GRICE ITALO A-Z M MAZ
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mazio: la ragione conversazionale all’orto romano -- Roma
– filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Abstract. Grice:
“When I refer to the Athenian dialectic as opposed to the Oxonian dialectic, I
fous on the agora of Socrates, the accademia of Plato and the lizio of
Aristotle – but of course there was also the Porch, and the Garden! It is not
surprising that of all these Hellenistic sects, Walter Pater, at Oxford, found
the Garden to be the most congenial to his ultimately Roman mind!” Filosofo italiano. Friend of GIULIO (si veda) Cesare
and Cicerone (vedasi). M. writes on food
and trees and takes an interest in the philosophy of the Garden. L’orto. Gaio Mazio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Mazio.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mazzarella:
l’implicatura conversazionale – filosofia campanese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli,
Campania. Grice: “I love Mazzarella’s ‘necessary word’ – not precisely what I
was thinking when philosophising about conversation, but for Mazzarella, the
conversational motivation is to HELP in the most authentic fashion – Compared
to his ‘parola necessaria,’ my principle of conversational helpfulness, while
based in part in the desideratum of conversational benevolence, looks pretty
lame!” -- Grice: “I like Mazzarella. The fuss he makes in translating
Heidegger, whom I have elsewhere called ‘the greatest living philosopher’ – he
was living then –.” Grice: “Mazzarella, who is relying on somebody else’s
translation, is especially focused on Heidegger’s Latinate ‘fakt.’ From ‘Fakt,’
Heidegger gets an abstract noun. But he also uses the Germanic for ‘deed.’
Relying on the cognateness of ‘fakt’ with ‘fatto’ – cognate itself with
‘effetto,’ Mazarella agrees that the translation goes from ‘factivity’ to
‘effectivity.’ And it should inspire all philosophers into seeing how similar
these two concepts are – if indeed two concepts they are, seeing that they come
from the same Roman root! But M.
would know that – you wouldn’t!” – Professore
a Napoli, è tra i principali interpreti
di Heidegger. Deputato al Parlamento nella XVI Legislatura per il Partito
Democratico. Dopo essersi laureato
presso l'Università degli Studi di Napoli “Federico II” con Masullo, inizia la
sua attività di ricerca come borsista DAAD in Germania, e successivamente
presso l'Salerno. In seguito è professore incaricato di Estetica presso
l'Università dell'Aquila. Dopo essere stato professore associato di Filosofia
Teoretica presso l'Catania e di Filosofia della storia presso l'Napoli
“Federico II”, diventa professore straordinario di Storia della filosofia
presso la Facoltà di Magistero dell'Salerno e dal 1993 Professore di Filosofia
Teoretica presso l'Napoli “Federico II”. Dirige il Dottorato di Ricerca in
“Scienze Filosofiche” dell'Napoli “Federico II” e cura la programmazione e le
relazioni internazionali per la Facoltà di Lettere e Filosofia, di cui è
Preside. Deputato del Parlamento italiano, divenendo componente della VII
Commissione Cultura della Camera. Opere
In una delle sue opere principali, Tecnica e Metafisica. Saggio su Heidegger,
Mazzarella indaga i processi decostruttivo-ermeneutici sottintesi
all'heideggeriana storia della metafisica occidentale, fino a formulare
un'ipotesi "ecologica"(in senso originario, come pensiero relativo
all'abitare dell'uomo) relativa alle interpretazioni del "logos"
eracliteo e della categoria aristotelica della "physis" riscontrate
nei saggi successivi alla cosiddetta "svolta" del pensiero di
Heidegger. In Vie d'uscita. L'identità
umana come programma stazionario metafisico, le aporie di una metafisica del
fondamento sono affiancate alla dimensione tecnica della contemporaneità,
intesa storicisticamente come epoca del compimento del nichilismo. Centrale
diventa l'idea di un "essere-alla-vita", categoria che richiama in
modo lampante l'"essere-nel-mondo" di heideggeriana memoria; le
questioni teoretiche vengono così ridotte a questioni etiche riguardanti
un'ontologia minima, ove la filosofia prima si trasformi in filosofia seconda,
lasciando il posto ad un programma metafisico-antropologico di custodia e
mantenimento della e nella propria epoca. L'essere-alla-vita necessita di
intendere la cultura come “endiadi di natura e storia, ma in questa endiadi
natura prima ancora che storia”. Pensare
e credere. Tre scritti cristiani rappresenta un altro orizzonte del pensiero di
M.; il rapporto tra religione rivelata e filosofia si gioca sullo sfondo di una
prospettiva storicista di matrice diltheyana, sebbene non siano esenti dalla
riflessione Hegel, Schelling e la teologia dialettica contemporanea.
Interessante è la prospettiva di una religione come "integrazione" e
apertura all'amore fraterno, configurato nel concetto di
"agape". I suoi scritti sono
in ogni caso contrassegnati, com'è tipico della recente scuola di pensiero
napoletana, sorta sulla scia delle dottrine di Croce, da una ripresa di temi
propri dello storicismo (Nietzsche e la storia. Storicità e ontologia della
vita). In un dialogo costante con i
teologi più liberali e moderni, quale ad es. Forte, M. si è occupato
specificamente dei temi della bioetica, coniugando il tema della tutela della
vita alla ripresa del concetto di sacralità (Sacralità e vita). In Opera media ha inoltre messo in luce un
talento poetico non indifferente, che gli è valso l'apprezzamento della critica
e diversi riconoscimenti. Ha composto quattro raccolte di poesie, e pubblicato
singoli componimenti in diverse antologie.Finalista al Premio di poesia “Città
di Vita”, Firenze, e ha vinto il Premio Speciale “La finestra” al Premio
Nazionale di poesia “Alessandro Tanzi” perUn mondo ordinato. Saggi: “Tecnica e metafisica” -- saggio su Heidegger
(Guida, Napoli); “Nietzsche e la storia: ontologia della vita” (Guida, Napoli);
“Storia metafisica ontologia” -- Per una storia della metafisica” (Morano,
Napoli, -- Grice: “What Mazzarella is proposing is what I did for the BBC: a
history of metaphysics; philosophical tutees are too accustomed to ‘history of
philosophy,’ but surely each branch requires a separate history! “storia della
metafisica” does just that!” – “storia della semantica” hardly sounds as sexy,
and “storia della pragmatica” sounds repugnantly academese!” -- “Ermeneutica dell'effettività” -- Prospettive
ontiche dell'ontologia” (Guida, Napoli, -- Grice: “Note that Mazzarella is
exploring the ‘effectivity,’ not the ‘affectivity’ – ex-fecto, not ad-fecto – “Filosofia
e teo-logia” -- di fronte a Cristo (Cronopio,
Napoli); “Sacralità” -- e vita, Quale etica per la bio-etica? (Guida, Napoli); Heidegger
oggi, M., Mulino, Bologna, “Pensare e credere” Morcelliana, Brescia, “Vie
d'uscita. L'identità umana come programma stazionario metafisico” (Melangolo,
Genova); Opera media. Poesie, Melangolo, Genova, Lirica e filosofia,
Morcelliana, Brescia, Vita Politica Valori. Sensibilità individuali e sentire
comunitario, Guida, Napoli, “Anima madre,” Art studio Paparo, Napoli, “L'uomo
che deve rimanere,” Quodlibet, Macerata,. S. Venezia, Nota bio-bibliografica,
in Amato, Catena, Russo, L'ethos teoretico. Scritti in onore di M., Napoli,
Guida, Archivio degli articoli di
Eugenio Mazzarella nel sito "ilsussidario.net". Curriculum vitae,
pubblicazioni e attività di ricerca nel sito dell'Università degli Studi di
Napoli Federico II, su docenti.unina. Grice: “The fact that he calls himself a
Christian has me calling him a NON-PHILOSOPHER!” – Nome compiuto: Eugenio
Mazzarella. Mazzarella. Keywords: implicatura. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Mazzarellla” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Mazzei: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
– filosofia toscana – filosofia fiorentina -- -- filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Poggio a Caiano). Grice: “When
I deliver my proemium as the John Locke lecturer at Oxford, I played on the
idea of the old world versus the new world – which was a topic of some interest
for my former pupil, Strawson. Strawson argued, wrongly, that Carnap, who
emigrated to the New World, had to start anew – whereas in the Old World, we
respect TRADITION!” Filosofo italiano. Poggio, Toscana. Grice: “Not every
philosopher has a city, ‘Colle,’ named after him!” -- Grice: “I like Mazzei; he
is hardly a philosopher, but the Italians consider among the ‘filosofi
italiani,’ – there is a good wine, “Mazzei,” since Mazzei, when travelling to
the Americas, transplanted a grape from his paese – the descendants still grow it!
In oltre, he was
influential in the ‘risorgimento’!” -- essential Italian philosopher.Massone e cadetto di una nobile famiglia toscana di
viticoltori, probabilmente risalente all'XI secolo e ancora esistente nel XXI
secolo, fu personaggio energico ed eclettico, illuminista, promulgatore delle
libertà individuali, dei diritti civili e della tolleranza religiosa. Visse una
vita avventurosa e movimentata, con alterne fortune economiche. Sebbene
sia sconosciuto al grande pubblico, partecipò attivamente alla guerra
d'indipendenza americana come agente mediatore all'acquisto di armi per la
Virginia, ed è ritenuto dagli storici uno dei padri della Dichiarazione
d'Indipendenza americana, in quanto intimo amico dei primi cinque presidenti
statunitensi: George Washington, John Adams, James Madison, James Monroe e
soprattutto Thomas Jefferson, di cui fu ispiratore, vicino di casa, socio in
affari e con cui rimase in contatto epistolare fino alla morte. Iniziato
alla Massoneria, fu poi spettatore privilegiato della rivoluzione
francese. La sua figura storica è riemersa alla fine Professoregrazie
all'infittirsi degli studi accademici in occasione del bicentenario della
rivoluzione americana, fino ad essere onorato in occasione del 250º
anniversario della sua nascita nel 1980 con un'emissione filatelica congiunta
speciale delle poste italiane e statunitensi. Dopo gli studi
compiuti tra Prato e Firenze, nel 1752, in seguito a dissapori con il fratello
maggiore Jacopo sulla gestione del patrimonio familiare, si stabilì a Pisa e
poi a Livorno, intraprendendo con successo l'attività di medico. Dopo solo due
anni lasciò la città e si trasferì a Smirne (Turchia) come chirurgo a seguito di
un medico locale. Gunse a Londra dove, dopo un iniziale periodo irto di
difficoltà economiche che lo vide arrangiarsi con l'insegnamento dell'italiano,
riuscì nel corso dei tre lustri successivi ad arricchirsi con il commercio dei
prodotti mediterranei, principalmente del vino, inserendosi lentamente nei
salotti dell'alta borghesia londinese. Una breve parentesi italiana si
concluse con un precipitoso ritorno in Inghilterra, a seguito di una denuncia
al tribunale dell’Inquisizione per “importazione di libri proibiti”.
L'illuminismo e le idee di libertà religiosa che animavano il Mazzei, ben
tollerate nella Londra di fine XVIII secolo, erano ancora tabù nella realtà
italiana. La Rivoluzione americana In questi circoli londinesi Filippo M.
conobbe Franklin e Adams, che da lì a pochi anni sarebbero stati tra i
protagonisti della rivoluzione americana. Le colonie americane si
autogovernavano, perlomeno sulle questioni locali, tramite assemblee di
delegati liberamente eletti dai capifamiglia, e l'ordinamento giuridico era
ispirato al meglio della legislazione inglese, che pure in quegli anni era
probabilmente la più avanzata, garantista e liberale che esistesse.
Invitato dagli amici d'oltreoceano, spinto sia dalla curiosità dell'inedita
forma di governo, ma soprattutto dalla disponibilità di terre e quindi dalla
prospettiva di impiantare nel nuovo mondo coltivazioni mediterranee, Mazzei si
trasferì in Virginia, con al seguito un gruppo di agricoltori toscani. A lui si
unirono anche una vedova Maria Martin, che egli sposò, e l'amico Bellini che
sarebbe divenuto il primo insegnante di italiano in un'università americana, il
College of William and Mary in Virginia. Inizialmente diretto in altro
sito, Mazzei si fermò presso la tenuta di Monticello per incontrare Jefferson,
con il quale già intratteneva rapporti epistolari e vantava amicizie comuni, e
fu da lui convinto a trattenersi in loco, arrivando a cedere circa 0,75 km²
della sua tenuta in favore dell'italiano. Da questa cessione nacque la tenuta
di Colle (il nome deriva da Colle di Val d'Elsa, perché il Mazzei aveva preso
ad esempio la campagna attorno alla città toscana), successivamente ampliata.
Lo univa a Jefferson un sodalizio commerciale, con il primo impianto di una
vigna nella colonia della Virginia, ma soprattutto un sodalizio intellettuale,
frutto di una comune visione politica e di ideali condivisi, che si sarebbe
protratto per oltre 40 anni. Il livello delle frequentazioni americane
trascinò velocemente Mazzei, arrivato con mere intenzioni imprenditoriali,
nella vita politica della ribollente colonia della Virginia. Fu autore di
veementi libelli contro l'opprimente dominazione inglese, inneggianti alla
libertà ed all'uguaglianza. Alcuni di questi scritti furono tradotti in inglese
dallo stesso Jefferson, che rimase influenzato da tali ideali, tanto da
ritrovare successivamente alcune frasi di Mazzei trasposte nella Dichiarazione
d'indipendenza degli Stati Uniti d'America. Eletto speaker dell'assemblea
parrocchiale dopo solo sei mesi dal suo arrivo in Virginia, ebbe modo di
esporre le sue idee sulla libertà religiosa e politica a un vasto oratorio,
composto anche di persone umili e ignoranti, che lo ascoltavano assorte. Un suo
scritto, Instructions of the Freeholders of Albemarle County to their Delegates
in Convention, redatto come istruzioni per i delegati della contea di Albemarle
alla convenzione autoconvocatasi dopo lo scioglimento forzato dell'assemblea
della Virginia imposto dal governatore inglese, fu utilizzato da Jefferson come
bozza per il primo tentativo di scrittura della costituzione dello Stato della
Virginia. La sua affermazione politica seguiva di pari passo i rovesci
economici, perché il clima e il terreno della Virginia non si erano dimostrati
particolarmente graditi a vite e olivo, e nel 1774 un'eccezionale gelata aveva
distrutto buona parte delle stentate coltivazioni impiantate con tanta
fatica. Naturalizzato cittadino della Virginia, volontario delle prime
ore nella guerra d'indipendenza americana, e inviato in Europa da Jefferson e
Madison per cercare prestiti, acquistareo meglio, contrabbandarearmi e ottenere
informazioni politiche e militari utili alla nascente nazione. In questo
periodo scrisse articoli, fece interventi pubblici e cercò di avviare rapporti
commerciali e politici tra gli Stati europei e la Virginia. Per tali servizi fu
ufficialmente retribuito dallo Stato dell Virginia. Rientrato in Virginia,
con suo grande disappunto non fu nominato console. Ricevette I'incarico di
amministratore della contea di Albemarle, ma solo due anni dopo nel 1785 lasciò
per l'ultima volta il suolo americano, mantenendo comunque contatti epistolari
con molti di quelli che sono definiti “padri della patria” statunitensi e in
particolare con Jefferson, che ebbe modo di reincontrare successivamente a
Parigi. Sua moglie rimase fino alla sua morte alla tenuta del Colle, che Mazzei
aveva donato alla figliastra, Margherita Maria Martini e al di lei marito, il
francese Plumard, Comte De Rieux. La Rivoluzione francese e le vicende
europee Targa a Pisa, sulla casa in cui morì/ A Parigi pubblicò una
voluminosa opera in quattro volumi Recherches historiques et politiques sur les
États-Unis de l'Amérique Septentrionale. Si trattava della prima storia della
rivoluzione americana pubblicata in francese. L'opera è tuttora una preziosa
fonte di informazioni sul movimento che innescò la rivoluzione americana.
Il successo del libro e la notorietà delle sue idee, uniti alla costante
attività di propaganda a favore dei neonati Stati Uniti d'America, lo fece
venire in contatto con re Stanislao Augusto di Polonia, illuminato sovrano
liberale, di cui divenne prima consigliere e poi rappresentante a Parigi.
Da questa posizione privilegiata poté seguire la rivoluzione francese, di cui
condannò la deriva giacobina. Preso atto della rovina economica, nel 1791 si
trasferì a Varsavia, assumendo la cittadinanza polacca e contribuendo alla
stesura della costituzione. Dopo un anno passato a Varsavia, a seguito
della spartizione della Polonia nel 1792 rientrò definitivamente in Toscana,
stabilendosi a Pisa. Lì sposa Antonina Tonini, da cui ebbe una figlia,
Elisabetta. E testimone dell'arrivo delle truppe repubblicane francesi a Pisa e
poi della loro cacciata, e fu coinvolto pur senza danni nei successivi processi
intentati dal bargello ai liberali pisani che si riunivano durante la breve
occupazione al Caffè dell'Ussero sul lungarno. Ultimi anni M. visse
quietamente altri 17 anni, dedicandosi ai propri studi di orticoltura e
limitandosi a frequentare una ristretta cerchia di salotti praticati da giovani
liberali, di cui era ispiratore. In conseguenza del dissolvimento della Polonia
operata da Russia e Prussia nel 1795, lo zar Alessandro I si accollò i debiti
della corte polacca e Mazzei poté fruire di un vitalizio. M. rimase sempre
nostalgico della Virginia e dei suoi amici americani, che ne auspicavano il
ritorno e con i quali mai interruppe il contatto epistolare. Nonostante i
ripetuti progetti di un viaggio in America, Mazzei non fu mai capace di
affrontare questa nuova avventura. Ebbe modo di assistere all'ascesa e alla
caduta di Napoleone Bonaparte e scrisse le proprie memorie, pubblicate nel
1848, oltre trent'anni dopo la sua morte a Pisa. Saggi: “Stanislao Re di Polonia” (Roma:
Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea); “Ricerche
storiche sull’America” (Firenze, Ponte
alle Grazie); “Memorie” Gino Capponi, Lugano, Tip. della Svizzera Italiana); “Del
commercio della seta fatto in Inghilterra dalla Compagnia delle Indie
Orientali” S. Gelli, Poggio a Caiano, Comune di Poggio a Caiano); “Le
istruzioni per i delegati alla convenzione” (Firenze, Morgana); “Opere di suor
Margherita Marchione “Scelta di scritti e lettere,”“Agente di Virginia durante
la rivoluzione americana” “Agente del Re di Polonia durante la Rivoluzione
Francese”“La vita avventurosa di M,” Cassa di Risparmi e Depositi, Prato. Marchione
Margherita: La vita avventurosa Marchione Margherita, Curiosità.A inizio degli
anni 2000, fra alcuni intellettuali toscani appassionati della sua figura è
circolata la speculazione che Mazzei potrebbe aver ispirato persino la bandiera
statunitense, adottata dal Congresso un
anno dopo la Dichiarazione d'Indipendenza. La suggestione nasce dall'importanza
che l'alternanza dei colori rosso e bianco ha nell'araldica toscana e non solo
e di cui un esempio famoso è l'insegna di Ugo di Toscana. Potrebbe forse aver
discusso anche di araldica con gl’americani. Le radici storiche della bandiera
americana sono, in realtà, nella Grand Union Flag. In suo ricordo è stato
istituito il premio The Bridge. La cerimonia è stata istituita a Roma per
celebrare un toscano che insieme ai padri costituenti degli Stati Uniti
d'America da vita alla stesura della dichiarazione d'indipendenza. Sua era la
frase. Tutti gli uomini sono per natura liberi ed indipendenti. Russo, Nasce a
Firenze un museo che racconta la massoneria, in La Repubblica, Firenze,
Riferito al museo dedicato alla storia della Massoneria in Italia. Premio. Dalla Toscana all'America: il suo contributo,
Poggio a Caiano, Comune di Poggio a Caiano, Becattini Massimo, Mercante
italiano a Londra, Poggio a Caiano, Comune di Poggio a Caiano, Bolognesi
Andrea, L. Corsetti, L. Stadio, Mostra di cimeli e scritti, catalogo della
mostra a cura di, Poggio a Caiano, palazzo Comunale, Comune di Poggio a Caiano.
Camajani Guelfo Guelfi, un illustre Toscano: medico, agricoltore, scrittore,
giornalista, diplomatico, Firenze, Associazione Toscani, Ciampini Raffaele,
Lettere alla corte di Polonia Bologna: N. Zanichelli, Corsetti Luigi, Gradi
Renzo, Avventuriero della Libertà, con scritti di Marchione e Tortarolo, Poggio
a Caiano, C.I.C. Associazione Culturale "Ardengo Soffici", Di Stadio
Luigi, Tra pubblico e privato. Raccolta di documenti inediti, Poggio a Caiano,
Biblioteca Comunale di Poggio a Caiano, Fazzini Gianni, "Il gentiluomo dei
tre mondi", Roma: Gaffi, Gerosa Guido, Il fiorentino che fece l'America.
Vita e avventure Milano, Sugar, Gradi Renzo, Un bastimento carico di Roba
bestie e uomini in un manoscritto, Poggio a Caiano, Comune di Poggio a Caiano,
Gradi Renzo, Parigi: Scritti e memorie, Comune di Poggio a Caiano, Giovanni,
Figure dimenticate dell'indipendenza, Francesco Vigo, Roma: Il Veltro, Giancarlo,
Iacopo, L'America fu concepita a Firenze, Firenze: Bonechi,Tognetti Burigana
Sara, Tra riformismo illuminato e dispotismo napoleonico; esperienze del
cittadino americano, Roma, Edizioni di Storia e letteratura, Tortarolo Edoardo,
Illuminismo e Rivoluzioni. Biografia politica di M., Milano, Angeli, Łukaszewicz,
M., Mazzini; saggi sui rapporti italo-polacchi Abolizionismo Rivoluzione
americana Rivoluzione francese Franklin Henry Jefferson Mason Monroe William
Paca Stanisław August Poniatowski Padri fondatori degli Stati Uniti d'America
Italo-Americani Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti. Treccani Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana su
siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le
Soprintendenze Archivistiche. Jefferson, e Vigo (video), su youtube. com.
Jefferson Encyclopedia, su monticello. org. Il circolo Filippo Mazzei Pisa, su
circolo filippomazzei. net. M., chi era
costui?, su mltoscana. blogspot.com. Clan Libertario Toscano M., su mltoscana. blogspot.com.
Il circolo Filippo Mazzei, su geocities. com. Carteggio Thomas Jefferson M. I
processi contro ed i liberali pisani, su
idr.unipi. Monticello the home of Thomas Jefferson, su monticello.org. famous americans. net. Another Site about P.Mazzei and
other famous Italian American, su Cleveland memory.org. M.,
Thomas Jefferson e gli scultori carraresi per la costruzione del Campidoglio
degli Stati Uniti di Nicola Guerra su farefuturofondazione. premio Filippo mazzei.
com. Memorie della
vita e delle peregrinazioni del fiorentino. Grice:
“The more Italian historians of philosophy, in their pretentiously and fake
patriotic prose, keep referring to this or that as ‘un illustre toscano’, the
less I am leaned to see Mazzei as ITALIAN at all!” – Paeseism with a
vengeance!” – Grice: “As a Brit, I find Mazzei a traitor – to his country, and
to mine!” – Nome compiuto: Filippo Mazzei. Mazzei. Keywords: implicature,
mazzei wine, vino mazzei, la rivoluzione del nuovo mondo. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e Mazzei," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mazzini:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la giovine italia
– la scuola di Genova -- filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Genova). Abstract: Grice: “I never liked Mazzini’s adage,
‘giovine italia’ but then my favourite Australian composer is Peter Allen,
‘everything old is new again.’ Mazzini has been identified by Benedetti
(vedasi) with fascism, as he should!” Filosofo ligure. Filosofo italiano.
Genova, Liguria. Grice: “Of course it is difficult for an Italian philosopher
to approach the philosophy of Mazzini cooly; it would be like me approaching
the philosophy of Horatio Nelson!” – Grice: “I’ve found ‘Il pensiero filosofico
di Giuseppe Mazzini’ quite helpful – the equivalent would be the pretentious
sounding, “The philosophical thought of Sir Winston Churchill,’ say!” -- Grice: “Luigi Speranza loves to cherish the
fact that an old street in Woolwich, of all places, is named after him, in a
way ‘Speranza,’ just because Garibaldi visited!” Grice: “Luigi Speranza also
cherishes the fact that Lady Wilde preferred ‘Speranza’ just to defend
Mazzini!” Esponente di punta del patriottismo
risorgimentale, le sue idee e la sua azione politica contribusceno in maniera
decisiva alla nascita dello STATO UNITARIO ITALIANO. Le condanne subite in
diversi tribunali d'Italia lo costringeno però alla latitanza fino alla morte.
