LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: DIZIONARIO D"IMPLICATURE" -- A-Z A
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Allioni: deutero-esperanto – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Torino). Abstract. Grice: “We can conceive of pirot as a talking pirot – cf. talking parot
--. Its language, pirotese, must be allowed to undergo phases, which I call
proto-pirotese – the mere natural manifestation of a groan --,
deuteron-pirotese --- where the pirot now MEANS that he is in pain --,
tritio-pirotese – when we add ‘negation’ --, tetarto-pirotese – when we add
conjunction --; pempto-pirotese – when we add disjunction --; hector-pirotese –
when we add ‘if’ --; hebdomo-pirotese – when we add substitutional universal
quantification --; ogdo-pirotese – when we add substittuioanl existential
quantification --,, enato-pirotese – when we add the iota operator --;
decato-pirotese – when we add the assertion sign versus the imperative sign --;
endecato-pirotese – when we add the ‘therefore’ operator --; dodecato-pirotese –
when we allow for implicature and disimplicature.” Filosofo italiano. Roma, Lazio. Con Allioni.
Novecento novantanove Cod.: codice di corrispondenza amichevole internazionale,
Torino, Impronta. Dulichenko’s
Boellu is a misspelling). A code for friendly international
correspondence. Digital pasigraphy is indicated in DIAL under the number
901.121. In the same edition, Dulichenko mentions the linguistic project
Arioni-Boera, number 854.74, referring to Fuishiki Okamoto (Rikichi, or
Fuishiki, Okamoto. Perhaps we are dealing with the same project. Indeed,
in the introduction, Okamoto lists several works that influenced the
Babm9 language, including Arioni-Boera. Taking into account that Oka moto’s
native language is Japanese, it can be assumed that the Japanese spelling is
the source of the confusion. The thing is that there is no “l” sound in
the Japanese language. Instead, they pronounce “r” (voiced alveolar flap
[ɾ]). The surnames Allioni and Boella could easily have been transformed into
Arioni-Boera in some Japanese source. In order to distinguish cardinal
numerals from other numbers corresponding to code words, they are written
in parentheses: (1), (2), (3), etc. References: [2], [17], [45], [53]. Ernesto Boella.
Boella. Keywords: deutero-esperanto.
Grice e Boella. Con Boella. 999 Cod.: coice di corrispondenza
amichevole internazionale. Nome compiuto: Allioni. Keywords: deutero-esperanto,
proto-pirotese, deutero-pirotese. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice ed Allioni,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice ed Alminusa:
all’isola – l’implicatura conversazionale dei nobili siciliani – filosofia
siciliana – la scuola di Catania -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Catani, Sicilia. Grice: “Cutelli is like Hart, a
jurisprudent, rather than a philosopher!” Si laurea a Catania. Un saggio e il
“Patrocinium pro regia iurisdictione inquisitoribus siculis concessa”. Vuole
escludere dal "privilegium fori" numerosi delitti come la resistenza
a pubblico ufficiale, ed omicidio anche tentato. Altro saggio: “Codicis legum sicularum libri
quattuor” dove manifesta un'idea di politica amministrativa che mira a creare
un centro unificatore e un ministro superiore, cui fosse affidato il compito di
amministrare e dirigere la monarchia, ottenendo il rilancio economico, la
riduzione delle spese e il riequilibrio del conto fiscale. Si reca a Napoli.
Acquista il feudo di Mezza Mandra Nova.
Altro saggio: “Catania restaurata”. Altro saggio: “Supplex
libellus.”Acquista il feudo di Alminusa e il borgo già creato da Giuseppe
Bruno, figlio del fondatore Gregorio, per atto del notaro Pietro Cardona di
Palermo. Ad Aliminusa dota la chiesa di Santa Anna e stabilisce un legato di
maritaggio di dieci onze l'anno in favore di una figlia dei suoi vassalli, come
si scorge dal suo testamento redatto innanzi al notaio Giovanni Antonio
Chiarella di Palermo. Acquista il feudo di Cifiliana. Il suo testamento rivela la volontà di
destinare una parte dei suoi possedimenti alla fondazione di un collegio
d'huomini nobili in cui si dovesse studiare filosofia: il Convitto Cutelli, o
Cutelli. A Catania gli sono dedicati una piazza sita sul percorso della
centrale via Vittorio Emanuele II e il Liceo Classico "Mario
Cutelli". Dizionario biografico
degl’italiani. Una utopia di governo. La
formazione dell'élite in Sicilia tra Settecento ed Ottocento. Il "Collegio
Cutelliano" di Catania, in "Quaderni di Intercultura". Nome
compiuto: Conte di Villa Rosata. Conte Mario Cutelli di Villa Rosata e signore
dell’Alminusa. Alminusa. Keywords: i nobili, i nobili siciliani, homosocialite,
boys-only, male-only, Convitto Cutelli, élite filosofica, all-male
establishment, Oxford as non-co-educational – the coming of Somerville! –
Grice’s play group as an all-male play group, the idea of nobilita, nobility.
--. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alminusa,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice ed Alopeco: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia
italiana – Lugi Speranza (Metaponto). Filosofo italiano. According
to Giamblico di Calcide (“Vita di Pitagora”), Alopeco was a Pythagorean. Alopeco.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alopeco,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice ed Altan: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del soggeto -- simbolo, valore – ermeneutica antropologica – la
scuola di San Vito al Tagliamento – filosofia friulana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Vito al Tagliamento). Filosofo friulano. Filosofo
italiano. San Vito al Tagliamento, Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “I like Altan; he is
of course an anthropologist and not a philosopher, although his first rambles
were on Croce and philosophy as synthesis of history! – but then I lectured on
Peirce’s misuse of ‘symbol,’ and Altan, not a philosopher, just like Peirce was
not – repeats the mistake – Welby should possibly know better – Grice: “Altan
fails to explain why the Romans felt the need to borrow ‘symbolum’ from the
Greeks, and never return it!” Grice: “The examples in Short and Lewis for the
Roman use of ‘symbol’ are extravagant – Peirceian almost!” – Grice: “Altan’s
point is that a ‘soggeto,’ to communicate via ‘logos’ with another ‘soggeto’ in
a colloquium, must rely on this or that symbol, which means that he must rely
on this or that ‘valore’ – and unless you share those values, you don’t quite
grasp the implicatum in the use of the symbol.” Nato da un'antica famiglia friulana. Uno dei massimi
esperti di antropologia culturale. Destinato dalla famiglia alla carriera
diplomatica, si laurea in giurisprudenza a Roma. In Albania durante la
seconda guerra mondiale, partecipa alla resistenza, militando nel partito d'azione.
Dopo le vicende belliche, conosce CROCE (si veda) grazie a cui fa il suo
ingresso nel panorama culturale italiano. L'incontro con CROCE, avvicina la
sua filosofia all'idealismo crociano ed allo spiritualismo etico, come
testimoniano i suoi saggi di questo periodo. Trascorre quindi dei periodi di
studio e di ricerca a Vienna, Parigi e Londra, dove si accosta pure
all'antropologia e all'etnologia. Grazie all'influsso di MARTINO (si
veda), CANTONI (si veda) (di cui e anche assistente volontario) e Tentori, si
dedica all'antropologia secondo un approccio che non si basi esclusivamente
sulla ricerca sul campo e l'etnografia ma che fa soprattutto ricorso alla filosofia.
Influenzato pure da Malinowski, si oppone allo strutturalismo, aderendo
successivamente al FUNZIONALISMO nonché a un marxismo mediato dalla scuola
francese degl’Annales. Insegna antropologia culturale alla Facoltà di
Filosofia di Pavia, Trento, Firenze e Trieste. Organizza a Roma un convegno di
antropologia della società complessa. Vive tra Milano e la sua villa a Grado.
Sulla base della sua iniziale formazione in filosofia del diritto nonché della
sua vasta conoscenza filosofica generale, dopo una fase di ricerche sulla
fenomenologia del simbolo, volge la sua attenzione verso i metodi applicati
all'analisi semiotico, quindi si dedica allo studio dei comportamenti e dei
valori che lo hanno poi condotto ad approfondire, da una prospettiva
storico-culturale e con una visione alquanto critica, la dimensione identitaria
degl’italiani. A. cerca di far capire sia all'opinione pubblica che ai
politici italiani l'importanza e la necessità di dare al loro paese una
religione civile, come la degl’antichi romani. In questo progetto, vanno
inserite alcune fra le sue opere come La coscienza civile degl’italiani e il
manuale di Educazione civica. Si dedica allo studio delle basilari
componenti simboliche dell'identità etnica italiana – specialmente friuliana --,
concentrandosi, a tale scopo, sulla categoria dell'ethnos, individuandone ed
analizzandone cinque principali componenti: I l'"epos" -- cioè, la
memoria storica collettiva; II l'"ethos" -- cioè, la sacralizzazione
di una norma e di una regola in un valore) III il "logos" -- cioè, il
linguaggio interpersonale e la conversazionale; IV il "genos" -- cioè,
l'idea di una comune discendenza: la ‘gens’ degl’antichi romani -- ed V il
"topos" -- cioè, il SIMBOLO di una identità collettiva comunitaria
stanziata su un dato territorio – come il Friuli -- allo scopo di trovare una
possibile soluzione razionale, dal punto di vista dell'antropologia, ai
conflitti tra i vari etno-centrismi. Altre saggi: “La filosofia come
sintesi esplicativa della storia. Spunti critici sul pensiero di CROCE e
lineamenti di una concezione moderna dell'Umanesimo” (Longo e Zoppelli,
Treviso); “Pensiero d'Umanità. Sommario breve d'una moderna concezione
speculativa dell'Umanesimo” (Bianco, Udine); “Parmenide in Eraclito, o della
personalità individuale come assoluto nello storicismo (Udine); “Lo spirito
religioso del mondo primitivo” (Saggiatore, Milano); “Proposte per una ricerca
antropologico-culturale sui problemi della gioventù” (Mulino, Bologna); “Antropologia
funzionale” (Bompiani, Milano); “La sagra degl’ossessi: il patrimonio delle
tradizioni popolari italiane nella società settentrionale” (Sansoni, Firenze);
“Personalità giovanile e rapporto inter-personale” (ISVET, Roma); “Le origini
storiche della scienza delle tradizioni popolari” (Sansoni, Firenze); “Atteggiamenti
politici e sociali dei giovani in Italia” (Mulino, Bologna); “I valori
difficili. Inchiesta sulle tendenze ideologiche e politiche in Italia”
(Bompiani, Milano); “Comunismo e società” (Mulino, Bologna); “Valori, classi
sociali, scelte politiche” (Bompiani, Milano); Manuale di antropologia
culturale. Storia e metodo” (Bompiani, Milano); “Modi di produzione e lotta di
classe in Italia” (Mondadori, Milano); “Tradizione e modernizzazione: proposte
per un programma di ricerca sulla realtà del Friuli (Campo, Udine); “Antropologia.
Storia e problemi” (Feltrinelli, Milano); “La nostra Italia: arretratezza socio-culturale,
clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'Unità ad oggi” (Feltrinelli,
Milano); “Populismo e trasformismo. Saggio sull’ideologie politiche”
(Feltrinelli, Milano); “Per una storia dell'Italia arretrata” (Monnier,
Firenze); “Una modernizzazione
difficile. Aspetti critici della società italiana” (Liguori Editore, Napoli); “Soggetto,
simbolo e valore. Per un'ermeneutica antropologica” (Feltrinelli, Milano); “Un
processo di pensiero” (Lanfranchi, Milano); “Ethnos e Civiltà. Identità etniche
e valori democratici” (Feltrinelli, Milano); Italia: una nazione senza
religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta” (IEVF-Istituto editoriale
veneto friulano, Udine); “La coscienza civile degli italiani. Valori e
disvalori nella storia nazionale” (Gaspari, Udine); “Religioni, simboli,
società: sul fondamento umano dell'esperienza religiosa” (Feltrinelli, Milano);
“Gl’italiani”: Profilo storico comparato delle identità nazionali europee” (Mulino,
Bologna); “Per un dialogo fra la ragione e la fede” (Olschki, Firenze); “Le
grandi religioni a confronto. L'età della globalizzazione (Feltrinelli,
Milano); Identità etniche, Una religione civile per l'Italia d'oggi, emsf. biografie/
anagrafico.asp?d=328 Il crogiolo, archive. web/ emsf.rai/biografie/ anagrafico ?d=328;
“L'esperienza dei valori”, “Identità etniche e valori universali” archive./ /http://emsf.
biografie/anagrafico.as Modelli concettuali antropologici per un discorso inter
disciplinare tra psichiatria e scienze sociali, in: Psicoterapia e scienze
umane, polser.wordpress.carlo-tullio-%altan-modelli- concettuali- antropologici-per-un-discorso
-interdisciplinare-tra-psichiatria- e-scienze-sociali-in- psicoterapia- e-scienze
-umane -Citazioni «Per la destra l'antropologia è roba per selvaggi; la
sinistra pensa solo all'economia; altri sono ancorati a schemi anglosassoni,
che vedono le strutture politiche come realtà a sé», da un'intervista
rilasciata a Rumiz e pubblicata in La secessione leggera, Roma, Riuniti, Cfr.
il saggio autobiografico: C. Tullio-Altan, "Un percorso di pensiero",
Belfagor. Rivista di varia umanità, nonché il testo autobiografico Un processo di
pensiero, Lanfranchi Editore, Milano, Cfr. U. Fabietti, F. Remotti, Dizionario di
Antropologia. Etnologia, Antropologia Culturale, Antropologia Sociale,
Zanichelli, Bologna, voce A. 772.
Cfr.//controluce notizie-old-html/giornali/a 14n03/18-culturaecostume- altan.htm Cfr.//segnalo/ TRACCE/ NONPIU/ tullio-altan
Frutto di questo nuovo programma di ricerca, e peraltro la monografia Lo
spirito religioso nel mondo primitivo.
Cfr. A. Rigoli, Lezioni di etnologia, Renzo e Reau Mazzone editori, Ila
Palma, Palermo, Cfr. Fabietti, Remotti, cit.
Fra cui Catemario, Cardona, Galli, Lanternari, Musio, Remotti, Rigoli, Satriani,
Tentori. Cfr. Tentori, Antropologia
delle società complesse, Armando, Roma. Da un punto di vista storico, è da
ricordare come l'antropologia culturale ha origini giuridiche. Invero, molti
dei maggiori antropologi della seconda metà Professore sono giuristi o,
quantomeno, avevano una formazione giuridica. Ciò fondamentalmente è dovuto al
fatto basilare per cui nessuna società umana è priva di una qualche forma di
diritto, anzi tutte le istituzioni sociali hanno una imprescindibile dimensione
giuridica; cfr. Fabietti, Remotti, "Antropologia giuridica". Cfr. Ignazi, "Populismo e trasformismo
nell'analisi di A.", il Mulino. Rivista di cultura e politica. Angioni,
"A.: un antropologo "anti-italiano". Familismo amorale e
clientelismo tra i mali del Paese", in: Il Sole 24 Ore, Cfr. Enciclopedia delle scienze
filosofiche in. Cfr. A., "La dimensione simbolica
dell'identità etnica", Finis e Scartezzini,
Universalità e differenza. Cosmopolitismo e relativismo nelle relazioni tra
identità e culture, Angeli, Milano. Qui,
per regola, si intende una norma, in genere non necessariamente codificata,
suggerita dall'esperienza o stabilita per convenzione o consuetudine, spesso in
riferimento al modo usuale di vivere e di comportarsi, sia individualmente che
collettivamente; cfr. A. Ethnos e
civiltà. Identità etniche e valori democratici, Feltrinelli, Milano -- nonché i
ricordi di Galimberti e di Massenzio comparsi su La Repubblica e reperibili
all'indirizzo Cfr. pure Rigoli, A., Un
processo di pensiero, Lanfranchi, Milano; A. "Un percorso di
pensiero", Belfagor. Rassegna di varia umanità, Ferigo, di A., Metodi et Ricerche.
Rivista di studi regionali, Atti del
Convegno Storia comparata, antropologia e impegno civile. Una riflessione su A.,
Udine-Aquileia, i cui sunti sono stati pubblicati, Candidi, sulla rivista
Italia Contemporanea. Fascicolo speciale dedicato ad A. della rivista Metodi et
Ricerche. Rivista di studi regionali.
L'antropologia italiana. Laterza, Roma; Alliegro, Antropologia italiana.
Storia e storiografia, SEID, Firenze, A., C. Signorelli, "A proposito di
alcune critiche: dibattito A.-Signorelli", in Rivista della Fondazione
Italiana dei Centri Sociali, Roma; Forniz, "Il Palazzo A. in S. Vito al
Tagliamento: dimore illustri nel Friuli occidentale", in Itinerari. A. su
Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; A. Dizionario biografico dei
friulani. Nuovo Liruti; Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa in
Friuli. Biografia su feltrinellieditore.
Biografia, su blog.graphe. Convegno in memoriam, su qui. uniud. Ricordo
biografico, su contro luce. Filosofia Sociologia Sociologia Categorie: Antropologi italiani Sociologi
italiani Filosofi italiani Professore, San Vito al Tagliamento Palmanova Accademici
italiani Studenti della Sapienza Roma Professori dell'Università degli Studi di
Pavia Professori dell'Università degli Studi di Trento. Nome compiuto: Carlo
Tullio-Altan. Altan. Keywords: soggeto, simbolo, valore – ermeneutica
antropologica, Croce, filosofia come sintesi, Velia, la porta rossa di Velia,
fascismo, ideologia politica italiana, ideologie politiche italiane,
simbologia, simbolismo, ermeneutica, mercurio, ermete, mercurio, humano, uomo,
umanesimo, Altan e Passolini, Palazzo Altan – Altan nobile friulese, il conte
Carlo Tullio-Altan – la etnia friulese, ‘friulese, non italiano’ – dizionario
biografico dei friulesi – friul – la lingua friulese – la base romana – la occupazione
romana. Aquileia – i friulesi durante il fascismo – contro il friulese,
italisazzione – Altan e la resisenza – etnia e italianita, -- romanita ed
italianita – friulesita -- Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice ed Altan,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Alvarotti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale retorica – la scuola
di Padova – filosofia padovana –filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Padova). Abstract.
Grice: “Most philosophers at Oxford hardly understood my motivation in bringing
in conversation into the philosophical picture—it would have been a far cry in
the Italy of Alvarotti – where ‘conversazione’ reigned supreme!” Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo
italiano. Padova, Veneto. Nacque nell'antica famiglia nel palazzo di famiglia
in contrà Sant'Anna. Il padre e archiatra di Leone X. Insegna semiotica a
Padova e studia a Bologna sotto Pomponazzi (si veda) Alla morte di Pomponazzi,
ritorna a Padova dove insegna fino al decesso del padre; dopo di ciò dove occuparsi
attivamente della sua famiglia. A questo periodo risale la composizione
che verranno pubblicati da Barbaro con
il titolo di dialoghi filosofici: Dialogo d'amore”, “ Dialogo della dignità
delle donne”; “Dialogo del tempo di partorire delle donne” e “Dialogo della
cura famigliare”; due dialoghi lucianei “Della usura” e “Della Discordia”,
seguiti da quello “dialogo delle lingue” e da “Dialogo della retorica” e infine
quello “Delle laudi del Catajo, villa della S. Beatrice Pia degli Obici e
quello Intitolato Panico e Bichi. Questi dialoghi sono le opere più note di A.,
nonostante siano stati pubblicati a sua insaputa e non siano mai stati
riconosciuti, e hanno avuto decine di ristampe. C’e anche un “Dialogo
della vita attiva e contemplativa” che non venne però inserito nei Dialogi per
motivi tuttora sconosciuti. Degl’infiammati, amico di Tasso, si occupa
della revisione della Gerusalemme liberata. Autore della Canace, pubblicata a
Venezia, tragedia che da seguito a
un'accesa polemica tra l'autore e Cinzio. In seguito intervenne anche
nella polemica tra lo stesso Cinzio e Pigna a proposito dell'”Orlando furioso”
e del romanzo come genere letterario. Si trasfere a Roma dove divenne amico di
Caro. Tornato a Padova compose i “Discorsi Su Alighieri”, “Sull'Eneide”;
“Sull'Orlando furioso” e il “Dialogo della istoria.” Fautore di un classicismo
ancor più estremo di quello del vicentino Trissino, cui rimprovera di aver
tratto dalla storia e non dalla mitologia il soggetto della sua Sofonisba.
Conformemente all'uso greco e, naturalmente, nel pieno rispetto delle unità
aristoteliche, si ispira all’Eroides ovidiane per la Canace. Sepolto nella
Cattedrale di Padova negl’avelli degl’Alvarotti. Nell'andito della porta
settentrionale gli venne eretto un monumento ad opera di Campagna. A
Opere tratte da' mss. originali, Forcellini, Venezia, Occhi, A., in Trattatisti,
Pozzi, Milano-Napoli, Ricciardi, Cammarosano, La vita e le opere di A., Empoli,
Tipografia R. Noccioli; Bruni, A. gl’infiammati, in Filologia e letteratura,
Bruni, Sistemi critici e strutture narrative, Ricerche sulla cultura fiorentina
del Rinascimento, Napoli, Liguori, Fano, Notizie storiche sulla famiglia e
particolarmente sul padre e sui fratelli di A., in Atti e memorie
dell'Accademia di Padova, Padova, Randi; Fano, A., Saggio sulla vita e sulle
opere, Padova, Drucker; Floriani, I
gentiluomini filosofi. Il dialogo culturale, Napoli, Liguori; Fiorato, Fournel,
Il “camaleonte” e il “cuoco”. A. e la critica del romanzo, in « Schifanoia,
Jossa, Rappresentazione e scrittura. La crisi delle forme poetiche
rinascimentali, Napoli, Vivarium; Jossa, Verso il barocco. A. e Borromeo: tra
retorica e mistica, in Aprosiana, Pozzi,
Le lettere familiari d’A., in «Giornale storico della letteratura italiana »
Pozzi, La critica fiorentina fra Bembo e Speroni: Varchi, Lenzoni, Borghini, in
M. Pozzi, Ai confini della letteratura. Aspetti e momenti di storia della
letteratura italiana, Alessandria, Edizioni dell'Orso, Sperone Speroni, volume
monografico di « Filologia veneta », Padova, Editoriale Programma,
TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Camillo Guerrieri Crocetti, Sperone Speroni,
in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Sperone Speroni, su sapere, De Agostini. Luca Piantoni, Sperone Speroni, in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di Sperone Speroni, su Liber
Liber. Opere di Sperone Speroni, su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Sperone Speroni,. Audiolibri di
Sperone Speroni, su LibriVox. Michele
Messina, Sperone Speroni, in Enciclopedia dantesca, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. DIALOGO DELLE UNGVE. I NT ERLttC VTO R I, Tìembo l Lazaro,
Cortegwo, Scolte, 1 Lafcari, Perette. odo dir,mcffer Lazaro, che la
Signoria di Vettetia iìb\é condotto a legger greco, la» tino nello jìudto di
Padoua:è ite ro qucUot Lai. Monfignorp. BtM. Che prouificnc è lauo* fira:Ls z.
Trecào feudi d'oro. SEM. Mcffir Lazaro,io me n'allegro co mi,con le buo ne
lettere, cr con li lludiojì dtqucUeicon noi prona,pe» roche mnonsòbuomonifjuno
della uojìraprofcfiiioue t che andaffe prejjb d quclfegnOìOite fetc armato :
eoa le buone lettere pOÌ,le qualida qui innanzi non mendicherà no la uìta loro
pot(erc s <£r nude; cerne fono ite per Io puf* fitojrì allegro etìandia con
lo jìudioj^rglijiudkfidi pa doua;cut finalmente è tocca in forte tale macero
iquale tingo tempo hanno cercato,?? difidetatoMabuauifo^ the egli ui bifognerà
fedisfar r.an tanto aSmmetsjo difiàtrio, che hanno gli huomn i i d'imparare,
quanto adunai infinta {paranza, che sha diuoijZrdetk uojha dottrina. Ikhe fare
nuoua cofanon iti farà i cofifetc tifato d'affati* carni, cr con le uofbre
bieuoli fatiche operar gloria in uoi,et in
aiuruiuertù.LA2.Mojignor,(cmpremaiionba pregato Dommcdio^hc mi du grattaci
occajìosc una N uotd DIALOGO me ut concia: patti catdtopmow di Kd.RU per
ztr* LtLmi^rtouoglu lidia, ^nadoncam ritti che mfTuno a* è ^op^ etw / M
g" S I itine pnfettmcntc . On* egl. e Jt m* CT MU fi hLnU Éfee«W»e«^
è Aium» fi fattamente, f, prtri n***rrL«i Hetmi /ìmilmcOTtnaa *d £
feeinpret». ^mbeamcj^e^ndcmg^dacbe m fammorttlipcrfM*. LA2, Ifcgjucojif
<U«,fenr icWi delolw&tectwto altre f ^«"f* frtae:>£ di
<pdk<dtre ne il deh «e W4, DELLE LINGVE. t)g può recare il
parlar bene attamaniera del uolgo. Bem. 1*2$ è ben uero,cbe tanto più
uolontieri fi dotterebbe iin parar lalingua grecarla latina, che la Tofcanaì
quan to di quc^a quelle altre due fono più perfette, er più ca* re. ma che la
Tcfcafia da [prezzare dei tutfypermcn* te lo direi j parte per non
èrebugia,parte per non parer dbauer perduto tutto quel tempo,che prender udii in
ap prenderU DcUa bebrea.io non ne fo nulla: ma per quel* lo che io n'oda
dirc,quan;o la Utina gli italiani, altrettan to o poco meno fiata la li
Genna>ua.LAT.A me pare, quando m guardo, che talefia la uolgar Tofcana perù*
fretto atta lingua Uttna ; quale la feccia al u'mo : pero* che la uolgar e non
ì altroché la latina guatla^? corrot U boggimai dalla lunghezza del tempo, o
dalla forza de barbari ; o dalla mjira uiltlPer la qual cofa gli italiani, U
quali atto'ftudto della Imgualatina la uolgarc anttpon gono,o fono fcnzagiudiw,
non dtjcerncndo tra ytcU lo, chcè buono, crnon buono io priui in tutto d'inge-
gno non fon poffenti di pofiedert il migliore . Onde quthììauuiene,che noi
ueggiamo auucnire di alcuna human* compietene :la quale fiemadi uigor natura* le
nonbauendouertùdifare del cibo fangue, onde m m ilfuo corpo, quello in flemma
cornate, che rende lo buomo da pocoì^r nelle proprie operatimù il fa ef= fere
conforme atta qualità dcWbumore . Ma egli fi ud- rebbe dare per legge ad
ogn'uno :a uolgariilncn parla- re latinamente, per non diminuir la riputatione
di me- fìa lingua diurna: a letterati, che mai da loro, fe non . cojbrtìti di
alcuna ncceftità, non fi parlale volgare U i atta Si maniera de gli
ignorantùacciocbel uclgo arrogante ton Vcfiempio&r autoritàde grandi
huamini, no» preti* iefle argomento di far conferita delle fue proprie brutta
rei et ai arte ridurre la fu* ignorantia. cort e G.Mef* (er haxaro, qui tranoi
ditene il male che uoi tioiete di ùueflilmgm Tofamaifolamente quello non falche
fe- ce Vanno pacato mejfer ROMOLO (vedasi) in quejia città ; il quale orando
pubbcamente,con tante, er taliraghni biafimo total lingudAordfujbc innanzi
bareitolto d'effer mor to famiglio di CICERONE (vedasi), per batter bene
latinamente par iato : che uiuer bora con quejia Tdpa Tofcano. L a z. Se io
crcdefii bifognami perfuadere <t ifcokridi Padova, che la lingua latina
fuffe cofa da feguitare, er da fuggir U Tofcana ; 6 io non u onderei a legger
latino, ofbcrc* rei che delle mie letttoni paco frutto fe ne doueffe piglia*
re, ebe dafe flcfli noi conofcendo t giudicarei,cb'ef$i man zafferò
d'intelletto,non fapendodtilmgueretra pnnei* pij perfe noti, strale conclufioni
: il quale difetto non ha rimedio niffuno . Onde io tti dico, che pia toflo
«or* retjiper parlare, comeparlaua Marco TuUio latino, che effer papa Clemente
. Costig, Et io cono* feo di motti kuomini, che per effer mediocri Signori, fi
(ontentarebbono d'effer muti, già non dico che iofta una didaeSo numero -.ma
dico bene dicob con uofbra grati*, poi che il affitto è dal mio poco
intetiettojo non tiedo per qual ragione debba Ibuomo apprezzare la Un gua greca,
ne la latina > che per f aperte [prezzare, mi* tre, er corone, che fe ciò
fujjfc, flato ferebbe di maggior égtàti il«iteJMK>i ol cuoco di Demoéìhene,
er di CICERONE (vedasi): che non è bora f imperio, et il Papato, EhmbJ Non
creggiate, etw incjjèr L«&fre bramifolamente Lt lingua latmadi Cicerone, la
quale era commune a lui t cr gli altri Romani : ma mfieme con le parole latine
e* gli difìdera [eloquenza » o 1 ftpienza di lui : che fu fu* propria y ertoli
d'altriita quale tanto più ecceUentt dee riputar fi d'ogni mondana grandezza,
quanto aWal* tezza de principati fi [ale per fucccfbonc,o perforte,out a quella
delle feienze monta. [anima nofira non con altre: ali, che con quelle del fuo
ingegno,%r della fua indù* foia . Io fo nuUa per rifletto a quegloriofi : ma
qudpo* coccio nefo delle lingue, non lo cangierei al Marche* fttodi
t&antoua . Laz, lonontredo Monfìgnor mio, ckeuoicrcggiate>cbe molti de
Senatori, vde Confala* ri di Roma, non che tutta la plebe coft latino parlale »
come faceua lAarco TuIlioiaMicuilìudijpiu fu Rem* obligata,èic alte vittorie di
Cefare. Onde io difli,ty />£>= n dicodinuouo, che più i)limo,& ammiro
U linguaio» tino, di ciccronctcbe [imperio d'AUgujìo. T>eUe laudi del la
qual lingua parlarci al predente >non tantoperfodhfa* re aldiftderio di
quefìo gentiluomo da bene, quato per che io fono obligato di farlo.ma otte
uoificte,non fi con* «iene, ée altri che uoi ne ragioni : 0* chi faceffe altra'
mcnteftrebbe ingiuria alla linguai egli farebbe («ih» toprofontuofo. Bem,
Quejlo ufficio dilodar Ulingu* latina per molte ragioni dee effere mjbro ;
parte per ef» fergiàdejlinatoad infegnarla pubicamente : parte per ejferltpiu
partigiano che non fono io, il quale non tifli* no cotante: fi che però io
difèregi la uolgare Tofana : n $ cr <jr a tcbe io non la prepofi fe
non ad un Mirebefatoyoue ci Ihauctc me [fa difopra all'imperio di tutto l mondo
. Dunque a uoi tocca il lodarlaicbe il lodandola farete grt to iUa ]xngui,atta
quale il nome uoflro,cr la fama uofhra è grandmane obligata: cr con quello
buongentilbuo* ma corte fanente apcrarcte, il quale dianzi non fi curò di
confeffire d'bauere anzi dello feemo, che nò, per udir uoi ragionar della fua
ecceUenZd.L AZ.Et io, poi che UO lete cofi ; uolontieri la loderò, con pitto di
potere ìnfìe* inamente bufano- la uolgarcje uoglii me ne uerrà; feri* ZA che
uoi (babbiate per mule. B e m. San contento : mi fu ilpatto communc,cbe quaio
uoi uituperarete; io pofa fa difendere. L a z . Volontieri. ma a noi gentiVbmmo
dico,cbc io poffo bene incominciare a lodare labuond lin gua latina,
rendendouila ragione perche io la preponga, atta fignark del mondo ; ma finire
non neramente, tanto ho da dire intorno a quella materia : non per tato mi ren
do fìcuro, che quelpoco } cliio ne dirò, ui perfuadcrà ai efferle molto più
amico, che uoi non fiete al prefente al* Ù corte di Roma. Corteg, Qucfto uoi
farete da* poi. bora io uoglio per lamia parte, che qual bora cofi direte,cbe
io non intenda, interrompendo il ragionamen to,poffapregarui, che la chiariate.
Laz. So» contento. Dunque fenza altro proemio farejo dico incornine cimio,cbt
quantunque in mite cofe ftamo differenti dalli Muti animali, in quejl'una
principalmente ci difcoliiamo da Lorójche ragionado^fcriuèdo comunichiamo (un
(al tro il cuor nojbro: laqualcofanon poffano fare le bel tic. Dunque fe cofi
è, quettipiu diuerfo fari dotta natura dé bruti, il qu*k parto ì er fcriuerà
meglio. Per la cofa chiunque ama d'ejfer kuomo perfettamente, ceti o= giti
Audio dee cerare 'dì parlare, er fcriuere perfetta* mente : er chi ha ucrtìi di
poterlo fare, ben fi può dire * ragione lui effer tale fra gli
altribuomini,quali fatigli buomini iftcfc per ricetto alle tejiie . qua! tutti
di parlare,^ deferiucre i Greci e? Latini quafi uguabnè* te j appropriarono.
Onde le loro lingue uègono adefur qucUexbcfole tra tutte {altre del mondo ci
(anno diuerfi per eccellenza dalle barbare^ dalle irratioitaU creata re. Et è
hi drittoiccnciofta cofa che tra poeti volgari ufi
tiouerìhabbiajhy.taleagiudicio de liarcntinipcffitag* guagliarft a virgdio,ad
Homero, ne tra foratori a De= molibene,oaì\ùrco Tullio, Lodate quaiouoltte il?c
trarca,et i 1 Bocca«io,Nci no farete fi arditi,cbe ne egua Upò>ne inferiori
troppo nicini li facciate alli antichwn- Zi da loro tanto lontani li
lrouerete,cbe tra quei rifares- te cft d'annoverarli . Hcra no ucglio nominar
d'un in n* no i jeriffori Greci, et Latini di gradcjcccllòta,cb'io «3 ne Marci
a capo in unmefe : ma fon cotento di quelle due copie. troucrajii a cofloro in
altra lingua alcun paref di" rò di memai no fono di fi rea uoglia,ej fi
fW/to.cbe leg* gelido i lor uer/i er Icrationi Icro^on mirallegri . tutti gli
altri piacer iMtigU altri diletti, fejìcgiuochijuoni, caulinno dietro a
que^uno.ne dee b«omo merauigliar fene,però the gli altri folazzifono del corpo
jet quello è dell'animo . onde quanto èpiunobile cofa rinteflettodel Jen/o,
tante è maggiore et più grato quejlo diletto di tutti gli altri. Coki. Beri iti
credo ciò ebe dicete iperoche qunlunche uolta io leggo «tirane noueUe del
nojbro Boccaccio, hnorno certamente di minor fa\na t che Cice- rone nmè,Ìo mi
fento tutto cangiare : majìtmamente leg genda quelli di Rujlico,&- d'
Alibechrf Akthiel, di Pc ranella,^ altre cot4li,liqualtgouernatioiftntimenti di
chi le legge, cr fanno fagli a lor modo, Ver tutto ciò io non direi ioutr buomo
arguire f eccellenza d'alcuni lingua : più lofio credo U natura de le cofe
deforme bd= vere uirtà d'immutare il cerpo,er la. mente di chi legge. B e m.
Qucjìo nò,ma la facondia è fola,o principale c#> gtone di far in noi cofi
mirabili effati. ey elicgli fìa ti ue rojeggetc Virgilio uolgareMo'-o Remerò,
ey il Boc* caccio mnthofcanoiv non faranno quefti miracoli, dunque meffer
Lazaro dice il «ero, quando di idi effetti pone la cagione nelle lingue . JM i
non proua per qucjìo tafua ragione non fi doucr imparar altra, lingua, che U
Istmo, i ej la greca : perocbejc la nofha volgare froggi= di no» è dotata di co
fi nobili autori: già nonècoftimpof: fMe,cbe ella nbabbia,quando chejia poco
meno ecc cl- ienti di Virgilio,©* d*Romero : cioè che tali fiano nella Ungi
wAgare,qualifono cofloro nella greca,ty nella la* lina. Lai. Quando cgliamtcrra,
che la hngtu hoU gxrehabbiaifuoi Ciceroni,ifuoi Virgili j,ifuot Romes rUy i
[noi Xìemoflbcni iOÌlhoraconpglierò che ella fia cofa da imparare, come è bora
la latina, ©- lagreca Ma qucjìo mai non
farà: conciona cofa che la lingua non lo patifee per efjer barbara,fi come ella
è ; er non capace ne di numerose di ornamento . Che fe que quat* tro,non che
altri, rinafeejfero un'altra uolta, © con l'ingegno. pgm,e con {"industria
mcdefima,con la quale grecami" te cr ùtinmente poetarono cr orarono,
parlaffero er feriueffero uoìgmncte^i no [{irebbero degnidel nome foro . Non
uedete mi qaejìa pouera lingua batterci no* mi non declinabili, i utrbifetrzA
coniugatone, cr /f nzd participio ;er tutta finalmente fetxtd niffuna bontà*
CJ* meritamente per certo: contiofiaa>fa,cbe per quello che io n oda dire da
fuoifeguaci, la fua propria perfettionc eofftc nel dilungarfi dalla
lamaìneUaquale Miele parti dell or adone fono intere e? perfette.cbe fe ragione
mi tajje di biafmurla, quejìofuo primo principio, cioè/co* farfi dalla latina,*
ragione dùneflrdtìua dcSafua pravi* tà . Ma che i ella moiira ncUafua fronte
d'bauer battuto la origine,e taccrtfeimcnto da barbari, cr da quelli pritt
cipalmente,piu che odiarono li Komam t cioè da fracefv, tt da Provenzali : da
quali non pur i nomi,i uerbi, ©* gii tduerbi di leim torte anebora deh"
orare,*? del poeta* refiderittò. O gloriofo linguaggio . nominatelo come ni
piacevole che italiano nòn lo chiamiate s effendo uenm to tra noi d'oltre il
mare, 0* di Ila daUdpi } onde è chtufc f [Un : che gii non è propria de Frane*
fi la gloria, che fiatine fiano inuentori,cjr accrefeitorim deh" inclinata
ncMlmperiodiRomain quamainon uennein Italia ttatiom niffuna fi barbara,??
«>fi primi dtbumanità, Hwwi > Goffi, Vandali* Umgobardi,ctiaguifadi tro*
pheo, non ni lafcùffe alcun nome, o alcun nerbo de pi» eleganti,
ctìeUababbiaifj mi diremmo ibe Hoig<o» mente parlando poffa nafeere CICERONE
(vedasi), o Virgilio i Ve rmente fequejhkngM fujjc colonia delklatina ;non
oferei «/era eonfefftrb : moiro meno il dirò,effendo lei una m óiftinti
canfufione di tutte le barbarie del mondo.nelqui k Cbioi prego Dio che mandi
ancbora li fu* difcordia ; U quale sparando una par oh daU altra, er ognun* di
loro mandando alla propria fua regione ; finalmente ri* mmga a queHapouera
Italia il fuo primo idioma : per lo quale non meno fu merita dalle altre
prouincie ; che te muta per le anni . Io uerame nte poco ho letto di quefte
tofe uolgari,?? guadagnato pimi d'baucre affai in per Aere di fìudiarlexb'egli
è meglio non lefdpere che faper termi quante uolte per mia disgratia rìbo
alcuna ueduta iltrettante meco medefmo ho Ugrimatokncftri mi/és ridtpenfando
fra me quale fu già, er quale è bora li Un* gud,onds parliamo er fcriuiamo.zT
noi uedranogUmai Cicerone } o Virgilio tbofcanofpiu tojto rmaf. eranno Schiumi,
che Italiani uolgari ; faluo fe per gioco non fi dirà in quel modo, che iferui
fanno ri lor Re ; er i prU gionieri iUor poderi. Ma tal Virgilio, er Mi
Cicerone, Morder Turchi pofìonobauer nelle lor liiiguc;pa-ò parlando una uolu
con un mio amico, che moto ben sin tendea della lingua Arabefca ; ini ricordo
udir dire, chi Auicenna banca, compojìe di molte opere ; Uqualt fi con nofceumo
efferfuenon tutto iWinuentione delle cofa quanto allo fide, ndquale di gran
lunga auanxaua tutti gli altri fcrittori di quella lingua, eccetto quelbde
l'Ai* corano. Dunque come proportioneuobncntc Auicenm fi direbbe Marco Tullio
fi-agli Arabi ;cofi confeffodi.* vere nafcare,<mzi effer già nato er forfè
morto il Virgi* Ito uolgare ; ma èco bene che tal Virgilio è un Virgilio.
dipmto. Ma il buono cr il nero Virgilio, ìlquale, k* f dando fornire da
canto, dotterebbe rbuomo abbraccia* re,ba Ut lingua Latina, come k Greca ha f
Homero ; cr facendo altramente fimo a peggìor conditione, che non fono gli
oltramontani, li quali esaltano cr riucrijcono fommamentek nojìralmgua Latina
;er tanto ne ap* prendono, quanto poffono adoprar ? ingegno ; il quale fe pare
in loro fuffe al difio ; mirendo certo che di breue k Gcrmmia,et kGallia
produrrebbe di molti ueri Virgilif Ma noi altri fuoi cittadini(cclpa er
uergogna del nojiro pocogiudicio)non fokmcnte non l'honoriamoynaa guì*
ftdiperfone feditiofe tutta uk procuriamo di cacciarla della fuapdtrkìzr in fuo
luoco far federe queffaltra-Ael U quale ( per non dir peggio ) non fi fa
patria, ne nome. Cori, A me pare meffer Lax<iro,che le uofbre ragia mperfuadano
dltruia non parlar mai uolgarmente :U qulcofd non ft può far e, fatuo fenon
fifabric&ffetmd nmua città* k quale habìtajferoìlitterati ; oue non fi
parUfjefe non latino . Ma qui iti Bologna chinop. par.* laffe uolgare t non
barebbecbil'intcndeffi,ey pareb* be un pedante; ìlquale con gli artigiani
fitceffe il TwI* Ho fuor di propofito . L a z. Anzi uoglio, che cofi come per U
granari dì quelli ricebi fono grani d'ogni manierd,orzo,migUo,fromentOiO- altre
biade fi fata- te, dtUe quali altre mangiano gli buemini, altrele be*
fliediqueUa caja;cofi fi parli diuerjamente bor lati* no, bar uolgare, oue er
quando è mejlieri . Onde fe Ibuomo è in piazza, in uiSa, o in cafa col uolgo,
co* contadini, co' ferui, parli uolgare, cr non altramente : ma nelle
[cole delle dottrine er tra i dotti, oue pofii/cmo Cr debbiamo effer huominifu
bumano,eioè Ittino il ra* $jonamento.cr altrettanto fia detto della
fcrittura:k* quale fard ti/Agar Lnecefìita,ma la elettrone latina, «taf
imamente quando alcuna cofa faiuemo per defide* rio di gloria ; la quale mal ci
può dar quella lingua, che «acque, er crebbe conia nofbra calmiti* fj tuttauia
fi tonfava con krouina dinoi.'B et m. Troppo afpr amen \e acculate qucfta
innocente lingua: la quale pare che molto più ui fu in odio : che non amate la
lattina er k greca.Terocbe oue ci baueuatepromeffo di lodar quel* k
principalmente, er k thofcana alcuna mito, uencndo il cafo,mtuperare; bora
bautte fatto in contrario: quelle non bauete lodatoci quella una fieramente ci
biafimate; et per certo a gran tcrto: peroebe ella non è punto fi bar tarara,
ne fi priua di numero er ibarmonia, come la ci bauete dipinta, che fe la
origine di lei fu barbara da prùt ciptoi non uolete uoi che in ifyatio di
quattrocento o cin* qucccntoannifia diuenuta cittadina d'Italia? per certo
fhaltramente liKomanimedefmi,liqualidi phrigia cac dati uennero ad babitarc in
Italia, farebbero barbari: le perfone, i coflumi,ryk Imgualoro farebbe barbara
: lUalia, k Grecia, ©" ogni altra prouinàa, quantunque manfueta, er bumana
fi potrebbe dir barbara fe l'erigi* ne delle cofefuffe bafìate di recar tcro
quefìa infame de» nominatione . Confcffo adunque k lingua nojtramaterz
tiaeffere una certa adunanza non con fu fa, maregokta di molte er diuerfe uocijnomi,uerbi
t ZF altre parti dora tione ile quali primier amenti da prone ©* mie natani
d e 1 1 v l i H o v i. ro^ in Italia iiffemirutcpid cr
artificiofa cura denojìn prò genitori in fime raccolje : er ad m fuono, ad uru
nor* md, dà un ordine ft fittamente compofe, ebe c$i ne/or* «uro» qttctk imgtu,
k quale bora è propria nofha,cr tion d'alai, imitando in quefìo ld madre nofbd
natura: U qudle di quattro elementi diuerfi molto fra loro per qua» liti, er
per [ito ci ha formiti noi altri più perfetti, er più nabli i che gli clementi
non fono, imaginatcui, mefi fer UXtro, di uedere [imperio, k dignità, le ricche
zc, le dottrine, er finalmente le perfone, er la lingua £ Italia in forza de
barbari in maniera, che il trark lor Me mani fu cofa quafi imponibile : ttoi
non vorrete m uerc al mondo imercantarie ifiudiarc! parkre uoicuo fb-i
figliuoli ì Ma kfckndo da parte [altre cofe t parla* rete latino, cioè
inguifa,cbe no it intendano iBolognefi; o parlante in maniera ch'altri
intenda,^ rif^odat Dan qut una uolta il parkr uolgarmente era fona in ìtalk ;
ma in proceffo di tempo fece Ibuomo ( come fi dice > di quella faxa, er
neceflita torte, er l'inéujìria detUfud lingud.Zt co/ì come nel principio del
mondo gli fcuouii- mdaUefiere fi difendevano fuggendo,®- uccidendo few za
altro; bor paffundo pia oltre a beneficio er ornamene to deUd perfona ci
uefiiamo delle lor petit: co/ì da primi, d fine follmente d'effere intefi da
chi regnata, perlaM* mo uolgdre: bord a diletto,er a menarla del nojbo no me
parliamo, crfcriuiamo uolgdre . O egli farebbe me* g(io che fi rdgiondffe
latino: non lo nego; ma meglio }w febbe anebord, che i barbari mai non
baueffero prefa, ne dibatta [Udii i cr the l'imperio dì Komafuffe du- motato in
eterno, Dunque fendo altramente., àie fi dee fa* re f uoglùtm morir il dolore!
réiar mutolii V non partar man finche torni arinafcere Cicerone Virgàoì Le afe,
i feinpi/jCr finalmente ogni artificio moderno, i difegni, i ritratti di
metallo er di marno non fono da e\ fer pareggiatiagli antichi-Aoutrno però
habitare tri ho fchi f non dipingere, noufmdcre, non ifculpirc, nanfa criccare,
non adorar Dio i bafla a rfciwwo mffer L*= zaro mio caro, che egli faccia ciò
che egli fa, er può fa* re,wfi contcntideUefue fòrze. Coniglio adunque, et mmonifco
ciafcuno, che egli impare la lìnguagreca,er Utina, quelle abbracàe,queHehabbia
career con l'aiu* to di quelle fludie a farfi immortale.m a tutti quanti no ha
partito ugualmente nomenedio ne Fmgegno,neUcm po P w ui uuò dtre, farà alcuno
perauentura,cui ne na* turale wdufb-ianon mancherà ;nu&tdimeno egli ferì
auafi che dalle fiette mimato a parlare o-fcrwer me* vUouolgare, ée latino
inunfeggetto, rjmuna ma ìerkmedefma; che dee fare egli f Cbecio fiadueroi
vedete le cofe latine del Petrarca, cr del Boccaccio, et tagliatele aUc loro
uolgarUi quelle niuna peggiore iiquelicniunamigUore giudicarete. Dimqmda capo
confei» et ammonifeo noi meffer Lazaro, [cratere er parlare Unno, comequetio
che $ai meglio jatuete& parlate latino, che non uolgare : tua ira
gcntilhuomo, il quale ì Ut pratica della corte,o {inclinatione del uoftro
nlcanentollrmgedfar altramente, olir amente confidio • cf /scendo altramente
nmfolmente non muerett l^ Q mrato, m4mopmghrÌpfo,qimtofamndo,&
parlando" bene ttolgarc t almeno a ualgari farete caro ; ouetnalamentc
fcrtuendo,et parlando latino,udt farelìe a dottiparimentc,cr indotti Ne
làperfuadaTtloquen* tiadimejfer L-axaro più tofio a diuenir mutuiate com pontre
uolgarmcnte,peroche co/i la prcja 7 comeil uerfo della lingua moderna, è in
alcune materie poco meno nu torrefa, & di ornamenti capace delia grecai
della fd=» ima. I uerft hanno lor piedijor harmonia,lor numeri le profe il
lorfluffo di orationeje lorjigure,ey le loro eie* gonfie di parlare, rcpetitioni,
conucrfioni } complefiioni cr altre tai cofe-per le quali uon è forfe t come
credetegli uerfa una lingua dall'altra : chefe te parole fono diuerfr. Torte
del cottiporteiet deU 'adunarle è una eoft mede firn* nella Lima, ey nella
tbojcana . Se meffer tataro ci ne gaffe quefio: io li dcm4ndercì,onde è adunque
^che le cen to noueUe non fono beUe egualmente,™ ifcnettt delVe trarca tutti
parimente perfetti* Certo bifognarcbbe,che egli dkeffe niuna or ottone, niun
uerfo tbofeano non ef* fer più brutto, ne piti bello dell'olir o,w per
confeguen* te il Serapbmo ejfcr eguale al Petrarc&o neramente con
feffarebbefra le molte compojìtioni uolgari alcuna più, alcuna meno clegóte et
ornata demolirà trouarfhla qual cofa non farebbe cojj, quando eUefuffero del
tutto priue dell'arte de Tarare, zj del portare. Lai. Alou/ignore io negai k
lingua moderna bauer infe numero, ne orno* ' mentore confonantia,w lo nego di
nuouo, non per ejbe rknta ch'io rìbabbiama per ragione;chefc Thmmo,fttt za
punto faptr fonare ne camburro, ne tromba, jolo che gUoiama mito, per la loro
fpiacciiokzxa, pttogùtdicare ure non effere firomcnti atti tifare hamtmU, ne Mo
; coft udendo, formando per me mcdefimo que* fte parole uolgari, alfuomdi
ciafeunadi loro feparat*. tkU'altreifcnza ch'io la compone altramente affai
bene comprendo, che diletto poffanorecare agli orecchi de gii afeokanti le
profe, <y i uerfuchefe ne fanno : itero è, che queflogiudicianon Uhi ogrìuno
t ma colora foUmcn te, i quéi fono ufatx a ballare al fuano de i liuti, er de i
titoloni . E mi ricorda, emendo una nota in Ve:ietii,oue eri/io giunte alcune
natii de Turchi, udire in quelle mi tornare di molti fbramenUi dei quale nel
più. fpkceuole, nel piti noiofo non udì mai alla ulta tnkynondimeno a\co loro,
che non fono ufi Se dclkie fìtalit, pareua quella una dolce muftea ndtrettanto
fi puodire della numero? fità dett'omianc, er delnerfo di quefta lingua. Alcuna
ttolta qualche confonanza ui fi ritratta, che meno i»gr*« (4 er mcn brutta fa
CtmdeR'altrayna quella infe è tur* mania?? mufm di tamburri,anzi d'archibufì e
di falco* netti, che introna altrui [intelletto, er fere,?? (ìroppia fi
fattamente, che egli non è pw atto a riceuere impref* Clone di
pindelicatoflromento, ne fecondo quello ape* rare. Per la qual cofa chi non ha
tempora «erta di food* re i liuti, er i unioni deUa latina; più toflofi dee
fare o* tiofo, che por mano a i tambum traile campane delia volgare:
imitandoieffempio di PaUadede quak-per non fi dilìorcere ttelk faccia
fonandogittò uia la piuaji che era data inuentrice va' fu a lei più gloria il
partirla da .f<„er nondegnar d'dppreffarlafi attafuabocca, che non fu utile
a mrfia il ruoglterla, a 1 fonarla,, onde ne perdette DELLE
I.IHGVI, IOJ perdette la pelle. Vero écefìe Mofignore quéprinùm tiebi
Tofani efferc fiati sforzati a parlare inquet?amd nicrjjHow udendo con /fatto
trappaffar la hr uita : er àie noialtri pojìeriori habbiomo fatto dellahriii
forza titsjba virtù i qucflo è uero : ma maggior laude dà altrui quelli
violenza ; che a nei non reca quefla virtù . gloria fu a loro l'ejjlr folerti
nelle miferie : ma biafmc,crfcor* noianatltrijhora che liberi femojl dar
ricette &con jeruare lungamente un perpetuo tejlimcnio della ncjìra
utrgognd>o quello ncnfoLmcntc nudrire j ma ornare : altro non effetido quefla
ìmgua ualgarc, che uno iv.ditio dimojlratiuo della ftruitù che gli Italiani
Guerreggiane do una j olla U uoibra Rcp iìbhca,crnon le baftavdo fo= ro tri
argento a pagare t faldati ;fcc e ( cerne fi dice) Rampare gran quanta di
danari di cuoio cotto col cerno di fan Marco, er con quelli fcjlcntò, tj uùifc
laguerrai cr fu fapientùt Venetiana quefla .mafea tempo di pace hmeffero
continuato a prendere quella moneta, ejrafar h digiorno in giorno più bclla,tj
dimiglior ccramegià farebbe contienila in auaritia lafapienza. tiara fc alcuno
ci hiuejfejl quale, prezzato loro, cr f argento,fa* eeffe del cuoio the foro ;
non farebbe egli pazzo coftuiifì ueramtnte . Ma noialtri, cui mancando
iltheforo lati* no, li ncftrd calamità fece prouedere dimoneta uolgare ; quelli
non cibajla di jpendere tuttauia col uolgo*he étto nonne conofee, «e tocca, ma
uenutone fatto di ri* courarlc perdute ricchezze ; lei tuttauia conferiamo :
crne ijecreit dell'anima nofca, ouefùkuano ferrar lo* ro, er l'argento di Roma,
diamo ricetto alle reliquie di O tutta DI A I O G O iultta la
barbaria deh nondo. Cori. A me paremef* fer Lazaro,che quello non fu ne lodar
la lingua Latin*, ne uitupcrar la uolgareyna più tojlo un certo lamentar fi
drtìti reuma, d'ìtalia : la qual cefi, cerne i poco fruttile >ft t cofi è
molto difcojla dal nofiro proponùnento ; onde non vi uedo partir ttobntieri. L
a z. Varui che"! bufimo di quefta lingua fta poco, quando io congiungo
ilnafcimen to di lei alla diftruttione deU'hìipaio,0' del nome latinai CT
l'accrefcimcnto dilei dimane mento delnojìro intel* letto tgi'a me non laudante
in que&a maniera, per farmi piacere . Cor t. Citi non giudico biafmo-ma me*
Tauìglia più to&o : che gran cofa dee effer quella, di cui non può Ihuómo
parlare y tacendo larouìna di Rem, che fu capo del mondo . cr che quello fta
ucro ì poniamo che non i Barbari, ma i Greci Ib^ejfcro disfatta,cr che da indi
In qnaparlaffero Atemefegli Italiani ; un biaft* mrefte la lingua Àttica
iperoebe tufo di lei fuffe con- giunto alla frittiti nojhra-L a 7. Se ciò jiato
fujfe,no finb be fulaguafta,ma riformata l'Italia .perche non fola* mente non
biaftmerei il disfacimento di quejio imperio, ma loderei Dio che lui batte ffc
uoluto ornare di linguag già conueneuoU alla fu* dignità. Cobt. Dunque mag
giare il danno Sbatter perduta la lingua, che la libertà ì L A z. Si
fenxadubbio : peroche in qualunque Stato fu fbuamo,o franco,ofoggettOì
fempremai è huomo, ne da ra più d"huomo ima li lingua Latinaha uirtudiftre
di buomini Dei, cy di morti, non che di mortali che ftamo, immortali
perfamx.V,tcbe ciò fia uero$imperù> stoma* pò, efee/t dijìefe per tutto, è
gii guajìo ; m U memori* dm IQ<
J detta grZdexza di hà conferita* neUhijhrie ai Saltijlh, CT di Limojura
ancora, durerà fin cbe'l deh fi mal uerauzr altrettanto fi può dire delF
imperio^- della /w* gita de Greci. Cor. Quejìa ttirtà di far leperfone fmà le p
molti fccoli non l'ba,cb'io credala bijùria arerai latinawne Greca, e Latinayna
come l'bifiorid ch'èttà èi laqualejn qualuque idioma fu feruta da alcuno:i
fempre mai (tome alcun due) testimonio del tempo, luce della ucriù, utta della
memora, maefko della ima d'altrui, crnnoucUamento dell'antichità. Lat.
Voiditeilucro no effer propria qucfla uirt* delibijìorie Greche,?? La Une,non
che altra lingua ne fa partecipe, ma percioebe tutte l h,)lorie Gre. he, et Latine
non hanno battuto tal pnuilegioi ma quelle jolamente, li quali artificio) ameme
compoje alcuno hitomo eloquente ; fendo perfette quelle die lingue. Onde gli
animali di KomaM quali lenza aiu no ornamento, ccnfanplki, er anclwra rozze
parole, narrammo gli auenimenti di lei, non durarono molti an* ni m di hro fi
parlerebbe ; fe altro fcrùtore,quafidaco paltone molfo, non ne faceffe parola.
Dunque fe quelli il tempo ha fato dtuenir nulli, li quali affai doueuam ha* tur
di elegantia, effeuio ferini latinamente, bar che}* dell btjhrie uolgart ì cui
ne naturale dolcezza di lingua, ne artifiaofa eloquenza diferittori non può far
care, ne gratiofegiamaif corteo. Non intendo anchcra ben bene in che coft
confitta la foauit* della lingua, cj-dcUe parole latine, er la barbara
jbiaceuotezza deRe uM* gari, anzL,conje}fandoui liberamente la mia ignoranza,
grandìfiÒM numero di nomi, participi Latini con O 1 Lro toro ftrana
prowntidtione, le più mite mi fuortd.no non fo che Bcrgamtfco nel capo :
àkrdtant ù fogliano forcai ami modi cr tempi de ucrbi ; ttUe quéi parole una
fimilc ielle uolgari la nojira corte Rom<m<t non degnerebbe di proferire.
hte.louiricordogentil'buomocbe l'autori' Ù concijtor iole non è giudice
competente del fuow, CT degli accenti deSe parole latine ; onde fé alcuna nota
k Itnguaktindle pare tener della BergamafcdìeUd noni però Bergamafcd : ne
perche tdefidgiudicdta^iumdo ffete merdMgliare,cbegia ui fiate merauiglkto,
hiueda letto in Ouidio, lAida Re più falere lodare Io Ridere delle cannucae di
Vdth che kfoautù deUd cetra fApal Ìo. C o r t. Ecco io fon contento
diconfejfxrui, chele crecchie in tal eafo non fidilo bumanc, ma d'Afmojc uoi
\nì due, per qual cagione la imncrofiù, ej confotidnza delle ordtioni, er de
uerft di queftd lingua chiamale ma ftutarcbàuft : condofucofd che i gran mdejlri
di con' tOyeui è propria profefÀone Ibannonidi rade uolte,o non mùfamo canto, o
mottetto,cbe le parole di lui nofiano Sonetti, o Casoni uelgari.qucflo è pur
fegno che i no» fai uerft fon da fe pieni dì melodia . l a 2. Già non è,
gentilbuomo)come forfè penfate ) l'harmonk del canto, CT quella delle profe, cr
de' uerfi una cofa medefimam suite fono,& diuerfe, onde non fotmente delle
coft malgari, ma di chirìe anchcra,cr de ifantut fi fanno con fi, c>~
mottetti t della cui barmonix generabnente sinica 4c ogni oreccbia;pcroche
quali fono ifaporidUa lingua, fj a gli occhi, CT di ndfo i colori, et gli odori,
tale i il J'iuw u gli orecctó degUhuoìnini ; li <{u4li per lor tutura, etfenzd
jìudio ueruno facilmente difcmtono trai pia ccuotc,cl dijjikceuole.Mail
numero,?? -Ubarmonk dei l'or ationc,&- del uerfo latino, nonè altroché
artifìcio* fa dijpofitione di parole ; dalle cuifittabe, fecondo labrt uitì, er
li lunghezza di quelle, nafeono alcuni nmerk che noi altri cbimkmopicdi, onde
mi fioratamente carni m dal principio atta fine il utrjb, <cr loratione . er
fono dìdiuerfe maniere quefìitai piedi, facendo i loro pafii lunghi,®- corti,
tardi,?? ueloci, ciascheduno alfuo mo- do, er c beWarte quelli inficine adunare
fi fattamète,cht iten disordino fra fc ftefiijna tuno, atfaltroyt? tutti in*
ficmefiano conformi al foggetto : peroebe d'alcune ma* teric alami piedi fono
qujfi peculkrhetfra lor piedi qua li meglio,quali peggio s'accompagnano al loro
ukggio i CT qualunque perfona quelli a cafo congiugne, no bauen do riguardo ne
atta natura diqueUitne atte cofe,diche iit tende di ragionare i uerfì,^
torationifue nafeono zop* pe,CT non dourebbe nutrirgli: et' di queftd eotal
melodia non ne fono capacigli orecchi del uolgo : ne lei altreft poffmto
formare le uocidella lingua uolgare : k cuipro* faianonfodireperquairagione
fiammerofa chiama* ta,fe Hbuomo in lei non s'accorge,o non cura ne di fpon*
dei,ne didattili, ne di trocbei,ne danapejU, er finabnè* te diniuna maniera di
piedi : onde fi moue l'oraitone bea regolata . Veramente quefìa nuoua befìia di
profit uol* gare,o èfenza piedi, er fdrucciok aguìfa di bifeia, o ha quelli
dijpetie diuerfe molto dati Greca, er dalla Latina : er per confeguente dì coft
fatto animale, come di tncftro <t cafo creato,oltrdticojlume,a- l'ùitentione
di O 3 egli 6%ni buono inteUclto ; non fi dovrebbe fare ne arte, ne
faenza . iuerfi neramente, inquanto fon fatti iundiàfìl libc t rion.paionoin
tutto priui di piedi, che lefllibe in loro hanno luogo, rj- nfficio di piedi :
ma in quanto qneUc cotal poffono effer lunghe, er breui a lor uoglia; m ti
non.d'trò che fia diritto il lor eaUefaluo fe M ojìgnor non Jkeffelc rime effer
fabpo^gio de uerfi, rbe zìi fi* ftaigono,zr fano andare dirittamente, la qual
ofa non itti par itera ; pcroche, per quelle ch'io n'oda dir; le rime fono pia
tefìo come catena del Sonetto&aUa Cannone; che piedino nunì, di uerfi loro,
et tanto uoglio che ne fu detto da me breuemente certo ; per rijpetto a quello
che fe ne può ragionare ; ma a bajlanza, fe alla uofbra richie jìacr troppa
forf?, (e aUaerefenza Monfignore firn guarderà : il quale meglio di me conofe,
er piton'ame* rare i difetti diquefla lingua. B e m. Quefta cofa de mt
mcrì,come fi (lia&fe cofi la prefa, come il ucrfo Tofa no riha lafua parte,
er m à>e modo la fi babbix, per ef fere affé facile da uedere,ma lontana dal
noftro propos nimento ; bora con effò uoi non intendo di iifbutarldan* zi
confidando quello effer itereche ne dicelie, non tan* to perche fa uero, quoto
perche fi ueda ciò che nefegm io ni dico quefla linguamoderna, tutteche fidanzi
dttem patena che nò-, effer però anchora affi picchia, er fot* tile uerga la
quale non haappieno fioritolo che i frutti prodottile ella può fare: certo non
per difetto della ni tura di lei,effcndo co/i atta agenerare s come le altre;
ma p:r colpa di loro, che Fbebbero in guardia, che no la col tiuorono abaftazam
aguiftt dipianta feludggiajn quel medeftmo deferto, atte perfe a nafctre
cominciò, fenzai vidi ne adacquarU,ne potarla, ne difenderla da i pruni, che le
fano ombra,lbdnno Itfciata inocchiare, et quafi morire . Etfeque primi antichi
Romani foffero fiati jì negligenti in colature la Latina, quanto 4 pullular co*
tnwciò i per arto in fi poco tempo non farebbe diuenu* td fi grande ; ma cfii,*
grafi di ottimi agricoltori, lei pri* interamente tramutarono da
luogofdudggioadomeftU co ; poi,percbe er pw toflo,cy piit belli, rt maggior
frut ti faceffe,leuandolc aia dattorno le inutili frafchezn lo* ro (ambio
lùmcftarono d'alcuni ramo felli maefircuol* mente detratti dalla Greca : li quali
fóltamente inguift le t'appiccarono,^ in guifa.fi fama fintili al tronca che
boggimat non paiono rami adottiuijna naturali . Quin* di nacquero in lei que
fiorì, et qui frutti fi coloriti deli e - hquetiza-con quel numero,?? con qucU
ordine ifltffo, A quale tanto cfftliate : li quali non tanto per fua natura
> quanto d'altrui artificio aiutata, fuol produrre ogni Un gua . Perochel
numero nato per magiflero di Tbraft* macho,di Gorgia,di Tbecdoro ; ìfocrate
finalmente fc* ce perfetto dunque f Greci, er Latini huominì pi» foUeciti alia
coltura della lor lingtù,ckc noi non fetno al* U nofka j noi; trouarono in
quelle fe non dopo alcun tmpo,cr dopo molta fatica, ne leggiadria:, ne numero i
già non de parer marauiglia, fenoi anebora non rìbaue* mo tanto, che bafìì,
neSa uolgare ; ne quindi de prcn» der Ihuomo argomento a [brezzarla, come uil
cefa, er dapoco . Oja Latina è migliore d'affai . ò quanto fa* rtbbt meglio dk
fu >z? none una fa Ilota, per lo paf* o 4 /fife, fato, cr fa
Mchor tuttauid fi gentil cofa : tempo forfè uerrà, che (f altra tinta
eccellenza fia la volgere dotatd, che [e per effer e a wfhi giorni di ninno
flato s crmen gradita,non fi doueffe apprezzare U Greca; la quale e* ra gii
grande fui nafeimento della Latina : ne uoftri ani mi non douea kfeiar fermare
le radici furi ultra lingua nomila altrettanto direi àcllt Grecaper rifletto aU
la Hebrea, Cancludcrebbefi finalmente dalle uofh-epre miffe Àouer effere al
mondo fola una lingua t ej non più » anele [ertueffero, ey parkfjero li mortali,
cr aiterebbe #f>e oue uoi crederefle d'argomentar folamente cantra U lìngua
Thofcani, cr quella con uofbre ragioni efìirpare del inondo, uoi parlarefle
etiandto cantra li "Latina, et U Greca . benché <j:«/f a pugna ftefìtn
'crebbe non fo* lamente contrai linguaggi del mondo ima cantra Dio: ilquale ab
eterno diede per legge immutabile ad agni co fa creata non durare eternamente ;
ma di continuo duna in altro fiato mulxrfi: bora duanzando,et bora diminuì* do
fin che jinifea stili uolta che mai più pofcUnon rìno* ttarjt. Voi mi direte }
troppo indugia boggitìtai la perfet* tione della lingua, materni : er io ui
dico che cofs è,come dite imitale indugio non dee far credere altrui effer co*
fi imponibile, che elk diuenga perfetta : anzi ui può fif eerto lei douerfi
lungo tempo godere la fua perfezione, quarhora egli auuerrà ch'eUafe l'babbia
acquiftata. Che cofì usici la natura : la quale ha deliberato, che qual or* ber
tojlo nafce,fìorifcc,& fa frutto: tale tofla inuecebìe, ZTfs muoia : er in
contrario, che quello duri per molti ami, il quale lunga Ragione bar a penato a
far fronde. Sarà adunque U nofira lingua in conferuarfì la fua dota» ti
perfettione lungamente difidcrata, ey cerati* lìmite forfè dd alami ingegni ;
fi quali, qmnì o tnen fàa'&ttenfe dpprcnJoro le (kttrine;f auto pi»
dijjìcìtmcntr le fi k/ei< no «/ciré (fella memoria. Q,eUa è tcjlìmonio della
noftré vergogna >effendo uenuta in Italiainfieme con la rovi* wa di lei .
