LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: DIZIONARIO D"IMPLICATURE" -- A-Z A

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Allioni: deutero-esperanto – filosofia italiana – Luigi Speranza  (Torino). Abstract. Grice: “We can conceive of  pirot as a talking pirot – cf. talking parot --. Its language, pirotese, must be allowed to undergo phases, which I call proto-pirotese – the mere natural manifestation of a groan --, deuteron-pirotese --- where the pirot now MEANS that he is in pain --, tritio-pirotese – when we add ‘negation’ --, tetarto-pirotese – when we add conjunction --; pempto-pirotese – when we add disjunction --; hector-pirotese – when we add ‘if’ --; hebdomo-pirotese – when we add substitutional universal quantification --; ogdo-pirotese – when we add substittuioanl existential quantification --,, enato-pirotese – when we add the iota operator --; decato-pirotese – when we add the assertion sign versus the imperative sign --; endecato-pirotese – when we add the ‘therefore’ operator --; dodecato-pirotese – when we allow for implicature and disimplicature.” Filosofo italiano. Roma, Lazio. Con Allioni. Novecento novantanove Cod.: codice di corrispondenza amichevole internazionale, Torino, Impronta. Dulichenko’s Boellu is  a misspelling). A code for friendly international correspondence. Digital pasigraphy is indicated in DIAL under the  number 901.121. In the same edition, Dulichenko mentions the linguistic project Arioni-Boera, number  854.74, referring to Fuishiki Okamoto (Rikichi, or Fuishiki, Okamoto.  Perhaps we are dealing with the same project. Indeed, in the introduction, Okamoto lists  several works that influenced the Babm9 language, including Arioni-Boera. Taking into account that Oka moto’s native language is Japanese, it can be assumed that the Japanese spelling is the source of the  confusion. The thing is that there is no “l” sound in the Japanese language. Instead, they pronounce “r”  (voiced alveolar flap [ɾ]). The surnames Allioni and Boella could easily have been transformed into Arioni-Boera in some Japanese source.  In order to distinguish cardinal numerals from other numbers corresponding to code words, they are  written in parentheses: (1), (2), (3), etc.  References: [2], [17], [45], [53]. Ernesto Boella. Boella. Keywords: deutero-esperanto.  Grice e Boella. Con Boella. 999 Cod.: coice di corrispondenza amichevole internazionale. Nome compiuto: Allioni. Keywords: deutero-esperanto, proto-pirotese, deutero-pirotese. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Allioni,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alminusa: all’isola – l’implicatura conversazionale dei nobili siciliani – filosofia siciliana – la scuola di Catania -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Catani, Sicilia. Grice: “Cutelli is like Hart, a jurisprudent, rather than a philosopher!” Si laurea a Catania. Un saggio e il “Patrocinium pro regia iurisdictione inquisitoribus siculis concessa”. Vuole escludere dal "privilegium fori" numerosi delitti come la resistenza a pubblico ufficiale, ed omicidio anche tentato.  Altro saggio: “Codicis legum sicularum libri quattuor” dove manifesta un'idea di politica amministrativa che mira a creare un centro unificatore e un ministro superiore, cui fosse affidato il compito di amministrare e dirigere la monarchia, ottenendo il rilancio economico, la riduzione delle spese e il riequilibrio del conto fiscale. Si reca a Napoli. Acquista il feudo di Mezza Mandra Nova.  Altro saggio: “Catania restaurata”. Altro saggio: “Supplex libellus.”Acquista il feudo di Alminusa e il borgo già creato da Giuseppe Bruno, figlio del fondatore Gregorio, per atto del notaro Pietro Cardona di Palermo. Ad Aliminusa dota la chiesa di Santa Anna e stabilisce un legato di maritaggio di dieci onze l'anno in favore di una figlia dei suoi vassalli, come si scorge dal suo testamento redatto innanzi al notaio Giovanni Antonio Chiarella di Palermo. Acquista il feudo di Cifiliana.  Il suo testamento rivela la volontà di destinare una parte dei suoi possedimenti alla fondazione di un collegio d'huomini nobili in cui si dovesse studiare filosofia: il Convitto Cutelli, o Cutelli. A Catania gli sono dedicati una piazza sita sul percorso della centrale via Vittorio Emanuele II e il Liceo Classico "Mario Cutelli".  Dizionario biografico degl’italiani.  Una utopia di governo. La formazione dell'élite in Sicilia tra Settecento ed Ottocento. Il "Collegio Cutelliano" di Catania, in "Quaderni di Intercultura". Nome compiuto: Conte di Villa Rosata. Conte Mario Cutelli di Villa Rosata e signore dell’Alminusa. Alminusa. Keywords: i nobili, i nobili siciliani, homosocialite, boys-only, male-only, Convitto Cutelli, élite filosofica, all-male establishment, Oxford as non-co-educational – the coming of Somerville! – Grice’s play group as an all-male play group, the idea of nobilita, nobility. --. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alminusa,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice ed Alopeco: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana – Lugi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Alopeco was a Pythagorean. Alopeco. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alopeco,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Altan: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del soggeto -- simbolo, valore – ermeneutica antropologica – la scuola di San Vito al Tagliamento – filosofia friulana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Vito al Tagliamento). Filosofo friulano. Filosofo italiano. San Vito al Tagliamento, Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “I like Altan; he is of course an anthropologist and not a philosopher, although his first rambles were on Croce and philosophy as synthesis of history! – but then I lectured on Peirce’s misuse of ‘symbol,’ and Altan, not a philosopher, just like Peirce was not – repeats the mistake – Welby should possibly know better – Grice: “Altan fails to explain why the Romans felt the need to borrow ‘symbolum’ from the Greeks, and never return it!” Grice: “The examples in Short and Lewis for the Roman use of ‘symbol’ are extravagant – Peirceian almost!” – Grice: “Altan’s point is that a ‘soggeto,’ to communicate via ‘logos’ with another ‘soggeto’ in a colloquium, must rely on this or that symbol, which means that he must rely on this or that ‘valore’ – and unless you share those values, you don’t quite grasp the implicatum in the use of the symbol.” Nato da un'antica famiglia friulana. Uno dei massimi esperti di antropologia culturale.  Destinato dalla famiglia alla carriera diplomatica, si laurea in giurisprudenza a Roma. In Albania durante la seconda guerra mondiale, partecipa alla resistenza, militando nel partito d'azione.  Dopo le vicende belliche, conosce CROCE (si veda) grazie a cui fa il suo ingresso nel panorama culturale italiano.  L'incontro con CROCE, avvicina la sua filosofia all'idealismo crociano ed allo spiritualismo etico, come testimoniano i suoi saggi di questo periodo. Trascorre quindi dei periodi di studio e di ricerca a Vienna, Parigi e Londra, dove si accosta pure all'antropologia e all'etnologia.  Grazie all'influsso di MARTINO (si veda), CANTONI (si veda) (di cui e anche assistente volontario) e Tentori, si dedica all'antropologia secondo un approccio che non si basi esclusivamente sulla ricerca sul campo e l'etnografia ma che fa soprattutto ricorso alla filosofia. Influenzato pure da Malinowski, si oppone allo strutturalismo, aderendo successivamente al FUNZIONALISMO nonché a un marxismo mediato dalla scuola francese degl’Annales. Insegna antropologia culturale alla Facoltà di Filosofia di Pavia, Trento, Firenze e Trieste. Organizza a Roma un convegno di antropologia della società complessa. Vive tra Milano e la sua villa a Grado. Sulla base della sua iniziale formazione in filosofia del diritto nonché della sua vasta conoscenza filosofica generale, dopo una fase di ricerche sulla fenomenologia del simbolo, volge la sua attenzione verso i metodi applicati all'analisi semiotico, quindi si dedica allo studio dei comportamenti e dei valori che lo hanno poi condotto ad approfondire, da una prospettiva storico-culturale e con una visione alquanto critica, la dimensione identitaria degl’italiani.  A. cerca di far capire sia all'opinione pubblica che ai politici italiani l'importanza e la necessità di dare al loro paese una religione civile, come la degl’antichi romani. In questo progetto, vanno inserite alcune fra le sue opere come La coscienza civile degl’italiani e il manuale di Educazione civica. Si dedica allo studio delle basilari componenti simboliche dell'identità etnica italiana – specialmente friuliana --, concentrandosi, a tale scopo, sulla categoria dell'ethnos, individuandone ed analizzandone cinque principali componenti: I l'"epos" -- cioè, la memoria storica collettiva; II l'"ethos" -- cioè, la sacralizzazione di una norma e di una regola in un valore) III il "logos" -- cioè, il linguaggio interpersonale e la conversazionale; IV il "genos" -- cioè, l'idea di una comune discendenza: la ‘gens’ degl’antichi romani -- ed V il "topos" -- cioè, il SIMBOLO di una identità collettiva comunitaria stanziata su un dato territorio – come il Friuli -- allo scopo di trovare una possibile soluzione razionale, dal punto di vista dell'antropologia, ai conflitti tra i vari etno-centrismi.  Altre saggi: “La filosofia come sintesi esplicativa della storia. Spunti critici sul pensiero di CROCE e lineamenti di una concezione moderna dell'Umanesimo” (Longo e Zoppelli, Treviso); “Pensiero d'Umanità. Sommario breve d'una moderna concezione speculativa dell'Umanesimo” (Bianco, Udine); “Parmenide in Eraclito, o della personalità individuale come assoluto nello storicismo (Udine); “Lo spirito religioso del mondo primitivo” (Saggiatore, Milano); “Proposte per una ricerca antropologico-culturale sui problemi della gioventù” (Mulino, Bologna); “Antropologia funzionale” (Bompiani, Milano); “La sagra degl’ossessi: il patrimonio delle tradizioni popolari italiane nella società settentrionale” (Sansoni, Firenze); “Personalità giovanile e rapporto inter-personale” (ISVET, Roma); “Le origini storiche della scienza delle tradizioni popolari” (Sansoni, Firenze); “Atteggiamenti politici e sociali dei giovani in Italia” (Mulino, Bologna); “I valori difficili. Inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche in Italia” (Bompiani, Milano); “Comunismo e società” (Mulino, Bologna); “Valori, classi sociali, scelte politiche” (Bompiani, Milano); Manuale di antropologia culturale. Storia e metodo” (Bompiani, Milano); “Modi di produzione e lotta di classe in Italia” (Mondadori, Milano); “Tradizione e modernizzazione: proposte per un programma di ricerca sulla realtà del Friuli (Campo, Udine); “Antropologia. Storia e problemi” (Feltrinelli, Milano); “La nostra Italia: arretratezza socio-culturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'Unità ad oggi” (Feltrinelli, Milano); “Populismo e trasformismo. Saggio sull’ideologie politiche” (Feltrinelli, Milano); “Per una storia dell'Italia arretrata” (Monnier, Firenze);  “Una modernizzazione difficile. Aspetti critici della società italiana” (Liguori Editore, Napoli); “Soggetto, simbolo e valore. Per un'ermeneutica antropologica” (Feltrinelli, Milano); “Un processo di pensiero” (Lanfranchi, Milano); “Ethnos e Civiltà. Identità etniche e valori democratici” (Feltrinelli, Milano); Italia: una nazione senza religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta” (IEVF-Istituto editoriale veneto friulano, Udine); “La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale” (Gaspari, Udine); “Religioni, simboli, società: sul fondamento umano dell'esperienza religiosa” (Feltrinelli, Milano); “Gl’italiani”: Profilo storico comparato delle identità nazionali europee” (Mulino, Bologna); “Per un dialogo fra la ragione e la fede” (Olschki, Firenze); “Le grandi religioni a confronto. L'età della globalizzazione (Feltrinelli, Milano); Identità etniche, Una religione civile per l'Italia d'oggi, emsf. biografie/ anagrafico.asp?d=328 Il crogiolo, archive. web/ emsf.rai/biografie/ anagrafico ?d=328; “L'esperienza dei valori”, “Identità etniche e valori universali” archive./ /http://emsf. biografie/anagrafico.as Modelli concettuali antropologici per un discorso inter disciplinare tra psichiatria e scienze sociali, in: Psicoterapia e scienze umane, polser.wordpress.carlo-tullio-%altan-modelli- concettuali- antropologici-per-un-discorso -interdisciplinare-tra-psichiatria- e-scienze-sociali-in- psicoterapia- e-scienze -umane -Citazioni «Per la destra l'antropologia è roba per selvaggi; la sinistra pensa solo all'economia; altri sono ancorati a schemi anglosassoni, che vedono le strutture politiche come realtà a sé», da un'intervista rilasciata a Rumiz e pubblicata in La secessione leggera, Roma, Riuniti, Cfr. il saggio autobiografico: C. Tullio-Altan, "Un percorso di pensiero", Belfagor. Rivista di varia umanità,  nonché il testo autobiografico Un processo di pensiero, Lanfranchi Editore, Milano,  Cfr. U. Fabietti, F. Remotti, Dizionario di Antropologia. Etnologia, Antropologia Culturale, Antropologia Sociale, Zanichelli, Bologna, voce A. 772.  Cfr.//controluce notizie-old-html/giornali/a 14n03/18-culturaecostume- altan.htm  Cfr.//segnalo/ TRACCE/ NONPIU/ tullio-altan Frutto di questo nuovo programma di ricerca, e peraltro la monografia Lo spirito religioso nel mondo primitivo.  Cfr. A. Rigoli, Lezioni di etnologia, Renzo e Reau Mazzone editori, Ila Palma, Palermo, Cfr. Fabietti, Remotti, cit.  Fra cui Catemario, Cardona, Galli, Lanternari, Musio, Remotti, Rigoli, Satriani, Tentori.  Cfr. Tentori, Antropologia delle società complesse, Armando, Roma. Da un punto di vista storico, è da ricordare come l'antropologia culturale ha origini giuridiche. Invero, molti dei maggiori antropologi della seconda metà Professore sono giuristi o, quantomeno, avevano una formazione giuridica. Ciò fondamentalmente è dovuto al fatto basilare per cui nessuna società umana è priva di una qualche forma di diritto, anzi tutte le istituzioni sociali hanno una imprescindibile dimensione giuridica; cfr. Fabietti, Remotti, "Antropologia giuridica".  Cfr. Ignazi, "Populismo e trasformismo nell'analisi di A.", il Mulino. Rivista di cultura e politica. Angioni, "A.: un antropologo "anti-italiano". Familismo amorale e clientelismo tra i mali del Paese", in: Il Sole 24 Ore,  Cfr. Enciclopedia delle scienze filosofiche   in.  Cfr. A., "La dimensione simbolica dell'identità etnica",  Finis e Scartezzini, Universalità e differenza. Cosmopolitismo e relativismo nelle relazioni tra identità e culture, Angeli, Milano.  Qui, per regola, si intende una norma, in genere non necessariamente codificata, suggerita dall'esperienza o stabilita per convenzione o consuetudine, spesso in riferimento al modo usuale di vivere e di comportarsi, sia individualmente che collettivamente; cfr.  A. Ethnos e civiltà. Identità etniche e valori democratici, Feltrinelli, Milano -- nonché i ricordi di Galimberti e di Massenzio comparsi su La Repubblica e reperibili all'indirizzo  Cfr. pure Rigoli, A., Un processo di pensiero, Lanfranchi, Milano; A. "Un percorso di pensiero", Belfagor. Rassegna di varia umanità, Ferigo, di A., Metodi et Ricerche. Rivista di studi regionali,   Atti del Convegno Storia comparata, antropologia e impegno civile. Una riflessione su A., Udine-Aquileia, i cui sunti sono stati pubblicati, Candidi, sulla rivista Italia Contemporanea. Fascicolo speciale dedicato ad A. della rivista Metodi et Ricerche. Rivista di studi regionali.  L'antropologia italiana. Laterza, Roma; Alliegro, Antropologia italiana. Storia e storiografia, SEID, Firenze, A., C. Signorelli, "A proposito di alcune critiche: dibattito A.-Signorelli", in Rivista della Fondazione Italiana dei Centri Sociali, Roma; Forniz, "Il Palazzo A. in S. Vito al Tagliamento: dimore illustri nel Friuli occidentale", in Itinerari. A. su Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. Dizionario biografico dei friulani. Nuovo Liruti; Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa in Friuli.  Biografia su feltrinellieditore. Biografia, su blog.graphe. Convegno in memoriam, su qui. uniud. Ricordo biografico, su contro luce. Filosofia Sociologia  Sociologia Categorie: Antropologi italiani Sociologi italiani Filosofi italiani Professore, San Vito al Tagliamento Palmanova Accademici italiani Studenti della Sapienza Roma Professori dell'Università degli Studi di Pavia Professori dell'Università degli Studi di Trento. Nome compiuto: Carlo Tullio-Altan. Altan. Keywords: soggeto, simbolo, valore – ermeneutica antropologica, Croce, filosofia come sintesi, Velia, la porta rossa di Velia, fascismo, ideologia politica italiana, ideologie politiche italiane, simbologia, simbolismo, ermeneutica, mercurio, ermete, mercurio, humano, uomo, umanesimo, Altan e Passolini, Palazzo Altan – Altan nobile friulese, il conte Carlo Tullio-Altan – la etnia friulese, ‘friulese, non italiano’ – dizionario biografico dei friulesi – friul – la lingua friulese – la base romana – la occupazione romana. Aquileia – i friulesi durante il fascismo – contro il friulese, italisazzione – Altan e la resisenza – etnia e italianita, -- romanita ed italianita – friulesita  --  Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Altan,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alvarotti: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale retorica – la scuola di Padova – filosofia padovana –filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Padova). Abstract. Grice: “Most philosophers at Oxford hardly understood my motivation in bringing in conversation into the philosophical picture—it would have been a far cry in the Italy of Alvarotti – where ‘conversazione’ reigned supreme!” Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Nacque nell'antica famiglia nel palazzo di famiglia in contrà Sant'Anna. Il padre e archiatra di Leone X. Insegna semiotica a Padova e studia a Bologna sotto Pomponazzi (si veda) Alla morte di Pomponazzi, ritorna a Padova dove insegna fino al decesso del padre; dopo di ciò dove occuparsi attivamente della sua famiglia.  A questo periodo risale la composizione che verranno pubblicati da  Barbaro con il titolo di dialoghi filosofici: Dialogo d'amore”, “ Dialogo della dignità delle donne”; “Dialogo del tempo di partorire delle donne” e “Dialogo della cura famigliare”; due dialoghi lucianei “Della usura” e “Della Discordia”, seguiti da quello “dialogo delle lingue” e da “Dialogo della retorica” e infine quello “Delle laudi del Catajo, villa della S. Beatrice Pia degli Obici e quello Intitolato Panico e Bichi. Questi dialoghi sono le opere più note di A., nonostante siano stati pubblicati a sua insaputa e non siano mai stati riconosciuti, e hanno avuto decine di ristampe.  C’e anche un “Dialogo della vita attiva e contemplativa” che non venne però inserito nei Dialogi per motivi tuttora sconosciuti. Degl’infiammati, amico di Tasso, si occupa della revisione della Gerusalemme liberata. Autore della Canace, pubblicata a Venezia,  tragedia che da seguito a un'accesa polemica tra l'autore e Cinzio.  In seguito intervenne anche nella polemica tra lo stesso Cinzio e Pigna a proposito dell'”Orlando furioso” e del romanzo come genere letterario. Si trasfere a Roma dove divenne amico di Caro. Tornato a Padova compose i “Discorsi Su Alighieri”, “Sull'Eneide”; “Sull'Orlando furioso” e il “Dialogo della istoria.” Fautore di un classicismo ancor più estremo di quello del vicentino Trissino, cui rimprovera di aver tratto dalla storia e non dalla mitologia il soggetto della sua Sofonisba. Conformemente all'uso greco e, naturalmente, nel pieno rispetto delle unità aristoteliche, si ispira all’Eroides ovidiane per la Canace. Sepolto nella Cattedrale di Padova negl’avelli degl’Alvarotti. Nell'andito della porta settentrionale gli venne eretto un monumento ad opera di Campagna.  A Opere tratte da' mss. originali, Forcellini, Venezia, Occhi, A., in Trattatisti, Pozzi, Milano-Napoli, Ricciardi, Cammarosano, La vita e le opere di A., Empoli, Tipografia R. Noccioli; Bruni, A. gl’infiammati, in Filologia e letteratura, Bruni, Sistemi critici e strutture narrative, Ricerche sulla cultura fiorentina del Rinascimento, Napoli, Liguori, Fano, Notizie storiche sulla famiglia e particolarmente sul padre e sui fratelli di A., in Atti e memorie dell'Accademia di Padova, Padova, Randi; Fano, A., Saggio sulla vita e sulle opere, Padova, Drucker;  Floriani, I gentiluomini filosofi. Il dialogo culturale, Napoli, Liguori; Fiorato, Fournel, Il “camaleonte” e il “cuoco”. A. e la critica del romanzo, in « Schifanoia, Jossa, Rappresentazione e scrittura. La crisi delle forme poetiche rinascimentali, Napoli, Vivarium; Jossa, Verso il barocco. A. e Borromeo: tra retorica e mistica, in Aprosiana,  Pozzi, Le lettere familiari d’A., in «Giornale storico della letteratura italiana » Pozzi, La critica fiorentina fra Bembo e Speroni: Varchi, Lenzoni, Borghini, in M. Pozzi, Ai confini della letteratura. Aspetti e momenti di storia della letteratura italiana, Alessandria, Edizioni dell'Orso, Sperone Speroni, volume monografico di « Filologia veneta », Padova, Editoriale Programma, TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Camillo Guerrieri Crocetti, Sperone Speroni, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Sperone Speroni, su sapere, De Agostini.  Luca Piantoni, Sperone Speroni, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere di Sperone Speroni, su Liber Liber.  Opere di Sperone Speroni, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Sperone Speroni,. Audiolibri di Sperone Speroni, su LibriVox.  Michele Messina, Sperone Speroni, in Enciclopedia dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. DIALOGO DELLE UNGVE. I NT ERLttC VTO R I,  Tìembo l Lazaro, Cortegwo, Scolte, 1 Lafcari, Perette.  odo dir,mcffer Lazaro, che la Signoria di Vettetia iìb\é condotto a legger greco, la» tino nello jìudto di Padoua:è ite ro qucUot Lai. Monfignorp. BtM. Che prouificnc è lauo* fira:Ls z. Trecào feudi d'oro. SEM. Mcffir Lazaro,io me n'allegro co mi,con le buo ne lettere, cr con li lludiojì dtqucUeicon noi prona,pe» roche mnonsòbuomonifjuno della uojìraprofcfiiioue t che andaffe prejjb d quclfegnOìOite fetc armato : eoa le buone lettere pOÌ,le qualida qui innanzi non mendicherà no la uìta loro pot(erc s <£r nude; cerne fono ite per Io puf* fitojrì allegro etìandia con lo jìudioj^rglijiudkfidi pa doua;cut finalmente è tocca in forte tale macero iquale tingo tempo hanno cercato,?? difidetatoMabuauifo^ the egli ui bifognerà fedisfar r.an tanto aSmmetsjo difiàtrio, che hanno gli huomn i i d'imparare, quanto adunai infinta {paranza, che sha diuoijZrdetk uojha dottrina. Ikhe fare nuoua cofanon iti farà i cofifetc tifato d'affati* carni, cr con le uofbre bieuoli fatiche operar gloria in uoi,et in aiuruiuertù.LA2.Mojignor,(cmpremaiionba pregato Dommcdio^hc mi du grattaci occajìosc una  N uotd DIALOGO me ut concia: patti catdtopmow di Kd.RU per ztr* LtLmi^rtouoglu lidia, ^nadoncam  ritti che mfTuno a* è ^op^ etw / M g" S I itine pnfettmcntc . On* egl. e Jt m* CT MU  fi hLnU Éfee«W»e«^ è Aium» fi fattamente,  f, prtri n***rrL«i Hetmi /ìmilmcOTtnaa *d £ feeinpret». ^mbeamcj^e^ndcmg^dacbe  m fammorttlipcrfM*. LA2, Ifcgjucojif <U«,fenr icWi delolw&tectwto altre f ^«"f*  frtae:>£ di <pdk<dtre ne il deh «e W4,  DELLE LINGVE. t)g  può recare il parlar bene attamaniera del uolgo. Bem. 1*2$ è ben uero,cbe tanto più uolontieri fi dotterebbe iin parar lalingua grecarla latina, che la Tofcanaì quan to di quc^a quelle altre due fono più perfette, er più ca* re. ma che la Tcfcafia da [prezzare dei tutfypermcn* te lo direi j parte per non èrebugia,parte per non parer dbauer perduto tutto quel tempo,che prender udii in ap prenderU DcUa bebrea.io non ne fo nulla: ma per quel* lo che io n'oda dirc,quan;o la Utina gli italiani, altrettan to o poco meno fiata la li Genna>ua.LAT.A me pare, quando m guardo, che talefia la uolgar Tofcana perù* fretto atta lingua Uttna ; quale la feccia al u'mo : pero* che la uolgar e non ì altroché la latina guatla^? corrot U boggimai dalla lunghezza del tempo, o dalla forza de barbari ; o dalla mjira uiltlPer la qual cofa gli italiani, U quali atto'ftudto della Imgualatina la uolgarc anttpon gono,o fono fcnzagiudiw, non dtjcerncndo tra ytcU lo, chcè buono, crnon buono io priui in tutto d'inge- gno non fon poffenti di pofiedert il migliore . Onde quthììauuiene,che noi ueggiamo auucnire di alcuna human* compietene :la quale fiemadi uigor natura* le nonbauendouertùdifare del cibo fangue, onde m m ilfuo corpo, quello in flemma cornate, che rende lo buomo da pocoì^r nelle proprie operatimù il fa ef= fere conforme atta qualità dcWbumore . Ma egli fi ud- rebbe dare per legge ad ogn'uno :a uolgariilncn parla- re latinamente, per non diminuir la riputatione di me- fìa lingua diurna: a letterati, che mai da loro, fe non . cojbrtìti di alcuna ncceftità, non fi parlale volgare  U i atta  Si maniera de gli ignorantùacciocbel uclgo arrogante ton Vcfiempio&r autoritàde grandi huamini, no» preti* iefle argomento di far conferita delle fue proprie brutta rei et ai arte ridurre la fu* ignorantia. cort e G.Mef* (er haxaro, qui tranoi ditene il male che uoi tioiete di ùueflilmgm Tofamaifolamente quello non falche fe- ce Vanno pacato mejfer ROMOLO (vedasi) in quejia città ; il quale orando pubbcamente,con tante, er taliraghni biafimo total lingudAordfujbc innanzi bareitolto d'effer mor to famiglio di CICERONE (vedasi), per batter bene latinamente par iato : che uiuer bora con quejia Tdpa Tofcano. L a z. Se io crcdefii bifognami perfuadere <t ifcokridi Padova, che la lingua latina fuffe cofa da feguitare, er da fuggir U Tofcana ; 6 io non u onderei a legger latino, ofbcrc* rei che delle mie letttoni paco frutto fe ne doueffe piglia* re, ebe dafe flcfli noi conofcendo t giudicarei,cb'ef$i man zafferò d'intelletto,non fapendodtilmgueretra pnnei* pij perfe noti, strale conclufioni : il quale difetto non ha rimedio niffuno . Onde io tti dico, che pia toflo «or* retjiper parlare, comeparlaua Marco TuUio latino, che effer papa Clemente . Costig, Et io cono* feo di motti kuomini, che per effer mediocri Signori, fi (ontentarebbono d'effer muti, già non dico che iofta una didaeSo numero -.ma dico bene dicob con uofbra grati*, poi che il affitto è dal mio poco intetiettojo non tiedo per qual ragione debba Ibuomo apprezzare la Un gua greca, ne la latina > che per f aperte [prezzare, mi* tre, er corone, che fe ciò fujjfc, flato ferebbe di maggior égtàti il«iteJMK>i ol cuoco di Demoéìhene, er di CICERONE (vedasi): che non è bora f imperio, et il Papato, EhmbJ Non creggiate, etw incjjèr L«&fre bramifolamente Lt lingua latmadi Cicerone, la quale era commune a lui t cr gli altri Romani : ma mfieme con le parole latine e* gli difìdera [eloquenza » o 1 ftpienza di lui : che fu fu* propria y ertoli d'altriita quale tanto più ecceUentt dee riputar fi d'ogni mondana grandezza, quanto aWal* tezza de principati fi [ale per fucccfbonc,o perforte,out a quella delle feienze monta. [anima nofira non con altre: ali, che con quelle del fuo ingegno,%r della fua indù* foia . Io fo nuUa per rifletto a quegloriofi : ma qudpo* coccio nefo delle lingue, non lo cangierei al Marche* fttodi t&antoua . Laz, lonontredo Monfìgnor mio, ckeuoicrcggiate>cbe molti de Senatori, vde Confala* ri di Roma, non che tutta la plebe coft latino parlale » come faceua lAarco TuIlioiaMicuilìudijpiu fu Rem* obligata,èic alte vittorie di Cefare. Onde io difli,ty />£>= n dicodinuouo, che più i)limo,& ammiro U linguaio» tino, di ciccronctcbe [imperio d'AUgujìo. T>eUe laudi del la qual lingua parlarci al predente >non tantoperfodhfa* re aldiftderio di quefìo gentiluomo da bene, quato per che io fono obligato di farlo.ma otte uoificte,non fi con* «iene, ée altri che uoi ne ragioni : 0* chi faceffe altra' mcnteftrebbe ingiuria alla linguai egli farebbe («ih» toprofontuofo. Bem, Quejlo ufficio dilodar Ulingu* latina per molte ragioni dee effere mjbro ; parte per ef» fergiàdejlinatoad infegnarla pubicamente : parte per ejferltpiu partigiano che non fono io, il quale non tifli* no cotante: fi che però io difèregi la uolgare Tofana :  n $ cr <jr a tcbe io non la prepofi fe non ad un Mirebefatoyoue ci Ihauctc me [fa difopra all'imperio di tutto l mondo . Dunque a uoi tocca il lodarlaicbe il lodandola farete grt to iUa ]xngui,atta quale il nome uoflro,cr la fama uofhra è grandmane obligata: cr con quello buongentilbuo* ma corte fanente apcrarcte, il quale dianzi non fi curò di confeffire d'bauere anzi dello feemo, che nò, per udir uoi ragionar della fua ecceUenZd.L AZ.Et io, poi che UO lete cofi ; uolontieri la loderò, con pitto di potere ìnfìe* inamente bufano- la uolgarcje uoglii me ne uerrà; feri* ZA che uoi (babbiate per mule. B e m. San contento : mi fu ilpatto communc,cbe quaio uoi uituperarete; io pofa fa difendere. L a z . Volontieri. ma a noi gentiVbmmo dico,cbc io poffo bene incominciare a lodare labuond lin gua latina, rendendouila ragione perche io la preponga, atta fignark del mondo ; ma finire non neramente, tanto ho da dire intorno a quella materia : non per tato mi ren do fìcuro, che quelpoco } cliio ne dirò, ui perfuadcrà ai efferle molto più amico, che uoi non fiete al prefente al* Ù corte di Roma. Corteg, Qucfto uoi farete da* poi. bora io uoglio per lamia parte, che qual bora cofi direte,cbe io non intenda, interrompendo il ragionamen to,poffapregarui, che la chiariate. Laz. So» contento. Dunque fenza altro proemio farejo dico incornine cimio,cbt quantunque in mite cofe ftamo differenti dalli Muti animali, in quejl'una principalmente ci difcoliiamo da Lorójche ragionado^fcriuèdo comunichiamo (un (al tro il cuor nojbro: laqualcofanon poffano fare le bel tic. Dunque fe cofi è, quettipiu diuerfo fari dotta natura dé bruti, il qu*k parto ì er fcriuerà meglio. Per la cofa chiunque ama d'ejfer kuomo perfettamente, ceti o= giti Audio dee cerare 'dì parlare, er fcriuere perfetta* mente : er chi ha ucrtìi di poterlo fare, ben fi può dire * ragione lui effer tale fra gli altribuomini,quali fatigli buomini iftcfc per ricetto alle tejiie . qua! tutti di parlare,^ deferiucre i Greci e? Latini quafi uguabnè* te j appropriarono. Onde le loro lingue uègono adefur qucUexbcfole tra tutte {altre del mondo ci (anno diuerfi per eccellenza dalle barbare^ dalle irratioitaU creata re. Et è hi drittoiccnciofta cofa che tra poeti volgari ufi tiouerìhabbiajhy.taleagiudicio de liarcntinipcffitag* guagliarft a virgdio,ad Homero, ne tra foratori a De= molibene,oaì\ùrco Tullio, Lodate quaiouoltte il?c trarca,et i 1 Bocca«io,Nci no farete fi arditi,cbe ne egua Upò>ne inferiori troppo nicini li facciate alli antichwn- Zi da loro tanto lontani li lrouerete,cbe tra quei rifares- te cft d'annoverarli . Hcra no ucglio nominar d'un in n* no i jeriffori Greci, et Latini di gradcjcccllòta,cb'io «3 ne Marci a capo in unmefe : ma fon cotento di quelle due copie. troucrajii a cofloro in altra lingua alcun paref di" rò di memai no fono di fi rea uoglia,ej fi fW/to.cbe leg* gelido i lor uer/i er Icrationi Icro^on mirallegri . tutti gli altri piacer iMtigU altri diletti, fejìcgiuochijuoni, caulinno dietro a que^uno.ne dee b«omo merauigliar fene,però the gli altri folazzifono del corpo jet quello è dell'animo . onde quanto èpiunobile cofa rinteflettodel Jen/o, tante è maggiore et più grato quejlo diletto di tutti gli altri. Coki. Beri iti credo ciò ebe dicete iperoche qunlunche uolta io leggo «tirane noueUe del nojbro Boccaccio, hnorno certamente di minor fa\na t che Cice- rone nmè,Ìo mi fento tutto cangiare : majìtmamente leg genda quelli di Rujlico,&- d' Alibechrf Akthiel, di Pc ranella,^ altre cot4li,liqualtgouernatioiftntimenti di chi le legge, cr fanno fagli a lor modo, Ver tutto ciò io non direi ioutr buomo arguire f eccellenza d'alcuni lingua : più lofio credo U natura de le cofe deforme bd= vere uirtà d'immutare il cerpo,er la. mente di chi legge. B e m. Qucjìo nò,ma la facondia è fola,o principale c#> gtone di far in noi cofi mirabili effati. ey elicgli fìa ti ue rojeggetc Virgilio uolgareMo'-o Remerò, ey il Boc* caccio mnthofcanoiv non faranno quefti miracoli, dunque meffer Lazaro dice il «ero, quando di idi effetti pone la cagione nelle lingue . JM i non proua per qucjìo tafua ragione non fi doucr imparar altra, lingua, che U Istmo, i ej la greca : perocbejc la nofha volgare froggi= di no» è dotata di co fi nobili autori: già nonècoftimpof: fMe,cbe ella nbabbia,quando chejia poco meno ecc cl- ienti di Virgilio,©* d*Romero : cioè che tali fiano nella Ungi wAgare,qualifono cofloro nella greca,ty nella la* lina. Lai. Quando cgliamtcrra, che la hngtu hoU gxrehabbiaifuoi Ciceroni,ifuoi Virgili j,ifuot Romes rUy i [noi Xìemoflbcni iOÌlhoraconpglierò che ella fia cofa da imparare, come è bora la latina, ©- lagreca  Ma qucjìo mai non farà: conciona cofa che la lingua non lo patifee per efjer barbara,fi come ella è ; er non capace ne di numerose di ornamento . Che fe que quat* tro,non che altri, rinafeejfero un'altra uolta, © con l'ingegno. pgm,e con {"industria mcdefima,con la quale grecami" te cr ùtinmente poetarono cr orarono, parlaffero er feriueffero uoìgmncte^i no [{irebbero degnidel nome foro . Non uedete mi qaejìa pouera lingua batterci no* mi non declinabili, i utrbifetrzA coniugatone, cr /f nzd participio ;er tutta finalmente fetxtd niffuna bontà* CJ* meritamente per certo: contiofiaa>fa,cbe per quello che io n oda dire da fuoifeguaci, la fua propria perfettionc eofftc nel dilungarfi dalla lamaìneUaquale Miele parti dell or adone fono intere e? perfette.cbe fe ragione mi tajje di biafmurla, quejìofuo primo principio, cioè/co* farfi dalla latina,* ragione dùneflrdtìua dcSafua pravi* tà . Ma che i ella moiira ncUafua fronte d'bauer battuto la origine,e taccrtfeimcnto da barbari, cr da quelli pritt cipalmente,piu che odiarono li Komam t cioè da fracefv, tt da Provenzali : da quali non pur i nomi,i uerbi, ©* gii tduerbi di leim torte anebora deh" orare,*? del poeta* refiderittò. O gloriofo linguaggio . nominatelo come ni piacevole che italiano nòn lo chiamiate s effendo uenm to tra noi d'oltre il mare, 0* di Ila daUdpi } onde è chtufc f [Un : che gii non è propria de Frane* fi la gloria, che fiatine fiano inuentori,cjr accrefeitorim deh" inclinata ncMlmperiodiRomain quamainon uennein Italia ttatiom niffuna fi barbara,?? «>fi primi dtbumanità, Hwwi > Goffi, Vandali* Umgobardi,ctiaguifadi tro* pheo, non ni lafcùffe alcun nome, o alcun nerbo de pi» eleganti, ctìeUababbiaifj mi diremmo ibe Hoig<o» mente parlando poffa nafeere CICERONE (vedasi), o Virgilio i Ve rmente fequejhkngM fujjc colonia delklatina ;non  oferei «/era eonfefftrb : moiro meno il dirò,effendo lei una m óiftinti canfufione di tutte le barbarie del mondo.nelqui k Cbioi prego Dio che mandi ancbora li fu* difcordia ; U quale sparando una par oh daU altra, er ognun* di loro mandando alla propria fua regione ; finalmente ri* mmga a queHapouera Italia il fuo primo idioma : per lo quale non meno fu merita dalle altre prouincie ; che te muta per le anni . Io uerame nte poco ho letto di quefte tofe uolgari,?? guadagnato pimi d'baucre affai in per Aere di fìudiarlexb'egli è meglio non lefdpere che faper termi quante uolte per mia disgratia rìbo alcuna ueduta iltrettante meco medefmo ho Ugrimatokncftri mi/és ridtpenfando fra me quale fu già, er quale è bora li Un* gud,onds parliamo er fcriuiamo.zT noi uedranogUmai Cicerone } o Virgilio tbofcanofpiu tojto rmaf. eranno Schiumi, che Italiani uolgari ; faluo fe per gioco non fi dirà in quel modo, che iferui fanno ri lor Re ; er i prU gionieri iUor poderi. Ma tal Virgilio, er Mi Cicerone, Morder Turchi pofìonobauer nelle lor liiiguc;pa-ò parlando una uolu con un mio amico, che moto ben sin tendea della lingua Arabefca ; ini ricordo udir dire, chi Auicenna banca, compojìe di molte opere ; Uqualt fi con nofceumo efferfuenon tutto iWinuentione delle cofa quanto allo fide, ndquale di gran lunga auanxaua tutti gli altri fcrittori di quella lingua, eccetto quelbde l'Ai* corano. Dunque come proportioneuobncntc Auicenm fi direbbe Marco Tullio fi-agli Arabi ;cofi confeffodi.* vere nafcare,<mzi effer già nato er forfè morto il Virgi* Ito uolgare ; ma èco bene che tal Virgilio è un Virgilio.  dipmto. Ma il buono cr il nero Virgilio, ìlquale, k* f dando fornire da canto, dotterebbe rbuomo abbraccia* re,ba Ut lingua Latina, come k Greca ha f Homero ; cr facendo altramente fimo a peggìor conditione, che non fono gli oltramontani, li quali esaltano cr riucrijcono fommamentek nojìralmgua Latina ;er tanto ne ap* prendono, quanto poffono adoprar ? ingegno ; il quale fe pare in loro fuffe al difio ; mirendo certo che di breue k Gcrmmia,et kGallia produrrebbe di molti ueri Virgilif Ma noi altri fuoi cittadini(cclpa er uergogna del nojiro pocogiudicio)non fokmcnte non l'honoriamoynaa guì* ftdiperfone feditiofe tutta uk procuriamo di cacciarla della fuapdtrkìzr in fuo luoco far federe queffaltra-Ael U quale ( per non dir peggio ) non fi fa patria, ne nome. Cori, A me pare meffer Lax<iro,che le uofbre ragia mperfuadano dltruia non parlar mai uolgarmente :U qulcofd non ft può far e, fatuo fenon fifabric&ffetmd nmua città* k quale habìtajferoìlitterati ; oue non fi parUfjefe non latino . Ma qui iti Bologna chinop. par.* laffe uolgare t non barebbecbil'intcndeffi,ey pareb* be un pedante; ìlquale con gli artigiani fitceffe il TwI* Ho fuor di propofito . L a z. Anzi uoglio, che cofi come per U granari dì quelli ricebi fono grani d'ogni manierd,orzo,migUo,fromentOiO- altre biade fi fata- te, dtUe quali altre mangiano gli buemini, altrele be* fliediqueUa caja;cofi fi parli diuerjamente bor lati* no, bar uolgare, oue er quando è mejlieri . Onde fe Ibuomo è in piazza, in uiSa, o in cafa col uolgo, co* contadini, co' ferui, parli uolgare, cr non altramente :   ma nelle [cole delle dottrine er tra i dotti, oue pofii/cmo Cr debbiamo effer huominifu bumano,eioè Ittino il ra* $jonamento.cr altrettanto fia detto della fcrittura:k* quale fard ti/Agar Lnecefìita,ma la elettrone latina, «taf imamente quando alcuna cofa faiuemo per defide* rio di gloria ; la quale mal ci può dar quella lingua, che «acque, er crebbe conia nofbra calmiti* fj tuttauia fi tonfava con krouina dinoi.'B et m. Troppo afpr amen \e acculate qucfta innocente lingua: la quale pare che molto più ui fu in odio : che non amate la lattina er k greca.Terocbe oue ci baueuatepromeffo di lodar quel* k principalmente, er k thofcana alcuna mito, uencndo il cafo,mtuperare; bora bautte fatto in contrario: quelle non bauete lodatoci quella una fieramente ci biafimate; et per certo a gran tcrto: peroebe ella non è punto fi bar tarara, ne fi priua di numero er ibarmonia, come la ci bauete dipinta, che fe la origine di lei fu barbara da prùt ciptoi non uolete uoi che in ifyatio di quattrocento o cin* qucccntoannifia diuenuta cittadina d'Italia? per certo fhaltramente liKomanimedefmi,liqualidi phrigia cac dati uennero ad babitarc in Italia, farebbero barbari: le perfone, i coflumi,ryk Imgualoro farebbe barbara : lUalia, k Grecia, ©" ogni altra prouinàa, quantunque manfueta, er bumana fi potrebbe dir barbara fe l'erigi* ne delle cofefuffe bafìate di recar tcro quefìa infame de» nominatione . Confcffo adunque k lingua nojtramaterz tiaeffere una certa adunanza non con fu fa, maregokta di molte er diuerfe uocijnomi,uerbi t ZF altre parti dora tione ile quali primier amenti da prone ©* mie natani    d e 1 1 v l i H o v i. ro^  in Italia iiffemirutcpid cr artificiofa cura denojìn prò genitori in fime raccolje : er ad m fuono, ad uru nor* md, dà un ordine ft fittamente compofe, ebe c$i ne/or* «uro» qttctk imgtu, k quale bora è propria nofha,cr tion d'alai, imitando in quefìo ld madre nofbd natura: U qudle di quattro elementi diuerfi molto fra loro per qua» liti, er per [ito ci ha formiti noi altri più perfetti, er più nabli i che gli clementi non fono, imaginatcui, mefi fer UXtro, di uedere [imperio, k dignità, le ricche zc, le dottrine, er finalmente le perfone, er la lingua £ Italia in forza de barbari in maniera, che il trark lor Me mani fu cofa quafi imponibile : ttoi non vorrete m uerc al mondo imercantarie ifiudiarc! parkre uoicuo fb-i figliuoli ì Ma kfckndo da parte [altre cofe t parla* rete latino, cioè inguifa,cbe no it intendano iBolognefi; o parlante in maniera ch'altri intenda,^ rif^odat Dan qut una uolta il parkr uolgarmente era fona in ìtalk ; ma in proceffo di tempo fece Ibuomo ( come fi dice > di quella faxa, er neceflita torte, er l'inéujìria detUfud lingud.Zt co/ì come nel principio del mondo gli fcuouii- mdaUefiere fi difendevano fuggendo,®- uccidendo few za altro; bor paffundo pia oltre a beneficio er ornamene to deUd perfona ci uefiiamo delle lor petit: co/ì da primi, d fine follmente d'effere intefi da chi regnata, perlaM* mo uolgdre: bord a diletto,er a menarla del nojbo no me parliamo, crfcriuiamo uolgdre . O egli farebbe me* g(io che fi rdgiondffe latino: non lo nego; ma meglio }w febbe anebord, che i barbari mai non baueffero prefa, ne dibatta [Udii i cr the l'imperio dì Komafuffe du- motato in eterno, Dunque fendo altramente., àie fi dee fa* re f uoglùtm morir il dolore! réiar mutolii V non partar man finche torni arinafcere Cicerone Virgàoì Le afe, i feinpi/jCr finalmente ogni artificio moderno, i difegni, i ritratti di metallo er di marno non fono da e\ fer pareggiatiagli antichi-Aoutrno però habitare tri ho fchi f non dipingere, noufmdcre, non ifculpirc, nanfa criccare, non adorar Dio i bafla a rfciwwo mffer L*= zaro mio caro, che egli faccia ciò che egli fa, er può fa* re,wfi contcntideUefue fòrze. Coniglio adunque, et mmonifco ciafcuno, che egli impare la lìnguagreca,er Utina, quelle abbracàe,queHehabbia career con l'aiu* to di quelle fludie a farfi immortale.m a tutti quanti no ha partito ugualmente nomenedio ne Fmgegno,neUcm po P w ui uuò dtre, farà alcuno perauentura,cui ne na* turale wdufb-ianon mancherà ;nu&tdimeno egli ferì auafi che dalle fiette mimato a parlare o-fcrwer me* vUouolgare, ée latino inunfeggetto, rjmuna ma ìerkmedefma; che dee fare egli f Cbecio fiadueroi vedete le cofe latine del Petrarca, cr del Boccaccio, et tagliatele aUc loro uolgarUi quelle niuna peggiore iiquelicniunamigUore giudicarete. Dimqmda capo confei» et ammonifeo noi meffer Lazaro, [cratere er parlare Unno, comequetio che $ai meglio jatuete& parlate latino, che non uolgare : tua ira gcntilhuomo, il quale ì Ut pratica della corte,o {inclinatione del uoftro nlcanentollrmgedfar altramente, olir amente confidio • cf /scendo altramente nmfolmente non muerett l^ Q mrato, m4mopmghrÌpfo,qimtofamndo,& parlando" bene ttolgarc t almeno a ualgari farete caro ; ouetnalamentc fcrtuendo,et parlando latino,udt farelìe a dottiparimentc,cr indotti Ne làperfuadaTtloquen* tiadimejfer L-axaro più tofio a diuenir mutuiate com pontre uolgarmcnte,peroche co/i la prcja 7 comeil uerfo della lingua moderna, è in alcune materie poco meno nu torrefa, & di ornamenti capace delia grecai della fd=» ima. I uerft hanno lor piedijor harmonia,lor numeri le profe il lorfluffo di orationeje lorjigure,ey le loro eie* gonfie di parlare, rcpetitioni, conucrfioni } complefiioni cr altre tai cofe-per le quali uon è forfe t come credetegli uerfa una lingua dall'altra : chefe te parole fono diuerfr. Torte del cottiporteiet deU 'adunarle è una eoft mede firn* nella Lima, ey nella tbojcana . Se meffer tataro ci ne gaffe quefio: io li dcm4ndercì,onde è adunque ^che le cen to noueUe non fono beUe egualmente,™ ifcnettt delVe trarca tutti parimente perfetti* Certo bifognarcbbe,che egli dkeffe niuna or ottone, niun uerfo tbofeano non ef* fer più brutto, ne piti bello dell'olir o,w per confeguen* te il Serapbmo ejfcr eguale al Petrarc&o neramente con feffarebbefra le molte compojìtioni uolgari alcuna più, alcuna meno clegóte et ornata demolirà trouarfhla qual cofa non farebbe cojj, quando eUefuffero del tutto priue dell'arte de Tarare, zj del portare. Lai. Alou/ignore io negai k lingua moderna bauer infe numero, ne orno* ' mentore confonantia,w lo nego di nuouo, non per ejbe rknta ch'io rìbabbiama per ragione;chefc Thmmo,fttt za punto faptr fonare ne camburro, ne tromba, jolo che gUoiama mito, per la loro fpiacciiokzxa, pttogùtdicare ure non effere firomcnti atti tifare hamtmU, ne Mo ; coft udendo, formando per me mcdefimo que* fte parole uolgari, alfuomdi ciafeunadi loro feparat*. tkU'altreifcnza ch'io la compone altramente affai bene comprendo, che diletto poffanorecare agli orecchi de gii afeokanti le profe, <y i uerfuchefe ne fanno : itero è, che queflogiudicianon Uhi ogrìuno t ma colora foUmcn te, i quéi fono ufatx a ballare al fuano de i liuti, er de i titoloni . E mi ricorda, emendo una nota in Ve:ietii,oue eri/io giunte alcune natii de Turchi, udire in quelle mi tornare di molti fbramenUi dei quale nel più. fpkceuole, nel piti noiofo non udì mai alla ulta tnkynondimeno a\co loro, che non fono ufi Se dclkie fìtalit, pareua quella una dolce muftea ndtrettanto fi puodire della numero? fità dett'omianc, er delnerfo di quefta lingua. Alcuna ttolta qualche confonanza ui fi ritratta, che meno i»gr*« (4 er mcn brutta fa CtmdeR'altrayna quella infe è tur* mania?? mufm di tamburri,anzi d'archibufì e di falco* netti, che introna altrui [intelletto, er fere,?? (ìroppia fi fattamente, che egli non è pw atto a riceuere impref* Clone di pindelicatoflromento, ne fecondo quello ape* rare. Per la qual cofa chi non ha tempora «erta di food* re i liuti, er i unioni deUa latina; più toflofi dee fare o* tiofo, che por mano a i tambum traile campane delia volgare: imitandoieffempio di PaUadede quak-per non fi dilìorcere ttelk faccia fonandogittò uia la piuaji che era data inuentrice va' fu a lei più gloria il partirla da .f<„er nondegnar d'dppreffarlafi attafuabocca, che non fu utile a mrfia il ruoglterla, a 1 fonarla,, onde ne  perdette    DELLE I.IHGVI, IOJ  perdette la pelle. Vero écefìe Mofignore quéprinùm tiebi Tofani efferc fiati sforzati a parlare inquet?amd nicrjjHow udendo con /fatto trappaffar la hr uita : er àie noialtri pojìeriori habbiomo fatto dellahriii forza titsjba virtù i qucflo è uero : ma maggior laude dà altrui quelli violenza ; che a nei non reca quefla virtù . gloria fu a loro l'ejjlr folerti nelle miferie : ma biafmc,crfcor* noianatltrijhora che liberi femojl dar ricette &con jeruare lungamente un perpetuo tejlimcnio della ncjìra utrgognd>o quello ncnfoLmcntc nudrire j ma ornare : altro non effetido quefla ìmgua ualgarc, che uno iv.ditio dimojlratiuo della ftruitù che gli Italiani Guerreggiane do una j olla U uoibra Rcp iìbhca,crnon le baftavdo fo= ro tri argento a pagare t faldati ;fcc e ( cerne fi dice) Rampare gran quanta di danari di cuoio cotto col cerno di fan Marco, er con quelli fcjlcntò, tj uùifc laguerrai cr fu fapientùt Venetiana quefla .mafea tempo di pace hmeffero continuato a prendere quella moneta, ejrafar h digiorno in giorno più bclla,tj dimiglior ccramegià farebbe contienila in auaritia lafapienza. tiara fc alcuno ci hiuejfejl quale, prezzato loro, cr f argento,fa* eeffe del cuoio the foro ; non farebbe egli pazzo coftuiifì ueramtnte . Ma noialtri, cui mancando iltheforo lati* no, li ncftrd calamità fece prouedere dimoneta uolgare ; quelli non cibajla di jpendere tuttauia col uolgo*he étto nonne conofee, «e tocca, ma uenutone fatto di ri* courarlc perdute ricchezze ; lei tuttauia conferiamo : crne ijecreit dell'anima nofca, ouefùkuano ferrar lo* ro, er l'argento di Roma, diamo ricetto alle reliquie di  O tutta  DI A I O G O  iultta la barbaria deh nondo. Cori. A me paremef* fer Lazaro,che quello non fu ne lodar la lingua Latin*, ne uitupcrar la uolgareyna più tojlo un certo lamentar fi drtìti reuma, d'ìtalia : la qual cefi, cerne i poco fruttile >ft t cofi è molto difcojla dal nofiro proponùnento ; onde non vi uedo partir ttobntieri. L a z. Varui che"! bufimo di quefta lingua fta poco, quando io congiungo ilnafcimen to di lei alla diftruttione deU'hìipaio,0' del nome latinai CT l'accrefcimcnto dilei dimane mento delnojìro intel* letto tgi'a me non laudante in que&a maniera, per farmi piacere . Cor t. Citi non giudico biafmo-ma me* Tauìglia più to&o : che gran cofa dee effer quella, di cui non può Ihuómo parlare y tacendo larouìna di Rem, che fu capo del mondo . cr che quello fta ucro ì poniamo che non i Barbari, ma i Greci Ib^ejfcro disfatta,cr che da indi In qnaparlaffero Atemefegli Italiani ; un biaft* mrefte la lingua Àttica iperoebe tufo di lei fuffe con- giunto alla frittiti nojhra-L a 7. Se ciò jiato fujfe,no finb be fulaguafta,ma riformata l'Italia .perche non fola* mente non biaftmerei il disfacimento di quejio imperio, ma loderei Dio che lui batte ffc uoluto ornare di linguag già conueneuoU alla fu* dignità. Cobt. Dunque mag giare il danno Sbatter perduta la lingua, che la libertà ì L A z. Si fenxadubbio : peroche in qualunque Stato fu fbuamo,o franco,ofoggettOì fempremai è huomo, ne da ra più d"huomo ima li lingua Latinaha uirtudiftre di buomini Dei, cy di morti, non che di mortali che ftamo, immortali perfamx.V,tcbe ciò fia uero$imperù> stoma* pò, efee/t dijìefe per tutto, è gii guajìo ; m U memori*  dm  IQ< J  detta grZdexza di hà conferita* neUhijhrie ai Saltijlh, CT di Limojura ancora, durerà fin cbe'l deh fi mal uerauzr altrettanto fi può dire delF imperio^- della /w* gita de Greci. Cor. Quejìa ttirtà di far leperfone fmà le p molti fccoli non l'ba,cb'io credala bijùria arerai latinawne Greca, e Latinayna come l'bifiorid ch'èttà èi laqualejn qualuque idioma fu feruta da alcuno:i fempre mai (tome alcun due) testimonio del tempo, luce della ucriù, utta della memora, maefko della ima d'altrui, crnnoucUamento dell'antichità. Lat. Voiditeilucro no effer propria qucfla uirt* delibijìorie Greche,?? La Une,non che altra lingua ne fa partecipe, ma percioebe tutte l h,)lorie Gre. he, et Latine non hanno battuto tal pnuilegioi ma quelle jolamente, li quali artificio) ameme compoje alcuno hitomo eloquente ; fendo perfette quelle die lingue. Onde gli animali di KomaM quali lenza aiu no ornamento, ccnfanplki, er anclwra rozze parole, narrammo gli auenimenti di lei, non durarono molti an* ni m di hro fi parlerebbe ; fe altro fcrùtore,quafidaco paltone molfo, non ne faceffe parola. Dunque fe quelli il tempo ha fato dtuenir nulli, li quali affai doueuam ha* tur di elegantia, effeuio ferini latinamente, bar che}* dell btjhrie uolgart ì cui ne naturale dolcezza di lingua, ne artifiaofa eloquenza diferittori non può far care, ne gratiofegiamaif corteo. Non intendo anchcra ben bene in che coft confitta la foauit* della lingua, cj-dcUe parole latine, er la barbara jbiaceuotezza deRe uM* gari, anzL,conje}fandoui liberamente la mia ignoranza, grandìfiÒM numero di nomi, participi Latini con  O 1 Lro toro ftrana prowntidtione, le più mite mi fuortd.no non fo che Bcrgamtfco nel capo : àkrdtant ù fogliano forcai ami modi cr tempi de ucrbi ; ttUe quéi parole una fimilc ielle uolgari la nojira corte Rom<m<t non degnerebbe di proferire. hte.louiricordogentil'buomocbe l'autori' Ù concijtor iole non è giudice competente del fuow, CT degli accenti deSe parole latine ; onde fé alcuna nota k Itnguaktindle pare tener della BergamafcdìeUd noni però Bergamafcd : ne perche tdefidgiudicdta^iumdo ffete merdMgliare,cbegia ui fiate merauiglkto, hiueda letto in Ouidio, lAida Re più falere lodare Io Ridere delle cannucae di Vdth che kfoautù deUd cetra fApal Ìo. C o r t. Ecco io fon contento diconfejfxrui, chele crecchie in tal eafo non fidilo bumanc, ma d'Afmojc uoi \nì due, per qual cagione la imncrofiù, ej confotidnza delle ordtioni, er de uerft di queftd lingua chiamale ma ftutarcbàuft : condofucofd che i gran mdejlri di con' tOyeui è propria profefÀone Ibannonidi rade uolte,o non mùfamo canto, o mottetto,cbe le parole di lui nofiano Sonetti, o Casoni uelgari.qucflo è pur fegno che i no» fai uerft fon da fe pieni dì melodia . l a 2. Già non è, gentilbuomo)come forfè penfate ) l'harmonk del canto, CT quella delle profe, cr de' uerfi una cofa medefimam suite fono,& diuerfe, onde non fotmente delle coft malgari, ma di chirìe anchcra,cr de ifantut fi fanno con fi, c>~ mottetti t della cui barmonix generabnente sinica 4c ogni oreccbia;pcroche quali fono ifaporidUa lingua, fj a gli occhi, CT di ndfo i colori, et gli odori, tale i il J'iuw u gli orecctó degUhuoìnini ; li <{u4li per lor tutura, etfenzd jìudio ueruno facilmente difcmtono trai pia ccuotc,cl dijjikceuole.Mail numero,?? -Ubarmonk dei l'or ationc,&- del uerfo latino, nonè altroché artifìcio* fa dijpofitione di parole ; dalle cuifittabe, fecondo labrt uitì, er li lunghezza di quelle, nafeono alcuni nmerk che noi altri cbimkmopicdi, onde mi fioratamente carni m dal principio atta fine il utrjb, <cr loratione . er fono dìdiuerfe maniere quefìitai piedi, facendo i loro pafii lunghi,®- corti, tardi,?? ueloci, ciascheduno alfuo mo- do, er c beWarte quelli inficine adunare fi fattamète,cht iten disordino fra fc ftefiijna tuno, atfaltroyt? tutti in* ficmefiano conformi al foggetto : peroebe d'alcune ma* teric alami piedi fono qujfi peculkrhetfra lor piedi qua li meglio,quali peggio s'accompagnano al loro ukggio i CT qualunque perfona quelli a cafo congiugne, no bauen do riguardo ne atta natura diqueUitne atte cofe,diche iit tende di ragionare i uerfì,^ torationifue nafeono zop* pe,CT non dourebbe nutrirgli: et' di queftd eotal melodia non ne fono capacigli orecchi del uolgo : ne lei altreft poffmto formare le uocidella lingua uolgare : k cuipro* faianonfodireperquairagione fiammerofa chiama* ta,fe Hbuomo in lei non s'accorge,o non cura ne di fpon* dei,ne didattili, ne di trocbei,ne danapejU, er finabnè* te diniuna maniera di piedi : onde fi moue l'oraitone bea regolata . Veramente quefìa nuoua befìia di profit uol* gare,o èfenza piedi, er fdrucciok aguìfa di bifeia, o ha quelli dijpetie diuerfe molto dati Greca, er dalla Latina : er per confeguente dì coft fatto animale, come di tncftro <t cafo creato,oltrdticojlume,a- l'ùitentione di  O 3 egli 6%ni buono inteUclto ; non fi dovrebbe fare ne arte, ne faenza . iuerfi neramente, inquanto fon fatti iundiàfìl libc t rion.paionoin tutto priui di piedi, che lefllibe in loro hanno luogo, rj- nfficio di piedi : ma in quanto qneUc cotal poffono effer lunghe, er breui a lor uoglia; m ti non.d'trò che fia diritto il lor eaUefaluo fe M ojìgnor non Jkeffelc rime effer fabpo^gio de uerfi, rbe zìi fi* ftaigono,zr fano andare dirittamente, la qual ofa non itti par itera ; pcroche, per quelle ch'io n'oda dir; le rime fono pia tefìo come catena del Sonetto&aUa Cannone; che piedino nunì, di uerfi loro, et tanto uoglio che ne fu detto da me breuemente certo ; per rijpetto a quello che fe ne può ragionare ; ma a bajlanza, fe alla uofbra richie jìacr troppa forf?, (e aUaerefenza Monfignore firn guarderà : il quale meglio di me conofe, er piton'ame* rare i difetti diquefla lingua. B e m. Quefta cofa de mt mcrì,come fi (lia&fe cofi la prefa, come il ucrfo Tofa no riha lafua parte, er m à>e modo la fi babbix, per ef fere affé facile da uedere,ma lontana dal noftro propos nimento ; bora con effò uoi non intendo di iifbutarldan* zi confidando quello effer itereche ne dicelie, non tan* to perche fa uero, quoto perche fi ueda ciò che nefegm io ni dico quefla linguamoderna, tutteche fidanzi dttem patena che nò-, effer però