Le teorie mazziniane sono di grande importanza nella definizione dei moderni
movimenti europei per l'affermazione della democrazia attraverso la forma
repubblicana dello stato. Nacque a Genova, allora capoluogo dell'omonimo
dipartimento francese costituito da parte del regime di Bonaparte. Il padre,
Giacomo, e medico e docente universitario d'anatomia originario di Chiavari,
una cittadina del Tigullio all'epoca capoluogo del dipartimento francese degli
Appennini, successivamente parte della provincia di Genova, figura
politicamente attiva nella scena pubblica locale, sia durante l'epoca della
precedente repubblica ligure, sia, in tempi successivi, dell'Impero
napoleonico. Alla madre, Maria Drago, una fervente giansenista originaria di Pegli,
un comune autonomo, accorpato nel comune di Genova, fu molto legato per tutta
la vita. Affettuosamente chiamato "Pippo" dalla famiglia, una volta
terminati gli studi superiori presso il cittadino Liceo classico Cristoforo
Colombo, si iscrisse a Genova. Si segnala per la sua ribellione ai regolamenti
di stampo religioso che imponeno di andare a messa e di confessarsi. E arrestato
perché, proprio in chiesa, si rifiuta di lasciare il posto a un generale
austriaco. Lo appassiona la letteratura: si innamorò delle letture di Goethe,
Shakespeare e Foscolo (pur senza condividerne la filosofia materialista),
restando così colpito dalle Ultime lettere di Jacopo Ortis da volersi vestire
sempre di nero, in segno di lutto per la patria oppressa. La passione per
la letteratura, insieme a quella per la musica (e un abile suonatore di
chitarra), la ha per tutta la vita:
oltre agli autori citati, lesse Dante, Schiller, Alfieri, i grandi poeti
romantici come Byron, Shelley, Keats, Wordsworth, Coleridge e i narratori come Dumas
padre e le sorelle Brontë. Ha il suo trauma rivelatore. Al passaggio a Genova
dei federati piemontesi reduci dal loro tentativo di rivolta, si affacciò in
lui il pensiero che si puo, e quindi si deve, lottare per la libertà della
patria. Cominciò ad esercitare la professione nello studio di un avvocato, ma
l'attività che lo impegnava era quella di giornalista presso l'Indicatore
genovese, sul quale inizia a pubblicare recensioni di saggi patriottici. La
censura lascia fare per un po', ma poi soppresse il giornale. Compone il
saggio, “Dell'amor patrio d’Aligheri”. Ottenne la laurea “in utroque iure”.
Entra nella carboneria, della quale divenne segretario in Valtellina. Ho
a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d'accordo
tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un
brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta,
ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante,
infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe M.. (Klemens von
Metternich, Memorie ed. Bonacci). Per la sua attività cospirativa e arrestato
su ordine di Felice di Savoia e detenuto a Savona nella Fortezza del Priamar.
Durante la detenzione idea e formula il programma di un nuovo movimento
politico chiamato “Giovine Italia” che, dopo essere stato liberato per mancanza
di prove, presenta e organizzò a Marsiglia dove e costretto a rifugiarsi in
esilio. I motti dell'associazione erano Dio e popolo e unione, forza e libertà
e il suo scopo era l'unione degli stati italiani in un'unica repubblica con un
governo centrale quale sola condizione possibile per la liberazione del popolo
italiano dagli invasori stranieri. Il progetto federalista infatti, poiché senza
unità non c'è forza, ha fatto dell'Italia una nazione debole, naturalmente
destinata a essere soggetta ai potenti stati unitari a lei vicini. Il
federalismo inoltre avrebbe reso inefficace il progetto risorgimentale, facendo
rinascere quelle rivalità municipali, ancora vive, che avevano caratterizzato
la peggiore storia dell'Italia medioevale. L'obiettivo repubblicano e
unitario avrebbe dovuto essere raggiunto con un'insurrezione popolare condotta
attraverso una guerra per bande. Durante l'esilio in Francia, ha una relazione
con la nobildonna repubblicana Giuditta Bellerio Sidoli, vedova di Giovanni
Sidoli, ricco patriota di Montecchio Emilia. Giuditta aveva condiviso con il
marito la fede politica che, portandolo a cospirare contro la corte estense,
aveva costretto la coppia a esiliare in Svizzera. Colpito da una grave malattia
polmonare, muore a Montpellier. Poiché la vedova non aveva ricevuto alcuna
condanna, ritorna a Reggio Emilia presso la famiglia del marito con i suoi
quattro figli: Maria, Elvira, Corinna e Achille. Dopo il fallimento dei moti
dove fuggire in Francia dove conobbe Mazzini a cui si legò sentimentalmente. Dopo
il vano tentativo del 1831 di portare dalla parte liberale il nuovo re Carlo
Alberto di Savoia con la celebre lettera firmata "un italiano",
insieme a Berghini e Barberis, M. fu condannato in contumacia a "morte
ignominiosa" dal Consiglio Divisionario di Guerra, presieduto dal maggior
generale Saluzzo Lamanta. La condanna venne poi revocata nel 1848, quando Carlo
Alberto decise di concedere un'amnistia generale. Rifugiatosi nella cittadina svizzera di Grenchen, nel
canton Soletta, vi rimase sino a quando fu arrestato dalla polizia cantonale
che gli ingiunse di lasciare la Confederazione entro 24 ore. Per impedirne
l'allontanamento l'assemblea dei cittadini di Grenchen conferì al giovane
profugo la cittadinanza con 122 voti a favore e 22 contrari, invalidata però
dal governo cantonale. Mazzini, nascostosi nel frattempo, fu scoperto e dovette
lasciare la Svizzera assieme ad altri esuli, tra i quali Agostino e Giovanni
Ruffini. Comincia il lungo soggiorno a Londra, dove M. raccolse attorno a
sé esuli italiani e persone favorevoli al repubblicanesimo in Italia,
dedicandosi, per vivere, all'attività di insegnante dei figli degli italiani;
qui conobbe e frequentò anche diverse personalità inglesi, tra cui Mary Shelley
(vedova del poeta P.B. Shelley), Anne Isabella Milbanke (vedova di Lord Byron,
idolo di gioventù di M.), il filosofo ed economista John Stuart Mill, Thomas
Carlyle e sua moglie Jane Welsh, lo scrittore Charles Dickens, che finanziò la
sua scuola. Il poeta decadente Algernon Swinburne gli dedicò Ode a Mazzini.
Nello stesso quartiere di M. visse anche Marx. Durante il soggiorno
londinese M. ebbe una lunga relazione di amicizia con la famiglia Craufurd,
documentata da copiosa corrispondenza epistolare. Sempre a Londra ebbe rapporti
con la famiglia di Ashurst e con il genero di questi, il politico Stansfeld, la
cui consorte Caroline Ashurst Stansfeld e sostenitrice della società
"Society of the Friends of Italy". Per la causa dell'unificazione
italiana M. collaborò anche con il secolarista George Holyoake. Fondò poi
altri movimenti politici per la liberazione e l'unificazione di vari stati
europei: la Giovine Germania, la Giovine Polonia e infine la Giovine Europa.
Quest'ultima, fondata a Berna in accordo con altri rivoluzionari stranieri,
aveva tra i suoi principi ispiratori la costituzione degli Stati Uniti
d'Europa. In questa occasione Mazzini estese dunque il desiderio di libertà del
popolo italiano (che si sarebbe attuato con la repubblica) a tutte le nazioni
europee. L'associazione rivoluzionaria europea aveva come scopo specifico
l'agire dal basso in modo comune e, usando strumenti insurrezionali e
democratici, realizzare nei singoli stati una coscienza nazionale e
rivoluzionaria. Sulla scia della Giovine Europa M. fonda anche l'Alleanza
Repubblicana Universale. Il movimento della Giovine Europa ebbe anche un
forte ruolo di promozione dei diritti della donna, come testimonia l'opera di
numerose mazziniane, tra cui la citata Bellerio Sidoli, ma anche Cristina
Trivulzio di Belgiojoso e Saffi, la moglie di Saffi, uno dei più stretti
collaboratori di M. e suo erede per quanto riguarda il mazzinianesimo politico.
M. continuò a perseguire il suo obiettivo dall'esilio e tra le avversità con
inflessibile costanza, convinto che questo fosse il destino dell'Italia e che
nessuno avrebbe potuto cambiarlo. Tuttavia, nonostante la sua perseveranza,
l'importanza delle sue azioni fu più ideologica che pratica. Dopo il
fallimento dei moti del 1848, durante i quali M. era stato a capo della breve
Repubblica Romana insieme ad Aurelio Saffi e Carlo Armellini, i nazionalisti
italiani cominciarono a vedere nel re del Regno di Sardegna e nel suo Primo
Ministro Camillo Benso conte di Cavour le guide del movimento di riunificazione.
Ciò volle dire separare l'unificazione dell'Italia dalla riforma sociale e
politica invocata da M.. Cavour fu abile nello stringere un'alleanza con la
Francia e nel condurre una serie di guerre che portarono alla nascita dello
STATO ITALIANO ma la natura politica della nuova compagine statale era ben
lontana dalla repubblica mazziniana. A Londra per reagire alla caduta
della Repubblica Romana e in continuità con essa, M. fonda il Comitato Centrale Democratico Europeo
e il Comitato Nazionale Italiano, lanciando il Prestito Nazionale Italiano, le
cui cartelle portavano appunto lo stemma della Repubblica romana e
l'intitolazione del prestito «diretto unicamente ad affrettare l'indipendenza e
l'unità d'Italia». A garanzia del prestito le cartelle recavano la firma degli
ex triumviri Mazzini, Saffi e, in assenza dell'irreperibile Armellini, Mattia
Montecchi. La diffusione delle cartelle nel Lombardo-Veneto ebbe come immediata
conseguenza la ripresa dell'attività cospirativa e rivoluzionaria, soprattutto
a Mantova.. Messina fu chiamata al voto per eleggere i suoi deputati al
nuovo parlamento di Firenze. M. era candidato, nel secondo collegio, ma non
poté fare campagna elettorale perché esule a Londra. Pendevano sul suo capo due
condanne a morte: una inflitta dal tribunale di Genova per i moti (in primo
grado e in appello); un'analoga condanna a morte era stata inflitta dal
tribunale di Parigi per complicità in un attentato contro Napoleone III.
Inaspettatamente, M. vinse con larga messe di voti (446). Dopo due giorni di
discussione, la Camera annullava l'elezione in virtù delle condanne
precedenti. Il letto di morte di M., distrutto dagli aerei degli
Stati Uniti durante il bombardamento di Pisa. Maschera mortuaria di M., gesso,
Domus Mazziniana, Pisa Due mesi dopo gli elettori del secondo collegio di
Messina tornarono alle urne: vinse di nuovo M. La Camera, dopo una nuova
discussione, il 18 giugno riannullò l'elezione. IM. viene rieletto una terza
volta; dalla Camera, questa volta, arrivò la convalida. Mazzini, tuttavia,
anche nel caso fosse giunta un'amnistia o una grazia, decise di rifiutare la
carica per non dover giurare fedeltà allo Statuto Albertino, la costituzione
dei monarchi sabaudi. Egli infatti non accettò mai la monarchia e continuò a
lottare per gli ideali repubblicani. Lascia Londra e si stabilì in
Svizzera, a Lugano. Due anni dopo furono amnistiate le due condanne a morte
inflitte al tempo del Regno di Sardegna: Mazzini quindi poté rientrare in
Italia e, una volta tornato, si dedicò subito all'organizzazione di moti
popolari in appoggio alla conquista dello Stato Pontificio. L'11 agosto partì
in nave per la Sicilia, ma il 14, all'arrivo nel porto di Palermo, fu tratto in
arresto (la quarta volta nella sua vita) e recluso nel carcere militare di
Gaeta. Partito da Basilea e in viaggio nel passo del San Gottardo, conobbe
in una carrozza Nietzsche, allora poco conosciuto filologo e docente. Questo
incontro sarà testimoniato dallo stesso Nietzsche anni dopo. Costretto di
nuovo all'esilio, riuscì a rientrare in Italia sotto il falso nome di Giorgio
Brown (forse un riferimento a John Brown) a Pisa. Qui, malato già da tempo,
visse nascosto nell'abitazione di Pellegrino Rosselli, antenato dei fratelli
Rosselli e zio della moglie di Nathan, fino al giorno della sua morte, avvenuta
quando la polizia stava ormai per arrestarlo nuovamente. Traversie della
salma M. morente, Silvestro Lega La notizia della sua morte si diffuse
rapidamente, commuovendo l'Italia; il suo corpo fu imbalsamato dallo scienziato
Paolo Gorini, appositamente fatto accorrere da Lodi su incarico di Bertani:
Gorini disinfettò la salma per permettere l'esposizione. Una folla immensa
partecipò ai funerali, svoltisi nella città toscana il pomeriggio del 14 marzo,
accompagnando il feretro al treno in partenza per Genova, dove venne sepolto al
Cimitero monumentale di Staglieno. Le esequie furono accompagnate dalla
musica della storica Filarmonica Sestrese C. Corradi G. Secondo.
Successivamente Gorini ricominciò a lavorare sul corpo di M., onde
pietrificarlo secondo la sua tecnica di mummificazione; terminò il lavoro
qualche anno dopo. Avvenne la ricognizione della mummia, che fu sistemata ed
esposta al pubblico in occasione della nascita della Repubblica Italiana: da
allora riposa nuovamente nel sarcofago del mausoleo. Mausoleo Benché sia
incerta l'affiliazione di M. alla Massoneria fu l'associazione stessa a
commissionare il mausoleo all'architetto mazziniano Grasso che lo realizzò in
stile neoclassico adornandolo con alcuni simboli massonici. Il sepolcro
reca all'esterno la scritta “M” e all'interno sono presenti numerose bandiere
tricolori repubblicane e iscrizioni lasciate da gruppi mazziniani o da
personalità come Carducci. Sulla lapide è scolpita la scritta "M.. Un
Italiano" che era la firma da lui apposta nella lettera a Carlo Alberto, e
l'epitaffio: «Il corpo a Genova, il nome ai secoli, l'anima all'umanità. Testimonianze
di alcuni personaggi storici e una corrispondenza dello stesso M., citati
nell'opera dello studioso Luigi Polo Friz fanno ritenere che verosimilmente M.,
a differenza di altri celebri personaggi dell'epoca, come Garibaldi, non sia
mai stato affiliato alla massoneria, anche se questa ha ripreso molti degli
ideali mazziniani, simili ai suoi. La principale obbedienza italiana,
l'unica attiva all'epoca di Mazzini in Italia, il Grande Oriente d'Italia,
afferma l'impossibilità di provare l'appartenenza di Mazzini, che pure ebbe
influenza nella società, anche se non partecipò mai alla vita
dell'associazione, occupato com'era nella causa della "sua" società
segreta, la Giovine Italia. In effetti M. fu carbonaro, ma la Carboneria fu
presto distinta dalla massoneria. Montanelli afferma invece che probabilmente
Mazzini fu massone. Dello stesso parere è Massimo Della Campa, che in una
"Nota su Mazzini" fa riferimento al libro dell'ex-Gran Maestro del
grande Oriente d'Italia Giordano Gamberini, Mille volti di massoni (Erasmo,
Roma), che a119 scrive a proposito di M.: «Iniziato a Genova, secondo G.
Fazzari e F. Borsari (Luce e concordia). Ricevette dal Fr. Passano il 32° grado
del R.S.A.A., necessario per corrispondere in Carboneria al livello di Vendita
Suprema, nelle carceri di Savona. Con decreto del S. C. di Palermo ricevette
l'aumento di luce al 33° grado e la qualifica di membro onorario del medesimo
Supremo Consiglio. Fu membro onorario delle LL. Lincoln di Lodi e Stella
d'Italia di Genova. Scrivendo a Logge, Corpi rituali e Fratelli usò sempre i segni
massonici. Nessun contemporaneo mise mai in dubbio l'appartenenza di M. alla
Massoneria.» M. stesso sembrerebbe però smentire la sua partecipazione
all'associazione in una lettera al massone Campanella, Sovrano Gran
Commendatore del Supremo Consiglio del Rito scozzese antico ed accettato di
Palermo, in cui, restituendogli le carte che questi gli aveva fatto recapitare
scriveva. La Massoneria accettando da anni e anni ogni uomo, senza
dichiarazioni d'opinioni politiche, s'è fatta assolutamente inutile a ogni
scopo nazionale. Per farne qualche cosa bisognerebbe prima una misura
d'eliminazione ed una di revisione delle file, poi una formula nazionale o
politica per l'iniziazione... Chi vuol intendere intenda. La patria è la casa
dell'uomo, non dello schiavo – M. Ai giovani d'Italia) Per comprendere a pieno
la dottrina politica di Mazzini bisogna rifarsi al pensiero religioso che
ispira il periodo della Restaurazione seguito alla caduta dell'impero
napoleonico. Nasce allora una nuova concezione della storia che smentiva quella
degli illuministi basata sulla capacità degli uomini di costruire e guidare la
storia con la ragione. Le vicende della Rivoluzione francese e il periodo
napoleonico avevano dimostrato che gli uomini si propongono di perseguire alti
e nobili fini che s'infrangono dinanzi alla realtà storica. Il secolo dei lumi
era infatti tramontato nelle stragi del Terrore e il sogno di libertà nella
tirannide napoleonica che, mirando alla realizzazione di un'Europa al di sopra
delle singole nazioni, aveva determinato invece la ribellione dei singoli
popoli proprio in nome del loro sentimento di nazionalità. Secondo questa
visione romantica dunque la storia non è guidata dagli uomini ma è Dio che agisce
nella storia; esisterebbe dunque una Provvidenza divina che s'incarica di
perseguire fini al di là di quelli che gli uomini si propongono di conseguire
con la loro meschina ragione. Da questa concezione romantica della storia,
intesa come opera della volontà divina si promanano due visioni contrapposte:
una è la prospettiva reazionaria che vede nell'intervento di Dio nella storia
una sorta di avvento di un'apocalisse che metta fine alla storia degli
uomini. Napoleone I è stato, con le sue continue guerre, l'Anticristo di
questa apocalisse: Dio segnerà la fine della storia malvagia e falsamente
progressiva e allora agli uomini non rimarrà che volgersi al passato per
preservare e conservare quanto di buono era stato realizzato. Si cercherà
dunque in ogni modo di cancellare tutto ciò che è accaduto dalla Rivoluzione a
Napoleone restaurando il passato. La concezione reazionaria contro cui M.
combatté strenuamente assume un aspetto politico-religioso che troviamo nel
pensiero di Chateaubriand che nel Génie du christianisme (Genio del
Cristianesimo) attaccava le dottrine illuministiche prendendo le difese del
cristianesimo e soprattutto nell'ideologia mistica teocratica di Joseph de
Maistre, che arriva nell'opera Du pape (Il papa) al punto di auspicare un ritorno dell'alleanza
tra il trono e l'altare riproponendo il modello delle comunità medioevali
protette dalla religione tradizionale contro le insidie del liberalismo e del
razionalismo. Un'altra prospettiva, che nasce paradossalmente dalla stessa
concezione della storia guidata dalla divinità, è quella che potremo definire
liberale che vede nell'azione divina una volontà diretta, nonostante tutto, al
bene degli uomini escludendo che nei tempi nuovi ci sia una sorta di vendetta
di Dio che voglia far espiare agli uomini la loro presunzione di creatori di
storia. È questa una visione provvidenziale, dinamica della storia che troviamo
in Saint Simon con la concezione di un nuovo cristianesimo per una nuova
società o in Lamennais che vede nel cattolicesimo una forza rigeneratrice della
vita sociale. Una concezione progressiva quindi che è presente in Italia
nell'opera letteraria di Manzoni e nel pensiero politico di Gioberti con il
progetto neoguelfo e nell'ideologia mazziniana. Concezione mazziniana
«Costituire l'Italia in Nazione Una, Indipendente, Libera, Repubblicana – M., Istruzione generale per gli affratellati nella
Giovine Italia) Magnifying glass icon mgx2.svg Mazzinianesimo. Dio e popolo
«Noi cademmo come partito politico. Dobbiamo risorgere come partito religioso.
L'elemento religioso è universale, immortale: universalizza e collega. Ogni
grande rivoluzione ne serba impronta, e lo rivela nella propria origine o nel
fine che si propone. Per esso si fonda l'associazione. Iniziatori d'un nuovo
mondo, noi dobbiamo fondare l'unità morale, il cattolicismo Umanitario. Il
pensiero politico mazziniano deve dunque essere collocato in questa temperie di
romanticismo politico-religioso che dominò in Europa dopo la rivoluzione ma che
era già presente nei contrasti al Congresso di Vienna tra gli ideologi che
proponevano un puro e semplice ritorno al passato prerivoluzionario e i
cosiddetti politici che pensavano che bisognasse operare un compromesso con
l'età trascorsa. Alcuni storici hanno fatto risalire la concezione religiosa
di M. all'educazione ricevuta dalla madre fervente giansenista (almeno fino
agli anni '40 fa spesso riferimenti biblici ed evangelici) o ad una vicinanza
ideale col protestantesimo e le chiese riformate ma, secondo altri, la visione
religiosa di Mazzini non coinciderebbe con quella di nessuna religione
rivelata. Il personale concetto mazziniano di Dio, che per alcuni tratti è
avvicinabile al deismo settecentesco, con evidenti influssi della religiosità
civica e preromantica di Rousseau, per altri versi al Dio panteistico degli
stoici, è alla base di una religiosità che tuttavia esige la laicità dello
Stato (questo nonostante la dichiarata contraddizione poiché se, come egli
crede, politica e religione coincidono, non avrebbe senso separare la sua
concezione teologica da quella politica e l'assenza di intermediari tra Dio e
il popolo. Per ciò e per il ruolo avuto nella storia umana e italiana, define
il papato la base d'ogni autorità tirannica. Un altro influsso sulla sua
concezione religiosa è stato visto nella considerazione che ha per la religione
CIVILE di ispirazione ROMANA e per l'ammirazione verso la prima Roma, antica e
pagana, che passando per la seconda Roma, cristiana e medievale, prepara il
campo alla terza Roma future. Un mito questo, romantico-neoclassico, che e
fatto proprio da Carducci e poi dal fascismo, con il filosofo Ricci -- e dalla
massoneria con l'esoterista Reghini e avvicina il mazzinianesimo anche al culto
massonico del Grande Architetto dell'Universo. In realtà rifiuta non solo
l'ateismo (è questa una delle divisioni ideologico-teoriche che egli ebbe con
altri repubblicani come Pisacane) e il materialismo L'ateismo, il materialismo
non hanno, sopprimendo Dio, una legge morale superiore per tutti e sorgente del
Dovere per tutti...»), ma anche il trascendente, in favore dell'immanente: egli
crede nella reincarnazione, per poter migliorare di continuo il mondo e
migliorare sé stessi. Una concezione questa tratta probabilmente da Platone o
dalle religioni orientali come l'induismo e il buddismo, religioni alle quali
Mazzini si era interessato. Come altri patrioti, letterati, rivoluzionari delle
società segrete francesi, inglesi e italiane Mazzini vide nell'abate calabrese
Gioacchino da Fiore, l'autore di una profezia riguardante l'avvento della Terza
Età o Età dello Spirito Santo quando sarebbe sorta la Terza Italia che sarebbe
rinata, libera dalle dominazioni straniere, come la nazione che avrebbe
esercitato un primato sulle altre per la presenza della Chiesa cattolica: tema
questo poi ripreso da Gioberti nel suo Primato morale e civile degli
Italiani. M. ebbe grande interesse per Gioacchino tanto da volergli
dedicare un trattato rimasto inedito Joachino, appunti per uno studio storico
sull'abate Gioacchino], che considerava un suo precursore per gli ideali
sociali e politici da realizzare tramite un'unità spirituale e storica.
Religione civile La sua è stata anche definita una religione civile dove la
politica svolgeva il ruolo della fede e dove la divinità si incarna in modo
panteista nell'Universo e nell'Umanità stessa, che attua la Legge che nel
Progresso si rivela. Egli afferma di credere che Dio è Dio, e l'Umanità è il
suo Profeta, che il popolo romano è immagine di Dio sulla terra e vi è«un Dio
solo, autore di quanto esiste, Pensiero vivente, assoluto, del quale il nostro
mondo è raggio e l'Universo una incarnazione. Per lui non conta che la sua
intima credenza sia razionale o no, come il Dio di Voltaire e Newton che è
invocato come la causa prima dell'ordine naturale, poiché «Dio esiste. Noi non
dobbiamo né vogliamo provarvelo: tentarlo, ci sembrerebbe bestemmia, come
negarlo, follia. Dio esiste, perché noi esistiamo» anche se, specifica,
«l'universo lo manifesta con l'ordine, con l'armonia, con l'intelligenza dei
suoi moti e delle sue leggi. E altresì convinto che fosse ormai presente nella
storia un nuovo ordinamento divino nel quale la lotta per raggiungere l'unità
nazionale assumeva un significato provvidenziale. «Operare nel mondo significava
per il M. collaborare all'azione che Dio svolgeva, riconoscere ed accettare la
missione che uomini e popoli ricevono da Dio. Per questo bisogna «mettere al
centro della propria vita il dovere, senza speranza di premio, senza calcoli di
utilità. Quello di M. era un progetto politico, ma mosso da un imperativo
religioso che nessuna sconfitta, nessuna avversità avrebbe potuto indebolire.