Viu f o/Ìo efid è teftmonio dcUa nofìra folertia, cr del noflro buono or
dimenio : che, cofì come uenenda Enea dt Troia in Italia ad bonor fi recò
lafcìare fcrìtto in un certo trofico drizzato da lui,queUe cjfere (lato fe
armideuincitoridelkfu4palm t cofi vergogna non ci puooffere l'hauer cofa in
Italia tolta di mano a coloro, che noitolfero di libertà .
virtifinabnente^itando effer uolcfti maligno, più toflo douerfì adorar daRe
genti il So le orientc^c l'occidente: la lingua Greca & "Ldtinagii
effer giunte ah"occafo:ne quelle effer più lunge,ma ebar tafoUmente tj
ingk>flro:ouc quanto fio, difficile cof* Imparare a parlare : ditelo uoi per
me,cbe non ofate dir cofa latinamente con altre parole, ebe con quelle di Ciee
reme . Onde quanto parlate, uferiuete latino non è al* tro,che CICERONE
(vedasi) trafyoflo più tofio da ebarta a Siria, ebedamaterka materia : benebe
queflo non è fi uofhro peccato, che egli non fu anebe mio s c d'altri affai tj
maggiori, er migliori di me i peccata però non indegno difeuft, non
poffendofarfi altramente . Ma quejìepo* che parole dette da me cantra U lingua
latina per land gare non difiiper uero dire : /o/o uolfmcfbrare quanto bene
difenderebbe ejucjla lingua nouette chiper lei far uolcjfedifféfa : quando a
lei non mancOttK cuore, ne or* mictoffendere lAtrui. Cori. Pormi Monfignore che
cofUetniatc dì dir maledeUa lìngua lattina ; cernie fe eU U f 'offe k lingua
del uoflro Sant o di Padoua : alla quale è ditanto conforme, checome quella fu
dipcrfimagin ui uaUctàfantitÀè cagione che bora pofla in un taberna* colo di
criHallo fu dalle genti adorata; cofi quejU degna reliquia del capo del mondo R
orna, guaflo er corrotto fià molto tempo, quantunque boggimai fredda crfecca fi
taceu inondimene fatta idolo dalcune pqcbeeyjuper jlieiofe per folte, colui da
loro non è Cbrtfìiano tenuto t the non l adora per Dio . lAa adoratela a
uojb-ofetmo, fola che non parliate con effo ki. er «olendo tenerla in tocca
cofi morta come è, firn lecito di poterlo fare : ma parlate tra uoi ciotti le
uofhe morte Latine parole ; er d noi idioti le noflre uiue uolgari,con la
lingttd che Dio ci dteiejafitte in pace parldre.BE ti . Doueuate, per ag*
Quagliarla compitamente alla lìngua del j 'anta, foggion* gere qualmente
torationidi Cicerone,* i tierfi divirgì Uo le fono degnLcr pretioftftimi
tabernacoli ; onde ki co tuie cofa beata riuerìamo,et incbìniamoMa per certo ne
lma,nt [altra non mcritaua che la tenejìe per morta-fi* perando tutt'horanewrpi
nofìri et nei 'anime quella fa httc,qnefla utrtutez con tutto ciò lodo
fommamente la no fha lingua uotgare,cioè Thofcana ; aceìoebe non fta al arno
che intenda della uolgare di tutta italia: Toscana dicojion la moderna, che vfa
il nolgr hoggidi ;ma fanti eamde fi dolcemente pariamo il Petrarca tj il Boccac
ào:rhe la lingua di "Dante fente bene^et fyeffo più del lo bardo,chc del
Tbofcanoì tt oue è Thofcam, è più toflo Tbofrdiìo di contado,ehe di città.
Cunque di quella par* h,quella lodo,queÙa vi perfuado apparare, ebequantm que
ella nenfugiunta aìlafua uera perfettione, ella non dimeno le è gii uenutafi
preffo ; che poco tempo ut è 4 uolgere ; oue poi che arriuata farà ; non
itibito punto, che quale è nella Grecaci nelk Latina, talefia in lei us- ti di
far uiitere altrui mirabilmente dopò la tnorte, cr «I Ibora fi k uedremo mi
fare dimoltinon tabernacoli, m*t tempi;, V ultori : alla cui uìfitatione
concorrerà, da tutte, le parti del mondo brigata di fpirii i pellegrini j che
le fi ranno lor tìo!t,er far amo efpatditi da lei . Co ut. Dime quefeiouorrò
bene fcriuere uolgarmète, couerramitòr nare anafeer Tbof^ano! Bem. Kafcer nò ma
fìudìar Tbofcano,cb"egli è meglio per auentura nafeer Lombar do,che Fior
ent ino i per oche Tufo del parlar Thofcobog gidiètanto cÓtrario dUe regole
della buona lingua ibo /tini, che piti nuoce altrui e ffernato di quella
prpuincia. cbenongligiaua. Cosi, ÌDunque unaperfenamedefì ma wn può effer
Thofca per natura cr per arte B E v. Difficilmente per certo^ffendoTujanza,che
per lughe% za di tempo è quafi ccnuertita in natura, diuerfa in tutto
dalTarte,Onde,eome cbiè Giudeo,o Ueretico,rade mi tediuienebuon Cbrijìiano,
arpia crede in Cbrijh chi mila credcua,q'ianto fu battexata ; cofì qualunque
tton è nato Tbofcano più meglio imparare la buona lingui Tbofcana, cfie colui
non fa, il quale da fanciullo in fu, fempremai parlò peruerfamente Thifcano .
Cort. Io, the mai non nacqui,ne fludiai Tbofcano, male pofjò rivendere alle
ucftre parole ; mndimmo 4 me pare.cbe DIALOGO piti fi cormengd col uofho
Boccàccio il parlar Fiorentino madcrno;cbe non fi il Bergamasco. Onde
eglipotreb he effcr molto benebbe huomo nato in Milano,fenza b4 Ucr mai parlato
alla maniera Lombarda, meglio appren ieffe k regole deUa buona lingua
Thofcana,cbe nanfarebbe il Fiorentino per patruàtia che egli nafca,et park
lombardo boggidì,crdiman d^matàmparle,etfcrìud regolatamente Thofcano meglio,
e? pi» facilmente del Thofcano medcftmo i non mi può entrare nel capo : al
trainane a tempo antico per bene parlare Greco, & Ld t ino, farebbe (iato
meglio nafeere Spagnuolo,cbe Komai HOì& Macedone, che Atbenkfc. Bem.
Quefìotw: perche h Uugud Greca et Latina a lor tépo erano egual tnevtc in ogni
perfona pure,et non contaminate dSk bar borie dell'altre UnguexT coft bene fi
parlauadalpopolo per le pìtzZCcottte tra dotti nelle lor [cole fi ragionata.
Onde egli fi legge di Theophrafìo, che fu tun de lumi della Greca
elcquenza,effendo in Atbene,*Ue parole ef fer fiato giudicato foreftiere da una
pouera feminetta di contado . Cojt. lo per me non fo come fi fila quejì* coja;
ma fi ui dico, che douendo Studiare in apprendere dama lingua ; più tcflo
uoglio imparar la Latina c h Greca, che la uolgar : la quale mi contento ihauer
por* tato con effo meco dalla cuna et dotte fafcie t fenz* eer* caria
altramaite, quando tra te prefe, quando tra uerft degliauttorìThofcaniB i m.
Cofi facendo ucifcriue* rete, et parlante a cafo,non per ragione: peroebe nium
altra lìngua ben regolata a tltalkfenon queu n ma,di cui vi parlo, Cosi, Almeno
dirò quello che io baucrò BELI, I t I M fi T li HI in cuore et Io jludìo
che. io porrei in wfik&parolctte di qucfh et di quellofi lo porrò in
trottare et dijporrc i con cotti del? animo mioionde fi Aerina la
uitadellafcrittura: che male giudicò poterfi ufare da noialtri a figafkttre i
nofìri concetti qucUalingtia, Thofca, o Latina ch'ella fi fu.U quale
impariamo,®- effercàiamo non ragionando tra noi i nojbi accidenti,ma leggendo
gli altrui, QueSa d di notori chiaramente fi uede in un giouane Vadouano di
nobili^imo ingegno, ilqttdk>ben che talhoracon mol- to (indio, che egli ui
mette, akutid coft componga atU manieri di Petrarca, er fld lodato dulie
perfone non» dimeno non fono da pareggiare i Sonetti, er le Canzo* ni di lui
atte fu* comedie, le quaUnelldfua lingua natk Mturabnente,<cr damma arte
aiutato par che gli efebi* no della bocca: non dico però che huomo farina ne
Vada uano, ne Eergdmafco ; mt uoglio bene, che di tutte le lingue d'Italia
paliamo accogliere parole,?? alcun mo* do didire, quello tifando cornea noipiacaji
fdttMcntti ehe'l nome non fi difcordi dal uerbo > ne l'adiettro dalfo?
Slantiuù; la qual regola di parlare fi può imparare in tre giorni, non tra
grammatici nelle [cole ; ma nelle corti ed gentilhiiommnon ijìudiando,
maginocattdo er ritów do, fenza alcuna fatica » er con diletto de difcepoli, cT
de precettori . B e m. Bene jlarebbe,fe quefìa guift di fiudio bajtaffe altrui
a far cofa degna di laude,®- dt me r duiglu, ma egUftrebbe troppo leggera cofa
il farli e* terno per fama, er d numero de buoni er lodati lentia* ri in
picelo/ tempo denterebbe molto maggiore, che egli non è. Btfognageuù^uomamio
caro, uolèdo andar e f> perlemmì,w per le bocScdeUe perfonedel monda, lungo
tempo jcderfi ntUafua camera, er chi morto m fé flclfo } difa di ù Mammona
degli huomintjudar et agghiacciar più wltetct quanto altri itungii, et dùT* me
a tuo Agio . pmr /urne, et mgghure .Cor t. Contatto ciò muffirebbe faalcofail
diuemr ghrwfo j cucaltrc bifogna chcfaperfauelìarc.ée ne dite Hot mef (er
Lataro.iopermefoncontento^ontenlandof: Hon- fenorèi che (i «o/ìr a JcntetEci
ponga fine die nojhrt M L a z. Cote/io non/Vò w, cb'w uorrei éetditfen
(oridiquefìa lingua uolgare foffero difeordt tra (ora, « cùct» d«ettt ^guìfa
diregno partito, pw ^«ofmm- *erorà#ro kdifknfkmciiiilL Cobt. Dmpem Memi contro
aftopimm dì lAonftgnore, moffo noiifoU mente dati 'amor denutriti lavale douete
amare, er riuerire fapra ogm cofa, ma daltodw che uoi portate 4 ùue&a
lingua uolgare,che mncendo,utncerete il miglior- «JiWtijidgmafdo del
quale prende dmodo argomento impararla, a «ti • L A C"»^* fM ^
totidcchdie con quelle armi mcdcfme,òe noi opra* tecomr*ULatùia,v la GrecaM
wMra lingua «olg** refi M«> CT fi 4mua. Cobi. MWigmw . ne i rwilaretóe
giorti Kwer me debole combattitore, et gii itinco«e& battagltadianzi Stinti
conmeffer Lazaroì tauttonta, et dottrina Kotfro ledili ambedue mfiane mi
datmaguerra fi fjwmte/b'uni conojco qualpm. perche, non ttokndo mjfer
Lazmcongwar con ejjo *. - meco <t difendermi^ ego uoifrgnor Scolare, che con
fi lungo I '.kntìo, cj fi attentamente ci bauete afcoltatUcbe baimdo alcuna
arma,con la quale noi mi poetate aiuta* re, fiate contento di trarla fuori per
me,che poi che <jue« fla pugna non è martak,potete entraruifenza pma^ac
cofiandoni a quella parte,cbe piti ui piace: benché più to fio ui douete
accodare aSa mia,ouejete ricbie8o,ct oue è gloriai' effer uintodacofi degno
auuerfarìo.S c no u Gcntffbuomo io non parlifìnhcra,pcrocbe io non japed che m
dire, non effendo mia profetatone lo fatato delle linguema uolontieri afcoltati
bramando, CT fperando pur d'imparare. Dunque bauenda a combattere m difejtt
d'alcuna uo&ra ftntenza > non ui pojfendo aiutare, to ui coniglio, che
fenzame combattiate; che eghè meglio per uoi il combatter foh,che da perfona
accompagnato* la quée, come inejperta deformi, cedendo in fui prin- àpio della
battagli ui dia cagione di temere, Cf fard dare al fuggire. Corteo. Con tutto
ciò,fe mipo* tete aiutare, che a pena credo che fia altramente } fendo fiato ft
attento al nvfìro contratto, aiutatemi, che io uc ne prego,faluofe non
jprexzate tal queBione, come uil cofa, (jdift poco ualore, che non degniate di
entrare in campo con cjfonoi.ScHÓL A. Come non degnarci di parlar di materia,
di che ti Bembo al prefente, cr altra uoìtail Peretta mio precettore inficine
conme})er Lrf* fcari con non minor fapienz*, che eleganza ne ragionò ì troppo
mi degnarei,jei fapefii, ma di ognicvja tufo poco, cr delle lingue niente, come
queiio, che della tìr«4 comfc<ì a pena, le kttere, CT dsfo togfM Lati*
B I A L o e o tu. Unto follmente importi i quanto baflaffe
per farmi intendere t li&rt di philofophia d'Arrotile ; U quali,per tjueUo
che io noda dire di meffer Lazaro,non fena ktU ni,ma barbari: della uolgare non
parb;cbe di fi fatti Un* guaggì mai non feppi,ne maìcurdidifapercjdlua ilmio
Fado nano ; del quale, dopo iilatte delia nutrice, mi fu il uolgomaeSlro . C o
r t. Tur a wi cor.ucrrà diparlare, fenm altro, quello almeno,cbe ri apparale àd
vcreito, eydal Lafcari ; liquali cofi fauuinente ( ceree mi dite) parlarono
intorno a qucUa mai erid .Scaoi, Poche cofe delle infmite,che a tal materia
pertengono,puo im» parare > in un giorno, chi non le afcolta per impa* rare;
penfando che non b'tfogni imparare, Beh. Dit ene almeno quel poeo, che ut
rimafe neUi memòrid} che a mefic caro [intenderlo . Laz, Volentieri in tal cd/o
udirò recitare lopenione del mio macibro Peretta il quale, auiiegna cheniuna
lingua fapeffe dalla Manto' ima infuori; nondimeno come huomo giudiciofo, er
ufi rade uoltc a ingannar fi, ne può bauer detto alcuna cofi eo'l Ldfcorixbe
Fafcoltarla mi pucerà. Pregoui adùqu e, chefe niente ue ne ricordatdlcuna cofa
delfuo paffuto n gionamentonon ni flagrane diriferire.S c h o l, Cofi ft faccia,
poi che iti piace ; che anzi uogUo effer tenuto ignorante,cofa dicendo non
canofeiuta da. mei ebedifeor tc/e rifiutando que prieghi^be deano effermi
common* fomenti, ma ciò fi faccia conpatto, che cornea me non è bonore il
riferirui gli altrui dotti ragionamenti ', cofi il tacere alcuna parali, li
quale dailbora in qua mi fu «« fcit4detitt memoria t nonmifia ferino a
vergogna. Corte g. Ad ogni paltò mifottofcriuo t purche dicU te. Se ho L. L.
"ultima itolta che mcjfer Lafckari uen* ne di Trancia in Italia j fondo in
Bologna, oueuolontie ri habkaua i cr tuffandola il Perttto,come era ufo di fu
re; un di tra gli nitri, poi che alquato fu dimorato con ef* fo lui, lo dimandò
meffer Lafcbari, Vofira cccelienza macflro Piero mio caro,chc legge quejYamoiP
e k. Si* gnor mio io leggo i quattro libri della Meteora d'Anito tele, L asc.
Per certo bella lettura è la ucshra: ma come fate d'cjpofitorìt Per, De latini
non troppo bene ; ma alcun mio amico m'ha feritilo duna AkffandrO. Lasc.
"Buona ckttioncfacejìciperocbe Aleffandroè Ariftcte le doppo Arinotele :
ma io non credeua che noi fapefìe lettere greie . P b ». Io t'ho Uttno,non
greco. Lasc. Poco frutto doucte prendere, pir. Perche? Lasc. Perche io giudico
Aleffandro Apbrodifco greco come c, tanto diuerjo da fé medejìmo, poi che
latino è ridotto, quanto è uiuo damorto. Per. Qnejìo potrebbe efjer che uero
fuffe : ma io non uifaceua differenza, anzi pai faua, che tanto mi doueffe
gwuare la lettione latina, cr uolgare(fe uolgttre fi ritrattale
Aleffandro)quàto a gre ci la grecai con quefia jperanza incominciai a jiudiar
fo. Lasc. Vero è,cbe egli è meglio che noi I'babbut* te latino, che non
Chabbiate del tutta, ma per certo la noe jka dottrina farebbe il doppio,^
maggiore, cr mr^/io* re, che ella non è,fc Aratotele cr Akffandro fuffè'ktto da
uot inquelLi ltngua,nella quale l'imo fcnffe,cr l'altro lejpoje. Per. Per qual
cagione,'Lajc, Verciocht piufacilryeittc, cr con maggiore eleganza di parole jo
P no DIALOGO no tfbrefii da là ifuoi concetti ntUa fud
Ungiti, che nel* l'altrui.V e r.V ero forfè direfìefe io fufiigreco,fi come
nacque Aristotile : mw che huomo lobardo fludid greco, per douer far fi più
facilmente pbdcfopbo,mi pur cofa. no ragioncuok,anzi difconuencuole, non
ifcemandof pun* to,maraddoppiandoji U faccia dell'imparare: percioebe meglio, et
più toh può àudiar lo [colare Loic<*/ok,o fa lamente pbibfopbu,cbc non
farebbe, dando opera alla, grammatica-, fcetiahnente alla grcca.L \ s c . Per
quefla ijtcffd ragione non doueuate imparar ne Latino,™ Greco ; ma follmente il
uolgare Mattonano ; a" con quefo phibfopkare. Pee.Dk) uoleffe in feruigio
di cbi uerri doppo mc,cl:c tatui libri di.ogni fdenzA, quanti ne fono greci,cjr
latinùcr bebrei; alcuna dotta, et pictofa perfo* ni fi deffe a fare uolgari :
forfè i buoni phibfopbantiff rebbom in numero affai pia jbefii,che a di noétri
non/o* iios er k loro eccellenza diuentarebbe più rara. La se, O non u intendono
uoiparlate con ironia. Peb. Anzf parlo per dire il nero ; er conte buomo tenero
deU'honor degli Italiani, che fc ^ingiuria de nofbri tempi, cofì pre*
f°nti,come paffuti «olle priuanni di quciìa gratin dio mi guardi,cbe io fu
pienone cofi ar fo d'inuidta, che io dift* deri di priuarne chi nafeeràdoppo
me. La s c. Volon* ticri tidfcokcròje ui da. il cuor di prouami quefìa nuo* tu
conclufìone,cbc io non fintendo,ne la giudico intelligibile. p e r.
DttcmiprintOyOnde è,cbc gUbuominidi quella età generalmente in ogni fetenza fon
men dotti, et di minor prezzo, che gii non furon gli antichi f Oche e centrati
dome icondofu copi che molto meglio, et DELIE LINGVt, 114 pia
fàcilmente fi poffa aggiugnere Acmi cofa alla dot* trina trouaU, che trovarla]
da fe medcfimo ? La st. Che fi può dire altrove non che indiamo diw.ée in peg-
giof? t r. Queflo è uerojtta le cagioni fon molte, tra le quéi mia ne n'ha, er
ofo dire la principale, che noi aM modeniuiuiamo uhiirnogran tempro, confinando
la mi glior parie de nolbi anni la qual cofa non aueniua agli anticbi.epcr
dijling'iere il mio parlare, porto ferma i pe nione,che lojludio della lingua
Greca, cr Latinaji* ca gione dell'ignoranza: che fc'l tempo, che intorno ad
effe perdiJìno,li fbendejfc da noi impavido phihfophiaipcr auetitura Feta
miderna generarebbe quei piatovi, ry quelli A rifloteh, che proda eua Cantica .
M<i noi tim più che le canne,pentitiquafi Shauer UfcUto la cuna,ey
efierhuemini diuemti, torniti un altra uoita fanciulli, altro non facciamo
dieci,cr urtiti anni di quella uita,cbe imparare a parlare chi
hiino,chigreco,cs akuno(ccme Dio utiolc) Tofano : li quali anni finiti,??
finito con ef= fo loro quel uigore,zr quella prontezza, la quale natu* ralmente
/«o/c recare alTtnteUettolagioucntù ; aVhora procuriamo difarcipbilofopbi,
quando non ftamo atti al Ufheculatione delle cefe . Onde feguendo l 'altrui
giudi* ciò altra cofa non uìcne ad e(fere quejla moderna Yilofo fa, che
ritratto di quell'antica . però coft come ìlritrat= to,quaiitunquefato d'
artificio f fimo dipintore, non può efier del tutto fintile all'idei ; cofi
noi,benche forfè per al tezza d'ingegno nofamoputo inferiori a gli antichi ! 0*
dimeno in dottrina tanto fiamo minori, quanto lungi > ì m po fiati fuiati
dietro aUefaucle dcUe parole colera final* p i mente n I A
LOGO mente mitwnopHklophando m^UakunACofié^ emiendodcemnw knojtra mduUru.
Lasc. Dm IJcljhdiodeUe lingue nuoce altrui finalmente, co* Itici ditele fi dee
f^kieivb? 9t% AnjA JW/i far deismo per taire, che d ogni coja per tutto
Imoniopoffaparlcreogmlmgua. La se. Come wdfro pietrose i ciò cbc«oì4itef D«gtó
d-reWe- uiihuorc diphilofopbare wlgarmenteta-fenxa bauer cogmtionedellalingua
Greca, er UHM Vt% fiLrfupur che gli autori Greci,V Latmifmduceffe* rou dlani,
Lasc. Tinto farebbe fruire Anftoff ledi line** Grw tn umbri ; fatto
trafbmtareun MMCKfi unaolm di un ben colto horUceUojn un bo* C CQ di
pruni.oltracbe le cofe di plnlofophufono pefo A ai tre (ballcòe da queRe di
aueU lìngua Volgare Per. Io bo per ferra*!* le Imgucd'ogm paefe, cefi 1 Arabi*
ta er r ibJww, come U Kòmma, cr 1 Atemefefma d'un medino wforr.rt d« mortoli^
un fine ccnungm dici* formatele io non uorreiebe uoine parlato come di coLdaUa
natura prodotte ; effendo fatte,cr regolate dallo artifìcio delle perfone a
beneplacito loro, non pian ^Jmih^io^mimcemiAv^.
ondetutto^belecofedanamturacreate^tlejcicnzedi «uekJtatomMoytttro le
parte delmndo una cofa mdefum ^nondimeno, perciò che diuerfi huomm fono
didaerfo m lere,perèicriuono,o- parlano dwcrjamcnte, la qitaU diucrfttà, er
confufìane delle uoglìe mortali degnamente è nominata torre di B<tM. Dunque
non nafcono k ''»g" e pw f e medefme, a giàfadi albergo <fber he ;
quale debbolc,w inferma nella fua fyetic,qu*kfaif<t ^rrobufla, etatU meglio
aportarlafommsdinofbi kit mani concetti . ma ogni loro uertit nafce al mondo
dal uo ter de" mortali, Per la qualcofa, cofi come fcn%a mutarfi di
co!ìume,o di natione, il Trandofo,et l'lngle{e,non pur il Qfccojy il Romano, fi
può dare a philefophare, coft eredo ebe la fua lingna natia poffa dir iti
compiutamente communicare la fua dottrina. Dunque traducendof; a no flri giorni
la pbilofophia jeminata dal nofìro Arrotile nebuoni campi tf Atbene, dilegua
Greca in uolgare,ciò farebbe non gittarU trafili in mezo a bofcbi.oue fìerile
àueniffejna farebbe fi di kntam propinqua, V di for e* {licra > cbe etU è y
cittadina (fogni prouinàa . Et forfè in quel modo che le fbeciarie^zr i'^rc
cofe orientali ano* yroutile porta alcun mercatante d'india in ìtalia,oue
meglio perauentura fon ccnofciute,cr tratMc,cbe da co loro non fono the olirà
Umore lefeminorno > er ricolfc* ro; fnnihnente le fpeculaticm delnofko
Arrotile cidi* ucmbbono più famigliarle non fon lwra-&' più faci* mente
farebbero mtefedanai, fe di Greco in ttòlgare al* cuna dotto Imomo le
riducejfe. L a s c. Hiuerfe Imguefo* no atte afìgmficarc diuer fi concetti,
alcune i concetti di dotti,alcune altre de gli indotti, la. Greca ueramente Un
to fi conuiaw con le dcttrincycbe a doucr quelle fignijicd re,natura ifieffxjio
banano prouedimeto pare che ihab bu formata : er fe credere non mi miete,
credete abne* P 3 f» no d Platone, mentre ne parla mljuo CrrfiRo .
Onde ci fi può dir di tal lingua., che (piale è il lume a colori, tale di i fu
alle dijcipkne ifenza il cui lume nulla itcdrcbbc il ivijiro bumano intelletto;
mi in continua notte d'ignoran tii fi dormirebbe. Per. Più toilo uò credere ad
Arijìo tilt, CT alla ucriùycbc lingua alcuna del mondo{fu editai fi uoglia) non
pojfa hauer da fe jlcjfa priuilegio di fignifi care i concetti del nollro animo
>ma tutto confìtta nello arbitrio delle perfone. onde chi uorrì parlar di
pbilofo* phia con parole Mamouane,o Milane fi inoligli può ef* /tv difdetto a
ragione ; pia òe difdetto gli jìa il pbibfa* pbarc,or l'intender la cagion
delle cofe, nero è,cbe,per* ebe limonio nonba incollameli parlar di phibfophia
jc non greco et latino sgià credimi che far non pojfa aU frinente : cr fain di
uiene ebe follmente di co/e tuli, er algori uolgarnun'e parla, orferiue la
nofhra eti Et co m: i corpi,®- le reliquie de fanti non con kmani,ma con alcuna
uerghsita per riuerenza to:cbiamv ; cafi i fieri mhleri della diurna
philofophia più tojlo c5 le lettere del l'altrui lingue, che con li tiiua uoce
di queila noBra mo* icrn a,à muiamo a lignificare : il quale errore conofei» to
da molti, ninno ardtfcediripigliarb. Ma tempo forfè pochi anni apprejfo uerrà
ebe alcuna buona perfona non meno arditi,che ingcnÌofx,porrà mano a cofufatto mercatantia
: cr per giouare aUdgente, non curando dell'oc dio,ne della inuidia de
litterati, condurrà d'altrui lingua dia noilra le gioie, ryi frutti delle
feicntie j le quallibo r.i perfettanente nongujliamo.nc compriamo. Lasc,
Veramente ne di fama, ne di gloria fi curerà, chi uvrrà prender la imprefa di
portar k philofophk dati lìngua £-A tbene nella Lombarda : che tal fatica
itow,cr bufi" mo gli recar a. P a s. Noia con/rflò, per fa Doniti dc/k
ic/j<,ttM non kiir/rmo,cow:e credete: clic per uno che<U prima ne dica
male,poco da pei mille, er mille altri lode. ramo,tt benediranno
ìlfuoj\udio,queUo ritenendogli che antenne di Giefu Cimilo ; iìquale, togliendo
di mo* rir per la fallite degli buomim,fcbernito primieramen* te,bujmato,cr
trucifìffo d'alcuni tippocriti.hcra alla fi ne da chi! conof<e,come iddio,
et Saluttor noflro ft ritte rifce.& adora, Lasc. Tanto dkefte di <jae/fo
uoftro buonbuomo; che di picciolo mercatante l'bxuete fatta Mefia : il quale,
Dio uogliacbefta fintile* quello che anebora affrettano li giudei; acciò che
berefia cofi itile mai non guafìi per alcun tempo k philofophk d'Arifioti le .
Ma/e noi fitte in effetto di cofi fìrano parere ; che non ut fate a di noflri
il redentore di quejla lingua uoU gare f Per. Perche tardi ccnobbi la ucritk
;er a tari po,qumdo la fòrza dettinteQetto non è eguale al uolere. Lasc. Cofi
Dbirìaiuti ;comc io credo che motteg* giite;faluofe,comè fanno i maliticft,
queQovicco no bU fonate, ebe non potete ottenere. Per. Mon/ìgnor le ragioni dk
nxi addotte da n!e 3 non fono lieui ; che io deb* ha dirle per ifberxare
icrnonè cofi eoft éffiàle U co* gnition delle lingue ; che bucino di meno che
di me* diocre memoria, er fenz* ingegno ueruno, non le pcfft imparare : quando
non pur a dotti, ma d forfennati Atbenicft, er Romani, folea parlare
eloquentemente CICERONE (vedasi),?? Demojlhette, er era intefo (Utero . Cerio
P 4 «tfnif «inijgr Ufirimiferamente poniamo in apprender queU le dite
lingue t non per grandezza d'oggetto ; ma) olamen, te perche aUo lludio delle
parole contri la naturale meli nxtione del nojlro bumatio intelletto ci
riuolgiamoul qua le difiderofo di fermar)] nella cognitione detle.cofè, onde
diurna perfetto, non contenta d'efferc altroue piegato, otte ornando la lingua
di parolctte er di dande refli uas ttd Li nofbra mente. Dunque dal contrailo
che è tnttauid tra la natura dell'animi, er trai cojlume del nojlro jlu*
dio,dipende la difficultàdcRa cogmtion delle lingue, de* gna neramente non
d'wuìdktma d'odio: non di fatica 3 mt difajlidio : er degna finalmente di
douere effere non ap prefajna ripreja dalle p.rfone : fi come coftMqualc non è
cìboma fogno, er ombra deluero cibo delTinteUetto . V a s c, Mentre noi
piatiate cofi, io imaginaua di ittderc krittalapbitcfopbiad'Ariftotikin
Unguabm* barda udirne parlai e tra loro ogni tùie maniera di
gentcJaecbinUontadinhbarcaroli, er altre tali per fané, con certi fuoni,<cr
con certi accenti, i più noiofi, er ipitt {brani, che mai udijii alla tòta mia
. In quejlo mezzo, mi fi paraua dinanzi effa madre philofopbia utilità affai po
veramente di rontagniuolo piangendo, er lamentando^ i' Arijlotih,cbe
difprezzando lafua eccellcnzatbautft fediate condotta, et minacciando di non
twlre fior piti in terra : fi bello bonore ne te era fatto dalle fue opere :
ilquale ifeufandofi con effo lei „ negaua d'bauerU offefa giamai : fempremai
bauerla amata, er lodata ne me* no che borreuolmente batterne fcritto, o
parlato men* tre egli luffe ; lui effer nato tj morto greco,non Brefciae no
ncVergomafco, er mentire chi dir uolcffc aUranvm te : olla qui uifione
diftderaua che noi mfujHe prefetste. •P e i. Et io (e fiato ui f«j?t > harei
tetto non douerfi U pbthfopkia dolere ; perche ogni buomofer ogni luogfc con
ogni linguai (ho ualorc effàhaffc : quefiofarfi an# a gloria, che a ucrgogm di
hi . la quale (e non fi (degni Stergare negli intelletti Lombardi, non fi dee
ancb$ (degnare (Teff, r tratta daHU br lingua : l'Indù, la Srtf tbia,CT f
Egitto, cue babitaua fi uokntieri, produrrc gc* ti cr parole molto pi.i jkane e
pi» bai bare, che non fono bora le Mantouanc, er le Eoiogw/i : lei lo (ìndio
tkU Ungua greca,® 1 latina bauer quaft delnoflro mondo crftf ciato ; mentre
hv.cmo non curando di faper, che fi dica } nanamente fnok imparare a parlarci
et lafciandof Intel letto dormire, fucglu er opra la lingua. Notar in ogni
ct4,m ogni prouincid, cr in ogni babùo effer (emprcnai ma cofa medeftma ;
Lupaie, cefi cerne uolonticrifa fuz arti per tutto l mcndc,non meno in tcrra,cbc
in cielo; cr per effer intenta aUa produttione delle creature rationa* Unon
fifeorda delle irratiotitlii ma con eguale artifìcia genera noi,er t bruti
animaliicofi da ricchi parimentc,et peneri huommi, da nobili, er «ili perfone
con ogni Un* glia, greca, latina, hebrea, cr lombarda, degna
d'effere&-conofcittta,cr lodata. Gli auge Hypcfci er tre be(ìie terrene
d'ogni maniera,bora con un (uovo, ho u con altro fenza dijìintione di parolai
loro affetti f già (icore ì molto meglio douer ciò (are noi buomini, ciafeu no
con la fua liìtgud ;fcnz<tricorrere aWaltruidcfcrittu* re,cr i linguaggi
efferc fiati trottati ma ajaltite teUa n* turala quahicome diumd,cbe etk è)non
ha mefticri iti mftro diutojmafolamentea utilitaet commodità nojìra, gecioée
abfenti, prcfenti 3 uiui,& marti, manife\ìando (un Ultra ifecreti dei cuore,
più facilmente canfeguias no la noflra propri* fe liciti ; laquale è pefìd
neUmtcU tetto delle dottrine > non nel fuono delle parole : er per
confeguente quella lingua,?? quella fcritturddouerfi u* fare da mortali, la
quale con più agio apprtndemo: er €omemeglio farebbe itatele foffe fiato
pofiibilc) Chaue re un sol linguaggio, l'i quale naturalmente fuffe ufato
da gli huomiri, cofi bora ejfer meg^ebe tbuoma (crina, et ragioni neUamaniera,
ebemen fi fcofladatta natura : k qualìTumicrd di ragionare appcnanati impariamo
:ey a tempo-, quando altra ecft non fono atti ad apprendere, et étrotavto barri
detto al mio maeflro Anjlotilc ideila etti eleganza goratione poco mi i urarei,
quando fènza ragione fusero da lui ferita i fuoi libri ; natura bauer lui
mietuta per figliuolo, non pcrtffer nato in Atbcne, ma per bauer bene in atto
intefo<bcne pérldtOi&benclcrit to di tei : la verità trouata da hi,
tadifpofitene, cr Cor* dine delle coje,la grauità er breuitì del parlare
eflerfua propria,®- non d'alìrme quella poter)] mutare per mu* tomento di uoce
: il nome falò di lui difeampagnato dalla ragione ( quanto a me ) ejjere di
affai piatola auttoritd, a lui fiore, fe ( emendo Lem bardo ridotto) effer
uelef* fc Annotile .noimirtali di quella eùcojì bauer cani f noi libri tramuta
incluùm i '.inguaiarne glibcbberoi greci = mentre greci gli jludu iurta . li
quai libri con ogni iniujbia procuriamo d'intendere per diuenire una uolta
non Athcniefi ima philofophiicr con quefìa riftojl* mi farci pai-tito da
lui . L a s c. Di'fe pure, CT diff derate aè che uolete j m i io Jprro, òe a di
uoftri non utdrete Arijhtik fitto minare. Per. Perciò mi doglio
delhmiferaccnditione di quefli tempi moderni, ne quali fi finiti non ad ejfer,
mt a parer fauio : che ohc fola una liti di ragione in qualnnque linguaggio può
con du ne alla cogniimedeìh iteriti ; quella da canto lafdi ta, ci mettiamo per
jìrada,ti quale in eff. tto tanto ci dfc lunga dal noftrofme {quanto altrui
pare, che ni ci metà uicini ; che affai credemo d'alcuna cofa faperc, quando,
fenza conofeerc la natura di ki:pofi mio dire in che mo- do In nominali CICERONE
(vedasi), PLINIO (vedasi), tmctfo, cr VIRGILIO (vedasi) tra latini fcrittori
;cr tra greci Platone, Arijhtile t De mojlbene, cr Efclme ideile cuifemplici
parolctte fan- noglìbuominidiquefta etàlc loro arti, cr fcicntiejn giujx, che
dir lingua greca, C latina par dire lingua di ulna, cr che la lingua volgare fa
una lingua inhu* man, prilli al tutto del difeorfo dcU 'intelletto ; for* fe
non per altra rdgione, faluo perche qucftunx da fanciulli, cr fina jhidio
imperimi) ; oue a quel* laltre con molta cura ciconuertiamo icome a lingue,
lequali giudichiamo più conuenirji con le doArine, che non fanno le parole
della E «griffa, cr del batte f* ino con ambidue tai facramentii la quale
feioccaop* penione è fi fiffanc gli animidc mortai, che molti fi fanno a
credere, che a douere farfi philofophi bxjti lo* rofapcrefriuere, cr leggere
greco fenza più : non aU tramente, chefe lo fòirito dì Ari] fatile, aguija
difolkt* to in cr&aUofieffe rmchiufo neWabhabeto di Grechiti
con lui mfiemefuffc corretto a entrar loro neWinteSct* tea fargli propbeti:
onde molti n'ho già vedutiti miei giorni fi arroganti,cbe priid in tutto d'ogni
fdcnza,con fidundofi folamentc neUacognition della lingua, bmm hauuto ardimento
di por mano afuoi libri, quelli a guifa de gli altri libri d'bumanità
publicamtnie ponendo . Dùque a colìoro il far uolgan le dottrine di Grecia par
rebbe opra, perduta fi per la indegniti della linguaicome per l'angujHa de'
termini, dentro a quali col fuo Ikguag gioè r'màiiufahtaha, uanaiflimando
l'imprefa dello Jciuere, er delparlare in maniera, ebe non [intendano, li
iìudiofi di tuttol mondoMa quello che non è fiato ue* duto da meìfpero douer
uedere (quando che fia) chi no* /ceni dopo mc&r 4 tempo t che le perfone
certo piti dot' te t ma meno ambitiofe delie brefenti, degneranno £ef* jer
lodate nella lor patria, femy. curar fi, che la Magna, c .diro fìrano paefe
riticrifca i lor nomi ichefela forma delle parole, onde i futuri pbibfopbi
ragioneranno, er fermeranno delle fetenze, farà commune alla plebe, tin*
iellato, er il fentimento di quelle farà proprio de gli a* autori, V jiudiofi
delle dottrinerò quali hanno ricetto, noiicUelinguefmanegUatiimidimcrtali.S c a
ol.Gw sapparcccbiauamcffer LafcariaUarijj>ojla,quando fo* prauenne brigata
di gentillniomini, che ueniuano a uifì* tarb, da quali fu interrotto [incominciato
ragionamene toipercbc faktati [un [altro con prameffa di tornare al* tra
uoltajl Peretto,et io co lui ci partimmo. Cojteg. Co fi bene mi difendere con
[annidelmacftro Peretta che DELLE UNCVt. "9 che l'I por mano
alle uojire, farebbe cofdfuperfbd per- ii <M cofa auegnd,cbe Hparkrt intorno
a quefìamate rid fulfe iiojìra profetane > nondimeno io mi contento, ée uì
tacciate: ma del foccorfo preftatcmi.partt dd Tdii tariti di coft degno
philofophofdrte dette rdgionUnte* dettelo ue ne muto immite grdtici&uiprometto,
che perfinire ilfdjìidio dello imparare a parlare con le Un gue de' morti;
feguitando il coniglio del maeflro Perei* tadorne fon nato.cofi uoglio iti uere
Romam,parlar Ko mano, 0-fcriutre Romano : V * uoì meffer L4Zaro, cornea perjona
d'altro parere,predico,che indarno tcn* tate di ridurre Mjuo lungo eftlio in
ltdlidktwjhra Un* gua Latina, cr dopo la totale réna di tei, fottcuM*
terraxhefc quando Jk comineidud a cadere,nonfu huo mojhefojlcnere ue la
poteffext chiuque atta rumasi pofe>aguifd di Polidamante fu oppreffodalpefoi
feoM, cUgìdce del tutto, rotta parimente dal principio et dal dal tempo; quale
Aéletd, o qual gigante potrà uantarft ii rQtmWne a me parere a uofbri fritti
riguardose ne uogliate far pruoua-xonftderando chel mètro jerme* re latino non
è altroché mandare ritogliendo per que» fì'auttore, cr per queUo,bora un nome,
bora un ucrbo, hard un'dduerbo della fu lingua: il che facendo,/e noi fperate
(quafmuouo Efculapio) che il porre mjir.ne
cotdikagmentipo^farldrifufcitdre^iu'mgamuU; non ui accorgendo, che nel cader ^
dififuperbo edificio, una parte diuenne poluerej? un'altrd dee effer rotta («
più pczzdt quali uolcre in uno ridurre, farebbe cofdim* paRibik Jenzd, 'he
molte fono dell'altre parti, k quii r ' ' ruiwfe timafè in fondo delmucchio, o
mudate daltempo,Hen fon trottate d'dkwno:onde minore,cy men ferma rifarete
lafabrica, ch'eUa non erida prima : cr uettendoui fatto di ridur lei alla fu*
prima grandezza ; mai non fa acro, (he «01 le ditte Inferma, che antkaincte
ledicrono que" fn'mi buoni architetti, quado mona la [abbicarono: anzi
oucfoleua effer la fala, farete le camere, cmfjnddrete le pori e, cr delle
jineftre di lei } que&a alta, quell'altra baffa nformarete: iuifode tutte,
£r intere rifugeranno tefue mmtglie, onde primieramente s'i&unwaua il pa*
lazzo:?? altronde dentro di lei con la luce del Sole alctt fiato di trijlo
uento entrerà, che fari inferma la flanzd, finalmente fari miracolo più, che
httmano prottadimen* fo il rifarla mai più cguale,o fintile a quetTantic^ejfen*
do mancata (idea, onde il mondo tolfe l'effempio di edì* ficatU . perche io ui
etnforto et lafciar ttmprefa dì uoler faruifmguUre dagli altri buominh
affaticandoti uana* mente fenz4prouolhro ì et 1 d'altrui. Lai. Perdonate*
migentdbuomo f uoinonponeSeben mentealle parole delmiomacftro
perettoUqualenonfolainentenon rie» faua,eome Mifdtc^i^&Mgr&^O'bxmmzifi
bt* puntava d'effere a farlo sforzato ; dtftdcrando macia, neUd quaUfenzA
l'aiuto di quelle lmgue,potef]e il popò* b }ludiare,& farft perfetto in ogmjaenzaJa
quale ope nione io non hudo, ne uitupero, perche quello nonpofa fo,quejlo non
uogUoìdico follmente non effere Hata hene intefa da uoimde la deUberatione
uoiìra non hauerk origine ne de£t4Utorità 3 nc delle ragioni del maejiro Pe*
retto :m àalm&ro appetita ì hqmlefeguite quanta n'aggrada, che
altrettanto iofaròdelmioiéhefcl «ag- gio, the io tenga, è più lungo cr piti
fatkofo del «oSroì ptraftenttar* non fjajluanoiO'd fine delk magioni* ti a
buona albergo fmo 3 quantimqic Sa no, mi condur* ù, B £ m, Mefier LdZaro dice
il uero,& u\ggiungù cbe'l Peretta in qucll'hota{comefime pare) attuto del
le UngueMuendo ricetto ali* phibfophk,et altre /imi li fetente. Perche
po\ìo,che uerafu kfua cpmonr.zT cofì bene poteffe pbilofopbareil contadino, come
il gen (fl/7«o»io,er il Lombardo, come il Romano; non è però the in ogni lingua
egualmente fi poJ?rf poetar eg? crare^ tonciofiacofa che fra loro luna frn pia
et meno dotata de gli orn ament i della profa, er del uerfojbe taUra non è. ha
cjualcofafu tra noi difputata da prima, fenZftjar p< role deBe dottrinexT
eome albera ui difìi,cofi uì dico di nuouoìche fe uoglia ut urna mai di
comporre o canzoni; c noueUe al modo uoiìro, cioè in lingua, che fia diuerft
dalla Thofca>ìd,etfenza unitateli Petrarca, o Boccac tioyper duentura noi {irete
buon cortigiano, ma. poeta,o oratore non mai. Onde tmto diuoifi ragionerà,ej
fare* te conofeiuto dal mondo, quanto k usta uidurerà, ey no più ; < ociofta
che la uofbra lingua RotiMiw hébk uerti tt forili piutoBogratiofo, cheghriofo.
Dialogo della rhetorica. Valerio, Brocdrio, Soranzo. A l. Horrf mentre,
che noi ridiamo,?? giuochiamo o Bro cardo Jl Cardinale Don Her* cole col
Friuli, e col Nauagc* ro,w cafa de lambafciador co t armi, dieno effere a
quejlion* dijputado fra loro detta nojìra mrnortalìtkq-im forfè n'iettano, ej
duole loro il nofbro tardare, perche a me pare, cbcfenz* indugio niuuo noi
andiamo a trouarlikqual cofajhieri diferainful par tir fi da lorojagionduamo
diàouer farext quello, fenoli penaltrofi atmeno t percbe il soràio fludiofifìimo
gioua ne,©" no bene ufo difoler perder te fuegiornate,delfm iffer co noi
coglier poffa alcun frtitto.w pur otwxt joU l.tZZo.'B r o. Io ho openiane*
cbeiefferprefente a loro dotti ragionamenitfarebbe indarno per noixociofìa t
cht «Ut nojbri fludij mal fi confaccia k questo dijputata.per chepiutofìo
configlierei,chefra tui,cofa parlando, (he ti conuenga,fì comoartiffe qwcjta
giornata* t /ìa la co/a, qtule il Soranzo U eleggerai al cuiferuigio il prww
di, che iol iQnabbi t di tutto cuore moferfi, et offero hoggi, (ytuttauia. Val.
Dite-id^ueo Sorarc?o,aò che ut parcchemifacciamo, chelparer ucftro d'mbidue noi
uotenticrifijeguarà. S o a. Forfè accettando le uoihre offerte farò tenuto
profontiwfo; ma a mio danno non io fdrò. Quiftaremoje egli tdpidce, w a phdojopbi
io fbc cular rimettendo,dcUa ulta ciuile,nolha humana profef*
fione,dìquaittodegnaretc di [duellarmi. Chiamo uiuci* mìe nonfoUmcnte la bontà
de cojlumi col morahnete o per ore, ma il parlar beat a beneficio ddl'haucre.,
delle ferfoneg? deKbonore de mortali: Lt qua! cofa perauentura è utrtu non mcn
bella infe jlefi^omen gicucuole al li bumankjJeUa prudenza, et detkgwfiitUi ma
in m* siero difficile do poter effer'apprefdst effercitata da noi tbenuUdpiu.lo
ueramente quato ho di tempo, cr dOnge gtìo uohntmi tutto dono dllo jìudio dell'
eloquenzdMcbc faccio $arte leggendo, parte fcriuende ; er quei precetti
tdempicndo^he CICERONE (vedasi), ey Quintiliano con meli* cu ra lìudivrono
d'infegnore : eoa tutto ciò io non nc jò nuU k ; nefo s'io fyerifaperncjcrm.,
rj legga quanto io mi troglker ciò è, perciobe a me pare t cbe iprecettìdeSar
te loro fono infittiti i e7$<$é uolte (òche io m'inganno) f uno aSdkro fi
contradice : io giudico, Cicerone tfferc fitto oratore moka miglior, che
Rbetore:fì come quel* b,cbe meglio parla,chenon ci infogna a parlare . Oltr4 di
quejlty, io fono in dubbio fe Torte Oratoria deSd Un* pia Latina fi conuegno
con Poltre lingue, jbetuimaitc con la Tofcana,die noi uftamoboggià > nel
quale io ho opinione che a dilettare alcunmamnconico, mutando il Boccaccio
gualche noueUéft pojfafcriuere fenzdpm co fa ueramente ditterfa dalle tre guifh
dicduje .; le quali da latini fcrittori fola, cr generd!t materia deUd loro
arte Rhetowa fi nominarono . Do quejH adunque, rydaah* <C tri tdi dubij,
che di continuo mi s'aggirano neu"inte n etto t infm bor j. non ho
trottato chi mi fuiluppi ; che di miti, che io n'ho pregati più mite, a tale
manca ilfapere, a U le il modo dellinfcgnare : mi affai nefapcte,er d'ogni cofa
da uoifapuU con bcUo, er difereto ordine [lete ufo.* tidiragionare.
percbe,hora, che uaipottte,io ttiprego, che de precetti di cotale arte, quanto
a uoi pare, che mi fu lecita di conoscerne, liberamente mi [duelliate. V Ala
Cerio egli è il nero quel che uoi dite, cheli Khetorica è buoni parie di nojtra
iuta cmU ; fenZA là quale rimane mutola ogniutrtu : ma ella è cofa da ogni
parte infini* t a, er è difficile parimente il tronarui cofi il principio, come
il fine, quindi ddiuiene, che Cicerone in molti fuoi libri parlandone, mai non
ne parla in un modo : come e Adunque pojiibile che dWimproiafo in un giorno,
tale& Unti arte vii fu mojìrata da noi ì Bróc. Quejìo è cofi imponibile m
lo dimanda il Stronzo, ma alprc ferite tf una parte dì Uì, er fu la parte che
uoi uorrete, famìgliarmente parlando, è ben degno che'l campiacia* te. Vai. Io
per me in quanto poffo pronto fono d douerU piacere > dicale? chiede ciò che
a lui piace,ch'io ne ragioni. S o tL.Miodifiderio farebbe da principio face»
doro/, (fogni fua parte infmo afta fine mformareùkbe effere non potendo,
ditejni almeno una cofa, cioè,chefetf do ufficio decoratore il perfuader
gliafcoUanti dilef tando,infegnando,rj mouédo,ìn qual modo di quefìi tre, più
conueneuole affarte fua con maggior laude dife, re chi ad effetto il fua
diftderio .Val. Molte cofe in foche parole mi domandate; onde io comprendo j
che piu fapete dcSa Khctortca, che non ui atunza impararne. La quefiione è
bellif?ima,aMa quale non terminando* me dijputondo rifonderò.
Voiopporecchiateuinonfo* Unente od udire, ma a contradire : cr cefi ficài il
Bro cardo, il cui parere nella preferite materici perauentura farà diuerfo dal
mio. B r oc. Senza altramente poi* faruijl mio parere fi è, cbe'l diletto fta U
uertu deKord* tione,onde ella prende la bcttezzd,zr U forza d perfua* derechìl
accolta : che poflo cafo che f Oratore, quanto è in lui,habbia uirtu
£mfcgnare,ct di mjiiere,infinitifon gli accidenti, dalli quali impedito non può
fornire a fuo ufficio. Ciò fono U bruttezza del corpo fuc,U dijpropor tion
della itoccj.i mala fama del fuo cliente, h dtshonc fladclla confa, cr
finalmente la (lanchezza de glt auditori, li quali lungamente fiati attenti
alle parole de gli auuerfarij,fchùà fono daffofcoltare : fenza che il fuo nome
altrui ad ira, a mifericordia, o ad altro affit « to coUle, dee effere co/a non
sforzala, ej per confeguente noiofa 5 ma fornmamente piaceuole a quel cotale,
cui egli muoue, ©" jojpmge . Segno ueggiamo, che A precettori dell'arte
non bafiando il darci tonofeereinge nerale in qual modo lOratorria poffentt di
comouere li noftri affètti idiflintamentc quali fiata i coflumi de ighuani,
uecebi nobili, itili, ricchi, c poueri cidi* moftrano : itile nature de i quali
con bell'arte tantedet* to lor motùmento uomo cercando dtaccommodare .
Dettinfegnare non parlo, che non ha il mondo la mag* gior pena, che [imparare
mal mtontieri.quefìojàoe grìwto, che fi morda, fofferc fiato fanciullo, cr
f>l* fb io,per quel ch'io prono al prefente mczo vecchio Jì co me io fono ;
che mai non odo il Koinojne leggo Bartolo, c Bili) (il che faccio ognigiorno
per compiacere a mio fière ) ch'io non bclìemmi gii occhigli orecchilo ingcgno
fflio,©" lo uitamia condannata innocentemente afa ucr cofa imparare, che
mi fio noia il faperhMdarm adu que iinfegnare, 0" dì moucr non dilettando
ci fatichi uno i zi dilettando fenza altro(quanta è la forza del com
piactre)ftasno polenti di perfuader gliafcoltantitripor tondo U difiato
tintoria non per forzarne quali merito di ragione, ma come gratta a noi fatta
da gli afcoltanti, per quel diletto, che nelle menti di quelli fuol partorire
Torà* tione ben compojìd, ©" bea recitata, E f ucr amete quella ì buono
Oratore, il quale parlando £ alcuna cofa princi palmcntcnon con U confa
trattata, fi come fanno ì philo fophi,mo con tarbìtrio^ol nuto&col piacere
degli au* ditori,tenta,cr procura dì convenire,qucUi allcttando in maniera, che
altrettanto dì gioia rechi loro loratione la otte eUamoue, ©" infegna,
quanto fare ne la ueggiamo mentre ci lo adorna per dilettare . er queSio è
quanto mi par di dire nella prefente materia . Val. No» pen* pie dtcofi tatto
ifbedirui dalla imprefa già cominciata, the le ragwtJJ,efw ci adducete, quelle
meglio non diflm* guendo, nonfonbajlattti di farne credere fopenicne prò polla,
adunque egliè meflicri che in qnefla confa medefì* ma argomentiate altramente
:ilche fatto, perche al So* rmzopienainentefcÀisfocciatejpmmimfacédouitCoa
bello ordine mofhrarete in che modo, er per qual uia prò udendo coté uicà del
dilettar gli afcoltanti poffa acquifiarft f orario)» uotgare : che a tal
fineife io non ntingaa mìgli udimmo fjre kfm dimanda. Broc, Molte fon le
ragioni, per le quali fi può Koftrar chiarantnteipet fetto Oratorcdilettandopiu
che tnfcgnxndo,omouenda ti fttóttfficio adempire: te quai ragioni, {Indiando
dejfet brieue,perche a uoi pia tojlo il douer dire uemffe,dc(ibt rai di tacere
s ma fé mi o Scròto, cotanto difiderate (fòt lèderle, er ciò ut pare che molto
bene al fatto uojiro per Ugna io che ne parlo per cMpiaccrtà aclentieri
incornili darò i quindi ti principio prendendo j che la Rhetoriat non è
étro,cbe un gentile artificio d'acconciar bene, et leggiadramente quelle parole,
onde noi buominifignifi* marno Um (altro i concetti de nofìri cuori. Diremo adu
que, che le parole nafeono al mondo dalla bocca del noi* goderne i colori dulie
herbe ì ma il Grammatico <fWf Orator famigliare t quafi fante di
dipintore,queBa decada* Cr polifcctonde il macjlro della Khetorka dipingendo U
ucritiyparlit er ori a fuo modo. Che cofi come col pendei 10 materiale t
uolti, er i corpi delle perfonefa dipingere 11 dipintore la natura
imitando, che cefi fatti ne generò s cofi k lingua decoratore con lo flilc
delle parole bora in Senato, bora ingiudkio, bora al uotgo parlando, ci
ritragge la ueritÀ ila quale proprio obietto delle dottrine fyecuUtiuejwn
altroue che nelle fcboleg? tra pbilo* fophi corniciando ; finalmente dopo alcun
tempo d grufi pena con molto fludio impariamo .Ut è il nero, che coji come a
ben dipingere Ut mia effgie,è afpti il ueder>ni,fn Za Altramente hauer
contezza de miei coltumi, o lunga* «ente con effo meco domfkarf: » dipingendo
l'artefice DIALOGO miffabra cofa di me.faluo U ejhrema mixfuperficie,nota
agli occhi di ciafcheduno j fmitmcnte a bene orare in o* giù materia ball<i
ti conofecre un certo no /o che detta tic ritk che di continuo ci jia innanzi
fi come cofa, ti quale ne i nofìri aitimi naturalmét e difaperk itftderofi, fin
di principio uoik imprimer Domenedio, Può bene effere, tyfbefic uolte adiiuenc
che la ignoranti* del uutgo f 0« rotore afcoltando,colga in f cambio cotale
effigie dipinta, lei ifìimando U uerità ; non altr umente per anenturd>chc
l'idolatra plebeioje dipinture^- le 0atttc,nojkc buma* ne operationi s f accia
fuo Dio, er come Dio le riuerifed* Può anche ejfere che Foratore ori a fine
d'ingannar le. perfonerfando loro ad intendere, che'lfuo diffegm fìa il
uero,non del nero ftmilitudìne ; nclquat cafo quello coM lejnon ofìante il fuo
ingegno merauigtivfo, meritarebbe, che fi sbandiffe del mondo itydift fatti
oratori fi deono intender le parole di chi biafima la Khetorka ; cioè colo ro
che ad altro fine la effercùancyhe tindulìria ciuile no U fermò. La qual cofi
no pur a lci,ma a qualunque altra più honoreuole,et utile arte è tra
noi,facilmente intrauit ne.Uora al propofito ritornado, certo per le cofe già
det te, in qualche parte no fìa difficile il giudicare la queflian coiiiweiittJ,
percioebe Cinfegnare, il quale è jtrada alla uerità propriamente parlandolo è
cofa da Oratore; piti tofto è opra diUe dottrine fpectdatitte; le quali fono
fden Ze non di parole, mi di cofe, parte dìuine, parte prò* dotte dadi natura .
Kelìa adunque che noi tteg giamo quale ufficio f ìa più proprio deli"
Oratore trai ddstta* re, zi d mouere, fi mamme, che innanzi tratto; un COROLARIO
inferiamo ; cioè, conciofia cofi chel perfetta Oratore tuie fappia,qual parli ;
e quale in fegna tale imm par affé i troppo ora chi ha opinione cbe'lfuo
intelletto^ che non fa nidla 3 fìa uno armarlo d'ogni fetenza : non per Unto
fempremai in ogni età rari furono non pur li buoni ma i mediocri Oratori ;
ertili nofìri fono ronfimi ino gm lingua ; fi è coft diffìcile non follmente il
faper bene U miti, ma ii pxrcr difaperk, Hor di quejìo non più i er aUe l te
del diletto, et del mouimento conferiate che io ini riuolga .
Certo,nattfrabnente parlando,ogni dilettofièiHomnentojna. in contrario, fiando
ne itcrmini di quella arte, ogni Oratorio mouimento è diletto; concio», fu cofi
che'l perfetto Oratore muoue altrui non per fcr za, er con uìoknx.4, in quel
modo che noi mouiamo le cofe graia aRinju, o k leggieri a!? ingiù ;md fempremai
muoue ha cotifome affindination del fm affetto : U* <jiol cofa non può effer,
che non glifia altra modo pù* ce«oJr,cr giowfi molto i ne ad altro fine ( fi
come dian* Xt io diceua)da maefhideUa Khetonca fono dijìinte. «•mutamente le
dijhofitioni degli ascoltasti : i cui affet» ti col mutamento della fortuna, rj
degli anni fono u* fati di ttarùrfi ifalxo, accioebe tomfeenda il buon».
Oratore otte pieghino k pacioni de petti lpro,iui col ut* gore delle parole
(indie, ©" f enti dì ritirarli. Et per «r (o,fèl mouimento rhetorico fuffe
Saltra maniera } ogni mgenua perfona come sforzata, ty tiranneggiata dall’Oratore
mortalmente Codiarebbe : ne pofp credere che ninna Kepublica, bene o male
ordin.it*, fol che tJU tmajfe U l/bcrtà, comporujje 4 fuoì cittadini befferei*
SI 4 Urft in una arte; con k quale non porgli equaU,m i mi gijbr-ttiiZr
le leggi loro di dominar stttgegniffro . Re* jta a dirut in qttal inoliti
diletti tal mcwmai ù, er onde uegm cfje*/ diletto che ne gli afitti dcUbuomo
partorii fcc i'orotiùne,fia muramento appellato: che tutto che co* taitofe
paiono alquanto più pkfcefoWie . ck orione, tttttauia egli è hello ilfaperlt;
miggiormenle Se alla ma tem di che partiamo, grandemente fon pt t'inaiti . Mi
deUa prima brievemente miefbedirò : Che fi come i^di* pintore, or il poeta t
dite artefici il? Oratore fmbùnti, per diletto di noi fanno tterfì, er imagim
di diuerfe mi* nieraquali hombili,quai pkceuolì,qtat dolenti^ qud liete *po/i
i't buono Oratore nm folamente con le [accie, con gli ornamentici co numeri, ma
ad ira, ad odio or ai inuidia mentendo, fuol dilettar gli afcoltanti . lo ucramen
te mai non leggo in Virgilio k tragedia di ElijajVìo no pianga con effofeco
ilftto mah;non per tanto eonfideran io con che gentile artificio ci dipingefp
il poeta l'amor fuo,et k morte fua : cofì uinto, come io mi trotto d.dli pie
tà,non pofio itero che fomm&ìientc allegrarmi ita qual cofa non dee parer
merauiglia a chi per troppa aUegrez ti alcuni uolti fu cofbrctto di lagrimare .
