LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z A AL
Luigi Speranza -- Grice ed Alcimaco: la setta di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), a pupil of
Pythagoras. Exiled from Crotone when the local population rose
against the Pythagoreans. His subsequent fate is unknown. Alcimaco.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alcimaco,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Alcio: i due ortelani -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. One of the two philosophers following what the Italians call the
“Orto” (the Garden) – the other was FILISCO (si veda) – expelled from Rome back
to where they came from – Athens -- *before*
the infamous embassy. Alcio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice ed Alcio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed
Alcmeone: la setta di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofo
italiano. According to
lamblichus of Chalcis, a pupil of Pythagoras. His main interest is in medicine,
and he regards health as a kind of internal balance. He studies perception and
believes that the eyes are connected with the brain, which is itself the centre
of emotion and thought. According to Diogenes L., he also writes on physics,
arguing that the soul is always in motion and the moon, planets and stars are
eternal (Barnes, Early Philosophy, Harmondsworth, Penguin) Guthrie, A History
Ancient Philosophy, Cambridge; Huffman, 'Alemaeon', The Stanford Encyclopedia
of Philosophy, Zalta. Medaglia. Quasi
tutte le informazioni superstiti circa lui sono state messe in discussione
dagli studiosi. Essi si sono chiesti se fosse un medico o un fisiologo
("impegnato ad indagare la natura"), se fosse un pitagorico o in
relazione con i pitagorici, se il suo atteggiamento fosse da qualificare come
empirico, se ha, primo in Occidente, praticato la dissezione del corpo umano,
se il ruolo centrale da lui attribuito - secondo le fonti dossografiche - al
cervello nel coordinare le sensazioni non è da ridimensionare. La revisione
critica delle testimonianze e dei frammenti di A. ha determinato di fatto il
superamento di tutti quegli entusiasmi, certamente prematuri, che vorrebbero il
crotoniate il padre dell'anatomia, della fisiologia, dell'embriologia, della
psicologia, della medicinastessa. Si è aperta, in tal modo, sul piano
metodologico, la via per una comprensione autenticamente storica della figura
di A., dimensionata nel tempo ed in situazione. Moltissimi frammenti dei testi
scomparsi, ma citati particolarmente da Teofrasto, sono stati raccolti da
Codellas e da questi è possibile evincere la sua filosofia. Si può pertanto
affermare che A. è il primo filosofo naturalista (Strata). Doty ha ripercorso
la storia per quell'epoca straordinaria di A., giungendo a concludere che le
sue scoperte devono essere considerate rivoluzionarie al pari di quelle di
Copernico e di Darwin. Da notare che il grande Aristotele nega i rapporti fra
cervello e fenomeni mentali in quanto toccando il cervello, non si hanno
sensazioni e il cuore è ultimo a morire, localizzando dunque qui le capacità
della mente. Dalla vita di A. non sappiamo molto. Aristotele riferisce che,
quanto all'età, A. è giovane quando Pitagora è vecchio. Tuttavia, il passo non
è contenuto in tutti i manoscritti né concordemente riferito dai commentatori
antichi. Contemporanei e diretti interlocutori di A. sono, secondo
Diogene L., Brontino, Leonte e Batillo; personaggi considerati da Giamblico
pitagorici. La sua patria viene dalle fonti identificata con Crotone. Il padre è,
secondo la tradizione dossografica, Períthos (Diog. Laert.; Clem. Alex.,
Strom.) Diogene Laerzio considera Alcmeone discepolo di Pitagora. Il suo
impegno avrebbe riguardato per lo più la medicina. Tra i fisiologi viene
annoverato da Teofrasto. Secondo il giudizio di Galeno, A., allo stesso modo di
Melisso di Samo, Parmenide di VELIA (si veda), Empedocle di GIRGENTI (si veda),
Gorgia di LEONZIO (si veda), Prodico e degli autori antichi in genere, scrive
un saggio, “Sulla natura”. Per Favorino e Clemente è addirittura il PRIMO a
comporre un discorso intitolato “Sulla natura”. La sola attestazione che fa
diretto riferimento ad A. come medicus è quella di Calcidio. Per il periodo
storico in esame, la distinzione tra fisiologia/filosofia e medicina risulta
essere non ancora strutturata – cfr. Grice: “We had the same problema at Oxford
for ages – which I old Strawson when he was appointed professor of
META-physical (‘trasnaturale’) philosophy!” -- Non solo la linea di
demarcazione fra questi due ambiti è fluida, ma all'interno dell'indagine
"sulla natura" confluivano sia lo studio della natura, che del corpo
umano e, più in generale, per gl’enti tutti, apprezzati e osservati nella loro
globalità. Il primo frammento pervenutoci di A. contrappone l'onniscienza certa
e immutabile degli dei alla scienza mutevole e ipotetica degl’uomini che
desumono le proprie tesi dai segni visibili nei corpi esaminati. Sulle cose
invisibili e sulle cose mortali solo gli dei hanno la certezza. Agl’uomini è
dato il congetturare. Non congetturare a caso delle cose più grandi. Tuttavia,
tale sapere non viene ancora associato alla filosofia. Il dossografo
Aezio attribuisce ad A. la teoria divenuta molto comune della salute come
equilibrio – “isonomia” -- tra elementi o proprietà (dynameis) opposte. A. dice
che la salute dura fintantoché i vari elementi, umido secco, freddo caldo,
amaro dolce, hanno uguali diritti (isonomia), e che le malattie vengono quando
uno prevale sugli altri (monarchia). Il prevalere dell'uno o dell'altro
elemento, dice, è causa di distruzione. La salute è l'armonica mescolanza delle
qualità (opposte). Maddalena in Giannantoni. Simile dottrina ricorre, altresì,
nel trattato ippocratico Sull'antica medicina. V'è infatti nell'uomo il salato,
l'amaro, il dolce, l'astringente, l'insipido e mille altre cose dotate di
proprietà diversissime sia per quantità sia per forza. Ed esse mescolate e
contemperate l'un l'altra né sono evidenti né causano dolori all'uomo; quando
però una di esse sia separata e permanga come sostanza a sé stante, allora
diviene evidente e causa dolori all'uomo. Opere di Ippocrate, Vegetti, Torino,
Utet. Nel riportare la dottrina dei pitagorici, secondo la quale le contrarietà
sono per essi principi delle cose che sono, Aristotele, dubita che all'origine
vi fosse stato un contributo determinante da parte di A.. Questi, ad ogni modo,
sostene che duplici sono per lo più le cose riguardanti l'uomo. A differenza
dei pitagorici – continua Aristotele – A. non define quali sono le contrarietà.
Nomina, pero, quelle che gli capitavano, bianco nero, dolce amaro, buono
cattivo, grande piccolo. Nel suo Commento al Timeo di Platone, Calcidio
rifere che A., esperto di questioni fisiche, è il primo che seziona animali
viventi. In particolare la sua attenzione si concentra a mostrare come sono
fatti gl’occhi. Secondo la testimonianza di Teofrasto, A. ha modo di
identificare determinati canali – “poroi” -- che conduceno la sensazione dall’organo
di senso (I pele II orecchie III naso IV lingua V occhi) al cervello,
descrizione che si riferisce ai fori dei nervi cranici. Dal punto di
vista storico, la critica più accorta riconosce come i canali, cui fa
riferimento Teofrasto, sono, per quel che concerne III l'udito e IV l'olfatto,
grosse strutture, quali i condotti delle narici e il meato uditivo esterno. Nel
caso I dell'occhio, tuttavia, le osservazioni effettuate da A. non riguardavano
esclusivamentestrutture esterne o di superficie. Molto è infatti frutto di una
conoscenza delle strutture retrostanti l'occhio. Il medico e fisiologo
crotoniate si può al riguardo desumere che ha in forma assai limitata e
circoscritta praticato su animali una recisione dell'occhio per mettere allo
scoperto le strutture retrostanti, che si dipartono alla volta del cervello. Infatti
descrive in maniera inequivocabile le vie ottiche (nervi ottici, chiasma e
tratti ottici), come riportato da Calcidio. Solo dopo Aristotele la dissezione
comincia ad imporsi, per diventare pratica assai diffusa e sistematica. Nel
complesso si può riconoscere che il primo impiego del coltello a vantaggio
della ricerca sulla natura risale ad A.. Questo rese possibile la scoperta del
collegamento nervoso tra l'occhio e il cervello e da avvio a riflessioni sulla
reale sede delle sensazioni in quest'ultimo organo. Di rilievo la testimonianza
di Teofrasto (De sensu). Tra quelli che non credono che LA PERCEZIONE nasca da
simiglianza è A.. Il quale prima di tutto definisce la differenza tra uomo ed
animali non razionale. L'uomo, A. dice, si distingue dagli altri animali perché
CAPISCE, mentre gl’altri animali PERCEPISCONO (potch) ma non CAPISCONO (cotch).
Per A., infatti, PERCEPIRE (potching) e CAPIRE (cotching) sono due attività
diverse, e non, come crede Empedocle di GIRGENTI (si veda) una sola e medesima
attività. Poi A. parla delle singole percezioni. Dice che udiamo con le
orecchie -- perché in esse è il vuoto. Questo vuoto, dice A., vibra, e cioè
emette un suono con la cavità, e l'aria ripete la vibrazione. Gli odori li
percepiamo col naso, conducendo al cervello l'aria mediante l'inspirazione.
Distinguiamo i sapori con la lingua, perché essa. essendo calda e molle, col
calore disfa, e mediante la rarefazione dovuta alla sua morbidezza accoglie e
distribuisce i sapori. Per gl’occhi gl’uomini vedono mediante l'umidità che
circonda gl’occhi. Gl’occhi, dice A., contenneno FUOCO, come è mostrato dal
fatto che mandano scintille quando sono colpiti. Gl’uomini vedeno dunque
mediante la parte ignea e la parte trasparente, e tanto meglio vede quanto più
è puro. Ogni percezione, dice A., giunge al cervello e lì le varie percezioni s'accordano.
È appunto per questo che anche s'ottundono quando il cervello si muove e cambia
di posto: perché in tal modo ostruisce i canali attraverso i quali passano le
sensazioni. Del TATTO (V) A. non dice né
come né con che cosa si ha. Questo dunque dice A.. -- Maddalena in Giannantoni. Secondo Aezio, A.
afferma che le anime sono le CAUSE del proprio movimento e di quello dei CORPI
nel quale sono immerse. Poiché il moto proprio delle anime è continuo e
ininterrotto, esse possono essere assimilate ai corpi celesti divini e da ciò
si può derivare la loro immortalità. Ciò che si muove è vivo e ciò che si muove
continuamente è continuamente vivo e quindi immortale. L'argomento di A. è ripreso
da Platone nel “Fedro”. Diogene Laerzio conserva l'incipit dell'asserito
trattato di A. “Sulla natura”. A. di Crotone, figlio di Pirito, dice questo a
Brontino e a Leonte e a Batillo. Delle cose invisibili e delle cose visibili
soltanto i XII dei hanno conoscenza
certa – “sapheneian.” Gl’uomini possono soltanto congetturare – “tekmairesthai.”
Maddalena in G. Giannantoni. Il «metodo tipico della conoscenza umana consiste,
per A., nel “tekmairesthai” – ovvero, nel procedere appunto per indizi,
congetture, prove. Egli, in tal modo, non fa che teorizzare la sua stessa
prassi, abituato a interpretare l'esperienza per ritrovare in essa un
significato, un valore di sintomo, e risalire così all'unità della malattia e
delle sue cause. Sotto questo profilo, con A. si apre una via verso il sapere,
una via che passava pur sempre attraverso l'osservazione. Vegetti. Perilli, A.
tra filosofia e scienza. Per una nuova edizione delle fonti, in «Quaderni
Urbinati di Cultura Classica»; Lloyd, Metodi e problemi della scienza, trad.
it., Laterza, Roma; Huffman, A. in Zalta, Stanford Encyclopedia of Philosophy,
Center for the Study of Language and Information; Metafisica’ Diogene Laerzio,
Vite dei filosofi; Vita di Pitagora; Perilli; Lloyd; Arist., Metaph.; Hist.
anim.; De gen. anim.; Diog. Laert.; Per le testimonianze e i frammenti di A.,
vd. H. Diels, W. Kranz, (a cura di), I presocratici. Testo greco a fronte, a
cura di Reale, Bompiani, Milano, Maddalena in G. Giannantoni (a cura di), I
Presocratici. Testimonianze e frammenti, Bari-Roma, Laterza; De sensu; De elem.
sec. Hippocr.; F.H.G.; Strom.; In Tim.; Krug, La medicina nel mondo classico,
Firenze, Giunti; Ronchi, La scrittura della verità: per una genealogia della
teoria, Di fronte e attraverso; Lo spoglio dell'occidente (n.3), Jaca; Metaph.;
Wrob. de sensu. Lloyd, Chalcid in Tim; Wrob
in Cardini Pitagorici Antichi; Staden, Herophilus. The Art of Medicine in Early
Alexandria, Cambridge; Lloyd, A. Krug; Pitagora e i pitagorici: l’anima; Codellas,
A. of Croton: his life, work and fragments, in Proceedings of the Royal Society
of Medicine; Doty, A.’s discovery that brain creates mind: a revolution in
human knowledge comparable to that of Copernicus and of Darwin, in Neuroscience;
Perilli, A. tra filosofia e scienza, in Quaderni Urbinati di Cultura Classica; A.,
su Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. su Enciclopedia Britannica, Huffman,
Alcmaeon, in Zalta, Stanford Encyclopedia of Philosophy, Center for the Study
of Language and Information; Biografie; Filosofia; Letteratura; Magna Grecia; Medicina.
Eraclito filosofo greco antico Empedocle filosofo e politico greco antico
Scuola pitagorica antico movimento esoterico e metafisico basato sugli
insegnamenti di Pitagora. Grice, The Causal
Theory of Perception. Keywords: perception, causal theory. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Alcmeone,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Alderotti: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Firenze). Abstract.
Grice: “In my ‘Prejudices and predilections,’ I focus on my collaboration on
Austin on Categoriae and De Interpretatione; but less originally, we also gave
a joint seminar along with Hare – who would succeed Austin as White’s professor
of moral philosophy, on Aristotle’s Ethics – I knew the thing by heart, unlike
Austin and Hare, since Hardie, my tutor at Corpus, knew him by heart himself!”
-- Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Firenze, Toscana. Grice:
“I like Alderotti; but then his favourite treatise was Aristotle’s little thing
to his son, Niccomaco – which Hardie instilled on me like a leech!” “Alderotti
was what we would call a Florentine-Bologne-oriented Aristotelian; he thought,
with Aristotle, that the heart trumps the head -- Grice: “What I like most about lderotti is his
archiginnasio – no such thing at Oxford! So, as Speranza says in “Colloquenza
all’archiginnasio,” Alderotti knew what he was doing, even if his pupils did
not!”Scienziato e filosofo erudito, scrisse per l'amico e protettore Donati,
uno dei primi testi di medicina in lingua volgare, il Della conservazione della
salute. Il più conosciuto medico del medio evo, tanto da meritarsi una
citazione nel Paradiso d’ALIGHIERI (si veda), insegna a Bologna, applicando,
durante le sue lezioni di medicina, un innovativo metodo scolastico. Inizia la
lezione con una lectio o expositio di un passo tratto da un testo autorevole (di
Ippocrate, Galeno, ecc.). Procede poi per quaestiones con riferimento alle IV cause
aristoteliche. La causa materiale -- la materia della trattazione --, la causa
formale -- la sua forma espositiva --, la causa efficiente -- l'autore
dell'opera -- e la causa finale -- il
fine o lo scopo dell'argomento prescelto. A questo punto il maestro formula una
serie di dubia, cui fanno seguito i momenti euristici della disputatio ed, infine,
della solutio. ALIGHIERI (si veda) lo cita in modo dispregiativo nel “Convivio.”
Temendo che 'l volgare non fosse stato posto per alcuno che l'avesse laido
fatto parere, come fece quelli che transmuta lo latino de l'etica ciò e A.
ipocratista provide. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Opere. Tra i primi volgarizzatori toscani è A.,
il famoso fiorentino, professore a Bologna, uno dei personaggi più notevoli del
suo tempo. A. è pure il primo traduttore italico della morale a Nicomaco, che
volgarizzata entra oramai a far parte della cultura generale. Di traduzioni
della Nicomachea, c'eran le due greco-latine dell'Ethica vetus e dell'Ethica nova,
frammentarie,e quella del liber Ethicorum completa letterale. Ma il volgarizzatore
non puo certamente servirsi di un testo incompleto o di traduzioni letterali
che avrebbero evidentemente lasciato Aristotele oscurissimo nel volgare come lo
è nelle traduzioni latine. Ci sono le traduzioni arabe: quella del commentario
di Averroe. Ma come si puo presentare per la prima volta a'laici, incapaci di comprendere
un vastosi stema filosofico, il Lizio con tutto il bagaglio delle sue dottrine
logiche e metafisiche che servono di base all'Etica? Resta il compendio
alessandrino-arabo, e questo difatti ammesso alla facile diffusione del volgare
divenne il testo morale aristotelico di moda. A. riduce in volgare il compendio
alessandrino-arabo della morale a Nicomaco. Poco più tardi [Ho in un lavoro
precedente trattato dell'Etica volgare e francese; a quel lavoro modesto
richiamo il lettore il quale, trattandosi di una questione già molto
controversa, voglia con sicurezza accogliere le nostre conclusioni. Giacchè ora
alle conclusioni sono costretto dalle necessità e dall'economia dell'argomento.
MARCHESI, Il Compendio volgare dell'Etica Aristotelica e le fonti del VI libro
del Tresor in Giorn. Stor.della lett.it.] LATINI (si veda), nel Tresor accolge
il volgare di A., modificato secondo il testo originale latino ch'ei conosce e
a cui porta contributo di meditazioni. Sicché tra i due compendi è una notevole
differenza: una differenza che va tutta a favore di ser LATINI (si veda) il
quale ha il vantaggio di lavorar dopo in un tempo in cui, per quella energia
naturale della filosofia novella, si progrede assai rapidamente nel gusto e
nella filosofia. La traduzione di A. in gran parte fedele al contenuto, nella
forma è condotta con una notevole indipendenza rispetto alla frase latina, e
non di rado si vede la sicurezza ch'è nell'intendimento del traduttore e la
buona conoscenza che A. ha del linguaggio filosofico. Spesso compendia la materia.
Daltra parte, allarga tante volte la frase o il concetto e diluisce nel volgare
il testo latino per bisogno di ripetizioni e di esempi o di ampliamenti,
servendosi, come fa in principio, di qualche altro rifacimento, e aggiungendo
dichiarazioni proprie. A. non è un traduttore che si preoccupi dalla frase e
voglia mantenersi fedele alla parola o al tenore dell'esposizione. A. è un COMMENTATORE
E INTERPRETE occupato del contenuto FILOSOFICO che pur vuole spesso acconciare
dal lato espositivo nella maniera più rispondente, secondo lui, a'bisogni della
chiarezza e della semplicità. Generalmente palesa una certa libertà nel
compendiare e nel rendere il concetto con espressioni diverse dall'originale, come
quando, per es., A. traduce il latino “vita scientiæ et sapientiæ” come “vita
contemplatiua”. Qualche volta invece il concetto è più largamente definito per
l’aggiunta di qualche breve dichiarazione che serve a chiarirne il contenuto e
a precisarlo di più rispetto alle considerazioni precedenti. Cosi il testo dice
che l'uomo rifugge dai luoghi solitarî o deserti o ermi, ed A. aggiunge.
“Perchè l'uomo naturalmente ama compagnia. Altrove è detto che beatitudine è
cosa completa che non abbisogna. Delle parti più confuse e difficili a
intendersi fa una para-frasi, invertendo anche l'ordine delle idee e disponendole
in maniera più agevole per la intelligenza finale, seguito in questo
naturalmente da LATINI (si veda). Ecco un esempio. RERVM QVEDAM SVNT COGNITE
APVD NOST ET QVEDAM SVNT COGNITE APUD NATVRAM. OPORTET ERGO VT AMATOR SCIENTIE
CIVILIS PROMTUS SIT AD RES EXIMIAS ET SCIAT OPINIONES RECTAS. OPINIONES AVTEM
RECTE SVNT VT IN ARTE CIVILI INCIPIATVR A REBVS APVD NOS COGNITIS ET IN
CONSVETVDINIBVS PULCRIS ET HONESTIS FACTA SI ASSVETUDO PRINCIPIVM ENIM ESTET
INCEPTIO A QVA RES EST. EX MANIFESTO EXISTENTE SVFFICIENTER QVIA REST EST, NON
INDIGETVR PROPTER QVID RES EST. INDIGET AVTEM HOMO AD PROMPTITVDINEM
HABITATIONIS VERITATIS RERVM BONARVM AVT APTITVDINE BONE INSTRUMENTALITATES EX
QVA SCIAT VERVM AVT FORMA PER QVAM ACCIPANTVR PRINCIPIA RERVM HABEO FACILE. QVI
VERO NEVTRAM BABVERIT HARVM APTITVDINVM AVDIAT SERMONEM HOMERI POETE VBI DICIT
QVIDEM BONVS EST HIC AVTEM APTVS VT BONVM FIAT. La rendizione di A.: Sono cose le quali sono
manifeste alla natura, e sono cose le quali sono manifeste A NOI. Onde, in
questa scienza ch’e l’etica, si dee cominciare dalle cose le quali sono
manifeste a noi. L'uomo lo quale si dee studiare in questa scienza ed
apprendere, si dee ausare nelle cose buone e giuste e oneste. Onde gli conviene
avere l'anima sua naturalmente disposta a quella scienza. Ma quello uomo che
non hæ neuna di queste cose, è inutile a questa scienza – “d'altra cosa.” A.
chiarisce “di fuori da sè.” Altre aggiunte, come quelle di aggettivi, tendono
solo ad accrescere l'efficacia del concetto. D’altra parte, A. co-ordina spesso
le frasi sciolte e le considerazioni staccate del LATINO nella continuata
semplicità di un solo periodo. LATINI (si veda) riempie le lacune. Molte
espressioni trascurate d’A. o tralasciate a dirittura per difficoltà
d'intendimento sono supplite nel “Tresor.” Per es., il testo fa una triplice
divisione delle arti. QVEDAM HABENT SE HABITVDINEM GENERVM ET QVEDAM
HABITUDINEM SPECIERVM ET QVEDAM HABITVDINE INDIVIDVORUM. A. omette la terza categoria
degl’arti, notando solo le generali e le particolari. LATINI, traducendo anche
con finezza etimologica, completa. Altrove sono interi brani del tutto omessi
nel volgare che LATINI (si veda) restituisce alla esposizione del compendio
aristotelico. Diamone un esempio. Arsciuilis non pertinet La scienza da La
science de cité go pueronequeprosecuto- reggerelacittade ridesideriiatqueuicto-
non conviene a fantneàhomequivueille rie,eoquodamboigna- garzonenèauo mais A.
non vide nel compendio alessandrino il legame tra le due considerazioni,e omise
l'ultima;difatti il com pendiatore o il traduttore latino butta giù una frase
fuor di senso che non ha rapporto alcuno con l'originale; Aristotele dice:«non
è acconcio l'uditore giovane perchè èinesperto delle azioni che riguardano la
vita, e i discorsi della nostra verner ne afiert pas à en 1 risuntrerum
seculi, mocheseguitile cequeanduisontnonsa neque proficit ipsis. Non son ensuirre sa volonté, por
tem. que ilse torne me, enim intenuit ars ista scientiam sed conuersio. nem
hominis ad bonita- suevolontadi,pe- chant des choses dou sie rò che non cle:
car ceste ars ne qui savi nelle cose del ert pas la science de l'o secolo. à
bonté. scienza da queste si tolgono e intorno a
queste si aggirano – “οι λόγοι δ'εκ τούτων και περί τούτων”. Non pero tutte le lacune
sono supplite da LATINI. La omissione di qualche concetto importante nel
volgare è giustificata dal fatto ch'esso si trova altre volte particolarmente espresso
e dalla facilità di richiamarlo alla mente nei luoghi ov'esso è ripetuto. Cosi
avviene per il principio più volte enunciato della eccellenza del bene voluto
per sé, rispetto al bene voluto per altro. LATINI elimina pure qualche
ridondanza del volgare. Cosi nell’ “ARS DIRECTIVA CIVITATVM”, che A. traduce “l'arte
civile la quale insegna reggere la cittade”, LATINI omitte ‘civile’. Altre
volte, invece, la espressione è più estesa in LATINI, come quando traduce il
semplice « princeps » riferito all'arte civile, mentre più sicuro intendimento
dell'espressione. Dice il testo che la beatitudine, come l'uomo che dorme, non
manifesta alcuna virtù quando l'uomo la possiede in abito e non in atto. LATINI
spande. E poco prima alla definizione della potenza razionale ch'è più degna
quando si è in atto, LATINI aggiunge “chè il bene non è bene se non è fatto.” Talune
espressioni proprie del volgarizzatore vanno oltre i bisogni della chiarezza e
la necessità dell'intendimento. Laddove il testo latino dice del bene
dell'anima ch'è il più degno di tutti, LATINI insere il concetto della divinità
mette di suo la ragione evidentemente per il bisogno di ribadire il principio
che pone in dio il sommo bene e di asservire il trattato aristotelico alle
idea il volgare dice solo « principale e sovrana ». L'aggiunta
comunemente è fatta per maggiore precisione e per un con « colui che sta
nel travito ». LATINI riconduce all'esatta interpretazione. Nello sfrondare le
ridondanze del volgare e nel ridurre la materia alle proporzioni dell'originale
latino, LATINI non sempre riesce a cogliere l'esatto intendimento della parola,
e riducendo smarrisce l'idea che vi èracchiusa; ilt. Ha. QVEM AD MODVM PERITI
AGONISTÆ EATQVE ROBVSTI CORONANTVR QVIDEM ET ACCIPIVNT PALMAM APVD ACTVM
AGONISET VICTORIE. A. traduce. A ė somigliante di quello che sta nel travito a
combattere, chè solamente quelli che combatte et vince, quelli a la corona
della vittoria, e fa vera illustrazione e IMPLICATUVRA della frase finale. “E
se alcuno uomo sia più forte di colui che vince, non à perciò la corona,
perch'egli sia più forte, s'egli non combatte, avvegna che egli abbia la
potenzia di vincere.” LATINI si ferma alla prima parte trascurando il
significato particolare dell’apud che qui sta per post. Pure nell’intelligenza
della parola latina il testo di LATINI è generalmente più fine del volgare, nel
quale tal volta si trova sconvolto l'ordine delle frasi e delle idee [Un
esempio: LATINO: difficile: A. impossibile. LATINO: in omnibus artificibus. A.:
nelle cose artificiali. lità contemporanee della fede. Generalmente LATINI ha
maggiori riguardi per il testo, perciò che riguarda i concetti semplici e le
singole espressioni. Cosi LATINI corregge la frase talvolta malamente resa o
ingiustamente compendiata e confusa d’A.. A. si restringe talora a molto
semplice espressione, impropria, che mal si adatta al concetto latino, come
quando traduce “periti agonistæ atque robusti” per deviazione dal retto
intendimento del latino. Riporto un brano. A. traduce la seconda parte del
periodo: ut pote. come se fosse esplicazione del concetto già espresso: opera
decora exerceat. LATINI la riferisce invece al precedente: absque materia. Nel
volgare italico et al volta anche, in maniera al quanto diversa, in LATINI
l'espressione latina è modificata quando apparisca troppo cruda. In fine del
compendio aristotelico si parla di uomini che non si possono correggere con
parole, per cui occorre “assiduatio verberum tam quam in bestia.” A. traduce
vagamente “pena.” LATINI è più civile ancora. Il volgarizzatore di LATINI tende
spesso, più che A., a modificare quelle che a lui sembrano asperità di giudizio
o durezze d'espressione. Così, nello stesso brano, de'delinquenti per natura, di
coloro che non possono correggersi con parole nė per castighi, dice il t. «tollendisunt
de medio», e A. letteralmente “son datorre di mezzo.” L. è meno severo. È un
riscontro casuale; ma sinoti ad ogni modo come l'urbanità dell'espressione del
volgare e la temperanza cortese di giudizio pare si accordi coi principi
positivi di un diritto criminale molto recente! E LATINI si accorda talvolta
con A. nel m o T. difficile est enim A. perciò che non homini ut opera
decora è possibile all'uomo exerceat absque mate ch'egli faccia belle o
riautpotequodha pereech'egliabbia beatpartemcompeten arte la quale si con tem
rerum bone uite pertinentiumetcopiam eabbondanzad'amici familieetparentumet
ediparenti,eprospe prosperitatemfortune. rità di ventura sanza venga a buona
vita, li beni di fuori. ne... 5 1 l'on face b e lesoevres, seiln'ia gran part
des choses avenables à bono vie et habondance d'avoir etd'amisetdeparenz, et
prosperité de fortu dificare le opinioni del testo, come quando fieri
amendue della loro vita comunale, rinnegano il detto d'Aristotele che l'ottimo
governo sia nel principato, affermando migliore il governo delle comunità. LATINI
qualche volta fa dei tagli al testo latino e al volgare, sopprimendone talune
espressioni non per amore di brevità, ma evidentemente perch'ei si rifiuta di
accoglierne il giudizio. Ciò risulta chiaro dalla costanza con cui
l'espressione è soppressa ogni qualvolta si presenti nell'intendimento VOLUTO
DALL’AUTORE. Una prova. Il compendio latino e con esso A. fa una duplice
divisione della virtù: virtù intellettuale, come sapienza, scienza, e prudenza,
e virtù morale come castità, larghezza, umiltà. E poi lo esempio. Quando noi
volemo lodare un uomo di virtude intellettuale diciamo. Questo è un savio uomo
intendevile e sottile. Quando volemo lodare un altro uomo di virtude morale,
diciamo. Questo è un casto uomo umile e largo. Nell'uno e nell'altro caso LATINI
sopprime a dirittura l'espressione che racchiude il concetto della umiltà. La
prima volta quando parla della virtù morale, soggiunge un po'in fastidito e non
curante del testo. Ed è curioso e notevole documento questo d’uno tra i più
illustri rappresentanti del laicato dotto del tempo, uomo di parte e d'azione
tenace e bellicosa e guelfo ardente, che si rifiuta cosi chiaramente di
accogliere l'umiltà tra le virtù morali, ribellandosi al giudizio che uomo
umile ė uomo virtuoso. C'è qui l'alto sentire del laico e lo spi [ex parte
moralium largum uel castum uel humilem. uel modestum eum appellamus. Rito sdegnoso
elaboria cavalleresca del tempo, che si annidava bensi nella fierezza solitaria
e nella severa integrita dell'uom casto, o sorrideva nel magnifico gesto
signorile dell'uom largo e cortese, ma non si acconciava a indossare il saio
dell'umile curvato. Quale dei due volgarizzatori ha merito maggiore e
chiaro. A. ha il merito della priorità. Compendia troppo, abbrevia, toglie
parte di considerazioni e di esempi al testo latino. LATINI che lavorò a
ppresso a lui è più fine e completo, e poi anche il suo volgarizzamento si
presta allora assai meglio del volgare d’A.. A. molte volte amplia o riduce la
materia. LATINI traduce con maggiore fedeltà sia nell'evitare le ripetizioni
inutili del volgare sia nel colmarne le lacune rispetto all'ori ginale latino,
le cui espressioni segue con attenzione e riproduce spesso con esattezza. Siamo
nel periodo dei compendi e dell'enciclopedia. Un compendio fatto è fatica ri
sparmiata al mæstro che deve dire le «chose universali ». LATINI, che ha
intelligenza fine, trasse il compendio italico
e l'incluse nell'opera sua e ne colma le lacune e ne affina i contorni e
lo ripuli di fronte al testo latino da cui egli pompeggiandosi dicea di aver
tratto la parte morale. E non fa cenno d’A.: egli accoglie, corregge, assimila;
d'altra parte è tutta una letteratura e una divulgazione anonima e i diritti di
proprietà non sono ancor sorti. C'è però da osservare che nel ritocco della
materia volgare LATINI non va oltre qualche singola espressione o frase,
trascurata o ridondante. Egli non si attenta mai a rimaneggiare e ad acconciare
la materia nel contenuto ideale, per il modo con cui le idee sono esposte nel
volgare o compendiate o disposte o interpretate. Questo dunque testimonia
onorevolmente che A. è allora ritenuto autorevole INTENDITORE – “come Hardie” –
Grice -- del trattato aristotelico anche da un uomo per cultura famoso come ser
LATINI, sebbene al grande discepolo di costui non appare ugualmente felice
dicitore del volgare. Tuttavia le modificazioni introdotte d’A. e assai più
ancora da LATINI non sono tali da farci notare la presenza di nuovi elementi
etici o l'azione modificatrice diretta del volgarizzatore spinto da una evoluta
coscienza sociale del tempo. I filosofi del medio evo accolgono e credono. Sono
ansiosi di notizie. Si accetta tutto, il vero e il falso, anzi più il falso che
il vero. Ad A. che scrive un sonetto sulla pietra filosofale risponde LATINI che
ragiona sulle virtù delle pietre. È ancora intatto l’edificio secolare che più
tardi la critica riduce nei frantumi donde sorge la nuova coscienza degl’individui
e delle genti. MAGLIABECH. Carmina magistri A. de florentia super scientiam
lapidis philosophorum ex Alberto Magno edita feliciter. Solvete i corpi inaqua
a tuti dico voi che intendete di far sol et luna delle duo aque poi prendete
l'una qual più vi piace e fate quel chio dico datella a ber a quel vostro
inimico senza manzare i dicho cosa alguna morto larete e riverso in bruna dentro
dal cuore del lion anticho poi su li fate la sua sepoltura si e in tal modo che
tuto si sfacia la polpa e lossa o tuta sua giuntura. La pietra aretee da poi questo
si facia de terra aqua et daqua terra fare così la pietra uuol multiplicare e
qual intendera ben sto sonetto sera signor de quel a chi e suzetto. Il
compendio alessandrino-arabo presta dunque la materia etica aristotelica al
volgare d'Italia; e la morale a Nicomaco puo cosi divenire libro di attualità
adoperato e sfruttato, nella valutazione dei principi etici e nella decisione
delle finalità umane, dai nuovi scrittori volgari: tra questi ė ALIGHIERI, a
cui A. da motivo di presentare in più nobil veste il volgar di
Toscana, e LATINI ha ad ora ad ora insegnato come l'uom s'eterna ». Questo saggio fa parte di un altro più esteso e
completo sui rifacimenti aristotelici latini e volgari, il quale spero verrà
presto a portare un contributo, non privo d'interesse, alla storia
ell'aristotelismo e a colmare qualche lacuna la conoscenza del movimento filosofico
che è prima: giacchè ne'volgarizzamenti e ne'rifacimenti sta i cultura;
seguendo il volgarizzarsi e il diffondersi della filosofia “classica”,
specialmente, noi troveremo i sentiero ascoso che va d’ALIGHIERI a PETRARCA Ma
ora ho fatto opera molto modesta; trattando solo le spi. ese questioni critiche
agitate intorno al compendio volgare ell'Etica, ho inteso risolvere taluni
dubbî, lungamente mante nūti, ed eliminare molti errori. Il lettore, che
attende forse uno studio riassuntivo sulla influenza della morale aristotelica,
comprende come questo sia possibile solo alla fine dell'opera, quando le
ricerche già fatte e i risultati ottenuti ci metteranno in grado di poter
volgere uno sguardo sicuro e sereno su quel grande campo dove la tradizione
aristotelica alligno rigogliosa e tenace ramificandosi e abbarbicandosi per una
serie copiosis. sima di rampolli viziosi e invadenti. Il compendio volgare
dell'Elica nicomachea e per la prima volta impresso a Lione a cura dell'editore
Tournes, su di un manoscritto appartenente a Corbinelli. Manni stimo inutile,
per le moltissime mende, la edizione,condotta inoltre su un solo manoscritto,e
ristampò il trattato aristotelico valendosi principalmente di II codici
Laurenziani. L'ultima ediz. è condotta da Berlan in base a un esemplare
dell'ediz. lionese emendato e comple tato da Zenone su un ms. Il compendio
volgare dell'Elica aristotelica è quello stesso che forma un ibro del Tresor
volgarizzato, secondo la comune opinione, da Giamboni. Pero si trova anche in
tutte le edizioni del Tesoro volgare: Treviso, Flandrino (de Lisa), Venezia, Fratelli
da Sabbio, Venezia, Sessa;Venezia, a cura di Carrer il quale nel libro VI seguì
anche le due edizioni, Lionese e del Manni;Bologna, ed.da Gaiter il quale si
valse di tutte le stampe precedenti, de'mss.del Tesoro e di raffronti continui
col testo originale Eppure di questo compendio manca una stampa che ne ripro
duca fedelmente e criticamente la lezione;giacchè a tutti gli editori dell'Etica,che
eseguirono le loro stampe sulle precedenti o solo col sussidio di qualche
ms.,sfuggi quella rigogliosa co munione di codici, che abbiam potuto noi
esaminare, da' quali [L'Etica d'Aristotile ridotta in compendio da Latini et
altre tradutioni et scritti di quei tempi. Con alcuni dotti Avvertimenti
intornoallalingua, Lione,Giov.deTornes. L'Etica d'Aristotile e la Rettorica di
M. Tullio aggiuntovi il libro de' Costumi di Catone, Firenze, Dall'edizione
lionese trasse la parte riguardante le quattro virtù un tal Luigi Ruozi che la
pubblicò modifican dola nell'ortografia e nella lezione: Trattato delle quattro
virtù cardinali compendiate da Latini sopra l'Eticad'Aristotile,Verona. Etica
d'Aristotile compendiata da ser Brunetto Latini e due leggende di autore
anonimo,Venezia, sarà possibile, con un esame complessivo, trarre nella sua
veste primitiva l'antico volgarizzamento toscano; d'altra parte gli editori più
recenti del Tesoro nel curare la lezione del VI libro, ritenendolo, com'era
naturale,volgarizzamento dal francese, come tutti gli altri libri, credettero
opportuno acconciarne la lezione anche inbase al testo francese,alterandone
laveste originaria e originale. Intorno a questo antico e primo compendio
volgare dell'Etica si è agitata una lunga e spinosa questione. Esso fin dalle
prime stampe porta il nome di Latini, e il fatto stesso poi che si trova
inserito nel testo volgare del Tresor, di cui costi tuisce appunto la materia
del VI libro, non ha mai fatto dubitare ai critici e agli editori ch'esso non
si debba considerare come una parte del Tesoro e quindi,come tutti gli altri
libri, volga rizzamento di Bono Giamboni.Solo il Mabillon, ritenendo che
Brunetto stesso avesse volgarizzato il suo Tresor, credeva che ciò fosse pure
avvenuto dell'Etica. Il primo dubbio intorno al traduttore del compendio
francese in toscano fu mosso dal Manni, indotto da una nota del Salviati il
quale « trovò in fronte « a un particolar testo dell'Etica: Qui comenza l'Elica
di Aristolile volgarizzata per mæstro A. medico e philosopho «dignissimo». Ad
ogni modo egli si acqueta volentieri all'au. torità della Crusca che cita il
Tesoro « tutto » stampato per traduzione di Bono Giamboni [Altri che vennero
dopo nota rono che qualcuno dei mss. dell'Etica indicava un mæstro A. come il
volgarizzatore dell'opera; difatti il Lami ritiene che ilvero traduttore sia A.,
e il Mebus,seguito dal Maffei, sostieneche la versione d’A., fatta probabil
mente assai prima,venisse più tardi inserita nel Tesoro volga. rizzato,in
tuttiglialtri libri, da Giamboni. Lo Chabaille, Museum Italicum, Paris. Novelle
letterarie, Firenze, Storia della lett. ital., 3a ediz., Firenze. VitaAmbrosii
Traversarii, che curò la edizione critica francese del Tresor, dalla perfetta
somiglianza ch'è tra l'Elica e il vi libro del Tesoro, deduce che Brunetto
avesse tradotto Aristotile in italiano prima ancora di voltarlo in francese, e
che quindi il compendio volgare del l'Etica dev'essere a lui attribuito
Paitoni, che scrisse sopra tale argomento un lungo articolo, finisce col non
sapere da che parte decidersi Zannoni ha spinto in vece la questione molto
avanti,servendosi di un passo del Conrito di Dante (Tratt.), dove è fatto cenno
di un volgarizzamento dal latino dell'Etica per opera di Mæstro A., ilcui
volgare Dante chiama «laido».Lo Zannoni ri tiene « che Brunetto voltasse in
francese il volgare di A. « e che il Giamboni a questo desse luogo nella sua
versione del Tesoro. Questa congetturaèancheaccoltadalPuc cinotti,ch'è stato il
più accanito difensore di A.. Sundby combatte tutte le opinioni
precedenti:quella delloCha. baille e dello Zannoni,opponendo loro le parole
stesse di Bru netto che,nella sua introduzione, assevera di aver tradotto dal
latino in francese,de latin en romans;quella del Mehus, citando il passo di
Dante il quale parla evidentemente di una traduzione dal latino. Egli reputa
diversa da quella che abbiamo la traduzione di A.,dicui sifacenno nel Convito; afferma
recisamente che Brunetto ha tradotto Aristotile dal latino in francese e che il
testo italiano dell'Etica è opera di Giamboni. Gaiter, ch'è il più recente editore
delTesoro, seguendo, come pare, la congettura di Chabaille, confonde la
Lilivresdou Tresor par Brunetto Latini, Paris, Biblioteca degli autori antichi
greci e latini volgarizzati, Venezia, Il Tesoretto e il Favolello di ser
Latini, Firenze, Prefazione,pp.XXXV sgg. Storia della medicina,Firenze, MARCHESI.
Della vita e delle opere di Brunetto Latini, Firenze,1884,pp.139 sgg. La stessa
opinione del Sundby aveva esposta prima V. Nannucci,Manuale, Firenze,
Nicomachea con ilLibro de'Vizi e delle Virtù e con il VI libro del Tesoro, il
quale « fu prima compilato e poscia dall'autore «annestato nella maggior parte
del Tesoretto»; e altrove ricorda una nota del Sorio che attribuiva a Brunetto
Latini il volgarizzamento dell'Elica d'Aristotile; del resto non fa cenno della
questione. Il Cecioni, perultimo, trattando delSecretum Secretorum, in una
breve digressione sull'Elica volgare, dopo avere riassunto tutte le
opinioni,assicura che A. deve averne fatto una traduzione, poichè altrimenti
sarebbe inesplicabile il motivo per cui parecchi codici di rispettabile
antichità attribui. scono la traduzione aA.;ma del resto afferma che la questione
circa il volgarizzamento dell'Etica, che noi possediamo, rimane indecisa nè si
potrà forse in alcun modo risolvere. Cosi scetticamente si chiude la questione,
irresoluta. Dopo l'esame dei codici dell'Etica volgare e latina e del Tesoro,
non è più lecito dubitare di poter decidere la questione in modo definitivo, e
a definirla concorrono parecchi dati positivi e sicuri; il primo, di capitale
importanza: la tradizione manoscritta. Il compendio volgare della Nicomachea ci
ha una ben larga ed evidente tradizione isolata.Nelle biblioteche di
Firenze,ove il latino del testo aristotelico ebbe per la prima volta veste
volgare e popolare conoscenza, ben ventidue codici ci attestano della larga diffusione
che il volgarizzamento ebbe come opera a sė, indipendente da altre opere più
larghe che la integrassero. A'codici fiorentini si aggiungono altri che ho potuto
esaminare: due Ambrosiani,tre Marciani,uno della Nazionale di Napoli, uno della
Comunale di Nicosia. Pochi altri mss. dell'Etica si trovano sparsi per le
biblioteche d'Italia, ma da ragguagli cortesi che ho potuto avere di essi, è
lecito dedurre come tutti quanti ade riscano per contenuto e per lezione al
nucleo centrale e fonda mentale dei mss.fiorentini. Ediz.cit.del Tesoro, Prefaz.,p.xv.
Propugnatore. Tutti icodici presentano una redazione unica del
volgarizzamento,che è quella stessa della edizione Manni, con la quale ho
fattolacollazione. Le varianti frequenti nella lezione, le inversioni,le
omissioni reciproche, gli scambi, le lacune del testo a stampa sopra tutto, si
debbono, oltre che alla bontà maggiore o minore del modello, a sbagli de'
trascrittori, e non valgono dinanzi alla somiglianza e conformità
dell'assieme.Molte lacune e accorciamenti si possono attribuire soltanto a
sbada taggine de'copisti per le gravi difettosità che ne vengono al senso, e
sono indubbiamente prodotte dalleespressioni consimili cheapocadistanza han
prodotto la facile omissione: giacchè il copista credendo di proseguire saltava
d'un tratto il brano. Accanto alle lacune, che dànno qualche volta luogo a
strane combinazioni d'idee,va notato un buon numero di ampliamenti, di cui
taluni sono ripetizioni di luoghi antecedenti.Qualche volta le parole si
trovano collocate in maniera diversa nel periodo o sostituite con altre e
mutate con lo scopo di abbreviare o modificare il costrutto (2 ); le molte
differenze ortografiche vann ori ferit e al tempo della trascrizione. Fra i
codici che più si accostano al testoastampa vanno notati 6.c.g.h.4.2.m.p.e
specialmente d ed e,iquali hanno pure comuni con il testo Manni molte
particolarità ortografiche.Le maggiori divergenze presentano i codd.7 e 1;in
quest'ultimo è notevole un'aggiunta al libro sesto Nel cod. V la lezione
presenta spiccate differenze, (1) È da osservare come nel secondo libro (cap.IX
del Tesoro) occorrano tre parole greche trascritte con caratteri
latini:19)apeyrocaliaoapeiorocalia(4.y.) edanche apeyrochilia eapherocalia: in
parecchi codici tale parola è mancante perchè manca il brano che la contiene;
eutrapeles (x.y.4.m.p.)o eutrapelos(2.6.7.d.e.f.g.h.)ed anche eutrapelo (6) ed
eutrapeleos (8); 3o recoples orechoples(e.g.) ed anche recupes (6) erecopls (2).Inqualchecodice,
come nel cod.1, il copista salta il passo dove avrebbe dovuto introdurre le
parole greche. Come si nota anche particolarmente nell'Ambr. C. 2 1, i n f.,
ch'è una trascrizione umanistica della seconda metà del '400, Manni, Gaiter,p.115:«in
questo cambio era grande brigæt specialmente nella seconda metà,dalla
lezione comune,e risente dell'influenza dell'opera francese di Brunetto e
dell'azione diretta modificatrice del trascrittore: l'influenza del francese in
questo codice, come nell'Ambros. c. 2 1 i n f., c i è attestata indubbiamente
dal fatto ch'essi vanno oltre il limite solito dell'Elica e proseguono con le
stesse parole, intorno alla differenza tra la retorica e la scienza di fare le
leggi, le quali chiudono il VI. libro del Tresor; ma possiam dire che per
quanto la lezione di V sia in molti punti alterata,non presenta tuttavia una
redazione diversa dalla comune dei mss.e delle stampe del Manni e del Gaiter,
alla quale ultima specialmente aderisce verso la fine.Dall'esame critico della
lezione risulta una somiglianza intima tra icodd.1 e 7; tenendo poi conto delle
particolarità più comuni, possiamo stabilirediversi gruppi di codici:a) 1.a.y.5.6.7.8.x.r.
9. che ci danno la più autorevole lezione;b) g.C.d.e.f.N.r. 2.s.;c) 4.m.p. Come
s'è detto, il compendio volgare dell'Etica si trova pure inserito nel
volgarizzamento del Tresor, di cui forma la prima metà della seconda parte, o
meglio il VI libro, secondo la indicazione comune.Dei venti codici del Tesoro
da me esaminati, dodici solamente contengono il trattato aristotelico: gli
altri sono mutili. La lezione dell'Etica ne' codici del Tesoro, tranne le
solite Jivergenze omai notate come comuni in questa redazione del l'Etica
volgare,è da collegarsi alla stessa famiglia dei codici isolati e de'testi a
stampa. C'è da notare nel complesso un numero maggioredivarianti, omissioni, aggiunte,
frequentissimi sbagli di trascrizione e qualche breve interpolazione del
copista «pero fue trovata una cosa c'aguagliasse et questa cosa si è il danaio.
« percio che l'opera di colui che fa la chasa si aghuaglia ad opere di colui «
che fæ i calzari col danaio; chè per lo danaio puote l'uomo donare et «
prendere le grandi cose e picciole, per cio che 'ldanaio è uno strumento
«perloquale ilgiudicepuotefaregiustizia, pero che el danaio èleggie
«senz'anima. ma il Giudice è leggi ech'à anima et dio glorioso si è leggie «
uniuersale d'ongni cosa », stesso,che sidistingue subito
permancanza di riscontroinaltri codici. Oltrere P, che servirono di base
allastampa fiorentina, uno de'codici più fedeli all'ediz.del Manni è
l'Ambros.G. 75 Sup. e Z,dove pur si trova una grande confusione causata dallo
spostamento di varie parti.Tra icodd.più scorretti dal lato ortografico e P. In
base alle particolarità più comuni icodd.del Tesoro si possonodividere
ne'seguenti gruppi:19) d.v.1. 2°)n. λ.π.φ.3ο)λ.μ.γ.Ρ.Ζ.ε.Ambr. Riassumendo, possiam
dire: la lezione del testo aristotelico volgare appare generalmente,
ne'codd.dell'Etica e del Tesoro, fluttuante,poco sicura.Ma lesolite differenze
nella espressione, nella struttura del periodo, le frequenti omissioni e
aggiunte di parola,gli spostamenti e le lacune,comuni alla maggior parte dei
codici,riguardano più d'ogni cosa la bontà della copia,la correttezza del
modello copiato, la esperienza o la libertà del l'amanuense, ma non
compromettono in alcun modo l'unità del volgarizzamento. La materia dell'Etica
si trova nella maggior parte dei codici ugualmente distribuita.Una grave
inversione presentano 1. d. e.s.; in essi il testo dap.6 Manni [Gaiter 25: compimentoe
forma di uirtu ] va d'un tratto a p. 18 (Gaiter 57: ciascuno huomo che ingiusto
et reo sie] e seguita sino a p.21 (Gait.66: E pero è bestial cosa seguir troppo
la dilettazione del tatto] donde torna indietroap.9 [Gait.34: La potenzia uæ'innanzi
all'acto] e prosegue sino a p. 18 [Gait. 57: dee l'uomo essere punilo];quindi
tornadinuovoap.6 (Gait.25:beatitudoècosa ferma et stabile] seguitando sino alla
fine del primo libro [p.8 M., 31 G.: Questièun casto huomo, humile et largo).È
determi nato cosi uno scambio reciproco, nel principio, de'libri secondo e
terzo. 'T 8 G. MARCHESI Un'altra inversione è nei codd.del Tesoro a.T. X.
u.In essi iltesto dell'Etica dalla fine del cap.XXIX (pp.M.35,G.101: l'uomo si
uiene a fine con grande sottilglianza de li suoi in tendimentine le cose le qualisonbuonema
questasottilglianza e cerlezza e sauere ragion diuina e le dilettationi che
l'uomo elegge per gratia d'altro.son queste ricchezza etc.... Jez.u]
corred'untrattoalcap.XXXVIII (pp.M.41,G.121] e prosegue sino al primo periodo
(pp.M. 43,G. 125:per a u e r e lungamente u i n t i li desideri della carne. Lo
magnanimo serue bene.....u]; quindi ritorna al cap.XXXIV (pp.M. 37, G.110) eva sino
al cap.XXXVIII (pp. M.41, G.120:inman. giare e in bere e in luxuria e tutle
dilectationi corporali ne la misura delle quali l'uomo elegge per se
medesimo.et quando ella e rea si detta callidita. ne le cose ree si come
incanta menti.....u]; dopo itre primi periodi del cap.XXXVIII torna cosi
nuovamente al cap.XXIX (pp.M. 35,G. 101). La stessa inversione nell'ordine della
materia h a il m s. V i s i a n i. I codici dell'Etica, in gran
parte,presentano la solita divisione della materia in dodici libri,che non di
rado è limitata alla semplice indicazione numerica,senza alcun accenno
all'argomento svolto (h. 4. ); in parecchi codici (y. c. e. h. 4. m. r.) l a
materia oltre che in libri è divisa in tanti capitoletti; in altri, soltanto in
rubriche le quali sono qualche volta costituite dalle stesse parole del
testo,come in 5 e 6.Altri co. dici mancano di qualunque divisione sia in libri
che in rubriche (p.8.Amb.). L'Ambr. C.21inf.,delsec.XV,presentala partizione
comune fino al decimo libro;la materia degli ultimi due è divisa in tre
capitoli (c.53':tracta di la beatitudine la quale puo hauere in questo mondo:
Di po la uirtu diciamo di labeatitudine; c.57 "tracta che se l'huomo ha buona
natura la ha da dio: sonno huomini che sonno buoni per pauura; c.57'di Gouernamento
dilacittade:lonobilehuomoetbuono regitore di la citta fa nobili et buoni
cittadini). In d in luogo di libri è detto fioretti, e cosi pure al principio
di v: Fioretti dell'Elicha d Aristotile del primo libro. . Dei codici del
Tesoro, taluni (e,u,n) non danno alcuna in dicazione sul modo con cui la
materia è distribuita; altri (a,a) hanno un elenco delle rubriche posto in
principio alla seconda parte dell'opera, vale a dire il VI libro; in 8 è un
rubricario generale posto in principio del Tesoro; le rubriche di t
fanno! parte del testo,e una divisione in capitoli si trova in r
(De leuile nominale de le tre potenzie del'anima Come lobene si diuide de la
polenzia dell'anima de la uerlude intellectuale di che l'omo desidera tre cose
|de le uerlude che ssono inabito comesitroualauerlude comel'omopuo farebene e
male de le tre isposizioni in operatione de le cose che conuienefareperforzætc.).
In due codici (Z eAmb.) tutta la materia del VI libro è divisa in cinque
capitoli: 1°) « Incipit «libro d'eticha Aristotile; Secondo capitolo d'elicha
Ari «stotile:sonooperationi lequali homo fa; 39)Terzo capilolo d'eticha: due
sono le specie d'amista; Quarto capitolo de « eticha: la dilectatione è nata e
notricata; Quinto capitolo « de etica: Dopo le uirtù diciamo oggimai della
beatitudine ».Altri codici presentano la divisione per libri o per rubriche che
si trova nelle stampe. Riferiamo il titolo originario dei dodici libri
dell’Etica, træn dolo da'codici più antichi ed autorevoli, del sec.XIV: «
Prologo « sopra l'etica d'Aristotile Qui si finisce il prologo di questo «
libro d'Aristotile. Qui appresso si comincia il primo libro e « tracta in
questo primo libro della felicitade: le uite nominate ve famose.IQui comincia
ilsecondo libro dell'Etica d'Aristo « tile e comincia a diterminare delle
uirtudi e primieramente « mostra che ongni uirtu che noi abbiamo è per
costumanza « d'opere:Concio siacosa che siano due uirtudi.|Qui comincia “il
terzo libro dell'etica e tratta dell'operazioni le quali sono “volontarie e che
non sono uolontarie: Sono operazioni le quali « l'uomo fæ sanza sua uolontade uqi
comincia il quarto libro « dell'etica d'Aristotile ove si ditermina di quella
uertude la « quale è detta uertude della liberalitade:Larghezza è mezzo in «
dare e in riceuere pecunia qui comincia il quinto libro dell'etica e determina
della giustizia la quale è uerti che dee « essere nell'operatione delli huomini:
Iustizia si è abilo lau « de u o l e qui comincia il sesto libro dell'Etica e
cominc a a d e « terminare delle uertudi intellettuali per ciò che infino a
quie «ellisiæditerminatodelleuirtudimorali:Due sonolespezie « delle
uirtudi |Qui si comincia il settimo libro dell'etica del « sommo filosofo
Aristotile e ditermina della uertude la quale è detta uertude della contenenza:
Li uizii de costumi molto « reil Qui comincia l'ottavo libro dell'etica
d'Aristotile nel quale «ditermina dell'amistade la quale è cosa necessaria
all'uomo: « Amistade si è una delle uertudi dell'uomo IQui comincia il nono
libro dell'etica d'Aristotile il quale ditermina della pro «prietade
dell'amistade: Lo conueneuole agualliamento si « aguallia le spezie Qui
comincia il decimo libro dell'etica d'Aristotile nel quale tratta della
dilettazione e della felicitade « per ciò che pare che queste due cose si sieno
fine de la dilet. « tazione et dice qui che la dilectazione si è fine
dell'operazione virtuosa:La diletlazionesiènatænotricata|Quicomincia «
l'undecimo libro dell'etica d'Aristotile nel quale ditermina della beatitudine
la quale puote l'uomo auere in questa uita. Et dice « qui che la beatitudine è
cosa perfecta: Dopo le uirtudi di c i a m o oggi mai | Qui comincia il dodecimo
libro dell'Etica. E t determina come l'uomo il quale à buona natura si l'æ
dalla « grazia di dio, et questi cotali sono disposti ad acquistare uer. « tudi:
Sono uomini che sono buoni per natura ». Del rubricario più comune diamo per
saggio quello del primo libro:«Perqualescienziașireggelacittade delleuiteet «
quale è laudabile |di due modi di bene che è beatitudine «delle potentie naturali
dell'anima demeriti delle operationi adi tre spezie del bene Comes'acquistætconserualabeati.
« tudine |Onde uiene la beatitudine e di che à bisognio chi « non puote auere
la beatitudine per che /che cose sono aspre « a sofferire |come æ similitudine
l'uomo felice con dio onde « procede felicitade in che comunica l'uomo colle
piante et colle «bestieetincheno dell'animacom'æcontrarimouimenti « della uertu
intellettuale e della morale ».Nel codice Marciano II,141,la materia è diversamente
distribuita in dodici «parti»; la prima non è indicata,poi «della forteça:
Diciamo omai di « ciascuno habito della liberalità: largheça è meço in dare «
del conuersare: dopo questo dobbiamo dire di quelle cose della giustitia: Justicia
si è habilol audabile dello intellecto dell'anima: Due sono le specie delle
uirtudi |de tre uitii primi: «Vilii e costumi molto rei dell'amistade: Amistade
e una «delle uirtude dell'uomo e d'iddio |dello aguagliamento della «amistade: Lo
conueneuole ad guagliamento della dilectatione: « La dilectatione si è nata e nutricala
della beatitudine:Quando «noiauemodeterminato delcorreggimentodeVitii.depaura.
« della pena: La scienzia delle uirtudi si a questa utilitade ». Il compendio
volgare del Trattato Aristotelico, come si può desumere dall'incipit e
dall'esplicit di ogni codice,veniva più comunemente indicato col titolo di Ethica
del Lizio, ed anche: Etica del sommo phylosofo Aristotile; molto più raramente:
Fioretti dell'Elica d'Aristotile. Occorre anche talvolta la indi cazione latina:
Elhica Aristotilis, e più sovente quella di Liber Ethicorum. Ne' codici del
Tesoro il titolo più comune è pure:
l'Etichad'Aristotile,edanche:l'EtichadelgrandesauioAri slotile;in parecchi si
trova l'indicazione latina:Ethica Ari stolilis. Nei codici dell'Etica manca
ogni notizia intorno alle necessità e a'criteri dell'opera.Fa eccezione
ilcod.Marciano II, 134 il quale contiene, solo fra tutti, l'epistola proemiale
del volgarizzatore ad un amico,che a quella fatica del tradurre avevalo
indotto. « Incipit proemium transductoris huius operis « uulgaris.— Più uolte
essendo amicho mio da la tua gintileza « con grande instanzia infestato
l'Eticha Iconomicha et politicha de « Aristotile de lingua latina in parlar
(moderno] et uulgar ti « transducha. La quale richiesta considerando truouo la
mala «sua axeuolezza uincere ogny mia faculta.Et anche hauendo « udito altri
circha a questa opera auere insudato non m'è pa «ruto douerse seguire per
fugire la riprensione de molti.Ma pure la forza de la tua amicizia è tanta che
mi constringie et fami intraprendere quello che mi cognosco impossibile.Onde la
gratia superna inuocho al principio di tale faticha doue « mi mecto seguendo el
uoler tuo iusta mia possa. Et perche el « dire de Aristotile è scropoloso et
stranio molto dal modo del « nostro parlare, pure quanto potro ad esso mi
acostero.Alcuna « uolta le sue proprie parole et alcun altra el senso
dimostraro «suzinto,seruando la uerità del testo.Ma auanty che questo « cominci
alquanto della persona et essere suo toccharo ad cio « che le sue opere pergrate
siano da te riceuute ». Il prologo non ci porge alcuna notizia storica,e del
resto sulla sua auten ticità ci lascia grandemente perplessi. Il fatto che,tra
tanti manoscritti dell'Etica, noi lo troviamo solo in questo,abbastanza
tardivo,della fine del sec.XV,può destare grave sospetto,ma non sarebbe ad ogni
modo motivo sufficiente per indurci a rin negarlo senz'altro. Ben altri motivi
non ci permettono di prestar fede all'autenticità del proemio Marciano. In esso
il volgarizza tore dice di aver udito « altri circa a questa opera avere in «
sudato »; l'espressione è molto ambigua; giacchè o si riferisce a precedenti
volgarizzatori,e ciò non è possibile perchè A. fu il primo a volgarizzar l'Etica,
o a traduttori latini; ma per quanto sappiam noi in nessuna delle traduzioni
latinedella Ni comachea si leggono accenni alle difficoltà del traduttore; solo
Ermanno ilTedesco,nel prologodellasuaversione delCommen. tario d'Averroè alla
Poetica d'Aristotele,dice della grande dif ficoltà da lui trovata « propter
disconuenientiam modi metrifi «candiingræco cum modometrificandiinarabo, etpropter
auocabulorumobscuritates»; ma ci sembrer ebbe affatto inopportuno scorgere nel
prologo alla Poetica di Ermanno un rapport col prologo all'Etica diA.. Epoinel1200eneltre.
cento è ben difficile trovare la nota individuale,sopratutto nelle traduzioni;
furon più tardi gli umanisti che alteri del merito proprio rivelarono a quattro
venti le difficoltà del lavoro da essi intrapreso e compiuto; del resto tutta
la parte del pro logo, di cui ora parliamo,si connette con la præmunitio tanto
comune agli scrittori del quattrocento, i quali nell'introduzione alle opere
loro ci ricordano spesso la difficoltà dell'argomento e il timore della critica
e la debolezza dell'ingegno e il riguardo Il prologo è pubblicato dal Jourdain
(Recherches critiques sur l'age et l'origine des traductions,latines
d'Aristote, Paris). amorevole per l'amico che la vince sulle giuste
considerazioni e preoccupazioni dell'autore.È questo,ripeto,un motivo comune
agli umanisti,a'quali l'aveva comunicato lo spirito retorico delle composizioni
proemiali latine. Lo stile poi del proemio è assai diverso dal volgare di A.,
ch'è quale potea rampollare schietto di mezzo all'efflorescenza letteraria
dell'ultimo dugento.Lo stile del prologo marciano ri. sente molto invece di
quel volgare farneticante da scuola e da sacrestia che pretendea ingentilirsi
nel '400 signorilmente, usur pando gli addobbi lessicali delle forme latine.C'è
in fine un ultimo argomento decisivo. Nel titolo dell'epistola proemiale è
adoperata la parola transductoris,e nel volgare stesso del pro logo si trova
adoperato il verbo transducere. Ora nel sec. XIII e XIV la espressione latina
traducere non è ancora passata col significato moderno nel latino e nel volgare;
il primo, come pare, ad usare il vocabolo traducere con il significato di
tradurre, fu il Bruni; d'allora soltanto s'introdusse nel latino e quindi
nell'italiano (1). Sicchè possiamo affermare che il prologo Marciano è di avan.
zata fattura quattrocentina.Come sia comparso non sappiamo, nè torna conto
indagare e congetturare sulle cause e sulle ori gini di tutte
lescritturecheapparveroingrande numero,affac cendate e moleste,in quel tempo di
continue esercitazioni re toriche e di finzioni letterarie. Stabilita la unità
del volgarizzamento contenuto ne'codd.del l'Eticædel Tesoro,passiamooramai
allaindicazionedell'autore. De' ventinove codici dell'Elica, da me esaminati,
ventidue sono anonimi;uno,del sec.XIV (5), attribuisce la traduzione a un mæstro
Giovanni Min.; sei codici (4.y.&.g.m.p.) danno il nome del volgarizzatore
dell'Elica, traslatata in uulgari a magistro A.. Vedi R. SABBADINI,Del tradurre
iclassici antichi in Italia,in Atene e Roma,an.III,no 19-20,col.202.
Explicitethica Aristotilis translate amgio iohemin. vulgare. deo gratias. Dei
codici del Tesoro,tre del sec.XIV,oltre la solita attri. buzione a Brunetto in
principio di tutta l'opera, alla fine del sesto libro ci danno un'indicazione
particolare del volgarizzatore, la quale è sfuggita a tutti gli studiosi del
Tesoro ed è di molta importanza per la questione agitata intorno all'autore del
com pendio volgare. Ecco dunque le soscrizioni.a:Explicit etica Aristotilis a
magistro A. in uulgare traslala; T: Explicit hetica Aristotilis a magistro A.
in uolgare trasleclata; 1:Explicit Elicha Aristotilis a magistro Tadeo in
uulghari traslatlata. Dalla tradizione manoscritta si può dunque ricavare: 1o)
che ilcompendio volgare della Nicomachea ebbe una larghissima diffusione come
testo particolare, indipendente da altra opera; 2°)ch'esso,quando non correva
anonimo,veniva comunemente attribuito a mæstro A.. Ma da'codici del Tesoro
balza fuori un nuovo cumulo d'in dizi gravi e sicuri, che infirmano seriamente
l'unità del vol garizzamento dell'opera di Brunetto,attribuito sempre con
cordemente per intero a Bono Giamboni: 19) Parecchi codici del sec. XIV danno,
come s'è visto, il nome del volgarizzatore del l'Etica: Mæstro A.; la
soscrizione finale, perchè non si possa ritenere aggiunta posteriore,è sempre
di mano del copista che ha trascritto il codice per intero.Questà attribuzione
è l'unicachesitroviintuttoilms.,oltreaquellageneralecon cui va riferito il
complesso dell'opera a Brunetto.Ciò è di spe. ciale importanza per noi:
difatti, giacchè il copista solo per l'Etica sente il bisogno di riferire il
nome del traduttore, vuol dire ch'ei sapeva che solo quella parte del Tesoro
rimaneva estranea al volgarizzamento generale dell'opera, e il volgare di A. vi
si trovava come inserito. In qualche codice anepigr. e mutilo,come
a,l'attribuzione a A. è anzi l'unica indica zione di autore che sitrovi in
tutta l'opera.2 ) Di solitoicodici mutili si fermano prima di giungere
all'Elica; d'altra parte pa recchi mss.del Tesoro si arrestano alla fine del
compendio aristotelico. Ciò dimostra che questo costituiva come un punto
di fermata, era un libro introdotto a parte, si che poteva benis simo
arrestare al libro V l'amanuense che fosse sprovvisto del. l'originale, o
determinare una pausa nella trascrizione,alla fine del libroVI. Nel
cod.r,miscellaneo,l'Elica è preceduta dal VII libro del Tesoro: si può notare
dunque il distacco ch'è tra le due parti, non considerate come legate e
dipendenti nella stessa opera. In qualche ms.,come ri,precede una tavola della
materia che giunge sino a tutto il libro V, escludendo la rimanente, dall'Elica
in poi; e ciò dimostra ancora che l'Elica arrestava quasi il corso regolare
dell'opera volgarizzata ed era estraneaalvolgarizzamento del Tesoro. Un
particolare fon damentale: il cod.d ha questa soscrizione dell'amanuense,al
l'Etica: Ecplicit l'Etica Aristotile in questo tanto che io noe trouata; ciò
significa chiaramente che il copista, per trascrivere la parte dell'opera che
comprendeva il compendio aristotelico, era obbligato a ricorrere ad un altro
testo che non era quello unico del Tesoro. Ci resta finalmente da osservare che
mentre tutti i codici del Tesoro differiscono quasi sempre e in m a niera
notevole nella lezione, mostrano invece una concordanza molto maggiore
nell'Etica; vuol dire che si tratta di un testo particolarmente prefisso
a'trascrittori.Ciò dimostra ancora la maggiore divulgazione del testo dell'Etica
lacui lezione più re golare, rispetto alla lezione caotica del Tesoro, era
fissata da una più grande diffusione delle copie. Concludiamo questa prima
parte. Dall'esame dei codici e della materia manoscritta ci risulta che
esisteva nel secolo XIV un compendio volgare della Nicomachea, attribuito a mæstro
A., che noi troviamo anche inserito integralmente nel Tresor vol garizzato, di
cui costituisce il VI libro. Ma nèicodicidelTesoro,nèquellidell'Eticacidicono
da Il Sorio da questo particolare, ch'egli osserva nel cod. Ambr., trasse
argomento principale diattaccoallaautenticità delVIIlibrodel Tesoro.La opinione
del Sorio fu combattuta dal Gaiter (Propugnatore) con argomenti dubbi ed
indecisi: l'uno e l'altro eran difatti fuor di strada. che volgarizzó A..La
questione è importantissima;data la identità tra l'Elica e il volgare del VI
libro del Tresor non resta che una questione di priorità:0 Brunetto si servi di
A., o A. di Brunetto; vale a dire,o mæstro A. volgarizzo il VI libro del
Tresor, il quale ebbe così tradizione e fortuna isolata da tutto il resto del
volgarizzamento, ch'è opera di Bono; o Brunetto si servi per il suo Compendio
francese del volgare di A.,che fu introdotto però intatto nel Tesoro, in luogo
di un volgarizzamento diretto dal francese. Nel Convito di Dante è unpasso che
spinge molto avanti la questione: Tratt.I,cap.10:«La gelosia dell'amico fa
l'uomo «sollecito a lunga provvedenza: onde pensando che perlo desiderio di
intendere queste Canzoni alcuno inletterato avrebbe «fatto il comento latino
trasmutare in volgare,e temendo che 'l volgare non fosse stato posto per alcuno
che l'avesse laido « fatto parere, come fece quelli che trasmutò il latino del
«l'Etica,ciò fu A. Ippocratista,provvididiponere «lui,fidandomi di me più che
d'un altro».IlSundby,che vuole ad ogni costo ritenere di Bono tutto il
volgarizzamento del Tresor,se ne sbriga assai piacevolmente: « Nel caso adunque
che il passo succitato del Convilo fosse esatto in tutte le sue « parti, la
cosa sarebbe chiarissima: la traduzione di A. dovrebbe essere affatto diversa
di quella di cui noi ci occu « piamo,e questa si dovrebbe attribuire a Bono
Giamboni. E non ci sarebbe niente da dire; resterebbe però fin ora da
spiegare,se non altro,la tradizione manoscritta che,laddove non tace,dà il nome
del volgarizzatore:A.,accordandosi col passo di Dante; e d'altra parte non
sarebbe lecito trascurare quegl'indizi che non danno certamente più come sicura
l'unità delvolgarizzamentodiBono.Nedevefareombra l'appellativo di « laido »
dato da Dante al volgare di A., giacchè per MARCHESI. certo questo non è
il modello migliore di prosa trecentistica, e la opinione del Nannucci,di cui
si fa forte il Sundby,può ri tenersi giustificata da un sistema di ammirazione
proprio della fede e dell'entusiasmo delle generazioni passate per tutti i do
cumenti letterarî del nostro trecento. Tutto dunque ci fa credere che il
volgarizzatore sia mæstro A.: Esiste una sola Etica volgare in tutti i codici;
2 )i codici che portano il nome del volgarizzatore l'attribuiscono a mæstro A.;
la dichiarazione esplicita di Dante, il quale ha l'aria di parlarne come
dell'unico, comunemente noto, volgarizzamento ch'esistesse a suo tempo
dell'Etica latina. kesta anche esclusa la prima congettura,che A. volgarizzasse
il francese di Brunetto; Dante ce lo dice esplicitamente: « colui « che
trasmutó lo latino dell'Etica. Del resto, a prescinder da altriargomenti
principali e decisivi, ch'esporremosubito,ilcom: pendio volgare dell'Etica non
può ritenersi come volgarizzamento del VI libro del Tresor per le frequenti
differenze, non solo di forma ma di sostanza, che presenta rispetto al testo
francese: e sono omissioni o aggiunte di pensieri,di esempi,di considerazioni,
ampliamenti o riduzioni di concetti: e tutto questo non può ammettersi nella
traduzione di un'opera,a meno che il traduttore non abbia voluto rimaneggiare
per conto suo l'originale. Dunque A. volgarizzò e compendio da una delle
redazioni latine del testo aristotelico, la quale e nota allora sotto il nome
di Liber Ethicorum, nome ch'è anche particolarmente proprio di un'altra
redazione latina della Nicomachea, letterale e molto oscura, cui il commento
tomistico a v e a spinto allora alla massim a diffusione. Dal testo tomistico
difatti il Sundby fa derivare il compendio francese e volgare dell'Elica,e pone
iraffronti;ve dremo appresso come il critico danese si sia messo su una falsa
(1)Manuale della lett.italiana,vol.I,p.382. IlN. trova anzi l'Etica «adorna di
molta purezza e semplicità di stile». MARCHESI. strada.Ad ogni modo che A. abbia tradotto
direttamente dal Jatino ci è confermato dal confronto tra l'Etica volgare e il
Liber Ethicorum da cui dipende; se avessimo scarsezza di argomenti o mancanza
di prove sicure potremmo anche valerci delle soscri zioni di taluni codici
dell'Etica e del Tesoro che indicano il nostro volgarizzamento come Elhica
Aristotilis e più spesso Liber Ethi corum,facendoci sospettare lasua provenienza
dal testo latino. Di mæstro A. i codici (4. y.) ci dicono soltanto che su «
florentino » e Dante aggiunge ch'ei fu medico, « Ippocratista ». Di un A.,
d'Alderotto, fiorentino, fisico massimo, scrive, con la solita ingenuità,una
breve vita Filippo Villani,il quale ce lo descrive di parenti oscuri,
poverissimo, dedito ai mestieri più vili, e col cerebro oppilato e tenebroso
fino ai trent'anni. Passati gli anni trenta « si consumarono quegli umori
grossi; A. divenne un altro uomo e rivelòilsuo ingegno dedicandosi allo studio
delle arti liberali,della filosofia e per ultimo della medicina,che insegnò
pubblicamente a Bo logna. Dice il Villani: « Fu costui de' primi infra' moderni
che adimostrò le segretissime cose dell'arti nascoste sotto i detti « degli
autori, e la spinosa terra e inculta solcando all'ottimo « futuro seme
apparecchiò. Questi, sprezzati alcun tempo i so pravvegnenti guadagni,cupido di
gloria e d'onore,si dette a « commentare gli autori di medicina. Nella qual
cosa fu di tanta «autorità,che quello ch'egli scrisse è tenuto per ordinarie
achiose,lequali furono postene'principali libridimedicina. E fu in quell'arte
di tanta reputazione, quanto nelle civili « leggi fu Accorso, al quale egli fu
contemporaneo. Il Villani ci riferisce inoltre un aneddoto molto curioso,
riportato poi da Le Vite d'uomini illustri Fiorentini,colle annotazioni del
co.G. M a z zucbelli,Firenze, Biscioni, in una nota sopra A., inserita nelle
Prose di Dante e del Boccaccio, Firenze, 1723, vuol dimostrare che A. era di
famiglia cittadinesca,che possedeva effetti stabilieche prese per moglie una
de'Ri goletti, il cui padre aveva il titolo di dominus, che in quei tempi si
con cedevasoltantoa cavalieri.Cfr. notadelMazzuchelli, MARCHESI Negri e dal
Fabricio, intorno agli eccessivi compensi che A. « tenuto come un altro
Ippocrate da'Signori d'Italia in « fermi » (3), esigeva per le sue visite
giornaliere; e ci narra che chiamato a Roma dal pontefice,Onorio IV,richiese
cento ducati d'oro al giorno; invece,dopo la guarigione del pontefice, n'ebbe
in compenso diecimila. Villani non ci dà alcun cenno cronologico;dice solo che
fu seppellito a Bologna d'anni ottanta.Giovanni Villani (Storie,seguito dal Fa.
bricio, dal Poccianti e dal Cinelli, pone l'anno della morte nel 1303;l'Alidosi
sostiene invece che A. morisse,il Biscioni e il Negri, per approssimazione,
nella fine del sec.XIII.Delle opere di A. ci attesta il Mazzu chelli ch'esiste
una raccolta a stampa col titolo « Expositiones «inarduumAphorismorum Hippocratisvolumen.
Indivinum « Prognosticorum Hippocratis librum. In præclarum regi. a minis
acutorum Hippocratis opus. In subtilissimum Iohan «nitiiIsagogarum
libellumIohan.Bapt.Nicollini Salodiensis a operainluceme missæ.Venetis, apud Luc.Antonium
Iuntam. Scrisse anche in ci. Galeni Artem parvam commen taria, Neapoli,
Mazzuchelli, che attribuisce anch'egli a A. la traduzione in volgare dell'Elica
d'Aristotile, aggiunge che nella libreria dei pp.Minori Osservanti in Cesena si
con serva un ms.intitolato Magistri Taddei Glossæ in Galenum, eiusdem
Aphorismata. Di mæstro A. si conservano in al cuni codici parecchi trattatelli
medicinali e fra questi è par Istoria degli Scrittori Fiorentini, Ferrara,
Biblioth. latina mediæ etinfimæætatis, Patavii, Notissimo anche un distico del
Verino (de illustr.urbis Florent., lib.I)su A.: «Est quoque Thadæi celeberrima
fama,non alter For « sitan in medica reperitur ditior arte ». A proposito di
questo aneddoto vedi la erudita nota del Mazzuchelli, Cfr. Mazzuchelli, Biblioteca
Angelica (Roma),Thaddæi de florentia ticolarmente diffuso un libellus de
seruanda sanitate o libellu's conseruandæ sanitatis, dedicato a Corso Donati. Fra
i m a noscritti che lo comprendono è di speciale importanza l'Ambrosiano J. 108
sup.,del sec.XIII per una nota posta in principio, di mano dello stesso copista
che trascrisse tutto il codice: « Iste « libellus scriptus et compositus per
probissimum et prudentis « simum uirum dominum magistrum Taddeum de Flor.
doctorem « in arte medicine in ciuitate bononie transmissus nobili militi «
domino Curso donati de florentia », È notevole anche il proemio del trattato
medicinale:« Quoniam passibilis et mutabilis a existit humani corporis
conditio, complexionem et consisten « tiam quam a principio sue originis homo
habuit non seruando, « necessarium extitit artem et scientiam inuenire,per quam
in « sanitate et natura et corpus hominis conseruetur, motus igitur « precibus
et amore cuiusdam mei amici,multa mihi dilectionis «teneritate coniuncti nec
non pro utilitate aliorum hominum, « more uiuentium bestiarum ad conseruationem
sanitatis et uite « in humanis corporibus libellum medicinalem inuenire
disposui « de libris et dictis philosophorum breuiter compilatum ». Da queste
ultime parole risulta ancor meglio l'identità ch'è tra l'autore del libellus,
studioso sfruttatore e compendiatore di m a teria filosofica e l'autore del
nostro compendio volgare dell'Etica. Il trattato di A.,molto curioso,contiene
quei precetti igienici che bisognerebbe osservare fin dal principio della
giornata in torno alle abluzioni del capo,all'igiene della bocca,dello stomaco,
libellus medicinalis; Magistri Thaddæi de florentia de r e giminesanitatis; Curacrepotorummagni
Tadeiabeocom posita. Riccardiana, Magliabechiana,cl.21,cod.62;141. Membran.a
due colonne;contiene:19) Vegetii de re militari libri; Isiderus de bellis; a
c.31a segue la notissima epistola de cura et modo rei familiaris di Bernardo,al
gratioso militi et felici domino Raimundo domino CastriAmbrosii;a c.32 asegue
iltrattatodiA..Ilcod.consta d icc. 3 5 n. num., l a c. 3 4 * e 3 5 a v u o t e.
Questo cod. si trova legato assieme con un altro membr. dello stesso formato, di
cc.19 scritte perdisteso,con tenente i Saturnali di Macrobio. MARCHESI
de'cibi,delle bevande, della digestione,del sonno;sulle condi zioni del corpo
umano durante le diverse stagioni e quindi sulla igiene delle stagioni. Segue a
dire della efficacia terapeutica, molto larga,dialcune pillole,da prendersi
avanti o anche dopo ilcibo,compostedaun«frateRobertodeAlamania»conuna quantità
di sostanze vegetali e aromatiche. La parte trascritta nel cod.Ambros. finisce
con la ricetta adatta «ad faciendum «cristerepropassioneyliaca». Questo A. famosissimo
medico del suotempoedanchepoeta(1), autoredicommentari e di trattati,
insegnante l'arte della medicina nell'Accademia di
Bologna,fualtresìquellochetradussedallatinoinvolgare il compendio dell'Etica
aristotelica. E veniamo al VI libro del Tresor. È noto ed è stato detto da
tutti gli editori e gli studiosi del Tresor, ch'esso risulta da m o l teplici e
varie compilazioni fatte in diverso tempo da Brunetto, su scrittori
specialmente latini; poi riassunte e combinate nel compendio enciclopedico
francese del mæstro di Dante. Lo C h a baille anzi afferma che Brunetto avea
preludiato alla compila zione del Tresor con opuscoli separati in prosa e in
verso, fra cui l'Elica d'Aristotile,ch'egli dunque suppone,come parecchi
altri,compendiata e volgarizzata da Brunetto Latini,prima della compilazione
del Tresor (2). Ma su ciò non vale la pena discu tere,giacchè sarebbe combattere
contro imulini a vento. Magliabech. Tadæi magistri de Florentia Carmina. Op.
cit., Introd., p. vi. Riferiamo un passostesso di Brunetto:Liv.I,cap.I:«Il «
(cist livres) est autressi comme une bresche de miel cueillie « de diverses
flors; car cist livres est compilés seulement de « mervilleus diz des autors
qui devant nostre tens ont traitié « de philosophie, chascuns selonc ce qu'il
en savoit partie; car « toute ne la pueent savoir home terrien, porce que
philosophie « est la racine d'où croissent toutes les sciences que home
peut savoir. Egli dunque non dice di essersi limitato
a raccogliere e tradurre scritti latini soltanto; e si deve intendere anche di
volgari. Fra questi è il compendio dell'Etica di mæstro A. che Brunetto,
valendosi anche di raffronti continui con il testo latino originale,trasporto
nel VI libro del suo Tresor. Allo Zannoni, il quale riteneva che A. avesse
tradotto Aristotile di latino in italiano e che Brunetto poscia voltasse il
testo di A., Sundby oppone le parole di Brunetto, che nel Prologo della seconda
parte (il Tesoro volgare) dichiara di tradurre il libro d'Aristotile de latin
en romans. Per venire in aiuto di quanto abbiamo asserito non è necessario
ricorrere alla sottile nota del Paitoni, ilquale sosteneva che il volgare
italiano si chiamava anche « latino »; giacchè essendosi Brunetto servito non
solo del volgare di A., ma anche,come vedremo,della redazione originale
latina,anzi avendo acconciato e rifatto in molti punti il volgare in base al
testo latino, è chiaro come abbia potuto dire d'aver tratto il suo compendio
dal latino,che del resto è anche l'originale dell'Etica diA.. E poniamo le nostre
conclusioni. Il compendio volgare dell'Etica è la traduzione che mæstro A. fece
di una delle redazioni latine del testoaristotelico,laquale ci è rimasta.La
traduzione è in gran parte fedele al contenuto, nella forma è condotta al
quanto liberamente: spesso il traduttore compendia la materia, d'altra parte
allarga sempre la frase o il concetto e diluisce nel volgare il testo latino
per bisogno di ripetizioni o di esempi o di ampliamenti, servendosi, come fa in
principio,di qualche altro rifacimento o aggiungendo delle dichiarazioni
proprie.A. non è un traduttore letterale che si preoccupi della frase e voglia
mantenersi fedele alla parola o al tenore dell'esposizione; egli I codici del
Tesoro traducono « di latino in uolgare », ovvero « di « latino in romanzo » o
« di gramaticha in uolgare ». è solo un interprete occupato del contenuto
che pur vuole p a recchie volte acconciare dal lato espositivo nella maniera
più rispondente, secondo lui, a'bisogni della chiarezza e della s e m plicità.È
l'originale una traduzione latina, di un compendio alessandrino-arabo della
Nicomachea, elementarissimo, semplice e piano, ridotto a una esposizione
riassuntiva molto breve, e talvolta anche efficace, nonostante l'incertezza e
la poca fedeltà di talune espressioni. Molti luoghi fondamentali, anzi diciam
pure tutte le parti più notevoli per gravità e serietà di enunciati, per
difficoltà di contenuto critico, vengono senz'altro omesse interamente, o ri
dotte alla loro ultima e più semplice espressione. Cosi, per dare qualche
esempio, nel 1° libro è saltato il passo importante al principio del cap.3,in
cui Aristotile nega la possibilità diotte. nere una precisione assoluta nei
giudizi e pone la necessità del giudizio per approssimazione; altra omissione
considerevole è quella della prima metà del cap.4, in cui Aristotile passa alla
definizione del supremo de beni, alla critica del concetto di felicità – cf. H.
P. Grice, “Some reflections on ends and happiness” -- , e si accinge a
discutere la dottrina platonica del bene assoluto; è tralasciata pure tutta la
confutazione della dottrina platonica delle idee (cap.VI) e l'astrusa
enunciazione fondamen tale dell'Eudaluovía aristotelica considerata come bene
vero ed assoluto che comprende in sè, unificandoli, tutti gli altri beni
necessari all'autarchia della vita; e della seguente trattazione intorno
a'principii non è alcun cenno nel compendio. Dei brani accolti tuttavia è vero
e proprio ampliamento. Ad ogni modo il testo si prestava benissimo
all'intelligenza comune per l'intendimento più facile e semplice e la forma più
piana che non l'oscurissimo Liber Ethicorum del commento tomistico. Questo
compendio fu conosciuto prima dal Jourdain in un codice della Sorbona; e più
tardi dal Luquet (Hermann l'Allemand, in Revue de l'histoire des Religions,
Paris, in due mss. della Biblioteca Nazionale: il n ° 12954, che pone la data
della versionenel1244,eilno16581 che è forse lo stesso veduto dal Jourdain.
Come compendio poteva anzi dirsi ben riuscito;giacché per ri durre allora in
più brevi proporzioni l'Elica nicomachea, ch'è da per sè una condensazione
poderosa delle norme logiche e de principi esposti nell'Organo, bisognava
appunto sfrondarla di tutti i luoghi più ardui 'a spiegarsi e a comprendersi
senza l'aiuto di richiami e di collegamenti, e semplificarne e chiarirne il
contenuto eliminando la rassegna delle opinioni e la parte critica, sopprimendo
le divisioni minori, togliendo il carico degli argomenti favorevoli o 'contrarî
ad ogni problema e riducendo questo alla sua più semplice ed elementare
espressione.Ilcom pendio arabo latinizzato era dunque il testo etico
aristotelico di moda piùrecente.Essocièrimasto,sottoilnome diLiber Ethico r u m,
i n u n codice Laurenziano, già Gaddiano (Plut.) membr. in fol., a due
colonne,di cc.scr.219,miscell. Enon tuttodiunamano; contiene:una Cronicadianonimo;
laHistoria troiana di Darete frigio,premessa un'epistola:Cor nelius Nepos
Sallustio Crispo suo salutem; Graphia aureæ urbisRomæseuantiquitatesurbisRomæ
dianonimo;Eu tropii historia romanæ Ciuitatis dilatata a Paullo Diacono: Liber
Alexandri regis; un'epistola di Alessandro ad Aristo tile intorno alle regioni
e alle cose notevoli delle Indie; Liber Sibyllæ, di Beda; un'epistola
dell'abate Ioachim; un'ora zione di Seneca a Nerone; i LibrideremilitaridiVegezio;
11) ilLiberEthicorum,d'Aristotile:vadac.131ac.142;la materia è distribuita in
ventidue capitoli indicati dalla iniziale colorata;manca
ognialtradivisione.Com.:Incipitliberprimus Ethicorum. R.;allafine: Incipiamus
ergoetdicamus.Explicit prima pars nichomachie Ar.que se habet per modum theo
rice et restat secunda pars que se habet per modum pratice. Et est expleta eius
translatio ex arabico in latinum. Anno incarnationis uerbi. La soscrizione,
importantissima per la storia di questa reda zione,è di mano dello stesso
copista,scritta con lo stesso in chiostro e coi medesimi caratteri di tutto il
testo aristotelico. Seguono di mano più recente e in carattere minuto alcune
cita zioni dell'andria e dall'Eunuco di Terenzio.La lezione
dell'Etica verso la fine è molto incerta e in taluni punti a dirittura insa
nabile. Dopo il Liber Elhicorum vengono le orazioni catilinarie e iltrattato de
Senectute,l'orazione di Sallustio contro Cicerone, l'invettiva di CICERONE
(vedasi) contro SALLUSTIO (vedasi), le orazioni pro Marcello, pro
Ligario,proDeiotaro,ilibride Officiis,iParadoxa,epoi la Catilinaria e il
Giugurtino di Sallustio; seguono, di mano del sec.XIV, alcune bolle di papa
Bonifacio VIII. La versione dell'Etica, compiuta nel 1243, si deve con molta
probabilità attribuire ad Ermanno ilTedesco (Hermannus Alemannus),il quale
trovandosi in quel tempo nella Spagna, a Toledo, aveva due anni prima (nel
1241) ridotto in latino il commento di Averroè alla Nicomachea,e più tardi nel
1256 compi la versione di altri due testi arabi di Averroè relativi alla
poetica e alla retorica del Lizio. La traduzione di A.,che dovette essere di
poco,meno di un ventennio, posteriore, corse ed ebbe fortuna e divulgazione; ce
lo attesta il buon numero di codici, l'uso che ne fece Brunetto, la
dichiarazione di Dante che ne parla come di cosa comune mente nota,egli che
molte espressioni del volgare di A. ricorda nella sua Commedia. Brunetto Latini
più tardi si accinse a svolgere nella parte morale del suo Tresor la dottrina
etica di Aristotile. Egli si servi del volgare di A., ma prese anche in mano il
testo latino: c e l o dimostrano le aggiunte e le modificazioni introdotte, che
corrispondono in tutto con il Liber Ethicorum; qualche altra volta ridusse il
volgare di A. e quindi con esso anche il latino della redazione araba. Nessuno
vorrà certo ancora dubitare che l'Etica di A. sia tratta dal compendio francese
di Brunetto, rivendicando a questo la priorità; giacche,pur volendo saltare sul
passo di Dante, sulla particolare designazione de'codici,sulla tradizione
isolata dell'Elica volgare,rimane sempre una barriera dinanzi a cui bisogna
fermarsi:la materia de'due Compendî.La dipendenza diretta dell'Elica dal testo
latino ci è fra l'altro attestata dalle numerose espressioni latine trasportate
di peso,quando corrispon dano nel lessico volgare, nel compendio di A.;
mentre Brunetto è costretto tante volte a tradurre dirersamente,m u tando la
dizione, e dall'Elica e dal Liber Ethicorum. D'altra parte poi nell'Etica molte
cose ci sono che mancano nel com pendio franceseeche pur dipendono dal testo
latino.Un'ultima prova: tutti i codici dell'Elica e del Tesoro si chiudono allo
stesso modo, con le stesse parole, e la chiusa non corrisponde al testo
francese. Brunetto va più in là di A.: egli include nel suo compendio tutta la
fine del rifacimento latino. Se si do. vesse considerar l'Etica come un
volgarizzamento del libro VI del Tresor,anzi che come un compendio
indipendente,non si spiegherebbe più quella ostinata lacuna e quella costante diver
genza alla fine. Solo cinque codici dell'Elica, di trascrizione al quanto
tarda, seguono volgarizzando l'opera di Brunetto: i tre codici Marciani e i
coddice Ambros. C 2 1. i n f., i quali rivelano molto chiaramente l'influenza
del testo francese. In essi il brano finale è volgarizzato in modo del tutto
differente; ciò è na turale: giacchè nessun codice dell'Etica e del Tesoro dava
quella parte del testo francese, i trascrittori, che tennero l'occhio al Tresor,
dovettero pensare, ciascuno per conto proprio, a volgarizzarla. Anzi il
Marciano II, 134 contiene tutto quanto ilcompendio di A.,compreso ilbrano
finale rias suntivo,che non si trova invece negli altri codici dell'Etica o del
Tesoro iquali proseguono col testo francese sino alla fine; e questa nel
Marc.II,134 ci appare evidentemente come una sovrapposizione voluta dal
trascrittore. Naturalmente tutti i giudizi e i sospetti di ampliamenti, di
aggiunte, di mutamenti arbitrarî del volgarizzatore, di sbagli continuati degli
amanuensi, agitati dagli editori del Tesoro, ca dono innanzi all'entità e al
valore storico diverso dei due com pendi, volgare e francese. E data la
priorità del volgare, cadono anche meschinamente tutti i tentativi di
emendazione apportati dagli editori alla lezione del VI libro in base al testo
francese. Nel Propugnatore Gaiter, che accude allora Quale dei due
traduttori, in fine,abbia merito maggiore non possiam dire.A. ha ilmerito della
priorità;Brunetto che lavoròappresso a lui è più fineecompleto,e poi anche
ilfran cese si prestava allora molto meglio del volgare italico.A. qualche
volta amplia o riduce la materia, Brunetto si richiama al testo.Siamo nel
periodo de compendi e dell'enciclopedia. U n compendio fatto è fatica
risparmiata al mæstro che deve dire le«chose universali».Brunetto,che aveva
intelligenza fine, trasse il compendio italico alla lingua di Francia e
l'incluse n e l l'opera sua e ne colmo le lacune e ne affino i contorni e lo
ripuli di fronte al testo latino,da cui egli pompeggiandosi dicea di aver
tratto la parte morale del Tresor. E non fa cenno di A.:
egliaccoglie,corregge,assimila;d'altraparteètuttauna let teratura e una
divulgazione anonima quella che dall'ultimo m e dievo va al trecento,e i
diritti di proprietà letteraria non sonoancor sorti. E poi mæstro A. forse non
appariva degno di menzione speciale al mæstro di Dante; echisa, forse, che in
questo non dobbiamo trovare indizio di una lotta accademica, svoltasi di mezzo
al laicato dotto della seconda metà del dugento e nel trecento,negli Studi
pubblici,tra medici inchinevoli alle lettere e letterati avversi a'medici? C'è
però da osservare che nel ritocco della materia volgare,in base al testo
latino, Bru netto non va oltre qualche singola espressione o frase, trascurata
o ridondante. Egli non si attenta mai a rimaneggiare e ad ac conciare la
materia nel contenuto ideale, per il modo con cui le idee furono rese nel
volgare o compendiate o disposte o interpretate riguardo all'originale
latino.Questo dunque testi monia onorevolmente che A. era allora ritenuto
autorevole MARCHESI a preparare,con l'aiuto dei mss.e del testo
francese,la sua edizione del l'operadi Brunetto, inunsaggiodicorrezioni alVI
libro,siscagliasempre, con taluni intendimenti spiritosi,contro l'amanuense che
tanto strazio avea fatto del presunto volgare di Bono; e con l'aiuto del testo
francese si affanna a correggere gli sbagli e a colmare le lacune lasciate dai
trascrittori e da Bono stesso. ed esperto intenditore del trattato
aristotelico anche da un uomo per cultura famoso come ser Brunetto, sebbene al
grande di scepolo di costui non apparisse ugualmente felice dicitore del
volgare. Dunque Brunetto si valse del volgare di A. (1), ch'ei ri. dusse e
acconciò in molti punti in conformità al testo latino, come si vedrà
chiaramente dal confronto che faremo. Più tardi gli amanuensi del Tesoro,al
posto del VI libro,introdussero il volgare già ben noto dell'Elica, essendo ben
chiara e conosciuta la dipendenza del compendio francese dall'altro
volgare.Cosi resta anche spiegato il fatto che parecchi codici del Tesoro si
fermano all'Etica: Il compendio di A. rimaneva, rispetto al VI libro del
Tesoro, originale e fondamentale; in un volgariz zamento italico dell'opera di
Brunetto esso dovea necessariamente e naturalmente tenere il posto del francese
che da esso proveniva. Già anche loChabaille noto come la seconda parte del
Tresor, interamente consacrata alla morale, offre «plus d'ensemble « et plus
d'unitė » (2); ed anche noi durante l'esame critico dei codici abbiamo potuto
osservare come appunto il VI libro non presenti quella lezione così fluttuante,
incerta, caotica degli altri libri;ciò è ben chiaro:icopisti avevano un testo
già da lungo tempo fissato. Con questo se abbiamo voluto rilevare la differenza
che l'Etica offre, nell'incertezza minore della lezione, rispetto a'libri volga
rizzati del Tesoro,non intendiamo affermare che la lezione del compendio di A.
siacostante e sicura.La mancanza diuna lezione rigorosamente affine nella
maggior parte dei codici si deve al fatto ch'essi servivano non ad uso
letterario, nel qual caso la lezione avrebbe dovuto essere molto più
rigorosa,ma ad uso morale;per cui itrascrittori,quando non erano affatto (1)
Così lo studio accurato della questione e la inconfutabile testimonianza del
documento son venuti a confermare in parte la fortunata ipotesi dello Zannoni.
MARCHESI Ho già detto che gli amanuensi introdussero il compendio di A. nel
posto del VI libro del Tresor; ho detto gli amanuensi e non il volgarizzatore,
giacchè non mancarono alcuni (non oso affermare se Bono od altri) i quali
vollero volgarizzare tutta l'opera,compreso il VI libro; ma il nuovo volgare
dell'opera francese,di fronte al comunissimo compendio originale di A., rimase
eclissato e restò soltanto in pochi codici quattrocentini, che ho potuto
rinvenire.I codici sono due,di valore e di con tenuto diverso. Magliabechiano
cartac.del sec.X V, in 4o,di cc.53 scritte ed 8
bianche,anepigrafo.Ilcod.contiene l'Etica tratta evidentemente dal Tresor,
giacchè va oltre il limite del compendio di A., e comprende la chiusa del
libroVI dell'originalefrancese.A c.46'segue,senzaalcuna par ticolare
indicazione, il trattato sulla « doctrina di parlare ad Alessandro; infineac.53':
ExplicitAristotilisEuthica uul garis Amen. La lezione si mantiene per una buona
metà fedele al testo comune dell'Elica; dal cap.47 sino alla fine presenta una
grande ed accentuala differenza e mostra evidentemente la Secondo la edizione
Gaiter. ignoranti,semplificavano dove e come volevano,buttando giù il
periodo anche ridotto, che sembrasse loro di rendere in ogni modo fedelmente
l'idea espressa dall'autore e di significare lo stesso concetto. Nei codici
dell'Etica si trovano molte espressioni qualche volta incerte, fluttuanti dalla
differenza ortografica al periodo ridotto o allargato o smembrato o dissennato,
che ci testimonia da una parte della negligenza o della caparbietà di
trascrittori ignorantelli,in un tempo in cui tutti quanti tenevano un crogiolo
dove manipolare la pasta morale delle dottrine ari. stoteliche o supposte tali,
e dall'altra parte dello stato de' testi donde copiavano,che,data lagrande
diffusionedell'opera,doveano a forza portare le tracce di
cancellazioni,aggiunte,modifica zioni,lasciatevi dai possessori:filone di muffa
questo che ci fa tante volte scivolare il piede lungo il percorso delle
trascrizioni trecentistiche di autori ritenuti catechisti o
morali. L'Etica (ediz.Manni, Li Tresors. Liv. II, Magliabech. 21. 8.
pp.52sgg.).L'uomo part.I, chap.XLI.Li 149. c.33. ch'è buono si diletta in bons
hom se delite en semedesimo abbiendo soimeisme, pensantas allegrezza delle
buone bones choses; autressi operazioni, eseegliè sedeliteilavecsonami, buono molto
allegrasi cuiiltientautressi com conl'amico suo, lo quale mesoimeismes. Maisli
eglitienesiccomeun mauvaishomtozjorsest altrosè; mailreofugge enpaor, ets'esloignedes
dallenobiliebuoneope- bonesoevres;etseilest razioni,os'eglièmolto moltmalvais, ils'esloi
reo si fugge daseme- gnedesoimeisme;car desimo,peròchequando egli sta solo si è
ripreso da ricordamento delle maleopere, ch'egliha fatto, enonamanèse, faites, et
blasmesacon. nèaltrui, perciòchela science, etporcehetil natura del bene è
tutta mortificata inluinel profondo della sua iniquità; nènon si diletta
soiettoz homes; etce avientporcequelara cine de touz biens est
ilnepuetseulsdemorer, sanztristesce, porceque illi remember desmau
vaisesoevresqueila influenza continuata del testo francese, si che c'è da
pensare a una nuova redazione sovrapposta. Riporto un brano che valga a far
notare meglio le differenze e le relazioni dell'Etica di A. col testo francese
e il volgare del cod. Magliabechiano. mortefiéeenlui, eten son mal ne se puet
de. tutto el bene è mortifi. pienamente nel male ch'eglifa,perciòchela liter
plainement, car cata in lui.etnel male natura del male si'l træ toutmaintenant que
il non si può dilettare pie. al contrario dellasuadi- sedelite, enune chose
namente,percioche lettazione,edèdiviso malfaite,lanaturede
quand'eglisidilettadi insemedesimo,eperciò son mal si l'atrait au
èinperpetuafatica ed contraire deceluidelit. quellomalesieltræ angoscia, epieno
d'ama- Etàcequelimauvais al contrario di quella ritudineedisozzuradi
estpartizensoimeisme, dilettatione.percioche perversità. Adunquea
siconvientqueilsoitl'uomoreoèdiversoet L'uomo ch'è buono si diletta in se
medesimo pensando nelle buone cose, et similmente si diletta coll'amico suo, el
quale egli reputa se medesimo. Ma l'uomo ch'è reo sempre sta in paura et fuggie
dall'o pere buone; et s'egli ė molto reo fuggie da se medesimo et non può stare
solo sanza tristizia, impercioch'egli si ricor da delle sue rie opere, ch'egli
à fatte et ripren delo la coscienza sua. Et perciò vuole male a se medesimo et
ad ogni altro huomo.Et questo èperchèlaradicedi uno male, la natura di
quello cotale uomo nes- en continuel travail de in se medesimo è m e
sunopuoteessereamico, penseret plains demolt stierechesiain continua per ciò
che l'amico deve insemedesimo,ecompi. ne se laisse cheoir en a lei. Lo cominciamento
lla possa tornare a bene. doit efforcier chamentodellainiquità lettazione, laquale
l'huo piglia accrescimento gars; mais li fermes mo ba nelle femmine, per usanza
di tempo. liensquitozjorsestavec alqualesiuadinanzi L'officio del confortare
l'amistiéetquipointne unodiletteuolesguarda MARCHESI sance sensible; et
ce confortamento,ma pare cede loconfortamento poonsnosveoirpar.i.
essereetsomigliarsia puoteesseredettaami- homequiaimeparamors llui;mælcomincia
stade per similitudine, une dame,car tout avant mento dell'amista è di infino atanto
ch'ella passe unsdelitablesre scunouomosidee guar- niuno huomo può essere chose
quià amer face. amico aquello tale,per dare ch'egli non caggia in questo pelago
d'ini- sere et en itele male niuna cosa la quale sia quità,anzi si dee isfor-
zare di venire a finedi mecineparcuiilpuisse seria et tale infelicità bontà, perlaqualeabbia
Certes, et en itele mi- cioch'egli non ha in se aventuren'aurailjà daamare. Ettalemi.
ainz se felicitade. Adunquecia. queiln'ænluinule maliceetdeiniquitéque
ch'eglinonsilascica mentononèamistà, ave- l'on ne puet ræmbre,
dereinquestoistraboc gnachè egli si somigli inordinato! Addunque dilettazione e
allegrezza àbienvenir:donques nonhamairimedioche chascuns se gart que il
chascuns que il viegne et della malicia la quale àlafinde bontépar
èsanzarimedio anzisi dell'amistà si è dilettazione sensibileavutadi-
quoiilsepuissedeliter del'uomo sforzare ac nanzi,si come l'amista mento
d'allegrezza colli tel tresbuchement de suoi amici.Lo conforta. Addunque
ciaschuno huomo si de guardare amertume,etyvresde fatichæt pensieroetsia avere
in se cosa da a- laidesceetdeperversité, pieno di molta amari mare.E questo
cotale etqueilsoitdestortpar tudineetèebbrodisoz hæ in se tanta miseria, misere
neant ordenée. zura di peruersita, et che non è rimedio niuno Donc nus ne puet
estre sia distorto per miseria ch'egli possa venire a amisdetelhome,porce en
soi meisme et avec cioch'elli uengha alla d'unafemina,allaquale sonami. Confors
n'est finedellabontaper la v'hadinanzidilettevoli pasamistié,jàsoitce
qualeeglisipossadi guardamenti,eladiletta- que illesembleàestre:
lettareinsemedesimo, zionesièlegamedell'a- mais li commencemens et hauere
compimento mistà,eseguitalainse- d'amistiéestunsdeliz didilettationecolsuo
parabilemente.Ladispo- rasavorez par conois- amico.L'amistà non è sizione dalla
quale pro Gli huomini rei tardo s'accordano nelle oppi nioni: et
sono sanza parte d'amista, et per se desevre, ce est deliz. si pertiene a
colui ch'à insegravezzadicostumi ed esercizio di vertude, unità d'opinione e
con cordia di mettere amore, perciò che le discordie dell'openione sono da
trarre dalla nobile con. gregazione,acciòch'ella rimanga unita di pace e in
concordia di volon tade. Quelle cose che danno altrui vera digni. tade da
reggere,sisono le uirtudi e le loro opere e l'unità dell'oppinione; e questo si
truova negli uomini buoni, concios sia ch'egli sono fermi e costanti in fra
loro, e nelle cose di fuori, perciocch'egli uogliono bene continuamente.Ma rade
volte addiviene che gli uomini si accordino in una oppinione,eper cagione di
compiere gli loro desideri si soste: gnano molta briga e molta angoscia e molta
fatica, ma non per ca. gionedivertude,ehanno moltesottilitadiinseper ingannare
colui,con cui hanno a fare, e perciò sempre sono in rissa e in tenzone. C. MÆCHESI. Cil habiz dont pre
mierementnaistlicon fors puet estre apelez amistié par semblant jusqu'à tant
que il croist par longuesce de tens. Et li ofices dou confort affiert au
preudome et au ferme que il soit griez en moralité de sa vie et es proesces et
es costumes et toutes ver tuz, et plains de science et de bone opinion et de
concorde, desirrous d'a. mor; por ce devroient estre ostées toutes des cordes
et malvais pen. sers d'entre les nobles compaignies des homes, si que il
puissent vivre en pais et en concorde de propre volonté,cele chose qui plus
aide à maintenir et governer les dignitez des vertus et ses oevres.Et la con
corde des opinions et es bons homes,porcequ'il sont parmenant dedans soi et es
choses dehors; car toutes foiz jugent et vuelent bien. mentoellegamechenon si
parte e sempre con lei et la dilettazione (sic). L'abito dal quale pro ciede confortamento si può dire
amista per si. militudine infino a tanto ch'elli crescie per lungo temporale.
