Ora egli è certo, che 1’ uomo non potrà nè
prontamente nè con facilità trovare il ve- ro , nè contemplarlo , fe egli non
farà adorno del- la intellettuale virtù . Par dunque anche per que- llo , che
la virtù intellettuale fia ncceffaria alla fe- licità . CAP. III. Divìjìone
della 'virtù intellettuale . E ssendoli da noi poco fopra dillinto 1*
intelletto in due facoltà, cioè nella contemplativa , e nel- la confutativa ,
par bene, che 1* abito, il qual per- feziona P intelletto, e chiamali virtù
intellettuale, debba elfo pure dillinguerfi in due, P un de’ quali fia
compimento e perfezione della facoltà contem- plativa, 1’ altro della
consultativa . Ma queda di vi- fione par tuttavia troppo dictta , et Arinotele
ha vo« DeILB Virtù' INtBLllTTUALI. I2t
voluto allargarla alquanto. Diremo dunque cosi. La facoltà contemplativa
comprende due parti, 1’ una delle quali verfa intorno ai principi, e 1* al- tra
interno alle confeguenze , che da principi per via di difcoifo fi raccolgono .
Imperocché in tutte le difcipline ha certe propofizioni , che fi conofco- no
effer vere , non già perchè fi diniofirino , o fi raccolgano da altre
propofizioni , ma perchè nppa- rifeon tali per fe ftefle; c quelle fi chiamano
prin- cipi . Così fe uno dice: il tutto è Tempre maggiore di qualfivoglia delle
fue parti ; quello è un princi- pio ; perchè tal propofizionc è manifella da fc
, nè ha bifogno di effer provata per mezzo di altre pro- pofizioni , e con
difeorfo . Ha poi delle propo- fizioni, che fi conofcono effer vere folo per
via di difeorfo, deducendole e derivandole evidentemen- te e fenza dubitazicn
niuna dai principi; e tali pro- pofizioni fi chiamano conclufioni , ovvero
confeguen- ze . Cosi fe uno dice ; i tre angoli di qualfivoglia-. triangolo fon
Tempre eguali a due angoli retti ; que- lla è conclufione ovvero confeguenza ;
poiché tal propofizione non fi terrà per vera , fe non fi pro- verà per via di
difeorfo, deducendola dai principi. £' chiaro, che la maniera , onde fi
conofcono i principi , è molto diverfa dalla maniera , onde fi conofcono le
confeguenze ; conofcendofi quelli pei fe ftelfi e fenza argomentazion niuna , e
quelle fo- lo per via di argomentazione; onde pare, che be- re e rettamente
dividati la facoltà contemplativa 1K. Q_ deli’ Digitized by Google 122 Parte
Quarta dell’ intelletto in due , cioè in quella facolti , per cui 1’ uomo
conofee i principi , e in quella, pei cui conofce, e deduce le conseguenze. Ora
potendo amendue quelle facoltà perfezio- narli con 1* ufo , acquiftando fac li
tà , prontezza , abito di efercitarle rettamente; po'ranno peic'òcf- ftr due
abiti , l’ un de’ quali perfezioni la facoltà, per cui fi conofcono i principi;
l" altro perfezioni la facoltà , per cui fi deducono le conftguenze ; noi la diremo feiema. Similmente la facoltà
confultativa comprende anch’ elfa due parti ; imperocché o riguarda i’ ope- ra
, che vuol farli, fecondo che ella efige p.ù torto una certa forma , che un*
altra , o riguarda l’azio- ne ftefla del farla ; la qual diftlnzione eflendo
un_. poco ofeura , la fpiegheremo con efempio . Quando uno delibera di fare un’
orologio , bifogna certo , che egli confulti fopra due cofe; la prima è, le a lui
convenga tale azione, e fe gli ftia bene di fare un’ orologio ; e quella
confultazione riguarda 1’ a- zione ftefla . La feconda è , di qual maniera
debba effere un orologio , come debban comporli le rote , e le molle e come
difporle, acciocché 1* orologio abbia quella forma , che più gli fi conviene; e
que- lla confultazioe riguarda 1’ orologio ifteffo , non al- tro cercandoli, fe
non la forma, che egli aver dee. E' chia- Digitized Delie virtù' intellettuali.
iìJ E' chiaro , che quelle due confulcazioni fona tra loro molto diverfe , c
però con ragione la fa- coltà confutativa è (lata divifa in due parti , cioè in
quella , per cui fi cerca , fe 1’ azione convenga o no, e in quella, per cui fi
cerca, qual debba ef* fer la forma della cofa , che vuol farli . Potendo dunque
amendue quelle parti perfezio- narfi con 1’ ufo , acquiftando facilità ,
prontezza , a- bito di efercitarle rettamente , e come conviene , perciò
potranno effer due abiti , 1* un de’ quali per- fezioni la prima delle
fopraddette due parti , T al- tro 1’ altra ; e faranno due virtù della facoltà
con- futativa . Ariftotele chiamò la prima ; noi la chiameremo prudenza; la
feconda rìx«l » noi la diremo arte . Nafcono dunque dalle fopraddette divifioni
quat- tro virtù intellettuali , cioè 1’ intelletto , che è un* abito di
conofcere fpeditamente , e con chiarezza i principi; la feienza , che è un’
abito di dedurre fpe- ditamente , e con evidenza le confeguenze dai loi
principi; la prudenza, che è un’ abito, di co- nofeer bene e prettamente ,
quali azioni fi conven- ga di fare, e quei no; e 1’ arte, che è un’ abito di
conofcer bene e rettamente tutto ciò, che fi ri- cerca alla perfetta forma
dell’ opera, che uno fa» Ora benché quetta divifione paja comprendere tutte
quante le virtù , che appartengono all’ intel- letto , c poffa perciò alcun
filofofo eflerne conten- to , non lo fu però Arinotele ; il quale oltre allo Q_
a quat- 114 Parte Qjiarta quattro virtù fopraddette fe ne formò una quinta ,
che a lui parve più bella, e p ù penti ’e , e più re* bile di tutte 1* altre, e
la chiamo vcp'ct , noi dire- mo Capienza. Ma egli la fpiegò tanto ofeuramenre,
e cori la tenne nafeofa, che parve diurne gelofo . Noi però ne diremo alcun
poco , come avremo trat- tato delle altre quattro . Ma prima di entrare a c*'ò
. b. fogna , che noi . foddisfacciamo ad alcune domande. Perché prima faranno
alcuni, i quali vorrano Capere , per qual cau- fa ponendoli la feienza tra le
virtù intellettuali , ncn vi fi ponga ancor l’ opinione, che è un* abito di
dedurre le confcguenze con probabilità bensì, ma però con dubbio, e temendo di
errare; nel che cer- to fi diftingue dalla feienza. Nè dee confonderli con la
prudenza , nè con 1* arte , poiché quelle due vir- tù efiendo pratiche, verfano
intorno alle azioni, laddove 1’ opinione fi ferma bene fpeflb nella fpe-
culazione , e nulla ha di pratico . Per qual cagione adunque non s’ aggiunge
egli 1’ opinione , come una virtù intellettuale , alle altre quattro ? Rifpondo
a ciò brevemente. Virtù non fi dice fe non quell’ abito , il qual perfeziona
qualche po- tenza dell’ animo. Or T opinione cflendo feropre congiunta con
timore, che polla efler fa!fociò,cbe fi tien per vero, come potrebbe compiere e
perfe- zionar l* intelletto? Quaf intelletto potrebbe dirli pago , e contento ,
elfendo in tanto timore di in- gannarci ? E fe 1’ opinione di fua natura è
foggetra all’ Datti VIRTÙ* INTILLETTUALI. 125 all’ errore, chi vorrà ascrivere al
numero delle vir- tù un’ abito ingannevole ? Pur dirà alcuno. Anche la prudenza
è fogget- ta all’ errore , come fi vede tutto ’1 dì , che s* in- gannano
eziandio i prudentiffimi ; e 1* arte parimen- te . Dunque per la fieiTa ragione
nè la prudenza } nè 1’ arte farebbon da porre nel numero dello virtù. Et io
rifpondo , che la prudenza è bensì fog- getta all’ errore, ma non di natura fua
; e folo 1’ accidente fa, che erri talvolta. E in vero fe i pru- denti s’
ingannano , per quello s’ ingannano , per- chè non fono affai prudenti ;
nafeendo Tempre 1’ er- rore non da prudenza , ma da mancanza di effa . Che fe
fi deffe una prudenza perfettiifima , non fi ingannerebbe mai , nè lafcierebbe
per quello di ef- fer prudenza. E lo lìdio Umilmente può dirli deli’ arte. All’
incontrario 1’ opinione traendo feco di faa natura il timor dell’ inganno ,
fenza il quale non farebbe più, rè fi dimanderebbe opinione, affai fi vede
effere di natura fua feggetta ad ingannarfi . Pe- rò ben fi dice , effer virtù
la prudenza , e 1’ arte ; non 1’ opinione; della quale benché 1* uomo fi fer-
va lodevolmente in molte occafioni , non è però , che egli fe ne contenti ; e
fol tanto fene ferve perchè non fpera di giungere a cognizion più per- fetta.
Ma palliamo oramai a dire delle virtù intel- lettuali in particolare . CAP. Digitized by Google Fa
iti Qj; aita C A I». IV. n6 Dell'
intelletto. S Opra abbiamo detto , edere 1’ intelletto un abi- to di conofcer*
certamente e indubitatamente^ principi certi e indubitati ; che vale a dire
alcune propofizioni , la cui verità fi manifeda, ed è chiara da per fe fieffa
fenza aver bifogno di alcuna dimo- (trazione . Di quella maniera fono tutti i
principi della geometria, come quello, che due linee rette non pedono contenere
nè chiudere fpazio alcuno; e quelli dell’ aritmetica, e molti della logica fono
della (leda natura . Di qui fi vede, che la materia, intorno a cui Vtifa la
virtù dell’ intelletto , fono i principi di tut- te le difcipline , che
procedono con evidenza , co- me fanno la geometria , e 1 ’ algebra , e alcune
altre ■ Ben è vero , che quelli principi fi poflTon cono- scere in due maniere
; e il conofcerli in una ma- niera è proprio della virtù dell* intelletto ; il
cono- fcerli in altra maniera non è proprio della della vir- tù . Spieghiamo
quede due maniere di conofcerli . Un principio, come fopra è detto, altro non è
, che una propofizione , la qual fi manifeda da per fe ftefla fenza aver
bifogno di dimodrazione. Ma non è per quedo , che egli non pofla atichedi-
«odrarfi,* altro effendo il non aver bifogno di di- mo- i DeC.CS VI*TU r INTICtlTTtJAEI. T2? «^Unzione;
cd alno ii non poter’ edere dimoflra- to. Così per cfenpio quel principio dei
matematici : ogni parte è minore di quel tutto, di cui è patte: fi manifeda da
per fe fteflo , e non ha bifogno di dimoftrazione alcuna . Tuttavolta alcuni
metallici fi sforzano di dimoftrarlo , deduccndolo per via di difeorfo da un’
altro principio) da cui fanno difen- dere ogni cofa , td è, che Io ftelfo
Soggetto non può infierne effere , e irfieme non cifre . Così lo Udrò principio
non ha bifogno di dimoftrazione } * però, chi vckfle, può anche dimcftrarG. E
nell’ ifleffo modo gli altri principi delle altre discipline fi dimoftrano dai
metallici , benché non- ne fia bi- fogno ; e quindi è , che la metallica fi
dice efler ra- dice ) e fonte di tutte le difcipline , perciocché di- moftra i
principi loro. Potendo dunque un principio ciTere conofciuto per fe fteflo , et
anche per via di dimoftrazione , non è alcun dubbio , che f« egli fi conofcerà
per f« fteflo ) farà quella cognizione propria della virtù dell’ intelletto ;
perciocché , conofciuto effendo per fe fteflo # egli avrà forma e natura di
principio . Ma fe egli fi conofcerà per via di dimoftrazione , egli non avrà
più forma di principio, ma di confeguenza ; e il conofcerlo a quello modo non
apparterrà più ar- ia virtù dell’ intelletto , ma più tofto alla virtù del- la
Scienza, di cui diremo appreflb. Si vede dunque, che la materia, intorno a cui
verfa la virtù dell* intelletto, fono i principi , inquanto fi conofcono per fe
medefimi • Dice Ii8 Parte Q^u a r t a Dice Ariflotele , che la virtù dell*
intelletto verfa intorno alle cole ncceffarie ; e quello è da_» fpiegatfi. Dico
dunque, che conolccndo noi i prin- cipi , intendiamo, che elfi non fchrccntc
fon veri, ma ancora che elfi non polfono elitre altr. menti ; che vale a dire,
fono veri nccelfariamente . E quin- di è, che da tutti li chiamano ncccflarj .
Verfando dunque la virtù dell’ intelletto intórno a principi , fi dice, che
verfa intorno alle cofe neccffarie . Non così fi direbbe dell’ opinione, la
qual verfa intorno alle cofe, che fi tengon per vere, ma inficine fi conofce ,
che potrebbono elTere altrimenti. Finqul abbiamo fpiegato la materia della
virtù dell’ intelletto. Prima di paflar più oltre, bifogna rifpondere ad alcuni,
i quali negano del tutto, che fi dia una tal virtù. E quelli in vero vorrebbon
con- fondere la potenza dell’ intelletto con quella virtù, che ha lo ftelfo
nome; uno può conofcere per averle
dimoftrate , et un’al- tro per averle fidamente fentico dire ai geometri; e
tali propofizioni , in quanto fon dimofirate , fono materia di feienza ; e
colui , che le fa per dimoftra- zione , fi dice , che le fa ; ma colui , che le
cono* fee per altro mezzo, non fi dice, che le fappia. Potendo la materia della
feienza dividerfi in più maniere potrà dividerfi fimilroenrc anche l’ abito.
Quindi è, che moire feienze effer fi dicono , la geo- metria , P aritmetica, la
logica, la metafilica , et altre, le quali tutte foro abiti dimofirativi; ma la
R z ma* Digitized by Google i jz Parte Qjj a r t a materia e gli oggetti fono
divelli, occupandoli la geometria nelle quantità eftefe, l’ aritmetica nel nu-
mero , la logica nelle proprietà, e nella natura del fillogifmo, la metanica
nelle cofe intelligibili , e che non cadono fotto i (enfi . E colui , che ha P
abito di argomentare in alcun genere di quelle cofe, e può farlo con prontezza
e facilità , fi dice avere quell» feienza , che in tal genere fi occupa. E’
flato detto da Ardetele, che la feienza ver* fa intorno alle cofe neceflarie,
incommutabili, ed eterne; il che fi dimoftra eflar vero a quello mo- do. Le
cofe , che fi conofcono per dimollrazione , e delle quali fi ha feienza , non
folamente fi tengon per vere, ma anche fi tiene, che non polfano in- modo
alcuno edere diverfamente , così che pare, che niuna vicenda, o rivoluzion di
natura polla can- giarle. Moflra dunque, che fieno neceflarie, e in-
commutabili ; e fe tali fono, fono anche eterne; perchè quello, che
receflariamente è, nè può can- giarli , Tempre è; anzi è da per tutto, et ha
una certa maniera di immenfirà . Di fatti qual luogo è , in cui non ritrovinfi
le verità degli aritmetici , o dei geometri? Sono dunque in tutti i luoghi, e
in tutti i tempi; o più torto eflendo fuor d r ognì luo- go , e d’ ogni tempo,
non altrove polle e locate, che in fe medefime, rifplendono e fT manifertano ai
tempi e ai luoghi tutti ; e perciò fono eterne et immenfe , e par che abbiano
una certa fembianza di divinità. Ma lafciarao quelle fottigliezze ai me-
tafifici . CAP. Digitized by Deli* virtù' inteiiettuali . F in qui è detto
delle virtù intellettuali , che ap- partengono alla parte contemplativa .
Palliamo ora a quelle, che appartengono alla confutativa; c prima diciamo della
PRUDENZA – H. P. GRICE: phronesis – prudentia -- , della quale ci con- verrà di
ragionare più largamente, elfendo quello luogo molto neceffàrio nella
filoftfia, et anche non poco ofcuro. La prudenza è un’ abito di conofcere e
di(l : n- guere rettamente , quali azicni li couvergan di fa- re , quali non fi
convengano; e diciamo , che fi con* vien di fare un’ azione, quando il farla
conduce al fine ultimo , cioè a dire alla felicità di chi la fa ; e perchè tali
fono principalmente le azioni virtuo- fe, però può dirli , che la prudenza fia
un’ abito di diflinguere principalmente quali fieno le azioni vir- tuofe , e
quali no . Di qui fi vede, quale (fa la materia, intorno a cui verfa la
prudenza ; ed è non altro , che le azioni convenienti, mafiimamenre le virtuofe
. Ed è ufficio della prudenza il conofcerle , non il farle: elfendo che il
farle appartiene alle altre virtù, co- me alla temperanza , alla roanfuetudine
, alla for- tezza , che fono abiti di operare ; laddove la pru- denza è abito
di conofcere; nè balla però alla prudenza il conofcerle di qualunque modo ; ina
Info- gna j che le conolca come virtuofe, e convenienti. Nè per quello , che
liafi detto , effere la pru- denza un’ abito di conofcere, non di operare ,
vuoi- li conchiudere, che la prudenza ncn fia una virtù pratica; che anzi
Arinotele la dcfrnifce * rpnxrixfi*, abito pratico; e altrove chiaramente »i et
) . Nè è da dubitare, che ella non tra virtù pratica, e non polla chiamatfi
tale per la ragione, che fpiegheremo ora . Par certamente, che tutto quello,
che appar- tiene alle azioni da fard , fccrgendole all’ ultimo fine, e
imponendole talvolta, et ordinandole, deb- ba dirli pratico. Ora la prudenza
dirige le azioni, moftrando qual fra da fard, e qual no, e le feerge all’
ultimo dne , e le impone talvolta e le ordina, onde anche dicefi da Ariftotelc
irtraxnitfi ; pardunque , che la prudenza debba dirfi virtù pratica . La qual
ragione fi intenderà p:ù chiaramente , fe noi fpie- gheremo la differenza, che
paffa tra il giudicio pra- tico , « il giudicio fpeculativo, potendoli formaro
intorno alle azioni così 1’ uno, come 1’ altro. Allora dunque fi forma un
giudicio fpeculativo fopra un’ azione, quando fi giudica di effa , confi-
derandoia , non fecondo tutte le circoflanze , che 1’ accompagnano , ma folo
fecondo alcune . All’ in- contrario il giudicio, che fi fcrrr3, è pratico, qua-
lor fi confiderano in qualche particolare , e deter- minata azione tutte tutte
le circofìaozc , che 1’ accora** pa- ..Digitized Delie virtù' intellettuali.
135 pagnano . Per efempio ceicandofi , fe a donna gio- vane convenga il danzare
pubblicamente, e giudi* dicandofene fenza penfar’ ad altro , il giudicio è
fpeculativo; ma cercandoli, fe cò convenga a Giu- nia , la qual fa di edere
belliflima danzatrice , e che danzando fveglia in Trebazio penfieri poco onefti
, e giudicandocene fecondo tutte le circoftanze di quel- la danza, il giudicio
è pratico. E qui è manifefto, che il giudicio , il qual regge e governa la
volontà , non è già lo fpeculativo, ma il pratico; il quale è fempre P ultimo,
dopo cui nulla più opera 1* in- telletto , ma fegue toflo la volontà, e fi
muove ali azione . Tornando ora alla prudenza , è da avvertire , che ella s’
adopra ne’ giudici fpeculativi bensì , ma anche, e molto più, e
principaliflìmamente ne’ pra- tici , i qi ali fono 1’ ultima regola delle
azioni . E fe qrefti giu d cj fi chiamano pratici , perchè non fi chiamerà
pratica la prudenza , che gli forma? E benché la prudenza , di cui parliamo ,
rifug- ga nell’ intelletto, non è però , che in certo modo non pofla dirli
prudente anche la volontà , qualora «Ha fegua i giudici retti dell’ intelletto
, poiché fe- guendogli fegue la prudenza. E fe avrà abito di far ciò , potrà
dirli quell’ abito una certa prudenza , la quale conterrà in fe la giuftizia ,
la liberalità , la for- tezza . e tutte 1* altre virtù morali . Laonde è fia-
to detto, che dove fia la prudenza, ivi effer deb- bano tutte le viitù morali,
et al contrario; e So- cra- Ij5 Parte Q^u a r t a crate diceva j che ogni virtù
è una certa prudenza, E quindi anche argomentano alcuni , niuna virtù perfetta
poter* cflerc fenza tutte le altre, e ciò per una ragione , che credono di aver
trovata in Arino- tele; ed è quella. Una virtù perfetta non può erte- le fenza
la prudenza; ma la prudenza non piò ef- fere fenza tutte le altre virtù ;
dunque una virtù per- fetta non può ertfere fenza tutte le altre. Ma di ciò
abbiamo ragionato altrove. Ora tornando alla prudenza, che fia nell’ intel-
letto , dico in primo luogo, che ella verfa intorno alle cofe non neceflarie; e
in fecondo luogo, eh kj ella verfa intorno alle cofe Angolari. Primamente verfa
la prudenza intorno alle co- fe non neceflarie, verfando intorno alle azioni,
che poflon fard, e pcflbn’ anche non fard, e fon libe- re , e non hanno
neceflirà niuna . Di fatti la pru- denza fi efercita nelle deliberazioni ; nè
mai fi de- libera intorno alle cofe, che neceflariamente faran- no. Verfando
dunque la prudenza interno alle cofe non neceflarie, affai fi vede , che ella è
molto diverfa dalla feienza , e più torto trae all’ opinione; però è foggetta
all’ errore , come 1’ opinione altresì . Verfa poi la prudenza intorno alle
cofe Ango- lari ; cfercitandofi nei giudici pratici , che verfsp.o intorno alle
azioni Angolari. Però difle molto bere Ariftorele , effere la prudenza quafi un
certo fenfo, *«r5r) alla Digitized by Delle virtù' intellettuali. alla perfetta
forma di erto fi appartiene. Nè mi fi dica, che artefici fi chiamano quelli,
che fanno , e non quelli , che conofcono . Perchè io rifponderò , che quelli ,
che c'onofcono hanno be- nirtìmo la virrù , che noi ora diciamo arte , benché
non la efercitino, e peiò il popolo non li chiami artefici, cffendofi importo
quello nome a quelli, che infieme hanno la virtù, e 1’ adoprano . E quindi è,
che uno può aver 1* arte, e tuttavia non e fiere ar- tefice, potendo mancargli
1’ efercizio , quantunque non gli manchi la cognizione. Cosi al danzatore, cui
fia effefa una gamba , manca I* efercizio del danzare , non manca i’ arte ; e
il pittore , a cui è flato tolto il pennello, fi dirà aver perduto il pen-
nello , non 1’ arte . Ben’ è vero, che chi non abbia mai fatto un lavoro
difficilmente può averne 1’ arte, cioè cono- feere tutto ciò , che fi richiede
alla perfetta forma di elfo ; cosi difficilmente intenderà tutto quello , che
fi ricerchi alla leggiadria di una danza , chi non abbia mai danzato; ma altro
è , che 1* arte fi ac- quifii per mezzo di qualche efercizio , altro è che
confida nell’ efercizio medefimo . Intendendo 1’ arte alla perfezion di quello
che fi fa , come fi vede per la dtfinizion fua , chiaro apparisce aver’ erta un
fine crtai diverfo da quello , che hanno le virtù morali, le quali intendono a
per- fezionare 1’ uomo , che fa , non le cofe , cho egli fa; e quindi è, che
alcuno può avere una o S 2 raol- 14® Parti QjJ a * t a molt« arti, e far belli
, e compiuti i fuoi lavori, ferì za però far belli e compiuti i fuoi coftumi,
et «(Tendo un buon’ artefice eflere un cattivo uomo. Però P arte per fe (Uffa
non contiene virtù mora- le . Anzi può uno talvolta mancare all* arte con
virtù, come lo fchermitore , che per non offendct V amico , che s’ è interpofto
, lafcia sfuggir 1* oc. cafione del colpo ; il quale facendo atto di ami- cizia
pecca nell’ arte , e guadando la fcherma per- feziona fe (le ffo . Di qui
alcuni hanno tratto una belliflima dif- ferenza , che parta tra la prudenza e V
arte ; ed è , che contra la prudenza non • può mai peccarfi fenza biafirao ,
contra 1’ arte può peccarfi anche-» con lode. E la ragione fi è, perchè colui ,
che pecca contro 1’ arte, può aver giufto motivo di far- lo , penfando più
torto a perfezionar fe fteflo , che il fuo lavoro ; laddove colui , che pecca
contro la prudenza , non può avere niun giufto motivo di far- lo ; poiché fe 1’
averte non peccherebbe più contro la prudenza. Ma diciamo oramai della materia
, intorno a cui verfa T arte , la qual fi è certamente tutto quello , che fi
ricerca alla bellezza , e alla perfe- zione delle cofe , che fi fanno ;
imperocché T abi- to di conofcer ciò è 1» arte . Però le arti fono mol- t« ,
eflendo molto varie le cofe , che fi fanno , et avendo varie maniere di
bellezza e perfezione; poiché altra forma di bellezza fi richiede a una-»
dan- I I » II 11 p JO il Ite ■fe ioV il
ni ip DbLLI virtù’ INTRIIETTUALI . *4* danza , altra a un poema , ed altra a
una pittura , Dicefi ancora, che 1* arte verfa intorno alle cofe non neceflarie
. In fatti le cofe , che fi fanno per arte , potrebbon* anche non farli ; e fi
fanno belle e perfette , e potrebbono anche farfi non bel- le nè perfette ;
laonde fi vede , che non hanno in ^ fe , nè di natura loro , neceflità niuna .
Dunque 1* arte verfa intorno alle cofe non oecclfarie , e in que- llo è fimile
alla prudenza. CAP. VI IL Della Sapienza. I L nome greco /«r , che per noi vale
fapien- za , è flato prefo da molti in molte maniere ; alcuni 1’ hanno
attribuito a qualunque arte o feien- za , che fi poffegga in grado foramo ,
onde fapien- ti fi fono chiamati anche gli fcultori . Altri fotto quello nome
hanno intefo la coorte di tutte le roo* rati virtù. E così intefer li Stoici in
quelle loro famofe fentenze , per le quali infegnavano , che niuoo puè effer
ricco , niuno nobile , niuno fignore , riuno fano , niuno bello , fe non il
fapiente ; nelle quali fentenze raccolfero tutto 1’ orgoglio della loro filo-
fofia . Arinotele di qual maniera abbia prefo lo flef- fo nome , è gran
quiftione , e da non dichiararli cesi Digitized by Google 14 * Parti Qjj a r t
a così facilmente ; perciocché avendo egli pollo la fapienza , come quinta ,
tra le virtù intellettuali , par certo, che egli abbia voluto difiinguerla ,
non che dalle morali tutte , ma anche dalle quattro intellettuali , che fupra
aboiamo Ipiegare . E già dalla prudenza e dall’ arte la didingue Senza alcun
dubbio, volendo, che la fapienza ver li intorno alle cofe neccflàrie , eterne ,
immutabili , universa- li , intorno a cui non verfano nè 1* arte , nè la pru-
denza . E pare ancora , che abbia voluto difiinguerla-. dalla Scienza , avendo
detto , che la Scienza verfa non g à intorno ai principi , ma Solo intorno al-
le conseguenze , e che la Sapienza verfa intorno all’ une , et agli altri; con
che viene a diftmguer* la eziandio dall’ intelletto , il qual verfa Solamen- te
intorno a principi. E le parole di Arsotele fon chiare là dove e’ dice.* tà rcv
acfov fxrj fxcvot r» «i Xu>v fl’px&iv ttéivcu , «AAài toti irip[ tc.g
rtpx* ff «XrjEu'fiv. E quindi potrebbe alcuno argomentare , che Se- condo
Arinotele la Sapienza dovelfe confondersi con 1’ intelletto e con la Scienza
prefi infir me ; come fo(Te la Sapienza non altro, che un intelletto pte-
ftantiflìrao congiunto ad una Scienza prelìantifiiina ; e quello ancora pare ,
che abbia lafciato Scritto Arifiotele, là dove ragionando della Sapienza, la
dice Scienza et intelletto, »* azalee via x.tl inorai» t iSv tiju/cjt.-iVwv , e
poco spprefio : », ac (fin tari k xl fxtarrlfAt] , k*ì via Tvv rìj firn; cioè
la fa- pien* DELtB VIRTÙ’ INTBILETOaLI .
pien 2 a è una fcienza e un’ intelletto
delle cofe » che fono di lor natura preftantiflime . Sebbene vo- lendo egli,
che la fapienza ha una fcierza , la qual verfi intorno alle cofe di lor natura
pre danti flìmc , pare in certo modo, che la dilìingua dalle fcienze comuni.
Che fcienza faià ella dunque? Oltre che fe volle Arinotele formare una virtù
congiungendo- ne due infieme, avrebbe potuto Umilmente formar- ne altre ed
altre , congiungendone inficine altre ed altre Veggiamo dunque di fpiegare
quella così ofcu- ra fapienza, fenza partirci, per quanto polliamo, nè da
Arinotele , nè dal vero . Io dico pertanto , tale fapienza non altro effere ,
che la metafilica , la qual certo verfa intorno alle cofe prelìantifiimc , e
nobilillime, verfando intorno alle verità aftrat- te , che fono eterne , et
immutabili ; onde fubito fi vede diflinguerfi efla dalla prudenza, e dall’
arte. E perchè la metafilica falendo più alto, che_^ le altre fcienze, cerca le
ragioni dei principi, e gli dimolìra; perciò pare, che fi dilìingua arche dall’
intelletto , e dalla fcienza ; poiché 1* intellet- to confiderà i principi, e
la fcienza gli fegue , fen- za dimoftrarli . E può 2 nche la metafifica
chiamar- li in certo modo intelletto e fcienza , poiché verfa intorno ai
principi , ciò che fa ancor 1’ intelletto , e gli dimofira per via di
argomentazione , e di di- feorfo, ciò che è proprio della fcienza. Egli fi par
dunque , che la metafifica , diftingucndoG fenza al- cun Parti Quarta eun dubbio dalla prudenza , e
dall’ arte j diftinguali ancora dall' intelletto e dalla fcienza, a tuttavìa
pofTa anche dirli fcienza et intelletto , e in foroaaa abbia tutte le
condizioni , che io quella fua tanto fublirae e tanto ofcura fapienza Ariftorele
richiede- va . Perchè non diremo noi dunque , che egli intc** deffe per un tal
nome la metafilica? Il Jìnc dell* Qu*rt* Tartt . PAR- ^lc M5 PARTE QUINTA DI
ALCUNE QUALITÀ DELL » ANIMO' Che non fono nè vizj , nè virtù. CAP. I. Nota
ielle qualità , ii cui vuol trattar, fi . M Olte e molto varie fono le qualità
dell’ ani* no, le quali quantunque belle c pregevoli , non fi vogliono tuttavia
porre tra le virtù , come rè me* no tra’ vizj i loro contrari . Delle quali fa
d’ uopo ragionare , sì perchè alcune difpongono alla virtù , et altre
appartengono grandemente alla felicità ; si ancora perchè molte fono alla virtù
così fomiglian- ti, che per poco non fi confondon con effa , et è . ufficio del
filofofo il diflinguerle . Nè noi però trat- teremo ora di tutte, ma fidamente
ne toccheremo alcune, che fono (late notate da Arinotele; nè ci metteremo gran
fatto cura dell' ordine , come in— cofa, che difficilmente potrebbe ordinarli,
c nonne ha però molto bifegno . Diremo dunque in primo luogo della virtù eroi-
ca, che è più torto un eccedo di virtù, che virtù j poi pilleremo alla
continenza , e alla tolleranza , Tom. T la Digitized by Google 14^ Parte Q^u
inia la prima delle quali riguarda il piacere , la fecon- da il dolore. Come di
quelle tre qualità avremo ra- gionato , e dei loro contrari , diremo anche
della verecondia, la qual fi muove feoprendo 1’ uomo una certa fconvencvolczza
in fe fletto , e dello fdegno , che gli viene Coprendone alcuna in altrui.
Diremo appretto alquanto più largamente dell’ amicizia., la qual paie in certo
modo virtù; e del piacere, il quale è faliro in tanto pregio , che pretto molti
tien luogo di felicità. Indi tornando là, donde da principio partimmo ,
ragioneremo alcun poco deila felicità, e potremo fine a quefto ncflio
compendio, CAP. I I. Dilla virtù troica, N On ha dubbio , che la virtù può
etter maggio- re e minore per infiniti gradi , come le altre qualità tutte ;
perchè ficcome il calore può Tempre più crefcerc , non potendofene affegnare
uno tanto, grande , che non potta intenderfenc un maggiore;^ lo fletto può
dirfi della robufteza , della bellezza, e delle altre qualità del corpo; cori
anche interviene della virtù, non potendoli coti facilmente intendere virtù
tanto grande , che altra più grande non potta attegnarfene . Ben’ è vero , che
ficcome 1* uomo non può con- feguire tutti i gtadi della robuflezza, ma fi
contie- ne Di alcune qualità' dell’ animo. i 4 - ne dentro a certi limiti ,
oltre i quali d ’ ordinario non parta ; e chi gli oltrepaflarte , mollerebbe
ave- re non fo che di fopranaturale ; cesi nè pure può 1’ uomo confeguir tutti
i gradi della temperanza , e , della fortezza , c delle altre virtù morali ; ma
fi ri» man d’ ordinario dentro a certi limiti , oltre i qua- ♦i chi parta fife
fi /limerebbe avere una virtù più che i umana . Quella virtù dunque grande ,
(Iracrdinaria , rna- ra.igfiofa , più che umana, chiamali virtù eroica; la qual
non fi dice fempliccmente virtù , perciocché non par propria dell’ uomo , ma d’
altra ccfa, che fia dell uomo più eccellente ; e noi fiamo foliti chiamar virtù
fidamente quegli abiti , che fon dell’ uomo. Laonde è flato detto, in Dio non
efler vir- tù, ma una certa fovragrandiffima eccellenza roag- g’ore ogni virtù.
E quindi è ancora , che la vir« * tu eroica attribuivafi dai Greci ai figli
degli Di , e * ai fiem det , che fi filmavano erti-re meno , che Dii, « più che
uomini; de quali molti ne furono tra gli argonauti , e tra quelli , che poco
apprefio andaro* ti ! no a pure fi vuol por mente alle favole, j,f Dal fin 9 u)
d etro può vederli , che cofa fia la vir- tù er0!ca » quale è maggiore della
virtù umana , y nè però giunge all» eccellenza divina . ® ra ù chiaro , che un*
eroe dee avere tut* te quante le virtù . E la ragione fi è quella . Un» eroe
dee avere qualche virtù in grado eccellentifli- mo; perciocché le niuna ne
averte', non farebbe^ T 2 eroe; Parte
Qjj i n t a •toc ; ma chi ha una virtù in grado eccellentiflirao, dte averle
tutte , coire abbiamo in altro luogo di» montato; dee t'urtq .c 1’ eroe averle
tutte r Saranno alcuni, » quali diranno, che 1’ eroe non è flato, nè è per
ifllr mai; e che pertanto nulla ci appartiene il Caperne ; et eflcre perciò va-
no lo fcriverne, e farne » trattati . I quali io dico,, che fi ingannano ;
perchè r.è meno fu mai alcun* ottimo oratore, nc alcun perfetto capitano; e pu-
re ne fieno flati fcritti libri interi , che fi (limano n ti li Hi mi ;
perciocché molto giova all’ uomo, per renderli migliore, il conofcere et il
Capere , qual fia la forma del perfettfflimo , e dell’ ottimo. Velò i poeti
nelle loro epopeie intendono di infegnaro agli uomini la virtù , proponendone
loro una gran» didima e quali divina nelle azioni di un qualche eroe . Per la
qual cofia non perduta opera farebbe, et a poeti certamente utiliflima ,
fermarli alquanto nel- la confiderazione della virtù eroica, e inoltrandone Je
varie forme, e le parti tutte, e gli ufficj, farne diflefamente un trattato .
Ma quello a noi ora non appartiene. Solamente a levar 1’ errore d T alcuni, a
quali uno non può parere eroe, le non ha l’ani- mo Igombro , e IcioJro d’ ogni
paffionc , diremo all’ incontrario , poter 1* eroe fentir le pallìoni , e
turbar lene, e far talvolta le azioni onefle con qual- che dento , e fatica .
Il che dichiareremo brevemen- te a quello modo . Quella Digitized by G Di
alcune qualità’ dell» animo. , 49 Quella prontezza e facilità , che uno ha a
fa- re le azioni onclte , e in cui confifte la virtù , non vico per altro , fc
non perchè la parte ragionevole dell’ animo ha per cfercizio e per ufo
acquiftata una forza molto maggiore , che non è quella dell’ ap- petito . Ma la
forza dell* appetito non è la fteffa in tutti, nè Tempre; eflendo in alcune
occafioni alfai piccola, et in altre più grande, et in altre grandif- finta, e
terribiliflìma ; nel che molto vagliono gli oggetti efterni, che penetrando per
via de’ lenii ìn- fino all’ anima, commovono 1’ appetito, e 1’ accen- dono ora
più, et ora meno, e fanno talvolta con- traili grandi!! mi da mettere in
turbamento , e in pericolo qualunque virtù . Quindi è, che può uno effer
prontilfimo e fpe- ditidimo contro gli adatti comuni et ordinai) dell’ appetito
, onde a ragione virtuofo fia detto ; ma contra quei grandiflìmi , e
furiefiflitni non così ; de* quali non ufeirà vincitore fenza turbamento , c
fa- tica » Nè può darli una virtù tanto grande , che ac- cendendoli viepiù 1’
appetito , et infuriando non poi* fa giungere a darle noja ; fe già non fofle
quella-, una virtù infinita,, la quale elTendo tale, non fa- rebbe virtù, ma
più tolto una qualità propria di qualche Dio .• Ora T eroe fi è quello , che
nei comuni et or- dinari aflalti dell’ appetito così fi porta, e con tan- ta
facilità gli refpinge , che pare in certo modo , che non gli Tenta ; e in
quello inoltra edere più che uo- Digitized by Google 1 5® Parte Qjj i n t a
uomo; ma nei grandiflimi e furiofifiimi fi tutta al- quanto, e fi affatica ancor’
egli; et anche in quelli però moflra effere più che uoiro vincendogli; ficco-
me vincendogli con fatica moflra cfi'ere men che Dio. E quella è la differenza
che palla tra l’eroe, e il virtuofo , che molto più, fenza alcuna compa-
razione , fi ricerca a turbar’ un eroe , di quello che fi ricerchi a turbare un
virtuofo; ma non è però, che non fi turbi talvolta anche 1’ eroe. Per la qual
cofa mal fanno certi tragici , i qua- li volendo (non fo per qual ragion molli)
condur- re eroi fu le feene. vi conducono infenfati; c cesi gli fanno andare
alla morte, come al pranzo. Ma Vergilio, che intefe ottimamente tutte le cofe,
for- mò talmente il fuo Enea , che poteffe e temere ne’ pericoli grandiflimi, e
dolerli, e comparire altrui, e prender odio , e fdegnarfi , purché ne fodero le
ca- gioni graviflìme. Però non volle, che egli fi accen- dere d’ amore per
qualunque volgar bellezza , co- me i noftri paladini fanno ; ma foltanto
allorché s’ avvenne ad un volto reale , pieno di grazia e di bel- tà con tutte
le attrattive dell’ oneflà c del valore; nè queflo ancora era ballante ad
accenderlo , fe non vi fi aggiungevano e la gratitudine , e la compaflio- ne ,
e non vi concorrevano in particolar modo e il luogo, e il tempo, e la fortuna,
e il deflino,egli Dii , così che pare , che tutte le forze fi mettelfe- io in
opera tanto umane, quanto divine , per far sì , che P augnilo fondatcr di Roma
doveffe innamo- rarli Dr ALCUNI qualità'
dell* animo . 151 rarfi dell’ augufta fondatrice di Cartagine . Tanto vi volle
a far nafcere il più nobile, c il più magni- fico abbracciamento, che fia {lato
al mondo mai, qual fù quello di Enea e di Didone . Fin qui della virtù eroica .
Alla virtù eroica oppor.fi una qualità dell’ ani- mo , che Arinotele ha
chiamato Q^picr^rct, noi potre- mo dire fierezza, ovver ferità; et è un’
ecceffòdi vi- zio così grande , che par non pcfia in uom cadere; e chi T ha,
moftra d’ edere men che uomo, e più tollo fiera che uomo. Come fe uno fenza
niuna nc- ceflìtà uccidefle i figli, e tranquillamente fe gli man- giane ; che
ognun direbbe, coftui eflere non un’ uo- mo , ma un mofiro . La ferirà vien
talvolta dalla confuetudine ; e così fe ne fon veduti parecchi efempj nelle
nazioni barbare, e felvaggie. Viene anche per malatia, co- me ne’ furiofi ; e
per foverchia triftezza d’ animo fi dice di molti , che fieno dati in fierezza
. E ve- nendo così, non è vizio, et è cofa men cattiva dei vizio , ancorché fia
, come dice Ariftbtele , più tes- ribile ; perchè più danno n« reca colui , che
è pre- fo da ferità , che non il malvagio , il qual men fi teme , benché fia
peggiore ; a quella guifa che men fi teme V ufurajo , che la ferpe , benché 1 ’
ufurajo fia malvagio, la ferpe non abbia in fe malvagità niuna. La CONTINENZA –
H. P. Grice, “Incontinence” -- continenza, che da Arinotele fi dice ryxpJrwr ,
è una difpolizion d’ animo a vincere , ma-, con fatica però e difficilmente ,
la cupidigia dei piaceri ; nè già di tutti i piaceri , ma di quelli (blamente ,
che fon del gufto , e del tatto , perchè chi vince la cupidigia degli altri
diletti , come del- la mufica, o della caccia, non fi dice propriamen- te tyxpx
rije, continente; ma chiamali con altro no- me . Forfè che eftendendo la
continenza ai piace- ri del gufto , offendiamo alcun poco l* ufo del co- mun favellare;
il che fé è vero, non molto però ci pentiremo di aver’ errato in cosi picciola
cofa. E già fi vede, che la temperanza, e la conti- nenza verfano intorno alle
fteffe cofc , nè però fo- no lo fteffo . Poiché per la temperanza fi vince la
cupidigia dei piaceri facilmente , e quali fenza fa- tica ; per la continenza
con fatica , e difficilmente. Laonde la temperanza è virtù, la continenza è fo-
lo difpolìzione alia virtù . Alla continenza opponi! 1* incontinenza, che_» da
Ariftotele vien detta & è una difpolì- zione , che ha 1* uomo a lafciarfi
trarre dalla cupi- digia dei piaceri più , che non conviene ; benché anche
quello faccia con fatica, e malvolentieri, « «som- Di alcune qualità* dell’
animo . 15$ combattendo pure e contraftando con 1’ appetito. Quindi è, che 1*
incontinenza non fi mette tra i vi- zi; perchè ficcoroe la virtù è un’ abito ,
per cui fi fanno facilmente le azioni onefte , cosi il vizio è un’ abito, per
cui facilmente fi fanno le difonefie ; nè quello può dirfi dell’ incontinente ,
il qual non 1 fi piega alle cofe difonefie, fe non dopo molto, e lurgo
contrafio, quali vinto e firafeinato dalla paf. fione . E di qui fi vede , qual
fia la differenza tra 1» incontinente , e 1’ intemperante ; perchè 1’ intempe-
rante , come viziofo , cede ad ogni urto della paf- fione fenza contrafio ; 1’
incontinente cede folo agli urti maggiori, e pecca con fatica; laonde l’intem-
perante ha il giudicio guado , 1’ incontinente inten- de meglio , e meglio
conofce di far male ; di che_# avviene, che 1’ incontinente fpeffe volte fi
pente del fuo eccedo, e fi corregge; ciò che non fa fe non rade volte 1’
intemperante . E' fiata quiftione tra ì filolofi, fe l’ incontinente poffa
dirfi prudente; perchè da una parte 1’ incon- tinente, il qual pecca, e fa tuttavia
gran contrailo all’ appetito per non peccare , moftra ben di cono- feere e
giudicare, che non gli convenga 1’ azione , che egli fa; perciocché non
contraflerebbe , fe que- fto non conofceffe ; onde pare, che abbia prudenza
conofcendo , e giudicando dell’ azione rettamente. Ma d’ altra parte qual
maggiore imprudenza , che elegger quello, che fi conofce elfer cattivo? E pct-
Tom. \V. V ciò 154 Parte Q^o i n t a ciò pare , che l’ incontinente non abbia
prudenza . Vogliono dunque alcuni , che 1’ incontinente debba dirli prudente
> ed altri nò . Arinotele lo lafciò ef« fere imprudente ; di che due ragioni
poffono ad- durli . In primo luogo il prudente è virtuofo , «(Tendo la prudenza
, come fopra è dimoflrato , di Tua na- tura congiunt (lima alla virtù ; ma i’
incontinente^ non tr virtuofo , offendo 1’ incontinenza una difpo- fizione al
vizio ; par dunque , che 1’ incontinente non debba averli per prudente . In
fecondo luogo 1’ incontinente quantunque formi affai rettamente il giudicio
fpeculativo, con- fiderando 1’ azione in generale , tuttavia peccando moftra di
non formare affai rettamente il giudicio pratico , ma la prudenza è pofta
principalmente ne’ giudici pratici; dunque non è da dire, che 1’ in- continente
abbia prudenza . Nè è però da maravigliarli , fe molti inconti- nenti fi odono
parlare nelle adunanze e compagnie degli uomini ottimamente, e dar lezioni
urilifliroe , ec effe r molto da attenderli le lor fenrenze; impe- rocché in
tali compagnie per lo più avviene, che fi ragioni delle cofe in generale ,
fenza difeendere al’e ultime particolarità , nelle quali fòle 1’ incon- tinente
erra. Senza che nelle compagnie allegre e gioconde , e che fi tengono più a
pafTar tempo , e follazzarfi cneffamente, che ad altro fine, entrar non
fbgliono le impetuose paflioni , che fole poffo- no Di alcune q.u alita' dell’
animo. 155 no conturbare il giudicio dell’ incontinente , il qual conofce et
ama la virtù fin tanto, che la palone gli el confentc . CAP. IV. r Della
tolleranza. i 1 i P «(■ p ót ; t cì ; ( ¥ L A tolleranza , che da altri è (lata
detta cottan* za, e da Arinotele *«grtg!« è una difpofizion d’ animo, per cui
1’ uomo foftien la noja e il do- lore fenza turbarfene più di quello, che gli
conven- ga ; e il fa petò con fatica, e difficoltà; onde fi vede non efler
fortezza , nè virtù , effóndo che il forte c il virtuofo foftien la noja e il
dolore facil- mente . Alla tolleranza opponfi una qualità, che noi potremo dire
intolleranza , o mollezza d’ animo, e da Ariffotele fu detta fxcthxxf* et è una
difpofizione, per cui 1’ uomo refiftendo al dolore , e contraffan- do per
fcftenerfi, pur cede, e fi abbandona di tan- to in tanto a una foverchia
triftezza ; nel che non è nè efFeroroinatezza , nè vizio; perchè 1’ effemmi-
nato , e il viziofo cede fubito al dolore, e fi turba fenza contratto . I
continenti fogliono e Aere tolleranti, percioc- ché chi può aflenerfi dal
piacere, può anche foffrir con pazienza il difpiacere . E Umilmente gl’ incon*
tinenti foglion’ cflfcre intolleranti , perciocché chi V 2 non 155 r A R T E QjJ I N T A non fa ritenerli
dal piacere, molto meno faprà fof- frire il dolore . Oltre a ciò la continenza
è una di» fpolizione , per cui P uomo privandoli d’ un pia- cere , fcfìfre una
noja; effondo Tempre nojofo il pri- var Te fleflb di un piacere. Par dunque,
che niuno polla efTere continente , Te non è ancora in qualche modo tollerante.
La verecondia è una dispolizione che ha l’uomo a vergognai del mal fatto,
temendo a ca- gion di quello non elfer tenuto cattivo dagli altri. Onde lì vede
, che la verecondia non è qualunque vergogna , ma quella fola , che nafcc dall’
aziono poco onella. Perchè quando gli uomini fi vergogna- no o della povertà ,
o dell T ignoranza , o d’ effer rati in baffo luogo, quella fi chiama più tolto
ver- cogna, che verecondia. Anzi pare , che verecondo fi chiami per Io più co-
lui, il qual fi vergogna d’ una colpa, che gli altri com- patifcono
leggermente, benché egli di tale compatimen- to non fi accorga , e perciò fi
turbi . Onde la verecondia è congiunta con femplicità d’ animo , et è propria
dei giovani , e delle donne. I vecchi o non fi vergogna- no di cofa niuna , o
fi vergognano folo delle brut- tinone , e che non' poffono eflere compatite .
Ne r giovani fi compatifcono tutte più facilmente ; fr gii ■OD . Di alcune qualità’ dell’ animo . 157 i;on
foffero di quelle atrocifiime, in cui non Tuoi cadere il verecondo; e più fi
compatifccno , fe efll fe ne vergognano ; perchè vergognandofene moflra- no
pentimento; e più è da lodarli nel giovane il pentimento , che da biafimarfì la
colpa # Benché la verecondia fia nna qualità molto commendabile, e [fendo
indizio di gentile animo, « collumato, e inducendo 1’ uomo a pentirli del irà!
fatto, non per quello vuol numerarli trà le virtù; eifendo più tolto una
perturbazion d’ animo , et una paflione , che vien da natura, che un’ abito;
laon- de accortamente Ariftotele nel fecondo libro della xettorica la pole tra
gli affetti , Di fatti non lì di- ce mai, che il verecondo fi vergogni
facilmente , perchè egli fia avvezzo , e per lungo tempo eferci- tato a
vergognarli . Anzi vergognandofi più i giova- ni, che i vecchi, pare , che la
vergogna fia una di- fpofizion d’animo, la quale efcrcitandola , venga meno ;
ciò che non avviene delle virtù , nè degli abiti . Siccome poi la verecondia è
difpofìzione alla virtù, e però molto è commendata; (almeno do»* vrebbe efTere
, c certo gli antichi ne feccr gran con- to ) così 1’ inverecondia , o vogliam
dire la sfaccia* faggine, la qual confitte nel non vergognarli di com- parir
cattivo alla prcfenza degli altri , è grandiffima difpofìzione al vizio , et è
degna di grandilfimo bia- dino , nè pofifon fervirle di fcufa i coltumi
prcfcnti . E pare , che tanto più fi difdica ai giovani et alle donne , quanto
più d’ c& è propria, la verecondia » CAPV Digitized by Google * 5 8 Parte
Qjj inia Di llo filano . H A una certa difpofizion d’ animo, che da Gre» ci fu
detta , noi la diremo fdegno ; et è quella, per cui 1’ uomo fi tuiba , qualcr
vede ono- rarfi et innalzarli gl’ immeritevoli. E quella è più torto
perturbazione e pallione , che virtù; percioc- ché niuno li fdegna per avere
contratto abito di sdegnarli , ma folo perchè così è fatto da natura; e la
virtù, come abbiamo detto in più luoghi . è abi- to . Però ben fece Arinotele
neila fua rettorica a porre r« vijuue-.™ , lo sdegnarli tra gli affetti . E
benché lo fdegno non fia virtù , è però indi- zio di virtù; perchè colui, che
fi fdegna, moftra di conofcere , che non conviene onorar’ il vizio, nè
innalzarlo, e fpiacendogli 1’ innalzamento dei vizio- fi , moflra di amare la
giuftizia , e la virtù . II per* chè fogliono facilmente fdegnarfi i dotti e i
virtuo- fi , e quelli , che hanno 1* animo grande e lignori- le; al contrario i
vili e gli abietti non foglion’ e fi- fere difdegnofi; fervendo anche molto
allo fdegno 1’ opinione , che uno ha del proprio merito , orde foflfre
malvolentieri , che un’ indegno fi goda quel- la fortuna, che a lui
converrebbe; e tale opinione è propria del magnanimo, non del vile. Quantunque
lo fdegnofo meriti laude , in quan- to . Digitized by Gotsle Di al«une qualità’
dell’ animo . 150 to ama la virtù ; più però a mio giudicio ne meri- terebbe ,
Te fapefle amarla Terza ldcgno ; il che fa- rebbe, Te imparale dalla virtù
medefima , quanto poco conto far li debba delle dignità , e degli onori , e
degli altri beni della fortuna ; i quali fc egli ftimaffe poco , non gli
darebbe fartidio , che» toccaflero, come quafi Tempre avviene, ai malvagi; ma
egli moftra filmargli troppo , avendone gelofia ; e fa , come li Stoici , i
quali fprezzavano la fanità, le ricchezze, gli onori non avendogli per beni ;
ma volean però che niuno gli peffedefle Te non il vii* tuoTo , con che
mofiravano pur di {limargli . Allo Tdegno opporli una difpofizion d’ animo,
alla quale non faprei che nome imporre ; ma co- munque lì nomini, confifte in quello,
che 1’ uomo non Tenta rincrefcimento niuno di vedere eTaltato il vizio, e
opprefla la virtù. E una tal difpofizione è molto vicina alla malvagità ;
perchè colui , cui non difpiace di vedere la virtù opprefla , li indurrà di
leggeri a opprimerla egli; nè curerà molto di cf- fere virtuofo . E' dunque
affai vicino ad effe r mal- vagio colui , che non è punto fdegnofo , e Della
aiiiìciw ì.i . N On è luogo in tutta la filofofia rè più nobile rè più illuflre
di quello; fopra cui fono flati fcritti e dai Greci , e dai Latini volumi
interi pie- ni di magnificenza , e di dottrina . Noi dunque ne ferveremo,
brevemente in verità, fe la dignità dei- li materia fi confideri; ma però più
ampiamente, che non abbiamo fatto delle qualità fpiegate di fo- pra . E in
primo luogo diremo, che cofa fu T ami- cizia , e la divideremo nelle fue parti
. Io dico dunque, che 1’ amicizia è una fcambie- vote benevolenza
fcambievolmente roanifeftata; « dico, benevolenza, perchè fenza quella non può
ef- fere amicizia; e bifogna , che fia fcarobievole , per- chè fe Cefare vorrà
bene a Lentulo, non per ciò fi diranno amici, quando Lentulo anch’ egli non vo-
glia bene a Cefare; nè tampoco fi diranno amici, fe volendo bene 1’ uno ali*
altro, 1* uno però non fappia della benevolenza dell’ altro. Par dunque, che
nell’ amicizia debba eflere la benevolenza non Colo fcambievole, ma anche
manifeftata . Però ben fe- ce Ariftotele, il quale avendo detto ti/vc/.-»**»
ft\l*v hveu , cioè, che 1’ amicizia è una benevolen- za contraccambiata, non fu
contento; ma volle ag- giungere fxv Àdu0à»trff«» , che è quantodire , non
nafeofa • Non Di AtCUNE QUAlITA* DELL* ANIMO . lól Non è però , che quella
raanifcftazione di be- nevolenza fi voglia far Tempre con le parole ; che anzi
ciò avvien di rado; perchè in alcune amicizie, come vedremo appretto , la
roanifeftazione fi fa dal- la natura fletta , o dalle leggi , fenza che 1’ uomo
vi abbia parte ; oltre che Tempre più vagliono le-» azioni, che le parole. La
benevolenza poi manife- fiata induce in quelli, che la manifeftano, un cer- to
obbligo di confervarla per 1’ avvenire ; perchè colui, che vuol bene oggi, dee
avere in animo di voler bene ancor domane; altrimenti non vorrebbe bene nò meno
oggi; e fe ha tale animo, dee con* fervarlo , ciò richiedendoli alla fedeltà ,
e alla co- ftanza . Non è poi da dubitare , che la benevolenza-, non induca 1’
uomo a efercitare gli uffici dell’ ami- cizia , imperocché chi vuole il bene di
un’ altro ( in che è polla la benevolenza ) lo procura anche in tutti i modi ;
e quelli fono gli uffici dell’ ami- cizia . Spiegata cosi la natura dell’
amicizia facilmen- te fi intende , niuna focietà dover* efTere tra gli uo- mini
o inftituita dalla natura, o introdotta d gli uo- mini fi e Ili , a cui non
corrifponda una certa manie- ra di amicizia; imperocché qual focietà ctter può
, in cui non ricerchili , che 1’ uno voglia un certo bene dell’ altro ? E quella
benevolenza fi tiene per manifella, effendo maniftflo il genere della focietà ,
che vi ci obbliga . Quando il compratore fi convie- ne»». ir. X ne 1(5 z Parte
Qjj i n t a ne col mercante, nafce tra loro una certa fpezie di focietà, e
quindi una certa forma di amicizia) per cui 1’ uno dee volere un certo bene
dell’altro; poiché il compratore dee volere, che il mercatan- te abbia il
danaro , di cui s’ è convenuto; e il mer- catante , che il compratore abbia la
roba , eh’ egli ha comprata. £ quella è una certa forma di amici- zia ; et
altre fimilmente potrebbono addurfene. Ari- notele ne propofe molte, feguendo
varie divifioni. Io feguirò le più comode . Dico dunque, che altre amicizie ci
fi impongo- no dalla natura, altre fi contraggono per elezione. Della prima
maniera può dirfi effere 1’ amicizia, che palfa tra il padre e i figliuoli , e
lega infieme tutti quelli, che fono d’ un iftelfa famiglia ; la qua- le
amicizia è alquanto llretta . N’ ha alcune alquan- to più larghe; et una
larghiflìma, la qual lega in- fierire e congiunge tutti gli uomini; volendo
lana- tura , che I’ uomo generalmente voglia il bene dell* altro uomo, e lo
procuri, qualunque volta o niuno o pochiffimo incomodo gliene venga ; e co‘l
impo- ne agli uomini una certa comune benevolenza , che tutti infieme gli lega
, e ftringe , facendoli amici 1’ un dell’ altro. Nè è neceifàrio aver manifesto
al- tra volta una tale benevolenza; perciocché 1’ ha manifeftata abbaftanza la
natura, che ce la irapo- ne; non credendoli, che alcuno voglia disubbidirle.
Alle amicizie, che ci fi impongono dalia nata- la, lo riduco anche quelle, che
fi ftabilifcono dalle Jeg- Dr AtCUNE
QJUALITA' DEtL* ANIMO . I a {■ •j i Ir ! » ■H ti ? rii 1 li Di alcune qualità'
dell’ animo . 171 gli dice affai volte fenza intenderne troppo bene il
lignificato . Vedremo dunque di {piegargli in qualche modo. Poi, dichiarate
alcune quiflioni , e varie qua- lità propinque all’ amicizia , porremo fine a
tutto quello argomento. Sentenza Prima . E ' Stato detto in primo luogo , che
1* amicizia-* confiCe in foroiglianza ; il che vuole fpiegarfi ; non effendo da
credere , che il grande non pefla effere amico del piccolo, e il bello del
brutto, e il robuffo del debole , benché fieno tra loro dillo- tnlglianti . Io
dico dunque, che la fomiglianza , in cui confilìe !’ amicizia , è fomiglianza
di volontà, così che gli amici, per quanto fono amici, debban vole- re le
fteffe cofe ; non già perchè 1* uno debba voler’ avere la fleffa cofa , che
vuole aver 1’ altro, come fe amendue voi e fiero avere la fiefia velie , o lo
fief- fo podere; che di qui più follo nafcerebfce nimiflà; nè anche perchè 1’
uno debba voler cofe fimili a quelle, che vuol 1* altro, come fe volendo 1’ uno
una fpada , e 1’ altro ne volefle un’ altra del tutto fimile; che quello farebbe
atto più tollo di emula- zione , che di amicizia ; ma perchè volendo 1’ uno
avere una cofa , e 1’ altro dee volere che egli 1’ abbia; poiché così volendo
voglion lo 11 1 fio : corno fe Scipione volefle avere il comando deli’ armata ,
Y z c Le- «7* Parte Q^u iuta e Lelio
voleffe , che egli 1’ avelie; nel qual cafo Lelio c Scipione vorrebbono la
medelìma cofa , o perciò farebbono fimiliflimi nel volere. E in quella
fimiglianza di volontà è polla 1* amicizia , per- chi le 1’ uno degli amici
vuol quello fielTo , che vuol T altro ; volendo ognuno ii proprio bene, ne
feguc , che 1’ uno voglia il bene dell’ al* tro ; e 1* amicizia è polla in
quella mutua bene- volenza . ±\c e per quello, che non poffa nafccre diffèn*
fione tra due amici; che anzi nafee talvolta , e ne* cellariamente ; perche può
1’ uno credere i che una cola gli lia utile , c però volerla ; la qual V altro
Rimi inutile, anzi nocevole, e però non voglia, che egli 1 abbia; e in quello è
più tolìo diffom glianza di intelletto, che di volontà ; perchè volendo amen*
due ciò j che è utile , difeordano nel giudicio , Hi* mando 1’ uno ) che tal
cofa fia utile , e P altro , che non fia . Cosi fù quella gloriofa contela >
che nacque tra i due più grandi amici , che fieno fiati al mondo mai » Pilade
et Orefte ; de’ quali volendo 1’ uno e 1’ altro morire , non volea 1* uno in
niun modo» che 1’ altro moriffe , perciocché niun di loro credca , che foffe
all’ altro cofa buona il morire ; laonde offerendoli ciafcun di loro a mo- rir
per 1 altro , lafciarono agli uomini un’ efempio chiarifiimo di una eroica
diffenfione . Ben è vero , che fe la fomiglianza degli amici confilteffe foìo
nel voler 1’ uno il ben dell’ altro co- sì Digitized by Goc Di alcove qoalita'
dell’ animo . 173 il in generale ; nè mai gli anici fi accordaflero ne’ giudici
loro particolari ; e quello , che all’ uno par bene, pareffe Tempre male all*
altro; diffidi cofa_, faria, che 1’ amicizia durafle lungamente; percioc- ché
in tanta varietà di giudici nafcerebbono di leg- geri le cnntefe grandifiìme,
nelle quali non Tuoi man- tenerli 1’ amicizia . E’ dunque neceffaria all’
amicizia la fomiglian- za delle volontà, e molto anche le giova quella de’
giudici; e perchè a fare una tal fomiglianza , mol- to giova la conformità dei
temperamenti, e della educazione , e degli fiudj , e 1’ uguaglianza dei na-
tali , e dello fiato ; però fi crede , che fieno più di- fpofti all’ amicizia
coloro, i quali fono conformi in quelle cofe, che gli altri ; e noi vcggiamo ,
che gli uo- mini fi rendon facilmente benevoli , et ufano affai volentieri con
quelli , che lor fon limili di tempe- ramento, c condizione. Sentenza Seconda .
