LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z A AR
Luigi Speranza --
Grice ed Archita: l’implicatura conversazionale della colomba -- Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Taranto). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide, a pupil of
Pythagoras. According to
Suda, A. teaches Empedocle di GIRGENTI (si veda), which is IMPOSSIBLE – But the
reference may be to THIS Archita, who also seems to have come from Taranto,
although some question whether such an individual exists. Archita. Refs. Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice ed Archita,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
ed Arcidiacono: all’isola -- l’implicatura conversazionale della sintropia – entropia
ed informazione – la scuola di Acirelae – filosofia siciliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Acireale). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Acireale, Catania, Sicilia. Grice: “I like
Arcidiacono, and Floridi should pay more attention to him; after all he what
Austin called an ‘Oxonian myopist’! I love him!” “It took me a while to digest Aricidiacono’s
non-intentional use of ‘inform,’ but I suppose he rather follows Shannon than
Plato!” “Arcidiacono pays due attention to Aristotle’s ‘finalismo,’ and as an
Italian, he gives proper due to Plionio – ‘il vecchio,’ as Arcidiacono
comically calls him – Strawson: “As if Pliny the Younger were not now part of
‘storia vecchia’!” – Grice: “In any case, give me Salvatore anyday – his
brother, Giuseppe, cannot qualify as a philosopher!” – Grice: “And another good
thing, too, Arcidiacono, the ‘filosofo’ brough Fantappie as a hashtag in
‘filosofia’!” Grice: “As Arcidiacono notes, Fantappie, not being a filosofo,
committed the usual mispellinggs – ‘syntropia,’ rightly corrected to
‘sintropia’ by the philosophy-educated philosopher Salvatore Arcidiacono!” Nato e, per una
sorprendente coincidenza, morto lo stesso anno del fratello gemello Giuseppe, divise
con quest'ultimo anche gli impegni di ricerca. Laureatosi a Catania. Insegna a
Catania. Perfeziona la Teoria unitaria del mondo fisico e biologico,
collegandola ai più moderni sviluppi della biologia teorica e molecolare. Da supporto
teorico speculativo nel campo della chimica e della fisica teorica. Elabora una
formulazione mediate della teoria sintropica nonché della Teoria degli
universi. Saggio “Visione unitaria dell'Universo”. “Spazio, tempo,
universe”. Altre saggi: Visione unitaria
dell'Universo” (UCIIM, Roma); “Spazio, tempo, universe” (Fuoco, Roma); “Materia
e Vita” (Massimo, Milano); “Ordine e Sintropia la vita e il suo mistero” (ed.
Studium Christi, Roma); “L'evoluzione sintropica” (Accademia degli zelanti e
dei dafnici, Acireale); “Creazione, evoluzione, principio antropico” (ed. Il
fuoco-Studium Christi); “Entropia, sintropia, informazione. Una nuova teoria
unitaria della fisica, chimica e biologia” (Renzo, Roma); “L'evoluzione dopo
Darwin. La teoria sintropica dell'evoluzione, ed. Di Renzo, Roma); “Problemi e
dibattiti di biologia teorica, ed. Di Renzo, Roma. Licata, Teoria degli
Universi e Sintropia. L'accoglienza delle idee di Teilhard de Chardin nella
cultura italiana, Scapini, Demetrio Sodi Pallares, Terapia metabolica delle
cardiopatie. Nuovo approccio terapeutico PICCIN, Padova Vannini; L'accoglienza
delle idee di Teilhard de Chardin nella cultura italiana; A., Nuevas ideas para
la evolución biològica, articolo su Folia humanistica, Barcellona, Revue
internationale Teilhard de Chardin, Edizioni Ministère de l'éducation nationale
et de la culture Belgique, Editore Société Teilhard de Chardin, Vannini, From
mechanical to life causation,, Syntropy, (WC ACNP); Scapini, La logica
dell'evoluzione dei viventi Spunti di riflessione, in Atti del Convegno del
Gruppo italiano di biologia evoluzionistica Firenze, Firenze, University press,
Fantappié Giuseppe Arcidiacono Sintropia
Biografia sul sito del suo editore, su direnzo ). VDM Filosofia della
scienza Filosofi. Nome compiuto: Salvatore
Arcidiacono. Keywords: sintropia, entropia, ed informazione; sintropia,
antropia, entropia. arcidiacono l’implicatura
del principio antropico biologia filosofica filosofia della vita fissisismo naturalismo
finalismo vivere vivente ominazione animazione definizione del vivente como
movente autonomo il fine. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Arcidiacono,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
ed Arco: l’implicatura conversazionale della GRAVITAS – la scuola di Teano –
filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Teano). Filosofo
campanese. Filosofo italiano. Teano, Caserta, Campania. Grice: “I should like
Arco; but he is a priest and I’m C. of E.; on top, I love to say that
philosophy ought to be FUN, provided it’s MY FUN – not Arco’s – so I find
Arco’s ‘dictionary of philosophical ‘umorismo,’ or filosofia ‘umoristica’
frivolous, and unworthy of Roman gravitas!” Nato nella frazione
Fontanelle entra fra i Salesiani di Bosco e fu ordinato sacerdote a Roma.
Consegue a Napoli la laurea in filosofia. Per la sua preparazione filosofica,
nonché per la profondità della sua filosofiai, è considerato tra i maggiori
filosofi italiani. Per lungo tempo è stato professore di filosofia presso gli
Istituti Salesiani di Bosco. Ricoverato
all'ospedale “San Leonardo” di Castellammare di Stabia, per un blocco renale, e
ritornato a Pacognano di Vico Equense dopo aver superato la crisi, è morto novantaquattrenne.
Uomo di anima sensibile e di infinita fede ha trascorso molto della sua vita
scrivendo, interessandosi di agiografia. È stato protagonista televisivo sulla
prima rete nazionale con il programma: Tempo dello Spirito. Intensa e vasta la sua opera letteraria. Altre opere: “Longo e la sua intimità con Dio”;
“Don Bosco si diverte”; Sorgenti di gioia; Gesù sotterra un chicco di grano;
Pira e il risorto; “Fiori di sapienza. Dizionarietto di saggezza”; “La Donna
del Sanctus; Papa Giovanni beato. La parola agli atti processuali; Quando la
teologia prende fuoco. Giuseppe Quadrio sacerdote salesiano; Don Bosco nella
luce del Risorto; Don Bosco sorridente entra in casa vostra”; “Così Don Bosco
amò i giovani”; “Il Padre Nostro”; “Ma c'è poi questo Dio; Nota bene; Sorgenti
di Gioia; L'Ave Maria inno dell'amore filiale; Rinaldi copia vivente di Bosco; “La
sorgente eterna dell'amore”; “Noi esistiamo perché Dio Padre ci ama; Stile di
Serenità; La Gioia a Portata di Mano; Ridi e sorridi da saggio; Il Beato
Bartolo Longo; Dolcezza e speranza nostra; Dio ci ama con cuore d'uomo; Il
Padre nostro; La Leva del Mondo: la preghiera; Sant'Eustachio; Il Cristo in cui
Spero; Giorgio La Pira Profeta e testimone del Risorto; Serva di Dio Elisabetta
Jacobucci Francesca Alcantarina; Beata Maria della Passione; Il Servo di Dio B.
Longo; Papa Giovanni Beato; Così ridono i saggi; Fiori di sapienza; Il segreto
di papa Giovanni; S.Alfonso amico del popolo; La Donna del Sanctus; Il Sacro nome
ti chiama per nome; La Leva del Mondo: la preghiera; Il monumento alla Pace
Universale del beato Bartolo Longo; Il Salesiano è fatto così; Messaggio di
Teilhard De Chardin. Intuizioni e idee madri (Elledici Torino); Un esploratore
della felicità: biografia del Servo di Dio Giacomo Gaglione, Apostolato della
Sofferenza. Citazionio su A. La comunità
di Pacognano ricorda A. Meazza, Giornale di Napoli, sito "Positano
news", Identities Biografie
Biografie: di Biografie Categorie: Religiosi italiani Teologi
italiani Filosofi italiani Professore Teano Vico Equense. Nome
compiuto: Adolfo L’Arco. Arco. Keywords: gravitas, hagiography; if he has
religious faith, he is not a philosopher. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Arco,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ardigò: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Casteldidone – la scuola di Cremona – filosofia
cremonese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Casteldidone). Filosofo lombardo. Filosofo
italiano. Caseldidone, Cremona, Lombardia. Grice: “I love Ardigo – but I have a
few qualms – his “Opere filosofiche’ is improperly indexed! The man
wrote zillions! My attention was first caught by minor editorial note: “’La morale dei
positivisti’ was reprinted a few years later after its first edition as divided
into two parts, “la morale’ proper and ‘Sociologia’ – Since I have used
philosophical biology and philosophical psychology, Ardigo is indeed into
‘philosophical sociology’ – As he notes, ‘sociology’ is today’s philosophese
for Aristotelian politics – politica – re publica romana – And being a
positivist, Ardigo provides some good background – which will later be
‘refuted’ by the neo-idealists that opposed this sort of philosophy – to the
idea of two organisms (two pirots) interacting --. While I speak of
conversational egoism as balanced by conversational tu-ism; Ardigo, less of an
altruist, and who laughs at the ‘ridiculous’ sensist conception of ‘simpatia’ –
speaks of two principles: the principle of egoism, or prepotence, found amoung
brutal animals – and the principle of what he calls ANTI-EGOSIM, found in the
civil Italian gentleman – the word ‘civile’ is crucial, as in Castiglione,
‘discorso,’ or ‘conversazione’ civile. If Wilson found it offensive when Chomsky
spoke of two ideal communicadtors, this is no problem for the positivist – As
Ardigo notes, an Italian will not behave conversationally in the same way when
conversing with some he regards as below his station -- that’s why he (and later I adopted the
same guideline) uses ‘Romolo’ and ‘Remo’ (rather than Jack and Jill, since
there is a gender issue here) as communicators.
As he puts it, ‘the fact that Romolo eventually kills his ‘fratello’ is hardly
relevant from a positivist point of view – surely we don’t require ANTI-EGOSIM
to hold indefeafeasibly, I would disagree with Ardigo’s dismissal of Remo’s
murder – ‘l’assassinio di Remo’ – I discussed this with Hardie – in English,
and, after a ten-minute pause, all I got from him was, ‘what do you mean by
‘of’?’” -- Essential Italian philosopher. Grice: “It’s amazing Ardigo found
psychology a science, and a positive one, too!” – A. è ancora considerato,
nell’ambito del positivismo italiano, l’autore di una sintesi in grado di
superare gli opposti punti di vista del materialismo e dell’idealismo, ma la
rapida trasformazione dei paradigmi epistemologici delle scienze e i mutamenti
del quadro filosofico ne annunciano il tramonto. Influenza più duratura, almeno
fino all’affermazione dell’egemonia idealistica, ha la sua opera
etico-politica: per il legame col Risorgimento e il ri-pensamento dei
fondamenti della morale e della società, essa stimola un ampio dibattito, lungo
un trentennio, tra le correnti interessate a una prassi ri-formatrice e
all’evoluzione democratica dello stato. Trasferitosi con i familiari a Mantova pelle
gravi difficoltà economiche del padre, poté frequentare il seminario solo
grazie a un sussidio. Ordinato sacerdote, fu ospite di monsignor Martini,
rettore del seminario e ‘confortatore’ dei martiri di Belfiore, che ne seguì
l’educazione; fu nominato canonico della cattedrale; divenne quindi docente nel
ginnasio e, con l’abilitazione, nel liceo. Gli studi lo condussero alla svolta
della sua vita, maturata in una crisi religiosa e nell’apostasia. Le premesse
di questa scelta risultarono evidenti nel discorso su POMPONAZZI (vedasi) – H.
P. Grice, “Method in philosophical psychology” -- letto presso il liceo
mantovano: l’audacia delle posizioni ivi espresse provoca, insieme a vivaci
polemiche da parte clericale, la sospensione a divinis e la messa all’Indice
della pubblicazione. Falliti i tentativi di dimostrare la compatibilità delle
opinioni scientifiche colla condizione ecclesiastica, la successiva
dichiarazione contro l’infallibilità del papa e la pubblicazione di LA
PSICOLOGIA COME SCIENZA POSITIVA – cf. H. P. Grice: Philosophical Psychology as
Folky -- resero la sua posizione insostenibile: da qui la decisione di svestire
l’abito. La condizione laicale e l’improvvisa notorietà favorirono le relazioni
con gl’esponenti del nascente movimento positivistico, in particolare con VILLARI
(vedasi) – H. P. Grice: “As much as MY method in philosophical psychology got
all the Ryleans as my vowed enemies!” . Mentre attende alla stesura delle sue
opere principali, partecipa anche marginalmente alla vita politica locale,
entrando in rapporto con l’area repubblicano-radicale e fu membro del circolo
democratico “Cairoli” di Padova. Dopo aver subito la censura del segretario
generale della Pubblica istruzione (che giudica il suo insegnamento, improntato
al naturalismo positivistico, offensivo per le credenze delle famiglie), il ministro
Baccelli lo promosse alla cattedra di storia della filosofia a Padova. Si ritira
dalla vita attiva, dopo aver stampato le sue opere. Di se stesso, scrittore
prolifico e instancabile, e del suo austero carattere, scrive: Lavoreremo
finché avremo fiato. Anche a morir di fame. Anche se tutti sono contro di noi.
E faremo vedere a quella gente grassa, che dice sé morale e tutti gli altri
immorali, che possano i repubblicani positivisti (lettera, in Lettere edite ed
inedite, a cura di Büttemeyer). I suoi settanta e ottant’anni furono celebrati
solennemente da uno stuolo di allievi, riceve onori pubblici, compresa la
nomina a senatore, come un decano della cultura italiana e un maestro del
positivismo. Sopravvive alla Prima guerra mondiale, lucidamente, anche se in
condizioni psico-fisiche penose, che lo condussero a due tentativi di suicidio
negl’ultimi anni della sua esistenza. Muore a Mantova. Dal ‘cristianesimo
civile’ al positivismo Nella drammatica lettera con cui comunica al suo
mentore, Martini, la decisione di abbandonare la chiesa, A. rivendicò la
coerenza etica del suo gesto – gesto non d’impulso, ma traumatico, perché
compiuto a quarantatré anni, con la rinuncia a un’intera vita di consuetudini e
di affetti: svestiva l’abito – scrive – ma non mutava la vita e i costumi; che
in ciò non ci potrà essere nulla mai che possa farmi cambiare da quello che
sono sempre stato (lettera, in Lettere edite ed inedite). Se i motivi
contingenti che portarono a questo epilogo sono documentati, più complesso è
l’itinerario percorso: A. lo dipingerà come un’evoluzione intellettuale,
culminata in una sorta di
‘illuminazione’ – what H. P. Grice calls his Path to the City of Eternal Truth
--, che gli avrebbe fatto constatare l’inconsistenza delle sue credenze
religiose. A prescindere dalla verosimiglianza di questa nota autobiografica,
la scarsità delle fonti e la reticenza a parlare dell’esperienza non consentono
di ricostruire puntualmente la sua vicenda intellettuale. Ciò che appare
chiaro, attraverso i documenti via via emersi, è che la crisi non avvenne
repentinamente. La teologia scolastica e la dogmatica, che A. è stato inviato a
studiare a Vienna – cf. H. P. Grice: “I shall call it philosophical
eschatology, to distinguish her from her sister in theology!” --, non lo
avevano attratto particolarmente. Al tomismo d’AQUINO (vedasi) che in quegli
anni la chiesa ripropose come antidoto alle tendenze razionalistiche di certa
teologia, A. affianca letture della tradizione platonica, da Agostino, FIDANZA
(vedasi), Malebranche, Gerdil, fino ad autori come SERBATI (vedasi) e GIOBERTI
(vedasi), non ortodossi, che aspirano per vie diverse alla conciliazione tra la
dottrina cristiana e il pensiero, e che ancora, nel sostenere l’esame per
l’insegnamento della religione, mostra di frequentare assiduamente. La lenta
erosione delle certezze della fede non avvenne però sul piano teologico, bensì
in seguito alle acquisizioni della letteratura FILOSOFICA che A. anda
conducendo, per impulso interiore e per motivi legati alla sua carriera di
insegnante. Sono diventato positivista a poco a poco – scrive – quasi a mia
insaputa, e anzi mio malgrado (lettera, in Lettere edite ed inedite). Colla
fondazione – insieme ad alcuni esponenti del ceto laico colto – di un gabinetto
di lettura, con lo scopo di favorire l’istruzione popolare e la diffusione di
ideali filantropici, A. assimila, attraverso letture sistematiche di testi e
riviste, i metodi e i risultati più aggiornati della FISIOLOGIA, nella fase
culminante di quella che si suole chiamare la ‘rivoluzione’. All’esame di
filosofia sostenuto tenta di innestare sullo sfondo delle idee di GIOBERTI
(vedasi) la scienza sperimentale; poco dopo, presenta un progetto di ri-ordino
dell’accademia virgiliana di Mantova che non concede più nessuno spazio alla
filosofia come disciplina autonoma, all’ontologia e alla morale in senso
tradizionale, a vantaggio delle scienze naturali, giuridiche, economiche,
statistiche e antropologiche. Con un tocco auto-biografico letterariamente
suggestivo, già nel discorso A. parve tracciare un parallelo tra la sua vicenda
personale e quella di POMPONAZZI (vedasi): dipinse in questo modo la solitudine
e il lavoro oscuro del filosofo, tra i dubbi che gl’insinua la ricerca e il fremito
procuratogli dalle certezze, coerente e leale nel professare le proprie
convinzioni sul rapporto tra verità filosofiche e di fede (POMPONAZZI (vedasi)).
Poco dopo l’apostasia compare l’accenno a un ulteriore elemento della sua
formazione – quello politico-civile – con la rivendicazione degl’antichi
sentimenti patriottici e liberali, non mai dissimulati e il lavoro speso pell’Italia,
per la scienza, per la civiltà (lettera, in Lettere edite ed inedite. A. allude
ai propri convincimenti politici e alla posizione da lui discretamente assunta
in un contesto molto particolare come quello della diocesi di Mantova. Lì egli
aveva convissuto per un quindicennio con il ricordo e i postumi della grave
crisi e dell’evento tragico che l’aveva investita: l’episodio della
cospirazione antiaustriaca attuata da Tazzoli, conclusasi con l’esecuzione dei
patrioti nella valletta di Belfiore (fra essi Tazzoli e altri, tutti ridotti
allo stato laicale) e con un seguito di altre condanne e intimidazioni.
Territorio di frontiera in senso geopolitico (fu annessa all’Italia solo in
seguito alla Seconda guerra d’indipendenza) e in senso dottrinale, la diocesi
mantovana si era segnalata per l’autonomia e i sentimenti liberali di parte del
clero. Il fermento che conduce all’epilogo si era a lungo alimentato –
principalmente nell’opera di Pezzarossa e dello stesso Tazzoli, docente al
seminario negli anni in cui lo frequentava A. – di una cultura aperta, legata
all’Illuminismo lombardo, venata di reminiscenze giansenistiche e non aliena da
aspirazioni a una riforma della Chiesa. La religione razionale che vi si
pratica, aperta alla scienza e avversa al formalismo e alla superstizione,
configura un cristianesimo civile, operoso nella società e attento ai bisogni
delle classi umili. Il tragico esito di Belfiore – con l’inutile tentativo di Corti
di salvare i condannati – segna i rapporti fra il clero illuminato e il governo
austriaco e causato una frattura al suo interno, tra un’ala liberale e una
conservatrice, che si trascinerà negli anni seguenti. A., sotto la guida
paterna di Martini, fu in qualche modo l’erede di questo moto di idee e fu
ritenuto il leader della corrente liberale del clero locale. Svolge una parte
di primo piano nelle celebrazioni solenni dei martiri di Belfiore – con
evidente imbarazzo della gerarchia ecclesiastica – e segue da vicino la
composizione del confortatorio di Mantova, dello stesso Martini, commossa
rievocazione dell’episodio. Esorda con uno scritto sulla Confessione, dove non
solo mostra un attento approccio storico al dogma, ma anche una concezione
critica del cristianesimo che lo porta a rifiutare come assurda la tesi
dell’ingerenza politica della chiesa e della sua supremazia sullo stato e una iniquità
da aborrirsi la persecuzione degl’eretici. Vi comparivano anche velate riserve
sull’infallibilità del pontefice, che, prima della rinuncia ai voti e alla
vigilia di Porta Pia, egli avrebbe apertamente definita – in una dichiarazione
resa alla Gazzetta di Mantova destinata a suscitare aspre polemiche – una vera
stoltezza (La confessione e All’on. sig.
direttore della Gazzetta di Mantova, in Scritti vari, a cura di MARCHESINI (vedasi)
– Marchesini e citato da CAIRO come teorico del segno, insieme a Marzola, e
Ferrero -- rispettivamente. Di tutti questi motivi il discorso su POMPONAZZI
(vedasi) opera una sintesi per certi aspetti clamorosa. Il filosofo mantovano,
con la ripresa di idee che erano state fra l’altro esposte da Pezzarossa un
ventennio prima, è presentato – con il Rinascimento italiano, da BRUNO (vedasi),
a BONAIUTO (vedasi) Galilei, a CAMPANELLA (vedasi) – come antecedente del moto
scientifico europeo e del positivismo: suo il concetto della naturalità dei
fenomeni, della materia come forza, l’abbandono dell’idea dell’anima come
sostanza separata, e soprattutto il principio metodico dell’esperimento e
dell’osservazione come criterio della certezza, in opposizione alle astrazioni
scolastiche e metafisiche e agl’ascetici aberramenti del Medioevo. Ma non meno
rilevante in questi giudizi è l’insistenza sulla scienza come medicina mentis
contro la superstizione, il conformismo, i pregiudizi e il dominio delle potenze
sovrannaturali, e soprattutto la definitiva rinuncia al principio di autorità,
coll’ammissione dell’autonomia della ragione rispetto alla fede e alla
teologia. Su questa distinzione di campi A. ritene di poter ri-vendicare
l’ortodossia del discorso: evidentemente suggerendo, come in POMPONAZZI
(vedasi), una sorta di dottrina della doppia verità, o quanto meno una netta
distinzione tra fede e scienza. Senonché, ciò che sorprende nel testo e ne
costituisce il nerbo, è proprio il silenzio su questa distinzione e l’assenza
di qualunque riferimento alla trascendenza, colla conseguente estensione della naturalità,
densa di implicazioni, ai fenomeni morali e storici. Con un audace parallelo A.
– che cita disinvoltamente autori come Darwin e il medico Moleschott, capofila
del materialismo ateo – paragona l’evoluzione della società e delle idee
economiche, politiche, sociali e religiose all’evoluzione delle specie: come
queste ultime, le società e i loro sistemi di idee mutano. La scienza
rinascimentale è momento di una serie di trasformazioni, insieme alla Riforma,
che «ridestò il sentimento della individualità personale, e lo sollevò contro
le improvvide e innaturali pretese di un’assorbente autorità», e alla
Rivoluzione francese, che «promulgò le nuove tavole dei diritti dell’uomo,
conducendo alla libertà civile e religiosa e al rispetto della moralità del
lavoro: La mutata rappresentazione del mondo ha necessariamente determinato una
corrispondente mutazione nelle abitudini e nei costumi. POMPONAZZI (vedasi),
prima di VICO (vedasi) – citato da S. N. Hampshire --, di Herder e di Kant è
l’autore di una fisica dell’umanità, ossia di un sistema secondo il quale
l’arbitrio umano, pur con leggi sue proprie, si muove tuttavia all’interno di
una catena di cause. Persino i rivolgimenti e le vicende delle religioni,
attraverso la critica, si chiariscono «in relazione a tutti gli altri fatti
della natura» (Pietro Pomponazzi, cit., pp. 10-17). La radicalità di queste
tesi, sorprendente in un uomo di Chiesa, chiarisce che il positivismo di Ardigò
non intendeva solo proporre un’aggiornata sintesi cosmologica, ma ambiva a
rappresentare – nel solco di ROMAGNOSI (vedasi), di CATTANEO (vedasi) e di VILLARI
(vedasi) – una filosofia dell’incivilimento, sottratta ormai a ogni ipoteca
trascendente e provvidenzialistica, e presupposto di un intervento riformatore
sulla società mediante il ruolo decisivo attribuito alla scienza e alla
tecnica. La morale dei positivisti Immediatamente dopo il discorso su
Pomponazzi, A. pubblicò quella che sarebbe rimasta una delle sue opere più
importanti, la Psicologia come scienza positiva. Segue la Formazione naturale
nel fatto del sistema solare e la Morale dei positivisti (apparsa dapprima
sulla «Rivista repubblicana» di Arcangelo Ghisleri e Alberto Mario: il giovane
Filippo Turati ne corresse le bozze), la cui ultima parte comprendeva una
Sociologia, che in seguito, fu ripubblicata a sé: il sistema filosofico
positivo nelle componenti classiche – logica, cosmologia, etica – era dunque
compiuto. La Psicologia è insieme una teoria della conoscenza e un compendio
dei risultati della più recente sperimentazione europea, che rompe con
l’assetto spiritualistico e razionalistico della disciplina e – naturalmente –
con l’idea metafisico-religiosa dell’anima. Le funzioni superiori, l’Io, la
coscienza, la volontà non sono le premesse dell’attività psichica, conoscitiva
e morale, ma – al contrario – il risultato, complesso e derivato, del processo
neurofisiologico. La libertà, infine, nel senso del libero arbitrio o di
autodeterminazione del soggetto umano, si rivela un’illusione: esiste solo una
libertà relativa, graduale acquisizione della possibilità di selezionare e
orientare gli impulsi fisici, pur sempre all’interno di una rigida catena
causale. Su queste premesse la Morale dei positivisti ingaggia una sfida
decisiva con la morale nel senso corrente del termine: dimostrare, contro i
detrattori, che è possibile un’etica positiva, ancorata ai risultati delle
scienze biologiche e psicologiche, rigorosamente fondata sui fatti ma non
esclusivamente descrittiva, e sottratta, insieme, alla tutela
teologico-religiosa e alla definizione di norme astoriche e universalmente
astratte propria del pensiero razionalistico. Un’etica dunque relativistica,
laica, estranea a ogni idea di comando trascendente, sobriamente conscia della
limitatezza dell’agire umano. L’etica nuova è innanzi tutto per A., come ogni
altro fenomeno del cosmo, del quale il volume offre lo schema sintetico, una
«formazione naturale», sottomessa ai principi che reggono la natura fisica, a
un rigido determinismo causale e all’evoluzione. Come la nascita dell’universo
fisico dalla nebulosa primitiva, come l’evoluzione biologica e la stessa psiche
umana che si forma a partire dalle sensazioni, la società umana è un processo
di progressiva distinzione e specificazione. I Principles of biology di Spencer
e The descent of man and selection in relation to sex di Darwin avevano ridotto la distanza tra uomo
e animale, concependo la società umana come lo sviluppo di quella animale:
anche per A., come per H. P. Grice, il comportamento umano è un modello di
adattamento all’ambiente come l’istinto animale, e come questo sottoposto alle
leggi della selezione e dell’eredità. Senonché, trasportati nella società,
questi principi non implicano un omologo della ‘lotta per l’esistenza’ – il
conflitto degli individui tra loro – e dunque un modello edonistico, egoistico
e concorrenziale dei rapporti tra gli uomini. Darwin aveva osservato che
l’emergere di istinti di simpatia e di solidarietà, in alcune specie animali
superiori, imprimeva una direzione diversa all’evoluzione. Con la formazione
del gruppo si andava sostituendo alla lotta per l’esistenza un principio di
carattere altruistico, con una cesura che non sospende, certo, ma modifica i
rigidi meccanismi selettivi (il debole, per es., non soccombe, ma viene
protetto e ne viene assicurata in parte la riproduzione). Per A. la nascita
della società sostituisce istinti sociali altruistici e antiegoistici alla
«prepotenza dell’egoismo originario dell’arbitrio individuale» (La morale dei
positivisti, 1879, p. 687). Gli istinti altruistici isolati dalla selezione
naturale ed eretti a norma del gruppo non sono più solo un prolungamento delle
tecniche di adattamento all’ambiente in funzione dei bisogni individuali, ma
producono quelle che Ardigò chiama le «idealità sociali antiegoistiche» – la
categoria centrale del suo sistema – alle quali l’individuo è portato a
conformarsi, avvertendo su di sé la pressione della sanzione contro i
comportamenti asociali e sviluppando il senso della propria responsabilità. La
morale in questo quadro consiste nell’adeguamento alle norme collettive e in un
progressivo venire meno, antropologicamente e storicamente verificabile, degli
istinti antisociali primitivi. Il dovere dell’individuo non è più correlato a
un comando esterno – di natura trascendente, o fondato su un’astratta coscienza
morale – ma scaturisce dalla interiorizzazione dei valori collettivi. La virtù
del singolo è un istinto evoluto e irriflesso, basato essenzialmente – come per
Aristotele, cui A. si richiama in maniera esplicita – sull’‘abitudine’: una
disposizione atta a produrre, una volta formata e all’«insaputa
dell’individuo», la conciliazione tra il suo bene e quello della società
(lettera, in Lettere edite ed inedite). La morale perde così il carattere
dell’eteronomia, ma anche quello dell’interiorità e dell’intenzione, e con ciò
l’appello – lacerante e angoscioso – alla coscienza diventa l’assunzione di un
comportamento automatico, via via attuato «senza sforzo» in vista dell’utile
collettivo. Essa confluisce così in una teoria sociologica della «giustizia» e
del progresso, che vince il «regno del fato» imperante nella natura, tenendo a
freno l’egoismo dell’individuo (etichetta sotto la quale A. rubrica
indifferentemente la violenza delle società primitive e barbariche, l’ingenua
prepotenza infantile, la grettezza dei ceti non educati, la devianza, l’egoismo
di classe aristocratico e la dottrina dell’utilitarismo classico). Diversamente
che in Spencer, per il quale l’altruismo non è affatto funzionale alla società,
anzi è addirittura dannoso, per Ardigò esso ne consente il funzionamento e
tende a realizzarne la forma perfetta: l’ideale assoluto della operosità
intelligente e virtuosa, e dell’agiatezza di tutti cioè la democrazia, intesa
in questo senso che la ricchezza, la cultura, il potere, nella società, non
siano il privilegio della aristocrazia, sia del sangue, sia della ricchezza
oziosa, sia della violenza, sia del caso, ma si estendano in ragione del lavoro
e del merito (La morale dei positivisti, cit., p. 160). In questa teoria rimane
una dose di ambiguità: l’adesione alla norme del gruppo è sì un principio di
benevolenza verso gli altri membri della società, ma corre il rischio – cui
Ardigò cercherà come vedremo di ovviare – di trasformarsi in un adeguamento
passivo alle norme di ‘giustizia’ valide in una determinata comunità, dunque in
un esito legalistico e conformistico rispetto alla morale dominante. Se
l’evoluzione della società è demandata a processi oggettivi di lungo periodo, a
una formazione naturale, solo impropriamente si può parlare di autonomia morale
e l’attività dell’individuo (modellata dall’eredità, dall’educazione, soggetta
alla sanzione della società, cioè a un’estensione della lotta per l’esistenza
sotto il principio-guida della salus patriae) perde consistenza e sembra
ridursi a un pallido riflesso di leggi esterne, quasi fosse – così si esprime
immaginosamente Ardigò – un «pulviscolo nella nube di polvere sollevata dal
vento» (lettera, in Lettere edite ed inedite). -Una teoria della trasformazione
democratica Con il trasferimento all’Università di Padova, fonte di nuove
polemiche (qualcuno parlò di una governativa «glorificazione dell’ateismo»),
Ardigò abbandonò la partecipazione alla politica attiva, rinunciando anche a
una candidatura alla Camera. Da allora si dedicò solo all’insegnamento, oltre
che al completamento e al chiarimento della sua opera teorica. Il positivismo
italiano si era affermato negli anni Sessanta con una spiccata vocazione
metodologica, rivolta in primo luogo ad ammodernare le scienze umane, nel
tentativo di sottrarle all’egemonia delle filosofie di scuola, introducendovi i
criteri di rigore e chiarezza propri delle scienze della natura, e di farne
l’asse della cultura del nuovo Stato: i punti di riferimento nel positivismo
europeo erano John Stuart Mill e la scuola comtiana francese. Nel decennio
successivo, tuttavia, con il successo della teoria di Darwin e soprattutto
della versione sistematica dell’evoluzionismo divulgata da Spencer, l’orizzonte
teorico mutò: si andò affermando la certezza che i grandi risultati della
ricerca scientifica autorizzassero una sintesi definitiva di tutto il sapere
sul fondamento delle scienze fisiche e biologiche. Questa tendenza operò in
Italia principalmente fuori del mondo accademico, promovendo peraltro uno
svecchiamento dei quadri disciplinari tradizionali e aggregando attorno a idee
condivise e a battagliere riviste e gruppi di tendenza, l’ambiente della
ricerca scientifica e delle professioni (medici, giuristi, tecnici ecc.). Tra i
gruppi più vivaci si segnalò la ‘scuola criminologica’ sorta attorno a Cesare
Lombroso, che ebbe straordinaria notorietà: la sua celebre tesi, che individua
nella costituzione organica atavica la causa dei comportamenti delittuosi,
parve in grado, spingendo verso una sistematica biologizzazione del mondo
umano, di riplasmare tutto il settore delle scienze sociali. Il successo di
questo programma, se da un lato portò alla luce l’arretratezza del sistema
giuridico italiano, dall’altro attenuò considerevolmente la carica
emancipatrice del positivismo, favorendo la convinzione che la soluzione dei
gravi problemi del Paese (malattie endemiche, devianza, turbolenze
politico-sociali, disoccupazione ecc.) potesse derivare, più che da un’opera di
riforme – ritenuta in contrasto con l’evoluzione –, da pratiche di controllo
della pericolosità sociale attuabili mediante tecniche igienistiche e di
repressione penale. Paradossalmente, l’idea che i mutamenti sociali siano
soggetti ai ritmi e alle leggi dell’evoluzione naturale fu comune alla
sociologia liberal-conservatrice, a gran parte del primo socialismo italiano e
– presto – agli ideologi dell’imperialismo ‘social-darwiniano’ più aggressivo.
In questo quadro la Morale dei positivisti di Ardigò esercitò un influsso
ambivalente. Riconosciuta, per i suoi fondamenti deterministici e per
l’importanza concessa al tema dell’integrazione dell’individuo nella società e
alla repressione degli atteggiamenti antisociali, come un’opera anticipatrice,
era però in parte estranea alla sensibilità della nuova scuola sociologica. Ad
Ardigò preferirono richiamarsi piuttosto ideologi democratico-radicali (Ghisleri,
Mario) e protosocialisti (Camillo Prampolini, Leonida Bissolati, Napoleone
Colajanni, Filippo Turati), con molti dei quali egli fu in costante rapporto –
alcuni erano suoi allievi –, che, in dissenso con la scuola criminologica,
ponevano in primo piano, come causa del comportamento deviante, le
disuguaglianze economiche e sociali. Presso costoro il riferimento alla morale
di Ardigò e alla sua teoria delle idealità morali e della giustizia fu sempre
presente: esse fornivano il presupposto per contrastare la riduzione
biologistica della società e contemporaneamente la fondazione altruistica e
solidaristica della visione di un nuovo ordine sociale e di una pratica
politica riformatrice. Ardigò per parte sua tenne una via intermedia. Non
condivise l’esito conservatore della concezione organicistica della società:
respinse in parte la teoria penale della scuola lombrosiana, ponendo, accanto
all’esigenza della difesa della società, quella della mitezza delle pene, del
recupero del reo, e dunque, prima che della repressione, dell’opera
moralizzatrice dello Stato in ordine alla prevenzione e alla rimozione delle
condizioni del delitto. Non aderì tuttavia a un’ipotesi di trasformazione della
società in direzione del socialismo, che considerava una teoria livellatrice e
fondata a sua volta su una forma di egoismo di classe: riteneva del resto il
marxismo, riguardo al quale ebbe un’informazione superficiale, una teoria
grettamente economicistica. Allo stesso tempo, aborrendo la violenza come forma
di lotta politica (polemizzò, per es., ripetutamente con gli anarchici),
respinse qualsiasi prospettiva rivoluzionaria che andasse a turbare la marcia
lenta ma sicura del progresso. Coerentemente con i suoi principi, Ardigò fu
sempre sostenitore di un’alternativa liberale-democratica. Se è vero che le
«idealità morali» sono relative a un dato sito e a un dato tempo,
tendenzialmente stabili, sì che il progresso appare un movimento lento e
impercettibile, egli non vi scorgeva affatto l’«acquetamento» a un determinato
ordine sociale e giuridico; riteneva anzi che il diritto positivo fosse sempre
«in arretrato» rispetto alle idealità sociali più progredite già sviluppatesi
nella coscienza comune (La morale dei positivisti, cit., p. 616). La
possibilità del progresso era definita a partire da un circolo virtuoso tra
società e individuo. Come in natura, l’individuo è soggetto a un processo di
selezione: il suo grado di elevatezza morale e di responsabilità dipende da una
catena di disposizioni che affondano le radici nell’eredità fisica e psichica,
plasmata e modificata dalla società e dall’educazione. La selezione – naturale
e sociale a un tempo – opera sugli individui isolando quei caratteri che più si
adeguano alle idealità morali e se ne fanno portatori: in altri termini, che
sono utili al progresso della specie. La morale individuale è un prodotto di
quella sociale, ma reagisce su quella e la modifica: l’individuo risulta così
sociologicamente un fattore dinamico di progresso, in quanto è in grado di
valutare il potere pubblico, commisurandolo «al principio di giustizia della
propria coscienza» e a nuovi ideali (La morale dei positivisti). Questo moto
ascendente è per A. evidente nel progresso antropologico e storico: nel primo,
secondo una gradazione che si manifesta nell’età, nel sesso, nell’educazione,
nella divisione del lavoro, nella gerarchia delle classi sociali; nel secondo,
con il passaggio dalla barbarie alla civiltà. Ardigò si mostra indubbiamente
passivo nei confronti delle idee della sua epoca: nella sua dottrina
«intrinsecamente borghese» (Büttemeyer), l’evoluzione morale sembra culminare
nell’uomo «maschio europeo, adulto, civilizzato e possibilmente agiato»
(Landucci). Ma ciò che conta è la sua convinzione della possibilità del
progresso a partire dal costituirsi, con il meccanismo dell’evoluzione, di una
minoranza attiva di individui. Con ciò egli proponeva al positivismo
democratico una teoria dell’élite riformatrice, che rappresentava la vittoria
del vero soggetto rivoluzionario, il «Sapiente», e per esso dell’«intelligenza»
sulla «forza», che avrebbe lentamente trasformato l’ordinamento sociale. La
proposta ardigoiana di un ceto speciale, una nuova «nobiltà» del merito
illuminata (La morale dei positivisti) fu accolta dal repubblicanesimo
democratico e influì anche sul socialismo nascente, che conserva l’idea dello
sviluppo onnilaterale dell’individuo in armonia con la società. Il positivismo
e i problemi dello Stato unitario Era rigorosamente in questa visuale e con
questi strumenti che Ardigò riteneva percorribile una terza via tra il
«nihilismo del diritto individuale» e il «socialismo materialistico» (La morale
dei positivisti, cit., p. 618). Stilando un bilancio dei problemi aperti
dall’unificazione nazionale, scorse tra gli obiettivi realizzati dall’Unità il
superamento delle residue tentazioni regionalistiche e l’organizzazione di una
moderna macchina statale, ma non si nascose, invocando «rimedi radicali», che
rimaneva tutta da svolgere un’opera di redenzione sociale delle classi
subalterne: Nulla è ancora l’indipendenza dallo straniero, la libertà e
l’uguaglianza di ogni cittadino nel proprio paese, l’impero incontrastato della
ragione sulle coscienze, se ad ogni onesto non è assicurato il pane quotidiano,
nella giusta ragione di un lavoro né ignobile né eccessivo, che non gli sia
dato per elemosina, ma per diritto di essere un uomo (Garibaldi, in Scritti
vari). Come gran parte degli uomini della corrente democratica, da cui
lentamente il socialismo italiano si venne distaccando, Ardigò si limitò a
suggerire elementi di metodo, aspirando a rintracciare un problematico punto di
equilibrio: dell’associazionismo operaio e del sindacalismo, per es., nel 1907
scriveva che erano un fatto importante, ma che «nella società sono in giuoco
altre forze operanti, oltre quelle delle classi operaje come sono ora, e altri
motivi impellenti, oltre l’economico» (lettera, in Lettere edite ed inedite, a
cura di W. Büttemeyer, 2° vol., 2000, pp. 279-80). La partita sembra giocarsi
tuttavia per Ardigò non sul piano delle strutture economiche o dei concreti
rapporti sociali, ma su quello della percezione soggettiva della propria
condizione, dei sentimenti e degli impulsi, delle sensazioni e delle idee
originate dall’ambiente e dall’educazione, al punto che possono perfino
prevalere «i sentimenti che sono diversi da quelli della fame, fino a farli
tacere affatto» (Il materialismo storico, in Scritti vari, cit., pp. 271-72).
Da qui il suo insistere non solo sulla necessità di un sistema di beneficenza,
ma come tutto il positivismo della prima generazione, da Villari, ad Aristide
Gabelli, ad Andrea Angiulli, sul problema dell’educazione. La costruzione di un
apparato educativo era l’opera più difficile e più colossale: e alla quale si
dovrà la trasformazione addirittura del nostro paese, non uscito veramente di
minorità fino a quando rimarranno nelle coscienze le traccie della superstizione,
che toglie all’uomo ogni vigoria di carattere, ogni nobiltà di aspirazione
(Discorso di commemorazione, in Scritti vari, cit., p. 195). Per questi
caratteri e accenti, a differenza del positivismo evoluzionista e del
socialismo, pur condividendo l’aspirazione alla direzione ‘scientifica’ della
società, Ardigò rimane essenzialmente un uomo del Risorgimento e la sua una
ideologia dello Stato unitario dominata dal problema della costruzione di un
ethos pubblico, che investiva le classi sociali e il ceto dirigente. Per questo
egli è costantemente preoccupato, più che di tecniche di governo, dell’armonia
d’intenti in politica, non perdendo occasione per riaffermarla – utopicamente e
con una riflessione non approfondita sulle dinamiche politiche postunitarie –
come valore primario. Si oppose così, in nome del principio patriottico
dell’unità, con atteggiamenti che gli furono variamente rinfacciati da parte di
esponenti e gruppi dello stesso schieramento nel quale si riconosceva, alla
contestazione da parte democratica e radicale della politica di Francesco
Crispi; ribadì il suo lealismo alla dinastia che aveva compiuto il
Risorgimento; sostenne infine – negli ultimi suoi tormentati anni –, a dispetto
dei suoi ideali umanitari, internazionalisti e pacifisti e nell’ottica
dell’interventismo democratico, la necessità della partecipazione dell’Italia
alla guerra mondiale, come un doloroso, ma inevitabile dovere civile e storico
(cfr. Scritti vari, cit., pp. 250, 254-55; lettera del 2 luglio 1915, in
Lettere edite ed inedite). A. verrà poi – talora acerbamente – accusato di non
aver offerto altro che un’immagine irenica dello Stato uscito dal Risorgimento,
disattenta ai contrasti drammatici che lo connotavano. E addirittura, ripetendo
per lui il detto olim sacerdos (nella Morale dei positivisti, più volte si
suggerisce che la nuova etica non è che la trasposizione laica, razionale e
scientifica dei principi del cristianesimo), di essere il paladino di una sorta
di «religione civile», espressa persino in toni sacramentali, residuo della sua
formazione personale. In sostanza, di non essersi emancipato, nonostante
l’abiura, da un’ottica teologizzante: la sua stessa cosmologia – opera certo di
sintesi filosofica, non di scienza – non sarebbe che una riscrittura in forma
moderna della filosofia romantica della natura e di un mito cosmogonico. Queste
critiche, in parte giustificate, non tengono conto dei notevoli spunti metodici
dell’opera di Ardigò, spesso più consapevoli rispetto alla scarsa vocazione
teorica del positivismo italiano, feticisticamente appiattito sulla pratica
delle scienze e impreparato di fronte alla crisi epistemologica di fine secolo.
In campo etico, non va sottovalutato il problema che Ardigò, come gli uomini
del Risorgimento, si trovava di fronte: quello dell’integrazione delle masse
nella vita del nuovo Stato, e dell’esigenza primaria di contrastare l’influenza
della Chiesa su di esse. Sapeva che per la particolare storia del Paese, la
presenza del papato, lo stato di arretratezza dell’istruzione, si giocava su quel
terreno una sfida decisiva, e che il progetto di una riforma morale e
intellettuale invadeva i sistemi delle credenze, dei valori, delle visioni del
mondo. Tutta l’ultima parte della Morale dei positivisti è dedicata a questo
problema: Ardigò vi sostiene che non è la religione come tale la fonte della
moralità, ma, al contrario, che le religioni attingono di volta in volta ai
livelli di moralità raggiunti nel corso dell’evoluzione della società e li
trasformano e assimilano a un sistema dogmatico di credenze. Per questo egli
ritiene che si debba far leva sul risveglio cosciente delle ‘idealità sociali’,
senza cedere alla tentazione di usare la religione come instrumentum regni e
sistema di controllo delle agitazioni sociali, ma attraverso il miglioramento delle
condizioni delle masse e – soprattutto – dell’educazione pubblica e popolare.
Si faceva probabilmente generose illusioni sull’efficacia di questo progetto,
non esente da toni paternalistici: ma, con coerenza e franchezza, non credeva
nella sostituzione ut sic di una sorta di religione positiva come visione del
mondo alla religione confessionale, bensì nei mutamenti del costume favoriti da
una virtuosa azione politica laica. Da qui l’opposizione alla «simulazione
forzata» e all’ipocrisia della religione imposta «senza libertà» (La libertà
del sentimento religioso, in Scritti vari, cit.) dal sistema teocratico, ma
anche alla massoneria: la quale, scriveva, «in uno stato libero è un non
senso», giacché a combattere l’oscurantismo è più efficace l’opera indefessa ed
aperta di educazione e di elevazione civile che non l’opera tenebrosa e nascosta
di una setta: e che coll’esistenza di questa la gran massa popolare non può che
perdere la fiducia nella giustizia pubblica (Contro la massoneria [1903], in
Scritti vari, cit., p. 164). Da qui il compito dell’educazione da parte dello
Stato, non per imporre un astratto catechismo laico, ma per creare «le
attitudini di persona civile, di buon cittadino e di individuo fornito di
speciali abilità utili, decorose, nobilitanti», che accrescano la dignità
personale dell’individuo (La scienza dell’educazione). Ne diede un esempio
significativo a proposito del problema della sostituzione del personale
religioso negli ospedali, dove auspicava, come in tutti gli uffici pubblici, un
sistema di reclutamento di «persone probe, preparate opportunamente dagli elementi
più adatti, informati del carattere civile della moralità positiva», atti a
trasmettere l’idea di una missione nobile e a trasformare così la società in un
organismo morale, non fondato su un meccanismo servile o volto a secondi fini
(Le Ancelle della carità del Civico Spedale, in Scritti vari, cit., p. 210).
Senza un programma di questo genere, Ardigò prevedeva inevitabili convulsioni
sociali e soprattutto temeva che, contro il «fatale dominio del papa», l’opera
dello Stato unitario sarebbe rimasta incompiuta. E che avrebbe allora risonato
vanamente l’invettiva rivolta contro l’antico potere da un immaginario
bersagliere mantovano dalla breccia di Porta Pia: un grido di liberazione
«potente, ignobile e sconcio», ma «echeggiante come la parola terribilmente
sublime dell’angelo della vendetta» (La breccia di Porta Pia, in Scritti vari).
Pomponazzi, Mantova (rist. in Opere
filosofiche, Padova, pp. 11-56). La psicologia come scienza positiva, Mantova
(rist. in Opere filosofiche, 1° vol., Padova, pp. 219-20). La morale dei
positivisti, Milano (rist. in Opere filosofiche, 3° vol., Padova 19084, pp.
5-445; riedita a cura di Giannini, Milano). Opere filosofiche, Mantova-Padova.
La scienza dell’educazione, Padova-Verona, (rist. parzialmente in Positivismo pedagogico
italiano, a cura di R. Tisato, Torino 1976, pp. 523-95). Sociologia, in Opere
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Firenze. R. A., P. Villari, Carteggio 1868-1916, a cura di Büttemeyer, Firenze.
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Tra due secoli. Socialismo e filosofia in Italia dopo l’Unità, Bari Viroli,
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dell’Accademia nazionale virgiliana di scienze, lettere ed arti», n. s., 1990,
58, pp. 57-88. «Rivista di storia della filosofia», 1991, 46, nr. monografico:
Roberto A. nella cultura italiana ed europea tra Otto e Novecento. W.
Büttemeyer, Il positivismo di Ardigò e l’Italia. Rassegna bibliografica, in I
filosofi e la genesi della coscienza culturale della “nuova Italia” Stato delle
ricerche e prospettive di interpretazione, Atti del Convegno, S. Margherita
Ligure, a cura di L. Malusa, Napoli. «Quaderni per la storia dell’Università di
Padova», 2001, 34. nr. monografico: Roberto Ardigò. Una vita interamente
dedicata alla scienza, alla scuola, Atti del Convegno di studi, Padova (21
ottobre 1999). M. Quaranta, Il positivismo veneto, Rovigo, pp. 17-54. Altre
opere: “La
psicologia come scienza positive”; “Scritti vari”; “Venti canti di Heine
tradotti 100 percent.svg di Heine, traduzione dal tedesco. Testi su A.. Per
le onoranze a A. 100 percent.svg di Mario Rapisardi. Gemeinsame
Normdatei data.bnf.fr Comité des travaux historiques et
scientifiques Brockhaus Enzyklopädie Dizionario Biografico degli
Italiani Categorie: Casteldidone Mantova
Autori Autori Autori Autori italiani Autori italiani Religiosi Filosofi Pedagogisti
Religiosi Religiosi Filosofi Filosofi
Pedagogisti Pedagogisti Autori italiani Religiosi italiani Filosofi italiani Pedagogisti
italiani Autori citati in opere pubblicate Autori presenti sul Dizionario
Biografico degli Italiani Refs.: Grice, “Ardigò and a positivisitic morality,” Luigi Speranza, "Grice ed Ardigò,"
per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia. ARE.
Ricerca A. psicologo, filosofo e
pedagogista italiano, Lingua Segui Modifica «L'inconoscibile di oggi è il
conosciuto di domani.» (Roberto A.) Roberto Felice Ardigò (Casteldidone –
Mantova) è stato uno psicologo, filosofo e pedagogista italiano. Roberto
Felice A. Biografia Modifica Roberto Felice A. nacque a Casteldidone, in
provincia di Cremona, da Ferdinando A.. A causa delle difficoltà economiche
della famiglia, un tempo agiata, si dovette spostare a Mantova, dove il padre
trovò lavoro presso i cognati. La madre era profondamente religiosa, mentre il
padre sostanzialmente indifferente in materia. Egli ne avrà sempre profondo
rispetto e un forte legame, come anche con la sorella. Studi teologici Modifica
Studiò a Mantova, per poi iscriversi nel 1845 al liceo del Seminario vescovile.