L'ufficio del confortatore s'appartie ne a buono huomo et al fermo, el quale è
graue di costumi et exercitato nelle uirtu,et essere pie toso di scienza et
auere accontamento d'oppinio. ni, et concordia intro ducta d'amore (sic),per.
ciò che le discordie delle oppinioni sono per disfa re le diuisioni dell'opere
le quali sono nella nobile congregazione in con cordia di uolontà.Quella cosa
la quale aiuta reg. giereladignitàelavirtu et l'opere delle uirtu.et
concordiadelleoppinioni si truoua negli huomini buoni et costanti intra se et
nel desiderio delle cose di fuori, percio che perano bene et uogliono
Limauvaishomepo bene. s'acordent à lor opinion; car il n'ont en amistie
nulepart, et poracom plir lor desirriers suef questi cotali sempre ado
frentilmaint espoines chagionedicompierele et mainttra va ilconmie le loro
conchupiscienzie poramistié; etsontes eglisostengonomolte mauvaishommesmain-
faticheetmoltitraua tes mauvaises soutil- gli:. per chagione d'a
lancesporengigniercels mista, et molti scaltri quiàel sont à faire, et
mentietmoltesottilita. porcesontil touzjors Et sonohuominireiper enpaineeten angoisse.
chagione d'ingannare L'altro codice, che ci presenta una redazione affatto
nuova e dipendente in tutto direttamente dal testo francese, è il Maglia
bechiano (vecch. segn.), cartac.delsec.XV, a due colonne,di cc.scr.160; con le
didascalie in rosso e rozzo disegno a colore nella prima iniziale e ne'margini
della prima pagina. Contiene il Tesoro; precede un indice della materia:a c.5*:
Questo libro si chiama il Tesoro il quale è chauato per lo mæstro Burneto
Latino di Firenze di piu libri di filosofia che sono strati per li tempi. Qui
comincia l'eticha di Aristotille; finisce l'Etica a c.76: Qui finisce il libro
dell'eticha d'Aristotille. La soscrizione finale a carta Qui finisce il libro
del Tesoro che fa il mæstro Bruneto Latino di Firenze. dio ne sia lodato. La
lezione offertaci dal ms. Mgl. è infelicissima e costellata di sbagli, di
contorcimenti e travisamenti di parola che pare non si possano attribuire tutti
quanti al copista. (“And that’s why Hardie disliked it!” – Grice). Il
volgarizzatore in molti punti dà a vedere di essere poco felice conoscitore del
volgare come poco esatto intenditore degallico. Molte espressioni gallliche o
sono adattate malamente all'idioma italico o lasciate intatte a dirittura e
trasportate di peso nel volgarizzamento. Ma ciò vede il lettore nel confronto
che Hardie e Grice poneno tra il testo del Liber Elhicorum e l'Etica di
coloro ch'anno a fare con loro per cio sempre sono in brigha ed in
angoscia. A. col compendio di LATINI
(vedasi) e il volgare del Tresor; confronto da cui balza fuori un documento
largo e complesso, vivo e certo della tradizione morale aristotelicadel
“Lizio,” come A. chiama la scuola, nel tempo in cui vive e conosce e compone
ALIGHIERI (vedasi). Dell'Etica di A. Hardie
e Grice danno la lezione critica, quale risulta da’codici più autorevoli
dell'Etica e del Tesoro, diversa quindi da quella offertaci dalle stampe che si
son succedute fin ora. Liber Ethicorum. L'Etica d'Aristotile. Omnis ars et
omnis incessus et Ogni arte e ogni dottrina e ogni omnis sollicitudo vel propositumet
operazione e ognie lezione pareado quelibet actionum et omnis electio mandare alcun
bene. Adunque bene ad bonum aliquod tendere videtur. dissero li filosofi, che
lo bene si è Optime ergo diffinierunt bonum di quello lo quale disiderano tutte
le centes quod ipsum est quod intenditur cose. Secondo diverse arti sono diversi
ex modis omnibus. Sunt autem in- fini; che sono tali fini che sono ope
tentaperartes multas diversa. Que- razionie sono tali finiche non sono da menim
sunt actio ipsa metet que- operazioni, ma seguitansi alle opera dam sunt ipsum actum.
Cum quesint zioni. Conciosiachosache siano molte artes ac ipsarum actiones
multe, arti e molte operazioni, ciascuna hæ erunt intenta per ipsas multa. Ac
losuofine.Verbigrazia. La medicina tamen actum in ipsis existit melius si hæ un
suo fine, cio è fare sanitade, actione. Est igitur intentum per me- el'arte della
cavalleria la qualein dicinam sanitas et per artem regiti- segna combattere, si
ha un suo fine uamuelred actiuam exercituum uic- per lo quale ella è trovata, cio
è vittoria et pernauium structiuam naui- toria, e la scienza di fare le navi, si
gatio et perdomus rectiuam diuitie; hæ un altro fine cio è navicare; e la
etista sunt acta honorabilia. Que- scienza che insegna reggere la casa dam autem
artium habentse habi- suæ la famiglia sua ha e un altro tudine generum et quedam
habitu- fine, cio è ricchezza. Sono al quante dine specierum et quedam habitudine
arti le quali sono generali e sono individuorum. Ideoque quedam ipsa. Al quante
le quali sono speciali e con rum sunt sub aliis, ut sub militari factura
frenorum et cetere artium instrumentorum militarium, et sub tengon si sotto quelle.
Verbigrazia. La scienza della cavalleria si è generale, sotto la quale si
contengono altre arte exercitu alicetere omnes bellice scienze particolari, siccome
è la scienza siue litigatorie. Et simpliciter hono- di fare lifrenieleselleele spadee
rabilissima omnium atrium est con- tuttel'altre, le quali insegnano fare
stitutiuæt instructiva ceterarum. cose, le quali sono mistieri abatta Et quemadmodum
quibusque rebus glia; equeste arti universali sono più a natura productis est perfectio
quam degneepiùonorevilidiquelle, im. Perse naturaintendit, etintellegibi. Perciocchè
le particolari sonfatteper libusest perfectio quamintendit per l'universali.
Esiccome nelle cose In tutto il principio del compendio di A., e quindi anche
del testo francese, si sente l'influenza diretta dell'altra redazione del Liber
Ethicorum, che servì di base al commento d’Aquino. Ecco il latino di
quest'altra redazione: « Omnis ars et omnis doctrina, similiter « autem et
actus et electio, bonum quoddam appetere uidentur. Ideo bene enunciauerunt
bonum, beržalglio per suo
adirizamento,tutto Tutte arti e tutte
opere e tutte in. Tous ars et toutes
doctrines et tramesse sono per chiedere alcuno touteseuvresettouztriemenz sont
bene. Dunquedissebeneilfilosafo porquerre aucun bien, donquesdis-
chequeglichetuttelecosedeside trentbienli philosophequeceque rano è ilbene.
Secondo le diuerse toutes choses desirrentest le bien. arti sono le fini
diverse. Chetalifini Selon cdiversars, lesfinssont di. sonoopere,
talisonoch'esconodel verses; cartelesfinssonteneuvres,
l'opere.Eperciochemoltesonol'arti et teles sont celes quel'onensuitpar
el'opereciascuna à suo fine.Che medicina æ una fine cioè a fare
lesarsetlesoevres, chascune a sa santade. Ela fine dela batalgli asi fin; carmedicinea une
fin,ceest ènetoria, el'artedifarenauià àfairesanté; etbatailleasafin,
unaltrofine,cioènauichare. Ela les oevres; et porce que maintes sont
porquoielefutrovée, ceest victoire; scienza cheinsengnaagouernarea et les ars de
faire neis ont une autre l'uomo sua magione e sua familglia fin, ceestnagier;
etlasciencequi àun'altrafinecio è ricchezza. Et sono enseigneàhomeà governersa
maison alcune arti che sono gienerali e al et samaisnieauneautrefin,ceest
cunechesonospezialli, cioèpersua richesce. Etsontaucunesarsquisont diuisione,
eperòsonol'unasottol'al generaus, etaucunesquisontespe- trasi come la scienza
di chaualleria ciaus, c'est particuleres, etaucunes
ch'ègienerale,edisottoaquella sontsarzdevision; etporcesont sono più altre
scienze partichullari, lesunessouzlesautres; sicomme cioè la scienza di fare
frenieselle est la science de chevalerie, quiest espadeetuttel'altre
cosecheinse generaus,etdesozlisontautres gnanoafarecosecheabattalglia
sciencesparticuleres, ceestlascience bisongnano. de faire frains et seles et
espées, et E l'arti universalli sono più dengne toutesautresarsquienseignentà
epiùonoreuolichel'altre, percio fairechosesquiàbataillebesoignent. Chelle particullarisono
trouatteper Et cistart universalesont plus digne le universali. E così tutte le chose queliautre, porcequelesparticu.
che sono fatte per natura è unadi leressont trovees par les universales. retana
cosa per a che la natura in Ettoutaussicommeenchosesqui tendefinalmente. Altre si tutte le cose sont faites
par nature est une dar- chesonofatteperartièunafinale reinechoseàquoila natureentent
cosaachesonoordinatetuttelecose finelment, autressieschosesquisont
diquellaarte. Esicomecoluiche faites par art est une finel chose à Li Tresors.
Magliabech.quoi sont ordenées trestoutes les træ di sua arte a uno sengnio à
uno « quod omnia appetunt. Differentia uero quædam uidetur finiam. Hi quidem
enim sunt opera «tiones; hiueropræterhasopera quædam. Quorum
autemsuntfinesquidampræteroperationes, « in his meliora existunt operationibus
opera. Multis autem operationibus entibus et artibus et doctrinis,multi sunt et
fines. Medicinalis quidem enim sanitas,nanifactiue uero nauigatio, •yconomicæ
uero diuitiæ.Quæcumque autem sunt talium sub una quadam uirtute, quemad modum
sub equestrifrenifactiuætquæcumque aliæ equestrium instrumentorumsunt:hæc «
autem et omnis bellica operatio sub militari; secundum eundem itaque modum aliæ
sub alteris. In omnibus itaque
architectonicarum fines omnibus sunt desiderabiliores his quæ sunt sub ipsis. «
Horum enim gratia et illa prosequuntur. Quest'esempio, che manca nella nostra
redazione latina, è tratto dal Liber Ethicorum del commentotomistico:
Igituretaduitamcognitioeiusmagnum habetincrementum,etquemad modum sagittatores
signum habentes seintellectus,eodem modorebusef. fattepernaturaèunoultimointen
fectisabarteestperfectioquam per seintenditartificiumhumanum.Hac finalmente, cosìnellecosefatteper
autem perfectioestbonum ad quod arteèunointendimentofinale, al intenditur, et
est optimum eorum que queruntur propter ipsum et di quelle arti; siccome l'uomo
che ipsius causa. Scientia igitur istius est sættahalo
segno per suo dirizza scientia diuina maximi existensiuua. mento,
coşiciascunaartehæ menti in uita et CONVERSAZIONE hu. un suo finale
intendimento, loquale mana. Habentes igitur intentionem dirizzalesue
operazioni.Adunqua acpropositumdignum ualdeestut l'artecivile, laqualeinsegnareggere
inueniamus inquisitione remqueest lacittade, éprincipaleesovranadi
perfectiouoluntatis. Arsigiturdi. tuttealtrearti, perciocchèsottolei
rectiuaciuitatumprincepsestartium, sicontegnonomoltealtrearti, le quali eoquod
sub hac continenturresho. sonoonorevili,siccomelascienzadi
norabilesualideconsistentie;utpote farel'ostee direggere la famiglia,
arsexercitualisetars familiedo- elarettoricaèanchenobile,percio mus
dispensatiua ac rethorica,et ch'ella si ordina e dispone tuttel'altre
eoquodipsautitarartibusactiuisomni- chesicontegnonosottolei, elosuo bus et
componitet ordinatlegesearum compimentoàilfinedituttel'altre. Atqueiuditia etdistinguitinter
Adunquelobenelo qualesiseguita laudabilesetillaudabiles.Huius itaque artisperfectioacpropositumadpro-
l'uomo, percioch'ellalocostringe priatpropositaomniumartiumreliqua- di fare
bene e costringelo di non rum. Bonum igiturusitatumsecundum fare male. La recta
dottrina si è che suum modum est bonum humanum. L'uomo si proceda in essa, secondo
ipsum namque effectiuum estcetero- chelasuanaturapuotesostenere. rum bonorum
omnium artium et Verbigrazia:l'uomocheinsegnageo
saluatartificesnequidaganthorridum metriasidee procedereperargo dimento lo
quale la natura intende quale sono ordinate tutte l'operazioni di
questascienza, sièlobene del
chosesdecelart.Etaussicomme altresiciascunaarteæunafinale
cilquitraitdesonar causeignala cosache'ndirizaquellaopera. Qui celui bersail
por son adrescement, parla del gouernamento della citta tout autressi a
chascune ars Dunque l'arte che insen finelchosequiadrescesesoevres. Gnia la
citta gouernare è principale Donques l'art qui enseigne la cité
àgovernerestprincipausetdame etsoverainedetoutesars, porceque
desouzlisontcontenuesmaintesho- norablesars,sicomme rectoriqueet
lasciencedefaireostetdegoverner e donna di tutte l'arti,
peròchedisottoaleisonotuttii mæstrionoreuoliecontiensisotto luitutte
molteonorabillearti, sicome retoriccha e la scienza di fare oste
edigouernaresuamasnada.E an samaisnie;etencoreestelenoble, coraè nobile peroch'ellamettein
porcequeelemetenordreetadresce toutesarsquisouzlisont,etlisiens compliemensetsafinssiestfinet
compliementdesautres. Donquesest ele li biens de l'ome, porce que ele
constraintdebienfaireetelecons- traint de non mal faire. Lidroizenseignemenzsiestque onailleselonccequesa
naturele ordineeadirizzaartichesonosotto lui, e il suo compimento di sua fine
sièfineecompimento del'altre. Dunque ilbene che diquestascienza uiene si è bene
dell'uomo pero che 'l constringniedinonfarelomale. E il diritto insegniamento
ch'ell'à inleisecondosuanaturalepuote soferire. Cioèadirechecoluiche
puetsofrir; ceestà direquecilqui insengna gouernaredeeandareper
enseignegeometriedoitalerparar- suoi argomenti chesono apellatidi gumens qui sont
apelésdemonstra- mostrazioni. Erittorichadeeandare cions,
etenrectoriquedoitalerpar perargomentieperragioneuedere
argumenzetparraisonvoiresembla- senbiabille, eciò auiene percioche ble. Etceavientporcequechaschuns
ciascunoartieregiudicabeneedicela artiensjugebienetditla veritéde
ueritàdiciòcheapartienealsuome cequiapartientàsonmestier,eten stiere,
ecosiinciòèilsuosenno sottile. ce est ses sens soutis. une e sovrana La scienza di città governare
non La science decitégovernerne sifamichaafanciullonedahuomo
afiertpasàenfantneàhomequi chesegualesueuolontadi,percio vueilleensuirresa volenté,porceque
che amendue sono non sacenti delle anduisontnonsachantdeschosesdou cosse del
seculo, chequestaartenon siecle; carcestearsnequiertpasla chiede la sienza dell'uomo,
mach'egli science del'ome, maisqueilsetorne sitorniabontà.Esapiatechein àbonté.
Etsachiésqueenfesestde. fateèinduemaniere, chel'uomo
ij.manieres;carlihompuetbien puotebeneessereuechiodi tenpo
estrevielsdeaageetenfes demors; euechioperhonestavita. autillaudabile. Et saluatioquidem
mentifortiliqualisichiamanodimo. Uniuslaudabilis existit, quantomagis
strazioni, elorettoricodeeprocedere gentiumacciuitatum. Rectadoctri. Nella sua scienza
per argomentie natioestinquirereinunoquoquege- ragioniverisimili; e questo sè percio
nerumiuxta mensuramquamsustinet checiascunoarteficegiudichibene naturailliusgeneris;
etutexigitur etdicalaveritadediquellocheap. Quidema mathematico demonstratio
partiene alla sua arte. Lascienzada et a rethore sufficientia persuasiua.
reggere la cittade non conviene a Unusquisque enim artificumrecto
garzonenèauomo cheseguitilesue iuditio iudicat de eo quod est infra h a cose
buone e giuste e oneste; onde Rerumquedamsuntcogniteapud gli conviene avere l'anima
sua natu nos, et quedam sunt cogniteapud ralmentedispostaaquellascienza:
naturam. Oportetergoutamator maquellouomo che non hæneuna
scientieciuilispromtussitadres diquestecose,èinutileaquesta
eximiasetsciatopinionesrectas. Opi- scienza Questo ci prova chiaramente che
Brunetto non ebbe tra mani altro testo latino fuor del compendio
alessandrino-arabo; giacché le altre traduzioni greco-latine della Nicomachea
gli avrebbero dato la giusta indicazione del poeta: Esiodo. Ma forse pertutto il
riferimento, che son volontadi, peroche
non > bitum suæ scientiæ, et in hoc est nelle cose del secolo. E nota che
gar perspicax ipsius scientia. ludicans zonesidiceindue modi, quanto al autem deomni
sapiensestomnipe- tempo e quanto alli costumi, che ritiaimbutus. Arsciuilis non
pertinet può taloral'uomo essere vecchio di pueroneque prosecutori desiderii atque
tempo e garzone di costumi, e tal uictorie, eoquodambo ignarisunt fiata garzone
di tempo e vecchio di rerum seculi, neque proficitipsis. Non costumi. Adunqueacoluisi
conviene enim intenditarsista scientiam sed la scienza di reggere la cittade, lo
conuersionem hominis ad bonitatem; quale non è garzone di costumie neque differt
puer et ateautinmo- che non segui tale sue volontadi, se ribus pueris, non enim
aduenit quidem non quando si conviene e quanto si defectus ex parte temporis sed
propter conviene ed ove si conviene. usum uite in moribus puerilis; pueri ergo dissoluti
et desideriorum prose- cutores non proficiunt penitus ex arte civili. Qui autem
utitur desiderio secundum quod oportet et quando sono cose le quali sono
manifeste alla natura, e sono cose le quali sono manifeste a noi. Onde in
questa scienza si dee cominciare dalle cose, oportet, et quantum oportetet ubi
oportet, hic plurimum proficit ex scientia artis civilis. lo quale dee studiare
in questa scienza, ed apprendere, si dee ausare nelle le quali sono manifeste a
noi. L'uomo savi et puet estre enfes
par aage et viel Dunque la sienzia di città ghouer
parbonevie.Donqueslasciencede nare è a fare huomo che non sia governer citez
n'afiert à home qui fanciulo de cuore molle e che non estenfesensesfaizetquiensuie
sesvolentės, selorsnonquantille covient faire et tant comme il co- vient,et là
où il se covient,et si comme est covenable. seguasuauolontadi,senoquelliche
siconuengonoetanto com'ellesi debono e la dove si conuiene e si come
conueneuole. E sono chose che sono chonueneuoli a natura e cose
chesonoconueneuolliannui;che Iliachosesquisontconnuesà nature et sontchosesquisontcon-
chisivuolestudiareasaperequesta neuesànos; porquoinosdevonsen scienza, egli deeussare
cose giustee ceste science commencieras choses buone e oneste, ond'egligliconuiene
quisont conneuesànos,carquise auerel'armi naturallemente aquesta
vuetestudieràsavoircestescience, scienza, macoluichenonanèl'uno
ildoituserdeschosesjustes, droites nèl'altroriguardiaciòchedee. Se et bonnesethonestes,oùillicovient
'lprimoèbuonoel'altroèapere avoirl'ame naturaument ordenée à gliato ad essere
buono. Ma chi da cestescience;maiscilquin'ane ssenonsanienteenonaprende di
l'onnel'autreregardeàcequeHo- ciò chel'uomogl’insenguia,egliè merusdist: Selipremiersestbons,
deltuttomecciante.- Quidicedelle liautres estappareilliezàestrebons; treuie Dacontaresono
mai squidesoinesetneant,etqui.ij.uie. L'unaèuiadichonchupi.
n'aprentdecequehomlienseigne, senziæ diconuotizia.L'altraèuita il estdoutoutmescheanz.
Les cittadina, cioèdisennoediproeza viesnomées quisontàcontersont ed'onore. Laterzaécontenpratiua..ij.L'uneestviedeconcupiscenceet
E più ujuono secondo la uita delle decovoitise; l'autresiestvieciteine, bestie,
ch'èapellatauitadichonchu ceestdesensetdeproesceetd'onor;
pisenzia,peròch'egliseghonolaloro la tierce est contemplative: et li uolontade
e loro diletto. E chatuna plusorviventselonclaviedesbestes,
diqueste.ij.uiteàsuapropriafine quiestapelée vie de concupiscence, diuerse dal'altre,
tuttoaltresìcome porcequeilensuientlorvolentezet [lasienzadiconbatteredi]medi
lordeliz. Etchascunedeces.ij.vies cina à sua finediuersa dalla scienza
asaproprefin,diversedesautres, delconbattere, chèquellabadaafare toutautressi comme
medicineasa santà,equellaadauereuetoria.Qui findiversedelasciencedecombatre;
diuisadelbene Ubene carelebéeàfairesanté, etcele ėinduemaniere,che'unamaniera
autreàvictoire. Libiensesten è ch'èdisideratapersemedesimo[e
ij.manieres;carunemanieredebien l'altra)eun'altramanieradibeneè niones autem
rectæ sunt ut in arte Le vite nominate e famose sono
ciuiliincipiaturarebusapudnos tre; l'unasièvitadiconcupiscenza, cognitis, etinconsuetudinibuspul-
l'altrasièvitacittadina,cioèvita crisethonestisfactasitassuetudo diprodezza ed’onore;
la terza si è principium enim est et inceptio a vita contemplativa: e sono
molti quaresest. Exmanifesto existente uominichevivonosecondolavita
sufficienterquiaresest,nonindigetur dellebestie,laqualesichiamavita
propterquidresest.Indigetautem diconcupiscentia, perciòchesegui. Homo adpromtitudinem
habitationis tano tutte le loro volontadi; ecia
leritatisrerumbonarumautaptitudine scunadiqueste vitesihasuofine
boneinstrumentalitatisexquasciat propriodiversodaglialtri,sicome
uerum,autformaperquamaccipian- l'artedellamedicinahadiversofine
turprincipiarerumabeofacile.Qui dalla scienza dicombattere, chè'l
veroneutramhabueritharumaptitu- fine della medicina si èdi fare sani.
dinumaudiat sermonem Homeripoete tade, e'lfinedellascienzadifare ubidicit: Illequidem
bonusest,hic battagliesièvittoria. Benesièse autem aptus ut bonus fiat. Vite
condo due modi, chè è uno bene lo famosetressunt. Uitaconcupiscen-
qualeuomovuoleperse, eunaltro tieetuoluptatis,uitaprobitatiset benelo quale l'uomo
vuole peraltro. honoris,uitascientieetsapientie; Benepersesìcomelabeatitudine,
pluresuerohominumseruisuntuo- bene peraltruisonodettiglionori luptatis uitam
bestiarum eligentes elevertudi,perciòcheuomovuole
inexecutionedelectationum.Sunt questecoseperaverebeatitudine. autem termini
harum uitarum distan. Natura lcosa è all'uomo ch'eglisia teset bonaipsarumbona diuersificata.
cittadino, etconversicongliuomini Sicutergobonum quodestinarte
artefici,econtralanaturadell'uomo exercitualiestaliudabonoquodest sièd'abitaresoloneldeserto,
elà inartemedicinali, sicabinuicemalia ovenonsianogente,peròchel'uomo sunt bona
trium uitarum. Et bonum naturalmente ama compagnia. quidem medicine est
sanitas, bonum Beatitudo si è cosa compiuta,la exercitualisestuictoria. Estautem
qualenonabbisognaneunacosadi bonumsecundumduosmodos:bonum fuoridase, perlaqualelavitadel
per se et bonum propter aliud; et l'uomosièlaudabileegloriosa. Adun. quesitum qui
demproptersemelius quelabeatitudinesièlo maggior est quesito propter aliud. Nosuero
beneelapiùsovranacosælapiù manca nel compendio di A., BranettosivalseanchedelLiberminorum
moralium:«.aduertat « intentionem poetæ dicentis: Optimus est hominum qui a
semet ipso intelligit quod expedit.Qui « autem ab altero hoc intelligit, est in
uia directionis. Qui uero nec a semet
ipso intelligit nec « ab altero recipit, hic uir est inutilis, est qui est
desirrez por lui meisme, et une autre maniere de bien est qui est desirrez por
autrui. Biens par lui est beatitude,qui est nostre fin,à quoi nos entendons;bien
par autrui sont les honors et les vertuz; car ce desire li hom por avoir
beatitude. Naturale cosa è a l'uomo ch'egli sia cittadino
e ch'egli conuersi in tra le gienti, cioè intra gli uomini e intra gli
artefici. E contra natura sarebe abitare in diserto oue non à persona,però che
l'uomo naturale. mente si diletta in conpangnia. Bea tittudine è cosa conpiuta,
si che non à niuno bisongnio d'altra cosa fuori di lui, per chui la uita degli
uomini ė pregiabile e groliosa:dunque è beatitudine il magiore bene di tutti, e
la più sourana cosa e la trasmil gliore di tutti i beni che sieno. Qui diuisa
di treposanzie Tutte le opere dell'uomo o sono malvagie o [buone.om.]. Colui
che lle fa buone l'opere,egli è degno d'auere il compimento della uertu di L'anima dell'uomoæ. ij.posanze. L'una è
uegiettative,e questa è co mune ad alberi ed a piante, ch'egli anno annima
uigettatiua,altresìco m'àno gli uomini; la seconda è apel latta sensitiua; la
terza è apellata r a zionabile,l'èperquestoche l'uomoè ragioneuole e diuisato
da tutte le cose, per ciò che niuna altra cosa æ anima razionale se no l'uomo;e
questa possanza è alcuna uolta in natura e al cunauoltainpodere.Ma beatittudine
è quand'ella è in opera e non miga quand'ella è in podere solamente; chè s '
egli no 'l f a, egli non è mi c h a buono. Naturel chose est à l'ome que il
soit citeiens,etque ilconverseentre les homes et entre les artiens; car contre
nature seroit de habiter en desers où il n'a nule gent,porce que li hom
naturelmentsedeliteen com paignie. Beatitude est chose complie,si que ele n'a
nul besoing d'autre chose fors de li,par quoie la vie des homes est puissanz et
glorieuse: donques est beatitude li graindres biens de touz et la plus
soveraine chose et la très mieudre de touz biens qui soient. L ' ame del' o m e a j i j. puissances. L'une est vegetative, et ce est
c o m mun asarbresetasplantes,caril ont ame vegetative aussi come li home
ont;lasecondeestapeléesen sitive, et est commune à toutes bestes, car eles ont
ames sensitives; la tierce est apelée rationable,et por ceste est li hom divers
de toutes choses,porce que nule autre chose n'a ame ratio. nableselihom
non.Etcestepuis sance rationable est aucune foiz en oevre et aucune foiz en
pooir; mais beatitude est quant ele est en oevre, et non pas quant ele est en
pooir seulement; car se il ne le fait, il n'est mie bons. ch'è disiderata per
altrui. Bene per lui è beatitudine, ch'è nostra
fine a che noi intendiamo.Bene per altrui sono gli onori e le uertu: chè questo
si disidera per auere beatitudine. Toutes les oevres des homes ou Ogni operazione che l'uomo fæ o
ellaèbuonaoellaèrea;equello uomo lo quale fa buona la sua ope. razione, si è
degno d'avere la perfezione della virtude di quella opera zione.Verbigrazia: lo
buono cetera tore,quando egli cetera bene,si è
degnacosach'egliabbiailcompimento di quella arte,e lo rio tutto il contrario.
Adunque se la vita dell'uomo è secondo l'operazione della ragione, allora si è
laudabile la sua vita, quand'egli la mena secondo la sua propria vertude; ma
quando molte vertudi si raunano insieme nell'animo dell'uomo, allora si è la
vita dell'uo mo molto ottima e molto onorata,e molto degna,sicchè non puote
essere più;perciò che una virtude non puote beatitudinem ultimam propter se uo
lumus,cum sitfinisnosteretintentum à nobis; honores autem et uirtutes propter
beatitudinem, eo quod per ipsas pertingimus ad illam. Homo naturaliter ciuilis
est et con uiuithominibusetsocietatesexercet comel'uomo; lasecondapotenziasi
cumartificibusdecenter, nequeap chiama anima sensibile nella quale
petitsolitudinemneque desertum participal'uomo con tutte le bestie, neque
heremum. Perciò che tutte le bestie hanno anima Beatitudo es tres completa,
nullius sensibile;laterzasichiamapotenza indigens, perquamuitahominislau.
razionale, perlaqualel'uomosiè dabilisexistit. Beatitudoigiturexce
diversodatutte l'altre cose, perciò lentissimum est eligibilium et opti. che
neuna altra cosa hæ anima ra mumbonorum,cumsitperfectiore zionale,
sicomel'uomo.E questa rumoperabilium. Sicutigiturestin
potenziarazionalesiètalorainatto qualibetartiumbonumquodillaars
etalorasièinpotenzia;ondela intendit,etsicutestcuilibetmem.
beatitudinedell'uomosièquandoella brorumcorporis actus propriusin vieneinatto, enonquandoellaèin
quoeialiudnoncomunicat,sicest homini actus proprius in quo aliud ei non
comunicat. Homini autem se cundum animam uegetabilem COMUNICANT terræ
nascentia,et secun dum animam sensibilem comunicant ei animalia; actus uero ei
proprius, inquo nullum aliud ipsi comunicat, est actus secundum rationem et di
scretionem. Ratio uero duplex
est: potenzia: ratio uidelicet actualis et ratio poten tialis;dignior autem ad
intentionem rationis et magis cognita est ratio actualis,ut pote actus hominis
di. scernentis et agentis. Et omnis actio quam agit actor aut est bona aut est
mala. Actor autem bene agens in omni arte meretur intentionem uir tutis, ut
bene citharizans citharedus bonus; citharizans autem male malus. ottima che
l'uomo possa avere. L'a nima
dell'uomo si ha tre potenzie; l'una si chiama potenzia vegetabile, nella quale
comunica l'uomo cogli arbori e colle piante,perciò che tutte le piante hanno
anima vegetabile, si
bonesoumauvaisessont.Etcilqui quell'opera.Chècoluichebeneopera fait
lesbonesoevres,ilestdignes è degnod'auereil compimento di suo d'avoirle complimentdelavertude
mestiere, e queglichemalfanno, il celeoevre; carcilquibiencitoleest contrario.
Dunqueselauita dell'uomo dignes d'avoirlecomplimentdeson è secondo l'opera di ragione,
alora mestier, etciquimallefait, lecon- è da pregiare quand'eglila mena
traire;doncselaviedel'omeest secondolapropriauertu. Maquando
seloncl'oevrederaison,lorsestele mantieneuertusonogliuominisaui,
prisablequantillamaineseloncla esauioebisongniabile, enorevolee propre vertu;
mais quant maintes moltodengniosichepiùnonpotrebe
vertuzsontenl'ome,savieestbesoi. essere; percidcheunasolauertunon
gnableethonoréeetmultdigne, si puotefarel'uomodeltuttobeatone
queplusneparroitestre,porceque perfetto. Chèunasolarondineche
uneseulevertunepuetfairel'ome uengnianèunosologiornotemperato
detoutebeatitudeneparfait; carune nondonaciertanainsengnia del primo
solearondelequivieigneneunsseus tenpo. Eperciòinunopocodiuita
jorsatemprésnedonentcertaineen- d'uomoeinunopocoditenpoch'egli
seignedouprintens;etporceenpo facciabuoneopere, nonpossiamoperò
devied'ome,neenpodetensque direch'eglisiabeato. Qui ilfacebonesoevres, nepoonnosdire
diuisa di tre maniere di bene. Il queilsoitbeates. Libiensest
beneèdiuisatointremaniere, che devisezen.iij.manieres, carliuns l'unoèilbenedell'anima,el'altro
estbiensdel'ame,etliautresest delcorpo. Mailbene dell'anima è il doucors, etlitiersdehorslecors;
piùdengnio chenullodeglialtri, maislibiens del'ameestplusdignes
peròcheglièilbenedidio, e sua quenusdesautres,carceestlibiens
formanonèchonosutaseperl'opere de Dieu, et saformen'espasconneue separlesoevres
vertueuses non. Et sanzfaillebeatitudeestenquerre
lesvertuzetenelsuser,maisquant beatitudeestenhabitetaupooir
del'ome,etnonensesfaiz,ceest àdirequantilporroitbienfaireet ilnelefaitmie,
lorsestvertuous aussicommecilquisedort, carses oevres ne ses vertuz ne se
mostrent pas. Mais l'omquiestbeatescovient aussi commeparnecessité que il face
uertudiose non.E sanza fallo beati tudineèinchiedereleuertuefarle. Maquando
beatitudine ènell'abitoe inpoteredell'uomononèsenone
fatti:questoèadire,quandoeglipuote benefareeno'lfaaloraèegliuer
tudiosoaltresìcomecoluichedorme; chè sue opere e sueuertunonsimo strano. Ma
l'uomo ch'èinbeatitudine conuiene altresì come per necissetà
ch'eglifacciailbeneinoperæsi comeilsauiochampionee forte che lebiensenoevre. Et
si comme li sichonbatteuuoleportarelacorona Actusigiturhominisunæstuitarum
l'uomo fare beato,nè perfetto,sic famosarum trium prenominatarum, una rondine
quando appare uitascilicetrationisetscientieet sola, eunosolodietemperatonon
sapientie. Etomnis quidemresbona dànno certa dimostranza che siave.
existitetdecora propter uirtutem sibi propriam. Vita ergo hominis actus
estanimeintellectiue per uirtutem sibipropriam; sedcumuirtutesani- memultesint,
eritperoptimam et honoratis simam in fine et dignissimaminfineperfectioniset complementi.
Unanempehyrundononpronosticaturuerneque diesunicatem- peratiæris,sicnecuitapaucæt
lobenedell'animasièpiùdegno tempus modicumsignumcertumsunt benedineuno, elaformadiquesto
beatitudinis. bene si non si conosce se non nell'o Bonum tripliciter diuiditur;
est perazioni, le quali sono con vertudi. bonum anime et bonum corporis et
nutalaprimavera;ondeperciò nè. inpicciolavitadell'uomo,nè in pic
ciolotempochel'uomofacciabuone operazioni, nonpotemodicereche l'uomosiabeato.
Lo bene sidivide in tre parti, chè l'unosièbenedell'anima, l'altrosi è bene del
corpo, el'altro si è bene di fuore dalcorpo. Di questi tre beni, come bonum extra corpus. Bonum ergo delle
vertudi e nell'uso loro; ma quoddignissimebonumdiciturest
quandolabeatitudineènell'uomoin bonum anime, neque apparet forma abito, e non
in atto,allora si è vir istiusboni, nisiinactibusquisunt
tuosacomel'uomochedorme,lacui auirtute. Et beatitude quidemest operazione e virtudenonsimani.
inacquisitioneuirtutumetinusu festa; mal'uomo buono di necessità earumsimul. Cumquefueritbeatitudo
è bisogno che l'aoperisecondol'atto, in homine tamquam in possessioneet et è
somigliante di quello che sta habituet non actu, tuncesttamquam neltravitoa
combattere; chè sola uirtuosus dorniiens cu non apparet mente quelli che
combatte et vince, actionequeuirtus. Beatusautemactu quellià la corona dellavittoria;
e necessarioexercet beatitudinem. Et se alcuno uomosiapiùfortedicolui,
quemadmodumperitiagonisteatque chevince, nonàperciòla corona,
robusticoronanturquidemetacci. perch'eglisiapiùforte,s'eglinon piuntpalmam apud
actumagoniset combatte, avvegnach'egliabbiala uictorie, sicuirtuosielectiboniac
potenziadivincere;ecosìlogui. beati laudantur et premia uirtutum derdone della
virtude non ha l'uomo suscipiunt dum apparent operationes se non in fino a
tanto ch'egliadopera ipsorum secundumueritatem;etisto. lavirtudeattualmente;
equestosiè rumuitæstin se ipsa delectabilis. perciòcheloloroguiderdoneela
Unusquisque enim hominum delecta- lorobeatitudineèladilettazione,che La
beatitudine si è nell'acquistare della
uettoria, tutto altresì l'uomo buono e beato æ il guiderdono e la loda della
sua uertu ch'egli fæ et mostra ueracemente per queste opere, perciò che il
guiderdono delle sue opere e della beatittudine è ildiletto ch'egli n'atantoe
com'egli opera la uertu; chè ciascuno si dileta in cid ch'egli ama; il giusto
si dileta in giustizie e l'asagia e gli piacciono, e 'l uertudioso nelle uertu.
Et tutte l'opere che sono per uertu sono belle e dilettabille in se medesime.
Beatitudeestlachoseau monde Beatitudine èl acosa al mondo che
quiesttrèsdelitable, maislabeati tudequiestenterreabesoingdes
biensdedehors;carilestdurechose quel'onfacebelesoevres,seiln'ia grant part des
choses avenables à bonevieethabondanced'avoiret d'amisetdeporenz,etprosperitéde
fortune, et por ce la sapience abe. soigned'aucunechosequifaceco
perciòlasapienzaàbisongniod'al noistre sa valor et ses honors.Se cuna cosa che
faccia conossere suo aucuns done as homes dou monde, ualore e suo onore.Se
alcuno dona disglorious et soverainsfaiz, l'en ahuomodelmondodonogroliosoe
doitbiencroirequecildonssoitbea. Sourano fattol'uomo debenecredere
titude,porcecequeestlamieudre che quellodonosiabeatitudine, perciò
chosequiestrepuisseaumonde; car ch'eglièlamigliorecosachepossa
eleestmulthonorable chose, etest esserealmondo; ch'ell'èmoltoono.
licompliemensetlaforme devertu; rabilecosa[essere]edèilcompimento
neiln'estpasditdouchevalnes elaformadellauertu;nèeglinonè desautresbestes, nedesenfans,que
micha detto del cavalloe del'altrebe il soient beates, porce qu'il ne font
oevres de vertu. Beatitude est chose ferme et estable, tozjors en une fermeté,
si que ele ne stie,nè degli fanciulli che sieno beati, perciò ch'egli non fanno
opere di uertu. Beatitudo è co sa ferma et stabille. Arrestiamo qui la
trascrizione del cod. Magliabech., sembrando ci la parte trascritta suciente ad
attestare la propria dipendenza dal testo francese. milglioreepiugioiosætradiletta
bille: mallabeatitudinedeeessere interræbenidifuori. Chè gliè dura cosa che l'uomo
faccia belle opere e ch'egli abbia parte di cose aueneuolliahuonauitædabondanza
d'auereedabondanzad'amiciedi parenti e prosperita di fortuna, e F sages champions et fors qui se combat et
vaint emporte la corone de victoire, toutautressilihom bonsetbeatesa le
guerredon et la loange de la vertu que il fait et mostre veraiement par ses
oevres, porce que li guerredons de la beatitude est li deliz que l'om
atentcomme iluevrelavertu,car chascuns se delite en ce que il aime:
lijustessedeliteenjustise,etlisages en sapience,etlivertueusenvertu; et toute oevre
qui est par vertu est bele et delitable en soi meisme. virtude, si è bella e
diletteuile in se Beatitudo autem omnium rerum est medesima. Beatitudo si è cosa ot optimaiocundissimaatque
delectabi- tima, giocundissimæ dilettabilissima. lissima. Beatitudo tamen quest
hic La beatitudine, la quale è interra, si bonisexterioribusindiget; difficile
abbisognadeglibenidifuori,perciò est enim homini ut opera decora che non è
possibile all'uomo ch'egli exerceatabsquemateriautpotequod
facciabelleopereech'egliabbia habeatpartemcompetentemrerum
artelaqualesiconvengaabuona boneuitepertinentiumet copiam vita, e abbondanza
d'amicie dipa familie et parentum et prosperita- renti, eprosperitàdiventura,sanza
temfortune.Ethacquidemdecausa libenidifuori; eperquestacagione indigetars sapientiearteregnandi,
non abbisogna alcuna cosa che faccia ut apparere faciat honorificentiam
manifestare il suo onore e lo suo va suiatqueualorem. Etsialiquarerum lore.
Sealcundonoèfattodidome donata est hominibus a deo excelsa nedio glorioso e
eccelso agli uomini etgloriosa, dignumestutbeatitudo delmondo, degnacosaè da
credere siue FELICITAS donumsitdiuinum se- che quellodonosiabeatitudine,im
cundumquodipsæstoptimaomnium perciòch'ellasièlapiùottimacosa rerum humanarum;
est igitur de onorevole molto e compimento e rebus prehonorabilibus,cum sit
com. turineoquodestamatumapud eglihanno,
infinoatantoch'egliado ipsum; delectetur ergo iustus in perano la virtude; chè
il giusto si justitiætuirtuosusinuirtuteet dilettanellaiustiziæ'lsavionella
sapiensinsapientia. Etactionesfientes sapienza, elo virtuoso nella virtude;
peruirtuteminseipsissuntdelecta. eognioperazione,laqualesifaper biles uenuste
ac decore. forma di virtude. E neuna genera plementum uirtutis siue forma et
zione d'animali puote avere beatitu fructusipsius Non diciturautem
dine,senonl'uomo,eneunogarzone deequo neque de alio aliquo anima- nonhæ
beatitudine, perciòcheneuno liumhuiusmodi,nequedepueris, quod
animalenèneunogarzonenonado sintbeati,eoquodnequehuiusmodi perasecondovertude.
animalia neque pueri agant opera Beatitudo si è cosa ferma e stabile uirtutis. Etbeatitudoestresfirma
sempresecondounadisposizione, nella stabilis secundum dispositionemunam, quale non
cade varieta denèpermu inquamnoncaditalteratioet permutazione alcuna, e non
v'ha talora tatio, etnoncomitanturipsameuen: beneetaloramale, matuttaviabene,
tusuarii,etnuncbonitasnuncmalitia. E questo siè perciòchelabonitade Etenim bonitas
et maliciæstin opere elareitadesi ènella operazione hominis; et columpnabeatitudinis
dell'uomo. La colonna della beatitu
estoperasecundumuirtutem; co- dinesièl'operazione, chel'uomofæ 1 se remue pas,et si n'est mie une foiz bien
et autre mal, mais toutes foiz bien,porce que li muemenz de bonté ou de malice
n'est pas se es oevres des homes non. Li pilers de beatitude est lesoevres que
l'onfait selonc vertu,et la colone dou con traire est les oevres que l'on fait
selonc vice; et la vertus ferme et estable est en l'ame de l'ome.Li hom
vertueus ne se contorbe ne ne s'es maie por nule temporal chose qui li
avieigne; car il n'auroit jà beatitude se il s'esmaioit,car dolor et paor
abatent l'oevre de vertu et la joie de beatitude. Felicités est une chose qui
vient par vertu de l'ame, non pas dou cors. Aucunes choses sont mult griez à
sostenir;mais quant l'on les a bien sostenues,lors apert et se mostre la
hautesce de son corage; et sont au tres choses qui ne sont griez à sos tenir,
ne li hom qui les sueffre ne mostre pas que en lui soit force.Et jà soit ce que
mort et maladies de filz soient griez à sostenir, ne doivent pas remuer l'ome
de sa felicité; car bienetfelicité,ethome felixet Dex glorious et benois sont
tant digne chose et tant honorable que nulz pris ne nule loenge ne lor sofit
pas; et nos devons reverer et magnifier et glorifier Dieu sor toutes choses et
si devons croire que en lui sont tuit bien et toutes felicitez.,porce que il
est commencemenz et achoisons de touz biens. secondo virtude,e la colonna del
con trario suo si è l'operazione, la quale l'uomo fæsecondolovizio;equesta
operazione si erma e stante nel. l'anima dell'uomo,et l'uomo virtuoso non si
muove,e non si turba per cosa contraria temporale che gli possa a v venire,
perciò che già non arebbe beatitudine, s'egli si conturbasse, perciò che la
tristizia e la paura si toglie altrui l'allegrezza della beati. tudine. Sono cose le quali sono molto forti a sostenere; ma
quando l'uomo l'à sostenute pazientemente, si dimostra la grandezza del suo
cuore; e sono altre cose le quali sono lievi a sostenere,e perché l'uomo le so.
stegna non si mostra grande fortezza in lui, siccome morte di figliuoli e loro
malitia.Queste cose,avegnache ellesiano forti,non permutano l'uomo di sua
felicitade.La felicitade e l'uomo bene avventurato e domenedio bene detto e
glorioso sono tanto degna cosa e tanto da onorare che le loro lodi non si
possono dicere,e spezial mente si conviene a noi di reverire e magnificare
messere domenedio sopra tutte cose, e dee l'uomo pen sare di lui, che nel suo
pensare ha l'uomo tutto bene, e tutta felicitade, perciò ch'egli è
cominciamento e ca gione di tutto bene.
lumpna uero contrarii beatitudinis est opera secundum contrarium
uirtutis; et optima operationum secundum uir tutem est stabilissima earum in
ani ma;et uita beatorum continua est semperperactioneshonorabilesbonas; et
uirtuosus perfectus absque ex tollentia speculatur in rebus virtuali bus et
substinet irruentia mala et tollerat ea tollerantia decenti et non turbatur cor
neque formidat ex ma. gnis calamitatibus ex temporis malitia occurrentibus;
nisi enim eas decenter sustinuerit conturbabitur eius felicitas et inducentur
super ipsum meror et tristitiaque impedient secundum uir tutes operationes.
Quedam autem actionum malitie difficiles sunt ad sufferendum: sed quando acciderint
homini et eas sustinuerit,demonstrant eius magnanimitatem. Alie uero que. dam
facilepossuntsufferrietheecum inciderint homini et eas sustinuerit, non
demonstrant eius magnanimita tem; et mortuis ex bonitate actionum filiorum et
ex malitia ipsarum con tigit [modicum aliquid tante, in.
quam,quantitatis].transmittetfelices a sua felicitate ad infelicitatem; neque
infelices a sua infelicitate ad felicitatem. Bonum etfelicitasatque felices
et deus benedictus et excelsus digniora sunt et honoratiora quam ut lau dentur.
Immo conuenit quidem uene rari deum et ipsum singulariter m a gnificare et eius
intuitu felicitatem etfelicesetbonum,cum sintresdi. uine, et gratia quorum
omnia alia aguntur;et creditur de eo quod est Felicitade si è un atto il quale
procede da perfetta virtude dell'anima et non del corpo. Principium bonorum etipsorum causa, quod sit
res diuina. Felicitas est quidem actus anime procedens a uirtute perfecta,non
cor poris sed anime. Prima di passare
al raffronto della parte finale nelle diverse redazioni, non sarà inopportuno
riprodurre ancora un brano, del principio del secondo libro, che valga a
confermare le diffe renze e le relazioni da noi stabilite tra i due compendi,
volgare e francese, e il testo latino. Liber Ethicorum. Litresor, Virtus ergo
duplex est – Grice: NONSENSE: Virtue, like philosophy, is entire!--.,
Porceapert uidelicetintellectualiset ilque.ij.manieressont
moralis;intellectualis, devertuz: l'uneestde utsapientiætprudentia
l'entendementdel'home, etsimilia.Laudantese- ceestsapience, science nim hominem
ex parte Et uirtutum quidem tuel,nos disons:ce est uirium intellectualium eum appellamus.
intellectualium genera prisierdevertu intellec uns sages hom etsoutis; par
enseignement,et liumestperbonam et porcelicovientexpe honestam conuersatio-
rience et lonc tens. La nem;nequesuntinno- vertudemoraliténaist bispernaturam.Res et
croistparbonuset enimnaturalesnonegre. honeste;car ele n'est diuntur a natura
sua pas en nos par nature; perassuetudinem,utpe- àcequechosenaturele tra,quæsempertendit
ne puetestremuéede et sens; l'autre est de sapientem eum dicimus
autscientemaut(secun- choses semblables. Et dumaliquidhuiusmodi);
cepuetchascunsveoir sed ex parte moralium clerement; car quant
largumuelcastumuel un home humilem uel modestum mais quant nos le volons
tioetincrementumfit prisierdemoralité,nos inhomineperdoctrinam
etdisciplinam;ideoque chastesetlarges.X.La in eius acquisitione ex- vertu de
l'entendement perimentoindigetettem- estengendréeetescreue pore longo.
Generatio autem uirtutum mora en l'ome par doctrine et moralité,ce est chastée
et largesce, et autres disons:ceestunshom nos volons L'Etica.– Due sono le virtudi; l'una si è
dettaintellettuale,sicco me lasapienza e scienza e prudenza; l'altra si chiama
morale,sicome castitade e larghezza ed umiltade; onde quando noi volemo lodare
alcuno uomo divertudeintellet. tuale,diciamo: questi è un saviouomo,intende
vile e sottile; e quando noi volemo lodare un altro uomo di virtude morale,
cioè de costumi, si diciamo:questi è un uomo umile e largo.- Concio
siacosachesiano due vertudi,una intel lettuale e l'altra morale, la
intellettuale si si in genera e cresce per dottrina e insegnamento,e la virtude
morale si si in. genera e cresce per b u o na usanza;e questa ver tude morale
non è in noi per natura,percioc cbè natural cosa non si puote mutare della sua
disposizione per contra
riausanza.Verbigrazia: ad centrum naturaliter, lanaturadellapietrasi
etignisadcircumferen èl'andareingiuso,onde tia, numquam assue non la potrebbe
l'uomo receptionem, et perfi questevirtudinonsono tiunturinnobisexbona in noi
per natura,la po. A. amplio e chiarì meccanicamente l'esempio della pietra e
del faoco, valendosi del latino del Liber Ethicorum del commento tomistico:
puta lapis natura deorsum latus non autiqueassuescitsursumferri,
nequesideciesmilliesassuescat quis,eumsursumiaciens»;e sopratutto del Liber
minorum moralium: Lapis enim qui naturaliter deorsam descendit quamvis « quis
probiciat ipsum sursum uicibus innumerabilibus, quarum non comprehenditur
multitudo, «uolens per hoc assue facere ipsum mouerisursum, numquam
habebitpossibilitateminhoc.Et similiter ignis non est possibile at recipiat per
assuetudinem diuersum motionis suæ ». nos par usage; por quoijediqueces vertuz
ne sont pas dou tout en nos sanz nature ne dou tout selonc nature; mais li
commencemenz et la racine de recoivre ces vertuz sont en nos par nature,et le
lor c o m pliment est en nos par usage. Et toutes choses tanto gittare in suso, situm; neque aliarum
ch'ella imprendesse ad rerumullaassuescetop. Andareinalto ;elana-
positumnaturesue. turadelfuocosièd'an. Attamen cognationem dareinsuso,ondeno'l
aliquamhabetconsue. potrebbe l'uomo tanto tudo cum natura et co trarreingiuso,
ch'egli gnationemaliquamcum imparassedivenirein intellectu. Nonsuntita que in
nobis uirtutes niunacosanaturalepuo- morales naturaliter, ne tenaturalmente
farelo quepreternaturam; sed contrario della sua na- nati sumus ad earum giuso;
eduniversalmente tura. Mà avvenga che scunt huiusmodi oppo consuetudine. Item
omne puissanced'aprendrela tenziadiriceverleèin quodinnobisestnatura.
estennousparnature, noipernatura,elocom- literpreextititinnobis
etlicomplemenzesten pimentoèinnoiper potentialiter,deindeap usanza. Ondequestever.
paretactualiter.Ethoc tudinonsonoinnoi al manifestumestinsen
postuttopernatura;ma sibus. Sensus enim in laradicee'lcomincia.
nobisnonfiunteoquod mentodiriceverequeste uideamusuelaudiamus multociens,sed e
con trariofitinnobis.Ha bemus enim eos prius naturaliteretpostmo. vertudi si è
in noi per natura, e'lcompimento elaperfezionediqueste virtudisièinnoiper
usanza. Ognicosala
dumexercitamurineis. sonordreparusage con traire.Raison comment: la nature de
la pierre est d'aler tozjors aval, ne nus ne la porrait tant giteramont que ele
seust sus aler; et la nature doufeuestd'aleramont, ne nus ne leporroit tant
avaler que il seust en aval metre la flamme. Et generalment nul na tural chose
ne puet par usage aprendre à faire lecontraire de sa nature. Et jà soit ce que
ceste vertuz ne soit en nous par nature, certes la diusinterextremadicta, Et porunemeismechose et d'oïr, et par celui quella potenziao dee
ethocmodoestinom- pooirvoitetoit,etnus vede, enonvedel'uomo nibus
artificibus.Nam nevoitdevantqueilen prima eode, ch'egliab- hedificatores sumus
ex ait le pooir. Donques bialapotenziadelve- usuhedificandietcytha.
savonsnosquelipooir dereedell'udire. Dunque rediexusucytharizandi; est devant
le faire.Mais vedemo già che la po- ex bene quidem facere es choses de moralité
tenziavadinanziall'atto. hocbonisumusinbiis, estli contraires;car E nelle cose
morali è ex male autem mali. l'uevre et li faiz est de. tutto locontrario, chè
vant le pooir. Raison l'operazioneel'attova eadem
fituirtusetcor- comment:aucunshom dinanzi alla potenzia. rumpitur.....autem a
la vertu de justise, Verbigrazia: l'uomosi similiter sanitates. Et cor
mentneleseustlimais. rumpunturexpaucitate tresseiln'eneustovré fatteprimacase,
edal- etmultitudine,uttimi- autrefoiz. Autressi se trimenti non potrebbe ditas
et procacitas. Ti- vent aucun bien citoler peravereeglimoltevolte
averequellaarte, seegli midusenimfugitomnia, Exeisdemergoetper porce que il a
devant hæ la virtude che si actiones laudabiles cor- fait maintes cevres de
chiamagiustiziapera- rumpunturproptersu- jostise; etunsautresa vereegli
fattoinnanzi perfluitatemautdiminu- lavertudechastée, porce
molteoperazionidigiu. tionem, utexercitia su- que il a devant fait stizia, edhæl'uomola
per fluaaut diminutæt maintesoevresdecha virtudechesichiama
nutrimentisusceptiosu-stée.Toutautressiest castita deperavereope-
perfluaautdiminutafor- des choses de mestier rate dinanzi molte ope- m a m
sanitatis corrum- et de art.On scet faire razionidicastitade;e punt, equalitasautem
maisons,porcequeon cosiadivienedellecose ipsorumsanitatemfacit
enamaintesfaitespre artificiali, chè l'uomo et auget et conseruat. Et mierement; car autre
hal'artedifarelecase uirtutes morales porce que il en sont non
l'avessemoltevolte procax autem omnia in- molt usé. Et li hom est adoperata
dinanzi;esi. uadit. Fortitudo autem bons por bien faire,et migliantemente
l'arte qualeèinnoiperna- Virtutesautemacqui- qui sontennosparna tura, sièprimæpoi
rimusexfrequentatione turesontpremierement sivieneinatto,siccome
actuumhabitusinducen- enpooiretpuisen fait, avviene de sensi del- tes. Iusti
etenim sumus aussi comme li sens de l'uomo,chèprimaha exusuactuumiustitie,
l'ome;cartoutavanta l'uomo la potenzia dive. et casti similiter, scilicet li
hom pooir de veoir dere e d'udire, e per ex usu actuum castitatis, del ceterare
ha l'uomo inhisesthabitusme- mauvaispormal faire. et
inest fortitudo ei qui scit fugere a fugiendis et inuadere inuadenda,
ethichabitusacquiritur Per una medesima exconsuetudineuilipen
cosasigeneranoinnoi di (sic) terribilia.Sicca levirtudi,esicorrom
ponosequellacosasifa indiversimodi;eadi viene della virtude si
comedellasanitade,che una medesima cosa in diversi modi fatta fa ella sanitade
e corrompela. Verbigrazia: la fatica s'ella è temperata si in. genera sanitade
nel corpo dell'uomo,e s'ella è più che non si con. viene o meno che non si
conviene,si corrompe lasanitade;esìadiviene della virtude che si cor rompe per
poco e per troppo, e conservase per tenere lo mezzo.Verbi. grazia: paura e ardi
mento corrompono la prodezzadell'uomo;per cio che l'uomo che ha paura si fugge
per tutte le cose, e l'uomo ch'è arditoassalisceognicosa e credelasi menare
fine; e nè l'uno nè l'al. tro non èprodezza;ma la prodezza si è tenere lo mezzo
intra l'ardi mentoelapaura;edee stitatishabitusacqui. ritur ex consuetudine
retrahendiseauolupta tibus,etsimiliterseha betinceterishabitibus laudabilibus.
per avere molte volte ceterato; e l'uomo è buono per far bene,e lo rio per far
male. naissent en nos et se cor rumpent les vertus,se cele chose est menée en
diverses manieres;tout autressi c o m m e la santé; car travailleratempree.
ment engendre santé au corsdel'ome;maistra vailler o plus ou mains que mestiers
n'est,cor ront la santé; mais meenneté la garde et acroist: autressi est de
vertu, car ele corront et gaste par po et par trop,et si se conserve et
maintient par la meenneté.Raison com ment: Paors et harde corrumpent la proesce
del' om e; c a r li hom qui a paor s'enfuit por toutes choses, ne n'ose nule
emprendre; et li hardis emprent à faire toutes choses,et les cuide mener å fin.
Et sachiez que l'une
ne l'autre n'est pas proesce: mais proesce est aler entre hardement et paor. Et
doit li hom foïr les choses qui sont à foïr, et envaïr les choses qui sont à
envaïr. Et cist habiz est aquis par usage de desprisier les terri bles
choses,et habiz de chastée est aquis par u a mens l'altre virtudi,siccome tu
hai inteso della pro dezza; chè tutte le virtù s'acquistanoesisalvano per
tenere lo mezzo. Col raffronto del devez entendre de
toutes vertuz. brano finale mettiamo termine a questo prospetto comparativo,
che porta un contributo,non privo d'in teresse, alla conoscenza della fortuna
aristotelica, ed è d'impor tanza fondamentale per la storia dei compendî
neolatini del l'Elica nicomachea. che
sono da fuggire. E sage de retenir soi contre l'uomo fuggire le cose
cosideiintenderein tutte ses covoitises. Autressi Liber Ethicorum. Educatio puerorum secundum
no- Dee essere lo notricamento delli bilem legem necessaria est ad indu-
garzoni secondo la nobile legge, e cendumeispermodumcastitatiset ausarliadoperazionidivirtù,
ein non per modum continentie. Inde- questo dee essere per modo di castità,
lectabilisenimest apud plures homi. enon per modo di continenzia, per. Numususuirtutum
per modum con- ciocchèl'uso della CONTINENZA TEMPERANZA non è
tinentie.Nequeabstrahendæsteis dilettevolea molti uomini, enonsi manus statim
post pueritiam, sed dee ritrarre la mano di gastigare continuanda est eis usque
ad con il fanciullo via via dopo la fan sistentiam et robur virilitatis. In
ciullezza; anzi dee durare in fino al rectificando quosdam sufficit redar-
tempo, chel'uomo è compiuto. Sono gutioetcastigatio sermocinalis, in uomini che
si possono correggere aliisautem quibusdam uixsufficitas. per parole e sono
altri che non siduatio uerberum tam quam in bestia. si possono correggere per
parole, Neutrouerohorummodorumrecti- anziv'èmistieripena. Esonoaltri ficabiles
tollendi sunt de medio. No- che non si correggono in niuno di
bilisetstrenuusrectorciuitatisciues questiduemodi, equesticotali
nobilesefficit, etbonioperatoresha- sono datorredimezzo. Lonobilee'l
benteslegemetoperalegisexer- buonoreggitore dellacittafanobili
centesaduersantureisqui contraria cittadiniebuoni, li quali servan ola agunt,
etsibonaagant. Inpluribus leggeefannol'oper achecomanda ciuitatibus iam abiit
regimen uite la legge e sono avversari a coloro hominum ideoque dissolute
uiuunt che non osservano gli comandamenti et propriassectantur uoluptates.Et
dellalegge, avegnach'ellifacciano regimen quidem conuenientius est bene. In
molte citta di èitoviailreg. communis prouisio moderata,cuius gimento della
vita dellihuomini,però usum obseruare possible est et non che si vivono
dissolutamente ese summedificile: etquodcupitquili. guitanolelorovolontadi.
Lopiùcon betseruariinseetamicisetfiliiset venevolereggimentoche porresi
familia. Et precipueydoneusadtalis puotenellacittà, sièquellocheè
regiminisconstitutionemestillequi temperatoprovedimento, intalmodo sciuerit
quod dictum est in hoc libro. che si puoteosservareenonètroppo
Scietenimcanonesuniuersalesad grave; equelloloqualedesidera
particulariadistrahere. Communis l'uomo che si osservi insèenelli I codd. ce questicotalisono rei perchè
sonopartiti in tutto dal mezo, et « debbono essery odiati si come sono li lupi
et cacciati d'ongne buono luogo. Lo nobile etc. L'Etica d'Aristotile. Li
Tresors, Magliabech. Et li norrissemens des enfans doit I nodrimenti da
fanciulli debbono estrenoblesentelmanierequeil esserenobili, sichesiabeneapreso
soientaprisàfaireetàuserlesbones afareedausodibuoneopereper oevresparchastée
non mieparcon- chastitænomicapercontinuanza. tinance, carcontinancen'estmiecon-
Che continuanza nonemicha conue venablechoseasgens;etl'onne neuollecosaagienti;
el'uomo non doitpasostercestusagenecest deemichaleuare questausanzane
chastiement maintenant que il ont questo chastighamentoimmantenente enfance
passée, mais maintenir la ch'egliàla fanciulleza sua, maman jusquesàtant quelidroizaagessoit
tenerla insinoa tanto che il diritto acompliz. Iliahomesquipueent estre governé
par chastiement de paroles, et autresiaquinepueent
mieestrechastiéparparoles,mais par menaces de torment; et autre home
sontquel'onnepuet chastier ne parl'unne parl'autre; ettelhome
doiventestrechastiésiqueilnede- mourentavecautresgens. Li chacciatisi ch'egli nodimorino
con noblesgouverneresdelacitéfaitles l'altrigienti. Quidicedelgouerna
citeiensnoblesetlesfaitbienoyrer mentodellacitta Ino.
etgarderlaloietcontresterasautres biligouernamentidellacitta defanno
quinelagardent, jàsoitcequeil icittadininobilieglifabene operare lefacentbien,
Maintescitez sontoù e guardare la legieecontradirea
ligouvernementdelaviedel'ome quegliche nollaguardano,concio sontdestruit,
etviventdissoluement, siacosach'eglifaccianobene.Molte car chascuns va après sa
volenté. città sono oue il gouernatore della Liplus nobles governemensquisoit ụitadell'uomoè
distrutæuiuono enlaviedel'ome, età moinsde disolutamente, chè chattuno
poineetdetravail,estcilquel'on apressosuauolonta. Il più conuene consirede maintenirsoietsamaisnie
uolle comandamento egouernamento etsesamis,etcilpuetconvenable- chesianellauita
dell'uomo e apena mentmaintenirgensquiaurala dipeneeditraualglioè quellache
science de ce livre; porce que il l'uomo considera di mantenere se e
saurajoindrelesenseignemensuni. suamasnadæsuoiamici; equeuli
verselsaveclesparticulers; carci- puote conueneuollementemantenere
teiennecommuneest diversedela gientecheàconsecolascienzadi
particulere,aussicommeentozmes- questolibro; peròch'eglisapragiun
agiosiacompiuto. Esonohuomini che possono esseregouernatipergha.
stigamentodiparole, ealtrisonoche no possono esseregastigatiperpa role, ma perminacieditormenti;
e altrisonochel'uomononpuotees seregastigati nè per l'unonè per l'altro; etallihuominidebbonoessere uæ A.
riduce molto sensibilmente il testo latino e ne sopprime a dirittura la fine. Forse
A. ritenne compiuto a quel punto trattato aristotelico della morale e credette
opportuno escludere le parole seguenti. Forse a lui medico e mæstro fa ombra
quell'accenno, in fine, all'arte della medicina. Probabilmente A. rappresenta
più da vicino il metodo pratico, e il libellus de servanda sanitate pnò darcene
fede. S'è cosi, A. non puo piacevolmente accogliere l'affermazione
aristotelica. Namque ciuilitas differta particulari
suoi figliuoli e negli amici suoi. E quem ad modum in medicina et ceteris lo buono
ponitore della legge si è potentiis operatiuis; inhacintentione
quegliloqualesale regole universali, nonmodicæstdifferentia. Inomnibus le quali
sono determinate in questo ergo huius necessaria cognitio uni. libro,et salle
coniungere alle cose uersalium simul et particularium. particulari le quali
vegnono altrui Experientia enim sola non est sufficiens in hiis, neque
scientiauniuer- saliuminipsissecuræstetcerta absque experimento. Multi ergo m e
dicorum sola freti experientia in se ipsis,quidem intendunt,bene uidentur
operari et in aliis non proficiunt quicquam,eo quod naturam ignorant. Considerandum est itaque
qualiter et per que erit quis peritus legislator. Erit autem hoc per noticiam
rerum ciuilium, que subiectum sunt huius potentie. Quemadmodum se habet in
ceteris artibus consimilibus huic, posse experientie in inuentione legis non
estmodicum.Quidam putauerunt quod hac ars et rethorica sint unum et idem: in
uno etiam putauerunt intralemani,peròcheabeneordi. esse uiliorem hanc
rethorica: et leue quid reputarunt scientiam condendi le. ges. Non estautem
sic;electionam que in arte qualibet actus nobilis est, et quidem per duo
est,siue per scien tiam et experientiam: et per scientiam quidem est actus
illius inventio et per experientiam est ipsius directio et certificatio. Et universaliter connare le leggi si è mistieri
ragionee sperienza. di uiuere coronpono
ibuoni usi di tiers;
carenchascunechoseconvient gniere lo'nsigniamento uniuersale il conoistreles
particuleresetlesuni. Chol particullare; chèciertauitadi verseleschoses,
porcequeseuleespe. comuneèdiuersadallaparticullare, rience
n'estmiesoffisansence; et savoir les universels choses n'est pas altresicomeintutti
mestieri, chèin ciascuna cosa conuiene conoscere li seure chose sanz l'esperience;
ainsi commenosveonsmaintmirequi par particullari e queste uniuersali cose,
peroche solla SPERANZA non èmica soficiente in cio; e sapere l'uniuersali
cosenon è mica sicuracosasanza seule experience sevent maint bien
faireenlormestieretenseignierne les porroientasautres, porcequeil
n'ontsciencedes universels. Donques l'esperienze; sìcomenoiueggiamo molti
mediciche per sola speranza seracilparfaizmaistresdelaloi
neseguemoltobenefareinsuome. quiseitlesparticulerschosespar stiere,
einsengniareno'lpotrebono experience et qui seit les choses agli altri, però
ch'elgli non áno universels. scienza de l'uniuersali cose. Dunque Home furent
qui cuidierent que sara quegli perfetto mæstro della rectoriqueetla science
demaistrie legie chefæle particullari cose deloifussentunemeismechose,et
persperienzæ che sa le coseuni penserentquecestesciencefustle- uersali. giere;
maislaveritén'estpasainsi, Huomini furono che credottono che porce que li
maistres de la loi doit lla retoriccha e la scienza di m o
estresemblablesàsesciteiens, et strarelegiefossonounacosa, epen
doitsavoircestart, etquilesaura sarono che questa scienza fossele
liseraprofitable, etautrementnon; giere; ma llaueritanonècosi,però
etseilcommencastà faireloisanz cheimastridellalegiedebbonoes cestescience,
ilneporroitdoitrement sere similgli antialoro cittadinie
conoistrenejugierlabontéde sana- ture, deacomplirladefautedesa science, mais
porcequenoscuidons consirertouteshumaineschosespar legiesanzaquestascienzæglinon
guise de philosophie, simetronstout potrebe dirittamentegiudicharenė avant
lesdizdesancienssages; et conosere di bontà di sua naturane
encepenseronsquelesdes ordenées conpieladifaltadisuascienza. Ma manieres de
vivre corrumpentles perochenoi abbiamo d'andarecon bons us des citez,
etliconvenable siderandotutteumanecose perguisa les redrescent, etquiestl'achoison
diphilosophia,simetonotut'auanti demaleviededanzlacitéetdela i detti deli
antichi sauieciòpen bone, et parquoilaloiest semblable
seremonoicheledisordinatemaniere as costumes. Debono saperequestaarte: chilese
guirrasaràprofitabileealtrimenti non.Es'eglicominciasonoafare ditio legum similatur potentiis ciui libus,
nec potest esse conditor legum qui non habuit scientiam istius artis. Qui uero habuit eam proficiet
per experientiam et qui non, non. Et cum inceperintimponere legem absque habitu
scientiali, non recte discernent. Neque bene iudicabit, nisibonitaset
excellentia multa nature suppleat de. fectum scientie. At quantum cumque natura
bene disposita sit, est tamen promtior et expeditior est in uere iudi.
cando,cum secum habuerit certudinem artificialem.Quoniam itaque proponi mus
speculari in rebus humanis modo philosophico, substinemus primitus
dictaantiquoruminhoc; deindeconsi derabimus modos uiuendi,qui extant; qui
ipsorum corruptiui sintconsortii ciuilis in ciuitatibus quibusdam et rectificatiui
in quibusdam, et qui corruptiui in omnibus et qui rectifi. catiui in omnibus,
et que est causa bonæ uite quarundam ciuitatum et que causa quarundam habentium
se e contrario, et quarum leges con suetudinibus similantur. Incipiamus ergo et dicamus. cittadini,e le conueneuoli la dirizzano, e
chi è chagione di malla uita dentro alla città e della buona, e perché la legie
è sembiante a costumi. Da questo prospetto risulta chiaro quanto abbiamo prima
affermato, ed insieme con la questione dell'etica volgare è risoluta quella non
meno importante del volgarizzamento del Tresor e delle fonti di esso, che
Sundby con molto buona volontà ma con poca fortuna rintraccia nel latino
dell'altro Liber Ethicorum, del commento tomistico e nelle chiose d’AQUINO (si
veda). È naturale che il critico ha qualche volta gridato all'impossibilità di
trovare il passo corrispondente nell'originale, ch’egli rinvenne del resto
molto malconcio e scompigliato nel volgare di LATINI. Nè Sundby è il primo a
esser tratto in inganno circa le fonti del libro del Tresor. Già Mehus parla di
un'etica latina di cui si valse LATINI, compilata per incarico dell'imperatore
Federico I a Napoli, e di una traduzione in latino del Liber magnorum
Ethicorum, fatta sotto gl’auspici di Manfredi da mæstro Bartolomeo di Messina. Mehus
è senza dubbio fuor di strada. Giacchè quest'ultima opera rimane estranea alla
tradizione dell'Etica nostra, nè di quella prima imperiale versione
d'Aristotile pare che non sia lecito dubitare. De'rifacimenti latini dell'Etica
aristotelica dirò compiutamente in un prossimo lavoro; giacchè non è più
possibile star paghi alle vecchie notizie,e d'altra parte le buone ricerche del
Jourdain non sono affatto compiute e i risultati da lui ottenuti non sono più
in buona parte sostenibili. Della Nicomachea si conoscono cinque redazioni
latine nel 1300; delle quali tre derivano direttamente dal greco: l'Ethica uetus
che comprende solo il secondo e il terzo libro,l'Ethica noua che contiene il
primo libro, e il Liber Elhicorum che abbraccia tutti i libri e al posto dei
primi tre inserisce con frequenti ritocchi e modificazioni il testo dell'Ethica
noua e dell'Ethicauetus. Il Liber Ethicorum, che fu commentato d’AQUINO
(vedasi), ebbe larghissima diffusione,come pare anche dal numero e dalla
importanza de'mss. che lo contengono, insieme col commento tomistico servi di
testo fondamentale per l'instituto filosofico etico del tempo. Per il tramite
arabo ci son pervenuti due rifacimenti latini della Nicomachea,d'indole ben
diversa: il Liber Ethicorum, volgarizzato d’A., che SERVE DI FONTE al Tresor, e
il Liber Minorum Moralium o liber Nickomachiæ, tradotto dall'arabo in latino
per opera di Ermanno il Tedesco (Herman nus Alemannus). È questa la parafrasi
dell'Etica fatta da Averroè; il rifacitore non volle solo tradurre l'opera m a
intese altresi chiarirla e spiegarla,accrescendone e sviluppandone idati
dimostrativi che nel testo sono ridotti a'risultati de'processi lo
gici.Aristotile parve un po'contratto;l'arabo ne distese imuscoli Fin ora ho
potuto esaminare ventidue mss.,di cui quattro del sec.XIII
(Laurenzian.89,sup.44;XIII Sin.1;79,13; XIII Sin, diciassettedelse colo
(Ambrosian. F. sup.; A. inf.,di mano di
Boccaccio; Laurenz. XII Sin.7; XII Sin.9; Nazion.Napoli,VIII G. 11;G. 25; G.27:
Riccard. III;Marciana (mss.lat.) cl.VI,39, 41,43,44,122;Uni vers.Padova;
Antoniana; Capit. Padova G. 54; e uno del sec.XV:Ambros.R. 50. sup.). Laurenz. , sup. Trova si pure impresso in
tutte le edizioni di Aristotele con il commentario di Averroès (Venezia, Andrea
d'Asolo; Giunta). Laurenz. X I I I, Sin. 1 2; V I I I, Dext. 6. Ashburnham.e ne arrotondo icontorni, stemperandone
la fibra. Aristotile, ada giatosi nella mollezza araba un po' adiposa, si
presento all'in telligenza un po'incerta, bambina alquanto e stentata,delle
nuove genti latine che con più agevolezza poterono,cosi in veste più
larga,contemplarlo e comprenderlo; e l'opera aristotelica, accresciuta di quel
po' di cemento della parafrasi araba che riempiva gl'interstizî apparenti della
sua costruzione ideale,poté intendersi e premere sulle coscienze senza l'aiuto
di un com mentario apposito che dissolvendone l'unità finale ne facesse a p
parire gli elementi semplici di formazione. Cod.Ashburnhamiano955[=
1]membr.sec.XIV,conlaprimapagina miniata.Tit.: L'Etica del sommo phylosofo
Aristotile; la soscrizione finale si legge difficilmente; pare: Explicit liber
Ethicorum Aristotelis phylo. sophj in uulgari idioma scriptus: di cc. scr. 48,
le cui ultime presentano molte abrasioni. Cod.Magliabechiano 12.8.57
[52]membr.sec.XIV;titolieiniziali color.,di cc.scr.26. Com. Prolago sopra
l'etichadel sommo phylosofo Aristotile; in fine: Explicit liber ethicorum
Aristotilis. deo gratias. In fondo è ilnome del trascrittore «Sander me
scrissit». Cod. Magliabechiano A.2.3.2[= 3]membr.sec.XIV;titolieiniziali in
rosso,di cc.scr.22. Com.: Prolago sopra l'etica d'Aristotile; in fine: Qui
finisce il libro dell'Etica del sommo filosafoAristotile il quale tratta delle
uertudi che ssi conuegnono auere a cchostumi ed a buona vita delli huomini. In
fondo « Giouanni di Lapo Arnolfi lo fece scriuere. Compiesi di < scriuere m
»; più sotto è indicato iltrascrittore«Sanderme scrissit»:è
lostessodelcod.precedente. MARCHESI. Cod.Magliabechiano 2.4.274[=
4) membr.sec.XIVexc.dicc.scr.44, miscell., contiene il Trattato sulle avversità
della fortuna (c.1-16'). L'Etica com.: Incipit Ethica Aristotilis translata in
uulgari a magistro A. florentino; infine: Explicitethica Aristotilistraslatatape
rmæstro A. deo grazias. A c.1a « Qui cominciano le robriche di tutto il libro
dell'eticha « d'Aristotile traslatata per lo mæstro A. ». Cod.Marciano
(mss.ital.)II,3 [= M]membr.sec.XIV,225 X 164,di cc.46 non
numerate;anepigr.Precede il trattato «de la doctrina di tacere «etdi
parlare»diAlbertano da Brescia;finisceac.11a:Quifiniscee libro de la doctrina
di tacere et di parlare el quale fece messere Alber tano giudice da brescia
nell'anno domini Millesimo CCXL V del mese di dicembre Deogratias Amen.Dopo un
foglio vuoto,ac.13a seguono alcune « Sententie Tulij et Senece et aliqua dicta
Aristotilis », che vanno sino a c.18a. L'Eticii,anepigrafa,vadac.18'ac.46t;iltestoèmolto
guasto e scorretto,senza alcuna divisione in libri; in fine: Finitus est liber
deo gratiasAmen. Cod.Palatino634[=5] membr.sec.XIV;rubricheeinizialicolorate:
di cc. scr.27, più una bianca. Tit.: Incomincia l'eticha d'Aristotile in uol.
gare; in fine: Explicit ethica Aristotilis translata a mgio iohe min. deo
gratias. Cod.Riccardiano 1538 [= 6;vecch.segn.S.III.47]membr.sec.XIV
inc.,miscell.,con belle iniziali colorate e rabescate e numerose vignette
intercalate nel testo,di cc. scr.231. Tit.: Incipit etthica Aristotalis. Segue
all'Etica il trattato delle quattro Virtù, il Segreto de Segreti e da l t r e
scrittur e sacre e profane;il cod.,come sivede dalla soscrizione
finale,appartenne a un Bertus de Blanchis che ne fu forse anche il
trascrittore. Cod.Riccardiano 1651 [= 7;vecch.segn.N. IV.27]membr.sec.XIV,
coniniziali colorateer abescate, dicc.scr.50.Tit.:Prolagosopra l'ethica
d'Aristotile;infine:explicitliberEthicorum Aristotelis. Contiene in oltre:
Egidio Romano, la esposizione della Canzone di Cavalcanti. Cod. Laurenziano Sup.110[=
a]membr.sec.XV, dicc.42.Nella 66 C. MARCHESI Cod. Riccardiano membr. sec.
XIV, miscell.; presenta t r a c c e di quattro mani diverse;la più antica
riempi ifogli dell'Etica (da c.5a a c. 3 0 ). Com.: Qui comincia l'etica
d'Aristotile. Cod. Ambrosiano C.21.inf. membr.del sec.XV, dicc.58,con la prima
pagina fregiata e miniata, con lo stemma del possessore e il ri tratto del
filosofo; le iniziali di ogni libro colorate e fregiate. Com.: La Prefatione di
'l primo libro di l'Ethica de Aristotele ad Nicomacho suo figliuolo; nessuna
soscrizione finale. prima pagina è lo stemma del possessore con la
indicazione « Jacopo di « piero benciuenni ciptadino florentino spetiale a
pie'del Ponte Vecchio 1488 ». Tit.:Prolago sopral'eticadelsommo phylosofo Aristotile;infondoporta
la data della trascrizione: 1451. Cod. Laurenziano [= r] cartac. sec. X V, di
cc. 118. Precede a p. 1 « Insegnamento delle uirtudi e mortificamento de'uitii
secondo Aristotile e detti e autorità notabili di Santi et di molti saui et
filosafi et poeti » cioè, il VII libro del Tesoro. L'Etica cominciaac. Qui comincia
l'etica d'Aristotile; in fine: Explicit l'etica d'Aristotile. Cod. Magliabechiano2.4.106[=
m]cartac.sec.XV,dicc.77,miscell.; contiene volgarizzamenti di opere sacre.L'Etica(c.54-72t)com.:
Qui co mincia un'opera facta per lo grande sapiente Aristotile detta l'Eticha;
in fine: Finita l'eticha d'Aristotile translatata per mæstro A..deo
gracias.Sottoèl'indicazionedell'anno Scrittadigennaio1459».
Cod.Magliabechiano2.2.72[= p]cartac.sec.XV,miscell.:contiene la dottrina del parlare
(estratta dalla P.I,cap.13del Tesoro), il Segreto de Segreti, il volgarizz. da Vegezio
Flavio,un libro delle Aringherie etc. Si trova unito a questo un codicetto
dello stesso formato, di cc. 18, conte nente una piccola storia o diario della
città di Firenze. L’Etica va da c. 5 4 a c. 3 6 ', a n epigr. In fine: Compiuta
è l'Etica d'Aristotile translatata in uolgare da mæstro A.. Cod. Magliabechiano21.9.90(=
r]cartac.sec.XV exc.miscell.Con tiene una parte del trattato del Governo della
famiglia di ALBERTI (vedasi) e dell'Etica solo il libro ottavo e nono; vede
bene che il trascrittore ha volutoestrarrelaparte riguardantel'Amicizia;ambedue
ilibrisondivisi in capitoletti. A c. 6 1 è l a soscrizione del copista Strozzi
», eladata:. Codice Marciano (mss.ital.) I,134(= N) membr.sec.XV,205X 138,
cc.64 non numerate,con le iniziali dei libri miniate e dorate. Com.: Incipit
proemium transductoris huiusoperisuulgaris; iltestocom.ac.21:Libri Ethicorum
siue Moralium Aristotelis qui sunt X in multa capitula diuisi, quia generaliterdemoribussehabet.
Nam inprimo librodeterminat de felicitate morali et eius partibus. Segue un
semplicissimo ristretto volgare degli Economici,indue libri:Incipiunt libri
Ichonomicorum Ari. stotilis duo diuisi in aliqua capitula pertinentis ad
gubernationem familie. Nam in primo libro determinat de partibus Iconomiceetde coniugatione
mulieris et uiri, quæ dicitur nuptialis,de coniugatione parentum ad filios quæ
dicitur paterna,et dominorum ad seruos quæ dicitur dispotica. « La scientia di
regiere la casa ha nome Iconomicha et è differente da la scientia di
reggiere la cipta la quale ha nome polliticha. Non solamente « perchè una cio e
la Iconomica considera el regimento de la casa et la « politica el regimento de
la cipta,ma etiandio perché in reggiere la casa «nondieesseresenonuno.».A
c.61asegueun Extractum Aristotelis de libro Secreta Secretorum de arte
cognoscendi qualitates hominum ad Alexandrum regem. In ultimo è questa
soscrizione: « Ex Venetiis primo finis». Codice Marciano (mss.ital.) (=
V]cartac.sec.XV inc.,272X200, di cc.48 non numerate,con la iniziale miniata e
il titolo rubricato: Hetica d'Aristotile; finisce a c.38 ': Qui finisce il
libro detto Ethyca d'Aristotile. Composto per lo nobile phylosapho Aristotile
greco Atheniense scritto e compiuto. Nellestinche di firençe nel malleuato di
sotto. Seguono due carte bianche, e a c. 41 il libro di sentenze, che si legge
pure nel Marciano II, 3. Cod. Mediceo-Palatino membr.sec.XV,di cc.scr.54, più
quattro vuote:ititolidei libri e dei capitolicolorati;scrittomolto nitida
mente.Per incuriadichirilegòne'due primi quaderni è un'inversione cui pone
riparo la opportuna numerazione delle pagine.C o m.: Incipit Ethyca Ari. Stotilistranslatainuulgariamagistro
A. florentno; infine:Explicit Ethica Aristotilis traslatata per magistro A..Deo
gratias Amen. Cod.Palatino cartac.sec.XV, dicc.44,miscell.;contiene il libro di
ammæstramenti,sentenze,il libro di Catone,il trattato delle quattro virtù, e
altri volgarizzamenti di carattere morale. L'Etica com.: Questa si è l'etica
d'Aristotile; in fine: Explicit etica Aristotilis translata a magistro A..
Cod.Palatino510[= d]cartac.sec.XV inc.,dicc.111,miscell.;con. tiene
volgarizzamenti da BOEZIO (vedasi), CICERONE (vedasi), etc. L'Etica com.: Qui
chominciano i fioretti dell'etica d'Aristotile; in fine: Finiti i fioretti
dell'etica deo gratias. Cod. Palatino
cart a c. sec. X V, dicc. 4 5: iniziali colorate e fregiate. Inc. Qui
chomincia il proemio sopra l'ettichia di Aristotile Pren. cipe di filosafi; in
fine: Finito e libro chiamato l'eticha d'Aristotile a di X X V d'ottobre mille
quatrociento quarantacinque per le mani di filippo Adimari da firenze a uso e
stanza di se e di suoi amici deo gratias. Cod.Riccardiano1084 [= c]cartac.sec.XV,dicc.49;inizialieru
briche colorate. Inc. Comincia il prolago del libro della hetica d'Aristotile;
in fine « deo gratias amen ». Cod.Riccardiano cartac. sec.XV, dicc.248,miscell.;con
tiene scritture sacre.L'Etica va da c.49a a c.702. Com.: Prolagho
sopra l'eticha del somo filosafo Aristotile; in fine: Finiscie l'eticha
del sommo filosafo Aristotile deo grazias. Cod.Riccardiano 2323 sec. XV,di
cc.51; rubriche e iniziali grandi colorate.Precede la Introduzione al dittare
di «mæstro Giouanni « bonandree da Bologna », con questa ottava al principio «
Di Bologna natio «questoautore|nellacittastudiandodou'ènato conallegrezzæmæstral
«amore di giouani scolar questo trattato brieuementecomposeilcui ti «nore
conciedeachi l'aurabeni studiato sopra quelche la epistola a di. manda et
sofficientemente in lei si spanda ». L'Etica è compresa da c.20 ac.51;infine: Explicit
Eth. Ar.traslatataamagistro A.inuulgare. Scribere qui nescit nullum putat esse
laborem. Cod.Riccardiano1610[= h]cartac. sec.XV, dicc.26, miscell.;contiene il
trattato delle quattro virtù.Com.: Incipit liber Ethicorum Aristotilis;
infine:ExplicitliberEthicorum Aristotilis.Ilcopistafu«lulianusAndree a de
Empoli che lo scrisse « per sè e per i suoi consanguinei ». Cod.Riccardiano cartac.sec.XV,dicc.69:inizialierubriche
colorate,con frequenti macchie d'acqua nel margine.Contiene il Segreto de
Segreti(1"-44a)el'Etica (441-68a); com.: Fioretti dell'eticha d'Aristotile
del primo libro; in finc: Qui finiscie el libro dodecimo ed ultimo delle ticha composto
perlonobile filosofo etsommo Aristotile.Amen. Cod. Ambrosiano J. 166 inf.
Cartac., trascriz. rec. Il codice consta di più parti cucite insieme. L'ultimo
quaderno contiene l’Etica, il Segreto,e il volgarizzamento dell'orazione pro
Marcello. La trascrizione è fatta con molta probabilità su di un codice antico,
fedelmente. L'Etica è anepigrafa; in fine: Explicit Eth. Ar.Manca ogni
divisione della materia. Cod.Erbitense [Biblioteca Comunale di
Nicosia].Cartac.,trascriz.rec. Contiene il volgarizzam. toscano del de Amicitia
e il compendio dell'Etica, che manca del primo libro. Cod.Napolitano
Nasion.XII.E: Copia recente d'un ms. quattrocentino posseduto dalla biblioteca
di casa Bentivoglio. Contiene il trattato della fisimomia (sic), ch'è aggiunto
in fine come tredicesimo libro dell'Etica.Inc.: Dell'Eticha del sommo filosofo
AristotilelibriXIII;in fine: Qui son finiti i dodici libri dell'eticha del
sommo Aristotile. Cod.Ambrosiano G. Sup.(=
Amb.)membr.sec.XIV,aduecolonne, con rubriche fregiate e colorate; di cc. scr. 121.
L'Etica va da c.56a « In « cipit libro d'eticha Aristotile » a c.73a « Expicit
libro d'eticha Aristotile. « Incipit libro costumantie. L'ultimo capitolo con cui
si chiude il codice è: Come ilsignoredeestarearendereragione. Finisce «eprenderai
« commiato dal consellio e dal comune de la citta e te ne anderai a gloria dea
honore. Finiscelo libro di mæstro Brunecto Latini da Fiorenza». Cod. Ashburnhamiano
540 (= a)cartac.sec.XIV;anepigr.e mutilo, dicc. 138. L'Etica finisceac.73t: Explicitelica
Aristotilisa Magistro A. in uulgare traslata. Il resto del Tesoro si arresta a
cc.88 (lib.VII, cap.27]; a c.90 è un capitolo in terza rima di Dante: lo
scrissi già d'amor pii uolte in rime,con una notizia sull'occasione ch'ebbe il
poeta di scriver quella poesia;a c.94 è una legienda chome tre monaci andarono
nel paradiso di lutiano. il qual e in terra... Seguono altri scritti,tra cui un
framm. del Fiore di filosofi. Cod.Gaddiano cartac. sec.XIV,acef.e mut.; ilprimo
foglio è aggiunto di mano diJacopo Gaddi, dicc.147, sciupatodall'acqua. Ilcodice
si chiude con l'Etica,ed ha questa soscrizione: Finito el libro fatto e chon
pulato per Latini. Il cod.come si vede da un'indicazione sulla
guardia,apparteneva a'figliuoli di « Giouanni di ser Andrea di Michele « Benci
lanaiolo cittadino fiorentino ». Cod.Laurenziano42.23(= ) membr.sec.XIV,contitoliinrossoe
le iniziali colorate, e il ritratto del mæstro, in principio, dipinto nell'atto
che insegna; di cc. 142. Il testo è diviso in tre parti: dopo la prima è un
indice della materia precedente; un altro indice di tutta la rimanente m a
teria trovasi alla fine del codice. L'Etica va da c. 59! « Cominciamento del «
segondo libro del Tesoro lo quale e appella l'eticha che compuose Ari « slotile
» a c.774 « Explicit hetica Aristotilis a magistro A. in uol. «gare
traslectata». Infinedelcod.: «Explicitlibroloqualefuecomposto per lo mæstro
Brunetto Latino di fiorenza et poi traslectato di fran ciescho in latino (Bondi
pisano mi scrisse dio lo benedisse. Testario sopra nome, dio lo caui di gienoua
di prigione. et a llui et a li autri che ui sono e da dio abiano
benizione.Amen amen). La soscrizione è di mano dello stesso copista.
Cod.Laurenziano 90 Inf.46 (= d)cartac.sec.XIV exc.,aduecolonne; titoli in rosso
e iniziali colorate; di cc. L'Etica va da c. 74+ (Qui co. mincia l'ectica
d'Aristotile et est la segonda parte del Tesoro) a c. 100a (Explicit l'etica
Aristotile in questo tanto che io noe trouata).In fine del codice: Qui fenisce
lo sourano libro-Explicit lo libro del Tresoro. Cod. Magliabechiano 2. 8. 36
(vecch. segn. 25. 258] secc. XIII-XIV: acefalo e mutilo di cc.91. Comincia al
lib.II, P. I,cap.19 efinisceal lib.III,P.II,cap.21. L'Etica finisceac.19a,senza
alcuna soscrizione. Tra il compimento della prima parte e il principio della
seconda (cc.44-75)sono della stessa mano alcune tavole planetarie e
astrologiche, tavole ad lunam et ad Pascham inveniandas etc. Proven.Strozzi.
Cod.Palatino cartac. sec.XIVexc.,dicc.214; miscell.Con tiene,oltre il
Tesoro,ilLibro di amæstramenti di costumi,le cinque chiari della
sapienza,iltrattatodelle quattro Virtù morali,lo libro di Chato. L'Etica va da
c.87+ Qui chominciano le robriche del secondo libro del Tesoro, cioèd'eticha d'Aristotile-
epoi: Quisi chomincialo secondo libro del Tesoro e primamente dell'ecitta
d'Aristotile) a c.115a [Explicit Etica Aristotilis a Magistro Tadeo in vulgari
traslatta ta deo grazias. Finisce il Tesoro a c.175a.Al recto dell'ultima
carta,dimano di poco po. steriore, si legge « Questo libro è di Giuliano di
Giouanni Quaratesi: chi llo « achatta, piaccagli renderlo per l'amore di dio, e
dalle lucerne e da' fan «ciullilorighuardi».Com.iltestodel Tesoro: «Questo è lo
librochessi «chiama Texoro loqualeèchauato dalla bibbiæde'libridifilosofi a che
ssono stati per li tempi ». Cod.Riccardiano 2221 (= 2)membr.sec.XIV,di cc.127;
iniziali co lorateefregiate. L'Eticavadac. 58'«Incipit libbro elichaAristotile»
a c.75'«Expicit libbrod'etichaAristotile».A c.1224: Qui finiscielo libro di
mastro bruneto Latini da fiorensa. Si nota una grande confusione nella
distribuzione della materia dell'Etica,prodotta dallo spostamento di varie
parti. Cod.Laurenziano 42. 19 (= P) membr.sec.XIV, a due
colonne,con molte miniature e iniziali colorate; di cc.93. L`Etica va da c.40a
« Qui « comincia la seconda parte del Tesoro di Burnetto Latino el quale libro
e si chiama la ethica d'Aristotile » a c. 51a « Qui finisce l'Eticha d'Ari a
stotile ». = u. membr. Cod.Casanatense1911(= )cart.sec.XV,dicc.130;anepigr.mutilo.
L'Etica va da c.33* Qui chomincia il nobile libro che fecie il sauio Ari.
stotilefilosafocioèl'Eticasua)ac.45 (fincieillibrodel'etica). Inun'av.
vertenza apposta al codice stesso è notata la mancanza della parteche ri guarda
la Politica (lib.IX); vi si trova la teologia,divisa in due parti; com.: Voiuoresti
ch'ioviconfortassi l'animeuostremaio dubito fare ilchontrario.;(in questo
trattato si parla di dio,angeli,sacramenti, del l'anima).Nel fl.r.membr.della
guardia è un indice della materia che giunge sino alla natura del delfino (V
libro). Cod.Magliabechiano2.2.82(= n)cartac.sec.XV,dicc.111,mutilo; siarresta
al principio dell'Elica (cap.1): sièinutileinquestascienza. Inc.: Qui comincia
lo libro il quale fece ser Benedecto (sic) Latini di firense e parla della
nascienza di tutte le chose e æ nome il Tesoro. L'Etica ha questo tit.: Qui
comincia il sechondo libro del Tesoro facto per ser Brunetto latini di firenze
il quale parla dell'ethica di Aristotile. Si trovano in questo codice altri
volgarizzamenti da Seneca, Boezio, G e ronimo etc. Cod.Magliabechiano2.2.48(=
v)cartac. sec.XV, dicc.153,mutilo; e x p l. « Qui dici e della Branchacio e d i
c h oncrusione ». I n c.: In comincia il Tesoro di Latini da Firenze conpilato
in francescho. L'Etica va da c.60a [Qui parlla il mæstro della
beatitudine.coe.parlla Aristotile sopra l'eticha] a c.81* [Qui finisce il
secondo libro di questo trattato di ser Brunetto Latini oue brieuemente a
trattato della beatitudine e delle uirttu sopra l’etica d’Arisstotile. Al mar g.
i n f. della prima pagina si legge il nome di un possessore: Concini. I CODICI
MUTILI DEL TESORO. Cod.Leopold.Gaddiano IV (= 0) membr.sec.XIV,a due
colonne,con la iniziale dorata e dentro essa l'effigie dell'autore; di cc.40.
Inc.: Qui in. chomincia el Tesoro di ser burnetto Latino di firenze. E parla
del na. scimento e de la natura di tutte le cose. Si arresta alle parole « allora
«uegnonolichacciatoriefanno»,cioè al penultimo capitolodellaprima parte (de
unicorno).Sul foglio di custodia in fine si legge il nome del possessore «
Liber mei Angeli Zenobii de gaddis de florentia ». Cod.Leopold. Gaddiano 26 (=
T)cartac.sec.XIV,a due colonne,di cc.88. Inc.: Questo libro si chiama il Tesoro
maggiore il quale fece mæstro brunetto Latini di firenze, e tratta della bibia
e di filosofia e delle uecchie istorie ad amæstramento di choloro che
leggierano.Contiene tutta la prima parte e il prologo della seconda (c. 85): «
E poi uerra il prolagho apresso a questo dicha de l'eticha del grande sauio
Aristotole ». Cod.Laurenziano 42. 22 (= E)cartac.sec.XIV,di cc.165;titoli in
rosso e iniziali colorate, con l'effigie dell'autore in principio; mutilo.
Inc.: In nomine Domini Amen. Qui comincia lo libro del Thesoro maggiore, lo
quale libro fece mæstro brunetto Latino di fiorenza. Questo primo libro fauella
del nascimento di tutte le cose di filosophia et di sue parti. Prologue de la
natura di tutte cose. Si arresta alla prima parte: « per « ragunare la secunda
parte di questo thesoro che dia essere da pietre pre «tiosecioecharbonchi
perlle diamanti».La lezione di questocodice in moltissimi punti si allontana da
quella comune delle stampe e dei codici, non solo per diversità di espressioni,ma
anche per copia e qualità di notizie. Cod.Laurenziano 42. 20 (=
B)membr.sec.XIV,a due colonne,col ri. tratto dell'autore in principio; titoli
in rosso e iniziali colorate, di cc. 112. Inc. « Questo libro e chiamato il
tesoro magiore il quale fece ser burnetto. « Latini di firenze il quale tratta
de la bibbia et di filosofia et del cho « minciamento del mondo e de
l'antichita de le uecchie istorie et de le a nature di tutte chose insomma ad
amæstramento e dottrina di molti. «Ed erechato di francescho in uolgare
apertamente».Comprende la prima parte e il prologo della seconda: Qui parla
alquanto d'eticha d'A ristotile.A c.112a è un elenco de're di Francia.
Cod.Laurensinno 42. 21 (= p) cartac.sec.XV,di cc.70. Inc.: Qui comincia il
libro del Tesoro il qual fe ser brunetto da fiorença e parla del nascimento di
tutte le cose.Contiene fino a tutto il libro V. Molte varianti.
Cod.Magliabech.VIII.1375 (= U) membr. sec.XIV. Anepigr.,acef., matilo, dicc.32,aduecolonne,con
le iniziali colorate.Proven.Strozzi.ediz.. Romagn., Bologna)ne «elliuengnano. Etperciononæinloropuntodifermeçça
ketuttecose ve tutte creature si muouono e si mutano in alimento percio dico
ken « questi tre tempi cioe li passati e li presenti e quelli ke sono a uenire
non a sono niente se del pensiero noe a chuelli souiene de le cose passate e in
« guarda la presente ed atente quelle ke deono uenire » etc.... sino a c. 41
(p. 94, ed. cit.) « e la reina non uolse aconsentire al matrimonio anzi la «
uolea donare ». Da questo punto ch'è evidentemente interrotto, per man. canza
di nesso con la pagina seguente,la distribuzione e l'entità della m a teria
sembra in gran parte diversa dalla comune del Tesoro. Riferiamo talune rubriche:
a c. 5a il cod. seguita « dira qui apresso Lamet frate di Comelore
Manfredi prega il ppche li concedess e il ren gno etc. etc. Seguita quindi a
dire di Manfredi e della battaglia di Benevento e di Carlo d'Angiò e di Gianni
da Procida e de'Vespri,lungamente.Vengono appresso altre narrazioni « Come si
lamenta il conte Giordano Cod.Palatino 483 (= Q)cartac.sec.XV,dicc.65. Inc.:Quichomincia
lo libro il quale fecie ser Benedetto Latini di firenze e parlla della n a
scienza di tutte le chose e a'l nome il Tesoro. Comprende la prima parte e il
prologo della seconda. Ne resta esclusa dunque l'Etica e il resto del Tesoro.