anchora affi picchia, er fot* tile uerga la quale non haappieno fioritolo che i frutti prodottile ella può fare: certo non per difetto della ni tura di lei,effcndo co/i atta agenerare s come le altre; ma p:r colpa di loro, che Fbebbero in guardia, che no la col tiuorono abaftazam aguiftt dipianta feludggiajn quel medeftmo deferto, atte perfe a nafctre cominciò, fenzai vidi ne adacquarU,ne potarla, ne difenderla da i pruni, che le fano ombra,lbdnno Itfciata inocchiare, et quafi morire . Etfeque primi antichi Romani foffero fiati jì negligenti in colature la Latina, quanto 4 pullular co* tnwciò i per arto in fi poco tempo non farebbe diuenu* td fi grande ; ma cfii,* grafi di ottimi agricoltori, lei pri* interamente tramutarono da luogofdudggioadomeftU co ; poi,percbe er pw toflo,cy piit belli, rt maggior frut ti faceffe,leuandolc aia dattorno le inutili frafchezn lo* ro (ambio lùmcftarono d'alcuni ramo felli maefircuol* mente detratti dalla Greca : li quali fóltamente inguift le t'appiccarono,^ in guifa.fi fama fintili al tronca che boggimat non paiono rami adottiuijna naturali . Quin* di nacquero in lei que fiorì, et qui frutti fi coloriti deli e - hquetiza-con quel numero,?? con qucU ordine ifltffo, A quale tanto cfftliate : li quali non tanto per fua natura > quanto d'altrui artificio aiutata, fuol produrre ogni Un gua . Perochel numero nato per magiflero di Tbraft* macho,di Gorgia,di Tbecdoro ; ìfocrate finalmente fc* ce perfetto dunque f Greci, er Latini huominì pi» foUeciti alia coltura della lor lingtù,ckc noi non fetno al* U nofka j noi; trouarono in quelle fe non dopo alcun tmpo,cr dopo molta fatica, ne leggiadria:, ne numero i già non de parer marauiglia, fenoi anebora non rìbaue* mo tanto, che bafìì, neSa uolgare ; ne quindi de prcn» der Ihuomo argomento a [brezzarla, come uil cefa, er dapoco . Oja Latina è migliore d'affai . ò quanto fa* rtbbt meglio dk fu >z? none una fa Ilota, per lo paf*  o 4 /fife, fato, cr fa Mchor tuttauid fi gentil cofa : tempo forfè uerrà, che (f altra tinta eccellenza fia la volgere dotatd, che [e per effer e a wfhi giorni di ninno flato s crmen gradita,non fi doueffe apprezzare U Greca; la quale e* ra gii grande fui nafeimento della Latina : ne uoftri ani mi non douea kfeiar fermare le radici furi ultra lingua nomila altrettanto direi àcllt Grecaper rifletto aU la Hebrea, Cancludcrebbefi finalmente dalle uofh-epre miffe Àouer effere al mondo fola una lingua t ej non più » anele [ertueffero, ey parkfjero li mortali, cr aiterebbe #f>e oue uoi crederefle d'argomentar folamente cantra U lìngua Thofcani, cr quella con uofbre ragioni efìirpare del inondo, uoi parlarefle etiandto cantra li "Latina, et U Greca . benché <j:«/f a pugna ftefìtn 'crebbe non fo* lamente contrai linguaggi del mondo ima cantra Dio: ilquale ab eterno diede per legge immutabile ad agni co fa creata non durare eternamente ; ma di continuo duna in altro fiato mulxrfi: bora duanzando,et bora diminuì* do fin che jinifea stili uolta che mai più pofcUnon rìno* ttarjt. Voi mi direte } troppo indugia boggitìtai la perfet* tione della lingua, materni : er io ui dico che cofs è,come dite imitale indugio non dee far credere altrui effer co* fi imponibile, che elk diuenga perfetta : anzi ui può fif eerto lei douerfi lungo tempo godere la fua perfezione, quarhora egli auuerrà ch'eUafe l'babbia acquiftata. Che cofì usici la natura : la quale ha deliberato, che qual or* ber tojlo nafce,fìorifcc,& fa frutto: tale tofla inuecebìe, ZTfs muoia : er in contrario, che quello duri per molti ami, il quale lunga Ragione bar a penato a far fronde. Sarà adunque U nofira lingua in conferuarfì la fua dota» ti perfettione lungamente difidcrata, ey cerati* lìmite forfè dd alami ingegni ; fi quali, qmnì o tnen fàa'&ttenfe dpprcnJoro le (kttrine;f auto pi» dijjìcìtmcntr le fi k/ei< no «/ciré (fella memoria. Q,eUa è tcjlìmonio della noftré vergogna >effendo uenuta in Italiainfieme con la rovi* wa di lei . Viu f o/Ìo efid è teftmonio dcUa nofìra folertia, cr del noflro buono or dimenio : che, cofì come uenenda Enea dt Troia in Italia ad bonor fi recò lafcìare fcrìtto in un certo trofico drizzato da lui,queUe cjfere (lato fe armideuincitoridelkfu4palm t cofi vergogna non ci puooffere l'hauer cofa in Italia tolta di mano a coloro, che noitolfero di libertà . virtifinabnente^itando effer uolcfti maligno, più toflo douerfì adorar daRe genti il So le orientc^c l'occidente: la lingua Greca & "Ldtinagii effer giunte ah"occafo:ne quelle effer più lunge,ma ebar tafoUmente tj ingk>flro:ouc quanto fio, difficile cof* Imparare a parlare : ditelo uoi per me,cbe non ofate dir cofa latinamente con altre parole, ebe con quelle di Ciee reme . Onde quanto parlate, uferiuete latino non è al* tro,che CICERONE (vedasi) trafyoflo più tofio da ebarta a Siria, ebedamaterka materia : benebe queflo non è fi uofhro peccato, che egli non fu anebe mio s c d'altri affai tj maggiori, er migliori di me i peccata però non indegno difeuft, non poffendofarfi altramente . Ma quejìepo* che parole dette da me cantra U lingua latina per land gare non difiiper uero dire : /o/o uolfmcfbrare quanto bene difenderebbe ejucjla lingua nouette chiper lei far uolcjfedifféfa : quando a lei non mancOttK cuore, ne or* mictoffendere lAtrui. Cori. Pormi Monfignore che cofUetniatc dì dir maledeUa lìngua lattina ; cernie fe eU U f 'offe k lingua del uoflro Sant o di Padoua : alla quale è ditanto conforme, checome quella fu dipcrfimagin ui uaUctàfantitÀè cagione che bora pofla in un taberna* colo di criHallo fu dalle genti adorata; cofi quejU degna reliquia del capo del mondo R orna, guaflo er corrotto fià molto tempo, quantunque boggimai fredda crfecca fi taceu inondimene fatta idolo dalcune pqcbeeyjuper jlieiofe per folte, colui da loro non è Cbrtfìiano tenuto t the non l adora per Dio . lAa adoratela a uojb-ofetmo, fola che non parliate con effo ki. er «olendo tenerla in tocca cofi morta come è, firn lecito di poterlo fare : ma parlate tra uoi ciotti le uofhe morte Latine parole ; er d noi idioti le noflre uiue uolgari,con la lingttd che Dio ci dteiejafitte in pace parldre.BE ti . Doueuate, per ag* Quagliarla compitamente alla lìngua del j 'anta, foggion* gere qualmente torationidi Cicerone,* i tierfi divirgì Uo le fono degnLcr pretioftftimi tabernacoli ; onde ki co tuie cofa beata riuerìamo,et incbìniamoMa per certo ne lma,nt [altra non mcritaua che la tenejìe per morta-fi* perando tutt'horanewrpi nofìri et nei 'anime quella fa httc,qnefla utrtutez con tutto ciò lodo fommamente la no fha lingua uotgare,cioè Thofcana ; aceìoebe non fta al arno che intenda della uolgare di tutta italia: Toscana dicojion la moderna, che vfa il nolgr hoggidi ;ma fanti eamde fi dolcemente pariamo il Petrarca tj il Boccac ào:rhe la lingua di "Dante fente bene^et fyeffo più del lo bardo,chc del Tbofcanoì tt oue è Thofcam, è più toflo Tbofrdiìo di contado,ehe di città. Cunque di quella par* h,quella lodo,queÙa vi perfuado apparare, ebequantm que ella nenfugiunta aìlafua uera perfettione, ella non dimeno le è gii uenutafi preffo ; che poco tempo ut è 4 uolgere ; oue poi che arriuata farà ; non itibito punto, che quale è nella Grecaci nelk Latina, talefia in lei us- ti di far uiitere altrui mirabilmente dopò la tnorte, cr «I Ibora fi k uedremo mi fare dimoltinon tabernacoli, m*t tempi;, V ultori : alla cui uìfitatione concorrerà, da tutte, le parti del mondo brigata di fpirii i pellegrini j che le fi ranno lor tìo!t,er far amo efpatditi da lei . Co ut. Dime quefeiouorrò bene fcriuere uolgarmète, couerramitòr nare anafeer Tbof^ano! Bem. Kafcer nò ma fìudìar Tbofcano,cb"egli è meglio per auentura nafeer Lombar do,che Fior ent ino i per oche Tufo del parlar Thofcobog gidiètanto cÓtrario dUe regole della buona lingua ibo /tini, che piti nuoce altrui e ffernato di quella prpuincia. cbenongligiaua. Cosi, ÌDunque unaperfenamedefì ma wn può effer Thofca per natura cr per arte B E v. Difficilmente per certo^ffendoTujanza,che per lughe% za di tempo è quafi ccnuertita in natura, diuerfa in tutto dalTarte,Onde,eome cbiè Giudeo,o Ueretico,rade mi tediuienebuon Cbrijìiano, arpia crede in Cbrijh chi mila credcua,q'ianto fu battexata ; cofì qualunque tton è nato Tbofcano più meglio imparare la buona lingui Tbofcana, cfie colui non fa, il quale da fanciullo in fu, fempremai parlò peruerfamente Thifcano . Cort. Io, the mai non nacqui,ne fludiai Tbofcano, male pofjò rivendere alle ucftre parole ; mndimmo 4 me pare.cbe DIALOGO  piti fi cormengd col uofho Boccàccio il parlar Fiorentino madcrno;cbe non fi il Bergamasco. Onde eglipotreb he effcr molto benebbe huomo nato in Milano,fenza b4 Ucr mai parlato alla maniera Lombarda, meglio appren ieffe k regole deUa buona lingua Thofcana,cbe nanfarebbe il Fiorentino per patruàtia che egli nafca,et park lombardo boggidì,crdiman d^matàmparle,etfcrìud regolatamente Thofcano meglio, e? pi» facilmente del Thofcano medcftmo i non mi può entrare nel capo : al trainane a tempo antico per bene parlare Greco, & Ld t ino, farebbe (iato meglio nafeere Spagnuolo,cbe Komai HOì& Macedone, che Atbenkfc. Bem. Quefìotw: perche h Uugud Greca et Latina a lor tépo erano egual tnevtc in ogni perfona pure,et non contaminate dSk bar borie dell'altre UnguexT coft bene fi parlauadalpopolo per le pìtzZCcottte tra dotti nelle lor [cole fi ragionata. Onde egli fi legge di Theophrafìo, che fu tun de lumi della Greca elcquenza,effendo in Atbene,*Ue parole ef fer fiato giudicato foreftiere da una pouera feminetta di contado . Cojt. lo per me non fo come fi fila quejì* coja; ma fi ui dico, che douendo Studiare in apprendere dama lingua ; più tcflo uoglio imparar la Latina c h Greca, che la uolgar : la quale mi contento ihauer por* tato con effo meco dalla cuna et dotte fafcie t fenz* eer* caria altramaite, quando tra te prefe, quando tra uerft degliauttorìThofcaniB i m. Cofi facendo ucifcriue* rete, et parlante a cafo,non per ragione: peroebe nium altra lìngua ben regolata a tltalkfenon queu n ma,di cui vi parlo, Cosi, Almeno dirò quello che io baucrò BELI, I t I M fi T li HI  in cuore et Io jludìo che. io porrei in wfik&parolctte di qucfh et di quellofi lo porrò in trottare et dijporrc i con cotti del? animo mioionde fi Aerina la uitadellafcrittura: che male giudicò poterfi ufare da noialtri a figafkttre i nofìri concetti qucUalingtia, Thofca, o Latina ch'ella fi fu.U quale impariamo,®- effercàiamo non ragionando tra noi i nojbi accidenti,ma leggendo gli altrui, QueSa d di notori chiaramente fi uede in un giouane Vadouano di nobili^imo ingegno, ilqttdk>ben che talhoracon mol- to (indio, che egli ui mette, akutid coft componga atU manieri di Petrarca, er fld lodato dulie perfone non» dimeno non fono da pareggiare i Sonetti, er le Canzo* ni di lui atte fu* comedie, le quaUnelldfua lingua natk Mturabnente,<cr damma arte aiutato par che gli efebi* no della bocca: non dico però che huomo farina ne Vada uano, ne Eergdmafco ; mt uoglio bene, che di tutte le lingue d'Italia paliamo accogliere parole,?? alcun mo* do didire, quello tifando cornea noipiacaji fdttMcntti ehe'l nome non fi difcordi dal uerbo > ne l'adiettro dalfo? Slantiuù; la qual regola di parlare fi può imparare in tre giorni, non tra grammatici nelle [cole ; ma nelle corti ed gentilhiiommnon ijìudiando, maginocattdo er ritów do, fenza alcuna fatica » er con diletto de difcepoli, cT de precettori . B e m. Bene jlarebbe,fe quefìa guift di fiudio bajtaffe altrui a far cofa degna di laude,®- dt me r duiglu, ma egUftrebbe troppo leggera cofa il farli e* terno per fama, er d numero de buoni er lodati lentia* ri in picelo/ tempo denterebbe molto maggiore, che egli non è. Btfognageuù^uomamio caro, uolèdo andar e f> perlemmì,w per le bocScdeUe perfonedel monda, lungo tempo jcderfi ntUafua camera, er chi morto m fé flclfo } difa di ù Mammona degli huomintjudar et agghiacciar più wltetct quanto altri itungii, et dùT* me a tuo Agio . pmr /urne, et mgghure .Cor t. Contatto ciò muffirebbe faalcofail diuemr ghrwfo j cucaltrc bifogna chcfaperfauelìarc.ée ne dite Hot mef (er Lataro.iopermefoncontento^ontenlandof: Hon- fenorèi che (i «o/ìr a JcntetEci ponga fine die nojhrt M L a z. Cote/io non/Vò w, cb'w uorrei éetditfen (oridiquefìa lingua uolgare foffero difeordt tra (ora, « cùct» d«ettt ^guìfa diregno partito, pw ^«ofmm- *erorà#ro kdifknfkmciiiilL Cobt. Dmpem Memi contro aftopimm dì lAonftgnore, moffo noiifoU mente dati 'amor denutriti lavale douete amare, er riuerire fapra ogm cofa, ma daltodw che uoi portate 4 ùue&a lingua uolgare,che mncendo,utncerete il miglior-  «JiWtijidgmafdo del quale prende dmodo argomento  impararla, a «ti • L A C"»^* fM ^ totidcchdie con quelle armi mcdcfme,òe noi opra* tecomr*ULatùia,v la GrecaM wMra lingua «olg** refi M«> CT fi 4mua. Cobi. MWigmw . ne i rwilaretóe giorti Kwer me debole combattitore, et gii itinco«e& battagltadianzi Stinti conmeffer Lazaroì  tauttonta, et dottrina Kotfro ledili ambedue mfiane mi datmaguerra fi fjwmte/b'uni conojco qualpm. perche, non ttokndo mjfer Lazmcongwar con ejjo *. - meco <t difendermi^ ego uoifrgnor Scolare, che con fi lungo I '.kntìo, cj fi attentamente ci bauete afcoltatUcbe baimdo alcuna arma,con la quale noi mi poetate aiuta* re, fiate contento di trarla fuori per me,che poi che <jue« fla pugna non è martak,potete entraruifenza pma^ac cofiandoni a quella parte,cbe piti ui piace: benché più to fio ui douete accodare aSa mia,ouejete ricbie8o,ct oue è gloriai' effer uintodacofi degno auuerfarìo.S c no u Gcntffbuomo io non parlifìnhcra,pcrocbe io non japed che m dire, non effendo mia profetatone lo fatato delle linguema uolontieri afcoltati bramando, CT fperando pur d'imparare. Dunque bauenda a combattere m difejtt d'alcuna uo&ra ftntenza > non ui pojfendo aiutare, to ui coniglio, che fenzame combattiate; che eghè meglio per uoi il combatter foh,che da perfona accompagnato* la quée, come inejperta deformi, cedendo in fui prin- àpio della battagli ui dia cagione di temere, Cf fard dare al fuggire. Corteo. Con tutto ciò,fe mipo* tete aiutare, che a pena credo che fia altramente } fendo fiato ft attento al nvfìro contratto, aiutatemi, che io uc ne prego,faluofe non jprexzate tal queBione, come uil cofa, (jdift poco ualore, che non degniate di entrare in campo con cjfonoi.ScHÓL A. Come non degnarci di parlar di materia, di che ti Bembo al prefente, cr altra uoìtail Peretta mio precettore inficine conme})er Lrf* fcari con non minor fapienz*, che eleganza ne ragionò ì troppo mi degnarei,jei fapefii, ma di ognicvja tufo poco, cr delle lingue niente, come queiio, che della tìr«4 comfc<ì a pena, le kttere, CT dsfo togfM Lati*    B I A L o e o  tu. Unto follmente importi i quanto baflaffe per farmi intendere t li&rt di philofophia d'Arrotile ; U quali,per tjueUo che io noda dire di meffer Lazaro,non fena ktU ni,ma barbari: della uolgare non parb;cbe di fi fatti Un* guaggì mai non feppi,ne maìcurdidifapercjdlua ilmio Fado nano ; del quale, dopo iilatte delia nutrice, mi fu il uolgomaeSlro . C o r t. Tur a wi cor.ucrrà diparlare, fenm altro, quello almeno,cbe ri apparale àd vcreito, eydal Lafcari ; liquali cofi fauuinente ( ceree mi dite) parlarono intorno a qucUa mai erid .Scaoi, Poche cofe delle infmite,che a tal materia pertengono,puo im» parare > in un giorno, chi non le afcolta per impa* rare; penfando che non b'tfogni imparare, Beh. Dit ene almeno quel poeo, che ut rimafe neUi memòrid} che a mefic caro [intenderlo . Laz, Volentieri in tal cd/o udirò recitare lopenione del mio macibro Peretta il quale, auiiegna cheniuna lingua fapeffe dalla Manto' ima infuori; nondimeno come huomo giudiciofo, er ufi rade uoltc a ingannar fi, ne può bauer detto alcuna cofi eo'l Ldfcorixbe Fafcoltarla mi pucerà. Pregoui adùqu e, chefe niente ue ne ricordatdlcuna cofa delfuo paffuto n gionamentonon ni flagrane diriferire.S c h o l, Cofi ft faccia, poi che iti piace ; che anzi uogUo effer tenuto ignorante,cofa dicendo non canofeiuta da. mei ebedifeor tc/e rifiutando que prieghi^be deano effermi common* fomenti, ma ciò fi faccia conpatto, che cornea me non è bonore il riferirui gli altrui dotti ragionamenti ', cofi il tacere alcuna parali, li quale dailbora in qua mi fu «« fcit4detitt memoria t nonmifia ferino a vergogna. Corte g. Ad ogni paltò mifottofcriuo t purche dicU te. Se ho L. L. "ultima itolta che mcjfer Lafckari uen* ne di Trancia in Italia j fondo in Bologna, oueuolontie ri habkaua i cr tuffandola il Perttto,come era ufo di fu re; un di tra gli nitri, poi che alquato fu dimorato con ef* fo lui, lo dimandò meffer Lafcbari, Vofira cccelienza macflro Piero mio caro,chc legge quejYamoiP e k. Si* gnor mio io leggo i quattro libri della Meteora d'Anito tele, L asc. Per certo bella lettura è la ucshra: ma come fate d'cjpofitorìt Per, De latini non troppo bene ; ma alcun mio amico m'ha feritilo duna AkffandrO. Lasc. "Buona ckttioncfacejìciperocbe Aleffandroè Ariftcte le doppo Arinotele : ma io non credeua che noi fapefìe lettere greie . P b ». Io t'ho Uttno,non greco. Lasc. Poco frutto doucte prendere, pir. Perche? Lasc. Perche io giudico Aleffandro Apbrodifco greco come c, tanto diuerjo da fé medejìmo, poi che latino è ridotto, quanto è uiuo damorto. Per. Qnejìo potrebbe efjer che uero fuffe : ma io non uifaceua differenza, anzi pai faua, che tanto mi doueffe gwuare la lettione latina, cr uolgare(fe uolgttre fi ritrattale Aleffandro)quàto a gre ci la grecai con quefia jperanza incominciai a jiudiar fo. Lasc. Vero è,cbe egli è meglio che noi I'babbut* te latino, che non Chabbiate del tutta, ma per certo la noe jka dottrina farebbe il doppio,^ maggiore, cr mr^/io* re, che ella non è,fc Aratotele cr Akffandro fuffè'ktto da uot inquelLi ltngua,nella quale l'imo fcnffe,cr l'altro lejpoje. Per. Per qual cagione,'Lajc, Verciocht piufacilryeittc, cr con maggiore eleganza di parole jo  P no  DIALOGO  no tfbrefii da là ifuoi concetti ntUa fud Ungiti, che nel* l'altrui.V e r.V ero forfè direfìefe io fufiigreco,fi come nacque Aristotile : mw che huomo lobardo fludid greco, per douer far fi più facilmente pbdcfopbo,mi pur cofa. no ragioncuok,anzi difconuencuole, non ifcemandof pun* to,maraddoppiandoji U faccia dell'imparare: percioebe meglio, et più toh può àudiar lo [colare Loic<*/ok,o fa lamente pbibfopbu,cbc non farebbe, dando opera alla, grammatica-, fcetiahnente alla grcca.L \ s c . Per quefla ijtcffd ragione non doueuate imparar ne Latino,™ Greco ; ma follmente il uolgare Mattonano ; a" con quefo phibfopkare. Pee.Dk) uoleffe in feruigio di cbi uerri doppo mc,cl:c tatui libri di.ogni fdenzA, quanti ne fono greci,cjr latinùcr bebrei; alcuna dotta, et pictofa perfo* ni fi deffe a fare uolgari : forfè i buoni phibfopbantiff rebbom in numero affai pia jbefii,che a di noétri non/o* iios er k loro eccellenza diuentarebbe più rara. La se, O non u intendono uoiparlate con ironia. Peb. Anzf parlo per dire il nero ; er conte buomo tenero deU'honor degli Italiani, che fc ^ingiuria de nofbri tempi, cofì pre* f°nti,come paffuti «olle priuanni di quciìa gratin dio mi guardi,cbe io fu pienone cofi ar fo d'inuidta, che io dift* deri di priuarne chi nafeeràdoppo me. La s c. Volon* ticri tidfcokcròje ui da. il cuor di prouami quefìa nuo* tu conclufìone,cbc io non fintendo,ne la giudico intelligibile. p e r. DttcmiprintOyOnde è,cbc gUbuominidi quella età generalmente in ogni fetenza fon men dotti, et di minor prezzo, che gii non furon gli antichi f Oche e centrati dome icondofu copi che molto meglio, et  DELIE LINGVt, 114  pia fàcilmente fi poffa aggiugnere Acmi cofa alla dot* trina trouaU, che trovarla] da fe medcfimo ? La st. Che fi può dire altrove non che indiamo diw.ée in peg- giof? t r. Queflo è uerojtta le cagioni fon molte, tra le quéi mia ne n'ha, er ofo dire la principale, che noi aM modeniuiuiamo uhiirnogran tempro, confinando la mi glior parie de nolbi anni la qual cofa non aueniua agli anticbi.epcr dijling'iere il mio parlare, porto ferma i pe nione,che lojludio della lingua Greca, cr Latinaji* ca gione dell'ignoranza: che fc'l tempo, che intorno ad effe perdiJìno,li fbendejfc da noi impavido phihfophiaipcr auetitura Feta miderna generarebbe quei piatovi, ry quelli A rifloteh, che proda eua Cantica . M<i noi tim più che le canne,pentitiquafi Shauer UfcUto la cuna,ey efierhuemini diuemti, torniti un altra uoita fanciulli, altro non facciamo dieci,cr urtiti anni di quella uita,cbe imparare a parlare chi hiino,chigreco,cs akuno(ccme Dio utiolc) Tofano : li quali anni finiti,?? finito con ef= fo loro quel uigore,zr quella prontezza, la quale natu* ralmente /«o/c recare alTtnteUettolagioucntù ; aVhora procuriamo difarcipbilofopbi, quando non ftamo atti al Ufheculatione delle cefe . Onde feguendo l 'altrui giudi* ciò altra cofa non uìcne ad e(fere quejla moderna Yilofo fa, che ritratto di quell'antica . però coft come ìlritrat= to,quaiitunquefato d' artificio f fimo dipintore, non può efier del tutto fintile all'idei ; cofi noi,benche forfè per al tezza d'ingegno nofamoputo inferiori a gli antichi ! 0* dimeno in dottrina tanto fiamo minori, quanto lungi > ì m po fiati fuiati dietro aUefaucle dcUe parole colera final*  p i mente    n I A LOGO  mente mitwnopHklophando m^UakunACofié^ emiendodcemnw knojtra mduUru. Lasc. Dm IJcljhdiodeUe lingue nuoce altrui finalmente, co* Itici ditele fi dee f^kieivb? 9t% AnjA  JW/i far deismo per taire, che d ogni coja per tutto Imoniopoffaparlcreogmlmgua. La se. Come wdfro pietrose i ciò cbc«oì4itef D«gtó d-reWe- uiihuorc diphilofopbare wlgarmenteta-fenxa bauer cogmtionedellalingua Greca, er UHM Vt% fiLrfupur che gli autori Greci,V Latmifmduceffe* rou dlani, Lasc. Tinto farebbe fruire Anftoff ledi line** Grw tn umbri ; fatto trafbmtareun MMCKfi unaolm di un ben colto horUceUojn un bo* C CQ di pruni.oltracbe le cofe di plnlofophufono pefo A ai tre (ballcòe da queRe di aueU lìngua Volgare Per. Io bo per ferra*!* le Imgucd'ogm paefe, cefi 1 Arabi* ta er r ibJww, come U Kòmma, cr 1 Atemefefma d'un medino wforr.rt d« mortoli^ un fine ccnungm dici* formatele io non uorreiebe uoine parlato come di coLdaUa natura prodotte ; effendo fatte,cr regolate dallo artifìcio delle perfone a beneplacito loro, non pian  ^Jmih^io^mimcemiAv^. ondetutto^belecofedanamturacreate^tlejcicnzedi  «uekJtatomMoytttro le parte delmndo una cofa mdefum ^nondimeno, perciò che diuerfi huomm fono didaerfo m lere,perèicriuono,o- parlano dwcrjamcnte, la qitaU diucrfttà, er confufìane delle uoglìe mortali degnamente è nominata torre di B<tM. Dunque non nafcono k ''»g" e pw f e medefme, a giàfadi albergo <fber he ; quale debbolc,w inferma nella fua fyetic,qu*kfaif<t ^rrobufla, etatU meglio aportarlafommsdinofbi kit mani concetti . ma ogni loro uertit nafce al mondo dal uo ter de" mortali, Per la qualcofa, cofi come fcn%a mutarfi di co!ìume,o di natione, il Trandofo,et l'lngle{e,non pur il Qfccojy il Romano, fi può dare a philefophare, coft eredo ebe la fua lingna natia poffa dir iti compiutamente communicare la fua dottrina. Dunque traducendof; a no flri giorni la pbilofophia jeminata dal nofìro Arrotile nebuoni campi tf Atbene, dilegua Greca in uolgare,ciò farebbe non gittarU trafili in mezo a bofcbi.oue fìerile àueniffejna farebbe fi di kntam propinqua, V di for e* {licra > cbe etU è y cittadina (fogni prouinàa . Et forfè in quel modo che le fbeciarie^zr i'^rc cofe orientali ano* yroutile porta alcun mercatante d'india in ìtalia,oue meglio perauentura fon ccnofciute,cr tratMc,cbe da co loro non fono the olirà Umore lefeminorno > er ricolfc* ro; fnnihnente le fpeculaticm delnofko Arrotile cidi* ucmbbono più famigliarle non fon lwra-&' più faci* mente farebbero mtefedanai, fe di Greco in ttòlgare al* cuna dotto Imomo le riducejfe. L a s c. Hiuerfe Imguefo* no atte afìgmficarc diuer fi concetti, alcune i concetti di dotti,alcune altre de gli indotti, la. Greca ueramente Un to fi conuiaw con le dcttrincycbe a doucr quelle fignijicd re,natura ifieffxjio banano prouedimeto pare che ihab bu formata : er fe credere non mi miete, credete abne*  P 3 f»  no d Platone, mentre ne parla mljuo CrrfiRo . Onde ci fi può dir di tal lingua., che (piale è il lume a colori, tale di i fu alle dijcipkne ifenza il cui lume nulla itcdrcbbc il ivijiro bumano intelletto; mi in continua notte d'ignoran tii fi dormirebbe. Per. Più toilo uò credere ad Arijìo tilt, CT alla ucriùycbc lingua alcuna del mondo{fu editai fi uoglia) non pojfa hauer da fe jlcjfa priuilegio di fignifi care i concetti del nollro animo >ma tutto confìtta nello arbitrio delle perfone. onde chi uorrì parlar di pbilofo* phia con parole Mamouane,o Milane fi inoligli può ef* /tv difdetto a ragione ; pia òe difdetto gli jìa il pbibfa* pbarc,or l'intender la cagion delle cofe, nero è,cbe,per* ebe limonio nonba incollameli parlar di phibfophia jc non greco et latino sgià credimi che far non pojfa aU frinente : cr fain di uiene ebe follmente di co/e tuli, er algori uolgarnun'e parla, orferiue la nofhra eti Et co m: i corpi,®- le reliquie de fanti non con kmani,ma con alcuna uerghsita per riuerenza to:cbiamv ; cafi i fieri mhleri della diurna philofophia più tojlo c5 le lettere del l'altrui lingue, che con li tiiua uoce di queila noBra mo* icrn a,à muiamo a lignificare : il quale errore conofei» to da molti, ninno ardtfcediripigliarb. Ma tempo forfè pochi anni apprejfo uerrà ebe alcuna buona perfona non meno arditi,che ingcnÌofx,porrà mano a cofufatto mercatantia : cr per giouare aUdgente, non curando dell'oc dio,ne della inuidia de litterati, condurrà d'altrui lingua dia noilra le gioie, ryi frutti delle feicntie j le quallibo r.i perfettanente nongujliamo.nc compriamo. Lasc, Veramente ne di fama, ne di gloria fi curerà, chi uvrrà prender la imprefa di portar k philofophk dati lìngua £-A tbene nella Lombarda : che tal fatica itow,cr bufi" mo gli recar a. P a s. Noia con/rflò, per fa Doniti dc/k ic/j<,ttM non kiir/rmo,cow:e credete: clic per uno che<U prima ne dica male,poco da pei mille, er mille altri lode. ramo,tt benediranno ìlfuoj\udio,queUo ritenendogli che antenne di Giefu Cimilo ; iìquale, togliendo di mo* rir per la fallite degli buomim,fcbernito primieramen* te,bujmato,cr trucifìffo d'alcuni tippocriti.hcra alla fi ne da chi! conof<e,come iddio, et Saluttor noflro ft ritte rifce.& adora, Lasc. Tanto dkefte di <jae/fo uoftro buonbuomo; che di picciolo mercatante l'bxuete fatta Mefia : il quale, Dio uogliacbefta fintile* quello che anebora affrettano li giudei; acciò che berefia cofi itile mai non guafìi per alcun tempo k philofophk d'Arifioti le . Ma/e noi fitte in effetto di cofi fìrano parere ; che non ut fate a di noflri il redentore di quejla lingua uoU gare f Per. Perche tardi ccnobbi la ucritk ;er a tari po,qumdo la fòrza dettinteQetto non è eguale al uolere. Lasc. Cofi Dbirìaiuti ;comc io credo che motteg* giite;faluofe,comè fanno i maliticft, queQovicco no bU fonate, ebe non potete ottenere. Per. Mon/ìgnor le ragioni dk nxi addotte da n!e 3 non fono lieui ; che io deb* ha dirle per ifberxare icrnonè cofi eoft éffiàle U co* gnition delle lingue ; che bucino di meno che di me* diocre memoria, er fenz* ingegno ueruno, non le pcfft imparare : quando non pur a dotti, ma d forfennati Atbenicft, er Romani, folea parlare eloquentemente CICERONE (vedasi),?? Demojlhette, er era intefo (Utero . Cerio  P 4 «tfnif «inijgr Ufirimiferamente poniamo in apprender queU le dite lingue t non per grandezza d'oggetto ; ma) olamen, te perche aUo lludio delle parole contri la naturale meli nxtione del nojlro bumatio intelletto ci riuolgiamoul qua le difiderofo di fermar)] nella cognitione detle.cofè, onde diurna perfetto, non contenta d'efferc altroue piegato, otte ornando la lingua di parolctte er di dande refli uas ttd Li nofbra mente. Dunque dal contrailo che è tnttauid tra la natura dell'animi, er trai cojlume del nojlro jlu* dio,dipende la difficultàdcRa cogmtion delle lingue, de* gna neramente non d'wuìdktma d'odio: non di fatica 3 mt difajlidio : er degna finalmente di douere effere non ap prefajna ripreja dalle p.rfone : fi come coftMqualc non è cìboma fogno, er ombra deluero cibo delTinteUetto . V a s c, Mentre noi piatiate cofi, io imaginaua di ittderc krittalapbitcfopbiad'Ariftotikin Unguabm* barda udirne parlai e tra loro ogni tùie maniera di gentcJaecbinUontadinhbarcaroli, er altre tali per fané, con certi fuoni,<cr con certi accenti, i più noiofi, er ipitt {brani, che mai udijii alla tòta mia . In quejlo mezzo, mi fi paraua dinanzi effa madre philofopbia utilità affai po veramente di rontagniuolo piangendo, er lamentando^ i' Arijlotih,cbe difprezzando lafua eccellcnzatbautft fediate condotta, et minacciando di non twlre fior piti in terra : fi bello bonore ne te era fatto dalle fue opere : ilquale ifeufandofi con effo lei „ negaua d'bauerU offefa giamai : fempremai bauerla amata, er lodata ne me* no che borreuolmente batterne fcritto, o parlato men* tre egli luffe ; lui effer nato tj morto greco,non Brefciae no ncVergomafco, er mentire chi dir uolcffc aUranvm te : olla qui uifione diftderaua che noi mfujHe prefetste. •P e i. Et io (e fiato ui f«j?t > harei tetto non douerfi U pbthfopkia dolere ; perche ogni buomofer ogni luogfc con ogni linguai (ho ualorc effàhaffc : quefiofarfi an# a gloria, che a ucrgogm di hi . la quale (e non fi (degni Stergare negli intelletti Lombardi, non fi dee ancb$ (degnare (Teff, r tratta daHU br lingua : l'Indù, la Srtf tbia,CT f Egitto, cue babitaua fi uokntieri, produrrc gc* ti cr parole molto pi.i jkane e pi» bai bare, che non fono bora le Mantouanc, er le Eoiogw/i : lei lo (ìndio tkU Ungua greca,® 1 latina bauer quaft delnoflro mondo crftf ciato ; mentre hv.cmo non curando di faper, che fi dica } nanamente fnok imparare a parlarci et lafciandof Intel letto dormire, fucglu er opra la lingua. Notar in ogni ct4,m ogni prouincid, cr in ogni babùo effer (emprcnai ma cofa medeftma ; Lupaie, cefi cerne uolonticrifa fuz arti per tutto l mcndc,non meno in tcrra,cbc in cielo; cr per effer intenta aUa produttione delle creature rationa* Unon fifeorda delle irratiotitlii ma con eguale artifìcia genera noi,er t bruti animaliicofi da ricchi parimentc,et peneri huommi, da nobili, er «ili perfone con ogni Un* glia, greca, latina, hebrea, cr lombarda, degna d'effere&-conofcittta,cr lodata. Gli auge Hypcfci er tre be(ìie terrene d'ogni maniera,bora con un (uovo, ho u con altro fenza dijìintione di parolai loro affetti f già (icore ì molto meglio douer ciò (are noi buomini, ciafeu no con la fua liìtgud ;fcnz<tricorrere aWaltruidcfcrittu* re,cr i linguaggi efferc fiati trottati ma ajaltite teUa n* turala quahicome diumd,cbe etk è)non ha mefticri iti mftro diutojmafolamentea utilitaet commodità nojìra, gecioée abfenti, prcfenti 3 uiui,& marti, manife\ìando (un Ultra ifecreti dei cuore, più facilmente canfeguias no la noflra propri* fe liciti ; laquale è pefìd neUmtcU tetto delle dottrine > non nel fuono delle parole : er per confeguente quella lingua,?? quella fcritturddouerfi u* fare da mortali, la quale con più agio apprtndemo: er €omemeglio farebbe itatele foffe fiato pofiibilc) Chaue re un sol linguaggio, l'i quale naturalmente fuffe ufato da gli huomiri, cofi bora ejfer meg^ebe tbuoma (crina, et ragioni neUamaniera, ebemen fi fcofladatta natura : k qualìTumicrd di ragionare appcnanati impariamo :ey a tempo-, quando altra ecft non fono atti ad apprendere, et étrotavto barri detto al mio maeflro Anjlotilc ideila etti eleganza goratione poco mi i urarei, quando fènza ragione fusero da lui ferita i fuoi libri ; natura bauer lui mietuta per figliuolo, non pcrtffer nato in Atbcne, ma per bauer bene in atto intefo<bcne pérldtOi&benclcrit to di tei : la verità trouata da hi, tadifpofitene, cr Cor* dine delle coje,la grauità er breuitì del parlare eflerfua propria,®- non d'alìrme quella poter)] mutare per mu* tomento di uoce : il nome falò di lui difeampagnato dalla ragione ( quanto a me ) ejjere di affai piatola auttoritd, a lui fiore, fe ( emendo Lem bardo ridotto) effer uelef* fc Annotile .noimirtali di quella eùcojì bauer cani f noi libri tramuta incluùm i '.inguaiarne glibcbberoi greci = mentre greci gli jludu iurta . li quai libri con ogni iniujbia procuriamo d'intendere per diuenire una uolta  non Athcniefi ima philofophiicr con quefìa riftojl* mi farci pai-tito da lui . L a s c. Di'fe pure, CT diff derate aè che uolete j m i io Jprro, òe a di uoftri non utdrete Arijhtik fitto minare. Per. Perciò mi doglio delhmiferaccnditione di quefli tempi moderni, ne quali fi finiti non ad ejfer, mt a parer fauio : che ohc fola una liti di ragione in qualnnque linguaggio può con du ne alla cogniimedeìh iteriti ; quella da canto lafdi ta, ci mettiamo per jìrada,ti quale in eff. tto tanto ci dfc lunga dal noftrofme {quanto altrui pare, che ni ci metà uicini ; che affai credemo d'alcuna cofa faperc, quando, fenza conofeerc la natura di ki:pofi mio dire in che mo- do In nominali CICERONE (vedasi), PLINIO (vedasi), tmctfo, cr VIRGILIO (vedasi) tra latini fcrittori ;cr tra greci Platone, Arijhtile t De mojlbene, cr Efclme ideile cuifemplici parolctte fan- noglìbuominidiquefta etàlc loro arti, cr fcicntiejn giujx, che dir lingua greca, C latina par dire lingua di ulna, cr che la lingua volgare fa una lingua inhu* man, prilli al tutto del difeorfo dcU 'intelletto ; for* fe non per altra rdgione, faluo perche qucftunx da fanciulli, cr fina jhidio imperimi) ; oue a quel* laltre con molta cura ciconuertiamo icome a lingue, lequali giudichiamo più conuenirji con le doArine, che non fanno le parole della E «griffa, cr del batte f* ino con ambidue tai facramentii la quale feioccaop* penione è fi fiffanc gli animidc mortai, che molti fi fanno a credere, che a douere farfi philofophi bxjti lo* rofapcrefriuere, cr leggere greco fenza più : non aU tramente, chefe lo fòirito dì Ari] fatile, aguija difolkt*    to in cr&aUofieffe rmchiufo neWabhabeto di Grechiti con lui mfiemefuffc corretto a entrar loro neWinteSct* tea fargli propbeti: onde molti n'ho già vedutiti miei giorni fi arroganti,cbe priid in tutto d'ogni fdcnza,con fidundofi folamentc neUacognition della lingua, bmm hauuto ardimento di por mano afuoi libri, quelli a guifa de gli altri libri d'bumanità publicamtnie ponendo . Dùque a colìoro il far uolgan le dottrine di Grecia par rebbe opra, perduta fi per la indegniti della linguaicome per l'angujHa de' termini, dentro a quali col fuo Ikguag gioè r'màiiufahtaha, uanaiflimando l'imprefa dello Jciuere, er delparlare in maniera, ebe non [intendano, li iìudiofi di tuttol mondoMa quello che non è fiato ue* duto da meìfpero douer uedere (quando che fia) chi no* /ceni dopo mc&r 4 tempo t che le perfone certo piti dot' te t ma meno ambitiofe delie brefenti, degneranno £ef* jer lodate nella lor patria, femy. curar fi, che la Magna, c .diro fìrano paefe riticrifca i lor nomi ichefela forma delle parole, onde i futuri pbibfopbi ragioneranno, er fermeranno delle fetenze, farà commune alla plebe, tin* iellato, er il fentimento di quelle farà proprio de gli a* autori, V jiudiofi delle dottrinerò quali hanno ricetto, noiicUelinguefmanegUatiimidimcrtali.S c a ol.Gw sapparcccbiauamcffer LafcariaUarijj>ojla,quando fo* prauenne brigata di gentillniomini, che ueniuano a uifì* tarb, da quali fu interrotto [incominciato ragionamene toipercbc faktati [un [altro con prameffa di tornare al* tra uoltajl Peretto,et io co lui ci partimmo. Cojteg. Co fi bene mi difendere con [annidelmacftro Peretta  che DELLE UNCVt. "9  che l'I por mano alle uojire, farebbe cofdfuperfbd per- ii <M cofa auegnd,cbe Hparkrt intorno a quefìamate rid fulfe iiojìra profetane > nondimeno io mi contento, ée uì tacciate: ma del foccorfo preftatcmi.partt dd Tdii tariti di coft degno philofophofdrte dette rdgionUnte* dettelo ue ne muto immite grdtici&uiprometto, che perfinire ilfdjìidio dello imparare a parlare con le Un gue de' morti; feguitando il coniglio del maeflro Perei* tadorne fon nato.cofi uoglio iti uere Romam,parlar Ko mano, 0-fcriutre Romano : V * uoì meffer L4Zaro, cornea perjona d'altro parere,predico,che indarno tcn* tate di ridurre Mjuo lungo eftlio in ltdlidktwjhra Un* gua Latina, cr dopo la totale réna di tei, fottcuM* terraxhefc quando Jk comineidud a cadere,nonfu huo mojhefojlcnere ue la poteffext chiuque atta rumasi pofe>aguifd di Polidamante fu oppreffodalpefoi feoM, cUgìdce del tutto, rotta parimente dal principio et dal dal tempo; quale Aéletd, o qual gigante potrà uantarft ii rQtmWne a me parere a uofbri fritti riguardose ne uogliate far pruoua-xonftderando chel mètro jerme* re latino non è altroché mandare ritogliendo per que» fì'auttore, cr per queUo,bora un nome, bora un ucrbo, hard un'dduerbo della fu lingua: il che facendo,/e noi fperate (quafmuouo Efculapio) che il porre mjir.ne cotdikagmentipo^farldrifufcitdre^iu'mgamuU; non ui accorgendo, che nel cader ^ dififuperbo edificio, una parte diuenne poluerej? un'altrd dee effer rotta (« più pczzdt quali uolcre in uno ridurre, farebbe cofdim* paRibik Jenzd, 'he molte fono dell'altre parti, k quii r ' ' ruiwfe timafè in fondo delmucchio, o mudate daltempo,Hen fon trottate d'dkwno:onde minore,cy men ferma rifarete lafabrica, ch'eUa non erida prima : cr uettendoui fatto di ridur lei alla fu* prima grandezza ; mai non fa acro, (he «01 le ditte Inferma, che antkaincte ledicrono que" fn'mi buoni architetti, quado mona la [abbicarono: anzi oucfoleua effer la fala, farete le camere, cmfjnddrete le pori e, cr delle jineftre di lei } que&a alta, quell'altra baffa nformarete: iuifode tutte, £r intere rifugeranno tefue mmtglie, onde primieramente s'i&unwaua il pa* lazzo:?? altronde dentro di lei con la luce del Sole alctt fiato di trijlo uento entrerà, che fari inferma la flanzd, finalmente fari miracolo più, che httmano prottadimen* fo il rifarla mai più cguale,o fintile a quetTantic^ejfen* do mancata (idea, onde il mondo tolfe l'effempio di edì* ficatU . perche io ui etnforto et lafciar ttmprefa dì uoler faruifmguUre dagli altri buominh affaticandoti uana* mente fenz4prouolhro ì et 1 d'altrui. Lai. Perdonate* migentdbuomo f uoinonponeSeben mentealle parole delmiomacftro perettoUqualenonfolainentenon rie» faua,eome Mifdtc^i^&Mgr&^O'bxmmzifi bt* puntava d'effere a farlo sforzato ; dtftdcrando macia, neUd quaUfenzA l'aiuto di quelle lmgue,potef]e il popò* b }ludiare,& farft perfetto in ogmjaenzaJa quale ope nione io non hudo, ne uitupero, perche quello nonpofa fo,quejlo non uogUoìdico follmente non effere Hata hene intefa da uoimde la deUberatione uoiìra non hauerk origine ne de£t4Utorità 3 nc delle ragioni del maejiro Pe* retto :m àalm&ro appetita ì hqmlefeguite quanta  n'aggrada, che altrettanto iofaròdelmioiéhefcl «ag- gio, the io tenga, è più lungo cr piti fatkofo del «oSroì ptraftenttar* non fjajluanoiO'd fine delk magioni* ti a buona albergo fmo 3 quantimqic Sa no, mi condur* ù, B £ m, Mefier LdZaro dice il uero,& u\ggiungù cbe'l Peretta in qucll'hota{comefime pare) attuto del le UngueMuendo ricetto ali* phibfophk,et altre /imi li fetente. Perche po\ìo,che uerafu kfua cpmonr.zT cofì bene poteffe pbilofopbareil contadino, come il gen (fl/7«o»io,er il Lombardo, come il Romano; non è però the in ogni lingua egualmente fi poJ?rf poetar eg? crare^ tonciofiacofa che fra loro luna frn pia et meno dotata de gli orn ament i della profa, er del uerfojbe taUra non è. ha cjualcofafu tra noi difputata da prima, fenZftjar p< role deBe dottrinexT eome albera ui difìi,cofi uì dico di nuouoìche fe uoglia ut urna mai di comporre o canzoni; c noueUe al modo uoiìro, cioè in lingua, che fia diuerft dalla Thofca>ìd,etfenza unitateli Petrarca, o Boccac tioyper duentura noi {irete buon cortigiano, ma. poeta,o oratore non mai. Onde tmto diuoifi ragionerà,ej fare* te conofeiuto dal mondo, quanto k usta uidurerà, ey no più ; < ociofta che la uofbra lingua RotiMiw hébk uerti tt forili piutoBogratiofo, cheghriofo. Dialogo della rhetorica. Valerio, Brocdrio, Soranzo.  A l. Horrf mentre, che noi ridiamo,?? giuochiamo o Bro cardo Jl Cardinale Don Her* cole col Friuli, e col Nauagc* ro,w cafa de lambafciador co t armi, dieno effere a quejlion* dijputado fra loro detta nojìra mrnortalìtkq-im forfè n'iettano, ej duole loro il nofbro tardare, perche a me pare, cbcfenz* indugio niuuo noi andiamo a trouarlikqual cofajhieri diferainful par tir fi da lorojagionduamo diàouer farext quello, fenoli penaltrofi atmeno t percbe il soràio fludiofifìimo gioua ne,©" no bene ufo difoler perder te fuegiornate,delfm iffer co noi coglier poffa alcun frtitto.w pur otwxt joU l.tZZo.'B r o. Io ho openiane* cbeiefferprefente a loro dotti ragionamenitfarebbe indarno per noixociofìa t cht «Ut nojbri fludij mal fi confaccia k questo dijputata.per chepiutofìo configlierei,chefra tui,cofa parlando, (he ti conuenga,fì comoartiffe qwcjta giornata* t /ìa la co/a, qtule il Soranzo U eleggerai al cuiferuigio il prww di, che iol iQnabbi t di tutto cuore moferfi, et offero hoggi, (ytuttauia. Val. Dite-id^ueo Sorarc?o,aò che ut parcchemifacciamo, chelparer ucftro d'mbidue noi uotenticrifijeguarà. S o a. Forfè accettando le uoihre offerte farò tenuto profontiwfo; ma a mio danno non io fdrò. Quiftaremoje egli tdpidce, w a phdojopbi io fbc cular rimettendo,dcUa ulta ciuile,nolha humana profef* fione,dìquaittodegnaretc di [duellarmi. Chiamo uiuci* mìe nonfoUmcnte la bontà de cojlumi col morahnete o per ore, ma il parlar beat a beneficio ddl'haucre., delle ferfoneg? deKbonore de mortali: Lt qua! cofa perauentura è utrtu non mcn bella infe jlefi^omen gicucuole al li bumankjJeUa prudenza, et detkgwfiitUi ma in m* siero difficile do poter effer'apprefdst effercitata da noi tbenuUdpiu.lo ueramente quato ho di tempo, cr dOnge gtìo uohntmi tutto dono dllo jìudio dell' eloquenzdMcbc faccio $arte leggendo, parte fcriuende ; er quei precetti tdempicndo^he CICERONE (vedasi), ey Quintiliano con meli* cu ra lìudivrono d'infegnore : eoa tutto ciò io non nc jò nuU k ; nefo s'io fyerifaperncjcrm., rj legga quanto io mi troglker ciò è, perciobe a me pare t cbe iprecettìdeSar te loro fono infittiti i e7$<$é uolte (òche io m'inganno) f uno aSdkro fi contradice : io giudico, Cicerone tfferc fitto oratore moka miglior, che Rbetore:fì come quel* b,cbe meglio parla,chenon ci infogna a parlare . Oltr4 di quejlty, io fono in dubbio fe Torte Oratoria deSd Un* pia Latina fi conuegno con Poltre lingue, jbetuimaitc con la Tofcana,die noi uftamoboggià > nel quale io ho opinione che a dilettare alcunmamnconico, mutando il Boccaccio gualche noueUéft pojfafcriuere fenzdpm co fa ueramente ditterfa dalle tre guifh dicduje .; le quali da latini fcrittori fola, cr generd!t materia deUd loro arte Rhetowa fi nominarono . Do quejH adunque, rydaah*  <C tri tdi dubij, che di continuo mi s'aggirano neu"inte n etto t infm bor j. non ho trottato chi mi fuiluppi ; che di miti, che io n'ho pregati più mite, a tale manca ilfapere, a U le il modo dellinfcgnare : mi affai nefapcte,er d'ogni cofa da uoifapuU con bcUo, er difereto ordine [lete ufo.* tidiragionare. percbe,hora, che uaipottte,io ttiprego, che de precetti di cotale arte, quanto a uoi pare, che mi fu lecita di conoscerne, liberamente mi [duelliate. V Ala Cerio egli è il nero quel che uoi dite, cheli Khetorica è buoni parie di nojtra iuta cmU ; fenZA là quale rimane mutola ogniutrtu : ma ella è cofa da ogni parte infini* t a, er è difficile parimente il tronarui cofi il principio, come il fine, quindi ddiuiene, che Cicerone in molti fuoi libri parlandone, mai non ne parla in un modo : come e Adunque pojiibile che dWimproiafo in un giorno, tale& Unti arte vii fu mojìrata da noi ì Bróc. Quejìo è cofi imponibile m lo dimanda il Stronzo, ma alprc ferite tf una parte dì Uì, er fu la parte che uoi uorrete, famìgliarmente parlando, è ben degno che'l campiacia* te. Vai. Io per me in quanto poffo pronto fono d douerU piacere > dicale? chiede ciò che a lui piace,ch'io ne ragioni. S o tL.Miodifiderio farebbe da principio face» doro/, (fogni fua parte infmo afta fine mformareùkbe effere non potendo, ditejni almeno una cofa, cioè,chefetf do ufficio decoratore il perfuader gliafcoUanti dilef tando,infegnando,rj mouédo,ìn qual modo di quefìi tre, più conueneuole affarte fua con maggior laude dife, re chi ad effetto il fua diftderio .Val. Molte cofe in foche parole mi domandate; onde io comprendo j che piu fapete dcSa Khctortca, che non ui atunza impararne. La quefiione è bellif?ima,aMa quale non terminando* me dijputondo rifonderò. Voiopporecchiateuinonfo* Unente od udire, ma a contradire : cr cefi ficài il Bro cardo, il cui parere nella preferite materici perauentura farà diuerfo dal mio. B r oc. Senza altramente poi* faruijl mio parere fi è, cbe'l diletto fta U uertu deKord* tione,onde ella prende la bcttezzd,zr U forza d perfua* derechìl accolta : che poflo cafo che f Oratore, quanto è in lui,habbia uirtu £mfcgnare,ct di mjiiere,infinitifon gli accidenti, dalli quali impedito non può fornire a fuo ufficio. Ciò fono U bruttezza del corpo fuc,U dijpropor tion della itoccj.i mala fama del fuo cliente, h dtshonc fladclla confa, cr finalmente la (lanchezza de glt auditori, li quali lungamente fiati attenti alle parole de gli auuerfarij,fchùà fono daffofcoltare : fenza che il fuo nome altrui ad ira, a mifericordia, o ad altro affit « to coUle, dee effere co/a non sforzala, ej per confeguente noiofa 5 ma fornmamente piaceuole a quel cotale, cui egli muoue, ©" jojpmge . Segno ueggiamo, che A precettori dell'arte non bafiando il darci tonofeereinge nerale in qual modo lOratorria poffentt di comouere li noftri affètti idiflintamentc quali fiata i coflumi de ighuani, uecebi nobili, itili, ricchi, c poueri cidi* moftrano : itile nature de i quali con bell'arte tantedet* to lor motùmento uomo cercando dtaccommodare . Dettinfegnare non parlo, che non ha il mondo la mag* gior pena, che [imparare mal mtontieri.quefìojàoe grìwto, che fi morda, fofferc fiato fanciullo, cr f>l* fb io,per quel ch'io prono al prefente mczo vecchio Jì co me io fono ; che mai non odo il Koinojne leggo Bartolo, c Bili) (il che faccio ognigiorno per compiacere a mio fière ) ch'io non bclìemmi gii occhigli orecchilo ingcgno fflio,©" lo uitamia condannata innocentemente afa ucr cofa imparare, che mi fio noia il faperhMdarm adu que iinfegnare, 0" dì moucr non dilettando ci fatichi uno i zi dilettando fenza altro(quanta è la forza del com piactre)ftasno polenti di perfuader gliafcoltantitripor tondo U difiato tintoria non per forzarne quali merito di ragione, ma come gratta a noi fatta da gli afcoltanti, per quel diletto, che nelle menti di quelli fuol partorire Torà* tione ben compojìd, ©" bea recitata, E f ucr amete quella ì buono Oratore, il quale parlando £ alcuna cofa princi palmcntcnon con U confa trattata, fi come fanno ì philo fophi,mo con tarbìtrio^ol nuto&col piacere degli au* ditori,tenta,cr procura dì convenire,qucUi allcttando in maniera, che altrettanto dì gioia rechi loro loratione la otte eUamoue, ©" infegna, quanto fare ne la ueggiamo mentre ci lo adorna per dilettare . er queSio è quanto mi par di dire nella prefente materia . Val. No» pen* pie dtcofi tatto ifbedirui dalla imprefa già cominciata, the le ragwtJJ,efw ci adducete, quelle meglio non diflm* guendo, nonfonbajlattti di farne credere fopenicne prò polla, adunque egliè meflicri che in qnefla confa medefì* ma argomentiate altramente :ilche fatto, perche al So* rmzopienainentefcÀisfocciatejpmmimfacédouitCoa bello ordine mofhrarete in che modo, er per qual uia prò udendo coté uicà del dilettar gli afcoltanti poffa acquifiarft f orario)» uotgare : che a tal fineife io non ntingaa mìgli udimmo fjre kfm dimanda. Broc, Molte fon le ragioni, per le quali fi può Koftrar chiarantnteipet fetto Oratorcdilettandopiu che tnfcgnxndo,omouenda ti fttóttfficio adempire: te quai ragioni, {Indiando dejfet brieue,perche a uoi pia tojlo il douer dire uemffe,dc(ibt rai di tacere s ma fé mi o Scròto, cotanto difiderate (fòt lèderle, er ciò ut pare che molto bene al fatto uojiro per Ugna io che ne parlo per cMpiaccrtà aclentieri incornili darò i quindi ti principio prendendo j che la Rhetoriat non è étro,cbe un gentile artificio d'acconciar bene, et leggiadramente quelle parole, onde noi buominifignifi* marno Um (altro i concetti de nofìri cuori. Diremo adu que, che le parole nafeono al mondo dalla bocca del noi* goderne i colori dulie herbe ì ma il Grammatico <fWf Orator famigliare t quafi fante di dipintore,queBa decada* Cr polifcctonde il macjlro della Khetorka dipingendo U ucritiyparlit er ori a fuo modo. Che cofi come col pendei  10 materiale t uolti, er i corpi delle perfonefa dipingere  11 dipintore la natura imitando, che cefi fatti ne generò s cofi k lingua decoratore con lo flilc delle parole bora in Senato, bora ingiudkio, bora al uotgo parlando, ci ritragge la ueritÀ ila quale proprio obietto delle dottrine fyecuUtiuejwn altroue che nelle fcboleg? tra pbilo* fophi corniciando ; finalmente dopo alcun tempo d grufi pena con molto fludio impariamo .Ut è il nero, che coji come a ben dipingere Ut mia effgie,è afpti il ueder>ni,fn Za Altramente hauer contezza de miei coltumi, o lunga* «ente con effo meco domfkarf: » dipingendo l'artefice  DIALOGO miffabra cofa di me.faluo U ejhrema mixfuperficie,nota agli occhi di ciafcheduno j fmitmcnte a bene orare in o* giù materia ball<i ti conofecre un certo no /o che detta tic ritk che di continuo ci jia innanzi fi come cofa, ti quale ne i nofìri aitimi naturalmét e difaperk itftderofi, fin di principio uoik imprimer Domenedio, Può bene effere, tyfbefic uolte adiiuenc che la ignoranti* del uutgo f 0« rotore afcoltando,colga in f cambio cotale effigie dipinta, lei ifìimando U uerità ; non altr umente per anenturd>chc l'idolatra plebeioje dipinture^- le 0atttc,nojkc buma* ne operationi s f accia fuo Dio, er come Dio le riuerifed* Può anche ejfere che Foratore ori a fine d'ingannar le. perfonerfando loro ad intendere, che'lfuo diffegm fìa il uero,non del nero ftmilitudìne ; nclquat cafo quello coM lejnon ofìante il fuo ingegno merauigtivfo, meritarebbe, che fi sbandiffe del mondo itydift fatti oratori fi deono intender le parole di chi biafima la Khetorka ; cioè colo ro che ad altro fine la effercùancyhe tindulìria ciuile no U fermò. La qual cofi no pur a lci,ma a qualunque altra più honoreuole,et utile arte è tra noi,facilmente intrauit ne.Uora al propofito ritornado, certo per le cofe già det te, in qualche parte no fìa difficile il giudicare la queflian coiiiweiittJ, percioebe Cinfegnare, il quale è jtrada alla uerità propriamente parlandolo è cofa da Oratore; piti tofto è opra diUe dottrine fpectdatitte; le quali fono fden Ze non di parole, mi di cofe, parte dìuine, parte prò* dotte dadi natura . Kelìa adunque che noi tteg giamo quale ufficio f ìa più proprio deli" Oratore trai ddstta* re, zi d mouere, fi mamme, che innanzi tratto; un  COROLARIO inferiamo ; cioè, conciofia cofi chel perfetta Oratore tuie fappia,qual parli ; e quale in fegna tale imm par affé i troppo ora chi ha opinione cbe'lfuo intelletto^ che non fa nidla 3 fìa uno armarlo d'ogni fetenza : non per Unto fempremai in ogni età rari furono non pur li buoni ma i mediocri Oratori ; ertili nofìri fono ronfimi ino gm lingua ; fi è coft diffìcile non follmente il faper bene U miti, ma ii pxrcr difaperk, Hor di quejìo non più i er aUe l te del diletto, et del mouimento conferiate che io ini riuolga . Certo,nattfrabnente parlando,ogni dilettofièiHomnentojna. in contrario, fiando ne itcrmini di quella arte, ogni Oratorio mouimento è diletto; concio», fu cofi che'l perfetto Oratore muoue altrui non per fcr za, er con uìoknx.4, in quel modo che noi mouiamo le cofe graia aRinju, o k leggieri a!? ingiù ;md fempremai muoue ha cotifome affindination del fm affetto : U* <jiol cofa non può effer, che non glifia altra modo pù* ce«oJr,cr giowfi molto i ne ad altro fine ( fi come dian* Xt io diceua)da maefhideUa Khetonca fono dijìinte. «•mutamente le dijhofitioni degli ascoltasti : i cui affet» ti col mutamento della fortuna, rj degli anni fono u* fati di ttarùrfi ifalxo, accioebe tomfeenda il buon». Oratore otte pieghino k pacioni de petti lpro,iui col ut* gore delle parole (indie, ©" f enti dì ritirarli. Et per «r (o,fèl mouimento rhetorico fuffe Saltra maniera } ogni mgenua perfona come sforzata, ty tiranneggiata dall’Oratore mortalmente Codiarebbe : ne pofp credere che ninna Kepublica, bene o male ordin.it*, fol che tJU tmajfe U l/bcrtà, comporujje 4 fuoì cittadini befferei*  SI 4 Urft in una arte; con k quale non porgli equaU,m i mi gijbr-ttiiZr le leggi loro di dominar stttgegniffro . Re* jta a dirut in qttal inoliti diletti tal mcwmai ù, er onde uegm cfje*/ diletto che ne gli afitti dcUbuomo partorii fcc i'orotiùne,fia muramento appellato: che tutto che co* taitofe paiono alquanto più pkfcefoWie . ck orione, tttttauia egli è hello ilfaperlt; miggiormenle Se alla ma tem di che partiamo, grandemente fon pt t'inaiti . Mi deUa prima brievemente miefbedirò : Che fi come i^di* pintore, or il poeta t dite artefici il? Oratore fmbùnti, per diletto di noi fanno tterfì, er imagim di diuerfe mi* nieraquali hombili,quai pkceuolì,qtat dolenti^ qud liete *po/i i't buono Oratore nm folamente con le [accie, con gli ornamentici co numeri, ma ad ira, ad odio or ai inuidia mentendo, fuol dilettar gli afcoltanti . lo ucramen te mai non leggo in Virgilio k tragedia di ElijajVìo no pianga con effofeco ilftto mah;non per tanto eonfideran io con che gentile artificio ci dipingefp il poeta l'amor fuo,et k morte fua : cofì uinto, come io mi trotto d.dli pie tà,non pofio itero che fomm&ìientc allegrarmi ita qual cofa non dee parer merauiglia a chi per troppa aUegrez ti alcuni uolti fu cofbrctto di lagrimare . E ti uero che una tallettione è polènte di più, or meno commettermi, fecondo che et più t er meno fon dijhojh a compaflione t ma in ogniguifa più mi è agrado il lagrùnnr con virgi* Ito, die non è Under con klartkle : Md tornando oSl* rottone,ame pare che in quel modo 3 cheti trafitto dalli l 'aranti pudendo il fuono coniteniente alfuo morfoji le* uifufo i er filta tanto fin che fbwmor perturbato fi rifolitc in [udore er qaafi marefenzà onda queto flafii nr! Iwcgo jtto ;/MHfciiefiff><UJc parole d'uno Oratore eceet* lòtte ntoffo udirà alcuno buono «r(icondo,nonfenz<t mal to piacere sfoga il cédo f cbe k complelìione naturale, o altro tirano accidente gli tiene accefo nell'animo ; il quat piacere.perciocbe nafee da cofa per fe medefxma óifpk* ceuole,et noiofa moltOtcbc non diletta,fe non per queU4 conformiti eb'è tra lci,ty l'affetto deWafcoltanteila quaì cofa mafie PbikRrato effóndo Re detta fm giornata i « comandare a ciimpagni, che di cokrojcuiamorimiferé méte fìn'mmojfi ragionaffe)perb è ben fatto ebe proprii mente park ndo,taipmere non diletto, nw mournié to ft& nomiìuto'a cuinatura odioft.acciocbe a litigo andàe non « fi (àcckfentire i ty altrotanto per feci annoienti* to dinar zi nel conformar fi aWaffctto nedtkttaua(concia fia coft che corta fìa k concordia delle cofe non buone ) pere uolferoiKbetorkbe l'oratore bricuemente,^- in pothe parole fe ne doueffe efpedòrt.Mtnel nero il diletto di l mouimento è coni un rifo nato innoinondi uerà atte* fktIBtijm di foUetìco ; il quale continuato da noi final» mente in doglia,cr foafmo fi conuerte . Md le facetie » ì motti,kfcntemie,k figurej colori,k elettione, il nume» rorfilfitodcUeparole ; l'ufeer fuord delkmateria, et al quanto,a guifa d'buomo di fokxzo difiderofo,per logkr dino dell'altre cofe uicinegir uagando con l'inteHcttofo* no cofe tutte quante per far natura fommamente pìaeeuo li i nelle quali di continuo non altramente fuol compiacer fi k nofkd mentCiChe degli odori,de fuoni, er de colorì materiali fi dilettino ì fentimenti del corpo. V a l. Fera  tutetà tnatetà m poco o Brocardo, mentre ancora ( benché di kmge ) noi feorgiamo l 'entrata del cominciato ragiona" mento,z? innanzi che la dolcezza deldtlettog? del max fttmento tratto ultracorte più altra yio at flagrate d'in- dire eiòy che ante pare di poter dire con uertta de gli *f* fettig? de movimenti di quelli: perciò cheto ho per fera ino, che f Oratore principalmente habbkatra non di co movere, ma £ acquetar le procelle, che neUe parti pia bajfe de nofbri animi, Ora, fottìo, er la màdia (uenti contrari] al fereno deJkragionc ) fono ufatidi coautore; 0- ciò può far l Oratore non folamente nel fine, ma mi principio del fio fermane jnutando foratone, chefe Cefare nel Senato a [onore de' congiuntati prigioni. E k il Vero the quello iiìeffo Oratore che ha uirt* di rafferend re, può turbare i fentimeni: ma chi ciò face,o è perfom vittima, che male adopera lo [uà fetenza > quafi medico, che auelena gl'infermi ; o è di farlo corrette, fendo coft mbojjibilt il torre altrui fèdamente dallo ejlremodel* f oiioit? nel mezo della ragiaue riporlo, fenza alquanto fargli jentire dell'altro efìremo contrario, La qual cofé auegnadio che ver afta, non per tanto, uolgarmente par landò, fìamoufai Udire efjer proprio deU" Oratore ìt cominoiter gii jifeta, fecondo il qual modo di faueUare fece il Soranzoùfua dimanda :percìocbe il mouimento èautÀgaripmnoto,a'pareopradimagporforzache la quiete mnè: fenza che la maggior parte de gii Or j* tori orano apnc non d'acquetare, ma di commouere gli af cattanti. Io iter amen te per una terza ragione, ho api mone, che ali Oratore {hu portegna d commouere, che  tacqm^  tacqttetare iconcioftacofacbe iartefua non fokmente turbando(ilche è noto per fe medeftmo ) m componete dogUaffettì t queUimmua > a'fofp'tngaìche grandifiima noientu deeefferqueUa decoratore ne nofhri animi» qtulbora a benfare ne perlmde,cofaoprandù con le p4 role in unahor^che inmolti anni utrtuofanentc uiuen* do,a gran penartele acquijiarfi il pbtiafopho . Hor ne* dete hoggimaific k R betono* è atte comeniente atta ci ittita della uita,cr aUa public* libertà) cr fe ilcommottcr gli affètti è operatione piti, ometto aU 'Oratore bonore* itole de$infegnare,w del dilettare, Eroc. Certo fe il mouimento oratorio fuffe tale, er ft fatto,quale dianzi il defcr'iMuatejmakfecel Ariopago a divietarlo agli Athenkfi i maio non uedoebe egli fiatale, confideranno the Foratore nel trattar de gli affitti, ponga mente pili tofio aUa etagj atta fortuna che ciperturba,òealkr4 gione,cuifola tocca di temperarne . Ma pojìo cèfo che eofi }ìa, come mi dite, io ho per fermo, che cofi come per le ragioni già dette concludemmoicbc la dottrina del foratore a gli afcoltanti infegnata non è (denta di ueri td.nw opinione, cr di nero Jhntlitudwe,fmelcmentc k quiete dcfeiitimeiiti,che negli animi bumani fuolgene rarela Grattane none umii,ma dipintura delia, uirtu: eonciofia cofa che U uirtù è un buono babito di cofiunù, ilqualencn con parole in ijlantejnu con penfieri,or con opre a lungo andare ci guadagmmo . Wrf accioche non creggute che U buona arte Rhe* torica di tutte Urti reinajia una eerta buffonariadd far ridere t benché egli tibabbhdi queUi chealk cucina cimi la^imigliarono) noi douete fapere, che dd numero dcu"arti,altre fono piaceuolij^ altre utili : quelle fono le utili, le quali communementc nominiamo mecanke: delle piaceuolt parte Im uiriù di dilettar l'animo, parte il cor» po delle perfonew parlando più chiaramente pjrte il feti fojparte la mente fuol dilettare. La dipintura,et la rnufì* Citigli occhiagli orecchi'; gli unguentari},il j;<j/ó i! cww co, li gujìo j er la Jiufa ccn la temperanza del c.ddo Ino, tutto l corpo con magHìerio piaceuolc,fono tifali di con* fortareittu te artiche Ciiìtdletto dlcitano,qvMtù al prò pofito fi conuiene,fono due ; cioè rhetorica cr Voefta: le quali, muegnadio che altramente che per gli orecchi paffando, non peruegnano aU\ntelletto, nondimeno perciò fono da effer dette intctkttudi, che elle fono arti deU le parole, ijkometi deltinteuettoi con li quali figmfìchia tao lun tauro ciò che intende U nojira mente. Certo del la «o£rc,cr de fuoni è la mufìca, con la quale annoucrando igrauijzr gli acuti } quegli in manier4 tempriamole diuerfì ( fs come fono ) jì congìungono infieme a generar thartnoniaxhe non pur noijma moki bruti animali muo* «c,CT diletta mirabilmente; ma la Rbeloricajy la pot* fia fono artifici] delle noci de gli huomini, nocome gratti C7 acute t ma propriamente come parole, cioè in quanto elle fonfegni delTinteUetto, quelle accordando fi fatta' mente, che ne nefea. una confonantia, U quale, metaphoriamente parlandola primi rhetori al numero mufteo dflimighandola, numero anch'effa fu nominata: fcnxA d qital numero,non è oratione la erottone; er col qml nu* imo ogni mlgarttet inerudite ragionamento più hauer  nome ioratìone. Ma quello è punto ì che aben uolcrlo mm0are(conciofucbe in Mfolo,quaf in contro /ir* mifiimo, è fondato il dìfcorfo di tutu Urte oratori* ) c mefòeri che un'altra nolta per altrajìrada noi ci faccia tuo da capo,conftderando che tutto ì corpo detta eloquen tia quanto egliè grande, non è altro che cinque membra, CT non piu,cìoè parlando latinamente jnttentione,difj>o* fttione, elocutione, attiene, CT memoria . Infra le quali, finta alcun dubbio la ebcutioneè la prima parte, quafì fuo cuora effe anima la chiamafihnon crederei di mentire: dalla quale, non chealtrojl nome proprio della eh* quentìa, comeuiuodauitauien deriuando . Et per certa la muentioncjty dift>ofttione,fono parti che alle cofe per tengono : le quS ritrattate nelle feienze uà ordinando U erottone } ma la terza, per quel chefuona il uocabob,i propria parte delle parole, le quali non à cafo, ma eoa giudicio eleggiamo,*? dette leghiamo. Adunque aiate* gna che la elocutionc fia un terzo membro della chqitett tia, iiuerfomolto da primi duci nondimeno ella è fuo membro fj principale, che netta ifleffa elocutione nuoti* inuentìone, et dijpofitionc oratoria ut fi poffono annouerare. etctoè, perciochenon ciafehedma elocutione è or* toru,anxi in ogni linguaggio «vite fon k paroltjequali ttilitroppa,o uabgari,o afbre,o uecch'te, umciuile per* fona mninfmtofi in gtudicio, m con gli amici, cr co' famigliari parlandoci guarderebbe di proferire: etguar derebbeft fxcèntnte fenxA arte adoperare, foi che un tempo dèh fu uiti con gentili^ difereii kuomwifuffe ufato di conuerfaram le parole gUruromte dfikhcbia fe,& fotmtijporreinftemeycr otte prima ddfe mdefime <tUc cofe fignifkite faccomodawtno, hor trifefìeffe gli decenti loro,cr le loro fiUibe inmuerandoyidmark è «-ti/few: it quale folo,o primo fa Orator lOrat ore. Et ttenmente,fc quello è nero che io trono fcritto né" Rbeto ri, ftmtentione,cr dijba fittone (fette co/e effere opri più toflo di prudenti, cr accorti huomini, che di eloquenti Oratori Job il [ito Me parole è tutta Ixrte Oratoria: onde tutu è k quejìione del dilettare, del mettere, cr AcU'infegnire . Che, come il mcttere,& Sdegnare fono frutti cCinuentione, le cui parti fon proemio^arrattone, diuifione, eonfìmationc, confutinone, cr epilogo; cofi il diletto fi dee dire opra deUi Oratoria elocutione. "gorfe io u annoio mentre con le parole ualgari, k Ixtine, CT le greche uà mcfcolxndogr contri quello ch'io ui di* teua pur dianzi > non difecrnendo frale parole come io U trotto coft le ammaffo, cr confondo. Ma che poffo iot cèrto qucjti è colpi de nofki padri Tbofcamjt quali fion curando k cofe grani, che aUedottrmepertengono, follmente deUeamorofe con nouellettt, cr con rime fi dettarono dt parkreiben u y hi di quelli che fumo arditi in tentar le fetenze^ pochi fono,crfeit&t fama ; CT fi anticbiycbel ngionarne co' uocaboli loro, per la loro UtcchiaXi, uta più jirani che i Latini non fono, fareb* he opri perduta . Io uermente qualunque wua in uece ài njtrationcii amftrmdtme.cr di confutarne, diui* [mento, confirmamento, cr dif ermamente dicefii, me tnedefìmo tra gli intrichi di total nomi facilmente rauol perei m marna* ebe in qudparte Sortitone fidjc intra.  