Nel 1848 ottiene un posto gratuito nel seminario di Milano, ma in seguito ai
moti risorgimentali é costretto a rientrare a Mantova. Il suo successivo
tentativo di arruolarsi nell'esercito di Guglielmo Pepe è frustrato da una
febbre malarica che lo colpisce alla vigilia della battaglia di Goito. Proseguì
poi gli studi teologici. Dopo la morte dei genitori, fu accolto a casa sua da
Mons. Martini, rettore del Seminario
mantovano. In quegli anni il Seminario era investito dalla congiura patriottica
che porterà al supplizio dei Martiri di Belfiore, dei quali ben tre erano
sacerdoti, tra cui il leader della congiura Don Enrico Tazzoli, insegnante
presso lo stesso Seminario. A. fu infine ordinato sacerdote. L'insegnamento
positivista, la sospensione e la scomunica Pubblica La psicologia come scienza
positiva e nel 1876 tentò di istituire presso il Liceo di Mantova, dove
insegnava[4], un Gabinetto per le ricerche psicologiche. Nel metodo di
insegnamento, poi, privilegiava il personale e diretto coinvolgimento degli
allievi, sollecitandoli al libero dialogo, con una attenta analisi di brani
critici e dei filosofi, cosa non troppo gradita alle gerarchie ecclesiastiche e
al Ministero dell'Istruzione. Già preda di una crisi religiosa molto
forte, che lo portò infine a divenire ateo[5], tutta questa polemica lo
condusse appunto a smettere l'abito ecclesiastico nel 1871, a 41 anni, dopo
aver aderito ormai completamente alle posizioni positiviste ed evoluzioniste,
che andavano nettamente in contrasto ai dettami della Chiesa cattolica del
tempo, e aver attaccato apertamente il dogma dell'infallibilità papale.
Alla fine, Ardigò venne anche scomunicato, ultimo atto della polemica contro la
Chiesa di cui aveva fatto parte.Professore universitario Modifica
Casteldidone, lapide sulla casa natale In totale insegna storia della filosofia
a Padova. Considerato tra i padri della psicologia scientifica italiana per
aver promosso una concezione scientifica della psicologia, concepì una
complessa teoria della percezione e del pensiero che non ebbe completa
dimostrazione sperimentale. Nel 1882 A. svolse uno dei suoi maggiori
esperimenti in campo psicologico sperimentale, sulle condizioni
dell'adattamento visivo su prismi ottici. Diverse furono le materie che insegnò
nei lunghi anni d'insegnamento universitario fino a quando fu collocato a
riposo. Fu, altresì, preside della facoltà di filosofia e lettere. Divenne
socio dell'Accademia delle scienze di Torino. Fu nominato senatore del
Regnoma fu impossibilitato a raggiungere Roma per il giuramento. Durante la sua
vita elogia Mazzini e Garibaldi, critica la massoneria (in quanto la ritene non
necessaria in uno stato ormai libero) ed espresse idee fortemente repubblicane.
Ultimi anni e suicidio Negli ultimi anni di vita, isolato dall'ambiente
intellettuale, ma non dai suoi discepoli più stretti, soffre di gravi problemi
fisici e depressivi (acuiti dalla morte della sorella Olimpia, che vive a casa
sua), che lo conduceno a un primo tentativo di suicidio a Padova (dopo aver
appreso della disfatta di Caporetto e della morte di molti italiani), fallito
perché la ferita non è grave, ma che si sarebbe ripetuto, questa volta
riuscendo nel suo intento. A. muore infatti suicida nella sua ultima
sistemazione a Mantova a casa Nievo, abitazione che è di Nievo. S’auto-inflisse
una ferita colpendosi con un rasoio (o una roncola) arrugginito alla gola. Le
testimonianze dell'epoca riferiscono che venne trovato seduto alla scrivania, con
la barba bianca del tutto sporca di sangue (barba che gli è tagliata dai
soccorritori ed è tuttora conservata come cimelio nella sala blindata della
Biblioteca di Mantova. Soccorso dai medici, perde comunque conoscenza dopo aver
ribadito le sue intenzioni, e muore due settimane dopo. Ricezione dell'opera d’A.
Il tragico atto finale della sua vita venne usato dai suoi detrattori clericali
o neo-idealisti per screditare il positivismo in declino o visto come un gesto
di demenza senile, e non come un atto di un uomo ormai stanco a livello psico-fisico,
che da tutto e vissuto la sua lunga vita secondo coscienza, quale in effetti è.
D'altra parte, seppur il sistema di A. non è anti-idealistico, sono gl’idealisti
ad attaccarlo filosoficamente, seguiti dai marxisti, come Gramsci, talvolta
paragonandolo agl’esiti più deleteri del positivismo, come l'antropologia
criminale di Lombroso, risultata poi non scientifica, determinando l'oblio
parziale delle sue opere, tra i maggiori libri filosofici tra il periodo
illuminista (con l'esclusione delle opere filosofiche di Leopardi) e il neo-idealismo
di Croce e Gentile. Con lo sviluppo del positivismo logico e la riscoperta del
positivismo, si è avuta una lenta rivalutazione d’A., il maggiore esponente
italiano del movimento, assieme a Montessori e, come lei, tra i fondatori della
pedagogia e della psicologia moderna, oltre che uno dei maggiori filosofi laici
della cultura italiana. Commemorazioni Sulla sua casa venne apposta una lapide,
quando ancora egli è in vita: Mantova in una pergamena. Indagatore
sapiente dei fenomeni del pensiero e del sentimento. Assertore impavido della
naturale formazione e dell'unità molteplice della vita. La Società magistrale
Mantovana, col plauso degl'insegnanti elementari d'Italia, della Società
filosofica dei professori di Morale e di Pedagogia, festeggiando l'ottantesimo
compleanno del maestro sublime, augura con fervidi voti che la nuova
generazione cresca degna di lui nel culto della scienza, nell'apostolato della
verità. (Epigrafe di Rapisardi. La città di Monza gli dedica una scuola media
inferiore e una strada. Anche Milano gli dedica una strada in zona Forlanini,
così come Roma che gli dedica una piazza tra il quartiere dell'EUR e la Via
Laurentina. I libri della sua biblioteca personale sono conservati presso
la Biblioteca universitaria di Padova. Pensiero Mantova, lapide commemorativa Il suo pensiero
mosse dalla conoscenza dei classici teologici e filosofici, come Agostino
d'Ippona ed AQUINO, poi abbandonati, all'adesione al razionalismo e al
positivismo di Comte e Spencer (con cui ha
una corrispondenza epistolare, ma di cui non condivide né il darwinismo
sociale, né il ruolo marginale da questi attribuito alla filosofia, passando
attraverso il naturalismo del rinascimento, come quello panteistico di BRUNO
(si veda). D'altra parte, del sapere magico-ermetico della filosofia della
natura, da BRUNO (vedasi) stesso a TELESIO (vedasi), non vi è alcun residuo
nella filosofia positiva d’A., che prova disinteresse e disprezzo per la
rinascita romantico-idealista della filosofia, a cui, dopo la conversione
laica, contrappone la vera filosofia scientifica.Caratteri della filosofia
positiva d’A. L'originalità della sua filosofia si distanzia tanto
dall'enciclopedismo naturalistico quanto dal tradizionale spirito di sistema,
aprioristico, deduttivistico, dogmatico. La filosofia trova la sua specificità
nel fondamento del fatto (fisico o psichico) e nell'argomentazione induttiva,
contro le deduzioni a priori, metafisiche, che non hanno fondamento
nell'esperienza come la deduzione logico-matematica. Comte Una filosofia, che
accetti metodo scientifico e voglia dirsi scientifica, rifiuta quindi le tesi
metafisiche, le entità trascendenti inverificabili, accetta le ipotesi da
verificare. Contro l'astratto razionalismo metafisico della filosofia, è andato
emergendo, secondo A., dapprima il naturalismo rinascimentale, che ha trovato
seguito nell'empirismo, nell'illuminismo e nel sensismo, fino al darwinismo e
al positivismo. Una filosofia positiva non può nutrire certezze definitive (se
vuol essere portatrice di tesi riformulabili come le teorie scientifiche) e non
può essere un sistema unitario e dogmatico. A. propone una filosofia che,
perduto l'ambito delle scienze naturali positive, si specifica in autonomia
come scienza dei fatti psichici (psicologia) e dei fatti sociali (sociologia). Psicologia,
pedagogia e sociologia positive Modifica I suoi contributi nell'ambito delle
scienze sono importanti per l'impostazione generale. Interessanti sono le sue
idee sull'evoluzione intesa come passaggio dall'indistinto al distinto, ma
anche condizionata dal caso e caratterizzata dal ritmo. Non tutto dunque è
lineare e meccanico. A. fu uno dei primi psicologi moderni, anche se non nel
senso di terapeuta, ruolo che sarà ricoperto dagli psicoanalisti e dagli
psichiatri, ma nel senso di formatore pedagogico e professionale, oltre che di
teorico e studioso della psiche, come Bergson. A. insistette sulla necessità di
una psicologia ed una pedagogia scientifiche, soffermandosi sul ruolo delle
abitudini. L'educazione infatti sul piano naturale può essere ricondotta
all'acquisizione di comportamenti sedimentati e certi; questo significa il
passaggio da una pedagogia metafisica ed astratta ad una pedagogia intesa come
scienza dell'educazione.L'Io, l'Indistinto e la nascita della coscienza Seguendo
comunque l'assioma comtiano che "non ci può essere scienza se non di
fatti" (anche se Comte riconduce la psicologia alla filosofia e alla
medicina, oltre che alla sociologia), egli conia inoltre il termine di
"confluenza mentale". Teorie pedagogiche Modifica A. dice:
«la pedagogia è la scienza dell'educazione, per questo l'uomo può
acquisire le abitudini di persona civile, di buon cittadino.» Per Ardigò
dunque non tutte le abitudini sono educative. Dal punto di vista didattico
privilegiò l'intuizione, il metodo oggettivo, la lezione delle cose, il
passaggio dal noto all'ignoto, insegnando poche cose alla volta, ritornando più
volte sulle cose spiegate e facendo continue applicazioni di teorie e casi
nuovi. Egli rivalutò la funzione del gioco, il quale permette al bambino
l'occasione di vedere e toccare gli oggetti, riconoscerne le proprietà e le
somiglianze, favorendo lo sviluppo fisico, il quale va d'accordo con quello
mentale. Proprio in riferimento al gioco, A. criticò le idee di Fröbel Il
problema di A. fu quello di coniugare la formazione di giuste abitudini con la
libertà e l'autonomia propugnata dai Giardini d'infanzia di Fröbel. Darwin
Natura ed evoluzionismo Il sistema ardigoiano si configura come un
“naturalismo” evoluzionistico (da lui chiamato però realismo positivo) che
cresce sulla consapevolezza delle scienze e della tecnica, e si regge sotto una
solida epistemologia, mentre si rivolge anche alla morale, sottraendola al
riduzionismo naturalistico e meccanicistico, riservando alla psicologia la
funzione di sovrintendere al tutto. Se tutto ciò che esiste è un fatto
naturale, dal cosmo al cervello umano, dai vegetali ai minerali, non esiste e
non può esistere un Ente trascendente metafisico e non è pensabile alcun
progetto finalistico che permetta una comprensione teleologica della Natura; ad
essa ci si può avvicinare solo con spirito scientifico. L'ignoto d’A. non
trascende l'esperienza, non ne è causa prima e soprannaturale, per cui il suo
immanentismo non finisce mai nello spiritualismo a-scientifico e
irrazionalistico (accusa spesso rivolta da Benedetto Croce ai positivisti).[24]
Un motivo di originalità è offerto dal tentativo di attenuare il determinismo e
meccanicismo evoluzionistico e positivistico tramite la dottrina della
casualità. La realtà è per lui continuo passaggio dall'Indistinto al distinto,
e i distinti sono la coscienza umana e il mondo esterno, frutto entrambi dalle
sensazioni e da quell'Indistinto dalla quale procedono per auto-sintesi ed
etero-sintesi. Riflessione morale Modifica Egli punta a far rinascere un'etica
laica, naturalistica, non prescrittiva, che pone l'uomo davanti alle scelte,
dandogli strumenti conoscitivi per una scelta razionale. Rimane estraneo però
alla questione sociale e alle istanze socialiste (nonostante la collaborazione
con Turati), e, ancor prima, anarchiche, ampiamente diffuse in Italia, come
isolato è anche rispetto alla politica. Le idealità sociali o massime morali si
distinguono in: naturali, perché frutto solamente dell'evoluzione della
specie e della psiche individuale sociali vere e proprie, cioè etico-giuridiche
perché determinate dalla convivenza; esse devono la propria oggettività alla
loro genesi individuata nello sviluppo materiale dell'uomo (biologico, fisico,
ecc.) e (...) si esprimono storicamente in istituzioni (come la famiglia, lo
Stato) le quali disciplinano e orientano le azioni umane. Va detto che la
riflessione ‘di periodo’ ardigoiana sulla moralità e sulle idealità sociali
“nell’idea della giustizia” mostra l’intento di fondare in Italia la sociologia
come scienza sulla cauta possibilità di concepire nella società la morale senza
la religione (Roberto Ardigò, La morale dei positivisti, Milano, Natale
Battezzati. Il progetto di A. si concretizza maggiormente nelle pretese di
fondare un sapere laico in grado di confrontarsi con le sfere dell’etica e
della filosofia speculativa, senza che quest’ultima possa vantare ex ante una
alleanza “forte” di filosofia e religione e senza avere avuto un confronto con
i temi messi in campo dalla scienza e dai suoi più immediati avanzamenti, così
e come mostrano proprio i primi passi dell’idea di formare un sapere
sociologico autonomizzato dalle sfere dell’eticità (Guglielmo Rinzivillo,
Ardigò e la prima sociologia in Italia, su “Scienzasocietà” n.50, A. In questo
senso l’impresa di Ardigò di confrontarsi direttamente con il sapere
speculativo risulta essere l’unica nel suo genere al cospetto del positivismo
di fine secolo XIX (Rinzivillo, La scienza e l’oggetto. Autocritica del sapere
strategico, Milano, Franco Angeli, Ma il tentativo di formare una scuola si
infrange nella ripresa sia europea dello spiritualismo che più nostrana
dell’idealismo e nella contestazione delle dottrine filosofiche di seguaci come
Marchesini e Tarozzi (Portale,Marchesini e la “Rivista di Filosofia e Scienze
Affini”. La crisi del positivismo italiano, Milano, Angeli, Altre saggi: “Discorso
sulla difesa dalla inondazione”; “Pomponazzi”; “La psicologia come scienza
positive” – cf. Grice psicologia filosofica --; “La formazione naturale nel fatto
del sistema solare”; “La morale dei positivisti”; “Sociologia”; “Il fatto psicologico
della percezione”; “Il vero”; “La scienza della educazione”; “La ragione”;
“L'unità della coscienza”; “La nuova filosofia dei valori”; “Canti di Heine,
traduzione dal tedesco Raccolta delle opere, “Filosofia” (Padova, Draghi). Citato
in: Bonetti, Mazzoni, L'Università degli
studi di Firenze nel centenario della nascita di Occhialini, Firenze, Allegri,
Il realismo positivo di A.. L'apogeo teoretico del positivismo. in Internet
Archive. Guido Cimino e Foschi, Percorsi di storia della psicologia italiana,
Kappa, Covolo, A.. Dal sacerdozio all'ateismo
A. su Chi era costui? A. e il
sistema positivistico, dal sito della Congregazione per il Clero del Vaticano Riccardo,
Breve storia della psicologia italiana. Psicologia Contemporanea, A., su accademiadellescienze. Mazzini, Milano). ^ Discorso commemorativo
pronunciato sul Monumento dei Martiri in piazza Sordello. Dal giornale Il
Mincio, 11 giugno Egregio Sig. Genovesi. Rispondo subito alla di Lei lettera,
che convengo interamente con Lei che dice giustamente che La Massoneria in uno
stato libero è un non senso: e che a combattere l'oscurantismo è più efficace
l'opera indefessa ed aperta di educazione e di elevazione civile che non
l'opera tenebrosa e nascosta di una setta: e che coll'esistenza di questa la
gran massa popolare non può che perdere la fiducia nella giustizia pubblica del
proprio paese, nell'idea che la massoneria sia poi in fine una associazione di
interesse pei soci a danno di quelli che non vi appartengono. E fortuna per me
che alle scomuniche sono avvezzo, e nulla temo perché nulla spero. Lettera in
Lettere edite ed inedite, a cura di Büttemeyer, A., Il Contributo italiano alla
storia del Pensiero – Filosofia, Savorelli, Treccani A. su
lnx.societapalazzoducale mantova). ^ La cultura filosofica italiana, Lampi di
stampa, Büttemeyer, Roberto A. e la psicologia moderna, Firenze, La Nuova
Italia, Veniero Accreman, La morale della storia, Guaraldi, Landucci, Roberto A.
e la "seconda rivoluzione scientifica", ed Franco Angeli, RIVISTA DI
STORIA DELLA FILOSOFIA, Allegri, Il realismo positivo di Roberto A.. L'apogeo
teoretico del positivismo Archiviato il 10 dicembre 2014 in Internet Archive.,
Groppali e G. Marchesini, Nel 70º anniversario d’A., ed, Bocca, Torino; A., La
psicologia come scienza positiva, Guastalla editore, Mondovì Froebel Allegri,
Il realismo positivo d’A. L'apogeo teoretico del positivismo Internet Archive., Quaranta, Etica e politica
nella filosofia di A., “Rivista di storia della filosofia”, Quaranta. Gentile,
Il positivismo d’A: un'ideologia italiana, Rivista di storia della filosofia.
Mille anni di scienza in Italia, opera del Museo Galileo. Istituto Museo di
Storia della Scienza di Firenze. Poggi, La coscienza e il meccanesimo
interiore. Bonatelli, A. e Zamboni,
Padova, Poligrafo. Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, A., su sapere.it, De Agostini. Bortone, A., in Dizionario biografico
degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,Opere di Roberto A., su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Roberto A., su Open Library,
Internet Archive consultabili
nell'Archivio di Storia della Psicologia, su archiviodistoria. psicologia1.uniroma1.it.
URL). Savorelli, Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Altre opere: Pomponazzi. La psicologia
come scienza positiva. La formazione naturale del sistema solare.
L’inconoscibile di H. Spencer e il Positivismo. La religione di Mamiani. Lo
studio della Storia della filosofia. La Morale dei Positivisti.
Relatività della Logica umana. La coscienza vecchia e le idee nuove. Empirismo
e scienza. Sociologia. Il compito della filosofia e la sua perennità. II
fatto psicologico della Percezione. Il Vero. La Ragione. La scienza
sperimentale del pensiero. Il mio insegnamento della filosofia nel R. Liceo di
Mantova. L’Unità della coscienza. L’Inconoscibile di H. Spencer e il
Noumeno di Kant. Il meccanismo dell’intelligenza e l’ispirazione geniale. L’indistinto
e il distinto nella formazione naturale. Note etico-sociologiche Articoli pedagogici. Il Pensiero e la Cosa.
L’idealismo della vecchia speculazione e il Realismo della filosofia positiva.
La formazione naturale e la dinamica della psiche. Saggio di una ricostruzione scientifica
della psicologia. La perennità del Positivismo. Monismo metafisico e monismo
scientifico. La filosofia nel campo del sapere. Atto riflesso e atto
volontario. I tre momenti critici nella storia della Gnostica della filosofia
moderna. Il sogno della veglia. Tesi metafisica, ipotesi scientifica e fatto
accertato. Il quadruplice problema della Gnostica. Guardando il rosso di una
rosa. La nuova filosofia dei valori. Una pretesa pregiudiziale contro il
Positivismo. L’Inconscio A. Comte, H. Spencer e un positivista italiano.
Infinito e indefinito. Fisico e psichico contrapposti. Repetita juvant. I
presupposti Massimi Problemi. Il Positivismo nelle scienze esatte e nelle
sperimentali. L’individuo. Estema, idea, logismo. Le forme ascendenti della
realtà come cosa e come azione e i diritti veri dello spirito. Lo spirito
aspetto specifico culminante della Energia in funzione nell’organismo animale.
La meteora mentale. Filosofia e positivismo. La ragione scientifica del dovere.
La filosofia vagabonda. L’intelligenza. Altre opere: SCRITTI VARI
RACCOLTI E ORDINATI DA MARCHESINI Le Monnier scuola nuovo FIRENZE FELICE
LE MONNIER. Prefazione; opere filosofiche; Polemiche; La confessione; Sulla
storia della confessione esposta nel n. 181 della Favilla dal sig. Eugenio
Pettoello. Il prete professore Ardigò e la confessione. Calunnie. Risposta del
prete professore A. alla lettera di SANCTIS (si veda) inserita nella Favilla.
Dichiarazione ai lettori. Lettera dell'illustre De Sanctis. Articolo
comunicato. La psicologia positiva e i problemi della filosofia. Dialogo. Il
filosofo e un ignorante. Il liberalismo d’A. Contro la massoneria. R. A. e A.
Fouillée. Discorsi. Garibaldi. Discorso di commemorazione. Per il 70°
anniversario. Le Ancelle della carità al Civico Spedale. I programmi e l’ordine
dell’insegnamento. Il cultore vero della scienza. La gerarchia dei godimenti.
La libertà del sentimento religioso. L’unità internazionale. La filosofia col
nuovo regolamento universitario. La scuola classica e la filosofia. Divisi
dalle religioni, la scienza ci riunirà. Il dolore morale nella società. La
polarizzazione del lavoro mentale. La breccia di Porta Pia. Il significato
morale del XX Settembre. Le immagini rovesciate. Il metodo del lavoro
intellettuale di A.. La formazione inconscia delle convinzioni. La condizione
fisica della coscienza. Lettere 100%.svg Lettera 1 100%.svg
Lettera. Giudizi e pensieri. Giudizi. Pensieri. Versi. Uno scherzo in un'ora
allegra. Intecta fronde quies. Venti canti di Heine. Schöne Wiege meiner Leiden.
Warte, warte, wilder Schiffsmann. Berg und Burgen schaun herunter. Der Traurige. Zwei Brüder. Die
Grenadiere. Auf Flügeln des Gesanges. Liebste, sollst mir heute sagen. Mein
süsses Lieb, wenn du im Grab. Ich weiss nicht was soll es bedeuten. Mein Herz, mein Herz ist traurig wie
der Mond sich leuchtend dränget auf dem Hardenberge. Der Hirtenknabe. Nachts in der Kajüte. SOCIOLOGIA.
Dedica. Avvertenza. Il potere civile; La reazione dell' individuo e
quella della società; il Diritto intemazionale; Machiavellismo politico;
l’ideale della società umana; le giustizie sociali; L'Idealità sociale
impulsiva del volere individuale è una giustizia; L'Idealità sociale è
una giustizia potenziale; diritto positivo e diritto naturale; triplice ufficio
del potere; giustizia e diritto nella convenienza; la giustizia; la Giustizia
legale (seconda forma dell' ufficio del Potere) è una gradazione
evolutiva superiore di un indistinto inferiore da cui emerge; dall'indistinto
della prepotenza (principio egoistico) nasce il distinto della
giustizia (principio anti-egoistico) che è la risultante dinamica di
quella; la formazione della giustizia nel senso proprio va colla
formazione del potere onde è l’espressione; la giustizia è la forza
specifica dell' organismo sociale; la gradazione della giustizia;
dovere giuridico e dovere morale; obbligatorietà e trascendenza
imperativa del dovere nella coscienza morale; atteggiamento vario della
giustizia e coefficienti relative; funzione della giustizia morale; l'autorità;
criterio positivo del diritto e del dovere; i diritti dell'uomo
sopra le altre cose della natura; i diritti dell'uomo sopra se
stesso; suicidio; il diritto d’autorità; l’autorità nel diritto naturale; la
dottrina positiva dell'autorità e del diritto è liberale; Gl’attti benefici
nell' etica tradizionale; gl’atti benefici nel positivismo; falsa apparenza di paralogismo;
la virtù, il merito, il premio; l’ordine morale; il bene sociale; il fatto del
diritto (diversità, specie, coordinazione) e il suo ideale; il diritto
è in virtù di se stesso; il diritto è la facoltà del bene sociale;
l'esercizio del diritto è la funzione del bene sociale; il diritto costa
una contribuzione; le unità minime, le unità medie e l’unità massima nel corpo
sociale; la selezione interorganica nella evoluzione formatrice
dello Stato Come risulti spiegata la prima forma dell' ufficio del
Potere, e anche la terza: e stabilito r assunto del libro
Conclusione. SOCIOLOGIA Atxyj^ 8vo|ia oòx dEv ^Seaav, el xaOxa fJ “Non ci
sarebbe l’idea della giustizia se non fossero i supplizi.” -Eraclito di Efeso presso
Clem. Strom. IV, j.. ALL’ILLUSTRE FERRI IL QUALE PRIMEGGIANDO FRA I MAESTRI
DELLA SCIENZA NUOVA DEL DIRITTO PENALE SI COMPIACE DI RICORDARE CHE ALL’INDIRIZZO
POSITIVO DELLA SUA MENTE FECONDISSIMA NON SONO ESTRANEE LE LEZIONI DEL SUO
ANTICO MAESTRO L'AUTORE DEDICA QUESTO SAGGIO IN SEGNO DI FRATERNO AFFETTO.
AVVERTENZA. Questa sociologia costitue una parte della morale dei Positivisti.
Fu in ogni parte o ritoccata o rifatta. Non vi si trattano tutte le questioni
introdotte e discusse generalmente nei saggi di sociologia; ma solo la
fondamentale: quella cioè della formazione naturale del fatto speciale
caratteristico dell' organismo sociale, ossia della giustizia. E, relativamente
a questo fatto, non dà una riproduzione pitc meno manipolata delle idee messe
in voga dai filosofi più celebrati di questa materia. Qualunque ne sia il
valore, chi scrive presenta qui il frutto della sua riflessione solitaria; e
non recente, ma di vecchia data, e già matura fin da quando lo esponeva ai
filosofi di Mantova, pei quali divenne germe e stimolo ad elaborazioni ed applicazionidi
merito nel campo della filosofia. Restringendosi poi la trattazione, come qui è
divisato, al fatto della giustizia, con ciò la sociologia tiene a mantenersi nel
campo, che le spetta in proprio, e pel quale riesce una disciplina a sé e
distinta da tute le altre. È un errore capitale quello comunissimo di fare
della sociologia un ammasso di tutte le dottrine riguardanti i fenomeni svariatissimi,
che suppongono l’ambiente della società umana, A tale stregua la cosmologia
dovrebbe constare di tutte le dottrine riguardanti i fenomeni svariatissimi,
che suppongono l’ambiente dell’universo visibile. A questo modo si dà ragione a
quelli che persistono a *negare* alla sociologia filosofica la qualità di
disciplina autonoma. Una sub-disciplina filosofica è un tutto a sé, che si pone
e si distingue da quello di tutte le altre, come la specialità del fatto che
essa considera. E, nel caso nostro, la sociologia filosofica, o la psicologia
filosofica dell’intersoggetivita, si pone e si distingue, come la specialità
del fatto della giustizia, nel quale è la ragione diretta dell'organismo
sociale; a quel modo che nel fatto della gravitazione è la ragione diretta
della mutua dipendenza delle masse astrali, considerata dalla cosmologia filosofica.
Così, essendoci il fatto Fisico si dà la Fisica; essendoci il fatto chimico si
dà la chimica; essendoci il fatto psichico, si dà la psicologia filosofica, e via
discorrendo per ogni sub-disciplina. Si restring la presente trattazione allo
studio della formazione naturale della giustizia, e limitandosi a considerare
il fatto di essa in generale, e non estendendosi a considerarlo in particolare
nelle molte e diverse forme svariate, che si munifesiano, funzionando la giustizia
nelle differenti comàiìmzioni secondarie pnllulanti ed armonizza nèi nella
totalità malto complessa dell’organismo sociale. Ed è solo in qneslo senso, die
fuesta trattazione non aòòraccia tutto r amèito della Soetologia j.
co7icernendo solo la sua farle introduttiva e fondamentaie. Esaurita la prima
edizione di questo quarto Volume delie Opere filosofiche, e anche la seconda,
nella quale tra stata introd^itta qualche piccola correzione ed aggiunta, colia
presente terza questa Sociologia comparisce nella sua edizione quinta. Questa trattazione
deWdi Sociologia suppone e completa quella della morale dei positivisti. La
suppone, in quanto nella morale medesima è presentata l’analisi della
attitudine etico-civile umana, ed è esposta la teoria positiva della responsabilità
sotto tutti i suoi aspetti e rapporti. La completa, in quanto studia la
formaziofie della attitudine etico-civile suddetta. Specialmente sotto V
di-spetto e il rapporto della sua obbligatorietà si interna che esterna. Ma questa della sociologia è poi, come tale,
una trattazione distinta da quella della morale. La morale ha per oggetto suo
speciale e proprio la attitudine etica e quindi la virtu individuale. La sociologia
ha per suo oggetto la costituzione della società civile e quindi la gitistizia
che ne è la funzione caratteristica. Il punto di partenza del nostro
ragionamento è la questione proposta dalla morale dei posttivisti. Il concetto
della responsabilità (definito precedentemente come l'astratto delle sanzioni,
onde la società reagisce, rintuzzandola, contro l’azione propriamente umana
individuale) fosse manchevole, non estendendosi quanto la moralità, e quindi
fosse da ripudiarsi. E ciò per la considerazione che sembrerebbe così la responsabilità
riferirsi solamente agli atti intesi nel concetto stretto del giusto, cioè ai
pochi atti esterni, aventi importanza per l’ordine sociale, commessi in misura
e in circostanze determinate, discorso basta notare il fatto, la cui spiegazione
si lascia alla fisiologia. Come l’apparato nervoso delF organismo
biologico vi si forma a poco a poco per naturale svolgimento e trasformazione
di una parte degli elementi prima omogenei della sostanza viva, cosi l'apparato
del P<:7/^r^ nell’organismo dello stato vi si forma a poco a poco per
naturale selezione ed adattamento dì alcuni fra gli individui del *consorzio*
umano informe primitivo. Del pari, come la funzione speciale dell'
apparato nervoso si è in esso determinata per Io svolgimento e la
trasformazione della attività vitale generica della sostanza animale,
cosi la specialità della reazione del potere non è altro che una
distinzione, operatasi a poco a poco e di mano in mano che andava
formandosi, della reazione istintiva comune degli individui eslegi del *consorzio*
umano primitivo. E, come l’attività nuova speciale sovrapposta e dominante
dell' apparato nervoso dell'animale superiore sviluppato non vi sopprime
l’attività iniziale semplice e comune del materiale biologico, la quale vi
persiste allato e al disotto dell' attività nervosa, che la regola,
così la reazione del potere, svoltasi naturalmente collo svolgersi dell'
organismo sociale, non vi sopprime la reazione istintiva detta sopra, la
quale quindi persiste nello Stato civile allato e al disotto della
reazione del Potere, che la regola. E cosi nello Stato vengono a
riscontrarsi contempo è assai opportuno studiare ulteriormente, e sotto
/r^r df~ versi aspeliì, l'analogia notata fra T organismo dell' animale
superiore e quello della Società civile. Nel corpo di un animale, anche di
organizzazione superiore (e quindi massimamente in quello dell'
uomo), ogni parte viva ha in sé la ragione della propria attivita
puramente vegetativa, che ha luogo quindi indipendentemente dal concorso diretto
della funzionalità nervosa centrale. Ma questa funzionalità nervosa
centrale può intervenire ad impedire tanto o quanto la detta attività puramente
vegetativa della parte subordinata, A far ciò l’uomo, nel caso che la
parte si ammali e quindi la sua attività vegetativa si renda anormale,
si sforza (valendosi dell' apparecchio nervoso sovrastante alle
parti) di limitare l’anormalità e di contrastame gli effetti perniciosi
sulle altre. Mettiamo, sostituendo la medicina al cibo, o tralasciando di
mangiare e di adoperare se possibile la parte malata, o operando su di
essa, o staccandola in caso estremo dal resto del corpo. Quindi, l’intervento
della funzionalità centrale qui sarebbe puramente negativa; cioè solo di
impedire tanto o quanto l’attività vegetativa; la quale, nella parte,
sorge in virtù della propria natura dì questa, e non potrebbe esservi
creata ed infusa dalla medesima funzionalità centrale. Un fatto analogo si
osserva nel corpo della società civile. In questo corpo sì riscontrano due
generi di reazione sociale, quello della convenienza, proprio di ciascun
individuo e nascente direttamente dall’urto degli individui fra di loro,
indipendentemente dalla sovrapposizione ad essi del potere al quale sono
subordinati; e quello della giusto, proprio di questo potere. La
reazione di convenienza tra individuo e individuo tende con forza ad
assumere, e spesso assume effettivamente forme irregolari nocive e atte a
turbare in misura più o meno grande il buon assetto della società. Ed è
qui che intervitìne la reazione del giusto per parte del potere
sovrapposto. Ma con effetto solo di impedire e limitare, per quanto
possibile, la irregolarità della rea
zione della convenienza. Si che questa, funzionando pure per forza e legge
propria, non ecceda però la forma e la misura compatibile coll’andamento
migliore del corpo sociale. Le parti singole dell'animale sono
coordinate insieme mediante una funzione, che sì aggiunge alle particolari di
esse e loro sovrasta, dominandole e subordinandole nel sistema complessivo deir
individuo. Questa funzione centralizzatrice ha una efficienza negativa,
na ne ha anche una positive, ed è quella di produrre il concerto delle
parti nell’attività dell’individuo totale. Coè, la vìta propriamente
detta, elevantesi sulla semplice vegetazione di ciascuna parte, adattata
e resa ubbidiente alle esigenze della vita medesima, e quindi, per cosi dire,
ingentilitane. Cosi anche nella societa. Nella quale la funzione assodante
del potere si sovrappone a quelle degli due *associate*, ed è puramente
negativa o di limitazione per rispetto a queste, ma è positiva per rispetto a
se stessa, in quanto cioè si pone e produce un effetto speciale suo
proprio, che si risolve soprattutto in quello della moralizzazione dell'
uomo nello Stato civile. Annunciamo qui solo il fatto, la cui
spiegazione dettagliata risulterà dal corso della trattazione. L'
individuo eslege è pronto ad impiegare a proprio vantaggio, come T
istinto naturale lo sospinge, tutta la forza materiale onde dispone; e ad
elidere e a togliere di mezzo il più debole. Il che impedirebbe la
formazione della società e il concerto civile delle sue parti. Perchè
tale concerto sia possibile è necessario che sopravvenga neir umano
consorzio una forza superiore, la quale, in nome e colla mira
dell'interesse di tutti, rintuzzi e contenga la forza esuberante e trasmodante
dei singoli più forti o irregolarmente operanti, e renda cosi
attuabile lo sviluppo e l’esercizio pieno e non impedito, e tranquillo, e
benefico delle attitudini di ogni elemento, onde è costituito il corpo
sociale. L' istinto della reazione individuale, per sé, rappresenterebbe
il princìpio egoistico antisociale. Invece il Potere subordinante rappresenta T
Idealità sociale ossia il principio morale antiegoistico. L'
individuo nella Società diventa morale in quanto, ridotto dalla coazione
della Giustizia a riconoscere il principio antiegoistico rappresentato
dal Potere associante, vi si uniforma, ingentilendosi, rinunciando alla
tendenza di usare la violenza rispetto agli altri, contenendosi nei
limiti permessi dal Potere, cooperando con esso al Bene comune. La
costituzione quindi della Società umana, fino al grado di un' alta
Civiltà, è possibile, perchè la psiche umana, a preferenza di quelle dei
bruti, è atta alla formazione caratteristica della Idealità sociale, come è
dimostrato nella Morale dei Positivisti. Nella macchina fisiologica dell'
animale non si dà potenza centralizzatrice delle parti senza un organo
distinto da esse, che ne sia investito e la possegga. La forza
centralizzatrice poi, in un animale, è in ragione della massa di questo
organo; come la massa stessa è in ragione del bisognodella forza occorrente per
dominare le parti. E inoltre neir animale la materia dell' organo
centralizzante è presa dalle parti stesse centralizzate per via di un
processo di selezione naturale, come dimostra la embriologia e la
zoologia comparata. E secondo il principio generale, da me tante volte
ricordato, del passaggio dall' indistinto al distinto. Vedi specialmente il
Capo III della terza Parte del Libro primo; e la Parte seconda del Libro
secondo. Per questa espressione bisogno vedi Op, fil. Per la teoria
dell' indistinto e del distinto vedi la Fortnazione naturale nel fatto
del sistema solare y nel Voi. II di queste Op, fil. Cosi nella Società» La
coordinazione delle partì componenti e la relativa reazione della Giustizia non
vi può aver luogo senza che vi sia costituito un ordine di persone
investito del Potere occorrente all'uopo, e fornito dei mezzi sufficienti
all' effetto. Tale ordine di persone si stabilisce nella Società per
la legge suddetta della selezione naturale, come già accennammo sopra; e di ciò
parleremo in seguito più a lungo, E r ordine sovraiieggiante
nella Società deve essere in ragione della forza occorrente a produrre
Teifetto di contenere le parti nella associazione dello Stato. Più
in queste è la resistenza alla coordinazione sociale, come nella barbarie o
nella depravazione, quando ha ana grande prevalenza T egoismo (o perchè
le Idealità sociali non sono ancora progredite nella loro formazione, o perchè
abitudini prave sottentrate le paralizzano), e più il Potere centrale è
poderoso e A'iolento, e ha quindi il carattere di Potere militare. E la
Giustizia allora assume la forma del fato inesorabile e crudele, che
sforza ad agire colla violenza necessitante. E, nel caso che
manchi nel Potere la forza sufficiente, la Società si trova in quello stato di
organizzazione imperfetta che si osserva negli animali inferiori
aggruppati in masse, che sono piuttosto delle colonie che non degli
individui propriamente detti. Se invece poca o nuila è la renitenza alla
coordinazione sociale, come nelle Società adulte, colte e virtuose.
quando le Idealità sociali negli individui sì sono già formate e si mantengono
impulsive, allora il Potere centrale assume il carattere di un semplice
arbitro morale fra gli individui associati. E la Giustizia qui perde il
carattere della violenza^ assumendo invece quello di una sentenza
vera ed equa, che ottiene il rispetto e T assentimento col solo essere
enunciata. E si conferma ciò che dicemmo altrove del regno del fato e del regno
della Giustizia fra gli uomini, E discende anche dalle cose
dette che, siccome il dispotismo militare è proprio dello stato della
barbarie, così invece il governo repubblicano è proprio dello stato
della cultura più compita; intendendo per questo governo (idealmente) un
governo formatosi per la selezione naturale più propria dell' uomo, ossia
razionale; e di persone funzionanti quasi come semplici arbitri morali; e
rappresentanti U Idealità sociali ammesse dagli individui associati, che
sono disposti per ciò a rispettarle, senza bisogno di coazione e di
violenza. Le cose dette hanno una conferma da ciò che si riferisce
al Diritto internazionale, e servono a chiarirne ÌL fatto e la teoria.
1 diversi Stati tra loro indipendenti sono come degli Nella Morale
dei Positivisti, Op, fil,). 3"«|P).individui non co-ordinati l’uno
con l’altro sopra i quali vige la ragione del più forte, poiché l'
idealità sociale co-ordinante non è realizzata in un potere effettivo
sovrastante, che si faccia valere; e quindi vi campeggiano sole attività
egoistiche dei singoli, staccati V uno dall' altro. Ma,
essendo il principio della socialità naturale all' uomo, come per esso tendono
a stare uniti gli individui nella Società più semplice della famiglia, e
questa e le altre unità sociali più o meno grandi tendono a collegarsi
organicamente nelle unità dello Stato, cosi gli Stati tendono poi a
riunirsi fra di loro: e, parzialmente, in gruppi di Stati; e, totalmente,
nella unità universale della umanità intera. E da ciò si vede
che il Diritto di uno Stato è relativo al pari di quello dell' individuo, che
ne fa parte; per la ragione che, come il Diritto di questo viene a
soffrire una limitazione e una rettificazione col prevalere su di esso
del Diritto del Potere dello Stato particolare che se lo subordina, così
anche il Diritto di questo è limitabile e rettificabile nella sua
subordinazione all'organismo più grande, del quale tende a far
parte. E cosi dicasi della Giustizia, che è la funzione del
Potere. Nella Giustizia del Potere si riassumono tanto o quanto,
diventando la Legge propriamente detta, o almeno (se non ne sono in tutto
sostituiti) vi si appuntano come tollerati, o permessi, o anche
incoraggiati, certi atti di iniziativa degli individui ispirati dalla
Idealità sociale, tendenti a frenare o vendicare la reazione istintiva
irregolare: avverantisi già nel consorzio umano non ancora sviluppatosi
nell'organismo sociale civile, e perduranti in questo, o produeentisi nella
condizione della Civiltà. Il padre che governa la famiglia, il forte
generoso che difende il debole, V associazione che si prefigge scopi
umanitari, e via dicendo, ne sono esempi. Qui abbiamo le virtualità della
Giustizia, che ne preparano r avvenimento, o la riforma miglioratrice,
nella Giustizia di fatto dello Stato. E questa Giustizia di fatto di
uno Stato è soggetta a limitazioni e rettificazioni ulteriori, per
via di una Giustizia più ideale, in quanto uno Stato può subordinarsi
alle unità sociali maggiori, delle quali dicemmo, e quindi alla Legge
loro. Data la riunione effettiva di più Stati in una unità sociale
maggiore che li comprenda, e della quale essi siano le parti componenti,
in questa si avrà il Potere distinto o specifico coordinante, del quale
abbiamo parlato sopra, col carattere della Giustizia, di fronte
alle funzionalità particolari degli Stati componenti; la reazione diretta
dei quali per ciò fra di loro avrà il carattere della Convenienza, mentre V uno
non potrà valersi della forza materiale contro T altro, sia in sostegno
del proprio Diritto, sia in offesa dell' altrui, ma dovrà lasciarne r uso
al Potere internazionale sovrastante. Il Diritto internazionale quindi non
è effettivamente un Diritto, se non ha il detto carattere, della
Giustizia. E non ha questo carattere, se non esiste un organo
reale, colla forza sufficiente all'uopo, per esercitarla
praticamente. La storia ci presenta diverse forme di questo potere
intemazionale o egemmiico, che dir si voglia. Ma sempre più o meno
imperfette. Per esempio quello esercitato dalla madre patria sopra gli Stati
delle colonie, che ne furono fondate. O quello di uno Stato più
forte sopra altri più deboli soggiogati colle armi, o ridotti a
protettorato, o confederati, O quello di una autorità religiosa sui popoli che
la riconoscono. O quello risultante da una lega, più o meno precaria, per
iscopi determinati. Le forme suddette, come già accennammo, sono
forme di egemonia imperfette, o per la loro ristrettezza e precarietà, o
perchè non abbastanza potenti per farsi valere, o perchè una tirannia di
im forte su molti deboli, E per ciò disfatte o da disfarsi col
progredire della Società. La quale invece tende ad una consociazione
più ideale degli Stati fra di loro. Ma a quale? Poiché, e questa non deve
essere per mezzo di uno Stato più forte che soggioghici altri più
deboli, e tuttavia la consociazione, colla Giustizia sovrastante relativa, non
è una vera realtà organica se non esiste effettivamente il potere che la
eserciti. La risposta alla domanda si ha in ciò che dicemmo
costituire il governo più perfetto, ossia del vero regno della Giustizia,
cioè n^W Aròiiraio. L'Arbitrato o l'Anfizionia internazionale. E
come si va già disegnando sempre più concretamente nel fatto dei
trattati internazionali aventi forza esecutiva, e del consenso moralmente
giusto e fortemente efficace, che si va stabilendo nel gruppo degli Stati
più civili circa te questioni sociali di interesse universale, e che
influisce anche sopra la legislazione interna dei singoli Stati,
Solo acquando esista realmente, in forma ben determinata e colla
forza necessaria di farsi valere, questa Anfizionia, potrà esistere un
Diritto internazionale veramente tale. Dico, quando esista questa
Anfizionia. Fogniamo sul fare della autorità centrale elvetica o degli
Stati Uniti di America. E dico, quando questa Anfizionia sia un
Potere veramente efficace. Il che non può essere, se non pel progresso sociale
dei singoli Stati dipendenti; come T Arbitrato efficace fra gli individui non è
possibile che a misura che questi si perfezionano moralmente, come
dimostrammo. E in effetto il progresso sociale degli Stati civili è già
riuscito a stabilire delle legislazioni, o comuni, o concordanti, colle
rappresentanze e coi mezzi di esecuzione rispettivi, in ordine ai rapporti di
interesse non politico; come sarebbero il Commercio, T Industria,
la Navigazione» le Comunicazioni, i Diritti privati, le Monete le Misure,
la Scienza. E tende ad estendere sempre più questo genere di Giustizia
universale, sia colle Compagnie internazionali riconosciute per imprese di
interesse della Civiltà generale, sia coi Congressi pure internazionali
per altre sue esigenze, come sarebbe p. e. l'Igiene. Lontana ancora è T
epoca della unione politica in discorso. Ma va facendosene sempre più
forte V aspirazione, che è già T anima del partito politico dell' internazionalismo,
e che per la forza delle cose deve ormai essere confessata più o meno
dagli stessi governi. Queir epoca è lontana; ma arriverà una
qualche volta; e cioè quando nei singoli Stati saranno state rimosse le
cause che la ritardano: quelle cause precisamente che la Civiltà attuale tende
a rimuovere: e che saranno rimosse quando ogni Stato avrà ottenuto il suo
assetto naturale giusto rispetto all' Estero nella sua circoscrizione
etnografica, nella sua sicurezza, nel suo equilibrio cogli altri Stati. Anche
la questione del Machiavellismo politico trova la sua risposta nei
principj da noi indicati; riuscendo cosi in pari tempo a riconfermarne la
verità. La reazione dell'individuo nella rozzezza eslege del
consorzio ancora selvaggio non è una reazione morale. Non lo è, né di
fatto, né di diritto. Non di fatto, perché il suo movente é il puro
istinto egoistico, pronto senza ritegno al danno altrui, indifferente
all'uso di tutti i mezzi di riuscire: fino alla violenza più spietata, fino
all' inganno più vile e sfacciato. Non di diritto, perché, mancando
l'ordinamento sociale e la Giustizia del Potere che ne é il prodotto, non
si ha ancora la ragione, onde le reazioni umane siano giudicate col criterio
della moralità. In una condizione analoga si trova il Potere nello
Stato non progredito nella Civiltà. In tale condizione si rivela nel
Potere ciò che si chiama il Machiavellismo. Il Machiavellismo del Potere
può divenire, nel fatto, una impossibilità e, nel diritto, una immoralità,
solo in forza di una Giustizia relativa che lo impedisca e lo
riprovi, E come? Per rispondere bisogna distinguere la
reazione del Potere di uno Stato per rispetto al Potere di altri
Stati, e quella del medesimo per rispetto ai propri subordinati. Nel
caso della reazione del Potere di uno Stato per rispetto agli altri Stati
è evidente che, se esso non è tutelato nella sua esistenza da una forza
internazionale equa e^ nella sua tendenza a vantaggiarsi sugli altri e
a soperchiarli, non è frenato dalla medesima, non farà differenza tra
mezzo e mezzo che giovi al suo intento; e il danno altrui lo procurerà
come bene suo proprio. Il ricorrere ai mezzi opportuni all' intento, nel
caso in discorso, come non ne è impedito dalla Giustizia internazionale,
che non esiste, cosi non è nemmeno riprovato, E per ciò il
^lachiavellismo del Potere nella sua reazione cogli altri Stati viene ad essere
una possibilità di fatto, senza essere ancora una immoralità di
diritto. Ciò è dimostrato storicamente nelle formazioni internazionali
imperfette di epoche e regioni diverse. Valga r esempio dei vari Stati
della Grecia antica, collegati tanto o quanto fra loro, e insieme isolati
dalle genti non greche; alle quali, considerate per ciò come barbare,
negavano i riguardi che pure si avevano fra loro. E valga r altro esempio
delle religioni abbraccianti diversi Stati, i quali insieme per ciò di
fronte agli altri, considerati siccome infedeli, si credevano sciolti da
ogni freno di procedimento. Nel caso della reazione del Potere per
rispetto ai propri sudditi è da considerare che la sua condizione
in uno Stato progredito nella Civiltà è ben diversa da quella che la
precede. Qui il Potere non è ancora divenuto la semplice espressione del
volere di tutti che lo pone, lo regola, lo sancisce, come la Giustizia
che lo rigfuarda. Ma è ancora solo la conquista machiavellica di una
casta, di una famiglia, di una persona, lottanti per conservarlo con
tutti i mezzi atti all' uopo di fronte alle altre caste, ad altre
famiglie, ad altre persone dello Stato medesimo, con una reazione quindi
come tra individuo e individuo prima della costituzione definitiva di una
Giustizia superiore al di sopra di essi. Nel caso in discorso è
notevole il fenomeno del concetto della Giustizia divina, che si pensa
sovrastare alla stessa persona del Principe (come spiegheremo in seguito);
in modo che le sue azioni, quantunque fuori d* ogni Legge, tuttavia
vengono considerate dal punto di vista della moralità: onde il suo
Machiavellismo, persistendo di fatto, viene a cessare in qualche modo di
esistere di diritto. Questo fenomeno non è un argomento contro il
nostro principio, ma a favore di esso. La Giustizia perfetta accompagnante
lo stesso sviluppo iniziale dell'organismo sociale, informa naturalmente la
coscienza di quelli che ne fanno parte. E questi, ignorando come si è formata
veramente, la immaginano una entità assoluta preesistente alla Società e propria
del nume divino. E cosi la si pensa valere, nella lotta fra i competitori
del Potere, al di sopra e delle imprese degli emuli e di quelle del
vincitore. In effetto però il Potere conquistato dallo stesso
vincitore lo emancipa dalla Giustizia, che esso esercita sopra gli altri,
e (massimamente se la lotta è eccitata da idee sociali nuove) si fa
autore di una Giustizia nuova che deroga quella anteriore creduta divina;
e questa per consegfuenza non serve più quale criterio di moralità delle
azioni del Potere medesimo. Di che luminosamente ci ammaestra la storia
nei contrasti multiformi col Potere sacerdotale sostituito da quello
militare, e tra questo e il civile che gli sottentra nella Civiltà più
avanzata. Il conòetto quindi della Giustizia divina né valse
da sé a impedire nel fatto il Machiavellismo del Potere, né a
riprovarlo nel diritto. Parlando però di impedimento del Machiavellismo
non abbiamo inteso di un impedimento assoluto, ma solo relativo. La forza
della Giustizia, che si stabilìsce nella Civiltà avanzata, anche al di sopra
del Potere di uno Stato, ne impedisce il Machiavellismo tanto o
quanto; ma non mai affatto. La cosa qui è precisamente come nelle reazioni
inique tra cittadino e cittadino, che la Legge dello Stato tende ad
impedire: ed impedisce realmente tanto o quanto ma non mai del
tutto. Dalle cose dette importa soprattutto che si raccolga V
importanza suprema, in ordine alla moralità, dello sviluppo dell' organismo
sociale sopra indicato. Come accennammo (e lo dimostreremo più
largamente in seguito) lo sviluppo del consorzio umano nello Stato
ha per effetto la moralità privata. La Civiltà che perfeziona r organismo dello
Stato all' interno, e promuove r associazione civile degli Stati ha per
effetto la moralità politica. La Giustizia (e quindi la Responsabilità,
che è un suo correlativo) non è perfettamente tale nell'organismo civile
se in questo non si ha la libertà ù.^\\^ parti coordinatevi, e la
distinzione netta del Potere e delle sue attribuzioni.
Importa fissare in modo preciso in che consista, teoricamente, la
libertà. La libertà consiste in ciò, che la parte coordinata neir
organismo sociale vi possa funzionare secondo la disposizione naturale onde è
atta a funzionare. E, in base a tale disposizione, imprescrivibilmente.
E, tanto relativamente a se stessa, quanto nel reagire all' azione collaterale
delle altre parti. S' intende bene che la disposizione naturale
onde la parte è atta a funzionare, traente con sé il diritto
imprescrivibile alla funzione relativa, deve essere quella dell' uomo
socialmente perfezionato; e quindi in tutto razionale in ordine alla convivenza
e alla collaborazione cogli altri nel consorzio civilmente perfetto. Ma
la reazione della parte verso le altre deve essere tale che non le impedisca.