Insieme con questo codice si trova legato un altro, di mano diversa, contenente
iframmenti del Buouo d'Antona,in ga rima. Cod.Riccardiano2196(=
w)membr.sec.XV,aduecolonne,dicc.67. Si ferma al punto ove parla del « modo di
trovare l'acqua e delle cisterne » È da notare che ci troviamo di fronte a una
lezione ben diversa dalla più comune. CONCETTO MARCHESI. «Giosepoe figliuolo
diJacobetc.... Come sicominciai agioaltempo «diSaulediJerusalem–
Loquintoagiosicominciaquandoigiudei «eranoinpregione Danielf.gesseediSaul
·delgloriosoreSalomone «profetta de elias deloredugidiTebas– dieliseusprofete.
de « isaie profette de germie profette etc. etc. ». A c. 9 abbiamo un cata logo
di pontefici: segue la storia della chiesa di Roma e di Costantino. Poi « Come
franceschi perdero lo 'perio di lo re imperadore di Roma « primo taliano di
beringhieri come perdeo la sengnoria e uenne amao «dotto di Sasogna Reame della
mangna Arigho della mangna «Comeloredifranciafusconfitto
Comelo'peradorepreseliparlati «difrancia Come la chiesa uacantidi buoni pastoritradivalo'peradore
tinuamente la natura lauora in tutte cose seguono figure astrono miche,della
luna,del mappamondo. Finisce a c.32. « Dell'altra citta di uerso nasce lo fiume
di rodano e uassene dall'altra parte uerso borghon « Francia diuide in « gnia e
per proenza molto correndo e anzi che lli sia a mare si
«duepartiellamaggioreparteentrainmare presoadArlil'altrobraccio.». Qui si
arresta il codice. Come con KLII, A. FLORENTINUS. qua fortuna. Sunt quivelint
ex humili prorsus loco, et infima populi fæce.Sed contra aliisvidetur editus
exAiderotta gente,non patricia illa et primaria;duplex enim fuit;sed
altera,minus quidem nobili,fedhonefta et liberali. A. certe patrem habuit, et ex
gente A. di ctus est a Scriptoribus. Fuere A. fratres Simon et Bonaguida,
homines obfcuri, quorum vix nomen ad nos pervenit. Ac A. quoque ip sum narrant
non minimam ætatis partem non folum inglorie, sed ignominiose etiam
transegisse. Adeo enim ftupidum a natura fuiffe tradunt,ut totis triginta annis
n e c literas didicerit, nec honetto ulli artificio aprus fit visus. Itaque v i
ctitasse ajunt sordido et illiberali quæftu, occupatum præ foribus sacelli S.
Mi. chælis in Horto vendendis minutis candelis, quas ibi religionis causa
accendi mos erat. Sed exactis triginta ætatis annis, quafi ex veteri somno
experre ctum, et dissipata cerebri caligine, incredibili ardore excitatum ad
literas, quarum discendarum ftudio Bononiam, adhuc rudem, et vix in Grammatica
eruditum convolasse ajunt. Sed hæc, quæ de A. memoriæ tradidit Philip pus
Villanius, quamquam et Florentinus, et non indiligens scriptor, et ad m o d u m
antiquus, aliquis in dubium revocat, quod fabulis fimilia videan. tur; qua de
re integrum erit unicuique judicium. IÌ. C u m igitur Bononiam venisset, ut
optimarum artium ftudiis animum excoleret, in quo omnes consentiunt, FILOSOFIA totum,
ac Medicinæ le de dit. Incidit A. adventus ad fcholas noftras in illud tempus,
cum Medica facultas, quæ antea ufu fere et exercitatione peritorum tota
continebatur, a FILOSOFI tractata, nova luce donari cæperat; fi tamen vetus
illa Arabum Philosophia, quæ tunc scholas invaserat,n o n ubique tenebras et caliginem
offundere poterat. Sed ita persuasum erat hominibus, atque hæc potislima A.
laus fuit, quod primus ex noftris Medicinam cum Philofophia arctissi m o fædere
conjunxisse visus sit. Tentaverant id quidem ante A. alii, et erantin Academia
noitra ante illum Phyficæ, five,ut dicere ama bant, Phyficalis
ientiædoctores,& professores, quifacem A. ipfiprætu. lerant; nec dubito,
quin eorum aliquem in scholis noftris audierit. Sed ille unus plus operæ
contulit inftaurandis Medicina ftudiis ad ejus fæculi guftum, q u a m
fuperiores omnes. Extant adhuc ampla ejus commentaria in libros vete rum
Magiftrorum artis Medicæ, partim typis edita, partim manu exarata in
locupletiorum bibliothecarum pluteis, quæ primum inter docendum in scholis
nusprotulitexlibroHH. Excerpt.Scriptur.
Annotaz. del Dot. Ant. M. Biscioni al Conventus S Crucis Flor. Vid.
Ci.Mazuccbel,in Conv. di Dante. In Firenze Haddæus Florentiæ natus eft paulo
post initium sæculi XIII.,(a) incertum THE, Nnn 2 Obiit anno MCCXCV., ut infra
dice- teringum et c. Presentibus Mag. Salveto de tur.Cum igitur,Philippo
genarius decesserit, natum oportet Villavio auctore, octo annoMCCXV. Com.Bonon.
Ferraria et M a g. Santo de Cesena. Ex Mem. ab Pbilip. Villan, in lib. de
laut.Florent. in Append. N. Ex tabulisanni MCCLI., quas Biscio.Ci. Mazuccbel.
loc.cit. Jul.Mag. A. professor artis Medicine Vid.Jo.Antr.Vunjted defair.viror.
fil. qnd.d n.Alderotti de Florentia fecit Joan. illuftr. et c. nem dn. Anglonis
fuum procuratorem ad re Petri Hispani, cipiendam pacem et remifsionem a
Loteren. Ro.Pontifexrenunciatus,di&tusif Jeannes XXI., go qui dicitur
Rigutius et a Bonino fuo fi commentaria babemus in librum Ifaac Medici, quæ lio
et ab omnibus et fingulis aliis de consan- Jubtilitatibus dialecticis abundant.
Ilm in hipo guinitate ipsorum... de omni injuria, et pucratem w Arijtotelem
scripufe dicitur; nec du offenfione que dicebatur eise facta per Mag. bito,
quin bæc fcripta aliquanto ante A. A. vel B.naguidam fuum fratrem commentaria
prolierint. Sed quantum bæc illis vel per aliquem de contanguinitate ipforum
præjliterint, doctorum hominum judiciun postea vel quæ diceretur eise facts per
predictos L o vlendit. A., ab eo tradita, m o x ab auditoribus
excepta, incredibilem ei famam concilia runt. Id autem in eo potissimum
mirabantur homines, quod ita Medicinam tractaret, ut ejus facultatis canones et
præcepta ad severioris FILOSOFIA ratio nes exigeret; quod nemo ante illum magno
fuccefsu perfecerat. III. In hunc modum recepta eft in scholis noftris vetus
illa Medicina FILOSOFICA, fi ita appellare licet, quæ brevi tempore omnes
Europæ Acade. mias pervafit, et innumeros Scriptores tulit. Hinc agmen
interpretum in Hip pocratem, et Galenum, atque Avicennæ in primis, aliosque
veterum Medico rum libros, A. duce; cui non satis ad laudem fuit interpretem
dici,sed plufquum interpres a quibufdam dici amavit, et ut alter Hippocrates
apud Italos habitus eft. Ejus autem gloffæ, præcipuis Medicinæ libris adjectæ,
in scholis communi suffragio receptæ sunt, et pro ordinariis, ut dicere
folebant, longo tempore habitæ eodem loco fuerunt apud Medicinx Itudiofos,
atque Ac curtianæ gloffæ legum libris appofitæ apud Juris Civilis professores.
Magister etiam Medicorum jure di&us eft, ob excellentium Medicorum copiam,
qui ex ejus fchola prodierunt. Tanta denique ejus nominis fama, et inre Medica
celebritas fuit, ut perinde esset in usu popularis fermonis Thaddæum
fequi, ac Medicinam profiteri. Docere
cæpit A.., aut non multo fe rius; eodemque tempore scribendo vacabat, neque
operam fuam curandis V.Cum igitur æque felix in curandis ægrotis, acdoctusinscholareputa
retur, non folum in civitate noftra Medicinam fecit, sed paflim vocabatur ad
curandos magnates, et viros principes per alias Italiæ civitates. Hinc aliquis
de illo magnifice potius, quam verescriptum reliquit, non confuevisse illum
aliis, quam principibus, et nobiliflimisviris curandis operam præftare. Sed il
lud tamen indubium eft, non fivisse aliò fe abduci ad curandum quemquam, nifi
pacta ingenti mercede, quæ non tam efiet pro loci diftantia, aut difficul tate
curationis, quam pro fui dignitate, et facultatibus eorum, ad quos CU randos
vocaretur. Neque far erat de mercede pacisci: nam fibi quoque cau. tum volebat
de itu et reditu, accepta ingentis pecuniæ sponsione pro fecurita: te
itineris·Dignæ sunt, quæ legantur, tabulæ an. scriptæ,cum Thaddæus Mutinam
iturus esset ad curandum Gerardum Rangonum. In iisRan goni procuratores A.
promittunt, fe facturos, ut liberum iter et expedi ium ad eam civitatem habeat,
fufcipientes in se omne periculum, et impen sam: quod si pactis minime
ftetiffent, promiserunt, fe eidem reftituturoster mille libras bononinorum,
quas depofiti loco a Thaddæo ipfo accepisse fate bantur. Similes tabulas
habemus cum Mutinam rurfus ment. in Parad. ALIGHIERI, dou a vellutela. MEDICINE
! Ita appellati:r a Benvenuto ImolenfiCum evo. apud Ercard. Corp. Histor. med.
ævi col 1 1 lo ibid. Sed qui plusquam Commentator a Pbi. qui revera opus fuum
tum inscripsit, is fuit Turrisanus A. auditor;de quo alibifermo erit. plufquam
Commen M a per amor della verace manna Hic homo, cum penes Italos, ut al.
fundature, Paradisi, t e r Hipocras haberetur. Pbilip. Villan. de Laud. Tbali
læus ad calcem Commentar. ix A Florentiæ,five de Cl. Florentin. Non per
lomondo, percuimo's'afo In picciol tempo gran dortorli feo. Dant.Aligber. de S.Dominico
Ord.Prædicator. tis defiderari patiebatur. Docendi tamen, et scribendi laborem
intermifit an no,utopinor,cum civilebellum, a Lambertacciis, et Jere.
miensibusexcitatum, civitatem noftram miserandum in modum conculit.Sed ipfe
quoque fatetur,se aliquando a scribendo ceffasse ob quæstum, quem curan dis
ægrotis faciebat. Atque hinc apparet, quæ fides habenda fit Philippo Villanio,
cum scribit, A., fpreto lucro, fe totum interpretandis vete. rum Magiftrorum
libris dedille. Fallitur etiam Villanius, cum scribit, Thaddæum ftipendio
publice conftituto Bononiæ docuiffe; nondum enim, eo vivente,Medicin æ
profefforibus ftipendia attributa fuerant. lippo Villanio, aliisque
Scriptoribus dictus et, fanna Diretro all'Ostiense et a Taldea (c!Eo anno
Mag.Thaddæus Medicorum magitter moritur. Ricobald. Compilat.Cbronolog.
pborismos Hippocrat. bulm. Pbilip.
Villan. loc. cit. ægro evocaretur ad curandum Guidonem Guidonum.
Utrasque in Appendice dabi mus.Sed quis credat, in his contractibus bona fide
actum? Ego fraude caruisse non arbitror. Facit, ut ita credam, infignis
Odofredi locus, ad fraudes pertinens Advocatorum sui temporis; qui cum
immodicasmercedes præterjus falque pro suis advocationibus et patrociniis
extorquere vellent a clientibus eos adigebant ad ftipendium, quali deberent ex
causa mutui.Eodem artificio usum arbitror A., quem ne obulum quidem verisimile
eft deposuisse apud Rangoni, et Guidoni procuratores. Sed ego tamen existimo,
A., probum hominem et pium, non ita immitem fuiffe, ut tam ingentes pecu-, nias
exigeret ab iis, quos curandos aggrederetur. Potius crediderim, hanc cau tionem
voluiffe, ne jutta mercede fraudaretur, et damna fibi æquo jure præfta rentur,
quæ quacumque ex causa pertulisset. Vocatus
aliquando ad curandum Romanum Pontificem, negasse dici tur se iturum, nisi
centum aurei nummi in dies fingulos penderentur. Quod cum immodicum videretur
iis, quibus negotium datum erat, ut cum Thaddæo transigerent, neque ea de re
conveniret; concessit tamen Pontifex, grandem quantumvis pecuniam vitæ et incolumitati
fuæ pofthabendam ratus. Mox autem, cum arnice Thaddæum argueret, quod tam magno
operam suam locaret, ille admirationem fimulans; ego vero, inquit, multo magis
obftupesco, cum ceteri fere viri nobiles, et minores Principes quinquaginta et amplius
aureos nummos mihi in dies conferre soleant, tibi, qui maximus es Chriftianorum
Principum,grave visum esse,quod centum petierim.Sed Pontifex,ubi A. ftudio
optime convaluit, decem millia aureorum eidem rependi juffit, non tam ut tantum
virum pro dignitate fua, et ejus meritis remuneraretur, quam ut omnem ab se
averteret avaritiæ suspicionem. Itanarrat Philippus Villanius, qui tamen
Pontificis nomen filet• Sed hunc fuisse Honorium IV. alii Scriptores tradunt,
et in primis Joannes Tortellius in libro de Medicina et Medicis ad Simonem
Romanum. Sunt etiam qui hæc tribuant Petro Apono illuftri Medico, de quo alio
loco dice mus. Sed credibilenon videtur,tum quiapotiormihiet auctoritas Philippi
Villanii, et Joannis Tortellii, quam aliorum multo recentiorum, qui hæc de
Petro Apono scripserunt;tum quia Honorii IV.ætate Petrus Aponus nondum ad
tantam famam pervenire potuerat, ut ad curandum Pontificem accerseretur. Sunt
qui immaniter augent pecuniam, quam Pontifex recuperata valetudine Thaddæo
numerari jusserit; nec desunt qui non minus, quam ducenta millia aureorum
accepisse dicant. Sed nimis multa mihi etiam videntur pro iis t e m poribus vel
ea decem millia, quæ Villanius omnium modeftiffimus narrat. A. certe Medicinam faciens ad
ingentes divitias pervenit;nec facile est reperire plures ejus facultatis
professores, qui majores fint consecuti. Ejus autem commodis, et utilitatibus
consuluit etiam non uno modo Populus Bononiensis. Ei nimirum, et ejus hæredibus
concessa eft immunitas a vectiga libus, et remissio ab omni munere publico.
Additum eft, ut libere a quovis intra fines Agri Bononienfis prædia, et fundos
emere posset, quos vellet; modo ne ab exulibus et profcriptis. Itaque eum
voluerunt gaudere omnibus civium commodis,neque iis oneribus obnoxium effe,quæ
cives reipublicæ causa sustine re debebant. Ejus quoque discipulis eadem.
privilegia, et immunitates populi beneficio concessæ sunt,quibus gaudebant
ScholaresJuris Civilis et Canonici. Id autem, nominatim pro auditoribus Mag. A.
ftatutum, aliorum Medicina profefforum
auditoribus communicatum est. Ita honor additus est Scholæ ad Simonem Romanum
Medicum præftantif Dicit advocatus, fi
promittis mihi fimum. Ex Cot. Vatican. aput Apostol. Zenun milleaureos nominefalarii,
nonteneris.Sed in Dissert. Volpian.faciasmihiunum inftrumentum, inquo con Ex Stat.
Pop. Bon.tineatur, quod tu teneris mihi dare mille ex vel potius in quibus eji
Rubri. causamutui. Odofred.inl. Sifubfpecie.C.de cadeprivilegio Mag.A. ductoris
Fixi Polulando. Pbilip, Villan, loc. cit. ce et diicipulorum ejus. Vid.,dow
Jo.Tortellius de Medicina& MedicisMedi. Medicæ,quæ A. potissimum
opera magis aucta, et nobilitata,parigradu deinceps fuit cum scholis Legum, et Canonum.
X. Nescio quid molettiæ illi etiam intulisse credo Clarellum quendam,ut opinor,
Medicum, five quod ejus doctrinam impugnaret, five quod medendi rationem
carperet. Queritur de illo in Commentariis ad Joannicii Ifago gen, X I. Habere
consuevit in familia sua Thaddæus Medicos aliquot, quibus adjutoribus uteretur
five in scholæ muneribus, five in ægrotantium cura. Eo rum aliqua mentio eft in
ejus teftamento, quod in Appendice damus. Dome ftica quoque negotia, ne quid
esset, quo a suis ftudiis interpellaretur, per pro curatoresaliquando agere
consuevit. procuratorem suum conftituit Octavantem Florentinum, affinitati fibi
conjunctum,eum, qui Jus Pontificium exeunte fæculo XIII. in scholis noftris
docuit;de quo fuo loco diximus. Vit. Append. Pertinet hoc ad annum tisnominedñe Adelefuefilieipfi Mag.
A. dum numero, quo luci altitudő indicatur. dieXV.MajiMag. tia. bus dicitur
Regalettus Bunaguide de Floren.Quamdiu vixit priinum dignitatis locum tenuit
interMedicinæ profef fores; ac multum ei quoque tribuerunt professores aliarum
disciplinarum. Sed gravis offenfionis causa ei aliquando fuit cum Bartholomæo
Varignana,qui ex ejus schola, ut verisinile eit,prodierat, et magiftro adhuc
vivente ma gnopere celebraricceperat. Receperat
ille in Medicina erudiendos quofdam, qui ad A. fcholam ante accesserant. Id ei
magno crimini datum eft a A.; ac fortasse erat contra leges scholafticas,vel
Academiæ noftræ mo rem. Neque vero aliter to'li diffidium potuit,& sarciri
injuria,qua affectum fe credebat A., quam ubi Varignana promisisset omnem pænam
pora'em, et fpiritualem ultro subiturum, q u a m in e u m ftatuissent Vicarius
Ar. chidiaconi Bononienfis, et aliquot doctores ex Collegio Magiftrorum,
arbitri ad tam rem delecti. (c) quæ cum scriberet, nondum, ut arbitror, id
auctoritatis consecutus erat, ut hujusmodi obtrectatoris importunitatem
fortasse A. natura suspiciofus, et ad inanes metus comparatus; quod,ni fallor,
oftendunt etiam tot capta de securitate itinerum, et ftipendiorum fuo rum
caurelæ, et iterata fæpius testamenta, de quibus diximus. Id porro ex ejus
corporis habitu, et temperamento quid fuisse, pro certo habeo. Ipfe enim de se
fatetur, fe somnambulum fuil. fe,et interdum ex alio loco dormientem fine fenfu
cecidiile. (f) ipfe (a) Vide tabulassocietatisinterMag.Gen A. doctor Fixice
fecitsuum procurato tilemde Cingulo, Lou Mag GuilielmumdeDeza
reminomnibusfuiscaufis&negotiisdn. ra fcriptas in Append. deo matrimonio
unite trescentas libras Pifa. Finitus
eft tractatus de febribus do norum in forenis de duodecim.Pretereado mino
Clarello, qui facit nos evigilare, et tran firepermentemno ftramquidquidmalipo.
brasejusdemmonete. ErMen.Con. Bonon. test. Tbad. ir Isag. Joannic. Fortale ad
Otavantem, qui putea canonum pro f e f. eundem pertinent, quæ babetad finem cap.
Hoc eft, inquit, quod dicit tallidicus, qui fa. tereaque Adelæ fratrem,
intelligimus extabulis cit omnia mala trautire per mentem noftram.scriptis in Mem.
Com. Bon., Dequartoficprocedo:videtur,quod inquibuslegitur: Dn.Octavantedñi Guidalo
homo poflitdormiendo fentire, nam dorinien do movetur, ficut patet in
furgentibus de no. čte,quorumegofuiunus. Guidalottipater Sed locus fortasse
mendojus in pe Bunoniæ degebat, ex Mem. Com.Bonon.,inqui a se avertere poffet.
Sed erat accidere debebat, in quo insolens ali navit eidem propter nuzias
quinquaginta li. for fuit, Guirlalutti Florentini filium fuiffe,propo cti de
Florentia scolaris Bonon... emit dige. ftum. pretio lib.L. bon. Regalettusautem
tem XII. A. fere sexagenarius uxorem duxit Ade lam Guidalotti Regaletti filiam,Octavantis,
quem ante nominavimus, fo rorem, ex eaque filiam suscepit Minam, quæ adhuc
innupta erat, cum Magiftrorum collegium jure tunc dice O &avantem
deFlorentiasuumcognatum.Ex Mem, Com. Bonon. batur, nonautem Melicorum; quianonsolum
Me XV.Jan. Mag. dicinæ, fed alia,um quoque artium liberalium pro fesjures
complectebatur, ut ex ipfis hujus controver A. artis Fixice professor fil. and.
Alde rotti de Florentia fuit confeffus habuiife a dño fæ actisapparet,quæin Appendiceexbibentur.
Guidalottoqnd.dňi Regalettide Florentiado. Teftamentum fæpius, nec uno in
loco A. fecit. Et quoniam perpetuo domicilium Bononiæ habuit, cum aliò
diverteret ad curandos magnates, itinerum pericula reputans, propterea
teftamentum sæpius fecisse videtur. Sed omnium poftremum Bononiæ condidit, quo
cete ra omnia revocavit facta Bononiæ, Florentiæ, Ferrariæ, Romæ, Mediola ni,
Venetiis, et alibi. Pro anima fua, et ad pias causas x. mille libras bonon.
legavit: quæ immanis summa erat pro ætate illa, et privati hominis facultati
bus. Ex his bis mille
quingentas libras impendi voluit emendis prædiis pro pauperibus verecundis,
quorum administrationem esse voluit penes Fratres de Pocnitentia. Viger ad hanc
diem ut cum maxime pium hoc inftitutum,a pru dentissimis civibus adminiftratum
in civitate noftra, quo consulitur egettati h o neftorum civium, quibus
oitiatim mendicare victum vel natalium, vel ætatis, sexusve conditio fine
pudore non finit. Fratribus Minoribus, penes quos sepeliri voluit, ubicumque
ejus obitus contigisset, multa legavit. Atque illud viri prudentiam maxime
demonftrat, quod præftari voluit in perpetuum ali menta uni ex Fratribus ejus
Ordinis qui Parisiis theologiæ studeret, fupra numerum eorum, qui ibidem facris
ftudiis destinati esse solerent. Jisdem Fra. tribus Minoribus Conventum erigi
voluit, in quo tresdecim Fratres ali possent. Viginti ex fuis scholaribus magis
egentes ex albo panno vestiri in die obitus sui mandavit, itemque familiares
suos omnes masculos, qui secum eo tempore futuri essent. Statuit etiam impensam
funeris fibi apud Fratres Minores cele brandi,& certam insuper summam, pro
die feptimo obitus sui, trigesimo, cen tefimo, et anniversario, erogandam in
Fratrum refectionem, ut iis diebus pro anima fua preces ad Deum funderent; qui
mos ab antiquissimis temporibus ad eam ætatem pervenerat. Exliteris NicolaiIV.
In Codicediplom. Quisibisuppetias ferrent, ubieffetopus,tumin docendo, tum in
medendo. Etiam Bononiæ for Hanc Biscionius in adnotat. ad Convi. talle,
antequan iter aliquod susciperet, teflamen vium ALIGHIERI Adolam vocat., sed in
testamento tum fecerat, quod indicatum vidinius in Memor. Autograpbo en Adela.
mff. Biblioth. publ. Bonon. Com. Bonon. ejus anni. (Quia Fratribus Minoribus
quidquam pof Jam inde Uher- fidere non licebat, voluit ut medietas predicte tus
facerdos Sanctæ Catharinæ de Saragotia contingentis ipfi Opizo perveniat ad
Dominas legaverat X. corbes frumenti pauperibus vere cundis, ut ex ejus
tejlamerto apud Fraires Mi- cujus dicte Domine nores: ex quo apparet ejus pii
inflituti anti pendere pro necessitatibus Fratrum Minorum quitas. infirmorum
fenum et forenfium. Vide teftam. Hos duos Medicos in schola fua, uti T. in
Append. credibile efl, eruditos, in sua familia babebat, et Sorores S. Clare
civitatis Florentie fructus et Sorores teneantur ex 1 mo N ipse extremum
obiit diem. Sed ante illud tempus filium genuerat ex illegiti mo complexu.Hic
patrisnomen geflit, & vulgo Thaddæolus dicebatur,cum que Nicolaus jure
legitimorum nataliumdonavit. De bibliotheca sua in hunc modum ftatuit.Avicenna
opera,quatuor voluminibus contenta, et Galeni item, quæ totidem voluminibus
comprehensa erant,Fratribus Minoribus ea conditione legavit,ne ullo umquam
tempore alie nari, diftrahive possent, aut e Conventu ipfo exportari. Fratribus
B. Marize Servis legavit Metaphysicam Avicenna, Ethicam Aristotelis, et Sextum
de N a turalibus Avicenna in majori volumine. Magiftro Nicolao Faventino
Glossas fuas omnes, quas scripserat in veterum Medicorum libros, et Almanforem
suum, et Magiftro Johanni Affifinati Serapionem suum,& Sextum de N a
turalibus Avicennæ in minori volumine, fi quidem uterque in familia sua esset
tempore obitus sui. Adelæ uxori fuæ,præter aliquam pecuniæ summam, cu biculi
sui supellectilem omnem legavit, & veftes, & gemmas,exceptis dumta. xat
valis aureis, et argenteis, et usumfructum domus Florentiæ in via S. Cru
cis,& fundosinagro Florentino. Hæredesautem inftituit Minamfiliamsuam A.
filium naturalem, et Opizum Bonaguidæ fratris sui filium; quibus, fi abfque
filiis masculis legitimis decessissent, Fratres Minores, et pauperes verecundos
fubftituit. Nupfit hæc A. filia Dorgo Pulcio Florentino sum X V. Obiit A. cum
annos octoginta vixisset. Fuit autem ejus mors repentina, ut narrat Benvenutus
Imolenlis, Dantis inter pres. Tumulatus eft apud Fratres Minores, quos vivus
magnopere dilexerat, et apud quos ægrotus etiam aliquando sub extremum vitæfuæ
tempus jacue rat. Sedejus fepulchrimagnifice extructi, & elegantis,quod
eratprope januam Ecclefiæ, propter recentiora ædificia ibidem excitata, nulla
jam vefti. Manni degli antichi Sigilli. Nicolaus V.mandavit utHofpitale S.AntoniiPatavini,
quod FratresTer dieXX.Marzii A. Ordinis, five de Penitentia,ex bonis bæredita
dæus erat in vivis, ut ex charta societatis in riis Mag. A. Bononiæ
erexerant,indomum ter Mag. Gentilem Cingulanum, g Mag. Gui. pro
Sanétimonialibus Franciscanis, ex Monasterio lielmum Dexarensem, quam in
Append. danus. Ferrarienfi Corporis Cbriflitra. lucendis, convertere. Af eodem
annoaddiem XVII. Juliiinvivisef tur.Sed r jijtentibus Fratribus,res ita
compofita eft de defiderat, ut ex bis tabulis, quas indicavit infequentiannoper
Bifurionem Bononiæ Legatum, CI. Montius:, die XVII. Jul. ut iratres Ecclefiam
S. Antonii, cu aljacentes D. Ugolinus de Montezanico Dn. Novellonus ætes cum
molicocenfuad bufpitalitatemexercen Megloris de Florentia Dn. Amadeus Poete
damretinerent; fedbonareliqua,quæadeosex Dn.Frater Raynucciusqund. Deotaiuti
com bereditate Mag.7budlæi pervenerant, novo Par milfarii et executores
testamenti egregii vi tbenoni pro Sanctimonialibus Corporis Christi con ri&
discreti Mag. A. Aruendo attribuerentur:pero qui fuit de Florentia artis Filice
profetforis featumest, Catharina Vigria, quamnuncinSan. Fuerunt confeffihabuiffeadñoBartholomeo
clarum Virginum album relatam veneramur, cum MEDICINE mo genere nato. A.
autem fivequod cælibem vitam duxerit,five quod filios non genuerit, aut
pofteritatis memoria apud nos diu fuperftites non habuerit, certe nulla ejus
superfuit. Sed opulenta Mag. A. hæreditas non ita humanis cafibus subjecta fuit,
ut nobiles ejus reliquis non exiftant. Sanctillimum enim ad hanc diem civitatis
noitræ Monasterium Corporis Chrifti, et Collegium Puellarum S. Crucis ex bonis
hæreditariis Mag. A. initium legata insuper alia, quæ legi poffunt in tefta
quali acceperunt. Mittimus mento ipso, quod in Appendice exhibemus. Unum
addimus, quod maxi me memorandum videtur,aureosnempe florenos xv.in annos
fingulos legatos Zco Scansalti Pisado, quamdiu futurus effer in Januensium
carceribus, ex qui bus ubi eum liberari contigiffet, cc. libras bonon. eidem
perfolvi a suis hæredia bus mandavit. Nota est ex eorum tima Pilanorum cum
Januensibus rum vires miserandum in modum temporum scriptoribus infelix pugna
mari pugnata,qua Pisano pax convenit. Tunc
bello capri, qui supererant, redditi funt, effæti prope enecti. Diligentissimus Mannius jam, et tam
longi carceris incommodis proftratæ funt. Magna corum cædes fuit, abductus
præfertim ex nobilioribus. Ne atque ingens numerus in captivitatem que ullis
conditionibus adduci potuere victores, ut captivos redderent. Ita enim
confilium fuit sobolem invifæ primariis civibus detentis, ne procreandis
liberis dare operam poffent, fuccide. civitatis impedire, totque fortissimis
viris, ac re nervos civitatis, usque in illud tempus potentissimæ. Itaque non
ante annos Sigillum Universitatis Carceratorum Januæ detentorum illustrat. Ex
eorum numero erat Zeus Scanfalti, amicus, ut opinor, Thaddæi; qui quam pronus
effet ad ferendam miseris opem, cum ex hoc, tum ex fingulis fere teftamenti sui
capitibus liquet.Dn.Mina quondam Mag. A. Corporis Cbrisi, W Puellarum S.
Crucis, quæ A. uxor Dorgiquondam Dorgi dePula vidit, lowindicavitCi.Montius.
cis.Ex tabulisan.inarcbiv. publ.Flo vent. Inilicavit Cl. Biscion. Vide Append.
gia pauci supererant, Ecclefiam S. Antonii, d adja centes æles, bonaque omnia
ad eum locum perti deus confeffus eft quod ipse emit quandam pe. tiam terre...
Actum in loco Fratr. Minor, ! Blanchi Cofe for. auri cccc, depofitos ab ipfo
aliquot aliis Monialibus ex Ferrariensi Monaste. Mag. A. et c.Ex Mem.Com.Bonon.
rio in nouum buc noftrum commigrantibus. Anno autem Fratres sertii Ordinis,qui
Pbilippus Villan..die... Mag.
A. nentia, erigendoPuellarumpericlitantium domici in camara Ministri ubi Mag.
A. ja lio libere tradiderunt, quod in via S. Mamæ acebat infirmus prefentibus
Mag. Bertolaccio,
mæniffimo civitatis locu, non longe a Monasterio Fratris Venture Mag Nicolao de
Faventia Corporis Cbrijli,conjtructumest,a S.Crucisti. &c. ExMem.Com.Bonon.
tulo infignitum. Hæc ex monumentis Monialium gia supersunt. Minime
igitur audiendus eft Joannes Villanius, qui A. obitum protrahita, aut fi quis est
alius, qui in aliud tempus referat. Paulo poft ejus mortem dillidium ortum est
inter Fratres Ter tii Ordinis, five de Pænitentia, et Priorem fratrum
Prædicatorum, ac Guardianum Fratrum Minorum in eligendis pauperibus ad
præfcriptum teftamenti ip fius Mag. A.. Sed litem omnem fuftulit Dinus
Mugellanus, clarus legum interpres, qui per illud tempus Bononiæ docebat, cui
utraque pars arbitrium dederat. Possem hic plura Scriptorum teftimonia de A.
admodum ho norifica afferre; possem et Scriptores multos emendare, multos
supplere,qui de illo vel minus diligenter, vel minus vere scripserunt; in quo
numero sunt præsertim scriptores noftri Alidofius, et Ghirardaccius. Sed hæc
curabunt, qui magis otio abundant. Nunc ejus scripta recensenda funt, quæ et multa
fue. runt, et magno in pretio habita. A. SCRIPTA. Expositio in arduum Ipocratis
volumen. Galenus Aphorismos Hippocratis illuftri commentario exornavit. A. et Hippocratis
Aphorismos, et Galeni commentarium diligenter exposuit.Cum autem in septem
libros, fivepar ticulas Hippocratis volumen Aphorismorum diftributum fit, A.
fcripto tradidit expofitionem suam in sex priora capita, eamque absolvit. Decimadie
Septemb., utadejuscalcem adnotatum efttam in editis exemplaribus, quam in manu
exarato, quod vidi in bibliotheca, Collegii Hispanorum Bononiæ. Eft autem hoc A. opus valde proli xum, cuiscribendo
non uno tempore insudavit. Sic enim ad ejus finem ait: In his particulis
explanandis diversa fuerunt tempora. N a m cum efjorn in nono anno mei
regiminis (qui publice docebant regere tur) incepi gloffare Aphorismos a
principio. Et infpatiofex menfium glossa. v i primam, secundam, tertiam, a
quartam particulas, a quintam usque ad illum Aphorismum: Mulieri menstrua fine
colore. Tunc autem fupersedi, convertens me ad glosas, quas fuper Tegni feceram,
completiores edendas; quas perfeci usque ad illud capitulum caufarum: Ad
inventionem vero salu brium. Ibidem vero deftiti impeditus a guerra civitatis
Bononiæ, au lucrati va operatione distractus. Poft vero placuit mihi refumere,
ut complerem glof fas Aphorismorum, addendo ad eas, quas primo feceram. Et feci
additiones Super primam, Be fecundam, no quartam particulam. In tertia vero
particu la solum glossas veteres divis: Item in quinta particula super
veteribies glosis quas feceram primo nullam additionem feci. Incepi autem de
nova glosam in illo Aphorismo: Mulieri menftrua fine colore, ut dictum est.
Quod hic habetde Bononiensium bello, pertinerevideturad Lambertacciorum, et Jeremienfium
turbas, civitas noftra pæne desolata eft. Cum autem nono anno poftquam docere
cæperat, ad inter pretandum Hippocratis Aphorismos le contulerit, in eoque
opere tempus aliquod impendere debuerit, et rursum eo dimiffo, librum Tegni
interpre tandum susceperit, et in eo verfatus fit, quoad Bononiæ in otio
quietus esse potuit; subductis rationibus apparet, debuisse illum publice
docendi in scholis noftris munus suscipere, imo ditavit hortulanum fuum. Vixit
autem renze, noftro cittadino, il quale fu sommo Fisiciano sopra tutti. Je.
scholas diceban 4. ооо annis Fuit Thaddæus medicus famosus, apud Murat.
Antiq. med. ævi To. conterraneus auctoris, Dantis qui le In questo tempo morì
in Bologna git& scripsit Bononiæ& vocatuseitplus. M. A. detto da Bologna,
ma era di Fi. quam commentator.Et factus est ditiflimus, et mortuus est morte
repen Villan, tina, et fepultus eft Bononiæ ante portam Extar Dini confilium,five
fententia in Minorum in pulchra et marmorea sepultu- arcbivo Fratr. Prædicat.
Bonon. ra. Benvenut. Imol. comment, in Purgat. ALIGHIERI Ad Ad septimam
particulam Aphorismorum quod attinet, Thaddæus perpetua in eam commentaria non
reliquit, sed monuit auditores suos, fi quis voluif fet ex ore docentis
excerpere, quæ in nenda in schola protulisset, fe deinde emendaturum, et utin
ordinem re digerentur curaturum. Sic enim inquit: immediate Icribere intendo.
Sed fi quis de meis auditoribus notare voluerit eas corrigam, o in petias
redigi faciam. Hæc autem verba fcripfi, ut si alicubi minus completa expositio
reperiatur, non adfcribatur ignorantiæ, fed potius novitati, a pigritiæ
scriptoris. Sed Thaddæi commentaria in septi m a m partem Aphorismorum nufpiam
apparent, et ejus loco circumferri solebat expofitio Zancarii, de quo alio loco
dicemus. Expositio in divinum Hipocratis Pronosticorum volumen, A d cujus finem
ita ada notatum eft in editis exemplaribus. Explicit liber tertius yra ultimus
Pro. nofticorum Hipocratis fecundum antiquam translationem a A. Florentina
explanatus. Sed revera
Thaddäus ipfe non unam translationem præ mani bus habuit, fed faltem duas. Ad
extrema vero capita, seu textus libri tertii nihil adnotavit A., aut certe
nihil adnotatum reperio in edis tis exemplaribus; manu enim scripta explorare
non licuit. A. Florentini in præclarum regiminis acutorum morborum Hipocratis
volu men expositio. Hanc Thaddæus in proæmio fatetur se maxime procudisse ut
rem gratam faceret Bartholomæo Veronenfi, quem fibi dilectiffimum vocat, et pollentis
ingenii; aitque,non minimo fibi adjumento fuisse ad id operis perficiendum. Non
attigit A., nisi tres priores libros hujus operis, ratus fortasse, quartum non
effe legitimum Hippocratis færum,quod aliis visum erat, ut fatetur Galenus ipfe
initio commentariorum in hunc quartum librum de regimine acutorum. Suam porro
diligentiam oftendit A. in his commentariis exarandis, appellans ad verfionem
Græcam, ubi in ea, quæ ex Arabica facta erat, vitium suspicabatur. Atque hinc
apparet, duplicem ejus libri interpretationem per illud tempus in doctorum
manibus verfatam fuisse, quarum altera ex Græca, altera ex Ara. bica lingua
ducta erat. In fubtiliffimum figogarum Johannicii libellum expositio. E a m fic
concludit A.: Scio tamen, quod de his obscure dixi, Jed fellus f u m a deficit
charta: misera excusatio, et vix fapienti homine digna. Quæ hactenus
recensuimus A. opera in unum volumen redacta Venetiis edita sunt per Lucam
Antonium Junctam curante Joan ne Baptista Nicolino Sallodienfi, qui in epiftola
nuncupatoria ad Aliobel. lum Averoldum Polenfium Antiftitem, et Romani
Pontificis Legatum ad Venetos, impense A. laudat, illumque dicit, nonnisi ad
lapsam Extat hic A. liber in Codice Vaticano, ejufque hæc eft æcono. mia.
Initio agit de corpore sano, ejusque, ut ita dicam, essentia, et va. riis
sanitatis gradibus; tum pergit in hunc modum: Nota quod dicit Johan nicius,
quod fi unaquæque res naturalis propriam naturam jervaverit, facit fanitatem,
fi vero ipfam dimiferit, facit ægritudinem, vel neutralitatem, fta tum
fcilicet, quo necfanum eft, necægrum. Sequitur in hunc modum usque ad finem
libri: Nota quod dicit Galenus; nota quod dicit Hipocras, Avicenna.Nota quod
venæ non dicuntur oriri ab epate quod oriantur ex ea dem materia v c. Nota
differentiam arteriarum ad venarum, originem nervorum W c. Nota quod partes
totius capitis funt quatuor B c. Inter has notationes, in quibus totus hic
liber decurrit, aliquas quæftiones interferit, Ad text. X. lib. I. ita inquit:
Alia quod patet per translationem Græcam. Liba translatio non ponit hic nifi
duos colores et c. III. text. X. ea
Aphorismorum particula expo Super feptima vero particula nihil principum
fanitatem recuperandam vocari consuevisse. Auctoritates are definitiones fuper
libro Tegni, quamplures utiles dubitationes. uti Unde dicendum quod litera
Arabica, Cod. Vatic. ex qua fumitur illa auctoritas, elt corrupta, 1 uti
est illa: Quæritur hic an dari poffit membrum, quod nec recipitur, nec tribuit.
Nunquam editus eft
hic A. liber, quem ne ipse quidem au ctor satis elimatum cenfuit. Itaque rurlus Artem parvam Galeni, sive li brum Tegni
interpretandum suscepit. Habemus hoc A. opus typis editum Neapoli cum hoc
titulo: Commentaria in artem parvam Galeni. Neapolianno.Horum initiofatetur, fe
præmaturam aliamexpo fitionem Artis parvæ edidisse,hisverbis:
Atveroquoniamfuper eundem librum expofitionem facere necessitas compulit
præmaturam, in qua non ut expedit Galeni instituta patefeci". Ideo e c.
Magiftri A. conflia. In Codice Vaticano consilia Medica A. sunt centum
quinquaginta sex.Minore numero,imo perpauca,lirecte memi ni, funt in codice
bibliothecæ Cæsenaris Fratrum Minorum. Primum in utroque codice est de
debilitate visus. Ultimum in codice Vaticano eft de virtute Aquæ vitis. Docet
in eo modum præparandi alembicum cu. preum. Incipit: A d faciendam Aquam vitem,
quæ alio nomine dicitur aqua ardens. Eft unum ex his consiliis de minctu urinæ
cum fanguine. Incipit: Conqueftus est dn. Bartoločtus comes. Eft is
Bartholottus comes Ripæ Insulæ Suzariæ et Bardinæ, de quo plura diximus, ubi de
Rolandino Passagerio a r tis Notariæ doctore agebamus. Eft aliud A. confilium
ad midtum f a n guinis pro Duce Venetiarum. Aliud item de impedimento loquelæ
propter mollitiem linguæ. Incipit: Cura comitis Bertholdi. In librum Galeni de
crisi. Eft in codice Vaticano. Magiftri A. de Florentia quæftio de augmento.
Eft in codice Vatica A. artis Medicinæ in civitate Bononiæ doctorem. Eft in
codice bi. bliothecæ Eftenfis, tefte Muratorio. Idem Italice extat, scriptus in
m o d u m epistolæ cuidam ex Neriis Florentinis. Incipit: Imperciocchè la con
dizione del corpo umano. Extat etiam latine typis editus Bononiæ cum libelló
Mag.Benedicti de Nurlia ejusdem argumenti. Num autem Italice scriptus fit
libellus ifte ab auctore suo, an latine, mihi non conftat. Italica tamen lingua,
quæ tum nitefcere, et a Scriptoribus nobilitari cceperat, delectatum constat A.,
qui Ariftotelis Ethicam in eam linguam vertit; quamquam hunc ejus laborem haud
magnopere laudandum exiftimarit Dantes in Convivio, ubi ait, velle se suum illum
librum Italica, five, ut ipfe inquit, vulgari lingua donare, ne ab alio quopiam
interprete vitietur, ut Ethicæ Ariftotelis contigit, quam A. dæus Italicam
fecit. Eum purgare nititur Biscionius,vitio vertens non tam A., qui Italicam ex
Latina non bonam, quam veteri interpre ti,qui nihilo meliorem ex Græca Latinam
fecerat Ariftotelis Ethicam.Sed vix quisquam probabit hanc Biscionii
defensionem. Id unum enim r e prehendit in A. Dantes Aligherius, quod Italicam
interpretationem ejus libri non bonam dederit. Nihil autem impedit, quominus
librum aliquem, licet mendofiffimum, et maxime corruptum, optime, quod ad
nitorem verborum attinet, interpretari, et in aliam linguam elegantissime
quispiam convertere possit. Habuerat A. Aristotelis Ethicam ex Thesauro Latini,
ut observat Laurentius Mehus, qui de his abun de disserit in prolegomenis ad
epiftolas Ambrofii Camaldulenfis, nuper Flo rentiæ editas. no. Libellus
fanitatis conservandæ factus pay adinventus per probiffimum virum Mag. (f)E
temendo,cheilvolgarenonfosse dato posto per alcuno, che l'avelse laido
fat. Epift.Ambrof.Cam. to parere, come
fece quegli, che tramutò il Ooo 2 Cod.
Vatic. 2 Expe latino dell'Etica, ciò fu A. Ipocratita provvidi di ponere lui, fidandomi di me più
(d) Murat.To.IX.Rer.Ital.Script.p.583. che d'un'altro.Convito di Dante.In
Firenze Vid.Biscion.Annot.al Convitodi Dan Experimenta Mag. A. probata ab ipfo.
Hunc titulum habet collectio ex. perimentorum Medicinalium Thaddæi in codice
Vaticano. (a) Incipit: Omnes herbee a radices quæ debent prius coqui, abluantur
mundentur Poit brevem præfationem, fire inftructionem, defcribere incipit
primum Syrupos varii generis. Receptio Syrupi majoris fecundum M. T. Syrupus
Jor. danus M. T. ad correctiones epatis aut fplenis c. Deinde describit electua ria, inter quæ
hæc confectio locum habet: Confectio qua utuntur magna tes in curia Romana,
vagy maxime convenit in æftate fanguinem mundificans, colera fuaviter educitur.
R. pulpæ Caffic fi. Tamarindorum 3. pe. nidii.zuc.violati añş.x.Syrupi violati,
Ġ.Mirrhæ s3 conficianturfive dissolvantur cum tali fucco. X. Prunorum.ios
feminum ordei mundi. lic quir. añ i 2 cum ifta aqua decoquatur usque ad
spissitudinem mellis. Dein pergit ad vina medicata. In his ett Aqua vitis ad
calculum M. B. ideft, M a. giftri Bartholomæi de Varignana, ut opinor, medici
celeberrimi, cujus infra mentionem faciemus. Tum de oleis agitur, ibidemque
describitur Tragea M. T. et Tragea M. B., ideft, Magiftri A., et Magiftri
Bartholomæi. Pulveres fubinde varii, et pilulæ, et unguenta describuntur, tum
remedia quædam ad peculiares morbos. N e c desunt fuperftitiofa quædam, et vanissima.
Tale eft illud: Ut homo poffit ire super
ignem fine læfio. ne. Dicas ifta verba. ter in nomine individuæ
Trinitatis.Abyfon. Dalma. tiu, vel Magata, v e a s nudus. Emplaftra quædam poft
hæc describuntur: fed in hujus libri extremis partibus vix ordo ullus apparet,
ut conjicere liceat, aliena manu aliquid genuinis Thaddæi experimentis additum;
quo ex genere esse arbitror superftitiola illa, quæ dixi. De Interioribus libri
VI.a mag. A. correcti. Ita in codice Vaticano. A. de Bononia de aquis, oleis, a
vinis medicatis. Extat inter codices mo locorecensuitejus Commentariain Ipocratem,
mox Commentariain Avicennam; nam neque in alia Hippocratis opera fcripfit A.,
quam quæ indicavimus, quæque vel iple Biscionius feorfim poftea enumerat; nec
ulla in Avicennam Commentaria scripsisse comperio.Addit tamen idem Biscionius
descriptionem pulveris mirabilis Mag. A., quam re perit ad calcem libri M a g.
Aldobrandini. E g o alterius pulveris descriptio n e m in hunc m o d u m reperi
ad calcem Almansoris, ideft, libri Rasis in codice Vaticano. Recepta quam
mag.Taddeusreliquitpauperibus in te ftamento: Cinamomi eleli s Macis. Croci aš
3 ij. Sene s fiat pul vis poftea R u s Tartari albi fubtilissime pulverizati, a
misce fimul. Dosis ejus eft; 3 ij cum brodio poteftconfici cum zuccaro ut
melius conserve tur. E u m d e m pulverem defcriptum vidi in codice bibliothecæ
Cælepatis Fratrum Minorum inter confilia Medica Mag. A. ad libri marginem in
hunc modum: Pulvis folutivus A. Cinamomi: 5. Macis.Cra ci añ 7. 3. 1. Sene ad
pondus predictorum. Fiat pulvis, cui potes addere de zuccaro albo vel rubeo B
eft delectabilior. DON MEDICINE Thomæ Bodleii. Auxit immaniter Biscionius
paucis verbis catalogum operum Thaddæi, dum pri To. I. mill. Angliæ. Cod. Cod. Vatic. Nome compiuto: Aderotti.
Taddeo Alderotti. Alderotti. Keywords: le quattro cause. Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alderotti,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: il lizio a Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice:
“I was surprised by the number of very patriotic Roman philoosphers who bore
Hellenistic names – a favourite one being ‘Alexandros,’ the defender of men!”
-- Filosofo italiano. A member of the Lizio, the friend and teacher of Marco
Licinio Crasso. According to Plutarco, A. lives a very modest life and shows a
great indifference towards material possessions, behaving more like a member of
the Portico than the Lizio. Alessandro. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alessandro,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: Gl’ortelani --
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract.
Grice: “I was surprised when I started the serious study of ancient Roman
philosophy at the Sub-Faculty of Literae Humaniores at Oxford, to find that
most Roman philosophers bore Hellenistic names – a very popular one being
‘Alessandro,’ literally, the defender of men!” -- A philosopher of the Orto,
and friend of Plutarco. He may have been the same person as Tito Flavio
Alessandro, a sophist and father of another sophist, Tito Flavio Phoenix. Nome compiuto: Tito
Flavio Alessandro. Alessandro. Refs.: Luigi Speranza, “Grice ed Alessandro,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice:
“It is somewhat ironic for the Roman people, so patriotic, to make the VERY
Hellensitic name ‘Alexandros,’ literally ‘defender of men,’ to popular!” --A public
official honoured as a philosopher. Nome compiuto: Appio Alessandro.
Alessandro. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
ed Alesaandro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: il portico a Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice:
“The Romans could be an odd lot – very patriotic; but when it came to naming
their offspring, they would not hesitate to give them a Hellenstic name, like
Alexandros, Greek for ‘protector of men’!” All that is known of A. is a
funerary inscription found in Rome identifying him as a philosopher belonging
to The Porch. Nome
compiuto: Tiberio Claudio Alessandro. Alessandro. Keywords: porticus. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alessandro,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: gl’animali a Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract. Grice:
“Alessandro’s mother was Hellensitic, hence his nickname, Alessandro. The
Ancient Greek first name Alexandros – from which the name Alexander is derived,
has a profound and powerful etymology. It is composed of two Greek words:
alexein, meaning ‘to ward off, keep off, turn away, defend, or protect. And
Andros, the genitive form of aner, meaning ‘man’ or ‘warrior Therefore.
Alexandros literally translates to ‘defender of men, or ‘protector of mankind.
This meaning gained widespread recognition and significance through Alexander
the Great, the king of Macedon, whose military conquests spread Greek culture
and the name throught the ancient world.” He is discussed by Filone, in
connection th problems concerning providence and the nature of animals. He pursues a career n
public and military life. Nome compiuto: Tiberio Giulio Alessandro. Alessandro.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Gice ed
Alessandro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: il tutore di
Nerone -- Roma – filosofia italiana – Luig Speranza (Roma). Di
Egea, he was a member of the Lizio and tutor to NERONE for a time. He writes a
commentary on the Categories of Aristotle, but Nerone wasn’t interested “And
that’s how Seneca comes into the picture” – Grice. Alessandro. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alessandro,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Alessandro: la filosofia
dello schiavo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Grice:
“When I started the serious study of philosophy at Oxford – at the Faculty of
Literae Humaniores – it was all Epictetus; however, I found that my sensitivity
leaned rather towards the philosophical opinions of Alessandro Polyhistor –
another slave. Unlike Epictetus, Alessandro was not freed, but escaped!” -- He
started life as a slave, but was later freed (or escaped). He goes on to teach
philosophy. Nome compiuto: Alessandro Polyhistor. Alessandro. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alessandro,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed
Alfandari: la ragione conversazionale e le implicature del Deutero-Esperanto – la
scuola di Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Abstract.
Grice: When I directed my attention not to much to pirots, but to their
language – which I called ‘pirotese’ – I realised there were stages. There is
proto-pirotese: a pirot just groans. There’s DEUTERO-PIROTESE, when the pirot
ends up MEANING that he is in pain. There is TRITO-PIROTESE, when we add ‘not’;
there is TETARTO-PIROTESE, when we add ‘and’ --; there is PEMPTO-PIROTESE, when
we add ‘or’ –; there is HECTO-PIROTESE, when we add ‘if’ --; there is
HEBDOMO-PIROTESE, when we add ‘all’ --; there is OGDO -PIROTESE, when we add
‘some --; there is ENATO-PIROTESE, when we add ‘the’ --; there is
DECATO-PIROTESE, when we add proper names --; there is ENDECATO pirotese – when
we add a mode operator --; and there is DODECATO-PIROTESE, when we are able to
implicate!” -- Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma,
Lazio. Diplomatico. Durante la grande guerra opera come ufficiale di
crittografia per il comando supremo militare. Diplomatico dello stato. S’incarica
di alcuni lavori di esportazione. Grande conoscitore di lingue. Oltre al “neo,”
parla fluentemente sette lingue. Suo è un progetto di inter-lingua di
derivazione esperantista, il neo, dato alle stampe solamente in “Méthode
rapide de Neo.” Coinvolto in prima persona negl’ambienti bellici e personaggio
di spicco della diplomazia, A. sente presto la necessità dell'istituzione di
una lingua comune, convinto che essa è la soluzione alle incomprensioni tra le
nazioni, inclusi tra gl’italiani. Come i suoi predecessori, vuole che la sua
lingua è di facile apprendimento, semplice, libera da ambiguità [H. P. Grice,
“Avid ambiguity”], prevedibile. Per questo, pur approvando la grammatica dell'esperanto
e del deutero-esperanto di H. P. Grice, decide di semplificare ulteriormente la
sua morfologia, prediligendo radici lessicali più brevi - che talvolta però
rischiano di produrre nel lettore il risultato opposto, peccando d’ambiguità. Il
lessico è volto alla lingua che A. chiama GALLICA, ma sono presenti anche delle
influenze dalla lingua latina e dalla lingua italiana (vedi «forse» 'forse' e
«sen» 'senza'; ma cf. «somo» 'qualcosa' come l'inglese some (thing);
«kras» 'domani' come il latino CRAS) e sintattiche anche dal tedesco e
dal russo. La pronuncia, l'accento, l'alfabeto Nella lingua “neo,” l'alfabeto
è LATINO. Ogni lettera corrisponde ad uno e un solo suono preciso, che deve
sempre pronunciarsi. Vi sono cinque vocali – A, E, I, O, U -- che possono
variare in lunghezza, nonostante la quantità vocalica non sia fonologicamente
pertinente, ma ‘implicaturale: NOIOOOOOSO. In presenza di nessi vocalici,
le vocali si pronunciano sempre separatamente. L'accento cade sulla
penultima sillaba nel caso in cui questa sia aperta (es. CV, CCV, come in
«libro» ('libro]), sull'ultima nel caso sia chiusa (es. CC, VC, CVC, come in
«amik» (a ' mik] da: AMIC-O), e la desinenza del plurale «-s» non modifica
l'accento della parola (es. «libros» ['libros]). In una tabella, rappresenta la
corrispondenza tra grafi e foni nella lingua neo. Gli ultimi due sono nessi di
consonanti. abcdefghiikmn kImnopaIsturweyzshes abtfdefghidkl
mnopkwrsturwksis ts. Gl’articoli sono invariabili e si dividono in
determinato («lo») – l’articolo definito di Grice, “il re di Francia e calvo” –
l’operatore iota di Peano -- e indeterminato («un»): some (at least one) (Ex).
Gli aggettivi e avverbi Come nell'esperanto, gl’aggettivi – “shaggy” -- terminano
necessariamente in «-a» e sono invariabili (ad esempio «un bona soro» e «un
bona frato»). Gl’avverbi, allo stesso modo, sono invariabili e, come in
esperanto,terminano in «-e». sostantivi La derivazione esperantista è
evidente anche nella terminazione dei nomi, ottenuta sempre tramite l'aggiunta
della vocale finale «-o». La vocale finale dei nomi può essere omessa durante
la pronuncia delle parole nel caso in cui questo renda più semplice il
continuum del parlato (per esempio nel caso in cui la prima sillaba della
parola successiva cominci con suono vocalico), ma mai se la parola termina con
nessi consonantici che senza vocale finale risulterebbero di difficile
pronuncia (come ad esempio «libr», «metr»; sono permessi invece «garden(o)»,
«frat(o) »).I pronom. È possibile intravvedere una somiglianza con l'esperanto
anche nella scelta dei pronomi soggetto, in particolare nella prima e terza
persona singolare [maschile] (rispettivamente «mi» e «li» in Esperanto). Tratto
differente è invece la scelta d’A. di mantenere distinte le seconde persone
singolari e plurali, quando invece in Esperanto è presente per entrambe
un solo pronome «vi». Soggetto Oggetto Possessivi 1
sing. mi Me ma II sing. tu Te ta
III sing. maschile i Le III sing. femminile el
le/ley III sing. Neutro 1 le/it I plur. nos
Ne Il plur. Ve BS比zzBÆu即即8 III plur. maschile zi
Ze III plur. femminile zel
ze/zey riflessivo SO Se. È inoltre presente alla terza persona
plurale dei pronomi personali soggetto una forma mista che indica gruppi in cui
sono presenti persone o cose di entrambi i sessi «ziel». Si noti che i
pronomi personali che sono preceduti da PREPOSIZIONE semplice si presentano
alla forma soggetto, e non oggetto, come accade invece in inglese (es. ing. Are
you coming with us? [it. 'venite con noi?'] e Neo «Venar vu con nos?»,
non «Venar vu con ne?»). I verbi conoscono quattro modi (otto tempi),
ciascuno dei quali presenta una specifica desinenza: «-ar» presente, «-ir»
passato, «-or» futuro, «-ur» condizionale, «-iu» (monosillabi) o «-u»
(polisillabi) imperativo e infinito, «-at» participio passato, «-ande»
participio presente, «-inde» participio futuro. SONO QUINDI INESISTENTI IL MODO
CONGIUNTIVO E LA MAGGIOR PARTE DEI TEMPI DELL’INDICATIVO ITALIANO. I loro SIGNIFICATI
(Grice: utterer’s meaning) sono da formarsi tramite PERI-FRASI con l'ausilio di
avverbi di tempo e modo. I numeri della lingua Neo ricordano
foneticamente quelli gallici, sebbene il loro sistema di composizione si
avvicini più a quello ITALIANO. I dieci numeri cardinali sono «un, du, tre,
qar, gin, sit, sep, ot, non, is». I numeri tra dieci e diciannove si formano
posponendo le cifre appena viste a «is-» (es. «istre» 'tredici'). Le
decine successive al dieci si formano aggiungendo «-is» al numero della decina
(es. «duis» 'venti', «treis» 'trenta'). A questi è poi possibile apporre altre
cifre, del tipo «duisdu» 'ventidue', «treisqar» 'trentaquattro'). Le centinaia
si indicano con «ek» e le migliaia con «mil». Esempio: 1234 = «mil
duek treisqar». I numeri ordinali si ottengono tramite un processo di
suffissazione dei numeri ordinali, per cui si ha «dua» 'secondo', «trea»
'terzo', e così via. Fa eccezione solamente il primo numero, che si
scrive «prima» e non «una». Con queste poche e semplici regole è possibile
cominciare a scrivere e parlare nella lingua neo. Essa nasce infatti anche per
essere parlata, aspetto che la caratterizza e la differenzia da molti altri
progetti. Ma si badi bene, che non lo differenzia dal suo modello diretto,
ovvero l'esperanto. La sua peculiarità risiede proprio nella sua adattabilità
anche alla prosa letteraria e alla poesia, come dimostrano le numerose
traduzioni che il suo inventore offre nei suoi scritti, e non solo quindi alla
comunicazione scientifica. Circa una ventina di anni dopo la creazione
della lingua, A. si preoccupa anche di pubblicare un manuale di 1300 pagine
contenente la grammatica completa e un vocabolario di 60000 parole del
Neo. La proposta d’A. riscoge notevole successo, tanto che Dumaine, nel suo compendio
delle lingue internazionali ausiliarie, “Précis d'interlinguistique générale et
spéciale”, Parigi, scrive il saggio «Recherche d'un compromis
Esperanto-Ido-Neo» in “Neo-Bulten,” diretta dallo stesso A., accostando il neo
alle altre lingue più conosciute e utilizzate. Proprio questa sua facilità e
semplicità le assicura infatti un posto fra i cinque progetti interlinguistici
più importanti dalla autorevole International Language Review di Denver. BAUSANI,
Le lingue inventate. Linguaggi artificiali. Linguaggi segreti. Linguaggi
universali, Roma, Ubaldini. A. RAPID
METHOD OF NEO INTER-NATIONAL AUXILIARY LANGUAGE COMPLETE COURSE GRAMMAR,
EXERCISES, CONVERSATION-GUIDE PROSE READINGS AND POEMS
ENGLISH-NEO and NEO-ENGLISH VOCABULARY EDITIONS BREPOLS
S.A. FRIENDS of NEO", A.s.b.l., Avenue de Tervueren, Avenue Duray
BRUXELLES BRUSSELS Belgium TO
HARDIN Pioneer and Promoter Pioner e Promover of the Auxiliary
Language. d' Adlinguo. O H 3 H AA ГОС.
БИБЛИОТЕКА
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литературы ©
KOPOREK A., Bruxel. Print at Belgye. A., Brussels. Printed in
Belgium. To all the friends of the English language Request to all
our friends Introduction to the English Edition NEO Grammar The
Alphabet Pronunciation Variability of words Stress The
Article The Adjective shaggy The Adverb – shaggily -- The Noun
Pronouns The Verb Monosyllabic Verbs Neo Numeration
Time Age Table of the Principal Prepositions Correlative
Adjectives, Pronouns and Adverbs The Name Comparaison Degrees
Sentence Building AFFIXES Elision Compound Words
Geographical Names Useful Idioms Some More Colloquialisms and
Idiomatic Phrases Proverbs ENGLISH-NEO CONVERSATION GUIDE:
First Contacts The Restaurant The
Cafeteria Train Travel Customs By Car By Coach An Accident
At the Hotel Air Travel Shopping At the Stationer's At
the Bookseller's. At the Gentlemen's Hair-dresser's At the Ladies'
Hair-dresser's At the Doctor's Theatre, Concerts, Movies
Railway Coach and Ship Excursions THE FIVE MAJOR CONSTRUCTED
LANGUAGES The LORD'S PRAYER READING SELECTIONS PROSE THE
SERMON ON THE MOUNT New York Herald Tribune Requiem of Verdi at Paris St. A. Fradeletto A. Optimism or Pessimism Gosse Whitman
STRACHEY Princess Charlotte of
England The Times Rediscovered Treasures of Prague Castle New York Herald
Tribune Maugham taken to hospital The Times Stewart arrives in America The Observer World's Farewell to
Churchill The Times Fruitful or sterile
politics? The Times Continental
Bourses New York Herald Tribune West
Europe's growth slackening A. Lettre à mes amis POETRY. (Neo version in front
of every poem) APOLLINAIRE Le Pont Mirabeau (French) BAUDELAIRE L'invitation
au voyage (French) BurNS. - Elegy on Captain Matthew Henderson (English)
CARNER. Canço de vell (Catalan) CocTEAU.
Le Cœur éternel (French) DANTE. - Francesca da Rimini (Italian)
DANTE. - Vita Nova (Italian) ELIot. - The rock (English) ELUARD. - Mon
amour (French) FLAISCHLEN. - Lege das Ohr... (German)
ForT. - La Ronde autour du Monde (French) GEZELLE. - Gij badt op enen Berg
(Dutch) GOETHE. Wanderer's Nachtlied (German) GoETHE. Wer nie sein Brot.. (German) GOETHE. -
Mignon (German).. HARDY. - In Time of « The Breaking of Nations »
(English) HEINE. - Im wunderschönen Monat Mai (German) HEINE. -
Lorelei (German) Hugo von HOFMANNSTHAL.
Ballade des äusseren Lebens (German) HORATIUS. - Carpe
Diem (Latin) Victor HuGo. Mes vers
fuiraient... (French) 136 Victor HuGo. - La fête chez Thérèse
(French) Victor Hugo. Extase
(French) KEATS. La belle dame sans merci
(English) LA FONTAINE. - La cigale et la fourmi (French) Manuel
MACHADO. - Cantares (Spanish) Lorenzo DE' MEDICI. Quant'è bella
giovinezza! (Italian) 142 Alfred DE MUSSET. La chanson de Fortunio (French) READ. -
Day's aMrmation (English) RONSARD. - Pour Hélène (French) SoLoMoN. The Song of Songs
(From a French version) SHAKESPEARE. To be or not to be (English)
SHAKESPEARE. Sonnet
71 (English) VALÉrY. Le Vin Perdu
(French) Paul VA L É r y. - Le s y l p h e (French) Paul VERLAINE.
- E n Prison (French) Paul VERLAINE. Il pleure dans mon cœur
(French) Paul VErLAInE, - Green (French) Paul VERLAINE Colloque
sentimental (French) VIRGILIUS Gallus (Latin) Assia
WErFEL-LACHIN. Merci
(French) Walt WHITMAN. Salut au
Monde! (English) A. The old man's song (original Neo) A. Why do you
feel so happy? (original Neo) D.S.B. — The Motto (English) D.S.B. The Task (English) NEO'S OPTIONAL
GENITIVE ENGLISH-NEO DICTIONARY NEO-ENGLISH DICTIONARY. TO ALL
FRIENDS OF THE ENGLISH LANGUAGE. No auxiliary language aspires to be more than
a "second language" -- one that is used for communication when
the two mother languages differ too greatly for mutual comprehension. In
each country the national languages soyeei baving nothing to fear from
the rise of a "second Far from constituting any threat to English,
the auxiliary language is a positive safeguard, since it preserves the
essential integrity by sheltering it from the flood of neologisms that
derive from different languages, and which would reduce English to an
impoverished „business pidgin" such as that spoken in
Melanesia. REQUEST TO ALL OUR FRIENDS. The present work is priced $ 3,00
or sh. 22/- (postage free). Encourage the movement by joining the
„Friends of Neo", non-profit legally incorporated society.
Membership fees are as follows: Active hershipp $ 2. sh. 15/- a
year $ 0. 6 0 s h. 4 / - a year Goodwill Membership
(symbolic) $ 0. 5 0 s h. 3 / 6 a year Life Active Membership
(single payment) $ 12,- $ 4/6/- Cheques and Money-Orders should be sent t
o "Friends of Neo", Brussels 5, Belgium: Postal Money Orders o
r LIST OF ABBREVIATIONS ado. arienture Auxiliary
Language Americanism architecture astronomis Basie,
binical n biology botany chemistry cinema dialect
future Greek SC language literary
masculine mathematics measure mechanics medical military motoring music mythology noun nautical negative number,numeral participle pejorative person,
-al philology philosophy phrase physics plural poetry, -tical
politics popular possessive past participle prefix
preposition present present participle printing
pronunciation pronoun Russtense reflexive relative
religion Roman science singular slang. Spanish subject
subjunctive suflix technic(al) theatre transitive United
States usually vulgar zoology INTRODUCTION TO THE ENGLISH
EDITION The English edition of the "Méthode Rapide de Neo"
(Brussels) needed much more preparation and time than we had expected. The
work of translating the dictionary from French-Neo to English-Neo
proved to be particularly arduous. No doubt there are many imperfections,
for there is seldom an exact match between a term in one language and a
term in another. We hope readers will bring to our attention the errors
they happen to notice. The coverage is considerably greater than for the
Méthode Rapide, and we estimate the present size at about 20,000 words
for either part. The delay in publication of the English edition has
provided the opportunity of amending a few NEO words and grammatical
usages without impairing the essential structure of the language. Language has to
adapt itself to the needs of the day and to take account of advances in
technology. Otherwise it runs the risk of being discarded like the Latin
that was left behind by its all too prolific progeny. We would have liked
to express our thanks to Blacklock who gave freely of his time for the
early publication of this Rapid Method. But he too is well aware of the
imperfections that must attend any such compilation and of the great debt which all
linguistic engineers owe to those who have toiled in the same field before
their time. So perhaps it would be invidious to single out Blacklock or
any other individual. All we can say is that without him the book could
not have been published in the year after International Cooperation
Ycar. We wish to express to Divall, Cliveden Road, London, our warmest
thanks for his help in the correction of the printing proofs. NEO GRAMMAR
PRONUNCIATION. Neo, like Spanish, is pronounced exactly as it is spelt. No
letter is silent. Every letter has one sound, always the same. VOWELS.
There are 5 vowels: a, e, i, o, and u.They may vary in length and are
indifferently short or long. They are pronounced as follows: a like palm,
father; e like bet, bay, late, leather; i like bit, beet, in, if, easy; o
like on, oft, go, low; u like foot, rule, moon. CONSONANTS: e and ch are
pronounced like church, China; g like go, get, gun; i like jet, John; r
like red, rag, round, rat; s like sit, sue, son, summer: z like zoo; x
like axe,. box, excited (never z like example). All other letters same as
in English. Definite article: “lo,” ‘the’. Ending o may be dropped
before words beginning with a vowel: l'arbo, l'arbos the tree, the trees.
When preceding an invariable word, ending s may be added: los Smith, los
Nelson the Smiths, the Nelsons. It may be added also when suggested by a
want of clearness or euphony. INDEFINITE ARTICLE un: a, an. The
ADJECTIVE ends with the letter a: bona good; forta strong. The ADVERB
deriving from an adjective ends with the letter e: forte The NOUN ends
with o (plural os): frato, fratos brother, brothers; soro, soros sister,
sisters; gardeno, gardenos garden, gardens; tablo, tablos table, tables;
libro, libros book, books. Ending o is frequently dropped IN THE SINGULAR,
so long as NUMBERS: mil milyon million All other numbers by
compounding these 13 elements: isun isdu i s t r e i s g a r isgin issit
issep isot isnon duis duisun 11 12 15 16 2 0 21 o t i s
80 o t i s u n nonis nonisnon ek un ek sepisot duck t r e c k
g a r e k 300 81 101 2 0 0 400 qinek s i t m i l o t m
i l g a r e k s e p m i l n o n i s g i n 7095 500 6000 8400
OR PoNt; NOERS wima, a ast; dud second; trea third; PRONOUNS SUBJECT
OBJECT POSSESSIVE m i I m e m e m a m y; mine t u t e t a your;
yours il you l e l a h i s e l s h e l e (-y) h e r l a her;
hers i t i t le, it it l a i t s oneself; one s e oneself s a his;
one's n o S w e n e u s n a our; ours v u l v e y o u v
a your; yours Zi they 2.0 them their; theirs zel they
(fem.) ze (-y) them (fem.) After a preposition the pronoun takes
always the "subject" form: mi gar kon il I go with him; Venar v
u k o n nos ? are you coming with us? Example for possessive
adjective: m a dom, m a d o m o s m y house, my houses; possessive
pronouns end with s in the plural: lo m a, l o m a s m i n e. The
VERB. Conjugation of the verb i (lo have) (same form for all persons) P r
e s e n t a r mi, tu, il, nos, vu, zi a r I have, have, he
has you Past tense, Imperfect.. ir
mi, tu, il, nos, vu, zi ir I h a d, you h a d h e h a d we h a d F
u t u r e o r mi, tu, il, nos, vu, zi or I shall h a v e, y o u will h a
v e Conditional (3)... u r mi, tu, il, nos, vu, zi u r should have,
y o u w o u l d h a v e Imperative, Subjunctive iu Iu d u l d o ! have
patience! (pron i-u) Past participle had ( m i a r a t I h
a v e had) Present participle a n d e h a v i n g (adjective: a n d a
) Compound participle.. i n d e having had (adjective i n d a ) The
"conditional" tense may be ignored by beginners and by persons
who don't use this tense in their mother tongue. This verb i is the
pattern and the ending of ALL OTHER VERBS: t o s e e; n o s v i d a r we
s e e; el v i d o r s h e will s e e; v i d i n d e h a v i n g seen; p r
o m e n i to walk; zi p r o m e n i r they walked; el a r p r o m e n a t she
has t h e r e; toye everywhere; k o m p r e n i to understand; p l
i to please; p i to be able: p a r v u ? can you ? po for; somo
something; epe a little; dezi to wish; lente slowly; vit quickly; speri
to hope; k r a s to-morrow: oje to-day; yer yesterday; fas almost; mul
much, many; muy very. Parlar vu Anglal ? No, mi xena. Do you speak
English? No, I am foreigner. Mi k o m p r e n a r epe, mo no p a r
I understand it a little, but I cannot Miarur apreni an Neo. I should
like t o learn Neo too. speak it. Neo un linguo iza e plaza. Neo
is an easy and pleasant language. P a r m i fi s o m o p o v u ? Can I do
something for you ? P l i, p a r l u lente, m i no k o m p r e - Please,
speak slowly, I don't under- n a r. s t a n d. M i s p e r a r v e
vidi k r a s. I hope to see you to-morrow. S a r vu of ik ? F a s s e m.
Are you often here? Almost always. Bonid, Sir.
Bonser, Madam. Good morning, Sir. Good evening, Madam. Alvid,
Damel Janin. Bonnox. Good-bye, Miss Jane. Good night. After reading these
two pages, you know all essential rules of Neo. 11 GRAMMAR The
ALPHABET comprises 26 letters: 5 vowels (a, e, i, o, u) and 21 consonants:
Letter Noun in Neo Pronunciation Letter Noun in Neo Pronunciation a a
that, add n e n n o, none b e (bay) best lot, note e d
ce (chay) church (1) p e (pay) poor, person de (day) day
g k u (koo) queen, cook(2) e ( a y ) bed, day, Neo e r
(air) r e d, r o o m e l father e s sit, sister g
e ( g a y ) h e ( h a y ) geart, home u te (tay) t o o l, t e
a u (00) tool, cook i (ee) is, e a r ve (vay)
vain, void je (jay) we ( way ) well, way ke (kay)
X x e ( k s a y ) a x ( n e v e r g z as example 1 e
l m e m mother 没
ye (yay) yes, yet z e (zay) z o o, r o s e 2) Ferte repron
cations like sarisy its wound, just as the sound of x is really ks.
Rather than proper letters, q and x are convenient signs to replace
respectively ku (or kw) and k s; both ku (or kw) and k s a r e a v a i l
a b l e if preferred. Letter q is always followed by a, e, i or o. Letter
combinations sh and kh are pronounced same as in English.
PRONUNCIATION Neo, like Italian, is pronounced exactly as it is
spelt. No letter is mute. Every letter has one sound, always the
same. mistakes are practically excluded. tong and rare thy win simple
and patie VARIABILITY OF WORDS An endings is added to nouns and
pronouns in the plural. Verbs are conjugated according to the list on
page 17. All other words are invariable. STRESS fails on: 1)
the last but one syllable of words ending with a vowel: lIbro book; t a b
l e; pAtro father; mAtro mother; Almo soul; korAgo courage: korAga
courageous; kemio chemistry; serio series; geograrlo geogrAi a
geographical; distribo so astribute; OAtma inanimous; unalmEso unanimity.
distribution; d i s t r i b i 2) the last syllable of words ending with a
consonant: a m O r love; a m i k friend; g a r d E n garden; kanOn gun; a
v e n t U r adventure; experimEnt experiment; m i a m A r I l o v e; vu
venAr you come; zi vidOr they will see; vu venUr you would come.
The s of the plural does not displace the stress: lEbros, tAblos, mAtros,
serlos, amikos, gardEnos, aventUros, experimEntos. 12 mourning,
Before another vowel, i always gets stress, even in words that already
have another stress: tollo madness; mopio shortsightedness; b i o l o g l
o Stress never falls on the vowel u in t h e combination guo:
lInguo language; ambIgu e ambiguously, or after a and e: p l A u d i to
applause; kAuzo cause; klAuzo clause; Auto motor-car; nEutra neutral;
rEumo rheumatism; r E u m a rheumatic. nineteen; department.
n O n c k n O n i s n O n 999; v I r v E s t d e p a r t m E n t I s n O
n men's-clothing- THE ARTICLE Definite article l o: the. Lo
patro the father; lo patros the fathers; lo matro the mother; lo matros
the mothers; lo garden, lo gardenos the garden, the gardens. Ending
o may be dropped before a word beginning with a vowel: l 'arbo, l 'arbos
the tree, the trees; l i d e o, - s the idea, -s; l ' o k, -os t h e eye,
-s; l'uk, -os the corner, -s; l'aventur, -os the adventure, - s; l'olda
vir, -os the old man, men. In t h e plural, when preceding an invariable
word, e n d i n g s may be a d d e d: los Nelson e x i r, los
Johnson e n t r i r the Nelsons went out, the Johnsons came in; los
sencesa k u r d'et infan me lasir this boy's ceaseless "whys"
tired me. Ending s may also be added to give extra weight and when
suggested by a want of clearness or euphony. There are no graphical
(written) accents nor any diacritical signs in Neo. T o m a r k t h e
stress of foreign or universal words ending with a stress-carrying vowel, an
accent is put on this vowel: pasha, papa. This does "foreign" vorthe
principle of accents' absence in Neo, as it only concerns This accent may
optionally be replaced by an apostrophe: pasha', papa'. Indefinite
article u n: a, an. Un v i r e u n f e m a man and a woman; n o u n sol
boy not a single boy. Both definite and indefinite article may optionally
be omitted, as is normal practice in Russian, in Latin – cf. H. P. Grice
on ‘the’ and the iota operator – PEANO -- and in several oriental
languages. THE ADJECTIVE The Adjective ends with the letter a: g r a
n a large; leta small; forta d e b l a w e a k; i z a c a s y; d u i a
dificult; komoda convenient; d e c e n t a decent; b l o n d a b l o n d:
b r u n a brown. When the adjective is used as a n o u n, endings m u s t
be a d d e d in the p l u r a l: lo g r a n a s the large ones; lo l e t
a s the small ones; l o b l o n d a s t h e blond ones; lo b r u n a s t
h e brown o n e s; l ' a l b a s t h e white o n e s; l o s k u r a s the
dark ones. Ending a may OPTIONALLY be dropped when the adjective PRECEDES
the noun t o which it relates (NEVER WHEN IT FOLLOWS 11), s o long as
this elision does not create confusion, and so long a s after the elision
the adjective has no more than ONE syllable or at most TWO: 13 e t
d o m (eta d o m ) t h i s h o u s e u x n u s f e l e t ( u n n u s a f
e l e t ) m i r i c i r v a b o n b r i t v a b e a u t i f u l f l o w e
r s a pretty little girl I received your good letter u n gentil
d a m venir (un gentila a nice lady came d a m ) let d o m o s e k
l e z o s grana (leta small houses and big churches d o m o s ) il
un gentil boy (gentila boy) he is a nice boy. The ADVERB deriving from an
adjective ends with the letter e: forta strong, forte strongly; e n e r g
a energetic, e n e r g e energetically, e k o n o m a, - o m e economic,
-ically. THE NOUN The Noun ends with o (plural os): frato, f r a t
o s brother, b r o t h e r s; s o r o, table, tables liters; ibras book,
rachos gurden, gardens; tablo, tablos table, tables; libro, Ending
o is frequently dropped IN THE SINGULAR, so long as the ENDING oS IS
NEVER DROPPED. Ending -in is used to design feminine nouns: doktor,
doktorin doctor, lady doctor; roy, royin (usual contraction: roin) king,
queen; leon, v e n d e r i n s e l l e r m, (m, f ); librer,
librerin bookseller (m; f); biblioteker, bibliotekerin (usual
contraction: b i b l i o t e k i n ) l i b r a r i a n (m, f). PRONOUNS
m i (u (3) i l el it S O N O S v u
(3) z i z e l SUBJECT (1) I y o u; t h o u
n e s h e it o n e w e y o u t h e y
they (fem.) OBJECT (1) m e me t e you le him le,
ley her l e, i t it s e oneself n e v
e us y o u z e t h e m ze, zey t h e m
POSSESSIVE (adj. and pron.)(2) m a l a l a l a l
a s a n a v a 2 8 my; mine your;
yours h i s her; hers. h i s: o n e ' s, h i s o w n
our; ours Your; Yoeirs 14 After a preposition, the pronoun
has always the " s u b j e c t " f o r m: v e n a r t u k o n n
o s ? are you coming with us ? m i e x a r kon il I go out with him;
For the indirect object pronoun, you may also say: a mi, a tu, a il and
so on ( t o me, to you, to him); in the third person, you may also
replace le by lu (fem. luy) and ze by zu (fem. zuy), (only for the
indirect object); When, in t h e same sentence, you have two object
pronouns, the one direct and the o t h e r one indirect, the indirect one
is placed first: m i te it v e n d a r I sell it to you; nos ve l e p r e
z e n t o r we shall introduce him to you; nos le (lu) ve prezentor we
shall introduce you to him. 2) Examples: m a dom, m a d o m o s my house,
my houses; possessive pronouns e n d w i t h s in the p l u r a l: lo m a
m i n e; l o m a s mine (plural): There exists also a "rich"
possessive, more expressive: m i a, t u a, i l a, ela, ita, soa, nosa,
vua, zia, zela: nosas plu shira gam vuas ours are more expensive than
yours. T h i s " r i c h " p o s s e s s i v e u s u a l l y
follows the name to which it refers and a d d s e m p h a s i s: P a t r
i o m i a ! My fatherland (mine) !: P a t r o n o s a ! O u r Father
(ours) ! 3) Several Neists suggest using tu when addressing a single
person and v u when addressing two persons or more, as was normal
practice in Latin. SOME OTHER PRONOUNS: l o w h a t: l o k i
m e p l a r w h a t a p p e a l s t o m e; l o k e m i v a r i w h a t I
w a n t t o h a v e (objeet k e n ) who (whom): Ki v e n a r ? Who is
coming ?; k e n v i d a r v u ? whom do you see?; possessive k i a: k i a
et l a p ? whose is this pencil? (object ke) relative pronoun: who
(whom). L o v i r ki v e n a r the man who is coming; lo v i r k e t u v
i d a r the man ( w h o m you see. Animals can be "he, she or
it", as in English. When, in the same sentence, o r in t h e same
narrative, you have t w o pronouns, the one relating to a h u m a n
being, a n d the o t h e r one to a n animal, it is suggested, in order
to avoid confusion, to use il (or el) for the human being, and it for t h
e a n i m a l. POSSESSIVE ADJECTIVES ma-, t a -, la-, el(a)-, sa-, na-,
va-, za-, zel(a)- are frequently used as PREFIXES: maopine in my
opnion; savole of his (own) free will; vadomye in your house; raggin
agthen conom ele and in decording to his conte after maelte on my part,
from me, on my behalf; navola decidos our free-will decisions. o h
FEnglisa imsonal pronoun "it, this, that" (in Neo to or 1) is e
legala it h a s n o importance it is all the same to me me p a r a
r strana it seems strange to me nesar agi It is necessary t o a c t
s a r peria! that is all right! o x i ! par bela oje this may
happen! it is fine weather to-day 15 But this pronoun may not
be dropped when used as object or interrogat- ively: M i t r a r
eto t o t e b o n a Libar vu i t ? Sar it posibla ? I find
this quite D o Still, y o u m a y s a y: S a r v e c o a l a
e s... ? Do you mind if... ? because such a useful question cannot be
confused for the statement. Hider ai, zel mean also the one one we
the one who is coming e l k e t u a m a r she whom you love zi k i
k a n t i r y e r s e r t h o s e w h o s a n g yesterday evening i t k e
v u b i l d i r the one you built The pronoun zi has one rather special
form ziel to denote a couple (m, /) or a mixed-sex group. EXERCISE
Mi te vidar, tu no me vidar. Va r vu exi kon mi ? Il d i c a r el no v e n o r.
Mi te dor pan, tu me dor vin. Vo ta d o m ? em lo ma. Va kamos plu
grana gam nas. Ma dom plu leta gam ta. Mi no spar pri ko tu parlar.
Il parlar pril yera axident. El sem dicar to a sa matro. I
see you, you don't see me. Will you go o u t w i t h m e ? H e s a
y s s h e w i l l n o t c o m e. I'll give you bread, you'll give
me w i n e. Where is your house ? Here is mine. Your rooms are
larger than ours. My house is smaller than yours. I don't know
what you are speaking about. H e is talking about yesterday's
accident. She always says everything te her m o t h e r. Nos
exor kon zi krasmatin. We'll go out with them to-morrow m o r n i n g.
Lo vir ki venir e ke tu no libar. The man who came and whom you d o n ' t
l i k e. Mi vur spi kia et bel dom. I would like to know t o whom
this b e a u t i f u l h o u s e b e l o n g s. Sar forse lo del
derker. It is perhaps the director's. Mi no spar lo ke t u var fi. I
don't know what you want to do. Ken inkontrir t u etmatin ? Whom did you
meet this morning? Lo dam dey filyo tu konar. The lady whose son you
know. P
ar mi ti m a libros i n ta k a m ? May I put m y b o
o k s in your room ? Ya, mo no tiu lo tas nir lo mas. Yes, but do not put
yours near mine. Ve r m i te vidir k o n t a t r a t. I s a w you
yesterday with your Yer fir bela, mo oje pluvar. Yestethey it was fine,
but to-day it is r a i n i n g. No me vikar resti domye oje. I
don't mind staying home to-day THE VERB THE VERB I, to have, is
conjugated as follows (same form for all persons): Present a r mi,
tu, il, nos, vu, zi a r I have, y o u h a v e, h e h a
s Past tense, Imperfect.. i r F u t u r
e ml, tu, il, nos, vu, zir hehdayou had, O r mi, tu, il, nos, vu, zi or I
shall have, Conditional • u r mi,
tu, il, nos, vu, zi u r should h a v e, y o u w o u l d h a v e
Imperative, Subjunctive i u Iu duldo! have patience! (pron i-u) Past
participle Present participle a t a n d e had ( m i a r at I have had) h
a v i n g ( a d j e c t i v e: a n d a ) Compound participle.. i
n d e having had (adjective in da ) Trustionte in their mother od y
beginners and by people who This verb i is the pattern and ending FOR ALL
OTHER VERBS (every verb consists of a stem, suffixed by one of the eight
forms of the verb i ): Si to be; m i sar l a m; il s i r he was; nos s o
r we shall be; Sat been; fi to do; t u far you do; vu fir you did; el fur
she would do: l a n d e d o i n g; v i d i to s e e; il v i d a r he
sees; v u v i d o r you will s e e: m i have s e e n; p r o m e n i to w
a l k; zi p r o m e n i r they walked; el a r p r o m e n a t she has
walked. The Imperative-Subjunctive of polysyllabie verbs ends with u
instead of iu: Miru et fem! Look at this woman!; Nos promenu um lo
kastel! Let us walk around the castle! ACTIVE COMPOUND VERBS are as
in English: mi ar s a t I have been; vu ar fat you have done; nos a r
vidat we have seen; el i r pro- menat she had walked; v u ur pensat you
would have thought; zi or e n d a t they will have finished. This
"occidental", construction may be replaced by the Esperanto
modified in Neo i n t o i n d a (with a u x i l i a r y verb s i, to be):
will have s e e n; v u finda you have d o n e; n o s v i d i n d a we have
seen; el s i r p r o m e m n d a she had walked; vu s u r p e n s i n d a
you would have thought; zi s o r e n d i n d a t h e y will h a v e
finished. PASSIVE VERBS (auxiliary verb si): mi (sar) b a t a t I am
beaten; zi s i r b a t a t they were beaten; n o s s u r b a t a t we s h
o u l d b e b e a t e n; vu s o r b a t a t you will be beaten; zi s i r
vidat pe mulunos they were seen by many people. This construction
may be replaced by the verbal suffix a t: m i batatar I am beaten; zi b a
t a t i r they were beaten; nos b a t a t u r we should be beaten; vu b a
t a t o r you will be beaten; zi v i d a t i r pe m u l u n o s they were
seen by many people; il shar si batat he ought to be beaten. REFLEXIVE
VERBS as in English: m i m e mirar I look at myself; il se v u n a r he
injures himself; il se kontrediear he contradicts himself. This
construction may be replaced by the verbal suffix is: m i mirisar I look
at myself; il v u n i s a r he injures himself; il k o n t r e d i c i s a r
he contradicts himself. RECIPROCAL VERBS are conjugated with the
verbal suffix ue: nos a m u e a r we love each o t h e r; zi k o n t i n
u e o f e n d u e a r they continuously offend each other; Amueu e vu sor
ixa! Love each other and you will be h a p p y ! you (are) a clever
b o y; m i p a r l a n d a I (am) talking; nos s i r l u d a n d a we
were playing; van il venir, mi s i r lejanda when he came, I was reading;
mi ju fartor I am going to leave; nos ju arivor we are going to arrive; i
l ju a r i v a r h e is just arriving; nos ju udir we have just heard;
nos i r ju udat we had just heard; e t d o m l u k e n d a this
house is t o let; et kont v e r i f k e n d a this account has t o be
verified (checked, audited); y e n m u z e o v i d e n d a that museum is
worth seeing; ye mul rimarkenda kozos there are many remarkable
things. EXERCISE
Dun tu dansar, mi laborar. A s k u, so t e d o r. Mi vendar e tu
kofar. El no bela, mo muy kleva. D e z u r v u t r a v e l i e t s
i z e ? While y o u dance, I work. will be given to
you. handsome, but very intelligent. you like to travel in
this season ? I l l e k t a r entide. He r e a d s all d a y
long. Kan kostar e t cap ? H o w m u c h d o e s this h a t cost ?
Ka lo presyo d'et cap ? What is the price E t o no m u y c i p a.
This is not very cheap. Mi korespondar kon un Angla. I c o r r e s p o n
d with an Englishman. Mi lu s k r i b a r, il me rispar. I
write him, he replies to me. J u pluvor, dete mi no exar. It is going t o
rain, that is why I d o n ' t g o o u t. Il ju venir da London e me
aportir He has just come from London and un bel libro. b r o u g h t m e
a beautiful book. M i s e m pensar a el, mo me I always think of her, but
she has Shendande dal tren, il kadir e Stepping out of the train, he
fel injured himself. Si o no si, em lo gestyon. To be o r not to
be, t h a t is t h e Mi nur plezantar. Mi krar, tu me mokar. I am
on joe puling my lo6: MONOSYLLABIC VERBS The following monosyllabic
verbs are the contractions of the forms in b r a c k e t s: i ( a v
i t o h a v e p i ( p o s i ) to be able bi (bevi) to drink pli ( p l a z
i ) to please di ( d o n i ) t o give s i ( e s i ) to b e f i
(fari) to do, to m a k e s h i ( s h a l i ) to have to fli ( f u g i )
to fly s p i ( s a p i ) t o k n o w g i ( g i ) t o g 0 s t i (esti) to
stay, to be j i ( i j i ) t o b e c o m e ti ( m e t i ) t o p u t
k r i ( k r e d i ) to believe t r i ( t r o v i ) to find li (lati) to
leave, to let vi (voli) to wish, to will Both forms have exactly the same
meaning; one may therefore optionally use one or the other, according to
one's t a s t e or t h e feeling. Thus, you can choose either form:
l'aglo f a r or Paglo flugar (the eagle flies); mi no p a r fl eto, mi no
posar fi eto, mi no par fari eto or m i no p o s a r f a r i eto (I c a n
' t do this). I t is suggested to use the dissyllabic ( t o syllable)
form of these verbs except for the auxiliary verb i) when addressing
people in an international meeting, i n which case it is also necessary
(whichever language used) to speak slowly, in order to make understanding
easier. NEO NUMERATION CARDINAL NUMBERS: 100 mil 1000
All other numbers by compounding these 12 elements: tsun isdu istre isgar
isgin i s issepisgt ison dais disun duise duistre treis garis qinis sitis
sitiolt ogis guis monismon elon 23 30 40 99 ekdu ekis duck treek
qinek siteksitissit otek milun milis milekisun 1001 1010 d u m i l
t r e m i l o t m i l treismil otismil duekmil ginekmil 2000 3 0 0 0 8 0
0 0 30000 80000 200000 500000 s i t e k m i l s i t e k s i t i s s
i t m i l y o n t r e m i l s e p e k g a r i s t r e 6 0 0 6
6 6 m i l l i o n 3743 ginmil noneksitistre noneksitistre g a
r e k s i t m i l 4 0 6 9 6 6 noneksitissit m i l y o n (os) s e p
e k n o n i s t r e m i l s i t e k s i t i s f r a n k o s: 46.793.660 g
a r i s s i t f r a n e s. Tokyo are is mil enos) abiteros: Tokyo hasad,
ten milion inhabitants (ab. = about) S U F F I X E S. Ordinals: -a.
U n a ( p r i m a ) first; u n e ( p r i m e ) firstly); third; g a r a f
o u r t h; tenth; isdua twelfth; duisa twentieth; duisnona 29 th; q i n i
s a 50th; e k a 100th; m i l a 1000th. M u l t i p l e s: g a
r i p l a fourfold; i s i p l a tenfold; isipli to Cold; Piplae don, ls
doubly deciple; -capia centupie; e i p l i to . Fractions: -im. D u
i m, d i m half; t r i m 1/3rd; q a r i m 1/4th; isim 1/10th; qinisim
1/50th; e l i m 1/100th; milim 1/1000th; milyonim o n e m i l l i o n t h.
Order, class: Primala primary; duala secondary; isala ranking tenth.
Collective: -0. Isos tens; isduo dozen; ekos hundreds; milos thous-
Grouping: -ope. Unope one by one; duope two by two; isope in groups of
ten; ekope by hundreds; milope by thousands. Ordinals are needed for:
I s g a r a S e k l o (14a s e k l o ) fourteenth century; D u i s a S e
k l o ( 2 0 a s e k l o ) twentieth century. Ordinals are not needed for:
ARITHMETIC. B a s i c R u l e s: division. Adis addition;
sotrak subtraction; multiplo multiplication; divid 19 2 + 2 3
- 1 X 3 8 : 2 = 4 = 3 = 9 =
4 d u p l u d u far q a r g a r min u n far t r e t r e yes t
r e far n o n ot pe du f a r gar. Big Numbers: m i l y o n
million (1.000.000 or 106) m i l y a r d milliard (U.S.
"billion") 1.000.000.000 or 109) b i l y o n billion (U.S. one
thousand billions) 1.000.000.000.000 or 1012 t r i l y o n trillion (one
million european billions) (1018) g a r i l y o n quadrillion
(1024) q i n i l y o n ' quintillion (1030) Powers: 62: sit d
u p o s a (6/2ps) 8 5: ot t r e p o s a (8/3ps) 1012: is isduposa
(10/12ps) 1024: is duisgarposa (10/24ps). Roots: 2 \
16: duradik de 16 (2rk/16) 1/27: treradik de 27 (38k/27) 1/256:
garradil de 256 (1rk/256). Weights and Measures: g m l i t r
o g r a m m e t r o dag d e k a g r a m d a m d e k a m
e t r o d a l d e k a l i t r o hg h e k t o g r a m hm
h e k t o m e t r o hl h e k t o l i t r o kg k i l o g r a m k m k i l o
m e t r o d e c i l i t r o d g d e c i g r a m d m d e c i m e l r o c
l c e n t i l i t r o cg c e n t i g r a m c m c e n t i m e t r o
Q g i n t a l (100 Kg.) ™ g m i l i g r a m m m m i l l i m e t r o
I n t o n y o (1000 Kg.) i n c o: inch; ped: foot; pundo: pound;
milyo: mile; n o d y o: k n o t; galonyo: gallon; lumanyo:
light-year parsek: parsec (3,26 light-years); m e g a p a r s e k:
megaparsec (one million parsecs). International
signs. Neo has adopted following international signs: (kilo) No has
adopted! ( m i l i ) 10-3 M G T ( m e g a )
106 u ( m i k r o ) 1 0 - 6 ( g i g a ) 109 n ( n a n o )
10-9 ( t e r a ) 1012 ( p i k o ) 10-12 Numbers Sit (6), Is
(10) and Ek (100). We long reflected before adopting these three terms
instead of the more international ones s i x, d e k a n d c e n t, w h i
c h f i r s t n a t u r a l l y c a m e t o our m i n d. O u r o p t i o
n w a s d i c t a t e d b y r e a s o n s o f c l e a r n e s s a n d e u p h o
n y. H e r e are some examples of n u m b e r s c o m p o s e d w i t h
sit, is a n d ek in front of the same numbers composed with six, dek and
cent: s i t i s 60 s i x d e k s i t i s s i t 6 6 s i x d e
k s i x s i t e k s i t i s s i t 6 6 6 s i x c e n t s i d e k s i
x qareksitisqin 4 6 5 g a r c e n t s i d e k g i n q a r e k d u i
s d u 4 2 2 g a r c e n t d u d e k d u s i t m i l s i t e k s i t i s s
i t 6 6 6 6 s i x m i l s i x c e n t s i x d e k s i x s i t i s
a 6 0 t h s i t i s s i t a 6 6 t h otekotisot 8 8 8 s
i x d e k s i x a o t c e n t o t d e k o t 20 These examples
show that six often causes ugly alliterations; is and ek, brief and clear
and beginning with a vowel, compound themselves much more harmoniously
than dek and cent with other numbers them. Nem mbers are those wanted by
our age of radio and telephones An expert's opinion: Here is the
opinion of Mr. F. J. K r ü g e r, Interlinguistics Counsellor of Amsterdam
University's Library, p r o m m e n t p o l y g l o t, w h o knowledge o
f all m a j o r c o n s t r u c t e d languages, a n d a l s o o f a h a s g r
e a t a wide number of natural, living or dead, languages: N e v
e r, in w h i c h e v e r l a n g u a g e, h a v e i m e t numbers that
sound as clearly and as harmoniously as Neo numbers. SHORT VOCABULARY:
num number; numa numeral, numerical; nume numerically; n u r i to number;
numazo numbering; numado, n u m i o n u m e r a t i o n; n u m o z a n u
m e r o u s; n u m o z e n u m e r o u s l y; n u m o z o numerousness;
numon big number, great number; sennuma numberless; n u m b e r l e s s l
y; m u l m a n y; m u l u n o s many people; mulo g a n t o q u a n t i t
y; g a n t a quantitative ( a l s o: " q u a n t a " ); q a n t i
to quantify; q a l q u a l i t y; q a l a qualitative; g a l i, galifi to
qualify; g a l a z o qualification; q a l i a qualifying, qualificative;
galat qualified. zer(o) zero, nought; n i l o nothing; nix nothing at
all, naught; nil.. no...; nili to annihilate; nilazo
annihilation; nula worthless; nule in n o w a y. adisi to add up;
sotraki to substract; multipli to multiply; multiplo m u l t i p l i c a
t i o n; m u l t i p l a l plicand; m u l t i p l e r multiplier; m u l t
i p l e s o multiplicity; m u l t i p l i b l a multipliable; division;
mutaniable disishiti; onidend ditdend, divizon division (mil). matemat, -
a, - e mathematics, a r i t m e t i o, -ical, -metist arithmetic, -ically; -ist
m a t h e m a t i c i a n; --etician; g c o m e t r i o, m m e w a, - m e t r i s t geometry, - i s t
a l g e b r a, - a i c, equation; s e n e n d i m a i n f i n i t e
s i m a l; d i f f e r e n t i a l; k a l k u l calculation; calculate;
kalkulil, k u l i n g o calculating machine; a d i s i l, a d i s i n g o
adding machine; k o n t account: k o n t i to count, to reckon; s t a n d
e l balance (of account). For DATES, t h e day's number
is generally p u t before t h e m o n t h: u n j a n a r January first; i
s g i n n o v e m November 1 5 t h; t r e i s u n decem D e c e m b e r 3
1 s t.; k a d a t o o i e ? what is to-day's date?; k a i d d e l m e s
of July; mi n a s i r je duisnon lebrar I was born on February 29th.
EXERCISE Ke vur tu fi oje ? What would you like to do to-day? M i
shar gi shel librer e kof tre I must go to the bookseller's and buy l i b
r o s. t h r e e books. A r t u s u f d e n g o ? Have you enough money
? Mi
a r d u e k g i n i s f r a n k o s. I
have 250 francs. S h a k libro k o s t a r sepis f r a n k o s.
Each book costs seventy francs. L o s t r e k o s t o r d o n k d u c k i
s f r a n k o s. The three will then cost 210 francs. Ve
restor qaris frankos. Y o u will h a v e 4 0 f r a n c s l e f t. L
o d u i s t r e m a r s or un bel On March 23, we will have a fine
concert. Ka lo presyo del plasos ? What is the price o f the seats?
Mi n o s p a r; l a s t y e s nos pagir ek I don't know; last time we
paid g i n i s f r a n k o s lo p l a s. 150 francs a seat.
21 Ke for tu krasmatin ? What are you going to do to-morrow Mi
sperar gi kinye kon ma frat. I hope to go to the movies with my Kom gar
ta filyo ? Il studar jus universitye e laborar He studies la an
hendersity and Ma m a t r o me dar un libro. he is working very well.
Ta dom me plar mul. My mother gives me a book. Vur vu veni ne vidi
etser ? Mi vur, mo no par; mi no frida. I would like to, but I cannot; I
am Te miru nel spek: ta vizo lura. Look a t yourself in the mirror;
Sar un inka flek. Kom fir tu it ? It Tsan ink biot. Hoy did you do it ?
Mi no spar; forse dun mi skribir et I don't know; perhaps while I was
writing this letter t o my mother. Cu tu vidinda l'iv ki flir tan vit? Have
you seen the was yvins so fist airplane that Vo tir tu lo lapos ke
mi te dir? Where did® you put the pencils I gave you? Mize tir ik,
mo nun mi no par ze I putt her here, but now I cannot Aponu ta mant,
nos Put on your overcoat, we are soon Pardonu, Madam, ve fir mi
mal? I beg your hert yor pardon, Madam, did I No dey, vu me fir nil mal.
Don't mention it, you did not hurt Mi no ir vidat vu sir ik. I had not
seen you were here. I was twice in F r a n c e. Mi ik primyese.
This is the first time I am here. Kanyes gir vu kinye van vu Lon-
How many times did you go t h e movies when you were in Mi ye sir
plulyes. I was there several times. Unyes mi ye inkontrir va gefratos.
Once I met there your brother(s) and sister(s). Dim d ' e t f o r t u n
te Ka ma standel, pli pertenar. Half of this
fortune belongs to you. Mesense vu ritirir t r e e k issit;
qinek treisgar S. had £ 850; you drew out £ 316; now you have £
534. Ekos perar shakmes in rutaxidentos. Hundreds (of persons) perish
every in road-accidents. grek filosof vivir yo This great Greek
philosopher lived t h o u s a n d s of years ago. VOCABULARY:
sekund second; m i n u t minute; oro hour; ordim half a n h o u r; o r g
a r i m quarter of an hour; i d o day; n o x night; m a t i n morning; m
i d noon; ser evening; minox midnight; vek week: vekend m o n t h; b i m
e s t w o months; t r i m e s quarter, three months; sitmes half-year;
anyo year; seklo century; milanyo thousand years, millenary; domid
afternoon alter to morrow; sem always; xi neye late; sa, save e p
sidago; fra within; inye within; fru early; day: min t a Sung; VeRan do
May day, Sad Tuesday; Mirko Wednes- Janar January; Febrar February; Mars
March; April April; Mey May; Junyo June; Jul July; Agost August;
Septembro September Oktobro October; Novembru November Decembro December. Primaver,
Lenso Spring; Zom Summer; Erso, Autumno Autumn; Yem Winter tempo
time; sizo season; period period; d u r i t o l a s t; p a s i to go by,
to pass; pas- l a s t; n a r - coming, to come; d u n while. W h a t time
is it ? Kaore venor vu ? At what time are you going to Mi venor fra
du oros. S a r is m i n g a r i m. S a r is e q a r i m. I'll be
here a t 5 (o'clock). I t i s now three o'clock. I'll come within
two hours. It is late, it is already ten. It is quarter to ten.