E ’ Stato detto in fecondo luogo, et è pa fiato in proverbio tra i greci rk f
j/Xo3» kciv.4 , cioè cho le cofe degli amici fono comuni ,• onde argomenta- va
leggiadramente Socrate, che I’ uom dabbene deb- ba eflfer padrone di tutte le
cofe , effendone padro- ni gli Dii, de’ quali egli è amico. Et Arinotele diede
al 174 Parte Qu i n t a al proverbio maggiore autorità. Veggiamo dunque- come
le cofe degli amici fieno comuni ; perchè cer- to non è da credere, che la
moglie, e i figliuoli, e molti altri beni , che fon d’ un’ amico , fieno fi.
milmente e nell’ illelfo modo ancor dell’ altro. E primamente può dirfi , che
le cofe degli ami- ci fieno comuni, e che i beni dell’ uno Geno anche dell’
altro in quello modo. Perchè avendo 1’ un de- gii amici alcun bene , e
pofi'cdendclo , e godendo- lo , vuol 1’ altro amico , che egli appunto 1’ abbi»
e lo pofltgga , e lo goda , Quel bene adunque ha appunto quell’ ufo, che egli
vuole; e cosi egli lo pofliede in certo modo. E quindi è, che fe V im- perio
de’ Greci è di Aleflandro; e ciò vuol Parme- nione; egli è per certo modo anche
di Parmenio- ne, emendo di colui, di cui Parmenione vuole, che fia . Può anche
fpiegarfi il proverbio de’ Greci in altro modo; perchè eflendo 1’ amico
difpollo a ufar de’ Tuoi beni a vantaggio dell’ altro amico , ciò ri-
chiedendoli alla perfetta amicizia , di cui parliamo/ par che quefli venga in
certa maniera a polfedergli, avendogli prontiflimi al fuo bifogno . Sentenza
Terza . I N terzo luogo è (lato derto , che 1» amicizia con- fine in una certa
egualità; il che facilmente può intenderli , intefe le cofe precedenti; poiché
priroa- racn- / Digitized by Go I r * ìi ii li' )!> Iti i Di alcune qualità'
dell’ animo . 17J niente eifendo gli amici tra loro fitnili di volontà e di
pareri , come s’ è moftrato di fopra , pare , che per quello conto pollano
dirli eguali ; perchè tutte le cole fioriti fono eguali in quello , in che fon fi*
mili . Laonde ben dilfe Ariftotele taira St 9 uXU rx» CfxoioTrtv: 1 ’ amicizia
è uguaglianza, e fimilitudine . Poi fe i beni dell’ un’ amico fono comuni art-
che all’ altro, come fopra abbiaro dichiarato; chi non vede, che anche perciò
viene a indurli tra gli amici una certa egualità? Egualità vi fi induce an-
cora per un’ altra ragione; perchè eifendo gli ami- ci, come ora vogliam
fupporre, virtuofi , quello, che è inferiore di grado, non può foffrir
lungamen- te di ufar tutte quelle cerimonie , che gli uomini hanno introdotte
per ozio , e che egli fa e conofcc effer vane. E 1* altro amico, che è
fuperiore di gra- do, non dee voler foffrirc , che egli le ufi. Cosi facilmente
fi ridurranno a trattarli con domeftichez- za , e come fe folTero eguali , falvo
fe fi trovaflero in pubblico , nel qual cafo , fe fon veramente vir- tuofi,
obbediranno mal volentieri all’ ufanza , ma pure obbediranno. Quindi è, che i
Principi, e ge- neralmente i fuperbi non fono atti all* amicizia , non potendo
loro foffrir 1 ’ animo di uguagliarfi rota a veruno in che che fia » ;fl(h 3*
Ss»r F A » T E Q^U I N T A Sentenza
Quarta . l "}6 E * Anche pattato in proverbio , che 1* amico d’ uno è un
altro lui fletto: «XX.or «Orco fcrif- fc Arittotele; e C cerone ; amicus alter
idem . Co- me ciò polla intenderli, lo fpiegheremo in due ma- niere . In primo
luogo non è fuor dell’ ufo comune il dire , che ciò , che è limile , lia lo
ttetto. Chi i , che veggendo il ritratto di Celare affai limile, non dica
tofto: ecco Celare, egli è detto ? Che fe la li- militudine, come infegnano gli
fcolaftici, tende all’ unità; ettendo gli amici rtmilittimi tra loro di vo-
lontà, e di pareri, come fopra abbiam dichiarato, potrà dirli in certo modo ,
che Ceno amendue una cofa fola , • che 1’ uno Ca 1* altro. Perchè rte il ri-
tratto di Celare C dice efler Celare , avendo gli flef* fi lineamenti del
volto, quanto più dovrem dire, che 1’ uno amico Ca 1’ altro amico , avendo la
fteffa-. volontà, e gli fletti pareri, che fono i lineamenti dell’ animo ? In
fecondo luogo può dirfi, che l’ amico d’ uno Ca un altro lui fletto , perciocché
gli vuol bene , come a fe fletto. Il che però dee rtpiegarrt diligen- temente.
Io dico dunque, che due maniere fono di voler bene; la prima è, quando C vuol
bene a uno, perchè egli abbia bene, e non per altro C ne; l’al- tra è, quando
fi vuol bene a uno per altro fine. E non Gqi ile Di alcune qualità' dell* animo
. 177 non è alcun dubbio, che ognuno vuol bene a fc flef- fo nella prima
maniera ; cioè per aver bene , e non per altro. Ora volendo bene anche all’
amico nell’ iftef- fa maniera , cioè perchè egli abbia bene , e non per altro;
ne fegue , che egli voglia bene all* amico non altrimenti che a fé fielTo , e
fia 1’ una e 1* al- tra benevolenza d* un’ ifiefio genere. Nè per que- fto però
vuoili inferire , che fe 1’ uno amico vuol bene all’altro, come a fe fielTo,
gli voglia anche bene quanto a fe fletto; perchè febbene la benevo- lenza , che
uno porta a fc fletto, e la benevolen- za, che porta all’ amico, fono di un
medefimo ge- nere , potrebbono tuttavia non elfere del medefimo grado , et effer
1’ una maggior dell’ altra , di che diremo in altro luogo, dove tratteremo
dell’ amor proprio . CAP. XII. D' alcune quiflioni intorno all' amicizia . M
OltilTìme quiflioni fono fiate fatte intorno all* amicizia. Noi ne fceglieremo
alcune; intefe le quali non farà gran fatto difficile intender 1’ al- tre .
Quiflione Prima . QE 1’ amicizia fia un’ atto, o più tofio un* abito. ^ La qual
quiftione non può dichiararli , fe prima non ti fpieghi , che cofa voglia
intenderli in quello Tom. IV, 2 luo- Digitized by Google 1-78 Parte Q^u isti
luogo per atto ; « che cofa voglia intenderà per abito . Per atto vuoili
intendere una certa forma, che è nel foggctto , fin tanto che dura V operazione
; ceffando 1’ operazione ceffa ella pure. Così P effer fcrivente è un’ atto ,
il qual ceffa , ceffando P ope- razion dello fcrivere ; finita la quale P uomo
non è più, ne fi dice fcrivente. Per abito vuoili intendere una forma , che
riman nel feggt tto , nè ceffa, perchè celli P operazione. Come ìa nobiltà, la
dignità, ed altre; perchè il nobile non lafcia di effer nobile , quantunque fi
ri* rnanga dall’ operare; e il principe è principe ezian- dio dormendo . Ora
può facilmente vederli , che 1’ amicìzia è più torto un’ abito, che un’ atto ;
perciocché P ami- cizia non ceffa , benché ceffi di tanto in tanto P operazione
; e fe Lelio vedrà dormir Scipione , non dirà già » che Scipione non fia fuo
amico / dirà più torto che Scipione fuo amico dorme . Nè perchè dicali, che 1’
amicizia fia un’abito, vuol quindi concluderli , che fia virtù ; poiché per
effer virtù non bafta che fia abito in quella manie- ra , che abbiamo ora
fpiegato ; bifogneretbe , che> foffe uno di quegli abiti, r quali confiftono
in fa- cilità di operare acquiftata per efercizio , e per ufo » Però eflendo P
amicizia un’ abito a quella guifa » che abbiamo detto, refta anche luogo a
quirtionare > fe fia virtù . Di alcune qualità’ dell’ animo . 179 Qu'tjlìont
Sfionda . S E 1’ amicizia fia virtù. E’ par veramente, che non debba eflere per
due ragioni, delle quali la prima è quella; la virtù è un’ abito, che fi fa con
P efercizio , e per ufo; ma la bcnevolei za , e * a* micizia non fi fanno a
quello modo; rcn dicerdefi irai, che uno voglia bene all’ amico , perchè vi fi
è efercitato, e vi ha fatto ufo, ma per altro; dun- que P amicizia non è virtù.
La feconda ragione è quella . L’ amicizia , of- fendo fcambievolc , non è tutta
in colui , che 1 ha ; ma parte è in lui , e parte è fuori di lui . Così P
amicizia , che Lelio ha con Scipione , non è tutta in Lelio , ma parte in Lelio,
e parte in Scipione; e cosi pur’ avviene di tutte le cofe, clic confillcno in
relazione, e fcambievolezza . Effondo dunque, che P amicizia non è tutta in
colui , che P ha , ma in parte è fuori di lui , par certamente che non debba di
1 fi virtù; poiché la virtù è tutta in colui, che P ha, eie è nel virtuofo , il
qual non farebbe , rè fi direbbe virtuofo fe la virtù fcfiTe in lui nc*_. tutta
intera, ma folo in parte. Non è dunque virtù 1’ amicizia , e s’ ella è co- fa
onefbflima , come certamente è, e degna di gran- diflima laude, coti che par
molto limile alla virtù; ciò proviene , perchè gli ufficj dell’ amicizia fon
vir- tuofi , dovendo P amico cfcrcitar fpefle volte ver- Z z foP
Digitize^rB7'Guug1e iSo Parte Q_u i n t a fo 1’ altro Amico la liberalità , la
giuftizia , la pia- cevolezza , la cortefia ; fenza le quali virtù 1’ ami-
cizia non potrebbe effere . Et anche per quello pa. re, che 1’ amicizia non
debba afcriveifi al numero delle virtù, non elTendo effa una particolar virtù;
ma più torto una particolar difpofizionc , che quali rutte le abbraccia, e le
comprende. Però ben dif- fe Arinotele, che 1’ amicizia o è virtù, o è coil.
virtù: «fin) »i jutr’ «pir/jr ; dove febben pare, che la- ici alcun luogo alla
dubitazione, affai però indirà, non aver lui tenuto 1* amicizia per virtù,
avendo- ne dubitato ; oltre che dell’ amicizia ha egli trat- tato ampiamente,
non in quel luogo, ove prende a fpiegar le virtù , ma altrove r Quiflio.te
Terza , S E portano averli molti amici . E' non ha dubbio, che trattandoli
delle amicize imperfette , fe ne poffono aver molti; benché n’ ha di quelle,
che fi accompagnano con la gelofia , e facilmente fi sde- gnano; e quelle non
foffrono la moltitudine . Trat- tandoli poi delle amicizie virtuofe e perfette,
chia- ro fi vede non effere imponìbile aver molti amici, non effendo imponibile
1’ avvenirli in molti correli, c manfueti , e gentili , e magnanimi , e voler
loro bene, et effere ben voluto da loro. Ben è vero, che ricercandoli all’
amicizia 1’ ufo frequente di non pochi uffici , bifogna vedere, che 1’ averne
moltc^ non Di ALCUNE QJUALITa' bell’ animo, ili non fia di foverchio pefo . E
le amicizie famofe f che fi leggono nelle iftorie , non furon mai che tra due
foli; nè i poeti le finfero altrimenti ; forfè non parve lor verilìmile , che
tanti virtuofi fi trovarter nel mondo allo ftcHo tempo,* nè forte poco il fin--
geme due in qualche età. QuiJIicne Quarta . C Ome fciolganfi le amicizie .
Ertendo 1’ amicizia una benevolenza fcambievole , come quella cef- fa nell’ un
degli amici , cosi torto certa e rompefi 1’ amicizia ; nè vale , che la
benevolenza fi confer- vi nell’ altro; perchè quello all’ amicizia non ba- da .
Quello poi degli amici dicefi avere fciolta 1* amicizia, che è fiato il primo a
deporre la benevo- lenza . Può anche feioglierfi 1* amicizia, refiando in a-
mendue gli amici la fcambievole benevolenza . E ciò avviene, quando o per
malizia di alcuno, o per qual’ altro fiali inganno, viene la fcambievole be-
nevolenza a nafeonderfi per modo , che 1’ un degli amici non crede più di
clfere ben voluto dall’altro; perchè allora quantunque benevoli fi porta n
dire, non però fi diranno amici ; effondo 1’ amicizia una benevolenza, non folo
fcambievole; ma anche, co- me fopra è detto , ju i\ X«v6Jv* fri in» * ili D»
ALCUNE QUALITÀ' DELL’ ANIMO . 187 Della beneficenza . L A beneficenza è una
confuecudine di far bere ad altri, la quale non è amicizia; dovendo 1’ a-
micizia edere vicendevole , laddove la beneficenza fpefle volte non è; anzi
allora è più beneficenza, quando meno è corrifpofta. Laonde fi vede , che nell’
amicizia non molto rifplende la beneficenza; perchè febbene colui , che fa
beneficio all* amico, fi chiama benefico, ed è; più benefico però fi ftima
efler quello, che fa bene- ficio all* eflraneo; perciocché il primo fpera in
qual- che modo il contraccambio ; il fecondo , alroen d* ordinario, non lo
fpera in niun modo. Ben* è vero , che chi fa beneficio per fin di ot- tenere il
contraccambio, non è benefico , perciocché non fa veramente il beneficio, ma Io
cambia. E ta- li per Io più fono i cortigiani, e quelli, che fem- pre cercano
il guadagno, fecondo I’ opinion de’qua- li perdura opera farebbe fare un
beneficio fenza cam- biarlo . E chi è tale, ha 1’ animo vile et abbietto .
Della gratitudine . L A gratitudine è un» difpofizion d’ animo che^ noi abbiamo
, a far bene -ad alcuno , perchè •- gli ha fatto bene a noi. Et è diverfa dall’
amici- zia , perciocché quello , che è grato , fa bene folo A a i P“- Parti Q^u i k t a perchè ha ricevuto bene ; ma
quello , che è amico lo fa anche fenza quella ragione; e il grato è tut- to
intcfo a rellituire il beneficio ; 1’ amico non in- tende refiituirlo ; anzi
intendendo reftituirlo moftre- rebbe di cffere poco amico . Laonde le perfone
gen- tili , facendo alcun favore , non moftrano mai di farlo In grazia di un’
altro favore, che già ricevet- tero; e fiudiano più tolìo di efier grati, che
di pa- rere . E chi fa il beneficio, dee farlo in maniera, che non moflri di afpettarne
un’ altro ; nè dee trop- po querelarli, fe non gli è corrifpofto; perchè que-
relandoli, fa credere di aver fatto il beneficio per quello fine. Onde chi
manca alla gratitudine, pec- ca ; e non è però molto virtuofo chi la efige. E'
poi anche un’ altra ragione , perchè 1’ ami- cizia debba crederli diveifa dalla
gratitudine; e ciò è , perchè 1’ amicizia non può averli con un nemi- co , ma
la gratitudine può averli; potendo un ne- mico modo da grandezza d’ animo
averci fatto alcun beneficio, di cui noi gli fiamo grati. Altro è dunque 1’
amicizia, altro ia gratitudine. Dell' amor di fe fltJJb . I O non Co , fe in
tutta la filofofia fia parte alcu- na . o più ofeura , o più importante di
quella; perchè fe 1’ uomo intendere bene 1* amore, che e- gli porta a fe ftelTo
, più facilmente ftabilirebbe il fine ultimo; il quale è difficiliffimo z
ftabilirfi per 1’ ofeu- V Di ALCUNE
qjjaliTa' dell* animo. 189 ofcurità d’ un tale amore . Noi però ci ingegnere-
mo di dirne il più che potremo chiaramente) e co- mincieremo di qui . L’ uomo è
tratto per certo naturale iftinto a voler ciò , che è buono a lui ; e fi dice
eflere a lui buono tutto ciò, che Io rende migliore, e più per- fetto , c più
tranquillo , e più felice ; e fono di tal maniera il piacere, e 1* onefià; è
dunque 1* uomo natur Imente tratto a voler’ il piacere, e l’onc(là.. Or benché
dicali , che 1’ uomo dee volere quel- lo, che è buono a lui; non pelò dicefi,
che egli debba volerlo a quello folo fine , che a lui fia buo- no , perchè io
pollo volere una cofa , che fia buona a me, e tuttavia volerla ad altro fine; e
ciò fi ve- de nell’ onefià; perchè chi vuole 1* onefià, vuole una cofa, che
veramente è buona a lui; ma egli a ciò non mira ; mira p;ù torto alla bellezza
eterna , et immutabile dell’ onefto , da cui rapito non pen* fa più a fe
medefimo . Et anche cosi facendo legue 1’ iftinto, eh’ egli ha, di andar dietro
alle, cofc che a lui fon buone .. E quello iftinto è appunto quello, che
chiamali amor di fe Hello, principio di tutte le azioni , il qual le feorge
Tempre a cofa buona , quando al piacere, e quando alla virtù. Ben è vero , che
difgiungendoG in quella mifera vita il piacere dalla virtù , benej fpeffo
avviene, che aT uom fi proporga dall’ una parte il piacere fer.za la virtù ,
dall’ altra la virtù fenza il piacere , et effendo egli libero , e potendo eleggere
qual più gli piace , frodandoli dalla virtù fegue fpefTe volte il piacere; nel
che pecca , feguen* do un bene, che allora frguir non dovrebbe . E tan- to più
pecca, che fe egli aveffe affettato, la virtù forfè gli avea preparato maggior
piacere di qtelio, che poffa dargli la colpa . Cosi offende la dignità dell’
oncfto, e mal provede a fe raedefimo, e nell* uno e nell’ altro non ben fegue
1’ amor di fe fteffo. Per la qual cofa quelli, che tanto gridano con- tro P
amor di fe fteffo , non bene intendono quel, che dicono; perciocché chi ama fe
fteffo come con- viene , non cerca il piacere fe non quanto la virtù gliel
confente , e noi cerca di modo alcuno propo- nendoglifi la virtù; nel che fegue
le cofe,chealui fon buone , feguendo 1’ amor di fe fteffo rettiflima- mente. E
fe alcun fi trovaffe , che ciò factffe con coftanza d’ animo, e femprc ; io non
fo , perché egli non foffe quel fapientiftimo , e quel feliciflìmo , che i
filofc.fi fino ad ora hanno tanto defiderato di vedere . Spiegato cosi 1’ amor di
fe fteffo , non farà dif- ficile il dichiarar tre quiftioni, che fogliono farfi
in- torno all’ amie-zia. La prima fi è; fe P amor di fe fteffo fi opponga all’
amicizia. La feconda fi è; f« 1’ un’ amico più ami fe fteffo, che P altro
amico. La terza; fe amando P uomo fe fteffo poffa perciò dirli amico di fe
fteffo . Delle quali cole io mi fpc- dirò brevemente . Quanto alla prima,
feguendo Arinotele, dico ' che Dr ALCUNE qualità' dell’ animo. 191 che 1’ amor
di fe fteftb tanto non fi oppone ali’ a* micizia , che anzi la ricerca, e la
vuole. E la ra- gione è quella : 1’ uomo tratto dall’ amor di fe llef- fo vuole
tutte le cofe , che a lui fon buone ; ora 1’ amicizia è a lui buona ; dunque
dee effere tratto dall’ amor di fe Beffo a volerla. Ma dicono alcuni : le uno
vorrà bene all’ ami- co trattovi dall* amor di fe Hello , vorrà bene all’ amico
, perchè bene ne torni a lui , e penferà all’ util fuo; dunque non farà vera, e
perfetta amici- zia . Nel che fi ingannano; perchè 1 ’ uomo tratto dall’ amor
di fe fteffo vuole le cofe onefìe , le qua- li veramente a lui fon buone, come
fopra abbiamo fpiegato , ma non le vuole per quello fine , che a lui ne torni
bene , nè volendole , penfa all’ util fuo; e 1’ amicizia è cofa onefiifiima ,
dunque la vor- rà in quello modo, e non per bene fuo. Quanto alla feconda
quillione dico che 1 ’ uno amico più ama fe Hello, che 1 ’ altro amico. E la
ragione fi è. Benché 1 ’ uomo voglia la felicità fua, e la Icl.cità dell’
amico, fenza riferire nè quella nè quella ad altro fine; v’ ha però quella
differenza, eh’ e’ vuole la felicità fua per certo iftinto impref- fogli dalla
natura , a cui non potrebbe refillere, quand’ anche voltffe ; ma la felicità
dell’ amico la vuole per elezione; e non è alcun dubbio , che più forte è P
impulfo dell’ iftinto, che quello dell' ele- zione . Può anche addurfene un
altra ragione. Ha dei beni DigitizrsrtJrGoogle 12* Parte Qu inia beni
preftantìflimi , e fomroi , che 1’ uomo non vor- rebbe perdere, perchè gli
avcffe 1’ amico; e tale è la virtù; fi vede dunque, che 1’ uomo più ama fe Redo
che 1’ amico. Ben è vero, che trattandoli dei beni minori, come fon quelli
della fortuna , non dee 1’ uomo fludiarfi di averne più che l’ amico; e mol- te
volte farà gran fenno , fe dovendo dividergli, la- rderà all’ amico la maggior
parte; perchè, così fa- cendo, ufeià cortefia , e farà azion virtuofa , e la-
nciando all’ amico il danaro , terrà per fe il piacere della virtù . Quanto
alla terza quiRione, fpero, che i Peri- patetici non dovranno di me dolerli ,
fe avendo io feguito AriRotele in tante altre opinioni, da lui mi fcoRo in una;
e dico, che, quantunque 1’ uomo a- mi fe flelfo, non dee però poter dirfi
propriamente amico di fe ReiTo ; perciocché 1’ amicizia vuole ne-
celTariaroente fcambievolezza , la qual non può ri- trovarfi in un foggetto
folo; e fe Aratotele argo- mentava , non poter 1’ uomo dirfi giufto verfo fe
fteflo, non potendo elTere verfo fe RelTo ingiulìo; perchè non doveva egli
fimilmente argomentare, non poter 1* uomo dirfi amico di fe Reflo, non potendo
effere di fe RelTo nemico? Fin qui abbiamo detto dell’ amicizia , che è un taro
dono del cielo , e poco dagli uomini conosciu- to : > quali 1’ hanno
difonorata , imponendo lo flef- fo nome a tutte quelle conofcenze , e
famigliarità comuni , per cui fi coferva una certa focietà tra gli uomi-
Digitized by Goè alcun’ uomo felice immaginar fap- piamo, nè alcun Dio, fe noi
ricolmiamo di un gran- didimo, et infinito piacere. E ben potca paifarfi Ari-
Digìtized by Google 200 Paste Q^u i n t a Aliatotele di quella Tua leggiadra
comparazione , quando affomigliò il piacere al defiderio ; percioc- ché il
piacere ha qualche ragione in fe d’ elTer vo- luto , il defiderio non ne ha
niuna; e 1’ abbondan- za dei piaceri fa 1’ uom felice; 1* abbondanza dei
deliderj non già . CAP. XVI. Se il piacere Jìa V ultimo fine . E ssendo io
venuto a ragionar del piacere , non crederò , che niuno fia per riprendermi ,
fe io tornerò ad una quillione trattata già fin da princi- pio, e cercherò fe
il piacere fìa elfo 1’ ultimo fine ; giac- ché pare , che alcuni non fappiano
levarfi di men- te , che in etto foto (ia polla la felicità . Et anche
Arinotele tornò piò d’ una volta alla medclìmaqui- ftione , nò volle finire i
fuoi dieci libri della mora- le fenza aver prima rifpollo agli argomenti di Eu-
doffo ; il quale avea polla tutta la felicità nel pia- cere , adducendone più
ragioni . Noi dunque, fluen- do Atiftotele , ci accolleremo di nuovo all'
ifteffa-. quillione , e non concederemo per niuna ragione ad EudolTo quello ,
che già negammo ad Epicuro . Io dico dunque quello*, che ho detto altre vol- te
, e ciò è , che la felicità confille non nel foto piacere , ma nel piacere
infieme e nella virtù; im- perocché non può 1’ uomo eflfer felice , fe egli non
ha Di alcune qualità' bell’ animo . 201
ha tutti quei beni , che a lui fi convengono , cioè tutti i beni, a quali per
certo fuo invincibile illin- to fi fente effer tratto ; or quelli beni , come
fopra è dimollrato , fono il piacere , e la virtù ; egli non può dunque clTer
felice, fc non ha infieme e piace- ri e virtù . Oltre a ciò il piacere fcnza la
virtù non può mai edere tanto grande , quanto alla felicità fi ri- chiede;
perciocché mancando all* uomo la virtù, gli manca eziandio quel piacere, che da
lei nafce, fenza il quale è difficile, che egli fia contento. Et effondo
naturalmente inchinato all’ oncfià , non può non fentir difpiacere, fe non 1’
ottiene. Qual’ è il traditore, il ladro, 1’ ufurpator, 1’ affaffino, il qual
fentcndo di effere difonelto , non difpiaccia a fc me* defimo; et avendo mille
piaceri, non voleffc più to- flo avergli con la virtù? della quale effondo
privo , fonte vergogna, e dolore, e appena ardifee egli fieffo di chiamarli
felice. Però è cofa vana il vole- re immaginarli un piacer tanto grande, che
badi all’ uomo fenza la virtù. Ma argomentava Eudoffo a quello modo. L* ultimo
fine altro non è, fe non quello, che tutte le fenfitive cofe , o ragionevoli ,
o irragionevoli , per certo loro naturale ifiinto appetifeono ; ma que- llo è il
piacere; dunque I’ ultimo fine altro none, che il piacere. Al chc'nfpondcndo
dico, che 1’ ul- timo fine delle cofe fenfitive , in quanto fon fenfi- tive , è
veramente il piacere , perciocché , in quan- Tc/w. IV. C c to 232 Parte Q^u i n
t a to fon ronfiti ve i per loro naturale iftinto ad altro non fi movono; ma fé
le cofe fenficive fieno ancor ragionevoli , come 1* uomo è , e però fieno
tratte per naturale iftinto non folo al piacere, ma an- che alla virtù , non
può 1’ ultimo fine loro confi* fiere nel piacer folo; ma dee cor.fificre nel
piacete, e nella viitù; nel piacere, in quanto fon fenfitive, e nella virtù, in
quanto fon ragionevoli . Argomentava Eudoflo anche a quell’ altro mo- do . Il
dolore è il foriamo dei mali , perchè veggia- mo , che tutti lo fuggono ;
bifogna dir dunque • che il piacere fia il Gommo dei beni . Et io rifpondo ,
che il dolore è veramente un male , e quello balla, perchè tutti lo fuggano; nè
è neceflario perciò, che egli fia il fommo dei mali. Così potrebbe il piace- re
eflere un bene , fenza però effere il fommo dei beni. Ma domanderà alcuno:
qual’ è dunque il fom- mo dei mali? et io rifpondetò , il fommo dei mali effere
il dolore congiunto alla colpa ; che fc il do- lore fi difgiungerà dalla colpa
, potrà talor deprez- za rfi , quafi non foflc male; e farà lode in ciòcco- ine
fecero e Scevola , e Curzio , e Bruto , e Cato- ne , e tanti altri , che dove
non fofle colpa , appe- na credettero , che foffe male il dolore . Effendo
dunque il fommo dei mali pollo nel dolore e nella colpa , par conveniente , che
il fommo dei beni fi ponga nella virtù, e nel piacere. Un’ altro argomento di
Eudoflo era quefio . Quello , che fi appetisce» e fi vuole per lui fteflo, e
non Digitized by Google Di alcun* qjj alita’ dell* animo . 203 c non per altro
fine, è il fommo bene; ora il pia- cere fi appetifce e fi vuole in quello modo;
il pi** cer dunque farà egli il fommo bene . Al quale ar- gomento rifpondo ,
che quello che fi appetifce e fi vuole per lui fleflo , e non per altro fine ,
è vera- mente un bene; ma non è da dirli per ciò , cho egli fi* il fommo bene .
A cotefto modo poteva an- che dimoftrarfi , che la virtù fia il fommo bene,
per- ciocché effa pure fi appetifce e fi vuole per Iti llef- fa , e non per
altro fine; ma ciò fa, che ella fia un bene, non già che fia il femmo bene.
Però non altro può quindi raccoglie) fi , fe non che cfTendo la virtù un bene,
et anche un bene il piacere , venga per la congiunzion d* amendue a formarli
quel fom- mo ineftimabil bene , a cui tendono tutti i delìderj dell’uomo, e che
noi chiamiamo felicità. Pur dirà alcuno . Se un colpevole non avelTe verun’
incomodo , nè quello pure della finderelì; e folTe intanto ricolmo di tutti i
piaceri ; chi potreb- be dire, che egli non forte felice ì Che importereb- be a
lui della colpa , quando niun male gliene av- venirti: ? E' dunque riporta la
felicità nel piacer folo . Et io dico , che il colpevole , il quale ha per-
duta la finderelì, quand’ anche averte tutti i piace- li , non dovrebbe però
dirli felice , effendo che la felicità, fecondo 1’ opinion di tutti, è uno
(lato, a cui fi ricercano due cofe , 1* una è di render l’uo. mo quieto e
tranquillo » 1’ altra «r di renderlo tale, C c 2 qua- Parte Qji i n t a quale
cfler dee • Ora il colpevole , cjuand anche abbia tutti i piaceri , fe pelò è
colpevole , non è tale, quale cfler dee; ma è bruito, deforme , mo- lìruofo ,
orribile, deteftabile alia natura; non par dunque, che polla dirli felice. Nè
vale il dire, che a lui poco importi della fua deformità; cercandoli qui, fe
egli Ila veramente brutto, e deforme; non fe gl’ importi di edere . Ma di
quello non più . Del dejìderio della felicità . E ' Stato detto molte volte e
da molti , che il de* fiderio della felicità fi è lo (limolo di tut- te le
azioni , così che niuna fe ne faccia , fe non per V incitamento di etto ; e che
efib è ncceflario, nè può elìinguerfi in modo alcuno; e che non ha termine, ma
va e procede all’ infinito. Le quali cofe efporremo ora brevemente , fpiegando
prima , che cofa efib fia , e in che confida . E' dunque il defiderio della
felicità un’ iftinto, per cui 1’ uomo dcfidcra la fomma di tutti i beni , che a
lui convengono, e il rendon compiuto , e per- fetto . Il qual defiderio è
certamente nell’ uomo ; perchè febben pare talvolta , che egli fi contenti di
alcuni pochi beni , non è però , che non volefie a- vergli tutti , quando
potette ; e quindi è , che va dietro ora ad un bene, et ora ad un’ altro , non
eden- Digitized by C Di alcune qualità' dell’ animo . 205 etfendo veramente
contento di niuno , e verrebbe raccoglierne quanti p ù può ; e giacché non può
cf- fer felice interamente, s’ ingegna puie , e fi sforza di elferlo in qualche
parte . Quindi (i vede , quanto poca differenza fia tra il dcfiderio della
felicità, c 1’ amor proprio, fe pur ve n’ ha alcuna , e non fono più tofio un’
illinto folo con due nomi; di che ora niente leva il di- fputarc . E' anche
chiaro, che il defiderio della fe* liciti non è virtù; perciocché non fi
acculila per abito , ma è inferito dalla natara , onde iflinto fi chiama ; c
per 1’ ifiefla ragione non è vizio nè pure . Spiegato a quella maniera il
defiderio della fe* liciti , può fubito intenderli , come elfo fia 1* inci-
tamento di ogni azione. Imperocché niuna azione fi fa, fc non fe per confeguire
alcun bene, fia di- lettevole , fia onello ; onde fi vede , ì % incitamento di
ogni azione dover’ clfere quell* iilinto , che ci trae verfo il bene ; e quello
ifinto è il defiderio della felicità . Et effendo cosi, è anche manifefto , che
il de- fiderio della felicità è necelfario , nè può levarfi via , nè cftmgucrfi
in neflun modo. Imperciocché fe elfo è l’ incitamento di ogni azione, ne fegue
, che qua- lunque azione fdcefle 1’ uomo per ellinguerlo, la fa- rebbe mollo et
incitato da elio fteffo , e feguirebbe il naturai defiderio della felicità in
quel tempo me- de fi tuo , che egli ccrcaffe e fi sforzafie di sfuggirlo. Nè
1^6 Parte Q^O i n t a Nè altra via potrebbe elfervi di levar da fe un tal
defiderio, fe non ridurli del tutto all* inazione, le* vando da fe ogni
intendere t et ogni volere; il che farebbe cangiar natura. E qui vorrà forfè
alcuno, che fi fpieghi alquan- to ampiamente, come gli uomini pecchino; perchè
fe la volontà fi porta fempre al bene , come fopra è detto; e ve la trae un’
invincibile defiderio di fe- licità; egli par bene, che niuna azicn rea, nè
mal- vagia debba poter venirne . E come farebbe malva- gia , provedendo da un
defiderio, che trae al bene, et è invincibile? Quella in vero è difficoltà
importante da fpie- garfi ; però benché io nè abbia ragionato alquanto in altro
luogo, non lafcierò di ragionarne anche qui un poco più largamente, lo dico
dunque , che com- ponendoci la felicità di due parti cioè del piacere, e dell’
onefto , quella farebbe felicità fomma,incui fommo piacere e fomma oneflà fi
cong ungeffero . E fe rooftrar fi potette all* uomo e prefentarglifi que- fta
fovrana , c perfetta , c divina forma di felicità , non è alcun dubbio, che
egli non fe ne accendeflo fuor di roifura , e dimenticando ogni altro obietto,
non correlTe impetuofamente dietro a quello folo ; nè in ciò facendo , ufeiebbe
egli libertà, nè con- figlio; ma feguirebbe certo fuo naturale, et invin-
cibile iftinto, nel che non farebbe nè vizio, nè mal-, tagità niuna, nè virtù
pure. Ma quella cosi eccellente forma , e così efqui- fifa Di alcune qualità' dell* animo. 207 fifa di
felicità nel viver noftro non G ritrova ; e ben- ché il fommo , e perfettiffimo
piacere non poffa ef- fere. fecondo eh’ io credo, fenza una fommaeper- fetr
(lima oneftà , Rè la fomma e perfetiffima oneftà fenza un fommo piacere e
perfettifirao; ad ogni modo perchè i piaceri , che ci fi propongono in quella
vita, fo- no imperfetti, e le oneftà altresì; avviene bene fpef- fo , che fi
difgiungan tra loro , e ci fi -pari dinanzi ora il piacere congiunto con la
difoneftà , et or 1* o- neflà congiunta col difpiacere e con 1’ incomodo. E
allora è , che 1* uomo venendo a delibera- zione et a configlio, e ufando la
libertà, eh’ egli ha , di fcegliere tra beni imperfetti , che gli fi mo- fìrano
, quello, che gli è più in grado, difponfi ad abbracciare o il piacere con la
difoneftà, o 1’ one- ftà col difpiacere; e fe fa quefto , fa azion lodevo- le e
virtuofa ; fe quello, malvagia e biafimevole. Ma che che egli fi faccia, la
volontà di lui fempre fi porta al bene ; imperocché, facendo azion malvagia ,
vuole il piacere, che è un bene, e fa- cendo azion virtuofa, vuol 1’ oneftà,
eh’ è un* al- tro bene ; nè è giammai , che voglia quello , che*» vuole, fe non
in quanto è bene. Perchè di fatti nè il malvagio vuole la malvagità , in quanto
è malva- gità, ma foto in quanto è gioconda, nè il virtuofo vuol la virtù, in
quanto è feomoda , ma folo in quan- to è virtù . Onde fi vede , che 1* uomo ,
anche adoprando malvagiamente , pur fegue alcun bene , e però vi è mofio iol
Parte Q_u i n t a mollo cd incitato da delidcrio di felicità ; percioc- ché non
pecca gà egli, perchè non voglia il bene , fprezzando la felicità; ma perchè
non vuol quel bene, che dovrebbe, e delle due parti della felici- tà quella
fceglie , che è la meno predante , e la me- tto lodevole, cioè il piacere,
lafciando 1’ altra, che è nobiliflima , e lodevolillima , cioè la virtù. Saran
di quegli, i quali domanderanno, per qual ragione, componcndofr la felicità di
due parti, dell’ oneflo , e del piacere, debba 1* uomo anzi fe- guir 1’ onedo
fenza il piacere , che il piacere Ten- ia 1’ onelìo , cosi che feguendo quello
faccia vir- tuofamentc , e fia degno di laude, e feguendo que- llo , faccia
malvagiamente, e degno di biafimo lii_. riputato . E quelli tali in vero pare ,
che non abbiano ancora abbailanza comprefo 1* eccellenza , e la di- gnità dell’
ondlo . Poiché fe 1’ onello , come tante volte abbiamo detto, c quello, che per
fe (Icflo » C di natura Tua dee volerli , e feguirfi ; il dubitare , fe 1’ uomo
feguir lo debba , o pure fe gli lì a lecito feodarfene alcuna volta , egli è lo
Hello , che dubi- tare , fe 1’ uomo feguir debba quello , che dee fe- guirfi .
La qual dubitazione in cui potrà cadere? Non è dunque lecito all’ uomo lo
fcoflarfi dall’ ore- lìà per che che fia , e fe il fa, fa malvagiamente, et è
degno di biafimo , e di caftigo . Ma perchè fono alcuni , i quali avendo grarL.
copia di piaceri , vengono in tal tracotanza , e fu- pe r- Di alcune qjuauta’ dell’ anivo . 209 , perbia
, che deprezzando ogni oneftà, e ridendofe- ne 5 fi mettono fiotto i piedi la
virtù; e purché non abbiano il cafligo, niente importa loro di meritar- lo; fie
bene aggiungere un* altra ragione, acciocché intendano , con quella loro
alterigia mal provedcifi ai fatti loro. Imperocché peniando bene e rivolgen- do
nell’ animo , quanto difdicevol cofa fia , e mo- fìruofa , e indegna della
maeflà -della natura un malvagio, il qual fi goda lungamente della fua mal- vagità;
e quanto brutto, e orribil fia il vedere, che colui, che afiaflinò il pupillo ,
debba efiTere perpetuamente fe- lice del Tuo aflaflìnio; egli non può non
credeifi,e non tenerli per fermiflitno , che 1’ infidiatore , il la- drone, lo
fpergiuro dovranno perdere una volta quel piacere , per cui confeguire non
dubitaron di offen- dere così altamente 1* oneftà. Et al contrario t (fen- do
il virtuofo degnillìmo dei fommi piaceri, e, co- me dice Arifiotele,
SeofiXuarxror , cioè amicilfimo,e cariflimo a Dio , è ben da credere, che egli
rice- verà , quando che fia, il premio, che ha meritato. Che fe la natura è
così bene ordinata nel reggimen- to de’ mondani corpi, che fecondo i filici
Tempre fccglie le difpoGzioni e le forme più perfette , e più vaghe; per qual
ragione crederem noi , che nel reg- ger gli uomini , c nel condurgli al lor
fine , debba eflere trafeurata , e fenza niun 1 ordine? Perocché fan male , e
mal proveggono a lor medefirni tutti quelli, che allontanandoli dalla virtù fi
abbandona- no al piacere; imperocché perdendo ora la virtù , Tom. IV. D d che
non curano, perderanno una volta anche il pia- cere , che tanto curano. Et al
contrario gli onefti debbono fyerar molto nella providerza della natu- ra, e
nella divina amicizia,- e ftudiandofi di efcrci- tar la virtù , non affrettarli
gran fatto di confeguir il piacere; perchè fe la natura il concede ora ai
malvagi , 'quarto più dovrà elferne cortefc e larga ai virtuofi , quando che
lia ? Così quelli , che fe- guono la parte p ù ncbilc della felicità , che è la
virtù, confeguiranno una volta anche la parte men nobile, ma però dolce c cara,
che è il piacere; laddove i malvagi avran perduto ogni cofa . Ma tor- niamo al
propofito. Abbiamo finquì dichiarato , come il defiderio della felicità fia 1*
incitamento di tutte le azioni, nè polla ellinguerlì per niun modo. Rolla che
di- chiariamo , come egli , fecondo che infognano i fi- lofolì , non abbia
termine alcuno, ma vada , c pro- ceda all* infinito. La qual cofa come che
polfa fpic- garfi in più maniere , noi ci contenteremo (piegar- la in due fenza
più . Ma farà bene dir prima alquanto del defiderio, e della contentezza ;
perciocché la contentezza le- va 1’ affanno ai deliderj , i quali fe abbiam
detto procedere all’ infinito , non perciò dee temerli, che procedano all’
infinito anche gli affanni ; che que- lla in vero farebbe miferia troppo grande
; ma la contentezza ferve molto ad alleviarla. Per fiar dun- que animo ai
timidi, comincieremo a dirne in que- llo Dr ALCUNE Q.U ALITa' DELL* ANIMO . 211
fto modo. Diccfi l* uomo defiderar quelle cofe, le quali fe aver potefle , le
piglierebbe. La qual voglia è fpelfe volte focofa et ardente oltre roifura et
in* quieta 1’ animo , e lo turba , come il più fono le voglie de’ giovani;
talora è più quieta, e non dà tanta noja , come fuole accadere maflìmamente
in_. quelli, che elfendo prudenti, e moderati , e virtuo- fi affai , nè avendo
cofa , che lor dia molto falli* dio, fi contentano di quei beni, che hanno, nè
cer* can più; i quali più follo contenti chiamar fi vo* gliono , che felici .
Imperocché confifiendo la feli- cità nella fomma di tutti i beni , e quella non
aven- do eflì , non hanno la felicità ; e benché defiderino averla , poiché ,
fe potclfero , piglierebbono volen- tieri quei beni ancor , che non hanno ;
tuttavia il defiderio non gli turba , e però contenti fi chiama- no. E tali
efier poffbno ancor molti in mezzo a dolori , malfidamente quando gli vogliano
eglino fleffi. Chi dirà, che non fclfc contento Scevola al- lora quando con
fortezza inaudita , e veramente ro- , mana abbruciò la mano, fe egli fitlTo voile
abbru- ciarla? E Curzio e Catone alticci furon contenti, allorché fi
ammazzarono ; giacché il vollero elfi fleffi , credendo di fare azione onefta
ammazzando- fi ; e la fecero per quello , perchè credctter di far- la . E di
vero benché 1* uomo contento fi accolli alquanto alla felicità ■ non è però
felice; tanto più che quello fiato di contentezza , a cui ballano po- chi beni
, fuoP elfere d’ ordinario poco duievolc , D d 2 f«l* 2 I a r A K T E Q^u IXTl falvo fe non Ha
fondato in virtù; perchè gli altri beni fono efpolìi *!la fortuna, che
prettamente gli dona , e gli togiie ; e molti ancora per lo troppo durare
fiancano, c vengono a noja et a fafìidio , onde manca la contenterà. Ma
vegliamo al pro- pofiro. Io dico, che il defiderio della felicità va e pro-
cede all’ infinito primamente in quello modo. Egli è certo, che 1’ umana
felicità, ficcome quella, che è finita» nè può elitre altrimenti, tale ancora
efler dee , che fempre le fi pefià aggiugnere qualche co- fa, onde vie più
crefca, e fi faccia maggiore, effon- do quella la differenza, che palla tra le
finite cofe, e le infinite; che ficcome alle infinite fempre fi può detrarre,
così alle finite fempre fi può aggiungere; e per quella ragione due felici
pofTono efiere 1’ uno più felice dei!’ altro, come altrove abbiamo dichia-
rato. Ora fe cosi è, qual farà quel felice, il qual fi creda d’ efler felice
abbafianza ? E chi farebbe , che avvifato d’ una maggiore felicità non la cam- biarti;
volentieri con quella minore, eh*"' egli hai Siccome dunque non è fognato
alcun termine alla-* felicità, oltre cui non polla ella {fenderli, e farfi
maggiore; così nè al defiderio pure, il qual trapaf- fa ogni termine, qualunque
fegnar gli fi voglia, e va, e feorre all* infinito. Il che fe apparifee negli
altri beni, che conftiruifcono, e formano la felici- tà, più ancora , e
principalmente fi manifefla nella virtù. Perciocché qual’ c V uomo, che voglia
effere tem- Digitized by Googlp Di alcune qualità’ dell’ animo . 213
temperante, e giufto , e cortefe, e valorofo mifura* tamcnte ì Anzi ognuno, che
fia oncfto, defidera di divenire onerto fempre più ; et è oncfta cofa il de-
fidcrarlo . I piaceri poi , che adornano la felicità, e che fono onerti, chi è,
che, potendol fare , non ne volelfe confeguir fempre dei maggiori ? Se già non
venifle un qualche Iddio > il qual gl* imponefle di contentarfi di quei
piaceri, eh’ egli ha, facendo di- ventar virtù T attenerli dagli altri. E
quello defide* rio dei piaceri dove non conduce egli l’ uomo o più torto dove
noi trafporta , e noi rapifee? Alef- fandro, che fu grandiflìroo nelle imprefe
, e nei de- fiderà oltre la Macedonia bramòanche 1’ Afia ; e dopo 1* A fia
un’altro mondo ; e fe defiderò le virtù, come gl’ im- peri , ben mortrò ,
quanto fia grande nel cuor dell* uomo, e vado, e interminabile, e immenfo il
deli— derio della felicità. Va poi e procede all* infinito il defiderio del- la
felicità anche per un’ altra ragione. Chi è co- lui , che voglia effer felice
per un certo fpazio di tempo, e non più? E potendo aggiungere un gior- no folo
, anzi una fola ora alla fua felicità, non gliele aggiungere ? Non è dunque
nella lunghezza del tempo alcun termine, in cui fi fermi, o più to- rto cui non
trapartì , trafeorrendo fempre più oltre, il defiderio deila felicità. E di
vero fe gl* infelici , purché non fieno infelici del tutto, e refti pur loro
alcun bene , defiderano , e cercano , e procurano con ogni sforzo, e fi
rtudiano di vivere quanto più pof- 114 Parti Quinta polTono; molto più pare,
che ciò fi convenga di fare ai felici; i quali effondo in co'ì grande abbon-
danza di tutti i beni, muna ragione hanno , perchè debba effer loro odiofa la
vita, anzi n’ hanno una grandiflìma per dcfiderare di vivere, e durar lunga-
mente. E quello defiderio di vita, che non ha ter- mine alcuno, ove fi fermi, e
i ipofi , che altro è fe non defiderio di eternità? E di qui nafee quell’ ab.
borrimento naturale, e quali Deccffaiio, che ognu- no ha, di morire. Per la
qual cofa egli fi par be- ne , che Urano farebbe e difordinato provediracnto
della natura, fe aveffe prelcritto alcun termine alla vita dell* uomo , non
effendonc preferito niuno al defiderio ; il perchè molti filofofanti fi hanno
fer- mamente perfuafo , che la morte fia non già il fine del vivere , ma più
follo un paffaggio da quella vi- ta temporale e breve , ad una più lunga , e
fempi- terna . E quello dovremmo credere per più alto de- coro della natura,
quand’ anche le ragioni dei filici noi confentiflero ; Je quali però non folo
il ci con- fentono, ma ci dimollrano chiaramente , dover tener- fi 1’ ànima per
eterna et immortale , nè morire ef- fa morendo 1* uomo, ma forgere a vita
migliore, e più perfetta . Et cffendoli creduto da molti , che la gloria delle
preterite azioni doveffe piacere e recar contento e diletto alle anime dei
trapaffati , fi ftu- dlarono di lafciar di fe flcUi dopo la morte un gran nome
, credendo così di provederfi di alcun como- do per la vita avvenire. Nè parve,
che la natura difap- Digitized by Google Di alcuni qualità' oitt’ animo. 215
difapprovafk- dei tulio la loro opinione , effendofi ella (Uffa fervita di un
tale limolo per eccitar la virtù. Il che fé è vero, e fe un' altra vita tanto
migliore ci attende , la qual dobbiam vivere eter- namente , a che dunque ci
affrettiamo di effer feli- ci m quella manchevole , e breve ; e non più tofto
la felicità noftra afpettiamo nel corfo lurghillimo, e fempiterno dell’ altra ?
Come fe uno dovendo vivere cento mila anni, poneffe ogni opera , e fi lìti- diafle
con ogni argomento d’ effer felice per un mi- nuto di tempo, nulla curando del
reflante . Ed è pure la prefente vita affai men che un minuto a ri- fletto
della vaftiffima eternità . E certo , quella ra- gion feguendo , difficil cofa
è contenerli , di non_. trafeorrere in quelle altiffime fperanze Platoniche,
che mi fanno fpeffo venir voglia di abbandonar del tutto la breve felicità di
quella vita, e lafciarla ai Peripatetici. Non è fuor di proposito che fu ’1
finire di quello compendio , ritorniamo là , donde par- timmo , ritoccando c
compiendo quella immagine , ovvero forma di FELICITÀ – H. P. Grice: “Some
reflections on ends and happiness – EUDAEMONIA – J. L.Ackrill --, che già
adombrammo in fu ’1 principio. E così pur fece Arinotele ne* fuoi dieci libri.
Sia dunque la perfetta felicità il cumu- lo di 2 1(5 P a * t * Quinta lo di
tutti i beni, cosi che non le manchi nè feien» za, nè finità , nè robuftezza ,
nè bellezza , nè gra- zia , nè potenza, nè ricchezza, nè nobiltà , nè ono- ri;
e fia tutti quelli beni fi fegga , e tutti gli regga e governi, quali (ignora ,
e imperatrice la virtù . Ma quella felicità più tollo può fingerfi , e
dcfidcrarfi, che otrenerfi ; imperocché nè tutte le virtù pedo- no Tempre
efercitarfi in foramo grado; et alcuna ven’ ha, che non s' adopra fenza i beni
della for- tuna, come la liberalità; et altre hanno bifogno de* mali per edere
adoperate, come la tolleranza, e la fortezza , tanto che pare fieno proprie
{olamente degl’ infelici . Gli altri beni poi si d’ animo si di corpo , come la
memoria, e Io ingegno,' e la fani- tà , e la bellezza, e la grazia , vengono
quali in tut- to dalla natura , che rade volte gli unifee , e gli raccoglie in
un Colo ; e chi da erta non egli ebbe, non può fpcrare gran fatto di
procacciategli • Che diremo de’ beni edemi , della potenza , della ric- chezza
, degli onori , della nobiltà , delle amicizie , ne’ quali , fe in altra cofa
mai , regna e domina la fortuna così incerta et incollante , che non è chi
debba ddjirfene, o porta . E fe vogliati! riguardare-/ non folo alle comuni
vicende dei fatti prefenti , e che abbiam folto gli occhi, roa riandando fu per
le antiche memorie cercar con diligenza le preterite avventure degli uomini ,
troveremo onde lagnarci molto della fortuna, e fperarne affai poco. Per la qual
cofa chiunque fi mcttdfe in penfiero di voler con- Di AtCUNE QUALITÀ' DELL* ANIMO . 217
confcguire in quefta vita la perfetta felicità , mal fpendcrebbe le fue
diligenze , c avrebbe Tempre bifogno di dTere grandemente raccomandato , et ol-
tre modo caro alla fortuna . Però bene e faviamente hanno fatto i Peripate-
tici , che avendo locato la perfetta felicità in un_. così alto luogo, ove
niuno afpirar può; hanno po- llo fotto di elTa alcuni altri gradi di felicità
imper- fetta , a quali afpirar fi pofTa con maggiore fperan- za . Ma perchè
quefta iftefla imperfetta felicità po- trebbe eflere intefa in più maniere , e
molti potreb- bono ingannarvi prendendo per felicità imperfetta, ciò , che pur
non merita il nome della felicità , pe- rò fie bene deferiverne brevemente la
forma, accioc- ché in efla riguardando polliamo più facilmente di- ftinguere ,
quali fieno i felici, e quali nò. Io dico dunque, che a quefta imperfetta
felicità , di qualun- que forma ella fia , tre cole fi richieggono , e non più;
prima, che l* uomo fia virtuofo ; apprelfo, che fia contento ; e in terzo luogo
, che niuna grave-» feiagura gli fopraftia . Nè io voglio qui, che trop- po
fottilmente fi efamini una tal partizione; perchè fe ad alcuno parrà , che le
fopraddette tre cofe pof- fano ridurli a due, parendogli peravventura , chela
contentezza rinchiudali nella virtù , o la virtù nel- la contentezza, io non
gli contraftarò punto; ma intanto le confidererò , come tre . Ricercali dunque
alla felicità, qual che ella fia- li, in primo luogo la virtù; e ciò per più
ragioni. Tom. IV. £ e Pri- 2 1 3 P a x t e Q^u 1 n r a Primamente non è alcuno,
che per nome di felici* tà non intenda uno flato nobile, eccelfo, c precla- ro,
e degno di laude, e meritevole d’ cfleiC defi- derato , c voluto; e tale non
può clfcr lo flato d’ un malvagio; perchè chi farebbe quello , che ftitnaf- fe
degno di laude, e meritevole d’ e (Ter volutolo flato d’ un’ aflaflino , fofs’
egli anche fignore di tutta T Alia? E noi veggiamo , che i menzogneri, e gli
fpergiuri, c i ladroni, e gli ufurpatori fi ingegnano, quanto pcfTono, di non
parer tali, conofccndo ef- fer degno di granditìimo vituperio lo flato loro .
Che flato felice è dunque quello , il quale fi vuol nafeon* dere con tanta cura
per la vergogna ? Non diremo dunque felice , nè (limeremo degno di fi bel nome
in niun modo colui, che non fu vir* tuefo. E molto meno il diremo, fe
confidcrereme, che a quella felicità , che ora deferiviamo , qual che ella
fiali, dopo la virtù maffimamente fi richie- de la contentezza, la quale appena
che polTa (lare fenza virtù ; laonde anche perciò richiedefi alla fe- licità la
virtù . Ma quella parte della contentezza fi vuol fpiegare alquanto
diligentemente . perciocché di efTa fi vantano talora anche i malvagi. Contento
dunque fi dirà clTer quello , che pof- fedendo alquanti beni, vuole che quelli
gli ballino, nè fi affligge del defidcrio degli altri beni, che non polfiede; i
quali intanto folo defidera , inquanto vo- lentieri li piglierebbe, fe alcuno
gliele recafle; nè peiò fi turba del non averli. Io voglio dunque, che eg !i Di
alcove qualità' bell’ animo. 219 e»!! patteggi alquanti beni, e certamente
quelli, la cui mancanza non potrebbe egli, fe non difficilmen- te , e con
fatica , faftenere, perciocché ben fuppon- g>, che a quello felice
imperfetto, che noi ora im- maginiamo, non voglia concederei una virtù perfet-
tiffima. Ora fe 1’ uomo contento dee pofledere al- quanti beni , nè dofiderarne
altri gran fatto , qual diremo noi cfler quel bene, che più gli convenga di
pofiedere , e per cui debba maggiormente con- tentarli, fc non fe quello , che
effondo lodevoliffimo, e gloriofiflìmo , è anche foaviffimo , e pieno di gio-
condità ; ed è tutto nelle mani di colui, che 1’ ha, non potendogli efler tolto
nè dalle infidie degli uo- mini, nè dalla temerità della fortuna? Certo che fe
fra tutti i beni dovette alcuno fceglierne un fa- lò , e di etto efier pago e
contento , dovrebbe fee- gherne uno tale. Or chi non vede, che tale fi è la
virtù? La qual non falò è per fe fletta nobile, e magnifica, ma riempie 1’
animo d’ un piacer puro, e durevole, e che non induce fazietà ; come il più
degli altri beni far fuole, che o non fi fentono, poi- ché fi fono per qualche
fpazio goduti , o vengono a’noja, et a falcidio; il che veggiamo per ifperien-
za nei giuochi , nei balli , nelle fette , nei convi- ti , e negli altri
paflatempi . E la fanità fletta non può fentirfi , quanto piaccia, e fi a
dolce, fe non fi erde . Quanto poi vaglia la virtù a raffrenare la cupidigia
dei piaceri, il che fommamente alla con- tentezza richiedcfi, non è bifogno di
diraoftrarc; E e 2 I20 Parie Quinta fapcndo ognuno, che la virtù è di lua
natura mo* dcratricc delle paflioni , e, per così dir , briglia del defiderio .
Ma 1’ intemperante , P avaro , il fuper- bo , V invidiofo , il violento
difficilmente pcffon te- nerli, che non trafcorrano Tempre con le ingordo lor
voglie a nuovi piaceri , effondo il vizio per fuo naturai coffnme infaziabile .
Tanto più.che i piaceri di colìoro fon così vili et imperfetti , che prcftamen-
te fi guadano , e divcngon noja et incomodo . 11 perchè poca contentezza può
fperaifi dal vizio; ma moltiffima dalla virtù ; e certo fpefle volte è più
contento il virtucfo del poco , che non il viziofo dui molto. Oltre a ciò fe 1’
uomo dee cffer conten- to di certi beni , fenza dcfidcrar più innanzi , bifo- gna
, che egli (limi e creda, che quelli gli badino, e gli paia di dare affai bene
con effì foli . La qual cola difficilmente può parere al viziofo ; perciocché
eflendo i piaceri di lui caduchi e manchevoli , e po- tendogli d’ ora in ora
effer tolti dalla fortuna , non può così di leggeri perfuadcrfi di dar’ affai
bene, e di edere abbaffanza felice con quelli foli ; e non a- vendo altri beni
, che quelli, che fono in mano del- la fortuna, bifogna , che. defideri , che
la fortuna gli ferbi fempre al piacer di lui , il che è defiderar 1’
imponibile. Al contrario il virtuofo , avendo pollo principalmente la fua
felicità nella virtù, e nel pia- cere, che da efla deriva; tiene in minor conto
gli altri beni , e non ha tanto bifogno della fortuna , la qual fe gli toglie
la fanità, le ricchezze, gli ono- * Digitized Di alcune che fia ftolida , o impotente,!) ingiufta la
natura ; ma più tofto è da dire , che un’ altro mondo ci afpetti più comodo, e
migliore, m cui abiti la giuftizia , e la verità , et ove debba il viziofo
effer punito, e il virtuofo ricompenfato. Ed è tanto grande l’ opinione , che
fi ha in quella fi* lofofia , della Capienza , e della bontà della natura, che
non fi crede , pofla farfi azione alcuna dagli uo- mini, quantunque piccola,
che non debba a qual- che tempo effer punita dalla natura , fe è malvagia , 0
ricompenfata, fe virtuofa . E perciò credefi , che 1 malvagi in quello mondo
fieno affai volte fortuna- ti et al contrario opprefli i virtuofi , potendo gli
uni con qualche onefta e virtuofa azione aver meri- tato qualche breve felicità
; e gli altri con qualche leg- Digitized Di alcune salita’ dell’ animo . *25
legger difetto aver meritato una breve rniferia , c patteggierà „ E certo
fegoendo una tale opinione , che tan- to confida nella bontà della natura, non
è da affet- ta ili nella preferite vita alcuna vera, e compiuta-, felicità; ma
è più rollo da fperarfi in un’altra, do- ve il piacere farà più puro , e
perfetto, e dove all’ efercizio faticofo delle virtù fuccedcrà la quiete d’ una
tranquillifliroa contemplazione; o fia , che 1* anima del virtuofo in quella
nuova vita palli d’ uno in altro veto; o iia che tutti i veri difeopra in uno
fclo, il qual comprenda in fe fiefTo ogni ferma di bene , e di bel'à : illulìre
c nobile ricompcnfa dei virtuofi , e degna della magnificenza della natu- ra.
Polle le quali cofe non può negarli, che il vir- tuofo non fia tanto felice in
quella vita , quanto clfcr fi può. Così che quando ancora tutti gli altri beni
di quello mondo, e ricchezze, er onori , et imperi , c bellezza , e fanità , e
feienza a lui man- caffero, pur felicifl'tno tra gli uomini chiamar fi do-
vrebbe, .folo che ritenefle la virtù. Imperocché fic- carne infelice è colui,
anzi infehcilTimo , a cui fo- vralìa una fomma roiferia, cosi felice chiamar fi
può, anzi pur felicillimo quello, cui fcvralla una gian- diflìma . e fomma
beatitudine. E quello ballar po- trebbe in verità , perchè lo fiato del
virtuofo felle da defideiarfi , e da volerli fopra ogni altra cola . Ma non
confilìe pelò tutta la prefentc felicità di lui 9cw>. IV. F f nel- lió ? A *
T I QUINTA nella fopraftante beatitudine; eflendo egli felice per più altre
ragioni ancora; prima perchè fperando una tal beatitudine , comincia già da ora
in certo mo- do a goderne; poi perchè è virtuofo ; e finalmente perchè fente il
piacere della virtù. Ed ecco un’al- tra forma di felicità molto nobile, e molto
magni- fica , che eflendo polla nella virtù , e in quel piace- re , e in quella
fperanza , che non mai 1’ abbando- nano , fottrac 1’ uomo all’ imperio della
fortuna , e all’ infolcnza del cafo . Imperocché chi fa à co- lui , che
fentendo in fe fleflo il piacere della virtù, et afpirando al ripofo d’ un’
eterna et immutabile tranquillità, non tenga per nulla tutti i beni di que- lla
terra , e non fi rida della fortuna , che gli di- fpenfa ? E qual farà la feiagura
, che a lui paja gra- ve, folo che in clfii efercitar pofia la virtù? E qual
male crederà egli che fia male, fe non la colpa? Anzi le avverfità , per cui fi
adopra la pazienza , e i pericoli , che aprono largo campo alla fortezza , e P
efiglio , e il difonore , e la malattia , eia men- dicità', in cui rifplendono
1’ intrepidezza, e il va- lore, dovranno parergli p^ù tofto doni, che ingiu-
rie della fortuna , la qual difponendogli quelli ac- cidenti , che gli uomini
chiaman fventure , gli ap- proda i mezzi di ufar virtù , e confeguire una cc-
ceilentiflima , et cfquifitiflìma felicità. E con quello animo farà il virtuofo
prontiflìmo e fjpeditiflimo a tutti gli uflkj della temperanza , e della
giuftizia , culla potendo io lui tutti gli altri beni a petto della vir- /
Digitized by G Di alcune qualità' dell* animo. 217 virtù; i quali nc pure
giudicherà beni, nè gli Iti* metà pur degni di deGderio . Così riftretto e rac-
colto tutto nella virtù , fprezzerà i colpi della for- tuna , e farà d’ animo
eccelfo e imperturbabile , e non avrà che invidiare al fallo et al orgoglio
delli Stoici. Il perchè molto mi maraviglio, che alcu- no dubiti di abbracciare
quella filofufia così «ni- ni o fa . Ma molti fono, i quali temono di
accollarli a Platone, parendo loro, che quella contemplativa^, felicità pofla e
debba render felice 1’ animo deli* uomo , ma non il corpo ; et effi vorrebbon
pure , che fofle felice anche il corpo; perchè avendoli po- llo in mente , che
1* uomo lia comporto d’ anima e di corpo , ferabra loro , che fe il corpo non è
feli- ce effo pure , non lia 1* uomo , nè debba dirfi feli- ce , che per metà.