E ti uero che una tallettione è polènte di più, or meno commettermi, fecondo
che et più t er meno fon dijhojh a compaflione t ma in ogniguifa più mi è
agrado il lagrùnnr con virgi* Ito, die non è Under con klartkle : Md tornando
oSl* rottone,ame pare che in quel modo 3 cheti trafitto dalli l 'aranti pudendo
il fuono coniteniente alfuo morfoji le* uifufo i er filta tanto fin che fbwmor
perturbato fi rifolitc in [udore er qaafi marefenzà onda queto flafii nr! Iwcgo
jtto ;/MHfciiefiff><UJc parole d'uno Oratore eceet* lòtte ntoffo udirà
alcuno buono «r(icondo,nonfenz<t mal to piacere sfoga il cédo f cbe k
complelìione naturale, o altro tirano accidente gli tiene accefo nell'animo ;
il quat piacere.perciocbe nafee da cofa per fe medefxma óifpk* ceuole,et noiofa
moltOtcbc non diletta,fe non per queU4 conformiti eb'è tra lci,ty l'affetto
deWafcoltanteila quaì cofa mafie PbikRrato effóndo Re detta fm giornata i «
comandare a ciimpagni, che di cokrojcuiamorimiferé méte fìn'mmojfi
ragionaffe)perb è ben fatto ebe proprii mente park ndo,taipmere non diletto, nw
mournié to ft& nomiìuto'a cuinatura odioft.acciocbe a litigo andàe non « fi
(àcckfentire i ty altrotanto per feci annoienti* to dinar zi nel conformar fi
aWaffctto nedtkttaua(concia fia coft che corta fìa k concordia delle cofe non
buone ) pere uolferoiKbetorkbe l'oratore bricuemente,^- in pothe parole fe ne
doueffe efpedòrt.Mtnel nero il diletto di l mouimento è coni un rifo nato
innoinondi uerà atte* fktIBtijm di foUetìco ; il quale continuato da noi final»
mente in doglia,cr foafmo fi conuerte . Md le facetie » ì motti,kfcntemie,k
figurej colori,k elettione, il nume» rorfilfitodcUeparole ; l'ufeer fuord
delkmateria, et al quanto,a guifa d'buomo di fokxzo difiderofo,per logkr dino
dell'altre cofe uicinegir uagando con l'inteHcttofo* no cofe tutte quante per
far natura fommamente pìaeeuo li i nelle quali di continuo non altramente fuol
compiacer fi k nofkd mentCiChe degli odori,de fuoni, er de colorì materiali fi
dilettino ì fentimenti del corpo. V a l. Fera tutetà tnatetà m poco o
Brocardo, mentre ancora ( benché di kmge ) noi feorgiamo l 'entrata del
cominciato ragiona" mento,z? innanzi che la dolcezza deldtlettog? del max
fttmento tratto ultracorte più altra yio at flagrate d'in- dire eiòy che ante
pare di poter dire con uertta de gli *f* fettig? de movimenti di quelli: perciò
cheto ho per fera ino, che f Oratore principalmente habbkatra non di co movere,
ma £ acquetar le procelle, che neUe parti pia bajfe de nofbri animi, Ora,
fottìo, er la màdia (uenti contrari] al fereno deJkragionc ) fono ufatidi
coautore; 0- ciò può far l Oratore non folamente nel fine, ma mi principio del
fio fermane jnutando foratone, chefe Cefare nel Senato a [onore de' congiuntati
prigioni. E k il Vero the quello iiìeffo Oratore che ha uirt* di rafferend re,
può turbare i fentimeni: ma chi ciò face,o è perfom vittima, che male adopera
lo [uà fetenza > quafi medico, che auelena gl'infermi ; o è di farlo
corrette, fendo coft mbojjibilt il torre altrui fèdamente dallo ejlremodel* f
oiioit? nel mezo della ragiaue riporlo, fenza alquanto fargli jentire
dell'altro efìremo contrario, La qual cofé auegnadio che ver afta, non per
tanto, uolgarmente par landò, fìamoufai Udire efjer proprio deU" Oratore
ìt cominoiter gii jifeta, fecondo il qual modo di faueUare fece il Soranzoùfua
dimanda :percìocbe il mouimento èautÀgaripmnoto,a'pareopradimagporforzache la
quiete mnè: fenza che la maggior parte de gii Or j* tori orano apnc non
d'acquetare, ma di commouere gli af cattanti. Io iter amen te per una terza
ragione, ho api mone, che ali Oratore {hu portegna d commouere, che
tacqm^ tacqttetare iconcioftacofacbe iartefua non fokmente
turbando(ilche è noto per fe medeftmo ) m componete dogUaffettì t queUimmua
> a'fofp'tngaìche grandifiima noientu deeefferqueUa decoratore ne nofhri
animi» qtulbora a benfare ne perlmde,cofaoprandù con le p4 role in unahor^che
inmolti anni utrtuofanentc uiuen* do,a gran penartele acquijiarfi il pbtiafopho
. Hor ne* dete hoggimaific k R betono* è atte comeniente atta ci ittita della
uita,cr aUa public* libertà) cr fe ilcommottcr gli affètti è operatione piti,
ometto aU 'Oratore bonore* itole de$infegnare,w del dilettare, Eroc. Certo fe
il mouimento oratorio fuffe tale, er ft fatto,quale dianzi il
defcr'iMuatejmakfecel Ariopago a divietarlo agli Athenkfi i maio non uedoebe
egli fiatale, confideranno the Foratore nel trattar de gli affitti, ponga mente
pili tofio aUa etagj atta fortuna che ciperturba,òealkr4 gione,cuifola tocca di
temperarne . Ma pojìo cèfo che eofi }ìa, come mi dite, io ho per fermo, che
cofi come per le ragioni già dette concludemmoicbc la dottrina del foratore a
gli afcoltanti infegnata non è (denta di ueri td.nw opinione, cr di nero
Jhntlitudwe,fmelcmentc k quiete dcfeiitimeiiti,che negli animi bumani fuolgene
rarela Grattane none umii,ma dipintura delia, uirtu: eonciofia cofa che U uirtù
è un buono babito di cofiunù, ilqualencn con parole in ijlantejnu con
penfieri,or con opre a lungo andare ci guadagmmo . Wrf accioche non creggute
che U buona arte Rhe* torica di tutte Urti reinajia una eerta buffonariadd far
ridere t benché egli tibabbhdi queUi chealk cucina cimi la^imigliarono) noi
douete fapere, che dd numero dcu"arti,altre fono piaceuolij^ altre utili :
quelle fono le utili, le quali communementc nominiamo mecanke: delle piaceuolt
parte Im uiriù di dilettar l'animo, parte il cor» po delle perfonew parlando
più chiaramente pjrte il feti fojparte la mente fuol dilettare. La dipintura,et
la rnufì* Citigli occhiagli orecchi'; gli unguentari},il j;<j/ó i! cww co,
li gujìo j er la Jiufa ccn la temperanza del c.ddo Ino, tutto l corpo con
magHìerio piaceuolc,fono tifali di con* fortareittu te artiche Ciiìtdletto
dlcitano,qvMtù al prò pofito fi conuiene,fono due ; cioè rhetorica cr Voefta:
le quali, muegnadio che altramente che per gli orecchi paffando, non peruegnano
aU\ntelletto, nondimeno perciò fono da effer dette intctkttudi, che elle fono
arti deU le parole, ijkometi deltinteuettoi con li quali figmfìchia tao lun
tauro ciò che intende U nojira mente. Certo del la «o£rc,cr de fuoni è la
mufìca, con la quale annoucrando igrauijzr gli acuti } quegli in manier4
tempriamole diuerfì ( fs come fono ) jì congìungono infieme a generar
thartnoniaxhe non pur noijma moki bruti animali muo* «c,CT diletta
mirabilmente; ma la Rbeloricajy la pot* fia fono artifici] delle noci de gli
huomini, nocome gratti C7 acute t ma propriamente come parole, cioè in quanto
elle fonfegni delTinteUetto, quelle accordando fi fatta' mente, che ne nefea.
una confonantia, U quale, metaphoriamente parlandola primi rhetori al numero mufteo
dflimighandola, numero anch'effa fu nominata: fcnxA d qital numero,non è
oratione la erottone; er col qml nu* imo ogni mlgarttet inerudite ragionamento
più hauer nome ioratìone. Ma quello è punto ì che aben uolcrlo
mm0are(conciofucbe in Mfolo,quaf in contro /ir* mifiimo, è fondato il dìfcorfo
di tutu Urte oratori* ) c mefòeri che un'altra nolta per altrajìrada noi ci
faccia tuo da capo,conftderando che tutto ì corpo detta eloquen tia quanto
egliè grande, non è altro che cinque membra, CT non piu,cìoè parlando
latinamente jnttentione,difj>o* fttione, elocutione, attiene, CT memoria .
Infra le quali, finta alcun dubbio la ebcutioneè la prima parte, quafì fuo
cuora effe anima la chiamafihnon crederei di mentire: dalla quale, non
chealtrojl nome proprio della eh* quentìa, comeuiuodauitauien deriuando . Et
per certa la muentioncjty dift>ofttione,fono parti che alle cofe per tengono
: le quS ritrattate nelle feienze uà ordinando U erottone } ma la terza, per
quel chefuona il uocabob,i propria parte delle parole, le quali non à cafo, ma
eoa giudicio eleggiamo,*? dette leghiamo. Adunque aiate* gna che la elocutionc
fia un terzo membro della chqitett tia, iiuerfomolto da primi duci nondimeno
ella è fuo membro fj principale, che netta ifleffa elocutione nuoti*
inuentìone, et dijpofitionc oratoria ut fi poffono annouerare. etctoè, perciochenon
ciafehedma elocutione è or* toru,anxi in ogni linguaggio «vite fon k
paroltjequali ttilitroppa,o uabgari,o afbre,o uecch'te, umciuile per* fona
mninfmtofi in gtudicio, m con gli amici, cr co' famigliari parlandoci
guarderebbe di proferire: etguar derebbeft fxcèntnte fenxA arte adoperare, foi
che un tempo dèh fu uiti con gentili^ difereii kuomwifuffe ufato di conuerfaram
le parole gUruromte dfikhcbia fe,& fotmtijporreinftemeycr otte prima ddfe
mdefime <tUc cofe fignifkite faccomodawtno, hor trifefìeffe gli decenti
loro,cr le loro fiUibe inmuerandoyidmark è «-ti/few: it quale folo,o primo fa
Orator lOrat ore. Et ttenmente,fc quello è nero che io trono fcritto né"
Rbeto ri, ftmtentione,cr dijba fittone (fette co/e effere opri più toflo di
prudenti, cr accorti huomini, che di eloquenti Oratori Job il [ito Me parole è
tutta Ixrte Oratoria: onde tutu è k quejìione del dilettare, del mettere, cr
AcU'infegnire . Che, come il mcttere,& Sdegnare fono frutti cCinuentione,
le cui parti fon proemio^arrattone, diuifione, eonfìmationc, confutinone, cr
epilogo; cofi il diletto fi dee dire opra deUi Oratoria elocutione. "gorfe
io u annoio mentre con le parole ualgari, k Ixtine, CT le greche uà
mcfcolxndogr contri quello ch'io ui di* teua pur dianzi > non difecrnendo
frale parole come io U trotto coft le ammaffo, cr confondo. Ma che poffo iot
cèrto qucjti è colpi de nofki padri Tbofcamjt quali fion curando k cofe grani,
che aUedottrmepertengono, follmente deUeamorofe con nouellettt, cr con rime fi
dettarono dt parkreiben u y hi di quelli che fumo arditi in tentar le fetenze^
pochi fono,crfeit&t fama ; CT fi anticbiycbel ngionarne co' uocaboli loro,
per la loro UtcchiaXi, uta più jirani che i Latini non fono, fareb* he opri perduta
. Io uermente qualunque wua in uece ài njtrationcii amftrmdtme.cr di
confutarne, diui* [mento, confirmamento, cr dif ermamente dicefii, me tnedefìmo
tra gli intrichi di total nomi facilmente rauol perei m marna* ebe in qudparte
Sortitone fidjc intra. topcr to per ragionarne, potrebbe effcrcbe io r,d
fcorclifii . F, v adunque mn mule iìrkorrere a forrejìicri, le cuiuoci
intendiamo, che a mftrani che non i'mtcnàano,imàando i Latmìi quatt dd padri
Grechi le dottrine,?? le parole prendendo, ferono lor priuitegio di poter tffer
Ro>w« ne cornetti in lor feruigio le adoperarono .Val. Infitto a qui uoi non
ufajle parola, che alcun uolgare a fiottandola fe ne douefa merauigUd re: ; ma
procedendo pinoltrit uoi incaperete in concetti che ragionandone, a volere
efiere intefo, uifid meflieri di proueder di «dei* toh, che a gli orecchi di
Italia fi confacciano un poco meglio, che t Latini non fanno, B k o c.
Ragionando con efio uoi netti prefente materia, la cui mente di gran lunga
lentie parole preuiene, non ho paura di doucr dire ucabolo che peregrino to
ejitjlimiaie . Val. kvxgnadio che delta arte oratoria tra mi pochi, et con
jtiUrimofio molto (quale* camera fi conmene > habbiate tolto a parlare:
nientedimeno io tri configlio, che cenquetTammo, er in epteimodonefautUiate,
che mifartpejeinprefentia di motti cofi dotti, comeigno untine ragionafte;
laqualcofa perauentura auerrà t perciochtl Soranxo Mgentifiimo gnardatort de
ho* fhi detti, quelli in uno raccoglier k, CT raevUì, non pò* irà fare che moki
just amici diftderofi di novità, non ne faccia partecipi .So% Certo m fui
partir di Vincgia mio germano mefier eteronimo grettamente mi comandò, che
mentre io \\efiiin Kotogna, d'ogni cofa^he h giudicaci notabile, ne lo donefit
auifare, er botte fot* to infttìhmspenfate qutUhe io fatò permmvdicoft DIALOGO
tmbit r<tgtonmento:dopol qua^permio gtudkb, um* ito ì
Papi,ctgflmpcrddorì.B boc. Ben conofeo meffar Gieronimo, atk prefenza dd quale
ne paroline oprc,fe non elette jion fon degne diperuenire . Ma noi Soranzp
foche fare ilpotrejle) farcjìe bene, detto che io xrihébk mia opinione,queUa
jlelfa con altro jìilc di feri uere,che non V udite dame; che una coft è il
pastore prk «diamente,?? dà omico,fi come io fdfeio con ttcixt altro, i lor
fmuere altrui d perpetudmemork de paffati ragio- namenti .r?ncl aero,fcciò
hauefii penfato *thor, the fejle li qucjìione.Q io taceua del tatto, o cofì
tojio non r| fbondetm cbelcpdrote>a' le cofeche a cotale arteper' tengono,*?
foprd tutto il porle inficine, con heUo or« ime ckfcheduna afuo luogo
dijliutamctc efbticareèfat tura di motti giorni, non d'unbora, o diàicsna rio
errai neWmcomnciare, forfè net perfegwe tiimaidarò, Se otte io pen fitte
hoggidiaìqnanto ufctndo detta mteritt di tutta l'arte oratoria (che ch'io
nefappk) Ifaermcnte- parkruiiadoprando quelle parolesou le quali tw Latini
frittali '.ftitdki d'imparark i bora alcune poche cofette^ che al fitto
mffroccwengonojwieucmente percorrerò: coft ài un tratto pagarò il debito del
dmer dirui mia opi Bi«te,et ddftQgli dth)e parole latine, nelle opali d lungo
Mudare il parlamento fi ramperebbcbelkmcnte miguar dirómpili faggio nocchiero
di me kfeiando k cura di do utrfarefi perigliofa «àggio, nùque al prcpofito
ritorni do,bécbe diati ftcÓdo i rhctorijo ui dicefU £mfegnarc,e U mauere effer
due opre d'muentione conciofiacofa che
quoto motte il proemio,®- [epilogavamo infegtia la tur rottone,
ratione,et cottftrmatione ; nondimeno mutando in meglio mi* openione,cr cofa a
coft proportionando j a me pare di douer direbbe impegnare propriamente alia
dijj>oft* tiene portegna ; tome in contrario k confufion delle cofe ci
partorifee ignoranti, Adunque [empremai col mo lamento la àutentione, et con k
dijfccfitione Cuifegnare > dm il dilettoci che parliamo, con lafua madre
clocutio* ne,forma,',a' aita dell'eloquenza, meritamente accampi gnarerao.
Quindi pacando alle treguife di caufe dall'O rotore confìderatcg? a tre jìiU
ucnendo,cioè che tre mo di di dbrejuna aU "altro con mijura agguagliatilo,
io li con giungo in maitiera,cbe la ciufa giudicale, cui è proprio la grattiti
dello jlilc,al mouuncntow inucntvmeJa deli beratiua coljuo }Ul bajfo,&
minuto alla dtfbofitìonc, cr aUo infegnarcuuimamente la caufa dimojiratiua
medio* cremente trattata.aUa elocutione,et al diktto,dirittamctt ttfta
ribadente. Le quai cofe m cotal modo difpoéìe,pro cedendo più oltra facilmente
fi può concludere, che cofì come tra le parti d oratìone la elocutione è la
prima, CT k caufa dimojiratiua è k più nobiie,ct più capace d'opti ornamento,
che d'altre ducnonfono&glifìili del dtre, l'I più perlettto,zx più uirtuofo
è il medmera ilquale non è auarojx prodigo,ma liberale wn fuperbo,ne abietto,
ma altero, non audace, ne piiftUxiìimo, ma ualorofo; non kfciuojte (lupido, ina
temperato,coful diletto oratorio al mouimento, ey affmfegnare è ben degno, che
fi pre* ponga . Però ueggiamo non fempre mauere,o magnar Voratore > ben
quello ijleffo per ogni parte ioratione, in ogni cauja con parole
elegàttjiudiarc di dilettarne: dqtu K le
te non contento del diletto delle parole, per raddoppiar* ne il
piacere*? compitamente addolcirne,r icone ai ge* flo^dff 'attiene detoratione
condimento, cr mele, er Zucchero foauifiimo degli orecchi, et degli occhi
nojìri, X)aQaqu<tleattione,perqueliagratia,cbe è in ki.dcpen de in gwi/rf la
uertù deli'oratu ne, che ella è nuUajcn* %ieffa;la quale fentenza da Dcmojlhene
data, E/cIn* lìt fuo auuerfmo poco appreffo con bcllaproua ci con' fermò i
mentre leggendo a KhodianiU oratione di De* tnojlhene, marauigliandofi gli
afeoitanti, bebbe a dire Ueramente m^rauigliofa effere Hata la oratione, effoDe
tnojlhme recitandola iquafi dire mlejle,Cattentioncdel recitatore potere
feentare,cr accrescer forza aU'oratio* tic j er in maniera da fe mcdeflma
tramutarla che non pa rejjè pia d'ejfa. Val. inu jrc&cfori/ Soranzo
eonfentd^ cbedikttattdopiu, che infegnando, omoitcndopcrfuadd la oratione,egli
difetta d'intendere con quat ragioni con tra la mente di Cicerone gli
protiarcfe, che la caufa de* mofìrattua fiapiu nobile dell'altre due,0-che
defliliil migliore fia il mediocre : ef per certo da due colali pre* ìmffe più
tojfofalfe,che dubbiofe^alanetcfipuo decide re U queflion dijbutota. ErOc. Qui
dfbcttaud,che inter rompere le mie parole ì fendo certo,chcctò io difii dcUd
tanfi dmoflratiua, cr delio Me mediocre Subitamente
rifìiitarejle.Peròfxppidte,ct)dppìalo anche il Soranzo» che ragionata di cotai
cofe con mufemplice narrattone, cr fenza dkmodrgomentojvbebbiinanimodich'giun*
gere infime ì tre jhU,te tre caufe, er i tre modi del per* imicretCW k tre fwM
d'erottone m maniera che atta in ucn l^O ucntione il mouimentonelkcdufa
giuàicìak t conlo jUl graie principalmente correfpondelfe : ma éU dtfeofuio ne
Fmfegnare,tiella caufa, deliberatila con lo /iti baffo:ul tintamente ti diletto
ali a docutioue, nettd caufa demojìra tiut con lo Ihlc metano propriamente fmferiffe
Al qud* le ordine da tutti i Rbetori cofi greci,come latini, effere flato
offriuto,cbi le loro opre riguarda, fidimele giudi cari laqual cofafe eofi
è(cbe certamente è cofi)uoi me de fimi per una ijleffa ragione argomentando k
oratoria. tlocutione,con tutta quanta la fchierd fua, alle altre due
partid'oraticne con le loro ordinate debitamente prepo nercte;cbs no è honejlo
ilbncn col ti ijlo agguagliarexia. il tuono al buono,etal migliorejl miglior
fliie,fwfe-,c<t« fdyCt per Jual ione, co rdgtoneuolmtfura dee pareggiai, M a
de (itli poco appreffo perauctura ragionaremoye del diletto fi èfauellato a
bajlàza. Dunque alle caufe ucnen* 4o>come io dilUjtoji ridico di nuouo, che
la caufa demo* fìratiudè laputborreuole, la più perfetta, la più difficì
le&finahnente la più oratoria,che tutina deU'dltrc due: la qual cofa mentre
io tento di dimofirarui, io iti prega, che non guardando alh fama de gli
faritlori detta Kheto rka, poniate mente atta uerka : la quale da ragione aiti*
tataro mi apparecchio di palcfarui. Perciò che altra co* fa è il parlar di
quejla arte, le ucne fue, ifuoi membri » l'offa, i ncrui, er la carne fud
dnnoaerdndo, partendo: la quA guifd d'anatomia, hi infegmtndo con Itrd* gioii!
operiamo ; cr altra cofa è il parlare oratoriamen* te al uolgo, àgiudteio, d
Senatori, <fteìUaUettando,cr mouendo iti che non faccio ai prefente orje una
uol* Ri U U(che Dio noi uogtkyjl farò : quando t ubìdiendo,a mio padre,
la «o«,er il fìtto, che ei mi donò penderò a litiganti. Hot di quefio non più,
et al propoftto ritorniamo. Io ucrmentc le tre caufe oratorie per li lor fini,
per Ufo ro ufficij,et per te loro materie 3 con diligenza confiderai dojia
pojfo akro,ée credere, che la cattfa dimofkatm fta infra tutta la principdled
cui fine è koncflà; U cui ma teria è uertù^cr il cui ufficio è il dilettar
intelletto, ®- di ien fare ammonirlo. Quindi nacque il coflunte nella republica
ateniese, publicamente ognanno queicittadi* ni lodare,iquali fortemente per la
br patria combattei dojfuffero flati ammazzati. La quale annua aratiom (fe A
Vintone crediamo}lodando i morti,® le uertti lorojut to in un tempo le madrij
padri,® le mogli confolaua he nignamente 5 ma ifrate&j figliuoli,®- i
«ipoteche doppo lor rimaneuano, a douer quelli imitare, ®- farfì loro fintili
mirabilmente accendeua . Adunque non indarno fo ìeua dir CiceroneCICERONE
(vedasi), ninna guisa d'or ottone potere efferne più ornila nel dire,ne più
utile alle Kep.di quefia una,di mojìr attua : i cui precetti bornio uertu non
folamente di farne buoni oratori,ma a douer uiuere honejìamente con bella arte
ne efortano ; il che di queUìdeUaltre due non amene ; con effe qudifpeffe fiate
guerre mgiuBe perfm demo, er uendieando le nofìre ingiuricjhor gliimtocenti
offendiamo, bor difendiamo i nocenti.Confufamente peruuentura più, che io non
debbio, uà comparando fra loro le tre caufe oratorie ; il che faccio, perche io
difidt* ro divedimene, ®-adar luoco al Valerio^he s'appre flaper contradire: mi
ambiiue col uojìro ingegno il mio difetto adempiendoci parte in parte k mie
parole d$in guerete. Adunque,feguitando il ragionmnento t etfra me jìeffo
confìderando ciò, che dianzi dicem deltoration di Demollkene, fomm<mentc
daWattion dependente Jbofer minima openione,cbe nelle caufe deliberatine, cr
guidi* cidi molto più opri la natura decoratore, cr della mate rid,cbe non
ftttarte oratoria, il cetraria è della caufa di* mojhratiud,neUd quale
kggendo,non è men bella U ora» tione, che recitando iperò ueggiamo mediocri
Oratori bene informiti delle ciudi materie, cr aiutati dattattio* ne, tj dalla
memoriajn Senato^ er in giudiciofoler par htre affai bene : che in té cafi
dalle cofe trattate nafeono in noi le parole ; le qualiconcordate con li
concetti deffa nimo, ne riejce queUa barmonia, che fa 3upir chi l'afols td.Verk
qual cofa molte fiate ne comandano i Kbctori, che non curado della uaghezza
delle parole efqmftte, ad alcune altre non coft beUe,ma proprie molto» cr di
gran forza neWefplìcare i concetti,uolgarmente parlando, ci debbiamo appigliare
: ma nella caufa dimoflratiua è ine* flierinon foLonente di concordare le
parole a i concetti^ ma quelle fcielte,ey dette fi fattamente ddunare, chepa*
re a pare t tyfmile a fimik con belld arte fi referifed :& quelle ijìefji parole
bor raddoppiare, er replicarle pia mite jhora a contrari) eògiungerlc ;
imitando la projpet tùia de depintori,iquali molte fiate il negro al bianco oc*
compignano,a fme,che più beUa&r più alta, et più ilhi* (Ire cifimojbri
lafua bianchezza- Le quai cofe,tutte qua* te fono puro artificio, ma in mdniera
difficile, che dWitnprouifo poter lodare, o uituperare eloquentemente, farette
opra miracolosa. E il uero che nell'altre due cdU f edema uolta tutta betta, er
tutti ornata ua emulando U oratione ; cioè a dire negli epiloghi, V ne proemij
i il quali proemij ; benché primi fi proferivano, nondimeno ft come co/c più
oratorie,et di «tàggìor magiflerio, gli ut timi fono > che fi compongono :
cr li quali CICERONE (vedasi), padre, cr principe degli ebquéù douédo orda rc, di
parolai» parola bnparaua^ 4 memoria gli fi man dalia. Adunque può bene
efjer,cbe le due guife, Senato* riae giudicale ftano agli fotimmi pi»
neceffarie di que* &a terza demo\bratiua;et che da loroifi come prime che
fi trattarono ) Thiftd, Corace, o altro antico Qra ore l'arte Rbetorica
i'infegnaffe di generare ima lepiuuot te quel, ch'è ultimo per origine,àuenta
primo in perfet* rione j fempremai neUbumxne oper adoni, iui è »wggior
l'artificio, oueil bìfogno è minore : eonciofiacofa, che nei bifognila nojlra
madre Naturaper fe fola, da niund arte aiutata è tenuta diprouederne. Naturalmente
con le xmpe, O* «> danti pugna t Orfeo" fi L ione ; et U damma con U
preSexx.* del cor/o /ho fifotragge aU fmgittrié. F<* ilfuo nido la Kondine ;
nj la Ragna teffendo fi pr xura di nutricar ji una noi buominicrea'ure
ciuilicontaiutodeUe parole, mefU cfegnideU'inteUet* to, con gli amici dell'
auenir configliamo ; a" raffrenai* dole mani delTìrdccndia minijìre,hor
dar.entcid noi prefenti ci difendiamo ;hor quelli tfìejii offendiamo. Poco
adunque miai caft ci puoinfegnar l'artificio ìfc non dijponere, er ordinare U
inueiuione naturale ì ma mila caufa demo(bratm non ncceffamalk wftraui ti a k
parole, le cofe col loro ordine, CT col /j(o /cw ro jóro puro artificio : il
<jMd!e /cmiiufo nefk «afwa <fc/» le due prime, cr dafl 'indujlria nudrito
divenne grande » CT neilff f er^J dcmojiratiua,quafi terza fui età, fi fc in*
tiero.et perfetta,?? coft intiero cr perfetto, non pur ititi lira la buona
confà demojìratiuà, itero nido Mfuo iplen dcre,ntà riflettendo ifuoi ràggi le
altre due pia inferiori f caldai alluma mirabilmente. Quindi adititene, che
v.ei kcaufegiudicialild gii$itia,eyleleggimoltc uolte fon laudate, erbiafunato
cln le perturba ;et ne confglidel* k Kepttblicc la libertà, la pace, er la
giuda guerra con /ornine Ludi fi effaltano ; er i tirami con uùuperiofon U
cerati . Là quaUnijlura di oratione nelle Pbilippice di DemoBbcne,neUe Verrine
et Antonimie di Cicerone,, riufei opra meraitigliofa. Finalmente Carte jet le
caufe 0* ratorie a fentùnem di nofìra uita agguagliando, ofo di* rcj che le due
prime fono il fenfo del tatto, fenzà le quili non nafceua,ne uiuerebbe la
oratione : ma la caufa demo flratiuotornamcnto della Kbetorka,è oeebìoet luce
->che fa chiara la uitd ju.tykiagr.de inalzandole nulla del* Maitre iutnon
èpofjcnte dipcruentre . Sia dimando m buono buomo pien d'ELOQUENZA,??
d'ingegnojlqudle u* feito della fua patria folo,z? mdo{quafi utìaltro BÙnteX
«e/ig.1 a Harfi in Bologna^ be farà egli deSarte fuaife e*. gli accu[a,o
difcnde,ecco un tale amocato, che uendc al uolgo lefue parole :fe delibcra,non
fendo parte deUs Re publica, i fuoi configli non fono uditi . tacerà egli, er
jiafua uita otiofa ì non ueramentc, ma di continuo con lajua penna nella caufa
danofìratiuabiafìttmdùtty R 4 lo toltitelo Ufua eloquenza
effercitara . La qttat cofa non per odio>o per premio, ma per itero dire
facendo jn poco tempo non follmente da pari fuoijma da signori, et da regi (ari
temuto,?? Stonato. Sor, Qkc/ìo ttojìro eh t{! lente (fe non m'inganna
lafimiglianza)è il ritratto delt Aretino. Enoc, Io non nomino alcuno; ma chiun*
quefì è,einon può efferefe non grand'bmmo,ondc ante pare, che quefìa caufa
demofkatiaa tale fid alla fenatoria, w giudidale, quali fono le dignità
ecclefiafticbe aUe grandezze de fecolari ; queUe fono naturali fucceftioni t
qnejieper propria indufbia acquisiamo . er ro/ì come un ^articolar gentWhuomo
fatto Papa è adorato da (noi /ignori, cofì al buono Oratore per la fua caufa
demofbra tiua cedono igrandi del mondo : che ilcaufidico,w il Se nitore non
degnarebbeno di guardare. Ncn per tanto jon de uegnaxbe neff altre due cavfe i
parlaméti aratori) per li lor grattiti nonfonmen cari ad udire deU'orationi
demoflratiue, non è difficile il giudicare. Perciò che ifog* getti di quelle
due fon cofe trance pertinenti parte alla uita della perfona, parte aUo Hata
della Kepublìca : wt4 quefU terza demoftr attua i uiui,imorti lafciando flare,
folmente gli altrui nomi, cr memorie, d*ogn'm(orno di tode,z? biafimi ita
dipìngendo . Adunque, cofì come il tteder pugnare a. corpo a corpo due nemici
in camifeia co le coltella affilate, è affetto non men grato per le ferite
typel ftngue, che fta il combattere a giuoco esercitato da fehermidori con
artificio merauighofo,caft te caufe ciudi altrettanto per le materie trattate
fono ufate di di* Iettarne, quanto quefìa demofkatm con Ufua arte del dire ne
recagioia,cr fotiaxzo. Quindi adiuiene(fì come dmziio dicetu)cbein Senato, et in
giudkio i medio* tri Oratori uolontieri affidino, out il difetto dell'arte col
[oggetto ali che ragionano, facilmente fi ricompenfaz m le orationi demofkdtiue
( fi come ancora i poemi ) /e «ori fon cofd perfetta,non è chi degni ne
d'udire, ne di He ocre . Et queflo batti al diletto, ey dSd cdujd demojbati
Ud-m Vderìo,cbe ccnofcctc i miei falli, ghdicateìi, et correggeteli. Val. Può
ben effer, che quel ck'è detto bdjlì al diletto^ alìd ciuf a demollratiua, ma
non balli a gli Mi,dc quali,fbecialmentedel mediocre, fiete obli' g<rto di
(duellare, B e o c. Veruna ifteffit ragione po tria parlare de gii ornamenti^
delle fomcdcldirt,o' dello flil mediocrexoneicfìd cofd che L ebcutionc è quei k
punte della Kbctoriat, antiquate,®- col diletto, cf con lo jìil mediocre
kbltondcaufd demofhriìiua fa decompdgnata da me : mi qucflaè opra d'altro
ingegno, et tfdlìriindufhridrcbedetli urna, fenza che ciò farebbe uri njcir
fuori di quel proposto, interno di quale pideque al Soranxo,cbeiofaueUaffc,
Sor. Come Brocdrdo, è fuor di propofito il ragionar dello fìile, con effol
quale Urationc genera in noi il diletto,cbt al mouimento,r? d l'infegnate
facete proua di proferìref Broc. Ocià ìfuordipropofito,oiofonfuor dimeflcffo,
cr non Cmtendo come io deurei i per la qua! cofa in ogniguifd io ho ragion di
tdeere, Val, Ecco Brocardo noi conferii' tìamo,che'l parlamento de lìili,quando
a uoipiace,in ah trofempo fi diffcrifcd.Uori(il che negare noncipctete)
infegnatene ài che nwùera ì O' quai precetti o fermando, IL TOSCANO ORATORE
[cf. Grice, “The Oxonian philosopher”] in ciafcheduna delle tre cdufe,pof* fa
ornarli di quel diletto, il qual impreffo ne noftri annui ne perfuade a
douerfarc a fsto modo :che con ul patto noi rijbemdefìe alia qucjìian del
SorM^o. Bnoc, Guardate che d dbrcofa non m'induciate, che la lingua Tofcana tri
faccia battere in difbctto,cbe molte co/è puh tio beUe,cr nobili molto, quando
fon fitte ; la cui origine è ui\ifiimd,et ripiena d'ognibruttura . V a l. Già a
feotari di medefima,per fare ogni amo urta anatomia di cor pi bitmani,cj in
quelli uedera,oue er come notte meft ne portino le nojìre madri,®' portati
cipartortfconojio fon men care te belle donne,che elle fxmo agli idioti, che té
fccreti non fanno : però dite ficur amente, che'l parlamen toma cominciato
farebbe nuUa.fe in tal fmeiton terminaf fe. B r oc. Vorrò pofeia, che
minfegnate an àie noi i udiri madidi
perfuadere, con li quali, benché molto taoff.-ndano.me al prefente fignor
ergiate sfor, %ate . Sor. Duolui t-mto ch'io impari t B r oc. Per certo fi,
percioebe attendendo aSe mie panie, noi iatparsrete quel? ijteffa ignoranza,
che in mollami con moka indultria, er con poco honore la mia fcioccbexzA mha
guadagnato : cmciofucofa,cbe i precetti ch'io ubo da dtre nonfono altro,che la
bidona de i miei dudij; con effo i quali fon fatto t Acquale io mi fono. Sor.
ogni punto mi pare una bora yebe de precetti mi faiieUutc,con U quali brutti er
uih{came diccjie)diuenti atto a far bella la or ariane italgare. Adunque
incominciate,(euci me am.tte, CT quanto più facilmente potete,diclmtr atemi il
itero, che non ha faccia ài uerijmile, Broc, ìacil cofa fìe Udopra-e
ìprecem,Uquali intendo di dìmojtrar uima al mio iudìcio non fon cofa,che uno
ingegno par 110 fìro debbia degnarfi d'adoperarli i però uditemi, ma con animo
d'ammendarmi, non d'imitarmi, lo neramente fin da primi anni dijìierando altra
modo di parlare, cr di fcriuerc twlgarmente i concetti del mìo intelletto, c
que* /io «on tanto per deuere eflere intefo(il che è cofa da ogiù mlgare)quanto
a fine chc'l nome mio co qualche latt de tì-a ifamofi fi tiumeraffe;ogn 'altra
curapofipojìa,aU(t tettiott del Petrarca~,ey delle cento Nouelk, confommo
fludio mi riuolgeÌJicUa qual lettione con poco frutto non pochi meft per me
mede fimo effercìi atomi, ultimamente da Dio infbirato, rkorfi al noftro Mefjer
Tripbon GabrieUe-AÀ qiule benignamente aiutato uidi, Cr intefi per fett amente
<]i<ei due autori i li quak\nonfapcndo,cbe no* tar mi doueffe,hauea
trafeorfo piu uolte . QKejìo noliro buon paére primieramente mi fece noti i
uocabolipci mi die regole da conofeere le declinationi-,et coniugationide nomi,
er uerbi Tofcani : finalmente gli articoli j prono* ttiij participif,glì
aduerbii,^ l'altre parti dtoratìone di* fiìntmentc mi dichiarò : tanto, che
accolte in uno le co* fette imparate, io ne compofi una mia grammatica: con la
quale fcrìuendo, io mi reggeua : in maniera,che in poco tempo il mondo m'hebbe
per dotto, ty tienimi anche* ra per tale. Sor. infmhcra non dite cofaxbe ci
peti* tiamo ^udirla icr cofifbero the dek'auanzo atterrà, fe colmaefko,eycon
gli autori antedetti d'impararlo ut configliajle . Bkoc. Dunque al rimanente
ucnendo, poi che a me parue ieffer fatto un foknne grammatico, DIALOGO
tonfberanzagrandijlima di ekfcheduno,cbe miconofce m, io ini diedUlfar
uerfiiaUbora pieno tutto di numeri, ài fententie,pr di parole Vetrarcbefcbe ì
er Boccacciane, per certi anni feicofe amici amici marauiglhfe . po* fck
parendomi,ehe la mia uena iincmtinckffe afeccare ipcrcioebe alcune uoìtemi
mancaua i uocabott, er non battendo che dire in dmerfi fonetti, uno ifleflò
concetto mera venuto ritratto ) a quello ricorfì, chefe il mondo boggidi ; er
congraudifiima diligenza feì un rimario, o vocabolario «algore:
nelqualeperàlphabeto ognipa* rok,cbegk ufarono cjueftc due,dijiintamenteripofmy
tra di ciò in un altro libro i modi loro del deferiuer le co* fegiorno, notte,
ira, pace, odio, amore, paura, jberan* Xst, bellezza fi fattamente racolfi, che
ne parolaie con* tetto non ufcitu di me, che le NootSc, er ì Sottetti foro non
me nefuffero effempio. Vedete uoi boggimai <t qual haffex&t dijeefi ; er
È» che Bretta prigione, cr con che Ucci m'incatenai . Ma molto più bo da dirui,
che io non u'hodettofm'qukperciocbe bauèdo io(come dinoto {Tom biàut foro)ogni
lor cofa cofi latina come uolgarc trafeor fb i cr ueggendo le foro cofe latine
per rifletto alle To* fee, non effer degne de nomi lorogiudicéctò douere aite
ttircperciocbe a uarie lingue uarie grammatiche, fegtien temente uarie arti
poetiche, er uarie arti oratorie corre fpondcfferczrcbe Petrarca, e Boccaccio
le lor uol garifapcndo, ma le latine (colpa o" agogna de tempi loro)
ignorando, tante bene Tofcdnamente fcriueffero; quanto male latinamente
poetarono; er orarono. Perk qual coftkfciaifiareitonfìgli detnofoo padre Mejfer
Triphone, Triphonejlquale a poetar uolgarmente con Forticcio U tino mi
richiamano, tener uoUi altra (froda : per la quale mcttendomijon giunto a tale
} cbe io ueio il male^non lo poffofchiuarcMaperchc il tutto fappiate.foleua
dir* miMejfer Tripbone,che al Petrarca teffer nato To/r,c m,&fiper ben kfua
lingua,et in contrario il non [aper- ta latina, benché Torte tenefje, fu
cagione difarbgran* de neffuna, ma neSaltra molto manco, che mediocre .
UaaVincontro mi fi paratia tefoerienza ; percioche 4 di nojhri U città di
Fiorenza cofì Tbofcana, come è,non ha poeta, ne oratore pare al Bembo
gentiluomo Vini* tiano . A dunque potuto barebbe PETRARCA (vedasi) con VIRGILIO
(vedasi), cr con CICERONE (vedasi) far fi tal oratore, ®- tal poeta latino,
quale U Bembo con Petrarca, cr con le Ranelle è diuenti to Tofcano : la qualcofi
non emendo auucnuta,/cgno è t óc in due lingue ha due arUi però il Petrarca con
l'arte fui uolgare componendo latinamente,^ minor dife flef* fomentre egli
fcrifjh nella fualingua Tofcana. Conftr* mauamiaopenione iluedere ogni giorno
alcuni buomi* ni pur Tofcani latrati, er digrand^ima fama, li quali tolti dal
Petrarca&hor Tibulb,bora Ouidio,hor Vir gilio imitando faceuan uerfi
uolgari ; li quali mezzo tré volgari,®" latmi,parimentc a volgari,?? a
latini jpiace* nano iinfra li quali chiunque con nuoua gutfa dt rime t
afenzarima ninna ilatini inùtaua, meno errano- al mio parere, er con
giudiciopiu ragioneuale kpoeftecon* fundeuaipcrciocbe toglièdo a uerfi la
rimo,o delfuo loco mouendolx fileiubro gran parte di quella formami* gare ; che
i latini, er loro arte naturalmente ékonfee . qualcoft fi pronai ia in quel
tempo, quando (q&tfì nitouù akbimilìa)lungamente mi faticai per trottare
ìhe roteo ; il qual nome ninna guifa di rima dehetrarca tef* futa, itone degnai
appropriar fi. Mouemianchora <t douer creder eofi la nojbra guifa dì uerfa
il quale contri i precetti latini fenz<t piedi, er con rime non è mai dolce
Agli orecchi, ne men leggiadro nel caminare, di qual jì uttol dcgliantiévAc
quaipiedi poco appreffo perauen* tura fi parlari . Vinto adunque dalle ragioni,
er effe* rienze predette, a primi jludif tornai ; er aU'bora, oh tra'l continuo
ejfercitarmineUa lettion del Petrarca ( U quakofa perfe fola fenza altro
artificio può partorire di gran bene ) con maggior cura di prima ponendo mente
«fmìmoài alcune coje offernai fommamente (come io tredeua) al poetai
all'oratore pertinenti ; le quali,poi che uokte,che tal faccia, brieuemente ui
cjblicarò. Pria meramente le [ite parole d'una in una annouerando ey penfando,
ninna uile,niuna turpe,ajbre pocbe,tutte cbk re, tutte eleganti, mi fu auifo di
ritrouarle ; er quelle in modo al commttne ufo conuenienti, che eglipareua, che
col cònfigUo di tutta. Italia, thaueffe elette, er molte, In frale quali (
qttafifìeUe per lo jereno dimezzami* te ) nluccunto alcune poche, parte antiche,
ma di uec* Metz* non difaiaceuole s buopo, unquanco,fouentc : parte mghe, er
leggiadre molto, le quali, quafi gemme belle agli occhi di cufcbeduno,folamente
digentiti, et alti ingegni fono adoprate : quali fòno>gioia, fpeinejrai,
dijìojoggmno jjekà, er altre a lor fmglianti ; le quali mm lingua erudii* non
parlerebbe, ne ferimebbe k mano. Ci maio, fé gli orecchi noi
cofcntiftero. L ungo farebbe ti co Uriti dijimtamète tutti i uerbiigli
aducrbijxt l'altre parti doratione> che fanno illumini juoi iter fuma una co
fa non tacerò.cbe parlado della fua dbna,et di la bora il corpo, hard
Tamma,bora ìlpiantojbora il rt)o,hora ràdare,hor lo (ìdrc,hor ltifdegno,horla
pietà,bor la etàfmfinalmé te bar uiua 3 bor morta deferiuendo, ty magnificando,
k più mite i propri) nomi tacendo* mirabilmente ogni cof<t dell'altrui
Uocifuote adortiarxbiamàdo la teiìa oro }mo t tj tetto d'oragli occhi
folitfìelletZapbiro, nido cr alber go d'amore de guancie,bor neue et rofe,bor
latte cr fuo co; rubini i labri, perle i dentista gola cr 1/ petto, bora moria,
bora akbaBro appellando : cr quejìo bajìi alle ditùonhiai dalpoco,cbe io dìcojl
rimanente, che è ntols to,pcr tioi medefsmi oficru&rete. Hor venendo alia
ora* tiotte, mila quale quejlo raro buomo le parole, che io ui lodai co bella
arte ua coponendojifguardado alla copia, io m'accotfi che bauedo detto Una mlta
litme,fitoco,cate ftajdilcttOjdoloreft altri tai nomi,maì 1 mede fimi in quel
Sonetto no ridiceuajna in lor loco raggio,luce,fp lèaorei
fÌMU^rdoreffamUe^nodOfUccioJegame^ioia^piaccre,
pena,doglia,martiro,fìrato,affatmo et tormèto }i ddetta ua di reppticare. Oltra
di ciò io comprefrxbe egli *<naM di contraporr e i cantrarif& a quelli i
propri) affetti, cr le proprie opre, propriamente parlandoci cogmnger di ftderauddella
difeordia de quiltj'uno aU'altro co mijura correjpotidcndo)ì,ufciuafuora il
contètOicbejente 1 gn'u noi cr pochi fanno la [ita cagione . Ma ueramaiteqicHx
cracoja mdrmghejx,iry-dcgn*certQ didouerc e);cre uff tan diligenza
offeruata, che té contrari], crtaiuod, quafi (ili della fua telajn teffendo U
ormone fono ordì* te in manieri, che ne afare per U fhrettezza, ne troppo
motiijO <dUrg<Uc > ma falde.piane,et eguali per ogni parte (tanno
mfiemc le fue giunture : il che è tanto maggior uertu, quanto men della profa i
noBri uer(t uotgart atte lor rime legati fon tenuti di adoprarU. Ma perciò che
nei la orationc,non folamenle le dittimi, cr il loro [ito confi deriamojni
farma,et fine determinato, cifrai quale non fpetie, è mefiierì di fiatubrr. la
qualcofa non è altro che'l numero ( cofi il cbiamorno gli antichi ) del qual
numero hoggipromifì, gt incomìnàai, ma non compiei di par* Urui. accioche piena
informatione d'ogni mio jtudio por tiatCyitoi douete [opere che'lnoftro numero
fi come quel lo demolire lingue : propriamente è mifura della gra&ez ZA del
utrfo : le cui parole ben dijpojte, er ben termi* nate a Urotanto, er più
piacciono a&'inteUetto quanto ti fuono, quanto lauoce, quanto
ilntouerdeUdperfona t CT de piedi de baRatori, er de muftei gli occhi, er gli
orecchi fuol dilettare. Onde io giudico al tempo antico forfè in Prouen%a,o in
Skika,queimedeftmi, che erano mujìci cr danzatori, effere flati poetiiiquati
pareggiati do i lor uerftai balli, aicami,ejafuoni, borfonettì bor canx,one,et
hor ballate i lor poemi fi nominarono. E l'I «ero che altramente mifurauano i
uerft foro i latini, er altramente noi uolgari li mifurìamo: quelli, in fillabe
d l ui dendo le ditioni,di effeftàabe alcuna %J,er alcuna brie ne feceuatmk
quali infteme adunate norie mifure,cr uà rie forme di numeri (piedi dicono li
fcrittori) iombi,tro cheì,fboiidci,dattili, er mapcfti ne uaiimnoa rùtfcirc :
con effe i quali i'ìorucrfi a oncia a oncia fmifuralfcro', et ttmerajfero. Ma
noi altri i wflri ucrfi uotgari con mi nore arte, a 1 con più ragion
mijuradofrutto eguale ala. tini finalmente ne riportiamo, percioche non curando
del la htngbezz<t,nc breuità delle ftltabe piamente contane dclc, quelle
in.uno accogliamo; o~ cofi accolte ceti dilete to de gliafcoltanti rendono
intiera la claufula,cr in ucr< fo ne la cpnuertcno . il quai modo da
mifurjrc è ccffyu* ra,w falcerà moho.cbenon perturba le fiUabe, nell'epa, ro'.e
di cuifon parti, fccma,o rompe nel meza : ma ne lor. luoghi co lorofuoni&r
intendimenti kfcÌMidole,fanr,cr falue per tutto l v.erfo le ci conferitale quai
cofe non finno forfè i Latóri, o non le [aiuto fi bene : i quali cenfidee randa
IcfUabe non come patii di dittionc, ma inquanto brietii, cr iti quarti lunghe,
troncando col loro /««ae- re le parole, cr non parole tendendole, fanno numeri,
(he non fon numeruna pagi, o braccia, o altra cofa cou lemifurante la oratione,
non altramente, chefe ella M* fe\unafuperftcic ben continua, cr di un ptzzo
/c/o : nel qual cahjpejfe mite quello <t Latini fuole auuenire men- tre efii
fondono i ucrfi faro,, he a Latini, cr a noi con li cantori adiuienc-J quali
concordando le parole al/e note, fenza curar de lignificanti, fan barbarifmi
nonfoppor tèdi. Non uuò però,che crcggLte,che la volgare fcan* fioncfiapuro
numcro,tai:to, àie fole undici fdlabe, co» munqttc infoile fe adunino, facciano
il uerfo Tofcano; ma è meltìeri in ntmeràdolc anziché all'ultima fi
perucgna^lquuuoinfa la quarta a in fu k fefia, o infila otta S ua Ua
fèdere; ouerkogkcndo lo fpirko,fdcilmenlònfmo al fine ci conduciamo. Bifogna
adttque che la quartajafe* (ìa,& la ottaua fiUaba fu ecft piana, in maniera,
che k uocegia faticata comodamele uifiripofi,et adagie.Verò non è uerfo, Voi
ch"m rime fparfo afeohate il f nono ; ne quelk.Voi Min rime fparfo il fuono
afcoltate.ma bene è bello, et buon uerfo con tutti gli altri di quel sonetto,
Voi che afcoltate in rime fparfo il fuono . Forfè direte co yual ragia da poeti
udgm la undecima fiRaba(quafì Fu* M delie colme d'Hcrcele)fu pofta al uerfo per
termine, oltre al quale non fi mettejje f A che rijpondo, che cofi uolfero i
primi padri del uerfo di quefla lingua; li quali per auentura mal poteuano
accommoiarlo a fuoni, a contà& <* balli lom fi più oltra lo
diflendeuatto, o è più to iìocbe'lnojhronerfo Tofcano allhora è uerfo perfetto,
quando egli è giunto alla rima. Adunque perche più fo* Ilo ft conducete a
perfetti: ne, di fole undici fillabe, alla più
lunga,ilformarono,concedendo il priuilegio di poter farft più brieue : er col
conftglio di chi l'afcolta, alcuna folta con cinque, mafouente con fette fiUabe
mtieramat te prommtiarfi.Molte altre cofe uipotrei dir delk rima, ma non ho
tempo da ragionarne iperò paffando alla prò fa, nofhra propria materia, nella
quale [e egltu'hanume ro alcuno ; noi il togliamo dal uerfo,ty in lei lo
trappian turno, o inefliamo -.facilmente dalle cofe già dette fi può coeludere
che i fuoi numerino so dattiliffle fpodei, mafo Ito appunto i medefmi che noi
trouiamo nel uerfo, fc non che! uerfo ripofando in fu le quattrojinfu le fei,o
in fu le vttofue ftltabe^ neUe undici terminando, ha più certi, r pi» noti ifuoi numeri che U profi non hainéSa
quale farebbe uitio non picciolo, fc k fua ckufuk po(ata alqua to in fui quarto
paffo,totalmente in fu l' undecime fi fer» maffc . Dunque in qual moda iti dirò
io cbe'l boccaccio fuggendo iluerfo, loratione deUe fue Cento noueUe sin*
gegnaffe di numeraref certo quejU no è imprefa dafeher Zo, ne io l'ho prefa
perche io mi uantidi confumark, Z7 condurk k buon fine ; ma aecioche conofeiate
quali, er quanti infm horafiano jlati i miei Budip et di che piccia k utilità ;
doppo lunga faticaci fono futi cagione. Voi hoggidl,fè non altro, fi almeno di
meglio fpcndere il uo* flro tempo,che io il mio ncnfeppifarejmpararete a mie
fpefe. Conftderando con diligenza hor le parole, le quali ufi il Boccdccio, et'4i
cui dunzi ui ragionai,hor k kr co pofitkmejbora i fini de alcune ckufuk, hor le
materie del le NoKeifo ninna cofa mi fi paraua innanzi che numero fa s cioè
compita, ®- da ogni parte perfetta non mi pareffe di ritrouark.E' il ucro
cheper diuerfe cagioni ciò auuenir giudicaudtCr hor natura, et bora arte lo
cfiftimaua ; C per dirui ogni cofa, hor con gli orecchi del corpo,hor con la
mente deh" intelletto di cofì credere mi configliuà . La elegantk, er
antichità de uocaboli, co ì loro fuonipkeeuoU, le mie orecchie naturalmente di
diletto defiderofe, compitamente addolcivano, La proprietà, er trasktione, k
natura d'alcune cofe perfettamente aU [intelletto rapprefentando,fenz<t modo
mi diUttauano. Tanno anebora in unaltraguifa numerofe le fue Nouek te i pari,
ifmili, er i contrariai quali fi come è loro natura, alcune stolte in alcune
ckujule pienamente corre $ x fyondcndofìjiel paragone acquetandomi, non
poteuano non contentarmi . Per U qud ragione,a me par tua di po- ter dire gli
au uenbnenti di Pinnuccio, cr di Nicotofaji Spinelloccio, er del Ceppa di
Cimone, di Salabetto, di Mibrogiuolo, er di Bernabò, beffa a beff ^ingiuria ad
ingiuria, er cafo a cafo totalmente quadrando, le ter no uelk far numerofe.
Kmneroja altrcfi poliamo dire la orationc,oue il fante di frate Cipolla guccìo
imbratta, oue la bellezza iella uaUe dette donne, la greffezza di Fero» do, la
uanttà dinudana Lifctta, la cofcjUonedi Ser Ciap pettetto, «r finalméte la
mortalità di Firenze ci è deferite ta,ft fattamente, che più altra non fi
defidcra : parla anebora in alcun hiogbibarkLìcifca, bar ta Bentiuegna del
Mazza, hor lafuoccra di Arriguccio, bar la moglie di quel di Cbinzica,®- dice
o>/fr,er parole in maniera al la ojona comtcnicti,cbe par che intiera ne la
ritraggono; quello Jonnado co'lpuro inchiollro,cheTitianófoléni0 mo dipintore
co colorile con l'arte fua no potrebbe adont bfare. Ma il numcrofo,di che ubo
detto fin qui,pche può effcre, ej è forje non poche uolte dàniun numero accorri
pagnato,non è il buono,di cui ho tolto a parlarui, bene è cofa da farne fltma,
er ebeà trottare quel, che cerehiamo facilmente r.e può guidare,?? far lume :
però, pajjan do più altra al componer dette parole, ©" <d finir deU le
claufaie,come douemo, armiamo . Dette quali due cofe, l'una
nonèpoftibile,cbcfenr.amtmero fu numero* fa U 'altra è fontana del mmero,et
d'ogni bene che fa par fetta {a oratici ne. Adunque incominciando dalla
fontana, quindi a rufeetti imiendo 3 a me pare, er in effetto è cojì, che
torrione delle noucìle è talmente coìnpofli, che chi hi orecchie non
inbumane,ftcibnente s'auede quanto eU U tiene di perfetto, er di numcrefo: la
cagione oltre a queUo,che pur dianzi ucne diceua > non le orecchie, ma
[intelletto dee far prona di ritrouare.zt per certa yuan tunque uolte
ddiuiene,che con parole gentili^ fi tra fos ro adunatele ne aftra. ne aperta la
lorofabrica ne rie fca,akun concetto cfplichimo; altrotanto fenza altro mt mero
è mtmerofa la oratione. Et talee quella delle novd le : alla qaale\fu fi
intento il Boccaccio, che alcune uolte uno, cr due ucrfi iv.fcendcne,o non gli
uidc, o minti di kuarli non fi\urè,ma qua}] hellci-a [o caprifico che da fe
8efiifvafxf.o,et faffo germogliano, nelle fitc profe li coportò, &U cefi
cane dalle parole ben compojle,frafe medefme alcuna uolta per k profa
deUe\nouclle nafeono verfi,de quali quanto fono miglìori,ta)ito è peggio abbati
dare; coft in effe molte fiate, anzifanpre uarij nmrteri dì oratione parte
graui,parte uaglù,cr leggiadri fono ufati dipulkhre . con effo i quali U
Boccaccio non più a cafo t per natura delie parole, ma cv leggiadro
artificio ua te gando le fue fentcntte ; quelle in quadro acconciando, eP fra i
termini delle Icr claufule compitamente acceglièdo, 1 quài mauri
moderando la oratione,et la vaghezza del torfqfuo con piaceuolì intoppi
foauanente a frenando, hamio uertù non fokmente di dilettarne, ma dì
giouarne,che in quelmodo, che la dejhezza della perfona con lapofjanza
congiunta, le mftre forze fa gròtte fe^ mi defbuamonel difender fi pi» ficuro,
ey neUo fendere più itnpctuofo, cr più fiem coft k profa da cotainume ri
rfceofflprfgriirtrf è più cara ad udire ; cr <J»« concrfft,
cb'ellafignifica, con maggiore efficacici fuol imprimer neWinteSetto . Forfè
affrettate ch'io ue li nomini t cr che in trocbei,iambi 3 dattiÙ, CT piedi
colali latinamente parlàdogli uì dìlìinguafmain darno affrettate, che {enei
acrfo,ouc nafeono, er onde li prende toratione,non fon nomati, ne figurati 3
neRa profa, oue cfiìfon peregrini, quai figure, quai nomi può toro dare che ne
ragiona ì Adunque a luoghi dotte efii albergano conducendotti, et quafì muto
additandogli, il rimanente al uofbrofiudio co metterò. Ma itoi deuete fapere
che enfi come la compofì tion della profa è ordinanza delle noci delle
porole,ccfj i numeri fono ordini delle fiUabe loro i con U quali dilet* tondo
gli orcchbi, la buona arte oratoria incominciamoti tinua, er finifee la oratone
: percioche ogni cUufula co* me ha principio cofi ha mezp, cr fine, nel
principio fi M mouendo, cr afeende meUnezo quafi fianca dalla fati* cacando m
piè fi pofa alquantopoi difende, cr uola a\ fine per acquetarfi. Hora in quoti
luoghi deUa fua uia di qua dal fine debbia pofarfì l'oratione,et quote fiUabe
dal principio fta totani la prima paufa, no è precetto che nel comanàixt
comodandolo, ragion farebbe il no ubbidirlo; ft perche la profa uttók effer
liberajonde il numero no le è legamela compimento ; fi per fuggire ilfafiidio
ycbe co i medefimi numeri,detthet ridetti più udtc,ci recar eh be loratione :
fi anchora perche afententie.er affètti di* jfrari,partinteruaUi diparole non
fi couengono . Che fe'l nerfonon fallidifce, ciò odimene perche ì fuo numero è
puro numero, cr quafi muro della fua fabrica ; il male [mattato con altri
numeripiu rileuatifdrijmàli, cr co» trurifcr d'ognintorno di
rime,d'tpitbeti,& di figure di* pinto perde il colore, maggiorméte che
molte mite il fin del ucrfò è principio, et talhor mezo della fentcn%a i ma
nelk proft un medefmo numero è dette co/c, cr delle pa role iperò abondando ài
dipintore farebbe operaaffet* tata,nm dilettevole jet oratoria,ma ridienti,
puerile . Adunquerkoghendo le cofe dettcjpfrafe ftcfji para* gonandok,
concluderemo mi medefima oratione per di ucrfe cagioni poter effer numerofa, cr
non numero fi, perciocbel uerfo può effer nero, ma di parole ÙSfóme, €7 mal
compofte: zrètdhora che la rima,et quei cafri* ., rij.ct quei fimili fan
fonorajtta afyra molto lorationezr la caporione elegante [beffe fiate guafla il
ucrfox? non uerfofagiudicarlo, Similmente la profa alcuna uolta ben capane le
parok non bette, cr dura wka belle malamcn te ua componendo 5 et può occorrere
che cofì come nella mufìca bencfpefjh le buone uoci difeordano,^ k no bua ik,o
per ufanza, per arte fono tra loro concordi ì cefi ì pari>i fnmliw i
contrari}, cofe tutte per lor natura ben rifonanti,qualche uolta co uoce
a$ra,ty àfforme, qual, che uolta feioce mentc^ et a bocca aperta ua e faticando
U oratione. finalmente molte fiate intrauienecke Ltpm /<* perfettamente
compofta, quafi fiume del proprio cor p dppagandofi,nonfi cura non cht
digìugere al fine,m di pofarft per lo camino,^ uafemprawfe'l fiato non le
mancale, continuamente tutta firn uita eminareb* be . però a numeri ricorriamo,
lìquali attrauerfando I4 (tratte pkccxoinmtc con Infinge, cr con uezzi ariti
' £ 4 jre* f-efcarfi,ey albergare con loro la vantino, er non ualcn do la
cortcfta,ucgliom uftr le forze; er per benfuo,mal fio grado,con violenza
tarrefìino. Sor. Qae/fd leg gede nwnerideUa profauolgarepar molto incerta, er
confufa nondOìinguendo otte, quando, et quante fiate dì qua dal fine debbia
fermarli Toratione ; ne con quai pie* di cammì,o a qual termine fi conduci per
ripofarfi . Md che è quello che ttoi dicefìe,che a fententie, er affetti di*
fiori, pari intervalli non fi contengono f er come è uero che nella profa
pitiche neluerfi,un medefimo numero fta delle cofe,ct delle parole tBxoc.
BrieuementerìjbS derò,uoi(comefate)attentamcnte afcoltatemUo pur dia zi
detCoratore,^ del muftcP-XT àc hr numeri ragiona ioui,hebbi a dire, che mufico
ponedo infieme le mei gra tii,<y acute, et co fuoi numeri mifwrandolc
campuceua a gli orecchimi lo ratore con le parole della mente fìmiii
tudìnuVanìma noftra difoUazzo difiderofa, s'ingegna di dilettare. Adunque egli
è ufficio d'oratore dir parole non solamente ben rifonanti, mamtctligibìli } ey
a comete ti signiftcati correfhonientì, chc si come nei ritraiti dì Titiano, oltra
il diffegno, la fimiglianzà confideriamo(et fendo tali(fi come sono veramente) che
i loro essempij pie namente ci rapprefentìno, opra perfetta, eydilui degni gli
efiiflìmiamo > co fi ancora nell’oratione conia teflura delle parole, con i
loro numeri, er con la loro concinnità tintentionifigrìfìcate paragoniamo:
procurando che le parole pronunciate si pareggino alla sentenza, et co quel lo ORDINE
[Grice, “Be orderly”] le significhino, che [ha notate la mente. Ver la qual
cofafe i concetti sono gravi, le parole a dover loro rifondere deano farjì di
fiUabe>cbe U lingm peni alcjua to nel PROFERIRLE [Grice, UTTER]; fiano
jpefiiiripofi, ey non s’mdugie il finire ìil contrario nelle parole jo' nella SENTENZA
piace* uoliueggofare a BOCCACCIO (si veda), w altrettanto pofimo dir degl’affetti.
Perciocke i colerici con parole udibili, e prcjìe molto, mu imanm conicipi gramentc
y agguaglun= do conle parole ?humor e, sono da esser PRO-NUNCIATI: che
tuiegnadio chel Tbcfctno nel numerar delle ftlabe non pc ngd mente alla
Uinghezz^o BREVITÀ (Grice, “Be brief, avoid unnecessary prolixity [sic]) loro,f,
che piedi [e ne cempongd ; nondimeno nci prouiamo ogni giorno, che in cffefUabe
con pia tcmpo, et più dffrdn; entefi prò fc.ifconoleconfoiuntii bclciiocaliìion
fanno, llke Da te considerando,alcund tic Ita nelle canzoni ; er nella ce*
mcdia,non d cdfo,o per confuctudìtte,md a bello fludic e<f léffe rime molto
dfprc, non per dltrofaluo perche al feg getto di che pdrhatdyi^ro molto, er
priuo aitato d'u- gni dolcezza fi comtemffero. i\u per cicche 1 poeta altro non
uuole, che dilettarne,!* l’oratore dilettando ci per» fuade ; però è
mefticrìche le parole decoratore totalmente si confacciavo a CONCETTI
SIGNIFICATI, er che i ntmte ri deÙa prefa, cioè il principio i! mezo, et il fin
fuo.uada <t paro col mezo, et col principio della SENTENZA, ikhe de uersi
non adiviene, i cuinumsri non da concetti deWinttì IcttoTtiaddbdUifunm acanti
fon dependenti, El efuin* di uiene, cbe I PERFETTI ORATORI SONO RARI IN NUMERO piu,chc
i poeti non femodi quali auegnadio ebegradanente fimo obligati d lor numeri, et
però il uerso paia oprat Uberto fd&digrmdifiimo magislerio ; nondimeno
certieffm do jnqualfad parte cotdimnerifmpariiiOffenztttnol to lo
penfari(ifufo,fufo i . fubitamcnte li ritrouiamùì CrdagU orecchi guidati A
mezo,ey al fine facilmente con esso lo ro ci conduciamo. Ma altra cofa è la
profa,laquale dilet tondo er pervadendo congl’orecchi,- con Cintetiettcr, fumo
oblìgati di misurare; guardando sempre che te parò le nonfian più corte, opiu
lunge della SENTENZA SIGNIFICA fa : che ciò effendo, troppoo fcura, o troppo
fredda riufei rcbbcTcratione. Sono adunque i fuoì numeri meno [enfi Mùtua affé
più nobiliiun po più Uberi, ma non men certi di quei del uerfo i manon appare
Uhr certezza, albergando neUe SENTENZA <>kquai sono cose intellettuali.
E< ofo dirc, che cq/ì come più perfetta è la muficddelletre uod the deUe
due; come mchoraè pm perfeita U dipintura de più coìori s che non è queUa de
pockixojììa prefa, nelhi quale agl’orecchi ci all'inteUetto fi cecorda la
lingua è oratione più numerosa del uerfome la Ungua, ctgl’orecchi aiue sole
membra del nostro corpo t sono usate dì co Uenirsi Qjtefioè il conto de fludij da ine fatti
fmhorA in PETRARCA (si vda), et nelle NoueUe con fatica grandifimu, er con quel
frutto che uoi uedete; ne me ne pento del tutto, fyeràdo che i mici errori funo
altrui occafione di dauer bene opcrareia me nmgii, tiquale auezxo a fallire
appe na ueggo ti miofallom cheiopoff a ammendarmi Sor. Seti uojbro fallo è fi
picciolo che uoi peniate a uederb, fiate certo che agli altrui occhi fe
totalncte imtiféile^e rò potete non curare. BkOc. L'errore è grande et da fe
flefouffainoto t imldmk uifta ufa alle tenebre deWigno ronzammo che bafìi, nÓ
lo difcernc:ct(che è peggiorai taddlme diuerttà non puo affiffarfinel fuo
fbkndorc. Sor, Ver grulli additatemi quefìo more, er fe k m* (fra ignoranza ha
prìmlegio di potarmi giouare infogni domiaicana cofa,non ktentteociofa. B«oc.