It is quarter past ten. It is five minutes to ten. Sar is min
is. Sar non min duis. Sar isun e duisgin. It is ten minutes
to ten. It is twenty minutes to nine. It is 11.25. It i s
almost half past eleven. It will soon be eight. Sar ja ot min
sep. It is already seven minutes to eight. I have been here since
six o'clock. Mi arivir yo sit oros. Mi
ik d e p d u oros. I a r r i v e d six hours ago. I h
a v e b e e n h e r e f o r two hours. At what time is
the departure? Lo ship departar a i s exakte. Th e ship leaves exactly at
ten. We'll be here in a quarter of an hour. Kan
departos ar vu nok inye mes ? How many departures have N o k qar d e p a
r t o s: du departos Four m o r e departures: two de- Mi no par giti pre
un bivek. I cannot leave before a fortnight. Zomoro.
Yemoro. T r e m a t i n e. At any time (of the day). S u m m
e r t i m e. Wi n t e r time. Three o'clock in the morning. Every
hour (adv.). By n o w; b y this time. Il a t e n d a r sa
oro. Il pagat treisqin frankos ore. He bides his
time. thirty-five francs an Suplemtempo pagat sitis frankos Overtime
is paid sixty francs an Il astir e arivir justore. m a d e h a s t e a n
d arrived a t the right time. a treedim domide lo On June fifteen,
at half past three in the afternoon the t r e a t y p e a c e w a s
s i g n e d. Narzome n o s departor Fransye. Next summer we'll leave for
France. Septembre mi sor Italye. I n September I'll b e i n Italy.
M i libar J u n a long idos. I l o v e June's long days. Mi sor Londonye
nartud a is sere. I'll be in London next Tuesday at Mi sir Swisye
pasyeme. I was in Switzerland last winter. (dun jinge T u k a
n a j a ? - Mi isot. Mi sun isot. Mi nonok duis. Ma
patro ja ginis. I l aspar apene qaris. @inanya, sitanya, Qarisanya,
qinisanya. Sitisanya, sepisanya. AGE How old
are you ? - I am eighteen. I'll soon be eighteen. - I am not yet My
father is already fifty. H e h a r d l y looks f o r t y. six, ten
years old. Quadragenarian, (in h i s f o r t i e s, in h i s
fifties). Sexagenarialioies). septuagenarian (in
Octogenarian, nonagenarian (in his Otisanya, nonisanya. Centenary
(anniversary). Jubilee (50th birtday), Nasid; anyid; Birthday;
anniversary; Saint's Day. Pasanye nos celebrir lo garekado Last
year Shexpir-naso, kespeare's birth. Naranye
nos celebror na nodependo Next w e will c e l e b r a t e o u r
independence jubilce. Pasanye na granpatro
samany g o a t dei easy, Last sate m a n ather became the centenary
y e a r of the Lo pov nonisanyin kadir e vunisir T h e poor ninety y e a
r s o l d w o m a n fell and injured herself badly. Sor l'endo de
ta adol, tu sor adulta. It will be the end of your adolescen- ce, you
will be an adult. TABLE OF THE PRINCIPAL PREPOSITIONS a (al) t o
(1) les according to a b from, beginning with l o n g a l e.
along, a t the side of a k o n t r e contrarily to mede
amidst ante antel before space meze by means of apse apsel next
to n i r near da/dal from o b e above, up c i s on this
side o n d e (del) of p e pe) byover d o ( d o l
) a f t e r (time) ( p o l ) f o r dorse rear, back of на
с
п
и
н
я
po p r e ( p r e l ) before (time) d r e ( d r e l ) behind p
r i (pril) about, concerning d u n during, while p r o for, in favor
of, per eske eskel except r e k t e l e overleaf e x e out,
out of r i r behind f a c e facing fra r i s p e in reply
to H e r in spite of v i t r e behind s e n
without i m e inside s h e a t, t o i n l o k e instead
of sub under infolge following sube (subel) under,
below inte (intel) between, among i n t r e ( i n t r e l )
inside i n y e (inyel) within j e ( j e l ) t o, i n, f o r, by,
near ( k a u z e l ) because o f kon kol with konforme
according kontre kontrel to against s u r over, above s u r e
above t r a, trans t r u ( t r u l ) through u (ul) at, in
possession of u m around u n t e ( u n t e l ) down u s u n
t i l ver to, towards CORRELATIVE ADJECTIVES, PRONOUNS AND
ADVERBS ADVERBS PRONOUNS ADJECTIVES locative: -ye
individual: -un thing: -0 mode: -e ka which, what e t t h i s yen
that k a u n which one e t u n this one y e n u n that
one k a o (usu: ko) what (complement: k e ) e t o t h i
s y e n o t h a t kae ( u s u: k o m ) how | k a y e (usu:
vo) where e t e t h u s y e n e in that way etye (usu:
i k ) here y e n y e u s u ye) there o s a other
som some shak each, every tot all sert a certain osun
another one tot unos usu: tos plural all, all people sertun
someone -- H. P. Grice, “PERSONAL IDENTITY” “Someone is hearing a noise”
-- t h i n g something o s e otherwise some some-way o s y e
s h a k o each thing s h a k e in each way to t o (usu: to)
tote quite, wholly s e r t o a certain thing elsewhere somye
somewhere s h a k y e in each place t o t y e ( u s u toye)
everywhere sertein a certain s e r t y e in a certain a n y w h e r
e t a l y e in such a place nowhere somewhe- nilosye
nowhere else k e l a n y t a l such kelun anybody t a l
u n s u c h one a n y t h i n g t a l o s u c h a thing k e l
e a n y h o w thus, k e l v e nil no etosa this other
(2) n i l u n nobody e t o s u n t h i s other n i l o
e t o s o nothing this other a way n i l e no wise n i l
y e s o m o s a other n i l o s a
n o s o m e other one somosun some-one else
nilosun nobody else thing somo s o e l s e niloso
something nothing else somo s e in some other way n i l
o s e in no other s o m o s y e r e else way feminine: kain,
etin, yenin, osin, somin, shakin, totinos, sertin, kelin, talin, nilin, etosin,
ete. the adjectives osa, etosa,
somosa, nilosa can never be elided. CORRELATIVES are often used as
PREFIXES: ka ore? at what time/hour?; ka i n t e n t e e x i r il ? with
what intent did he go out? kaskope v e n i r i l ? for what purpose did he come
?; nilkaze in no case; kelkaze in any case; etoxe in this occasion;
talkondise in such conditions; kelvede whatever the weather. Vo?
Unde Vas Lom Кі ?
212 1010 2 Kur? Neo
very often contracts the preposition with the definite article as given
in brackets above: al to the; a n t e l before the; apsel next to the; d a
l from the; del of the; dol after the; eskel except for the; grel in k o
n t r e l against the; nel in the; ol on, over the; pel by the; prel
before the; p r i l concerning the; subel under the; trul through the; ul
at the in possession of t h e; u n t e l down the: Il dir sa dengo
al pov vir. Prel m a r l o de ma f r a t. Antel fenso un
tablo. M a frat marlir prel guer. Dol g u e r ecos
prosperir. El gir al garden kol filin sener. Zi
parlar pril tertrem. He gave his money to the poor man. Before my
brother's marriage. A t a b l e ( i s ) before the w i n d o w. My
brother married before the w a r. After the war business
flourished. del en- She went to the garden with the teacher's
daughter. They are talking about the earth- The terminal 1 of the
contraction does not shift the stress from the first syllable: Antel,
Apsel, Eskel, kOntrel, kAuzel, etc.
je has all sorts of meanings and is used whenever doubt is felt
regard- ing use of other prepositions. 4) the preposition u
(replaced i n Latin with the dative) corresponds to the Russian u: u mi
libro I have, I possess a book (Latin: est mihi liber; Russian: u menyà
kniga). PREPOSITIONS AND ADVERBS are frequently used as PREFIXES, as well
for adjective as for adverbial use: pre-war; preguer e before the w a r;
p r e n a s a b e f o r e the birth; p r e e x i s t a preexistent;
existence; d o s k o l a after-school; doskol e after school; doguera
after-war ; d o g u e r e after the w a r ; semviva always living;
nokviva n i u d a t never heard ; n i v i n k a t never vanquished ; m a
n a m e e n a m e m a t r a t in my name and in my brother's
name. EXERCISE. Vo lo dom de t a profesor? Lo dom del profesor
drel kiezo. The professor professor's house? professor's house
behind the church. Mi j u v e n a r dal klezo. I have just come from
the church. Perdinde lo klil del pordo, il entrir entered
through the kitchen's El skribir un libro pril guer. She
wrote a book about the war, I'll go o u t e i t h e r with you or w i t
h venir etmatin. Vur tu i somoso ? N o b o d y else c a m e
this morning. Wo u l d else you like to have something Dank, mi
nesar niloso. Thank you, I don't want anything e l s e. Et labor
endenda inyel vek. This work is to be finished within the week. S a
r lo libro ol t a b l o ? Is the book on the table ? U il du filyos e un
filin. He has two sons a n d a daughter. N o fexu kontre destin! Don't
struggle against destiny! Nel mensocar vi par edi kelore. In t h e
dining-car you can eat at Vidir vu somun nel dom del librer? Did you see
anybody at the book-seller's house? Ye sir sa filin kon la spozo. There
was his daughter with her husband. п
о
ч
е
м
у
L'ensener parlar al alevos. Il parlar kon u n alevin. 1l parlar
pril libro de la patro. Il p a r l a r pri sa libro. The
teacher talks to the pupils. He is talking with a girl pupil. He is talking
about He is talking about his own book. The man with the grey
gloves. l o s v e n i r k u n e k o l n u v v e s t o s. All came
together with the new Kelo il dicar, no Whatever he says, don't be
afraid. Mi p r e n a r e t u n ; t o t o s u n o s po vu. I take this
one; all others are Eto me plar, yeno no. This pleases me, that does n o
t. Mi fonir al doktor; somosun rispir. I called the doctor; somebody
else Venu kon mi shel doktor, ose mi Come with me to the doctor's;
otherwise I will not go. Rispe v a brif, nos glada v'informi In reply t o
your letter, we are glad Es vu par atendi us kras, mi vole the book
y o u a r e looking for. wait until tomorrow, I'll willingly go out
with you. THE NAME Ka ta n a m ? Ma nam J a n. Skolye tos me namar
Net. Sar it u n s u r n a m ? E t o n u r lo
minifa de Jan. Somyes zi me surnamar Nux. your name? My
name Al school, everybody call me Net. I s t h i s a nickname:
Jan's diminutive. sometimes nickname Nuts. T e n u g a r e t o
? Does this bother you ? N o, m i n o ize a r g a. No, I do not get angry
easily. Tu r a g a ; tu b o n k a r a k t a. E t e tu sor sem ixa.
natured; thus you will always be Mi m e dicar: ridelu, osunos te I s a y
t o myself: smile, others will smile at you. Ka ta fanam (familnam)
? names, your family name (sur- Pli, Madam, ka va felnam? If you please,
Madam, what is your Have you a nom-de-plume? adoptir lo pseudonim
"Sen- I adopted the pseudonym p i n t e r ? Mi l e konar Do you know
this painter? pel nam; il parar i bon fam. a good repation seems to
have Mi sur glada le koneli. reputation. acquaintance. Mi
inkontrir ye mul ma konelos. I met there many acquaintances of Maname e
name tot membros de In my name and in t h e name of all na Socado, mi
dezar ve feliciti. members o f our Society, t o congratulate you. Il
ju namadat ambaser Parisye. He has just been appointed ambassador in
Paris. Il certe meritir et namado. Н е
certainly deserved this appointment. Il
as grana as vu. Il y u n i r a gam vu. Il
min exijema gam vu. COMPARISON DEGREES He is as big as you. He
is younger than you. He is less exacting than you. Grana, granira,
granega (muy gra- Large, larger, very large; n a ); fen, bro,
genest (doyeran. Bremely lage, the largest one. belega
( m u y bela); Beautiful, beautiful, very beautiful; belisima, lo
belesta (lo plu bela). Leta, letira, letega (muy
leta); Small, extremely beautiful; most beautiful. smaller, very small:
letisima, l o letesta (lo plu leta). extremely small, the smallest (one).
Olda, oldira, oldega (muy olda); Old, older, v e r y o l d; oldisima,
l'oldesta (lo plu olda). extremely old; the oldest one. Un oldun, un
oldin. An old man, a n old woman. SENTENCE BUILDING Sentence
building is very free in Neo. The English student may freely copy
the order that comes naturally to him, according to the rules of his own
language. The adjective may be placed before or after the word to which
it relates, and similarly for the object pronoun and for the adverb. You
may say: M i v e a m a r as well as Mi amarve I love you. COMPLEMENT'S
TRANSPOSITION. Especially in poetry, one before the subject. patron
libir f l y o = filyo libir patro the son loved the father Ion mint patre
t a t e i n t o the tern fooked at the girl femon m i r i r lo fel = lo
iel m i r i r lo fem the girl looked at the woman. This ending n may be
used only in case of transposition. Beginners may totally ignore
it. For Neo's OPTIONAL GENITIVE see above. AFFIXES
PREFIXES: ad-deputy, assistant, under-, sub-
adsekrerunder-secretary;adderkersub-manager; a d r o y v i c e r o y; a d
k o l n e l lieutenant-colonel; a d l i n g u o auxiliary
language. a m b - both a m b e l t a of b o t h s i d e s; a m b e
l l e o n b o t h s i d e s; a m b - d e z o both side's wish; a m b d e
c i d e by both side's decision. 3) ante- before
(place) a n t e k a m antechamber; antegardo vanguard: a n t e c e
n i r o centre-forward; a n t e k o r t e l fore- c o u r t; a n t
e b r a s o fore-arm anti- contrary, anti- antialkola
anti-alcoholic; antiatoma anti-atomic; a n t i k o l o n y i s m o a n t
i - colonialism; a n t i f e b r a antipyretic; anti-protekismo
antiprotectionism; anti-konstituaanti constitutional. a r e i -
higher degree, most, extreme, bi-, du- two-, bi- a r c i d u
x a r c h d u k e; a r c i r i k a e x t r e m e l y rich; areikolma
overcrowded; areivesko archbishop; arciveska archiepiscopal
bilingua bilingual; dalimes nimon languages: bimetala bimetallic; bimesa
bimonthly (of ¥ months 8
) bis twice, double bo- kinship by marriage bisveka twice-weekly;
bismesa twice-monthly; biside twice a day; bisanye twice a
year. bopatro father-in-law; bomatro mother-in-law; bofrat
brother-in-law; bosor sister-in-law: bofilyo son-in-law;
bofilin daughter-in-law; boeltros parents-in-law di- 1b)
do- privative [cf. H. P. Grice, NEGATION AND PRIVATION], dif to
undo; diarmo disarmament; divantagi to disadvantage; dipoezi to
depoetize d o m i d d o m i d e afternoon; in d o m i d a afternoon;
afternoon; doguera postwar; doguera presyos postwar prices; doskola
after-schoo l I1) dui- difficult d u f p l e k i b l a
diflicult to t o d u f l e k t i b l a difficult t o e xplain; d u
i v e n d i b l a sell; d u f k a p i b l a difficult grasp: dificult
to read; d u f u d e r a hard of hearing ex- ex-, former
e x r o y ex-king; expresident ex-president; exspozo
former husband ge- of both sexes in- entering, inter-
between intra- interior ge s i r o s ladies and gentlemen; and
sisters; g e spozo s husband g e i r a t o s brothers and wife
(Gesp. Mr. and Mrs. ) i n m i x i to interfere; inkasi to
encash; inkesi to encase; involvi to envelop i n t e r v e n
intervention; interlini to interline; i n t e r n a s y o n a
international i n t r a v e n y a intravenou s; i n t r a m u s k l a
intra - muscular; intraderma intradermic; intracelula
intracellular ize- easy i z e p l e k i b l a easy to
explain; i z e d i c i b l a easy to s a y; i z e k o m p r e n i b
l a easy understand 18) in- just ¡ u m a r l a t just
married: j u p a r s a t just published; junasat newborn: j u a r i v a t
just arrived; j u r i c a t just received mal- pejorative m a l l a m a
ill-famed, malformation; m a l i x luck; m a l o n e s t a d i s h o n e
s t; m a l a b i o awkwardness
mis- badly m i s i n i o r m o m i s i n f o r m a t i o n; m i s
p o s a l mis- f e a s a n c e; m i s t r a t i mishandle;
mispronunco mispronunciation
mul- many, poly, much mulform a multiform; muldenga having
much money; mulsilba polysyllabic; mulsorta artiklos many s o r t s
of articles nar- next, to
come n a r v e k next week; n a r i e s next m o n t h; n a r m e s
a ni- по
- pas- pre- re- n a r s a b a n e x t S a t u r day ' s;
n a r y e s n a r o x e on the next occasion n e v e r n i u
d a t never heard, unheared-of; n i v i d a t never seen; nivinkat
unconquered, never vanquished n o p o s i b l a impossible; n o e n
d a t unfinished; n o v e r a not t r u e; n o v o l e unwillingly; n o k
r i b l a unbelievable; nonegibla undeniable; nonoposibla last,
past not impossible p a s m i r k o last Wednesday; p a s v e k last.
week; p a s v e k a l a s t week's; p a s y e m a last
winter's; p a s a n y a last year's before (time) preistora p
r e d a n k i orchistorie, in trevance; thank preistor
predestination; p r e l a s t a last b u t o n e repetition refi to
do again; renuvi t o renew; relekti to read again; reinstal
reinstallation; r e p r i n t reprint, reimpression; r e m a r l o
remarriage; redici to say again ri- cinship replacement
3 8 r i n ー
rear, back задний
назад rimatro
step-mother; ripatro stepfather; rifrat- by re-marriage; stepbrother,
half-brother: riso r s t e p s i s t e r, half sister; r i p y e s o s
spare p a r t s; r i r o t spare wheel; r i g u m o n spare t y r e; r i
f o l y o s refills (sheets) r i r s h o p back-shop; r i r g a r d o
rearguard; r i r s i z o late season: r i p e n s o hidden motive;
riraktiva retroactive; ririgito go into reverse конец
созона
sam- semi -hall- sen- sul- under
similarity, equality samlandan fellow-countryman; s a m t e m p e
at the same time; s a m k o l o r a o f t h e s a m e color; ideas;
s a m i d e a n, samidein a man, a woman having the same ideas.
semivege half-way ( a d v. ); s e m i t e r p, - e half-lime; s e m i l o
n g o half-length; semimorta h a l f - d e a d; s e m i b a k
lack s e n m o v a i m m o b i l e; senmovo immobility; seno- d o r
a odourless; s e n k o n d i s a unconditional; s e n - p o s o
powerlessness; sendulda impatient; s e n - d u l d o impatience s u
b t e r a underground (adj.); s u b m a r a submarine (adj.); s u b m a r
i o r s u b m a r i n e (ship); sub s u o l subsoil; subdevolva
under-developped; substimi t o u n d e r r a t e When preceding a vowel,
sub- may be replaced by s u - suagent, sub-agent, sub-agency; s u e
v a l u i undervalue; s u o f i c e r n o n - c o m - missioned
Officer over, super s u r o m superman; s u r o m a s u p e r h u m a n; s
u r s t i - m a d i t o overvaluate; s u r k o t i t o 44)
10. s u r a b o n d o s u p e r - a b u n d a n c e all-, any-
multi-coloured; anyhow; tosorta of all sorts; tosorta jensos all s
o r t s of p e o p l e 45) tri, tre- three trimes three
months, quarter; tri mesa, quarterly: trigon t r i a n g l e; t r e b e d
a k a m bedroom with 3 beds. t r i p e d tripod; 46) tris- three
times, t h r i c e trismese three times a month; trisanya
periodik periodical published thrice yearly un- one,
mono- u n a l m a, - e u n a n i m o u s, -ly; u n a l m e s o u n a n i
m - i t y; unelta, -eso unilateral, - i t y; unkolora o n e - c o l
o r e d; u n d e r k a v e o one-way street; unsilaba
monosyllabic y 0 - a g o yolong
long time ago; yopok a short time ago; y o v e k w e e k a g o; y o v e k
o s s o m e w e e k s ago; yoanya koronazo the coronation of a year
ago Neo also uses Greek and Latin prefixes poli-, p a r a -, m o n o -,
qasi-, p e n t a -, e x a -, e p t a -, SUFFIXES: - a C
pejorative viraco bad man, ruffian; boyaco bad, nasty boy, guttersnipe;
libraco bad book; verkaci to bungle, -ad a c t i o n d u m a d o
nonsens e; T a n f a r o n a d o f a n f a r o n a d e; s h e n a d
o staging; s h e n a d e r stage-manager: movadi to move on
function, office blow -al language botanic
family order, class p u n c h ; p e d a d o k i c k ; p e d a d i
to k i c k Carmal Parisian slang;" spanch; spanisa; lang,
Grekaya modern Grek: Rusal Russian: Nedal Dutch; Polnal Polish;
Cimal chinese, Japonal r o z a l ( - o s ) rosaceac; c i p r e s a l
cupressaceae; v e r- b e n a l - o s tertiary ; primaluna
primary-school pupil, a man o f primary culture; undaliúna
secondary-school schoolgirl
aldo chief, principal l stasyonaldo station-master;
partedaldo party- leader; o r k e s t r a l d o orchestra-leader, s
t a t a l d o c h i e f of s t a f t member of c i v a n, c i
v i n citizen ( m, 1 ) ; f e l d a n, f e l d i n peasant, peasant woman
; s a m r i l i g a n, - g i n c o religionist (m, 1) bovan -os bovidea;
r u m i n a n ruminant ; s h a l a n - o s ovidae ; o van oviparous -
aroedaro refectory; pransaro dining-room; ludaro playing-place;
pregaro chapel - a r y o destinaryo addressee; latadaryo
legatee; bene- t i c a r y o beneficiary - a v a firava
ferriferous; k u p r a v a cupriferous; aurava aurierous ;
nilava having nothing, devoid, -ayo material thing d e s
t i t u t e edayo food, victuals, feed; bevayo drink ; dorayo something
hard, callosity; medikayos medecines, -azo action f o r m a z o
formation; l u s t r a z o polishing; s a p o n a - -eg large, big,
much, very -el vaguely connected w i t h t h e r o o t
very l a rg e ; t o r t e g a particular meaning; only a n indeter-
minate relation b e t w e e n the word finishing corresponding H a m e l
(from f l a m flame) will-o'-the-wisp; fansel (from fanso fancy)
gadget - e I n good-natured; wheedling: sonye m i t o -
e n d a
-ensi -er -eso - est -et -eyo -grat
O -ia -ibl
-ia -le b e m e n d e d: v e r i f i k e n d a t o b e
verifica; l u k e n d a vidend a valensee B; lakena do besent back;
a g e n d a agenda (things to be done) s k u r e n s i to darken; k l a m
e n s i to start screaming; plorensi to start weeping vender seller;
kofer buyer ; oprer workman; workwoman ; tennisman;
tenis(er)in tennisplayer(woman); b o n e s o (contraction of prudenteso)
prudence; whiteness; n e r e s o b e l e s t a most
beautiful; g r a n e s t a the largest; bonesta the best ; malesta the
worst boyet little boy; felet little girl; domet small house ;
to sip o m e y o humanity; y u n e y o young people ; noble y o
nobility (noble people); K r i s t e y o Christendom g e o g r a l geographer
; g e o g r a t a geographic: geogratio geography; biograi biographer;
biografa biographical; -flo -aphy kia whose; nilunia nobody's;
tosia everybody's; l o p o v i a v i v the poor man's life i b l a
available; p o s i b i a possible; vidibla visible; vendibla saleable; l
e k t i b l a readable; noposibla impossible descendant Eraklid
Heraclidan; Israelid Israelite; latinida of latin origin cause
kie for what reason, w h y ; e t i e for this reason; nilie for no reason;
kelie for any reason; somie for some reason determining,
causing d o r m i l a soporific ; e x i t i l a exciting;
benila helpful, beneficial; lezila prejudicial - i g -i¡ -il to go to
become instrument, tool -in feminine - ind having
done -inil small
container -ingo machine - i o
pron. i - o art, trade; a
whole, a set bedigi to go to bed; dormigi to go t e n s i g i
to go to the window; laborigi to go to d o r m i j i t o fall asleep ;
old i g t o grow old ; vidibliji to become visible; beliji to grow
beautiful oril clock, watch; nutcrackers ; apparatus; sukr i l
sugar tong s ; denti l tooth pick; dektorin lady doctor; roin queen;
venderin salesgirl; pinterin seamstress; leonin lioness; tigrin
tigress vidinde having seen ; ricinde having received; oldiginde
having grown old; oldijinda who has sugar bowl; salini l salt-
lavingo washing-machine; plateningo washing-up medicine; panio bakery,
baker's shop; industrio industry; oldio old people; old things;
socio -д
уо
(р
г::
и-уо) container,
small place or book -уе place -yer,
-eyer plant, sigaretuyo cigarette-case; okiluyo spectacle-case: totuyo
hold-all, bin; garduyo sentry-box; orduruyo rectory;
trenuyo time-table; fonuyo call-box, telephone booth: oruyo fonadresuyo
telephone directory klezye at church, to church; kinye at the
movies, to the movies; Londonye in London, to London; Bruxelye
at Brussels, to Brussels; skolye al, to school; domye home, at home;
toye every - nowhere where; somye somewhere; nilye apple-tree;
rozyer rose-tree; trulyer peach-tree; pirseyer pear-tree; fragyer
strawberry plant so any times; duyes twice; ekyes hundred days times;
idyes; one day; pasidyes ago; naridyes one of the se coming some days. to
Paris; Fransye in, lo France; Romye in, to Rome; Italye in, to or when
speaking of places in general: Mi gar klezye I am going to church; mi gar
al San Paul klezo I am going to St. Paul's Church; el gar skolye she goes
to school; el g a r al N o r m a s k o l she goes to the Normal School;
il sun go r a l I n g e n e r s k o l he will soon go to the Engineering
School; m i Universitye the Universily; il gor skolye xenye he will go to
school abroa d; il gor a un xena skol be will go to foreign school; il gor
skol vedorive he will go to school in the village; il gor al dorio skol he
will go to the village school. -ior m e a n s of
fishing-boat; destroyer; ivior transport aircraftcarrier; - i r comparative a l t i r a t a l l e
r, higher; granira larger; •smaller; f o r t i r a stronger; k l e v i r
a more clever; -is reflexive o f i r a more frequent; o f i r e more
often seirist to loke takesh munisi to punish one- -ism, -ist
doctrine, partisan) - i l illness, med. affection - l o g, -a, -io science, art pron.: i
- o - o l young animal - o n d g o i n g t o; to c o m e
komunism o, -ist(a) ciner diphtheria; epit hepatitis; uremit urae-
dermolog, - a, - i o dermatologist, -ogical, -ogy; nel m e s o s v e n o
n d a in the departon d a the ships that are -orio (pron.: i - o )
factory bisgitorio biscuit factory; telorio linen manu- factory; k
o r d o r i o rope-making, rope-manufactory. -oyo pron.: o - y o skriboyo desk, writing-table; klozoyo
cupbora, Turn t t u r e wardrobe; frigoyo refrigerator,
cooler -oz a b u n d a n c e
rikozo great richess; r i k o z a very rich; lumoza luminous; lumozo
effulgence, sheen, glare -ue
reciprocity libuci to love each other: l i b u c u ! love each other!:
mutual aid; bon b o y o s e l p u e a r good -ul tiny boys help one a n o t h e
r o m u l h o m u n c u l e; i n f a n u l t i n y t o t; m a n u l
tiny h a n d; p e d u l tiny foot; k a t u l kitty (cat) individual
lo v u n u n t h e wounded man; lo v u n i n the wounded (fem.: -in)
woman; m a l u n m a n; m a l i n prizun prisoner; prizin woman
prisoner ELISION One may OPTIONALY (never obligatorily), and SO
LONG AS THIS DOES NOT INTERFERE WITH EUPHONY AND CLARITY, elide
following words: the article lo before a word beginning with a vowel:
P arbo, l 'arbos the tree, the trees l'eldo, l ' e l d i n o s l
'aventuros the hero, the heroines d'Artur Arthur's adventures the
preposition de and the word ke (pronoun or conjunction), and also the
object pronoun, before a word beginning with a vowel: l'aventur d'el boy
this boy's adventure l ' o r e l o s d ' u n a s n o a n ass's
ears l ' o k o s d ' u n f e m k ' i l v i d i r the eyes of a woman he
saw m ' a m a r tu a s m i l ' a m a r ? do you love me as I love
you ? il d i e a r k ' i l V a m a r he says t h a t he loves
you the two-syllable (one syllable
after elision) or at most three-syllable (two syllables after elision)
ADJECTIVE, when PRECEDES the noun to which it relates, NEVER WHEN IT
FOLLOWS IT: e t (a) dom t h i s h o u s e yen (a) floros
those flowers n u s ( a ) let ( a ) k a m o s nice little rooms un
gran(a) bel(a) klezo a big beautiful church mi ricir ta gentil(a) brif I
received your kind letter let(a) domos c klezos g r a n a Small houses
and large churches 4) the ending o of the NOUN, but ONLY IN THE SINGULAR.
plural's designation os MAY NEVER BE ELIDED see NOUN mele n u r e the
ending at of the past participle, when used as a noun suffixed with in
(feminine) : l a k u z a t; l'akuzin ma l i b a t; ma libin ma benamat;
ma benamin the accused ( m; 1) my beloved (m; f) my much beloved
(m; /) the sullix er and other suffixes, to reduce the length of a few
feminine nouns above: biblioteker; bibliotekin librarian ( m;
/) matematist; matematin mathematician ( m; korespondent;
korespondin correspondent m; any word may be elided, when this is
suggested by the r h y t h m or b y T h e poet is of course granted
extra freedom in this matter, as his muse may suggest to bim. Compound
words are very frequent in Neo. They are formed by simple joining, but a
hyphen can always be used to help the reader who is new to Neo, and when
the resulting compound word seems too long : bona good, kor heart; bonkor
good-heartedness; b o n k o r a good-hearted Dona good; vol will; bon vol
good will; bon vola, e goodwilling,
-ly mala bad, ill; malkore illnaturedly; malvol ill-will Skol
school, maestro teacher; skol maestro schoolmaster dorio village,
klezo church; d o r i o k l e z o village church art art; istor history;
arti stor art-history; Art istor - Sko l Art-History ent a whole; kor
heart; enta kore whole-heartedly amor love : pen sorrow; amorpen
love-sorrow menso dining; car c a r; mensoear dining-car When
writing compound words, it is suggested, as soon as the word seems too
long, or as soon as there is a danger of confusion, we separate the
composing words with a hyphen: skol-maestro, art-istor, dorio- menso - car.
its or sund was have t o r are sister, sach, smoisestro. ceping English
compound words as "cigarette-holder", "cross-bearer",
"pen- "pen-wiper", "windscreen-wiper" are
translated in Neo either directly (with e n d i n g -er for a person, ( s
i g a r e t i l ), kruz-porter, plum-tenil, t o o l ) : s i g a r e t - p o r t
i l v i t r e l - s h u g i l, o r by using t h e infinitive: porti-sigaret,
porti-kruz, t e n i p l u m plumil, Shugiplum, The English idiom
"from day to day", from year to year", and so on, is
shrunk in Neo t o single words comprising the initial syllable and the
This useful device can be extended to adjectival, ending -a, and to
verbal ending- 1, etc., usage : l e t l e t a smaller come smaller and smaller;
l a d l a d a u g l i e r a n d and smaller; l e t l e t i to u glier : old o l
d i t o be- grow older and older. So k o n s t a t a r un idida
melazo. E t land far ananya progres. Viv ye shirshira. Nun il
melmelar. Il melar idide. A d a y to day improvement is
ascertained. This country is making a year to year progress.
L i f e is there more a n d more expensive. He is now doing better and
better. He is getting better from day to day El n u s n u s a r idide.
She is growing prettier and prettier f r o m day to day. Nos adsir
al orora pizazo del situo. We witnessed the hour to hour deterioration of
the situation. " the man with the gray glove, word: lo
nerkapla fel, lo grizganta vir, lo verdroba d a m. GEOGRAPHICAL NAMES. Geographical
names have been arbitrarily established in Neo. They are subject to
changes, according to local preference or taste, or for
other unaccountable reasons. The changes may be no less arbitrary than
the c a r l i e r forms. Here is a list of some of these names:
Country name Inhabitant language fashion, manner and
adjective B r i t, b r i t a B r i t a, B r i t i n Great Britain, B r i
t i s h Briton, Britisher, British woma n Anglo, a n g la Angla,
Anglin Angla l England, English Englishman, English Englishwoman
Franso, -a Fransa, -in Fransa l France, French Frenchman, French French
woman Italio, - ala Itala, - in Itaha n, Italal Italian Italy,
Italian Italian woman Belgo, - a Belga, Belgin britana, -e a,
ado a f t e r t h e British manner ( style ) anglana, -
e after the English manner transana, -e after the
French manner italana, -e the Italian manner belgana, -
e after Belgium, Belgian, -woman Decland, deuca Deuca, Deucin
Deuca l deaucana, -e German German, - w. G e r m a n R u s i o, r u
s a R u s a, R u s i n R u s a l r u s a n a, - e R u s s i a
Russian, - w. R u s s i a n Cin, c i n a China, C i n a, C i
n i n C i n a l c i n a n a, -e Chinese Chinaman, - w.
Chinese Ned(o), n e d a Neda, Nedin N e d a l Nedana, -e
Netherlands, Dutchman, Dutch (Holland) Dutch Dutchwoman SURS,
sursa Sursa, - in sursana, -e U. S. S. R. Grekio, greka Greece,
Greek Graka, -in G r e k a l m o d e r n Greek mod creekrekana, -e
G r e k ) E u r o p, -a Europa, - in europana, - e Europe, A
m e r i k, - a Amerika, - i n Amerikal amerikana, -e America, Azyo,
azya Azya, -у і п azyana, - e Asia, -jatic A f r i k, a f r i k a A
f r i k a, -in afrikana, -e USA (USIO), usa Usa, -in Usal, Amerikal
usana, - e U.S.A., American Australyo, - y a Australya, -yin
australyana, - e Australia Austro, austra Austra, - i n austrana,
-e Austria, - i a n 85 Japon, -a Japan, Japona, -in
Japanese A r a b i o, a r a b a Arab, -in Arabia, -lan Turkio,
turka Turk ( a ), - in Turkey, Swis, a Switzer" S w i s a, -in land,
Swiss Oceanyo, -ya Oceanya, -in Oceania, -ian Mexik, a Mexico, Mexixa, -in -an Mexico,
Mexil- Mexikurba, -in u r b o, - a M e x i - Mexikoa, -oin co-City
A l g e r y o, - y a Algerya, -yin A l g e r i a, - i a n A l g e r
a, -a A l g e r a, -in A l g i e r s, o1 - T u n i s y o, -ya
Tunisia, -ian Tunis, -a Tunisya, Tunisa, -in -yin Tunis, of
- London, londona Londona, -in London, Londonian Paris, -a
Parisa, -in Paris, -ian Roma, - a Rome, Roma, - in Roman
Japonal japonana, -e Araba l arabana, - e T u r k a
l turkana, -e swisana, -e o c e a n y a n a, - e m e x
i k a n a, - e mexikurbana, -e algeryana, -e algerana,
-e t u n i s y a n a, -e tunisana, -e Londonal londonana, -
e Parisal parisana, -e Romal romana, - e Germanio means Old Germany (history)
(germana, German, -in; germana na, - e . Belgal
might mean "French as spoken in Belgium"; same, Swisal
Ameraland Osal rand Amerin (inguage) or „English as Amerika l and U s a l
mean spoken i n America in the United States. "australa"
(belter "Suda"), would mean "austral, southern" ocean means
ocean oceana oceanic. Londonal means London slang, Cockney; Parisal: Parisian
argot; Romal Roman dialect. Inhabitants may also be called: Britun,
-tin; Anglun, Anglin; Fransun, Fransin; etc. For the languages, there
are verbal, adjective and adverbial derivations: anglala, - e in English;
anglali to speak, to know English; transala, - e in French; transali to
speak, to know French; rusala, -e in Russian; rusali to speak, to know
Russian. Cuso m u n ik fran sa lar ? Does anybody speak French
here? Et anglala traduk This English translation is not good. M i b
a d u k o r et l i b r o r u s a l e. I'll translate this book into
Russian. Russian teacher who l a r p e r t e. knows English
perfectly. glishman. Zi a r un t r a n s a anglala klavin. They
have a French girl-typist for English correspondence. Old, classic,
or constructed languages don't need the suffix -al: Latin Latin; Grek
ancient Greek (modern Greek: grekal); Sanskrit Sanskrit; Esperanto
Esperanto; Neo Neo. I l l a t i n a r m o no g r e k a r.
El esperantar e near. He knows Latin b u t he does
not k n o w a n c i e n t G r e c k. She knows Esperanto and
Neo. USEFUL IDIOMS There is nothing so difeult as translating idioms
from one language into another. When an English idiom does not
appear clear enough in a word for word translation, try and give
this idiom its real meaning in quite simple l a n g u a g e. Here
are some attempts to translate the true meaning of some English idioms:
So great a m a n. Un t a n gran vir. A certain Mr. Smith. S e
r t S r Smith. To set a n example. Di l'exemplo. What a
surprise you are giving me! K a s u r p r e n vu m e d a r ! I am coming
in a f e w minutes. Mi v e n a r fra p o k m i n u t o s. Three
shillings a head. Tre shilingos pro cet. To go a-hunting. Gi yagi
(yagigi). To a b a n d o n oneself to... Abandonisi Taken aback, Tre
paid for ki acaried, aghast. Disckurati saton a s t o n o c a. W h a t '
s the m a t t e r ? К а
m a t ? In broken accents. Konvokrompat. To meet with
acceptance. Inkontri aprov. Road accident. Rut-axident.
Aircraft accident. I v - axident. T h e d i s p u t e h as been
settled. Lo kontendo aranjat. his accounts. Les la dicos. To
acknowledge receipt of a letter. Ricaviziun brif. To put in action.
Aktadi. - Movadi. It adds up to ten thousand franes. Montantar ismil
frankos. The lack of adjustment between Za malkun. their
temperament s. Much ado about nothin g, Mul rum po nilo. Without
further ado. Sen plu. - Sen oso. They found it to their advantage. Zi t r i r it vantaga
(po zi). T o take medical advice. Konsulti mediker. - P r e n i m e d i k
a o p i n. Foreign Affairs. Foreign Office.
Xenecos. Xenecado. That's another affair! E t o osa
gestyon! To win a ltection. G a n i a f e k t o. - G a n i s i m p
a t i o. How I would like to be young again! K a n mi d e z u r
resi y u n a ! Now and again. - From time to time. Temtempe.
To be over age. Si s u r a j a; suraji. This cime ed esur propswith
me. Nos grear va propozo. E t klim no me k o n v e n a r. Air-condition
( t o ); - e d; -ing. E r k i; e r k a; erko. (Via)
Air-Mail. - By a i r. I v e. - E r e.
Air-tight. Air-hostess. Ermetika. Er-ospin. Air-bridge. Er-pont.
Er-portat. Air-borne. Alarm signal. Alarm clock. Alarmil.
Velyil. First of all. At all hours. At any time. Toprime. Ke
lore. Not at all. Nile. - N i x e. That's all. Eto to.
Sar to. All included To inse. All of a sudden.
Sodene. All right! O. K. ! O k e ! To allow oneself.
Alms-house Permisi Azil Ospizo Altar-boy Korgoboy. Neo's
OPTION/.L GENITIVE We may optionally use in Neo the sullix ' ('oy),
corresponding to the English 's to mark the genitive: ma patro'y
dom ma librer'oy filin nos no libar et fem'oy modos et
libros-oy print exela my father's house my bookseller's
daughter we don't like this woman's manners the printing of these
books is excellent. Both OPTIONAL GENITIVE's sullix - y (-oy) and
COMPLEMENT TRANSPOSITION'S sullix -n (-on, -an) were suggested
by Mariashm Hungary. Pronunciation of letter "¿".
According to Pilgrim's, Leicester, convincing suggestion, we have decided to
accept for this letter the optional use of both English (John, jolly) and
French (Jean, joli) pronunciations. Compound infinitive verbs. We wish to
p o i n t o u t the equivalence of following verbal forms: = s i v
i d a n d a ( t o b e s e e i n g ): v i d i n d i = s i v i d i n d a =
i vidat (to h a v e seen): vidondi = sividonda (to will have seen):
= si vidat (to be seen). Nome compiuto: Arturo Alfandari. Alfandari.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed
Alfandari,” The Swimming-Pool Library, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Alfieri: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di LVCREZIO, il filosofo repubblicano – la scuola di Parma –
filosofia parmigiana – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Parma). Filosofo
parmegiano. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Parma, Emilia-Romagna. Grice:
“I like Alfieri; the enzo is vital – Vittorio Alfieri has statues at Torino! V.
Enzo Alfieri dedicated his life to prove that Democritus was more of a poet
than a philosopher. ‘Indeed, I will go as far as to argue that he ain’t no
philosopher!’ Unfortunately, Abbagnano ignored him, and Lucrezio stayed in the
canon! Then Alfieri tried to study the idea of the ‘in-divisibile,’ the ‘atom’
and the ‘clinamen,’ and how Lucrezio was a good poet but a bad philosopher!” Allievo di CROCE (si
veda). Vive a Milano ove si laurea in filosofia e insegna filosofia alla
Bocconi e Pavia. Allievo di MARTINETTI
(si veda) e CROCE (si veda), di cui condivide l'ideologia liberale e il approccio
filosofico, ma anche gentiliano non ortodosso secondo la definizione di Spirito,
è un oppositore del regime fascista che lo arresta quando a Milano scoppia una
bomba all'ingresso della fiera che fa sospettare che si tratta di un fallito
attentato al re. A. è incarcerato a San Vittore assieme a tre altri filosofi: Malfa,
Segre e Vinciguerra. È liberato senza processo per l'interessamento di Croce
che tramite Marinetti ha intervenire MUSSOLINI – il filosofo ufficiale. Un
secondo arresto avvenne presto per la scoperta di lettere ritenute
compromettenti dalla censura fascista. È scarcerato per l'intervento di GENTILE
(si veda) ma dove lasciare entro due giorni l'insegnamento a Modena e
trasferirsi a Milano dove riusce a sopravvivere grazie all'aiuto di amici e di
parenti che lo ospitarono. A Milano
ottenne il primo incarico alla Bocconi dove rimane fino al suo trasferimento a
Pavia. Suoi amici, maestri e testimoni di libertà, come lui stesso li definì,
oltre a Croce, sono Prezzolini, Radice, Flora, Albertelli -- ucciso alle Fosse
Ardeatine -- e, tra i più vicini e affezionati, Spadolini. Fortemente critico nei confronti del
movimento di sinestra e impegnato attivamente per le riforme della scuola,
fondatore "Movimento per la libertà e la riforma dell'università
italiana" e il comitato nazionale per la difesa della scuola e divenne presidente
dell'"Associazione amici dell'Gerusalemme. Collabora a “L’'Italia: che
scrive che riusce a mantenere una certa autonomia nei confronti del fascismo.
Monarchico, iscritto al partito liberale Italiano, si avvicina agli ambienti
della destra, aderendo al Sindacato libero scrittori italiani e collaborando
con Volpe e “Intervento” di Gianfranceschi. Collaboratore per la filosofia de “Il
Giornale” diretto da Montanelli. Tra i
suoi saggi vanno annoverati studii sulla filosofia romana, “La tristezza di
Pindaro”; “Lucrezio”; “Gl’atomisti” e opere di estetica, L'estetica dall'Illuminismo
al Romanticismo. Ad A., oltre ad un suo epistolario con Croce, si devono due
memorie autobiografiche -- “Maestri e testimoni di libertà” e “Nel nobile
castello” -- dove sono originalmente ritratti personaggi della vita culturale e
politica italiana da Croce a Scotti, da Jacini a Casati, a Flora. Troiano, Allievo
di Croce, Corriere della Sera. Ferrari, Martinetti e Banfi, in Il Contributo
italiano alla storia del Pensiero Filosofia Treccani. Tarquini, Gli sviluppi di
LA SCUOLA DI GENTILE: da Carlini
Spirito, in Croce e Gentile Treccani; Mariuzzo, La Scuola di Pisa, in Croce e
Gentile Treccani. Veneziani, LXVIII pensieri sul CXVIII: un trentennio di
sessantottite visto da destra, Firenze, Loggia de' Lanzi; Elia, Monarchici e
partito, su Italia Reale. Croce, A.,
Lettere, Milazzo, Spes; Garosci, Nel
nobile castello, in Tempo presente, Forum per A., Rendiconti, parte generale e
atti ufficiali; Cicalese, A. maestro di studi e di vita, in Antologia, A.:
maestro e testimone di libertà: atti del Convegno, Cremona, Circolo Culturale
Croce; Parente, A. e il nobile castello, in Belfagor. Già A. nell’introduzione al breve primo scritto
bembiano incluso in una strenna dell’editore Sellerio, ha colto una possibile
connessione ai dialoghi platonici più letterari, dove a proposito del piacere
ecfrastico dello scrittore per il podere di S. Maria del Non scrive. Bembo si
compiace a descrivere il luogo a lui caro, il fresco riparo dalla calura estiva,
il fiumicello, i pioppi piantati dal padre, il quale si stupisce che nella
piana verso le pendici dell’Etna vi siano platani, che gli fanno forse
risovvenire i platani d’Ilisso. L’intuizione diviene più. Del resto l’opera
stessa prima del Bembo, il “De Aetna”, richiama a quei molteplici interessi –
spesso da e su testi – che ispira le
Castigationes Plinianae. E la stessa felice ambientazione del dialogo già di
per sé dilata i confini dell’oggetto esegetico e rilancia tutte le più vitali
istanze di plenitudo culturale, di renovatio che Barbaro stesso (e Poliziano
per suo conto) indica tra gli scopi della propria lezione (Mazzacurati). Sono
una plenitudo e una renovatio che si muovono anche da quell’indirizzo
filosofico e umanistico insieme che era stato così caratteristicamente
veneziano, da Barbaro a Valla: nella ripresa di un tutto autentico Aristotele
che Aldo consacra con la sua monumentale edizione delle opere aristoteliche
ispirata alla lezione di Ermolao e dedicata a Pio. Proprio sulla base della
retorica e della poetica aristoteliche, ripresentate come esemplari dopo secoli
e secoli sulla laguna, poteva svilupparsi anche la filologia più nuova del
Bembo, tutta fondata sul concetto di creazione artistica, non come furor o
inventio platoniche, ma come imitatio naturae e su una considerazione critica
nuova della lingua», Branca, La sapienza civile, c Bembo Pietro. De Aetna: il
testo di Bembo presentato d’A., note di Carapezza e Sciascia (Palermo: Sellerio)
concreta se posta a confronto con un altro testimone contemporaneo di Bembo,
Giraldi. Questi infatti nella sua lettera introduttiva a Renata di Francia alla
Historia Poetarum Latinorum, su uno sfondo tutto boccacciano -- l’occasione
della peste e la conseguente riunione di una piccola brigada (Pico e Piso) --,
così si esprime nel presentare la cornice diegetica del trattato. A., critico
verso la cecità dell'eruditismo dei filologi che si affannano a congetturare e
spostare, sminuzzare e riattaccare i luoghi del poema di LUCREZIO, sintetizza
ancora. Il canto del sonno e dei sogni si riattacca a quei canti precedenti, ai
canti delle illusioni, e apre la via ai versi contro la più terribile delle
illusioni: contro l'amore. Ecco come viene il sonno: una parte dell'anima è
dispersa fuori, una parte si è raccolta nel profondo della sua sede, e le
membra si sciolgono, e manca il senso, perché il senso è opera dell'anima. Ma
il senso non manca interamente, perché, se no, non si potrebbe riaccendere mai
più e sarebbe la morte. La causa del sonno è la continua perdita di atomi da
parte del corpo, perdita che avviene specialmente per le incessanti percosse
degli atomi aerei; e questi versi sono bellissimi, nella narrazione
dell'inavvertito conflitto, eppoi nella rappresentazione della sonnolenza, con
versi rotti e con un verso finale di grande dolcezza.POPLITESQVE CVBANTI SÆPE
TAMEN SVMMITTVNTVR VIRISQVE RESOLVUNT. E il sonno segue al cibo e alla
stanchezza, perché allora è avvenuto un tanto più grave turbamento di atomi in
noi. Qui passiamo all’illusioni. Ognuno si sogna quello che è la sua
occupazione del giorno. Gl’avvocati sognano di trattar cause, il generale di
guidare eserciti alla guerra, il marinaio di lottare coi venti, LUCREZIO
d'essere sveglio a scrivere il 'De rerum natura'. Ed ecco quelli che si sognano
i pubblici spettacoli, dopo essersene storditi per tanti giorni. I cavalli, che
sognano le corse. Il cane, che sogna la caccia e fiuta in aria ve si agita; i
merli si sognano di sfuggire ai falchi. Così gl’uomini: sanguinosi e paurosi
sogni di re, sogni terrificanti di uomini che si credono alle prese con pantere
e leoni, e gente che parla dormendo e svela tutti i propri segreti, e gente che
immagina di morire o di precipitare da alti monti, e gente che ha sete e si
sogna di essere presso un fiume e di bere infinitamente”. E' come se all'interno di un'argomentazione piana, di
un'espressione variata, di un vocabolo già abusato, di un ritmo additivo
irrompessero sistematicamente una rivendicazione terminologica, un elemento
imprevisto, un segnale indecifrabile, un'interruzione del ritmo, un vestigio ad
investigare. Non cessano infatti di stupire, per vistosità e normatività,
un'accelerazione espressiva e un turbamento linguistico, i quali tuttavia,
anziché disperdersi in una sorta di dadaismo originario o di impazzire nel gioco
retorico, concorrono al prima e al poi della dimostrazione, alla proporzione
del dettato, alla simmetria e regolarità del verso. Essi stessi riducibili a
struttura, più simile ora ad un reticolo cristallino, ora ad una tavola
aritmetica, ora ad un ordinamento geometrico. Questa compresenza dell'uno e del
molteplice, del medesimo e del diverso, del codificato e del nuovo --
responsabilità morale di annunciare un nuovo mondo. Linguistica, che porta alla
preoccupazione dell'iso-morfismo, al voler far combaciare vocabolo e oggetto
segnato, segnante ordine linguistic, ordine cosmico. La eversibilità e
convertibilità di ordine fisiologico o naturale, e di ordine filologico --
verbale. Anzi, la fisiologia irrelata e caotica sembra comporsi e prendere
forma in un divenire “caosmico” proprio grazie alla filologia, la quale ordina
sintammaticamente il molteplice -- il complesso nel semplice, nel semplicissimo
(atomon, indivisum), domina il caos, resiste alla morte ed all'amore, e,
anziché immaginare o assecondare l'esistente, lo ferma e se ne appropria. A VT
NOSCAS REFERRE EARVM PRIMORDIA RERVM CVM QVIBVS ET QVALI POSITVRA CONTINEANTVR
ET QVOS INTER SE DENT MOTVS ACCIPIANTQVE QVIN ETIAM REFERT NOSTRIS IN VERSIBUS
IPSIS CVM QVIBVS ET QVALI SINT ORDINE QVÆQVE LOCATA NAMQVE EADEM CÆLVM MARE
TERRAS FLVMINA SOLEM SIGNIFICANT EADEM FRVGES ARBVSTA ANIMANTIS SI NON OMNIA
SVNT AT MVLTO MAXIMA PARS EST CONSIMILIS VERVM POSITVRA DISCREPITANT RES SIC
IPSIS IN REBVS ITEM IAM MATERIAI INTERVALLA VIAS CONEXVS PONDERA PLAGAS
CONCVRSVS MOTVS ORDO POSITVRA FIGVRÆ CVM PERMVTANTVR MVTARI RES QVOQVE DEBENT
ATQVE EADEM MAGNI REFERT PRIMORDIA SÆPE CVM QVIBVS ET QVALI POSITVRA
CONTINEANTVR ET QVOS INTER SE DENT MOTVS ACCIPIANTQVE NAMQVE EADEM CÆLVM MARE
TERRAS FLVMINA SOLEM CONSTITVVNT EADEM FRVGES ARBVSTA ANIMANTIS VERVM ALIIS
ALIOQVE MODO COMMIXTA MOVENTVR QVIN ETIAM PASSIM NOSTRIS IN VERSIBVS IPSIS
MVLTA ELEMENTA VIDES MVLTIS COMMVNIA VERBIS CVM TAMEN INTER SE VERSVS AC VERBA
NECESSEST CONFITEARE ET RE ET SONITV DISTARE SONANTI TANTVM ELEMENTA QUEVNT
PERMUTATO ORDINE SOLO AT RERVM QVÆ SVNT PRIMORDIA PLVRA ADHIBERE POSSVNT VNDE
QVEANT VARIÆ RES QVÆQVE CREARI. Analogia tra formazione di "verba" et
versus e formazione res, espressa dagli eadem e dal parallelismo tra
"significant" e “constituunt” resa esplicita nella spiegazione della
paronomasia ignis/lignum iamne videas eadem paulo inter se mutata creare gnis
et lignum? Quo pacto verba quoque ipsa inter se paulo mutatis sunt
elementis, cum ligna atque ignis DISTINCTA VOCE NOTEMUS. Costituenti minimi
semantica (parola, sillaba, articolazione, prima articolazione, seconda
articolazione, terza articolazione), natura (radice, atomo, molecula).
Reversibilità dei co-efficienti dei costituenti minimi -- “positura”, “motus”, “ordo”
-- che già nella metafisica aristotelica -- dell'aristotele perduto -- sono
indicati come le sole e tutte differenze che possono presentare tra loro le
lettere. Circolarità tra realtà fisica e linguistica con successione
intrecciata delle argomentazioni nei due passi elemento -- ELEMENTUM (gr.
stoicheion) è costituente originario sia di alfabeto che natura, secondo
Democrito e Leucippo, fonte Metafisica, Aristotele. IL PORTICO, nella sua lotta
contro GL’ORTELANI, sostiene la legge finalistica del Logos come vera unica
legge che indirizza la scrittura delle opere e la formazione delle cose.
Platone sostene l'esperienza letteraria come micro-cosmo produttori del reale.
Concursus motus ordo positura figurae. Sono documentati come 'produttori' del
'reale' (res, rerum) in Leucippo, Democrito (dalla Metafisica) ed Epicuro e
sono gl’esatti sinonimi latini dei termini greci – “individuum”, atomon; “elementum”,
stoicheion, simple, simplice, simplicissimum. Il verso è straordinario, dal
punto di vista ritmico, tutto spondaico, e semantico, essendo costituito da
soli sostantivi elencati a-sindeticamente, e culminante dal punto di vista
fonico su “ordo”, quasi palindromo, appena bi-sillabo. Un verso icastico, che
riprende i termini già esposti ma in ordine sparso e vi associa “figurae”,
termine con una doppia valenza (ma monosemia) materiale e linguistica. Numerose
testimonianze nei testi grammaticali latini fanno emergere la perfetta
corrispondenza della terminologia atomistica e linguistica, in quanto tutti i
termini "concurcus", "motus", "ordo" et
"positura" sono specificamente grammaticali. motus concursus gramm:
fenomeni fonetici: sinalefe (contrazione in un'unica sillaba di due vocali,
solitamente dittonghi), sineresi (contrazione in un'unica sillaba della vocale
terminante di una parola e di quella iniziale della successiva), iato (incontro
di vocali forti successive). Il “distaccamento”, l'”accostamento”, il
“mutamento” degl’atomi convertono la natura delle cose nello stesso modo in cui
l'”omissione”, l'”aggiunta”, il “mutamento” delle lettere convertono l'identità
delle parole. Il modello grammaticale sembra in ogni caso essere preminente e
fungere da paragonante per scoprire e chiarificare i meccanismi del mondo
atomico, “ex apertis in obscura”, per rendere più semplice il passaggio
dall'esperienza sensibile della littera scritta all'invisibilità degl’infinitesimi
atomi, elementa. Gramm: flessione (verbo) musica: ritmo retor: figura
retorica ut potius multis communia corpora rebus multa putes esse, ut
verbis elementa videmus. L'assimilazione tra “verbum” e “res” fornisce una
giustificazione e funzione della filosofia, nonché annulla il divario tra filosofia
e poesia, aprendo la strada della ben più successiva divulgazione scientifica. È
convinzione epicurea quella dell'iso-morfismo tra parole e cose, e tale risulta
nella costituzione del poema intero, costruito come un cosmo vero e proprio. La
valorizzazione di ogni singola parola, la sua attenta scelta si riflette in un
innalzamento a materia poetabile delle realtà anche più umili, come “minerali,
piante, fiumi, cielo, mare, terra, fiere, uomini”. Si crea così una democrazia
linguistica ante litteram, lontana dal buonismo religioso, spesso degradato in
ipocrisia, o dagl’esperimenti degl'atomismo logico di Russell, che demolendo la
sintassi o creando l'enumerazione caotica volevano demolire la società borghese
e capitalistica e criticare la massificazione elevando ogni singola parola, pur
immersa nella sua massa uniformemente bianca e nera che è il testo. Nome compiuto: Vittorio
Enzo Alfieri. Alfieri. Keywords: Lucrezio, l’implicatura di Lucrezio, la folla
di Lucrezio, Croce, filosofia romana, la terminologia della grammatica
filosofica di radice del portico: elemento, figura, individuo, concorso. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alfieri,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Alfonso: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – scuola di Santa Severina – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Santa
Severina). Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Santa Severina, Crotone, Calabria. Grice: “I like
Alfonso – no, he ain’t a Spaniard; the surname was pretty popular in Southern
Italy after the roaming of the Spaniards! And it’s ultimately barbaric, that
is, Goth!” “Typically, for a philosopher, a professional one, I mean, he
started with logic for teenagers (il ginnasio ed il liceo), but with a twist –
he called his lectures (his ancestor may testify) ‘logica reale,’ or
colloquenza reale – and he tried to criticse “il Vera,” who had written “Il
problema dell’assoluto.” “Like me, he has an interest in S is P and S is not P
(questo uomo no est sensibile). His first utterance is actually, NOT ‘the fat
cat sat on the mat, and as he sat on the mat, he saw a rat” – but the rather
naïf ‘il sole e luminoso.’ He gives two other examples, which are easy to
detect, since he does not use quotes but ITALICS!: “questo corpo est rotondo”
and “questa pianta fiorisce.” His
idea, like mine, or Peacocke’s,, or Speranza, is that that is pretty much
enough to deal with the most serious problems in philosophy: the judicatum, and
its component Concetto 1 e Concetto 2 – “Questa pianta fiorisce’” -- Un
temperamento di spirito positivo e di evoluzionismo idealistico, che attesta
l’origine del suo metodo e la serietà dei suoi studi, ma che dimostra pure
quanto egli si sia discostato dall’indirizzo del Vera e dello Spaventa per
accostarsi a quella che fu chiamata la sinistra hegeliana» (Luigi Ferri).
Filosofo. Autore di pubblicazioni scientifiche e di numerosi articoli su
riviste letterarie e quotidiani, alcuni dei quali sulla Calabria e sui
personaggi delle tragedie di Shakespeare, che gli fanno guadagnare l’attenzione
per l’approccio singolare alle opere del grande drammaturgo. Da una
famiglia di proprietari terrieri, si dedica all'approfondimento delle Sacre
Scritture, grazie ai due fratelli del padre, canonici del capitolo
metropolitano della cattedrale. Questi studi -- parte dei quali pubblicati con
il titolo “Le donne dei Vangeli” (Firenze, Successori Le Monnier) -- manifestano
un approccio *positivista* sull'analisi del testo biblico. Terminati gli
studi nel suo paese natale si trasfere a Catanzaro, dove è allievo del
letterato e patriota rocchitano Gallo-Arcuri. Frequenta il liceo ginnasio
Galluppi, conseguendo la licenza ginnasiale. Ottenne in seguito la licenza
liceale con lode al liceo classico del convitto Vittorio Emanuele II di Napoli,
che gli fa valere, su concessione del ministero della pubblica istruzione, la
possibilità di iscriversi alla facoltà di filosofia presso la Regia Napoli.
Alla facoltà di Filosofia, dove, allievo di SANCTIS, VERA, e SPAVENTA, ottenne
vari riconoscimenti. Consegue la lauree in filosofia. I lincei gli
assegono il premio reale per la filosofia per il saggio dal titolo “Kant: i suoi
antecessori e i suoi successori”. Su espressa volontà del padre fa ritorno a
Santa Severina. Ma la passione per l'insegnamento prevalse e partecipa ai
concorsi a cattedra per i licei, iniziando a insegnare Filosofia in Sicilia: Caltanissetta,
Messina e Catania. Da questa esperienza di insegnamento cominciarono ad
evidenziarsi sempre di più le sue qualità didattiche, tant'è che il ministro
della Pubblica Istruzione Boselli lo convoca a Roma per affidargli la cattedra
di filosofia nei licei, prima al liceo ginnasio Umberto I e poi al Liceo Visconti.
Comincia a collaborare con le più importanti riviste, tra cui il Nuovo Convito,
la Rivista d’Italia, la Rivista moderna politica e letteraria, la Rivista
italiana di filosofia, la Nuova Antologia, L’Educazione, la Rivista italiana di
Sociologia, la Rivista di filosofia e scienze affini e con diversi quotidiani,
tra cui L'Osservatore Romano. Chiamato dal ministro della Pubblica
Istruzione Boselli ad insegnare filosofia all'Istituto Superiore, dove, in
seguito a concorso, divenne Professore. Ha come colleghi Pirandello e Capuana.
Durante i trantaquattro anni di insegnamento all’istituto superiore, è relatore
di oltre trecento tesi. Per il Dizionario illustrato di Pedagogia, curato da
Credaro e Martinazzoli, redasse la voce Istituti Superiori femminili di
Magistero. Anche libero docente di filosofia alla Regia Roma.
All'insegnamento affianca sempre una prolifica attività di saggista,
pubblicando saggi che spaziano dai temi dell'educazione e della morale
all'economia politica, dagli studi sull'ambiente e sulle foreste all'analisi
criminologica dei personaggi shakespeariani. Il suo sommario delle lezioni di
pedagogia generale (Loescher) è giudicato dalla Reale Accademia dei Lincei
frutto d'amorosa meditazione e di mente abituata alla ricerca e alla
costruzione filosofica, che esce dai confini degl’ordinari trattati di
pedagogia per elevarsi ad una sintesi mentale superiore. Tenne la prolusione
all'Universal Congress of Races di Londra, che è poi pubblicata col titolo “Speculative
psychology and the unity of races” (Loesche). Membro del Congrès indu progrès
religieux a Parigi. Consulente medico della Real Casa d'Italia durante il regno
di Umberto I e del Palazzo Apostolico Vaticano sotto il pontificato di Benedetto
XV. Mai volle aderire ad alcuna corrente filosofica e politica, ed è
fortemente avversato dal ministro della pubblica istruzione GENTILE (si veda), che
decide di mandarlo anzitempo in pensione con un provvedimento ad personam. Si
tratta del Regio Decreto all'interno della Riforma GENTILE, che anticipa, per i
soli professori del Magistero, il collocamento a riposo al compimento del
settantesimo anno anziché al settantacinquesimo, come per gl’altri docenti
universitari. Il suo posto è immediatamente occupato da RADICE, amico di
Gentile. Anche CROCE intervenne nella vicenda in favore di A., chiedendo a GENTILE
una deroga a tale decreto, ottenendo però risposta negativa. La salma è portata
sulla carrozza della Real Casa e seppellita nel Cimitero del Verano. Santa
Severina, gli ha intitolato una via del centro storico e la Scuola
elementare. Saggi: “Le donne dei Vangeli” (Firenze, Monnier); “Sonno e
sogni” (Milano, Trevisini); “Principii di logica reale” (Roma, Paravia); “Lear”
(Roma, Alighieri); “La dottrina dei temperamenti” (Roma, Alighieri); “Psicologia”
(Torino, Boccai); “Pregiudizi
sull'eredità psicologica (genio, delinquenza, follia)” (Roma, Alighieri); “I
limiti dell'esperimento in psicologia” (Roma, Loescher); “La filosofia come
economia” (Roma, Loescher); “Lo spiritismo secondo Shakespeare” (Loescher); “Psicologia
criminale. Critica delle dottrine criminali positiviste” (Roma, Loescher); “Il
Cattolicismo e la filosofia” (Roma, Loescher); “Otello delinquente” (Loescher);
e “Pedagogia: l'educazione come economia”
(Roma, Loescher); “Note psicologiche, estetiche e criminali ai drammi di
Shakespeare: Macbeth, Amleto, Re Lear, Otello” (Milano, Società Editrice);
“Principii economici dell’etica”; “Naturalismo economico”; “Principi naturali d’economia
politica” (Roma, Athenaeum); “Gl’alberi e la Calabria dall'antichità a noi” (Roma,
Signorelli); “La dis-occupazione: cause e rimedi” (Torino, Bocca). Nicolò
d'Alfonso Il del Sud Furio Pesci, Pedagogia capitolina.
L'insegnamento della pedagogia nel Magistero di Roma, Parma, Ricerche
pedagogiche, Francesco d'Alfonso, Nicolò d'Alfonso. Ritratto di un
intellettuale indipendente, Bisignano, Apollo edizioni, cit Gallo-Cristiani, In
memoria del filosofo Nicolò d'Alfonso, Roma, A. Signorelli editore, La vicenda
del pensionamento di Nicolò d'Alfonso è ricostruita e ampiamente documentata in
Nicolò A.. Ritratto di un intellettuale indipendente, Francesco A., L'onesto
solitario. Vita e opere del filosofo Nicolò A., Reggio Calabria, Città del Sole
edizioni, Francesco A., Nicolò A..
Ritratto di un intellettuale indipendente, Bisignano, Francesco A., Amleto e Ofelia. La critica
shakespeariana negli scritti di Nicolò A., Reggio Calabria, Città del Sole; Pesci,
Pedagogia capitolina. L'insegnamento della pedagogia nel Magistero di Roma Parma, Ricerche pedagogiche, Gallo Cristiani,
In memoria del filosofo Nicolò A., Roma, A. Signorelli; Mariantonella,
Marchesini e la «Rivista di filosofia e scienze affini», Angeli; Macris, Nicolò
A.: uno studio introduttivo, in Quaderni Siberenensi, Catanzaro, Ursini, Luca,
Santa Severina. L'antica Siberene, Pubblisfera; Testa, La critica letteraria
calabrese, Pellegrini; Bernardo, Santa Severina dai tempi più remoti ai nostri
giorni, Istituto editoriale del Mezzogiorno; Santa Severina Università La
Sapienza di Roma Accademia dei Lincei Liceo classico Albertelli. Il
prof. Nicolò A. presenta Note psicologiche, estetiche e criminali ai grammi di
Shakspeare Macbeth, Amleto, Re Lear, Otello. Una nuova fase dell'economia
politica; Speculative psychology and the unity of races. Il cattolicismo e
l'insegnamento della storia del cristianesimo nell'Università di Roma; La
filosofia della storia nel nostro tempo; Morgagni e la biologia moderna; In
Calabria». A., come già risulta dall'elenco dei sagg presentati, s'è occu pato
di argomenti disparatissimi, senza che però, a giudizio unanime della
Commissione, egli sia riuscito a trattarne alcuno con metodo scientifico. Per
la più parte sono saggi occasionali e informativi, discorsi, prelezioni. Ma
invano si cercherebbe un'indagine compiuta con intento scientifico. Le nole
psicologiche sui drammi dello Shakspeare, che del resto sono una ristampa di
articoli pubblicati già parecchi anni addietro, per molti rispetti sono
pregevoli, contenendo osservazioni giuste, e in ogni modo attestano l'amoroso
studio che l'A. ha fatto dei drammi dello Shakspeare; ma, a giudizio unanime
della Commissione, non sono titolo sufficiente per l'assegno del premio a cui
il A. aspira. E' un insegnante che ha una lunga e onorata carriera, e moltissime
saggi. Ma queste che pur contengono molti pregi, riguardano la psicologia, la logica
e la pedagogia La stessa opera che s'intitola Saggio di filosofia morale è un
saggio di psicologia applicata alla critica dell'antropologia criminale. Il Sommario
delle lezioni di filosofia generale – LA FILOSOFIA COME ECONOMIA -- in cui
espone i concetti cardinali del suo approccio, non tratta propriamente problemi
morali, al cui studio non arreca contributo notevole l'opuscolo Principi
economici dell'Etica. Formulati in questo modo i giudizi riassuntivi intorno ai
quattordici candidati, e vagliati comparativamente i titoli di ciascuno, e
tenuto conto infine dell'esito della prova orale, la commissione procede alla
votazione definitiva, secondo le norme. La terna risulta così concepita in
ordine alfabetico: Calò con III voti favorevoli e due contrari; Ferrari, con III
voti favorevoli e due contrari; Orestano, a voti unanimi. II voti riporta il candidato
Zini. Essendosi quindi proceduto alla graduazione dei III candidati designati
per la terna, in ordine di merito, si ha il seguente risultato: 1°Orestano con
voti IV contro uno; Ferrari con voti III contro due; Calò con voti III contro
due. Il candidato Calò ha un voto come primo nella terna. La Commissione
pertanto propone a V. E. di nominare Orestano professore di filosofia a Palermo.
Roma, Il Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione, esaminati gl’atti del
concorso,li riconobbe regolari e nell'adunanza delibera di restituirli al
Ministero senza vazioni. La Commissione Osser. Quando un maggior
numero di uomini si strinsero in rapporti fradi loro e furono animati dal *fine
comune* (mutual goal) di *aiutarsi* (reciprocal helpfulness) nel superare le difficoltà per la vita, onde
si vide il grande vantaggio del lavoro collettivo, questo fatto ha una grande
importanza per quegl’uomini e pei primordi dell'umanità in genere. È allora
necessaria la dimora fissa in un luogo, ciò che dovea LA STORIA DEL
LINGUAGGIO. diminuire loro idisagi e le incertezze del domani. Si
preferi di dimorare presso le rive dei fiumi, dei laghi e del mare, che
offrivano certi vantaggi. Risoluto il problema dell'esistenza nell'oggi, è reso
possibile il tentativo di produrre pel domani, allora si principio ad allevare
il bestiume ed a coltivare la terra, prendendo insegnamento, come potevano, dalla
natura. Allora è reso maggiore il bisogno di *esprimersi* (express ourselves) e
d'*intendersi* (comprehend ourselves) in un più largo ambito e nacque nell'uomo
il desiderio di ben provvedere al suo avvenire, à quello della tribů o della
piccola società ed a ricordare la vita passata per trarne insegnamento per
l'avvenire. È reso ancora necessario il tradurre in segni materiali, e perció
più memorabili, i rumori e le voci di *espressione*: prima origine della
scrittura e della lettura. Ma, anche in questo caso, quando non si tratta di do
vere riprodurre l'immagine sensibile delle cose, ma di usare SEGNI più o meno
facili ad eseguire e da connettere alle parole, ciascuno dove significare da
principio in modo affatto ARBITRARIO ed inintelligibile agli altri le proprie rappresentazioni.
Solo posteriormente, per mezzo d’accordi, alcuni *segni* (segnante/segnato) sono
ricunosciuti da parecchi siccome *esprimenti* alcune date *rappresentazioni*.
Si *stabilisceno* (Grice – established procedure) cosi tanti segni (segnante,
segnato) per quante sono le parole in uso. Però un cosiffatto costituirsi della
società primitiva non avvenne per un aggruppamento solo, in un solo sito, di
uomini e di famiglie. Dato invece il continuo dirimersi e disgregarsi degli
uomini preistorici, bisogna ammettere che è dovuto avvenire, isolatamente, in
vari punti della superficie della terra; e per ciascuna piccola società
dovettero stabilirsi speciali segni di scrittura e di lettura. Questi
movimenti d’emigrazione e d'immigrazione, di conquiste, raggiunte con la
violenza o con la calma e l'astuzia, sono più frequenti nei primordi della
storia, poichè in quei tempi non tutti i bisogni individuali e sociali
dell'uomo potevano essere sollecitamente soddisfatti, quantunque fosse stato
prepotente in lui il desiderio di soddisfarli. E poichè ogni gruppo sociale migrante,
come ha un complesso di parole, cosi puo avere un complesso di *segni* a quelle
corrispondenti, avvenendo lo stesso per la società che subiva l'immigrazione o
il dominio, con la mescolanza degli uomini dove ancora avvenire una mescolanza
di differenti linguaggi. In questo caso il gruppo sociale più potente dove
esercitare il suo dominio sul popolo nuovo arrivato o sul debole. È necessario
perciò che gl'imponesse anche la propria lingua, altrimenti non sarebbe stata
possibile la comunicazione degl’animi, prima condizione al vivere. Queste
società col vivere a lungo in un sito andarono incontro ad alcuni disagi per lo
sfruttamento del terreno non ancora coltivato secondo la legge naturale o per
la distruzione degl’animali boschivi o infine perchè il loro sviluppo sociale
dove far loro avvertire NUOVI BISOGNI o per dar nuove esplicazioni alle loro
energie. Nasce perciò in loro o in parecchi di essi il bisogno di avvicinarsi
ad altre società, sia per offrire a queste i prodotti particolari del loro
suolo e della loro industria e rice verne altri, sia per offrire loro le
proprie energie organiche dalle quali volevano trarre un profitto. L'avvicinamento
e poi la reciproca compenetrazione degl’animi avvenne per via pacifica o per la
violenza e la forza, onde la società sopravvegnente sottomise a sè
l'indigena. sociale. Ma si deve anche ammettere che il popolo vinto o il
nuovo ha in parte contribuito a modificare la lingua dell'altro, non potendosi
ammettere che esso si fosse potuto così facilmente e presto privare della sua
lingua abituale e l'altro non ne ha subita alcuna modificazione. Cosi, come la
parola (del greco parabola), anche altri segni dove subire molteplici
metamorfosi in ragione del vario congregarsi e disgregarsi degl’uomini, in
ragione dei vari influssi che quelle società esercitarono fra di loro. E quando
in mezzo alla vita indeterminata delle società primitive sorge un popolo
energico e forte che acquisto di sè una coscienza superiore a quella degl’altri
popoli che si sforza di soggiogare e di dominare ed impose loro i suoi costumi,
le sue credenze, è quello il primo
popolo veramente storico e allora la lingua di esso è imposta ai vinti ed
ammesso riconosciuto da questi. Ma un popolo che sa esercitare il suo dominio è
destinato a vivere e a perpetuarsi. È necessario allora che esso diventi
qualche cosa di organico, che ha un ordinamento interno, che ha leggi ed
istituzioni. Un popolo cosi costituito è costretto a conservare ed a coltivare
la propria lingua, dando un valore determinato alle proprie parole; perchè solo
cosi è possibile il governo che deve implicare la stabilità delle leggi e della
istituzioni alle quali deve perció connettersi una lingua determinate e fissa,
altrimenti quel popolo ricadrebbe, come, malgradociò, tende sempre a ricadere, allo
stato primitivo di disgregamento. In un popolo che vive e dura la lingua deve
non solo fissarsi ma le parole di cui consta debbono moltiplicarsi. E ciò
non può non ammettersi se si considera che una società che vive non può non
compiere, per mezzo degl’individui che la costituiscono, un'attività
psicologica scrutativa e conoscitiva sulla natura circostante. Questa che da
principio apparisce come qualche cosa di molto semplice, come un tutto a sè, in
ragione che più si esercita l'attività umana sopra di essa,apparisce distinta
in una molteplicità di gradi o di oggetti i quali alla loro volta da prima
appariscono indeterminati nelle molte proprietà di cui risultano e, progressivamente,
appariscono sempre più determinati. Tale è stato il movimento della conoscenza
dai primordi della storia sino ai nostri tempi e non si è peranco arrestato. Di
nessun oggetto si può dire che esso sia stato cosi studiato ed analizzato in
tutte le sue note, in tutti i suoi rapporti, che un ulteriore studio nulla di
nuovo potrebbe darci. Quantunque questo processo di scrutazione e di conoscenza
si sia eseguito sopra ogni cosa, pure non tutti i popoli hanno all'istesso modo
fatte le loro conquiste in ogni ramo della realtà. Giacchè alcuni hanno
scrutato un ramo ed hanno lasciato intatto un altro di essa e,
conseguentemente, la lingua si è più arricchita in quella regione della natura
che non in un'altra. Inoltre è avvenuto nella storia che, come gli uomini hanno
fatto un progresso nel campo della conoscenza, si sono ingegnati di servirsi
delle loro cognizioni per modificare la natura esteriore a loro profitto,
producendo una molteplicità di beni e sovrapponendo cosi all'opera della natura
una nuova creazione che è quella dell'arte. Tutte le istituzioni sociali
sono creazioni dello spirito, Cosi quando un popolo emerge nell'arte della
guerra e delle conquiste, come il popolo romano, deve anche creare una
nomenclatura in cose militari e guerresche. Giacchè, anche in questo caso, ogni
nuova veduta, ogni nuova invenzione, per quanto possa sembrare poco apprezzabile,
pure deve essere contrassegnata dalla sua parola. Tale lingua non puo riscontrarsi
nei popoli che, nel movimento storico, precedettero quelli. Ed allora la nuova
lingua potrà inprosieguo divenire patrimonio di nuovi popoli; perchè le
conquiste di una nazione nel campo della conoscenza e dell'attività pratica
tendono a divenire patrimonio ed eredità delle altre nazioni, Una nazione che
emerga nel mondo pel suo dominio sul mare, ciò che non può avvenire senza la
costruzione di vascelli di meravigliosa complicazione, come il popolo ligure, deve
creare una nomenclatura marinaresca, sia per le varie parti e di vari apparecchi
di cui consta un vascello, come per la loro funzione e per gli uomini che vi si
addicono, nomenclatura che *prima della formazione di quei vascelli non avea
ragion d'essere* e che ora deve essere accettata dalle altre nazioni che
vogliono costruire nelle quali se la natura interviene, essa non vi è
come puramente tale, ma rianimata da un nuovo soffio. La storia ci fa vedere
che ogni società civile ha prodotto qualche cosa di particolare in un ramo
delle istituzioni sociali; o nelle leggi o nell'industria, nel commercio,
nell'arte militare, nelle belle arti, nella religione, nella scienza. Corrispondentemente
a questo progresso nell'attività intellettuale e pratica, nuove forme
particolari debbono sorgere che contribuiscono ad accrescere la somma delle
parole di un popolo. -- navi di quei tipi o forme, onde quelle parole
genovese o ligure debbono in massima parte essere accettate come tali dalle
altre nazioni. Anche una nuova e grande religione, come il culto di Marte, il
dio della guerra dai romani, dovette formarsi una nuova lingua relativamente
alle antiche religioni, quantunque alcune parole di queste siano state
conservate nella nuova religione, all'istesso modo che qualche cosa del
contenuto delle prime religioni si perpetua nel contenuto delle altre. E,
poichè la religione, sopra tutto la religione istituta dal primo principe,
Ottaviano, compe netra ed informa tutti gli aspetti della vita individuale e
sociale, esercita la sua azione modificatrice nella lingua di tutte le
istituzioni sociali. Nel culto romano di Marte troviamo parole che hanno un
contenuto differente da quello che avevano nei popoli precedenti o che non
ancora hanno accettato il Cristianesimo, quantunque le stesse parole possano
prima essere state usate.E, poichè il Cristianesimo è stato il punto di
partenza di un grande e lungo svolgimento artistico, teologico e filosofico,
informato ai suoi principii, si è dovuto ancora produrre una lingua atta a rendere
in tutti i loro elementi le nuove e grandi concezioni. Cosi l'attività pratica
sociale e le istituzioni contribuiscono a fare arricchire la lingua latina dei
romani. Ma infondo a questo progresso linguistico sociale dobbiamo trovare come
principale fattore l'attività individuale di un CICERONE, di un LUCREZIO, di un
VARRONE, di un ROMOLO! Come avviene delle nazioni che non fanno un passo
innanzi nel progresso dell'umanità se non per l'opera dei grandi uomini che
esse nondimeno hanno creato eeducato, avvieneanche pel progredire della lingua
dialettale – o soziale – altre l’idioletto. Giacchè gl'individui in quanto
vedono aspetti nuovi della natura o della vita s o Però da principio essi
hanno ricevuto dalla società in seno alla quale sono nati e cresciuti un
linguaggio che era patrimonio comune a molti; essi l'hanno solamente arricchito
in quel ramo di attività nella quale hanno espli cato la loro energia e,se
questa riguarda immediatamente la vita del popolo,potranno le nuove parole
divenir popolari, altrimenti rimarranno sempre chiuse nella cerchia dei
pensatori e degli studiosi. Così la lingua filosofica di CICERONE non è
popolare o ordinario o volgare come non è popolare o ordinaria o volgare la
filosofia, mentre il linguaggio della religione e dell'arte potrà più
facilmente scendere sino al popolo e divenire suo patrimonio; perchè esse al
popolo sopra tutto s'indirizzano ed in esso debbono trovare alimento. --
Pertanto se la lingua dell'arte, della filosofia, della storia differiscono in
qualche modo fra di loro, differisce anche la lingua di un cultore di quella
data branca di attività umana da quello di un altro. Così il idoletto o idioma
di Platone differisce da quello di Aristotele e di Hegel. La lingua,
l’idioletto, o l’idioma di Omero differisce da quello d’ALIGHIERI, di
Shakespeare e di Goethe. La lingua, l’idioletto o l’idioma di Tucidide e di
Erodoto differisce da quello di LIVIO, di TACITO, di MACHIAVELLI. E ciò perchè
ciascuno scrittore impiega nella realtà che studia e perciò nella lingua che
trova e contribuisce a creare, quella sua attività particolare che ciale contribuiscono a formare la lingua ed
imprimono parole nuove a nuovi fatti reali che si sono scoperti od escogitati.
Ippocrate, che fu il fondatore della scienza medica nell'antichità, fu anche il
creatore della lingua medica che si conserva in fondo alla compless lingua
medica moderna. Cesare dette nuove determinazioni ed una più grande precisione
alla lingua militare. lo spinge ad usare nuove parole o a dare un nuovo contenuto
o segnato a vecchie parole o it nobilitarle o a degradarle. In questo modo la
lingua di un popolo che, come ogni conquista dell'uomo e dell'umanità, tende a
sminuire e a perdersi, è sostenuto dalla vita nazionale ed è migliorato dal
progresso che essa fa in ogni ramo dell'atti vità umana. Il suo progresso va di
pari passo col progresso dell'umanità, all'istesso
modo che il decadere di questa trae seco il decadere della lingua. Una nazione
mantiene integralmente la sua lingua quando una sola vita ed un solo pensiero
circolano in essa quando vi è, cioè, unità nazionale, onde tutti i cittadini
hanno la stessa educazione, la stessa coltura, le stesse aspirazioni, volgono
la loro attività allo stesso fine collettivo, partecipano intimamente agli
avvenimenti nazionali, sono animati dello stesso spirito religioso, artistico.
Quando lo spirito nazionale si affievolisce o cade, tendendo allora la lingua a
degradarsi, la scuola apparisce come una sostituzione alla vita sociale, la quale
può creare il culto della lingua nazionale, facendo interpretare e gustare i
capilavori letterari, storici e politici che quella data nazione possiede. In
questo caso la scuola può creare un movimento per un nuovo risorgimento
nazionale e per mezzo di essa può la lingua durare e vivere anche quando le
istituzioni che la formarono e la sostennero son decadute. Ma se in quei casi la
scuola manca, tutto va in rovina. Nella scuola va incluso anche il culto
per l'arte, quando questa non rappresenti il puntosalientedella vita nazionale,
come avvenne in Grecia la quale dovette la popolarità di quella meravigliosa
lingua primieramente al culto per Omero I cui canti, artistici e
religiosi insieme, venivano imparati a memoria e ripetuti e cantati da tutto il
popolo. La religione ha anche essa una grande potenza a mantenere in vita una
lingua, quando ogni altra istituzione sia perita in una nazione; perchè essa,
tendendo a difondere un complesso organico di principii e di massime a tutto un
popolo, in modo che tutti gl'individui vengano illuminati e spinti all'azione
da essa (e già la religione esercita la sua azione in tutti i fatti della vita,
onde la lingua religiosa penetra in ogni cosa), deve tenere perciò vivo il
culto per la lingua nazionale. Quando queste condizioni mancano la lingua si discioglie,
soprat tutto se quella nazione continua ad essere il centro d'im migrazione di altri
popoli, come avvenne dell' IMPERO ROMANO dopo la sua caduta, in cui, con la
invasione dei barbari, quando la scuola mancava, nuovi linguaggi e nuovi
costumi penetrarono che dovettero affrettare la disorganizzazione di quella
lingua in tanti linguaggi particolari a varie provincie e luoghi, varianti fra
di loro secondo che varie erano le nuove condizioni di ciascuno. Alcuni di
questi particolari dialetti più tardi divennero ancheessi nuove lingue, quando apparvero
i poeti, gl’oratori, gl’istorici, i legislatori, i religiosi, i quali, per
adattarsi al popolo al qualedoveano volgerel'opera loro, dovettero bene conoscere
il nuovo linguaggio ed,usan dolo, gli accrescevano prestigio e destavano il
culto per esso. In questo modo una grande lingua si discioglie e gli altri
linguaggi che vengon fuori da quella dissoluzione possono di nuovo nobilitarsi
e divenire storici. La lingua tedesca non sarebbe divenuta una nobile e
bella lingua se Lutero, col movimento religioso che egli. Risulta da quel che
si è detto che non è stato un solo il popolo storico, ma vari,quantunque però
si debba a m mettere che questi si sieno manifestati in una regione piuttosto
che in un'altra del mondo e che vi sieno stati p o poli storici di cui non sono
rimaste vestigia;perchè la parte che essi hanno rappresentato per la storia
dell'u manità in genere non è stata di grande importanza, onde non sono
divenuti centro di attrazione di altri popoli e non hanno avuto perciò
l'energia di sottometterne e di dominarne altri. All'istesso modo che ogni
popolo ha una storia parti colare e comparisce e sparisce dal teatro del mondo
e ad un popolo si succedono altri popoli ed ognuno ha la ere dità degli altri
ed ha insieme aspirazioni, tendenze ed uno spirito proprio,si foggia ancora in
modo particolare la propria lingua. E come il suono o la voce è l'espres sione
dello stato interiore psichico indeterminato dell'a fondo ed inizio, in
cui dovea avere gran parte la cultura del popolo, non avesse destato un culto
per essa.I grandi poeti tedeschi, gli storici, i filosofi, gli
scienziati,animati dallo spirito della riforma,contribuirono poi a rendere
importante nel mondo e nella storia quella lingua. L'a vere la Grecia
conservata, dopo la sua caduta, la sua antica lingua la quale, tenuto conto dei
mutamenti necessari che in essa son dovuti avvenire pel progresso del pensiero
umano, si è continuata nella lingua greca moderna, si deve all'essere essa, dopo
la sua caduta, stata quasi tagliata fuori dal grande movimento del mondo, il
cui centro divenne ROMA, e al non essere più essa stata fatta segno alle
invasioni e alle immigrazioni di altri popoli. Quando, dopo la rovina
dell'impero romano, il pen animale
o dell'uomo, anche la lingua, nel complesso si stematico delle sue parole, è
l'indice dello stato intellettuale di un popolo, della sua storia, del grado
della sua eticità, della sua energia, delle sue aspirazioni economi che, artistiche,
sociali, religiose, scientifiche. Sicchè, conosciuta la lingua di un popolo, ci
è dato conoscere la sua vita naturale e spirituale; perchè nulla è nella vita
naturale e spirituale degli uomini che non sia in qualche modo nel suo
linguaggio. Diciamo in qualche modo,per «chè la lingua non è l'espressione
perfetta della vita e del movimento della psiche. Le parole di cui il
linguaggio consta sono sempre vi 'brazioni tradizionali,empiriche o
convenzionali per espri mere alcune rappresentazioni o azioni o energie delle
cose; sono perciò involucri naturali ed estrinseci in cui si avvolge la
coscienza e la mente per esprimere la realtà delle cose e degli avvenimenti; la
cui ricchezza di par tivolari, d'intrecci e di energie è profonda ed
inesauribile. Sono perciò una pallida immagine della realtà e della
mente,quantunque siano però qualche cosa di superiore e di più perfetto
relativamente al linguaggio indetermi nato. E quando vi è dissdio tra realtà e lingua,
di modo che quella apparisce alla mente nel suo progresso di complicazione, mentre
la lingua si pietrifica, questa diviene un impaccio alla espressione dellamente
che di continuo si muove e si svolge; ed è solo rompendo questo in volucro
sensibile e dandogli un valore più nuovo e più altochesi possono intendere e manifestare
le più ascose pieghe del pensiero e della mente; giacchè per intendere il
pensiero non vi vuole che il pensiero. Ad ogni modo la mente nella sua
progressiva formazione si sforza di creare il suo linguaggio; perchè il
linguaggio serve pel pensiero; e foggia nuove parole o nuove combinazioni di
parole o dà un nuovo significato alle vecchie parole. E perció la storia ci fa
vedere che quelle nazioni che sono state ricche di pensiero, co inella sfera di
attività pubblica e sociale,come nella s'era artistica, religiosa, scientifica,
hanno avuto una lingua ancora ricca di parole, di locuzioni,diflessioniper
espri mere i più fuggevoli moti della realtà e dello spirito; ed in quella
nazione in cui la vita del pensiero è stata poverit o nascente si è ancora
avuta una lingua povera. di parole e di uso. Ciascuno di questi gradi
dell'evoluzione del linguaggio è l'espressione dello stato psichico e cerebrale
di quei dati popoli, stato in parte ereditato in parte acquisito; dello stato
degli organi vocali e dell'ambiente cosi na turale come etico che gli uomini si
sono creato ed in cui sono vissuti. Queste tre serie di fattori hanno la parte
principale nella storiadel linguaggio e, secondo il grado. -- del loro accordo
dello sviluppo di esso, costitu'scono la lingua peculiare di un dato
popolo. -siero cristiano che porto seco una nuova civiltà, più pro fonda
e più complessa della romana, a poco a poco si sostituiva alle vecchie istituzioni,
LA LINGUA DEL LAZIO non potè essere più adatta ad esprimere il nuovo pensiero,
sopra tutto dopo le invasioni barbariche; e se fu colti vata dalla Chiesa e dai
dotti,questi per entrare in re lazione col popolo e partecipare perciò alla
vita nazionale, dovettero usare il vulgare. Qualche cosa di analogo avviene
nella storia dell'in è psicologicamente molto simile agli animali,
emette an.che esso dei suoni indeterminati. Ma in ragione che ac. quistano
maggior sviluppo i sistemi del suo organismo e gli organi vocali e le
sensazioni acquistano maggior pre cisione funzionale, il bambino si assimila
gli elementi delle voci o delle parole che ode intorno a sè,assimila zione che
è resa facile da predisponenti condizioni ere ditarie, le riferisce alle cose
con cui è in rapporto, le fissa nella memoria, si sforza di
pronunciarle,riuscendovi male da principio;ma dopo unalunga esercitazione,ar
riva a pronunziare bene ed a mano a mano non solo al cuni monosillabi, ma anche
parole più o meno semplici. Nella storia del fanciullo si ha insomma come
riepilogo quello che è avvenuto nella lunga storia dell'umanità; cosi il
bambino da poco nato non ha altro modo per esprimere isuoi stati interni che
ilgrido,ilpianto,che sono poco più che un moto riflesso, una forte sensazione
che si estrinseca per le vie del respiro. - dividuo. Come il grido
indefinibile che l'animale emette •è l'espressione dello stato indeterminato
dei sentimenti che lo agitano e dello stato informe delle rappresenta
zionichelo muovono,come della povertà dei centridelsuo: sistema nervoso, cosi
il bambino che nei suoi primi anni [Abbiamo usato promiscuamente la parola
linguaggio e lingua; ma è bene dichiarare che la lingua implica maggiori
determinazioni che non il linguaggio che è qualche cosa di più generale ed
inderminato relativamente ad essa. La lingua è un linguaggio divenuto classico o
storico, con nesso cioè ad una vita nazionale, per cui ogni parola ha una storia
e le cui origini si possono seguire anche in altri linguaggi che sono
presupposti della lingua che si Dopo che le parole son divenute
storiche, sono state cioè connesse ad un segno materiale,possono continuare,
sopra tutto in tempi in cui le lingue si formano, ad a vere una storia circa
alla loro struttura. Ed anzi tutto pare non si debba ammettere che, quando LA
LINGUA PREISTORICA abbia principiato a divenire STORICA, si fossero tra dotte
in segni materiali tutte le parole parlate. Invece si deve aminettere che
queste dovettero essere moltissime neila loro gradazione di pronunzia da individuo
ad iudividuo, da tribà a tribù, per la ragione detta precedentemente. E quando
si volle tradurre in segni una parola la quale aveva immense gradazion,essi
furono appunto quasi una. somma di una molteplicitii di parole parlate le quali
se: poterono fissarsi in segni non poterono però definitivamente fissarsi in un
tipo di vibrazione fonica ad esse corrispon denti,quantunque pero questo fosse
stato il fine dell'in venzione dei segni materiali e della scrittur a e questo.
fosse anch e il fine dell'inseegnamento della lettura. Da ció segue che le
parole parlate furono moltissime relativamente alle impresse. Stabilitasi la
forma della parola parlata e della i m pressa non si tenne più alcuna
ricordanza della derivazione primitiva di essa nè si pensó più a modellare le:
parole sulle forme delle vibrazioni naturali. Dovette per - studia. Si
può dire ‘lingua’ della natura, ‘lingua’ degli animali, ‘lingua’ dei bambini,
ma non lingua senza quotazioni. L'uomo che per morbi perde la facoltà di
parlare che prima posse deva in modo perfetto, non *parla* più la lingua, *ha*
però una lingua. La condotta dell'uomo si può chiamare una ‘lingua’ in quanto
manifesta per mezzo di una. serie di atti tutto un concetto interiore della
vita.] ció necessariamente ammettersi che i primi popoli storici dovetterò averə
ciascuno una nomenclatura e corrispondenti forme d'impressione e di scrittura
e,nel loro con tinuo movimento di espansione e di concentrazione, tutto dovette
mutare fino a che un popolo non raggiunse la sua stabilità. Ma anche allora la
stabilità della lingua non fu definitiva. Abbiamo detto che la parola è
qualcosa di molto più complesso del semplice suono o della semplice voce o
esclamazione o della semplice imitazione di suoni o rumori naturali, quantunque
derivi da essi -- è già un suono o più suoni e rumori connessi che
complessivamente e sprimono una rappresentazione formata od un'azione od un
concetto.Vi sono perciò parole di pure voci o suoni, altre di puri rumori ed
altre infine risultanti degli uni e degli altri. Studiando l'acquisizione della
loquela nel l'individuo vedremo come egli dall'attività più semplice passa alla
più complessa, cosa che,come avviene ora nel l'individuo, si veritica anche
nella storia dell'umanità in genere. Dovettero perciò iprimi uomini da
principio pronunziare parole risultanti di pure voci o di puri rumori. Anche
allora, o più tardi poterono pronunziarsi monosillabi, che sono l'unità di un
rumore edi una voce. Il mono-sillabo è perció la parola più conforme alla
possibiliti tisiologica e psicologica di esecuzione fonica dei popoli primitivi
e rappresenta la vibrazione primitiva della cosa, trasformata dall'attività
fisiologica e psicologica degl’uomini. Le lingue dei primi popoli sono per cio
monosillabiche. Ed a questo proposito possiamo noi indagare se le lingue
primitive sono più o meno ricche di parole delle lingue moderne o in generale
delle lingue più complesse. E bisogna dire di si se si pensa che, quantunquepei
primi popoli storici il mondo esteriore fosse qualche cosa di molto semplice, pure,
nel ri produrre gli oggetti essi teneano conto solo della vibra zione la quale
era varia d'intensità nelle cose ed era ancora più variamente ripetuta od
imitata dagli uomini di una popolazione e dalle varie popolazioni. Onde varie
parole doveano primitivamente indicare la stessa cosa. Anche perché, potendo una
stessa cosa dare vibrazioni differenti, essa veniva indicata con quella tale
vibrazione della quale più s'interessava il soggetto. Cosi il cavallo poteva
essere indicato pel suo nitrire, per lo scalpitare, pel m ovimento della
criniera, pel rumore che fa nei masticare il cibo, per la velocità nella corsa,
ecc. cosa assumeva. In tal caso la parola monozillabica primitiva si dice
-- Per questa ragione le parole dovettero molto più delle cose esse represe in considerazione.
Ma in tempi più progrediti abbiamo una lingua più complessa, in cui cioè le
parola o la maggior parte di esse sono risultanti di più sillabe; e in questo
caso le parole monosillabiche non spariscono. E questa le lingue poli-sillabiche
o la agglutinante o l’articolata. Perchè in esse la sillaba si collegano o si
articolano con la sillaba. La parola poli-sillabica potè divenir tale o perchè
mono-sillabi di una lingua si vide che corrispondevano alla stessa cosa, di
modo che, pronunziandole insieme due o più esigenze venivano conciliate. O perchè
una sola sillaba assume una voce nuova secondo che la nuovi movimenti; perchè
le cose assumono ancora nuove energie se l'attività scrutatrice del soggetto si
esercita.su di esse. radice la quale non cessa di essere parola,
perchè esprime una rappresentazione, per quanto indeterminata, ma è considerata
come una parola elementare la quale è come il ceppo comune ed originario di
altre parole. Essa, entrando in rapporto con altre parole più o meno semplici o
pure assumendo varie flessioni, si complica in modo da esprimere una
rappresentazione più complessa o un concetto. Se la lingua mono-sillabica,
esprimendo rappresentazioni indeterminate, e la LINGUA PRIMITIVA, la lingua
agglutinante o articolata segnano un *progresso* relativamente alle precedenti.