E' anche un’ altro timore, che ritrae gli uomini , e gli allontana da Platone ;
per- chè invitandogli quello filofofo a fprezzar tutti i be- ni di quella vita,
fuori che la virtù; e ciò in gra- zia d’ un piacere eterno et immutabile , eh’
ei ne promette in un’ altra ; quantunque egli tutto quello affai bene , e con
belle ragioni dimoftri , ad ogni modo non fe ne fidano; e parendo loro, che i
be- ni di quella vita fieno troppo più filmabili , che non fono , temono di
avventurar troppo , fe gli abban- donino feguendo la fperanza , che lor vien
dita dall' opinion d’ un filofofo. E che farebbe, fe Platone, come tant’ altri,
fofle ingannato? Se quella aftrufa F f 2 felicità , che abita e Ila tra le idee
, non fofle al* tro > che un vago e dolce fogno? E noi intanto per amor d’
c(Ta perduto aveffimo quanto di bene è quag- ga ? Così dicono i pufillanimi , e
non fidandofi di Piatone fi fidano della fortuna ; e corron dietro agli onori,
alle ricchezze , alle dignità, e a tutti i be* ni" di quella vita, che lor
fi mollrano in minor lon- tananza , e che cfli , non fo perchè, fi perfuadono
di dover confeguire una volta ; quali follerò più lì* curi di dover vivere fra
dicci anni in quello mondo , che fra due mila in un’ altro . Cosi com- metrono
la loro felicità alla temerità della for- tuna , non volendo commetterla alla
ragion d’ un filofofo . E quelli tali, che non fi fidano di Platone, nè
abbaflanza fi aflicurano d’ un’ altra vita , nè di quella fovrana incomparabil
felicità, vorrebbon for- fè, a quel eh’ io mi credo, che lor venilfe dal Cie-
lo un qualche Iddio , e gli afficurafie. E certo fe egli venifle a loro quello
cortefc Iddio , e gl’ in* ftruifle; farebbon gran fenno a volger le fpalie ai
filolbfi , e lui folo afcolrare , e non altri . Chi fa , che egli non modraffe
loro un’ altra nuova, e ma- ravigliofa , et inaudita forma di felicità, non
anco- ra caduta in mente a verun’ uomo , la qual però , qualunque folfefi, par certo,
che non dovelfe po- ter confeguirfi, fe non per virtù, e dovefle efleread altra
vita riferbata, E quel medefimo Iddio, cho avelie prefo tanta cura di noi , e
fofle venuto di Digitized by G Di alcune qualità' dell’ animo . 2*9 di cielo in
terra per dar lezione agli uomini , e farli maeftro di felicità) ci direbbe
forfè, fé 1’ ani- ma fi a tutto r uomo , così che il corpo a lui nulla
appartenga; il che fe forte, effendo felici/ 1’ anima , farebbe felice altresì
tutto 1* uomo : o più torto chi fa, che quello divin maeftro , be- landoci un
nuovo , e non più udito orlin di co- fe , non ci raoftrafte un qualche
riforgimento , per cui doveffero 1’ anime feparate riunì r fi una vol- ta ai
corpi loro per così fatta maniera , che ef- fendo effe felici lo foflero anche
i corpi , e ve- nirti? r uomo in tal modo ad erter tutto feli- ce ; et ogni
parte di lui , e quanto è in lui e anima , e corpo , e fentimenti , e potenze ,
tutto forte pieno e ricolmo d’ una puriflima , et altirtima felicità ? Io
potrei dire fenza timor d* ingannarmi , che quello cortefe Iddio è già ve- nuto
, et ha moftrata agli uomini la loro ve- ra felicità ; nè potrei contenermi di
non fdc- gnarmi con tutti coloro, che non 1’ afcoltano.- Ma egli mi converrebbe
di entrare in quella di- vina. filofofia > che io* non’ fon degno di efpor-
ie però reftringendomi dentro alP umana, o ftandomi' tra gli angurti confini
della naturai ra- gione', io dico , che egli mi par chiaro , che debba P uomo o
contentarli di quella mifera_« felicità , che Ariftotele ci propofe in quella
vi- ta , o afpettar quella più lieta , che in altra vita ci hanno* promeffa con
tanto fallo i Pia- toni- ajo Parte Q_u i m t a tonici ; o dir bifogna , che
tutta quefta filofo- fica beatitudine altro non fi* , che un nomo vano. Il Jìnt
iella Quinta Parte RAGIONAMENTO A CASALI Sopra un libro Di MAUPERTUIS
Intitolato: Essai de philofophie morale . AVendomi voi più d’ una volta
fignificato , Si- gnor Conte Gregorio cari/limo, di volere , che io vi feriva
brevemente il parer mio fopra un libro fran- zcfc, ufeito , ha già tre anni ,
in Londra col tito- lo: Saggio di filofùfia morale attribuito al Signore di
Maupertuis : io ho indugiato tanto ad obbedirvi) che, come uomo verecondo, piò
non mi arrifehia- va di farlo; temendo, fe fatto lo avelli , che T ob- bedienza
prefente non rifvegliafle in voi la memo- ria della difubbidienza palTata. Ma
avendomene voi fatto inftanza di nuovo, e niente valendomi il mio timore ,
benché io non vegga , qual ragion lia , o a me di fcrivere il mio parere fopra
un tal libro , o a voi Digitized by Google 2$t Ragionamento. a voi di
chiederlo, mi fon pur difpofto a fervirvi ; e quantunque, facendo il piacer
vortro , affai temo , c con ragione, che non farò quello degli altri; po- trete
voi però da quello ifteffo comprendere, che più, che a tutti gli altri , io
fono contento di piacere a voi folo . E certo chi è oggimai , che più defideri
di fen- tirc il parer di veruno fopra un libro ; che effondo (iato generalmente
attribuito a così eccellente filo- fofo , come è il Signor di Maupertuis ,
bifogna be- re, che fia (iato generalmente (limato be'lillimo ,et ornatiffimo,
e degno di quel gran nome; c quando anche fe ne afpettaffc il giudeo di alcuno,
chi è, che non doveffe afpcttarlo più torto da altri , che da me? Et io
certamente l’avrei defideraro da voi. Imperocché febben pare, che la Fifica , e
la Mate- matica , che voi profeffate et abbellite con tanto loro vantaggio,
rivolgendo voi il penderò ad altra feienza , doveffero averne gelofia, c
fdegnarfene, voi però fiete di tanta prontezza d’ animo , e di cosi
maravigliofo ingegno fornito , che ben potete fervi- re a molte fenza offenderne
niuna. Et io fo, quan- to tempo avete dato meco alla Metafilica , c alla
Morale, e quanto in effe fiete innanzi proceduto, fenza che la voftra Geometria
fe nc arcorgeffe. Ol- tre che effondo voi d’ eloquenza, e di poefia, tra quanti
oggidì ne fiorifeono , ornatiflimo c chiarirtìmo, pare, che niuno potefle nè
giudicar del libro, di cui volete, eh’ io giudichi, meglio di voi , ni
fcriverne più leggiadramente . E fe la dignità della perfona aggiunge pefo al
giudicio, a cui fi apparteneva di giudicar di un tal libro più che a voi >
Che lafcian- do Ilare la gcntiliflìma e nobiliflima ftirpe voftra, che fola
badar potrebbe a rendervi in ogni cofa autore- vole , fe già per la viirù
voftra non fette; voi fiete ancora Prefidente in una delle più fiorite Accademie
d’ Italia j quale è quella dell’ Inftituto di Bologna» ficcome è il Signore di
Maupertuis in una delle più fiorite d’ oltramonti, quale è quella di Berlino ,
on- de pareva , che a voi più , che a me , il convenifte giudicar di un libro
di quel grand’ uomo, e meglio potette voi, o accrefcerne la fama approvandolo ,
o difapprovandolo fminuirne 1’ autorità. Ed anche pet quello ho io indugiato a
fervirvi cosi lungamente, e fin che ho potuto refiftere al defiderio voftro .
Per- ciocché mettendomi a fcrivere di un tale argomen- to, pareami di entrare
in una provincia , che io do- vedi lafciare del tutto a voi ; maftimamente
clfcn- do io da altri ftudj , come voi ben fapete , e da altre cure, non fo ,
fe occupato , o diftrafto. Cra però che tutte quelle ragioni ha vinte , liccome
do- vea , il voler voftro, verrò ftendendovi un ragiona- mento femplice, e
breve quanto potrò ; il quale ver- ta a voi timido, e paurofo , e limile all’
autor fuo; non però tanto modello , che non vi dica liberamen- te il fuo
parere, e in quella maniera, che voi ave- te defiderato ; nel che fe egli per
qualfifia modo er- ta ffe , io gli ho g à detto, che fi lafci corregger da voi.
Nè però mi curo, che ad altri piaccia, che a Tm, IV, G g voi; 2$4 Ragionamento.
voi; Scrivendolo io a voi folo, come (e a voi pai- latti lenza edere udito da
altri, quali in una dolce e cara folitudine , in cui niuno fi ritrovane , fe
non noi due foli . E primamente quanto alla forma et allo fiile del libro del
Signore di Maupertuis , dico, che egli mi par fcritto, fe pofio giudicar nulla
di una lingua a me ftranicra, molto politamente; et oltre a ciò con fomma
difiinzicne , e chiarezza , co- me il più foglion’ edere le fcritture dei
Franzcfi: nc altre qualità vogliono gran fatto efigerfi negli ferir- ti di un
filofofo , Se io però poteflì defiderarne al- cuna fenza cfigerla , defidcrcrci
maggiore gravità e magnificenza di dire, ricordandomi di Cicerone, che trattò
pure ne’ Tuoi dialoghi lo fi e db argomento. Ma forfè le opinioni, che fpiega
1’ Autor Franzefe nell’ ultimo capo del libro fuo, non avean bifogno della
magnificenza del dire; quelle che fpiega negli altri, non ne eran capaci. Ora
però lafciando que- llo da parte; che non credo già voler voi da mej intendere
ciò, che mi paja dello flile , onde il li* bro è fcritto ; vengo fubito alla
dottrina , che elfo contiene. Il che facendo non altro ordine datò al mio
ragionare, fe non quello del libro Aedo; e fe- guiiò di mano in mano tutti i
capi , che lo com- pongono , fuori 1* ultimo , il qual parmi aggiunto più tolto
ad accrescere dignità alla dottrina , che a confermarla . • CAP. Digitized
Ragionamento. 235 CAP. I. Che cofa fin felicità . A Spiegare in che fia polla
la felicità procedei* Autor Franzefe a quello modo . il piacere al- tro non è,
che una certa commozione o fentimen- to dell* animo, che 1* uomo ama meglio
avere , che non avere; nè vorrebbe cangiarlo in che che fia; nè da elfo pafiar’
ad altro, nè a dormir pure. All’ incontrario è il difpiacere. Io non voglio
mutare ora quella definizione ; che in vero diffidi farebbe farla migliore , e
non è però necelTario . Potendo poi ciafcun piacere effere più o meno intenfo ,
può anche effere lungo più o meno, con- tinuandoli per maggiore o minor fpazio
di tempo . Però 1’ Autore Hiflingue il tempo del piacere in più momenti, che
egli chiama mementi felici; i quali vuole, che tanto più fi ellimino , quanto
fono più lunghi , e quanto il piacere in elfi è più vivo j et efprime ciò per
una proporzione compolla , che noi, non avendone bifogno, lafceremo ai
geometri. All* ifteflb modo ftabìlifee i momenti infelici. Le quali cofe così
flabilite paffa tollo a fpiegar la natura dei beni , e dei mali ; volendo , che
il be- ne fia una fomma di momenti felici , il male una . Tomaia di momenti
infelici . Il che fatto giunge fi- nalmente *11* felicità , e la ftabìlifee in
quello mo« G g 2 do. 2]5 Ragionamento. do. Avendo ogni uomo una certa (brama di
beni, che gode, c una certa Comma di mali, che fcffre» fottraggafi 1* una Comma
all’ altra. Se fatta la fot- trazione avanza alcun poco di bene , 1’ uomo dee
dirli felice, c la fua felicità confitte in quell’ avan- zo. Se avanza alcun
male, 1’ uomo dee dir fi infe- lice; et è quell’ avanzo di male la fua
infelicità» F, gà fi vede, che fe la Comma dei beni e la forn- irà dei mali
faranno del tutto eguali tta loro, on- de fatta la fottiazionc niente avanzi ,
1’ uomo al- lora non fa:à nè felice, nè infelice; e niente acca- dea , che egli
nafcclfc ; potea comodamente rima- nercene . Così 1’ Autor Franzefe» Il quale ,
fe ho da dirvi il vero, mi meraviglio» che fenza neceflità niuna abbia voluto
dire con tan- te parole quello, che gli Epicurei aveano infognato cosi
brevemente, e forfè più chiaramente; e ciò è, che 1’ uomo tanto è più felice ,
quanto più hà di piaceri , e meno di difpiaceri ; Capendoli poi da o- gnuno,
che i piaceri e i difpiaceri più o meno fi efti- niano fecondo 1’ intenfità e
durazion loro. Il che tutto mi fembra dirli aliai chiaro. Ma il dover pri- ma
alfumere i piaceri , e di quelli poi far dei mo- menti, e poi di quelli comporre
il bene, e quindi pattare alla felicità, mi è (lato di qualche pena. Nè dico
già, che la fentenza di Epicuro* condot- ta per così lungo cammino» divenga
falfa; dico, che farebbe (lata maggior correda farle fare viaggio più breve.
Digitized Ragionamento. 237 Ma venendo a ciò , che più rileva , io dico , che
fe la feliciti fi compone di beni , e i beni fi compongono di momenti felici, e
i momenti felici di piaceri , nè fegue finalmente , che la felicità fi com-
ponga del p : accre ; et effondo il piacere non altro, che un fornimento dolce
e caro , che 1’ uomo pro- va in fe (lofio, bifognerà dire, che la felicità
fia-« pofia in un tal fentimento. Ora eflendo la felicità, fecondo che
affermano i filofofi ( nè 1* Autor Fran- zefe è loro in ciò contrario) quell*
ultimo fine, cui necefiariame' te tendono tutti i voleri dell* uo- mo , farà
meftieri il dire, che 1* ultimo fine di eia- fcun* uomo fia pedo in lui
medefimo, e confida in un fentimento dolce, e caro , che egli procurar deb» ba
a fe fiefio , nè poffa voler altro., li che fe ù vero , non dovrà 1* uomo, nè
potrà diriger veruna azion fua fe non al fuo folo piacere; nè gl’ importerà
della moglie , nè dei figliuoli , nè dei parenti, nè degli amici, fe non quanto
ne ver- rà a lui alcun fenfo di giocondità; levato il quale non dovrà egli
voler più torto la falute , che la mor- te loro , nè più torto la confervazion
della patria , che 1* ellerminio. Sentenza dura olrremodo , e da non edere
ricevuta in gentile animo. E certo che gli Epicurei ftefli cercano diflimularla
, quanto pof- fono , e per parer buoni cittadini , van pur gridan- do , e
proteftando di amar la patria loro , e voler- ne la confervazione ; ma
interrogati poi, per quaj fio e la vogliano , tratti dai lor principi , bifegna
, ebe 23S Ragionamento. che rifpondano di volerla per quel piacere , che fpc-
ran di trarne. La qual rifpofta niente ha di genti- le; perchè fe io domanderò
di nuovo 1’ Epicureo, che dunque farebbe egli per volere , fe niun piacer re
fperalfe ; bifognerà pur, che rifponda : che mon- ta a me della patria , fe
niun piacere ne debbo trarre io ? Rifpofta vile , rozza , e difeortefe . E non
par’ egli , che la confervazion della patria Oa cofa affai nobile, e preftante,
e magnifica, e degna per fe ftclfa d’ elfer voluta ? E fe tale è , e per tale
fi conofce , perchè non potrà 1’ uomo volerla per que- llo folo , meifo anche
da parte il piacere ? Come mi fi dimoftrerà egli , che il merito della cofa,
che ci fi propone , badar non polla da fe per indur l’ uomo a volerla? Che
affurdo ha in ciò? Io dico dunque , che altre cofo vogliamo pea quel piacere,
che fe ne trae, ed altre per l’ eccel- lenza , e dignità loro ; e in quelle
vogliamo , non veramente le cofe, ma il piacere; in quelle vogliala le cofe; e
il voler quelle non è biafiroo; il voler quelle è virtù . Ma perchè molti fi
hanno pur fitto nell’ animo, che niuna cofa polfa volerli , nè la vir- tù pure,
fe non affine di ottener quel piacere, che quindi ne nafee; a manifcftar 1*
error loro giova {coprirne la cagione . Egli è certo , che volendo I* uomo la
virtù , fente alcun piacere in volerla ; nè di ciò è quiftione , eh’ io fappia
. Son dunque alcu- ni meno accorti, ai quali, perciocché fenton piace- te io
volet la virtù, par di volere, non la virtù, sia Digitized Ragionamento. 2 39
ma il piacere, o più torto di voler la virtù per quel piacer folo ; nè fi
accorgono, che quand’ anche vo- Ietterò la virtù per quel piacere, la vogliono
però ancor per fe fletta . Il che fé non fotte , come po- trebbe 1* uomo feguir
così fpetto , coni’ egli fa . più torto la virtù , che gli propone un piccol
piacere , che la colpa , che gliene promette un maggiore ? Non così forfè fanno
i giudi, i forti , i temperanti , i liberali, i cortefi , i magnanimi ? I quali
quante volte feguono la virtù , niun piacere o pochirtimo fperandone ? E allora
credono d’ ettere più virtuo- fi. Qual piacere potevafi afpettar Regolo ,
andando incontro ad una certiflima , e crudelifiima morte ? Qual Curzio,
allorché gittoffi nella voragine ? Qual Sccvola , quando ftefe la roano ad abbruciarla
? E fo bene, che molti s’ ingegnano, e fi sforzano di pro- vare , maggior
diletto aver fentito Scevola in quell’ atto orribile , e fpaventofo , che altri
non fonereb- be in una foaviflìma mufica , o in un convito . Ma chi è, che non
fenta , quanto fien dure e difficili quelle lor ragioni, c quanto sforzo codino
ai loro xitrovatori? le quali però pajono confutate abbaftan- za dal comun
fenfo. Più dunque valfe appretto Sce- vola , fe rettamente giudicar vogliamo,
con un pic- colittimo piacere la virtù , che fenza virtù un pia- cere
grandittimo . E di ciò abbiamo infiniti efempi in tutte le iftorie , a cui
molti ne hanno aggiunto i poeti nelle lor favole ; finti in verità ; ma non gli
avrebbono finti , fe non ne aveffero prima trovato dei veri . lo *4°
Ragionamento, Io mi fono fermato fu quello argomento alquanto più, eh' io non
volea; nè però voglio pentirmene; parendomi il luogo importantiflìmo , e da non
dovei trapalarli da chiunque voglia trattar materie di mo- rale. E defidererei
grandemente, che il Signore di Maupertuis l’ avefle trattato egli , che 1’
avrebbe fapuro fare molto meglio di me. Ma egli, non fo perchè, ha voluto anzi
prefupporre ciò, di che gli altri fanno quiftione , e fenza recarne ragion
niuna darci ad intendere , che la felicità fia polla nel fa- lò piacere, nè
polla 1’ uomo voler’ altro. Nè io però contraffarei molto a chi volefle no-
minar felicità il piacer falò, e non altro ; valendoli in ciò di quel diritto,
che con 1’ efempio dei ma- tematici fi hanno da lungo tempo ufurpato i
filofofi, di imporre i nomi a polla loro . Ma chi ciò facef- fe, e nominar
volefle felicità folamcntc il piacere, dovrebbe poi bene, e diligentemente
avvertire) che feguendo tal fua denominazione affermar non potreb- be , che la
felicità fotte quel fine ultimo, in cui ne- ceflariamente vanno a terminarli
tutti i voleri dell’ uomo; fe prima non dimoilrafle, tutti i voleri dell* uomo
dover terminarfi nel piacere. Ciò che è dif- ficile a dimollrarfi ; e non
avendolo dirooflrato il Signor di Maupertuis, mi ha tolto la fperanza , che
polla effere dimoflrato da altri. Ma di quello finquì , Prima di pattare avanti
, piacerai efpo rvi utu, dubbio, che io non ardifeo di feiogliere; falcierò ,
che lo fciolgaao quelli, che più fanno di me. Erto mi Digitized by Google
Rkiomaminto. 241 ini è nato là, dote 1' Autor Fianzefe a mifurare la felicità
vuole, che s’ abbia riguardo alla lunghezza del tempo , che ella dura ; volendo
, che in quc’ Tuoi momenti felici , di cui compone i beni , de’ qua- li poi è
comporta la felicità , fi confideri non fola- mente 1’ intenfion del piacere ,
ma la diuturnità al- tresì . Alla qual fentenza io mi accorderei volentie- ri
> fe egli 1* aveffe dimoftrata ; ma avendola fol tan- to affermata fenza
dimoltrarla , non fo indurmivi . E certo parmi , che non fia da difprezzarfi 1’
auto- rità delli Stoici , i quali infognavano il contrario , cioè che la
lunghezza del tempo niente appartenef- fe alla grandezza della felicità. Perchè
ficcome un corpo non fi dice efler più bianco , perchè fegua ad efler bianco
per più lungo tempo , nè un’ uomo fi dice effe? più ricco, nè più nobile, nè
più eloquen- te , nè più virtuofo , perchè, vivendo più lungo tempo, fegua
anche più lungo tempo ad e Acre elo- quente , o ricco, o nobile, o virtuofo;
cosi argo- mentavan li Stoici dover dufi dell’ uom felice; la cui fe- licità fe
più dura, dee chianmfi felicità più lunga, ma non maggiore ; come la bellezza
di un volto , la qual confervandofi per lungo fpazio di tempo, non per quello
divien maggiore , ma folo chiamali più durevole . E certo egli pare , che la
felicità di natura fua aborrifea la fuccefiione, nè voglia ccrrporfi di par- ti
, che pallino e fuggan col tempo. Imperocché chi è colui , che metta a conto di
felicità quello , che ‘lom. ÌV. H h già Digitized by Google 242 Ragioramikto.
j:à pafiò , e non è più? Chi è, che fi crèdi d' ef- Ter felice, perchè fu una
volta / Ovvero creda , che qualche cola gli manchi ora alla felicità, perchè
non fù felice gli anni addietro? Cosi argomentavan li Stoici, la cui ragione io
non dico, che fia vera; dico , che c da parlarvi fopra , e da averne confi-
derilione . Senza che fe 1’ uomo dee' mitùrare la felicità fua, mettendo a
conto non foJamcnte le pre- fenti fue avventure, ma le preterite ancora, e
quel- le , che appretto verranno, chi potià fare tutti quel calcoli della
felicità, che il Signore di Maupertuis vuole ? Perciocché chi fa le vicende del
tempo av- venire ? Ma di quello fi è detto abbaRanza. CAP. II. Se nella vita
dilP uomo più fieno i bini y che i meli . E ’ Stato fempre quali naturai
cofiurre degli uomi- ni il dolerli , e rammaricarli della vita prclen- tc ,
come di quella , che tutta fia piena di tnbula- zioni , e travagli . Di che una
ragione forfè è, che avendo molti udito dire , che i buoni il più delle-» volte
fono infelici, per parer buoni elfi , voglion pa- rere infelici ; e perchè
veggono la miferia movere ccinpaflione , la felicità invidia ; p ù volentieri
rac- contano il lor travagli, «he le loio profpcrità . I Fi- lofoli hanno dato
autorità alla querimonia; e de- feti- I 1 RA6IONAMENTO.' 24? fcrivendo agli uomini una
fomma e perfettìflìma fe- licità, a cui niuno in quefta vita può giungere, han
fatto lor credere di eflere più infelici ancor , che non fono . Hanno anche
creduto , confermando la malinconia, di dimoiar maggiormente gli animi al- la
virtù. Agli Oratori non pareva di eflere abba- ftanza eloquenti, fe non
moftravano di feguire i pen- famenti dei fìlofofi. E i poeti ancora hanno
accre- feiuta non poco 1* opinione della comune mifcria_. con Je lor favole,
avendole quali tutte teffute di tri- ili e dolorofi avvenimenti . Così che pare
, che gli uomini abbiano pollo non fo quale Audio a rattri- ftarfi . Io credeva
però, che il Signore di Maupcrtuis dovefle attrifiarfi meno degli altri ;
perciocché vo- lendo egli, che debba 1’ uomo cfler felice, c chia- marli
contento della vita , fol che la fomma dei beni fuperi alcun poco quella dei
mali; quanti feli- ci dovrebbon’ eflere al mondo fecondo lui ? Perchè fon pur
pochi quelli, i quali dopo aver fitto dili- gentemente il calcolo dei beni e
dei nuli, non fieno tuttavia contenti di vivere. E quanti ne fono «Jegli
allegri , e follazzevoli , che non hanno bi fogno di lungo calcolo ? Parea
dunque , che poteffe il Signor di Maupertuis rallegrarli alquanto p:ù , e
fcrivcre il fecondo capo del fuo libro con meno malinconia. Al qual capo fe noi
attendemmo , bifognerebbe di- re , che nella vita ordinari^ dell’ nomo folle la
fom- ma dei mali Tempre maggiore della fomma dei be* H h z ni , ^44 RAcroMMisT»
i ni , c che però niuno dovette efler contento di Vi- verci . Ma veggiamo
brevemente le ragioni che egli nc adduce. Primamente argomenta a quello modo.
Il viver dell’ uomo altro non è, che un continuo défiderare di pattar d’ una ad
altra cofa , e cosi cangiar con- tinuamente quelb commozione , o fentimento
dell’ animo , che i prefenti oggetti in lui Svegliano. U che le è vero, moftra
bene, che 1’ uomo non è giammai contento di quel fentimento , che egli pro- va
al prefente , e più lotto amerebbe non averlo; c ciò pollo, quel fentimento è
un male ; dunque tutta ] a vita non è altro , che una continuazione di ma- li,
Cosi 1’ Autor Franzefe . Leviamo via noi, fe pc’ttiamo , quella diffrazione .
Io eftimo dunque, che non ogni fentimento dell’ animo, il qual voglia
cangiarli, debba dirfi male, potendo voler cangmU un bene in un’ altro maggior
bene; il che facendoli non lafcia quello , che fi cangia , di efTere un be- ne
, ma è un bene minore . Come fe uno cangiar voi ette il piacere , che a lui
viene dalla ricchezza , in quello, che a lui venir potrebbe dalla fetenza ; che
non per ciò fi direbbe, che la ricchezza nom, fotte un bene, ma direbbe/! » che
è un bene minore della feienza . Nè mi fi dica , che fecondo la difinizion del
Franzefe il male non è altro , che *n fentimento deli’ animo, che 1’ uomo vorrebbe
non avere, an- teponendo la privazione di elfo a lui fletto . Perchè Digitized
by Google Ragionamento. 245 colui , che vuol cangiare un bene in un’ altro» non
antepone al bene » che vuol cangiare , la piivazio- ne di elfo , ma gli
antepone un’ altro bene. Altri- menti fe folle male tutto quello, che vuol
cangiar- fi , qual cofa farebbe non male ? Qual bene è , che P uomo
poffedendolo , non lo cangiaffe di buona voglia in un maggiore ? Senza che
quante volte in- terviene , che P uomo voglia cangiar quel bene , che ha, in
un’ altro; e non voglia però cangiarlo di prefente ? Imperocché conofcendo, che
quel be- ne, che egli ha, gli conviene ora, e tra poco glie- ne converrà un’
altro , è contento di goderfi ora quello , che ora gli conviene , defiderando pofeia
di cangiarlo in altro, che ad altro tempo gii conver- rà; nè dirà per quello,
che non fia un bene quel- lo , che egli ora fi gode . Perchè fe male dee dirfi
tutto ciò, che noi defideriamo, che ceffi una volta , e fi cangi, male farà la
commedia, male la caccia, male il convito; perciocché chi è, che volefie , che
la com- media . o la caccia, o il convito duraffe fempre . Ma poiché fiamo
entrati a dire del defiderio , è da rimovere l’opinione di alcuni, i quali ogni
de- fiderio indifferentemente mettono a luogo di infeli- cità , e miferia , né
vogliono , che poffa efTer felice un defiderofo. Il che quantunque pofTa
conceòeifi a quei filofofi , i quali non vogliono chiamar felice fe non colui,
che abbia tutti i beni, et a cui -nulla-, manchi ; non dovrebbe però nè
potrebbe concederli al Signore di Maupcrtuis ; fecondo P opinion del qua- 2 46
Ragionamento. quale può I’ uomo felice avere quanti mali G vo- gliano, purché i
beni , che egli ha , alcun poco gli fupcrino ; onde fegue , che potrebbe 1’
uomo effer felice, e tuttavia fentir 1’ affanno de! defiderio ; fo- lo che
aveffe tanti beni, che fuperaffero quell’ affan- no alcun poco. Ma fono a mio
giudicio da dilìinguerfi i deli- derj , efl'endone altri inquieti et affannofi
, ed altri più quieti, e tranquilli . Della prima maniera fono quei deGderj ,
ne’ quali 1’ uomo tanto s’ affligge , e fi crucia di quel bene, che vorrebbe, e
non ha, che quafi più non fentc quelli, che ha; come colui, che tanto defidera
la dignità , che finché quella non ot- tiene , più non fente il piacere r.è dei
balli, nè dei conviti . E quelli defiderj fono veramente pernicio- fiffimi, e
veleno, e quafi pelle della felicità; nè fo- ro però così frequenti , che 1’
uomo , malfimc fe ti- gli Ga prudente e moderato , pon palli la maggior parte
del vivex fuo fenza tali anguille . Della fecon- da maniera poi fono quei
defiderj, per cui 1’ uomo piglierebbe volentieri alcun bene, che non ha; ma ma
non fe ne crucia foverchia mente , e gode intan- to di quelli, che ha. E di
tali defiderj noi trovere- mo piena la vita dell’ uomo; i quali però non tur-
bano la felicità, nè fo ancora, fe mali debbono dir- 6; poiché fe non danno
agitazione all’ animo, e gli Jafciano goder di quei beni, eh’ egli pofliede ,
per- chè debbono dirli mali ? Anzi quei defiderj medefi- rai i che più
felicitano il cuore, e 1’ accendono 4 ove « i J
Ragionamento^. 247 ove fieno accompagnati dalla fpcranxa , recan ro-
vente all* uomo un tal diletto, che egli non ver- rebbe cosi fubito cangiarlo
in quello ftefTo bene, che defidera; così che differifee egli fletto talvolta
il confeguimento del fuo defiderio , parendogli , che tanto più gli dovrà
ellere dolce, e caro, quanto più lungamente 1’ avrà afpettato ; come vedtfi nel
g'ocatore , il qual defidera ardentemente il punto; e potrebbe ufeir totto di
quell’ affanno, aprendo fu- bito e ad un tempo tutte le carte; e pure ama (co-
prirle ad una ad una , e a poco a poco; e gli pia- ce afpettar lungamente c ò ,
che defidera . Per la qual cofa io non credo,- che fia gene- ralmente vero quello
, che alcuni dicono , cioè che ogni defiderio fia infelicità e mifera ,
veggendefi , che tanto pisce all’ uomo non folamente il confe- guire il bene ,
ma ancor 1* afpettarlo . Laonde me- no mi perfuade il fecondo argomento del
nofìro Au- rore, il quale è quello. Come 1’ uomo comincia a tiefiderar qualche
cofa, così tofio vorrebbe averla confeguita , rè può fofifrire verun’ indugio ;
anzi ver- rebbe (vedete 1* impazienza dell’ nem Franzcfe)chc tutto quel tempo,
il qual va innanzi al confeguimen- to di ciò, che defidera, fofie annientato.
Onde ne fegue» che e Rendo 1’ uomo in continui dcfiderj,doe volere annientata
tutta la vita fua . Al che io rifpondo , che pochi fono i defiderj tanto
ardenti, e cosi impetuofi , che .(offrir non pof- fano qualche dimora . Anzi
chi c mai , che tanto defi- 24? Ra«ION AMENTO. defideri alcuna cofa , che non
tìa però contento di vivere anche prima di confluirla , ballandogli per qualche
tempo la fperar.za? K quando bene quella gli mancale , non perciò bramerebbe
egli di noia. elTere. potendo avere alta beni» onde confortar fi . Nè credo io
gà, che colui , che va a Roma defi- dorando vedere quelle belle (Utile, c que’
bei pala- gi, e quelle colonne, e quegli archi, nè potendo arrivarvi , che in
termine d’ alquanti giorni , volef* fe, che quei giorni foflero annientati; e
non pù torto lafciarli correre, e trovar’ intanto per via buon’ 'albergò. Quel
giovane defidera la feienza , che non può confeguire fe non dopo il corfo di p
ù anni Diremo per quello, che egli fra infelice per tutti quegli anni , e debba
perciò volere , che queg i 8 ni non corrano ? Ne’ quali anni fe egli c P rI ^°
quella feienza , che defidera, non è privo peiòflcw la bellezza , non delle
ricchezze , non dei conio i j non degli onori , dei conviti , dei giochi ,
delle e- fie ; a quali beni può anche aggiungere la fpcran- za , eh’ egli ha ,
di dover’ effere a qualche tempo chiaro per molta feienza e famofo . Io non
finirei mai, fe voleflì andar dietro a tutti gli efempj di que- lli defiderj
quieti e tranquilli , che non levano a ^ uomo il piacere del vivere . Nè anche
mi move la terza ragione , che 1 Au- tor Franzefe adduce , dicendo , che 1’
uomo cerca tutto ’l dì ricrear 1’ animo, e follazzarfi non per altro, che per
fuggir ncja; fogno che le ncje gli Ragionamento. 249 fon pure intorno tutto ’l
dì. Et io dico , che fe e- gli trova quel follazzo , che cerca, veirà per que-
llo fteflo a fuggir le noje , e non le fentirà ; et avrà doppio piacere, avendo
quello di follazzarfi , e quel» lo di fuggir noia. Perchè io non credo g à ,
che vo- lendo 1* uom follazzarfi , voglia fidamente non fen- tir raoleftia, ma
credo, che voglia anche gulìar la dolcezza del piacere; rè fi contenterebbe di
efifere come un faflo , che effondo privo dell’ una, è pri- vo ancor dell*
altro. Non dicali dunque 1’ uomo infelice , perciocché fludia del cortiruo
alleviare la fua miferia coi piaceri; che anzi è da dirfi felice, perchè può in
tal modo alleviarla. Ma già, quan- to al fecondo capitolo , parmi , cariffìmo
Signor Conte, di avervi detto abbaftanza. CAP. III. Della natura dei piaceri e
dei difpiaceri « V Encndo al capo terzo , in cui 1’ Autor Franze» fe paffa a
difputar fottilrrentc della natura dei piaceri, e dei difpiaceri, comincieremo
a quello mo- do. Vuole egli , che i piaceri ( e Umilmente ditali dei difpiaceri
) fi generino bensì alcuni mediante i fenfi del corpo , et alcuni altri per
qualche opera- zione dell* anima; ma tutti pciò fieno fentimenti dell’ anima
ftefla . Donde argomenta, non folamen- te chc potTano paragonai gli uni agli
altri, ma ezian- T om . I‘ dio , 250 Ragionamento. dio, che tutti efler debbano
egualmente nobili e pre- danti; quali non porcile eflcre tra i fentimenti dell*
animo d.flVrenza niuna , nè poteire 1* uno etTer par- tecipe di maggior
perfezione , che 1’ altro . L’ in- tendere appartiene all’ anima , et anche
appartiene all’ anima il gullare una vivanda. Pure chi dirà, che 1* intendere
non fia di maggior perfezione , e non Tenta più del divino ? Ma lafciando
quello , e tenendo dietro all’ Au- tore , quantunque egli voglia , che i
piaceri , e fi- milmente 1 difpiaceri tutti , fieno certi fentiroenti deli’
animo , non però oppor.fi a coloro , che gli hanno divi fi in piaceri o
difpiaceri del corpo, e in piaceri o difpiaceri dell’ animo; intendendo per
pia- ceri , o difpiaceri del corpo quelli , che in noi for- gono mediante i
fenfi del corpo; e per piaceri o difpiaceri dell* animo quelli, che in noi
folgoro pct alcuna operazione dell’ animo ftcfTo. La qual divi* fione , comechè
propella già , e fpiegata affai bene da molti antichi, molto Tempre mi
piacelfe, più ora mi piace effondo approvata dal Signore di Maupcr- tuis .
Tanto più che egli prende a dichiarare forfe^# più accuratamente degli altri ,
quali fieno i piaceri del corpo , e quali quelli dell’ animo . E già fecondo
lui riduconfi ai piaceri del cor- po non fidamente quelle cofe , che toccano
imme- diatamente i fenfi , come il mangiare , il bere , il fonare , ma eziandio
quelle, che quantunque imme- diatamente non tocchino verun fenfo , però condu-
cono Ragionamento. a 51 cono alle del. zie dei (enfi medclimi , come le ric-
chezze ; Je quali benché per fe fteffe non movano nè 1’ udito , nè il gufto ,
nè il tacco , nè altro fen* fo del corpo , pure fervono a procurar quelle cole,
che gli movono . E fimilmente il piacere , che uno prende delle amicizie, delle
dignità, degli onori, della gloria , è da dirli piacere del corpo , fe colui,
che vuole tali cofe, le vuole per quel diletto, che può ai fenfi provenirne. I
piaceri poi dell’ animo fon quelli , che nafcono o dall* efercizio della vir-
tù > o dalla conofcenza del vero. Quella efplicazione così diligente dei
piaceri del corpo, e dei piaceri dell’ animo, farebbe anco- ra più diligente ,
fe abbracciafre in verità tutti i pia- ceri dell’ uomo , c tutti gli rduceffe a
quelle due fole fpezie, fenza lafciarre sfuggir niuno . Di che dubito affai.
Perchè il piacere, che uno ha della gloria , penfando , che lafcierà di fe
lìdio un gran nome morendo , non pare , che pcffa dirli piacere del corpo ,
perciocché qual lufinga o diletto poffo- no i fenfi fperarne? Nè anche pare,
che pcffa dirli piacere dell’ animo , non effendo in effo efercizio alcuno di
virtù , nè provenendo da femplicc cono- fcenza di alcun vero ; poiché fe
provenire da co- nofcenza del vero , farebbe 1’ uomo egualmente con- tento , o
conófccffe dover fe effer famofo appreffo la morte , o dover’ effer faroofo un’
altro ; poten- do effere 1’ uno , e 1’ altro egualmente vero. Veg- ga dunque 1*
Autor Franzcfe , che il piacer della I i 2 glo- 2yr Ragionamento. g’oria non
rifiuti di fottoporfi a quelle due fpezie , che egli ha propofte , e le sfugga
. E lo fteffò far potrebbe il piacere dell’ amicizia» e quello delle di- gnità,
e quello degli onori.. Spiegata così la divifione dei piaceri, e dei di- fpiaceri
, pafifa 1* Autore ad alcune ofiervazioni, nel- le quali defidererei più animo
, e più allegria . Pa- ragona egli prima i piaceri del corpo coi difpiaceri, c
par, che fi dolga di nuovo, rammaricandoli, che i piaceri non compenlìno i
difpiaceri , e pelò mol- to più pollano quelli a rattriftar 1’ uomo , che non
quelli a confortarlo. Imperocché i difpiaceri, dice egli, quanto p ù dura e
perfide la cagione, che gli produrti: , tanto più fi accrefcono , e divengono
tormen- tofi ; et al contrario i piaceri tanto più fi fminui- feono , et in
proccfl'o di tempo divengnn roolefti . Di fatti non è alcun piacere, che per
lunghezza non fianchi; et al contrario non è alcun difpiacere, che per
lunghezza non divenga intollerabile. Vedete poi, foggiugne egli, che delle
parti , onde ii noftro cor- po è comporto, pochifiime n’ ha, che fieno valevo-
li di recarne un gran diletto ; c al!’ incontrario mol- tilTime fon quelle ,
che poffon recarne un’ 'diremo dolore. E quello è vero. Ma non perciò pentirom-
roi io d’ efler» nato . Perche febbene i dolori acu- tifiimi polfono aflalir 1’
uomo da ogni parte, mai però avviene , che lo aflalifcan da tutte ; et è anche
di rado, che lo alfalifcano da una fola . Quan- ti n’ ha, che partano gli anni
interi, e quafi tutta la Ragionamento. 2 diremo della perdita degli amici, e
dei figliuoli? Che- 2 54 Ragionamento. Che dell* e (ìlio ? Che della povertà
(lefiTa ? I quali niuli farebbono into lerabil; , fe co?l fempte fodero duri da
foff.irfi , come fon da pri r c : pio . Le mala- tie lunghe, come fi fiiro
foilctu.te per qualche tem- po , pajon mcn gravi. Ma io ron voglio raccoglier
qui ora tutte le m:fcrie. Bada bene, che fono al- cuni difpiaceri , i quali per
niun modo fi accrefco* no , quantunque duri e perfida la cagion loro . E quello
fia detto dei difpiaceri del corpo . Perchè quanto ai difpiaceri et ai piaceri
dell* animo , par che 1’ Autore fi volga ad una opinione più animofa,
foftenendo , che i piaceri prevaler pof- fono ai difpiaceri ; il che fa,
adeguando Gngclar- mente ai piaceri quelle tre proprietà. La prima fi è, che
cfli per la continuazione vie più vanno creden- do j 1* altra, che 1* anima gli
lente in tutta l’eften- fion fua; e la terza, che confortan P animo, e in vece
di indebolirlo lo fortificano. Dc'Ie quali pro- prietà due ne fono , che io
concederei volentieri , fe le intendcllì ; P altra , che pur parmi di in-
tendere , non pollo concedere . Imperocché , a_» dir vero, io non intendo, che
cofa fia il dire, che 1* anima fente i piaceri in tutta la fua eftenfione ; nè quell’
altro , che i piaceri fortifican 1’ anima . Che poi i piaceri dell’ animo per
la continuazione vie più vadan crefcendo , non mi pare co«l cenerai- mente vero
. Perchè fe il matematico, pigliando dilct- * 3 cuna dimollrazione , vorrà
tornarvi fopra più P vo te, e leggerla, e rileggerla , fenza mai partiroe,
arriverà finalmente a nojaifene. Laonde veg- giarno, che gli demeriti delle
feienze, e delle arti, come quelli , che già fono notillìmi , poco fi pregia*
no eziandio dagl’ intendenti , i quali cercano bene Ipeffb con moltilfimo Audio
quelle verità , che poi trovate deprezzano , et amano paiTar ad altre. Quanto
poi ai di'piaceri dell’ animo , par che 1’ Autore voglia metterli nelle mani
degli uomini , e confcgnargli all’ arbitrio. Imperocché provenendo elfi o dalla
colpa, ficcome egli vuole, o dal non_. poter difeoprire alcuna verità, che fi
cerchi; quan- to alla colpa può 1’ uomo afienerfene Tempre che voglia; quanto
poi alle verità, che non può difeo- prire, a lui fta di non curarle,
contentandoli di fa- pere fol tanto quelle, che a lui giovano; le quali fon
poche , et egli volendo , le può feoprire faci- lilfimamente . Cosi i
difpiaceri dell’ animo non fo- no fe non di chi gli vuole . Tal pare , che fia
il fentimento del Franzcfe. A cui convienimi di con- traddire anche in quello
luogo, s’ io voglio efpor- vi liberamente , fecondo che voi mi avete importo,
il parer mio. Et io il farò pure, eftimando mcn male il contraddite a quel
grandiflìmo uomo', che il difubbidire a voi. Io dico dunque, che il difpiacere
, il qual vie- ne da colpa, non vicn già da colpa, che 1’ uomo fia per
commettere , ma da colpa , che abbia già commeffa; e quantunque forte in fua
mano ih non commetterla, non fo , fc avendola commeffa, fia in Digitized by
Google 2 56 Ragionamento. in Tua mano il non fornirne dilpiacere . Nè anche>
fo , fe la filofofu abbia alcun mozzo, onde aflicurar T alf-ilTino , 1’
ufurpatore, il panicida , co E perchè in quello luogo grandemente inlifie il
Franzefe , che pare, che non fappia partirfene; non dovrà parervi fuori del
convenevole , che io pure mi (lenda fu ’l medelimo punto alquanto più larga*
mente. Entra dunque 1’ Autore a trattar di propo- fito la quiftione: fe debba
effer lecito all’ uomo 1’ ammazzarli . A cui rifpondendo difiingue in quello
modo. O 1’ uomo ha una religione, che gli feopre un’ altra vita, promettendo
quivi gran prem j a quel- li , che avran fofl'erto , e cafligo agli altri; e in
tal cafo è infenfataggine 1* ammazzarli. O 1’ uomo non ha religion niuna , e
abbandonato perciò alla ragion naturale nè fpcranza aver può nè timore alcuno
della vita avvenire; e in tal cafo faià ben di am* mazzarlì tutte le volte ,
che la femma dei mali , che egli foffre, fìa maggiore della fornirà dei beni,
eh’ egli polliede ; perciocché elfendo a tal termine, egli c infelice , e più
comodo a lui farà il non ef- fere di modo alcuno. Che fa egli dunque in quella
vita ? Che non ne efee , e non ritorna nel nulla , ove potrà Ilari! più
comodamente ? Così rifponde 1’ Autor Franzefe . E certo egli è molto da commendarli
, che ab- bia dato alla Religione tanto di autorità, che pof- fa o col premio,
o col cafiigo trattener quelli, che hanno voglia di ucciderli . Et io
volentieri gli con- fento. Ma non mi piace gà, che abbia poi ridot- to la
ragion naturale a tanta difpcrazione e miferia, che niente afpettar polfa dopo
la morte. Nè fo , Tom, IT, L 1 come 2';5 Ragionamento. come ne porti cifer
contenta la Religione iflefla , che non fu mai nemica della ragione . Certo che
i Gentili, i Romani, i Greci, gli Eg'zii , gli Arabi, i Caldei, c tante altre
nazioni, le quali niun lume ebbero, fe non fe quello della ragione, pure afpet-
tarono un’ altra vita. Quanti Filofofi promifcroall’ anime 1’ immortalità? 1
Platonici, che fono fiati in tanto grido, fe nc faceano , per cosi dire,
malleva- dori . Io non fo dunque, come polfa con tanta fi- curczza affermarfi (
malfimamente non recandone-/ argomento niuno ) che la ragion naturale fia priva
d’ ogni fperanza della vita avvenire ; così che aven- do fofienuto fortemente e
con virtù i mali della vi- ta prefentc , non porta afpettarne qualche premio in
un’ altra. Al qual premio non dee 1’ uomo però voler correre, nè affettarli
ammazzandofi per im- pazienza; che ciò farebbe un demeritarlo. Al con- trario
fe noi afcoltiamo 1’ Autor Franzefe , qual fa- rà F uomo, che dove non fia da
Religione impedi- to , non debba darli morte per prudenza ? Imperoc- ché s’
egli è vero, che tutti quei, che ci vivono, più copia hanno di mali, che di
beni , (ficcoroe nel fecondo capitolo ha egli intefo di dimofirarc) tut- ti,
che ci vivono, fono infelici; e ciò porto è a tutti meglio il morire; faranno
dunque tutti gran,, fenno a darli morte. Argomentazione orribile e fpa- ventofa
, la qual le folTe afcoltata , non molto an- drebbe, che più non faria chi
afcoltar la potette . E fe la ragione infegnatte ad ogni uomo di dover torto
DigiTized by Google Ragionamento. ì6j torto ucciderti , mal coniglio avrebbe
p'cfo la na- tura , che volendo, come P altre fpezie , cosi an- cora confervar
quella degli uomini , confidila dia ragione . Ma di quello parmi aver detto
al-baflan- za • Confiderà ultimamente 1’ Autor Frarzcfir , nè fenza qualche
maraviglia , come li Stoici tenefi ero in poco conto certe quiflioni , che pur
tratta vanii fi io a que’ tempi con grande fircpito dai filefcfì : fc eli-
flelfer gli Dii : fe provedeflero alle cofe: fc foto P anima immortale. Intorno
ai quali punti comcchè non fi accordaflfer tra loro, pur s’ accordavano tut-
tavia nelle regole delle azioni, e dei coflumi; on- de pare, che dovettero avere
quelle quiflioni per poco importanti . E quindi crcfce all’ Autor Fran- zefe la
maraviglia, confiderando , che li Stcici, la- rdata da parte P efìflcnza degli
Dii , la previden- za , 1* immortalità , pur giunfero a cosi alto grado di
perfezione, e di virtù; laddove i Criftiani pare, che non vi fappiano giungere
fc non per mezzo della cognizione di un Dio, e dei premj eterni dei caftighi .
La qual maraviglia bifogna, che noi ci ingegniamo di fminuire per onore della
providenza, acciocché gli uomini , prendendo mal’ efempio dal- li Stoici, non
comincino a deprezzarla , et a cre- dere, che poco importi il penfarvi. A levar
dunque una tal maraviglia, dee, fe- condo me , avvertirli , che i Crtftiani fi
ftudian d’ dlerc non foiamente virtuofi , forti , giufli , tempc- L 1 2 rati-
Digitized by Google 2(53 Ragionamento.' ranci , manfueti ) liberali , cortefi ,
a che afpiravano anche li Stoici; ma vogliono ancora, che quelle loro virtù
fopra 1’ ordine della natura innalzando- li , e vertendoli d’ un abito foprannaturale
del tut- to c cclerte , gli rcndan degni di una certa incora- prcnlìbil
felicità , a cui le naturali forze non giun- gono; nè così alta fperanza avevan
li Stoici . 1 qua- li però poteano contentarli di feguir 1’ oneflà , che
conofccano , et ertere naturalmente virtuoli ; laddo- ve i Criftiani nè debbon
, nè poflfon’ ertere di ciò contenti ; e volendo , che la loro virtù lia d’ un*
altro ordine, bifogna , che la cerchino per altri mez- zi ; però dove li Scoici
la cercavano , feguendo la naturale onertà , la cercano elfi feguendo la voce,
c gl’ inviti , c le promerte di un Dio. Di che par- mi non debba nafeere
maraviglia niuna. E niuna pure nè dee nafeer da querto,chegià aveller li Stoici
rtabiiite tra loro ccn tanta concor- dia le regole delle azioni, e dei cortumi
, quantun- que non per anche (labilità averterò nè l’ immorta- lità dell’ anima
, nè la providenza degli Dii . Im- perocché per rtabilire quelle lor regole
miravano erti non ad altro, che ad una certa immutabile e fem- piterna onertà ,
che s’ era parata loro dinanzi con autorità e con imperio, e comandava fenza
fogg c . zion degli Dii, e voleva ertere obbedita per lo me- rito e dignità fua
fenza riguardo di premio , o di cartigo. E fe ordinava all’ uomo o di fovvenirc
il compagno, o di mantener fede all’ amico, o di offervàr la promefla , volea ,
eh’ egli obbed'fie piima ancor di fapere , fe premio alcuno dovefle venir-
gliene, o fe il far ciò piaceffe agli Dìi; i quali Dii non poteano Sdegnarli ,
che 1’ uom feguifle quella., imperiofa oneflà , cui feguivano anch’ eflì ; nè
fa- rebbon flati Dii , fe non l* avelfer feguita . Qual maraviglia dunque , fe
feguendo gli Stoici quella fo- vrana ontflà , e in quella fola ponendo il fine
dell’ uomo , non credettero aver bifogno d’ altre quiflio- ni ; le quali potean
loro parer belle , non potcarL. parer necclfaric. Ne io però credo, che tanto
in ciò fi allontanaflero da Cnfliani , quanto alcuni per avventura fi
immaginano . Imperocché che altro fi- nalmente era quella loro fovrana oneflà ,
eterna , immutabile , neceflaria , fe non fe quel Dio fletìo , che noi
adoriamo? Il quale eflì non conofcevano , fe non lotto quella tal forma di
incommutabile e fempiterna oneflà , fenza accorgerli , che quella oneflà
medefima , oltre 1* eflere incommurabile , è fempiterna, folle ancora
conofcitrice di fe flelfa , e d’ ogni parte perfetta, creatrice delle cofe ,
onni- potente, e beata; di che fe aveflcro potuto accor- gerli, T avrebbono
riguardata, come un Dio; nè fo , fe i Criftiani gli aveflero di ciò fgridati .
Ma eflì non conofcendo in quella loro oneflà fe non una certa fovranità et
imperio, quantunque le al- tre perfezioni di lei non feopriffero, pur la
Arguiro- no, e Arguendola feguirono un Dio fen7a faperlo; c in ciò fi
differenzi-iron da noi ; che noi feguiamo Dio accorgendocene, eflì il feguivano
fenza accorgetene . *7° Ragionamento, CAP. VI. Degli ajuti , che tra «gonfi
dalla filcfifia di Crijliani per la felicità della vita preferite . D Opo le
cofc finqul dette voi potete agevol- mente intendere > Sig. Conte Gregorio
cariifi* mo, che io non pollo (correre il fello capitolo deli* Autor Franzcfc,
fenza contraddirgli quali in rutto j perchè quantunque io foglia contraddire
malvolen- tieri , e già ne fia fianco , pure la cofa ftefla mi vi reca. Prende
qu vi 1* Autor Franzefe a pervaderci, che la filofofia delli Stoici e quella
de’ Criftiani , quanto a ciò , che appartiene alla felicità della vi- ta
prcfentc , così fon diverfe tra loro e contrarie, che nulla più . E ciò intende
di dimoftrare , facen- do varie comparazioni dell’ una filofefia con P al- tra;
le quali comparazioni io feguirò con le mio confìdcrazioni , nè mi partirò gran
fatto dall’ ordi- re, che ha dato loro l* Autore ifteffò. Primieramente
paragonar volendo i precetti del- la filofofia Stoica con quelli della
Criftiana , riduce i primi ad uno folo, il qual fi è: tu cercherai la tua
felicità a qualunque prezzo. I precetti poi della filofofia Criftiana riduce a
quello: ameiai Dio fopra ogni cofa , e il tuo profilino come te lìdio . Ne’
quali precetti , fe ho da dir vero , io non veggo tanta contrarietà. Ma prima
di venire a ciò , faprci volentieri, perchè la foroma della filofofia Stoica
Vo- glia ridurli ad un precetto , il qual conviene non agli Stoici fedamente,
ma a tutti quanti i filofofi . Imperocché qual fitofofo è, che non infegni ,
dover T uomo cercare la fua felicità a qualunque prezzo? E quindi è, che
affermano tutti, 1’ ultimo fine dell* uomo effere la felicità , che vale a dire
, dover la felicità anteporli ad ogni cofa . Nè in c.ò fi dift in- guon gli
Stoici dagli altri. Ben fi dirtinguono in que- llo, cne dove gri altri nioioh
ripongono la renata in altre cofe, chi nella contemplazione, chi nel pia- cere
, e chi in altro, dii la ripongono nell’ oneflà fola . Laonde il Precetto di
dover’ anteporre a tut- te le cofe la felicità fua, riducendofi al fentimerto
proprio degli Stoici , viene a dire, che dee l’uomo anteporre a tutte le cofe
1’ oneflà . 11 qual precet- to non mi par tanto contrario a quello de’ Criflia-
ni : amerai Dio fopra ogni cofa, che è quanto di- re: ad ogni cofa anteporrai
Dio. Perciocché Diò è )’ oneflà iftefla * Ma il Frar.zcfe , a render felice la
vita prefen- te , defidera e vuole la tranquillità dell’ animo , e le dolcezze
dell’ amore; le quali crede dover provarli amando Dio, come i Criftiani fanno;
non feguendo 1’ oneflà , come fanno li Stoici . Et io dico : fe il Crifliano è
tranquillo , perciocché cerca Dio folo , nè d’ altro cura ; perchè non potrà
cflTer tranquillo uno Stoico, cercando 1’ oneflà fola, rè curando al- tro ? E
fo io bene, c confeffo , che la tranquillità del *7* Ragionamento, del
Criftiano farà più nobile, e più magnifica , e più divina , e potrà cflfere
accompagnata da certe dol- cezze , di cui fon privi gli Stoici, i quali non fi
van- tano r.è di rapimenti, nè di eftafi . Ma altro è , che la traquillità del
Criftiano fia più nobile, e maggio- re , che la tranquillità dello Stoico;
altro è, cho lo Stoico non polla fperare tranquillità niuna. 11 qual fe non
fentc quelle intcriori foavità , e quel- le languidezze d’ amore, avverta il
Signore di Mau- pertu s , che bene fpcflo nè i Criftiani pure le fonta- no ; nè
anche molto le cercano. Santa Terefa non fu fempre in eftafi , nè avrebbe
voluto effervi fera- pre; amando meglio di obbedire a Dio, che di go- derlo .
Nè io affai bene intendo quello, che qui ac- cenna 1’ Autor Franzcfe , cioè che
lo Stoico cerca, e ftudia fottrarfi ai mali della vita, il Criftiano non ha
male alcuno , a cui fottrarfi . Nel che paigli di trovare contrarietà. Et io
all’ incontro dico, cho 10 Stoico non cerra nè ftudia fottrarfi agl’ incorno»
di della vita (che egli non vuol pure chiamar ma- li) fe non quanto ragion lo
chiede; il che fimil- rnente farà il Criftiano , il quale , chiedendolo la ra-
gione , cercherà bemftimo guarir della febbre. Ma qui efee 1’ Autor Franzefe
con un’ altra_. comparazione, paragonando inficme la pazienza del- 11 Stoici ,
e la pazienza de’ Criftiani , le quali fono veramente diverfe, et effer
debbono, ma non forfè Unto, quanto egli voiiebbs. Dice egli dunque la pa-
Digitized by Ragionamento. 273 pazienza delli Stoici non altro cflere, che un
fot- tometterlì ai mali per qnefta fola ragione , perchè non hanno rimedio;
laddove la pazienza de’ Cri- fliani è un fottometterlì ai mali per conforniarfi
al- la volontà di quel Dio, che gli ha difpofti. E cer- to fe la pazienza delli
Stoici così folle, come egli dice, ella farebbe tanto diverfa da quella de*
Cri- ftiani , che nulla più; et io la chiamerei la pazien- za dei difperari; i
quali in vero fi fottomettono ai mali, e gli foffrono per quella fola ragione .
perchè non hanno rimedio . Ma chi non fa , la diflìnizio- ne della pazienza non
elfer quella? E più torto do- ver dirli, che la pazienza fia un’ abito di
fortenere i mali per modo , che non conturbino la ragione? intanto che colui ,
che gli foftiene , nè vanamente fi dolga, nè rompa in querele irgiurte, nè
perda il configlio , anzi abbia 1’ animo prefente in ogni av- venimento , c
come può, provegga, e quanto può. E quindi è , che il paziente non fi abbandona
, ma cerca i mezzi , che la ragione gli moftra , per libe- rai fi dai mali , e
deliramente gli adopra ; e P ado» prargli con prefenza d’ animo è argomento di
pa- zienza . Commendando dunque gli Scoici , come e’ fecero, la virtù della
pazienza, et imponendola agli uomini, altro non vollero, fe non che dovettero i
mali foftenerfi per modo , che non contuibafiero la ragione; e quello voleali,
perchè la ragione ifieffa e P emetta lo chiedevano. Ora qual Criftiano è , che
d’ una tale pazienza fi vergcgnalfe ? Benché il Cri» Tcw. IV . M ra Ilia»
Digitized by Google 374 Ragionamento. (Vano agg’ungcndovi un’ altro riguardo la
rende più nob le e pù predante. Ma chi per quello dirà , che la pazienza dell i
Stoici oppongafi a quella de’ Cri- fliani? Chi dirà, che non molto vaglia a
confortai gli animi, e a ricrearli? E già viene I’ Autor Franzefe ad un’ altra
coro* piraz’onc, mettendo in confronto le fperanze , che effe la Ftlofofia
dclli Stoici, con quelle, che por- ge la Filofi fia de* Cridiani , la qual
moflra all’ uo- mo una certa incomprenfrbile e foprannatural beati- tudine ; e
benché gliela mofìri di lontano, comin- cia però egli g à da ora in certo modo
a goderne, pafcendofi intanto della fpcranza . E certo che a petto d’ una
afpettazione cefi magnifica nulla parer re dee tutto cò , che promette la
natura; e non che 1» filofi fia de! li Stoici, ma qualunque altra, ( fofs’
anche quella tanto fublimc e divina dei Pla- tonici ) dovrebbe tacerli dinanzi
a quella de’ Cri- ftiani , nc fperar p ù di potete guadagnar gli uomi- ni nc
con promelTe , nè con lufingbe . Perciocché qual bene moftrano effe, che peffa
paragonarli con tanto premio? Quantunque però ne lìa cosi nobile, c cord lieta
1’ afpcttazione , e fommamente, e più, che non può dilli , vagì a a confortar
1’ uomo , e rallegrarlo; vegga tuttavia I’ Autor Franzefe di non farne più
conto di quello, che i Cnfliani fteffi ne^ fanno. I quali proiettano d’ effe r
d.fpolti ad opera- re virtuofamente anche fenzi una tale afpettazio- ne; di cui
non vogliono aver bifogno pei feguirla virtù; e allora folo fi fìiman perfetti,
quando fono cosi difpofti. Con che moftrano, che quand’ anche non fofle in loro
la fperanza de’ beni eterni , pur farebbon contenti della virtù, e feguirebbono
di fer- vir T oneftà, la quale è Dio fteflo, paghi di fol fer- virla. Et
eflendo i Criftiani di quello an'mo , non fo , perchè dovelTer burlarli di quei
filofofi , i quali non conofcendo la grandezza de’ beni eterni , pur
protellarono di voler fervire alla fola onellà , ed ef- fer lieti e contenti di
effa fola . Il che farebbono i Criftiani anch’ elfi , fe lor mancaflcro quelle
loto ce- leftiali, e divine fperanze. Avendo finquì confiderato 1* Autor
Franzefe la tranquillità particolare e propria di ciafcun filofofo, pafifa
ultimamente alla pubblica e comune dei cit« tadini , a cui pargli , che nulla
vaglia la filofofia-. delli Stoici , e vaglia però moltifiìmo la filofofiadei
Criftiani . E certo men commendabili farebbon li Stoici , e molto men che non
fanno , vantar fi do- vrebbono , fc , come vuole 1’ Autor Franzefe, nul- la
penfaflero al ben degli altri; nè feguirebbono ab- baftanza quella loro
immutabile e fempiterna one- ftà , la qual pur’ ordina e chiede , che fi
procuri il bene altrui , e fi confervi , .quanto per noi fi porta , la focietà.