Hohijono gli mori onde io mi trotto impacciato; ma tutti nafcono daìiaradiccji
che dianzi ui RAGIONAI [conversazione e ragione]: cioè, che torte lati tu
deh"orare>o- dei poetatela diverfa dalla Toscani, tìqttakerrore
doterebbe effer e a cufchedtmo manifejliffimo. quindi or gomento^bek mie
lunghe, zrpueriliof fauationifiano'morì j fbetkbnente quelli de numeri, deUa
cui l’armonia k mie orecchie s di miglior [nono difi* derofe, compitamctite non
fi contentano. Sor. Deffrf m<t ierk de numeri poco baurete dafaueUare, fe a
lombi, er 4 dattili non ricorrete, maionottuedoin qual modo co te MISURE LATINE
knojira prof a uolgarefi pojfafar numero fa. B roc N«o ii uedo,ma altri forfè
fri ueder. Sor. Vrimier amente Magnerebbe far uerfi effametri, er peti
tametriin quefla littgua, dando loro quei piedi^nde itati tiifono ujatidi
cammare-.pofckaUa profawnendo, con quei medefmi in altra guifa dijpofli
faticarci dinumerar la . ma ciò è cofa impofiMe,però il ?etrarca,iie il Boc<
caccio non k tentò, Noiadtmque che fatto hr militiamo, per le loro-orme uenendo
procuriamo difeguitarli, con* tentandoci ebe dopo loro nei loro ordme,non
fecondi,ma terzi quarti ci nominiamo. Bsoc. Certo quefìo bo fat (io, mentre io
era d'opinione che k nojbra arte oratoria, cr poetica, attro non foffè che
imitar loro ambidue; prò fa,zj uerfi a loro modo fmuenàoxs' al prcfente,piu che
tnaifcfitilfarei^into dal piacer della lettione, ry dal di* fw dclfhonore, chcfa
ilmatido 4 ebigliafitmiglia j fe do non Mn fcffe che CICERONE (si veda)
in alcun libro àeUdfud arte orato rid, cotdlguifa difludio da Carbone
adoprdtcgrandemé tefuol bùftmare; lodando aWmcontro il tradurre cCun4 ìingua
iti un'altra i poemi, er la ratiomdc piufamofrXa* qual cofa(per uero dire)
ionon bo fatto fin qui dubitarti do per le ragioni antedette, che la fententia
fritta da CICERONE (si veda) delle due lingue piudnì'.cbe^eHa moderna non fi
effequiffe cofi ufeito de i primi liudif, w ne fecondi no fendo ofo di
effercitarmi, molti mefi fono'uiuuto otiofo et fél Valeriononmi conftglia t non
fo che farmine Waue* iwe. V a l. Hord4 uoi tocca di configliare Soranzoì '
perojdfcidndo i afa uofhri ne loro termini fiore, condii dete IL RAGIONAMENTO principiato;
il cui fine ( fc il difiderio deU'afcoltar non m'inganna) ci è lontano
parecchie yùglia. Broc, Anzi io parlotta defdttimìeh percbe di quei di Soranzo
non mièrimafo chefauellaretcbe battedo detto per quii ragioni, fecando me,il
diletto fta la airtit de![ordtione,zT la eattfa demoftratiud, inquato io poj
fo, foprd t 'altre effahttd, olirà di ciò della forma deWcf ferrite che tiene
Umondo hoggìdì, zrde numeri quel io n intendo, er quanto io dubìto ragiona tom,o
bene, c male che io ne parlafiijo pretendo ibaucr rifpofìo 4* Idcjueflìone
ifahofe io non entraci tra quei PRECETTI INFINITI [Grice: “Conversational
maxims – how many? Ten: a decalogue!] precetti infiniti H far proemij, di
narrare J argomentare, er di epi \ogar rATaratìone, o a fitte, ake figure, a GL’ORNAMENTI
DEL DIRE, o dltattione, odUa memoria mi riuoglie(fe, o degl’afctti, o de flati
dipintamente uifaueUajìi. ìlebe fare ttonfaperei s'io nolefti, ne dotterei fe
io fdpef.ifendo cofa mnpertmente, a fuori al tutto di qucl propojìto, tutor no
al quelle fcìlsoranzo la fita dimanda. Val. Vc&t tdrtìi farebbe qucUadeS
Oratore, feragionando fuor di propofito dilcttajfe in maniera che chi ludiffe
noi difeet neffe. B eocar. Alita cofa è IL PARLAMENTO [PARABOLA] àeWQra*
torc,cj -altra è quello del KhetorcSun diletta,®- l'altro infegnaj bench'ìo fia
rhetore atto meglio a dovere irnpa rarc, chc IN-SEGNARE. Val. Almeno
rttinfegnarete rìfho dere a gli argomenti d'alcuni grandi, i quali confcffcmdo
{quel che noi dite ) la Rhetorica essere arte, U quale ne nofkri animi piacere,
®- gratta partorifea figuentementt non àmie utrtit, maperuerfa adulatione fi
fanno lecito di chìmxrU,<£r,come uirìo di makguifajei fbandifeono delle Republiche.
Bkoc. Dell’ACCADEMIA parlateci quale inperfonadi Socrate jtonper uer dire, ma
Polo,®- Gcrgià tettando, coquello animo bìafimò U rhetorica, che altra uolta a
Trafimacho, et Glaucone fe leuar Fingiuftì f i'i . Che cofì come fecondo lui, a
cittadini, ey guardiani delle republiche è neceffaria la muftea, arte più
ditette uole che utile, cofi a medefmi è buona cofa tmparare et teffercitarfì
nella rhetorica, gioia s cr ditetto dell’inteletto. Ma accioche molto bene
ilmio intento dpprendidte, Koi douete fipcre che i sentimenti degl’animali{ da
i qualicomeda cose più note, è bé fatto che il nofhro efìent pio prciidiitmo) inféntcndo
gli obietti loro, fe buoni fono s'allegrano, ® fe rcì,cioè àamofì alle ulti
loro, fono ujati di contriftarft. Adunque, come ti cane ha piacere di ue deregr
fiutare, etmngiare cibo che lo conferma li di fbiuciono tema-zzate, cofì
tamente di fapere defidcroft ji dtletta del uero, cr ilfaljb, cofa contraria al
fdo difiderio, twjommmenteper sua natura abbonda : er per c erto quale è il
cibo càio Homaca, tale è k uerità all’intelletto} ma la bugia è il veleno che
lo difhrugge: cr d'immortale die nacque, peggio che morto fa divenirlo. Hora et
(enfi tornando, cetto l'huomo è animale pia gentilefco, et di na tura migliore
che le bcHie non fono,il quale foUeuato dai LA BRUTTURA DI BRUTTI ad altro
attende, che ad empiexfi U gold, er molte fkte, per uedere una. dipintura,
udire una muflcafaniettfete pdtifcejoglknda anzi dipafeer gli occhi, er gl’orecchi,
non jenzA damo della perfona, the di uuundcm MeridlineUa cucina ingnfftrfi. Laqml
cofd,fì carne è uera de fentimetiicofi ha luogo nell’inteìlct to,alqmle
fimilméte dee ejfer tecitojafckndo il uero che b mtrica.akuna uoìta per
dilettar fupoter gujiare il pk ceuole. Nclqual cafo perauentura il noftrohumino
intel letto è più dttànOytbe humano,percioche inquanto bumno cioè nudo d'ogni
dottrinaci <f imparare difìderofo,cor re al uero che'l fatiama co uerft,et
co profeper fuo dilet to fcherzando fimile è molto alle inteMigèzeJe quali non
per faper più ch'elle sappiano, ma per fokzzo fotta d pì« di,miradofi,fono
uaghe di riguardarne. Che }e noi forno FILOSOFI, tali a noi fono k Retorici et
k poefid quali i frutti dUe tduole de fgnoriìlt quali dopo ceni quando fon fatiji
Cùpiacendo al pakìo } alquanti per gentilezza ne ma giano-Mi d coloro che gii
no fono, et fon perfarfì FILOSOFI, ledue arti predette fono i fiori che innanzi
d i frutti JeRe fcienze, ù miti loro di fruttare difiderofe^uafi pia ta k
primauera, fi dilettano di fiorare. Aluotgo poi che non fa mJkjte fa péfier di
ftpere^tpur i parte delk rc piètica, pub\ka,loratiani,et U rime fon tatto
l cibori tutto l fi-ut ta deUd fui tàa . li qttd «oìgo non Ktutndo «irti didige
rir ìefcknzejzT mfm prò conuertirk,de hro odori* cr delle toro finulitudmi gli
Oratori afcoltandofuokiippat gdrfyo'coft ume,et mantienft, Dunque io non uedo
per quul cagion k Rhetor icet debbufbanda fi delle Repiéli che, fendo arte che
baper fubietto te nojhre bumane opt rttionkonde hanno origine le Republkhe: che
bauegn<t dio che Foratore con ragioni probabili, cr anzi ùiccrte che
nòidilettando, cr pervadendo giudichi, cr regga le diali operationii nondimeno
fommamente è di con* mcndaretCr dbauer cara la fua folertiaxkfla quale le co
fawflre perfettamente, zrproprimente, m quel moda che a loro effèrt fi
conukne,fono trattde&r còfiderate. Quejlodko prefupponedo che
uoifappiate(ikhe è noto ad ognuno)cbe l'huomo e mezzo teagf animali, cr
fuitcUigenze, però comfee fe (ìeffo in un modo mezzana tra la fcienza,ebe egli
ha de Brutti, cr ti fede, onde egli adora Domenedio, Il qual modo non è amo che
openione generata dalla Rbetorka, con U quale il uohrfuo Cr faitrtuka parenti,
cr amici, neUafua patria ciuil* mente uiuendojee curar di corregger cxbe}e una opera
medefima in uarij tempi dalle leggi cktadinefcbe,hor uie tata,<er hor
comnandata può effer aitio,®- uirtà-ragio* ne è bene che k nollrc Republkhe,
non <k faenze dima firatiue, uere,^ certe per ogni tempojma con Rhetori che
opmiotìiuariabih^rtramutabiìi(,qual fontopre,^ U kggi nojhre)pr udentemente
finn gouermte. Vero Sa erate dannato a torto dell'ignoranza de giudici, abbi*
DIALOGO dendo dUaopinione della fin patrìd,uolontieri fi fe
incori tra alla inortc:U quale, pbilojophicamente argomentane do,come iniqua,??
mgruffc peiujoue tentar di fuggire. Etne! uc ro,comc il pinlofopbo ufo di
intender nuTaltrd cofa filno quelk, che per li fenfi uenendogli ua ad dlber
gare neffbitcUeitOjtMto men crede, quanto più fa cojj il medcfimo,ufo aVopre
della natura,laquale eterna co leg g'e eterna,ct mconiutabilc ijuoi effetti
produce,makmcn te può effere atto algouerno deRa Repubtica: le cui leggi per
boneHe cagioni battendo ricetto a tempi, a hogbi % dUa
!<tiht4,dUefttefoize,ct 4Wakm,fyeffc fiate da (tv. di altro mutano
fornu&fembiahte; però ji creaiìo i magi- iìrati, li quali non altramente
reggano lorotbc effe noi Sono adunque le legginon acri dei, quali fono la
natura,. CT rinteUtgéze,nu fono idoli da quelli ijlefii adorate poi che fon
fatte,che con loro arti le fabricaroiio.'Però è ben fatto,che con faenza non
necefforia, ma ragioneuole,no pcrfctta,ma aìl'cffer loro perfettamente
correfyondente, foratore, di cui parliamo, kèbia cura di conferuarle : chefe il
noBro intelletto intendendo fi fa fimile alla cofi intefa, come può effer àie
Thnomo auczzo a contemplar hfutìanza, er le maniere de bruttifi confacela col
xege giment o della, città f più toflo c da credcre,quel che ogni giorno
ueggiamo, che quejlo tale al fio fapcrfimiglim- dofi,udda cercado k}'olitndme,w
in quella phiiofipbM do (ìfepelifca. li contrario fa Foratore, la cui arteji
cui gouerno,i cui cafìumi, er le cui parole fono cofe propria, mente
ciuadinefcbe,non credutc,non japutenu perfuafe co maggior dMtatione di qtfeUa,
che k fciéza dnnojh-a tìwt det altre cofe più biffe, cr meno a noi pertinenti
ci 4pporta:che maggior dtlettatione è il ueder jokmentc, o fenz4 <tiiro,udir
parlare tino amico da noi amato, ®- ha* vuto caro,che ttedtrc,udire,gttjiare,
er toccare tuttele befìic del mondo : con k quàl dilettatone perfttadcndo^
gloria,®- (tinte afuoi cittadini fuolgcnetar loratcre t non altramente, che co
i dilpttt carnati gli mimali fenz* ragione generUo l un labro, facciano intera
k toro fpt eie che altro non fendo k nójìra gloru, che openione, che hanno gl’uomini
dell'altrui fenno cr ual/orejagio nt è bene, che k rhetoricótartipcio delle
ciuHiopcnioni, fenza altramente philofophare, de nofiri nomi k partorifea,,
Quatito adunque è più nobile,®- più amabtlco* fa del generar de figliuoli
latterà gloria frutto (temo della uirtii,per k quale, a Dio ottimo mafiimo
ueramen* te ci afiimigliamo, tanto è più utile aUa Kepublica labuo ita arte
oratoria di qualfi ueglk fetenza, che delle cofe de&ttnatuxt. con ragioni
infallibili puQacquijlar fi k no* iira mente . VoLadunque Soranzo ( che già è
tempo, che t ttoi riuotga il parlare,®- in (otMx, cerne 4.a mi ì incominciò }
continuate Imtprcfa, ® alloflu* dio detfelpquentia, che fi per tempo tentajìe,
bora, che già ne è tempo, con tutto i[ cuore donai cut, cr confacrateui,
Conofco per. mote pruouc il ualor dello ingegno uoftroal quale benché fio,
attoafapere, ®- operare ogni coft,che a gentiluomo pertenga, nondimeno,fea fan*
biantidellaperfonajcjìimoni dell'anima, fi dcedarjede, conftderando la figura
deUafacck,et del corpo uopro, i mouùnenti di queko,U leggiadria defk linguaja
uoce,ei T i fìait {fianchi piati tutti di molto &mta, chiaramente
compri do uoi c/Jir nato 4 cfowere effer oratore,il quale neUa wo« firn Rep,tra
Scnatori,e tragittici acculiate,et deliberi* tc,o nella corte di Roma tra
letterati uiuendo,pcr diletto Ìel mondo,ccn grandilf ma uojbra ghria,bkfimando^
lodando componiate CT fermiate, quale bo fperanza che mi farete, fe
accompagnando co la natura la indujhriajn quella parte riuctgtrete la mfte, oue
tti chiama U uojìrd neUd x contentandola d'effer buomo,le cofebumanehua
mattamente curaretc,ey apprezz&ctejche ejfendo imagine e finuglknxa di Dio,
ben può bajlam che la uojìra fetenza fia una nobile dipintura,deUa medefma
turiti dì tettante la ttoflra mcnte,m quel modo che de ritrattimi* terialifiwl
dilettar fi U ttijìa. Che fe l'anima rationalefor Iftdjef uitd de noflri corpi,
è immortale intelletto ( il che hoggiXambafciadot Contarmi col Cardinale »Cf
cogli akri,fì come io ttimo,a ncluderanno > creder debbiamo t che'l itero
cibo,cbe la nutrica, fia non faenza mortale da\ mi in terra aequijìdta, ma
alatm cofa diurna conuenìéte ti f ito efferrJcUa quale alia gran menfa di Dio
eipafcìd* moticlparadifo. ryurtqueintalcafofolamentea dilettar (intelletto
fludiaremo t rt impararmoMpingendo con le parole la ucritk daquale liberi fatti
dalla prigìo della cor* tte,in propria forma uede,et confèpla la mjlra méfe.Mi
polio cafo(cbe Dio noi uoglia)che la ragione fta cofa hit mana,come noi
ftamojaqual najca uiua,et inora con effo noijcertofuo ufficio dee effere
ildifeorrere hunanamen» tejetqueUo principalmente confidcrare, ebefìconuiene
éUa bumanità, torte oratoria adoprando,con la quale in I^ff tjue (là uita
ciuSe,lemfìre Immane opcratiotà moderi» mo,et reggiamo. Ef per certo conte i
colori materiali^* do fermine luoghi loro, mandano a gli occhi Fmagini, per lo
cui mezo ti a>nojciamo,coft il itero dcUa naturai di Dio,m>n
mfejìe([o,chenon poliamo, ma nell'ombra delle noBre opinioni contentiamo di
Acculare: le quati (pitto piti ne dilett<tno t t<tnto più douemo credere
che fio* nofmtli altiero, oue è npojh il piacere, che neramente ne fa felici.
Ma acciò che neU'tmparar cr effercUar U Khetorica,queUo a uoi che a me auate,
non intrauegtiai appigliateti intieramente a configli di Meffcr Tripbon
Gabric&c,nmuo Socrate diquefìa etile cui uiue parole bene ìntefe da uoi,piu
dì bene u'apportaraimo in un gior* nojolo,che a me non fece in due mefi la lettion
del Boc* caccio,col rimario ch'io ne carni . Qjufìinon men corte fe,che dotto
uohntieri il fentiero^h'à buono albergo co* duce con diligenza Hi moftrark con
quello uno il Petrar ca V il Boccaccio leggendo } non pur le ciancie da me of*
feruate,(y notate, ma i fecreti dettate laro mi ben notf a mlgarUfacihnente
penetrarcte: imparando in qualma do latinamente, cr grecamente parlando 3 queUi
imitiate, CT loro fintile diuctitiatc . il quale M. Tripbonefebora fufic in
Bobgna s me certamente dagli errori del mìo paf fato ragionamento, et il
Valerio dalla fatica del fuo fuiu ro,perauentttra hbcrarebbe, terminando la
quejìione in manierarne poco,o nulla uauanzarcbbe da dubitarci!} tanto uoi
udirete il Valerio, ilquale fi puodirluidopà UUal cuiparere(che dianzi io
dicefii) io ui conforto che iààttentate. Vai. Ricordini.maca alcuna cosa. Keywords:
“Dialogo della lingua”--. Nome compiuto: Speroni degli Alvarotti. Speroni
degl’Alvarotti. Alvarotti. Keywords: retorica. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Alvarotti,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amaduzzi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di
Savignano sul Rubicone – filosofia romagnese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Savignano di Romagna). Filosofo italiano. Savignano
sul Rubicone, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. Grice: “Oddly, I had an occasion to
refer to Amaduzzi’s birthplace in my little thing on Caesar crossing the
Rubicon!” -- “I love Amaduzzi: he writes about the academy of Paris, and the
academy of Berlin, but nothing about the English Acadeemy! He notes that the
warrior – against the Trojans, was Echademos – and ‘it is naturally that the
first important Accademy was founded in Tuscany, -- since a Tuscan hates a
Roman!” –Grice: “Amaduzzi’s hobby was to collect references to ‘accademies,’ –
“which are all nonsensical, since only ONE has a ‘rigid’ designation link to
EchEdemos!”. Discepolo a Rimini di
Bianchi, si trasferì a Roma, dove inizia la sua attività di ricerca ed
erudizione, sia pure tra numerose ristrettezze. Un assestamento nella sua vita
si registra come rilevano i diari dei suoi primi diporti -- gl’odeporici
autunnali eruditi -- le brevi
perlustrazioni compiute nei dintorni della città eterna o comunque entro lo stato
della chiesa, emblema di un genere letterario di viaggio che mostra chiaramente
la sua versatilità di interessi. Grazie alla protezione di Clemente XIV,
anch’egli ex allievo di Bianchi, e professore di lettere greche presso La
Sapienza, e il Collegio Urbano. Divenne ispettore della Congregazione di
Propaganda Fide, ottenendo da Clemente XIV la carica di soprintendente della
relativa stamperia. Con la quale cura la pubblicazione, scrivendone le
prefazioni, in particolare di importanti trattati di grammatica di lingue
orientali, fra cui l'ebraico, il persiano, l'armeno, il tibetano e perfino il
malayalam. Per i suoi studi ottenne ottima reputazione presso i
principali esponenti del panorama culturale, entrando in contatto e in
corrispondenza, tra gli altri, con Metastasio, Monti, Denina, Pindemonte,
Tiraboschi, nonché con
Spallanzani. Fra i suoi saggi spiccano anche dissertazioni di
ordine FILOSOFICO, che s'innestavano nell'alveo di un illuminismo moderato. Infatti,
con i discorsi su La filosofia alleata della religione e sull'Indole della
verità e delle opinioni (per i quali a denunciato all'Inquisizione), i cui temi
di fondo sono ispirati a Locke, egli cerca di coniugare il sensismo con il
cattolicesimo, poiché vede nel sensismo un valido approccio alla conoscenza
dell'uomo. Vicino alle istanze del giansenismo regalistico, come emerge dall’ultradecennale
corrispondenza con Scipione de' Ricci, ha parte significativa nella discussione
che porta al decreto di soppressione della Compagnia del Gesù. Si occupa
anche di archeologia, curando fra l'altro i “FRAGMENTA VESTIGII VETERIS ROMÆ” -e
la “Raccolta di antichità agrigentine”. In questo ambito s'inscrive l'ampia
corrispondenza con Antinori. Compose, inoltre, canzoni e rime, e pubblica anche
per la Stamperia del Bodoni a Parma un commentario su Anacreonte. E tra gl’accademici
dell'Arcadia, con lo pseudonimo di “Biante Didimeo”. Altri saggi: “Dissertazione
canonico-filologica sopra il titolo delle instituzioni canoniche De officio archidiaconi,
s. e., s. i. l.”; “Donaria duo græce loquentia quorum unum in tabula argentea
apud moniales Saxoferratenses S. Claræ, s. e. (Roma); “Discorso filosofico sul
fine ed utilità dell'accademie, per i torchi dell'Enciclopedia (Livorno); “La
filosofia alleata della religione: discorso filosofico-politico, per i torchi dell'Enciclopedia
(Livorno); “Discorso filosofico dell'indole della verità e delle opinioni” (dai
torchj Pazzini, Siena); “Carteggi ad virum clarissimum Janum Plancum
archiatrum, et patricium Ariminensem epistola (Rocchii, Luca); “De veteri
inscriptione Ursi Togati ludi pilæ vitreæ inventoris epistola” (Francesium, Romæ);
“Epistola ad Iohannem Baptistam Bodonium qua emendatur et suppletur
commentarium de Anacreontis genere eiusque bibliotheca” (in ædibus Palatinis
typis Bodonianis, Parma). Il carteggio tra A. e Corilla Olimpica, Morelli,
Olschki, Firenze, Lettere familiari, Donati, Accademia dei Filopatridi (Savignano
sul Rubicone); Carteggio, Turchetti, Edizioni di storia e letteratura (Roma); “Leges
novellæ V anecdotæ imperatorum Theodosii junioris et Valentiniani” (Zempelianis,
Romæ); “Alphabetum Brammhanicum seu Indostanum Universitatis Kasi, (a J. Ch.
Amadutio editum), Sac. Cong. de Propaganda fide (Roma); “Alphabetum hebraicum
addito Samaritano et Rabbinico, Sac. Cong. de Propag. Fide, (Roma); “ALPHABETVM
VETERVM ETRVSCORVM” “Nonnulla eorundem monumenta, Sac. Cong. de Propaganda fide
(Roma); Alphabetum Græcum, Sac. Cong. de
Propag. Fide, Roma; Alphabetum grandonico-malabaricum sive samscrudonicum, Sac.
Cong. de Propaganda Fide, Roma); “Alphabetum Tangutanum sive Tibetanum, Sac.
Cong. de Propaganda Fide, Roma); Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta” (Settarium,
Roma); “Catalogus librorum qui ex tipographio sacræ congreg. de propaganda fide
variis linguis prodierunt et in eo adhuc asservantur, Sac. Cong. de Propaganda
Fide (Roma); “Alphabetum Barmanum seu Bomanum regni Avæ finitimarumque
regionum, typis Sacræ Congregationis de Propaganda Fide (Roma); “Alphabetum
Persicum, Sac. Cong. de Propag. Fide, Romæ); “Alphabetum Armenum], Sac. Cong.
De Propaganda Fide, Romæ); “Characterum ethicorum Theophrasti Eresii capita duo
hactenus anecdota quæ ex cod. ms. Vaticano sæculi XI (Regia, Parma); “Alphabetum
Æthiopicum sive Gheez et Amhharicum, Sac. Cong. de Propaganda Fide (Roma); L'Accademia
dei Filopatridi di Savignano crea il centro di studi amaduzziani, su proposta
di Montanari, autore di vari testi su A.. Tra le principali iniziative del
centro: «Giornate amaduzziane»: una giornata di studi annuale su A.;
«Biblioteca amaduzziana»: la pubblicazione di opere (biografiche e non) su A.
Il primo volume è Elogio d’A. di Bianchi, una biografia. T. Scappaticci, Gl’odeporici
d’A., in Fra Lumi e reazione. Filosofia e società, Cosenza, Moroni, Dizionario
di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, Cfr. Metastasio, Opere, Firenze, Cappelli,
Del carteggio inedito tra Antinori e A..
Studi archeologici, Perfilia, Aquila, Spallanzani, Lettere di Spallanzani a A. Ditta
tip. Conti, Fænza, L'espressione è di Piromalli. A. Piromalli, La letteratura calabrese, I, Pellegrini, Cosenza, A., Raccolta di
antichita agrigentine alle quali si uniscono i disegni del tempio di Teseo in
Atene e di quello di Pesto il tutto espresso in 53. rami, Zempel, Roma,
Cappelli, Lancetti, Pseudonimia. Ovvero tavole alfabetiche de' nomi finti o
supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri, Milano, A.,
Odeporici autunnali eruditi, ovvero diario di un viaggiatore curioso ed
erudito, I, Rubiconia Accademia dei
Filopatridi, Savignano sul Rubicone, A. Rime, Donati, Rubiconia Accademia dei
Filopatridi, Verucchio, Fabi, A., Dizionario Biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Roma, Montanari, A. e la scuola di Bianchi,
Accademia dei Filopatridi, Studi Amaduzziani, Viserba di Rimini, Montanari, A.,
illuminista, «Romagna arte e storia», Montanari, Appendice storico-critica in A.,
La Filosofia alleata della Religione, rist. an. Il Ponte, Rimini,Montanari, A. editore
a Roma delle Notti di Bertòla. Storia inedita dei Canti clementini, Quaderno, Accademia
dei Filopatridi, Savignano sul Rubicone, Montanari, A,, Scipione De' Ricci ed
il ‘giansenismo' «Il carteggio tra A. e
Corilla Olimpica, Olschki, Firenze, Scappaticci, Fra lumi e reazione. Filosofia
e società nel Pellegrini, Cosenza; Caffiero, Filosofia e religione: A. e
Scipione de' Ricci, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana; A. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere A. MLOL,
Horizons Unlimited srl. Documenti sui fratelli A. Filosofi italiani Professore Savignano
sul Rubicone Roma Scrittori italiani, secolo Linguisti italiani Poeti italiani Orientalisti
italiani Accademici dell'Arcadia. A. e una delle teste più filosofiche e
veramente erudite d’Italia. La sua famiglia træva origine da Longiano, com'egli
stesso nella prefazione del DEVOLUTIO AD S. R. E. afferma. Grato enim animo me
ab hoc solo Longiani ad Sabinianense traductum recordor, quinimirum exeagente progpatussim,
cuius sint ab initio certissima inter vos incolatus monumenta etc. Ama tanto, oltre
l'età, lo studio e la fatica, che il padre ne venne find'allora a buone speranze;
e però e posto fra gl’alunni del Seminario di Rimini, ove prese gl’ordini
clericali. Furono sì rapidi i progressi ch'egli fa, da destare ammirazione
grande di sè. Compiuta la carriera degli studii, ed appresa assai bene lingụa latina,
eloquenza, e ragion poetica usce del seminario, e si da tutto alla FILOSOFIA, fidato
alla scorta del famoso dottor Bianchi, il quale della propria casa, aveva fatto
una scuola per chi volesse usarne, ricca di biblioteca, di museo, di giornali; e
di quanto e da lui privato LONCIANI DI 1 procurare a bene del pubblico. Nè solo
filosofia, ma lingua greca impara da Bianchi, e sì bene da uscirne solenne mæstro.
Gli piacque anche conoscere la legge, e però si fa ad udire lezioni
dell'avvocato Pasolini che e pubblico professore di giurisprudenza nella stessa
città. A. non più discepolo, ma amico e fratello di Bianchi si cessa dalla sua
scuola, e poco appresso recossi a Roma. Appena ha preso stanza nella metropoli
del mondo cattolico non è a dire come prestamente desse a conoscere di quale
ingegno e fornito, e come entra sse nella grazia dei più distinti personaggi
che al lora quivi mostravansi. E a ciò gli valse specialmente la benevolenza e
la protezione del magnifico Fantuzzi, cui non sose la porpora de cardinali
desse o ricevesse più splendore. Perocchè egli nella sua vita. E tutto in proteggere
gli uomini dotti, e, fatta neraccolta presso di sè, giovarli d'ogni maniera
conforti, e quel che più è, senza pompa di fasto in mezzo ad una vita illibata e
modesta. E perchè io mi voglia di molti altri tacere, non passerò sotto
silenzio i cardinali Boschi, Torrigiani, Borgia, Garampi, Doria, Antonelli,Mare
foschi, Zelada, Giovanetti, il cardinale duca di Yorch, e infine il Ganganelli che
e poi Papa gloriosissimo e de gnodi più lungo pontificato. Che anzi quest'ultimo
l'ebbe fra suoi più cari, e levato alla cattedra di Pietro se ne valse in molte
e gravi bisogne. E s'egli ha più a lungo vivuto, ad A. non sarebbe forso
mancata eminenza di carica pari al suo ingegno e dal suo'merito. Ma per rendermi
al'filo della narrazione dirò che, poichè A. a più tornate ha letti discorsi PROFONDAMENTE
FILOSOFICI e nobilissimi in Arcadia, tutta Roma fu piena delle sue lodi. Egli
perasse con dare i desiderii de’suoi genitori, che avrianó voluto far di lui un
giureconsulto, poichè non erano giunti adaverlo sacerdote, diemano alla
giurisprudenza; ma essendo d'animo sehietto, e nemico di cavilli, e d'in
sidieforensi, più che alfôro si tenne, ai libri dei gius pubblicisti, e si mise
a svolgere le opere del Cujaccio, dell'Alciati, del Gottofredo, del Gravina e
di somiglianti, sdegnoso di quell'ammasso informe di leggi, di prati che,
di consuetudini sotto cui sovente venivano artatamente sepolte la verità e la
giustizia. A prova del profitto che egli fe’in questa ragione di studii pubblica
prima d'ogni altra cosa le V novelle inedite degli imperatori Teodosio juniore,
e Valentiniano III, nella quale opera non so qual più si mostrio buon legista,
o critico acuto o profondo archeologo. Nè la sciò aparte gli studii teologici, perocchè
a’ suoi pia ceva che ei si guadagnasse alcun impiego ecclesiastico, e come si manifesta
per alcune sue erudite dissertazioni, in breve in questa scienza pure entra
molto innanzi. Gli fu mæstro il celebre Marcelli agostiniano; e tanto s'interna
nelle dottrine del grande dottore Agostino, che a difesa delle medesime ebbe più
volte a combattere. Si conobbe pure di quel la parte di diritto, che io dirò
sacro perché riguarda la canonizzazione dei Santi, e si esercitò in più cause,
essendo promotori della Fede Forti prima, e Pisani dappoi. Ma dove più di forza
intese fu nella cognizione de'sacri canoni, indispensabile a chi voglia
penetrare nelle ecolesiastiche antichità con sicurezza digiudizio. Belle dissertazioni,
le quali comprovano conoscenza somma che egli aveva dei canoni, lesse egli
nell'accademia che il sullodato Fantuzzi ha formata in Roma de'più chiari
personaggi, di cui era protettore. Non acquetossi a questi studii la mente
dell'A., la quale sentiva d'averforzada stendersi a più largo campo, e però si
fece ad ap prendere la lingua ebraica e molte altre orientali, e n’eb be amæstri
Teoli, Eva, Giorgi, Assemani, cime
d'uomini, anzi di sapere. Non è maraviglia dopo questo, se appena scorso
un'anno dalla sua venuta in Roma, Torrigiani con onorevolissima lettera
raccomanda l'A. al principe di Francavilla, a cui spettava provvedere di
custode la biblioteca Imperiali; officioche ben con venivagli, e che avrebbe ottenuto,
se la morte del marchese Imperiali non avesse rese vane le premure dell’ottimo
porporato. In questa occasione ebbe pure una raccomandazione del duca di Parma.
Intanto A. In questo mezzo essendo accordata la giubilazione a Gautier, professore
che fu di lingua greca nell'Archiginnasio romano, Clemente XIV di moto proprio
gli nomina successore A., ed egli n'ebbe il diploma. Essendo passato di vita
Bicci, che ha la direzione della tipografia di Propaganda, A. con viglietto,
della segreteria di Stato e nominato a quell’uffizio in luogo del defunto. E quì
mi piace notare una bellissima lode a lui doyuta, qual è di aver meritato i
primi pensieri del suo principe, edi non averli comperati con viltà di
adulazione, o tristo mercimonio di corte. Anche, un altra lode si ebbe l’A., e
fu del mostrarsigrato alsuo mæstro Jano Planco; peroc che si adoperò onde, avesse
grado di Archiatro del Pontefice, e gli siaumentasse l'onorario che aveva in
patria, e quel che è più rimarchevole scampasse dal 1'umiliazione di
soggiacereallefave annualmente; co sadi rilievoassai,perchè troppo spesso
avviene, che nei municipii prevalga il privato risentimento dei yo 8 non si
cessando mai dalle sue erudite occupazioni, ac-. cresceva ad un tempo in
sapere, ed in fama. E seb bene avesse a sostenere fin dai primi anni la guer ra
degl'invidi, e dei tempi, nimicizie perpetue dei buoni ingegni,pure non
ristette perquesto. In una lettera al dottor Giovanni Lami scritta li si luglio
1.768 si legge cosi: = Non godono le nostremuse quella tranquillità, che loro
invidia l' infelicità dei tempi che corrono. Pure non ostanteio,che mi pre
servo per quei tempi più lieti che spero,non inter metto lemieletterarie occupazioni(Nov.
Lett.di Firenze).Elettonel15.maggiodel1769.a.Pon teficeMassimo Ganganelli, tutta
Roma,che benediluisiconosceva,seneallegro,e piùchemail'A., il quale ebbe ascrivere
poco appresso sotto questo pontificato cominciano a risorgere le lettere. E
perchè quella gran mente che era Papa Ganganelli vede va che il ravvivare gli
studii,e gli uomini, che per quelli hanno grido,ristorare, è opera disavio e
buon prin cipea questo sivolse,e cercavamodo diprovvederel'A. per cui aveva
speziale stima, e benevolenza. 1. tanti al bene del pubblico. Quanto
poi studiasse por gersi r i conoscent e a l l' immortal suo benefattore Pontefice
lo danno a vedere le opere che egli pubblico, e che vanno sì onorateper lo mondo,
chenon è permes 80 ignorarle a chi abbia pure attinto a prime labbra
glistudiidiantichitàsacræ profana.Lasacracon gregazione diPropaganda volendo
dar segno di aggra dimento alle tante fatiche dell'A., gliconferì la cattedra
di lingua greca nel collegio Urbano,la qualeera rimastavacante per la morte del
celebre. Raffæle Vernazza. Ciò funel: il 27 9 salito, e la grazia dei
grandi, bre.Ilgridoincheera,loa parola del vero captivavasi cui egli
collasevera avesse per poco posto sì in alto, c h e, se egli vevano, avría
posto la mano per piegato alle artidi corte che nome; non letterato che non
volesse fortuna.Nonviera accademia trooicapeglidella ne ricercasse,il averloa
socio,enon non si onorasse commercio di let;non giornale che non si riputasse
tere.coll’A. dotti pensieri. Fu ascritto a vanto pubblicare i suoi 6. febbra
alla società letteraria de'.Volsci di Velletri Etrusca di Cortona il 5. jo del
., all'accademia, alla Fulginea li 29. gennajo aprile col nome di Nestore.1 8.
a quella dei Forti in Roma,e ne scrisse a modo delle dodici ta ottobre col nome
di Biante Didimeo voleleleggi;all'Arcadia il 7. febbraro ; all'accademia dei
Placidi di Re; alla società georgica dei canati1'8. aprile 1779: all'acca
Sollevati di Montecchio
demiarealediScienze,eLetteredi Napoliil5.agosto di Verona il4. giugno
del del1779: alla Filarmonica il 7 settem Colombaria diFirenze:alla società
degliAffidatidi Pavia il bre del 1785., all'accademia di Dublino li del ;alla
reale Ibernese 4. giugno anno;alla reale di Scienze 21. novembre dello stesso
il30. agostodel . eamolte al eLetteredi Mantova letterarjdi quei giorni.
tre.Scriyeva nei migliori giornali Pressocchè tutti gli articoli provegnenti da
R o m a senza me d'autore del Lami,le quali furonopoi continuate n o, che
leggonsi nelle Novel le Letterarie,sono cosa dell’A . Ebbe anche mole dal
Lastri di Palermo,nell'Ef ta mano nelle notizie de’Letterati di novem e n
femeridi letterarie,enell'Antología di Roma,neglian nali ecclesiastici di
Firenze. Carteggiava in Italia con tuttiipiùdistinti uominidiqueltempo,fraiquali
siami lecito nominare Lami, Bandini, Lastri, Passeri, Olivieri,Mandelli,
Vettori,Ferri,Mingarelli,Giovenaz zi, Bianchi, Pietro Borghesi, ePasqualeAmati
suoi con cittadini. Fuor d'Italia poi aveva corrispondenza di lettere estesa
più che mai, come si può vedere da mol ti volumi che esistono manoscritti nella
pubblica li brería di Savignano., Chi potesse, dice ildottissimo Isidoro
Bianchi in una nota (36) all'elogio ch'egli scris şe dell'A., raccogliere e
regalare al pubblico tutte le lettere famigliari, che il nostro Cristofano ha
nel corso della vita iscritte a tanti e così dotti amici
d'ognirango,d'ognicondizione,siavrebbecertamen te un'opera di moltissimi
volumi, che nel merito su pererebbe forse molte altre, che egli ha vivendo rese
pubbliche collestampe;un'opera pienadianeddoti interessantissimi, la quale ci
presente rebbela più veridica e genuina storia de'più grandiosi fatti e singola
ri avvenimenti, che nel giro di non molti anni si 80 no nel nostro
secolorapidamente succeduti.Gli ogget ți di politica, e le grandi notizie del
giorno formaro no una parte essenziale del suo erudito carteggio. Egli ben conosceva
le corti, e i ministri di gabinetto, e di stato, e in particolar modo i
principi, ei loro rispetativi interessi.E certo benchè egli nulla ambisse, pure
aveva voce in corte,e ilPapa volentieri l'udiva,
eglifidavacosed'importanzaassai.Ma poichèquel grande Pontefice ebbe a cedere a
fato immaturo, la fortuna si volse contro l'A., il quale dovette sentirne i
colpi più avversi eduri a sostenere.Alcuni glidavano tacciadimalfilosofo, altri
altrimenti il' mordevano.Ilmondo parteggiava avarie fazioni,e tutte erano
contro l'A., perchè egli non istudiava ad alcuna, anzi combattevale tutte per
seguire la verità, Non mancavano forse le gare degl'invidi, e di quegli che
volevano fargli scontare a caro prezzo labenevos lenza che aveva goduta di Papa
Ganganelli. Nel 1790. usci un libello famoso contro di lui senza data di luo.
go, Aveva per titolo Lettera di un viaggiatore istruito, ad un amico di Rama
risguardante principalmente la ! 10 dottrina dell abbate
Cristoforo A.. Era quel libro una catena di calunnie e d'infamie; non più che
sedicipaginesistendeva,ma insedicipagine chiude vaquanto puòlarabbias temperarein
moltivolumi.Ven devasi inRoma,ma senza luogo enome di stampato re. L'autore non
è a richiedere, che si stette e starà sempreocculto: elomerita. L'A.,comecchèsu
periore fosse alle male arti dell'invidia e della calun nia, pure tenne
dell'onor suo rispondere e scolparsi; e dettò uno scritto intitolato
Rimostranza al Trono Pontificio,emanifestoalPubblico= Equestofino dal 1790. era
in punto per le stampe. M a consigliato dagliamici a presentarne prima il Papa,
alloraPio VI, anzichèmandarlo allaluce, eglicondiscese. L'ebbe in fatto il Pontefice, lolesse,conobbe
lacalunnia,eren dendolo con molta benignità all'autore gli fe'travede re, che
egli avrebbe punito i calunniatori col trionfo delcalunniato.Ma
lavitanonbastòall'A..Sa rebbe assai desiderevole che questa Rimostranza fosse
data a luce, perocchè oltre allo scoprire fino al fondo l' animo dell'autore,
mostra la condizione dei suoi tempi, e di molte cose incerte rende pienissima
fede. Ivi egli parla di sè con libertà di filosofo, e fa il ca rattere suo qual
era in fatto, ed i suoi stessi difetti non nasconde. Si confessa amatore della
filosofia, non di quella che in barbaro gerga di voci più barbare non dà che
frasche, e sofismi, m a di quella nerboruta e vigorosa che prese spirito dal
Galilei, da Bacone, da Cartesio, da Newton e dagli altri di tale schiera, i
quali, abbattute le vecchie superstizioni e le matte fre nesie, rimisero al suo
seggio la ragione,e in quello stesso che la innalzavano la mostrarono più
riverente, ed ossequiosa alla Religione.E apertamente dichiara solo quella
filosofia piacergli, che è guida e conforto degli uomini, mæstra di costumi, e
di civiltà, e che nasce dalla carità cristiana, che è la sola per cui la
società ha fermezza, e innanzi cui scompare ogni fel lonia ed ogni pubblica
sventura.E non disconfessa il suosentirsidisoverchiotrasportatoadireilveronu do
e calzante,e l'essere sdegnoso de tristi, e insofa Vedi rimostravza al Trono Pontifieio] ferente
di oltraggi.Insomma io non credo che altri possa ritrarre lụimeglio, di quello
che egli stesso in quella scrittura si ritrasse. L'abate Francesco Gusta nella
sua Vita di:Co stantino, oltre il pụngere sovente ! A., e tal volta inveire
contriesso, lo tratteggia come soverchia menteamicodi novità,elomandadelparicolPe
reira, col Tamburini, col Natali, e col Zola .Ma cheil Gusta parlasse per
invidia, e per bassissima vendetta, sitravede in leggendo quella vita; e l'A.
ben fe? a punirlo collo sprezzo dell'opera, e dell'autore. Egli il 16. maggio
ottenne di essere giu bilato dalla cattedra di lingua greca nel collegioUre
bano, e il decreto n'è molto onorevole. Nel dicem bre dello stesso anno cadde
malato, e giudicarono che egli avesse pericolosa ostruzione alla milza, ed al
fe gato.Siposeinletto,e arigorosacura;ma ilmale anzi che cessare rincrudì, e lo
mise fuori d'ogni speranza di riaversi. Anima nobilissima come era,accettò
l'annunzio del pericolo suo con serenità di volto, e tranquillità, e adoperò in
quello stremo da quel filo sofo cristiano, che per tutta la vita aveva
mostrato. Sia qui debita lode ai cardinali Antonelli, Borgia, G a rampi, che
luisoccorsero generosamente in ogni gui sa; perocchè egli non aveva modo da sè
di sostenere lunghe spese di malattia; non avendo mai voluto far denaro,anche
potendolo.Ne glimancarono buoni ami ci in quell'estremità,che ben n'aveva di
tali; sebbe ne egli fuor del mondo col cuore solo fidava in Dio, e però presi i
conforti della chiesa, dispose delle poche cose sue,e tranquillamente passa.
Morendo lego alla patria la sua ricca biblioteca che è il meglio dell'eredità
sua; legato preziosissimo specialmente peisuoi scritti, e pel carteggio. Fu portato
al sepolcro in abito clericale suo principale ornamento edecoro,come,egli
primadimoriredichiarò; poichè egli aveya ricevuti, come siè detto, gli ordini
minori. Tutti i giornali d'Italia piansero laperdita di tantuomo.L'abbateOssuna
ex-gesuitamæstrodirettori: pa in Savignano ne inserì un bell'elogio nella
gazzetta di Cesena;unaltronemiseilP.Pujatinegliannali eça clesiastici di
Firenze. Anche Mazzuchelli nella sua grand'opera degliScrittoriitalianinefeceun
bell'elogio: ma il più ricco di tuttifu letto nella reale accademia delle
scienze e belle lettere di Mantova il 29. novembre del . dall'abate don Isidoro
Bianchi,con appresso il catalogo delle opere dell'illustretrapassato; catalogo
â cui rimetto i miei lettori, perchè penso che di m e glio non si possa fare.
Basti sapere che ilnumero delle opere dell'A. tra le edite, e quelle che
inedite rimangono nella biblioteca savignanese vanno oltre à cento venti, é ve
ne ha alcuni di gran mole. Non possoperò quipassarmid all'accennarneuna per oni
1 A. si ebbe grandi amarezze, e fu = Lege'snovellæV.anecdotæImperatorum
Theodosiiju nioris,etValentiniani111.etc.= Intornolaqualeil dotto Bianchi dice
così = Ai colti bibliografi non è ignoto, che in tempo che l'abate A. era in R
o ma occupato per la pubblicazione di quest'opera in signe,inRavennapure
sitravagliava dal dott. Žirardini per lo stesso oggetto. Or la morte dello
stampatore,cheincominciò l'edizione romana,é ledue malattie di quello che la
prosegui (vedi Nov. Lett. del Lami a col. 822. ) ritardò la medesima più oltre
del tempo assegnato nel manifesto, che usci ai 21. di giugno del 1766; é nel
quale si promettevä il libro nel prossimo agosto, quando per le suddette c a
gioni realmente non uscì che nel 1767. L'edizione in tanto di Zirardini si rese
pubblica nello stesso mese di giugno dell'anno sumentovato, e dal Lami ne fu
subitoriportato un lungoestratto,chesiè creduto di mano dello stesso Zirardini,
o di qualche altro suo intimo amico dimorante in Roma (Marini): Un altro breve annuncio
della stessa edizione fæntina fadatodaigiornalistid'Yverdon (tom.I.1768)av
vilendola forse un po'troppo in confronto della roma
na.Questoannunziounpo'vibratomisedimoltomal amore il Zirardini, e stuzzicò un
letterato romano (it prelodato Marini)molto amicodel medesimo ad inse rire nel
tomo 3. del giornale di Pisa un lungo estrat to dell'edizione delle cinque
Novelle fatte in Færiza dal dott.Zirardini, attaccando l'abbate A. d'im postore
e di plagiario, come se egli nella sua edizione] La cosa era in sè
semplicissima. Due dotti quali erano Zirardini, el'A.avevano estratta00 pia
delle cinqueNovelle quasi inpari tempo;amendue vi ponevano studio intorno per
illustrarle;l' uno in sciente l'altro le pubblicava. Or che male è qui? lo
avviso che se i giornalisti d'Yverdon avessero con più lode trattata l'edizione
fæntina non si sarebbe mossa querela alcuna nè dallo Zirardini, nè da alcun
altro. M a il Zirardini punto dalle parole dei giornalisti d ' Y verdon, e
rinfocato dal Marini, che vedeva forse di mal'occhiosalitoinfama1'A.,chealloraa
lui non era amico più che d'apparenza (cosa che si pro va benissimo per molti
fatti,ma piùper le lettere del Marini al dottissimo pesarese Olivieri le quali
nella pubblica biblioteca di Pesaro si conservano )cominciò a fare lagnanze, ed
avventarsi contro l'A..Sebbene sa rebbe piùveroildire, cheilZirardini,chemodestoepaci
fico era di natura, si lasciò reggere in tutto dal Marini stesso; il quale si
fe' innanzi al pubblico co'suoi scritti a c cusatore dell'A.,più presto che
buon difenso redelZirardini.Egliè fuordubbiochemolto inge nuamente l'A., nel S,
X. della prefazione dopo aver mostrata nel suo vero essere la cosa, diè le più
belle lodi che mai al Zirardini, sino a confessare che ove
avessepotuto,sisarebbeegliastenuto dalpubblica re l'opera sua, dopo avere
conosciuta quella dell'illu stre ravignano. Eccone le parole = Neque hic nunc
silentioprætereundum dum opus hoc nostrum prælo traderetur, has ipsas Novellas
ex eodem Othoboniano Codice depromptas faventinisArchiitypisprodiisselu
culentissimo commentario illustratas Antonii Zirar dini ravennatis viri
consultissimi, qui eundem codi cem insciis nobis ab ipso Ruggerio jampridem obti,
nuerat, qui sane longe effusiori doctiorum adnota tionum segete,ulteriorique
rerum doctissimarum ap 999 » 14 romana si fosse approfittato dei lumi, e
della erudizio ne sparsa nell'edizione fæntina. L'abbate A. però,cheebbe sempre
a cuoreilproprio onore,esem pre si fece un dovere di vendicare igravitorti, che
la malignità congiunta all'invidia avesse saputo recare alladi lui onestà,e
buona fama,non tardòapubblica re sotto il finto n o m e di Evisio Erotilo la
sua apología. 92 99 jypáratu rem perfecit;quod sane sinobis, antequam
hanc spartam curandam susciperemus, innotuisset, w cîtrapublicæfidei, quajamob stringebamur
injuriam; eademfortedimittianobispoterat.= (Ginanni t. 2. Memorie
storico-critiche degli scrittori ravennati ): Dopo questo io non posso credere
per conto alcuno a ciò che francamente il Marini afferma nella sua im.
mortaleoperadeipapiridiplomatici.L'A. volle far credere di non aver lettö il
libro del giures consulto ravennate,chepur aveva tutto coraggiosamento te
espilato و Parole che bene consuonano alle acers bissime che scriveva
all'Olivieri, dalle quali si pare, che per buon viso che mostrasse all'A. pure
vi avesse mal'animo contro.Tanto possono le passioni nel cuore degliuomini
piùsapienti,etale èlasciagura perpetua delle lettere italiane! L'A. fu uomo
pio, caritatevole,generoso; bocca di verità.Cogli amici affabile,con tutti
umano; socievole. Consultato dai primi dotti volentieri lorð sinceramente si
prestò. Sappiamo infatto che fu inters pellato dal famoso Pasquale Amati per la
sua col lezione dei Poeti latini,come si legge nel tomo I. pax gina 6. della
prefazione; dal dottorFantini per le an tichità di Sarsina, che ristampò in Fænza:
in cui si trovano varie aggiunte dell'A.; dal Ferri; dal
Bianconi,dalcardinalRiminaldi,aiqualidièmoltis sima mano.Faceva
volentiericopiaaltruidelsuo vasto sapere, e spesso scrisse per altri donando la
fatica e la gloria che ne verrebbe. Grato oltre ogni credere tramandò ai
posteri le lodi di quanti a lui premoriro no amici, e benefattori. Se qualcuno
a lui caro o sti mato veniva offeso nell'onor letterario o in altro, e gli si
levava a difesa, e acerrimamente ripugnava le accuse. Intraprese viaggi per
diversi luoghi d'Italia onde meglio erudirsi, visitando biblioteche e codici, e
molti ne trasse dalle tenebre.Usava ogni di notare in un libro le cose vedute,
o fatte. Amò lapoesía, e giovine dettòversi italiani, iquali,comecchèritraggano
assai del secolo in che visse, sono degni di essere letti. Si piacque oltremodo
delle artibelle, e ne rendono fede i'elogioche egliscrisse di RaffæleMengs, e
l'amici xia che lo lego al Winckelman, al Bianconi, al Bottari; 16 'e ai
primi artisti di Roma. Non 'cercò, anzi rifiutò ca riche offertegli. Dalle
lettere a lui dirette da varii m i nistri sirileva cheegli fuinvitato dalla
real corte di Napoli allacarica di CustodedellaBiblioteca regiæ
delmuseofarnesiano,'edi coadjutoreperpetuo della reáleaccadèmia il 2. settembre
con onora rio di 300 a 400 ducati, ed altre buone condizioni. Ed essendosene
scusato 'fu di nuovo invitato con più vive istanzel' con più largheof ferte.Nè
unsecondorifiutobastòacessarel'inchieste: poichè il 24. luglio del . gli furono
offerti mille d u cati,equelch'egli volesse,solochesirecasseadac cettare
l'invito. Altrecariche purericusò,perchèa tutto anteponeva lo starsi fra 'suoi
libri in R o m a. La patria accettando ilgeneroso legato fattoglidi oltre 4000
volumi gli ordinò solenniesequie nella chie sa maggiore a spese pubbliche, a
cui intervennero il magistrato, e i principali cittadini di ogni ordine. Fu
posta sullaporta della chiesa una 'onorevole iscrizione
dettatadall'eruditissimoPietroBorghesi,laquale andò pure'alle'stampe.Appresso
nell'atrio dellecasedel municipiofuincisala seguente iscrizione scritta dal
chiarissimo suoconcittadinocavaliere BartolomeoBor ghesi figlio di Pietro, la
quale dice così. Jano · Christophoro · Mich · F · Amadutio Philologo:
Eruditissimo Ordo • Sabinianensium Civi. Bene ·Mer. ·Altro onore vole titolo puresarà
in breveposto entrolabiblioteca, ovecongrandesennoe gloriadei trapassati, a
stimolo dei viventi 'concittadinisono in marmo descritti gli
elogidiquantireseroillustre la patria dell'A., che fu pur quella del Barbaro,
dei Borghesi, degli Amati, è del Perticari. N.B.Ilritrattoèstatoricamiglia
A. in Savignano. mpato da quello
esistente nella fa MONTANARI PROF. G. I.DI BAGNACAVALLO = SCRIS. EA est temporis
ed acitas, ut cum ftapaullatim diflolvat, nullaque res fit vel
pretio,velfoliditate,velquocumquealio nomine præftans, quæ eius imperium
detreftare (e poffc confidat. Si Romanorum monumentaadæternitatemconftru&a
perpendamus, quæ nunc vel diruta, vel male confiftentia oculis nofiris
obverfiantur, intimo quodam doloie percellimur, et ægre licet, indubie tamen
fluxam rerum humanarum conditionem agnofeimus. Ceterum is eft de animi
noftriimmortalitate nobisindituslenius, atqueitaaltedefixus, ut veluti tacite
ab eo profe&um intelligamus tum defiderium, quotangimur, veterummonumentorumanxieperquirendorum,
tum lolertiam, quam in lifdem vel reipfia confervandis, velinlongiusduraturamateriæxcipiendisimpendimus.
Hæc peragentes videmur quodammodo inanimatis rebusnoftramtribuere immortalitatem,qui&eafdempofteritati
commendemus, et earumdem præfidiovelutinosipfos ad transacftas remotiffimas ætates,
ad quas pertinent, transferamus, atque I II atque ita exiguam nimis vitæ
noltræ brevitatem vel producendo, vel compenfando nobis libentiffime blandiamur.
Quæ ergo veterum artes, et profeffiones condiderunt, Signa, Protomas, Hermas,
Anaglypha, Sarcophagos, Titulos, ceteraquemonumenta colligeretumprimumfategitFrancifcusPetrarcha,
quem Tuæ ætatis perpauci, plures fequiorum temporumimitati, tumMulca,& Villasiifdemlucupletantesa
litu, Iquallore, quin& interituprovidilTime vindicarunt.Sed in irritum
cefolTet hæc ipfa follicitudo, nili typorum etiam accefliffet luccenturiata
fedulitas. Quot enim diffracta Mufoa, quot iam Villæ labefactatæ, et quot vel
avulfa, vel rurfus obruta, atque etiam foede difrupta, quæ ibidem exfiftebant,
monumentavelutiaboculisnollrisaufugerunt 1Quarelætandum nobis elt, eo
pervenille humanæ mentis acumen,
utiplistemporum,&rerumvicilTitudinibusoblittere,&vim inferre non
dubitaverit, et curas curis addendo nova excogitaveritprælidia, quibus diuturniori
huiufmodi monumentorum confervationi prolpiceret. Hmc ergo elf, ut quæ in unum
collecta monumenta perierunt, perenniter vivant in eruditorum Voluminibus vel
typis æneis contignata, vel doctis illultrata adnotationibus, quibus nunc
autographorum deliderium nobis reparari quodammodo videatur. Quare non aliam ob
cauffam, neque etiam abfimili ratione quæ olim laudabili providentia Cyriaci,
&: Afdrubalis ex Matthæia gente Procerum, et lovii Marchionum tum in Hortis
Cælimontanis, tum in Ædibus ad Circum Flaminium coafta, et collocata fuerunt
omnis generis monumenta, nunc primum æreis formis infoulpta, nollris illudi
ationibus ditata, in unum collecta, rite dilpolita, ac tribus comprehenfa
Voluminibus preli beneficio in publicam lucem emittuntur. Licetenim, utfuolocomonuimus,
&deinceps etiam monebimus, multa eorum a prioribus hilce domiciliis pro
III profectain celeberrimumillud MufarumSacrarium,Mufeum nempe
Clementinum Vaticanum, conceffierint ævo quam longiffimo fruitura, tamen non
omnia illuc fe receperunt, multa quinimmoproculiamabiere, acmultætiamindies fatifcunt.
Videt, credo, porro unufquifque, ereomninofuifle, utquæ olimfuerittantamonumentorumcongeries,
unooculiiftu perluftretur, tumdomi,& foris,tumpræfenti,acfuturo tempore
innotefcat. Deliderandum quidem erat, Hortos, et Ædes Matthæiorum tantis
confpicuas monumentis litteratorum obtutibus exhiberi, ne tot aliis, numquam
cum iis comparandis, quæ hoc beneficium nactæfuerant, veluti quodammodo
inferiores et haberentur, et effient. II. Poftquamlitterarum, &veterumfcriptorum,rnonumentorumque
ftudium adolevit, tum artes ipfæ, quibus ab honeftate nomen efi, barbariem a
Gothis, Langobardis, ceterifque feptentrionalibus populis inaufpicato invectam
Italia exfulare iulfierunt, homines conformare fe urbanitati, cultui, et magnificentiæ
Romanorum veluti quadam concertatione facta coeperunt. Inter cetera Romanæ
magnificentiæ opera, quibus luxus impenfius excreverat, &.ipfe Perfarum
faftus, et opulentia obfcurata omnium iudicio cenfebatur, Villæ profecto
fuerunt, quibus nihil pulchrius, nihil amoenius, nihil præftantius &fpatiiamplitudine,
&ftruHuræexcellentia, et ædificii decore, &: operum copia haberi
poterat. Exftant nunc etiam Tibure Hadrianeæ Villæ veltigia, quæ fupra reliquas
plane excellebat, et ex qua tam infignia et Græcorum, et Ægyptiorum monumenta
prodierunt, ut iis Mufeum Capitolinumtamquam cimeliisomninolingularibus,omniumque
præfiantiffimis inclaruerit (0. Scatebat porro Tiburtinus ager Pyrrhi Ligorii
Defcriptio Villæ Tiburtinæ Hadriani Cæfaris. Romæ . in fol. eum Jiguris • Vide
lofephum Roccum Vulpium Vet.Lat. Tom. X. y Sc omnes Tiburtinos Hifloricos, Ioh.
Franc. Martium, et Antoninum Regium, tum_, Idyllium Fabii Crucii, inferius
citandum Omnium IV ager multis aliis privatorum civium fecedibus
longe clegantiffimis, inter quos omnium deliciarum genere conferta eminebat Mæcenatis
Villa, aderantque aliæ, quæ ad Manlium
Vopifcum(0,MunatiumPlancum,SalludiumCrifpum,C. Caffium, Quintilium Varum,
Marcum Lepidum, et Cynthiam Propertii amicam, aliofque pertinebant. Prætereo
Ciceronis Tufculanum , quod fuerat antea Syllæ, tum Formianum, Cumanum,
Puteolanum, et quod omnibus celebrius, porticu, et nemore infigne, atque
Academicis quædionibus facrum, Pompeianum. Celebre et Horatii diverforium in
Sabinis, Catulli extra Portam Valeriam ad ripam Anienis , Senecæ in via
Nomentana 5), Martialis ibidem C6), et longo laniculi ingo (V, aliorumque.
III.Horumigiturimitatiexempla(æculiXVI.magnates opulentia, luxu, et litteris prædantes
fuburbana condere coeperunt amoenidima, quorum primum illud cd, quod in oppido
Bagnaiæ anno coidxi. inchoatum tandem perfecit Ioh. Francifcus Gambara Card.,
et Viterbiends Eccleliæ Epifcopus, cuius fata et Francifcus Marianius (s), et Felicianus
Buldus (9) late alienigenarumfrequentiacelebraturhæcVilla,nec caruic præfentia
IOSHPFII II. Imp. Pii Felicis Aug. 3 cuius rei memoria marmore infculpta hæc
Imp. Cæf. lofepho. II Petro. Leopoldo. M. Etruriæ. Duci Archiducibus. Andriæ.
Germanis. Fratribus PP. FF. AA Hadrianæ. Villæ. vedigia In. hoc. fundo, ac.
vicinia, confpicua Huius. Villæ. Dominus, demondravit Iofephus. Eqiles. de.
Fide Aulæ. Cæfareæ. Confiliarius XIII. Kal. Apr. A. MDCCLXIX prolianæVillæexidimat;
tum Gregorium Placentinium de Tafculano Ciceronis 3 nunc Crypta Ferrata; Romæ
1758. Vide Differtazione di Domenico de
Sanctis tra oli Arcadi Falcifco Carijliofopra la Villa di Orazio Flacco; Roma
pel Salomoni 1761., 8c Decuoverte de la Maifon de Campagne d'Horæe par PAbbe
Bertrand C.ap Martin-Chaupy; d Rome Hendecafyll. XLII. Epiff 104., et 110. Lib. I. Epig. 106. Lib.
IV. Fpig. In Parergo de Fpifcop. Viterbien. pojl Differtationem de Etruria
Metropoli; Romæ Ifloria della Cittd di Viterbo; in fine del Vid. Ioh.LucamZuzzcrium(D'unaantilaCronologiade'Vefcovi;
Roma.Conditoca Villa [coperta fui dojfo dei Tufalo; Venezia rum nomina hifce
Verfibus Petri Magni ibidem (0 Vid. Statium Sifa. qui Ruifincllac delicium
Jocum fuiffe Tuiexaratis innuuntur: Nec V profequuntur. Tum
prodierunt, ac longe lateque inclaruerunt Horti Tiburtini, quos poft Card.
Bartholomæum Quevam, qui aluliolll. obtinuerat, Card. Hippolytus Eflenfis
exftruxit, permagnifico prætorio auxit, et antiquis ftatuis, picturis regiaque
prorfus fupelleftile locupletavit. Hi dein in Card. Aloyfium Eflenfem translati
funt, quo vita funbto, ex, Hippolytite ftamentaria voluntate, et iudicialifententia,
eorumdem usura XII. annorum spatio cedit Sacri Collegii Decano, donec purpura
donato Alexandro Eftenfi, eorumdem ius in ipfa familia'inftauratum cft,
novafque a legitimis dominis et additiones, et reparationes poftea habuerunt(0.
Tiburtinum hoc delicium carminibus celebravit M. Ant. Muretus, ac prædicarunt
infuper Libertus Folietius , Ioh. Francifcus Martius (s), Antoninus Regius,
Fabius Crucius W, Ferdinandus Ughellius 05), Francifcus Scottius»), Rodulphinus
VeNec placuifle tibi laus ultima3 magne Riari, A quo primus honos 3
nobilitafque loci. Quod fi longa tuæ ncvifTct flamina vitæ Invida Parca, nihil
quod quereremur erat. Saltem magnanimi virtus præclara Rodulphi Serius ad
fuperos hinc abiifTet heros. Nunc j o Dive loci præfes, tibi Gambara poft hos
Contigit haud opibus } fed pietate pari. (0TeflesfuntfequentesInfcriptiones’:
I. Regios. Eftenfium. Principum Hortos. iinmenfo. Card. Hippolyti Sumptu. præruptæ.
rupis Afperrimis. cautibus In. mollilTimi. clivi. penfiles Ambulationes.
converfis Ac. terebrati. per. montis. vifcera Duffcis. ex. Anniene. innumeris
Fontibus. admirandos. ab. Aloyfio nutius Magnificentiori. forma. conftru&i
Et. venuftati. quam. vides Reftituti Anno. Salutis. Tyburtinum Hippolyti Card.
Ferrarien. ad Flavium Vrfinum Card. ampliff. 3 inter Opera fubJiciva Vberti
Folieti Genuen. Romæ apud Zanettum 1S’79j et In 1'om. I. Part. II. Thefaur.
antiq. bijtor.ltalic.Ioh.Georg.Grævii.Lugd. Batav. 1704. Hiflor. Tibure. Lib. V. num. 174. Thef.. Græv.
Vol. III.4. Antichitd di Tivoli di
Antonino dei Re; Tom. eod. Thef. Græv.
Ville di Tivoli deferitte dall'Arc/prete Fabio Croce di detta Citta;
ldilio divifo in due racconti 5 nei quali fedelmente Ji narratio non meno le
Ville, che anticarænte v'ebbero, e frequentarono gl*Imperatori, Re con altri
infigniperfonagEt.Alexandro.Cardinalibus pi,ecelebrivirtuofi, raalamedefimadella
SereMagna. fplendidi. cultus Acceflione. nobilitatos II. Serenifiimi.Francifci.
II. Mutinæ. Regii. &c. Ducis Vel. abfentis. munificentia Fontes. ifli.
temporis. iniuria. collabentes nijjima Cafa d*EJle &c. 1» Roma per it
Mancini 1664. in 8. (6) In additionibus ad Alpbonfum Ciacconium de Fontiff.
Rora. 3 S.R.E. Cardd. ubi de Hippolyto Card. Eftenfi. (7) In Itinerario Italiæ
Lib. III.631. nutius(0, IohannesPetroskiusO), IolephusRoccusVulpius
, Barottius , aliique. Picturam vero æneis typis Romæ publicavit Corona
Pighius. In hos oculos Ilios potiflimum intendit, et horum exemplo incenius eit
CyriacusMatthæius, quodeinluosinCælimontioexcitaret, quoslatedeferibemus, poftquamceteros,
quideinRomæ, vel in eius vicinia conditi funt, levi calamo attigerimus. IV7.
Fere eodem tempore excitari coepit ab Alexandro Farnefio Card., Paulli III.
fatris filio, Caprarolæ delicium, infigni praclertim architectura lacobi
Barotii a Vignola, St præclaris Thaddæi, Friderici, St Octaviani fratrum
Zuccariorum, Antoniique Tempeftii picturis celebratiflimum b). Heicetiam laudandinunc
veniuntHorti,quiprimumexiuflu Card.IuliiMedicei, qui fuit poflea Clemens VII.
P. M., formam præbente Raphæle Sanctio, conftructi funt ad Clivum Cinnæ (nunc
Montem Marium dicunt ), picturilque Iulii Romani, StIoh.Utinenfisornatifunt,actandeminFarnefiam
gentem, quæ cultu fplendidiores, St opere ampliores fecit, devenerunt W
Recenlenda infuper eft Villa Philonardia, quam EnniusPhilonardiusS.R.E. Card. Tiburefibicomparavit,
quæque nunc fquallet, St rimarum plena undique fatifeit, atque dilabiturb).
Quid vero memorem Hortos a Iulio III. extra Portam Flaminiam dein mire
exftruStos, a Faufto Sa Defcrizione topografica 3 ed iflorica di Roma moderna
Tom. II.925. bæprarola &c. Opera de' pih celebri Arebitetti 3 difegnata da
diverfi. Libro in 8$. fol. 3 c mezzi fol. Imper. Parte III. Tum Deferizione 3 e
relazione iflorica dei nobilijftmo real palazzo di
Caprarola&c.daLeopoldoSebafliani;Romapergli
Trigonometrica Dioecefls, et Agri Tiburtitii Topograpbia 3 ‘veteribus
1viis 3 'villis 3 ceterifque antiquismonumentisexculta&c. RomætypisGenercflSalamoni3pag.XIII.
eredidei Ferri 1741. inS.Vide Epigramma Au($) Vet. Lat. Tom. X. Memorie Ifloriche de’ Letterati Ferrareft;
opera pofluma. In Ferrara nella Stamperia Camerale 1777. Vol. I.336. CS) Vide
Studio d’Arcbitettura civile fopra varie Cbiefe, Cappelle di Roma 3 e Palazzo
da Carelii Urfii Romani de Caprarolæ deferiptione ad Card. Farnefium Lib. III.