Perchè in essa, una parola poli-sillabe e un complesso di al meno due parole mono-sillabe
e perció si parlano da quei popoli nei quali è più sviluppata l'attivitàr appresentativa,
onde un solo mono-sillabo non sempre è sufficiente ad esprimere una rappresentazione
molto complessa. La lingua del Lazio, la maggior parte delle cui parole hanno
flessioni, in cui la “radice” e il “tema” assumono varie forme e una lingua
flettente. E quella che han raggiunto il maggior sviluppo possibile e puo costituire
l'espressione di una tela organica di concetti e di un pensiero dalle più
ricche gradazioni e di sfumature appena apprezzabili. In tale lingua, il nome sostantivo
o aggetivo ed il verbo assumono flessioni (declinazione e congiugazione) e
mediante tali forme si esprimono i vari rapporti delle cose e l'avvenimento
dell'azione nei vari gradi di tempo e di condizione in rapporto con l'avvenimento
di altre azioni. Una lingua flettente e perció *posteriore* anche alla lingua agglutinante,
quantunque non bisogna credere che, quando esse appariscano, le parolea gglutinanti
e monosiilabiche non esistano più. Esse sono le ultime apparse nella
storia - Con lo sviluppo della lingua del Lazio va di pari passo lo sviluppo
del mondo logico. Giacchè sono due aspettidiuna stessa cosa.. Il pensiero e la
sua manifestazione sensibile. Non si può ben comprendere l'importanza della
lingua del Lazio senza vedere l'importanza dell'energia logica che è inclusa in
esso, la quale sottratta, l'attività della loquela rimarrebbe un fenomeno
puramente fisico e *fisiologico* ma non umano, o pure sa rebbe l'espressione di
uno stato interno indeterminato. delle lingue, e sono state parlate e
scritte da popoli ricchi di pensiero e di azione. Se dunque le lingue ultime
dei popoli civili, che noi crediamo le più perfette, perchè ricche di flessioni
(onde tra queste bisogna comprendere la latina o lingua del popolo del Lazio)
ha avuto una così lunga e avventurosa istoria ed alla loro formazione hanno, piùo
meno immediatamente, con corso tanti e cosi disparati elementi e lingue di
minore perfezione e lingue anche complesse e ciascuna lingua, per quanto
immediata sia, risulta di elementi molteplicissiini ed accidentalissimi (per
quanto vi sia qualche cosa di costante),comparisce chiaro quanto debba essese
difficile, fare una compiuta anatomia della lingua del Lazio ed assegnare a
ciascuno elenento di essa, a ciascuna parola di cui essa risulta, il suo vero
valore e la sua vera istoria. Bello stesso; Sonno e sogni. E. Trevisini, Milano-Roma
scolastico. E. Trevisini,Milano-Roma. Il parlare, il leggere e lo scrivere nei bambini,
saggio di 00 1 Saggi di pedagogia: (il problema dell'educazionemorale. Le donne
dei Vangeli. Monnier, Firenze. La rappresentazione psicologica è l'immagine che
l'oggetto della percezione lascia di sè nel campo co sciente quando è sottratto
all'azione stimolante che esso può esercitare sugli organi dei serisi del
soggetto. Questa rappresentazione è tanto più indeterminata ed imprecisa per
quanto più l'oggetto che l'à prodotta risulta di un numero grande di qualità e
di note,per quanto più breve è stato il tempo che essa ha agito da stimolo sul
soggetto, per quanto meno sviluppata è l'attività percettiva cosciente del
soggetto e per quanto meno questa si è esercitata su di esso. Non vi è oggetto
del mondo esterioreilquale,dopo l'osservazione volgare e dopo lo studio
scientifico, non risulti di una molteplicità di note e di qualità ed in cui
queste qualità non abbiano un determinato grado d'intensità; ma queste note non
appariscono determi nate e distinte fra di loro innanzi al soggetto
quando l'oggetto gli si presenta d'innanzi per laprima volta o quando per
la prima volta l'anima principia ad es sere attività cosciente;allora l'oggetto
apparisce come un tutto indistinto,anzi apparisce come una nota sola. Cosi
appariscono il mondo esteriore e gli oggetti di esso al bambino nel primo
sbocciare della sua coscienza e cosi devono essere apparsi all'uopo primitivo
che non ha avuto una potente attività scrutatrice; ed in questa stessa
posizione è l'uomo moderno dirimpetto a quelle cose più o meno complicate che
gli si parano d'innanzi per la prima volta e che non ha avuto il tempo di
scrutare. In ragione che l'attività cosciente si esercita sempre più
intensamente sul mondo este riore gli oggetti a mano a mano appariscono come
distinti gli uni dagli altri ed in ciascuno oggetto la nota uniforme e
primitiva che lo designava si pre senta progressivamente moltiplicata in più
note dif ferenti. a mano ad affievolirsi, a divenire sempre più
imprecise, a perdere una parte delle note che le costituiscono e lentanente a
sparire quando non vengano rianimate, mediante nuove percezioni degli stessi
oggetti che le han prodotte, nella coscienza; 10 Se l'attività del soggetto si
esercitasse sulla rap presentazione dell'oggetto già percepito piuttosto che
sull'oggetto ripetutamente percepito, non vi sarebbe progresso nella
scrutazione dell'oggetto, anzi vi sa rebbe regresso; perchè è legge psicologica
infallibile che le rappresentazioni degl’oggetti già percepiti tendono a
mano mentre la ripetuta azione del soggetto sull'oggetto fa sempre
scoprire di questo nuovi aspetti e nuove re lazioni;ed a questa condizione la
rappresentazione dell'oggetto sempre più si arricchisce e si compie e risponde
più precisamente all'oggetto reale. Si può fare a meno dal percepire più oltre
l'og getto e considerare solo la rappresentazione in sè stessa quando esso è
stato cosi studiato ed analizzato e scrutato che un ulteriore studio non
aggiungerebbe nulla di nuovo allarappresentazione diesso,laquale però, perchè
si mantenga integra, deve spesso ripro. dursi nel campo della coscienza.E ciò può
sopra tutto avvenire quando l'oggetto che si studia risulta di poche qualità e
determinazioni; ma quando l'oggetto è ricchissimo di struttura, di organi e di
funzioni, quando presenta un vasto e ricco sistema di fatti e di fenomeni,
riesce quasi impossibile rappresentarlo compintamente, senza che alcuni aspetti
di esso non sfuggano alla coscienza o non spariscano da essa.In questo caso il
soggetto, per quanti sforzi faccia ad apprendere e conservare la
rappresentazione compiuta · dell'oggetto, non può fare a meno dal tornare a per
cepire spesse volte l'oggetto del suo studio per sem pre meglio comprenderlo e
conservarlo. Sicché, parlando qui della rappresentazione psiclogica, non
s'intende dire che quella rappresentazione la quale rimane nel soggetto dopo la
ripetuta azione di esso sull'oggetto: ciò che è la rappresentazione
dell'oggetto percepitu. Ed è questa la condizione pilt importante perchè
la rappresentazione psicologica possa divenire obbietto della logica,
quantunque non sia primitivamente tale. La rappresentazione della sensazione
pura o lo stimolo della sensazione non può mai divenire obbietto della logica;
perchè la sensa zione non consta che di certi stati dell'anima, che sa
distinguere e che anzi attribuisce a sė stessa, senza riferirli allo stimolo: e
ciò per quegli animali che per tutta la loro vita rimangono nella cerchia della
sensazione pura.Ma nell'animale e nel l'uomo che rimane solo temporaneamente
nella cerchia della pura sensazione dove stimolo ed animo si con fondono e che
oltrepassa questa cerchia per divenire percezione e coscienza che è dualità tra
l'anima che ora diviene soggetto e lo stimolo che diviene oggetto, ciò che
prima ha determinato la sensazione (lo stimolo) può divenire
oggettodellapercezioneedellacoscienza e poi della logica; anzi non vi è oggetto
della logica che non sia oggetto della coscienza. Onde segue che la materia
prima del mondo logico è fornita dall'oggetto della percezione che è l'oggetto
della coscienza, senza del quale non potrebbe darsi attività logica di sorta;
perchè l'attività logica del soggetto si deve esercitare sempre sopra un
oggetto, come il soggetto non diviene attività logica senza la sua relazione
coll'oggetto. Il soggetto cosi diviene at tività logica, non nasce tale e la
sua attività dere esercitarsi o sull'oggetto naturale esteriore o sulla
rappresentazione interiore di esso, essa non 12 In una zona logica
cosi ampia non va compreso solamente l'uomo superiore con la sua potente ener
gia logica, nè solamente l'uomo medio con la sua or pura Però il passaggio
nel soggetto dalla pura sensa zione alla logica non è rappresentato da una
linea cosi precisa che si possa dire: Di là dalla linea vi è tutto il mondo
delle sensazioni, di qua vi è tutto il mondo logico compiutamente formato;
giacchè, come avviene in ogni sfera che passa in un'altra sfera, quella che
passa non è completamente esclusa come tale da quella in cui passa. E non
bisogna credere che, superato una volta il confine, questo sia supe rato per
sempre; perchè la vita della o delle rappresentazioni di sensazioni può tornare
come puramente tale anche quando una volta si sia pene trati nel campo logico. Inoltre
è difficile per lo stu dioso tracciare questa linea in cui l'anima cessa di
essere meramente sensitiva e fa il primo ingresso nel campo logico. Come ogni
grado dell'esistenza,la logica occupa una determinata zona, chiusa fra due
determinati limiti, di cui l'uno rappresenta il minimo della logicità,tanto che
dilàda questo limite nonvièattivitàlogicane obbietto logico e l'altro
rappresenta l'entità logica nel suo più alto grado. Dal primo all'ultimo limite
il mondo logico compie un processo che implica una progressiva perfezione,per
cui, partendo dal fatto puramente sensitivo, si allontana sempre più da esso
per divenire entità logica compiuta. sensazione dinaria potenzialità
logica; ma ancora l'uomo volgare, il fanciullo, gli animali superiori ed alcune
specie degli animali inferiori che arrivano a percepire.Però se, come avviene
in ogni sfera dell'esistenza che ha una serie di gradazioni, la sfera logica
presenta un sistema cosi ricco di gradazioni le quali passano l'una nell'altra
in modo appena apprezzabile, tanto che è quasi difficile distinguerle, pure si
può dire che tutte queste gradazioni vanno comprese in tre grandi sot tozone le
quali possono chiamarsi la logica meccanica o estrinseca, la logica chimica o
intima e la logica organica. La prima zona,rappresentandoleformelogichepiù
elementari, se può stare di per sè come pura logica meccanica, si ritrova però
anche nelle due zone sus seguenti; e cosi la sfera chimica si ritrova ancora
nella sfera organica che è la più compiuta. In generale si può dire che
l'oggetto della perce zione ovvero la rappresentazione di esso principia a
mostrare il primo movimento logico allorché cessa di apparire innanzi al
soggetto come risultante di una sola qualità naturale,ma apparisce come
distinto in due o più qualità connesse in qualsiasi modo fra di loro ed allora
si ha la forma primitiva della rappresentazione logica. Una qualità sola ed incomunicabile
ad altre qualità e zon trasformabile non fornisce al cuna materia logica. E se
un fatto naturale,secondo che è più scrutato dal soggetto, comparisce sempre
più ricco di qualità e si vede la ragione intima per cui le varie qualità
convengono all'oggetto,è chiaro che esso diventa progressivamente obbietto di
una entità logica superiore. Ma può avvenire ancora che,dopo uno studio più
profondo e comprensivo fatto sull'oggetto, questo ap paia innanzi al soggetto
come intimamente connesso ad altri fatti esteriori ad esso, tanto che senza di
questi non potrebbe essere quello che è. E, se vi sono oggetti le cui note ed i
cui rapporti sono immobili e fissi, ve ne sono altri in cui le qualità che li
costi tuiscono ed i loro molteplici rapporti con enti fuori di essi si
trasformano e cangiano. È chiaro allora che l'entità logica dell'oggetto si
accresce e si complica. Può avvenire ancora che l'oggetto che ora è studiato
comparisca come l'ultimo risultato di una storia spe ciale propria o di una
storia di altri enti simili o dis simili da esso; onde l'importanza delle note
attuali che lo costituiscono si accresce e mostra cosi una n a tura assai più
elevata.La rappresentazione logica ha cosi una considerevole latitudine; perchè
principia quando il soggetto vede almeno due note nell'oggetto e si conserva
ancora quando si è scoperto in esso un numero grandissimo di qualità. Si è
detto e ripetuto che è il linguaggio che segna nell'uomo il primo apparire
delle attività logiche. Ma non si considera che la parola “LINGUA”, avendo un
largo contenuto e significando qualsiasi manifestazione dei fatti interni
psichici, siano sensitivi che rappresentativi ed emotivi, ha una larga
applicazione cosi NEL CAMPO ANIMALE come nel campo umano; onde non si vede con
determinazione la necessità del co-esistere solamente nell'uomo della LINGUA e
della funzione logica, si deve però ammettere che la LINGUA che è un linguaggio
formato e divenuto classico (onde vi è differenza tra LINGUA e lingua-GGIO), quando
è bene usata dal soggetto uomo, può far vedere in questo le più grandi energie
logiche, all'istesso modo che una LINGUA imperfetta o poveramente usata può
manifestare nell'uomo rudimentali qualità logiche. Però non si può concedere
che deve necessariamente intervenire LA LINGUA per potersi trovare nella sfera
logica e per potere compiere funzioni logiche. Individui nati muti o sordo-muti
possono compiere con grande coerenza logica i loro atti, all'istesso modo che LA
LOQUELA non sempre rivela una perfetta energia logica, come avviene per
disordini nervosi e mentali o per ritardato sviluppo di tutte le attività
psichiche. Al l'incontro ciò che è indispensabile perchè il soggetto compia le
più elementari funzioni logiche è l'oggetto della percezione e la rappresentazione
molteplice del l'immagine di esso, come è manifestato dagl’atti e dalla
condotta che gl’ANIMALI e l'uomo non ancora parlante hanno verso quegli oggetti
sui quali si eser cita la loro attività e dal giovarsi che l'animale fa di alcune
qualità degl’oggetti. E la rappresentazione molteplice dell'immagine degli
oggetti è anzitutto necessaria ancora per l'uomo logico che parla, la
rappresentazione e l'esecuzione della parola udita, parlata e scritta non
essendo che un'altra specie di rappresentazioni speciali degli stessi oggetti
sopraggiunta alla prima; per cui il lavoro psicologico e logico del l'uomo è
assai PIÙ COMPLICATO DI QUELLO DELL’ANIMALE [cf. H. P. Grice, M-intending] anche
perchè, per la sua grande energia psichica, l'uomo moltiplica le rappresentazioni
relativamente semplici che delle cose hanno gl’animali, onde LA LINGUA diventa
nell'uomo assai più intricata e complessa. Segue da ciò che la LINGUA umana è
una NUOVA AGGIUNTA che si fa alla rappresentazione primitiva dell'immagine
delle cose. Ma rimane sempre questa l'obbietto delle ATTIVITÀ LOGICHE COSI
ANIMALI COME UMANE [Grice, “Method in philosophical psychology, on an eagle
doubting whether p or q]. Questo è ancora dimostrato dalla patologia della
LINGUA UMANA; poichè è stato constatato che, quando l'uomo perde la memoria
della immagine percepita delle cose e conserva la ricordanza della PAROLA
(PARABOLA) udita, parlata o scritta, che ad essa corrispondono, la sua LINGUA è
divenuta un caos; perchè, essendo perduto il nesso tra la cosa e la sua PAROLA
PARABOLA udita e parlata, l'attività logica non si può esercitare sulle PAROLE
PARABOLE, perché non si può esercitare sulle cose, come allora è manifestato
dalla sconnessione e dalla incoerenza della lingua. Del giudizio e
dei suoi elementi. Quando il soggetto distingue per la prima volta un dualismo
nell'oggetto, cioè da una parte quello che, prima di questo atto psichico, costituiva
tutto l'oggetto, indistinto nelle sue qualità, e dall'altra quello che scorge
ora in esso mediante l'atto di distinzione e vede che questo è connesso con
quello in modo che senza di esso non sarebbe, si fa quel che si dice un GIUDIZIO
(Grice, JUDICATING that the a is b – the dog is shaggy -vs. VOLITING). Sicché
per avere un giudizio occorrono due fatti distinti fra di loro ed un atto
psicologico che li connetta. Però bisogna considerare questi tre elementi di
cui consta il giudizio come dati tutti e tre insieme nello stesso atto. Dei due
fatti che possono dirsi anche TERMINI (‘l’A, la B’), perchè SIGNIFICATI con
parole PARABOLE, il primo, quello che prima del l'atto psicologico fa una sola
cosa con la qualità che ora si distingue da esso e che meglio osservato e
scrutato può mostrare altre qualità inerenti a sé, onde può divenire obbietto
di altri giudizii, si chiama SOGGETTO – cf. Strawson, Subject and predicate in
logic and grammar. La nota che gli si attribuisce si dice aggettivo od
attributo – ‘SHAGGY”, predicato. L'atto psicologico col quale gli si
attribuisce è il verbo – in sensu stricto, la copula. Bisogna bene intendersi
sul significato della parola ‘soggetto’, che si usa nel giudizio. In generale
soggetto significa ente attivo, ente operoso. Si chiama soggetto l'anima
cosciente e distinguente sè dall'oggetto e nel l'istesso tempo l'anima che
esercita la sua attività sul mondo esteriore che considera come suo oggetto. E
poichè dall'animale inferiore all'uomo e dall'uomo eminente per pensiero e per
azione questa attività conoscitiva ed operativa sempre più si afferma e cresce,
è cosi che la parola “soggetto”, quantunque possa applicarsi indistintamente
alla serie degl’enti animali, pure compete in sommo grado all'uomo ed all'uomo
che abbia la più grande energia nel campo del pensiero e dell'azione – cf.
Hampshire THOUGHT AND ACTION. Intesa cosi la soggettività, scendendo
dall'animale alla pianta, sembra non essere più il caso di dovere applicare la
parola soggetto. Ma, poichè la pianta è un organismo dutato di attività la
quale consiste nel compiere una serie di funzioni interiori per le quali è
continuamente messa in rapporto coll'ambiente esteriore ad esso (aria, luce, terreno)
e manifesta, quantunque in modo assai più imperfetto di quel che si compia
nell'animale, per mezzo di una serie di fenomeni esteriori, i suoi fatti
interiori ed il suo organismo compie una storia, pure SI PUO CONCEDERE IL NOME
DI “SOGGETO” alla pianta (“Someone is hearing a noise”), la quale cosi
manifesta anche essa una certa energia. Ma i grammatici ed i logici hanno
anche dato il nome di soggetto non solo ad ogni opera dell'uomo, che può
considerarsi come un tutto armonico in sé, avente un determinato fine, ma ad ogni
parte di essa, ad ogni ente della natura inferiore ed inorganica o ad un frammento
di essa, ad ogni minerale, ad ogni fatto meccanico o chimico e financo hanno
considerato come soggetto le qualità e gli attributi stessi delle cose. Però
l'uso che in questo caso i grammatici hanno fatto della parola “soggetto” può
essere giustificato, considerando che ciascuno degli enti inferiori agli enti
organici e psichici è sempre un com plesso, anche quando sia semplice parte, di
qualità o proprietà concentrate e connesse insieme; onde, rigorosamente
parlando, non si può negare ad essi una certa energia senza la quale le
proprietà non potreb bero esistere in essi. Possiamo chiamare questa energia,
meccanica, fisica o chimica; ma è sempre una energia E non si può non concedere
che le qualità stesse che si considerano come attributi delle cose possano
essere considerate ancora esse come soggetti,quando si riconosce che ciascuna
qualità,essendo inerente a molti soggetti i quali hanno altre proprietà
differenti, contribuisce in modo differente all'energia di ciascuno di essi.
Cosi quando si parla della gravità che è una proprietà dei corpi, si vede che
essa si manifesta di versamente secondo che si tratta di an corpo gassoso o di
una pietra o di un liquido o di un pendolo o del sistema planetario.
Quando il soggetto del giudizio è considerato o stu diato dal soggetto psichico
allora può anche chiamarsi oggetto; perchè, quantunque attivo in sè, è sempre
qualche cosa di passivo relativamente al soggetto psi chicoilqualeesercitalasua
azionescrutatricesudiesso. Il secondo termine del giudizio, cioè quella
qualità o quella determinazione che, quantunque insita nel soggetto o estranea
ma conveniente ad esso,per mezzo dell'atto psicologico gli si riconosce come
connessa, è stata chiamata dai logici attributo o predicato.Rap presentando il soggetto
un gruppo di proprietà dif ferenti, suscettivo di ulteriori giudizii,e
l'attributo una sola qualità o determinazione, è chiaro che questo può essere
applicabile a più soggetti, non essendo ciascun soggetto costituito di
attributi assolutamente speciali a sé; ma in mezzo ai tanti attributi comuni a
molti soggetti ha solo qualcuno che conviene esclu sivamente a lui. Dei molti
attributi che costituiscono un soggetto una parte sono sensibili o percettibili
per mezzo degli organi dei sensi. Ogni oggetto del mondo esteriore è fornito di
peso,ha una grandezza variabile, una re sistenza, è situato ad una certa
distanza dallo spet tatore, ha una forma fissa o cangiante,un colore,una
composizione mineialogica, chimica o organica, può presentare una struttura
determinata, uno stato ter mico, può vibrare in modo differente nella intimità
clelle sue molecole, può esercitare un'azione più o meno irritante o elettrica
o offensiva sull'organismo del soggetto,può dare speciali odori,può
essere gn. stato per mezzo della lingua. Ma vi sono altri attri buti i quali
non sono percepiti per mezzo degli or gani dei sensi ma vengono compresi
mediante un atto della mente, quantunque le attività percettive possano
contribuire o avere contribuito alla comprensione di queste nuove specie di
attributi. Sono tutte quelle qualità che riguardano la provenienza od il fine
del soggetto,isuoirapporticon altrioggetti,lasuaazione favorevole o nociva su
di essi o viceversa. Inoltre il soggetto acquista attributi non semplicemente
sensi bili quando desta in noi stati interiori piacevoli o do
lorosi,ricordanze,speranze etimori,ma qualche cosa di più che sensibile, poichè
in quel caso viene scossa l'intimità della nostra vita
interiore. Quantunque a primo aspetto sembri che ogni at tributo sia una
qualità semplice e non suddivisibile in altre qualità,benchè una qualità possa
averevari gradi d'intensità, ciò che non la fa considerare come qualche cosa di
fisso, pure può una qualità essere il risultato di un sistema di altre
condizioni o attributi. Quando diciamo che l'animale è sensibile, la nota della
sensibilità pare che sia una qualità sola; ma, se si pensa che per essere
sensibile l'animale deve im plicare una serie di organi e di funzioni e di
condi zioni esteriori all'organismo, si è costretti ad ammet tere che
quest'attributo è come la risultante di fatti molto complessi, non è dunque un
attributo semplice. Se diciamo che Giulio ė ragionevole quest'attributo è
Il soggetto e l'attributo non potrebbero costituire il giudizio senza l'atto psicologico
col quale l'uno ė connesso con l'altro; senza questo atto i due termini non
avrebbero fra di loro altro legame fuori quello accidentale della coesistenza e
della successione, che è un legame psicologico, non logico. Rigorosamente
parlando,è quest'atto che costituisce ilverogiudizio; però senza i ter.nini
esso non potrebbe essere, non sarebbe che una mera possibilità. Questo atto che
è espresso dal verbo è quella scrutazione che l'anima attiva fa tra i due
termini, per la quale si riconosce che l'uno è connesso
indissolubilmente,intimamente e necessariamente con l'altro. Questo nesso
intimo che lega i due termini è un fatto obbiettivo delle cose, non è una pura
produzione dell'atóività psicologica, però non si pno pervenire ad esso senza
l'attività picologica. È questa un'alta attività a cui l'anima umana per
viene;perché per mezzo di essa può internarsi nella natura dell'obbietto,
vederne il movimento, compren derlo ed assimilarselo. Sicché non si arriva al
fatto logico senza l'attività psicologica e senza di questa l'energia logica
rimarrebbe nella inconsapevolezza delle cose naturali, rimarrebbe per sempre
muta ed inco municabile ad alcuno, Per questo ogni atto giudica di una
natura cosi complessa che deve presupporre un ricco sistema di condizioni
perchè possa darsi. L'attributo ragionevole perciò non implica un fatto cosi
semplice come l'attributo pesante. tivo non è un atto meramente
psicologico,ma è anche obbiettivo, il suo contenuto cioè corrisponde al conte
nuto delle cose;ed in quest'atto si uniscono e com penetrano l'energia psichica
e l'energia delle cose. Con l'atto giudicativo, subbiettivo insieme ed ob
biettivo, si entra nel vero campo logico e si può dire che è sul giudizio che
poggia tutto l'organismo logico e che è il giudizio, considerato nel suo
sistematico svolgimento,che costituisce la parte più importante della logica e
che il primo prodursi della più rudi mentale attività giudicativa dell'uomo o
dell'animale segna ilprimo apparire del mondo logico. In generale si può dire che
sempre che ilsozgetto principia a giudicare l'oggetto della percezione o
la 24- Però'seil giudizio come necessaria convenienza dell'attributo al
soggetto è la forma più perfetta alla quale il soggetto pensante non arriva se
non dopo una lunga educazione,vi sono molte forme di giudizio inferiori ad
essa, che possono considerarsi come tanti tentativi che l'anima fa per
penetrare nell'intimità delle cose ed impadronirsene. Ciò conferma il fatto che
non vi è un limite netto tra la psicologia e la logica e che se vi è una parte
della psicologia quella inferiore, in cui non vi è nulla di logico,e che se vi
è un'altra parte della psicologia, quella ultima e più raffinata, in cui ogni
energia o la più parte delle energie sono logiche, vi è una larga zona
psicologica in cui si manifestano le prime tendenze logiche ed in cui il lavoro
logico è eseguito allo stato bruto. rappresentazione di esso,allora
questa cessadiessere rappresentazione psicologica e diviene rappresenta zione
logica; e non vi è alcuna rappresentazione logica la quale non sia insieme,
implicitamente od esplicitamente, giudizio. E, se l'infimo gra lo della
rappresentazione logica deve implicare un solo giudizio almeno nella sua forma
primitiva e bruta,un'alta rap presentazione logica si ha quando essa implica un
gran numero di giudizii. Delle tre parti in cui si può considerare divisa la
logica (la meccanica, la chimica e l'organica), la rappresentazione logica cosi
intesa esaurisce le due prime parti. Se l'anima non può principiare ad eseguire
funzioni logiche dall'infimo al massimo grado se non quando è divenuta
percettiva,perchè allora solamente distingue fra di loro i fatti del mondo
esteriore e distingue al cune proprietà di ciascun fatto,giacchè senza la mol
teplicità dell'obbietto non può eseguirsi funzione lo gica di sorta, nondimeno
non in tutto quello che per cepisce od in tutto quello che si rappresenta nella
coscienza interiore vi è energia logica o, quando vi è, non vi è all'istesso
grado in tutto. L'anima vivente o va incontro ad una varietà di fatti e
steriorioquestilesipresentano a caso ovvero a s siste ad un inovimento di
rappresentazioni o fa l'una cosa e l'altra insieme ed intercorrentemente.
Questi fatti si succedono o coesistono fra di loro e sono per cepiti dal
soggetto nella loro successione o nella loro coesistenza. Ogni fatto deve
perciò connettersi ad un altro fatto; e questa connessione può essere di
due specie,o casuale estrinseca,ovvero intima,vera,con veniente. Bisogna però
distinguere la casualità e la estrin- sechezza,tra ifatti psichici,che rimane
sempre tale pel soggetto, per quanto questo possa elevarsi alla più alta
attività psichica,dalla casualità e dalla estrin sechezza che apparisce tale al
soggetto solo tempo raneamente nel primo periodo della sua storia,quando non
ancora è giunto al grado di potere compiere un lavoro psicologico cosi intenso
da sapere vedere una connessione intima tra due fatti; onde questa gli si
presenta estrinseca senza esser davvero tale e, con un ulteriore sviluppo
dell'attività soggettiva,sparisce la estrinsechezza e comparisce la intimità.
no Non si può non ammettere però che questa estrin sechezza vera è in certo
modo relativa al grado di sviluppo dell'attività del soggetto psichico;perchè,a
vendo ciascun soggetto nel mondo es'errore un campo Nel caso della
estrinsechezza vera, per quanto in oggetto si succeda ad altri od apparisca al
soggetto in concomitanza con altri oggetti, anche con un ac curato studio, non
si saprà mai trovare una ragione del succedersi di un avvenimento ad un altro o
della coesistenza di un fatto con un altro, di una qualità con un
oggetto;giacchè ciascuno oggetto apparisce come assolutamente indipendente
dirimpetto all'altro, perchè non lo modifica in alcun modo nė ne ė
dificato. speciale nel quale si esercita la sua attività, onde é
messo frequentemeate in rapporto di coscienza solo con un determinato
aggruppamento di oggetti, egli può vedere meno di estrinsechezza tra questi
oggetti che non tra quelli estranei alla sua azione.In ragione che il soggetto allarga
sempre più il suo campo og gettivo e lo scruta con maggiore intensità
l'estrinse chezza si allontana sempre.E quando l'obbietto del l'attività
soggettiva è tutto l'universo allora il filo sofo,guardando le cose dal più
alto punto di vista che è quello dell'unità,non vede più estrinsechezza di
sorta tra le cose;perchè ogni cosa vi apparisce come organo di un vasto sistema
ed è necessariamente connessa a tutti i gradi di esso. La intimità, la verità e
la convenienza tra due oggetti (e perciò tra due rappresentazioni) o tra un og
getto ed una sua proprietà si ha allora quando l'uno non può essere in alcun
modo indipendente dall'altro per cui sempre che è dato l'uno è dato l'altro o,
se prima è dato l'uno, dopo verrà necessariamente dato l'altro. Ora questa
intimità ha vari gradi che possiamo riepilogare in tre zone logiche
principali,presentando ciascuna zona immense gradazioni. La prima zona,
quella più elementare in cui si de signano le prime linee del mondo logico, di
là dalla quale vi è il puro mondo degli oggetti delle percezioni e delle loro
rappresentazioni scomposte e sconnesse, ha questo di particolare che in essa
alcuni oggetti o rappresentazioni sono, è vero, legate, da nessi intimi,
ma questa intimità è al suo minimo grado,rasenta quasi la estrinsechezza; perchè
della loro intimità non si vede altro che il semplice succedersi costantemente
diuna rappresentazione adun'altraodilsemplicecoe sistere di una
rappresentazione con un'altra.E questa conquista il soggetto può avere fatto
non solo per pro pria esperienza ma anche per tradizione o per quel che si è
detto consenso degli uomini. Qui non si vede alcuna ragione della convenienza
delle due rappre sentazioni,alla qualeilsoggettorimaneperfettamente estraneo; e
tutta l'attività del soggetto si esaurisce nel vedere questo puro costante
coesistere e succe dersi delle cose e perciò il giudizio che esso compie è
semplicemente meccanico, non fa che constatare quanto avviene nel mondo
naturale. Così l'attività del soggetto qui è meccanica e delle cose non afferra
che il semplice meccanismo,l'energia più elementare della natura, il muoversi
delle cose per la loro pura gravità o per la loro forza od il muoversi per
forze estranee ad esse ma che agiscono su di esse. In questa zona logica va
compresa anche quella elementare attività giudicatrice mediante la quale si
scopre o constata qualche proprietà o qualità che in teressa gli organi
sensibili e percettivi del soggetto, come il sole è luminoso; è un'attività
giudicativa molto elementare.A questa zona logica possono per venire gli
animali superiori e quegli animali inferiori i quali si elevano alla
percezione, quantunque gli a nimal¡ non possono esprimere con
paroletaligiudizii, poichè bastano certi atti o movimenti che l'animale
esegue a dimostrare che esso hacompiutoungiudizio. Ma questa attività meccanica
logica non solamente rappresenta la prima epoca dell'energia logica umana e
l'energia dialcuni animali,ma anche quando l'uomo è atto ad elevarsi ad una
attività logica superiore compie ordinariamente giudizii logici meccanici. È
questa la posizione dell'uomo incolto. Di tutti gli a v venimenti naturali ed
umani ai quali egli assiste non può vedere altra intimità che quella meccanica
ed estrinseca; alla ragione intima dei fatti egli non perviene. La seconda zona
che si dice chimica e che sta più in alto alla precedente ed alla quale non si
perviene se non per mezzo della precedente rappresenta quel campo della logica
in cui il soggetto può compiere un più complesso lavoro di penetrazione tra gli
og getti, onde quei nessi intimi che prima vedeva in modo quasi estrinseco sono
visti davvero nella loro intimità. La parola chimica sembra bene
adoperata;perchè cor risponde a quello stato della energia della materia in cui
gli elementi relativamente semplici si compe netrano ed uniscono insieme per
formare un corpo di una più elevata natura ed in cui corpi di complessa natura
si scindono nei loro elementi sem plici;ondelachimicadelcampo logico
corrisponde a quel grado delle attività psicologiche per le quali il soggetto
afferra la convenienza vera di un oggetto. e delle sue proprietà e vede le
intime ragioni per le 29 nuovo La zona chimica logica si
evolve cosi dalla mec canica non solo, ma questa coesiste nella chimica;
perchè, anche quando vediamo il rapporto chimico di
duerappresentazioni,vièsempreillato meccanico, l'incontro cioè di due oggetti o
di un oggetto ed una qualità, quantunque questo meccanismo sia assorbito e
trasformato dal chimismo. Avviene nel campo lo gico quel che avviene nel campo
naturale in cui il chimismo implica ilmeccanismo,quantunque non sia
semplicemente tale, essendo ilmeccanismotrasformato ed elevato ad un più alto
grado di esistenza nel chi mismo il quale senza di esso non potrebbe darsi.
Però non bisogna credere che, quando l'uomo è ar rivato alla zona chimica della
logica tutti i suoi atti logici siano giudizii chimici;perchè questi,implicando
una grande difficoltà acompiersi, nonpossonofarsida ciascun uomo che in un
campo speciale che ha scelto come materia del suo studio e delle sue ricerche;
il resto della sua attività logica è rappresentato sempre dal meccanismo e
questo può intercorrere nel chimi smo logico od alternarsi ad esso. quali
il soggetto non può fare a meno di quellapro prietà e questa deve sempre
necessariamente andare congiuntaalsoggettoinquellecondizioni.É questo, si può
dire, il campo della conoscenza vera e della scienza dove il soggetto compie le
più elevate forme di giudizio,risultato di una lunga scrutazione psico logica
nei rapporti delle cose. Il giudizio nella sua for.na più elevata,
implicando quell'atto del soggetto cosciente mediante il quale si riconosce che
ad un oggetto del mondo naturale o ad un ente spirituale che qui diviene
soggetto logico con viene intimamente e necessariamente un dato at tributo,
esprime un rapporto tra i due termini che nelle stesse condizioni,deve essere
tale costantemente, sempre vero, oggi e sempre, qui ed ovunque. Per questa
ragione il giudizio non va soggetto a mutazioni per tempo e perciò si esprime
sempre com'è,in tempo presente.Ogni dubbio,'ogni incertezza circa alla
concordanza perfetta dell'attributo col soggetto nondarebbeilverogiudizio;seperòilsoggetto
ri conosce l'incertezza nel suo atto giudicativo e cerca di uscirne per addurre
la verità, sforzandosi di eser. citare tutto il suo potere percettivo nella
scrutazione dei termini e nel loro rapporto, allora l'incertezza è
unbene,perchèciconducealverogiudizio.Per la stessa ragione, quando in un
giudizio interviene il desiderio o la speranza od iltimore,non siavrà ilvero
giudizio. I logici classici si sono molto occupati della nega zione nei
giudizii e li hanno perciò distinti in affer mativi o positivi e negativi:
affermativi sono stati detti quei giudizii in cui si riconosce che l'attributo
conviene al soggetto, negativi quelli in cui questa convenienza non si ha.Ma
evidentemente ilogicinon hanno ammesso che è sull'oggetto della percezione o
della sua rappresentazione che primitivamente deve volgere ogni giudizio e che
bisogna guardarsi bene dal giudicare prima di avere studiato e scrutato bene
l'oggetto.Se questo sifacesse, si vedrebbe la inutilità e la vacuità di una
gran parte di qnesti giudizii ne gativi,come è dimostrato anche dal fatto che
alcuni giudizii negativi possono tradursi in positivi.Quando si ammette che un
dato corpo non è solido, implici tamente si ammette che è liquido o gassoso.Per
que sta ragione i veri giudizii devono essere tutti positivi; perchè,
rigorosamente parlando, lo scienziato deve conoscere quello che una cosa è non
già quello che non è. Quando si tratta che il soggetto può avere uno di due
attributi che sono fra di loro contrari e che se gli convieneuno di essi gli sconviene
neces sariamente l'altro, si dice che allora si possono for mulare due
giudizii, l'uno negativo e l'altro positivo. Ma è facile osservare che, fatto
il giudizio positivo, è perfettamente inutile formulare il negativo ilquale con
parole diverse,per mezzo della negazione,ripete la positività del primo
giudizio. Vi sono però dei casi in cui pare che il giudizio negativo
dovrebbe aver luogo. Cosi noi sappiamo che una data pianta deve fiorire; se la
guardiamo in un'e poca in cui il fiore non è apparso,dobbiamo dire che la
pianta non è fiorita; ma d'altra parte è in es.a la possibilità di dovere
fiorire; poichè in tutti i fatti che implicano uno svolgimento od una storia
non tutte le qualità che devono costituirli possono essere date belle e compiute
dal bel principio; perchè ciò escluderebbe la storia; a ciò pensando, la pura
nega. tività di questo giudizio è spuntato. Che se poi guar diamo la pianta non
fiorita come ci si presenta per cettivamente, allora non si ha alcuna ragione a
par lare di negazione. Sappiamo inoltre che la sensibilità deve essere un
attributo necessario all'uomo; ma permalattiedelsi stema nervoso questa
funzione può perdersi, onde il direalloraquest'uomonon sensibile, potrebbepa
iere un giudizio negativo incontestabile; ma si tra scura di considerare che
quani'o l'uomo è divenuto insensibile non è pixi l'uomo compiuto, ma l'uomo che
è nel declivio della dissoluzione e della morte e che, dicendo che non è
sensibile, si riconosce che la sua Molti, parlando e scrivendo, anche di
cose scienti fiche, fanno grande uso di questi giudizii negativi; ma è questa una
consuetudine di linguaggio chequalche volta fa anche vedere la poca sicurezza e
la povertà delle nostre cognizioni; perchè il difficilc non sta nel dire quel
che una cosa non è,ma qnelche è davvero. attribuzione sarebbe la
sensibilità e che questa si è perduta solo per condizioni morbose. Nondimeno se
il giudizio negativo è possibile esso può solo avere la ragione di essere in questi
casididissoluzione edi sfacelo degli organismi e delleistituzioni,quantunque
anche allora,stando alla semplice percezione, si po trebbe semplicemente giudicare
quel che l'oggetto pre senta di positivo; m a allora il soggetto che pensa non
può fare a meno dal paragonare la primitiva gran dezza o la perfezione tipica
di una data cosa con la dissoluzione e la rovina presente, onde quel che è ora
è la negazione di quel che era prima. Può avvenire lo stesso quando si tratta
di paragonare varioggetti fra di loro. Il giudizio nella sua forma classica è
rappresentato dal soggetto, dal presente del verbo essere e dall'at tributo. Ma
il soggetto per tenere avvinto a sè l'attributo deve esercitare una certa
energia che indica il vero nesso tra il soggetto ed il suo attributo; ora il
giudizio formulato in quel modo non fa vedere tutta questa attività del
soggetto,ne fa vedere,si può dire, la minima parte. All'incontro sono i verbi
attributivi i quali possono risolversi nel verbo essere e nell'at tributo, che
manifestano la vera energia, la vera at tualità del soggetto, che costituisce
il giudizio nella sua realtà vivente; perchè fanno vedere il soggetto che si
manifesta nel suo attributo e fanno vedere l'at tributo vivificato dal
soggetto.Per questa ragione il giudizio espresso nella sua forma classica trova
più ragione di essere applicato nelle sfere inferiori mec. caniche della
natura,quelle che manifestano una energia più povera, relativamente alla
energia animale ed umana erelativamente all'altaenergiadella vita dello
spirito. Qui tutte le attività, tutte le funzioni che si esercitano e che si
esprimono con verbo sono gin dizii viventi. Se diciamo questo corpo é rotondo
l'a' tributo, quantunque inerente al soggetto, pure è con siderato come qualche
cosa d'indifferente ad esso. Qui si tratta del giudizio nella sua primitiva
forma. Ma se diciamo questa pianta fiorisce facciamo un giudizio della seconda
forma, perchè qui vediamo il soggetto che crea il suo attributo e vive in esso
Ammesso il concetto del giudizio qui dato, risulta evidente che ogni giudizio
implica una sintesi ed una analisi insieme e nello stesso atto. L'analisi vi dà
la dualità dei termini, siano nello stesso soggetto che tra due oggetti; e
l'analisi è un morrento necessario al giudizio; poichè senza il dualismo giudizio
non vi sarebbe; m a d'altra parte cesserebbe l'atto stesso del e per
esso. Più elevata e spirituale è la natura del soggetto e più è ricco di
attività speciali e più verbi glisipos sono attribuire e più giudizii compie,
svolgendosi e vivendo.Più ilsoggetto appartiene alle sfere della materia bruta
e meno verbi gli si possono attribuire più le sue qualità possono essere
espresse con la forma classica del giudizio; ma ciò non toglie che anche
giudizii di questa fatta possano eseguirsi sopra alcuni soggetti di elevata
natura. giudizio se questo non fosse insieme sintetico; cés sando
la sintesi cesserebbe anche l'analisi e viceversa. Non vi sono perciò
giudiziipuramente analiticinè pu ramente sintetici;per
conseguenzailsoggettovivente compie continuamente un'analisi ed una sintesi
delle sue qualità e lo scomparire dell'una o dell'altra ap porta la morte di
esso. Quando diciamo giudizio diciamo ancora ragione, pensiero. Però come il
giudizio consiste più nell'atto psicologico,corrispondente al nesso intimo che
vi è tra due rappresentazioni, che nella distinzione dei ter miui, quantunque i
termini siano necessari al giudizio e senza di essi giudizio non vi sarebbe,lo
stesso deve dirsi del pensiero e della ragione. Se non che queste due parole,
considerate come semplice giudizio,dicono molto meno di quel che dicono quando
sono adoperate nel senso assoluto del loro contenuto. Quando diciamo il pensiero,
la ragione si vuole intendere il sistema di tutti i nessi possibili di tutte le
rappresentazioni delle cose della natura e dello spirito insieme, sog
gettivamente ed oggettivamente considerate. Quando poi sono applicate come
semplice giudizio equivalgono ad un pensiero,una ragione. Per alcuni logici la
parola proposizione esprime la stessa cosa chela parola giudizio
eperòsiadoperano promiscuamente queste due parole. Ma se vi sono verbi
attributivi che possono ridursi a giudizio,ve ne sono però altri i quali non vi
si possono ridurre, perchè non corrispondono pienamente a quel che siè detto
dovere essere un giudizio. Quando conosciamo Si comprende però che gli
avvenimenti storici pos sono essere guardati dal punto di vista estrinseco e
quasi accidentale come fanno gli storici che riprodu cono i fatti semplicemente
nel modo come sono successi; ma questi stessi fatti possono anche essere studiati
scientificamente e filosoficamente, considerati cioè in quel che essi hanno di
intimo,di necessario e di co stante; allora, entrando quei fatti nel dominio
della scienza,possono divenire obbietto di giudizii, le proprietà e le
speciali energie dei fatti naturali o psichiciosociali, ecc.allora possiamo
faregiudizii; perchè si hanno avvenimenti e fatti che sono sempre gli stessi
nelle stesse condizioni e si manifestano co stantemente ad un modo; ma se
narriamo le gesta di Annibale o di Alessandro, ciascun verbo che siamo
costretti ad operare non può essere il verbo di un giudizio; perchè esprime un
avvenimento singolo che non è stato prodotto che da quel tale individuo in
quelle sue particolari condizioni ed in quelle condi zioni di tempo,di luogo,in
quello stato speciale di un popolo,avvenimento che non può più riprodursi e
perciò il giudizio non si ha quando si deve espri mere uii fenomeno che non può
ripetersi frequente mente,che è avvenuto una volta e non piùequando non si vede
alcuna necessità del suo ritorno. In questo caso,più cheillinguaggioscientificoelogico,abbiamo
illinguaggio storico,ed allora,più che ilgiudiziosi ha la proposizione:cosi è
spiccata la differenza tra il giudizio e la proposizione:questo esprime gli
avve nimenti storici, quello i nessi logici. Il soggetto che giudica é
determinato dall'atto stesso del giudizio alla vitapratica.Ogni essere vivente,
dal l'animale infimo all'uomo, si sforza, come è noto, una condotta assai
elevata, presupponendo ciascun suo atto una molteplicità di giudizii;onde si
vede l'intimo rapporto che passa tra una grande intellettualità e la vita
pratica. ancora sottomettere ai suoi bisogni la natura esteriore, ed ogni
atto,ogni movimento che l'animale esegue,cer cando di fuggire il malessere e di
addurre a sè il benessere, presuppone una distinzione negli oggetti
concuièinrapporto.La formicachevaincercadel frumento, riconoscendo in questo la
proprietà di n u trire, non solo compie un lavorogiudcativo ma anche un atto
col quale manifesta tale lavoro psichico. In tutti i pericoli che gl’animali
schivano come in tutti i movimenti che fanno per prepararsi il nido o per
andare in cerca del cibo e per conservarsi, si possono riconoscere gl'atti che
presuppongono il giudizio, per quanto questo possa essere classificato tra i
giudizii meccanici. I psicologi in questo caso parlano d'istinto. Ma è sempre
l'istinto nel giudizio. In questo senso gli atti degli animali equivalgono ad
un linguaggio che esprime alcuni nessi logici, quantunque sia il lin guaggioin
una forma bruta e monca. Intuttigliatti che gli uomini fanno per raggiungere i
loro fini e la loro felicità si può riconoscere la conseguenza di un giudizio.E
si comprende come l'uomo eminente che ha una perfetta conoscenza delle cose
possa avere di Il soggetto può compiere sull'oggetto un numero grande di
giudizii secondo che pixi educato e svilup pato è ilsuo potere di scrutazione e
secondo che più complicata è la natura dell'oggetto. Cosi, vivendo e studiando,
la rappresentazione psicologica primitiva che il soggetto ha delle cose si
arricchisce di attributi e di qualità ovvero sirisolvein attributiiquali erano
primitivamente confusi in quel che dicevamo oggetto e che costituivano tutto
l'oggetto. Nondimeno durante e dopo questo processo di scrutazione l'oggetto
rimane sempre come qualche cosa in cui alcune qualità sono distinte ed altre
indistinte, potendo le qualità indi stinte ricomparire subito distinte secondo
che l'attività giudicatrice si rivolge su di esse ed allora le distinte
ritornano indistinte. Si verifica anche qui un'applicazione speciale di quella
legge psicologica secondo la quale in una data unità di tempo il soggetto non
può compiere che un lavoro limitato e,come non può scrutare che succes.
per la prima volta sipresentino allo studio del soggetto; in questi casi è la
legge generale che pre domina. Dopo che si è compiuto sopra un oggetto un n u
mero considerevole di giudizii non si deve credere che allora l'oggetto sia
conosciuto pienamente. Più chela conoscenza del soggetto, si ha allora la
conoscenza di un mucchio di note coesistenti; perchè, se il giu dizio è un'alta
funzione psicologica e lozica, non è però la più alta la quale si ha invece
quando tutte le note di cui l'oggetto risulta appariscono in esso come
organizzate, cioè si ha un organismo di giu sivamente un dato numero di
oggetti e di rappresen tazioni, per la stessa ragione non può compiere in una
unità di tempo e nello stesso atto psichico che un numero limitato di giudizii,
quantunque succes sivamente possano essere compiuti sopra un oggetto tutti i giudizii
di cui può essere suscettivo. Però non si può sconoscere che le abitudini della
mente possono arrivare ad un'altezza cosi meravigliosa:da conside rare come
compiuti una serie di giudizii che non si haavuto il tempo di compiere pacatamente
o di compierli in un breve atto: è il meccanismo che penetra nelle più elevate
regioni psichiche ed in cui si sem plifica, per mezzo della ripetizione, il
processo giu dicativo primario che è più lungo e difficile. Ma in questi casi
si deve trattare di compiere sempre giu dizii già compiuti altre volte o negli
stessi oggetti od in oggetti differenti già percepiti, non in oggetti che
dizii. In generale con la parola conoscenza si vuol dire non solo
l'apprensione e la ritenzione delle pro prietà dell'oggetto e degli oggetti in
connessione fra diloro,ma ancorailoronessiconlealtreproprietà dello stesso
oggetto e con le proprietà delle altre cose, a differenza del pensare e
delragionareincuisitiene pii conto dei nessi delle cose. Quando l'oggetto è un
mucchio di proprietà, queste aderiscono a quel centro comune che primitivamente
costituiva tutto l'oggetto indistinto in sè stesso;e,se si ha qui il grande
vantaggio che ciascuna nota e per mezzo dell'atto giudicativo connessa
all'oggetto, non si vede la ragione del coesistere di tutte queste qualità
nell'oggetto e non sivede alcuna ragione del l'incontro delle note fra di
loro.La parola mescolanin che usano i naturalisti quando vogliono indicare il
coesistereel'essere diparecchi corpi incontattol'uno dell'altro senza perdere
la loro natura corrisponde a questa sfera dell'obbietto logico in cui si
possono c o m piere molti giudizii sullo stesso obbietto, ma senza che l'uno
eserciti una preponderanza sull'altro,senza che l'uno abbia un valore superiore
all'altro,e perciò ciascun giudizio ha un valore per sè; e considerati tutti
fra di loro costituiscono una mescolanza. Quando il soggetto cominciaa
scorgerenella rapresentazione la proprietà più appariscente, quella sopra tutto
per la quale l'oggetto ha costantemente un valore speciale ed un uso,ed intorno
a questa nota costantemente si aggruppano, con nessi pi'i o meno 3. -
+1 intimi, altre note si principia a scorgere nell'oggettu i primi
rudimenti del sistema il quale può darsi non solamente tra le note dello stesso
oggetto, ma anche tra più oggetti, secondo il campo su cui si esercita
l'attività soggettiva. Intendere logicamente il sistema significa fissarlo nel
suo minimum primitivo ed in una forma più com plicata e seguirlo a mano a mano
sinoallaforma piiz completa in cui cessa di essere puro sistema e di venta
sistema funzionante, sistema di sistemi ed ganismo vivo. un si OL
L'intendimento del sistema è stata una delle pii grandi conquiste che ha fatto
il pensiero filosofico in generale ed il pensiero logico in particolare. Questa
parola che primitivamente ha significato la molte plicità scomposta delle cose
è stata ulteriormente usata ad indicare la molteplicità ordinata di esse. È la
filosofia di HEGEL che ha compreso il sis'ema nella sua forma più alta e come
non era mai stato fatto prima. Considerando Hegel l'universo come stema, si è
molto addentrato nella comprensione delle cose. E, come il sistema occupa una
gran parte cosi nel mondo della natura come in quello dello spirito, perchè
interviene in ogni grado di essi e senza il si stema nessuna cosa potrebbe
intendersi, cosi costi tuisce anche una sfera del mondo logico, tanto che senza
di esso non potrebbe intendersi il concetto che rappresenta in sommo grado
l'energia logica. Il sistema nella sua forma primitiva trova il suo
In questa forma primitiva il sistema apparisee, anche al soggetto
superiore, nel regno minerale ed inorganico od anche in tutto ciò che l'uomo,
serven dosi di materiali bruti ed amorfi, foggia pei suoi bi sogni; poichè qui
si hanno sempre forme inferiori di sistema.Qui le qualità connesse al sistema
sono co stanti finchè dura l'oggetto; non hanno una energia superiore a quella
meccanica, fisica o del chimismo inferiore od inorganico. Il sistema solare
presenta una forma più perfetta di sistema;perchè esso presenta una
molteplicità,un centro ed una periferia e gli uni di cui risulta sono di visi
fra di loro e dal centro per mezzo di grandi tratti di spazio e sono uniti al
centro del sistema riscontro nel regno minerale; il sistema della seconda
forma trova il suo riscontro nel regno della vita; ma anche qui si riproduce, quantunque
trasformato, il sistema della prima maniera. La forma più rudi mentale di
sistema si ha quando ilsoggetto aggruppa intimamente intorno alla nota più
importante dell'og getto altre note secondarie od intorno ad un oggetto
principale altri oggetti di secondaria importanza fra i quali passino rapporti
più o meno estrinseci. È questo il sistema quale apparisce alla soggettività
volgare la quale non sa considerare l'oggetto diver samente anche quando ha
dinanzi a sè un sistema nella sua più alta forma quale può apparire allo scien
ziato. per legge di gravitazione. Per quanto si osservi qui in la
alto grado di sistema, perchè ciascuno degli elementi non è autonomo,ma
connesso al centro, pure serva tra le parti di cui il sistema risulta una
grande estrinsechezza. Per trovare una più elevata forma di sistema dob biamo
entrare nel regno della vita e nei tessuti che co stituiscono l'organismo
animale o vegetale;ma anche qui il sistema si presenta in una grande e meravi
gliosa graduazione; perchè se in questa sfera gli ele menti che devono
intervenire non sono, si os non sono, come nelle
formeprecedenti,esseriinorganici,ma entidotatidi vita e di una più o meno
grande energia interiore e non sono divisi fra di loro per mezzo di distanzepiù
o meno grandi,ma sono in qualche modo in contatto fradiloro, ilcentroperò che
deve implicare ilsi stema non è sempre determinato, anzi non vi è nei sistemi
dei tessuti vegetali o nei tessuti di un'impor tanza inferiore degli
animali,comeperesempio iltes sutograssosoedil connetti vale. Per questa ragione
ė più perfetto quel sistema in cui gli elementi istolo gici che sono dotati di
vita sono non solamente con nessi od in contatto fra di loroma anche unitiinuna
comunione funzionale e che vi sia un centro ove con vergano le attività degli
elementi e che l'energia fun zionale dal centro s'irradii anche verso la
periferia. E, come vi è una sola funzione, quantunque assai multiforme, che
circola pel centro e per le parti che, per contrapporle al centro, possiamo
chiamare peri feria, vi deve anche essere la stessa identità di co
stituzione chimica tra gli elementi istologici di cui risulta il sistema.
I biologi distinguono il sistena dall'apparecchio il qnale consiste in un
complesso di organi di varia struttura, ordinatiinmodo fra diloroda
compiere'una: funzione di complessa natura.Cosisidice apparecchio respiratorio,
uditivo, visivo, ecc. Inteso l'apparecchio in questo senso, ha una importanza
logica intermedia tra l'organo ed il sisteina, superiore a quello, infe riore a
questo. Ma un siste.na della vita non ha che una funzione speciale e non
autonoma; perchè è connesso agli altri sisteini e non può compiere questa
funzione senza l'in tervento e l'aiuto di altri sistemi. È qui che l'auto nomia
del sistema principia a venir meno; perchè cia. scun sistema non fa che
compiere una funzione spe ciale in un sisteina che conprende tutti i sistemi
della vita, ciò che s'indica col no.ne di organismo. Anche dicendo sistema di
sistemi si dice sempre meno di quel che dice la parola organismu, la quale
include una grande intimità e reciprocità funzionale tra i singoli sistemi e
tra gli elementi istologici di cui risulta il sistema. Da questo punto di
vistasesideve riconoscere che il sistema circolatorio sanguigno sia un grande
si stema si deve però ammettere che non vi è nell'orga nismo un sistema più
compiuto del nervoso, sia per la elevatezza della funzione che per la
meravigliosa struttura e per la ricchezza e bellezza delle forme che esso
presenta. Nel sistema una parte può venire sottratta senza
cheilrestodies30vadainrovina;maun organo qualunque dell'organismo non può
essere tolto senza che l'organismo non perda una nota fondamentale della vita,
la quale induce una diminuzione generale della perfezione organica e funzionale
e se l'organo ha una importanza grande nell'organismo adduce la caduta o la
morte di esso. La parola fisiologismo adoperata nel senso moderno (non nel
senso antico e greco secondo il quale signi fica semplice attività naturale)
contrassegna la nota più saliente dell'organismo che è la vita animale.Però il
fisiologismo non è una sfera naturale autonoma ed indipendente dalle altre zone
inferiori naturali; in esso -46 Sipuò dire che solamente in questo
secolo,pei grandi progressi che si sono fatti negli studi sulla vita in senso
largo, si è potuta comprendere la grande importanza dell'organismo. Quando si
dice che l'uni verso èun organismosivuole indicare un fattodiuna natura assai
più complessa ed elevata che quando si dice che esso è un sistema. Quegli
elementi che nel sistema diciamo parti nell'organismo diventano organi
iqualisono, è vero, parti, manonconnessialresto più o meno estrinsecamente,
come avviene nel sistema ordinario; e sono elementi attivi e funzionanti pel
resto dell'organismo tanto che contribuiscono grandemente a tutta l'energia
dell'organismo e viceversa, questo dà ad essi un alto significato che, fuori
dell'organismo, non avrebbero. Ilchimismo, quantunquerappresenti una
seriedi fatti inferiori a ciò che costituisceilfisiologismo,pure costituisce
parte integrante di questo, cosi nel senso scientifico come nelsenso
logico,tanto che senzachi mismo non potrebbe darsi fisiologismo; poichè non vi
è funzione fisiologica la quale non implichi una serie di complicazioni e
riduzioni chimiche. E, poichè non vi è fatto chimico che non implichi nello
stesso tempo fatti meccanici e fisici; il fisismo èparte integrale del
chimismo,cosi scientificamente come logicamente,e per conseguenza anche
dell'organismo. Ed il fisismo si trova nel fisiologismo non solo come assorbito
dal chimismo, ma anche come indipendente da questo. Cosi nell'organismo, oltre
ai fatti chimici si trovano fatti anche puramente fisici, quantunque questi si
tro vino in complicazione coi fatti chimici e fisiologici; ma però il soggetto
può fissarlied isolarli dagli aitri fatti e considerarli come puramente fisici.
Avviene cosi nell'organismo logico quel che avviene nella natura in generale in
cui le zone inferiori sono ciascuna autonoma e per sè e nell'istesso tempo in
al troeper altro.La meccanica e la fisica rappresentano invece sono
implicate il chimismo ed il meccanismo ofisismo (adoperando anche questa parola
nel senso moderno non nel senso antico secondo il quale vorrebb e indicare
semplicemente il fatto naturale. Si sa che la fisica moderna studia solamente
alcuni fatti della n a tura, come la gravità, il calorico, la dinamica, l'elet
tricità,la luce,la vibrazione dei corpi,ecc.). alcuni gradi della natura
dove si manifestano in tutto il loro potere.Ed anche la chimica è una zona per
sé della natura,ma frattanto in questa devono ne cessariamente intervenire le
sfere precedenti, mecca nica e fisica, altrimenti non potrebbe sussistere come
chimica.E similmente i fatti più complessi della na tura quali sono la vita
vegetale ed animale non po trebbero sussistere senza le due zone precedenti;
giac chè non vi è fenomeno vegetale ed animale senza che v'intervengano fatti
fisici e chimici. Ifisiologi,inquestiultimitempi,avendo riscon trato fatti
meccanici nell'organismo ed una certa so miglianza dell'organismo al
meccanismo, si sono stu diati a tracciare le differenze che passano tra l'orga
nismo ed il meccanismo ed hanno conchiuso che l'organismo non è un meccanismo.
Per quanto giuste sieno state le osservazioni fatte, pure avrebbero rag. giunta
una più vera conoscenza dell'organismo se avessero detto che esso implica
ilmeccanismo, quan tunque il meccanismo che si trova nell'organismo non sia
come quello che si trova nei congegni meccanici, ma trasformato e complicato dai
fatti della vita;ondeé sempre una sfera dell'organismo. 18 Nel campo
psicologico si raggiunge la sfera della perfezione quando l'anima èdivenuta
organismo degli stati suoi, di sè stessa e dell'oggetto, ciò che è la mente; e
non si raggiunge questo punto senza essere passati pel meccanismo psichico
prima e pel chimismo poi;enondimeno queste due formediattivitàpsichica
esistono sempre nella mente come due sfere subordi nateefondamentali per
essa,tanto che quando l'or ganismo mentale comincia a decadere, permanentemente
o temporaneamente, ricomparisce il chimismo prima e poi gradatamente il
meccanismo come forme autonome psichiche,e,quandoperunaincompiuta educazione
psicologica,l'uomo non raggiunge la mente, si arre sta al chimismo. Il
meccanismo psichico pure contras segna la vita animale e l'ultimo stadio di
decadimento della mente già compiuta. La parola organismo trova più
propriamentelasua applicazione, che non la parola sistema, quando si vuole
significare in modo saliente quel che sia la famiglia, la società o lo Stato.La
molteplicitàdegliin dividui funzionanti di cui una società risulta,l'essere
questi individui animati da un fine comune che è lo
spiritonazionaleecheècomeilcentrodelle individua lità,la varietà di classi,di
funzioni, di aspirazioni, di attività in cui si possono scorgere tanti fini
secon dari o aspetti speciali e necessari del fine comune,onde non tutti
gl'individui partecipano all'istesso modo al raggiungimento di questo fine,
ilpermanere dello spi rito nazionale mentre gl'individui che vivono in esso e
per esso muoiono erinascono, fa diuno stato un or ganismo assai più complesso e
di un'assai più elevata natura che non l'organismo animale. E più lo stato ė
organico in questo senso e più è perfetto. Si può dire anzi che,dal primo
costituirsi dello stato sino allo stato come può essere ai giorni nostri, si
nota una tendenza a raggiungere la forma perfetta della orga nicità.
Quando si parla di organismo, sia che si tratti del l'organismo vegetale od
animale, che dell'organismo etico sihad'innanziunaltro fatto più complesso che ne
rende più difficile la conoscenza ed è che l'organismo non può essere
conosciuto in sè stesso se non è messo in relazione con tutto ciò che lo
circonda. La pianta non può essere conosciuta se non si conoscono le sue
relazioni con l'aria,col terreno,col calorico, ecc.La vita animale non sipuò
conoscere pienamente se non si vedono irapporti che la legano al cibo che
rappre senta il mondo esteriore, all'atmosfera, al clima, al luogo.Sisa che
l'animaleassorbisce qualche cosadal mondo esteriore e lo rende ad esso per
altri modi e per altre vie.Anche gli organismi etici non possono sussistere
senza un ambiente non solo naturale, ma anche etico. Uno stato non può esistere
senza il suo territorio,senza un determinatoclima,senzaiprodotti delsuolo,come
non pno aver una vita spirituale propria senza assimilarsi il pensiero degli
altri stati, senza essere in rapporto con essi e senza esercitare un'azione
sugli altri stati. Il soggetto, passando dall'oggetto in cui questo è una
mescolanza a quello in cui è un sistema ed a quello in cui è un organismo,
compie un lavoro giu dicativo chimico progressivamente intenso.Conseguen
temente larappresentazione dell'oggetto sidetermina sempre più e diventa anche
essa sistematica ed or Perchè si
abbia il concetto logico le note di cui il concetto risulta devono essere
comprese tutte nel loro organismo, di ognuna di esse deve vedersi la neces sità
e l'importanza; poichè se di qualche nota non si sa vedere la necessità, cioè
se non si vede diessa la connessione al tutto e dalle parti o agli altri organi
od alle altre parti dell'oggetto, mediante un giu dizio intimo od una serie di
giudizii, non si ha più ilconcettologico; siha allorala rappresentazione
logica. Sicchè la rappresentazione logica si ha non solamente quando delle
proprietà che costituiscono l'oggetto una o parecchie sono viste nella loro con
nessione intima con esso e le altre sono viste acci dentalmente, ma anche se
l'oggetto è compreso,nella maggioranza delle sue note, nel suo sistema e nel
suo organismo e solamente una nota di esso non è vista nel sistema o
nell'organismo, non si può dire che si abbia allora la conoscenza compiuta
dell'og getto;sihasempre una conoscenza inferiore cheè ganica non solo in
sè stessa, ma anche in connes sione con altre rappresentazioni; cosi anche a
mano à mano la rappresentazione bruta e puramente psico logica diventa
rappresentazione logica. Ma quando l'oggetto o la rappresentazione di esso è un
sistema od un organismo, allora siamo innanzi ad una nuova zona logica che è il
concetto che vuol dire conoscenza sistematica ed organica delle cose. Cosi si
può fare una distinzione precisa tra la rappresentazione logica ed il concetto
logico. Poichè la conoscenza sistematica ed organica del l'oggetto è
l'ultima a raggiungersi dal soggetto,s'in tende che prima di averlo pienamente
raggiunto, un certo numero di note ha dovuto essere considerato come
inesplicato od accidentale e non è stato espli cato se non dopo un ulteriore
studio del soggetto. La perfetta conoscenza di un oggetto o di un fatto può non
essere stata raggiunta dall'individuo che pensa;ma può possedersi dagli
scienziati o conser varsi negli annali della scienza; può ancora non es sere
stata raggiunta dagli scienziati. In tutti e due questi casi si è nella sfera
della rappresentazione lo gica, non del concetto. Finora i logici non han fatto
distinzione tra r'ap presentazione e concetto ed han contrassegnato l'una e
l'altro insieme con la parola idea. Si sa che la pa rola idea è stata
largamente usata dai filosofi greci, dai filosoa del Medio-Evo e del
Rinascimento e dai filosofi moderni e contemporanei. Quantunque dallo studio
delle opere di Platone e di Aristotele appari sca che questi due grandi
filosofi abbiano bene di stinto quel che ora si dice conoscenza rappresenta
tiva dalla conoscenza perfetta delle cose,la opinione dalla verità,pure
essi,usando la parola idea, pare 32 la rappresentazione logica. In questo
caso una o pa recchie note sono considerate come inesplicabili ed accidentali,
mentre le altre sono considerate come ne cessarie ed esplicate (la nota
esplicata è la nota con nessa all'oggetto mediante l'atto giudicativo).
che non abbiano tenuto conto di questa distinzione e l'abbiano invece
adoperata per indicare indistinta mente l'una cosa e l'altra: ciò che,
trattandosi di un fatto di tanta gravità per la scienza, non può non ingenerare
confusione ed equivoci nella mente del lettore. Gli stessi equivoci hanno
sostenuto, adoperando la parola idea i filosofi del Medio-Evo, del Rinascimento,
i filosofi moderni e contemporanei. Non si deve però noverare tra questi HEGEL
il quale frequen:emente nei suoi libri accenna alla differenza che deve pas
sare tra la rappresentazione e la nozione od il col cetto. E se è vero che
anche egli fa moltissimo uso della parola idea, l'adopera però per indicare il
si stema od i vari gradi del sistema dell'universo; ed in questo caso è chiaro
che la parola idea deve corri spondere al concetto. Ma, anche posteriormente
all'Hegel,ilogici, ado perando la parola idea, non han creduto necessario
dichiarare se essa deve corrispondere alla rappresen tazione od al concetto;
però nel fatto l'hanno adope rata per indicare l'una cosa e l'altra
indistintamente come si vede dai trattati di logica che circolano per le scuole
di tutte le nazioni. E vi sono anche alcuni logici che adoperano promiscuamente
le parole idea e concetto;ma non si può dire che la parola concetto che essi
usano corrisponda a quel che si è detto do vere essere il concetto, anzi,
stando a certe divisioni che essi ne fanno, si deve conchiudere che per concetto
essi intendono la rappresentazione. Cosi essi, tra le altre divisioni dei
concetti, ne fanno una in concetti chiari ed oscuri,distinti e confusi, completi
ed incompleti; ma un concetto che sia oscuro o con fuso od incompleto deve
essere una rappresentazione non un concetto. Per l'uso equivoco che della
parola idea si è fatto per tanti secoli e perchè può ancora ingenerare con
fusione nella mente, sembra necessario il non doverla più adoperare,tanto più
che le parole rappresentazione e concetto,che sono anche esse due parole
classiche, corrispondono benissimo a distinguere due gradi dif ferenti di
quello che i logici hanno indicato con la parola idea. La parola concetto
ha nella lingua latina ed ita liana un significato assai profondo e complesso;poiché
esprime l'ultimo e più compiuto risultato di un pro cesso, di una serie di avvenimenti
i quali hanno avuto il loro punto di partenza in un fatto che è il loro
presupposto necessario e la loro possibilità.E questi avvenimenti devono essere
legati fra di loro con legame tale di successione che ciascuno di essi non può
rappresentare che un dato grado del processo, non può prodursi cioè prima che
si sieno dati altri gradiod avvenimenti più o meno elementari che esso pre
suppone e da esso devono prodursi altri gradi più c o m plessi i quali menano
al pieno risultato del processo. Cosi si vede che la parola concetto include w
a storia e che questo processo concettuale si riscontra non solo nella natura, nel
suo insieme, ma anche in ogni grado di essa con questo diparticolare che più ci
eleviamo nelle sfere alte della natura, quali sono la sfera della vita e
dell'umanità,più questo processo. lin si esegue compiutamente e,
relativamente, in breve tratto di tempo ed ogni proprietà di ciascuno entedi
queste importanti zone della natura compie insieme con le altre proprietà una
storia. Quel processo che avviene nella vita dell'animale e della pianta
risponde bene a quel che è un concetto. Si sa che la pianta ha il suo punto di
partenza nel germe che può considerarsi come il grado infimo di essa,di là dal
quale non vi è nulla della pianta. Partendo dal germe la pianta attraversa una serie
di gradi,lo sviluppo delle foglie e la trasformazione di esse nel fusto, nei
rami, nei fiori e nel frutto che racchiude il seme, ciò che segna il grado ed
il limite ultimo dell'esistenza della pianta; onde essa parte dal germe e
ritorna al germe. Si può dire che nel germe sono implicati tutti i gradi della
pianta e che il grado che segue alla trasformazione del germe lo include come
un presupposto necessario e cosi pos siamo dire del grado successivo
relativamente ad es:a. È stato dimostrato che il fiore è una trasformazione
della foglia ed il frutto è una trasformazione del fiore e perciò anche della
foglia e che anche il seme sia una foglia trasformata; onde nel frutto sitrova
come un grado ad un presupposto necessario il fiore e perciò anche la foglia,
all'istesso modo che nel fiore sitrovalapossibilitàdelfrutto.Ora lastoria com
piuta della pianta si ha quando essa attraversa tutti questi gradi e si
considera uno di essi come quello a cui mirano i gradi precedenti, cioè il
frutto ed allora 56 possiamo dire di avere il vero concetto
della pianta. Cosi quando diciamo concetto diciamo anche sviluppo. Da ciò si
vede che il processo del concetto che è il concetto stesso delle cose non deve
essere inteso come una progressione aritmetica.Da un grado non sipassa all'altro
mediante una aggiunzione di qualche cosa a -- Ma gli avvenimenti di cui
risulta il concetto non solo devono essere legati fradi loro pel nesso di suc
cessione ma anche pel nesso di coesistenza; giacchè, quando il concetto è
dato,esso rappresenta un com plesso di avvenimenti o di proprietà le quali ha
con quistato e conservato nel suo processo,di cui ciascuna è necessaria, benchè
non necessaria all'istesso modo chelealtre,perl'attualitàdelconcetto;enon po
trebbe mancare senza che il concetto venisse sconvolto o degradato. Però
bisogna bene intendere questo conservare che il concetto fa delle proprietà che
acquista, nell'at traversare tutti i gradi necessari prima di attuarsi
pienamente; giacchè le proprietà di un grado non sono conservate come precisamente
tali nel grado seguente, ma sono conservate ed insieme trasformate e
complicate. Cosi nel fiore non abbiamo la somma delle qualità della foglia
insieme con quelle del fiore; ma le qualità della foglia si sono trasformateinquelle
del fiore, di modo che vi si conservano ma non come puramente tali,son divenute
cioè proprietà nuove.E questa trasformazione avviene in tutti i gradi che il
concetto attraversa. qualchecosaltro il quale, dopo l'aggiunta,rimanga come
puramente tale insieme con la cosa aggiunta, di modo che l'ultimo grado possa
essere considerato comelasommadeigradiprecedentiedincuiigradi precedenti si
conservino come puramente tali. In vero iprimi filosofi hanno compreso il mondo
come una progressione quantitativa;peressilaveritàdelle cose non era che un
risultato di una moltiplicazione o di una sottrazione dell'istesso principio
naturale; e l'esplicazione dell'universo dal punto di vista m a t e matico e
quantitativo è stato quasi sempre tenuto di mira dai pensatori e dagli
scienziati. Anche aitempi nostri in cui le scienze particolari possono dare
larghi contributi per arrivare ad una concezione organica delle cose e
dell'universo, è sempre il punto di vista quantitativo che esercita le più
grandi attrattive su gli scienziati, anche quando si tratti di argomenti i più
complessi ed ipiù remoti dalla quantità pura,come la vita sociale o nazionale o
la vita organica; si sa che anche ai giorni nostri ilcervello,come organo
supremo dellavitaorganicaementale dell'uomo, sicrede non po tersi altrimenti
intendere che considerandolo dal puuto divistaquantitativo.Ma ènotoche Platone ed
Aristotele avevanointravistochelamatematicaedilnumero sono insufficienti per la
comprensione piena delle cose e che l'Hegel e VERA, apiùriprese,hanno molto
insi stito nel far vedere l'importanza limitata della mate matica nel sistema
dell'Universo e nel far vedere che il sistema delle cose non può essere
compreso che dal punto di vista qualitativo e specifico il quale
però presuppone come un elemento subordinato la mate matica, ciò che è ben
diverso. a numero, quantità a quantità, mentre la chimica va
dall'identico al non identico, che è il vero processo delle cose. Il processo
chimico non esclude il processo matematico;perchè non può esservi processo
chimico senza il processo matematico; si sa che la chimica procede aggiungendo
atomi ad atomi, molecole a molecole, ciò che è processo quantitativo e, mentre
nella sfera della quantità, aggiungendo quantità a quantità, questa è
semplicemente aggiunta o sovrapposta a quella la quale,dopo questa nuova
aggiunzione, nulla acquista enulla perde della sua natura qualitativa
primitiva; aggiungendo all'in contro chimicamente atomi o molecole specifiche
ad atomi ed a molecole specifiche, viene come risultato un corpo avente
proprietà nuove, tutte diverse dalle proprietà che avevano gli elementi di cui
si compone il nuovo corpo. Si sa che l'idrogeno e l'ossigeno di cui sicompone
chimicamente l'acqua hanno proprietà diverse dalle proprietà che ha l'acqua. E
ciò si può dire di tutti i corpi composti relativamente ai corpi semplici di cui
risultano.È questo illato importante e meraviglioso del processo chimico. Noi
crediamo che il principio chimico, la cui importanza è sfuggita agl’antichi e
si è vista solo ai tempi moderni, possa, più del principio matematico,
esprimere bene il vero svolgimento delle cose; giacchè la matematica procede
dall'identico all'identico, aggiungendo numero a numero, Sembra ora
assodato dalla scienza chimica che l'immensa varietà dei corpi composti
inorganici ed organici si possano tutti scomporre in quei pochi e determinati
corpi semplici ora conosciuti. Ebbene, in qual modo con cosi pochi corpi
semplici si possono ottenere corpi innumerevoli con proprietà differentissime
gli uni dagli altri? Semplicemente mutando le disposizioni chimiche o molecolari;
od aggiungendo semplicemente una molecola di un nuovo corpo a molecole
costituenti prima un altro corpo o moltiplicando una molecola specifica di un
corpo composto di determinate molecoleo sottraendone alcune ad alcune. È questo
processo che ci dà corpi di natura tanto differenti e diversi. Ma se la
chimica occupa un largo campo nella natura, dalla materia prima alla materia cher
aggiunge la più alta forma complicativa, alla sostanza nervosa, dappertutto
nella natura essendo vi più o meno lente e continue complicazioni o semplificazioni
chimiche, il principio però chimico, quello secondo il quale di due o più cose
od elementi che si uniscono si forma un nuovo grado il quale ha proprietà nuove
e differenti da quelli dai quali risulta, rimane non solamente nella natura ma
anche nella storia delle cose naturali ed in quelle dello spirito. L'ANIMALE
non s'intende aggiungendo alle note che costituiscono LA PIANTA, la sensibilità
ed il movimento; e se è vero che ALCUNE QUALITÀ DELLA PIANTA SI TROVANO
NELL’ANIMALE, queste hanno assunto una natura tutta nuova nell'ANIMALE, tanto
che, rigorosamente parlando, ciò che costituisce LA VITA DELLA PIANTA non si
rinviene punto COME TALE nell'ANIMALE; perchè quelle note che costituiscono la
pianta sono nell'animale elevate ad una nuova zona e vivificate e complicate e
moltiplicate da una nuova vita. La nutrizione dell'animale è tutta differente
dalla nutrizione della pianta, all'istesso modo che la struttura organica della
pianta differisce dalla struttura animale. Ciò porta necessariamente una differenza
notevole nella storia della pianta ed in quella dell'animale. Sicchè tutto è
nuovo nell'animale relativamente alla pianta e si ha nell'animale una nuova e
complessa serie di proprietà tutte differenti dalle proprietà vegetali. Cosi
una proprietà che si aggiunga modifica tutte le altre proprietà, come fa la
sottrazione di una data proprietà o funzione nell'animale. Nella storia
organica e psicologica del REGNO ANIMALE troviamo dominare lo stesso principio.
Giacche, se vi è una vasta scala di specie animali, in ciascuna specie la
modificazione di una data proprietà organica e psichica, relativamente ad altre
specie, adduce con sė una corrispondente trasformazione di tutte le altre
proprietà organiche, funzionali e psichiche. Cosi la forma esteriore degl’animali
non è indifferente al loro grado di energia funzionale e di energia psichica. La
sensibilità è varia secondo le varie forme organiche, secondo le varie forme di
sistema nervoso. I movimenti sono vari secondo che è varia la sensibilità ed è
vario il sistema schelettico ed il sistema muscolare. Una Inoltre
l'individuo come tale ha attribuzioni che non -varietà organica dunque
non si ha senza avere unà varietà di tutte le altre proprietà e funzioni
dell'animale; cosi di ogni proprietà animale. Si sa inoltre che alla VITA di
uno stato devono con correretante condizioni, tanti fattori. Ma c'inganniamo se
crediamo che ciascuna condizione non eserciti secondo il suo grado alcuna
azione determinante su tutte le altre condizioni e perciò su tutta la vita
nazionale. La ricchezza non è nè il solo fine né il solo fattore di una nazione.
Ma uno stato ricco può avere un gran mezzo per creare condizioni necessarie ad
elevare lo spirito di una nazione in tutti i suoi aspetti, a far felice la fa
miglia e gl'individui; e d'altra parte uno spirito nazionale elevato trova
molte vie aperte all'acquisto della ricchezza. I grandi individui
contribuiscono a far grande una nazione e d'altra parte sono le grandi nazioni
che fanno le grandi individualità. Un'alta vita reli giosa non può intendersi e
compiersi che nelle grandi nazioni e d'altra parte lo spirito religioso dà un
ele vato contenuto all'arte,allaletteratura, spingegliuo mini alle
investigazioni scientifiche e filosofiche, può dare indirizzi nuovi alla vita
politica, commerciale, economica dei popoli, può dare un'impronta speciale a
quel che sidice spirito nazionale. Ciascun fattore della vita sociale dunque,
mentre è modificato dagli altri fattori, dal loro grado di energia o di
decadimento, contribuisce a modificare,svolgendosi,quale che sia il suo grado,
gli altri fattori. ha come faciente parte della famiglia in cui acquista
nuove e più alte qualità,onde,senza il sacrifizio e senza l'abnegazione
dell'individuo,lafamiglianon può vivere una vita rigogliosa. Cosi le
attribuzioni della famiglia sono differenti da quelle dello stato, quan tunque
senza la famiglia lo stato non potrebbe essere, essendo questo costituito di
una moltitudine di fa miglie e perciò d'individui, i quali nello stato acqui
stano nuove e più alte qualità; onde nello stato le famiglie e gl'individui non
sono come sono fuori dello stato, Il principio chimico domina cosi la vita
della n a tura e dello spirito,non ilprincipio matematico, quan tunque la
chimica implichi e presupponga lamatema tica senza la quale né il chimismo, nè
la natura, nè lo spirito stesso potrebbero essere.Onde,sepuò dirsi che il
chimismo è lo schema dell'organismo delle cose, la matematica può dare lo
schema quantitativo del chimismo e per conseguenza dellecose; ma perquesto è
più lontana che non la chimica dalla realtà che non può intendere e che è sopra
tutto qualitativa; ed è la chimica che fa intendere il concetto e che costi
tuisce la seconda zona logica e che è parte integrante della vita del concetto
più che la quantità la quale può corrispondere alla prima zona logica.
S'intende che qui si parla del chimismo logico, non della chi mica come sfera
della natura, la quale ha anche essa il suo concetto, come qui si parla della
matematica come principio logico;non della matematica come sfera
speciale del pensiero e delle cose; poichè come tale ha anche essa il suo
concetto. Sicché non si nega che la matematica possa dare un certo schema della
realtà e che perciò non sia una certa logica; si afferma solamente che essa ci
dà uno schema assai povero della realtà, che non ce la fa intendere. In vero la
logica classica non è stata che la logica matematica e se vi sono oggi dei
logici i quali, coltivando la logica intesa matematicamente, credono di
coltivare una nuova logica, essi s'ingannano, quantunque però diano nuovi
svolgimenti alla vec chialogicalaquale,se nonpuòesserelalogicadella vita e
dello spirito,può essere però la logica delle sfere inferiori della natura, della
meccanica, in tutti i suoi gradi, e della fisica intesa come grado della natura
in generale. Si sa che tutti i fatti meccanici e fisici possono ridursi a
formole matematiche, quan tunque allora non saranno la meccanica e la fisica
che ci guadagneranno, le quali sono sfere molto più con crete e ricche che le
matematiche pure; onde,ridotti i fenomeni meccanici e fisici a schemi
matematici, essi perdono la loro concretezza, perchè sono semplificati (le cose
non potendo essere intesa che dal punto di vista semplificativo
ecomplicativoinsieme;onde,s'in tende la meccanica e la fisica non solamente
quando sono intese matematicamente, ma quando sono intese matematicamente ed
insieme meccanicamente e fisica mente; in quel caso guadagna però la matematica
la quale estende i suoi confini). I fatti però meccanici e fisici
dell'organismo non sono cosi facilmente riducibili a schemi matematici; non
avendosi allora il meccanismo ed il fisismo puro od inferiore, ma ilmeccanismo
ed ilfisismo come gradi dell'organismo,onde quei fatti sono allora determi nati
da cause chimiche ed insieme fisiologiche e per ciò sono di una provenienza
oscurissima e complica tissima; perchè il fatto meccanico o fisico può essere
effetto di moltissime e svariate condizioni organiche e sono nello stesso tempo
effetto e causa di altri fe nomeniorganici.Cosisipuòdiredei fenomeni psi chici
e sociali; onde, per quanti sforzi la matematica faccia per entrare in questo
regno, essa non potrà impadronirsene mai, potrà però calcolare matematica mente
i fenomeni estrinseci di essi.Ciò conferma sem pre più il principio che non può
essere la matema tica lo schema della realtà; ma è il chimismo. Aristotele, il
primo grande logico dell'antichità e quasi il fondatore della logica, le cui
dottrine per secoli hanno doininato e dominano ancora nelle scuole, perché non
si possedeva ai suoi tempi una conoscenza profonda della natura e dello spirito
come si possiede ora, non poteva darci che la logica quantitativa che si può
considerare come il grado primitivo e più ele È lo studio profondo dei
fenomeni biologici come in gran parte è stato compiuto ai nostri tempi, che può
farci vedere la grande importanza del processo logico chimico per raggiungere
il vero concetto delle cose;e ciò non era possibile prima dei nostri
tempi. mentare della logica. Hegel poi può dirsi il fonda tore
della nuova logica più per avere fatto vedere l'insufficienza della logica
classica ad intendere la realtà anzichè per averci dato compiuta la nuova lo
gica;e ciò perchè anche ai suoi tempi gli studi na turali e biologici non
avevano raggiunto quell'alto grado cheraggiunsero posteriormente. Nondimeno
l'ap parire della logica di Hegel segna nella storia un'e poca
grandiosa;poichè,per mezzo di essa sono state poste le basi e si sono fatti i
primi passi della lo. gica reale come può aversi e svolgersi ai nostri tempi.
Inteso il concetto come l'ultimo risultato del pro cesso storico e chimico
delle cose non ha più quel l'importanza che ha nella logica classica il
capitolo della comprensione e della estensione dei concetti, in cui il concetto
è inteso solo quantitativamente. Bisogna distinguere il concetto che sta per
co.n piersi dal concetto compiuto; quello può essere chia mato concezione o
concepimento che indica appunto l'atto del compiersi del concetto. Ora
nell'atto che il concetto si forma attraversa vari gradi di cui cia scuno, se è
considerato come arrestato nel suo c a m mino,può essereconsiderato come
unconcettopersė; e si considera come grado di un altro concetto se as sume
qualità e forme nuove di esistenza tanto che puòcorrispondere adun concettopiù
compiutodiesso; ed in questo caso esso fa parte della concezione o del
concepimento del nuovo concetto; e ciò può dirsi di ogni
concetto. Considerando da questo punto di vista l'universo, si scorge
facilmente che ogni sfera,ogni grado di esso è insieme concepimento e concetto,
cioè è assorbito e complicato chimicamente in un concetto più alto e nello
stesso tempo può essere considerato come un con cetto in sè. Questo duplice
fatto forma dell'universo un vasto sistema e nell'istesso tempo un grandioso
organismo;perchè ciascun concetto è in sè e per sè ed insieme in altro e per
altro. conce Questo principio si osserva con evidenza in tutte le zone
delle mondo della natura. I minerali ed i feno meni fisici sono insieme in sè e
per sè in una deter minata zona della natura (concetti); ma essi sono per la
chimica relativamente alla quale sono pimento.Cosi la chimica rappresenta anche
una de terminata zona del mondo naturale;ma, mentre è in sè, e perciò è un
concetto, è anche concezione;perchè la chimica è per la vita della pianta e
dell'animale e perciò, mediatamente,anche ilminerale è per lavita. Nel regno
della vita questo processo diconcepimento continua; perchè, quando è data la
forma infima della vita vegetale, si passa da forme vegetali semplici a forme
gradatamente e successivamente più complesse sino all'ultima forma vegetale che
potrà dirsi la più compiuta.In questo processo quei gradi che inatura listi dicono
specie rappresentano appunto la conce zione della pianta;per cui ciascuna
specie èinsieme concetto e grado del concetto superiore.Lo stesso può dirsi
della pianta relativamente all'animale e del mondo della vita animale in
generale. Quando si considera l'uomo nell'ordine della natura sembra che in
lui si abbia l'ultimo risultatodellastoria e del processo naturale; ma d'altra
parte l'uomo non è per sè solamente; perchè egli è quel che è per la famiglia e
per lo spirito nazionale che egli contribuisce a formare ed in cui vive e si
muove,all'istesso modo che lo spirito nazionale è per Dio che è il puro per
fetto spirito in cui perciò si ha il vero concetto ed a cui tutta la concezione
dell'universo aspira; perchè Dio non è più per altro ma per sè ovvero ė inaltro
per sè; e tutta la vita ed il movimento della natura e dello spirito terreno
non sono che un processo di ele vazione a lui e fuori di lui non sarebbero e
non po trebbero esplicarsi. Cosi vi è un solo concetto e l'universo è una serie
di concepimenti che sono relativamente concetti.E questi concetti costituiscono
un processo di compli cazione che è chiuso tra due limiti estremi, il massimo
ed il minimo. Il limite minimo si ha nell'elemento primo della naturaeperciò
del pensiero,diqna dal quale vi è il sistema e l'organismo dei concetti, di là
dal quale vi è il nulla della natura e del pen siero. Come tale questo limite
minimo dei concetti può essere concepimento od elemento del concetto che segue
ma non concetto.Il limite massimo ècostituito dal concetto assoluto, di là dal
quale vi ha del pari il nulla e di quà dal quale vi è tutto ilsistema e l'or
ganismo dei concetti. Ciò posto i concetti sono nella natura e nello spi
Le cose sono cosi in se stesse, obbiettivamente, con cezione e concetti; ed il
soggetto, volendo conoscerle, deve seguire lo sviluppo di ciascuna di esse, dal
suo primo ed infimo grado sino alla sua più compiuta realtà;deve seguire il
processo del formarsi e del trasformarsi delle proprietà costituenti l'oggetto
che siconcepiscesinoalsuoultimostato,come avviene degli enti morti o sino al
massimo grado della sua energia, come avviene degli esseri viventi o degli or
ganismi etici.Quandoilsoggettoavràcompiutoquesto lavoro psicologico insieme
elogico di concezione in modo che questo processo corrisponda alprocesso
obbiettivo rito, e perciò nel pensiero,dispostiinmodo seriale; onde
ciascun concetto che è tra i limiti ha un prima ed un dopo ed è concetto del
concepimento 'precedente e concepimento del concetto seguente.Non sipuò dire
però che il concetto che precede sia compreso come tale e nel senso della
logica classica e con tutti i concetti precedenti dal concetto seguente; poichè
il chimismo che domina il processo dei concetti non a m mette la comprensione nel
senso classico, che è conside ratain senso puramente quantitativo. Del pari non
si può dire che ciascun concetto si estenda in altri concetti; perchè esso è
chimicamente assorbito e trasformato dal concetto che segue immediatamente e
non si può tro vare come semplicemente tale in altri concetti'; onde la
estensione secondo la logica dei secoli non risponde al vero; perchè in questa
i concetti sono estrinseci gliuniagli altri, per cui non vi è organismo di concetti.
della cosa, egli allora avrà raggiunto il concetto di essa: ciò che può dirsi
cosi dei singoli concetti o di un si stema di concetti che del concetto
assoluto. L’economia nella vita dell’animale e dell’uomo. L’attività
economica è una nota propria e fondamentale della vita animale ed umana.
Essa è rappresentata prima dalla fisiologia, cioè dalle funzioni
dell’organismo. Ogni funzione organica, studiata analiticamente, dimostra una
dualità, cioè due termini: l’organismo vivente che rappresenta l’unità
degli organi funzionanti; e il mondo a lui esteriore con cui è in continuo
rapporto (alimento, ossigeno dell’aria, acqua, calore, luce, ecc.). L’uno
dei due termini scisso dall’ altro annullerebbe insieme con la vita l’attività
economica; e l’organismo dovrebbe disfarsi. La vita,
sostenuta da organi di elevata struttura e costituzione chimica, implica l’
unità degli elementi istologici, dei tessuti, dei sistemi e degli organi
che la rappresentano. Ma la funzione di ciascun organo e sistema, mentre
ha un fine che si esercita o dentro l’organismo, in aiuto ad altre
funzioni, o fuori dell’organismo, contro il mondo esteriore per dominarlo
e farlo servire ai suoi bisogni, deve implicare una continua
perdita materiale degli organi funzionanti, che si riduce
contemporaneamente in una degradazione chimica di sostanze componenti i
tessuti e gli organi, dallo stato di elevata natura a quello di più
elementare costituzione molecolare. Nello stesso tempo deve associarsi ad
uno sviluppo di forze fisiche (forza meccanica, vibrazioni molecolari,
calorico, elettricità). In tal modo i due termini debbono entrare
in un rapporto molto intimo e continuo fra di loro; giacché il termine
esterno naturale, rappresentato dall’alimento, dall’ossigeno dell’aria,
dall’acqua, deve diventare interno. Infatti l’alimento da sostanza
esterna e morta, quantunque di elevata costituzione chimica. I
giacché è stata vivente, come la carne, le uova, il latte, le erbe,
frutta e semi di varie piante, modificati esternamente e poi ingeriti
dall’animale e dall’uomo, vengono ancora modificati, ridotti in sostanze
relativamente semplici. Passate poi nel circolo sanguigno vengono ancora
modificate dalla presenza dell’ ossigeno che i globuli rossi del sangue hanno
fissato per nutrire i tessuti in contatto dei quali sono messi e dai
quali si compie l’assimilazione. In tal modo il cibo raggiunge la sua
massima elevcizione; da termine esterno e morto diventa interno e
vivo. Ma qui comincia la scissura interiore, onde il termine interno
diventa per mezzo della funzione anche esso morto in alcuni suoi elementi
e le sostanze che lo costituiscono, decadute e semplificate, vengono così
restituite al mondo esterno, per mezzo dei reni, della cute, del polmone
e ancora modificate dalle glandolo di speciale segrezione; all’ istesso modo
che l’energia che costituiva il termine interiore si risolve in forze
meccaniche e fisiche le quali si spengono entro l’organismo stesso e nel
mondo esteriore, anche per mezzo del lavoro. Il termine interiore
che da prima è un organismo vivente di elevata struttura, perchè è e
sussiste, si può chiamare bene, secondo lo scrittore del j)rimo capitolo
della Genesi, per cui è bene tutto ciò che è creato da Dio; ed il
termine esteriore, perchè anche esso è e sussiste, si deve anche
esso chiamare bene; ma, poiché deve essere degradato come tale, e
trasfor % maio e ridotto nei suoi elementi; diviene male. E
male il decadere, lo scomporsi, il menomarsi degli enti. Ma, poiché dai
suoi elementi di nuovo si ricompone, si organizza ed alimenta la
vita, diviene di nuovo bene; ma bene interno, come il bene interno si trasforma
in male interno airorganismo da prima, poi in male esterno; perchè nei
suoi elementi primi si trasforma in male esterno, cioè in elementi
inorganici senza una finalità superiore. Ma di nuovo può divenire bene esterno,
perchè per mezzo di essi si possono ricostituire i beni esterni più
elevati (piante, animali, ecc. Il bene cosi si trasforma in male e questo
in bene. L'antico detto corruptio unius gene ratio alterius esprime un
principio che domina il regno della vita vegetale ed animale, giacché
anche la pianta si trova in una posizione dualistica tra sè e il mondo a lei
esteriore (il terreno, Tarla, la luce) ed è perciò in lotta con esso che
tende a conquistare, come questo è in lotta con la pianta. L'animale è in
una lotta più intensa col suo termine esteriore, la natura, come
questa % è in lotta contro l’animale. E questo lo schema più
semplice della vita vegetale ed animale. Distinta cosi l’attività
economica in due termini e fatta l’analisi di questi, apparisce più chiaro
il concetto generico di economia. Quantunque questa parola sia stata
adoperata la prima volta in Grecia ed intesa come legge, amministrazione
della casa, implica anche il concetto di soddisfazione, di
godimento, che gli animali e noi abbiamo di qualche cosa che
dalTesterno penetri nel nostro organismo. Coinvolge anche il concetto
d'integramento, conservazione, elevazione di qualche cosa di materiale per mezzo
del lavoro delTuomo o per opera della natura stessa, ma che rimane sempre nel
mondo esterno alTuomo e di cui questi può cercare di godere. Importa
notare la differenza tra Teconomia della vita animale e quella delTuomo, che
implica insieme con la vita organica o animale, qualche cosa di superiore o
mentale. Benché una grande differenza vi sia anche nel regno stesso
delTanimalità, nelle sue varie specie, dall’aniraale infimo a quello
della più complessa organizzazione, giacché dalla prima alla seconda
specie il processo della vita si va sempre più complicando e
specificando, alT istesso modo che si complica ed aumenta di volume
Torganisrao nei suoi tessuti e nei suoi organi; onde si ha
un'organizzazione più vasta e complessa, pure in quest'arapia graduazione di
animali lo schema dell* economia della vita è identico in tutti; benché
varia sia la quantità dell' alimento ingerito ed assimilato e poi
consumato e ridotto ad elementi semplici, come corrispondentemente varia
sia la somma delle forze fisiche esplicate. L'animale infatti, a
qualunque genere o specie appartenga, non vive che monotonamente, sempre
nel presente, benché varia sia la sua attività esplicata per vivere, secondo la
natura della specie a cui appartiene, e vario sia l'ambiente naturale
e climatico in cui vive. Esso non ha cura che per conservarsi e per
fuggire i pericoli che lo minacciano; cerca la tana, il cibo, e l’acqua
per dissetarsi; alleva con molta cura i suoi nati e provvede per il loro
alimento; li protegge contro le insidie degli altri animali sino a che
essi non possano vivere da sè. Non provvede pel suo avvenire e, durante
la vita, non è suscettivo, a causa delle limitate sue condizioni
psicologiche, a migliorare la sua posizione economica, come è avvenuto
pel suo passato in cui si è riprodotto sempre identicamente lo stesso
tipo e la forma del suo organismo. Dall’animale all’uomo si fa un
passo gigantesco; giacché questi, a causa della superiorità della
struttura del suo organismo e della sua intelligenza, si volge a studiare
continuamente sè e il mondo esteriore. Avendo il suo organismo molteplici
bisogni, egli si sforza di soddisfarli per mezzo delle sostanze che trova
nel mondo esterno; e, a differenza dell’animale, prevede i suoi bisogni
avvenire e provvede come può affinchè nulla abbia a mancargli pel futuro.
E, se tende da prima a sfruttare la natura, come fa l’ animale, di poi,
apprendendo da essa stessa i suoi metodi, si sforza di produrre ciò di
cui ha bisogno per vivere (piante ed animali speciali). Si apn; cosi all’
uomo il campo della produzione dei beni naturali di cui ha bisogno,
e % che può ottenere per mezzo deir ingegno e del lavoro. E
una lotta che egli deve sostenere contro la natura, che ha avuto
principio col suo primo apparire sulla terra, che è andata sempre crescendo ed
intensificandosi lungo il processo della storia e con lo sviluppo della
civiltà; e che non avrà mai fine, finché dura la vita umana. La
materia economica non può perciò essere intesa fuori della sua storia, anzi
essa fa una sola cosa con la storia delr umanità; giacché questa ha la sua base
nell' economia e senza di questa non potrebbe essere; all' istesso modo
che nessun aspetto 0 grado del mondo naturale ed umano sfugge alla storia
e fuori di questa non potrebbe comprendersi. La scienza economica dunque
deve trattarsi storicamente. È questo un tentativo che può farsi solo oggi, in
tempo di un grande sviluppo dell'esperienza e della rifiessione umana, in
cui il pensatore acquista coscienza di sé, dei propri bisogni fisiologici e
mentali e del mondo esterno naturale, in ciò che può soddisfare i detti
bisogni. Questa materia cosi deve essere studiata nei suoi due termini, il
soggetto e l'oggetto, economici, ciascuno nella sua storia e nel suo
rapporto con l'altro, senza del quale nessuno dei due termini potrebbe
sussistere sotto l'aspetto economico; e questo rapporto é tutto tra i due
termini, per lo quale questi si uniscono e dividono continuamente. È la storia
dell’umanità e della natura insieme nel loro aspetto drammatico. Nel
trattare i principii naturali di economia bisogna trarre insegnamento
prima dello studio della storia del’umanità. Ma nella storia fatta dagli
storici più valorosi e rinomati l'aspetto economico non è messo gran
fatto in evidenza; come se per loro non avesse avuto che un' importanza
trascurabile; non veniva perciò compreso e considerato nella sua
obbiettività e non si sognava che un giorno i posteri sarebbero stati
curiosi di conoscere, nei suoi particolari, il metodo e la materia dell'
attività economica dei popoli di cui si narrava la storia. Si
credeva che il cibo e gli altri beni di cui l'umanità ha bisogno
sarebbero stati sempre abbondanti e perciò non meritava che gli
uomini se ne preoccupassero. Del resto anche gli storici più recenti
si sono cosi condotti verso l’aspetto economico della popolazione. Pure in ogni
scrittore non possiamo non trovare qualche accenno alla vita economica
delle nazioni di cui si narra la storia 0, se non alla economia normale,
aireconomia patologica, come la carestia, la pestilenza, i risultati della
guerra, le emigrazioni e le immigrazioni, i perturbamenti della natura
fatti per opera della mano deiruomo, che, facendo vedere la deviazione
del processo economico normale e naturale nella storia, fanno meglio
vedere le necessità di questo. Avviene così nel campo economico
quel che avviene nel regno della vita, per cui le malattie che sono
la deviazione funzionale degli organi dal processo tipico normale
della vita, che apportano anche una corrispondente alterazione chimica,
istologica ed anatomica degli organi, hanno dato non pochi contributi
alla conoscenza delle funzioni normali della vita. Vi sono poi le grandi crisi
economiche nazionali o universali, come quella che ora si attraversa sull’
incarimento del costo della vita, un fenomeno nuovo e gigantesco che non
ha avuto l’eguale nella storia, la cui origine oscura ci obbliga a
riflettere e a meditare per risolvere l’enigma. Vi sono inoltre gli
errori della storia che il popolo stesso compie per suo proprio istinto o che
compiono gli uomini di governo, errori di cui è piena la storia e che,
con le loro conseguenze patologiche, fanno meglio comprendere il processo
logico e progressivo della storia come avrebbe dovuto essere. Cosi è
stato disastroso per la vita dei popoli il non avere compreso la natura
propria della moneta che si è voluta sempre di metallo prezioso, per
cui alla scarsezza di questa si debbono alcune rivoluzioni ed un
arresto nello sviluppo del lavoro e della produzione dei beni e r
arricchirsi di alcune nazioni che ne hanno molta a danno di altre che ne
hanno poca. Ma il presente stato economico del mondo in cui l’industrialismo
ha raggiunto un grado di vitalità esuberante da per tutto ed attira l’energia e
l’operosità del maggior numero degli uomini i quali affluiscono nelle
industrie e nelle città disertando i campi e i villaggi, ci spinge a
studiare il presente fenomeno e, mettendolo in relazione col passato economico,
ci apre la via ad intendere la storia economica deir umanità. Ma la
storia economica che fa una sola cosa con la storia politica, artistica ed
intellettuale delle nazioni, nell’ aggregarsi o disgregarsi continuo di
queste, è certo un grande e cospicuo periodo del processo logico della
storia del mondo ed è anche quello più memorabile: quello cioè che, per
essere stato esperimentato primitivamente da alcuni uomini, riconosciuto e
provato da altri, aggruppati da prima in piccole tribù o società, e poi
esteso, ad altri, è trasmesso a mano a mano ai posteri col contatto degli
uomini, attraverso il loro nascere, crescere e morire. E l’attività
economica che è stata sempre viva nella storia, quantunque abbia operato in
modo inconscio agli uomini, negli ultimi due secoli ha raggiunto uno
sviluppo considerevole insieme con lo sviluppo industriale e con
l’estendersi del commercio nel mondo. Questa da prima si è sviluppata
istintivamente ed impulsivamente per mezzo dell' ingegno dell’uomo che ha
saputo trovare ed aprire le vie; poi è venuta la scienza dell' economia
industriale e commerciale, che ha riconosciuto i fatti compiuti e ne ha
formulato e cercato di spiegare le leggi. Sicché non è stata la scienza
economica che ha destato l’attività economica, bensì questa ha dato origine a
quella. Si può rintracciare dunque, attraverso la storia
intellettuale, politica e pratica dell’umanità, una storia economica. Ma
la storia politica rappresenta il processo degli avvenimenti umani di cui
si conserva memoria; si è perciò innanzi ad un’epoca molto avanzata dalla
storia, quella in cui l’uomo ha cominciato ad acquistare consapevolezza
della sua superiorità sulla natura e della possibilità del suo dominio
sugli uomini inferiori per ingegno ed attività pratica. Ma la storia memorabile
e memorata presuppone la preistoria, che è di là dalla memoria degli
uomini e che nondimeno ha dovuto preesistere alla storia. Come nessun
aspetto della civiltà e delle istituzioni umane sfugge alla preistoria,
quale il linguaggio, la politica, l’arte, la religione, ecc., così
avviene dell’economia e della scienza economica. E la storia d’altra parte si
connette alla preistoria di cui è continuazione e complicazione, onde si può
dire che nella preistoria si trovano i principii economici più semplici
ed elementari che nella storia progressivamente si sono andati
complicando; ma che sono sempre vivi ed attivi nella storia ulteriore: ed
appariscono nella loro semplicità nelle grandi crisi di economia sociale,
quando si sente il bisogno di tornare alla vita naturale e primitiva. Non
bisogna però ammettere una barriera tra la preistoria e la storia. Ciò
che fu il principio è la base odierna deir edificio economico.
Quantunque la preistoria pura e primitiva sfugga alla nostra
osservazione, pure, come è avvenuto pel linguaggio, strumento fondamentale
deirintelligenza e deir attività pratica umana e del progresso
scientifico, si può rintracciarla prendendo le mosse daireconomia
naturale che può avere rappresentato essa sola neirepoca preistorica
tutta T umanità, che di poi divenne storica, economia che anche oggi deve
essere considerata come il sostegno deireconomia storica, industriale
odierna, e senza la quale questa è destinata a fallire. In questo senso,
guidati dalla logica della realtà delle cose e dalla psicologia
speculativa, si può rintracciare il processo preistorico dell’ economia.
Il punto di partenza è qui Teconomia fisiologica, comune da prima all’animale
e airuomo, giacché ambidue sono soggetti economici che hanno la natura
come termine a loro opposto. Ma, mentre, come si è detto, la soggettività
animale ha un arresto nel suo sviluppo, la soggettività umana all’
incontro prosegue senza limiti, cercando di conoscere la natura ed adattarla
alla soddistazione dei suoi bisogni, che con la sua intelligenza sa
scoprire in sé, nel suo organismo e nella sua mente, nuove lacune
da colmare. A differenza però deiranimale in cui Torganismo si sviluppa
rapidamente, onde breve è per esso il periodo in cui ha bisogno delle
cure dei genitori, perchè ben presto può fare uso delle sue forze e
rendersi indipendente, onde vive guidato dai suoi istinti, l'uomo all’
incontro ha bisogno di un certo numero di anni per potere da sé
provvedersi del cibo e colmare tutti i suoi bisogni. Ben presto morrebbe
se, appena nato, non avesse le cure materne, ed anche se venisse
abbandonato a sé stesso neH'infanzia e neiradolescenza. Molte altre cure
poi richiede, ed anche un certo numero d’anni, se egli vuole educarsi,
esercitare un facile mestiere od una difficile professione; e volesse
elevarsi nella sfera dell’ alta cultura, dell’arte o della scienza. In
questo lungo periodo della sua vita il giovanetto è allevato e educato
dalla famiglia, o dalle istituzioni di beneficenza, dall’iinsegnamento pubblico
e dalla religione. In tutto questo periodo dell’infanzia e della
fanciullezza il dualismo è rappresentato dal fanciullo, ente passivo
nella sua attività, e dalle istituzioni familiari e sociali, che sono il
termine veramente attivo, il quale, servendosi di elementi c vie
naturali, eleva e conduce il bambino all’attività pratica, affinchè
possa col tempo provvedere ai suoi bisogni. Il giovanetto,
diventato adulto, deve da sè solo risolvere il problema dell’esistenza,
per quanto possa essere agevolato dalle istituzioni; allora egli si
trova d’innanzi alla natura alla quale domanda i mezzi di vita 0 di
conservazione. Questi sono rappresentati dal ricovero e dall’alimento che
è fornito dagli animali e dai frutti e semi di piante; e vegetali di una
elevata costituzione chimica. Qui comincia la lotta tra 1’ uomo e la natura.