topcr to per ragionarne, potrebbe effcrcbe io r,d fcorclifii . F, v adunque mn mule iìrkorrere a forrejìicri, le cuiuoci intendiamo, che a mftrani che non i'mtcnàano,imàando i Latmìi quatt dd padri Grechi le dottrine,?? le parole prendendo, ferono lor priuitegio di poter tffer Ro>w« ne cornetti in lor feruigio le adoperarono .Val. Infitto a qui uoi non ufajle parola, che alcun uolgare a fiottandola fe ne douefa merauigUd re: ; ma procedendo pinoltrit uoi incaperete in concetti che ragionandone, a volere efiere intefo, uifid meflieri di proueder di «dei* toh, che a gli orecchi di Italia fi confacciano un poco meglio, che t Latini non fanno, B k o c. Ragionando con efio uoi netti prefente materia, la cui mente di gran lunga lentie parole preuiene, non ho paura di doucr dire ucabolo che peregrino to ejitjlimiaie . Val. kvxgnadio che delta arte oratoria tra mi pochi, et con jtiUrimofio molto (quale* camera fi conmene > habbiate tolto a parlare: nientedimeno io tri configlio, che cenquetTammo, er in epteimodonefautUiate, che mifartpejeinprefentia di motti cofi dotti, comeigno untine ragionafte; laqualcofa perauentura auerrà t perciochtl Soranxo Mgentifiimo gnardatort de ho* fhi detti, quelli in uno raccoglier k, CT raevUì, non pò* irà fare che moki just amici diftderofi di novità, non ne faccia partecipi .So% Certo m fui partir di Vincgia mio germano mefier eteronimo grettamente mi comandò, che mentre io \\efiiin Kotogna, d'ogni cofa^he h giudicaci notabile, ne lo donefit auifare, er botte fot* to infttìhmspenfate qutUhe io fatò permmvdicoft DIALOGO  tmbit r<tgtonmento:dopol qua^permio gtudkb, um* ito ì Papi,ctgflmpcrddorì.B boc. Ben conofeo meffar Gieronimo, atk prefenza dd quale ne paroline oprc,fe non elette jion fon degne diperuenire . Ma noi Soranzp foche fare ilpotrejle) farcjìe bene, detto che io xrihébk mia opinione,queUa jlelfa con altro jìilc di feri uere,che non V udite dame; che una coft è il pastore prk «diamente,?? dà omico,fi come io fdfeio con ttcixt altro, i lor fmuere altrui d perpetudmemork de paffati ragio- namenti .r?ncl aero,fcciò hauefii penfato *thor, the fejle li qucjìione.Q io taceua del tatto, o cofì tojio non r| fbondetm cbelcpdrote>a' le cofeche a cotale arteper' tengono,*? foprd tutto il porle inficine, con heUo or« ime ckfcheduna afuo luogo dijliutamctc efbticareèfat tura di motti giorni, non d'unbora, o diàicsna rio errai neWmcomnciare, forfè net perfegwe tiimaidarò, Se otte io pen fitte hoggidiaìqnanto ufctndo detta mteritt di tutta l'arte oratoria (che ch'io nefappk) Ifaermcnte- parkruiiadoprando quelle parolesou le quali tw Latini frittali '.ftitdki d'imparark i bora alcune poche cofette^ che al fitto mffroccwengonojwieucmente percorrerò: coft ài un tratto pagarò il debito del dmer dirui mia opi Bi«te,et ddftQgli dth)e parole latine, nelle opali d lungo Mudare il parlamento fi ramperebbcbelkmcnte miguar dirómpili faggio nocchiero di me kfeiando k cura di do utrfarefi perigliofa «àggio, nùque al prcpofito ritorni do,bécbe diati ftcÓdo i rhctorijo ui dicefU £mfegnarc,e U mauere effer due opre d'muentione  conciofiacofa che quoto motte il proemio,®- [epilogavamo infegtia la tur  rottone, ratione,et cottftrmatione ; nondimeno mutando in meglio mi* openione,cr cofa a coft proportionando j a me pare di douer direbbe impegnare propriamente alia dijj>oft* tiene portegna ; tome in contrario k confufion delle cofe ci partorifee ignoranti, Adunque [empremai col mo lamento la àutentione, et con k dijfccfitione Cuifegnare > dm il dilettoci che parliamo, con lafua madre clocutio* ne,forma,',a' aita dell'eloquenza, meritamente accampi gnarerao. Quindi pacando alle treguife di caufe dall'O rotore confìderatcg? a tre jìiU ucnendo,cioè che tre mo di di dbrejuna aU "altro con mijura agguagliatilo, io li con giungo in maitiera,cbe la ciufa giudicale, cui è proprio la grattiti dello jlilc,al mouuncntow inucntvmeJa deli beratiua coljuo }Ul bajfo,& minuto alla dtfbofitìonc, cr aUo infegnarcuuimamente la caufa dimojiratiua medio* cremente trattata.aUa elocutione,et al diktto,dirittamctt ttfta ribadente. Le quai cofe m cotal modo difpoéìe,pro cedendo più oltra facilmente fi può concludere, che cofì come tra le parti d oratìone la elocutione è la prima, CT k caufa dimojiratiua è k più nobiie,ct più capace d'opti ornamento, che d'altre ducnonfono&glifìili del dtre, l'I più perlettto,zx più uirtuofo è il medmera ilquale non è auarojx prodigo,ma liberale wn fuperbo,ne abietto, ma altero, non audace, ne piiftUxiìimo, ma ualorofo; non kfciuojte (lupido, ina temperato,coful diletto oratorio al mouimento, ey affmfegnare è ben degno, che fi pre* ponga . Però ueggiamo non fempre mauere,o magnar Voratore > ben quello ijleffo per ogni parte ioratione, in ogni cauja con parole elegàttjiudiarc di dilettarne: dqtu  K le  te non contento del diletto delle parole, per raddoppiar* ne il piacere*? compitamente addolcirne,r icone ai ge* flo^dff 'attiene detoratione condimento, cr mele, er Zucchero foauifiimo degli orecchi, et degli occhi nojìri, X)aQaqu<tleattione,perqueliagratia,cbe è in ki.dcpen de in gwi/rf la uertù deli'oratu ne, che ella è nuUajcn* %ieffa;la quale fentenza da Dcmojlhene data, E/cIn* lìt fuo auuerfmo poco appreffo con bcllaproua ci con' fermò i mentre leggendo a KhodianiU oratione di De* tnojlhene, marauigliandofi gli afeoitanti, bebbe a dire Ueramente m^rauigliofa effere Hata la oratione, effoDe tnojlhme recitandola iquafi dire mlejle,Cattentioncdel recitatore potere feentare,cr accrescer forza aU'oratio* tic j er in maniera da fe mcdeflma tramutarla che non pa rejjè pia d'ejfa. Val. inu jrc&cfori/ Soranzo eonfentd^ cbedikttattdopiu, che infegnando, omoitcndopcrfuadd la oratione,egli difetta d'intendere con quat ragioni con tra la mente di Cicerone gli protiarcfe, che la caufa de* mofìrattua fiapiu nobile dell'altre due,0-che defliliil migliore fia il mediocre : ef per certo da due colali pre* ìmffe più tojfofalfe,che dubbiofe^alanetcfipuo decide re U queflion dijbutota. ErOc. Qui dfbcttaud,che inter rompere le mie parole ì fendo certo,chcctò io difii dcUd tanfi dmoflratiua, cr delio Me mediocre Subitamente rifìiitarejle.Peròfxppidte,ct)dppìalo anche il Soranzo» che ragionata di cotai cofe con mufemplice narrattone, cr fenza dkmodrgomentojvbebbiinanimodich'giun* gere infime ì tre jhU,te tre caufe, er i tre modi del per* imicretCW k tre fwM d'erottone m maniera che atta in  ucn   l^O  ucntione il mouimentonelkcdufa giuàicìak t conlo jUl graie principalmente correfpondelfe : ma éU dtfeofuio ne Fmfegnare,tiella caufa, deliberatila con lo /iti baffo:ul tintamente ti diletto ali a docutioue, nettd caufa demojìra tiut con lo Ihlc metano propriamente fmferiffe Al qud* le ordine da tutti i Rbetori cofi greci,come latini, effere flato offriuto,cbi le loro opre riguarda, fidimele giudi cari laqual cofafe eofi è(cbe certamente è cofi)uoi me de fimi per una ijleffa ragione argomentando k oratoria. tlocutione,con tutta quanta la fchierd fua, alle altre due partid'oraticne con le loro ordinate debitamente prepo nercte;cbs no è honejlo ilbncn col ti ijlo agguagliarexia. il tuono al buono,etal migliorejl miglior fliie,fwfe-,c<t« fdyCt per Jual ione, co rdgtoneuolmtfura dee pareggiai, M a de (itli poco appreffo perauctura ragionaremoye del diletto fi èfauellato a bajlàza. Dunque alle caufe ucnen* 4o>come io dilUjtoji ridico di nuouo, che la caufa demo* fìratiudè laputborreuole, la più perfetta, la più difficì le&finahnente la più oratoria,che tutina deU'dltrc due: la qual cofa mentre io tento di dimofirarui, io iti prega, che non guardando alh fama de gli faritlori detta Kheto rka, poniate mente atta uerka : la quale da ragione aiti* tataro mi apparecchio di palcfarui. Perciò che altra co* fa è il parlar di quejla arte, le ucne fue, ifuoi membri » l'offa, i ncrui, er la carne fud dnnoaerdndo, partendo: la quA guifd d'anatomia, hi infegmtndo con Itrd* gioii! operiamo ; cr altra cofa è il parlare oratoriamen* te al uolgo, àgiudteio, d Senatori, <fteìUaUettando,cr mouendo iti che non faccio ai prefente orje una uol*  Ri U U(che Dio noi uogtkyjl farò : quando t ubìdiendo,a mio padre, la «o«,er il fìtto, che ei mi donò penderò a litiganti. Hot di quefio non più, et al propoftto ritorniamo. Io ucrmentc le tre caufe oratorie per li lor fini, per Ufo ro ufficij,et per te loro materie 3 con diligenza confiderai dojia pojfo akro,ée credere, che la cattfa dimofkatm fta infra tutta la principdled cui fine è koncflà; U cui ma teria è uertù^cr il cui ufficio è il dilettar intelletto, ®- di ien fare ammonirlo. Quindi nacque il coflunte nella republica ateniese, publicamente ognanno queicittadi* ni lodare,iquali fortemente per la br patria combattei dojfuffero flati ammazzati. La quale annua aratiom (fe A Vintone crediamo}lodando i morti,® le uertti lorojut to in un tempo le madrij padri,® le mogli confolaua he nignamente 5 ma ifrate&j figliuoli,®- i «ipoteche doppo lor rimaneuano, a douer quelli imitare, ®- farfì loro fintili mirabilmente accendeua . Adunque non indarno fo ìeua dir CiceroneCICERONE (vedasi), ninna guisa d'or ottone potere efferne più ornila nel dire,ne più utile alle Kep.di quefia una,di mojìr attua : i cui precetti bornio uertu non folamente di farne buoni oratori,ma a douer uiuere honejìamente con bella arte ne efortano ; il che di queUìdeUaltre due non amene ; con effe qudifpeffe fiate guerre mgiuBe perfm demo, er uendieando le nofìre ingiuricjhor gliimtocenti offendiamo, bor difendiamo i nocenti.Confufamente peruuentura più, che io non debbio, uà comparando fra loro le tre caufe oratorie ; il che faccio, perche io difidt* ro divedimene, ®-adar luoco al Valerio^he s'appre flaper contradire: mi ambiiue col uojìro ingegno il mio difetto adempiendoci parte in parte k mie parole d$in guerete. Adunque,feguitando il ragionmnento t etfra me jìeffo confìderando ciò, che dianzi dicem deltoration di Demollkene, fomm<mentc daWattion dependente Jbofer minima openione,cbe nelle caufe deliberatine, cr guidi* cidi molto più opri la natura decoratore, cr della mate rid,cbe non ftttarte oratoria, il cetraria è della caufa di* mojhratiud,neUd quale kggendo,non è men bella U ora» tione, che recitando iperò ueggiamo mediocri Oratori bene informiti delle ciudi materie, cr aiutati dattattio* ne, tj dalla memoriajn Senato^ er in giudiciofoler par htre affai bene : che in té cafi dalle cofe trattate nafeono in noi le parole ; le qualiconcordate con li concetti deffa nimo, ne riejce queUa barmonia, che fa 3upir chi l'afols td.Verk qual cofa molte fiate ne comandano i Kbctori, che non curado della uaghezza delle parole efqmftte, ad alcune altre non coft beUe,ma proprie molto» cr di gran forza neWefplìcare i concetti,uolgarmente parlando, ci debbiamo appigliare : ma nella caufa dimoflratiua è ine* flierinon foLonente di concordare le parole a i concetti^ ma quelle fcielte,ey dette fi fattamente ddunare, chepa* re a pare t tyfmile a fimik con belld arte fi referifed :& quelle ijìefji parole bor raddoppiare, er replicarle pia mite jhora a contrari) eògiungerlc ; imitando la projpet tùia de depintori,iquali molte fiate il negro al bianco oc* compignano,a fme,che più beUa&r più alta, et più ilhi* (Ire cifimojbri lafua bianchezza- Le quai cofe,tutte qua* te fono puro artificio, ma in mdniera difficile, che dWitnprouifo poter lodare, o uituperare eloquentemente, farette opra miracolosa. E il uero che nell'altre due cdU f edema uolta tutta betta, er tutti ornata ua emulando U oratione ; cioè a dire negli epiloghi, V ne proemij i il quali proemij ; benché primi fi proferivano, nondimeno ft come co/c più oratorie,et di «tàggìor magiflerio, gli ut timi fono > che fi compongono : cr li quali CICERONE (vedasi), padre, cr principe degli ebquéù douédo orda rc, di parolai» parola bnparaua^ 4 memoria gli fi man dalia. Adunque può bene efjer,cbe le due guife, Senato* riae giudicale ftano agli fotimmi pi» neceffarie di que* &a terza demo\bratiua;et che da loroifi come prime che fi trattarono ) Thiftd, Corace, o altro antico Qra ore l'arte Rbetorica i'infegnaffe di generare ima lepiuuot te quel, ch'è ultimo per origine,àuenta primo in perfet* rione j fempremai neUbumxne oper adoni, iui è »wggior l'artificio, oueil bìfogno è minore : eonciofiacofa, che nei bifognila nojlra madre Naturaper fe fola, da niund arte aiutata è tenuta diprouederne. Naturalmente con le xmpe, O* «> danti pugna t Orfeo" fi L ione ; et U damma con U preSexx.* del cor/o /ho fifotragge aU fmgittrié. F<* ilfuo nido la Kondine ; nj la Ragna teffendo fi pr xura di nutricar ji una noi buominicrea'ure ciuilicontaiutodeUe parole, mefU cfegnideU'inteUet* to, con gli amici dell' auenir configliamo ; a" raffrenai* dole mani delTìrdccndia minijìre,hor dar.entcid noi prefenti ci difendiamo ;hor quelli tfìejii offendiamo. Poco adunque miai caft ci puoinfegnar l'artificio ìfc non dijponere, er ordinare U inueiuione naturale ì ma mila caufa demo(bratm non ncceffamalk wftraui ti a k parole, le cofe col loro ordine, CT col /j(o /cw ro jóro puro artificio : il <jMd!e /cmiiufo nefk «afwa <fc/» le due prime, cr dafl 'indujlria nudrito divenne grande » CT neilff f er^J dcmojiratiua,quafi terza fui età, fi fc in* tiero.et perfetta,?? coft intiero cr perfetto, non pur ititi lira la buona confà demojìratiuà, itero nido Mfuo iplen dcre,ntà riflettendo ifuoi ràggi le altre due pia inferiori f caldai alluma mirabilmente. Quindi adititene, che v.ei kcaufegiudicialild gii$itia,eyleleggimoltc uolte fon laudate, erbiafunato cln le perturba ;et ne confglidel* k Kepttblicc la libertà, la pace, er la giuda guerra con /ornine Ludi fi effaltano ; er i tirami con uùuperiofon U cerati . Là quaUnijlura di oratione nelle Pbilippice di DemoBbcne,neUe Verrine et Antonimie di Cicerone,, riufei opra meraitigliofa. Finalmente Carte jet le caufe 0* ratorie a fentùnem di nofìra uita agguagliando, ofo di* rcj che le due prime fono il fenfo del tatto, fenzà le quili non nafceua,ne uiuerebbe la oratione : ma la caufa demo flratiuotornamcnto della Kbetorka,è oeebìoet luce ->che fa chiara la uitd ju.tykiagr.de inalzandole nulla del* Maitre iutnon èpofjcnte dipcruentre . Sia dimando m buono buomo pien d'ELOQUENZA,?? d'ingegnojlqudle u* feito della fua patria folo,z? mdo{quafi utìaltro BÙnteX «e/ig.1 a Harfi in Bologna^ be farà egli deSarte fuaife e*. gli accu[a,o difcnde,ecco un tale amocato, che uendc al uolgo lefue parole :fe delibcra,non fendo parte deUs Re publica, i fuoi configli non fono uditi . tacerà egli, er jiafua uita otiofa ì non ueramentc, ma di continuo con lajua penna nella caufa danofìratiuabiafìttmdùtty  R 4 lo  toltitelo Ufua eloquenza effercitara . La qttat cofa non per odio>o per premio, ma per itero dire facendo jn poco tempo non follmente da pari fuoijma da signori, et da regi (ari temuto,?? Stonato. Sor, Qkc/ìo ttojìro eh t{! lente (fe non m'inganna lafimiglianza)è il ritratto delt Aretino. Enoc, Io non nomino alcuno; ma chiun* quefì è,einon può efferefe non grand'bmmo,ondc ante pare, che quefìa caufa demofkatiaa tale fid alla fenatoria, w giudidale, quali fono le dignità ecclefiafticbe aUe grandezze de fecolari ; queUe fono naturali fucceftioni t qnejieper propria indufbia acquisiamo . er ro/ì come un ^articolar gentWhuomo fatto Papa è adorato da (noi /ignori, cofì al buono Oratore per la fua caufa demofbra tiua cedono igrandi del mondo : che ilcaufidico,w il Se nitore non degnarebbeno di guardare. Ncn per tanto jon de uegnaxbe neff altre due cavfe i parlaméti aratori) per li lor grattiti nonfonmen cari ad udire deU'orationi demoflratiue, non è difficile il giudicare. Perciò che ifog* getti di quelle due fon cofe trance pertinenti parte alla uita della perfona, parte aUo Hata della Kepublìca : wt4 quefU terza demoftr attua i uiui,imorti lafciando flare, folmente gli altrui nomi, cr memorie, d*ogn'm(orno di tode,z? biafimi ita dipìngendo . Adunque, cofì come il tteder pugnare a. corpo a corpo due nemici in camifeia co le coltella affilate, è affetto non men grato per le ferite typel ftngue, che fta il combattere a giuoco esercitato da fehermidori con artificio merauighofo,caft te caufe ciudi altrettanto per le materie trattate fono ufate di di* Iettarne, quanto quefìa demofkatm con Ufua arte del dire ne recagioia,cr fotiaxzo. Quindi adiuiene(fì come dmziio dicetu)cbein Senato, et in giudkio i medio* tri Oratori uolontieri affidino, out il difetto dell'arte col [oggetto ali che ragionano, facilmente fi ricompenfaz m le orationi demofkdtiue ( fi come ancora i poemi ) /e «ori fon cofd perfetta,non è chi degni ne d'udire, ne di He ocre . Et queflo batti al diletto, ey dSd cdujd demojbati Ud-m Vderìo,cbe ccnofcctc i miei falli, ghdicateìi, et correggeteli. Val. Può ben effer, che quel ck'è detto bdjlì al diletto^ alìd ciuf a demollratiua, ma non balli a gli Mi,dc quali,fbecialmentedel mediocre, fiete obli' g<rto di (duellare, B e o c. Veruna ifteffit ragione po tria parlare de gii ornamenti^ delle fomcdcldirt,o' dello flil mediocrexoneicfìd cofd che L ebcutionc è quei k punte della Kbctoriat, antiquate,®- col diletto, cf con lo jìil mediocre kbltondcaufd demofhriìiua fa decompdgnata da me : mi qucflaè opra d'altro ingegno, et tfdlìriindufhridrcbedetli urna, fenza che ciò farebbe uri njcir fuori di quel proposto, interno di quale pideque al Soranxo,cbeiofaueUaffc, Sor. Come Brocdrdo, è fuor di propofito il ragionar dello fìile, con effol quale Urationc genera in noi il diletto,cbt al mouimento,r? d l'infegnate facete proua di proferìref Broc. Ocià ìfuordipropofito,oiofonfuor dimeflcffo, cr non Cmtendo come io deurei i per la qua! cofa in ogniguifd io ho ragion di tdeere, Val, Ecco Brocardo noi conferii' tìamo,che'l parlamento de lìili,quando a uoipiace,in ah trofempo fi diffcrifcd.Uori(il che negare noncipctete) infegnatene ài che nwùera ì O' quai precetti o fermando, IL TOSCANO ORATORE [cf. Grice, “The Oxonian philosopher”] in ciafcheduna delle tre cdufe,pof* fa ornarli di quel diletto, il qual impreffo ne noftri annui ne perfuade a douerfarc a fsto modo :che con ul patto noi rijbemdefìe alia qucjìian del SorM^o. Bnoc, Guardate che d dbrcofa non m'induciate, che la lingua Tofcana tri faccia battere in difbctto,cbe molte co/è puh tio beUe,cr nobili molto, quando fon fitte ; la cui origine è ui\ifiimd,et ripiena d'ognibruttura . V a l. Già a feotari di medefima,per fare ogni amo urta anatomia di cor pi bitmani,cj in quelli uedera,oue er come notte meft ne portino le nojìre madri,®' portati cipartortfconojio fon men care te belle donne,che elle fxmo agli idioti, che té fccreti non fanno : però dite ficur amente, che'l parlamen toma cominciato farebbe nuUa.fe in tal fmeiton terminaf fe. B r oc. Vorrò pofeia, che minfegnate an  àie noi i udiri madidi perfuadere, con li quali, benché molto taoff.-ndano.me al prefente fignor ergiate sfor, %ate . Sor. Duolui t-mto ch'io impari t B r oc. Per certo fi, percioebe attendendo aSe mie panie, noi iatparsrete quel? ijteffa ignoranza, che in mollami con moka indultria, er con poco honore la mia fcioccbexzA mha guadagnato : cmciofucofa,cbe i precetti ch'io ubo da dtre nonfono altro,che la bidona de i miei dudij; con effo i quali fon fatto t Acquale io mi fono. Sor. ogni punto mi pare una bora yebe de precetti mi faiieUutc,con U quali brutti er uih{came diccjie)diuenti atto a far bella la or ariane italgare. Adunque incominciate,(euci me am.tte, CT quanto più facilmente potete,diclmtr atemi il itero, che non ha faccia ài uerijmile, Broc, ìacil cofa fìe Udopra-e ìprecem,Uquali intendo di dìmojtrar uima al mio iudìcio non fon cofa,che uno ingegno par 110 fìro debbia degnarfi d'adoperarli i però uditemi, ma con animo d'ammendarmi, non d'imitarmi, lo neramente fin da primi anni dijìierando altra modo di parlare, cr di fcriuerc twlgarmente i concetti del mìo intelletto, c que* /io «on tanto per deuere eflere intefo(il che è cofa da ogiù mlgare)quanto a fine chc'l nome mio co qualche latt de tì-a ifamofi fi tiumeraffe;ogn 'altra curapofipojìa,aU(t tettiott del Petrarca~,ey delle cento Nouelk, confommo fludio mi riuolgeÌJicUa qual lettione con poco frutto non pochi meft per me mede fimo effercìi atomi, ultimamente da Dio infbirato, rkorfi al noftro Mefjer Tripbon GabrieUe-AÀ qiule benignamente aiutato uidi, Cr intefi per fett amente <]i<ei due autori i li quak\nonfapcndo,cbe no* tar mi doueffe,hauea trafeorfo piu uolte . QKejìo noliro buon paére primieramente mi fece noti i uocabolipci mi die regole da conofeere le declinationi-,et coniugationide nomi, er uerbi Tofcani : finalmente gli articoli j prono* ttiij participif,glì aduerbii,^ l'altre parti dtoratìone di* fiìntmentc mi dichiarò : tanto, che accolte in uno le co* fette imparate, io ne compofi una mia grammatica: con la quale fcrìuendo, io mi reggeua : in maniera,che in poco tempo il mondo m'hebbe per dotto, ty tienimi anche* ra per tale. Sor. infmhcra non dite cofaxbe ci peti* tiamo ^udirla icr cofifbero the dek'auanzo atterrà, fe colmaefko,eycon gli autori antedetti d'impararlo ut configliajle . Bkoc. Dunque al rimanente ucnendo, poi che a me parue ieffer fatto un foknne grammatico, DIALOGO tonfberanzagrandijlima di ekfcheduno,cbe miconofce m, io ini diedUlfar uerfiiaUbora pieno tutto di numeri, ài fententie,pr di parole Vetrarcbefcbe ì er Boccacciane, per certi anni feicofe amici amici marauiglhfe . po* fck parendomi,ehe la mia uena iincmtinckffe afeccare ipcrcioebe alcune uoìtemi mancaua i uocabott, er non battendo che dire in dmerfi fonetti, uno ifleflò concetto mera venuto ritratto ) a quello ricorfì, chefe il mondo boggidi ; er congraudifiima diligenza feì un rimario, o vocabolario «algore: nelqualeperàlphabeto ognipa* rok,cbegk ufarono cjueftc due,dijiintamenteripofmy tra di ciò in un altro libro i modi loro del deferiuer le co* fegiorno, notte, ira, pace, odio, amore, paura, jberan* Xst, bellezza fi fattamente racolfi, che ne parolaie con* tetto non ufcitu di me, che le NootSc, er ì Sottetti foro non me nefuffero effempio. Vedete uoi boggimai <t qual haffex&t dijeefi ; er È» che Bretta prigione, cr con che Ucci m'incatenai . Ma molto più bo da dirui, che io non u'hodettofm'qukperciocbe bauèdo io(come dinoto {Tom biàut foro)ogni lor cofa cofi latina come uolgarc trafeor fb i cr ueggendo le foro cofe latine per rifletto alle To* fee, non effer degne de nomi lorogiudicéctò douere aite ttircperciocbe a uarie lingue uarie grammatiche, fegtien temente uarie arti poetiche, er uarie arti oratorie corre fpondcfferczrcbe Petrarca, e Boccaccio le lor uol garifapcndo, ma le latine (colpa o" agogna de tempi loro) ignorando, tante bene Tofcdnamente fcriueffero; quanto male latinamente poetarono; er orarono. Perk qual coftkfciaifiareitonfìgli detnofoo padre Mejfer  Triphone, Triphonejlquale a poetar uolgarmente con Forticcio U tino mi richiamano, tener uoUi altra (froda : per la quale mcttendomijon giunto a tale } cbe io ueio il male^non lo poffofchiuarcMaperchc il tutto fappiate.foleua dir* miMejfer Tripbone,che al Petrarca teffer nato To/r,c m,&fiper ben kfua lingua,et in contrario il non [aper- ta latina, benché Torte tenefje, fu cagione difarbgran* de neffuna, ma neSaltra molto manco, che mediocre . UaaVincontro mi fi paratia tefoerienza ; percioche 4 di nojhri U città di Fiorenza cofì Tbofcana, come è,non ha poeta, ne oratore pare al Bembo gentiluomo Vini* tiano . A dunque potuto barebbe PETRARCA (vedasi) con VIRGILIO (vedasi), cr con CICERONE (vedasi) far fi tal oratore, ®- tal poeta latino, quale U Bembo con Petrarca, cr con le Ranelle è diuenti to Tofcano : la qualcofi non emendo auucnuta,/cgno è t óc in due lingue ha due arUi però il Petrarca con l'arte fui uolgare componendo latinamente,^ minor dife flef* fomentre egli fcrifjh nella fualingua Tofcana. Conftr* mauamiaopenione iluedere ogni giorno alcuni buomi* ni pur Tofcani latrati, er digrand^ima fama, li quali tolti dal Petrarca&hor Tibulb,bora Ouidio,hor Vir gilio imitando faceuan uerfi uolgari ; li quali mezzo tré volgari,®" latmi,parimentc a volgari,?? a latini jpiace* nano iinfra li quali chiunque con nuoua gutfa dt rime t afenzarima ninna ilatini inùtaua, meno errano- al mio parere, er con giudiciopiu ragioneuale kpoeftecon* fundeuaipcrciocbe toglièdo a uerfi la rimo,o delfuo loco mouendolx fileiubro gran parte di quella formami* gare ; che i latini, er loro arte naturalmente ékonfee . qualcoft fi pronai ia in quel tempo, quando (q&tfì nitouù akbimilìa)lungamente mi faticai per trottare ìhe roteo ; il qual nome ninna guifa di rima dehetrarca tef* futa, itone degnai appropriar fi. Mouemianchora <t douer creder eofi la nojbra guifa dì uerfa il quale contri i precetti latini fenz<t piedi, er con rime non è mai dolce Agli orecchi, ne men leggiadro nel caminare, di qual jì uttol dcgliantiévAc quaipiedi poco appreffo perauen* tura fi parlari . Vinto adunque dalle ragioni, er effe* rienze predette, a primi jludif tornai ; er aU'bora, oh tra'l continuo ejfercitarmineUa lettion del Petrarca ( U quakofa perfe fola fenza altro artificio può partorire di gran bene ) con maggior cura di prima ponendo mente «fmìmoài alcune coje offernai fommamente (come io tredeua) al poetai all'oratore pertinenti ; le quali,poi che uokte,che tal faccia, brieuemente ui cjblicarò. Pria meramente le [ite parole d'una in una annouerando ey penfando, ninna uile,niuna turpe,ajbre pocbe,tutte cbk re, tutte eleganti, mi fu auifo di ritrouarle ; er quelle in modo al commttne ufo conuenienti, che eglipareua, che col cònfigUo di tutta. Italia, thaueffe elette, er molte, In frale quali ( qttafifìeUe per lo jereno dimezzami* te ) nluccunto alcune poche, parte antiche, ma di uec* Metz* non difaiaceuole s buopo, unquanco,fouentc : parte mghe, er leggiadre molto, le quali, quafi gemme belle agli occhi di cufcbeduno,folamente digentiti, et alti ingegni fono adoprate : quali fòno>gioia, fpeinejrai, dijìojoggmno jjekà, er altre a lor fmglianti ; le quali mm lingua erudii* non parlerebbe, ne ferimebbe k  mano. Ci  maio, fé gli orecchi noi cofcntiftero. L ungo farebbe ti co Uriti dijimtamète tutti i uerbiigli aducrbijxt l'altre parti doratione> che fanno illumini juoi iter fuma una co fa non tacerò.cbe parlado della fua dbna,et di la bora il corpo, hard Tamma,bora ìlpiantojbora il rt)o,hora ràdare,hor lo (ìdrc,hor ltifdegno,horla pietà,bor la etàfmfinalmé te bar uiua 3 bor morta deferiuendo, ty magnificando, k più mite i propri) nomi tacendo* mirabilmente ogni cof<t dell'altrui Uocifuote adortiarxbiamàdo la teiìa oro }mo t tj tetto d'oragli occhi folitfìelletZapbiro, nido cr alber go d'amore de guancie,bor neue et rofe,bor latte cr fuo co; rubini i labri, perle i dentista gola cr 1/ petto, bora moria, bora akbaBro appellando : cr quejìo bajìi alle ditùonhiai dalpoco,cbe io dìcojl rimanente, che è ntols to,pcr tioi medefsmi oficru&rete. Hor venendo alia ora* tiotte, mila quale quejlo raro buomo le parole, che io ui lodai co bella arte ua coponendojifguardado alla copia, io m'accotfi che bauedo detto Una mlta litme,fitoco,cate ftajdilcttOjdoloreft altri tai nomi,maì 1 mede fimi in quel Sonetto no ridiceuajna in lor loco raggio,luce,fp lèaorei fÌMU^rdoreffamUe^nodOfUccioJegame^ioia^piaccre, pena,doglia,martiro,fìrato,affatmo et tormèto }i ddetta ua di reppticare. Oltra di ciò io comprefrxbe egli *<naM di contraporr e i cantrarif& a quelli i propri) affetti, cr le proprie opre, propriamente parlandoci cogmnger di ftderauddella difeordia de quiltj'uno aU'altro co mijura correjpotidcndo)ì,ufciuafuora il contètOicbejente 1 gn'u noi cr pochi fanno la [ita cagione . Ma ueramaiteqicHx cracoja mdrmghejx,iry-dcgn*certQ didouerc e);cre  uff tan diligenza offeruata, che té contrari], crtaiuod, quafi (ili della fua telajn teffendo U ormone fono ordì* te in manieri, che ne afare per U fhrettezza, ne troppo motiijO <dUrg<Uc > ma falde.piane,et eguali per ogni parte (tanno mfiemc le fue giunture : il che è tanto maggior uertu, quanto men della profa i noBri uer(t uotgart atte lor rime legati fon tenuti di adoprarU. Ma perciò che nei la orationc,non folamenle le dittimi, cr il loro [ito confi deriamojni farma,et fine determinato, cifrai quale non fpetie, è mefiierì di fiatubrr. la qualcofa non è altro che'l numero ( cofi il cbiamorno gli antichi ) del qual numero hoggipromifì, gt incomìnàai, ma non compiei di par* Urui. accioche piena informatione d'ogni mio jtudio por tiatCyitoi douete [opere che'lnoftro numero fi come quel lo demolire lingue : propriamente è mifura della gra&ez ZA del utrfo : le cui parole ben dijpojte, er ben termi* nate a Urotanto, er più piacciono a&'inteUetto quanto ti fuono, quanto lauoce, quanto ilntouerdeUdperfona t CT de piedi de baRatori, er de muftei gli occhi, er gli orecchi fuol dilettare. Onde io giudico al tempo antico forfè in Prouen%a,o in Skika,queimedeftmi, che erano mujìci cr danzatori, effere flati poetiiiquati pareggiati do i lor uerftai balli, aicami,ejafuoni, borfonettì bor canx,one,et hor ballate i lor poemi fi nominarono. E l'I «ero che altramente mifurauano i uerft foro i latini, er altramente noi uolgari li mifurìamo: quelli, in fillabe d l ui dendo le ditioni,di effeftàabe alcuna %J,er alcuna brie ne feceuatmk quali infteme adunate norie mifure,cr uà rie forme di numeri (piedi dicono li fcrittori) iombi,tro cheì,fboiidci,dattili, er mapcfti ne uaiimnoa rùtfcirc : con effe i quali i'ìorucrfi a oncia a oncia fmifuralfcro', et ttmerajfero. Ma noi altri i wflri ucrfi uotgari con mi nore arte, a 1 con più ragion mijuradofrutto eguale ala. tini finalmente ne riportiamo, percioche non curando del la htngbezz<t,nc breuità delle ftltabe piamente contane dclc, quelle in.uno accogliamo; o~ cofi accolte ceti dilete to de gliafcoltanti rendono intiera la claufula,cr in ucr< fo ne la cpnuertcno . il quai modo da mifurjrc è ccffyu* ra,w falcerà moho.cbenon perturba le fiUabe, nell'epa, ro'.e di cuifon parti, fccma,o rompe nel meza : ma ne lor. luoghi co lorofuoni&r intendimenti kfcÌMidole,fanr,cr falue per tutto l v.erfo le ci conferitale quai cofe non finno forfè i Latóri, o non le [aiuto fi bene : i quali cenfidee randa IcfUabe non come patii di dittionc, ma inquanto brietii, cr iti quarti lunghe, troncando col loro /««ae- re le parole, cr non parole tendendole, fanno numeri, (he non fon numeruna pagi, o braccia, o altra cofa cou lemifurante la oratione, non altramente, chefe ella M* fe\unafuperftcic ben continua, cr di un ptzzo /c/o : nel qual cahjpejfe mite quello <t Latini fuole auuenire men- tre efii fondono i ucrfi faro,, he a Latini, cr a noi con li cantori adiuienc-J quali concordando le parole al/e note, fenza curar de lignificanti, fan barbarifmi nonfoppor tèdi. Non uuò però,che crcggLte,che la volgare fcan* fioncfiapuro numcro,tai:to, àie fole undici fdlabe, co» munqttc infoile fe adunino, facciano il uerfo Tofcano; ma è meltìeri in ntmeràdolc anziché all'ultima fi perucgna^lquuuoinfa la quarta a in fu k fefia, o infila otta  S ua Ua fèdere; ouerkogkcndo lo fpirko,fdcilmenlònfmo al fine ci conduciamo. Bifogna adttque che la quartajafe* (ìa,& la ottaua fiUaba fu ecft piana, in maniera, che k uocegia faticata comodamele uifiripofi,et adagie.Verò non è uerfo, Voi ch"m rime fparfo afeohate il f nono ; ne quelk.Voi Min rime fparfo il fuono afcoltate.ma bene è bello, et buon uerfo con tutti gli altri di quel sonetto, Voi che afcoltate in rime fparfo il fuono . Forfè direte co yual ragia da poeti udgm la undecima fiRaba(quafì Fu* M delie colme d'Hcrcele)fu pofta al uerfo per termine, oltre al quale non fi mettejje f A che rijpondo, che cofi uolfero i primi padri del uerfo di quefla lingua; li quali per auentura mal poteuano accommoiarlo a fuoni, a contà& <* balli lom fi più oltra lo diflendeuatto, o è più to iìocbe'lnojhronerfo Tofcano allhora è uerfo perfetto, quando egli è giunto alla rima. Adunque perche più fo* Ilo ft conducete a perfetti: ne, di fole undici fillabe, alla più lunga,ilformarono,concedendo il priuilegio di poter farft più brieue : er col conftglio di chi l'afcolta, alcuna folta con cinque, mafouente con fette fiUabe mtieramat te prommtiarfi.Molte altre cofe uipotrei dir delk rima, ma non ho tempo da ragionarne iperò paffando alla prò fa, nofhra propria materia, nella quale [e egltu'hanume ro alcuno ; noi il togliamo dal uerfo,ty in lei lo trappian turno, o inefliamo -.facilmente dalle cofe già dette fi può coeludere che i fuoi numerino so dattiliffle fpodei, mafo Ito appunto i medefmi che noi trouiamo nel uerfo, fc non che! uerfo ripofando in fu le quattrojinfu le fei,o in fu le vttofue ftltabe^ neUe undici terminando, ha più certi, r  pi» noti ifuoi numeri che U profi non hainéSa quale farebbe uitio non picciolo, fc k fua ckufuk po(ata alqua to in fui quarto paffo,totalmente in fu l' undecime fi fer» maffc . Dunque in qual moda iti dirò io cbe'l boccaccio fuggendo iluerfo, loratione deUe fue Cento noueUe sin* gegnaffe di numeraref certo quejU no è imprefa dafeher Zo, ne io l'ho prefa perche io mi uantidi confumark, Z7 condurk k buon fine ; ma aecioche conofeiate quali, er quanti infm horafiano jlati i miei Budip et di che piccia k utilità ; doppo lunga faticaci fono futi cagione. Voi hoggidl,fè non altro, fi almeno di meglio fpcndere il uo* flro tempo,che io il mio ncnfeppifarejmpararete a mie fpefe. Conftderando con diligenza hor le parole, le quali ufi il Boccdccio, et'4i cui dunzi ui ragionai,hor k kr co pofitkmejbora i fini de alcune ckufuk, hor le materie del le NoKeifo ninna cofa mi fi paraua innanzi che numero fa s cioè compita, ®- da ogni parte perfetta non mi pareffe di ritrouark.E' il ucro cheper diuerfe cagioni ciò auuenir giudicaudtCr hor natura, et bora arte lo cfiftimaua ; C per dirui ogni cofa, hor con gli orecchi del corpo,hor con la mente deh" intelletto di cofì credere mi configliuà . La elegantk, er antichità de uocaboli, co ì loro fuonipkeeuoU, le mie orecchie naturalmente di diletto defiderofe, compitamente addolcivano, La proprietà, er trasktione, k natura d'alcune cofe perfettamente aU [intelletto rapprefentando,fenz<t modo mi diUttauano. Tanno anebora in unaltraguifa numerofe le fue Nouek te i pari, ifmili, er i contrariai quali fi come è loro natura, alcune stolte in alcune ckujule pienamente corre  $ x fyondcndofìjiel paragone acquetandomi, non poteuano non contentarmi . Per U qud ragione,a me par tua di po- ter dire gli au uenbnenti di Pinnuccio, cr di Nicotofaji Spinelloccio, er del Ceppa di Cimone, di Salabetto, di Mibrogiuolo, er di Bernabò, beffa a beff ^ingiuria ad ingiuria, er cafo a cafo totalmente quadrando, le ter no uelk far numerofe. Kmneroja altrcfi poliamo dire la orationc,oue il fante di frate Cipolla guccìo imbratta, oue la bellezza iella uaUe dette donne, la greffezza di Fero» do, la uanttà dinudana Lifctta, la cofcjUonedi Ser Ciap pettetto, «r finalméte la mortalità di Firenze ci è deferite ta,ft fattamente, che più altra non fi defidcra : parla anebora in alcun hiogbibarkLìcifca, bar ta Bentiuegna del Mazza, hor lafuoccra di Arriguccio, bar la moglie di quel di Cbinzica,®- dice o>/fr,er parole in maniera al la ojona comtcnicti,cbe par che intiera ne la ritraggono; quello Jonnado co'lpuro inchiollro,cheTitianófoléni0 mo dipintore co colorile con l'arte fua no potrebbe adont bfare. Ma il numcrofo,di che ubo detto fin qui,pche può effcre, ej è forje non poche uolte dàniun numero accorri pagnato,non è il buono,di cui ho tolto a parlarui, bene è cofa da farne fltma, er ebeà trottare quel, che cerehiamo facilmente r.e può guidare,?? far lume : però, pajjan do più altra al componer dette parole, ©" <d finir deU le claufaie,come douemo, armiamo . Dette quali due cofe, l'una nonèpoftibile,cbcfenr.amtmero fu numero* fa U 'altra è fontana del mmero,et d'ogni bene che fa par fetta {a oratici ne. Adunque incominciando dalla fontana, quindi a rufeetti imiendo 3 a me pare, er in effetto è cojì, che torrione delle noucìle è talmente coìnpofli, che chi hi orecchie non inbumane,ftcibnente s'auede quanto eU U tiene di perfetto, er di numcrefo: la cagione oltre a queUo,che pur dianzi ucne diceua > non le orecchie, ma [intelletto dee far prona di ritrouare.zt per certa yuan tunque uolte ddiuiene,che con parole gentili^ fi tra fos ro adunatele ne aftra. ne aperta la lorofabrica ne rie fca,akun concetto cfplichimo; altrotanto fenza altro mt mero è mtmerofa la oratione. Et talee quella delle novd le : alla qaale\fu fi intento il Boccaccio, che alcune uolte uno, cr due ucrfi iv.fcendcne,o non gli uidc, o minti di kuarli non fi\urè,ma qua}] hellci-a [o caprifico che da fe 8efiifvafxf.o,et faffo germogliano, nelle fitc profe li coportò, &U cefi cane dalle parole ben compojle,frafe medefme alcuna uolta per k profa deUe\nouclle nafeono verfi,de quali quanto fono miglìori,ta)ito è peggio abbati dare; coft in effe molte fiate, anzifanpre uarij nmrteri dì oratione parte graui,parte uaglù,cr leggiadri fono ufati dipulkhre . con effo i quali U Boccaccio non più a cafo t  per natura delie parole, ma cv leggiadro artificio ua te gando le fue fentcntte ; quelle in quadro acconciando, eP fra i termini delle Icr claufule compitamente acceglièdo,  1 quài mauri moderando la oratione,et la vaghezza del torfqfuo con piaceuolì intoppi foauanente a frenando, hamio uertù non fokmente di dilettarne, ma dì giouarne,che in quelmodo, che la dejhezza della perfona con lapofjanza congiunta, le mftre forze fa gròtte fe^ mi defbuamonel difender fi pi» ficuro, ey neUo fendere più itnpctuofo, cr più fiem coft k profa da cotainume ri rfceofflprfgriirtrf è più cara ad udire ; cr <J»« concrfft, cb'ellafignifica, con maggiore efficacici fuol imprimer neWinteSetto . Forfè affrettate ch'io ue li nomini t cr che in trocbei,iambi 3 dattiÙ, CT piedi colali latinamente parlàdogli uì dìlìinguafmain darno affrettate, che {enei acrfo,ouc nafeono, er onde li prende toratione,non fon nomati, ne figurati 3 neRa profa, oue cfiìfon peregrini, quai figure, quai nomi può toro dare che ne ragiona ì Adunque a luoghi dotte efii albergano conducendotti, et quafì muto additandogli, il rimanente al uofbrofiudio co metterò. Ma itoi deuete fapere che enfi come la compofì tion della profa è ordinanza delle noci delle porole,ccfj i numeri fono ordini delle fiUabe loro i con U quali dilet* tondo gli orcchbi, la buona arte oratoria incominciamoti tinua, er finifee la oratone : percioche ogni cUufula co* me ha principio cofi ha mezp, cr fine, nel principio fi M mouendo, cr afeende meUnezo quafi fianca dalla fati* cacando m piè fi pofa alquantopoi difende, cr uola a\ fine per acquetarfi. Hora in quoti luoghi deUa fua uia di qua dal fine debbia pofarfì l'oratione,et quote fiUabe dal principio fta totani la prima paufa, no è precetto che nel comanàixt comodandolo, ragion farebbe il no ubbidirlo; ft perche la profa uttók effer liberajonde il numero no le è legamela compimento ; fi per fuggire ilfafiidio ycbe co i medefimi numeri,detthet ridetti più udtc,ci recar eh be loratione : fi anchora perche afententie.er affètti di* jfrari,partinteruaUi diparole non fi couengono . Che fe'l nerfonon fallidifce, ciò odimene perche ì fuo numero è puro numero, cr quafi muro della fua fabrica ; il male [mattato con altri numeripiu rileuatifdrijmàli, cr co» trurifcr d'ognintorno di rime,d'tpitbeti,& di figure di* pinto perde il colore, maggiorméte che molte mite il fin del ucrfò è principio, et talhor mezo della fentcn%a i ma nelk proft un medefmo numero è dette co/c, cr delle pa role iperò abondando ài dipintore farebbe operaaffet* tata,nm dilettevole jet oratoria,ma ridienti, puerile . Adunquerkoghendo le cofe dettcjpfrafe ftcfji para* gonandok, concluderemo mi medefima oratione per di ucrfe cagioni poter effer numerofa, cr non numero fi, perciocbel uerfo può effer nero, ma di parole ÙSfóme, €7 mal compofte: zrètdhora che la rima,et quei cafri* ., rij.ct quei fimili fan fonorajtta afyra molto lorationezr la caporione elegante [beffe fiate guafla il ucrfox? non uerfofagiudicarlo, Similmente la profa alcuna uolta ben capane le parok non bette, cr dura wka belle malamcn te ua componendo 5 et può occorrere che cofì come nella mufìca bencfpefjh le buone uoci difeordano,^ k no bua ik,o per ufanza, per arte fono tra loro concordi ì cefi ì pari>i fnmliw i contrari}, cofe tutte per lor natura ben rifonanti,qualche uolta co uoce a$ra,ty àfforme, qual, che uolta feioce mentc^ et a bocca aperta ua e faticando U oratione. finalmente molte fiate intrauienecke Ltpm /<* perfettamente compofta, quafi fiume del proprio cor p dppagandofi,nonfi cura non cht digìugere al fine,m di pofarft per lo camino,^ uafemprawfe'l fiato non le mancale, continuamente tutta firn uita eminareb* be . però a numeri ricorriamo, lìquali attrauerfando I4 (tratte pkccxoinmtc con Infinge, cr con uezzi ariti  ' £ 4 jre* f-efcarfi,ey albergare con loro la vantino, er non ualcn do la cortcfta,ucgliom uftr le forze; er per benfuo,mal fio grado,con violenza tarrefìino. Sor. Qae/fd leg gede nwnerideUa profauolgarepar molto incerta, er confufa nondOìinguendo otte, quando, et quante fiate dì qua dal fine debbia fermarli Toratione ; ne con quai pie* di cammì,o a qual termine fi conduci per ripofarfi . Md che è quello che ttoi dicefìe,che a fententie, er affetti di* fiori, pari intervalli non fi contengono f er come è uero che nella profa pitiche neluerfi,un medefimo numero fta delle cofe,ct delle parole tBxoc. BrieuementerìjbS derò,uoi(comefate)attentamcnte afcoltatemUo pur dia zi detCoratore,^ del muftcP-XT àc hr numeri ragiona ioui,hebbi a dire, che mufico ponedo infieme le mei gra tii,<y acute, et co fuoi numeri mifwrandolc campuceua a gli orecchimi lo ratore con le parole della mente fìmiii tudìnuVanìma noftra difoUazzo difiderofa, s'ingegna di dilettare. Adunque egli è ufficio d'oratore dir parole non solamente ben rifonanti, mamtctligibìli } ey a comete ti signiftcati correfhonientì, chc si come nei ritraiti dì Titiano, oltra il diffegno, la fimiglianzà confideriamo(et fendo tali(fi come sono veramente) che i loro essempij pie namente ci rapprefentìno, opra perfetta, eydilui degni gli efiiflìmiamo > co fi ancora nell’oratione conia teflura delle parole, con i loro numeri, er con la loro concinnità tintentionifigrìfìcate paragoniamo: procurando che le parole pronunciate si pareggino alla sentenza, et co quel lo ORDINE [Grice, “Be orderly”] le significhino, che [ha notate la mente. Ver la qual cofafe i concetti sono gravi, le parole a dover loro rifondere deano farjì di fiUabe>cbe U lingm peni alcjua to nel PROFERIRLE [Grice, UTTER]; fiano jpefiiiripofi, ey non s’mdugie il finire ìil contrario nelle parole jo' nella SENTENZA piace* uoliueggofare a BOCCACCIO (si veda), w altrettanto pofimo dir degl’affetti. Perciocke i colerici con parole udibili, e prcjìe molto, mu imanm conicipi gramentc y agguaglun= do conle parole ?humor e, sono da esser PRO-NUNCIATI: che tuiegnadio chel Tbcfctno nel numerar delle ftlabe non pc ngd mente alla Uinghezz^o BREVITÀ (Grice, “Be brief, avoid unnecessary prolixity [sic]) loro,f, che piedi [e ne cempongd ; nondimeno nci prouiamo ogni giorno, che in cffefUabe con pia tcmpo, et più dffrdn; entefi prò fc.ifconoleconfoiuntii bclciiocaliìion fanno, llke Da te considerando,alcund tic Ita nelle canzoni ; er nella ce* mcdia,non d cdfo,o per confuctudìtte,md a bello fludic e<f léffe rime molto dfprc, non per dltrofaluo perche al feg getto di che pdrhatdyi^ro molto, er priuo aitato d'u- gni dolcezza fi comtemffero. i\u per cicche 1 poeta altro non uuole, che dilettarne,!