«Raggiunta questa tensione di fede, l'ordine logico e comune degli avvenimenti
veniva capovolto; la disfatta non provocava l'abbattimento, il successo degli
avversari non si consolidava in ordine stabile.». La storia dell'umanità dunque
sarebbe una progressiva rivelazione della Provvidenza divina che, di tappa in
tappa, si dirige verso la meta predisposta da Dio. Esaurito il compito
del Cristianesimo, chiusasi l'era della Rivoluzione francese ora occorreva che
i popoli prendessero l'iniziativa per «procedere concordi verso la meta fissata
al progresso umano». Ogni singolo individuo, come la collettività, tutti devono
attuare la missione che Dio ha loro affidato e che attraverso la formazione ed
educazione del popolo stesso, reso consapevole della sua missione, si
realizzerà attraverso due fasi: Patria e Umanità. Patria e umanità
Targa in onore di M. sulla casa londinese Senza una patria libera nessun popolo
può realizzarsi né compiere la missione che Dio gli ha affidato; il secondo
obiettivo sarà l'Umanità che si realizzerà nell'associazione dei liberi popoli
sulla base della comune civiltà europea attraverso quello che Mazzini chiama il
banchetto delle Nazioni sorelle. Un obiettivo dunque ben diverso da quella
confederazione europea immaginata da Napoleone dove la Francia avrebbe
esercitato il suo primato egemonico di Grande Nation. La futura unità
europea non si realizzerà attraverso una gara di nazionalismi ma attraverso una
nobile emulazione dei liberi popoli per costruire una nuova libertà. Il
processo di costruzione europea, secondo M., doveva svolgersi prima di tutto
attraverso l'affermazione delle nazionalità oppresse, come quelle facenti parte
dell'Impero asburgico, e poi anche di quelle che non avevano ancora raggiunto
la loro unità nazionale. Iniziativa italiana In questo processo unitario
europeo spetta all'Italia un'alta missione: quella di riaprire, conquistando la
sua libertà, la via al processo evolutivo dell'Umanità: la redenzione nazionale
italiana apparirà improvvisa come una creazione divina al di fuori di ogni
inutile e inefficace metodo graduale politico diplomatico di tipo cavouriano.
L'iniziativa italiana che avverrà sulla base della fraternità tra i popoli e
non rivendicando alcuna egemonia, come aveva fatto la Francia, consisterà
quindi nel dare l'esempio per una lotta che porterà alla sconfitta delle due
colonne portanti della reazione, di quella politica dell'Impero Asburgico e di
quella spirituale della Chiesa cattolica. Raggiunti gli obiettivi primari
dell'unità e della Repubblica attraverso l'educazione e l'insurrezione del
popolo, espressi dalla formula di Pensiero ed azione, l'Italia darà quindi il
via a questo processo di unificazione sempre più vasta per la creazione di una terza
civiltà formata dall'associazione di liberi popoli. Funzione della
politica Il mausoleo di M. nel cimitero monumentale di Staglieno,
realizzato dall'architetto mazziniano Grasso. La politica è scontro tra libertà
e dispotismo e tra queste due forze non è possibile trovare un
compromesso: si sta svolgendo una guerra di principi che non ammette
transazioni; M. esorta la popolazione a non accontentarsi delle riforme che
erano degli accomodamenti gestiti dall'alto: non radicavano, cioè, nello
spirito del tempo quella libertà e quell'uguaglianza di cui il popolo aveva
bisogno. La logica della politica è logica di democrazia e libertà, non
accettabili dalle forze reazionarie; contro di esse è necessaria una brusca
rottura rivoluzionaria: alla testa del popolo vi dovrà essere la classe colta
(che non può più sopportare il giogo dell'oppressione) e i giovani (che non
possono più accettare le anticaglie dell'antico regime). Questa rivoluzione
deve portare alla Repubblica, la quale garantirà l'istruzione popolare.
La rivoluzione, che è anche pedagogico strumento di formazione di virtù
personali e collettive, deve iniziare per ondate, accendendo focolai di rivolta
che incitino il popolo inconsapevole a prendere le armi. Una volta scoppiata la
rivoluzione si dovrà costituire un potere dittatoriale (inteso come potere
straordinario alla maniera dell'Antica Roma, non come tirannide) che gestisca
temporaneamente la fase post-rivoluzionaria. Il governo verrà restituito al
popolo non appena il fine della rivoluzione verrà raggiunto, il prima
possibile. La Giovane Italia deve educare alla gestione della cosa
pubblica, ad essere buoni cittadini, non è, perciò, esclusivamente uno
strumento di organizzazione rivoluzionaria. Il popolo deve avere diritti e
doveri, mentre la rivoluzione francese si è concentrata esclusivamente sui
diritti individuali: fermandosi ai diritti dell'individuo aveva dato vita ad
una società egoista; l'utile per una società non va mai considerato secondo il
bene di un singolo soggetto ma secondo il bene collettivo. Non crede
nell'eguaglianza predicata dal marxismo e al sogno della proprietà comune
sostituisce il principio dell'associazionismo, che è comunque un superamento
dell'egoismo individuale.Questione sociale M. affrontò la questione sociale
negli scritti più tardi, ad esempio nei Doveri dell'uomo Rifiuta il marxismo,
convinto com'è che per spingere il popolo alla rivoluzione sia prioritario
indicargli l'obiettivo dell'unità, della repubblica e della democrazia. M. fu
tra i primi a considerare la grave questione sociale presente che era
soprattutto in Italia la questione contadina, come gli indica Pisacane, ma egli
pensava che questa dovesse essere affrontata e risolta solo dopo il
raggiungimento dell'unità nazionale e non attraverso lo scontro delle classi,
ma con una loro collaborazione (interclassismo), da raggiungersi però
organizzando l'associazionismo e il mutualismo fra gli operai, il soggetto più
debole. Un programma il suo di solidarietà nazionale che se non contemplava
l'autonomia culturale e politica del proletariato non si rivolse solo al ceto
medio cittadino, agli intellettuali, agli studenti, fra i quali raccolse i
consensi più ampi, ma anche agli artigiani e ai settori più consapevoli dei
propri diritti fra gli operai. M. criticò il marxismo e fu da Marx
biasimato per gli aspetti dottrinali idealistici e per gli atteggiamenti
profetici che egli assumeva nel suo ruolo di educatore religioso e politico del
popolo. Marx, risentito per gli attacchi di M. al comunismo, da lui definito
col termine inglese «dictatorship» (cioè «dittatura»), lo definì in alcuni
articoli teopompo, cioè «inviato di Dio e papa della chiesa democratica, dandogli
anche sprezzantemente del «vecchio somaro» e paragonandolo a Pietro l'Eremita.
Forte sarà il contrasto tra Marx e l'inviato personale di M. (oltre che con
Garibaldi che ne prese le difese) alla Prima Internazionale. Critica i
socialisti per il proclamato internazionalismo dei loro tempi, venato di
anarchismo e di forte negazionismo, per l'attenzione da essi rivolta verso gli
interessi di una sola classe: il proletariato. Inoltre egli definiva arbitrario
e impossibile a pretendere l'abolizione della proprietà privata: così si
sarebbe dato un colpo mortale all'economia che non avrebbe premiato più i
migliori. La critica maggiore era rivolta contro il rischio che le ideologie
socialiste estremistiche portassero a un totalitarismo: egli previde con
lungimiranza quello che avverrà con la Rivoluzione in Russia, cioè la
formazione di una nuova classe di padroni politici e lo schiacciamento
dell'individuo nella macchina industriale del socialismo reale. Da queste
critiche ne venne la valutazione negativa di Mazzini sulla rivolta che portò
alla Comune di Parigi. Mentre per Marx e Michail Bakunin quello della Comune
era stato un primo tentativo di distruggere lo stato accentratore borghese
realizzando dal basso un nuovo tipo di stato, Mazzini, legato al concetto di
Stato-nazione romantico, invece criticò la Comune vedendo in essa la fine della
nazione, la minaccia di uno smembramento della Francia. Per salvaguardare
l'economia e allo stesso tempo per tutelare i più poveri, M. punta su una forma
di lavoro cooperativo: l'operaio dovrà guardare oltre una lotta basata solo sul
salario ma promuovere spazi via via crescenti di economia sociale con elementi
di «piena responsabilità e proprietà sull'impresa». M. punta sul
superamento in senso sociale e democratico del capitalismo imprenditoriale
classico, anticipando in questo sia le teorie distribuzioniste sia le teorie
che esaltano il valore dell'associazione fra i produttori. In Doveri dell'uomo
scrisse: «Non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna
aprire la via perché i molti possano acquistarla. Bisogna richiamarla al
principio che la renda legittima, facendo sì che solo il lavoro possa produrla.
La sua influenza sulla prima fase del
movimento operaio fu per questo molto importante e anche il fascismo, in
particolare la sua corrente repubblicana e socializzatrice, si ispirerà al
pensiero economico mazziniano come terza via corporativa tra il modello
capitalista e quello marxista. Cospirazioni e fallimento dei moti
mazziniani M. in una fotografia con autografo scattata da Domenico Lama I
moti mazziniani, ispirati ad un'ideologia repubblicana e antimonarchica furono
considerati sovversivi e quindi perseguiti da tutte le monarchie italiane
dell'epoca. Per i governi costituiti i mazziniani altro non erano che
terroristi e come tali furono sempre condannati. «Trovai tutti persuasi
che la Giovine Italia era pazzia; pazzia le sette, pazzie il cospirare, pazzie
le rivoluzioncine fatte sino a quel giorno, senza capo né coda» (Azeglio,
Degli ultimi casi di Romagna) Giovine Italia
«Su queste classi così fortemente interessate al mantenimento
dell'ordine sociale le dottrine sovversive della Giovine Italia non hanno
presa. Perciò ad eccezione dei giovani presso i quali l'esperienza non ha
ancora modificate le dottrine assorbite nell'atmosfera eccitante della scuola,
si può affermare che non esiste in Italia se non un piccolissimo numero di
persone seriamente disposte a mettere in pratica i principi esaltati di una
setta inasprita dalla sventura.» (Camillo Benso conte di Cavour). M. si
trova a Marsiglia in esilio dopo l'arresto e il processo subito l'anno prima in
Piemonte a causa della sua affiliazione alla Carboneria. Non potendosi provare
la sua colpevolezza infatti la polizia sabauda lo costrinse a scegliere tra il
confino in un paesino del Piemonte e l'esilio. Mazzini preferì affrontare l'esilio
e passa in Svizzera, da qui a Lione e infine a Marsiglia. Qui entrò in contatto
con i gruppi di Filippo Buonarroti e col movimento sainsimoniano allora diffuso
in Francia. Con questi si avviò un'analisi del fallimento dei moti nei
ducati e nelle Legazioni pontificie. Si concordò sul fatto che le sette
carbonare avevano fallito innanzitutto per la contraddittorietà dei loro
programmi e per l'eterogeneità delle classi che ne facevano parte. Non si era
riusciti poi a mettere in atto un collegamento più ampio delle insurrezioni per
le ristrettezze provinciali dei progetti politici, com'era accaduto nei moti di
Torino quand'era fallito ogni tentativo di collegamento con i fratelli
lombardi. Infine bisognava desistere dal ricercare l'appoggio dei principi e,
come nei moti dei francesi. Con la fondazione della Giovine Italia il
movimento insurrezionale andava organizzato su precisi obiettivi politici:
indipendenza, unità, libertà. Occorreva poi una grande mobilitazione popolare
poiché la liberazione italiana non si poteva conseguire attraverso l'azione di
pochi settari ma con la partecipazione delle masse. Rinunciare infine ad ogni
concorso esterno per la rivoluzione: «La Giovine Italia è decisa a giovarsi
degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l'ora e il carattere
dell'insurrezione. Gli strumenti per raggiungere queste mete erano l'educazione
e l'insurrezione. Quindi bisognava che la Giovane Italia perdesse il più
possibile il carattere di segretezza, conservando quanto necessario a
difendersi dalle polizie, ma acquistasse quello di società di propaganda,
un'«associazione tendente anzitutto a uno scopo di insurrezione, ma
essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno anche attraverso
il giornale La Giovine Italia, fondato del messaggio politico della
indipendenza, dell'unità e della repubblica. Durante il periodo dei
processi in Piemonte e il fallimento della spedizione di Savoia, l'associazione
scomparve per quattro anni, ricomparendo solo in Inghilterra. Dieci anni dopo,
il 5 maggio 1848, l'associazione fu definitivamente sciolta da M., che fondò al
suo posto l'Associazione Nazionale Italiana. Entusiastiche adesioni al
programma della Giovane Italia si ebbero soprattutto tra i giovani in Liguria,
in Piemonte, in Emilia e in Toscana che si misero subito alla prova organizzando
una serie di insurrezioni che si conclusero tutte con arresti, carcere e
condanne a morte. Oganizza il suo primo tentativo insurrezionale che aveva come
focolai rivoluzionari Chambéry, Torino, Alessandria e Genova dove contava vaste
adesioni nell'ambiente militare. Prima ancora che l'insurrezione
iniziasse la polizia sabauda a causa di una rissa avvenuta fra i soldati in
Savoia, scoprì e arrestò molti dei congiurati, che furono duramente perseguiti
poiché appartenenti a quell'esercito sulla cui fedeltà Carlo Alberto aveva
fondato la sicurezza del suo potere. Fra i condannati figuravano i fratelli
Ruffini, amico personale di M. e capo della Giovine Italia di Genova,
l'avvocato Andrea Vochieri e l'abate torinese Gioberti. Tutti subirono un
processo dal tribunale militare, e dodici furono condan morte, fra questi anche
il Vochieri, mentre Jacopo Ruffini pur di non tradire si uccise in carcere
mentre altri riuscirono a salvarsi con la fuga. Tentativo d'invasione
della Savoia e moto di Genova. L'incontro di M. con Garibaldi nella sede della
Giovine Italia Il fallimento del primo moto non fermò M., convinto che era il
momento opportuno e che il popolo lo avrebbe seguito. Si trovava a Ginevra,
quando assieme ad altri italiani e alcuni polacchi, organizzava un'azione
militare contro lo stato dei Savoia. A capo della rivolta aveva messo il
generale Ramorino, che aveva già preso parte ai moti, questa scelta però si
rivelò un fallimento, perché il Ramorino si era giocato i soldi raccolti per
l'insurrezione e di conseguenza rimandava continuamente la spedizione, tanto
che quando si decise a passare con le sue truppe il confine con la Savoia, la
polizia, ormai allertata da tempo, disperse i volontari con molta
facilità. Nello stesso tempo doveva scoppiare una rivolta a Genova, sotto
la guida di Garibaldi, che si era arruolato nella marina da guerra sarda per
svolgere propaganda rivoluzionaria tra gli equipaggi. Quando giunse sul luogo
dove avrebbe dovuto iniziare l'insurrezione però, non trovò nessuno, e così
rimasto solo, dovette fuggire. Fece appena in tempo a salvarsi dalla condanna a
morte emanata contro di lui, salendo su una nave in partenza per l'America del
Sud dove continuerà a combattere per la libertà dei popoli. M., invece,
poiché aveva personalmente preso parte alla spedizione con Ramorino, fu espulso
dalla Svizzera e dovette cercare rifugio in Inghilterra. Lì continuò la propria
azione politica attraverso discorsi pubblici, lettere e scritti su giornali e
riviste, aiutando a distanza gli italiani a mantenere il desiderio di unità e
indipendenza. Anche se l'insuccesso dei moti fu assoluto, dopo questi eventi la
linea politica di Carlo Alberto mutò, temendo che reazioni eccessive potessero
diventare pericolose per la monarchia. La vita mi pesa, ma credo sia
debito di ciascun uomo di non gettarla, se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza.» (M., lettera di risposta ad Angelo
Usiglio, Londra. Altri tentativi pure falliti si ebbero a Palermo, in Abruzzo,
nella Lombardia austriaca, in Toscana. Il fallimento di tanti generosi sforzi e
l'altissimo prezzo di sangue pagato fecero attraversare a Mazzini quella che
egli chiamò la tempesta del dubbio, una fase di depressione, in cui, come in
gioventù, come ricorda nelle Note autobiografiche, pensò anche al suicidio, da
cui uscì religiosamente convinto ancora una volta della validità dei propri
ideali politici e morali. Dall'esilio di Londra, dopo essere stato espulso dalla Svizzera,
riprese quindi il suo apostolato insurrezionale. Nello stesso periodo esce il
saggio La filosofia della musica sulla rivista L'italiano pubblicata a Parigi. Fratelli
Bandiera. Esecuzione dei fratelli Bandiera a Cosenza Nobili, figli
dell'ammiraglio Bandiera e, a loro volta, ufficiali della Marina da guerra
austriaca, aderirono alle idee mazziniane e fondarono una loro società segreta,
l'Esperia e con essa tentarono di effettuare una sollevazione popolare nel Sud
Italia. I fratelli Emilio e Attilio Bandiera parteno da Corfù (dove
avevano una base allestita con l'ausilio del barese Vito Infante) alla volta
della Calabria seguiti da 17 compagni, dal brigante calabrese Giuseppe Meluso e
dal corso Pietro Boccheciampe. Era loro giunta infatti la notizia dello scoppio
di una rivolta a Cosenza che essi credevano condotta nel nome di M.. In realtà
non solo la ribellione non aveva alcuna motivazione patriottica ma era già
stata domata dall'esercito borbonico. Quando sbarcarono alla foce del
fiume Neto, vicino a Crotone, appresero che la rivolta era già stata repressa
nel sangue e al momento non era in corso alcuna ribellione all'autorità del re.
Il Boccheciampe, appresa la notizia che non c'era alcuna sommossa a cui
partecipare, sparì e andò al posto di polizia di Crotone per denunciare i
compagni. I due fratelli vollero lo stesso continuare l'impresa e partirono per
la Sila. Subito iniziarono le ricerche dei rivoltosi ad opera delle
guardie civiche borboniche, aiutate da comuni cittadini che credevano i
mazziniani dei briganti; dopo alcuni scontri a fuoco, vennero catturati (meno
il brigante Meluso, buon conoscitore dei luoghi, che riuscì a sfuggire alla
cattura) e portati a Cosenza, dove i fratelli Bandiera con altri 7 compagni
vennero fucilati nel Vallone di Rovito. Il re Ferdinando II ringraziò la popolazione
locale per il grande attaccamento dimostrato alla Corona e la premiò concedendo
medaglie d'oro e d'argento e pensioni generose. «Mazzini, colpito da tanta
fermezza e da tanta sventura, restò commosso da quell'efferata barbarie e
celebrò la memoria di quei martiri in un opuscolo uscito a Parigi. Vdendo nel
loro sacrificio la realizzazione dei propri ideali così scriveva in un opuscolo
a loro dedicato: «Il martirio non è sterile mai. Il martirio per un'Idea è la
più alta formula che l'Io umano possa raggiungere per esprimere la propria
missione; e quando un giusto sorge di mezzo a' suoi fratelli giacenti ed
esclamaecco: questo è il vero, e io, morendo, l'adorouno spirito di nuova vita
si trasfonde per tutta l'umanità. I sagrificati di Cosenza hanno insegnato a
noi tutti che l'uomo deve vivere e morire per le proprie credenze: hanno
provato al mondo che gl'Italiani sanno morire: hanno convalidato per tutta
l'Europa l'opinione che una Italia sarà. Voi potete uccidere pochi uomini, ma
non l'Idea. l'Idea è immortale. Dopo i moti e capo, con Aurelio Saffi e Carlo
Armellini della Repubblica Romana, soppressa dalla reazione francese. Fu
l'ultima rivolta a cui M. prese parte direttamente. Moto di Milano e sollevazione in Valtellina. Ispirato al
mazzinianesimo e alle ideologie socialiste fu il moto di Milano, a cui tuttavia
M. non prese parte, e che fallì; analoga sorte ebbe la rivolta in Valtellina
dell'anno seguente. Nel moto milanese si mise in luce Felice Orsini, che di lì
a poco avrebbe rotto con Mazzini e organizzato l'attentato a Napoleone III,
fermamente condannato dal genovese poiché risoltosi in una strage di cittadini
innocenti. Spedizione di Sapri. Pisacane Il piano originale, secondo
il metodo insurrezionale mazziniano, prevedeva di accendere un focolaio di
rivolta in Sicilia dove era molto diffuso il malcontento contro i Borboni, e da
lì estenderla a tutto il Mezzogiorno d'Italia. Successivamente invece si pensò
più opportuno partendo dal porto di Genova di sbarcare a Ponza per liberare
alcuni prigionieri politici lì rinchiusi, per rinforzare le file della
spedizione e infine dirigersi a Sapri, che posta al confine tra Campania e
Basilicata, era ritenuta un punto strategico ideale per attendere dei rinforzi
e marciare su Napoli. Pisacane s'imbarca con altri ventiquattro
sovversivi, tra cui Nicotera e Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della
Società Rubattino, diretto a Tunisi. Sbarca a Ponza dove, sventolando il
tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali
per reati politici per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti
alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di detenuti comuni e delle
armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri,
ma non trovarono ad accoglierli quelle masse rivoltose che si attendevano. Anzi
furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche
avevano per tempo annunziato lo sbarco di una banda di ergastolani evasi
dall'isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula vennero circondati e 25 di
loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero
catturati e consegi gendarmi. Pisacane, con Nicotera, Falcone e gli ultimi
superstiti, riuscirono a fuggire a Sanza dove furono ancora aggrediti dalla
popolazione: perirono in 83; Pisacane e Falcone si suicidarono con le loro
pistole, mentre quelli scampati all'ira popolare furono poi processati. Condan
morte, furono graziati dal Re, che tramuts la pena in ergastolo. Senso
dell'impresa Pur essendo quella di Sapri un'impresa tipicamente mazziniana,
condotta «senza speranza di premio», in effetti essa rispondeva alle idee
politiche di Pisacane che si era allontanato dalla dottrina del Maestro per
accostarsi a un socialismo libertario espresso dalla formula "Libertà e
associazione". Contrariamente a Mazzini che riguardo alla questione
sociale proponeva una soluzione interclassista solo dopo aver risolto il
problema unitario, Pisacane pensava infatti che per arrivare ad una rivoluzione
patriottica unitaria e nazionale occorresse prima risolvere la questione
contadina che era quella della riforma agraria. Come lasciò scritto nel suo
testamento politico in appendice al Saggio sulla rivoluzione, «profonda mia
convinzione di essere la propaganda dell'idea una chimera e l'istruzione
popolare un'assurdità. Le idee nascono dai fatti e non questi da quelle, ed il
popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma sarà ben tosto istrutto quando
sarà libero». Vicino agli ideali mazziniani era Pisacane invece quando
aggiungeva nello stesso scritto che quand'anche la rivolta fallisse «ogni mia
ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell'animo di questi
cari e generosi amici... che se il nostro sacrificio non apporta alcun bene all'Italia,
sarà almeno una gloria per essa aver prodotto figli che vollero immolarsi al
suo avvenire. La spedizione fallita ebbe in effetti il merito di riproporre
all'opinione pubblica italiana la questione napoletana, la liberazione cioè del
Mezzogiorno italiano dal malgoverno borbonico che Gladstone definiva negazione
di Dio eretta a sistema di governo.. Infine il tentativo di Pisacane sembrava
riproporre la possibilità di un'alternativa democratico-popolare come soluzione
al problema italiano: era un segnale d'allarme che costituì per il governo di
Vittorio Emanuele II uno stimolo ad affrettare i tempi dell'azione per
realizzare la soluzione diplomatico militare dell'unità italiana.
Appoggio a Garibaldi e ultimi tentativi M. appoggiò moralmente la spedizione
dei Mille di Garibaldi, che egli considerava una valida opposizione a Cavour.
Dopo l'Unità riprese la lotta repubblicana, ma le persecuzioni della polizia
sabauda e le condizioni di salute limitarono i suoi ultimi tentativi.
Controversie Stampa raffigurante Mazzini con l'epitaffio della tomba a
Staglieno Conflitto con Cavour M., che dopo la sua attività cospirativa fu
esiliato dal governo piemontese a Ginevra, fu uno strenuo oppositore della
guerra di Crimea, che costò un'ingente perdita di soldati al regno sardo. Egli
rivolse un appello ai militari in partenza per il conflitto: «Quindicimila tra
voi stanno per essere deportati in Crimea. Non uno forse tra voi rivedrà la
propria famiglia. Voi non avrete onore di battaglie. Morrete, senza gloria,
senza aureola, di splendidi fatti da tramandarsi per voi, conforto ultimo ai
vostri cari. Morrete per colpa di governi e capi stranieri. Per servire un
falso disegno straniero, l'ossa vostre biancheggeranno calpestate dal cavallo
del cosacco, su terre lontane, né alcuno dei vostri potrà raccoglierle e
piangervi sopra. Per questo io vi chiamo, col dolore dell'anima, deportati.
Quando Napoleone III scampò all'attentato teso da Orsini e Pieri, il governo di
Torino incolpò M. (Cavour lo avrebbe definito "il capo di un'orda di
fanatici assassini" oltreché "un nemico pericoloso quanto
l'Austria"), poiché i due attentatori avevano militato nel suo Partito
d'Azione. Secondo Denis Mack Smith, Cavour aveva in passato finanziato i due
rivoluzionari a causa della loro rottura con M. e, dopo l'attentato a Napoleone
III e la conseguente condanna dei due, alla vedova di Orsini fu assicurata una
pensione. Cavour al riguardo fece anche pressioni politiche sulla magistratura
per far giudicare e condannare la stampa radicale. Egli, inoltre, favorì
l'agenzia Stefani con fondi segreti sebbene lo Statuto vietasse privilegi e
monopoli ai privati. Così l'agenzia Stefani, forte delle solide relazioni con
Cavour divenne, secondo Fiore, un fondamentale strumento governativo per il
controllo mediatico nel Regno di Sardegna. M., intanto, oltre ad aver
condannato il gesto di Orsini e Pieri, espose un attacco nei confronti del
primo ministro, pubblicato sul giornale Italia del popolo: «Voi avete
inaugurato in Piemonte un fatale dualismo, avete corrotto la nostra gioventù,
sostituendo una politica di menzogne e di artifici alla serena politica di
colui che desidera risorgere. Tra voi e noi, signore, un abisso ci separa. Noi
rappresentiamo l'Italia, voi la vecchia sospettosa ambizione monarchica. Noi
desideriamo soprattutto l'unità nazionale, voi l'ingrandimento
territoriale» (M.]) Timori di M. per la cessione della Sardegna
Estratto di articolo di giornale inglese Mazzini temeva che Cavour, dopo
la cessione della Savoia e di Nizza, potesse cedere anche la Sardegna, una
delle cosiddette “tre Irlande”, sulla base di altri supposti accordi segreti di
Cavour con la Francia, in cambio di una definitiva unificazione italiana,
accordi che preoccupavano anche l’Inghilterra, la quale era intervenuta presso
Cavour per avere rassicurazioni sul fatto che non sarebbe stato ceduto altro
territorio italiano alla Francia. Russell commenta a Hudson, in Torino, di dire
al Conte di Cavour, che il Governo inglese, informato di un disegno per la
cessione della Sardegna alla Francia, protestava e chiedeva promessa formale di
non cedere territorio italiano. Il dispaccio era comunicato il 26 a
Cavour.» (da Scritti editi e inediti di M., per cura della Commissione
editrice degli scritti di Giuseppe Mazzini, Roma]) Riguardo alla cessione della
Sardegna alla Francia, M. affermava anche. L’opposizione minacciosa
dell’Inghilterra e la nostra, possono renderlo praticamente impossibile.»