Questa è da prima provvida madre per lui, onde gli concede facilmente ciò di
cui ha bisogno, ma non senza che egli taccia qualche sforzo,
qualche fatica, andando in cerca deU’alimento, sottomettendosi anche
a gravi pericoli e spesso rimanendo vittima delle intemperie o
degli animali che egli ha cercato di abbattere e conquistare. E
questa la condizione dell’ uomo primitivo che non ha avuto dal passato
insegnamenti e tradizioni; per cui l’esperienza e l’osservazione debbono
cominciare da lui che è fornito di un organismo che si presta ad una
grande varietà di lavori; e di intelligenza che gli è guida all’ attività
pratica, allo studio ed alla conoscenza della natura della quale cosi può
meglio servirsi; e conserva memoria delle sue conquiste, passate e presenti. Ma
la natura, dà all’ uomo i mezzi di vita, purché li cerchi, non glieli assicura
per sempre. Comincia cosi l’attività per la ricerca del cibo e comincia
ancora un’epoca di disgregamento per la ricerca dei luoghi dove la natura
fosso più ferace di veg'etabili e di animali, atti a far vivere l’uomo. In
quest’ epoca, certamente non breve, si ha un grande disgregamento del
genere umano, in tutta la superficie della terra, per quei luoghi dove la
vita fosse possibile; giacché in quest’epoca in cui il lavoro collettivo non
era ancora principiato, l’uomo voleva essere solo con la sua famiglia a
conquistare e a godersi la preda. D altra parte 1’ uomo in lotta con la natura
primitiva, che si slanciava ad imprese difficili ed audaci, in tempi in
cui l’aria sulla superficie della terra era buona ed in cui
ralimentazione era prevalentemente carnea, dovea dare al suo organismo
uno sviluppo ed una resistenza ammirevole, che lo rendeva atto a trionfare
dei più grandi ostacoli che nel suo cammino potesse incontrare. Grande
era anche la potenza generativa, per cui gli uomini si moltiplicavano
facilmente. Quel genere di vita tutto naturale dava un’educazione anche
naturale all’ uomo, che gli dava la massima resistenza all’ impresa e lo
rendeva refrattario agli stimoli morbosi sino alla vecchiezza, se fosse
riuscito a superare il periodo della fanciullezza, flrano i tempi di
Ercole. In tutto questo lungo periodo egli cerca, con l’ingegno che
la vita nomade e mal sicura dell’ avvenire rendono più acuto, a
modificare minerali e legna per costruire strumenti che rendessero più facile
il conseguimento del fine di vivere; a rendere alcuni animali adatti ad
essere guidati, a viaggiare, a portare masserizie ed a ottenere la prole
di essi, anche per potersene alimentare. Finché si é in questo stato
di vita nomade ed incerta in cui non si può essere sicuri della vita
avvenire ed in cui gli uomini tendono continuamente a dividersi, le
conquiste iiella conoscenza dei metodi per servirsi della natura vanno
perdute e non é necessario il linguaggio che é possibile quando é
data una certa associazione di uomini i quali, a intendersi
scambievolmente, conservino la tradizione delle precedenti attività limane che
agevolano la vita. Tutto questo lungo periodo della vita umana sulla
terra, di una larga estensione sulla medesima, può essere indicato col
nome di 'preistoria dell’ umanità. La quale bisogna intendere non come ristretta
in un solo angolo della superfìcie della terra, ma come diffusa da per
tutto, e dove la vita dell’ uomo fosse possibile, e rappresenta la
famiglia da per tutto disgregata in famiglie, di cui ciascuna aspirerà
più tardi ad entrare nella storia e da nomade diventare fìssa. In tutta
questa lunga epoca i due termini dell’attività economica sono r uomo e la
natura; 1’ uomo il quale é uscito da quello stato di felicità del periodo
della sua fanciullezza in cui vive a spese della sua famiglia o della
carità altrui; ma l’uomo che deve fare uno sforzo per andare in cerca dei
mezzi di sussistenza; deve cioè andare incontro ad una perdita di forza
muscolare e psichica, che, aggiunta alla perdita che apporta la vita
in sé stessa, apporta una perdita maggiore o un male interiore
maggiore. La natura, dando da viv^ere all’uomo, ha una perdita in sé 0 una
degradazione, quantunque parziale e limitata; ma questa perdita apporta
all’uomo un bene interiore. La mancanza di sicurezza dell’alimento pel
domani in questo periodo della preistoria in cui non ancora si erano
conosciuti i metodi e non si possedevano i mezzi per ottenere gli
animali di cui avrebbero potuto servirsi e nutrirsi e né anco si sapevano
conservare le carni degli animali di cui si era andati in caccia, é la nota
preminente di questo cosi largo periodo dell’umanità. La storia della civiltà
ha per fondamento la storia dell alimentazione. Il passaggio dalla
preistoria alla storia, dalla vita naturate allo stato di civiltà, si
ebbe quando si potè provedere ad un alimento che potesse conservarsi per
qualche anno, assicurando così il prolungarsi della vita umana ed il
fissarsi di alcune popolazioni in dati siti della superficie della terra
dove la produzione di date sostanze alimentari potesse avvenire. Scambio e
stimoli economici Si eiiira cosi in un altra c più elevata sfera
deH’attività economica che è quella dello scambio (e questo avviene
cosi nella zona industriale propriamente detta che in quella
naturale ed agricola). Si cominciano così a formare dei piccoli
mercati in cui r uomo vende e compra. Jla s’ intende che, prima che
nella storia si stabilissero dei veri mercati, queste operazioni di
scambio avvenivano egualmente, quantunque in modo più vago, appetiii
ai)parve la libertà e l’ elezione nel lavoro dell’uomo. Nella sfera dello
scambio si ha una maggiore facoltà di acquisto ed un risparmio di tempo e
di forza (ciò che è propriamente r attività economica); perchè il soggetto
economico vende ciò che ha prodotto facilmente e bene per acquistare ciò
che da sè stesso non avrebbe i)otuto produrre che male e con molta
perdita di tempo. E ciò in generale; perchè l’ ingegno umano poti ebbe in ciò
darci una smentita, non essendo molto rari quegli uomini che hanno saputo
tanto bene educare il loro ingegno e 1.1 loio attività pratica da
diventare valenti produttori di una varietà di beni e in modo perfetto. E
questo avviene cosi per la produzione dei beni inferiori e materiali che
dei beni superiori ed artistici. Importa notare che lo scambio può
avvenire tra questi e quelli, come con le attività intellettuali
dell’uomo. Cosi il letterato, r uomo istruito e dotto, l’ insegnante, il
medico, l’ingegniere, l’ avvocato, scambiano il loro sapere, la loro
dottrina e l’arte, con beni materiali. Anche nella sfera dello
scambio, l’acquisto implica una perdita, quantunque la perdita sia
ridotta al minimo; perchè quello che il produttore perde gli è
costato relativamente poco lavoro, mentre quello che acquista è per
lui un guadagno, perchè ha un prodotto che si suppone buono, che
egli non avrebbe potuto eseguire, anche perdendo molto tempo. Per mezzo
del lavoro artistico dunque la produzione dei beni si specializza, mentre
questi si possono moltiplicare senza limiti, perchè ognuno può trovare
nell’uomo una sorgente di bisogni da colmare e nuove comodità che si
desiderano, nuovi beni che riescono a quel fine. E poiché in tutti gli
uomini si ha r istesso metodo e perciò gli stessi bisogni che si tende a
soddisfare, i nuovi beni prodotti sono ambiti da tutti. Ma qui deve intervenire
l’opera dell’istruzione che sveglia e fa riconoscere aU’uomo i propri
bisogni e fa sviluppare in lui il desiderio di soddisfarli.
Moltiplicandosi i beni che l’uomo ambisce, egli può acquistarli tutti col
suo prodotto particolare che alla sua volta viene ambito dai produttori
dello merci altrui, con le quali egli scambia la sua. Il principio economico
qui non solo si conserva, ma si eleva ad una più alta potenza di
acquisto. Ma più tardi 1’uomo ha avuto un istrumento d’acquisto non
solo nel suo ingegno e nelle sue forze muscolari, ma anche nella macchina
che egli, aiutato dalla conoscenza delle leggi meccaniche ha prodotto ed
applica ancora alla produzione di una grande varietà di beni.
E necessario qui promettere che la macchina come invenzione umana è stata
preceduta dalla macchina che è insieme nell’organismo animale ed umano.
L’ organismo infatti è insieme meccanismo; e se come organismo è qualche
cosa di più elevato del meccanismo che implica, come meccanismo non cessa
di essere macchina; macchina organica si, ma sempre macchina. Lo
schema della macchina si ha infatti in tutti gli organi e i sistemi più
importanti deH’organismo; nel cuore col sistema vasaio annesso; neU’apparecchio
digestivo con le sue glandolo, come in ciascuna glandola; nell’apparecchio
respiratorio; nei reni e nella vescica; nel sistema
osseo-muscolare-nervoso. L’occhio è una macchina, come l’orecchio. Anche
nel cervello si trovano gli elementi più complicati della macchina;
all’istesso modo che le funzioni di tali organi sono insieme funzione e
meccanismo. È proprio della macchina costruita dall’ ingegno umano il
venir "•uw'mo'' Hìacchina die
è ormo Ne oiganismo, anche essa per mezzo di questo.nuove l.i
macchina esteriore, sia immediatamente che mediatamente per mezzo delle
forze fisiche.uiawmente, L’apparire della macchina è stato accolto con
grande entusiasmo da tutto il mondo, perchè ha portato una fraudo rivo
uz.one nel campo della produzione, poiché l’A accresciuta co.isierc^olmcnte; ma
ha anche contribuito ad una maggiore speCK hzzaz.one d. produzione. E poiché la
macchina è stata applic a anche al trasporto dei beni in tutto il mondo, per
mare e PCI terra, ha anche contribuito ad accrescere in modo come
non era possibile prima, il commercio mondiale. Sicché ol! e solamente
possibile a pochi uomini godere di una grande J-h nomi I che sono
nel mondo. Si ha cioè il grandioso fenomeno de la umversalizzazione del
godimento dei beni. È questo nsuUato di una lunga storia nell'attivirà
degli scambi che pimcipiata in modo limitato, tra individuo e individuo,
per una’ lunpo tra vari aggruppamenti umani, tra varie popolazioni e
mi/ioiii, e tra tutte le parti del mondo. È questa veramente
la pffffcernza.' dell’industrialismo S’intende che se prima lo
scambio comincia cedendo merce per merce, e in certe condizioni questo può
sempre avvenire lo scambio e.1 commercio che rendono accessibili le merci
da |.cr t„„o, h„„ dovuti avvenire con la moneta che é,m mé.t tei
mine, inventato da governi, tra due merci o più merci; per cui «1 lavora,
cioè si danno le proprie forze, il proprio ingegno e a propria produzione,
per guadagnare danaro e si ambisce questo per provvedersi di tutti i beni di
cui si ha bisogno. Segue ancora che, in ragione che la produzione, gli
scambi e il cL-moneta ìr^nmiido; È qui necessario far notare che, se la parola
stimolo interlene a ogni passo nella trattazione dei fenomeni fisiologici
e pa ologici, come nei fenomeni psicologici, intendendo la psicoogia in
tutta la sua ampiezza, in tutte le sue forme e in tutti i suoi gradi,
apparisce chiara la necessità dell’ intervento frequente di questa stessa
parola anche nello studio dei fenomeni economici, giacché anche questi hanno un
fondamento fisiologico e psicologico, senza il quale non potrebbero
essere. Così nella produzione si ha uno stimolo interiore a produrre, il
bisogno interiore organico e psicologico, immediato o prossimo, che deve sparire,
facendo col lavoro esistente il bene che si desidera. L’immagine interiore cioè
deve tradursi in atto col lavoro produttivo e che diventa anche stimolo
esteriore, la materia esteriore ottenuta col lavoro, per mezzo della coltura
(sostanze vegetali) o con rallevamento del bestiame (sostanze organiche).
Queste debbono alimentare e far vivere 1’ uomo, trasformando la materia
morta e bruta che deve dargli alcune comodità o godimenti dell’
animo. Si ]Hiò dire che sono gli stimoli e gli stati interiori a spingere
1 uomo all attivila; e più questi sono numerosi ed elevati più muovono
l’individuo al raggiungimento dei suoi materiali od alti filli che egli
vorrebbe vedere tradotti nel mondo reale. Ma alla sua volta gli stimoli
interiori sono il riflesso di stimoli esteriori, di oggetti già percepiti o
immaginati. È questo ciò che si esprime con la parola ambizione umana la
quale, se è la nota preminente dei grandi uomini è anche una nota
importante degli uomini mediocri e d’ infimo ordine, giacché ogni uomo,
secondo il grado della sua costituzione mentale e della conoscenza
del mondo esteriore, naturale ed umano, vorrebbe far suoi tutti i
beni che conosce, sia di basso che di elevato ordine. Il cibo è uno
stimolo per l’alimentazione e la fame è uno stimolo per provvedersi del cibo.
Cosi il gusto letterario e le conoscenze scientifiche possono essere uno
stimolo interiore per ajiprofondirsi nel campo dell’arte e delle.scienze.
Non solo sono stimoli i due termini economici, oggetto e soggetto,
1’uno per 1’altro: nia è anche stimolo il mezzo termine fra le due merci
o tra il soggetto e l’oggetto, cioè la moneta. L come è nota della natura
umana l’insaziabilità dei beni materiali e spirituali, quando questi siano
conosciuti; ciò che è difficile, come 1 illimitatezza nell’acquisto, cosi
avv^iene per la moneta. Di questa anche 1 uomo non è mai sazio di possederne;
perchè riconosce in essa una possibilità ed uno stimolo per acquistare
altri beni. Ed il possesso è di vari gradi. Vi è il possesso limitato della
moneta, per quanto questa possa essere grande, e di essa l’uomo si
contenta e che vuole o conservare o spendeie, 0 di questa egli si serve come
stimolo per la produzione di nuove ricchezze. Proprio quando la vita
economica, industriale, commerciale, è molto complessa ed estesa, e tutto
il mondo umano sembra un grande mercato come è ora, per cui grandi sono i
bisogni c le richieste dei beni da per tutto; e l’ambizione umana si
estende ed intensifica ovunque, allora la ricchezza può essere
adoperata come strumento (stimolo) per acquistare nuove ricchezze.
Cosi viene stimolata la sete deH’uorno per l’acquisto indefinito
della ricchezza; perchè vi è richiesta di tutti i beni che egli
conosce e di cui vuole godere, come da per tutto viene apprezzato e
richiesto il lavoro dell’uomo..Si comprende in tal modo come piu
sovrabbonda il danaro in una società, più gli uomini.sono spinti all
attività pratica e cresce la loro ambizione per guadagnare e godere. Uomini che
hanno quest’aspirazione e non hanno danaro, ma riconoscono di avere
ingegno, forza muscolare e tempo per arricchirsi, ricorrono al prestito
del danaro. Ma cosi si entra in una categoria economica più elevati,
quale è appunto il presfito, il cui polo opposto è il capitale. Il
semplice possesso della ricchezza, sia questa rappresentata dalla moneta
o da altre specie di beni immobili e mobili o da prodotti industriali
od artistici, se è come semplice servizio personale o della
famiglia, non merita il nome di capitale. Si richiede invece che essa
si.a data in prestito. ll capitale-prestito cosi rappresenta un più alto
grado dello scambio; e, come in questo, ciascuno dei due termini o
soggetti economici acquista e perde, cosi avviene nel
capitale-prestito; ma anche qui la categoria di acquisto e perdita
implica una più elevata economicità. Cosi colui che prende in prestito
acquista la ricchezza ma la perdita e rimandata aH’avvenire; si ha cioè
il bene presente; ma la perdita che dovrà aversi nell’ avvenire
consisterà non solo nella restituzione del capitale, ma anche nell’
interesse convenuto. Frattanto l’uso provvido ed economico del capitale
avrà dovuto fargli acquistare nuove ricchezze. Anche nuove ricchezze acquista
il capitalista, cedendo temporaneamente la sua ricchezza ad altri; ma va
incontro anche ad una perdita temporanea della sua ricchezza durante il
periodo della sua cessione; perchè non se ne può servire. Col
capitale e col prestito l’attività economica da una sfera limitata e
quasi individuale, quale è quella dello scambio, da prima in una
ristretta cerchia, s’ingigantisce ed estende da prima in ciascuna nazione e più
tardi gradatamente in tutto il mondo; con la fondazione o moltiplicazione
delle banche che dànno una grande diffusione al capitale e al credito,
stimolando l’attività economica produttiva e portando la diffusione
delle merci da per tutto. E ciò con l’aiuto della macchina che ha
moltiplicato e specializzato la produzione dei beni industriali e li fa
penetrare, come vi fa penetrare anche i beni naturali, in tutto il mondo
umano. Ma per quest’attività si richiede l’ ingegno; all’istesso modo che
l’esercizio di essa fa sviluppare l’ingegno. La produzione dunque della
ricchezza capitalizzata e capitalizzante, per cui si tende sempre a ridurre al
minimo la perdita, nello stesso tempo che si tende a jiortare al
massimo l’acquisto, deve essere sempre l’obbietto dell’attività del
soggetto economico. Me questa che già fece esistente il capitale si
affievolisce, l’oggetto per mancanza di governo e di direzione tende ad
arrestarsi nel suo processo e, per le mutate condizioni esteriori, tende a
deviare, a perdere la sua potenzialità di acquistare ed a venire cosi scemato
come semplice ricchezza. Sicché, se dalla produzione diretta primitiva
alla produzione capitalistica si ha una progressione per cui pare che la
ricchezza si produca da sé, indipendentemente dal soggetto, pure
l’attività di questo deve intervenire, cercando di farla progredire ed
accrescere. Deve prevedere il cammino che si può e si deve fare e provvedere
alla conservazione della ricchezza ed alla sua diflusione proficua; ciò che è
il lavoro di critica e di speculazione che il soggetto deve tare. Ad ogni
modo questo lavoro, se implica una piccola perdita di tempo e di forza organica
e psichica, pure riduce con l’esercizio al minimo questa perdita; onde
si può dire che se il lavoro di produzione che da prima è grande,
secondo la quantità e la specificità d’impiego del capitale, esso è di
poi menomato e perciò agevolato; anzi deve al meccanismo, guidato dall’ intelligenza,
il suo grande sviluppo. All’incontro nella produzione naturale il
soggetto deve sostenere una lotta intensa contro il suo oggetto, la natura
indomita e ribelle, che può essere vinta temporaneamente ma non
definitivamente; giacché essa offre sempre nuove difficoltà al soggetto
produttore, anzi si può dire che dai primi tempi della vita umana sulla
terra, queste difficoltà si sono andate sempre accentuando. E ciò perchè,
se la natura da prima, dopo uscita dal suo stato selvaggio, dava
facilmente all’ uomo i suoi prodotti, col progresso del tempo gliene ha dato
sempre meno, anche essendosi moltiplicato l’ ingegno e il lavoro dell’ uomo
volto contro di essa. E ciò mentre gli uomini si moltiplicavano ed
accrescevano con la loro associazione i loro sforzi per la produzione
agricola. Sembra che d’ oggi innanzi il lavoro dell’ uomo contro la
natura per obbligarla a produrre ciò di cui ha bisogno diverrà sempre più
intenso ed i mezzi più necessari alla vita diverranno sempre più difficili a
conquistare. In altri termini la lotta tra l’uomo e la natura diverrà
sempre più intensa; perchè la finalità di questa è in opposizione alla finalità
di quello; ed una conciliazione solamente è possibile alla condizione che
ciascuno dei due termini conceda all’ altro qualche cosa di sé, senza
annullarsi, anzi sostenendosi l’ uno con l’altro. Questo fa vedere che r
uomo deve essere limitato nelle sue pretese verso la natura e che, se
questa deve dare qualche parte di sé all’ uomo, non può e non deve dare
tutta sé stessa se non a costo di annullarsi; perchè allora anche la
natura, dominata dall’ uomo ed alla quale questi domanda i mozzi di vita,
dovrà venir meno alle sue promesse, producendo in lui le più grandi
delusioni. Frattanto, mentre i prodotti dell’industria si moltiplicano
indefinitamente e progressivamente da per tutto, in quantità e qualità,
richiedendo questa un esiguo lavoro muscolare e meno tempo, ciò che
incoraggia l’ irregimentazione dei lavoratori, tanto più perchè questi vi
hanno la promessa di una vita agiata e comoda, quasi sempre in città,
senza sospettare che un giorno avessero a scarseggiare gli alimenti
necessari alla vita, i lavoratori delta terra, all’ incontro debbono sostenere
una lotta lunga faticosa ed intensa per procacciarsi di che vivere. Del
valore e delle sue forme inferiori Le attività economiche, come
quelle fisiologiche, sono cosi connesse ecl intralciate fra di loro che
l'esposizione logica e sistematica ne riesce oltremodo difficile, Non si può
trattare un aspetto, una categoria economica se in essa non intervengano,
sottintese o manifeste, altre categorie. Sicché da prima si può avere una
conoscenza parziale o sconnessa di alcune funzioni; e solamente dopo che
si è raggiunta la piena conoscenza di tutte, si può principiare a vederle
ordinatamente. È que.sta la ragione della difficoltà nello spiegarsi i
fenomeni economici. E l’ordine consiste nell’universalizzazione dei vari
principii e nel1’ unificazione di que.sti in tutte le loro gradazioni, in tutti
i loro movimenti, nei loro reciproci rapporti, tanto da apparire
come lo svolgimento di un principio solo. Sotto quest’aspetto molto
importante è il principio del valore in economia politica, cosi in quella
naturale come in quella industriale; e in tutte le istituzioni umane nelle
quali questo concetto interviene. Ma solo una esposizione storica e
sistematica, in che consiste la vera trattazione logica della dottrina, può
farcela intendere in tutti i suoi gradi ed aspetti. Negli ultimi
tempi si è parlato di valore in materia di arte di scienza, di filosofia,
di religione; ma poiché in tali rami di attività umana, cosi come sono
stati trattati, la dottrina del valore non é dedotta da un principio più
universale che comprenda e questi e tutti gli altri rami del mondo
naturale ed umano, quella trattazione riesce incomprensibile e vana. E,
benché si possa dire che la filosofia e la religione implichino la più
alta sfera del valore, pure, se esse vengono considerate come
per sé, senza alcuna comunicazione col resto del mondo, non come
il risultato di uno svolgimento e di una storia, il concetto del
valore che da esse si può trarre non deve essere soddisfacente. E se il
valore è una categoria universale che interviene in tutti i gradi
deiressere, nel mondo metafisico, come nel fisico e nello spirituale, in
ciascun grado ha un aspetto particolare, ha qualche cosa d'identico e di
differente con la stessa categoria di valore degli altri gradi del mondo
reale. Far distinguere perciò le differenze dall’ identità del valore in
ciascun grado della realtà è il dovere di colui che tratta questa
materia. Da prima potrebbe sembrare che la teoria del valore si
identificasse con quella del bene; ed in vero vi è molta identità fra le
due categorie. Però del bene i filosofi e i moralisti hanno dato più un
concetto comprensivo che analitico e storico; ed alcuni Tànno
identificato con Dio stesso, il sommo bene. Essi hanno anche fatto notare
la varietà dei beni che sono nel mondo e l'ànno anche sistematizzati;
hanno messo il bene e tutti i gradi di esso in correlazione col male e
con tutti i mali possibili. Ma la dottrina del valore include quella del bene e
del male insieme, però le compie, mettendole in una posizione dualistica
ed unitaria insieme, quasi drammatica; scinde cioè la materia in due termini in
lotta fra di loro, rorganismo e il mondo esterno che ha valore per quello,
può cioè tornargli a bene; vede una dualità tra l'anima, la mente e il
mondo esterno. E se nella prima zona l’organismo vivente deve accettare e
subire il mondo esterno quale è, pure reagendo contro di esso; nella
seconda zona r anima e la mente possono modificare per sè il mondo
esterno, elevandolo; o produrre addirittura qualità nuove neiroggetto. E
questo l’aspetto nuovo ed originale della dottrina del valore, il cui regno in
verità é quello della vita organica, vegetale ed animale, le zone cioè
superiori della natura; ed anche quello deH’aniraa umana, nelle sue
attività inferiori e nelle superiori, intellettive, pratiche ed anche
creative, che sono i gradi più eminenti del mondo umano. L’attività umana
perciò diventa essa stessa una forma altissima di bene, il bene attivo,
limitrofo a Dio stesso: non il bene immobile che può anche menomare se
stesso e il suo termine opposto che presuppone e per cui è; può produrre
cioè il male, dal quale può, è vero, di nuovo nascere il bene che rientra
nella sua ricostituzione storica e progressiva. Ma, se r organismo e la
mente rappresentano il regno e la vitalità del valore, essi non
esauriscono tutta la natura; vi è in questa qualche cosa che essi
presuppongono, senza di che non potrebbero essere e muoversi; e che si
può dire il loro presupposto. E se si va a fondo nello studio della
natura questo che noi chiamiamo presupposto si risolve in una serie di
presupposti, una serie di gradi di cui ciascuno è presupposto e
presuppone altri. E questa è pure un’ ampia zona del valore che si può
dire puramente naturale, la quale, studiata, apparisce come l’unità e la
sistematizzazione di altre sottozone. Si ha cosi la zona fisica la quale
comprende e quella della materia e quella delle forze. Sembra a prima
vista che questa sia come chiusa in sè ed isolata dal regno della vita e
perciò fuori il mondo del valore. Forme superiori del valore
Il processo ascensivo e discensivo, chimico, minerale, il quale, non
bisogna dimenticarlo, è sempre un processo di elevazione e di menomazione
insieme del valore, diventa più intenso in quella sfera più elevata della
chimica che è 1’ organica in cui entra in composizione il carbonio. Pure
quest’ attività è relativamente qualche cosa di semplice se si studia in
sostanze singole che sono fuori dell’ organismo vegetale ed animale o
estratte da questi. Ma se si.studia entro di questi, l’intensità
trasformatrice del movimento chimico e di valore organico diventa
straordinariamente complessa, quantunque questa complessità sia minore
nella pianta e maggiore nell’animale. In quella è considerato il lavorio
complicati vo mentre è vivente; e con la morto si ha il lavorio
analitico. Nella vita interna dell’animale albi contro intensissimo è il
lavorio di scomposizione, come è quello di composizione e di
reintegramento, in tutti gli atti della vita, sia considerata in ciascuna
cellula e in ciascuna fibra che in ciascun organo o sistema e nell’ unità
funzionale di questi. Qui il concetto del valore, cosi in ciascuno
elemento della vita, come in ciascun organo e tessuto e nell’ insieme
dell’organismo vivente, diviene di tanta molteplicità, complessità e
varietà, che la mente umana non può seguirlo in tutti i suoi elementi e
in tutti i suoi intimi processi. Vi è una più alta regione della
natura, rappresentata dalla vita animale e vegetale nel loro insieme,
come si svolge nel mare dove vivono insieme piante ed animali in lotta
fra loro; e sulla superficie della terra che è rappresentata dal bosco
nel cui mezzo gli animali vivono e prosperano, come è avvenuto
nelle epoche primitive della natura vegetale ed animale. Qui ciascun
animale, ciascuna pianta, è un elemento della vita natumle, animale e vegetale,
nel suo insieme e nella sua universalità, nella quale si può riscontrare, in
proporzioni ancora vaste ed universali, il processo di elevazione e di
riduzione, che si ha in ciascuno organismo vivente, onde piante e
generazioni di piante muoiono ed altre nascono, come animali e
generazioni di ammali muoiono ed altri nascono; ed alcuni servono di
cibo (hanno un valore) per altri: la corruzione degli uni è la
venerazione degli altri. Ma per la vita vegetale ed animale hanno un
valore ancora il clima, le condizioni atmosferiche, le condizioni del suolo ed
anche le condizioni storiche di questo; giacche la vita vegetale ed animale
nella loro lunga storia, come elidono a modificare lo stato del terreno,
contribuiscono ancora a modificare la vita vegetale ed animale, onde
animali si nutrono m modo più o meno rigoglioso di piante e di altri animali; e
la dissoluzione delle piante e degli animali rende più energica la
vitalità delle piante. hin qui vi ò un processo puramente inconscio
di movimenti naturali e di elementi, di cui gli uni hanno valore per gli
altri, -la, benché l’animale distingua ciò che può avere un valore
Ku- lui (positivo o negativo), come l’alimento, l’acqua, la tana, .1 c
ura pei figli, la ricerca del clima a lui propizio, la fuga dai leiicoli,
alcune di queste cose sono un prodotto puramente naurale, che l’animale trova
d’ innanzi a sé; solo alcuni animali ivendo il potere limitato di
costruirsi il nido e la tana altre i Olio tenomeni istintivi. Apparso
l’uomo con l’intelligenza di cui è dotato, che egl’esercita e sul mondo
circostante e su sé stes.so, il suo organismo I sua anima, e tutto ciò
che ha fiuto suo, nel mondo esterno Ultra la natura e gli elementi che la
costituiscono, acquistano I 11 pili alto valore. Studiando sé stesso,
egli non può non avvcrtire e scoprire i bisogni, le lacune che si generano
conti1 uamento nel suo organismo e nel campo della sua mente; e con la
sua intelligenza prevede i bisogni avvenire. Nello stesso t ‘inpo,
essendo messo in rapporto col mondo esterno, egli studia questo negli
elementi, nelle qualità e proprietà, che lo costituis-ono, nei suoi movimenti;
cerca di adattarlo a sé; e non solo d colmare i suoi bi.sogni per mezzo di
qualche cosa, di qualche elemento
di esso; ma anche di elevare il proprio benessere, di assicurarlo per sè
ed i suoi per l’avvenire. Tutto questo processo è avvenuto dal principio
della storia dell’ uomo sulla terra e si è andato progressivamente
affermando, intensificando e svolgendo, sino a noi. E non solo non si è
arrestato; ma con lo studio progressivo della natura, nella sua materia e
nelle sue forze, .sembra voglia assumere proporzioni più vaste anche nel
nostro tempo in cui non si lascia nulla di tentare e di studiare
per applicarlo al miglioramento ed al progresso umano. Questo lavoro
l’uomo ha compiuto empiricamente ed inconsapevolmente dai primi tempi; e più
tardi in modo più o meno scientifico, organico e progressivo. Cosi deve
essere inteso il progresso che l’umanità ha fatto nel campo del sapere. A
questo progresso nel regno della conoscenza si è andato sempre associando
un progresso nell’ attività pratica la quale è divenuta anche materia di
studio per l’ uomo; questi due ordini di attività essendo 1’ uno
indivisibile dal’ altro e l’uno stimolando 1 altro nel suo sviluppo. A
questo processo coiioscitivm e pratico, che implica un lavoro distintivo
delle cose si è associato un progresso nella lingua. Ad ogni atto
distintivo o cosa distinta applicandosi una nuovni parola, ciò ha
contribuito al lavoro di associazione e di conservazione delle conoscenze
e delle attività umane. Sarebbe un lavoro importante ma lungo
seguire questo fenomeno nella storia, per cui si è riconosciuto un valore
ad un dato minerale, ad una data pianta o animale, che hanno contribuito
alla soddisfazione di un bisogno organico o al mantelli mento della vita
o a dare certe comodità. Si è riconosciuto nelle parti di alcune piante e
nelle sostanze animali un valore nutritivo e conservativo. E il primo valore
che l’uomo ha cercato nelle cose è stato quello che ha potuto contribuire
a mantenerlo in vita, come ha tatto 1 animale. Sono state cioè le cose
necessarie che egli ha cercato. Fatto sicuro del vivere, egli ha cercato
a ben vivere; quindi la ricerca e l’uso delle cose utili. Ma, accanto a questa
attività, si è sviluppata quella inventiva, per cui egli, aiutato sia dal
suo ingegno che dalle scoperte scientifiche, ha cercato di costruire
istrumenti, congegni, apparecchi e più tardi, macchine, che
contribuissero a modificare le inatGrie che dovessero essergli utili. Sicché da
una parte ha impiegato le sue attività intellettive a scoprire, nei regni
delia natura, elementi, sostanze, energie, che potessero giovargli, dall’altra
ha cercato di trovare i mezzi per servirsene. Queste attività dal
loro più primitivo inizio nella storia sino a noi, attraverso i millenni,
si sono andate svolgendo ed estendendo con l’estendersi delle comunicazioni e
delle associazioni umane. Sarebbe una ricerca importante seguire nella
storia il processo per cui 1’ uomo, singolo da prima, ha trovato
un’utilità in un dato animale, in una pianta o in un minerale. Si può
rintracciare questo cammino nelle letterature antiche, medioevali e
moderne di tutte le nazioni; giacché in varie epoche si vedono nominati
speciali metalli, piante ed animali, ai (]uali o alle parti dei quali 1
uomo ha attribuito un valore e di cui si é servito. Così l’uomo mano a
mano ha aggiunto al valore delle cose, latente ed inconscio, un nuovo
valore. E, se da prima questo era qualche cosa di limitato, più tardi al
primitivo valore si sono aggiunti nuovi valori, nuovi usi della cosa;
nuovi congegni si sono inventati, nuovi metodi si sono adoperati per poter
estrarre la cosa, modificarla, farla servire ai vari usi della vita;
metterla in commercio affinché tutti gli uomini ne godano. Tanti
metalli e metalloidi che dalle epoche primitive della natura erano
sepolti nelle viscere della terra, aventi una semplice potenzialità di
valore chimico, vengono disseiipelliti dall’uomo ed ai quali la civiltà
moderna dà alte attribuzioni economiche, come l’oro, 1 argento, il ferro,
il rame, il solfo, il carbonio, ecc. Hi sa che se presentemente ipiesta
sola unica sostanza, il carbonio, venisse a mancare, tutto il ritmo della
vita contemporanea verrebbe arrestato. Giacché é un istrumento di
moltiplicissime attività tisiche, meccaniche, chimiche e perciò, si può
dire, rende possibile la vita economica del nostro tempo. Ma questi bisogni
acciescono l’attività umana la quale si volge a rintracciare le sostanze
di cui ha bisogno, da per tutto, cosi sulla superficie ionie nelle
viscere della terra. Anche le forze fìsiche le quali prima erano in balla
della natura, come le forze meccaniche, il calorico, la elettricità, sono
state non solo conquistate e dominate dall’uomo ma ancora dirette e
specializzate per la produzione di certi dati movimenti, beni o comodità
della vita. La forza meccanica e l’elettricità hanno dato un impulso
straordinario alla civiltà odierna. Più tardi l’uomo crea e dà certe
attribuzioni di valore alle cose, come fa con la moneta, tanto necessaria
al mondo economico. Inoltre il valore acquista un nuovo e più alto
contenuto ed un significato nuovo nel mondo psicologico ed artistico,
come nella sfera religiosa. Ma in queste ultime e così alte sfere
dell’attività umana tale dottrina merita una trattazione a parte. Nome
compiuto: Nicolò
Raffaele Angelo D’Alfonso. N. R. D’Alfonso. Nicolò d'Alfonso. Keywords: principii economici dell’etica,
valore superiore, valore inferiore, economia, principio di economia di sforzo
razionale – scambio, exchange – worth, assiologia, valore economico, l’economia
di Platone, l’economia di Aristotele, linceo, dissertazione su Kant ai lincei –
naturalismo economico – no positivista – critica a la psicologia criminologica
positivista, Amleto, lo spettro di Amleto, Macbeth. Linguaggio e mente, il sole
luminoso, l’oggetto rotondo, la pianta fiorisce – logica reale – psicologia del
linguaggio, la storia del linguaggio, storia e prestoria. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alfonso,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Algarotti: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Venezia –
filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano.
Venezia,Veneto. Grice: “You’ve got to love ‘il conte Algarotti’; he is the
typical Italian philosopher of language, relishing on ‘la bella lingua,’ by
which they do not mean the Roman! “La Latina, in bocca di un popolo di soldati, e concise e
ardimentosa.’” Grice:
“Algarotti thinks that the Florentines have enriched it – ‘Imagine Aligheri in
Latin!” – Grice: “All that should be lost on Oxonians, but it
ain’t!” – Consider ‘conciseness.’ One of my conversational maxims is indeed,
‘be concise, i. e. or viz., avoid unnecessary prolixity [sic].” – So, if the
Roman tongue was the tongue of soldiers, and a soldier needs to be concise in
communicating with another soldier – The justification of the maxim is in the
practice of ‘soldiering.’ With ‘ardimentosa’ we have moer of a problem!” – Grice:
“In any case, Algarotti’s excellent point is that each conversational maxim has
its root in the practice of the corresponding conversants!” -- Grice: “Nobody
can fail to be enchanted by the drawing by Richardson of Algarotti!” -- essential
Italian philosopher. Grice: “I don’t have a monicker, but Algarotti had two: il
cigno di Padova and il Socrate veneziano. Spirito
illuminista, erudito dotato di conoscenze che spaziavano dal newtonianismo
all'architettura, alla musica, è amico delle personalità più grandi dell'epoca:
Voltaire, Argens, Maupertuis, Mettrie. Tra i suoi corrispondenti vi sono Chesterfield,
Gray, Lyttelton, Hollis, Metastasio, Benedetto XIV, Brühl, e Federico II di
Prussia. Saggi. Nacque da una famiglia di commercianti. Dopo un
primo periodo di studio a Roma continua gli studi a Bologna, dove affronta le
diverse discipline scientifiche nella loro vastità. Si trasfere a Firenze per
completare la propria preparazione letteraria. Inizia a viaggiare, raggiungendo
Parigi. Presentare il proprio newtonianismo, opera di divulgazione scientifica
brillante. Il saggio è prima apprezzato, e poi denigrato da Voltaire, che dal
lavoro del suo caro cigno di Padova — come è solito appellarlo — trasse alcuni
temi dei suoi Elementi della filosofia di Newton. Voltaire e A. si sono
conosciuti personalmente a Cirey nello stesso periodo in cui l'italiano
preparava il saggio. Dopo il periodo trascorso in Francia, A. si reca in
Inghilterra, per soggiornare per qualche tempo a Londra, dove è accolto nella
Societa Reale. Tornato in Italia si dedica alla pubblicazione del Newtonianesimo.
Dopo un breve ritorno a Londra, anda a visitare alcune zone della Russia
(fermandosi in particolare a San Pietroburgo) e della Prussia. Quando il
re Federico si reca a Königsberg a incoronarsi, A. si trova in mezzo gl’applausi
e il giubilo di quella potente e valorosa nazione misto e confuso coi principi
della famiglia reale, e stette nel palco col re, spargendo al popolo sottoposto
le monete con l'immagine di Federico. Fu in tale congiuntura che questi conferì
a lui, quanto al fratello Bonomo e ai discendenti della famiglia Algarotti, il
titolo di conte, meno vano quando è premio del sapere, e lo fa suo ciambellano
e cavaliere dell'ordine del merito, mentr'era alla corte di Dresda col titolo
di consigliere intimo di guerra. Dal momento che conosce Federico né
l'amicizia, né la stima del re, né la gratitudine, la devozione e il sincero
affetto del cortigiano vennero meno, né soffersero mai alcuna alterazione. L’amicizia
fra A. ed il re e estesa anche alla sfera più intima. Il re lo volle non solo a
compagno degli studi e dei viaggi, ma altresì dei suoi più segreti piaceri,
essendoché della corte di Potsdam, ora fa un peripato, ed ora la converte in un
tempio di Gnido, il che significa: in un tempio di Venere. Utilizza la
propria influenza anche a favore degli oppositori filosofici a Venezia,
Bologna, e Pisa. Altre saggi: “Viaggi di Russia”; “Il Congresso di Citera” -- un
romanzo dedicato ai costumi galanti e amorosi rivisitati secondo quanto
osservato nei diversi luoci in cui soggiorna. Altre opere: edizione con indice
analitico – reproduzione anastatica -- Poesie -- Epistole in versi --
Annotazioni alle epistole -- Rime giusta l'ediz. di Bologna -- Elegia ad
Francisci Marive Zanotti Carmina -- Dialoghi sopra l'ottica Neutoniana -- Breve
storia della Fisica ed esposizione dell' ipotesi del Cartesio sopra la natura
della luce e de' colori. I principi generali dell'ottica -- La struttura
dell'occhio e la maniera onde si vede; e si confutano le ipotesi del Cartesio e
del Malebranchio intorno alla natura della luce e de colori -- Esposizione del
sistema d'ottica neutoniano. Il principio universale dell'attrazione --
Applicazione di questo principio all'ottica -- Si confutano alcune ipotesi
intorno la natura de colori, e si riconferma il sistema del Neutono -- Opuscoli
spettanti al neutonianismo. Caritea, ovvero dialogo in cui spiega come da noi
si veggano dritti gli oggetti che nell'occhio si dipingono capovolti e come
solo si vegga *un* oggetto, non ostante che negli occhi se ne dipingano *due*
immagini -- Dissertatio de colorum immutabilitate eorum que diversa
refrangibilitate -- Memoire sur la recherche entreprise par m. Du fay, s'il n'y
a effectivement dans la lumie re que trois couleurs primitives -- Sur les sept
couleurs primitives, pour servir de réponse à ce que m. Dufay a dit à ce sujet
dans la feuille du Pour et contre -- Le belle arti. L'Architettura. La Pittura.
L'Accademia di Francia ch'è in Roma. L'opera in musica. Enea in Troja. Ifigenia
in en Aulide: opera -- Sopra la necessità di scrivere nella propria lingua --
La lingua francese -- La Rima -- La durata de' regni de' re di Roma -- L'impero
degl'incas -- Perchè i grandi ingegni a certi tempi sorgono tutti ad un trat o
e fioriscono insieme -- se le qualità varie de' popoli originate sieno dall'
influsso del clima, ovveramente dalle virtù della legislazione -- Il
gentilesimo. Il Commercio -- Cartesio -- Orazio -- La scienza militare del
segretario fiorentino. Discorso militare -- La ricchezza della lingua italiana
ne' termini militari -- Se sia miglior partito schierarsi con l'ordinanza piena
oppure con intervalli -- La colonna del cav. Folfrd -- Gli studj fatti da
Andrea Palladio nelle cose militari -- L'impresa disegnata da Giulio Cesare
contro a' Parti -- L'ordine di battaglia di Koulicano contro ad Asraffo capo
degli Aguani. L'ordine di battaglia di Koulicano a Leilam contro Topal Osmano.
Gl'esercizi militari de' prussiani in tempo di pace -- Carlo XII re di Svezia
-- La presa di Bergenopzoom. La potenza militare in Asia delle compagnie
mercantili di Europa -- L'ammiraglio Anson -- La scienza militare di Virgilio
-- La guerra insorta tra l'Inghilterra e la Francia -- Il principio della
guerra fatta al re di Prussia dall' Austria, dalla Francia, dalla Russia, etc. --
Gl'effetti della giornata di Lobositz -- La condotta militare e politica del
ministro Pitt -- Il poema dell'arte daila guerra -- Il fatto d'armi di Maxen --
La pace conchiusa l'anno MDCCLXII tra l'Inghilterra e la Francia -- La giornata
di Zamara -- Viaggi di Russia -- Storia metallica della Russia -- Lettere a
milord Hervey sopra la Russia -- Lettere al marchese Scipione Maffei sullo
stesso argomento -- Congresso di Citera -- Giudicio di Amore sopra il Congresso
di Citera -- Vita di Stefano Benedetto Pallavicini -- Sinopsi di una
introduzione alla Nereidologia -- Lettera sopra il prospetto o Sinopsi della
Nereidologia. 387 Risposta dell' Autore -- Gl'effetti dell'invasione dei goti e
de'vandali in Italia -- Le Accademie -- Michelagnolo Buonarroti -- Gl'italiani
-- Il passaggio al sud per il norte -- L'industria. Gl'inglesi -- Bernini --
Metastasio -- Gl'abusi introdottisi nelle scienze e nelle arti -- Le donne
celebri nella letteratura -- La difficoltà delle traduzioni -- Il commercio --
Fontenelle -- La forza della consuetudine -- L'utilità dell' Affrica per il
commercio -- Il secolo del seicento -- Ovidio -- Cicerone -- Plutarco -- I
romani -- L'etimologie -- I principi dotti -- L'eleganza nello scrivere
del Vasari e del Palladio -- Galilei -- La maniera onde si venre a popolar
l'America -- Dante Alighieri -La lingua francese -- Voltaire -- Euclide -- Le
misure itinerarie degli antichi -- La questione della preferenza tra gli
antichi e i moderni -- Il secolo presente -- Omero -- Lettere di Polianzio ad
Ermogene intorno alla traduzione dell'Eneide del Caro -- La Pittura --
Descrizione dei quadri acquistati per la Galleria di Dresda -- La prospettiva
degli antichi -- Pitture ed altre curiosità di Parma -- Pitture di Mauro Tesi
-- Pitture di Cento -- Pitture di Bologna -- Pitture di varie città di Romagna
-- L'Architettura -- Un'antica pianta di Venezia, prete so intaglio di Alberto
Durero -- L'uso dello appajar le colonne -- L'origine delle basi delle colonne
-- Descrizione dei disegni di Palladio ed altri per la facciata di s. Petronio
di Bologna -- Delle antichità ed altri edifizj di Rimini -- Delle cose più
osservabili di Pisa -- Progetto per ridurre a compimento il R. Museo di Dresda
-- Argomenti di quadri dati a dipingere a' più celebri Pittori moderni per
la R. Galleria di Dresda -- Lettere scientifiche -- Lettere erudite -- Il
Cesare tragedia di Voltaire -- EUSTACHIO MANFREDI -- Saggio tritico sulle
facoltà della mente umana dello Swift -- L'opera de natura lucis del Vossio --
Omero -- I poemi del Tasso -- Milton -- La traduzione di Omero fatta dal Salvi
-- Il poema le Api del Rucellai -- Iscrizioni ed epitaffj rimarcabili --
Sandersono -- Iscrizioni per la chiesa cattolica di Berlino -- Le traduzioni
delle sue opere -- Il moto dell'apogeo della luna -- Le comparazioni -- Gli
Scrittori italiani del cinquecento -- L'ANTI- LUCREZIO del card. di Polignac --
Gl'abitanti del Paraguai -- Alcuni plagiati de' francesi -- Le cose che i
irancesi hanno imparato dagl'italiani -- L'invenzione degli specchj ustorj di Buffon
-- L'Edipo di Sofocle -- L'ULISSE del Lazzarini -- L'elettricità -- Il CATONE
dell' Addison -- Elogio di Giovanni Emo -- I fosfori -- La doppia rifrazione
de' prismi di cristallo di rocca. -- La diffrazione della luce. rocca -- Le Poesie di Zanotti -- Pope -- Lo
stile di Dante -- L'opinioni del Rizzetti intorno la luce -- La stranezza di
alcuni paralelli -- Il poema di Milton -- Il libro De orli et progressu morum
del p. Stellini -- Elogio del Caldani -- Gl'influssi della luna -- L'abuso della
filosofia nella poesia -- Il Poema del Trissino -- La maniera di seminare
insegnata da Alessandro del Borro -- L'operetta Il Congresso di Citera -- Pregi
degli scrittori toscani -- Le due tragedie di Mason r Elfrida ed il Carattaco
-- L'odi di Tommaso Gray -- La necessità di arricchire di voci toscane il
dizionario della Crusca -- La deformità di Guglielmo Hay. Il gnomone di Firenze
rettificato dal p. Ximenes -- Storia de' Dialoghi dell' Autore sopra la luce e
i colori -- L'origine dell'Accademia della Crusca -- Carteggio con Tesi --
Lettere a Zanotti -- Lettere a Conti -- Carteggio con il p. d. Paolo Frisi.
Lettere. Di Eustachio Manfredi al co. A. -- Di Giampietro Zanotti al co. A. --
Di Francesco Maria Zanotti al co: Algarotti -- Del co: A. a Zanotti -- Del co:
A. a Zanotti -- OPERE INEDITE. Lettere. Di Francesco Maria Zanotti al co: A. --
Di Zanotti al co: A. -- Del co:
Algarotti a Francesco Maria Zanotti -- Dell' ab. Metastasio al co: Algarotti --
Dell' ab. Frugoni -- Di Fabri -- Di Flaminio Scarselli -- Di Benedetto XIV.
Sommo Pontefice. -- Del co: Paradisi -- Del co: Giammaria Mazzuchelli – Di Giacomelli.
Del co: A. a Scarselli -- Del co: A. a Benedetto XIV -- Del co: A. a Mazzuchelli.
Dell ab. Clemente Sibiliato al co: A.—Di Bettinelli -- Del consigliere Pecis --
Di Beccari – Di Maffei -- Del co: Aurelio Bernieri – Di Brazolo. Di Bianconi..
Del padre Paolo Paciaudi. Del marchese Gio: Poleni. Di Antonio Cocchi. Del doge
Marco Foscarini. Dell' ab. Giammaria Ortes. Di Grimaldi. Di Metastasio. Di Belgrado.Di
Bianchi. Di Temanza. Del padre Antonio Golini. 350 Dell'ab. Gaspero Patriarchi.
Di Giuseppe Bartoli. Di Pozzo. Del marchese Bernardo Tanucci. Dell'ab.
Spallanzani. Di Martorelli. Di Lazzarini. Del co: A. all'ab. Sibiliato. Del co:
A. A Bettinelli -- Del co: A. al consigliere Pecis --Del co: Algarotti al co:
Aurelio Bernieri. -- Di Federico II. Re di Prussia al co: A. -- Del Principe
Guglielmo di Prussia -- Del Principe Ferdinando di Prussia -- Del Principe
Enrico di Prussia -- Del Principe Brünswic -- Del cardinale di Bernis -- Del
sig. du Tillot. Del co: A. a Federigo II -- Del co: A. al Principe Guglielmo --
Del co: A. al Principe Ferdinando -- Dello stesso al Principe Enrico -- Dello
stesso al Principe Ferdinando di Brünswic -- Dello stesso al cardinale di
Bernis -- Della marchesa di Châtelet. Di Voltaire -- Di Maupertuis -- Di Formey
---- Del.co: A. a Voltaire -- Del co: A. a Formey -- Dello stesso a madama Du
Boccage -- Di mad. Du Boccage al co: Al. -- Del co. A. alla stessa -- Del
triumvirato di CRÀSSO, POMPEO E CESARE. È sepolto nel camposanto di Pisa
in un monumento di stile archeologizzante, tradotto in marmo di Carrara.
L'epitaffio è quello che per lui dettò il re di Prussia: “Algarotto Ovidii
aemulo” -- Neutoni discipulo, Federicus
rex". Algarotti medesimo si era preparato il disegno del sepolcro e
l'epitafio, non già per orgoglio, ma spinto dal sacro amore del bello che anche
in faccia alla morte non poteva intiepidirsi nel suo petto. Aperto al progresso
e alla conoscenza razionale, esperto del bello (si prodiga come fautore di
Palladio), fu rispetto alla filosofia un grande assertore delle teorie di
Newton, sul conto del quale scrisse uno dei suoi più noti saggi, Il
newtonianesimo. Viene considerato una sorta di Socrate veneziano e per
comprendere la sua statura di insigne filosofo con un'infinita sete di sapere e
divulgare è sufficiente porsi davanti al suo innumerevole campo di interessi.
Al di là del suo ruolo di spicco nell'illuminismo filosofico, fu anche un
diplomatico e un procacciatore d'arte. In particolare viaggia cercando
antichita romani per conto di Augusto III di Sassonia. È noto che fu a comprare
a Venezia il capolavoro di Liotard, il pastello de La cioccolataia, che poi
divenne una delle perle a Dresda. Di bell'aspetto, dotato di un aristocratico
naso aquilino (esiste al Rijksmuseum uno suo ritratto a pastello, sempre di
Liotard, nel Saggio sopra Orazio non perde occasione di far notare come questi
fosse ambi-destro, e tanto lodava i vantaggi di questa disposizione, che c'è
chi suppone che egli la condividesse. Ebbe a filosofare praticamente su tutto,
affrontandocon l'acuta attenzione dello scienziato presso ché ogni aspetto
dello scibile umano. Basti ricordare i saggi “Sopra la pittura”; “Sopra
l'architettura”; “Sopra l'opera in musica”; “Sopra il commercio”; “Poesie”. Il
demone ben temperato. tra scienza e letteratura, Italia ed Europa,
Sinestesie, Note Umberto Renda e Piero Operti, Dizionario
storico della letteratura italiana, Torino, Paravia, Baldini, BRESSANI,
Gregorio, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. A., su Enciclopedia Britannica, A., in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., su Find a
Grave. Opere di A., su Liber Liber. Opere di A. A. (altra versione), su open MLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di Francesco Algarotti,. Spartiti o libretti di A.,
su International Music Score Library Project, Project Petrucci LLC. Progetto per ridurre a compimento il Regio
Museo di Dresda su horti-hesperidum.com. Sito A. dell'Treviri, su
algarotti.uni-trier.de. La casa d’A. è aperta da settembre come alloggio turistico. A. e Palladio, su
cisapalladio. Il newtonianismo per le dame, su google.com. Opere del conte A.,
su google.Corrispondenza con Federico II di Prussia V D M Illuministi italiani
-- LGBT
LGBT Letteratura Letteratura
Teatro Teatro Categorie: Scrittori
italiani del XVIII secolo Saggisti italiani del XVIII secolo Collezionisti
d'arte italiani Venezia PisaTeorici del restauro Illuministi Scrittori
trattanti tematiche LGBT Membri della Royal SocietyViaggiatori italiani Mercanti
d'arte italiani. Il conte A. adunque per più ragioni, secondo che egli dice,
entra in pensiero, che della metà a un di presso s'avesse ad accorciar la
durata de’ regni de’ re di Roma. Alcune di queste possono considerarsi come certi
sguardi, che getta ad un traito sopra tutto il corso degli anni, che. E per
trattare ordinatamente la quistione reputo necessario l'accennare prima ditutto
il cammino, che ho avvisato dover battere per giungere al vero. Breve lavoro
sarebbe pertanto i l rispondere alle opposizioni della prima maniera, che fa
contro le epoche dagli antichi fissate alla storia de' re, in ispecie a quelle,
che sono in principio del suo saggio, le quali sono tratte, direi cosi, dalla sola
natura del soggetto. P r ciocchè alcune ch'egli aggiugne in fine del suo
saggio, quantunque risguardino in genere tutto il tempo della durata de' sette
regni, contuttociò tratte sono dagli avvenimenti narrati dagli storici, e sono
come un fidicono passati. Sotto cotesti Re. Altre, e queste sono in
maggior copia, risguardano più particolarmente ciascun regno, e s'in gegna con
tutto questo di dimostrare, com e i fatti, che dagli storici, e principalmente
da Livio ci furono tramandati, facciano guerra alle epoche assegnate da esso
altri scrittori di quelle storie; le quali ragioni io non istimo Livio
medesimo, e dagli essere di tal peso, che s'abbia -perciò ad infringere
l'autorità degli storici, ed abbre viare della metà circa la durata de'mentovati
Regni. un risultato delle osservazioni sue sopra ciascun regno. Ma riesce
poi più lunga faccenda il togliere quelle contraddizioni, e ripugnanze, che dice
ritrovarsi tra i fat tiregistrarinegli annali degli storici, e le epoche da elli assegnate.
Ben è vero, che per questo rispetto chi volesse restringersi unicamente a
mettere la cosa in dubbio, quella stessa facilità, con cui prese per guida
que’.foli Storici, che gli andavano a grado, e fece scelta di que ' foli luoghi
di questi, che gli erano favorevoli, potrebbe appigliarsi ad altro Scrittore,
oppure ammertendo gli stesii sceglier da quelli que'luoghi (che al certo non
gli mancherebbono), i quali favorissero l'antico cronologico sistema. Ma questo
sarebbe porre folianto, c o m e disli, in dubbio la cosa; anzi il far vedere,
che non mancano testimonianze in favore sia dell'una, che dell'altra opinione,
riuscireb be di non poca confusione, e darebbe a credere a' poco avveduti, che
la quistione definir non sipossa. Onde io credo, che far si debba un passo più
oltre, vale a dire non appagarsi di ridur la cosa a tal segno soltanto,che
vengano ad indebolirfi le ra gioni addotte d’A. contro l'antico Cronologico
Sistema, per m o d o che non che per l'altra, o pure anche che
venga non fiavi per una parte ragion più forte, a rendersi più probabile
l'antico Sistema, m a di più innalzarlo al grado delle cose più fi cure, che
affermar si possano di quella pri ma età di Roma:ilche per recare adef fetto si
dovrebbono esaminare le qualità, ed il particolarcaratteredi ciascuno degli
Storici, che scrissero gli avvenimenti di que' secoli, e confrontandone i
luoghi, far ragio ne dal tempo, in cui vissero, dal fine,per cui presero a
dettare le loro Storie, in somma ad operarsi per conciliarli fra di loro, ed
accertarsi per mezzo di una sana Critica della verità de'fatti, onde
chiaramente siscopra, se questi, ove sieno ben accertati, sieno poi tali, che
all'epoche ripugnino. Ora adunque seguendo lo stesso ordine te nuto dall'Autore
nel Saggio suo, allorchè mi sarò ingegnato di rispondere a quelle generali
opposizioni, ch'egli fa, e dopo che avrò delineato non dirò già un ritratto, m
a un lieve abbozzo de'tre principali Scrittoridelle Storie di Roma sottoi Re,
mi farò distin tamente ad esaminare quelle irragionevolez ze; ed anche
ripugnanze, com'ei le chiama, per cui stimò doversi abbreviar ciascun R e gno,
e per conseguente di molto, cioèdella i b metà metà forse,
doversi scemar la durata di tutti fette iRegni. Si risponde ad alcune
obbiezioni, che fa A. coniro l'antico dero no, CAPO Cronologico Sistema.
Per farci a considerar quelle ragioni, che adduce prima di tutto l'Autor nostro
nel suo Saggio, e che tutta la quistione abbraccia fa d' ilpremettere, uopo, e
che gli mette troppo bene a conto, ed è che i fatti fieno staticonservati
illesi dalla semplice tradizione, che tro egli chiama vaga, senza ajuto degli A
n nali,i quali perirono nelle fiamme, cui die 1 noftri ultimi tempi alcuni
Letterati Francesi dell'antica avanti Pirro osservato Storia molti luoghi
avendo Roma farono doverne dubitar della certezza nel qual dubbio se fosse per
avventura 'egli en trato, non opporre che, essendo il tutto dubbioso egualmente
egli un partito Ora è da avvertire prender che a questi di sottilmente, p e n
più ragionevolmente potrebbe i fatti dagli Storici narrati all'epo di mezzo per
al dero in preda i Galli la Città di Roma, e le epoche sieno state
interamente distrutte da quell'incendio, nè per quelte sole tradi zioni veruna
valendo, abbiano dovuto gli Storici posteriori immaginarsele a senno loro. Il
qual partito, soggiugne il noitro Autore, ben volentieri presero essi, trovando
modo di appagar con questo quel natural deside rio,che,nonmeno diciascuna
famiglia, ha ciascun popolo di spingere, come e'fece ro, tant'oltre quanto
poterono nella oscuri rità de'tempi la propria origine. E quello che è più lidà
a credere,che a ciò fare giustificati fossero dalla opinione, la quale ei dice
ch'essi aveano, che tante generazio ni corressero quanti Re; onde circa tre R e
gni largamente in ogni secolo si avessero a porre, essendo ogni generazione di
trentatrè anni: laddove egli pensa, che più brevi di molto sieno di Regni, non
giungendo questi l'uno fagguagliato coll'altro se non ai di. ciotto o vent'anni,
secondo che scrisse il Neurone (a), la qual legge, segue egli a dire, si vede
confermata in quella unga fe rie d'Imperadori, che da Yao infino a ' di b2 (a)
“The Chronology of the ancient kingdoms of Rome, amended by Newton. Veggansi
le due tavole Cronologiche in fine. nostri tennero il vasto Impero della
China, D a tutto questo si raccoglie fupporsi dall'Au tor noftro, che quella
vaga tradizione, la quale conservò gli avvenimenti, comechè facili a ricevere
alterazioni, a cagion delle molte circostanze, che fogliono accompagnarli, anzi
che conservò, c o m e di alcuni dovrem notare le epoche precise, in cui non
abbia potuto conservare le altre epoche più notabili, vale a dire la durata di
ciascun Regno, e per conseguen te la somma dello spazio di tempo,che ab
bracciarono tutti isette Regni insieme,quan tunque cosa non meno importante di
m o l tiffimi fatti, che pur furono da cotesta sua tradizion conservari, e non
capace di pren dere come ifatti diverso alpetto passando per le bocche degli
uomini. Non troppo ra gionevole pertanto mi sembra la sua preten. fione, e per
asserire, che gli Storicidique' primi tempi di R o m a non fossero informati di
queste epoche, farebbe mestieri produrre qualche testimonianza, o almeno
congettura, da cui si potesse chiaramente inferire che di quelle veramente
informati non fossero, la qual cosa non facendo egli, io ftimo, che non maggior
ragion fiavi per credere a' fatti, che alle epoche. Cie seguiti sono 1 Ciò
posto o è l'antica Storia di Roma del pari tutta dubbiofa, e d in questo caso
inutili sono le osservazioni sue, o è del pari certa tanto a' farti, ed
rispetto alle epoche allora non hassi a dire,che le, quanto i che sieno state
supposte ci. Senzachè se gli Storici si fossero i m m a ginato a piacer loro le
durate de'Regni se condo la legge delle generazioni, com'egli pensa, non si
sarebbono tolto la briga di far registro di quanti anni precisamente sia stato
ilRegno diciascun Re, edavrebbonodato qualche cenno d' aver seguita una tal
legge; fe pur non vogliam credere, non che seguit sero una regola da essi
giudicata sicura,ma che avessero concepito di tessere un dolce inganno
a'contemporanei loro, il che, senza che se ne adducano le prove, conceder non
si dee a giudizio mio per modo nessuno. epo da'pofteriori Stori- [il malizioso
disegno 1 Quantunque però sia abbastanza Ito, che, quand'anche tutta l'antica
Storia di Roma fi fosse, non solo ugualmente per semplice tradizione conservata
instrutti della Cronologia, che de'fatti por si debbano gli Storici mentovati;
nulla dimeno, fia per salvar dalle fiamme questa Cronologia, d a cui divorata,ma
anche più manife la presume ľ sup Aus b due (6)Quae
incommentariisPontificumaliisquepublicisprive. tisque erant monumentis incenfa
urbe pleraeque interiere. T.Liy. Dec. I.Lib. VI.inprinc. Plut. in Numa
inprinc. non che vorrà negare. Autor noftro, sia perchè resti maggiormen
te confermata la certezza dell'antica Storia di Roma (la quale a vero dire già
ha a v u to troppo più valorosi difensori di quello ch'io m i sia ) stimo
pregio dell'opera il *mostrare, che non fu poi, qual per alcuni si dipinge,si
funesto l'incendio de'Galli per gli annali di Roma. E per cominciar da Livio,
della testimo nianza di cui si fiancheggia in prima il no ftro Autore, oltrechè
mostreremo fra breve, che a lui non poco premeva di fare passar per dubbiosi
gli antichi avvenimenti seguiti avanti l'incendio de'Galli, se si considera no
attentamente le parole di lui (b), que ste non vengono a dir altro, se buona
parte de'monumenti perì in quelle. fiamme,ilche nè io, nè alcuno, penso,
Plutarco poi non dice altro, se non che, secondo quello, che avea osservato un
certo Clodio,supposte erano alcune m e m o rie appartenenti a Numa, essendo le
vere mancate nella presa di Roma. Se da questi ро . 23 due luoghi
di LIVIO, e di Plutarco si possa inferire, che abbiano gli Archivj di Roma
fofferto un generale incendio, lo lascio al giudicio de'giusti estimatori delle
cose. Se Roma fosse itata inaspettatamente presa di asfalto, non riuscirebbe
forse difficile ilcon cepirlo;ma ad ognuno è noto,che iRo mani, dopo l'infaufta
giornata di Allia, in cui furono da’Barbari sconficci, vedendo di ·non potere
per modo nessuno difendere la Città dal vittorioso esercito de'Galli,ebbero
ancora tale spazio di tempo (tre giorni
dicono DiodoroSiculo, e Plutarco) da po ter fornire di munizioni il
Campidoglio,m e t tervi alla difesa il miglior nerbo della solda tesca, i più
valorosi Senatori, e la più vi gorosa gioventù, ove ancora per teftimo nianza
del medesimo Diodoro posero in fal v o quant' oro, argento, vesti preziose, e
cose rare, che s'avessero (f): ebbero t e m b4 Diodor. Sicul, non le
Vertali di ricoverarsi a Cere, non r é itando nella Città fe non que'venerandi
vecchị, che vollero rimanervi. Ora adunque Liv ) Diodor. Sicul. Bibliot. Stor.
ed. Amft.. Plut. in Camillo. ed incerta, ma poco o nulla men pregevole delle
Storie medesime, di cui abbiamo fatto parola sopra, e per mezzo di cui, secondo
quello che abbiamo osservato, riesce non avranno o i guerrieri rinchiusi
nella roca o quelli, che lisottrassero colla fuga. all' eccidio della Città,
falvati dalle fiamme quegli antichi Annali? I n verità bisognereb be far forza
a noi medesimi per idearci Romani accesi com'erano dell'amor Patria, e
solleciti di ogni cosa, che potesse fervire alla gloria di quella, così Voffius
de Hift. Lat. O p a i della ca, ranti delle proprie poco Storie.M a supponiamo
cu che,che questi an fossero periti; il famoso Vossio Annali osserva tacciar
non per questo tica Storia dubbia credibile l'an avessero di Roma, essendo pur
anche i loro Annali, che le circon fi dovrebbe vicine Città, con tuto ad un
bisogno loro; ed in secondo alle luogo non essereda cre dere, che coloro
fra'Romani, i quali li legge vano, custodiyano duto la memoria, scriveano del
tutto: ed ci riduciamo a quella tradizione vaga,, non però,che di falsa, o cui
i Romani abbiano mancanze supplire, avessero in tal caso po per ed, Amst. CICERONE,
de Orat. de Legib. Nulla enim lex neque pax, neque bellum, nequè res ficnotata:
Corn. Nep. in Attico. Senex Historias fcribereinstituit, quarumsuntlibrisep.
Ma che serve affaticarsi di provare con congetture una cosa, di cui abbiamo
cost chiare, e sicure testimonianze? Non giunse ro gli Annali Maslimi. a'rempi
di CICERONE, e non ne reca egli giudizio in più luoghi. delle opere sue? Onde
Fabio Pirrore, Lucio Pilon FRUGI, Valerio Anziate Scrittori che furono tra
lemani dị Dionigi, e di LIVIO, avranno prese le memorie per dettare le Storie
loro, se non da'monumenti, che avanti l'incendio esistessero? Pomponio A t tico
intrinseco amico di CICERONE, che se condo Cornelio Nipote non tralasciò in certo suo libro di porre
sotto l'epoca pre cisa cosa alcuna riguardevole del popolo Romano, CATONE, il
primo libro delle Storie di cui comprende i fatti de’ Re di Roma come riferisce
lo stesso Cornelio, onde avran tratto i materiali per quest' opere loro? VARRONE
il più dotro de'Romani, uomo al tiesce
non solo ugualmente, m a più credi bile eziandio la Cronologia de'fatti. certo
ili luftris estpopuli Romani, quae non in eo,fuo tempore com,primus continet
res gestasRegum populi Romani Corn. Nep. in Cat. certo di non facile
contentatura,su che avrà fondato l'opinion sua contraria a quella di CATONE circa
al tempo della fondazion di Roma, se non sopra monumenti,che a'suoi tempi
ancora esistessero, in cui fosse accura tamente descritta quella prima età? E,va
gliami per ultimo l'autorità di quel diligen te investigatore delle antichità Romane
Dio. nigi d'Alicarnasso, quante tenebre egli non dilegua coi Commentarj
de’Censori, e con altre memorie, le quali pajono anteriori alla famosa
irruzione de'Galli, o almeno sopra quelle compilate? E non è forse da crede. re,
che a quel Dionigi, il quale dovendo per mezzo di un suo computo fissar la giu
Ata epoca della fondazione di Roma, fi Itu dia di portare tanti monumenti, per
venire in cognizione del numero d'anni, che cor sero dalla deposizion di
Tarquinio insino all' incendiodiRoma,e che circa alla durata de'Regni non muove
la minima que stione, anzi concordando con LIVIO, gli af segna il medesimo
numero di anni;a quel Dionigi,cui è data la lode di esattissimo nel fissar le
epoche, come più sotto vedremo, Dionyf. Halic: Antiq. Rom. ex ed, non
Graeco-Lat. Friderici Sylburgii Lipfiae. Che poi per vantare antichità abbiano
gli Storici allungata la Cronologia, è noto a d ognuno esserregola dell'Arte
Critica, doverfi presumere, che alcuno abbia ingan, nato sulla fola luogo bio non
nato in suo pro l'ingannare, m a doversi a d d'aver egli.veramente ciò fatto;
ed oltre a questo non può cade dur prove manifeste sopra Dionigi., come quello,
ch'essendo straniero re per modo nessuno un talsospetto non era tentato
dall'amor della patria a mentire per adularla, e che fece un particolare ftudio
di chiarire l'antica Storia di Roma. che sarebbetor non mancassero i suoi
fondamenti per accer tartaldurata,come cosa fuord'ognidub congettura, Non
istimo ora del resto dover parlare della diversità, che l'Autor nostro dice cor
Tere tra le generazioni, e le successioni de' Regni;giacchè è manifesto non
aver gli Storici seguito una tal regola, e quand'an. che seguita l'avessero
potendosi far veder di leggieri, che se per alcuni motivi da lui e dal Neutone
addotti sembra, che iRegni debbano riuscir più brevi, che le, per altri
rispetti potrebbe più lunghi restassero tazioni. Tanto più che dovrò accennare
in generazio succedere, che i Regni, che le gene ni luogo più opportuno
quelle regole ch'io stimo doverli osservare, nel fiffar queste g e nerazioni,
potendosi queste sotto diversi a f petti riguardar da ' Cronologi.
(mn)Description de l'Empire de la Chine par le P.Dus Halde.Faites de la
Monarchie Chinoise per dare a divedere, che quella rego Mi basterà per
ora notare, ch' in quella lunga serie degli Imperadori della Cina s'in •
contrano n o n una volta sola, m a diverse fiare sette Regni di seguito, i
quali se non giungono, si avvicinano però assai allo spa zio di tempo, che
tolti insieme durarono i Regni de'Re diRoma:per comprovarla qual cosa giova il
recarne alcuni esempj, che m'è venuto fatto di ritrovare ne'fatti di quella
Monarchia descritti dall'accurato P. Du-Halde (m).Nella prima.Dinastía da Ti
Pou-Kiang insino a Kiè corsero dugento e dodici anni. Nella seconda da
Tching-Tang infino a Tai-Vou passarono dugento e quat tro anni; e nella terza
Dinastía dugento 'e venticinque da Tchao -Vang insino a Li-Vang. Facilmente non
saranno questi foli i casi, in cui,non uscendo dalla serie degli Imperadori
della Cina, fecte Regni di seguito abbiano abbracciato più di due secoli; tanto
però basta la, 2.9 gi la, la quale pure è vera, trattandosi di l u n
ghissimo spazio di tempo, riesce falsa nelle itesse Tavole Cronologiche degli
Imperadori Cinesi, quando si reftringa a fette soli R e gni. Ed ecco come si
vengono a sciogliere tutte quelle diffico'tà inosse dall'Avior no stro per
diminuir la credenza, che prestar fi dee agli Storici, e rendere improbabile in
genere la lunghezza di questi Regni. Ora fa di mestieri farsi a considerare
quelle ragioni, ch'ei deduce dalla ripugnanza dei fatti, di cui fecero gli
antichi Scrittori re gistro,alleepoche,per venireadaccorciar
ciascunRegno:Seiodicesli,che concor dando a un dipresso tutti gli Storici nelle
epoche principali, e circa la durata de'Re-. gni, e discordando ne'fatti,
ilconsenso loro nello afferir la durata dee meritar. troppo maggior fede, e
pertanto doversi come lup-, posti rigettar quegli avvenimenti, e quelle epoche
particolari di alcun fatto, che taluno fra essilasciò ne'suoilibri descritte,
che ripugnano a quello, la di cui certezza è chiaramente,e concordemente da
essi affe rita; se jo ciò dicefli, mi servirei di una ragione più atta a far
forza, che a persua dere. Perciocchè resterebbe sempre una c o tal nebbia, ed
oscurità nella mente de'Lega gitori, non vedendo eglino quali oltre
a que ito fieno i motivi, per cui come falsi s'ab biano'a rigettar questi
fatti, che falli certa mente avrebbono a d essere, quando ad una verità fi
opponeffero. Laonde è convenien te o farne vedere per altre ragioni la fal fità,
o mostrarne la non ripugnanza, quan do, come di alcuni veri dovrò fare meno
avvedutamente ripugnanti, sieno stati dall'Au tor nokro creduti.Per condurre a
fine le quali cose, siccome è d'uopo far uso delle regole, che prescrive l'Arte
Critica, stimo pregio dell'opera il premetter quella, la quale più d'ogni altra
ttimali necessaria, ed è il chiarir bene a quale Scrittore s'ab bia per CAPO. Si unus aut alius (Hiftoricus) adverfus plures teftifi: Centur,
Historicorum conferendae dotes, fecundum cas je dicandum. Genuenfis in Arte
Logico-Crit. COSI. l'antica Storia Latina, i di cui av. venimenti cadono nella
nostra quiltione, a ri correre, ed in caso di disparere, a quale fi debba
prestar maggior fede. Trattasi della credenza, che prestar fi dee a LIVIO,
Dionigi d'Alicarnaso Plutarco, per rispetto ai fatti, che R a gli Scrittori, in
cui troviamo descritti i principi di quella Nazione, al di cui co fpecto dovea
tremar l'Universo, primeggia no Tito Livio, Plutarco per le vite, che stese
de'due primi Re, e Dionigi di Alicarnasso. Penso adunque esser buona cosa l'in.vestigare
prima di tutto il vero carattere di ciascuno di questi, per rispetto al
maggiore o minor caso, che far si vuole della au torità di taluno di effi per
riguardo a tal altro,ne’racconti,che pressodiloro sitrovano. per (a) Come Livio
scrive, che non erra, Dante Inf. cant. che non Fra cądono nella presente
quistione. Se farò poi in questa disamiņa precedere Tito Livio agli altri due,
si è, perchè di lui fi pregia più che d'ogni altro l'Autor nostro, e glid à ad
una voce col creatore della nostraLingua,non meno chedellano Itra Poesia la
lode di Scrittore 2 erra, la qual lode se vera se giusta sia. Livius etiam, et Curtius
artem declamatoriam affe&taffe videntur. Nimiam ftyli.curam in Hiftorico fufpettam
ho beo,Genuens. in Arce Logico-Crit. per rispetto a quel tratto della Storia
Latina', che cade sotto la controversia noftra, verrà brevemente esaminando.
pol L'andar dietro alle quistioni, e dubbie tà, che s'incontrano nella Storia
de primi tempi di Roma, il diradar lenebbie,incui si avvolgeva quell'oscuro
secolo, era cofa, che ripugnava all'indole di Livio, il qual certamente più
compiacevafi nel dipingere con quel luo vivo, e maestoso itile i bei giorni di
R o m a, che in ricercarne sottilmen te le origini traendo alla luce gli avveni
menti, che succeduti erano in quelle rimote età. Pare veramente ch'egli dovesse
te mer forte non i suoi lettorifi disgustassero, se egli si fosse messo in un
tale intricato sen tiero, sentiero, che male egli avrebbe p o tuto spargere di
tutti i fiori della sua E l o quenza; la quale fua Eloquenza però, per dirlo
alla sfuggita, rende sospetta a tal Critico la veritàde'fatti da lui narrati
(b). Principale intendimento era adunque di lui lo stendere la Storia più
luminosa di Roma, vale a dire allor quando falira a gran possanza,
ed a grande onore questa Repubblica cominciò a stender le ali Pontificum
libros annosa volumina Storia in fine, la quale troppo più che l'antica era
confacente algeniodi Livio, ed alcomun desiderio dei Romani de'suoi tempi, per
cui preso avea a dettarla.Che se Tacito parago nando le Storie de'tempi suoi a
quelle di que sto secolo, di cui favelliamo, dice, che m i nute,e poco
memorevoli farebbono sembrate le per cose, 1Uni verso. Quando, domati
finalmente i feroci popoli dell'Italia, qual rinchiuso fuoco, che rovescia ogni
ostacolo più forte, avventò le fiamme in grembo all'emula Cartagine, ed a
Corinto, e loggiogata parte coll'armi, par te coll' accortezza la Grecia tutta,
e corsa l' Asia trionfando, essendo, per servirmi delle parole di Tacito,
l'antica, e natural ansietà ne'mortali della potenza cresciuta e scoppia ta
colla grandezza dell'Impero (c), sidivise in quelle fazioni, che tanti e si
gran casi somministrarono alla Storia. Storia di gran di imprese, di gran
personaggi, e di gran di avvenimenti ripiena; Storia non troppo lontana dal
secolo, in cui egli vivea, e per cui non avea a rivoltare Tacit. Hist. Cte
nimia obfcuras, velut, quae magno ex intervallo'lo ci vix cernuntur; tum quod,
et rarae por cadem tempo ra literae fuere,u n a custodia fidelis memoria rerum
g e ftarum; et quod etiam fiquaein commentariis Pontificum, aliisque publicis,
privatisque erant monumentis incenja urbe pleraeque interiere. Clariora
deinceps certioraque ab secun 'da origine velut ab ftirpibus laetius
feraciusque renatas urbis, gefta domi militiaeque exponentur, mo cose,
ch'egli avea a raccontare, e che non erano da eguagliarsi le Storie sue agli A
n nali antichi di Roma, poichè gli Scrit tori di quelle narravano guerre
grosse, Città sforzate, Re prefi, e sconfitti, e dentro di scordie di Consoli
con Tribuni, leggi a'fru menti, zuffe della plebe co'grandi,larghilli mi campi,
scarso all'incontro e stretto effe re il suo: che ne avrà dovuto pensar Livio
paragonandole a quelle di que'rimoti, ed oscuri secoli? Se non tralasciò
pertanto del tutto di far menzione de'principj de’ Romani, non altra ragione,
penso io, averlo a ciò moffo, fe non per non incorrer la tac cia d'aver
composta una Storia mancante, e per potersi in certo modo fpianar la ftra da a
descrivere le susseguenti famose impre se di quel popolo d'Eroi. Ed in fatti
dalle sue stesse parole fi rac coglie non aver egli troppo dibuon ani TACITO, Annal.
&.. cum vetufla m o lavorato a ftendere quel tratto delle sue Storie.
Cofe le chiama oscure per troppa antichità, e che, per così dire, a cagione
della grande distanza appena più sivedeano. Parla di quelli avvenimenti in modo
che fi scorge, che poco o nessun conto ne fa cea, tanto più dicendo, ch'esporrà
più l u minose, ed accertate gelta della quafi da più fertili, e rigogliole
radici rinata Città dopo l'incendio de'Galli. Poco, ei dice, scriveasi avanti
l'irruzione de' Galli, e se al cune memorie eranvi negli Annali de’ Pontefici,
ed in altri pubblici, e privati m o n u menti,buona parte di queste peri nelle
fiam me. La qualcosa, posto che veramente molte memorie ancora esistessero
a'suoi gior ni di que'tempi, come ben feppe rinvenirle Dionigi, dà non lieve
motivo d i dubitare non il dire, che molti di questi monumenti periti fossero
in quell'incendio sia un mendi cato pretesto di lui per ispacciarsi in poche
parole di quelle antichità. Per raccogliere il tutto in breve non p a re, che
in questo tratto di Storia almeno Livio sia quel Livio, che non erra, e che a
più buona ragione, che non quel verso di ALIGHIERI, adattar fe gli.patrebbe il giudicio
di с2 di Quintiliano, ove dice,che quella dol ce facondia di Livio
non sarà mai per a p pagare colui, che non la venuftà del dire, m a la verità
cerca nella Storia. Perlaqual cosa a giudicio non solo del P .Rapino, ma di
quasi tutti i più valenti Critici, e per l'accuratezza, e per lo discernimento,
e per la verità delle cose narrateanteporre fidee a LIVIO Dionigi d'Alicarnasso.
Questo Storico è appunto il nostro caso. Perito egli era della lingua, e
de'costumi de'Latini,fra cui fece lunga dimora.Con temporaneo di Livio, Critico
eccellente p r e se a trattar quella parte della Storia Latina, ch'era più
oscura per la lontananza de'tem consultò tutti gli antichi Romani Scrit tori
diligentemente; e siccome si scorge, se condo quello, che abbiam notato, che
l'in tenzion di Livio era di trattar principalmen te la Storia di Roma dopo
l'incendio de' Galli, così il fine di Dionigi era d'inftrui re i suoi lettori
nelle antichità soltanto di quella Nazione, per le quali sue doti
ftimò pi? il Neque illa Livii
lattea ubertas fatis docebit eum, qui non speciem expofitionis, fed fidem
quaerit. Quiptil. Rapin. Réflex. sur l'Hift. Sto. Bodino di doverlo in
questa parte pre ferire a tutti gli altri Storici Greci e Latini. E se per
avventura non è, come osservò il Rollin (i), nella lingua lua si eloquente, e
si colto come Livio nella Latina, in quanto all'accuratezza, e diligenza il
vince sicura mente d'affai.Che poi più cose, e più ac intorno antichità presso
di lui, che presso Livio fi curatamente descritte ritrovino, è anche il parere di
quel VARRONE dell'Ollanda Gerardo Vossio (k), ilqual coll' autori tà di Eusebio,
e dello SCALIGERO, l'ultimo fuo sentimento egli fiancheggia de quali lo
commenda appunto per quella dote, di cui noi abbisogniamo, voglio dire per
essere stato egli più d'ogni altro dili gente nel fissar le epoche. M a a che
serve andar raccogliendo le testimonianze de'Cri tici? Niuno v'ha fra'
letterari, che ignori quanto Dionigi sia benemerito delle Romane antichità, e
che non sappia esser egli alla C3 alle Romane Dionyfius Halicarnasseus
antiquitates Romanorum ab ipfius urbis origine tanta diligentia confcripfit, ut
Graecos omnes, ac Latinos fuperaffe videatur. John Bodin.
Meth. a d f acil. Hift. cogn. Rollin Histoire Anciene; Voffiusde Hift. Graecis,&ibi
Euseb. in prep. Evang., et Scaligerin animad. Euseb., il qual dice: Curatius co
niemo tempora obfervavit, E'ben vero esservi taluno fra'moderni,il
quale non fa gran calo dell'autorità di lui per riguardo a ciò, che scrive
intorno alle origini de'popoli d'Italia, avendo a parer suo Dionigi,per gloria
della propria nazio ne, dato luogo troppo leggermente alle con getture, per
derivar dalla Grecia i primi abitatori dell'Italia (l). Lascio ad altri il
giudicare le giusta fia, o no quest'accusa; m a, quanrunque fosse ben fondata,
non so avrebbe per questo a dubitare delle cose n a r rate da lui, le quali
cadono nella nostra qui ftione: perciocchè in quella parte dell'Ope ra sua, di
cui servir ci dobbiamo, n o n trattasi più delle prime origini de' popoli
Italici, m a delle origini soltanto primi tempi di Roma; onde non può più aver
luogo quel sospetto, ch'egli abbia v o luto adulare la nazion sua, non
essendovi piùlagloriadiquellainteressata in modo nessuno. Questo Storico
pertanto, quantun que venga una volta fola in campo nel Saga Storia
Latina de primi tempi quello, che è alla Storia d'Italia de'secoli di mezzo
l'eru dito, e diligente.Muratori. e dei gio Guarnacci Origini Italiche. Veniamo
ora finalmente a Plutarco.M o l to discordanti sono i giudici, che di lui re
cato hanno i Critici:perciocchè, se a molti Letterati di grido siattribuisce
per una par te quel detto, che se in uno universale in cendio di tutti i libri
un solo scampar se ne potesse dalle fiamme, si vorrebbono falvare le vite di
Plutarco; non manca per altra parte chi ne rechi troppo più vantaggioso
giudicio, e fra gli altri un celebre Lettera to Inglese il Signor Midleton
giunse a chiamar l'opera di lui un abbozzo piuttosto, che il compimento di un
gran disegno. A chi fu Saggio sopra la durata de'Regni de’ re di Roma. A. ediz.
di Livorno. Nella edizione fatta di questo Saggio in Firenze non è mai citato
Dionigi, anzi nella lettera a Zanotti dice A. che non avea voluto leggere altri
scrittori, che parlassero de’ re di Roma fuor chè LIVIO e Plutarco. Conyers
Midleton prefaz, álla Vita di CICERONE, per gio del nostro Autore (m ),
sarà però quello, che più d'ogni altro ci additerà la strada, che li vuol
battere per giungere al vero nella presente materia, c o m e quello, il quale
più giustamente di Livio merita il nome di P a dre di Romana Storia. ! altro
pon mente alle belle qualità, per cui fu lodato, ed a'diferti, perliquali
C4 Del resto per giungere a farci una chia ra idea del merito di
questo Autore fa d' uopo prendere d'alquanto più alto i princi p j.Quantunque
pertanto pregio essenziale della Storia sia la verità de'fatti, si voglio no
con tutto ciò offervare e la scelta che fa l'Autore di questi, e le rifleffioni,
e l'ordi ne, con cui dispone ogni cosa, e la dici tura, di cui si serve, del
che tutto nell'al tra nostra Opera abbiamo copiosamente ragionato. Ora per
parlar soltanto delle riflel fioni, queste son quelle, che danno a vede re il
giudicio dell'Autore intorno alle cose narrate, giudicio,che resta più o meno
de gno di stima a misura, che viene ad esser fondato sopra valide ragioni, e
che non esce di quella scienza, a cui ènoto aver con Jode dato opera lo Storico.
Le considera 1 fu ripreso, riuscirà agevole il comporre i lorodispareri.
Vero è, che ilSignorMidle ton ne recò più svantaggioso giudizio di al cun altro,
perchè forle non ritrovò in lui, come bramato egli avrebbe, abbastanza en
comiato l'Eroe, a gloria di cui egli consa crò una sua assai lunga, ed
elaborata o p e ra, nella quale però sembra ad alcuni, che ne tefla egli
piuttosto il Panegirico, che la Storia. zioni, zioni di un Polibio,
o di un Cesare sopra l'arte della guerra, o di un Tacito sul Inoltre
dalla scelta, che fa de'fatti, fi Arte Poetica di Zanotti verno de'popoli
intanto degne sono di c o m tore le manifeste, in quanto hanno essi fama di ef
mendazione fere stati di quelle facoltà ottimi conoscitori M a fupponiamo, che
sitralascino. dallo Scrita riflessioni,non èforsevero, è per così dir forzato
lo Sto che narrando rico a dar segni della approvazione fapprovazion,odi sua?
Cosi pensa quel dotto, e Scrittore, uno de'primi lumi d' leggiadro Italia, cui
il Conte fto fuo Saggio (o). Ora que ognun Algarotti indirizzo ciò posto
professò principalmente sa, che Plutarco fcienza de'costumi; questa cui le
altre tutte qual più direttamente s'hanno a riferire, come raggi d'un meno
cerchio al centro, esercita l'impero suo so pra le azioni tutte degli uomini,
ond'è m a nifesto, che anche supposto, che Plutarco alcuna osservazione do reca
giudicio dell'azione non aggiugnesse fcrivendo, e giudicio, di cui non piccol
caso facoltà,narran ', che va de uscito dalla penna di un Fifar fi dee,come
losofo de'più rinomati dell'antichità. go la poi, a, qual viene Rag.,Bologna
qual dà maggiormente a conosce re il bellicofo genio di quell'Alessandro del
Settentrione Carlo XII., loggiugne, che tal cosa lasciato non avrebbe
d'inserire nella vita di lui un Plutarco. Remmo. Discordimilitari Disc, e nel
formare il carattere de'perso naggi, di cui stende la vita. Egli non sia p paga
delle azioni pubbliche, e ftrepitose, nè si ferma intorno alla sola corteccia,
m a seguendo, per dir così, i suoi Eroi in ogni lu go, e non temendo di
abbassarsi col de. scrivere certe minute particolarità, entra ne? più fecreti
ripostigli dell'animo loro, e pre fentà al lectore ad un tempo medesimo un
fedel ritratto e di esli, e della umana na. tura. E questa singolar dote di
Plutarco fu giàdal nostroAutore osservata; poichènar rando in un suo discorso
un tal fatto parti colare, il qual dà viene in cognizione della perizia di lui
nello scoprire le più nascoste proprietà del cuore umano, e nel formare Questo
è il favorevole aspetto, fotto cui riguardar fi possono le vite da lui
scritte,e gli encomj,di cui gli furono cortefi iCrie tici,vengono a ridurlia
questo.Ma sevo leffimo poi in materie dubbie, ed oscure ri poläre interamente
sulla fede di lui, corre altri. remmo non piccolo pericolo d'ingannarsi.
Plutarco, con ben raro esempio, congiun geva un ingegno straordinario ad una
credu lità somma (difetto, da cui i rari ingegni fogliono per altro andar
esenti, cadendo più sovente nell' eccesso contrario). Forse ritene va in questo
parte degli influfli del Cielo di Beozia. Occupato da'negozji, ch' ebbe a
trattare, e dall'impiego di dare lezioni di Filosofia, poco tempo gli rimaneva
per ac certarsi della verirà delle cose, che s'accin geva adescrivere.Sifa,ed
eglistessolo con feffa, che ignorava la lingua Latina, nè o b bligato era dalla
necessitàa d iftudiarla, ava vegnachè dimorasse in R o m a, servendo la lingua
Greca a que' tempi presso i Latini di lingua,come fuoldirsidiCorte,cioè par
lata dalla più leggiadra, e brillante parte delpopoloRomano,edi linguadotta.La
(ciopensare di quanti sbaglj una tale igno ranza possa essere itato cagione.
Che della fola autorità di lui pertanto non si debba far molco caso, è il
sentimento del dotto Bodino, del Rualdo, del Dacier, e di Bodin. Method.Hist. Interdum
etiam in Romanorum antiquitatelabitur.Ruald.animad.inPlut. Dacier nelle note
alla fua traduzion francese delle Vite di Plutarco. Vero Vero è,
che l'erudito Giureconsulto Ei neccio (r) per salvar dalle accuse de'Critici un
luogo di Plutarco, ove narra questo Sto rico aver Numa concesso certi privilegj
alle Vestali, i quali si sa indubitatamente non essere stati ad effe concessi
senon dopo que sto R e, avvisofli di fare una mutazione nel teito di lui,di
modo che seavantidiceva: aver conceduro grandi onori alle vergini Ve Itali,
veniffe a dire: loro concedettero (i Romani ei sottointende ) molti onori, e
fog giugne, che per sì fatta maniera salvar li possono molti luoghi di questo
Storico.cen Turati dagli eruditi. M a lasciando stare, che molti non saran no
quelli,che con una talcurafanarfipof fano; non so, perchè con tanta facilitànon.
essendo il luogo di Plutarco un frammento di qualche antico Giureconsulto, il
qual abbia necessariamente cogli altri a concordare, si avventuri da lui questa
emendazione, fen za addurne altra ragione, fe non che ilfal varsi con questa
l'autoritàdi Plutarco.Am mesfa una tal Critica si fanno scomparire con poca
fatica tutti gli sbaglj de'libri, che ci restano dell'antichità. Heineccius ad
legem Papiam Poppaeam. Amít, apud Wetftenios, Sia adunque per la ignoranza
della lingua Latina, lia molto più per lo genio credulo, e poco critico, anzi
qualora trattasi di Sto rie lontane da tempi fuoi portato al meraviglioso
Plutarco, non è guida ficura per chi vuol penetrare nelle più rimote istoriche
notizie. Quella Storia favolosa, che dic' egli rinvenirli nelle origini delle
nazioni prende, e li ftende troppo negli scritti di lui sopra i diritti della
vera Storia maggior mente sgombra dalle finzioni presso altri Scrit tori. M a
per riguardo a quella parte della Storia di Roma, i di cui avvenimenti ca d o n
o nella nostra quistione, potea troppo qui cilmente schivar gli errori.
Non avea egli nella sua stessa lingua le accurate fatiche di Dionigi di
Alicarnasso Scrittore, che ben dovea esfergli noto, e noto veramente gli era,
facendone egli menzione? Perchè adunque non si restrinse a lui solo,
tralasciando quelle fue popolari, e favolose tradizioni? Niuno dubiterà
pertanto, che in questa parte della Romana Storia pofpor si debba Plutarco a
Dionigi. E ben riuscirà singolar cosa, fe recherò in mezzo l'autorità dello
stesso A., il quale, fuori di questa fa Plut, in Theseo in princ. quistione
non lasciò di rendere il dovuto omaggio a Dionigi, e di mostrare il poco caso,
che far fi dee della sola autorità di Plutarco ne 'fatti de' Romani, efefarò ve
dere aver egli in cofamolto più recente negato credenza a quel Plutarco, a cui
tan to s'affida per rispetto ad avvenimenti ri motissimi dalla età di lui.
Bafta per chiarirfi di quanto ho detto dar un'occhiata a ciò, che scrisse
l'Autor nostro intorno all'impre fa di Cesare contro a'Parti. Questo è quanto
ho io stimato dover pre mettere circa la fede, che prestar fidee agli Storici,
innanzi di farmi ad esaminare. la verità, o falsità de'fatti, e la ripugnan ża
o non ripugnanza di questi alle epoche il che mi studierò quanto più brevemente
per me sipossa di recare ad effetto. Alicarnasco, Polibio danno una più esatta
contez fa delleragioni dei costumi Romani che non fanno i Romani medefimi. Ma
quei Greci sapeano a fondo la lingna Latina, buona parte della vita erano
viffura co'Romani ec. A. Disc. Milit. Disc. Sopra la impresa disegnata da
Giulio Cesare contro a'Partipo La verità si è, che ognuno si può effere ac
corto quanto nelle cose dei Romani fia poco efatro Plu tarcoec., Egli è certo che
delle cose Romane le migliori informazionisi può dire che le dob biamo a'
Greci. Ed è naturale che così sia. A forestieri ogni cosa giugne nuovo ec, Di
qui èche Dionigi Dis cIsecnedndeenndo ora coll'Autor -noftro al
para ricolare, ci si fa innanzi il Regno del bel licoso Fondatore della Romana
grandezza, e sarà secondo quello, ch'io Atimo Indole guerriera, dic'egli, danno
ad una voce tuttigli Storici al Fondatore di quella Impero, che dovea coll'armi
fare la con. quista del Mondo. Questa indole bellicosa piùnonfipuò celebrare in
Romolo, quando fi mostrasseaver eglipassatola maggior par te del suo Regno in
grembo alla pace:ora le prime guerre di lui contro i Sabini, che ridomandavano
le donne loro, e contro al quni altri popoli per gelosia d'Impero, furo no
tutte breviffime, e della penultima guerra contro a’ Camerj ce ne dà l' tarco,
che non cade più in là dell'anno sedicesimo dalla fondazione di Roma. Ne dopo
questa si ha notizia di alira guerra, falvo Regno di Romolo.? cagio ne di
non piccola maraviglia il farsi a c o n siderar la prima venir ad abbreviare la
durata. ragione,ch'egliadduce per epoca Plu. Plut.in Romulo, salvo di
quellaco'Vejemi, i quali doman davano, che fosse loro restituita Fidene, come
Città di lorragione, dicui Romolos' era impadronito, avanti che egli s'impadro
niffe di Camerio. E questa guerra non si ha da porre più tardi, che sotto
l'anno d i ciassettesimo dalla fondazione di Roma 0 là in quel torno non
essendo verisimile che una nazione potente com'erano iVejenti tardasse gran
tempo a cercare di riavere il suo. Senzachè ognun ben fa, che le guer re tra
que popoli erano subitanee, tra loro la vendetta non tardava molto a seguitar
l'offesa. Posto adunque, ei soggiu gre, che l'ultima guerra fatta da Romolo
cadeffe nell'anno diciassettesimo del suo Regno, se non vogliamo, che i Romani
fie no stati più lungo tempo in pace che in guerra fotto il reggimento
dilui,nonsivuo le farlo regnar trentotto anni, m a della m e tà circa il Regno
di lui accorciar fi dee Questa è la prima ragione, che adduce l'Autor noftro
per abbreviar la durata del Regno di Romolo, a proposito di cui,,co m e già
disli, strana riuscir dee a chi pon mente quella epoca, su cui fonda egli ilsuo
argomento, ed è ľ epoca della e che tro i Camerj somministrata guerra con
da Plutarco. A., che la durata del Regno · di Romolo attestata da tutti gli
Storici vuol distruggere, adopera per mandarla in rovi na un'epoca di un fatto
particolare,dicui niuno fa menzione, fuorchè il solo Plutarco Storico a tutti i
Critici, ed a lui medesimo sospecto. E d in fatti di questa guerra contro i
Camerj LIVIO non ne parla punto nè p o co, prova forse della trascuratezza di
lui nel tessere l'antica Storia. Dionigi
poi, il quale nel collocarla frale guerre co'Fide nati, e co'Vejenti da
Plutarco non discor da,non dice però, che questa precisamen te seguita sia
l'anno sedicesimo di Roma. Vede pertanto ognuno,ch'io potrei, rifiu tando la
testimonianza di Plutarco, togliere ogni fondamento a questa ripugnanza, m a
conveniente mi pare di mostrarmi cortese ful bel principio delle osservazioni
mie. Concediamo adunque, che nell'anno fe dicesimo di Romolo succeduta appunto
sia questa guerra coi Camerj:.con qual ragio ne si prova, che tantosto abbiano
impugna te le armi i Vejenti? Forse perchè avendo i Vejenti mosso contro i
Romani per riaver Fi... Dionyf. Halic.
Dice Plutarco, che i popoli circonvicini vedendo riuscir bene tutte le guerre a
Romolo, da invidia,e da timore agitati, ftimarono non essere la sua crescente
gran dezza da guardar con occhio indifferente, e doversi opprimere una potenza,
era ne' suoi principi formidabile Laon de i Vejenti,i qualitenevano un ampio
paese, ed erano de'più potenti fra' Tosca ni, mosfero contro Romolo, chiedendo
la restituzion di Fidene che dicevano essere di giurisdizion loro; il che,
foggiugne Plutarco, non solamente ingiusto,m a ridicolo era, poichè domandavano
come ad efli sper tante una Città, che non avean difeso, quan che già do
Fidene come Citrà di lor ragione soggioga ta da Romolo innanzi a Camerio, non è
da credere, che un popolo potente come quello abbia tardato molto a farsi
rendere il fuo, essendo le guerre a que'tempi fubitanee,nè tardando molto la
vendetta a seguitar l'of fela? Ora io intendo dimostrare,anchecollo stesso
Plutarco, effer piuttosto da credere, che alla guerra co' Camerj seguita fia
las guerra co'Vejenti dopo qualche notabile spa zio di tempo. Plut. in Romulo.
do da Romolo era stata assalita, e lasciati in quel tempo gli uomini in
balia de'nemi ci, aspettavano allora a pretenderne lemura. LIVIO poi dice, che
presero le armi i V e jenti, non perchè fossero possessori di Fidene loro tolta
da Romolo, ma perchè i Fidenati erano anche Toscani, e quel che è più, perchè
temevano non le armi de' Romani avessero ad esser fatali alle vicine nazioni; e
Dionigi in fine dice, che il pretesto della guerra fu la strage de' Fide nati.
Ora adunque, poichè siamo certi,che per gelosíad'Impero, e non per altro im
pugnarono le armi i Vejenti, li dee piutto Ito credere effere questa gưerra
fucceduta qualche tempo notabile dopo quella coi Ca. meri; perciocchè stava ad
osservare questo popolo, le poteva assicurarsi della sua forte Tenza arrischiar
nulla, e se riusciva a qual che altra nazione di abbattere i Romani: veggendo
poi, che s'erano felicemente sbri gati da quelle, e che anzi salivano ogni
sanguinitate (nam Fidenates quoque Etrufci fuerunt ), et quod ipfa propinquitasloci,
fiRomana armaomnibusin. d 2 gior LIVIO.
Belli Pidenatis contagione irritaii Vejentium animi, et con festafinitimis
effent, fimulabat. Dionyf. Halic. Oltr' a ciò, avvegnachè seguita fosse., come
si dà a credere l'Autor noftro, questa guerra circa all'anno diciassettesimo
dalla fondazione di Roma, chi ci assicura, che altre non ce ne sieno state, le
quali, come di non gran conseguenza, non sieno state dagli Storici giudicate
degne di entrare negli A11 nali loro? Pretende pure egli stesso, che non fisia
tenuto accurato registro de'fatti, anzi confervari fi fieno per mezzo di una
cotal vaga, ed incerta tradizione? Veda adunque non se gli possano ritorcere le
sue stesse ar mi, e ch'egli medesimo ammetter debba p o ter offer fucceduti
cali da cotefta fua vaga tradizione non conservati. giorno a maggior
buona cosa il non lasciarli fortificar nella grandezza stimò esfer pa ce. Se
ruppe adunque per propria sua ial vezza la guerra, è probabile, che ciò non
abbia fatto se non dopo un qualche conside rabil tratto di tempo, nel quale
abbia ve duto, che nessuno s'arrischiava di sfidar Romolo a battaglia. Queste
osservazioni,a me pare,bastar po trebbono per dimostrare, cheleirragionevo
lezze ręcate in mezzo dal nostro Autore non sono di tal peso, che vagliano ad
in fringere la Cronologia, e sminuir la durata del del Regno di
Romolo: nulladimeno stimo pregio dell'opera, acciocchè maggiormen te appaja la
verità, fare una luppolizione, Orsù adunque abbiasi per non detto tutto ciò, di
cui abbiamo ragionato sin ora.Dianli per invincibili le ragioni del nostro
Autore. Concedafi la presa di Camerio esser seguita; com'ei pretende,l'anno
sedicesimo di Ro m a, l'anno seguente la guerra co'Vejenti, e dopo questopace
profonda; che ne segui rà per ciò? Si opporrà questo per avventu ra a quell’indole
bellicosa, che gli Scrittori danno ad una voce al Fondatore del R o m a no
Imperio? Non potrà un Principe dopo essere felicemente riuscito in molte
pericolo se imprese, dopo essersi procacciato stima, e venerazione presso le
vicine nazioni colla fua bravura, goder de'frutti delle sue vit torie, e
riposando all'ombra allori 9. col mantenere il guerriero valore vivo, e
rigoglioso ne'suoi soggetti, fare in modo,che la fama diprode,ed invittoac
quistatası, ed il sapersi esser egli a guerega giare sempre apparecchiato, gli
proccurino una pace non inquieta,turbata, e vergogno fa,ma
ferma,ftabile,sicura,pienadiglo ria, e di virtù. Troppo sarebber funesti all?
uman genere gli Eroi, e troppo infelice vi de'conquistati ta d 3 A.. Epistole
in verfa ep.16. sopra il Commercio pag. Dionyf. Halic. se per guerra fosse
valente, ce ne assicura Dionigi, ove con quanti modi studiato fi di sia ta
avrebbono eglino stessi a menare, acquistarsi tal n o m e, viver dovessero o g
n o ratra le stragi, e tra'l sangue. E non eb be lo stesso Autor nostro a
lodare l'amor delle bell'arti, la profonda Scienza Politica, e le altre civili
virtù di quel bellicoso Prin cipe, il quale tanto, vivo, il processe, ed in
tanto illustre modo, morto,rese celebre la memoria di lui? E non fu la verità
ster fa, che animò la sua tromba, quando ce. lebrò quel paese. Dove un Eroe
audace, e saggio Nestore, e Achille in un fa fede al Mondo, Che l'Italo valor
non è ancor morto. Troppo fiera fu adunque l'idea, ch'egli fi formò in questo
suo Saggio di un Principe guerriero,potendo essere molto bene, e che Romolo
abbia la maggior parte del suo Regno passato in pace, e che ciò non ostan te a
sminuir non si venga la gloria milita re, dicui gode presso gli Storici. E che nell'arti
nonmeno di pace, che 4 fia di ordinare lo stato va divisando. Ne
meno di un Romolo vi avrebbe voluto,per assodare, ed unire con faldi nodi una
sì mal ferma società, e per ispirare la dovuta fom missione, una sola foggia di
vivere, di pen fare in certo modo, l'amordella patriaido. lo de’ Romani., e
fonte di tutte levirtù loro, in uomini di varie nazioni, di non ottimi costumi,
per l'armi, e per le vittorie feroci. Nè quelle parole, che Plutarco mette in
bocca di Numa, quando per sottrarsi dallo accettare il Regno offertogli
insiste, dicendo, che di un uomo di spiriti ardenti, e in sul fior dell'età, che
non di un re ma di un condottier d’esercito hanno di bisogno i Romani per
fronteggiar que'potenti nemici, che Romolo avea lasciato loro sulle braccia;
quelle parole, dico, non sono da tanto, come si cre dell’Autor nostro, che,
anche concedendo non esservi ftata dopo l' anno diciassettesimo del Regno di
Romolo guerra alcuna, perciò ritrar debbasi la morte di lui al diciottesimo, o
ventesimo anno del suo Regno. Temeva Numa, che i po poli circonvicini, i quali
non s'attentavano di moleftar i Romani, poichè ben sapevane qual d4 Plut.
in Numa, Storici, che finsero aver que'personaggi, i quali a favel lare
introducono, ragionato secondo le cir costanze, e giusta l'indole loro. Dalle
mal sime, che nel corso del suo Regno dimostrò Numa, dalla non curanza di
luiper gli ono ri ricavo Plutarco questa parlata da lui fat ta, rifiutandoil
Regno offertogli da'Romani. A proposito del qual nulla trovarsi appreffo Livio,
altra prova. forse della sua trascuratezza, e che Dionigi rifiuto è da notare
qual prode Principe li reggeffe, non pren dessero animo dal genere di vita
tranquillo, e filosofico, che noto era ad ognuno essere da lui professato, e
non volessero lasciarsi sfuggir di mano una occafione sì favorevo le di
abbattere un popolo, il quale già d a to avea tanti non dubbj fegni di voler
fot tomettere le confinanti nazioni, ed in queto modo è da intendere, che
Romolo la sciato avesse potenti nemici sulle braccia a' Romani. Senzachè, per
non ripeter quello, che già disfi, e di nuovo mi converrà dire intorno al poco
credito, che far sidee della autorità di Plutarco, certa cosa è, che quelle
parole, le quali presso di lui si leggono come di Numa,s'hanno
ariguardarealpari delle altre concioni,sia di LIVIO, chedilui, quai lavori
della mente degli Storici 1 fire stringe a dire, che avendoperbuo no
spazio di tempo ricusato ilRegno, s'in duffe poi ad incaricarsene a persuasione
de' fuoi, è inutil cofa riuscirebbe cercar in Lo stesso Plutarco poi è
quello,che fom miniitra il fondamento ad un'altra ragione, con cui ftudiasi il
noitro Autore di abbre viare il Regno di Romolo. Ammette.egli adunque, che nel
cinquantesimoquarto anno dellasua età giunto siaa morte Romolo, ma conceder poi
non vuole,che difolidi ciassette anni abbia cominciato a regnare, la qual cosa
è forza dire, quando foftener si voglia, che di anni trentotto stata sia la
durata del Regno di lui. Le ragioni, che egli adduce per mostrare non poter
Romolo esser cosìper tempo falitolulTrono,non fono altre, se non che ciò
ammesso,non po. terli quelle tante cose, che questo Principe facea secondo
Plutarco con sì tenera età conciliare; ed essere maggiormente impro babile, che
si giovane abbia fondato u n a Città, fiasi fatio Capo di un popolo, ed
pone Plutarco. 1 abbia sto Storico quelle parole, che in bocca gli Dionyf.