* l’oratore dilettando ci per» fuade ; però è mefticrìche le parole decoratore totalmente si confacciavo a CONCETTI SIGNIFICATI, er che i ntmte ri deÙa prefa, cioè il principio i! mezo, et il fin fuo.uada <t paro col mezo, et col principio della SENTENZA, ikhe de uersi non adiviene, i cuinumsri non da concetti deWinttì IcttoTtiaddbdUifunm acanti fon dependenti, El efuin* di uiene, cbe I PERFETTI ORATORI SONO RARI IN NUMERO piu,chc i poeti non femodi quali auegnadio ebegradanente fimo obligati d lor numeri, et però il uerso paia oprat Uberto fd&digrmdifiimo magislerio ; nondimeno certieffm do jnqualfad parte cotdimnerifmpariiiOffenztttnol  to lo penfari(ifufo,fufo i . fubitamcnte li ritrouiamùì CrdagU orecchi guidati A mezo,ey al fine facilmente con esso lo ro ci conduciamo. Ma altra cofa è la profa,laquale dilet tondo er pervadendo congl’orecchi,- con Cintetiettcr, fumo oblìgati di misurare; guardando sempre che te parò le nonfian più corte, opiu lunge della SENTENZA SIGNIFICA fa : che ciò effendo, troppoo fcura, o troppo fredda riufei rcbbcTcratione. Sono adunque i fuoì numeri meno [enfi Mùtua affé più nobiliiun po più Uberi, ma non men certi di quei del uerfo i manon appare Uhr certezza, albergando neUe SENTENZA <>kquai sono cose intellettuali. E< ofo dirc, che cq/ì come più perfetta è la muficddelletre uod the deUe due; come mchoraè pm perfeita U dipintura de più coìori s che non è queUa de pockixojììa prefa, nelhi quale agl’orecchi ci all'inteUetto fi cecorda la lingua è oratione più numerosa del uerfome la Ungua, ctgl’orecchi aiue sole membra del nostro corpo t sono usate dì co Uenirsi  Qjtefioè il conto de fludij da ine fatti fmhorA in PETRARCA (si vda), et nelle NoueUe con fatica grandifimu, er con quel frutto che uoi uedete; ne me ne pento del tutto, fyeràdo che i mici errori funo altrui occafione di dauer bene opcrareia me nmgii, tiquale auezxo a fallire appe na ueggo ti miofallom cheiopoff a ammendarmi Sor. Seti uojbro fallo è fi picciolo che uoi peniate a uederb, fiate certo che agli altrui occhi fe totalncte imtiféile^e rò potete non curare. BkOc. L'errore è grande et da fe flefouffainoto t imldmk uifta ufa alle tenebre deWigno ronzammo che bafìi, nÓ lo difcernc:ct(che è peggiorai taddlme diuerttà non puo affiffarfinel fuo fbkndorc. Sor, Ver grulli additatemi quefìo more, er fe k m* (fra ignoranza ha prìmlegio di potarmi giouare infogni domiaicana cofa,non ktentteociofa. B«oc. Hohijono gli mori onde io mi trotto impacciato; ma tutti nafcono daìiaradiccji che dianzi ui RAGIONAI [conversazione e ragione]: cioè, che torte lati tu deh"orare>o- dei poetatela diverfa dalla Toscani, tìqttakerrore doterebbe effer e a cufchedtmo manifejliffimo. quindi or gomento^bek mie lunghe, zrpueriliof fauationifiano'morì j fbetkbnente quelli de numeri, deUa cui l’armonia k mie orecchie s di miglior [nono difi* derofe, compitamctite non fi contentano. Sor. Deffrf m<t ierk de numeri poco baurete dafaueUare, fe a lombi, er 4 dattili non ricorrete, maionottuedoin qual modo co te MISURE LATINE knojira prof a uolgarefi pojfafar numero fa. B roc N«o ii uedo,ma altri forfè fri ueder. Sor. Vrimier amente Magnerebbe far uerfi effametri, er peti tametriin quefla littgua, dando loro quei piedi^nde itati tiifono ujatidi cammare-.pofckaUa profawnendo, con quei medefmi in altra guifa dijpofli faticarci dinumerar la . ma ciò è cofa impofiMe,però il ?etrarca,iie il Boc< caccio non k tentò, Noiadtmque che fatto hr militiamo, per le loro-orme uenendo procuriamo difeguitarli, con* tentandoci ebe dopo loro nei loro ordme,non fecondi,ma terzi quarti ci nominiamo. Bsoc. Certo quefìo bo fat (io, mentre io era d'opinione che k nojbra arte oratoria, cr poetica, attro non foffè che imitar loro ambidue; prò fa,zj uerfi a loro modo fmuenàoxs' al prcfente,piu che tnaifcfitilfarei^into dal piacer della lettione, ry dal di* fw dclfhonore, chcfa ilmatido 4 ebigliafitmiglia j fe do  non Mn fcffe che CICERONE (si veda) in alcun libro àeUdfud arte orato rid, cotdlguifa difludio da Carbone adoprdtcgrandemé tefuol bùftmare; lodando aWmcontro il tradurre cCun4 ìingua iti un'altra i poemi, er la ratiomdc piufamofrXa* qual cofa(per uero dire) ionon bo fatto fin qui dubitarti do per le ragioni antedette, che la fententia fritta da CICERONE (si veda) delle due lingue piudnì'.cbe^eHa moderna non fi effequiffe cofi ufeito de i primi liudif, w ne fecondi no fendo ofo di effercitarmi, molti mefi fono'uiuuto otiofo et fél Valeriononmi conftglia t non fo che farmine Waue* iwe. V a l. Hord4 uoi tocca di configliare Soranzoì ' perojdfcidndo i afa uofhri ne loro termini fiore, condii dete IL RAGIONAMENTO principiato; il cui fine ( fc il difiderio deU'afcoltar non m'inganna) ci è lontano parecchie yùglia. Broc, Anzi io parlotta defdttimìeh percbe di quei di Soranzo non mièrimafo chefauellaretcbe battedo detto per quii ragioni, fecando me,il diletto fta la airtit de![ordtione,zT la eattfa demoftratiud, inquato io poj fo, foprd t 'altre effahttd, olirà di ciò della forma deWcf ferrite che tiene Umondo hoggìdì, zrde numeri quel io n intendo, er quanto io dubìto ragiona tom,o bene, c male che io ne parlafiijo pretendo ibaucr rifpofìo 4* Idcjueflìone ifahofe io non entraci tra quei PRECETTI INFINITI [Grice: “Conversational maxims – how many? Ten: a decalogue!] precetti infiniti H far proemij, di narrare J argomentare, er di epi \ogar rATaratìone, o a fitte, ake figure, a GL’ORNAMENTI DEL DIRE, o dltattione, odUa memoria mi riuoglie(fe, o degl’afctti, o de flati dipintamente uifaueUajìi. ìlebe fare ttonfaperei s'io nolefti, ne dotterei fe io fdpef.ifendo cofa mnpertmente, a fuori al tutto di qucl propojìto, tutor no al quelle fcìlsoranzo la fita dimanda. Val. Vc&t tdrtìi farebbe qucUadeS Oratore, feragionando fuor di propofito dilcttajfe in maniera che chi ludiffe noi difeet neffe. B eocar. Alita cofa è IL PARLAMENTO [PARABOLA] àeWQra* torc,cj -altra è quello del KhetorcSun diletta,®- l'altro infegnaj bench'ìo fia rhetore atto meglio a dovere irnpa rarc, chc IN-SEGNARE. Val. Almeno rttinfegnarete rìfho dere a gli argomenti d'alcuni grandi, i quali confcffcmdo {quel che noi dite ) la Rhetorica essere arte, U quale ne nofkri animi piacere, ®- gratta partorifea figuentementt non àmie utrtit, maperuerfa adulatione fi fanno lecito di chìmxrU,<£r,come uirìo di makguifajei fbandifeono delle Republiche. Bkoc. Dell’ACCADEMIA parlateci quale inperfonadi Socrate jtonper uer dire, ma Polo,®- Gcrgià tettando, coquello animo bìafimò U rhetorica, che altra uolta a Trafimacho, et Glaucone fe leuar Fingiuftì f i'i . Che cofì come fecondo lui, a cittadini, ey guardiani delle republiche è neceffaria la muftea, arte più ditette uole che utile, cofi a medefmi è buona cofa tmparare et teffercitarfì nella rhetorica, gioia s cr ditetto dell’inteletto. Ma accioche molto bene ilmio intento dpprendidte, Koi douete fipcre che i sentimenti degl’animali{ da i qualicomeda cose più note, è bé fatto che il nofhro efìent pio prciidiitmo) inféntcndo gli obietti loro, fe buoni fono s'allegrano, ® fe rcì,cioè àamofì alle ulti loro, fono ujati di contriftarft. Adunque, come ti cane ha piacere di ue deregr fiutare, etmngiare cibo che lo conferma li di fbiuciono tema-zzate, cofì tamente di fapere defidcroft ji dtletta del uero, cr ilfaljb, cofa contraria al fdo difiderio, twjommmenteper sua natura abbonda : er per c erto quale è il cibo càio Homaca, tale è k uerità all’intelletto} ma la bugia è il veleno che lo difhrugge: cr d'immortale die nacque, peggio che morto fa divenirlo. Hora et (enfi tornando, cetto l'huomo è animale pia gentilefco, et di na tura migliore che le bcHie non fono,il quale foUeuato dai LA BRUTTURA DI BRUTTI ad altro attende, che ad empiexfi U gold, er molte fkte, per uedere una. dipintura, udire una muflcafaniettfete pdtifcejoglknda anzi dipafeer gli occhi, er gl’orecchi, non jenzA damo della perfona, the di uuundcm MeridlineUa cucina ingnfftrfi. Laqml cofd,fì carne è uera de fentimetiicofi ha luogo nell’inteìlct to,alqmle fimilméte dee ejfer tecitojafckndo il uero che b mtrica.akuna uoìta per dilettar fupoter gujiare il pk ceuole. Nclqual cafo perauentura il noftrohumino intel letto è più dttànOytbe humano,percioche inquanto bumno cioè nudo d'ogni dottrinaci <f imparare difìderofo,cor re al uero che'l fatiama co uerft,et co profeper fuo dilet to fcherzando fimile è molto alle inteMigèzeJe quali non per faper più ch'elle sappiano, ma per fokzzo fotta d pì« di,miradofi,fono uaghe di riguardarne. Che }e noi forno FILOSOFI, tali a noi fono k Retorici et k poefid quali i frutti dUe tduole de fgnoriìlt quali dopo ceni quando fon fatiji Cùpiacendo al pakìo } alquanti per gentilezza ne ma giano-Mi d coloro che gii no fono, et fon perfarfì FILOSOFI, ledue arti predette fono i fiori che innanzi d i frutti JeRe fcienze, ù miti loro di fruttare difiderofe^uafi pia ta k primauera, fi dilettano di fiorare. Aluotgo poi che non fa mJkjte fa péfier di ftpere^tpur i parte delk rc  piètica, pub\ka,loratiani,et U rime fon tatto l cibori tutto l fi-ut ta deUd fui tàa . li qttd «oìgo non Ktutndo «irti didige rir ìefcknzejzT mfm prò conuertirk,de hro odori* cr delle toro finulitudmi gli Oratori afcoltandofuokiippat gdrfyo'coft ume,et mantienft, Dunque io non uedo per quul cagion k Rhetor icet debbufbanda fi delle Repiéli che, fendo arte che baper fubietto te nojhre bumane opt rttionkonde hanno origine le Republkhe: che bauegn<t dio che Foratore con ragioni probabili, cr anzi ùiccrte che nòidilettando, cr pervadendo giudichi, cr regga le diali operationii nondimeno fommamente è di con* mcndaretCr dbauer cara la fua folertiaxkfla quale le co fawflre perfettamente, zrproprimente, m quel moda che a loro effèrt fi conukne,fono trattde&r còfiderate. Quejlodko prefupponedo che uoifappiate(ikhe è noto ad ognuno)cbe l'huomo e mezzo teagf animali, cr fuitcUigenze, però comfee fe (ìeffo in un modo mezzana tra la fcienza,ebe egli ha de Brutti, cr ti fede, onde egli adora Domenedio, Il qual modo non è amo che openione generata dalla Rbetorka, con U quale il uohrfuo Cr faitrtuka parenti, cr amici, neUafua patria ciuil* mente uiuendojee curar di corregger cxbe}e una opera medefima in uarij tempi dalle leggi cktadinefcbe,hor uie tata,<er hor comnandata può effer aitio,®- uirtà-ragio* ne è bene che k nollrc Republkhe, non <k faenze dima firatiue, uere,^ certe per ogni tempojma con Rhetori che opmiotìiuariabih^rtramutabiìi(,qual fontopre,^ U kggi nojhre)pr udentemente finn gouermte. Vero Sa erate dannato a torto dell'ignoranza de giudici, abbi*    DIALOGO  dendo dUaopinione della fin patrìd,uolontieri fi fe incori tra alla inortc:U quale, pbilojophicamente argomentane do,come iniqua,?? mgruffc peiujoue tentar di fuggire. Etne! uc ro,comc il pinlofopbo ufo di intender nuTaltrd cofa filno quelk, che per li fenfi uenendogli ua ad dlber gare neffbitcUeitOjtMto men crede, quanto più fa cojj il medcfimo,ufo aVopre della natura,laquale eterna co leg g'e eterna,ct mconiutabilc ijuoi effetti produce,makmcn te può effere atto algouerno deRa Repubtica: le cui leggi per boneHe cagioni battendo ricetto a tempi, a hogbi % dUa !<tiht4,dUefttefoize,ct 4Wakm,fyeffc fiate da (tv. di altro mutano fornu&fembiahte; però ji creaiìo i magi- iìrati, li quali non altramente reggano lorotbc effe noi Sono adunque le legginon acri dei, quali fono la natura,. CT rinteUtgéze,nu fono idoli da quelli ijlefii adorate poi che fon fatte,che con loro arti le fabricaroiio.'Però è ben fatto,che con faenza non necefforia, ma ragioneuole,no pcrfctta,ma aìl'cffer loro perfettamente correfyondente, foratore, di cui parliamo, kèbia cura di conferuarle : chefe il noBro intelletto intendendo fi fa fimile alla cofi intefa, come può effer àie Thnomo auczzo a contemplar hfutìanza, er le maniere de bruttifi confacela col xege giment o della, città f più toflo c da credcre,quel che ogni giorno ueggiamo, che quejlo tale al fio fapcrfimiglim- dofi,udda cercado k}'olitndme,w in quella phiiofipbM do (ìfepelifca. li contrario fa Foratore, la cui arteji cui gouerno,i cui cafìumi, er le cui parole fono cofe propria, mente ciuadinefcbe,non credutc,non japutenu perfuafe co maggior dMtatione di qtfeUa, che k fciéza dnnojh-a tìwt det altre cofe più biffe, cr meno a noi pertinenti ci 4pporta:che maggior dtlettatione è il ueder jokmentc, o fenz4 <tiiro,udir parlare tino amico da noi amato, ®- ha* vuto caro,che ttedtrc,udire,gttjiare, er toccare tuttele befìic del mondo : con k quàl dilettatone perfttadcndo^ gloria,®- (tinte afuoi cittadini fuolgcnetar loratcre t non altramente, che co i dilpttt carnati gli mimali fenz* ragione generUo l un labro, facciano intera k toro fpt eie che altro non fendo k nójìra gloru, che openione, che hanno gl’uomini dell'altrui fenno cr ual/orejagio nt è bene, che k rhetoricótartipcio delle ciuHiopcnioni, fenza altramente philofophare, de nofiri nomi k partorifea,, Quatito adunque è più nobile,®- più amabtlco* fa del generar de figliuoli latterà gloria frutto (temo della uirtii,per k quale, a Dio ottimo mafiimo ueramen* te ci afiimigliamo, tanto è più utile aUa Kepublica labuo ita arte oratoria di qualfi ueglk fetenza, che delle cofe de&ttnatuxt. con ragioni infallibili puQacquijlar fi k no* iira mente . VoLadunque Soranzo ( che già è tempo, che t ttoi riuotga il parlare,®- in (otMx, cerne 4.a mi ì incominciò } continuate Imtprcfa, ® alloflu* dio detfelpquentia, che fi per tempo tentajìe, bora, che già ne è tempo, con tutto i[ cuore donai cut, cr confacrateui, Conofco per. mote pruouc il ualor dello ingegno uoftroal quale benché fio, attoafapere, ®- operare ogni coft,che a gentiluomo pertenga, nondimeno,fea fan* biantidellaperfonajcjìimoni dell'anima, fi dcedarjede, conftderando la figura deUafacck,et del corpo uopro, i mouùnenti di queko,U leggiadria defk linguaja uoce,ei  T i fìait {fianchi piati tutti di molto &mta, chiaramente compri do uoi c/Jir nato 4 cfowere effer oratore,il quale neUa wo« firn Rep,tra Scnatori,e tragittici acculiate,et deliberi* tc,o nella corte di Roma tra letterati uiuendo,pcr diletto Ìel mondo,ccn grandilf ma uojbra ghria,bkfimando^ lodando componiate CT fermiate, quale bo fperanza che mi farete, fe accompagnando co la natura la indujhriajn quella parte riuctgtrete la mfte, oue tti chiama U uojìrd neUd x contentandola d'effer buomo,le cofebumanehua mattamente curaretc,ey apprezz&ctejche ejfendo imagine e finuglknxa di Dio, ben può bajlam che la uojìra fetenza fia una nobile dipintura,deUa medefma turiti dì tettante la ttoflra mcnte,m quel modo che de ritrattimi* terialifiwl dilettar fi U ttijìa. Che fe l'anima rationalefor Iftdjef uitd de noflri corpi, è immortale intelletto ( il che hoggiXambafciadot Contarmi col Cardinale »Cf cogli akri,fì come io ttimo,a ncluderanno > creder debbiamo t che'l itero cibo,cbe la nutrica, fia non faenza mortale da\ mi in terra aequijìdta, ma alatm cofa diurna conuenìéte ti f ito efferrJcUa quale alia gran menfa di Dio eipafcìd* moticlparadifo. ryurtqueintalcafofolamentea dilettar (intelletto fludiaremo t rt impararmoMpingendo con le parole la ucritk daquale liberi fatti dalla prigìo della cor* tte,in propria forma uede,et confèpla la mjlra méfe.Mi polio cafo(cbe Dio noi uoglia)che la ragione fta cofa hit mana,come noi ftamojaqual najca uiua,et inora con effo noijcertofuo ufficio dee effere ildifeorrere hunanamen» tejetqueUo principalmente confidcrare, ebefìconuiene éUa bumanità, torte oratoria adoprando,con la quale in I^ff  tjue (là uita ciuSe,lemfìre Immane opcratiotà moderi» mo,et reggiamo. Ef per certo conte i colori materiali^* do fermine luoghi loro, mandano a gli occhi Fmagini, per lo cui mezo ti a>nojciamo,coft il itero dcUa naturai di Dio,m>n mfejìe([o,chenon poliamo, ma nell'ombra delle noBre opinioni contentiamo di Acculare: le quati (pitto piti ne dilett<tno t t<tnto più douemo credere che fio* nofmtli altiero, oue è npojh il piacere, che neramente ne fa felici. Ma acciò che neU'tmparar cr effercUar U Khetorica,queUo a uoi che a me auate, non intrauegtiai appigliateti intieramente a configli di Meffcr Tripbon Gabric&c,nmuo Socrate diquefìa etile cui uiue parole bene ìntefe da uoi,piu dì bene u'apportaraimo in un gior* nojolo,che a me non fece in due mefi la lettion del Boc* caccio,col rimario ch'io ne carni . Qjufìinon men corte fe,che dotto uohntieri il fentiero^h'à buono albergo co* duce con diligenza Hi moftrark con quello uno il Petrar ca V il Boccaccio leggendo } non pur le ciancie da me of* feruate,(y notate, ma i fecreti dettate laro mi ben notf a mlgarUfacihnente penetrarcte: imparando in qualma do latinamente, cr grecamente parlando 3 queUi imitiate, CT loro fintile diuctitiatc . il quale M. Tripbonefebora fufic in Bobgna s me certamente dagli errori del mìo paf fato ragionamento, et il Valerio dalla fatica del fuo fuiu ro,perauentttra hbcrarebbe, terminando la quejìione in manierarne poco,o nulla uauanzarcbbe da dubitarci!} tanto uoi udirete il Valerio, ilquale fi puodirluidopà UUal cuiparere(che dianzi io dicefii) io ui conforto che iààttentate. Vai. Ricordini.maca alcuna cosa. Keywords: “Dialogo della lingua”--. Nome compiuto: Speroni degli Alvarotti. Speroni degl’Alvarotti. Alvarotti. Keywords: retorica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alvarotti,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amaduzzi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Savignano sul Rubicone – filosofia romagnese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Savignano di Romagna). Filosofo italiano. Savignano sul Rubicone, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. Grice: “Oddly, I had an occasion to refer to Amaduzzi’s birthplace in my little thing on Caesar crossing the Rubicon!” -- “I love Amaduzzi: he writes about the academy of Paris, and the academy of Berlin, but nothing about the English Acadeemy! He notes that the warrior – against the Trojans, was Echademos – and ‘it is naturally that the first important Accademy was founded in Tuscany, -- since a Tuscan hates a Roman!” –Grice: “Amaduzzi’s hobby was to collect references to ‘accademies,’ – “which are all nonsensical, since only ONE has a ‘rigid’ designation link to EchEdemos!”. Discepolo a Rimini di Bianchi, si trasferì a Roma, dove inizia la sua attività di ricerca ed erudizione, sia pure tra numerose ristrettezze. Un assestamento nella sua vita si registra come rilevano i diari dei suoi primi diporti -- gl’odeporici autunnali eruditi --  le brevi perlustrazioni compiute nei dintorni della città eterna o comunque entro lo stato della chiesa, emblema di un genere letterario di viaggio che mostra chiaramente la sua versatilità di interessi.  Grazie alla protezione di Clemente XIV, anch’egli ex allievo di Bianchi, e professore di lettere greche presso La Sapienza, e il Collegio Urbano. Divenne ispettore della Congregazione di Propaganda Fide, ottenendo da Clemente XIV la carica di soprintendente della relativa stamperia. Con la quale cura la pubblicazione, scrivendone le prefazioni, in particolare di importanti trattati di grammatica di lingue orientali, fra cui l'ebraico, il persiano, l'armeno, il tibetano e perfino il malayalam.  Per i suoi studi ottenne ottima reputazione presso i principali esponenti del panorama culturale, entrando in contatto e in corrispondenza, tra gli altri, con Metastasio, Monti, Denina, Pindemonte, Tiraboschi, nonché con  Spallanzani.  Fra i suoi saggi spiccano anche dissertazioni di ordine FILOSOFICO, che s'innestavano nell'alveo di un illuminismo moderato. Infatti, con i discorsi su La filosofia alleata della religione e sull'Indole della verità e delle opinioni (per i quali a denunciato all'Inquisizione), i cui temi di fondo sono ispirati a Locke, egli cerca di coniugare il sensismo con il cattolicesimo, poiché vede nel sensismo un valido approccio alla conoscenza dell'uomo. Vicino alle istanze del giansenismo regalistico, come emerge dall’ultradecennale corrispondenza con Scipione de' Ricci, ha parte significativa nella discussione che porta al decreto di soppressione della Compagnia del Gesù.  Si occupa anche di archeologia, curando fra l'altro i “FRAGMENTA VESTIGII VETERIS ROMÆ” -e la “Raccolta di antichità agrigentine”. In questo ambito s'inscrive l'ampia corrispondenza con Antinori. Compose, inoltre, canzoni e rime, e pubblica anche per la Stamperia del Bodoni a Parma un commentario su Anacreonte. E tra gl’accademici dell'Arcadia, con lo pseudonimo di “Biante Didimeo”.  Altri saggi: “Dissertazione canonico-filologica sopra il titolo delle instituzioni canoniche De officio archidiaconi, s. e., s. i. l.”; “Donaria duo græce loquentia quorum unum in tabula argentea apud moniales Saxoferratenses S. Claræ, s. e. (Roma); “Discorso filosofico sul fine ed utilità dell'accademie, per i torchi dell'Enciclopedia (Livorno); “La filosofia alleata della religione: discorso filosofico-politico, per i torchi dell'Enciclopedia (Livorno); “Discorso filosofico dell'indole della verità e delle opinioni” (dai torchj Pazzini, Siena); “Carteggi ad virum clarissimum Janum Plancum archiatrum, et patricium Ariminensem epistola (Rocchii, Luca); “De veteri inscriptione Ursi Togati ludi pilæ vitreæ inventoris epistola” (Francesium, Romæ); “Epistola ad Iohannem Baptistam Bodonium qua emendatur et suppletur commentarium de Anacreontis genere eiusque bibliotheca” (in ædibus Palatinis typis Bodonianis, Parma). Il carteggio tra A. e Corilla Olimpica, Morelli, Olschki, Firenze, Lettere familiari, Donati, Accademia dei Filopatridi (Savignano sul Rubicone); Carteggio, Turchetti, Edizioni di storia e letteratura (Roma); “Leges novellæ V anecdotæ imperatorum Theodosii junioris et Valentiniani” (Zempelianis, Romæ); “Alphabetum Brammhanicum seu Indostanum Universitatis Kasi, (a J. Ch. Amadutio editum), Sac. Cong. de Propaganda fide (Roma); “Alphabetum hebraicum addito Samaritano et Rabbinico, Sac. Cong. de Propag. Fide, (Roma); “ALPHABETVM VETERVM ETRVSCORVM” “Nonnulla eorundem monumenta, Sac. Cong. de Propaganda fide (Roma);  Alphabetum Græcum, Sac. Cong. de Propag. Fide, Roma; Alphabetum grandonico-malabaricum sive samscrudonicum, Sac. Cong. de Propaganda Fide, Roma); “Alphabetum Tangutanum sive Tibetanum, Sac. Cong. de Propaganda Fide, Roma); Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta” (Settarium, Roma); “Catalogus librorum qui ex tipographio sacræ congreg. de propaganda fide variis linguis prodierunt et in eo adhuc asservantur, Sac. Cong. de Propaganda Fide (Roma); “Alphabetum Barmanum seu Bomanum regni Avæ finitimarumque regionum, typis Sacræ Congregationis de Propaganda Fide (Roma); “Alphabetum Persicum, Sac. Cong. de Propag. Fide, Romæ); “Alphabetum Armenum], Sac. Cong. De Propaganda Fide, Romæ); “Characterum ethicorum Theophrasti Eresii capita duo hactenus anecdota quæ ex cod. ms. Vaticano sæculi XI (Regia, Parma); “Alphabetum Æthiopicum sive Gheez et Amhharicum, Sac. Cong. de Propaganda Fide (Roma); L'Accademia dei Filopatridi di Savignano crea il centro di studi amaduzziani, su proposta di Montanari, autore di vari testi su A.. Tra le principali iniziative del centro:  «Giornate amaduzziane»: una giornata di studi annuale su A.; «Biblioteca amaduzziana»: la pubblicazione di opere (biografiche e non) su A. Il primo volume è Elogio d’A. di Bianchi, una biografia. T. Scappaticci, Gl’odeporici d’A., in Fra Lumi e reazione. Filosofia e società, Cosenza, Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, Cfr. Metastasio, Opere, Firenze, Cappelli, Del carteggio inedito tra  Antinori e A.. Studi archeologici, Perfilia, Aquila, Spallanzani, Lettere di Spallanzani a A. Ditta tip. Conti, Fænza, L'espressione è di Piromalli.  A. Piromalli, La letteratura calabrese,  I, Pellegrini, Cosenza, A., Raccolta di antichita agrigentine alle quali si uniscono i disegni del tempio di Teseo in Atene e di quello di Pesto il tutto espresso in 53. rami, Zempel, Roma, Cappelli, Lancetti, Pseudonimia. Ovvero tavole alfabetiche de' nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri, Milano, A., Odeporici autunnali eruditi, ovvero diario di un viaggiatore curioso ed erudito,  I, Rubiconia Accademia dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, A. Rime, Donati, Rubiconia Accademia dei Filopatridi, Verucchio, Fabi, A., Dizionario Biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Montanari, A. e la scuola di Bianchi, Accademia dei Filopatridi, Studi Amaduzziani, Viserba di Rimini, Montanari, A., illuminista, «Romagna arte e storia», Montanari, Appendice storico-critica in A., La Filosofia alleata della Religione, rist. an. Il Ponte, Rimini,Montanari, A. editore a Roma delle Notti di Bertòla. Storia inedita dei Canti clementini, Quaderno, Accademia dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, Montanari, A,, Scipione De' Ricci ed il ‘giansenismo'  «Il carteggio tra A. e Corilla Olimpica, Olschki, Firenze, Scappaticci, Fra lumi e reazione. Filosofia e società nel Pellegrini, Cosenza; Caffiero, Filosofia e religione: A. e Scipione de' Ricci, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere A. MLOL, Horizons Unlimited srl. Documenti sui fratelli A. Filosofi italiani Professore Savignano sul Rubicone Roma Scrittori italiani, secolo Linguisti italiani Poeti italiani Orientalisti italiani Accademici dell'Arcadia. A. e una delle teste più filosofiche e veramente erudite d’Italia. La sua famiglia træva origine da Longiano, com'egli stesso nella prefazione del DEVOLUTIO AD S. R. E. afferma. Grato enim animo me ab hoc solo Longiani ad Sabinianense traductum recordor, quinimirum exeagente progpatussim, cuius sint ab initio certissima inter vos incolatus monumenta etc. Ama tanto, oltre l'età, lo studio e la fatica, che il padre ne venne find'allora a buone speranze; e però e posto fra gl’alunni del Seminario di Rimini, ove prese gl’ordini clericali. Furono sì rapidi i progressi ch'egli fa, da destare ammirazione grande di sè. Compiuta la carriera degli studii, ed appresa assai bene lingụa latina, eloquenza, e ragion poetica usce del seminario, e si da tutto alla FILOSOFIA, fidato alla scorta del famoso dottor Bianchi, il quale della propria casa, aveva fatto una scuola per chi volesse usarne, ricca di biblioteca, di museo, di giornali; e di quanto e da lui privato LONCIANI DI 1 procurare a bene del pubblico. Nè solo filosofia, ma lingua greca impara da Bianchi, e sì bene da uscirne solenne mæstro. Gli piacque anche conoscere la legge, e però si fa ad udire lezioni dell'avvocato Pasolini che e pubblico professore di giurisprudenza nella stessa città. A. non più discepolo, ma amico e fratello di Bianchi si cessa dalla sua scuola, e poco appresso recossi a Roma. Appena ha preso stanza nella metropoli del mondo cattolico non è a dire come prestamente desse a conoscere di quale ingegno e fornito, e come entra sse nella grazia dei più distinti personaggi che al lora quivi mostravansi. E a ciò gli valse specialmente la benevolenza e la protezione del magnifico Fantuzzi, cui non sose la porpora de cardinali desse o ricevesse più splendore. Perocchè egli nella sua vita. E tutto in proteggere gli uomini dotti, e, fatta neraccolta presso di sè, giovarli d'ogni maniera conforti, e quel che più è, senza pompa di fasto in mezzo ad una vita illibata e modesta. E perchè io mi voglia di molti altri tacere, non passerò sotto silenzio i cardinali Boschi, Torrigiani, Borgia, Garampi, Doria, Antonelli,Mare foschi, Zelada, Giovanetti, il cardinale duca di Yorch, e infine il Ganganelli che e poi Papa gloriosissimo e de gnodi più lungo pontificato. Che anzi quest'ultimo l'ebbe fra suoi più cari, e levato alla cattedra di Pietro se ne valse in molte e gravi bisogne. E s'egli ha più a lungo vivuto, ad A. non sarebbe forso mancata eminenza di carica pari al suo ingegno e dal suo'merito. Ma per rendermi al'filo della narrazione dirò che, poichè A. a più tornate ha letti discorsi PROFONDAMENTE FILOSOFICI e nobilissimi in Arcadia, tutta Roma fu piena delle sue lodi. Egli perasse con dare i desiderii de’suoi genitori, che avrianó voluto far di lui un giureconsulto, poichè non erano giunti adaverlo sacerdote, diemano alla giurisprudenza; ma essendo d'animo sehietto, e nemico di cavilli, e d'in sidieforensi, più che alfôro si tenne, ai libri dei gius pubblicisti, e si mise a svolgere le opere del Cujaccio, dell'Alciati, del Gottofredo, del Gravina e di somiglianti, sdegnoso di quell'ammasso informe di leggi, di prati  che, di consuetudini sotto cui sovente venivano artatamente sepolte la verità e la giustizia. A prova del profitto che egli fe’in questa ragione di studii pubblica prima d'ogni altra cosa le V novelle inedite degli imperatori Teodosio juniore, e Valentiniano III, nella quale opera non so qual più si mostrio buon legista, o critico acuto o profondo archeologo. Nè la sciò aparte gli studii teologici, perocchè a’ suoi pia ceva che ei si guadagnasse alcun impiego ecclesiastico, e come si manifesta per alcune sue erudite dissertazioni, in breve in questa scienza pure entra molto innanzi. Gli fu mæstro il celebre Marcelli agostiniano; e tanto s'interna nelle dottrine del grande dottore Agostino, che a difesa delle medesime ebbe più volte a combattere. Si conobbe pure di quel la parte di diritto, che io dirò sacro perché riguarda la canonizzazione dei Santi, e si esercitò in più cause, essendo promotori della Fede Forti prima, e Pisani dappoi. Ma dove più di forza intese fu nella cognizione de'sacri canoni, indispensabile a chi voglia penetrare nelle ecolesiastiche antichità con sicurezza digiudizio. Belle dissertazioni, le quali comprovano conoscenza somma che egli aveva dei canoni, lesse egli nell'accademia che il sullodato Fantuzzi ha formata in Roma de'più chiari personaggi, di cui era protettore. Non acquetossi a questi studii la mente dell'A., la quale sentiva d'averforzada stendersi a più largo campo, e però si fece ad ap prendere la lingua ebraica e molte altre orientali, e n’eb be amæstri Teoli,  Eva, Giorgi, Assemani, cime d'uomini, anzi di sapere. Non è maraviglia dopo questo, se appena scorso un'anno dalla sua venuta in Roma, Torrigiani con onorevolissima lettera raccomanda l'A. al principe di Francavilla, a cui spettava provvedere di custode la biblioteca Imperiali; officioche ben con venivagli, e che avrebbe ottenuto, se la morte del marchese Imperiali non avesse rese vane le premure dell’ottimo porporato. In questa occasione ebbe pure una raccomandazione del duca di Parma. Intanto A.  In questo mezzo essendo accordata la giubilazione a Gautier, professore che fu di lingua greca nell'Archiginnasio romano, Clemente XIV di moto proprio gli nomina successore A., ed egli n'ebbe il diploma. Essendo passato di vita Bicci, che ha la direzione della tipografia di Propaganda, A. con viglietto, della segreteria di Stato e nominato a quell’uffizio in luogo del defunto. E quì mi piace notare una bellissima lode a lui doyuta, qual è di aver meritato i primi pensieri del suo principe, edi non averli comperati con viltà di adulazione, o tristo mercimonio di corte. Anche, un altra lode si ebbe l’A., e fu del mostrarsigrato alsuo mæstro Jano Planco; peroc che si adoperò onde, avesse grado di Archiatro del Pontefice, e gli siaumentasse l'onorario che aveva in patria, e quel che è più rimarchevole scampasse dal 1'umiliazione di soggiacereallefave annualmente; co sadi rilievoassai,perchè troppo spesso avviene, che nei municipii prevalga il privato risentimento dei yo 8 non si cessando mai dalle sue erudite occupazioni, ac-. cresceva ad un tempo in sapere, ed in fama. E seb bene avesse a sostenere fin dai primi anni la guer ra degl'invidi, e dei tempi, nimicizie perpetue dei buoni ingegni,pure non ristette perquesto. In una lettera al dottor Giovanni Lami scritta li si luglio 1.768 si legge cosi: = Non godono le nostremuse quella tranquillità, che loro invidia l' infelicità dei tempi che corrono. Pure non ostanteio,che mi pre servo per quei tempi più lieti che spero,non inter metto lemieletterarie occupazioni(Nov. Lett.di Firenze).Elettonel15.maggiodel1769.a.Pon teficeMassimo Ganganelli, tutta Roma,che benediluisiconosceva,seneallegro,e piùchemail'A., il quale ebbe ascrivere poco appresso sotto questo pontificato cominciano a risorgere le lettere. E perchè quella gran mente che era Papa Ganganelli vede va che il ravvivare gli studii,e gli uomini, che per quelli hanno grido,ristorare, è opera disavio e buon prin cipea questo sivolse,e cercavamodo diprovvederel'A. per cui aveva speziale stima, e benevolenza. 1.  tanti al bene del pubblico. Quanto poi studiasse por gersi r i conoscent e a l l' immortal suo benefattore Pontefice lo danno a vedere le opere che egli pubblico, e che vanno sì onorateper lo mondo, chenon è permes 80 ignorarle a chi abbia pure attinto a prime labbra glistudiidiantichitàsacræ profana.Lasacracon gregazione diPropaganda volendo dar segno di aggra dimento alle tante fatiche dell'A., gliconferì la cattedra di lingua greca nel collegio Urbano,la qualeera rimastavacante per la morte del celebre. Raffæle Vernazza. Ciò funel: il 27  9 salito, e la grazia dei grandi, bre.Ilgridoincheera,loa parola del vero captivavasi cui egli collasevera avesse per poco posto sì in alto, c h e, se egli vevano, avría posto la mano per piegato alle artidi corte che nome; non letterato che non volesse fortuna.Nonviera accademia trooicapeglidella ne ricercasse,il averloa socio,enon non si onorasse commercio di let;non giornale che non si riputasse tere.coll’A. dotti pensieri. Fu ascritto a vanto pubblicare i suoi 6. febbra alla società letteraria de'.Volsci di Velletri Etrusca di Cortona il 5. jo del ., all'accademia, alla Fulginea li 29. gennajo aprile col nome di Nestore.1 8. a quella dei Forti in Roma,e ne scrisse a modo delle dodici ta ottobre col nome di Biante Didimeo voleleleggi;all'Arcadia il 7. febbraro ; all'accademia dei Placidi di Re; alla società georgica dei canati1'8. aprile 1779: all'acca Sollevati di Montecchio  demiarealediScienze,eLetteredi Napoliil5.agosto di Verona il4. giugno del del1779: alla Filarmonica il 7 settem Colombaria diFirenze:alla società degliAffidatidi Pavia il bre del 1785., all'accademia di Dublino li del ;alla reale Ibernese 4. giugno anno;alla reale di Scienze 21. novembre dello stesso il30. agostodel . eamolte al eLetteredi Mantova letterarjdi quei giorni. tre.Scriyeva nei migliori giornali Pressocchè tutti gli articoli provegnenti da R o m a senza me d'autore del Lami,le quali furonopoi continuate n o, che leggonsi nelle Novel le Letterarie,sono cosa dell’A . Ebbe anche mole dal Lastri di Palermo,nell'Ef ta mano nelle notizie de’Letterati di novem e n   femeridi letterarie,enell'Antología di Roma,neglian nali ecclesiastici di Firenze. Carteggiava in Italia con tuttiipiùdistinti uominidiqueltempo,fraiquali siami lecito nominare Lami, Bandini, Lastri, Passeri, Olivieri,Mandelli, Vettori,Ferri,Mingarelli,Giovenaz zi, Bianchi, Pietro Borghesi, ePasqualeAmati suoi con cittadini. Fuor d'Italia poi aveva corrispondenza di lettere estesa più che mai, come si può vedere da mol ti volumi che esistono manoscritti nella pubblica li brería di Savignano., Chi potesse, dice ildottissimo Isidoro Bianchi in una nota (36) all'elogio ch'egli scris şe dell'A., raccogliere e regalare al pubblico tutte le lettere famigliari, che il nostro Cristofano ha nel corso della vita iscritte a tanti e così dotti amici d'ognirango,d'ognicondizione,siavrebbecertamen te un'opera di moltissimi volumi, che nel merito su pererebbe forse molte altre, che egli ha vivendo rese pubbliche collestampe;un'opera pienadianeddoti interessantissimi, la quale ci presente rebbela più veridica e genuina storia de'più grandiosi fatti e singola ri avvenimenti, che nel giro di non molti anni si 80 no nel nostro secolorapidamente succeduti.Gli ogget ți di politica, e le grandi notizie del giorno formaro no una parte essenziale del suo erudito carteggio. Egli ben conosceva le corti, e i ministri di gabinetto, e di stato, e in particolar modo i principi, ei loro rispetativi interessi.E certo benchè egli nulla ambisse, pure aveva voce in corte,e ilPapa volentieri l'udiva, eglifidavacosed'importanzaassai.Ma poichèquel grande Pontefice ebbe a cedere a fato immaturo, la fortuna si volse contro l'A., il quale dovette sentirne i colpi più avversi eduri a sostenere.Alcuni glidavano tacciadimalfilosofo, altri altrimenti il' mordevano.Ilmondo parteggiava avarie fazioni,e tutte erano contro l'A., perchè egli non istudiava ad alcuna, anzi combattevale tutte per seguire la verità, Non mancavano forse le gare degl'invidi, e di quegli che volevano fargli scontare a caro prezzo labenevos lenza che aveva goduta di Papa Ganganelli. Nel 1790. usci un libello famoso contro di lui senza data di luo. go, Aveva per titolo Lettera di un viaggiatore istruito, ad un amico di Rama risguardante principalmente la  ! 10   dottrina dell abbate Cristoforo A.. Era quel libro una catena di calunnie e d'infamie; non più che sedicipaginesistendeva,ma insedicipagine chiude vaquanto puòlarabbias temperarein moltivolumi.Ven devasi inRoma,ma senza luogo enome di stampato re. L'autore non è a richiedere, che si stette e starà sempreocculto: elomerita. L'A.,comecchèsu periore fosse alle male arti dell'invidia e della calun nia, pure tenne dell'onor suo rispondere e scolparsi; e dettò uno scritto intitolato Rimostranza al Trono Pontificio,emanifestoalPubblico= Equestofino dal 1790. era in punto per le stampe. M a consigliato dagliamici a presentarne prima il Papa, alloraPio VI, anzichèmandarlo allaluce, eglicondiscese. L'ebbe  in fatto il Pontefice, lolesse,conobbe lacalunnia,eren dendolo con molta benignità all'autore gli fe'travede re, che egli avrebbe punito i calunniatori col trionfo delcalunniato.Ma lavitanonbastòall'A..Sa rebbe assai desiderevole che questa Rimostranza fosse data a luce, perocchè oltre allo scoprire fino al fondo l' animo dell'autore, mostra la condizione dei suoi tempi, e di molte cose incerte rende pienissima fede. Ivi egli parla di sè con libertà di filosofo, e fa il ca rattere suo qual era in fatto, ed i suoi stessi difetti non nasconde. Si confessa amatore della filosofia, non di quella che in barbaro gerga di voci più barbare non dà che frasche, e sofismi, m a di quella nerboruta e vigorosa che prese spirito dal Galilei, da Bacone, da Cartesio, da Newton e dagli altri di tale schiera, i quali, abbattute le vecchie superstizioni e le matte fre nesie, rimisero al suo seggio la ragione,e in quello stesso che la innalzavano la mostrarono più riverente, ed ossequiosa alla Religione.E apertamente dichiara solo quella filosofia piacergli, che è guida e conforto degli uomini, mæstra di costumi, e di civiltà, e che nasce dalla carità cristiana, che è la sola per cui la società ha fermezza, e innanzi cui scompare ogni fel lonia ed ogni pubblica sventura.E non disconfessa il suosentirsidisoverchiotrasportatoadireilveronu do e calzante,e l'essere sdegnoso de tristi, e insofa  Vedi rimostravza al Trono Pontifieio] ferente di oltraggi.Insomma io non credo che altri possa ritrarre lụimeglio, di quello che egli stesso in quella scrittura si ritrasse. L'abate Francesco Gusta nella sua Vita di:Co stantino, oltre il pụngere sovente ! A., e tal volta inveire contriesso, lo tratteggia come soverchia menteamicodi novità,elomandadelparicolPe reira, col Tamburini, col Natali, e col Zola .Ma cheil Gusta parlasse per invidia, e per bassissima vendetta, sitravede in leggendo quella vita; e l'A. ben fe? a punirlo collo sprezzo dell'opera, e dell'autore. Egli il 16. maggio ottenne di essere giu bilato dalla cattedra di lingua greca nel collegioUre bano, e il decreto n'è molto onorevole. Nel dicem bre dello stesso anno cadde malato, e giudicarono che egli avesse pericolosa ostruzione alla milza, ed al fe gato.Siposeinletto,e arigorosacura;ma ilmale anzi che cessare rincrudì, e lo mise fuori d'ogni speranza di riaversi. Anima nobilissima come era,accettò l'annunzio del pericolo suo con serenità di volto, e tranquillità, e adoperò in quello stremo da quel filo sofo cristiano, che per tutta la vita aveva mostrato. Sia qui debita lode ai cardinali Antonelli, Borgia, G a rampi, che luisoccorsero generosamente in ogni gui sa; perocchè egli non aveva modo da sè di sostenere lunghe spese di malattia; non avendo mai voluto far denaro,anche potendolo.Ne glimancarono buoni ami ci in quell'estremità,che ben n'aveva di tali; sebbe ne egli fuor del mondo col cuore solo fidava in Dio, e però presi i conforti della chiesa, dispose delle poche cose sue,e tranquillamente passa. Morendo lego alla patria la sua ricca biblioteca che è il meglio dell'eredità sua; legato preziosissimo specialmente peisuoi scritti, e pel carteggio. Fu portato al sepolcro in abito clericale suo principale ornamento edecoro,come,egli primadimoriredichiarò; poichè egli aveya ricevuti, come siè detto, gli ordini minori. Tutti i giornali d'Italia piansero laperdita di tantuomo.L'abbateOssuna ex-gesuitamæstrodirettori: pa in Savignano ne inserì un bell'elogio nella gazzetta di Cesena;unaltronemiseilP.Pujatinegliannali eça clesiastici di Firenze. Anche Mazzuchelli nella sua grand'opera degliScrittoriitalianinefeceun bell'elogio: ma il più ricco di tuttifu letto nella reale accademia delle scienze e belle lettere di Mantova il 29. novembre del . dall'abate don Isidoro Bianchi,con appresso il catalogo delle opere dell'illustretrapassato; catalogo â cui rimetto i miei lettori, perchè penso che di m e glio non si possa fare. Basti sapere che ilnumero delle opere dell'A. tra le edite, e quelle che inedite rimangono nella biblioteca savignanese vanno oltre à cento venti, é ve ne ha alcuni di gran mole. Non possoperò quipassarmid all'accennarneuna per oni 1 A. si ebbe grandi amarezze, e fu = Lege'snovellæV.anecdotæImperatorum Theodosiiju nioris,etValentiniani111.etc.= Intornolaqualeil dotto Bianchi dice così = Ai colti bibliografi non è ignoto, che in tempo che l'abate A. era in R o ma occupato per la pubblicazione di quest'opera in signe,inRavennapure sitravagliava dal dott. Žirardini per lo stesso oggetto. Or la morte dello stampatore,cheincominciò l'edizione romana,é ledue malattie di quello che la prosegui (vedi Nov. Lett. del Lami a col. 822. ) ritardò la medesima più oltre del tempo assegnato nel manifesto, che usci ai 21. di giugno del 1766; é nel quale si promettevä il libro nel prossimo agosto, quando per le suddette c a gioni realmente non uscì che nel 1767. L'edizione in tanto di Zirardini si rese pubblica nello stesso mese di giugno dell'anno sumentovato, e dal Lami ne fu subitoriportato un lungoestratto,chesiè creduto di mano dello stesso Zirardini, o di qualche altro suo intimo amico dimorante in Roma (Marini): Un altro breve annuncio della stessa edizione fæntina fadatodaigiornalistid'Yverdon (tom.I.1768)av vilendola forse un po'troppo in confronto della roma na.Questoannunziounpo'vibratomisedimoltomal amore il Zirardini, e stuzzicò un letterato romano (it prelodato Marini)molto amicodel medesimo ad inse rire nel tomo 3. del giornale di Pisa un lungo estrat to dell'edizione delle cinque Novelle fatte in Færiza dal dott.Zirardini, attaccando l'abbate A. d'im postore e di plagiario, come se egli nella sua edizione] La cosa era in sè semplicissima. Due dotti quali erano Zirardini, el'A.avevano estratta00 pia delle cinqueNovelle quasi inpari tempo;amendue vi ponevano studio intorno per illustrarle;l' uno in sciente l'altro le pubblicava. Or che male è qui? lo avviso che se i giornalisti d'Yverdon avessero con più lode trattata l'edizione fæntina non si sarebbe mossa querela alcuna nè dallo Zirardini, nè da alcun altro. M a il Zirardini punto dalle parole dei giornalisti d ' Y verdon, e rinfocato dal Marini, che vedeva forse di mal'occhiosalitoinfama1'A.,chealloraa lui non era amico più che d'apparenza (cosa che si pro va benissimo per molti fatti,ma piùper le lettere del Marini al dottissimo pesarese Olivieri le quali nella pubblica biblioteca di Pesaro si conservano )cominciò a fare lagnanze, ed avventarsi contro l'A..Sebbene sa rebbe piùveroildire, cheilZirardini,chemodestoepaci fico era di natura, si lasciò reggere in tutto dal Marini stesso; il quale si fe' innanzi al pubblico co'suoi scritti a c cusatore dell'A.,più presto che buon difenso redelZirardini.Egliè fuordubbiochemolto inge nuamente l'A., nel S, X. della prefazione dopo aver mostrata nel suo vero essere la cosa, diè le più belle lodi che mai al Zirardini, sino a confessare che ove avessepotuto,sisarebbeegliastenuto dalpubblica re l'opera sua, dopo avere conosciuta quella dell'illu stre ravignano. Eccone le parole = Neque hic nunc silentioprætereundum dum opus hoc nostrum prælo traderetur, has ipsas Novellas ex eodem Othoboniano Codice depromptas faventinisArchiitypisprodiisselu culentissimo commentario illustratas Antonii Zirar dini ravennatis viri consultissimi, qui eundem codi cem insciis nobis ab ipso Ruggerio jampridem obti, nuerat, qui sane longe effusiori doctiorum adnota tionum segete,ulteriorique rerum doctissimarum ap  999 » 14 romana si fosse approfittato dei lumi, e della erudizio ne sparsa nell'edizione fæntina. L'abbate A. però,cheebbe sempre a cuoreilproprio onore,esem pre si fece un dovere di vendicare igravitorti, che la malignità congiunta all'invidia avesse saputo recare alladi lui onestà,e buona fama,non tardòapubblica re sotto il finto n o m e di Evisio Erotilo la sua apología. 92 99  jypáratu rem perfecit;quod sane sinobis, antequam hanc spartam curandam susciperemus, innotuisset, w cîtrapublicæfidei, quajamob stringebamur injuriam; eademfortedimittianobispoterat.= (Ginanni t. 2. Memorie storico-critiche degli scrittori ravennati ): Dopo questo io non posso credere per conto alcuno a ciò che francamente il Marini afferma nella sua im. mortaleoperadeipapiridiplomatici.L'A. volle far credere di non aver lettö il libro del giures consulto ravennate,chepur aveva tutto coraggiosamento te espilato و Parole che bene consuonano alle acers bissime che scriveva all'Olivieri, dalle quali si pare, che per buon viso che mostrasse all'A. pure vi avesse mal'animo contro.Tanto possono le passioni nel cuore degliuomini piùsapienti,etale èlasciagura perpetua delle lettere italiane! L'A. fu uomo pio, caritatevole,generoso; bocca di verità.Cogli amici affabile,con tutti umano; socievole. Consultato dai primi dotti volentieri lorð sinceramente si prestò. Sappiamo infatto che fu inters pellato dal famoso Pasquale Amati per la sua col lezione dei Poeti latini,come si legge nel tomo I. pax gina 6. della prefazione; dal dottorFantini per le an tichità di Sarsina, che ristampò in Fænza: in cui si trovano varie aggiunte dell'A.; dal Ferri; dal Bianconi,dalcardinalRiminaldi,aiqualidièmoltis sima mano.Faceva volentiericopiaaltruidelsuo vasto sapere, e spesso scrisse per altri donando la fatica e la gloria che ne verrebbe. Grato oltre ogni credere tramandò ai posteri le lodi di quanti a lui premoriro no amici, e benefattori. Se qualcuno a lui caro o sti mato veniva offeso nell'onor letterario o in altro, e gli si levava a difesa, e acerrimamente ripugnava le accuse. Intraprese viaggi per diversi luoghi d'Italia onde meglio erudirsi, visitando biblioteche e codici, e molti ne trasse dalle tenebre.Usava ogni di notare in un libro le cose vedute, o fatte. Amò lapoesía, e giovine dettòversi italiani, iquali,comecchèritraggano assai del secolo in che visse, sono degni di essere letti. Si piacque oltremodo delle artibelle, e ne rendono fede i'elogioche egliscrisse di RaffæleMengs, e l'amici xia che lo lego al Winckelman, al Bianconi, al Bottari;  16 'e ai primi artisti di Roma. Non 'cercò, anzi rifiutò ca riche offertegli. Dalle lettere a lui dirette da varii m i nistri sirileva cheegli fuinvitato dalla real corte di Napoli allacarica di CustodedellaBiblioteca regiæ delmuseofarnesiano,'edi coadjutoreperpetuo della reáleaccadèmia il 2. settembre con onora rio di 300 a 400 ducati, ed altre buone condizioni. Ed essendosene scusato 'fu di nuovo invitato con più vive istanzel' con più largheof ferte.Nè unsecondorifiutobastòacessarel'inchieste: poichè il 24. luglio del . gli furono offerti mille d u cati,equelch'egli volesse,solochesirecasseadac cettare l'invito. Altrecariche purericusò,perchèa tutto anteponeva lo starsi fra 'suoi libri in R o m a. La patria accettando ilgeneroso legato fattoglidi oltre 4000 volumi gli ordinò solenniesequie nella chie sa maggiore a spese pubbliche, a cui intervennero il magistrato, e i principali cittadini di ogni ordine. Fu posta sullaporta della chiesa una 'onorevole iscrizione dettatadall'eruditissimoPietroBorghesi,laquale andò pure'alle'stampe.Appresso nell'atrio dellecasedel municipiofuincisala seguente iscrizione scritta dal chiarissimo suoconcittadinocavaliere BartolomeoBor ghesi figlio di Pietro, la quale dice così. Jano · Christophoro · Mich · F · Amadutio Philologo: Eruditissimo Ordo • Sabinianensium Civi. Bene ·Mer. ·Altro onore vole titolo puresarà in breveposto entrolabiblioteca, ovecongrandesennoe gloriadei trapassati, a stimolo dei viventi 'concittadinisono in marmo descritti gli elogidiquantireseroillustre la patria dell'A., che fu pur quella del Barbaro, dei Borghesi, degli Amati, è del Perticari. N.B.Ilritrattoèstatoricamiglia A.  in Savignano. mpato da quello esistente nella fa MONTANARI PROF. G. I.DI BAGNACAVALLO = SCRIS. EA est temporis ed acitas, ut cum ftapaullatim diflolvat, nullaque res fit vel pretio,velfoliditate,velquocumquealio nomine præftans, quæ eius imperium detreftare (e poffc confidat. Si Romanorum monumentaadæternitatemconftru&a perpendamus, quæ nunc vel diruta, vel male confiftentia oculis nofiris obverfiantur, intimo quodam doloie percellimur, et ægre licet, indubie tamen fluxam rerum humanarum conditionem agnofeimus. Ceterum is eft de animi noftriimmortalitate nobisindituslenius, atqueitaaltedefixus, ut veluti tacite ab eo profe&um intelligamus tum defiderium, quotangimur, veterummonumentorumanxieperquirendorum, tum lolertiam, quam in lifdem vel reipfia confervandis, velinlongiusduraturamateriæxcipiendisimpendimus. Hæc peragentes videmur quodammodo inanimatis rebusnoftramtribuere immortalitatem,qui&eafdempofteritati commendemus, et earumdem præfidiovelutinosipfos ad transacftas remotiffimas ætates, ad quas pertinent, transferamus, atque I II atque ita exiguam nimis vitæ noltræ brevitatem vel producendo, vel compenfando nobis libentiffime blandiamur. Quæ ergo veterum artes, et profeffiones condiderunt, Signa, Protomas, Hermas, Anaglypha, Sarcophagos, Titulos, ceteraquemonumenta colligeretumprimumfategitFrancifcusPetrarcha, quem Tuæ ætatis perpauci, plures fequiorum temporumimitati, tumMulca,& Villasiifdemlucupletantesa litu, Iquallore, quin& interituprovidilTime vindicarunt.Sed in irritum cefolTet hæc ipfa follicitudo, nili typorum etiam accefliffet luccenturiata fedulitas. Quot enim diffracta Mufoa, quot iam Villæ labefactatæ, et quot vel avulfa, vel rurfus obruta, atque etiam foede difrupta, quæ ibidem exfiftebant, monumentavelutiaboculisnollrisaufugerunt 1Quarelætandum nobis elt, eo pervenille humanæ mentis acumen, utiplistemporum,&rerumvicilTitudinibusoblittere,&vim inferre non dubitaverit, et curas curis addendo nova excogitaveritprælidia, quibus diuturniori huiufmodi monumentorum confervationi prolpiceret. Hmc ergo elf, ut quæ in unum collecta monumenta perierunt, perenniter vivant in eruditorum Voluminibus vel typis æneis contignata, vel doctis illultrata adnotationibus, quibus nunc autographorum deliderium nobis reparari quodammodo videatur. Quare non aliam ob cauffam, neque etiam abfimili ratione quæ olim laudabili providentia Cyriaci, &: Afdrubalis ex Matthæia gente Procerum, et lovii Marchionum tum in Hortis Cælimontanis, tum in Ædibus ad Circum Flaminium coafta, et collocata fuerunt omnis generis monumenta, nunc primum æreis formis infoulpta, nollris illudi ationibus ditata, in unum collecta, rite dilpolita, ac tribus comprehenfa Voluminibus preli beneficio in publicam lucem emittuntur. Licetenim, utfuolocomonuimus, &deinceps etiam monebimus, multa eorum a prioribus hilce domiciliis pro  III profectain celeberrimumillud MufarumSacrarium,Mufeum nempe Clementinum Vaticanum, conceffierint ævo quam longiffimo fruitura, tamen non omnia illuc fe receperunt, multa quinimmoproculiamabiere, acmultætiamindies fatifcunt. Videt, credo, porro unufquifque, ereomninofuifle, utquæ olimfuerittantamonumentorumcongeries, unooculiiftu perluftretur, tumdomi,& foris,tumpræfenti,acfuturo tempore innotefcat. Deliderandum quidem erat, Hortos, et Ædes Matthæiorum tantis confpicuas monumentis litteratorum obtutibus exhiberi, ne tot aliis, numquam cum iis comparandis, quæ hoc beneficium nactæfuerant, veluti quodammodo inferiores et haberentur, et effient. II. Poftquamlitterarum, &veterumfcriptorum,rnonumentorumque ftudium adolevit, tum artes ipfæ, quibus ab honeftate nomen efi, barbariem a Gothis, Langobardis, ceterifque feptentrionalibus populis inaufpicato invectam Italia exfulare iulfierunt, homines conformare fe urbanitati, cultui, et magnificentiæ Romanorum veluti quadam concertatione facta coeperunt. Inter cetera Romanæ magnificentiæ opera, quibus luxus impenfius excreverat, &.ipfe Perfarum faftus, et opulentia obfcurata omnium iudicio cenfebatur, Villæ profecto fuerunt, quibus nihil pulchrius, nihil amoenius, nihil præftantius &fpatiiamplitudine, &ftruHuræexcellentia, et ædificii decore, &: operum copia haberi poterat. Exftant nunc etiam Tibure Hadrianeæ Villæ veltigia, quæ fupra reliquas plane excellebat, et ex qua tam infignia et Græcorum, et Ægyptiorum monumenta prodierunt, ut iis Mufeum Capitolinumtamquam cimeliisomninolingularibus,omniumque præfiantiffimis inclaruerit (0. Scatebat porro Tiburtinus ager Pyrrhi Ligorii Defcriptio Villæ Tiburtinæ Hadriani Cæfaris. Romæ . in fol. eum Jiguris • Vide lofephum Roccum Vulpium Vet.Lat. Tom. X. y Sc omnes Tiburtinos Hifloricos, Ioh. Franc. Martium, et Antoninum Regium, tum_, Idyllium Fabii Crucii, inferius citandum Omnium   IV ager multis aliis privatorum civium fecedibus longe clegantiffimis, inter quos omnium deliciarum genere conferta eminebat Mæcenatis Villa, aderantque aliæ, quæ ad Manlium Vopifcum(0,MunatiumPlancum,SalludiumCrifpum,C. Caffium, Quintilium Varum, Marcum Lepidum, et Cynthiam Propertii amicam, aliofque pertinebant. Prætereo Ciceronis Tufculanum , quod fuerat antea Syllæ, tum Formianum, Cumanum, Puteolanum, et quod omnibus celebrius, porticu, et nemore infigne, atque Academicis quædionibus facrum, Pompeianum. Celebre et Horatii diverforium in Sabinis, Catulli extra Portam Valeriam ad ripam Anienis , Senecæ in via Nomentana 5), Martialis ibidem C6), et longo laniculi ingo (V, aliorumque. III.Horumigiturimitatiexempla(æculiXVI.magnates opulentia, luxu, et litteris prædantes fuburbana condere coeperunt amoenidima, quorum primum illud cd, quod in oppido Bagnaiæ anno coidxi. inchoatum tandem perfecit Ioh. Francifcus Gambara Card., et Viterbiends Eccleliæ Epifcopus, cuius fata et Francifcus Marianius (s), et Felicianus Buldus (9) late alienigenarumfrequentiacelebraturhæcVilla,nec caruic præfentia IOSHPFII II. Imp. Pii Felicis Aug. 3 cuius rei memoria marmore infculpta hæc Imp. Cæf. lofepho. II Petro. Leopoldo. M. Etruriæ. Duci Archiducibus. Andriæ. Germanis. Fratribus PP. FF. AA Hadrianæ. Villæ. vedigia In. hoc. fundo, ac. vicinia, confpicua Huius. Villæ. Dominus, demondravit Iofephus. Eqiles. de. Fide Aulæ. Cæfareæ. Confiliarius XIII. Kal. Apr. A. MDCCLXIX prolianæVillæexidimat; tum Gregorium Placentinium de Tafculano Ciceronis 3 nunc Crypta Ferrata; Romæ 1758.  Vide Differtazione di Domenico de Sanctis tra oli Arcadi Falcifco Carijliofopra la Villa di Orazio Flacco; Roma pel Salomoni 1761., 8c Decuoverte de la Maifon de Campagne d'Horæe par PAbbe Bertrand C.ap Martin-Chaupy; d Rome Hendecafyll. XLII.  Epiff 104., et 110. Lib. I. Epig. 106. Lib. IV. Fpig. In Parergo de Fpifcop. Viterbien. pojl Differtationem de Etruria Metropoli; Romæ Ifloria della Cittd di Viterbo; in fine del Vid. Ioh.LucamZuzzcrium(D'unaantilaCronologiade'Vefcovi; Roma.Conditoca Villa [coperta fui dojfo dei Tufalo; Venezia rum nomina hifce Verfibus Petri Magni ibidem (0 Vid. Statium Sifa. qui Ruifincllac delicium Jocum fuiffe Tuiexaratis innuuntur: Nec   V profequuntur. Tum prodierunt, ac longe lateque inclaruerunt Horti Tiburtini, quos poft Card. Bartholomæum Quevam, qui aluliolll. obtinuerat, Card. Hippolytus Eflenfis exftruxit, permagnifico prætorio auxit, et antiquis ftatuis, picturis regiaque prorfus fupelleftile locupletavit. Hi dein in Card. Aloyfium Eflenfem translati funt, quo vita funbto, ex, Hippolytite ftamentaria voluntate, et iudicialifententia, eorumdem usura XII. annorum spatio cedit Sacri Collegii Decano, donec purpura donato Alexandro Eftenfi, eorumdem ius in ipfa familia'inftauratum cft, novafque a legitimis dominis et additiones, et reparationes poftea habuerunt(0. Tiburtinum hoc delicium carminibus celebravit M. Ant. Muretus, ac prædicarunt infuper Libertus Folietius , Ioh. Francifcus Martius (s), Antoninus Regius, Fabius Crucius W, Ferdinandus Ughellius 05), Francifcus Scottius»), Rodulphinus VeNec placuifle tibi laus ultima3 magne Riari, A quo primus honos 3 nobilitafque loci. Quod fi longa tuæ ncvifTct flamina vitæ Invida Parca, nihil quod quereremur erat. Saltem magnanimi virtus præclara Rodulphi Serius ad fuperos hinc abiifTet heros. Nunc j o Dive loci præfes, tibi Gambara poft hos Contigit haud opibus } fed pietate pari. (0TeflesfuntfequentesInfcriptiones’: I. Regios. Eftenfium. Principum Hortos. iinmenfo. Card. Hippolyti Sumptu. præruptæ. rupis Afperrimis. cautibus In. mollilTimi. clivi. penfiles Ambulationes. converfis Ac. terebrati. per. montis. vifcera Duffcis. ex. Anniene. innumeris Fontibus. admirandos. ab. Aloyfio nutius Magnificentiori. forma. conftru&i Et. venuftati. quam. vides Reftituti Anno. Salutis. Tyburtinum Hippolyti Card. Ferrarien. ad Flavium Vrfinum Card. ampliff. 3 inter Opera fubJiciva Vberti Folieti Genuen. Romæ apud Zanettum 1S’79j et In 1'om. I. Part. II. Thefaur. antiq. bijtor.ltalic.Ioh.Georg.Grævii.Lugd. Batav. 1704.  Hiflor. Tibure. Lib. V. num. 174. Thef.. Græv. Vol. III.4.  Antichitd di Tivoli di Antonino dei Re; Tom. eod. Thef. Græv.  Ville di Tivoli deferitte dall'Arc/prete Fabio Croce di detta Citta; ldilio divifo in due racconti 5 nei quali fedelmente Ji narratio non meno le Ville, che anticarænte v'ebbero, e frequentarono gl*Imperatori, Re con altri infigniperfonagEt.Alexandro.Cardinalibus pi,ecelebrivirtuofi, raalamedefimadella SereMagna. fplendidi. cultus Acceflione. nobilitatos II. Serenifiimi.Francifci. II. Mutinæ. Regii. &c. Ducis Vel. abfentis. munificentia Fontes. ifli. temporis. iniuria. collabentes nijjima Cafa d*EJle &c. 1» Roma per it Mancini 1664. in 8. (6) In additionibus ad Alpbonfum Ciacconium de Fontiff. Rora. 3 S.R.E. Cardd. ubi de Hippolyto Card. Eftenfi. (7) In Itinerario Italiæ Lib. III.631.   