Epigr. 21.75utriufque editionis Parmen. 1589. 3 et Bonon. Nunc Villa Madama
vulgo audit \ Vid.‘Iofephum Roccum
Vulpium Vet. Lat. Tom. X. Lib. XVIII. Cap. X.379 bæio(*)&FrancifcoCommendonio.C2)carminibuslaudatos,
tum a Scottio Cd, BoifTardio 3 CiacconioW 3Panvinio, aliifque fufe defcriptos?
Ii namque a Clemente XIV., et PIO VI. Summis Pontificibus nuper reparati
eruditorum omnium oculos in fe converterunt, et æneis formis expreffi,
noftnfque illuftrationibus audi in publicam lucem ad Architedonicæ artis præfertim
adiumentum propediem prodibunt. Laudari vero lure poftulant Horti Medicei in
Colle Hortulolum exfiflentes, a Card. Ioh. Puccio Politiano inchoati, et dein
ab altero, eoque eximio Romanæ purpuræ ornamento, tum Magno Etruriæ Duce
Ferdinando Mediceo multis eruditæ vetuftatis præclaris reliquiis, et exoticarum
linguarum typographia longe celeberrima magnificentiffime amplificati.
Commemoratio faltem defiderium reparet Hortorum Carpendum, quos in Quirinali
olim ædificaverat, atque adeo præclaris ornamentis infigniverat Rodulphus Pius
S. R. E. Card., ut CXXXVI. amplius ftatuæ in iis numerarentur, quarumpræffantioresrecenfetLJlyffesAldrovandiusV)3eas
infuper referens, quas et ipfius Palatium in Campo Martio
fervabat.Hisiungantur&Hortiilli,quioliminSuburra prope Amphitheatrum
Flavium, et Templum Pacis a Card. Lanfranco conditi, Carpenfes dein fadfi funt.
Prodierunt et hoc tempore Horti Farnefiani Tranftiberini (8J, aliique
PalatinifV,ubinuncvineæ,&;vepres. Necreticendifuntmodo mato Epigrammatam
Lib.I. pag.Sj., fi7.,,., i;i., ij6., ij7., ,
Ex Mf. Cod. Epiflolar, Cornelii Muflii Epifc. Bituntini apud CI. Præfulem
Stephanum Borgiam a Secretis Sac. Congr. de Propaganda Fide. Itiner. Ital.483. Topograpbia Vr.bis Romæ Tora. I.Jo. et feqq. In vitis Ptmtif., 'ubi de Iulio III. (fi) ln
vita Ia/ii III. poli vitas Barth. Platinæ. Hortis Carpenfibus legendus
Boiflardius loc. cit. pag.46.jScottius .j Francifcus Swertius Lib. II. Itiner.
Italiæ 3 Andreas Victorellius, æ Ferdinandus Ughellius apud Ciacconium in
Rodulphi Pii Card. vita3&Floravantes Martinellius Romæxethnica facra$y.
Vide Portæ eCtypum inter opera Architectonica Iacobi Barotii a Vignola^ Tab.
XXXXV. (8) Vid. Scottium loc. cit.416., Boif Tardium (7) D elieStatue antiche,
cbepertutta Roma, loc.cit.pag.11., &UrfiumLib.I.epigr.12.pag.52. fiveggono
329J. Vid. fuperius201. De (9) Vid. Scottium444. VIII
ma*nificentiffitni Horti Quirinales Card. Guidonis Bentivoh Ferrarienfis,
quibus nulli Romæ erant arboribus fplendidiores, ut et lilvæ lpeciem præberent,
et labyrinthi b).Succedant dein HortiCælii,qui,defcribenteloh.BaptiftaFonteio-,
ad dexteram laniculum habent, ad lævam Vaticanos montes, ante fe Tiberim,
SancTi Spiritus Fanum, et Xenodochium, pojlfe Prata Neroniana, fornaces
lateribus excoquendis infimaas, edito in colle,fecundum ædes Cacfias
refertiffimas ipfis antiquitatibus. Horum Hortorum Inlcripuones multas refert
ipfe Fonteius, lulius Iacobonius, cetenque, ac nonnulla eorumdem vetera
monumenta iamdiu inde avufa ad augendam Capitolii maieftatem præcipue
emigrarunt b. Nonnullisantiquitatis exuviisditatiq uoqueerant HortiAventini
Maximorum H). Nec fua careat laude Blofianæ Villæ amoenitas, et Hortorum
Coloccianorum apud veteres Sallu ftianosO123) tumobveterum monumentorum copiam,
tumob litteratorum conventum celebritas. Infuper memoretui
AuguftiniChifiiSuburbanum Tranftiberinum,inFarnefiamgentem translatum,
magniRaphælis picturis, multifque antiquitatibus IpedlatiffimumV; 5 Marcelli
Ccrvinii Card., et dein Pontificis Max. Villula elegantiffimaV), ac Petri
Melinii altera V), in qua Poe Vid. Scottium479.} et BoifTardiurrL.47. Deprifea GæftorumgenteLib.Il. Cap.XIII.154.
Vid. Urfium Epigr. 19. Lib. III.72., ubi de fimulacro Veftæ in Hortos O&avii Cæfii
translato. In Capitolio: Clemens.XI.P.M
Romæ. de. Dacia. Triumphantis Captivorumq. Numidarum. Regum. Statuas Ex. Hortis.
Cæfiis Addito. Ægyptiorum. Signorum. ornatu Porticuque. a. fundamentis.
excitata Ad. augendam. Capitolii. maieftatem Tranftulit Anno. Salut. M. D. CC.
XX "4) Vid. lulium Iacobonium appendice ad Fonumdeprifea Gæftorumgente Vid.
Fauftum Sabæium Lib. 111. Epigram., ., et 5*5edicRomæ isj6(6) Vid. Virum Cl.
loh. Francilc. Lancellot-,m in vita Angeli Coloccii præmilta operi, cui
ulus:PoefieItaliane, eLatinediMtuifg.'i»'
IoColocci&c.hfi.772-PUires''"rcriP‘iones Corcianæ migrarunt in
Palatium Caid. Carpine!: Le Smetio
in Præf. Infer. (7) Suburbanum Aitgitfini Chifi per Blofum illadium. Romæ per
lacobum Mazocbium Rejn. Academiæ Bibliopolam 1J12. (8) Vid. Sabæium loc.
cit.568. (9) Vid. Benedi&i Lampridii Cremon. Odem in eliciis Poetar. halor.
Tom. IX Poetas de more familiæ coena excipere ipfe folebat. Accedat Villa
Lantia in laniculenfi calle fita, quam Iulii Romani architeftura, et piHuræ
celebrem præfertim fecerunt. Accipe nunc et veteres Hortos Vaticanos (0, quibus
Hortus Botanicus quinetiam Nicolai V. iufiu olim conditus adneclebatur,quofqueamoenioresfecithoctemporePiusIV.,exflxufto
'ibidem delicio fane elegantiffimo, ufus opere Pyrrhi Ligorii, qui formam
dedit, et perficiendam curavit. Huc etiam revocanda Villa ampliffima, quam ad
Tufculanum ædificavit Card. Marcus Siticus Altempfius Pii IV. fbroris filius,
quæMondragonisdiflæft,quæquedeinfaftæitCard. ScipionisBurghefii,aquomultætiamhabuitincrementa.
Sed iam properemus ad celebres Hortos Viminales, five Exquilinos, quos Sixtus
V. condidit, infignibufque ornavit veterummonumentis,quiproinde&Perettii,&Montaltini
dicti funt, quos Aurelius Urfius Romanus (d præfertim carminibus celebravit,
quofque dein fuos fecit Ioh. Francifcus Nigronius Genuenfis S. R. E. Cardinalis
O. Tum his
iunganturproximitate,&eiufdemPontificisbeneficentia,&aufpiciis affines
Horti Viminales Martii Frangipanii0), qui nunc adStrotiamgentempertinent; atqueitafinisim
ponaturpræcipuis, quæ tulit ruralia delicia fæculum XVI.
IV.Necminoricelebritate,magnificentia,acveterum monumentorum congerie præftiterunt
huiufmodi Suburbana, quæ (i) Belvedere vulgo audiunt. Vid. Delie. Poetar,
halor. Iani Gruteri. Vid.HortiRomanibrevemHiJloriamGeorgu. Bonellii CI. Medicinæ
Profefloris in Archigymnafio Romanæ Sapientiæ ad Tom. I. Horti Botanici
Romani1. (;) Carminum tib.II. pag.:8. Peretthm, fm Sixti V. Pontif. M. Horti
Exquilim, et Lib.IUEpigr. 24.73, de Perettina Sixti V. P. M VUlq carmine
deferipta, mittit nempe verfus fuperius indicatos. In inuro Hortor, prope Bafilicam Tiberianam:
Sub. præfidio. Deiparæ I.F.tit.S.M.in.Ara.Cæli.Card.Nigronus Se. fuos. fuaque.
conflituit Die. V. Aug. ann. Domini. MDCCVII
In fronte Ædium: Sixto. V. Pont. Max Ob. collata In c‘. fe. beneficia
Hortofque. Viminales Au Flos Martius. Frangipanius Grati. animi. ergo b
X quæ dein fæculo XVII. exftru&a funt. Tufculum quidem amoenitate
loci multos ad fe rapuit, et ad deliciarum feceffus ibi dem ædificandos
invitavit. Talis eft, quem Petrus Aldobrandinius Clementis VIII. fratris filius
regiis prorfus impenfis, et apparatibusexfiruxit0),& cuiabipfograto
prospectu nomen inditum est. Eidem etiam accepti referendi funt, qui in
Quirinali colle eius Ædibus iunguntur, et veterum nuptiarum picturis, ex Titi
thermis addu&is, Horti potiftimum celebrantur. Romæ in Ianiculi vertice
prope Portam Aureliam delicium fibi comparavit InnocentiusMalvafiaV)AnnonæPræfectus,
eumlocum occupans, quemibi Horti Martialis olimobtinuerant (r). Quis vero pro dignitate
referat Hortos Pincianos fplendidiftimos, quos condidit Card. Scipio
Caffarellius in Burghefiamgentemadfeitus,quoiquetot,actantiselegantioris antiquitatiscimeliis,
tum&picturislocupletavit?Manillius, Montelaticus, Leporeus, Brigentius,
aliique C) latis fuperque eofdem celebrarunt. Nec iple Paullus V. Burghe
Infcriptlo ibi legitur: Petrus. Aldobrandinius Clem.VIII.Fratris.Filius Redacta.
in. poteflatem. Sanftæ. Sedis. Ferraria Reipublicæ. Cbriftianæ. fallite.
reflituta Villam. hanc Deducta. ex. Algido. aqua. extruxit Vid. Villa
Aldobrandina Ttefculana, et varii il($) Vid. Epigr. LXIV. Lib. IV: Hinc Jeptem
dominos videre montes, Et totam licet æjlimare Romam. litisHortorumi& Fontiumprofpettus;infol.Epitifingolari.IuRomaperGio.FrancefcoBuagni
didit Dominicus Barriere. Tabulis XV., et dicavit Ludovico XIV. Galliarum
Regi. Perfecit., ut docet Infcriptio, quæ
fic fe habet: in S. 3 Aufctorem habet Dominicum Montelaticum. Defcrizione della Villa di Borgbefe di Lodovico
Leporeo in 4. Vide Apes Urbanas Leonis Allatii185. Poetica deferiptio Villæ
Burghefiæ vulgo Pineianæ Andreæ Brigentii. Romæ
fius. Villa Borgbefe fuori di
Porta Pineiana di Giacomo Manilii Romano,hiRomaperLodovico Grignani , in S.
Villa Borgbefe fuori di PortaPincianacon Pornamenti3chefioffervano nel di lei
palazzo, e con le figttre delle Statue In. hoc. Colle. lani. Bifrontis. memoria
Et.Martialis.Poetæ.Hortis.celebri in8.Deorum ConciliuminPinciisBurgbeftanis
Suburbanum.hunc.fecefium Domo. clauftro. flatuis. picturis Fonte. aviario.
pomario. vinea Inftruftum. ornatum Innocentius. Malvafia. Cam. Apo/t. Clericus
Annonæ. Præfe£tus. fibi. amicis Animi. caufa. comparavit Anno.Sal. MDCCIIII
HortisabEr/.Iob.Lanfrancoimaginibus,monocrornatibus} et ornamentis exprejfum.
Delineavit, et infculpfit Petrus Aquila, fol. IX. imper. FpiJlola Francifci
Blancbinii de nobilijjimo hofpite Comitis de Traufnitz nomen profejjo, et in
Villa Pinciana Burgbefiorum Principum excepto die 27. Maii 1716. Romæ.
'XI fius, qui Quirinale Mutatorium Pontificum excitavit, Hortos ibidem
defiderari, neque eofdem et veterum monumentis-, &. ceteris honeftæ
voluptatis deliciis carere voluit. Celebres et antiquis monumentis referti funt
Horti Ludovifiani, quibus locuscumvetuftisSalluffianis Hortiscommunisaliquainparte
efi, quique Cardinalem Ludovicum Ludovifium præcipuum auftorem habent. His
neftantur Horti alii Ludovifiani iucundifiimi, quos dein fuos fecit gens
nobilillima de Comitibus, in Tufculo politi. Non elegantia folum, fed etiam
Ioh.TomciMarnavitiiBofnenfis Epifcopidefcriptiocelebrem fecit Villam
Sacchettiam Oftienfem. Quis omnes recenfeat Barberiniæ gentis delicias et in
Vaticano ubi olim Horti Neronis, et in Ianiculenli, et in Quirinali colle (ri,
et ad Callrum Candulphi etiam magnifice conditas? En Rufina Villa in veitice
Tufculi, ubi Tulculanutn Ciceronis aliqui ftatuerunt, ut et fuperiusinnuimus,
quam Alexander Rufinus Romanus Melphienfium Epifcopusexftruxit. Prodeat&nunclaniculenlis
Nobilia Villa, cui nunc Spadiæ a gente, quæ eam poftea obtinuit, nomen efi,
quamque inter Aureliam Portam, et Hortum publicum Botanicum Vincendus Nobilius
excitavit ri). Sed Ianiculenfem collem nulla magis confpicuum fecit, quam
Pamphilia Villa, cuius pi-oPpedum, delineationem, et præftantiora monumenta typisæneisper
Ioh. Bapt. Faldam inlcuiptisexhibuitIoh.IacobusRubeus,quiopusinfcribens
Principi Ioh. Bapt. Pamphilio perperam Alexandri Algardii C0 Villa Sacchetta
OJlienfis cofmograpbicis tabulis, et notis illuftrata > rujlicanis legibus,
officinarumque infcriptionibus adnotata &c. Romæ apud Ludov. Gngnanum 16jo.i,;
4. vid. Leonem Allatium in Apib. Vrban. Vid.Tetium in Ædib. Barberin.
p.37o& feqq. G)Hæcibidem legiturlnfcriptio: Villa. Nobilia Viator Hic. ubi.
Ædes., ad.
animos archiInter. amoena. exhilarandos A. Vincentio. Nobilio. excitatas
Adfpicis Aug. Cæsarem. aquæ. de.
fuo. nomine. vocitatæ Ex. Lacu. Alfiatino. milliario. XIV Conceptæ
Et.in.rranfliberinam.Regionem.perduftæ Emiffarium.exftruxifle. ne. fis. nefcius
Dixi. abi. felix. &.
vale An. Sal. b2 XII architecturam fecit, cum ad Ioh. Franc.
Grimaldium Bononienfem pertineat (0. Exquilinum vero collem tenet, atque
ornatVillaAlteria,inqua Statuæ,Frotomæ, Infcriptiones, et sepulcri Nafonum
Picturæ nonnullæ veteres adfervantur. Iuftinianea Villa, quæ extra Portam
Flaminiam et veterum cimeliis, et recenti cultu conlpicua olim erat, nunc
omnino fquallet, eiufque ornamenta præcipua iam ad alteram iuxta Lateranum
fitam amplificandam proceflerunt . Dies me deficeret, ficeterasminores Villas, Cofiagutiam,
Caipineam, Cæferiniam, Urfiniam ad Arcus Neronianos, Gilliam via Portuenfi,
Cafaliam in Cælimontio, Gymnafiam in Aventino, Sannefiam via Flaminia, Nariam
via Salaria, Cinquiniam viaNomentana,aliaiquefingillatimpercenfere,acdefcribere
nunc vellem. V. Quare memorentur nunc tandem Villæ præftantiores, quas tulit
noltra ætas. Præftat extra Portam Nomentanam splendidecx ftructa PatritiaVilla (fi,
quamimmortalis memoriæ Pontifex Clemens XIV. honeltum oblectamentum capturus
quotidie fere adire confueverat. 1 ranitiberinas Ædes Corfiniæ gentis, olim
Riariæ, ubi iam degerat Chriftina Succorum Regina, ornatiores facit Viridarium
amplum, amoenumque, quod iifdem coniungitur. Fluic proximum elt aliud eiufdem
Corfiniæ gentis Delicium extra Portam Aureliam,exSimonis Salviiarchitecturaconltructum,lofephi
Pafferiipicturisinfignitum,pomarioauctum,&veterumcolumbariis, quæ Petrus
Sanctes Bartholius illuftravit W, et quo(0VillaPamphilia3eiufquePalatiumcumfuh
Ioannes profpeUibus } Jlatua^ fontes } vivaria, theatra > Card areolæ 3plantarum3
viarumqueordinescumeiufdem ahfoluta delineatione. Romæ formis loh. Iacobi de Rubeis
in fol. Dicitur hæc Villa Re/rePatritius fpiro. Vid. Præf.adlibrum,cuititulusde'Sepol
In fronte Ædium hæc leguntur: cri degli antichi; et opus alterum eiufdem
poftumum editum Parifiis a CU. Viris Caylufio9 et Marietteio 3 quod infcribitur
Peintures antiques. rum XIII rum unum eft libertorum Verginiæ
gentis, noftra ætate dete£him('), refertifiimum; quod licet exafto fæculo
ortum, noftro tamen maxima ex parte eft amplificatum. Ad Portairu. Nomentanam,
contra Coflagutiam Villam, novam excitavit Colbertiiæmulus SilviusValentiusGonzaga
Mantuanus,S. R. E. Cardinalis, Sc fapientiffimi Pontificis Benedicti XIV. a
fecretioribus confiliis, quam doctis omnibus patere iubebat, Sc antiquis
infcriptionibus, exoticis plantis, pluribufque ex India, et America adveftis
cimeliis abunde ditaverat, quæque dein a Card. Prolpero Columna Sciarra
comparata Barberiniæ genti nunc acceflit. Extra eamdern Portam aliam fibi
paravit Villam, nonnullis antiquis monumentis ornatam, Cardinalis Hieronymus
Columna Ærarii Pontificii Quæftor, Camerarius vulgo nuncupatus. SecefTum quoque
via Aurelia libi fecit iucundiflimum Card. Iofephus M. Feronius Florentinus,
qui primus docuit hortos topiario opere ex malis medicis instruere, ne
voluptas, Semagnificentia folo fiimptu,Stfterilitate diftingueretur, quin
potius ex ipfo luxu, et oblectamento non mediocris gigneretur proventus. Deliciis,
et elegantia fpectatif {imam Villam infuper ædificavit extra Portam Salariam
non longe ab Aniene, et ponte Narfetis Flavius Chifius Iunior S.R.
E.Cardinalis, quemmoxdirafatiforsperemit. Verumceteris fupereminet, &iamomnium
maximefama celebraturfplendidiffimaVilla,quamextraPortamSalariamædificavit,St
quotidie etiam amplificat Eminentiffimus S. R. E. Cardinalis Alexander Albanius,
qui regio plane cultu, Sc exquifita elegantia ipfam perfecit. Ægyptiaca, Græca,
Sc Romana eiuditæ antiquitatis monumenta ubique fe produnt, quorumpleraque
anecdota typis æneis expreflit, doctifque illuflravit explico Vid.
EphemerideslitterariasFlorentinasCl. O) Vid. Elogio dei Card. Silvio Vale,ni
Go«Ioh.Lamiianni1765.n.21.3 &feqq.coi.jai.j zaga
(deiCh.Monfig.ClaudioTodefchi). « &peqq. Roma dalle Jlawpe dei Salomoni
^*PaS-34* plicationibus Vir Cl., idemquc infeliciflimus Ioliannes
Winckelmannius Saxo, olim Nethnicii in Agro Drefdenti Bunavianæ Bibliothecæ, quæ
in Electoralcm pottea migravit, Cultos alter, tum Romanæ Ecclefiæ facra
profefTus, Romanarum antiquitatum præfe&ura ornatus, Bibliothecæ Vaticanæ
Scriptor Græcus renunciatus, et Albaniæ iplius Bibliothecæ curandæ præpofitus
(0. Cetera, quæ ipfe intafta reliquit, eadem plane ratione expofuit Vir alter
eruditiffimus Stephanus Raffeius C2); utceterospræteream,quifparfimipfavel explanantes,
vel laudantes celebratiffimam hanc Villam undique præftiterunt. Tanto apparatui
refpondent et picturæ, quæ aubtorem habent Antonium Raphælem Mengfium, cuius prædantia
eo pervenit, ut Urbinatenfis virtuti proxime acceflifie omnium iudicio
exiltimetur. Vere quidem dixeris et Gratias, et Mutas heic habere domicilium,
ac veterum Confulum, et Auguftorum tamquam redivivam exfurgere maieftatem. Non
igitur mirum, ti fplendiditTimum huius Villæ atrium patuerit Camoenis Dardani
Aluntini, Iotephi II. Cæfaris , et Hermelindæ Thalææ, Mariæ Antoniæ Walburgæ
Bavarenfis, Saxonicæ Electricis viduæ
laudes concinentibus, ipfumque Augultitlimum Principem, &: Romanorum
Imp. electum, Romæ degentem, anno cididcclxix. a. d. XIV., et V. Kal. Aprilis
et invifentem, et admirantem tantarum rerum copiam, (0Monumenti autlchiineditifpiegati,
ei‘tllujtrati da G:o. Winckelmann &c. Torni II. Roma in
fol. Ricerche fopra uti Apolline della
Villa.j dellEmoSig.Card.AlejjandroAlbani.IuRoma
Saggio di ojfervazioni fopra ttn Bafforilisvo della Villa fuddetta (efprimente
il voto di Berenice ) In Roma. Ojfervaziom fopra un altro Baffo rilievo dellameiefmaVilla
Albani(elprimente Ercole domatore d’Echidna Scitica ). Differtazione fopra uh
fmgolar combattimento efpreffo in Bajforiliem, efflente nelta Villa fuddetta, c
cioe Ja monomachia di Mennone con Achille). et præFilottete addolorato 3 altro
Bafforilievo tiella Villa JleJfa; in fol.
Adunanza tenuta dagli Arcadi per Velezione della Sacra Reni Mæfla di
Giufeppe II. Re de’ Romani. In Roma cui adne&itur Tabula ænea exprimens
frontem Ædium } et Atrii ornatiHimi.
Adunanza tenuta dagli Arcadi nella Villa
AlbaniadouorediS.A.R.MariaAntoniaWalburga di Baviera Elettrice Vedova di
Saffonia, fra le Pajlorelle acclamate Ermclinda Talea.• In Roma & præftantiam,ibidemmirecoaddam,&concinnedilpofitam
confpexerimus (0. Recenfitis Hortis omnibus, aut faltem celebrioribus,quivelpræceflerunt,
velfubfequutifuntMatthæianos
noftros,reflatmodo,utdeiplispreflius,&latiusdicamus. Locum nunc
perpendimus. Iidem fiti funt in ea Pomoerii parte, quam Aurelianusintra Urbemcomplexuseft,quæque
in Regione II. Cælimontana comprehendebatur. Manflones Albanas antiquitus hunc
locum potiflimum tenuifle, cenfueruntBoiflardiusCj), Marlianius W,&DonatiusD,fed
nullam, quaniterentur, rationemattulerunt. Quareincertus,
fiNardinio0)credimus,adhuceftharumManfionumlocus, neque nos quidquam etiam hac
de re ftatuere aufimus alibi de iildem loquentes. Proxima huic Cælimontii parti
fuifle, immo iplam occupafle aliquando Caftra Peregrinorum ab Augufto
inftituta, alii cenfuerunt, atque inter ceteros Panvinius W, et Vignolius,
innixi potiflimum veterum infcriptionibus,inquibuseorummentio,quæquevelinareaÆdiculæ
Sanctæ Mariæ in Domnica, vel prope Ædem rotundam S. Stephani inventæ funt; ut nunc
præteream, quæetiamin laudata area erutæ fuerunt Benedi&i Ægii Spoletini ætate,
quasipfeedidit(IO), quibufqueadduddus&eademCaftraibidem agnovit, et eos,
qui ponunt ad Templum SS. IV. Coro(i) Huius rei accipe monumentum ibidem
pofitum: lofepho. II Pio. Felici. Augufto Quod. has. Ædes. præfentia. fua Maximus.
hofpes. impleverit Alexander. Card. Albanus M. P nato($)Rom. vet. Append. ad
Fragmenta 'vejligii 'veteris Romæ lob. Petri Bellorii Tab. Defer. Vrbis Romæ }
TheJ\ Antiq. Romau. Grævii.
lnfcript.felecl. pojl Differt, de Columna Imp. Antonini Pii183. j e feq.
In adnotationibus ad Apollodori Atbenien.
Vid. Fabrettium de aquis 3 et aquæductibusn.45.ad53.
Bibliotb.,fivedeDeor.origine&c.Romæinæ Topograpb. Vrb. Romæ dibus Antonii
Bladi Vid. apud Gruter. Topograpb. Vrb.
Romæ XVI natorum (0, impugnavit.Muripars feptentrionalis, quaHorti Matthæianicinguntur,
licetadvetus Monafterium, dequo mox dicemus, potiflimum fpectct, pertinebat
olim ad ductum aquæ Claudiæ, cuius ibidem divortia erant; pars enim in
Antoninianas Thermas, utteltantur litteræadhuc confpicuæ... NTONIANA, magnis
laterum tabulis e muro paullulum prominentibus confectæ W; pars in Palatium Cæfarum
tendebat, ut produnt veftigia aquæductus interdum occurrentia. His adneftitur
arcus adhuc exftans ex lapide Tiburtino, fuper c]uo aqua ad Aventinum
procedebat, et in quo legitur inlcriptio fatis nota: P. CORNEUVS. P. r.DOLABELlA
C. 1VN1VS. C. F. SILANVS. FLAMEN. MARTIALIS COS LX.S.C FACIVNDVM. CVRAVERVNT.
IDEMQVE. PROBAVERVN.T Via, quæ ad Clivum Scauri per Curiam Hoftiliam ante
Hortosnoftrosprocedit,eacenfetur,quaolimper Tabernolam, antiquæUrbisvicum,attendebaturin
CæliumU).Prope etiamaderatrotundumTemplumvelFauni(j),velBacchi) velClaudii,aPombaiamVefpafianiImpp.,utaliicenfuerunt,
quodnuncNicolai Circiniani, vulgoPomerancii,&Antonii Tempeltii picturis,
veterum Martyrum diros cruciatus exPri Inter ceteros Boijfard. Topograpb. Vrb.
Rora. Tom. I.His nunc accedit Horatius Orlandius Ragionamento fopra ut?Ara
antica (dedicataaVulcano).Roma.art.ult.pag.95. Suppiem-adJVuv.T*hef .Muratoriipag.So.n.5., Vid: Epiftolam Flaminii Vaccæ latinitate' fed
mutilam, aliique. Fornicis typum habes apud donatam a Montfauconro in Diario
Italico Cap. X.14S. Gudius81. n. 10. refert tabulas inventas c regione vineæ S.
Sixti, «Sc Thermarum Antoninianarum ad radicem Montis Aventini verfus regionem
dictam Pifcinam publicam 3 in quit, bus hæc legebantur: A^VA. CLAVDIA.
ANTONIANA. NOVA VIRIÆ. ALCESTE. ET. L. VIR1I. ANTIQ FORTVNATI Refert Gruterius176. n. 2.3 Panvinius de Civ.
Rora. Ioh. Bapt.
Piranefium Tom. I. Airtiq. Koman. Tabula Fig. I. Nardin. Rora, •veter. Borrichius de
antiqua Vrbis facie Cap. IV., Rondininius de SS. Ioh. 3 et Paullo, eoruraq.
Bajilica in ‘Drbe Roma vetera monumenta.
In inferiptione hoc loco detefta, quam refert lulius lacobonius Append.
ad Fonteium de prifeaCæjiorumgenteCap.IV.pag.38.3memoratur ÆD1CVLA GENIO
AGRESTI dicata.primentibus ornatum,
duplicique columnarum ordine fuftentatum Divo Stephano Martyrifacrumeft. Heicetiamnum
confpicuifuntarcus Neronianiaquæ Claudiæ, quibus aquaipfaad Palatinumdeferebatur.
Proximætiamerat Curia Hoftilia, a Tullo Hoflilio III. Romanorum Rege magnifice ædificata,
cuius adhuc haberi reliquias, hafque cenfendas efle ingentes arcus ex Tiburtino
lapide, quibus fuperftat nunc turriscampanaria, longainfuperfubftrudioneinhortumporredos,
recentiores plures, præeunte Flavio Blondio 0), Confenferunt; idque eo magis,
quod ibidem quatuor Pulvinaria marmoiea eruta fuerint, quæ dein ad fcalas Ædium
Matthæiarum in Circo Flaminio translata fuerunt, quæque nos fuo loco(T
adduximus. Ceterum Pompeius Ugonius d), aliique ædificium aliquod Cæfarum ætate
excitatum in hilce ruderibusagnofcendum potiusexiftimant, quodparumcredibile
videatur pofl tot fæculorum lapfum, poft tot Urbis excidia, atque poft tot
imperii viciftitudines hactenus antiquiflimi ædificii reliquias, annorum
edacitatis, et direptionum furoris vidrices, fupereflepotuifie.Montfauconiushacdere_»
etiam dubitavit, quod ægre in animum libi induceret, immanemillamædificiimolem,caftrorummoremunitam,unicam
fuifle Curiam; quin potius hinc coniedafie nonnullos refert, exftitiflehocloco CaftraPeregrinorum.
Heicquidem fuifle ædes Sandorum fratrum Iqhannis, et Paulli, in quorum honorem
dicata eft proxima Bafilica, ambigi non poteft; quarum quidem veftigia haberi
putat Philippus RondininiEcclefiæ militantis triumphi) five Deo amaRomæ
inflaur. Lib. I. hilium Martyrumg/oriofapro ChrijlifidecertaVol.II.horumMonumentor.ClafT.X.Tab.
mina ) prout in Ecclefia S. Stephani Rotundi Romæ vifuntur depicia, a Vincentio
Billy æneis Tab. expreffa. Romæ.
Interioris huius Templi profpe&um habes apud Ioh. Bapt. Piranefium
Tom. I. Antiq. Roman. Tab. XXV. Fig. II. ' LXXII. Fig. I., et II., Tab. Fig.
I., et II., et Tab. LXXIV. Fig.
I., et II.93., et feqq. Vid. Ficoronium Vejligia di Roma antica. Eibro de Stationibus Vrbis. Git. Diar. Ital. Gap. X. XVIII ninius CO
in quibufdam arcubus, et ruderibus prope laudatam Bafilicam exfiftentibus,
quorum nemo Scriptorum meminit. Sub Hortis noftris vetus aliquod etiam fuille ædificium,
arguere licet ex marmore reperto eo loci, quod refert Fabrettius , et in quo
habetur fimulacrum Veftæ, et artis piltoriæ inffrumenta, modium, spicæ, et mola
verfatilis, cum hac epigraphe: VESTÆ. SACRVM C. PVPIVS. FIRMINVS. ET MVDASENA.TROPH
IME VII. Veterum ædificiis. Hortos Matthæianos ambientibus, ufque dum
recenfitis, accedant Chriftiana Templa, quæ iifdem ita adhærent, ut ipforum
pars effe videantur. Nihil amplius dicemus de Templo S. Stephani, et de
Balilica SS. lob., et Paulli, quæ titulus Pammachii dicitur, cum de
his,utpotepaulloremotioribus,fatisiamactumvideripoffit. Omnium quidem proximior
Matthæianis Hortis eft Eccleha S.Mariæin Cyriaca, livein Dominica, quæ&in
Domnica,&in Navicula h)?anaviculamarmorea,caudavotilocata, quæ ante Templum
cernitur, dicta eft. Hæc navis mfignita eft roftro apri caput referente, quam
ex voto Marti, vel alio Numini politam aliqui putant a milite in Caftris
peregrinis degente. At Ficoronius Cybeli
potius dicatamu» fufpicatur, quod aliud viderit anaglyphum, ab ipfo etiam
vulgatum b) 5 in Mufeum Veronenfe profectum, ubi navis cernitur, in qua vehitur
Dea Cybele, quamque Matrona velata, funis ope, cui adligata eft, extra aquas ad
fe trahere dextera manu nititur, hac fubiecta infcriptione: (0 &e SS.
Martyribus lobanne 3dr Paullo, Seft.I. n.3.
eorumqueRafilicainVrbeRoma‘veterarnonumenVulgoNavicella. MAta &c. Romæ Ai
Tabulam Iliadis poftColumnam Traian..3SiInfer. .
Attulimus&nosTom.III.Clafs.X. Syllog. Infer. Le ve/ligia, e rarita di Roma antica
MATRI.DEVM.ET.NAVI.SAI.VIÆ SALVIÆ. VOTO. SVSCEPTO CLAVDIA.SYNTHYCHE D.D Nomen
Cyriacæ, vel Dominicæ Ecclefiæ inditum videtur acelebri MatronaRomana,quæibidemædeshabuerit('),
ut et prædium habuit in Agro Verano. Forte fandæ huius Matronæ imaginem habes
in antiqua pidtura ex ipfius Coemeterio ad S. Laurentii extra muros iam eruta,
quam Cl. Ioh. Bottarius 00 ex Arringhio adduxit. Ceterum Sanctæ Domnicæ nomen,
et natale Bollandius affert ex Menæis Græcorum
ad d. VIII. Ianuarii; fed hæc Virgo Africana, quæ floruit fub TheodofioM.ufque
adLeonem,&Zenonem Augg.,anoftra differt.VualafridiStrabonisG)fententiam, aDomino,cuicultus
in illa æde redditur, nomen repetentem, quia omnibus ædibusfacriscommunem, acceterasetiam
huicquidemnonabfimiles fententias haudmorabimur. EcclefiahæcaPafchaleI. a
fundamentis ampliata, et renovata fuit, cuius exftat vermiculataabfisaduabus porphyreticiscolumnisfuffentataG);
quibus accedunt XVIII. infuperexGræcomarmore,nigro, et viridi, columnæ aliæ
nihilo inferiores. Sanctæ Balbinæ corpus ibidem reconditur, atque heic Sixtum
I. per Levitam Laurentium ecclefiæ thefauros pauperibus diffribui mandafle,
funt qui tradant. Vetuftiflima quidem haberi debet hæc Ecclefia, cuius mentio
eft in veteri Defcriptione Regionum Uriis,editaa MabillonioG), ubiagensdefeptemviisufque.>
porta Ajinaria, ftatim fubditur Sancta Alaria Dominica. Adfæculumfaltem XI.pertinerevideturArchipresbyterRencdillus
Diaconus Sanctæ Alariæ, quæ Domnica dicitur,
Roma fotterranea Tom. II. Tav. CXXX.17S. cuV id. Floravantem
Martinellium Roma ex ethnica facra214. (6) Vetera Analecta365. fecund.
edit. Aci. Santf. lanuar.4S3.
Viet.Franc.Viflorii Differt.Philolog.pag.$1. Parif.1725. De rebus ecclejiajlic. Cap. VII. c2 XIX
JiX cuius monumentum in Divi Stephani in Monte fitum, et a Doniod) adductumheicfiltimus:
HIC. REQVIESCIT. CORPVS. DEVOTVS. XPI FAMVLVS. ARCH1PBR. BENEDICTAS. DIAC. SCI.
MA RIF,. QA. DOMICA. Q. OMS. Q. AD. HANC. BASILICA. IN GREDITIS. DIGNEMINI.
ORARE. PRO. ME. PECCATORE. AC. P. XPI. NOMEN. OMS. CONIVRANS. VT NVLLVS. HOC.
TVMVLO. VIOLARE. AVDEAT. 3 SI. QVIS <0 AVTEM. VIOLARE: P: SVPSERIT: i A.
PATRE. ET. FILIO. E. SPS SCI. ANATHEMATE. IM. P.. P. DANATVS. EXISTAT Certe
quidem, ut innumeris exemplis o(tendi pofTet, ab VIII. ufque læculo ad. XI.
ufus obtinuit has malas precationes, a Chriftiana pietate, et manfuetudine
alienas, et a fola temporumbarbarie, &infcitiaquoquomodo excubitasadhibere(3>;
quidquid contra Reinefium Fabrettius M reponat. Cum Benedictus dicatur Diaconus
huius Eccleliæ, apparet nondum ad Archidiaconum pertinuifie, ut dcin factum
videbimus. Iam in noftra Diflercatione in tit. Canonicum de officio
ArchidiaconiWadduximus Chartamanec dotamannidcccclxxxii., in qua memoratum cernimuslohannem
Archidiaconumfumviac Santiæ Apojlolicac Sedis, et præpojitum venerabili Diaconiæ
Santlæ Dei Genitricis Alariæ, quæ appellatur Noha;incuiusnimirum Archivohæcipfa
Chartafervatur. Quarearguerelicet,pofterioritemporehocfactumeffe; nec fane
documenta, quæ id adltruant, occurrunt fæculo XII. maiora. Commode in Chronico
Ricardi Cluniacenfis, quod abanno Chriltidccc. Usquead annum mclxii. pertingit,quod(0
Jnfcrip. antiq. C!afT. XX. n. 71.539. ex fchedis Nic. Alemanni. que D iffertazione Canonico-Filologica fopra il
titolo delle IJlituzioni Canonicbe de Officio Arcbidiaconi, recitata dali’Abate
Giovanni Criflofano Arnadtizzi la fera de’ 17. d'Agoflo deiPanno. in Vid. Hieron. Fabrium Ravenna antiqua116.,
Mabillonium ile re Diplornat.
ArringhiumRoraRomanelPAccademiadelPEmin.3eRev.Sig.Carfubterran. Lib. IV. Cap.
XXVII., aliofque. dinale Gætano Fantuzzi &c. adnot. $.57. Syntag. veter. Infcript. Clafl*. XX. n. 440.
Tom. XVII. Nova Raccolta d'Qpufcolifcientifici3
Infcript..no. e flologici, Venezia. XXi
queaMuratoriorelatumeft(0, recenfenturDiaconiæCardinalium S.R.E. decem, et odo,
quarum princeps Sundæ AlariæinDomnica,ubiejiArchidiaconus.Huicacceditteftimonium
Petri Manlii apud Mabillonium (12), ubi legitur: S.Alaria in Domnica, ubi debet
ejje Archidiaconus; et Leonis Urbevetaniapud Cl. loh. Lamium (A, ubi hæc
habentur: S. Alaria in Domnica, ipfe eji Archidiaconus altorum; quorum primus
ad læculumXII., alter ad XIV. pertinet. At vero hanc Ecclefiam haud Cardinali
Archidiacono adfignatam, nili labente ipfo fæcula XII., credere licet, cum
certum fit, triginta, vel viginti ad fummum annos ante eius exitum ipfam
Diaconum, non Archidiaconum obtinuiffe. Docet id Bulla Innocenti!II.annimcxlii.
apudHarduinium,cuifubfcripfitGerardus Diaconus Card. S. Alariæ in Dominica. Id
etiam adfirueret D. lacobus tit. X. Alariæ in Navicella, qui a BollandiftisV) recenleturex
Marchefiointereos Cardinales,qui interfuerunt canonizationi S.Brunonis Epifcopi
Signini, quam Signiæ anno mclxxxi. peregit Lucius III. Summus Pontifex, nili
critices regulæ obliderent, Bollandiflæ ipli hanc Cardinalium recenfionem
affumentum iudicarunt, et iure merito; neque enim fi lincera lubnotatio
fuiflet, Ecclefia ipfa titulus dicta efiet, quo vocabulo numquam Diaconias
appellatas aut antiquitus, aut recenter inveniemus. Quo tempore vero hæc
effedefieritiurisArchidiaconiCardinalis,incertum;verofimile tamen eft, id
accidifte, cum, translata Avenionem Apoftolica Sede, Romanæ dignitates
mutationem aliquam fubierunt, et Gallicos mores induerunt, et ipfa Archidiaconi
iurifdiftio, et munus magna ex parte ad Camerarium delata eft. Honorii III. ætate
Ecclefiam hanc pertinuifle ad EcAntiq. med. ævi Concil. Tom. VI. Par. II. coi.
1170. Ord. Roma». In Comment. prævio ad
A£ta S. Brunonis ($)Delie,erudii.Toni.II.pag.28. Epifc. Signinidie XVIII.Iuliiqum.24.
Ecclefiamalteram S.Thomæ, StS.Michælis Archangelide de Formis (de qua
mox dicemus ), innuit laudati Pontificis Bullaannim ccxvii.,quainterceteraspoffeffiones,
quaseidem confirmat, refertabjidam,&inclaujirumEcclefiæB.vllariæ in Donnica
(0. Parochialem vero curam eidem adnexam etiam fuilPe, docent Litteræ Apoftolicæ
SixtilV. C), quibus Apollonius de Valentinis et Canonicatibus Lateranenfis
Ecclefiæ, St S. Mariæ in Via lata, St Parochia S. Mariæ Navicellæ interdicitur.
Honor, quo, Archidiaconali dignitate deleta, Eccleliahæc decidit,integratusquodammodovifuseft,
cum Card.Iohannes Mcdiceus Pontifex Max. Leonis X. nominerenunciatus eft. Ipfe
enim inftaurari illam iullit, atque ut id pro dignitate fieret, Raphælis
Sanclii opera ufus eft quoad Architectonicæ artis concinnitatem, lulium vero
Romanum, St Perinum Bonacurfium Vagæ difcipulum pro pibturæ ornamento adhibuit.
Tum eadem obtigit Card. Iulio -Mediceo, Leonis X. patrueli, Archiepifcopo
Florentino, Sc S. R. E. Vice-Cancellario, qui poftea fuit Clemens VII., licet
et Ecclefiam S. Clementis, et alteram S. Laurentii in Damafo dein fibi
adfeiverit. Eadem Diaconia potitus eft poftea Iohannes Mediceus Cofmi I. Magni
Florentiæ Ducis filius, qui a_. Pio IV. Cardinalis eft renunciatus, et cuius
exftant tres epilholæ de ipfius Ecclefiæ cultu, Sc famulatu (0, quem apprime (0
Collect. Bullar. Sacrofantlæ Bafilicæ Vagliare } perche rifeda in la Cbiefa
della Navicella ticanæ&c.Romæ. aujfiziare,&dipiu3perchefattovederlecofe3 Ex Tom. 96. Regeft. Brev. Sixti IV.74. in
Archivo fecr. Vaticano. CS) LetteredeiCard.G:o.de’Aledicifigitodi Cofano 1.
Grati Duca di Tofeana, efiratte da un nifi Roma. Fib. Ili.505. Lettera feritta
dal Poggio. al Podefta di Grofleto, a cui dice di voler pariare a M. Porzio
Fanuzio Canonico della Navicella 3 che capitava coli j o a Monte Fano. Ivi506.
Lettera feritta dal Poggio al Vefcovo Cefarino, a cui dice > che manda D.
Gio. luo famiche di prefente occorrono farfi per riparazioni di quelluogo, meloavvifiparticolarmente
3acciofi pojfadaropportunoriparo&c.Homandatoper quel medefimo Porzio
Fanuzio per aver da lui informazione di quel3 che fiara a fiua notizia delle
cofe di quella Cbiefa. . Lettera feritta dal Poggio a di detto al Babbi in
Roma: Noi mandiamo il prefente D. Gio. nojlro famigliare 3percbe rifeda a
ujfiziare vella Cbiefa della Navicella j non volendo noi filia 'fenza un
Cappellauo 3 fimo a tanto, cbe fi verranno ritrovando 3 e riordtnando
XXIII me curaffie conflat. Huic vita fundo in eamdem fucceffit Cardinalis
Ferdinandus Mediceus, marmoribufque ornavit, ac refecit, antequam ampliffima
dignitate abdicaret, et Magni Ducis Etruriæ, denato Francifco eius fratre,
infignia reciperet.Habuit& Card.Carolus Mediceus, cuiusmemoriamarmoreaibidem
cerniturfuprafacrariiportam. Tandeminitio huius fæculi tenuit etiam ex eadem
regia domo Card. Francifcus M., de quo nihil eft aliud, quod moneamus.
Presbyterum Beneficiatum, qui Ecclefiæ inferviret, facrumque
faceretdiebusfeffis, PaullusV.inftituit(0,idquemuneris primus obivit Vir Cl.
Leo Allatius, antequam ad maiora fibi viam faceret in Urbe officia. Ex Diaconia
in titulum presbyteralem convertit Benedidus XIII 0);ac tandem Monachis Græco-Melchitis
Congregationis S. Ioh. Baptiflæ in Soairo OrdinisS.BafiliiMagni,poflulanteSacraCongregationedePropaganda
Fide, Templum cuftodiendum, et ædes incolendas Benedidus XIV. conceffit. Vili.
Huic proxime fuccedit Templum S. Thomæ in Cælio, quod& S. Thomæ, et S. MichælisinFormisdidumeft,cuiquehofpitale
adnexumerat. DudusaquæClaudiæ,quieidemadhærebant,nomendeFormisinduxerunt G).
Ecclefia hæc fuit olim Abbatia in Urbe non ignobilis;cumeius Antiftes, teftePanvinioG),
interviginti Abbates, qui Romano Pontifici celebranti adeffe confueverant,
decimus tertius accenferetur. Eamdem pollea Innocentius III. conceffit
Fratribus Ordinis Sandifs. Trinitatis Redemptionis captivorum, quam proinde,
dum vixit, incolatu, corporis vero exuviispoflobituminfignivit S.IohannesdeMatha,
licet dolealtrecofe.Vedrete 3cbeabbiaqualcbepotoprefente3 0fiarelazionedella Corte
di Roma &c. In Roma fa 3 cbe ci pare impojjibile, cbe non ve ne Jia. Fabrett. de aquis 3 et aquædtM* Dif Tert. IXVid.
Martinellium . Lib. de VU• 'Urbis
EccleJ'.142. Vid. Equitem Hieronymum
Lunadorium Staco di Jlanza 3fe ve n’’ealcuna pertinente alia Chie XXIV
licet dein in Hifpanias translatæ fuerint. Interea Honorius III. Bullam
emifitd), qua Ordinem prædictum commendat, Ecclaliameidemconcetfamfub Apoltolicæ
Sedistutelalufcipit, privilegiis ornat, facras ædes, ac bona quamplurima eidem
lubditarecenfet,&confirmat.Quareibidemmemoratformam, fcilicet aquæ Claudiæ
ductum, fuper ditia Ecclejia S. Tbomag cum ædificiis, cimitcrio, crucibus, et aliis
pertinentiisfuis: montem cum formis, fi?aliisædificiispojitum interclaufiram Clodei
(Caftellumnempeaquæ Claudiæ, quod forma quadratum, et magna ex parte integrum
Fabricius W vidit), fi? inter duas vias, unam videlicet, qua a præditia
Ecclejia S. Thomæ itur ad Colifcum, fi? aliam, qua itur ad SS. lobannem, fi?
Vaulum fi?c. Exftat adhuc fupra fores hofpitalis, five coenobii tigillum ex
mutivo Ordinis, quem diximus, Redemptionis captivorum, et arcui marmoreo forium
hæc inferipta leguntur: MAGISTER.1ACOBVS.CVM. FILIO.SVO.COSMATO. FECIT.
HOC.OPVS Dein Poncellio EJrfinio Cardinali commendatam Ecclefiam ipfam fuiffe
infuper patet, donec Urbano VI. iubente anno mccclxxxvii. menfæ capitulari
Vaticanæ Bafilicæ adnexa fuit, ipfaque unio ex Bonifacii IX. Diplomate dat. V.
Idus Novembris confirmata eft. Ceteras Apoltolicas Bullas lohannis., five XXII.
0), Bonifacii IX. O, et Eugenii
IV. W iam editas in Bullario Vaticano, et ad hanc Ecclefiam pertinentes fciens
prætereo. IX. Defcripfimus locum, quem tenent nunc Horti Matthæiani,tumediticia
&vetera,&fubfequentia, quæipfisobiacent.Rcftatmodo,utdeeorumaubtore,forma,&præftantia
dicamus. Ii fiquidem auctorem habent nobiliffimum, toAnn'2'7-viiColleU. Bullar.
SacrofanU. Baftl.Vatie. &c.Romæ1747.Tom.I.pag.iod. D efcript. Vrb. Romæ et ma Cit.Collecl.
fttillar.Bafil.Vatic.. XXV &magnificentiflimum Virum Cyriacum Matthæium,Alexandri
filium, Cyriaci nepotem, qui fane avitam gentis fuæ amplitudinemho copere explicandam
fiulcepifievifusefi. Non noftrumheicefi;,MatthæiægentisoriginemaPaparefchia, quæ
genuit Gregorium, poftea Innocentium II., deducere,
quodvifuminprimisefi:OnuphrioPanvinioCO, AlbertoCaf fio G), Felici M. Nerino ,
aliifque; non enim id ipfius vel
vetuftati,velnobilitatiacceflionisplurimumfaceret.Monumentum fiquidem fæculiXIII.,
quodcontinetSenatusconfultumhabituminTemploS.MariædeCapitolio,quodque ex
apographo Perufino edidit Cl. præfui lofephus Garampius nunc apud Aulam
Vindobonenfetfi Apofiolicus Nuntius meritifiimus G), gentis huius præfiantiam
fatis prodit, cum inter ceteros nobiles Romanos viros recenfeatur etiam ibidem
lohannes Matthæi, quem Garampiusipfenoftrisadferibere non dubitat G). Ceteros
ex hac gente illufires viros recenfere quinetiam non iuvat, quorum monumenta præfertim
confulere facile quifque poflit apud Cafimirum Romanum, Francifcanæ familiæ
Alumnum, ubi de Templo Aracælitano G). Quare circa annum mdlxxxi. Villæ huius
confiruftionem aggrelfus efi: Cyriacus nofier, et ad annum mdlxxxvi. perfecit,
utdocentmonumenta,quæibidemmarmoreinfculpcnda curavit,quæquenemoadhucedidit.Siquidemfupraportam
Villæ parte interiori hæc leguntur: CYCod.Mf.dcGente Matthæiain Bibliotheria
alculto dellaR.ChiaradiRhnino&c. In caFrangipania. Roma Differt..
Memorieijloriche dellavitadi S.Silvia&c. Vid. Indicemvoc.Mattei Memorieijlorichedellacbiefaje
convento Detemplo,& coenobioSS.Bonifaciij& Aledi $. Maria in Araceli di
Roma &c. In Roma Ad not. Memorie ecclefiajliche appartenenti
all'ijloxiihijlorica monumenta in Append.n.VIII.pag. XXVf Tum
inferne: CYRIACVS. MATTHÆIvs. HORTOS GENTILICIOS.CVLTV.ÆDIFICIO
VETERVM.SIGNORVM.COPIA INLVSTRIORES. ET. AMOENIORES REDDIDIT A. S. M. D. LXXXI
CYRIACVS.MATTHÆIVS HORTOS. CÆLIMONTANOS A. IACOBO. MATTHÆIO. SOCERO. SVO SIBI.
POSTER ISQ__. SVIS. DONO. DATOS. MVLTIS • ORNAMENTIS MAGNIFICENTIVS. EXCVLTOS.
SVÆ. ET. AMICORVM OBLECTATIONI.DICAVIT M.D.LXXXVI Quæ ille præftiterit, ut
ampliffimos undequaque Hortos hofce efficeret, prodit etiam epigraphe, quam
affixit parieti Ædium ad meridiem, quæ
ita fe habet: CYRIACVS. MATTHÆIVS ALEX F. CYRIACI.NEP HORTOS.CÆLIOS GENTILICIOS.
POMARIIS AVIARIIS. NF.MOR1BVS OBELISCO.ÆDIFICIIS IAM.INSTRVCTOS AD. MAIOREM.
POSTEROR SVORVM.AMICORVMQ_ OBLECTATIONEM VETERIBVS ETIAM.SIGNIS EXORNAVIT Huic
etiam infcriptioni confbna eft altera, quam edidit Petrus Leo Cafella (0, quæ
forte Hortorum domini, et conditoris fuffragium non tulit, cum nullibi ipfam
infculptam viderim. En ipfam: CY(0 Elogia illufirium Artificum;, Epigrammata,
Ionis, de Tufcorum origine, et Republica Florett&foferiptiones, poli Librum
deprimis Italiæco-tina,pag.186.edit. Lugdun. CYRIACVS.MATTHÆIVS.ALEXANDRI.F
CYRIACI.N GENIO. CÆLIMONTANÆ. SALVBRIORIS. AMOENITATIS HORTOS. GENTILICIOS. SIBI. ET.
SVIS. ÆDIBVS. ET AQVIS. IRRIGVIS. EXCOLVIT. FONTANIS. EXHILARAVIT QVÆ. PRO.
GRADVVM. CORONA. EX. EPISTYLIIS. ALTE SVBSILIENTES. FLORVM. IN. CIRCIS. FLORVM
LVDVNT.LVDICRA TVM. ET. AREAM. ET. AREOLAS TOPIARIIS.SEPSIT.POMARIIS VALLAVIT
AMBITVM.MVRO.CINXIT VETVSTEIS.MONVMEN TEIS.SIGNIS. DISPOSITIS ET.MVNIPICENTISSIM
A.S.P.Q R INDVLGENTI.A OBELISCO. EXORNAVIT X. Quare Hortos nortros vel hilce
infcriptionibus ita iamamplos, excultos, elegantes, &locupletes defcriptos
habes, ut vix nobis, quæ infuper adnotentur, relinquantur. Innuemus tamen. Ædes,
quæ in medio Hortorum adfurgunt, ex lacobi Ducæ architeilura conditas fuilTe,
quarum vertibulum porticu ornatur, columnis, lignis, ac protomis infignita;
quemadmodum aula, et cetera, quæ fequuntur, cubicula undique et lignis, et protomis,
et columnis, et anaglyphis, et cippis, et aliis rarirtimis cimeliis, inter quæ
menfæxviridiporphyreticomarmore, miruminmodumpræcellunt. Porticum enim in
primis ornant Statuæ ex alabartro Pomonæ, et Midæ Phrygiæ Regis, aliæque
Bacchi, Faunorum,&Caracallæ.Tumauladirtinguebaturpræfertim Simulacro
colofleo M. Aurelii Antonini, et Statua equeftri L.Aurelii Commodi, qui
Antoninus alter, vel Hadrianus antea cenfebatur, quæ dein in Mufeum Clementinum
Vaticanumtranslatæft. Inadiacentibuscubiculisrecondebatur d2 XXVII
XXVIII batur inter cetera caput Ciceronis, quod nunc in Ædibus adCircum Flaminium,
caputalterumIovisSerapidisexbafalte, tum caput Plotinae Traiani uxoris, et Signa
Dianae, &.Herculis, Graecifculptorisopera, aliaque, quaeiamVaticano Mufeo,utinfradicemus,infuperaccefierunt,Fauni
cum utre iacentis, et alterius a Satyri pede fpinam extrahentis, actandem Statua
Amicitiae, opus Petri Paulli Olivem, quam Cyriaco Matthaeiodonodederat VirginiusUrlinius,
ut patet ex epigraphe, quam exhibet lamella aenea ibidem appoiita: VIRGINIVS.
VRSINIVS CYRIACO. MATTHAEIO AMICITIAE. MONVMENTVM STATVERE ILLVSTRIVS. ME. IPSA
AMICITIA NON.POTVIT MDCV Aditus ex foribus Hortorum recda ad Aedes ducit per
ambulacrum, utraque parte ornatum urnulis fepulcralibus elegantiffimis, ut
nufquam tot ullibi fe vidiffe affirmaverit Montfauconiusb). Aedium vero
externus paries meridionalis multis
etiamdiffinguiturSignis,acpraefertimImpp.IuliiCaelaris, Octaviani Aug., Cl.
Domitii Neronis facrificantis habitu, Liviae Aug. Coniugis, tum etiam Cereris,
ac Bacchantum. In medio autem
pariete tollitur (lemma Matthaeiae gentis, pileo ornatum, cui haec subscribuntur:
HIERONYMO. CARD MATTHAEIO Hicenimfuit Card.tituliS. Pancratii,Cyriaci,&Afdrubalis
frater, cui iidem titulum etiam pofuerunt in Templo Aracaelitano (2^>. Area
dein panditur, in qua celebris Urna IX. Mu(0 Diar. Italie. Cap. X.148. dal P.
F. Cajimiro Romano &c. Vid. Memorie ijloriche della chiefa, e conVid. aliud
monumentum vento di S. Alaria in Araceli di Roma raccolte /•-rr.
XXIX Mufarum proflat, et in cuius medio cernitur Obelifcus Aegyptius
variis infcriptus hieroglyphicis litteris, quas haud moramur, cum neque
Hermapionis perlonam geramus, qui Obelifcorum inlcriptiones olim interpretatus
Auguftum decepit, neque etiam Kircherium imitari lubeat, qui eamdem_. Provincia
mornansdecepitfeipfum. CeterumMarchioScipio MafFeius (0 in ea fuit fententia,
ut putaret, fculpturas Obelifcorum nullam fcripturam praefeferre, notafque
illas nulliusgeneris efle litteras. Quare id dumtaxat innuemus, Matthaeianum Obelifcumaltumefle
XXXVI.palmos,latumvero ad baflm palmos IV. Caret vero litteris, five notis X. a
bafi palmis,livequodilledataoperafieftusfuerit,fiveignecafu confumptus.
Verumtamen novem primae, quae in cufpide conlpicuaefunt notaeadquatuor lingulalatera,omninoconveniuntcumiis,
quasexhibet Obelifcus, olimIpinaeimpolitus CirciFloraeinvicoPatriciointerViminalemcollem,&
Exquilias, nunc in Hortis Mediceis ereftus. Nofter vero exftabatolim ante fores
minores Templi Aracaelitani, e quibus in plateam Capitolinam delcendcbatur,
five in eius Caemeterio, ut placet Boiflardio , in cuius bafe, tefte lacobo
Mazochio G), haec legebatur inlcriptio, quam Gruterius (+) ipfe adducit:
deo.CAVTE FLAVIVS.ANTISTIANVS V.E.DE.DECEM.PRIMIS PATER.PATRVM Tandempetenti CyriacoMatthaeioexSenatusconfultoa.d.
III. Idus Septembrisannimdlxxxii.concefluseft Obelifcus,quem fuisin Hortiscollocavit,acdeinduplexmonumentumineius Art. erit, lapid. Lib. I. coi. 3. Epigramm. Vrb.21. a ter. Topograpb. Vrb. Romae Tom. I.24. lnfcript.99. n. 4. ba XXX bafe
infcripfit, quo fuum gratum animum Populo Romano largitori tortaretur, Primum,
quod meridiem relpicit, hoc eft: CYRIACVS.MATTHAEIVS OBELIS CVM. HVNC. A. POPVLO
ROMANO.SIBI.DATVM.A CAPITOLIO. IN. HORTOS SVOS.CAELIMONTANOS TRANSTVLIT.VT.
PVBLICAE ERGA. SE. BENEVOLENTIAE MONVMENTVM. EXSTARET Alterum vero boream
verfus ita fe habet: S. P. Q_. R CYRIACO.MATTHAEIo OBELISCVM. HVNC. SVMMO
CONSENSV.DARI.DECREVIT VT. IIORTORVM. EIVS PVLCIIRITVDO. PVBLICO ETIAM.
ORNAMENTO AVGERETVR Huius Obelifci typum non dedimus, quod aere incifus olim
non fuerit, neque id nunc Librario luberet, neque nos etiam apprime necertarium
cenferemus. Si quis velit eumdem
confulere,facilecomperietapudMontfauconium0),Iohannem Barbaultium , ac
Bonaventuram, et Michaelem OverbekeiosL). Ipfum etiam defcripferunt, ac laudarunt
Scottius (A } (0 Antiq. explic. Tom. II. Par. II. Lib. II. Cap. VII. Tab. CXL1I1. n. 5.332. Les plus beaux Alonumeuts de Rome ancientie3
ou Recueil des plus beaux morceaux de Pantiquite' Romaine qui exijleut encore,
dejjines par Monfieur Barbault Peintre ancien Petijtonaire du Roy a Rome 3 et grave
eu 12S. plancbes avec leur explication; fol. max. a Rome cbez Boucbard de
Pimprhnerie de Komareb 1761. Pl. 30. n. i.p. 47.
CaO)LesreflesdePancienneRomerecherchez&c. et gravez par feu Bonaventure
d'Overbeke &c., imprimesauxdepensdeMicbeld'0-verbeke.Ala Haye cbez Pierre
Gojje Pl. Vide etim Degli avanzi
delPantica Roma 3 opera pofluma di Bonaventura Overbeke
PittoreInglefe&e.3accrefciutadaPaoloRolliPatrizio Todino. Iu Londra 1739.
§. JLVIII.177. Itiner. ltal. Cafimirus
Romanus 0), Marangonius, qui fingulos etiam Romanos Obelifcos enumerat 0), tum
Ficoronius, Venutius, Titius, ceteriquc, qui Romanas antiquitates, &c
magnificentias defcribendas fumpferunt. Reflat nunc caput coloflale Alexandii
Magni, quod plateam hanc ornat parte meridionali, quoque nullum in Urbe maius.
Siquidem a mento ad ladicem capillorum mensura eflfex pedum pariliorum, totum
vero caput odio pedum, ut proinde fexagintaquatuor pedibus conflaret eius
Statua, fi integra fuperelTet. Sane caput marmoreum Domitiani in impluvio Ædium
Capitolinarumeflquinquepedum, acproindeintegraStatuaquadraginta dumtaxat pedum
fuiflet; nec aliter fuadent pes, et alia membrorum frufla, quæ ibidem exllant.
Tum in Villa Ludovifiæfl' caputcoloflalequatuorcirciterpedum;&inIuflinianeæxtraPortam
Flaminiamhabebaturolimcolofluslufliniani Imp., neccle’funtinaliisvillis,acædibusRomæ
Statuæaliæ proceritatevulgariduplo, auttriplomaiores. Caput vero noflrum, quod
Alexandro M. tribuitur, quodque nos fuoloco (Villuftravimus, ex Aventini ruini serutumfuit,
ut prodit infcriptio, quæ ibidem legitur: CYRIACVS. MATTHÆIVS ALEXANDRI. MAGNI.
CAPVT. EX. AVENTINI RVINIS. EFEOSSVM. INIVRIA. TEMPORVM NONNIHIL. CORRVPTVM.ANTIQ_VÆ
FORMÆ. ET. NITORI. RESTITVIT VETVSTATIS.AMATORIBVS SPECTAN DVM. PROPOSVIT Ipfum
vero accurate descripflt MontfauconiusW,aflad quem pertineat, incertum elfe
afferuit. Hinc Ficoronius M mul(0 Cit. Memor, ijloricbe della chiefa, e confino
alia36$. ventodiS.MariainAraceli&c. Tab. VII.pag.9. pag.71. Diar.Ital.Cap.X.pag.148. Delie cofe gentilefchej eprofane
trafportate Offervazioni contro il
Diario dei P. Mont• ad ufo, ed ornamento delle Cbiefe 3 dalla555. faucon3
1. XXXII multas eidem gemmas, et numifmata obiecit, quibus ex formæ
fimilitudine fidem huic etiam monumento conciliaret. Sed contra repofiuit
Romualdus Riccobaldius (0, qui Plutarchifi) teftimoniumurgens, incertamAlexandriM.effigiem
etiam tunc temporis exlfitifie contendit, ac magis dubiam faciam fuifie
deinceps, cum Caracallam lubido incefiit adfcribendi fibi Alexandri nomen, præcipiendique
quinetiam, ut ipfius vultum quifque fibi pararet, fervaretque. XI. Præftat vero
hæc leviter attingere, ut ceteras Hortorum Matthæiorum partes perluftrando
defcribamus. Areola hinc occurrit, cui ab amoeno afipeclu fi) quæfitum nomen
eft, et ex qua moenia ab Aureliano producta ufque ad Portam Capenam, et Latinam,
et Thermarum Antoninianarum ingentia rudera intueri præfertim licet. Statuæ, et
infcriptiones heic ordine difpofitæ habebantur, quarum priores referebant
Apollinem Citharoedum, Martem, Mercurium, Dianam, Herculem, Poetam cum cycno,
Feminam velatam cum puero, Gladiatorem, et Pudicitiam. Ambulacris hinc inde
recurrentibus ad oppofitam partem area altera occurrit, inquapræfertimHermæconfpiciuntur,quibusPlatonem,
Heraclitum, Ariftotelem, Ifocratem, Epicurum, Diogenem, Ariftomachum, Pindarum,
Anacreontem, Euripidem, Ariflophanem, Hefiodum, Apollonium Tyanæum, Pofidonium,
Apuleium, L. Iunium Rufiicum, Archimedem, aliofque referre vulgo cenfetur. Quid
iuvat conclavia, quæ fex præfertimnumerantur, nemora, topiaria, aliaqueloculamenta
fingillatim defcribere, eaque fignis, anaglyphis, aliifque monumentis fere
undique diffincla Labyrinthum tamen
innuemus,licetvixnuncinveftigandum,ecuiusregioneaffingit co Apologia dei Diario
Juddetto Cap.LX.pag.48. Belvedere vulgo
audit. In vita Alexand. M. pro XXXIII
procera columna porphyretica viridis coloris, quæ ob minutiffimas, ex quibus
coalefcit, materiæ partes lingularis merito cenfetur. Nec aliæ defunt hinc, et illinc
difperfæ columnæ, quarum pleræque multi ædimandæ funt, quæque XXVII. fummatim
numerantur. Nodrum vero non ed fontes, pomaria, viridaria, ceteralqueHortorumpartesvillicis
commendatas defcriptione profequi. Innuemus tamen fub Ædibus haberi hortulum
malis aureis confitum, ac fupra eius odium hoc didichon legi: HAVRI. OCVLIS. ET. NARE. LICET.