Che altrimenti si avrebbe elisione di attività nelle parti impedite, e quindi
lesione in queste della loro libertà. È questa una condizione
essenzialissima perchè esista realmente nell'organismo sociale la libertà
vera e perfetta delle sue parti. Ora tale condizione importa che la
reazione della parte sulla parte si limiti a quella della pura
Convenienza, che esclude la violenza dell' uno suir altro. E cosi questa
esclusione,. ossia questo limite negativo, viene ad essere essenziale al
concetto della libertà. Sicché questa è determinata positivamente dalla
attività intrinseca dell' operante che ne è fornito, e
negativamente dalla rimozione della violenza estrinseca che la
impedirebbe nella sua sfera di coordinazione. Il limite negativo suddetto
della libertà ne porta seco di necessità anche uno positivo, per la
ragione che la rimozione degli impedimenti estrinseci alle libertà
delle parti non si può ottenere se non mediante la costituzione di una forza
superiore a tutte, sufficiente all'uopo. La co-azione, colla quale questa
forza deve reagire, per lo scopo detto, sopra le parti subordinate, non
elimina la libertà, come sarebbe la coazione tra parte e parte. Come
notammo sopra, la coazione della parte come tale è egoistica, e quindi a
vantaggio della parte che la esercita e a danno della parte che la
soffre; mentre la coazione del Potere sovrastante alle parti è
antiegoistica, vantaggiosa alla Società, e quindi diretta a salvare
nella integrità della sua attitudine e funzione la disposizione naturale
di ogni sua parte. La forza superiore del Potere essendo richiesta dalle
esigenze delle stesse libertà delle parti subordinate» queste devono concorrere
a costituirla con una parte della loro attivitàt sottoponendola quindi
alla necessità della organizzazione sociale. Qui, come dicemmo,
abbiamo un limite positivo della libertà delle parti costitutive della
società; ma, siccome è posto da esse liberamente (mentre l'organizzazione
sociale è una spontaneità naturale del consorzio umano nel quale si
produce)» allo scopo di sussistere, torna poi sempre che la libertà delle parti
medesime rimane on primo ed un assoluto da cui tutto in ultimo dipende
nella società. Dal bisogno stesso della libertà adunque dipende anche il
Potere subordinante. E con ciò è legiitimaiù. E quindi anche
determinato in ciò che deve essere. Determinato nel corpo che ne è
investito, il quale non deve essere una delle stesse parti coordinate,
perchè con ciò essa si troverebbe nel caso sopra indicato ed esclusOf
della parte che impedisce V altra Determinato nella azione che deve
esercitare, che è quella precisa richiesta dai due limiti «opra detti,
cioè^ quello di porsi, onde essere in caso dì funzionare, e non
più; e quello di impedire la violenza della parte sulla parte, e non piùCiò
posto r ideale della Società umana richiede le ragioni che seguono. L'
autonomia perfetta delle parti, che cioè ognuno sia veramente un
arbitrio, come dicemmo nella Morale dei Positivisti. E precisamente quel
tanto che si trova di poter essere realmente. Secondo.
Nessuna esecutività diretta o violenta del volere dell' una sull' altra.
Sicché la reazione loro sia quella della Convenienza, scevra da
costringimento materiale. Costituzione distinta del Potere, al quale
solo competa la esecutività coattiva sopra le parti subordinate.
Quarto. U ordine del Potere derivante dal corpo dello Stato per
selezione naturale degli ottimi, in dipendenza dal volere stesso delle parti
che vi si subordinano; e in virtù delle Idealità sociali proprie delle
stesse, e quindi non altro che allo scopo della tutela delle autonomie
coordinate nella Società, e della stessa loro coordinazione nella
medesima. Quinto. Giusta e stabile organizzazione e subordinazioue
delle parti corrispondente alla stabile giusta organizzazione ed efficacia d'
azione del Potere. Ma il fatto concreto delle Società storiche dell'
umanità si presenta assia vario e complesso. E lo stesso fU. ). Ideale
generico di queste Società non sì può rettamente comprendere senza lo
studio diretto del fatto medesimo. E noi qui lo tenteremo, prendendo le
mosse dalla stessa analogia, alla quale ricorremmo sopra, tra V organismo
sociale e l’organismo biologico. Nelle specie infime degli animali le parti
del corpo sono omogenee ed indistinte, o pressoché tali. E somiglia
a questo indistinto preorganico della zoologia r indistinto preorganico
sociale delle truppe o coacervazioni disordinate delle popolazioni
selvaggie. Nelle specie animali che seguono alle infime nella
scala zoologica si ha una prima distinzione di formazione: cioè una
moltitudine di parti distinte, congiunte insieme in colonie, nelle quali
non è ancora costituito un apparato speciale distinto unico atto a
subordinarle insieme nella unità più perfetta dell' individuo. E a ciò
somiglia il fatto dei primordi di una formazione sociale, nei quali,
sul suolo medesimo e coi soli rapporti della vicinanza, e della parità
maggiore o minore delle idee, dei costuiri e della discendenza comune, si
trovano a contatto, in un certo numero, le tribù o i pìccoli Stati
indipendenti gli uni degli altri. Nelle specie animali superiori,
per una distinzione ulteriore (onde si forma la diversità dei tessuti e uno
di questi, il nervoso, resta con una speciale superiorità verso gli
altri in quanto, formando un sistema solo di tutte le sue diramazioni
nate in ogni parte, associa cosi colla unità del suo lavoro i lavori di tutte
le unità singole su cui domina), si arriva alla unità organica
propriamente detta, che non è più quella della massa informemente coacervata,
né quella delle semplici colonie delle unità distinte, ma quella dell'
individuo complete, E somiglia a questa distinzione progredita quella
della Società civile, formatasi in seguito alla distinzione delle tribù
in caste, e al predominio della più forte e intelligente sulle
altre, e alla trasformazione successiva della sua tirannia nel Potere
regolare, moderatore delle unità sociali confederate. Nel processo
evolutivo di distinzione della formazione biologica l’apparato, onde si
unificano le parti neir organismo assai complesso dell' animale, sorge
dalle intimità della sostanza viva. La quale però non risente l’effetto
proprio dell' apparato stesso, uscito dal proprio seno, se non a misura
che si è formato effettivamente. Lo stesso avviene nel processo evolutivo
di distinzione della formazione sociale. Il Potere subordinante, e
quindi ciò che si dice la Legge e la Giustizia, e la relativa
Responsabilità dell' individuo verso di esse, nasce dalla stessa virtù
intima delle parti associate; ossia in ultimo, degli individui umani. E
accennammo già come; e spiegheremo più a lungo in segfuito. Nasce cioè in virtù
delle Idealità sociali, che sono un fenomeno psichico proprio dell'
individuo. Ma r individuo non ne ha coscienza distinta se non
dopo che, pel processo naturale indicato, e inconsciamente per lui, il Potere
stesso si è costituito. Ed ecco come l' individuo è il fattore della
Legge, della Giustizia, della Responsonilità; e, nello stesso
tempo, (i) Su ciò verte in generale tutto il Libro I della Maiale dei
positivisti.. queste suppongono l’evoluzione sociale già avvenuta,
e vi sono risentite siccome la correlazione dell' individuo
subordinato col potere sovraneggiante. E con ciò siamo ora in grado di
rilevare ancora m.eglio, e una volta di più, la verità, già illustrata nella
Morale dei Positivisti, del concetto della morale degli antichi e di
Aristotele in ispecie, che la consideravano correlativa essenzialmente
alla Società formata; e la falsità del concetto ascetico-scolastico, che la
considera siccome indipendente dalla Società stessa, fondandosi sul
fenomeno sopra indicato del concetto della Gitistizia divina. Ma la
coordinazione e subordinazione, nel corpo sociale come neir animale, e in
qualunque altra unità organica naturale, non è cosi semplice quale, per
chiarezza e preparazione del discorso ulteriore, sopra abbiamo
supposto. Non è cosi semplice. Vale a dire non è puramente un certo
numero di parti, proprio eguali ed equipollenti, concertate per la
dipendenza diretta unica e sola di ognuna da un centro immediato di tutte unico
e solo; come, per esempio, i raggi di un cerchio dal punto di
mezzo, dal quale si dipartono uniformemente con uguaglianza di lunghezza e di
divergenza. E invece immensamente più complessa. Gl’elementi
fondamentali ed ultimi del corpo sociale sono gli individui umani, i quali
formano, in gruppi di pochi, degli organismi sociali elementari distinti;
questi piccoli organismi elementari poi si coordinano come parti di
associazioni e di organismi superiori; i quali alla loro volta di nuovo
si aggruppano in complessi maggiori. E la serie di tali ordini maggiori,
che ne abbracciano dei minori, è ben lunga. Come è anche il caso
dell' animale superiore, soprattutto dell'umano, nel quale ogni arto ed ogni
viscere è già un complesso ottenuto per una certa serie di combinazioni
di gruppi minori; e gli arti e i visceri sono insieme collegati dai centri del
midollo spinale, al quale poi sono sovrapposti gli altri centri superiori
del cervelletto e dei lobi cerebrali, dipendenti alla loro volta dalE qui
possiamo venire a una conseguenza importantissima circa i diversi aspetti che
assume nella Società civile ciò che dicemmo in genere, la Giustizia; e quindi
anche la Responsabilità. Data la serie delle subordinazioni dette sopra, solo
degli estremi si potrà dire che siano assolutamente, T infimo, la piura
Convenienza, e il sommo, la piura Giustizia. Non COSI dei medii. Qualunque dei
quali non sarà assolutamente, né la Giustizia, né la Convenienza; ma
con incoata, e si compia solo in virtù del Tribunale dello Stato. E
cosi il Potere dello Stato, per rispetto all' esercizio della Giustizia subordinata
della associazione particolare, no permette solo quello che non danneggia l'assetto
generale della Società o il Diritto dei soggetti in quanto questi sono
enti, oltreché della essociazione particolare, anche in pari tempo della
totale. Il che fa sì che la Giustizia propria dei Poteri
subordinati, col progredire della Società, va sempre più avvicinandosi a ciò
che chiamammo sopra V arbitrato, E che rispteade massimamente in quello
paterno del buon padre di famiglia. Spieghiamoci meglio.
Nelle popolazioni selvaggie l’individuo è vindice di se stesso, o dei propri voleri,
al di sopra dei quali non è costituito ancora, per la imperfezione della
associazione in cui vive, nessun potere giudicatore. E vindice dei propri
voleri, anche se violatori della libertà dell’altro. La costituzione di.
un Potere superiore. nelle Società progredite, che si assume la vendetta
delle violazioni della libertà individuale, togliendo la esecutività co-attiva al
*volere dell' individuo sopra l’altro*, assicura la libertà di ambi. Tanto
la cosa è cosi che, se per poco vien meno questo Potere superiore, torna
subito all' individuo la necessità e quindi il Diritto della propria vendetta.
Come nel caso che una persona appartenente ad una società civile si
trovasse fra una popolazione selvaggia, o sopra una nave in alto mare e
quindi fuori della portata del Potere vendicatore, o assalito senza
scampo immediato da malfattori, o in un momento di anarchia dello Stato
in cui vive. Nel primo embrione di Società, in quello mettiamo di
una famiglia isolg-ta dal resto degli uomini, le contese tra i fratelli
le giudica e le vendica il padre, che ne è il capo naturale. E la sua
vendetta è illimitata e senza responsabilità verso nessuno. Nessuno per
ciò gli impedisce o gli contende il Diritto anche sulla vita dei figli e della
moglie. Non così però, coordinate che siano le famiglie sotto
un Potere superiore nella città che le abbraccia in una società sola. In
questa città il Potere superiore tende a limitare il Potere del padre al
puro necessario per l'esistenza, il ben essere, la prosperità della famiglia
come tale; e veglia a che il padre non eserciti verso i suoi
dipendenti altro Potere che questo, che però in pari tempo concorre ad
assicurare: e vendica su di lui ogni eccesso od abuso del potere. E da
ciò consegue naturalmente, che se ne restringa sempre più la esecutività,
e che si converta in semplice arbitrato; nel quale può soprattutto, e da
sé sola, per la propria impulsività morale, la Idealità sociale, nella
quale consiste la Legge, nel cui nome l'arbitrato si esercita. Ed
ecco quindi l’effetto naturale del progresso della evoluzione
sociale: salvare e garantire sempre più le autonomie naturali. Stabilire
sempre più distintamente il compito dei Poteri subordinanti; e impedirne gli
eccessi e gli abusi. Rendere quindi con ciò più evidenti le
Idealità s(h ciali, e rafforzarne la impulsività, e ridurle alla
condizione di Poteri efficaci senza uso di violenza e quali semplici arbitrati.
Come più volte, e per varie g^ise, deducemmo sopra. Il quale eflFetto,
che il Potere si converta in semplice arbitrato, lo riscontrammo anche
nello stesso Potere, solo provvisoriamente supremo, di un singolo
Stato. Solo provvisoriamente supremo. Perchè notammo, che lo
Stato tende a coordinarsi naturalmente nei collegamenti intemazionali di più
Stati. E per la stessa legge; mentre dimostrammo, che il Potere di
uno Stato va sempre perdendo del violento, e avvicinandosi alla natura
puramente persuasiva della Idealità, che si impone da sé, in conseguenza di una
forza estema e superiore ad esso; cioè del potere inter-nazionale,
tendente ad impedire gli atti di lesa umanità nei singoli Stati
intemazionalmente collegati o altrimenti, e il loro Machiavellismo.
Come emerge poi luminosamente anche dalla storia politico-sociale
contemporanea. Un saggio storico eloquentissimo di un Potere
superiore convertitosi in semplice arbitrato si ha nel fatto della Chiesa
Romana, e in seguito all' abolizione di ciò che in essa si chiamava il
braccio secolare. Si verificò in questa conversione, per questo
lato, r Ideale della Società umana, sopra da noi chiamato anche il
regno (razionale) della Giustizia sottentrante a quello irrazionale del
fato; ossia il regno del concorso libero o autonomico delle parti
costituenti; e non eteronomico(\)y ossia p>er violenza materiale
esercitata sopra di esse da una forza, non morale, ma bruta. E
questo arbitrato sociale non è poi altro in fine se non lo stesso
arbitrato della volontà dell' individuo sopra se stesso, onde emana, come più
volte dicemmo. Ne emana, e quindi ne ha in sé le ragioni costitutive. Nel
medesimo tempo però, per le ragioni già ripetute, lo stesso arbitrio
individuale non finisce di diventare ciò che deve essere (vale a dire una forza
che muove per la impulsività pura delle Idealità sociali), se non a
misura che, idealizzandosi nel modo anzidetto, si perfeCirca r Autonomia e la
Eteronomia, vedi la Morale dei Posiiivisti, Opere filosofiche). seziona
il Potere sociale al quale V individuo è subordinato. Onde poi lo studio
dell' arbitrio sociale subordinante serve indirettamente a far conoscere
la natura dell'arbitrio deir individuo umano. E siccome lo studio
da noi qui fatto dell' arbitrio sociale subordinante ci ha condotto al concetto
di una Legge© che si impone colla sola evidenza della propria
Giustizia, con ciò abbiamo una nuova prova della nostra dottrina (esposta
nella Morale dei Positivisti). L'idealità sociale impulsiva del volere
individuale è una Giustizia. Ed ora poi dalle cose dette possiamo
ricavare la conseguenza, alla quale mirava tutto il lungo discorso
fin qui fatto sopra la distinzione e la genesi della Convenienza e della
Giustizia. L' Idealità sociale è la stessa Legge che si stabilisce
nella Società. E la Legge è la Giustizia in quanto importa una Responsabilità
dei subordinati verso il Potere. L' idealità sociale (impulsiva
della volontà dell' individuo, com' è dimostrato nella Morale dei Positivisti)
si viene formando nella psiche dell' individuo convivente nella
Società per effetto di questa convivenza. Per ciò diciamo che r Idealità
sociale è infine nuli' altro che l'mpronta, nella psiche singola di un dato
uomo, della Legge o del Volere sociale subordinante. Nello stesso luogo
indicato nella nota precedente. Da ciò consegne poi che l’Idealità
sociale nella psiche o nella mente dell' uomo, in cui si è formata nel
modo ora detto, non si presenta come una semplice verità logica, dipendente da
una propria speculazione teorica, ma si come qualche cosa che si impone; cioè
come una Legge che la domina da una altezza superiore, e accompagnata
dalla minaccia di una Sanzione vendicatrice; ossia, non come una semplice
idealità qualunque, ma come una Giustizia. Ed ecco scoperto il
nostro gran difficile. La Giustizia non può essere che la legge del
potere subordinante: e tuttavia la Idealità sociale, impulsiva del volere dell'
individuo e nascente in lui per la evoluzione intima e propria della sua
psiche, è pure una Giustizia. I due asserti parevano contradditorj;
e invece sono veri ambedue, accordandosi tra di loro e spiegandosi a
vicenda. Si spiegano a vicenda. Da una parte, non è possibile
il fatto della Legge del Potere subordinante senza il lavoro psichico dei
diversi individui che compongono la Società. Dall' altra, le stesse
attitudini dell' individuo sono però massimamente gridate nel loro
funzionamento naturale dall' ordine delle cose della Società in cui vive.
E quindi le Idealità sociali dell' individuo devono assumere nella
sua mente la forma della Legge subordinante che domina nella Società che
lo involge: devono essere nella sua mente come 1' eco o la
soggettivazione o il pensiero del fatto oggettivo reale dell'ambiente che
determina il suo lavoro intimo. Il valore scientifico della detta
soluzione della difficoltà propostaci è tanto maggiore in quanto l’induzione
sociologica qui conferma pienamente l’induzione psicologica, che nella
Morale dei Positivisti ci portò alla medesima conclusione. Alla
conclusione cioè, che la morale individuale è essenzialmente dipendente dalla
morale sociale; e che VEtica è un ramo della Politica, come diceva
Aristotile, ossia della Sociologia, come si dice adesso. E che il
principio dei Metafisici, che sia l'Etica che crei la Sociologia (e non
il contrario), è falso. Falso, come, in ogni altro ramo della
scienza, il credere che il fatto complesso della natura sia determinato
direttamente dalle azioni indipendenti dei singoli componenti, e non che l’azione
di ogni componente sia essa stessa determinata dal suo rapporto col resto
della natura; come ho spiegato nel libro della Formazione natila rale nel
fatto del sistema solare, dove dimostrai che la legge di una formazione
naturale qualunque è questa: che un fatto singolo è il punto nel quale si
intersecano le due linee infinite dello Spazio (o delle cose tutte quante
esistenti) e del Tempo (o delle azioni tutte quante succedutesi). E godo
adesso di avere illustrato quella legge generale col rilevarne la verifica
anche n^Wz. formazione etica. La quale ha questo carattere, di apparire
nella coscienza individua siccome una Giustizia. E la Giustizia implica
un ambiente esterno alla coscienza stessa, dal quale sia determinata. Del
quale principio poi (e gioverà notarlo qui ancora, quantunque, la cosa, l’abbiamo
accennata altre volte precedentemente) è prova positiva diretta il
fatto storico (superiore a qualunque eccezione, e accertabile nel
modo più evidente) che nmt non fu possìòtle di iravare in una coscienza
individuale una Idealità elica, ossia un principio di Giuslizia, di
formazione inconsapevole, £he non corrispondesse al fatto della Legge sociale
realmente riabilitasi neir amòiente nel quale la coscienza stessa fu
educata. Proprio come sopra nessuna bocca d'uomo parlante fu mai possibile
una parola inconsapevolmente appresa, che a lui non abbia insegnato la Società
dei parlanti fra i quali crebbe. E come in tutte le cose le diversità
degli ambienti creano le varietà e le specie delle individualità
dipedenti, cosi le Varietà e le Specie eliche fra gli uomini sono create
storicamente dagli ambienti sociali vari e diversi, ai quali essi appartengono;
e per quella stessa leg^ge dell’ordine e del Caso, che in ogni parte
della natura si verifica nella produzione delle Varietà e delle Specie
delle cose, come dimostrai nel libro testé citato. Che più? La stessa teoria
dei metafisicici fornisce un argomento in appoggio della nostra. Anche il
Metafisico ha trovato nella coscienza umana Una serie di Idealità,
direttive del volere, con questo carattere della Giustizia o della
Obbligatorietà; e ha argomentato che, per ciò stesso, ossia per tale carattere
della obbligatorietà, era giocoforza ricorrere a qualchecosa di
esterno alla coscienza medesima, onde quelle Idealità le fossero dettate,
e di fronte ad essa sancite. Se non che il Metafisico non si è apposto
nella determinazione giusta di questo esterno. Ossia il suo esterno non è
quello distinto e vero del Positivista, che è quanto dire l’ambiente
sociale; ma l’indistinto, anzi il confuso della speculazione volgare
antiscientifica, ossia dio. Non si è apposto qui il Metafisico, come non
si è apposto neir assegnare T esterno onde dipende la produzione della
pianta e dell' animale, che il Positivista ha trovato essere la stessa
natura (i) e il Metafisico ha creduto fosse il volere diretto della
divinità. L' Idealità etica è una Legjge obbligante, ossia una Giustizia.
Dunque, ha detto il Metafisico, tale Idealità è prima una realtà fuori
dell' uomo, ossia è un pensiero di dio. E da esso è dettata in modo
misterioso all' uomo. Vale a dire lo stesso pensiero divino di quella
Idealità è riflettuto nella mente umana, come in uno specchio il
raggio di luce che lo illumini da un corpo per sé luminoso. L' Idealità
etica è una Legge obbligante. E non lo sarebbe realmente se non
importasse una Sanzione. Dunque, ha detto il Metafisico, lo stesso dio ha
decretato quella sanzione e la applica in un modo misterioso. Un
castigo misterioso è preparato in una vita misteriosa avvenire a quelli che
trasgrediscono la Legge stessa. Non sarà inutile qui di avvertire che, pel
significato dì questa parola natura, mi riferisco alla spiegazione che ne
do negli 'altri miei libri, e specialmente in quello della Formazione
naturale nel fatto del Sistema solare: e per la quale intendo solamente
le proprietà inerenti alle stesse cose. Sicché è ridicola affatto V
osservazione di certi miei accusatori superficialissimi^ che io con
questa parola non faccia altro che sostituire al soprannaturale, chiamato
dio dai metafisici, un’altro soprannaturale chiamato natura. Dal che si
rileva, che la Metafisica ha notato giustamente la relatività della Giustizia
data nella coscienza verso una esteriorità che renda ragione delle
qualità caratteristiche della Giustizia medesima quali la osservazione le
riscontra nel fatto della coscienza stessa. Solo ha sbagliato nel
projettare questo fatto. Ha sbagliato la Metafisica nel projettare V
individuo cosciente sul fondo della esteriorità immaginaria e fallace
della divinità anziché su quello della esteriorità positiva e vera della
Società, Ha sbagliato qui la Metafisica, come negli altri
campi dello scibile la scienza vecchia in genere. Per esempio, l’astronomia
tolemmaica, che aveva ragione nel distinguere i fatti dei movimenti dei
corpi celesti, ma errò nella loro projezione. Proiettandoli essa secondo
la ragione del suo falso supposto che la Terra fosse immobile, le
osservazioni vere condussero ad un disegno falso del movimento cosmico
reale. Per render vero questo disegno l’astronomia copernicana non ha avuto
bisogno di altro che di projettare le figure medesime del movimento
sidereo, notate dai tolemmaici, secondo una ragione prospettica diversa; cioè
secondo la ragione della immobilità del Sole, e della mobilità della Terra
intorno ad esso. E così qui possiamo riconfermare il nostro
asserto per ciò che dicemmo in un capitolo della Morale dei
Positivisti, dove accennammo alla genesi storica della (Opere filosofiche). stessa
Idea della Giustizia divina nel terzo stadio della evoluzione del sentimento
religioso. L’Idealità sociale è gia Giustizia potenziale. La
Giustizia adunque, secondo le cose dette, ha due lati essenziali
correlativi V uno air altro; correlativi come r individuo e la Società. Due
lati: dalla parte della Società, ossia come un fatto verificatosi
persistentemente nel Potere che la esercita sugli individui dipendenti: e per
questo rispetto specialmente si chiama Giustizia. E dalla parte dell* individuo
nel quale è, non qualchecosa di statico, come nel Potere, ma una
potenzialità, ossia qualche cosa di dinamico: e per questo rispetto
specialmente si chiama Idealità sociale. Capitale questo carattere della
Giustizia o dell'Idealità sociale dell' individuo. E positivamente certo:
poiché corrisponde alla osservazione del fatto. E che non si può
spiegare se non per le vie onde qui lo scoprimmo. E senza del quale poi è
impossibile chiarire le diverse forme delle reazioni sociali, e quindi
delle responsabilità corrispondenti al principj etici dominanti nella coscienza
individuale. E in che consiste questa ragione dinamica o questa
Potenzialità? Ossia in che modo la Giustizia nella coscienza individuale è una
Giustizia potenziale? Nell’individuo non può esistere distintamente
in un determinato modo il concetto della Giustizia sociale obbligante, e
correlativa ad una Sanzione, se non per effetto sull'individuo stesso
della vita sociale complessiva, della quale esso faccia parte. Questo si: ma
è pur vero che, come la Società è V opera degli individui che r
hanno costituita, cosi la Giustizia che vi domina si deve in ultimo alle
loro disposizioni psicologico-morali, che ne sono la potenzialità
inconsapevole. Secondo. Una volta che la Giustizia sociale è divenuta, pel
processo naturale inconsapevole della formazione della Società, un fatto
statico atto ad informare di sé la coscienza dell' individuo vivente
sotto il suo regfime, questa coscienza concorre a mantenerla nell'essere
suo. E ciò più o meno consapevolmente. Così, per esempio, il maestro di
musica di una data epoca è in possesso della sua arte perchè questa vi si
era naturalmente maturata; e cosi potè essere da lui appresa nella forma
che vi aveva. Egli poi serve in pari tempo a mantenerne la
tradizione. La applicazione della Sanzione sociale in virtù della
detta consapevolezza viene ad essere reclamata dallo stesso pensiero
della Giustizia vivente nella coscienza individuale. E quindi la detta
applicazione è una soddisfazione della stessa coscienza individuale. E tanto,
che la Sanzione medesima essendo applicata, mentre soddisfa il
reclamo della coscienza individuale, nello stesso tempo la rafferma e la
rende più viva e sentita, come osservammo nella Morale dei Positivisti (Opere filosofiche). La coscienza
individuale diventa per tal modo giudice in primo appello, o potenziale,
dei fatti e degli ordinamenti della Socteià complessiva. E giudice
delle parti coordinate nella Società^ Settimo, E giudice di se
stessa. Ed ecco, in questa ultima cerchia, la Giustizia sociale divenuta
Giustizia etica. La Giustizia sociale cosi nell'individuo lo
rende un giudice potenziale verso tre termini: la Società stessa,
le altre parti coordinate (ossia ciò che anche si dice, il prossimo), e
se stesso. Come giudice potenziale verso la Società coopera
nella produzione del Potere e nella riduzione di esso alla sua forma
giusta. Come giudice potenziale verso il prossimo si atteggia nella
reazione che dicemmo della Convenienza. Come giudice potenziale verso se
stesso si manifesta nel fatto intimo del rimorso per la colpa e della
compiacenza morale per la virtù, Resta che si considerino un poco
queste tre specie di giudizi del tribunale individuale della
coscienza di ciascun uomo, E, per ora, la prima e la seconda.
E cominciando dalla prima, ossia del giudizio dell' individuo verso il Potere
sovrastante. Nello sviluppo normale della vita sociale la ragione
della Autorità subordinante e la sua fissazione in un Potere
effettivamente affidato ad un dato ordine di persone va producendosi di
continuo inconsciamente (quantunque in modo inegualissimo dall' uno all' altro)
nella psiche dei singoli individui. E perciò fu da noi detta sopra,
non statica, ma dinamica. Vi si va producendo di continuo secondo che la
compartecipazione precedente degli individui stessi li ha messi in grado
di procedere, dalla formazione psichica acquistata inconsciamente nella
matrice sociale educativa, ad una formazione ulteriore. E con un
lavoro, che si svolge si nei singoli individui, ma nello stesso tempo, per la
comunanza della vita morale, si aiuta nel formarsi del lavoro simultaneo
degli altri. Inegualissimamente, abbiamo detto, nei singoli
individui. Ma colla consapevolezza del consentimento nella formazione
stessa della massa sociale. In modo che la formazione medesima,
quantunque inegualissima nei singoli, determina una tendenza complessiva,
che ha la potenza unica e grande corrispondente alla somma delle
individuali. Potenza che si attesta con un effetto proporzionato:
cioè colla creazione del Potere sociale, che rappresenta quella Idealità
sociale onde è l’effetto (come già dicemmo), o col perfezionamento del Potere
già esistente, in corrispondenza col perfezionamento delle stesse
Idealità sociali. Per tal modo il Potere, come è una
manifestazione spontanea della vita sociale, nella quale concorrono i
singoli individui inconsciamente, e prorompe quindi da tale inconscio
concorso irresistibilmente, cioè pel processo invincibile della natura, e
diventa coscienza dell'individuo solo dopo che si è manifestato nella
realtà sociale pròdotta dal processo medesimo, così è potenzialmente
prima neir individuo. Ne viene, che V individuo stesso, una
volta che ha potuto cosi accorgersi dell' Idealità sociale produttrice
del Potere sociale (accorgersene cioè dopo la sua manifestazione comune
in esso operatasi), s' accorge insieme di due cose. Che cioè la detta
Idealità ha all' estemo per suo corrispondente il Potere stabilito nella
Società, ed è nata dentro di sé: e che vi è nata col carattere di una
Giustizia; vale a dire con quel carattere col quale apparisce all'
individuo quando arriva ad averne la coscienza. E tanto, che l' individuo
sfesso per tale Idealità concepita come Giustizia giudica lo stesso fatto
esterno del Potere: ossia rileva come corrisponde o meno al principio
di Giustizia della propria coscienza, e pone astrattamente una
Responsabilità dello stesso Potere verso esso principio. Ed è ciò precisamente
che notammo sopra, parlando del Machiavellismo – MACHIAVELLI (vedasi) polìtico
nel suo riguardo all' interno, e del fenomeno storico del concetto della
Giustizia divina. Il che poi spiega un altro fatto della evoluzione
sociale. Quello cioè che, a misura che una Società progredisce nella
cultura e nella umanità, diminuisce ciò che si dice il Diritto del più
forte, é cresce ciò che si dice il Diritto dell' uomo, e l’ordinamento
sociale va sempre più diventando elettivo. Che è mai il Diritto
dell' uomo, che si attesta di fronte al Diritto del Potere subordinante,
se non la suddetta coscienza individuale della Idealità sociale, onde il potere
medesimo nasce e vige? Si: è proprio la suddetta coscienza individuale,
che ne è il giudice potenziale, ponendolo, fissandone i confini, e creandone la
responsabilità in modo. astratto verso se stessa. Questo Diritto, la
coscienza lo trova in sé, in seguito al fenomeno sociale corrispondente
verificatosi; a quel modo che la coscienza dell'arbitrio sopra le proprie
gambe si ha solo dopo che si è fatto Tuso volontario delle gambe medesime. E
l’arbitrio la causa onde si muovono le gambe; ma solo r effetto seguito
del movimento rende avvertita la coscienza di tal suo potere.
E ciò è proprio di ogni genere di coscienza. Per esempio, dell'
arte. Che sa dell'arte l'uomo prima di avere prodotto un' opera d' arte?
U opera riuscita inconsciamente estetica gli rivela il suo potere estetico.
E dair opera medesima che 1' uomo ricava la coscienza e la regola
dell' arte in genere e la mossa a progredire nel correggere e migliorare
la precedente, e a giudicarne. E di mano in mano che la coscienza della
Idealità sociale va facendosi nella generalità distinta e forte e
impulsiva in proporzione dell’atto umano, anche la creazione del potere si
sottrae al caso della forza brutale e si fa dipendente dalle
deliberazioni dirette degli individui associati: tanto più razionali e libere
dalla violenza, quanto più la massa degli individui stessi è
umanizzata. Onde, se la selezione naturale è la legge secondo la
quale negli organismi in genere si crea il loro apparecchio centralizzatore,
nell'organismo sociale, per la creazione del Potere, che è il suo apparecchio
centralizzatore. "TW^W^^PP^la selezione naturale si specifica nella
forma superiore della ciezìofie, E anche in ciò toma il principio
già ricordato del procedimento progressivo della Società nel suo
sviluppo: cioè del regno della Giustizia razionale, che si va
sempre più sostituendo a quello del fato: analogo al procedimento
generico della natura, che neir uomo tanto più è diventata psiche quanto
più ha cessato di essere cosa meramente _^ica. Tutto ciò nel processo sociale
di evoluzione normale. E nell'anormale? Xeir anormale si genera un
movimento periferico contrastante la funzionalità centrale, che non
armonizza colle Idealità sociali già formate negli individui sottoposti.
Un movimento contrastante che può andare fino alla distruzione della
funzionalità esistente, e quindi alla sostituzione di un'altra che
armonizzi colle dette Idealità, ossia colla Giustizia potenziale degli
individui medesimi. E questo il processo della rivoluzione. Succede
in questa un fatto analogo a quello fisiologico della passione, nella quale una
eccitazione insolita invadente le parti subordinate dell' organismo
sopraffa i centri, sostituendo quindi il proprio impulso a quello
normale dell'apparato volitivo libero. E tale processo anormale della
rivoluzione, nel fondo, è quello stesso normale detto sopra della evoluzione.
Poiché anche in questo il Governo sociale è determinato dal consenso
delle parti subordinate. La differenza sta solo in ciò, che nel processo
normale della evoluzione il centro si presta, cedendo, ad atteggiarsi
secondo le esigenze della Giustizia potenziale; e nell'anormale della
rivohinone no. In una parola, le forze che agiscono sono le stesse, e gli
eflFetti diversi dipendono dalla diversità dei rapporti delle forze
medesime. La rivoluzione sociale propriamente detta dunque suppone una
condizione avanzata di cultura morale dei membri della Società. Più è
questa cultura morale e più è irresistibile la forza
rivoluzionaria. Ma più questa forza è irresistibile e più la sua anione
è moderata e procede per moto evolutivo anziché sovversivoIn modo che,
nel massimo della cultura, e quindi della irresistibilità, e
conseguentemente della moderazione, il moto rivoluzionario coincide con quello
normale progressivamente riformante detto sopra. Q, Perchè non si
incorra in un equivoco circa il principio sopra stabilito, bisogna
ricordare qui esattamente il concetto da noi posto a fondamento di tutto
il nostro discorso; ossia quello della Giustizia potenziale, che
infine è la stessa Idealfià sociale an^iegoùHca; la quale nella umanità
perfezionata è impulsiva irresistibilmente della volontà individuale.
Onde r individuo rivoluzionario per eccellenza è, non Tuomo di poca
levatura, nel quale la mente e il volere si acconciano a ciò che impera
esternamente» trovando tutto buono; ma il Sapiente, quale fu da noi definito
nella Morale dei positivisti. (Ofté re filosofiche). Il sapiente,
come ivi dicemmo, è quello nella coscienza del quale le Idealità sociali
antiegoistiche si sono espresse colla massima evidenza, e acquistarono la
massima impulsività sul volere. Onde è ciò che si dice un carattere. Esso
è per questo nella impossibilità di patteggiare cogli ordinamenti riprovati
dalla potenzialità della Giustizia imperante nella sua coscienza: anche
se il patteggiare gli porti soddisfazioni egoistiche. Ed è anche nella
impossibilità di non isforzarsi secondo la potenzialità medesima; anche se il
farlo gli porti danni personali. Questi egli li incontra senza
impensierirsene e tranquillamente come Cristo e Socrate, e tutti i cosi
detti martiri delle idee. Sublimemente questo fatto nel cristianesimo
primitivo è stato espresso nel principio, che òisogna ubbidire prima a
dio poi agli tcomini, E il principio, come è chiaro dopo le cose dette, è
in tutto vero, quando alla espressione dio, che indica indistintamente
una realtà giusta, si sostituisca quella di Giustizia potenziale,
che indica distintamente la realtà stessa. E discende poi da ultimo
dalle cose dette anche la conseguenza, essere la teoria della
rivoluzione del positivismo diametralmente opposta alla vecchia
della Metafisica, espressa soprattutto oella dottrina del contratto
sociale di Spinoza e di Rousseau. Il contratto sociale è falso per la
storia naturale della umanità. Per la storia naturale dell' umanità
è vera invece un' altra legge: la legge della naturalità della
società umana, formantesi spontaneamente, e inconsci gli individui
subordinativi. Nella dottrina di Spinoza e di Rousseau il moto rivoluzionario
è determinato dall' individuo che si pone come un assoluto; e quindi è
affatto egoistico; e quindi tende a disfare la Società. Nella dottrina
positivistica invece il moto rivoluzionario è determinato dall'individuo
siccome ordinato naturalmente alla Società; ossia è determinato dall’idealità
che vi hanno relazione. E quindi è essenzialmente ant-iegoistico o
altruistico – l’amore dell’altro, la benevolenza, la beneficenza: e conseguentemente
tende, non a disfare la diada sociale, rna a migliorarla. Consideriamo
ora il giudizio del tribunale individuale della coscienza di ciascun uomo verso
le parti coordinate nella Società, ossia verso di ciò che si chiama il
prossimo. Nel che tocchiamo di un argomento di importanza principalissima tanto
dal lato sociologico quanto dal lato morale propriamente detto. E
la nostra considerazione, cominciando in questi due ultimi paragrafi del
primo Capo del libro, sarà pròsegpiita nel seguente. La Idealità sociale è
una formazione naturale della psiche individuale umana: e tale Idealità è
impulsiva del volere: e per esso gli atti liberi dell' uomo sono
antiegoistici e quindi morali. E (come indicammo anche qui nei paragrafi
precedenti) la Idealità sociale agisce sopra il volere dell'uomo
presentandosegli nella forma della Giustizia; vale adire come qualchecosa
che ha rapporto con una Sanzione: ossia è una legge che importa la
Responsabilità del volere verso di essa. La Giustizia onde è
dettata e autorizzata Téizione del volere ne costituisce il
Diritto, La Giustizia che importa verso di se la Responsabilità del
volere ne costituisce il Dovere a). Ed ecco in che modo la Idealità sociale,
che è una formazione naturale spontanea dell* individuo, è in pari
tempo, e un concetto mentale, e un motivo pratico (ossia una forza che
determina T atto volontario), e una Giustizia, e una Legge, e un diritto, e un
dovere. L'essere umano, unico o collettivo, in quanto r azione ne è
determinata dalla Giustizia, è una Persona, Il genere poi della
Personalità varia secondo il genere del rapporto creato dalla Giustizia
medesima. Considerando qui il rapporto di subordinare nell'organismo
sociale, si ha la Personalità del Potere. Considerando il rapporto di esservi
subordinato, si ha la personalità della parte sociale sottoposta che, in
ultimo, è r individuo. Pel potere la Giustizia è la stessa Legge
dello Stato. Per r individuo è la stessa Idealità sociale che in lui
si forma e che chiamammo Giustizia potenziale. In virtù della Legge
il Potere costringe il subordi La Morale dei Positivisti; per es. Opere
filosofiche). nato alla osservanza della Idealità sociale. E quindi
il Potere ha un Diritto sul subordinato, e il subordinato ha un
Dovere verso il Potere. E il Diritto del Potere qui è positivo. Ma
in virtù della Giustizia potenziale anche il subordinato ha una azione sopra lo
stesso potere. E per tale rispetto quindi il potere ha un *dovere* verso
il subordinato; e questo ha un *diritto* verso il Potere. E il *diritto*
del subordinato qui è *naturale*. Ed ecco il concetto vero del diritto
naturale, creatore e gfiudice del positivo e vendicatore sopra lo stesso potere
delle ragioni del subordinato. E cosi, per asserire lo stesso diritto
naturale, non occorre punto uscire dall’uomo, e riferirsi ad una divinità
e ad una Legge da essa emanata. Questo diritto naturale appartiene
all'essere umano, malgrado che in esso non possa formarsi al di
fuori della Società e senza che V Idealità sociale della psiche
singola siasi prima convertita nella Legge positiva del Potere. Essendo
poi il Diritto positivo lo stesso fatto del Potere che si è costituito
efifettivamente in una data Società, con ciò si spiega come possa essere
più o meno in contraddizione col Diritto naturale, preso siccome la
Giustizia potenziale astratta, desunta dallo studio comparativo dei fatti
sociali, e rappresentante quindi un ideale, che solo imperfettamente si
trovi realizzato nelle singole formazioni storiche della Società
umana. Ed essendo il Diritto positivo stesso una formazione naturale
della totalità sociale, che diventa qual' è col passare dall' indistinto al
distinto (per la legge comune ad ogni formazione naturale), cosi si
spiega come, prima di essere un codice scritto, è stato una consuetudine
sorta per inconscia spontaneità; e come la stessa consuetudine, che
seguita a sorgere pure per inconscia spontaneità anche dopo la fissazione del
codice, possa a poco a poco avere prevalenza, come diritto, sopra la legge
positiva. Il Diritto naturale, oltre comprendere la ragione, imperante nel
subordinato, di creatore, giudice e vindice verso il Potere sovrastante,
ne ha in sé anche un' altra. Vale a dire ha in sé anche la ragione
di ciò che designammo sopra col nome di Convenienza, che riguarda i
rapporti dei subordinati tra di loro, e non ha esecutività propriamente
detta. Ora é da dire di questa più chiaramente e precisela mente, se
e come sia o no una Giustizia, e quindi appartenga alla Moralità; poiché la
Moralità non si può concepirla se non con una Sanzione e con una Responsabilità;
e quindi in ordine ad una Legge sovrastante: cioè come una
Giustizia. Domanderemo e risponderemo di nuovo: Quale é l’ufficio
del Potere? L'ufficio del Potere è triplice. Dì stabìlii-si aella Società
a spese delle sue partì. Di difendere l’autonomia di
ciascheduna dalla violenza delle altre. Dì dispensare nell'effetto
del mij^Uoramenta delle parti quella forza coniane dell* ambiente
sociale che opera per esso Potere. In tutte e tre le suddette forme del
suo ufficio il Potere esercita sulle parti un Diritto, come abbiamo
detto. E la ragione della azione del Potere è quindi una Giustizia, ossia
è col legata ad una Sanzione, E ciò perchè esiste una Responsabilità per
parte dei subordinati verso di essa azione, se mai violassero gli ordini
stabiliti. E il Diritto medesimo lo dicemmo un Diritto positivo. Ma
questo Diritto positivo dimostrammo sopra dipendere in ultima analisi dal
Diritto potenziale o dalle Idealità mentali degli individui» Onde, in
ultima analisi, potenzialmente la Giustizia non è altro che le stesse
Idealità mentali. La Giustizia dunque si estende quanto la
potenzialità della Idealità sociale, formantesi nella psiche singola
dell’uomo per la sua partecipazione alla vita comune della Società; nella
quale si cova, per cosi dire, il germe individuale, si che si maturi in lui la
disposkione naturale al civile coasorzio. Maturazione questa che importa
tutte tre le forme suddette dell' ufficio del Potere, se non che il
Potere stesso non è tutto l’effetto di tale maturazione; ma solo una parte*
Quella cioè, che si potrebbe chiamare V effetto più disHnéù. Oltre
sififatta parte ne resta un'altra; e più estesa ancora: ed è quella che
non si matura nel fatto di un Potere legale, ma rimane neW indistinto di
ciò che chiamiamo la Convenienza. E la Convenienza la diciamo un
indistinto appunto perchè il Potere non è altro che un distinto che si forma
posteriormente da essa per una elaborazione più compiuta. Ne /iene che, se
il Potere è il Diritto distinto, e quindi la sua ragione una Giustizia
distinta, (e cosi la Sanzione e la Responsabilità) la Convenienza è
invece un Diritto indistinto, e quindi anche una Giustizia
indistinta. Una Giustizia indistinta si, ma pur sempre una
Giustizia. Ed ecco come il concetto della Giustizia, e quindi della
Legge morale (col suo rapporto ad una Sanzione e con una Responsabilità) si
allarga oltre la sfera delle prescrizioni del codice pubblico e si
estende a tutte le relazioni libere tra individuo e individuo. E
come questa Legge morale extralegale sia anch'essa puramente una
formazione naturale della psiche dell'uomo civile. E quindi non occorra
per ispiegarla ricorrere al sogno della Legge eterna della divinità. E il
farlo sia un errore analogo a quello della vecchia astronomia che, il moto
della Luna intorno alla Terra, lo spiegava col comando dato alla
Luna da dio di girare cosi intorno alla Terra, e non per via della stessa
naturale evoluzione cosmica; e, la virtù dell'acido di intaccare il metallo, lo
spiegava colla proprietà intaccatrice capricciosamente concessa da dio
all'acido, e non per via della stessa disposizione intima degli atomi
componenti la molecola dell'acido e del metallo, onde dipende naturalmente ossia
necessariamente, il fatto chimico suddetto. La Giustizia legale (seconda
forma dell' ufficio del Potere) è una gradazione evolutiva superiore di un
indistinto inferiore da cui emerge. Ma la cosa ha bisogno di essere
dilucidata meglio e con esempj più concreti. K per ordine.
Cioè secondo le tre forme dette sopra deir ufficio del Potere. E
comincieremo dalla seconda, di difendere l’autonomia di ciascheduna parte della
Società dalla violenza delle altre. La difesa dell' individuo subordinato,
assunta dal Potere, importa che questo lo guardi dalle ofifese
degli altri, e faccia che V ofifensore risarcisca T ofifeso; e che gli
arbitrj singoli nella loro attività si equilibrino vicendevolmente in
modo che la limitazione imposta a ciascheduno sia la minima necessaria,
la minima indispa usabile ad ottenere la coordinazione giusta nella Società,
richiedente la collaborazione egualmente non impedita di tutte le sue
parti. Ma tale difesa, assunta dal Potere, della libertà e
del Diritto individuale non si pud estendere a tutti assoiuiamente i fatti
sociali verificantisi attorno ad un indi" viduo. Non a tutti, di
gran lunga. Non a tutti, che sono infinitamente molti. Ma solo ad alcuni
pochi. A quei pochi solamente che è strettamente richiesto dalla esistenza
del corpo sociale. E la difesa in discorso, circa i detti pochi
fatti, è propria di quella che si chiama la Giustizia legale, o positiva,
o distinta. Quanto poi agli altri infiniti fatti rimanenti ha luogo
il fenomeno sociale della Convenienza, che dicemmo essere pure una Giustizia;
ma non legale, o positiva, o distinta: sibbene potenziale, o indistinta, o
morale. Quella della convenienza è anch' essa una Giustizia, come la
legale. Ma indistinta. E per la ragione che, nel fondo, V una e r
altra sono la cosa medesima, e si differenziano tra loro solamente come
il distinto dall' indistinto. E tanto che, provenendo nelle formazioni
naturali il distinto dall' indistinto, qui nella Società la reazione della
Giustizia legale non è altro infine se non una forma evolutiva superiore della
stessa reazione della Convenienza. Anzi di più. Come l'idealità sociale
della psiche umana è solamente una forma evolutiva superiore di un indistinto
che si trova già nei bruti, cosi la Giustizia legale si collega
nelle sue gradazioni formative, non solo con quella della Convenienza
propria dell' uomo, ma anche con quella del semplice talento egoistico
osservabile nelle reazioni tra bruto e bruto. E mettiamo in chiaro la
cosa. La reazione tra bruto e bruto è V effetto di un impulso
istintivo quasi affatto egoistico. Ma non del tutto, poiché (come
osservai più volte nella Morale dei Positivisti in certi istinti socievoli dei
bruti fa capolino qualche cosa di anti-egoistico. L' istinto
egoistico del bruto si continua anche nell’uomo; nel quale però va emergendo
l'impulso antiegoistico a misura che si sviluppano in Fui le formazioni
psichiche superiori (2); in modo che nell' individuo umano vivente nella
Società apparisce la reazione della convenienza, che è mista di talento
egoistico e di ragione antiegoistica. Quindi nella reazione della
Convenienza si ha una forma di passaggio dal talento egoistico del bruto
alla ragione dello schietto antiegoismo della Giustizia legale. E
questa è il divenuto della Convenienza, come la Convenienza è il divenuto del
talento egoistico del bruto. E in effetto infinite sono le gradazioni
della reazione della Convenienza; da quella che rasenta la brutale
del Per es. Op, fil. . Ciò è dimostrato in tutto il corso della Morale
dei Positivisti, essendone V assunto fondamentale. l^WU IP I
puro egoismo, a quella che tocca la più nobile del puro
antiegoismo. Infine, se si guarda una medesima Società nel suo
progresso storico dallo stato della barbarie a quello della civiltà, e se
si guardano le diverse condizioni degli individui di una medesima Società in un
dato tempo. Per la legge, più volte indicata, che nella formazione
naturale i diversi del coesistente sono T immagine dei diversi del
successivo. E in oltre, da una parte, nelle Società imperfette il
talento egoistico si riscontra nello stesso Potere, e dall' altra, la Convenienza,
a misura che si spoglia dell' egoismo, si fa più anti-egoistica – H. P. Grice:
Conversational Self-Love and conversational benevolence: the equilibrium -- e
tende a diventare una Giustizia legale. E la Giustizia legale da
prima è stata sempre e da per tutto una Convenienza radicatasi neir uso e
finalmente stabilitasi come legalità. Dall'indistinto della prepotenza
(principio egoistico) nasce il distinto della giustizia (principio anti-egoistico)
che è la risultante dinamica di quella, per rendere evidente la
verità dell'asserto, che la Giustizia emerge, come formazione superiore,
dal talento egoistico precorso, giova vedere come succede il fatto.
Il più forte [cf. Grice, TRASIMACO] è prepotente verso il più debole. E
la Prepotenza è precisamente l'espressione del talento egoistico in opposizione
colla ragione antiegoistica, o della Idealità sociale, o della
Giustizia. Ne viene che l’adulto è prepotente col fanciullo, l’uomo
colla donna, il robusto col debole, il ricco col povero. Fra gli uomini
sempre si verifica tale prepotenza, ma in gradazioni infinitamente diverse: da
un massimo ad un minimo. Cioè in ragione inversa dell’idealità anti-egoistica
contrastante, ossia in ragione inversa della civiltà. E ciò, tanto considerando
la successione dei momenti del progresso di incivilimento, quanto
considerando gli elementi più o meno inciviliti di una medesima
società. Considerando gli elementi più o meno inciviliti di una
medesima Società, la prepotenza dell' adulto del robusto del maschio del ricco
e via discorrendo è sempre maggiore fra le persone rozze e minore fra le
colte. E in queste per la ragione del maggiore sviluppo delle
Idealità sociali contrastanti. Le Idealità sociali si impongono alle persone
colte per la semplice abitudine che abbiano di concepirle. Ai rozzi possono
imporsi quando, neir atto che essi inveiscono con Prepotenza, esse
balenano neir atteggiamento disapprovante e minaccioso di vendetta degli
altri uomini. Cioè, alle persone rozze, nelle quali, le Idealità sociali
non sono ancora una coscienza ben forte e distinta, queste frenano il
talento egoistico nella forma di volere sociale con qualche maniera di
Sanzione; e alle persone colte non occorre la manifestazione estema
vendicatrice, perchè in esse V imperiosità della ragione della Società è
diventata una loro coscienza, che rinasce efficace senza la espressione
materiale esterna del volere sociale. Ed ecco come avviene il passaggio
Dell' individuo dalla disposizione egoistica del bruto alla antiegoistica dell'
uomo civile. Considerando poi i momenti successivi di formazione di
una medesima Società, la Prepotenza degli individui si vede a poco a poco
eliminata dalla formazione contrastante del Potere; il quale, per esempio, ha
tolto, in tutto o in parte, le Prepotenze dell' arbitrio assoluto del
padre di famiglia sui figli e sulla moglie, della schiavitù sotto
le diverse sue forme, dei privilegi dei nobili, della inferiorità della donna,
e via discorrendo. Quando il Potere non era ancora riuscito a eliminare
queste Prepotenze anche la coscienza comune non sentiva distintamente la
ingiustizia loro. Mentre questa ingiustizia vi è divenuta evidentissima
in seguito al fatto della Legge che le ha inibite. Questo fatto ha reso
l'ingiustizia medesima evidente al segno, che nella coscienza di tutti
gli individui della società civile le Prepotenze suddette appariscono
delle vere impossibilità, non solo per gli altri, ma anche pel proprio
volere; cioè, nel volere, formatasi pienamente l' Idealità sociale
antiegoistica corrispondente, questa riusci ad ottenervi una forza assoluta
di impulsività. E con ciò si ha la prova di fatto, e della dottrina
nostra generale circa la Moralità esposta nella Morale dei Positivisti, e
della dottrina qui toccata del divenire della Idealità impulsiva: e della
Giustizia legale distinta dalla Giustizia indistinta della
Convenienza. Ancora, le persone civili sono meno manesche delle
rozze. Onde, come fra queste è facilissima e pronta la vendetta dell'
offesa, così fra quelleriesce invece e difficilissima e tarda. E ciò
nulla ostante la persona civile ha esigenze infinitamente maggiori e più
sottili verso le altre, e nello stesso tempo assai più raramente offende.