nutius(0, IohannesPetroskiusO), IolephusRoccusVulpius , Barottius , aliique. Picturam vero æneis typis Romæ publicavit Corona Pighius. In hos oculos Ilios potiflimum intendit, et horum exemplo incenius eit CyriacusMatthæius, quodeinluosinCælimontioexcitaret, quoslatedeferibemus, poftquamceteros, quideinRomæ, vel in eius vicinia conditi funt, levi calamo attigerimus. IV7. Fere eodem tempore excitari coepit ab Alexandro Farnefio Card., Paulli III. fatris filio, Caprarolæ delicium, infigni praclertim architectura lacobi Barotii a Vignola, St præclaris Thaddæi, Friderici, St Octaviani fratrum Zuccariorum, Antoniique Tempeftii picturis celebratiflimum b). Heicetiam laudandinunc veniuntHorti,quiprimumexiuflu Card.IuliiMedicei, qui fuit poflea Clemens VII. P. M., formam præbente Raphæle Sanctio, conftructi funt ad Clivum Cinnæ (nunc Montem Marium dicunt ), picturilque Iulii Romani, StIoh.Utinenfisornatifunt,actandeminFarnefiam gentem, quæ cultu fplendidiores, St opere ampliores fecit, devenerunt W Recenlenda infuper eft Villa Philonardia, quam EnniusPhilonardiusS.R.E. Card. Tiburefibicomparavit, quæque nunc fquallet, St rimarum plena undique fatifeit, atque dilabiturb). Quid vero memorem Hortos a Iulio III. extra Portam Flaminiam dein mire exftruStos, a Faufto Sa Defcrizione topografica 3 ed iflorica di Roma moderna Tom. II.925. bæprarola &c. Opera de' pih celebri Arebitetti 3 difegnata da diverfi. Libro in 8$. fol. 3 c mezzi fol. Imper. Parte III. Tum Deferizione 3 e relazione iflorica dei nobilijftmo real palazzo di Caprarola&c.daLeopoldoSebafliani;Romapergli  Trigonometrica Dioecefls, et Agri Tiburtitii Topograpbia 3 ‘veteribus 1viis 3 'villis 3 ceterifque antiquismonumentisexculta&c. RomætypisGenercflSalamoni3pag.XIII. eredidei Ferri 1741. inS.Vide Epigramma Au($) Vet. Lat. Tom. X.  Memorie Ifloriche de’ Letterati Ferrareft; opera pofluma. In Ferrara nella Stamperia Camerale 1777. Vol. I.336. CS) Vide Studio d’Arcbitettura civile fopra varie Cbiefe, Cappelle di Roma 3 e Palazzo da Carelii Urfii Romani de Caprarolæ deferiptione ad Card. Farnefium Lib. III. Epigr. 21.75utriufque editionis Parmen. 1589. 3 et Bonon. Nunc Villa Madama vulgo audit \  Vid.‘Iofephum Roccum Vulpium Vet. Lat. Tom. X. Lib. XVIII. Cap. X.379  bæio(*)&FrancifcoCommendonio.C2)carminibuslaudatos, tum a Scottio Cd, BoifTardio 3 CiacconioW 3Panvinio, aliifque fufe defcriptos? Ii namque a Clemente XIV., et PIO VI. Summis Pontificibus nuper reparati eruditorum omnium oculos in fe converterunt, et æneis formis expreffi, noftnfque illuftrationibus audi in publicam lucem ad Architedonicæ artis præfertim adiumentum propediem prodibunt. Laudari vero lure poftulant Horti Medicei in Colle Hortulolum exfiflentes, a Card. Ioh. Puccio Politiano inchoati, et dein ab altero, eoque eximio Romanæ purpuræ ornamento, tum Magno Etruriæ Duce Ferdinando Mediceo multis eruditæ vetuftatis præclaris reliquiis, et exoticarum linguarum typographia longe celeberrima magnificentiffime amplificati. Commemoratio faltem defiderium reparet Hortorum Carpendum, quos in Quirinali olim ædificaverat, atque adeo præclaris ornamentis infigniverat Rodulphus Pius S. R. E. Card., ut CXXXVI. amplius ftatuæ in iis numerarentur, quarumpræffantioresrecenfetLJlyffesAldrovandiusV)3eas infuper referens, quas et ipfius Palatium in Campo Martio fervabat.Hisiungantur&Hortiilli,quioliminSuburra prope Amphitheatrum Flavium, et Templum Pacis a Card. Lanfranco conditi, Carpenfes dein fadfi funt. Prodierunt et hoc tempore Horti Farnefiani Tranftiberini (8J, aliique PalatinifV,ubinuncvineæ,&;vepres. Necreticendifuntmodo mato Epigrammatam Lib.I. pag.Sj., fi7.,,., i;i., ij6., ij7., ,  Ex Mf. Cod. Epiflolar, Cornelii Muflii Epifc. Bituntini apud CI. Præfulem Stephanum Borgiam a Secretis Sac. Congr. de Propaganda Fide.  Itiner. Ital.483.  Topograpbia Vr.bis Romæ Tora. I.Jo. et feqq.  In vitis Ptmtif., 'ubi de Iulio III. (fi) ln vita Ia/ii III. poli vitas Barth. Platinæ. Hortis Carpenfibus legendus Boiflardius loc. cit. pag.46.jScottius .j Francifcus Swertius Lib. II. Itiner. Italiæ 3 Andreas Victorellius, æ Ferdinandus Ughellius apud Ciacconium in Rodulphi Pii Card. vita3&Floravantes Martinellius Romæxethnica facra$y. Vide Portæ eCtypum inter opera Architectonica Iacobi Barotii a Vignola^ Tab. XXXXV. (8) Vid. Scottium loc. cit.416., Boif Tardium (7) D elieStatue antiche, cbepertutta Roma, loc.cit.pag.11., &UrfiumLib.I.epigr.12.pag.52. fiveggono 329J. Vid. fuperius201. De (9) Vid. Scottium444.   VIII ma*nificentiffitni Horti Quirinales Card. Guidonis Bentivoh Ferrarienfis, quibus nulli Romæ erant arboribus fplendidiores, ut et lilvæ lpeciem præberent, et labyrinthi b).Succedant dein HortiCælii,qui,defcribenteloh.BaptiftaFonteio-, ad dexteram laniculum habent, ad lævam Vaticanos montes, ante fe Tiberim, SancTi Spiritus Fanum, et Xenodochium, pojlfe Prata Neroniana, fornaces lateribus excoquendis infimaas, edito in colle,fecundum ædes Cacfias refertiffimas ipfis antiquitatibus. Horum Hortorum Inlcripuones multas refert ipfe Fonteius, lulius Iacobonius, cetenque, ac nonnulla eorumdem vetera monumenta iamdiu inde avufa ad augendam Capitolii maieftatem præcipue emigrarunt b. Nonnullisantiquitatis exuviisditatiq uoqueerant HortiAventini Maximorum H). Nec fua careat laude Blofianæ Villæ amoenitas, et Hortorum Coloccianorum apud veteres Sallu ftianosO123) tumobveterum monumentorum copiam, tumob litteratorum conventum celebritas. Infuper memoretui AuguftiniChifiiSuburbanum Tranftiberinum,inFarnefiamgentem translatum, magniRaphælis picturis, multifque antiquitatibus IpedlatiffimumV; 5 Marcelli Ccrvinii Card., et dein Pontificis Max. Villula elegantiffimaV), ac Petri Melinii altera V), in qua Poe Vid. Scottium479.} et BoifTardiurrL.47.  Deprifea GæftorumgenteLib.Il. Cap.XIII.154. Vid. Urfium Epigr. 19. Lib. III.72., ubi de fimulacro Veftæ in Hortos O&avii Cæfii translato.  In Capitolio: Clemens.XI.P.M Romæ. de. Dacia. Triumphantis Captivorumq. Numidarum. Regum. Statuas Ex. Hortis. Cæfiis Addito. Ægyptiorum. Signorum. ornatu Porticuque. a. fundamentis. excitata Ad. augendam. Capitolii. maieftatem Tranftulit Anno. Salut. M. D. CC. XX "4) Vid. lulium Iacobonium appendice ad Fonumdeprifea Gæftorumgente Vid. Fauftum Sabæium Lib. 111. Epigram., ., et 5*5edicRomæ isj6(6) Vid. Virum Cl. loh. Francilc. Lancellot-,m in vita Angeli Coloccii præmilta operi, cui ulus:PoefieItaliane, eLatinediMtuifg.'i»' IoColocci&c.hfi.772-PUires''"rcriP‘iones Corcianæ migrarunt in Palatium Caid. Carpine!: Le Smetio in Præf. Infer. (7) Suburbanum Aitgitfini Chifi per Blofum illadium. Romæ per lacobum Mazocbium Rejn. Academiæ Bibliopolam 1J12. (8) Vid. Sabæium loc. cit.568. (9) Vid. Benedi&i Lampridii Cremon. Odem in eliciis Poetar. halor. Tom. IX Poetas de more familiæ coena excipere ipfe folebat. Accedat Villa Lantia in laniculenfi calle fita, quam Iulii Romani architeftura, et piHuræ celebrem præfertim fecerunt. Accipe nunc et veteres Hortos Vaticanos (0, quibus Hortus Botanicus quinetiam Nicolai V. iufiu olim conditus adneclebatur,quofqueamoenioresfecithoctemporePiusIV.,exflxufto 'ibidem delicio fane elegantiffimo, ufus opere Pyrrhi Ligorii, qui formam dedit, et perficiendam curavit. Huc etiam revocanda Villa ampliffima, quam ad Tufculanum ædificavit Card. Marcus Siticus Altempfius Pii IV. fbroris filius, quæMondragonisdiflæft,quæquedeinfaftæitCard. ScipionisBurghefii,aquomultætiamhabuitincrementa. Sed iam properemus ad celebres Hortos Viminales, five Exquilinos, quos Sixtus V. condidit, infignibufque ornavit veterummonumentis,quiproinde&Perettii,&Montaltini dicti funt, quos Aurelius Urfius Romanus (d præfertim carminibus celebravit, quofque dein fuos fecit Ioh. Francifcus Nigronius Genuenfis S. R. E. Cardinalis O. Tum his iunganturproximitate,&eiufdemPontificisbeneficentia,&aufpiciis affines Horti Viminales Martii Frangipanii0), qui nunc adStrotiamgentempertinent; atqueitafinisim ponaturpræcipuis, quæ tulit ruralia delicia fæculum XVI. IV.Necminoricelebritate,magnificentia,acveterum monumentorum congerie præftiterunt huiufmodi Suburbana, quæ (i) Belvedere vulgo audiunt. Vid. Delie. Poetar, halor. Iani Gruteri. Vid.HortiRomanibrevemHiJloriamGeorgu. Bonellii CI. Medicinæ Profefloris in Archigymnafio Romanæ Sapientiæ ad Tom. I. Horti Botanici Romani1. (;) Carminum tib.II. pag.:8. Peretthm, fm Sixti V. Pontif. M. Horti Exquilim, et Lib.IUEpigr. 24.73, de Perettina Sixti V. P. M VUlq carmine deferipta, mittit nempe verfus fuperius indicatos.  In inuro Hortor, prope Bafilicam Tiberianam: Sub. præfidio. Deiparæ I.F.tit.S.M.in.Ara.Cæli.Card.Nigronus Se. fuos. fuaque. conflituit Die. V. Aug. ann. Domini. MDCCVII  In fronte Ædium: Sixto. V. Pont. Max Ob. collata In c‘. fe. beneficia Hortofque. Viminales Au Flos Martius. Frangipanius Grati. animi. ergo b   X quæ dein fæculo XVII. exftru&a funt. Tufculum quidem amoenitate loci multos ad fe rapuit, et ad deliciarum feceffus ibi dem ædificandos invitavit. Talis eft, quem Petrus Aldobrandinius Clementis VIII. fratris filius regiis prorfus impenfis, et apparatibusexfiruxit0),& cuiabipfograto prospectu nomen inditum est. Eidem etiam accepti referendi funt, qui in Quirinali colle eius Ædibus iunguntur, et veterum nuptiarum picturis, ex Titi thermis addu&is, Horti potiftimum celebrantur. Romæ in Ianiculi vertice prope Portam Aureliam delicium fibi comparavit InnocentiusMalvafiaV)AnnonæPræfectus, eumlocum occupans, quemibi Horti Martialis olimobtinuerant (r). Quis vero pro dignitate referat Hortos Pincianos fplendidiftimos, quos condidit Card. Scipio Caffarellius in Burghefiamgentemadfeitus,quoiquetot,actantiselegantioris antiquitatiscimeliis, tum&picturislocupletavit?Manillius, Montelaticus, Leporeus, Brigentius, aliique C) latis fuperque eofdem celebrarunt. Nec iple Paullus V. Burghe Infcriptlo ibi legitur: Petrus. Aldobrandinius Clem.VIII.Fratris.Filius Redacta. in. poteflatem. Sanftæ. Sedis. Ferraria Reipublicæ. Cbriftianæ. fallite. reflituta Villam. hanc Deducta. ex. Algido. aqua. extruxit Vid. Villa Aldobrandina Ttefculana, et varii il($) Vid. Epigr. LXIV. Lib. IV: Hinc Jeptem dominos videre montes, Et totam licet æjlimare Romam. litisHortorumi& Fontiumprofpettus;infol.Epitifingolari.IuRomaperGio.FrancefcoBuagni didit Dominicus Barriere. Tabulis XV., et dicavit Ludovico XIV. Galliarum Regi.  Perfecit., ut docet Infcriptio, quæ fic fe habet: in S. 3 Aufctorem habet Dominicum Montelaticum. Defcrizione della Villa di Borgbefe di Lodovico Leporeo in 4. Vide Apes Urbanas Leonis Allatii185. Poetica deferiptio Villæ Burghefiæ vulgo Pineianæ Andreæ Brigentii. Romæ  fius.  Villa Borgbefe fuori di Porta Pineiana di Giacomo Manilii Romano,hiRomaperLodovico Grignani , in S. Villa Borgbefe fuori di PortaPincianacon Pornamenti3chefioffervano nel di lei palazzo, e con le figttre delle Statue In. hoc. Colle. lani. Bifrontis. memoria Et.Martialis.Poetæ.Hortis.celebri in8.Deorum ConciliuminPinciisBurgbeftanis Suburbanum.hunc.fecefium Domo. clauftro. flatuis. picturis Fonte. aviario. pomario. vinea Inftruftum. ornatum Innocentius. Malvafia. Cam. Apo/t. Clericus Annonæ. Præfe£tus. fibi. amicis Animi. caufa. comparavit Anno.Sal. MDCCIIII HortisabEr/.Iob.Lanfrancoimaginibus,monocrornatibus} et ornamentis exprejfum. Delineavit, et infculpfit Petrus Aquila, fol. IX. imper. FpiJlola Francifci Blancbinii de nobilijjimo hofpite Comitis de Traufnitz nomen profejjo, et in Villa Pinciana Burgbefiorum Principum excepto die 27. Maii 1716. Romæ.   'XI fius, qui Quirinale Mutatorium Pontificum excitavit, Hortos ibidem defiderari, neque eofdem et veterum monumentis-, &. ceteris honeftæ voluptatis deliciis carere voluit. Celebres et antiquis monumentis referti funt Horti Ludovifiani, quibus locuscumvetuftisSalluffianis Hortiscommunisaliquainparte efi, quique Cardinalem Ludovicum Ludovifium præcipuum auftorem habent. His neftantur Horti alii Ludovifiani iucundifiimi, quos dein fuos fecit gens nobilillima de Comitibus, in Tufculo politi. Non elegantia folum, fed etiam Ioh.TomciMarnavitiiBofnenfis Epifcopidefcriptiocelebrem fecit Villam Sacchettiam Oftienfem. Quis omnes recenfeat Barberiniæ gentis delicias et in Vaticano ubi olim Horti Neronis, et in Ianiculenli, et in Quirinali colle (ri, et ad Callrum Candulphi etiam magnifice conditas? En Rufina Villa in veitice Tufculi, ubi Tulculanutn Ciceronis aliqui ftatuerunt, ut et fuperiusinnuimus, quam Alexander Rufinus Romanus Melphienfium Epifcopusexftruxit. Prodeat&nunclaniculenlis Nobilia Villa, cui nunc Spadiæ a gente, quæ eam poftea obtinuit, nomen efi, quamque inter Aureliam Portam, et Hortum publicum Botanicum Vincendus Nobilius excitavit ri). Sed Ianiculenfem collem nulla magis confpicuum fecit, quam Pamphilia Villa, cuius pi-oPpedum, delineationem, et præftantiora monumenta typisæneisper Ioh. Bapt. Faldam inlcuiptisexhibuitIoh.IacobusRubeus,quiopusinfcribens Principi Ioh. Bapt. Pamphilio perperam Alexandri Algardii C0 Villa Sacchetta OJlienfis cofmograpbicis tabulis, et notis illuftrata > rujlicanis legibus, officinarumque infcriptionibus adnotata &c. Romæ apud Ludov. Gngnanum 16jo.i,; 4. vid. Leonem Allatium in Apib. Vrban. Vid.Tetium in Ædib. Barberin. p.37o& feqq. G)Hæcibidem legiturlnfcriptio: Villa. Nobilia Viator Hic. ubi. Ædes., ad. animos archiInter. amoena. exhilarandos A. Vincentio. Nobilio. excitatas Adfpicis Aug. Cæsarem. aquæ. de. fuo. nomine. vocitatæ Ex. Lacu. Alfiatino. milliario. XIV Conceptæ Et.in.rranfliberinam.Regionem.perduftæ Emiffarium.exftruxifle. ne. fis. nefcius Dixi. abi. felix. &. vale An. Sal. b2   XII architecturam fecit, cum ad Ioh. Franc. Grimaldium Bononienfem pertineat (0. Exquilinum vero collem tenet, atque ornatVillaAlteria,inqua Statuæ,Frotomæ, Infcriptiones, et sepulcri Nafonum Picturæ nonnullæ veteres adfervantur. Iuftinianea Villa, quæ extra Portam Flaminiam et veterum cimeliis, et recenti cultu conlpicua olim erat, nunc omnino fquallet, eiufque ornamenta præcipua iam ad alteram iuxta Lateranum fitam amplificandam proceflerunt . Dies me deficeret, ficeterasminores Villas, Cofiagutiam, Caipineam, Cæferiniam, Urfiniam ad Arcus Neronianos, Gilliam via Portuenfi, Cafaliam in Cælimontio, Gymnafiam in Aventino, Sannefiam via Flaminia, Nariam via Salaria, Cinquiniam viaNomentana,aliaiquefingillatimpercenfere,acdefcribere nunc vellem. V. Quare memorentur nunc tandem Villæ præftantiores, quas tulit noltra ætas. Præftat extra Portam Nomentanam splendidecx ftructa PatritiaVilla (fi, quamimmortalis memoriæ Pontifex Clemens XIV. honeltum oblectamentum capturus quotidie fere adire confueverat. 1 ranitiberinas Ædes Corfiniæ gentis, olim Riariæ, ubi iam degerat Chriftina Succorum Regina, ornatiores facit Viridarium amplum, amoenumque, quod iifdem coniungitur. Fluic proximum elt aliud eiufdem Corfiniæ gentis Delicium extra Portam Aureliam,exSimonis Salviiarchitecturaconltructum,lofephi Pafferiipicturisinfignitum,pomarioauctum,&veterumcolumbariis, quæ Petrus Sanctes Bartholius illuftravit W, et quo(0VillaPamphilia3eiufquePalatiumcumfuh Ioannes profpeUibus } Jlatua^ fontes } vivaria, theatra > Card areolæ 3plantarum3 viarumqueordinescumeiufdem ahfoluta delineatione. Romæ formis loh. Iacobi de Rubeis in fol. Dicitur hæc Villa Re/rePatritius fpiro. Vid. Præf.adlibrum,cuititulusde'Sepol In fronte Ædium hæc leguntur: cri degli antichi; et opus alterum eiufdem poftumum editum Parifiis a CU. Viris Caylufio9 et Marietteio 3 quod infcribitur Peintures antiques. rum   XIII rum unum eft libertorum Verginiæ gentis, noftra ætate dete£him('), refertifiimum; quod licet exafto fæculo ortum, noftro tamen maxima ex parte eft amplificatum. Ad Portairu. Nomentanam, contra Coflagutiam Villam, novam excitavit Colbertiiæmulus SilviusValentiusGonzaga Mantuanus,S. R. E. Cardinalis, Sc fapientiffimi Pontificis Benedicti XIV. a fecretioribus confiliis, quam doctis omnibus patere iubebat, Sc antiquis infcriptionibus, exoticis plantis, pluribufque ex India, et America adveftis cimeliis abunde ditaverat, quæque dein a Card. Prolpero Columna Sciarra comparata Barberiniæ genti nunc acceflit. Extra eamdern Portam aliam fibi paravit Villam, nonnullis antiquis monumentis ornatam, Cardinalis Hieronymus Columna Ærarii Pontificii Quæftor, Camerarius vulgo nuncupatus. SecefTum quoque via Aurelia libi fecit iucundiflimum Card. Iofephus M. Feronius Florentinus, qui primus docuit hortos topiario opere ex malis medicis instruere, ne voluptas, Semagnificentia folo fiimptu,Stfterilitate diftingueretur, quin potius ex ipfo luxu, et oblectamento non mediocris gigneretur proventus. Deliciis, et elegantia fpectatif {imam Villam infuper ædificavit extra Portam Salariam non longe ab Aniene, et ponte Narfetis Flavius Chifius Iunior S.R. E.Cardinalis, quemmoxdirafatiforsperemit. Verumceteris fupereminet, &iamomnium maximefama celebraturfplendidiffimaVilla,quamextraPortamSalariamædificavit,St quotidie etiam amplificat Eminentiffimus S. R. E. Cardinalis Alexander Albanius, qui regio plane cultu, Sc exquifita elegantia ipfam perfecit. Ægyptiaca, Græca, Sc Romana eiuditæ antiquitatis monumenta ubique fe produnt, quorumpleraque anecdota typis æneis expreflit, doctifque illuflravit explico Vid. EphemerideslitterariasFlorentinasCl. O) Vid. Elogio dei Card. Silvio Vale,ni Go«Ioh.Lamiianni1765.n.21.3 &feqq.coi.jai.j zaga (deiCh.Monfig.ClaudioTodefchi). « &peqq. Roma dalle Jlawpe dei Salomoni ^*PaS-34*   plicationibus Vir Cl., idemquc infeliciflimus Ioliannes Winckelmannius Saxo, olim Nethnicii in Agro Drefdenti Bunavianæ Bibliothecæ, quæ in Electoralcm pottea migravit, Cultos alter, tum Romanæ Ecclefiæ facra profefTus, Romanarum antiquitatum præfe&ura ornatus, Bibliothecæ Vaticanæ Scriptor Græcus renunciatus, et Albaniæ iplius Bibliothecæ curandæ præpofitus (0. Cetera, quæ ipfe intafta reliquit, eadem plane ratione expofuit Vir alter eruditiffimus Stephanus Raffeius C2); utceterospræteream,quifparfimipfavel explanantes, vel laudantes celebratiffimam hanc Villam undique præftiterunt. Tanto apparatui refpondent et picturæ, quæ aubtorem habent Antonium Raphælem Mengfium, cuius prædantia eo pervenit, ut Urbinatenfis virtuti proxime acceflifie omnium iudicio exiltimetur. Vere quidem dixeris et Gratias, et Mutas heic habere domicilium, ac veterum Confulum, et Auguftorum tamquam redivivam exfurgere maieftatem. Non igitur mirum, ti fplendiditTimum huius Villæ atrium patuerit Camoenis Dardani Aluntini, Iotephi II. Cæfaris , et Hermelindæ Thalææ, Mariæ Antoniæ Walburgæ Bavarenfis, Saxonicæ Electricis viduæ  laudes concinentibus, ipfumque Augultitlimum Principem, &: Romanorum Imp. electum, Romæ degentem, anno cididcclxix. a. d. XIV., et V. Kal. Aprilis et invifentem, et admirantem tantarum rerum copiam, (0Monumenti autlchiineditifpiegati, ei‘tllujtrati da G:o. Winckelmann &c. Torni II. Roma  in fol.  Ricerche fopra uti Apolline della Villa.j dellEmoSig.Card.AlejjandroAlbani.IuRoma  Saggio di ojfervazioni fopra ttn Bafforilisvo della Villa fuddetta (efprimente il voto di Berenice ) In Roma. Ojfervaziom fopra un altro Baffo rilievo dellameiefmaVilla Albani(elprimente Ercole domatore d’Echidna Scitica ). Differtazione fopra uh fmgolar combattimento efpreffo in Bajforiliem, efflente nelta Villa fuddetta, c cioe Ja monomachia di Mennone con Achille). et præFilottete addolorato 3 altro Bafforilievo tiella Villa JleJfa; in fol.  Adunanza tenuta dagli Arcadi per Velezione della Sacra Reni Mæfla di Giufeppe II. Re de’ Romani. In Roma cui adne&itur Tabula ænea exprimens frontem Ædium } et Atrii ornatiHimi.  Adunanza tenuta dagli Arcadi nella Villa AlbaniadouorediS.A.R.MariaAntoniaWalburga di Baviera Elettrice Vedova di Saffonia, fra le Pajlorelle acclamate Ermclinda Talea.• In Roma & præftantiam,ibidemmirecoaddam,&concinnedilpofitam confpexerimus (0. Recenfitis Hortis omnibus, aut faltem celebrioribus,quivelpræceflerunt, velfubfequutifuntMatthæianos noftros,reflatmodo,utdeiplispreflius,&latiusdicamus. Locum nunc perpendimus. Iidem fiti funt in ea Pomoerii parte, quam Aurelianusintra Urbemcomplexuseft,quæque in Regione II. Cælimontana comprehendebatur. Manflones Albanas antiquitus hunc locum potiflimum tenuifle, cenfueruntBoiflardiusCj), Marlianius W,&DonatiusD,fed nullam, quaniterentur, rationemattulerunt. Quareincertus, fiNardinio0)credimus,adhuceftharumManfionumlocus, neque nos quidquam etiam hac de re ftatuere aufimus alibi de iildem loquentes. Proxima huic Cælimontii parti fuifle, immo iplam occupafle aliquando Caftra Peregrinorum ab Augufto inftituta, alii cenfuerunt, atque inter ceteros Panvinius W, et Vignolius, innixi potiflimum veterum infcriptionibus,inquibuseorummentio,quæquevelinareaÆdiculæ Sanctæ Mariæ in Domnica, vel prope Ædem rotundam S. Stephani inventæ funt; ut nunc præteream, quæetiamin laudata area erutæ fuerunt Benedi&i Ægii Spoletini ætate, quasipfeedidit(IO), quibufqueadduddus&eademCaftraibidem agnovit, et eos, qui ponunt ad Templum SS. IV. Coro(i) Huius rei accipe monumentum ibidem pofitum: lofepho. II Pio. Felici. Augufto Quod. has. Ædes. præfentia. fua Maximus. hofpes. impleverit Alexander. Card. Albanus M. P nato($)Rom. vet. Append. ad Fragmenta 'vejligii 'veteris Romæ lob. Petri Bellorii Tab. Defer. Vrbis Romæ } TheJ\ Antiq. Romau. Grævii.  lnfcript.felecl. pojl Differt, de Columna Imp. Antonini Pii183. j e feq. In adnotationibus ad Apollodori Atbenien.  Vid. Fabrettium de aquis 3 et aquæductibusn.45.ad53. Bibliotb.,fivedeDeor.origine&c.Romæinæ Topograpb. Vrb. Romæ dibus Antonii Bladi  Vid. apud Gruter. Topograpb. Vrb. Romæ XVI natorum (0, impugnavit.Muripars feptentrionalis, quaHorti Matthæianicinguntur, licetadvetus Monafterium, dequo mox dicemus, potiflimum fpectct, pertinebat olim ad ductum aquæ Claudiæ, cuius ibidem divortia erant; pars enim in Antoninianas Thermas, utteltantur litteræadhuc confpicuæ... NTONIANA, magnis laterum tabulis e muro paullulum prominentibus confectæ W; pars in Palatium Cæfarum tendebat, ut produnt veftigia aquæductus interdum occurrentia. His adneftitur arcus adhuc exftans ex lapide Tiburtino, fuper c]uo aqua ad Aventinum procedebat, et in quo legitur inlcriptio fatis nota: P. CORNEUVS. P. r.DOLABELlA C. 1VN1VS. C. F. SILANVS. FLAMEN. MARTIALIS COS LX.S.C FACIVNDVM. CVRAVERVNT. IDEMQVE. PROBAVERVN.T Via, quæ ad Clivum Scauri per Curiam Hoftiliam ante Hortosnoftrosprocedit,eacenfetur,quaolimper Tabernolam, antiquæUrbisvicum,attendebaturin CæliumU).Prope etiamaderatrotundumTemplumvelFauni(j),velBacchi) velClaudii,aPombaiamVefpafianiImpp.,utaliicenfuerunt, quodnuncNicolai Circiniani, vulgoPomerancii,&Antonii Tempeltii picturis, veterum Martyrum diros cruciatus exPri Inter ceteros Boijfard. Topograpb. Vrb. Rora. Tom. I.His nunc accedit Horatius Orlandius Ragionamento fopra ut?Ara antica (dedicataaVulcano).Roma.art.ult.pag.95. Suppiem-adJVuv.T*hef .Muratoriipag.So.n.5.,  Vid: Epiftolam Flaminii Vaccæ latinitate' fed mutilam, aliique. Fornicis typum habes apud donatam a Montfauconro in Diario Italico Cap. X.14S. Gudius81. n. 10. refert tabulas inventas c regione vineæ S. Sixti, «Sc Thermarum Antoninianarum ad radicem Montis Aventini verfus regionem dictam Pifcinam publicam 3 in quit, bus hæc legebantur: A^VA. CLAVDIA. ANTONIANA. NOVA VIRIÆ. ALCESTE. ET. L. VIR1I. ANTIQ FORTVNATI  Refert Gruterius176. n. 2.3 Panvinius de Civ. Rora. Ioh. Bapt. Piranefium Tom. I. Airtiq. Koman. Tabula Fig. I.  Nardin. Rora, •veter. Borrichius de antiqua Vrbis facie Cap. IV., Rondininius de SS. Ioh. 3 et Paullo, eoruraq. Bajilica in ‘Drbe Roma vetera monumenta.  In inferiptione hoc loco detefta, quam refert lulius lacobonius Append. ad Fonteium de prifeaCæjiorumgenteCap.IV.pag.38.3memoratur ÆD1CVLA GENIO AGRESTI dicata.primentibus  ornatum, duplicique columnarum ordine fuftentatum Divo Stephano Martyrifacrumeft. Heicetiamnum confpicuifuntarcus Neronianiaquæ Claudiæ, quibus aquaipfaad Palatinumdeferebatur. Proximætiamerat Curia Hoftilia, a Tullo Hoflilio III. Romanorum Rege magnifice ædificata, cuius adhuc haberi reliquias, hafque cenfendas efle ingentes arcus ex Tiburtino lapide, quibus fuperftat nunc turriscampanaria, longainfuperfubftrudioneinhortumporredos, recentiores plures, præeunte Flavio Blondio 0), Confenferunt; idque eo magis, quod ibidem quatuor Pulvinaria marmoiea eruta fuerint, quæ dein ad fcalas Ædium Matthæiarum in Circo Flaminio translata fuerunt, quæque nos fuo loco(T adduximus. Ceterum Pompeius Ugonius d), aliique ædificium aliquod Cæfarum ætate excitatum in hilce ruderibusagnofcendum potiusexiftimant, quodparumcredibile videatur pofl tot fæculorum lapfum, poft tot Urbis excidia, atque poft tot imperii viciftitudines hactenus antiquiflimi ædificii reliquias, annorum edacitatis, et direptionum furoris vidrices, fupereflepotuifie.Montfauconiushacdere_» etiam dubitavit, quod ægre in animum libi induceret, immanemillamædificiimolem,caftrorummoremunitam,unicam fuifle Curiam; quin potius hinc coniedafie nonnullos refert, exftitiflehocloco CaftraPeregrinorum. Heicquidem fuifle ædes Sandorum fratrum Iqhannis, et Paulli, in quorum honorem dicata eft proxima Bafilica, ambigi non poteft; quarum quidem veftigia haberi putat Philippus RondininiEcclefiæ militantis triumphi) five Deo amaRomæ inflaur. Lib. I. hilium Martyrumg/oriofapro ChrijlifidecertaVol.II.horumMonumentor.ClafT.X.Tab. mina ) prout in Ecclefia S. Stephani Rotundi Romæ vifuntur depicia, a Vincentio Billy æneis Tab. expreffa. Romæ.  Interioris huius Templi profpe&um habes apud Ioh. Bapt. Piranefium Tom. I. Antiq. Roman. Tab. XXV. Fig. II. ' LXXII. Fig. I., et II., Tab. Fig. I., et II., et Tab. LXXIV. Fig. I., et II.93., et feqq. Vid. Ficoronium Vejligia di Roma antica.  Eibro de Stationibus Vrbis.  Git. Diar. Ital. Gap. X. XVIII ninius CO in quibufdam arcubus, et ruderibus prope laudatam Bafilicam exfiftentibus, quorum nemo Scriptorum meminit. Sub Hortis noftris vetus aliquod etiam fuille ædificium, arguere licet ex marmore reperto eo loci, quod refert Fabrettius , et in quo habetur fimulacrum Veftæ, et artis piltoriæ inffrumenta, modium, spicæ, et mola verfatilis, cum hac epigraphe: VESTÆ. SACRVM C. PVPIVS. FIRMINVS. ET MVDASENA.TROPH IME VII. Veterum ædificiis. Hortos Matthæianos ambientibus, ufque dum recenfitis, accedant Chriftiana Templa, quæ iifdem ita adhærent, ut ipforum pars effe videantur. Nihil amplius dicemus de Templo S. Stephani, et de Balilica SS. lob., et Paulli, quæ titulus Pammachii dicitur, cum de his,utpotepaulloremotioribus,fatisiamactumvideripoffit. Omnium quidem proximior Matthæianis Hortis eft Eccleha S.Mariæin Cyriaca, livein Dominica, quæ&in Domnica,&in Navicula h)?anaviculamarmorea,caudavotilocata, quæ ante Templum cernitur, dicta eft. Hæc navis mfignita eft roftro apri caput referente, quam ex voto Marti, vel alio Numini politam aliqui putant a milite in Caftris peregrinis degente. At Ficoronius  Cybeli potius dicatamu» fufpicatur, quod aliud viderit anaglyphum, ab ipfo etiam vulgatum b) 5 in Mufeum Veronenfe profectum, ubi navis cernitur, in qua vehitur Dea Cybele, quamque Matrona velata, funis ope, cui adligata eft, extra aquas ad fe trahere dextera manu nititur, hac fubiecta infcriptione: (0 &e SS. Martyribus lobanne 3dr Paullo, Seft.I. n.3. eorumqueRafilicainVrbeRoma‘veterarnonumenVulgoNavicella. MAta &c. Romæ Ai Tabulam Iliadis poftColumnam Traian..3SiInfer. . Attulimus&nosTom.III.Clafs.X. Syllog. Infer.  Le ve/ligia, e rarita di Roma antica MATRI.DEVM.ET.NAVI.SAI.VIÆ SALVIÆ. VOTO. SVSCEPTO CLAVDIA.SYNTHYCHE D.D Nomen Cyriacæ, vel Dominicæ Ecclefiæ inditum videtur acelebri MatronaRomana,quæibidemædeshabuerit('), ut et prædium habuit in Agro Verano. Forte fandæ huius Matronæ imaginem habes in antiqua pidtura ex ipfius Coemeterio ad S. Laurentii extra muros iam eruta, quam Cl. Ioh. Bottarius 00 ex Arringhio adduxit. Ceterum Sanctæ Domnicæ nomen, et natale Bollandius affert  ex Menæis Græcorum ad d. VIII. Ianuarii; fed hæc Virgo Africana, quæ floruit fub TheodofioM.ufque adLeonem,&Zenonem Augg.,anoftra differt.VualafridiStrabonisG)fententiam, aDomino,cuicultus in illa æde redditur, nomen repetentem, quia omnibus ædibusfacriscommunem, acceterasetiam huicquidemnonabfimiles fententias haudmorabimur. EcclefiahæcaPafchaleI. a fundamentis ampliata, et renovata fuit, cuius exftat vermiculataabfisaduabus porphyreticiscolumnisfuffentataG); quibus accedunt XVIII. infuperexGræcomarmore,nigro, et viridi, columnæ aliæ nihilo inferiores. Sanctæ Balbinæ corpus ibidem reconditur, atque heic Sixtum I. per Levitam Laurentium ecclefiæ thefauros pauperibus diffribui mandafle, funt qui tradant. Vetuftiflima quidem haberi debet hæc Ecclefia, cuius mentio eft in veteri Defcriptione Regionum Uriis,editaa MabillonioG), ubiagensdefeptemviisufque.> porta Ajinaria, ftatim fubditur Sancta Alaria Dominica. Adfæculumfaltem XI.pertinerevideturArchipresbyterRencdillus Diaconus Sanctæ Alariæ, quæ Domnica dicitur,  Roma fotterranea Tom. II. Tav. CXXX.17S. cuV id. Floravantem Martinellium Roma ex ethnica facra214. (6) Vetera Analecta365. fecund. edit.  Aci. Santf. lanuar.4S3. Viet.Franc.Viflorii Differt.Philolog.pag.$1. Parif.1725.  De rebus ecclejiajlic. Cap. VII. c2 XIX   JiX cuius monumentum in Divi Stephani in Monte fitum, et a Doniod) adductumheicfiltimus: HIC. REQVIESCIT. CORPVS. DEVOTVS. XPI FAMVLVS. ARCH1PBR. BENEDICTAS. DIAC. SCI. MA RIF,. QA. DOMICA. Q. OMS. Q. AD. HANC. BASILICA. IN GREDITIS. DIGNEMINI. ORARE. PRO. ME. PECCATORE. AC. P. XPI. NOMEN. OMS. CONIVRANS. VT NVLLVS. HOC. TVMVLO. VIOLARE. AVDEAT. 3 SI. QVIS <0 AVTEM. VIOLARE: P: SVPSERIT: i A. PATRE. ET. FILIO. E. SPS SCI. ANATHEMATE. IM. P.. P. DANATVS. EXISTAT Certe quidem, ut innumeris exemplis o(tendi pofTet, ab VIII. ufque læculo ad. XI. ufus obtinuit has malas precationes, a Chriftiana pietate, et manfuetudine alienas, et a fola temporumbarbarie, &infcitiaquoquomodo excubitasadhibere(3>; quidquid contra Reinefium Fabrettius M reponat. Cum Benedictus dicatur Diaconus huius Eccleliæ, apparet nondum ad Archidiaconum pertinuifie, ut dcin factum videbimus. Iam in noftra Diflercatione in tit. Canonicum de officio ArchidiaconiWadduximus Chartamanec dotamannidcccclxxxii., in qua memoratum cernimuslohannem Archidiaconumfumviac Santiæ Apojlolicac Sedis, et præpojitum venerabili Diaconiæ Santlæ Dei Genitricis Alariæ, quæ appellatur Noha;incuiusnimirum Archivohæcipfa Chartafervatur. Quarearguerelicet,pofterioritemporehocfactumeffe; nec fane documenta, quæ id adltruant, occurrunt fæculo XII. maiora. Commode in Chronico Ricardi Cluniacenfis, quod abanno Chriltidccc. Usquead annum mclxii. pertingit,quod(0 Jnfcrip. antiq. C!afT. XX. n. 71.539. ex fchedis Nic. Alemanni. que  D iffertazione Canonico-Filologica fopra il titolo delle IJlituzioni Canonicbe de Officio Arcbidiaconi, recitata dali’Abate Giovanni Criflofano Arnadtizzi la fera de’ 17. d'Agoflo deiPanno. in  Vid. Hieron. Fabrium Ravenna antiqua116., Mabillonium ile re Diplornat. ArringhiumRoraRomanelPAccademiadelPEmin.3eRev.Sig.Carfubterran. Lib. IV. Cap. XXVII., aliofque. dinale Gætano Fantuzzi &c. adnot. $.57.  Syntag. veter. Infcript. Clafl*. XX. n. 440. Tom. XVII. Nova Raccolta d'Qpufcolifcientifici3  Infcript..no. e flologici, Venezia.   XXi queaMuratoriorelatumeft(0, recenfenturDiaconiæCardinalium S.R.E. decem, et odo, quarum princeps Sundæ AlariæinDomnica,ubiejiArchidiaconus.Huicacceditteftimonium Petri Manlii apud Mabillonium (12), ubi legitur: S.Alaria in Domnica, ubi debet ejje Archidiaconus; et Leonis Urbevetaniapud Cl. loh. Lamium (A, ubi hæc habentur: S. Alaria in Domnica, ipfe eji Archidiaconus altorum; quorum primus ad læculumXII., alter ad XIV. pertinet. At vero hanc Ecclefiam haud Cardinali Archidiacono adfignatam, nili labente ipfo fæcula XII., credere licet, cum certum fit, triginta, vel viginti ad fummum annos ante eius exitum ipfam Diaconum, non Archidiaconum obtinuiffe. Docet id Bulla Innocenti!II.annimcxlii. apudHarduinium,cuifubfcripfitGerardus Diaconus Card. S. Alariæ in Dominica. Id etiam adfirueret D. lacobus tit. X. Alariæ in Navicella, qui a BollandiftisV) recenleturex Marchefiointereos Cardinales,qui interfuerunt canonizationi S.Brunonis Epifcopi Signini, quam Signiæ anno mclxxxi. peregit Lucius III. Summus Pontifex, nili critices regulæ obliderent, Bollandiflæ ipli hanc Cardinalium recenfionem affumentum iudicarunt, et iure merito; neque enim fi lincera lubnotatio fuiflet, Ecclefia ipfa titulus dicta efiet, quo vocabulo numquam Diaconias appellatas aut antiquitus, aut recenter inveniemus. Quo tempore vero hæc effedefieritiurisArchidiaconiCardinalis,incertum;verofimile tamen eft, id accidifte, cum, translata Avenionem Apoftolica Sede, Romanæ dignitates mutationem aliquam fubierunt, et Gallicos mores induerunt, et ipfa Archidiaconi iurifdiftio, et munus magna ex parte ad Camerarium delata eft. Honorii III. ætate Ecclefiam hanc pertinuifle ad EcAntiq. med. ævi Concil. Tom. VI. Par. II. coi. 1170.  Ord. Roma». In Comment. prævio ad A£ta S. Brunonis ($)Delie,erudii.Toni.II.pag.28. Epifc. Signinidie XVIII.Iuliiqum.24.    Ecclefiamalteram S.Thomæ, StS.Michælis Archangelide de Formis (de qua mox dicemus ), innuit laudati Pontificis Bullaannim ccxvii.,quainterceteraspoffeffiones, quaseidem confirmat, refertabjidam,&inclaujirumEcclefiæB.vllariæ in Donnica (0. Parochialem vero curam eidem adnexam etiam fuilPe, docent Litteræ Apoftolicæ SixtilV. C), quibus Apollonius de Valentinis et Canonicatibus Lateranenfis Ecclefiæ, St S. Mariæ in Via lata, St Parochia S. Mariæ Navicellæ interdicitur. Honor, quo, Archidiaconali dignitate deleta, Eccleliahæc decidit,integratusquodammodovifuseft, cum Card.Iohannes Mcdiceus Pontifex Max. Leonis X. nominerenunciatus eft. Ipfe enim inftaurari illam iullit, atque ut id pro dignitate fieret, Raphælis Sanclii opera ufus eft quoad Architectonicæ artis concinnitatem, lulium vero Romanum, St Perinum Bonacurfium Vagæ difcipulum pro pibturæ ornamento adhibuit. Tum eadem obtigit Card. Iulio -Mediceo, Leonis X. patrueli, Archiepifcopo Florentino, Sc S. R. E. Vice-Cancellario, qui poftea fuit Clemens VII., licet et Ecclefiam S. Clementis, et alteram S. Laurentii in Damafo dein fibi adfeiverit. Eadem Diaconia potitus eft poftea Iohannes Mediceus Cofmi I. Magni Florentiæ Ducis filius, qui a_. Pio IV. Cardinalis eft renunciatus, et cuius exftant tres epilholæ de ipfius Ecclefiæ cultu, Sc famulatu (0, quem apprime (0 Collect. Bullar. Sacrofantlæ Bafilicæ Vagliare } perche rifeda in la Cbiefa della Navicella ticanæ&c.Romæ. aujfiziare,&dipiu3perchefattovederlecofe3  Ex Tom. 96. Regeft. Brev. Sixti IV.74. in Archivo fecr. Vaticano. CS) LetteredeiCard.G:o.de’Aledicifigitodi Cofano 1. Grati Duca di Tofeana, efiratte da un nifi Roma. Fib. Ili.505. Lettera feritta dal Poggio. al Podefta di Grofleto, a cui dice di voler pariare a M. Porzio Fanuzio Canonico della Navicella 3 che capitava coli j o a Monte Fano. Ivi506. Lettera feritta dal Poggio al Vefcovo Cefarino, a cui dice > che manda D. Gio. luo famiche di prefente occorrono farfi per riparazioni di quelluogo, meloavvifiparticolarmente 3acciofi pojfadaropportunoriparo&c.Homandatoper quel medefimo Porzio Fanuzio per aver da lui informazione di quel3 che fiara a fiua notizia delle cofe di quella Cbiefa. . Lettera feritta dal Poggio a di detto al Babbi in Roma: Noi mandiamo il prefente D. Gio. nojlro famigliare 3percbe rifeda a ujfiziare vella Cbiefa della Navicella j non volendo noi filia 'fenza un Cappellauo 3 fimo a tanto, cbe fi verranno ritrovando 3 e riordtnando   XXIII me curaffie conflat. Huic vita fundo in eamdem fucceffit Cardinalis Ferdinandus Mediceus, marmoribufque ornavit, ac refecit, antequam ampliffima dignitate abdicaret, et Magni Ducis Etruriæ, denato Francifco eius fratre, infignia reciperet.Habuit& Card.Carolus Mediceus, cuiusmemoriamarmoreaibidem cerniturfuprafacrariiportam. Tandeminitio huius fæculi tenuit etiam ex eadem regia domo Card. Francifcus M., de quo nihil eft aliud, quod moneamus. Presbyterum Beneficiatum, qui Ecclefiæ inferviret, facrumque faceretdiebusfeffis, PaullusV.inftituit(0,idquemuneris primus obivit Vir Cl. Leo Allatius, antequam ad maiora fibi viam faceret in Urbe officia. Ex Diaconia in titulum presbyteralem convertit Benedidus XIII 0);ac tandem Monachis Græco-Melchitis Congregationis S. Ioh. Baptiflæ in Soairo OrdinisS.BafiliiMagni,poflulanteSacraCongregationedePropaganda Fide, Templum cuftodiendum, et ædes incolendas Benedidus XIV. conceffit. Vili. Huic proxime fuccedit Templum S. Thomæ in Cælio, quod& S. Thomæ, et S. MichælisinFormisdidumeft,cuiquehofpitale adnexumerat. DudusaquæClaudiæ,quieidemadhærebant,nomendeFormisinduxerunt G). Ecclefia hæc fuit olim Abbatia in Urbe non ignobilis;cumeius Antiftes, teftePanvinioG), interviginti Abbates, qui Romano Pontifici celebranti adeffe confueverant, decimus tertius accenferetur. Eamdem pollea Innocentius III. conceffit Fratribus Ordinis Sandifs. Trinitatis Redemptionis captivorum, quam proinde, dum vixit, incolatu, corporis vero exuviispoflobituminfignivit S.IohannesdeMatha, licet dolealtrecofe.Vedrete 3cbeabbiaqualcbepotoprefente3 0fiarelazionedella Corte di Roma &c. In Roma fa 3 cbe ci pare impojjibile, cbe non ve ne Jia.  Fabrett. de aquis 3 et aquædtM* Dif Tert. IXVid. Martinellium .  Lib. de VU• 'Urbis EccleJ'.142.  Vid. Equitem Hieronymum Lunadorium Staco di Jlanza 3fe ve n’’ealcuna pertinente alia Chie XXIV licet dein in Hifpanias translatæ fuerint. Interea Honorius III. Bullam emifitd), qua Ordinem prædictum commendat, Ecclaliameidemconcetfamfub Apoltolicæ Sedistutelalufcipit, privilegiis ornat, facras ædes, ac bona quamplurima eidem lubditarecenfet,&confirmat.Quareibidemmemoratformam, fcilicet aquæ Claudiæ ductum, fuper ditia Ecclejia S. Tbomag cum ædificiis, cimitcrio, crucibus, et aliis pertinentiisfuis: montem cum formis, fi?aliisædificiispojitum interclaufiram Clodei (Caftellumnempeaquæ Claudiæ, quod forma quadratum, et magna ex parte integrum Fabricius W vidit), fi? inter duas vias, unam videlicet, qua a præditia Ecclejia S. Thomæ itur ad Colifcum, fi? aliam, qua itur ad SS. lobannem, fi? Vaulum fi?c. Exftat adhuc fupra fores hofpitalis, five coenobii tigillum ex mutivo Ordinis, quem diximus, Redemptionis captivorum, et arcui marmoreo forium hæc inferipta leguntur: MAGISTER.1ACOBVS.CVM. FILIO.SVO.COSMATO. FECIT. HOC.OPVS Dein Poncellio EJrfinio Cardinali commendatam Ecclefiam ipfam fuiffe infuper patet, donec Urbano VI. iubente anno mccclxxxvii. menfæ capitulari Vaticanæ Bafilicæ adnexa fuit, ipfaque unio ex Bonifacii IX. Diplomate dat. V. Idus Novembris confirmata eft. Ceteras Apoltolicas Bullas lohannis., five XXII. 0), Bonifacii IX. O, et Eugenii IV. W iam editas in Bullario Vaticano, et ad hanc Ecclefiam pertinentes fciens prætereo. IX. Defcripfimus locum, quem tenent nunc Horti Matthæiani,tumediticia &vetera,&fubfequentia, quæipfisobiacent.Rcftatmodo,utdeeorumaubtore,forma,&præftantia dicamus. Ii fiquidem auctorem habent nobiliffimum, toAnn'2'7-viiColleU. Bullar. SacrofanU. Baftl.Vatie. &c.Romæ1747.Tom.I.pag.iod.  D efcript. Vrb. Romæ et ma Cit.Collecl. fttillar.Bafil.Vatic.. XXV &magnificentiflimum Virum Cyriacum Matthæium,Alexandri filium, Cyriaci nepotem, qui fane avitam gentis fuæ amplitudinemho copere explicandam fiulcepifievifusefi. Non noftrumheicefi;,MatthæiægentisoriginemaPaparefchia, quæ genuit Gregorium, poftea Innocentium II., deducere, quodvifuminprimisefi:OnuphrioPanvinioCO, AlbertoCaf fio G), Felici M. Nerino , aliifque; non enim id ipfius vel vetuftati,velnobilitatiacceflionisplurimumfaceret.Monumentum fiquidem fæculiXIII., quodcontinetSenatusconfultumhabituminTemploS.MariædeCapitolio,quodque ex apographo Perufino edidit Cl. præfui lofephus Garampius nunc apud Aulam Vindobonenfetfi Apofiolicus Nuntius meritifiimus G), gentis huius præfiantiam fatis prodit, cum inter ceteros nobiles Romanos viros recenfeatur etiam ibidem lohannes Matthæi, quem Garampiusipfenoftrisadferibere non dubitat G). Ceteros ex hac gente illufires viros recenfere quinetiam non iuvat, quorum monumenta præfertim confulere facile quifque poflit apud Cafimirum Romanum, Francifcanæ familiæ Alumnum, ubi de Templo Aracælitano G). Quare circa annum mdlxxxi. Villæ huius confiruftionem aggrelfus efi: Cyriacus nofier, et ad annum mdlxxxvi. perfecit, utdocentmonumenta,quæibidemmarmoreinfculpcnda curavit,quæquenemoadhucedidit.Siquidemfupraportam Villæ parte interiori hæc leguntur: CYCod.Mf.dcGente Matthæiain Bibliotheria alculto dellaR.ChiaradiRhnino&c. In caFrangipania. Roma Differt.. Memorieijloriche dellavitadi S.Silvia&c. Vid. Indicemvoc.Mattei Memorieijlorichedellacbiefaje convento Detemplo,& coenobioSS.Bonifaciij& Aledi $. Maria in Araceli di Roma &c. In Roma Ad not. Memorie ecclefiajliche appartenenti all'ijloxiihijlorica monumenta in Append.n.VIII.pag.   XXVf Tum inferne: CYRIACVS. MATTHÆIvs. HORTOS GENTILICIOS.CVLTV.ÆDIFICIO VETERVM.SIGNORVM.COPIA INLVSTRIORES. ET. AMOENIORES REDDIDIT A. S. M. D. LXXXI CYRIACVS.MATTHÆIVS HORTOS. CÆLIMONTANOS A. IACOBO. MATTHÆIO. SOCERO. SVO SIBI. POSTER ISQ__. SVIS. DONO. DATOS. MVLTIS • ORNAMENTIS MAGNIFICENTIVS. EXCVLTOS. SVÆ. ET. AMICORVM OBLECTATIONI.DICAVIT M.D.LXXXVI Quæ ille præftiterit, ut ampliffimos undequaque Hortos hofce efficeret, prodit etiam epigraphe, quam affixit parieti  Ædium ad meridiem, quæ ita fe habet: CYRIACVS. MATTHÆIVS ALEX F. CYRIACI.NEP HORTOS.CÆLIOS GENTILICIOS. POMARIIS AVIARIIS. NF.MOR1BVS OBELISCO.ÆDIFICIIS IAM.INSTRVCTOS AD. MAIOREM. POSTEROR SVORVM.AMICORVMQ_ OBLECTATIONEM VETERIBVS ETIAM.SIGNIS EXORNAVIT Huic etiam infcriptioni confbna eft altera, quam edidit Petrus Leo Cafella (0, quæ forte Hortorum domini, et conditoris fuffragium non tulit, cum nullibi ipfam infculptam viderim. En ipfam: CY(0 Elogia illufirium Artificum;, Epigrammata, Ionis, de Tufcorum origine, et Republica Florett&foferiptiones, poli Librum deprimis Italiæco-tina,pag.186.edit. Lugdun. CYRIACVS.MATTHÆIVS.ALEXANDRI.F CYRIACI.N GENIO. CÆLIMONTANÆ. SALVBRIORIS. AMOENITATIS HORTOS. GENTILICIOS. SIBI. ET. SVIS. ÆDIBVS. ET AQVIS. IRRIGVIS. EXCOLVIT. FONTANIS. EXHILARAVIT QVÆ. PRO. GRADVVM. CORONA. EX. EPISTYLIIS. ALTE SVBSILIENTES. FLORVM. IN. CIRCIS. FLORVM LVDVNT.LVDICRA TVM. ET. AREAM. ET. AREOLAS TOPIARIIS.SEPSIT.POMARIIS VALLAVIT AMBITVM.MVRO.CINXIT VETVSTEIS.MONVMEN TEIS.SIGNIS. DISPOSITIS ET.MVNIPICENTISSIM A.S.P.Q R INDVLGENTI.A OBELISCO. EXORNAVIT X. Quare Hortos nortros vel hilce infcriptionibus ita iamamplos, excultos, elegantes, &locupletes defcriptos habes, ut vix nobis, quæ infuper adnotentur, relinquantur. Innuemus tamen. Ædes, quæ in medio Hortorum adfurgunt, ex lacobi Ducæ architeilura conditas fuilTe, quarum vertibulum porticu ornatur, columnis, lignis, ac protomis infignita; quemadmodum aula, et cetera, quæ fequuntur, cubicula undique et lignis, et protomis, et columnis, et anaglyphis, et cippis, et aliis rarirtimis cimeliis, inter quæ menfæxviridiporphyreticomarmore, miruminmodumpræcellunt. Porticum enim in primis ornant Statuæ ex alabartro Pomonæ, et Midæ Phrygiæ Regis, aliæque Bacchi, Faunorum,&Caracallæ.Tumauladirtinguebaturpræfertim Simulacro colofleo M. Aurelii Antonini, et Statua equeftri L.Aurelii Commodi, qui Antoninus alter, vel Hadrianus antea cenfebatur, quæ dein in Mufeum Clementinum Vaticanumtranslatæft. Inadiacentibuscubiculisrecondebatur d2 XXVII   XXVIII batur inter cetera caput Ciceronis, quod nunc in Ædibus adCircum Flaminium, caputalterumIovisSerapidisexbafalte, tum caput Plotinae Traiani uxoris, et Signa Dianae, &.Herculis, Graecifculptorisopera, aliaque, quaeiamVaticano Mufeo,utinfradicemus,infuperaccefierunt,Fauni cum utre iacentis, et alterius a Satyri pede fpinam extrahentis, actandem Statua Amicitiae, opus Petri Paulli Olivem, quam Cyriaco Matthaeiodonodederat VirginiusUrlinius, ut patet ex epigraphe, quam exhibet lamella aenea ibidem appoiita: VIRGINIVS. VRSINIVS CYRIACO. MATTHAEIO AMICITIAE. MONVMENTVM STATVERE ILLVSTRIVS. ME. IPSA AMICITIA NON.POTVIT MDCV Aditus ex foribus Hortorum recda ad Aedes ducit per ambulacrum, utraque parte ornatum urnulis fepulcralibus elegantiffimis, ut nufquam tot ullibi fe vidiffe affirmaverit Montfauconiusb). Aedium vero externus paries meridionalis multis etiamdiffinguiturSignis,acpraefertimImpp.IuliiCaelaris, Octaviani Aug., Cl. Domitii Neronis facrificantis habitu, Liviae Aug. Coniugis, tum etiam Cereris, ac Bacchantum. In medio autem pariete tollitur (lemma Matthaeiae gentis, pileo ornatum, cui haec subscribuntur: HIERONYMO. CARD MATTHAEIO Hicenimfuit Card.tituliS. Pancratii,Cyriaci,&Afdrubalis frater, cui iidem titulum etiam pofuerunt in Templo Aracaelitano (2^>. Area dein panditur, in qua celebris Urna IX. Mu(0 Diar. Italie. Cap. X.148. dal P. F. Cajimiro Romano &c. Vid. Memorie ijloriche della chiefa, e conVid. aliud monumentum vento di S. Alaria in Araceli di Roma raccolte /•-rr.   XXIX Mufarum proflat, et in cuius medio cernitur Obelifcus Aegyptius variis infcriptus hieroglyphicis litteris, quas haud moramur, cum neque Hermapionis perlonam geramus, qui Obelifcorum inlcriptiones olim interpretatus Auguftum decepit, neque etiam Kircherium imitari lubeat, qui eamdem_. Provincia mornansdecepitfeipfum. CeterumMarchioScipio MafFeius (0 in ea fuit fententia, ut putaret, fculpturas Obelifcorum nullam fcripturam praefeferre, notafque illas nulliusgeneris efle litteras. Quare id dumtaxat innuemus, Matthaeianum Obelifcumaltumefle XXXVI.palmos,latumvero ad baflm palmos IV. Caret vero litteris, five notis X. a bafi palmis,livequodilledataoperafieftusfuerit,fiveignecafu confumptus. Verumtamen novem primae, quae in cufpide conlpicuaefunt notaeadquatuor lingulalatera,omninoconveniuntcumiis, quasexhibet Obelifcus, olimIpinaeimpolitus CirciFloraeinvicoPatriciointerViminalemcollem,& Exquilias, nunc in Hortis Mediceis ereftus. Nofter vero exftabatolim ante fores minores Templi Aracaelitani, e quibus in plateam Capitolinam delcendcbatur, five in eius Caemeterio, ut placet Boiflardio , in cuius bafe, tefte lacobo Mazochio G), haec legebatur inlcriptio, quam Gruterius (+) ipfe adducit: deo.CAVTE FLAVIVS.ANTISTIANVS V.E.DE.DECEM.PRIMIS PATER.PATRVM Tandempetenti CyriacoMatthaeioexSenatusconfultoa.d. III. Idus Septembrisannimdlxxxii.concefluseft Obelifcus,quem fuisin Hortiscollocavit,acdeinduplexmonumentumineius  Art. erit, lapid. Lib. I. coi. 3.  Epigramm. Vrb.21. a ter.  Topograpb. Vrb. Romae Tom. I.24.  lnfcript.99. n. 4. ba XXX bafe infcripfit, quo fuum gratum animum Populo Romano largitori tortaretur, Primum, quod meridiem relpicit, hoc eft: CYRIACVS.MATTHAEIVS OBELIS CVM. HVNC. A. POPVLO ROMANO.SIBI.DATVM.A CAPITOLIO. IN. HORTOS SVOS.CAELIMONTANOS TRANSTVLIT.VT. PVBLICAE ERGA. SE. BENEVOLENTIAE MONVMENTVM. EXSTARET Alterum vero boream verfus ita fe habet: S. P. Q_. R CYRIACO.MATTHAEIo OBELISCVM. HVNC. SVMMO CONSENSV.DARI.DECREVIT VT. IIORTORVM. EIVS PVLCIIRITVDO. PVBLICO ETIAM. ORNAMENTO AVGERETVR Huius Obelifci typum non dedimus, quod aere incifus olim non fuerit, neque id nunc Librario luberet, neque nos etiam apprime necertarium cenferemus. Si quis velit eumdem confulere,facilecomperietapudMontfauconium0),Iohannem Barbaultium , ac Bonaventuram, et Michaelem OverbekeiosL).  Ipfum etiam defcripferunt, ac laudarunt Scottius (A } (0 Antiq. explic. Tom. II. Par. II. Lib. II. Cap. VII. Tab. CXL1I1. n. 5.332.  Les plus beaux Alonumeuts de Rome ancientie3 ou Recueil des plus beaux morceaux de Pantiquite' Romaine qui exijleut encore, dejjines par Monfieur Barbault Peintre ancien Petijtonaire du Roy a Rome 3 et grave eu 12S. plancbes avec leur explication; fol. max. a Rome cbez Boucbard de Pimprhnerie de Komareb 1761. Pl. 30. n. i.p. 47. CaO)LesreflesdePancienneRomerecherchez&c. et gravez par feu Bonaventure d'Overbeke &c., imprimesauxdepensdeMicbeld'0-verbeke.Ala Haye cbez Pierre Gojje Pl. Vide etim Degli avanzi delPantica Roma 3 opera pofluma di Bonaventura Overbeke PittoreInglefe&e.3accrefciutadaPaoloRolliPatrizio Todino. Iu Londra 1739. §. JLVIII.177.  Itiner. ltal. Cafimirus Romanus 0), Marangonius, qui fingulos etiam Romanos Obelifcos enumerat 0), tum Ficoronius, Venutius, Titius, ceteriquc, qui Romanas antiquitates, &c magnificentias defcribendas fumpferunt. Reflat nunc caput coloflale Alexandii Magni, quod plateam hanc ornat parte meridionali, quoque nullum in Urbe maius. Siquidem a mento ad ladicem capillorum mensura eflfex pedum pariliorum, totum vero caput odio pedum, ut proinde fexagintaquatuor pedibus conflaret eius Statua, fi integra fuperelTet. Sane caput marmoreum Domitiani in impluvio Ædium Capitolinarumeflquinquepedum, acproindeintegraStatuaquadraginta dumtaxat pedum fuiflet; nec aliter fuadent pes, et alia membrorum frufla, quæ ibidem exllant. Tum in Villa Ludovifiæfl' caputcoloflalequatuorcirciterpedum;&inIuflinianeæxtraPortam Flaminiamhabebaturolimcolofluslufliniani Imp., neccle’funtinaliisvillis,acædibusRomæ Statuæaliæ proceritatevulgariduplo, auttriplomaiores. Caput vero noflrum, quod Alexandro M. tribuitur, quodque nos fuoloco (Villuftravimus, ex Aventini ruini serutumfuit, ut prodit infcriptio, quæ ibidem legitur: CYRIACVS. MATTHÆIVS ALEXANDRI. MAGNI. CAPVT. EX. AVENTINI RVINIS. EFEOSSVM. INIVRIA. TEMPORVM NONNIHIL. CORRVPTVM.ANTIQ_VÆ FORMÆ. ET. NITORI. RESTITVIT VETVSTATIS.AMATORIBVS SPECTAN DVM. PROPOSVIT Ipfum vero accurate descripflt MontfauconiusW,aflad quem pertineat, incertum elfe afferuit. Hinc Ficoronius M mul(0 Cit. Memor, ijloricbe della chiefa, e confino alia36$. ventodiS.MariainAraceli&c. Tab. VII.pag.9.  pag.71.  Diar.Ital.Cap.X.pag.148.  Delie cofe gentilefchej eprofane trafportate  Offervazioni contro il Diario dei P. Mont• ad ufo, ed ornamento delle Cbiefe 3 dalla555. faucon3 1.   XXXII multas eidem gemmas, et numifmata obiecit, quibus ex formæ fimilitudine fidem huic etiam monumento conciliaret. Sed contra repofiuit Romualdus Riccobaldius (0, qui Plutarchifi) teftimoniumurgens, incertamAlexandriM.effigiem etiam tunc temporis exlfitifie contendit, ac magis dubiam faciam fuifie deinceps, cum Caracallam lubido incefiit adfcribendi fibi Alexandri nomen, præcipiendique quinetiam, ut ipfius vultum quifque fibi pararet, fervaretque. XI. Præftat vero hæc leviter attingere, ut ceteras Hortorum Matthæiorum partes perluftrando defcribamus. Areola hinc occurrit, cui ab amoeno afipeclu fi) quæfitum nomen eft, et ex qua moenia ab Aureliano producta ufque ad Portam Capenam, et Latinam, et Thermarum Antoninianarum ingentia rudera intueri præfertim licet. Statuæ, et infcriptiones heic ordine difpofitæ habebantur, quarum priores referebant Apollinem Citharoedum, Martem, Mercurium, Dianam, Herculem, Poetam cum cycno, Feminam velatam cum puero, Gladiatorem, et Pudicitiam. Ambulacris hinc inde recurrentibus ad oppofitam partem area altera occurrit, inquapræfertimHermæconfpiciuntur,quibusPlatonem, Heraclitum, Ariftotelem, Ifocratem, Epicurum, Diogenem, Ariftomachum, Pindarum, Anacreontem, Euripidem, Ariflophanem, Hefiodum, Apollonium Tyanæum, Pofidonium, Apuleium, L. Iunium Rufiicum, Archimedem, aliofque referre vulgo cenfetur. Quid iuvat conclavia, quæ fex præfertimnumerantur, nemora, topiaria, aliaqueloculamenta fingillatim defcribere, eaque fignis, anaglyphis, aliifque monumentis fere undique diffincla Labyrinthum tamen innuemus,licetvixnuncinveftigandum,ecuiusregioneaffingit co Apologia dei Diario Juddetto Cap.LX.pag.48.  Belvedere vulgo audit.  In vita Alexand. M. pro XXXIII procera columna porphyretica viridis coloris, quæ ob minutiffimas, ex quibus coalefcit, materiæ partes lingularis merito cenfetur. Nec aliæ defunt hinc, et illinc difperfæ columnæ, quarum pleræque multi ædimandæ funt, quæque XXVII. fummatim numerantur. Nodrum vero non ed fontes, pomaria, viridaria, ceteralqueHortorumpartesvillicis commendatas defcriptione profequi. Innuemus tamen fub Ædibus haberi hortulum malis aureis confitum, ac fupra eius odium hoc didichon legi: HAVRI. OCVLIS. ET. NARE. LICET. TIBI. VIVA. VOLVPTAS SIC. ALITVR. TANTVM. CARPERE. PARCE. MANV Plures funt in Hortos ingrefius; fed duo infigniores, quorum unum, idque princeps, prope Templum S. Mariæ in Domnica;alterumvero adCuriam Hodiliam,quiconditoris nomen gerit, cum longa linea infcriptum habeatur: HIER. MATTHÆIVS. DVX. IOVII. AN. IVBILÆI. MDCL XII. Habes, quæ fuerit Hortorum Matthæiorum amplitudo, amoenitas, et prædantia. Hinc nil mirum, d advena somnes infui admirationem rapuerint, tumcivesad se ipsos sive describendos, live illudrandos invitaverint. Quare Scottius('),Mabillonius, Montfauconiusb),Addifonius (d, Richardius b), aliique inter exteros tum ipfos expenderunt, tum in fuis hodoeporicis prædantioreseorumdem partes defcribere fatagerunt. Inter nodros vero illos potidimum quoquo modo illudrarunt Pinarolius, FicoroniusW, Vehin. Ital.  Itin. Ital.88.  Dior. Ital. Cap. X.148.  The Works of the right honourable lofeph Addifon EJ'q., Beingh remarks onfeveral parts of Jtaly &c. in the Tears Dubii»  Defcription hiflorique} et critique de Phalle; a Dijon Trattato delle cofe piri memorabili di Roma, opera di Gio. P. Piuaroli; Roma Le •vejligia 3 e rarita di Roma antica; Roma, Le Jingolarita di Roma moderna   XXXIV VenutiusCO, Vafius W, et Titius^); Celebrarunt vero inter Poetas Aurelius Urfius Romanus , et Ludovicus Leporeus C). Tum monumenta ipfa, quæ in illis adfervantur, nacta funt qui et typis exprelTerint, et explanaverint, ut luo loco monuimus. Si Signa lpectes, eorum præflantiora adducta habes a Paullo Alexandro MafFeio, et Bernardo Montfauconio.SiAnaglypha,eorumpleraqueeditaviderelicet apud Sponium, Bellorium, et ipfum JVIontfauconium. Si Infcriptiones, noftris pleni funt celebres thefauri, live collectionesiameditæab Apiano, Mazochio, Smetio, Urlinio, Gruterio, Reineho, Sponio, Malvafia, Gudio, Donio, Fabrettio, Muratorio, Maffeio,Donatio,aliifque.At,quæ lane elt rerum humanarum infelix conditio, ita paucis ab heincannisimmutatælt Hortorumnoltrorumfacies,utqui cosintueaturpræltantioribusmonumentisIpoliatos,atque undique collabentes, dicere fimiliter poffit: Iam fcgcs cjt, ubi 'Troiafuit. Sanenon nullas marmoreas Infcriptiones in Cæliis Hortis exltantes conceflcrat iam Alexander Matthæius Iovii Dux Cl. Præfuli Raphæli Fabrettio, ut ipfe grati animi caufla fæpe commemorat, in fua domelticarum Inlcriptionum fylloge, et nos quinetiam fuis locis advertimus. Tum ex iis profectum eft in Mufeum Capitolinum, poftulante BenediftoXIV. Pontifice Max.,marmorÆbutianum,iamanobis adductum (D, et antiqui Romani pedis, aliorumque Architecto (0Accurata,efuccintadefcrizione topografinuovo finoalTannoprefente. InRoma1763.pag. ca, e tjlarica di Roma moderna, opera pofiuma di Ridolfino Venuti &c. Roma 1766. prejfio Carlo Barbiellini Tom. I.4.  Itinerario iflruttivo divifo in otto fiazioni 3 0 giornaie per ritrovare con facilitd tutte le antiche 3 e moderne magnificenze di Roma, di GiufeppeVafi In Roma.  Defcrizione delle pitture, fcalture, e arcbitetture efpojle al pubblico in Roma, opera cominciata dati'Abate Filippo Titi da C.itta di Cafielk, conPaggiunta di quanto e slato fatto di 208., e.  Carminum Tib. III. Epigr. edit. Parmen.,&Bonon.3ubihæchabentur: ln Hortos Mattbæiorum: Komæ fepultæ hinc intueri imaginem, Arcus,theatra,Scimperiivireslicet. Urbis, et Orbis lumina, et miracula.  Poefie; ln Roma Sonetto. Tab.LXII. Fig. I.118.   XXXV flonicac artis inftrumentorum forma infculptum; cuius rei memoria exftat in titulo marmoreo, qui ibidem appofitus ell f ^. Sed noftra ætate maximum palTi lunt detrimentum, cum novi Vaticani Mufei condendi neceflitatem peperit erumpens quotidie veterum monumentorum copia, et eorumdem alportationis impediendæ providentia. Poftquam igitur Sandlillimus, ac fapientilTimus Pontifex Clemens XIV., quem ut poteprimum litterariæmeæ fortunæparentem, &publicætranquillitatis,quafruimur,fundatoremfempergratoanimi fenfu, et laudum præconiis profequar, Ambulacrum Vaticani Palatii, quo iter eft ad Bibliothecam, veteribus Infcriptionibus in clalfes naviter diftinefis V) ornandum fufeepit; tum Chriftianum Mufeum, quod æternæ memoriæ Pontifex Benediftus XIV. iam excitaverat, et gemma affabre Iculpta, Editus eft a CI. Præfule Ioh. Bottario in opufculo, cui titulus: Indice delle antichita 3 cbe fi cujiodiscono nel Palazzo di Campidogltc &c.8., poft Philippi Titii librum de Pi&uris, Sculpturis j et Architecturis Romanis ab eo amplificatum3 quoddeinfeorfimbisetiameditumfuit: MoGrut. Fabrett. de Aquis, et aquædu6tib. Differt.II.73., et 74. n. 129. j et feqq. HucconfluxeruntpræterMatthæianas, veteres Infcriptiones domus Porciorum 3 tum plures Paflioneii Eremi apud Camaldulenfes in Tufculo. Ceterum vide varias antiquas Infcriptiones ex iis 3 quæ pro hac ingenti colleftione coa6tæ fuerunt 3 vel memoratas, vel addu6tas in Epiftola noltra edita in Ephemeridibus litterariis Florentinis. n. 10. coi. 14S., et n. feq. coi. 170, um in aliis n. 45. j et feqqcoi. 