TIBI. VIVA. VOLVPTAS SIC. ALITVR. TANTVM. CARPERE. PARCE. MANV Plures funt in
Hortos ingrefius; fed duo infigniores, quorum unum, idque princeps, prope
Templum S. Mariæ in Domnica;alterumvero adCuriam Hodiliam,quiconditoris nomen
gerit, cum longa linea infcriptum habeatur: HIER. MATTHÆIVS. DVX. IOVII. AN.
IVBILÆI. MDCL XII. Habes, quæ fuerit Hortorum Matthæiorum amplitudo, amoenitas,
et prædantia. Hinc nil mirum, d advena somnes infui admirationem rapuerint,
tumcivesad se ipsos sive describendos, live illudrandos invitaverint. Quare Scottius('),Mabillonius,
Montfauconiusb),Addifonius (d, Richardius b), aliique inter exteros tum ipfos
expenderunt, tum in fuis hodoeporicis prædantioreseorumdem partes defcribere
fatagerunt. Inter nodros vero illos potidimum quoquo modo illudrarunt
Pinarolius, FicoroniusW, Vehin. Ital.
Itin. Ital.88. Dior. Ital. Cap.
X.148. The Works of the right honourable
lofeph Addifon EJ'q., Beingh remarks onfeveral parts of Jtaly &c. in the
Tears Dubii» Defcription hiflorique} et critique
de Phalle; a Dijon Trattato delle cofe piri memorabili di Roma, opera di Gio.
P. Piuaroli; Roma Le •vejligia 3 e rarita di Roma antica; Roma, Le Jingolarita
di Roma moderna XXXIV VenutiusCO, Vafius W, et Titius^);
Celebrarunt vero inter Poetas Aurelius Urfius Romanus , et Ludovicus Leporeus
C). Tum monumenta ipfa, quæ in illis adfervantur, nacta funt qui et typis
exprelTerint, et explanaverint, ut luo loco monuimus. Si Signa lpectes, eorum
præflantiora adducta habes a Paullo Alexandro MafFeio, et Bernardo
Montfauconio.SiAnaglypha,eorumpleraqueeditaviderelicet apud Sponium, Bellorium,
et ipfum JVIontfauconium. Si Infcriptiones, noftris pleni funt celebres
thefauri, live collectionesiameditæab Apiano, Mazochio, Smetio, Urlinio,
Gruterio, Reineho, Sponio, Malvafia, Gudio, Donio, Fabrettio, Muratorio, Maffeio,Donatio,aliifque.At,quæ
lane elt rerum humanarum infelix conditio, ita paucis ab heincannisimmutatælt Hortorumnoltrorumfacies,utqui
cosintueaturpræltantioribusmonumentisIpoliatos,atque undique collabentes,
dicere fimiliter poffit: Iam fcgcs cjt, ubi 'Troiafuit. Sanenon nullas marmoreas
Infcriptiones in Cæliis Hortis exltantes conceflcrat iam Alexander Matthæius
Iovii Dux Cl. Præfuli Raphæli Fabrettio, ut ipfe grati animi caufla fæpe
commemorat, in fua domelticarum Inlcriptionum fylloge, et nos quinetiam fuis
locis advertimus. Tum ex iis profectum eft in Mufeum Capitolinum, poftulante
BenediftoXIV. Pontifice Max.,marmorÆbutianum,iamanobis adductum (D, et antiqui
Romani pedis, aliorumque Architecto (0Accurata,efuccintadefcrizione topografinuovo
finoalTannoprefente. InRoma1763.pag.
ca, e tjlarica di Roma moderna, opera pofiuma di Ridolfino Venuti &c. Roma
1766. prejfio Carlo Barbiellini Tom. I.4.
Itinerario iflruttivo divifo in otto fiazioni 3 0 giornaie per ritrovare
con facilitd tutte le antiche 3 e moderne magnificenze di Roma, di GiufeppeVafi
In Roma. Defcrizione delle pitture,
fcalture, e arcbitetture efpojle al pubblico in Roma, opera cominciata
dati'Abate Filippo Titi da C.itta di Cafielk, conPaggiunta di quanto e slato fatto
di 208., e. Carminum Tib. III. Epigr.
edit. Parmen.,&Bonon.3ubihæchabentur: ln Hortos Mattbæiorum: Komæ fepultæ
hinc intueri imaginem, Arcus,theatra,Scimperiivireslicet. Urbis, et Orbis lumina, et miracula. Poefie; ln Roma Sonetto. Tab.LXII. Fig.
I.118. XXXV flonicac artis inftrumentorum forma infculptum; cuius
rei memoria exftat in titulo marmoreo, qui ibidem appofitus ell f ^. Sed noftra
ætate maximum palTi lunt detrimentum, cum novi Vaticani Mufei condendi
neceflitatem peperit erumpens quotidie veterum monumentorum copia, et eorumdem
alportationis impediendæ providentia. Poftquam igitur Sandlillimus, ac
fapientilTimus Pontifex Clemens XIV., quem ut poteprimum litterariæmeæ fortunæparentem,
&publicætranquillitatis,quafruimur,fundatoremfempergratoanimi fenfu, et laudum
præconiis profequar, Ambulacrum Vaticani Palatii, quo iter eft ad Bibliothecam,
veteribus Infcriptionibus in clalfes naviter diftinefis V) ornandum fufeepit;
tum Chriftianum Mufeum, quod æternæ memoriæ Pontifex Benediftus XIV. iam
excitaverat, et gemma affabre Iculpta, Editus eft a CI. Præfule Ioh. Bottario
in opufculo, cui titulus: Indice delle antichita 3 cbe fi cujiodiscono nel
Palazzo di Campidogltc &c.8., poft Philippi Titii librum de Pi&uris,
Sculpturis j et Architecturis Romanis ab eo amplificatum3 quoddeinfeorfimbisetiameditumfuit:
MoGrut. Fabrett. de Aquis, et aquædu6tib. Differt.II.73., et 74. n. 129. j et feqq.
HucconfluxeruntpræterMatthæianas, veteres Infcriptiones domus Porciorum 3 tum
plures Paflioneii Eremi apud Camaldulenfes in Tufculo. Ceterum vide varias
antiquas Infcriptiones ex iis 3 quæ pro hac ingenti colleftione coa6tæ fuerunt
3 vel memoratas, vel addu6tas in Epiftola noltra edita in Ephemeridibus
litterariis Florentinis. n. 10. coi. 14S., et n. feq. coi. 170, um in aliis n.
45. j et feqqcoi. 6yy. 3 et feqq., dein n. 48. coi. 7$S.3 ac tandem n. 1.
earumdem Anecdotorum noftrorum. De Feriis Latinis huc addu&is vid. quæ
adnotavimus hoc I. Vol. Clafs. VII.73. e2 00
(0 Ephemeridumanni .coi.4.3tumn.2.coi.10. Confuleetiam Opufculum, cuititulus:
Adlnfcriptionem M.lunii PudentishocipjoannoRomæ deteffam adverfus anonymi
convicia curæ pojlerioDono.Hieronymi.Principis.Alterii
res(CaietaniMelioris).Romæ .Vid.EpheÆbutianum merides Romanas eiufdem anni 3
ubi de eadem InEx.Matthaeiorum.Villa
feriptioneEpiftolaCl.viriMatthiaeZarilliin.XXI.161. Habes etiam aliquas
Infcriptiones Vaticanas editas a CI. Viro Caietano Marinio Tom. IX. 3 et feq.
Diarii Pifani litteratorum 3 et in Sylloge veter. Infer. 3 qua claufimus III.
Volumina Marmora. omnia. antiqui. pedis Modulo. infculpta Scriptorumq.
teftimoniis. commendata Benedictus. XIV.
P. O. M In. Mufeum. Capitol. tranftulit Anno. Pontif. III Dono. Hieronymi.
Ducis. Matthaei Capponianum Non. ita. pridem. Via. Aurelia. reper Ex. Aedibus.
Capponianis Dono. Alexandri. Gregorii Marchion. Capponii Eiufdem. Mufei.
Curatores. perpetui Statilianum In. Ianiculo. alias. effofium Ex. Hortis.
Vaticanis Colfutianum. feu. Collotianum Ex. Marii. Delphini. Aedibus Aldrovand.121. Mofaici ferpentis emblema
referente (0, et Carfagnanae figillo(*), testimonio sane luculentissimo antiquae
eiufdemfidelitatiserga Beatum Petrum, &RomanamEcclefiam,provide ditavit,
novique cubiculi elegantifiime picti a temporum noftrorum Apelle, Antonio Raphaele
Mengfio, accefiione auxit, ut Papyris omnibus per Bibliothecam, et fecretum
Tabularium olim difperfis, in unum colleblis, aliifque Vibloriae
gentiscomparatiscertuslocuseffiet (?);acinfiuperEtrufcorum Vafculorum, quibus
Bibliothecae Vaticanae fcrinia 01nantur, fupcllecfilem mire amplificavit M;
ipfumque tandem aeneorum monumentorum Mufeum a Clemente XIII. fplendide
exftrucfum, praeter recentia ad fe dono mifia Vindobonenfis, Parifienfis,
Taurinenfis, Palatinae, aliarumque
legaliumfamiliarumaureanumilmata,argenteisnummisquinetiarn FerettiaeE), et Palfioneiae
EI gentis, tum et ballarinii Mufei Wfanerariffimis, Herodis AntipaeE)lingulariaeneo Offervazioni di varia erudizione fopra un
carneo antico rapprefentante il ferpente di bronzo, efpojle da Orazio Orlandi
Romano &c. In Roma . per Arcangelo Cafaletti. Vide cenfuram_, noftram in
Ephmerid. Litter. Romanis eiufdem anni num. XLI., 8c XLIE Vid. Ephemerides litterar. Florentinas anifl'
1771n. 12*43c°l* 194j et feqq. Articulum nos ipfi fuppeditavimus Donum Cl.
Praefulis Stephani Borgiae. llluftratum pridem fuerat a Cl. alio Praefule
Iofepho Garampio edito opere, cui
titulus:IlluflrazionediunanticoSigillodellaGarfagnana. In Roma 1759. per Niccolb, e Marco Pagitarini. Anonymi
Lucenfis cenfuris refponfio nunc paratur. ^ rid. in cit. Ephem. Flor. n. 1.
numgubiui de tribus Vasculis Etruscis encaatice piclis a Clemente XIV• P O. M.
in Mufeum Vaticanum inlatis Differtatio. Florentiae 1772. in Typograpbia
Mouckiana Ex Mufeo Anfideiano Perufino. Alia plura Vafcula in Vaticanam
Bibliothecam migrarunt ex munere Antonii Raphaclis Mengfii eximiiPi&oris,
et Raphaelis Simonettii PatritiiAuximatis,CanoniciBafilicaeVaticanae3&SS.D.
N. a cubiculo. Vid. articulum noftrum in
Ephem. litter. Flor, anni 1771. n. 14. coi. 210. (6) Vid. ibid. n. 31. coi. Nempe Simonis Ballarinii
Praefe&i Bibliothecae Barberiniae j et a cubiculo Pontificio, qui obiit V.
Idus Martii anni 1772. Hic donavit aliquot rariora, et vetuftiora numifinata
Pontificia, feu potius nummos; cetera empta poft eius obitum. coi. 5.3 ubi
alter articulus nofter de huiufmodi Papyris. Adde Papyrum alteram dono datam ab
Equite Marchione Carlo Mufca Bartio Pifaurenfe, dequaconfule EpiftolamnoftraminfertamEphemo3inNummophylacioClementisXIV.P-O.M.
meridibus Florent, et praefertim n. 49. coi. ., et n. 51. coi. . Vid. et Praefationem
noftram ad Fragmentum Papyri faecali V. 3
velVI.&c.inTom.II.Anecdotor.litterar.p.437.
Iobannis Bapt. Pajferii Pifaurenfis Nob. Euaffervato, demonflratur,
Cbrijhrm natum ejfe anno VIIIante aeram vulgarent contra veteres 0mnes, et recentiores
Cbranologos, auBore P Dominico MagnanOrd. Minirn. Presb.&c. Romae typis Arcbangeli Cafaletti. Vid. 8c Epifsolamnummo,
aerae Chriftianae inchoandae documento, Bruti, Sc Numoniae confularis familiae
aureis nummis Plancani Mufei('), quorumunuspretiofiffimus, alteranecdotus,Titi,Sc
Traiani argenteis Graecis nummis rarioribus maximi modulis vigintiduobusin M.Antoniinummislegionibus,&binisineditis
Lucretiae, et Minutiae gentis, a Traiano reftitutis numifmatibus Mufei
Zarilliani , veterum Beneventi Ducum ab Arigilio ad Georgium Patricium aureis,
argenteifque nummis bene multis 0), Etrufci pueri in Tarquinienli agro eruti præclariffimohmulacroexæreG),TabulisæneisOftranorum,
& Sentinatiumveterum UmbriæpopulorumG), tumpaterisG), fiftrisG), inauribus
(s), vitris vetuftilTimis C9), ac ceteris huiufmodi monumentis munificentiffime
locupletavit; id infuper conlilii cepit, ut novum omnino Muleum in ipfis
Innocentii VIII. cubiculis, infigni porticu, adytifque ornatiffimum ad
excipiendumfigna, protomas, anaglypha, ceteraque marmorea monumenta excitaret.
Inlatum fuit quapropter in ipfum, ut primum licuit, Iovis Verofpiæ gentis
marmoreum Signum præclarissimum (IO), tum aliud omnino integrum, rarum]ara
noftram in Ephem. litter. Florent, n. 35. coi. 517*) et feqq. Donavit Henricus
Sanclementius Monachus Camaldulenlis } nunc Gregorianii Coenobiiad Clivum Scauri
Abbas. De his vid. Epiftolæ noftræ partem 3 quæ eft in
Ephem. litter. Florent, anni 1773* n* 47* coi. 745.3 et n. 49. coi. 772.3 et feqq. De
nummo Bruti vide etiam 3 quæ adnotavimus Tom. II. horum Monumentor. ClalT.II.
Tab.XII. Fig.I. pag.29. Vid. Epiftolam
noftram in cit. Ephcmcrid.
ann. 1774n43* c0,‘67S. et feq. Vid.
camdem ibid. coi.68 1. Donum Cl. Præf. Steph. Borgiæ. Vid. articulum noftrum in cit. Ephcmer. anni
1771n. 49. coi. 774. 3 et Præfationem nostram ad Alphabetum veterum
Etruscorum29. Videndætiamloh.Bapt.PajferiiPifaur.JVob.Eugubini de pueri Etrufci
æneo firnulacro a demente XIV. PO. M. in Mufeum Vaticanum inlato Dijfertatio.
Romæ in Ædibus Palladis 1771* Confule tandem 3 quæ nos adnotavimus hoc I. Vol.
Clalf. X.108. Donum præclarifiimi PræfuJis Francifci Carrarii Bergomatis} qui
etiam pateras j et numifmata aliquot argentea donavit 3 de quibus vide Epiftolæ
noftræ partem 3 quæ eft ad n. 40. coi. 628. Ephem. Flor. ann. 177 1. Vid. articulum noftrum in laud. Ephem.
eiufdem anni n. 1. coi. 4. Retulit Muratorius Thef. Infer,563. n. 2. 3 et164.
n. 1. (6) Vid. Epiftolæ noftrae partem in Ephem. Flor, ann. 177^. coi. 745. Adde pateras Carrarianas, de quibus
fuperius adnot. 4. (7) Vid. ibidem. (8) Vid. eiufdem Epiftolae partem, quae eft
ibid. n. 49. coi. Vid. Ephemerides
litter. Romanas DonumCl.PraefulisMariiGuarnaccii Volaterrani. Vid. articulum noftrum in Ephem. Flor, anni
1771. n. 49. coi. 777.3 quaeque adnotavimus hoc XXXVIII rumque
Ottaviani Augufti (0, Meleagri alterum longe celeberrimum Aedium Pighinianarum
0), lunonis, et Narciffi (s) non deterioris artis, et famae gentis Barberiniae,
Sardanapali fuo nomine inferipti , Paridis Aedium Altempliarum (j),
Dianaeftolatae, & fervibalneatorisV)HortorumPamphiliorum, Dilcobuli
laudatiffimi in agro Romano non ita_» pridem eruti, aliorumque; Tum Borgiae
gentis Helvii Pertinacis rariffima Protome, aliaque Antinoum referens, Card. I
tidetici Marcelli Lantis munus (9), Antifthenis Athenienfis I hilofophi Herma
Tiburtinus 0°), Ara Vulcani Hortorum Cafalium ('05BigacircenfisadDiviMarciBalilicamiacens<12),
hoc Tom. I. ad Tab. I.2. Vid. typum apud £q. Paullum Alexand. MafFeium in
ColleEtionc veterum Signorum Romae Tab. Vid. quae adnotavimus hoc Tom. 1.
ClalT. VIII. Tab. LXXVL77. Vid. EpiRolae
noftrae fragmentum in Ephcm. Flor, anni 1770. n. 15. coi. 231., quaeque
adnotavimus horum Monument. ClalT. V. lab. XYX. Vid. apud eumdem MafFeium ibid.
Tab.) Laudantur haec Signa ab omnibus RomanaCanVid. typum Tab. 36. cit. Villae
Pamphiliae. (S) Typum aeneum habes apud lof. Roccum Vulpium Vet. Lat. profati. Tab.
VII. Vid. Fpiftolae noftrae fragmentum in Ephem. Flor, anni 1773. n. 34. coi.
551., quaeque adnotavimus Tom. II. horum Monum. ClalT. III. Tab. XXVI. Fig.
II.42. Meminimus hoc ipfo Vol. ClalT. VIII. Tab. Vid. Epiftolam noftram in
laud. Ephemer. eiufd. anni num. 45. coi. 715. 3 et n. 47. coi. 742.
rumAntiquitatum feriptoribus,alterumveroadOORagiotiamentodiOrazioOrlandiRomam
ducitur a Hier. Tetio in Aedib. Barbariniis litt. N. a Cl. Ioh. Winckelmannio
Monum. antiq. inedi V°l. F n. 207., Protomen porphyreticam Philip pi Imp., et duos
Sarcophagos, de quibus omn bus vide Epiftolae noflrae partem in Hphcin. Flo;
ann. 1772. n. 45. coi. 711. Vid. eius
typum apud Winckeimanniur loc. cit. Vol. I. n. 163., cuius illuftrationem ha
b_s \ ol. II. Par. III. Cap. I.219. Apud
Maffeium cit. Colle#. Tab. CXXIV116. De Dianae Signo Winckelmannius loc. cit. X° l U'
Par’ L CaPVII. n. III.27. Vid. t)pum T„b. 5-3. in y t/la Pamphilia, eiufque
palatiocumfuisprofpeclibus, fatuis,fastibus&c. Romae formis Iacobi de
Rubeis. De Servi balneatoris Signo, quod Senecae falfo tribuitur, vide eumdem
Winckelmannium Jbid. Par. IV. Cap. IX. n. II. Jitt. C.256. fopra un’Ara antica
pojjeduta da Monfig. Antonio
Cajali Governatore di Roma. Iu Roma per Arcangelo Cafiletti 1772. Vide, quae nos adnota.
vimus horum Monument. ClalT. VII. Tab. XXXVII. Fig. II.73. Adde vas cinerarium
elegantilTimuin, quod fimul dono datum
cft,&abOrlandioilluftratum.PraecelTeratantea donum Capitis aenei Balbini
Imp., de quo nos in iudicio, quod de hoc Opufculo emifimus in Ephemerid. Roman. anni 1772. n. XXXV.276., et in Epiftolae
fragmento, inferto Ephemerid. Florent, anni 1771. coi. S21. Eius fchema exhibuit Tab.III.fub n.XLVIII. ad
Cap. XXIII. coi. 2111. Valerius Chimentcllius illuftrans Marmor Pifanum de honoreBijfelli(Tom.
VII. Antiq. Rom. Graevii') qui balnearem feliam putat, et rurfus alferit Cap.
XXVII. coi. 2130. Vid., quae adnotavimus Tom. III. ClalT. VIII. Tab. XJLVII.
Fig. II.87. XXXIX Candelabra BarberiniaCO, Zeladianum C2>,
aliaque ad Divae Agnetis extra Portam Nomentanam adfervata OJ, Sarcophagus
Veliternus quantivis pretii Sex. Varii Marcelli V), Urna Tudertina (A egregii
Etrufci operis, et altera Perufina V) arcanis ethnicorum fculpturis infignita,
aliaque permulta, quae fciens praetereo, quaeque iam eruditorum fcriptis longe,
lateque inclaruerunt. His omnibus accedunt praeftantiora Hortorum Matthaeiorum
Signa, quorum pleraque fuperius etiam pro re nata defignavimus, Cereris nempe
Pedentis, et ftantis (8), Fauni dormientis (9), et a Satyri pede (pinam
extrahentis 0°), armatae Amazonis (‘0, velatae.» Pudicitiae 02), OHaviani
facrificands C'3), Traiani Pedentis, Commodi equo vecti (**), duo Hiftrionum
(igilVid. Epiflolae noftrae fragmentum in Ephem. Flor, Alterius ex his
Candelabris fchema habet Winckelmannius loc. cit. Vol. I. n. 30., agitque de eo Vol.
II. Par. I. Cap. XII. n. i»36., et alibi. Vid. adnot. feq.
Vid. articulum noftrum in Ephem. Florent, eiud. anni n. 45. coi. 71 5.,
et feqq. Vid. Opufeulum, cui titulus: Difcorfo deW Abate Gaetano
MarinifopratreCandelabriacquijlatidalS.P. demente XIVb> ftfa *77*• PreJF°
Aaoftino Pizzorno. Tab. III. aeneae. Ex Diarii Pifani Tom. III. art.
V.177. Ex V. 3 quae exftabant y IV. in Mufeum Clementinum
Vaticanum adfportata, quintum fuo loco reli&um ed:. De his multi Romanarum
antiquitatum Scriptores verba faciunt.
De hoc Sarcophago s qui a pluribus editus, et illuftratus effc, vide
Ephemerides Romanas ann. 1775. n. III.17. (5) Vid. Epiftolam noftram in Ephem. Flor, anni 1771n*
45h coi. 712.3 et feq. De hac Urna verba fecimus etiam in hoc I. Vol. ClalT. X. adnot. ad Tab.
CII.107.3 et Vol. III. ClalT. V.Tab.XXIV.Fig.I.pag.5-7. la corum fculpturis
in/ignito 3 in quibus fymbolice facra quaedam revelatae Religionis mvfieria
adumbrantur 3 et Clementi XIV. P. O. M., ac fapientijfimo ad incrementum Mufei
Pontificii Vaticani ab Emerico Bologninio Ferufiae, e?* Vmbriae Praefide
humillime oblato Coniecturae loh. Bapt. FaJJerii Pifaur. Regiae Academiae
Londinenfis 3 Infiituti Bononienfis Socii. Romae apud BenediBum Francefium. (7) Matthaeiana
monumenta ad Mufeum Vaticanum ornandum comparata innuimus in EpiHolae noftrae
articulo, inferto Ephem. Flor,
anni 1771.0.1col. 6. Singula vero in his Voluminibus defignavi. mus. Vide ergo
Signum Cereris fedentis Tom. I. ClalT. II. Tab. Tab. Vid. ibid. Tab. XXX.24.,
et feq., et apud Maffeium Tab. Tab. Tab. XL.32. (11) Ibid. ClalT. IV. Tab.
TX.53., apud Maffeium Tab. CIX.202., 8c apud Montfauconium Antiq. explic. Tom.
IV. Par. I. Tab. XIV. n. 2.2. Ibid.ClalT.V.Tab.LXII.pag.$6.3 et apud Maffeium
Tab. CV1I.99. Vid. eamdem Epiftolam
noftram in cit. Ephem. Flor.n.47.coi.741.3&feqq.3tumea,quae Tab. innuimus
Tom. III. horum Monum. ClalT. II. Tab. XII. Fig. II.22. Exftant etiam De
marmoreo fepulcrali Cinerario Ferufiae effoffo3 arcanis ethni(14) Ibid. Tab.
LXXXV.84. Ibid. Tab. XCIII. 92., et apud
Maffeium Tab. Notae funt Ficoronii expo« XL la (0, ac truncus
militis gladio cincti, galeamque pede dextero prementis W; tum Protomae Iovis
Serapidis G) Sileni (P, Plotinae W, et L. Veri(6); infuper aenea capita Neronis,
et Treboniam Cg), lymplegma vel Ariae, et Poeti, vel Portiae, et Bruti (9), St
animalium collectioni accenfiti Aries arae impolitus P°), Leo, St Aquila PO;
praeterea bafes pompam Iliacam referentes ('V, et anaglypha Coniuges
IfidifacrilicantesC'S), VeturiamalloquentemCoriolanumP4), natale Romuli, St
Remi C‘j), et Nymphas fontium praelides
exhibentia; ac tandem Cippi, Urnae, et Infcriptiones bene multae, quas
fuis locis delignare fategimus C17). Cetera vero aliter diftracta, et praefertim
Marci Aur. Antonini praetextati Protomen a Gavino Hamiltonio Anglo comparatam
(,s) haud perfequi vacat, quum iam tantus Vaticanarum divitiarum fplendor in
fui nos modo rapuerit admirationem. Quare li tantae rerum antiquarum
fupcllectili ibidemcoadtaeaddasceleberrima,iamtumibidemadfervata, marmoreaSignaiacentiaCleopatrae,liveNymphaeadfontem
dormientis ('A, Nili C*°), St Tiberis amnium, tum cetepofhdationes adverbiis
Maffeium 3 et Montfauco(ii) Leo3& Aquila defiderantur in noltra hac
nium,quodhocSignumHadrianotribuerint. collectione.
Ibid.Claff.X.Tab.XCIX.pag.100.3& (12)Tom.III.Claff.IV.Tab.XXV.Fig.I.
apudSponiumMifcell.erud.antiq. Se6t.IX.n.1.
Nunc reftauratur 3 ut in integrum Signum evadat. Quare mirum videri non
debet apud nos defiderari. Tom. II. Claff. I. Tab. I. Fig.
II.3. Ibid. Tab. VI. Fig. II.8. (5) Ibid. ClafT.
III. Tab. XV. Fig. II.34. (6) Ibid. Tab. XXIV. Fig. I.40. (7) Ibid. Tab. XIII.
Fig. II.32. (8) Ibid. Tab. XXXI. Fig. I.46. Vid. Epiftolae noltrae fragmentum
in Ephem. Flor. 1771. n. 52. coi. 822. (9) Ibid. Claff. V. Tab. XXXIV. Fig. I.
pag.48. Ibid. ClafT. X. Tab. LXIX.92.,
et apudMontfauconiumAntiq.explic.Tom.II.Lib. III. Cap. I. n. 2.49. Tab. IX. n.
1. &II.pag.44. (13) Ibid. Tab. XXIV.41. (14) Ibid. Claff.VII.
Tab.XXXVII.Fig.I. pag.7 r (15) Ibid. Tab. ead. Fig. II.73* f 16} Ibid.
Claff.X.SeCt.I. Tab.LIII. Fig.I.pag.95*. (18) Vid. Tom. II. Claff. III. Tab.
XXII. Fig. I.38. Vid.Ioh.WinckelmanniumTraCtatupracliminariadMonumentaantiquaanccdotaCap.IV.XC.
Vid. Epiftolam noltramin Ephemeridibus
Jitter.Florent,anni1775".n.2.coi.22.3&feqq., ubi de huius Statuae
reltauratione 3 et lingua perperam crocodilo affi£ta. XLI ra longe
praeclariflima Apollinis Pythii, Laocoontis, Antinoi, Herculis cum Aiace (0,
Antinoi, et Veneris, truncus Herculeus, quod opus erat Apollonii Athenienfis,
et MichaelisAngeliBonarotiifpedaculum, actandemvasingensporphyreticum,larvasfcenicas,
arasfacrificiales ab Agrippae Pantheo avedas, aliaque nonnulla, nae tu dixeris,
erudite Ledor, praeftantiora quaeque artis miracula heic Romanae magnificentiae
Genio templum parafTe, fibique aeternam afieruifle incolumitatem. Sed quid non
infuper Iperandum aPIOVI.Pont.Opt.Max.,cuiusprovidentianuncregimur, et cuius
dudu, confilioque, dum Aerario Pontificio praeeflet, tantumopusinchoatum, acperfectumeft?Ipfeenimliberalium
artium amore incenfus iam tantum opus amplificandum regio plane animo, et magnifico
fumptu fufcepit, iamque multa plane egregia antiquitatis cimelia, quae in lucem
aufpicato nunc e terrae finu prodierunt, fedulo conquilivit, atque
paravit,quibusauguftumhocMufarumdomiciliumprodignitate exornet. Huc nimirum
confluet Fauni Signum celeberrimum ex rubro Aegyptio marmore, Hermae
Bacchandum, et Herculis lane elaboratiflimi, Antifthenis alter haud vulgaris,
tumDomitiaeAuguftaenonobviaProtome,olimComitis lofephi Fedii deliciae, ac
peritorum omnium admiratio. Huc item migrabit Mularum chorus, &. Graeciae
fapientum Hermae, ipforum nominibus*, et lentendis infcripti, aliique veterum
tum Poetarum, tum Philofophorum plane fimiles, quos Tiburtinus ager nuper
eduxit!2). Huc etiam procedet Alpafiae Herma alter hoc iplo anno detedus,
aliaque e Caftrinoviruderibusfimulerumpentia monumentaG).Hucle reciCO quae ex
Winckelmannio adnotavimus mus Tom. II. ClafT. VII. Tab. LII.Fig. I.69. et ad
Tom. II. CiaIT. III. Tab. XXV. Fig. I. Vide Epiftolas Caietani Torracae
Centum41.,&adTom.III.Claff.V.Tab. cellenfis Medici clariflimirelatasin Tom.III.AnVideAnthologiamRomanamTom.I.num.
thologiaeRomanaen. quaeque nos etiam adnotavi-297.3 n. XLI.J27., et n. LII.409.
f Vid. xlii recipient et vas ex bafalte clegantiiTimum in Quirinali
effoffum, et alterum ex alabaftro pretiofiffimum ad Augufti Maufoleum recens
erutum, ceterique ibidem detecti et Livillae Germanici Caefaris filiae (0, et Tiberii
Caefaris Drufi Caelaris filii, et Caii Caefaris., Tiberiique Caefaris, tum et alterius
anonymi, Germanici Caelaris filiorum emortuales tituli, et Auguftae domus nova
indubia monumenta. Huc infuper adducentur quatuor lymplegmata, Herculis
facinora exprimentia, nempe Geryonem Hilpaniae Regem tricorporeum ab ipfo bello
fuperatum, Diomedem Thracem quadrigis devictum, tripodem ab Apollinis
Sacerdotis manibus vi ereptum, ScCerberumcanemtricipitemtriplicicatenaadfuperos
retractum, quae nimirum inter Oftiae rudera non ita pridem reperta funt. Huc
tandem accedet et Protome Perufina Antonini Caracallae W, et altera Lavinatium
Sabinae Hadriani uxoris, et Anaglyphum bubulum Ocriculanum, et Picena
Falarienfa Monumenta W, et Mufivum Tulculanum Medulae caput referens, et alia
fexcenta tum ad Hortos Carpentes, tum in Quirinali, tum ad Curiam Innocentianam,
tum alibi detecta, quibusenarrandisdiemperderem.Necdeeruntaltero aeneorum
monumentorum Mufco perrara, atque felecta
cimelia,praefertimqueeffolfaexactoannoadAventinumClunienfis Senatus confulti
aenea tabula, Graecaque numifinata anecdota Tigianis Armeniae Regis cum
Eratonis fororis vultu V), Octaviae Augufii fororis cum anadyomenes Veneris
tyVid. 8c quae nos adnotavimus noftro Tom. III. ClalT. X. Sefl. XIII. n. 66.171. (0 Vide Epift. anonymatn CI.
Viri Ioh. Ludov. Blanconii} Saxonici Ele&oris a confiliis, &. Romae
Oratoris laud. Tom. III. Anthol. Rom. n. LI. p. 401.
Vid.Epiftolamalteramciufdem Tom.IV. Anthol. Rom. n. I.2. (S) Vid. Epift. tertiam eiufdem Joc. cit.
n.II. p.9. Vid. quae nos adnotavimus
Tom. II. horum Monum. ClalT. III. Tab. XXX. Fig. II.46. po (S) Vide Opufculum
3cui titulus:Suile Citta Picene Falera 3 e Tignio Dijjertazione epijlolare delP
Abute G.ufeppe Colucci ai Signori di Falerone. Fermo . in S. /w*Cap.IV.pag.jS.
(7) Vid. Tacitum Annal. Lib. II. initio. Part anter. legitur: BAdAETC.
BAC1AE.QN. TITPANHC averfa vero parte: EPATft. BACIAEI2C. T/TPANOT.AaEA3>H.
XLIII po CO, Silani Syriae Praefidis poft Quirinum, ubi infcripta anni
nota novum ad coniebtandum aerae Chriftianae principium lumen afferret , Titi,&
Domitiani cum peculiari Laodicenfium epocha, Philippi lenioris, iuniorifque in
Stecloris urbe pcrcufla, cetera huiulmodi Graecis Coloniis accenlenda. Sed quo
me abripit tantarum lautitiarum ingens prorfus, ac mira
congeries?Quapropteriamediverticuloinviam.Singula hulquedum expofiuimus, quae
ad Hortos Caelimontanos Matthaeiorum pertinent; nec quidem de Hortis Palatinis,
quae ad ipfos olirn fpefitabant, ac pollea Spadiae,dein Magnaniaegentisiuribuscefferunt,iuvatquidquamattingereG).
Nuncverodeeorum Aedibusurbanis verba nobis facienda funt. Huius gentis maiores
avitas aedes habuerunt in regione Tranfliberina ad pontem Caeftium, qui Infulam
Lycaoniam Ianiculo iungit, quae adhuc exftant,
quibulquefidemconciliantgentilitiafiemmatahincin.deappidta,
&iplapontiscufiodia Matthaeiis Ducibusetiamnum concredita, Pontificia Sedevacante.
Multisinlcriptionibus ornatas fiuiIIehasaedes, patetpraelertimex Gruterio , RcinefioG),
Seldenio G), et Kirchmannio(?), qui earum nonnullas, addita huius loci
defignatione, adducunt. Excitatis aedibus urbanis, Tranftiberinas deferuiffe
verofimile eft. Certe quidem tam laxo lolo potiti funt, ut Infulam condiderint,
quae ex variis, iifque amplis, et elegantibus domibus coalefcit. De iis
fingillatim dicemus, at primum vetera aedificia, quae hunc locumtenuerunt, ceteralquevicinias
perpendemus.Circus Flaminius quidem in regione Urbis nona litus praelertim de(0
Cum epigraphe OkTAOTIA; et averfa parte KftlnN.
Cum epigraphe:
ANTIOXEliN.Enr. SIAANOY. AM. Venuti Roma
moderna Tom. 11.395. Iufcript. Romati.22. n. 3. > Sc 6.3fieri31. n. 11.,32. n. 12., et86.
n.4., 8c 5. (5) Syntagma Infer, antiquar. Cl. IX. n. 67.SII'j et Claff.XI.n.
105., &feqq.pag.645; De Diis Syris
Syntagm. II. Cap. I.220. De funeribus
Romanor. '. edit. Lugd. Batav. apud Hackios 1672. f2 XLIV
fcribendus venit, quem, fi Feftum, Liviique epitomatorem (') audiamus,
exftruxit Flaminius Cenfor, qui etiam viam Flaminiam Roma Ariminum ufque, five
potius ad Rubiconem amnem munivit, vel Flaminius alter antiquior,
PlutarchotefteC),quipopuloRomanocampumlegavitprocertaminibus equeftribus
obeundis. Celebratos hoc loco etiam ludos Tauricos Diis inferis facros, vel
ludos Apollinares poli: Cannenfem cladem inftitutos vulgo fertur C), ac
nundinas quinetiam habitas teftatur Tullius . Diu huius Circi reliquiae
confervatae funt, et multae adhuc exftant. Flabetur Bulla Caeleftini III. Rom.
Pont., qua enumerantur, et confirmantur bona Ecclcfiarum Sanctae Mariae Domnae
Roiae, &. S. Laurentii in Caltello aureo, quaeque data elt Laterani
annocidcxck.a.d.IV.nonas OctobrisindictioneX., atque ibidem ita deferibuntur
Circi Flaminii veftigia tunc exfiltentia: Idem Cajiellum aureum cum
utilitatibus fuis, videlicet parietibus altis, et antiquis in circuitu pojitis,
cum domibus, ocaminatis,eifdemqueparietibusdeforisundiquecopulatis-. Hortum,
qui ejl mxta idem Cajiellum cum utilibus fuis, et fuperioribus Criptarum;
Populum foras portam iam difti Caficlli a parte Campitelli, et regionis Sanfti
Angeli ufque in Burgum61.Cajiellumenimaureummedioaevo,&Palatium quoque
dictus fuit Circus Flaminius, ut cetera etiam vetcia ingentia aedificia a
rudioribus infimae latinitatis feriptonbus vocata laepe fuerunt. Hinc Ecclefiae
Sanfti Laurentii, quae in eius ambitu comprehendebatur, nomen in ajidlo aureo,
tum etiam in Palatinis, corrupte vero PallaClm\ ac tandem TM claifura adhaefit,
ut inter alios animadvertit Ioh. Vignolius (s). Hoc etiam adnotavit Iacobus
Grimal(0 Lib. X. Froblem. 6j. ad A“k• '4' Lib' LIVIO (vedasi).
Adnot. 5. ad S. Leonis III. Tom. II. Libri Pontificalis. XLV maldiusO),
qui agens de Monafterio S. Laurentii in Palatinis, dicebatur, inquit, in
Palatinis propter Circum (Flaminium), quemignarePalatiumvocabant.ItaCircumNeronis
Palatium appellant,& MontemS.Alicbaelishacdecauffa Palatiolum. De Ecclelia
S. Michaelis in Palatiolo vide FTancifcum M.TurrigiumC)latiusdifferentem.Etiamapud
Anaftafium Bibliothecarium in vita S. Petri Palatium Neronianum memoratur;
quemadmodum in Codice Vaticano <h), ubi quaedam ad Balilicam Sanctorum XII.
Apoltolorum fpectantia habentur, Forum Traianum Traiani Palatium dicitur, ac
alibi Palatium Antonianum dictae etiam funt Thermae Caracallae. Quare Templum
noftrum S. Lurentii in Palatinis, ac monafterium noviter reltauravit Hadrianus
I., et coniunxitcumaliomonafterioS.Stephaniiuxtaipfumpofito, et in Baganda
dicto, ibique Monachos ad pfallendum in
tituloSanbtiMarciordinavit.Necaliudinfuper,quam noftrum putandum forte eft
Templum S. Laurentii Palatini, cuius mentio eft in Bulla S. Leonis IX. (V,
licet Bullarii Vaticani editores V) ad S. Laurentii in Pifcibus revocaverint,
ac de eo dubius haeferit Eques Francifcus Victorius, dum IX. Templa S.
Laurentio facra in Urbe recenferetO. Heic etiam fitum erat Templum S. Mariae
Domnae Rofae, cuius mentio fupra occurrit, et habetur infuper in Ordine Romano,
quodque cum ceteris in conftrubtione Monafterii S. Catharinae de Funariis C)
dirutum eft. Andreas Fulvius aetate fua,
Clemente fcilicet VII. regnante, exftitiffe etiamnum huius Circi formam, et veterum
fedilium figna tradit, atque in (0 In Lib. Mf. de Canonicis Bajtlicae S. Petri
Cap. II. Bella Cbiefa di S. Micbele Arcbangelo} e di San Magno. Sub . Vid. Florav.
Martinellium Roma ex etbnica eius faera364. Tom. I. Bullar. Baftl. Vatican.26. Ibid. adnot. . Differt. Pbilolog.. Ibid.371., et 374. ($0 Vrbis antiquit. Vid.
infer, p. XLVIII. adn. 2. XLVI eius cavea erectum laudatum Templum
S. Catharinae cognomento dc Funariis, quod ibi ob loci commoditatem, et areae
longitudinem funes intorqueri confueverint. Eiufdem Circi formam faeculo XVI.
depictam, quam tamen multa ex
parteingeniumfupplcverit,affertMontfauconius(0exLauro. 1orro iuxta Fulvii,
aliorumque fententiam Circi latitudo fpatium occupavit, quod inter officinas,
five apothecas oblcuras, forumque Iudaeorum eft intcriectum. Huiufmodi quidem
apothecae olirn iunctae erant non Circo folum Flaminio, fed aliis etiam Circis.
Numularium, nummorum fcilicet permutatorem,veleorumdemaeffimatorem, dcCirco
Flaminio habesinveteriinferiptionea VignolioadductaW}
Vitriofficinaminibietiamfuilfedocet Martialis(?)dicens: Accipe dc Circo pocula
Flaminio. Habetur Pomarius dc Circo Alaximo ante pulvinar apud ReinefiumO, &Sponium0),
quinempeinternegotiantesminutos, et faTOTTCAas olera vendebat, non autem
viridaria colebat, ut placuit Sponio. Siquidem faepe occurrit in veterum
inferiptionibus delignatus locus, ubi opifices officinas fuas aperiebant, ut in
noftra Infcriptionum fylloge obfervaVimus V). Ad eas autem officinas, cum Card.
Dominicus Gymnafius exacto faeculo Templum S. Luciae a fundamentis una cum
adiunctis aedibus, et monafferio renovaret, efFoffae funt ingentes columnarum
fpirae, et fcapi e Tiburtino lapide, ac quadratae eximiae magnitudinis. Quare
lutnmus Circus in hemicyclumcurvabaturadplateamMarganamvulgodictamnon longe a
Capitolio, ac flectebatur ad Aedem S. Angeli in Foro Pifcario; eius autem ima
pars, ubi Circi carceres habe(0 exf/ic. Tom. III. Par. II. Lib. III. Cip. III.
Tab. CLIX.27S. Infcript.felecl.pag.141.poftDiflertat.de
Columna I/np. Antonini Pii. ($) Epigraru. Lib. ban Syntagm. Infcript. antiq.
CluIT. XI. n. 7^. C5) MifcelL erud. antiq. Se61. VI.230. Tom. III. ClaflT. X. Secl. VI. n. 11.119.3 et
leq. XLVII bantur, pertingebat ad Aedem S. Nicolai ad Calcarias
didi, et ad palatium Ducum Caefariniorum. Certe quidem Templum Apollinis CO,quodaliiMulis,
velHerculiCudodi(aerumdixerunt, Circo Flaminio adhaerebat; nec aliud fpatium
obtinuifle, quam quod nunc tenet Aedes S. Nicolai, et adiun6lum Collegium
Clericorum Rcg. de Somafcha, docent vefligia fphaericae parietis, cui adneduntur
Ionicae columnae incendio corruptae, et ex veteri marmorato concinne refedae,
quorum lingula adhuc in Cavaedio eiuldem Collegii confpicua lunt. De Aede
altera Neptuno dicata, quae erat 'in Circo Flaminio, et cuius Aedituus erat
Abafcantius Aug. Lib. , cum nullae fint reliquiae praeter antiquae
inlcriptionismemoriam,haudpraedatpluribusdilferere.Ceterum condat, in ea
fuiffie multa tum Signa, tum Anaglypha, quqrum nonnulla Neptunum, Thetim,
Achillem, Nymphafque marinas delphinis vedas referebant, et tamquam Scopae
opera praedicabantur. Anaglypha quidem nonnulla affixa etiam nunc funt
parietibus Aedium Matthaeiarum, Nymphas marinas d), et Pelei, et Thetidis
nuptias (s) exprimentia, quae forte ad hoc Templum pertinuerunt, et in hac
vicinia erui potuerunt. In iplo Circo Flaminio exditide etiam Signum Achillis,
Cephidbdori opus, tradit Plinius: verum hoc, ceteraque huiulmodi vel abfumplit
temporum iniuria, veladhuccelatinvidatellus.QuidmemoreminfuperCirco
FlaminiopropinquasAedesMartis,Vulcani,Bellonae,Cadoris, Pietatis, ipdufque
Iovis Statoris, quas Onuphrius Panvinius (7)dudiolerecenfuit?Quapropterdedgnata
CirciFla Le antichita Romane 3 opera di Glo. RatiJla Piraneft; Roma Tom. I. n. 94.ig. Infcriptionem} quae exdabat in pratis
Quin£tiisinvineaquadam3refertOnuphriusPanvinius de Ludis Circenfibus Cap. XVIII. 3 ubi de Circo
Flaminio,igg. edit. Parif. et ex eo
etiam ceteri. minii PLINIO (si veda)
JVatural. Hift. Claffi II. Tab. XII.
Fig. I.21., et Tab. ead. Fig. II.22. Ibid.Claff.VIII.Tab.XXXII.
pag.61. 3 et Tab. XXXIII.64. Loc. cit.
Loc. cit. XLVIII minii longitudine, a platea nempe Margana ad Aedes
Cacfarinias, ccterifque eidem adiacentibus aedificiis, apparet Aedes
Matthaeianas id loci nunc tenere, quod media fere pars Circi olim tenere
debuerat. Tertis quidem cft Pyrrhus Ligorius (0, atque etiam laudatus Panvinius
, paucos annos ante harum Aedium conrtructionem, multam Circi partem adhuc
integram exftitiffe, praefertim eo loci, ubi etiamnum erigiturdomusa Ludovico Matthaeio
excitata, dequainferiuslatiusdicendumerit; cumibidem,utroqueetiamferiptore
afferente, multa marmora effoffa fuerint, ac potiflimum Anaglyphum Circenfibus
ludis infignitum, quod non aliud, quam noftrum fuo loco adduclum, exiftimamus.
Nec illudpraetereundumin Cavaedio Matthaeianaenortraedomus parietibus affixos
cerni quatuor arcus femicirculares, foliis, rolifque diftinctos, quorum duo
integri adhuc funt, duo vero dimidia fere parte fccti (fragmentis hinc inde
fparfis) quofque fupra Circi Flaminii carccrum fores olim exftitifie exiftimat
CO Librode’Cerchir Comtnciavaqueflo mus Marganiae,ubiinhemicycliformamdefne (il
Flaminio) dalla piazza de' Morgani3 e finiva appunto al fonte di Calcaram,
abbracciando tuttclecafede'Mattel3eflendendofifinoalianuo*i'a •via Capitolina 3
ripigliando in tutto qtiel giro j/joltealtrecafe. Daqueflolatode'MattelilCircopoebiannifonoeraingranparte
inpiedi;la parte piu intiera flava nel fto della cafa di
LodovicoMattel3ilqualeha cavatounaquantita di tr avertini dei Circo in qttel
luogo 3 e tr ovatovi tPali i Ce ui fregio in u» ran pt inagliato de' putti 3
che fopra de' carri facevano i giuocbi Circenft, e nella cantitia trovaronfi
altri travertim 3 e videft alquauto dei canale 3 per dove pajfava /'aequa, la
quale ora chiamap it fonte di Calcaram, forfe per la calce, che hi fi macerava.
Loc. cit.129: Porta Carmentalis, fecundo murorum Vrbis ambita, quos T. Tatias
eam Romulo regnans exfiruxit, radicibus Capitolii condita fuit, a qua llaud
procul Circus Flaminius erat, ad eam partem vergens, ubi nunc efi Vrbs Roma.
Cusus longitudo protendebatur ab area dobat 3 uf'que ad novam viam Capitolinam
3 ubi carceres>& XIII. ojlia erant: latitudo vero fuit ab Aedibus Ludovici
Matthaeittfquead Calcariaefontern, ubi efl ojfctna tin:loris ambiens eo
circuitu apothecasobfcuras Matthaeiorum3&multasdiverforumprivatasdomus. Cuiusfundamentise
Tiburtinolapide, quaeMatthaeiorum, &vicinisaedibusfuppofitafunt, antealiquotanniserutis3
marmorea tabula pueros currilia ludrica agitantes incifos continens reperta
fuit. Adhuc vero exflat antiquus Circi euripus limpidijftmus tincioris ofpcinam
praeterfluens 3 qui fons Calcariae a vicinis (quae ibidem coquebantur calcis
fornacibus ) dicitur. Eius Circi arena lateribus minutijpmis tranfverfe flratis
opus tefjellatum fuprapofitum habebat. Vide&Fulvium l.ib.IV. cap.deCircoFlaminio,
ubi ait: Longitudo eius Circi ab Aedibus nunc DPetri Margani3 (snS.SalvatoreinPenjiliufque
adAedesD.Ludovici MatthaeiiuxtaCalcaranum, ubi caput Circi. Tom. III. CiaIT.
VIII. Tab. XLVII. Fig. II87. XLIX mat Carolus Blanconius liberalium
artium cultor eximius, idemque fcientiffimus, et Ludovici Saxonicae Aulae a
confiliis, et komae Oratoris, a quo Circi Caracallae formam, et univerfam
illuftrationem praeflolamur, meritiflimus frater; ratus fcilicet hoc loci, vel
non longe effodi eofdem iam potuif fe, et dein fedem hanc, atque ufum nactos
fuiffe. Quae infuper ad hunc Circum flmul pertineat, reflat adhuc decurrens
aquae vena, quae habetur in crypta vinaria cuiufdam domus Matthaeianis Aedibus
propinquae (0. Abundare enim aquae copia Circum opus erat, fi XXXVI.
crocodilorum lpeftaculum ibidem edidit Auguflus (fi. Nec nifi ad
Circumfpeffaffeverofimileeflaliquamquoqueaquaepartem, quae etiamnum decurrit
iuxta proximam, cui ab ulmo nomen efl, cloacam. XIV. Iam monuimus Matthaeiorum
Infulam in plures difpefci Aedes, quae tamen ad unam, eamdemque gentem olim
pertinebant. Antiquiores eae effe videntur, quae meridionalem plagam, et plateam
tefludinum, quod eae fontis crateri infculptae, refpiciunt; in qua nimirum
aquae Saloniae, Gregorio XIII. Romano Pontifice, in Urbem Mutii
Matthaeiicurisdedubtaefons cernitur, quatuorvafibus, conchilioruminflar,exAfricanomarmore,totidemqueaeneis
delphinorum fimulacris a Thadaeo Landinio Florentino annocioidlxxxv. Conflatisinfigniterornatus
(fi. Haequidem Aedesaubloremhabent Iacobum Matthaeium,quiproiifdem condendis
architectonica opera ufius efl Nanni Bigii, earutnque parietes diftingui voluit
Thadaei Zuccherii pibturis, quibusFurii Camillifacinoraexprimebantur, licetquaeinfronte
erant, obdubta calce paucis ab hinc annis inepte oblitteratae
Vid.Venutiumantica RomaPar.II.Cap. pograpbia Lib.VII.pag.161.ater.edit.Venet.,
et Andream Fulvium Anticbita di Roma Dio Lib. LV. Lib. V.g21. a ter. Venezia Vid. Barthol.
Marlianium Vrhis Romae To L tae iam fuerint, iis, quae funt ad latus,
dumtaxat refervatis. Duo etiam interiora cubicula eiufdem pennicillo exornata
infuper fuerunt. Ante Templum SS. Valentino, et Sebaftiano dicatum furgunt
Aedes, quas Iacobi Barotii a Vignola opera condidit LVD.MATTHAEIVS. PETR ANT.
F1LIVS. LVD. NEPOS ut supra fores flat epigraphe conditorem ciens, quaeque ad
Matthaeios Paganicae Duces iam fpeclabant, multifque veterum monumentis
inftru&ae erant. Nec alia, quam quae heic fervabantur Signa, cenfenda funt,
quae fub Caefaris AuguftiO), et Aurelii Caefaris nomine in Aedibus LudoviciMatthaeiihaberiait,
acetiamediditlacobus Marcuccius; quorum alterum habetur etiam inter Icones a
Heronymo Franzinio editas (A. Hifce Aedibus aliae adhaerent prope ulmi cloacam,
quae Bartholomaeum Brecciolium architectum agnofcunt. Hincfequunturaliaea LudovicoMatthaeio(fi
PhilippoTitio credimus ) aedificatae anno cididlxiv. ante Divae Luciae
Templum,fedabAlexandroMatthaeioexftructac,fiearum foribus infcriptum lemma
attendamus, ut revera attendi debet (A, Bartholomaeo Amannatio, ut nonnullis
placet, vel Claudio Lippio, ut alii cenfent, formam aedificii praebente. Earum
interiora cubicula Francifci Caftcllii picturis diitinguuntur. Has vero nunc
tenent Caietani Duces, qui fibi iplis compararunt, quemadmodum et Nigronios, et
Duratios, et Serbellonios dominos pro divertis temporibus eaedem antea
agnoverant W. (0 Antiquar. Statuar. Vrbis Romae Libri IIT. Romae 1623. j edidit
lacobus Marchuccius in fol. Lib. III. Tab. 93.
Ibid. Tab. 94. Icones Statuar,
antiquar. Vrbis Romae Hieronymi Franzini Bibliopolae ad* Signum Fontis 0pera.
Romae 15S9. in 12. XV. Ve Q uare h°c Joco corre&a volumus} quae a Titio
decepti temere diximus Tom. III. CIa(T.
VIII. Tab. XLVII. Fig. Vid. Defcrizione delle pitture, fculture 3 e
arcbitetture efpojle al pubblico in Roma, opera cominciata dalPAbate Filippo
Titi &c.86. fino a 90.5 tum etiam Itinerario ijlruttiuo divifoinotto
LI XV. Verum non id nos nunc agimus, ut has veluti appendices Aedium
Matthaeiarum defcribamus; Potiori namque iure ad fe nos avocant, quae R
magnificentiores, et fplendidiores firnt iuxta dextrum latus Ecclefiae, et Monaflerii
S. Catharinae de Funariis, quaeque Afdrubalem Matthaeium Cyriaci fratrem
auCtorem habent. Id docet infcriptio in cavaedio exfiftens, quae ita fe habet:
ASDRVBAL.MATTHAEIVS. MARCHIO.IOVII VETERVM SIGNIS TAMQVAM SPOLIIS EX ANTIQVITATE
OMNIVM VICTRICE.DETRACTIS DOMVM. ORNAVIT. ET. PRISCAE. VIRTVTIS. INCITAM EN TVM
POSTERIS.RELIQVIT. ANNO.DOMINI.cioiacxvi Carolus Madernius architectonicum opus
rexit, et interiora cubiculafuispennicillisexornarunt Francifcus Albanius, Iohannes
Lanfranchius, et Dominicus Zampierius. Pictae vero tabulae etiam exftant hinc
inde difpofitae, quae Caelii, Roncallii, Trigae, Saracenii, Mutianii, Morigii,
Renii, Barbierii, Gobbii, Petri Berettinii, Bonarotii, Galli, aliorumque opera
praedicantur. Alt nulla res et celebriores, &praeftantioresfecithas Aedes,quamveterummonumentorum
undique difperforum praeclara congeries. In cavaedionamque, fcalis,acperiltylioligna,protomae,anaglypha,
cippi, aliaque huiufmodi occurrunt, quae fummatim innuere fat erit. Cavaedium
habet praefertim Signa Apollinis Sagittarii, et Herculis, tum Romanorum Impp.
Iulii Caefaris,Caligulae,Claudii, Neronis,Domitiani,aliaque Gladiatorum. Inter
Anaglypha fpectandum praecipue venit facrificium Capitolinum, et Militum
Praetorianorum feditio. Hinc to Jiazioni, o olornate per ritrovare con facilita
tna &c. di Vafi tutte le anticbe 3 e moderne magnificenze di Ro§2
LII Hinc fi exitum quaeras verfus Divae Catharinae Templum, habebis
Nymphas marinas a delphinis, ac tritonibus vebtas, Bacchi, et Ariadnae nuptias,
et Mulas defundo Poetae famulantes, quas marmore infculptas cernas. Si vero
meridiem verfus egredi lubeat, occurrent Amores Deorum victores, Polyphemus, Se
Galathea, Sphinx fcopulo iniidens, et Oedipum aenigma folventem aufcultans (0,
tum Bacchi, et Herculis uterque thronus marmoreis tabulis expreffi. Si ad
porticumretrocedas, &ibidemconditas,&DeumMithram, et Hylam a Nymphis
raptum anaglyptico opere exhiberi intueberis. Si fcalas albendas, Bacchans
occurret, dein Fortuna, tum Iuppiter Signis expreffi; hinc parietes ornatos
confpicies Anaglyphis referentibus utramque venationem Commodi, et Philippi
Impp., ac Pelei, et Thetidis nuptias; ac tandem ipfos fcalarum gradus identidem
di/tinctos offendes pulvinaribus, quae quaternario numero inventa ad Curiam
Hoftiliam et fuperius, et fuo loco monuimus. lam ventum ad periftylium, quod
aulam refpicit, atque heic pedem figens fuper aulae poftes cerne viri incogniti
Protomem, tum leorfim Aefculapii Signum ad laevam, quod medium habent co¬
lumnaeduaemarmoreae,quibusCybelisduoSigillafuperftant, tum aliae fimiles e
regione aditant duo pariter Cybelis Sigillafuftinentes.Hincduaealiaecolumnaeadpoftesdifpofitae,
totidemque contra itantes capitulis caniftriformibus initructae; tum iacens
inferne ante Aefculapii Signum Sar¬ cophagus vindemiali opere infignitus, ac
muris appicta Anaglypha, quae referunt tabulam Heliacam, Priami occifionem, et lacrificium
taurile lovi, et quatuor anni tempeftates. Ex hoc loco Ipectare licet cavaedii
parietibus inhaerentia hinc inde cetera praeclara Anaglypha, quae nimirum
rurfus exhi(0 Hoc Anaglyphum ab operis noftris omiflum eft, caruitque aeneo
typo j quo ipfum Le&oribus nothis exhiberemus. LIII
hibentPelei,&Thetidisnuptias,&Proferpinaeraptum, tum Venerem concha veftam,
pompam Iliacam, aliam Bachicam, Orpheumcantumulcentemanimantia, Meleagri, et Atalantae
fabulam, Bacchi, et Ariadnae nuptias, facrificium Iovi, et lunoni, Antilochum
Patrocli mortem Achilli nunciantem,tabulamvotivamAefculapio, Hygiae, Fortunae,
hx. Baccho, aliaque bene multa, quibus Icientes parcimus. Quare etiam memorare
lingillatim negligemus plures praecipue cippos, aliaque marmorea monumenta,
quae in ambulacro fubdiali, quo cavaedium veluti bipartitum cernitur,
adlervantur.Aefculapii, &Hygiae,aliaqueiacentia Sileni,Fluminis,acSomniSignaheic
Iparlimdifpolitatantumindicafie litfatis. Sicelebrem, aclingularemprorfus M.
Tullii CICERONE Protomen innuerimus in Aedium pinacotheca
exlillentem,nileritreliqui,quodexponamus; liquideminteriora
cubiculaomnicarentantiquitatisornamento. XVI. Nequeetiamhaecipfatame gregiavetullatismonumenta
&illuftratoribus,&laudatoribuscaruerunt.Videas liquidem praeftantiora
Anaglypha adducta a Sponio, Montfauconio,Bellorio,Aleandrio,Spenceio, Winckelmannio,
aliilque; multalque veteres Inlcriptiones fere ab iis omnibus editas, qui eas
in unum collegerunt, quolque fuperius citavimus, cum de Hortorum Caeliorum
monumentis fermonem haberemus. Nec tacuerunt exteri Scriptores, noltrique etiam
Topographi, praefertimque Ficoronius (0, Venutius 0>, Valius, et Titius coadtam heic tantam et monumentorum, et elegantiarum
congeriem.Atdelideranduminfuper erat, has Aedes, utpote quae 1'eorlim ab Hortis
Muleum referantlocupletiffimum, illuftratore,actantaefupelleftiliseditore haud
carere. Iam porro hanc lortem tulerant et lulti(0 Le singolarità di Roma
moderna. Loc. cit. n. 193.198. Roma moderna
Loc. cit.86., e . nia LIV nianearum Aedium Tablinum (0, et Mufeum
gentis Odefcalchiae (*), et Antiquitates, ac ornamenta alia Aedium
Barberiniarum, necqualemcumqueetiam defideraverat defcriptionem ipfum
Strotianae domus Mufeum U); quibus nunc baudinferioreserunt Aedes Matthaeianae,eilqueadnexa
venerandae vetuffatis cimelia. XVII. Aff utinam et Horti, et Aedes Matthaeiorum,
eifque adiuncta monumenta eum nacla fuiffent illuftratorem, et editorem, qui
eorumdem praedandae, ac dignitati par eflet. Si exiguum quidem ingenium nofixum,
cui eadem concredita, perpendatur, dolendum inprimis elt eorumdem exornationem,
promulgationemque nobis potiffimum obtigifie, tumineaincidifle tempora,
inquibus variisdidrahebamur itudiis, et occupationibus longe quidem inter fe
diflitis, ut edita interim per nos opera latis offendunt. His accefferunt multarum
morarum interiecfa impedimenta, obquaenobis in medio veluti curfu didentis tum
mentis alacritas, tum piopofiti noflri unitas, quae ab affdua fyffematis, et methodiiecoidatione,&exfecutionependet,identidemminui,
tuibaiiquevidebatur.Fluxeruntiam Xlf., &liusanni, ex quibus hanc
provinciam lufcepimus, quam quidem per hoc tempus tot vicibus et affumpfimus,
et intermifimus, ut faepeiamexantlatoslaboresinffaurare, &.multosmoxinirritum
ceffuros abfumere cogeremur. Non hoc tamen noffra culpa factum quis credat,
quibus operis ardor, et fedulitas (0 Galleria Giufliniaua dei Marcbefe
Vincettz° GiuftMani Par. I. Tavole CL1I., e Par. II. Taveh CLXV'11. iSji.
infol. M armi, Statue, Carnei, ed altro efflenti ”'&n Appartamenti, e
Galleria delPEccmo Sig. D. Livio Odefcalcbi Daca di Bracciano, Nipote
d’lnmcenzo PP. XI. in fol.,70z, (Trafponati gran parte in Aranquez ). Hinc
prodiit Mufeum Odefcalcbum,fve Thefaurusantiquarum Gemmarum 6-c. Accejferunt
aerea Deorum, ac Dearum fit idola3 marmorea item anaglypha, mouumentaque alia
plura &c. (Illuftratore Henrico BrulaeiOj et Ni°olao Galeottio) Tom. II.
Romae 1751. in fol. Dominici Panaroli
Mufeum Rarberinum. Romae, Hieronymi Tetii Aedes Rarberinae ad Quirinalem. Romae
typis Mafcardi incipit recenfio veterum
Protomarum, et Signorum ufqne ad220.
Defcrizionc dei Mufeo Strozzi 3 di Gio. M. Crefcimbeni3frale ProfedegliArcadi.
LV fit maxime ia deliciis, quofque properatio ad finem tamquam ex naturae
incitamento urgeat vel in ipfa rerum aufpicatione. Nonhinc tamenexcufationempeterenobismens
eft aut ofcitantiae, aut negligentiae noftrae; fied id potiflimum nunc monitum
voluimus, ut diverforum temporum, quibus noftrae per univerfum opus
difleminatae aflertiones refpondent, quaeomninoneceflariaeftet,ratiohaberetur•
Quare Lebtorum noftrorum humanitate confifi non aliud nunc exponerefatagemus, quamtotiusnoftrio
peristexturam, vel profpectum, quem quidem paucis expediemus. XVIII.
Illuftrandae ingenti huic veterum monumentorum colledtioni manum iam admoverat
Rodulphinus Venutius Patritius, &. Academicus Etrufcus Cortonenlis, Nicolai
Marcelli Marchionis, et Philippi Praepofiti Liburnenfis Virorum Cll.frater, BenvenutiIofephi
Marchionis,acubiculo Petri Leopoldi Magni Ducis Etruriae, Socii, et Amici noftriobfuamvirtutem,
acfuavitatem fpectatiliimi patruus,
Romanarum antiquitatum Praefes, ac Vir denique multis eruditis,doctitqueeditis Voluminibuslongenotiftimus.At
vix opus hoc aggreftus fuerat, cum ecce mors ipfum peremit a.d.III.Kal. Aprilisannicididcclxiii.,
necultraprimiVoluminis Tabularum, quae Statuas comprehendunt, illuftrationem
procellit. Fadtum interim eft, ut onus in nos conlatum fuerit adornandae
quartae Bellorianae editionis Vejiigii veteris Romae, et fex Tabularum
anecdotarum elaborandae Appendicis (0; quae licet ab imperita, ac iuvenili
prorfus manu profectae tunc forent, cum tamen aliquod approbationis fuffragium
a doctis viris obtinuiftent, in caufla fuerunt, cur oculi in nos conficerentur,
et digni, qui in Venutiani ope(i) Haec omnia paraverat etiam ante nos Ioh.
Bapt. Piranefius initio Tom. I. Antiq. Roman. ufque, fed ut Opus omne
abfolveret, et una ederet univerfum, priorumVoluminum publicationein retardavit,
et noftrae editioni temporis principatum reliquit. LVI
operiscomplementumfuccederemus, infuperhaberemur. Qual'e ipiius apographum,
quod et emandatum, et aliqua etiam fui parte reformatum fuerat a Contuccio,
olim Kircheriani Mufei Praefecto, et deletae Loyolitarum Societatis Alumno, mox
vita functo, traditum nobis fuit, quod antequam iterum expendei emus, umveilos
archetypos monumentorum, quae tum in Hortis Caelimontanis, tum in Aedibus
urbanis iVlatthaeioi um adfervabantur, fingillatim invifendos, ac pene
contrectandosa nobiseflecenfuimus. Verumutideafedulitate,
acfeiefecuiitateabfolveremus, quaenosvelabofcitantia,vel ab ingenii licentia
immunes faceret, focios nobis adiunximus Ioh. Baptiflam Vicecomitem Romanarum
Antiquitatum Praehdem meritiflimum, eumdemque doctiflimum, atque ipflus filium
Ennium Quirinum vix ex ephebis egreflum, ob miram vetcus eruditionis peritiam,
qua inter cetera difciplinarum ornamenta praecellebat, plurimi aeftimandum,
nunc vero in dies et fcientia, et fama magis inclarcfccntcm, et PII Vi. P. O.