(da Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini, per cura della Commissione
editrice degli scritti di M., Roma) Alcune affermazioni di Giovanni Battista
Tuveri, esponente del cattolicesimo federalista, deputato per due volte al
Parlamento Subalpino e amico di M., confermano la possibilità di accordi
segreti relativi alla cessione della Sardegna alla Francia per una definitiva
unificazione del resto della penisola: «Vicino a M. ed a Cattaneo, ma con una
propria originalità di pensiero, il Tuveri fu sempre fedele alle sue
convinzioni federaliste o, in mancanza di meglio, autonomiste, né esitò ad
impegnarsi nell'azione pratica quando circolò insistente la voce che Cavour,
dopo Nizza e la Savoia, intendesse cedere alla Francia anche la Sardegna»
Anche il giornale britannico "The Illustrated London News" citava l'inopportunità di cedere la Sardegna
alla Francia, commento che aveva suscitato reazioni nella stampa francese e
fatto suggerire altre ipotesi. Mazzini suscita continuamente energie, affascinò
per quarant'anni ogni ondata di gioventù e intanto gli anziani gli sfuggivano. Quasi
tutti i grandi personaggi del Risorgimento aderirono al mazzinianesimo ma pochi
vi restarono. Il contenuto religioso profetico del pensiero del Maestro, in un
certo modo rivelatore di una nuova fede, imbrigliava l'azione politica. M.
infatti non aveva «la duttilità e la mutevolezza necessaria per dominare e
imprigionare razionalmente le forze». Per questo occorreva una capacità di
compromesso politico propria dell'uomo di governo come fu Cavour. Il compito di
Mazzini fu invece quello di creare l’animus. Quando sembrava che il problema
italiano non avesse via d'uscita «ecco per opera sua la gioventù italiana
sacrificarsi in una suprema protesta. I sacrifici parevano sterili», ma invece
risvegliavano l'opinione pubblica italiana e europea. La tragedia della Giovine
Italia «impose il problema italiano a una sempre più vasta sfera d'Italiani:
che reagì sì con un programma più moderato ma infine entrò in azione e quegli
stessi ex mazziniani che avevano rinnegato il Maestro aderendo al moderatismo
riformista alla fine dovettero abbandonare ogni progetto federalista e
acconsentire all'entusiasmo popolare suscitato dalle idee mazziniane di un
riordinamento unitario italiano. Le idee politiche di Mazzini furono alla base
della nascita del Partito Repubblicano Italiano. Tramite la Costituzione della
Repubblica Romana, ispirata al mazzinianesimo e considerata un modello per molto
tempo, fu uno dei pensatori le cui idee furono alla base della Costituzione
Italiana. Inoltre ebbe una grande influenza anche fuori dall'Italia: politici
occidentali come Wilson (con i suoi Quattordici Punti) e Lloyd George e molti
leader post-coloniali tra i quali Gandhi, Meir, David Ben-Gurion, Nehru e Sun
Yat-sen consideravano Mazzini il proprio maestro e il testo mazziniano Dei
doveri dell'uomo come la propria "Bibbia" morale, etica e politica. Mazzini
conteso tra fascismo e antifascismo M. sul letto di morte L'eredità
ideale e politica del pensiero di M. è stata a lungo oggetto di dibattito tra
opposte interpretazioni, in particolare durante il Fascismo e la Resistenza.
Già prima dell'avvento del FASCISMO, il cinquantenario della sua morte e
celebrato con una serie di francobolli. In seguito, nel Ventennio fascista M. e
oggetto di citazioni in libri, articoli, discorsi, fino al punto d'essere
considerato una sorta di precursore del regime di MUSSOLINI. Secondo un appunto
diaristico (intitolato "Ripresa mazziniana") diBottai, però,
l'utilizzo che ne fa MUSSOLINI e strumentale. La popolarità di M. durante
il periodo fascista è dovuta anche ai numerosi repubblicani che confluirono nei
Fasci di combattimento, iniziando il loro percorso di avvicinamento a MUSSOLINI
durante la battaglia interventista, soprattutto nelle aree dove maggiore era la
presenza del PRI, cioè in Romagna e nelle Marche. Sulle pagine de L'Iniziativa,
l'organo di stampa del PRI, si guardava a Mussolini come al «magnifico bardo
del nostro interventismo». Particolare e il caso di Bologna, città in cui i
repubblicani Nenni, e i fratelli Bergamo presero parte attivamente alla
fondazione del primo Fascio di combattimento emiliano per poi abbandonarlo poco
dopo diventando avversari del fascismo. Tra i più famosi repubblicani che
aderirono al fascismo vi furono Balbo (che si era laureato con una tesi su
"Il pensiero economico e sociale di M. e del quale Segrè ha scritto:
«Balbo, prima di aderire al Fascismo nel '21, esitò a lasciare i repubblicani
fino all'ultimo momento e considerò la possibilità di mantenere la doppia
iscrizione»), Malaparte e Ricci, che nel FASCISMO vede la perfetta sintesi fra
«la Monarchia d’ALIGHIERI e il Concilio di M. L'intellettuale mazziniano.
Cantimori, nella prima fase del suo percorso politico che lo portò prima ad
aderire al fascismo poi al comunismo, considerava il fascismo «compimento della
rivoluzione nazionale iniziatasi con il Risorgimento, che doveva riuscire dove
il processo risorgimentale e il cinquantennio successivo avevano fallito:
nell'inserimento e nell'integrazione delle masse nello stato nazionale, nella
creazione di una più vera democrazia, ben diversa dal
"parlamentarismo" e lontana dall'"affarismo", dal
"particolarismo", dall'"inerzia" che avevano caratterizzato
l'Italia liberale». Inizialmente la tesi delle origini risorgimentali del
fascismo fu fatta propria anche dai comunisti. Togliatti, polemizzando con il
movimento Giustizia e Libertà e il suo fondatore Rosselli, in un articolo su Lo Stato operaio
critica il Risorgimento e indicò in M. un precursore del FASCISMO. La
tradizione del Risorgimento vive quindi nel fascismo, ed è stata da esso
sviluppata fino all'estremo. M., se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine
corporative, né ripudierebbe i discorsi di MUSSOLINI sulla funzione dell'Italia
nel mondo. La rivoluzione anti-fascista non potrà essere che una rivoluzione
"contro il Risorgimento", contro la sua ideologia, contro la sua
politica, contro la soluzione che esso ha dato al problema della unità dello
Stato e a tutti i problemi della vita nazionale. La stessa posizione fu assunta
d’Amendola, durante il confino a Ponza, nel primo di due corsi sul Risorgimento
tenuti per i confinati, per poi rivedere tale impostazione nel secondo corso,
dopo la svolta unitaria (che segnò l'inizio della politica del fronte popolare
con la conclusione di un "patto d'unità d'azione" con i socialisti),
allorché insistette sulle origini risorgimentali del movimento operaio. I
fascisti, inoltre, rivendicavano una continuità con il pensiero mazziniano
anche riguardo l'idea di “patria”, la concezione spirituale della vita,
l'importanza dell'educazione di come strumento per creare un uomo nuovo e una
dottrina economica ispirata alla collaborazione tra le classi sociali. Baioni
scrive a proposito della contemporanea celebrazione nell’anniversario della
morte di Garibaldi e del decennale della Marcia su Roma che le principali
manifestazioni sembrano confermare il nesso tra il bisogno di presentare il
fascismo come erede delle migliori tradizioni nazionali e la volontà non meno
forte ad enfatizzarne le componenti moderne, che avrebbero dovuto distinguerlo
come originale esperimento politico e sociale. Negli anni della Resistenza la
situazione si complica maggiormente: il fascismo della repubblica sociale
italiana intensifica naturalmente i richiami a Mazzini. Ad esempio la data del
giuramento della guardia nazionale repubblicana venne fissata nel giorno della
proclamazione, quasi un secolo prima, della repubblica romana che aveva avuto
alla sua testa il triumviro Mazzini. Ma anche gli anti-fascisti, in particolare
i partigiani di Giustizia e Libertà di Rosselli, iniziano a richiamarsi sempre
più apertamente al rivoluzionario genovese. Proprio Rosselli scrisse che agiamo
nello spirito di Mazzini, e sentiamo profondamente la continuità ideale fra la
lotta dei nostri ante-nati per la libertà e quella di oggi. A seguito della
caduta del fascismo e dell'armistizio di Cassibile, la lotta contro il nazi-fascismo
vide la partecipazione dei repubblicani (il cui partito era stato sciolto dal
Regime) anche attraverso la formazione di proprie unità partigiane denominate
Brigate M.. Anche un comandante partigiano, proposto per la medaglia d'oro al
valor militare, Manrico Ducceschi, ispirò la sua azione all'ideologia
mazziniana adottando in onore di Mazzini il nome di battaglia di
"Pippo", lo stesso pseudonimo usato dal patriota genovese. Altri
saggi: Atto di fratellanza della Giovane Europa in Giuseppe Mazzini, Edizione
nazionale degli scritti., Imola, s.e., 1Dei doveri dell'uomo Fede ed avvenire
Editore Mursia Doveri dell'Uomo Editori Riuniti university press Roma Pensieri sulla democrazia in Europa, trad.
Mastellone, Feltrinelli, Milano, Andrea Tugnoli, La pittura moderna in Italia,
Bologna, CLUEB, Antologia di scritti Dal Risorgimento all'Europa Mursia Periodici diretti da M. L'apostolato popolare
Il nuovo conciliatore L'educatore Le Proscrit. Journal de la République
Universelle Il tribunoNote La Civiltà cattolica,
La Civiltà Cattolica, «La politica acquista pathos religioso, e sempre
più col procedere del secolo... la nazione diventa patria: e la patria la nuova
divinità del mondo moderno. Nuova divinità e come tale sacra.» in F. Chabod,
L'idea di nazione, Laterza, Bari); Da Dei doveri dell'uomoFede e avvenire,
Paolo Rossi, Mursia, Milano; L'uomo nuovo in Montanelli, L'Italia giacobina e carbonara,
Rizzoli, Milano, Schmid, Michael Rossington, The Reception of Shelley in Europe Citato nell'Edizione nazionale degli Scritti
di Giuseppe Mazzini a cura della Commissione per l'edizione nazionale degli
Scritti di M., Cooperativa tipografico-editriceGaleati; per la citazione vedi
anche: Memoriale M.-Domus Mazziniana; Introduzione a Jessie White Mario, Vita
di M. su Castelvecchi Editore; Giuseppe Santonastaso, Edgar Quinet e la
religione della libertà, edizioni Dedalo; Felis, Italia unità o disunità?
Interrogativi sul federalismo, Armando.
Comune di Savona Liguria magazine
in. Gilles Pécout, Il lungo
Risorgimento: la nascita dell'Italia contemporanea Pearson Italia S.p.a., 01 Patria, nazione e stato tra unità e
federalismo. M., Cattaneo e Tuveri, CUEC, University Press-Ricerche storiche, La
tesi del figlio sicuramente di Mazzini è sostenuta in Bruno Gatta, Mazzini una
vita per un sogno, Guida, Il dubbio invece che si trattasse veramente di un
figlio di Mazzini è espresso in Luigi Ambrosoli (M.: una vita per l'unità
d'Italia, ed.Lacaita): «Ma proprio il ritardo con cui venne comunicata a
Mazzini la notizia della morte di Adolphe fa sorgere qualche dubbio sulla
supposizione, per le altre ragioni accennate ben fondata, che si trattasse di
suo figlio». Dubbi simili vengono riportati in Mastellone, M. e la
"Giovine Italia", Domus
Mazziniana, («D'altra parte, è da aggiungere che nelle lettere inedite a
Ollivier, che pubblichiamo, M., pur parlando di Giuditta come della propria
amica, se accenna ad Adolphe come figlio di Giuditta, non allude al bambino
come proprio figlio:...») Barberis, in Dizionario biografico degli italiani,
Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
M. a Londra È l'autrice del
romanzo gotico Frankenstein (Frankenstein: or, The Modern Prometheus). Curò le
edizioni delle poesie del marito Shelley, poeta romantico e filosofo. Era
figlia della filosofa Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo, e del
filosofo e politico William Godwin.
Susanne Schmid, Michael Rossington, The Reception of P.B. Shelley in
Europe Seymour, Mary Shelley, M., il
cospiratore senza segreti Lettere di
Mazzini ad Aurelio Saffi e alla famiglia Crauford Giuseppe Mazzatinti Soc.
Alighieri Politica e storia Buonarroti e
altri studidi Pia Onnis Rosa Edizioni di storia e letteratura Roma M. «pavese»
e l'Unità d'Europa Quando M. scatenò il
patatrac sognando la Repubblica pbmstoria. Legnago a Giuseppe Mazzini, Grafiche
Stella, S. Pietro di Legnago (Verona) Scarpelli, La scimmia, l'uomo e il
superuomo. Nietzsche: evoluzioni e involuzioni
Pensiero di M., brigantaggio: la Repubblica nasce nel nome di M., su
pri.Carducci scrisse una famosa lirica intitolata Mazzini i cui versi finali
sono rimasti nella storia: «E un popol morto dietro a lui si mise. Esule
antico, al ciel mite e severo Leva ora il volto che giammai non rise, /Tu
solpensandoo ideal, sei vero». La stessa
semplice scritta volle Spadolini, politico e storico repubblicano, sulla
propria tomba a Firenze Luigi Polo Friz,
La massoneria italiana nel decennio post unitario: Lodovico Frapolli, Franco
Angeli, Storia della Massoneria in Italia. L'influenza di M. nella Massoneria
Italiana in. La stanza di Montanelli L' unità d' Italia e
la Massoneria M. massone? A.Desideri, Storia e storiografia, IEd.
D'Anna, Messina. Gli sconvolgimenti operati dalla Rivoluzione francese avevano
fatto dubitare a molti uomini della razionalità della storia, così altamente
proclamata nel secolo precedente. L'unica alternativa allo scetticismo parve
allora la fede in una forza arcana operante provvidenzialmente nella storia» in
A. Desideri, Ibidem «S'identificò la
storia della civiltà con la storia della religione, e si scorse una forza
provvidenziale non solo nelle monarchie, ma sin nel carnefice, che non potrebbe
sorgere e operare nella sua sinistra funzione se non lo suscitasse, a tutela
della giustizia, Iddio: tanto è lungi dall'essere operatore e costruttore di
storia l'arbitrio individuale e il raziocino logico». Adolfo Omodeo, L'età del
Risorgimento italiano, Napoli. Così il genere umano è in gran parte
naturalmente servo e non può essere tolto da questo stato altro che
soprannaturalmente... senza il cristianesimo, niente libertà generale. e senza
il papa non si dà vero cristianesimo operoso, potente, convertitore, rigeneratore,
conquistatore, perfezionante.» (cfr. Maistre, Il Papa, trad. di T. Casini,
Firenze) M., Fede e avvenire, M., Fede e
avvenire. Ha una visione utopica, romantica e anche sincretistica della
religione, che egli considerava come il contributo, in termini di princìpi
universali, delle varie confessioni e fedi alla storia collettiva.» SenatoDoveri
dell'uomo, M., Dei doveri dell'uomo
Fusatoshi Fujisawa, La terza Roma. Dal Risorgimento al Fascismo, Tokyo, M.
il patriota scomodo Reghini a metà
strada tra fascismo e massoneria «Noi
dissentivamo su diversi punti: sulle idee religiose, ch'ei non guardava, errore
comune al più, se non attraverso le credenze consunte e perciò tiranniche
dell'oggi; sul cosiddetto socialismo, che riducevasi a una mera questione di
parole dacché i sistemi esclusivi, assurdi, immorali delle sétte francesi erano
ad uno ad uno da lui respinti e sulla vasta idea sociale fatta oggimai
inseparabile in tutte le menti d'Europa dal moto politico io andava forse più
in là di lui: sopra una o due cose delle minori spettanti all'ordinamento della
futura milizia; e talora sul modo d'intendere l'obbligo che abbiamo tutti di
serbar fede al Vero. Ma il differire di tempo in tempo sui modi d'antivedere
l'avvenire non ci toglieva d'essere intesi sulle condizioni presenti e sulla
scelta dei rimedi» (M. su Pisacane)
Lettera a Forte Londra. Noi crediamo in una serie infinita di
reincarnazioni dell'anima, di vita in vita, di mondo in mondo, ciascuna delle
quali rappresenta un miglioramento ulteriore…» (M., in Bratina). La vita
d'un'anima è sacra, in ogni suo periodo: nel periodo terreno come negli altri
che seguiranno; bensì, ogni periodo dev'esser preparazione all'altro, ogni
sviluppo temporale deve giovare allo sviluppo continuo ascendente della vita
immortale che Dio trasfuse in ciascuno di noi e nella umanità complessiva che
cresce con l'opera di ciascuno di noi» (Dei doveri dell'uomo). Leggeva Dumas e i testi buddisti Il volto
inaspettato di Mazzini Il Foscolo, che
scriveva di aver visto da giovinetto a Venezia un "libercolo"
attribuito a Gioacchino, in cui erano indicati i papi futuri, affermava che la
fama dell'abate era "santissima" tanto che Montaigne, desiderava di
poter vedere questa meraviglia: «le livre de Calabrois, qui prédisait tous les
papes futurs, leurs noms et formes» G.
da Fiore, Concordia Veteris et Novi testamenti, B. Rosa, Gli appunti
manoscritti di Mazzini, Impronta, Torino, Sarti, M. La politica come religione
civile, con postfazione di Mattarelli, Roma-Bari, Laterza, A.Omodeo, Introduzione a M., Scritti scelti,
Mondadori, Milano, «L'Italia trionferà
quando il contadino cambierà spontaneamente la marra con il fucile». in C.
Pisacane, Saggio sulla rivoluzione, ed. Universale Economica, Milano; M.:
comunismo vuol dire dittatura Il
"Manifesto" di Marx? Scritto contro Mazzini Doveri dell'uomo, capitolo XI, punto 3° M., Doveri dell'uomo, cap.XI (in Baravelli,
L'Italia liberale, ArchetipoLibri, A.
Gacino-Canina, Economisti del Risorgimento, Torino, POMBA, 1G. Mazzini, Istruzione
generale per gli affiliati nella Giovine Italia in Scritti editi e inediti, II,
Imola, M., op. cit. Nome col quale i
greci indicavano l'Italia antica L. Stefanoni,
G. M.: notizie storiche, Presso Barbini, Ricordi dei fratelli Bandiera e dei
loro compagni di martirio in Cosenza Documentati colla loro corrispondenza, Dai
torchi della Signora Lacombe, Pisacane. Volantino pubblicato su "Italia
del popolo", G. Cataldo, Chi ha paura di M.?, in la stampa. D. Smith, M.,
Rizzoli, Milano, D. Smith, Contro-storia dell'unità d'Italia: fatti e misfatti
del Risorgimento, Milano, Gigi Di Fiore, Cappa, Cavour, Laterza, definizione di
Cavour riportata da The Morning Post. We have three Irelands, in Sardinia,
Genoa and Savoy La terza Irlanda, Gli
scritti sulla Sardegna di C. Cattaneo e M., Cattaneo, M., Francesco Cheratzu,
8pagg. M. La Sardegna Tip. A. Debatte Livorno, Risorgimento Rassegna The Illustrated
London News In A. Saitta, Antologia di critica storica, Laterza, Le citazioni
sono tratte da A. Omodeo, Introduzione a M., Scritti scelti, Mondatori, Milano,
(Fusaro); Benedetti “M. in Camicia nera” edito della Fondazione 'Ugo La Malfa';
Dal diario di Bottai. Spesso, all'uscita dei cento e più volumi dell'edizione
nazionale di M. trovo il Duce, a palazzo Venezia, immerso nelle folte pagine. O
meglio, v'immergeva, a ferire di pugnale, il suo metallico tagliacarte: e ne
tirava fuori brandelli di M. A quando a quando il brandello anti-francese,
anti-illuminista, anti-nglese, anti-socialista, etc. etc. Brandelli, mai
tutt'intero, nella sua viva, molteplice e pur varia personalità; S. Luzzatto,
Riprese mazziniane, Mestiere di storico: rivista della Società italiana per lo
studio della storia contemporanea (Roma: Viella); P. Benedetti "Mazzini
nell'ideologia del fascismo" G. Belardelli,
“Camerata M., presente!” Gentile, Balbo, Rocco, Bottai: tutti i fascisti
tentarono di arruolarlo, Corriere della Sera; “Manifesto realista” pubblicato
sulla rivista L'Universale Cromohs Pertici Mazzinianesimo, fascismo, comunismo:
l'itinerario politico di D. Cantimori, R. Pertici, Mazzinianesimo, Fascismo, Comunismo:
L'itinerario politico di Cantimori Cromohs, La memoria e le interpretazioni del
Risorgimento, Guerra e fascismo da 150anni. Togliatti, Sul movimento di
«Giustizia e Libertà», in Lo Stato operaio, antologia F. Ferri, Roma, Riuniti);
Fatica, Amendola, Giorgio, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Mieli,
"L'Italia impossibile di Mazzini un fallito di genio", Corriere della
Sera, M. Baioni, Il Risorgimento in camicia nera, Carocci, Roma; Corriere della
Sera in Arianna editrice Mario
Ragionieri Salò e l'Italia nella guerra civile, Ibiskos, P. Mieli, art.
cit. Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.
“Saggi”, A. Saffi e di E. Nathan, Roma, “Lettere a Saffi e alla
famiglia Craufurd, Società Dante Alighieri di Albrighi, Segati, Roma); “La
democrazia in Europa, trad. a cura di S. Mastellone, Feltrinelli, Milano, V. Marchi,
Ricostruzione della filosofia religiosa, in Dio e Popolo, Marchi, Camerino Joseph
de Maistre, Il Papa, Firenze, A. Omodeo (Milano, Mondadori); A. Codignola (Torino,
POMBA); Omodeo, “Il ri-sorgimento italiano, Napoli, ESI, Chabod, L'idea di
nazione, Bari, Laterza, Monsagrati (Milano, Adelphi); Batini, Album di Pisa,
Firenze, La Nazione, F. Peruta, I rivoluzionari italiani: il partito d'azione, Milano,
Feltrinelli, Il processo a Vochieri, Alessandria, Lions; Albertini, Il
Risorgimento e l'unità europea, Napoli, Guida, Smith (Milano, Rizzoli); S.
Mastellone, Il progetto politico di Mazzini: Italia-Europa, Firenze, Olschki); Desideri,
Storia e storiografia, Messina, Anna); R. Sarti, La politica come religione
civile (Roma, Laterza, Mattarelli, Dialogo sui doveri (Venezia, Marsilio); Galletto,
Nella vita e nella storia” (Battagin); N.
Erba, Unità nazionale e Critica storica, Grasso, Padova. N. Erba, Il Contributo
italiano alla storia del pensiero Ottava Appendice. Storia e politica, Istituto
della Enciclopedia Italiana, Roma, Dear Kate. Lettere inedite di M. a Katherine
Hill, A. Bezzi e altri italiani a Londra, Rubbettino; Saggio sulla rivoluzione,
Universale Economica, Milano); I sistemi e la democrazia. Pensieri Con una
Appendice su La religione di M. scelta di pagine dall'Opuscolo Dal Concilio a
Dio, V. Gueglio (note al testo, repertorio dei nomi e saggio introduttivo)
Milano, Greco); Giuseppe Mazzini verifiche e incontri Atti del Convegno
Nazionale di Studi, Genova, Gammarò, Tufarulo, G,M.- L'Iniziatore, l'iniziato,
Dio e popolo. La tempesta mazziniana nella rivoluzione del pensiero Cultura e
Prospettive, Filmografia Viva l'Italia di R. Rossellini. Film incentrato sulla
spedizione dei Mille. M., sceneggiato RAI, regia di P. Passalacqua, Il generale,
sceneggiato RAI, regia di Magni. M. è
interpretato da Bucci. Noi credevamo di M. Martone. Mazzini è interpretato da T.
Servillo. Garibaldi, miniserie di Rai 1 ; interpretato da Lombardo. L'alba
della libertà, cortometraggio, regia di Emanuela Morozzi, Associazione
Mazziniana Italiana Domus Mazziniana Doveri dell'uomo Mazzinianesimo Monumento
a M. (Firenze) Museo del Risorgimento e istituto mazziniano Pensieri sulla
democrazia in Europa Risorgimento. su
Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia. Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana,. su sapere,
De Agostini. hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, storia.camera,
Camera dei deputati. Istituto Mazziniano
a Genova; Rai Tv: "La Storia siamo noi": una certa idea dell'Italia,
su la storia siamo noi.rai. 3Mazzini e le frontiere d'Italia su viacialdini.