E fo bene , che fono oggidì molti, che nulla curando i principi dell’ oneftà ,
la fccietà fo- la riguardano, la qual vogliono efler nata non d’ altro che dal
guadagno, e dal proprio comodo, c cominciando da erta derivano quindi tutti i
doveri M ra 2 dell’uomo. Ma io credo , che grandemente fi in* gannino , c poco
onore facciano agli uomini , ere* dendo , che fieno venuti in focietà , molli
ciafcuno dal folo proprio interelfc, fenza che parte alcuna polla avervi avuto
la cortefia. Recano ancora con cotefia loro opinione grandifiìmo danno alla
repub» blica. Perchè fe noi non lafcercmo agli uomini al- tra ragione di ftarfi
in focietà , fe non quella dei pro- pri comodi , e vantaggi , qual cittadino
dovrà ofTcr- vare le leggi della fua patria , qualora gli torni con- to di
trafgredirle j e polfa farlo impunemente? Chi ron dovrà uccidere la moglie j e
i figliuoli, fe gli vengano a noja , e parendogli di poter sfuggire il cafiigo
, non dovrà fcar.nare il fratello? E farà ben pazzo colui, che fnenderà la
roba, o la vita per falvar la patria; perciocché che dee importargli , fe,
morto lui, tutti i parenti e gli amici, e i cittadini tutti andaflero in
eEkrrr.inic? E che farebbe , fecon- do quella bella fiìofofia , dell’ amicizia,
la quale fe non è fondata nell’ onefià, non è amicizia? Onde fi vede , quante
ruine ne feguirebbono alla focietà ifieflTa , fc altro vincolo non avefie, che
quell’amo- re, che ciafcun porta ai proprj vantaggi. Di che fi vergognano pur’
alcuni, e propongono un’ altra ra- gione , dicendo che dee 1’ uomo anteporre il
bene dei cittadini a! ben fuo proprio , elfendo cofa in fe fteffa migliore e
più degna d’ elfer voluta il ben di molti, che il ben d’ un folo; nè fi
accorgono , che cotefta loro ragione è pur tratta dall* onefià . Le- vata
Digitized by Google Ragionamento. 277 vaca la quale io vorrei ben fapere ,
perchè mi deb- ba eficr più cara la vita di cento mila uomini, che la mia.
Intendano dunque i maellri della focietà, ef- fere, oltre il guadagno anche
qualch’ altra cofa pri- ma della focietà ideila , voglio dire 1* onefià ; la
qual ci infpira , e ci invita ad cfler focievoli , nè ci vieta il guadagno , ma
ci impone fopra tutto la virtù . E perchè fono alcuni, che mettono in quiftio-
ne i principi di quella onedà , e vogliono difputarvi fopra inutilmente, e
argomentarvi; benché io ab- bia ragionato con voi , Signor Conte Carilìimo , fu
tal propofito altre volte , non credo però di poter- ne ragionar troppo; e
dico, che quelli tali volen- do argomentar dei principi, moftrano per ciò fa-
lò , di non intendere abbadanza quello , che voglia dire il vocabolo.
Perciocché principio predo i fiio- fofi altro non vuol dire, che una fentenza ,
la qua- le todo che da propella all’ animo , non può elfo dubitarne, per quanto
vi fi sforzi. Laonde a feo- prire i principi non è altro mezzo né più facile ,
nè più ficuro , che quello di chiamare alla mento varie fentenze , e far prova
in noi (leffi , fe dubitar di tutte poffiamo; poiché fe n’ ha alcuna , di cui
fentiamo di non poter dubitare, quella farà princi- pio ; fe non ne fode niuna
, non farebbe principio niuno . Di che fi vede , che i principi non per ar-
gomentazione, nè deputando fi feoprono , ma per in- terior prova, che fa e
fente ciafcuno in fe medefi- mo. Digitized by Google l")% Ragion amento.
tno . Perchè fe tu Tenti in tc (lelfo di non poter dui bitarc, eziandio
defiderandolo , che il tutto non fu maggiore di qualfivoglia delle fue parti ,
farà quello per te un principio , che che ne dicano , c vi argo- mentino fopra
tutti i filofofi; il giudicio de’ quali non dei tu attendere in cofa , che hai
da fentire in te medefimo . E fimilmentc fe venendomi all’ animo quella
fentenza ; mal fa colui , che fcanna il fratel- lo per torgli un danajo ;
fentirò in me Hello di non poter dubitarne^ farà quella per me un principio; e
fciocco farebbe, e degno delle rifa colui , che vo- lefle mettermi in quillione
, fe io polfa dubitarne o non polfa , fentcndo io pure in me ftefTo di non po-
tere. E quand’ anche fclfero alcuni , i quali dicef- fero di dubitarne elfi ,
non per quello comincierei a dubitarne io, non potendo; direi più prello , chty
io non intendo le lor parole, o che elfi fingono, e di me fi prendon gioco ,
ovvero che fono uomini , non come me , ma d’ altra natura : che in vero farian
d’ altra natura tutti quelli , che avelfer principi di- verti dai mici. Egli fi
par dunque, che dei principi non debba poter’ eflTere controverfia appreflo
quelli, che iBtendon la forza del nome; elfendo che il no- me di principio,
come innanzi abbiam dichiarato, vuol dire una fentenza , di cui 1* uomo fente
in fe flelfo di non poter dubitare . Laonde , quanto a me, perdono il tempo e
1’ opera in quillioni inutili tutti colloro , che volendo fminuirmi 1* autorità
de’ prin- cipi , o fieno quelli della feienza , e del vero , o fieno quelli
dell’ oncflà e della morale, fi ingegna* 00 e fi sforzano di provarmi, che io
non gli ho im- preflì nell’ animo dalla natura ; che mi fon venuti dall’
educazione, e dall’ ufanza; e che molte na* zioni non gli ebbero. Quali che
poteflero i princi* pj ceffar d’ efler principi per quello; e dovefle l’uo- mo
prima di llabilirgli , aver’ intefo , onde elfi ci vengano, fe dalla natura, o
dall’ ufanza ; e aver Ietto le iliorie di tutti i popoli, per veder pure,fe
alcuno mai ne fia fiato privo di elfi . Le quali ri- cerche fe far fi doveflero
innanzi di llabilirc alcun principio, certo è, che niuno mai fe ne flabilireb-
be . Ma le fentenze . che mi fi ptefentano all’ ani- mo, faranno pure principi,
da qualunque parte, e per qualunque modo mi fi prefentmo, purché 10 len- ta in
me Hello di non poter dubitarne . Conofco , ornatiflìmo Signor Conte, di
efiermi allontanato dal propofto argomento più forfè oì quello, che io dovea;
certamerte più di quello che ave»a in animo ; ma la ccfa ideila mi ha
trafpoita- fo. Ora pe ò tornando là, donde partii, dico , che fe la ragione e 1
’ oneftà infognano agli uomini, vogliono , che 1 ’ uno intenda al ben dell’
altro , e tutti oflervin le leggi , e ftieno in focietà chi po- trà credere ,
che li Stoici , i quali a nuli’ altro mi- ravano, che ali’ oneflà fola, filler
poi /di parere, che dovefle ogni urmo penfar folamentc a fe HclTo, rulla
curando il ben degli altri ? E meraviglie mi , come abbia voluto 1 ’ Autor
Frauzcte imporre ad una fet- 280 Ragionamento. fetta cosi illuftre una fentenza
così inumana . For- fè non abbracciaron li Stoici le virtù tutte ? delle quali
quante n’ ha , che per natura loro tendono al ben degli altri! La giuftizia ,
la liberal tà, la man- fuetudine, la clemenza, la cortelìa fono di quello
genere. Qual fu delli Stoici, che non fommamen- te commendane 1’ amor della
patria ? Chi di loro non lodò 1’ amicizia? Nò a provare il contrario può
abbadanza vale- re un verfo folo di Epiteto , il qual tradotto dall’ Autor
Franzefe nella fila lingua, viene a dire:Che è a te j Te il tuo fervo è
malvagio , purché confer- vi la tua tranquillità ? Donde raccoglie 1* Autore ,
che volelfe Epiteto didogliere il padrone dal proc- urare la bontà del fervo;
et io più volentieri rac- coglierei , che volelfe confervargli la tranquillità
, onde non fi turbalfe, quantunque dudiando di giova- re al fervo, non gli
venilfe ciò fatto. Perchè come egli dilfe al padrone rifpetto al fervo ,
fimilmento per noi direbbe!! al maedro rifpetto allo feo! a/e: che è a te, fe
il difcepolo non impara? et al me- dico rifpetto all’ infermo: che è a te, Ce
il mala- to fi muore? Le quali parole non voglion già dire, nò che il maedro
non debba affaticar!! per amma- cdrare il difcepolo, rè che il medico non debba
porre ogni dudio per rifanare 1’ infermo; voglie^ dire , che avendo eglino
fatto , quanto per lor fi po- tea , fc la cofa non va bene , debbono darli di
buon’ animo fenza turbarfene. Oltre che quand’ anche Epiteto averte intefo di
dir quello, che I* Autor Frati» zcfe intende; volendoG però giudicare della
filofo- fia delti Stoici, dovea giudicarfene non da ciò che un qualche Stoico
peravventura abbia detto , ina da ciò, che feguendo i fuoi principi gli conveniva
di dire. I quali principi io certo non intendo , come trar portano a quella
opinione , che 1’ Autor Fran- zefe attribuire alli Stoici, cioè che 1’ uomo
ncn_. debba curar niente il ben degli altri; effendo quei principi fondati
nell’ oneflà , che a quello fleffb ne invita . Vegga dunque il Franzefe di non
far qual- che ingiuria alli Stoici; la quale non fo, fe foffrif- fero; benché
proteftino di poter foffrire ogni cofa . Che fe la loro filofofia intende al
ben comune , e chiama gli uomini a fociei non per interefle, che è lo (limolo
degli avari e dei vili , ma per virtù , che é la ragione dei valorofi, e dei
favj , non è poi da dire , che (ia tanto contraria alla Filofcfia Cri- diana ,
che fa pur quello fteflo . Conchiujtone del "Ragionamento . E Ccovi, Signor
Conte Gregorio cariffimo, il mio ragionamento , che a voi forfè parrà troppo
lungo, et io fterto ne ho veramente dubitato nel farlo. Perchè febbene,
parendomi in erto di ragio- nar con voi , con cui vorrei ragionar Tempre , pa»
reami d* erter breve; fapeva però gl* inganni, che fa amore . Il quale fe ro’
ha ingannato , facendomi Tom. IK N n pa- 2Si Ragionamento. parer troppo corto quel
tempo, che io fcrivendo, con voi mi tratteneva; fpero, che vorrà inganna- re
anche voi alcun poco, e farvi Iti roar quello fcrit- to o men lungo, o men
cattivo di quel, che è. E perchè amore non così di leggeri fuol contentarli ,
fpero, che egli vi indurrà ancora a voler dirmene il parer veltro, avviandomi
de’ miei errori; e fa- rà dimenticarvi , che voi fiate flato una volta mio
difcepolo , o più tolto farà, che ricordandovene, vi ricordiate altresì, quanto
poco conto io facelli fin d’ allora delle mie opinioni, le quali poi in procef-
fo di tempo mi fon quali venute a noja. Tanto me- no dovete voi dubitare ora di
mutarle , e letta la prefente fcrittura , come faremo infieme , dimeno
liberamente il giudicio voflro, e inoltrarmi i luoghi, ne’ quali non avrete
potuto convenir meco. Io mi rimarrò in quella villa , finché 1’ aria feguirà di
gio- varmi , o più tolto finché potrò foftenere il dcùde- rio di rivedervi.
DISCORSI TRI IN RISPOSTA AL LIBRO D’ANSALDI INTITOLATO VINDICIAE
MAUPERTUISIANAE. DISCORSO nel quale dimostra C. cbt il suo saggio della filosofia
morale è contrariijjìmo al portico ; tanto è lontano , che egli abbia intefio
in ejjò di pre- ferire la lor dottrina alla religione cristiana, come è parato
ad Anfialdi . Dovendo io, Lettore umaniflimo, rifponderc ad un Libro poc’ anzi
dato fuori contro di me dal chiaridimo P. Cado Innocente Anfaldi , intitolato;
Vindiciae Maupcrtuijianae ,confefTo ingenuamente , eh’ io Tento nell’ animo un
grandidimo difpiacere di non poter farlo in guifa , eh* io moftri al
fopraddetto Padre quella riverenza, e quella dima, che avrei per altro
defiderato. Imperocché edendo egli di un ordine per eccellenza di dottrina , e
per fantità di codumi , fopra quanto mai dir fi pofià , chiaro e ri» fplendente,
al quale io fono dato Tempre amicifE- *no; ed edendo padati tra lui dedo, e me
alcuni offici di benevolenza , e cortefia , avrei voluto po- ter rifpondergli
per tal maniera , che mi rendedì de- gno della fna amicizia , e contraddicendo
all’ opi- nion fua potedì acqu'dar la Tua grazia . E certo fe egli nel
riprendermi fi fede contenuto dentro i ter- mini della femplicc Filofofia ,
contentandoti di far- mi paiei Filofofo poco buono, avrei potuto edere
Digitized by Google a86 Discorso , più rimetto nel rifpondcrgli , e moflrar di
lui mag- gior (lima , che delle mie opinioni; ma dfendofi e- gli avanzato fino
alla Religione, intanto che chiun- que leggerà il fuo Libro, dovrà credere, che
certo mio Ragionamento, ufeito queft’ anno contro il Si- gnore di Maupertuis,
fia pieno di Filofofia Stoica con difprezzo della Religione, e di Dio, come
potrei io elTer rimetto rifpondendo ad una tale imputazio- ne; la quale
moftrerei di meritare, e meriterei ve- ramente, fc non fludiaffi in ogni
maniera di rimo- verla ? lo credo dunque edere obbligo mio, e co- me a
Crifliano ed onorato uomo convenirmi!] di far vedere, che in quel mio
Ragionamento, anzi pure in tutto quel Libro mio, che infieme col Ragiona- mento
contiene la Flofofia morale tutta , non ha pu- re un veftigio, pure un’
apparenza, pure un’ombra di ciò , che vuole il P. Anfaldi . E bendi’ io fenta
grandiffimo difpiacere, che, ciò facendo, moflrar dovrò , che egli non abbia
intefo nulla di ciò , che ha letto; pure che poflo farne io? Non debbo io per
ogni giudo riguardo voler più torto , che egli paja aver la ragione dimenticata
, che io la Reli- gione ? Dovrebbe volerlo egli (ledo . E perchè fo edere
cortume di molti, per aver più facile la difefa , ingrandire oltre modo 1’
accu- fazione, e p'ù che non vuol 1’ avverfario, ampli- ficarla; acciocché
niuno creda, eh’ io voglia fervir- mi di un tale artificio , feoprirò torto
alquanti luo- ghi del Libro del P. Anfaldi , per cui veggafi , fo egli
Digitized by Googli Primo* 287 egli moflri di avermi reputato per Stoico, e
Stoico cosi perduto, che voglia anteporre la Filofofia de- gli Stoici alla
Religione, o almeno uguagliarla . E già il titolo ifteflfo del Libro non invita
egli a cre- derlo? Il quale fi è quello : Vindici* Maupcrtuijtan* ab
Antmadverjtonibur viri clarijjìmi Francifci Mari* Zanniti , qu'tbus quantum
l’bilofopbia Morali Stoicorum Religio prceflct in infelicilate vit* minucnd»
demonjlra- tur. Non par’ egli a quello titolo, che io abbia vo- luto foflenere
contra il Signore di Maupertuis , che la Religione niente p ù vaglia della
Filolofia degli Stoici ? Perchè che accadeva aggiungere quelle pa- role: quibut
quantum Vhilofopbi* Morali Stoicorum Re- ligio prxjìet .... demonjiratur ; fe
non folle fiata di ciò quiftion niuna tra me e il Franzefe ? E certo fapcndo
io, che tal quiflione non mi era mai paf- fata per 1’ animo, come prima vidi
quel titolo, for- te mi maravigliai; indi cominciai a temere di non intenderlo
abbafianza . Chi fa , d.fli alcuna volta , che quel pronome quibut non più
tofio all’ animad- verfionibus riferir fi debba , che al vindici* ? Sebbe- ne
qual fenfo comodo avrebbe? E 1’ ofeurità intan- to mi fi accrefceva ,
confiderando per qual ragione abbiali voluto il P. Anfaldi trarre al fello cafo
quel Tbilofopbta Morali contro 1’ ufo dei latini , che nel terzo 1* avrebbon
lafciato , o nel quarto. Fece dun- que 1* ofeurità, che io da principio curafli
meno quel frontefpizio , ed afpettaflì d’ intenderlo, come avelli letto tutto
il Libro . Di fatti il Libro meldì- chia- Digitized by Google 28? Discorso
chiarò pei in tnoltiflìmi luoghi apertiffimamente. Il luogo della pagina 210.
non lafcia dcfiderarne alcun* altro. Apre quivi il P. Anfaldi I* intenzion del
fuo Libro, dicendo: in eo pnejertim fumut , ut pergamut Dindicare Maupertuijtum
relate ad necejjìtatem & pr non ho io derifo gli Stoi- ci , i quali per
foftenerla non vollero chiamar beni la fanità, la robullezza , la bellezza? E
$1 quella è pure la propofizion principale della loro Filofofia , da cui tutte
F altre dipendono,- e la quale chi le- vafle allo Stoico , non farebbe più
Stoico . Como poffb io dunque parere Stoico avendo levata di mez- Tom. IP. P p
zo Digitized by Google 29$ Discorso zo una tal propofizione ? Nè mi fi dica ,
che io ab» bia c'ò fatto per volere in quel Trattato feguire Ari- notele .
Perchè in prma non avrei voluto feguire Arinotele, fe gli Stoici foflero le mie
delizie, co- me dice il P. Anfaidi , e i miei amori; e poi in quanti luoghi di
quello fleflo Trattato mi fono io ximoffb da Arinotele ? Perchè dunque non me
no farei rimolfo anche in queflo ? Come non avrei ab- bandonato Arinotele per
feguire gli Stoici in una opinione tanto importante , avendolo tante volte
abbandonato per andar dietro a Platone? Ma feguitiam di vedere gli altri luoghi
della F lofofia . Alla pagina 37. vengo di nuovo a far men- zion degli Stoici ,
rammemorando quella loro così Lmofa fentenza , che tutti i virtuofi fieno
egualmen- te virtuofi , e così egualmente felici tutti i felici ; e tale
opinione non l’ ho io parimente in tutto quel capo rigettata? Non ho io detto,
aver gli Stoici mutato più torto i nomi , che le fentenze ? Non gli ho io
riprefi di aver propofta agli uomini una felici- tà imponibile ? Torno poi agli
Stoici nella pagina 57. e nella feguente . Non mi rido io quivi di quel- la
loro opinione , che fottoponeva tutte le cofe al deftino , eziandio le azioni
umane ? Ma qual dispet- to maggiore potrebbe farfi agli Stoici , che negar loro
quel così grave e magnifico infegnamento , che tutte le pafiioni fieno cattive
di lor natura , onde argomentavano , che dovettero cft.rparfi del tutto , e in
ciò riponevano il fallo, e 1* alterigia della lor Se t- Primo. 299 Setta? Ora
quella fentenza non 1’ ho io nella pa- gina 67. e nelle feguenti combattuta con
ogni sfor- zo, e tolta via? Qual luogo è, ove io abbia fatta menzione della
loro Filofofia , c non le abbia con- traddetto? Ecco che alla pagina 112. non
ho volu- to concedere agli Stoici, che debba aver tutte le Virtù chiunque ne
abbia una fola , fenza aggiunger- vi , che quell’ una fola fia in grado eccellentiflimo
: ciò, che vi aggiungeva Arinotele; gli Stoici non_. volevano aggiungervi. Ecco
che alla pagina 118. fgrido gli Stoici, perchè facevano eguali tutte le colpe .
Ma qual conclufione potea proporli maggior- mente contraria agli Stoici , che quella
, che io fla- bilifco alla pagina 202., e ciò è, che il piacere fia per fe
flcfTo un bene? Quale Stoico fu mai, che.* ciò diceffe , o ftimafle , feguendo
i fuoi principi, di poter dire? Ne è da credere, che io qui abbia vo- luto
favorire Ariftotele; da cui mi fono in quello luogo non meno che dagli Stoici ,
allontanato . Fi- nalmente dove io deferivo la felicità , formandola di tutti i
beni si dell’ animo , come del corpo, non fenza aggiungervi anche i doni delia
fortuna ; chi può mai riconofcer quivi uno Stoico ? Chi è così ignorante dell’
antica Filofofia, che non fappia aver gl» Stoici {labilità la felicità ne’ beni
foli dell’ ani- mo fenza più? E nel fine di quel capo (IcfTo, in cui conchiudo
la Filofofia tutta, qual rifpetto ho io de- gli Stoici? Non conchiudo io quivi,
niente altro alla naturai ragione rimanere, fe non che di fegui- P p 2 re o
Digitized by Google $~o ’ Discorso re o Arsotele o Piatone? Che confideraziorte
fo io ricali Stoici ? ( vedete, leggiadro
Stoico eh’ io fono) foftengo , quella ragione non effe ie di Jiiun roomen- to,
e che, fe altra il Signor Maupertu ; s non ne a- vea , così bene potea farfi
Epicureo, come Stoico. Nel capo quinto , e nel fello , richiedendolo la ma-
teria, ho favellato degli Stoici più ampiamente, che altrove, riferendo peò
fempre le loro opinioni fen- za mai approvarle, falvo alcune, che fono comuni a
tutti gli altri Filoftfi . E perchè pare, che il P. Anf.ldi in quelli due capi
principalmente infida; pe- rò fono da efaminarfi con più di ! iger.za , e quantun-
que io fia per parlarne più didefamenre in altro di- feorfo , non lafcerò qui
di dirne in generale quel tanto, thè badar poffa a far conofcere apertamen- te,
come io nè pure in quedi due capi poffo pare» re Stoico fe run forfè a chi gli
legga dormendo. Che cofi faceffe il P. Anfaldi , quando gli leffe , fe pur gli
lede , fel vegga egli. Nel quinto capo adunque, il qual comincia al- la pagna
-6S. io dico in primo luogo, che il Si- gnor di Maupcrtuis non ha deferitta
affai bene la Filofofia degli Stoici, riducendola a certi tre capi, a cui la
redringe egli , e che P avrebbe deferitta-. meglio, e propadane una più chiara
idea, fe avef- fe modrato prima, come eflì riponeffero la felicità Digitized by
Google 302 Discorso nella virtù fola; poi come quindi traelTero le rego- le
delle azioni, e de’ coftumi ; e fopra tutto come levaflero dal numero de’ beni
i comodi del corpo , e i doni della fortuna ; ed aggiungo , che ciò facen- do
avrebbe forfè fcoperto , come e quando impo- neffero all’ uomo di ammazzar fe fteflo
; portando io opinione , che anche in ciò pretendelTero cfli di feguir la
ragione . Ora chi è , che in tutto quello poflà reputarmi per Stoico? Che tale
farei veramen- te, fe riferendo le ftrane loro opinioni, ancor le approvai. Ma
dove le approvo io? Che fe il rife- rirle lo fteflo è, che approvarle; come non
farò io e Peripatetico infieme , e Platonico, ed Epicureo, avendo in più luoghi
riferito le opinioni di tali fet- te ? Vengo pofeia nel fine dello fteffo capo
quinto ad un luogo , nel quale il Signor di Maupertu's fi maraviglia ,, come
potelfer gli Stoici ftabilir le rego- le delle azioni, fenza aver prima
(labilità nè 1’ im- mortalità dell’ anima , nè 1’ tfiftenza , nè la previ-
denza de’ loro Dii , e come fenza fperanza di pre- mio , e fenza paura di
caftigo giungeflero tuttavia a cosi alto grado di perfezione , che appena che i
Criftiani vi giungano, quantunque moftì e (limolati dall’ afpettazìone de’ beni
eterni , e dal timore de- gli eterni caftighi. La qual maraviglia del Signor di
Maupertuis parendo a me , che facefle poco onore a’ Criftiani , ed anche alla
providenza , mi fono in- gegnato di fminuirla; ed ho detto, che avendo na-
tuialmentc gli uomini dinanzi all’ animo una certa idea Punto, ^ idea della immutabile e fetnpiteina
oneftà, anterio- re alla conofcenza de’ falli Dii, e dell’ immortalità dell’
anima , poterono gli Stoici trar da elfa quelle lor regole, fcnza penfar a
premio nè a caftigo ; e ciò potca badar loro a proporre una virtù umana , e
naturale ; badar non potrebbe a’ Cridiani , che un’ altra ne vogliono molto più
nobile , foprannaturale affatto e divina; e però debbon cercarla per altri
mezzi, e aver ricorfo alle tediroonianze, ed ai co- mandi di un Dio. Potrei io
qui parere Stoico? Ma che altro fo io in quedo luogo , fe non che riferi- re,
come gli Stoici traeflero le loro regole dall’ idea dell’ oneftà, e fi
contentsflero d’ una virtù umana, e naturale? Della qual però ben fi vede , che
io non farei contento , dicendo , che la virtù de’ Cridiani è adai più nobile,
e più fubbme . N'è dilììmulo io già, anzi apertamente confeffo , che quando ho
det- to , aver gli Stoici feguita la naturale onedà , tra- endo da effa le
regole delle azioni , non ho faputo biafimarli . Dirò anche più; gli ho lodati
nell’ ani- mo mio. Ma dovrà egli dirfi, che io fia Stoico, per- ciocché lodo
gli Stoici di aver feguito 1’ onedà ? Quai Filofofi non la feguirono ? Non la
feguirono i Peripatetici? Non la feguirono i Platonici ? Gli Epi- curei, che la
deformarono in molti modi, pure in- tefero di feguirla ; e fu 1’ intendimento
loro da lo- darli . Qual uomo è , che non abbia fempre dinan- zi all’ animo
queda autorevole onedà, che vuol’ ef- fer feguita per le medefima , mediandogli
le virtuo fe Dìgitized by (Joogle 304 Discorso fe azioni , e comandandogliele ?
Che non s’ è già ella fatta vedere folamente agli Stoici; s’ e fatta-» vedere,
e fa vederli a tutte le menti, maeftra im- mutabile, c direttrice fempiterna
dei lor voleri . La- onde il fcguir P oneftà , e prender norma da effa per
rettamente operare, non è una laude propria degli Stoici; è una laude comune di
tutti i Filofofì, o più torto un certo nobiliflimo iftinto di tutti gli uomini;
e chi loda gli Stoici d* averla feguita , non gli lo- da d’ eflere flati
Stoici; gli loda d’ eflere flati uo- mini; nè crederò io di dover parere Stoico
per aver- gli lodati di quello , di che fi lodano tutti gli al- tri . Ma
vegniamo oramai al capo fefto, il qual co- mincia alla pagina 277., fopra il
quale procurerò d’ efler breve , fi perchè temo di eflere flato foverchia-
mente lungo nel quinto , sì perchè di quelle ifteffe cofe mi converrà ragionare
in altro luogo. Io dun- que nel fefto capo , come leggendolo potrà ognu- no
avvederli, non altro intendo, fe non che di mo. Arare , che certi infegnamenti
degli Stoici non fono contrarii agl’ infegnamenti de’ Criftiani , come era
paruto al Signor di Maupertuis, anzi eflere tra quel- li e quelli una certa
quali amicizia , e conformità . Il che potrei Umilmente dire di molti
infegnamenti dei Peripatetici , di molti dei Platonici ; e ficcome non per
quello farei riputato nè Peripatetico nè Pla- tonico, cosi non credo di dover’
eflere riputato nè Stoico pure. Ma veggiamo di quali infegnamenti ho ragionato.
Ho detto alla pagina 179. , aver gli Stoi- ci infegnato , che dovette 1* eterna
ed immutabile onellà effere preferita a tutte le cofe; nè quello in- fegnamento
edere tanto contrario alla dottrina de* Criftiani . Ho detto poi , che
infegnavan gli Stoici la pazienza , volendo, che 1’ uomo foffrifle i mali,
fenza che la ragione fc nc turbafle ; nè in ciò pu* re ho creduto, che molto fi
oppongano alla Crift ta- ri a dottrina . Ho detto finalmente alla pagina 287. ,
aver gli Stoici beniflimo infognato (che che ne di- ca il Signor di Maupertuis)
che debba 1 ’ uomo fer- vir , quanto può , al ben comune, e (ludiarfi di gio-
vare altrui; nè tale infegnamento efler punto con- trario alla carità del
Crilliano . Ora fe io dico, che gli Stoici volevano, che fotte antepofta a
tutte le cofe 1 ’ oneflà , non voller lo {letto e i Peripatetici ancora , e i
Platonici ? Se io gli lodo d’ aver info- gnata la pazienza ; non la infognarono
gli altri Fi- lofofi ? E fc dico, che infognarono all’ uomo di do- ver giovare
agli altri , qual Filofcfia è , anzi qual arte, qual difciplina , che non
prflfa pigliar per fe quella lode , e farla fua ? E certo che P oneftà, la
pazienza, la carità non fono degli Stoici folamen-, te , ma di tutti ; e chi
loda quelle qualità negli Stoici, non loda gli Stoici, loda le qualità flette.
Che fc io trovo alcuna conformità tra certi loro in- fegnamenti , e quei de’
Crtlliani ; e tale conform tà mi piace, e la approvo, perchè dovrà egli
argomen- tarli che io fia Stoico , e non più toflo , eh’ io fia Tom. iy. Q^q
Cri- I 306 Discorso Criftiano? Anzi avendo io contraddetto agli Stoici in tutti
i luoghi fuori che in quelli , in cui mi fo- no paruti alquanto Umili a’
Criftiani , chi non vede, che Criftiano del tutto debbo effe re riputato, e non
Stoico ? Eenche , effendo Criftiano , non mi credo io già di effere per ciò
tenuto a deprezzare i doni della natura, e vituperargli, mafiimamente la ragio-
ne , e la virai; che fon pur doni di Dio anch’ dii, nè prlfon’ effer cattivi da
lui venendo. H già potete accorgervi, Lettore umaniflìmo, eh’ io fono entrato
nell’ altra parte del mio difeor- fo , nella quale modrer debbo, come in tutto
quel libro mio, di cui or deputiamo , niente ha, onde poflTa parere a veruno,
eh’ io voglia anteporre la Filofofia Stoica alla Crifliana Religione. Perchèco-
mc potrei parere Stoico così perduto in un libro, in cui non pollo parere
Stoico di niun modo ? Può egli crederli , eh’ io voglia anteporre alla Religio-
ne una Filofofia , eh’ io non profdfò, eh’ io non approvo , eh’ io non ho mai
tenuta , nè tengo per mia ? Moftrimi il P. Anfaldi un luogo folo del mio libro
, in cui io abbia la Filofofia degli Stoici alla Cridiana Religione o preferita
, o uguagliata . All’ incontrario quanti gliene medrerò io, ne’ quali ma- nifdì
Almamente antepongo la Religione, non dico alla Filoftfia degli Stoici, ma a
qualfivoglia Filofo- fia ? E quantunque, come Filofofo, avelli potuto tacermi
della Crifliana Religione , e non volere en- trare in efla per riverenza; pur
quante volte me le fono / i Digitized by Google Primo, 307 fono accodato, e con
rifpetto Tempre è venerazio- ne? Vedete la pagina 93. , ove ragionafi della ma-
gnanimità. Propoda quivi la quidione, fe la magna- nimità del Filofofo fi
accordi con 1’ umiltà del Cri- diano, non entro io con qucde parole; io bo
propo- sto di non volere per conto alcuno in quejlo Compendio entrare nella
Filofofia Santa de' Crijliani . Forfè eh e in altro luogo moflrcrò , quanto
lume abbia ejfa recato al- la naturale Filoffia , e quanto l ’ abbia adornata
in tut- te le parti , e perfezionata . E procedendo avanti non ho io rimetta la
quiftione al parere di Macdri prò- vatiflìmi fra’ Criftiani , del Rodriguez ,
del de Aguir- re , e dell* incomparabile S. Tommafo ? E' egli que- llo tenere
in poco conto la Religione Cridiana ? Per onor della quale che cofa poteva io
far di più dì quel, che feci, in così breve Trattato? Io dovca_» Pendere la
Morale breviflìmamente per un nobilit- ino, ed ornatifiìmo Giovane, che
defiderava veder- la per meglio intendere affari di cavalleiia, e farli più
copiofo nel dire, e più eloquente. Come po- teva io in quedo intendimento
fervir meglio alla Religione, che modrando di tanto in tanto i d. fot- ti della
Filofofia delfa ; ed avvifando inulrmo,che alla Religione fi appartenea di
emendargli? Or non è quedo quello appunto , eh’ io feci ? Leggafi il ca- po
ultimo , che chiude la Filofofia tutta , e inco- mincia alla pagina 221. In
quanto timore lafcio io quivi i Peripatetici , in quanto dubbio i Platonici
della loro felicità? Non dico io forfè. , Q_q 1 che fi vorrebbe un qualche
Iddio , il qual veniflo dal Cielo per infognarcela ? Non dico forfè, che
venendo a noi quello coitefe Iddio , dovremmo vol- ger le fpalle ai Filofcfi ,
ed afcoltar lui lofi. ? E ap- preflo non aggiungo io, effe re lui venuto, ed
aver mcftrata agli uomini la loro vera felicità ? Non mi fdegno contro colmo ,
che negano di afcoitarlo? E fe non entro a fp'egare quelle maravigliofe , e di-
vine lezioni, chi potea ciò da me efigere , uomo laico, e non teologo? 11 qual,
reflringendoroi den- tro i limiti della naturai ragione, cosi chiudo in ul-
timo la Filofcfia, che anzi che chiuderla, par, eh’ io la levi di mezzo, e ,
per lafcar tutto il luogo alla Religione, affatto la nmova, mettendo in dub-
bio, fe quella felicità, che effa ne moftra , altro non fia , che un vago nome
di fignificazion vuoro. E parlando io di quello modo, può egli cadere in animo
di chi che fia , che io abbia voluto la Filo* fofia degli Stoici alla Religione
anteporre? Qual’ uomo è così privo di fenfo, che pofla crederlo? E mi farei
forfè cangiato di opinione fcrivendo pofeia il Ragionamento contro il Signor di
Mauper- tuis , che è I’ altra parte del libro mio ? Ma qual fegno ne moftra
egli , quale indicio ? Nella pagina 273., dove prima cominciafi a dire della
Religione, io commendo molto il Signor di Maupertuis , che grandiflima autorità
le abbia dato . Nella pagina 275. , perciocché il Signor di Maupertuis s’ era
maraviglia- to, come gli Stoici confeguiflero tanta virtù , quan- ta Primo. 309 ta appena nc confeguifcono i
Criftiani , io rifpondo la virtù degli Stoici elfere (lata virtù naturale ,
quel- la de’ Crilìiani foprannaturale del tutto e celefte . Nella pagina 277.
conchiudo , che gli Stoici , obe- dendo alla natura, fervivano Dio fenza
accorgerfe- nei la qual lode potrebbe darli anche alle fiere, ed agl alberi ;
laddove i Crilìiani lo fervono accorgen- docene , il che non è proprio fe non
degli Spiriti immateriali e ragionevoli. Nella pagina 279. non dico io , la
tranquillità del Criftiano elfere molto più nobile, e pù magnifica, e più
divina, che non quella degli Stoici , e trar feco certe ammirabili dol- cezze ,
di cui gli Stoici fon privi ? E nella pagina 281. non dico io , che il
Crilìiano aggiunge alla virtù della pazienza certo riguardo, che non vi ag- giungevan
gli Stoici , e con ciò la rende più nobi- le , e p ù predante ? E nella pagina
, che fegue , non dico io , che la Crilìiana Religine promette a* virtuofi così
alto premio, e così magnifico , che a petto di dìo niente è ciò, che può
promettere la natura? Non dico, che ogni altra Fiiofofia dee ta- cerfi dinanzi
a quella de* Criftianiì In fomma qual luogo è in tutto quel mio ragionamento ,
nel qua- le venendo a dirli della Fiiofofia , e della Religione, non quella a
quella di gran lunga fi preferifea? Pe. rò volendo il P. Anfaldi venir meco a
contefa , e fottrarre il Signor di Maupertuis alle mie obiezioni , qual
quiftionc potea proporre più inopportuna , più fuor di ragione, e di propofito
, che quella; quan- lum Digitized by Google gio Discorso tum Pbilofophia
florali Stiiiorum Rtlìgìo p'ajlet . Ho 10 mai negato , che la Religione
Crifliana fia da anteporli alla Filofcfìa degli Stoici ? Ho io mofla quiftione
di ciò in tutto il mio libro contro il Si» gnor di Maupercuis? Di che fia (lata
quiftione tra quel chiarimmo Franzcfe , e me , dirò nel feguente difcorfo .
Intanto però non doveva io rimovere dal mio libro una così grave macchia , come
è quella, che gl’ impone il P. Anfaldi? E farà chi me ne in- colpi ? Non avrei
moflrato di clTere veramente Stoi- co , fe comportata 1* avelli? Ma qual
ragione, oP. Anfaldi, a cui mi volgo in fui finire del mio difcor- fo , qual
ragione ha potuto indurvi a volermi così fieramente a fTa lire , e movere tanta
guerra ad un libro morale , che non era moleflo a niuno , niuno accufava ,
niuno olFondcva , cercando di efercitar così le virtù, che infognava? Con
quanto rifpetto, con quanta moderazione ho fcritto io contro il Si- gnor di
Maupertuis ? Il qual fon certo, che per la grandezza dell’ animo fuo , come
favio e valorofo uomo, non vorrebbe elfcre fato da voi difefo per tal modo. Nè
io però vi accufo, nè di voi mi dol- go ; fo, quanto pofia P ambizione del
cotraddire , e quanto vaglia , apprefio vei altri gran Letterati, 11 defìderio
di ufeire alle fampc; e fo ancora, che fe , fcrivendo le vindicie, mal
giudicafle del mio li- bro , ne giudicafe meglio in altro tempo. Voglio, che
preflo me vi feufì la vofra incofanza . Che u- inana , che cortefe , che gentil
lettera fù quella , eh me Digitized by Google Primo. gii me ne fcriveRe prima ,
che ufti fiero cotefte vofire vindicie ! E quanto foave, e cortcfe quell’
altra, che me ne fcriveRe , dopo che furono ufeite ! Le quali cerco non avreRe
fcritte in quel modo , fe a» vede creduto di fcrivcrle ad un perturbatore della
Religione; e dicendo in effe, che la nofira era una quietone puramente
Filojofica , e circa materia non im- portante, ben mofira , che voi allora
giudicavate , la Religione non avervi parte niuna. Le quali lettere avendomi
voi fi elfo conceduto, eh’ io renda pub- bliche (che altrimenti non l’ avrei
fatto) efporrò qui volentieri per provedere all* onor voftro, ed al mio,
acciocché intendano i poderi, che fe del mio libro mal giudicafie ad un tempo,
ne giudicafte me- glio ad un’ altro , nè feroprc poi vi ingannaRe . Lettera del
P. Caft’ Innocente Anfaldi al Signor Fiancefco Maria Zanotti fcritta di Ferrara
li 2* Giugno 1754. T^Ssendo V. S. ìlluflrijjìma altrettanto compito e ge- *
nerofo , quanto che celebre e dotto , mi permette- rà , che con codejla mia mi
dia /’ onore d' inchinarme- le cjjequiofamente , onore , cui non potei avere ne
fei 0 fette giorni , che fui cojli un tnefe fa , abbenebè me lo procurajjì , e
foltanto potei umigliar mi al fuo Signor Fra- tello veneratiffìmo , ed alle di
lui Signore , quali fui a vi/itare per ubbidire anco alla Signora Franzoni
nojlra Religiofa qui in Ferrara . Dirà 3 1 2 Discorso Dirò poi a V. S.
llluflriffìma * qualmente allora mi diedi il vantaggio di comperare V ultimo
fuo ltbro ) letto da me con quel frutto , che cagionano le di lei comprjtzioni
tutte ; e nel Ragionamento intorno al li m Irò di M. Maupertms , abbencbè
fcorgtjjì la Jòlita ma- no maeflra , ed il fare clajjìco di V. S. lllujlnjjìma
, pure mi parve , ebe alcune cofe non corrilpcndtJJ'ero al- le mie
anticipazioni , dalle quali gli argomenti fuoi non mi fveljerc 5 tutto che m
affi ma Jìa prejjo di me , come_, apprejjo ognuno eff'er deve , la di lei
autorità, l'erlccbe mi fono avanzato a dtjlenderc li miei rif.cffì così ; \ in*
dicix Maupcrtuifiarx ab Aninriadvcrfionibus Viti Cla* Tifiimi Frsncifci Mari®
Zanotti , quibus quantunu Philofophia Morali Sroicorum praeflet Religio in in-
felicitate vita: minuenda demonftratur . Hon fembran- domi, che la fempiterna ,
e A immutabile onejlà degli Stoici j tomeebe non altro attributo avente , che
una certa autorità ed impero , pojja aver * avuto forza dì consolare gli Stoici
Jlefft , e parendomi indifpenfabile ( conJìJcrato , com' il più pacifico , ebe Jì pffjj trovare falla
terra ; cioè nd mio libro un iota non v' è , di cui V S. Wujlnfpma ■ poli a mai
un dì lagnarjì , foffe ben' ella più dihcato della fltffà dilicatczza ; anzi
fervir dee quejlc per un pitblico e perenne attejiato dell ’ altiffìma ftima ,
e prc - fen- Digitized by Google Primo. g t j fondijjìma venerazione , che io bo
per lei , e pel Jùs gran merito , e fapere . E' quefla una quefìione pura-
mente Filofoflca , e bifogna compatire il genio , che bo fempre avuto per
codefli fludj , del quale alcun mifero faggio ne diedi ne' miei libri: De
traditione princi- p:orum Jegis naturali*, ed in quello contro il Clerc : De
futuro faeculo ab Hebraeis ante captivitatcs co* gnito , che per altro ben
conofco eJJ'ere ajj'ai imperfetti . Che fe difputando contro fìranteri ,
eterodojjì , e morti , inimicijjìmi della Hazion noflra , e della Religione ,
bo io però fempre procurato di dimagrarne rifpetto , e / lima ; cofa far debbo
poi con un nazionale , crtodojfo , viven- te , celebre , dottijfìmo , quale è
V. S. llluftrifpma , che ha favorito il Fratello nella feorfa quarefima in S.
Do- menico con noflra infinita obbligazione? Ccmecbe adun- que in altro modo
dimojlr urgli non prjfo la mia grati- tudine , gliela mo/lrerò nella prefente
cccaflone , in cui vedrajfì , che due w mini circa materia non importante
poffono penfare diz>erfamente , ma che l' uno ba dell' altro un' amore , ed
una venerazione , che non ba pa- ri . Ella dunque mi onori di darmi quella fede
, che merito , e di avere a grado , ebe fi flampino codefle mie ojfervazicni ,
molto più che non potrei nè pure difptn- f armene , per avere avuta la facoltà
dai Superiori , ed averle qui a non pochi in parte comunicate . Ma in o- gni
evento mi onori ajj'ai più col mettermi n r l numero gloriofo de' fervidori
fuoi,come già lo fono da gran tempo in quello de' fuoi ammiratori ; con che cflbendnmi
ad ogni fuo venerati/ finto comando , col più profondo cd cjjequiofo rifpetto
mi dico . % Tom. IV. R r Lec- Digitized by CJoogle 3*4 Discorso Lettera del P.
Caft* Innocente Anfaldi al Signor Francefco Maria Zanotti Icritta di Piacenza
li 9. Settembre 1754. / 'r ì archi la benignità ai V. S. lllujlrifpma fu fìnge*
lare cotanto , che mi diè permijjìone di flambare le mie tjjervazioni fopra il
di lei Ragionamento , e dip- degn'fjì con, andarmi , ebe gitene JuceJJì avere
dut_> co; te ; io che prefcnieiiiente mi ritrovo in Giacenza per vedere li
miti ; fapendo, che V opera mia è terminata , bo pregato un' amico , ebe è in
Ferrara , ove fubito ne capiteranno alcune copie , di farne avere a K S. Il -
lu/lrtjjtina cotti, cui Jupplico di degnarfì di accettarle, quale tenue
atteflalo dell ’ cjjìquio mio ; e fe mai ono- rare mi volejje di accettarne
pili altre , bafla un Jcl cenno per ubbidirla in un ’ affare , che mi riputerò
Jcm- pre ad impareggiabile onore . Mi Infìngo tuttavìa , ebe fe non le
piaceranno le rifeffìoni fleffi,non le difpiacerà però, che io abbia al Mondo
palefata la mia venerazione verfo di V, S. 11 - lujlrijjìma , che ben le fi dee
con il Mondo tutto ; men- tre pvjfo ajjìcurarla , ebe per tutte le Città , ove
fon~. paffuto , e mi è capitata congiuntura di parlare di lei , bo potuto
feorgere la fama del fuo nome cotanto ampli- ficata , e flabilita appreffo ogni
genere di perfine , che quaft mi fino pentito di effermi poflo ad un ’ azzardo
coi) fìngolare , fimbrare forft potendo a taluno , ebe io innanzi di accingermi
all' imprefit , non abbia fattiti suf- Digitized by Gooale Primo. 351
/ufficiente rifieffìone alla infinita diflanza , che pajjafri V. S,
llluflrffima e me , che dovevo contentarmi di ammirarla . L' unica cofa però ,
eie mi confola in tutto quejlù affare , fi è , che letta poi con commodo la di
lei Peri- patetica Filo/òffa j mi fono trovato cotanto conforme a lei di
/entimemi , che fembra , eh' io altro non abbia fat- to j che applicargli nella
difputa contro il fuo Ragiona- mento . Perché fe ho injtjliio contro certo di
lei pajjo a pag. 282. , potrò fempre per mia difcdpa ricorrere et quella
ammirabile dottrina di V. S. llluflrffima Parte V. Cap. X. , ove della amicizia
, che nafte da virtù , parlando , fcrive fapientffimamente così: Sebbene non
potendo il virtuofo non effere e piacevole j c libe- rale , e cortefe , e
magnanimo, non può non cflerc ancora cofa molto utile, e molto gioconda, e chi
1 ’ ama in quanto è virtuofo , viene per confeguen- te ad amarlo anche in
quanto è utile, e in quanto è giocondo. E però- tale amicizia pare , che
abbrac- ci in certo modo e contenga le altre due; & an- che perciò dicefi
perfettifiima . Oltre quanto infegna t che nella fola Crijhana Fih.ffia evvi la
dottrina di potere diventar giufìo cbi ha peccato , oltre tante altre belle
Dottrine al Capo XVI 1 , di e ffa Parte V . , e quel divino paffo , che
conchiude P Opera: vorrebbero for- fè , che lor venifie dal Cielo un qualche
Iddio ec. E certamente che i Filrfofi fembra prendano fempre ben di mira a non
far difeendere dal Cielo in qualche ma- china un Dio per non feiogliere il nodo
alla maniera Rii de * 316 Discorso de' Poeti. Ma chi dall' altra parte ncn
faprebb- com- patire coloro j che fi immaginano non poterli Jlabxlirt la fi
licita dell' uomo, fe non fi confiderà il fine , per cui è fiato fatto ? lare
ad ej]ì quaji , che la Filojfia ne farli , come fe 1 uomo fi jje da fe ufiito
dalla terra , o ca/ualmetiie dalle nuvole caduto , e però ne inferifeo - no,
che debba ejja fcn.pre andar errata , e che, fe dal- la religione prtfcinda ,
non arrivi a conifere il fine, e per ciò nè pure la Jelieità della creatura .
Ma io non sò fe nè pure avrò ben efprejfe codefie fiejfe cofe . In ogni cafo io
volentiertffmo mi J'uhor dine- rò a quanto o ella , o altri Japrà meglio farmi
vedtre in quella materia. Sono sii la partenza da qui. l'er li 20. , o poco più
farò in Mantova , e alla metà d ’ Ottobre in Ferrara , lo che le ferivo
affinché V. S. //• lujlrijjìma fappia , ove fi ritrova un fuo ammiratore e
fervo cbbligatiffimo , che fi darà fempre la gloria {otti- ma di dimofirarle in
ogni incontro la più fommejfa ve- nerazione , e di dichiarare alla terra tutta
quella pro- fondijfitna fiima , con cui mi riprotefio. DISCORSO nel quale C. espone
prima tutte le qui • Jlioni nate tra lui , e Maupertuis , rìfpon- dendo in
ciafcuna ad Anfaldi , ove ciò pojfa farji brevemente ; poi torna a quelle , in
cui richiede/i ri - fpojla più lunga , e largamente ragiona dell ’ immor-
talità dell * anima . Jfo credo nel mio primo difeorfo di avervi abba- ft.inza
dimoftrato, Lettore umanillìmo, cerne in quel mio librojche ufcl già fuori col
titolo di Filofofia Morale non mai la Filofofia degli Stoici alla Criftiana
Religione, ma femprela Crifliana Religione a qualunque Filofofia di gran lunghe
manifeftilfimamente antepofi.Laqual depu- tazione non era neceffaria,fe non
l’avefle renduta tale il P. Anfaldi ; il quale volendo difendere il Signor di
Mau- pertuis da’ miei dubbj , non ha Caputo farlo fenza travol- gere per Arano
modo i miei fenfi, e interpretare pefiìroa- tnente le mie parole. Ora venendo alla
difefa , qua- lunque ella fiali, che egli ha prefo di quel valen- tilTimo uomo
, non vi dovrà efler difearo , che io vi ponga piima fotto gli occhi brevemente
, e per ordine le quiftioni tutte , nate tra il Signor di Mauper- tuis e me;
acciocché polliate più facilmente inren- dere , come bene fiali portato in eiTe
il P. Anfaldi difendendo quel fuo Franzefcj e come abbia foddisfatto all»
Digitized by Google 318 Discorso all’ afpcttizione morta dallo Ile fio titolo
del libro fuo.* Vindici* Maupertuijian* . E però notcìò di ma- no in mano in
ciafcuna quiftione quello, che egli Copra vi ha detto , nè lafceò di
nfpondergli torto, ove ciò pofla farfi brevemente ; ove riceicheiafli ri-
fporta più lunga , mi rimarrò fintanto che io abbia fatto il novero delle quiftiom
tutte; fatto il quale tornerò ai luoghi , che avrò tralafciati , e precure- rò
di foddisfare al P. Anfaldi in ogni cola. E fe io non avrò quel bell’ ordine ,
lucido , e chiaro , che in tal gcnetc di fcritture li richiederebbe , fpero ,
che mi perdoneranno tutti quelli , i quali avendo letto il libro del P.
Anfaldi, penferanno quanto fia difficile non cfifcr confufo , rifpondcndo a un
libro tale . £' dunque da Capere , che avendo il Signor di Maupertuis, uomo in
Fifica, e in Matematica tan- to grande, che non pare, che porta efler piccolo
in niuna altra cofa , avendo, dico, comporto un_. picciol libro intitolato :
FJJliy de Thiìofophle Morale , fu quello Rampato in Londra , ha pochi anni; e
quin- di pattato in Francia, ove incontrò alquante oppo- fizioni , venne poco
apprdTo in Italia . Allora io fui (limolato a fcriverne fchiettamente il mio
giudi- zio , il che feci in un breve Ragionamento , notan- do quando un luogo,
e quando un’ altro, fecondo che varie difficoltà mi nafeevano . E perchè il Si-
gnor di Maupertuis avea dirtinto il libro fuo in fet- te capi > volendo io
andar dietro folo ai primi Tei, per Digitized by Googl - / Secondo. 31 g per
ciò in fei foli diftinfi il mio Ragionamento ; e notai nel primo quelle
difficoltà, che nel primo del Signor di Maupertuis m’ erari nate; nel fecondo
quelle, che nel fecondo, e così di mano in mano; onde vennero a forgere quali
in ciafchedun capo moltifiime quiftioni tra il Signor di Maupertuis e me, varie
tutte tra loro e diverfe , le quali ora breve» mente vi moftrerò .. Nel primo
capo nacquero tre quiflioni . La pri- ma è circa la definizion del piacere
propolfa dal Signor di Maupertuis , alla quale moftrai di accor- darmi poco . E
perchè il Signor di Maupertuis la fpiega poi molto più nel principio del capo fecon-
do, volendo valerfene a formar certa argomentazion fua , anch’ io nel capo
fecondo moftrai di nuovo di elferne poco contento. La feconda quiftione fi è ,
fe avendo il Signor di Maupertuis ftabilito la felicità nel piacer foto , come
parmi eh’ e’ faccia, gli con- veniffe di renderne qualche ragione , ciò che
egli non fa; perchè io credo, che una propofizione tan- to agitata , e
combattuta non folfe da alfumerli co- sì fenza prova, come lì fanno gli aflìomi
. La ter- za quiftione poi fi è , fe doveffe Umilmente fenza prova niuna
ftabilire il Signor di Maupertuis, chtv la felicità , effondo più lunga , debba
per ciò dirli anche maggiore, fapendofi con quanto ingegno li sforzaffero gli
Stoici di dimoftrare il contrario. Ora come fi moftra egli valorofo il P.
Anfaldi nel primo incontro di quelle tre quiflioni ? Sentite, come Digitized by
Google 3 io Discorso come d : fende il Tuo Franzefe. Quanto alla terzi-,
quiflione fi tace del tutto; nrn ne fa parola . Quanto alla prima venendo a
ragionarne nel paragrafo XI. alla pagina 14., confcfia , thè io ho ragione, e
concede, che abbia penfato meglio io, che il Si- gnor di Maupcrtuis; può ognuno
vedere la pagina. Ben mi fi fa incontro nella feconda, alla qual ve- nendo nel
paragrafo X alla pagina 11. , dice, che il Signor di Maupcrtuis potea ben porre
la felicità nel folo piacere fenza renderne ragion niuna , per- ciocché egli
parla quivi della felicità formale, non della obbiettiva ; quafi che chi parla
della for- male, non debba render ragione di ciò , che dice. Spediamo quella
contefa brevemente. La felicitàob- biettiva non è aitro, fe non la fomma di
quelle co- fe ultime, che 1* uora vuole, e a cui dirige tutte le altre. E
perchè confeguendole viene a porli in uno flato quietiflìmo e belliffimo ,
quello flato poi chiamali felicità formale; onde vedefi la felicità for- male
eflere intrinfeca all* uomo , ed efler come un’ effetto, che in lui producono
le cofe, che egli vuo- le , qualora le confeguifce . Ora fe I* uomo volef- fe
le cofe folo , in quanto fon dilettevoli; ficcoroe quelle , in quanto fon tali,
non altro in lui produr pofl'ono , che il piacere , cosi farebbe la felicità
for- male fenza alcun dubbio polla nel piacer folo . E Umilmente fe P uomo
voleffe le cofe, in quanto fo- lo fono onefte , poiché quelle, in quanto fon
tali , pofTon che renderlo più nobile , e più pillan- te , Don I Secondo. 521 .
Ce , perciò dovrebbe in tal cafo riporli la feliciti formale, non nel piacere,
ma nella nobiltà, e nel- la preftanza dell’ animo . Che fe 1* uomo poi vo- lede
le cofe e in quanto fon dilettevoli , e in quan- to ancora fono onefte; poiché
quelle, tali eflendo, in lui producono inlieme il piacere, e inlieme quel- la
nobiltà e preftanza , che abbiamo detto ; farebbe per ciò da riporfi la
felicità formale , non nel pia- cer folo , ma più tofto in uno dato nobil fiimo
e-» preftantiflìmo congiunto col piacere. Eflendo dun- que Hata Tempre tra i
Filofofi gran qu ftione, di qual maniera voglia 1’ uomo le cofe, che egli vuole,
fe in quanto folo fon dilettevoli, o in quanto ancora fono onefte, ne fegue ,
che quiftionc ancora efler debba, in che fia da riporli la felicità formale. La
quale fe il Signor di Maupertuis ha (labilità nel pia- cer folo, ben potea
chiederli, che ne adducefle la ragione ; o più tofto doveva egli addurla ,
accioc- ché gli altri non la chiedeflero . Ed ecco levata di mezzo quella
difefa , che al Signor di Maupertuis preparata aveva il P. Anfaldi in quella
inutile d;ftin- zione della felicità formale, e della obbiettiva. Veggiamo
però, come egli Ha prode a difender- lo nelle quiftioni , che forgono nel
feguente capo del mio Ragionamento: le quali fon tre, ma tutte partono da una
fola. Avea detto il Signor di Mau- pertuis, nella vita ordinaria dell’ uomo
maggior Tem- pre cffere la fomma dei mali , che quella dei beni , adduccndone
tre ragioni; et' io ho tentato di levai Tun, IV, S s via quelle tre ragioni ad
una ad una ; di che fon.» nate tre quiftioni diverfe fopra il valore di tre di-
verfi argomenti . Ora chi non avrebbe creduto, che il valente P. Anfaldi fofle
per foftenere le foprad- dette ragioni addotte dal Signor dì Maupertuis; e fe
non tutte e tre; almeno due; almeno una ? Niu- na però , per quanto io m’ abbia
ricercato il Tuo li- bro , prende a foftenerne . E' vero, che nel paragra- fo
VII. ne inoltra il defiderio, e ciò è in quello mo- do . lo nel capo fecondo
del mio Ragionamento pet introdurmi alla quiftione avea detto effere flato Tem-
pre coflume degli uomini il lamentarfi; che molti lo fanno per una certa
ambizione; e che gli Ora- tori , e i Poeti fe n’ hanno compofto un* arte. Qui ,
efce il P. Anfaldi contro una tale introduzióne con grande animo , e dice , che
le querele degli uomi- ni non fono ingiufte ; e che io foftenitor degli Stoi-
ci dovea approvarle , approvandole effi ; e in ulti- mo con molta carità
protetta di non voler CTedere t che io cerchi di fminuire la miferia degli
uomini aitine di difloglierii dalla Religione . E parea bene» che , avendo
aflalita con tanto impeto quella mia-» introduzione, volefle poi palfare avanti
e difendere le tre ragioni del Signor di Maupertuis ; ma egli di quelle fi
tace, come fe di loro non foffe quifìion niuna . 11 che facendo, potea ben’
anche tacerfi del- la introduzione flefTa. Poiché quanto al dire, che le
querele degli uomini non fono ingiufte, io non bo mai detto, che fieno né
gioite , nè ingiufte. Ho det- Digitized by Googltf Secondo. 323 detto folo ,
che fono alquanto amplificate ; rè fa» cea meftieri , che il Signor di
Maupertuis le ampli» ficaie maggiormente. Quanto poi al dire, che io,
foftenitor degli Stoici , non dovea difapprovar quel- lo , che efli
approvarono, io prego il P. Anfaldi , che lafci a me la cura di confervarmi la
grazia de» gli Stoici . E fe egli non crede , che io cerchi di- floglier gli
uomini dalla Religione, non dovea , prò- tettandotene , indurre altri a
dubitarne . Ma pattiamo al terzo , e al quarto capo del mio Ragionamento, ne’
quali io metti molti dubbj, e i più di loro non poco importanti al Signor di
Maupertuis. Eccoli tutti per ordine. Primo, fe 1 piaceri, effendo tutti
fentimcnti deli’ animo, deb» bano anche averli tutti in egual pregio e (limarli
e» gualmente nobili . Secondo , te dittinguendoli i pia» ceri in quei dell*
animo e in quei del corpo , e de» finendoli gli uni , e gli altri cosi , come
gli defìni» tee il Signor di Maupertuis, pofla dirli giutta una-, tal
dittinzione. Terzo, te più, che i dolori, fieno i piaceri del corpo. Quarto, te
i difpiaceri del cor» po , cosi come i piaceri dell’ animo, tanto più ere»
lcano, e li faccian maggiori, quanto più lungamen» te perfevera la cagione ,
che gli produce. Se fieno in poteftà dell’ uomo i difpiaceri dell’ ani» / mo ,
che provengon da colpa . Setto , te le veriti utili alla vita fieno così poche
, e così facili da difcoprirli , come vuole il Signor di Maupertuis . E quelli
fono i dubbj , che tergono nel capo terzo . Il S sz capo quarto par meno
falìidiofo ; pur move le tre feguenti quiftioni . Prima , s’ egli fia vero ,
che gli Epicurei folo penfaffero ad accreficere i beni della vita, gli Stoici a
sminuire folo i mali; poi, quan- do bene ciò folle , fe doveifer per quello gli
Stoici anteporli agli Epicurei ; e finalmente fe il piaeerc fia fempre quello
Hello , da qualunque cagione pro- venga . Alle quali quiftioni io ncn sò ,
perchè il P. Anfaldi in tutto il libro fuo non fiali mai accollato, c le abbia
palfate in fienaio ? di che temo, cho quel titolo tanto animofo di Vindici*
Muupe/tuìjia- n* vergognar li peffa alcun poco , e dolertene ; o pofia anche
dolerli , che fiali tralafciata c la quiftio- ne , che è roolfa nel capo V. .*
fe ben riducajì la Fi - I ofcjta itegli Stoici a certi tre capi. E quell’ altra
, che è moda nel capo VI.: fe fojfe intendimento degli Stei' d il penfar folo a
fe JleJJì ; Io credo pe r ò , che fe quel titolo parlar potelfe , e dolerfi del
fuo libro , noru. g à che egli fi taccia in tanti luoghi ,' ma più toflo
dorrebbelì , che difputar voglia in tanti altri ; per- ciocché torce le
quiiioni di cui difputa , e le fcam- bia per fi fatto .modo, che bene fpelfo
prende a di- fendete il S gnor di Maupertuis , o in ciò, che egli non ha mai
detto , o in ciò , che io non ho mai impugnato. Il che apparili dalle cole, che
appref- fo diremo. Ora venendo al capo V., rifponderò prima bre- vemente al P.
Anfaldi intorno alla prima delle qui- ft.oni, che quivi nafeono ; le altre, che
nafeono nel- ire* . . * qui* :ono . . 6
t c o v d a ; $*5 * nello fteflb capo, e nel feguente, richiedendovi!! iifpofta
p ù lunga , non farò altro per ora che efpor- rc. Dironne pofcia , fecondo che
la materia il ri- chiederà, più ampiamente La prima quiRion dun- que, che nafce
nel capo V. , fi è, fepofla conceder- li al Signor di Maupertuis , che gli
Stoici cercafle- ro la felicità , non la virtù , parendo a me , ch« non polfa ;
perciocché fecondo quei Filofofi la feli- cità era la virtù (Iella. Il P.