M. a fecretiori cubiculo, qui mihi fcilicet praefto effent, quaeque forent vel
adnotanda, vel conftabilienda, difcuffis fententiis, 6t omnibus naviter
expenfis, una mecum decernerent. Multa fane Venutius ftatuerat, multaque etiam
publica voce invaluerant, quae typis exprefla iam apud vulgum fidem omnem
obtinuerant. At nos veritatis unice folliciti, et fymbola omnia, et vultuum
lineamenta iuxta critices regulas, et ope ceterorum monumentorum expendentes,
multa immutanda, atque aliter exponenda cenfuimus. Hinc facium eft, ut multae
Statuarum illuflrationes, quas i. Volumen compleCti debebat, expunctae fuerint,
eilque noftras subrogandas curaverimus. Hinc etiam faftum, ut ceteras live
infciiptiones,fivenomenclaturas,quasnonnullisTabulis, ex quibus reliqua
Volumina compingi debebant, iam ipfe adleverat, eidem etiam cenfurae, ac
reformationi fubiecerimus. Quid hac in re a nobis geftum fuerit, fupervacaneum
erit nunc exponere, cum haec quidem illufirationes, et adnotationes noftras
legentibus patere facile poffint. Ac fane multa etiam ex Venutii
explicationibus fuperflua, vel nimis nota amputavimus, Graecum textum adduftis
ex Latina verfione Graecorum Scriptorum locis adiunximus, et omnia in eum
ordinem, quem nobis propofuimus, accurate redegimus. Nec etiam minorem
infumpfimus diligentiam, ut Scalptorum erratis, quae commode licebat, medicina
aliqua per nos fieret.• Multae fane fabulae non omnino eleganter caelatae
occurrunt, quumnonomnesvelimmutare,velexpolireinnoftraefiet poteftate. Ceterum
id faltem curavimus, ut Caesarum, ceterorumque imagines fatis cognitae ad veram
vultus, quae in autographo haberetur, formam redigerentur, ceteraque omnia fuis
prototypis apprime refponderent. Nec alia fane poftopusa Scalptoribusomninoabfolutum,
antequamnos hanc provinciam fufciperemus, follicitudo nobis relinquebatur. XIX.
Sed iam qui ordo a nobis fervatus fuerit, innuamus. Numina quidem praecedere
aequum erat, tum ut Divinitati, quae his etiam indiciis a gentilitate petitis
adfiruatur, inprimislitaremus, tumutveterumethnicorum, quorum monumenta
tractamus, facro inhaereremus fyftemati. Quare Numinaipfa, quaeStatuisexpreffahabebamus,
cumaliamaiorum gentium, eademque felecta, insignia, et eximia cenferentur, alia
vero minorum gentium, eademque adfcriptitia, minufcularia, et putatitiadicerentur,infuasclafiesdi-*
ftribuerefiuduimus, utproindefuuscuique honorolimetiam redditus fervaretur.
Hinc Caeleftes Deos primae Claffi adfignavimus, Terreftres fecundae, Silveftres
tertiae, Semideos, h five LVIIl five Indigetes quartae, ac quintae demum
Deas Virtutes. Tum Diiseorum Miniftros, & Sacerdotes fubiunximus, quibusin
Clafle fexta factus eft locus. Sacerdotibus fuccedunt Magiftratus, ac proinde
ex temporum ratione Confules feptimam Claflemobtinuerunt. Hisfubnectuntur Imperatores
Romani, quibus Claflis obtava occupanda obtigit. Barbari Reges nonnifi pone
eorumdem domitores collocandi erant, atque hinc Clafle nona ipfos comprehendi
opus fuit. Decima Mifcellanea continet; undecima Statuas iacentes. Atque haec
eit totius I. Voluminis, quod CVI. Tabulis conflat, difpolltio. Nonabfimilirationefecundumdigeftumeft,
quod XC. Tabulas continet, quodque in Protomis, Hermis, Clypcis, et nonnullis
Anaglyphis fimplicioribus referendis verfatur. Hinc Protomarum Deos
exprimentium Claflls prima; tum Protomarum Heroas, et Viros illuftres
praefeferentium Claflis fecunda; dein earumdem Imperatores, et Auguftas
repraefentantium Claflis tertia; ac tandem Imperatores Germanicos faeculi XV.,
Si XVI. exhibentium Claflis quarta. Sequitur Claflis quinta, quae Capita
incognita; fexta, quae Hermas, feu Terminos; septima, quae imagines quadratis,
et rotundis figuris inclufas; obtava, quae Anaglypha cum variis hominum, et mulierum
imaginibus; nona, quae figuras anaglypticas lingulares; decima, quaetrophaea, pulvinaria,capitula,
bales, truncos, et candelabra; ac tandem duodecima, quaelarvasfcenicas, &ceteramo
numentamifccllacontinet. Sed iam tertium Volumen procedit, quod Anaglypha,
Sarcophagos, Cippos, et Infcriptiones compleblitur, ac ex Tabulis aeneis LXXIV.
coalefcit. Ordo Claflium etiam in hoc ipfo Volumine lervatus eft, ut proinde
prima comprehendat Deorum imagines; fecunda Fabulas ad Deos pertinentes; tertia
Bacchanalia; quarta Monumenta Aegyptiaca; quinta Monumenta Graeca ante bellum
Troianum; fexta eadem poft ipfum bellum; feptima Monumenta Romana hiftorica;
odtava ritus, mores, et artes veterum; nona Sarcophagos, et Urnas fepulcrales;
ac decima tandem veteres Infcriptiones, quaeinfuperordine, quem Gruterius, ceteriqueinvexerunt,
difpofitae a nobis lunt, ac proinde in XIV. SeHiones digeftae confpiciuntur. Eaedem
GCCXXXII. plus minus numerantur, et earum fere omnes ab aliis editae iam
fuerant. Neque nos eas dumtaxat, quas in Hortis, et Aedibus Matthaeiorum
deprehendimus, proferre fluduimus, fed infuper eas omnes huc revocavimus, quas
olim ibidem exftitilTe vel nosipficognoveramus, velexearumdemcolledoribusconflabat;
ne in hac noflra Monumentorum congerie quidquam deeffet, quodolim&celebres,
&praellantesHortosnoftros potiffimum effecerat. Indices etiam
Infcriptionibus fubiecimus,quorumprimus Scaligerexemplarpropofuitin Gruteriano
thefauro. His tandem fubiunximus generalem etiam omniumpotiorum, quaeIII.hifceVoluminibuscontinentur,
rerumIndicem,cuiuspraefidio, quodcumque opuseffet,a LeHoribus nollris inveniri
poffet. XX. Haec elt univerfa Operis noffri compages. An
verofingulaprodignitate praeftiterimus, nonnoffrumeftiudicare. Id tantum
affirmare poffumus, omnes tum animi, tum fedulitatis nervos nos intendifle, ne
vel aliquam muneris noffri partem neglexiffie, vel a ratione, ac luce, quae
peculiares habentur faeculi XVIII. dotes, ac notae, quaeque fingulas facultates
attingere aequum eft, quidquam abfonum admiffife videremur. Quapropter id nobis
propofuimus, ne inreplerumquedubia, &ancipitivelfomnia,velcommenta in
fcenam produceremus. Qui enim vel natura duce, vel cogitandi arte magiftra
veritatem confeHari, et rerum evidentiae infidere didicit, aegre fane fertur
vel ad incerta, vel ad cerebrofa. Saepe igitur contenti fuimus varias
Antiquariorum fententias proferre, et intactum fimul argumentum
relinquere,nevideremurnovamtantum opinionem inceterarum acervum inducere, vel
coniedturas conieduris addere. Quid enim infuper congefia vel vacillans opinio,
vel levis coniectura, aut etiam audax paradoxum litterarum incrementoconducit? Pabulishilcequidemfuaviflimisfruantur,
quibus in rc quaque leviffima libi plaudere, etymologiis abfirufiora quaeque
definire, remotiorum aetatum aenigmata folvere, fequiorumtemporumruditatesingerere,nugarum
feries oftentare, umbras pro corporibus amplexari, carbones pro unionibus
vendere (qui elt antiquariae facultatis abutus longeeliminandus)volupeelt. Noscerte,
quianimicaulla, et ultro delatae occupationis occalione, huiufmodi ftudio
vacavimus, haud fane operae noltrae poenituit, qui nimirum folidas hiftoriae,
chronologiae, veterum linguarum, artium, ac rituum utilitates unice lpeckantes
aliquam videmur et noftris notionibus, et famae quinetiam accelfionem feciife, tumampliflimaehuius
Urbis, veterumelegantiarum undique feracillimae, incolatum gratiorem nobis, et iucundiorem
praeftitific. Quare ab omni ingenii licentia, quae vel veritatis criterio
adverfaretur, vel quae nullo tum rationis, tum auctoritatis valido fundamento
niteretur, femper abhorrere nobis folemne fuit; ac quidquid, vel omnibus
tacentibus, vel omni deficiente exemplo, a nobis proferendum fuit, nonnifi
modefte, et fere cum trepidatione propofuimus. Rati infuper ex monumentorum
inter fe collatione, quae vel rerum affinitate, velquacumquealiarationelibiinvicemrefponderent,
veram plerumque prodire pofle SIGNIFICATIONEM, vel receptis fcriptorum
fententiis maius etiam polle robur accedere, dere, id praefertim
curavimus, ut quae fimilia ia ceteris Mufeis, et in iplis Antiquariorum libris
exftant monumenta, tamquam conflantis, et indubiae veritatis vadimonia
proponeremus. Nihilenimmagis valetadiudiciumderealiqua tum ob vetuftatem, tum
ob obfcuritatem incerta quoquo modoiufte,re&equeferendum, quamconflansmonumentorum
conformatio, et eorumdem accurata comparatio. Haec fuit inftituti noftri ratio,
cuius fane ope fi quid dignum hac luce elicimus, iri totum veritatis, et certitudinis,
quam gerimus, notioni acceptumeftreferendum;finminus,haud fateri nos pudebit,
impares nos huiufmodi Audio fuifie, quod
aliorumgratia,nonnoftromarteexcoluifleingenueprofitentes aliquam faltem veniam
hoc iplo nomine confecuturos confidimus. Qui legis, feliciter vale. Quae m hoc.
Statuarum Volumine continentur. CLASSIS I. Chiae continet deos caelestes. Tab.
Iuppiter. Tab. Apollo Citharoedus, Tab. Apollo Citharoedus, Tab. Apollo Tab. V.
Apollo Pythius, Tab. Apollo Sagittarius. Tab Apollo, Tab. Apollo, Tab. Apollo,
et Marsyas. Tab. Mars. Tab. Mercurius. Tab. XII. Bacchus. Tab. Bacchus asino
insidens, Tab. Bacchus, Tab. Amor. Tab. Amor cum Herculis symbolis. pag. ead.
Tab Amor canens. Tab. XVIII. Venus, Tab. Amicitia, Tab. Minerva. CLASSIS II. Quae continet
DEOS TERRESTRES. Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab. Cybele, Tab.
Ceres. Tab. XXVI. Ceres, Tab. Ceres, pag. 21. Tab. Ceres, Tab. XXIX. Ceres.
Tab..Ceres.pag.ead. Tab. Ceres, Tab. Urania, CLASSIS Quae continet DEOS
SILVESTRES. Tab. Faunus, Tab. Faunus. Tab. Faunus, Tab. Faunus, Tab. Faunus,
Tab Faunus, Tab. Faunus. pag. ead. Tab. XL. Faunus, et Satyrus, Tab. Silenus, Tab.
Silenus. Tab. Silenus, pag.' ead. Tab.. Diana, Tab. XLV. Diana, Tab. XLVI.
Diana, Tab. Flora, Tab. XLVIII. Pomona,
Tab. Pomona, Tab. L. Pomona, pag. ead. Tab. Nais. CLASSIS IV. Quae continet
DEOS INDIGETES. Tab. Hercules, Tab. L111. Hercules, Tab-LIV. Hercules, Tab
Bellerophon, Tab. Aefculapius» Tab. LVII. Aefculapius. Tab. Hygia,
Tab.LIX.Hygia, Tab. LX. Amazon. CLASSIS V. Quae continet VIRTUTES DEAS. Tab.
LXI. Pudicitia. Tab. LXII. Pudicitia, Tab. LX III. Fortuna, Tab. Fortuna, Tab. Abundantia.
CLASSIS Quae continet DEORUM SACERDOTES ET MINISTROS. Tab. Camilluspuer. Tab. Bacchans.
Tab. Bacchans. Tab. Bacchans. Tab. LXX. Bacchans. Tab. Tab.
Sacerdos Cereris facrificans. CLASSIS Quae continet LXIII Tab.XCIII. L.
Aurelius Commodus. Tab. M. Aur. BaRianus Antoninus Caracalla.
Tab.XCV.P.LiciniusGallienus, CONSULES. CLASSISIX. Quae continet Tab. L. lanius
Brutus, Tab. ConfuI. CLASSIS VIII. Quae continet IMPERATORES ETAUGUSTAS. REGES BARBAROS.
Tab. Mida Rex Phrygiae, Tab. XCVII. Ptolemaeus Rex Aegypti.. Tab. C. Julius Caefar. Tab. C. Iulins Caefar. Tab.
Octavianus AuguRus. Tab Octavianus AuguRus. TabLOctavianusAuguRus•.
Tab.CGladiator, Tab . Livia. Tab. LXXX. Caius Caligula, Tab. Tiberius Claudius,
Tab. Claudius Domitius Nero. TabL Claudius Domitius Nero. Tab. LXXXIV. Flavius
Domitianus. Tab. Nerva Traianus Ulpius. p.ead. Tab Marciana AuguRa. Tab. Sabina
AuguRa.. Tab. Antinous, Tab. Antoninus Pius. Tab. M. Aurelius Antoninus. Tab.
XCI. Annia FauRina Tab. Aurelius Commodus. Tab. CI. Gladiator, Tab. CII Femina
velata cum puero. p. ead. Tab. CIII. Femina Rolata. CLASSIS XI. Qitae continet
STATUAS IACENTES. Tab. CIV. Fig.
Silenus, Tab. ead. Fig. Flumen. Tab. Fig. Sc 11. Amores quiefeentes. Tab.CVI.Fig.i.,
11., et m. Somni, et Mortis Genii, ERRATA CORRIGE. pag.xxxii.referre. TAB.
Florentia. ibid. SebaRianus Blanchius. Franc. Ant. Gorium.. not. 2. cap. 102.
Tubere. coi. 1. quos Etrufcis in manibus funt. ibid. Enomao • ibid. coi. 2.
onorabant. PALLIATA. referri. TAB.
Florentiae. Iofephus Blanchius. Ant. Franc. Gorium. ferre. Tibure. qui
Etrufcis in manibus funt, Oenomao. honorabant. STOLATA. Curatore: Fragmenta
vestigiis veteris Romae --ADONEA. Adonidis mmen apud Ouidiutn. AEDIS HERCVLIS
MVSARVM AEDIS. lOVIS InporticihusOBauU. Injiaurau ah Hadriano * AEDIS. IVNONIS.
In porticihus OBauU* Aedes Palladis inforo T^erua* AEDES-OPIS 62 Aedes Telluris
in forel^erud* 'vide Templum* Aedium Paiamatummagnifcentia • Aedes Romanomm
nohilium, Aid infacris Aedihus* f Atnhulatio circa celUih^ 6.Aedium AMPHITHEATRVM
AnemoneflosapudGuidium, ' Apollo Sandalarius AQVEDVCTIVM. AquaduBus Ajud
Claudia i AquaduBus Aqua Mania reflimti a Tratano 3 9,ah Alexandro Seuero,
ArcusfeulanusadPorticumOBauia• Arcus Germanico»& Drufo • AREA.APOLLINIS
cumara. area. VALERIANA CVS.MAXIMVS AREA. MERCVRII cumara« AREA. POLL VCIS
Traiani.CauediuminAedihus Area cumar4in
Quirinali« Alexander Seuerusinfatirauit AqueduBus Aqua Martia* 40 4^ 9.io
Armamentaria.Ij. s> AniariumDomitiorum• ihid* Atrium in Aedihus. ATRIVM. LIBERtATIS. s 1SJ AulaAdonidis• ihtd.
AulaRegiainTheatro. BALINEVM. AMPELIDIS. BALNWM. CAESARIS. BALNEVM. SVRAE* 31
Balnea. coTiNi. B ^ < 23 57 balneaadJolemexpofta0 J
BalneaVirorum,acMulierum• ihid* 77 BASILICA. AEMILI. 27 48 Basilica.LiGiNii. }9 15 tT BASILICA.
VVLPIA. IZ c Capitolium. CASTRA. MISENATIVM; H 10 CaftraPeregrina, 1$ CaflellumAquaManiacumtrofh*tii \ Ciceronislocusillufratus• AREA.RADICARIA.
4S\fIRCVS.FLAMINIVS 7t ^7 Cir^ Circi CISTER.NAE. Cijierthe TUiand
CLIVVr.yTcTORIAE Clajfiarij dimijji honejia mijjtone ac ciuitate donati • ihid*
7 i ihid» 19 1 5 j S7 5 HORREA: CANDELARIA. 40 HORREA. LOLLIANA 4 Horrea
puhlica > priuata ad uarm vfus• 6 HORTI. CELONIAE. FABIAE 44 Horti Gallieni,
HORTI. PALLANTIANI 40 ^• I Columnatio in Uterihmfionte &fo(lico
Column<&contraantas i O5 j DOMVS. CORNIFICIA Cornuafcena CVRIA.IVLIA D
DELVBRVM. I^INERBA E, Capu 6j INTELLVRE 57 In Tellure locus extra Templutn
Dicta Domitiani. Liciniana Baflica. Lollianiful Seuero. Lollianustyui,
tP*GentianusConful Dipteros columnatio
duplex^ DOMVS. CILONIS Domus (lelU Confulis Domus interior 5 Domus
Romanorumnohilium. "T. E 4S ^cclefiafmB<e MarU Ae^yptiaca
oUmTemplumfortune njirilis.MarUinPorticuolimlunonis T^icolai olim louis
MACELLVM; 24.S,StephaniadTiherimolimMatuu
&4 Macellum l^leronis • MAVSOLEVM. AVGVSTI MONVMENTA. MARIANA Muri Vrhis
inflauratl al Arcadia CST* Honorio. NAVALEM Piummus Alexandri Seueri cum
Cajiello Aft<e MartU* T^ummus T^eronis, O ilidl 85 39 Euripus in Circo
Ealius Clio, eiufijue muniafu l Seuero fapi^ium in porticilus. Eons Lolltanus.
Gallieni Ba(tlica,& Horti in Effuilijs GRAECOSTASIS. Gyn<eceum • n HECATONSTYLVM.33.
Hecatonftylum in Hojlilium feu \^uriamffojliliam corrupts 8 1 j G 10 6 i r
MVTATORIVM. 47 IJ Orilejlra in Teatro» ^In Amphitheatro, Palatium Licinianum •
Perypteros 5 S7 LAVACRVM.AGRIPPINAE
Telluris cumBaJfo. LVDVS.MAGNVS M Marci
Aprippto magnificentia 6 Per^ ^erijlylia duplicia in JeMus TiBura
amiqua infants • Vimcothem. Pifcim* Pltn^ locus illufiratus. Porta Trigemtm
ante Claudiufn i P O M g VS. AEMILIA. 5* t 6 6i ^3 9 fundator Jmperij
cognominatus Ichnographiam Vt hisin iemplo PL ch muli iocauit ihidi et I, ibid. iozj Porticus Metelli cum duabus
Jedtbus io PORTICVS OCTAVIAE. Et HE9.10 Porttcus pBdu U i Ionicaeiufque
ornamentA Porticus Pompeii flecatonjlylon i Porticus nohiles atiobilibuspi Burii
SVBVRA SVMI GHORAGII 35 9 5 10 S 70 1cogmminau Porticus simplex Pronaon Pseudodijneros.
R templvm. c6 ncori5ia^ Fortun vrilis Matuu. ibid. REGlA Romuli templum injtauratum
a Stipt SiUtro i Rom ejligiumfeu knographia Scena Theatrii Septa Agrippina
SEPTAa VLlA SEPTA TRIGABJA Septorum reliquU inVialata t Sepulcrurn DOmitiorUm.
Sepvikrurrt GNi DOMITII w 45 CALVIN! 61 Sepukfum PhitomeUfeu Lufcini* SEVERI.
ET. ANTONINL AVG. )Sf.N. 19 SeptitHiusSeuerUsKejiitutorVrUs et Rom*. i.2«i9
VlA.jTOVA 70 ibid* S 3 (jillknii !Septi:^onium. -v.. StdtUa Apollinis in Vaiicdno.
Statu in nieflibulo*fact adium Staiud celkires in Thottnis. Staiudt tV piBur*
tfoffe adArcum SERAPAEVM Stattia Apollinis Sandalarij » Vide tab. X V U T
raiani. Fheatrum Bilbii THEATRVM MARCELLI THEAfRVM POMPEH Theatri Pompeij
reliqitU ad Cdmputn Flord in*dibulV rftiotumi Thernid (iatuis exornatd. T hermd hyemdles i Troph*a Ttdiani iiulgo ar in
in Capitolio i Traianus inflaurauti AqudduBus Aqu Marti. Veflibula Regalia.
Vefligiumfeu Ichnographia Vrbis J 5 VICVS SANDALARIVS. Nome compiuto: Ioannis
Cristophori Amadutii. Giovanni Cristofano Amaduzzi. Amaduzzi. Keywords:
Filopatridi, i filopatridi. Alfabeto
etrusco, alphabetum etruscorum, alphabetum veterum etruscorum,
grandonico-malabaricum sive samscrudonicum. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Amaduzzi,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice ed Amafinio: la ragione
conversazionale all’orto a Roma – filosofia Italiano – Luigi Speranza. (Roma) filosofo italiano. RomaVive
probabilmente negli stessi anni di CICERONE, che lo cita in coppia con un certo
Catio. Dove, dunque, aver operato a Roma a partire da quando CICERONE inizia ad
occuparsi dell'ORTO come un “trend” della cultura romana. A. e uno dei
primi romani a redigere un'opera in latino per far conoscere e diffondere la
filosofia e in particolare la fisica – dell’orto. Benché la sua opera
avesse avuto successo, CICERONE la giudica il lavoro insufficiente soprattutto
per quanto riguarda lo stile ma non solo. Opere rappresentative di questa
filosofia, in latino si può dire non ne esistano. O, se mai, sono assai poche.
Ciò è dovuto alla difficoltà della materia e al fatto che i nostri connazionali
sono presi da ben altri problemi, e ritenevano inoltre che quelle non sono cose
da piacere a gente senza istruzione come sono loro. Mentre essi taceno, venne
fuori A.. Quando usceno i suoi saggi la gente ne rimane impressionata, e accorda
notevolissimo favore alla dottrina di cui egli era rappresentante, per la
facilità con cui si capiva, per l’attrazione esercitata dalle seducenti
lusinghe del piacere, e anche perché, dal momento che non le e offerto nulla di
meglio, prende quello che c’e. Ma quando i loro stessi autori ammettono
apertamente di non saper scrivere né con chiarezza, né con ordine, né con
gusto, né con eleganza, io rinuncio senza rammarico a una lettura così poco
attraente. Tanto, le teorie della loro scuola le sanno già tutti quelli che
abbiano un minimo di cultura. Così, visto che poi non si preoccupano nemmeno
loro del modo in cui scrivono, non vedo perché gli altri debbano andare a
leggerli: che si leggano tra di loro, con quelli che la pensano in quel modo.
Noi invece siamo dei parere che, qualunque cosa si scriva, si debba scrivere
per il pubblico colto: e se non riusciamo a mantenerci sul piano adeguato, non
dobbiamo per questo dimenticarcene. Ad Familiares. Howe, A., LUCREZIO and CICERONE,
in "Journal of Philology", Enciclopedia Italiana Treccani. Cicerone,
Academica. Cicerone, Tusculanae Disputationes. Cicerone, Tusculanae
disputationes. Klebs, Amafinius, in RE. Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, A., su Enciclopedia Britannica, VDM Epicureismo
Antica Roma Biografie
Ellenismo Filosofia Categorie:
Filosofi romani Filosofi Filosofi Romani Romani Epicurei [altre] A Gardener. He was criticised by CICERONE
for his poor understanding of the teachings of the First Gardener, thought, his
inadequate literary style, and for devoting his attention to relatively
uneducated people. At least in part this is because A. chooses to teach and
write about the philosophy of L’ORTO in Latin, enabling him to reach a wider
but often less sophisticated audience. The extent to which he genuinely
misrepresents L’ORTO is impossible to tell as no texts survive, but he does
seem to have helped to make the ideas of the school better known and
appreciated. Nome compiuto: Gaio
Amafinio. Amafinio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
“Grice ed Amafinio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice ed Ambrogio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di SEBASTIANE – la scuola di Roma – filosofia romana –
filosofia lazia -filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like the
Italian philosopher, Ambrogio – he was born, of course, in Germany! And he never wrote in Italian! But the fact that he got all his
inspiration not so much from God but from Cicerone’s Liber II De Officiis,
makes him an ineludible step in Lit. Hum. at Oxford!” -- Grice: I prefer the
spelling “Ambrogio,” or if not “Aurelio Ambrosius”To call him Ambrosisus is
like calling me Gree.” Grice: “Not to be confused with Ambrose and his
orchestrasweet!”on altruism. known as Ambrose of Milan. Roman church leader and
theologian. While bishop of Milan, he not only led the struggle against the
Arian heresy and its political manifestations, but offered new models for
preaching, for Scriptural exegesis, and for hymnody. His works also contributed
to medieval Latin philosophy. Ambrose’s appropriation of Neoplatonic doctrines
was noteworthy in itself, and it worked powerfully on and through Augustine.
Ambrose’s commentary on the account of creation in Genesis, his Hexaemeron,
preserved for medieval readers many pieces of ancient natural history and even
some elements of physical explanation. Perhaps most importantly, Ambrose
engaged ancient philosophical ethics in the search for moral lessons that marks
his exegesis of Scripture; he also reworked Cicero’s De officiis as a treatise
on the virtues and duties of Christian living. ambrogio: Sant'Ambrogio
Nota disambigua.svg DisambiguazioneSe stai cercando altri significati,
vedi Sant'Ambrogio Disambiguazione Ambrogio da Milano" rimanda qui. Se stai
cercando lo scultore e architetto italiano, vedi Ambrogio Barocci.
Sant'Ambrogio di Milano Ambrose Of MilanMosaico di Sant'Ambrogio di Milano nel
sacello di San Vittore annesso alla Basilica del Santo, probabile ritratto del
vescovo. Vescovo e Dottore della Chiesa Nascita Augusta
Treverorum (Treviri), MorteMilano, Venerato daTutte le Chiese che ammettono il
culto dei santi Santuario principaleBasilica di Sant'Ambrogio, Milano
Ricorrenza4 aprile (vetero-cattolici) 7 dicembre (cattolici) 7 dicembre
(ortodossi) Attributiapi, scudscio, bastone pastorale e gabbiano Patrono
diMilano, Alassio, prefetti, Lombardia, Rozzano, Monserrato, Buccheri, Cerami,
Vigevano, Castel del Rio, Sant'Ambrogio di Torino, vescovi, Omegna, Carate
Brianza, Caslino d’Erba Manuale Aurelio Ambrogio vescovo della Chiesa cattolica
AmbroseGiuLungaraTemplate-Bishop.svg Incarichi ricopertiVescovo di
Milano Natoincerto 339-340 a Treviri Ordinato presbitero?
Consacrato vescovo Deceduto a Milano Manuale Aurelio Ambrogio (in
latino: Aurelius Ambrosius), meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Augusta
Treverorum, incerto Milano) funzionario, vescovo, teologo e santo romano, una
delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È venerato come
santo da tutte le Chiese cristiane che prevedono il culto dei santi; in
particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi dottori
della Chiesa d'Occidente, insieme a san Girolamo, sant'Agostino e san Gregorio
I papa. Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, per il luogo di
nascita, o più comunemente come Ambrogio di Milano, la città di cui assieme a
san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono e della quale fu vescovo fino alla
morte, nella quale è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le
spoglie. Incarichi pubblici e nomina a vescovo di Milano, Altare di
Sant'Ambrogio, 824-859 ca., Ambrogio ordinato vescovo Aurelio Ambrogio nacque
ad Augusta Treverorum (l'odierna Treviri, nella Renania-Palatinato, in
Germania), nella Gallia Belgica, dove il padre esercitava la carica di prefetto
del pretorio delle Gallie da un'illustre famiglia romana di rango senatoriale,
la gens Aurelia, cui la famiglia materna apparteneva inoltre al ramo dei
Simmaci (era dunque un cugino dell'oratore Quinto Aurelio Simmaco). La
famiglia di Ambrogio risultava convertita al cristianesimo già da alcune
generazioni (egli stesso soleva citare con orgoglio la sua parente Santa
Sotere, martire cristiana che «ai consolati e alle prefetture dei parenti
preferì la fede») e stesso una sua sorella ed un suo fratello, Marcellina
(consacratasi a Dio nelle mani di papa Liberio) e Satiro di Milano, vennero poi
venerati come santi. Destinato alla carriera amministrativa sulle orme
del padre, dopo la sua prematura morte frequentò le migliori scuole di Roma,
dove compì i tradizionali studi del trivium e del quadrivium (imparò il greco e
studiò diritto, letteratura e retorica), partecipando poi attivamente alla vita
pubblica dell'Urbe. Incarichi pubblici e nomina a vescovo di Milano Dopo
cinque anni di avvocatura esercitati presso Sirmio (l'odierna
Sremska Mitrovica, in Serbia), nella Pannonia Inferiore, nel 370 fu incaricato
quale governatore dell'Italia Annonaria per la provincia romana Aemilia et
Liguria, con sede a Milano, dove divenne una figura di rilievo nella corte
dell'imperatore Valentiniano I. La sua abilità di funzionario nel dirimere
pacificamente i forti contrasti tra ariani e cattolici gli valse un largo
apprezzamento da parte delle due fazioni. Nel 374, alla morte del vescovo
ariano Aussenzio di Milano, il delicato equilibrio tra le due fazioni sembrò
precipitare. Il biografo Paolino racconta che Ambrogio, preoccupato di sedare
il popolo in rivolta per la designazione del nuovo vescovo, si recò in chiesa,
dove all'improvviso si sarebbe sentita la voce di un bambino urlare «Ambrogio
vescovo!», a cui si unì quella unanime della folla radunata nella chiesa. I
milanesi volevano un cattolico come nuovo vescovo. Ambrogio però rifiutò
decisamente l'incarico, sentendosi impreparato: come era in uso presso alcune
famiglie cristiane all'epoca, egli non aveva ancora ricevuto il battesimo, né
aveva affrontato studi di teologia. Paolino racconta che, al fine di
dissuadere il popolo di Milano dal farlo nominare vescovo, Ambrogio provò anche
a macchiare la buona fama che lo circondava, ordinando la tortura di alcuni
imputati e invitando in casa sua alcune prostitute; ma, dal momento che il
popolo non recedeva nella sua scelta, egli tentò addirittura la fuga. Quando
venne ritrovato, il popolo decise di risolvere la questione appellandosi
all'autorità dell'imperatore Flavio Valentiniano, cui Ambrogio era alle dipendenze.
Fu allora che accettò l'incarico, considerando che fosse questa la volontà di
Dio nei suoi confronti, e decise di farsi battezzare: nel giro di sette giorni
ricevette il battesimo nel battistero di Santo Stefano alle Fonti a Milano e venne
ordinato vescovo. Riferendosi alla sua elezione, egli scriverà poco prima della
morte: «Quale resistenza opposi per non essere ordinato! Alla fine,
poiché ero costretto, chiesi almeno che l'ordinazione fosse ritardata. Ma non
valse sollevare eccezioni, prevalse la violenza fattami.» Nonostante,
come scrisse più tardi, si sentisse «rapito a forza dai tribunali e dalle
insegne dell'amministrazione al sacerdozio», dopo la nomina a vescovo, Ambrogio
prese molto sul serio il suo incarico e si dedicò ad approfonditi studi biblici
e teologici. Episcopato Ambrogio con le insegne episcopali Gli
impegni pastorali Quando divenne vescovo (nel 374), adottò uno stile di vita
ascetico, elargì i suoi beni ai poveri, donando i suoi possedimenti terrieri
(eccetto il necessario per la sorella Marcellina). Uomo di grande carità,
tenne la sua porta sempre aperta, prodigandosi senza tregua per il bene dei
cittadini affidati alle sue cure. Ad esempio, Sant'Ambrogio non esitò a
spezzare i Vasi Sacri e ad usare il ricavo dalla vendita per il riscatto
di prigionieri. Di fronte alle critiche mosse dagli ariani per il suo gesto,
egli rispose che «è molto meglio per il Signore salvare delle anime che
dell'oro. Egli infatti mandò gli apostoli senza oro e senza oro fondò le
Chiese. [...] I sacramenti non richiedono oro, né acquisisce valore per via
dell'oro ciò che non si compra con l'oro» (De officiis) La sua sapienza
nella predicazione e il suo prestigio furono determinanti per la conversione al
cristianesimo di Sant'Agostino, di fede manichea, che era venuto a Milano per
insegnare retorica. Ambrogio fece costruire varie basiliche, di cui
quattro ai lati della città, quasi a formare un quadrato protettivo,
probabilmente pensando alla forma di una croce. Esse corrispondono alle attuali
basilica di San Nazaro (sul decumano, presso la Porta Romana, allora era la
Basilica Apostolorum), alla basilica di San Simpliciano, detta Basilica
Virginum, ossia basilica delle vergini (sulla parte opposta), alla basilica di
Sant'Ambrogio (collocata a sud-ovest, era chiamata originariamente Basilica
Martyrum in quanto ospitava i corpi dei santi martiri Gervasio e Protasio
rinvenuti da Ambrogio stesso; accoglie oggi le spoglie del santo) e alla
basilica di San Dionigi (Basilica Prophetarum). Il ritrovamento dei corpi
dei santi martiri Gervasio e Protasio è narrato dallo stesso Ambrogio, che ne
attribuisce il merito ad un presagio, per il quale egli fece scavare la terra
davanti ai cancelli della basilica (oggi distrutta) dei santi Nabore e Felice.
Al ritrovamento dei corpi seguì la loro traslazione (secondo un rito importato
dalla Chiesa orientale) nella Basilica Martyrum; durante la traslazione, si
racconta (è lo stesso Ambrogio a riportarlo) che un cieco di nome
Severoriacquistò la vista. Il ritrovamento del corpo dei martiri da parte del
vescovo di Milano diede grande contributo alla causa dei cattolici nei
confronti degli ariani, che costituivano a Milano un gruppo nutrito e attivo, e
negavano la validità dell'operato di Ambrogio, di fede cattolica. Ambrogio
fu autore di diversi inni per la preghiera, compiendo fondamentali riforme nel
culto e nel canto sacro, che per primo introdusse nella liturgia cristiana, e
ancor oggi a Milano vi è una scuola che tramanda nei millenni questo antico
canto. Politica ecclesiastica L'importanza della sede occupata da
Ambrogio, teatro di numerosi contrasti religiosi e politici, e la sua personale
attitudine di uomo politico lo portarono a svolgere una forte attività di
politica ecclesiastica. Egli scrisse infatti opere di morale e teologia in cui
combatté a fondo gli errori dottrinali del suo tempo; fu inoltre sostenitore
del primato d'onore del vescovo di Roma, contro altri vescovi (tra i quali
Palladio) che lo ritenevano pari a loro. Si mostrò in prima linea nella
lotta all'arianesimo, che aveva trovato numerosi seguaci a Milano e nella corte
imperiale. Si scontrò per questo motivo con l'imperatrice Giustina, di fede
ariana e probabilmente influì sulla politica religiosa dell'imperatore Graziano
che, nel 380, inasprì le sanzioni per gli eretici e, con l'editto di
Tessalonica, dichiarò il cristianesimo religione di Stato. Il momento di
massima tensione si ebbe nel 385-386 quando, dopo la morte di Graziano, gli
ariani chiesero insistentemente con l'appoggio della corte imperiale una
basilica per praticare il loro culto. L'opposizione di Ambrogio fu energica
tanto che rimase famoso l'episodio in cui, assieme ai fedeli cattolici,
"occupò" la basilica destinata agli ariani finché l'altra parte fu
costretta a cedere. Fu in questa occasione, si racconta, che Ambrogio
introdusse l'usanza del canto antifonale e della preghiera cantata in forma di
inno, con lo scopo di non fare addormentare i fedeli che occupavano la
basilica. Fu inoltre determinante per la vittoria di Ambrogio nella controversia
con gli ariani il ritrovamento dei corpi dei santi Gervasio e Protaso, che
avvenne proprio nel 386 sotto la guida del vescovo di Milano, il quale guadagnò
in questo modo il consenso di gran parte dei fedeli della città. Fu
infine forte avversario del paganesimo "ufficiale" romano, che
dimostrava in quegli anni gli ultimi segni di vitalità; per questo motivo si
scontrò con il suo stesso cugino, il senatore Quinto Aurelio Simmaco, che
chiedeva il ripristino dell'altare e della statua della dea Vittoria rimossi
dalla Curia romana, sede del Senato, in seguito a un editto di Graziano. Rapporti
con la corte imperiale Sant'Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa
all'imperatore, nel dipinto di Van Dyck. Molto probabilmente questo episodio
non avvenne mai: A. preferì non arrivare allo scontro pubblico con
l'imperatore, ma lo redarguì in privato. Il potere politico e quello
religioso al tempo erano strettamente legati: in particolare l'imperatore, a
cominciare daCostantino, possedeva una certa autorità all'interno della Chiesa,
nella quale il primato petrino non era pienamente assodato e riconosciuto. A
questo si aggiunsero la posizione di Ambrogio, vescovo della città di residenza
della corte imperiale, e la sua precedente carriera come avvocato,
amministratore e politico, che lo portarono più volte a intervenire
incisivamente nelle vicende politiche, ad avere stretti rapporti con gli
ambienti della corte e dell'aristocrazia romana, e talvolta a ricoprire
specifici incarichi diplomatici per conto degli imperatori. In
particolare, nonostante il convinto lealismo verso l'impero Romano e
l'influenza nella vita politica dell'impero, i suoi rapporti con le istituzioni
non furono sempre pacifici, soprattutto quando si trattò di difendere la causa
della Chiesa e dell'ortodossia religiosa. Gli storici bizantini gli
accreditarono questo atteggiamento come parrhesia (παρρησία), schiettezza e
verità di fronte ai potenti e al potere politico, che traspare a partire dal
suo rapporto epistolare con l'imperatore Teodosio. Essendo Ambrogio
precettore dell'imperatore Graziano, lo educò secondo i principi del
Cristianesimo. Egli predicava all'imperatore di rendere grazie a Dio per le
vittorie dell'esercito e lo appoggiò nella disputa contro il senatore Simmaco,
che chiedeva il ripristino dell'altare alla dea Vittoria fatto rimuovere dalla
Curia romana Chiese poi a Graziano di indire il concilio di Aquileia per
condannare due vescovi eretici, secondo i dettami dei vari concili ecumenici ed
anche secondo l'opinione del Papa e dei vescovi ortodossi. In questo concilio
Ambrogio si pronunciò contro l'arianesimo. Ambrogio influì anche sulla
politica religiosa di Teodosio I. Nel 388, dopo che un gruppo di cristiani
aveva incendiato la sinagoga della città di Callinico, l'imperatore decise di
punire i responsabili e di obbligare il vescovo, accusato di aver istigato i
distruttori, a ricostruire il tempio a suo spese. Ambrogio, informato della
vicenda, si scagliò contro questo provvedimento, minacciando di sospendere
l'attività religiosa, tanto da indurre l'imperatore a revocare le misure. Critica
aspramente l'imperatore, che aveva ordinato un massacro tra la popolazione di
Tessalonica, rea di aver linciato il capo del presidio romano della città: in
tre ore di carneficina erano state assassinate migliaia di persone,
attirate nell'arena con il pretesto di una corsa di cavalli. Ambrogio, venuto a
conoscenza dell'accaduto, evitò diplomaticamente una contrapposizione aperta
con il potere imperiale (con il pretesto di una malattia evitò l'incontro pubblico
con Teodosio) ma, per via epistolare, chiese in modo riservato ma deciso una
«penitenza pubblica» all'imperatore, che si era macchiato di un grave delitto
pur dichiarandosi cristiano, pena il rifiuto di celebrare i sacri riti in sua
presenza («Non oso offrire il sacrificio, se tu vorrai assistervi», Lettera
11). Teodosio ammise pubblicamente l'eccesso e nella notte Natale di
quell'anno, venne riammesso ai sacramenti. Dopo questo episodio la
politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente: furono emanati una serie di decreti (noti
come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne
interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi
forma di culto, compresa l'adorazione delle statue; furono inoltre inasprite le
pene amministrative per i cristiani che si riconvertissero nuovamente al
paganesimo e nel decreto emanato da Costantinopoli, l'immolazione di vittime
nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di
lesa maestà, punibile con la condanna a morte. Nel 393 Milano fu
coinvolta nella lotta per il potere tra l'imperatore Teodosio I e l'usurpatore
Flavio Eugenio. In aprile Eugenio varcò le Alpi e puntò alla conquista della
città, in quanto capitale d'Occidente. Ambrogio partì e andò ritirarsi a
Bologna. Durante un soggiorno temporaneo a Faenza scrisse una lettera ad
Eugenio. Poi accettò l'invito della comunità di Firenze, ove rimase per circa
un anno. La guerra per il controllo dell'impero fu vinta da Teodosio.
Nell'autunno del 394 Ambrogio fece ritorno a Milano. Alla sua morte, per
sua stessa volontà, fu sepolto all'interno della basilica che tuttora porta il
suo nome, fra le spogli dei martiri Gervasio e Protasio. Le sue spoglie,
rinvenute sotto l'altare nel, furono trasferite in un'urna di argento e
cristallo posta nella cripta della basilica. Pensiero e opere Rilievo
gotico raffigurante Ambrogio. Tra gli attributi del santo c'è il miele, simbolo
della dolcezza delle prediche e degli scritti Fortemente legata all'attività
pastorale di Ambrogio fu la sua produzione letteraria, spesso semplice frutto
di una raccolta e di una rielaborazione delle sue omelie e che quindi
mantengono un tono simile al parlato. Per il suo stile dolce e misurato
del suo parlato e della sua prosa, Ambrogio venne definito «dolce come il
miele» e tra i suoi attributi compare perciò un alveare. Esegesi Oltre la
metà dei suoi scritti è dedicata all'esegesi biblica, che egli affronta
seguendo un'interpretazione prevalentemente allegorica e morale del testo sacro
(in particolare per quanto riguarda l'Antico Testamento): ad esempio, ama
ricercare nei patriarchi e nei personaggi biblici in generale figure di Cristo
o esempi di virtù morali. Fu proprio questo metodo di lettura della Bibbia ad
affascinare Sant'Agostino e a risultare determinante per la sua conversione
(come egli scrisse nelle Confessioni V, 14, 24). Secondo Gérard Nauroy,
«per Ambrogio l'esegesi è un modo fondamentale di pensare piuttosto che un
metodo o un genere: [...] ormai egli "parla la Bibbia", non più con
la giustapposizione di citazioni dagli stili più diversi, ma in un discorso
sintetico, eminentemente allusivo, "misterico" come la Parola
stessa». Per Ambrogio la lettura e l'approfondimento della conoscenza biblica
costituiscono un elemento fondamentale della vita cristiana: Bevi dunque
tutt'e due i calici, dell'Antico e del Nuovo Testamento, perché in entrambi
bevi Cristo. La Scrittura divina si beve, la Scrittura divina si divora, quando
il succo della parola eterna discende nelle vene della mente e nelle
energie dell'anima» (Ambrogio, Commento al Salmo) Tra le opere esegetiche
spiccano l'esauriente commento al Vangelo di Luca (Expositio evangelii secundum
Lucam) e l'Exameron (dal greco "sei giorni"). Quest'ultima opera,
ispirata ampiamente all'omonimo Exameron di Basilio di Cesarea, raccoglie, in
sei libri, nove omelie riguardanti i primi capitoli della Genesi dalla
creazione del cielo fino alla creazione dell'uomo. Anche in questo caso, il
racconto della creazione è occasione di evidenziare insegnamenti morali desunti
dalla natura e dal comportamento degli animali e dalle proprietà delle piante;
in questo senso l'uomo appare ad Ambrogio necessariamente legato con tutto il
creato dal punto di vista non solo biologico e fisico, ma anche morale e
spirituale. Morale e ascetismo Un altro gruppo significativo consiste
nelle opere di argomento morale o ascetico, tra le quali risalta il De officiis
ministrorum (talvolta abbreviato in De officiis), un trattato sulla vita
cristiana rivolto in particolare al clero ma destinato a tutti i fedeli.
L'opera ricalca l'omonimo scritto di Cicerone, che si proponeva come manuale di
etica pratica indirizzato al figlio (cui è dedicato) rivolto soprattutto a
questioni politico-sociali. Ambrogio riprende il titolo (indirizzando l'opera
ai suoi "figli" in senso spirituale, cioè il clero e il popolo di
Milano), la struttura (il libro è ripartito in tre libri, dedicati
all'honestum, all'utile e al loro contrasto risolto nell'identificazione tra i
due) e alcuni elementi contenutistici (tra i quali i principi della morale
stoica, come il dominio della razionalità, l'indipendenza dai piaceri e dalla
vanità delle cose, la virtù come sommo bene). Questi elementi sono rivisti con
originalità in chiave cristiana: agli exempla tratti dalla storia e dalla
mitologia classica, Ambrogio sostituisce ad esempio storie ed esempi tratti
dalla Bibbia. In generale, è lo stesso orientamento del testo a non essere più
etico-filosofico ma prevalentemente religioso e spirituale, come egli spiega
fin dall'inizio: «Noi valutiamo il dovere secondo un principio diverso da
quello dei filosofi. Essi considerano beni quelli di questa vita, noi
addirittura danni» (De officiis). Allo stesso modo, le virtù tradizionali
vengono rilette cristianamente e accettate alla luce del Vangelo: la fides
(lealtà) diventa la fede in Cristo, la prudenza include la devozione verso Dio,
esempi di fortezza divengono i martiri. Alle virtù classiche si aggiungono le
virtù cristiane: la carità (che già esisteva nel mondo latino, ora assume un
significato più interiore e spirituale), l'umiltà, l'attenzione verso i poveri,
gli schiavi, le donne. Altre cinque opere sono dedicate alla verginità,
specialmente quella femminile (De virginibus, De viduis, De virginitate, De
institutione virginis e Exhortatio virginitatis). Ambrogio esalta la verginità
come massimo ideale di vita cristiana, sulla scia della tradizione cristiana da
San Paolo («colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa
meglio», 1 Cor 7,38) fino al contemporaneo Girolamo, senza tuttavia negare la
validità della vita matrimoniale. La scelta della verginità è ritenuta l'unica
vera scelta di emancipazione per la donna dalla vita coniugale, in cui si trova
subordinata. Critica aspramente in questo senso il fatto che il matrimonio
costituisca solo un contratto economico e sociale, che non lascia spazio alla
scelta degli sposi e in particolare della donna: «Davvero degna di compianto è
la condizione che impone alla donna, per sposarsi, di essere messa all'asta
come una sorta di schiavo da vendere, perché la compri chi offre il prezzo più
alto» (De virginibus). Per questo Ambrogio incoraggia i genitori ad accettare
la scelta di verginità dei figli e i figli a resistere alle difficoltà imposte
dalla famiglia («Se vinci la famiglia, vinci anche il mondo», De
virginibus). Società e politica Ambrogio assolve Teodosio dopo
l'episodio di Tessalonica Nel confronto con la società e gli ideali del mondo
latino, Ambrogio accolse i valori civili della romanità con l'intento di dare
ad essi nuovo significato all'interno della religione cristiana. Nel suo
Esamerone esalta l'istituzione repubblicana (di cui l'antica repubblica romana
era secondo lui un ammirevole esempio) prendendo spunto dalla spontanea
organizzazione delle gru, che si dividono il lavoro avvicendandosi nei turni di
guardia: «Che c'è di più bello del fatto che la fatica e l'onore comuni a
tutti e il potere non sia preteso da pochi, ma passi dall'uno all'altro senza
eccezioni come per una libera decisione? Questo è l'esercizio di un ufficio
proprio di un'antica repubblica, quale conviene in uno stato libero.»
(Esamerone) Nella visione di Ambrogio inoltre potere e dell'autorità, intesi
come servizio («Libertà è anche il servire», Lettera 7), dovevano essere
sottomessi alle leggi di Dio. Prendendo ispirazione dal racconto della corona
imperiale e del morso di cavallo realizzati, secondo la tradizione, da
Costantino con i chiodi della croce di Gesù, nel discorso funebre di Teodosio
egli elogiò la sottomissione dell'imperatore a Cristo, dimostrata in primis
dall'episodio di Tessalonica: «Per quale motivo [ebbero] "una cosa
santa sul morso" se non perché frenasse l'arroganza degli imperatori,
reprimesse la dissolutezza dei tiranni che, come cavalli, nitrivano smaniosi di
piaceri, perché potevano impunemente commettere adulteri? Quali turpitudini
conosciamo dei Neroni e dei Caligola e di tutti gli altri che non ebbero
"una cosa santa sul morso"!» (In morte di Teodosio, 50) Di
fronte al dispotismo e alla dissolutezza che avevano caratterizzato il
comportamento di non pochi imperatori romani, Ambrog io vide nel
cristianesimo una possibilità per "redimere" il potere imperiale e
renderlo giusto e clemente. Nella sua idea, infatti, il cristianesimo avrebbe
dovuto sostituire il paganesimo nella società romana senza per questo negare e
distruggere le istituzione imperiali («Voi [pagani] chiedete pace per le vostre
divinità agli imperatori, noi per gli stessi imperatori chiediamo pace a
Cristo», Lettera 73 a Valentiniano II), ma anzi dando ai valori romani la nuova
linfa offerta dalla morale cristiana. A. richiamò infine la società
romana nella quale era sempre più accentuato il divario tra ricchi e poveri;
alla sperequazione economica, Ambrogio contrapponeva infatti la morale del
Vangelo e della tradizione biblica. Così egli scrive nel Naboth: «La
terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i
poveri: perché, o ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? Tu ricco
non dai del tuo al povero [quando fai la carità], ma gli rendi il suo; infatti
la proprietà comune, che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi.»
(Naboth) Antigiudaismo Magnifying glass icon mgx2.svg Antisemitismo §
Antigiudaismo teologico. Per Ambrogio era fondamentale la storia di Israele
come popolo eletto: da qui la grande presenza dell'Antico Testamento nel rito
ambrosiano, le numerosissime sue opere di commento agli episodi della storia
ebraica, la conservazione della sacralità del sabato, ecc. Tuttavia, come era
comune nel cristianesimo dei primi secoli, forte era anche la volontà di
mostrare l'originalità cristiana rispetto alla tradizione giudaica (che non
aveva riconosciuto Gesù come Messia) e di affermare l'indipendenza e le
prerogative della Chiesa nascente. Ad esempio, nell'Expositio Evangelii
secundum Lucam, commentando un passo del vangelo di Luca in cui un uomo invaso
dallo spirito di un demonio impuro, grida: «Ah! Che c'è fra noi e te, Gesù
Nazareno? Sei venuto per rovinarci? So chi tu sei: il Santo di Dio», A. critica
aspramente l'incredulità della gente circostante: «Chi è colui che aveva
nella sinagoga spirito immondo di demonio, se non la folla dei giudei che, come
stretta da spire serpentine e legata dai lacci del diavolo, simulata la purità
del corpo, profanava con le immondezze della mente interiore? Ebbene: era nella
sinagoga l'uomo che aveva lo spirito immondo; perché lo Spirito Santo lo aveva
ammesso. Era entrato infatti il diavolo dal luogo da cui Cristo era uscito.
Insieme, si mostra la natura del diavolo non come ostinata, ma come opera
ingiusta. Infatti quello che attraverso una natura superiore professa il
Signore, con le opere lo nega. E in questo appare la sua malvagità [del
demonio] e l'ostinazione dei giudei, poiché così [il demonio] spandé tra la
folla la cecità della mente furiosa; affinché la gente neghi, colui che i
demoni professano. O eredità dei discepoli peggiore del maestro! Quello tenta
il Signore con le parole, essi con l'agire: egli dice "Buttati!" (Luc.),
questi sono assaliti perché [lo] buttino.» L'episodio di Callinicum Le
cronache storiche riportano un episodio che può essere considerato rivelatore
dell'atteggiamento di Ambrogio nei riguardi degli ebrei. A Callinicum
(Kallinikon, sul fiume Eufrate, in Asia, l'attuale al-Raqqa), una folla di
cristiani diede l'assalto alla sinagoga e la bruciò. Il governatore romano
condannò l'accaduto e, per mantenere l'ordine pubblico, dispose affinché la
sinagoga venisse ricostruita a spese del vescovo. L'imperatore Teodosio I rese
noto di condividere quanto deciso dal suo funzionario. Ambrogio si oppose
alla decisione dell'imperatore e gli scrisse una lettera (Epistulae variae) per
convincerlo a ritirare l'ingiunzione di ricostruire la sinagoga a spese del
vescovo: «Il luogo che ospita l'incredulità giudaica sarà ricostruito con le spoglie
della Chiesa? Il patrimonio acquistato dai cristiani con la protezione di
Cristo sarà trasmesso ai templi degli increduli?... Questa iscrizione porranno
i giudei sul frontone della loro sinagoga:Tempio dell'empietà ricostruito col
bottino dei cristiani -... Il popolo giudeo introdurrà questa solennità fra i
suoi giorni festivi...» Citando dalla lettera di Ambrogio a Teodosio
(Epistulae variae): «Ma ti muove la ragione della disciplina. Che cosa
dunque è più importante, l'idea di disciplina [mantenimento dell'ordine
pubblico] o il motivo della religione?» Nell'epistola Ambrogio si
attribuì la responsabilità dell'incendio: «Io dichiaro di aver dato alle fiamme
la sinagoga, sì, sono stato io che ho dato l'incarico, perché non ci sia
più nessun luogo dove Cristo venga negato» A... si spinse ad affermare
che quell'incendio non era affatto un delitto e che se lui non aveva ancora
dato l'ordine di bruciare la sinagoga di Milano era solo per pigrizia e che
bruciare le sinagoghe era altresì un atto glorioso. Ambrogio non volle
salire sull'altare finché l'imperatore non abolì il decreto imperiale
riguardante la ricostruzione della sinagoga a spese del vescovo. Secondo la
visione del vescovo, nella questione della religione l'unico foro competente da
consultare doveva essere la Chiesa cattolica la quale, grazie ad Ambrogio,
divenne la religione statale e dominante. In questa impresa lo scopo era quello
di avvalorare l'indipendenza della Chiesa dallo Stato, affermando anche la
superiorità della Chiesa sullo Stato in quanto emanazione di una legge
superiore alla quale tutti devono sottostare. Mariologia Sebbene non si
possa parlare di una mariologia vera e propria (intesa come pensiero
sistematico), sono numerosi nell'opera di Ambrogio i riferimenti a Maria:
spesso, quando si presenta l'occasione, egli si rifà alla sua figura e al suo
esempio. La sua venerazione per Maria nasce soprattutto dal ruolo
attribuitole nella storia della salvezza. Maria è infatti madre di Cristo, e
dunque modello per tutti i credenti che, come lei, sono chiamati a
"generare" Cristo: «Vedi bene che Maria non aveva dubitato,
bensì creduto e perciò aveva conseguito il frutto della sua fede. «Beata tu che
hai creduto». Ma beati anche voi che avete udito e avete creduto: infatti, ogni
anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio e ne comprende le
operazioni. Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in
ciascuno lo spirito di Maria ad esultare in Dio: se, secondo la carne, una sola
è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo»
(Esposizione del Vangelo secondo Luca) Ambrogio difende strenuamente la
verginità di Maria, soprattutto in relazione al mistero di Cristo: egli
infatti, proprio perché nato da vergine, non ha contratto il peccato originale.
Maria è anche la prima donna a cogliere i "frutti" della venuta di
Cristo: «Non c’è affatto da stupirsi che il Signore, accingendosi a
redimere il mondo, abbia iniziato la sua opera proprio da Maria: se per mezzo
di lei Dio preparava la salvezza a tutti gli uomini, ella doveva essere la
prima a cogliere dal Figlio il frutto della salvezza» (Esposizione del
vangelo secondo Luca) Maria è inoltre modello di virtù morali e cristiane, in
primo luogo per le vergini («Nella vita di Maria risplende la bellezza della
sua castità e della sua esemplare virtù») ma anche per tutti i fedeli; di lei
vengono esaltate la sincerità (la verginità «di mente»), l'umiltà, la prudenza,
la laboriosità, l'ascesi. Milano e il rito ambrosiano Sant'Ambrogio
con in mano il flagello contro i nemici di Milano, in un bassorilievo
quattrocentesco Magnifying glass icon mgx2.svg Rito ambrosiano. L'operato di
Sant'Ambrogio a Milano ha lasciato segni profondi nella diocesi della
città. Papa Gregorio Magno parla del neoeletto vescovo di Milano,
Deodato, non tanto come successore, bensì come "vicario" di
sant'Ambrogio (equiparandolo quasi ad un secondo "vescovo di Roma").
Nell'anno 881 invece papa Giovanni VIII definì per la prima volta la diocesi
"ambrosiana", termine che è rimasto ancora oggi per identificare non
solo la Chiesa di Milano, ma talvolta anche la stessa città. L'eredità di
Ambrogio è delineata principalmente a partire dalla sua attività pastorale: la
predicazione della Parola di Dio coniugata alla dottrina della Chiesa
cattolica, l'attenzione ai problemi della giustizia sociale, l'accoglienza
verso le persone provenienti da popoli lontani, la denuncia degli errori nella
vita civile e politica. L'operato di Ambrogio lasciò un segno profondo in
particolare sulla liturgia. Egli introdusse nella Chiesa occidentale molti
elementi tratti dalle liturgie orientali, in particolare canti e inni. Si
attribuisce ad Ambrogio l'inno Te Deum laudamus, ma la questione è controversa
e negata anche da Luigi Biraghi. Le riforme liturgiche furono mantenute nella
diocesi di Milano anche dai successori e costituirono il nucleo del Rito
ambrosiano, sopravvissuto all'uniformazione dei riti e alla costituzione
dell'unico rito romano voluta da papa Gregorio I e dal Concilio di
Trento. In dialetto milanese Ambrogio viene chiamato sant Ambroeus
(grafia classica) o sant Ambrös (entrambi pronunciati
"sant'ambrœs"). Sant'Ambrogio affrescato da Masolino,
Battistero Castiglione Olona Alla sua figura è ispirato anche il premio Ambrogino
d'oro, che è il nome non ufficiale con cui sono comunemente chiamate le
onorificenze conferite dal comune di Milano. Sant'Ambrogio e il canto
liturgico Michael Pacher, Sant'Ambrogio, Monaco, Alte Pinakothek Con il
termine di ambrosiano non si definisce solo il rito della Chiesa Cattolica che
fa riferimento al santo, ma anche un preciso modo di cantare durante la
liturgia. Esso viene indicato con il nome di canto ambrosiano. Esso è
caratterizzato dal canto di inni, cioè di nuove composizioni poetiche in versi,
che vengono cantate da tutti i partecipanti al rito. A differenza di
quanto avveniva per i salmi, solitamente cantati da un solista o da un
gruppo di coristi, essi vengono invece cantati da tutti i partecipanti, in cori
alternati, normalmente tra donne e uomini, ma in altri casi tra giovani e
anziani o anche tra fanciulli e adulti. Alcuni di questi inni sono stati
sicuramente composti da Ambrogio. La certezza viene dal fatto che a menzionarli
è sant'Agostino, che fu discepolo di Sant'Ambrogio. Essi sono:
Aeterne rerum conditor (cf. Retractionum); Iam surgit hora tertia (cf. De
natura et gratia); Deus creator omnium (ricordato nelle Confessioni e citato
complessivamente ben cinque volte dal vescovo di Ippona); Intende qui regis
Israel (cf. Sermo). Attraverso la liturgia della Chiesa cattolica in generale e
di quella ambrosiana in particolare, sono giunti fino a noi una moltitudine di
inni in stile ambrosiano. I ricercatori hanno cercato di trovare dei criteri
per indicare quelli che, con più certezza, sono stati composti da Ambrogio.
Biraghi ne indica tre: la conformità degli inni con l'indole letteraria di
Ambrogio, con il suo vocabolario e con il suo stile. Con questi criteri egli
arrivò a selezionare diciotto inni: Splendor paternae gloriae
(nell'aurora) Iam surgit hora tertia (per l'ora di terza domenicale) Nunc
sancte nobis Spiritus (per l'ora di terza feriale) Rector potens verax Deus
(per l'ora di sesta) Rerum, Deus, tenax vigor (per l'ora di nona) Deus creator
omnium (per l'ora dell'accensione) Iesu, corona virginum (inno della verginità)
Intende qui regis Israel (per il Natale del Signore) Inluminans Altissimus (per
le Epifanie del Signore) Agnes beatae virginis (per sant'Agnese) Hic est dies
verus Dei (per la Pasqua) Victor, Nabor, Felix, pii (per i santi Vittore,
Nabore e Felice) Grates tibi, Iesu, novas (per i santi Gervasio e Protasio)
Apostolorum passio (per i santi Pietro e Paolo) Apostolorum supparem (per san
Lorenzo) Amore Christi nobilis (per san Giovanni Evangelista) Aeterna Christi
munera (per i santi martiri) Aeterne rerum conditor (al canto del gallo) Gli
autori dell'edizione delle opere poetiche di Ambrogio in un volume stampato nel
1994, che ha portato a compimento l'Opera Omnia, in latino e in italiano, del
vescovo di Milano, hanno ridotto questo numero certo a tredici canti,
escludendo quelli per le ore minori, per i martiri e della verginità.
L'esclusione va ascritta alla metrica di questi testi. Ambrogio aveva una
predilezione per il numero otto. I suoi inni sono tutti di otto strofe con
versi ottosillabici. Egli vedeva in questo numero la risurrezione di Cristo, la
novità cristiana e la vita eterna (octava dies, l'ottavo giorno della
settimana, cioè il nuovo giorno, in cui inizia l'era del Cristo). Per questi
studiosi appare improbabile che egli sia venuto meno a questa preferenza e
quindi quelli di due o di quattro strofe non vengono attribuiti al vescovo
milanese. Per questi storici inoltre non vi è motivo di dubitare che
l'autore della melodia sia lo stesso Ambrogio dato che per loro natura questi
inni nascono consostanziati alla musica. Il Migliavacca nota come A. possedesse
una conoscenza musicale approfondita. Le sue opere rivelano, oltre a una
perfetta conoscenza scolastica, anche una particolare propensione musicale.
Egli parla dell'arte musicale con cognizione tecnica e non solo con estetica
raffinatezza come il suo discepolo Agostino. Leggende su Sant'A.
Spoglie mortali di A.o e Gervasio, rivestite dei paramenti liturgici, nella
cripta della Basilica di Sant'A. a Milano. Su Sant'Ambrogio vi sono numerose
leggende miracolistiche: Mentre Ambrogio infante dormiva nella sua culla
posta temporaneamente nell'atrio del Pretorio, uno sciame di api si posò
improvvisamente sulla sua bocca, dalla quale e nella quale esse entravano ed
uscivano liberamente. Dopodiché lo sciame si levò in volo salendo in alto e
perdendosi alla vista degli astanti. Il padre, impressionato da tutto ciò,
avrebbe esclamato: «Se questo mio figlio vivrà, diverrà sicuramente un
grand'uomo!». Ambrogio, camminando per Milano, avrebbe trovato un fabbro che
non riusciva a piegare il morso di un cavallo: in quel morso Ambrogio riconobbe
uno dei chiodi con cui venne crocifisso Cristo. Dopo vari passaggi, un
"chiodo della crocifissione" è tuttora appeso nel Duomo di Milano, a
grande altezza, sopra l'altare maggiore. Nella piazza davanti alla basilica di
Sant'Ambrogio a Milano è presente una colonna, comunemente detta "la
colonna del diavolo". Si tratta di una colonna di epoca romana, qui
trasportata da altro luogo, che presenta due fori, oggetto di una leggenda
secondo la quale la colonna fu testimone di una lotta tra Sant'Ambrogio ed il
demonio. Il maligno, cercando di trafiggere il santo con le corna, finì invece
per conficcarle nella colonna. Dopo aver tentato a lungo di divincolarsi,
il demonio riuscì a liberarsi e, spaventato, fuggì. La tradizione popolare
vuole che i fori odorino di zolfo e che appoggiando l'orecchio alla pietra si
possano sentire i suoni dell'inferno. In realtà questa colonna veniva usata per
l'incoronazione degli imperatori germanici. A Parabiago, A. sarebbe apparso il
21 febbraio 1339, durante la celebre battaglia: a dorso di un cavallo e
sguainando una spada, mise paura alla Compagnia di San Giorgio capitanata da
Lodrisio Visconti, permettendo alle truppe milanesi del fratello Luchino e del
nipote Azzone di vincere. A ricordo di tale leggenda fu edificata a Parabiago
la Chiesa di Sant'Ambrogio della Vittoria e a Milano, su un portone bronzeo del
Duomo, gli è stata dedicata una formella. Opere: “Divi A. Episcopi Mediolanensis
Omnia Opera”; “Oratorie (esegetiche)” “Exameron”; “De paradiso”; “De Cain et
Abel”; “De Noe”; “De Abraham”; “De Isaac et anima”; “De bono mortis”; “De Iacob
et vita beata”; “De Ioseph”; “De patriarchis”; “De fuga saeculi”; “De
interpellatione Iob et David Apologia”; “David”; “De Helia et ieiunio”; “De
Tobia”; “De Nabuthae historia; “Explanatio in XII Psalmos Davidicos”;
“Expositio in Psalmum CXVIII”; “Expositio in Lucam De excessu fratris; “Satyri
libri duo”; “De obitu Valentiniani consolation”; “De obitu Theodosii oratio
Morali (ascetiche); “De virginibus” o “Ad Marcellinam sororem libri tres De
viduis; “De perpetua virginitate Sanctae Mariae”; “Adhortatio virginitatis o
Exhortatio virginitatis”; “De officiis ministrorum Dogmatiche (sistematiche): “De
fide ad Gratianum Augustum libri quinque; “De Spiritu Sancto ad Gratianum
Augustum; “De incarnationis dominicae sacramento; “De paenitentia Catechetiche;
“De sacramentis libri sex; “De mysteriis De sacramento regenerationis sive de
philosophia; “Explanatio Symboli ad initiandos Epistolario: “Epistulae
Innografia Hymni Altro Sermo contra Auxentium de basilicis tradendis”. Tituli
Curiosità S.Ambrogio essendo patrono delle api, rappresenta al meglio
l'operosità non solo quella risaputa dei milanesi, di cui è patrono
festeggiato, ma di tutti coloro che si impegnano nel lavoro, con combattività,
spirito di sacrificio e di spirito di abnegazione. Inoltre S.Ambrogio ha come
secondo simbolo il gabbiano che è legato alla sensazione di libertà e spazio
immenso. Il gabbiano trova l'equilibrio e si alimenta di ciò che trova nel
rispetto della sua natura di predatore e onnivoro che non si tira indietro a
nulla per la propria sopravvivenza. Per le suddette simbologie, e per tutte le
altre che sia le api che i gabbiani rappresentano, S.Ambrogio è ormai
considerato da tempo il protettore delle startup innovative che vedono in
S.Ambrogio, guida sicura con la sua famosa frase di valore eterno: "Voi
pensate che i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili.