E la cosa parrebbe assurda. E lo è colla teoria vecchia della ragione degli
atti morali. Ma si spiega chiarissimamente colla positiva. Il rozzo
reagisce direttamente colle proprie mani, e punisce l’offesa atrocemente:
tuttavia è offeso ad ogni poco. E basta udire, per convincersene, le
ingiurie che due persone rozze si scagliano colla massima facilità. Dunque
T idea dell' utile non è quella che insegna il contegno dell' uomo. Il
rozzo è più religioso del civile; e tuttavia con ciò non è più rispettoso
del Diritto altrui. Dunque 1' idea religiosa non è la ragione della
Giustizia. Immensamente più che nel rozzo è estesa l'idea del
proprio diritto nell' uomo civile, il quale dell' offesa recatagli si risente
nel suo intimo assai più ohe il primo. Ciò dipende dalla più progredita
formazione psichica dell' uomo civile. E questa dal beneficio più largamente
produto della influenza formatrice dell' ambiente sociale. Il risentirsi
poi più forte dell' offesa porta seco una tendenza più forte a
reagire. Ma nell’uomo civile anche la reazione (quantunque più
fortemente disposta) ha il carattere della umanità più progredita. Quella
dell' uomo civile è una reazione non di egoistica e brutale Prepotenza:
cioè non è fatta di propria autorità e di propria mano. E invece una reazione
fatta in nome di qualche cosa che trascende l'individuo; vale a dire in nome di
una Idealità sociale riconosciuta come tale. In nome insomma di ciò che si chiama
la pubblica opinione. E questa pubblica opinione, diventata la
coscienza della persona civile, che la trae al risentimento; ed è a
questa medesima pubblica opinione che è lasciato l'incarico della vendetta: in
modo che l’offensore è responsabile deir offesa verso la stessa pubblica
opinione vendicatrice, la quale per ciò viene ad essere una Giustizia. E
conseguentemente una Gitistizia viene ad essere pure la coscienza
individuale, che ne segue la morale impulsività. Una Giustizia indistinta, che
precorre e prepara alla distinta o legale. E come? La pubblica
opinione si forma nel cozzo delle parti della Società fra di loro, onde
nascono le diverse Idealità sociali relative. Questa pubblica opinione si
annuncia prima vagamente nelle parole e negli atti accidentali degli individui.
A poco a poco si stabilisce nei detti e nei proverbi e nelle usanze e
consuetudini comuni. Un pò' alla volta poi crea i suoi rappresentanti
diretti. Da questi quelli del Potere. Ma con ciò, che il Potere non può
assorbirli in sé tutti. Onde, sotto tale rapporto, il Potere deve
considerarsi siccome il vertice di una piramide, nel quale va a collimare
una infinità di piani sempre più allargantisi di sotto, cioè una serie
di associazioni giudicatrici subordinate. Costante e organica è
questa legge della formazione sociale. Da prima è V individuo che si fa
giustizia da se stesso. Nel che però non si ha la Giustizia vera, ma ancora
solo la Prepotenza. Poi più persone aventi speciali interessi comuni
si associano in modo tacito e anche espresso in vista di essi; e
nella associazione si va costituendo naturalmente r arbitrio collettivo
sopra le contestazioni che la riguardano; nel quale è già quindi un principio
di vera Giustizia, quantunque ancora più o meno indeterminata o
indistinta. Da ultimo il Potere supremo della Società si arroga il
giudizio nelle contese, fissandone precisamente i termini; ed ecco il meno
della Prepotenza e il più dell' antiegoismo e della Giustizia. E questa è la
Giustizia distinta, derivata per evoluzione dalla indistinta, come questa lo è
dal talento più egoistico dell' individuo. E nella nostra attuale Società
la legge medesima apparisce nella sua massima evidenza. Vediamo
costituirvisi dei giuri al di fuori del Potere legale; i quali, in nome di una
pubblica opinione (che è il loro codice) pronunciano dei verdetti, vendicatori
almeno iniziali delle violazioni della opinione stessa, e che quindi ne
sono la Sanzione sociale diretta. Giusta, ossia antiegoistica, perchè
sociale e non individuale o di Prepotenza. Sanzione producente una
Responsabilità pei violatori delle Idealità sociali corrispondenti; e
quindi atta ad innalzare le Idealità stesse nelle coscienze di tutti
al grado di vera Giustizia; tanto più distinte quanto più stabile e
ordinato e ripetuto e normale è l'esercizio del suo ufficio. E anche
quando non è eliminata ancora del tutto nella vendetta V azione diretta
della persona, che ne ha da essere soddisfatta, si può tuttavia palesare
l'intervento subordinante di una autorità superiore all'individuo.
Come nel duello; nel quale la ragione di intimarlo e di accettarlo
deve essere sancita dal codice della opinione corrente ad esso relativa, e
giudicata 1' applicabilità al caso particolare da padrini, e questi devono
presenziare r esecuzione. Nel duello si ha quindi una certa
Giustizia, quantunque molto imperfetta. Imperfetta, perchè vi si mantiene
ancora troppo 1' eccessivo e il brutale dell' atto di Prepotenza dell'
individuo di vendicarsi colle sue mani. Imperfetta ancora perchè 1'
autorità che vi si intromette non è riconosciuta come tale dalla
Legge. Il fatto del duello qui ricordato toma poi opportuno per
confermare, colle particolarità da esso offerte, la verità delle cose
suesposte. L’opinione, che vige nei paesi civili di. oggi in
relazione al duello, è una formazione storica della nostra Società.
Perchè, se, da una parte, esso ha la sua causa generale in alcune ragioni
costanti di ogni formazione sociale, dall' altra però, le formalità che
lo accompagnano accusano la sua provenienza per trasformazione
storica dalla consuetudine di un tempo dei cosi detti giudizi di
dio, E da ciò si vede, come sia vero che la Giustizia (anche quella
naturale o potenziale o etema che dir si voglia), quanto alla forma
precisa colla quale è effettivamente in una data Società o coscienza, è una
accidenta" lità storica. Come la produzione di un dato frutto di
una data pianta. L’opinione circa il duello non è qualchecosa di
fissato e sancito dal Potere legittimo, che T infligga indeclinabilmente anche
a chi vi si rifiuti. Ma ciò non toglie che r opinione stessa abbia una
forza; e tale da imporsi quantunque gravosissima, alla volontà. E da ciò
si vede che la Giustizia ha già una effettività piena di efficacia
anche nella forma indefinita della spontaneità vaga della opinione
pubblica. Ma r opinione circa il duello, appunto perchè ancora in
quello stadio della vaga spontaneità sociale, non maturata e non maturabile in
una Legge del Potere che la stabilisca per tutta la Società, vi si
restringe ad un certo ordine di persone. E (cosa curiosissima) per questo
ordine di persone è divenuta una idea di una impulsività potente, certa,
indeclinabile, atta a tenerlo sotto il proprio impero, mentre per gli
altri, esenti dalle influenze onde è insinuata, è come se non esistesse.
E tanto che, dove presso gli uni è moralmente spregevole e disonorato
chi non si attiene alle prescrizioni della opinione favorevole al duello,
per gli altri è cosa ridicola e stolta il tenerne conto. L'opinione
relativa al duello associa delle conseguenze esecutive gravissime a fatti
riguardanti V onore. L' onore, che è un semplice rapporto mentale dell'
individuo colla Società. E da ciò si vede che neir uomo, per lo sviluppo
speciale onde la sua psiche è capace, si Voi. creano delle entità
di un ordine superiore, che sono impossibili pel bruto e si trovano solo
inizialmente e quindi poco avvertite nelle Società rozze e nelle classi
sociali meno colte. Delle entità aventi per base, non il benessere
materiale dell* individuo, che è l'espressione del puro egoismo, ma il
benessere degli spiriti associati, che è r espressione della ragione
antiegoistica. Qui insomma r individuo si trova necessitato perfino al
sacrificio volontario della vita in omaggio di un' idea che lo
padroneggia. L' opinione relativa al duello tende (come tutte le
altre opinioni, con tendenza positiva o negativa) a diventare una Legge della
Società. Questa tendenza in parte è riuscita, in quanto esistono già
delle disposizioni positive di Legge che riguardano il duello. Ma in parte
non è riuscita. Ora T analisi accurata della tendenza medesima e di ciò
che n' è riuscito e non riuscito ci ragguaglia circa il processo naturale, onde
la Giustizia indistinta, ossia la Convenienza, si fa la Giustizia distinta,
ossia la Legge positiva. Il Potere ha emanato delle disposizioni relative
al duello. Ciò ha potuto fare solo in seguito all'essersi questo fenomeno
sociale fissato a poco a poco nelle sue forme precise, che presentarono
1' occasione alla opinione pubblica di manifestarsi nel senso del partito
adottato nella Legge. Ma, delle disposizioni stesse prese una
volta dall'autorità in relazione al duello, altre rimasero poi anche in
seguito perchè trovate rispondenti allo scopo sociale, di non impedire in
modo nocivo il corso inevitabile di certe reazioni di Convenienza j altre
invece dovettero essere smesse come inopportune e quindi contrastate
nella prova dalla coscienza dei cittadini, cioè dalla Giustìzia
potenziale che, come dicemmo tante volte, è Tarbitro naturale di ogni Legge
sociale. Il Potere però, nella reazione anche esecutiva del duello,
non ha potuto sosHiuirsi ialalmenie, come è la sua tendenza in generale
per rapporto a qualsiasi esecutività forzata delle reazioni dirette tra individuo
e individuo. E ciò ci istruisce praticamente di due cose, che già
osservammo sopra. Vale a dire: Primo. Che nel Potere non si può appuntare
se non una parte delle reazioni tra indivìduo e individuo; come nel
cervello non arrivano direttamente dei fili nervosi che governino
immediatamente tutti i punti della massa del corpo: ai quali invece in
gran parte il cervello fa sentire la sua influenza solo per J' azione che
esercita sopra centri secondari, aventi però anch' essi una propria
azione, che si compie in parte senza rintervento degli organi
cerebrali. Secondo. Che, se una tendenza reale dell'
individuo non può essere soddisfatta intéramente dalT intervento
del Potere, Tindividuo cerca la soddisfazione da se; come in un assalto
improvviso dì un assassino, dove, non polendo la forza pubblica difendere il
cittadino, a questo è concesso il Diritto anche dell' uccisione a propria
difesa. Per cui si arguisce, che il fatto ancora incivile ed
anomalo del duello non sarà evitato nella civiltà, se non quando in questa
le questioni circa V onore potranno essere risolte appieno giuridicamente, sia
modificandosi l'opinione pubblica relativa, sia trovata in base a questa
una legislazione atta all' effetto. Vedemmo fin qui come la Giustizia
legale, affatto antiegoistica, del Potere sorga dalla potenziale della
coscienza degli individui, che ha per base una Idealità sociale
antiegoistica non ancora divenuta una Legge, e nello stadio tuttavia
solamente di opinione più o.meno comune. Resta ora a chiarire
come questa Giustizia potenziale, avente per base una Idealità antiegoistica,
si svolga anch' essa alla sua volta da una forma ancora più imperfetta di
tendenza dell' uomo, cioè dal talento brutale egoistico della
Prepotenza. La reazione del semplice talento brutale, o della
Prepotenza, per la concorrenza dei prepotenti di pari forza, diventa
Equipollenza: e quindi Giustizia, Non occorre per ciò che
intervenga un elemento nuovo. Il diverso, anzi 1' opposto, della
Giustizia si ottiene per la semplice reduplicazione dell' identico della
Prepotenza elementare dell' individuo. Per la legge universale dell' emergere
del diverso distinto dair identico indistinto per la reduplicazione dei
molti identici (prima distinzione dell* indistinto uno), che ha luogo in
tutte le formazioni naturali. Come ho dimostrato nello scritto sulla
Formazione naturale nel fatto del sistema solare (Voi. II di queste Opere
filosofiche)^ e come dimostrerò nei libri relativi alla Formazione del
pensiero (nei voi. V, VI e VII di queste stesse Op, fil.) Così nella
formazione chimica la materia identica diventa gli opposti deir acido e
della base dopo che, distintasi in atomi diversi, questi poi si
reduplicano e si aggruppano variamente. La Prepotenza è la coscienza
che l' individuo ha acquistato del fatto della propria Attività che esso
ha esperimentato; e la Giustizia è la coscienza che neir individuo stesso
ha dovuto formarsi del fatto della Equipollenza degli altri individui
dato dalla espericìiza delle Prepotenze concorrenti nella Società. Sicché nel
bruto la psiche non arriva alla trasformazione in discorso, perchè in esso, non
essendo un essere sociale, non si può formare la coscienza successiva a
quella della Prepotenza come nell’uomo, che è un essere sociale (Onde poi
raccogliamo la conferma di un altro dei grandi principi da noi già
spiegati della Formazione naturale: vale a dire che la Cosa è il
molteplice preso nella coesistenza dei singoli, e la Forza è lo stesso
molteplice preso nella loro successione. Sicché Cosa e Forza non sono che
distinzioni di un identico indistinto: il quale, preso nello schema della
coesistenza, è la Cosa, e, preso nello schema della successione, è la
Forza. La Giustizia o T idealità sociale, come apparisce dalle cose dette
nel libro, suppone una successione di fatti; ed è assurda senza questa
supposizione. Ma nello stesso tempo, potendo questi fatti succedentisi
essere presenti contemporaneamente al pensiero, pel lavoro suo descritto nella
Morale dei Positivisti^ è una entità (Cosa) del pensiero, ed è una virtù
efficiente (Forza) nella dinamica morale (Impulsività dell’idea). E
qui dobbiamo notare una cosa curiosissima, spiegabile solo colla nostra
teoria della identità, nel fondo, della Cosa che è, e della Forza onde
essa agisce. L' Idealità sociale è impulsiva del volere umano in quanto
gli si presenta siccome una Giustizia, vale a dire in quanto gli fa
prospettare una Sanzione; ossia lo avverte della sua responsabilità. E
tuttavia, a misura che V Idealità sociale si fa più viva e abituale,
diviene invece più vago il presentimento pauroso delle relative
conseguenze di punizione per parte della reazione sociale. Anzi il
massimo della impulsività dell' Idealità sociale (nel Sapiente e nel
Regno della Giustizia, come dicemmo nella Morale dei Positivisti) va col
minimo del presentimento pauroso della punizione sanzionatrice. Il concetto
umano della Giustizia si forma da quello della Prepotenza per V
equilibrio di molti prepotenti nella loro concorrenza sociale. La
filosofia tradizionale (o la filosofia sana, come la chiamano) spiega la
Giustizia ponendola siccome lo stesso comando di dio. La spiega
così: aggiungendo molto ingenuamente alla sua spiegazione V avvertenza,
che la Giustizia, rimane distrutta assolutamente tosto che si rimova la
divinità e il suo volere assoluto. E invece la verità è precisamente il
contrario. La Giustizia» in questo volere divino, è l’opposto, ossia
la negazione, della Giustizia come tale. Come ne è l'opposto e la
negazione la Prepotenza come tale. Il volere di dio è la Prepotenza
innalzata al grado dèlia Prepotenza assoluta. E il bello si è che la
stessa filosofia tradizionale ha dovuto accorgersi de IT inconveniente,
tanto o quanto, anch' essa, senza intenderlo distintamente. Poiché ha
dovuto maritare, nella sua dottrina della ragione della Giustizia,
il principio del volere divino con quello della conoscenza che dio debba
avere dell' essere intimo delle cose, e della necessità onde il suo
volere sìa costretto assoluEgli è come dire, che è l’ordine dei fatti sociali,
il quale è diventalo un inrro ordine ideale, presente al pensiero in un
suo atto intuitivo momentaneo: qiTasi forza fissatavisi dal di fuori
come sommi» unica di efileni ng^i untisi a poco a poco l’uno all'
altro. Proprio come la proprietà attuale, onde una sostanza è atta
ad agire in un dato momento con una data intensità dì forza, sì è formata
in questa per la addizione successiva, mettiamo, dì un certo numero di
\:alorie, entratevi dal di fuori a poco a poco V una dopo l’altra. tamente
(se ha da essere giicsto) a regolarsi nel suo comando secondo le esigenze della
essenza da sé conosciuta appieno della cosa, alla quale impartisce il
comando. In questo secondo principio maritato al primo è stata
riconosciuta implicitamente, in qtuilche maniera, tardi, imperfettamente,
confusamente e con una contraddizione col primo principio la verità di
ciò che dimostrammo; ossia della derivazione della Giustizia dallo stesso
uomo per effetto della sua convivenza sociale. Imperfettamente,
dicemmo. E la dottrina teologica della predestinazione n' è testimonio. E
tardi: cioè a misura che lo studio dei fatti guidò al presentimento
confuso della verità contenuta nella dottrina positiva. Tanto che la
storia della idea di dio ce lo presenta prima coir impero capriccioso,
dispotico, appassionato, mutabile del tiranno prepotente. E
successivamente con una mitigazione del capriccio e della prepotenza, quale era
suggerita dal fatto della legislazione sociale in lui oggettivata, che
venne diventando sempre più giusta per T equi librar visi sempre maggiore
degli elementi componenti. Come si è detto, nell'individuo non
coordinato nella Società si ha la sua autonomia che si goverua colla
Prepotenza. una risultante dinamica di esse, per le considerazioni
che seguono. Con uno straniero, e soprattutto con un barbaro, o con un
selvaggio, un uomo in generale non sente il dovere della Giustizia come con un
altro uomo della sua stessa Società. Perfino si dà che in faccia ad un uomo di
razza diversa si atteggi ne' suoi sentimenti come in faccia ad un bruto o ad
una fiera. E la cosa è naturalissima. La sua Società è in lotta colla
popolazione alla quale appartiene queir uomo. La sua Società quindi si atteggia
verso di essa e verso i suoi Componenti come un prepotente; ed egli pure. Anche
se non è in lotta, dal momento che 1' offesa recata al(Il Nel che si verifica la legge generale di tutta
la natura, che l’ambiente è necessario all' ottenimento di una formazione,
mettiamo la nebulosa solare alla formazione di un pianeta, o 1’ambiente
vegetativo alla formazione di un seme; ma una volta ottenuta la formazione
questa funziona come tale anche indipendentemente dalle condizioni onde emerse.
Mettiamo la forma e la solidità di un pianeta, e la virtù vegetativa specifica
del seme. ''PfliW^^IF lontano selvaggio non è vendicata dal tribunale del
proprio paese, né di nessuno, queir offesa stessa non apparisce un attentato
vero e proprio contro la Giustizia. Che se ci sono degli uomini che sentono la
Giustizia anche per gli estranei, fossero anche dei selvaggi,
questo succede solo per quelli nei quali il sentimento della Giustizia,
prodotto prima nel modo che spiegammo, è diventato una forma perfetta e
assolutamente dominante della psiche, e che agisce da sé e senza il
bisogno più del costringimento dell' ambiente produttore, e con una spontaneità
esuberante. Ancora, nella stessa Società un gentiluomo è molto cauto
nelle sue relazioni coi stcoi pari. Non lo è egualmente trattando con
persone di condizione inferiore.E ciò perchè co' suoi pari le conseguenze
speciali del suo contegno (quelle mettiamo di un duello) hanno
indotto un ordine di Convenienza che non occorre per gli altri,
relativamente ai quale le conseguenze non hanno la medesima gravità.
In una parola, chi sta sopra è prepotente cogli inferiori, e non co' suoi
pari, coi quali è più giusto. La formazione della Giustizia nel senso
proprio va colla formazione del Potere onde è l' espressione. L’idea
della Giustizia non nasce se non dietro i fatti determinati prodottisi
effettivamente nelle reazioni degli associati. Dico, dietro i fatti
determinati. Non prima di essi. contenuta. Per questo il
Potere (nel senso da noi qui inteso) è eminentemente la Giustizia, che i
poeti rappresentarono colla bilancia in mano (1* equipollenza giusta
degli arbitrj) e colla spada nell' altra (la forza onde si determina r
equilibrio tra arbitrio e arbitrio). E lo è perfettamente esso
solo. Lo è eminentemente in quanto dispone di una forza che
costringe e determina i soggetti alla osservanza della Idealità sociale,
o giusta, che dir si voglia. Lo è perfettamente esso solo, in quanto a sé
solo riserba il costringimento violento alla osservanza della medesima Idealità
giusta. Onde viene poi che la Giustizia propriamente detta si
restringe agli atti che possono cadere sotto la direzione del Potere, e
non comprende quelli che ne sono esenti: i quali per ciò rimangono la
sola Convenienza. E su tutto ciò non cade dubbio. Il furto, per esempio,
dove non e' é un Potere che lo inibisca, non é un delitto. È solo un atto
pericoloso e che esige del coraggio e della avvedutezza in chi lo
commette. Dove e' é un Potere, che proibisca sì il furto, ma sia
impotente a impedirlo, il furto stesso é un delitto vago e non
grave. Dove il Potere lo impedisce effettivamente e lo colpisce con
forti punizioni è un delitto grave. E può essere un delitto di varie
specie se la punizione è varia. Per esempio, il furto del privato a
danno del privato, che importa la prigionia del ladro, è perciò un delitto
infamante. Il furto invece di un privato che non paga un diritto della
pubblica finanza, onde incorra solamente in una multa pecuniaria, non è
più infamante, a motivo che la punizione non è la prigionia ma la
multa. La quale forza poi del Potere, onde è mantenuta violentemente V
osservanza della Legge, in due maniere è dispensata. ' Direttamente
cioè dal Potere, stesso per V ottenimento delle condizioni occorrenti alla vita
sociale, e indirettamente quando esso è domandato per interesse proprio delle
parti individualmente offese. E da ciò due forme di Giustizia.
Questa seconda più sentita dagli individui meno educati e quindi più
egoisti; la prima più sentita dai più eletti e quindi meno egoisti.
L' avaro si commuove per la infrazione della Legge. della proprietà
individuale, che è per esso la Giustizia per eccellenza. Il virtuoso si
commuove per una disposizione politica antiliberale, preoccupandosi soprattutto
della Giustizia in se stessa. La circostanza di questa forza materiale
occorrente al Potere ci conduce a scoprire una legge fondamentale della
Sociologia, ossia della formazione naturale deir organismo e della vita
sociale. Nel Potere, per costituire questa sua forza, sono
assorbite delle forze prese dal corpo sociale: e in ima certa misura.
Così la forza propria del cervello, onde sono Ci limitiamo qui a notare
il fatto. Quale sia questa misura, e come sia variabile fra estremi assai
distanti secondo le condizioni e gli stadj storici di una Società, deve
essere lasciato a uno studio regolate le funzioni del corpo di un uomo, è
costituita dalle forze prestate dal sangue del corpo medesimo in
una misura, che non può essere oltre certi limiti. Ora una quantità
determinata di forza non può produrre se non un effetto limitato, proporzionato
ad essa. Ne viene che, se la Società è mcipiente o selvaggia o
rozza, tutta la forza rimanendo impegnata nel costringere gli individui a
osservare la Legge fondamentale della esistenza sociale, il Potere rimane senza
altra forza da disporre per la produzione nella Società di miglioramenti
ulteriori (i). Ma quando in seguito si sono introdotte, colla ripetizione
degli atti violenti di coercizione sociale, le abitudini giuste, queste
producono poi V effetto della osservanza della Legge per parte dei soggetti da
sé; e lasciano la forza del Potere disimpegnata e quindi disponibile per altri
usi, per altri lavori, per indurre altre abitudini superiori; insomma pel
progresso ulteriore della vita sociale. Cosi nel corpo dell' uomo.
Nel bambino il cervello è tutto impegnato nel produrre le abitudini dell'
esercizio delle membra; e pogniamo anche in quelle di leggere e
scrivere. Prodotte queste abitudini iniziali, resta disponiparticolare, che può
da sé fornire materia per una scienza spcciaU, E per noi basta notare,
che la misura in discorso va crescendo in ragione che progredisce V
organizzazione sociale; analogamente a quanto si osserva negli organismi
biologici, nei quali cresce la proporzione del cervello in ragione che si fa
maggiore la centralizzazione degli organi. Ciò si ripete nel caso di
una guerra, che assorbisca le risorse del Governo; e nel caso di anarchia
che le dissipi. bile per altri esercizi. Mettiamo per la cultura
propriamente detta. E ottenute le abitudini di questa cultura, rimane poi
libero per V esercizio di una professione particolare. E cosi via.
E insomma la questione dell' immagazzinamento delle forze. Un'
abitudine in un individuo è la forza che, portata sopra di lui una lunga serie
di volte, vi si è immagazzinata in questa forma. Come nella produzione
delle proprietà delle sostanze chimiche dalle più semplici alle più
complicate. Come nella produzione della pianta dal seme fino al frutto
maturatone. Onde la Giustizia, che va producendosi nelle coscienze
dei singoli uomini raccolti nella Società civile è )' immagazzinamento lento e
progressivo della forza dispensata dal Potere nei singoli atti infiniti
del suo esercizio, e impressa e ricevuta in quelle coscienze volta per volta.
Anche nel fatto del concetto della Giustizia, come in ogni fatto distinto
della natura, si ha una forza o un rifmo persistente, ottenuto per la
fissazione di una forza applicata dall' ambiente e divenuto 1' essere
costitutivo di ciò in cui si è formato, ossia dell' uomo civile come
tale. Il che poi dimostra che anche la Società, come ogni altra
formazione naturale, è una formazione che nasce, progredisce e
muore. Quando nasce, è la violenza che tende a produrre il
fatto e il sentimento della Giustizia. Quando progredisce, è la
forza del Potere che si diI) Si allude alla Legge della Formazione naturale
\A\\\q\X.^ ^o^x?i accennata. spensa ad ottenere ordini sempre più
alti di azioni e di idee giuste. Quando muore è V organismo vecchio,
che non si presta più al mantenimento di questa forza comune
organicamente subordinante del Potere. Come (per una forma dì questa
morte) nella famìglia vien meno il potere subordinante del padre quando la
personalità adulta dei figli non si presta più alla coordinazione di essi
sotto la tutela del capo della famiglia. Se non che, riguardo alle
Società che muoiono, vale del pari ancora la relativa legge naturale di
ogni altra formazione, per la quale la morte «di un organismo non è
mai totale, restando tuttavia i ritmi singoli prodotti dallo stesso organismo
mentre era vivo. Come nel seme della pianta, che resta alla morte di
questa. Come nelle idee, che restano per gli uomini succedenti a
quelli che le hanno trovate. Sicché il mondo greco e il mondo
romano, per es., sono morti come quelle date formazioni sociali, ma
restarono le idee della Giustizia umana nate nel loro seno. Restarono come
germi, o magazzini di forza già elaborata. E dei quali si giovarono le Società
europee venute dopo, che non dovettero ricominciare da capo (ossia
dalla condizione infima dell' uomo preistorico) il lavoro della organizzazione
sociale. La giustizia è la forza specifica dell'organismo sociale. Siccome
poi V organismo e la vita sociale si spiegano per la Giustizia che vi si
produce, cosi la teoria «T della formazione naturale
della vita sociale è anche nello stesso tempo la teorìa della formazione
naturale della Giustizia. La quale per ciò è una formazione
naturale, come il Sistema solare, come un Minerale, come un Vegetale,
come un animale, come una Goccia di Rugiada, come un qualunque Pensiero
di un uomo. È cioè la Giustizia una formazione naturale della
Società; come, ad esempio, si direbbe che la vegetazione è una formazione
naturale del nostro Pianeta. Ed è la Giustizia la forza specifica della
società medesima. Ne è la forza specifica, come si direbbe che V affinità
è la forza specifica delle sostanze chimiche, la vita delle organiche, la
psiche degli animali. Nessuna affinità, o vita, o psiche, senza
sostanza chimica, organismo vivo, animale. Del pari nessuna Giustizia senza
Società umana. L’affinità, la vita, la psiche scaturiscono dalle
stesse forze onde esistono i loro soggetti; e ne rappresentano la
risultante, che, come tale, si distingue specificamente dalle forze
producenti medesime. E cosi la giustizia scaturisce dalle stesse autonomie
prepotenti degli individui, ed è la specie distinta di essere risultante
naturalmente dal loro contemperarsi insieme. La società quindi, come
tale, è tanto più perfetta quanto più è forte V idea della Giustizia
formatasi nei consociati; ossia quanto più questi sono morali: sicché
meno sia uopo concorrere colla forza materiale all'ottenimento dell* ordine
sociale. D che equivale al dire che T Idealità sociale sia più impulsiva
da se stessa nella psiche di ciascheduno, e quindi il regno della
Gitcstizia {adoperando la nostra solita espressione) si sostituisca a quello
del Fato o della Prepotenza. In modo analogo una sostanza chimica è
tanto più stabile e perfetta quanto più V Affinità degli atomi vi è
grande» e la rende atta a mantenersi nell' essere suo indipendentemente dalle
circostanze fisiche esterne della temperatura, delP ambiente, della
compressione e via dicendo, che suppliscano colla loro azione al difetto
della forza di coesione intima dei componenti. La costituzione
dell'organismo sociale, e quindi la sostituzione della Giustizia alla
Prepotenza, produce la incolumità dei consociati. La incolumità, che non
è altro appunto se non la elisione della Prepotenza oflFendente. Questa
incolumità ha due fattori: Primo. La forza materiale disposta nelle
mani del Potere per far valere violentemente la Legge contro la
Prepotenza non domata delle parti subordinate. Secondo. Il sentimento del
Dovere formantesi negli individui associati nel modo detto sopra. Ora,
siccome questo sentimento del Dovere (o questa Idealità sociale
impulsiva, che torna lo stesso) è una vera forza traente l' individuo a
vincere la propria tendenza egoistica della Prepotenza, e a segfuire la
ragione antiegoistica della Giustizia o della Legge, cosi le due forze
suddette, del Potere di fuori e del Dovere di dentro collimanti a
produrre V incolumità dei consociati e in^egranfisi vicendevolmente nella
intensità sufficiente all' uopo, si troveranno concorrervi in ragione
inversa. Meno è il sentimento del Dovere sviluppatosi nei singoli
individui, e più dovrà essere la forza materiale usata dal Potere. E
viceversa, più il sentimento del Dovere, e meno la forza materiale.
E ciò, sia normalmente, sia accidentalmente; e per certi momenti
critici sociali, e per certe Idealità. La incolumità poi del cittadino importa un complesso
di condizioni sue particolari molte e diverse, cominciando dalla
fondamentale della salvezza della vita materiale e andando fino alle più
delicate (proprie delle condizioni sociali più perfette) del rispetto
morale vicendevole negli atti anche più comuni della vita. Il Potere
supremo della Società non può (come altre volte avvertimmo) provvedere
per tutte le dette condizioni della incolumità del cittadino: ma deve
necessariamente intervenire almeno per le fondamentali. Da ciò consegue
che l’azione materiale sulla persona del cit Chi consideri tutte le
possibili reazioni tra uomo e uomo in una Società di leggeri può rilevare
due cose molto importanti pel discorso che facciamo qui. Cioè:
Primo. La varietà infinita delle azioni di un uomo atte a destare in
qualunque modo la attenzione di un altro. Fogniamo, partendo da un
assassinio e venendo fino ad uno sbadiglio. Nella quale varietà, come è
chiaro da sé, si hanno delle vere diflFerenze di generi e di
specie. Secondo. Il sentimento nascente in un uomo, per reazione,
in seguito all' azione da lui osservata in un altro. E di tale sentimento
abbiamo parlato nella Morale dei Positivisti, mostrando quanto sia
variato e come formi una serie di sentimenti diversi, anzi una scala
in ordine di nobiltà. Ora, per le cose dette, ripetendosi e le
azioni e i sentimenti accompagnanti le reazioni che le susseguono,
si producono un po' alia volta e si fissano nella psiche, come sue
potenzialità, delle Idealità sociali corisppndenti. Le quali per ciò sono
costituite dalla rappresentazione della azione e dalla reazione effettiva
conseguente: onde sono Idealità impulsive del volere, ossia
Giustizie. La mente si confonde pensando alle varietà possibili ad
emergere in ragione di tale processo. I pochi elementi del chimico, si sa a
quale infinita varietà di formazioni di sostanze si prestano: le poche note
musicali, a quale infinita varietà di composizioni musicali; le
poche lettere dell' alfabeto, a quale infinita varietà di suoni ar[Op,
fil.). I20 ticolati. Or che sarà della varietà delle
formazioni psichiche della Giustizia, pensando anche solo alla varietà
dei sentimenti componibili colle rappresentazioni degli atti sociali? Per
farcene una qualche idea prendiamo un esempio. Nell’uomo, fra i molti
sentimenti onde è capace, si ha anche quello caratteristico
corrispondente alla espressione del ridere. È questo si può connettere con un
numero senza fine di rappresentazioni di atti, dando origine cosi al genere
delle Idealità comiche; le quali nessuno ignora quanto siano potenti neir
indirizzo della vita e nell'impero della volontà; mentre è pur vero che
il timore del ridicolo ha talvolta più efficacia che non il timore
del carcere e della multa. Il fatto, pel mondo morale, è analogo a
quello di una sostanza che, potendosi combinare con tutte le altre
nel mondo materiale, è atta a determinarvi un atteggiamento particolare per
tutto T essere suo. Il nostro mondo, per esempio, sarebbe un mondo aflFatto
diverso da quello che è, se gli mancasse il ferro. E cosi dicasi degli
organismi in genere se mancasse, mettiamo, il potassio che concorre a
formarli, essendovi quindi un ministro della vitcu Allo stesso modo
l’atteggiamento morale dell'uomo, quale è al presente, verrebbe meno, se
mancasse il coefficiente del riso, che concorre a formarlo, essendovi
quindi con ciò anche esso un ministro del bene. Il quale
ragionamento poi va ripetuto per tutti i sentimenti umani ad uno ad uno,
che sono altrettanti coefficienti dell’Idealità sociale direttiva delle
azioni umane, attivandola sotto la forma di generi speciali dì Idealità o
di Giustizie. E della varietà inesauribile di queste, per tale via
ottenute, è un saggio l’arte, che nella scultura, nella pittura, nella poesia,
nella prosa, riproduce dalla coscienza, in tante forme, gli atteggiamenti
morali dell' uomo. In tante forme li ha riprodotti, e in tante ancora, senza
fine, è atta a riprodurla. E i sentimenti umani riescono cosi coefScienti della
Giustizia, perchè un sentimento, qualunque sia, essendo la reazione
corrispondente ad un atto, ne è anche la Sanzione; e chi commette l’azione atta
a suscitare un sentimento incontra una Responsabilità in ordine ad esso. Anche
ciò è essenziale al concetto naturale vero e pieno della Responsabilità
umana. Anche ciò quindi appartiene all' ordine naturale della
Giustizia nella varietà delle sue formazioni. Il restringere 1* ordine
della Giustizia a quei pòchi atti ai quali si rìduceva una volta, e che si
abbracciavano nei dieci comandamenti del decalogo, è eflFetto di nna
grossolana e non scientifica idea della cosa. Come il restringere che fa
il volgo dell' idea dell' animale a quelli che sono forniti di occhi e di
gambe per camminare: e il restringere l' idea del vegetale a quelli
soltanto che hanno le foglie verdi. La scienza ha trovato animali
anche senz' occhi e fissi alle pietre; e vegetali senza foglie e senza
verde. E cosi trova delle Giustizie senza la Sanzione del carcere e
della multa. La restrizione suddetta corrisponde insomma perfettamente a
quella che fa il volgo e fecero gli antichi delle specie degli animali,
credute poche e sempre quelle e modellate a priori sugli esemplari fatti
passare da dio in rivista davanti ad Adamo nel paradiso terrestre. E
dipende dalla stessa ignoranza della legge della formazione naturale. Poche,
dicevano, e sempre quelle, le specie degli animali; e create direttamente da
dio, e mostrate ad Adamo al principio del mondo nel paradiso terrestre. E
cosi, poche e sempre quelle le specie della Giustizia, impresse da
dio direttamente neir anima di ogni uomo che nasce e scritte sulle tavole
di Mosè dalla cima del monte Sinai [cfr. Grice, ’10 comandi’, decalogo] La
scienza sbugiardò V idea meschìnissima quanto alle specie degli animali.
Sbugiarda col positivismo l'idea meschinissima quanto alla Giustizia. Non
dio, autore delle specie degli animali; ma la natura: e le specie, un
numero stragrande; e non fisse, ma variabili; e variabili
accidentalissimamente. E cosi, non dio autore delle specie della Giustizia,
ma la natura: e queste specie, un numero stragrande e immensamente
differenziato; e non fisse, ma variabili; e variabili accidentalissimamente.
L'idealità sociale, ossia la giustizia morale, formata che sia nella
coscienza dell' individuo, vi funziona come una forza speciale, nel senso
antiegoistico chiarito nella Morale dei Positivisti; e vi produce
un doppio effetto, secondo che si applica al giudizio e alla direzione
delle azioni individuali proprie, ovvero al giudìzio e alla direzione delle
azioni degli altri. Da questo secondo effetto dipende la vitalità
intrinseci e vera della Società, considerata siccome un organismo naturale nel
senso proprio della parola. Perchè la Giustizia, parlando nella coscienza
dell' individuo, è la potenzialità indistinta onde originano i distinti
dei Poteri sociali effettivi e delle Leggi da essi emananti; e perchè la
Giustizia potenziale degli individui associati collabora a rendere
efficace l’opera del potere e della legge sociale. E come se si
dicesse che un organismo, pogniamo vegetante, si sviluppa nei suoi organi
caratteristici mercè la vitalità delle parti componenti: e che poi T
attività di questi organi speciali è operativa de' suoi effetti
particolari sopra le parti mercè il concorso della vitalità che si
mantiene nelle parti stesse. Sempre insomma la legge generale della
formazione naturale, che l' indistinto non cessi mai di sottostare al
distinto, e di offrire cosi la ragione naturale e del suo essere e del suo
operare. Cosi si osserva che una legge in un paese rimane senza
efficacia e come lettera morta se, a farla valere, è solo il Potere, e
non lo ajutano di conserva le singole coscienze dei cittadini; le quali,
accogliendo in sé la forza viva già formata della Giustizia morale, ne
ricevono un impulso atto a muoverle alla disapprovsizione degli atti
contrari alla Legge e a concorrere per quanto possono a farla
valere. E, quanto sia vero ciò che affermiamo, lo dimostrano i fatti
sociali tutti quanti. Anche, per esempio. r interesse vivissimo onde
si tien dietro allo svolgimento di un processo criminale, pur dei paesi
lontani, pure relativo a persone che non ci riguardano punto, né direttamente,
ne indirettamente. Che più? Tanto è viva e potente nell'uomo l’idea della
Giustizia antiegoistica, che egli non può stare che non ne provi V
eflFetto più vivo anche pei fatti immaginari delle fole, dei racconti, delle
poesie, dei drammi. Data r immaginazione di un fatto, al quale sia
applicacabile l'idea della Giustizia, questa per legge psicologica
indeclinabile si ridesta nella mente, e col suo naturale atteggiamento:
come in tutte le altre associazioni mentali. In ciò la spiegazione della
vivezza della voluttà, onde si leggono o si odono i suddetti racconti, e
si assiste ai drammi. E la vivezza di tale voluttà è il termometro che prova la
presenza nella coscienza della idea efficace della Giustizia e ne ne
misura l' intensità. La punizione materiale, vendicatrice della
Giustizia, sarà necessaria quindi in ragione inversa della effettuazione nella
coscienza della Idealità sociale giusta. Meno sarà questa, e più dovrà essere
la severità e la prontezza della pena materiale, che n' è la Sanzione.
Il che, come altrove dicemmo, si fa per due scopi: per quello di
supplire, colla impulsività dall' esterno della minaccia del castigo, al
difetto della impulsività dall* interno della Idealità sociale direttrice
dell'azione: e per quello di giovare a produrre questa impulsività nel!'
individuo. Onde, più questa è già prodotta, e meno occorre di coazione a
supplirla. E al massimo assoluto della produzione della detta impulsività
corrisponderà V assenza del bisogno della coazione materiale e la sufficienza
per la Moralità del puro fatto psichico della idea e della disposizione
della Giustizia, e del giudizio mentale dettatone di approvazione e
disapprovazione dell' atto relativo. Ciò nel rapporto dinamico tra chi
detta la Legge e chi ne è obbligato ad eseguirla. Ma e' è di
più. La effettuazione della Idealità della Giustizia, in ragione che più
avviene, più paralizza il suo contrario, onde deriva; cioè la Prepotenza.
E quindi i sentimenti nei quali questa si esprime: come è, tra gli altri,
quello della vendetta considerata quale sodisf azione egoistica.
E più invece ravviva i sentimenti antiegoistici, come quello della
benevolenza altrui. Ravviva cioè i sentimenti che, nella Morale dei
Positivisti (i), distinguemmo colla denominazione di pietosi, dopo avere
dimostrato che la Pietà è il carattere del sentire dell' uomo in
corrispondenza della sua formazione caratteristica della Idealità
sociale. Per conseguenza, la stessa pena materiale, a misura
che una Società diventa civile, va perdendo del carattere di una vendetta
espiatoria ed appassionata, assumendo quello di un semplice rimedio; che
si applica a malincuore e con sentimento di compassione essendocene il
bisogno e per questo bisogno solamente. E in generale, questa
qualità della assenza del carat(Op, fil,) e altrove. tere
appassionatamente vendicativo e di pura espiazione si trova nella Società
assai più nella reazione del Potere, che rappresenta maggiormente V
Idealità antiegoistica, di quello che nella reazione della Convenienza,
nella quale assai più rimane dell' egoismo e della
Prepotenza. E, negli atti stessi della Convenienza, la
vendetta appassionata, egoistica, prepotente, è più o meno in ragione che
è più o meno eflFettuata l’idea della Giustizia neir individuo
reagente. Ossia, in una parola, quantunque la Giustizia implichi la
Responsabilità, e questa una Sanzione o una vendetta punitrice, tuttavia,
compiuta che sia come formazione psichica individuale essa Giustizia, vi si
dissi" mula o vi si fa latente la vendetta relativa: a quello
stesso modo che, formata che siasi in una sostanza la sua affinità
chimica per la trasformazione in questa di un certo numero di calorie, il
fenomeno propriamente termico vi si dissimula e non si manifesta più in una
temperatura misurabile col termometro. E torna cosi, anche nello studio
della Responsabilità e del carattere della Idealità sociale come Giustizia, il
principio più volte illustrato nella Morale dei Positivisti per altre vie
(i), del regno della Giustizia sottentrante nella Società, di mano in mano che
questa si perfeziona, al regno del fato. E torna ad apparire
del pari il carattere speciale deir uomo formato sotto V influenza dell'
ambiente o del Op, fil.) e
altrove. PPipm>yi^"imtVik^i.J»^-» -pr^\»y-^r* t-^»t-«^vv
--.. vt-w l'organismo sociale: ossia dell' uomo virtuoso, o
sapiente, che dir si voglia. Per lui basta, ed è tutto, V
idea della Giustizia; e il giudizio che fa egli stesso di se medesimo in
virtù di essa: e al di fuori e al di sopra di ogni punizione materiale.
Come dice Dante di Virgilio: El mi parea da sé stesso
rimorso, O dignitosa coscienza e netta, Come t' è picciol fallo
amaro morso! E, relativamente al malvagio che lo oflFende, in
ragione della offesa, anziché il sentimento della vendetta, cresce in lui
quello della pietà. Come in quel divino crocefisso, al quale, negli spasimi di
dolore cagionatigli dalla più atroce delle ingiustizie col più atroce dei
supplizi, l'offesa immensa non riusci che a trargli dall'anima la
preghiera sublime: Padre, perdgna a questi miei crocifissori, perchè non sanno quello
che si facciano. Abbiamo parlato di quello che, sulla fine del
primo, avevamo chiamato il secondo degli uffici del Potere.
Resta dunque a parlare del primo di questi uffici, che dicemmo
essere di stabilirsi nella Società a spese delle sue parti; e del terzo
che dicemmo essere di dispensare nell'effetto del miglioramento delle
parti quella forza comune dell' ambiente sociale che opera per esso
Potere. E lo faremo, cominciando la illustrazione divisata in questo
Capo e nel seguente, e compiendola nelF ultimo. La Giustizia propriamente
detta non è tutta la moralità. Questa Giustizia, cóme vedemmo,
riguarda la ifuolumità delle parti sociali. E quindi è il solo lato negativo
della Moralità. Ma la Moralità ha anche i suoi lati positivi: come
quelli indicati dalle parole Diritto e Autorità; e quello dei mezzi onde
si costituisce e vive il Potere, organo della Società; e quello del
Premio della virtù. Anche di questi lati positivi quindi (e sotto il
punto di vista prefissoci (i) della Responsabilità) si deve chiarire la
formazione naturale. Con ciò potrà rimanere spiegato appieno il fatto naturale
della Moralità, e la ragione della Responsabilità potrà apparire sotto
tutti i suoi aspetti reali. Criterio positivo del Diritto e del
Dovere. Il Diritto (come dimostrammo nel luogo più volte citato della
Morale dei Positivisti) è la stessa potenza libera che si avvera rielT
essere umano. Considerato questo essere isolatamente, il Diritto,
come dicemmo sopra, coincide colla Prepotenza; e diventa il Diritto sociale
anti-egoistico – H. P. Grice: conversational self love, conversational benevolence
-- e giusto, o il Diritto propriamente detto, in quanto è ridotto in
limiti determinati dal contrasto della potenza opposta degli altri uomini
consociati. Vale a dire: la potenzialità astratta dell'
individuo, nella condizione eflFettiva del suo esercizio (cioè di
fronte alle reazioni delle potenzialità degli altri), diventa una
potenzialità reale determinatamente limitata dalla efficienza contrastante
delle potenzialità degli altri uomini. Op, ftl.). Tf^r»* Con che
però resta sempre il principio, che il Diritto di un uomo è ciò che esso può
fare. Resta sempre; per la ragione xche, posto V uomo di
fronte agli altri, e rimanendone elisa per tale relazione una parte della
potenzialità, la potenzialità sua effettiva non è tutta V astratta, ma
solamente quella che residua dalla elisione soffertaE, per togliere ogni
dubbio su ciò, basta l’osservazione del fatto che, cambiandosi le condizioni e
i rapporti dinamici, onde dipende la elisione di una parte della
potenzialità di un individuo, questa torna attiva, e con ciò torna
Diritto. Il potere di staccare un frutto maturo da un albero non è Diritto dove
il contrasto del possesso altrui impedisce di esercitarlo; ma tolto
questo contrasto (portandoci, mettiamo, in una regione nella quale
le piante sono proprietà comune) lo stesso potere di staccare il frutto
torna Diritto, per la sola ragione che non ha più T impedimento al suo
esercizio del possesso altrui. Il Diritto quindi, come dicemmo pure
nello stesso luogo della Morale dei Positivisti, se in astratto è
identico per ogni uomo, (essendo Tuomo in astratto identico all' uomo)
nella realtà per ogni uomo è diverso, per la ragione che la potenzialità
di un uomo differisce sempre nel caso pratico da quella di un altro:
quella del maschio, ad esempio, da quella della femmina; quella
dell' adulto, del sano, del civile, del colto, dell' educato, dell' uomo
di genio, da quella del bambino, del malato, del selvaggio, dell'
ineducato, dell' imbecille; e via dicendo. wyfmwii^i ' P Jl >»u-.ry l’uomo
ha nella natura in forza del suo arbitrio in quanto è determinato dalla
Idealità lituana che è la Idealità sociale. Qui colla spiegazione della
formazione della giustizia – H. P. Grice, “Plato’s Republic” (o dell' Idealità
sociale) spieghiamo anche la formazione del Diritto, e quindi ne
indichiamo le condizioni dettagliatamente, che si possono riassumere nel quadro
che segue: A) Arbitrio umano libero. Non il potere generico della cosa sulla
cosa. Non quello della persona in condizione irresponsabile. B) Arbitrio libero
di un uomo (sulla cosa o sull* uomo) in confronto colla reazione dell’arbitrio
libero dell’altro uomo. Non dove non si pone questa reazione: e in quanto è
regolata dalP Idealità sociale. E in ordine a ciò: Arbitrio libero di un uomo
in confronto con una reazione possibile. E qui Diritto potenziale o
naturale. Arbitrio libero di un uomo in confronto con una reazione
reale. E qui Diritto di fatto o positivo^ nelle diverse forme di questo. il
Diritto può essere nello stesso tempo un Dovere, e non che deòòa. E
perchè questa differenza fra Diritto e Diritto? Rispondendo, apparirà
insieme come e quanto convengano fra loro le definizioni apparentemente diverse
da noi date del Diritto nella Morale dei Positivisti (nel luogo
sopra citato), dove dicemmo che è in se stesso la Giustizia, o la Legge o
la Idealità sociale, e qui, dove diciamo che è un potere libero
implicante una Responsabilità verso una Sanzione che ne salva V
esercizio. Nel caso di chi mangia la propria mela, M impulsività traente
all' azione è data, non dalla Idealità sociale anti-egoistica, ma dall' istinto
egoistico, o da quella che dicemmo la Prepotenza, precedente l’Idealità
morale propriamente detta. Trattandosi di questa Prepotenza, la Responsabilità
r accompagna solo in quanto la limita, e non in quanto la produca. E
quindi la stessa Responsabilità ha con essa un rapporto unico. E. per ciò non
può aver che il nome di Diritto, ossia si può pensare soltanto che
r esercizio ne è reso incolume dalla Responsabilità che lo salva.