Pagine mazziniane: "il pensiero e l'azione", dal sito della
Biblioteca Nazionale di Napoli, su vecchiosito bnn Domus Mazziniana di Pisa, su
domusmazziniana. Associazione Mazziniana Italiana, Scritti Prose politiche, Cenni
e documenti intorno all'insurrezione lombarda e alla guerra regia, Scritti
editi e inedit, Celebrazioni mazziniane Mazzini, Triumviro della Repubblica
Romana, A. Saliceti Aurelio Saliceti. Nome compiuto: Giuseppe Mazzini. Mazzini.
Keywords: la giovine italia, la tesi di laurea di Benedetti su Mazzini nella
ideologia fascista, ideologia fascista, gentile, bobbio, garibaldi, nazione
italiana, stato nazionale, stato unitario. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Mazzini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; Grice e Mazzoni: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la vita attiva dei
romani – la scuola di Cesena -- filosofia emiliana -- filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Cesena). Abstract. Grice: “It is sad that my favourite
philosopher, Ariskant, succumbes to the intellect – or as Mazzoni would call it
‘la vita speculative.’ The Romans, never! We do have an adage at Oxford: a man
of words, and not of deeds is like a garden full of weeds.” This dwells on the
real antonym of ‘vita speculativa’. Aristotle would have ‘theoretical,’ since
‘theorein’ is like to ‘see’. But then you would think that opposite is the
‘vita prattica.’ Mazzoni prefers ‘vita attiva’ – which is a bit of a redundancy
– but anything goes when it comes to over-qualify the Romans!” Filosofo italiano.
Cesena, Emilia Romagna. Grice: “Mazzoni is important on various fronts: he
loves Dante, or Alighieri as Strawson calls him – his library in organised
alphabetically; the other front I forget!” Compì i suoi studi di lettere a Bologna e quelli di
filosofia a Padova. Membro dell'Accademia della Crusca, fu tra i preferiti del
papa Gregorio XIII che lo avrebbe voluto prelato; M. preferì proseguire nella
carriera universitaria. Dapprima fu all'Macerata, ed in seguito a Pisa, dove
ebbe la cattedra di filosofia. Nella città della torre pendente, conobbe un
giovane insegnante di matematica, Galilei, con il quale instaurò ottimi rapporti.
Invitato ad insegnare all'Università La Sapienza di Roma. Benché avesse da poco
preso questa cattedra, seguì il cardinale Pietro Aldobrandini nei suoi
incarichi a Ferrara ed in seguito a Venezia. Ammalatosi sulla strada del
ritorno, si recò nella sua Cesena, dove si spense. Opere: “Difesa della
Commedia di ALIGHIERI Grazie alla sua preparazione letteraria, giunse alla
notorietà per il suo tomo Difesa della Commedia di Dante, pubblicato a Bologna
inizialmente, sotto pseudonym e poi l'anno successivo sotto il suo vero nome,
in cui criticò aspramente Salviati. Nel testo egli risponde ad alcune
contestazioni fatte alle sue elucubrazioni sul sommo poeta Alighieri. Parimenti
nel libro si occupa anche di argomentazioni pertinenti alla filosofia ed alla
poetica”; “In universam Platonis et Aristotelis philosophiam praeludia
Interessato anche all'astronomia, Mazzoni espone le sue teorie in quello che
risulta il suo testo più importante ovvero In universam Platonis et Aristotelis
philosophiam preludia. In questo saggio egli sostiene il sistema geocentrico
aristotelico contro la sempre più diffusa e apprezzata teoria copernicana
eliocentrica. Questo volume è divenuto molto noto poiché Galilei, dopo averlo
letto, gli inviò una lettera, nella quale difendeva Copernico e le sue teorie.
Questa missiva rappresenta la più antica testimonianza dell'adesione alla
teoria eliocentrica di Galilei. M., Prefazione, in Mario Rossi, Discorso di
Mazzoni in difesa della "Commedia" del divino poeta ALIGHIERI, S.
Lapi.Saggi: “Discorso de' dittongi” (Cesena, Rauerio); “Discorso in difesa
della Comedia del divino Alighieri contro Castravilla” (Cesena, Raveri); “De
triplici hominum vita ACTIVA nempè, contemplativa, et religiosa methodi tres,
quaestionibus quinque millibus, centum et nonagintaseptem distinctae in quibus
omnes Platonis et Aristotelis, multae vero aliorum Latinorum in universo
scientiarum orbe discordiae componuntur” (Cesena, Raverio), “Della difesa della
Comedia di Alighieri -- distinta in sette libri” (Cesena, Rauerio), “Intorno
alla risposta e alle opposizioni fattegli da Patricio, pertenente alla storia
del poema Dafni, o Litiersa di Sositeo poeta della Pleiade” (Cesena, Raverio);
“Ragioni delle cose dette e d'alcune autorità nel discorso della storia del
poema Dafni, o Litiersa di Sositeo” (Cesena, Raverio), “In universam Platonis
et Aristotelis philosophiam praeludia” (Venezia, Guerilius); Treccani Enciclopedie
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Toffanin, M. nciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. M., su sapere, De Agostini. Davide Dalmas,
M. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
M., su accademicidellacrusca Accademia della Crusca. Opere di M., su ope nMLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di M., Benedetto, M. in Enciclopedia dantesca,
Istituto dell'Enciclopedia, Dizionario Enciclopedico Brockhaus Efron, Маццони, Джакомо. Nacque a Cesena nel 1548 e vi morì nel
1598. Studiò a Bologna e a Padova: fu professore di filosofia negli studî di
Macerata e di Pisa e, infine, alla Sapienza di Roma. Tardo erede del sogno
ficiniano d'una universale conciliazione dell'antica sapienza in servigio della
fede, s'informò però sempre alle direttive della riforma cattolica con molta
superficialità. -ALT Più noto rimane per
il suo Discorso in difesa della Comedia del divino. poeta contro il discorso di
Ridolfo Castravilla (Cesena 1573) che rappresenta una facile riscossa contro il
pregiudizio delle regole aristoteliche addotte a discredito di Dante.Ostracismum
laudabit huius ce Reipub. formam ciae et A J de Repub. ses, illud
affequebantur, quod improbi meliores essent co- Achen. oss ditione, quàm probi,
quod quid ememanavit ex eo, quod REI PUBLICAE ROMANORVM FELICITAS cibiadis.
VITAE ACTIVAE. Ficienda erant, ad Confu pertinebat examinare diligenter,
coaciones quoties opus est et evocare, So Cspopulore ferre, quicquidque maior
parsius filler exequio1 quin etiam in his quae ad belli apparatum et castrensem
disciplinam pertinet, hi summon i imperium habebant. Hiseniius erat sociis quic
quid visunt eller imperare, Trib. militum creare, de l e ett uniq. Habere, ad
haec de his qui sub corum imperio erantin castris arbitratu suo supplicium
fumiere, his praeterea licebat comitante quaestore, lacse dulo imperata
faciente, publiciaeris, quantum resipsa posset, Rei-pub. forniani Regiam esse.
Senatus autem primo quidem acrarii totius dominus erat atg; administrator: nam
et redditus omnes in eius erant potestate, et eiusdem arbitratu im pensae
fiebant, malefi ciaque et crimina PER ITALIAM commissa, de quibus iudicium
publicae fieri debebat, ut puta proditionis, coniurationis, beneficii, caedis,
at q ; insidiarum ad Senatum refeerebantur, eiuss; de his erat cognitio quod si
vlla APUD ITALOS controversia dirimenda, si publica, vel privatim qui spiam,
vel civitas ob iurganda, si cui auxilium, aut praesidium ferendum esset, de his
omnibus curam Senatus ad hib ebat. codemo popularis Rei-pub. fornia videtur.
Consules enim ante quam ex urbe legions educerentur quinimo et quaede Res
Publica per populum transigenda. Et có.,{{1 Pin !! porro tulerit impendere quod
fi quis ad hanc partem respexerit, probaliter dicere videre licet tuni Regiam,
optimorum, populiģ; gabernationem: quoties enim Consulum imperiuint ueamur, Re
gia, quoties verò Senatus authoritatem optimarum admianistratio, quoties autem
populi potestatem respicimus, banaruni omnium rerum ins, atq; imperi una
habebant: his et enim caeterionines magistratus praeter Tr.Ple.fa? bijci
ebantur, hi legationes in curiam traducebant, hic ea leriter quae errant
decidenda ita tuebant, negociaģ; magna ad Senatum: referebant, et penès ipsos
vtquae patres de: creuissent sedulo perficerentur cura omnis et administratio
erat METHODVS. codemq; modo fi extra ITALIANI ad aliquos legat somittenda
esset, vel ad aliquid decidendum, vel ad foedus faciendum, vel ad cohortandum,
vel ad imperandum, aut poftre mo ad resrepetendas, aut ad bellum in dicendum,
haec in yrben venerint agendum, quid eis respondendum in populo commune, ad eo
ut quoties quis ad urbem consulibus ab sentibus profectus esset, prorsusei
Respublica optima tum confilioregi et gubernari videretur, quod fanem multi
graecorum et regum per sua sum habuerunt, quod negocia, quae in urbe haberent
ferem, omnia per Senatum tra is incos, qui maiores magistratus gessissent,
admittebatur solus autem capite damnandi potestatem habuit, qua in re illuds
anèapudeos commemoratione dignissinum fuit, quod eorum instituto iis qui
capitis damnati fuerant, ut on ex urbe palan egrederentur, permittebatur, acfi
Tribuum una ex his, quae iudicium exercebant reliqua fuerit, quae in non dum
suffragium tulerit, exiliun: reo sibi arbitratu suo deligendi facultas dabatur,
exulesautem Neapoli [NAPOLI], Praene siæe,Tybure, atg; in alia quauis
foederatorum urbe tuto elle deferebat, lege etiam comprobandi, ac sanciendi ius
habebat et quod caput eitis de pace de bello, defoedere, decom trouersiis
decidendis, aur componendis deliberavit, atque unum quod quem horum ratuni, aut
irritum faciebat, quibus, ex rebus probaliter pofleta liquis dicere, populuni
si bi maxima min Res Publica partem vindicasse, ac Rei publicae formam Senatus
ipse curabat, et providebat. Praetere a quid delegationibus ex terarum gentium,
quae ex populi administratione confatam fuisse. Quò igitur pacto Res Publicae,
in partes diftributa fueritiam sigerentur suae tianı populo, et eaquidem
amplissima pars reli&a est: poterant praeterea populus ipse magistratus
dignissimis quibusque Senatus voluntate, arý; arbitrio pofitumerat. atq; horum
quidem, quae superius dicta sunt nihil est cum folusenini in Republica et
poenae, et praemiis potestatem habebat, et plerunq; in aliis etiam qua
estionibus quoties gra priuior alicui maleficijmulata irrogannda esset et
praesertim ditum VITAE ACTIVAE rendas, ac perficiendas idoneus hauderat conttar
enim legionibus eorum aliquid missum, quae illis publice suppeditari solebant,
namq; fineS.C.neớ; frumentum, neq; vestimenta, nec obsonia legionibus
administrari poterant, ad eo ut eorum, qui exercitus duxissent expeditiones et
consilia omnia, quoties eis obstare, cum eila; maligne agere Senatus inanimum
induxisset, irritaredde rentur, et minimem ad exitum perducerentur: quin ut
quae ili animo et cogitatione complexi fuerant, ac sibi proposuerant perficere
possent, ili Senatus voluntate positum erat: nam is post quam niannuum tempus
praeterierat, aut successors mittendi, aut imperium prorogandi potestatem
habuit, ac etiam penem se undem fuit ducum res gestas et dignitatem velex
tollere, atý; ornare, velele vare, ac deprimere :nani triumphos, neộ; ut I
decet apparere, neġ; ducere cuiquam licebat, ni aliensus fusset S e longissime
abfuiflet, populi certe aflen su opus erat, quodq; est omnium ferem maximum,
omnes imperio deposito, populo eorum quae gesserint rationem reddere oportuit,
qua propter Consulibus, caeteris; Imperatoribus minime expediebat, Se. po. quem
voluntatem erga se conteninere rursu siani Senatus quam uistant umin Res
Puplica potuerit po illius authoritatem approbasset populus, praetereasi quisex
Trib. pleb, intercesserit, nedum Sena erat 1 natus, et ineius fumptum erogasser
necessaria. Et siquis ex prouincia decedere voluisset, quamuis domo pulum tamen
intueri, ac illius rationem habere coactus fuit: in maximis enim,atg;
atrocissimis quaestionibus eorum maleficiorum, quae contra Rempub.conmislaca-.
piteple&untur,nihilSenatus ex equipotuiffet, nisi prius tus nihil eorum
quae decreuerat perficere: sed ne sedere quidem, automnino incuriamvenire
poterat: Trib.autí 11 di et um est: nunc autem quaratione potuerint partes
illae quoties voluerint, sibimutuo repugnare, fibiq; inuicem opitulari,
dicendum eft: enimuerò Consul poft quameani, quam superius dixi facultatem
adeptus, copias eduxerat, funini o quid e mille cum imperio videbatur esse:
verum populi, ac Senatus auxilio indigebat, ac sine his adresge 1 erat officium
id femper exequi: quod populo visunr fuerat ciasý voluntatem quani maximè
respicere, his omnibus cepissent, eos relevandi; siquae difficultas, aut
publicuni seei sintortunium; quo minus ellent foluendi obstitisser, loca .
tionemg prorfusin ducendi, ius et potestatem habuit. 7 eodenie modo Consul ut
hac tionibusti midem, ac minime libenter aduers ab an turtum populus, tum
Senatus caniforis, militiaeque; universus exercitus, et singuli, quia fub c o
ad se inuice miuuandun, et impediendum adomnes rerum 217;.occasiones; ex
opinione Polybije aminterse aprem, conue Bodi nichteré connexae; dispofitaeq;
fuerunt,vt hac nullam e Izifior, praestantiorg Rei pub formare periti
potuerit.' name, cum habeant omnes Res pub. In orbe quandam có 11.4, versionem
et mutationem. Nullam ipse hac firmior emar Essen bitratus eft, fiquidem poft
uniuersalia dilaniaa missis, ac sublatis artibus et studiis, aliquo post
tenporis intervallo rursus humanum genus auctum et propagatum fuit, quo tempore
in homini bas naturale arbitrary debemus, quod etia in in ratione carentium
animalium generibus comtin gerevidenius, inquorum gregibus fortiffimus quisý;
manifestò principatum fibi vendicat: omnes enim fortissimum et potentissimum
fectabantur, aró; ita vnius dominiuni oliniigitur quisemel honore illo digni
habiti sunt in regnis consenescebant iusta studia fe& antes nullaq; propter
eos invidia, fi qui de m non magna in eis aut v i et tis, aut verò omnibus
Senatus praeerat. idem diem proferendi, fiquam publicani calaniitate mac rum
imperio, ac potestate eflent.i Haecporrò cum elfét vnius cuiusý partium vis et
facultas METHODVS decáüllis multitudinem Senatus metuebat, ad populique :
voluntatem, studi uni et cogitations suas dirigebat. At contra Senatu i populus
ipse obnoxius, et subie&userat, eumque universim, et singulatim colere,
arg; obseruare sua per magni interesse putauit, cum enim effent in ITALIAM ul
bidid tave et igaliuni genera, quae Censores in fumptus appara 33°53.stusd;
publicos locare solebant:in his omnibus conducen discurandis populus implicitus
esse confutu i c :his ve constitutum eft. 287 H Iitus kitus gracatio
cernebatur: verum funiperin emculisciuium wi t a n i lag cotes, eaem qua
populus victus ratione vte ban 7 sed post quàm horum filij cum iam comparata
haberent imperio, essent differre et ad haec licexe etiam spemine : prae metu
contradicente: in concesus concubitus appetore, ató;ita coorta eft ex
RegnoTyrannis. Noći atg hoc manifestem liquet, ex Cyri, Cam.bylif que imperio,
fortissimis viris coniurationes, adinuante etiam ducum En suorum consilia
multitudine, atg; ilius imperii quodpe nesvnum erat forma facile vedelereture
ueniebat, atque indeiam optimatum principalu sortunt, atque initium
accepifient, educati abinitio in poteltate, ang honoribus apparatus, alijsad
vim mulieribus per Itapra, et raptus inferendam, alijdenių; adaliaturpiale
conuertebant, atậ; ita optimatum principatus ad paucorun dominationem hinc
illorum imperioper idem quod tyrannos oppresserat in fortunium finiş
imponebatur, ncq; praeterea Regen creare libuit sobiniuftitiac, qua superiores
vsi fuerant metum, neg; pluribus committere Rem publicam audebanttam re centi
rei malae gestacniemoria ad suanı igitur fidem publica recipiebant, atq, ita
popularis fornia effe et aeft horum postremo filii plus caeteris in Res Publica
posse contendebant; atg; sinhanc cupiditatem, maxime locupletiores incidents
maximis pecuniae largitionibas plebem cor runipebant VITAE ACTIVAE paternis,
propter eaae quabilis, communisų libertatis ru ;,-des& ignari,
alijvinolentiam ;& luxuriofosconuiuionum translatuseft. praesidia,&
rebusadvi&um pertinentibus,magis quàm pro neceffitate abundarent, ob nimiam
bonorum copiam, atq; aff.uentiam cupiditatibus obsequentės, arbitratifunt
oportere principes, ornatus et epulisabijs, quifubeoruni f :: quod&
Herodotus affirmat contra huiusce modi principes fiebantàgen crofiffimis,&
1 1 tur . duxit . hiprinò administratione gaudentes commun ivtilitate del nihil
antiquius habuere, 31.disinijinsi. Sed emi a n i eorum liberi e andem å
patribus potestatem METHODUS I rumpebant, quae affirefacaaliena bonaconselle,
vitách; suae spem omnem in alienis fortunis ponere facileducem elaro animo,
ace; audacise et abatut,atý;tum Rei publicae for mailla, cuius conservatio in
flavum fiducia posita est, nascebatur, fiqui deintum plebs in vnum coactacaldem
facere, ciues eijcere, proscriptorum; agrosdiuiderein Scipiebat, donec facuum
tuufus, &erforatum, vniusiruperit *0 um reperiretur, qua propter his motus
rationibus eamprae caeteris lau Res publicae benainaliam bonam non mutetur quam
bona innalam, siquidem ut Aristoteles dicit in habentibus infi dese symbolum
facilior eft tramlitus, an quia fimilitudo ila, ali neracione. Quam qaog
contrarieta temr equirit? quodquidéin Ele's atme mentorum trasmutatione liquid
paret: inhisverò Reip. niutaionibus, quis fimilitudineni, et contrarietateinnes
gabit) FACVLTAS ROMANORVM . quo ad leges veròattinet, quibusviifunt ROMANI,
occur rimtnobismulca, quae vt figillatim esplicentur,rom ab otoexordientur; et
inprimisant equam ROMULUS [ROMOLO] leges 1.2. demai. vixit .pokea loges quasdam
ipse tulit, cum alijs sequentibus Ro. gibus, quas curiatas appellarunt,
fequidem conuacat oper triginta curias populo Imgalifý; curiis inseparatas epra
constitutis et sententiam rogatistege solim ferebankor,;? quae populi
congregario comitia curiata dicebantur, à cocundo; quòd populuscoiret,et viri
timlogesterret, et dicerScruiusTulliusRex hunc mioremimuutle: camépo pulo
eaporekasrelictaest, vt plebiscita, et leges comitijs. Dät Polybius, quaeonines
Rerum pub. forniasin seconti not atg congregat, ne quacar uim vlera quàm facis
fit au et a 1ist. et prouceta in sibi adherenteni,& coguatam pernicien in:
-b.cideret: fódvniuf cuiufớiroboreac potential interfeinui liseem
obnitentesulla ciuitatispars vfquam declinaret, ne 1.Dvivein altum propenderer.
ex supradi& isautem dubucabit forfan aliquis,curfaciliusa Pomp.in suriaras
ferret populus incerto iurs, incertis que legibusparis. H 2 curiaris LECALI
vinil 1.& ler VITAE ACTIVAE. COROLLARIVM Augusto [OTTAVIANO] hinc et
Suetonius ait Tiberium à [GIULIO CESARE] in foro legecu riaelle adeptatum, hoc
eft suffragiis populi percurias collectis. quidam retulerunt. pe: TAPE PTA
LEGALIA ! Ilarunt, ad haec verò addita su t plebiscita, Senatus consulta, practorumedicta,
et principum placita,exquibus EJSER Servorum verò (cuius origo deiu regentium
fluxit) iuxta curiatis ferrentur,iii IB":NOI 3quaedam .de iur. 8oz idem
parierro relabitur ybi putabat,cum quiinciuitate sua Facinus patrasset, si in
alium lo cum peruenisse t accusam o m . iud. ai tik di t e r e a sunt prudentum
declarationes, quas responsa appeluorum fi Ергл.
800exa& isdeinceps Regibus lege Tribunicia Regum leges antiquataesunt,
poftquècaepit POPULUS ROMANUS incer tomagisiure& consuetudine aliquavti;
quamlegelata, done e decem viri leges à Graecis petierunt, quas in tabu
liseburneis praescriptas pro roftrisappo fuerunt,vt faci lius percipipoffent,
atý;cum animaduerfumeffet aliquid 1 primisistislegibusdeelle; aliasduaseisdem
tabulis,adie cerunt,& itaexaccidenti appellate esuntleges duodecim 14 'ride
illo crimine non potuisse exemplo Hermiodori. Qui demomn eius ROMANORUM
coaluit. 804 quod quidem universum refertur, vel ad personas,velad res, vel ad
a et iones. Iureconsulti verba vnatantunt fuit conditio, istig;domi defta.ho.
nioalieno contra naturam subijciebantur. :.ning Liberi in li. cum TABULARUM,
quarum ferendarum authorem fuiffe X Cicerone .I.v.in. viris Hermodorum quendá
Ephesum exulantem in ITALIA Tus, argumentum ad exules. net ibni I PERSONAE lib.3.f.
dedos hominesautem autliberisunt,autferui. fta.ho. li ? رز inli.2.de80r rationeveròhuius Hermodorinon rectè
colligitBaldus {,oz inillisautêquiafummaeratobscuritas desiderataeprop
habent,quodlibet faciendi legenon prohibitum, atý;isto rum, alij sunt liberti,
alij libertini, alij ingenui. Quià mortein vita millosre uocarunt,
appellabantur. -horun, autem alij ciueserant ROMANI, qui vindicta,
censu,Vlp.cap.s. : aut testamento nullo iure impediente n i anumis li sunt,
alij instic. latiniIuniani,quiexlegelunia interamicos manumisli funt,
alijdeditiorum numero, qui propter noxam torti nocételáinuenti sunt, deinde
quoquomodo nianumisli. LIBERTINI. INGENVI. $ 11. Ingenuorum veròalijluisunt
iuris, alijverò alieno iuri fubie&i. et savie quialieno iuris ubie et isuntfilij
familias appellan-1.1.f.&his tur, qui inditione, et potestate patris sunt
vel natura, velquisútlui adop. natura sunt qui ex nuptiis uxoris et
maritioriuntur. NVPILAE. Nuptia cverò apud ROMANOS tribus per ficiebantur modis
Bəê in2: tiaeper coemptionem. Mulieres autem quae in manu per coenuptionem
conue nerant matres familias vocabantur, quaeveròvsu, velfar reationeminime.
caeterae aliaevxoresvsu erant. Anim aduertendum est autem maximam fuisse
differentia adoptione. Farreatione nempè, coemptione, &ylu, et fanèfar
reatio Top. Cicerone folis pontificibus conueniebat. coeniprioverò cereis
solemnitatibus per agebatur, fese.n. 1. 2. ff.de METHODVS Liberi sunt qui
nullius imperio subie &I facultatem liberā LIBERT1. Liberti funt quos
domini ex iustaserui. Il convito di Platone. Discorso de' Dittonghi di M.
all'Illustrissimo Signor il Signor Francesco Maria de Marchesi del Monte. In
Cesena Appresso Raverio. Questo Discorso sitrova altresì inserito nella celebre
Raccolta degli Autori del bel Parlare, impressa nella Basilicata. II.Discorso
di M. indifesa della Comme dia del divino Poeta Dante. In Cesena per Bartolomeo
R a verii in4.Ladedicaè AlMoltoMag.mioSig. Osservandissimo il Sig. Tranquillo
Venturelli . Da Cesena. De’ motivi, che indussero l’autore a scrivere questo
dotto ed ingegnoso Discorso, se ne ragiona qui addietro a cart.19. e segg. III.
M. Oratio in funere. Guidiubaldi Fel trii de Ruvere Urbinatium Ducis .Pisauri
apud Hierony mum Concordiam. in4. IV.M. Cæsenatis deTriplici HominumVita,
Activa nempe, Contemplativa, ei Religiosa Methodi tres, Qyestionibus quinque
millibus centum etnonaginta septem distincta. In quibus omnes Platonis et
Aristotelis, multæveroaliorum Græcorum, Arabuin, et LATINORUM in universo
Scientiarum Orbe discordiæ componuntur. Quaomnia publice disputanda Roma
proposuitAnno salutis Ad Philippum Boncompagnum S.R.E. Cardinalem amplissi mum.
Cæsena Bartholomæus Raveriusexcudebat in Questo volume contiene le celebri
conclusioni di quasitutte le scienze, che M. difese pubblicamente con meraviglia
di tutta S2 . 1 1 Ita 1T Della Difesa della Commedia di Dante ec. Parte Pri ma,
che contiene li primi tre libri, pubblicata a beneficio del mondo letterato.
Studioe Spesa di D. Mauro Verdoni, D. Domenico Buccioli Sacerdoti di Cesena, e
da essi dedi cata all'Illustriss. eReverendiss.Monsignore Sante Pilastri
Patrizio Cesenate dell'una e dell'altra Segnatura Referendario, Abbreviatore de
Curia, e della Santità di N. S. In nocenzioXI.eSua Cam. Apost.