Vivete bene e muterete i tempi" Note
lastampa/vatican-insider/it//10/02/news/milano- studi-confermano-l-identita-di-sant-ambrogio-e-di-due-martiri-Leemans,
Peter Van Nuffelen e Shawn W. J. Keough, Episcopal Elections in Late Antiquity,
Walter de Gruyter, A., Exorthatio virginitatis, 12, 82 Robert Wilken, "The Spirit of Early
Christian Thought" (Yale University Press: New Haven, Walsh, ed.
"Butler's Lives of the Saints" (HarperCollins Publishers: New York,
Paolino, Vita di Ambrogio, 6 Basilica Vetus
e Battistero di Santo Stefano alle fonti, su adottaunaguglia.duomomilano. 18
marzo. Paolino, Vita di Ambrogio,
7-8 Indro Montanelli, Storia di Roma,
Rizzoli, Ambrogio, Lettera fuori coll. 14 ai Vercellesi, 65 Ambrogio, De officiis, Biffi, Relazione al
Meeting di Rimini, Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo dalle origini
e i primi sviluppi della fede a Milano, op. cit., Graziano avrebbe voluto convocare un concilio
numeroso, ma Ambrogio lo esortò a convocare un numero limitato di vescovi, affermando
che per appurare la verità ne bastavano pochi e che non era il caso di
incomodarne troppi, facendo loro affrontare un viaggio faticoso (Neil B.
McLynn, Ambrose of Milan: Church and Court in a Christian Capital, University
of California Codex Theodosianus Guida della Basilica di S. Ambrogio: note
storiche sulla Basilica ambrosiana, Ferdinando Reggiori, Ernesto Brivio, Nuove
Edizioni Duomo, Nauroy, L'Ecriture dans la pastorale d'Ambroise de Milan, in Le
monde latin antique et la Bible. J. Fontaine e C. Pietri, Parigi Citato in
Pasini, I Padri della Chiesa. Il cristianesimo delle origini e i primi sviluppi
della fede a Milano, op. cit. Per
un'ampia descrizione dell'episodio: Antonietta Mauro Todini, Aspetti della
legislazione religiosa del IV secolo, La Sapienza Editrice, Roma, Craughwell,
Santi per ogni occasione, Gribaudi, Giovanni, Chiesa e stato nel Codice
Teodosiano, Tempi moderni, pag.120; Giovanni De Bonfils, Roma e gli ebrei,
Cacucci, Mariateresa Amabile, Nefaria Secta. La normativa imperiale ‘de
Iudaeis’ tra repressione, protezione, controllo, I, Jovene, Napoli,.James
Hastings, Encyclopedia of Religion and Ethics, Kessinger Peruzzi, Il
cattolicesimo reale, Odradek, Roma, Ambrogio, De virginibus, citato in L.
Gambero, Testi mariani del primo millennio, Città Nuova, Rito Ambrosiano: la
centralità dell'opera di Sant'Ambrogio per la Chiesa di Milano Jacopo da Varazze, Leggenda Aurea, LVII. Un
episodio analogo è riferito anche a Santa Rita da Cascia, vedi: Alfredo
Cattabiani, Santi d'Italia, Ed. Rizzoli, Milano, Per una narrazione della
leggenda e della costruzione della chiesa si veda: Don Gerolamo Raffaelli, La
vera historia della Vittoria qual ebbe Azio Visconti nell'anno della comune
salute 1339 nel dì XXI febbr. in Parabiago contro Lodrisio V Limonti, Milano,
Don Claudio Cavalleri, Racconto istorico della celebre Vittoria ottenuta da
Luchino Visconti princ. di Milano per la miracolosa apparizione d’A., seguita
in Parabiago, e dedicata al March. D. Giambattista Morigia G. Richino Malerba,
Milano, 1745 Alessandro Giulini, La Chiesa e l'Abbazia Cistercense d’A. della
Vittoria in Parabiago, Archivio Storico Lombardo, Ponzio di Cartagine, Vita di
Cipriano; vita di Ambrogio; vita di Agostino / Ponzio, Paolino, Possidio, Città
Nuova, Milano,Tutte le opere di sant'Ambrogio, Ed. bilingue a cura della
Biblioteca Ambrosiana, Roma: Città nuova. Angelo Paredi, Ambrogio, FIR
MilanoStoriaSec. IV-V Hoepli collana Collezione Hoepli Angelo Ronzi,
Sant'Ambrogio e Teodosio: studio storico-filosofico, Visentini editore,
Venezia. Enrico Cattaneo, Terra di Sant'Ambrogio: la Chiesa milanese nel primo
millennio; Annamaria Ambrosioni, Maria Pia Alberzoni, Alfredo Lucioni, Ed. Vita
e pensiero, Milano, 1989. Vita di A.: La prima biografia del patrono di Milano
di Paolino di Milano, Marco Maria Navoni, Edizioni San Paolo, Pasini, A. di
Milano. Azione e pensiero di un vescovo, Edizioni San Paolo, Cinisello B.
Vaccaro, Giuseppe Chiesi, Fabrizio Panzera, Terre del Ticino. Diocesi di
Lugano, Editrice La Scuola, Brescia, Piana, Ambrogio in Enciclopedia Biografica Universale, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani. Dario Fo, Sant'Ambrogio e
l'invenzione di Milano Einaudi Torino, Passarella, A. e la medicina. Le parole
e i concetti, LED Edizioni Universitarie, Milano Pasini, I Padri della Chiesa.
Il cristianesimo dalle origini e i primi sviluppi della fede a Milano., Busto
Arsizio, Nomos. Cardini, 7 dicembre 374. Ambrogio vescovo di Milano, in I
giorni di Milano, Roma-Bari, A., in San Carlo Borromeo, I Santi di Milano,
Milano, 9Boucheron e Stéphane Gioanni,
La memoria di Ambrogio di Milano. Usi politici di una autorità patristica in
Italia, Paris-Roma, Publications de la Sorbonne-École française de Rome, (Histoire ancienne et médiévale, 133CEF,
Sant'Ambrogio, [Opere], apud inclytam Basileam, [Johann Froben] Sant AmbroeusTra storia e leggenda, Meravigli
edizioni (in collaborazione con Circolo Filologico Milanese), Milano, Satiro di
Milano Santa Marcellina Agostino di Ippona Basilica di Sant'Ambrogio Patristica
Diocesi di Milano Rito ambrosiano Paolino di Milano Chiesa dei Santi Ambrogio e
Theodulo A. Treccani Enciclopedie Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.
Sant'Ambrogio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. A., in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,. A.,
su sapere, De Agostini. A., su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della
Svizzera. A., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Sant'Ambrogio, su BeWeb, Conferenza
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di Sant'Ambrogio, su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Sant'Ambrogio,.
Opere di Sant'Ambrogio, su Progetto Gutenberg. Audiolibri di Sant'Ambrogio, su
LibriVox. su Sant'Ambrogio, su Les Archives de littérature du Moyen Âge. Sant'Ambrogio,
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beati e testimoni, santiebeati. Epistole di S.Ambrogio, su tertullian.org. Epistole di S.Ambrogio, su intratext.com.
Opera Omnia dal Migne Patrologia Latina con indici analitici, su
documentacatholicaomnia.eu. Cathechesi, su w2.vatican.va. di papa Benedetto XVI
su A. in occasione dell'udienza generale PredecessoreVescovo di Milano SuccessoreBishopCoA
PioM.svg Aussenzio San Simpliciano SoresiniV D M Padri e dottori della Chiesa
cattolica VDMA. di Milano Antica Roma
Antica Roma Biografie Biografie
Cattolicesimo Cattolicesimo Milano Milano Categorie: Funzionari romaniVescovi
romani del IV secoloTeologi romani Treviri MilanoAmbrogio di MilanoSanti romani
del IV secoloCorrispondenti di Quinto Aurelio Simmaco Dottori della Chiesa
cattolicaPadri della ChiesaSanti per nomeScrittori cristiani antichiScrittori
romaniTeologi cristianiVescovi e arcivescovi di MilanoSanti della Chiesa
ortodossa. Acta Sancti Sebastiani Martyris [Incertus] -- San Sebastiano
-- Sebastiano -- Ad Virginem Devotam -- Apologia
Altera Prophetae David -- Apologia Prophetae David Ad Theodosium
Augustum Commentarius In Cantica Canticorum De Abraham Libri
Duo -- De Benedictionibus Patriarcharum. De Bono Mortis. De Cain Et
Abel Libri Duo -- De Concordia Matthaei Et Lucae In Genealogia
Christi -- De Dignitatate Conditionis Humanae Libellus. De
Dignitate Sacerdotali. De Elia Et Jejunio Liber Unus -- De
Excessu Fratris Sui Satyri Libri Duo De Excidio Urbis Hierosolymitanae
Libri Quinque -- De Fide Ad Gratianum Augustum Libri
Quinque -- De Fide Orthodoxa Contra Arianos -- De
Fuga Saeculi -- De Incarnationis Dominicae Sacramento -- De
Institutione Virginis Et Sanctae Mariae Virginitate Perpetua -- De
Interpellatione Job Et David Liber Quatuor -- De Isaac Et Anima
-- De Jocob Et Vita Beata Libri Duo -- De Joseph Patriarca
-- De Lapsu Virginis Consecratae -- De Moribus Brachmanorum
[Incertus] -- De Mysteriis -- De Nabuthe Jezraelita
-- De Noe Et Arca -- De Noe Et Arca Liber Unus [Fragmentum]
-- De Obitu Theodosii Oratio -- De Obitu Valentiniani
Consolatio -- De Officiis Ministrorum Libri Tres -- De
Paradiso -- De Poenitentia Liber Unus -- De Poenitentia
Libri Duo -- De Sacramentis Liber Sex -- De Spiritu Sancto
Libellus -- De Spiritu Sancto Libri Tres -- De Tobia Liber
Unus -- De Trinitate. Alias In Symbolum Apostolorum
Tractatus -- De Viduis -- De Virginibus Ad Marcellinam Sororem
Sua Libri Tres -- De Virginitate -- De XLII Mansionibus
Filiorum Israel Tractatus -- Enarrationes In XII Psalmos
Davidicos -- Epistola De Fide Ad Beatum Hieronymum
[Incertus] -- Epistolae Duae De Monacho Energumeno
[Incertus] -- Epistolae Ex Ambrosianarum Numero
Segregatae -- Epistolae Prima
Classis -- Epistolae Secunda
Classis -- Exameron Libri Sex -- Exhortatio
Virginitatis -- Exorcismus -- Expositio Evangelii Secundum
Lucam Libris X Comprehensa -- Expositio Super Septem Visiones
Libri Apocalypsis -- Historia De Excidio Hierosolymitanae Urbis
Anacephalaeosis --- Hymni -- Hymni Sancti Abrosio
Attributi [Incertus] -- In Epistolam Beati Pauli Ad
Colossenses -- In Epistolam Beati Pauli Ad Corinthios Primam. In
Epistolam Beati Pauli Ad Corinthios Secundam -- In Epistolam
Beati Pauli Ad Ephesios. In Epistolam Beati Pauli Ad Galatas --
In Epistolam Beati Pauli Ad Philemonem . In Epistolam Beati Pauli Ad
Philippenses -- In Epistolam Beati Pauli Ad Romanos -In
Epistolam Beati Pauli Ad Thessalonicenses Primam. In Epistolam Beati Pauli
Ad Thessalonicenses Secundam -In Epistolam Beati Pauli Ad Timotheum
Primam. In Epistolam Beati Pauli Ad Timotheum Secundam -- In
Epistolam Beati Pauli Ad Titum In Psalmum David CXVIII
Expositio -- Liber De Vitiorum Virtutumque Conflictu
[Incertus] -- Libri Duo de Vocatione Gentium [Incertus] -Philosophorum
Aliquot Epistolae [Incertus] -- Precationes Duae Hactenius Ambrosio
Attributae -- Sermones Sancto Ambrosio Hactenus
Ascripti -- Sermones Tres -- Vita Ex Ejus Scriptis
Collecta [Editor] -- Vita Operaque -- Vita Operaque. Selecta
Vetera Testimonia -- Vita Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi [A
Paulino Ejus Notario] -- De Abraham Libri Duo -- De Bono
Mortis -- De Cain et Abel Libri Duo -- De Isaac et Anima -- De
Mysteriis -- De Noe Et Arca. De Paradiso -- Epistola VIII --
Epistula ad Sororem -- Epistulae Variae -- Hexameron
Libri Sex. Hymni -- Vita -- La Penitenza -- La
Penitenza -- De Excessu Fratris Sui Satyri Libri Duo
[Schaff] -- De Fide Ad Gratianum Augustum Libri Quinque
[Schaff] -- De Mysteriis -- Mysteriis Liber Unus
[Schaff] -- De Officiis Ministrorum Libri Tres [Schaff] --
De Poenitentia Libri Duo [Schaff] -- De Spiritu Sancto Libri Tres
[Schaff] -- De Viduis Liber Unus [Schaff] -- De
Virginibus Ad Marcellinam Sororem Sua Libri Tres [Schaff] --
Epistola. Exposition Of The Christian Faith -- On The
Decease Of His Brother Saytrus -- On The Duties Of The Clergy -- On
The Holy Spirit -- Repentance -- Some Letters -Some
Letters [Schaff]. To Marcellina His Sister Concerning Virgins. -- Treatise
Concerning The Widows. IL DIRITTO ROMANO Fu sopratutto col pacifico
apostolato della scienza e della virtù,chequeigrandi uomini, cuila Chiesa giustamente
saluta suoi padri, illuminarono e vinsero il mondo pagano. Allo scetti cismo,
frutto di astruse teorie filosofiche, che distruggevano senza edificare, essi
opposero le verità cattoliche, profonde e s u blimi pei sapienti, chiare e
popolari per la moltitudine,pratiche per tutti;alla spaventosa depravazione
prodotta e mantenuta da una religione tutta materia e sensi,essi risposero
coll'introdurre della sfibrata e morente società romana una moltitudine di
uomini e di donne, i quali invece delle sterili declamazioni di Cicerone e di
Seneca,offrivano sé stessi,ad esempio di Gesù Cristo, ostie viventi di
sacrificio per la Chiesa e per l'umanità. I secolo IV segna appunto il massimo
furore di quelle in cruente battaglie. S. Atanasio, S. Basilio, i due S.
Gregorii, S.Girolamo,S.Agostino,S.Giovanni Grisostomo da una parte; Antonio e
le migliaja di monaci e di sante vergini dall'al tra.Nel mezzo del secolo poi e
nel mezzo dell'Occidente com pare il grande Arcivescovo di Milano,S. Ambrogio, che
rac coglie la penna di S. Atanasio per trasmetterla a S. Agostino, e colla
voce, cogli scritti e cogli esempi propri e della santa sua sorella Marcellina
popola, non ideserti,ma le corrotte città latine di una legione di angeli
terreni. Sublime missione al certo,ma non unica,a cui laDivina Provvidenza
destinava il figlio del Prefetto delle Gallie, allora che inconsapevole de'suoi
destini,giungeva in Milano, per esercitarvi qual Consolare l'autorità del
Vicario d'Italia nella Liguria ed Emilia.Infatti nel congedare il suo giovine
amico,Petronio Probo Prefetto del pretorio e cristiano, gli aveva
detto:ricordatevi,mio figlio, di operarenon da giu dice, ma davescovo. L'opulentoesaggiosenatoreromano
con quelle parole manifestava, senza comprenderne la forza profetica, il vizio
radicale ed il maggior pericolo dell'impero romano,e quale avrebbe dovuto
esserne ilrimedio:la cristia nizzazione cioè veraceed intera del governo e della
legge Paulin,in vit.Amb.n.5. A quest'opera tuttavia richiedevasi non un
greco od un barbaro,ma un nobile romane discendente dall'antica razza
conquistatrice;era conveniente non un uomo di guerra ne un colto letterato,ma
un giurisperito,che dalla magistratura dell'impero terreno passasse alla
magistratura dell'impero spi rituale.Tal fu Ambrogio,allorché nel 374 per mezzo
di un prodigio fu eletto Vescovo di Milano. Se alcuno fosse stato allora ammesso
da Dio leggerenel futuro avrebbe ravvisato nel Consolare romano fuggente l'o
noreela responsabilità diVescovo,ilsecondo fraiquattro Dottori della Chiesa,
che sono rappresentati sostenere la cat tedra di Pietro in Vaticano; ma insieme
avrebbe meravi gliato contemplando da lungi la nuova società cristiana succe
dere all'impero pagano,e S. Ambrogio,che formata la mente ed il cuore del
grande Teodosio, ne congiunge la destra a tra verso isecoli con quella di Carlo
Magno. Si; è evidente che S. Ambrogio ritorna fra noi appunto nel momento del
maggior bisogno della Chiesa e della società, quando il paganesimo redivivo ha
consumato ormai presso tutte le nazioni cristiane l'apostasia dello Stato dalla
Chiesa e va lentamente scristianizzando tutti i codici e tutte le leggi dei
popoli civili.Non è pertanto meraviglia se dalla scoperta delle reliquie
santambrosiane la setta anti-cristiana intraveda una minaccia misteriosa a
quelle che essa chiama le gloriose conquiste dell'umanilà; mentre il popolo
veramente e sincera mente cattolico si commove ed esulta, come all'arrivo di
uno sperimentato e valente capitano. Nondimeno chi fu che sospettasse in
que'giorni questa importantissima missione religiosa ecivile del nuovo Ve scovo
di Milano? Gli uomini invero sono istrumenti e spet tatori quasi sempre
inconscii,dellemeraviglie di Dio.Ben po chi giungono a sorprenderne la mano
onnipotente e miseri cordiosa, allorchè in mezzo alle angoscie dei secoli più
trava gliati, quando lutto sembra avviarsi a rovina,getta silenziosa ed
inosservata la semente, che fruttificherà a suo tempo pace e prosperità alle
generazioni venture.Furono isecoli cristiani che riconobbero la lontana,ma efficace
opera di S. Ambrogio; ed è perciò con un trasalimento di gioja che noi, dopo
quin dici secoli, da quel 74, in cui Dio lo dono alla Chiesa ed alla società,
vediamo risvegliarsi l'eroe delle battaglie contro il paganesimo ed affacciarsi
dalla sua tomba a riguardare le il lusioni, le convulsioni ed i terrori di
questo secolo XIX, per errori e pericoli sociali tanto simile al secolo IV. Alla
domanda perciò che ispontanea si presenta alla mente di ognuno,in questi
giorni,in cui collo spirito della Chiesa, che è spirito di preghiera, ci
prepariamo ad onorare gli avanzi mortali del gran Santo, gran Dottore e grande
cittadino del secolo IV,vale a dire: perché ritorna ora fra noi S. Ambrogio?
non si può chiedere una risposta intera ed adeguata che ai secoli avvenire.Essi
ci mostreranno e spiegheranno laragione provvidenziale, per cui le reliquie del
santo Arcivescovo e dei due martiri milanesi riapparvero in questi anni e non
prima. Noi frattanto dal passato cercheremo di pronosticare il futuro; e dalla
influenza tutta santa e civilizzatrice, che il C o n solare romano eletto
Vescovo esercitò sul governo, sulle leggi e sulla società del secolo
IV,ciconforteremo a sperare che in modo eguale e maggiore vorrà ora farci
sentire la potenza di sua intercessione presso Dio in pro della tribolata e
perico Jonte società moderna; speranza e consolazioni ben giuste,poi che nella
Chiesa Cattolica anche le ossa dei santi profetano. La divisione
scientifica del diritto in pubblico e privato è conosciuta, se non di nome, certo
di fatto, anche nel l'antico giure romano; e il primo è fonte delsecondo, il
quale si svolge e modifica mano mano che si svolgeno e modificano l’istituzioni
politiche. Un popolo eminentemente guerriero e conquistatore, come era quello
formato dai primi compagni e discendenti di Romolo, non puo a meno di dare alla
propria legislazione un impronta semplice,ma fiera e di spotica, spesse volte
in aperta contraddizione co'diritti di na tura. Per essa la patria era tutto,
l'individuo nulla, la famiglia un mezzo perdarguerrierialcampo, uominiprudentialforo
lodata perció la madre dei Gracchi, che invece dei giojelli m u liebri fa pompa
de'suoi figli, futuri tribuni della plebe; poi chè essa conciòrappresentavaladonna
romana,qualelavo leva il ferreo diritto repubblicano. Quella patria infatti,
per cui tutti e tutto si doveva sagrificare, non era che l'interesse e
l'ambizione di poche famiglie patrizie discendenti dall'antica razza
conquistatrice: all'infuori dei senatori e cavalieri non si
conoscevacheplebe,efuoridiRoma tuttoilmondo,secondo il diritto pubblico romano,
non era abitato che da vinti o da nemici. Di qui nacque e si perpetuò dai primi
tempi di Roma quell'antagonismo fra senato e plebe, che fu causa non ultima
della caduta della repubblicae dell'intronizzazione del dispotismo
cesareo;diqui anche quella lotta continua con tutte le nazioni confinanti
coll'impero, lotta che fini colla inondazione dei barbari. L'aspetto caratteristicoperò
dell'antico Diritto Romano come di tutte le primitive legislazioni, è l'unione
indissolubile dello Stato colla Religione. Essa presiede a tutti gli atti
pubblici e privati; non si intima guerra ne si concede pace senza i feciali
egliaruspici; senzaauspicj nonsiradunanoassemblee;nonsi stringono trattati che
sotto la protezione degli dei, e la stessa proprietà privata è sotto la
salvaguardia degli dei penati, cui i primi romani non si dimenticavano mai di
salutare all'ingresso dellecase.La religione latina d'altra parteera
essenzialmente nazionale,e si informava a quello spirito di famiglia, che
appare l'anima ditutte leistituzioni romane;essa perciò rimaneva in
carnatacolla repubblica, poiché Roma derivavadaglideiein taccar la religione
era intaccare Roma,ed essendo Roma il mondo,era un dichiararsi nemici del
genere umano.Più tardi, all'avvenimento dell'impero, Augusto uni ilsommo
pontificato alla soprema potenza civile e militare e collocò l'altare della
Vittoria nel senato,come testimonio e simbolo dell'eterna al leanza fra lo
Stato ed il paganesimo. Laonde,quandoaltempo dell'abbrutito Tiberio,alcunipe scatori
di Galilea predicarono una nuova religione, che diceva doversi obbedienza prima
a Dio che a Cesare - essere glidei nazionaliidoliedemonii nostrapatriailcielo
la terra luogo non di piaceri ma di prova - gli uomini senza distin zione di
sesso edi città,siailromano che ilgreco,ilbarbaro, "loschiavo, tutti fratelli-
figlidiun comun padreIddio- idegradati nipoti diCincinnato siscossero,come
all'annuncio di un nemico alle porte,che minacciasse di rovesciare l'antica
maestà di Roma. Il cristianesimoinfatti non era un semplice culto religioso,
una delle mille superstizioni che dall'oriente si importavano alla capitale
colle spoglie delle vinte nazioni e che il fiero politeismo romano riceveva
come arra di pace e difusione dei popoli assoggettati; il cristianesimoeraun in
tero sistema teorico e pratico, che abbracciava tutto l'uomo e siimponeva a
tutte le questioni sociali, esigendo un'intera ri voluzione di idee, di costumi
e di leggi, un cambiamento ra dicale nel diritto pubblico e privato
dell'impero.Appena pro mulgata questa nuova dottrina aveva trovati assecli
ferventi ed indomabili in ogni classe e condizione dell'impero; accolto
sopratutto con trasporto fra quegli esseri, quanto spregiati al trettanto
numerosi, quali erano nella società romana ledonne e gli schiavi. Non ci
meravigliamo pertanto che la giuri sprudenza e la politica romana si trovassero
bentosto nella necessità di risolvere un quesito, il quale involgeva le sorti
dell'impero e dell'umanità. Se l'impero accoglieva il cristianesimo, questo che
trasformava le donne ed i fanciulli in eroi, avrebbe salvato l'impero dallo
sfascelo all'interno, all'esterno dai barbari, mansuefatti dalvangelo;ma
loStatoconciòcessavadiessere ilsupremo Iddio; laChiesa assumeva con esso le
parti dim a dre; lo schiavo, il vinto, la donna dovevano esser rispettati;
s'umiliava l'orgoglio;cadevano Venere e Mercurio;regnava Cristo. Se per
contrario volevasi sostenere l'onnipotenza dello Stato, la divinità degli
imperatori, l'eternità di Roma, la nuova religione si doveva far sparire dalla
faccia della terra.Da Ne rone a Massenzio gli imperanti romani si decisero per
questa seconda politica e ne affidarono la cura al carnefice; il quale per tre
secoli stancò uomini e belve, e non riesci che a ren dere più splendido il
trionfo del cristianesimo. Costantino cambiò sistema e dopo aver bandito
tolleranza,dichiarossi per ilnuovo culto; seguito dal figlio Costaozo, chefattosiperò
da protettore giudice e padrone della Chiesa, divenne il triste modello di tutti
i persecutori fino a doggi.Sopragiunse Giu liano,col quale ilpaganesimo, domato
ma non spento, tentò fe roce, sebbene effimera, riscossa. Quando Ambrogio entrò
Consolare a Milano,regnava Va lentiniano I, successo al buon Gioviano. Scelto
dall'esercito l'imperatore era prode guerriero;accorse al Reno e all'onda
sanguinosa dei barbari, che scrosciava e trasbordava dalle frontiere, oppose,
per allora, un argine di ferro. Tuttavia se la spada valeva coi nemici
non giovava per le questioni interne, nè per arrestare la decomposizione
sociale di quell'immane gigante,cui ilcristianesimo tentava invano di
risanguare con forti e pratiche dottrine di virtù e sagrificio. La fede operava
al certo nel segreto delle coscienze una im portantissima rivoluzionemorale;ma
nonostanteglisforzidi Costantino, il mondo amministrativo si era tenuto in
disparte dalla influenza e dalle istituzioni cristiane.Infatti sotto Valen
tiniano, già confessor della fede avanti all'Apostata, il governo continuava
colle massime e coi costumi dell'antica Roma pa gana;l'imperatore proseguiva a
chiamarsi divino ed eterno; Lactant.,Instit.lib. V,cap.18. aveva assunto i
titoli e le insegne di pontefice massimo; m a n teneva ai sacerdoti degli idoli
privilegi e sovvenzioni a carico dell'erario; mentre l'altare della Vittoria
eretto nel mezzo del senato,attestava la politica incerta ed equivoca del
regnante cristiano.Idue elementi opposti edinconciliabilierano invero tuttora
di fronte e disponevano di forze eguali; più popo lareediffuso, massimeinoriente,ilcristianesimo;più
po tente per ricchezze ed aderenze,in ispecie in occidente e fra le famiglie
aristocratiche, il paganesimo, considerato da esse come simbolo e palladio
dell'antica gloria romana. Valenti niano I reputò pertanto abilità politica il
mettere lo Stato nel mezzo, come neutrale e paciere fra le due nemiche
correnti. Enorme fallo politico, che si ripete continuamente ogni volta che
nella società scendono in campo ad aperta battaglia i due eterni nemici, la
materia e lo spirito, l'errore e la verità, la città degli uomini e la città di
Dio ! Dall'errore nasce l'errore:un governo che esita e teme decidersi fra il
cristianesimo e le superstizioni gentilesche, per quanto spiritualizzate dal
neoplatonismo, fra Cristo e Satana,un tal governo non può reggersi che con una
serie di ripieghi, sovente contraddittorii; per esso il principe cristiano non
porterà che colpi troppo prudenti a quelle antiche istituzioni pagane, che
rimanevano sempre incarnate nel diritto civile dell'impero. Quante questioni
giuridiche, di cui ilprogresso introdotto dal cristianesimoreclamavauna
prontaeradicalesoluzione,re stavano perciòsenza una risposta.Eppure
necessitàstringeva, se l'impero voleva salvarsi ! La società era tuttora divisa
fra una minoranza di opu lenti, che si chiamavano liberi e cittadini,ed una
immensa maggioranza di uomini, cui il cristianesimo diceva fratelli dei superbi
padroni,ma che la Roma conquistatrice aveva classificati fra gli utensili
d'agricoltura ed industria e fra gli oggetti di commercio; gli schiavi
reclamavano in nome della natura e della religione idiritti dell'uomo e del
cristiano. Un'altra schiavitù legale era stata recentemente introdotta dal
fisco rapace,che in nome della divinitàdi Roma,padrona del mondo,non
solospogliava ma distruggeva;icoloni ed icu riali protestavano,io nome di una
assennata economia politica, per un mutamento radicale nei principii che
regolavano sia la proprietà,che l'esazione delle imposte. Il padre verso
ifigli, Ulpian.Inst.I,tit.8. il padrone verso gli schiavi, e
perfino il creditore verso il d e bitore, anche dopo lesaggiecostituzioni di Costantino,con
servavano diritti, che si assomigliavano troppo a quelli che la ferrea mano dei
decemviri aveva scolpiti nel bronzo;la carità cristiana, la quale ne andava
sbandendo dai costumi l'atroce esercizio, esigeva che il legislatore sciogliesse
i sudditi da quelle pastoje dell'antico servaggio,con cui ilgiudice per
rispetto ad una formulistica e sacrilega legalità conculcava l'equità e la
giustizia. Che più; il matrimonio fondamento della società e la donna che ne è
il cuore, erano sempre 'all'arbitrio di una legislazione,che sanzionava,col
divorzio e colla tutela perpetua, una incredibile corruzione di costumi,
massimo fra i pericoli dell'impero;or bene le vergini e martiri cristiane
volevano,che un sesso santificato dalla Vergine madre di Dio, fosse ricollo
cato nel posto assegnatogli dal Creatore e che il matrimonio, pei cristiani
elevato a Sacramento, fosse anche pei pagani cosa seria e rispettata. Queste ed
altre questioni,che travagliavano lasocietà ro mana nelSecoloIV, sisarannoessepresentateallavastae
profonda intelligenza ed al cuore nobile e passionato del gio vine Consolare,
in quel primo giorno che in Milano prese pos sesso dell'importante sua carica?
Le parole e le gesta del m a gistrato divenuto Vescovo dimostrano, che A. le aveva
comprese, e già risolte in quella, che tutte le compen diava:la
cristianizzazione del governo e del diritto romano. A. vi si adoperò con
quel tatto pratico carat- teristico dellaRoma conquistatrice del mondo,che ora
è pas sato nella Roma capitale del cattolicismo.Cauto,prudente e piuttosto
lento,l'antico romano taceva, meditava ed operava a colpo sicuro; non
guidandosi a vivaci teorie più o meno ulo pistiche esso studiava ed aspettava,
non preveniva gli avveni menti;e perciò mentre le colte e filosofiche
repubbliche greche sparivano fra l'olezzo dei fiori ed il canto dei loro
inimitabili poeti,il tardo romano si impossessava dell'universo. Questa
impronta si ravvisa negli scritti e più nelle opere del grande Metropolita di
Milano; perchè se ilcuore ardente di Vescovo cattolico lo moveva a parlare al
suo popolo,a scrivere lettere e volumi, a portarsi alla corte e trattar cogli
imperatori, la severa prudenza del magistrato romano gli dava quella calma e
quella saggezza, onde isuoi detti ricevevansi come oracoli. Suo
primo atto fu volgersi a Valentiniano I, la cui indole buona ma violenta era
stata esasperata da malattie e da cor tigiani e satelliti sanguinarii, per cui
si riempiva l'occidente di gemiti e di lamenti. Cosa disse A. all'imperatore
dagli storici contemporanei non ci è riferito; ma la risposta del so vrano e
più il mutamento totale di sua politica dopo quel col loquio,ci dimostrano la
prima vittoria sul dispotismo cesareo, Valentiniano lodò la franca indipendenza
del vescovo e ne volle pe'suoi peccati conveniente rimedio. Cosa inaudita e fin
allora creduta impossibile!La divinità imperiale, cui la legisla zione romana,anche
dell'età classica, asseriva sciolta dalle leggi (princeps solulus a
legibus),anzi legge vivente, e libero senza ombra di ritegno a dichiarar lecito
ciò che jeri era illecitoed ingiusto, il dio di Roma, riconosce d'aver errato;
ed i s u d diti,senza essere costretti,come era d'uso,a sgozzare e poi celebrar
l'apoteosi dell'imperatore,possono ormai fargliperve
nireleloroquerelepermezzodei Vescovi,rappresentanti la co mune madre, la S.
Chiesa. Se ad alcuno però non piace questo progresso,perché introdottodaVescoviepreti,riservipure
l'ammirazione per Ulpiano e Paolo, fra i più grandi giurecon sulti al certo
dell'epoca degli Antonini,iquali celebravano la clemenzaelasaggezza
diquelmostrochesichiamavaComodo! Un altro passo tuttavia rimaneva a fare: non solo
la per sona,ma la stessa dignità imperiale doveva ripudiare officialmente il
culto nazionale di Roma. Una cerimonia ridicola era stata introdotta da Augusto
e ripetevasi infallantemente ogni volta era assunto un nuovo principe
all'impero;lo stesso Co stantino non aveva osato di rinunciarvi.L'offerta però
del titolo e delle insegne di pontefice massimo, che il senato faceva
all'imperatore, inchiudeva un gravissimo significato, poichè era la conferma di
quel vecchio diritto pagano e teocratico, del quale igiureconsulti non ardivano
acora distruggere l'autorità tante volte secolare e che isenatori,in parte
ancora idolatri, facevano studiosamente rivivere appena se ne presentasse l'oc
casione.Rigettare quelle insegne era dunque sconfessare l'as soluta sovranità
dello Stato sopra i beni, sulla vita e, ciò che più importa ai despoti,sulle
anime e sulle coscienze dei sud diti. Quale fra i moderni vantatori di
liberalismo in simile circostanza ascolterebbe la voce della ragione e della
fede, par [Theodor. Hist. Eccl. Lib. IV,c. VI.
Digest. Const. Lib. I, tit. 4. lante per bocca di Ambrogio? Lo stato attuale
d'Europa ce ne è testimonio.Ben diversamente pensava però quel caro figlio spirituale
di Ambrogio, come esso chiamava Graziano, il primo che alla deputazione del
senato rispose:sè essere cristiano. Ottenuta questa seconda vittoria,se ne
richiedeva una terza, perché il cristianesimo potesse lusingarsi di vedere il governo
dei Cesari informatodisue caritatevolidottrine. Ragion logica voleva che l'ara
della Vittoria, simbolo delle antiche superstizioni, sgombrasse il senato,
molto più ora che l’imperatore, associatosi Teodosio, aveva vinti i Goti, invirtùnondi
Giovemadi Gesù Cristo. Ilregalealunno d'Ambrogio,che primadipartirper la guerra,
gli aveva chiesti consigli ed istruzione a conferma della propria fede,
mostrossi coerente. Un mattino adunque i senatori entrando nella
Curia,stupirono vedendo scomparsa l'ara e la statua d'oro,tolte quella notte
per ordine sovrano. Il colpo inaspettato commosse la fazione pagana fino
nell'ultime fibre: molti senatori tuttora partitanti per i vieti riti di Numa
edeiFabii,siradunarono inquietieminacciosiper stendere una querela
all'imperatore. Ma ai fianchi di Graziano vegliava Ambrogio,chegli parlòinnome
deglialtrisenatori, del Ponte fi Milaniaso, dellasedecristiana.Invanopertanto
ladeputazione instò; il giovine principe si dichiarò irremovibile e neppur
volle ammetterla all'udienza. Graziano era allora nel fiore dell'età,nell'auge
della gloria, gioconda speranza della Chiesa e dell'impero: e invece per uno di
que'misteriosi decreti della Divina Provvidenza, che scon certano tutti gli
umani ragionamenti e non lasciano luogo che all'umiltà ed alla adorazione,
l'imperatore viddesi abbandonato dalle sue truppe e cadde vittima di infame
tradimento.Il pa ganesimo erasi vendicato; e risorgevano le speranze degli idolatri,
i quali rappresentati da Aurelio Simmaco Prefetto d i Roma e ricco sfondato,
credettero di approfittarsi delle circostanze e del favore della corte, per
fare pressione sull'animo sbigot titodel fanciulloValentinianoI e della superba,
ma insieme debole, Giustina. Statista e letterato, filosofo e scrittore, il
discepolo d'Ausonio esauri tutte le risorse del brillante suo in gegno e stese
una supplica,vero capolavoro di rettorica; se natore poi e pootefice, e caro al
popolo,cui non lasciava m a n carepanéecircesi,impiegò perilpoliteismo,alquale
esso Baanard, Vita d’A.. stesso non prestava più credenza,
tutta l'influenza della per sona e degli impieghi; e si riteneva sicuro della
riuscita. In fattigià stavasi preparando il decreto che ristabiliva l'ara della
Vittoria, allorchè A. sopragiunse dalle Gallie,ove alla corte dell'usurpatore
Massimo aveva, con finezza di diplo matico consumato ed intrepidezza di vescovo
cattolico,patro cinata e vinta la causa del pupillo imperiale. Benchè un
rigoroso segreto presiedesse alla congiura dei senatori pagani ed ai consigli
del Concistoro imperiale,geloso dell'influenza del Vescovo di Milano, tuttavia
esso ne penetrò le macchinazioni; e presa la penna scrisse, non più all'Eterno,
Invincibile, Germanico, Partico e c c., ma a l felicissimo e cristianissimo
imperatore Valentiniano I I. In quella magnifica lettera, incui isentimenti più
elevatidei Dottore e Ponteficecattolico si alternano e vestono la forma della
più commovente tene rezza paterna, si trova già completamente tracciata la
nuova politica cristiana, che fa i principi non padroni dei popoli, sib bene
ministri di Dio e suoi luogotenenti sulla terra. Valenti niano perciò ode
ricordarsi, che come tutti gli altri suoi sud diti, egli stesso è soggetto al
Re dei Re; che un altro potere è sorto nell'impero a regolare le coscienze,al
quale pertanto, cio è a i Vescovi, spetta il giudizio in materia religiosa: in
caso contrario,come indegno della professione cristiana,venendo l'imperatore
alla chiesa,vi avrebbe trovato A. alla porta ad impedirgliene l'ingresso.
Bisogno cedere. A. ebbe lasupplicadiSimmaco e riprese la penna. In quel giorno
il profondo giurista, il de stro avvocato,ilsaggio magistrato rivisse nello
scritto del Vescovo e del santo. Il Metropolita milanese non bada a contendere
coll'avversario in lenocinio di eleganze irreprensibil mente classiche: esso
mira alla sostanza: perciò non allegorie, non scappatoje, non esitazioni,non
dottrine incerte e,dirò, fosforescenti,tutto è massiccio;gli argomenti
procedono ser rati, come le legioni romane, e la verità che appare evidente,
abbatte, frantuma e disperde perfin la polvere degli annientati sofismi
pagani.Simmaco s'appoggiava a tre argomenti:Roma disonorata per l'abbandono
degli dei;le vestali reclamanti;la patria sfortunata e pericolante per la nuova
politica cristiana degli imperatori.S. Ambrogio prende questi tre sofismi,li
spoglia delle vesti affascinanti, li osserva, li analizza e li trova non
altroche un accozzo difrasireboanti,vuotedisenso.Che parla Simmaco della dea
Vittoria? La vittoria è un nome astratto: esso si realizza nel numero e
nel valore delle legioni romane:Scipionevinse sfondandolefittecoortidiAnnibale,
non ardendo incenso alla statua di Giove. Chiedono i pagani
privilegiedentrateperi sacerdotidegliidoli? Dunque con fessano che senza essi
non possono reggersi: ma noi, dice A., crescemmo fra leingiurie,le
miserie,lemapnaje; e dei nostri benifacciamo il tesoro dei poveri. Le vestali?
Oh ! quante immunità,privilegi ed entrate per sette fanciulle pro fessanti
continenza temporanea fra il lusso e gli onori; il cri stianesimo invece ne
presenta migliaja e migliaja, che si conse crarono a perpetua verginità nel
nascondimento e nelle pri vazioni. Volete privilegi ed entrate alle vostre
vergini? Le abbiano in misura eguale anche la moltitudine quasi innumerabile
delle cristiane:non è secondo giustizia l'accordar preferenze:
otutte,onessuna.Ilcristianesimocagione deidisastri del l'impero e della recente
carestia d'Italia? I cristiani nemici della patria? — Avanti all'antica e
sempre calunnia nuova il discendente degli Ambrogii, che aveva testė salvato
l'Italia e l'imperatore, credė di imporre silenzio all'indegnazione del suo
cuore romano: esso rispose con fina ironia, riscontrando le allegazioni
enfatiche ed immaginarie di Simmaco colla reale prosperità di quell'anno, quale
presentavasi agli occhi di tutti. Era un seppellire l'elegante declamazione
sotto il peso della più terribile delle confutazioni, un meritato ridicolo. Ciò
falto, A. non si arresta a riguardare il prostrato nemico e piglia
l'offensiva.Allo scetticismo pagano confessatoda Sim maco,e che supplicava per
una tolleranza,non solo pratica ma teorica, dituttiiculti, esso contrapone la chiara
evidenza della fede e le forti convinzioni dei cristiani, Ritorce poi l'ar
gomento; richiama la gloriosa ed ancor recente memoria di quel tempo,in cui
ipagani non ammettevano l'indifferenza dello Stato per ogni culto,ma
perseguitavano e massacravano; fa osservare che non è giusto imporre ai
senatori cristiani i riti pagani e conclude dichiarando,che la natura stessa
vuole ilprogresso:essere ormaitempo,che letenebre cedano,al sole,l'errore
allaverità.La causa fu vinta:quel soffioche già spirò dal cenacolo nelgiorno di
Pentecoste,portò via l'ultimo avanzo del paganesimo officiale, il quale invano
una terza volta sipresenterà a Teodosio.L'alleanza secolare fra l'impero romano
e l'idolatria è rotta; non solo, m a sono abbandonate le illusioni di una
politica anfibia e contraddittoria, che voleva separato lo Stato dalla Chiesa,
il corpo dall’anima son gettate; da quel punto le basi del nuovo Diritto
Pubblico della Chiesa e delle genti cristiane. Graziano infatti, continuando
l'opera di Costantino, aveva pubblicati varii decreti, sia in favore della
Chiesa che contro gli eretici e manichei e contro gli apostati recidivi al
paganesimo:ci giunsero nelle raccolte di leggi compilate più tardi per comando
di Teodosio il giovine, e conosciuta sotto il nome di Codice Teodosiano. Frattanto
Teodosio il Grande promulgava in Costantinopoli quella sua memorabile
costituzione, in cui dichiarava la fede cristiana religione dell'impero, e fra
le varie sette che ne disputavano il nome, osservava, intender esso quella
sola, la quale profes. sata ed insegnata dal Pontefice Romano, allora
Damaso,aveva con sé le note caratteristiche ed esclusive della verità. Qual
rivoluzione nei principii legali e nelle massime di governo del Diritto romano!
Ma nonbastavachel'imperatore facesse decreti,esso stesso doveva conformare le
proprie azioni alle dottrine, che andavano informando la nuova legislazione. Se
pertanto Giustina vuol favorire i suoi ariani e intima sia loro ceduto un
tempio dei cattolici, A. si offre pronto a donare all'imperatore le proprie
sostanze private, a sacrifi care lavita stessa,non mai ilpatrimonio della
Chiesa.Se anche il grande Teodosio, illuso da una fantasmagoria di tolleranza
religiosa, patrocinata ardentemente dall'indifferentismo ed i m moralità dei
cortigiani, vorrà costringere il vescovo di Callinico a rifabbricare la
distrutta sinagoga degli Ebrei, vedrà giun gersi una lettera rispettosissima,
ma conquidente del Vescovo di Milano,nella quale l'equità,la giustizia, la fede
cristiana ed anche i dettami di una saggia politica impongono a Teodosio di revocare
il mal concepito decreto. Teodosio si mostra esi tante; ma A. insisteevince. Evincerà
finoal punto di persuaderlo a promulgare una legge, con che il troppo vio lento
principe impone agli altri giudici,e prima a sè stesso, di soprasedere
ventiquattro ore dall'esecuzione d'ogni sentenza capitale; non solo, ma in
abito da penitente lo vedremo con fessare ed espiare in faccia alla Chiesa ed
all'impero le fatali conseguenze della impetuosa sua ira contro i
Tessalonicesi. Magnanimo principe, degno dell'ammirazione di tutta la
posterità! Esso fu grande quando sul campo di battaglia tre volte sgomino le
legioni degli usurpatori e due volte ruppe e disperse le immense orde dei
barbari; ma fu più grande allor chè nel vestibolo della Basilica milanese riconobbe,
esser nessuno,fuorché Dio,padrone della vita degli uomini.Circadue
centoquarant'anni prima un altro imperatore romano,sommo unicamente
perlibidinié crudeltà, avevaespressoildesiderio che il senato e Roma stessa
avesse una sola testa,onde poterla spiccare d'an colpo.A quell'imperatore,cui
Seneca fu maestro, if sénato e l'impero si prostravano e ne placavano la divina
cle menza con statue e sacrificii. Ora un altro principe grande per'mente, per
cuore e per braccio, è in ginocchio avanti ad un Vescovo Cattolico, domandando
penitenza per esser troppo trascorso nell'esercizio della giustizia contro
alcunisudditi. Chisceglieremo, Teodosio o Nerone?A chi dove ascriversi il
cambiamento totale nei principii che reggevano l'impero? I
fattirivelanoilloroautore: seipregiudiziimoderni impedi scono a'molte
intelligenze di leggerne il nome,è solo, come osserva uno scrittore francese di
principii esso stesso tut. t'altro che cattolici, perchè il cristianesimo è
troppo poco stu diato e'meno compreso. A., come tutti gl’altri padri della Chiesa,si
occupava delle questioni sociali e politiche per lo più solo in direttamente:
la sua cura cotidiana, il pensiero della sua vita era la santificazione del suo
gregge; e le sue azioni e i suoi scritti tendevano unicamente a questo
scopo.Ilsuo stesso libro degli Officii, quell'opera scritta ad imitazione di CICERONE
(si veda), la quale,come rappresentante dei secoli cristiani, sebbene segni
unqualche regresso nelle forme, locompensaconunimmenso progresso, nelle idee
non mira che ad offrire al suo clero saggi precetti di santa vita.Ma si può
egli sanar l'anima senza gio varealcorpo? Ecco pertantoS.Ambrogio,por
professando osservanza dei canoni,che intimavano a pruti e vescovi una operosa
residenza fra il popolo (2), togliersi da Milano, c o m parire alla corte,
intraprendere disastrosi viaggi,ogni volta lo richiedeva la necessità della
cosa pubblica. Teodosio gli affida i suoi due figli; e quando il grande
Arcivescovo stava per entrare nell'eternità, Stilicone,ilreggente
dell'impero,lo mando a scongiurare, che volesse pregar Dio per un po'd'altri
anni, poiché l'Italia, lui morendo, pericolava Cousin citato da Troplong, De
l'influence du christianisme sur le Droit civil des Romains, Epist.. Paulin,
Vit.Ambros.n.45. Scuola Catt.ANon è perciò meraviglia, se negli scritti e più
nelle azioni del Consolare romano divenuto Vescovo cattolico troviamo, sebbene
quasi per incidente e per lo più solo in germe, accen nate e risolte le
principali questioni di diritto, la cui completa trasformazione doveva esser
l'opera dei secoli avvenire. La clemenza di Teodosio verso i vinti, gli sforzi
di lui per siste mare l'esazione delle imposte, cuiibarbari, glierrori dell'impero
e più l'interna corruzione dei costumi rendevano intollerabili, dimostrano che
l'influenza di A si ste.ndeva dovunque eravi un ministero di carità da
esercitare. Irrompono iGoti, mettono a ferro ed a fuoco l'Illirico e ne
conducono gli abi tanti inservitù? A. spogliatosidituttoperredimerli, spezza e
vende ivasi preziosi della Chiesa:essendochè più preziose, dicealsuo popolo, sonoleanimeredentedaCristo,chenon
l'oro e l'argento consecrati al culto divino.Era lo scioglimento pratico per
mezzo della carità di quella questione della schia vitù,cui Ulpiano e Pomponio
dicevano di assoluto diritto delle genti
e che la nuova religione professante la fratellanza universale degli
uomini, voleva sbandita dalla terra.Il cristia nesimo infatti ogni volta che
vedea aperto ilcampo all'azione, viene attuando gradualmente l'affrancamento
degli schiavi,con quella prudenza però che prepara prima la libertà delle anime
e delle intelligenze, avanti di procedere alla liberazione dei corpi;poichè
questa,se troppo repentina ed ispirata solo da passioni politiche,riesce in
pratica egualmente fatale agli schiavi stessi ed alle nazioni che la
compiono:gli Stati Uniti d'Ame rica ne vanno ora facendo l'esperienza. Era
tuttavia principalmente nell'udienza episcopale,che S. Ambrogio rivelava nelle
sue sentenze ilmagistrato cristiano e santo. Costantino, approvando ciò che di
fatti già trovava nei costumi cristiani, donò alle decisioni dei Vescovi il
medesimo valore giuridico,che ilsenso pratico degli antichi romani aveva
ottenuto agli editti del pretore. Con ciò lo stretto diritto civile
consecratodalleleggi delle XII Tavole, ilqualegià ritiravasi davanti al diritto
di natura più ampiamente propugnato dai giureconsulti dell'età classica,
cessava totalmente, o meglio si trasformava in quel codice, cui Agostino chiama
divina Parecchi e lettere d el santo versano su gli officii, che ei sovente
assom e vasi di intercedere presso l'imperatore per le vittime delle enormità
fiscali... quae potestas (servorum)juris gentiumest; (Ulpian, Insl.I, tit.) e
Pomponio conchiudeva che chi cadeva nelle mani del nemico gli re stava per
diritto delle genti suo schiavo.(Tit., De captivis). mente emanato per
bocca dei principi; e che fatto pubbli care da Giustiniano, mentre l'impero
d’occidente era distrutto e quello d'oriente minacciato,conserva all'antica
Roma la gloria di dominare eternamente,se non coll'armi,col migliore primato delle
leggi. Di fianco al diritto civile romano nasceva il diritto ca nonico. La
proprietà è resa universale: non vi sono più distinzioni di res mancipi o nec
mancipi, di dominio quiritario o per pre scrizione; non si possiede più secondo
S. Ambrogio, in forza della cittadinanza romana, la quale comunichi il diritto
di proprietà proveniente dalle conquiste;la fonte d'ogni diritto è Dio, di cui
tutti gli uomini sono figli; e che unico padrone della terra, ne dà l'uso a chi
legittimamente lo acquista. Scompajono egualmente le legillimae nuptiae come
contra posto alle justae nuptiae ed al concubinato legale:non si parla più né
di confarreazione, né di co -emptio, nè di usus per aqui stare alla donna
idiritti matronali e la successione,come figlia al marito: non vi è pei
cristiani che il matrimonio Sacramento della Nuova Legge, simbolodell'unionedi Gesù
Cristocolla Chiesa:la legge ecclesiastica de determina gli impedimenti,ne
prescrive i riti; ed il marito e la moglie si trovano eguali nell'obbligo di
vicendevole fedeltà ed amore e nella santa emulazione del bene.«Nessuno, predica
A., silusinghiappoggian dosi alle leggi umane... non è lecito al marito ciò che
non è permesso alla donna. Per misurare ilprogresso introdotto dal
cristianesimo,bisogna ricordare ciò che scriveva Tertulliano: al giorno d'oggi
chi si sposa ha già concepito il progetto di ripudiarsi e il divorzio è come un
frutto del matrimonio. La lettera del santo arcivescovoscrittaadun talPe tronio
ci introduce a contemplare ilsegreto lavoro della Chiesa costituente gli
impedimenti dirimenti, per la sempre maggior santificazione della società
matrimoniale,cui invano avevan tentato di mettere in onore le Leggi Giulie e
Pappia Poppea. S. Ambrogio infatti dissuade con parole severe l'amico dal
progetto di contrarre colla nipote:cosa contraria,egli dice, alla legge divina
(5). Si crede anzi che la costituzione civile Leges Romanorum divinitus per ora
principum emanarunt,cit.dell'Oza- ' nam. L'impedimento di consanguineità in
linea collaterale è di natura eccle siaslica:S. Ambrogio parla dellelogge
divina considerata nelle sae dedazioni. De Nabuthe
Jezraelita,cap.I,III,etalibipassim. D:Abraham. Apolog. pubblicata da Teodosio
il grande circa ilmatrimonio fra i con giunti, glifosseispirata dal santosuo
amico,consigliere e padre spirituale. Isuccessori del grande imperatore spaven
tati dall'opposizione che l'impudicizia pubblica recava all'ese cuzione di
simili leggi, si mostrarono incerti e indietreggiarono; ma l'impulso era dato e
il cristianesimo, trionfando dell'immoralità, si impose poi pienamente anche
alla legislazione. Il diritto di vita e di morte, che le leggi di LE XII TAVOLE
concedevano al padre sul figlio, era già stato abolito durante ilperiodo,in cui
la filosofia stoica, piegandoalsoffio spi rato dal Golgota, moderò tutta
l'antica giurisprudenza (2). Costantino arrivò a decretare la pena del
parricidio contro il genitore che uccidesse il proprio figlio. M a quanto
cammino rimaneva tuttora a fare anche in questa materia per giungere a
stabilire un pieno accordo colle imprescrittibili leggi di na tura! Non solo ilpadre
conservava, come giudice domestico, ildiritto diinfliggere pene,benché moderate
alfiglio;ma esse stesso dettava al magistrato lasentenza, che nei casi più
gravi era reclamata dalla disciplina paterna. Arroge che l'esere
dazionedimorava intatta fralesuemani, senzachelacrea zione, fatta da Costantino,delpeculio
quasi-castrensee laparte concessa nella eredità della madre, bastasse a
sottrarre ilfiglio di famiglia ad una autorità, che, sebben giusta, dee avere
essa pure i proprii confini. Che più? Perseverava ancora il barbaro diritto nei
padri di vendere i propri figli: S. Girolamo
ci ha conservati i lamenti di una misera vedova,cui ilmarito per
supplire all'ingordigia del fisco, dovette vendere i tro figliuoli; S. Ambrogio
stesso flagellando l'atroce crudeltà de gliusuraj, introduceunpovero padre che «usandodellaau
toritàconferitagli dalla legge, ma negataglidallanatura» per pagare l'usurajo,
da cui ebbe il pane, conduce all'asta i proprii figli; e con sanguinosa ironia
esclama: « o miei figli, pagate le spese della mia gola, soddisfate il prezzo
della mense paterna. Voi divenite il mio riscallo eil vostro servaggio ricom
pėra la libertà mia Quai diritti, buon Dio, e quali ese crabili cause li
facevano esercitare! Ben a ragione S. Ambrogio prosegue, narrando,chein uncaso
simile, all'usurajo, ilquale Leg.5,C. Deincestisnuptiis.Troplong. C. lust. de
patria potest. In vito Paphnutii De Tobia. voleva approfittarsi della
legge ed ostava ai funerali di un cre ditoreimpotente, avevaordinato: siprendessein
casailca davere in garanzia del proprio debito; e ve lo fece traspor tare dal
popolo. Con simile legislazione però chi avrebbe osato farsi mediatore per
riconciliare coll'inflessibile autorità pa terna un figlio, il quale aveva
ardito menare in isposa una donzella, non trasceltagli dal padre? Il diritto
romano riguar dava taleatto,comeunattentatocontro natura;poichéla nuora,
secondo la legge, diveniva figlia del capo di casa. Ma
lacaritàcristianasilasciaguidare da istintidivini:fra Je lettere di S.
Ambrogio, la 83.a è appunto diretta a un tal Si sinnio,onde persuaderlo non
solo a perdonare ma a ricevere incasaun talfiglioeduna talnuora;eviriusci.Sublime
cat tolicità della Chiesa ! Dopo undici secoli circa, fu riproposta ai padri
del Concilio di Trento la scabrosa questione del matri monio contratto dai
figli di famiglia senza il consenso del padre: e lo spirito del santo vescovo
di Milano ricomparve nella prudentissima risoluzione del Sinodo Ecumenico. Quella
lettera a Sisinnio invero rivela in S. Ambrogio un tatto pratico squi sito:ma
insieme qual profonda conoscenza del cuore umano, quanta delicatezza e soavità
di sentimenti in quel grande av vezzo a moderar l'animo degli imperanti e a
stringer le redini dello Stato;il miele,giusta l'enigma di Sansone,gocciava di
nuovo dalla bocca del leone. Le leggi che regolavano le successioni
richiedevano pari menti importanti modificazioni. L'antica legislazione era il
ca polavoro dell'aristocrazia; esaminando quella ferrea catena di eredi suoi,
agnatizii, gentilizii, in fine alla quale non manca vano mai le spalancate
fauci del fisco, non si può a meno di ammirare con un senso di sacro terrore
quel vigore di con cetto, quella intrepida inflessibilità di logica, con cui
per conservare i beni e di sacrifizii nelle famiglie, il legislatore romano non
indietreggiava davanti alle più inique violazioni dei di ritti di natura.
L'equità pretoria vi aveva già portato al certo qualche cambiamento
coll'editto:unde liberi;ma ohime!di qnanto poco accontentavasi la sapienza di
Cajo e degli altri giureconsulti della setta stoica! Prima però che Giustiniano
si preparasse una imperitura e giusta gloria con quelle leggi sulle
successioni, che ancora (!) A a e juris in iquitates
edicto praetoris emendatae sunt. Troplong. Che più? scrivendo al
giudice Studio, il quale lo aveva consultato sul modo di comportarsi,quando
dovesse pronun ciar sentenze capitali, il prudente ed amoroso vescovo gli in
culca con ogni maniera di ragioni l'esercizio dalla clemenza, che deve
giungere, esso dice, fin dove vi è giusta speranza di emenda del reo. Lungi
però dalle moderne utopie, le quali in nalzando a principio l'abolizione della
pena capitale per qual siasi grande malfattore, riescono in pratica a disarmare
e con danpare gli innocenti,il santo giurista pone per base la giustizia della
pena di morte e raccomanda all'amico la custodia delle leggi, « poichè mentre
si leme la spada dei giudici, si reprime e non si stimola il furore dei
delilli. La stessa procedura criminale è lucidamente delineata nelle due lettere
a Siagrio vescovo di Verona.S.Ambro gio lo rimprovera d'aver troppo
superficialmente ricevuto l'ac cusa contro la vergine Indicia; gli fa osservare
che nel suo processo trascurò quasi tutti gli argomenti che potevano far prova
giuridica in favore dell'accusata; mentre illegalmente aveva avuto ricorso a
testimoniaoze ed atti quanto obbrobriosi altrettanto insufficienti; e gli
descrive il modo da sè tenuto per riveder quella causa e cassarne l'ingiusta
sentenza.Leggendo quelle lettere scritte nel secolo IV,l'animosicompiace riscon
trando i medesimi principii tracciati dal nostro santo, seguirsi Ep. Conf. Ep. Vedi
ancheBagnard,al presente sono la base di tutti i codici moderni, S. Ainbro gio
l'aveva non solo preceduto, ma superato con un giudizio, la cui equità sembra
oltrepassare i confini di una soverchia condiscendenza.Nella letteradifatti al
Vescovo Mar cello, pel cui testamento eransi fratello e sorella a lui
appellati, il santo ci descrive collocate di fronte le due opposte influenze,
che si disputavano allora ilcampo delle leggi. La procedura ci vile avanti al
magistrato ci appare da una parte irta di inter minabili acontroversie, azioni,
recriminazioni molteplici,istanze, cavilli da curiale ; » la procedura canonica
del vescovo dal l'altra tien l'occhio alla giustizia e non alle forme legali, e
la stessa giustizia tempera e corregge colla carità. Cosi A. applica al diritto
civile quella sua massima,che come ci attesta Agostino, soleva ripetere al suo
popolo: la let tera uccide, ma lo spirito vivifica. tuttora dalla S.
Congregazione del Concilio,quando trattansi certe questioni, le quali come
quella giudicata da S. Ambro gio, richiedono la più dilicata prudenza. Di tal
modo l'influenza del Consolare romano si stese su tutti irami della scienza e
pratica legale,donando loro la vita el'amore, che provengono dalla croce diGesù
Cristo. Non ci sarà perciò lecito di conchiudere,che il sommo Arcive scovo il
quale nelle immense occupazioni del suo apostolato quasi mondiale, trovò tempo
e mezzi da gettare le basi di un intera ristaurazione del diritto pubblico e
privato, deve essere salutato,come la personificazione del genio cristiano
nella se conda metà del secolo IV? S. Ambrogio infatti ben diverso dai grandi
uomini volgari dell'epoca moderna, non studiò gli er rori ed ipregiudizii
dell'età in cui visse se non per combat terli:gli avvenimenti stessi più
fortunosi non lo scossero: non segui ma trascinossi dietro uomini ed
istituzioni, informan doli del suo spirito di forza e di carità":esso
pertanto è a tutto rigor di storia,l'uomo del suo tempo. Ritorna quest'anno il
quindicesimo centenario, da che il Consolare fu eletto e consecrato Vescovo di
Milano.L'impero romano,di cui S.Ambrogio avanti di chiuder gli occhi alla vita
vidde le prime strette di morte,è sparito;ed ibarbari che lo distrussero,avendo
prestato orecchio più docileallelezioni la sciate dal santo,crearono le nazioni
cristiane.A qual punto però siamo noialpresente? La societàprogredisceoretrocede?
Immense innovazioni onorano al certo lo spirito umano, che in questi ultimi
tempi percorse e scrutò tutti i regni della n a tura, sorprendendone preziosi
segreti:esso obbligo il fuoco a servire alle sue industrie, lo aggiogó al carro
e traverso la terra;diede leggi al fulmine e lo costrinse a trasmettere ad
immense distanze il proprio pensiero.Tuttavia nonostante que ste meraviglie,
quale è il diritto pubblico e privato d'Europa e del mondo in quest'anno 1874?
Diamo uno sguardo in giro: il Dio - stato b a r i alzato ovunque i suoi altari
e non vi è governo che non gli abbruci in censo e sacrifichi vittime: e quali
vittime ! Sono diverse le forme sotto cui si presenta ilredivivo paganesimo;ma
è in forza dei medesimi principii,che essoristaural'anticabattaglia, sperando
che il maggior progresso delle scienze fisiche e la maggior forza che ne
proviene ai governi, gli daranno di po IV. ter questa volta
abbattere l'indipendenza della Chiesa, ri durla a servaggio e prepararla alla
morte. Dietro al diritto pubblico vien necessariamente trasformandosi il
diritto privato; il matrimonio, qual fu consacrato e reso indissolubile dalla
fede cristiana, l'istruzione della gioventù, che deve sottrarsi all'er
rore,l'inviolabilità della proprietà sia privata che collettiva, e cento altre
conquiste dei secoli cristiani vanno ritirandosi in faccia ad altre conquiste,
per antifrasi dette moderne.Si grida progresso: ma basta gridarlo? Frattanto le
popolazioni moyon lamenti,simili a quelli che si udivano nel secolo
IV,reclamando contro isempre crescenti balzelli;una febbre di ricchezzadi vora
gli uomini creati pel cielo; e nello sfondo di un non lon tano orizzonte
vediamo avanzarsi il Comunismo, ultima fase del paganesimo,ilquale viene a
prender possesso del mondo in nome della logica e della Giustizia di Dio. È in
questi frangenti che ilvecchio campione del secolo IV si scosse nella tomba
de'suoi quindici secoli e volle rivedere lasuaMilano. Non spetta certamente
all'umana ignoranza di indovinare i di segni misteriosi dell'altissimo: Esso c
e li manifesterà come e quando crederà meglio.Ma è egli possibile che questo gi
gante di santità ritorni fra noi senza una missione degna di sua grandezza? Il
consolante dogma dell'intercessione dei santi ci dà diritto alle più soavi
speranze; poiché la S. Chiesa,e que sta nostra in ispecie,è la vigna già
lavorata da S. Ambrogio; e la sua visita perciò non può portare che frutti di
benedizione e di pace alla Chiesa ed alla società. AMBROSE (fourth century AD) Originally from Trier, Ambrose is usually
associated with Milan where he became bishop in AD 374 and died in AD 397. He
wrote a major work on ethics, On the Duties of Priests, which relies heavily on
the On Duties of Cicero. In it he discusses Christian ethics with special
reference to the clergy. (Nicene and Post-Nicene Fathers series II, vol. X). Nome
compiuto: Ambrogio. Keywords: Sebastiane; Ambrose and his orchestra, male
virgin, virgo, satyr, his brother satyr, san Sebastiano l’eroe romano, l’eroe
stoico – cicerone – uffizi – diritto romano – normativa dell’impero,
sebastiane, vita di sebastiane, nato a Milano – Derek Jarman, Sebastiane –
lingua latina -- -- Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice ed Ambrogio,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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