Halic. Plut. in Romulo. que A., Disc, milit. Disc. Per via della
conversazione, dice che Plutarco conviene instruirsi delle particolarità, che sonos
fuggite agli Storici abbia guidato difficilissime imprese, c o m e a tutti
è noto. Ma io non so ritrovare in primo luogo ripugnanza veruna tra la età, e
la condot ta di Romolo innanzi a'principi del suo R e ' gno,principalmente se
vogliamo attenersi a ciò che di lui narrano LIVIO, e Dionigi, e non ricorrere a
Plutarco quale pren dendo le notizie dalla bocca di que' Romani, con cui
conversa, come stesso'noftro che dalla venerazione, in cui quelli tenevano
dell' Imperio leggiadro Autore, ben è da credere, ogni cosa, che appartenesse
al Fondatore loro,sia Scrittor erudita, ed elegante, dice che la grandezza sero
i Romani cia, e dell'Alia dopo le conquiste, avea (parfo voluttà non ebbe, e di
gloria fu que'pri lume di chiarezza de’ m i loro antenari posteri, qual rozzo,
e barbaro popolo sem il, i quali senza la fama avverti lo. Un, che in fatto di
stato ingannato Francese pari, a cui giun della G r e per così dire un Non so
sei moderni noftri Criticii le Clerc, é i Muratorigli avessero menato buono tal
fuo Criterio. Euremont Ouvres mélées, pre Montesq. Consid. sur les
causes de la grand. Des Rom. a segnes venando peragrare falous: hinc robore
corporis bus animisque fumo jam, non feras tantum fubfiftere, fed in latrones
praeda onuftos impetum facere, pastorie busque rapta dividere, et cum his
crescente in dies grege juvenum ferias, ac jocos celebrare, pre 1
farebbono stati riguardati dalle colte n a zioni. Io non voglio per
niun modo adot tare il parere di lui, anzi penfo, che lo stesso Montesquieu, il
quale osservò c o n occhio si filosofico tutto il corso della Romana Storia,
abbia avvilito di non Dionyf. Halic. ful
bel principio della sua Opera (n) l'ori gine di quella Città Regina; ma credo
Tuttavia di potere a buona ragione sospetta fondato sopra popolari tradizioni,
e proveniente dalla bocre del racconto di Plutarco ca di coloro,che qual Nume
Romolo ado ravano, quando nè Dionigi, e nè pur LIVIO danno di ciò il minimo
cenno. Ed in fatti Dionigi ci fa sapere soltanto, che i due giovani Principi
furono condotti Città de'Gabj, perchè loro s'insegnassero leLettere,laMusica,ed
ilmaneggiarle armi alla foggia Greca insino a tanto che pervenissero alla
pubertà, e tutti que'p r e gi, i quali attribuisce loro LIVIO. Quum primum
adolevit aetas nec inftabulis, nec ad peco troppo alla disconvengono
punto alla giovanile età, a n zi più diquella, ched'ogni altracomecor porali
esercizj fon convenienti. M a su via concedasi per vero ciò, che dice Plutarco,
sarebbe poi da farne le maraviglie, che un giovane d'ottimo ingegno fornito
cominci a dar segni di quella prudenza, che ha da tilucere un giorno in lui. Educato
Romolo, come fu, non v'ha inverisimiglianza nessu na,cheinlui,avvegnachè
giovanetto,sfa villasse un raggio di qualche cosa maggior del comune Ma dirà
egli, per quanto, e dalla natura di belle doti fornito,e dalla educazione in
strutto suppor si yoglia Romolo, che abbia edificato una nuova Città, che si
sia fatto capo d'un popolo, che abbia guidato diffi cilissime imprese, sempre
con si tenera età mal potrafficoncordare. Non sipuò nega re, che di troppo
maggior forza, che non e cominciassero a svilupparsi que'semi di
generosità, che dalla sua prin cipesca origine avea tratto? Oltre di che quan
te volte il corso dello ingegno è più velo ce di quello degli anni? Una
illustre prova ben ce ne diede lo stesso noftro Conte A., il quale nella sua
prima età in molte, e varie facoltà dimostrò l'acume, e la perfpicacia
dell'ingegno suo. la la precedente sia questa ragione: vediamo con
tutto ciò il modo, con cui Romolo di venne Re, e non parrà più forse tanto dif
ficile il concepire, che si giovane sia giun to a tanta grandezza; e prina
d'ogni cosa prendiamo le più sicure notizie di quello, che è succeduto dalla
nascita di Romolo in Gino al tempo, in cui fu innalzato alTrono. A tutti
que'racconti della infanzia diR o molo io ltimo doversi preferire quello di F a
bio antico Storico seguito da molti, come dice Dionigi, ed acui più propende
egli medesimo, come quello, che favole chia m a le narrazioni degli altri
Scrittori. Egli adunque rigettando quella poetica finzione della Lupa, nega
insino, che fieno stati ef posti i due gemelli; che anzi afferma aver Numitore
per destro modo sottoposti altri fanciulli, i quali furono da Amulio spieta
tamente trucidati. Quindi essere stati i due Principi da Faustulo educati, ed
inviati, perché ricevessero una insticuzione, secondo che richiedeva la origine
loro, alla Città de' Gabj; il qual Fauftulo, per dirlo alla sfuga gita,
quaprunque pastore de'Regj armenti, è da credere fosse poco meno di un
uomo Dionyf. Halic. di di stato de'nostri dì, attesa la semplicità
de costumi di que'tempi. Ritornati poi dalla Città de'Gabi, legue a dir Fabio
presso Dionigi, di consenso dello stesso Numitore, i due giovani Principi fi
azzuffarono co'p a stori di lui, e gli sforzarono di ritirarsi in un co'loro
armenti dà certi pascoli tuttoc chè comuni. Questo aver fatto Numitore per
poterli accufare, e trovar m o d o di far entrare senza dar sopetto tutti que'
pastori nella Città. Ordita una tal trama, esser v e nuto Numitore dal fratello
Amulio a lagnarsi, e chiedere a lui, che gli dovesse consegna Te que'due
Fratelli col Padre loro, i quali l'aveano sì villanamente oltraggiato, e d a n
neggiato nelle cose sue, se pure seguito era ciò senza colpa di esso Amulio.Amulio
per dare a divedere, che avuto non ne avea al cuna parte, manda tosto per esli,
dando,che nella Città venir dovessero non il solo Faustulo co'suoi supporti
figliuoli, m a tutti coloro eziandio, i quali erano di tale delitto accagionati.
E con tal mezzo essen dosi, oltre a 'rei, grandissima moltitudine nella Città
introdotta, Numitore, dopo aver a' giovani l'origine loro, i loro cali, e le
offele da Amulio ricevute, averli scoperto animati alla vendetta, ed averli
persuasi a esli, coman non non lasciarsi sfuggir di mano sì favorevole
occasione di eftirpar quel Tiranno come fe cero. Questo è quanto si raccoglie
da Fabio presso Dionigi; narrazione, lia per la quali tà del testimonio, sia
per la veritimiglianza, da antiporsi sicuramente a quella di Plutarco, che
porta in se stessa scolpito ilca rattere della finzione, e che al primo aspet
to si dà a conoscere per lavoro della fanta sía de'Romani de'suoi tempi, da cui
attin geva questo Storico le sue notizie, i ogni cosa nel loro Fondatore
finsero straordi naria, e maravigliosa. N o n fu adunque solo Romolo in quella
impresa, anzi fu a quella stimolato dall'Avo, e fu diretto da quello il suo
valore, perchè produr potesse non solo discordie, e sangue, ma utilità, e fi
curezza. quali con Non voglio poi ora parlare diquellaopi nione accennata
da Dionigi e se non -abbracciata, nemmeno riprovata da lui, che R o m a stata
sia anteriore a Romolo; onde egli non Fondatore diquellaCittà,ma Capo soltanto
d'una colonia chiamar 'si debba; Plut, in Romulo. Dionys. Halic. concedo, che
ne sia stato ilFondatore,ma è da sapersi, che, ha l'idea di edificare una Città,
lia i mezzi per condurla a fine, fu rono opera di Numitore, e non diRomolo.
Dionigi di questo ci assicura, dicendoci, che due fini il mossero a ciò fare;
primie ramente per dare un ricetto degno di loro a'due giovani Principi, in
secondo luogo per isgravare la troppo grande popolazione della Città di Alba,
allontanando principal. mente coloro, che avean seguito le parti di Amulio,
ond'egli poteffe regnare libero di ogni sospetto. La qual cosa è, avvegnachè
oscuramente accennata da Livio (u): per ciocchè dicendo questo contro
l'autorità però e di Fabio, e di Dionigi, i quali per ianti rispetti degni sono
di maggior fede, che il disegno di fabbricare una nuova Città fu pure Numitore,
opera della mente dei due Fratelli,m a n i felto indizio, che troppo non erasi
studiato di diradar le tenebredi que'primi secoli, soggiugne, ch'eravi allora
una gran molti tudine diAlbani,e di altri,con cui pote vano popolarla. Nè mancó
Lores quoque accefferant, come. Dionyf. Hasic. LIVIO. Supererat multitudo
Albanorum, Latinorumque, ad id per come attesta Dionigi, di somministrar
loro e danari,ed armi,ed ognialtra cosa,che abbisognasse per edificareuna Città.
Ed a quella parte di popolo, che seco condot ta avea Romolo, fra cui eranvi non
po chi de' principali di Alba, iecondo il parer dell'Avo, ragionò sul
cominciare della edi ficazione. Dal tutto il fin.qui detto pertanto ftati
e Dionyf. Halic. Dionys. Halic. Dionyf, Halic. ramente ne risalta non
esserpunto cosa in verisimile, che di soli diciassette anni, o di diciotto
abbia potuto Romolo farquello,che pur fece, se lipon mente, che in quelle sue
prime imprese ebbe sempre a'fianchi l' Avo, ed ogni cota secondo il consiglio
di lui esegui;fu egli l'Achille d'ogni impre fa,Numitore ilChirone. Tanto ho
stimato dovermi stendere su que ho particolare, perchè non è Plutarco il solo,
che ciò scriva; ma lo stesso Dionigi chiaramente attesta aver Romolo incomincia
to il fuo Regno di foli diciotto anni. Vero è, che se si dovessero togliere
dagli anni, che corsero avanti N u m a cinquanta giorni, i quali vogliono molti
Autori essere 1 chia. stari aggiunti da questo Re, oltre ad undi ci
giorni, che pur mancavano all'anno fe condo la riforma, ch'egli ne fece, tre
anni fi vorrebbono togliere dalla età di Romolo, quando ascese al Trono, nè vi
farebbe per venuto di diciassette, o diciotto anni, di quattordici, o quindici.
Anche ciò con cesso nel modo, che divenne Re, non sa rebbe gran meraviglia, che
divenuto lo foffe in età si tenera, non avendo forse altro egli fatto, senon
imprestare ilsuonome alieim presedell'Avo:ma dipiùsivuolnotare che quegli
Autori, da cui raccogliesi esser giunto al Solio Romolo di soli diciassette, •
diciott'anni, non sono di parere, che tanti giorni mancassero all'anno avanti
Numa. za r Dionigi, il qual dice (aa) essere il Fon dator di Roma morto
di cinquantacinque anni dopo averne regnato trentafette, e che aggiugne sulla
testimonianza di tutti gli a n tichi Scrittori, i quali parlarono di lui, che
molto giovane fu innalzato al Solio vale a dire di soli diciott' anni, di
questa rifor ma dell'anno fatta da Numa, per quanto io ne abbia osservato, non
ne dà alcun cen no, silenzio, che congiunto colla accuratez Dionyf. Halic. Plut.
in Roinulo. Plut. in Numa. LIVIO; MACROBIO
Salurnal. Numa quin quaginta dies addidit, ut in trecentos quinquaginta qua.
suor dies za di lui mi mette in dubbio della verità della cosa.Plutarco poi,
che dice esseregli morto di cinquantaquattro anni, onde abbia dovuto
incominciare ilsuo Regno di diciassette, parla di questa riforma, ma vuole, che
Numa altro non abbia fatto,le non aggiugnere gli undici giorni, che m a n
cavano all'anno, e togliere l'irregolarità de' mesi, che erano in uso,
essendovene tale, che non giungeva a venti giorni, e tale, che giungeva a
trentacinque e più. Che al tro egli non abbiafatto, che regolare i mesi, ed
aggiungervi alcuni pochi giorni, è quello pure, c h e intorno a questo
raccogliere fi possa da LIVIO. So, che molti Scrittori, come MACROBIO, OVIDIO,
CENSORINO, ed altri furono di contrario parere. Si dee però distinguere tra
quelli, che asserirono, che l'anno avanti Numa era di soli dieci mesi, e
quelli,che dissero precisamente di quanti giorni fosse composto, perchè
potrebbe essere, trattan e2 dosi annus extenderetur, OVIDIO, Falt.] dosi di
Scrittori molto lontani da'tempi di Numa, che da quelli, i quali lasciarono
scritto essere stato l ' anno avanti Nu ma di soli dieci mesi, abbiano altri,
come forse Macrobio,argomentato, che l'anno foffe di foli trecento e quattro
giorni, la qual congetturą ognun può vedere, quanto sarebbe · fallace, potendo
esser benissimo, che fi fa. cessero avanti N u m a dei mesi più lunghi a l fai
del convenevole, e si venisse a compor re con foli dieci mesi l'anno di
trecento cinquantaquattro giorni, non di foli trecento e quattro. Del resto
il.Signor Dacier afferma, che alla opinione, che di soli trecento e quattro
giorni fosse composto l'anno avanti Numa prevalse quella, che giugnesse ai
trecento cinquantaquattro per l'autorità principalmen te di Fenestella, e di
Licinio Macro. Credo pertanto, che ciò basti per togliere quello 'ombra
d'inverisimiglianza, c h ' altri ritrovar potesse tra l'età di Romclo, e
l'elier egli giunto ad ottener la Corona, dovendosi, le condo la più comune
opinione, togliere fol tanto pochi mesi, che risultano dagli undici giorni, i
quali mancavano all'anno avanti (f) Dacier nelle note alla vita di Nuina di
Plutarco, Numa, Così dice il Signor Dacier nelle mentovate sue annotazioni
doversi leggere Plutarco, e non trecento e sessanta, come molto bene lo dà a di
vedereil contetto, Numa, e non tre anni dalla età di diciotto. Senzachè a
me baita, come già disfi, che da quegli Autori, da cui fi rica-. va questa età
di Romolo quando fali sul Trono, non fi può l'obbiezione dedurre in modo
alcuno, anzi il primo glıtoglieilfon damento, non parlando di questa riforma.
lui di dell' anno, te, il secondo la confuta espressamen dicendo, che l'anno
avantiNuma giun geva ai trecento cinquantaquattro giorni. Onde mi pare a
sufficienza dimostrato, che tuttique'fatti,iqualirecatisono inmezzo dall'Autor
nostro come ripugnanti alla d u rata del Regno del primo Re diRoma,ot timamente
con questa possono conciliarsi, e vengono a perdere.ogni lor forza, e a di.
leguarsi cutte le contrarie ragioni. L'Ami des Hommes Des Pro cui V.
Fondare Regno di Numa. CAPO Ondare un Regno, e dargli le leggi sono due
operazioni cosi fra loro diverse dice un valente Politico, che richiedono per
lo più due distinti Principi per eseguirle. Nascono ordinariamente gl'Imperj
nella fe. rocia de'popoli tra la discordia,e learmi: laddove la Legislazione (intendo
io di quella, che veramente meriti un tal nome ), è uno de'più preziosi frutti della
pace.Ed èben conveniente, che ciò, che rende per quan to si può gli uomini
felici, tra quello for ger mal poffa, che ne fa l'infelicità m a g giore. Ed in
effetto le leggi di Romolo,. di cui abbiam sopra fatto parola, riguarda vano
soltanto lo stato corrente degli affari, erano leggi, che abbisognavano, per
così dire, allagiornata. Numa si che fu poi quello, che concepì una vasta
pianta di L e gislazione, un general Sistema, il quale m i rar dovea alla
eternità; Sistema, che sotto di se comprendeva eziandio la Religione,di
hibitions. Ma l'Autor noftro, quafichè ridur non si possa a credere, che
senza alcuno indirizzo ira popoli feroci, e pressochè barbari, g i u n gere
Per fia potuto Numa a tanto senno da cui egli secondo l'uso de'
Legislatori,iquali furono a' tempi degli Dei bugiardi, utilmen te fi servi per
fiancheggiarne quelle leggi, quegli instituti, que'coitumi, e quelle opi nioni,
che a parer fuo doveano maggiormen te contribuire alla felicità della Nazione:
per se, mette in campo quella tradizione, che correva per bocca de'Romani insin
da'tem pi di Augusto, secondo cui dicevasi essere Itato ilRe Numa uditor di
Pitagora:onde le belle doti, le quali rilussero in lui, frutto fieno stato
degli ammaestramenti di quel Filosofo, la qual tradizione torna molto in a v
vantaggio del suo Sistema. Perciocchè, dic' egli, posto che Numa sia stato
discepolo di Pitagora, siccome sappiamo da CICERONE, LIVIO, e da altri scrittori
esser giunto queIto Filosofo in Italia in età molto lontana dal tempo, in cui
comunemente fi pone. Numa, dee questo far accorciare almeno la durata de'cinque
susseguenti Regni, perchè il Filosofo possa essere contemporaneo del Re
Legislatore. еА 3 da Per rispetto al qual suo ragionamento dei che
se egli si fosse soltanto servito di quella tradi zione, secondo cui dicevasi N
u m a essere Itato uditor di Pitagora, da questo n o n avrebbe potuto inferirne
cosa alcuna in fa vore del suo Sistema, potendosi una tal voce concordar molto
bene coll'antica cronologia, cioè dicendo, che Pitagora venne in Italia in
que'tempi, in cui secondo questa, fi crede regnasse Numa; facendo ascendere in
una parola Pitagora a'tempi di lui.Ma siccome egli desiderava farlo discendere
a’ tempi pofteriori, non bastavagli questa s e m plice tradizione, bisognava,
che d'altronde in cui coreito raccoglier potesse il tempo, Filosofo venne in
Italia: preselo da Cicero ne, e da Livio, ma non s'avvide, che vo. lendo
servirsi della autoritàloro,erapoi for za rinunciare a quella tradizione base
avea posto alla obbiezion sua. Percioc chè vero è bensì, ch'essi dicono esser
giun to questo Filosofo molto più tardi in Italia di quel tempo, in cui secondo
l'antica C r o nologia regnava N u m a, m a in tanto l'asse riscono in quanto
l'uno lo fa contemporaneo di Servio, di Tarquinio il Superbo, o, del Console BRUTO
(si veda) l'altro. Volendo pertanto at gno è di particolar considerazione. che
per 9 te 266., ed ivi Giamblico, e Diodoro. Diogen. Laert. In Pythagora;
Clem. Alex, il qual venne Pitagora in Italia, poichè ne lia l'epoca, come
bene osservò incerta il dotto Gerdil, non però Scritto gran fatto fra loro i
più accreditati far ri, i quali di tal sua venuta dovertero fessagesimaleconda
te concordano quale asserisce piade 'feffagefima Clemente Alessandri. Diodoro
menzione piade sesfagefimaprima sotto la facilmen no, che lo mette conda, e
finalmente fotto la pone forto, Giamblico l’Olim, le quali epoche, il aver egli
fiorito fotro l'Olim con Diogene Laerzio con variano la fessagesimale con
Eusebio dice esfer egli morto nel quarto anno della fettantesima Olimpiade
Diogene mentovato - ottanta o novant'anni. LIVIO poi, CICERONE- in cui
quantunque del in età di, e per attestato Laerzio ne, renerli ad effi, non
v'era ragione per a b bracciare soltanto il tempo, e n o n di qual R e fu
contemporaneo questo Filosofo le non il tornar questo in avvantaggio del suo
Sistema. lo pon parlerò qui del tempo, ntroduz. allo Studio della Relig.; Strom.;
Diogen. Laert. ed altri Scrittori in tanto ci danno 19 epoca inquanto,come ho
accennato,cidi con di qual Re fu Pitagora contemporaneo le quali epoche però da
loro fissate non ef cono dagli anni, che secondo la Cronolo gia comunemente
ricevuta, corsero dal fine del Regno diServio, insinoalprincipiodel Consolato;
del che niente è da maravigliarsi, poichè essendo probabile aver dimorato in
Italia questo Filosofo un notabile spazio di tempo, tale Scrittore avrà tolto
l'epoca, di cui fece registro, dall'anno della sua v e nuta,tal altro da un
fatto accaduto essendo lui in Italia, tal altro dalla sua partenza, o dal tempo
di mezzo della sua dimora, onde possono aver detto tutti ilvero,quando fiasi
fermato in Italia non più di venticinque anni, che tanti ne corsero appunto
dalla morte di Servio infino al principio del Consolaro. Tutto questo adunque
io lafcierò da par te.Concedo, che ammettendo per vera quella popolar voce,
essa dovesse piuttosto far discender N u m a a'tempi di Pitagora, che far
ascender Pitagora a'tempi di Numa. Ma quello, a cui principalmente badar fi dee,
è, che questa tradizione medesima non è fondata sopra alcuna autorevole testimo
nianza, che la renda credibile. Vero è,che ne 2 al. verità
nelsuo gover alcuni rammentati da Livio,
da Dionigi, e da Plutarco furono di parere, che da Pitagora, il quale in quella
parte d'Italia, che Magna Grecia nomavası, gittò ifonda menti della sua
filosofica serta, N u m a ricevu to avesse quelle maflime di Religione, e di
Politica, che pose in opera no. Ma è da considerarsi negar Livio ciò
apertamente, non essendo secondo luivenu to Pitagora in Italia,se non sotto
ilRegno di. Servio Tullio, e dopo alcune ragioni, con cui studiasi di mostrar
l'insusistenza della opinione di costoro, soggiugne, che di sua natura
inclinato fosse alla virtù cotesto Re, nè bisogno avesse di straniera
instituzione bastandogli la dura, e severa disciplina degli antichi Sabini, de'
quali non v'avea una vol ta più incorrotta nazione. E questa se LIVIO. Dionyf.
Plut.in Numa.LIVIO. Auétorem doctrinaeejus, quianonexa taralius,falfo Samium
Pythagoram edunt: quem Servio Tullio regnante Romaecentum amplius poftannos
inul tima Italiae ora.juvenum emulantium ftudia coetus habuiffe conftat..fuopte
igitur ingenio, temperatum animum virtutibusfuisfeopinor magis,
instru&tumquenon tam peregrinis artibus, quam disciplina teirica, ac tristi
veterum Sabinorum, quo genere nullum quondam incorru. prius fuis.
verità origine ebbe per avventura da una Colonia di Spartani venuta in
Italia a't e m pi di Licurgo, come appare dalle memorie antiche nazionali
portate da Dionigi, e di cui anche ne dà un cenno Plutarco, la qual Colonia è
da credere che trasfufo avesse ne’Sabini buona parte de'costumi de' Lacedemoni.
CICERONE poi in più luoghi delle opere sue afferma fuor di alcun dubbio esser
giunto questo Filosofo in Italia sot to ilRegno di Tarquinio ilSuperbo,eche in
Italiapur era a que’tempi,in cui Bruto diedelalibertà a'Romani(h).SottoilCon
solato di Bruto lo mette pure Solino, ed AULO GELLIO in fine dice effer venuto
questo Filosofo in Italia sotto il Regno dello stesso Tarquinio Superbo. Dirà
forse taluno, che l'alterigia de’ Ro Dionyf. Halic. Plut. in Numa in piternum
Hanc opinionem discipulus ejus Pythagoras maxime confirmavit, quicum ·Superbo
regnanteinItalian veniffet tenait magnam illam Graeciam ec. CICERONE Tusc. BRUTO
patriam liberavit. Aulus GELIO Noet. Attic. Poftea Pytagoras Samius in Italiam
venit Tarquinii filio regnum obtinente, cui cognomento Superbus fuit,
mani princ. Ferecides Syrus primum dixit animos hominum ellefema Quaeft.
Pythagoras, qui fuit in Italia temporibus iisdem, quibus L. mani fu
cagione del non darsi credenza a questa tradizione dai dori, quafichè ellite
messero non venir con questo a scemare la gloria di que'primi secoli,,
riconoscendo da un Greco l'Institutore della Religione, ed il più favio de'Re
loro. Quantunque questa non paja ragion bastante per negare ciò, che gli
Scrittori Romani ci dicono: poichè ammessa questa regola, rifiutar fi potrebbe
come supporto tutto ciò, che uno Storico narra di avvantaggioso per la nazion
sua, v e diam tuttavia ciò, che ne dissero i Greci. E' da credere; che questi
sisarebbono recato ad, onore l'aver dato a Romani il Maestro di Numa: che per
Greco passò presso Dionigi e Plutarco Picagora, che che ne sia della opinione
di alcuni moderni, i quali nè Greco.il. vogliono, e nè, pure di quelle Greche
Colonie fondate negli ultimi confini d'Italia. pal Ora ciò non oftante Plutarco nonscio glie la
quistione, e reca foltanto in mezzo le varie opinioni, che a'suoi di correvano,
fra le quali degna è di considerazione quella di coloro, che asserivano essere
venuto in Italia un certo Pitagora Spartano, il quale avea nella Olimpiade
sedicesima riportata la Plus,in Numar bre Dacier nelle annotazioni
alla sua traduzione francese delle vite di Plutarco; alla vita di Nuina.
palma ne'giuochi Olimpici, fotto Numa terzo anno appunto del Regno di lui il
Dacier fi ride di una tale opinione, fembrando a questo Critico ripu gnanza da
non potersi comportare, che u n personaggio atto a dare instruzioni ad un Re, e
ad un Re,qual fu Numa, abbia gareggiato in Olimpia per ootttenere il premio del
corso.Ma a me pare con buona avendo Spartani questi additato parecchj al Re
ftrato fondamento uli degli sommini Legislatore alla favola., abbia ed pace di
'un tanto uomo, che le usanze moderne lo abbiano ingannato nel giudicar delle
antiche. A tutti è noto, che Socrate il più rinoma to Filosofo della Grecia non
isdegnava di suonar la cetra, e che anzi non lasciò di esercitarsi nella lotta;
ed oltre a ciò non era poi mestieri, che fosse un gran scien ziato costui per
instruire N u m a delle leggi degli Spartani. Si sa, che quel popolo nella
rigidezza de' costumi, e privazione di prel so che tutte le cose, le quali
rendono dol ce la vita, godeva per altro dell'avvantag gio d'aver leggi, che
per la semplicità, e con brevità loro, e per la cura del
governo nel farle apprendere a'fanciulli erano note a tutti coloro, che doveano
obbedirvi. N o n farei pertanto lontano dall'ammettere que fta opinione,se
altro non vi fosse in con trario, fuorchè questa ripugnanza ritrovata dal
Signor Dacier; m a rinunciar vi fi dee per troppo più forte motivo, ed è la te
stimonianza di Dionigi, il qual dice non ri levarsi da alcuna memorabile
Istoria, che stato vi sia in Italia altro Pitagora anterio re al famoso
Filosofo. Del resto, che il celebre Filosofo di questo nome nonsia stato
a'tempi di Numa, con molte, ed incontrastabili ragioni Atelio Dionigi si prova,
e di più ac cenna ciò, c h e diede occasione a questa voce sparsası nel volgo,
e sono la venuta di Pitagora in Italia, la sapienza di Numa fuori dell'usato
della nazion sua, a cui sipuò ag. giugnere la conformità della dottrina, ed il
ritrovarsi presso alcuni antichi Scrittori, da cui non dissente Dionigi, che
Numa è chiamato al regno il terzo anno della fedi cesima Olimpiade, il qual
anno designarono dallo Dionyf. Halic.con dire, che fu quello appunto, in cui
quel certo Pitagora Spartano avea riportato il premio de'giuochi Olimpici. E le
pure è fondata quella taccia data a Dionigi di derivare da'Greci assai più di
quello, che ragion voglia delle cose de’ Romani,Greco da lui efsendo Pitagora
stimato, ben è da credere, che nel secolo, in cui eglivivea, fossero i
dotii,uomini sicuri della falsità di questa popolar tradizione. Chiaro è
adunque abbastanza, che nessun caso si volea fare di questa, quando da'più
dotti fra' Romani, e fra' Greci fu non solo rigettata, m 3 confutata eziandio,
e quando fondato sopra l'unanime consenso loro già esitato, non avea l'erudito
Stanlejo di chiamarla fas vola folenne Quello, di cui abbiamo infino ad ora raa
gionato,non risguarda il regno di Numa, m a tendeva ad accorciare i cinque
seguenti Regni,ed inquestoluogo se*o'èdovuto trattare, perchè da cosa
appartenente a lui ricavata era l'obbiezione. Facciamoci ora a considerare
quelle ragioni, per cui accorciar debbasi il Regno di Numa medesimo. Pare
adunque primieramente all'Autor nostro, che non Stanlejus in Hift. Philosoph. Io
non fo rispondere altro a queste ragio ni,se non lasciare al giudicio di chiha
fior di senno,sesianon solo maraviglioso, eri pugnante, ma soltanto fuori
dell'ordinario corso delle cose, che, quando un uomo fia stato di singolare
ingegno dalla natura for nito, e quand'esso abbia posto cura in col tivarlo,
giunga in età di quarant'anni ad acquistarsi il grido di favio: tanto più che
sappiamo aver Numa ha l'arte di conciliarsi venerazione presso gente rozza, e
per conseguente superstiziosa, collo sfuggire il con non potesse esser
fornito nella fresca età,ei dice, di quarant'anni questo Re di tanta fcienza, e
di cosi alto lenno 2 che già ri suonaffe la sua fama non folo pressoi suoi
nazionali, m a ancora presso gli stranieri, e che il suo nome già dovesse far
tacere in un subito ogni particolar riguardo, e le ani mosità delle parti, che
per lo spazio di un anno intero contefo aveano fra loro dello Imperio. Che tale
fosse la riputazione, che si avea della sua scienza, nelle cose divine, ed
umane, che quantunque i Padri vedes sero la grandezza, che tornava togliendo il
Re dalla nazion loro,nondime n o niuno ebbe ardire di preporre ad un tal uomo.
alcuno a'Sabini, 7 f consorzio degli uomini, dimorando ne'sagri
boschi, col disprezzar le pompe, M a questo non è il tutto, segue a dire il
nostro Autore. Tazio, che reggeva Roma insieme con Romolo, preso al grido della
fapienza di N u m a, gli ditde Tazia unica sua figliuola in moglie; ed ancorchè
dalla Storia non abbiasi in qual tempo ciò preci samente avveniffe, si può
affermare senza tema di errore, questo essere avvenuto nei primi anni del Regno
di Romolo dacchè Tazio morì prima della guerra co'Fidenati, e co'Camerį, cioè
prima dell'anno sedice TACITO, Annal. Nobis Romulus ut e le grandezze, e
lasciar che corresse la voce dei suoi pretesi congressi colla Ninfa Egeria.La
fama della sua giustizia non era tale da afa sicurar i Romani, che non
sarebbono stati molestati da 'Sabini, quantunque essi avesse ro tolto il Re
della nazion loro? Doveano finalmente concordare una volta i Padri, e stanchi
forse i Romani, e mal foddisfatti, come quelli, che dato ne aveano non dubbj
segni,del governo di Romolo, il qualpen deva al tirannico, fi contentarono di
eleggere a R e loro un Filosofo. fimo, libitum imperitaverat. fimo,
o diciassettesimo del Regno di Romolo; e Plutarco inoltre atteita, che Tazia
era morta, quando Numa fu chiamato al Regno, e che era vissutacon effo luilo
spazio di ben tredici anni. Quindi ei rac coglie, che gran tempo innanzi
fioriva la fama della fapienza di Numa, e dice,che, volendosi ritenere il
compuro di Plutarco, sarebbe di necessità asserire contro ogni ve.
risimiglianza, che all'età di soli venticinque anni la fama della fapienza di
Numa fosse già tanta da indur Tazio Re ad allogare una fua unica figliuola con
lui u o m o priva Ed ecco altre opposizioni,a cuidàsem pre il fondamento il
folo Plutarco. E che fede fi dee prestar mai a questo Scrittore, to, f2
е onde conchiude non potersi fare a m e
no di non dare un sessant'anni almeno a Numa, quando ad una voce fu eletto Re
di Roma, e ne deduce, che se vogliamo, che, come s'ha dagli Storici, sia
vissuto in fino all'età di ottantatré anni, avendo vent' anni più tardi, che
non è la comune cre denza, incominciato a regnare, è neceffario, che di
altrettanti fi venga ad accorciare il suo Regno. Plut. i n Numa. avanti
lui? Per formarci una chiara idea della falsità del ragionamento del nostro A u
tore, connettiamo alcune delle epoche di Plutarco, che è il suo Achille per
questi due primi Regni col suo Sistema Cronologico. Tredici e più anni avanti
alla morte di Romolo ei raccoglie da questo Storicoesser seguite le nozze di
Numa con Tazia. Que sto Storico medesimo dice esser nato N u m a nello stesso
tempo che Romolo innalzava le mura dell'alta sua Roma: ma vuole il nostro
Autore, che di foli diciannove anni circa stato sia il Regno di Romolo, dunque
ne seguirebbe a ritenere tutte queste e p o che di Plutarco,e congiungerle col
suo S i stema, che nel fefto, o fettimo anno della età e per rispetto
almatrimonio di Numa con Tazia, e per rispetto all'esatto numero di anni, che
vissero insieme, minute particola rità, le quali sfuggono agli stessi contempo
sanei? D'onde ebbe egli si particolarinoti zie,che aver non potè non già
ilsoloLi vio,ma nè pure l'accurato Dionigi,ilqua le tanta maggior diligenza usò
nello stende re le sue Storie, che di maggior criterio è fornito, e che visse
notabile spazio di tempo Plut. in Numa. 1 età fua N u m a avesse menato
moglie, ridi colo affurdo, ed inverisimiglianza troppo maggiore al certo, che
non sia quellad' averla menata nell' anno vigesimoquinto. So che rigetterà egli
quest'epoca, poichè chia ramente scorgesi doversi secondo il suo Si Itema
porre f 3 la nascita di Numa quarant'anni innanzi alla fondazione di Roma;
ma è da riflettere,che se di quelle, direi così, m i nute epoche, di cui
favella Plutarco, non ne danno gli altri Scrittori un minimo cen no,nel mettere
la nascita diNuma alprin cipio del Regno di Romolo, o là in quel torno,
concordano tutti; poichè tanto asse risce Dione, lo stesso si raccoglie a un
dipresso da Livio, ed infine l'accurato Dionigi dice che Numa quando giunsealSo
lio, era vicino al quarantesimo anno, onde non essendovi, come a luo luogo
opportu no abbiam mostrato ragione alcuna di ab breviare il Regno di Romolo, fi
vuol pure secondo lui mettere circa a'prinċipj di Roma la nascita di Numa.
Perlaqualcosa stra no dee riuscire, che l'Autor noftro rifiuti Dion. Cocej. in
fragm. Peiresc. ex ed.Rei. quella mari Hamburg. LIVIO. Dionys, Halic. quella
epoca di Plutarco, la quale è atte Iata dagraviffimi Scrittori,ed ammetta quel
le, nello asserir le quali trovasi solo questo Stórico. E' adunque forza
rigettare le epo che di Plutarco, e queste sue minute noti zie,non solo perchè
incerte,ma perchèfe fi colgono tutte insieme mal congiungerli possono col
Sistema del nostro Autore. Per rispetto poi a quelle parole di questo R e
presso Plutarco, con cui rifiuta il R e gno, le quali pajono a lui disdicevoli
i n bocca M a concediamo, che queste particolarità accertate fieno, e n o
n ripugnino col Sitte m a di lui le epoche stesse di Plutarco, che grande
assurdo ne seguirebbe poi? Che Tazio avrebbe data lasua figliuola in isposa a
Numa, mentre questi era di soli venti cinque anni;a Numa de'principali fra' Sa
bini; a Numa, che già erasi acquistato per avventura riputazion d i fapiente; a
Numa infine, che quantunque giovane, ben si può far ragione dal gran renno, che
poscia di mostrò, che di venticinque anni uguagliasse molti uomini, i quali già
fossero avanti nell' età. Qui mi pare in una parola, che la grandezza moderna
abbia offuscato l'intellet to del nostro Autore nel recar giudizio dell' antica
semplicità. E' ben vero però, che fa d'uopo fer marsi ancora alquanto
intorno ad una sua considerazione, la quale entrambi gli abbrac cia,ma
spero,chemi verrà fatto di dimo, bocca di un uomo di soli quarant'anni,già
ne abbiamo sopra ragionato. .Basta aggiugnere, che quantunque proferite le avel
le questo Re Filosofo in taleesà, male non gli sarebbono state in bocca. Forse
tuttigli uomini hanno da potersi vantare di militar bravura? E quando
vantatosene fosse,non era egli noto, che mai vissuto non avea fra l'armi?
Concedası, che questa dote fosse necessaria ad un Principe in quelle circostan
ed egli appunto mostrò di stimarla tale e per questo accettar non volea
l'offertagli Corona. Non hanno pertanto da parer disdi cevoli, e vergognose in
bocca di un Filosofo di quarant'anni, mentre Numa di tutt' altro pregiavasi,
che di stare in full armi, ed avea preso b e n diverso cammino per giungere
alla gloria. Laonde mi pare, che già li fia fatto chiaramente vedere, che per
quello, che spetta a'due primi Regni, non avea l'Autor noftro per accorciarli.
alcun bastantemotivo Itrare ze, f A (+) Cap ly. Strare non aver questa maggior forza delle
altre sue obbiezioni. Pare adunque all'Autor noftro improbabile, Tullo
Ostiliori accendere petti de'Romani (nervati che abbia la bellica virtù ne® di
sessantacinque anni dice risultare l'antica Crono logia da quarantatré anni del
Regno di Numa, da un anno d'interregno, e da ven tuno pacifici già da una pace
anni, i quali sessantacinque di Romolo. secondo potuto samente potuto Tullo
Ostilio delta re dopo sì gran tempo Romani, e guidarli come ei fece si animo
alla vittoria: fi ponga però soltan to mente alla pace, da cui uscivano i
Romani, e biano interrotto l'ardor guerriero n e ' per qual guerra una e
chiaramente fi verrà a comprendere, come ciò fia poflibile. tal pace ab
Lasciando ora da parte, se quegli ultimi anni di Romolo sieno stati cosi
pacifici come si dà a credere il nostro Autore, o fe almeno, come abbiamo sopra
mostrato, non abbia quel bellicolo Principe mantenuti vivi gli spiriti marziali
ne'suoi Soggetti; venia mo a vedere, fe ammettendo questasilun ga pace,ne
risulti tale inverisimiglianza, per cui abbiasene a negar la possibilità. Tutta
la ripugnanza consiste nel concepi come abbia те, La pace de'Romani non era
nata dall' ozio, è dal timore, ma era una pace, che ben lungi dal paventar
de'nemici era in istato di farsi temer da quelli:onde non dovea pure sembrare
improbabile al nostro A u tore, che le circonvicine nazioni gelose della
grandezza di Roma non ne abbiano turba ta la tranquillità. E che senno sarebbe
stato il loro di romper guerra con un popolo pol sente, e valoroso, che vivea
in pace bensi, m a in una pace lontana dalle morbidezze, dura, rigida,anzi
feroce, che non le of fendeva in cosa alcuna, che dava speranza in fine di
voler depor l'armi, confervar l' acquistato, nè più curarsi di estendere i
confini? Aggiungafi inoltre di quai belle doti a b bia il saggio N u m a
fornito i suoi soggetti pendente il suo pacifico Regno. Numa acconciò il popolo
a Religione, e Divinità, per servirmi delle parole di Tacito, fu, vale a dire,
datore di quel freno, e {pro ne sì necessario, promosse, favorì, e ftudioffi in
ogni modo di farfiorirel’Agricoltura,co me hassi non già dal solo Plutarco, ma
da Dionigi eziandio. Ora ciò posto non iscriffe Plut, in Numa, Dionyf, Halic. TACITO,
Annal. Che A. Saggio sopra il Gentilefiro go lo stesso noftro A.,
seguendo il parere del Segretario Fiorentino, che, se dove sono le armi, e non
Religione, con dif ficoltà fi può quella introdurre, dove è Religione,
facilmente si possono introdurre le armi? E in quanto allo avere un popolo di
agricoltorinon avrà egliavuto probabilmen te sotto gli occhi una riflessione
veramente aurea diPlutarco,laqualequestopiùFilo. fofo, che Storico inserisce
nella vita di Numa, ed è, che, se in villa si perde quella temerità, e malnata
voglia, che ci spinge a rapire le sostanze altrui, fi conserva però ottimamente
tutto il necessario coraggio per difender le proprie? Che più? Non diceegli
stesso, che quel Principe, che ha uomini può farne presto de'soldati, che un
zappatore, un contadino li avvezza agevole mente a marciare, a patir caldo e
gelo, alle fatiche, ed agli ordini della milizia? Ecco in qual maniera da
que'robusti contadini, della Religion loro veneratori, amanti della patria
abbia Tullo Ofilio potuto ben tosto crarre un poderoso esercito. A. Viaggi di
Rusia ra, avere Che se altri poi si volgerà a considerare, per qual guerra
abbia questo R e rotti gli ozj dellapatria, e spintii Romani all'ar mi, come
s'esprime Virgilio, vedrà,che ca de rovinata del tutto la ripugnanza i m m a
ginata dal nostro Autore. Nella prima guer che ebbero i Romani dopo il Regno di
Numa, non trattossi di uscire dal proprio paese,e andarad invaderecon armata ma
no l'altrui, trattosli di difendere i propri confini dagli Albani', che per
gelosía d'ima pero vollero la guerra con esli, e le per avventura non
si-sarebbono questi accinti di buon animo ad una straniera espedizione, è da
credere, che non avendo ne'campi perduto il necessario coraggio per difende re
il suo, con tanto maggior ardore moffi G fieno a rintuzzare la forza degli
ingiusti aggressori. Che tali poi fieno stati gli Alba ni, avvegnachè Livio
secondo l'usanza fua distintamente non ne favelli, non ce ne lasciano dubitare
e Diodoro Siculo, e lo Atesso tante volte lodato Dionigi. Per ciocchè il primo
dice, che finfero gli Alba ni di aver motiyo di lagnarside'Romani per LIVIO Diod.
Sicul. excerp. Legat. Dionys Halic. iRomani sia per gara di primato, sia a
cagione di questo stesso maltalento, che contro esli gli Albani dimostravano,
non mancassero di corrisponder loro in malevolenza, e già in questo modo fparli
fossero que'semi di odio, i quali scoppiarono poi in guerra manifesta. Nè
tralasciarfidee,cheilnuovoReTullo Ostilio già erasi colle sue belle qualità cat
tivato l'affetto de'Romani, e col distribui re a'bisognosi cittadini certe
terre, le quali aveano appartenuto a'due primi Re, come scrive Dionigi, avea
già dato ad effi avere un pretesto di muovere contro esli, come quelli,
che portavano invidia alla p o •tenza loro; e Dionigi attesta, che Cluilio
Dittator di Alba volle la guerra co’Roma ni, e permise a'suoi di dare il sacco
impu nemente alle terre loro.Aggiungafi, che gli Albani, come sopra abbiam
cacciato una parte del popolo loro, la qua le a persuasion di Numitore, che per
rego la dibuon governo volea purgarne laCittà lua,era ita con Romolo probabile,
che vedessero di mal occhio cre sciuta a tanta grandezza una Città formata
de’rifiuti loro, e che d'altra parte riferito, avean a Roma, onde è mo 1 Diony.
Halic. motivo di sperare di dover condurre una vita felice sotto il
governo di lui. In abbiano Regni di Tullo Ostilio, Anco Marzio, Ccoci ora
giunti al Regno di quel Tullo Oftilio, che meritò di nuovo corona per la sua
perizia militare, e guidò alla vittoria. pure il nostro Autore, che d'alcun
poco s'ac VIRGILIO, Aeneid, potuto cor Patria si cara, e che già per le
civili, e militari virtù di Romolo, e per lo senno di Numa salita era ingrande
stima,ed ono re presso le vicine nazioni. difendere una Eccoci e Tarquinio
Prisco. que Ita maniera resta verisimile, che i Romani robusti, e valorofi
com'erano dilornatura, offesi da un popolo ad essi odioso, governati, e retti
da un favio, e prode Principe, che amavano, Agmina J a m desueta triumphis
Questo Regno adunquenon meno diquello del suo fucceffore Anco Marzio
defidera Vero è, che si potrebbe in primo luogo fospettare e
dell'età si avanzata di Anco e della stessa asserzione, che questo R e alla
morte sua non avesse un figliuolo, il quale giunto fosse alla pubertà.
Perciocchè il n o Itro Autore da un'epoca del suo Plutarco raccoglie, che
giunto già foffe Anco all' anno sessantesimoprimo dell' età sua, quan do venne
a morte, prestando intera fede a questo Storico, allorchè dice, che Anco ni
pote di N u m a per parte di una figliuola alla morte dell'Avo già era nel
quintoanno dell' età fua; minuta particolarità, di cui egli solo c'instruisce,
non facendone motto non solo Livio, ma nè pure Dionigi, entrambi corcino,
avvegnachè non possano chiamarsi di lunga durata, non giungendo il primo se non
a trentadue anni, ed il secondo a ven tiquattro, secondo la Cronología
comunemente ricevuta; e la ragione, che lo spinge ad abbreviarli, non è altra,
se non l'improba bilità, che, secondo lui, risulta dal doversi ! fupporre
nell'antico Sistema, che il Re Anco Marzio fia morto nella età di anni fel
fantuno senza aver figliuoli, i quali già per venuti fossero alla pubertà.
Plut. in Numa in fine. i fe dati questi per ne nyf. Halic. LIVIO.
Jam filii i quali fi restringono a dire,
che questo R e nipote era per via di una figliuola del Re Numa. Nè
certaèpurequell'altraal serzione del nostro Autore, che alla morte di Anco non
fosse ancora alcun suo figliuo lo giunto alla pubertà: perciocchè, te LIVIO
descrivendo non troppo accuratamente quel primo secolo di R o m a secondo
l'ufan za fua,diceallasfuggita,cheifigliuolidi Anco erano vicini alla pubertà,
Dioni gi, il quale con occhio più diligente scorse que'tempi, attefta, che uno
de'sopraccen nati figliuoli era già pervenuto alla pubertà, e l'altro ancora
fanciullo (e). Dubbiosi sono pertanto,per nondirfalsi,ifondamentidella
difficoltà. Vediamo ora, veri fia almeno questa convincente".
Perdonimi A.; ma io debbo con fessare,
che quando lessi questa parte del suo Saggio,non potei fare a meno di non com
piangere m é costesso la deplorabil sorte della umana ragione, non potendosi
coloro, che LIVIO. NumaePom pilii Regis Nepos filia ortus Ancus Martius
erat.Dio prope puberem aetatem erant. Dionys, Halic. ne fanno la gloria, qual
certamente egli era liberare da'pregiudizi pienamente. Grave presunzioneinvero
contro alla giustiziadella causa si è l'esser forzato un u o m o del suo senno
a ricorrere a tali ragioni per sostenerla. La grande impressione, che avea
fatto in lui il Sistema Cronologico del Neutone, 1'opinione, che aveva della
dottrina di quefto Filosofo fecero sì, che lasciò sfuggir dalla penna certe
ragioni, le quali eglim e desimo, le altri gliele avesse opposte, non avrebbe
né m e n o degnate di risposta se è da credere, che tutti gli uomini facciano,
e d Anco medesimo abbia fatto quello,che pru dentemente far fi dovrebbe. Se
finalmente anche concesso, che ne'giovani suoi anni abbia Lascio pertanto al giudizio de'giusti matori
delle cose, se l'esser morto il Re Anco Marzio in età di anni sessantuno fen za
aver figliuoli, i quali trapassasseroiquac tordici ami, sia tale
inverisimiglianza, che ci sforzi a negar fede a'più gravi Scrittori delle cose
Romane di que'tempi, e lascio per conseguente pure al giudicio loro, fe,
fupposto, cheil partito prudente fosse di tor moglie, essendo egliancor giovane
perpo terlasciare, come l'Autor nostro s'esprime, dopo le figliuoli attial
governo, esti abbia tolto moglie, sia cosa inverisimile, che se non tardi
abbia avuti figliuoli,o pu re morti fieno avanti lui i primi,non rima nendovi
che gli ultimi. Tutte queste cose, come dicea,io le lascio al giudicio de'let
tori, e mi reftringerò soltanto a dimostrare, che la speranza, la quale
prudentemente a y rebbe potuto nodrire, che i suoi figliuoli poteffero
succedergli nel Regno, non era tale da spingerlo a tor moglie affai per tempo,
la qualcosa per recare ad effetto mi con verrà indagare attentamente quelle
leggi, o per dir meglio costumanze,secondo cuicrea vanli i Re di Roma; tanto
più che, oltre all' effere materia per se importante, non ci riuscirà forse
inutile l'averla trattata nel de. corso di queste osservazioni. Chi dunque
prende a considerare la con ftituzione del governo di Roma a que tem
pi,hadapormente innanzi di tutto,che le cose non erano ordinate, come sono
negli Statide'giorninoftri, ma chesenonrego lavansi gli affari del tutto all'
avventura, elea forza, e l'accortezza aveano per l'ordina rio'non poca
parte nelle deliberazioni. Dif ficile pertanto sarebbe trovare le leggi fone
damentali, secondo cui fissata fosse la suc cessione al Trono, ovvero il modo
della la g A due capi ridur si può la base della constituzione di
qualunque Stato: al modo, con cui si e leggono, od intendonsi eletti quel
Principe, o que' Magistrati, che hanno da reggerlo, ed alla autorità, che
questi hanno sopra i loro soggerti. Della autorità, che i Re di Roma avessero
soprailorosog getti, non appartenendo punto alla presente quistione, io non
farò parola. Chi deside raffe per avventura d'esserne informato, potrà
ricorrere a Grozio, ed al Cellario ed a que'luoghi degli antichi Scrittori da
essi accennati. Mi volgerò bensì a mostra che Grotius de Jure Belli et Pacis
Chriftoph. Ceilar. Breviar. Antiq. Roman..feff.1.1 elezione: tuttavia
connettendo alcuni luoghi degli Scrittori, e facendovi sopra alcune ri
flessioni, verremo in chiaro, per quanto comportar lo possa un si rimoto
secolo, di quelle consuetudini, le quali, secondo c h e io stimo, tenevano
luogo presso i Romani di leggi fondamentali. per quanto raccoglier si poffa
dalle scarse notizie di quella età il Regno di Roma piuttosto elettivo, che
altro chiamar li dee. re, 1 E 03.120. ma E prima di tutto, le dalla
qualitàd e'Re, i quali fuccedettero l'uno all'altro, si può ricavare alcuno
indizio, certa cosa è, che in que'sette Regni mai figliuolo non succe dette al
padre, che anzi tutti furono di di verle famiglie. Non parlo di Tarquinio il
Superbo, il quale non per giusta strada, m a colla forza, e per mezzo delle
scelleratezze giunse al Trono, a cui mai sarebbe in al tro modo pervenuto.Veda
adunque l'Au tor noftro, se dalla elezione di Anco, che nipote era per via di
una figliuola di N u che non subito dopo il Regno dell' Avo,ma dopo quello
diServioTullioasce se al Trono, inferir se ne possa, che piut tosto pendesse ad
essere successivo il Regno di Roma. Che se Tarquinio Prisco allonta nò da Roma
i figliuoli di Anco nella ele zione del nuovo Re, la qual precauzione egli
s'avvisa dimostrar, che vantassero que sti giovani diritto al Trono,si vuol
notare, che tutto facea per li figliuoli di Anco,per muovere i Romani a
conceder loro il Regno, e tutto era contrario a Tarquinio. Erano i primi
discendenti da N u m a figli uoli di Anco Principe, che congiunto avea le più
belle qualità de'suoi antecessori, o n de è detto da Livio uguale a qualunque
de' pal. g 2 Pa LIVIO. Medium erat
in Anco ingenium,& Numae, et Romuli memor. Id. ibid. Cap. 14. n. 35.
Cuilibet fuperiorum Regum belli ) Dionyf. Halic.. 1 Too passati R e nella gloria delle arti sia di
Sequitur jactantior Ancus Nunc quoque jam nimium gaudens popu laribus auris.
Uno di questi poi secondo Dionigi già era alla pubertà pervenuto.Laddove Tar
quinio oltre ad essere straniero essendo stato dal morto Anco fuo fingolar
benefattore d e ftinato per tutore a'suoi figliuoli, la qual cosa fece per
avventura, lusingandosi, che avrebbe egli tentato ogni modo di aprir loro la
strada al Trono,nè per gratitudine questo dovendofi fupporre ignoto a' R o m a
ni, certa cosa è, che eravi ragion di teme re per lui di non poter ottenere il
suo in tento, quantunque il Regno fosse elettivo, se i figliuoli di Anco
avessero potuto chia marlo, esponendo a' Romani i meriti del paces che di
guerra, e quello, che è più grandemente amato dal popolo,secondo che disse
Virgilio in que'suoi versi, ove più da Storico, che da Poeta favella.
pacisque,& artibus, et gloriapar. Virgil. Aeneid. Padre loro, la di cui
memoria era ad effi si cara. Sapea benissimo l'astuto, ed a m bizioso Tarquinio,
qual impressione far p o tea nel popolo l'aspetto de' giovani Princi pi, ed il
rinfacciargli, che avrebbono fatto la sua ingratitudine. Temè pertanto la pre
senza loro giustamente, e trovò m o d o di allontanarli da’ Comizj. Dal fin quì
detto chiaramente risulta, che non ostante i pregj, che vantavano i figliuoli
di Anco, essendo stati esclusi dal Trono, a cui quantunque per molti motivi
gliene dovesse esser chiusa la strada, fu innalzato Tarquinio, ben lungi
dall'inferire da questo allontanamento, che nella elezio. ne del R e i voti
stessero ordinariamente per la ftirpe Reale, 'avendo un tale allontana mento
bastato ad escluderli, se ne dovea a più buona ragione dedurre, che i Romani
niun riguardo avessero al sangue Regio nella elezione del Re loro. min, Alienum
quod exaétum: alienioremquod ortum Corin tho:faftidiendum quod mercatore
genitum: erubefcendum quodetiam exule Demararo narum patre, VALERIO MASSIMO, Ma
veniamo ora con testimonianze degli Storici a dimostrar maggiormente il diritto
de'Romani nell'elezione de’ re loro, eco.. g3 ininciando da Livio: Servio
Tullio, dice questo Storico, avvegnachè foffe coll'uso al possesso del Regno,
tuttavia perchè sa peva, che il giovane Tarquinio andava dif ieminando esso
regnare senza ordine espres so del Popolo, conciliatosi il buon voler della
plebe col distribuir certe terre tolte a’ nemici, fi arrischio di porre in
deliberazio ne a'Romani, fe volevano, ed ordinavano, che regnasse o no, e con
tanto general c o n senso, con quanto per lo innanzi alcun al tro giammai Re fu
dichiarato. Ove è da notare,che Tarquinio il Superbo per farsi strada al Trono
non vanta già i suoi diritti come figliuolo di Re, nè taccia Servio di
usurpatore, perchè coll'occasione di a m m i nistrar la tutela di lui era
giunto al Princi pato, m a dice, che fenza espressa elezione del popolo Servio
Tullio governava il R e gno: e Servio per dileguar que'rumori,non risponde già
non essere un tal consenso n e cessario, ma, assicuratosi prima dell'affetto
quam jam ufu haud dubie Regnum poffederat; tamen quia interdum jactari voces
LIVIO Serviusquam del a juvene Tarquinio audiebat fe injusu populi regnare,
conciliata prius voluntate plebis, agro capto ex hoftibus viritim diviso, aufus
eft ferre ad populum, vellent juberentne fe regnare: santoque consena fui,
quanto haud quisquam alius ante, Rex eft declarcius; # Questo è
quanto dice Livio lo Storico, di cui l'Autor nostro maggiormente si pre gia; m
a per dare a vedere con alcun altro Scrittore la verità medesima, a chi della a
u torità del solo Livio non si volesse appaga consideriamo c o m e parla lo
ítesso S e r vio presso Dionigi per difendersi dalle accu fe di Tarquinio:
mentre io era disposto (ei dice adunque a Tarquinio ) a rinunciare il Regno i Romani
mi trattennero, sulqual Regno essi hanno diritto, e non voi altri, o Tarquinj;
quindi prosegue: siccome al vostro Avo (cioè a Tarquinio Prisco ) fu dato il
Regno, quantunque estero, ed alie nisfimo dalla cognazione diAnco, sprezzati i
figliuoli di Anco non fanciulli e nipoti, m a nel fiore dell'età loro, nello
stesso modo a m e f u concesso, perchè il Popolo Romano non un erede del Padre
metre algo verno della Repubblica, ma un personaggio veramente degno del
Principato. Tutto questo vien confermato dalla con g4 'del popolo, pone
in deliberazione a’Romani, le volevano, che seguitasse a reggerli, cose tutte,
che l'autorità del popolo nella elezione de'Re appieno dimostrano. dotta 1 re,
(in) Dionyf.Halic. dotta di Tarquinio Prisco verso i figliuoli di Anco; chi si
vorrebbe dare a credere, che un uomo cosi accorto avesse commesso tale
inconsideratezza di lasciar dimorare in Roma questi Principi, e non proccurare
di al lontanarli per destro modo da quella Città se avesse loro usurpato il
Regno? Bisogna credere, ch'ei s'avvisasse dinon esser reo d'ingiustizia veruna
contro d'essi, non altro avendo fatto, se non usare una destrezza per ottener
dal Popolo una cosa, di cui questo poteva liberamente disporre. Vero è, che sia
Anco Marzio, fia Tare. quinio Prisco, destinando per tutori de'pro pri
figliuoli personaggi, i quali doveano ef sere per ogni ragione ad elli tenuti
grande mente, si lusingarono, che questi proccurasse roa'lorofigliuoli
quelRegno, cheime desimi procacciarono per fe, servendosi per l'appunto del
credito acquistatofi penden te il governo de'benefattori loro. M a que sta cura
medesima, ed il non aver sortito l'effetto desiderato da que’ due Re, dimo-.
ftra vie più il poco riguardo, ch'avea il Popolo Romano al sangue Reale nelle
ele, zioni de’nuovi Principi. Del resto, se da quel general ritratto de?
costumi de'Romani di que'tempi, che racs Troppo parrà a taluno, che
dilungato mi fia in questa materia, la quale in vero non avrei trattato così
ampiamente, se non mi fosli dato a credere, che anche prescinden Montes Esprit
des Loix LIVIO cogliesi dalla Storia, si può trarre qualche congettura, essendo
propria di popoli rozzi peranco e semibarbari una costituzione in forme di
governo, non è da credere, che la successione al Trono di padre in figliuo lo
stabilita fosse tra esli, essendo questa frut to di secoli più colti, e per
recar finalmen. te la testimonianza di qualche moderno Scrit tore ', che questa
verità abbia riconoíciuto, basterà per tutte quella del Montesquieu, il quale
asserisce chiaramente e fuori di verun dubbio, che il Regno di Roma era
elettivo. Veda adunque l'assennato lettore, se la SPERANZA di lasciar figliuoli
atti al Regno allamorte fua era tanta da muover Anco a tor moglie assai per
tempo, e se anche c o n cedendo tutte le conseguenze, che da que Ro matrimonio
cosi per tempo contratto ne deduce il nostro Autore, le quali altri forse non
avrebbe alcun ribrezzo a negare il fon damento, che a queste ei pose,
siastabile, e fermo fufficientemente. do do dalla nostra quistione, non
sarebbe per avventura riuscito discaro il veder posto in pieno lume untal
punto. Tempo è ora, che veniamo al Regno di Tarquinio Prisco. Se de'Regni di
Tullo Ostilio, ed Anco Marzio toccò per così dire soltanto alla sfug gita il
nostro Autore, di troppo più forti r a gioni fi crede afforzato per accorciar
la d u rata di quest'ultimo. E qui debbo di nuovo avvertire, che l'essersi egli
appagato degli scarsi racconti di Livio, e il non aver rivolto l'occhio a quel
lume, che mena di ritto per l'oscuro calle di que' primi tempi di Roma, voglio
dire a Dionigi, è stato cagione dell'aver egli ritrovate ripugnanze, che non vi
sono. Strana a lui pare, per istringere le sue ragioni in breve,la disfimu
lazione de' figliuoli di Anco, che per tren totto anni aspettarono luogo e
tempo vendetta, e vendetta ei dice eseguita contro un usurpatore del Regno in
pregiudizio loro, avvegnachè fosse itato instituito tor di essi dal Padre
medesimo. E d'altra parte a lui pare, che troppo grande disdet ta sia stata la
loro, che di tanta dissimula zione dopo aver indugiato intino alla età di
cinquant'anni ad operar quel fatto, non ne abbiano colto frutto alcuno alla tu.
tuttociò essendo cona rimasi esclusi dal Trono. per altro grido di
accurato nel raccogliere i fatti descritti dagli Antichi, e il di cui difetto
non è la brevità, cioè, ch'essendo stato ucciso il famoso Augure Accio Nevio colui,
di cui si racconta il prodigio vero o supporto della cote tagliata col rasojo,
i figliuoli di Anco attribuirono questa uccisione a Tarquinio, fia perchè,
essendo il R e entrato in pensiero di far m u tazioni nelle leggi, temeva non
gli dovesse di Ma se avesse egli consultato Dionigi, avrebbe veduto, che
vero è bensì aver in terposto i figliuoli di Anco trent'otto anni tra la
ingiuria, e la vendetta in questo fen fo, che potessero recate ad effetto le
loro crame, ma vero poinon è, che in questo frattempo questa medesima
scelleratezza altre volte macchinato non avessero,laqual cosa non sivenne a
sapere,se non dopochè eb bero eseguita quella tragedia: Chiaramente in farti
asferisce Dionigi, ove narra la morte di Tarquinio, che coteíti figliuoli di
Anco più volte aveano tentato di togliergli la vita, che anzi aggiugne questa
partico larità, omeffa da uno Storico moderno, il quale ha Dionyf. Halic. Rollin
Hift. Rom. di nuovo efier contrario questo Augure,coa m e altre volte
trovato lo avea, sia perchè egli non fece le necessarie ricerche per stato
a 1 conoscere, e punirne gli uccisori. Riconci liolli Servio Tullio con
Tarquinio, ma avendolo ritrovato facile al perdono, dopo tre anni il messero a
morte nel modo, che de scrive Livio. Dirà taluno non esser da cre dere, che
abbia Tarquinio sì facilmente p e r donato un tale attentato a'figliuoli di
Anco; m a forse vero era ciò, di cui l'accagiona vano, e se ne avesse mostrato
risentimento, avrebbe dato peso all' accusa. Del rimanen te è da credere, che
note non fossero a Tarquinio le antecedenti macchinazioni, perchè dicendo
Dionigi unicamente a proposi to di quest' ultima, che lo ritrovarono fa cile al
perdono, dimostra, che le altre giun te non erano a cognizione di lui; onde
cagion di quella accusa, ben avesse egli m o tivo di tenerli per malcontenti,
ma non a segno di volergli toglier la vita. ri che allora pre Anzi di più è da
notare cipitarono l'impresa i figliuoli di
Anco, quando sividero chiusa lastrada dipoteredopo la morte del vecchio R e,
esponendo i m e riti del Padre loro, procacciarsi il Regno; voglio dire quando
giunto Servio inalto stato presso a Tarquinio, ed instituito tutor re de' figliuolidilui,
vedevano, chequesti amato, e ten Tutto questo succeduto non sarebbe, se fosse
stato, come pensa l'Autor noftro, Tarquinio un usurpatore, poichè non avrebbo
no dovuto tentare tante obblique strade, usar tanta diffimulazione, ed è da
credere, che più facilmente, e più presto sarebbono forse venuti a capo de'loro
disegni. M a già sopra abbiam messo in chiaro, ch'elettivo essendo il regno di
Roma ingrato bensi, e sconoscente ad Anco fuo benefattore non usurpatore
chiamar fi può Tarquinio Prisco. Strano pertanto non dee riuscire che abbiano
frapposto i figliuoli di Anco trentore'anni non già tra l' ingiuria, e
la e riverito da'Romani poteva con tro esli servirsi del credito rante
ilRegnodi Tarquinio.Fecero per tanto pensiero di arrischiare il tutto iare, le
poteva loro venir fatto con una d i {perata impresa di far levare il popolo a r
u more,presso cui(prestando fededileggie ri l'uomo a quello, che spera )
stimato a v ranno, potere ancor molto la memoria del di quel Trono, a cui
avvisavano di non poter giugnere in Padre, e così impadronirsi altro modo.
acquistatofi du ma de deliberazione, che fecero di vendicarsi,m a
tra l'ingiuria, ed il vedere la vendetta loro eseguita non sarebbe questo il
solo esempio, che delle contraddizioni c'instruisca dello spirito umano. Non
avete, dice pure egli stesso A. Disc,milit.Disc.Sopra la Giornata di Maxen.
Non fa ora quasi più mestieri di farmi a dimostrare, che per non aver esli
colto al cun frutto dalla loro lunga dissimulazione, non sidee,come fa
l'Autornoftro,negare, che di trentotto anni stato non zio di tempo, il qual
corse dalla morte di Anco a quella di Tarquinio Prisco. E chi non sa, che
moltissime volte non riescono ad uomini avvedutissimi i loro disegni? Dice pure
lo stesso A., che l'efito il quale importa il tutto innanzi agli occhi del
volgo, è nulla innanzi a quelli del fa vio? E d ancorchè fuppor fi volesse, che
i figliuoli di Anco, i quali aveano per si lungo tempo con tanta cautela
l'affare, non avessero poi usate condotto le dovute della c o n giura, non
farebbe questo, per servirmi di avvertenze nell'ultimo scoppiar nuovo delle
parole di lui in altra sua o p e sia lo spa tan ra tante volte veduto la
medesima nazione, il medesimo uomo prudentissimo ragionevolisii m o in una
cosa, imprudente, ed irragione vole in un'altra, benchè in ammendue gli
dovessero pur esser di regola le stesse m a l fime, gli itefli principi? Del
rimanente chi la, se non si farebbo no gli uccisori impadroniti del Trono, quan
do Servio Tullio, e Tanaquilla non foliero stati così avveduti, come e'furono?
A tutti è noto, che Tanaquilla fece correr voce, che Tarquinio ancor vivea,
affinchè niente si tentaffe di nuovo, e Servio avesse c a m ро di premunirsi.
Onde possiam conchiude re, che nè pure in questoRegno diTar quinio vi è
ripugnanza tale tra i farti, e le epoche, che ci sforzi ad abbreviarlo. Regni
di Servio Tullio, e di Tarquinio E il non aver consultato Dionigi traffe più
volte l'Autor noftro in errore, secondo A. Dialoghi sopra l'OtticaNeuron, quello,
SE Superbo. Dialog. Per venire adunque prima di tutto alle ragioni, per cui
giudica l'Autor nostro d o versi abbreviare il Regno di Servio Tullio: fu
Servio, ei dice, ucciso da Lucio Tarquinio, di poi cognominato il Superbo, che voleva
ricuperare il Regno paterno toltogli d a effo Tullio, uomo intruso, e
dischiattaser vile,e fu ucciso dopo un indugio di qua rantaquattro anni, il che,
segue eglia dire, vie maggiormente pare inverifimile a chi fa considerazione,
che questo Tarquinio era già uomo da menar moglie, allorchè Servia Tullio
divenne Re, ch'egliera dispiritiol tre quello, che abbiam sopra dimostrato,
onde ritrovò irragionevolezze, ed inverisimiglian ze tali, che stimò doversi di
sì lungo trat to di tempo abbreviar la durata de'Regni de'RediRoma,ilnon aver
rivolto lo sguardo a questo Storico assurdi gli fece rinvenire in questi due
ulti mi Regni. Perciocchè in vero gliere le difficoltà mosse de'cinque primi
Regni contro la durata non avrebbe molte volte fairo mestieri d i mente a
Dionigi; m a più difficile riuscireb be il rispondervi per rispetto ultimi,se
non si face fleuso della autorità di lui. troppo maggiori ricorrere necessaria.
a questi due, per iscio 1 che abbrancato Servio nel mezzo della
persona lo si portò di peso fuor della Curia,e gittollo giù perli gradini;ora
sea quarantaquattro anni del Regno di Servio si aggiungono venti circa, ch'
eidovea ave re alla morte di Tarquinio Prisco,verrà ad esser vecchio di
sessantaquattro anni, allor chè dimostrò tanta gagliardía. Questi sono i
motivi, per cuistima l’Au tor nostro esser più inverisimile aver Servio regnato
quarantaquattro anni, che Tarqui nioPrisco trentotto.Già abbiamosopradi
mostrato non esser punto contraria a'fatti la durata del Regno di Tarquinio,
ora verre mo a far vedere effer non meno verisimile la durata del Regno di
Servio, che quella non tremodo ardenti, ed ambiziosissimo,.e v e niva
tuttodi stimolato ad occupare ilRegno da Tullia sua moglie femmina trista fopra
ogni credere, e malvagia. Dal che ne c o n chiude esser m e n o probabile, che
Servio Tullio abbia potuto regnare quarantaquattro anni, che Tarquinio Prisco
trentotto. Oltre di questo ei riflette, che Lucio Tarquinio, il quale vivente
Servio Tullio è sempre q u a lificato giovane, fosse tuttavia giovane, e
robusto alla fine del Regno di quello, la qual cosa egli arguisce da ciò, che
fi leg ge, LIVIO Tuumeft..... non sia del suo antecessore. Desidererei per
tanto prima di tutto lapere, onde abbia r a c colto l'Autor noftro quella
particolarità,c h e al principio del Regno di Servio già fosse Lucio Tarquinio
in età da menar moglie. Di questo non m i venne fatto di ritrovarne parola
presso gli Storici, e non mi posso persuadere, che perchè Livio descriven do le
azioni di Servio pone prima di tut to aver egli date in ispose due sue figliuo
le a Lucio, ed Arunte, per questo abbia l' Autor nostro stimato di poter
mettere q u e sti due matrimoni al principio del Regno di Servio: perciocchè in
questo caso ognun vedrebbe sopra quanto fallace congettura egli avrebbe
avventuraro questo fatto. M a quando pure da Livio ciò ricavar fi potesse,
vorrei di più, ch'altri mi sciogliel se questo nodo, cioè se a tale età già per
venuto era Tarquinio Superbo alla morte di Tarquinio Prisco, c o m e riuscir poffa
proba bile, che Tanaquilla con quelle si eloquenti parole eforti presso Livio
Servio Tullio a Servi fi vir es Regnum, non eorum, qui alienis mani. bus
peffimum facinus fecere: erige'te Deosque duces re. quere, qui clarum hoc fore
caput divino quondam circum Desidererei pure, ch'altri insegnar mi sa pesse
ilmodo dicomporre insieme l'aver Tanaquilla un figliuolo giunto alla luccenna
ta età, ed il proccurar, ch'ella fa il R e gno a Servio piuttosto, che a
Tarquinio suo figliuolo. E d ecco che senza rivolgere al tro Storico, che il
folo Livio, dando vento anni circa a Tarquinio Superbo al princi pio del Regno
di Servio, ne risultano in verisimiglianze grandissime, per toglier le quali
altro far non si potrebbe, che suppor re fanciullo Tarquinio Superbo alla morte
di Tarquinio Prisco; il qual partito essendo a prendere le redini del Regno
ancor manti del sangue di Tarquinio Prisco, e a vendicar la morte dell'uccilo
fuo marito, A m e sembra, che ad una tal vendetta ad ogni m o d o piuttosto
ella proprio figliuolo, se questi già pervenuto era al ventesimo anno dell'erà
sua, ed è ben da credere, che u n giovane Principe nel fior de'suoi anni
facesse troppo più m e morabil vendetta della uccisione del Padre di quello,
che fosse per fare Servio Tullio. fufo igni portenderunt: nunc te illa
coeleftisexcitesflama ma:nunc expergifcerevere:& nosperegriniregnavimus:
qui fis non unde natus fis, reputa: Si iua, re subita 2 confilia torpent, at tu
mea confiliafequere. animar dovesse il fu quello, Posto ora adunque, che
ancor fanciullo fosse TarquinioSuperbo alprincipio delRe. gno di Servio Tullio,
ne segue, che da lui allevato, non avendo vedute. le grandezze del Regno
dell'Avo, del quale lapea. aver Servio vendicata la morte collo allontanarne
dal Trono gli uccisori, e per ultimo stret to seco lui in vincolo di parentado,
e spe rando di succedere ad un uomo già oltre negli anni per commettere la
scelleratezza che commise, dovettero concorrere questi due impulsi, vale a
dired' avere a lato una malvagia, ed ambiziosa femmina, e d'ef fer fuori di
speranza di poter succedere a Servio Tullio, avendo questi, come ce ne affi
e quello, che toglie tutte le ripugnanze, d altra parte non
raccogliendosi dagli Stori ci, di qual' età precisamente ei fosse alla morte di
Tarquinio Prisco, sarebbe quello, che prendere li dovrebbe.M a non abbia m o
bisogno di congetture, poiché, che Tarquinio Superbo fosse per anco fanciullo,
non figliuolo, ma nipote di Tarquinio Pri sco, chiaramente viene attestato da
Dionigi; il che dovremo di nuovo notar più fotto. Dionys. Halic. re frapposto
qualche indugio, affinchè m a • nifeftamente non risaltassero agli occhi i d e
suno 5 che ci dicono gli Storici, per potere stringere quel scellerato
matrimonio, fra l'una delle quali, e l'altra avranno p u assicurano Livio, e
Dionigi, fatto pen fiero di rinunciare il Regno, e dare la lic bertà a Romani.
Ma è da avvertire, che forse qualche notabil tempo trascorse oltre il ventefimo
anno del Regno di Servio, innanzi che si congiungessero con quelle infa m i
nozze Lucio Tarquinio, e Tullia: per. ciocchè, fupponendo, che avanti al vente
fimo anno del Regno suo non abbia Servio date le sue figliuole in ispose a'
Tarquinj, ad ognuno è noto, che Tullia moglie era di Arunte, e non di Lucio, e
Lucio a m m o gliato era coll'altra figliuola di Servio, o n de ebbero a
passare per tutte quelle scelle ratezze, litti loro. Credo poi veramente, che
dopo ch' ebbero coronate le commesse iniquità colle nozze, non si debbano per
modo nef h3 LIVIO tani mite tam
moderatum imperium deponere eum inani. mo habuisse quidam Auctores funt, ni
fcelus intestinum li. berandae patriae confilia agitanti interveniffet. Dionyfi
Halic. LIVIO. Dionyf. Halic. che la ragione, per cui finalmente val sero preffo
Tarquinio le persuasioni della sua rea moglie, fu l'aver questi inteso c h e
Servio volea dar la libertà a’ Romani, alla qual risoluzione forse fu egli
spinto princi. palmente dalle malvagità della figliuola, e di Tarquinio. Vedeva
egli benislimo che Tarquinio da lui giudicato indegno del T r o no,appunto
perchè tristo,giàdovea forse essersi formato una fazione di ribaldi pari suoi,
e che dopo la morte di lui o avreb be forzato i Romani ad eleggerlo a Re lo ro,
o pure quando avessero avuto tanto co raggio di eleggerne un altro, prevedeva,
che avrebbe tentato ogni mezzo, ed anche accesa una civil guerra per giungere
al Trono. E d'altra parte Tarquinio Superbo, se con questa risoluzione di
Servio non sifosse veduta tagliata ogni strada, non avrebbe avventurata la sua
fortuna e la sua vita LIVIO. Initiumcura suno passar sotto silenzio i
continui stimoli di una donna, quale si era Tullia, onde a buona ragione abbia
detto Livio (F), che il principio di sconvolgere ogni cosa da una donna ebbe
origine: m a contuttociò io sti me mo, bandi omnia a foemina orium ift
Tolti ora diciannove o venti anni dalla età, che aver dovea Tarquinio il Superbo,
onde venga ad essere di soli quarantaquat sro o quarantacinque anni, e non di
sessan taquattro, quando gittò giù per ligradini della Curja Servio Tullio, non
parrà più in nessun m o d o inverisimile tanta gagliardía. Senzachè io lascio
al giudicio degli assen nati, se, anche concedendo, che di sessan taquattro
anni abbia Tarquinio fatta una tal prova, menandosi allora una vita più dura, e
per conseguente più robusta, ed essendo Tarquinio riscaldato dalla collera, sia
poi cosa da farne tanto le meraviglie.Onde mi pare di potere a buona ragion
conchiudere, medesima come fece, ma servito fifareb be della fama dell'Avo suo
dopo la morte di Servio, che già era oramai pieno di anni per farsi elegger Re
da'Romani, cosa, la qual potea giustamente sperare potergli riu sčir più
agevole, che d 'intraprendere, com ' egli fece, di usurpare il Regno vivente
lui medesimo. Ben vedea, che se tentato avel 1 se inutilmente questo passo di
trucidare il suo Suocero, ed impossessarsi coll'armi del Solio, non gli
rimaneva più speranza alcu na. Non arrischiò adunque iltutto, senon quando si
vide in procinto di tutto perdere. chę ) <che siccome non v'ha motivo di
accorcia. re i precedenti Regni, così nè pure ve ne ha alcuno per accorciar
quello di Servio Tullio. Siamo finalmente pervenuti al Regno dello steffo
Tarquinio Superbo ultimo Re di Roma. La principal ragione, che adduceľ Autor
noitro per abbreviare il Regno di lui, e che abbraccia anche i Regni di Tarqui
nio Prisco, e di Servio Tullio, è questa. A c cadde,ei dice, che verso la fine
del Regno di Tarquinio Superbo, Sefto Tarquinio, e Tarquinio Collatino essendo
a campo ad Ardea, vennero a contesa chi di loro avesse moglie più onefta;
d'onde poi nacque, c o m e ognun fa, il Consolato, e la libertà di R o m a. Ora
questo Tarquinio Collatino a quel tempo secondo le parole di LIVIO era giovane,
e secondo lo stesso Autore era figliuolo di Egerio, a cui Tarquinio Prisco suo
Zio commise la guardia di Collazia Città novellamente acquistara nella guerra S
a Regiiquidem juvenes interdum orium conviviis comeslaf. fionibusve inter fe
terrebant; forte potantibus his apud (fratris hic filius erat ) Collasiae in
praefidio relictus bina, Sextum Tarquinium incidit de uxoribus mentio etc.
LIVIO. bina, e ciò fu verso il principio del Regno di Tarquinio Prisco, il
quale viene acade re fe non prima l' anno centocinquanta se condo il computo
comune della edificazione di R o m a. Convien dire, ei soggiugne, che Egerio a
quel tempo avesse almeno i suoi quarant'anni, fe vogliamo crederlo atto a
Costenere un carico di tanta gelosía, come è quello di castodire una Città, di
nuovo a c quisto, e se vogliamo, che fosse nato, come si h a da LIVIO, prima
che Tarquinio Prisco veniffe a Roma.Ma come può fta re, ei conchiude, che un
uomo di quarant' anni l'anno di Roma centocinquanta avesse un figliuolo'ancor
giovane l'anno dugento quarantaquattro? Cioè quasi un secolo dopo, come non fi
voglia dire, ch'egli avesse fi gliuoli passati i novant'anni, il che merita va
aver luogo secondo lui tra le meraviglie della Storiadi Plinio,non
traifattidiquella di Livio. Pensa adunque l'Autor noftro, che s e vogliamo
ritenere questa discendenza de'Tarquinj, fa mestieri prendere ilpartito di
accorciare i Regni di Tarquinio Prisco, di Servio Tullio, e di Tarquinio
Superbo, che occupano il tempo, che è di mezzo tra il figliuolo, ed il Padre.
Molte cose io potrei qui porre sotto )Collariae inpraefidio reli&us.T.
Liv.loc.fupra cita opera ucchio del lettore per isciogliere questa dif
ficoltà, come farebbe il dire, che non sifa precisamente il tempo, in cui sia
stata con quistata Collazia; che Livio Storico non trop po'accurato può esserfi
ingannato nel dire, che già nato era Egerio prima che Tarqui nio Prisco venisse
a R o m a, che la custodia d'una Città non era carica a que'tempi, per
esercitar la quale dovesse u n guerriero effer giunto all'età di quarant'anni:
tanto più trattandosi di un Zio, che una tal c u ftodia commette ad un Nipote:
perciocchè non essendo in quell'età le cose così rego late,come a'dinostri, piùo
sservavasinegli uomini, i quali davano al mestier delle armi,la
bravura,elagagliardia,doti, di cui potea egli molto bene esser fornito alla età
di venti o venticinque anni che non il senno, che a ' n oftr i tempi in un
Governatore fi richiede, per fuppor ilqual sen no ci vorrebbe per avventura più
avanzata età. Potrei dire di più, che se vogliamo Itare alle parole di LIVIO, da
queste nonfi può dedurre, che la custodia della Città sia Itata a lui
principalmente come Capo commesla, ma solamente che fu lasciato di presidio
inquella Città dal Re fuo Zio.Por ter essere finalmente, che questo Collatino
giovane più non fosse, attesochè, per non far parola della poca esattezza di
Livio, questo Storico non dice precisamente, che giovanefosseCollatino,ma
cheiRegjgio vani passavano il tempo in conviti, mentre erano occupati in quella
piuttosto lunga,che viva guerra, 1 gliuolo sotto le quali parole di Regi
giovani può egli aver foltanto intesi i figli uoli del Re, e non Collatino,
quantunque della stessa famiglia, tanto più che dicendo egli dopo,che stando
essibevendo pressoSe sto Tarquinio, ove pur Collatino cenava, cadde ildiscorso
sopra le moglj (k), a me pare, che quelle parole ove pur Collatino cenava,
dimoltrino, che sotto quelle ante riori di Regj giovani non altri abbia volu to
intendere Livio fuor che ifigliuoli di Tarą quinio. M a comunque fiafi di ciò,
s'abbia per nulla il fin quì detto, concedasi essere impossibile, che Egerio
abbia potuto avere un figliuolo giovane al fine del Regno di Tarquinio Superbo.
Sappiasi adunque, che Dionigi crede Collatino nipote,e non fie Forte potansibus
his apud Sextum Tarquinium ubi Collatinus coenabat. LIVIO ) Dionys, Halic.
L'ultima ragione, con cui l'Autor nostro ftudiali di abbreviare il Regn o di
Tarquinio Superbo, e che abbraccia anche quello del fuo predecessore Servio
Tullio, ei la ricava da questo. Tarquinio quando pervenne al Principato, avea
secondo lui sessantaquattro anni, a'quali chi aggiugne i venticinque che si
dice aver egli regnato, troverà, che era questi in età di Ottantanove anni, a l
lorchè fu cacciato dal Regno, la qual par ticolarità posto che vera,n o n
sarebbe stata passata dagli Storici sotto silenzio. Che più, segue egli a dire,
leggeli, che il medesimo Tarquinio parecchj anni dopo che fu c a c ciato di
Roma, combatté a cavallo al L a go Regillo contra il DictatorePostumio, ciò,
che verrebbe a cadere l'anno centefimo circa della età fua, onde ei correrebbe
la giostra c o n un secolo sulle spalle,affurdo, prosegue egli, non punto
diffimile da quello avvertito da Luciano (n), che quella Elena, gliuolo
di "Egerio, ed in questa maniera con un colposolositagliailnodo. 1 i Per
cui l'Europa armolli,e guerra feo, E l alto imperio antico a terra sparse,
LIVIO. Lucian, in Somnio seu Gallo, quando desto quelle si celebri fiamme i n
petto a Paride già fosse coetanea di Ecuba. suo. Lalcio io
qui,d'avvertire, che a Tarqui nio Superbo si vogliono torre que'vent'anni,
iquali,come già sopra abbiam mostrato, gli dà di troppo l'Autor noftro, onde
per dirlo alla sfuggita, non avea egli da mara vigliarsi, che gli Storici
abbiano taciuta quella particolarità, che quando Tarquinio fu cacciato di Roma,
già era pervenuto alla età di oitantanove anni. Quello poi, che tronca ogni
quistione per rispetto alla giornata del L a g o Regillo si è, che Dionigi (o),
ch'egli pure reca in mezzo a questo proposito, e non gli presta fede, riprende
quegli Storici, i quali narrano tal fatto, e dice doversi credere suo figliuolo,
e non lui medesimo esser quello, che fu,ferito com. battendo contro ilDittatore
Poftumio. O v? è da notare che anche facendo il caso, che con sole congetture
si dovesse scioglie re questo nodo, essendovi due mezzi noti al nostro Autore
per togliere l'inverisimi glianza,, cioè o di abbreviare i due.Regni di Servio
Tullio, e di Tarquinio Superbo, o pure di dire non essere stato lui,m a il
Dionyf. Halic. Si dà risposta a
varie opposizioni. Chiaro Hiaro ora resta abbastanza, che le in.
verifimiglianze raccolte dal Conte Algarotti, s'altri le viene minutamente
osservando,non fuo figliuolo quello, che ritrovossi alla giord nata del
Lago Regillo, il nostro Autorem prende piuttosto il primo, cioè quello, che
favorisce l'opinion sua, quantunque a m m e t ter non si possa per modo nessuno,
quando si sa, che Dionigi, il quale avea con tan ta cura studiati gli antichi
Storici Latini, e che se non altro fu tanti secoli più antico del Conte
Algarotti, Dionigi in s o m m a così diligente nel fiffar le epoche, stima più
prudente partito prendere il secondo. La scio ora pertanto decidere da chi
diritto ragiona, se tali fieno i motivi addotti dallo Autor noftro, che si
debba pure accorciare il Regno di Tarquinio Superbo,o se piut tosto,come
ioavviso,non resistanoalla autorità degli antichi Storici, e debbano c a dere a
terra come damento, del tutto privi di fon fon folamente non sono
valevoli a mandare in rovina la Cronologia comunemente ricevuta, m a nè pure
hanno forza per ispargervi fo: pra alcuna ombra di dubbietà,nè efferne cessario
ricorrere a quel suo ripiego di a b breviare pressochè della metà la durata de'
sette Regni per conciliare la giovanile erà di Romolo colle grandi cose,
ch'egli ope To, e l'età di Numa colla sua esalcazione al Trono. Nè secondo
quello, che abbia m o osservato, l' uomo indugia troppo cogli ftimoli della
vendetta, e dell'ambizione a fianco anzi lungo spazio di tempo non ba fta ad
estinguerli; nè quella gagliardía,che trovar non si può nella vecchia età,
avvien che vi si trovi, onde senza negar credenza, com 'egli pretende, a' più
gravi Storici dell' antichità in cosa, in cui tutti convengono, quale si èla
duratade'fette Regni, torna ogni avvenimento (per servirmi delle stesse fue
parole in contrario senso ) nell' ordine naturale delle cose. nolo. 1 Del
resto si dee avvertire, e di fatticre do, che ognuno avrà avvertito quanto d e
boli, e leggiere fieno le inverisimiglianze ed assurdi,dicuiservisli
ilnostro.Autore per distruggere la durata de'mentovati Regni, e venire a
confermare il Sistema Cronologico del suo Filosofo. Quand o altri nes gar vuole
la verità di un fatto attestato da gravi Storici per folo glianze, o
contraddizioni, queste devono ef ler tali, che ammesse per vere il fatto al
trimenti fufliftere non pofsa: perciocchè è legge dellaPoesia,non della
Storia,ilnarra re soltanto cose verifimili. La.Storiaècon tenta di narrar cose
vere; e quante cose, a v vegnachè vere inverisimili ci pajono per una minuta
circostanza o smarrita, o di cui non pensarono gli Scrittori di far menzione,per
un costume, per una legge, per una fog. gia particolare di vivere, di cui come
di cose a'contemporanei loro notiffime, n o n istimarono dover far parola? In s
o m m a molte volte assomigliar potrebbefi la Storia ad una macchina, la qual
produca maravigliosi ef fetti, ei di cui ordigni sieno ignoti. Tali dicono
essere i nostri orologi per rispetto a’cinesi,e noinondirado, inispecieinquan.
to allaStoria, laqual'èo da’tempi,oda? paesi nostri lontana, fiamo nel caso
loro. Ecco adunque,che leguate non fi fossero le inverisimiglianze i m maginate
dall'Autor noftro, sono queste si deboli, che come saette vibrate contro una
motivo d'inverisimi quantunque eziandio di falda armatura, ben lungi di recare
alcuna offesa, offesa, cadono effe medesime infrante a terra, chę E
appunto per iscogliereil nodo, ch'egli benissimo vedea, ch'alori gli avrebbe
potu to mettere innanzi agli occhi, vale a dire per qual ragione egli opponesse
alcuni fatti, in cui discordano gli Storici alla durata di tutti i sette Regni
tolti insieme, ed alla d u rata di ciascheduno in particolare, in cui sono a un
di presso di un medesimo pare re, ei dice, che la memoria de'fattidovet te con
più sicurezza essere conservata dalla tradizione, che non fu da quante volte,
mentre quelli avvennero tornato un Pianeta al medesimo sito del Cie lo; la qual
risposta io non so, se basterà per appagare chi considera alquanto adden tro
nellecose; perciocchè a me pare noti zia non meno importante,e degna di esse re
dalla tradizione, e dagli Scrittori a' p o steri trasmessa il numero degli anni,
che occupòilTrono un Principe,diquello,che fieno molti fatti, a cui presta
l'Autor n o ftro intera credenza. N e aveano i Romani bisogno di troppo fortili
astronomiche culazioni, come pare, ch'egli accennar v o glia, per sapere di
grosso, quando terminal le,eprincipiassel'anno.Ed unaprova, che questa
tradizione del numero degli anni, i essa trasmessa sia {pe ' epoca
di molti de principali fatti, non si sia notato però l'anno preciso, in cui
segui ciascun fatto. Ove è da riflettere che lo stesso noftro Autore dicendo
non ef fere da credere, che gli Storici sapessero quanti anni sieno trascorsi,
mentre andava no fuccedendo i fatti, è forza,che ammet guerra di Romolo
con lo veramente credo poi, che quantunque tenuto fi sia registro non solo del
numero degli anni, che durarono i Regni de'Re di Roma, ma ancora del Regno di
ciascun. R e, e dell ta, che abbia regnato ciascun Re, e per con seguente della
somma di tutti isetteRegni, inratta conservata fi fia, si può dedurre da quella
ammirabile concordia degli Storici nella Cronología, concordia, la qual non si
vede certamente ne'fatti. che non sapesser nè pure l'anno preciso, in cui
questi avvenimenti seguirono. Ora con questa sua sola concessione viene a ro
vinare buona parte delle ragioni, ch'egli apporta per abbreviare ciascun Regno.
E d in fatti quante volte non fi serve egli di epoche di avvenimenti minuti, e
per lo più; registrati soltanto da un Plutarco, per ritro var ripugnanze
nell'antico Cronologico Sistema, come sarebbe, per recarne alcuno esem pio,
l'epoca della tro e del diverse guerre; tempo Approssimandosi l’Autor
nostro al fine del suo saggio, reca altra prova contro l'anti co Cronologico
Sistema,e ben sivede,che avendola riserbata in ultimo, ei crede, che dia questa
l'estremo colpo, e il nodo del tutto recida. Questa prova, ei dice, è c a vata
dalle generazioni di uomini, le quali tro i Camerj, che è in Plutarco, l'epoca
del matrimonio di Tazia con Numa, che trovali presso lo Iteffo Storico, come
anche il precito numero d'anni, che vissero insie m e, il qual pure èri cavato
dallo esatto re giftro, che il medesimo Plutarco ne tenne, per non parlare de
cinque anni nè più nė meno,che avea Anco allamortediNuma e degli anni, in cui
seguirono precisamente della nascita di Egerio, ch'egli raccoglie da Livio. Le
quali epoche tutte oltre all'essere tratte la maggior parte da Plutarco o da
Livio, credulo il primo, Itraniero, e lontanissimo da'tempi,poco accurato l'altro,non
dovea no per nessun modo addursi da lui, come quello, che pretendea non aver la
tradizio ne potuto tramandareepoche di troppom a g gior rilievo, che queste non
fieno, e c h e sono da tutti i più gravi Storici ammesse per vere. fono
i2 sono indicate dagli Autori nella Storia dei R e diRoma,le
qualigenerazionidice,che con vincono di falsa la loro Cronología quanto alle
durate de'Regni. Nella vita di Romolo, ei segueadunque, liha,che OttilioAvo lo
di Tullo Ottilio mori nella guerra contro a'Sabini, la qual fu ne'primi anni di
R o ma,iRegni pertanto,eiconchiude,diRo molo, di Numa, e di Tullo Oftilio non
si stendono più là, che il tempo razioni.Da Numa ad Anco Marzio,ei se gué, ci è
una generazione sola, perchè l' uno era Avolo dell'altro; dal che seguita, che
la generazione tra Numa, ed Anco coincidendo col tempo di Tullo Oftilio, ci fia
l'età di un uomo qualche anno più o meno da Tullo al fine del Regno di Anco.
Onde dal principio del Regno di Romolo alla fine di quello di Ancocorrono datre
generazioni. Lucio Tarquinio Prisco, pro legue egli, uno de’lucumoni
dell'Etruria, viene a Roma uomo maturo sotto ilRegno di Anco, de cui figliuoli
fu instituito tuto re: e però l'età di Tarquinio convenendo con quella di Anco,
non resta che una. e fola generazione tra il Regno di Anco il Regno di
Tarquinio Superbo figliuolo del Prisco. Talchè, ei conchiude, dal
principio di due gene del del Regno di Romolo alla fine di
quello di Tarquinio Superbo fi contano quattro sole generazioni in circa, e non
più. Ora som mando insieme gli anni di quattro genera zioni, che corrono
durante ifetteRe diRo. m a fi hanno cento trentadue anni; poiché una
generazione di uomini trentatré anni. E fommando insieme gli anni di ciascun Re,
secondo il computo di LIVIO, fi hanno d u gento quarantaquattro anni; e vi ha
più di un secolo di differenza tra due risultati, che pur avrebbono ad essere
uguali. D'altra par te facendo, che tocchi a ciascun R e l'uno ragguagliato
coll'altro diciannove anni di Regno, come vuole il Neutone, fi ha cento
trentatré anni, e tra questi due risultatinon corre differenza niuna. di comune
sentimento vengono dati a 9 fSin quì il nostro Autore. Io per rispon dere
a questo lungo ragionamento prima di tutto voglio concedere, che quattro fole g
e nerazioni fieno corse da Romolo insino a Tarquinio Superbo: perciocchè ciò si
riduce finalmente a dire, che durante i Regni dei serte Re, quattro uomini in
tutto il Romano popolo ebbero prole un dopo l'altro di sessanta e un anno. Ora
farebbe poi forse questa impossibilità tale fisica, per cui non i3
fi dovesse più prestar fede agli Storici delle antiche memorie de'Romani?
Ma, suppo sto (quello però, che in nessun modo con cedere fi può che questa
fosse inverisimi glianza tale, per cui sipotesse negar cre denza alla Storia,
s'è forse l' Autor nostro bene assicurato, che, non uscendo da quelle persone,
di cui egli fece scelta per fissare le generazioni, quattro soltanto corse ne
fie no pendente il Regno dei sette Re? Dio nigi (a) attesta pure, che Tarquinio
S u perbo fu nipote, e non figliuolo di Tarqui nio Prisco?Questo accuratissimo
Storico d o po aver fatto parola di molti assurdi, che ne seguirebbono, fe
figliuolo, e non nipote ei fosse di Tarquinio Prisco, fi afforza colla
autorevole testimonianza di Pison Frugi, il qual solo tra gli Storici affermò
questa cosa. Nè mancadiaccennarequello,cheperav ventura fu cagion dello sbaglio:
poichè dice, che dall'essergli nipote per natura, e figli uolo per adozione
fieno stati forse gli altri Storici ingannati. Nè
giovaildire,comefal'Autornoftro, che la contrarią opinione cioè, che figliuo lo
fosse questo Re, e non nipote di Tarqui Dionys, Halic.Hic, L. Tarquinius Prisci
Tarquinii Regis filius neposre fuerit parum liquet:pluribus tamen
auctoribusfiliumcreg diderim LIVIO In quanto a Collatino poi, quà di nuovo
addotto dall'Autor nostro p e r confermare il 2 fuo di numerare in quegli
arcaismi come le autorità, contentofli e non si fece a pesarle il diligente
sciando da Dionigi. In secondo luogo, la perder tempo ľ autorità di Dionigi, la
quale, com ' è palese, è molto più da segui re, che non sia quella di Livio,
ben diver sa è la maniera di spiegarsi dei due Scritcori intorno a questo
affare,l'uno ne tocca alla sfuggitą, l'altro vi si ferma, ragiona reca
latestimonianza di uno de'più antichi Storici, e sappiglia a quella opinione,
la quale sia per lo credito, che ha all'Autore fia per, quinio Prifco fu
opinione dei più, ed opi pione abbracciata da Livio medesimo; d o vendosi in
primo luogo riflettere alla manieta, con cui LIVIO s'esprime, vale a dire, che
questo punto era assai all'oscuro, che egli peraltro seguendo i più credevalo
figliuo lo; il che dimostra aver egli benissimo veduta la difficoltà, ma che
non volendo, come sopra abbiam notato lo contesto di tutta la Storia, gli pare
più sicura. is suo Sistema, già sopra abbiamo osservato
raccogliersi dallo stesso Dionigi, che n i pote era, e non figliuolo di Egerio.
Ciò posto ne viene, che senza uscire da quelle persone, di cui egli osservò le
generazioni, non quattro, m a cinque numerar se ne debe bono d a Romolo inlino
a Tarquinio Super bo: onde se aver non si dovea per assurdo tale da negar fede
alla Storia l' essersi ritro vare quattro persone in tutto il popolo Romano le
generazioni, di cui fossero di fef santa e un anno, tanto meno dovrà parer
ripugnante, che cinque susseguite ne sieno, ciascheduna delle quali
uguagliatamente non oltrepassi i quarantanove anni. Dionyf. Halic. que Ma
dirà il nostro Autore, che ad una generazione comunemente si danno soli tren
tatré anni, laonde non si può essere così largo, e concederne a ciascheduna di
queIte quarantanove. Qui mi convien prendere d'alquanto più alto i principi, e
si verrà a conoscere, che quelle generazioni, a cui comunemente fi danno
trentatré anni, o secondo altri tren tacinque,non sono della specie di quelle
osa servate dal nostro Autore. Vediamo adun que quali fieno quelle, a cui
diedero tal nu: mero di anni i Cronologi, e verremo in chiaro, fe tali fieno le
osservate da lui. La Cronologia, come tutte le altre facoltà,dee seguir la
natura, come maestro fa ildiscen te, per dirlo alla Dantesca, e pure è che
collo.Specularvi sopra molte fiate,in luo go diavvicinarsiaquellaaltrilafugge,e
gli ultimi passi sono quelli c h e riconducono a lei nella vero, L e
generazioni pertanto, che fiffarono i Cronologi circa a trentatré anni, sono
quelle, che generalmente si osservano in un lungo spazio di tempo nella maggior
parte famiglie di una nazione; laonde, fe fiof servano in una sola, o poche
famiglie, a n che per lungo tempo questa osservazione, non è più fattasecondo
la regola, che general mentela maggior parte abbraccia:percioc chè, se nella
maggior parte delle famiglie sono uguagliatamente le generazioni di tren tatré
anni,potrebbe succeder benissimo, che fi ritrovasse una famiglia, od anche
diver se, in cui queste foffero o più lunghe, più brevi. Se poi non si
osservassero in un lungo spazio di tempo, riuscirà ancor più agevole il
ritrovarne. M a le generazioni, di cui servifli il nostro Autore, nè corsero
delle - nella maggior parte delle famiglie, nè in lungo tempo, anzi
nè pure in unasola fa miglia, essendo composte di diverse perso ne d i varie
famiglie. Certamente se si fa un Cronologo ad osservare per tal modo le
generazioni, ben tosto fisserà la regola ge nerale di queste a settanta e più
anni, per chè in un notabil tratto di paese popolato iopenso,chenon
passisecolo,senzachèfi veda uno, o forse più uomini, che di tale età hanno
prole. Lo sbaglio in somma d’A. consiste nello aver presa la regola d a quello
che suole generalmente avvenire, gli esempj da ciò, che in pochi succede, ed
aver pensato, che que'casipar ticolari sotto la general regola cadessero, onde
la Cronologia degli Storici delle cose de? Romani sottoi R e s'opponesse a
quella legge, che osservaro aveano nella natura i più periti Cronologi. Nel che
quanto sia a n dato lungi dal vero credo d'aver fatto ba ftantemente palese.