CommissarioGenerale.In Cesena Per Verdoni. in e V. Della Difesa della Commedia
di Dante distinta in seta te libri; nella quale si risponde alle opposizioni
fatte al D i s corso di M. e sitratta pienamente dello arte Poetica, e di molt
altre cose pertenenti alla Filosofia, e alle belle Lettere Parte prima ; che
contiene i primi tre libri.Con due Tavolecopiosissime.AllIllustrissimo eRe
verendissimo Sig.il Sig. D. Ferdinando de'Medici Cardinale di Santa Chiesa . In
Cesena Appresso Bartolomeo Raverii in4. . Italia . N o n seguì però questa
famosa Disputa in Roma, com' egli avea disegnato di fare, ma bensìinBologna
nelFebbrajo dell'anno seguente; on degliconvennemutare il frontispizio al suo
libro, e porvi: Quæ omnia publice disputanda Bononia proposuic Anno Salutis
Veggasi qui addietro ove sitrattaampiamente disìfatta disputa,e delmeritodi
questo libro.Della Difesa della Commedia di Dante distinta in sette libri,
nella quale si risponde alte opposizioni fatte al Disa corsodiM. M. esitratta
pienamente dell' Arte Poetica, e di molte altre cose pertinenti alla Filosofia,
ed alle belle lettere. che contiene gliultimi quattro libri nonpiù stampati;
edora pubblicata incuisitrova, cosìpergloriadel M., come per le insigni qualità
del Prelato, che vi si rilevano, cred o ben fatto di riportarla in questo
luogo, e dèla seguente. a beneficio del Mondo letterato. Studio eSpesa diD.
Mait ro Verdoni,eD. Domenico Buccioli Sacerdoti diCesena,. da essi dedicata Ad
Albizzidell'una e dell'altra Segnatura Re ferendario, Giudice della Sacra
Congregazione di Propagan da, ePrelato domestico di N. S. Papa Innoc. XI. in
Cese na per Severo Verdoni in 4. Nell'occasione, che D. Mauro Verdoni, illustre
letterato di Cesena, ebbe ri soluto di pubblicare questa seconda parte della
Difesa di Dante, vedendo che la prima era di già divenuta assai rara, si
determinò d i dover ristampare anche questa, siccome fece, dedicandola a
Monsig. Sante P i laseri Prelato Cesenate per dottrina e per esemplarità di
costumi riguardevolissimo, il quale aveva prestato a tal effetto al Verdoni ed
ajuto e favore . M a essendo Monsig. Pilastri passato a miglior vita in tempo
che appena n'eraterminata la stampa, convenne aglieditori procacciarsi un nuovo
Mecenate, cui subito ritrova rono senza uscire dellalorpatria nelladegnissima
per sona di Monsig. Dandini Vescovo diSinigaglia, Prelato anch'esso digran nome
; onde è avvenuto che quasi tutti gliesemplari siveggono con nuova dedica
indirizzati a questo secondo, ede'primi non m'è riu. scito discontrarne
cheuno,ilquale siconserva pres so dime unitamente all'altro dedicatoaMonsig.
Dandini. La dedica a Monsig. Pilastri è in data, e quella a Mopsig. Dandino è
de'17. dello stessomese edanno. Epoichè questa prima dedica merita
assolutamente d'essere tratta dall'oblivio ne Illuge 'animo fatociperultimare
que sta grande impresá frastornataci da tanti ostacoli) abbia mo stimato
convenientissimo debito presentarla a V. S. Illu striss. per una particella di
dovuta restituzione, eriman dar (comesidice) questo FiumealsuoMare. Nepunto
erriamo, sesottonone di Mare ricopriamolavastità delsa pere, la profondità
della prudenza, i tesori delle Cristiane virtù,cheadornano l'anima di V. S.
Illustris.Avvenga che, se sirifletta con quanta carità dispensa ella a'Poveri
isussidjdellavita, a'suviConcittadinilegrazie, con quan ta magnanimità,
emulando la pietà de'suoi Avi, eregga agli Eroi del Paradiso gli
Altari;sovvengaleCongregazioni del Taumaturgo Fiorentino, ed in specie questa
della Pa che con tanta esemplarità dal Porporato, che ci regge, ècomunemente
protetta,e progredisce ne dettami delpiosuo Illustriss. eReverendi ss.Monsig.
Comparisce sulla scena del Mondo alla seconda lucelaPri. ma Parte di
cotestaDifesa fregiata del pregiatissimo nome di V.S. Illustriss.per
contestare, che volume si prezioso meritò sempre ne'suoi natali uscire ornato
in fronte del no me d'uno d'e primi Personaggi, che venerasse il Secolo. Ed
invero,sesiconsiderinoledignità,merito,virtù,e l'altre venerabili doti, che
adornano l'animo di V. S. III., puossi senza veruna nota concludere, che sia
sempre stato secondato da segnalatissimi favori nelli suoi ingegnosi parti il
nostro M.; mentre questi sono stati sempre genero samente accolti, edalle prime
Cattedre, eda'primiSavj del mondo, leggendosi sino da’Chinesi iportenti di
questo grandeingegno. Ondenoiin considerazione delle grazie tan tevolte
compartiteci,e dell tria, ' Fondatore, non potiamo, nè dobbiamo concludere
altro della religiosa prodigalità della sua mano, se non quello, che della mano
dispensiera di Probo cantò Claudiano: Præ 1 Præceps illamanus Auvios superaba
tIberos, zioni,eprove dell'amore che V. S. Illustriss. le porta ed in udire
tutto giorno i religiosiattestati della sua pietà a risplendere o ne' Tempii, o
negli Altari, non le consacri tuttose stesso in olocausto? Se nontemessimo
tormentar quivi la sua modestia, proseguiressimo a mostrar con mille prove la
sua gran dilezione verso la Patria, e noi tutti ; giac
chivisonopochi,chenonrammentino legrazie,ifavori, eisovvegni conseguiti dalla
bontà diV. S.Illustriss., ch'e Aurea dona voinens . A questo Mare adunque, la di
cui gentilissima aura hacci sovvenuto a condurre alporto un Opera contrastataci
da im. petuosi aquiloni di mille infortunj, abbiamo noi presentato nella tavola
de nostri voti questo eruditissimo libro, col solofinedi rimostrare
all'universale Repubblica diDotti, che se la nostra Patria ha saputoprodurre i
M., i > Chiaramonti, i Dandini, e gli Uberti, preseduti alle pri me Cattedre
di Roma, di Parigi, di Bologna, e di Pisa, ha ancora nelmedemo tempo avuto
nobilissimi Figli, chegli hanno generosamente accolti, favoritiegraziati.
Egiacche questa Difesa per se stessa rende immune da qualsisia di fesa
l'Autore, che ha saputo mettersi in tal quadraturii coll' altissimo suo sapere,
che non paventa veruna offesa; resta perciò liberaa V.S. Illustrissima lasola
difesa epro tezione di noi, che abbiamo volentieri registratoin questo Libro
lossequiosissiino e riverentissimo tributo della nostra divozione al di leigran
Nome; che non potrà mai ricor darsi e da noi, e dalla Patria tutta senza
rassegnargliene con un eccessivo ossequio un tenerissimo affetto. Perciocchè
chi è, che nella Patria in vedere le affettuose dimostra f > mula di
quelGrande, neque negavit quidquam peten tibus; et ut quæ vellent, peterent,
ultrò adhortatus est. Cesena. Sacerdoti Cesenati, VJ. Discorso di M. intorno
alla Risposta ed alle opposizioni fatregli da Patricio, per est . M a vaglia
per tutti, e sia ne' fasti dell eternità a caratterid'oro registrata la grande
restituzione, che ha fat to alla Patria del suo gloriosissimo, e primo seguace
del Redentore, Martiree Pastore d'EvoraS. Mancio ladi cuimemoria quasi
quiestintaèstata dalla dilei Pietà ravvivata ; le di cui Sante Reliquie, fatte
portare dalle ultime regioni del Tago, siccome hanno impietositi gli Altari,
così ancora hanno indotta tal venerazione del di leiNome, che ingegnosamente si
dice, meritar ella corona più preziosa di quella, che da' Romani donavasi a chi
rendeva i suoi Cittadini a Roina; ovvero che solamente lapietà di Monsig. Sante
ha saputo accrescereifigliSanti allaPatria;eche sopra questo fortissimo
Pilastrosivede ogni giorno più sta bilita la divozione verso gli Eroi del
Paradiso in Cesena. Viva dunque il nome di V. S. Illustriss., e fino che i
nostri celebratissimi Rubicone e Savio tributeranno i loro liquidi argenti
all'Adriatico, resti impressa negl’animi di tutti la memoria di si gran
Benefattore. Vivaquesto Cesenate Ti moteo, a cui non Atene, ma Cesena, che è
pur l'Atene della Romagna, ergapertrofeouna corona di cuori. Mentrenoi.
restringendocia supplicarladigradire quest'attestato delno stro umilissimo
ossequio, riverentemente inchinati, la sup plichiamo anon isdegnarsidi
permetterci, che ci pubblichid mo per sempre Di V.S. Illustriss.e Reverendiss.
Vmiliss.e Reverentiss. Servi Obblig. D.Verdoni, e D. Buccioli > te 145 tenente
alla Storia del Poema Dafni, oLitiersa di Sositeo Foeta della Plejade. InCesena
appresso Bartolomeo Raverii .in4. VII. Ragioni delle cose dette, ed'alcune
autorità citate da Jacopo Mazzoni nel Discorso della Storia del Poema Dafni
oLitiersa di Sositeo . In Cesena per Bartolomeo R a verii in4. Del merito
diquesti dueOpuscoli, e della cagione, che indusse l'autore a scriverli, si
vegga acart.78.e segg.,eacart.84. e85. Jacobi M. Cæsenatis, in almo Gymnasio
Pisano Aristotelem ordinarie, Platonem vero extraordinem profitentis, in
universam Platonis et Aristotelis Philosophiam Preludia, sive de comparatione.
Platonis et Aristotelis. Liber Primus. Ad Illustrissimumet Reverendissimum
CarolumAn sonium Pureum Archiepiscopum Pisanum .Venetiis Apud Joannem Guerilium
in fol. Questo volume, che dal Mazzoni era,forse non senza ragione, riputato il
suo capo d'opera, si vede al presente giacere quasi in una totale dimenticanza,
colpa de' nuovi sistemi di Filosofia, che di poi si sono introdotti . Ad ogni
modo è opera dottissima, e quanto mai si possa di -. re ingegnosa, e nel suo
genere affatto singolare; con tenendo quasituttiisistemi degli antichi Filosofi
esa In Exequiis Catherina Medices Francorum Regine. Florentia apud Philippum
Jun ctamin 4. L'Autore dedica questa sua Jacobi Mazonii Oratio habita Florentia
Idus Orazione al Duca di Bracciano per 1 ! i molti favori, che avea ricevuti da
questo m a gnanimo eliberalissimo Signore;dallacuigentilepro pensione verso di
sè dice, che sisentiva tratto a scri vere, epresentargli un giorno cose molto
maggiori .mi . T minati ed illustrati in una maniera sorprendente. Lettere .
Una lettera del Mazzoni scritta a Belisa rio Bulgarini si trova impressa a
cart. 121. delle Consi derazioni del medesimo. Bulgarini sopra il Discorso di
esso M. in difesa della Commedia di Dante . In Siena appresso Bonetti. in 4.
Tre altre scrit teparimente alBulgarini sileggono a carte e delle Annotazioni,
ovvero Chiose Marginali dello stesso Bulgarini sopra la prima parte della
Difesa di Dante di M.. In Siena appresso Luca Bonetti. Ed una indiritta a
Speron Speroni staa cart.355. del volume quinto di tutte l’Opere di esso
Speroni dell'ultima edizione di Venezia. Dialoghi in difesa della nuova Poesia
dell'Ariosto. Di questi dialoghi fa menzione M, medesimo alla pag. 20. delsuo
Discorso de’ Dittonghi; e dice ch'era presto, a Dio piacendo, periscamparli, il
chepoinon fece, forse per essersi ricreduto sovra tale materia; giacchè allora,
che era molto gio Considerazioni sopra la Poetica del Castelvetro. Que ste
furono mandate dal Mazzoni al Barone Sfondrato, che ne dà ilsuo giudizio inuna
lettera scritta all'autore t r a quelle del Vannozzi. vane XIII.Commentarj
sopratutti I Dialoghi di Platone.P rea se M. a scrivere questi Commentarj per
soddisfazione di Francesco MariaII, della Rovere Duca d'Urbino, ed egli
medesimo ne fa menzione in una lettera scritta a Veterani Ministro del Duca,
come pu . re a reinaltraa Belisario Bulgarini, cheleggesi acart.213. delle
Annotazioni ovvero Chiose marginali ec. di esso Bul garini. M. medesimo
poiacart. della DifesadiDante nomina isuoi Commentarj sopra il Fedone, XIV .
Libri de Rebus Philosophicis, fatti ad imitazion di Varrone. Compose M.
quest'opera inunasua villetta sulla riva del Savio, e. disse a Roberto Titi che
pensava di pubblicarla prima della seconda parte della Difesa di Dante. Veggasi
quan toda mesenediceacart. 44.e98. delpresentevo lume. Censura del primo Tomo
degli Annali del Cardinal Baronio . Il celebre Simon in una lettera a Dandini,
che si legge a cart. della sua Biblioteca Critica, afferma d'aver inteso da
questo Prelato, che M. avea scritto contro il primo tomo del Baronio, tosto che
questo uscì in luce, e che il manoscritto di quest'opera sic onservava nella
libreria delGran Duca. Discorso d'una breve Navigazione, chesi puòfare da
Portugallo nell'Etiopia, e nel Paese del Prete Janni . A Buoncompagni General
di S. Chiesa, e Marchese diVignola. Questo si trova in una Miscellanea della
Biblioteca Vaticana. Discorso sopra le Comete. Anche questo Discorso,
lodatissimo dalSig. Guidubaldo de' Marchesidel Monte celebre Astronomo,
dovrebbe ritrovarsi nella Libreria Vaticana tra'Codici Urbinati; ma per diligen
zefattenon siè potuto rinvenire al num.513., allegato dal Conte Vincenzo Masini
nelle Annotazioni al primo libro del suo Poema del Zolfo, e dietro a lui da
Muccioli a cart.116. del suo bel Catalogo della Bi . Biblioteca Malatestiana .
Veggasi ciò, che del pregio di quest'operetta si è da noi detto alla pag. 101.
La Fisica, e i Dieci Libri dell'Etica d'Aristotile. Tadini scrive che il
manoscritto originale di quest'opera, mancante però e imperfetto, si conser
vava alquanti anni sono presso ilSig. Gio: Antonio Al merici Nobile Cesenate.
Il medesimo si afferma da Ceccaroni in alcune memorie mano scritte,
comunicateci dal Ch.Sig. Arcidiacono Chia ramonti, dalle quali si apprende, che
lo stesso Cecca roni avea fatta copia dell'originale inedito dell' Etica; ma
sento che questa copia ancora sia andata insinistro,epiù non siritrovi. In
universam Platonis Rempublicam Commentaria. Della Rupubblica di Platone da sé
commentata fa ri cordo M. medesimo nella lettera di ZQ / 148 ν gata al Sig. GiulioVeterani; dicendo,che quantopri
ma pensava di mandarla, o di recarla esso medesimo al Sig.Duca d'Urbino. alle
La X X . Orazioni . Di varie Orazioni dal nostro autore composte in diverse
occasioni, e non mai pubblicate, si è fatto memoria nel decorso di quest'opera,
prima viene accennata a cart.89., detta in Pisa nell' aprimento degli Studi in
lode della Filosofia . La se conda scrittada lui eloquentissimamente per movere
il Pontefice Clemente VIII. a ribenedire il Re Arrigo IV. di Francia a cart.
99. La terza detta ne' funerali del celebrePierAngelio da Bargaacart. 100.
El'ultima final mente recitata nell'Archiginnasio Romano, facendo una comparazione
tra l'antica Roma e la moderna ; . della quale sifavella acart.112. Lezioni.
Quattro Lezioni altre sì scrive M. sopra che mai non videro la luce . Elle
furono reci. tate in Firenze, due nell'Accademia Fiorentina per ri schiaramento
di due luoghi di Dante; e l'altre in quella della Crusca sopra i Brindisi,e le
feste Vinali degli Anti chi.Veggasi a cart.77.94.95.e97. Lettere. Di alquante
lettere del M. si conservano gli originaliin Pesaro nella libreria Giordani,
delle quali lach.me.del dottissimo Sig. Annibale degli Abati Olivieri si
compiacque giàmandarmi copia; e sono tre scritte al Cardinale Giulio della
Rovere, una al Duca d'Urbino, due a Giulio Veterani, ed una a Piermatteo
Giordani. Altre parimente originali scrittea Belisario Bulgarini si trovano in
alcuni Codici esistenti nella Libreria dell'Università di Siena. Oltre
aquest'opere ilTadini afferma, essercime moria, che dal Mazzoni sieno state
scritte anche le seguenti, cioè I. In Homerum Paraphrasis. II. Numi smatum
Græcorum Interpretatio. In Lullum Commentaria.IV. Naturalis Philosophie
Arcana.V. Secretoperco noscere da'Bigari e Quadrigati, denari Romani, qual
fazione restasse vittoriosa ne' Giuochi Circensi, se la Veneta o Prasing Rossa
o Bianca. Tractatus de Somniis. L'originale di questo trattato de'Sogni dice,
che fu venduto molti anni sono da certuno al Sig.Pier Girolamo Fattiboni
Gentiluomo Cesenate. Ma che avea incontrata la stessa disgrazia degli altri,
non si essendo più trovato. Forse tutti questi mss. dovettero essere in quelle
dieci casse di libri di M., che rimasero dopo la di lui morte presso Girolamo
Mercuriali in Pisa, come il Dottor Ceccaroni nell'accennate Memorie afferma
apparire da un pubblico Documento rogato. Per Per ultimo il sopralodato Sig.
Arcidiacono Chiara monti mi assicura, esservi anche al presente chi sostiene
doversi attribuire al M., così la Canzone composta in lode del Torneamento
fatto in Cesena nel Carnovale, la quale incomincia Mostra l'alterafronte,come
la difesa della medesima, che fu pubblicata sotto nome del Bidello
dell'Accademia con questo titolo; Risposta di Matteo Bidello delloStudio di
Cesena al Parere d'incognito Oppositore fatto sopra la Canzone Mostra l'altera
fronte. In Cesena conlicenza de Su periori Per Bartolomeo Raverii. in8.;
machenon avea avuto modo di verificare veruna di queste voci. lo per altro non
averei difficoltà di credeCre, che così la Canzone,come ladifesa potesser
essere fattura del nostro autore, essendo la Canzone assai bella ; e la difesa
molto dotta e giudiziosa, e degna assolutamente del nostro grande e
celebratissimo M.. Mazzoni. De triplice vita. OVIDIO [vedasi]. ].
CORREZIONI ai Promessi Sposi NAPOLI Gì IMEllH'', Libraio -Editore
BMBBBBHBMBaaBHa LE CORREZIONI AI PROMESSI SPOSI E LA QUESTIONE DELLA LINGUA
FRANCESCO D'OVIDIO Il COMil E Li iESIIOffi illi II QUARTA EDIZIONE O- -v' 9- ^'
NAPOLI LUIGI PIERRO EDITORE Piazza Dante 76 1895 Proprietà Letteraria Napoli,
Stai). Tip. Cav. A. Tocco — S. Pietro a MajeUa, 31. ALLA MEMORIA DI IPPOLITO
AMICARELLI E DI FRANCESCANTONIO MARINELLI AVVERTENZA PREMESSA ALLA TERZA
EDIZIONE Questo libercolo, benché all' ingrosso debba dirsi che venga in luce
per la terza volta, con- sta di parti fra loro diverse quanto al tempo della
composizione e al numero delle ristampe. Il capitolo circa la lìngua dei
Promessi Sposi fu inserito tra i Saggi Critici, dei quali il 1878 mandai fuori
un'edizione eh' è ormai esaurita, e riprodotto il 1880 in un libro apposito di
cui fu come il nucleo. Quivi lo accompagnai con sei appendici: l'una consisteva
nella terza ristampa del Fra Galdino, un dei Saggi pur esso^ altre quattro
davan la trascrizione di brani altrui che mi parvero arrecare un buon rincalzo
alle opi- nioni mie, e la sesta e la più lunga era una cri- tica assai viva ad
un libro consimile di Luigi Morandi ^). In una non breve Prefazione dissi dei
limiti in cui abbia ragionevolmente a con- tenersi il culto e lo studio della
prosa man- zoniana, specialmente nelle scuole. ') Le correzioni ai Promessi
Sposi e l\inità della lingua. Parma, Battei, 1879. -- vili — A queste era
destinato il libro; che, quan- tunque per verità non interamente appropriato air
uso didattico, s' è anch' esso spacciato a poco a poco, attirandomi da un pezzo
la cor- tese persecuzione di chi voleva rimetterlo a stampa. Io ne avrei fatto
volentieri di meno, inteso come sono ad altri studii, e persuaso di non
pot'^'re ridar fuori il volume senza molti tagli e modificazioni da renderlo
men disa- datto alle scuole e sgombro d'ogni controver- sia personale. Ma ho
dovuto finalmente cedere alle insistenze altrui ed ho interamente rifuso il mio
lavoro nel modo che son per dire. Della Prefazione, con qualche lieve ritocco,
ne ho fatto un capitolo proemiale. Ad esso tien subito dietro quello sulla
lingua dei Pro- messi Sposi, nel quale ho incorporato parec- chi brani della
critica al Morandi, facendo del, rimanente di questa un capitolo terzo, intorno
alla questione della lingua teoricamente e sto- ricamente considerata. Alcuni
brandelli, che non han potuto trovar posto nel secondo e nel terzo capo, mi han
dato materia ad una quarta rubrica, di questioncelle spicciole. Na- turalmente,
tutto ciò che era mia difesa per- sonale o riprensione, talora acre, allo
scrittore anzidetto , è stato tolto via, come cosa non solo poco opportuna in
un libro da scuola ma altresì divenuta superflua , e da non potersi oggimai
riprodurre senza offesa del mio stesso sentimento. Una tal parte ha già
conseguito gli effetti a cui mirava, e tra essi v' ò stato anche quello, per me
lietissimo , di ribadire — TX — l'amicizia che già ini stringeva al mio egre-
gio contraclittore. È caso non punto nuovo codesto, e n' ebbi altre volte io
medesimo a far r esperienza, che la polemica anche più vivace, se fatta in
buona fede, finisca col ri- conciliare gli animi e appianare i dissensi. Com' è
pur vero che, se essa ha avuto luogo intorno a materia intrinsecamente assai
degna di discussione , una gran parte se ne possa sempre ridare alla luce;
poiché, estirpatine alcuni periodi o motti e raschiatone il colore del litigio,
vi si ritrova in fondo un ragiona mento pacato. Il che non avviene delle
dispute soltanto apologetiche, suscitate da mero im- peto di risentimento
ancorché giusto, riferen- tisi a soggetti scarsi di valor sostanziale. Rispetto
ad esse Fautore si trova dopo qual- che tempo nella curiosa condizione, se la
col- lera gli sia sbollita, o di dover del tutto rin- negare scritti che
volentieri riprodurrebbe per ciò che abbiano o gli paiano avere d' inge- gnoso
e di felicemente espresso , o di quasi pentirsi d' essersi rabbonito. Ridotto
così il mio discorso a una tratta- zione oggettiva e « senza distinzion di tuo
né mio», ne è sparita altresì quasi ogni menzione del Morandi anche in quei
luoghi particolari in cui , da leale avversario , mettevo in rilievo alcune
giunterelle che da lui o per lui erano state fatte agli spogli miei. Resta la
seconda edizione del mio libro ad attestare ciò che io gli debbo. Parimenti,
per amor di brevità ben- ché non senza rammarico, ho dovuto soppri- — X — mere
le Appendici alleganti alcune pagine dello Zumbini, dello Scalvini , dell'
Ascoli, del De Amicis , del Persico ; tanto più che tutto il saggio dello
Scalvini, generalmente dimenti- cato allorché ne trassi il brano che faceva al
proposito mio, è stato poi ripubblicato in fronte all'edizione economica che
del Roman- zo han dato i successori del Le Mounier. Nel capitolo sulla
questione della lingua ho introdotto questa volta i tratti più salienti d'un
altro dei miei Saggi, intitolato lingua e dialetto^ ed un brano d' un mio
articolo biblio- grafico della Nuova Antologia, ove mi accadde di toccare della
dottrina manzoniana in quanto si riverberò pure sul linguaggio poetico. E an-
che adesso ho dato in appendice, qua e là ri- fatto, il Fra Galdino, che
movendo da minuzie di stile mette capo a considerazioni d'ordine più largamente
estetico e psicologico. Inoltre, come ad applicazione dello spoglio metodico
delle differenze tra le due edizioni dei Pro- messi Sposi, ho aggiunto un
riscontro parti- colare fatto su un intero brano. Alcuni inse- gnanti me ne
avevano accennato il desiderio. Da editori anzi e da un illustre letterato mi
venne addirittura l'invito e l'esortazione di fare un commento perpetuo
all'intero Romanzo. Ma il tempo mi manca per un'impresa che, quan- tunque molto
attraente , non è da pigliare a gabbo; e debbo contentarmi di rimandare gli
studiosi ad un altro mio libro, la cui lettura può conferire all'intelligenza
di tutta l'aziono — XI — letteraria del nostro autore '). Del rimanente, non
voglio dissimularlo, io dubito forte se con- venga insister troppo su ogni
pagina, su ogni periodo o frase, d' un libro abbastanza recente, che ad essere
inteso non offre alcuna di quelle gravi difficoltà di lingua, di pensiero, di
allu- sioni storiche, onde riescon necessarii i com- menti alle opere antiche,
e per essere scrutato e gustato finamente non ha mestieri se non dell'abitudine
al meditare, che con pochi esem- pii bene scelti sia inculcata ai giovani.