Ànfaldi non irei con- fante, e dice nel paragrafo L 1 1. , che il Signor dì
Maupertuis parla, non deila felicità obbiettiva , ma formale , ‘ e quella
fecondo gli Stoici dillinguevafi della virtù. Cosi ritorna alla vanità di
^quella fua diftinzione. lo rilpond'o dunque, che la felicità for* male
appunto, fecondo gli Stoici, ponevafi nella vir- tù ; poiché effendo r a parer
loro , la felicità obbiet- tiva non altro , che quell’ eterna, ed immutabile onestà
-, la qual volcano; oflervata , ed obbedita in o- gni cofa ; 1’ abito di
oflervarla , e di obbedirla , che 1’ uomo contrae in fe medefimo , effer dovea,
fe- condo elfi , la felicità formale. Ora che altro é un tale abito, fe non la
virtù? La quale in vero fi trae Tempre dietro alcun piacere; ma non in quello
po- nevano elfi la felicità , ma iir quella p nè fi fareb- s booo abballarla
diftinti dagli Epicurei , fe P avef- fero polla nel piacer fold , nè dai
Peripatetici , fc 1’ avellerò polla nel piacere infieroe « e infieme nel- la
virtù. Le altre qu’Rioni , qhe forgono nel capo V. , fono le feguenti. Prima,
fe 1’ ammanar fe medesimo – H. P. Grice: The principle of conversational
self-love --, di qualunque maniera fi faccia, fia nn’ am» mazzarfi fecondo la
dottrina degli Stoici. Poi, fe una argomentazione, per cui conchiudafi, che,
fe* guendo la ragion fola , debbano tutti gli uomini aio* raazzarfi , fia
argomentazione orribile , e fpavento- fa , e da levarli via . Poi , fe poffa
per la ragion naturale averli qualche opinione d’ un' altra vita. Poi , come
poteffer gli Stoici aver ftabilite tra loro le regole delle azioni, fenza aver
prima (labilità nè 1‘ immortalità dell’ anima , nè 1’ efiftenza , nè la pre-
videnza de’ loro Dii. Una quiftion poi nafee nel capo VI. , la qual fi parte in
molte, ed è, fe gli Stoici e per 1’ amore, che infegnavano dover por* tarfi
all' onefià , e per la tranquillità , che credeva* no di poter trarne , e per
la tolleranza loro , e per la non curanza del premio foflero cosi contrarj a’
Crilliani , che non pollano conciliarfi con efli in ve- runa maniera. II Signor
di Maupertuis hamefTotra le due fette tanta lite, che pare non polfano mai
comporli , il P. Anfaldi ha accresciuto la difeordia anche più. Avendo io fin
qui efpolle, Lettore umanismo, tutte le quiftioni , eh’ io molli contro il
Signor di Maupertuis , ed avendo affai rifpollo , come io cre- do, fopra alcune
al P. Anfaldi , rella , che io rifpon* da fopra alcune altre, e Soddisfaccia in
tutto alle obbiezioni di eflo Padre. Le quali fe egli avefle di* tontamente
propolle , e con ordine , potrei io pure, lui feguendo , ragionarne
ordinatamente ; ma egli non Digitized by Googlj Secondo. non è gran fatto amico
dell’ ordine. Di che cbia- mo m teftimonio tutti quelli, che il leggeranno.
Moftra veramente nel paragrafo XIII. defiderio di feguirne alcuno, rivolgendo
1’ intenzion fua a tre punti; ma poi tanto confonde i punti, che ha pro- pofto
, e così predo fe ne fvia, che ben moftra aver conofciuto egli Redo, quanto
fieno fuor di propos- to . E come noL farebbono , effendo diretti tutti a
dimoftrare quello, che non è in quiftione per modo alcuno, cioè che la
Religione Cnftiana (la miglio- re della Filofofia degli Stoici ? Lo dice egli
fteflb con quelle parole : Quare confequi quifque aperte pof • Jtt ,
Vbilofopbia Morali Stoicorum valde fnejìare Pbilo • fopbiam Moralem
Chrijlianam. E fe la confeguenza^ è così fuor di proposto , che diremo degli
antece- denti , che ad e(Fa conducono ? Però penfando io meco medelimo, e
rivolgendo nell’ animo le tante cofe, e feoza diftinzione niuna dette dal P.
Affal- di , hommi deliberato di feguire un certo mio ordi- ne , confiderando
prima quelle, che appartengono in qualche modo all’ immortalità dell* anima ,
poi quelle , che appartengono all* atto di ammazzar fe fteffo , indi quelle ,
che riguardano i premi promeffi alla virtù, e finalmente quelle, che fpettano
all* oneftà . Di quelle , che appartengono all’ immorta- lità dell’ anima, dirò
ora; rimetteiò le altre ad un* altro difcorfo , Venendo dunque a quelle cofe ,
che abbiamo detto appartenere all’ immortalità dell’ anima , per intender bene,
qual quiftion fia tra Maupertuis e lui, bifogna fapere , che cercando il Si-
gnor di Maupertuis , fe debba l’ uomo , allorché trovali infelice, dar morte a
fe (lelTo , rifponde, che, dove noi trattenga la Religione , eflendo nello (la-
to fuo naturale lenza timore , e fenza fperanza niu- na di altra vita, farà
bene a voler’ ufcir di roife- ria , ed ammazzarfi . In quello propofito io ho
det- to nel mio Ragionamento alla pagina 273. , non_. piacermi , che meflb 1’
uomo nello (lato luo natu- rale debba cosi tollo (limarli privo d’ ogni opinio-
ne dell* altra vita ; che tale opinione ebbero pure i Greci , e i Romani ; e la
infegnarono molti an- tichi Filofcfi fcguendo la ragion fola. Onde fubito fi
vede , che la quiftion , che nafce tra il Signor di Maupertuis e me , non è
altro, fe non di vedere, fe per la ragion naturale poffa conofcerfi l’ immor-
talità dell’ anima , o non poflfa ; nè a me è necef- fario , che fi conofca per
argomenti dimoftrativi e indubitabili, badar potendomi, che fi conofca per
argomenti giudi e ragionevoli , i quali poflano met- ter timore e fperanza d’
un’ altra vita, onde colui, che voleffe ammazzarfi, debba efaminargli prima, e
intanto vivere. La quidion dunque è, fe poffa pei la ragion naturale provarli
I’ immortalità dell’ ani- ma , o ciò fi faccia ad evidenza , o fol tanto con_*
qualche giuda probabilità . Ora il P. Anfaldi venendo alla difefa del Si- gnor
di Maupertuis , mi aflalifce con tanto impeto e fu- Digitized by Secondo. 329 e
furia, che non s’ accorge, che nello fleflo alfa- lirmi mi concede fubito tutto
quello , eh’ io voglio. Segue poi a difputare animoAQimaraente , e fperadi
dover vincere provando con ogni Audio quello, che 10 non ho mai negato .
Recherò qui alcuni luoghi, onde ognuno potrà baAevoImente conofcere , s’ io
dica il vero. Nel paragrafo XVII. alla pagina 25. entra egli nella quiftione a
queAo modo : Non ne - gaverim potuijfe bomines aliquo Jìbi patio , &
verifìinim 11 qttadam ratione perfuadere , futuros fe pcjl fata eli- am
fuperflites , & adbuc pojl morte m duraturo! ; indi aggiunge : veruni aliud
ejl aliquid ratione naturali fua- deri pojfe , aliud pojfe fola ratione duce
illud Jìbi certo adeo perfuadere , & confìitutum poncre , ut de ilio nul-
la inde prffis ratione dubitare . E chiude poi con una veementiflìma inAanza.
ltaque cum ratio nifi proba - bilia non ajferat vita immortali Jìatuendce
argumenta , quii eam cum Religione conferet , qua noi certiffmos ejfcit
defaculo futuro ? Ora non è egli queAo un con- cedermi fui bel principio tutto
quello , eh* io vo- glio ? cioè, che la ragion naturale abbia argomenti
vcrifimili , probabili , valevoli a perfuadere la vita avvenire ? E
concedendomi queAo , che ferve alla quiAione il voler provare, che più vagliano
gli ar- gomenti, che la Rcligion mcAra, che non quelli, che moAra la ragione?
La controverfia è ella di ciò ? L* ho io negato mai? Dove 1’ ho negato? Pafla_»
quindi il p, Anfaldi al paragrafo XVIII., e alla pa- gina 2(5. per Aringermi di
nuovo , dice che gli ar- Tom. IV, T t goraen- Digitized by Google 3$o Discorso
gomcnti , dai Filofoii addotti per iftabilire 1 * immor» talnà dell’ anima ,
pedono dirli in vero fpeciofa & fuadentia ; ma fono però bypotbetica ,
ncque cumino demonjlrativa ; ma fe fono fuadentia , che nuoce a me , che non
fiano cumino demonjlrativa ? Ho io prc- fo a fodenere , che fieno tali ? Che ho
io detto al- tro j fe non che fono fuadentia ? E forfè non ho an- cor detto
tanto . Vedete ancora 1’ acutezza del P. Anfaldi nel paragrafo. alla pagina 66.
di- ce egli quivi ; non nega verini , Vbilofopbot Cbrijlianot illuflrioret in
medium protulijje immortalitatis anima de* monftrationes . E torto aggiunge:
eas tamen apud ali - quos tanta virtutii ncn fuijje animadvtrtimus , ut ro- rum
extorquere potuerint ccnjenjum . Chiama dimoftra- zioni gli argomenti , addotti
dai Filofofi Criftiani per provare 1 ’ immortalità dell’ anima ; nè altro fa
loro opporre , fe non che non abbian potuto sfor- zar P animo di alcuni . 11
che avviene talvolta anche alle dimortrazioni evidentidime . Vedete anco- ra ,
come egli parla nel paragrafo. Non dice egli cosi ? bloralit inferre futuritio
- tieni ordinir altera in vita bumanus intelleflus verijtmi- li aliqua r a
tiene /ine Religione qvidem potè fi, certa ta- men & tutijpma ncn potè fi .
Se mi concede quel ve- irijìmili , io iafeio a lui quel tutijjìma , di cui che
bi- fogno ho io nella controverfia prefente ? Tralafcio il paragrafo XLII. ,
dove egli più ancor mi conce- de, che io non voglio, dicendo alla pagina 79 . t
che alcuni Etnici ebbero per ccrtidima V immorta- lità Secondo. 331 li cà dell’
anima , moffi a ciò da un certo interior fenfo della natura . Io non fon per
valermi di una tal conceflìone , ballandomi , che gli Etnici teneflc*- io 1*
immortalità dell’ anima , non come i princì- pi fi tengono , per un certo fenfo
interiore , ma co- me tengonfi le confeguenze , per una giuda argo- mentazione.
E fe io pur volelD attribuire ad alcuni Etnici cotedo interior fenfo , non fo ,
perchè noru. dovelfi attribuirlo anche a tutti. Ma lafciando co- tedi Etnici
del P. Anfaldi , tanto didinti dalla natu- ra , io dico bene, che fe mi concede
egli dello fui bel principio, e tanto apertamente, poter trarli dal- la ragion
naturale argomenti dell’ immortalità dell’ anima ; e quedi edere verifimili ,
probabili , atti a perfuadere , nè altro mancar loro, fe non 1’ edre- ma
evidenza, come non mi concede egli tutto quel- lo , che io defiaero? Che altro
ho voluto io , fe non che per la ragion naturale polla conofcerfi 1* immor-
talità dell’ anima a qualche modo? E ciò concedu- to, che accadeva altro aggiungere?
Che accadeva ripetere tante volte, e nel paragrafo -, enei. , e in altri , che
quegli argomenti della ragion naturale troppo fon fuperiori all’ intendimen- to
del volgo ? Quali che le forze della naturai ra- gione debbano mifurarfi dai
penfamenti del Conta- dino , e non da quei del Filofcfo; e non fi fappia , che
i Fdofofi feguono la ragione; il volgo poi fe- gue loro. Che accadeva
raccogliere nel paragrafo ., e nel feguente , ed altrove alcuni argomen- T t 2
ti 33 2 Discorso ti dell’ immortalità dell’ anima , e quelli moftraro efTer
deboli , avendo già confeffato , che ne fono dei fortilTiroi ? Che accadeva
affannarti tanto nel pa- ragrafo. , e chiamar Tertulliano in ajuto , per
conchiudere , che 1* immortalità dell’ anima a Religione magis dee apprenderli
, quàm a Raiiocinio & Pbilofopbia ? Il che non fi direbbe) fe non fi ap-
prendere ancora in qualche modo dalla Filofofia. Che accadeva nel paragrafo
XXVI. cavar fuori i mo- numenti dell’ antichità, per far vedere, che gli an-
tichi Atomifli , e gli Accademici non così appunto deferiffero la vita avvenire
, come ce la rapprefen- ta P Evangelio ? Che accadea dirmi nel paragrafo. , e
in più altri, che la conofccnza , cht> ebbero i Filofofi dell* immortalità
dell’ anima, non fu vera feienza ; che la confeguirono a cafo; che ne
temettero; che Plinio e Lucano dubitarono dell’ efiftenza di Dio? Perciocché
ceffa egli un’ argomen- to d’ eficr probabile, perchè fu ritrovato a cafo? E fe
da efifo non ne proviene una vera feienza , cioè dimoftrativa , perchè non può
provenirne un’ opi- nione molto probabile? Della quale fe i Filofofi non fi
tennero ficuriflìmi , e la feguirono con timore, fe- cer quello, che in ogni
probabilità far fi dee, la qual fi fegue con qualche timore, ma pur fi fegue.
Nc credo già , che debba levarli ogni autorità alla ragion naturale, perchè
Plinio e Lucano dubitarono dell’ efiftenza di Dio. £ certo egli par difficile a
comprenderfi, come il P. Secondo. 335 il P. Anfaldi , uomo negli ftudj
grandemente eferci- tato, così poco inoltri d’ intender 1’ arte del depu- tare
; e polTa andar vagando fuori della quiftionty propofta quafi per tutto un
libro , fenza mai avve- detene; ed 10 per me credo, che la fretta fola del- lo
fcrivere 1’ abbia ingannato; della quale fé io da- rò qui alcuni argomenti ,
fpero , che non dovrà di- fpiacergli , acciocché gli uomini intendano , più to-
lto 1’ agio e la diligenza effere a lui mancati , che 1 ! ingegno e la
dialettica . Vedete , che avendo io detto nel capo V. del mio Ragionamento alla
pa- gina 273., non piacermi, che il Signor di Mauper- tuts abbia ridotto la
ragion naturale a tanta difpera» Xiione e miferia , che niente affettar fojfa
dopo la mor - le , ed avendo torto foggiunto: nè fo , come ne pojfa effer
contenta la Religione , ebe non fu mai nemica del - la ragione ì argomenta
fubito il P. Anfaldi , che io debba. dunque voler dire, che la ragion porta
tutto quello, che può la Religione; e mi fgrida di ciò affai gravemente nel fuo
paragrafo. Chi mai potrebbe argomentar così, fe non un dialettico oltre modo ,
e fopra ogni credere frettolofo ? Tra- duce poi le mie parole in latino per
maniera , che inoltra la fretta anche in quello . Vedete ancora nel paragrafo,
che neha pagina 27. tanto s’ è affrettato, che ha confufa 1* immortalità dell’
uomo con 1 ’ immortali à dell’ anima Volendo egli dimo- flrar quivi , che l*
anima potrebbe effere Hata fatta non immortale , avverte , che ella è fatta da
Dio , il Digitized by Google 334 Discorso il quale , effondo libero nel crear
le cofe , avrebbe ben potuto crear 1’ uomo mortale: hominem potuijfet condere
mortalcm . E che?* Non è egli dunque 1 ’ uo- mo mortale? Ma altro è 1 ’ uomo,
P. Anfaldi, al- tro è 1’ anima; e quello tutti vogliono, che (la— > mortale
; 1’ anima non già; la qual fi crede da mol- ti immortale per natura fua ; così
che non potreb- be effer fatta altrimenti. Eccovi ancora un’ altra fretta del
P. Anfaldi nel paragrafo. , do- ve , alla pagina 67., avviluppandoli in certa
paren- tefi , confonde il morire con 1 ’ annientarli. Vedete, fe è vero. Vuol’
egli quivi, che non poffa 1 ’ ani- ma dirli immortale, quand’ anche s’ abbia
per indi- vifibile , effendo che eziandio le cofe indi vifibili pof- fon
ridurli a nulla . Ma chi non fa , che il morire non è un ridurfi a nulla , anzi
è un rifolverfi nelle fue parti? L’ annientarli poi è veramente un ridurfi in
nulla . E quindi i Filofofi , avendo creduto, che foffe 1’ anima indi vilibile
, e però fenza parti, aliai bene argomentarono , che non doveffe ella poter
morire; e perchè niuna foftanza , per quanto fapcr polliamo , s’ annienta mai ,
non valendo a ciò le forze della natura ; fidaronfi ancora , che nè 1’ ani- ma
pure fi annientarebbe . Così fi accefero di una nobile fperanza , che doveffer
1’ anime rimanere do- po la morte. Ma lafciando le frette del P Anfaldi,
veggia- mociò, che egli dice nel paragrafo XLIII. , dove e’ pare , che prenda
alquanto di refpiro dai lunghi gi- ri > Digitized Seco n d o ; 335 ri, che
ha fatto, e che gli fovvenga ona volta del- la quiflion, che fi tratta. Dice
egli dunque, che nella prefente controverfia tra il Signor di Mauper- tuis , e
me, non di qualunque opinione della vita avvenire, ma di un’ opinion tale fi
cerca , che pof- fa o metter timore nell’ uomo , o lufingarlo d’ al- cuna
fperanza , onde fe egli avelie mai, voglia di ucciderfi , fi rimanefle ; che
quella opinione è quel- la , che il Signor di Maupertuis toglie alla ragion
naturale; e quella è, di cui fi contende. E certo levando il Signor di
Maupertuis ogni opinione del- la vita avvenire, leva ancor quella ; imperocché
il dire, come egli fa, che un’ uomo non d’ altro for- nito , che della ragion
naturale, rimanfi farti crain- te & fatti efperance d' urte autre vie, che
altro è, fe non levargliene ogni opinione? Perciocché avendo- ne alcuna, come
potrebbe o non temerne, o non lufingarfene , quand’ anche non fapelfe , qual
folle per elfere quell’ altra vita ? Come Nocchiero , che varcar dovendo un
mare ignoto , non fapendone nè gli fcogli, nè le correnti, pur ne teme per
qnefio ftelfo. Ma io non voglio firingere il P. Anfaldi , fe non con ciò, che
dice egli llefib. Non dice egli nel paragrafo , che i Filofofi s’ indulfero a
credere un’ altra vita, acciocché in ef- fa fi delle premio alla virtù ,
caftigo alla colpa ? Che quello fu 1’ argomento precipuo , che egli chiama.,
poi verifimile, benché non del tutto eviHente , nel paragrafo.? Or come pote-
rono Digitized by Google 3 $6 Discorso rono i Filofofi credere un’ altra vita ,
fenza afpet- tare nè premio in effa nè pena ; fe per quello pre- mio appunto ,
e per quella pena la credettero ? E come afpettare o premio o pena, fenza fperarne
punto, nè punto temerne? Pure il P. Anfaldi lafcian- do ai Filofofi 1’ opinione
della vita avvenire , vuol levargliene ogni fperanza , ogni timore . Ed eccovi
le tre ragioni , che ne adduce. Primamente dice, e ciò nel paragrafo, che non
può il Filofofo nè fperar premio nella vita avvenire, nè temer pe- na , non
potendo fapere , qual debba eflere nè un tal premio, nè una tal pena: quomodo
enim quii fpc* rct , ant timeat , quod quale Jìt , ignnrat ? Poi dice , che la
fperanza di un Filofofo è così incerta, e dub- biofa, che dee averfi per nulla;
e lo dice, e ridi- ce in tanti luoghi , che par, che non fappia dir’ al- tro .
In terzo luogo poi dice , che a fperare alcun premio nella vita avvenire,
bagnerebbe, che 1’ uo- mo foffe fìcuro , o di aver fatto Tempre le azioni
virtuofe , o avendone fatto alcuna malvagia , di a- vcrne ottenuto il perdono ;
la qual ficurezza non-, può egli certamente confeguire per la ragion natu-
rale, E come potrebbe per la ragion naturale (di- ce il P. Anfaldi) fcoprirfi
giammai quell* occultifli* mo imperfcrutabil miflerio della giuflificazione del
colpevoli ? E quello argomento efpone con tanto Audio nel paragrafo L. , e cosi
1* efpolifce , e I’ a- doma, e l’ accarezza , che pare eflerne innamo- rato .
Cosi Secondo.. Cosi .però fon deboli
cotefte tre ragioni, cho non par necelTario il far loro rifpofta . lo la farò
per non parer difcortefe . E quanto alia prima chi con- cederà mai, che un
premio, o un caftigo che afpet- tifi , non poffa movere nè fperanza , nè timore
>fal- vo fe non fi fappia , di qual maniera e forma egli fia? Non balla
egli, che il premio fi prefenti all* animo, come premio, per edere oggetto
della fpe- ranza? Chi è, che non tema una pena minacciatagli, quantunque non
fappia , qual debba eflere ? La feconda ragion poi è affatto fuor di propofito
, perchè quan- tunque la fperanza , che della vita avvenire aver fi può dalla
ragion naturale, fi* incerta e dubbiofa, fe nafcc però da opinione vcrifimile,
probabile , atta a perfuader 1* uomo, perchè vuol difprezzarfi ? Perchè vuol
averfi per nulla? Quante imprefe fon nate, e tutto dì nafcono da quefte incerte
e dubbiofe fpe- ranze ? Quefte inducono i naviganti a commetterli alle
peticolofe onde del mare . Quefte traggon gli eferciti a tentar la fortuna dell’
armi nelle battaglie. Quefte fanno le confederazioni, e le paci; quefte il
commercio , e le focietà . Quale azion pubblica è , qual privata , che non
parta da alcuna lufinghevole fperanza , incerta e dubbiofa bensì, ma però giuda
e probabile ? E veggo bene , in che s’ inganni il P. Anfaldi . Vorrebbe egli,
che la fperanza, cui può avere il Filofofo per la ragion naturale , tal foffe-»
appunto , quale è quella , che ha il Criftiano per la Tom. ir. V v Re- Discorso
Religione. Ma F. Anfaldi, chi ha mai vo'uto , che ila tale? Non io certamente;
non il Signor di Mau» perruis; non altri, eh’ io fappia . E quando comin-
cerere a voler intendere i termini della quidion, che fi tratta ? Che non fi
tratta già qui , fe aver podi il Filofofo una fperanza feprannaturale e divina
; fi tratta, fe una aver ne pofla umana, e naturale; non certiffima, ma però
giuda e probabile , e da non dover’ edere trascurata , maflìme in chi lìa privo
della Crifliana Religione. Accodiamoci al terzo argomento del P. Anfal. di , il
qual è, che non può la ragion naturale affi* curar mai I’ uomo, nè che egli fia
dato Sempre giu- do , nè che,* avendo peccato, ne abbia ottenuto pofeia il
perdono e la giud ficazione . Io non sò, fe di tanto 1’ aflìcuri la Religione
ideila ; la quale ho fentito dire più volte, che lafcia 1’ uomo in timo- re di
edere o non eder giudo, benché però non gli levi la fperanza. Ma io non voglio
entrare in Teo- logia , la qual feienza coofeflb di non fapcre , e quan- do
ancor ne fapedi , mal fi converrebbe ad uomo laico il voler disputarne con un
Religiofo, che n’ è maedro . Raccogliendomi dunque dentro i limiti della ragion
naturale, rifponderò al fopraddetto ar- gomento , avendo prima dileguata una
moietta ri- prenfione , che il P. Anfaldi mi fa nello detto para- grafo L.
Vuole egli quivi, che io abbia detto, non richiederli all’ uomo per ottenere il
premio, cht^ afpcttalì nella vita avvenire , fe non la fortezza fo- la ;
SlCOWDO. la; le altre virtù eflergli inutili. E crede di aver trovato quefto
errore nel capo V. del mio Ragiona- mento alla pagina 175. Però mi fgrida
altamente , dicendo, che a confeguire la felicità della vita av* venire non
bada già, che 1’ uomo fortlter con/Unter- que prtefentis mala vit un’ ucm commette , feguitafle poi fempre ad
effer commetta , nè mai potette divenire non fatta , ma duratte in eterno la
fua preterizione; ma perchè la colpa nel commetterli imprime nell’ animo di co-
lui, che la commette, una certa macchia e defor- mità, che lo rende diverfo da
quello, eh’ etter do- vrebbe , la qual macchia retta , eziandio che l’ azion
della colpa (ia pattata; io credeva , che la giuftifi- cazione fotte porta in
quello , che infondeffe Dio nell’ uomo una maravigliofa foprannaturalc ,
inefpli- cabile , divina grazia , la qual penetrando intima- mente nell’ animo,
ne rimoveffe ogni deformità ; c lo rendette bello, e puro, e mondo, cosi che
ri- manendo in fe fletta la preterizion della colpa, non rimanette però la
macchia nell’ animo . In quello errore io era flato Tempre, quando la pagina
ioi. del libro del P. Anfaldi mi ammoni , poter renderli non fatto quel
peccato, che pur'fu fatto, e in ciò con- filiere la giuftificazion del
colpevole» Ma comcchè fla, fia, per
tornare al propolito, io concedo in verità, che la ragion naturale non potea
moftrare ai Filo- fofi una così maravigliofa giud e così ne è vago , che pargli
ogni cofa effere un mo- numento . E quindi è, che effendomi io nel capo V. del
mio Ragionamento alquanto doluto, che aveffe il Signor di Maupertuis con tanta
ficurezza levata.» via l’ opinione della vita avvenire; non recandone argomento
ninno ; Anfaldi alla pagina 19. ha tra- dotte le mie parole così.: fidenter
aito , P oi c,rca * premj , che pojjòno
fperarfi dal virtuofo , finalmente circa V cnefià , A / j^Vendo io nel
precedente difcorfo propodo di ridurre le cofe contra me fcritte dal P. Anfaldi
fotto quattro capi , credo di aver ragionato abba- danza di quelle , che al
primo capo appartenevano, cioè all’ immortalità dell’ anima. Reda, eh’ io di-
ca di quelle, che appartengono agli altri tre capi, de’ quali il primo verfa
intorno all’ ammazzar fo fteflo , il fecondo intorno al premio , che dee fpe-
rarfi dal virtuofo , il terzo intorno all’ oneftà . Mi accoderò dunque fubito a
quedi tre capi , e dudie- rò in ogni parte di efler breve , acciocché avendo
voi, Lettore umaniflirao , prefo a leggere con tan- ta pazienza queda mia
fatica , non debba , oltre la . rozzezza del dire ( che in vero è affai
difficile or- nar tali cofe ) difpiacervi ancor la lunghezza . Cominciando
dunque dalle cofe , che vertono, intorno al dar morte a fe deffo-, voglio ben ,
che fi fappia in ptiroo luogo , non effere data mai tra il Signor di Maupertuis
e me controverfia niuna,fe fia lecito all’ uomo, confiderando la fola naturai ragione)
di ammazzarli . Perchè quantunque il Si* gnor di Maupertuis dia quella licenza
troppo più ampia, eh’ io ncn vorrei; io però in tutto il mio Ragionamento non
ho mai fatto di ciò parola ; nè ho detto mai, che, milTr da parte la Religione
, fi a lecito, o non lcciro P aram-zzaili . Solo in due co- fe ho di franti co
alquanto dal Franzefe, le quali pof- fon leggerfi nel capo V. del mio
Ragionamento al* le pagine 27?., t 274. ; il P. Anfaìdi nel fuo para- grafo
XIV. ha voluto rivolgerle in latino; io amo • meglio, che fi leggano nel mio
volgare. La prima delle fopradette cofe fi è quella . Avea il Signor di ’ pre* .. Terzo, 353 preferite , mancando
loro ogni fperanza dell’ altra, perchè non debbono voler’ ufcire della loro
infelici- tà ? La qual dee fuggirli non folo , quando è grandif. lima, ma di
qualunque grado ella fia; nè altra dif- ferenza v’ ha tra gl’ infeliciflìmi , e
gl’ infelici, fe non che quelli hanno una maggior ragione di darli morte,
quelli ne hanno una minore; ma però ne-» hanno alcuna ancor elfi . Se il
Franzefe cesi argo- mentale contro il P. Anfaldi , che rifponderebbe egli? Io
per me direi, che 1’ infelice dee follener con pazienza i travagli, fperando
Tempre di ottene- re una volta il premio della fua virtù; nè gli leve- rei P
opinione della vita avvenire; con la quale vor- rei , che 1’ infelicilfimo fi
confortale ancor’ egli. E fe egli pur vedeffe in troppo gran pericolo la fua_*
virtù; trovandoli inutile agli altri, e nojofo a fe Aedo , e credelfe di non
offendere religion niuna col darli morte, io gli lafcierei far quello, che la
ra- gion gli permetteffe . Ma niente accade, eh’ io va- da innanzi in una
quiliione , che è tutta tra il Si- gnor di Maupertuis, e il P. AnfJdi. Verrò ad
un’ altra, che più mi appartiene , ed è quella . Avea mollrato il Signor di
Maupertuis di tenere per Stoico chiunque ammazzi fe llelFo ezian- dio per
difpcrazione e per furore. Io me gii oppofi nel capo V. del mio Ragionamento ,
dicendo , che chi vuole ammazzarli, da Stoico, dee farlo non per impeto, nè per
furore, ma con fedato animo e tran- quillo, feguendo la ragione anche in
quello: tale Tow. IV, Y y effere il precetto degli Stoici. E se Bruto e Catone
fi ammazzarono altrimenti, effondo Stoici, pe» quanto fi d.cc; diedero mal*
efempio alla lor fetta, ni fi ammazzarono , come doveano . Qui entra il P.
Anfaldi, e prende a foficnerc , che infegnafler gli Stoici , che dovette 1’
uomo dar morte a fe detto fenza efaminar la ragione, c per furore. E già cre-
de di poter provarlo con gli efempi ; e però narra di molti Stoici , che per
furore, come egli dice, fi uccifero ; c quindi raccogliendo con gran diligenza
tutte le difperazioni di quella fetta, e mettendo in villa i lor mali coftumi ,
mormora gravemente di Se- neca , e di Catone. Le quali cofc tutte quanto fie-
no fuor di ptopofito , ognun fel vede . Perchè chi non fa , che la dottrina dei
Filofcfi non è fem- pre conforme alle azioni loro ? Quanti Peripatetici, quanti
Platonici lodarono la temperanza, e furono intemperanti ? Quanti biafimarono le
ricchezze . e le cercarono? E' dunque la dottrina dei Filofofi da raccoglierli,
non dalle azioni, che fecero, ma da- gli fcritri , che ci lanciarono, potendo quelle
dalla lor dottrina difeordare , non quelli . Viene però il P. Anfaldi , fe a
Dio piace , anche agli fcritti , vo- lendo mollrar per etti , che mai non ebber
gli Stoi- ci per azion ragionevole e virtuofa 1’ ammazzarli; c ne eira più
luoghi nel paragiafo, ed altrove. Ma che diremo, fe quei luoghi tnedefimi, che
egli età, non folo non moftrano quello, che egli vuole ; ma dicono tutto il
contrario ? Il cht> v già Terzo. 355 già può vederti nel primo , che egli ne
reca alla pagina 205. , tolto da Seneca , il qual fcrivendo a Lucilio cosi dice
: Non videi , quam ex frivoli} cau « Jìs vita contemnatur ? Alias ante amica
fora laqueo pependit , alias fe pracipitavit e te (lo , ne dominum fio-
macbantem diutius audirct , aliui nc reduceretur e fu- ga , ferrum adegit in
vifcera. Non putas virtuttm bcc effefturam , quod effecit ni mi a formido ? Chi
non ve- de da quelle parole , aver voluto Seneca , che fe la pazzia tanto vale
appretto gli uomini, che gl’ indu- ce talvolta ad ammazzarti, molto più dee
valere a far lo fletto la virtù ? Come dunque dice il P. An- faldi , che gli
Stoici non intefero virtù niuna nell’ ammazzarti ? E come per provarlo adduce
parole ta- li di Seneca , che moftrano tutto il contrario ? Co- me atterifee
nello fletto paragrafo, che non furono gli Stoici così pazzi , che volettero
uc- ciderti per virtù ? Quali non fottero flati ancor più pazzi volendoti
uccidere per pazzia. E che accade- va , che S. Agoftino tanto fi affaticaffe
per moftras loro , che era irragionevol cofa 1’ ucciderli , fe non 1’ aveffero
avuto eflì per ragionevole ? Legganfi le parole flette di S. Agoftino , che il
P. Antaldi ha meglio traferitte , che intefe , nel paragrafo XCIV; nelle quali
parole molto fottilmente argomenta quel gran Maeftro contro gli Stoici,
dimoftrando loro, che il dar morte a fe fletto è un contravvenire alla
pazienza; il che farebbe flato vano , fe aveffero ef- fi voluto , che 1’ uomo
dovette dar morte a fe ftef- Yyz fo Digitized by Googl 355 Discorso fo per
impazienza . Ma tra quante autorità re reca fa quello prepofito il P. Anfaldi ,
n’ ha egli pur’ u- na , la qual moliti aver’ infognato gli Stoici , ehe-i 1’
uomo dovclfe ucciderli per furore) e non più fo- llo fol quando vi folle
indotto da ragione ? Veg« ganfi le autorità molte , che egli efpone. La prima è
di Seneca , il quale conforta 1’ uomo, fe non gli piace la vita, ad ufeir- ne ,
avviandolo, che ciò è conforme all’ eterna legge N il melius aterna lex fecit ,
quatti quoti unum introitum nobis ad vitam dedìt , exitus multos: e con-
chiude: Placet ì Pive. New placet? Licct eo reverti , unde venijli . Vuol, che
1’ uomo per uccidcrfi fac- cia prima i fuoi conti , ed abbia riguardo all’
eter- na legge , e affinché uccidali fenza fciupolo , 1’ av- vifa, che è cofa
lecita. La feconda autorità è del Tragico, il qual dice: Vbique mori ijl ;
cpttme hoc cavit Deus. Eripcre vitam nemo non bomìni potejl ) at nono mcrtem.
Diceli egli qui, che debba 1’ uomo ucciderli per furore ? Che anzi pare , che
Dio ftcfTo ve lo inviti, avendogliene preparate tante comodi- tà ■ La terza
autorità è di Oiazio là dove induce-» un’ ucm dabbene, che parlando al tiranno,
gli di- ce : fe tu mi nojerai troppo ; ed io me n’ andrò; e vuol dire: mi
morto. Jpfe Deus , Jimul atque vo- lani , tue folvtt . Opinor . Hoc Jentit:
inoliar. Spera-, che Dio Aedo ve 1* aiuterà; tanto crede, ucciden- doli , di
feguir la ragione , non il furore . Io lafcio le altre autorità del P. Anfaldi
per non effere trop- po Terzo, 357 po fungo; e già fono tutte d’ un modo ,
argomen- tando egli Tempre, che, poiché gli Stoici talvolta imponevano all’
uomo di ucciderli per ufcirdei tra- vagli, gl’ imponeffero 1’ impeto, e il
furore; quali che il voler’ ufeir dei travagli lìa Tempre un furore, nè polla
farli arche talora con virtù. E qual Filofofo diede mai un precetto , che
dovefle olfcrvarfi per impeto? Poiché dovendofi feguir 1’ impeto, inutile è il
precetto. Nè importa efaminar qui ora, come fa il P. Anfaldi in tanti de’ fuoi
paragrafi , fe do- velTer gli Stoici imporre quel lor precetto , nè quan- to
foffe difficile 1’ efeguirlo ; perciocché qui non li cerca , fe imponendolo ,
s’ ingannaffero ; li cerca , fe 1’ imponelfero. Qual cofa era meno da imporre,
e meno ancor da efeguirfi , che fveller dall’ animo, e tutte quante eftirpar le
pallioni ? Pur chi nega , che gli Stoici 1’ ordinalfero ? 1 quali ben poterono
Umilmente ordinare, che 1’ uomo deffe morte a fe Ite fio, non già per qualunque
cagione, nè per qua- lunque modo, ma folamcnte quando il tempo, e il loco , e
le circoftanze tutte, fecondo lui , il chic- delTero , e la ragion noi
vietaffe. E già parmi di aver difeso abballanza le due^* cofe , che fole circa
il dar morte a fe ItefTo io avea dette contra il Signor di Maupertuis; ma il P.
An- faldi mi riprende ancor di quelle, che non ho det- to . Veggiamone alcuna
brevemente. Nel paragrafo fa una ben lunga , e affai (tediata argo- mentazione
, coachiudendo poi alla pagina 210., che Digitized by Google 358 Discorso che
farebbe obbligo mio di dimoftrare , o che ai Criftiani ancora fia lecito di
ammazzarli , o che deb* ba efler lecito folo agli Stoici . Quando ho io det- to
mai , che 1’ amraazzarfi Ila lecito a veruno; si che io debba diftribuire
quella licenza, fecondo che piace al P. Anfaldi ? E già quanto a’ Criftiani non
s’ è egli convenuto tra il Signor di Maupertuis e me , che ad eftì non fi
convenga 1* aramazzarfi in verun modo? Quanto agli altri, qual cofa ho det- to
io , e qual quò dirli, perchè, fra tutti, a’ foli Stoici debba effere conceduto
di ammazzarli ? A’ quali tanto meno quella conceflion fi conviene, che agli
altri, quanto che erti, credendo, che i trava- gli della vita prefente non
fieno mali , hanno men ragione degli altri di voler* ufeirne . Nel paragrafo
XLIV. mi fa dono il P. Anfaldi di un’ argomento , che egli fi ha formato a modo
fuo , col qual dice , che io potrò dimoftrare, fe voglio, che la ragion-
naturale ritrae 1* uomo dall’ ammazzarli . Poi nel paragrafo feguente
ripigliali il dono fuo , diftruggen- do l’argomento prdlatomi, e conchiudendo,
che la ragion naturale non ha argomento niuno , per cui pofla trattenere un’
uomo, il qual fia infeliciffimo , dal dar morte a fe fteffò . Che fe tra gl’
infeudili- mi, che furono al tempo dei Greci, e dei Romani, alcuno fe ne
trattenne; noi fece già egli per qual- che naturai ragione, ma per certa
rivelazione , che ebbe Adamo. E quindi fdegnandofi contra la natu- rai ragione
chiude il paragrafo con quelle parole : Jìpr *- fi pràtceptum igitur de non perpetranda
autocbeiria ipfi • met Gentile s Religioni aJJ'erebant , qui t nofirorum efi
fiducia illud tribuere rationi ? Che è , come ft* uno diceffe : la Religione
vieta il furto ; che ar- dimento è dunque quello di volere , che la ra- gion
naturale lo vieti ancor’ efla ? Ora rifpondendo dico, che molto ringrazio
Anfaldi dell* argomento predatomi , quantunque non ne avef- fi gran bifogno; e
più lo ringrazio, che, ripiglian» dofclo, me n’ abbia però lafciata la miglior
parte. Perchè fe egli in ultimo folamente nega, che la ra- gion naturale
trattener pofTa gl’ infelicidimi dall’ uc- ciderli ; lafcia dunque, che polfa
trattenere i meno infelici . Quelli dunque fi falveranno , nè dovranno
ucciderfi tutti gli uomini; che è quello, che io vo- lea . Che argomentazione è
poi quella del paragrafo dove Anfaldi vuole che se Catone, fecondo me , fi
ammazzò per virtù, debba elferlì ammazzato per virtù ancor Caf- lio, ancor
Bruto, ancor Marco Antonio ancor Dolabella, ancor Mitridate, ancora Ircano,
ancor Tolomeo. Io afpettava , che in quello numero mettef- fe ancor Giuda. Ma
chi dice a lui, che fodero que- ll. tutti Stoici , come Catone ? Chi dice a lui
, che, effendo Stoici, avelfero tutti la della virtù? Chi di- ce a lui , che la
efercit. Jtcut bona bcnejla , qu Non m’ incolpate dun- que così facilmente , e
leggete un poco meglio i libri , che voi volete incolpare . Così farete più de-
gno di quella efeufazione , di cui confdTate aver bifogno . E già delle cofe
appartenenti ai premi propelli alle cnctìe azioni abbiamo detto abbalìanza . Diciamo
ora dell’ onefìà fìeffa ; circa la quale feb* bene è difficile, fegucndo il F.
Anfaldi , di effer breve , e tener qualche ordine , mi sforzerò tutta» via di
far 1* uno, e 1’ altro. Perchè però giova af- fai volte premettere alcune cofe
per effer più bre- ve , e p ù ordinato nell’ altre , non vi difpiaccia ,
Lettore umanismo, eh’ io mandi innanzi alcuni av- vertimenti , che credo eflere
necefTarj. E primamen- te è da fveller dall’ animo un’ opinione, che po- trebbe
effervi fiata introdotta dal volgo , e confer- mata dal libro fleffo del P.
Anfaldi . Perchè quel dir Tempre : l’ -oneflà degli Stoici ; e così fempre^
chiamarla , può far credere a taluno , che gli Stoi- ci s’ aveffer formata un’
oneflà loro propria, e par- ticolare , e niente comune agli altri uomini, così
che le quiftioni , che di ella fi fanno, appartengano agli Stoici folamente; il
che è falfo . Perciocché gl» Stoici non ebbero niuna oneflà loro propria, ma
quella feguirono , che era comune , anche agli altri Filofofi , anzi pure a tutti
gli uomini ; e in ciò Co- lo fi difìinguevan dagli altri , che dove gli altri ,
quantunque feguiffero 1* oneflà, e a tutte le cofe l’ anteponeffero , non
credevan però , che ella fola fof- fe ballante a rendergli felici ; gli Stoici
fel crede- vano . E' dunque 1’ oneflà degli Stoici non una o- nefìà propria di
loro , ma quella comune , che ri- fplende a tutte le menti , moftrandofi col
fuo chia- ro lume all’ intelletto , e dolcemente invitando la volontà . E
perchè è beoe Capere , che cofa ella fia, e in e in che conGfta , affinchè
quello , che fon per di- re, s’ intenda più facilmente, la dichiareremo a que-
llo modo. L’ oneflà altro non è , che una ferie di propofizioni , le quali fi
offrono naturalmente all’ animo, e come macflre e fignore gli rooflrano e pre-
fcrivono le cofe , che egli dee voler fare. Di tali propofizioni n’ ha alcune ,
che vengono innanzi da fe , e voglion’ effer tenute per vere, fenza avcrbi-
fogno di argomentazion niuna; e quelle poffon dirli principi , ovvero affiomi
dell’ oneflà , come quella farebbe : bifogna far bene al compagno , fe fa me-
flieri , e fe fi può . N’ ha poi dell’ altre , che non vengono all’animo , fe
non vi fono introdotte , e per così dire raccomandate da qualche argomenta-
zione dedotta da’ principi medefimi , la qual faccia una chiara teflimonianza
della lor verità . E quelle fono parte evidenti, ed altre folamente probabili.
Così la forma dell’ oneflà fi contien tutta in certe propofizioni, le quali
feguendofi l’ una l’altra, e quafi tenendoli per mano, formano quel bell’ ordi-
ne eterno ed immutabile , a cui conformandoli gli uomini fi rendono eccellenti
, e quanto la natura-, loro comporta, perfetti e divini. Quello è quel bell*
ordine, il quale chi levalfe dal Mondo , leverebbe ogni virtù, ogni amicizia, ogni
focietà. Quello, che i Filofofi hanno fempre riguardato, come il p'ù ra- ro e
fingolar teforo , che la natura abbia fcoperto agli uomini , fenza il quale
poco cftimerebbono 1’ effer nati. Quello, che è fempre flato amico di Re- A a a
2 ligio- 37* Discorso lig.one , la quale non gli ha mai contraddetto ; e fe ha
voluto federi! fopra di lui in più illuftre ed alto luogo, non 1’ ha però
deprezzato, ed ha vo- luto elfergli preferita, non come a cofa vile ed ab-
ietta , ma come a cofa nobiliffima, di cui ella è an- cor più nobile . Così
penfano generalmente i Filo- fofi di quel bell’ ordine immutabile, in cui è
polla 1’ oneflà . Veggiamo ora quello , che ne dice il P. Anfal- di. Dice nel
paragrafo LXXIII. che 1* oneftà tan- to predicata dagli Stoici ( potea dire :
da tutti i Fi- Iofofi ) , per fe fìefla , fe non ordina caftighi , e non
minaccia , non può fervire di legge, nè obbligargli uomini , nè ordinare la
focietà. Ecco le fue paro- le , che leggonlì alla pagina \6l. Sempiterna illa
& immutabili! i predicata a Stoici! , bonejlai metum na- turali ! legit
oforibui iniiciebat nullum; ubi nullui me- ta! e fi , nulla vìi legum ejl ; ubi
nulla vii legum ejl t ordinata focietai ejje non potejl . Ecco il bell’ onore,
che egli fa all’ oneftà . Leggali il paragrafo LIV. , il LX. il LXl V . Quanto
difprezzo inducono dell* oneftà , falvo fe non venga dal Cielo una qualche
Religione , che prometta alcnn premio a chi la fe- gue ! Nel paragrafo LXI. e
nel feguenre con quan- ta pompa fi efpone 1’ opinion di coloro , che la vir- tù
, e 1’ innocenza , ove non fieno premiate , han- no nel numero delle vanità !
Nel paragrafo dice; che 1’ immutabile e fempiterna oneflà , fe nien- te altro
ci moftra , fe non fe ftefla , e la padronan- za. Digitized by Gooslé Terzo.
373 za, e 1* autorità Tua, lenza prometterci niuna mer- cede , non può produrre
in noi , fe non odio e pau- ra : imperituri certe , nifi benefaciendi potefiate
tempere» tur^folum parit odium metumque : così dice, parlan- do dell’ oneftà ,
che egli non sò inqualfenfo, chia- ma idolo . E lo fteflo ripete nel paragrafo
XCII. al- la pagina 225. dicendo , che 1’ autorità, e 1’ impe- rio non poflon
rendere 1 ’ oneftà , fe non odiofa . Di- ce nel paragrafo XCVI. che la virtù ,
quantunque fia un bene grandiflirao , ceda però di effer bene,fe non le 0
aggiungano altri doni, che pofi'an renderla lieta, e felice: fi beata tamen esse
demum non posit amittit tane profedo rationem boni; secondo la qual dottrina bisogna
dire che la virtù non Ga_^ per fe della un bene, e solo dove apprezzai per quei
piaceri, che le fi aggiungono. Dice che cadono in manifesta contraddizione
tutti quelli i quali insegnano che la virtù e 1’onestà – H. P. Grice: “what an
honest chap does” -- dovrebbono amarli per loro stesse, quand’anche mancasse
loro la retribuzione: qui revera virtutem et honestatem – H. P. Grice: “what an
honest chap does” -- propter se amandas, etiamsi nullut esset refributor Deut,
cum IL PORTICO et C. docent , ipfi sibi apertijfìme contradicere videntur. Nel
paragrafo pur vuole che è1’onestà – H. P. Grice: “what an honest chap does” -- per
se stessa, ove non rechi alcun premio, da deprezzarli ; e la disprezza, come cosa creata; quali dovelTero
disprezzarsi le cose che Dio crea, e inoltrò egli stesso di non deprezzare,
creandole. Alle quali cose, quantunque o sieno manifestamenmente false, o bisogno
abbiano di troppo lungi esplicazicne per parer vere, pure è da rispondere pet
onore dell’onestà – H. P. Grice: “what an honest chap does” --; onde apparisca
aver potuto i filosofi trar da efi'a regole – H. P. Grice: “the rules of the
conversational game” -- per ben condurli, seguendola per lo merito e dignità sua,
come dice nel suo ragionamento contro Maupertuis, parlando del portico; e lo
lìdio potea dirli parlando anche degli altri filosofì. Perciocché qual fu di
loro, fe il giardino fc ne traggano, il qual non-, volesse che la virtù dovesse
esser seguita pella dignità e merito luo? Il portico per quello soto; gli altri
e per quello, e per quel premio che ne sperano. E perchè parmi che le cose
ragionate d’Anfaldi intorno a tal materia poffano comodamente ridursi a tre
capi, lui riduce pure ai raedelimi la sua risposta, spiegando prima, come la naturale
onestà – H. P. Grice: “what an honest chap does” -- obbliga per se lìcffa 1’uomo,
e però ha forza di legge; poi come possa dirsi creata, avendola così detta Anfaldi;
poi fe lia degna soltanto d’odio e d’avverinone. Detto che ha brevemente di
quelle tre cose, pone fine al suo discorso. E cominciando dalla prima dice che
quelli i quali dubitano se l’onestà – H.
P. Grice: “what an honest chap does” -- naturale induca per se lìessa
obbligazione negl’uomini, poco intendono la quistione che fanno. Perchè se
negaflfero darli 1’onestà – H. P. Grice: “what an honest chap does” -- lìclTa,
meglio si comprende quel che dicono; ma concedendo, che dia si 1’onestà – H. P.
Grice: “what an honest chap does”, e fufììlìano quelle proposizioni che la
formano, il dimandare se ella induca obbligazione onde l’uomo dove crederli
tenuto a seguirla, è una dimanda j che non può comprendersi in niun modo. Imperocché
non contienli ella 1’onestà – H. P. Grice: “what an hoest chap does” -- in
quelle proposizioni che sopra abbiamo detto, e che si tengon per vere, ed
alferifcono dover 1’uomo operare la tale o la tale azione? Or chi potrebbe tener
per vera una proposizione, la quale afferifco lui dover far la tal cosa, e
dubitare nello stesso tempo se sia tenuto di farla? – H. P. Grice: “Surely
absurd!” -- Chi potrebbe dubitare se debba mantener la fede al compagno, avendo
per vera una proposizione, la qual dice: la fede dee mantenersi? Non farebbe
egli, corno se uno, tenendo per veri i principi dell’aritmetica, pur dubitale, se
folfe obbligato di acconfentir loro? Perchè crede essere tanto chiaro che 1’onestà
– H. P. Grice: “what an hoest chap does” -- per se flefla induca obbligazione
negl’uomini, che non solo il negarlo, ma parmi essere un’assurdo anche il quistionarne.
Per la qual cosa niente si meraviglia, se avendo Anfaldi nel paragrafo levato
all’onestà – H. P. Grice: “what an honest chap does” – l’autorità di obbligar
gl’uomini, quali pentito gliel’ ha poi rellituita nel paragrafo, e per
difeorrer men male ha avuto bifogno di contraddirli . Non confclfa egli nel
fopradetto paragrafo LXXV 1II. al- la pagina 176., che quand’ anche mancalle
all’ one- ftà ogni premio , pur dovrebbe 1* uomo , inquanto è ragionevole r
feguirla per lo merito , e dignità fua? E quello che altro è fe non dire , che
P oneftà in- duca Discorso duca obbligazion per fe fletta , e che pet fe fletta
abbia forza di legge ? E s’ è cosi , perchè non po- trà dirfi , che i Filofofi
, e s* a Dio piace , anche gli Stoici , abbiano tratte da. efla regole per ben
con- dui fi ? Perchè non potrà di fi , che cffa molto va- glia a ftabilirc cd
ordinare la focietà ? Nè mi fi di- ca (ciò che dice troppo fpeflb il P.
Anfaldi) che gli uomini s’ inducono dai preroj , e dalle pene; poi- ché il
premio e la pena non fanno 1’ obbligazione, ma la fuppongono ; ne fi
caligherebbe il colpevo- le, che non vuol feguir 1* onePà , fe non folfe già
obbligato di feguirla . Si propongono dunque agli uomini i preroj e le pere .
non acciocché debbano efler buoni, ma acciocché vogliano eflfer buoni , co- me
debbono . Veggiarao oramai , per qual modo polfa dirfi creata 1* onefià ; il
che dicendofi fenza altra fpiega- zione , potrebbe apprettò molti sminuirne il
decoro, e 1’ autorità , e far* animo a coloro , che 1* hanno pofta tra le cofe
vane ed inutili . Io voglio trattar quello luogo f»«»igliarjnente , e fenza
fottigliezze. Però dimando fubito al P. Anfaldi, uomo di rara^ erudizione: fe
fu creata l’oncflà, quando, in qual tempo fu creata? Che certo faià
antichittìma ; e dovea fenza dubbio eflerc prima di Enea. Anzi, a- vendo Dio
create le cofe ne* primi fei giorni del mondo, dovrà aver creata 1* oneftà in
alcun d’ ef- fi. In qual dunque? E faprei anche volentieri, quan- do creafle la
giuftizia , 1- fedeltà , la manfuetudine, e le c le altre virtù ; le quali fentendo , che fu
creata P oneflà , vorranno bene elfeie fiate create ancor effe . E Umilmente
faprei volentieri, prima che la virtù folle creata , quali farebbero fiate da
dirli in quel tempo le azioni ; perchè nè virtuofe efler po- tevano , non
effendo ancor creata la virtù ; nè ree pure, non potendo elfere virtuofe. Ma
lafciamo quelle interrogazioni , nelle quali parrà forfè ad al- cuno , che io
abbia voglia di fcherzare. Rngioniara dunque alquanto più fedamente, e
raccogliamo o- gni cofa in breve. Altro è 1’ onefià univerfale cd aftratta , la
qual confitte in quegli aflìomi, e in quel- le propolìzioni , che fopra abbiam
dichiarate; altro è 1 * onefià particolare e propria di ciafcuno, che chiamerei
più volentieri virtù , la quale è polla in un abito, che l’ uom contrae in fe
fteflo, conformando le azioni fuc all’ onefià univerfale. Quanto dunque
all’one- Uà univerfale, qual Filofofo fu mai , che non 1* averte per eterna ,
immutabile , neceflaria ? Il P. Anfaldi egli fteflo così la chiama in molti
luoghi . E fe diceli eterna , fe im- mutabile , fe neceflaria , come poi
potrebbe dirli creata ? Chi difle mai create le elfenze delle co fe ? E ciò
perchè ? Perchè fi llimano eterne , immutabili , neceflarie. Se dunque non fon
create le eflenze , perchè farà creata P oneflà ? E fe niun crede , ef- fere
Hate creare le propolìzioni , che formano la Geometria, P Arimtnetica, 1’
Algebra; perchè vor- remo noi , che fieno fiate create quelle , che for- mano P
oneflà ? Nè vale il dire , che ciò porto , Tom. 1K B b b fa- I 3 7$ Discorso farebbono fuor di Dio alcune
cole non create; che anzi per quello appunto , che non fon create , dee dirli,
che non fon fuori di Dio, ma fono in Dio, e fono Dio Aedo, in cui tutte le
verità, elfenze , e forme per maravigliofo inefplicabil modo fi uni- feono
infierire e fi raccolgono, coflituendo quel pu« rifilalo , e fempliciflìmo
eflere principio d’ ogni vir- tù , c fonte d’ ogni bene . E fin qui fia detto
deli’ univerfale onefià . Quanto alla particolare , che pro- priamente chiamali
virtù, ed è una qualità , ovvero un’ abito , che fopravvienc all’ animo per 1’
eferci- zio di molti atti virtuofi , potrà ella bensì in certo modo, e fecondo
1* ufo del parlar popolare comu- ne dirli creata, ma fe lafceremo parlare ai
Filofofi, fecondo la proprietà de’ loro termini, nong’à. Im- perocché creato fi
dice non tutto quello, che dal non clfere fi riduce all’ eflere , ma quello
folo che fi riduce all’ efiere fenza efier tratto da verun fog» getto, che
fofle prima di lui. Altrimenti chi trat- tando la cera , e volgendola, la fa
rotonda, direb- befi , che crea la rotondità , poiché riduce quella^ rotondità
che egli fa , dal non eflere all’ elfere; pur non fi dice , che la crei , ma la
produca , percioc- ché la trae dal foggetto che è la cera , fenza cui non
potrebbe egli produrla . E lo fiefib vuol dirli dì tutte le affezioni, e
qualità, e modi, che fecondo i Filofofi non fi creano , ma rifultano nei
foggetti per una produzione d’ un* altro genere. Ora fe co- si è , chi dirà ,
che la virtù , la quale fopravvienc all’ Digitized by Goo dimenticar di quello
un’ altro torto maggiore, che pur le fa . Perciocché qual torto maggiore potea
farli all* onertà, che il dire, che ella, in quanto a fe , fe non promette
alcun premio , non può produrre ne- gli animi umani altro che odio ed
avverlione ? Come fe , priva in fe flelfa d’ ogni bellezza , dovette per via di
prezzo procacciarli amori non meritati . Ma che trova egli il P. Anfaldi di
odiofo , di fpia- cevole nell’ onertà ? La quale fe fi para dinanzi a- gli
uomini con autorità, e con imperio , comandan- do loro, che l’amino; chi farà
così fiero, così bar- baro, così inumano, che voglia odiarla per quello, B b b
i per- 3S0 Discorso perchè vorrebbe effere amata ? Non è ella bellifGraa fopra
ogni credere , c piena di perfezione e bon- tà ? Non merita forfè d’ effere
amata anche per que- llo , perchè lo chiede ? Effendo il chiederlo in lei lo
fletto j che il meritarlo . Che non è già , come un tiranno , il qual vuol’
efler fervito fenza averne niun merito , imponendo le cofe , che fi conofcon
cattive) ingiufle, irragionevoli; ma ella niuna no impone mai, che non paja
buona, ragionevole, e giuda ; e fe tal non pareffe , ella non 1* imporreb- be ;
così che -va Tempre d’ accordo con l’ intellet- to , non ordinando mai fe non
quelle azioni , che egli fletto giudica belle, nobili, magnifiche, eccel-
lenti, divine, e degne di efl*er fatte. E porto ciò, come potrebbe 1’ uomo
avere in odio l’onefìà,che non diflente mai dal giudizio Tuo? Come abborrir
quelle azioni , che ella preferive ed impone , fe e- gli fletto le approva , e
celebra , e lauda , e com- menda ? Ma dirà alcuno : fe 1’ oneftà non difeorda
mai dall’ intelletto , difeorda bene fpeffo dalle paf- fioni ; onde nafce
tumulto nell’ animo. Sia pur co- sì . Ma chi ne darà colpa a lei più tetto, che
alle paflìoni , alle quali non contratterebbe 1’ oneftà , fe effe a lei non
contrattartelo. Rimettiamone il giu- dicio all’ intelletto , che folo è
valevole a ben diftinguere la verità . E non giudica egli Tempre quelle cofe
efler buone, e da farli , che vengon pro- pofte dall’ oneftà; e quelle, che
contro effa fi pro- pongono dalle paffioai , efler malvagie ? Qual vizio- fo Dio
Tu z o. o fu mai , che non fi vergognale d’ avere abban- donata la ragione per
fervire alle paflìoni? Ma non fu mai virtuofo j che fi vergognale di eflerlo.
Quan- to sforzo fanno i malvagi , e quanto ingegno ado* prano per colorire le
loro azioni, ed abbellirle, c farle parere onefte , non che agli altri , ma
anche , fe potdfero, a lor medefimi? Con che fanno vede- re , quanto fia bella
agli occhi loro 1’ oneflà . O bellezza incomparabile, e fomma , bellezza
celefte veramente e divina, che innamori dite flefla ezian- dio i più ritrofi ,
e fpargi 1’ animo di quei , che tì feguono , d’ un puriflìmo, e foavillimo
piacere, che non può da te allontanarli. Con quello tu conforti gli uomini, e
gli ricrei nelle avverlìtà . Con quello gli (limoli alle belle imprefe. Con quello
gli richia- mi dagl’ inviti ingannevoli delle paflìoni . E può e- gli edere
alcuno, che dica, che tu Ili per te ftefla odiofa , e fpiacevole ? Se il P.
Anfaldi 1 * ha detto in qualche luogo, egli certo ha ripugnato alla natu* ra
fua; e 1* avrà forfè detto per far difpetto agli Stoici . Non ha egli anche
detto nel paragrafo LXIV. , che naturai cofa è amar 1 * oneflà? Non confeffa che
1 * uomo, inquanto è ragionevole, dee feguirla per lei ftefla ? Non confelfa
nel LXIII. , che per elfa 1’ uom vince le paflìoni men forti , quantunque
vincer non poffa ie fortiflìme? Ora come potrebbe 1 * uom vincere veruna
paflìone per a- more dell* oneflà, fe non la araafle? Come potreb- be feguirla
per lei ftefla , fe gli fofle odiofa ? E fe Discorso gli fette odiofa, come
farebbegh naturale 1’ amarla? E avendo il P. Anfaldi cosi ben conofciuta la fo-
vrana bellezza di quefla eterna ed immutabile one- fìà , chi crederebbe, che ne
aveflc poi parlato co- sì male in tanti luoghi? Deh cancellategli, P. An-
faldi, cotefli luoghi dal voflro libro, levategli via, eflerminatcgli ; fate ,
che non ve ne redi pur l* ombra. Non ve ne prego per amore degli Stoici; ve ne
prego per amore dell’ oneflà fletta , che è comune a tutti gli uomini, e fo ,
che vi è cara. Io non fui mai Stoico a’ mici di; come ho dimoflra- to nel mio
primo difeorfo , e come voi fletto po- trete intendere , leggendo con un poco
più di at- tenzione il Ragionamento , eh’ io fcrifli contro il Signor di
Maupertuis ; molto meno mi è mai pana- to per 1’ animo di voler’ anteporre la
Filofofia de- gli Stoici a quella de’ Criftiani . Ad ogni modo io non vorrei
certo , per difpiacere a Seneca , e a Ze- none , dir male dell’ onertà . E fe
voi avete credu- to di doverne dir poco bene per difendere quel vo- ftro
Franeefe » ben potevate in quel luogo abbando- nar’ il Franzefe , fenza
afpettare , che egli abban- doni voi . Credete voi , che vedendofi egli da voi
abbandonato in tanti altri luoghi , che io ho pur notati nel fecondo difeorfo ,
vorrà poi feguirvi , o- vunque il chiamiate , e prender lite con 1’ oneflà
degli Stoici per piacervi ? Che bifogno n’ ha egli per foftenere , che 1’
immortalità dell’ anima fi a», una verità ignota alla ragione ? Che bifogno n’
ha per Terzo. 3^ per fofìenere e ciò, che dee intorno all’ ammazzar fé medefimo
, e ciò, che dice intorno ai premj, che debbonfi alla virtù ? Per la qual cofa
io mi fo- no grandemente maravigliato , che non avendone necelfità niuna,
abbiate voluto pigliacela control’ oneflà naturale, ed oltre a ciò prendendo
tanti sba- gli , quanti ne avete prefo, far credere fuor d’ ogni propofito ,
eh’ io (la nimico di Religione , e non curante di Dio . E vi confeflo , che per
la dima grandillìma , che ho fempre avuta di voi , portando- vi amore, come a
letterato uomo, fratello d’ un’ Oratore eloquentifiimo , ho fentito un’
incredibil di- fpiacere di dover rifpondervi d’ una maniera affat- to contraria
all’ indole mia , e al miocoftume. Dio buono ! come è polfibilc , che effondo
voi d’ un’ ordine per virtù, e per dottrina tanto chiaro , quant’ altro mai
foffe , e foggiornando in una Città così nobile, fìoritifCma d’ arti, e di
lettere, non abbia- te avuto un’ amico , che vi ammonifea ? Siete voi così
abbandonato da tutti gli uomini ? Ma io che^/ far poteva? Non doveva io
rifpondere a tanto gra- ve accufazione ? Non dovea far vedere , che un li- bro
da me fcritto, e ufeito al pubblico , non è pun- to contrario alla Religione ?
Che non può parer ta- le a niun dotto uomo ? Che non può parer tale a riuno
ignorante ? Ed effondo pur tale a voi paru- to , vedete, a che mi avete
(fretto; vedete, a qual confeguenza avete voi fteffo voluto efporvi. Nè ho
lafciato però iifpondendovi , di aver riguardo, quanto ho potuto, alla gloria
del voftro nome. Notivi ho levata la lode di fcrittor predo, e copiofo,non
quella di conofcitore di molte lingue , non quella di erudito in ogni maniera
di antichità; ho dimo- iato (blamente , che giudicando d’ alcun mio libro,
mancafte alla ragione, ed a voi fteffo . E quello an- cora ho fatto con mio
grandifiìmo rincrefcimento , nè ho creduto di poter tanto difpiacere a voi ,
che non difpiacefli maggiormente a me medefimo . Vo- glia Iddio , che fìa
quella più toflo J’ ultima volta eh’ io ferivo , che mai permettere , eh’ io
fia moledo a veruno ferivendo. _:T IHHI
iv ' 1 i i^\ i^H < | r \ BB '• Rgff HHH » %T\ ' V L IH H -v| ' f J |H - • Vk
\ ‘ B ni 1 1Nome compiuto: Francesco Maria Zanotti. Grice: If he is listed as ‘F.