In vece, nel caso del padre che educa il figlio, T impulsività traente all'
azione è data dalla Idealità sociale antiegoistica, ossia da qualche cosa
che è già una Giustizia, implicante quindi l’elemento della
Responsabilità. Da ciò proviene che il potere del padre di educare
il figlio sia fra due rapporti: fra quello di eserizio incolume, in
quanto è salvaguardato da una Sanzione sociale relativa, onde è Diritto; e
quello che il padre è alla sua volta obbligato, pure per una Sanzione
sociale relativa. ad avere in sé la Idealità della sua disposizione o
del suo potere di educare il figlio, onde è Dovere. In una parola,
il potere egoistico, non derivando estrinsecamente dall' ordinamento
sociale, ma dalla stessa spontaneità dell' individuo, non può importare
se non la Responsabilità di chi volesse impedirlo. E quindi è solo
un Diritto. Mentre invece il potere antiegoistico, derivando come tale dall'
ordinamento sociale, che lo ingenera per mezzo della relativa Sanzione, impòrta
due Responsabilità. Una per chi non lo rispettasse: onde gli corrisponde
il Dovere in un altro. Ed una seconda per chi non lo avesse e non lo
esercitasse: onde, sotto questo rispetto, è un Dovere esso stesso. Dunque
il Diritto è sempre una potenzialità che importa una Responsabilità,
secondo la definizione che qui ne abbiamo dato. Ma questa potenzialità
può essere determinata da una Legge, o Giustizia, o Idealità sociale,
secondo che importava la definizione data nella Morale dei
Positivisti, In questo secondo caso, come ivi dicemmo, il Diritto è
nello stesso tempo un Dovere. Non cosi quando la potenzialità è di un ordine
estramorale. E cosi siamo arrivati, per mezzo della analisi
positiva del fatto umano e sociale, a scoprire // criterio positivo del
Diritto e del Dovere. Con questo criterio (e non altrimenti) si possono
risolvere i problemi che li riguardano; e specialmente i quattro fondamentali
che seguono: circa i Diritti dell' uomo sopra le altre cose della
natura. Circa i Diritti dell' uomo sopra se stesso. Circa i Diritti di
Autorità. Circa il Diritto, non di Giustizia, ma di Carità o Beneficenza,
che dir si voglia. Nell'esempio innanzi citato di uno che pigli dei
pesci notammo, che il Diritto di chi lo fa è solo per quanto il fatto
riguardi altri uomini, e non per quanto riguarda i pesci. Coi pesci,
che prende, l'uomo ha il semplice rapporto generale della cosa colla
cosa, quale è quello, pogniamo, della foglia verde oscillante al sole e
rubante all'atmosfera la molecola di acido carbonico che vi nuota dentro
e si imbatte alla portata delle boccuccie predatrici. In confronto col
pesce 1' uomo non ha né Diritto né Dovere. Esso, in forza del potere onde
é fornito, ne usa e ne abusa senza offesa della Moralità, che é estranea
a tale ordine di azioni. E nessuno dice reo di colpa e immorale, né il
pescatore di professione che trae dall'acqua il pesce e ne contempla
impassibile gli spasimi dell'asfissia, onde muore dibattendosi convulsivamente
sulla secca arena, e lo piglia cosi per procacciarsi da vivere; né
il pescatore dilettante, che gli infligge quel martirio per
semplice spasso. Ma nella Civiltà progredita si può arrivare fino
al punto di estendere il carattere del Dovere anche alla detta
azione dell' uomo in rapporto col pesce. La Zoofilia 138 (che è una
tendenza della Civiltà progredita) cosi parlerebbe in proposito air uomo; Il pesce, prendilo pure: x:hè ti
abbisogna per vivere. Ma nel farlo non eccedere i limiti della stretta
necessità. Prendilo per quanto ti occorre, o per mangiarlo, o perchè ti è di
danno o di pericolo il viver suo. Altrimenti rispetta in lui il godimento della
propria vita. E, dovendo prenderlo, fa ia modo che avvenga col minore suo
dolore possibile. E tutto ciò consideralo siccome un tuo Dovere verso il
pesce. E, un Dovere analogo, i moralisti più delicati oggi lo
stabilirebbero, non solo pei pesci, ma anche per tutti gli altri animali;
e non solo per gli animali, ma anche per le piante; e non solo per le
piante, ma anche per le cose inanimate senza distinzione. Stabilirebbero
cioè quella ordine quarto di Doveri, che chiamano dei Doveri dell' uomo verso
le cose della najtura: essendo l’ordine primo, secondo loro, quello dei
doveri verso dio; il secondo, quello dei Doveri, verso se stesso; il
terzo, quello dei Doveri verso il prossimo. E come ciò? E giusta tale
estensione dell'idea del dovere? E, se giusta, non si avrebbe con ciò
una smentita alla nostra dottrina della formazione naturale deir
idea del dovere? Dicemmo che la effettuazione della Idealità della
Giustizia, in ragione che più avviene, più paralizza il suo contrario,., e più
invece ravviva i sentimenti antiegoistici, che distinguemmo col nome di
pietosi, caratteristici del sentire dell' uomo in corrispondenza colla
sua formazione della Idealità sociale. In ordine a ciò, parlando in
ispecie della Idealità sociale della famiglia, nella Morale dei
Positivisti scrivemmo quanto segne: Questa Idealità diversifica secondo le
varietà umane. Rozza fra le rozze, gentile fra le gentili; portante a
illimitato uso di potere nelle Società embrionali, ristretta alla mera
necessità dell* allevamento, dell' educazione, e dei riguardi necessari, nelle
Società più perfette; e cosi via per altre diversità e gradazioni senza numero.
Sicché si può dire, che, se dal bruto air uomo r idealità in discorso si
umanizza, questa umanizzazione è neir uomo stesso maggiore o minore. E,
dove è minore, vediamo T effetto, e nella forma ancor fiera del
sentimento relativo, e nella sua limitazione, restringendosi, o alla nazione, o
allo stato, o alla tribù, o ad un semplice branco di uomini. Mentre, dove
è maggiore, vediamo Teffetto, e nella gentilezza del sentimento, e nella
sua estensione, che abbraccia tutti quanti gli uomini, per quanto diversi
e immeritevoli: e travalica anche il confine dell'umanità, e si presta a che
l'uomo sia pietoso anche cogli animali inferiori, e perfino cogli esseri
inanimati, La pietà cosi estesa, o in genere Tappi icazione del
potere proprio verso le cose 7iei limiti del necessario e del
ragionevole, è una moralità indiretta, e non una mralità diretta. Che
questa è solo quella che dipende immediatamente dalla reazione tra uomo e
uomo; e che quindi ha per correlativo una Sanzione sociale e conseguentemente
ne implica la Respc^nsabilità. Op. fiL). Onde storicamente (nella
successione dei periodi della evoluzione della Moralità umana), e
statisticamente (nei gradi di evoluzione della Moralità propria dei
diversi ordini costitutivi di una stessa Società) da prima si ha
solamente la Moralità diretta, o che riguarda V uomo e non le cose.
Le genti più rozze oggi e, fra le genti più colte, le persone che lo sono
meno, né sentono né sospettano neanco che la Moralità possa riferirsi
anche agli atti relativi ai bruti e alle cose inanimate. Il decalogo
mosaico, sintesi dei precetti morali di uno stadio evolutivo antico
e non ancora perfetto della Moralità, non ne fa cenno nemmeno esso.
Ma, sviluppatasi più fortemente col progredire della civiltà nel sentimento pio
la espressione della Idealità antiegoistica, questa dovette risentirsi e
muovere ogniqualvolta nella rappresentatività umana si fossero avute
anche solo delle analogie coi fatti umani eccitatori dello stesso
sentimento pio. E ciò per la legge generale della attività
psichica, la quale importa che la rappresentazione somigliante (ossia il
ritmo analogo dell' attività centripeta) determini affetti e volizioni
somiglianti (ossia ritmi analoghi dell’attività riflessa). Mansuefatto
l’uomo per l’effetto dell' ambiente sociale, e reso più umano, e cresciuta in
lui la potenza pietosa, questa dovette scuotersi al palpito, non solo
delle viscere del fratello immolato dalla ferocia dell' assassino, ma
(per somiglianza della cosa) anche di quelle dell’agnello semivivo sul lastrico
del pubblico macello. Do||Wli|ILP!iWWiJi,iS"iWii vette scuotersi
perfino alla dilaniazione dei ramoscelli vivi di una pianta, onde il pensiero
è tratto per analogia a rappresentarsela con un senso di dolore. Come
quando Goethe canta di una pianticella di rosa. Der wilde Knabe brach*
s Rdslein auf der Heiden; Ròslein wehrte sich und sùach, Hai/
ihm dock kein Weh und Ach ! Mussi* es eben leiden, E siccome il
senso della pietà è, come dicemmo, il sentimento riassuntivo dell’idealità
antiegoistica, ossia doverosa, cosi il concetto vago del dovere, colla
sua imperatività astratta e quindi misteriosamente indefinita, dovette
associarsi anche alla Pietà sentita in causa dell’analogia per T agnello e per
la rosa; e conseguentemente si dovette indirettamente o per riflesso, la
ragione del Dovere, estenderla anche al rispetto di un animale e di
una pianta. Ed è ciò che confusamente presentirono quei vecchi
sensisti che posero la facoltà immaginaria del senso della Moralità, o
queir altra misteriosa della *simpatia* o compassione. Ma la cosa può
andare anche più oltre. Il sentimento pio medesimo, rimanendo offeso in
chi è testimonio della azione spietata, compiuta da una persona o sopra
un bruto o sopra un' altra cosa, e perciò in lui risentendosi, può far sì
che egli si esprima riprovando r azione offendente. Tale espressione
riprovatrice sarebbe una vera Sanzione vendicatrice della resizione di
Convenienza, e che potrebbe essere assunta dal Potere, quando esso (come
è possibile, anzi probabile, an2i in gran parte si è già fatto (i)
progredendo la Civiltà) convertisse in Legge pubblica il giudizio privato
divenuto comune. Come è notissimo, in tutti si può dire i paesi civili si
sono formate delle società per la difesa degli animali, e si sono
fatte delle confederazioni di esse anche internazionali, e si tengono
di tratto in tratto dei congressi dei loro rappresentanti. E si sono
anche fatte delle leggi proibitive degli eccessi contro le povere bestie.
E credo opportuno riportare (jui tradotto un tratto a proposito del
Konversations Lexikon del Brockhaus (Lipsia) La legislazione più antica contro
quelli che maltrattano gli animali ci è presentata dall' Inghilterra dove
essi erano puniti fino dal secolo passato. Seguì una serie di leggi per
la protezione degli animali domestici, per la proibizione delle giostre
delle fiere, per la limitazione delle vivisezioni. Relativamente presto
anche la Germania dettò leggi nello stesso senso; oltre le misure di
polizia, il codice penale sassone del 30 marzo 1838 indisse la
prescrizione generale per la quale si deferivano alle autorità di polizia
le punizioni per gli eccessi dell' uso anche legittimo degli animali.
Seguirono tosto la Prussia, il Wtirtemberg, ecc. con prescrizioni in
parte più estese. Al presente vige un paragrafo del codice penale dell'
Impero, col quale è punito con una multa che va fino ai 150 marchi, o
col carcere, chi pubblicamente o in modo da fare scandalo con malvagità
d' animo tormenta o tratta male gli animali. Oltre ciò sono in vigore nei
diversi stati delle ordinanze speciali delle autorità amministrative
proibitive di particolari maltrattamenti degli animali e in favore di un
contegno ad essi favorevole, e in specialità con prescrizioni circa il
trasporto degli animali, i cani da tiro, la macejleria, il sopraccarico
dei carri ecc. Nell'Austria, oltre certe ordinanze speciali delle
autorità, ha valore di legge l’ordinanza ministeriale che dichiara
punibile il maltrattamento degl’animali che desti pubblico scandalo; in
Francia la cosidetta legge Grammont del 2 luglio 1850 per la protezione
degli animali domestici, ecc. I rappresentanti delle società per la
difesa degli animali tendono a che la punibilità si estenda maggiormente
e non si limiti a restrizioni fissate, come per esempio la pubblicità def
maltrattamento. Di tale tendenza pare abbiano tenuto conto la Svizzera, 1'
Italia (art. 491 del Codice penale del 1889), il Belgio (Codice penale),
l'America del Nord, ecc. ^i Nel qual caso poi si avrebbe una
doverosità diretta formatasi da una indiretta. E con una Sanzione e
una Responsabilità, non misteriosa e indefinita e vaga, ma
determinata. E lo stesso avviene poi per molte altre dell’idealità
morali. E anche per un altro verso V esercizio del potere di un uomo sulle
cose può finire coir essere governato da una doverosità. Come dove uno, che
possiede un podere e potrebbe farne lo strazio che volesse, è trattenuto
dair idea di non lasciare i figli senza pane. Nel quale ordine di idee
cade il fatto della legislazione sulla interdizione dei prodighi. E
per altri versi ancora; e per moltissimi. Ogniqualvolta cioè r esercizio del
potere, di un uomo sulle cose offende, o affetta in qualsiasi maniera, il
senso e l’appreziazione dell’altro e ne provoca una reazione, incontrandone
quindi una sanzione e la responsabilità. E in tale ordine di casi è da
notarsi che certi atti fisiologici necessari ed inevitabili, ma incomodi
o al senso esterno o al sentimento estetico, importano una doverosità
solo in quanto sono compiuti da un uomo alla presenza d’altri e non in quanto
sono fatti in disparte e in segreto. Fatta però l’abitudine di
considerare gl’atti medesimi fatti alla presenza degli altri come illeciti, l’idea
della loro sconvenienza si associa poi ad essi tanto o quanto. anche compiendoli
nascostamente. E quindi l'uomo, a misura che diventa civile e moralmente
più perfetto, si studia o d’evitarli più che è possibile o, non poten-. I
!ij.i«pj dolo assolutamente, d’eseguirli nel modo meno indecoroso. Ciò
conferma anche la dottrina positiva già da noi accennata della formazione
naturale dei doveri dell' uomo verso se stesso. E spiega in pari tempo il
fatto curioso delle antiche moralità religiose, che considerano alcuni
fatti fisiologicamente necessari dell'uomo, anche compiuti insegreto,
impuri e tali da inquinarlo, e richiedenti quindi i riti della
purificazione, Secondo le idee religiose l’arbitrio sulle cose sarebbe
una concessione di dio, creatore e quindi proprietario di esse: e in forza di
questa concessione l'arbitrio medesimo sarebbe intero ed assoluto ed esente
dalla restrizione doverosa sopra chiarita di un trattamento umano e di un
uso razionale, mancando il precetto divino relativo, che solo, secondo le idee
stesse, può stabilire la ragione del Dovere. E da ciò si vede che il
positivismo, anziché distruggere la Moralità, è atto invece ad allargarla più
che non lo faccia la religione. La quale anzi, nella sua gelosia
pel monopolio arrogatosi della morale, si irrita e si impenna per questo
eccesso (come essa lo chiama) di Moralità positiva della Società moderna più
colta, che vuol essere buona anche colle bestie e coi fiori. La
religione si sente in ciò moralmente soverchiata, e se ne vendica
chiamando questa bontà, che essa non sente e non può insegnare, cosa
diabolica e perversa. relativa. Si teme che, perduta la religiosità,
V uomo tornerà alla ferocia brutale della prepotenza egoistica; e non si
vede che invece il positivismo è ancora più umano e morale che non la
religione. Cosi si lamenta che la Civiltà vada distruggendo la
ingenuità santa dei tempi antichi; e non si vede che' i santi ingenui dei
vecchi tempi, perfino le matrone patrizie e venerabili, erano, verso le stesse
persone umane degli schiavi, più fieri e crudeli che il rozzo
mulattiere colla sua bestia ricalcitrante, e il ragazzo ineducato colr
insetto che strazia senza pietà. L' uomo del positivismo non si umilia
irragionevolmente col credere che V uso delle cose, sulle quali sente di
avere un potere, sia una concessione gratuita e capricciosa che gli sia stata
consentita dal talento o dalla misericordia di qualcheduno. Ed è orgoglioso di
ritenere cosa sua ciò che egli è in gprado di appropriarsi: anche i
mari, le montagfne, il vapore, V elettricità, che non sono enumerati nel
rogito di consegna del paradiso terrestre. Ma ciò non impedisce che egli
agisca verso le cose con meno insolenza dell' uomo religioso e con
maggiore mitezza. Il proposito del positivista non è quello
avaramente egoistico del moralista della religione, che dice a se
stesso: Queste cose dio me le ha date in proprietà: dunque perchè non ne caverò
per me tutto il profitto possibile? Il suo proposito è quello retto,
onesto, morale della razionalità, di servirsi cioè delle cose pel
bene in genere, proprio od altrui; fosse pur anco solo il bene delle cose
che non sono lo stesso uomo. Pel moralista della religione le cose sono
una proprietà, onde dio, che le ha create e può quindi disporre a suo
talento, lo ha investito, col controsenso che abbia ancora a sudare per
raccogliere i frutti del campo, e lottare contro la rabbia, molte volte fatale,
delle bestie feroci. Il moralista del positivismo invece, fiero di se
stesso, audace, generoso come Giapeto, non riconosce donatori. Egli
si sentepadrone della natura come frutto della siia conquista faticosa;
e, come un duellante cavalleresco, all' elemento immite della natura dice:
Eccoci alla prova; se varrai più di me soccomberò io; sarai tu a
soccombere, se sarò io il vincitore. Ma si dice dal moralista religioso,
che un Dovere originato nel modo da noi detto sopra non è propriamente un
Dovere: e che, se V ha fatto l’uomo, esso può anche disfarlo.
Secondo il moralista religioso il Dovere propriamente detto è quello che
non è abbandonato alla balia del talento mutabile e capriccioso dell'uomo: onde
è necessario che sia un comando di dio, al quale non è possibile
sottrarsi. E in tale credenza è secondato dalla falsa idea, pur
generale ancora fra gli stessi positivisti, che le buone azioni in
genere, e in ispecie la pietà verso i bruti e la ragionevolezza neir uso
delle cose, siano naturalità irresponsabili, al pari, mettiamo, degli effetti
delle cause fisiche sui corpi: disconoscendosi cosi, per ispiegare i
fatti in discorso, la loro natura morale, che è pure una realtà
attestata sperimentalmente. Il positivismo (malgrado i positivisti che
sbagliano) vita futura, conchiudono generalmente che l'uomo da nulla è
obbligato ad avere rispetto alla propria vita, poiché, suicidatosi, rimane
senza efficacia qualunque minaccia che la Società ponesse a trattenerlo. E che
quindi sia V uomo anche moralmente padrone assoluto della propria vita, e possa
disporne come gli talenta. Queste sono due soluzioni opposte ed estreme.
False ambedue, perchè dedotte da una idea del Dovere scientificamente non
vera. Una doverosità diretta, relativamente al suicidio, certo che non si
può trovarla, poiché, né ha nessuna presa sul suicida una minaccia di punizione
per parte della Società sulla di lui persona, che se ne sottrae col
suicidio stesso, né é ammissibile l' idea della Legge divina e della immortalità
dell' anima. E, assolutamente parlando, quanto alla conservazione della
propria esistenza, V uomo potrebbe considerarsi nella condizione estramorale
indicata sopra parlando degli atti deir uomo sopra le cose della natura.
E quindi, come non si ascrive a merito il tendere, nelle condizioni
normali dell'animo, a conservarsi in vita, e neanche a tirare il respiro
(quantunque a ciò si possa concorrere anche colla volontà), cosi il
suicidio potrebbe essere riguardato semplicemente quale effetto naturale
di condizioni anormali dell' animo di un uomo, come il tossire delle condizioni
anormali degli organi della respirazione. Ma, se non una doverosità
diretta, si può bene avere, circa il suicidio e la conservazione della
propria vita, una doverosità indiretta; per la ragione che molte e
diverse Idealità morali doverose, connesse col fatto della conservazione
della vita, possono essere presenti imperativamente (ossia con una
impulsività morale o doverosa) nella coscienza disposta al suicidio; e
rivestirne la deliberazione del carattere della reità morale.
Mettiamo un padre disposto a suicidarsi, che pensi di creare, facendolo,
la infelicità materiale e morale der figli superstiti. O uno che pensi
danneggiare suicidandosi dei creditori onesti, che si sono fidati di lui e
lo hanno beneficato prestandogli del denaro, che avrebbe potuto
pagare almeno in parte continuando a vivere. E cosi via per moltissimi
altri casi consimili. Molto istruttivo per questo è il noto dramma di Paolo
Ferrari, intitolato // Suicidio^ nel quale, come le tirate
spiritualistiche sono freddure senza fondamento scientifico, senza sugo e
ridicole, che è strano che egli creda che si possano prendere sul serio,
cosi invece è pieno di verità e di effetto il quadro delle conseguenze
nella famiglia superstite del suicida. Onde poi si deduce che anche nei
casi nei quali la doverosità affetta, per impedirla, la deliberazione del
suicidio, questa doverosità non è sempre la stessa, ma varia secondo il
numero, la importanza e la qualità delle ragioni morali intervenienti. Cosi, se
un corpo insipido per sé acquista un sapore da sostanze che glielo danno,
questo suo sapore varia secondo la diversità delle sostanze dalle quali
Io riceve. Tanto è vero poi che la doverosità non è intrinseca al suicidio
per se stesso, e gli è. conferita, quando si dà che Io accompagni, da
ragioni morali intervenienti diverse secondo i casi, che si può pensare
Inter venirvene anche di opposte; e tanto da produrre perfino la
doverosità contraria, ossia quella puranco di commetterlo. E invero tutti
quanti i ragionamenti ingegnosissimi architettati da certi moralisti non
poterono mai togliere r aureola di eroismo virtuoso onde risplende la
memoria di Lucrezia romana e di CATONE (si veda) uticense. Dicemmo,
che la doverosità può associarsi al fatto del suicidio, e contrastarlo
quindi nella coscienza morale in quanto si dà accidentalmente la
circostanza che, commettendosi da un uomo, restino inadempiuti dei
Doveri che gli incombono e sono da lui apprezzati. E per ciò affermammo
che la doverosità stessa viene così a riguardare il suicidio, non per sé,
ma indirettamente. Se non che è pur vero che anche una doverosità
diretta, atta a contrastare da sé la deliberazione di commetterlo, si
accompagni al suicidio. E per ciò per una Sanzione che minacci, non la
persona viva (che non può I"II* PF.I 'darsi come dicemmo), ma la sua
fama dopo la morte. La paura di nuocere alla propria fama col suicidio
può trattenere tanto o quanto un uomo dal commetterlo, e in tal caso
esisterebbe per quest' uomo una doverosità diretta impeditiva del
suicidio. E sono due gli ordini dei motivi che possono determinare questa
Sanzione per la quale la Società può vendicarsi del suicidio sopra la memoria
del suicidato. Il primo è quello delle doverosità indirette accennate
sopra. E per esse viene ad avverarsi così ciò che si disse al numero 5 del
paragrafo precedente della doverosità indiretta occasione della diretta. Il
secondo è quello della opinione sfavorevole che domini in una Società o
in una classe di persone riguardo all'atto der suicidio, fondata sopra la idea
che sia una irreligiosità abbominevole o una rivelazione di
debolezza d' animo o di alterazione delle facoltà mentali. La doverosità
diretta dipendente da una Sanzione sociale, determinata da questo secondo
ordine di motivi, è una doverosità accidentale e temporanea, e non
normale e durevole, come si richiede pel Dovere assolutamente tale. E in
vero l’opinione relativa al suicidio, non sempre, non dapertutto, si trova ad
esso sfavorevole. Quante volte, e presso quanti invece il suicidio è solo
ragione di compassione, come per una disgrazia non colpevole, o è
anche una ragione di lode! La disapprovazione motivata dalle idee
religiose vien meno con queste. Si danno circostanze nelle quali il
suicidio si riveste del carattere di atto eroicamente lodevole, come nei
citati di Lucrezia romana e di CATONE (si veda) uticense. Si danno
condizioni e periodi dello stato di una Società, che fanno considerare il
suicidio siccome una fatalità irresponsabile. Che più? Se uno è colto a
commettere una azione criminosa, la gente si avventa sdegnata contro il
delinquente e si presta in aiuto della pubblica autorità vendicatrice. Si corre
invece a salvare dalla morte chi è in procinto di darsela, e con senso,
non di sdegno, ma di pietà, Tutto giorno si moralizza sul suicidio
a fine di impedirlo, ritenendosi di danno alla Società in generale e a
certe sue istituzioni in particolare. Ma si moralizza inutilmente. Le ragioni
che si fanno campeggiare sono inefficaci per mancanza di solidità
intrinseca. Il fatto si ripete ugualmente, come la febbre curata coll’acqua
fresca. E il male, riguardo alla Società, non è tanto nella perdita dei
suicidi, che in generale non costituiscono la sua parte più attiva e
sana, ma nelle condizioni stesse della Società, che, se sono favorevoli
al suicidio, con ciò dimostrano di essere non buone e da
migliorarsi. Per le cose dette certo si scandolezzeranno molti. E
crederanno di avervi trovato un capo d' accusa ineccepibile contro l’etica
del positivismo, per sostenere che essa è esiziale alla Moralità dell'
individuo e del corpo sociale. Ma noi rideremo dello scandalo;
ingenuo, se chi lo prova è un pusillo; e ipocrisia, se chi lo pretesta è
un accorto. E diremo: Acquietatevi, che né la Moralità individuale, né la
Società avranno danno nessuno. Anzi ne avranno vantaggio. L' esperienza
dimostra che anche tra i credenti in una fede, che riprova assolutamente
il suicìdio, si danno di quelli che lo commettono. Sicché non si può
sostenere che la religiosità valga ad impedirli. Quanto alla minaccia
dell' eterno castigo il credente suicida, o la affronta disperatamente, o trova
modo di persuadersi di poterlo evitare. Tanto che si sa di suicidi cattolici
che si confessano prima di darsi la morte. E nei credenti, se si ha
il ritegno della paura della pena avvenire, non si ha poi queir altro,
del non credente, dell'orrore di metter fine per sempre alla esistenza,
che per questo non si prolunga oltre la vita attuale. E se si disse, che i
credenti un tempo si trattenevano molte volte dal suicidarsi per r
idea di essere sepolti fuori del cimitero consacrato, non è men vero che
ora possa altrettanto l'idea del biasimo che può restare alla loro
memoria. Abbastanza ha provveduto la natura coli' istinto
strapotente della vita alla conservazione dell' umanità, malgrado i mali
gravissimi che ne accompagnano la esistenza. La disperazione che
porta al suicidio non si manifesta con frequenza allarmante se non in certe
condizioni morbose sociali; e ne è il sintomo. Si manifesta per effetto
delle condizioni medesime, regnino o non regnino le religiose credenze.
Ed avviene pel morbo, onde il suicidio è il sintomo, come per tutti gli altri
morbi; che, se non producono la morte, le loro crisi stesse ajutano
la guarigione, sia segnalandoli alla cura da applicarsi, sia promovendo
una reazione salutare. Quando in una Società si verificano
frequenti suicidi HW"*^ » è certo ch^ la pubblica opinione si
scuote dalla sua indifferenza per le cause dalle quali essi dipendono. E
finisce per rendere giustizia alla protesta contro di lei di quelli, ai
quali fu fatale lo sdegno contro la sua durezza. E i singoli individui
sono avvertiti e ammaestrati circa i pericoli fatali di certe posizioni e
circa gli effetti funesti di certi indirizzi della vita, perchè li
evitino e si ravvedano intanto che il male può essere ancora
scongiurato. Il Diritto suppone l'Autorità; ossia è Diritto solo in
quanto è autorizzato ad esserlo. Ma la stessa Autorità è tale solo in quanto è
un Diritto. E lo stesso Diritto, qualunque esso sia, è in se stesso una
Autorità. Questi asserti sono altrettanti principj fondamentali
positivamente veri; quantunque la loro enunciazione abbia r apparenza di un
circolo vizioso. Come dicemmo sopra tante volte, il Diritto per
essere veramente tale (e non semplicemente la potenza di fare, comune ad
ogni cosa che agisce), deve corrispondere ad una Sanzione che ne assicuri V
esercizio, conforme air Idealità sociale o giusta: e importare quindi una
Responsabilità morale. Ora la potenza che stabilisce questa Sanzione, e
verso la quale esiste questa Respon (E si veda per tutte la nota al n. 5
del § II di questo Capo III ) sabilità, è ciò che si chiama una Autorità.
Onde è chiaro essere il Diritto un correlativo della Autorità, e
quindi supporla necessariamente. Potrebbe sembrare a prima giunta
che questa dottrina fosse identica alla vecchia religiosa e
politica circa TAutorità e la dipendenza da essa del Diritto. Ma
tra quella e la nostra corre una differenza di opposizione perfetta. La
vecchia dottrina religiosa della Autorità insegna, che ogni Diritto dell’uomo
risulta da una concessione gratuita di dio: che il Diritto, assolutamente
parlando, non l'ha se non dio: che T uomo di suo ha solo il
Dovere: che quindi, quando si dice di un uomo che ha un Diritto verso un
altro, la cosa va intesa cosi, che dio ha imposto a questo il Dovere di
fare o rispettare o lasciar fare una cosa che lo stesso dio vuole che sia
pertinenza del primo. Politicamente poi la stessa dottrina insegna
che il capo dello Stato è investito divinamente (e ciò significa la
consacrazione e la incoronazione con rito religioso per parte del sacerdozio)
di un potere sopra tutti i cittadini; che esso ne è il sovrano per volere
diretto di dio (onde il titolo Per la grazia di dio) e indipendentemente
dal volere loro e da qualunque ragione naturale di Giustizia o di
bene comune (onde il precetto religioso: Obedite praepositis vestris
etiam discolis)\ e che quindi i cittadini, per lo stesso arbitrario volere
divino, non sono altro che sudditi. La scienza ha fatto ragione del
principio religioso; revoluzione storica sociale del
politico. IP^II^KIIV idn,»»^ij5'tr«'isnfc#«^--xj' Il principio religioso è
il solito fenomeno psicologico volgare, onde, concepito l’astratto di un ordine
naturale di fatti, il medesimo astratto è pensato come una realtà fuori
degli stessi fatti e come causa di essi. Gli esseri viventi, ad esempio,
danno V astratto dalla vt^a, che non è se non la forma caratteristica
speciale che li distingue dai non viventi. Pel fenomeno psicologico
suddetto si fece di questa vita una realtà atta ad introdursi in questi
esseri che lo possiedono e a renderli vivi con ciò. Cosi fu fatto per l’Autorità.
Per una illusione analoga; separata mentalmente dalla funzionalità sociale,
onde è un aspetto, fu collocata in dio, e di là si è fatta valere a
cagionare la funzionalità medesima. E qui, come è ben noto, ci
troviamo col solito abbaglio, del metodo metafisico, che spiega la cosa e
il fatto colla stessa cosa e collo stesso fatto. Come nel derivare gli
effetti fisiologici dell'Oppio dalla sua Virtù dormitiva: per citare lo
stesso esempio addotto da Pasquale Villari nel suo scritto intitolato e La
Filosofa positiva e il Metodo storico » pubblicato nel Politecnico di Milano, e
che io qui ricordo perchè egli fu il primo che ponesse la questione del
Positivismo (nel senso che ha oggi) in Italia, e perchè una grande
influenza anch' esso ebbe sopra l’indirizzo delle riflessioni che
finirono a produrre l'ordine attuale delle mie idee filosofiche. Parlando
poi della applicazione politica dello stesso principio religioso basterà
osservare come per essa il Potere è concepito, non come Giustizia,
ma come Prepotenza ed Usurpazione; onde si ha la Prepotenza, ossia r
Ingiustizia, eretta alla dignità di principio inorale. Il che è bene scandaloso
in una dottrina che pretende di essere la salvaguardia unica
possibile della Moralità. E questa applicazione politica del
principio religioso si trova poi corrispondere precisamente ad uno
stadio arretrato della evoluzione. Il contrasto sociale (dal
quale, come dimostrammo, dipende la riduzione della Prepotenza e la sua
trasformazione in Giustizia) si attestò da prima nell' impero della
religfiosità e della sua rappresentanza, cioè in quella del sacerdozio. E
allora si disse, il sovrano avere il potere da dio, ed essere responsabile
verso di lui dell'uso di esso; e il sacerdozio si atteggiò a creatore e
giudice del sovrano in nome di dio. Poi, venuta meno per le ragioni
storiche la forza effettiva del sacerdozio nella Società, e quindi il peso
del suo contrasto, la sovranità se ne emancipò, e il legittimismo di
ortodosso divenne eterodosso; cioè, riconoscendo ancora T esser suo dal
cielo, autore e giudice della sovranità della terra, sottrasse però questa alla
elezione e al foro sacerdotale. Incontrastabile veramente è il
principio della filosofia etica tradizionale, che il Diritto suppone la
Autorità e che quindi questa si richiede pure per la Moralità. Ma si
ragiona falsamente dicendo, che il Positivismo viene a distruggere la
Moralità, dal momento che toglie di mezzo l'Autorità; sicché per salvare
la Moralità si debba necessariamente tornare alla filosofia
tradizionale, che sola possa stabilire il principio della Autorità.
L'Autorità, il Positivismo, la pone anch' esso; e con certezza, poiché ne
trova il fatto nella Società e nella psiche deir uomo civile, e ne dà la
spiegazione partendo dalla osservazione di ciò che succede realmente. E
cosi la fissa scientificamente ne' suoi termini veri e giusti, e la
garantisce dal dubbio (fatale sempre in materia di morale), e da ogni falsa, e
dannosa, e immorale interpretazione e applicazione. L'Autorità, che la
filosofia tradizionale fa venire dal cielo, è un sogno antiscientifico ed
involgente una contraddizione. Come avvertimmo un' altra volta, il comando
divino – H. Grice, “Perhaps Moses got things other than the 10 comms from
Sinai”] imponente il Dovere all' uomo è un principio immorale della Moralità,
mentre in fondo è la tirannia, o l'ingiustizia, in grado infinito. E
mostrarono d'essersene accorti gli stessi metafisici quando concedettero,
che il comando divino abbia da essere non ripugnante alla essenza stessa
delle cose, per cui riesca giusto, e dio che ne usa debba chiamarsi
santo. La stessa condizione posero anche per la sua Autorità; e cosi,
ammettendo una dipendenza di essa dalla essenza delle cose, fecero
di questa il primo e di dio il secondo, e quindi vennero a
disautorarlo. E r ammettere la condizione in discorso è poi infine
un riconoscere in modo indistinto la verità della nostra dottrina, per la
quale l'Autorità, non è un assoluto,. xm, un relativo. Cioè
l'Autorità è il relativo di qualche cosa che si impone moralmente; vale a
dire con una Responsabilità Sopra Capo II, § II, n. ii. ..LUI
«IVI verso una Sanzione, e quuidi verso una reausione libera
od umana: insomma verso la Sanzione sociale. Per cui l'Autorità non può
nascere se non nella Società degli uomini, e non può essere se non una
formazione naturale della sua attività organica. Ma questa dottrina
del positivismo circa l'Autorità pare anch' essa contradditoria alla sua
volta. Un Potere, come si disse, è una Autorità in quanto conviene
con una Idealità sociale ed è giudicabile secondo questa; e quindi il suo
esercizio è passibile di una Responsabilità verso un Tribunale che
dispone di una Sanzione per far valere i principj secondo i quali sentenzia. Ora,
siccome tale è precisamente anche il Diritto, cosi l'Autorità viene ad
essere anch' essa un Diritto. Ma se l'Autorità è un Diritto, e il
Diritto lion è tale se non per l'Autorità subordinante che lo riconosca e
lo sancisca, come potrà darsi l'Autorità, non potendo essere che il
subordinante sia nello stesso tempo il subordinato? Per rispondere alla
difficoltà basta richiamare quanto fu detto sopra della Giustizia
effettiva o giuridica, o del corpo sociale; e della potenziale, o dell'
individuo. Ciò che sancisce l'Autorità suprema dello Stato è
in genere l' indistinto delle coscienze individuali, che vedemmo sopra
come esista e come operi. E che, in modo via via più distinto, si
concreta nelle prerogative proprie della gerarchia sociale Capo I. i
VII. E COSI è tolta la contradd^ione obbiettata. Il diritto del
subordinato è sancito dalla Autorità stabilita nella Società. Il Diritto
di questa Autorità è sancito anch' esso da qualche cosa. Ma non da un'
altra Autorità superiore a quella della Società, che non può darsi:
sibbene dalla potenzialità morale del corpo sociale collettivo (o delle
coscienze individuali) che si forma ed esiste e funziona ed è efficace in
r^ione e a misura che vige l'ordinamento effettivo della Società. E
questo vero è attestato dal fatto storico costante della Società umana, nella
quale sempre si è manifestato questo processo; da una parte, della
Autorità stabilita che sancisce il Diritto del subordinato; e dall'altra,
della coscienza comune dei subordinati che sancisce il Diritto della Autorità
stabilita. Questo fatto è evidentissimo nella costituzione
delle Società moderne più avanzate, nelle quali é già riconosciuta anche
legalmente la dipendenza del Governo, in tutte le sue parti, dal
beneplacito dei cittadini. In tutte le sue parti; mentre ormai la
irresponsabilità, o si limita alla sola persona del capo supremo, o è
tolta affatto anche per questa. All' infuori del potere
tirannico della forza e della violenza di certe Società informi, che non
è ancora l'Autorità giusta propriamente detta, ma la Prepotenza ingiusta, nei
governi teocratici la potenzialità morale del corpo sociale collettivo si
manifesta nella istituzione e dipendenza del Potere dalla religione. E
nei governi assoluti laici la potenzialità stessa si manifesta nella dipendenza
del Potere sovrano, che pure ivi ha luogo, da qualche cosa; come
dalle consuetudini, dalle caste, dagli ottimati e via
discorrendo. Ed è poi confermato il vero medesimo dalla distinzione,
che sempre fu riconosciuta, fra il Diritto reale e il potenziale; ossia,
che è lo stesso, fra il Diritto positivo e il naturale.
Poiché, scientificamente parlando, che è mai il Diritto naturale, se non
la potenzialità morale propria degli individui componenti la Società. Il nostro
ragionamento ci ha condotto: Primo, a scoprire la vera indole del Diritto
naturale. Secondo, a spiegare con ciò l’origine e la natura vera dell’autorità
sociale. A darci il criterio per istabilire i rapporti del diritto
naturale col positivo, tanto storici quanto ideali. Il diritto positivo è il
potere quale è costituito e funziona nella società umana; il potere dei
sub-ordinanti e quello dei sub-ordinati, in quanto è riconosciuto fissato
e garantito dal primo. Vedi in proposito: Morale dei Positivisti Op. fil. E
questa Sociologia. Il diritto naturale non è altro che il potenziale. Ossia
quello che corrisponde all’idealità sociali, o giuste, o morali. £ all’idealità
sociali universe: tanto a quelle che si sono già avverate nella psiche e
nella coscienza umana, quanto a quelle che non vi si sono ancora avverate, ma
vi si possono avverare quandochesia. Dalle quali definizioni enaerge che
il diritto positivo è determinato e giustificato dal naturale; che il diritto
naturale è imprescrivibile, ed ha un valore trascenclente assoluto,
corrispondendo al valore trascendente assoluto della natura onde è il
prodotto: come una forza o una specie naturale qualunque che l'uomo trova
nella realtà e deve subirvi e riconoscervi; che il diritto naturale è
universale – H. P. Grice, “The Immanuel” --, come la natura umana – H. P.
Grice – PERSONA, non umano --, allo svolgimento proprio della quale corrisponde.
Il diritto naturale è infinito, nel senso positivo della parola, spiegato nella
morale dei positivisti. Infinito cioè nel senso che è una potenzialità
interminabile nelle serie e nelle forme de'suoi svolgimenti. Una
potenzialità indistinta atta a determinarsi nei fatti dei diritti distinti
che si verificano via via senza fine, come i fatti in genere nella natura
per la sua forza inesauribile. E non mica un pensiero, o un sistema di
pensieri, già determinato e fissato in tutto il suo contenuto (Libro II,
Parte III, Capo I (pag. 255 e segg. del Voi. Ili di queste Op. fil,, neir
ediz. del 1885 e pag. 268 nell'ediz. del 1893 e del 1901, e pag. 275
nella ediz. del 1908). e in una forma unica, nella mente di dio, come dà
la filosofìa tradizionale. La quale immiserisce
meschinissimamente il concetto del Diritto. Come immiserisce meschinissimamente
il concetto delle specie naturali delle piante e degli animali,
riducendole ad un numero chiuso di archetipi fissi prestabiliti in una mente
creatrice. Come realtà attuale, già distinta nella sua forma di
Diritto, questo è un fatto accidentale; è il risultato del caso
dell'incontro fortuito delle reazioni particolari che ne determinarono la
effettuazione reale, analogamente a ciò che avviene per ogtii fenomeno
naturale, e come nella Formazione naturale nel fatto del sistema solare
dimostrai importare la legge universale della Formazione naturale. Ma esso
Diritto poteva realizzarsi in un infinito numero di altri modi; come era
possibile un infinito altro numero di accidenti nella coincidenza
produttrice della serie degli eventi e della serie delle condizioni
dell'uomo, in cui si avverò la coincidenza. E, del pari, resta
sempre infinito il numero dei momenti evolutivi ulteriori, per la
stessa ragione, e perchè V attività naturale resta sempre inesauribile, e
non si arresta al punto al quale è arrivata in un dato momento. Dalle
quali cose poi emerge che tra il Diritto positivo e il naturale vi deve
sempre essere lotta. Tanto è lungi che il positivo (come discenderebbe
dalle dottrine dell' etica tradizionale) sia T acquietamento definitivo del
naturale; e che questo, eflFettuatolo, riposi in Vedi la Parte IV dello
stesso libro. quello, e solo debba stare in guardia contro i
principj contrari (sia delle passioni ree dell' uomo, sia di
potenze sovrannaturali perverse) tendenti a disturbare V assetto
etico definitivo del mondo. Eterna è la lotta fra il diritto
positivo e il diritto naturale. E non effetto della reità di nessuno, ma
dello stesso Processo del Bene. Il Diritto naturale lavora
continuamente a trasformare il talento della Prepotenza egoistica, che
rimane nella Autorità vigente, in ijome della Idealità antiegoistica. E
la trasformazione, incominciata sopra il massimo della Prepotenza, e continuata
pei gradi insensibili infiniti della sua diminuzione, non è mai compiuta
totalmente. Il Diritto positivo di un dato momento è sempre
in arretrato verso le Idealità sociali più progredite, già albeggianti
nelle coscienze sociali. E la evoluzione di queste Idealità, che, nate, si
ribellano subito al Diritto positivo discordante per riformarlo ad immagine di
se stesse, è una evoluzione che mai non cessa. L’Autorità del
subordinante e in pari tempo, un suo Diritto. Soggiungiamo ora che anche
il Diritto del subordinato è, esso pure, una Autorità nel vero senso
della parola. Il Diritto del subordinato è si riconosciuto
dalla Autorità del subordinante, mai non è da questa creato. Esso esiste
per sé in virtù del fatto del suo comparire nella coscienza individuale.
Se questo fatto non si avesse, l'Autorità del subordinante non potrebbe fare
che fosse il Diritto relativo. Dato che sia il fatto, la stessa Autorità
non può esimersi dall' ammettere il Diritto. Il Diritto del subordinante
quindi si impone per questo verso all'Autorità del subordinante, e perciò è
esso stesso una Autorità. Oltreché poi ogni Diritto, anche di un
subordinato, è sempre tanto o quanto subordinante, cioè atto a
determinare dei Doveri e dei Diritti correlativi. E questa dottrina
della autorevolezza intrinseca del Diritto del subordinato (santo pel
subordinante, come l'Autorità di questo è santa pel subordinato), era sentita
nella coscienza etica degli antichi, malgrado il falso loro riferimento
della cosa, quando all' ordine iniquo del principe tendente a violare il
Diritto naturale del suddito, questo rispondeva: Se il principe comanda
ciò che dio proibisce, o proibisce ciò che dio comanda, l' ordine e
il divieto del principe non hanno valore per la coscienza. La
dottrina positiva dell'Autorità e del Diritto è liberale. Questa dottrina (che è quella del
liberalismo positivo) contrasta a due estremi opposti; esiziali 1'
uno e r altro alla Moralità vera. A quello del Nichilismo del
Diritto individuale della dottrina etico-religiosa dei metafisici; e a quello
del dichilismo deldiritto del Potere di un certo socialismo
materialistico. Il Diritto naturale e l'Autorità del Potere, che lo
riconosce, sono fatti naturali della Società, correlativi ruoo all'altro.