Oltre- ché, perfino nell'interesse della popolarità che lo scrittore ha
conseguita ed è bene che man- tenga, non giova che il suo capolavoro sia
offerto altrui con l'apparato pesante delle infinite chio- se, che ne facciano
sembrar la lettura bisogne- vole d'aiuti e di puntelli, e ne distolgano i let-
tori. Poiché, a nulla servirebbe il negarlo, l'as- sunzione d' un' opera a
testo classico ed a sog- getto di scolastiche esercitazioni , se per un verso
ne assicura la fama e il culto della po- sterità, per un altro verso,
comandando l'am- mirazione ed esagerando lo studio dei partico- l) Discussioni
Manzoniane di F. d'Ovidio e L. Sailer , Città di Castello, Lapi, 1880. Delle
quali Discussioni , due appartengono al mio rimpianto amico, e concernono La
politica del Manzoni a Mi- lano e 11 padre Cristoforo nella storia e nel
romanzo (un vero ca- polavoro , questo, di critica fina e sagace) ; tutte le
altre, mie, sono intitolate: Il Manzoni nelle scuole, La religione, la morale e
il pessimismo nei Promessi Sposi, Potenza fantastica del Manzoni e sua
originalità con una Poscritta inedita (sulla popolarità dei P. S.), Manzoni e
Cervantes, Appunti per un parallelo tra Manzoni e Walter Scott, Manzoni e Carlo
Porta, Ha lasciato una scuola il Manzoni? — Il tutto è preceduto da una mia
Prefazione , e seguito da molte pagine di Correzioni e Giunte , di cui molte
son consacrate al Cinque Maggio. — xn - lari , induce un cotal disgusto o
preconcetta noia, e fa perdere la vista dell'insieme. Ognun di noi può
riconoscere che pegli autori stu- diati a scuola non ha acquistata , ove 1' ha
, una simpatia vera e sincera, se non quando più tardi e' è tornato sopra con
più disin- volta confidenza; che negli anni della scuola i classici noìi taniam
liahent speciem quantmn religionem. Quel sentir troppo martellare su certi
passi, specialmente se di prosa, li fa ve- nire in uggia ; e credo , per
esempio , che a chi pratica molto nelle scuole secondarie venga oramai il sudor
freddo appena senta accennare il principio dell'Addio di Lucia ai suoi monti e
deirepisodio di Cecilia. Perchè brevi ed atti a star da sé, e perchè
alFentusiasmo un po' superficiale e convenzionale della gioventù s'ac- concia
meglio il tenero e il patetico che non l'ironia e l'arguzia, è avvenuto che
quei due tratti , sebbene rappresentino ciò che è men frequente e men
caratteristico nel Manzoni , abbian richiamato la preferenza dei maestri,
entrando come nel repertorio dei loro loci com- mimes] sicché già una lieve
nebbia di pedan- tesche reminiscenze li vela allo sguardo di chi era solito
ammirarne la squisita fattura. Or ci dorrebbe molto se per via d'un commento
per- petuo si spandesse sul tutto un simile velo. Perchè rendere a un libro per
più rispetti faci- lissimo il brutto servigio di farlo apjoarir dif- ficile e
greve? Perchè mettere in suggezione gli alunni anche innanzi a questo moderno
cosi bonario e così abile a trovar da sé il modo — XIII — d'insinuarsi
nell'animo loro? Altro è ch'ci sieno istigati di quando in quando a tornar
sulle sue parole e a legger tra le linee, altro è frastor- narli di continuo
dal godersele in pace. Anzi, a farne materia di considerazioni severe e mi-
nute i maestri dovrebbero venire sol dopo es- sersi accertati che i giovani
l'abbian letto per passatempo, e in un' edizione spicciola. Che se quella
comparativa dataci dal povero Folli, la quale io fui dei primi a desiderar
viva- mente, dovesse per molti essere l'unica forma in cui facciano la
conoscenza dell'arguto rac- conto, io sarei de' primi a deplorare che sia
venuta in campo. Napoli, settembre 1892. PoscRiTTA. — Nel ridare in luce, dopo
men che due anni^ questo volume_, non ho che qualche breve dichia- razione da
fare. Quando codesta Avvertenza era già venuta fuori , seppi che il professore
Petrocchi aveva davvero messo mano ad una nuova edizione comparativa con com-
mento^ e poco appresso me ne pervenne la prima pun- tata. Sarebbe scortesia se
qui passassi sotto silenzio V incominciata opera , e non augurassi alP infaticabile
autore che la conduca presto a termine , e gli riesca tale da smentire col
fatto le mie preoccupazioni. Ma una peggiore scortesia sarebbe ove m"*
affrettassi pure a mettere in rilievo in che i suoi criten'i differiscano
sostanzialmente dai miei. A cagione dell'inaspettata prontezza della ristampa^
— XIV — debbo anc^ oggi rassegnarmi ad alcune lievi discor- danze esteriori
nella disposizione dei luoghi cavati dal Romanzo a prova delle mie asserzioni;
e^ quel che più mi grava ^ son costretto a rimettere a miglior tempo alcune
giunterelle che vagheggiavo di fare alla tratta- zione storica della questione
della lingua. Per quanta diligenza vi ponessi ^ alcuni vecchi libri ed opuscoli
non ho potuto fin qui rintracciare nelle Biblioteche na poletane, e non ho per
ora Pagio di estender le ricerche alle altre del Regno. Tuttavia il desiderio
che ne ho^ se potrò appagarlo , verrà piuttosto a liberar me da ogni scrupolo
che non a mutar la sostanza della espo- sizione. Nel rifare l'edizione del 1880
io misi non poca cura e v* arrecai moltissimi mutamenti, non già nelle dottrine
o nella qualità delle argomentazioni^ ma per l''assetto della materia e pei
tagli e le aggiunte fattevi; e ne risultò un libro sotto più rispetti nuovo^
oltreché rinnovato da capo a fondo nella forma. Mi preme di notarlo^ perchè mi
son dovuto accorgere come a più d^uno la cosa sia rimasta inavvertita ,
soprattutto per il capitolo ov'è delineata la storia della questione della
lingua. Quanto poi alla parte che nelPultima fase della se- colare controversia
abbia potuto avervi io medesimo anteriormente a questo mio libro del 1892-, non
toccava e non tocca a me di metterla in rilievo. Pur mi sarà lecito accennare
che oramai da più che quattro lustri io vo battendo sul medesimo chiodo , inculcando
con molta ostinazione e in assai varie guise una giusta conciliazione fra la
dottrina manzoniana e le più o meno avverse, tra le quali capitalissima quella
del- l''Ascoli. Che oggi la questione sia in gran parte ri- soluta^ in teoria e
ancor più in pratica, nel modo ap- — XV — punto che a me e ad altri sembrava il
migliore , lo riconosco e me ne compiaccio assai; ma da un lato non posso
dimenticare i tempi in cui a noi toccò com- battere accanitamente per
diffondere idee che oggi sembrano chiare e semplici a tutti^ e dalPaltro non mi
par cosi vero a un puntino che proprio tutti a que- st^ora se ne siano
capacitati e la questione della lingua non abbia più altro valore che
retrospettivo e storico. Basta una fugace occhiata ai libri odierni ,
particolar- mente a quelli onde nelle scuole s^'insegna la gramma- tica e il
lessico e lo stile italiano^ per avvedersi che la guerra è vinta solo
alPingrosso e in un certo senso^ e che molto resta ancora da sudare per far
tabula rasa delle affettazioni d^'ogni maniera. I tempi sono^ sì^ più che mai
propizii a compir l''opera, ma credere che essa sia già piena^ o che in breve
si compirà da sé mede- sima, è una pericolosa illusione; come il dire che solo
da sé medesima si sia bene avviata, sarebbe una curiosa ingratitudine verso
quelli che vi s^ affaccendarono di più. Un'ingratitudine commetterei anch' io^
se tralascias- si di ringraziar dalPun lato il professor Nicola Sca- rano,
della pazienza onde ha curata la stampa del vo- lume alla quale Ceditore lo
incaricò di sopraintendere^ e dalPaltro coloro che nei periodici hanno dato
conto della terza edizione _, e più propriamente Guido Maz- zoni (r) , Filippo
Sensi (2) e Ruggiero Bonghi (3). Le loro pagine, ricche di osservazioni
eccellenti^ mi sareb- bero parse belle pur se non fossero state così larghe di
lode all'opera mia; ma della lode humanum est che io (1) Nella Nuova Antologia,
del 1." agosto '93. (2) Nella Rassegna Bibliografica del D'Ancona, del 31
dicembre '93. (3) Nella Cultura, del 26 marzo '94. — XVI — sia lieto e
riconoscente. In ispecie la paterna benevo- lenza di cui in questo come in
tanti altri casi mi ha dato prova il Bonghi , è uno dei più grandi e dolci
premii che io potessi sperare. A'orrei intanto poter cor- rispondere
all^amorevole suo invito ^ di trattar qui di proposito della purità e della
proprietà della lingua; ma egli mi consenta di rimandar questo soggetto ad un
altro libro che intendo prima o poi di scrivere per le scuole, e che dedico Un
da oggi a lui. Portici, ottobre 1894. F. D* O. CAPITOLO PRIMO Del criterio gol
quale si deve studiare la prosa del Manzoni, ed in che senso possa questa
servir di mo- dello. I. Delle infinite correzioni che il nostro autore fece a
sé stesso , lo studioso ne troverà molte spiegate e discusse qui , sia
singolarmente prese , sia raggruppate in categorie; e si avvezzerà così a
spiegare e discutere da sé le altre con qualche precisione di metodo , e in-
sieme , giova sperare , con giudizio libero e schietto. Giacché, se si vuole
che questi confronti tra le due edi- zioni del Romanzo producano un sano
effetto, importa molto che , nell' indagar perché torni felice un dei mu-
tamenti, non ci appaghiamo che di ragioni chiare, an- che se sottili e
delicate, schivando le sottigliezze vuote e sofistiche. Il giovane dev' esser
messo in tal disposi- zione d'animo, che, quando la correzione gli sembri in-
felice 0 indifferente, ei non si creda punto obbligato a farsi violenza per
vederci ad ogni costo una bellezza e trovarci una ragione buona, anzi manifesti
senza ambagi l' impressione sua ; beninteso con franchezza rispettosa
doppiamente , verso il grande scrittore e verso il pro- prio maestro, e con
docilità a ritrarsi, ove occorra, dal suo primo giudizio , dietro un più acuto
esame della cosa. Insomma conviene aver bene in mente che , se nell'insieme la
riforma del libro fu buona, ciò non im- plica che tale sia stata in ciascuna
sua parte. Affer- mando la superiorità della seconda edizione si dà luogo — 2 —
a una proposizione , direbbero i logici , vera nel senso composto , non nel
senso diviso. Oltre alle moltissime correzioni buone , ve n' è pure delle
cattive o di dub- bio valore ; ci sono anche mutamenti che non possono essere
né belli né brutti, specialmente se dovati a coe- renza sistematica, cioè all'
applicazione costante di un nuovo criterio ortografico o grammaticale e via
dicendo, senza che quel dato luogo richiedesse per sue pecu- liari ragioni
d'esser mutato. Di più , in molti casi trat- tasi d' inezie suggerite dall'
incerto e mutevole giudizio dell'orecchio, ove non solo è lecito che i lettori
dissen- tano , ma l'autore stesso talvolta ondeggiò , da una ad altra ristampa
dell' edizione riformata. E da ultimo , se è vero che in certi punti egli fu da
ragioni delicatissi- me indotto ad astenersi da una mutazione fatta solita-
mente altrove , é pur vero che in alcuni incontri ciò avvenne o potè avvenire
per mera inavvertenza. Che se tutto questo non si tien presente , se per
illimitata fiducia che ad ogni innovazione vi sia stato un motivo ragionevole o
profondo se ne vorrà sempre scovar qual- cuno cosiffatto, magari a via di
stiracchiature ed arzi- gogoli , il danno che deriverà da codesti confronti per
poco non soverchisrà il bene che se ne vuol ritrarre. II. Né sarebbe poi utile
e prudente, che in essi fosse speso tutto 0 quasi tutto il tempo di cui si
dispone per lo studio della prosa. Senza dubbio è questo il prosa- , tore per
virtù del quale subito si determina il gusto del giovane e l'ingegno si apre e
quasi si rivela a sé stes- so. Gli altri prosatori classici il giovane li
ammira , se mai , sempre un po' estrinsecamente , non entra nelle loro
intenzioni, non ruba loro il metodo; sicché nei suoi componimenti, che pur sono
un intarsio di reminiscenze di quelli , non rassomiglia mai a quelli. Col
Manzoni - 3 - invece i giovani si affiatano tanto che, dopo un i)o' che r han
preso a gustare , già cominciano a scrivere men fanciullescamente , già
mostrano un certo spirito d' os- servazione e d'ironia. Di modo che, se quel
grande cri- tico che fu Quintiliano ebbe a dire : ille se profecisse sciat, cui
Cicero valde placeUt-, e noi potremmo senten- ziare che nelle lettere italiane
ha ben profittato chi sia riuscito a capire e consapevolmente ammirare Dante, e
ad assaporare e come involontariamente imitare il Man- zoni. Ma di qui non
discende che quasi non si debba legger altro prosatore , e nella scuola si
abbia a stra- scicare indefinitamente il raffronto tra le due edizioni dei
Promessi Sposi , studiando sempre questi al micro- scopio e gli altri non
osservando nemmeno ad occhio nudo. Guardiamoci da ogni fanatismo, e badiamo di
non applicare a un dei libri più originali il piia servile dei ragionamenti,
cioè il famoso dilemma del califfo che re- putò dannosi i libri che
discordassero dal Corano, inutili quelli che vi concordassero. Poniamo pure che
, e per alcune sue doti che nelle altre prose italiane mancano 0 raramente
toccano un così alto grado , e per la sua perfetta modernità, quest'opera sia
la più abile ad atti- rare le presenti generazioni e ad educarne il gusto,. so-
prattutto col rafhnarlo; ma gli altri servono ad istruirle, ed anche a formar
loro il gusto, soprattutto allargandolo. Senza voler qui fare l'enumerazione
degli autori d'ogni secolo che meritino d' entrare o restare nelle scuole, non
possiamo tenerci dall'accennar alla potenza di Dante anche come prosatore ,
alla già grande efficacia , pur così poco considerata generalmente, del periodo
e della frase nella Vita Nuova e , più , nel Convivio. In lui la sintassi
latina aiuta di continuo il nascente volgare, senza però impacciarlo come fa
spesso nel Boccaccio e, peggio, nei suoi imitatori; e l'ingenuità v'è ancora
molta e amabile , ma senza cader nel puerile e nel pedestre come spesso nei
trecentisti delle prose devote , delle novellette, delle cronache. I quali però
restano sempre, per quella stessa anche soverchia ingenuità loro , non poco
attraenti; come attraente d'altro lato è il Boccaccio, per la esuberanza
lussureggiante , che ha pure il suo bello. Quel, per così dire, fìtto fogliame
dei suoi periodi, stracarichi di accessorii, non è un tipo da imitare, ma è
pure un caso individuale che dobbiamo ammirare; al modo che un giardiniere, che
non vuole né asseconda lo sviluppo di piante parassite sugli alberi suoi , pur
resta estatico a quelle che maestosamente serpeggiano intorno agli alberi
annosi del viale delle Cascine a Fi- renze. Il geniale certaldese congiunse al
toscano lepore la gaia ridondanza della gente napoletana, tra la quale
lungamente visse, amò, godette, soffrì; e dalla Francia, onde ebbe la madre e
le prime aure vitali, ritrasse la piacevole scorrevolezza dello stile
prosastico , per cui quella lingua fìn d' allora soprastava a tutte le altre
neolatine, anzi a tutte le altre d' Europa. Certi difetti, divenuti più o meno
insopportabili nei suoi seguaci, sono in lui accompagnati o perfino intimamente
connessi con certo qualità; e quel fare civettuolo e leziosetto, in cui tutte
le grazie della loquela toscana fanno un così caro cinguettio, è fonte perenne
di diletto estetico non men che degna materia di storica contemplazione.
Giacché non bisogna dimenticare che le opere del Boc- caccio, in ispecie la
maggiore, riempirono di sé i primi secoli della nostra letteratura , ebbero una
popolarità che ora più non hanno ma che non fu punto minore di ({uella che ai
dì nostri ha raggiunta 1' opera del Manzoni , e furono larga miniera anche pei
comici cinquecentisti. So nella poesia il gigantesco lavoro dì Danio fìn dal
secondo secolo fissò, per cosi dire, il pernio d' ogni moto avvenire e die una
salda unità a tutta la storia successiva; nella prosa, elio del resto, come
i)ii^i vicina alla realtà, ò pila mutevole coi tempi, si ebbero diversi stadii,
a capo del primo dei quali sta il Boccaccio come a capo dell' ultimo il
Manzoni. Fra stadio e stadio non vi fu quel cosi profondo sconvolgi- mento e
distacco cosi netto, che ebbe luogo per esempio in Francia, dove la letteratura
anteriore al secolo XVII o quella che le successe , considerate di lontano e
all' in- grosso, son finite col parere come due letterature stranie- re l'una
air altra, ossia il periodo arcaico si cancellò dalla coscienza della nazione.
Qui v'è stata maggior continuità e men forte trasformazione, e trecentisti e
cinquecentisti son rimasti così presenti agli spiriti da lasciar tracce
grandissime, e talvolta eccessive e ridicolo, anche nello stile moderno. È
stato un male por alcuni riguardi , un bene per altri; e ad ogni modo il fatto
è questo, e non si può non tenerne conto. Sarebbero del pari gros- solani i due
opposti errori di seguitar a considerare il Boccaccio come il modello a cui
debba conformarsi la nostra prosa odierna , o il riguardarlo come un antico che
solo per erudizione debba tanto quanto conoscersi. In una fase più a noi vicina
spicca il Machiavelli, il quale, anche perchè dedito a soggetti più austeri,
diede alla sua prosa un andamento più logico , più preciso, più sobriamente
efficace, schivo di fronzoli, meglio con- facente insomma all'ideale moderno;
insieme però con- tinuando a usare largamente, pur nei costrutti, delle vive
forme del suo toscano , impoveritosi poi , specialmente negli scrittori di
altre provincie d' Italia , e irrigiditosi nella costruzione e nelle norme
grammaticali. Sotto — r, — certi rispetti si direbbe che nel Machiavelli vi sia
già effettuato appunto quel tipo di toscanità colta che il Manzoni cercava, e
s'intende che a taluni egli sia parso il massimo di tutti i prosatori italiani.
Sennonché a lui mancarono alcune delle quahtà sostanziaU che nello scrittore
lombardo furon così perfette. Tra lo stile latineggiante che metteva capo al
Boccaccio , e che esagerato da alcuni era da altri mitigato , e lo stile
ingenuo degli altri trecentisti proseguito in certa maniera dai cinquecentisti
toscani , quale soprattutto il Gellini, il Machiavelli ondeggiava spesso , sicché
le due diverse tinte, che ora bellamente si fondono, altre volte stridono
alquanto insieme. E un' altra sua disuguaglianza , che in parte é causa della
precedente , sta in ciò che egU non porta sempre il suo pensiero a una piena
maturità, né esercita abbastanza la lima sulla forma onde gli è venuto fatto di
rivestirlo ; cosicché , fehcissimo quando scrive di vena , langue e s'
avviluppa più o meno colà dove il primo getto avrebbe avuto bisogno d' essere
rilavorato pazientemente. Maggior consapevolezza di propositi in quanto a
lìngua e stile ebbe un uomo di minor conto, il Davanzati, poderoso scrittore la
sua parte, e quasi un anticipato manzoniano, o almeno un anticipato Giusti, del
secolo XVI. L' Apologia di Lorenzino dei Medici é pure un mo- numento singolare
di forte eloquenza. E il Casa, che in altre scritture non ischivò l' affannoso
periodare allora in voga , ci lasciò tuttavia quel suo Galateo, di cui é come
sbarrata la soglia da un periodo sesquipedale, ma che per r espressione
calzante e spigliata e per un certo ar- guto spirito d'osservazione, rivolto a
cose che se non so- no di primaria importanza rientrano sempre nell' ordine
morale, torna di assai gustosa lettura. In tutti, si può dire. — 7 — i
cinquecentisti toscani d'ogni maniera, nei più artificiosi come nei più
andanti, v'è da trovar pagine notevoli por copia di lingua e pregi di stile. Né
son poi indegni di considerazione quegli scrittori che, nati in altre provincie
d'Italia, vennero appropriandosi e divulgando la favella toscana, traendola
soprattutto dai tre grandi trecentisti, ma tenendo d'occhio altresì più che
generalmente non si creda (lo fece perfino il Trissino ) 1' uso vivente dei
nati in riva all'Arno. Che se da un lato la impoverirono spogliandola di certi
idiotismi e vivaci forme paesane e r alterarono alquanto coi provincialismi ,
dall' altro la resero più adatta a servire come espressione nobile e regolare
del pensiero di tutta la nazione. La quale al- lora, nonostante il politico
smembramento, aveva nelle lettere, nelle arti, nei commerci, molta più
comunanza di vita che non gliene fosse poi lasciata nella prima metà di questo
secolo , e somigliava non poco , anche per la frequenza delle peregrinazioni da
una regione all'altra, all' Italia presente. Tra quegli scrittori, che si potrebbero
dir provinciali , alcuni primeggiarono ; e se il Bembo , malgrado dell'
autorità che ai suoi tempi godette, riesce a noi moderni tutt' altro che
gradevole, Aimibal Caro, che aveva succhiata col latte una loquela molto simile
alla toscana ed era molto pratico di Firenze, e che d' altra parte, non essendo
toscano addirittura, era immune di certi vezzi e pregiudizii troppo locali,
diede un memorabile esempio di eleganza scevra di affettazione e di vivezza
senza volgarità, anch'egli anticipando così in qualche modo un prosatore del
secol nostro, il suo corre- gionario Leopardi. Il Tasso, nei limpidi Dialoghi e
nelle malinconiche lettere, riuscì mirabile per tersa fluidezza. Il conte
Castiglione, scrittore di aristocratica semplicità, diede un bel saggio di ciò
che potesse un Lombardo — 8 — dotto , alieno da ogni eccesso , trapiantato a
Roma e ad Urbino , e di quanto valesse quella loquela aulica che ,
moderatamente innestando sul tronco toscano la- tmismi e provincialismi, in
ispecie delle provincie roma- nesche, sembrava effettuare nella conversazione e
nella prosa il volgare illustre che Dante avea vagheggiato per l'alta poesia
lirica. Nel secolo appresso, con l'incremento delle scienze, specialmente delle
sperimentali , la prosa acquistò non poco in interiore maturità e severa
subordinazione della forma al concetto: basta ricordar per tutti il Gahlei, il
quale per la stringente dialettica e l'ironia briosa e pro- fonda è in certa
maniera quei che precorre meglio il Manzoni, a cui sta di sopra per ispontanea
vena e di- sinvoltura di toscanità nativa. Più tardi, lo scemato nu- mero e
vigore degli scrittori toscani, la docilità di molti italiani all' influsso
delle dottrine e degli scrittori fran- cesi, i nuovi concetti filosofici sul
linguaggio umano che parean rompere ogni diga tra le accidentali differenze in
esso portate dai tempi e dai luoghi , se promossero alcune quahtà dello stile,
nocquero alla purità della lin- gua; e suscitarono per contrapposto in altri il
culto ec- cessivo della buona lingua antica e del periodare arti- ficioso. Ma
anche fra codesti estremi vi furono gli ama- tori della semplicità corretta, e
ognun ricorda lo Zanotti, il Muratori e Gaspare Gozzi, e più si dovrebbe
ricordare l'Alfieri, che seppe crearsi una maniera di prosa solida e robusta, a
periodi larghi senza stento. Come nativo dell'alta Italia avendo dalla nascita
parlato un dialetto molto dissimile dal toscano , e in gioventù essendosi
abituato al francese come a sua lingua letteraria, né sa- putosi poi in tutto
appagare dell' aver dovuto a favelle cosi vive e sicure surrogar l' incerto e
smorto italiano del libri, ossia dunque per ragioni assai vicine a quelle che
poi mossero il Manzoni, appena conobbe l'uso vivo di Firenze se ne innamorò
perdutamente, e con l'impeto tenace che gli era consueto vi richiamò l'Italia.