M. Z. Cavazzoni’ it should be under ‘C’! -- Keywords: forza viva. Refs.: H. P.
Grice, “Zanotti and me,” The Grice Papers, BANC MSS 90/135c, The Bancroft
Library, The University of California, Berkeley. Luigi Speranza, “Francesco Maria e tutti i
Cavazzoni,” Luigi Speranza, “Grice e Cavazzoni: la forza viva,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi
Speranza -- Grice e Cavour: implicatura conversazionale e ragione
conversazionale – scuola di Torino – filosofia torinese -- filosofia piemontese
– filosofia italiana -- Luigi Speranza (Torino). Filosofo
torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Camillo Benso, conte di
C. Voce Discussione Leggi Visualizza sorgente Cronologia Strumenti
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rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi C. (disambigua).
Disambiguazione – "Conte di C." rimanda qui. Se stai cercando la
corazzata, vedi Conte di C. (nave da battaglia). Camillo Benso di C.
Antonio Ciseri, ritratto di Camillo Benso di C., olio su tela, 1859 ca.
Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia Ministro degli affari
esteri Durata mandato MonarcaVittorio Emanuele II Predecessore carica creata
Successore Bettino Ricasoli Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di
Sardegna Durata mandato Monarca Vittorio Emanuele II Predecessore Massimo
d'Azeglio Successore Alfonso Ferrero La Marmora Durata mandato Predecessore
Alfonso Ferrero La Marmora SuccessoreSé stesso come Presidente del Consiglio
dei ministri del Regno d'Italia Ministro dell'agricoltura e commercio del Regno
di Sardegna Durata mandato Monarca Vittorio Emanuele II Capo del governo
Massimo d'Azeglio Predecessore Pietro De Rossi Di Santarosa Ministro delle
finanze del Regno di Sardegna Durata mandato Monarca Vittorio Emanuele II Capo
del governo Massimo d'Azeglio Predecessore Giovanni Nigra Successore Luigi
Cibrario Sindaco di Grinzane Durata mandato Deputato del Regno di Sardegna
Durata mandato Durata mandato Legislatura Sito istituzionale Deputato del Regno
d'Italia Durata mandato Legislatura Sito istituzionale Dati generali Suffisso
onorifico Conte di C. Partito politico Destra storica Professione Filosofo,
Politico, imprenditore Firma Firma di Camillo Benso di C. Camillo Paolo Filippo
Giulio Benso, conte di C., di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente
come conte di C. o C. – m. Torino -- è stato un filosofo, politico, patriota e
imprenditore italiano. Fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al
1852, presidente del Consiglio dei ministri dal 1852 al 1859 e dal 1860 al
1861. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d'Italia, divenne il
primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Stato e morì ricoprendo
tale carica. Fu protagonista del Risorgimento come sostenitore delle idee
liberali, del progresso civile ed economico, della separazione tra Stato e
Chiesa, dei movimenti nazionali e dell'espansionismo del Regno di Sardegna ai
danni dell'Austria e degli stati italiani preunitari. In economia
promosse il libero scambio, i grandi investimenti industriali (soprattutto in
campo ferroviario) e la cooperazione fra pubblico e privato. In politica
sostenne la promulgazione e la difesa dello Statuto albertino. Capo della
cosiddetta Destra storica, siglò un accordo ("Connubio") con la
Sinistra, con la quale realizzò diverse riforme. Contrastò apertamente le idee
repubblicane di Giuseppe Mazzini e spesso si trovò in urto con Giuseppe
Garibaldi, della cui azione temeva il potenziale rivoluzionario. In
politica estera coltivò con abilità l'alleanza con la Francia, grazie alla
quale, con la seconda guerra di indipendenza, ottenne l'espansione territoriale
del Regno di Sardegna in Lombardia. Riuscì a gestire gli eventi politici
(sommosse nel Granducato di Toscana, nei ducati di Modena e Parma e nel Regno
delle Due Sicilie) che, assieme all'impresa dei Mille, portarono alla
formazione del Regno d'Italia. Biografia La famiglia e la giovinezza Lo
stesso argomento in dettaglio: Benso (famiglia). Michele Benso di C.,
padre di Camillo. Il palazzo a Torino dove nacque C.. Adèle de
Sellon , madre di C.. Ritratto giovanile di C.. C. nasce nella Torino
napoleonica. Suo padre, il marchese Michele Benso di C., è collaboratore e
amico del governatore principe Camillo Borghese (marito di Paolina Bonaparte,
sorella di Napoleone I) che fu padrino di battesimo del piccolo Benso al quale
trasmise il nome. La madre del piccolo Camillo, Adèle de Sellon, sorella del
conte Jean-Jacques de Sellon, scrittore, filantropo, collezionista d'arte,
mecenate e pacifista svizzero, apparteneva invece ad una ricca e nobile
famiglia calvinista di Ginevra, che aveva raggiunto un'ottima posizione negli
ambienti borghesi della città svizzera. Aristocratico, C. in gioventù
frequentò il 5º corso della Regia Accademia Militare di Torino (conclusosi nel
1825) e nell'inverno, grazie ai corsi della Scuola di Applicazione del Corpo
Reale del Genio, diventò ufficiale del Genio[N 2]. Il giovane si dedicò
ben presto, per interessi personali e per educazione familiare, alla causa del
progresso europeo. Fra i suoi ispiratori fu il filosofo inglese Jeremy Bentham,
alle cui dottrine si accostò per la prima volta nel 1829, nonché Jean-Jacques
Rousseau. Di Bentham quell'anno lesse il Traité de législation civile et
pénale, in cui il filosofo inglese sostiene la dottrina dell'utilitarismo,
espressa concisamente dal principio: «Misura del giusto e dell'ingiusto è
soltanto la massima felicità del maggior numero». Un'altra tesi sostenuta da
Bentham, secondo cui ogni problema poteva ricondursi a fatti misurabili, fornì
al realismo del giovane C. una base teorica utile alla sua inclinazione
all'analisi matematica. Trasferito nel 1830 a Genova, l'ufficiale Camillo
Benso ebbe modo di conoscere la marchesa Anna Giustiniani Schiaffino, con la
quale avvierà un'importante amicizia intrattenendo con lei un lungo rapporto
epistolare. All'età di ventidue anni C. venne nominato sindaco di
Grinzane, dove la famiglia aveva dei possedimenti, e ricoprì tale carica fino
al 1848. Dal dicembre 1834 iniziò a viaggiare all'estero studiando lo sviluppo
economico di paesi largamente industrializzati come Francia[6] e Gran Bretagna.
In questo contesto culturale, già a ventidue anni, C. era influenzato dagli
ideali risorgimentali e manifestava nelle sue lettere private il sogno di
diventare "primo ministro del Regno d'Italia". I viaggi di
formazione a Parigi e a Londra Lo stesso argomento in dettaglio: Viaggi
di formazione di Camillo Benso, conte di C.. Accompagnato dall'amico Pietro De
Rossi di Santarosa, C. nel febbraio del 1835 raggiunse Parigi, dove si fermò per
quasi due mesi e mezzo: visitò istituzioni pubbliche di ogni genere e frequentò
gli ambienti politici della Monarchia di Luglio. Partito dalla capitale
francese, arrivò a Londra dove si interessò di questioni sociali. Durante
questo periodo il giovane Conte sviluppò quella propensione conservatrice che
lo accompagnerà per tutta la vita, ma al tempo stesso sentì fortemente crescere
l'interesse e l'entusiasmo per il progresso dell'industria, per l'economia
politica e per il libero scambio. Di nuovo a Parigi, fra il 1837 e il
1840 frequentò assiduamente la Sorbona e incontrò, oltre a vari intellettuali,
gli esponenti della monarchia di Luigi Filippo della quale conservava una viva
ammirazione. Nel marzo 1841 fondò con degli amici la Società del Whist,
club prestigioso costituito dalla più alta aristocrazia torinese. Da
proprietario terriero a deputato Fra il ritorno dai viaggi all'estero nel
giugno del 1843 e l'ingresso al governo nell'ottobre del 1850, C. si dedicò ad
una nutrita serie di iniziative nel campo dell'agricoltura, dell'industria,
della finanza e della politica. Gli affari in agricoltura e
nell'industria Importante possidente terriero, C. contribuì alla costituzione
dell'Associazione agraria che si proponeva di promuovere le migliori tecniche e
politiche agrarie, per mezzo anche di una Gazzetta che fin dall'agosto 1843
pubblicava un articolo del Conte. Impegnatissimo nell'attività di
gestione soprattutto della sua tenuta di Leri, C. nell'autunno 1843, grazie
alla collaborazione di Giacinto Corio, iniziò un'attività di miglioramenti nei
settori dell'allevamento del bestiame, dei concimi e delle macchine agricole.
In sette anni la sua produzione di riso, frumento e latte crebbe sensibilmente,
e quella di mais addirittura risultò triplicata. Ad integrare le innovazioni della produzione
agricola, Camillo Benso intraprese anche delle iniziative di carattere
industriale con risultati più o meno buoni. Fra le iniziative più importanti,
la partecipazione alla costituzione della Società anonima dei molini
anglo-americani di Collegno nel 1850, di cui il Conte divenne successivamente
il maggiore azionista e che ebbe dopo l'unità d'Italiauna posizione di primo
piano nel Paese. Le estese relazioni
d'affari a Torino, Chivasso e Genova e soprattutto l'amicizia dei banchieri De
La Rüe[N 4], consentirono inoltre a C. di operare in un mercato più ampio
rispetto a quello usuale degli agricoltori piemontesi cogliendo importanti
opportunità di guadagno. Nell'anno 1847, ad esempio, realizzò introiti assai
cospicui approfittando del pessimo raccolto di cereali in tutta Europa che
diede luogo ad un aumento della richiesta spingendo i prezzi a livelli
inconsueti[12]. Lo sviluppo delle idee
politiche La linea ferroviaria
Torino-Genova. C. attribuì alle ferrovie un'importanza decisiva nello sviluppo
del progresso civile e del movimento nazionale. Oltre ai suoi interventi sulla
Gazzetta della Associazione agraria, C. in quegli anni si dedicò alla scrittura
di alcuni saggi sui progressi dell'industrializzazione e del libero scambio in
Gran Bretagna, e sugli effetti che ne sarebbero derivati sull'economia e sulla
società italiana. Principalmente C.
esaltava le ferrovie come strumento di progresso civile al quale, piuttosto che
alle sommosse, era affidata la causa nazionale. Egli a tale proposito mise in
rilievo l'importanza che avrebbero avuto due linee ferroviarie: una
Torino-Venezia e una Torino-Ancona[14].
Senza alcun bisogno di una rivoluzione, il progresso della civiltà
cristiana e lo sviluppo dei lumisarebbero sfociati, secondo il conte, in una
crisi politica che l'Italia era chiamata a sfruttare. Camillo Benso aveva infatti fede nel
progresso che era soprattutto intellettuale e morale, poiché risorsa della
dignità e della capacità creativa dell'uomo. A tale convinzione si accompagnava
l'altra che la libertà economica è causa di interesse generale, destinata a
favorire tutte le classi sociali. Sullo sfondo di questi due principi emergeva
il valore della nazionalità[16]: «La
storia di tutti i tempi prova che nessun popolo può raggiungere un alto grado
di intelligenza e di moralità senza che il sentimento della sua nazionalità sia
fortemente sviluppato: in un popolo che non può essere fiero della sua
nazionalità il sentimento della dignità personale esisterà solo eccezionalmente
in alcuni individui privilegiati. Le classi numerose che occupano le posizioni
più umili della sfera sociale hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di
vista nazionale per acquistare la coscienza della propria dignità» (C., Chemins de fer, 1846, da Romeo, pp. 137,
141) .
A favore dello Statuto e della guerra del 1848 Lo stesso argomento in dettaglio: Statuto
albertino e Prima guerra d'indipendenza italiana . C. a 31 anni, nel 1841. La battaglia di Pastrengo. Nel 1848 C.
sostenne la guerra contro l'Austria come soluzione al pericolo rivoluzionario
che minacciava il Piemonte. C. fa la sua comparsa ufficiale sulla scena
politica come fondatore, assieme al cattolico liberale Cesare Balbo, del
periodico Il Risorgimento, di cui assunse la direzione. Il giornale,
costituitosi grazie ad un ammorbidimento della censura di re Carlo Alberto, si
schierò più apertamente di tutti gli altri, nel gennaio del 1848, a favore di
una costituzione. La presa di posizione,
che era anche di C., si rimarcò con la caduta in Francia (24 febbraio 1848)
della cosiddetta Monarchia di luglio, con la quale crollava il riferimento
politico del Conte in Europa. In questa
atmosfera, il 4 marzo 1848, Carlo Alberto promulgò lo Statuto albertino. Questa
"costituzione breve" deluse gran parte dell'opinione pubblica
liberale, ma non C. che annunciò un'importante legge elettorale per la quale
era stata nominata una commissione, presieduta da Cesare Balbo, e della quale
anche lui faceva parte. Tale legge, poi approvata, con qualche adeguamento
rimase in vigore fino alla riforma elettorale del Regno d'Italia del 1882. Con la repubblica in Francia, la rivoluzione
a Viennae Berlino, l'insurrezione a Milano e il sollevamento del patriottismo
in Piemonte e Liguria, C., temendo che il regime costituzionale potesse
diventare vittima dei rivoluzionari se non avesse agito, si pose in testa al
movimento interventista incitando il Re ad entrare in guerra contro l'Austria e
ricompattare l'opinione pubblica. Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria.
Dopo i successi iniziali, l'andamento del conflitto mutò e la vecchia
aristocrazia militare del regno fu esposta a dure critiche. Alle prime
sconfitte piemontesi C. chiese che si risalisse ai colpevoli che avevano
tradito le prove di valore dei semplici soldati. La deprecata condotta della
guerra spinse allora alla convinzione che il Piemonte non sarebbe stato al
sicuro fino a quando i poteri dello Stato non fossero stati controllati da
uomini di fede liberale. Deputato al
Parlamento Subalpino Ci furono le prime elezioni del nuovo regime
costituzionale. C., forte della sua attività di giornalista politico, si
candidò alla Camera dei deputati e fu eletto nelle elezioni suppletive del 26
giugno. Fece il suo ingresso alla Camera (Palazzo Carignano) prendendo posto
nei banchi di destra il 30 giugno 1848.
Fedele agli interessi piemontesi, che egli vedeva minacciati dalle forze
radicali genovesi e lombarde, C. fu oppositore sia dell'esecutivo di Cesare
Balbo, sia di quello successivo del milanese Gabrio Casati. Tuttavia, quando, a
seguito della sconfitta di Custoza, il governo Casati chiese i pieni poteri, C.
si pronunciò in suo favore. Ciò non evitò però l'abbandono di Milano agli
austriaci e l'armistizio Salasco. Al
termine di questa prima fase della guerra, il governo di Cesare di Sostegno e
il successivo di Ettore di San Martino imboccarono la strada della diplomazia.
Entrambi furono appoggiati da C. che criticò aspramente Gioberti ancora
risoluto a combattere l'Austria. Nel suo primo grande discorso parlamentare,
Camillo Benso, il 20 ottobre 1848 si pronunciò infatti per il rinvio delle
ostilità, confidando nella mediazione diplomatica della Gran Bretagna, gelosa
della nascente potenza germanica e quindi favorevole alla causa italiana. Con
l'appoggio di C. la linea moderata del governo San Martino passò, anche se il
debole esecutivo su un argomento minore rassegnò le dimissioni il 3 dicembre
1848[24]. Nell'impossibilità di formare
una diversa compagine ministeriale, re Carlo Alberto diede l'incarico a
Gioberti, il cui governo (insediatosi il 15 dicembre 1848) C. considerò di
"pura sinistra". A discapito del Conte arrivarono anche le elezioni
del 22 gennaio 1849, al cui ballottaggio fu sconfitto da Giovanni Ignazio
Pansoya. Lo schieramento politico vincitore era tuttavia troppo eterogeneo per
affrontare la difficile situazione del Paese, sospeso ancora fra pace e guerra,
e Gioberti dovette dimettersi il 21 febbraio 1849[25]. Cambiando radicalmente politica di fronte
alla crisi rivoluzionaria di cui ravvisava ancora il pericolo, C. si pronunciò
per una ripresa delle ostilità contro l'Austria. La sconfitta di Novara (23
marzo 1849) dovette precipitarlo nuovamente nello sconforto[26]. Capo della maggioranza parlamentare Il re di Sardegna Vittorio Emanuele II, di
cui C. condivise le prime iniziative politiche.
Massimo d'Azeglio fu presidente del Consiglio del ministro C..[27] La
grave sconfitta piemontese portò, il 23 marzo 1849, all'abdicazione di Carlo
Alberto a favore del figlio Vittorio Emanuele. Costui, aperto avversario della
politica paterna di alleanze con la sinistra, sostituì il governo dei
democratici (che chiedevano la guerra a oltranza) con un esecutivo presieduto
dal generale Gabriele de Launay. Tale governo, che fu salutato con favore da C.
e che riprese il controllo di Genova insorta contro la monarchia, fu sostituito
dal primo governo di Massimo d'Azeglio. Di questo nuovo presidente del
Consiglio Il Risorgimento fece sua la visione del Piemonte come roccaforte
della libertà italiana. Le elezioni del
15 luglio 1849 portarono, tuttavia, ad una nuova, benché debole, maggioranza
dei democratici. C. fu rieletto, ma D'Azeglio convinse Vittorio Emanuele II a
sciogliere la Camera dei deputati e il 20 novembre 1849 il Re emanò il proclama
di Moncalieri, con cui invitava il suo popolo ad eleggere candidati moderati
che non fossero a favore di una nuova guerra. Il 9 dicembre fu rieletta
l'assemblea che, finalmente, espresse un voto schiacciante a favore della pace.
Fra gli eletti figurava di nuovo C. che, nel collegio di Torino I, ottenne 307
voti contro i 98 dell'avversario. In
quel periodo Camillo Benso si mise in evidenza anche per le sue doti di abile
operatore finanziario. Ebbe infatti una parte di primo piano nella fusione
della Banca di Genova e della nascente Banca di Torino, che diede vita alla
Banca Nazionale degli Stati Sardi. Dopo
il successo elettorale del dicembre 1849 C. divenne una delle figure dominanti
dell'ambiente politico piemontese e gli venne riconosciuta la funzione di guida
della maggioranza moderata che si era costituita. Forte di questa posizione sostenne che fosse
arrivato il tempo delle riforme, favorite dallo Statuto albertino che aveva
creato reali prospettive di progresso. Si sarebbe potuto innanzitutto staccare
il Piemonte dal fronte cattolico-reazionario che trionfava nel resto
d'Italia[32]. A tale scopo il primo passo fu la promulgazione delle cosiddette
leggi Siccardi (9 aprile e 5 giugno 1850) che abolirono vari privilegi del
clero nel Regno di Sardegna e con le quali si aprì una fase di scontri con la
Santa Sede, con episodi gravi sia da parte di D'Azeglio sia da parte di papa
Pio IX. Fra questi ultimi ci fu il rifiuto di impartire l'estrema unzione
all'amico di C., Pietro di Santarosa. A seguito di questo rifiuto C. per
reazione ottenne l'espulsione da Torino dell'Ordine dei Servi di Maria, nel
quale militava il sacerdote che si era rifiutato di impartire il sacramento,
influenzando probabilmente anche la decisione di arresto dell'arcivescovo di
Torino Luigi Fransoni. Ministro del
Regno di Sardegna C. L'Italia al tempo in cui C. ebbe il suo primo
incarico governativo. Con la morte dell'amico Santarosa, che ricopriva la
carica di ministro dell'Agricoltura e del Commercio, C., forte della parte di
primo piano assunta nella battaglia anticlericale e della sua riconosciuta
competenza tecnica, fu designato come naturale successore del ministro
scomparso. La decisione di nominare C.
ministro dell'Agricoltura e del Commercio fu presa dal presidente del Consiglio
D'Azeglio, convinto da alcuni deputati, assieme a Vittorio Emanuele II, che fu
incoraggiato in tal senso da Alfonso La Marmora. Il Conte prestò così
giuramento. Ministro dell'Agricoltura e
del commercio Fra i primi incarichi sostenuti da Camillo Benso ci furono una
circolare ai sindaci sulla graduale introduzione della libera panificazione e
il rinnovo del trattato commerciale con la Francia, improntato all'insegna del
libero commercio. L'accordo, che non fu
particolarmente vantaggioso per il Piemonte, dovette essere sostenuto da
motivazioni politiche per essere approvato, benché C. ribadisse che ogni
riduzione doganale fosse di per sé un beneficio. Affrontata la materia dei trattati di
commercio, il Conte diede anche l'avvio ai negoziati con il Belgio e la Gran
Bretagna. Con entrambi i Paesi ottenne e concesse estese facilitazioni
doganali. I due trattati furono il primo atto di vero liberismo commerciale
compiuto da C. Questi due accordi, per i
quali il Conte ottenne un largo successo parlamentare, aprirono la strada ad
una riforma generale dei dazi la cui legge fu promulgata. Intanto nuovi
trattati commerciali erano stati firmati, fra marzo e giugno, con la Grecia, le
città anseatiche, l'Unione doganale tedesca, la Svizzera e i Paesi Bassi. Con
114 voti favorevoli e 23 contrari, la Camera approvò perfino un trattato
analogo con l'Austria, concludendo quella prima fase della politica doganale di
C. che realizzava per il Piemonte il passaggio dal protezionismo al libero
scambio. Nello stesso periodo a C. fu
affidato anche l'incarico di ministro della Marina e, come in situazioni
analoghe, egli si distinse per le sue idee innovative entrando in contrasto con
gli alti ufficiali di tendenze reazionarie che si opponevano finanche
all'introduzione della navigazione a vapore. D'altro canto la truppa era molto
indisciplinata e l'intenzione di C. sarebbe stata quella di far diventare la
Marina sarda un corpo di professionisti come quella del Regno delle Due Sicilie. Ministro delle Finanze Intanto, C. aveva
sostituito Nigra al Ministero delle Finanze, conservando tutti gli altri
incarichi. Il Conte, durante la delicata fase del dibattito parlamentare per
l'approvazione dei trattati commerciali con Gran Bretagna e Belgio, aveva
annunciato di lasciare il governo se non si fosse abbandonata l'abitudine di
affidare ad un deputato (in questo caso Nigra) l'incarico delle Finanze.
C'erano stati per questo gravi dissensi fra D'Azeglio e C. che, alla fine,
aveva ottenuto il ministero[40]. D'altra
parte il governo di Torino aveva disperato bisogno di liquidi, principalmente
per pagare le indennità imposte dagli austriaci dopo la prima guerra di
indipendenza e C., per la sua abilità e i suoi contatti sembrava l'uomo giusto
per gestire la delicata situazione. Il Regno di Sardegna era già fortemente
indebitato con i Rothschild dalla cui dipendenza il conte voleva sottrarre il
Paese e, dopo alcuni tentativi falliti con la Bank of Baring, C. ottenne un
importante prestito dalla più piccola Bank of Hambro. Assieme a questo del prestito (3,6 milioni di
sterline), Camillo Benso ottenne vari altri risultati. Riuscì a chiarire e
sintetizzare la situazione effettiva del bilancio statale che, per quanto
precaria, apparve migliore rispetto a quanto si pensasse; fece approvare su
tutti gli enti morali laici ed ecclesiasticiun'unica imposta del 4% del reddito
annuo; ottenne l'imposta delle successioni; dispose per l'aumento di capitale
della Banca Nazionale degli Stati Sardiaumentandone l'obbligo delle
anticipazioni allo Stato e avviò la collaborazione tra finanza pubblica e
iniziativa privata. A tale riguardo
accolse, nell'agosto 1851, le proposte di aziende britanniche per la
realizzazione delle linee ferroviarie Torino-Susa e Torino-Novara, i cui
progetti divennero legge il 14 giugno e l'11 luglio 1852 rispettivamente.
Concesse all'armatore Raffaele Rubattino la linea di navigazione sovvenzionata
fra Genova e la Sardegna, e a gruppi genovesi l'esercizio di miniere e saline
in Sardegna. Fino a promuovere grandi progetti come l'istituzione a Genova della
Compagnia Transatlantica o come la fondazione della società Ansaldo, futura
fabbrica di locomotive a vapore.
L'alleanza con il Centrosinistra
Lo stesso argomento in dettaglio: Connubio. Urbano Rattazzi, alleato politico di C. nel
cosiddetto “connubio”. Spinto ormai dal desiderio di raggiungere la carica di
capo del governo e insofferente per la politica di d'Azeglio di alleanza con la
destra clericale, C. all'inizio del 1852 ebbe l'idea di stringere un'intesa, il
cosiddetto “connubio”, con il Centrosinistra di Urbano Rattazzi. Costui, con i
voti convergenti dei deputati guidati da C. e di quelli del Centrosinistra,
ottenne la presidenza della Camera del Parlamento Subalpino. Il presidente del Consiglio D'Azeglio,
contrario come Vittorio Emanuele II alla manovra politica di C., diede le
dimissioni, ottenendo puntualmente il reincarico dal re. Il governo che ne
scaturì, assai debole, non comprendeva più C. che D'Azeglio aveva sostituito
con Luigi Cibrario. Il Conte non si
scoraggiò e, in preparazione della ripresa della lotta politica, partì per un
viaggio in Europa. Al suo ritorno a Torino, appoggiato dagli uomini del
"connubio" che rappresentavano ormai il più moderno liberalismo del
Piemonte, forte di un ampio consenso, diveniva il 4 novembre 1852 per la prima
volta Presidente del Consiglio dei ministri.
In Gran Bretagna e Francia Prima
della sua definitiva affermazione, come abbiamo visto, C. partì da Torino per
un periodo di esperienze all'estero. L'8 luglio era a Londra, dove si interessò
ai più recenti progressi dell'industria prendendo contatti con uomini d'affari,
agricoltori e industriali, e visitando impianti e arsenali. Rimase nella
capitale britannica e partì poi per un viaggio nel Galles; nell'Inghilterra
settentrionale, di cui visitò i distretti manifatturieri, e in Scozia. A Londra
e nelle loro residenze di campagna ebbe vari incontri con esponenti politici
britannici. Vide il ministro degli Esteri Malmesbury, Palmerston, Clarendon,
Disraeli, Cobden, Lansdowne e Gladstone.
Colpito dalla grandezza imperiale della Gran Bretagna, C. proseguì il
viaggio e passò La Manica alla volta di Parigi, dove giunse il 29 agosto 1852.
Nella capitale francese Luigi Napoleone era presidente della Seconda
Repubblica, alla quale darà poi fine proclamandosi imperatore. L'attenzione del conte, raggiunto a Parigi
dall'alleato Rattazzi, si concentrò sulla nuova classe dirigente francese, con
la quale prese contatti. Entrambi si recarono dal nuovo ministro degli Esteri
Drouyn de Lhuys e il 5 settembre pranzarono con il principe presidente Luigi
Napoleone traendone già buone impressioni e grandi auspici per il futuro
dell'Italia. C. ripartì per Torino
giungendovi il 16 ottobre 1852, dopo un'assenza di oltre tre mesi. Il primo governo C. Lo stesso argomento in dettaglio: Governo C.
I. C. divenne per la prima volta
presidente del Consiglio il 4 novembre 1852.
Il banchiere francese James Mayer de Rothschild con cui C. trattò
diverse volte prestiti per il Piemonte. Dopo pochi giorni dal ritorno di C. a
Torino, il 22 ottobre 1852, d'Azeglio, a capo di un debole esecutivo che aveva
scelto di continuare una politica anticlericale, diede le dimissioni. Vittorio Emanuele II, su suggerimento di La
Marmora, chiese a C. di formare un nuovo governo, a condizione che il Conte
negoziasse con lo Stato Pontificio le questioni rimaste aperte, prima fra tutte
quella dell'introduzione in Piemonte del matrimonio civile. C. rispose che non
avrebbe potuto cedere di fronte al Papa e indicò in Cesare Balbo il successore
di D'Azeglio. Balbo non trovò l'accordo con l'esponente di destra Revel e il Re
fu costretto a tornare da C.. Costui accettò allora di formare il nuovo governo
il 2 novembre 1852, promettendo di far seguire alla legge del matrimonio civile
il suo normale percorso parlamentare (senza porre cioè la fiducia) Costituito il suo primo governo due giorni
dopo, C. si adoperò con passione a favore del matrimonio civile che però fu
respinto al Senatocostringendo il Conte a rinunciarvi. Intanto il movimento repubblicano che faceva
capo a Giuseppe Mazzini non smetteva di preoccupare C.: il 6 febbraio 1853 una
sommossa scoppiò contro gli austriaci a Milano e il conte, temendo l'allargarsi
del fenomeno al Piemonte, fece arrestare diversi mazziniani (fra cui Francesco
Crispi). Tale decisione gli attirò l'ostilità della Sinistra, specie quando gli
austriaci lo ringraziarono per gli arresti.
Quando però, il 13 febbraio, il governo di Vienna stabilì la confisca
delle proprietà dei rifugiati lombardi in Piemonte, C. protestò energicamente,
richiamando l'ambasciatore sardo. Le
riforme della finanza e della giustizia Obiettivo principale del primo governo C.
fu la restaurazione finanziaria del Paese. Per raggiungere il pareggio il conte
prese varie iniziative: innanzi tutto fu costretto a ricorrere ai banchieri
Rothschildpoi, richiamandosi al sistema francese, sostituì alla dichiarazione
dei redditi l'accertamento giudiziario, fece massicci interventi nel settore
delle concessioni demaniali e dei servizi pubblici, e riprese la politica dello
sviluppo degli istituti di credito.
D'altro canto il governo effettuò grandi investimenti nel settore delle
ferrovie, proprio quando, grazie alla riforma doganale, le esportazioni stavano
avendo un aumento considerevole. Ci furono tuttavia notevoli resistenze ad
introdurre nuove imposte fondiarie e, in generale, nuove tasse che colpissero
il ceto di cui era composto il parlamento.
C., in effetti, non riuscì mai a realizzare le condizioni politiche che
consentissero una base finanziaria adeguata alle sue iniziative. Si parlò di
"quasi restaurate finanze", benché la situazione fosse più seria di
quanto annunciato, anche per la crisi internazionale che precedette la guerra
di Crimea. C. di conseguenza si accordò ancora con i Rothschild per un
prestito, ma riuscì anche a collocare presso il pubblico dei risparmiatori, con
un netto successo politico e finanziario, una buona parte del debito contratto. A Camillo Benso d'altronde non mancava il
consenso politico. Alle elezioni dell'8 dicembre 1853 furono eletti 130
candidati dell'area governativa, 52 della Sinistra e 22 della Destra.
Nonostante ciò, per replicare all'elezione di importanti politici avversari il
Conte sviluppò un'offensiva politica sull'ordinamento giudiziario che la crisi
economica non gli permetteva di concentrare altrove. Fu deciso, anche per
recuperare parte della Sinistra, di riprendere la politica anticlericale. A tale riguardo il ministro della Giustizia
Urbano Rattazzi, all'apertura della V legislatura presentò una proposta di
legge sulla modifica del codice penale. Il nucleo della proposta consisteva in
nuove pene previste per i sacerdoti che, abusando del loro ministero, avessero
censurato le leggi e le istituzioni dello Stato. La norma fu approvata alla
Camera a larga maggioranza (raccogliendo molti voti a Sinistra) e, con maggiore
difficoltà, anche al Senato. Furono
successivamente adottate modifiche anche al codice di procedura penale e fu
ultimato il percorso per l'approvazione del codice di procedura civile. L'intervento nella guerra di Crimea Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra di
Crimea. Con la Battaglia della Cernaia
il corpo di spedizione piemontese, voluto da C., si distinse nella guerra di
Crimea e consentì di porre la questione italiana a livello europeo. Nel 1853 si
sviluppò una crisi europea scaturita da una disputa religiosa fra la Francia e
la Russia sul controllo dei luoghi santi nel territorio dell'Impero ottomano.
L'atteggiamento russo provocò l'ostilità anche del governo inglese che sospettava
che lo Zar volesse conquistare Costantinopoli e interrompere la via terrestre
per l'India britannica. Il 1º novembre
1853 la Russia dichiarò guerra all'Impero ottomano, che aveva accettato la
linea francese, aprendo quella che sarà chiamata la guerra di Crimea.
Conseguentemente, il 28 marzo 1854 la Gran Bretagna e la Francia dichiararono
guerra alla Russia. La questione, per le opportunità politiche che potevano
presentarsi, cominciò ad interessare C.. Egli infatti, nell'aprile 1854,
rispose alle richieste dell'ambasciatore inglese James Hudson affermando che il
Regno di Sardegna sarebbe intervenuto nella guerra se anche l'Austria avesse
attaccato la Russia, di modo da non esporre il Piemonte all'esercito asburgico. La soddisfazione degli inglesi fu evidente,
ma per tutta l'estate del 1854 l'Austria rimase neutrale. Infine, il 29
novembre 1854, il ministro degli Esteri britannico Clarendon scrisse ad Hudson
chiedendogli di fare di tutto per assicurarsi un corpo di spedizione
piemontese. Un incitamento superfluo, poiché C. era già arrivato alla
conclusione che le richieste inglesi e quelle francesi, queste ultime fatte
all'inizio della crisi a Vittorio Emanuele II, dovevano essere soddisfatte. Il
Conte decise quindi per l'intervento sollevando le perplessità del ministro
della Guerra La Marmora e del ministro degli Esteri Giuseppe Dabormida che si
dimise[59]. Assumendo anche la carica di
ministro degli Esteri, C. firmò l'adesione finale del Regno di Sardegna al
trattato anglo-francese. Il Piemonte avrebbe fornito 15.000 uomini e le potenze
alleate avrebbero garantito l'integrità del Regno di Sardegna da un eventuale
attacco austriaco. Il 4 marzo 1855, C. dichiarò guerra alla Russia e il
contingente piemontese salpò da La Spezia per la Crimea dove arrivò ai primi di
maggio. Il Piemonte avrebbe raccolto i benefici della spedizione con la seconda
guerra di indipendenza, quattro anni dopo.
La legge sui conventi: la Crisi Calabiana Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi
Calabiana. Papa Pio IX scomunicò C. dopo
l'approvazione della Legge sui conventi. Con l'intento di avvicinarsi alla
Sinistra e ostacolare la Destra conservatrice che andava guadagnando terreno a
causa della crisi economica, il governo C. presentò alla Camera la legge sui
conventi. La norma, nell'ottica del liberalismo anticlericale, prevedeva la
soppressione degli ordini religiosi non dediti all'insegnamento o
all'assistenza dei malati. Durante il dibattito parlamentare vennero attaccati,
anche da C., soprattutto gli ordini mendicanti come nocivi alla moralità del
Paese e contrari alla moderna etica del lavoro.
La forte maggioranza alla Camera del Conte dovette affrontare
l'opposizione del clero, del Re e soprattutto del Senato che in prima istanza
bocciò la legge. C. allora si dimise aprendo una crisi politica chiamata crisi
Calabianadal nome del vescovo di Casale Luigi Nazari di Calabiana, senatore e
avversario del progetto di legge. Il
secondo governo C. Lo stesso argomento
in dettaglio: Governo C. II. La legge sui conventi: l'approvazione Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi
Calabiana. Dopo qualche giorno dalle dimissioni, vista l'impossibilità a
formare un nuovo esecutivo, C. fu reintegrato dal Re nella carica di presidente
del Consiglio. Al termine di giorni di discussioni nei quali C. ribadì che «la
società attuale ha per base economica il lavoro»[61], la legge fu approvata con
un emendamento che lasciava i religiosi nei conventi fino all'estinzione
naturale delle loro comunità. A seguito dell'approvazione della legge sui
conventi, il 26 luglio 1855 papa Pio IX emanò la scomunica contro coloro che
avevano proposto, approvato e ratificato il provvedimento, C. e Vittorio Emanuele
II compresi. Il Congresso di Parigi e la
politica estera successiva Lo stesso
argomento in dettaglio: Congresso di Parigi.
Il Congresso di Parigi. Il primo delegato a sinistra è C.. L'ultimo a
destra è l'ambasciatore piemontese Villamarina.
L'uniforme che C. indossò al Congresso di Parigi. La guerra di Crimea,
vittoriosa per gli alleati, ebbe fine nel 1856 con il Congresso di Parigi al
quale partecipò anche l'Austria. C. non
ottenne compensi territoriali per la partecipazione al conflitto, ma una seduta
fu dedicata espressamente a discutere il problema italiano. In questa
occasione, l'8 aprile, il ministro degli Esteri britannico Clarendon attaccò
pesantemente la politica illiberale sia dello Stato Pontificio, sia del Regno
delle due Sicilie, sollevando le proteste del ministro austriaco Buol. Ben più moderato, lo stesso giorno, fu il
successivo intervento di C., incentrato sulla denuncia della permanenza delle
truppe austriache nella Romagna pontificia[63].
Fatto sta che per la prima volta la questione italiana venne considerata
a livello europeo come una situazione che richiedeva modifiche a fronte di
legittime rimostranze della popolazione.
Fra Gran Bretagna, Francia e Piemonte i rapporti si confermarono ottimi.
Tornato a Torino, per l'esito ottenuto a Parigi, C., il 29 aprile 1856, ottenne
la più alta onorificenza concessa da Casa Savoia: il collare
dell'Annunziata[64]. Quello stesso congresso, tuttavia, avrebbe portato il
Conte a prendere importanti decisioni, tali da dover fare una scelta: con la
Francia o con la Gran Bretagna. Si aprì
infatti, a seguito delle decisioni di Parigi, la questione dei due Principati
danubiani. La Moldaviae la Valacchia secondo Gran Bretagna, Austria e Turchia
avrebbero dovuto rimanere divise e sotto il controllo ottomano. Per Francia,
Prussia e Russia, invece, si sarebbero dovute unire (nella futura Romania) e
costituirsi come Stato indipendente. Quest'ultimo particolare richiamò
l'attenzione di C. e il Regno di Sardegna, con l'ambasciatore Villamarina, si
schierò per l'unificazione. La reazione
della Gran Bretagna contro la posizione assunta dal Piemonte fu molto aspra. Ma
C. aveva già deciso: fra il dinamismo della politica francese e il
conservatorismo di quella britannica, il Conte aveva scelto la Francia. D'altra parte l'Austria andava sempre più
isolandosi e a consolidare il fenomeno contribuì un episodio che il Conte seppe
sfruttare. Il governo di Vienna accusò la stampa piemontese di fomentare la
rivolta contro l'Austria e il governo C. di correità. Il conte respinse ogni
accusa e Buol richiamò il suo ambasciatore, seguito il giorno dopo da
un'analoga misura del Piemonte. Accadde così che l'Austria elevò una questione
di stampa a motivo della rottura delle relazioni con il piccolo Regno di
Sardegna, esponendosi ai giudizi negativi di tutta la diplomazia europea,
compresa quella inglese, mentre in Italia si animavano maggiormente le simpatie
per il Piemonte. Il miglioramento
dell'economia e il calo dei consensi A partire dal 1855 si registrò un
miglioramento delle condizioni economiche del Piemonte, grazie al buon raccolto
cerealicolo e alla riduzione del deficit della bilancia commerciale.
Incoraggiato da questi risultati, C. rilanciò la politica ferroviaria dando il
via, tra l'altro, nel 1857, ai lavori del traforo del Fréjus. Venne dichiarata anticipatamente la chiusura
della V Legislatura, in una situazione che, nonostante il miglioramento
dell'economia, si presentava sfavorevole a C.. Si era diffuso, infatti, un
malcontento generato dall'accresciuto carico fiscale, dai sacrifici fatti per
la guerra di Crimea e dalla mobilitazione antigovernativa del mondo cattolico.
Il risultato fu che alle elezioni il
centro liberale di C. conquistò 90 seggi (rispetto ai 130 della precedente
legislatura), la destra 75 (rispetto ai 22) e la sinistra 21 (rispetto ai 52).
Il successo clericale superò le più pessimistiche previsioni di area
governativa. C. decise tuttavia di rimanere al suo posto, mentre la stampa
liberale si scagliava contro la destra denunciando pressioni improprie del
clerosugli elettori. Ci fu per questo una verifica parlamentare e per alcuni
seggi assegnati vennero ripetute le elezioni. La tendenza si invertì: il centro
liberale passò a 105 seggi e la destra a 60.
Lo scossone politico provocò comunque il sacrificio di Rattazzi, in
precedenza passato agli Interni. Costui, soprattutto, era inviso alla Francia
per non essere riuscito ad arrestare Mazzini giudicato pericoloso per la vita
di Napoleone III. Rattazzi il 13 gennaio 1858 si dimise e C. assunse
l'interimdell'Interno. I piani contro
l'Austria e l'annessione della Lombardia
Lo stesso argomento in dettaglio: Accordi di Plombières, Alleanza
sardo-francese, Seconda guerra d'indipendenza italiana e Armistizio di
Villafranca. L'imperatore Napoleone III
di Francia e C. provocarono l'Austria riuscendo a far scoppiare la guerra del
1859. La satira piemontese riconosceva
nella Francia un'antagonista del Piemonte nel controllo della penisola. In
questa vignetta che si rifà a I promessi sposi Don Abbondio è C., Renzo è il
Piemonte, Lucia è l'Italia e Don Rodrigo è Napoleone III.[71] Suscitata
l'attenzione sull'Italia con il Congresso di Parigi, per sfruttarla a fini
politici si rivelò necessario l'appoggio della Francia di Napoleone III.
Costui, conservatore in politica interna, era sostenitore di una politica
estera di grandezza. Dopo una lunga
serie di trattative, funestate dall'attentato di Felice Orsini allo stesso
imperatore dei francesi, si arrivò, nel luglio 1858, agli accordi segreti di
Plombières fra C. e Napoleone III. Tale
intesa verbale prevedeva che, dopo una guerra che si auspicava vittoriosa
contro l'Austria, la penisola italiana sarebbe stata divisa in quattro stati
principali legati in una confederazione presieduta dal papa: il Regno dell'Alta
Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II; il Regno dell'Italia centrale;
lo Stato Pontificio limitato a Roma e al territorio circostante; e il Regno
delle Due Sicilie. Firenze e Napoli, avvenimenti locali permettendo, sarebbero
passate nella sfera d'influenza francese.
Gli accordi di Plombières furono ratificati l'anno successivo
dall'alleanza sardo-francese, secondo la quale in caso di attacco militare
provocato da Vienna, la Francia sarebbe intervenuta in difesa del Regno di Sardegna
con il compito di liberare dal dominio austriaco il Lombardo-Veneto e cederlo
al Piemonte. In compenso la Francia avrebbe ricevuto i territori di Nizza e
della Savoia, quest'ultima origine della dinastia sabauda e, come tale, cara a
Vittorio Emanuele II. Dopo la firma
dell'alleanza, C. escogitò una serie di provocazioni militari al confine con
l'Austria che, allarmata, gli lanciò un ultimatum chiedendogli di smobilitare
l'esercito. Il Conte rifiutò e l'Austria aprì le ostilità contro il Piemonte,
facendo scattare le condizioni dell'alleanza sardo-francese. Era la seconda
guerra di indipendenza. Ma i movimenti
minacciosi dell'esercito prussianoconvinsero Napoleone III, quasi con un atto
unilaterale, a firmare un armistizio con l'Austria a Villafranca l'11 luglio
1859, poi ratificato dalla Pace di Zurigo, stipulata l'11 novembre. Le clausole
del trattato prevedevano che a Vittorio Emanuele II sarebbe andata la sola
Lombardia e che per il resto tutto sarebbe tornato come prima. C., deluso e amareggiato dalle condizioni
dell'armistizio, dopo accese discussioni con Napoleone III e Vittorio Emanuele,
decise di dare le dimissioni da presidente del Consiglio, provocando la caduta
del governo da lui guidato. Il terzo
governo C. Lo stesso argomento in
dettaglio: Governo C. III. Nizza e Savoia per Modena, Parma, Romagna e
Toscana Alfonso La Marmora non riuscì a
risolvere la situazione di stallo internazionale del 1860 e il Re fu costretto
a richiamare C.. Già durante la guerra i governi e le forze armate dei piccoli
Stati italiani dell'Italia centro-settentrionale e della Romagna pontificia
abbandonarono i loro posti e dovunque si installarono autorità provvisorie
filo-sabaude. Dopo la Pace di Zurigo, tuttavia, si giunse ad una fase di
stallo, poiché i governi provvisori si rifiutavano di restituire il potere ai
vecchi regnanti (così come previsto dal trattato di pace) e il governo di La
Marmora non aveva il coraggio di proclamare le annessioni dei territori al
Regno di Sardegna. Vittorio Emanuele II si rassegnò, così, a richiamare C. che
nel frattempo aveva ispirato la creazione del partito di Unione Liberale. Il Conte, rientrato alla presidenza del
Consiglio dei Ministri, si trovò in breve di fronte ad una proposta francese di
soluzione della questione dei territori liberati: annessione al Piemonte dei
ducati di Parma e Modena, controllo sabaudo della Romagna pontificia, regno
separato in Toscana sotto la guida di un esponente di Casa Savoia e cessione di
Nizza e Savoia alla Francia. In caso di rifiuto della proposta il Piemonte
avrebbe dovuto affrontare da solo la situazione di fronte all'Austria, "a
suo rischio e pericolo"[74].
Rispetto agli accordi dell'alleanza sardo-francesequesta proposta di
soluzione sostituiva per il Piemonte l'annessione del Veneto che non si era
potuto liberare dall'occupazione austriaca. Stabilita, di fatto, l'annessione
di Parma, Modena e Romagna, C., forte dell'appoggio della Gran Bretagna, sfidò
la Francia sulla Toscana, organizzando delle votazioni locali sull'alternativa
fra l'unione al Piemonte e la formazione di un nuovo Stato. Il plebiscito si
tenne l'11 e il 12 marzo 1860, con risultati che legittimarono l'annessione
della Toscana al Regno di Sardegna. Il
governo francese reagì con grande irritazione sollecitando la cessione della
Savoia e di Nizza che avvenne con la firma del Trattato di Torino. In cambio di
queste due province il Regno di Sardegna acquisì, oltre alla Lombardia, anche
l'attuale Emilia-Romagna e la Toscana trasformandosi in una nazione assai più
omogenea. Di fronte all'Impresa dei
Mille C. diffidò dell'Impresa dei Mille
che considerava foriera di rivoluzione e dannosa per i rapporti con la
Francia.[76] C. era al corrente che la Sinistra non aveva abbandonato l'idea di
una spedizione in Italia meridionale e che Garibaldi, circondato da personaggi
repubblicani e rivoluzionari, era in contatto a tale scopo con Vittorio
Emanuele II. Il Conte considerava rischiosa l'iniziativa alla quale si sarebbe
decisamente opposto, ma il suo prestigio era stato scosso dalla cessione di
Nizza e Savoia e non si sentiva abbastanza forte. C. riuscì, comunque, attraverso Giuseppe La
Farina a seguire le fasi preparatorie dell'Impresa dei Mille, la cui partenza
da Quarto fu meticolosamente sorvegliata dalle autorità piemontesi. Ad alcune
voci sulle intenzioni di Garibaldi di sbarcare nello Stato Pontificio, il
Conte, preoccupatissimo per la eventuale reazione della Francia, alleata del
Papa, dispose il 10 maggio 1860 l'invio di una nave nelle acque della Toscana
"per arrestarvi Garibaldi"[78].
Il generale invece puntò a Sud e dopo il suo sbarco a Marsala (11 maggio
1860) C. lo fece raggiungere e controllare (per quanto possibile) da La Farina.
In campo internazionale, intanto, alcune potenze straniere, intuendo la
complicità di Vittorio Emanuele II nell'impresa, protestarono con il governo di
Torino che poté affrontare con una certa tranquillità la situazione data la
grave crisi finanziaria dell'Austria, in cui era anche ripresa la rivoluzione
ungherese[79]. Napoleone III, d'altra
parte, si attivò subito nel ruolo di mediatore e, per la pace fra garibaldini
ed esercito napoletano, propose a C. l'autonomia della Sicilia, la
promulgazione della costituzione a Napoli e a Palermo e l'alleanza fra Regno di
Sardegna e Regno delle due Sicilie. Immediatamente il regime borbonico si
adeguò alla proposta francese instaurando un governo liberale e proclamando la
costituzione. Tale situazione mise in grave difficoltà C. per il quale
l'alleanza era irrealizzabile. Nello stesso tempo non poteva scontentare
Francia e Gran Bretagna che premevano almeno per una tregua. Il governo piemontese decise allora che il Re
avrebbe inviato un messaggio a Garibaldi con il quale gli si intimava di non
attraversare lo stretto di Messina. Il 22 luglio 1860 Vittorio Emanuele II
inviò sì la lettera voluta da C., ma la fece seguire da un messaggio personale
nel quale smentiva la lettera ufficiale[80].
Garibaldi a Napoli L'arrivo di
Giuseppe Garibaldi a Napoli (7 settembre 1860). Evento che C. tentò di
prevenire organizzando una sommossa filo piemontese che fallì. Il 6 agosto 1860
il conte di C. informò i delegati del Regno delle due Sicilie del rifiuto di
Garibaldi di concedere la tregua dichiarando esauriti i mezzi di conciliazione
e rinviando ad un futuro incerto i negoziati per l'alleanza. Negli stessi giorni il Conte, nel timore di
far precipitare i rapporti con la Francia, sventò una spedizione militare di
Mazzini che dalla Toscana doveva muovere contro lo Stato Pontificio. A seguito
di questi avvenimenti, C. si preparò a fare tutti i suoi sforzi per impedire
che il movimento per l'unità d'Italia diventasse rivoluzionario. In questa
ottica cercò, nonostante il parere sfavorevole del suo ambasciatore a Napoli
Villamarina, di prevenire Garibaldi nella capitale borbonica organizzando una
spedizione clandestina di armi per una rivolta filopiemontese che non si poté
realizzare. Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli il 7 settembre 1860 fugando,
per l'amicizia che serbava a Vittorio Emanuele II, i timori di C. L'invasione piemontese di Marche e
Umbria L'Italia alla morte di C., nel
1861. Fallito il progetto di un successo dei moderati a Napoli, il Conte per
ridare a Casa Savoia una parte attiva nel movimento nazionale, decise
l'invasione delle Marche e dell'Umbria pontificie. Ciò avrebbe allontanato il
pericolo di un'avanzata di Garibaldi su Roma. Bisognava però preparare
Napoleone III agli avvenimenti e convincerlo che l'invasione piemontese dello
Stato Pontificio sarebbe stato il male minore. Per la delicata missione
diplomatica il Conte scelse Farini e Cialdini. L'incontro fra costoro e
l'imperatore francese avvenne a Chambéry, ma su ciò che in quel colloquio si
disse resta molta incertezza e sul consenso francese, riportato dalla tesi
italiana, è possibile che si sia determinato un equivoco. In buona sostanza
Napoleone III tollerò l'invasione piemontese delle Marche e dell'Umbria
cercando di rovesciare sul governo di Torino l'impopolarità di un'azione
controrivoluzionaria. E appunto questo era ciò che C. voleva evitare. Le truppe
piemontesi non si dovevano scontrare con Garibaldi in marcia su Roma, ma
prevenirlo e fermarlo con un intervento giustificabile in nome della causa
nazionale italiana. Anche il timore di un attacco austriaco al Piemonte,
tuttavia, fece precipitare gli eventi e C. intimò allo Stato pontificio di
licenziare i militari stranieri con un ultimatum a cui seguì l'11 settembre,
prima ancora che giungesse la risposta negativa del cardinale Antonelli, la
violazione dei confini dello Stato della Chiesa. La Francia ufficialmente reagì
in difesa del Papa, e anche lo zar Alessandro II ritirò il suo rappresentante a
Torino, ma non ci furono effetti pratici.
Intanto la crisi con Garibaldi si era improvvisamente aggravata, poiché
quest'ultimo aveva proclamato il 10 che avrebbe consegnato al Re i territori da
lui conquistati solo dopo aver occupato Roma. L'annuncio aveva anche ottenuto
il plauso di Mazzini. Ma il successo piemontese nella battaglia di
Castelfidardo contro i pontifici del 18 e il conferimento al governo di un
prestito di 150 milioni per le spese militari, ridiedero forza e fiducia a C.,
mentre Garibaldi, pur vittorioso nella battaglia del Volturno, esauriva la sua
spinta verso Roma[83]. L'annessione del
Sud, delle Marche e dell'Umbria A questo punto, il "prodittatore"
Giorgio Pallavicino Trivulzio, venendo incontro ai desideri del Conte, indisse
a Napoli il plebiscito per l'annessione immediata al Regno sabaudo, seguito da
una stessa iniziativa del suo omologo Antonio Mordini a Palermo. Le votazioni
si tennero il 21 ottobre 1860, sancendo l'unione del Regno delle due Sicilie a
quello di Sardegna. All'inizio dello
stesso mese di ottobre C. si era così espresso: «Non sarà l'ultimo titolo di gloria per
l'Italia d'aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà
all'indipendenza, senza passare per le mani dittatoriali d'un Cromwell, ma svincolandosi
dall'assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario. Ritornare
alle dittature rivoluzionarie d'uno o più, sarebbe uccidere sul nascere la
libertà legale che vogliamo inseparabile dalla indipendenza della nazione» (C., 2 ottobre 1860.Romeo, p. 489) Anche in Umbria e nelle Marche si votava e si
decideva per l'unione allo Stato sabaudo.
I rapporti fra Stato e Chiesa Fermati i disegni di Garibaldi su Roma, a C.
restava ora il problema di decidere su cosa fare di ciò che rimaneva dello
Stato Pontificio (approssimativamente il Lazio attuale), tenendo conto che un
attacco a Roma sarebbe stato fatale per le relazioni con la Francia. Il progetto del Conte, avviato dal novembre
1860 e perseguito fino alla sua morte, fu quello di proporre al Papa la
rinuncia al potere temporale in cambio della rinuncia da parte dello Stato al
corrispettivo, ovvero il giurisdizionalismo. Si sarebbe perciò adottato il
principio di "Libera Chiesa in libero Stato", celebre motto
pronunciato nel discorso del 27 marzo 1861 sebbene già coniato in precedenza da
Charles de Montalembert[86], ma le trattative naufragarono sulla fondamentale
intransigenza di Pio IX. Il governo C.
del Regno d'Italia (1861) Lo stesso
argomento in dettaglio: Governo C. IV. C.
Garibaldi ebbe uno scontro nel 1861 con C. per la decisione di quest'ultimo di
sciogliere l'Esercito meridionale Dal 27 gennaio al 3 febbraio 1861 si tennero
le elezioni per il primo Parlamento italiano unitario. Oltre 300 dei 443 seggi
della nuova Camera andarono alla maggioranza governativa. L'opposizione ne
conquistò un centinaio, ma fra loro non comparivano rappresentanti della
Destra, poiché i clericali avevano aderito all'invito di non eleggere e di non
farsi eleggere in un Parlamento che aveva leso i diritti del pontefice. Il 18 febbraio venne inaugurata la nuova
sessione, nella quale sedettero per la prima volta rappresentanti piemontesi,
lombardi, siciliani, toscani, emiliani, romagnoli e napoletani insieme. Il Parlamento
proclamò il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II suo re. Il 22 marzo C. veniva confermato alla guida
del governo, dopo che il Re aveva dovuto rinunciare a Ricasoli. Il Conte, che
tenne per sé anche gli Esteri e la Marina, il 25 affermò in parlamento che Roma
sarebbe dovuta diventare capitale d'Italia.
Lo scontro con Garibaldi L'episodio più tumultuoso della vita politica
di C., se si esclude l'incidente con Vittorio Emanuele II dopo l'armistizio di
Villafranca, fu il suo scontro con Garibaldi dell'aprile 1861. Oggetto del contendere: l'esercito di
volontari garibaldini del Sud, del quale C. volle evitare il trasferimento al
nord nel timore che venisse influenzato dai radicali. Il 16 gennaio 1861 fu
quindi decretato lo scioglimento dell'Esercito meridionale. Su questa
decisione, che provocò le vibrate proteste del comandante del Corpo Giuseppe
Sirtori, C. fu irremovibile[88]. In
difesa del suo esercito, il 18 aprile 1861 Garibaldi pronunciò un memorabile
discorso alla Camera, accusando «la fredda e nemica mano di questo Ministero [C.]»
di aver voluto provocare una «guerra fratricida». Il Conte reagì con violenza,
chiedendo, invano, al presidente della Camera Rattazzi di richiamare all'ordine
il generale. La seduta fu sospesa e Nino Bixio tentò nei giorni successivi una
riconciliazione, che non si compì mai del tutto[88]. Gli ultimi giorni I funerali di C. a Torino Santena: tomba del conte di C. Il 29 maggio
1861 C. ebbe un malore, attribuito dal suo medico curante a una delle crisi
malariche che lo colpivano periodicamente da quando - in gioventù - aveva
contratto la malaria nelle risaie di famiglia del vercellese. In questa
occasione tutte le cure praticate non ebbero effetto, tanto che il 5 giugno
venne fatto chiamare un sacerdote francescano suo amico, padre Giacomo da
Poirino[89], al secolo Luigi Marocco, parroco di Santa Maria degli Angeli,
chiesa nella quale si sarebbero poi svolte le esequie[91][92]. Costui, come gli
aveva promesso già da cinque anni, lo confessò e gli somministrò l'estrema
unzione, ignorando sia la scomunica, che il conte aveva subito nel 1855, sia il
fatto che C. non aveva ritrattato le sue scelte anticlericali[89]. Per questo
motivo padre Giacomo, dopo aver riferito i fatti alle autorità religiose, fu
richiamato a Roma, gli fu tolta la parrocchia e gli fu interdetto l'esercizio
del ministero della confessione, al quale venne però riammesso nel 1881 da papa
Leone XIII[93]. La nipote Giuseppina Alfieri di Sostegno ha tramandato che, sul
letto di morte, alla vista del confessore, C. abbia pronunciato le parole:
«Frate, frate, libera chiesa in libero Stato!»[94][95] Subito dopo il colloquio con padre Giacomo, C.
chiese di parlare con Luigi Carlo Farini, al quale, come rivela la nipote
Giuseppina, confidò a futura memoria: «Mi ha confessato ed ho ricevuto
l'assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il
buon popolo di Torino sappia che io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo e
non ho mai fatto male a nessuno. Nel
2011 è stata ritrovata una missiva di padre Giacomo a Pio IX, nella quale il
frate racconta che C. aveva dichiarato che «intendeva di morire da vero e
sincero cattolico». Per cui il confessore, «incalzato dalla gravità del male
che a gran passi il portava a morte», la mattina del 5 giugno concesse il
sacramento. Scrisse anche che «nel corso della sua gravissima malattia», C.
«era ad intervalli soggetto ad alienazione di mente». Il frate chiude quindi la
lettera di scuse ribadendo di «aver fatto, quanto era in sé, il suo
officio»[97]. Verso le nove giunse al
suo capezzale il Re. Nonostante la febbre, il Conte riconobbe Vittorio
Emanuele, ma tuttavia non riuscì ad articolare un discorso molto coerente: «Oh
sire! Io ho molte cose da comunicare a Vostra Maestà, molte carte da mostrarle:
ma son troppo ammalato; mi sarà impossibile di recarmi a visitare la Vostra
Maestà; ma io le manderò Farini domani, che le parlerà di tutto in particolare.
Vostra Maestà ha ella ricevuta da Parigi la lettera che aspettava? L'Imperatore
è molto buono per noi ora, sì, molto buono. E i nostri poveri Napoletani così
intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che
sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli. Sire, sì, sì, si lavi, si lavi!
Niente stato d'assedio, nessun mezzo di governo assoluto. Tutti sono buoni a
governare con lo stato d'assedio [...] Garibaldi è un galantuomo, io non gli
voglio alcun male. Egli vuole andare a Roma e a Venezia, e anch'io: nessuno ne
ha più fretta di noi. Quanto all'Istria e al Tirolo è un'altra cosa. Sarà il
lavoro di un'altra generazione. Noi abbiamo fatto abbastanza noialtri: abbiamo
fatto l'Italia, sì l'Italia, e la cosa va...»[98][99] Secondo l'amico Michelangelo Castelli, le
ultime parole del Conte furono: «L'Italia è fatta - tutto è salvo», così come
le intese al capezzale Luigi Carlo Farini. Il 6 giugno 1861, a meno di tre mesi
dalla proclamazione del Regno d'Italia, C. moriva così a Torino nel palazzo di
famiglia. La sua fine suscitò immenso cordoglio, anche perché del tutto
inattesa, e ai funerali vi fu straordinaria partecipazione[100]. A C. succedette come presidente del Consiglio
Bettino Ricasoli. In memoria di C. La moneta da 2 euro commemorativa emessa in
occasione del 200º anniversario della nascita
Banconota uruguayana del 1887 raffigurante C. e Garibaldi C.
nell'agiografia postunitaria dall'anno della sua morte fu ritenuto il
"Padre della Patria" da un illustre personaggio come Giuseppe Verdi,
che lo definì "il vero padre della patria"[101] e dal politico
liberale, senatore del Regno, Nicomede Bianchi, che lo definì "il buono e
generoso padre della patria nascente"[102]. Il Conte è stato ricordato in vari modi. Due
città italiane hanno aggiunto il suo nome a quello originario: Grinzane C., di
cui Camillo Benso fu sindaco, e Sogliano C. per celebrare l'unità nazionale.
Gli sono state dedicate innumerevoli vie e piazze e numerose statue. Diverse le targhe ricordo, anche al di fuori
dei confini italiani, come ad esempio quella posta a San Bernardino (frazione
di Mesocco, nel Cantone dei Grigioni), che ricorda il passaggio dello statista
il 27 luglio 1858, dopo gli accordi di Plombières con Napoleone III. In occasione dell’anniversario della sua
nascita, è stata coniata dalla zecca italiana una moneta da 2 euro
commemorativa che lo raffigura. La tomba
di C. si trova a Santena e consiste in un semplice loculo posto nella cripta
sotto la cappella di famiglia nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo; l'accesso
avviene tuttavia dall'esterno della chiesa (piazza Visconti Venosta, su cui si
affaccia anche la facciata secondaria della Villa C.). Lo statista è sepolto
per sua espressa volontà accanto all'amato nipote Augusto Benso di C., figlio
di suo fratello Gustavo e morto a 20 anni nella battaglia di Goito. La cripta è
stata dichiarata monumento nazionale nel 1911.
La nave da battaglia Conte di C. e la portaerei C. (C 550) sono state
così chiamate in suo onore. A C. furono
dedicate delle caramelle di liquirizia aromatizzate alla violetta: le
cosiddette sénateurs. Lo storico Caffè
Confetteria Al Bicerin ricorda C. come suo cliente fidato (uno dei tavolini al
suo interno viene segnalato come abituale del conte). Ancona Ancona Firenze Firenze Livorno Livorno
Milano Milano Novara Novara Roma Roma Torino Torino Vercelli Vercelli Verona
Verona Padova Padova Controversie Il conflitto con Mazzini Giuseppe Mazzini, di cui C. combatteva le
idee repubblicane. Giuseppe Mazzini, che dopo la sua attività cospirativa degli
anni 1827-1830 fu esiliato dal governo piemontese a Ginevra, fu uno strenuo
oppositore della guerra di Crimea, che costò un'ingente perdita di soldati.