6yy. 3 et feqq., dein n. 48. coi. 7$S.3 ac tandem n. 1. earumdem Anecdotorum noftrorum. De Feriis Latinis huc addu&is vid. quæ adnotavimus hoc I. Vol. Clafs. VII.73. e2 00  (0 Ephemeridumanni .coi.4.3tumn.2.coi.10. Confuleetiam Opufculum, cuititulus: Adlnfcriptionem M.lunii PudentishocipjoannoRomæ deteffam adverfus anonymi convicia curæ pojlerioDono.Hieronymi.Principis.Alterii res(CaietaniMelioris).Romæ .Vid.EpheÆbutianum merides Romanas eiufdem anni 3 ubi de eadem InEx.Matthaeiorum.Villa feriptioneEpiftolaCl.viriMatthiaeZarilliin.XXI.161. Habes etiam aliquas Infcriptiones Vaticanas editas a CI. Viro Caietano Marinio Tom. IX. 3 et feq. Diarii Pifani litteratorum 3 et in Sylloge veter. Infer. 3 qua claufimus III. Volumina Marmora. omnia. antiqui. pedis Modulo. infculpta Scriptorumq. teftimoniis. commendata Benedictus. XIV. P. O. M In. Mufeum. Capitol. tranftulit Anno. Pontif. III Dono. Hieronymi. Ducis. Matthaei Capponianum Non. ita. pridem. Via. Aurelia. reper Ex. Aedibus. Capponianis Dono. Alexandri. Gregorii Marchion. Capponii Eiufdem. Mufei. Curatores. perpetui Statilianum In. Ianiculo. alias. effofium Ex. Hortis. Vaticanis Colfutianum. feu. Collotianum Ex. Marii. Delphini. Aedibus  Aldrovand.121. Mofaici ferpentis emblema referente (0, et Carfagnanae figillo(*), testimonio sane luculentissimo antiquae eiufdemfidelitatiserga Beatum Petrum, &RomanamEcclefiam,provide ditavit, novique cubiculi elegantifiime picti a temporum noftrorum Apelle, Antonio Raphaele Mengfio, accefiione auxit, ut Papyris omnibus per Bibliothecam, et fecretum Tabularium olim difperfis, in unum colleblis, aliifque Vibloriae gentiscomparatiscertuslocuseffiet (?);acinfiuperEtrufcorum Vafculorum, quibus Bibliothecae Vaticanae fcrinia 01nantur, fupcllecfilem mire amplificavit M; ipfumque tandem aeneorum monumentorum Mufeum a Clemente XIII. fplendide exftrucfum, praeter recentia ad fe dono mifia Vindobonenfis, Parifienfis, Taurinenfis, Palatinae, aliarumque legaliumfamiliarumaureanumilmata,argenteisnummisquinetiarn FerettiaeE), et Palfioneiae EI gentis, tum et ballarinii Mufei Wfanerariffimis, Herodis AntipaeE)lingulariaeneo  Offervazioni di varia erudizione fopra un carneo antico rapprefentante il ferpente di bronzo, efpojle da Orazio Orlandi Romano &c. In Roma . per Arcangelo Cafaletti. Vide cenfuram_, noftram in Ephmerid. Litter. Romanis eiufdem anni num. XLI., 8c XLIE  Vid. Ephemerides litterar. Florentinas anifl' 1771n. 12*43c°l* 194j et feqq. Articulum nos ipfi fuppeditavimus Donum Cl. Praefulis Stephani Borgiae. llluftratum pridem fuerat a Cl. alio Praefule Iofepho Garampio edito opere, cui titulus:IlluflrazionediunanticoSigillodellaGarfagnana. In Roma 1759. per Niccolb, e Marco Pagitarini. Anonymi Lucenfis cenfuris refponfio nunc paratur. ^ rid. in cit. Ephem. Flor. n. 1. numgubiui de tribus Vasculis Etruscis encaatice piclis a Clemente XIV• P O. M. in Mufeum Vaticanum inlatis Differtatio. Florentiae 1772. in Typograpbia Mouckiana Ex Mufeo Anfideiano Perufino. Alia plura Vafcula in Vaticanam Bibliothecam migrarunt ex munere Antonii Raphaclis Mengfii eximiiPi&oris, et Raphaelis Simonettii PatritiiAuximatis,CanoniciBafilicaeVaticanae3&SS.D. N. a cubiculo.  Vid. articulum noftrum in Ephem. litter. Flor, anni 1771. n. 14. coi. 210. (6) Vid. ibid. n. 31. coi. Nempe Simonis Ballarinii Praefe&i Bibliothecae Barberiniae j et a cubiculo Pontificio, qui obiit V. Idus Martii anni 1772. Hic donavit aliquot rariora, et vetuftiora numifinata Pontificia, feu potius nummos; cetera empta poft eius obitum. coi. 5.3 ubi alter articulus nofter de huiufmodi Papyris. Adde Papyrum alteram dono datam ab Equite Marchione Carlo Mufca Bartio Pifaurenfe, dequaconfule EpiftolamnoftraminfertamEphemo3inNummophylacioClementisXIV.P-O.M. meridibus Florent, et praefertim n. 49. coi. ., et n. 51. coi. . Vid. et Praefationem noftram ad Fragmentum Papyri faecali V. 3 velVI.&c.inTom.II.Anecdotor.litterar.p.437.  Iobannis Bapt. Pajferii Pifaurenfis Nob. Euaffervato, demonflratur, Cbrijhrm natum ejfe anno VIIIante aeram vulgarent contra veteres 0mnes, et recentiores Cbranologos, auBore P Dominico MagnanOrd. Minirn. Presb.&c. Romae  typis Arcbangeli Cafaletti. Vid. 8c Epifsolamnummo, aerae Chriftianae inchoandae documento, Bruti, Sc Numoniae confularis familiae aureis nummis Plancani Mufei('), quorumunuspretiofiffimus, alteranecdotus,Titi,Sc Traiani argenteis Graecis nummis rarioribus maximi modulis vigintiduobusin M.Antoniinummislegionibus,&binisineditis Lucretiae, et Minutiae gentis, a Traiano reftitutis numifmatibus Mufei Zarilliani , veterum Beneventi Ducum ab Arigilio ad Georgium Patricium aureis, argenteifque nummis bene multis 0), Etrufci pueri in Tarquinienli agro eruti præclariffimohmulacroexæreG),TabulisæneisOftranorum, & Sentinatiumveterum UmbriæpopulorumG), tumpaterisG), fiftrisG), inauribus (s), vitris vetuftilTimis C9), ac ceteris huiufmodi monumentis munificentiffime locupletavit; id infuper conlilii cepit, ut novum omnino Muleum in ipfis Innocentii VIII. cubiculis, infigni porticu, adytifque ornatiffimum ad excipiendumfigna, protomas, anaglypha, ceteraque marmorea monumenta excitaret. Inlatum fuit quapropter in ipfum, ut primum licuit, Iovis Verofpiæ gentis marmoreum Signum præclarissimum (IO), tum aliud omnino integrum, rarum]ara noftram in Ephem. litter. Florent, n. 35. coi. 517*) et feqq. Donavit Henricus Sanclementius Monachus Camaldulenlis } nunc Gregorianii Coenobiiad Clivum Scauri Abbas.  De his vid. Epiftolæ noftræ partem 3 quæ eft in Ephem. litter. Florent, anni 1773* n* 47* coi. 745.3 et n. 49. coi. 772.3 et feqq. De nummo Bruti vide etiam 3 quæ adnotavimus Tom. II. horum Monumentor. ClalT.II. Tab.XII. Fig.I. pag.29.  Vid. Epiftolam noftram in cit. Ephcmcrid. ann. 1774n43* c0,‘67S. et feq.  Vid. camdem ibid. coi.68 1. Donum Cl. Præf. Steph. Borgiæ.  Vid. articulum noftrum in cit. Ephcmer. anni 1771n. 49. coi. 774. 3 et Præfationem nostram ad Alphabetum veterum Etruscorum29. Videndætiamloh.Bapt.PajferiiPifaur.JVob.Eugubini de pueri Etrufci æneo firnulacro a demente XIV. PO. M. in Mufeum Vaticanum inlato Dijfertatio. Romæ in Ædibus Palladis 1771* Confule tandem 3 quæ nos adnotavimus hoc I. Vol. Clalf. X.108. Donum præclarifiimi PræfuJis Francifci Carrarii Bergomatis} qui etiam pateras j et numifmata aliquot argentea donavit 3 de quibus vide Epiftolæ noftræ partem 3 quæ eft ad n. 40. coi. 628. Ephem. Flor. ann. 177 1.  Vid. articulum noftrum in laud. Ephem. eiufdem anni n. 1. coi. 4. Retulit Muratorius Thef. Infer,563. n. 2. 3 et164. n. 1. (6) Vid. Epiftolæ noftrae partem in Ephem. Flor, ann. 177^.  coi. 745. Adde pateras Carrarianas, de quibus fuperius adnot. 4. (7) Vid. ibidem. (8) Vid. eiufdem Epiftolae partem, quae eft ibid. n. 49. coi. Vid. Ephemerides litter. Romanas DonumCl.PraefulisMariiGuarnaccii Volaterrani.  Vid. articulum noftrum in Ephem. Flor, anni 1771. n. 49. coi. 777.3 quaeque adnotavimus hoc   XXXVIII rumque Ottaviani Augufti (0, Meleagri alterum longe celeberrimum Aedium Pighinianarum 0), lunonis, et Narciffi (s) non deterioris artis, et famae gentis Barberiniae, Sardanapali fuo nomine inferipti , Paridis Aedium Altempliarum (j), Dianaeftolatae, & fervibalneatorisV)HortorumPamphiliorum, Dilcobuli laudatiffimi in agro Romano non ita_» pridem eruti, aliorumque; Tum Borgiae gentis Helvii Pertinacis rariffima Protome, aliaque Antinoum referens, Card. I tidetici Marcelli Lantis munus (9), Antifthenis Athenienfis I hilofophi Herma Tiburtinus 0°), Ara Vulcani Hortorum Cafalium ('05BigacircenfisadDiviMarciBalilicamiacens<12), hoc Tom. I. ad Tab. I.2. Vid. typum apud £q. Paullum Alexand. MafFeium in ColleEtionc veterum Signorum Romae Tab. Vid. quae adnotavimus hoc Tom. 1. ClalT. VIII. Tab. LXXVL77.  Vid. EpiRolae noftrae fragmentum in Ephcm. Flor, anni 1770. n. 15. coi. 231., quaeque adnotavimus horum Monument. ClalT. V. lab. XYX. Vid. apud eumdem MafFeium ibid. Tab.) Laudantur haec Signa ab omnibus RomanaCanVid. typum Tab. 36. cit. Villae Pamphiliae. (S) Typum aeneum habes apud lof. Roccum Vulpium Vet. Lat. profati. Tab. VII. Vid. Fpiftolae noftrae fragmentum in Ephem. Flor, anni 1773. n. 34. coi. 551., quaeque adnotavimus Tom. II. horum Monum. ClalT. III. Tab. XXVI. Fig. II.42. Meminimus hoc ipfo Vol. ClalT. VIII. Tab. Vid. Epiftolam noftram in laud. Ephemer. eiufd. anni num. 45. coi. 715. 3 et n. 47. coi. 742. rumAntiquitatum feriptoribus,alterumveroadOORagiotiamentodiOrazioOrlandiRomam ducitur a Hier. Tetio in Aedib. Barbariniis litt. N. a Cl. Ioh. Winckelmannio Monum. antiq. inedi V°l. F n. 207., Protomen porphyreticam Philip pi Imp., et duos Sarcophagos, de quibus omn bus vide Epiftolae noflrae partem in Hphcin. Flo; ann. 1772. n. 45. coi. 711.  Vid. eius typum apud Winckeimanniur loc. cit. Vol. I. n. 163., cuius illuftrationem ha b_s \ ol. II. Par. III. Cap. I.219.  Apud Maffeium cit. Colle#. Tab. CXXIV116. De Dianae Signo Winckelmannius loc. cit. X° l U' Par’ L CaPVII. n. III.27. Vid. t)pum T„b. 5-3. in y t/la Pamphilia, eiufque palatiocumfuisprofpeclibus, fatuis,fastibus&c. Romae formis Iacobi de Rubeis. De Servi balneatoris Signo, quod Senecae falfo tribuitur, vide eumdem Winckelmannium Jbid. Par. IV. Cap. IX. n. II. Jitt. C.256. fopra un’Ara antica pojjeduta da Monfig. Antonio Cajali Governatore di Roma. Iu Roma per Arcangelo Cafiletti 1772. Vide, quae nos adnota. vimus horum Monument. ClalT. VII. Tab. XXXVII. Fig. II.73. Adde vas cinerarium elegantilTimuin, quod fimul dono datum cft,&abOrlandioilluftratum.PraecelTeratantea donum Capitis aenei Balbini Imp., de quo nos in iudicio, quod de hoc Opufculo emifimus in Ephemerid. Roman. anni 1772. n. XXXV.276., et in Epiftolae fragmento, inferto Ephemerid. Florent, anni 1771. coi. S21.  Eius fchema exhibuit Tab.III.fub n.XLVIII. ad Cap. XXIII. coi. 2111. Valerius Chimentcllius illuftrans Marmor Pifanum de honoreBijfelli(Tom. VII. Antiq. Rom. Graevii') qui balnearem feliam putat, et rurfus alferit Cap. XXVII. coi. 2130. Vid., quae adnotavimus Tom. III. ClalT. VIII. Tab. XJLVII. Fig. II.87.   XXXIX Candelabra BarberiniaCO, Zeladianum C2>, aliaque ad Divae Agnetis extra Portam Nomentanam adfervata OJ, Sarcophagus Veliternus quantivis pretii Sex. Varii Marcelli V), Urna Tudertina (A egregii Etrufci operis, et altera Perufina V) arcanis ethnicorum fculpturis infignita, aliaque permulta, quae fciens praetereo, quaeque iam eruditorum fcriptis longe, lateque inclaruerunt. His omnibus accedunt praeftantiora Hortorum Matthaeiorum Signa, quorum pleraque fuperius etiam pro re nata defignavimus, Cereris nempe Pedentis, et ftantis (8), Fauni dormientis (9), et a Satyri pede (pinam extrahentis 0°), armatae Amazonis (‘0, velatae.» Pudicitiae 02), OHaviani facrificands C'3), Traiani Pedentis, Commodi equo vecti (**), duo Hiftrionum (igilVid. Epiflolae noftrae fragmentum in Ephem. Flor, Alterius ex his Candelabris fchema habet Winckelmannius loc. cit. Vol. I. n. 30., agitque de eo Vol. II. Par. I. Cap. XII. n. i»36., et alibi. Vid. adnot. feq.  Vid. articulum noftrum in Ephem. Florent, eiud. anni n. 45. coi. 71 5., et feqq. Vid. Opufeulum, cui titulus: Difcorfo deW Abate Gaetano MarinifopratreCandelabriacquijlatidalS.P. demente XIVb> ftfa *77*• PreJF° Aaoftino Pizzorno. Tab. III. aeneae. Ex Diarii Pifani Tom. III. art. V.177.  Ex V. 3 quae exftabant y IV. in Mufeum Clementinum Vaticanum adfportata, quintum fuo loco reli&um ed:. De his multi Romanarum antiquitatum Scriptores verba faciunt.  De hoc Sarcophago s qui a pluribus editus, et illuftratus effc, vide Ephemerides Romanas ann. 1775. n. III.17. (5) Vid. Epiftolam noftram in Ephem. Flor, anni 1771n* 45h coi. 712.3 et feq. De hac Urna verba fecimus etiam in hoc I. Vol. ClalT. X. adnot. ad Tab. CII.107.3 et Vol. III. ClalT. V.Tab.XXIV.Fig.I.pag.5-7. la corum fculpturis in/ignito 3 in quibus fymbolice facra quaedam revelatae Religionis mvfieria adumbrantur 3 et Clementi XIV. P. O. M., ac fapientijfimo ad incrementum Mufei Pontificii Vaticani ab Emerico Bologninio Ferufiae, e?* Vmbriae Praefide humillime oblato Coniecturae loh. Bapt. FaJJerii Pifaur. Regiae Academiae Londinenfis 3 Infiituti Bononienfis Socii. Romae  apud BenediBum Francefium. (7) Matthaeiana monumenta ad Mufeum Vaticanum ornandum comparata innuimus in EpiHolae noftrae articulo, inferto Ephem. Flor, anni 1771.0.1col. 6. Singula vero in his Voluminibus defignavi. mus. Vide ergo Signum Cereris fedentis Tom. I. ClalT. II. Tab. Tab. Vid. ibid. Tab. XXX.24., et feq., et apud Maffeium Tab. Tab. Tab. XL.32. (11) Ibid. ClalT. IV. Tab. TX.53., apud Maffeium Tab. CIX.202., 8c apud Montfauconium Antiq. explic. Tom. IV. Par. I. Tab. XIV. n. 2.2. Ibid.ClalT.V.Tab.LXII.pag.$6.3 et apud Maffeium Tab. CV1I.99.  Vid. eamdem Epiftolam noftram in cit. Ephem. Flor.n.47.coi.741.3&feqq.3tumea,quae Tab. innuimus Tom. III. horum Monum. ClalT. II. Tab. XII. Fig. II.22. Exftant etiam De marmoreo fepulcrali Cinerario Ferufiae effoffo3 arcanis ethni(14) Ibid. Tab. LXXXV.84.  Ibid. Tab. XCIII. 92., et apud Maffeium Tab. Notae funt Ficoronii expo«   XL la (0, ac truncus militis gladio cincti, galeamque pede dextero prementis W; tum Protomae Iovis Serapidis G) Sileni (P, Plotinae W, et L. Veri(6); infuper aenea capita Neronis, et Treboniam Cg), lymplegma vel Ariae, et Poeti, vel Portiae, et Bruti (9), St animalium collectioni accenfiti Aries arae impolitus P°), Leo, St Aquila PO; praeterea bafes pompam Iliacam referentes ('V, et anaglypha Coniuges IfidifacrilicantesC'S), VeturiamalloquentemCoriolanumP4), natale Romuli, St Remi C‘j), et Nymphas fontium praelides  exhibentia; ac tandem Cippi, Urnae, et Infcriptiones bene multae, quas fuis locis delignare fategimus C17). Cetera vero aliter diftracta, et praefertim Marci Aur. Antonini praetextati Protomen a Gavino Hamiltonio Anglo comparatam (,s) haud perfequi vacat, quum iam tantus Vaticanarum divitiarum fplendor in fui nos modo rapuerit admirationem. Quare li tantae rerum antiquarum fupcllectili ibidemcoadtaeaddasceleberrima,iamtumibidemadfervata, marmoreaSignaiacentiaCleopatrae,liveNymphaeadfontem dormientis ('A, Nili C*°), St Tiberis amnium, tum cetepofhdationes adverbiis Maffeium 3 et Montfauco(ii) Leo3& Aquila defiderantur in noltra hac nium,quodhocSignumHadrianotribuerint. collectione. Ibid.Claff.X.Tab.XCIX.pag.100.3& (12)Tom.III.Claff.IV.Tab.XXV.Fig.I. apudSponiumMifcell.erud.antiq. Se6t.IX.n.1.  Nunc reftauratur 3 ut in integrum Signum evadat. Quare mirum videri non debet apud nos defiderari.  Tom. II. Claff. I. Tab. I. Fig. II.3.   Ibid. Tab. VI. Fig. II.8. (5) Ibid. ClafT. III. Tab. XV. Fig. II.34. (6) Ibid. Tab. XXIV. Fig. I.40. (7) Ibid. Tab. XIII. Fig. II.32. (8) Ibid. Tab. XXXI. Fig. I.46. Vid. Epiftolae noltrae fragmentum in Ephem. Flor. 1771. n. 52. coi. 822. (9) Ibid. Claff. V. Tab. XXXIV. Fig. I. pag.48.  Ibid. ClafT. X. Tab. LXIX.92., et apudMontfauconiumAntiq.explic.Tom.II.Lib. III. Cap. I. n. 2.49. Tab. IX. n. 1. &II.pag.44. (13) Ibid. Tab. XXIV.41. (14) Ibid. Claff.VII. Tab.XXXVII.Fig.I. pag.7 r (15) Ibid. Tab. ead. Fig. II.73* f 16} Ibid. Claff.X.SeCt.I. Tab.LIII. Fig.I.pag.95*. (18) Vid. Tom. II. Claff. III. Tab. XXII. Fig. I.38. Vid.Ioh.WinckelmanniumTraCtatupracliminariadMonumentaantiquaanccdotaCap.IV.XC. Vid. Epiftolam noltramin Ephemeridibus Jitter.Florent,anni1775".n.2.coi.22.3&feqq., ubi de huius Statuae reltauratione 3 et lingua perperam crocodilo affi£ta.   XLI ra longe praeclariflima Apollinis Pythii, Laocoontis, Antinoi, Herculis cum Aiace (0, Antinoi, et Veneris, truncus Herculeus, quod opus erat Apollonii Athenienfis, et MichaelisAngeliBonarotiifpedaculum, actandemvasingensporphyreticum,larvasfcenicas, arasfacrificiales ab Agrippae Pantheo avedas, aliaque nonnulla, nae tu dixeris, erudite Ledor, praeftantiora quaeque artis miracula heic Romanae magnificentiae Genio templum parafTe, fibique aeternam afieruifle incolumitatem. Sed quid non infuper Iperandum aPIOVI.Pont.Opt.Max.,cuiusprovidentianuncregimur, et cuius dudu, confilioque, dum Aerario Pontificio praeeflet, tantumopusinchoatum, acperfectumeft?Ipfeenimliberalium artium amore incenfus iam tantum opus amplificandum regio plane animo, et magnifico fumptu fufcepit, iamque multa plane egregia antiquitatis cimelia, quae in lucem aufpicato nunc e terrae finu prodierunt, fedulo conquilivit, atque paravit,quibusauguftumhocMufarumdomiciliumprodignitate exornet. Huc nimirum confluet Fauni Signum celeberrimum ex rubro Aegyptio marmore, Hermae Bacchandum, et Herculis lane elaboratiflimi, Antifthenis alter haud vulgaris, tumDomitiaeAuguftaenonobviaProtome,olimComitis lofephi Fedii deliciae, ac peritorum omnium admiratio. Huc item migrabit Mularum chorus, &. Graeciae fapientum Hermae, ipforum nominibus*, et lentendis infcripti, aliique veterum tum Poetarum, tum Philofophorum plane fimiles, quos Tiburtinus ager nuper eduxit!2). Huc etiam procedet Alpafiae Herma alter hoc iplo anno detedus, aliaque e Caftrinoviruderibusfimulerumpentia monumentaG).Hucle reciCO quae ex Winckelmannio adnotavimus mus Tom. II. ClafT. VII. Tab. LII.Fig. I.69. et ad Tom. II. CiaIT. III. Tab. XXV. Fig. I. Vide Epiftolas Caietani Torracae Centum41.,&adTom.III.Claff.V.Tab. cellenfis Medici clariflimirelatasin Tom.III.AnVideAnthologiamRomanamTom.I.num. thologiaeRomanaen. quaeque nos etiam adnotavi-297.3 n. XLI.J27., et n. LII.409. f Vid.   xlii recipient et vas ex bafalte clegantiiTimum in Quirinali effoffum, et alterum ex alabaftro pretiofiffimum ad Augufti Maufoleum recens erutum, ceterique ibidem detecti et Livillae Germanici Caefaris filiae (0, et Tiberii Caefaris Drufi Caelaris filii, et Caii Caefaris., Tiberiique Caefaris, tum et alterius anonymi, Germanici Caelaris filiorum emortuales tituli, et Auguftae domus nova indubia monumenta. Huc infuper adducentur quatuor lymplegmata, Herculis facinora exprimentia, nempe Geryonem Hilpaniae Regem tricorporeum ab ipfo bello fuperatum, Diomedem Thracem quadrigis devictum, tripodem ab Apollinis Sacerdotis manibus vi ereptum, ScCerberumcanemtricipitemtriplicicatenaadfuperos retractum, quae nimirum inter Oftiae rudera non ita pridem reperta funt. Huc tandem accedet et Protome Perufina Antonini Caracallae W, et altera Lavinatium Sabinae Hadriani uxoris, et Anaglyphum bubulum Ocriculanum, et Picena Falarienfa Monumenta W, et Mufivum Tulculanum Medulae caput referens, et alia fexcenta tum ad Hortos Carpentes, tum in Quirinali, tum ad Curiam Innocentianam, tum alibi detecta, quibusenarrandisdiemperderem.Necdeeruntaltero aeneorum monumentorum Mufco perrara, atque felecta cimelia,praefertimqueeffolfaexactoannoadAventinumClunienfis Senatus confulti aenea tabula, Graecaque numifinata anecdota Tigianis Armeniae Regis cum Eratonis fororis vultu V), Octaviae Augufii fororis cum anadyomenes Veneris tyVid. 8c quae nos adnotavimus noftro Tom. III. ClalT. X. Sefl. XIII. n. 66.171. (0 Vide Epift. anonymatn CI. Viri Ioh. Ludov. Blanconii} Saxonici Ele&oris a confiliis, &. Romae Oratoris laud. Tom. III. Anthol. Rom. n. LI. p. 401. Vid.Epiftolamalteramciufdem Tom.IV. Anthol. Rom. n. I.2. (S) Vid. Epift. tertiam eiufdem Joc. cit. n.II. p.9.  Vid. quae nos adnotavimus Tom. II. horum Monum. ClalT. III. Tab. XXX. Fig. II.46. po (S) Vide Opufculum 3cui titulus:Suile Citta Picene Falera 3 e Tignio Dijjertazione epijlolare delP Abute G.ufeppe Colucci ai Signori di Falerone. Fermo . in S. /w*Cap.IV.pag.jS. (7) Vid. Tacitum Annal. Lib. II. initio. Part anter. legitur: BAdAETC. BAC1AE.QN. TITPANHC averfa vero parte: EPATft. BACIAEI2C. T/TPANOT.AaEA3>H.   XLIII po CO, Silani Syriae Praefidis poft Quirinum, ubi infcripta anni nota novum ad coniebtandum aerae Chriftianae principium lumen afferret , Titi,& Domitiani cum peculiari Laodicenfium epocha, Philippi lenioris, iuniorifque in Stecloris urbe pcrcufla, cetera huiulmodi Graecis Coloniis accenlenda. Sed quo me abripit tantarum lautitiarum ingens prorfus, ac mira congeries?Quapropteriamediverticuloinviam.Singula hulquedum expofiuimus, quae ad Hortos Caelimontanos Matthaeiorum pertinent; nec quidem de Hortis Palatinis, quae ad ipfos olirn fpefitabant, ac pollea Spadiae,dein Magnaniaegentisiuribuscefferunt,iuvatquidquamattingereG). Nuncverodeeorum Aedibusurbanis verba nobis facienda funt. Huius gentis maiores avitas aedes habuerunt in regione Tranfliberina ad pontem Caeftium, qui Infulam Lycaoniam Ianiculo iungit, quae adhuc exftant, quibulquefidemconciliantgentilitiafiemmatahincin.deappidta, &iplapontiscufiodia Matthaeiis Ducibusetiamnum concredita, Pontificia Sedevacante. Multisinlcriptionibus ornatas fiuiIIehasaedes, patetpraelertimex Gruterio , RcinefioG), Seldenio G), et Kirchmannio(?), qui earum nonnullas, addita huius loci defignatione, adducunt. Excitatis aedibus urbanis, Tranftiberinas deferuiffe verofimile eft. Certe quidem tam laxo lolo potiti funt, ut Infulam condiderint, quae ex variis, iifque amplis, et elegantibus domibus coalefcit. De iis fingillatim dicemus, at primum vetera aedificia, quae hunc locumtenuerunt, ceteralquevicinias perpendemus.Circus Flaminius quidem in regione Urbis nona litus praelertim de(0 Cum epigraphe OkTAOTIA; et averfa parte KftlnN.  Cum epigraphe: ANTIOXEliN.Enr. SIAANOY. AM.  Venuti Roma moderna Tom. 11.395. Iufcript. Romati.22. n. 3. > Sc 6.3fieri31. n. 11.,32. n. 12., et86. n.4., 8c 5. (5) Syntagma Infer, antiquar. Cl. IX. n. 67.SII'j et Claff.XI.n. 105., &feqq.pag.645;  De Diis Syris Syntagm. II. Cap. I.220.  De funeribus Romanor. '. edit. Lugd. Batav. apud Hackios 1672. f2   XLIV fcribendus venit, quem, fi Feftum, Liviique epitomatorem (') audiamus, exftruxit Flaminius Cenfor, qui etiam viam Flaminiam Roma Ariminum ufque, five potius ad Rubiconem amnem munivit, vel Flaminius alter antiquior, PlutarchotefteC),quipopuloRomanocampumlegavitprocertaminibus equeftribus obeundis. Celebratos hoc loco etiam ludos Tauricos Diis inferis facros, vel ludos Apollinares poli: Cannenfem cladem inftitutos vulgo fertur C), ac nundinas quinetiam habitas teftatur Tullius . Diu huius Circi reliquiae confervatae funt, et multae adhuc exftant. Flabetur Bulla Caeleftini III. Rom. Pont., qua enumerantur, et confirmantur bona Ecclcfiarum Sanctae Mariae Domnae Roiae, &. S. Laurentii in Caltello aureo, quaeque data elt Laterani annocidcxck.a.d.IV.nonas OctobrisindictioneX., atque ibidem ita deferibuntur Circi Flaminii veftigia tunc exfiltentia: Idem Cajiellum aureum cum utilitatibus fuis, videlicet parietibus altis, et antiquis in circuitu pojitis, cum domibus, ocaminatis,eifdemqueparietibusdeforisundiquecopulatis-. Hortum, qui ejl mxta idem Cajiellum cum utilibus fuis, et fuperioribus Criptarum; Populum foras portam iam difti Caficlli a parte Campitelli, et regionis Sanfti Angeli ufque in Burgum61.Cajiellumenimaureummedioaevo,&Palatium quoque dictus fuit Circus Flaminius, ut cetera etiam vetcia ingentia aedificia a rudioribus infimae latinitatis feriptonbus vocata laepe fuerunt. Hinc Ecclefiae Sanfti Laurentii, quae in eius ambitu comprehendebatur, nomen in ajidlo aureo, tum etiam in Palatinis, corrupte vero PallaClm\ ac tandem TM claifura adhaefit, ut inter alios animadvertit Ioh. Vignolius (s). Hoc etiam adnotavit Iacobus Grimal(0 Lib. X.  Froblem. 6j. ad A“k• '4' Lib' LIVIO (vedasi). Adnot. 5. ad S. Leonis III. Tom. II. Libri Pontificalis. XLV maldiusO), qui agens de Monafterio S. Laurentii in Palatinis, dicebatur, inquit, in Palatinis propter Circum (Flaminium), quemignarePalatiumvocabant.ItaCircumNeronis Palatium appellant,& MontemS.Alicbaelishacdecauffa Palatiolum. De Ecclelia S. Michaelis in Palatiolo vide FTancifcum M.TurrigiumC)latiusdifferentem.Etiamapud Anaftafium Bibliothecarium in vita S. Petri Palatium Neronianum memoratur; quemadmodum in Codice Vaticano <h), ubi quaedam ad Balilicam Sanctorum XII. Apoltolorum fpectantia habentur, Forum Traianum Traiani Palatium dicitur, ac alibi Palatium Antonianum dictae etiam funt Thermae Caracallae. Quare Templum noftrum S. Lurentii in Palatinis, ac monafterium noviter reltauravit Hadrianus I., et coniunxitcumaliomonafterioS.Stephaniiuxtaipfumpofito, et in Baganda dicto, ibique Monachos ad pfallendum in tituloSanbtiMarciordinavit.Necaliudinfuper,quam noftrum putandum forte eft Templum S. Laurentii Palatini, cuius mentio eft in Bulla S. Leonis IX. (V, licet Bullarii Vaticani editores V) ad S. Laurentii in Pifcibus revocaverint, ac de eo dubius haeferit Eques Francifcus Victorius, dum IX. Templa S. Laurentio facra in Urbe recenferetO. Heic etiam fitum erat Templum S. Mariae Domnae Rofae, cuius mentio fupra occurrit, et habetur infuper in Ordine Romano, quodque cum ceteris in conftrubtione Monafterii S. Catharinae de Funariis C) dirutum eft. Andreas Fulvius  aetate fua, Clemente fcilicet VII. regnante, exftitiffe etiamnum huius Circi formam, et veterum fedilium figna tradit, atque in (0 In Lib. Mf. de Canonicis Bajtlicae S. Petri Cap. II.  Bella Cbiefa di S. Micbele Arcbangelo} e di San Magno.  Sub .  Vid. Florav. Martinellium Roma ex etbnica eius faera364. Tom. I. Bullar. Baftl. Vatican.26.  Ibid. adnot. .  Differt. Pbilolog..  Ibid.371., et 374. ($0 Vrbis antiquit. Vid. infer, p. XLVIII. adn. 2.   XLVI eius cavea erectum laudatum Templum S. Catharinae cognomento dc Funariis, quod ibi ob loci commoditatem, et areae longitudinem funes intorqueri confueverint. Eiufdem Circi formam faeculo XVI. depictam, quam tamen multa ex parteingeniumfupplcverit,affertMontfauconius(0exLauro. 1orro iuxta Fulvii, aliorumque fententiam Circi latitudo fpatium occupavit, quod inter officinas, five apothecas oblcuras, forumque Iudaeorum eft intcriectum. Huiufmodi quidem apothecae olirn iunctae erant non Circo folum Flaminio, fed aliis etiam Circis. Numularium, nummorum fcilicet permutatorem,veleorumdemaeffimatorem, dcCirco Flaminio habesinveteriinferiptionea VignolioadductaW} Vitriofficinaminibietiamfuilfedocet Martialis(?)dicens: Accipe dc Circo pocula Flaminio. Habetur Pomarius dc Circo Alaximo ante pulvinar apud ReinefiumO, &Sponium0), quinempeinternegotiantesminutos, et faTOTTCAas olera vendebat, non autem viridaria colebat, ut placuit Sponio. Siquidem faepe occurrit in veterum inferiptionibus delignatus locus, ubi opifices officinas fuas aperiebant, ut in noftra Infcriptionum fylloge obfervaVimus V). Ad eas autem officinas, cum Card. Dominicus Gymnafius exacto faeculo Templum S. Luciae a fundamentis una cum adiunctis aedibus, et monafferio renovaret, efFoffae funt ingentes columnarum fpirae, et fcapi e Tiburtino lapide, ac quadratae eximiae magnitudinis. Quare lutnmus Circus in hemicyclumcurvabaturadplateamMarganamvulgodictamnon longe a Capitolio, ac flectebatur ad Aedem S. Angeli in Foro Pifcario; eius autem ima pars, ubi Circi carceres habe(0 exf/ic. Tom. III. Par. II. Lib. III. Cip. III. Tab. CLIX.27S.  Infcript.felecl.pag.141.poftDiflertat.de Columna I/np. Antonini Pii. ($) Epigraru. Lib. ban Syntagm. Infcript. antiq. CluIT. XI. n. 7^. C5) MifcelL erud. antiq. Se61. VI.230.  Tom. III. ClaflT. X. Secl. VI. n. 11.119.3 et leq.   XLVII bantur, pertingebat ad Aedem S. Nicolai ad Calcarias didi, et ad palatium Ducum Caefariniorum. Certe quidem Templum Apollinis CO,quodaliiMulis, velHerculiCudodi(aerumdixerunt, Circo Flaminio adhaerebat; nec aliud fpatium obtinuifle, quam quod nunc tenet Aedes S. Nicolai, et adiun6lum Collegium Clericorum Rcg. de Somafcha, docent vefligia fphaericae parietis, cui adneduntur Ionicae columnae incendio corruptae, et ex veteri marmorato concinne refedae, quorum lingula adhuc in Cavaedio eiuldem Collegii confpicua lunt. De Aede altera Neptuno dicata, quae erat 'in Circo Flaminio, et cuius Aedituus erat Abafcantius Aug. Lib. , cum nullae fint reliquiae praeter antiquae inlcriptionismemoriam,haudpraedatpluribusdilferere.Ceterum condat, in ea fuiffie multa tum Signa, tum Anaglypha, quqrum nonnulla Neptunum, Thetim, Achillem, Nymphafque marinas delphinis vedas referebant, et tamquam Scopae opera praedicabantur. Anaglypha quidem nonnulla affixa etiam nunc funt parietibus Aedium Matthaeiarum, Nymphas marinas d), et Pelei, et Thetidis nuptias (s) exprimentia, quae forte ad hoc Templum pertinuerunt, et in hac vicinia erui potuerunt. In iplo Circo Flaminio exditide etiam Signum Achillis, Cephidbdori opus, tradit Plinius: verum hoc, ceteraque huiulmodi vel abfumplit temporum iniuria, veladhuccelatinvidatellus.QuidmemoreminfuperCirco FlaminiopropinquasAedesMartis,Vulcani,Bellonae,Cadoris, Pietatis, ipdufque Iovis Statoris, quas Onuphrius Panvinius (7)dudiolerecenfuit?Quapropterdedgnata CirciFla Le antichita Romane 3 opera di Glo. RatiJla Piraneft; Roma  Tom. I. n. 94.ig.  Infcriptionem} quae exdabat in pratis Quin£tiisinvineaquadam3refertOnuphriusPanvinius de Ludis Circenfibus Cap. XVIII. 3 ubi de Circo Flaminio,igg. edit. Parif.  et ex eo etiam ceteri.  minii PLINIO (si veda) JVatural. Hift.  Claffi II. Tab. XII. Fig. I.21., et Tab. ead. Fig. II.22.  Ibid.Claff.VIII.Tab.XXXII. pag.61. 3 et Tab. XXXIII.64.  Loc. cit. Loc. cit.   XLVIII minii longitudine, a platea nempe Margana ad Aedes Cacfarinias, ccterifque eidem adiacentibus aedificiis, apparet Aedes Matthaeianas id loci nunc tenere, quod media fere pars Circi olim tenere debuerat. Tertis quidem cft Pyrrhus Ligorius (0, atque etiam laudatus Panvinius , paucos annos ante harum Aedium conrtructionem, multam Circi partem adhuc integram exftitiffe, praefertim eo loci, ubi etiamnum erigiturdomusa Ludovico Matthaeio excitata, dequainferiuslatiusdicendumerit; cumibidem,utroqueetiamferiptore afferente, multa marmora effoffa fuerint, ac potiflimum Anaglyphum Circenfibus ludis infignitum, quod non aliud, quam noftrum fuo loco adduclum, exiftimamus. Nec illudpraetereundumin Cavaedio Matthaeianaenortraedomus parietibus affixos cerni quatuor arcus femicirculares, foliis, rolifque diftinctos, quorum duo integri adhuc funt, duo vero dimidia fere parte fccti (fragmentis hinc inde fparfis) quofque fupra Circi Flaminii carccrum fores olim exftitifie exiftimat CO Librode’Cerchir Comtnciavaqueflo mus Marganiae,ubiinhemicycliformamdefne (il Flaminio) dalla piazza de' Morgani3 e finiva appunto al fonte di Calcaram, abbracciando tuttclecafede'Mattel3eflendendofifinoalianuo*i'a •via Capitolina 3 ripigliando in tutto qtiel giro j/joltealtrecafe. Daqueflolatode'MattelilCircopoebiannifonoeraingranparte inpiedi;la parte piu intiera flava nel fto della cafa di LodovicoMattel3ilqualeha cavatounaquantita di tr avertini dei Circo in qttel luogo 3 e tr ovatovi tPali i Ce ui fregio in u» ran pt inagliato de' putti 3 che fopra de' carri facevano i giuocbi Circenft, e nella cantitia trovaronfi altri travertim 3 e videft alquauto dei canale 3 per dove pajfava /'aequa, la quale ora chiamap it fonte di Calcaram, forfe per la calce, che hi fi macerava. Loc. cit.129: Porta Carmentalis, fecundo murorum Vrbis ambita, quos T. Tatias eam Romulo regnans exfiruxit, radicibus Capitolii condita fuit, a qua llaud procul Circus Flaminius erat, ad eam partem vergens, ubi nunc efi Vrbs Roma. Cusus longitudo protendebatur ab area dobat 3 uf'que ad novam viam Capitolinam 3 ubi carceres>& XIII. ojlia erant: latitudo vero fuit ab Aedibus Ludovici Matthaeittfquead Calcariaefontern, ubi efl ojfctna tin:loris ambiens eo circuitu apothecasobfcuras Matthaeiorum3&multasdiverforumprivatasdomus. Cuiusfundamentise Tiburtinolapide, quaeMatthaeiorum, &vicinisaedibusfuppofitafunt, antealiquotanniserutis3 marmorea tabula pueros currilia ludrica agitantes incifos continens reperta fuit. Adhuc vero exflat antiquus Circi euripus limpidijftmus tincioris ofpcinam praeterfluens 3 qui fons Calcariae a vicinis (quae ibidem coquebantur calcis fornacibus ) dicitur. Eius Circi arena lateribus minutijpmis tranfverfe flratis opus tefjellatum fuprapofitum habebat. Vide&Fulvium l.ib.IV. cap.deCircoFlaminio, ubi ait: Longitudo eius Circi ab Aedibus nunc DPetri Margani3 (snS.SalvatoreinPenjiliufque adAedesD.Ludovici MatthaeiiuxtaCalcaranum, ubi caput Circi. Tom. III. CiaIT. VIII. Tab. XLVII. Fig. II87.   XLIX mat Carolus Blanconius liberalium artium cultor eximius, idemque fcientiffimus, et Ludovici Saxonicae Aulae a confiliis, et komae Oratoris, a quo Circi Caracallae formam, et univerfam illuftrationem praeflolamur, meritiflimus frater; ratus fcilicet hoc loci, vel non longe effodi eofdem iam potuif fe, et dein fedem hanc, atque ufum nactos fuiffe. Quae infuper ad hunc Circum flmul pertineat, reflat adhuc decurrens aquae vena, quae habetur in crypta vinaria cuiufdam domus Matthaeianis Aedibus propinquae (0. Abundare enim aquae copia Circum opus erat, fi XXXVI. crocodilorum lpeftaculum ibidem edidit Auguflus (fi. Nec nifi ad Circumfpeffaffeverofimileeflaliquamquoqueaquaepartem, quae etiamnum decurrit iuxta proximam, cui ab ulmo nomen efl, cloacam. XIV. Iam monuimus Matthaeiorum Infulam in plures difpefci Aedes, quae tamen ad unam, eamdemque gentem olim pertinebant. Antiquiores eae effe videntur, quae meridionalem plagam, et plateam tefludinum, quod eae fontis crateri infculptae, refpiciunt; in qua nimirum aquae Saloniae, Gregorio XIII. Romano Pontifice, in Urbem Mutii Matthaeiicurisdedubtaefons cernitur, quatuorvafibus, conchilioruminflar,exAfricanomarmore,totidemqueaeneis delphinorum fimulacris a Thadaeo Landinio Florentino annocioidlxxxv. Conflatisinfigniterornatus (fi. Haequidem Aedesaubloremhabent Iacobum Matthaeium,quiproiifdem condendis architectonica opera ufius efl Nanni Bigii, earutnque parietes diftingui voluit Thadaei Zuccherii pibturis, quibusFurii Camillifacinoraexprimebantur, licetquaeinfronte erant, obdubta calce paucis ab hinc annis inepte oblitteratae Vid.Venutiumantica RomaPar.II.Cap. pograpbia Lib.VII.pag.161.ater.edit.Venet., et Andream Fulvium Anticbita di Roma Dio Lib. LV. Lib. V.g21. a ter. Venezia Vid. Barthol. Marlianium Vrhis Romae To L tae iam fuerint, iis, quae funt ad latus, dumtaxat refervatis. Duo etiam interiora cubicula eiufdem pennicillo exornata infuper fuerunt. Ante Templum SS. Valentino, et Sebaftiano dicatum furgunt Aedes, quas Iacobi Barotii a Vignola opera condidit LVD.MATTHAEIVS. PETR ANT. F1LIVS. LVD. NEPOS ut supra fores flat epigraphe conditorem ciens, quaeque ad Matthaeios Paganicae Duces iam fpeclabant, multifque veterum monumentis inftru&ae erant. Nec alia, quam quae heic fervabantur Signa, cenfenda funt, quae fub Caefaris AuguftiO), et Aurelii Caefaris  nomine in Aedibus LudoviciMatthaeiihaberiait, acetiamediditlacobus Marcuccius; quorum alterum habetur etiam inter Icones a Heronymo Franzinio editas (A. Hifce Aedibus aliae adhaerent prope ulmi cloacam, quae Bartholomaeum Brecciolium architectum agnofcunt. Hincfequunturaliaea LudovicoMatthaeio(fi PhilippoTitio credimus ) aedificatae anno cididlxiv. ante Divae Luciae Templum,fedabAlexandroMatthaeioexftructac,fiearum foribus infcriptum lemma attendamus, ut revera attendi debet (A, Bartholomaeo Amannatio, ut nonnullis placet, vel Claudio Lippio, ut alii cenfent, formam aedificii praebente. Earum interiora cubicula Francifci Caftcllii picturis diitinguuntur. Has vero nunc tenent Caietani Duces, qui fibi iplis compararunt, quemadmodum et Nigronios, et Duratios, et Serbellonios dominos pro divertis temporibus eaedem antea agnoverant W. (0 Antiquar. Statuar. Vrbis Romae Libri IIT. Romae 1623. j edidit lacobus Marchuccius in fol. Lib. III. Tab. 93.  Ibid. Tab. 94.  Icones Statuar, antiquar. Vrbis Romae Hieronymi Franzini Bibliopolae ad* Signum Fontis 0pera. Romae 15S9. in 12. XV. Ve Q uare h°c Joco corre&a volumus} quae a Titio decepti temere diximus Tom. III. CIa(T. VIII. Tab. XLVII. Fig. Vid. Defcrizione delle pitture, fculture 3 e arcbitetture efpojle al pubblico in Roma, opera cominciata dalPAbate Filippo Titi &c.86. fino a 90.5 tum etiam Itinerario ijlruttiuo divifoinotto   LI XV. Verum non id nos nunc agimus, ut has veluti appendices Aedium Matthaeiarum defcribamus; Potiori namque iure ad fe nos avocant, quae R magnificentiores, et fplendidiores firnt iuxta dextrum latus Ecclefiae, et Monaflerii S. Catharinae de Funariis, quaeque Afdrubalem Matthaeium Cyriaci fratrem auCtorem habent. Id docet infcriptio in cavaedio exfiftens, quae ita fe habet: ASDRVBAL.MATTHAEIVS. MARCHIO.IOVII VETERVM SIGNIS TAMQVAM SPOLIIS EX ANTIQVITATE OMNIVM VICTRICE.DETRACTIS DOMVM. ORNAVIT. ET. PRISCAE. VIRTVTIS. INCITAM EN TVM POSTERIS.RELIQVIT. ANNO.DOMINI.cioiacxvi Carolus Madernius architectonicum opus rexit, et interiora cubiculafuispennicillisexornarunt Francifcus Albanius, Iohannes Lanfranchius, et Dominicus Zampierius. Pictae vero tabulae etiam exftant hinc inde difpofitae, quae Caelii, Roncallii, Trigae, Saracenii, Mutianii, Morigii, Renii, Barbierii, Gobbii, Petri Berettinii, Bonarotii, Galli, aliorumque opera praedicantur. Alt nulla res et celebriores, &praeftantioresfecithas Aedes,quamveterummonumentorum undique difperforum praeclara congeries. In cavaedionamque, fcalis,acperiltylioligna,protomae,anaglypha, cippi, aliaque huiufmodi occurrunt, quae fummatim innuere fat erit. Cavaedium habet praefertim Signa Apollinis Sagittarii, et Herculis, tum Romanorum Impp. Iulii Caefaris,Caligulae,Claudii, Neronis,Domitiani,aliaque Gladiatorum. Inter Anaglypha fpectandum praecipue venit facrificium Capitolinum, et Militum Praetorianorum feditio. Hinc to Jiazioni, o olornate per ritrovare con facilita tna &c. di Vafi tutte le anticbe 3 e moderne magnificenze di Ro§2   LII Hinc fi exitum quaeras verfus Divae Catharinae Templum, habebis Nymphas marinas a delphinis, ac tritonibus vebtas, Bacchi, et Ariadnae nuptias, et Mulas defundo Poetae famulantes, quas marmore infculptas cernas. Si vero meridiem verfus egredi lubeat, occurrent Amores Deorum victores, Polyphemus, Se Galathea, Sphinx fcopulo iniidens, et Oedipum aenigma folventem aufcultans (0, tum Bacchi, et Herculis uterque thronus marmoreis tabulis expreffi. Si ad porticumretrocedas, &ibidemconditas,&DeumMithram, et Hylam a Nymphis raptum anaglyptico opere exhiberi intueberis. Si fcalas albendas, Bacchans occurret, dein Fortuna, tum Iuppiter Signis expreffi; hinc parietes ornatos confpicies Anaglyphis referentibus utramque venationem Commodi, et Philippi Impp., ac Pelei, et Thetidis nuptias; ac tandem ipfos fcalarum gradus identidem di/tinctos offendes pulvinaribus, quae quaternario numero inventa ad Curiam Hoftiliam et fuperius, et fuo loco monuimus. lam ventum ad periftylium, quod aulam refpicit, atque heic pedem figens fuper aulae poftes cerne viri incogniti Protomem, tum leorfim Aefculapii Signum ad laevam, quod medium habent co¬ lumnaeduaemarmoreae,quibusCybelisduoSigillafuperftant, tum aliae fimiles e regione aditant duo pariter Cybelis Sigillafuftinentes.Hincduaealiaecolumnaeadpoftesdifpofitae, totidemque contra itantes capitulis caniftriformibus initructae; tum iacens inferne ante Aefculapii Signum Sar¬ cophagus vindemiali opere infignitus, ac muris appicta Anaglypha, quae referunt tabulam Heliacam, Priami occifionem, et lacrificium taurile lovi, et quatuor anni tempeftates. Ex hoc loco Ipectare licet cavaedii parietibus inhaerentia hinc inde cetera praeclara Anaglypha, quae nimirum rurfus exhi(0 Hoc Anaglyphum ab operis noftris omiflum eft, caruitque aeneo typo j quo ipfum Le&oribus nothis exhiberemus. LIII hibentPelei,&Thetidisnuptias,&Proferpinaeraptum, tum Venerem concha veftam, pompam Iliacam, aliam Bachicam, Orpheumcantumulcentemanimantia, Meleagri, et Atalantae fabulam, Bacchi, et Ariadnae nuptias, facrificium Iovi, et lunoni, Antilochum Patrocli mortem Achilli nunciantem,tabulamvotivamAefculapio, Hygiae, Fortunae, hx. Baccho, aliaque bene multa, quibus Icientes parcimus. Quare etiam memorare lingillatim negligemus plures praecipue cippos, aliaque marmorea monumenta, quae in ambulacro fubdiali, quo cavaedium veluti bipartitum cernitur, adlervantur.Aefculapii, &Hygiae,aliaqueiacentia Sileni,Fluminis,acSomniSignaheic Iparlimdifpolitatantumindicafie litfatis. Sicelebrem, aclingularemprorfus M. Tullii CICERONE Protomen innuerimus in Aedium pinacotheca exlillentem,nileritreliqui,quodexponamus; liquideminteriora cubiculaomnicarentantiquitatisornamento. XVI. Nequeetiamhaecipfatame gregiavetullatismonumenta &illuftratoribus,&laudatoribuscaruerunt.Videas liquidem praeftantiora Anaglypha adducta a Sponio, Montfauconio,Bellorio,Aleandrio,Spenceio, Winckelmannio, aliilque; multalque veteres Inlcriptiones fere ab iis omnibus editas, qui eas in unum collegerunt, quolque fuperius citavimus, cum de Hortorum Caeliorum monumentis fermonem haberemus. Nec tacuerunt exteri Scriptores, noltrique etiam Topographi, praefertimque Ficoronius (0, Venutius 0>, Valius, et Titius  coadtam heic tantam et monumentorum, et elegantiarum congeriem.Atdelideranduminfuper erat, has Aedes, utpote quae 1'eorlim ab Hortis Muleum referantlocupletiffimum, illuftratore,actantaefupelleftiliseditore haud carere. Iam porro hanc lortem tulerant et lulti(0 Le singolarità di Roma moderna.  Loc. cit. n. 193.198.  Roma moderna   Loc. cit.86., e . nia LIV nianearum Aedium Tablinum (0, et Mufeum gentis Odefcalchiae (*), et Antiquitates, ac ornamenta alia Aedium Barberiniarum, necqualemcumqueetiam defideraverat defcriptionem ipfum Strotianae domus Mufeum U); quibus nunc baudinferioreserunt Aedes Matthaeianae,eilqueadnexa venerandae vetuffatis cimelia. XVII. Aff utinam et Horti, et Aedes Matthaeiorum, eifque adiuncta monumenta eum nacla fuiffent illuftratorem, et editorem, qui eorumdem praedandae, ac dignitati par eflet. Si exiguum quidem ingenium nofixum, cui eadem concredita, perpendatur, dolendum inprimis elt eorumdem exornationem, promulgationemque nobis potiffimum obtigifie, tumineaincidifle tempora, inquibus variisdidrahebamur itudiis, et occupationibus longe quidem inter fe diflitis, ut edita interim per nos opera latis offendunt. His accefferunt multarum morarum interiecfa impedimenta, obquaenobis in medio veluti curfu didentis tum mentis alacritas, tum piopofiti noflri unitas, quae ab affdua fyffematis, et methodiiecoidatione,&exfecutionependet,identidemminui, tuibaiiquevidebatur.Fluxeruntiam Xlf., &ampliusanni, ex quibus hanc provinciam lufcepimus, quam quidem per hoc tempus tot vicibus et affumpfimus, et intermifimus, ut faepeiamexantlatoslaboresinffaurare, &.multosmoxinirritum ceffuros abfumere cogeremur. Non hoc tamen noffra culpa factum quis credat, quibus operis ardor, et fedulitas (0 Galleria Giufliniaua dei Marcbefe Vincettz° GiuftMani Par. I. Tavole CL1I., e Par. II. Taveh CLXV'11. iSji. infol. M armi, Statue, Carnei, ed altro efflenti ”'&n Appartamenti, e Galleria delPEccmo Sig. D. Livio Odefcalcbi Daca di Bracciano, Nipote d’lnmcenzo PP. XI. in fol.,70z, (Trafponati gran parte in Aranquez ). Hinc prodiit Mufeum Odefcalcbum,fve Thefaurusantiquarum Gemmarum 6-c. Accejferunt aerea Deorum, ac Dearum fit idola3 marmorea item anaglypha, mouumentaque alia plura &c. (Illuftratore Henrico BrulaeiOj et Ni°olao Galeottio) Tom. II. Romae 1751. in fol.  Dominici Panaroli Mufeum Rarberinum. Romae, Hieronymi Tetii Aedes Rarberinae ad Quirinalem. Romae typis Mafcardi  incipit recenfio veterum Protomarum, et Signorum ufqne ad220.  Defcrizionc dei Mufeo Strozzi 3 di Gio. M. Crefcimbeni3frale ProfedegliArcadi.   LV fit maxime ia deliciis, quofque properatio ad finem tamquam ex naturae incitamento urgeat vel in ipfa rerum aufpicatione. Nonhinc tamenexcufationempeterenobismens eft aut ofcitantiae, aut negligentiae noftrae; fied id potiflimum nunc monitum voluimus, ut diverforum temporum, quibus noftrae per univerfum opus difleminatae aflertiones refpondent, quaeomninoneceflariaeftet,ratiohaberetur• Quare Lebtorum noftrorum humanitate confifi non aliud nunc exponerefatagemus, quamtotiusnoftrio peristexturam, vel profpectum, quem quidem paucis expediemus. XVIII. Illuftrandae ingenti huic veterum monumentorum colledtioni manum iam admoverat Rodulphinus Venutius Patritius, &. Academicus Etrufcus Cortonenlis, Nicolai Marcelli Marchionis, et Philippi Praepofiti Liburnenfis Virorum Cll.frater, BenvenutiIofephi Marchionis,acubiculo Petri Leopoldi Magni Ducis Etruriae, Socii, et Amici noftriobfuamvirtutem,  acfuavitatem fpectatiliimi patruus, Romanarum antiquitatum Praefes, ac Vir denique multis eruditis,doctitqueeditis Voluminibuslongenotiftimus.At vix opus hoc aggreftus fuerat, cum ecce mors ipfum peremit a.d.III.Kal. Aprilisannicididcclxiii., necultraprimiVoluminis Tabularum, quae Statuas comprehendunt, illuftrationem procellit. Fadtum interim eft, ut onus in nos conlatum fuerit adornandae quartae Bellorianae editionis Vejiigii veteris Romae, et fex Tabularum anecdotarum elaborandae Appendicis (0; quae licet ab imperita, ac iuvenili prorfus manu profectae tunc forent, cum tamen aliquod approbationis fuffragium a doctis viris obtinuiftent, in caufla fuerunt, cur oculi in nos conficerentur, et digni, qui in Venutiani ope(i) Haec omnia paraverat etiam ante nos Ioh. Bapt. Piranefius initio Tom. I. Antiq. Roman. ufque, fed ut Opus omne abfolveret, et una ederet univerfum, priorumVoluminum publicationein retardavit, et noftrae editioni temporis principatum reliquit.   LVI operiscomplementumfuccederemus, infuperhaberemur. Qual'e ipiius apographum, quod et emandatum, et aliqua etiam fui parte reformatum fuerat a Contuccio, olim Kircheriani Mufei Praefecto, et deletae Loyolitarum Societatis Alumno, mox vita functo, traditum nobis fuit, quod antequam iterum expendei emus, umveilos archetypos monumentorum, quae tum in Hortis Caelimontanis, tum in Aedibus urbanis iVlatthaeioi um adfervabantur, fingillatim invifendos, ac pene contrectandosa nobiseflecenfuimus. Verumutideafedulitate, acfeiefecuiitateabfolveremus, quaenosvelabofcitantia,vel ab ingenii licentia immunes faceret, focios nobis adiunximus Ioh. Baptiflam Vicecomitem Romanarum Antiquitatum Praehdem meritiflimum, eumdemque doctiflimum, atque ipflus filium Ennium Quirinum vix ex ephebis egreflum, ob miram vetcus eruditionis peritiam, qua inter cetera difciplinarum ornamenta praecellebat, plurimi aeftimandum, nunc vero in dies et fcientia, et fama magis inclarcfccntcm, et PII Vi. P. O. M. a fecretiori cubiculo, qui mihi fcilicet praefto effent, quaeque forent vel adnotanda, vel conftabilienda, difcuffis fententiis, 6t omnibus naviter expenfis, una mecum decernerent. Multa fane Venutius ftatuerat, multaque etiam publica voce invaluerant, quae typis exprefla iam apud vulgum fidem omnem obtinuerant. At nos veritatis unice folliciti, et fymbola omnia, et vultuum lineamenta iuxta critices regulas, et ope ceterorum monumentorum expendentes, multa immutanda, atque aliter exponenda cenfuimus. Hinc facium eft, ut multae Statuarum illuflrationes, quas i. Volumen compleCti debebat, expunctae fuerint, eilque noftras subrogandas curaverimus. Hinc etiam faftum, ut ceteras live infciiptiones,fivenomenclaturas,quasnonnullisTabulis, ex quibus reliqua Volumina compingi debebant, iam ipfe adleverat, eidem etiam cenfurae, ac reformationi fubiecerimus. Quid hac in re a nobis geftum fuerit, fupervacaneum erit nunc exponere, cum haec quidem illufirationes, et adnotationes noftras legentibus patere facile poffint. Ac fane multa etiam ex Venutii explicationibus fuperflua, vel nimis nota amputavimus, Graecum textum adduftis ex Latina verfione Graecorum Scriptorum locis adiunximus, et omnia in eum ordinem, quem nobis propofuimus, accurate redegimus. Nec etiam minorem infumpfimus diligentiam, ut Scalptorum erratis, quae commode licebat, medicina aliqua per nos fieret.• Multae fane fabulae non omnino eleganter caelatae occurrunt, quumnonomnesvelimmutare,velexpolireinnoftraefiet poteftate. Ceterum id faltem curavimus, ut Caesarum, ceterorumque imagines fatis cognitae ad veram vultus, quae in autographo haberetur, formam redigerentur, ceteraque omnia fuis prototypis apprime refponderent. Nec alia fane poftopusa Scalptoribusomninoabfolutum, antequamnos hanc provinciam fufciperemus, follicitudo nobis relinquebatur. XIX. Sed iam qui ordo a nobis fervatus fuerit, innuamus. Numina quidem praecedere aequum erat, tum ut Divinitati, quae his etiam indiciis a gentilitate petitis adfiruatur, inprimislitaremus, tumutveterumethnicorum, quorum monumenta tractamus, facro inhaereremus fyftemati. Quare Numinaipfa, quaeStatuisexpreffahabebamus, cumaliamaiorum gentium, eademque felecta, insignia, et eximia cenferentur, alia vero minorum gentium, eademque adfcriptitia, minufcularia, et putatitiadicerentur,infuasclafiesdi-* ftribuerefiuduimus, utproindefuuscuique honorolimetiam redditus fervaretur. Hinc Caeleftes Deos primae Claffi adfignavimus, Terreftres fecundae, Silveftres tertiae, Semideos, h five LVIIl five Indigetes quartae, ac quintae demum Deas Virtutes. Tum Diiseorum Miniftros, & Sacerdotes fubiunximus, quibusin Clafle fexta factus eft locus. Sacerdotibus fuccedunt Magiftratus, ac proinde ex temporum ratione Confules feptimam Claflemobtinuerunt. Hisfubnectuntur Imperatores Romani, quibus Claflis obtava occupanda obtigit. Barbari Reges nonnifi pone eorumdem domitores collocandi erant, atque hinc Clafle nona ipfos comprehendi opus fuit. Decima Mifcellanea continet; undecima Statuas iacentes. Atque haec eit totius I. Voluminis, quod CVI. Tabulis conflat, difpolltio. Nonabfimilirationefecundumdigeftumeft, quod XC. Tabulas continet, quodque in Protomis, Hermis, Clypcis, et nonnullis Anaglyphis fimplicioribus referendis verfatur. Hinc Protomarum Deos exprimentium Claflls prima; tum Protomarum Heroas, et Viros illuftres praefeferentium Claflis fecunda; dein earumdem Imperatores, et Auguftas repraefentantium Claflis tertia; ac tandem Imperatores Germanicos faeculi XV., Si XVI. exhibentium Claflis quarta. Sequitur Claflis quinta, quae Capita incognita; fexta, quae Hermas, feu Terminos; septima, quae imagines quadratis, et rotundis figuris inclufas; obtava, quae Anaglypha cum variis hominum, et mulierum imaginibus; nona, quae figuras anaglypticas lingulares; decima, quaetrophaea, pulvinaria,capitula, bales, truncos, et candelabra; ac tandem duodecima, quaelarvasfcenicas, &ceteramo numentamifccllacontinet. Sed iam tertium Volumen procedit, quod Anaglypha, Sarcophagos, Cippos, et Infcriptiones compleblitur, ac ex Tabulis aeneis LXXIV. coalefcit. Ordo Claflium etiam in hoc ipfo Volumine lervatus eft, ut proinde prima comprehendat Deorum imagines; fecunda Fabulas ad Deos pertinentes; tertia Bacchanalia; quarta Monumenta Aegyptiaca; quinta Monumenta Graeca ante bellum Troianum; fexta eadem poft ipfum bellum; feptima Monumenta Romana hiftorica; odtava ritus, mores, et artes veterum; nona Sarcophagos, et Urnas fepulcrales; ac decima tandem veteres Infcriptiones, quaeinfuperordine, quem Gruterius, ceteriqueinvexerunt, difpofitae a nobis lunt, ac proinde in XIV. SeHiones digeftae confpiciuntur. Eaedem GCCXXXII. plus minus numerantur, et earum fere omnes ab aliis editae iam fuerant. Neque nos eas dumtaxat, quas in Hortis, et Aedibus Matthaeiorum deprehendimus, proferre fluduimus, fed infuper eas omnes huc revocavimus, quas olim ibidem exftitilTe vel nosipficognoveramus, velexearumdemcolledoribusconflabat; ne in hac noflra Monumentorum congerie quidquam deeffet, quodolim&celebres, &praellantesHortosnoftros potiffimum effecerat. Indices etiam Infcriptionibus fubiecimus,quorumprimus Scaligerexemplarpropofuitin Gruteriano thefauro. His tandem fubiunximus generalem etiam omniumpotiorum, quaeIII.hifceVoluminibuscontinentur, rerumIndicem,cuiuspraefidio, quodcumque opuseffet,a LeHoribus nollris inveniri poffet. XX. Haec elt univerfa Operis noffri compages. An verofingulaprodignitate praeftiterimus, nonnoffrumeftiudicare. Id tantum affirmare poffumus, omnes tum animi, tum fedulitatis nervos nos intendifle, ne vel aliquam muneris noffri partem neglexiffie, vel a ratione, ac luce, quae peculiares habentur faeculi XVIII. dotes, ac notae, quaeque fingulas facultates attingere aequum eft, quidquam abfonum admiffife videremur. Quapropter id nobis propofuimus, ne inreplerumquedubia, &ancipitivelfomnia,velcommenta in fcenam produceremus. Qui enim vel natura duce, vel cogitandi arte magiftra veritatem confeHari, et rerum evidentiae infidere didicit, aegre fane fertur vel ad incerta, vel ad cerebrofa. Saepe igitur contenti fuimus varias Antiquariorum fententias proferre, et intactum fimul argumentum relinquere,nevideremurnovamtantum opinionem inceterarum acervum inducere, vel coniedturas conieduris addere. Quid enim infuper congefia vel vacillans opinio, vel levis coniectura, aut etiam audax paradoxum litterarum incrementoconducit? Pabulishilcequidemfuaviflimisfruantur, quibus in rc quaque leviffima libi plaudere, etymologiis abfirufiora quaeque definire, remotiorum aetatum aenigmata folvere, fequiorumtemporumruditatesingerere,nugarum feries oftentare, umbras pro corporibus amplexari, carbones pro unionibus vendere (qui elt antiquariae facultatis abutus longeeliminandus)volupeelt. Noscerte, quianimicaulla, et ultro delatae occupationis occalione, huiufmodi ftudio vacavimus, haud fane operae noltrae poenituit, qui nimirum folidas hiftoriae, chronologiae, veterum linguarum, artium, ac rituum utilitates unice lpeckantes aliquam videmur et noftris notionibus, et famae quinetiam accelfionem feciife, tumampliflimaehuius Urbis, veterumelegantiarum undique feracillimae, incolatum gratiorem nobis, et iucundiorem praeftitific. Quare ab omni ingenii licentia, quae vel veritatis criterio adverfaretur, vel quae nullo tum rationis, tum auctoritatis valido fundamento niteretur, femper abhorrere nobis folemne fuit; ac quidquid, vel omnibus tacentibus, vel omni deficiente exemplo, a nobis proferendum fuit, nonnifi modefte, et fere cum trepidatione propofuimus. Rati infuper ex monumentorum inter fe collatione, quae vel rerum affinitate, velquacumquealiarationelibiinvicemrefponderent, veram plerumque prodire pofle SIGNIFICATIONEM, vel receptis fcriptorum fententiis maius etiam polle robur accedere,   dere, id praefertim curavimus, ut quae fimilia ia ceteris Mufeis, et in iplis Antiquariorum libris exftant monumenta, tamquam conflantis, et indubiae veritatis vadimonia proponeremus. Nihilenimmagis valetadiudiciumderealiqua tum ob vetuftatem, tum ob obfcuritatem incerta quoquo modoiufte,re&equeferendum, quamconflansmonumentorum conformatio, et eorumdem accurata comparatio. Haec fuit inftituti noftri ratio, cuius fane ope fi quid dignum hac luce elicimus, iri totum veritatis, et certitudinis, quam gerimus, notioni acceptumeftreferendum;finminus,haud fateri nos pudebit, impares nos huiufmodi Audio fuifie, quod aliorumgratia,nonnoftromarteexcoluifleingenueprofitentes aliquam faltem veniam hoc iplo nomine confecuturos confidimus. Qui legis, feliciter vale. Quae m hoc. Statuarum Volumine continentur. CLASSIS I. Chiae continet deos caelestes. Tab. Iuppiter. Tab. Apollo Citharoedus, Tab. Apollo Citharoedus, Tab. Apollo Tab. V. Apollo Pythius, Tab. Apollo Sagittarius. Tab Apollo, Tab. Apollo, Tab. Apollo, et Marsyas. Tab. Mars. Tab. Mercurius. Tab. XII. Bacchus. Tab. Bacchus asino insidens, Tab. Bacchus, Tab. Amor. Tab. Amor cum Herculis symbolis. pag. ead. Tab Amor canens. Tab. XVIII. Venus, Tab. Amicitia, Tab. Minerva. CLASSIS II. Quae continet DEOS TERRESTRES. Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab. Ceres. Tab. XXVI. Ceres, Tab. Ceres, pag. 21. Tab. Ceres, Tab. XXIX. Ceres. Tab..Ceres.pag.ead. Tab. Ceres, Tab. Urania, CLASSIS Quae continet DEOS SILVESTRES. Tab. Faunus, Tab. Faunus. Tab. Faunus, Tab. Faunus, Tab. Faunus, Tab Faunus, Tab. Faunus. pag. ead. Tab. XL. Faunus, et Satyrus, Tab. Silenus, Tab. Silenus. Tab. Silenus, pag.' ead. Tab.. Diana, Tab. XLV. Diana, Tab. XLVI. Diana, Tab. Flora, Tab. XLVIII. Pomona, Tab. Pomona, Tab. L. Pomona, pag. ead. Tab. Nais. CLASSIS IV. Quae continet DEOS INDIGETES. Tab. Hercules, Tab. L111. Hercules, Tab-LIV. Hercules, Tab Bellerophon, Tab. Aefculapius» Tab. LVII. Aefculapius. Tab. Hygia, Tab.LIX.Hygia, Tab. LX. Amazon. CLASSIS V. Quae continet VIRTUTES DEAS. Tab. LXI. Pudicitia. Tab. LXII. Pudicitia, Tab. LX III. Fortuna, Tab. Fortuna, Tab. Abundantia. CLASSIS Quae continet DEORUM SACERDOTES ET MINISTROS. Tab. Camilluspuer. Tab. Bacchans. Tab. Bacchans. Tab. Bacchans. Tab. LXX. Bacchans. Tab.   Tab. Sacerdos Cereris facrificans. CLASSIS Quae continet LXIII Tab.XCIII. L. Aurelius Commodus. Tab. M. Aur. BaRianus Antoninus Caracalla. Tab.XCV.P.LiciniusGallienus, CONSULES. CLASSISIX. Quae continet Tab. L. lanius Brutus, Tab. ConfuI. CLASSIS VIII. Quae continet IMPERATORES ETAUGUSTAS. REGES BARBAROS. Tab. Mida Rex Phrygiae, Tab. XCVII. Ptolemaeus Rex Aegypti.. Tab.  C. Julius Caefar. Tab. C. Iulins Caefar. Tab. Octavianus AuguRus. Tab Octavianus AuguRus. TabLOctavianusAuguRus•. Tab.CGladiator, Tab . Livia. Tab. LXXX. Caius Caligula, Tab. Tiberius Claudius, Tab. Claudius Domitius Nero. TabL Claudius Domitius Nero. Tab. LXXXIV. Flavius Domitianus. Tab. Nerva Traianus Ulpius. p.ead. Tab Marciana AuguRa. Tab. Sabina AuguRa.. Tab. Antinous, Tab. Antoninus Pius. Tab. M. Aurelius Antoninus. Tab. XCI. Annia FauRina Tab. Aurelius Commodus. Tab. CI. Gladiator, Tab. CII Femina velata cum puero. p. ead. Tab. CIII. Femina Rolata. CLASSIS XI. Qitae continet STATUAS IACENTES. Tab. CIV. Fig.  Silenus, Tab. ead. Fig. Flumen. Tab. Fig. Sc 11. Amores quiefeentes. Tab.CVI.Fig.i., 11., et m. Somni, et Mortis Genii, ERRATA CORRIGE. pag.xxxii.referre. TAB. Florentia. ibid. SebaRianus Blanchius. Franc. Ant. Gorium.. not. 2. cap. 102. Tubere. coi. 1. quos Etrufcis in manibus funt. ibid. Enomao • ibid. coi. 2. onorabant. PALLIATA. referri. TAB.  Florentiae. Iofephus Blanchius. Ant. Franc. Gorium. ferre. Tibure. qui Etrufcis in manibus funt, Oenomao. honorabant. STOLATA. Curatore: Fragmenta vestigiis veteris Romae --ADONEA. Adonidis mmen apud Ouidiutn. AEDIS HERCVLIS MVSARVM AEDIS. lOVIS InporticihusOBauU. Injiaurau ah Hadriano * AEDIS. IVNONIS. In porticihus OBauU* Aedes Palladis inforo T^erua* AEDES-OPIS 62 Aedes Telluris in forel^erud* 'vide Templum* Aedium Paiamatummagnifcentia • Aedes Romanomm nohilium, Aid infacris Aedihus* f Atnhulatio circa celUih^ 6.Aedium AMPHITHEATRVM AnemoneflosapudGuidium, ' Apollo Sandalarius AQVEDVCTIVM. AquaduBus Ajud Claudia i AquaduBus Aqua Mania reflimti a Tratano 3 9,ah Alexandro Seuero, ArcusfeulanusadPorticumOBauia• Arcus Germanico»& Drufo • AREA.APOLLINIS cumara. area. VALERIANA CVS.MAXIMVS AREA. MERCVRII cumara« AREA. POLL VCIS Traiani.CauediuminAedihus  Area cumar4in Quirinali«  Alexander Seuerusinfatirauit  AqueduBus Aqua Martia* 40 4^ 9.io Armamentaria.Ij. s> AniariumDomitiorum• ihid* Atrium in Aedihus.  ATRIVM. LIBERtATIS. s 1SJ AulaAdonidis• ihtd. AulaRegiainTheatro. BALINEVM. AMPELIDIS. BALNWM. CAESARIS. BALNEVM. SVRAE* 31 Balnea. coTiNi. B ^ < 23 57 balneaadJolemexpofta0 J BalneaVirorum,acMulierum• ihid* 77 BASILICA. AEMILI. 27 48 Basilica.LiGiNii. }9 15 tT BASILICA. VVLPIA.  IZ c Capitolium.   CASTRA. MISENATIVM;  H 10 CaftraPeregrina, 1$  CaflellumAquaManiacumtrofh*tii  \ Ciceronislocusillufratus• AREA.RADICARIA. 4S\fIRCVS.FLAMINIVS 7t ^7 Cir^   Circi CISTER.NAE. Cijierthe TUiand CLIVVr.yTcTORIAE Clajfiarij dimijji honejia mijjtone ac ciuitate donati • ihid* 7 i ihid» 19 1 5 j S7 5 HORREA: CANDELARIA. 40 HORREA. LOLLIANA 4 Horrea puhlica > priuata ad uarm vfus• 6 HORTI. CELONIAE. FABIAE 44 Horti Gallieni, HORTI. PALLANTIANI 40 ^• I Columnatio in Uterihmfionte &fo(lico Column<&contraantas i O5 j DOMVS. CORNIFICIA Cornuafcena CVRIA.IVLIA D DELVBRVM. I^INERBA E, Capu 6j INTELLVRE 57 In Tellure locus extra Templutn Dicta Domitiani. Liciniana Baflica. Lollianiful Seuero. Lollianustyui, tP*GentianusConful  Dipteros columnatio duplex^ DOMVS. CILONIS Domus (lelU Confulis Domus interior 5 Domus Romanorumnohilium. "T. E 4S ^cclefiafmB<e MarU Ae^yptiaca oUmTemplumfortune njirilis.MarUinPorticuolimlunonis T^icolai olim louis MACELLVM;  24.S,StephaniadTiherimolimMatuu &4 Macellum l^leronis • MAVSOLEVM. AVGVSTI MONVMENTA. MARIANA Muri Vrhis inflauratl al Arcadia CST* Honorio. NAVALEM Piummus Alexandri Seueri cum Cajiello Aft<e MartU* T^ummus T^eronis, O ilidl 85 39 Euripus in Circo Ealius Clio, eiufijue muniafu l Seuero fapi^ium in porticilus. Eons Lolltanus. Gallieni Ba(tlica,& Horti in Effuilijs GRAECOSTASIS. Gyn<eceum • n HECATONSTYLVM.33. Hecatonftylum in Hojlilium feu \^uriamffojliliam corrupts 8 1 j G 10 6 i r MVTATORIVM. 47 IJ Orilejlra in Teatro» ^In Amphitheatro, Palatium Licinianum • Perypteros  5 S7 LAVACRVM.AGRIPPINAE Telluris cumBaJfo. LVDVS.MAGNVS M  Marci Aprippto magnificentia 6 Per^   ^erijlylia duplicia in JeMus TiBura amiqua infants • Vimcothem. Pifcim* Pltn^ locus illufiratus. Porta Trigemtm ante Claudiufn i P O M g VS. AEMILIA. 5* t 6 6i ^3 9 fundator Jmperij cognominatus Ichnographiam Vt hisin iemplo PL ch muli iocauit ihidi et I,  ibid. iozj Porticus Metelli cum duabus Jedtbus io PORTICVS OCTAVIAE. Et HE9.10 Porttcus pBdu U i Ionicaeiufque ornamentA Porticus Pompeii flecatonjlylon i Porticus nohiles atiobilibuspi Burii SVBVRA SVMI GHORAGII 35 9 5 10 S 70 1cogmminau Porticus simplex Pronaon Pseudodijneros. R templvm. c6 ncori5ia^  Fortun vrilis  Matuu. ibid. REGlA Romuli templum injtauratum a Stipt SiUtro i Rom ejligiumfeu knographia Scena Theatrii Septa Agrippina SEPTAa VLlA SEPTA TRIGABJA Septorum reliquU inVialata t Sepulcrurn DOmitiorUm. Sepvikrurrt GNi DOMITII w 45 CALVIN! 61 Sepukfum PhitomeUfeu Lufcini* SEVERI. ET. ANTONINL AVG. )Sf.N. 19 SeptitHiusSeuerUsKejiitutorVrUs et Rom*. i.2«i9 VlA.jTOVA 70 ibid* S 3 (jillknii  !Septi:^onium. -v.. StdtUa Apollinis in Vaiicdno. Statu in nieflibulo*fact adium Staiud celkires in Thottnis. Staiudt tV piBur* tfoffe adArcum SERAPAEVM Stattia Apollinis Sandalarij » Vide tab. X V U T raiani. Fheatrum Bilbii THEATRVM MARCELLI THEAfRVM POMPEH Theatri Pompeij reliqitU ad Cdmputn Flord in*dibulV rftiotumi Thernid (iatuis exornatd. T hermd hyemdles i Troph*a Ttdiani iiulgo ar in in Capitolio i Traianus inflaurauti AqudduBus Aqu Marti. Veflibula Regalia. Vefligiumfeu Ichnographia Vrbis J 5 VICVS SANDALARIVS. Nome compiuto: Ioannis Cristophori Amadutii. Giovanni Cristofano Amaduzzi. Amaduzzi. Keywords: Filopatridi, i filopatridi.  Alfabeto etrusco, alphabetum etruscorum, alphabetum veterum etruscorum, grandonico-malabaricum sive samscrudonicum. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Amaduzzi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amafinio: la ragione conversazionale all’orto a Roma – filosofia Italiano – Luigi Speranza.  (Roma) filosofo italiano. RomaVive probabilmente negli stessi anni di CICERONE, che lo cita in coppia con un certo Catio. Dove, dunque, aver operato a Roma a partire da quando CICERONE inizia ad occuparsi dell'ORTO come un “trend” della cultura romana. A. e uno dei primi romani a redigere un'opera in latino per far conoscere e diffondere la filosofia e in particolare la fisica – dell’orto.  Benché la sua opera avesse avuto successo, CICERONE la giudica il lavoro insufficiente soprattutto per quanto riguarda lo stile ma non solo. Opere rappresentative di questa filosofia, in latino si può dire non ne esistano. O, se mai, sono assai poche. Ciò è dovuto alla difficoltà della materia e al fatto che i nostri connazionali sono presi da ben altri problemi, e ritenevano inoltre che quelle non sono cose da piacere a gente senza istruzione come sono loro. Mentre essi taceno, venne fuori A.. Quando usceno i suoi saggi la gente ne rimane impressionata, e accorda notevolissimo favore alla dottrina di cui egli era rappresentante, per la facilità con cui si capiva, per l’attrazione esercitata dalle seducenti lusinghe del piacere, e anche perché, dal momento che non le e offerto nulla di meglio, prende quello che c’e. Ma quando i loro stessi autori ammettono apertamente di non saper scrivere né con chiarezza, né con ordine, né con gusto, né con eleganza, io rinuncio senza rammarico a una lettura così poco attraente. Tanto, le teorie della loro scuola le sanno già tutti quelli che abbiano un minimo di cultura. Così, visto che poi non si preoccupano nemmeno loro del modo in cui scrivono, non vedo perché gli altri debbano andare a leggerli: che si leggano tra di loro, con quelli che la pensano in quel modo. Noi invece siamo dei parere che, qualunque cosa si scriva, si debba scrivere per il pubblico colto: e se non riusciamo a mantenerci sul piano adeguato, non dobbiamo per questo dimenticarcene. Ad Familiares. Howe, A., LUCREZIO and CICERONE, in "Journal of Philology", Enciclopedia Italiana Treccani. Cicerone, Academica. Cicerone, Tusculanae Disputationes. Cicerone, Tusculanae disputationes. Klebs, Amafinius, in RE. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, A., su Enciclopedia Britannica, VDM Epicureismo Antica Roma   Biografie    Ellenismo   Filosofia Categorie: Filosofi romani Filosofi Filosofi Romani Romani Epicurei [altre] A Gardener. He was criticised by CICERONE for his poor understanding of the teachings of the First Gardener, thought, his inadequate literary style, and for devoting his attention to relatively uneducated people. At least in part this is because A. chooses to teach and write about the philosophy of L’ORTO in Latin, enabling him to reach a wider but often less sophisticated audience. The extent to which he genuinely misrepresents L’ORTO is impossible to tell as no texts survive, but he does seem to have helped to make the ideas of the school better known and appreciated. Nome compiuto: Gaio Amafinio. Amafinio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Amafinio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Ambrogio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di SEBASTIANE – la scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like the Italian philosopher, Ambrogio – he was born, of course, in Germany! And he never wrote in Italian! But the fact that he got all his inspiration not so much from God but from Cicerone’s Liber II De Officiis, makes him an ineludible step in Lit. Hum. at Oxford!” -- Grice: I prefer the spelling “Ambrogio,” or if not “Aurelio Ambrosius”To call him Ambrosisus is like calling me Gree.” Grice: “Not to be confused with Ambrose and his orchestrasweet!”on altruism. known as Ambrose of Milan. Roman church leader and theologian. While bishop of Milan, he not only led the struggle against the Arian heresy and its political manifestations, but offered new models for preaching, for Scriptural exegesis, and for hymnody. His works also contributed to medieval Latin philosophy. Ambrose’s appropriation of Neoplatonic doctrines was noteworthy in itself, and it worked powerfully on and through Augustine. Ambrose’s commentary on the account of creation in Genesis, his Hexaemeron, preserved for medieval readers many pieces of ancient natural history and even some elements of physical explanation. Perhaps most importantly, Ambrose engaged ancient philosophical ethics in the search for moral lessons that marks his exegesis of Scripture; he also reworked Cicero’s De officiis as a treatise on the virtues and duties of Christian living. ambrogio: Sant'Ambrogio  Nota disambigua.svg DisambiguazioneSe stai cercando altri significati, vedi Sant'Ambrogio Disambiguazione Ambrogio da Milano" rimanda qui. Se stai cercando lo scultore e architetto italiano, vedi Ambrogio Barocci. Sant'Ambrogio di Milano Ambrose Of MilanMosaico di Sant'Ambrogio di Milano nel sacello di San Vittore annesso alla Basilica del Santo, probabile ritratto del vescovo.   Vescovo e Dottore della Chiesa    Nascita Augusta Treverorum (Treviri), MorteMilano, Venerato daTutte le Chiese che ammettono il culto dei santi Santuario principaleBasilica di Sant'Ambrogio, Milano Ricorrenza4 aprile (vetero-cattolici) 7 dicembre (cattolici) 7 dicembre (ortodossi) Attributiapi, scudscio, bastone pastorale e gabbiano Patrono diMilano, Alassio, prefetti, Lombardia, Rozzano, Monserrato, Buccheri, Cerami, Vigevano, Castel del Rio, Sant'Ambrogio di Torino, vescovi, Omegna, Carate Brianza, Caslino d’Erba Manuale Aurelio Ambrogio vescovo della Chiesa cattolica AmbroseGiuLungaraTemplate-Bishop.svg   Incarichi ricopertiVescovo di Milano   Natoincerto 339-340 a Treviri Ordinato presbitero? Consacrato vescovo Deceduto a Milano   Manuale Aurelio Ambrogio (in latino: Aurelius Ambrosius), meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Augusta Treverorum, incerto Milano) funzionario, vescovo, teologo e santo romano, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che prevedono il culto dei santi; in particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi dottori della Chiesa d'Occidente, insieme a san Girolamo, sant'Agostino e san Gregorio I papa.  Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, per il luogo di nascita, o più comunemente come Ambrogio di Milano, la città di cui assieme a san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono e della quale fu vescovo fino alla morte, nella quale è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le spoglie.   Incarichi pubblici e nomina a vescovo di Milano, Altare di Sant'Ambrogio, 824-859 ca., Ambrogio ordinato vescovo Aurelio Ambrogio nacque ad Augusta Treverorum (l'odierna Treviri, nella Renania-Palatinato, in Germania), nella Gallia Belgica, dove il padre esercitava la carica di prefetto del pretorio delle Gallie da un'illustre famiglia romana di rango senatoriale, la gens Aurelia, cui la famiglia materna apparteneva inoltre al ramo dei Simmaci (era dunque un cugino dell'oratore Quinto Aurelio Simmaco).  La famiglia di Ambrogio risultava convertita al cristianesimo già da alcune generazioni (egli stesso soleva citare con orgoglio la sua parente Santa Sotere, martire cristiana che «ai consolati e alle prefetture dei parenti preferì la fede») e stesso una sua sorella ed un suo fratello, Marcellina (consacratasi a Dio nelle mani di papa Liberio) e Satiro di Milano, vennero poi venerati come santi.  Destinato alla carriera amministrativa sulle orme del padre, dopo la sua prematura morte frequentò le migliori scuole di Roma, dove compì i tradizionali studi del trivium e del quadrivium (imparò il greco e studiò diritto, letteratura e retorica), partecipando poi attivamente alla vita pubblica dell'Urbe.  Incarichi pubblici e nomina a vescovo di Milano Dopo cinque anni di avvocatura esercitati presso Sirmio  (l'odierna Sremska Mitrovica, in Serbia), nella Pannonia Inferiore, nel 370 fu incaricato quale governatore dell'Italia Annonaria per la provincia romana Aemilia et Liguria, con sede a Milano, dove divenne una figura di rilievo nella corte dell'imperatore Valentiniano I. La sua abilità di funzionario nel dirimere pacificamente i forti contrasti tra ariani e cattolici gli valse un largo apprezzamento da parte delle due fazioni.  Nel 374, alla morte del vescovo ariano Aussenzio di Milano, il delicato equilibrio tra le due fazioni sembrò precipitare. Il biografo Paolino racconta che Ambrogio, preoccupato di sedare il popolo in rivolta per la designazione del nuovo vescovo, si recò in chiesa, dove all'improvviso si sarebbe sentita la voce di un bambino urlare «Ambrogio vescovo!», a cui si unì quella unanime della folla radunata nella chiesa. I milanesi volevano un cattolico come nuovo vescovo. Ambrogio però rifiutò decisamente l'incarico, sentendosi impreparato: come era in uso presso alcune famiglie cristiane all'epoca, egli non aveva ancora ricevuto il battesimo, né aveva affrontato studi di teologia.  Paolino racconta che, al fine di dissuadere il popolo di Milano dal farlo nominare vescovo, Ambrogio provò anche a macchiare la buona fama che lo circondava, ordinando la tortura di alcuni imputati e invitando in casa sua alcune prostitute; ma, dal momento che il popolo non recedeva nella sua scelta, egli tentò addirittura la fuga. Quando venne ritrovato, il popolo decise di risolvere la questione appellandosi all'autorità dell'imperatore Flavio Valentiniano, cui Ambrogio era alle dipendenze. Fu allora che accettò l'incarico, considerando che fosse questa la volontà di Dio nei suoi confronti, e decise di farsi battezzare: nel giro di sette giorni ricevette il battesimo nel battistero di Santo Stefano alle Fonti a Milano e venne ordinato vescovo. Riferendosi alla sua elezione, egli scriverà poco prima della morte:  «Quale resistenza opposi per non essere ordinato! Alla fine, poiché ero costretto, chiesi almeno che l'ordinazione fosse ritardata. Ma non valse sollevare eccezioni, prevalse la violenza fattami.»  Nonostante, come scrisse più tardi, si sentisse «rapito a forza dai tribunali e dalle insegne dell'amministrazione al sacerdozio», dopo la nomina a vescovo, Ambrogio prese molto sul serio il suo incarico e si dedicò ad approfonditi studi biblici e teologici.  Episcopato  Ambrogio con le insegne episcopali Gli impegni pastorali Quando divenne vescovo (nel 374), adottò uno stile di vita ascetico, elargì i suoi beni ai poveri, donando i suoi possedimenti terrieri (eccetto il necessario per la sorella Marcellina).  Uomo di grande carità, tenne la sua porta sempre aperta, prodigandosi senza tregua per il bene dei cittadini affidati alle sue cure. Ad esempio, Sant'Ambrogio non esitò a spezzare i Vasi Sacri e ad usare il ricavo dalla vendita per il riscatto di prigionieri. Di fronte alle critiche mosse dagli ariani per il suo gesto, egli rispose che «è molto meglio per il Signore salvare delle anime che dell'oro. Egli infatti mandò gli apostoli senza oro e senza oro fondò le Chiese. [...] I sacramenti non richiedono oro, né acquisisce valore per via dell'oro ciò che non si compra con l'oro» (De officiis)  La sua sapienza nella predicazione e il suo prestigio furono determinanti per la conversione al cristianesimo di Sant'Agostino, di fede manichea, che era venuto a Milano per insegnare retorica.  Ambrogio fece costruire varie basiliche, di cui quattro ai lati della città, quasi a formare un quadrato protettivo, probabilmente pensando alla forma di una croce. Esse corrispondono alle attuali basilica di San Nazaro (sul decumano, presso la Porta Romana, allora era la Basilica Apostolorum), alla basilica di San Simpliciano, detta Basilica Virginum, ossia basilica delle vergini (sulla parte opposta), alla basilica di Sant'Ambrogio (collocata a sud-ovest, era chiamata originariamente Basilica Martyrum in quanto ospitava i corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio rinvenuti da Ambrogio stesso; accoglie oggi le spoglie del santo) e alla basilica di San Dionigi (Basilica Prophetarum).  Il ritrovamento dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio è narrato dallo stesso Ambrogio, che ne attribuisce il merito ad un presagio, per il quale egli fece scavare la terra davanti ai cancelli della basilica (oggi distrutta) dei santi Nabore e Felice. Al ritrovamento dei corpi seguì la loro traslazione (secondo un rito importato dalla Chiesa orientale) nella Basilica Martyrum; durante la traslazione, si racconta (è lo stesso Ambrogio a riportarlo) che un cieco di nome Severoriacquistò la vista. Il ritrovamento del corpo dei martiri da parte del vescovo di Milano diede grande contributo alla causa dei cattolici nei confronti degli ariani, che costituivano a Milano un gruppo nutrito e attivo, e negavano la validità dell'operato di Ambrogio, di fede cattolica.  Ambrogio fu autore di diversi inni per la preghiera, compiendo fondamentali riforme nel culto e nel canto sacro, che per primo introdusse nella liturgia cristiana, e ancor oggi a Milano vi è una scuola che tramanda nei millenni questo antico canto.  Politica ecclesiastica L'importanza della sede occupata da Ambrogio, teatro di numerosi contrasti religiosi e politici, e la sua personale attitudine di uomo politico lo portarono a svolgere una forte attività di politica ecclesiastica. Egli scrisse infatti opere di morale e teologia in cui combatté a fondo gli errori dottrinali del suo tempo; fu inoltre sostenitore del primato d'onore del vescovo di Roma, contro altri vescovi (tra i quali Palladio) che lo ritenevano pari a loro.  Si mostrò in prima linea nella lotta all'arianesimo, che aveva trovato numerosi seguaci a Milano e nella corte imperiale. Si scontrò per questo motivo con l'imperatrice Giustina, di fede ariana e probabilmente influì sulla politica religiosa dell'imperatore Graziano che, nel 380, inasprì le sanzioni per gli eretici e, con l'editto di Tessalonica, dichiarò il cristianesimo religione di Stato. Il momento di massima tensione si ebbe nel 385-386 quando, dopo la morte di Graziano, gli ariani chiesero insistentemente con l'appoggio della corte imperiale una basilica per praticare il loro culto. L'opposizione di Ambrogio fu energica tanto che rimase famoso l'episodio in cui, assieme ai fedeli cattolici, "occupò" la basilica destinata agli ariani finché l'altra parte fu costretta a cedere. Fu in questa occasione, si racconta, che Ambrogio introdusse l'usanza del canto antifonale e della preghiera cantata in forma di inno, con lo scopo di non fare addormentare i fedeli che occupavano la basilica. Fu inoltre determinante per la vittoria di Ambrogio nella controversia con gli ariani il ritrovamento dei corpi dei santi Gervasio e Protaso, che avvenne proprio nel 386 sotto la guida del vescovo di Milano, il quale guadagnò in questo modo il consenso di gran parte dei fedeli della città.  Fu infine forte avversario del paganesimo "ufficiale" romano, che dimostrava in quegli anni gli ultimi segni di vitalità; per questo motivo si scontrò con il suo stesso cugino, il senatore Quinto Aurelio Simmaco, che chiedeva il ripristino dell'altare e della statua della dea Vittoria rimossi dalla Curia romana, sede del Senato, in seguito a un editto di Graziano. Rapporti con la corte imperiale  Sant'Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore, nel dipinto di Van Dyck. Molto probabilmente questo episodio non avvenne mai: A. preferì non arrivare allo scontro pubblico con l'imperatore, ma lo redarguì in privato. Il potere politico e quello religioso al tempo erano strettamente legati: in particolare l'imperatore, a cominciare daCostantino, possedeva una certa autorità all'interno della Chiesa, nella quale il primato petrino non era pienamente assodato e riconosciuto. A questo si aggiunsero la posizione di Ambrogio, vescovo della città di residenza della corte imperiale, e la sua precedente carriera come avvocato, amministratore e politico, che lo portarono più volte a intervenire incisivamente nelle vicende politiche, ad avere stretti rapporti con gli ambienti della corte e dell'aristocrazia romana, e talvolta a ricoprire specifici incarichi diplomatici per conto degli imperatori.  In particolare, nonostante il convinto lealismo verso l'impero Romano e l'influenza nella vita politica dell'impero, i suoi rapporti con le istituzioni non furono sempre pacifici, soprattutto quando si trattò di difendere la causa della Chiesa e dell'ortodossia religiosa. Gli storici bizantini gli accreditarono questo atteggiamento come parrhesia (παρρησία), schiettezza e verità di fronte ai potenti e al potere politico, che traspare a partire dal suo rapporto epistolare con l'imperatore Teodosio.  Essendo Ambrogio precettore dell'imperatore Graziano, lo educò secondo i principi del Cristianesimo. Egli predicava all'imperatore di rendere grazie a Dio per le vittorie dell'esercito e lo appoggiò nella disputa contro il senatore Simmaco, che chiedeva il ripristino dell'altare alla dea Vittoria fatto rimuovere dalla Curia romana  Chiese poi a Graziano di indire il concilio di Aquileia per condannare due vescovi eretici, secondo i dettami dei vari concili ecumenici ed anche secondo l'opinione del Papa e dei vescovi ortodossi. In questo concilio Ambrogio si pronunciò contro l'arianesimo.  Ambrogio influì anche sulla politica religiosa di Teodosio I. Nel 388, dopo che un gruppo di cristiani aveva incendiato la sinagoga della città di Callinico, l'imperatore decise di punire i responsabili e di obbligare il vescovo, accusato di aver istigato i distruttori, a ricostruire il tempio a suo spese. Ambrogio, informato della vicenda, si scagliò contro questo provvedimento, minacciando di sospendere l'attività religiosa, tanto da indurre l'imperatore a revocare le misure. Critica aspramente l'imperatore, che aveva ordinato un massacro tra la popolazione di Tessalonica, rea di aver linciato il capo del presidio romano della città: in tre ore di carneficina erano state assassinate migliaia di persone, attirate nell'arena con il pretesto di una corsa di cavalli. Ambrogio, venuto a conoscenza dell'accaduto, evitò diplomaticamente una contrapposizione aperta con il potere imperiale (con il pretesto di una malattia evitò l'incontro pubblico con Teodosio) ma, per via epistolare, chiese in modo riservato ma deciso una «penitenza pubblica» all'imperatore, che si era macchiato di un grave delitto pur dichiarandosi cristiano, pena il rifiuto di celebrare i sacri riti in sua presenza («Non oso offrire il sacrificio, se tu vorrai assistervi», Lettera 11). Teodosio ammise pubblicamente l'eccesso e nella notte Natale di quell'anno, venne riammesso ai sacramenti.  Dopo questo episodio la politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente:  furono emanati una serie di decreti (noti come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto, compresa l'adorazione delle statue; furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si riconvertissero nuovamente al paganesimo e nel decreto emanato da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di lesa maestà, punibile con la condanna a morte.  Nel 393 Milano fu coinvolta nella lotta per il potere tra l'imperatore Teodosio I e l'usurpatore Flavio Eugenio. In aprile Eugenio varcò le Alpi e puntò alla conquista della città, in quanto capitale d'Occidente. Ambrogio partì e andò ritirarsi a Bologna. Durante un soggiorno temporaneo a Faenza scrisse una lettera ad Eugenio. Poi accettò l'invito della comunità di Firenze, ove rimase per circa un anno. La guerra per il controllo dell'impero fu vinta da Teodosio. Nell'autunno del 394 Ambrogio fece ritorno a Milano.  Alla sua morte, per sua stessa volontà, fu sepolto all'interno della basilica che tuttora porta il suo nome, fra le spogli dei martiri Gervasio e Protasio. Le sue spoglie, rinvenute sotto l'altare nel, furono trasferite in un'urna di argento e cristallo posta nella cripta della basilica.  Pensiero e opere  Rilievo gotico raffigurante Ambrogio. Tra gli attributi del santo c'è il miele, simbolo della dolcezza delle prediche e degli scritti Fortemente legata all'attività pastorale di Ambrogio fu la sua produzione letteraria, spesso semplice frutto di una raccolta e di una rielaborazione delle sue omelie e che quindi mantengono un tono simile al parlato.  Per il suo stile dolce e misurato del suo parlato e della sua prosa, Ambrogio venne definito «dolce come il miele» e tra i suoi attributi compare perciò un alveare.  Esegesi Oltre la metà dei suoi scritti è dedicata all'esegesi biblica, che egli affronta seguendo un'interpretazione prevalentemente allegorica e morale del testo sacro (in particolare per quanto riguarda l'Antico Testamento): ad esempio, ama ricercare nei patriarchi e nei personaggi biblici in generale figure di Cristo o esempi di virtù morali. Fu proprio questo metodo di lettura della Bibbia ad affascinare Sant'Agostino e a risultare determinante per la sua conversione (come egli scrisse nelle Confessioni V, 14, 24).  Secondo Gérard Nauroy, «per Ambrogio l'esegesi è un modo fondamentale di pensare piuttosto che un metodo o un genere: [...] ormai egli "parla la Bibbia", non più con la giustapposizione di citazioni dagli stili più diversi, ma in un discorso sintetico, eminentemente allusivo, "misterico" come la Parola stessa». Per Ambrogio la lettura e l'approfondimento della conoscenza biblica costituiscono un elemento fondamentale della vita cristiana: Bevi dunque tutt'e due i calici, dell'Antico e del Nuovo Testamento, perché in entrambi bevi Cristo. La Scrittura divina si beve, la Scrittura divina si divora, quando il succo della parola eterna discende nelle vene della mente e nelle energie dell'anima»  (Ambrogio, Commento al Salmo) Tra le opere esegetiche spiccano l'esauriente commento al Vangelo di Luca (Expositio evangelii secundum Lucam) e l'Exameron (dal greco "sei giorni"). Quest'ultima opera, ispirata ampiamente all'omonimo Exameron di Basilio di Cesarea, raccoglie, in sei libri, nove omelie riguardanti i primi capitoli della Genesi dalla creazione del cielo fino alla creazione dell'uomo. Anche in questo caso, il racconto della creazione è occasione di evidenziare insegnamenti morali desunti dalla natura e dal comportamento degli animali e dalle proprietà delle piante; in questo senso l'uomo appare ad Ambrogio necessariamente legato con tutto il creato dal punto di vista non solo biologico e fisico, ma anche morale e spirituale.  Morale e ascetismo Un altro gruppo significativo consiste nelle opere di argomento morale o ascetico, tra le quali risalta il De officiis ministrorum (talvolta abbreviato in De officiis), un trattato sulla vita cristiana rivolto in particolare al clero ma destinato a tutti i fedeli. L'opera ricalca l'omonimo scritto di Cicerone, che si proponeva come manuale di etica pratica indirizzato al figlio (cui è dedicato) rivolto soprattutto a questioni politico-sociali. Ambrogio riprende il titolo (indirizzando l'opera ai suoi "figli" in senso spirituale, cioè il clero e il popolo di Milano), la struttura (il libro è ripartito in tre libri, dedicati all'honestum, all'utile e al loro contrasto risolto nell'identificazione tra i due) e alcuni elementi contenutistici (tra i quali i principi della morale stoica, come il dominio della razionalità, l'indipendenza dai piaceri e dalla vanità delle cose, la virtù come sommo bene). Questi elementi sono rivisti con originalità in chiave cristiana: agli exempla tratti dalla storia e dalla mitologia classica, Ambrogio sostituisce ad esempio storie ed esempi tratti dalla Bibbia. In generale, è lo stesso orientamento del testo a non essere più etico-filosofico ma prevalentemente religioso e spirituale, come egli spiega fin dall'inizio: «Noi valutiamo il dovere secondo un principio diverso da quello dei filosofi. Essi considerano beni quelli di questa vita, noi addirittura danni» (De officiis). Allo stesso modo, le virtù tradizionali vengono rilette cristianamente e accettate alla luce del Vangelo: la fides (lealtà) diventa la fede in Cristo, la prudenza include la devozione verso Dio, esempi di fortezza divengono i martiri. Alle virtù classiche si aggiungono le virtù cristiane: la carità (che già esisteva nel mondo latino, ora assume un significato più interiore e spirituale), l'umiltà, l'attenzione verso i poveri, gli schiavi, le donne.  Altre cinque opere sono dedicate alla verginità, specialmente quella femminile (De virginibus, De viduis, De virginitate, De institutione virginis e Exhortatio virginitatis). Ambrogio esalta la verginità come massimo ideale di vita cristiana, sulla scia della tradizione cristiana da San Paolo («colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio», 1 Cor 7,38) fino al contemporaneo Girolamo, senza tuttavia negare la validità della vita matrimoniale. La scelta della verginità è ritenuta l'unica vera scelta di emancipazione per la donna dalla vita coniugale, in cui si trova subordinata. Critica aspramente in questo senso il fatto che il matrimonio costituisca solo un contratto economico e sociale, che non lascia spazio alla scelta degli sposi e in particolare della donna: «Davvero degna di compianto è la condizione che impone alla donna, per sposarsi, di essere messa all'asta come una sorta di schiavo da vendere, perché la compri chi offre il prezzo più alto» (De virginibus). Per questo Ambrogio incoraggia i genitori ad accettare la scelta di verginità dei figli e i figli a resistere alle difficoltà imposte dalla famiglia («Se vinci la famiglia, vinci anche il mondo», De virginibus).  Società e politica  Ambrogio assolve Teodosio dopo l'episodio di Tessalonica Nel confronto con la società e gli ideali del mondo latino, Ambrogio accolse i valori civili della romanità con l'intento di dare ad essi nuovo significato all'interno della religione cristiana. Nel suo Esamerone esalta l'istituzione repubblicana (di cui l'antica repubblica romana era secondo lui un ammirevole esempio) prendendo spunto dalla spontanea organizzazione delle gru, che si dividono il lavoro avvicendandosi nei turni di guardia:  «Che c'è di più bello del fatto che la fatica e l'onore comuni a tutti e il potere non sia preteso da pochi, ma passi dall'uno all'altro senza eccezioni come per una libera decisione? Questo è l'esercizio di un ufficio proprio di un'antica repubblica, quale conviene in uno stato libero.»  (Esamerone) Nella visione di Ambrogio inoltre potere e dell'autorità, intesi come servizio («Libertà è anche il servire», Lettera 7), dovevano essere sottomessi alle leggi di Dio. Prendendo ispirazione dal racconto della corona imperiale e del morso di cavallo realizzati, secondo la tradizione, da Costantino con i chiodi della croce di Gesù, nel discorso funebre di Teodosio egli elogiò la sottomissione dell'imperatore a Cristo, dimostrata in primis dall'episodio di Tessalonica:  «Per quale motivo [ebbero] "una cosa santa sul morso" se non perché frenasse l'arroganza degli imperatori, reprimesse la dissolutezza dei tiranni che, come cavalli, nitrivano smaniosi di piaceri, perché potevano impunemente commettere adulteri? Quali turpitudini conosciamo dei Neroni e dei Caligola e di tutti gli altri che non ebbero "una cosa santa sul morso"!»  (In morte di Teodosio, 50) Di fronte al dispotismo e alla dissolutezza che avevano caratterizzato il comportamento di non pochi imperatori romani, Ambrog io vide nel cristianesimo una possibilità per "redimere" il potere imperiale e renderlo giusto e clemente. Nella sua idea, infatti, il cristianesimo avrebbe dovuto sostituire il paganesimo nella società romana senza per questo negare e distruggere le istituzione imperiali («Voi [pagani] chiedete pace per le vostre divinità agli imperatori, noi per gli stessi imperatori chiediamo pace a Cristo», Lettera 73 a Valentiniano II), ma anzi dando ai valori romani la nuova linfa offerta dalla morale cristiana.  A. richiamò infine la società romana nella quale era sempre più accentuato il divario tra ricchi e poveri; alla sperequazione economica, Ambrogio contrapponeva infatti la morale del Vangelo e della tradizione biblica. Così egli scrive nel Naboth:  «La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, o ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? Tu ricco non dai del tuo al povero [quando fai la carità], ma gli rendi il suo; infatti la proprietà comune, che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi.»  (Naboth) Antigiudaismo Magnifying glass icon mgx2.svg Antisemitismo § Antigiudaismo teologico. Per Ambrogio era fondamentale la storia di Israele come popolo eletto: da qui la grande presenza dell'Antico Testamento nel rito ambrosiano, le numerosissime sue opere di commento agli episodi della storia ebraica, la conservazione della sacralità del sabato, ecc. Tuttavia, come era comune nel cristianesimo dei primi secoli, forte era anche la volontà di mostrare l'originalità cristiana rispetto alla tradizione giudaica (che non aveva riconosciuto Gesù come Messia) e di affermare l'indipendenza e le prerogative della Chiesa nascente.  Ad esempio, nell'Expositio Evangelii secundum Lucam, commentando un passo del vangelo di Luca in cui un uomo invaso dallo spirito di un demonio impuro, grida: «Ah! Che c'è fra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto per rovinarci? So chi tu sei: il Santo di Dio», A. critica aspramente l'incredulità della gente circostante:  «Chi è colui che aveva nella sinagoga spirito immondo di demonio, se non la folla dei giudei che, come stretta da spire serpentine e legata dai lacci del diavolo, simulata la purità del corpo, profanava con le immondezze della mente interiore? Ebbene: era nella sinagoga l'uomo che aveva lo spirito immondo; perché lo Spirito Santo lo aveva ammesso. Era entrato infatti il diavolo dal luogo da cui Cristo era uscito. Insieme, si mostra la natura del diavolo non come ostinata, ma come opera ingiusta. Infatti quello che attraverso una natura superiore professa il Signore, con le opere lo nega. E in questo appare la sua malvagità [del demonio] e l'ostinazione dei giudei, poiché così [il demonio] spandé tra la folla la cecità della mente furiosa; affinché la gente neghi, colui che i demoni professano. O eredità dei discepoli peggiore del maestro! Quello tenta il Signore con le parole, essi con l'agire: egli dice "Buttati!" (Luc.), questi sono assaliti perché [lo] buttino.»  L'episodio di Callinicum Le cronache storiche riportano un episodio che può essere considerato rivelatore dell'atteggiamento di Ambrogio nei riguardi degli ebrei. A Callinicum (Kallinikon, sul fiume Eufrate, in Asia, l'attuale al-Raqqa), una folla di cristiani diede l'assalto alla sinagoga e la bruciò. Il governatore romano condannò l'accaduto e, per mantenere l'ordine pubblico, dispose affinché la sinagoga venisse ricostruita a spese del vescovo. L'imperatore Teodosio I rese noto di condividere quanto deciso dal suo funzionario.  Ambrogio si oppose alla decisione dell'imperatore e gli scrisse una lettera (Epistulae variae) per convincerlo a ritirare l'ingiunzione di ricostruire la sinagoga a spese del vescovo: «Il luogo che ospita l'incredulità giudaica sarà ricostruito con le spoglie della Chiesa? Il patrimonio acquistato dai cristiani con la protezione di Cristo sarà trasmesso ai templi degli increduli?... Questa iscrizione porranno i giudei sul frontone della loro sinagoga:Tempio dell'empietà ricostruito col bottino dei cristiani -... Il popolo giudeo introdurrà questa solennità fra i suoi giorni festivi...»  Citando dalla lettera di Ambrogio a Teodosio (Epistulae variae):  «Ma ti muove la ragione della disciplina. Che cosa dunque è più importante, l'idea di disciplina [mantenimento dell'ordine pubblico] o il motivo della religione?»  Nell'epistola Ambrogio si attribuì la responsabilità dell'incendio: «Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga, sì, sono stato io che ho dato l'incarico, perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato»  A... si spinse ad affermare che quell'incendio non era affatto un delitto e che se lui non aveva ancora dato l'ordine di bruciare la sinagoga di Milano era solo per pigrizia e che bruciare le sinagoghe era altresì un atto glorioso.  Ambrogio non volle salire sull'altare finché l'imperatore non abolì il decreto imperiale riguardante la ricostruzione della sinagoga a spese del vescovo. Secondo la visione del vescovo, nella questione della religione l'unico foro competente da consultare doveva essere la Chiesa cattolica la quale, grazie ad Ambrogio, divenne la religione statale e dominante. In questa impresa lo scopo era quello di avvalorare l'indipendenza della Chiesa dallo Stato, affermando anche la superiorità della Chiesa sullo Stato in quanto emanazione di una legge superiore alla quale tutti devono sottostare.  Mariologia Sebbene non si possa parlare di una mariologia vera e propria (intesa come pensiero sistematico), sono numerosi nell'opera di Ambrogio i riferimenti a Maria: spesso, quando si presenta l'occasione, egli si rifà alla sua figura e al suo esempio.  La sua venerazione per Maria nasce soprattutto dal ruolo attribuitole nella storia della salvezza. Maria è infatti madre di Cristo, e dunque modello per tutti i credenti che, come lei, sono chiamati a "generare" Cristo:  «Vedi bene che Maria non aveva dubitato, bensì creduto e perciò aveva conseguito il frutto della sua fede. «Beata tu che hai creduto». Ma beati anche voi che avete udito e avete creduto: infatti, ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio e ne comprende le operazioni. Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria ad esultare in Dio: se, secondo la carne, una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo»  (Esposizione del Vangelo secondo Luca) Ambrogio difende strenuamente la verginità di Maria, soprattutto in relazione al mistero di Cristo: egli infatti, proprio perché nato da vergine, non ha contratto il peccato originale. Maria è anche la prima donna a cogliere i "frutti" della venuta di Cristo:  «Non c’è affatto da stupirsi che il Signore, accingendosi a redimere il mondo, abbia iniziato la sua opera proprio da Maria: se per mezzo di lei Dio preparava la salvezza a tutti gli uomini, ella doveva essere la prima a cogliere dal Figlio il frutto della salvezza»  (Esposizione del vangelo secondo Luca) Maria è inoltre modello di virtù morali e cristiane, in primo luogo per le vergini («Nella vita di Maria risplende la bellezza della sua castità e della sua esemplare virtù») ma anche per tutti i fedeli; di lei vengono esaltate la sincerità (la verginità «di mente»), l'umiltà, la prudenza, la laboriosità, l'ascesi.  Milano e il rito ambrosiano  Sant'Ambrogio con in mano il flagello contro i nemici di Milano, in un bassorilievo quattrocentesco Magnifying glass icon mgx2.svg Rito ambrosiano. L'operato di Sant'Ambrogio a Milano ha lasciato segni profondi nella diocesi della città.  Papa Gregorio Magno parla del neoeletto vescovo di Milano, Deodato, non tanto come successore, bensì come "vicario" di sant'Ambrogio (equiparandolo quasi ad un secondo "vescovo di Roma"). Nell'anno 881 invece papa Giovanni VIII definì per la prima volta la diocesi "ambrosiana", termine che è rimasto ancora oggi per identificare non solo la Chiesa di Milano, ma talvolta anche la stessa città.  L'eredità di Ambrogio è delineata principalmente a partire dalla sua attività pastorale: la predicazione della Parola di Dio coniugata alla dottrina della Chiesa cattolica, l'attenzione ai problemi della giustizia sociale, l'accoglienza verso le persone provenienti da popoli lontani, la denuncia degli errori nella vita civile e politica.  L'operato di Ambrogio lasciò un segno profondo in particolare sulla liturgia. Egli introdusse nella Chiesa occidentale molti elementi tratti dalle liturgie orientali, in particolare canti e inni. Si attribuisce ad Ambrogio l'inno Te Deum laudamus, ma la questione è controversa e negata anche da Luigi Biraghi. Le riforme liturgiche furono mantenute nella diocesi di Milano anche dai successori e costituirono il nucleo del Rito ambrosiano, sopravvissuto all'uniformazione dei riti e alla costituzione dell'unico rito romano voluta da papa Gregorio I e dal Concilio di Trento.  In dialetto milanese Ambrogio viene chiamato sant Ambroeus (grafia classica) o sant Ambrös (entrambi pronunciati "sant'ambrœs").   Sant'Ambrogio affrescato da Masolino, Battistero Castiglione Olona Alla sua figura è ispirato anche il premio Ambrogino d'oro, che è il nome non ufficiale con cui sono comunemente chiamate le onorificenze conferite dal comune di Milano.  Sant'Ambrogio e il canto liturgico  Michael Pacher, Sant'Ambrogio, Monaco, Alte Pinakothek Con il termine di ambrosiano non si definisce solo il rito della Chiesa Cattolica che fa riferimento al santo, ma anche un preciso modo di cantare durante la liturgia. Esso viene indicato con il nome di canto ambrosiano. Esso è caratterizzato dal canto di inni, cioè di nuove composizioni poetiche in versi, che vengono cantate da tutti i partecipanti al rito.  A differenza di quanto avveniva per i salmi, solitamente cantati da un solista o da un gruppo di coristi, essi vengono invece cantati da tutti i partecipanti, in cori alternati, normalmente tra donne e uomini, ma in altri casi tra giovani e anziani o anche tra fanciulli e adulti. Alcuni di questi inni sono stati sicuramente composti da Ambrogio. La certezza viene dal fatto che a menzionarli è sant'Agostino, che fu discepolo di Sant'Ambrogio.  Essi sono:  Aeterne rerum conditor (cf. Retractionum); Iam surgit hora tertia (cf. De natura et gratia); Deus creator omnium (ricordato nelle Confessioni e citato complessivamente ben cinque volte dal vescovo di Ippona); Intende qui regis Israel (cf. Sermo). Attraverso la liturgia della Chiesa cattolica in generale e di quella ambrosiana in particolare, sono giunti fino a noi una moltitudine di inni in stile ambrosiano. I ricercatori hanno cercato di trovare dei criteri per indicare quelli che, con più certezza, sono stati composti da Ambrogio. Biraghi ne indica tre: la conformità degli inni con l'indole letteraria di Ambrogio, con il suo vocabolario e con il suo stile. Con questi criteri egli arrivò a selezionare diciotto inni:  Splendor paternae gloriae (nell'aurora) Iam surgit hora tertia (per l'ora di terza domenicale) Nunc sancte nobis Spiritus (per l'ora di terza feriale) Rector potens verax Deus (per l'ora di sesta) Rerum, Deus, tenax vigor (per l'ora di nona) Deus creator omnium (per l'ora dell'accensione) Iesu, corona virginum (inno della verginità) Intende qui regis Israel (per il Natale del Signore) Inluminans Altissimus (per le Epifanie del Signore) Agnes beatae virginis (per sant'Agnese) Hic est dies verus Dei (per la Pasqua) Victor, Nabor, Felix, pii (per i santi Vittore, Nabore e Felice) Grates tibi, Iesu, novas (per i santi Gervasio e Protasio) Apostolorum passio (per i santi Pietro e Paolo) Apostolorum supparem (per san Lorenzo) Amore Christi nobilis (per san Giovanni Evangelista) Aeterna Christi munera (per i santi martiri) Aeterne rerum conditor (al canto del gallo) Gli autori dell'edizione delle opere poetiche di Ambrogio in un volume stampato nel 1994, che ha portato a compimento l'Opera Omnia, in latino e in italiano, del vescovo di Milano, hanno ridotto questo numero certo a tredici canti, escludendo quelli per le ore minori, per i martiri e della verginità. L'esclusione va ascritta alla metrica di questi testi. Ambrogio aveva una predilezione per il numero otto. I suoi inni sono tutti di otto strofe con versi ottosillabici. Egli vedeva in questo numero la risurrezione di Cristo, la novità cristiana e la vita eterna (octava dies, l'ottavo giorno della settimana, cioè il nuovo giorno, in cui inizia l'era del Cristo). Per questi studiosi appare improbabile che egli sia venuto meno a questa preferenza e quindi quelli di due o di quattro strofe non vengono attribuiti al vescovo milanese.  Per questi storici inoltre non vi è motivo di dubitare che l'autore della melodia sia lo stesso Ambrogio dato che per loro natura questi inni nascono consostanziati alla musica. Il Migliavacca nota come A. possedesse una conoscenza musicale approfondita. Le sue opere rivelano, oltre a una perfetta conoscenza scolastica, anche una particolare propensione musicale. Egli parla dell'arte musicale con cognizione tecnica e non solo con estetica raffinatezza come il suo discepolo Agostino.  Leggende su Sant'A.  Spoglie mortali di A.o e Gervasio, rivestite dei paramenti liturgici, nella cripta della Basilica di Sant'A. a Milano. Su Sant'Ambrogio vi sono numerose leggende miracolistiche:  Mentre Ambrogio infante dormiva nella sua culla posta temporaneamente nell'atrio del Pretorio, uno sciame di api si posò improvvisamente sulla sua bocca, dalla quale e nella quale esse entravano ed uscivano liberamente. Dopodiché lo sciame si levò in volo salendo in alto e perdendosi alla vista degli astanti. Il padre, impressionato da tutto ciò, avrebbe esclamato: «Se questo mio figlio vivrà, diverrà sicuramente un grand'uomo!». Ambrogio, camminando per Milano, avrebbe trovato un fabbro che non riusciva a piegare il morso di un cavallo: in quel morso Ambrogio riconobbe uno dei chiodi con cui venne crocifisso Cristo. Dopo vari passaggi, un "chiodo della crocifissione" è tuttora appeso nel Duomo di Milano, a grande altezza, sopra l'altare maggiore. Nella piazza davanti alla basilica di Sant'Ambrogio a Milano è presente una colonna, comunemente detta "la colonna del diavolo". Si tratta di una colonna di epoca romana, qui trasportata da altro luogo, che presenta due fori, oggetto di una leggenda secondo la quale la colonna fu testimone di una lotta tra Sant'Ambrogio ed il demonio. Il maligno, cercando di trafiggere il santo con le corna, finì invece per conficcarle nella colonna. Dopo aver tentato a lungo di divincolarsi, il demonio riuscì a liberarsi e, spaventato, fuggì. La tradizione popolare vuole che i fori odorino di zolfo e che appoggiando l'orecchio alla pietra si possano sentire i suoni dell'inferno. In realtà questa colonna veniva usata per l'incoronazione degli imperatori germanici. A Parabiago, A. sarebbe apparso il 21 febbraio 1339, durante la celebre battaglia: a dorso di un cavallo e sguainando una spada, mise paura alla Compagnia di San Giorgio capitanata da Lodrisio Visconti, permettendo alle truppe milanesi del fratello Luchino e del nipote Azzone di vincere. A ricordo di tale leggenda fu edificata a Parabiago la Chiesa di Sant'Ambrogio della Vittoria e a Milano, su un portone bronzeo del Duomo, gli è stata dedicata una formella. Opere: “Divi A. Episcopi Mediolanensis Omnia Opera”; “Oratorie (esegetiche)” “Exameron”; “De paradiso”; “De Cain et Abel”; “De Noe”; “De Abraham”; “De Isaac et anima”; “De bono mortis”; “De Iacob et vita beata”; “De Ioseph”; “De patriarchis”; “De fuga saeculi”; “De interpellatione Iob et David Apologia”; “David”; “De Helia et ieiunio”; “De Tobia”; “De Nabuthae historia; “Explanatio in XII Psalmos Davidicos”; “Expositio in Psalmum CXVIII”; “Expositio in Lucam De excessu fratris; “Satyri libri duo”; “De obitu Valentiniani consolation”; “De obitu Theodosii oratio Morali (ascetiche); “De virginibus” o “Ad Marcellinam sororem libri tres De viduis; “De perpetua virginitate Sanctae Mariae”; “Adhortatio virginitatis o Exhortatio virginitatis”; “De officiis ministrorum Dogmatiche (sistematiche): “De fide ad Gratianum Augustum libri quinque; “De Spiritu Sancto ad Gratianum Augustum; “De incarnationis dominicae sacramento; “De paenitentia Catechetiche; “De sacramentis libri sex; “De mysteriis De sacramento regenerationis sive de philosophia; “Explanatio Symboli ad initiandos Epistolario: “Epistulae Innografia Hymni Altro Sermo contra Auxentium de basilicis tradendis”. Tituli Curiosità S.Ambrogio essendo patrono delle api, rappresenta al meglio l'operosità non solo quella risaputa dei milanesi, di cui è patrono festeggiato, ma di tutti coloro che si impegnano nel lavoro, con combattività, spirito di sacrificio e di spirito di abnegazione. Inoltre S.Ambrogio ha come secondo simbolo il gabbiano che è legato alla sensazione di libertà e spazio immenso. Il gabbiano trova l'equilibrio e si alimenta di ciò che trova nel rispetto della sua natura di predatore e onnivoro che non si tira indietro a nulla per la propria sopravvivenza. Per le suddette simbologie, e per tutte le altre che sia le api che i gabbiani rappresentano, S.Ambrogio è ormai considerato da tempo il protettore delle startup innovative che vedono in S.Ambrogio, guida sicura con la sua famosa frase di valore eterno: "Voi pensate che i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi" Note  lastampa/vatican-insider/it//10/02/news/milano- studi-confermano-l-identita-di-sant-ambrogio-e-di-due-martiri-Leemans, Peter Van Nuffelen e Shawn W. J. Keough, Episcopal Elections in Late Antiquity, Walter de Gruyter, A., Exorthatio virginitatis, 12, 82  Robert Wilken, "The Spirit of Early Christian Thought" (Yale University Press: New Haven, Walsh, ed. "Butler's Lives of the Saints" (HarperCollins Publishers: New York, Paolino, Vita di Ambrogio, 6  Basilica Vetus e Battistero di Santo Stefano alle fonti, su adottaunaguglia.duomomilano. 18 marzo.  Paolino, Vita di Ambrogio, 7-8  Indro Montanelli, Storia di Roma, Rizzoli, Ambrogio, Lettera fuori coll. 14 ai Vercellesi, 65  Ambrogio, De officiis, Biffi, Relazione al Meeting di Rimini, Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo dalle origini e i primi sviluppi della fede a Milano, op. cit.,  Graziano avrebbe voluto convocare un concilio numeroso, ma Ambrogio lo esortò a convocare un numero limitato di vescovi, affermando che per appurare la verità ne bastavano pochi e che non era il caso di incomodarne troppi, facendo loro affrontare un viaggio faticoso (Neil B. McLynn, Ambrose of Milan: Church and Court in a Christian Capital, University of California Codex Theodosianus Guida della Basilica di S. Ambrogio: note storiche sulla Basilica ambrosiana, Ferdinando Reggiori, Ernesto Brivio, Nuove Edizioni Duomo, Nauroy, L'Ecriture dans la pastorale d'Ambroise de Milan, in Le monde latin antique et la Bible. J. Fontaine e C. Pietri, Parigi Citato in Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo delle origini e i primi sviluppi della fede a Milano, op. cit.  Per un'ampia descrizione dell'episodio: Antonietta Mauro Todini, Aspetti della legislazione religiosa del IV secolo, La Sapienza Editrice, Roma, Craughwell, Santi per ogni occasione, Gribaudi, Giovanni, Chiesa e stato nel Codice Teodosiano, Tempi moderni, pag.120; Giovanni De Bonfils, Roma e gli ebrei, Cacucci, Mariateresa Amabile, Nefaria Secta. La normativa imperiale ‘de Iudaeis’ tra repressione, protezione, controllo, I, Jovene, Napoli,.James Hastings, Encyclopedia of Religion and Ethics, Kessinger Peruzzi, Il cattolicesimo reale, Odradek, Roma, Ambrogio, De virginibus, citato in L. Gambero, Testi mariani del primo millennio, Città Nuova, Rito Ambrosiano: la centralità dell'opera di Sant'Ambrogio per la Chiesa di Milano  Jacopo da Varazze, Leggenda Aurea, LVII. Un episodio analogo è riferito anche a Santa Rita da Cascia, vedi: Alfredo Cattabiani, Santi d'Italia, Ed. Rizzoli, Milano, Per una narrazione della leggenda e della costruzione della chiesa si veda: Don Gerolamo Raffaelli, La vera historia della Vittoria qual ebbe Azio Visconti nell'anno della comune salute 1339 nel dì XXI febbr. in Parabiago contro Lodrisio V Limonti, Milano, Don Claudio Cavalleri, Racconto istorico della celebre Vittoria ottenuta da Luchino Visconti princ. di Milano per la miracolosa apparizione d’A., seguita in Parabiago, e dedicata al March. D. Giambattista Morigia G. Richino Malerba, Milano, 1745 Alessandro Giulini, La Chiesa e l'Abbazia Cistercense d’A. della Vittoria in Parabiago, Archivio Storico Lombardo, Ponzio di Cartagine, Vita di Cipriano; vita di Ambrogio; vita di Agostino / Ponzio, Paolino, Possidio, Città Nuova, Milano,Tutte le opere di sant'Ambrogio, Ed. bilingue a cura della Biblioteca Ambrosiana, Roma: Città nuova. Angelo Paredi, Ambrogio, FIR MilanoStoriaSec. IV-V Hoepli collana Collezione Hoepli Angelo Ronzi, Sant'Ambrogio e Teodosio: studio storico-filosofico, Visentini editore, Venezia. Enrico Cattaneo, Terra di Sant'Ambrogio: la Chiesa milanese nel primo millennio; Annamaria Ambrosioni, Maria Pia Alberzoni, Alfredo Lucioni, Ed. Vita e pensiero, Milano, 1989. Vita di A.: La prima biografia del patrono di Milano di Paolino di Milano, Marco Maria Navoni, Edizioni San Paolo, Pasini, A. di Milano. Azione e pensiero di un vescovo, Edizioni San Paolo, Cinisello B. Vaccaro, Giuseppe Chiesi, Fabrizio Panzera, Terre del Ticino. Diocesi di Lugano, Editrice La Scuola, Brescia, Piana, Ambrogio in  Enciclopedia Biografica Universale, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani. Dario Fo, Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano Einaudi Torino, Passarella, A. e la medicina. Le parole e i concetti, LED Edizioni Universitarie, Milano Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo dalle origini e i primi sviluppi della fede a Milano., Busto Arsizio, Nomos. Cardini, 7 dicembre 374. Ambrogio vescovo di Milano, in I giorni di Milano, Roma-Bari, A., in San Carlo Borromeo, I Santi di Milano, Milano,  9Boucheron e Stéphane Gioanni, La memoria di Ambrogio di Milano. Usi politici di una autorità patristica in Italia, Paris-Roma, Publications de la Sorbonne-École française de Rome,  (Histoire ancienne et médiévale, 133CEF, Sant'Ambrogio, [Opere], apud inclytam Basileam, [Johann Froben]  Sant AmbroeusTra storia e leggenda, Meravigli edizioni (in collaborazione con Circolo Filologico Milanese), Milano, Satiro di Milano Santa Marcellina Agostino di Ippona Basilica di Sant'Ambrogio Patristica Diocesi di Milano Rito ambrosiano Paolino di Milano Chiesa dei Santi Ambrogio e Theodulo  A. Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Sant'Ambrogio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. A., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. A., su sapere, De Agostini. A., su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. A., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.  Sant'Ambrogio, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.   Opere di Sant'Ambrogio, su Musisque Deoque.  Opere di Sant'Ambrogio, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Sant'Ambrogio,. Opere di Sant'Ambrogio, su Progetto Gutenberg. Audiolibri di Sant'Ambrogio, su LibriVox.   su Sant'Ambrogio, su Les Archives de littérature du Moyen Âge. Sant'Ambrogio, in Catholic Encyclopedia, Appleton. Cheney, Sant'Ambrogio, in Catholic Hierarchy.  Sant'Ambrogio, su Santi, beati e testimoni, santiebeati. Epistole di S.Ambrogio, su tertullian.org.  Epistole di S.Ambrogio, su intratext.com. Opera Omnia dal Migne Patrologia Latina con indici analitici, su documentacatholicaomnia.eu. Cathechesi, su w2.vatican.va. di papa Benedetto XVI su A. in occasione dell'udienza generale PredecessoreVescovo di Milano SuccessoreBishopCoA PioM.svg Aussenzio San Simpliciano SoresiniV D M Padri e dottori della Chiesa cattolica VDMA. di Milano Antica Roma  Antica Roma Biografie  Biografie Cattolicesimo  Cattolicesimo Milano  Milano Categorie: Funzionari romaniVescovi romani del IV secoloTeologi romani Treviri MilanoAmbrogio di MilanoSanti romani del IV secoloCorrispondenti di Quinto Aurelio Simmaco Dottori della Chiesa cattolicaPadri della ChiesaSanti per nomeScrittori cristiani antichiScrittori romaniTeologi cristianiVescovi e arcivescovi di MilanoSanti della Chiesa ortodossa. Acta Sancti Sebastiani Martyris [Incertus]  -- San Sebastiano -- Sebastiano -- Ad Virginem Devotam   -- Apologia Altera Prophetae David  -- Apologia Prophetae David Ad Theodosium Augustum Commentarius In Cantica Canticorum De Abraham Libri Duo  -- De Benedictionibus Patriarcharum. De Bono Mortis. De Cain Et Abel Libri Duo -- De Concordia Matthaei Et Lucae In Genealogia Christi  -- De Dignitatate Conditionis Humanae Libellus. De Dignitate Sacerdotali. De Elia Et Jejunio Liber Unus  -- De Excessu Fratris Sui Satyri Libri Duo De Excidio Urbis Hierosolymitanae Libri Quinque  -- De Fide Ad Gratianum Augustum Libri Quinque  -- De Fide Orthodoxa Contra Arianos  -- De Fuga Saeculi -- De Incarnationis Dominicae Sacramento -- De Institutione Virginis Et Sanctae Mariae Virginitate Perpetua -- De Interpellatione Job Et David Liber Quatuor -- De Isaac Et Anima -- De Jocob Et Vita Beata Libri Duo  -- De Joseph Patriarca -- De Lapsu Virginis Consecratae -- De Moribus Brachmanorum [Incertus]   -- De Mysteriis -- De Nabuthe Jezraelita -- De Noe Et Arca -- De Noe Et Arca Liber Unus [Fragmentum] -- De Obitu Theodosii Oratio -- De Obitu Valentiniani Consolatio  -- De Officiis Ministrorum Libri Tres -- De Paradiso -- De Poenitentia Liber Unus  -- De Poenitentia Libri Duo -- De Sacramentis Liber Sex -- De Spiritu Sancto Libellus -- De Spiritu Sancto Libri Tres -- De Tobia Liber Unus -- De Trinitate. Alias In Symbolum Apostolorum Tractatus -- De Viduis -- De Virginibus Ad Marcellinam Sororem Sua Libri Tres  -- De Virginitate -- De XLII Mansionibus Filiorum Israel Tractatus -- Enarrationes In XII Psalmos Davidicos   -- Epistola De Fide Ad Beatum Hieronymum [Incertus]  -- Epistolae Duae De Monacho Energumeno [Incertus]  -- Epistolae Ex Ambrosianarum Numero Segregatae   -- Epistolae Prima Classis  -- Epistolae Secunda Classis  -- Exameron Libri Sex -- Exhortatio Virginitatis -- Exorcismus  -- Expositio Evangelii Secundum Lucam Libris X Comprehensa  -- Expositio Super Septem Visiones Libri Apocalypsis  -- Historia De Excidio Hierosolymitanae Urbis Anacephalaeosis --- Hymni  -- Hymni Sancti Abrosio Attributi [Incertus]  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Colossenses -- In Epistolam Beati Pauli Ad Corinthios Primam. In Epistolam Beati Pauli Ad Corinthios Secundam  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Ephesios. In Epistolam Beati Pauli Ad Galatas  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Philemonem . In Epistolam Beati Pauli Ad Philippenses  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Romanos  -In Epistolam Beati Pauli Ad Thessalonicenses Primam. In Epistolam Beati Pauli Ad Thessalonicenses Secundam  -In Epistolam Beati Pauli Ad Timotheum Primam.  In Epistolam Beati Pauli Ad Timotheum Secundam  -- In Epistolam Beati Pauli Ad Titum In Psalmum David CXVIII Expositio  -- Liber De Vitiorum Virtutumque Conflictu [Incertus]  -- Libri Duo de Vocatione Gentium [Incertus]  -Philosophorum Aliquot Epistolae [Incertus]  -- Precationes Duae Hactenius Ambrosio Attributae  -- Sermones Sancto Ambrosio Hactenus Ascripti  -- Sermones Tres  -- Vita Ex Ejus Scriptis Collecta [Editor] -- Vita Operaque  -- Vita Operaque. Selecta Vetera Testimonia -- Vita Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi [A Paulino Ejus Notario]  -- De Abraham Libri Duo  -- De Bono Mortis -- De Cain et Abel Libri Duo  -- De Isaac et Anima -- De Mysteriis  -- De Noe Et Arca. De Paradiso -- Epistola VIII -- Epistula ad Sororem  -- Epistulae Variae  -- Hexameron Libri Sex. Hymni  -- Vita  -- La Penitenza -- La Penitenza  -- De Excessu Fratris Sui Satyri Libri Duo [Schaff] -- De Fide Ad Gratianum Augustum Libri Quinque [Schaff]  -- De Mysteriis -- Mysteriis Liber Unus [Schaff]  -- De Officiis Ministrorum Libri Tres [Schaff]  -- De Poenitentia Libri Duo [Schaff]  -- De Spiritu Sancto Libri Tres [Schaff]  -- De Viduis Liber Unus [Schaff]  -- De Virginibus Ad Marcellinam Sororem Sua Libri Tres [Schaff]  -- Epistola.  Exposition Of The Christian Faith -- On The Decease Of His Brother Saytrus -- On The Duties Of The Clergy -- On The Holy Spirit -- Repentance  -- Some Letters  -Some Letters [Schaff]. To Marcellina His Sister Concerning Virgins. -- Treatise Concerning The Widows. IL DIRITTO ROMANO Fu sopratutto col pacifico apostolato della scienza e della virtù,chequeigrandi uomini, cuila Chiesa giustamente saluta suoi padri, illuminarono e vinsero il mondo pagano. Allo scetti cismo, frutto di astruse teorie filosofiche, che distruggevano senza edificare, essi opposero le verità cattoliche, profonde e s u blimi pei sapienti, chiare e popolari per la moltitudine,pratiche per tutti;alla spaventosa depravazione prodotta e mantenuta da una religione tutta materia e sensi,essi risposero coll'introdurre della sfibrata e morente società romana una moltitudine di uomini e di donne, i quali invece delle sterili declamazioni di Cicerone e di Seneca,offrivano sé stessi,ad esempio di Gesù Cristo, ostie viventi di sacrificio per la Chiesa e per l'umanità. I secolo IV segna appunto il massimo furore di quelle in cruente battaglie. S. Atanasio, S. Basilio, i due S. Gregorii, S.Girolamo,S.Agostino,S.Giovanni Grisostomo da una parte; Antonio e le migliaja di monaci e di sante vergini dall'al tra.Nel mezzo del secolo poi e nel mezzo dell'Occidente com pare il grande Arcivescovo di Milano,S. Ambrogio, che rac coglie la penna di S. Atanasio per trasmetterla a S. Agostino, e colla voce, cogli scritti e cogli esempi propri e della santa sua sorella Marcellina popola, non ideserti,ma le corrotte città latine di una legione di angeli terreni. Sublime missione al certo,ma non unica,a cui laDivina Provvidenza destinava il figlio del Prefetto delle Gallie, allora che inconsapevole de'suoi destini,giungeva in Milano, per esercitarvi qual Consolare l'autorità del Vicario d'Italia nella Liguria ed Emilia.Infatti nel congedare il suo giovine amico,Petronio Probo Prefetto del pretorio e cristiano, gli aveva detto:ricordatevi,mio figlio, di operarenon da giu dice, ma davescovo. L'opulentoesaggiosenatoreromano con quelle parole manifestava, senza comprenderne la forza profetica, il vizio radicale ed il maggior pericolo dell'impero romano,e quale avrebbe dovuto esserne ilrimedio:la cristia nizzazione cioè veraceed intera del governo e della legge Paulin,in vit.Amb.n.5. A quest'opera tuttavia richiedevasi non un greco od un barbaro,ma un nobile romane discendente dall'antica razza conquistatrice;era conveniente non un uomo di guerra ne un colto letterato,ma un giurisperito,che dalla magistratura dell'impero terreno passasse alla magistratura dell'impero spi rituale.Tal fu Ambrogio,allorché nel 374 per mezzo di un prodigio fu eletto Vescovo di Milano. Se alcuno fosse stato allora ammesso da Dio leggerenel futuro avrebbe ravvisato nel Consolare romano fuggente l'o noreela responsabilità diVescovo,ilsecondo fraiquattro Dottori della Chiesa, che sono rappresentati sostenere la cat tedra di Pietro in Vaticano; ma insieme avrebbe meravi gliato contemplando da lungi la nuova società cristiana succe dere all'impero pagano,e S. Ambrogio,che formata la mente ed il cuore del grande Teodosio, ne congiunge la destra a tra verso isecoli con quella di Carlo Magno. Si; è evidente che S. Ambrogio ritorna fra noi appunto nel momento del maggior bisogno della Chiesa e della società, quando il paganesimo redivivo ha consumato ormai presso tutte le nazioni cristiane l'apostasia dello Stato dalla Chiesa e va lentamente scristianizzando tutti i codici e tutte le leggi dei popoli civili.Non è pertanto meraviglia se dalla scoperta delle reliquie santambrosiane la setta anti-cristiana intraveda una minaccia misteriosa a quelle che essa chiama le gloriose conquiste dell'umanilà; mentre il popolo veramente e sincera mente cattolico si commove ed esulta, come all'arrivo di uno sperimentato e valente capitano.  Nondimeno chi fu che sospettasse in que'giorni questa importantissima missione religiosa ecivile del nuovo Ve scovo di Milano? Gli uomini invero sono istrumenti e spet tatori quasi sempre inconscii,dellemeraviglie di Dio.Ben po chi giungono a sorprenderne la mano onnipotente e miseri cordiosa, allorchè in mezzo alle angoscie dei secoli più trava gliati, quando lutto sembra avviarsi a rovina,getta silenziosa ed inosservata la semente, che fruttificherà a suo tempo pace e prosperità alle generazioni venture.Furono isecoli cristiani che riconobbero la lontana,ma efficace opera di S. Ambrogio; ed è perciò con un trasalimento di gioja che noi, dopo quin dici secoli, da quel 74, in cui Dio lo dono alla Chiesa ed alla società, vediamo risvegliarsi l'eroe delle battaglie contro il paganesimo ed affacciarsi dalla sua tomba a riguardare le il lusioni, le convulsioni ed i terrori di questo secolo XIX, per errori e pericoli sociali tanto simile al secolo IV. Alla domanda perciò che ispontanea si presenta alla mente di ognuno,in questi giorni,in cui collo spirito della Chiesa, che è spirito di preghiera, ci prepariamo ad onorare gli avanzi mortali del gran Santo, gran Dottore e grande cittadino del secolo IV,vale a dire: perché ritorna ora fra noi S. Ambrogio? non si può chiedere una risposta intera ed adeguata che ai secoli avvenire.Essi ci mostreranno e spiegheranno laragione provvidenziale, per cui le reliquie del santo Arcivescovo e dei due martiri milanesi riapparvero in questi anni e non prima. Noi frattanto dal passato cercheremo di pronosticare il futuro; e dalla influenza tutta santa e civilizzatrice, che il C o n solare romano eletto Vescovo esercitò sul governo, sulle leggi e sulla società del secolo IV,ciconforteremo a sperare che in modo eguale e maggiore vorrà ora farci sentire la potenza di sua intercessione presso Dio in pro della tribolata e perico Jonte società moderna; speranza e consolazioni ben giuste,poi che nella Chiesa Cattolica anche le ossa dei santi profetano. La divisione scientifica del diritto in pubblico e privato è conosciuta, se non di nome, certo di fatto, anche nel l'antico giure romano; e il primo è fonte delsecondo, il quale si svolge e modifica mano mano che si svolgeno e modificano l’istituzioni politiche. Un popolo eminentemente guerriero e conquistatore, come era quello formato dai primi compagni e discendenti di Romolo, non puo a meno di dare alla propria legislazione un impronta semplice,ma fiera e di spotica, spesse volte in aperta contraddizione co'diritti di na tura. Per essa la patria era tutto, l'individuo nulla, la famiglia un mezzo perdarguerrierialcampo, uominiprudentialforo lodata perció la madre dei Gracchi, che invece dei giojelli m u liebri fa pompa de'suoi figli, futuri tribuni della plebe; poi chè essa conciòrappresentavaladonna romana,qualelavo leva il ferreo diritto repubblicano. Quella patria infatti, per cui tutti e tutto si doveva sagrificare, non era che l'interesse e l'ambizione di poche famiglie patrizie discendenti dall'antica razza conquistatrice: all'infuori dei senatori e cavalieri non si conoscevacheplebe,efuoridiRoma tuttoilmondo,secondo il diritto pubblico romano, non era abitato che da vinti o da nemici. Di qui nacque e si perpetuò dai primi tempi di Roma quell'antagonismo fra senato e plebe, che fu causa non ultima della caduta della repubblicae dell'intronizzazione del dispotismo cesareo;diqui anche quella lotta continua con tutte le nazioni confinanti coll'impero, lotta che fini colla inondazione dei barbari. L'aspetto caratteristicoperò dell'antico Diritto Romano come di tutte le primitive legislazioni, è l'unione indissolubile dello Stato colla Religione. Essa presiede a tutti gli atti pubblici e privati; non si intima guerra ne si concede pace senza i feciali egliaruspici; senzaauspicj nonsiradunanoassemblee;nonsi stringono trattati che sotto la protezione degli dei, e la stessa proprietà privata è sotto la salvaguardia degli dei penati, cui i primi romani non si dimenticavano mai di salutare all'ingresso dellecase.La religione latina d'altra parteera essenzialmente nazionale,e si informava a quello spirito di famiglia, che appare l'anima ditutte leistituzioni romane;essa perciò rimaneva in carnatacolla repubblica, poiché Roma derivavadaglideiein taccar la religione era intaccare Roma,ed essendo Roma il mondo,era un dichiararsi nemici del genere umano.Più tardi, all'avvenimento dell'impero, Augusto uni ilsommo pontificato alla soprema potenza civile e militare e collocò l'altare della Vittoria nel senato,come testimonio e simbolo dell'eterna al leanza fra lo Stato ed il paganesimo. Laonde,quandoaltempo dell'abbrutito Tiberio,alcunipe scatori di Galilea predicarono una nuova religione, che diceva doversi obbedienza prima a Dio che a Cesare - essere glidei nazionaliidoliedemonii nostrapatriailcielo la terra luogo non di piaceri ma di prova - gli uomini senza distin zione di sesso edi città,siailromano che ilgreco,ilbarbaro, "loschiavo, tutti fratelli- figlidiun comun padreIddio- idegradati nipoti diCincinnato siscossero,come all'annuncio di un nemico alle porte,che minacciasse di rovesciare l'antica maestà di Roma. Il cristianesimoinfatti non era un semplice culto religioso, una delle mille superstizioni che dall'oriente si importavano alla capitale colle spoglie delle vinte nazioni e che il fiero politeismo romano riceveva come arra di pace e difusione dei popoli assoggettati; il cristianesimoeraun in tero sistema teorico e pratico, che abbracciava tutto l'uomo e siimponeva a tutte le questioni sociali, esigendo un'intera ri voluzione di idee, di costumi e di leggi, un cambiamento ra dicale nel diritto pubblico e privato dell'impero.Appena pro mulgata questa nuova dottrina aveva trovati assecli ferventi ed indomabili in ogni classe e condizione dell'impero; accolto sopratutto con trasporto fra quegli esseri, quanto spregiati al trettanto numerosi, quali erano nella società romana ledonne e gli schiavi. Non ci meravigliamo pertanto che la giuri sprudenza e la politica romana si trovassero bentosto nella necessità di risolvere un quesito, il quale involgeva le sorti dell'impero e dell'umanità. Se l'impero accoglieva il cristianesimo, questo che trasformava le donne ed i fanciulli in eroi, avrebbe salvato l'impero dallo sfascelo all'interno, all'esterno dai barbari, mansuefatti dalvangelo;ma loStatoconciòcessavadiessere ilsupremo Iddio; laChiesa assumeva con esso le parti dim a dre; lo schiavo, il vinto, la donna dovevano esser rispettati; s'umiliava l'orgoglio;cadevano Venere e Mercurio;regnava Cristo. Se per contrario volevasi sostenere l'onnipotenza dello Stato, la divinità degli imperatori, l'eternità di Roma, la nuova religione si doveva far sparire dalla faccia della terra.Da Ne rone a Massenzio gli imperanti romani si decisero per questa seconda politica e ne affidarono la cura al carnefice; il quale per tre secoli stancò uomini e belve, e non riesci che a ren dere più splendido il trionfo del cristianesimo. Costantino cambiò sistema e dopo aver bandito tolleranza,dichiarossi per ilnuovo culto; seguito dal figlio Costaozo, chefattosiperò da protettore giudice e padrone della Chiesa, divenne il triste modello di tutti i persecutori fino a doggi.Sopragiunse Giu liano,col quale ilpaganesimo, domato ma non spento, tentò fe roce, sebbene effimera, riscossa. Quando Ambrogio entrò Consolare a Milano,regnava Va lentiniano I, successo al buon Gioviano. Scelto dall'esercito l'imperatore era prode guerriero;accorse al Reno e all'onda sanguinosa dei barbari, che scrosciava e trasbordava dalle frontiere, oppose, per allora, un argine di ferro.  Tuttavia se la spada valeva coi nemici non giovava per le questioni interne, nè per arrestare la decomposizione sociale di quell'immane gigante,cui ilcristianesimo tentava invano di risanguare con forti e pratiche dottrine di virtù e sagrificio. La fede operava al certo nel segreto delle coscienze una im portantissima rivoluzionemorale;ma nonostanteglisforzidi Costantino, il mondo amministrativo si era tenuto in disparte dalla influenza e dalle istituzioni cristiane.Infatti sotto Valen tiniano, già confessor della fede avanti all'Apostata, il governo continuava colle massime e coi costumi dell'antica Roma pa gana;l'imperatore proseguiva a chiamarsi divino ed eterno; Lactant.,Instit.lib. V,cap.18. aveva assunto i titoli e le insegne di pontefice massimo; m a n teneva ai sacerdoti degli idoli privilegi e sovvenzioni a carico dell'erario; mentre l'altare della Vittoria eretto nel mezzo del senato,attestava la politica incerta ed equivoca del regnante cristiano.Idue elementi opposti edinconciliabilierano invero tuttora di fronte e disponevano di forze eguali; più popo lareediffuso, massimeinoriente,ilcristianesimo;più po tente per ricchezze ed aderenze,in ispecie in occidente e fra le famiglie aristocratiche, il paganesimo, considerato da esse come simbolo e palladio dell'antica gloria romana. Valenti niano I reputò pertanto abilità politica il mettere lo Stato nel mezzo, come neutrale e paciere fra le due nemiche correnti. Enorme fallo politico, che si ripete continuamente ogni volta che nella società scendono in campo ad aperta battaglia i due eterni nemici, la materia e lo spirito, l'errore e la verità, la città degli uomini e la città di Dio ! Dall'errore nasce l'errore:un governo che esita e teme decidersi fra il cristianesimo e le superstizioni gentilesche, per quanto spiritualizzate dal neoplatonismo, fra Cristo e Satana,un tal governo non può reggersi che con una serie di ripieghi, sovente contraddittorii; per esso il principe cristiano non porterà che colpi troppo prudenti a quelle antiche istituzioni pagane, che rimanevano sempre incarnate nel diritto civile dell'impero. Quante questioni giuridiche, di cui ilprogresso introdotto dal cristianesimoreclamavauna prontaeradicalesoluzione,re stavano perciòsenza una risposta.Eppure necessitàstringeva, se l'impero voleva salvarsi ! La società era tuttora divisa fra una minoranza di opu lenti, che si chiamavano liberi e cittadini,ed una immensa maggioranza di uomini, cui il cristianesimo diceva fratelli dei superbi padroni,ma che la Roma conquistatrice aveva classificati fra gli utensili d'agricoltura ed industria e fra gli oggetti di commercio; gli schiavi reclamavano in nome della natura e della religione idiritti dell'uomo e del cristiano. Un'altra schiavitù legale era stata recentemente introdotta dal fisco rapace,che in nome della divinitàdi Roma,padrona del mondo,non solospogliava ma distruggeva;icoloni ed icu riali protestavano,io nome di una assennata economia politica, per un mutamento radicale nei principii che regolavano sia la proprietà,che l'esazione delle imposte. Il padre verso ifigli, Ulpian.Inst.I,tit.8.   il padrone verso gli schiavi, e perfino il creditore verso il d e bitore, anche dopo lesaggiecostituzioni di Costantino,con servavano diritti, che si assomigliavano troppo a quelli che la ferrea mano dei decemviri aveva scolpiti nel bronzo;la carità cristiana, la quale ne andava sbandendo dai costumi l'atroce esercizio, esigeva che il legislatore sciogliesse i sudditi da quelle pastoje dell'antico servaggio,con cui ilgiudice per rispetto ad una formulistica e sacrilega legalità conculcava l'equità e la giustizia. Che più; il matrimonio fondamento della società e la donna che ne è il cuore, erano sempre 'all'arbitrio di una legislazione,che sanzionava,col divorzio e colla tutela perpetua, una incredibile corruzione di costumi, massimo fra i pericoli dell'impero;or bene le vergini e martiri cristiane volevano,che un sesso santificato dalla Vergine madre di Dio, fosse ricollo cato nel posto assegnatogli dal Creatore e che il matrimonio, pei cristiani elevato a Sacramento, fosse anche pei pagani cosa seria e rispettata. Queste ed altre questioni,che travagliavano lasocietà ro mana nelSecoloIV, sisarannoessepresentateallavastae profonda intelligenza ed al cuore nobile e passionato del gio vine Consolare, in quel primo giorno che in Milano prese pos sesso dell'importante sua carica? Le parole e le gesta del m a gistrato divenuto Vescovo dimostrano, che A. le aveva comprese, e già risolte in quella, che tutte le compen diava:la cristianizzazione del governo e del diritto romano. A. vi si adoperò con quel tatto pratico carat- teristico dellaRoma conquistatrice del mondo,che ora è pas sato nella Roma capitale del cattolicismo.Cauto,prudente e piuttosto lento,l'antico romano taceva, meditava ed operava a colpo sicuro; non guidandosi a vivaci teorie più o meno ulo pistiche esso studiava ed aspettava, non preveniva gli avveni menti;e perciò mentre le colte e filosofiche repubbliche greche sparivano fra l'olezzo dei fiori ed il canto dei loro inimitabili poeti,il tardo romano si impossessava dell'universo. Questa impronta si ravvisa negli scritti e più nelle opere del grande Metropolita di Milano; perchè se ilcuore ardente di Vescovo cattolico lo moveva a parlare al suo popolo,a scrivere lettere e volumi, a portarsi alla corte e trattar cogli imperatori, la severa prudenza del magistrato romano gli dava quella calma e quella saggezza, onde isuoi detti ricevevansi come oracoli.   Suo primo atto fu volgersi a Valentiniano I, la cui indole buona ma violenta era stata esasperata da malattie e da cor tigiani e satelliti sanguinarii, per cui si riempiva l'occidente di gemiti e di lamenti. Cosa disse A. all'imperatore dagli storici contemporanei non ci è riferito; ma la risposta del so vrano e più il mutamento totale di sua politica dopo quel col loquio,ci dimostrano la prima vittoria sul dispotismo cesareo, Valentiniano lodò la franca indipendenza del vescovo e ne volle pe'suoi peccati conveniente rimedio. Cosa inaudita e fin allora creduta impossibile!La divinità imperiale, cui la legisla zione romana,anche dell'età classica, asseriva sciolta dalle leggi (princeps solulus a legibus),anzi legge vivente, e libero senza ombra di ritegno a dichiarar lecito ciò che jeri era illecitoed ingiusto, il dio di Roma, riconosce d'aver errato; ed i s u d diti,senza essere costretti,come era d'uso,a sgozzare e poi celebrar l'apoteosi dell'imperatore,possono ormai fargliperve nireleloroquerelepermezzodei Vescovi,rappresentanti la co mune madre, la S. Chiesa. Se ad alcuno però non piace questo progresso,perché introdottodaVescoviepreti,riservipure l'ammirazione per Ulpiano e Paolo, fra i più grandi giurecon sulti al certo dell'epoca degli Antonini,iquali celebravano la clemenzaelasaggezza diquelmostrochesichiamavaComodo! Un altro passo tuttavia rimaneva a fare: non solo la per sona,ma la stessa dignità imperiale doveva ripudiare officialmente il culto nazionale di Roma. Una cerimonia ridicola era stata introdotta da Augusto e ripetevasi infallantemente ogni volta era assunto un nuovo principe all'impero;lo stesso Co stantino non aveva osato di rinunciarvi.L'offerta però del titolo e delle insegne di pontefice massimo, che il senato faceva all'imperatore, inchiudeva un gravissimo significato, poichè era la conferma di quel vecchio diritto pagano e teocratico, del quale igiureconsulti non ardivano acora distruggere l'autorità tante volte secolare e che isenatori,in parte ancora idolatri, facevano studiosamente rivivere appena se ne presentasse l'oc casione.Rigettare quelle insegne era dunque sconfessare l'as soluta sovranità dello Stato sopra i beni, sulla vita e, ciò che più importa ai despoti,sulle anime e sulle coscienze dei sud diti. Quale fra i moderni vantatori di liberalismo in simile circostanza ascolterebbe la voce della ragione e della fede, par [Theodor. Hist. Eccl. Lib. IV,c. VI.  Digest. Const. Lib. I, tit. 4.   lante per bocca di Ambrogio? Lo stato attuale d'Europa ce ne è testimonio.Ben diversamente pensava però quel caro figlio spirituale di Ambrogio, come esso chiamava Graziano, il primo che alla deputazione del senato rispose:sè essere cristiano. Ottenuta questa seconda vittoria,se ne richiedeva una terza, perché il cristianesimo potesse lusingarsi di vedere il governo dei Cesari informatodisue caritatevolidottrine. Ragion logica voleva che l'ara della Vittoria, simbolo delle antiche superstizioni, sgombrasse il senato, molto più ora che l’imperatore, associatosi Teodosio, aveva vinti i Goti, invirtùnondi Giovemadi Gesù Cristo. Ilregalealunno d'Ambrogio,che primadipartirper la guerra, gli aveva chiesti consigli ed istruzione a conferma della propria fede, mostrossi coerente. Un mattino adunque i senatori entrando nella Curia,stupirono vedendo scomparsa l'ara e la statua d'oro,tolte quella notte per ordine sovrano. Il colpo inaspettato commosse la fazione pagana fino nell'ultime fibre: molti senatori tuttora partitanti per i vieti riti di Numa edeiFabii,siradunarono inquietieminacciosiper stendere una querela all'imperatore. Ma ai fianchi di Graziano vegliava Ambrogio,chegli parlòinnome deglialtrisenatori, del Ponte fi Milaniaso, dellasedecristiana.Invanopertanto ladeputazione instò; il giovine principe si dichiarò irremovibile e neppur volle ammetterla all'udienza. Graziano era allora nel fiore dell'età,nell'auge della gloria, gioconda speranza della Chiesa e dell'impero: e invece per uno di que'misteriosi decreti della Divina Provvidenza, che scon certano tutti gli umani ragionamenti e non lasciano luogo che all'umiltà ed alla adorazione, l'imperatore viddesi abbandonato dalle sue truppe e cadde vittima di infame tradimento.Il pa ganesimo erasi vendicato; e risorgevano le speranze degli idolatri, i quali rappresentati da Aurelio Simmaco Prefetto d i Roma e ricco sfondato, credettero di approfittarsi delle circostanze e del favore della corte, per fare pressione sull'animo sbigot titodel fanciulloValentinianoI e della superba, ma insieme debole, Giustina. Statista e letterato, filosofo e scrittore, il discepolo d'Ausonio esauri tutte le risorse del brillante suo in gegno e stese una supplica,vero capolavoro di rettorica; se natore poi e pootefice, e caro al popolo,cui non lasciava m a n carepanéecircesi,impiegò perilpoliteismo,alquale esso Baanard, Vita d’A..   stesso non prestava più credenza, tutta l'influenza della per sona e degli impieghi; e si riteneva sicuro della riuscita. In fattigià stavasi preparando il decreto che ristabiliva l'ara della Vittoria, allorchè A. sopragiunse dalle Gallie,ove alla corte dell'usurpatore Massimo aveva, con finezza di diplo matico consumato ed intrepidezza di vescovo cattolico,patro cinata e vinta la causa del pupillo imperiale. Benchè un rigoroso segreto presiedesse alla congiura dei senatori pagani ed ai consigli del Concistoro imperiale,geloso dell'influenza del Vescovo di Milano, tuttavia esso ne penetrò le macchinazioni; e presa la penna scrisse, non più all'Eterno, Invincibile, Germanico, Partico e c c., ma a l felicissimo e cristianissimo imperatore Valentiniano I I. In quella magnifica lettera, incui isentimenti più elevatidei Dottore e Ponteficecattolico si alternano e vestono la forma della più commovente tene rezza paterna, si trova già completamente tracciata la nuova politica cristiana, che fa i principi non padroni dei popoli, sib bene ministri di Dio e suoi luogotenenti sulla terra. Valenti niano perciò ode ricordarsi, che come tutti gli altri suoi sud diti, egli stesso è soggetto al Re dei Re; che un altro potere è sorto nell'impero a regolare le coscienze,al quale pertanto, cio è a i Vescovi, spetta il giudizio in materia religiosa: in caso contrario,come indegno della professione cristiana,venendo l'imperatore alla chiesa,vi avrebbe trovato A. alla porta ad impedirgliene l'ingresso. Bisogno cedere. A. ebbe lasupplicadiSimmaco e riprese la penna. In quel giorno il profondo giurista, il de stro avvocato,ilsaggio magistrato rivisse nello scritto del Vescovo e del santo. Il Metropolita milanese non bada a contendere coll'avversario in lenocinio di eleganze irreprensibil mente classiche: esso mira alla sostanza: perciò non allegorie, non scappatoje, non esitazioni,non dottrine incerte e,dirò, fosforescenti,tutto è massiccio;gli argomenti procedono ser rati, come le legioni romane, e la verità che appare evidente, abbatte, frantuma e disperde perfin la polvere degli annientati sofismi pagani.Simmaco s'appoggiava a tre argomenti:Roma disonorata per l'abbandono degli dei;le vestali reclamanti;la patria sfortunata e pericolante per la nuova politica cristiana degli imperatori.S. Ambrogio prende questi tre sofismi,li spoglia delle vesti affascinanti, li osserva, li analizza e li trova non altroche un accozzo difrasireboanti,vuotedisenso.Che parla Simmaco della dea Vittoria? La vittoria è un nome astratto: esso si realizza nel numero e nel valore delle legioni romane:Scipionevinse sfondandolefittecoortidiAnnibale, non ardendo incenso alla statua di Giove. Chiedono i pagani privilegiedentrateperi sacerdotidegliidoli? Dunque con fessano che senza essi non possono reggersi: ma noi, dice A., crescemmo fra leingiurie,le miserie,lemapnaje; e dei nostri benifacciamo il tesoro dei poveri. Le vestali? Oh ! quante immunità,privilegi ed entrate per sette fanciulle pro fessanti continenza temporanea fra il lusso e gli onori; il cri stianesimo invece ne presenta migliaja e migliaja, che si conse crarono a perpetua verginità nel nascondimento e nelle pri vazioni. Volete privilegi ed entrate alle vostre vergini? Le abbiano in misura eguale anche la moltitudine quasi innumerabile delle cristiane:non è secondo giustizia l'accordar preferenze: otutte,onessuna.Ilcristianesimocagione deidisastri del l'impero e della recente carestia d'Italia? I cristiani nemici della patria? — Avanti all'antica e sempre calunnia nuova il discendente degli Ambrogii, che aveva testė salvato l'Italia e l'imperatore, credė di imporre silenzio all'indegnazione del suo cuore romano: esso rispose con fina ironia, riscontrando le allegazioni enfatiche ed immaginarie di Simmaco colla reale prosperità di quell'anno, quale presentavasi agli occhi di tutti. Era un seppellire l'elegante declamazione sotto il peso della più terribile delle confutazioni, un meritato ridicolo. Ciò falto, A. non si arresta a riguardare il prostrato nemico e piglia l'offensiva.Allo scetticismo pagano confessatoda Sim maco,e che supplicava per una tolleranza,non solo pratica ma teorica, dituttiiculti, esso contrapone la chiara evidenza della fede e le forti convinzioni dei cristiani, Ritorce poi l'ar gomento; richiama la gloriosa ed ancor recente memoria di quel tempo,in cui ipagani non ammettevano l'indifferenza dello Stato per ogni culto,ma perseguitavano e massacravano; fa osservare che non è giusto imporre ai senatori cristiani i riti pagani e conclude dichiarando,che la natura stessa vuole ilprogresso:essere ormaitempo,che letenebre cedano,al sole,l'errore allaverità.La causa fu vinta:quel soffioche già spirò dal cenacolo nelgiorno di Pentecoste,portò via l'ultimo avanzo del paganesimo officiale, il quale invano una terza volta sipresenterà a Teodosio.L'alleanza secolare fra l'impero romano e l'idolatria è rotta; non solo, m a sono abbandonate le illusioni di una politica anfibia e contraddittoria, che voleva separato lo Stato dalla Chiesa, il corpo dall’anima son gettate; da quel punto le basi del nuovo Diritto Pubblico della Chiesa e delle genti cristiane. Graziano infatti, continuando l'opera di Costantino, aveva pubblicati varii decreti, sia in favore della Chiesa che contro gli eretici e manichei e contro gli apostati recidivi al paganesimo:ci giunsero nelle raccolte di leggi compilate più tardi per comando di Teodosio il giovine, e conosciuta sotto il nome di Codice Teodosiano. Frattanto Teodosio il Grande promulgava in Costantinopoli quella sua memorabile costituzione, in cui dichiarava la fede cristiana religione dell'impero, e fra le varie sette che ne disputavano il nome, osservava, intender esso quella sola, la quale profes. sata ed insegnata dal Pontefice Romano, allora Damaso,aveva con sé le note caratteristiche ed esclusive della verità. Qual rivoluzione nei principii legali e nelle massime di governo del Diritto romano! Ma nonbastavachel'imperatore facesse decreti,esso stesso doveva conformare le proprie azioni alle dottrine, che andavano informando la nuova legislazione. Se pertanto Giustina vuol favorire i suoi ariani e intima sia loro ceduto un tempio dei cattolici, A. si offre pronto a donare all'imperatore le proprie sostanze private, a sacrifi care lavita stessa,non mai ilpatrimonio della Chiesa.Se anche il grande Teodosio, illuso da una fantasmagoria di tolleranza religiosa, patrocinata ardentemente dall'indifferentismo ed i m moralità dei cortigiani, vorrà costringere il vescovo di Callinico a rifabbricare la distrutta sinagoga degli Ebrei, vedrà giun gersi una lettera rispettosissima, ma conquidente del Vescovo di Milano,nella quale l'equità,la giustizia, la fede cristiana ed anche i dettami di una saggia politica impongono a Teodosio di revocare il mal concepito decreto. Teodosio si mostra esi tante; ma A. insisteevince. Evincerà finoal punto di persuaderlo a promulgare una legge, con che il troppo vio lento principe impone agli altri giudici,e prima a sè stesso, di soprasedere ventiquattro ore dall'esecuzione d'ogni sentenza capitale; non solo, ma in abito da penitente lo vedremo con fessare ed espiare in faccia alla Chiesa ed all'impero le fatali conseguenze della impetuosa sua ira contro i Tessalonicesi. Magnanimo principe, degno dell'ammirazione di tutta la posterità! Esso fu grande quando sul campo di battaglia tre volte sgomino le legioni degli usurpatori e due volte ruppe e disperse le immense orde dei barbari; ma fu più grande allor chè nel vestibolo della Basilica milanese riconobbe, esser nessuno,fuorché Dio,padrone della vita degli uomini.Circadue centoquarant'anni prima un altro imperatore romano,sommo unicamente perlibidinié crudeltà, avevaespressoildesiderio che il senato e Roma stessa avesse una sola testa,onde poterla spiccare d'an colpo.A quell'imperatore,cui Seneca fu maestro, if sénato e l'impero si prostravano e ne placavano la divina cle menza con statue e sacrificii. Ora un altro principe grande per'mente, per cuore e per braccio, è in ginocchio avanti ad un Vescovo Cattolico, domandando penitenza per esser troppo trascorso nell'esercizio della giustizia contro alcunisudditi. Chisceglieremo, Teodosio o Nerone?A chi dove ascriversi il cambiamento totale nei principii che reggevano l'impero? I fattirivelanoilloroautore: seipregiudiziimoderni impedi scono a'molte intelligenze di leggerne il nome,è solo, come osserva uno scrittore francese di principii esso stesso tut. t'altro che cattolici, perchè il cristianesimo è troppo poco stu diato e'meno compreso. A., come tutti gl’altri padri della Chiesa,si occupava delle questioni sociali e politiche per lo più solo in direttamente: la sua cura cotidiana, il pensiero della sua vita era la santificazione del suo gregge; e le sue azioni e i suoi scritti tendevano unicamente a questo scopo.Ilsuo stesso libro degli Officii, quell'opera scritta ad imitazione di CICERONE (si veda), la quale,come rappresentante dei secoli cristiani, sebbene segni unqualche regresso nelle forme, locompensaconunimmenso progresso, nelle idee non mira che ad offrire al suo clero saggi precetti di santa vita.Ma si può egli sanar l'anima senza gio varealcorpo? Ecco pertantoS.Ambrogio,por professando osservanza dei canoni,che intimavano a pruti e vescovi una operosa residenza fra il popolo (2), togliersi da Milano, c o m parire alla corte, intraprendere disastrosi viaggi,ogni volta lo richiedeva la necessità della cosa pubblica. Teodosio gli affida i suoi due figli; e quando il grande Arcivescovo stava per entrare nell'eternità, Stilicone,ilreggente dell'impero,lo mando a scongiurare, che volesse pregar Dio per un po'd'altri anni, poiché l'Italia, lui morendo, pericolava Cousin citato da Troplong, De l'influence du christianisme sur le Droit civil des Romains, Epist.. Paulin, Vit.Ambros.n.45. Scuola Catt.ANon è perciò meraviglia, se negli scritti e più nelle azioni del Consolare romano divenuto Vescovo cattolico troviamo, sebbene quasi per incidente e per lo più solo in germe, accen nate e risolte le principali questioni di diritto, la cui completa trasformazione doveva esser l'opera dei secoli avvenire. La clemenza di Teodosio verso i vinti, gli sforzi di lui per siste mare l'esazione delle imposte, cuiibarbari, glierrori dell'impero e più l'interna corruzione dei costumi rendevano intollerabili, dimostrano che l'influenza di A si ste.ndeva dovunque eravi un ministero di carità da esercitare. Irrompono iGoti, mettono a ferro ed a fuoco l'Illirico e ne conducono gli abi tanti inservitù? A. spogliatosidituttoperredimerli, spezza e vende ivasi preziosi della Chiesa:essendochè più preziose, dicealsuo popolo, sonoleanimeredentedaCristo,chenon l'oro e l'argento consecrati al culto divino.Era lo scioglimento pratico per mezzo della carità di quella questione della schia vitù,cui Ulpiano e Pomponio dicevano di assoluto diritto delle genti  e che la nuova religione professante la fratellanza universale degli uomini, voleva sbandita dalla terra.Il cristia nesimo infatti ogni volta che vedea aperto ilcampo all'azione, viene attuando gradualmente l'affrancamento degli schiavi,con quella prudenza però che prepara prima la libertà delle anime e delle intelligenze, avanti di procedere alla liberazione dei corpi;poichè questa,se troppo repentina ed ispirata solo da passioni politiche,riesce in pratica egualmente fatale agli schiavi stessi ed alle nazioni che la compiono:gli Stati Uniti d'Ame rica ne vanno ora facendo l'esperienza. Era tuttavia principalmente nell'udienza episcopale,che S. Ambrogio rivelava nelle sue sentenze ilmagistrato cristiano e santo. Costantino, approvando ciò che di fatti già trovava nei costumi cristiani, donò alle decisioni dei Vescovi il medesimo valore giuridico,che ilsenso pratico degli antichi romani aveva ottenuto agli editti del pretore. Con ciò lo stretto diritto civile consecratodalleleggi delle XII Tavole, ilqualegià ritiravasi davanti al diritto di natura più ampiamente propugnato dai giureconsulti dell'età classica, cessava totalmente, o meglio si trasformava in quel codice, cui Agostino chiama divina Parecchi e lettere d el santo versano su gli officii, che ei sovente assom e vasi di intercedere presso l'imperatore per le vittime delle enormità fiscali... quae potestas (servorum)juris gentiumest; (Ulpian, Insl.I, tit.) e Pomponio conchiudeva che chi cadeva nelle mani del nemico gli re stava per diritto delle genti suo schiavo.(Tit., De captivis).  mente emanato per bocca dei principi; e che fatto pubbli care da Giustiniano, mentre l'impero d’occidente era distrutto e quello d'oriente minacciato,conserva all'antica Roma la gloria di dominare eternamente,se non coll'armi,col migliore primato delle leggi. Di fianco al diritto civile romano nasceva il diritto ca nonico. La proprietà è resa universale: non vi sono più distinzioni di res mancipi o nec mancipi, di dominio quiritario o per pre scrizione; non si possiede più secondo S. Ambrogio, in forza della cittadinanza romana, la quale comunichi il diritto di proprietà proveniente dalle conquiste;la fonte d'ogni diritto è Dio, di cui tutti gli uomini sono figli; e che unico padrone della terra, ne dà l'uso a chi legittimamente lo acquista. Scompajono egualmente le legillimae nuptiae come contra posto alle justae nuptiae ed al concubinato legale:non si parla più né di confarreazione, né di co -emptio, nè di usus per aqui stare alla donna idiritti matronali e la successione,come figlia al marito: non vi è pei cristiani che il matrimonio Sacramento della Nuova Legge, simbolodell'unionedi Gesù Cristocolla Chiesa:la legge ecclesiastica de determina gli impedimenti,ne prescrive i riti; ed il marito e la moglie si trovano eguali nell'obbligo di vicendevole fedeltà ed amore e nella santa emulazione del bene.«Nessuno, predica A., silusinghiappoggian dosi alle leggi umane... non è lecito al marito ciò che non è permesso alla donna. Per misurare ilprogresso introdotto dal cristianesimo,bisogna ricordare ciò che scriveva Tertulliano: al giorno d'oggi chi si sposa ha già concepito il progetto di ripudiarsi e il divorzio è come un frutto del matrimonio. La lettera del santo arcivescovoscrittaadun talPe tronio ci introduce a contemplare ilsegreto lavoro della Chiesa costituente gli impedimenti dirimenti, per la sempre maggior santificazione della società matrimoniale,cui invano avevan tentato di mettere in onore le Leggi Giulie e Pappia Poppea. S. Ambrogio infatti dissuade con parole severe l'amico dal progetto di contrarre colla nipote:cosa contraria,egli dice, alla legge divina (5). Si crede anzi che la costituzione civile Leges Romanorum divinitus per ora principum emanarunt,cit.dell'Oza- ' nam. L'impedimento di consanguineità in linea collaterale è di natura eccle siaslica:S. Ambrogio parla dellelogge divina considerata nelle sae dedazioni.  De Nabuthe Jezraelita,cap.I,III,etalibipassim. D:Abraham. Apolog. pubblicata da Teodosio il grande circa ilmatrimonio fra i con giunti, glifosseispirata dal santosuo amico,consigliere e padre spirituale. Isuccessori del grande imperatore spaven tati dall'opposizione che l'impudicizia pubblica recava all'ese cuzione di simili leggi, si mostrarono incerti e indietreggiarono; ma l'impulso era dato e il cristianesimo, trionfando dell'immoralità, si impose poi pienamente anche alla legislazione. Il diritto di vita e di morte, che le leggi di LE XII TAVOLE concedevano al padre sul figlio, era già stato abolito durante ilperiodo,in cui la filosofia stoica, piegandoalsoffio spi rato dal Golgota, moderò tutta l'antica giurisprudenza (2). Costantino arrivò a decretare la pena del parricidio contro il genitore che uccidesse il proprio figlio. M a quanto cammino rimaneva tuttora a fare anche in questa materia per giungere a stabilire un pieno accordo colle imprescrittibili leggi di na tura! Non solo ilpadre conservava, come giudice domestico, ildiritto diinfliggere pene,benché moderate alfiglio;ma esse stesso dettava al magistrato lasentenza, che nei casi più gravi era reclamata dalla disciplina paterna. Arroge che l'esere dazionedimorava intatta fralesuemani, senzachelacrea zione, fatta da Costantino,delpeculio quasi-castrensee laparte concessa nella eredità della madre, bastasse a sottrarre ilfiglio di famiglia ad una autorità, che, sebben giusta, dee avere essa pure i proprii confini. Che più? Perseverava ancora il barbaro diritto nei padri di vendere i propri figli: S. Girolamo  ci ha conservati i lamenti di una misera vedova,cui ilmarito per supplire all'ingordigia del fisco, dovette vendere i tro figliuoli; S. Ambrogio stesso flagellando l'atroce crudeltà de gliusuraj, introduceunpovero padre che «usandodellaau toritàconferitagli dalla legge, ma negataglidallanatura» per pagare l'usurajo, da cui ebbe il pane, conduce all'asta i proprii figli; e con sanguinosa ironia esclama: « o miei figli, pagate le spese della mia gola, soddisfate il prezzo della mense paterna. Voi divenite il mio riscallo eil vostro servaggio ricom pėra la libertà mia Quai diritti, buon Dio, e quali ese crabili cause li facevano esercitare! Ben a ragione S. Ambrogio prosegue, narrando,chein uncaso simile, all'usurajo, ilquale Leg.5,C. Deincestisnuptiis.Troplong. C. lust. de patria potest. In vito Paphnutii De Tobia. voleva approfittarsi della legge ed ostava ai funerali di un cre ditoreimpotente, avevaordinato: siprendessein casailca davere in garanzia del proprio debito; e ve lo fece traspor tare dal popolo. Con simile legislazione però chi avrebbe osato farsi mediatore per riconciliare coll'inflessibile autorità pa terna un figlio, il quale aveva ardito menare in isposa una donzella, non trasceltagli dal padre? Il diritto romano riguar dava taleatto,comeunattentatocontro natura;poichéla nuora, secondo la legge, diveniva figlia del capo di casa. Ma lacaritàcristianasilasciaguidare da istintidivini:fra Je lettere di S. Ambrogio, la 83.a è appunto diretta a un tal Si sinnio,onde persuaderlo non solo a perdonare ma a ricevere incasaun talfiglioeduna talnuora;eviriusci.Sublime cat tolicità della Chiesa ! Dopo undici secoli circa, fu riproposta ai padri del Concilio di Trento la scabrosa questione del matri monio contratto dai figli di famiglia senza il consenso del padre: e lo spirito del santo vescovo di Milano ricomparve nella prudentissima risoluzione del Sinodo Ecumenico. Quella lettera a Sisinnio invero rivela in S. Ambrogio un tatto pratico squi sito:ma insieme qual profonda conoscenza del cuore umano, quanta delicatezza e soavità di sentimenti in quel grande av vezzo a moderar l'animo degli imperanti e a stringer le redini dello Stato;il miele,giusta l'enigma di Sansone,gocciava di nuovo dalla bocca del leone. Le leggi che regolavano le successioni richiedevano pari menti importanti modificazioni. L'antica legislazione era il ca polavoro dell'aristocrazia; esaminando quella ferrea catena di eredi suoi, agnatizii, gentilizii, in fine alla quale non manca vano mai le spalancate fauci del fisco, non si può a meno di ammirare con un senso di sacro terrore quel vigore di con cetto, quella intrepida inflessibilità di logica, con cui per conservare i beni e di sacrifizii nelle famiglie, il legislatore romano non indietreggiava davanti alle più inique violazioni dei di ritti di natura. L'equità pretoria vi aveva già portato al certo qualche cambiamento coll'editto:unde liberi;ma ohime!di qnanto poco accontentavasi la sapienza di Cajo e degli altri giureconsulti della setta stoica! Prima però che Giustiniano si preparasse una imperitura e giusta gloria con quelle leggi sulle successioni, che ancora (!) A a e juris in iquitates edicto praetoris emendatae sunt. Troplong.  Che più? scrivendo al giudice Studio, il quale lo aveva consultato sul modo di comportarsi,quando dovesse pronun ciar sentenze capitali, il prudente ed amoroso vescovo gli in culca con ogni maniera di ragioni l'esercizio dalla clemenza, che deve giungere, esso dice, fin dove vi è giusta speranza di emenda del reo. Lungi però dalle moderne utopie, le quali in nalzando a principio l'abolizione della pena capitale per qual siasi grande malfattore, riescono in pratica a disarmare e con danpare gli innocenti,il santo giurista pone per base la giustizia della pena di morte e raccomanda all'amico la custodia delle leggi, « poichè mentre si leme la spada dei giudici, si reprime e non si stimola il furore dei delilli. La stessa procedura criminale è lucidamente delineata nelle due lettere a Siagrio vescovo di Verona.S.Ambro gio lo rimprovera d'aver troppo superficialmente ricevuto l'ac cusa contro la vergine Indicia; gli fa osservare che nel suo processo trascurò quasi tutti gli argomenti che potevano far prova giuridica in favore dell'accusata; mentre illegalmente aveva avuto ricorso a testimoniaoze ed atti quanto obbrobriosi altrettanto insufficienti; e gli descrive il modo da sè tenuto per riveder quella causa e cassarne l'ingiusta sentenza.Leggendo quelle lettere scritte nel secolo IV,l'animosicompiace riscon trando i medesimi principii tracciati dal nostro santo, seguirsi Ep. Conf. Ep. Vedi ancheBagnard,al presente sono la base di tutti i codici moderni, S. Ainbro gio l'aveva non solo preceduto, ma superato con un giudizio, la cui equità sembra oltrepassare i confini di una soverchia condiscendenza.Nella letteradifatti al Vescovo Mar cello, pel cui testamento eransi fratello e sorella a lui appellati, il santo ci descrive collocate di fronte le due opposte influenze, che si disputavano allora ilcampo delle leggi. La procedura ci vile avanti al magistrato ci appare da una parte irta di inter minabili acontroversie, azioni, recriminazioni molteplici,istanze, cavilli da curiale ; » la procedura canonica del vescovo dal l'altra tien l'occhio alla giustizia e non alle forme legali, e la stessa giustizia tempera e corregge colla carità. Cosi A. applica al diritto civile quella sua massima,che come ci attesta Agostino, soleva ripetere al suo popolo: la let tera uccide, ma lo spirito vivifica. tuttora dalla S. Congregazione del Concilio,quando trattansi certe questioni, le quali come quella giudicata da S. Ambro gio, richiedono la più dilicata prudenza. Di tal modo l'influenza del Consolare romano si stese su tutti irami della scienza e pratica legale,donando loro la vita el'amore, che provengono dalla croce diGesù Cristo. Non ci sarà perciò lecito di conchiudere,che il sommo Arcive scovo il quale nelle immense occupazioni del suo apostolato quasi mondiale, trovò tempo e mezzi da gettare le basi di un intera ristaurazione del diritto pubblico e privato, deve essere salutato,come la personificazione del genio cristiano nella se conda metà del secolo IV? S. Ambrogio infatti ben diverso dai grandi uomini volgari dell'epoca moderna, non studiò gli er rori ed ipregiudizii dell'età in cui visse se non per combat terli:gli avvenimenti stessi più fortunosi non lo scossero: non segui ma trascinossi dietro uomini ed istituzioni, informan doli del suo spirito di forza e di carità":esso pertanto è a tutto rigor di storia,l'uomo del suo tempo. Ritorna quest'anno il quindicesimo centenario, da che il Consolare fu eletto e consecrato Vescovo di Milano.L'impero romano,di cui S.Ambrogio avanti di chiuder gli occhi alla vita vidde le prime strette di morte,è sparito;ed ibarbari che lo distrussero,avendo prestato orecchio più docileallelezioni la sciate dal santo,crearono le nazioni cristiane.A qual punto però siamo noialpresente? La societàprogredisceoretrocede? Immense innovazioni onorano al certo lo spirito umano, che in questi ultimi tempi percorse e scrutò tutti i regni della n a tura, sorprendendone preziosi segreti:esso obbligo il fuoco a servire alle sue industrie, lo aggiogó al carro e traverso la terra;diede leggi al fulmine e lo costrinse a trasmettere ad immense distanze il proprio pensiero.Tuttavia nonostante que ste meraviglie, quale è il diritto pubblico e privato d'Europa e del mondo in quest'anno 1874? Diamo uno sguardo in giro: il Dio - stato b a r i alzato ovunque i suoi altari e non vi è governo che non gli abbruci in censo e sacrifichi vittime: e quali vittime ! Sono diverse le forme sotto cui si presenta ilredivivo paganesimo;ma è in forza dei medesimi principii,che essoristaural'anticabattaglia, sperando che il maggior progresso delle scienze fisiche e la maggior forza che ne proviene ai governi, gli daranno di po  IV.   ter questa volta abbattere l'indipendenza della Chiesa, ri durla a servaggio e prepararla alla morte. Dietro al diritto pubblico vien necessariamente trasformandosi il diritto privato; il matrimonio, qual fu consacrato e reso indissolubile dalla fede cristiana, l'istruzione della gioventù, che deve sottrarsi all'er rore,l'inviolabilità della proprietà sia privata che collettiva, e cento altre conquiste dei secoli cristiani vanno ritirandosi in faccia ad altre conquiste, per antifrasi dette moderne.Si grida progresso: ma basta gridarlo? Frattanto le popolazioni moyon lamenti,simili a quelli che si udivano nel secolo IV,reclamando contro isempre crescenti balzelli;una febbre di ricchezzadi vora gli uomini creati pel cielo; e nello sfondo di un non lon tano orizzonte vediamo avanzarsi il Comunismo, ultima fase del paganesimo,ilquale viene a prender possesso del mondo in nome della logica e della Giustizia di Dio. È in questi frangenti che ilvecchio campione del secolo IV si scosse nella tomba de'suoi quindici secoli e volle rivedere lasuaMilano. Non spetta certamente all'umana ignoranza di indovinare i di segni misteriosi dell'altissimo: Esso c e li manifesterà come e quando crederà meglio.Ma è egli possibile che questo gi gante di santità ritorni fra noi senza una missione degna di sua grandezza? Il consolante dogma dell'intercessione dei santi ci dà diritto alle più soavi speranze; poiché la S. Chiesa,e que sta nostra in ispecie,è la vigna già lavorata da S. Ambrogio; e la sua visita perciò non può portare che frutti di benedizione e di pace alla Chiesa ed alla società. AMBROSE (fourth century AD) Originally from Trier, Ambrose is usually associated with Milan where he became bishop in AD 374 and died in AD 397. He wrote a major work on ethics, On the Duties of Priests, which relies heavily on the On Duties of Cicero. In it he discusses Christian ethics with special reference to the clergy. (Nicene and Post-Nicene Fathers series II, vol. X). Nome compiuto: Ambrogio. Keywords: Sebastiane; Ambrose and his orchestra, male virgin, virgo, satyr, his brother satyr, san Sebastiano l’eroe romano, l’eroe stoico – cicerone – uffizi – diritto romano – normativa dell’impero, sebastiane, vita di sebastiane, nato a Milano – Derek Jarman, Sebastiane – lingua latina -- --  Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Ambrogio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

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