Onde» sopprimendo T uno di essi, sì sopprime anche V altro. Il Nichilismo
materialistico dunque, annullando l'Autorità del Potere viene ad
annullare lo «tesso Diritto individuale, che vorrebbe rimanesse col carattere
di Diritto unico ed assoluto Il Diritto individuale è un effetto
dell' organismo sociale; e tanto che» tolto questo organismo, né potrebbe
formarsi, né perdurare, esistendo di già; come la funzione e il prodotto speciale
di un viscere particolare non è segregabile dall’organismo deir animale e
dai centri nervosi superiori, onde è determinata e regolata V attività di
ogni sua parte. Si form<\ il viscere a misura che si formarono i
centri regolatori; si mantiene finché si mantengono i rapporti di
dipendenza da essi. E analogo è il caso del Diritto individuale nel suo
rapporto coli' Autorità centrale. E dunque liberale la dottrina
positiva che, mantenendo TAutorità subordinante, può mantenere anche il
Diritto dell' individuo. E, per conseguenza, illiberale è quella del
Nichilismo materialistico, poiché, distruggendo questa Autorità, finisce
con ciò a distruggere anche questo Diritto. Ma la stessa dottrina
positiva combatte, nel medesimo tempo, il principio illiberale del
Nichilismo teistico, dal quale non è riconosciuto nelT individuo un
Dìntto propriamente detto, o proveniente dal suo essere stesso; ed è insegtiato
essere il Diritto una concessione gratuita di dio, che egli possa dare e
togliere a suo piadmento, e lasciare anche alla balia degli usurpatori
della sovranità, nei quali si debba in ogni caso riconoscere una
Autorità che non emani dal corpo sociale e sia irresponsabile verso di
esso. Il positivismo combatte questo principio, stabilendo
l'Autorità originariamente ed inalienaòilmente risiedente neir individuo
di esercitare il suo naturale imperio sopra le cose, sopra di sé, sopra
gli altri. E mostrando, come la dipendenza dell' individuo dal Potere
subordinante non è quella dello schiavo, che è costretto colla violenza
dal padrone, e ne eseguisce i comandi suo malgrado, e colr ira incitante
alla vendetta; ma è quella liberale di chi fa con persuasione e con
amore. E ciò perchè, l'Autorità giusta subordinante, l'individuo la pone
esso stesso pel Bene di tutti; anche se importa un sacrificio per
parte propria: la pone, la coltiva, la difende come cosa, propria, anzi
come suo proprio Diritto. Proponemmo quattro problemi fondamentali
da risolvere secondo il criterio positivo del Diritto e del Dovere prima
indicato. Dei primi tre problemi abbiamo trattato nei
paragrafi successivi del Capo medesimo. Tratteremo in questo del
quarto, cioè circa il Diritto, non di Giustizia, ma di Carità Beneficenza, che
dir si voglia. Fin qui il nostro sagio ha voluto soddisfare a due
dei tre suoi intendimenti; cioè di dimostrcure che la Moralità, come è
spiegata nella filosofia positiva, comprende, non solo gli atti della
Gitistizia propriamente detta, ma anche: Gli atti infiniti offensivi
non contemplati e uon contemplabili dalla Legge. I quali perciò,
esclusi dal campo della Giustizia propriamente detta, vanno attribuiti a
queir altro della pura Convenienza. Gli atti sindacabili soltanto dalla
coscienza intima dell' individuo in cui si avverano, e producenti
la sola reazione del Rimorso intemo. Trattando ora del quarto problema
suddetto, vedremo di soddisfare al terzo degli intenti propostici,
vale a dire di mostrare, che la Moralità, come è spiegata nella filosofia
positiva, comprende anche; Gli atti virtuosi, che V individuo potrebbe
fare e sarebbe bene facesse, e non è costretto a fare. Ossia quegli
atti, che non si attribuiscono né alla Giustizia né alla Convenienza, ma
alla Carità, come dicevano i moralisti vecchi, o alla Filantropia o Beneficenza,
come direbbero i nuovi. Gli atti benefici nell’Etica tradizionale. E noto
che nell' Etica tradizionale si stabiliscono due ordini diversi di atti
buoni: Quelli ai quali uno é tenuto per poter essere senza
colpa, che si dicono atti di Giustizia; e si riassumono nel detto: Non
fare agli altri ciò che non vuoi che sia fatto a te. Che é quindi un vero
Precetto, E quelli che uno può tralasciare senza diventare con ciò
colpevole, che si dicono atti di Carità o di Beneficenza, e si riassumono nel
detto: Fa agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Che è quindi
propriamente, non un Precetto, ma un Consiglio, Ed è noto che 1'
osservanza dei primi si dice produrre la semplice Onestà morale; e la semplice
Esenzione dalla punizione. E che la pratica dei secondi pro duce anche una
Perfezione morale; e quindi il Merito di un premio. Ed è noto
ancora che, tra i pronunciati morali appartenenti alla categoria dei Consigli
miranti alla mag giore Perfezione morale, se ne pongono anche di quelli
relativi, non al bene da farsi agli altri, ma alla nobilita zione interna della
Persona morale. Il principio del Bene morale non prescritto, e
quindi n&n obbligatorio o gratuito (che è un principio ve rissimo, anzi è
il principio morale per eccellenza), l'Etica tradizionale, e non potè mai
riuscire a dedurlo rigorosa mente, ed è, nel sistema di essa, contradditorio. E
regge solo nella dottrina dell'Etica positiva. E ciò malgrado sembri
a tutta prima che questa,, posta la dipendenza da essa stabilita del
fatto morale dalla Sanzione costringente, conduca ad una
conseguenza affatto opposta; a quella cioè di togliere di mezzo
quello che ora chiamammo (ed è senza dubbio) il principio morale per
eccellenza. L' Etica teologico-metafisica tradizionale si è accorta
dell' imbroglio che sta nella sua dottrina; e ha cercato di cavarsene
colla sua solita gherminella (rilevata stupendamente dal Mefistofele del
Faust di Goethe) di un vocabolo equivoco. Cioè col vocabolo Consiglio
contrap posto a quello di Precetto. Il Bene morale obbligatorio (ha
detto V Etica teologico-metafisica tradizionale) è il Precetto di dio, che
non si può non seguire: il Bene morale gratuito invece è il suo
Consiglio da prudenza (Kantotle – Grice), che l'uomo può anche non
seguire. Ma ciò non è altro, come dicemmo, che una
gherminella. La mentalità divina del Bene morale, onde partono i
metafisici in discorso, derivandone tanto il Precetto quanto il Consiglio
da prudenza (Kantotle – Grice), sta, secondo loro, colla ragione divina dell'
Ordine morale. Ora si può domandare: L' Ordine morale
metafisico, ragione del Bene, è esso esigenza assoluta dell' essere
proprio delle cose che ri guarda? E allora è necessario che sia Precetto
tutto il Bene. O sta invece che l'Ordine morale sia il puro bene placito
di dio, il quale possa stabilirlo arbitrariamente in un dato modo, e di
due sorta, cioè uno da esigersi inesorabilmente, e un altro da
consigliarsi soltanto e quindi da permettere che sia anche violato da chi
voglia? E allora il Bene morale, anche quello prescritto, non ha un
valore assoluto; e si può supporre che dio po tesse non averlo voluto, come si
suppone dagli stessi me tafisici, che egli potesse non aver voluto creare il
mondo. Si può supporre insomma, che il male sia male solo perchè dio r ha
decretato, e che egli avesse potuto decre tare che non lo fosse. Il che sarebbe
la distruzione pili radicale immaginabile della Moralità. E da questo
dilemma non si scappa. Cosa ben curiosa e ridicola il sistema etico
della filosofia sana, anche da questo punto di vistai Secondo questa
filosofia sana un uomo sa che dio io consiglia ad un Bene che egli
potrebbe fare benissimo; e sa che con ciò darebbe soddisfazione a lui che
deve amare sopra ogni cosa: ma quest' uomo non si cura, né del Bene
per sé, né dell'autorità di dio che lo invita a farlo, né del dispiacere
che gli reca trascurandolo; e ciò per la preferenza data a un proprio
interesse egoistico contrario: e tuttavia il medesimo uomo rimane dopo
tutto questo esente da colpa, e nella grazia dello stesso dio cosi
postergato. L' imbroglio e l’assurdo della distinzione tra il precetto
e il Consiglio (di prudenza – Kant – Grice – Kantotle) dipende dalla
distinzione falsa, posta dai moralisti in discorso nella stessa ragione
divina del Bene morale, del Bene doveroso e di quello non doveroso,
corrispondente all' altra distinzione falsa, di un Ordine morale che dio
voglia necessariamente e di uri Ordine morale che egli voglia arbitrariamente;
e che è la conseguenza di un principio ontologico fondamentale
erroneo circa le leggi dell' essere e della causalità in generale e della
provvidenza in particolare. Nel principio ontologico al quale alludiamo si
accozzano, in modo confuso e contradditorio, il necessario e r
arbitrario, come nell' Etica corrispondente la Moralità determinata dalla
ragione assoluta dell' essere e quella determinata dalla ragione di un
comando arbitrario. E per un processo logico analogo. Il concetto
del necessario e dell'assoluto deriva dalla osservazione della costanza
delle leggi naturali dove queste appariscono a tutti. Il concetto dell'
accidentale e dell'arbitrario deriva dalla osservazione dei fatti, che
nella apparenza non si connettono necessariamente a cause naturali, onde
si attribuiscono all' intervento diretto volta per volta dell' arbitrio
divino; come, pel volgo, la piogcolare della povertà (che anzi questa sublimità
per sé la povertà non V ha niente affatto, se non ha invece la qualità
opposta); ma bensì se mai fosse V effetto inevitabile di una azione o
giusta o caritatevole, sì che uno non avesse potuto rimaner giusto se non si
fosse rassegnato ad incontrare la povertà, o avesse sofferto perfino di
subirla per un maggior bene altrui.E così la povertà volontaria può
essere anche pel positivista una cosa sublime ed eroica. Mentre in caso diverso
egli la direbbe una stoltezza ridicola e riprovevole. Che se pel religioso la
elezione della povertà non è una stoltezza, ciò dipende unicamente dalla
circostanza che egli la riferisce ad uno scopo; cioè a quello di guadagnare con
essa il paradiso. Ma, se cessa così di essf re una stoltezza, riesce però un
atto al tutto egoistico e quindi ancora tutt' altro che eroicamente
morale. E merita una speciale
considerazione a questo proposito la dottrina relativa alla elemosina e al dare
a prestito. Ho un ricco, fatto proprio secondo lo spirito dell'Etica sana
teologico-metafisica. Egli crede fermamente che r esser lui nato ricco e
destinato, senza lavorare, a go di ogni genere, mentre il povero non ha da
coprirsi avendo freddo; se il ricco ha a sua disposizione palazzi e ville,
quando il povero manca di un tetto qualsiasi; se il ricco imbandisce la propria
mensa di cibi e vini costosissimi con profusione, dove il povero manca della
stessa polenta; se il ricco ha cavalli e cocchi e servi che lo
ajutano a fare niente, mentre il povero si stima fortunato che altri gli
offra per carità un lavoro che lo esaurisce senza compensarlo; se al ricco si
offrono tutti i piaceri da vicino e da lontano (poiché non gli bastano
quelli che può dargli il suo paese e gli occorrono anche quelli che solo
si trovano altrove), e questi gli sono sempre perdonati quand' anche
affatto eccessivi e corrompenti e illeciti e scandalosi, quando il povero ne è
privo al tutto ed è barbaramente rimproverato pur dei pochissimi e grami che
gli sia dato di procurarsi; se fa tutto questo il ricco, non solo crede,
secondo la sua sana morale (che sempre ha cura di contrapporre ad un' altra
diversa, detta da lui empia e sovversiva) di far uso di un Diritto concessogli
da dio per un gusto particolare di predilezione, ma crede poi anche di
adempiere ad nn Dovere: a quel Dovere che si chiama il Dovere di vivere secondo
il proprio stalo. Or bene questo ricco, fatto secondo lo spirito
dell’Etica sana teologico-metafisica, riconosce fra i Doveri del proprio
stato anche quello della elemosina, ritenendo che coir adempirlo diventi, non
solo buono (che lo è già senza la elemosina), ma ottimo, ed in modo perfetto
ed eroico. Ed è assai bello vedere come il nostro ricco
intenda la detta elemosina. C è da rilevarne proprio la sublimila della
morale onde ha lo spirito. Prima di tutto, se egli si trova padrone di una
sostanza vistosissima ereditata nascendo (quanta fatica, quanto studio, e
quanto merito!), la sua proprietà è cosa sacra, qualunque ne sia la
origine antica: anche se in questa origine fu accumulata colla frode e
colla rapina. È cosa sacra, che gli viene da dio stesso. E, se deve contribuire
una parte piccola e superflua per lui dell' aver suo, per concorrere alle
spese dello Stato che glielo difende, o per dare un pane insufficiente a chi si
logora lavorando penosamente per lui, che nulla fa e solò consuma godendo
e corrompendo, egli intende, nella goffaggine superlativa del suo pensiero, che
l;operaio, che suda per la scarsissima paga, e il funzionario pubblico,
che si sacrifica pel meschino stipendio, della paga e dello stipendio
debbano arrossire come di suoi compassionevoli e gratuiti donativi, e
debbano riconoscere che, se faticando assai hanno poco da mangiare, anche
questo poco è tutta generosità sua, per la quale si compiaccia di largirlo, privandosi
di una piccola parte di ciò che gli sovrabbonda. Ma va più in là l’eroismo
della sua generosità di dare del superfluo a chi non ha di proprio se non
il dovere di lavorare (quando. gliene danno) e di soffrire. Va più in là;
poiché, oltre pagare le imposte che non può frodare, oltre angariare V
operajo coir avarissimo compenso dei servigi avutine, esercita anche la viriti
dell’eielosina. Non già impoverirsi per ciò. E nemmeno restringere
di nulla gli scialacqui demoralizzanti. Oibò! Sarebbe questo un venir meno ai
Doveri del proprio stato. E nemmeno impiegarvi una, anche piccola, parte delle
superfluità più riprovevoli. Tanto non occorre; e di gran lunga. Se,
per cavarsi un capriccio stimato come un nulla, il nostro ricco non bada
a spendere un migliaio di lire, una lira sola è anche troppo gettarla,
come si farebbe di un osso ad un cane, ad un vecchio cadente per la
fame. Un pugno di monete di rame, ecco quanto basta per adempiere al
Dovere di perfezione della elemosina, per essere morale in grado superlativo ed
eroico, per acquistare il merito -di un posto riservato in
paradiso. Poiché anche quelle miserabili monete di rame della
elemosina non si intende mica s'abbiano a gettare gratis. Né anche per
sogno! Anche da esse, quantunque non abbiano un valore apprezzabile per
chi le getta, deve venire un vantaggio: e un vantaggio assai grande;
devono fruttare nientemeno che una felicità eterna in un'altra
vita. E la cosa va di suo piede. Il povero, la cui vita fu uno
strazio continuo, é ben giusto e naturale che vada poi air inferno,
essendo infine, un povero, un malvagio mascalzone; mentre il ricco, che
ha sempre goduto senza nessun merito, deve essere premiato colla
beatitudine del cielo, essen'do infine, un ricco, una persona
buona. Un pugno di piccole monete di rame; ecco dunque la limosina
del ricco, secondo l'Etica sana. Un pugno di piccole monete di rame date
all' impazzata ad una turba degradata di accattoni che le implorino,
facendo ressa e alzando le mani supplichevoli, intorno al castello
minaccioso e al cocchio superbo, di chi le getta loro col piglio del
disprezzo. E questa turba di accattoni degradati é poi necessario, secondo
la stessa Eti.ca sana, che ci sia anch'essa. Altrimenti come sarebbe
possibile al ricco di avere il vantaggio di procacciarsi il paradiso a si
buon mercato, e di far risplendere, al di sopra dei languenti per
inopia, r orgoglio stupido della ricchezza in tutta la forza della
sua brutalità? Onde, nel pensiero del nostro ricco (fatto secondo
ìct spirito dell'Etica sana), è cosa immoralissima e sovversiva del Bene,
che altri, come il positivista, cerchi di togliere dalla Società l’ignominia
dell'accattonaggio: che consigli la Società a provvedere, non in
apparenza ma in realtà, V impotente, 1' ammalato, il disgraziato: e
senza degradarlo, e con un soccorso che apparisca un Diritto
riconosciuto in chi lo riceve, e non una elemosina che lo avvilisca; che
faccia opera affinchè il povero sia educato in modo da sentire il danno e
la vergogna di accattare il pane poltrendo neir ozio; e il vantaggio e la
soddisfazione confortevole di guadagnarselo nobilmente col proprio
lavoro. E, il sommo della immoralità della condotta del positivista, il
nostro ricco la riscontra poi in questo; che, se si dà il caso dell'
incontro di un infelice bisognoso di soccorso, egli, il positivista,
glielo porga per puro sentimento antiegoistico di umanità, senza pensare punto
allo interesse, né del paradiso né di nient' altro, da ricavarne; e
lo faccia senza avvilire chi riceve, comportandosi con esso come il
fratello col fratello; e nell' intento, non di perpetuarne lo stato
miserabile, che faccia risaltare meglioil proprio più decoroso, ma di
agevolargli la via per uscirne al più presto, diventando un suo pari. Dopo
tutto però bisogna confessare che il nostro ricco, fatto secondo lo spirito
dell' Etica sana, è logico. Ma le conseguenze pratiche di tale sua
logica servono assai bene per farne apprezzare i principj. Come, al
contrario, la verità dei principj positivi apparisce nelle conseguenze
opposte or ora accennate, eminentemente (ed esse sole) buone e
morali. Certo si deve ammettere, che nella Società (pur prevalendo nelle
dottrine dei maestri di morale il concetto teologico-metafisico sopra
descritto) si fece strada a poco a poco, e per, la condotta individuale e
per la direzione delle cose pubbliche, V idea della beneficenza
propugnata dal positivismo, fondata sulla benevolenza effettiva che
r uomo, diventato buono, ha pe' suoi simili, stimati tutti avere gli
stessi Diritti ai beneficj della vita e della Società; alla quale perciò
incomba il debito di provvedere normalmente, più che sia possibile utile
e morale, per gli infelici. Ma giò è V effetto della stessa natura,
che opera secondo le sue leggi invincibilmente, senza e malgrado le
teorie dei filosofi. E qui pure, come in tutto il resto dei fatti
etici, essa natura ha dimostrato, che la Moralità non si attacca
materialmente ad un atto determinato circa. il quale dio abbia detto:
Questo atto voglio che sia un atto buono. E ha dimostrato che la Moralità
consiste invece nella stessa disposizione antiegoistica dell' animo,
creata dal vivere sociale; e per la quale V atto materiale (che per
sé non è moralmente né buono né cattivo) diventa buono, se la
disposizione relativa dell' animo è buona, e cattivo, se cattiva, E ha
dimostrato che non occorre, che un atto buono è stato prescritto
positivamente da nessuno, perchè si introduce nella pratica morale degl’uomini,
e che questi lo eseguiscono anche senza e prima che è stato prescritto.
Che anzi la prescrizione positiva medesima è pur essa non altro che V effetto
della disposizione potenziale degli individui precedentemente formatasi neir
animo moralizzato, nel modo sopra descritto. Un discorso analogo si può
fare circa il dare a prestito. L' Etica religiosa, computandolo fra gli
atti di beneficenza e volendo quindi che, se altri lo eseguisce,
abbia da, poterlo fare solamente sotto questo riguardo, e conseguentemente
senza interesse, ne sopprime la funzione vitalissima per la prosperità
commerciale ed industriale nel meccanismo economico sociale; lasciando
più libero il campo alle imprese esiziali degli usurai; sottraendo
il capitale all'ingegno e all'operosità dei volonterosi; restringendo le
fonti del benessere pubblico e quindi della Moralità comune. E allora non
sarà colpa l'approfittarne per contravvenirla: e Vufficio del galantuomo
sarà tulio nello studio di elu^ dere la Legge, E vi riuscirà, più o meno
sempre, essendo verissimo V adagio: Fatta la Legge, trovato l’inganno. Ed ecco
il galantuomo inappuntabile dell'Etica sana. Quanto diverso, e più veramente
galantuomo, quello del positivismo, che l'Etica sana dice
sovversione, distruzione, negazione della Moralità. Lo scopo dell'
attività umana congegnata insieme nell’organismo sociale è di produrre nella
coscienza degli individui la Idealità morale antiegoistica, atta a
muoverne la volontà a fare il Bene. Fino a che l'individuo, questa
Idealità, non ha potuto formarsela, è un infelice da compassionarsi, come il
selvaggio che non ha appreso da una Società colta a procurarsi ciò che
forma il benessere e il decoro di un uomo. Si faccia dunque ogni sforzo
per isvolgerne le facoltà etiche onde egli goda del bene di avere
il carattere dell' essere morale. Una volta che Tuomo sia tale, egli fa il Bene
in virtù della Idealità, che è viva in lui e impulsiva per sé del suo volere.
Impulsiva per sé: tanto pel Bene della Giustizia propriamente detta quanto per
quello della beneficenza. Impulsiva sempre; ogni volta che si presenti l’occasione
di ravvivarsi nella coscienza. Operatrice del Bene nella stessa misura della
sua impalsività, ossia del suo esserci. Impulsiva finalmente pel solo fatto di
esserci; e senza la scappatoja immorale del difettò, o nella
promulgazione della Legge, o nella sua redazione negli articoli del
co" dice. Poiché, come dimostrammo già più volte, l'Idealità
morale, essendo essa la Giustizia potenziale, non segue (come vaneggia la
filosofia da noi riprovata), ma precede la Legge propriamente detta; e
quindi esiste nella coscienza (ancor prima della redazione scritta di una
Legge e della sua promulgazione) un suo dettato e una sua annunciazione,
che integra qualunque difetto della redazione e della promulgazione
positiva; e conseguentemente impedisce che la Legge e il suo spirito siano
ipocritamente dissimulati e dolosamente elusi. Il Bene di perfezione
non obbligatoria, la vecchia Etica teologico-filosofica, lo ravvisò anche
negli stessi atti della Giustizia propriamente detta. E in vero
essa insegna, come notammi^ altrove, che, se la volontà si decide a
questi atti unicamente perchè premuta dalla minaccia del castigo sancito
per essi, si ha solo la Giustizia e non la perfezione; e la perfezione
si raggiunge, eseguendo gli atti della Giustizia indipendentemente dalla
minaccia del castigo e per la pura soddisfazione di fare le cose giuste.
Ed è giustissima questa distinzione fra il primo e il secondo genere della
deliberazione volontaria rispetto ad un medesimo atto obbligatorio. E l'etica
positiva la ripete e la mantiene anche per conto suo. E ne approfitta per
argomentarne ad hominem contro l’etica vecchia. Poiché questa colla distinzione
in discorso (che è una prova della verità dei principj della nostra Etica
sperimentale) mette a nudo il proprio difetto per gli artificj, ai quali deve
ricorrere affine di conciliarla colle sue teoriche; e per le incongfruenze che,
malgrado gli artificj stessi, vi risultano. Notiamo, per esempio, l’incongruenza
relativa alla distinzione tra T atto di rigorosa Giustizia e V atto gratuito,
al quale essa annette il carattere di perfezione morale. Qui non si tratta più
di un Bene supererogatorio, e tuttavia vi trova il carattere della stessa
perfezione. La quale incongruenza svanisce subito partendo dai principj da noi
esposti dell'Etica positiva. L' essenza dell' atto morale propriamente tale,
ossia di perfezione, di un'atto che ecceda l' efifetto diretto della minaccia
del castigo, consiste, come dicemmo, nella attitudine del volere a esegfuire l’atto
indipendentemente dalla eccitazione esterna della Sanzione del castigo minacciato.
E questa attitudine si ha quando, per effetto appunto della applicazione della
eccitazione esterna medesima, a poco a poco si ingenerò e si rinforzò la
disposizione psichica impulsiva per sé; e tanto, che, divenuta questa una
autonomia morale, ha da sé quanto basta per agire, senza bisogno di esservi ajutata
dalla eccitazione della minaccia esteriore. Il che in qualche maniera é ammesso
anche dall' Etica vecchia, che pur riconosce la detta spontaneità morale,
ricorrendo però per ispiegarla al sogno della grazia di dio, che sostituisca il
timore del castigo all' uopo di muovere la volontà al Bene. Coi principj
dell'Etica positiva é dunque spiegata nel modo più ovvio e conseguente 1'
analogia che corre tra r atto della stretta giustizia eseguito per pura bontà
d' animo, e l' atto della beneficenza in pari modo prodotto; e come ambedue
possano avere cosi egualmente il carattere della Moralità perfetta. Molto più
che è precisamente la spontaneità di operare la Giustizia (ossia lo Giustizia
potenziale) che, precedendola, promuove la legislazione positiva colla relativa
Sanzione costringente (come dimostrammo). Ed é la stessa spontaneità che ne
mantiene il vigore. Chi ha in sé l'amore alla Giustizia si fa autore diretto o
indiretto della Legge, la difende, e concorre a renderla efficace e a
vendicarla, se violata. E non impegna persé la forza del Potere, lasciandola
disponibile interamente all' utile comune della Società. Dalle quali cose si trae
un nuovo argomento in favore del principio etico positivo in confronto col
metafisico tradizionale. Nella formazione della Moralità umana, secondo le cose
dette, va considerato il momento disponente alla formazione stessa, e il
momento della Moralità già attuata neir animo. Il momento disponente si ha nel
cedere che fa il volere alla eccitazione che le viene esternamente dalla sanzione
della legge. Il momento della Moralità già attuata si ha nella spontaneità
acquistata dallo stesso volere air azione giusta e buona senza il bisogno della
suddetta eccitazione. Or bene: il principio etico metafisico, onde la ragione
deir atto morale è riferita al motivo della pena e del premio, contempla la
Moralità nel Momento disponente, vale a dire quando essa non è ancora la
Moralità già fatta: dove il principio etico positivo, pel quale la ragione
dell' atto è nell' Idealità sociale impulsiva per sé, contempla la Moralità
proprio nel momento nel quale essa esiste veramente nella disposizione
effettiva del volere. § VII. La virtic, il merito e il premio. Ora poi, esposte
le quattro considerazioni proposteci, e confermata cosi e chiarita pienamente
la dottrina positiva riguardante gli atti cosidetti di carità o beneficenza,
possiamo anche iritendere più compiutamente e precisamente, che sia ciò che si
chiama la viriti e il me-' rito, nel loro senso distinto e proprio. Pl'lt.l.J Tr"»T'
^rIl merito è la proprietà della virtù, come tale; e non del semplice atto
morale. E la virtù è una disposizione esistente realmente nell'uomo virtuoso.
Il che, come sia, è chiaro dalle cose dette sopra. Cosi la scienza è V
attitudine particolare dello scien; ziato. Ed essendo la virtù una disposizione
reale dell'uomo virtuoso, questo per ciò è un essere diverso dall'uomo non
virtuoso; poiché in questo secondo non esiste la potenza etica, che esiste nel
primo. E questo vero è stato riconosciuto (quantunque confusamente e in
contraddizione col loro principio dai moralisti della chiesa, in quanto per
essi il merito e la virtù richiedono la presenza nell'anima di una attività
speciale, vale a dire di ciò che da loro è chiamato, la grazia. Se qualcheduno
osservasse che noi, col ricorrere alle dottrine dei teologi cattolici per
trarne una conferma dei dettati del positivismo, tiriamo in campo insegnamenti
già abbandonati dalla stessa filosofia etico-metafisica che combattiamo, e che
quindi facciamo opera inutile (come anche oppugnando il dogma della grazia, che
è voler sfondare una porta aperta, non credendo ad esso oramai più nessuno dei
moralisti metafisici non teologi), soggiungeremo che la teoria dei metafisici
non teologi non è che un riflesso sparuto della dottrina teoloMorale dei
Positivisti Op, fil.). •'^gica patristico-scolastica precedente; e che ne ha
ereditato i difetti perdendone i pregi; rimanendo cosi una superficialità
destituita anche di quel valore scientifico, che bisogna pure riconoscere, anzi
ammirare, nella metafisica ecclesiastica. Gli autori della quale furono grandi
pensatori che, se non poterono arrivare alla soluzione positiva del problema
morale (ed era impossibile al loro tempo e nelle loro circostanze), ne ebbero
però dei presentimenti. E il principale fra questi pensatori è Agostino vescovo
di Ippona, il cui genio potè a ragione essere messo allato a quello del divino
Platone. La dottrina della grazia, relativamente al fatto morale, è analoga
alla dottrina della forza creativa, relativamente al fatto fisico. Il corpo
agisce fisicamente perchè ha in sé la proprietà di farlo. Del pari l’uomo
agisce moralmente perchè ha in sé la proprietà di agire cosi. Per ispiegare V
azione fisica gli antichi supponevano la produzione della proprietà relativa
nel corpo per parte della onnipotenza divina. E così davano una ragione della
azione fisica stessa quantunque falsa. Il positivismo (come dimostrai nel libro
della Formazione naturale nel fatto del sistema solare) trova che la proprietà
del corpo di agire fisicamente è la stessa sua costituzione naturale. E così
spiega Y azione fisica in modo analogo a quello degli antichi: ma colla
differenza che, dove questi considerano la proprietà introdotta nel corpo
arbitrariamente da dio nel crearlo (che è contro l' insegnamento del fatto), il
positivista considera la proprietà connaturale al corpo medesimo. Nella
evoluzione scientifica, onde si passò dalla spiegazione antica della azione
fisica alla positiva attuale, tra quella e questa si formò una spiegazione
ibrida e contradditoria; la quale, da una parte, riconosceva l’appartenenza
della proprietà al corpo, proclamandola quindi una naturalità; e, dall'altra,
riconosceva ancora dio quale primo autore di ogni naturalità; il che è una
incongruenza scientifica, ed è il vizio capitale della dottrina teistica, come
si trova ad esempio nel sistema del padre Secchi.Tale e quale la storia della
evoluzione della dottrina etica. La virtù, o la proprietà psichica specifica
dell'uomo morale, i teologi cattolici la supponevano un dono santo e
sovrannaturale di dio. Il positivismo invece trova che tale proprietà santa è
la stessa costituzione che potè acquistare la psiche umana per 1* azione
esercitata sovr' essa dalla Società; ed è quindi una naturalità nel senso
assoluto della parola. La dottrina ibrida intermedia dei metafisici non teologi
rende confuso econtraddittorio il concetto, pur semplice e chiaro, escogitato
dai teologi, della proprietà etica infusa come grazia diviua. Rende, dico,
confuso e contradditorio questo concetto in quanto, da una parte, negano V
intervento diretto dell' azione divina sulla volontà, e, dall'altra, ne
mantengono la indiretta. Il merito è l' indice della virtù. Esso è quindi per
ogni atto virtuoso in ragione inversa dell'intervento del motivo estemo nella
spinta alla deliberazione volontaria. Appunto come la virtù, la quale, essendo
la propensione ad astenersi dal male – H. P. Grice, “Ill-Will” -- e a fare il
Bene – H. P. Grice, “Benevolence, Beneficenza” -- ingeneratasi neir animo per
le vie già indicate, tanto più ha in W-Vfl«-JJJ «.P., —sé di intensità quanto
meno ha bisogno di essere mossa dal costringimento della minaccia del castigo e
dall'ade» scamento della prospettiva di un vantaggio. Per conseguenza, minimo è
il merito nelle azioni buone dipendenti al tutto dalla diretta efficacia della
loro Sanzione esteriore: come in quelle che si fanno perchè imposte dalle Leggi
positive. Ed è massimo nelle azioni buone per nulla determinate da motivo di
fuori: come in quelle del Bene gratuito o supererogatorio, o di carità e
beneficenza, per le quali, o non esiste Sanzione positiva determinata, o,
esistendo, non si considera da chi le fa. Ma la stessa osservanza della Legge
avente 4a sua Sanzione può in un uomo, indipendentemente dal rigfuardo della
Sanzione stessa, essere determinatadallavirtùformatasi in lui di eseguirla solo
perchè giusta, come vedemmo sopra nella osservazione quarta, E così anche per
questa osservanza può aversi un grado di merito: e per questo distinguersi
nella Società il semplice galantuomo (o quello che non può essere messo in
pri-» gione perchè non fu còlto a delinquere) dall' uomo virtuoso, che è
stimato non disposto a mancare agli obblighi del cittadino anche aboliti il
Tribunale e il carcere. L' uomo, per la formazione che in lui si veri* fichi
della energia morale o della virtù, diventa un essere fornito di una
eccellenzaparticolare; cioè della eccellenza dignità o prerogativa d’essere
morale. E il fatto è analogo a quello, per esempio, della formazione della
energia vitale nel corpo materiale, per la quale questo si distingue fra le
cose come ESSERE VIVENTE. Il premio, in relazione alla Moralità, o è una sua
causa, o è un suo effetto. Come causa è la Sanzione allettatrice della quale
parlammo nel paragrafo quarto al numero sette. E con ciò si comprende percliè
alla osservanza della Legge imposta colla minaccia di una Sanzione punitrice,
ed eseguita per evitarla, non si addica la ragione di un premio, ma solo la
esenzione dal castigo. Con questo la Società si difende dalla offesa dell'
individuo; dal quale si procura invece l'opera utile della beneficenza colla
offerta di un vantaggio. Dove è da considerare che la offerta stessa, facendosi
più per r utile dell' azione che per la sua Moralità, non si differenzia da
quella che si fa in generale per la prestazione dell' opera volontaria da chi
la desidera, cominciando dai premj dei concorsi riguardanti o un libro, una
cosa d' arte, o una invenzione scientifica, meccanica, industriale, o un' impresa,
e venendo fino allo stipendio dell'impiegato e alla mercede giornaliera dell'
operajo. Come semplice effetto il premio è la conseguenza spontanea del merito;
ed è l’espressione onde altri lo riconosce. Sotto questo riguardo anche la
semplice osservavanza della Legge punitrice può avere una ragione di premio, se
V osservanza avviene nel senso detto sopra al numero sei, parlando dell'' uomo
virtuoso. E il premio consiate in questo caso, oltreché nella stima comune,
anche in ciò, che questo uomo virtuoso è considerato siccome il rappresentante
nato della Legge e del Diritto, come spiegheremo meglio in seguito. Il premio
conseguente al merito della virtù è una naturalità non determinata positivamente.
In generale si restringe alla stima e alla venerazione degli uomini pel
virtuoso; la quale non è altro che la reazione spontanea sociale di fronte al
Bene morale, e quindi si produce negli uomini in ragione che sono buoni, ossia
bene disposti moralmente. Ma alla detta stim^ e venerazione si possono
accompagnare anche vantaggi di posizione sociale e di benessere materiale. La
mancanza del premio o della espressione del riconoscimento del merito, quando
si verifica, è una ingiustizia, ma non distoglie dalla virtù chi ha la
proprietà di averla; essendoché la virtù è per sé, e basta a se stessa. E non
si addice il nome di virtù a quella disposizione a fare il Bene che sia
determinata proprio dalla sola idea di averne la rimunerazione; secondo V
osservazione sublime del Vangelo su quelli che fanno il Bene per essere veduti
e rimeritati dagli altri.Esso dice di loro giustissimamente, che rimangono così
senza il merito della virtù, essendo già pagati per quello che hanno fatto
egoisticamente in vista della ricompensa. Il che però non vuol dire che il
virtuoso non apprezzi la lode e l’ammirazione altrui e non se ne soddisfi.
Nobilissimo sentimento é questo di fare stima e di soddisfarsi del giudizio
morale degli uomini che apprezzano e ammirano la virtù; e più che di vantaggi
materiali anche grandi. E di ciò parlai nel mio Discorso su POMPONAZZI (si
vda), dicendo del pensatore, che esso ama la solitudine. Ma non perchè sia
privo di sentimenti benevoli, che anzi in lui si trovano più generosi; mentre
nulla tanto disavvezza dall' egoismo, quanto la scuola delle idee. ^^P". E nemmeno perchè non apprezzi la stima e la
lode degli uomini; che, invece, in nessuno la passione della gloria è più viva,
che in lui. E, nobilmente altero della sua oscurità, solo egli rinuncia
sdegnosamente all' onore, che si acquista colle umili arti. Sciolto cosi il problema propostoci,
riguardante r azione benefattrice e la virtù che porta ad essa, gioverà
fermarci a considerare il fatto dell' Ordine morale, e la naturalità della sua
formazione. Circa la FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO DELL' ORDINE MORALE, in
quanto questo fatto è un Ordine, alle cose dette alla fine del Capo precedente
e a quelle più generali esposte nel libro della FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO
DEL SISTEMA SOLARE e nel lavoro s\x\Y Inconosciòile di Spencer, qui ci
proponiamo di aggiungerne una nuova. L' insufficienza e quindi la falsità del
principio assoluto, che un Ordine qualunque naturale presupponga (Vedi pag. 51
del Voi. I di queste Op, fil, nella ediz. del 1S82, ^ P3&54 nell'edìz. del
1908). (2) \ VII. Vedi sopratutto V Appendice sul Caso e s%%%. del ). una Mente, che lo abbia
concepito anteriormente e predisposto, emerge: Primo. Dalla considerazione che
ciò che si chiama, la mente, è il fatto stesso della formazione psichica umana
svolgentesi da ciò che non è ancor tale: onde la stessa Mente è per tal verso,
essa pure, un effetto, come tutti gli altri avvenimenti naturali. Secondo.
Dalla considerazione che, se la Mente (sorta per graduale isvolgimento da ciò
che non era tale), è anch' essa la causa dell' Ordine che è subordinato alla
sua efficienzaspecifica, sono del pari cause di Ordini subordinati propri anche
tutte le altre formazioni naturali: anche quelle puramente meccaniche e
fisiche. Sicché la illazione che 5i fa per la Mente, come ragione dell'Ordine,
vale tanto quanto la illazione identica che si faccia per l'agente puramente
fisico e meccanico. E in effetto, se r analisi del fatto mentale vi discopre
gli elementi e le ragioni della sua efficienza ordinatrice, anche l'analisi del
fatto puramente fisico e meccanico vi rintraccia pure gli elementi e le ragioni
della sua analoga efficienza ordinatrice. Né più, né meno. Dalla considerazione
che I' efficienza ordinatrice della Mente, da una parte, si estende solo alla
sfera dell' ambiente da essa abbracciato, e quindi è impotente al di fuori di
questa; e, dall'altra, essa stessa suppone un ambiente maggiore nel quale si
forma e che la fa essere: un ambiente che é, non una Mente, ma qualchecosa di
puramente meccanico e fisico. Sicché, paragonando insieme le due formazioni
ordinatrici (cioè la formazione meccanico-fisica, e quella della Mente), la
prima è più ampia della seconda e quindi superiore ed anteriore ad essa. Dalla
considerazione che l'Ordine, che realmente si trova esistere in un dato punto
della natura e in un dato momento del tempo, non è V effettuazione di un
disegno, nel quale fosse stabilita la serie degli atti occorrenti alla
effettuazione stessa, fino all'ultimo, cioè a quello del compimento dell'
Ordine contemplato. No. Nella linea del tempo questo ordine ha la sua ragione
in un primo che è fuori della Mente: cioè nelle stesse possibilità di
svolgimento verso un Ordine proprie dell' essere naturale attivo. Nella linea
dello spazio poi 1' Ordine in discorso ha tante ragioni quanti sono gli
incontri fortuiti subiti dall' essere naturale attivo nel corso del suo
svolgimento; in modo che ad ogni incontro lo svolgimento stesso devia
accidentalmente dalla sua direzione precedente, e quindi V ordine ultimo non
corrisponde più alla virtualità Iniziale dell' essere che si svolge, ma solo a
quella diversissima e puramente casuale portata dall' incontro ultimamente
subito. In una parola, la Mente, né pone il disegno dell' Ordine, che è già
nell' essere naturale stesso, né lo eseguisce come l'aveva disegnato, poiché la
esecuzione sempre ne differisce per opera degli agenti naturali casualmente
concorrenti. Fra i quali può benissimo essere anche la mente stessa (che è pure
una attività naturale), ma 'solo con analoga accidentale efficienza. Ciò fu già
chiarito a lungo e dimostrato con argomenti positivi nelle trattazioni sopra
citate. Ora faremo un ragionamento che suppone i suddetti. ne discende e li
completa: ed è poi senz' altro la semplice constatazione logica del fatto dato
dalla osservazione. La teoria metafisica, onde si pone in una Mente la ragione
dell' Ordine delle cose, è basata sopra i due falsi supposti, che il disegno
finale della Mente preceda al tutto la esecuzione estema, e che l'adattamento
delle parti nel tutto reale effettuato sia stato determinato dal concetto
medesimo di esso tutto; sicché questo sia assolutamente un fine e le parti
siano assolutamente mezzi; e non il contrario. Il secondo falso supposto deriva
dalla osservazione superficiale ed illudente della specie già formata, che
apparisce come un ultimo, ossia come un fine. Anche perchè la specie è di una
stabilità relativamente grandissima per rispetto alla esperienza dell' uomo.
Egli, trovandone già r esistenza anteriormente alle mutazioni conosciute, la
immagina realizzata nella sua interezza attuale fino dal suo principio: e, non
essendogli dato di essere testimonio del suo trapasso in una specie nuova,
ritiene che sia destinata a durare inalterata fin che dura il mondo. E cosi si
forma il proprio concetto della specie, che, o sia come è, o non sia punto. E,
siccome la esistenza di una specie implica quella delle parti onde risulta,
cosi l'uomo pensa che queste non siano altro che i mezzi necessari al fine di
essa, e quindi siano il trovato ingegnoso di una Mente; la quale, formatasi da
prima il disegno della specie, sia passata poi a divisare le parti occorrenti
alla sua realizzazione. Il primo falso supposto poi deriva dalla esperienza del
fatto della Idealità dell' arte, che è qualchecosa di relativamente compiuto e
fisso, e che si comunica qual' è da uomo a uomo: e in un modo che uno avendone
la cognizione e segtiendone la rappresentazione mentale, è atto ad eseguire
addirittura, senza tentennamenti e prove imperfette, un' opera definitiva,
predisponendo e coordinando all'uopo tutto ciò che si esige. perchè riesca
nella realtà quale si concepisce. I metafisici fanno i due detti falsi
supposti, commettendo l’errore di considerare il tempo della osservazione
siccome una eternità, nella quale non sia differenza tra un momento e l’altro
della esistenza; mentre invece nella durata reale i momenti sono effettivamente
diversi l'uno dall'altro, ed essa nei precedenti va diventando ciò che risulta
poi nei successivi, cessando in questi quello che era nei primi. L'essere
naturale esiste trasformandosi (i); e, nella linea infinita del tempo, solo per
un tratto di questo si trova in una forma che svanisce col venire del
successivo. La specie è questa forma, instabile come il tempo del quale è figlia.
Si muta insensibilmente nel mentre che pare persista la medesima, come il posto
del Sole in cielo che sembra fermo a chi lo guarda. E ciò vale tanto per la
specie, quale complesso di parti, quanto per la parte coordinata nella specie.
L' una e l' altra soggiace del pari al fato del mutamento. E cosi n) Vedi per
ciò 1’Osservazione III del libro della Formazione naiuraie nel fatto del
Sistema solare e sopratutto il J X (Op, fil.). la parte viene ad essere, non
solo un mezzo, ma anche un fine, come la specie; e questa, non solo un fine, ma
anche un mezzo, come la parte. Molto più che nella natura nessuna cosa è tanto
una specie, che non sia nello stesso tempo semplice parte in una specie più
grande; e nessuna cosa tanto è una parte che non sia nello stesso tempo una
specie per sé. E nella natura medesima non è la esigenza a priori di una
specie, destinata ad esistere, che abbia determinato il farsi delle parti
occorrenti alla sua esistenza, secondo il divisamento precorso di una mente
ragionatrice: ma è la esistenza avveratasi delle stesse parti costitutrici che
ha determinato la formazione della specie, quale si trova in effetto nella
realtà. Se le cause naturali relative (indipendentemente affatto da un concetto
della specie che non era prima della esistenza reale di essa) non avessero
prodotto le parti costitutive della specie, questa non si sarebbe realizzata. E
se le cause naturali avessero prodotto le parti in modo diverso, la specie si
sarebbe realizzata diversamente. La CO-ORDINAZIONE quindi delle parti alla
specie, come del mezzo al fine, è una coordinazione a posteriori. Non può
esistere la specie qual' è senza le parti occorrenti; e se esiste la specie è
solo pel caso avvenuto della formazione delle parti richiestevi. Per ciò, se la
parte è il mezzo a cui consegue il fine della specie, questo mezzo non è un
effetto (come è supposto nella teoria metafisica della Mente che è determinata
a ricorrervi dalla necessità del fine della specie); ma è la stessa causa della
specie. E quindi, se si vuol chiamare la specie un fine, ciò va inteso come
dell' effetto che segue la sua causa, e non viceversa, come nella teoria che
ripudiamo. Così, se si avverasse che il tronco di un albero per un accidente
qualunque cadesse sopra un altro tronco in modo da stare sovr' esso in bilico,
e questo fatto dello stare in bilico lo si prendesse come un fine,
apparirebbero mezzi per ottenerlo la esistenza sotto il caduto di queir altro
tronco colla sua sufficiente resistenza a non piegarsi e rompersi, e T esservi
dato sopra il tronco in bilico col centro della sua gravità. Ma qui il detto
fine, nessuno lo direbbe la causa precedente del fatto; nessuno direbbe i detti
mezzi degli effettivenuti dopo, ossia divisati e predisposti da una Mente
consecutivamente al pensiero di avere un tronco in bilico sopra un altro. Non
altrimenti è la cosa nel fatto della Idealità e dell'Arte umana, e in genere di
tutto ciò che si chiama il disegno ordinatore della Mente. La Mente e il suo
disegno sono fatti della natura, analoghi a tutti gli altri in essa
verificantisi nella sfera biologica e nella inorganica; e quindi soggetti alle
stesse leggi: sono casualità, come la produzione di una specie o la caduta or
ora accennata di un albero sopra un altro. Quando un dato disegno è già un
fatto compiuto, allora certo può rimanere un certo tempo come è riuscito; ed
essere trasmesso da uomo ad uomo; e servire per produrre addirittura l’opera
corrispondente, e per predisporre e coordinarvi le parti come mezzi al fine
dell'opera stessa; e in modo che questo fine venga ad essere proprio la causa
di dovere divisare i mezzi relativi, e il divisamento di questi mezzi venga ad
essere l’effetto di aver voluto r opera. Ma ciò non succede soltanto per la mente
e pel suo disegno: che succede lo stesso anche per la specie fisica, una volta
che sìa g^ià un fatto compiuto. Una volta che esista g^à la gallina, essa potrà
produrre un' altra gallina. Cosi un bruco nato da un altro potrà fare un
bozzolo simile a quello che faceva il suoprocreatore. Un uomo, arrivato a
comporre nella sua Mente il disegno di una locomotiva a vapore, ha potuto
costruirne una reale: i meccanici in seguito poterono imparare quel disegno e
costruirne delle altre. Non potè succedere che la gallina procreasse altre
galline prima che se ne formasse la specie. E lo stesso del bruco. E lo stesso
dell' uomo. Non potè succedere che questo costruisse la locomotiva a vapore
prima che se ne fosse formato il disegno nella sua Mente. E come la specie
della gallina e quella del bruco non proruppero tali e quali dal nulla, secondo
la credenza di un tempo, ma furono la riuscita ultima di una serie lunghissima
di gradazioni di svolgimento dell'essere, che prima non era né gallina né
bruco, cosi il disegno della locomotiva a vapore della Mente umana, fu la
riuscita ultima di un lavoro del suo pensiero, che prima non era quel disegno.
Né divèrsa nel fondo è la legge della formazione nelle specie biologiche della
gallina e del bruco e nel disegno della mente umana. E analoga nei due casi è
la ragione della potenza di produrre la cosa a propria immagine e somiglianza,
e di fare che nella cosa stessa corrispondano allo scopo dell' essere suo i
mezzi impiegativi. £ quindi un libro che narri la storia della invenzione di
una macchina è analogo a quello che esponga la evoluzione formativa di una
specie naturale. E, se, come dicono i teisti, dio è 1' autore della natura,
questa non serebbe altro che il libro nel quale si può leggere ciò che esso è
arrivato a inventarvi, una cosa dopo l'altra, a poco a poco. Ma dobbiamo
dimostrare e chiarire meglio la cosa. Un uomo ha fatto bollire dell'acqua in un
vaso. Ne ha visto sortire del vapore. Per caso copre il vaso mente ritenta l'
esperimento, e il vapore solleva il coperchio. E l'uomo pensa allora: Dunque il
vapore è una forza: e non si potrebbe adoperarla a produrre un qualche lavoro?
Sì certo. E si prova ad applicare al coperchio del vaso un' asta, la quale,
alzandosi il coperchio, trasmette il suo movimento ad un corpo che essa urta.
Ma il movimento così è in un solo senso; e l' uomo immagina che si potrebbe
averlo nei due contrarj di va e vieni. E che perciò sarebbe necessario che il
vapore spingesse il coperchio una volta al disotto e un' altra al disopra. E
quindi studia e trova il modo di far passare il vapore dal vaso dell' acqua
bollente, per un foro in un cilindro, nel quale sforzi il coperchio medesimo
ora al disopra e ora al disotto. E allora gli soccorre V idea di applicare r
asta, moventesi avanti e indietro, ad una ruota per farla girare. E vi riesce
praticando un foro all'estremità libera dell' asta e applicandolo ad una
caviglia fissata vicino al centro della ruota. Ed ecco inventata la locomotiva
a vapore. Ecco tutto. Il disegno della locomotiva a vapore, la Mente non lo
creò con un suo fiat. Quel disegno in essa è r esito faticoso e lento di una
serie di operazioni succedutevi r una dopo T altra; e determinatevi da una
serie di accidentalità che la trassero fino al compimento della sua invenzione,
che riusci una sorpresa per la mente stessa che si trovò di esservi arrivata. Analogo
è il processo di tutte le formazioni mentali. La Psicologia positiva lo
dimostra nel suo studio della FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO DEL PENSIERO in
genere, e logico in ispecie; su di che spero di pubblicare presto un mio lavoro
g^à pressoché ultimato. L'Estetica positiva lo dimostra nel suo studio della
FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO DELL'ARTE, che mi duole assai non avere potuto
ancora presentare in un libro pel quale ho già preparato tutti i materiali.
L'Etica sociologica positiva lo dimostra nel suo studio Cosi ho scritto e
ripetuto nelle edizioni precedenti, quando aveva ancora la fiducia di poter
ultimare il lavoro. La speranza ora è quasi svanita. La circostanza di essere
impegnato otto mesi dell' anno per le lezioni mi lasciò sempre poco tempo per
ciò che avrei voluto fare fuori di esse. Gran parte del materiale preparato per
la Formazione naturale nel fatto del Pensiero mi ha servito pei tre libri del vero^
della ragione – H. P. Grice: Aspects of reason -- e della Unità della Coscienza
– H. P. Grice, “Personal identity” --, E questi quindi possono supplire tanto o
quanto invece del libro promesso; che poi non ha cessato di preoccuparmi, come
apparisce dai lavori sull'argomento pubblicati nei Volumi IX e X di queste Op,
fU, Ptll della FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO DELL’ORDINE
MORALE, che è l' oggetto della presente trattazione. 10. Ora è noto come la
scienza oggi, illuminata e messa sulla strada dal genio di Darwin, dimostri
avvenire allo stesso modo la FORMAZIONE NATURALE NEL FATTO DELLA SPECIE
organica: e per ciò mi devo rimettere ai libri che uq trattano. Anche qui si
rileva lo stesso processo di formazione, indicato per V invenzione del disegno
della locomotiva a vapore nella Mente umana, pei lenti e accidentali
ingrandimenti e tramutamenti di struttura e conseguentemente di funzione: la
stessa ragione, onde la formazione già ottenuta è riprodotta nella forma
raggiunta. E per la stessa legge, da me formulata nel libro della Formazione
naturale più volte citato, del ritmo che lentamente si trasforma per gli urti
esterni non concordanti, e indefinitamente si conserva in quanto non è
disturbato, e si trapianta fuori di sé, applicato come forza ad un altro essere
atto a riceverla. Ciò posto, riepiloghiamo il nostro ragionamento. Il piano
mentale è un meccanismo o apparato psicologico riuscito per aggiunte e
modificazioni cernali successive, indipendenti da un proposito consapevole del
soggetto pensante, e occasionato dalle azioni e reazioni accidentalmente
verificatesi tra esso soggetto e le cose ate. Vedi Formazione naturale nel
fatto del Sistema Solare Osservaz. Ili,
J XIV.a impressionarlo,come la specie della gallina è un meccanisfno o apparato
fisiologico riuscito per aggiunte e modificazioni casuali occasionate dalle
azioni e reazioni dell' ambiente in cui si è formata. L' apparato psicologico
del piano mentale serve alla produzione di un' opera a sua immagine e
somiglianza: come l'apparato fisiologico della specie della gallina serve alla
produzione di un individuo nuovo della specie medesima. Il fatto è come di uno
stromento che 1' arte della natura (cioè del complesso delle cause che esistono
in essa) ha preparato, nel primo caso entro la psiche deU r uomo, nel secondo
caso entro la vita della gallina, per produrre 1'opera relativa. Dunque nel
disegno della mente ciò che si chiama il fitte di esso (poniamo per la
locomotiva a vapore di muoversi della macchina sulla ferrovia colla forza di
trascinarsi dietro il treno attaccatovi) non è un primo, che la Mente si sia
proposta e che abbia motivato per essa il divisamento, al quale sia quindi
venuta solo dopo, delle sue parti, come deimezzi necessari al conseguimento del
fine medesimo: nel che si fa consistere la ragione di dover Morale dei Positivisti,
mostra potersi definire la psiche: Un mondo possibile^ che si presenta coyne il
piano dell’opera a chi ha da produrne uno reale. E precedentemente vi è
dimostrata la casualità della formazione del stessa psiche. Una cosa affatto
analoga è V energia specifica di un agente naturale fisico qualunque. Tale
energia è un ordine di proprietà costituite nella cosa per la stessa ragione
della casualità della sua formazione, le quali vengono ad essere la possibilità
degli effetti che la cosa è atta a produrre, e precisamente di un ordine di
eff*etti corrispondente all' ordine delle proprietà dalle quali dipendono. Fra
la psiche e l’agente puramente fisico nel riricorrere alla Mentalità per
ispiegare il fatto dell’ordine, inteso quale divisamento dei mezzi necessari al
conseguimento di un fine. Nel disegno della mente, ciò che si chiama il fine
non è un primo, ma un ultimo, che vi si verifica posteriormente, perchè prima
vi si è verificata la cognizione dei mezzi. Nel fatto particolare della
concezione del disegno della locomotiva a vapore allo scopo di trascinare il
treno ferroviario, la mente che vi è arrivata possedeva già la cognizione della
forza del vapore; e del modo di farlo agire sopra uno stantuffo si che ne
risultasse un movimento di va e vieni sopra un'asta; e del modo di convertire
il movimento rettilineo dell' asta in quello circolare di una ruota; e la
cognizione, che un peso, gravitando sopra ruote che lo portino è girino su
guide di ferro, si trasloca con esse. Solo dopo ciò, solo dopo che la Mente era
già pervenuta alla cognizione di questi mezzi, ad esso potè sovvenire l’applicabilità
loro al fine di avere un motore di un treno ferroviario. L'Ordine adunque anche
nella Mente è un risultato accidentale di concorrenze casuali nel quale i mezzi
non spetto in discorso si ha la sola differenza, che nella prima l'ordine
mentale, causa dell'ordine delle opere, mettiamo dell* uomo, è accompagnato
dalla coscienza di sé, mentre nel secondo 1' ordine delle proprietà attive,
causa dell' ordine de' suoi effetti, non è fornito di tale coscienza. Ma ciò
non influisce punto ad alterare la natura del processo della estrinsecazione,
per così esprimermi, della attività. Cosciente o non cosciente, l’attività
funziona in un agente sempre e necessariamente nel modo onde è atta a
funzionare, ossiasecondo lacostituzione propria dell'attività stessa nella
intimità dell'agente che la esercita. L sono determinati dal fine, ma è questo
determinato dai mezzi. E tanto, che supporre il contrario è supporre ima
impossibilità o un assurdo della dinamica della natura. E cesi la tantovantata
scoperta di Anassagora, che V Ordine dell'universo importi una Mente
ordinatrice, vale quella del suo predecessore Talete, che si argomentò di
ritenere doversi V attrazione della calamita pel ferro ad un' anima che vivesse
in essa, e ne determinasse questo effetto curioso. Se qualcheduno qui credesse
di sfuggire alla nostra conclusione, osservando che il pensiero che si
attribuisce a dio non è come il pensiero dell' uomo, sul quale noi facemmo la
nostra argomentazione, risponderemmo due cose: Primo. O il pensiero attribuito
a dio è qualche cosa di analogo al pensiero dell'uomo, e allora
l'argomentazione fatta su questo vale anche per quello: o non è una cosa
analoga, e allora non si può dire che sia un pensiero. Perchè a noi, quando
diciamo, pensiero, è impossibile concepire altro che non sia lo stesso nostro
pensiero. E poi non si può ancora in nessuna maniera fondarvi sopra r
argomentazione relativa all' Ordine, dal momento che questa è suggerita
precisamente (quantunque per semplice illusione) dal fatto dello stesso
pensiero umano. Secondo. Lo stesso fatto della natura poi smentisce
direttamente la supposizione della obiezione. E in che modo? Si dice: Concepì
dio il disegno del mondo e poi lo esegui creandolo: e tale subitoqualedoveva
essere poi sempre a gloria sua; e quindi coli' uomo, dotato per ciò da lui, non
solo del senso come il bruto, ma anche della ragione e del libero volere, che
lo rendessero atto a conoscerlo e a rendergli omaggio e culto spontaneo. E il
sistema era logico. Non aveva che il piccolo difetto di essere basato sul falso
supposto che il mondo attuale sia una formazione che persista immutabilmente:
tale al suo primo principio, tale ancora fin che ne dura la esistenza. Ma la
scienza s'è avveduta che la formazione quale ora si presenta, l'uomo compreso,
è una fasetransitoria della esistenza. E con ciò ha distrutto il sogno che
fosse r opera definitiva, nella quale si fosse realizzato appuntino il disegno
di una Mente divina. La scienza s' è avveduta, che lo stato attuale delle cose
è dovuto ad un processo continuo di formazione analogo a quello delle idee e
dell' arte dell' uomo, e che questo processo è determinato dalla
attività intrinseca delle stesse coseche si formano, e dal caso
delle reazioni delle cose fra di loro. E con ciò ha distrutto il sogno che
siano r Ordine preveduto come fine in una divina idea. I teisti, smentiti così
nel campo degli Ordini della natura fisica, si restrinsero a sostenere il loro
principio della preordinazione della Mente divina, nel campo dell' ORDINE
MORALE; e credettero che quivi sarebbero rim£isti eternamente inoppugnabili. Ma
ahi! che anche qui la scienza li ha seguiti e ha messo in evidenza la
insostenibilità della loro tesi.La scienza positiva dell' Etica sociologfica ha
scoperto, come vedemmo, 1'analogia perfetta che corre tra la formazione
naturale in genere e quella della Giustizia e del Bene morale in tutte le sue
forme. Ha scoperto quindi che tutto ciò che si riferisce all' Ordine morale, e
r Ordine morale medesimo, sono il prodottolento e progressivo {e vario secondo
le dccidentalitàaccompagnanti) della attività intrinseca dell' essere umano e
delle reazioni degli individui nella convivenza della Società. Il fatto del Diritto (diversità, specie, co-ordinazione
GRICEIANA) e il suo Ideale. Circa la diversità del Diritto tra individuo e
individuo, in ragione della potenzialità non ugnale dall' uno air altro, alle
cose dette nel libro della Morale dei Positivisti {\) e superiormente in
questo, un'altra importantissima qui ora torna la opportunità di aggfiungerne. La
diversità in discorso dipende in parte dalla stessa costituzione
fisico^psichica colla quale uno nasce; e per questo riguardo si potrebbe
chiamarla diversità inizicUe; e in parte (grandissima) è il prodotto della
convivenza sociale: e per questo altro riguardo si puo chiamarla diversità
riuscita. La quale poi alla sua volta influisce pur anche indirettamente sulla
disposizione iniziale della nascita. L' argomento della diversità del diritto,
considerata sotto il secondo degli aspetti ora indicati, è vastissimo: ma noi
qui lo toccheremo solo per ciò che occorre allo scopo della nostra trattazione.