Due ragioni reca ancora finalmente l'Au tore in difesa del Sistema del Neutone,cui
è necessario rispondere innanzi di por fine a quelte nostre osservazioni. La
prima fiè, che tal Sistema discolpa Virgilio esattissimo Poeta, ci dice, da
quello anacronismo i m putatogli
volgarmente per conto de'tempi, in cui vissero Didone, ed Enea. La secon da,
perchè giustifica quella comune tradi zione tenuta in Roma, che N u m a foffe
fta to uditor di Pitagora. Ora per rispondere alla prima, questa. ammetter fi
dovrebbe senza dubbio veruno qualora fosse stato Virgilio tenuto a soddi sfare
alle leggi della verità storica;ma non fa mestieri ricordare, che da tali leggi
sciolti sono i Poeti.Raro è quel vero, che non abbia bisogno del finto per
aggradire ai più, e se non inftillano virtù, col dilet tare mancano i Poeti al
principal fine dell' arte loro; tanto più, che fecondo quello che pensa il
dotto P. dellaRue (d),non per ignoranza delle antiche Storie, m a per dar
ragione de'famosi odj, i quali si lungo tempo fra' Cartaginesi, e la Nazion
suam durarono, e per introdurre quel patetico, che tanto piacque, come ce ne
assicura OVIDIO, a'suoi contemporanei, e tanto è degno di piacere ad ogni età,e
ad ogni popolo, non ebbe difficoltà di commettere Ruaeus in not. ad. VIRGILIO. Aeneid.
quell'OVIDIO Trift. Eleg. Nec legitur pars ulla magis de corpore toto. Quam non
legitimo foedere junétus4 mor, quell'anacronismo. S'aggiunga, che que ito anacronismo non era
tale che facil mente potesse venire scoperto dalla comune de'Leggitori,
da'quali soltanto balta, che non vengano scoperti gli errori storici dei Poeti:
perciocchè correa fama fecondo A p piano, che Cartagine fosse stata fonda ta
alcuni anni avanti all'eccidio di Troja da una colonia di Fenici, presso i
quali poi ricoverossi dopo lungo tempo Didone, del che non lascia Virgilio
didarne qualche cen nei? Appian. apud Ruaeum cit. loc. no, > onde
trattandosi di tempi assai lontani dalla età di Virgilio, questo rumore basta
va per render tale la finzione, che non fof se la verità ad un tratto
conosciuta,e vinta a terra cader dovesse la invenzione di lui. Ma abbreviando
della metà iltempo,che durarono i Regni de'Re di Roma viene forse a nulla
cotesto anacronismo? E che fa rebbe, se il nostro Autore inutilmente ado perato
fi fosse, e che anche togliendo pref so che la metà degli anni dalla somma di
tutti quelli, che corsero sotto a'Regni dei fette R e, non si venisse con questo
a ren der probabile in alcun modo, che Enea, e Didone potessero essere stati
contempora Tre secoli e più corsero,secondo gli an tichi Scrittori,
dall'incendio di Troja alla fuga di Didone, come osservaron o il dotto Petavio,
e l'erudito Commentator di Vir gilio della Rue: ora da trecento e le dici anni
(che tanti ne corlero fecondo il Petavio dall'eccidio di Troja alla fondazion
di Cartagine ). togliendone cento e undici, come piace all'Autor noftro,vale
adire facendo venire Enea in Italia cento undici anni più sardi, rimangono
nulladimeno d u gento e cinque anni di svario. Laonde é chiaro, che nè VIRGILIO
abbisogna della di fesa del nostro Autore, nè, quand' anche ne abbisognasse,
sarebbe questa bastante per do Petav. Rationar. tempor. Cartagofundata dicitur
anno posttemplum incoatum qui est annus poft Trojanam calamitatem Ruaeus loc,
supracis. te svanire l' anacronismo da lui commesso. fa nei? Sia adunque egli pur certo, che cote fto
fuo ripiego nontoglie, ma soltantosmi nuisce l'anacronismo di Virgilio; che
anzi questo rimane peranco maggiore di due le coli. N è soltanto vuole il Conte
Algarotti, che fia alla più esatta verità conforme ciò,che si legge in un
Poeta, purché in alcun m o anno che comunemente credesi centesimo
undecimo dalla fondazion di Roma, alprin cipio del Regno, di cui già dovea
effer giunto Numa al quarantesimo primo della età fua (se pur vogliamo seguire
ical coli dell'Autor nostro, il quale dando diciannove anni circa di Regno a
Romolo faprincipiare il suo Regno aNuma giàvec chio di sessant'anni ), e
fissando d'altra p art, come già sopra abbiamo osservato, le condo la mente di
lui, la venuta di Pitas gora anno soli do favorir possa il suo Sistema; ma
preten de eziandio, che maggior credenza prestar fi deggia ad una popolar voce,laqualtor
na in avvantaggio della opinion sua che a'più rinomati Storici dell'antichità.
Già abbiamo sopra veduto il suo parere circa all'essere stato Pitagora
contemporaneo anzi Maestro di Numa, ora adunque a confer mare vie più ilsuo
Sistema, lorecadinuo vo in mezzo quasichè ridondar debba in avvantaggio di
questo il porgere, che fa fa vorevole interpretazione ad un a tale popolar voce.
Avendone però già altrove fuffi cientemente favellato, non mi resta altro da
aggiugnere, se non che, anche fiffando il principio del Regno di Romolo secondo
lo intendimento del nostro Autore, a quello Queste sono le riflessioni, le
quali, fecon do quello, ch'iopenso, chiaramentedimo streranno, che A. cadde
trat to dal suo Filosofo in errore. Se parranno per avventura troppo più lunghe
di quello, che neceffario fosse, gioveràin primo luo go considerare, che
bastano poche parole per mettere una cosa in dubbio, m a effer forza per
iftabilirne la certezza ricorrere a' principi, onde riescono sempre le risposte
più lunghe delle opposizioni; in secondo luogo, c h e ho stimato dovermi
fermare alquanto in torno a certi punti, i quali oltre allo influi re nella
materia, che per me trattar fi do vea, poteano essere forse non del tutto inu
tili per chiarir la Storia di quella prima età di Roma. Che gora in
Italia circa a quello anno, che giu dicasi dagli Storici dugentefimo quarantesi
moquarto diRoma, virimaneciònon ostan te un anacronismo di cento trentatré anni
tra la venuta di questo Filosofo in Italia, ed il tempo, rendere in cui
Numa-già era perve anno della età sua; o n de il Sistema del Neutone non può nè
pure nuto al quarantesimo Pitagora, e Numa contemporanei, come non può
affolvere Virgilio te dall’anacronismo interamen di Didone, e di Enea. Che
se,come fpero,mi è riuscitodifar vedere l'inganno del Conte Algaroiti, sarà
questa una novella prova di quanto sia in tralciato il cammino del vero, quanta
1 sia connesso, ed unito l'errore: collo inge gno umano, poichè gli uomini
fommi non tralasciando desser uomini, in tutto spogliar non se ne possono. La
più bella discolpa del resto che addur si possa in difesa di lui, îi è il dire,
che fe pur s'ingannò, s'ingan nò seguendo un Neurone. L'opinione del Newton fu
sostenuta in Italia dal conte Algarolti in un suo saggio sopra la durata de're
gni de'Re di Roma,scritto nel 1729,cioè due anni dopo la morte di Newton e un
anno dopo la pubblicazione del libro di lui!.Ora,in questo suo saggio
l'Algarotti lascia poche censure intentale contro la cronologia dei primi due
secoli e mezzo di Roma,procurando di provare in particolare come non fosse
succeduto davvero ciò che per una ragione generale il Newton aveva affer malo
che non era potuto succedere. Ilsuo fondamento è soprallulto Livio; e in
secondo luogo Plutarco, non 1Ilsaggio d’A. si trovanelvol.IV dellesueopere
(Cremona), Ma laristampa chequivi n'è fatta non è in tutto conforme
all'edizioni anteriori,delle quali ioho la seconda, Firenze presso Bonducci; e
dico la seconda perchèl'editoreinunaletteradidedica all'illustrissimo sig. Serristori
chiama questaunari stampa,e nonpuò esservistata, se non una sola edizione
prima, perchè una lettera d’A a Zanotti, che precede il saggio, è del 24
dicembre 1745, e da essa appare che il saggio non fosse stato stampato prima.
In questa lettera A. dice appunto di averlo scritto oramai sedici anni
passati,quando dava opera alla Cronologia sotto la scorta di quel lume vero
d'Italia, Eustachio Manfredi, e che non vi avrebbe più riguardato, se voi nonmia
vesteeccitatoain andarlovi come fate»; e se n'era distolto, perchè « distratto
da mille altre cose, e gli pareva,che non fosse da moltiplicare in iscritture e
in istampe intorno a cose già trattate,benchè in modo diverso dal mio.» Que gli
il quale aveva trattat a questa, era un Inglese di cui non dice il nome,ma di
cui gli aveva dato notizia,in un suo viaggio in Inghilterra, Condui t, erudito
gentiluomo inglese ed erede del Newton, quello stesso che ha scritto una
lettera di dedica alla Regina, messa avanti alla Cronologia.Lo scritto
dell'Inglese doveva esser pub blicato in fronte d'una storia Romana. Non so chi
fosse. E. M a n fredi scrisse gli « Elementi della Cronologia con diverse
scritture appartenenti al Calendario Romano. Sono pubblicati in Bologna Egli accetta
la datavarron della fondaz. di Roma, LAMONARCHIA. riferendosi a Dionisio
mai; anzi confessando di non avere lello se non i due primi. Ora,ilsuo assuntoé
che i fatti che LIVIO racconta dei Re,non s'accordano col numero d'anni che
questi, secondo lui stesso, avreb. bero regna lo. Il ce prova, mostrando per
Romolo, quanta parte del suo regno resti vuota di avvenimenti,e quanta
sial'inverisimiglianza, che, a17anni, ch'è l'etàincui si dice cominciasse a
regnare, desse già segno di tanta prudenza civile e virtù di guerriero, quanta
gli se ne attribuisce; per Numa,che dovesse,poiché eletto per la fama sua e per
avere avuto in moglie Tazia, essere asceso sul regno a sessant'anni; per Tullo
Ostilio ed Anco Marcio, che dovessero aver avuto più breve regno, di 32 anni il
primo, di 24 il secondo, se dev'es. sere vero, che i figliuoli di queslo, il
quale aveva, a detta di Plutarco, cinque anni alla morte di Numa, non fossero
ancora maggiorenni alla sua,cioè quando Anco avrebbe avuto sessantun anni; per
Tarquinio Prisco, che non può avere regnato trenlolto anni, se dev'essere stato
ucciso per opera de'figliuoli di Anco, attentato da giovani, ancora freschi del
torto ricevuto, e non da uomini di cinquant'anni quanti ne avreb bero avuto
alla morte di Tarquinio dopo cosi lungo re gno, anche supposto che non ne
contassero se non soli dodici alla morte del padre; per Servio Tullio,che a i
Cosi dice nella lettera allo Zanotti, secondo sta nell'ediz.; ma non è ripetuto
in quella dell'edizione,che è variata anche in altri punti. E di fatti in
questa seconda edi zioneècitato Dionisio,,permostrare come questi, accor
gendosi dell'impossibilità, che Tarquinio Superbo assistesse egli stesso alla
battaglia del Lago Regillo, vi fa invece assistere il figliuolo Tito.Però, anchecosi,
lostudio d’A. resta,come prima, poggiato tutto sopra Livio e Plutarco.
dargli quarantaquattro anni di regno, Tarquinio Superbo, il quale era già ingrado
dimenar moglie al principio diquello, non avrebbe potuto a sessantaquattro anni
opress'apoco ucciderlo nel modo che si racconta; per Tarquinio Superbo
infine,che Tarquinio Collalino non avrebbe potuto essere giovine alla fine del
regno di lui, poichè egli era figliuolo di fratello,se il suo cugino avesse
avulosessantaquattro anni al principio del regno stesso; e che, se questi
n'aveva tanti allora, n'avrebbe avuto ottantanove, quando su sbalzato dal
trono, e cento alla battaglia al Lago Regillo dove avrebbe combattuto a ca
vallo,e sarebbe poi morto, si può aggiungere, di cento trèanni. Sicché
l'Algarotti crede che questi regni si debbono accorciare lulti, se la storia di
ciascun Re si deve accordare colla duratadel regno.E di quanto biso gni
accorciarli, egli lo trae da un'altra considerazione, cioè dal numero di
generazioni, intervenule durante la monarchia. Queste,egli dice, non poter
essere state se nonquattro:poichèiregnidiRomolo, diNuma ediTullo Ostilionon
siestendono più di due generazioni, stante ché Ostilio,avolodi quest'ultimo, è contemporaneo
di Ro molo; un'altra generazione richiede il regno di Anco, che è vissuto la
maggior parte di sua vita durante il regno di ullio; ed un'altra, i regni di
Tarquinio Prisco. di Servio Tullio e di Tarquinio il Superbo, poichè il primo
ha del pari vissuto la maggior parle di sua vita durante il regno di Anco.
Sicché contando ciascuna generazione per trentatré anni,la durata della monar
Chia sarebbe stata di centotrentadue anni,e ne tocche rebbero a ciascun Re,
l'uno ragguagliato con l'altro, diciannove. Sopra la durata de'Regni DE
RE DI ROMA. Gli è una neceffaria conse guenza delSistemacronolon gico del
Neutono abbrevia re considerabilmente i regni de' sette Re di Roma, a ciascun
de' quali agguagliatamentegli Storici danno trentacinque anni di regno, mentre
il comun corso di Natura secondo le offervazionidel Filosofo, non ne concede
loropiù di diciot to o di venti. La qual conseguen za separesse stranaad
alcuno,pur dovrà meno parerlo a chi risguar derà, che gli Archivi di Roma perirono
dalle fiamme nel tempo che Ma noi (chiarati anco in questa parte dalle of (1)
Plut, in Numa in principio p. 59.ed. Grecolat, Francofurti. 16 che i Galli
occuparono quella Cita tà(1),onde gliStoricinonebbę. ro dipoi alrro fondamento
di quel lo scriveano, se non se la tradi zionevaga ed incerta,ch'era ri masa
delle cose passate Talmente che ritenendo esli i nomi de'Re e registrando le
azioni di quelli che tuttavia duravano nella m e moria degli uomini, fecero una
Cronologia a modo loro. E questa Cronologia allungandola più del dovere,
poterono in quella incer tezza fatisfareaquelnaturale ap
petitocosidelleFamigliecome del le Nazioni, di cacciar le origini l o r o il pịù
in dietro che posso none l la caligine del tempo.Come Livioscrivechenonera
ra.DanteInf.29: offervazioni del Neutono,possiamo rimettere le cose al
debito ordine nella serie de'tempi, e ciò fare mo non in altro modo che aflog
gettando i Re di Roma a quelle comunileggi diNatura, alle qua li ubbidiscono
nelle Tavole cro nologiche tutti gli altri Re della Terra.Pur nondimeno questa
par cosa duraa molti che si debba f r a n ger,dicono efli,l'autorità di Sto
ricichenonerrano(1),echevo gliano uomini di jeri giudicar m e glio degli
antichi di cose passate tantisecoliavanti.A questiioin tendo di ragionare;e
perchè ilN e u tono nella fua Cronologia non fa al tro che accennare così in
generale la detta quiftione, io intendo d i fputarla con alcune particolari
ragioni,e quefte derivate appunto da quegliStorici,dell'autoritàde' quali
e'fanno sì gran caso, e maffi-. me daTitoLivioPadre diRoma na Istoria.Nel che
io mostrerò, che avolerritenere ifattida efio lui riferiti, egli è forza
rigettar le epoche da esso affegnate 'a quelli, come non sivogliaammettere(che
niuno ilvorrà) certe irragionevo lezze da non ammettersi,che na scono da'suoi
raccontimedefimi, e da quella sua Cronologia, E prima diognialtracosa io
metterò innanzi una Tavoletta de' regnidiquestiRe distesagiustal'
oppinioncomune la qualeporrà fotto l'occhio in un tratto l'anti co
Sistema,eserviràameglio in tendere ilseguente Ragionamento. Tarquinio Superbo Numa
muore dopo un regno di anni 38 Tullo Oftiliom u o IV.Anco Marziomuo
redopounregnodi anni V. Tarquinio Prifco muore dopo un remgno di anni Tulliomuo
·redopoun regnodi - anni 1 TavolaCronologicade' anni anni RediRomasecondor de'
ab oppiniondiT itoLivio. Regn.Romolo muore Interregnodiun'anno Í è cacciato da
Roma dopounregnodi anni 25 re dopo un regno di anni DOV i. Servio Ba Dove non
sarà fuor di propofi to avvertire quello che avverte lo stelloNeutono comedaltem
poincui la Cronologia cominciò ad ellercertaedesatta,non sitrovain tutta
laStoria pure un'esempio di sette R e, i più de'quali furono a m mazzatied uno
deposto,che ab biano regnato dugenquarantaquat tro anni senza interruzione
veruna. Ma venendoal particolare, e in cominciando da Romolo, i fatti di questo
Principe dopo il ratto del ledonne,primacagione delmet tersi in arme. Nella
Cronol. dellaE furono le guerre contro i?Sabini, che ripeteano le donne
loro, e. leguerrecontroal cuni popoli per gelosia d'imperio. Plutarconedà
l'epoca della pe nul-, diz, Franzese giuri sdizione, laqual Fidene era stata
soggiogata da Romolo innanzi Camerio. Il che ne somministra assai pro α)και την
πόλιν ελών, τοίς. μεν ημίσεις των περιγενομένων εις Ρώμην εξώκισε,τών
δ'υσομερόν- τωνδιπλασίους έκ Ρώμης κατώ κισεν εις την Καμερίαν Σεξτιλίαις
Καλάνδαις.τοσύτοναυτώ περιήν πολιτών εκκαίδεκα έτησχεδον οί κάντι την Ρώμην. nultima
di queste guerre che fu contro i -Camerj, l a quale epoca ca -, de nell'anno
sedicesimo della edificazione di Roma,e del Regno di Romolo. E dopo questa e
gli non imprese altraguerra se non contro iVejenti, chemoslero cono tro i
Romani domandando la resti tuzion diFidere, come di,Città che siapparteneva
alla loro probabile argomento di por questa ultima guerra guerra l'anno
decimofetti mo della edificazion di Roma o là in quel torno, non essendo punto
verisimile che i Vejenti domandaf sero la restituzione di cofa tolta troppo
lungo tempo avanti; tanto più che siccome era rozza.a quei di l'arte della
guerra,rozza altresì era quella de'Manifesti. Stando an Rom. in fine. In Numa
in princip.dunquecosìlacosa,cioè che l'ul tima guerra fatta da Romolo cadel
senel'anno decimosettimo delre gno suo, e facendolo regnare tren totto
anni,comedicePlutarco, ne rimarrebbe uno spazio di ven tun'anno in bianco,
voglio dire tuttopacifico e quieto, e con verria dire che sotto il reggimen
to A queste particolariragionidi abbreviare il regno di Romolo se ne
aggiugne un' altra non meno ftringente tratta da Plutarco, fe condo cui egli
deveaver cominciato diquel Re fosserostatiiRom mani molto più tempu in non in
guerra; il che non accorda punto con quella indole bellicosa che tutti
gliAutori ad una voce danno al fondatore di quello Iinperio. Ne ciò accorderia
pure con quelle pa role che Plutarco mette in bocca á Numa, il quale per
rifiutare il Regno offerto gli dalRomani,dice che si convenia loro un Condot
tierod'esercitoanzicheunRe per cacciare que' potenti nimici che Romolo avea
lasciato loro in sulle braccia. pace che. Plut,in Numa nRom.infine ciatoa regnare in età di anni di cialette,
dacchè egli è morto di anni cinquantaquattro secondoi computi di quello, e ne à
regnata trentotto. Ora come sipuò egli mai conciliare con una età cos sì tenera
quelle tante cose che fa cea costui secondo lo stesso Plutara
co,perlequalisivoleaunaetà più gagliarda, e più ferma?Egli eccellente
ne'consigli e nella civil prudenzá mostrò moltepruovedel suo mirabile ingegno
inoccasiondi trattar co' vicini, attendeva agli ftudidell'artiliberali;fi
esercita vanellefatiche, nellecacce delle fiere,nelperseguitare gliaffaslini,
nel purgar levie da'ladroni,e nel difender dalle ingiurie coloro che
fusleroftati oppressi dall'altrui fu per perchieria:modi tutticheil feceró
crescere in reputazione fra glialtri påstori,e chedebbono fara
locrescerdietàapponoi. Nè lo aver' egli guidato a quel tempo
impresedifficilisfime,lo efferfi fat to capo di un popolo, e lo aver fondato
una Città ne rimoveranno dall'oppinione di farlocominciare a regnar più tardi,
e di accorciare ilsuoregno. tore E da Romolo passando a N u
ma,eglinoncisonomenfortira gioni per abbreviare il regno anco di questo. Io
lascio ftare quella quistione roccata da Livio,e da Plutarco come questo
Legisla Plut.in:Rom. Numap. LIVIO. Ed. Ald..: por Authorem
do&trina ejus quia non extat,alius,falfo SamiumP y thagoram edunt,quem
Servio Tül lo regnante Rom et centum amplius poft annos in ultima Italiæ ora
cir ca Metapontum Heracleamque de Crotonam juvenum æmulantium fta diacatus
habuilleconstat.Liv,Ibid. 26 gnan tore potesse essere stato uditor di
Pitagora, il quale essendo venuto inItaliapiùtardiche Numa non cominciò a
regnare secondo la co mune oppinione, ne farebbe Plut,in Numa Pherecides Syrus primum di xit animos bominum
esse fempiter nos:antiquusfane:fuit enim meo regnante Gentili.Hanc opinionem
discipulus ejus Pythagoras maxime confirmavit, quicum Superbo re fu
CICERONE Tusc. Quæft. il regno suo più sotto, e per conseguente accorciare
almeno le durate degli altri cinque regni, che furonodaesso Numa fino alRegi
fugio;della certezza della qual'e pocanonsi dubitadaniuno lo Jascio, dico,questa
quistione,la qua lenon risguarda tanto la durata del regno diquesto Re, quanto
il prin cipio di quello:e vengo a cið che ne appartienepiù davicino, porre
Plutarco ne dice che Numa aveva quaranta anni, quando gnante in Italiam
menisset, tenuit magnam illam Greciam ac. Pythagoras qui fuit in Italia
temporibusiisdem,quibusL. Bru tus patriam liberavit. InNuma p.62,
28 qua rantatre, la quale ultima cosa ne dice fimilmente Livio..Ma qui io
domando le parrà ragionevole ad altrui,che incosìfrescaetàpo tesseNuma
essergiuntoaquelloe minente grado di fapienza, che fi dice;emoltopiùpoiseparrà
ve risimile, che tenendo egli maslime modi di vivere differenti dagli u fatinel
fuo paese, egli potesse esser salico in così alto grado di re LIVIO fu eletto
in Re di Roma, e che la governò per lospaziodi pu Plut. InNuma Romulus feptem
do triginta regnavit annos. Numa tres a quadraginta - Vedi Plut. in Numa in
princip. Annumque intervallum regni fuit. Id ab re quod nunc quoque
tenet nomen,interregnum appella tum. ld paullo post. Consultissimus vir omnis
di putazione,che lo facesse riverire non solo appo gli stranieri, ma nel
proprio paeseeziandio per così straordinario modo,come narrano; e per recar le
molte parole in u. na, che l'autorità del nome suo. fossetale,ch'ella dovesse
in un subito far ceffare le animosità, e le gare delle parti, che per lo Ipazia
di un'anno aveano conteso in Ro.: m a per lo Imperio Ma egli Patrum interim
animos certamen regni ac.cupido verfa bat etc.
ci LIVIO. Plut.in Numa --- a
y ci è ancora alcuna altra confider1 zione da farsi.Tazio che reggeva
Roma insieme con Romolo,mcf so dalla gloria e dal nome dilui che tantoalto
suonava,selofece genero dandogli per moglie una sua unica figliuola che si
chiama va Tazia. Quando questoavvenif feper appunto nonsilegge;ma
eglièverobensì,che ciðfumol divini atque'bumani juris dito nomine Nume Patres
Romani quamquam inclinari opes ad Sabi nos rege inde fumpto videbantur: t a m
enne que se quisquam, nec fa Etionisfuæalium,nec denique Pa trum aut Civium
quenquam prefer re illo viro auf ud unum omnes. Numa Pompilio regnumdeferendum
decernunt, LIVIO. Plut. In Rom. sua to di buon'ora nel regno di R o molo,dacchè
Tazio muorì prima della guerra co'Fidenati, e co'Cameri,cioè prima dell'anno
see dicesimo del regno di Romolo; e d'altra parte ne racconta Plutarco che
Tazia era morta quando N u ma fu chiamato al regno, e ch'era vissuta con esso
luilo spazio di tredicianni. Dal chetuttofi deeraccogliere,che grantempoa vanti
la morte di Romolo fioriva la fama della fapienza di Numa;e converrià dire,ritenendo
il computo di Plutarco, cheavendo Numa foli venticinque anni,questa fama
fossegiàtanta, che inducefle Tazio Re a dare in matrimonio una Plut .in Numa. sua
unica figliuola a lui uomo privato, il che mostra essere alieno da
verisimiglianza, Diremo per tantoa salvareilvero, cheNuma dovesse avere
sessanta anni almeno quando fu eletto con tanta unani mitàaRediRoma;eciòpofto,
gli staranno molto meglio inbocca quelle parole che periscansarsi da questo
carico gli fa dire Plutarco, qualmente alle condizioni de'Ro mani era bisogno
che laCittà avef seun Re dianimoardente erobu sto, le quali parole più tosto fi
disdirieno che no ad un'uomo di quarantaanni.Postoadunque che Numa, come ragion
vuole,comin ci a regnare vent'anni più tardi che non si crede,> di
altrettanti an ni fi verrà ad accorciare ilsuo re gno in età in
circa di ottantatre anni. gno, dove si voglia ch'egli sia morto come
narrano, sta E per tal modo abbreviando
il regno di Numa, e similmente quello di Romolo, si verrà a render più
probabile la lunghezza del la pace di cui godè Roma a tempo attorniata da
popoli estre mamente gelosidellasua grandezza, come ellaera.Questapace giusta
l'antico computo farebbe dileffan tacinque anni,iqualirisultano dal la somma
de'quarantatre del regno diNuma,daun'anno d'interre gno,e da'ventun'anni
passati da Romolo, dirò così, nell'ozio e nella cessazion dalla guerra; e g i u
C: quel ετελεύτησε δε χρόνον ο σ ο λύντοϊςογδοήκοντα προσβιώσας. Plut,in
Numa. ven di pre 34 itale cose discorse, questapace viene ad
essere di ventiquattro an ni in circa e non più. E da ciò riesce molto più
verisimile, come Tullo Ostilioerededelregno,non dell'arti di Numa, abbia potuto
facilmente rinvigorir ne' Romani la bellica virtù inspirata loro da R o
molo,ecomeabbiapotuto sente combatter con feroci Nazio ni e soggiogarle; il che
di troppo fáriafuordell'uso,e della oppi nion comune se la virtù de' R o
manifossestata(nervatadauna pa c e di fesfantacinque anni. Io non dirò nulla
de' due fuf seguenti regnidiTullo Ottilio,edi Anco Marzio,ilprimo de'qualiè di XXXII
anni, l'altro di Tullus magna gloria bel li regna vitannos duosdotriginta. LIVIO.
Jam.filii prope puberem etatem erant Id. Ib. 35 ventiquattro, se non che
ab breviandogli un tal poco, egli ne parrà piùverisimilequello che di ce Tito
Livio de'figliuoli di Anco Marzio: cioè che alla morte del padre e'non fossero
ancora ag giunti agli anni della pubertà Regnavit Ancus quatuor dig viginti.
Ib.p. 26. a tergo. Anco Marzio aveva cinque anniallamorted iNuma(3):sea cinque
se ne giungano trentadue, e ventiquattro, avremo leffantun’ anno,cioè l'età
d'Anco Marzio allamorte fua;ilqualeavriadova to naturalmente lasciare figliuoli
più adulti, postoche egliavesse regnato ventiquattro anni, e Tul C2 lo annos
Plut. in Numa lo trentadue; e cið perchè seconda ragione,un regio uomo come si
era Anco Marzio e che fu poi Re, dovea menar moglie assaidibuon' ora per
lasciare il regno a'figliuoli nella più ferma età che far fi po tesse. Eniente
farebbe ildire,ch' egliavesle avuto figliuoli maggio ri di età che morisfero
innanzi a lui, e che questa cura del padre di la fciar figliuoli atti al regno
futle del tutto inutile in un regno e lectivo qual sieraquello diRoma, poichè
dall ' una parte egli pare improbabile che dovessero ellere morri in tenera età
tutti i primi suoi figliuoli più tosto, che gli altrs,edall'altrocanto eglisem
bra che si avesse risguardo alla stir pe regia nella elezione del Re. Segno è
di questo, che i Romani chiamarono al regno il medesimo An Ma
Anco Marzio nepote di Numa che Tarquinio Prisco allontand i figliuoli diluida Roma
neltem po de'Comizj C3 do peromnia expertus (L.Tarquinius ) postremo tutore
diam liberis regis testamento insti tueretur Jam filiiprope pube
remætatemerant.EomagisTar quinius instare, utquamprimum comitia regi creando
fierent: qui.. bus indi&tisfub tempus pueros vem natum ablegavit:isque primus
de petisse ambitiofe regnuin et c. LIVIO atergo. Tum Anci filii duo, etfi a n
tea femper pro indignissimo habue rant fepatrio regno tutorisfraude
pulsos:regnare Romæ advenäm non modo civica, fed ne Italica qui demftirpis et c..terg.
e Nel luogo citato. Ma non è già così da passar sotto silenzio il
regno del medesi mo TarquinioPrisco successoredi Anco.Ne viene costui rappresen
tato come usurpatore del regno, secondo che disli, a' figli di quello, de'quali
egli era stato istituito tu tore dalpadre. Egliregna tren totto anni,e vien
finalmente ammazzato per opera degli stessi fi gliuolidi Anco vaghidi ricuperare
il regno paterno tolto loro dalla frande dell'uomo straniero. Nel che Sed
injuria dolor in Tarquininın ipsum magis quam in Servium eosftimulabat Duo de
quadragefimo fer me anno ex quo regnare cæperat Tarquinius bc.Id.Ib. ipse regiinfidi
aparantur.Id. Ib. aullo poft. ob hæc che chi non ammirerà la flemma
incredibile di costoro, che tra la ingiuria e la vendetta polero in mezzo
trent'otto anni, spazio di tempo bastante a sedare e spegner forfe nell'animo
qualunque più violenta passione? Questo fatto a dunque dovette avvenire nella
lo to giovanile età non molti anni d o polamortedel padre; il che quan to è
comprovato dalla vatura del fatto medesimo, lo è altresi dal non ne avere
effiraccolto frutto alcuno, come coloro che dopo la uccisione di Tarquinio
rimasero ne più nè meno esclusidal regno pa terno.La qualcosaben mostraef fere
questa stataopera di età gion vanile e inconsiderata, e non di quella ferma e
matura di cinquan ta anni, in cui LIVIO gli fa con troogni
verisimiglianzaoperarque Ita. C4 Che diremo oltre del suo suc
cessore Servio Tullo, il quale nel fapno regnare quarantaquattro an ni? Se non
che dobbiamo di moltoaccorciarean coquesto regno, per quella medesima ragione
per la quale abbiamo accorciatoquello di Tarquinio Prifco fuo predeceffore. È
Servio Tullo anch' ello mello a morte da chi volea ricuperare il
regnopaternotoltoglida essoTul lo,ch'era di schiatta fervile,e
chefuportosultronodi Roma per artifiziodi Janaquilę moglie diTar sta
Tragedia, E però rimane che fi debbaabbreviareilregnodi Tar quinio Priscocomesiè
fattode' superiori. 1 qui Servius Tullus regnavit, annosquatuor quadraginta.. a
tergo. e preso dalla più violenta ambizione; e ch'egliin quinio
Prisco. È in ciò dovrà pa rere molto strano che Lucio Tarquinio, che fu poi
cognominato il Superbo,abbiaaspettatoa metter lo a morte quarantaquattro anni.E
molto più poi le altri vorrà por menteatrecose,chequestoTar quinioera giovine
fatto allorchè Servio Tullo fu aflunto al Trono, ilqualela prima cosa diede per
moglie due sue figlie a due giova ni Tarquinj Lucio ed Arunte; che questo
Tarquinio era di natu ra 3rdentifima EtnequalisAneiliberum
animusadversusTarquinium fuerat, talisadversusse Tarquinii liberam esset: duas
filias juvenibus, regiis' Lucio atqueAruntiTarquiniisjunio git a tergo
fine era eccitato cotidianamente ad occupare il regno da Tullia fua
moglie la più stimolofa è rea f e m mina che fulle mai. Le quali cose
considerate che fieno,faranno che debba credersi molto più irra gionevole che
Servio Tullo abbia potuto regnare quarantaquattro an ni,che Tarquinio Prisco
trentotto. Et ipfe juvenis ardentis animi do domi #xore Tullia in-,
quietum inimum stimulante Sen Servius quanquam jam fu haud dubie regnum possederat; tamen quia
interdum jactari voces a juvene Tarquinio audiebat büs, àtergo. a tergo, quid
te stregium juvenem confpici jenis Nel fine del regno di Ser. Tullo. Senzache
questoTarquinio,che è sempre chiamato giovine nella vi ta di Servio Tullo,
moftra effére robusto e giovinę tuttavia allafi nedelregnodiquello,come co
luichepiglioServioperlomez zo della perfona, e sollevatolo in alto lo gittò giù
per la scala della Curia. La qual pruova giova nile non avrebbe potuto
altrimenti fareseaquarantaquattro anni del regno diServioneaggiungiamo venti
più o meno,ch'egli ne do yea avere alla morte di Tarquinio Brisco;.che lo
farebbono vecchio di sessantaquattro anni allorchè ei (1)Multo ætateį viribus
va lidior medium arripit Servium,es latumque eCuria in inferiorempar temper
gradusdejecit.Id.Ib.p.34. a tergo. per de uxoribus mentio, Suam
quisquelaudat miris modis, Ora venghiamo finalmente ale lo stesso
Tarquinio Superbo che fu l'ultimoRe diRoma iAvvenne verso la fine di questo
regno,che nell'offidionedi Ardeainforgesle quistione traSesto Tarquinio e
Tarquinio. Collatino marito di quella Lucrezia,chị de'dueavesse più savia
moglie, dal che poi nacque, come Yaognuno), Confolato ela libertàRomana,Ora
quertoTar quinio Collatina secondo le parole di Livio era giovine","e
Yecondo lo ftesto autorem pervenne ad occupare il regno 5. Upitni HI,1, cer era
figlio di un Inde IT: Forte potantikusbisapud Sextun Tarquinium ubii collati
aus cænabat, Tarquinius Egerii fs lius incidit (fratrisbicfilius e rat
Regis) Cyllațiæ in præfidio re lietus.a tery. eerto Egerio,il quale fu
lafciato da Tarquinio Prisco alla guardia di Collazia Città di novella con
quita nella guerra Sabina verso la metà del regno fuo o la in torno, che viene
a cadere nell'an no cencinquantacinqueincircadal Collatio.c quisquid citra
Collariam agri erat Sabinisadema ptum Egerius py,sub Indecertamine
accenfoCollatinusne gatverbisopus effe; paucisid quide12 horis
poffe:frisi,quantum cæteris præftet Lucretia. Quin sivi gor juventa ineft
confcendimus, e qws,invifimulqise præsentesstrarun ingenia? LIVIO Vedi'anco la
Tavoletta Cronologica registrata di topra.la edificazione di Roma,lomi penso
che sarà mestiero darea ques sto Egerioaquel tempo per lo meno XXX anni, sì
perchè l'età sua foffe in alcun modo eguale al cari co commessogli dal Re
Tarquinio Prisco, sìperchèquesto Egerioera nato prima del tempo in cui Tar
quinio venne a Roma sotto il re. gno di Anco, Ora come può egli
starecheun'uomoditrent'anni ļ' anno di Roma cencinquanta cinque avere
unfigliogiovine l'anno du genquarantaquattro,come non sivo glia supporre
ch'egli avesse questo figlio dopo l'età degli ottant' an ni? ilche ben vede
ognuno quan to LIVIO che è di niez zo tra ilpadre,e ilfigliuolo. to siacontrario all'ordinario corfo delle
cose naturali. Per lo che se vorremo ritenere questa discenden za de'Tarquinj,
bisognerà accor ciare ilregiodiTarquinio Prisco di ServioTullo e similmente di
TarquinioSuperbo,che occupano tutti e tre il tempo ot Un'altrapruova
peracccrcia re ilregnodiTarquinio Superbo e quello eziandio di Servio Tullo
fuopredecessore, fipudcavarda questo. Tarquinio Superbo quand? egli occupò il
regno avea festanta quattro anni,come abbiani veduto poco innanzi, a'qualichiaggiunga
i venticinque che fi dice avere ef fo regnato troverà,ch'egli avea L.
Tarquinius Superbus regna ottantanove ánniallorchè fu elpus: fo
dalregno;laqualcosapofto che vera, avšia merit:ito d'esser nota=; ta dagli
Storici. Che più? Si legno gechequestoTarquinio parecchi annido poil e g i fugio combattè a cavallo alLago Regillo
con tro il Dittatore Postumio, il che gnavit annos quinque la viginti !
Regnatum konæ ab condita Urbe ad liberatam. Id. Ib.infinepo. LIVIO in
Pofthumian prima in acie firos adhortantem inftruen temque Tarquinius Superbus
quam quam jam '&tate a viribus erat gravior equum infeftus admifit;
ietusqueab latere,concursufuorini receptus in tutum eft. du che verrebbe
a cadere nell'anno centesimo e più.là ancora dell'età sua, irragionevolezza
troppo mag giore chenon sipuò comportare, e la qual nasce pure anch'essa, co me
ognunvede,da uncalcolofon dato sopra leEpoche Liviane. Come adunquesidebbano le
var molti e dalle du rate de'regnidi inni cotefti R e, egli si provato rimane
abbastanza altrimenti nasco dagliassurdiche insieme i nelvoler comporre no le
altre condizioni che ac fatti,e regni; medesimi cer questi conpiù compagnano
furono i quali fatti dalla tra a'pofteri men tezdatrasmesli quantevolte dizione,che
non un pia tornò. Ed egli abbastanza, come se fi riducano seguirono del Cielo
tre quelli sito neta al medesimo provato è medesimamente le,cred'io, SO
durate di cotesti Re allà ordinaria legge diNatura,che li faregna re presi
insieme diciotto o venti anniperuno,secondocheàdisco perto il Neutono, tutte le
difficol tà siappianano, esvauiscono leir ragionevolezze tutte degli Storịci.
La qual cosa benchè sia oramai fuor d'ogni quistione,mi piace aggiu gnere
un'altra pruova, perchè fi vegga vie meglio qualmente sorga il vero da ogni
lato, come all' in contro da ogni lato si manifefta 1
errore·Questanovellapruova fa rà ricavata dalle generazioni d'uo mini che sono
indicate dagl’autori nella storia di detti re, le quali anch’esse arguiscono di
falla la tecnica loro cronologia in quanto alle durate de’regni. Nella vita di Romolo
fià, che Ottilio Avolo di Tullo Oftilio morì nella guerra mo [Principes
utrinque pugnam ciebant: ab Sabinis Metius Curatius, ab Romanis Hoftius
Hoftilius [τετάρτω δε μηνί μεν την κτίσιν ως φάβιο ςισορά τοπε ρι την αρπαγήν
ετολμήθη των γυ Voixãi. Plut. in Rom. Plut. descrivendo co mele Sabine divisero
la zuffatra i Romani, e Sabini aggiugne: aipšv. muidice κομίζ εσαινήπια προς ταίςαγκάλαις
racontro i Sabini, che viene a cadere ne’ primi anni di quel regno. Il regno pertanto
di Rout Hostius cecidit etc. LIVIO. Indo Tullum Hostilium nepotem
Hostilii,cujus in infima arce clara pugna adver Sus Sabinos fuerat, regem
populus. jussit. Plut. In Rom.] molo di Numa e di Tullo Ottilio, non
occupa a un di presso che il tempo di due generazioni: quella del padre,o della
madre che dir vogliamo di ello Tullo Ostilio, che duvette nascere al principio
del regno di Romolo, e quella di Tullo Ostilio medesimo Da Nuna ad Anco Marzio
suno due generazioni, poichè ello Numa era avolo di Anco Marzio; dat che ne seguita
che la generazione tra Numa ed Anco finendo al tempo di Tullo Ostilio, rimanga·una
generazione sola da Tullo alla fine del regno di Anco. Con che dal principio
del regno di Romolo al [Numa Pompilii regis ne pos filia ortus Ancus
Martiuserat. LIVIO. Plut. In Numa] ne la fine di quello di Anco corrono
in circa tre generazioni. Lucio Tarquinio Prisco prima detto Lucumo ne viene a
Roma uomo maturo nel regno di Anco, onde la generazione di Tarquinio coincidendo
con quella di Anco non resta che una sola generazione di uomini tra il regno di
Anco e il regno di Tarquinio Superbo figlio di Tarquinio il vecchio o Prisco, Adunque
dal principio del regno di Romolo al la fine di quello di Tarquinio Superbo
corrono IV sole generazioni in circa di uomini e non più, Egli è il vero che
LIVIO dice dubitare alcuni, se questo Tarquinio Superbo fosse figliuolo a [LIVIO
eat ergo. Hic L. Tarquinius Prisci Tarquinii filius, ne posve fuerit, parum
liquet: pluribus tamen authoribus filium crediderim devolvere retro ad stirpem
fratrifi milior quam patri. a ter go. Quas
Anco prius, patre deinde Sito regnante, perpelli fint. Tarquinius reges ambos
patrem vie, filium perfecisse a terg. nepote del Prisco. M a senza che i
più erano di oppinione ch'ei gli fusse figliuolo, oppinione abbracciata da esso
LIVIO medesimo, egli si può mostrare, che da Tarquinio Prisco al Superbo corresse
una sola generazioneper esser Col latino ancora giovane in ful fine del regno
di Tarquinio Superbo, mentre il padre suo Egerio è uomo già fatto nel regno di
Tarqui nio Prisco,come abbiamo veduto avatt avanti.Ora fommando
insieme gli anni di IV generazioni, ognu na delle quali ragguagliata è di XXXIII
anni, si hanno cento e trentadue anni, e dando a ciascun Re XIX anni di regno,
si hanno cento trentatre anni, il che derivato dalla legge di natura co sì
maravigliosamente conviene col la regola cronologica del Neutono, che le osservazioni
astronomiche più a capello non convengono colle teorie ec o'calcoli di quel
grand’ uomo. Io non aggiugnerò altroa questo ragionamento, se non che a quel
modo che la cronologia di Neutono assolve VIRGILIO che è il più esatto de’ poeti
da quello acronismo imputatogli comunemente. Vedi la cronologia di Neutono te
in rispetto a’ tempi in cui vissero ENEA e Didone, così ella può giustificare quella
comun tradizione tenuta in Roma che NUMA è uditore di Pitagora, e che non meno
contribuisse a fondar quello imperio, il qual è signor delle cole, la virtù italiana
che la romana sapienza. Nome compiuto: Algorottus. Francesco Algarotti. Keywords. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, "Grice ed
Algarotti," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice ed Alici: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale reciproca – la
scuola di Grottazzolina – filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Grottazzolina).
Filosofia marchese. Filosofo italiano. Grottazzolina,
Fermo, Marche. Grice: “If an Italian philosopher tells me he believes in God, I
stop calling him ‘philosopher’!” --. Grice: “I like Alici; he has
philosophised on some of the topics *I* did, since it should not surprise
anyone, since we are philosophers (if I’m also a cricketer!) --.Grice: “I will
organize some overlaps in hashtags: compassione. – serious study – il terzo
incluso – I curiazi, i moscheteri -- ”:noi dopo di noi,” ‘we after we’ – the
meta-language – romolo e remo; ossia, il bene condiviso;:romolo e remo; ossia,
condividere la deliberazione; eurialo e isso, ossia, dall’io al noi; colloquenza
romana; amore: l’angelo della gratitudine; eurialo e nisso: amore d legarsi –
la reciprocita; pilade ed oreste -- luigi
Alici Presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana. Presidente nazionale
dell'azione cattolica italiana, Allievo di Rigobello, insegnato a Perugia, Roma,
e Macera. Direttore della Scuola di Studi Superiori Leopardi. Studia Agostino.
Saggi dedicati al rapporto tra interiorità e intenzionalità, comunicazione e
azione, libertà e bene, con particolare attenzione alle tematiche dell'identità
personale e della reciprocità a-simmetrica, esaminate anche sotto il profilo
della loro rilevanza morale – anche temi della fragilità e della cura, e il rapporto
tra natura, tecnologia e libertà.
Impegnato fin da giovane nell'azione cattolica, ha ricoperto numerosi
incarichi, responsabile dell'Ufficio studi; direttore della rivista culturale
"Dialoghi"; consigliere dell'associazione dall’assemblea nazionale, e
presidente del consiglio. Membro del consiglio dell'Istituto per lo studio dei
problemi sociali e politici Bachelet di Roma; Comitato Scientifico della
Collana di “Filosofia morale” (Vita e Pensiero, Milano); Comitato di direzione
della rivista “Dialoghi” (Roma); Consiglio Scientifico del “Centro di Etica
Generale e Applicata” (Pavia); Comitato scientifico della rivista “Hermeneutica”
(Urbino). Membro del Comitato Scientifico della Fondazione “Lanza” (Padova).
Dirige inoltre la sezione di Filosofia della Collana “Saggi” (La Scuola
Editrice, Brescia) e della Collana “Percorsi di etica” (Aracne Editrice, Roma).
Altri saggi: “Il linguaggio come segno e come testimonianza. Una rilettura di
Agostino”(Edizioni Studium, Roma); “Tempo e storia. Il "divenire"
nella filosofia” (Città Nuova Editrice, Roma); “Il pensiero del Novecento Editrice
Queriniana, Brescia); “Il valore della parola. La teoria degli "Speech
Acts" tra scienza del linguaggio e filosofia dell'azione” (Edizioni Porziuncola,
Assisi PG); “Presenza e ulteriorità, Edizioni Porziuncola, Assisi (PG)); “La
dignità degli ultimi giorni” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)); “Con
le lanterne accese. Il tempo delle scelte difficili, Ave Edizioni, Roma); “L'altro
nell'io. In dialogo con Agostino” (Città Nuova Editrice, Roma); “Il terzo
escluso, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)); “La via della speranza.
Tracce di futuro possibile” (Edizioni
Ave, Roma); “Cielo di plastica. L'eclisse dell'infinito nell'epoca delle
idolatrie” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo), (Premio "CapriSan
Michele); “Amare e legarsi. Il paradosso della reciprocità, Edizioni Meudon,
Portogruaro); “Filosofia morale” (Editrice La Scuola, Brescia); “I cattolici e
il paese. Provocazioni per la politica” (Editrice La Scuola, Brescia); “L'angelo
della gratitudine, Edizioni Ave, Roma); “Cittadini di Galilea. La vita
spirituale dei laici” (Quaderni di Spello”, Edizioni Ave, Roma, (Premio “CapriSan Michele); “Il fragile e il
prezioso. Bio-etica in punta di piedi, Editrice Morcelliana, Brescia); “InfinitaMente.
Lettera a uno studente sull'università, EUM, Macerata,. Edizioni di opere di
Sant'Agostino La città di Dio, Rusconi, Milano; Bompiani, Milano. La dottrina
cristiana, Edizioni Paoline, Milano; Confessioni, Sei, Torino, Manuale sulla
fede, speranza e carità, Collana La vera religione, Città Nuova Editrice, Roma.
“Il potere divinatorio dei demoni, Collana La vera religione, Città Nuova
Editrice, Roma; La natura del bene, Città Nuova Editrice, Roma; Il libro della
pace. «La città di Dio, XIX», Editrice La Scuola, Brescia); “Agostino nella
filosofia del Novecento (con R. Piccolomini e A. Pieretti), 4Città Nuova
Editrice, Roma (comprende: Esistenza e libertà, Interiorità e persona, Verità e
linguaggio, Storia e politica). Azione e persona: le radici della prassi,
V&P, Milano, Forme della reciprocità. Comunità, istituzioni, ethos, Il
Mulino, Bologna, La filosofia come dialogo. A confronto con Agostino” (Città
Nuova Editrice, Roma, Filosofi per l'Europa. Differenze in dialogo con Totaro,
Eum, Macerata, Agostino. Dizionario enciclopedico, di Allan D. Fitzgerald edizione
italiana curata assieme a Antonio Pieretti, Città Nuova Editrice, Roma); “Forme
del bene condiviso, Il Mulino, Bologna, “La felicità e il dolore. Verso
un'etica della cura” Aracne Editrice, Roma,. Dialogando. Idee, pensieri,
proposte per il nostro tempo, Edizioni Ave, Roma); “Unità e pluralità del vero:
filosofia, religioni, culture, Archivio di filosofia); “Il dolore e la
speranza. Cura della responsabilità, responsabilità della cura, Aracne
Editrice, Roma); “Prossimità difficile. La cura tra compassione e competenza,
Aracne Editrice, Roma); I conflitti religiosi nella scena pubblica. I: Agostino
a confronto con manichei e donatisti, Città Nuova Editrice, Roma); “Noi dopo di
noi. Accogliere, rigenerare, restituire: nella società, nell'educazione, nel lavoro”
(FrancoAngeli, Milano); “I conflitti di valore nello spazio pubblico. Tra
prossimità e distanza, Aracne Editrice, Roma); “I conflitti religiosi nella
scena pubblica. II: Pace nella civitas, Città Nuova Editrice, Roma); “La fede e
il contagio. Nel tempo della pandemia, (con G. De Simone eGrassi), Ave, Roma.
L'umano e le sue potenzialità: tra cura e narrazione (conNicolini), Aracne,
Roma. L’etica nel futuro (con F. Miano), Ortothes, Napoli-Salerno. Pagina di
presentazione nel docenti
dell'Università degli Studi di Macerata, su docenti.unimc. Dialogando. Il blog di Luigi Alici, su luigialici.blogspot.
Predecessore Presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana Successore
Paola Bignardi. “Love and duty are the cement of society” (Elster). “Love and duty are *not*
the cement of society. The mechanism is *reciprocity*. Seemingly co-operative,
helpful, altruistic behaviour, based on versions of the ‘I’ll-scratch-your-
back-you-scratch-mine’ principle, require no nobility of spirit. Greed and fear
suffice as motivation: greed for the *fruit* of co-operation, and fear of the
consequence of *not* reciprocating the co-operative helpful overture of the
other.” (Binmore).
Chi tra Elster e Binmore ha ragione? Chi che vede nell’amore il “cemento della
società”, o chi che considera invece la reciprocità dei due soggetti, basata su
egoismo e paura, come il meccanismo sufficiente per tenere assieme la società?
Oppure le cose sono più complicate? Grice propone di penetrare all’interno
delle dinamiche della gratuità, della reciprocità e del tipo di razionalità che
sottostanno ad esperienze conversazionale che potremmo chiamare “sociali”, come
sono quelle dell’Economia di Comunione Conversazionale [cf. Bruni e Pelligra].
In particolare ci domandiamo a quali condizioni un soggetto o un’impresa mossi
da una razionalità diversa da quella standard possano sopravvivere e
svilupparsi in un contesto dove esiste una eterogeneità di soggetti interagenti.
Inizieremo evidenziando le caratteristiche base dell’idea di razionalità che
muove l’homo oeconomicus, cioè l’agente considerato “standard” dalla teoria
economica convenzionale. Quindi introdurremo un tipo di agente non standard,
mosso da una razionalità in cui l’azione donativa ha una ricompensa intrinseca.
Questo fa in modo che la reciprocità possa assestarsi come equilibrio stabile.
Nella sezione 3 vedremo che, quando agenti eterogenei interagiscono tra di
loro, le cose si complicano e gli esiti non sono più scontati. Per far questo
ci serviremo della forma più elementare di giochi evolutivi; saremo, così, in
grado di mostrare i risultati più interessanti del modello, che espliciteremo
nelle conclusioni. Smerilli Bruni
Bellanca, Crivelli, Gori, Gui, Pelligra Zarri. Perché è così difficile
cooperare (per l’economia)? L’idea di razionalità è dove sono maggiormente
concentrate le assunzioni della scienza economica circa il comportamento umano,
che potremmo anche chiamare antropologia filosofica, o psicologia filosofica.
La razionalità economica, non cerca, principalmente, di descrivere il
comportamento “quale è” nella realtà, ma piuttosto di individuare dei criteri
di comportamento ottimo, razionale appunto, che fanno in modo di poter
individuare tra i tanti comportamenti possibili quelli ottimizzanti – anche se
tra analisi descrittiva e normativa esiste poi uno stretto rapporto. Le
caratteristiche base dell’idea standard di razionalità economica, possono
essere sinteticamente enucleate guardando alle assunzioni, che restano spesso
implicite, del “gioco” più famoso utilizzato oggi in economia: il cosiddetto dilemma
del prigioniero. Esso, nell’ambito della teoria dei giochi1, è usato per
mostrare come la ricerca dell’individualistico tornaconto, in molte situazioni
(in particolare in quelle dove non è possibile stipulare un contratto
vincolante per le parti), non solo non porta al bene comune, ma neanche al bene
privato dei singoli individui. La logica che sottende il gioco è usata per
spiegare molti dei dilemmi dovuti all’assenza o al mal funzionamento dei
mercati: dall’inquinamento, alla congestione del traffico, alle difficoltà
della co-operazione. Il gioco rappresenta l’interazione tra due individui, che
chiamiamo Romolo e Remo, identici (hanno le stesse informazioni e la stessa
struttura di preferenze, i due elementi che fanno la diversità tra gli agenti
economici –a cui va aggiunto, nel caso di imprese, il potere di mercato).
Romolo e Remo si trovano a scegliere in una situazione ‘strategica’ di inter-dipendenza,
ciascuno sa di avere di fronte un soggetto identico a sé, con le stesse
preferenze, e *entrambi* conoscono la struttura del gioco (le ricompense, o
pay-off associati agli esiti, che dipendono dalle proprie azioni o muoti
conversazionali e da quelle dell’altro/i). Quali sono le preferenze? Per
restare nel concreto, pensiamo ad una situazione famigliare: la raccolta
differenziata dei rifiuti (ma il ragionamento, come si capirà immediatamente, è
di portata più universale). L’ordine di preferenze dei nostri due giocatori, e
in generale dell’homo oeconomicus standard che di norma l’economista ha in
mente quando descrive il mondo, sono le seguenti. Al primo posto Romolo ed Remo
– o Eurialo e Niso -- mettono: “l’altro fa la raccolta e io no”. A questo esito
del gioco associamo il punteggio massimo, diciamo 4 punti. Al secondo posto
“tutti la facciamo, me compreso” (3 punti). Al terzo “nessuno la fa” (2 punti).
Al quarto “solo io faccio la raccolta differenziata” (1 punti). La tabella e il
grafico sottostanti (che sono due modi diversi di rappresentare questa
situazione, rispettivamente in forma normale ed estesa) rappresentano sinteticamente
la struttura del gioco. La teoria dei giochi è oggi pervasiva nella teoria
economica. Essa è soprattutto un linguaggio che consente di rappresentare in
modo molto efficace interazioni (chiamate “giochi”) di tipo ‘strategico’, cioè
situazioni nelle quali i guadagni, non solo monetari (chiamati pay-off,
ricompense), dipendono dalla scelta dell’ altro soggetto o individuo inter-agente
con lui, e non solo dalla propria (deliberazione condivisa). La teoria dei
giochi ha oggi un campo di applicazione molto vasto, che va dalla collusione
tra imprese all’inquinamento, dalle scelte elettorali al rapporto
paziente-psicologo. Va notato che sebbene, per semplicità e per ragioni di
chiarezza espositiva, abbiamo assegnato pay-off numerici (ipotesi che verrà
eliminata nelle prossime sezioni), in realtà siamo all’interno di un orizzonte
di tipo ordinalistico. Di per sé i valori numerici non possiedono alcun
significato, e quello che conta è l’ordine delle preferenze individuali. Data
una tale struttura di preferenze, si dimostra facilmente che Eurialo e Niso, *se
sono razionali*, sceglieranno entrambi di *non* co-operare (non fare la
raccolta differenziata), ritrovandosi così al terzo livello di preferenza (con
due punti ciascuno: 2 punti per Eurialo, 2 punti per Niso), una situazione
“dominata” dalla co-operazione reciproca (fare tutti la raccolta), in cui
avrebbero ricevuto tre punti ciascuno (3, 3). Eurialo Co-opera Co-opera
3,3 1,4 Non co-opera Non co-opera 4,1 2,2. Nella rappresentazione in forma
estesa, gli esiti del gioco esprimono bene le caratteristiche base dell’idea di
soggetto che l’economia normalmente segue nel costruire i suoi modelli. Il suo
mondo ideale è quello in cui gode dei benefici (ad esempio un mondo non
inquinato) senza sostenerne i costi che preferisce trasferire sull’altro, se
può (separare i rifiuti, depositarli in raccoglitori diversi, ecc. ). Da qui il
dilemma. Si dimostra facilmente che, poiché si trova di fronte uno/a con la
stessa “razionalità” e preferenze, la soluzione del gioco è che entrambi Eurialo
e Niso si ritrovano al terzo livello dell’ordinamento di preferenze, cioè
nessuno fa la raccolta differenziata, quando invece ciascuno avrebbe preferito
che tutti la facessero (che infatti si trova al secondo posto). E la realtà
delle nostra città e del nostro pianeta ci dice quanto questi dilemmi siano
reali e urgenti, e quanto la scelta ‘sociale’ non si discoste poi tanto dal
modello astratto utilizzato dall’economia. Tutto ciò ci dice che la *soluzione*
del gioco, e gli esiti dilemmatici dipendono sostanzialmente da due ipotesi
base circa la razionalità. Primo, l’individualismo: ragionare esclusivamente
nei termini di “cosa è ottimo, o meglio, per me: mittente/recipiente”).
Secondo: lo strumentale (la bontà di una azione si misura sulla base della sua
capacità di essere un *mezzo* condizionale per ottimizzare i pay-off, non per
il suo valore categorico intrinseco. Date queste ipotesi, la non- [Nella
tabella i numeri (i pay-off) esprimono utilità, quindi il più è preferito al
meno. Il primo numero si riferisce a Niso, il secondo ad Eurialo. Nell’appendice
abbandoniamo i numeri e passiamo ad un caso più generale (dove i pay-off è
espresso in lettere, ordinate non in modo cardinale). Va aggiunto che non ogni
inter-azione rappresentabili come dilemma del prigioniero porta a risultati
dilemmatici e sub-ottimale a causa dell’antropologia sottostante. Si pensi, ad
esempio, agli [3 cooperazione (nessuno fa la raccolta) è un *equilibrio*
stabile del gioco (o equilibrio di Nash), dal quale nessuno dei giocatori ha
convenienza a spostarsi uni-lateralmente, a meno che non si sia capaci di
stipulare un *patto* vincolante. Se un patto vincolante non è possibile -- si
pensi alle interazioni quotidiane con numerosi agenti, come nel traffico
stradale -- o troppo costoso, *non* cooperare risulta la ‘strategia’ ottimale
per due ragioni. Prima se Eurialo suppone che Niso è azionale (individualista e
strumentale) allora se co-operassi avvierei Eurialo allo sfruttamento (1
punto).Se invece Eurialo ha buone ragioni per pensare che Niso *non* è razionale
o, come dice Dawkins, “ingenuo”, e che quindi si lasce sfruttare, Eurialo ha
una ragione in più per *non* cooperare. Otterrai infatti 4 punti. Quindi
l’esito dilemmatico è una combinazione di paura alla Hobbes e di opportunism. Se
va male Eurialo cade in piedi e non si lascia sfruttare. Se va bene Eurialo
prende tutto. Una razionalità puo essere con ricompense *non* materiali. In un
mondo fatto di due individui mossi da questa razionalità la co-operazione può
essere raggiunta solo quando siamo capaci di auto-vincolarci a delle regole non
opportunistiche, per un bene individuale maggiore. Io gratto la tua schiena, tu
gratti la mia. Questo principio è, in mille varianti, il tipo di co-operazione
che può emergere tra due soggetti razionali di questa maniere. Grice lo chiama
‘altruismo reciproco’ -- individuando un comportamento pro-sociale in tutte le
specie animali, dove però l’altruismo disinteressato non esiste, ma è solo
maschera di più sottili forme di egoismo (o amore proprio e non benevolenza). In
ogni caso la co-operazione è interamente condizionale e non un imperativo di
tipo kantiano. Eurialo aiuta Niso a condizione che Niso aiuta Eurialo e vice
versa. Viene comunque spontaneo chiedersi se negli esseri umani – o almeno due
filosofi oxoniensi -- ci sia qualcosa di diverso, in termini di socialità,
rispetto alle scimmie o alle formiche. Al di fuori di questi specifici casi nei
quali la co-operazione emerge, un atto che non punti a rendere massimo il
proprio interesse, di breve o di lungo periodo, è considerato *irrazionale* o
ingenuo, poiché si diventa pasto degli altri individui più aggressivi, che
cresceranno e prospereranno a spese degli ingenui. Forse molti degli atti di co-operazione
a cui assistiamo nella vita quotidiana possono trovare la loro spiegazione
sulla base di questo tipo di logica individualistica, strumentale, e condizionale.
Non tutti però. E’ infatti nostra convinzione che la convivenza civile, e le
dinamiche economiche conversazionale, conoscono anche altre forme di co-operazione,
che possono emergere sulla base di un ragionamento mosso da un tipo *diverso*
di razionalità non utilitaria ma assoluta. In quanto segue, cercheremo di
esplorare le implicazioni che scaturiscono dalla seguente domanda. Come cambia
il gioco della vita in comune se complichiamo la visione antropologica
sottostante i modelli economici? L’elemento di diversità (rispetto
all’approccio standard) che qui introduciamo, è la presenza di un valore *intrinseco*
categorico assoluto ingorghi stradali. Questi sono perfettamente
rappresentabili come dilemmi del prigioniero. Ma sarebbe impreciso definire gli
automobilisti che escono per andare a lavoro individualisti e strumentali. Ma
abbiamo a che fare con un problema di mancanza di co-ordinamento in una scelta
collettiva, che se vogliamo rimanda anch’esso a una dimensione ‘sociale’ (come
la capacità di addivenire a patti vincolanti), ma, antropologicamente, è meno
coinvolgente di casi dilemmatici che riguardano l’inquinamento o il rapporto
con il fisco. Questo per dire che la teoria dei giochi è un linguaggio che
trascende l’ambito economico e la sua tipica forma di razionalità; e infatti
essa è utilizzata anche per modelizzare agenti mossi da forme razionalità *non*
strumentali (come in parte fa Grice). (Dal nome del matematico che nei primi
anni cinquanta introdusse questa nozione di equilibrio stabile). Il fatto che
nella realtà concreta riusciamo a non cadere nel dilemma dipende dal fatto che
spesso riusciamo a disegnare patti o contratti vincolanti, con sanzioni. Grice
mostra che anche il richiamo di allarme che certi uccelli emettono per avvisare
il gruppo dell’arrivo di un predatore, a *rischio anche della propria vita*, è
il risultato di un calcolo egoista. L’uccello può più facilmente salvare la sua
vita se tutto lo stormo si sposta e non rimane isolato. -- associato a un
comportamento di gratuità, da cui discende la possibilità di sperimentare una
co-operazione, o reciprocità, non primariamente strumentale e condizionale, ma
assoluta, costitutiva dell’umano, e categorica. Questo agente economico intende
pertanto la reciprocità diversamente da come essa è usata oggi in economia. Rispetta
l’ambiente, paga le tasse o edifica la casa rispettando i vincoli del piano
regolatore (tutte faccende cooperative), ad esempio, perché questi
comportamenti sono per lei dei valori, perché le danno una ricompensa
intrinseca, e non solo strumentale (i vantaggi materiali della cooperazione,
che pure sperimenta). Questo diverso tipo di agente non è quindi puramente
consequenzialista e utilitario come invece è l’agente-individuo. Non valuta
cioè la bontà del muoto conversazionale solo sulla base della conseguenza che
tale muoto produce, ma tiene conto sia di una componente assiologica o
deontologica – non aletica --, legata al valore, sia di una componente
procedurale, più legata ai tipi di relazione all’interno delle quali il suo
muoto si sviluppa. Sa inoltre che il suo muto è pienamente *efficace* se anche
l’altro si comportano allo stesso modo (se reciprocano). Ma non condiziona il suo
comportamento a quello dell’altro (come invece farebbe l’homo
oeconomcus-individuo standard). Al tempo stesso, se l’altro si comportano sulla
base della stessa razionalità assiologica e dello stesso valore intrinseco,
allora egli soddisfa al massimo le sue preferenze, e anche il benessere sociale
aumenta. In base ad una tale struttura di valori, o cultura della reciprocità
gratuita, al primo posto dell’ordine di preferenze questo tipo di agente
economico non mette, diversamente dal tipo standard, “tutti co-operano tranne
me”, ma “tutti, me compreso, cooperiamo”, o doniamo. E questo perché il
comportamento in sé è parte integrante del suo sistema di valori. Al secondo
posto dell’ordine di preferenze pone: l’altro co-opera, io no. Al terzo posto: io
co-opero, l’altro no. Al quarto, nessuno co-opera. Per capire questi valori si
può partire dalla struttura di ricompense (i pay-off, cioè i numeri che
misurano le ricompense) del dilemma del prigioniero. Ma occorre aggiungere, o
sottrarre, ai pay-off materiali una componente intrinseca, sulla base della
teoria classica della felicità o calculo eudaimonico, o beatifico, nella quale
il comportamento buono in sé, o *virtuoso*, ha una ricompensa intrinseca. Così,
se un soggetto ha fatto propria questa cultura della reciprocità gratuita o,
per usare un’espressione più forte ma anche più corretta, della “comunione” (la
communita immune), quando Eurialo co-opera e la controparte, Niso, no (pensiamo
sempre all’esempio ambientale, o, se si vuole, ad un rapporto di amicizia), il
suo pay-off, materialmente uguale a 1 (come nel gioco standard), aumenta a
causa delle ricompensa intrinseca (che poniamo pari ad uno), attestandosi a 2.
Se Eurialo invece *non* coopera ma la controparte, Niso, sì, ecco allora che il
pay-off, pur essendo materialmente pari a 4, diminuisce a 3, perché si
inserisce una *sanzione* intrinseca. 4 – 1 = 3. Si pensi a chi, pur avendo
fatto propria la cultura della reciprocità, in un certo muoto non è coerente
perché non riesce a vincere la tentazione del vantaggio materiale. La sua
soddisfazione è comunque minore a causa della sanzione intrinseca, che potremmo
chiamare anche insoddisfazione o senso di colpa o vizio. Il mondo peggiore
(pay-off = 1) è quello in cui ciascuno è chiuso in se stesso. Qui il pay-off è
1 perché si parte da quello materiale (2) e gli si sottrae il valore intrinseco
(2 – 1 = 1). Il mondo migliore è invece la *reciprocità*, un incontro mutuo di
gratuità: (4), il pay-off materiale della co-operazione (3) più la componente
intrinseca della gratuità. Sui vari usi della categoria di reciprocità nella
teoria economica, cf. Crivelli. Questo ordine di preferenze dipende
dall’ipotesi che la componente intrinseca dei pay-off sia costante e pari ad
uno. Un’analisi più approfondita dovrebbe studiare i casi quando la motivazione
intrinseca è maggiore, minore o uguale alla componente materiale. Non è da
escludere, ad esempio, che all’aumentare di quest’ultimo dovrebbe aumentare la
tentazione di tralasciare gli aspetti intrinseci. Se fare, ad esempio, la
raccolta differenziata diventa estremamente costoso e laborioso, il numero di
quelli, anche bene intenzionati, che la faranno diminuirà. Inoltre, una tale
analisi ammette la possibilità di confronti -- La componente intrinseca
dell’azione è legata alla teoria classica della felicità o calculo
eudemonistico di Bentham. La felicità, essendo il risultato di una vita
virtuosa, è fuori dalla logica strumentale. La virtù è praticata perché ha un
valore intrinseco, non per un calcolo machiavelico strumentale costi/benefici.
La virtù, in particolare quella civica, ha bisogno di reciprocità perché porti
ad una vita sociale pianamente realizzata, ma non può pretenderla, solo
attenderla dalla libertà dell’altro. Ecco perché dagli antichi fino ad oggi
alla felicità è associato un elemento *paradossale*. La feicita ha bisogno di
reciprocità, ma solo la gratuità può suscitarla senza pretenderla. Un “gioco di
reciprocità” (intesa nella maniera appena detta), che rimane sempre del tipo
dilemma del prigioniero, può essere dunque rappresentato come segue: Eurialo Dona
Non-Dona Dona 4,4 2,3 Non-Dona 3,2 1,1 Rappresentiamo anche questo
gioco in forma estesa. Dalla tabella, o dall’albero decisionale, si nota che se
i due giocatori hanno questa stessa struttura di preferenze, l’unico esito
stabile del gioco o equilibrio di Nash, dal quale cioè nessuno è incentivato a
spostarsi, è “dona-dona”. Quindi per interpersonali di utilità, cosa peraltro
non inusuale quando l’utilità attesa si calcola con la funzione di Von Neumann
Morgernstern. Per un’analisi approfondita dei pay-off psicologici cf. Pelligra.
Sul paradosso della felicità cf. Bruni. Il modello che può essere considerato
il capostipite dei giochi del tipo gioco di reciprocità è quello introdotto da
Sen -- questi giocatori-persone donare (o co-operare) è ‘strategia’
strettamente dominante, e l’unico equilibrio stabile del gioco è la reciprocità
o la *comunione*: dona/dona. Cosa ci suggerisce questo gioco, pur nella sua
estrema semplicità? Se sono un soggetto che ha questi valori non ho alternative
a cooperare: gli altri possono rispondere o meno, e quindi il mio
benessere/felicità è incerto (stando al gioco precedente, posso ottenere in termini
materiali 2 o 4 punti): ciononostante per me l’unica possibilità, l’unica
azione razionale, è cooperare, o come abbiamo detto, donare. Così, per fare un
esempio, se sono alle prese con un fornitore difficile, non ho alternative al
donare. Potrò trovare reciprocità o no, ma in ogni caso l’alternativa,
‘non-dona’ – che, nella pratica, significherà ogni volta qualcosa di diverso –
è per me la peggiore (perché è sempre dominata dalla co-operazione) a causa
della ricompensa (sanzione) intrinseca. E’ questo un soggetto che per alcune
scelte non calcola i costi e i benefici. Che senso ha fare la raccolta differenziata
se solo io la faccio. Ma agisce sulla base di un valore, o di una norma etica
interiorizzata. Ciò spiega, tra l’altro, perché in certe società l’ecologia o
il rispetto delle norme civili sono messe in pratica anche in contesti nei
quali sarebbe razionale (nel senso standard) non farlo: iclassico fazzoletto di
carta buttato fuori dal finestrino quando nessuno ci osserva, e quindi nessuna
sanzione può essere applicata. D’altro canto, davanti a queste nostre
considerazioni qualcuno potrebbe obiettare. Ma se ipotizzate che gli individui
traggano soddisfazione dal muoto conversazionale stesso, diventa banale
spiegare l’emergere (dalla perspettiva della psicologia filosofica) della co-operazione.
In effetti l’idea è semplice. Ma ci auguriamo non banale, ma bizarra. In
particolare, gli aspetti più interessanti intervengono quando pensiamo che nel
mondo reale, nel mercato in particolare, non sappiamo normalmente con chi
stiamo giocando, se abbiamo cioè di fronte un soggetto del primo tipo o uno del
secondo. E qui entriamo in quello che possiamo chiamare il “paradosso della
reciprocità” o della comunione, che possiamo sviluppare sinteticamente come
segue, mettendo assieme i vari pezzi fin qui costruiti. Una vita buona ha bisogno
di reciprocità genuine. La reciprocità genuina però non viene suscitata se la
logica che ci muove è primariamente strumentale. La risposta dell’altro, la
reciprocità, non possiamo pretenderla, ma solo *attenderla* dalla libertà
dell’altro. Co-operare porta quindi a due esiti diversi (indicati con 2 o 4) in
base alla risposta o non risposta dell’altro. Per comprendere questi risultati,
si consideri che ognuno sa che l’altro ha di fronte due possibili scelte:
donare e non donare, e, date le loro preferenze, qualunque scelta faccia
l’altro per ciascuno è preferibile donare -- considerando anche il pay-off
intrinseco. Se infatti l’altro giocatore (Eurialo) sceglie “donare” i punti di
Niso sono 4 (mentre la mossa “non-dona” avrebbe portato solo 2 punti); e anche
se Eurialo scegliesse “non donare”, Niso preferisce sempre “donare” che gli dà
2 punti invece di 1 (che è il pay-off di “non-dona/non-dona”). Può valere la
pena specificare che qui con “donare” non si intende l’altruismo o la
filantropia -- che possono restare atti individualisti. Donare è sinonimo di
ciò che la cultura greco-romana chiama “amore”, e cioè un atto gratuito ma che
ha sempre di mira la *reciprocità*, il rapporto personale con l’altro
(amore-amicizia). Qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che più che di una
diversa forma di razionalità in questo caso siamo in presenza di un soggetto
che ha solo preferenze diverse, ma la cui razionalità resta quella standard
strumentale, perché in fondo anche lui massimizza la propria utilità. Noi
preferiamo pensare che una persona che agisce mossa da motivazioni intrinseche
sia più efficacemente rappresentabile da una forma di razionalità che Grice chiamava
“rispetto ai valori” o assiologica che non dalla classica razionalità
strumentale, che si caratterizza proprio per il suo essere tutta basata sul
calcolo utilitario.Qui infatti nostri soggetti co-operativi fano la scelta non
sulla base di un calcolo, ma per un valore. È ovvio che esiste una circolarità tra
motivazioni intrinseche e il comportamento dell’altro -- su questo cf. Bruni e
Pelligra. Per questo la vita in comune è fragile, come anche i filosofi – da
Aristotele in poi - ci insegnano, perché essa dipende dalla risposta dell’altro
– l’amore di Eurialo e reciprocato dall’amore di Niso e vice versa. Quale
evoluzione? Facciamo ora un passo avanti, e ci domandiamo cosa succede quando
soggetti standard e soggetti non standard (il secondo tipo che abbiamo appena
descritto) interagiscono tra di loro. Sono situazioni che Grice studia. Sono
ormai numerosi i modelli con un agenti altruistico che interage con un agenti
auto-interessato. Qui ipotizziamo quattro casi, che, con diversi gradi di
astrazione, possono rappresentare alcune situazioni reali che vengono a
verificarsi quando l’interazione avviene tra soggetti diversi, perché mossi da
culture diverse. Utilizzeremo, allo scopo, i rudimenti della teoria dei giochi
evolutivi, nella sua forma più elementare, il cui elemento innovativo è
l’introduzione della componente immateriale del pay-off corrispondente alla
ricompensa intrinseca. Ipotizzeremo cioè i nostri giocatori immersi in un ambiente
abitato da popolazioni diverse, dapprima due, e poi tre. La teoria dei giochi
evolutivi utilizza lo stesso linguaggio, e in buona parte la stessa
metodologia, della *biologia* evolutiva. Tra più popolazioni esistenti in un
dato ambiente, nel tempo sopravvive quella che ha la fitness – capacità di
adattamento – maggiore. Se due popolazioni hanno la stessa fitness sopravvivono
entrambe. Ma se una ha una fitness minore delle altre è destinata
all’estinzione, non nel senso biologico del termine (morte di tutti i soggetti
di quella specie), ma che quel comportamento non verrà riprodotto, e saranno
imitati i comportamenti vincenti. Il dibattito sull’applicazione di una tale
metodologia agli essere umani e alle loro popolazione è aperto, e controverso. In
quanto segue noi non intendiamo abbracciare la filosofia, né la metodologia,
dei giochi evolutivi. Riteniamo soltanto che il linguaggio dei giochi evolutivi
ci aiuti a mettere in luce dinamiche, che riteniamo reali, non facilmente
individuabili con linguaggi diversi. Il nostro è quindi un esperimento, che ci
piacerebbe, in futuro, portare avanti, mettendo a quel punto in questione
alcuni assiomi che nell’attuale teoria dei giochi evolutivi ci appaiono troppo
semplificati, come il concetto di fitness: semplificati, ma non inutili, come
speriamo di mostrare. Primo caso: Tipi 1 e Tipi 2, non riconoscibili Come primo
caso facciamo le seguenti ipotesi. Esistono solo due tipi tra loro non
riconoscibili. Chiameremo tipi 1 quelli standard, e tipi 2 quelli non-standard
o di reciprocità. Le ricompense intrinseche sono determinanti per la scelta
(che, come visto, fanno sì che per il tipo 2 sia sempre razionale, perché
strettamente dominante, “donare”). Ma per la sopravvivenza nel tempo di un tipo
di agente, la cosiddetta fitness (misurata -- La versione più semplice di tali
modelli si può trovare nel Manuale di microeconomia di R. Frank. Un testo classico
è quello di Axelrod, e un recente studio, basato su evidenza sperimentale, è quello
di Bowles. Un modello vicino a quello qui presentato è Sacco e Zamagni. Interessanti
considerazioni metodologiche si trovano in Crivelli. Vale la pena specificare
che mentre nella biologia evolutiva l’unità di selezione è il gene, in economia
l’unità di selezione è il comportamento; inoltre, mente in biologia la
trasmissione è ereditaria in economia essa avviene per imitazione. Sono i vari
comportamenti adottati e imitati che rendono un agente più efficiente di un
altro. Un contributo importante a questo riguardo è l’articolo The evolutionary
turn in game theory diSugden -- dal valore medio dei pay-off materiali),
contano solo i pay-off materiali, non i pay- off dovuti alla ricompensa
intrinseca. c. I pay-off materiali sono i seguenti. Coopera – coopera. Non
coopera – coopera. Coopera – non coopera. Non coopera – non coopera. Con a >
b> c> d. La probabilità di incontrare un tipo 1 è p1, mentre quella di
incontrare un tipo 2 è p2, dove, per la definizione di probabilità, p2 = 1- p1
In questo primo caso lo scenario non è roseo per i tipi 2. Si dimostra,
infatti, che a sopravvivere saranno solo i tipi 1, e questo risultato è
indipendente dalla percentuale di tipi 1 e 2 presente nella popolazione. Infatti,
anche se i tipi 2 fossero la quasi totalità (ex. 99%) dell’universo, sarebbero
destinati ugualmente all’estinzione perché sistematicamente sfruttati dagli
individui. SE VALGONO LE IPOTESI PRECEDENTI, SOPRAVVIVONO SOLO I TIPI 1, PER
OGNI VALORE DI p1 e p2. Se supponiamo un intervento ridistributivo dello stato
che preleva risorse dai tipi 1 per sostenere i tipi 2 (es. ciò che avviene
normalmente nei sistemi di stato sociale con le imprese sociali), il gap di
fitness si riduce, e in certi casi potrebbe essere nullo, consentendo così la
co-esistenza dei due tipi. Situazione diversa se ipotizziamo che i due tipi
siano, per l’esistenza di un qualche segnale, riconoscibili, e che il tipo 2
decida di interagire soltanto con i suoi simili. Aggiungiamo, quindi l’ipotesi. Rispetto ai
giochi delle prime due sessioni, ora ricorriamo esplicitamente a pay-off
ordinali, dove la sola condizione rilevante nella misurazione dei pay-off è il
loro ordine, e cioè che a sia maggiore di b, b di c e c di d. Indichiamo con Fi
la fitness dei tipi 1, e con Fp la fitness dei tipi 2. F1 = p1c + p2a F1 = p1c +
(1-p1)a F2 = p1d + (1-p1)b. La tesi F1>F2 equivale quindi a: p1(b-a) +
p1(c-d) > b-a, per p1 = 0 la disuguaglianza diventa a>b ed è quindi vera
per p1 = 1 la disugualglianza diventa c>d ed è quindi vera osservo che ∀
valore di p1∈ (0, 1), p1(c-d) >0 p1(b-a) >
b-a, perché b-a è minore di zero, quindi: F1>F2 ∀
valore di p1∈ [0, 1]. È possibile inoltre dimostrare
che, per tutti I giochi di questo tipo, quale che sia la posizione iniziale di
partenza, l’unico equilibrio evolutivamente stabile verso cui si converge nel
tempo è quello che prevede l’estinzione di una delle popolazioni, nel nostro
caso dei tipi 2. 9 e. i tipi sono riconoscibili e l’interazione è
selettiva (il tipo 2 gioca solo con i simili). Se la riconoscibilità è perfetta
(cioè la probabilità di simulazione è nulla), si dimostra facilmente che
sarebbero i tipi 2 a sopra-vivere. Infatti, in questo caso vale il Risultato. SE
IPOTIZZIAMO PERFETTA RICONOSCIBILITÀ DEI TIPI, SI ESTINGUONO I TIPI 1. Questo
secondo risultato ci dice già qualcosa d’importante. La riconoscibilità, anche
quando non perfetta (come nella realtà normalmente avviene), aumenta la fitness
dei tipi 2. Ciò spiega, ad esempio, l’emergere del fenomeno della “rete”, una
realtà tipica dell’economia sociale. Le varie componenti ed espressioni
dell’economia sociale tendono infatti a cercarsi e scegliersi l’un l’altra:
reti di imprese, reti di consumatori che insieme preferiscono le imprese
sociali, reti di imprese (si pensi ai consorzi di co-operative, di veri
livelli), risparmiatori e consumatori (il fenomeno delle banche etiche e della
finanza etica). Nella realtà, però, supposto che un agente 2 voglia evitare di
interagire con i tipi 1 (cosa da non dare per scontata), la perfetta riconoscibilità
o la simulazione nulla sono comunque altamente irrealistiche (sono troppi i
soggetti con i quali un’impresa e anche una persone interagisce: lavoratori,
finanziatori, concorrenti, fornitori, consumatori). E’ quindi necessario
ricorrere ad altre ipotesi per giustificare teoricamente lo sviluppo delle
imprese sociali nel tempo. E’ quanto di cerca di fare negli altri due casi. Introduciamo
ora un *terzo* tipo che si aggiunge ai due precedenti. Potremmo chiamarlo ‘civile’
o griceiano. Ipotizziamo che: f. il tipo 3 gioca una strategia “colpo su
colpo”, una strategia intermedia (rispetto alle altre due più “radicali” dei
tipi 1 e 2, che, rispettivamente, co-operano mai e sempre), che lo fa co-operare
con chi coopera, e *non* cooperare con chi *non* coopera. Quest’ultimo co-opera
quindi con chi coopera, e *non* co-opera con chi *non* co-opera. Il tipo civile
o griceiano, non attribuendo un valore intrinseco (o attribuendogliene uno
troppo basso) all’azione donativa, *non* ha “cooperare!” o “cooperiamo!” come ‘strategia’
*dominante*. La strategia dominante e “Siamo razionali”. Ma se ha di fronte un
tipo 2, pur riconoscendolo, non lo sfrutta preferendo reciprocare. E’ un 21 La
correlazione esclusiva tra tipi può avvenire per almeno due ragioni: o perché
l’agente sceglie il tipo preferito che viene riconosciuto attraverso un segnale
(che deve essere affidabile), oppure perché si trova in un cluster, cioè in
un’area nella quale si trovano soltanto soggettio dello stesso tipo – pensiamo,
ad esempio, ad una comunità locale come il gruppo maschile della sub-faculta di
filosofia a Oxford, dove la probabilità che un agente si trovi ad interagire
con uno “like- minded” è altissima, ed è indirettamente proporzionale al numero
di forestieri – non filosofi non oxoniensi -- presenti in quella comunità. In
questa situazione, i casi interessanti si trovano sui confini, dove la
probabilità di interazioni miste aumenta (pensiamo agli effetti
dell’introduzione di pratiche e comportamenti nuovi da parte del gruppo
femminile, di missionari o di emigranti da Cambridge). Il segnale, inoltre, per
essere efficace dovrebbe essere troppo costoso da imitare da parte dei tipi 1,
come l’adesione ad un codice o procedimento di comportamento o ad una struttura
di valori molto forte (come nelle botteghe del commercio equo e *solidale*, o
nelle imprese di Economia di Comunione). Con riconoscibilità perfetta, la
probabilità di incontrare un tipo simile è 1, mentre la probabilità di
incontrare uno diverso è 0. Quindi F1 =(0(a) + 1(c))=c, mentre F2 = (0(d) +
1(b)) = b, quindi: F2 > F1. Rispetto a quella classica, questa versione di
colpo su colpo è modificata, poiché non inizia sempre con un muoto di
cooperazione, e poi il gioco non è ripetuto -- soggetto leale, che per questo chiamiamo
“civile” o griceiano. Si ipotizza quindi l’esistenza di un segnale,
utilizzabile solo dal tipo civile o griceiano, che gli permette di discriminare
perfettamente tra i tre tipi che ha di fronte. Si ipotizza quindi che le altre
due imprese non possono, o non vogliono, utilizzare quel segnale (pensiamo, ad
esempio, a chi pur sapendo di rischiare entrando in un ambiente molto opportunistico,
rifiuti l’idea della nicchia e accetti di scendere in campo, non utilizzando
quindi il segnale di riconoscibilità. Cosa succede in questo caso? Innanzitutto
è possibile vedere come la fitness del terzo tipo è sempre maggiore di quella
del tipo 2. Infatti vale il risultato. SE E SOLO SE VALGONO LE IPOTESI
PRECEDENTI (a. – d., f.) SI HA: F3 > F2 ∀
VALORE DI a, b, c, d, ∀ VALORE DI
p1, p2, p3. Un secondo aspetto che emerge, è che l’evenienza che la fitness dei
tipi 2 possa risultare maggiore di quella degli 1 dipende dalla percentuale di
tipi 3 civili griceiani presente nella popolazione. Più quest’ultima è alta,
maggiore è la fitness dei tipi 2 e minore quella dei tipi 1. Qui per semplicità
supponiamo che gli scarti tra i pay-off siano uguali tr aloro, cio è che sia: (a–b)
= (b–c) = (c–d). Tali scarti possono essere visti, rispettivamente, come
vantaggio dello sfruttamento, premio della cooperazione e costo della coerenza.
Anche nell’esempio numerico precedente tali scarti sono uguali (tutti pari ad
1). Con queste semplificazioni, vale il seguente risultato. SE VALGONO LE IPOTESI
a.–d., f., g., F2>F1 SE E SOLO SE p +p <p. Il risultato ci dice ancora
qualcosa d’importante. La sopra-vivenza dei tipi 2 dipende anche
dall’esistenza, e dal numero, degli agenti del terzo tipo, cioè di soggetti
che, pur *non* attribuendo un valore intrinseco ma derivato dalla razionalita
generale all’azione del co-operare o donare non “sfruttano” il muoto co-operativo
(come fa invece il tipo 1), ma reciprocano. Rispondono alla co-operazione. Per
questo denominare questi tipi “civili”. Questo risultato può essere utilizzato
anche a sostegno del ruolo della cultura civile – la conversazione civile – la
civil conversazione del rinascimento italiano popolarizzato in tutta Europa. La
sopra-vivenza e lo sviluppo di imprese e un soggetto più radicali, come i tipi
2, dipendono anche dalla “cultura civile” presente nell’ambiente dentro il
quale operano. Di qui l’importanza duplice della diffusione della “cultura”,
alla quale le imprese sociali non possono non attribuire grande importanza. Le
imprese dell’EdC, ad esempio, dedicano un terzo dei propri utili alla
formazione alla *cultura del dare*. Da una parte la cultura re-inforza le
motivazioni intrinseche dei tipi 2, e dall’altra contribuisce ad aumentare e
rafforzare il senso civico e la cultura della co-operazione dalla quale,
indirettamente, dipende anche la loro sopra-vivenza e il loro sviluppo. Supponiamo,
per assurdo, che la tesi non sia vera: Dovrà essere: F3 ≤ F2 => p1c + p2b + p3 b ≤ p1d + p2b + p3b = > p1c ≤ p1d,
disuguaglianza che non e’ mai verificata essendo, per ipotesi, c>d. p1d +
p2b + p3b > p1c + p2 a + p3c ⇔ p1 (d − c)
+ p2 (b − a) + p3 (b − c) > 0;<=> p1(c−d) + p2(a−b )< p3(b−c) ⇔
p1+p2 <p3. Altra implicazione del risultato è il prendere coscienza
che affinché i tipi 2 possano svilupparsi, i tipi civili debbono essere
abbastanza numerosi. In particolare, si dimostra che la fitness dei tipi 3 è
maggiore di quella dei tipi 1 se e solo se i tipi 3 sono in numero maggiore dei
tipi 2. Ipotizzando, come nei risultati precedenti, l’uguaglianza tra gli
scarti, abbiamo un altro risultato. SE VALGONO LE IPOTESI DEL LEMMA, F3>F1
SE E SOLO SE P2<P3. Rappresentiamo le due fitness nello spazio delle fitness
e di p2. 0 P2* 1 P2 F1, F3. Da questo emergono due ordini di considerazioni. Il
valore soglia di P2 (P2*) oltre il quale F3 diventa minore di F1 dipende dalle
pendenze delle due rette, rispettivamente a per F1 e b per F3: (a – b) misura
infatti il vantaggio che i tipi 1 hanno rispetto ai 3 per la presenza dei tipi
2 che sfruttano. Quindi minore è questo vantaggio, maggiore è la quota di tipi
2 che i tipi 3 possono tollerare Se a=b le due rette sarebbero parallele. Si nota
che i tipi 3 perdono fitness con l’aumento dei tipi 2, e la differenza di
fitness massima si ottiene in corrispondenza di P2 = 0. E’ il meccanismo che
potremmo chiamare i figli delle rivoluzioni che uccidono i padri, perché li
considerano troppo radicali, come i francescani di seconda generazione che
rimossero Francesco dal governo dell’ordine, perché con il suo radicalismo
impediva – a loro dire – lo sviluppo del francescanesimo più moderato e
minacciava la morte stessa del movimento. Nell’ultimo scenario, ipotizziamo che
la motivazione intrinseca, la componente non materiale dei pay-off, possa avere
un effetto non solo sulla scelta ma anche sulla fitness. Finora non abbiamo
fatto ciò per un senso di realismo. Eurialo puo persuadersi a vivere nella
piena correttezza verso Niso perché attribuisce a tale comportamento un valore
intrinseco. Se però poi non arrivano i risultati economici, se ho -- F3 >F1
<=> p1c +p2b + p3b > p1c + p2a +
p3c <=> p2pb + p3b > p2pa + p3c <=> p2 (b-a) > p3 (c-b)
<=> p2 (a-b) < p3 (b-c) p2 < p3. Il valore soglia P2* è pari a P3,
come sappiamo dal risultato. F1 F3
-- ad esempio costi troppo elevati, la fitness di Eurialo ne risente. Ora però
abbandoniamo questa semplificazione, e ipotizziamo che la fitness sia
influenzata anche dalle motivazioni. Alcuni esperimenti dimostrano come i
comportamenti ispirati da motivazioni intrinseche e da logiche di gratuità,
oltre a non avere buoni sostituti - nel senso che in tali casi altre forme di
incentivi monetari non funzionano - portano anche una maggiore efficienza in
termini di risultati. Perché quindi non ipotizzare una fitness influenzata
anche dalle motivazioni intrinseche? Le fitness del primo e del terzo tipo
restano le stesse (questi due tipi non hanno motivazioni intrinseche), mentre
cambia quella del tipo 2, dove la motivazione intrinseca è rappresentata da un
ε > 0,29 che viene aggiunto ai pay-off materiali. Le fitness dei tre tipi
diventano perciò le seguenti: h. F1 =p1(c) + p2 (a) + p3 (c) F2 =p1 (d) + p2
(b) + p3(b) + ε F3 = p1 (c) + p2 (b )+ p3 (b). Si dimostra che è possibile che
la fitness dei tipi 2 sia maggiore anche di quella dei tipi 3. Vale infatti il:
Risultato. SE VALGONO LE IPOTESI a. – d., f., h.: 1. F 2≥ F3, SE E SOLO SE ε≥ p1(C–D)31E 2. F2 ≥ F1,
SE E SOLO SE ε≥ P1(C–D) + P2(A–B) + P3(C-B). C’è un rapporto diretto tra ε e (c
–d) dove (c – d) misura il costo della coerenza per la fitness dei tipi 2, poiché
è quanto questi perdono per essere coerenti con la loro cultura ottenendo “d” quando
interagiscono con i tipi 1, invece di giocare, come i tipi 3, *non* coopera, ottenendo
così “c”, che è maggiore di “d”. Il valore più piccolo che può assumere ε (cioè
l’effetto materiale delle motivazioni intrinseche) affinché valga la
disuguaglianza F2>F3, è ε* = p1 (c – d). Possiamo quindi osservare che,
maggiore è il costo della coerenza (c – d), maggiore dovrà essere il
valore-soglia ε*. Inoltre, c’è un rapporto diretto anche tra ε* e p1: se i tipi
1 sono, relativamente, molto numerosi, allora ε* dovrà essere più alto (e
viceversa in caso contrario). Pensiamo, per fare un esempio, ad una impresa di
Economia di Comunione che nel campo della legalità si comporta come un tipo 2.
Paga le tasse, rispetta le leggi, per una norma etica alla quale attribuisce un
valore intrinseco, non strumentale. Un tale imprenditore se opera in un mercato
nel quale il costo della coerenza è molto alto o i soggetti opportunistici sono
relativamente molti, per non estinguersi dovrà fare in modo che le proprie
motivazioni etiche si traducano in maggiore fitness in una misura relativamente
maggiore rispetto allo stesso imprenditore operante in un mercato più civile e
dove i soggetti opportunisti sono meno. Come a dire che più un mercato, e una
-- Rustichini e Gneezy -- A rigore potrebbe anche essere minore di 0. -- Ipotizziamo
quindi che solo i tipi 2 e non i 3 “civili” abbiamo motivazioni intrinseche. F2
≥F3 ⇔p1(d) + p2(b) + p3(b) + ε>p1c + p2b
+ p3b⇔ ε ≥ p1(c−d). F ≥ F⇔p(d)
+ p(b) + p(b) + ε≥p(c) + p(a)+p(c)⇔
21123123 ε ≥ p1(c−d)+ p2(a−b)+ p3(c−b) -- società, premia i “furbi” (con
condoni, ecc.) e penalizza i tipi cooperativi (con leggi che non riconoscono
sgravi fiscali per le imprese sociale, ad esempio), più questi ultimi dovranno
far sì che le motivazioni etiche si riflettano in maggiore efficienza,
altrimenti non sopravvivono. Affinché valga invece la seconda disuguaglianza,
F2 ≥ F1, il valore-soglia di ε, che chiameremo “ε ̊”, dovrà essere: ε ̊ = P1(C
– D) + P2(A – B) + P3(C- B). E quale il rapporto tra i tipi 3 e i tipi 1? SE
VALGONO LE IPOTESI DEL RISULTATO 4.1, F3 > F1, SE E SOLO SE P2 < P3 (b −
c). (a − b) Come interpretare questo? (b – c) è il vantaggio dei tipi 3
rispetto ai tipi 1 (solo i tipi 3 co-operano con i tipi 2 ottenendo “b”),
possiamo quindi chiamarlo il premio della cooperazione, mentre (a – b) è il
vantaggio dei tipi 1 rispetto ai 3, perché è il premio dello sfruttamento che
gli standard ottengono nei confronti dei tipi 2, al quale invece i tipi civili
rinunciano. Dal Risultato 4.2. emerge un’affermazione a prima vista
inquietante: affinché si affermino i tipi 3 (sui tipi 1) sarà necessario che i
tipi 2 non siano troppi; in ogni caso questi ultimi potranno essere tanto più
numerosi quanto più il “premio della cooperazione” sovrasta il “premio dello
sfruttamento”. Se infatti i tipi 2 sono numerosi essi diventano pasto per i
tipi 1, che hanno così un vantaggio relativo sui tipi civili. Il risultato
potrebbe, infine, essere ulteriormente rafforzato se che quando un tipo 2 incontra
un altro tipo 2 ottiene un di più dovuto alla reciprocità (il pay-off
diventerebbe in questo caso a). i. F2=P1 (d)+P2(a)+P3(b)+ε La fitness dei tipi
2 potrebbe così essere maggiore di quella dei tipi 3 e 1 con un ε anche minore
rispetto al valore di altro risultato. SE VALGONO LE IPOTESI DEL RISULTATO 4.1
E L’IPOTESI i. 1. F2≥F3, SE E SOLO SE ε≥ p1(C–D)+P2(B–A)
E 2. F2≥F1, SE E SOLO SE ε≥P1(C–D)+P3(C-B). “ε**” e il valore soglia di ε,
affinché valga la disuguaglianza F2≥F3 e, ricordando che la quantità (b – a) è
negativa, possiamo subito notare che ε**≤ ε*. Similmente, ε ̊ ̊ = p1 (c – d) + p3(c –b) è minore di ε ̊. Le
motivazioni intrinseche e il di più della reciprocità si rafforzano a vicenda e
rappresentano una strada molto interessante per esplorazioni. F<F⇔
p(c)+p(a)+p(c)<pc+b+pb⇔p<p(b−c).
1312312323(a−b). F2 ≥F3 ⇔p1(d)+p2(a)+p3(b)+ε≥p1c
+p2b + p3b⇔ ε ≥ p1(c−d)+ p2(b−a). F ≥F⇔p(d)+p(a)+p(b)+ε≥p(c)+p(a)+p(c)⇔
21123123ε ≥ p1(c−d)+ p3(c−b). Riassumiamo
i punti ai quali siamo giunti ragionando, con l’aiuto della teoria dei giochi,
attorno alle prospettive e alle sfide di uno scenario economico nel quale fanno
la loro comparsa soggetti diversi da quello standard. Un primo punto emerso in
diverse parti di questo scritto è che un agire economico improntato alla
gratuità e alla reciprocità, o alla comunione, in un ambiente abitato da agenti
eterogenei non cresce con la politica dell’aumento numerico: escludendo l’ipotesi
di perfetta riconoscibilità dei tipi, l’aumento numerico, di per sé non basta a
far sì che i tipi 2 sopravvivano. Sono invece tre gli aspetti strategicamente
cruciali affinché esperienze rette da una logica come quella delineata possano
svilupparsi. Lavorare sulla cultura media della società (che noi abbiamo
espresso con il “terzo tipo”, quello civile): il messaggio che emerge una volta
che abbiamo esteso la dinamica ai terzi tipi è che i tipi 2 possono
sopravvivere e svilupparsi soltanto all’interno di un’economia civile,
un’economia nella quale sono numerosi gli agenti leali, che pur non attribuendo
un alto valore intrinseco all’azione donativa (e quindi non hanno “donare” come
strategia strettamente dominante in tutti i tipi di gioco), sono comunque
corretti se incontrano un agente co-operativo, non lo sfruttano e co-operano
con esso. Poiché le motivazioni intrinseche dipendono in parte
dall’approvazione sociale, esiste un effetto di complementarietà strategica. Tanto
più tali comportamenti sono diffusi, tanto più saranno premianti36. Infatti,
uno sviluppo interessante del modello potrebbe essere quello di vedere sotto
quali condizioni i tipi 1 possono trasformarsi evolutivamente in tipi civili,
ma in questo scritto non lo abbiamo fatto. Va comunque aggiunto che se è vero
che un impegno culturale che si limita a rafforzare le motivazioni intrinseche
dei soggetti di tipo 2 non può bastare, al tempo stesso, però, questa seconda
direzione ricopre un ruolo fondamentale, per evitare che nel tempo scompaia il
tipo 2 e ci si assesti sul terzo tipo. Un mondo senza soggetti che, *almeno in
certi contesti* -- ceteris paribus --, *donano* *incondizionalmente*, sarebbe
un mondo più povero. La presenza dei due tipi civili e griceiani – Eurialo e
Niso -- ci dice che nel tempo saranno questi ultimi gli unici a sopravvivere, a
meno che le motivazioni intrinseche si riflettano nei pay-off ed il loro
“riflesso” sia relativamente grande. Questo risultato è già di per sé
significativo. Anche se in determinati contesti la motivazione intrinseca non
riesce a migliorare la performance dei tipi 2, la presenza, magari solo
transitoria, dei tipi 2 svolge un importante ruolo civile e culturale: permette
cioè che l’incontro (o equilibrio) si assesti sulla reciprocità e non scivoli
nella mutua diffidenza. Senza l’esistenza dei tipi 2, o, paradossalmente, senza
il loro sacrificio, i tipi civili non avrebbero potuto sperimentare la
reciprocità, perché in un mondo popolato solo da loro e da tipi standard,
l’unica esperienza possibile è la diffidenza reciproca, la *non* cooperazione
(war is war). Ciò serve a gettar luce sul significato culturale e civile che
nella storia hanno esperienze radicali -- Ciò implica la possibilità di
equilibri multipli ordinabili, cioè la stessa popolazione può essere altamente
inefficiente o altamente efficiente a seconda che un numero anche piccolo, al
limite anche un solo soggetto, decida di cooperare. 37 E’ infatti verosimile
che i tipi 3, quelli civili, abbiano nel loro “programma” la possibilità della
cooperazione perché nell’ambiente esiste, o è esistito, il tipo 2: certo si
potrebbe teoricamente ipotizzare che i tipi 3 co-operino tra loro anche in
assenza dei tipi 2. Ma, storicamente, la cultura civile dell’umanità è andata
avanti grazie all’esistenza di esperienze *totalitarie* che hanno creato
categorie nuove che poi hanno contaminato la cultura generale. Pensiamo, ancora
una volta, alla regola d’oro, o, più recentemente, ai movimenti ecologisti -- come
la comunione dei beni totale, certe forme di accademie o monachesimo, e in
generale i primi tempi dei fondatori di nuovi carismi (si pensi, per tutti, ad
un Francesco d’Assisi e alla sua vicenda storica. Simili esperienze non sempre
sono riuscite a sopra-vivere con tutta la loro radicalità, ma senza di quelle
chi è venuto in contatto con loro (nella nostra metafora, i “tipi civili”) non
avrebbero potuto elevare il livello della convivenza Senza coloro che si sono
fatti imprigionare, e hanno dato la vita per i diritti o per la libertà, oggi
l’umanità – il tipo umano personale di Grice -- sarebbe meno libera e meno
diritti sarebbero riconosciuti. Un po’ come avviene con il sale, che si perde
nella massa ma dà quel di più al tutto. La metafora del sale non è però l’unica
presente in quel codice della cultura occidentale che è il Vangelo: vi è anche
quell della città sul monte, una città che illumina la città sotto monte. La
dinamica evolutiva potrà condurre l’economia sociale, e l’economia di
comunione, o sul sentiero sale della terra o in quello città sul monte. Ma, in
entrambi i casi, occorre che la cultura rafforzi le motivazioni intrinseche. E forse
questo il messaggio culturale che il giocco conversazionale griceiano vuole
dare. Araujo, V.“Quale visione dell’uomo e della società?”, in Bruni, L. e V.
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che è amore, Roma: Città Nuova. Nome compiuto: Luigi Alici. Keywords: reciproco,
alici, amore proprio ed amore altrui, self-love and other-love – il paradosso
della reciprocita – eurialo e niso – noi – condividere la deliberazione –
eidolon – comunita, immunita, genovesi, il canale morale, la fidanza e il
capitale sociale in Genovesi. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice ed Alici,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza.
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