Egli rivolse un appello ai militari in partenza per il conflitto: «Quindicimila tra voi stanno per essere
deportati in Crimea. Non uno forse tra voi rivedrà la propria famiglia. Voi non
avrete onore di battaglie. Morrete, senza gloria, senza aureola, di splendidi
fatti da tramandarsi per voi, conforto ultimo ai vostri cari. Morrete per colpa
di governi e capi stranieri. Per servire un falso disegno straniero, l'ossa
vostre biancheggeranno calpestate dal cavallo del cosacco, su terre lontane, né
alcuno dei vostri potrà raccoglierle e piangervi sopra. Per questo io vi
chiamo, col dolore dell'anima, "deportati".» (Giuseppe Mazzini[103]) Quando nel 1858, Napoleone III scampò
all'attentato teso da Felice Orsini e Giovanni Andrea Pieri, il governo di
Torino incolpò Mazzini (C. lo avrebbe definito «il capo di un'orda di fanatici
assassini oltreché «un nemico pericoloso quanto l'Austria»), poiché i due
attentatori avevano militato nel suo Partito d'Azione. Secondo Denis Mack Smith, C. aveva in passato
finanziato i due rivoluzionari a causa della loro rottura con Mazzini e, dopo
l'attentato a Napoleone III e la conseguente condanna dei due, alla vedova di
Orsini fu assicurata una pensione[106]. C. al riguardo fece anche pressioni
politiche sulla magistratura per far giudicare e condannare la stampa radicale. Egli, inoltre, favorì l'agenzia Stefani con
fondi segreti sebbene lo Statuto vietasse privilegi e monopoli ai privati. Così
l'agenzia Stefani, forte delle solide relazioni con C. divenne, secondo il
saggista Gigi Di Fiore, un fondamentale strumento governativo per il controllo
mediatico nel Regno di Sardegna.
Mazzini, intanto, oltre ad aver condannato il gesto di Orsini e Pieri,
espose un attacco nei confronti del primo ministro, pubblicato sul giornale
L'Italia del Popolo: «Voi avete
inaugurato in Piemonte un fatale dualismo, avete corrotto la nostra gioventù,
sostituendo una politica di menzogne e di artifici alla serena politica di
colui che desidera risorgere. Tra voi e noi, signore, un abisso ci separa. Noi
rappresentiamo l'Italia, voi la vecchia sospettosa ambizione monarchica. Noi
desideriamo soprattutto l'unità nazionale, voi l'ingrandimento
territoriale» (Giuseppe Mazzini) Risorgimento Il ruolo di C. durante il
Risorgimento ha suscitato varie dispute. Sebbene sia considerato uno dei padri
della patria assieme a Garibaldi, Vittorio Emanuele II e Mazzini, il Conte
inizialmente non riteneva fosse possibile unire tutta l'Italia soprattutto per
l'ostacolo rappresentato dallo Stato Pontificio e dunque puntava solamente ad
allargare i confini del regno dei Savoia nel nord Italia (lo stesso Mazzini lo
accusava di non promuovere una politica chiaramente volta all'unificazione di
tutta la penisola). Nella cultura di
massa Nelo Risi, Patria mia. Camillo Benso di C., Rai, documentario
(successivamente trasmesso da Rai Storia). Piero Schivazappa, Vita di C.,
sceneggiato su sceneggiatura di Giorgio Prosperi. Maricla Boggio, C., l'amore e
l'Opera Incompiuta, (testo teatrale). Onorificenze Camillo Benso di C. Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di C.,
di Cellarengo e di Isolabella Conte di Cellarengo e di Isolabella Conte dei
marchesi di C. Stemma Nome completo Camillo Paolo Filippo Giulio Nascita Torino
Morte Torino Luogo di sepoltura Castello C. di Santena Dinastia Benso Padre
Michele Benso di C. Madre Adele di Sellon d'Allaman Religione Cattolicesimo C.
ottenne numerose onorificenze, anche straniere. Si riportano quelle di cui si è
a conoscenza da fonti attendibili:
Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per
uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima
Annunziata Cavaliere di gran croce
dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere
di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro Cavaliere dell'Ordine
civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine civile
di Savoia Cavaliere dell'Ordine imperiale di Sant'Alessandr Nevskij (Russia) -
nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine imperiale di Sant'Alessandr
Nevskij (Russia) Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Legion d'onore
(Francia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine
della Legion d'onore (Francia) Cavaliere dell'Ordine di Carlo III (Spagna) -
nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine di Carlo III (Spagna)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per
uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Leopoldo (Belgio)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per
uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia)
Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano) - nastrino per
uniforme ordinaria Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e Hannover) -
nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine Reale
Guelfo (Gran Bretagna e Hannover) Cavaliere di grande stella dell'Ordine del
leone e del sole (Persia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di grande
stella dell'Ordine del leone e del sole (Persia) Tavola genealogica di
sintesi Lo stesso argomento in
dettaglio: Benso_(famiglia) § Armoriale.
Bernardino Pompilio 4 Silvio Michelantonio Bernardino Zenobia Maurizio Pompilio Conte di
Cellarengo e Isolabella Paolo Giacinto Signore di C. Ludovico Percivalle Giuseppe Filippo Signore
di C. Carlo Ottavio Michele Antonio III Marchese di C. Giuseppe Filippo IV Marchese di C. Michele V Marchese di C. Gustavo VI Marchese di C. Camillo Paolo Conte di C. Augusto Giuseppina
Carlo Alfieri di Sostegno Ainardo VII
Marchese di C. Maria Luisa Emilio Visconti Venosta Adele
Paola Carlo Francesco Enrico Giovanni Note Esplicative ^ Il titolo di conte
attribuito al C. era un titolo di cortesia, all'uso francese. Questo sistema
concedeva al primogenito il titolo immediatamente inferiore a quello del
titolare capofamiglia, al secondogenito quello ancora inferiore e così via a
scalare. In questo caso, quando morì il padre di Camillo (il marchese Michele)
al suo primo figlio (Gustavo) andò il titolo di marchese e al suo secondogenito
(Camillo) quello di conte. Alla morte del fratello Gustavo, Camillo avrebbe
ereditato il titolo di marchese. Morì invece prima di Gustavo. Forum "I
Nostri Avi", su iagiforum.info. ^ Al termine del suo tirocinio militare
presentò una memoria dal titolo Esposizione compita dell'origine, teoria,
pratica, ed effetti del tiro di rimbalzo tanto su terra che sull'acqua. Cfr.
Dalle Regie scuole teoriche e pratiche di Artiglieria e Fortificazione alla
Scola d'applicazione di Artiglieria e Genio, Scuola di applicazione delle armi
di Artiglieria e Genio, Torino. Dal momento in cui mi trovai in condizione di
poter leggere da me stesso i libri di Rousseau, ho sentito per lui la più viva
ammirazione. È a mio giudizio l'uomo che più ha cercato di rialzare la dignità
umana, spesso avvilita nella società dei secoli trascorsi. La sua voce
eloquente ha più di ogni altra contribuito a fissarmi nel partito del progresso
e della emancipazione sociale. L'Emilesoprattutto mi è sempre piaciuto per la
giustezza delle idee e la forza della logica. (Citato in Italo de Feo, C.:
l'uomo e l'opera, A. Mondadori) ^ I De La Rüe erano originari di Lessines ma
appartenevano ad un'antica famiglia nobile di Ginevra dove occupavano una
posizione eminente nell'aristocrazia locale già nel XVI e XVII secolo. Fra il
XVIII e il XIX secolo due membri della famiglia, Antoine e Jean, si
trasferirono a Genova. Ad essi si deve la fondazione della banca De La Rüe
frères. C., arrivato a Genova, strinse amicizia con i figli di Jean:
David-Julien, Hippolyte ed Émile. Quest'ultimo fu l'unico a dirigere la banca
(divenuta la De La Rüe C.) e fu il riferimento dell'imprenditore C.. Cfr. Romeo.
C. in un articolo scrisse: «L'ora suprema per la monarchia sarda è suonata,
l'ora delle forti deliberazioni, l'ora dalla quale dipendono i fati degli
imperii, le sorti dei popoli» ^ La guerra colpì C. anche personalmente, poiché
nella Battaglia di Goito il figlio del fratello Gustavo, il marchese Augusto di
C., rimase ucciso a soli 21 anni. Il colpo fu molto duro per il Conte, che per
il nipote nutriva un affetto paterno. Prova ne fu che conservò la sua divisa
insanguinata per tutta la vita. Cfr. Hearder, C., Bari, . ^ Furono accordati a
Parigi riduzioni sui dazi per l'importazione in Piemonte di vini e articoli di
moda; ottenendo in cambio il mantenimento dei vantaggi per l'esportazione in
Francia del bestiame sardo, del riso e della frutta fresca. ^ Le trattative,
iniziate già prima dell’avvento di C. al governo, furono difficili per i
negoziatori piemontesi. Posti nell’alternativa tra l’accettazione di un
trattato per vari rispetti poco favorevole e il ritorno al regime precedente a
quello convenuto nel 1843, essi ammisero restrizioni alla reciprocità nei
diritti di navigazione allora stabilita (e che ora veniva limitata alla
navigazione diretta tra i porti dei due Stati), a Parigi accordarono riduzioni
sui dazi che colpivano l’importazione francese di vini e acquaviti, porcellane
e articoli di moda ottenendo in cambio il mantenimento del regime di favore per
l’ingresso nel territorio francese del bestiame sardo (a eccezione della
frontiera savoiarda, donde si temeva l’afflusso in Francia di bestiame
svizzero), e riduzioni sul riso e la frutta fresca. Non riuscirono però a
strappare alcuna concessione sull’olio d'oliva, di grande importanza
soprattutto per le regioni produttrici ed esportatrici della Riviera di
Ponente; e dovettero in pari tempo accettare una convenzione sulla proprietà
letteraria che era nettamente favorevole a un paese esportatore di idee e di
libri come la Francia. Rosario Romeo, C. e il suo tempo. Le industrie
esportatrici come la seta non ponevano alcun problema di protezione, mentre
quelle della lana, della canapa e del lino sembravano abbastanza sviluppate da
resistere anche con una protezione considerevolmente ridotta. Invece, si
prevedevano reclami contro le riduzioni daziarie da parte della industria del
cotone, la meno naturale di tutte in quanto dipendente tutta da materie prime
provenienti dall'estero e si escludeva ogni competitività per la siderurgia,
possibile in Piemonte solo con una protezione elevatissima. Per le lavorazioni
meccaniche si prevedeva un dazio medio del 25%, giudicando inesistete qualunque
settore non riuscisse a sopravvivere alla concorrenza con una tale protezione.
Eliminati presso che interamente i dazi alla esportazione – anche in casi come
quello degli stracci che l’industria della carta, sviluppata specialmente in
Liguria, utilizzava come materia prima – il governo assunse un atteggiamento
nettamente contrario alla protezione anche in fatto di industria zuccheriera, rifiutando
di cedere alle insistenti richieste degli interessati per una riduzione
ulteriore del dazio sugli zuccheri non raffinati, in vista di uno sviluppo
della industria nazionale della raffinazione, che neppure il regime eccezionale
di favore stabilito dopo il 1830 era riuscito ad attivare. In agricoltura ci si
orientò verso il mantenimento della moderata protezione esistente sui cereali,
godendo già di un vantaggio da valutarsi a non meno del 10% sovra le spese di
trasporto, anticipazioni di fondi ecc. in confronto alle importazioni
dall’estero. Rosario Romeo, C. e il suo tempo. In cambio di estese
facilitazioni a vantaggio dei prodotti agricoli, dei sali e dei marmi
piemontesi, si concessero al Belgio importanti agevolazioni (parallelamente
concesse all’Inghilterra) per le sue manifatture, esplicitamente rinunciando
alla protezione degli zuccherifici e della siderurgia (soprattutto ligure, che
per C. non aveva avvenire), e manifestando invece la fiducia che le industrie
tessili, compresa quella del cotone, ricavassero nuovi impulsi al loro sviluppo
e ammodernamento dalla più attiva concorrenza belga. Rosario Romeo, C. e il suo
tempo. Il conte aveva previsto che, dopo i trattati con il Belgio e con
l’Inghilterra, la Francia avrebbe chiesto il trattamento della nazione più
favorita e per correndo il rischio di nuove concessioni senza corrispettivo
alla potente vicina doveva valere il carattere oneroso, sia pure apparente,
ch’egli aveva voluto dare alle concessioni fatte alla Gran Bretagna. Ma nei
nuovi negoziati, richiesti da parte francese, la Sardegna riuscì solo a
ottenere qualche concessione sulle esportazioni di bestiame minuto e di frutta
e dovette anche concedere nuove agevolazioni sulle sete e sui libri. Rosario
Romeo, C. e il suo tempo. ^ Secondo Chiala, quando La Marmora propose a
Vittorio Emanuele la nomina di C. a Presidente del Consiglio, il Re avrebbe
risposto in piemontese: «Ca guarda, General, che côl lì a j butarà tutii con't
le congie a'nt l'aria» ("Guardi Generale, che quello lì butterà tutti con
le gambe all'aria"). Secondo Ferdinando Martini, che lo seppe da
Minghetti, la risposta del Sovrano sarebbe stata ancora più colorita: «E va
bin, coma ch'aa veulo lor. Ma ch'aa stago sicur che col lì an poch temp an lo
fica an't el prònio a tuti!» ("E va bene, come vogliono loro. Ma stiamo
sicuri che quello lì in poco tempo lo mette nel culo a tutti!") cfr. Indro
Montanelli, L'Italia unita, Bur. C. per l'apertura delle ostilità colse il
pretesto che la Russia durante la prima guerra di indipendenza aveva rotto le
relazioni con il Regno di Sardegna (al tempo la Russia intratteneva rapporti
migliori con l'Austria) e che lo Zar Nicola I aveva rifiutato di riconoscere
l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele II. Cfr. Hearder, C., Bari L'uniforme è
esposta nel Museo del Risorgimento di Torino. Con spadino, feluca, placca e
fascia da Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, cotone, velluto,
acciaio, madreperla, ottone, cuoio, piume di struzzo, argento, argento dorato,
smalto e gros di seta. ^ Il Piemonte, assieme alla Francia, chiese anche
l'annullamento delle elezioni tenutesi in Moldavia che, con risultati definiti
inattendibili, avevano avuto un esito sfavorevole all'unione dei due
principati. ^ L'Austria con la guerra di Crimea aveva perso l'amicizia della
Russia e vedeva allontanarsi la Prussia che era alla ricerca di maggiore
autonomia, mentre la tiepida amicizia della Gran Bretagna non poteva bilanciare
la situazione. Bibliografiche ^ Disegno dell'inglese William Brockedon. ^ Romeo
Romeo. ^ Romeo. ^ Hearder, C., Bari Talamo, La formazione di C.: la rivoluzione
di luglio e i primi anni Trenta, in Nuova antologia, APR - GIU, 2010 p=45. ^
AA. VV., C. nel 150° anniversario dell’Unità, Gangemi Editore SpA, . ^ Federico
Navire, Torino come centro di sviluppo culturale: un contributo agli studi
della civiltà italiana, Francoforte, Peter Lang, . ^ Romeo Romeo Romeo Romeo Romeo
Romeo Romeo Romeo. ^ Dipinto di Paolo Bozzini. ^ Romeo Romeo. ^ Romeo Romeo Romeo
Romeo Romeo. ^ Romeo. ^ Romeo. ^ Ritratto di Francesco Hayez. ^ Romeo Hearder, C.,
Bari Romeo Romeo Romeo, Romeo, Romeo Rosario Romeo, C. e il suo tempo Romeo Romeo
Romeo. ^ Hearder, C., Bari Romeo, . ^ Hearder, C., Bari Romeo Romeo Da Londra
effettua escursioni a Oxford, Woolwich e Portsmouth. Nel viaggio toccò Manchester, Liverpool,
Sheffield, Hull, Edimburgo, Glasgow e le Highlands. ^ Romeo Romeo Dipinto di
Michele Gordigiani ^ Hearder, C., Bari, Romeo Romeo,. ^ Romeo Romeo Valerio,
Brofferio, Pareto a Sinistra e Solaro della Margarita a Destra. ^ Romeo Romeo.
^ Romeo Hearder, C., Bari, Hearder, C., Bari Ritratto di George Peter Alexander
Healy ^ Romeo Dipinto di Édouard Louis Dubufe. ^ Romeo, Romeo. Romeo Romeo. ^ Romeo Romeo Romeo. ^ Dipinto
di Adolphe Yvon. ^ Vignetta di Francesco Redenti apparsa sul giornale torinese
Il Fischietto. ^ AA.VV, Storia delle relazioni internazionali, Monduzzi,
Bologna Romeo Romeo Romeo. ^ Ritratto di Francesco Hayez. ^ Romeo Romeo. ^
Romeo. ^ Romeo Romeo Romeo. ^ Romeo C. e la famiglia, su Fondazione Camillo C.
Santena. . «Fa specie pensarlo, ma nelle vene di Camillo C., propugnatore della
laicità dello Stato, scorreva lo stesso sangue di un campione della
Controriforma cattolica!» ^ Camillo Benso, Discorso 1 - Camillo Benso di C., su
camilloC..com, «noi siamo pronti a
proclamare nell'Italia questo gran principio: Libera Chiesa in libero Stato. I
vostri amici di buona fede riconoscono come noi l'evidenza, riconoscono cioè
che il potere temporale quale è non può esistere.» ^ Libera Chiesa in libero
Stato nell'Enciclopedia Treccani, su treccani.it.Romeo, . Romeo, .
Romeo Bernardi Dinucci, Guida di Torino, Edizioni D'Aponte Marziano
Bernardi, Torino – Storia e arte, Torino, Editori Fratelli Pozzo. ^ In
Dizionario Biografico Treccani ^ Rino Fisichella, La confessione di uno
scomunicato, in: L'Osservatore Romano, Montanelli, L'Italia dei notabili,
Milano, Rizzoli, , p. 15 ^ In In Gennari, Avvenire, 5 ^ "C. ultimo atto
l'inferno può attendere", La Stampa Montanelli, L'Italia dei Notabili,
Milano, Rizzoli, 1973. ^ La morte di C., su win.storiain.net.. ^ Romeo Rita
Belenghi, Giuseppe Verdi, Liguori Bianchi, Camillo di C., Torino, Unione
Tipografico-Editrice Volantino pubblicato su "Italia del popolo", Cataldo,
Chi ha paura di Mazzini?, in lastampa.it.. ^ Denis Mack Smith, Mazzini,
Rizzoli, Milano, Smith, Mazzini, Rizzoli, Milano Smith, Mazzini, Rizzoli,
Milano ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del
Risorgimento, Milano, . ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia:
fatti e misfatti del Risorgimento, Milano, Alberto Cappa, C., G. Laterza et figli,
1932, pag. 249. ^ Calendario reale per l'anno , Ceresole e Panizza, Torino Pompilio Benso riceve l'investitura del feudo
di Isolabella. Il feudo fu eretto a contea. Cfr. Storia del Comune di
Isolabella, su comune.isolabella.to.it. .
Bibliografia Scritti di economia, Uno dei riferimenti principali della
bibliografia relativa a C. è la Bibliografia dell'età del Risorgimento in onore
di A.M. Ghisalberti (Olschki, Firenze, nel cui primo volume sono riportati, a
cura di Talamo, gli scritti del Conte e la bibliografia su di lui fino al 1969.
L'opera è stata aggiornata per il periodo con altri 3 volumi più uno di indici 5. A C.
sono dedicate le pp. 307–310 a cura di Sergio La Salvia. Carteggio, scritti, discorsi Camillo Benso
conte di C. (a cura della Commissione Nazionale per la pubblicazione dei
carteggi del Conte di C.), Epistolario, Olschki, Firenze (varie edizioni di
alcuni volumi). Camillo Benso di C., Autoritratto. Lettere, diari, scritti e
discorsi, a cura di Adriano Viarengo, prefazione di Giuseppe Galasso, Classici
moderni Mondadori, Milano, , Camillo C., Scritti di economia, Testi e documenti
di storia moderna e contemporanea 5, Milano, Feltrinelli, Biografie di
riferimento reperibili Luciano Cafagna C., Il Mulino, Bologna, . Ristampa Arti.
C.. L'uomo che fece l'Italia. Marsilio, Venezia 2011 William De La Rive, Il
conte di C.: racconti e memorie, con tre lettere inedite del conte di C.,
prefazione di Emilio Visconti Venosta, Santena, Associazione Amici della
Fondazione C., (ristampa dell'edizione
italiana, Torino, Bocca, , de Le comte de C.: recits et souvenirs, Paris, J.
Hetzel). Hearder, C.. Un europeo piemontese, Laterza, Bari, 2000. Edizione
originaria: C., Smith, C.. Il grande tessitore dell'unità d'Italia, Bompiani,
1984. Ristampa Omodeo, L'opera politica del conte di C., Firenze, La Nuova
Italia, 1941, 2 voll. Ristampa presso Riccardo Ricciardi, Milano-Napoli, 1968.
Ristampa presso Ugo Mursia, Milano, Romeo, C. e il suo tempo: C. e il suo tempo
C. e il suo tempo ; C. e il suo tempo Laterza, Bari. Ristampa . Rosario Romeo,
Vita di C., Roma-Bari, Laterza, Riassunto del precedente. Ristampa 2004.
Giuseppe Talamo C., La Navicella, Roma, . Ristampa presso Gangemi, Roma Viarengo,
C., Salerno editrice, Roma. Altri testi Marziano Bernardi, Torino – Storia e
arte, Torino, Editori Fratelli Pozzo, Annabella Cabiati, C.. Fece l'Italia, visse
con ragione, amò con passione, Edizioni Anordest, Treviso Caddeo, Camillo di C..
In: Epistolario di Carlo Cattaneo. Gaspero Barbèra Editore, Firenze Boca,
Indietro Savoia! Storia controcorrente del Risorgimento, Piemme, Milano Fiore,
Controstoria dell'Unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Rizzoli,
Milano Camilla Salvago Raggi, Donna di passione. Un amore giovanile di C.,
Viennepierre, Milano, . Aldo Servidio, L'imbroglio nazionale: unità e
unificazione dell'Italia), Guida, Napoli, Staffieri, Il conte di C. nel Ticino
e un discorso mai pronunciato, in Il Cantonetto, Lugano, Fontana Edizioni SA,
Pregassona. Voci correlate Presidenti del Consiglio dei ministri del Regno di
Sardegna Risorgimento Unità d'Italia Famiglia Benso Tavola genealogica di
sintesi della famiglia Benso Canale C.C., Camillo Benso conte di, su
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Modifica su Wikidata Francesco Lemmi, C., Camillo Benso, conte di, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C., Benso conte di,
in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, . Modifica su
Wikidata C., Camillo Benso conte di, in L'Unificazione, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Camillo
Benso, conte di C., su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Marcelli,
Camillo Benso, count di C., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Ettore Passerin d'Entrèves, C., Camillo Benso conte di, in
Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Camillo
Benso, conte di C., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana. Opere di Camillo
Benso, conte di C. / Camillo Benso, conte di C. (altra versione) / Camillo
Benso, conte di C. (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited. Opere di
Camillo Benso, conte di C., su Open Library, Internet Archive. Opere
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Benso, conte di C., su Goodreads. Camillo C. (Benso Di), su storia.camera.it,
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Archivio storico Ricordi, Ricordi et C.. Riccardo Faucci, C., Camillo Benso
conte di, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Economia, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, . Fondazione C. di Santena, su fondazioneC..it.
Associazione degli amici della Fondazione C., su camilloC..com. Portale
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d'indipendenza italiane insieme di tre conflitti Alleanza sardo-francese
alleanza tra Regno di Sardegna e Secondo Impero francese Benso (famiglia)
famiglia nobiliare italiana. Nome compiuto: Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Cavour,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Cazio – Roma – filosofia ialiana – Luigi Speranza (Roma). He is presented by Orazio as something of a philosophica dilettante
obsessed with food. Cazio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Cazio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Cazio: l’orto a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Catius insuber. Member of the Garden. He wrote four books in which he
set out the school’s teachings on the nature of the universe and the most
important hings in life. The books were aimed at making the teachings available
and accessible to a wide audience. Nome compiuto: Cazio insallubre. Catius
insuber. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Cazio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cazzaniga: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’iniziazione – You only get first penetrated once –
BACCHANALIUM – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo torinese. Filosofo
piemontese. Filosofo Italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I like Cazzaniga – he
shows that latitdunial unity is not a myth! He has researched
on Cocconato – and he has seriously spoken of the ‘catene d’unione’ – the
handshake – which is crosses the longitudinal and latitudinal unities –
consider Thatcher: “There’s no such thing as societies; only individuals! The
‘catene d’unione’ is represented most easily by a handshake, but this is in a
catena usually a circle – need it be a close circle? It should be! Perhaps
Austin and the Play Group formed such a circle!” -- Gian Mario Cazzaniga
(Torino), filosofo. Studia a Milano. Si laurea a Pisa con Massolo. Insegna
a Pisa. Quaderno Rosso. Il potere operaio. Funzione e conflitto. Forme e classi
nella teoria marxista dello sviluppo, Napoli, Liguori); La religione dei
moderni, Pisa, ETS); Metamorfosi della sovranità: fra stati nazionali e
ordinamenti giuridici mondiali. Società geografica italiana, Roma, Pisa, ETS);
La democrazia come sistema simbolico "Belfagor”; Le Muse in loggia.
Massoneria e letteratura nel Settecento (Milano, UNICOPLI); Storia d'Italia.
Annali: La Massoneria, Torino, Einaudi) Storia d'Italia. Annali 25: Esoterismo,
Torino, Einaudi). C., “Massoneria e letteratura: Dalla 'République des lettres'
alla lettera- tura nazionale,” in Le muse in Loggia, ed. C. et al. (Milan:
Unicopli), C., “Origine ed evoluzione dei rituali carbonari italiani,” in C.,
La Massoneria, Chi anche in questa fine di millennio continua a nutrire interesse
per la storia delle vicende umane, per la storia delle idee e dei tentativi
messi in atto per concretarle - soprattutto se le idee in questione sono quelle
di libertà, fraternità, uguaglianza - trova in libreria un testo di sicuro
interesse: “La religione dei moderni”. Convinto con Eraclito che per trovare
oro è necessario scavare molta terra, C. ha dissodato a fondo un terreno a
prima vista assai ingrato: l'arcipelago multiforme e delirante della massoneria
e delle sue sette. Il risultato è però la dimostrazione di come la nottola di
Minerva possa tornare con un bottino non solo erudito, ma capace anzi di
rinnovare la nostra stessa auto-comprensione spiccando con metodo il suo volo
anche sulle strane isole e penisole culturali in cui vivono illuminati,
teofilantropi, filaleti, U.S.D. (leggasi: Uomini Senza Dio) e come diavolo con
nome di rigenerazione si sono ribattezzati i mille e mille fratelli costruttori
decisi ad erigere una carcere per il vizio e un templi alla virtù. Tra loro
spiccano in ogni caso alcuni tra i massimi intellettuali italiani: e anche
Lessing, Herder, Goethe, a Mirabeau, Condorcet, Fichte, Heine. Chi indotto da
recenti vicende italiche rischiasse di confondere massoneria e piduismo, può
finalmente scoprire momenti e figure assai più nobili e rilevanti di questa
istituzione e apprende come nella loggia e nato praticamente ogni ideologia -
liberalismo, democrazia cristiana, comunismo... - risultati costituitivi della
modernità occidentale. A chi si chiedesse cosa e chi ha spinto allo studio dell'ambiente
massonico un intellettuale lucido, raffinato e dalla ben nota militanza nel
movimento operaio come C., il saggui non manca di rispondere. Da esso emerge
netta l'opzione per una filosofia curiosa dei luoghi storico-sociali capaci di
generare il nuovo e attenta ai valori della differenza, nutrita da quella
passione per le radici culturali del nostro mondo che già aveva indotto C. a
esplorare "Fin'amors e cortezia nella poesia trabadorica" quali
matrici dello "spirito laico". Nel caso attuale si aggiunge
un'indicazione di Marx che, in compagnia di Engels, criticava i
"critici-critici" tedeschi alla luce delle esperienze realizzate
della critica pratica del cervello sociale messo in moto dalla Rivoluzione
Francese. C. stesso segnala il debito con i dioscuri fondatori del moderno
partito politico di massa. Lo fa con ironica signorilità citando a conclusione
del commento su Bonneville le parole che hanno costituito l'input decisivo per
l'avvio di un'indagine che, partita dal Cercle social indicato dalle pagine
della Sacra Famiglia quale origine del "movimento rivoluzionario
moderno", si è poi allargata all'intero mondo delle logge rivelatosi uno
dei luoghi più fecondi dell'attività mito-poietica alla base della
"invenzione" del legame sociale, soprattutto allorquando i membri
dell'istituzione muratoria si sono fatti "massoneria pubblica",
identificando il luogo di rifondazione del legame sociale nel terreno
dell'attività politica organizzata. Fenomeno che abbraccia l'Europa e le due
Americhe, la massoneria si rivela uno dei più rilevanti tentativi moderni di
fornire risposta alla crisi aperta nel fondamento del legame sociale dalle
guerre di religione. Per molti cittadini della République des Lettres la
massoneria più che società segreta è infatti una società che tratta segreti,
terreno embrionale di una nuova possibile convivenza inter-umana, progetto e
luogo possibile di rifondazione di quel legame sociale posto in crisi dalla
nascita dell'individuo come nuovo protagonista spirituale della storia europea
e dalla distinzione tra religione naturale e religioni positive. Con le sue
radici giusnaturalistiche e neo-stoiche, dal mondo classico il progetto
massonico recupera anzitutto l'idea di cittadinanza, primo grande esperimento
riuscito di costruzione artificiale di un legame sociale ispirandosene per
costruire, nella situazione di crisi dell'ancien régime, un progetto analogo.
Collocandosi da questa prospettiva la ricerca di C. trascende ampiamente la
storiografia auto-celebrativa intra-massonica e illumina di nuova luce origine
e natura della politica, identificata, in sintonia con Giarrizzo, come una
“religione”. L'elezione del mondo delle logge massoniche quale oggetto di
analisi avviene cioè in base alla convinzione storica-teorica circa il loro
carattere di "laboratorio" di nuove forme del vivere associato,
anzitutto a proposito del vero opus magnum ch'esse hanno contribuito ad
edificare, ovvero la costruzione di quella forma politica, sostenuta da partiti
di massa, che fu lo stato-nazione d’Italia. Che poi la nottola filosofica
spicchi il suo volo in condizioni oggi hegelianamente ideali, al tramonto
dell'egemonia organizzativa, culturale e morale dei partiti politici di massa,
per oltre un secolo protagonisti della democrazia rappresentativa e di una vita
politica basata sulla cittadinanza, insieme al tempismo di C. è dimostrazione
di come la sua fedeltà al marxismo intelligente non abbia spedito in soffitta
neppure quell'Hegel che qui, insieme a Heine, ottiene il tributo di due
splendidi saggi. Oggi la storia ha cominciato un capitolo nuovo e l'autore non
ha dubbi che si stia voltando pagina. Non condivide però la convinzione che ciò
significhi fine della modernità. Se le crepe nella sovranità degli stati
nazionali pongono in crisi partiti e sindacati, ovvero "i legami sociali
artificiali sui cui la modernità ha costruito la propria storia", la
transizione in atto "lungi dall'essere una negazione dei principi
costitutivi della modernità, è in realtà "un'affermazione radicale di essa".
E la prospettiva indicata da Marx non è affatto radiata in secula seculorum
dalla storia. Il comunismo resta all'ordine del giorno, solo che se ne
riprospetti il nucleo vivo e fondamentale non costituito né dall'eguaglianza,
né dalla giustizia sociale, né tantomeno dal recupero di una dimensione
comunitaria solidaristica, ma dalla capacità progettuale collettiva, dal
controllo consapevole del ricambio con l'ambiente naturale, dalla possibilità
storica che si apre per la società e per i singoli, in rapporto alla
rivoluzione scientifica e tecnologica, di essere finalmente padroni del proprio
destino. Nessun dubbio per noi che qui l'impeccabile storico di questa
religione riveli la sua personale cifra ideologica e la passione per il
marxismo. E' l'unico luogo in cui la sua prosa, peraltro sobria, cede a frasi
fatte come la padronanza del destino. Una espressione, questa, inerente, più
che alla politica, a un ambito filosofico-esistenziale, a tematiche, cioè, con
cui questa religione deve forse ancora imparare a cimentarsi. THE MASCULINE CROSS t PHALLIC WORSHIP PHALLIC WORSHIP A DESCRIPTION OF
THE MYSTERIES OF THE SEX WORSHIP OF THE ANCIENTS WITH THE HISTORY OF THE
MASCULINE CROSS AN ACCOUNT OF PRIMITIVE SYMBOLISM, PHALLICISM, BACCHIC
FESTIVALS, SEXUAL RITES, AND THE MYSTERIES OF THE ANCIENT FAITHS LONDON. The
present somewhat slight sketch of a most interesting subject, whilst not
claiming entire originality, yet embraces the cream, so to speak, of various
learned works of great cost, some of which being issuedfor private circulation
only, are almost unobtainable. During the past few years several books have
been written upon Phallicism in conjunction with other kindred matters, but not
devoting themselves entirely to one ancient mystery, the writers have only
partially ventilated the subject. The present work seeks to obviate this
failing by confining its attention entirely to the Sex Worship or Phallicism of
the ancient world. Many of the topics have received only slight treatment,
being little more than indicated ; but the work will enable the reader to
understand and possess the truth concerning the Phallic Worship of the
Ancients. Those who desire to know more, or to authenticate the statements and
facts given in this book, should consult the large and important works of Payne
Knight, Higgins, Dulaure, Kolle, Inman, and other writers. It was intended to
give with this volume a list of works and miscellaneous pieces written on the
subject, but the length of the list prevented its being added. PHALLIC WORSHIP
NATURE AND SEX WORSHIP Sex Worship has prevailed among all peoples of ancient
times, sometimes contemporaneous and often mixed with Star, Serpent, and Tree
Worship. The powers of nature were sexualised and endowed with the same
feelings, passions, and performing the same functions as human beings. Among
the ancients, whether the Sun, the Serpent, or the Phallic Emblem was
worshipped, the idea was the same—the veneration of the generative principle.
Thus we find a close relationship between the various mythologies of the
ancient nations, and by a comparison of the creeds, ideas, and symbols, can see
that they spring from the same source, namely, the worship of the forces and
operations of nature, the original of which was doubtless Sun worship. It is
not necessary to prove that in primitive times the Sun must have been
worshipped under various names, and venerated as the Creator, Light, Source of
Life, and the Giver of Food. In the earliest times the worship of the
generative power was of the most simple and pure character, rude in manner,
primitive in form, pure in idea, the homage of man to the supreme power, the
Author of life. Afterwards the worship became more depraved, a religion of
feeling, sensuous bliss, corrupted by a priesthood who were not slow to take
advantage of this state of affairs, and inculcated with it profligate and
mysterious ceremonies, union of gods with women, religious prostitution and
other degrading rites. Thus it was not long before the emblems lost their pure
and simple meaning and became licentious statues and debased objects. Hence we
have the depraved ceremonies at the worship of Bacchus, who became, not only
the representative of the creative power, but the God of pleasure and
licentiousness. The corrupted religion always found eager votaries, willing to
be captives to a pleasant bondage by the impulse of physical bliss, as was the
case in India and Egypt, and among the Phoenicians, Babylonians, Jews and other
nations. Sex worship once personified became the supreme and governing deity,
enthroned as the ruling God over all; dissent therefrom was impious and
punished. The priests of the worship compelled obedience; monarchs complied to
the prevailing faith and became willing devotees to the shrines of Isis and
Venus on the one hand, and of Bacchus and Priapus on the other, by appealing to
the most animating passion of nature. This is the worship of the reproductive
powers, the sexual appointments revered as the emblems of the Creator. The one
male, the active creative power; the other the female or passive power ; ideas
which were represented by various emblems in different countries. These emblems
-were of a pure and sacred character, and used at a time when the prophets and
priests spoke plain speech, understood by a rude and primitive people ;
although doubtless by the common people the emblems were worshipped themselves,
even as at the.present day in Roman Catholic countries the more ignorant, in
many cases, actually worship the images and pictures themselves, while to the
higher and more intelligent minds they are only symbols of a hidden object of
worship. In the same manner, the concealed meaning or hidden truth was to the
ignorant and rude people of early times entirely unknown, while the priests and
the more learned kept studiously concealed the meaning of the ceremonies and
symbols. Thus, the primitive idea became mixed with profligate, debased
ceremonies, and lascivious rites, which in time caused the more pure part of
the worship to be forgotten. But Phallicism is not to be judged from these
sacred orgies, any more than Christianity from the religious excitement and
wild excesses of a few Christian sects during the Middle Ages. In a work on the
“ Worship of the Generative Powers during the Middle Ages,” the writer traces
the superstition westward, and gives an account of its prevalence throughout
Southern and Western Europe during that period. The worship was very prevalent
in Italy, and was invariably carried by the Romans into the countries they
conquered, where they introduced their own institutions and forms of worship.
Accordingly, in Britain have been found numerous relics and remains; and many
of our ancient customs are traced to a Phallic origin. “ When we cross over to
Britain,” says the writer, “ we find this worship established no less firmly and
extensively in that island; statuettes of Priapus, Phallic bronzes. pottery
covered with obscene pictures, are found wherever there are any extensive
remains of Roman occupation, as our antiquaries know well. The numerous Phallic
figures in bronze found in England are perfectly identical in character with
those that occur in France and Italy.” All antiquaries of any experience know
the great number of obscene subjects which are met with among the fine red
pottery which is termed Samian ware, found so abundantly in all Roman sites in
our island. “ They represent erotic scenes, in every sense of the word, with
figures of Priapus and Phallic emblems.” The Phallus, or Lingam, which stood
for the image of the male organ, or emblem of creation, has been worshipped
from time immemorial. Payne Knight describes it as of the greatest antiquity,
and as having prevailed in Egypt and all over Asia. The women of the former
country carried in their re¬ ligious processions, a movable Phallus of
disproportionate magnitude, which Deodorus Siculus informs us signified the
generative attribute. It has also been observed among the idols of the native
Americans and ancient Scandinavians, while the Greeks represented the Phallus
alone, and changed the personified attribute into a distinct deity, called
Priapus. Phallus, or privy member (membrum virile), signifies, “ he breaks
through, or passes into.” This word survives in German pfahl, and pole in
English. Phallus is supposed Phallic Worship ii to be of Phoenician origin, the
Greek word pallo, or phallo, “ to brandish preparatory to throwing a missile,”
is so near in assonance and meaning to Phallus, that one is quite likely to be
parent of the other. In Sanskrit it can be traced to phal, “ to burst,” “ to
produce,” “ to be fruitful ” ; then, again, phal is “ a ploughshare,” and is
also the name of Siva and Mahadeva, who are Hindu deities. Phallus, then, was
the ancient emblem of creation: a divinity who was companion to Bacchus. The
Indian designation of this idol was Lingam, and those who dedicated themselves
to its service were to observe inviolable chastity. “ If it were discovered,”
says Crawford, “ that they had in any way departed from them, the punishment is
death. They go naked, and being considered as sanctified persons, the women
approach without scruple, nor is it thought that their modesty should be
offended by it.” The Phallus and its emblems were representative of the gods
Bacchus, Priapus, Hercules, Siva, Osiris, Baal, and Asher, who were all Phallic
deities. The symbols were used as signs of the great creative energy or
operating power of God from no sense of mere animal appetite, but in the
highest reverence. Payne Knight, describing the emblems, says : Forms and
ceremonials of a religion are not always to be understood in their direct and
obvious sense, but are to be considered as symbolical representations of some
hidden meaning extremely wise and just, though the symbols themselves, to those
who know not their true signification, may appear in the highest degree absurd
and extravagant. It has often happened that avarice and superstition have
continued these symbolical representations for ages after their original
meaning has been lost and forgotten; they must, of course, appear nonsensical
and ridiculous, if not impious and extravagant. Such is the case with the rite
now under consideration, than which nothing can be more monstrous and indecent,
if considered in its plain and obvious meaning, or as part of the Christian
worship ; but which will be found to be a very natural symbol of a very natural
and philosophical system of religion, if considered according to its original
use and intention.” The natural emblems were those which from their character
were most suitable representatives; such as poles, pillars, stones, which were
sacred to Hindu, Egyptian, and Jewish divinities. Blavalsky gives an account of
the Bimlang Stone, to be found at Narmada and other places, which is sacred to
the Hindu deity Siva; these emblem stones were anointed, like the stone
consecrated by the Patriarch Jacob. Blavalsky further says that these stones
are “ identical in shape, meaning, and purpose with the * pillars ” set up by
the several patriarchs to mark their adoration of the Lord God. In fact, one of
these patriarchal lithoi might even now be carried in the Sivaitic processions
of Calcutta without its Hebrew derivation being suspected.”The Pole was an
emblem of the Phallus, and with the serpent upon it, was a representative of
its divine wisdom and symbol of life. The serpent upon the tree is the same in
character, both are representative of the tree of life. The story of Moses will
well illustrate this, when he erected in the wilderness this effigy, which
stood as a sign of hope and life, as the cross is used by the Catholics of the present
day ; the cross then, as now, being simply an emblem of the Creator, used as a
token of resurrection or regeneration. iEsculapius, as the restorer of health,
has a rod or Phallus with a serpent entwined. The Rev. M. Morris has shown that
the raising of the May-pole is of Phallic origin, the remains of a custom of
India or Egypt, and is typical of the fructifying powers of spring. The May
festival was carried on with great licentious¬ ness by the Romans, and was
celebrated by nearly all peoples as the month consecrated to Love. The May-day
in England was the scene of riotous enjoyment, very nearly approaching to the
Roman Floralia. No wonder the Puritans looked upon the May-pole as a relic of
Paganism, and in their writings may be gleaned much of the licentious character
of the festival. Philip Stubbes, a Puritan writer in the reign of Elizabeth,
thus describes a May-day in England: “ Every parishe, towne, and village
assemble themselves together, bothe men, women, and children, olde and younge
even indiffer¬ ently ; and either goyng all together, or devidyng themselves
into companies, they go some to the woods and groves, some to one place, some
to another, where thei spend all the night in pleasant pastymes; and in the
mornyng they returne, bryngyng with them birch bowes and branches of trees, to
deck their assemblies withall. But their cheerest jewell thei bryng from thence
is their Maie pole, whiche thei bryng home with great veneration, as thus :
thei have twentie or fortie yoke of oxen, every oxe havyng a sweet nosegaie of
flowers placed on the tippe of his homes, and these oxen drawe home this Maie
pole (this stinckyng idoll rather), which is covered all over with flowers and
hearbes, bound rounde aboute with strynges from the top to the bottome, and
sometyme painted with variable colours, with two or three hundred men, women,
and children, foliowyng it with great devotion. And thus beyng reared up, with
handekerchiefes and flagges streamyng on the top, thei strawe the grounde
aboute, binde greene boughes aboute it, sett up sommer haules, bowers, and
arbours hard by it. And then fall thei to banquet and feast, to leape and
daunce aboute it, as the heathen people did at the dedication of their idols,
whereof this is a perfect patterne, or rather the thyng itself.” The ceremony
was almost identical with the Roman festival, where the Phallus was introduced
with garlands. Both were attended with the same licentiousness, for Stubbes
gives a further account of the depravity attending the festivities. PILLARS Another
type of emblem was the stone pillar, remains of which still exist in the
British Isles. These pillars or so called crosses generally consist of a shaft
of granite with a carved head. In the West of England crosses are very common,
standing in the market and receiving the name of “ The Cross.” These stone
pillars were first erected in honour of the Phallic deity, and on the
introduction of Christianity were not destroyed, but consecrated to the new
faith, doubtless to honour the prejudices of the people. These monolisks abound
in the Highlands, they are stones set up on end, some twenty-four or thirty
feet high, others higher or lower and this sometimes where no such stones are
to be quarried. We learn that the Bacchus of the Thebans was a pillar. The
Assyrian Nebo was represented by a plain pillar, consecrated by anointing with
oil. Arnobius gives an account of this practice, as also does Theophrastus, who
speaks of it as a custom for a superstitious man, when he passed by these
anointed stones in the streets to take out a phial of oil and pour it upon them
and having fallen on his knees to make his adorations, and so depart. In
various parts of the Bible the Pillar is referred to as of a sacred character,
as in Isaiah xix. 19, 20, “In that day shall there be an altar to Jehovah in
the midst oi the land of Egypt, and a pillar at the border thereof to Jehovah,
and it should be for a sign and a witness to the Lord.” The Orphic Temples were
doubtless emblems of the same principle of the mystic faiths of the ancients,
the same as the Round Towers of Ireland, a history of which was collected by
O’Brien, who describes the Towers as “ Temples constructed by the early Indian
colonists of the country in honour of the 'Fructifying principle of nature,
emanating as was supposed from the Sun, or the deity of desire instrumental in
that principle of universal generativeness diffused throughout all
nature.”According to the same author these towers were very ancient, and of
Phoenician origin, as similar towers have been found in Phoenicia. “ The Irish
themselves,” says O’Brien, “ designated them ‘ Bail-toir,’ that is the tower of
Baal. Baal was the name of the Phallic deity, and the priest who attended them
* Aoi Bail-toir ’ or superinendent of Baal tower.” This Baal was worshipped
wherever the Phoenicians went, and was represented by a pillar or stone or
similar objects. The stone that Jacob set up, and anointed as a rallying place
for worship, became afterwards an object of worship to the Phoenicians. The
earliest navigators of the world were the Phoenicians, they founded colonies
and extended their commerce first to the isles of the Mediterranean, from
thence to Spain, and then to the British Isles. Historians have accorded to
them the settlements of the most remote localities. They formed settlements in
Cyprus, and Atticum, according to Josephus, was the principal settle¬ ment of
the Tyrians upon this island. Strabo’s testimony is, that the Phoenicians, even
before Homer, had possessed themselves of the best part of Spain. Where the
Phoenicians settled, there they introduced their religion, and it is in these
countries we find the remains of ancient stone and pillar worship. Loggin
stones are by Payne Knight considered as Phallic emblems. “ Their remains,” he
says, “ are still extant, and appear to have been composed of a crone set into
the ground, and another placed upon the point of it and so nicely balanced that
the wind could move it, though so ponderous that no human force, unaided by
machinery, can displace it; whence they are called * logging rocks * and *
pendre stones,’ as they were anciently * living stones ’ and * stones of God,’
titles which differ very little in meaning from that on the Tyrian coins.
Damascius saw several of them in the neighbourhood of Heliopolis or Baalbeck,
in Syria, particularly one which was then moved by the wind; and they are
equally found in the Western extremities of Europe and the Eastern extremities
of Asia, in Britain, and in China.” Bryant mentions it as very usual among the
Egyptians to place with much labour one vast stone upon another for a religious
memorial. Such immense masses, being moved by causes seeming so inadequate,
must naturally have conveyed the idea of spontaneous motion to ignorant
observers, and persuaded them that they were animated by an emanation of the
vital spirit, whence they were consulted as oracles, the responses of which
could always be easily obtained by interpreting the different oscillatory
movements into nods of approbation or dissent. Phallic emblems abounded at
Heliopolis in Syria, and many other places, even in modern times. A physician,
writing to Dr. Inman, says : “ I was in Egypt last winter (1865-66), and there
certainly are numerous figures of gods and kings, on the walls of the temple at
Thebes, depicted with the male genital erect. The great temple at Karnak is, in
particular, full of such figures, and the temple of Danclesa likewise, though
that is of much later date, and built merely in imitation of old Egyptian art.
The same inspiring bas-reliefs are pointed out by Ezek. B 14. I remember one
scene of a king (Rameses II) returning in triumph with captives, many of whom
were undergoing the process of castration.” Obelisks were also representative
of the same emblem. Payne Knight mentions several terminating in a cross, which
had exactly the appearance of one of those crosses erected in churchyards and
at cross roads for the adoration of devout persons, when devotions were more
prevalent than at present. Stones, pillars, obelisks, stumps of trees, upright
stones have all the same signification, and are means by which the male element
was symbolised. The Triune idea is to be found in the system of almost every
nation. All have their Trinity in Unity, three in one, which can be distinctly
recognised in the cross. The Triad is the male or triple, the constitution of
the three persons of most sacred Trinity forming the Triune system. In the
analysis of the subject by Rawlinson, we find the Trinity consisted of Asshur
or Asher, associated with Anu and Hea or Hoa. Asshur, the supreme god of the
Assyrians, represents the Phallus or central organ or the Linga, the membrum
virile. The cognomen Anu was given to the right testis, while that of Hea
designated the left. It was only natural that Asshur being deified, his
appendages should be deified also. “ Beltus,” says Inman, “ was the goddess
associated with them, the four together made up Arba or Arba-il, the four great
gods,” the Trinity in Unity. The idea thus broached receives great confirmation
when we examine the particular stress laid in ancient times respecting the
right and left side of the body in connection with the Triad names given to
offspring mentioned in the scriptures with the titles given to Anu and Hea. The
male or active principle was typified by the idea of “solidity ” and “
firmness,” and the females or passive by the principles of “ water,” “ soft¬
ness,” and other feminine principles. Thus the goddess Hea was associated with
water, and according to Forlong, the Serpent, the ruler ot the Abyss, was
sometimes repre¬ sented to be the great Hea, without whom there was no creation
or life, and whose godhead embraced also the female element water. Rawlinson
also gives a similar conclusion, and states as far as he could determine the
third divinity or left side was named Hea, and he considered this deity to
correspond to Neptune. Neptune was the presiding deity of the deep, ruler of
the abyss, and king of the rivers. As Darwin and his coadjutors teach, mankind,
in common with all animal life, originally sprung from the sea ; so physiology
teaches that each individual had origin in a pond of water. The fruit of man is
both solid and fluid. It was natural to imagine that the two male appendages
had a distinct duty, that one formed the infant, the other water in which it
lived, that one generated the male, the other the female offspring; and the
inference was then drawn that water must be feminine, the emblem of all
possible powers of creation. It will be seen that the names and signification
of the gods and their attributes had no ideal meaning. Thus in Genesis xxx. 13,
we find Asher given as a personality, which signifies “ to be straight,” “
upright,” “ fortunate,” “ happy.” Asher was the supreme god of the Assyrians,
the Vedic Mahadeva, the emblem of the human male structure and creative energy.
The same idea of the creator is still to be seen in India, Egypt, Phoenicia,
the Mediterranean, Europe, and Denmark, depicted on stone relics. To a rude and
ignorant people, enslaved with such a religion, it was an easy step from the
crude to the more refined sign, from the offensive to a more pictured and less
obnoxious symbol, from the plain and self-evident to the mixed, disguised, and
mystified, from the unclothed privy member to the cross. THE CROSS The Triad,
or Trinity, has been traced to Phoenicia, Egypt, Japan, and India; the triple
deities Asshur, Anu, and Hea forming the “ tau.” This mark of the Christians,
Greeks, and Hebrews became the sign or type of the deities representing the
Phallic trinity, and in time became the figure of the cross. It is remarked by
Payne Knight that “ The male organs of generation are sometimes found
represented by signs of the same sort, which properly should be called the
symbol of symbols. One of the most remarkable of these is a cross, in the form
of the letter (T), which thus served as the emblem of creation and generation
before the Church adopted it as a sign of salvation.” Another writer says, “
Reverse the position of the triple deities Asshur, Anu, Hea, and we have the
figure of the ancient c tau ’ of the Christians, Greeks, and ancient Hebrews.
It is one of the oldest conventional forms of the cross. It is also met with in
Gallic, Oscan, Arcadian, Etruscan, original Egyptian, Phoenician, Ethiopic, and
Pelasgian forms. The Ethiopic form of the * tau ’ is the exact prototype and
image of the cross, or rather, to state the fact in order of merit and time,
the cross is made in the exact image of the Ethiopic * tau.’ The fig-leaf,
having three lobes to it, became a symbol of the triad. As the male genital
organs were held in early times to exemplify the actual male creative power,
various natural objects were seized upon to express the theistic idea, and at
the same time point to those parts of the human form. Hence, a similitude was
recognised in a pillar, a heap of stones, a tree between two rocks, a club
between two pine cones, a trident, a thyrsus tied round with two ribbons with
the two ends pendant, a thumb and two fingers, the caduceus. Again, the
conspicuous part of the sacred triad Asshur is symbolised by a single stone
placed upright—the stump of a tree, a block, a tower, spire, minaret, pole,
pine, poplar, or palm tree, while eggs, apples, or citrons, plums, grapes, and
the like represented the remaining two portions, altogether called Phallic
emblems. Baal-Shalisha is a name which seems designed to perpetuate the triad,
since it signifies * my Lord the Trinity,’ or * my God is three.’ ” We must not
omit to mention other Phallic emblems, such as the bull, the ram, the goat, the
serpent, the torch, fire, a knobbed stick, the crozier; and still further per¬
sonified, as Bacchus, Priapus, Dionysius, Hercules, Hermes, Mahadeva, Siva,
Osiris, Jupiter, Moloch, Baal, Asher, and others. If Ezekiel is to be credited,
the triad, T, as Asshur, Anu, and Hea, was made of gold and silver, and was in
his day not symbolically used, but actually employed; for he bluntly says “
whoredom was committed with the images of men,” or, as the marginal note has
it, images of “ a male ” (Ezek. xvi. 17). It was with this god-mark —a cross in
the form of the letter T—that Ezekiel was directed to stamp the foreheads of
the men of Judata who feared the Lord (Ezek. ix. 4). That the cross, or
crucifix, has a sexual origin we determine by a similar rule of research to
that by which comparative anatomists determine the place and habits of an
animal by a single tooth. The cross is a metaphoric tooth which belongs to an
antique religious body physical, and that essentially human. A study of some of
the earliest forms of faith will lift the veil and explain the mystery. India,
China, and Egypt have furnished the world with a genus of religion. Time and
culture have divided and modified it into many species and countless varieties.
However much the imagination was allowed to play upon it, the animus of that
religion was sexuality—worship of the generative principle of man and nature,
male and female. The cross became the emblem of the male feature, under the
term of the triad —three in one. The female was the unit ; and, joined to the
male triad, con¬ stituted a sacred four. Rites and adoration were sometimes
paid to the male, sometimes to the female, or to the two in one. So great was
the veneration of the cross among the ancients that it was carried as a Phallic
symbol in the religious processions of the Egyptians and Persians. Higgins also
describes the cross as used from the earliest times of Paganism by the
Egyptians as a banner, above which was carried the device of the Egyptian
cities. The cross was also used by the ancient Druids, who held it as a sacred
emblem. In Egypt it stood for the significa¬ tion of eternal life. Schedeus
describes it as customary for the Druids “ to seek studiously for an oak tree,
large and handsome, growing up with two principal arms in the form of a cross,
besides the main stem upright. If the two horizontal arms are not sufficiently
adapted to the figure, they fasten a cross-beam to it. This tree they
consecrate in this manner: Upon the right branch they cut in the bark, in fair
characters, the word ‘ Hesus ’; upon the middle, or upright stem, the word ‘
Taranius ’; upon the left branch ‘ Belenus ’; over this, above the going off of
the arms, they cut the name of the god Thau ; under all, the same repeated,
Thau.” YONI There is in Hindostan an emblem of great sanctity, which is known
as the “ Linga-Yoni.” It consists of a simple pillar in the centre of a figure
resembling the outline of a conical ear-ring. It is expressive of the female
genital organ both in shape and idea. The Greek letter “ Delta ” is also
expressive of it, signifying the door of a house. Yoni is of Sanskrit origin.
Yanna, or Yoni, means (1) the vulva, (2) the womb, (3) the place of birth, (4)
origin, (5) water, (6) a mine, a hole, or pit. As Asshur and Jupiter were the
representatives of the male potency, so Juno and Venus were representatives of
the female attribute. Moore, in his “ Oriental Fragments,” says : “ Oriental
writers have generally spelled the word, * Yoni,’ which I prefer to write ‘
IOni.’ As Lingam was the vocalised cognomen of the male organ, or deity, so
IOni was that of hers.” Says R. P. Knight: “ The female organs of generation
were revered as symbols of the generative powers of nature or of matter, as
those of the male were of the generative powers of God. They are usually
represented emblematically by the shell Concoa Veneris, which was therefore
worn by devout persons of antiquity, as it still continues to be by the
pilgrims of many of the common people of Italy ” (“ On the worship of Priapus,”
p. 28). If Asshur, the conspicuous feature of the male Creator, is supplied
with types and representative figures of himself, so the female feature is
furnished with substitutes and typical imagery of herself. One of these is
technically known as the sistrum of Isis. It is the virgin’s symbol. The bars
across the fenestrum, or opening, are bent so that they cannot be taken out,
and indicate that the door is closed. It signifies that the mother is still
virgo intacta —a truly immaculate female—if the truth can be strained to so
denominate a mother. The pure virginity of the Celestial Mother was a tenet of
faith for 2,000 years before the accepted Virgin Mary now adored was born. We
might infer that Solomon was acquainted with the figure of the sistrum, when he
said, “ A garden enclosed is my spouse, a spring shut up, a fountain sealed ”
(Song of Sol.). The sistrum, we are told, was only used in the worship of Isis,
to drive away Typhon (evil). The Argha is a contrite form, or boat-shaped dish
or plate used as a sacrificial cup in the worship of Astarte, Isis, and Venus.
Its shape portrays its own significance. The Argha and crux ansata were often
seen on Egyptian monuments, and yet more frequently on bas-reliefs. Equivalent
to Iao, or the Lingam, we find Ab, the Father, the Trinity; Asshur, Anu, Hea,
Abraham, Adam, Esau, Edom, Ach, Sol, Helios (Greek for Sun), Dionysius,
Bacchus, Apollo, Hercules, Brahma, Vishnu, Siva, Jupiter, Zeus, Aides, Adonis,
Baal, Osiris, Thor, Oden; the cross, tower, spire, pillar, minaret, tolmen, and
a host of others ; while the Yoni was represented by IO, Isis, Astarte, Juno,
Venus, Diana, Artemis, Aphrodite, Hera, Rhea, Cybele, Ceres, Eve, Frea, Frigga
; the queen of Heaven, the oval, the trough, the delta, the door, the ark, the
ship, the chasm, a ring, a lozenge, cave, hole, pit. Celestial Virgin, and a
number of other names. Lucian, who was an Assyrian, and visited the temple of
Dea Syria, near the Euphrates, says there are two Phalli standing in the porch
with this inscription on them, “ These Phalli I, Bacchus, dedicate to my
step-mother Juno.” The Papal religion is essentially the feminine, and built on
the ancient Chaldean basis. It clings to the female element in the person of
the Virgin Mary. Naphtali (Gen. xxx. 8) was a descendant of such worshippers,
if there be any meaning in a concrete name. Bear in mind, names and pictures
perpetuate the faith of many peoples. Neptoah is Hebrew for “ the vulva,” and,
A 1 or El being God, one of the unavoidable renderings of Naphtali is “ the
Yoni is my God,” or “ I worship the Celestial Virgin.” The Philistine towns
generally had names strongly connected with sexual ideas. Ashdod, aisb or esb,
means “ fire, heat,” and dod means “ love, to love,” “ boiled up,” “ be
agitated,” the whole signifying “ the heat of love,” or “ the fire which impels
to union.” Could not those people exclaim . Our “ God is love ” ? (i John iv.
8). The amatory drift of Solomon’s song is undisguised. 26 Phallic Worship
though the language is dressed in the habiliments of seem¬ ing decency. The
burden of thought of most of it bears direct reference to the Linga-Yoni. He
makes a woman say, “ He shall lie all night betwixt my breasts ” (S. of S.).
Again, of the Phallus, or Linga, she says, “I will go up the palm-tree, I will
take hold of the boughs thereof”. Palm-tree and boughs are euphemisms of the
male genitals. The nations surrounding the Jews practising the Phallic rites
and worshipping the Phallic deities, it is not to be supposed that the Jews
escaped their influence. It is indeed certain that the worship of the Phallics
was a great and important part of the Hebrew worship. This will be the more
plainly seen when we bear in mind the importance given to circumcision as a
covenant between God and man. Another equally suggestive custom among the
Patriarchs was the act of taking the oath, or making a sacred promise, which is
commented upon by Dr. Ginsingburg in Kitto’s Cyclopedia. He says : “ Another
primitive custom which obtained in the patriarchal age was, that the one who
took the oath put his hand under the thigh of the adjurer (Gen. xxiv. 2, and
xlvii. 29). This practice evidently arose from the fact that the genital
member, which is meant by the euphe¬ mistic expression thigh, was regarded as
the most sacred part of the body, being the symbol of union in the tenderest
relation of matrimonial life, and the seat whence all issue proceeds and the
perpetuity so much coveted by the ancients. Compare Gen. xlvi. 26; Exod. i. 5 ;
Judges vii. 30. Hence the creative organ became the symbol of the Creator, and
the object of worship among all nations of antiquity. It is for this reason
that God claimed it as a sign of the covenant between himself and his chosen
people in the rite of circumcision. Nothing therefore could render the oath
more solemn in those days than touching the symbol of creation, the sign of the
covenant, and the source of that issue who may at any future period avenge the
breaking a compact made with their progenitor.” From this we learn that
Abraham, himself a Chaldee, had reverence for the Phallus as an emblem of the
Creator. We also learn that the rite of circumcision touches Phallic or
Lingasic worship. From Herodotus we are informed that the Syrians learned
circumcision from the Egyptians, as did the Hebrews. Says Dr. Inman: “I do not
know anything which illustrates the difference between ancient and modern times
more than the frequency with which circumcision is spoken of in the sacred
books, and the carefulness with which the subject is avoided now.” The
mutilation of male captives, as practised by Saul and David, was another custom
among the worshippers of Baal, Asshur, and other Phallic deities. The practice
was to debase the victims and render them unfit to take part in the worship and
mysteries. Some idea can be formed of the esteem in which people in former
times cherished the male or Phallic emblems of creative power when we note the
sway that power exercised over them. If these organs were lost or disabled, the
unfortunate one was unfitted to meet in the congregation of the Lord, and
disqualified to minister in the holy temples. Excessive 28 Phallic Worship
punishment was inflicted upon the person who had the temerity to injure the
sacred structure. If a woman were guilty of inflicting injury, her hand was cut
off without pity (Deut.). The great object of veneration in the Ark of the
Covenant was doubtless a Phallic emblem, a symbol of the preservation of the
germ of life. In the historical and prophetic books of the Old Testament we
have repeated evidence that the Hebrew worship was a mixture of Paganism and
Judaism, and that Jehovah was worshipped in connection with other deities.