Le specialità di condizione di un uomo, dipendenti dalla sua relazione e
convivenza cogli altri uomini uniti in Società, sono moltissime; come ognuno
sa. Per esempio, la ricchezza, la parentela, la clientela, gli aderenti, gli
amici, i conoscenti, T ufficio, il grado, la cultura, il merito, le idee, e via
discorrendo. Queste specialità di condizione sono nello stesso tempo
altrettante specialità di attitudini e di potenza dell'uomo. E quindi anche,
secondo le cose stabilite sopra, altrettante specialità di diritti d’esso. Si
verifica perciò nell'organismo sociale la legge di tutti gli organismi, per la
quale l’elemento che, considerato in astratto e fuori dell'organismo, è
uniforme, una volta entrato a farne parte, si diversifica per opera
dell'organismo medesimo; poiché questo, fra le moltissime funzioni delle quali
un elemento ha primitivamente la potenzialità indistinta, lo dispone e lo
destina ad una data funzione distinta. Che è ciò che si chiama anche il
fenomeno della divisione del lavoro, ed è nello stesso tempo ciò che altrove
dicemmo corrispondere alla Per esempio, nella Formazione naturale nel fatto del
sistema solarCy Osservazione Op, fil,. wf^'^vmmmifm^gg^ della varietà, onde si
spiega T attitudine alla esistenza e alla virtù formativa nella natura in
generale e negli organismi in particolare. Così vediamo che gli atomi
polivalenti del carbonio si costituiscono, negli organismi degli animali e
delle piante, in una serie di forme diverse di radicali: in una serie tanto più
notevole per numero e varietà, quanto più complicato e perfetto è l’organismo
costruitone. Nell'organismo sociale poi i suoi radicali (per adoperare questa
espressione) o le sue varietà elementari costitutive, o attitudini distinte di
funzione, onde emerge r essere suo complessivo quale organismo sociale, sono
precisamente le specialità di condizione dell' uomo sopra accennate: ossia
quelle specialità di potenza, che l'uomo vi assume: ossia le specialità dei
Diritti, I quali Diritti, nell' organismo sociale, in pari tempo, e lo
costituiscono, e ne sono determinati. In modo che la Società si può chiamare la
procreatrice dei Diritti, Come la pianta è la. procreatrice delle sostanze
speciali necessarie alla sua vita particolare; le quali, nello stesso tempo, e
la costituiscono e ne sono determinate. I diritti individuali, per tal modo
nascenti e vigenti in una Società, sono in numero immensamente gratide: e
perchè i fatti determinati sono moltissimi, e perchè questi si connettono
insieme in maniere differentissime, e perchè le attitudini emergenti si diversificano
all' infinito secondo le condizioni infinitamente diverse nelle quali si
verificano. Tuttavia si deve avere nella Società umana, in quanto è un
organismo speciale dato, una certa costanza nel numero e nella qualità dei
generi secondo i quali si possono classificare i Diritti. Allo stesso modo che
nell'organismo vegetale, per esempio, si ha una certa costanza nel numero e
nella qualità dei generi delle sostante componenti. La quale costanza però non
sarà mai quella delle Idee^ eternamente immutabili, di Platone; né quella delle
specie, sempre le medesime dopo la creazione, dei vecchi naturalisti; né quella
dei Diritti ab eterno ed immutabilmente stabiliti dal verbo divino, dell'etica
metafisica: ma sarà solo, come dicemmo, una certa costanza; e si che, da una
parte, ammetta una lenta trasformazione secondo i tempi le circostanze e i casi
e, dall'altra, nella realtà si verifichi sempre con qualche diversità, come il
tipo di un uomo o di una foglia, che non si effettua mai lo stesso in ogni
uomo, in ogni foglia. Il Diritto, che si forma nel modo suddetto, è il Fatto
del Diritto; ma non il suo Ideale, Un uomo esercita la propria potenza in quanto
l'ha e in quanto glaltriglielo permettono, o gli detta la Idealità sociale: che
torna lo stesso, dal momento che la Idealità sociale non è che 1' astratto
della reazione altrui e quindi del permesso dato dagli altri di agire. £ la
forma della reazione altrui e quindi della Idealità sociale, nella loro
tendenza a ridurre e trasformare la prepotenza egoistica originaria dell'
arbitrio individuale nella Giustizia antiegoistica del suo concc«:so nel lavoro
socialmente utile, sono continuamente in via di progressivo mutamento; come
spiegammo sopra, e come esige, secondo che pure avvertimmo più volte, la legge
universale della ^'«ifannipiiij I Formazione naturale applicata al caso
particolare della Formazione etico-sociale. Un uomo esercita la propria potenza
in quanto r ha e gli altri glielo permettono, o gli detta V Idealità sociale
regolante il suo operare. Ecco il fatto del diritto. La reazione sociale, e
quindi V Idealità mentale conseguente diretttiva dell' azione umana, va sempre
trasformando r arbitrio individuale dalla sua originaria prepotenzaegoistica
nella Giustizia anti-egoistica. £ questa Giustizia anti-egoistica, alla quale
tende la detta forza trasformatrice, è T Ideale del Diritto. Ma questo Ideale è
un termine al quale si può andare avvicinandosi sempre più, senza che si
effettui però mai perfettamente. E da ciò consegue: Che V Ideale assoluto del
Diritto non esiste realmente. Sicché è una assurdità il concetto di un
ordinamento morale definitivo, come porta la dottrina metafisica della
istituzione morale per parte di un legislatore divino, che la fissasse una
volta per sempre, e nei termini di una sognata Giustizia assoluta e quindi
irrefor-mabile. Che il fatto del diritto è sempre una Giti^ stizia relativa: e
cioè relativa al lavoro di riduzione sociale precedente e alla potenza attuale
dell' organismo sociale derivatone. Ma tale Giustizia, quantunquesolamente
relativa quando sia rapportata ad un concetto astratto più perfetto dell'
organismo sociale, nella Società in cui vige ha valore come se fosse assoluta, perchè
essa giùdica, non in base all' Ideale o di un' altra Società o di una Società
possibile più perfetta, ma in base al Fatto che si è già verificato in essa.
Che ogni Diritto di fatto è nello stesso tempo in parte una prepotenza
ingiusta, che si tende ad eliminare, e si va sempre più eliminando. E ciò, sia
regolando meglio il fatto medesimo, sia, quando occorra, togliendolo del tutto.
Senza questi criteri è affattoinspiegabile la storia del Diritto, e il processo
legislativo delle Società. Tale processo, senza questi criteri, apparirebbe,
non la Giustizia in azione (come è realmente, e non può non essere), ma la
ingiustizia incaricata di creare la Giustizia. E con questi criteri poi si
spiega il fatto storico della evoluzione sociale procreatrice del Diritto più
utile e più giusto. La quale evoluzione quindi, secondo i criteri medesimi, si
può dire consistere in ciò, che il Diritto dell' avvenire, ossia il Diritto
ideale, combatte e vince il Diritto delpassato, ossia il Diritto di fatto. L'
Ideale assoluto del Diritto dicemmo che non esiste realmente. E che nella
realtà non si ha, dell'Ideale del Diritto, se non una effettuazione incompleta.
E da ciò potrebbe altri dedurre, che il Diritto di fatto sia un relativo il
quale supponga un assoluto: e che questo assoluto sia l'Ideale o il tipo
eternamente determinato del Diritto, che la mente o possieda gfià o abbia la
possibilità di possedere quandochesia. Ma anche ciò è un errore. L'Ideale del
Diritto non è un tipo assoluto o eternamente determinato, nemmeno come semplice
mentalità. L' Idealità del Diritto è, anch' essa, un fatto, come quello del
Diritto effettuatosi realmente. U Idealità del Diritto presiede si, come
mentalità direttiva, nella produzione del Diritto di fatto, ma è pur sempre un
fatto anch' essa. Solo che questa Idealità è un fatto della mente, dove il
Diritto effettuatosi realmente è un fatto della costituzione già vigente
esteriormente in una Società. Ed essendo un fatto ha le proprietà di tutti gli
altri fatti jn quanto tali: cioè di essere casuale e quindi relativo. Il tipo
ideale del Diritto è come tutti gli altri tipi ideali. Per esempio, come quello
del disegno della crea-zione supposto nella mentedi dio, del quale abbastanza
ho discorso nel libro della Formazione naturale, E come, quello dell' arte;
mettiamo dell'Architettura: che (per una serie di casualità) è riuscito diverso
nell'India, in Egitto, in ROMA, in Germania, e via dicendo; e pur nello stesso
paese non fu mai identico affatto nemmeno nella stessa epoca, e nemmeno in due
soli architetti, anzi nemmeno nello stesso architetto in tutta la sua vita. Il
tipo ideale del Diritto, come tutti quanti i tipi ideali, è una formazione mentale,
che apparisce un dato momento per una accidentalità che la suggerisce; vi si
perfeziona poi in una data maniera per altre accidentalità che guidano la mente
a farlo; e un dato momento poi si oblia e si sostituisce con altri diversi e
opposti, ancora per delle accidentalità che ve la inducono. E tanto, che il
tipo ideale stesso non è quindi determinabile a priori, come un vero
preesistente inmodofisso e inalterabile nella mente di ognuno: ma solo a
posteriori, cioè come 1' astratto di tutti i tipi conosciuti veriVol. IV. 16 ficatisi
effettivamente nelle Società umane d’ogni tempo. A quella maniera che il tipo
del vegetale non si può avere se non pel confronto mentale fra le forme reali
che effettivamente s* è dato che se ne producessero. IO. Che se altri dicesse
che il tipo ideale del Diritto è assoluto in quanto è il corrispettivo
necessario etico-sociale di una entità reale, cioè dell' uomo e della sua
convivenza nella Società, risponderemmo: Primo. Che la reale entità stessa,
dell' uomo e della sua convivenza nella Società, determinante necessariamente
il tipo ideale del Diritto, è ancora una somma di accidentalità, che si rileva
a posteriori, e non si prefigge a priori. Secondo. Che il tipo ideale del
Diritto sipresta al concetto di essere il correspettivo necessario del fatto
sociale, non come il disegno preesistente di ciò che non è ancora succeduto; ma
solo come V astratto rilevato dopo (i) Su ciò ho scritto nella Psicologia come
scienza positiva -- Opev e filosofiche -- un tratto che stimo opportono di
ripetere anche qui: « Anche nel dire, idealità, il filosofo positivo esprime un
concetto armonizzante i veri imperfetti di diverse scuole. La scuola
psicologica dà l'idea, come una mera forma del tutto soggettiva, accidentale e
variabile del pensiero. La scuola ontologica le assegna un valore oggettivo,
immutabile ed assoluto. La scuola storica ricorre per ispiegarla alle relazioni
dell'uomo colle condizioni esterne in cui vive, per cui le attribuisce una
semioggettività, e la considera, da una parte contro i psicologi, non una
creazione facile ed efimera dell' individuo, ma una produzione faticosa,lenta,
durevole della Società, e dall' altra contro gli ontologi, non una intuizione
che la riveli d' un tratto nella sua interezza ed in una forma unica sempre e
per tutti, ma una formazione progressiva e varia, che incomincia dall' abbozzo
per venire al lavoro sempre più finito; e che riesce con aspetti diversi,
secondo le circostanze differenti dalle quali •*-^..r9,rr-frdi ciò che è già
succeduto. Onde il ricorrervi che fanno i nostri avversari è un circolo
vizioso. Diritto è in virtù di se stesso, gioverà qui ripetere, in forma
appropriata a questo punto del nostro discorso, ciò che pursopra sotto vari
aspetti dimostrammo. Quello che può un uomo, che fa parte di una Società, è una
forza, che vi si pone da sé col solo fatto che r uomo medesimo ne faccia parte;
e che vi emerge in quanto non vi è elisa dal contrasto dei consociati. Come già
dicemmo più volte. Emergendo la forza di un uomo nella Società, vi è dipende.
Or bene anche nel filosofo positivo l' idea è una formazione lenta,
progressiva, durevole, non dell' individuo, ma della società, e dipendente
dalie esteme condizioni di essa, ma solo in quanto queste condizioni esterne e
l'opera sociale giovano a dare eccitamento e rinforzo al pensiero individuale,
il quale è il vero fattore dell' idea, secondo chedicono giustamente i
psicologisti. Ma l' individuo e la società, producendo l' idea, non fanno opera
capricciosa, ed avente solo valore momentaneo e soggettivo. No: tale lavoro ha
la sua ragione nella stessa natura per la quale agiscono, come la forma che
assume il seme germogliando. E come la forma assunta dal seme per la
germogliazione, più che se stessa, rappresenta queir ordine di cose, che ha
determinato la formazione della specie vegetale a cui appartiene, cosi r idea
di un uomo, più che 1' operazione accidentale, soggettiva, variabilissima di
esso, rappresenta, secondo che dicono giustamente gliontologisti, queir ordine
assoluto e immutabile, almeno quantola natura, nel quale è la ragione oggettiva
del fatto particolare, che consideriamo. Vedi per esempio nel Capo I, dove
parlammo della Giustizia potenziale y e nel Capo II, dove parlammo della
derivazione della Giustizia dalla prepotenza. «Triconosciuta: o estrale
galmente nel tacito consenso degli altri uomini, e nell'uso, e nella esplicita
manifestazione dell'opinione pubblica in qualunque modo approvante: o
legalmente nelle forme stabilite dal Potere sociale riconosciuto come tale. E
pel detto riconoscimento la forza in discorso acquista il carattere di Diritto,
per la ragione che importa la Responsabilità di chi la lede verso la Società,
la quale, col suo riconoscimento, se ne è costituita tutrice e vindice. E
quindi è falsa V idea che il Diritto emani assolutamente dall'Autorità
superiore, che lo doni o lo conceda air inferiore. Non emana da essa: esiste
potenzialmente prima e indipendentemente e malgrado di essa: si impone da sé: e
sforza la stessa Autorità ad ammetterlo col riconoscerlo e sancirlo. E anche
questo dicemmo già più volte. Ma ci occorre ora di far notare un fatto
essenziale alla dottrina della sociologia positiva, non ancor rilevato: il
fatto cioè che il Potere sociale crea pur esso direttamente dei Diritti
individuali. E, dato questo, si domanda: come si accorda questo fatto col
suddetto principio della emanazione del Diritto dall'individuo e non dalla
Società? Facile è la risposta. Il fatto della creazione di un Diritto
individuale per parte del Potere sociale si accorda col principio in discorso
per la ragione che questo Potere, nel caso qui contemplato, può porre il
Diritto neir individuo in quanto può fornirlo di una forza; e in quanto questa
forza, che l' individuo ha ritratto dal potere che gliel' ha fornita, sia
riconoscibile quale Diritto come le altre forze possedute comecchessia dall'individuo
medesimo, e dalla società rispettate o difese. In ogni caso il fatto del
Diritto di un uomo neir organismo sociale è analogo a quello delle proprietà
acquistate dall' elemento materiale quando é entrato a far parte di un
organismo; e, per un esempio, dalla molecola combinata nel tutto di una
sostanza, che acquista la forza specificamente funzionante della sostanza
medesima solo perchè è divenuta V elemento di essa. Nell’organismo chimico di
una sostanza V elemento è la molecola, come neir organismo sociale l’elemento è
la persona di un uomo. L' organismo intero, neir un caso e neir altro, e' è
solo pel rapporto della forza di un elemento con quelle degli altri; ossia per
orientarla secondo la coordinazione acconcia di tutte. Il che però non esclude:
Primo. Che, coordinandosi nella complessa azione dell' organismo le forze
proprie degli elementi, ognuno di questi non ne ceda un tanto a formare delle
somme comuni, che poi siano distribuite di nuovo nelle parti in ordine alle esigenze
generali dell' organismo. Secondo. Che l' individuo stesso non dipenda (e in
quanto giunge all' acquisto di tutte le forze onde riesce rivestito, e in
quanto le conserva e ne usa liberamente) dall' ambiente sociale, nel quale
trova il mezzo dell'acquisto e della sua gsiranzia. Sicché per questo lato (ma
per questo solamente) è vero il principio della derivazione del Diritto neir
individuo dalla Società e dal suo Potere direttivo: e come, per esempio, nella
sostanza del chimico, nella quale, in virtù della sua costituzione, le forze
sono condotte ad assommarsi in certi punti determinati, e in certa maniera; e
poi anche V acquisto e la costanza della forza specifica operante negli atomi
dipendono dall'esservi co-ordinati (“dove-tailed” – H. P. Grice). Il diritto è
la facoltà del bene sociale. L’esercizio del diritto è la funzione del bene
sociale. Dalle cose dette apparisce, che il Diritto è la facoltà del Bene
sociale; e che l'esercizio del Diritto è la funzione del Bene sociale. E ciò, o
solo indirettamente, o anche direttamente. Solo indirettamente, in quanto la
facoltà individuale sia puramente V egoismo contenuto nei limiti inoffensivi
per gli altri e producente il Bene dell' individuo investitone; che torna il
bene della Società, e perchè è il Bene del suo elemento, e perchè se ne possono
giovare e se ne giovano anche gli altri. Come nel fatto di una industria, che
arricchisce l'industriale, e quindi anche il paese, e offre nello stesso tempo
un utile e un comodo ai consumatori de' suoi prodotti. E anche direttamente, in
quanto la facoltà individuale sia quella che corrisponde alla Idealità
antiegoistica; la quale, come si estenda in urla Società adulta e colta e bene
ordinata e fiorente, vedemmo sopra; dove anzi dimostrammo che, se si tien conto
di tutte le gradazioni della Idealità e delle disposizioni anti-egoistiche (da
una minima che lavori insieme con un massimo di egoismo, ad una massima che
lavori insieme ad un minimo di ego-ismo), si trova in tutto ciò che può fare e
fa r individuo sociale. Il Diritto costa una contribuzione, I.Ma, se, da una
parte, l'individuo è investito di una potenza o di un Diritto (del quale usa
poi facendo, o indirettamente, o direttamente, il vantaggio altrui) dall'
altra, la stessa potenza o Diritto costa una contribuzione per parte degli
altri. E questa una legge naturale correlativa alla sopra accennata e necessariamente
ad essa collegata. Si piglia; ma si deve dare. Si dà; ma si piglia per poter
dare. Questa legge dell' organismo sociale non è altro cioè che r applicazione
al caso particolare di esso organismo della legge che domina in tutti gli
organismi, anzi in tutta la natura, dove una forza, posseduta da un agente che
funziona in virtù di essa, è, non una forza creata dal nulla neir agente
medesimo, ma comunicata ad esso da altri agenti, che gliela cedono in ragione
dei rapporti correnti fra quello che cede e quello che acquista; come ho
dimostrato nel libro della Formazione naturale, parlando del ritmo. Il VEGETALE
si appropria l' acido carbonico che lo at[Vedi Formazione naturale nel fatto
del sistema solare^ Osservazione terza. (nel Voi. II di queste Op. Jil.J.] tornia,
e con esso mantiene LA VITA. Gl’animali maggiori vivono cibandosi dei minori.
Nell’organismo di un mammifero alcune parti lavorano a preparare il sangue, e
le masse nervose ne fanno consumo. Impossibile l’attività specifica nervosa,
necessaria al funzionamento generale dell’organismo e anche a quello
particolare delle parti preparanti il sangue, senza la contribuzione di queste
alla nutrizione dei nervi mediante la somministrazione del sangue acconciamente
preparato e distribuito. Parlando in particolare dell’organismo sociale, la
partecipazione al contributo di ciascuna parte è in ragione della importanza
del Diritto, e quindi della facoltà di produrre il Bene sociale. Più è r
importanza del Diritto, e più è la facoltà di produrre il Bene sociale. Più è
questa facoltà e più è la partecipazione al contributo delle parti. Come nel
resto della natura, dove si trova che le funzioni più elevate de* suoi agenti
costano un immagazzinamento di forza tanto più grande quanto più distinta è la
forma e ìa sfera della efficienza. Risultando cosi una proporzione di
equivalenza tra la natura che dà e quella che riceve. E in questo modo, che al
più della contrizione apportata corrisponda il più della importanza della
attività emergente. Per la stessa ragione il Diritto di un ordine superiore,
quello ad esempio di un Giudice, costa una contribuzione per parte di quelli
sui quali ha giurisdizione. Sicché il Giudice mangia dei frutti della terra che
essi hanno lavorato, come il sistema nervoso consuma del sangue che fu
preparato da altre parti dell'organisme animale. PPP^P"?!'^. Come molto
movimento equivale a poco di calore, e molto calore a poco di attività chimica,
e molta attività chimica a poco di attività vitale, e molta attività vitale a
poco di pensiero; cosi, nell'ordine etico della natura, a molta materialità
(intendendo con questa espressione le forme inferiori della esistenza)
corrisponde poco di attitudine morale: poiché, nella gradazione delle
formazioni naturali e quindi delle equivalenze delle forze, i suoi poli opposti
possiamo rappresentarceli, o andando dal movimento meccanico al pensiero, che
ne è l'ultima trasformazione, o andando dalla materialità alla moralità, che è
r ultima e più sublime sfera della evoluzione ascendente della natura insensibile
e bruta. Naturale è questo fatto della contribuzione delle parti nell'organismo
sociale. E quindi, non effetto solo di arbitrio o prepotenza di alcuno, ma
necessario; a quel modo che è necessario l'assorbimento del carbonio per parte
del vegetale, e il consumo del sangue per parte dei nervi. E naturale il fatto
stesso; ed anche giusto, in quanto è, direttamente o indirettamente, consentito
ed approvato da quelli che contribuiscono. Ed è consentito ed approvato da
questi per la legge, rilevata dagli economisti, della domanda; la quale, come
tutti sanno, consiste in ciò, che più una cosa importa a molti e più è
domandata; e tanto più si paga quanto più [Intendendo questo nel senso della
filosofia positiva e non in quello della metafìsica materialistica. Come spiego
da per tutto nei miei libri, e più a lungo in quello col titolo V Unità della
Coscienza nel VII voi. dì queste Op. fil. iiu^.i'i>nn^ si domanda; ma si paga quanto occorre per
averla e non più. Questa legge poi, che determina nei suoi limiti necessari la
contribuzione assentita e giusta nell'organismo sociale, è analoga alla
fisiologica, onde un tessuto vivo si impadronisce delle sostanze che lo nutrono
nei limiti determinati dallo stesso bisogno della funzione domandatagli. E
quindi il fatto in discorso deve essere considerato come un caso speciale di
selezione naturale; che si potrebbe chiamare la selezione etico-sociale. E
dalle cose dette si conferma e si chiarisce viemmeglio la dottrina sopra
esposta, che il Diritto individuale è pur esso una autorità (i). Poiché, come
vedemmo, il Diritto individuale si impone a tutti quelli che contribuiscono
all' essere suo; e agli eguali, che lo riconoscono e lo rispettano; e agli
inferiori, ossia a quelli che, in ragione dei rapporti nascenti dalla sua
speciale natura, ne subiscono una dipendenza e una direzione; e al Potere
sociale subordinante, in quanto questo non lo crea ma lo riconosce, ed è
determinato a riconoscerlo dal fatto stesso di porsi da sé; onde, una volta che
si sia posto, viene ad essere realmente Diritto in virtù di se stesso. Le unità
minime, le unità medie, e l’unità massima nel corpo sociale. L’individuo è l’unità
minima del composto sociale, come l’atomo del composto chimico. E, come in
tutti gl’altri organismi naturali, cosi nel sociale, oltre le unità minime
degli individui sociali, e Munita massima dell' intero organismo, si trovano
delle unità di mezzo di terzo grado, risultanti di più individui associati
particolarmente fra loro, o di più di queste associazioni di individui
collegate particolarmente in federazioni più grandi. In unaSocietà adulta,
fiorente e grande, la vita del tutto si manifesta nelle più svariate e
spiccanti differenziazionidelle attitudini e conseguentemente dei Diritti
individuali, come accennammo or ora. Anzi la grandezza della Società è, alla
sua volta, il risultato di tali varietà o specificazioni di attitudini; ovvero
di tale divisione di lavoro, verificatavisi: come in ogni altro organismo; per
esempio, in quello fisiologico dell' uomo, nel quale la eccellenza zoologica
sopra gli altri animali dipende da una suddivisione di specificazioni in
massimo gradodegli organi componenti. In un animale del grado infimo della
scala ZOOLOGICA la sostanza componente (come avvertimmo nel principio del
libro) non è né muscolo ne nervo: come in una Società umana primitivissima
tutti gli individui sono, mettiamo, dei guardiani d' armenti: e non vi si trova
una distinzione di occupazioni, per salire, pogniamo, da uno che attende a far
pascolare le oche ad uno che attende a costruire stromenti di ottica o di
astronomia. La differenziazione in discorso nella Società più pro-gredita va,
si può dire, all' infinito. E non solo nelle unità minime degli individui, ma
anche nelle combinazioni medie già dette delle associazioni degli individui e
delle confederazioni di queste associazioni. Le quali pure, nelle Società
adulte fiorenti e grandi, si producono, per cosi dire, anch'esse all' infinito:
dalle più comuni, normali, e costanti, come quella della/amiglia, alle più
insolite, accidentali ed efimere, come quella ad esempio per dare una volta una
festa o uno spettacolo: dalle più piccole, come di due persone in una impresa
commerciale, alle più grandi, come di due provincie di uno Stato tra loro
consorziate per interessi speciali. Or bene, anche queste unità medie sono (al
modo che una data somma, come tale, si distingue dalle singole quantità
sommate, considerate ad una ad una) soggetti distinti in possesso di una
facoltà speciale, analoga alla individuale, a somiglianza di ciò che pur si
verifica neglialtri organismi naturali: nei quali, per esempio, la cellula
nervosa singola ha le sue proprietà particolari, e una data massa distinta di
cellule nervose ha un dato ufficio distinto fisiologico, che essa esercita in
quanto esiste e si conserva nella peculiarità del suo insieme. E siccome poi il
possesso di una potenza di fare importa il possesso di un diritto, come
dimostrammosopra,cosinellaSocietà si danno i Diritti degli individui e i
Diritti delle stssociazioni loro. E questi Diritti delle Associazioni hanno le
proprietà già notate dei Diritti individuali più quelle dipendenti dalla
specialità proporzionale della associazione. Delle quali ultime proprietà una
massimamente occorre che sia qui messa in rilievo. L' individuo, in astratto,
si può considerare siccome un plasma generico, il quale, nell' ambiente sociale
e nel circolo della sua vita, secondo le disposizioni già possedute nascendo, e
le circostanze accidentali nelle quali viene a cadere, riceve una particolarità
di impronta distinta e tutta sua. Nel che ha luogo un fatto di selezione
naturale: cioè la selezione naturale onde una unità sociale si sceme quale
individualità distinta fra altre unità. Anche l’agglomerazioni di più individui
in associazioni o totalità distinte sono determinate e foggiate, con grandezze,
tendenze e attività particolari, neir ambiente sociale, secondo i bisogni ed i
fatti, e costanti e accidentali, onde emergono, per una analoga selezione
naturale distinguente un composto singolo fra altri composti. Ma in questo
composto (o unità media, come sopra lo chiamammo) ha luogo un' altra forma
della selezione naturale: cioè quella che, neir interno stesso del composto,
diflFerenzia edistingue fra loro le parti componenti: e si che esso composto
riesca un organismo e non rimanga una semplice agglomerazione inorganica di
elementi tutti identici fra loro. E questa forma di selezione si potrebbe
chiamare selezione interorganica. La unità sociale da noi detta media non è
puramente un certo numero di parti addizionate le une alle altre, ma è una
collaborazione organica degli individui o dei sodalizi aggregati insieme; e
quindi con diversità di attinenze e di facoltà distribuite fra loro. Altri
fanno numero, contribuiscono e concorrono a mantenere T associazione: altri
invece la rappresentano, la dirigono, ne applicano le forze accumulatevi. E,
occorrendovi specialità di lavoro e di ufficio, queste vi sono divise quali
negli uni e quali negli altri. E, come è naturale la creazione di queste
differenze interorganiche delle parti costitutive delle unità medie, cosi è
naturale la selezione interorganica dalla quale dicemmo che proviene. Questa
selezione interorganica, come insegna la osservazione del fatto, avviene in
diverse maniere secondo i casi; ma soprattutto secondo la legge, che riesce a
una data facoltà ufficio chi piti vi ha attitudine, o ne ha il merito, e colla
condizione del consentimento degli associati. Il fatto del merito, onde uno
acquista una prerogativa o una particolarità d'ufficio a preferenza di altri, è
analogo a quello notato da Darwin della specie prevalente nella lotta per la
esistenza. Il fatto del consentimento degli associati è analogco air altro,
pure da Darwin segnalato, dell’efficacia dell'ambiente nel secondare la
trasformazione progressiva dell' essere naturale. L' individuo investito di nna
facoltà o di un ufficio in un corpo di individui o di sodalizi viene con ciò ad
avere due sorta di facoltà o di Diritti: cioè il Diritto fondamentale spettante
a lui come parte elementare della Società intera, e il Diritto avventizio, onde
è investito come organo speciale della associazione particolare a cui
appartiene. Il Diritto fondamentale ha il suo rapporto immediato colla
costituzione generale delle Società che lo garantisce direttamente a tutti
senza distinzione: T avventizio V ha con quella della associazione particolare
per la quale emerge; ed è garantito dal potere sociale supremo in quanto esso
riconosce il Diritto della medesima associazione particolare. Se privato si
dice ciò che è proprio della unità sociale minima, come tale, e pubblico ciò
che è proprio della unità massima, parlando delle unità medie si dirà che hanno
un carattere di mezzo tra i due, e gradatamente; in ragione cioè della
importanza loro, intensivamente o estensivamente, nella vita sociale
complessiva. Il pubblico poi si differenzia in genere dal privato in quanto ha
un rapporto diretto col Bene, non individuale, ma sociale; ossia è, non egoistico,
ma antiegoistico. La proprietà quindi di ente morale anti-ego-istico compete
massimamente alla unità più glande o allo stato. E se, come sopra dicemmo, il diritto
in genere è \2l facoltà del Bene sociale e il suo esercizio è la funzione del
Bene sociale, ciò si avvererà meno pel diritto privato, più pel Diritto delle
associazioni sociali intermedie, e in grado più alto pel Diritto dello Stato.
Ma non diremo che per questo Diritto dello Stato il principio si avveri proprio
nel grado massimo, per la ragione che, come sopra dicemmo n), uno Stato
singolo, o già in effetto, o almeno in potenza, si coordina internazionalmente
con altri Stati, anzi con tutte le Società umane esistenti sulla terra. La
selezione interorganica nella evoluzione formatrice dello Stato. La legge della
selezione interorganica, che si avvera nella costituzione degli organismi delle
unità com [Dove parlammo del diritto inter-nazionale] -plesse medie, si avvera
poi per le ragioni medesime nella costituzione dell' organismo della unità
massima dello Stato. Ed è per essa legge che ha luogo in questo la formazione
del Potere onde si esercitano le sue fimzioni subordinanti, che sono poi funzioni
del Bene sociale. Questa selezione assume storicamente forme svari atissime. Ma
anche la varietà è determinata da una ragione costante, che si rivela
chiarissimamente nella storia politica degli Stati, e che non è altro che una
applicazione del principio nostro fondamentale della formazione eticosociale,
che cioè la prepotenza è V indistinto onde si forma il distinto della giustizia,
E in vero nello stadio iniziale, o della prepotenza, la selezione formatrice
del Potere sociale è dipendente dalla violenza, che a poco a poco si mitiga
nella eredità, finché da ultimo è sostituita, prima in parte e poi del tutto,
dalla elezione (per parte dei subordinati, e in modo legale e pacifico) dei più
degni, in ragione del merito morale e della Giustizia e non del soprastare
materiale della ricchezza o della forza dei muscoli: e si che riesca investito
dell' ufficio chi si trova piti atto ad esercitarlo, e che il Potere nella
direzione del corpo sociale sia quel premio del virtuoso. Il costante e
vivissimo lavoro evolutivo dell'organismo dello stato italiano, onde si ha la
sua formazione naturale e il suo sviluppo e isuo progresso, è l’applicazione
nel grado massimo del principio della formazione . morale, cioè, dall'
indistinto (morale solo virtualmente) della prepotenza e dell' egoismo, al
distinto (morale in atto) della Giustizia anti-egoistica, ma cooperativa. Più
procede la formazione organica dello Stato e più si estende e arriva in tutte
le parti e nel!' intimo di esse la virtù direttiva e moralmente perfezionatrice
della Sovranità politica. In modo che, dove prima le parti erano agglomerate e
coacervate e tenute in fascio violentemente, a poco a poco vanno organizzandosi
vitalmente insieme e finiscono coli' aderire 1' una con V altra, e tutte nel
tutto, volontariamente e per libero consentimento. Come, per esempio, le
molecole di certe sostanze, che fanno sentire la loro affinità e aderiscono
insieme a formare un cristallo solo in seguito ad una compressione che le
sforzò a ravvicinarsi meccanicamente. Il quale processo però va di pari passo
con quelr altro; che le parti stesse subordinate, di mano in mano che si
orientano nella armonia politica dello Stato, diventando partecipi e
collaboratrici della sua vita, reagiscono sul Potere sovraincombente, rintuzzando
la prepotenza, che vi fosse, e riducendolo ad una forza giusta e morale; ad una
forza, in una parola, diretta al Bene di tutti. Non è nostro compito (non
richiedendolo lo scopo del presente saggio) di studiare i modi precisi onde,
per la elezione interorganica, e pel processo di distinzione, si va formando
nell' organismo dello stato l’ordine del Potere, che riesce un sistema
complesso di funzioni speciali esercitate da individui e corpi particolari; e
come nasca il fatto, mettiamo, della divisione del governo in diversi
ministeri, e di ciascuno di questi in parecchie dipendenze, alle quali,
variamente e per mez£o di centri subordinati, si rannodano le ultime propag^ni
della am-ministrazionepubblica sparse in ogni parte dello Stato. Pel nostro
scopo, in riguardo alle specializzazioni accennate degli organi del Potere,
basterà fare l’osservazione (pure importantissima) che, come si distinguono tra
loro le amministrazioni pubbliche, e quindi gli c^getti di ciascheduna, e
conseguentemente il modo di funzionare (che deve atteggiarsi in conformità
dell' intento da ottenere), cosi si distinguono tra di loro le Sanzioni
pubbliche e legali degli atti sociali relativi; e quindi (si noti bene) le
specie di Responsabilità, che neemergono. E da ciò proviene che le forme della
Giustizia e quindi della Moralità si specializzano insieme collo specializzarsi
della pubblica amministrazione; onde, moralmente, non sono, per esempio,
identiche le azioni degli individui giudicate da un tribunale civile e
quellegiudicate da una una intendenza di finanza, o da una commissione igienica
o di belle arti; e per un reato controla proprietà individuale o per uno contro
le restrizioni della libertà della stampa, in materia scientifica; e cosi via.
Il che non vuol dire però che non si possano tutte le dette azioni ridurre al
genere comune delle obbligatorie nel foro intimo della coscienza, in ragione
che Dell' individuo si è formata, come sopra abbiamo dimostrato, r abitudine
virtuosa e propria del saggio; l'abitudine cioè di attribuire universalmente
alle Idealità antiegoistiche sociali un valore obbligativo per se, assoluto e
indipendente dalle specialità di procedura e di Sanzione, che loro
corrispondono nella amministrazione governativa. m Come risuiii spiegata la
prima /orina de li* ufficio del Intere, e anche la terza: e stabilito l'
assunto del liérù. Ora, facendo, colla proporzione dovuta, al fatto del Diritto
del Potere, Tapplicazione del priacipio stabilito sopra, che ogni Diritto
importa una conirièuzionc, possiamo trovare la verità di quella che dicemmo la
pritna forma dell' ufficio del Potere, cioè: di stabilii*^! nella Società a
spese delle sue parti. Et facendo allo stesso fatto» pure colla proporzione
dovuta, r applicazione dell' altro principio, che il Diritto è la facoltà del
Bene^ constatiamo la verità di quella, che ivi stesso chiamammo la terza forma
dell' ufficio del Potere, cioè: di flÌH|ìensHri^ la forza propriadeir ambiente
sociale (cioè le contribuzioni suddette) al migli orauiento delle sue parti. In
questo ultimo enunciato poi abbiamo il compendio, per cosi dire, di tutta la
trattaEione di questo libro, E> in relazione allo stesso enunciato, si
verificano, in ragione cho lo Stato si perfeziona in ogni sua parte, i principj
che seguono: Primo* Che le contribuzioni di ogni genere, prestate da tutti gli
elementi costitutivi dello Stato, diventano liberamente consentile. Secondo.
Che le contribuzioni medesime si vanno avvicinando al massimo di ciò che pi4Ò
dare ciascuno senza suo esiziale detrimento* ^ i '«.iFI-i-^..' TChe nulla, di
ciò che è contribuito, va consurmalo prepotentemente ed egoisticamente da chi è
investito del Potere di disporne. Quarto. Che la erogazione medesima è fatta
secondo il volere di quelli stessi che contribuiscono. Quinto. E alla tutela
dei Diritti di tutti; e dXVottenimento della prosperità, e al miglioramento
morale. Sesto. E a questo soprattutto. E nella ragione che il miglioramento
morale ottenuto, supplendo da sé, come dimostrammo sopra, alla tutela dei
Diritti e all' ottenimento della prosperità materiale, lascia per sé disponibili
mezzi sempre maggiori. E cosi nello Stato siverifica T idea della provvidenza,
che il teista colloca in dio, come in esso colloca il tipo della specie di una
pianta, per la solita illusione tante volte notata. E si verifica anche V idea
della grazia, immaginata per una simile illusione dalla teologia cattolica
siccome emanazione divina, atta a rendere V uomo morale, a far che segua le
leggi della Giustizia ed eserciti la beneficenza. La possibilità per 1’individuo
di essere morale, di conoscere e seguire la Giustizia, e di essere benefico
verso gli altri, si ha, come dimostrammo nel corso del libro, dalla sua
convivenza nella Società e dalla proprietà di questo di svolgere e perfezionare
le facoltà dell'uomo, e di moralizzarlo.
Onde lo Stato, cosi concepito, viene ad essere l'attuazione pura e
compiuta della Idealità sociale, ossia In molti luoghi: per es. Numero 2 del J
VI del Capo del principio del Bene anti-egoistico, del Bene morale, in una
parola del Bene pel Bene, E quindi lo Stato medesimo riesce la prova concreta '
sperimentale della verità del principio della Morale dei positivisti da noi
affermato, chiarito, dimostrato: e una prova evidente, in quanto nel fatto
dello Stato il fenomeno individuale si trovaingrandito, E mi spiego. Se, ad
esempio, si può dubitare che un atomo materiale preso da sé sia pesante, perchè
il peso deir atomo è tanto piccolo che non si può rilevare isolatamente, il
dubbio cessa affatto prendendo una grande congerie di atomi, nella quale i pesi
minimi non valutabili di ognuno sisommano in un peso valutabile, dal quale si
arguisce quello troppo piccolo dei componenti. E, se si può dubitare che una
molecola di ferro, considerata isolatamente, sia calamitata, il dubbio cessa
quando se ne prenda una grande massa. E cosi nel caso nostro. Se si può
dubitare che T uomo singolo sia mosso nelle sue azioni da una Idealità sociale
antiegoistica, perchè la ragione di questa, nella singola azioneumana di un
individuo, si sottrae facilmente alla osservazione, stante il concorso e il
contrasto colle ragioni egoistiche, le quali ve la accompagnano, il dubbio è
tolto interamente arguendo dal fatto che, appuntandosi i voleri individuali
nella totalità dello Stato, ne risulta la incontrastabile sovranità del volere
morale, e antiegoistico, che vi osservammo. Le cose dette nel corso del libro
dimostrarono che la Responsabilità, intesa nel senso che sia Vastraito delle
Sanzioni,onde la Società reagisce, rintuzzandola, contro V azione propriamente
umana individuale, si riferisce, non solo agli atti della Giustizia
propriamente detta, ma anche a tutti gli altri atti etico-civili
dell'uomo; cioè: Agli atti offensivi non contemplati e non contemplabili dalla
Legge. I quali perciò, esclusi dal campo della Giustizia propriamente detta,
vanno attribuiti a quella altro della pura Convenienza. Agli atti sindacabili
soltanto dalla coscienza intima dell’individuo in cui si avverano, e producenti
la sola reazione del rimorso intemo. Agli atti virtuosi, che l’individuo
potrebbe fare e sarebbe bene facesse, e non fa. Ossia a quegli atti che non si
attribuiscono, ne alla Giustizia, né alla Convenienza, ma alla Carità, come
dicevano i moralisti vecchi, o alla Filantropia o Beneficenza, come direbbero
inuovi. E cosi è sciolta la questione, propostaci nella Introduzione, come
compito di questa nostra Sociologia. Rodrigo Felice Ardigò. Rodrigo Ardigò. Keywords: sociologia. Grice ed Ardigò: implicatura cooperativa positivismo
filosofico biologia filosofica psicologia
filosofica naturalista il sociale l’intersoggetivo ——, la morale positivista,
il positivism filosofico. La morale e il diritto all’altro – la convivenza
sociale – la giustizia, il bene sociale – la benevolenza e la beneficenza – il
calcolo ragionale nella convivenza sociale – l’evoluzione sociale – l’organismo
sociale – il positivismo filosofico – communicazione e convenienza sociale –
l’onesta morale – spettazione di onesta reciproca – Fondazione naturalistica
della morale – Fondazione – il fatto sociale – il devere, la regola d’oro, fare
all’altro cioe che vorreste fatto a te – consiglio di prudenza – kant – costume
– fatto sociale presupposizione del linguaggio -- Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Ardigò,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Arena: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei nudi – la scuola di Ripastransone – filosofia marchese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.Grice, The Swimming-Pool
Library (Ripatransone). Filosofo marchese. Filosofo
italiano. Ripastransone, Ascoli Piceno, Marche. Grice: “I like Arena; my
favourite of his tracts are one on what he calls, ambiguously, ‘guerriero dello
spirito,’ which is pretty naif – wasn’t Aeneas killing for something too, not
necessarily ‘spiritus’? – His focus is two orders: the templari and the teutonic
order – my other of his favourite trats is
his ‘nudi’ – or ‘gnudi,’ if you mustn’t – when Romolo converses with
Romo, they are ‘nudi’ – what they say is what they mean and what they mean is
what they say – ‘nakedness’ becomes a philosophical category, as when Strawson
says, ‘the naked true.’” “There is no reason why it shouldn’t be a
philosophical category, since the etymology is fascinating – vide Clarke, “The
naked and the nude,” -- Leonardo Vittorio
Arena (Ripatransone), filosofo. Arena
insegna "Storia della filosofia contemporanea" presso Urbino.
Filosofo e orientalista,ha dedicato in particolare al Buddhismo Zen, al Taoismo
e al Sufismo una vasta produzione saggistica; è anche autore di romanzi e
traduzioni sui medesimi temi. Insegna tecniche di meditazione tratte da
pratiche buddhiste e sufi. Ha collaborato ai programmi religiosi della Radio
Svizzera. Pensiero La sua visione filosofica è esposta principalmente
nelle tre opere Nonsense o il senso della vita, Note ai margini del nulla e Sul
nudo, dove si propone una sintesi delle grandi correnti filosofiche orientali e
occidentali, con particolare riguardo a Nietzsche, Wittgenstein, Zhuāngzǐ e il
Buddhismo Chán/Zen. Il nonsense, come dall'opera Nonsense o il senso
della vita, è da intendere come la meta di ogni autentica indagine filosofica,
realizzando la "distruzione delle opinioni" sulla scorta del
Buddhismo. La filosofia del nonsense non è teoria, bensì non teoria: come la
zattera del Buddhismo o la scala di Wittgenstein, serve ad arrivare a una sorta
di consapevolezza speciale, per poi essere tranquillamente accantonata. Punto
di partenza: non è possibile formulare una filosofia esente da contraddizioni.
Nelle pagine di ogni filosofo si cela il tarlo dell'incoerenza. Traendo tutte
le conseguenze logiche di ogni filosofia se ne attesta la
contraddittorietà. L'idealismo, base di ogni filosofia, dovrà sfociare
nel vuoto e nel nonsense, laddove se ne sviluppi il suo principio-base, che è
esistenziale prima ancora che teoretico, secondo cui il mondo è la
rappresentazione del soggetto o di una mente cosmica. La posizione del nonsense
spinge a riconoscere che le cose stanno proprio così (Tathātā), cioè sono
caratterizzate da una nudità che non può essere interpretata o espressa
attraverso alcuna dottrina od opinione. Non c'è senso nascosto, e tutto è
già qui, direttamente accessibile nella vita quotidiana all'uomo comune e al
Risvegliato, mai così tanto accomunati. Lo strumento del nonsense è l'arte,
specialmente la musica e si procede verso la dimensione del non suono, già cara
a John Cage, nella sua composizione 4'33", cui Arena dedica una lunga
disamina, nella sua opera La durata infinita del non suono. La stessa tematica
viene ripresa e ampliata in Il tao del non suono, nonché nell'analisi di alcuni
solisti o gruppi di musica contemporanea, come Lennon, Sylvian, Eno, Wyatt, SCELSI
(si veda) e akamoto. Musica e filosofia si intersecano, entrambe sono mezzi di
conoscenza, addirittura intercambiabili. Arena è influenzato dalla beat
generation, e riconduce parte del suo interesse di lunga data per l'Oriente ai
Beatles e ai grandi gruppi rock dei '60 e '70. Nella poesia, l'haiku
esprime lo yugen, un senso di "profondità misteriosa" che convive con
la semplicità del "qui e ora". Nonsense implica il superamento degli
opposti, quindi permette di giungere alla non dualità, al di là della logica
formale di Aristotele, perseguita dall'esorcista del nudo, il quale pretende di
cogliere e congelare in una articolazione sistematica il caotico divenire della
vita; operazione votata all'insuccesso, e alla contraddittorietà. Come per
Nāgārjuna e Wittgenstein, anche per A. la logica può servire a invalidare sé
stessa, ma nella dimensione radicale del kōan, come è concepita nel Chán/Zen.
L'insegnamento si trasmette grazie a una sorta di empatia o comunicazione
energetica tra maestro e allievo -, di baraka nel senso che il termine acquista
nel Sufismo -, veicolata dal silenzio e dal non suono. Nella sua opera
Note ai margini del nulla, A. riprende la posizione di Bodhidharma, relativa al
"non sapere, non distinzione" (fushiki), in direzione epistemologica
ed ermeneutica, sottolineando la complessità della diffusione del nonsense
nell'ambito del sociale. Egli analizza le concezioni di vari esponenti del
pensiero orientale e occidentale, tra cui Stirner, Pessoa e i maestri del
Taoismo, specie Zhuāngzi. Il nonsense propone un nichilismo costruttivo, dove
le "ragioni" del nulla non vengano concepite attraverso la modalità
unilaterale del nihil privativum, negativum od oggettivizzato. A. rovescia la
conclusione del Tractatus Logico-Philosophicus: di tutto ciò su cui si dovrebbe
tacere occorre proprio parlare. A. propone di sondare il nonsense
attraverso il nudo, una comprensione che sfoci nella non comprensione e nel non
pensiero, ben più fecondi di quanto la riflessione logico-formale non abbia
dato da vedere all'Occidente. Nietzsche, Dylan e i maestri Zen si rivelano, al
momento, i suoi principali ispiratori nei toni di una filosofia non accademica,
nemica del dogmatismo e della necrofilia della teoresi. La musica elettronica
contemporanea sembra particolarmente adatta a sondare la nudità, nei modi della
improvvisazione radicale, cui Arena dedica anche un'attività concertistica
solista con lo pseudonimo Mu Machine. Arena ha pubblicato una serie di
ebook sull'analisi di maestri e filosofi alla luce delle categorie del nonsense
e del nudo, sondandone tratti indipendenti dai "punti nodali",
riscontrabili nei compendi od opere manualistiche, e considerando queste figure
nella loro alterità: Beckett, Derrida, Nietzsche e Wittgenstein rientrano nel
novero, ma anche Jacques Lacan (cfr. la voce Opere). Parallelamente, sta
sondando le illusioni e i condizionamenti dell'animo, che non lasciano
percepire il nudo/nonsense. La produzione romanzesca è iniziata con La
lanterna e la spada, dove A. analizza la figura di Qinshi Huangdi, il primo
imperatore della Cina, famoso per l'unificazione della lingua, del Paese, e il
forte impulso dato alla costruzione della Grande Muraglia, ma anche per il rogo
dei libri, che ha ispirato Bradbury in Farenheit 451, e varie efferatezze. La
produzione letteraria è proseguita con un altro romanzo, L'imperatrice e il
dragone (ripubblicato come Il Tao del sesso), in cui si rievoca un'altra figura
molto discussa, stavolta nella Cina medioevale, quella di Wu Zhao, la quale
regnò per virtù propria, fondatrice di una sua dinastia, e non come semplice
imperatrice vedova, altresì famosa per gli eccessi e le passioni sessuali.
Anche di questa figura A. dà un ritratto senza giudizi moralistici ed
esaminandone i multiformi aspetti, come per il primo imperatore. In L'Ordine
nero, ripubblicato come La svastica sul Tibet, si tratta della spedizione
Schaefer, alla ricerca delle origini della razza umana e di ineffabili segreti
magici. Nel gruppo di nazisti si trova anche il filosofo Mayer (personaggio
inventato), alla ricerca del segreto della mente. In Il coraggio del samurai,
si parla dell'arcano connubio tra samurai e ninja, e dei segreti di questi
ultimi, descritti attraverso un gruppo di donne guerriere, la cui sovrana è la
misteriosa Padrona, di cui si dice che abbia quattro secoli; si parla anche di
Yoshitsune, un samurai del clan dei Minamoto, sfortunato quanto valoroso,
ostile al fratello Yoritomo. Nell'ultimo romanzo pubblicato, La corda e il
serpente, A. si discosta dal romanzo storico e scrive un'opera sperimentale,
dove la trama è un pretesto, e si nota l'influsso di Burroughs anche di
Lovecraft, per certi aspetti: nell'opera si parla di Atlantide, un mondo
sommerso, distrutto da una catastrofe; il protagonista L., darà vita a una
nuova specie umana. Arena propone una personale versione della
meditazione nella sua opera La Via del risveglio, Manuale di meditazione. Egli
prende spunto dal buddhismo, vipassana e Zen, dal sufismo e da Gurdjieff, dalla
psicologia analitica di Jung (il Libro rosso) e dal lavoro sull'ipnosi d’Erickson.
Una meditazione che conduce talvolta agli stati alterati di coscienza e
permette di sviscerare il nudo nonsense, caposaldo della visione filosofica d’A.