Hezekiah is recorded in 2 Kings xviii. 3, to have removed the high places, and
broken the images, and cut down the groves (Ashera), and broken in pieces the
brazen serpent that Moses had made, for unto those days the children of Israel
did burn incense to it.” The Ashera, or sacred groves here alluded to are named
from the goddess Ashtaroth, which Dr. Smith describes as the proper name of the
goddess ; while Ashera is the name of the image of the goddess. Rawlinson, in
his Five Great Monarchies of the Ancient World, describes Ashera to imply something
that stood straight up, and probably its essential element was the stem of a
tree, an analogy suggestive of the Assyrian emblem of the Tree of Life of the
Scriptures. This stem, which stood for the emblem of life, was probably a
pillar, or Phallus, like the Lingi of the Hindus, sometimes erected in a grove
or sacred hollow, signifying the Yoni and Lingi. We read in 2 Kings xxi. 7,
that Manasseh “ set up a graven image in the grove,” and, according to Dr.
Oort, the older reading is in 2 Chron. xxxiii. 7, 15, where it is an image or
pillar. During the reigns of the Jewish kings, the worship of Baal, the Priapus
of the Greeks and Romans, Phallic Worship 2 9 was extensively practised by the
Jews. Pillars and groves were reared in his name. In front of the Temple of
Baal, in Samaria, was erected an Ashera (i Kings xvi. 31, 32) which even
survived the temple itself, for although Jehu destroyed the Temple of Baal, he
allowed the Ashera to remain (2 Kings x. 18, 19; xiii. 6). Bernstein, in an
important work on the origin of the legends of Abraham, Isaac, and Jacob,
undoubtedly proves that during the monarchial period of Israel, the sanguinary
wars and violent conflicts between the two kingdoms of Judah and Israel were
between the Elohistic and Jehovahic faiths, kept alive by the priesthood at the
chief places of worship, concerning the true patriarch, and each party
manufacturing and inserting legends to give a more ancient and important part
to its own faith. It is not at all improbable that the conflict was between the
two portions of the Phallic faith, the Lingam and Yoni parties. The cause of
this conflict was the erection of the consecrated stones or pillars which were
put up by the Hebrews as objects of Divine worship. The altar erected by Jacob
at Bethel was a pillar, for according to Bernstein the word altar can only be
used for the erection of a pillar. Jacob likewise set up a Matzebah, or pillar
of stone, in Gilead, and finally he set one up upon the tomb of Rachel. A great
portion of the facts have been suppressed by the translators, who have given to
the world histories which have glossed over the ancient rites and practices of
the Jews. An instance is given by Forlong on the important word “ Rock or
Stone,” a Phallic emblem to which the Jews addressed their devotions. He says,
“ It should not be, but I fear it is, necessary to explain to mere English
readers of the Old Testament that the Stone or Rock Tsur was the real old god
of all Arabs, Jews, and Phoenicians, that this would be clear to Christians were
the Jewish writings translated according to the first ideas of the people and
Rock used as it ought to be, instead of ‘ God,’ * Theos,’ £ Lord,’ etc., being
written where Tsur occurs . Numerous instances of this are given in Dr. Ort’s
worship of Baal in Israel, where praises, addresses, and adorations are
addressed to the Rock, instance, Deut. xxxii. 4, 18. Stone pillars were also
used by the Hebrews as a memorial of a sacred covenant, for we find Jacob
setting up a pillar as a witness, that he would not pass over it. Connected
with this pillar worship is the ceremony of anointing by pouring oil upon the
pillar, as practised by Jacob at Bethel. According to Sir W. Forbes, in his
Oriental Memoirs, the “pouring of oil upon a stone is practised at this day
upon many a shapeless stone throughout Hindostan.” Toland gives a similar
account of the Druids as practising the same rite, and describes many of the
stones found in England as having a cavity at the top made to receive the
offering. The worship of Baal like the worship of Priapus was attended with
prostitution, and we find the Jews having a similar custom to the Babylonians.
Payne Knight gives the following account of it in his work: “ The women of
every rank and condition held it to be an indispensable duty of religion to
prostitute themselves once in their lives in her temple to any stranger who
came and offered money, which, whether little or much, was accepted, and
applied to a sacred purpose. Women sat in the temple of Venus awaiting the
selection of the stranger, who had the liberty of choosing whom he liked. A
woman once seated must remain until she has been selected by a piece of silver
being cast into her lap, and the rite performed outside the temple.” Similar
customs existed in Armenia, Phrygia, and even in Palestine, and were a feature
of the worship of Baal Peor. The Hebrew prophets described and denounced these
excesses which had the same characteristics as the rites of the Babylonian
priesthood. The identical custom is referred to in i Sam. ii. 22, where “ the
sons of Eli lay with the women that assembled at the door of the tabernacle of
the congregation.” Words and history corroborate each other, or are apt to do
so if contemporaneous. Thus kadesh, or kaesh, designate in Hebrew “ a
consecrated one,” and history tells the unworthy tale in descriptive plainness,
as will be shown in the sequel. That the religion was dominating and imperative
is determined by Deut. xvii. 12, where presumptuous refusal to listen to the
priest was death to the offender. To us it is inconceivable that the indulgence
of passion could be associated with religion, but so it was. Much as it is
covered over by altered words and substituted expressions in the Bible—an
example of which see men for male organ, Ezek. xvi. 17—it yet stands out
offensively bold. The words expressive of “ sanctuary,” “ conse¬ crated,” and “
Sodomite,” are in the Hebrew essentially the same. They indicate the passion of
amatory devotion. It is among the Hindus of to-day as it was in Greece and
Italy of classic times ; and we find that “ holy women ” is a title given to
those who devote their bodies to be used for hire, the price of which hire goes
to the service of the temple. As a general rule, we may assume that priests who
make or expound the laws, which they declare to be from God, are men, and,
consequently, through all time, have thought, and do think, of the
gratification of the masculine half of humanity. The ancient and modern
Orientals are not exceptions. They lay it down as a momentous fact that virginity
is the most precious of all the possessions of a woman, and, being so, it
ought, in some way or other, to be devoted to God. Throughout India, and also
through the densely inhabited parts of Asia, and modern Turkey there is a class
of females who dedicate themselves to the service of the deity whom they adore;
and the rewards accruing from their prostitution are devoted to the service of
the temple and the priests officiating therein. The temples of the Hindus in
the Dekkan possessed their establishments. They had bands of consecrated
dancing-girls called the Women of the Idol, selected in their infancy by the
priests for the beauty of their persons, and trained up with every elegant
accomplishment that could render them attractive. We also find David and the
daughters of Shiloh per¬ forming a wild and enticing dance ; likewise we have
the leaping of the prophets of Baal. It is again significant that a great
proportion of Bible names relate to " divine,” sexual, generative, or
creative power; such as Alah, “ the strong one” ; Ariel, “ the strong Jas is El”
; Amasai, “ Jah is firm ” ; Asher, “ the male ” or “ the upright organ ” ;
Elijah, “ El is Jah ” ; Eliab, “ the strong father ” ; Elisha, “ El is upright
” ; Ara, “ the strong one,” “ the hero ” ; Aram, “ high,” or, “ to be uncovered
” ; Baal Shalisha, “ my Lord the trinity,” or “ my God is three ” ; Ben-zohett,
“ son of firmness ” ; Camon, “the erect One ”; Cainan, “he stands upright” ;
these are only a few of the many names of a similar signification. It will be
seen, from what has been given, that the Jews, like the Phoenicians (if they
were not the same), had the same ceremonies, rites, and gods as the surrounding
nations, but enough has been said to show that Phallic worship was much
practised by the Jews. It was very doubtful whether the Jehovah-worship was not
of a monotheistic character, but those who desire to have a further insight
into the mysteries of the wars between the tribes should consult Bernstein’s
valuable work. EARTH MOTHER The following interesting chapter is taken from a
valuable book issued a few years ago anonymously : “ Mother Earth ” is a
legitimate expression, only of the most general type. Religious genius gave the
female quality to the earth with a special meaning. When once the idea obtained
that our world was feminine, it was easy to induce the faithful to believe that
natural chasms were typical of that part which characterises woman. As at birth
the new being emerges from the mother, so it was supposed that emergence from a
terrestrial cleft was equivalent to a new birth. In direct proportion to the
resemblance between the sign and the thing signified was the sacredness of the
chink, and the amount of virtue which was imparted by passing through it. From
natural caverns being considered holy, the veneration for apertures in stones,
as being equally symbolical, was a natural transition. Holes, such as we refer
to, are still to be seen in those structures which are called Druidical, both
in the British Isles and in India. It is impossible to say when these first
arose; it is certain that they survive in India to this day. We recognise the
existence of the emblem among the Jews in Isaiah li. i, in the charge to look “
to the hole of the pit whence ye are digged.” We have also an indication that
chasms were symbolical among the same people in Isaiah lvii. 5, where the
wicked among the Jews were described as “ inflaming themselves with idols under
every green tree, and slaying the children in the valleys under the clefts of
the rocks.” It is possible that the “ hole in the wall ” (Ezek. viii. 7) had a
similar signification. In modern Rome, in the vestibule of the church close to
the Temple of Vesta, I have seen a large perforated stone, in the hole of which
the ancient Romans are said to have placed their hands when they swore a solemn
oath, in imitation, or, rather, a counterpart, of Abraham swearing his servant
upon his thigh—that is the male organ. Higgins dwells upon these holes, and
says: These stones are so placed as to have a hole under them, through which
devotees passed for religious purposes. There is one of the same kind in
Ireland, called St. Declau’s stone. In the mass of rocks at Bramham Crags there
is a place made for the devotees to pass through. We read in the accounts of
Hindostan that there is a very celebrated place in Upper India, to which
immense numbers of pilgrims go, to pass through a place in the mountains called
“ The Cow’s Belly.” In the Island of Bombay, at Malabar Hill, there is a rock
upon the surface of which there is a natural crevice, which communicates with a
cavity opening below. This place is used by the Gentoos as a purification of
their sins, which they say is effected by their going in at the opening below,
and emerging at the cavity above—“ born again.” The ceremony is in such high
repute in the neighbouring countries that the famous Conajee Angria ventured by
stealth, one night, upon the Island, on purpose to perform the ceremony, and
got off undiscovered. The early Christians gave them a bad name, as if from
envy; they called these holes “ Cunni Diaboli ” ( Anacalypsis). The Romans call
the feasts of Bacchus, Bacchanalia and Liberalia, because Bacchus and Liber,
while two names for the same god, the festivals were celebrated at different
times and in a somewhat different manner. The Liberalia is celebrated on the
17th of March, with the most licentious gaiety, when an image of a Phallus is
carried openly in triumph. These festivities are more particularly celebrated
among the rural or agricultural population, who, when the preparatory labour of
the agriculturist is over, celebrate with joyful activity Nature’s reproductive
powers, which in due time is to bring forth the fruits. During the festival, a
car containing a huge phallus is drawn along accompanied by its worshippers,
who indulge in rather obscene songs and dances of wild and extravagant
character. The gravest and proudest matron suddenly lays aside her decency and
runs screaming among the woods and hills half-naked, with dishevelled hair,
interwoven with which were pieces of ivy or vine. The Bacchanalian feasts are
celebrated in the latter part of October when the harvest is completed. Wine
and figs are carried in the procession of the Bacchants, and lastly come the
Phalli, followed by honourable virgins, called canephora, who carry baskets of
fruit. These were followed by a company of men who carry poles, at the end of
which are figures representing the organ of generation. The men sing the
Phallica and are crowned with violets and ivy, and have their faces covered
with other kinds of herbs. These are followed by some dressed in women’s
apparel, striped with white, reaching to their ancles, with garlands on their
heads, and wreaths of flowers in their hands, imitating by their gestures the
state of inebriety. The priestesses run in every direction shouting and
screaming, each with a thyrsus in their hands. Men and women all intermingle,
dancing and frolicking with suggestive gesticulations. Deodorus says the
festivals are carried into the night, and it is then frenzy reaches its height.
Deodorus says, “ In performing the solemnity virgins carry the thyrsus, and run
about frantic, halloing ‘ Evoe ’ in honour of the god; then the women in a body
offer the sacrifices, and roar out the praises of Bacchus in song as if he were
present, in imitation of the ancient Mamades, who accompanied him.” These
festivities are carried into the night, and as the celebrators become heated
with wine, they degenerate into extreme licentiousness. Similar enthusiastic
frenzy is exhibited at the Lupercalian Feasts instituted in honour of the god
Pan (under the shape of a Goat) whose priests, according to Owen in his Worship
of Serpents, on the morning of the Feast run naked through the streets,
striking the women they met on the hands and belly, which is held as an omen
promising fruitfulness. The nymphs performing the same ostentatious display as
the Bacchants at the festival of Bacchanalia. The festival of Venus is
celebrated towards the beginning of April, and the Phallus is again drawn in a
car, followed by a procession of Roman women to the temple of Venus. Says a
writer, “ The loose women of the town and its neighbourhood, called together by
the sounding of horns, mix with the multitude in perfect nakedness, and excite
their passions with obscene motions and language until the festival ends in a
scene of mad revelry, in which all restraint is laid aside.” It is said that
these festivals take their rise from Egypt, from whence they were brought into
Greece by Metampus, where the triumph of Osiris was celebrated with secret
rites, and from thence the Bacchanals drew their original; and from the feasts
instituted by Isis came the orgies of Bacchus. It seems not at all improbable that
the deities wor¬ shipped by the ancient Britons and the Irish, were no other
then the Phallic deities of the ancient Syrians and Greeks, and also the Baal
of the Hebrews. Dionysius Periegites, who lived in the time of Augustus Caesar,
states that the rites of Bacchus were celebrated in the British Isles ; while
Strabo, who lived in the time of Augustus and Tiberius, asserts that a much
earlier writer described the worship of the Cabiri to have come originally from
Phoenicia. Higgins, in his History of the Druids, says, the supreme god above
the rest was called Seodhoc and Baal. The name of Baal is found both in Wales,
Gaul, and Germany, and is the same as the Hebrew Baal. The same god, according
to O’Brien, was the chief deity of the Irish, in whose honour the round towers
were erected, which structures the ancient Irish themselves designated
Bail-toir, or the towers of Baal. In Numbers, xxii, will be found a mention of
a similar pillar consecrated to Baa]. Many of the same customs and
superstitions that existed among the Druids and ancient Irish, will likewise be
found among the Israelites. On the first day of May, the Irish made great fires
in honour of Baal, likewise offering him sacrifices. A similar account is given
of a custom of the Druids by Toland, in an account of the festival of the fires
; he says : on May-day eve the Druids made prodigious fires on these earns,
which being everyone in sight of some other, could not but afford a glorious
show over a whole nation.” These fires are said to be lit even to the present
day by the Aboriginal Irish, on the first of May, called by them Bealtine, or
the day of Belan’s fire, the same name as given them in the Highlands of
Scotland. A similar practice to this will be noticed as mentioned in the II
Book of Kings, where the Canaanites in their worship of Baal, are said to have
passed their children through the fire of Baal, which seems to have been a
common practice, as Ahaz, King of Israel, is blamed for having done the same
thing. Higgins in his Anacalypsis, says this super¬ stitious custom still
continues, and that on “ particular days great fires are lighted, and the
fathers taking the children in their arms, jump or run through them, and thus
pass their children through them; they also light two fires at a little
distance from each other, and drive their cattle between them.” It will be
found on reference to Deuteronomy, that this very practice is specially for¬
bidden. In the rites of Numa, we have also the sacred fire of the Irish; of St.
Bridget, of Moses, of Mithra, and of India, accompanied with an establishment
of nuns or vestal virgins. A sacred fire is said to have been kept burning by
the nuns of Kildare, which was established by St. Bridget. This fire was never
blown with the mouth, that it might not be polluted, but only with bellows;
this fire was similar to that of the Jews, kept burning only with peeled wood,
and never blown with the mouth. Hyde describes a similar fire which was kept
burning in the same way by the ancient Persians, who kept their sacred fire fed
with a certain tree called Hawm Mogorum; and Colonel Vallancey says the sacred
fire of the Irish was fed with the wood of the tree called Hawm. Ware, the
Romish priest, relates that at Kildare, the glorious Bridget was rendered
illustrious by many miracles, amongst which was the sacred fire, which had been
kept burning by nuns ever since the time of the Virgin. The earliest sacred
places of the Jews were evidently sacred stones, or stone circles, succeeded in
time by temples. These early rude stones, emblems of the Creator, were erected
by the Israelites, which in no way differed from the erections of the Gentiles.
It will be found that the Jews to commemorate a great victory, or to bear
witness of the Lord, were all signfied by stones : thus, Joshua erected a stone
to bear witness ; Jacob put up a stone to make a place sacred ; Abel set up the
same for a place of worship; Samuel erected a stone as a boundary, which was to
be the token of an agreement made in the name of God. Even Maundrel in his
travels names several that he saw in Palestine. It is curious that where a
pillar was erected there, sometime after, a temple was put up in the same
manner that the Round Towers of Ireland were,—always near a church, but never
formed part of it. We find many instances in the Scriptures of the erection of
a number of stones among the early Israelites, which would lead us to conclude
that it was not at all unlikely that the early places of worship among them,
were similar to the temples found in various parts of Great Britain and
Ireland. It is written in Exodus xxiv. 4, that Moses rose up early in the
morning, and builded an altar under the hill, and twelve pillars, according to
the twelve tribes of Israel, were erected. It is also given out that when the
children of Israel should pass over the Jordan, unto the land which the Lord
giveth them, they should set up great stones, and plaster them with plaster,
and also the words of the law were to be written thereon. In many other places
stones were ordered to be set up in the name of the Lord, and repeated instances
are given that the stones should be twelve in number and unhewn. Stone temples
seem to have been erected in all countries of the world, and even in America,
where, among the early American races are to be found customs, superstitions,
and religious objects of veneration, similar to the Phoenicians. An American
writer says:—“ There is sufficient evidence that the religious customs of the
Mexicans, Peruvians and other American races, are nearly identical with those
of the ancient Phoenicians. . . . We moreover discover that many of their
religious terms have, etymologically, the same origin.” Payne Knight, in his
Worship of Priapus, devotes much of his work to show that the temples erected
at Stonehenge and other places, were of a Phoenician origin, which was simply a
temple of the god Bacchus. Of all the nations of antiquity the Persians were
the most simple and direct in the worship of the Creator. They were the
puritans of the heathen world, and not only rejected all images of God and his
agents, but also temples and altars, according to Herodotus, whose authority we
prefer to any other, because he had an opportunity of conversing with them
before they had adopted any foreign superstitions. As they worshipped the
ethereal fire without any medium of personification or allegory, they thought
it unworthy of the dignity of the god to be represented by any definite form,
or circumscribed to any particular place. The universe was his temple, and the
all-pervading element of fire his only symbol. The Greeks appear originally to
have held similar opinions, for they were long without statues and Pausanias
speaks of a temple at Siciyon, built by Adrastus—who lived in an age before the
Trojan war— which consisted of columns only, without wall or roof, like the Celtic
temples of our northern ancestors, or the Phyroetheia of the Persians, which
were circles of stones in the centre of which was kindled the sacred fire, the
symbol of the god. Homer frequently speaks of places of worship consisting of
an area and altar only, which were probably enclosures like those of the
Persians, with an 42 Phallic Worship altar in the centre. The temples dedicated
to the creator Bacchus, which the Greek architects called kypcethral, seem to
have been anciently of this kind, whence probably came the title (“ surround
with columns ”) attributed to that god in the Orphic litanies. The remains of
one of these are still extant at Puzznoli, near Naples, which the inhabitants
call the temple of Serapis ; but the ornaments of grapes, vases, etc., found
among the ruins, prove it to have been of Bacchus. Serapis was indeed the same
deity worshipped under another form, being usually a personification of the
sun. The architecture is of the Roman times ; but the ground plan is probably
that of a very ancient one, which this was made to replace—for it exactly
resembles that of a Celtic temple in Zeeland, published in Stukeley’s
Itinerary. The ranges of square buildings which enclose it are not properly
parts of the temple, but apartments of the priests, places for victims and
sacred utensils, and chapels dedicated to the sub¬ ordinate deities, introduced
by a more complicated and corrupt worship and probably unknown to the founder
of the original edifice. The portico, which runs parallel with these buildings,
encloses the temenss, or area of sacred ground, which in the pyratheia of the
Persians was circular, but is here quadrangular, as in the Celtic temple in
Zeeland, and the Indian pagoda before described. In the centre was the holy of
holies, the seat of the god, consisting of a circle of columns raised upon a
basement, without roof or walls, in the middle of which was probably the sacred
fire or some other symbol of the deity. The square area in which it stood was
sunk below the natural level of the ground, and, like that of the Indian
pagoda, appears to have been occasionally floated with water; the drains and
conduits being still to be seen, as also several fragments of sculpture
representing waves, serpents, and various aquatic animals, which once adorned
the basement. The Bacchus here worshipped, was, as we learn from the Orphic
hymn above cited, the sun in his character of extinguisher of the fires which
once pervaded the earth. He is supposed to have done this by exhaling the
waters of the ocean and scattering them over the land, which was thus supposed
to have acquired its proper temperature and fertility. For this reason the
sacred fire, the essential image of the god, was surrounded by the element
which was principally employed in giving effect to the beneficial exertions of
the great attribute. From a passage of Hecatasus, preserved by Diodorus
Siculus, it seems evident that Stonehenge and all the monu¬ ments of the same
kind found in the north, belong to the same religion which appears at some remote
period to have prevailed over the whole northern hemisphere. According to that
ancient historian, the Hyperboreans inhabited an island beyond Gaul, as large
as Sicily, in which Apollo was worshipped in a circular temple considerable for
its si^e and riches. Apollo, we know, in the language of the Greeks of that
age, can mean no other than the sun, which according to Caesar was worshipped
by the Germans, when they knew of no other deities except fire and the moon.
The island can evidently be no other than Britain, which at that time was only
known to the Greeks by the vague reports of the Phoenician mariners ; and so
uncertain and obscure that Herodotus, the most inquisitive and credulous of
historians, doubts of its existence. The circular temple of the sun being
noticed in such slight and imperfect accounts, proves that it must have been
some¬ thing singular and important; for if it had been an inconsiderable
structure, it would not have been mentioned at all; and if there had been many
such in the country, the historian would not have employed the singular number.
Stonehenge has certainly been a circular temple, nearly the same as that
already described of the Bacchus at. Puzznoli, except that in the latter the
nice execution and beautiful symmetry of the parts are in every respect the
reverse of the rude but majestic simplicity of the former. In the original
design they differ but in the form of the area. It may therefore be reasonably
supposed that we have still the ruins of the identical temple described by
Hecatasus, who, being an Asiatic Greek, might have received his information
from Phoenician merchants, who had visited the interior parts of Britain when
trading there for tin. Anacrobius mentions a temple of the same kind and form,
upon Mount Zilmissus, in Thrace, dedicated to the sun under the title of
Bacchus Sebrazius. The large obelisks of stone found in many parts of the
north, such as those at Rudstone, and near Boroughbridge, in Yorkshire, belong
to the same religion; obelisks being, as Pliny observes, sacred to the sun,
whose rays they represented both by their form and name Pajne Knight’s Worship
of Priapus. Says Hyslop :—“ The hot cross-buns of Good Friday, and the dyed
eggs of Pasch or Easter Sunday, figured in the Chaldean rites just as they do
now. The buns known, too, by that identical name, were used in the worship of
the Queen of Heaven, the goddess Easter (Ishtar or Astarte), as early as the
days of Cecrops, the founder of Athens, 1,500 years before the Christian era.”
“ One species of bread,” says Bryant, “ ‘ which used to be offered to the gods,
was of great antiquity, and called Boun’ Diogenes mentioned * they were made of
flour and honey.’ ” It appears that Jeremiah the Prophet was familiar with this
lecherous worship. He says :—“ The children gather wood, the fathers kindle the
fire, and the women knead the dough to make cakes to the Queen of Heaven (Jer.
vii., 18). Hyslop does not add that the “ buns ” offered to the Queen of
Heaven, and in sacrifices to other deities, were framed in the shape of the
sexual organs, but that they were so in ancient limes we have abundance of
evidence. Martial distinctly speaks of such things in two epigrams, first,
wherein the male organ is spoken of, second, wherein the female part is
commemorated ; the cakes being made of the finest flour, and kept especially
for the palate of the fair one. Wilford (“ Asiatic Researches) says : When the
people of Syracuse were sacrificing to goddesses, they offered cakes called
mulloi, shaped like the female organ, and in some temples where the priestesses
were probably ventriloquists, they so far imposed on the credulous multitude
who came to adore the Vulva as to make them believe that it spoke and gave
oracles. We can understand how such things were allowed in licentious Rome, but
we can scarcely comprehend how they were tolerated in Christian Europe, as, to
all innocent surprise we find they were, from the second part of the “ Remains
of the Worship of Priapus ” : that in Saintonge, in the neighbourhood of La Rochelle,
small cakes baked in the form of the Phallus are made as offerings at Easter,
carried and presented from house to house. Dulare states that in his time the
festival of Palm Sunday, in the town of Saintes, was called le fete des pinnes
—feast of the privy members—and that during its continuance the women and
children carried in the procession a Phallus made of bread, which they called a
pinne, at the end of their palm branches ; these pinnes were subsequently
blessed by priests, and carefully preserved by the women during the year. Palm
Sunday 1 Palm, it is to be remembered, is a euphemism of the male organ, and it
is curious to see it united with the Phallus in Christendom. Dulare also says
that, in some of the earlier inedited French books on cookery, receipts are
given for making cakes of the salacious form in question, which are broadly
named. He further tells us those cakes symbolized the male, in Lower Limousin,
and especially at Brives ; while the female emblem was adopted at Clermont, in
Auvergne, and other places. THE ARK AND GOOD FRIDAY The ark of the covenant was
a most sacred symbol in the worship of the Jews, and like the sacred boat, or
ark of Osiris, contained the symbol of the principle of life, or creative
power. The symbol was preserved with great veneration in a miniature
tabernacle, which was considered the special and sanctified abode of the god.
In size and manner of construction the ark of the Jews and the sacred chest of
Osiris of the Egyptians were exactly alike, and were carried in processions in
a similar manner The ark or chest of Osiris was attended by the priests, and
was borne on the shoulders of men by means of staves. The ark when taken from
the temple was placed upon a table, or stand, made expressly for the purpose, and
was attended by a procession similar to that which followed the Jewish ark.
According to Faber, the ark was a symbol of the earth or female principle,
containing the germ of all animated nature, and regarded as the great mother
whence all tilings sprung. Thus the ark, earth, and goddess, were represented
by common symbols, and spoken of in the old Testament as the “ ashera.” The
sacred emblems carried in the ark of the Egyptians were the Phallus, the Egg,
and the Serpent; the first representing the sun, fire, and male or generative
principle —the Creator; the second, the passive or female, the germ of all
animated things the Preserver; and the last the Destroyer: the Three of the
sacred Trinity. The Hindu women, according to Payne Knight, still carry the lingam,
or consecrated symbol of the generative attribute of the deity, in solemn
procession between two serpents; and in a sacred casket, which held the Egg and
the Phallus in the mystic processions of the Greeks, was also a Serpent. The
ark,” says Faber, “ was reverenced in all the ancient religions.” It was often
represented in the form of a boat, or ship, as well as an oblong chest. The
rites of the Druids, with those of Phoenicia and Hindostan, show that an ark,
chest, cell, boat, or cavern, held an important place in their mysteries. In
the story of Osiris, like that of the Siva, will be found the reason for the
emblem being carried in the sacred chest, and the explanation of one of 48
Phallic Worship the mysteries of the Egyptian priests. It is said that Osiris
was torn to pieces by the wicked Typhon, who after cutting up the body,
distributed the parts over the earth. Isis recovered the scattered limbs, and
brought them back to Egypt; but, being unable to find the part which
distinguished his sex, she had an image made of wood, which was enshrined in an
ark, and ordered to be solemnly carried about in the festivals she had
instituted in his honour, and celebrated with certain secret rites. The Egg,
which accompanied the Phallus in the ark was a very common symbol of the
ancient faiths, which was considered as containing the generation of life. The
image of that which generated all things in itself. Jacob Bryant says : The
Egg, as it contained the principles of life was thought no improper emblem of
the ark, in which were preserved the future world. Hence in the Dionysian and
in other mysteries, one part of the nocturnal ceremony consisted in the
consecration of an egg.” This egg was called the Mundane Egg. The ark was
likewise the symbol of salvation, the place of safety, the secret receptacle of
the divine wisdom. Hence we find the ark of the Jews containing the tables of
the law; we find too that the Jews were ordered to place in the ark Aaron’s
rod, which budded, conveying the idea of symbolised fertility : showing that
the ark was considered as the receptacle of the life principle—as an emblem of
the Creator. With the Egyptians Osiris was supposed to be buried in the ark,
which represented the disappearance of the deity. His loss, or death,
constituted the first part of the mysteries, which consisted of lamentations
for his decease. After the third day from his death, a procession went down to
the seaside in the night, carrying the ark with them. During the passage they
poured drink offerings from the river, and when the ceremony had been duly
performed, they raised a shout that Osiris had again risen—that the dead had
been restored to life. After this followed the second or joyful part of the
mysteries. The s imila rity of this custom with the Good Friday celebrations of
the death of Jesus, and the rejoicings on account of his resurrection on Easter
Sunday, will be at once observed. It is further said that the missing part of
Osiris was eaten by a fish, which made the fish a sacred symbol. Thus we have
the Ark, Fish, and Good Friday brought together, also the Egg, for the origin
of the Easter eggs is very ancient. A bull is represented as breaking an egg
with his horn, which signified the liberating of imprisoned life at the opening
or spring of the year, which had been destroyed by Typhon. The opening of the
year at that time commenced in the spring, not according to our present
reckoning; thus, the Egg was a symbol of the resurrection of life at the
spring, or our Easter time. The author of the “ Worship of the Generative
Powers,” describes the origin of the hot cross¬ bun at Easter, which is a
further parallelism of the Christian and Pagan festivals. The author also draws
a further conclusion—that the cakes or buns have in reality a Phallic origin,
for in France and other parts, the Easter cakes were called after the membrun
virile. The writer says : In the primitive Teutonic mythology, there was a
female deity named in old German, Ostara, and in Anglo-Saxon, Eastre or Eostre
; but all we know of her is the simple statement of our father of history,
Bede, that her festival was celebrated by the ancient Saxons in the month of
April, from which circumstance that month was named by the Anglo-Saxons,
Easter-mona or Eoster- mona, and that the name of the goddess had been
frequently given to the Paschal time, with which it was identical. The name of
this goddess was given to the same month by the old Germans and by the Franks,
so that she must have been one of the most highly honoured of the Teutonic
deities, and her festival must have been a very important one and deeply
implanted in the popular feelings, or the Church would not have sought to
identify it with one of the greatest Christian festivals of the year. It is
understood that the Romans considered this month as dedicated to Venus, no
doubt because it was that in which the productive powers of nature began to be
visibly developed. When the Pagan festival was adopted by the Church, it became
a moveable feast, instead of being fixed to the month of April. Among other
objects offered to the goddess at this time were cakes, made no doubt of fine
flour, but of their form we are ignorant. The Christians when they seized upon
the Easter festival, gave them the form of a bun, which indeed was at that time
the ordinary form of bread ; and to protect themselves and those who ate them
from any enchantment—or other evil influences which might arise from their
former heathen character they marked them with the Christian symbol—the cross.
Hence we derived the cakes we still eat at Easter under the name of hot
cross-buns, and the superstitious feelings attached to them; for multitudes of
people still believe that if they failed to eat a hot cross-bun on Good Friday,
they would be unlucky all the rest of the year.” The earliest capital seems to
have been the bell or seed vessel, simply copied without alteration, except a little
expansion at the bottom to give it stability. The leaves of some other plant
were then added to it, and varied in different capitals according to the
different meanings intended to be signified by the accessory symbols. The
Greeks decorated it in the same manner, with the foliage of various plants,
sometimes of the acanthus and sometimes of the aquatic kind, which are,
however, generally so transformed by excessive attention to elegance, that it
is difficult to distinguish them. The most usual seems to be the Egyptian
acacia, which was probably adopted as a mystic symbol for the same reasons as
the olive, it being equally remarkable for its powers of reproduction.
Theophrastus mentions a large wood of it in the “ Thebaid,” where the olive
will not grow, so that we reasonably suppose it to have been employed by the
Egyptians in the same symbolical sense. From them the Greeks seem to have
borrowed it about the time of the Macedonian conquest, it not occurring in any
of their buildings of a much earlier date ; and as for the story of the
Corinthian architect, who is said to have invented this kind of capital from
observing a thorn growing round a basket, it deserved no credit, being fully
contradicted by the buildings still remaining in Upper Egypt. The Doric column,
which appears to have been the only one known to the very ancient Greeks, was
equally derived from the Nelumbo; its capital being the same seed-vessel
pressed flat, as it appears when withered and dry—the only state probably in
which it had been seen in Europe. The flutes in the shaft were made to hold
spears and staves, whence a spear-holder is spoken of in the “ Odyssey ” as
part of a column. The triglyphs and blocks of the cornice were also derived
from utility, they having been intended to represent the projecting ends of the
beams and rafters which formed the roof. The Ionic capital has no bell, but
volutes formed in imitation of sea-shells, which have the same symbolical
meaning. To them is frequently added the ornament which architects call a
honeysuckle, but which seems to be meant for the young petals of the same
flower viewed horixontally, before they are opened or expanded. Another
ornament is also introduced in this capital, which they call eggs and anchors,
but which is, in fact, composed of eggs and spear-heads, the symbols of female
generation and male destructive power, or in the language of mythology, of
Venus and Mars .—Payne Knight. Stripped, however, of all this splendour and
magnificence it was probably nothing more than a symbolical instrument,
signifying originally the motion of the elements, like the sistrum of Isis, the
cymbals of Cybele, the bells of Bacchus, etc., whence Jupiter is said to have
overcome the Titans with his aegis, as Isis drove away Typhon with her sistrum,
and the ringing of the bells and clatter of metals were almost universally
employed as a means of consecration, and a charm against the destroying and
inert powers. Even the Jews welcomed the new moon with such noises, which the
simplicity of the early ages employed almost everywhere to relieve her during
eclipses, supposed then to be morbid affections brought on by the influence of
an adverse power. The title Priapus, by which the generative attribute is
distinguished, seems to be merely a corruption of Brt'apuos (clamorous); the
beta and pi being commutable letters, and epithets of similar meaning, being
continually applied both to Jupiter and Bacchus by the poets. Many Priapic
figures, too, still extant, have bells attached to them, as the symbolical statues
and temples of the Hindus are; and to wear them was a part of the worship of
Bacchus among the Greeks : whence we sometimes find them of extremely small
size, evidently meant to be worn as amulets with the phalli, lunulas, etc. The
chief priests of the Egyptians and also the high priests of the Jews, hung them
as sacred emblems to their sacerdotal garments ; and the Brahmins still
continue to ring a small bell at the interval of their prayers, ablutions, and
other acts of devotion; which custom is still preserved in the Roman Catholic
Church at the elevation of the host. The Lacedaemonians beat upon a brass
vessel or pan, on the death of their kings, and we still retain the custom of
tolling a bell on such occasions, though the reason of it is not generally
known, any more than that of other remnants of ancient ceremonies still
existing. 1 It will be observed that the bells used by the Christians very
probably came direct from the Buddhists. And from the same source are derived
the beads and rosaries of the Roman Catholics, which have been used by the
Buddhist 1 The above description is from Payne Knight’s “ Symbolical Language
of ancient Art and Mythology.” monks for over 2,000 years. Tinkling bells were
suspended before the shrine of Jupiter Ammon, and during the service the gods
were invited to descend upon the altars by the ringing of bells ; they were
likewise sacred to Siva. Bells were used at the worship of Bacchus, and were
worn on the garments of the Bacchantes, much in the same manner as they are used
at our carnivals and masquerades.The following curious fable is given by Sir
William Jones, as one of the stories of the Hindus for the origin of Phallic
devotion:—“ Certain devotees in a remote time had acquired great renown and
respect, but the purity of the art was wanting, nor did their motives and
secret thoughts correspond with their professions and exterior conduct. They
affected poverty, but were attached to the things of this world, and the
princes and nobles were constantly sending their offerings. They seemed to
sequester themelves from this world ; they lived retired from the towns ; but
their dwellings were commodious, and their women numerous and handsome. But
nothing can be hid from their gods, and Sheevah resolved to put them to shame.
He desired Prakeety (nature) to accompany him; and assumed the appearance of a
Pandaram of a graceful form. Prakeety was herself a damsel of matchless worth.
She went before the devotees who were assembled with their disciples, awaiting
the rising of the sun, to perform their ablutions and religious ceremonies. As
she advanced the refreshing breeze moved her flowing robe, showed the exquisite
shape which it seemed intended to conceal. With eyes cast down, though
sometimes opening with a timid but tender look, she approached them, and with a
low enchanting voice desired to be admitted to the sacrifice. The devotees
gazed on her with astonishment. The sun appeared, but the purifications were
forgotten; the things of the Poojah (worship) lay neglected; nor was any
worship thought of but that of her. Quitting the gravity of their manners, they
gathered round her as flies round the lamp at night attracted by its splendour,
but consumed by its flame. They asked from whence she came; whither she was
going. ‘ Be not offended with us for approaching thee, forgive us our
importunities. But thou art incapable of anger, thou who art made to convey
bliss ; to thee, who mayest kill by indifference, indignation and resentment
are unknown. But whoever thou mayest be, whatever motive or accident might have
brought thee amongst us, admit us into the number of thy slaves; let us at
least have the comfort to behold thee.’ Here the words faltered on the lip, and
the soul seemed ready to take its flight; the vow was forgotten, and the policy
of years destroyed. Whilst the devotees were lost in their passions, and absent
from their homes, Sheevah entered their village with a musical instrument in
his hand, playing and singing like some of those who solicit charity. At the
sound of his voice, the women immediately quitted their occupation; they ran to
see from whom it came. He was as beautiful as Krishen on the plains of Matra.
Some dropped their jewels without turning to look for them ; others let fall
their garments without perceiving that they discovered those abodes of pleasure
which jealousy as well as decency had ordered to be concealed. All pressed
forward with their offerings, all wished to speak, all wished to be taken
notice of, and bringing flowers and scattering them before him, said—‘ Askest
thou alms ! thou who are made to govern hearts. Thou whose countenance is as
fresh as the morning, whose voice is the voice of pleasure, and they breath
like that of Vassant (Spring) in the opening of the rose! Stay with us and we
will serve thee; not will we trouble thy repose, but only be zealous how to
please thee.’ The Pandaram continued to play, and sung the loves of Kama (God
of Love), of Krishen and the Gopia, and smiling the gentle smiles of fond
desire. But the desire of repose succeeds the waste of pleasure. Sleep closed
the eyes and lulled the senses. In the morning the Pandaram was gone. When they
awoke they looked round with astonishment, and again cast their eyes on the
ground. Some directed to those who had formerly been remarked for their
scrupulous manners, but their faces were covered with their veils. After
sitting awhile in silence they arose and went back to their houses, with slow
and troubled steps. The devotees returned about the same time from their
wanderings after Prakeety. The days that followed were days of embarrass¬ ment
and shame. If the women had failed in their modesty, the devotees had broken
their vows. They were vexed at their weakness, they were sorry for what they
had done; yet the tender sigh sometimes broke forth, and the eyes often turned
to where the men first saw the maid—the women, the Pandaram. “ But the women
began to perceive that what the devotees foretold came not to pass. Their
disciples, in consequence, neglected to attend them, and the offerings from the
princes and nobles became less frequent than before. They then performed
various penances; they sought for secret places among the woods unfrequented by
man; and having at last shut their eyes from the things of this world, retired
within themselves in deep meditation, that Sheevah was the author of their
misfortunes. Their understanding being imperfect, instead of bowing the head
with humility, they were inflamed with anger; instead of contrition for their
hypocrisy, they sought for vengeance. They performed new sacrifices and
incantations, which were only allowed to have effect in the end, to show the
extreme folly of man in not submitting to the will of heaven. “ Their
incantations produced a tiger, whose mouth was like a cavern and his voice like
thunder among the mountains. They sent him against Sheevah, who with Prakeety
was amusing himself in the vale. He smiled at their weakness, and killing the
tiger at one blow with his club, he covered himself with his skin. Seeing them¬
selves frustrated in this attempt, the devotees had recourse to another, and
sent serpents against him of the most deadly kind; but on approaching him they
became harmless, and he twisted them round his neck. They then sent their
curses and imprecations against him, but they all recoiled upon themselves. Not
yet disheartened by all these disappointments, they collected all their
prayers, their penances, their charities, and other good works, the most
acceptable sacrifices ; and demanding in return only vengeance against Sheevah,
they sent a fire to destroy his genital parts. Sheevah, incensed at this
attempt, turned the fire witti indignation against the human race; and mankind
would soon have been destroyed, had not Vishnu, alarmed at the danger, implored
him to suspend his wrath. At his entreaties Sheevah relented ; but it was
ordained that in his temples those parts should be worshipped, which the false
doctrines had impiously attempted to destroy.” THE CROSS AND ROSARY The key
which is still worn with the Priapic hand, as an amulet, by the women of Italy
appears to have been an emblem of the equivocal use of the name, as the
language of that country implies. Of the same kind, too, appears to have been
the cross in the form of the letter tau, attached to a circle, which many of
the figures of Egyptian deities, both male and female, carry in their left hand
; and by the Syrians, Phoenicians and other inhabitants of Asia, representing
the planet Venus, worshipped by them as the emblem or image of that goddess.
The cross in this form is sometimes observable on coins, and several of them
were found in a temple of Serapis, demolished at the general destruction of
those edifices by the Emperor Theodosius, and were said by the Christian
antiquaries of that time to signify the future life. In solemn sacrifices, all
the Lapland idols were marked with it from the blood of the victims ; and it
occurs on many Runic ornaments found in Sweden and Denmark, which are of an age
long anterior to the approach of Christianity to those countries, and probably
to its appearance in the world. On some of the early coins of the Phoenicians,
we find it attached to a chaplet of beads placed in a circle, so as to form a
complete rosary, such as the Lamas of Thibet and China, the Hindus, and the
Roman Catholics now tell over while they pray. BEADS Beads were anciently used
to reckon time, and a circle, being a line without termination, was the natural
emblem of its perpetual continuity ; whence we often find circles of beads upon
the heads of deities, and enclosing the sacred symbols upon coins and other
monuments. Perforated beads are also frequently found in tombs, both in the
northern and southern parts of Europe and Asia, whence are fragments of the
chaplets of consecration buried with the deceased. The simple diadem, or
fillet, worn round the head as a mark of sovereignty, had a similar meaning,
and was originally confined to the statues of deities and deified personages,
as we find it upon the most ancient coins. Chryses, the priest of Apollo, in
the “ Iliad,” brings the diadem, or sacred fillet, of the god upon his sceptre,
as the most imposing and invocable emblem of sanctity ; but no mention is made
of its being worn by kings in either of the Homeric poems, nor of any other
ensign of temporal power and command, except the royal staff or sceptre. THE
LOTUS The double sex typified by the Argha and its contents is by the Hindus
represented by the “ Mymphoea ” or Lotus, floating like a boat on the boundless
ocean, where the whole plant signifies both the earth and the two principles of
its fecundation. The germ is both Meru and the Linga; the petals and filaments
are the mountains which encircle Meru, and are also a type of the Yoni; the
leaves of the calyx are the four vast regions to the cardinal points of Meru ;
and the leaves of the plant are the Dwipas or isles round the land of Jambu. As
this plant or lily was probably the most celebrated of all the vegetable
creation among the mystics of the ancient world, and is to be found in
thousands of the most beautiful and sacred paintings of the Christians of this
day—I detain my reader with a few observations respecting it. This is the more
necessary as it appears that the priests have now lost the meaning of it; at
least this is the case with everyone of whom I have made enquiry ; but it is
like many other very odd things, probably understood in the Vatican, or the
crypt of St. Peter’s. Maurice says that among the different plants which
ornament our globe, there is not one which has received so much honour from man
as the Lotus or Lily, in whose consecrated bosom Brahma was born, and Osiris
delighted to float. This is the sublime, the hallowed symbol that eternally
occurs in oriental mythology, and in truth not without reason, for it is itself
a lovely prodigy. Throughout all the northern hemispheres it was everywhere
held in profound veneration, and from Savary we learn that the veneration is
yet continued among the modern Egyptians. And we find that it still continues
to receive the respect if not the adoration of a great part of the Christian
world, unconscious, perhaps, of the original reason of this conduct. Higgins's
Anacalypsis. The following is an account given of it by Payne Knight, in his
curious dissertation on Phallic Worship : The Lotus is the Nelumbo of Linnaeus.
This plant grows in the water, among its broad leaves puts forth a flower, in
the centre of which is formed the seed vessel. shaped like a bell or inverted
cone, and perforated on the top with little cavities or cells, in which the seeds
grow. The orifices of these cells being too small to let the seeds drop out
when ripe, they shoot forth into new plants in the places where tney are formed
: the bulb of the vessel serving as a matrix to nourish them, until they
acquire such a degree of magnitude as to burst it open and release themselves,
after which, likfe other aquatic weeds, they take root wherever the current
deposits them. This plant, therefore, being thus productive of itself, and
vegetating from its own matrix, without being fostered in the earth, was
naturally adopted as the symbol of the productive power of the waters, upon
which the active spirit of the Creator operated in giving life and vegetation,
to matter. We accordingly find it employed in every part of the northern hemisphere,
where the symbolical religion, improperly called idolatry, does or ever did
prevail. The sacred images of rhe Tartars, Japanese, and Indians are almost
placed upon it, of which numerous instances occur in the publications of
Kcempfer, Sonnerat, etc. The Brahma of India is represented as sitting upon his
Lotus throne, and the figure upon the Isaaic table holds the stem of this plant
surmounted by the seed vessel in one hand, and the Cross representing the male
organs of generation in the other; thus signifying the universal power, both
active and passive, attributed to that goddess. Nimrod says. The Lotus is a
well-known allegory, of which the expansive calyx represents the ship of the
gods floating on the surface of the water ; and the erect flower arising out of
it, the mast thereof. The one was the galley or cockboat, and the other the
mast of cockayne ; but as the ship was Isis or Magna Mater, the female
principle, and the mast in it the male deity, these parts of the flower came to
have certain other significations, which seem to have been as well known at
Samosata as at Benares. This plant was also used in the sacred offices of the
Jewish religion. In the ornaments of the temple of Solomon, the Lotus or lily
is often seen.” The figure of Isis is frequently represented holding the stem
of the plant in one hand, and the cross and circle in the other. Columns and
capitals resembling the plant are still existing among the ruins of Thebes, in
Egypt, and the island of Pbilce. The Chinese goddess, Pussa, is represented
sitting upon the Lotus, called in that country Lin, with many arms, having
symbols signifying the various operations of nature, while similar attributes
are expressed in the Scandinavian goddess Isa or Disa. The Lotus is also a
prominent symbol in Hindu and Egyptian cosmogony. This plant appears to have
the same tendency with the Sphinx, of marking the connection between that which
produces and that which is produced. The Egyptian Ceres (Virgo) bears in her
hand the blue Lotus, which plant is acknowledged to be the emblem of celestial
love so frequently seen mounted on the back of Leo in the ancient remains. The
following is a translation of the Purana relating to the cosmogony of the
Hindus, and will be found interesting as showing the importance attached to the
Lotus in the worship of the ancients: We find Brahma emerging from the Lotus.
The whole universe was dark and covered with water. On this primeval water did
Bhagavat (God), in a masculine form, repose for the space of one Calpho (a
thousand years); after which period the intention of creating other beings for
his own wise purposes became pre¬ dominant in the mind of the Great Creator .
In the first Phallic Worship place, by his sovereign will was produced the
flower of the Lotus, afterwards, by the same will, was brought to light the
form of Brahma from the said flower ; Brahma, emerging from the cup of the
Lotus, looked round on all the four sides, and beheld from the eyes of his four
heads an immeasurable expanse of water. Observing the whole world thus involved
in darkness and submerged in water, he was stricken with prodigious amazement,
and began to consider with himself, £ Who is it that produced me ? whence came
I ? and where am I ? Brahma, thus kept two hundred years in contem¬ plation,
prayers, and devotions, and having pondered in his mind that without connection
of male and female an abundant generation could not be effected—again entered
into profound meditation on the power of the Supreme, when, on a sudden by the
omnipotence of God, was produced from his right side Swayambhuvah Menu, a man
of perfect beauty; and from the Brahma’s left side a woman named Satarupa. The
prayer of Brahma runs thus: O Bhagavat! since thou broughtest me from nonentity
into existence for a particular purpose, accomplish by thy benevolence that
purpose.’ In a short time a small white boar appeared, which soon grew to the
size of an elephant. He now felt God in all, and that all is from Him, and all
in Him. At length the power of the Omnipotent had assumed the body of Vara. He
began to use the instinct of that animal. Having divided the water, he saw the
earth a mighty barren stratum. He then took up the mighty ponderous globe
(freed from the water) and spread the earth like a carpet on the face of the
water; Brahma, contemplating the whole earth, performed due reverence, and
rejoicing exceedingly, began to consider the means of peopling the renovated
world.” Pjag, now Allahabad, was the first land said to have appeared, but with
the Brahmins it is a disputed point, for many affirm that Cast or Benares was
the sacred ground. MERU The learned Higgins, an English judge, who for some
years spent ten hours a day in antiquarian studies, says that Moriah, of Isaiah
and Abraham, is the Meru of the Hindus, and the Olympus of the Greeks. Solomon
built high places for Ashtoreth, Astarte, or Venus, which because mounts of
Venus, mans veneris —Meru and Mount Calvary—each a slightly skull-shaped mount,
that might be represented by a bare head. The Bible translators perpetuate the
same idea in the word “ calvaria.” Prof. Stanley denies that “ Mount Calvary ”
took its name from its being the place of the crucifixion of Jesus. Looking elsewhere
and in earlier times for the bare calvaria, we find among Oriental women, the
Mount of Venus, mons veneris, through motives of neatness or religious
sentiment, deprived of all hirsute appendage. We see Mount Calvary imitated in
the shaved poll of the head of a priest. The priests of China, says Mr. J. M.
Peebles, continue to shave the head. To make a place holy, among the Hindus,
Tartars, and people of Thibet, it was necessary to have a mount Meru, also a
Linga-Yoni, or Arba. This marvellous work of excavation by the slow process of
the chisel, was visited by Capt. Seeley, who afterwards published a volume
describing the temple and its vast statues. The beauty of its architectural
ornaments, the innumerable statues or emblems, all hewn out of solid rock,
dispute with the Pyramids for the first place among the works undertaken to
display power and embody feeling. The stupendous temple is detached from the
neighbouring mountain by a spacious area all round, and is nearly 25 o feet
deep and 15 o feet broad, reaching to the height of 100 feet and in length
about 145 feet. It has well-formed doorways, windows, staircases, upper floors,
containing fine large rooms of a smooth and polished surface, regularly divided
by rows of pillars ; the whole bulk of this immense block of isolated
excavation being upwards of 500 feet in circumference, and having beyond its
areas three handsome figure galleries or verandas supported by regular pillars.
Outside the temple are two large obelisks or phalli standing, “ of quadrangular
form, eleven feet square, prettily and variously carved, and are estimated at
forty-one feet high; the shaft above the pedestal is seven feet two inches,
being larger at the base than Cleopatra’s Needle.” In one oi the smaller
temples was an image of Lingam, “ covered with oil and red ochre, and flowers
were daily strewed on its circular top. This Lingam is larger than usual,
occupying with the altar, a great part of the room. In most Ling rooms a
sufficient space is left for the votaries to walk round whilst making the usual
invocations to the deity (Maha Deo). This deity is much frequented by female
votaries, who take especial care to keep it clean washed, and often perfume it
with oderiferous oils and flowers, whilst the attendant Brahmins sweep the apartment
and attend the five oil lights and bell ringing.” This oil vessel resembled the
Yoni (circular frame), into which the light itself was placed. No symbol was
more venerated or more frequently met with than the altar and Ling, Siva, or
Maha Deo. “ Barren women constantly resort to it to supplicate for children,”
says Seeley. The mysteries attended upon them is not described, but doubtless
they were of a very similar character to those described by the author of the “
Worship of the Generative Powers of the Western Nations, showing again the
similarity of the custom with those practised by the Catholics in France. The
writer says :Women sought a remedy for barren¬ ness by kissing the end of the
Phallus ; sometimes they appear to have placed a part of their body, naked,
against the image of the saint, or to have sat upon it. This latter trait was
perhaps too bold an adoption of the indecencies of Pagan worship to last long,
or to be practised openly ; but it appears to have been innocently represented
by lying upon the body of the saint, or sitting upon a stone, understood to
represent him without the presence of the energetic member. In a corner in the
church of the village of St. Fiacre, near Monceaux, in France, there is a stone
called the chair of St. Fiacre, which confers fecundity upon women who sit upon
it; but it is necessary nothing should intervene between their bare skin and
the stone. In the church of Orcival in Auvergne, there was a pillar which
barren women kissed for the same purpose and which had perhaps replaced some
less equivocal object.” The principal object of worship at Elora is the stone,
so frequently spoken of ; “ the Lingam,” says Seeley, and he apologises for
using the word so often, but asks to be excused, “ is an emblem not generally
known, but as frequently met with as the Cross in Catholic worship.” It is the
god Siva, a symbol of his generative character, the base of which is usually
inserted in the Yoni. The stone is of a conical shape, often black stone,
covered with flowers (the Bella and Asuca shrubs). The flowers hang pendant
from the crown of the Ling stone to the spout of the Argha or Yoni (mystical matrix)
; the same as the Phallus of the Greeks. Five lamps are commonly used in the
worship at the symbol, or one lamp with five wicks. The Lotus is often seen on
the top of the Ling. The characteristic attribute of the passive generative
power was expressed in symbolical writing, by different enigmatical
representations of the most distinguished characteristic of the female sex:
such as the shell or Concha Veneris, the fig-leaf, barley corn, and the letter
Delta, all of which occur very frequently upon coins and other ancient
monuments in this sense. The same attribute personified as the goddess of Love,
or desire, is usually represented under the voluptuous form of a beautiful
woman, frequently distinguished by one of these symbols, and called Venus, Kypris,
or Aphrodite, names of rather uncertain mythology. She is said to be the
daughter of Jupiter and Dione, that is of the male and female personifications
of the all-pervading Spirit of the Universe ; Dione being the female Dis or
Zeus, and therefore associated with him in the most ancient oraculai temple of
Greece at Dodona. No other genealogy appears to have been known in the Homeric
times ; though a different one is employed to account for the name of Aphrodite
in the “ Theogony attributed to Hesiod. The Genelullides or Genoidai were the
original and appropriate ministers or companions of Venus, who was however,
afterwards attended by the Graces, the proper and original attendants of Juno;
but as both these goddesses were occasionally united and represented in one
image, the personifications of their respective sub¬ ordinate attributes were
on other occasions added: whence the symbolical statue of Venus at Paphos had a
beard, and other appearances of virility, which seems to have been the most
ancient mode of representing the celestial as distinguished from the popular
goddess of that name—the one being a personification of a general procreative
power, and the other only of animal desire or concupiscence. The refinement of
Grecian art, however, when advanced to maturity, contrived more elegant modes
of distinguishing them ; and, in a celebrated work of Phidias, we find the
former represented with her foot upon a tortoise ; and in a no less celebrated
one of Scopas, the latter sitting upon a goat. The tortoise, being an
androgynous animal, was aptly chosen as a symbol of the double power ; and the
goat was equally appropriate to what was meant to be expressed in the other.
The same attribute was on other occasions signified by a dove or pigeon, by the
sparrow, and perhaps by the polypus, which often appears upon coins with the
head of the goddess, and which was accounted an aphrodisiac, though it is
likewise of the androgynous class. The fig was a still more common symbol, the
statue of Priapus being made of the tree, and the fruit being carried with the
Phallus in the ancient processions in honour of Bacchus, and still continuing
among the common people of Italy to be an emblem of what it anciently meant:
whence we often see portraits of persons of that country painted with it in one
hand, to signify their orthodox elevation to the fair sex. Hence, also arose
the Italian expression far la fica, which was done by putting the thumb between
the middle and fore-fingers, as it appears in many Priapic orna¬ ments extant;
or by putting the finger or thumb into the corner of the mouth and drawing it
down, of which there is a representation in a small Priapic figure of exquisite
sculpture, engraved among the Antiquities of Herculaneum. The same liberal and
humane spirit still prevails among those nations whose religion is founded on
the same principles. The Siamese, says a traveller of the seventeenth century, shun
disputes and believe that almost all religions are good ” (“ Journal du Voyage
de Siam ”). When the ambassador of Louis XIV asked their king, in his master’s
name, to embrace Christianity, he replied, “ that it was strange that the king
of France should interest himself so much in an affair which concerns only God,
whilst He, whom it did concern, seemed to leave it wholly to our discretion.
Had it been agreeable to the Creator that all nations should have had the same
form of worship, would it not have been as easy to His omnipotence to have
created all men with the same sentiments and dispositions, and to have inspired
them with the same notions of the True Religion, as to endow them with such
different tempers and inclinations ? Ought they not rather to believe that the
true God has as much pleasure in being honoured by a variety of forms and
ceremonies, as in being praised and glorified by a number of different
creatures ? Or why should that beauty and variety, so admirable in the natural
order of things, be less admirable or less worthy of the wisdom of God in the
supernatural ? The Hindus profess exactly the same opinion. They would readily
admit the truth of the Gospel,” says a very learned writer long resident among
them, “ but they contend that it is perfectly consistent with their Shastras.
The Deity, they say, has appeared innumerable times in many parts of this world
and in all worlds, for the salvation of his creatures ; and we adore, they say,
the same God, to whom our several worships, though different in form, are
equally acceptable if they be sincere in substance.” The Chinese sacrifice to
the spirits of the air the mountains and the rivers ; while the Emperor himself
sacrifices to the sovereign Lord of Heaven, to whom all these spirits are
subordinate, and from whom they are derived. The sectaries of Fohi have,
indeed, surcharged this primitive elementary worship with some of the
allegorical fables of their neighbours ; but still as their creed—like that of
the Greeks and Romans—remains undefined, it admits of no dogmatical theology,
and of course no persecution for opinion. Obscure and sanguinary rites have, indeed,
been wisely prescribed on many occasions ; but still as actions and not as
opinions. Atheism is said to have been punished with death at Athens ; but
nevertheless it may be reasonably doubted whether the atheism, against which
the citizens of that republic expressed such fury, consisted in a denial of the
existence of the gods ; for Diagoras, who was obliged to fly for this crime,
was accused of revealing and calum¬ niating the doctrines taught in the
Mysteries ; and from the opinions ascribed to Socrates, there is reason to
believe that his offence was of the same kind, though he had not been
initiated. These were the only two martyrs to religion among the ancient
Greeks, such as were punished for actively violating or insulting the
Mysteries, the only part of their worship which seems to have possessed any
vitality; for as to the popular deities, they were publicly ridiculed and
censured with impunity by those who dared not utter a word against the populace
that worshipped them; and as to the forms and ceremonies of devotion, they were
held to be no otherwise important, then as they were constituted a part of
civil government of the state; the Phythian priestess having pronounced from
the tripod, that whoever performed the rites of his religion according to the
laws of his country, performed them in a manner pleasing to the Deity. Hence
the Romans made no alterations in the religious institutions of any of the
conquered countries ; but allowed the inhabitants to be as absurd and
extravagant as they pleased, and to enforce their absurdities and extravagances
wherever they had any pre-existing laws in their favour. An Egyptian magistrate
would put one of his fellow-subjects to death for killing a cat ora monkey; and
though the religious fanaticism of the Jews was too sanguinary and too violent
to be left entirely free from restraint, a chief of the synagogue could order
anyone of his congregation to be whipped for neglecting or violating any part
of the Mosaic Ritual. The principle underlying the system of emanations was,
that all things were of one substance, from which they were fashioned and into
which they were again dissolved, by the operation of one plastic spirit
universally diffused and expanded. The polytheist of ancient Greece and Rome
candidly thought, like the modern Hindu, that all rites of worship and forms of
devotion were directed to the same end, though in different modes and through
different channels. “ Even they who worship other gods, says Krishna, the
incarnate Deity, in an ancient Indian poem ( Bhagavat-Gita ), “worship me
although they know it not ''— Payne Knight. Nome compituo: Gian
Mario Cazzaniga. Mario Cazzaniga. Keywords: rito di passage, solo una volta,
l’iniziazione, massoneria, esoterismo, democrazia come sistema simbolico,
sovranita, stato nazionale, conflitto, liberta, fraternita, iguaglianza. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Cazzaniga” – The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguia, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Cazzulani: l’implicature del
deutero-esperanto – la scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano).
Abstract. Grice: “When I was invited to review my
earlier views on ‘meaning,’ and ‘significance’, I made a passing reference to
an earlier example of mine: that of inventing a new high-way code while lying
in the tub. I then said that I could well invent a new language – “that nobody
ever speaks” – to provoke Wittgensteinians – and call it “deuteron-Esperanto.” It
clicked!” Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Roma, Lazio.
Filosofo ed ingegnere. Crea e brevetta una lingua universale semplice, logica,
accessibile per tutte le genti, senza che ha nulla in comune o di affine con
nessuna delle lingue esistenti, adottando questa impostazione. Ad ogni singola
parola avente in ogni singola lingua il medesimo significato corrisponde un
unico ed identico numero formato da una o più cifre, quindi tante parole di
tante lingue aventi un unico significato nella LINGUA UNIVERSALE un unico
numero. La trasformazione da lingua numerica in lingua alfabetica avviene
sulle seguenti basi: I II III IV V VI VII VIII IX X ba ca da fe le mo no po ru tu.
Così, la parola «madre», «mother», «mère», «Mutter», «mamà», ecc. come pure
ogni ideogramma o altra scrittura che significano «madre», è per la lingua
universale di C. equivalente al numero 81, che si pronuncia, po-ba. Il termine
«lingua universale», corrispondente ai numeri 214 736, si pronunciano: cabafe
nodamo. Oltre ai dieci accoppiamenti sopra-indicati e al vocabolario base
(composto da circa 1.500 parole), nella lingua universale di C. esistono XII
pre-fissi come «ve», prefisso di infinito verbale che indica il sostantivo di
riferimento del verbo. Ad esempio: amare = badatu; amore, o letteralmente
‘amazione’ = ve-badatu. Oppure come «GI-», pre-fisso che trasforma il singolare
maschile in singolare femmine. ‘Questo cavallo’= cale lefemo, mentre questa
cavalla = gicale lefemo. Questa lingua universale che è SENZA GRAMMATICA e
senza coniugazioni verbali, precisa C., non serve certo a tradurre la Divina
Commedia od a fare poesie in quanto la cosa non avrebbe senso, è una lingua
essenziale di concetti che al di fuori dall’elaborazioni lessicali, non
indispensabili, vuole fare in modo che finalmente l’umanità tutta possa
comprendersi, e poiché non richiede l’intervento di terzi per l’apprendimento
consente a tutti di essere auto-didatti. Nome compiuto: Francesco Pietro
Cazzulani. Cazzulani. Keywords: implicature del deutero-esperanto. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Cazzulani,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
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