Una meditazione che ha il suo supporto nella musica, la quale non ne
costituisce solo il sottofondo, ma anche la base per approfondire le intuizioni
che ne emergono. "Difficile separare la musica dalla meditazione",
scrive A., "l'una porta all'altra". Scopo della meditazione è anche
attingere il non suono, categoria che Arena aveva sviscerato nei succitati
studi su Cage ed Eno. Una meditazione che attinge all'Oriente, ma fa tesoro
delle conquiste psicologiche e spirituali dell'Occidente. Per indicare la
modalità filosofica della pratica A. propone una metafora: "La meditazione
è premere il pulsante della consapevolezza". Dopo anni, e non sulla base
di un ripensamento quanto di un ampliamento, A. torna sul nonsense con una
nuova riflessione, imperniata sul non sapere alla luce del buddhismo Chan/Zen
nel suo complesso (non solo in riferimento a Bodhidharma), e soprattutto da non
intendere come non sapere socratico. Il non sapere invita a diminuire la
quantità di nozioni, a spogliare la mente dei preconcetti, principio che
potrebbe essere il pilastro della scoperta scientifica. Lo anima il non
pensiero, attività più affine alla intuizione, che usa la logica ponendola
contro se stessa. Anche questa posizione, come quella relativa al nonsense
nelle opere precedenti, mira all'acquisizione di un equilibrio psicofisico,
all'autorealizzazione, al riparo da dogmatismi ed eurocentrismi. L'incontro con
la nudità permetterà, nella solitudine esistenziale, di svelare nuove risorse
nel soggetto, un incontro con se stessi fecondo e produttivo, senza entrare in
polemica con alcuna visione filosofica, anzi ospitando visioni del mondo
contrastanti. La contraddizione, implicita nel nonsense, è foriera di nuovi
sviluppi teoretici, e consente di recuperare istanze che, nel pensiero
occidentale, erano state sepolte dopo la demonizzazione dei sofisti. Altre
opere: “Nietzsche-Wagner-Schopenhauer” (Fermo); “Il Vaisheshika Sutra di Kanada
(Quattroventi) La filosofia di Novalis (Angeli) Comprensione e creatività. La
filosofia di Whitehead (Franco Angeli) Novalis, Polline (Studio Editoriale)
Antologia della filosofia cinese (Mondadori) Storia del buddhismo Ch'an
(Mondadori) Il canto del derviscio [povero mendicanti sufi] (Mondadori) Il
Nyaya Sutra di Gautama (Asram Vidya Edizioni) Antologia del Buddhismo Ch'an
(Mondadori) Diario Zen (Rizzoli) I maestri (Mondadori) Haiku (Rizzoli); “Al
profumo dei pruni. L'armonia e l'incanto degli haiku giapponesi, Rizzoli ).
Realtà e linguaggio dell'inconscio (Borla) Novalis, Enrico di Ofterdingen
(Mondadori) Vivere il Taoismo (Mondadori) Il Sufismo (Mondadori) Il bimbo e lo
scorpione (Mondadori) La grande dottrina e Il Giusto mezzo (opere confuciane)
(Rizzoli) La filosofia indiana (Newton) Buddha (Newton) La via buddhista dell'illuminazione
(Mondadori) Del nonsense (Quattroventi) Sun-tzu, L'arte della guerra (Rizzoli)
Iniziazione all'autorealizzazione. Un percorso verso la consapevolezza
(Mediterranee) Chuang-tzu, Il vero libro di Nan-hua (Mondadori); Zhuangzi
(Rizzoli). Poesia cinese dell'epoca T'ang (Rizzoli) La barriera senza porta
(Mondadori) La filosofia cinese (Rizzoli) La storia di Rama (Mondadori)
Nei-ching, canone di medicina cinese (Mondadori) I-ching. Il libro delle
trasformazioni (Rizzoli) Samurai. Ascesa e declino di una nobile casta di
guerrieri (Mondadori) Musashi, Il libro dei cinque anelli (Rizzoli) Kamikaze.
L'epopea dei guerrieri suicidi giapponesi (Mondadori); “Hagakure, Il codice dei
samurai (Rizzoli) La mente allo specchio (Mondadori) Il sogno della farfalla
(Pendragon) Il libro della tranquillità. 100 koan del buddhismo Zen (Mondadori)
Sun Pin, La strategia militare (Rizzoli) Dogen, Shobogenzo (Mondadori) Tecniche
della meditazione taoista (Rizzoli); “Il tao della meditazione, Rizzoli); I 36
stratagemmi (Rizzoli); I guerrieri dello spirito (Mondadori); La lanterna e la
spada (Piemme) Lo spirito del Giappone (Rizzoli) L'imperatrice e il dragone
(Piemme) La pagoda magica e altri racconti per trovare la felicità dentro di sé
(Piemme); “Il libro nella felicità”; “II pensiero indiano (Mondadori) Orient
Pop. La musica dello spirito (Castelvecchi) L'arte della guerra e della
strategia (Rizzoli) Il lago incantato. Racconti sull'amore (Piemme) L'ordine
nero (Piemme) L'innocenza del Tao (Mondadori); Il maestro e lo sciamano
(Piemme) Incontri di filosofia. La biblioteca di Babele, I (Città di Ripatransone). Xunzi, L'arte confuciana
della guerra (Rizzoli) Confucio (Mondadori) Il coraggio del samurai (Piemme)
Nietzsche in Cina nel XX secolo”; Incontri di filosofia. La filosofia come
conoscenza di sé, II (Città di
Ripatransone). Memorie di un funambolo; Note ai margini del nulla; Nonsense o
il senso della vita; La durata infinita del non suono (Mimesis) Il pennello e
la spada. La Via del samurai (Mondadori, ) Introduzione al Sufismo (ebook, ).
Un'ora con Heidegger (Mimesis). Introduzione alla storia del Buddhismo Ch'an
(ebook, ). Il libro della tranquillità (Congronglu) 100 koan del Buddhismo
Zen”; L'arte del governo (Huainanzi) (Rizzoli); “Heidegger, il Tao e lo Zen
(ebook, ). Il Tao del sesso: La storia di Wu Zhao; La lanterna e la spade”; “La
svastica sul Tibet”; Il libro dei segreti d'amore”; All'ombra del maestro”; Il
Tao del non suono”; “La filosofia di David Sylvian. Incursioni nel rock
postmoderno (Mimesis); “Ikkyu poeta zen; “La filosofia di Brian Eno. Filosofia
per non musicisti (Mimesis); “Novalis come alchimista”; “La filosofia di Wyatt.
Dadaismo e voceunlimited (Mimesis). Yogasutra (di Patanjali) (Rizzoli ).
Sun-tzu: l'arte della guerra per conoscersi; La barriera senza porta (Wu-men
kuan) 100 koan del buddhismo Zen”; “La comprensione negata”; “Buddha: La via
del risveglio”; “Nagarjuna: la dottrina della via di mezzo (Zhonglun)”; “Il
libro rosso di Jung (ebook, ). La storia di Rama (Ramayana)”; “Sul nudo. Introduzione
al Nonsense (Mimesis). Storia del pensiero indiano”; Lacan Zen, L'altra
psicoanalisi (Mimesis). Storia del pensiero indiano”; “Oltre il nirvana”;
L'altro Derrida”; “Watt, la cosa e il nulla. L'altro Beckett; L'altro
Wittgenstein”; “Nietzsche, lo Zen, Bob Dylan. Un'autobiografia”; “ L'altro
Nietzsche”; “Una introduzione alla filosofia di John Lennon”; “Scelsi: Oltre
l'Occidente, Crac Edizioni. La corda e il serpente, Illusioni, La filosofia di
Sakamoto, Il Wabi/Sabi dei colori proibiti, Mimesis. La Via del risveglio,
Manuale di meditazione, Milano, Rizzoli. Wenzi, Il vero libro del mistero
universale. Un classico della filosofia taoista, Milano, Jouvence. La filosofia
di John Lennon. Rock e rivoluzione dello spirito, Milano-Udine, Mimesis.
Togliersi le idee. L'ombra del nonsense, Il Tao della pedagogia (selezioni da:
Annali Primavere-Autunni di Lu Buwei); Il libro segreto dei ninja: Shoninki; Ikkyu:
l'Antibuddha, (poesie in traduzione dal giapponese); Confucio come counselor, Miyamoto
Musashi: Dokkodo; Quanti orientali. Oltre il Tao della fisica; Daodejing: Laozi
come counselor; Zhuangzi: i capitoli interni; Bhagavad Gita; Qohelet, l'interpretazione
"orientale"; Il pensiero giapponese. L'età moderna e contemporanea,
Jouvence. La filosofia di Bob Dylan, Mu Machine Collection; Zhuangzi: i
capitoli esterni, Mu Machine Collection; Zhuangzi: miscellanea, Mu Machine
Collection; La raccolta della roccia blu (i cento koan del Biyanlu), Mu Machine
Collection; Basho:Haiku, Mu Machine Collection; Vivere il taoismo, Mu Machine
Collection; Il libro rosso di Jung: Liber Primus, Mu Machine Collection, ebook.
Storia del pensiero indiano, II, Mu
Machine Collection, Storia del pensiero indiano, III, Mu Machine Collection, Storia del
pensiero indiano, Mu Machine Collection,
ebook. Il libro rosso di Jung: Liber Secundus, Mu Machine Collection, L'antistoria
della filosofia, Mu Machine Collection, Zen contro Zen, Mu Machine Collection, I greci in Oriente, Mu Machine Collection, Liezi
il libro taoista della verità, Mu Machine Collection, Lo spirito del samurai:
Budoshoshinshu, Mu Machine Collection, Il giardino nascosto (sul tempo), Mu
Machine Collection, Neijing il canone di medicina cinese, Mu Machine Collection,
Dogen Shobogenzo, Mu Machine Collection, Guida al cinese classico, Mu Machine
Collection; Nascita di un samurai, Mu Machine Collection; Il Canone di Mozi. La logica cinese, Mu Machine
Collection, ebook. Jung Zen, Mu Machine Collection. In Inglese Nonsense as the Meaning, ebook,.
Nietzsche in China in the 20th Century, ebook,. The Shadows of the Masters,
ebook,. An Introduction to Sufism, ebook,. The Dervish, ebook,. Cage Nagarjuna
Wittgenstein, ebook,. Nosound, ebook,. The Red Book of Jung, ebook,. Illusions,
ebook,. The Book On Happiness, ebook. On Nudity. An Introduction to Nonsense,
Mimesis International. Sylvian As A Philosopher, Mimesis International. In
Spagnolo El canto del derviche. Parabolas de la sabiduria Sufi, Grijalbo,
Barcelona In Francese Sur le nu. Introduction
à la philosophie du Nonsense, Editions Mimésis,. A., Nonsense o il senso della
vita, ebook, cap. 1 Nonsense o il senso
della vita, A., La durata infinita del
non suono, Mimesis A., Il tao del non suono, ebook A., Una introduzione alla filosofia di John
Lennon, Kindle Edition A., La filosofia
di Sylvian. Incursioni nel rock postmoderno, Milano, Mimesis A., La filosofia di Brian Eno, Milano,
Mimesis,. A., La filosofia di Robert
Wyatt, Milano, Mimesis,. A., Scelsi:
Oltre l'Occidente, Falconara Marittima, Crac Edizioni,. A,, La filosofia di
Sakamoto, Il Wabi/Sabi dei colori proibiti, Milano-Udine, Mimesis,.. L. V. Arena, Orient pop. La musica dello
spirito, Roma, Castelvecchi, Nagarjuna, The Philosophy of the Middle Way, D.
Kalupahana, Albany, L. Wittgenstein,
Tractatus Logico-philosophicus, Torino, Einaudi; A., Note ai margini del nulla,
ebook, passim A., Note ai margini del
nulla, ebook, cap. 1 Biyanlu, 1 A.,
Zhuangzi: I capitoli interni, ebook; Idem, Zhuangzi: i capitoli esterni, ebook,
idem, Zhuangzi: Miscellanea. ebook..
Contra Kant, Critica della ragion pura, Roma-Bari, Laterza Nonsense o il senso della vita,
Appendice A., La comprensione negata,
ebook,. A., La filosofia di Dylan, Collezione Mu Machine, ebook.. A.,
Nietzsche, lo Zen, Dylan, Autobiografia,
I, ebook. A., Illusioni, Kindle,. A.. La Via del risveglio, Manuale di
meditazione, Milano, Rizzoli..A/, Il libro rosso di Jung, ebook. A., Togliersi le idee, L'ombra del nonsense,.. su A. Nonsense o il senso della vita, su
amazon. Note ai margini del nulla, su
amazon. L'attività accademica di A.; su uniurb. Il blog filosofico di A., su
leonardo vittorioarena. wordpress.com. L'autobiografia, su amazon. Filosofia
Letteratura Letteratura Religioni Religioni Storia Storia Filosofo del XXI secolo Orientalisti
italiani Storici delle religioni italiani Ripatransone. Nome compiuto: Leonardo
Vittorio Arena. Keywords: nudi, Novalis, Schopenhauer, Nietzsche, Wagner,
Puccini, Butterfly, Turandot, Mascagni, Iris, Leoni, L’Oracolo, Confucio, la
guerra, stratagema, strategia, antistoria della filosofia, Heidegger,
Wittgenstein, l’unconscio, Whitehead, Grice on east and west, Staal, ‘those in
a position to know’ – metafisica, greco-latina, Heidegger citato par Arena,
Leonardo Arena, Leonardo Vittorio Arena. Cinese, linguaggio, la filosofia del
linguaggio di Novalis, Gozzi, libretti di Butterfy, Turandot, Isis, L’Oracolo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice ed Arena,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aresandro: la setta di Lucania -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Lucania). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide, a Pythagorean. Aresandro. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Aresandro,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aresa: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Crotone). Filosofo italiano. A
Pythagorean. According to lamblichus of Chalcis, he re-establishes the school
of Pythagoras, and Diodoro of Aspendus becomrd one of his students or
companions. He is also said to have previously fled from Crotone when it is
attacked by enemies of the Pythagoreans and seeks safety with friends at a
distance, but he would have had to have lived an extraordinarily long time for
both stories to be true. Although many identify A. with Aresandro of Lucania,
it may be that two separate stories and people have been confused, with the
earlier history belonging to Aresandrus and the later one to Aresa. Aresa. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Aresa,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Argentieri:
il deutero-esperanto – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract.
Grice: “It occurred to me that pirotese, as any other language, really, evolves:
there’s proto-pirotese, which in time becomes deutero-pirotese, and others
follow: trito-pirotese, tetarto-pirotese, pempto-pirotese, hector-pirotese,
hebdomo-pirotese, ogdo-pirotese, enato-pirotese, decato-pirotese,
endecato-pirotese, dodecato-pirotese. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Lingua
euratlantica. L'integrazione linguistica euratlantica, Roma, Siderea. Questo
ingegnosissimo saggio d’A. agita il problema dell'unificazione delle lingue parlate nell'area euratlantica,
cioè dell'italiano, ecc., e propone una soluzione mediante l'integrazione, che
dove aver luogo con metodo rigidamente democratico. Tale metodo si articola in
un itinerario di tappe. Una prima tappa è la normalizzazione delle singole
lingue mediante la semplificazione e il fissaggio della grammatica fondamentale
comune e la valorizzazione del patrimonio comune vocabolaristico. La seconda
tappa è l'assimilazione dell’italiano e l’altri lingue col rendere comune anche
la grammatica complementare. La terza tappa è l'arrivo alla costituzione d’una
lingua atlantica. In questa lingua c’eun largo fondo comune di parole uguali,
ugualmente scrite e pronunciate – cf. Grice on ‘suit’ pronounced as ‘soot’ ---
which irritated him. C’e una struttura comune grammaticale (morfo-sintattica) e
sintattica; e c’e divergenze soltanto nelle parole di radice strettamente
latina, le quali però sono unificate rispettivamente alla lingua di cui sono
proprie. La quarta tappa è quella finale, in cui anche il dizionario atlantico
si sono compenetrati, dando luogo al prevalere di una parola piuttosto che di
un'altra nell'ambito delle masse delle lingue integranti, in modo da aversi UNA
LINGUA SOLA, COMUNE, ai milioni di uomini dell'area. La lingua, applicando tutti i suggerimenti
d'A., puo essere un fatto compiuto in breve tempo; e ricca, varia, piacevole,
adatta alle esigenze della vita moderna, cara a tutti, perchè ottenuta senza
offendere i sentimenti nazionalistici di nessun popolo. Come si vede, anche nella sua scarna
linearità, l'idea d'A. è estremamente suggestiva e meritevole dell'attenzione dei
filosofi come H. P. Grice e i suoi sequaci – ‘e meglior dal deutero-esperanto’
-- degli studiosi, dei politici, e dei tecnici. Nome compiuto: Emanuele Argentieri.
Argentieri. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
ed Argentieri,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; osia, Grice ed Ario – filosofia italiana – Roma – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Insegnante di filosofia d’OTTAVIANO
(vedasi). A. è un cittadino di Alessandria d'Egitto. OTTAVIANO (vedasi) lo
stima talmente tanto che, dopo la conquista di Alessandria, dichiara di aver
risparmiato la città solo per il bene d’Ario. Secondo Plutarco, Ario suggere ad
Ottaviano di giustiziare Cesarione, il figlio di Cleopatra e Giulio Cesare, con
le parole οὐκ αγαθὸν πολυκαισαρίη "non è bello avere troppi Cesari",
un gioco di parole basato su un verso d’Omero. A., come i suoi due figli
Dionisio e Nicanore, insegnano filosofia ad OTTAVIANO (vedasi).Viene spesso
citato da Temistio, il quale afferma che Ottaviano lo considerava meritevole
quanto Agrippa. In Quintiliano si scopre che A. scrive o insegna anche
retorica. Si tratta probabilmente dello stesso A. la cui Vita era nella parte
finale mancante delle Vite di Diogene Laerzio. Ario Didimo viene solitamente
identificato con l'Ario le cui opere vengono citate a lungo da Stobeo, e che
sintetizzano lo stoicismo, la scuola peripatetica ed il platonismo. Il fatto
che il nome completo sia Ario Didimo lo sappiamo grazie ad Eusebio, il quale
cita due lunghi passaggi della sua visione stoica del dividno; la
conflagrazione dell'universo; e l'anima. Plutarco, Ant., Apophth.; Cassio Dione;
Giuliano, Epistles; comp. Strabone. Braund at al, Myth, history and culture in
republican Rome: studies in honour of Wiseman, University of Exeter Press, La
frase originale era οὐκ αγαθὸν πολυκοιρανίη " cioè "Non è bello avere
troppi capi" o "il regno di molti è una brutta cosa" (Omero,
Iliade). "polukaisarie" è una variante di "polukoiranie".
"Kaisar" (Cesare) sostituisce "Koiran(os)", che significa
"capo". Sventonio,
Augustus, Temistio, Orat., Quintiliano, iComp. Seneca, consol. ad Marc. 4;
Eliano, Varia Historia; Suda; Richard Hope, The book of Diogenes Laertius: its
spirit and its method, Inwood, The Cambridge Companion to the Stoics, Cambridge
^ Eusebio, Praeparatio Evangelica, Pomeroy, A. Epitome of Stoic Ethics. Texts
and Translations; Graeco-Roman. Atlanta, GA: Society of Biblical Literature, Inwood,
e Gerson, Hellenistic Philosophy. Introductory Readings, Hackett Publishing
Company, Indianapolis/Cambridge; Fortenbaugh, W. On Stoic and Peripatetic
Ethics: The Work of A. Didymus. Transaction;
A. Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Modifica su Wikidata Andrea Ferro, A. in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, A. Didimo, in Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Arìo Dìdimo, su sapere.it, De Agostini. Opere di A.
Didimo, su Open Library, Internet Archive. Eusebio di Cesarea, Praeparatio
Evangelica, Portale Biografie Portale Filosofia Categorie: Filosofi
romani Filosofi Romani Alessandrini di epoca romana Stoici PORTICO. Nome
compiuto: Ario Didimo. Ario. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice ed Ario,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Arione: la setta di Locri -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Locri). Filosofo italiano. A Pythagorean
visited by Platone. Arione. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice ed Arione” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristea: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo italiano.
According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Aristea was a
Pythagorean. Aristea. Refs.: Luiigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice ed Aristea,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristeneto – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Nizza). Filosofo italiano. A pupil of Plutarco. Aristeteneto.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed
Aristeneto,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristeo: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Crotone). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide, a pupil of Pythagoras. When Pythagoras died, Aristeo became his successor ad
married his widow, Theano. Fragments of a work on harmony are attributed to
him. Legend has it that he married Pythagoras’s widow, herself the daughter of
Brontino. There is however, some confusion over this. According to another
tradition, it was Brontino who married Pythagoras’s widow. Still according to a
yet another tradition, the woman was Pythagoras’s pupil, not wife, whom
Brontino married. Schuler argues that there were actually two women involved,
perhaps mother and daughter. This convolution is one of the main reason why
Oxford is not co-educational. Aristeo.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Aristeo,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristide: la setta di Reggio -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Reggio). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Aristide was a Pythagorean. Aristide.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Aristide,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristippo: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Aristippo was a Pythagorean.
Aristippo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed
Aristippo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristo – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He specialised in legal philosophy.
Plinio (si veda) Minore describes him as a man of great wisdom, and superior in
virtue to all the philosophers of his time. Aristo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice ed Aristo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristo – Roma –filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. The brother of Antioco and a friend
of Brutus. Aristu was said to hae been an inferior philosopher to his brother,
but a wholly admirable individual. Aristo.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Aristo,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristocleida: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. According
to Giamblico of Calcide (“Vita di Pitagora”),
a Pythagorean. Aristocleida. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice ed Aristocleida,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristocle: il Lizio a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member of the Lizio, studied at
Rome under Erode Attico. Tito
Claudio Aristocle. Aristocle. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice ed Aristocle,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristocrate – Roma – filosofia italiana. – Luigi Speranza – Filosofo italiano. Regarded as an accomplished philosopher, a man of
great learning, and someone who lead a pious life. A puil of Lucio Anneo
Cornuto and a friend of both Persio and Agatino. Petronio Aristocrate. Aristocrate. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Aristocrate,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristocrate: la setta di Reggio -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Reggio). Filosofo italiano. According to
Giamblico di Calcide, Arisocrate was a Pythagorean. Aristocrate. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Aristocrate,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristodoro: all’isola -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo italiano. Aristodoro was the recipient of the
tenth letter of Platone – but we do not if he responded to it. In the letter,
Plato credits Aristodor as being a “philosopher” himself. Aristodoro. Refs. Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice ed Aristodoro,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristomene: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Aristomene was a Pythagorean. Arostomene.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Aristomene,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristone – Roma – filosofia italiana – Filosofia del principtao --
Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A philosopher at Rome, attached to
the household of Marco Lepido. According to Seneca, A. used to engage in
philosophical discussions when travelling around in a carriage, leading a wit
to observe that he was obviously not a ‘peripatetic.’ Aristone. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice ed Aristone,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice ed Aristone: la setta di Ceo -- Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Ceos). Filosofo italiano. Ariston of Julii after the town on
Ceos. Aristone. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Aristone,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Aristosseno – Roma – la scuola di Taranto – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Taranto, Puglia. How to live the good life. A. filosofo italo Dice A. che il vero amore del bello
sta nelle attività pratiche e nelle scienze; perché l'amare e il voler bene
hanno inizio dalle buone usanze e occupazioni, così come, nelle scienze ed
esperienze, quelle buone ed oneste amano davvero il bello; mentre ciò che dai
più è detto amore del bello, cioè quello che si manifesta nelle necessità e nei
bisogni della vita è, se mai, la spoglia del vero amore.» (Stobeo,
Florilegio) Filosofo antico, peripatetico e scrittore di teoria
musicale. Ritratto immaginario d’A. Figlio di Spintaro, allievo di Socrate,
è da questi e dal padre avviato alla musica – come H. P. Grice -- e alla
filosofia. S'interessa alla dottrina pitagorica, per poi diventare
discepolo di Lampo Eritreo, di Senofilo e infine uno dei principali allievi d’Aristotele:
infatti ebbe l'incarico di tenere nella sua scuola lezioni di musicologia.
Aspira alla successione del maestro e la nomina di Teofrasto alla direzione
della scuola peripatetica, dopo la morte di Aristotele, è la profonda delusione
della sua vita. Infatti si trasfere a Mantinea, una città del Peloponneso
famosa pella diffusione della musica, dove vive per molti anni, ha molti
discepoli detti Aristosseni ed è consigliere del re Neleo. Qui scrive due
opere, Il carattere dei Mantinei e l'Elogio dei Mantinei. Opere. Secondo
Suda, A. scrive 453 saggi, molte delle quali sulla musica, per la quale divenne
autorità indiscussa. In base ai frammenti, le opere d’A. possono essere divise
in vari gruppi. In primo luogo, A. si dedica – come H. P. Grice --, sulle
orme di Aristotele, allo studio delle teorie pitagoriche, con opere come la
Vita di Pitagora (Πυθαγόρου βίος, fr. Wehrli); Su Pitagora e i suoi allievi
(Περὶ Πυθαγόρου καὶ τῶν γνωρίμων αὐτοῦ, fr. Wehrli); La vita pitagorica (Περὶ
τοῦ Πυθαγορικοῦ βίου, fr. Wehrli); Massime pitagoriche (Πυθαγορικαὶ ἀποφάσεις,
fr. Wehrli). L'attenzione alla dimensione educativo-pedagogica è
testimoniata dalle Leggi educative (Παιδευτικοὶ νόμοι, fr. Wehrli) e dalle
Leggi politiche (Πολιτικοὶ νόμοι, fr. Wehrli). Numerose sono anche le sue
biografie: Vita di Archita (Ἀρχύτα βίος, fr. Wehrli); Vita di Socrate
(Σωκράτους βίος, fr. Wehrli); Vita di Platone (Πλάτωνος βίος, fr. Wehrli); Vita
di Teleste (Τελέστου βίος, fr. Wehrli), sul poeta ditirambico. Dove,
però, A. lascia una duratura impronta è la teoria della musica, con opere come
Sui tonoi (Περὶ τόνων), di cui resta una breve citazione nel commentario di
Porfirio agl’Armonica di Claudio Tolomeo; Sulla musica (Περὶ μουσικῆς, fr.
Wehrli); Ascolto della musica (Μουσικὴ ἀκρόασις, fr. Wehrli); Su Prassidamante
(Πραξιδα .μάντεια, fr. Wehrli); Sulla melica (Περὶ μελοποιίας, fr. Wehrli);
Sugli strumenti (Περὶ ὀργάνων, fr. Wehrli); Sugl’auloi (Περὶ αὐλῶν, fr.
Wehrli); Sui flautisti (Περὶ αὐλητῶν, fr. Wehrli); Sui fori degl’auloi (Περὶ αὐλῶν
τρήσεως, fr. Wehrli); Sui cori (Περὶ χορῶν, fr. Wehrli); Sulla danza della
tragedia (Περὶ τραγικῆς ὀρχήσεως, fr. Wehrli); Comparazioni (Συγκρίσεις, fr.
Wehrli); Sui poeti tragici (Περὶ τραγῳδοποιῶν, fr. Wehrli). Infine,
tipicamente erudite sono le Miscellanee simposiali (Σύμμικτα συμποτικά, fr. Wehrli);
Memorabilia (Ὑπομνήματα), Memorabilia storici (Ἱστορικὰ ὑπομνήματα),
Memorabilia in breve (Κατὰ βραχὺ ὑπομνήματα), Note miscellanee (Σύμμικτα ὑπομνήματα),
Note sparse (Τὰ σποράδην): Wehrli. A noi sono giunti gl’elementi di armonia (᾿Αρμονικά)
divisi in tre libri: nel primo, intitolato Principii vengono esposti la
definizione della scienza armonica e i suoi argomenti, quali la voce, acuto e
grave, intervalli, melodia, generi, suoni e tonalità. Nel secondo v’è una
introduzione filosofica, una presentazione innovativa delle caratteristiche
dell'armonia, una polemica contro gl’esperti di musica passati e
tradizionalisti. Il terzo libro inizia con l'approfondimento degli intervalli e
s'interrompe sulla parte intitolata Elementi. Interessa rilevare negli scritti
d’A. la presenza più o meno esplicita di un pensiero estetico: un'idea di quel
che sia o come debba essere intesa l'opera d'arte musicale. Alla musica
attribuì un notevole influsso etico ed educativo, ma anche un uso
terapeutico: il vero amore del bello sta nelle attività pratiche e nelle
scienze; perché l'amare e il voler bene hanno inizio dalle buone usanze e
occupazioni, così come, nelle scienze ed esperienze, quelle buone ed oneste
amano davvero il bello; mentre ciò che dai più è detto amore del bello, cioè
quello che si manifesta nelle necessità e nei bisogni della vita è, se mai, la
spoglia del vero amore. -- Stobeo, Florilegio. A. applica alla musica il
duplice metodo, sperimentale e teorico, di chiara influenza del lizio, tanto da
scrivere che i pitagorici usano medicine per purificare il corpo e musica per
purificare la mente. Abbina questi studi allo sviluppo della dottrina
dell'anima come armonia del corpo, perfezionando gl’astratti presupposti
dell'aritmetica pitagorica coll'osservazione attenta dei fenomeni del suono. È,
tra l'altro, andata perduta un'opera di A. intitolata Sull'ascoltare musica,
nella quale pare si sostenesse il carattere necessariamente attivo di questa
operazione, che richiede un vigile e assiduo confronto tra i suoni passati – H.
P. Grice: “I am hearing a sound” – “I am hearing a noise” -- e quelli presenti
e futuri. Ossia, A. riconosce la funzione fondamentale della MEMORIA – cf. H.
P. Grice on LOCKE -- nell'intelligenza della musica, come risulta da un
paragrafo degl’Elementi di armonia. Di queste due cose, invero, la musica è co-esistenza:
SENSAZIONE E MEMORIA – H. P. Grice, “Personal identity”: “I am hearing a noise”
-- Bisogna infatti sentire ciò che accade e RICORDARE ciò che è accaduto. Grazie
a Plutarco sono giunte fino a noi altre parti del modello musicale elaborato d’Aristosseno,
il quale è consapevole che la musica non puo essere limitata a una ri-creazione
scientifica e nemmeno a un gioco di sensazioni, bensì alla riuscita di tutte le
sue parti, dalle parole ai ritmi e ai suoni, e il compito del genio è quello di
creare le corrispondenze fra questi elementi, attraverso un lavoro di sintesi.
Il compito dell'ascoltatore, secondo le teorie d’A. è quello di ricostruire
l'opera stessa e se la fusione è esaustiva, in qualche modo l'opera esiste. Secondo
la Cronaca eusebiana. Suda, s.v. Μαντινέων ἔθη, fr., I, rr. Wehrli. Μαντινέων ἐγκώμιον, fr., I, rr. Wehrli.
^ Il riferimento è all'edizione di F. Wehrli, Die Schule des Aristoteles, A.,
Basel/Stuttgart con il testo greco dei frammenti e commento in tedesco.
Dizionario di Musica", di Corte e Gatti, Torino, voce "A.". Huffman (ed.), A. of
Tarentum: Discussion, New Brunswick – London; Gibson, A. of Tarentum and the Birth of
Musicology, New York, Routledge, Visconti, A. di Taranto. Biografia e formazione spirituale, Napoli; Wehrli,
Die Schule des Aristoteles, A., Basel/StuttgartA., Treccani.it – Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A. di Taranto, in Dizionario di
filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
A., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Opere di
Aristosseno, su Open Library, Internet Archive. A., in Enciclopedia Italiana,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Trattato di armonica di A. di
Taranto, su users.unimi.it. Portale Biografie Portale
Filosofia Portale Magna Grecia Portale Musica Spintaro compositore
e filosofo greco antico Clearco di Soli filosofo cipriota De
audibilibus opera dello Pseudo-Aristotele. Aristosseno. Keywords: Ravel,
Pavane, Mahler, Wagner. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice ed Aristosseno,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Armetta: all’isola – FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO. l’implicatura
conversazionale del dialogo – la scuola di Palermo -- filosofia italiana –
filosofia siciliana – Luigi Speranza (Palermo). Filosofo siciliano. Filosofo
italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Armetta; he is into ‘dialogue,’ I am
into conversation. I once suggested to Strawson that he should write a
dissertation on the distinction betweehn dia-logos and cum-versatio, but he
said that ‘converse’ is used to mean ‘make out’ in the Bible, while ‘dialogue’
ain’t!” Principale
allievo di Santino Caramella, di cui cura il lascito. Si è laureato in Filosofia presso l’Palermo
con Santino Caramella, di cui è diventato subito assistente universitario. Con
lui e gli altri allievi e collaboratori ha fondato la rivista di filosofia
«Dialogo» (1964-1974); dal 1960 al 1992 ha insegnato nei licei di stato (per un
lungo periodo di tempo presso il Liceo Ginnasio Vittorio Emanuele II); insegna
presso la Pontificia Facoltà Teologia di Sicilia «San Giovanni Evangelista»,
prima come docente incaricato di Dottrine filosofiche e fino al 2004 anche di
Logica; ha fatto parte della segreteria della Rivista della Facoltà per un
decennio fino al 1998 e sin dall’anno accademico 1985 è Segretario Generale
della medesima Facoltà. Il pensiero di
Armetta è una rilettura del neoidealismo crociano e gentiliano sulla base dello
spiritualismo cristiano. I suoi studi sono rivolti soprattutto alla storia del
pensiero filosofico e teologico in Sicilia, e sono culmila curatela del
monumentale Dizionario Enciclopedico dei pensatori e dei teologi di
Sicilia. Altre opere: "La filosofia
del volere da Omero a Platone”; “Storia e idealità in S. Kierkegaard”; “L’uomo
come natura”; “Guida agli scritti di Santino Caramella”; “Teoria e pratica in
Santino Caramella”; “Caramella e Gobetti. Un rapporto oscurato”; “Il Carteggio
Caramella-Croce”; “Il carteggio tra Caramella e Radice”; “Per una società in
dialogo”; “Il pensiero filosofico in Sicilia”; “Elementi di ideologia”;
“Istituzioni ideologiche”; “Rosario La Duca. Guida agli scritti”; “La toponomastica
di TerrasiniFavarotta”; Dizionario enciclopedico dei pensatori e dei teologi di
Sicilia. Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma); “Dizionario enciclopedico dei
pensatori e dei teologi di Sicilia. Dalle origini al sec XVII (Sciascia Editore,
Caltanissetta-Roma). Riconoscimenti Papa Benedetto XVI lo ha insignito del
titolo di Cavaliere Commendatore dell'Ordine di S. Silvestro. Caltanissetta,
Sciascia Editore,. Filosofia Filosofo del XX secoloFilosofi italiani Professore
Palermo. Nome compiuto: Francesco Armetta. Keywords: dialogo, fascimo
filosofico, filosofi del fascism, croce e caramella – il carteggio curato da
Armetta, presenza di Caramella nel primo convegno a Milano, dialogo,
implicatura dialettica, Caramella e Giobetti, storia della filosofia italiana,
filosofia politica nella Italia del primo novecento, la metafisica del dialogo
in Vico. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Armetta,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Arnoufi – Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo
italiano. A philosopher. His talents extended to magic. He conjured up a storm
for the Romans at a time when they were short of water. Arnoufi. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice ed Arnoufi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Arriano: il portico a Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza – (Roma). Scolaro di Epitteto. Nome
compiuto: Lucio Flavio Arriano. Arriano. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Arriano,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Arrighetti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Firenze). Abstract. Grice:
“It was when giving the seminars at Oxford on conversation when I realised that,
as for the ‘fgures of rhetoric,’ as identified by Aristotle and systematized
by, among others, Arrighetti, my idea of ‘implicature’ covered them all!” Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I
like Arrighetti: his forte was Aristotle’s rhetoric, and he was very popular
with the Accademia degli Ardenti, and later with a subgroup of this, The
Accademia degli Svelati (which later merged with the Accademia dei Lunatici);
his other forte was the distinction between ‘oratio’ and ‘oratio vvocalis’ –
“Os” is of course Romann for ‘mouth’ – but figuratively for ‘linguaggio’ –
(after all, the tongue is IN the mouth). I happen to prefer ‘mouth,’ because
Roman ‘os’ is related to ‘essere’: you are who you are, i.e. you exist, because
you can breathe through your mouth. Appartenente a una nobile famiglia
fiorentina, studia la lingua greca e le filosofie Aristotelica e Platonica a Pisa
e Padova. Dedicatosi agli studi teologici, venne ascritto al corpo dei teologi
dell'università fiorentina. Urbano VIII, che ha molta stima per A., lo crea canonico
penitenziere della cattedrale di Firenze e esaminatore sinodale, posizione che
mantenne fino alla morte. È uno dei membri più illustri dell’accademia
Fiorentina e di quella degl’alterati fra i quali si chiama Fiorito. Altre saggi: “La rettorica d’Aristotele e
Cicerone spiegata” (Firenze); “La
Poetica d'Aristotele, spiegata” (I Svogliati, Pisa), “Il Piacere” (Firenze);
“Il riso” (Firenze); “L’ingegno” (Firenze), “L’onore” (Firenze); “Vita di S.
Francesco Saverio estratta dalle relazioni, fatte in Concistoro da Francesco
Maria Cardinale del Monte”, “Sermoni sacri, volgari e latini fatti in varie
chiese e compagnie di Firenze”; “Opere spirituali”; “L'Orazione vocale e
mentale”; “Tractatus de iis quae necesitate medii et precepti credenda sunt”. Note Arrighetti (Philippe), in: Louis Gabriel
Michaud: Biographie universelle ancienne et moderne, A., Filippo. In:
The Biographical Dictionary of the Society for the Diffusion of Useful
Knowledge, sg. A. (Philippe), in: Nouvelle biographie
générale, 1852–66, 3358 Arrighetti,
Filippo. In: The Biographical Dictionary of the Society for the Diffusion of
Useful Knowledge, sg. Biografie Biografie Cattolicesimo Cattolicesimo Filosofia Categorie: Religiosi
italiani Filosofi italiani Filosofi italiani Grecisti italiani Firenze
PadovaTraduttori dal greco all'italiano. RETTORICA
E POETICA D'ARISTOTILE TRADOTTE E SPIEGATE. PROLOQVII NELLA RETTORICA D'ARISTOTELE
RECITATI NELL'ACCADEMIA DELLI SVEGLIATI IN PISA. RAGIONAMENTO I. De principii
vniversali dell'arte. Prooemium. E' lodevol'usanza di tutti i buoni espositori
et massime di quelli d'Aristotele proporr'alcuni capitoli dal principio di
qualunque trattato ch'eglin si metton ad esporre, i quali da lor son detti
prolegomeni, o ver proloquii, molt'utili reputati non senza legittima cagione,
per chiarezza et intelligenza delle cose che si deven trattare, et molti son
questi de quali si fa maggior o minor copia secondo la qualità de trattati
parte nascenti dalla natura delle cose da insegnarsi, parte da varii accidenti
onde si vede che questa, per non dir come tropp'alta et forse troppo oscura ma
al men come lontana dalla prattica, è stata involta 'n un tenebroso silenzio.
Pregoti dunque benigno uditore, poich'io solco mar non troppo cognito, che tu
aiuti questo mio corso con l'aura benigna della tua attentione. Quel
ch'inducesse li huomini et quando a ritrovar l'arti. E' cosa manifesta a
ciascheduno che l'huomo è composto di due parti principali, d'anima et di
corpo. L'anima divina et immortale et per se stessa aspirante a cose alte et
elevate: ma per esser racchiusa nel profondo del corpo nostro, tale che non può
senza l'aiuto suo sostenersi, il ch'è la vita nostra. Hebben acconcia la terra,
onde potessen nutricarsi et altresì provedut'onde commodamente vivesseno, si
dieden alla contemplazione. Et tanto basti haver detto dell'occasion del
ritrovar l'arti, et del tempo in che elle si ritrovarono. Trattano i
logici e metafisici della diffinizione ma con esquisitezza singulare mostrando
che la diffinitione è una oratione, la quale dichiara la essenza et natura
della cosa, et questa da loro si compone di genere et differenze. Ma havendoci
noi proposto di ragionar di quelli che son più oscuri et manco trattati da
professori della Rettorica, che son chiaramente quelli di cui già habbiam
discorso. Poscia che havuto fine il nostro proposito, porrem anchor noi fine al
nostro ragionamento. Camminando su l'orme de discorsi fatti sin a qui sì
in generale, sì in particolare sopr'il negozio rettorico acciocché si proceda
secondo l'ordine della natura, che è cominciando prima delle cose prime, andrem
ritrovando il fine a cui s'indirizza questa professione, o ver arte che dir la
vogliamo. Però essend'egli parte della felicità, vien ad esser ancho parte del
fine humano. Insin a qui habbiam vedut'in quanti modi si piglia il diletto, et
non ha dubbio alcuno ch'un di questi si convien alla poesia; hora è da veder
quale et come, et scior le dubitazioni ch'intorn'a ciò accadesseno. Dice
Aristotele l'imitazione esser una delle principali cagioni della poesia et noi
poco fa l'habbiam posta come fine. Adunque terremo per fermo che l'imitazione
co'l metro habbin dat'origine alla poesia et che le sien la vera essenza di
quella. Del suggetto della poetica. S'egli è vero quel che noi habbiam
determinato ne discorsi rettorici essend'il suggetto quel ch'è capace della
forma che intende d'introdur l'artefice et ove s'impiega l'opera del poeta,
tutta rigirandos'intorno a questo che s'imiti alcuna attione è necessario dir
ch'ella sia il suo suggetto. Et vedesi che s'è ben dato qualche condimento
all'arti et alla filosofia mediante il verso come fecen molti scrittori innanzi
a Platone Anassagora GIRGENTI (si veda) ET APPRESS'I LATINI LUCREZIO et di
medicina da Q. Sereno et altri la qual'usanza non è stata approvata né seguita
da maestri delle scienze et pur le cose da loro eran trattate co' principii
proprii, cosa molt'alieno dal sentimento et processo poetico. Che sorte
d'arte sia la poetica. Dell'unità dell'arte poetica. Dell'origine della poesia.
Del furor poetico. Quel che nel poeta possa più l'arte o la natura. Due son le
parti del ben poetare come di esercitar ben tutte l'arti et professioni, l'una
è l'ingegno, l'altra il giudicio, perché ogni buon opera debbe esser regolata
da buon giudicio. Ma si com'il giudicio non ha luogo ove non è l'invenzione, sì
anchor l'invenzione senza giudicio è cosa poc'artifiziosa et casuale. Della
Rettorica d'Aristotele libro primo. La Rettorica ha convenienza con la
dialettica trattando l'una e l'altra di quelle cose le quali communemente da
tutti in un certo modo si conoscono, né si riferiscono ad alcuna determinata
scienzia. Di qui è che tutti gli huomini in qualche modo dell'una o dell'altra
partecipano, conciosiache tutti infino a un certo termine sappino arguire e
rispondere, e difendere e accusare. Noi dunque (disse colui) domanderemo che
voi giudici stiate a le cose che con il giuramento havete sententiato, et noi
ci staremo? Anchora le altre cose simili che appartengono all'amplificatione.
Et questo basti haver detto quanto alla fede senza artificio. Sommario del
primo libro della Rettorica d'Aristotele. La Rettorica è distinta da Aristotile
in tre libri. Nel primo narra le cose communi a i tre generi dell'oratione, i
quali distinguendosi in deliberativo, dimostrativo e giudiziale, dichiara le
propositioni et il fine di ciascheduno. Intorno a quai modi allega Aristotile i
precetti di trattare de giuramenti. E così pon fine alle fedi et al primo libro
della Rettorica. Seguendo di ridurre in breve le cose principali del 2°
libro della Rettorica d'Aristotile diremo avanti come in questo libro
Aristotile tratta de gli affetti dello animo, de costumi. Termina poi questo libro
annoverando le cose egli ha trattato nell'ultima parte et proponendo la materia
del 3° libro che resta a perfettionare questa arte, cioè la locutione et
dispositione. Sommario del terzo libro della Rettorica. Nel terzo libro
della Rettorica si contengono come dicemmo da principio due cose principali che
sono gli ornamenti della oratione con le parti di essa. Comprende dunque
l'epilogo la benevolenza dell'uditore, la amplificatione, la commotione degli
animi et l'essamenatione delle cose dette. Lettione. Proemio nella
Rettorica d'Aristotele. Se dalle operationi si conosce la nobiltà della cosa
niuna è più propria a manifestare l'eccellenza dell'animo nostro che
quell'istessa la quale da gl'animali irragionevoli ci fa differenti. E' l'huomo
mercé della divina bontà di molti doni dotato; onde secondo il Filosofo
mediante la parte intellettiva vive sempre desideroso di conoscere la verità.
Et Quintiliano seguitando Cicerone afferma che quest'opera è come un germoglio
della civile filosofia. Et questo basti haver detto circa i preloquii della
Rettorica. Qui fa fine Aristotile al trattato delle fedi senz'artificio et al
primo libro della sua Rettorica. Intorno all'espositione della quale mi sono
affaticato, per dar maggior luce et agevolezza a voi più giovani accademici
nell'apprender da questo famoso filosofo i precetti dell'arte poetica. Il fine
della dichiaratione del primo libro della Rettorica. Proloquii nella Rettorica
d'Aristotele. Proemio. E' lodevol cosa di tutti i buoni espositori et massime
di quelli d'Aristotele proporr'alcuni capitoli dal principio di qualunque
trattato che eglin si metton ad esporre, i quali da lor son detti prolegomeni,
o ver proloquii, molt'utili reputati non senza legittima cagione, per chiarezza
et intelligenza delle cose che si devon trattare, et molti son questi de quali
si fa maggior o minor copia secondo la qualità de trattati. Onde si vede che
questa, per non dir come tropp'alta et forse troppo oscura ma al men come
lontana dalla prattica, è stata involta 'n un tenebroso silenzio. Pregoti
dunque benigno lettore, poich'io solco mar non troppo cognito, che tu aiuti
questo mio corso con l'aura benigna della tua attentione. Quel che nel
poeta possa più l'arte o la natura. Delle parti del poema. Della poetica come
metodo. Delle parti della poesia come metodo. Ne metodi ben ordinati il
principio e comincia dalle cose che per ordine di natura procedono et questo
ordine è di più maniere perché o egli è di perfettione, o di origine. Resta
solo per dar fine a questo trattato che noi aggiunghiamo le considerazioni
della musica delle quali col tempo piaccendo a dio da cui ogni mia attione
riconosco, un'altra volta ne scriveremo. Magl. Cl. Rettorica e Poetica
d'Aristotile tradotte e spiegate d’A. canonico fiorentino. Il testo del
vol. I.com. con questo titolo, Proloquii nella Rettorica del LIZIO recitati ai
svegliati in Pisa. Cart., autogr., in fol. Leg.in mezza membr. Già della
Bibl. Mediceo. Palatina. Precede il vol. I la tavola delle materie (lezioni,
proloqui e versioni). (Magl.CI). Il titolo è di a Lezioni, relazioni e ricordi
varii. Ma il vol.contiene "Lettione del Piacere recitata nell'Accademia
degl'Alterati da Filippo A. accademico detto il Fiorito Del Riso del medesimo. Lezione
sull'In gegno, del medesimo. Notitiaetincontridelviaggiodel R. card. di Firenze
Legato in Francia. Propositi tenuti da S. M. tả (Enrico iv] alli signori del
suo Parlamento in presenza del suo Consiglio et de Duchi et Padri di Francia. «
Lettera in materia delle cose di Francia e de Ghisi. « Lettera del Re di
Navarra [Enrico iv) ai tre Stati del Reame di Francia. Cart., infol., sec.XVII,
autogr.dafol.1-6,f.79. Leg. inmezza membr.Proviene dalla Bibl. Mediceo-Palat.
(Magl.CI.. MAZZATINTI Manoscrilli delle biblioleche d'Italia. (Carlo di Tommaso
Strozzi, at: interlocutori Saccentee Frinfri— «Ricordian l'Alchimia u
tichi. Autore Iac. Petriboni fiorentino. Precede na nota dei Gonfalonieri di A.. Keywords: il
piacere, lista di figure rhetoriche Accumulazione
Adynaton Agnizione Allegoria Allusione Anacoluto Anadiplosi Anagramma Analogia
(retorica) Anastrofe Anfibologia Annominazione Antanaclasi Anticlimax Antifrasi
Antilogia Apagoge Apallage Aprosdoketon Arcaismo B Baritonesi C Cacofemismo
Cacofonia Captatio benevolentiae Catacresi Catafora (figura retorica) Chiasmo
(figura retorica) Clavis aurea Climax (retorica) Concinnitas Correctio D Deissi
Diafora Dialefe Dialisi (figura retorica) Diallage Diastole (retorica) Dieresi
Difrasismo Dilogia Disfemismo Distribuzione (figura retorica) Dittologia E
Ekphrasis Ellissi (figura retorica) Ellissi temporale Enallage Endiadi Endiatri
Enfasi Engo Enjambement Entimema Enumerazione Epanadiplosi Epanalessi Epanodo
Epanortosi Epicherema Epifora (figura retorica) Epifrasi Epitesi F Fallacia
patetica Figura di stile Figura etimologica Figure di suono H Hysteron proteron
I Iato Invettiva Ipallage Iperbato Ipocoristico Ipofora Ipotassi Ipotiposi
Ironia Isocolon K Kakekotoba Kakemphaton Kenning L Latinismo Leixaprén M Merismo
Metalessi Metalogismo Metanoia Metasemema Metatassi N Nemesi storica Neologismo
Noema O Occupatio Olofrase Omeoarco Omeottoto Omoteleuto Onomatopea P
Palindromo Palinodia Panegirico Paradosso Parafrasi Paragone Paraipotassi
Parallelismo Paraprosdokian Paratassi Parequema Paretimologia Parodia Paromeosi
Paronimia Paronomasia Patronimico Pleonasmo Polisemia Polittoto Premunizione
(figura retorica) Priamel Prolessi R Reduplicazione S Sarcasmo Scarto semantico
Senhal Sillessi Similitudine (figura retorica) Simploche Sinafia Sinalefe
Sinchisi Sincope (linguistica) Sineddoche Sineresi Sinestesia Sinonimia Sistole
Tautologia Tmesi Truismo Umorismo Understatement Variatio Zeugma tipi di discorsi,
discorso dimonstrativo, discorso deliberative, discorso di giudizio,
imitazione, ornamentation, parte dell’orazione, giovinetti, rettorica per
giovinetti, dialettica a la sua convenienza colla rettorica, rettorica come
arte, dialettica come arte, l’arte di conversare, filosofia civie, rispondere,
argomentare, il fine della retorica, le la rettorica distinta in tre parti,
demostrazione, giudizio, buon giudizio, deliberazione, albero della retorica,
luoghi retorici, il fine della poesia e il diletto, animale ragionabile,
animale non-ragionabile, lucrezio, cicerone, quintiliano, il dire dilettevole,
la benevolenza dell’oratore, la benevolenza del conversante, la benevolenza
dell’auditore, la benevolenza dell’audienza, principi di rettorica, cicerone
sulla rettorica di Aristotele – l’aristotele toscano, aristotele per i platonici
di fiorenze, del piacere, della lussuria, dell’onore, dell’ingegno, del riso –
Bergson – la felicita come fine – arte e natura – poetica come arte, il poeta e
la natura – l’imitazione come fine della poetica, la filosofia e la rettorica.
Rettorica e dialettica, universalita fra i uomini, la villa di Giulio di
Filippo Arrighetti. Nome compiuto: Giulio di Filippo Arrighetti, canonico,
detto il Fiorito – pseudonimo, figura retorica. Keywords: figura retorica. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Arrighetti,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Artemidoro – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza. Filosofo
italiano. Expelled from Rome. A close friend of Plinio Minore, who admired him
greatly and supported him after he was one of the philosophers expelled from
Rome. Plinio describes him as a s a man of sincerity and integrity, as someone
ho lived a frugal and disciplined life, and as someone who faded physical
hardship with indifference. Artemidoro. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Artemidoro,” The Swimming-Pool
Library, Villa Liguria, Italia.
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