Per op- poste ragioni il Leopardi, che ebbe nativo un linguaggio ben prossimo
al toscano , e dopo un breve trasporto giovanile verso gli scrittori di Francia
s' era immerso nello studio accuratissimo dei classici italiani converten-
doseli in succo e sangue, potò, sebbene da ultimo traesse egli pure partito
dalla dimora di Firenze , dar presto alla sua prosa una compostezza marmorea ,
contempe- rando il pii^i squisito sapore classico con un sufficiente senso di
modernità. Giunse egli per tal modo quasi ad un passo dalla modernità piena del
Manzoni , aggiran- dosi bensì in una sfera più ristretta, poiché non trattò che
argomenti psicologici, e ad una larga rappresenta- tazione della vita umana la
forma sua sarebbe stata ina- deguata, ma restando pure esente, per essere il
toscano a lui più naturale, da certe leziose imitazioni di questo nelle quali
il Lombardo sdrucciolò. Una tale ricchezza e Taltra che si lascia sottintesa
non è lecito metterla quasi in disparte, col farne semplice- mente ricordo
nella storia letteraria o darne al più un piccol saggio ad illustrazione di
quest'ultima, senza te- nerla ben presente all'animo dei giovani con 1' assidua
lettura. Certo, questa non si scompagna da un po' di noia, in ispecie se si
tratti degli autori secondarli, né ebbero tutti i torti coloro che, inculcando
lo studio del Manzoni quando nelle scuole non ancora si faceva, rinfacciarono
ai puristi che con la noia pretendessero di sedurre la gio- ventù all' amore
del bello scrivere. Sennonché ora par che prevalga un' esagerazione opposta ,
volendosi sban- dir tutto ciò che non arrechi immediatamente e sen- — 10 —
z'ombra di fatica un pieno diletto. Laddove il principale ufficio della scuola
è appunto di fare che a poco a poco riesca piacevole ciò che sulle prime
dispiace , attragga quel che prima sgomentava, e si prenda l'abito di sco-
prire il lato bello di cose che paion brutte o insipide, e si assapori anche il
diletto di superar le difficoltà ; senza di che essa diverrebbe simile a una
ginnastica che si contentasse di addestrare i corpi a quei soli movi- menti che
si posson fare con tutta comodità. Errarono i vecchi maestri pretendendo che i
giovanetti si sdilin- quissero per ogni parola o frase che fosse semplice-
mente aliena dall'uso moderno, che ammirassero i pro- satori antichi prima
ancora di averli capiti, che magni- ficassero , con subitanea e docile
ostentazione e senza quell'intimo convincimento che lentamente si matura, la
grandezza di un'arte nel cui segreto non erano peranco entrati , e questa
contraffacessero in modo servile ed estrinseco ; ma errerebbe non meno chi oggi
non rico- noscesse il bisogno che essi acquistino familiarità cogU antichi, e a
via di leggerli e di comprenderli finiscano col penetrare addentro nel loro
magistero. III. Posto pure che dal Manzoni avessimo avuto l'u- nico tipo di
prosa oggi possibile, non però basterebbe egli solo a formare il buono stile
negli altri. La sua elegante sempHcità fu il risultato ultimo d'infiniti studii
e letture, né è dato appropriarsela durevolmente a forza di rilegger lui solo ,
senza rifarne in qualche modo il cammino e prendere la rincorsa da Dante in
giù. Il sus- sidio dell' altrui esperienza e gli effetti già conseguiti dai
nostri antecessori non ci dispensano dal formarci un'esperienza propria, ma
solo ce ne rendono 1' acqui- sto più spedito e piano. Chi non conosce che un
unico libro, in realtà non può nemmen di quello avere cono- — 11 - scenza
intera, e nel mettersi ad imitarlo ne la, scnz'ac- corj2:ersene, la caricatura.
La grande chiarezza del Man- zoni proveniva dall' aver ej^ii lungamente
rimuginato il suo pensiero e limata con infinita pazienza la forma, e un
inesperto s'immagina di somigliargli con lo scacciar da sé ogni concetto arduo
e diffondersi in cose ovvie che dovrebbero sottintendersi o al più accennarsi
di sbieco. La sua apparente semplicità era 1' effetto d'uno studio indefesso ,
e altri la fa consistere in buttar gii^i come vien viene. Quel fare arguto era
quasi sempre te- nuto nei debiti limiti da squisito senso del decoro e da
innata gentilezza , e con sembianza bonaria toccava le più riposte
contradizioni dell'essere umano e del mon- do ; ed altri s' illude di seguire
il grande esempio con lo scherzare anche fuor di proposito , anche in modo
sguaiato, e con arguzie superficiali in cui non v'è dentro nulla. Quello stile
« è la luce bianca , e resulta perciò dal sovrapporsi di tutti i colori » , e
agli ingenui sembra di fare abbastanza con essere slavati. Codesto , eh' era
facile a pronosticare, s'è pur veduto in effetto; e « una certa monelleria » di
stile e sciattezza di pensiero, che son venute invadendo le lettere e la scuola
, se hanno avute molte altre cagioni, son parse aver la loro scusa dall'esempio
di chi fu pensatore assai robusto e tra gli scrittori il più verecondo ^). Non
lieve rimedio a ciò è una larga conoscenza dei classici italiani, che distolga
la gioventù dalla gretta contraffazione del più recente ; e non è un caso che
il maggior discepolo di questo, un dei più gran fabbri di stile che mai
s'avesse l'Italia in ogni *) Si vegga su ciò una bella lettera delI'AscoLi
nella Perseveranza del 12 aprile 1880, riferita pure nella terza Appendice
della seconda edizione di questo libro. — 12 — tempo , sia uomo di così
molteplice dottrina, e comin- ciasse dall'imitazione dei cinquecentisti e di
essi ritragga ancor tanto. IV. Ma è egli in sé medesimo il Manzoni ricco in
egual grado di tutti i pregi possibili e scevro in tutto d'ogni pecca? Si può
proprio asseverare che lo studio dei più antichi non giovi se non perchè
fornisca anche a noi il fondamento sul quale egli edificò , che essi in tanto
valgano in quanto furono precursori suoi , che sotto nessun riguardo possan
riuscire modelli diretti e migliori di lui ? No davvero. Ei toccò la perfezione
in qualità essenziali: la maturità del pensiero; la lucidezza della forma ; 1'
appianamento di ogni disuguaglianza che non fosse richiesta dal sog- getto e
potesse provenire da incertezza o volubilità dello scrittore ; 1' adattamento
invece , nelle parti dramma- tiche , dello stile ai personaggi introdotti a
parlare. Fi- nissimo poi nelle analisi, efficace nella sintesi, evidente nella
descrizione, interessante nella narrazione, accura- tissimo nei menomi
particolari, vario, sereno, arguto, insinuante , ti seduce e rapisce , sicché
non sai piìi staccarti da lui , e ci torni infinite volte con sempre nuovo
diletto, e il ricordo dei suoi fantasmi ti si risu- scita a ogni tratto anche
nella vita e ti dà una com- piacenza come di cosa vista o udita realmente. Ma
se è vero che nel suo libro è scrutata a fondo la natura umana con esservi
messi a nudo certi sentimenti e inclinazioni caratteristiche di quella,
rappresentati molti caratteri in modo compiuto e molti altri accennati di
profilo 0 in iscorcio, se insomma vi s'impara a leggere nei cuori, non è però
che tutti i cuori vi sieno effet- tivamente letti , cioè che ogni specie di
caratteri e soprattutto di situazioni e di passioni vi sieno rappre- — 13 —
sentali di Ironie. Basta il paragone con Dante e con Shakespeare a mostrare in
che hniiti il Manzoni fosse rattenuto dalla natura dell' ingegno e dell' animo
e da onesti scrupoli religiosi. Da quel che sa troppo di violento o di empio o
di pieno godimento o dolore umano im- memore del voler divino , ei si astiene
più che può. L'amore dei due sposi è tirato in campo alla vigilia del giorno in
cui doveva venir comandato e chiamarsi santo, ed è descritto più in certe
conseguenze, di ge- losia, di angustie, di lotte esterne o intcriori, che non
in sé medesimo. La passionaccia di Don Rodrigo e quella di Gertrude sono
velatamente accennate , e con pa- role d'abominazione. L'ardore selvaggio
dell'Innominato evolto nel punto in cui il rimorso^sta per ispegnerlo. E tutte
cotali limitazioni son 1' opera di un metodo costante e prestabilito ^). Ora
esse non potevano a meno di portare una limitazione anche nell'uso di certi
mezzi di stile. Fin dove egli ha bisogno di ricorrere a questi, lo fa da par
suo , ma concede a sé poche occasioni d'avervi a ricorrere. Alle parole, per
esempio, che mette in bocca al Cardinale e a fra Cristoforo sa dare tutta r
enfasi e la magniloquenza conveniente al caso e al personaggio, ma chi gli
chiedesse molti altri saggi di stile acconciamente enfatico e magniloquente , o
fieramente impetuoso , ne resterebbe digiuno , e in altri scrittori italiani
troverebbe più agevolmente il fatto suo. Non tutti quelli che imparano a
scrivere hanno in- clinazione all'arguzia bonaria, né tutti fmiran col trattare
^) Gfr. De Sanctis nella Nuova Antologia del dicembre '73, Gio- viTA ScALYiNi
nella edizione economica dei P. S. dei Lemonnier (l'articolo tu la prima volta
stampato il 1831 con la data di Lugano e con le iniziali A. H. J., e un brano
ne riferii nella seconda Ap- pendice), e ZuMBiNi nei Saggi Critici, p. 1S2-7. —
14 — soggetti a cui codesta qualità si attagli meglio d' ogni altra; e a certe
tempre intellettuali bisogna pur dare il modo di abbattersi in autori più
conformi al loro genio e alla materia che prediligono. Insomma nel solo Ro-
manzo , benché quanto a sé abbia tutt' i pregi che gli bisognano , non si ha ,
né sarebbe possibile si avesse, un' abbondantissima miniera d'esempii per ogni
genere, per ogni materia, per ogni occasione, per ogni abito di mente o
propensione d'ingegno. Né si può dir che basti per ciò rivolgersi alle prose
minori del Manzoni, nelle quali si tratta , con così bella varietà, di tante
cose concernenti la storia, la morale, la giurisprudenza, la critica
letteraria. Certamente, esse han comuni coli' opera maggiore molte grandi
qualità, il leggerle e rileggerle è delle occupazioni più gradite ed istruttive
che uno possa procurarsi, e, se pur quella non esistesse, varrebbero da sé sole
a rivelare un riformatore potente. Vi si avverte però spesso qualche mancanza,
ov- vero qualche esagerazione delle virtù sue predilette, che nel Romanzo fa
appena capolino. In questo lo scrittore parla di frequente per conto dei suoi
personaggi, onde dalla convenienza drammatica fu tratto ad atteggiare nei più
varii modi lo stile e a schivare alcuni eccessi, a cui nelle altre opere
parlando sempre per conto proprio più facilmente s' abbandonò. Oltreché , ci si
mise nel più pieno vigor dell'ingegno, addestratosi già con altri lavori allo
stile prosastico; lo compose mentre tuttora in fatto di lingua teneva un
criterio men sicuro ma più libero, e con quello più rigoroso che dopo si formò
non ebbe che a ritoccarlo. Le opere minori, invece, o furono più giovanili,
essendo i primi tentativi di prosa di chi aveva atteso soprattutto alla poesia
, o gli vennero composte in un'età men verde, o quasi senile, o senile
addirittura. — 15 - e dopo che quel criterio novello lo aveva avviato per un
sentiero sdrucciolevole. Alieno per natura dalla concitazione impetuosa ,
disgustato del fare manierato che tuttavia prevaleva in Italia , proseguì con
sempre crescente insistenza un ideale di dire modesto e rimesso, in cui il
concetto, ridotto con pertinace riflessione ad un'ovvia chiarezza , trovasse la
sua espressione in una lingua popolare e comune. Ma la troppa preoccupazione di
attuare fedelmente codesto ideale , fuggendo il con- trario vizio dominante, lo
condusse talvolta a qualche ridondanza, a qualche scherzo inopportuno, a
evitare la solennità delle parole anche dove il soggetto e le circo- stanze la
volevano, e l'odio dell'affettazione lo fece cadere in una nuova specie
d'affettazione: di piegare cioè, usur- piamo nuovamente le parole dell'Ascoli,
« a una natura- lezza casalinga e appunto perciò artificiale^ tali pensieri e
sentimenti , la cui manifestazione prima e spontanea è troppo naturale che
riesca più o meno rimota da questa riduzione volontaria » . In conclusione,
anche in un così grande artista non è tutta intera l'arte, e lo studio
esclusivo di questo mo- derno non basterebbe a dare agl'ingegni tutto il vital
nutrimento di cui oggi più che mai han bisogno per resistere alle facili
seduzioni di un'arte dilettantesca che sfibra e ammorba l'Italia. — 16 —
CAPITOLO SECONDO La lingua dei Promessi Sposi. L I Promessi Sposi, cominciati a
scrivere nel 1821, fu- rono finiti di stampare e pubblicati nel giugno '27, in
tre tomi, mentre i due primi portan la data del '25 e il terzo del '26. E
questa redazione (ci si perdoni questo mezzo francesismo , divenuto ormai d'uso
generale , e spesso, come qui, richiesto dalla brevità e dalla chiarezza) fu
riprodotta subito in ben sette ristampe nello stesso 1827, come poi negli anni
successivi. L'autore intanto venne rifacendo tutta l'opera, aggiungendovi qua e
là alcune proposizioni o periodi o serie di periodi, ma soprattutto modificandone
a parte a parte la dicitura , e nel 1840 la die fuori con disegni illustrativi.
E questa seconda redazione riprodusse con qualche lievissimo ritocco nelle
impressioni posteriori curate da lui medesimo; men- tre pur quella prima del
'27 seguitava ad esser ridata in luce dagli editori , che senza chiedergliene
licenza ristampavano a tutto loro benefìcio il libro, e per essa non
incorrevano negl' impedimenti legali lor suscitati contro per quella del '40.
Quando dunque si parla del divario fra le due edizioni , s' intende bene ,
giacche di edizioni nel senso usuale della parola se ne sono avute tra lecite e
abusÌA^e circa dugento, delle due dette reda- zioni, di cui l'una ebbe la sua
edizione principe nel 1827, l'altra nel 1840 , e che rappresentano la duplice
fatica dell'autore. Naturalmente, tutte le differenze che possano occorrere in
edizioni non curate da lui non hanno alcun valore; e le poche tra quella del
'40 e le successive ri- stampe autentiche hanno un'importanza assai scarsa. II.
L'opinion comune fu per gran tempo che il Man- zoni avesse, col rifarla,
guastata l'opera sua; e si ri- cordava al proposito, anzi a sproposito,
l'infelice sosti- tuzione che il Tasso fece della Conquistata alla Libe- rata,
e si notava con compiacenza come in entrambi i casi il pubblico avesse fatto
giustizia dell' aberrazione paterna col rimaner fido alla reietta figliuola
primoge- nita. Un riscontro invece ben più giusto sarebbe stato quello del
successivo miglioramento che l'Ariosto, con la edizione del 1521 e piìi con
quella del '32, fece della prima redazione del Furioso, comparsa il '16.
Giacché basta confrontar con un po' d'attenzione e di buona fede poche pagine o
perfin pochi periodi delle due stampe manzoniane per accorgersi che la seconda,
nell'insieme, supera di gran tratto la prima, e talvolta sembra addi- rittura
la composizione di uno scolaro inesperto benché molto ingegnoso , corretta da
un ben accorto maestro. Il raffronto d'un breve tratto valse subito, come il
Man- zoni stesso narrò, a far ricredere il Giusti. Che lo strano pregiudizio
nascesse e durasse cosi per- tinace, facendo tanta presa anche su letterati di
vaglia e fin sopra taluni che , come il Giusti , per le stesse tendenze loro
proprie avrebbero dovuto accogliere a braccia aperte l' edizione più
toscaneggiante , é cosa spiegabile con parecchie ragioni. Il libro , fin dal
suo primo apparire divulgatosi assai, era stato letto e riletto; sicché
ciascuno avea fatto l' orecchio a quella prima forma , e la mutazione , sol
perchè disturbava un' abi- tudine già contratta, produceva un' impressione
spiace- vole. E meno male se dopo il 1840 le ristampe aves- sero propagata
unicamente la forma nuova; ma, come s' è detto , per le condizioni particolari
del commercio librario d'allora, la redazione dall'autore rinnegata potè - 18 -
continuare a moltiplicarsi in volumi a buon prezzo, che mantenevano nei vecchi
lettori e creavano nei nuovi la consuetudine con essa, e parevan l'effetto
d'una scelta ragionata, dove non eran che la causa d' un'inconsape- vole
predilezione. I più, imbattendosi nel libro rinnovel- lato, dopo uno sguardo
datovi alla sfuggita e di mala voglia , frettolosamente lo condannavano. Il che
però, bisogna dirlo, tanto più facilmente accadeva in quanto che alcune
mutazioni, essendo davvero o indifferenti o cattive , o per troppo sapore
fiorentinesco stonando bruscamente dal comune italiano dei libri , gettavano
ombra sulle altre e davano coraggio e pretesto a un giudizio sommario. Il caso
poteva inoltre fare che esse fossero le prime a venir sott'occhio; ed ha anzi
voluto che nelle primissime pagine, a cui era più facile rivol- ger r
attenzione , più che altrove spesseggino i muta- menti di dubbio valore o meno
felici. Che se taluno s'era avvisto dell'abbaglio, la discussione con gli avver-
sarli non gli riusciva molto concludente. Si sa quel che in simili casi
avviene: o i libri di cui si tratta non si lian sotto mano , o non vi si
ricorre , sia per pigrizia, sia perchè sembra poco garbato venir ai ferri
corti, sia perchè si teme di rimpiccinir la questione e che per accidente
s'incespichi giusto in un particolare che paia dar torto a chi ha ragione e
Anceversa. Così si pro- traggono indefinitamente dispute, che sarebbero presto
risolute se dal discorrere in aria si scendesse subito al concreto, badando per
di più a non ristagnare in uno o due csempii soli là dove per venire a una
conclusione convien raccoglierne parecchi e farne quasi un computo statistico.
Ma la verità non poteva non farsi strada, e « di grido in grido » si venne a
proclamarla così da riconoscer — 19 — l'utilità d' un' edizione comparativa
delle due redazioni che desse luo^o a un confronto perpetuo tra esse, anche
nelle scuole ^); la quale fu dilatto procurata, tra il 1877 e il '79, dal
professor Folli, e si diffuse rapidamente ^). *) 11 rimpianto Alfonso Casanova,
pio e colto napoletano che ha legato il suo nome a una bella istituzione
filantropica, s'era notate, con molta esattezza , su un esemplare della seconda
redazione le varianti della prima. Di li Gaetano Bernardi cavò alcuni
riscontri, per farne materia di sottili chiose nel suo Avviamento alVarte del
dire, stampato la prima volta a Montecassino il 1869: un dei mi- gliori libri
che s'abbiano di tal genere, e quasi succo teorico tratto dall' esemplare
manzoniano , senza grettezza però di criterio e di gusto. Di là stesso Federico
Persico toglieva le varianti, argutamente illustrandole, di una similitudine
dell'ultimo capitolo, di cui nella nota Lettera al Casanova, Due letti,
inserita il 1870 in un periodico napoletano, fece un parallelo con l'analoga
similitudine leopardiana deU'Ottonieri. La qual Lettera, che finiva con la
proposta di stam- par l'edizione comparativa, ne promosse un'altra del Manzoni
stesso al Casanova, con la data del 30 marzo 1871 ; ove con efficacia e
festività mirabile anche in lui, chi consideri che era già negli ot- tantasette
anni , narrava come avesse composta la prima edizione e come rifattala, e
concludeva accogliendo modestamente, a modo suo , il pensiero di quella nuova
stampa. Questa , per ragioni che non importa dire, andò a monte; e perfin la
Lettera, che il Man- zoni voleva pubblicare, uscì fuori postuma, il '74, in un
opuscolo di Luigi Morandi, con l'esame fatto da quest'ultimo di alcune delle
correzioni , che alla sua volta fu oggetto d' una mia breve critica in una
Rivista milanese. 2) Altri appunti comparativi anteriormente all'edizione del
B'olli, oltre quegli a cui si è accennato nella nota precedente, erano stati
pubbhcati dall' Ambrosoli, dal De Capitani, dai professori Ferranti e Meschia e
da qualche altro, e posteriormente ne furon dati dal RiGUTiNi, e ancora dal
Morandi nel libro Le correzioni ai P. S. e Vunità della lingua (Parma, Battei,
1879;. Lo studio mio, che qui si ristampa, il quale volle essere una
trattazione piena e metodica dell'argomento, fu fatto sul primo volume del
Folli (ce. I-XIX), su alcune bozze del secondo eh' egli ebbe la cortesia di
mandarmi (ce. XX-XXIV), e pei rimanenti capitoli sopra spogli miei. — so- ni.
Neiredizìone del '40, come vi sono , già s' è av- vertito , alcune giunterelle
di materia nuova e lievi correzioni poco o punto determinate dalle ragioni
della forma ^), così tra le stesse mutazioni di forma ve n'ha di quelle che
l'autore avrebbe di certo arrecate anche se in fatto di lingua il suo criterio
fosse rimasto sempre im- mutabile. Ma moltissime derivarono dal criterio
cangiato, e altre per lo meno furono agevolate da un tal cangia- mento. Al
quale anzi 1' autore , un po' per modestia, un po' per giovare alla causa da
lui presa a patrocinare, volle ascrivere il merito di tutto ciò per cui la
seconda edizione soprastà alla prima. Sennonché , pur facendo la tara a codesta
esagerazione magnanima, vi si deve riconoscere un gran fondo di verità; onde ci
convien dichiarare ordi- natamente con quali norme egli facesse il suo libro ,
con quali Io rifacesse. IV. Fin da che lo compose la prima volta, gli brillava
già limpido nella mente l'ideale dello stile. Ci aveva già mirato in altri
scritti, specialmente di polemica religiosa 0 storica; ma quivi dal soggetto
medesimo era stato tenuto *) Fra le aggiunte sostanziali, la più parte o utili
o non suscet- tibili di censura , ve n' è pur qualcuna che a censure si presta.
P. es. il prof. Paolo Tedeschi avvertì che i cognomi Mazenta e Sellala
introdotti dove prima il mercante milanese nell' osteria di Gorgonzola diceva
ingenuamente: « e monsignor arciprete cominciò a predicare da una parte, e
monsignor penitenziere da un' altra a (cap. XVI), e i nomi di Lorenzo Torre e
di Giovanhatista Biava messi in bocca a Bortolo là dove nella prima edizione
questi stava conlento a dire: « un uomo che sa parlare.... un altro brav' uomo
o (cap. XVU;, sono una stonatura. Meglio quadravano a simili narra- tori quegli
accenni anonimi; e il Manzoni sciupò alquanto la vero- simiglianza drammatica e
1' elle Ito estetico già conseguito , per il gusto di snnllire, questa volta,
erudizioncelle storiche di nessun rilievo. — Pi- noli molto lontano dallo stile
ordinario doU'ltalia addot- trinata e pensante , senza scrupolo facendo parte
piut- tosto larga ai francesismi. Volgendosi ora ad un' opera d' arte e d'
immaginazione , queir ideale gli s'era fatto pii^i preciso, e più tormentose le
difficoltà dell'attuarlo. Esempii prossimi e confacenti al caso suo non ne tro-
vava in Italia, dove opere d' arte in prosa, paragonal)ili per mole e per
larghezza e altezza d' intenti a quella ch'ei voleva tentare, in un certo senso
non v'erano mai state e in un altro v'erano sì ma non recenti; e dove l'arte
dello scrivere, massime in tali opere, sì riponeva in una ricercatezza
monotona. A qualcosa di ben di- verso, cioè ad uno stile schietto e vivace,
pieghevole a ogni atteggiamento del pensiero, a ogni variar di casi, di
personaggi, di obietti, doveva egli invece aspirare. E ciò primamente per la
stessa grandezza del suo ingegno, in cui una squisita impressionabilità di
artista andava congiunta alla larga veduta del pensatore e a un mirabile acume
critico e storico. Già cinque secoli innanzi un altro pensatore artista, «
primo tra i primi, di valore come di tempo, in una stupenda composizio- ne »
riunendo « e memorie prese da tante età e da tanti luoghi , di fatti e di
sentimenti i più vari, di vizi e di virtù, di gioie e di dolori, di prosperi
eventi e di sciagure, di dottrine e d'errori, e descrizioni, anzi pit- ture di
pene, di speranze, di stati felici, e giudizi e pas- sioni sue proprie, e un
conversare o reverente o amo- roso o iracondo o pietoso coi tanti e tanto
diversi morti incontrati in quell'immaginoso viaggio, e gli aspetti e le
avventure del viaggio medesimo » '), aveva maestrevol- mente accomodato lo
stile poetico, or conciso or largo, ') Manzoni, Appendice alla Relazione sulla
lingua italiana, cap. IV. or familiare or solenne, or aspro or soave, or nudo
ora ornato, ad una tanta varietà di cose. E il solo italiano, se non pari,
prossimo a quell'antico, non potea fare di non proporsì un quissimile per la
sua prosa, ove inten- deva ritrarre e le naturali bellezze del paese nativo, e
la storia dei suoi dolori pubblici e domestici in un' età sventurata, e quelle
inclinazioni e temperamenti umani che son proprii d'ogni età o paese, e le
celestiali glorie e le mondanità deplorevoli della religione cattolica , e
l'opera provvidenziale di Dio e l'azione delle leggi mo- rali e sociali nel
mondo. In secondo luogo, le vicende stesse della sua vita e della sua
educazione letteraria lo avevano messo su un nuovo sentiero. Entrato appena nel
ventunesimo anno, s'era recato a Parigi con la madre dilettissima, statavi già
per gran tempo; e vi passò quasi un intero lustro, go- dendovi nei pili colti
ed eleganti ritrovi la conversazione e r amicizia di filosofi e letterati di
gran conto , e so- prattutto del Fauriel. Una nuova dimora di circa dieci mesi
vi fece sui trentacinqu'anni ; e, vicino a compiere il ventesimoterzo , aveva
sposata la figlia di un ban- chiere ginevrino. Durante poi la composizione del
Ro- manzo , il Fauriel venne a passare più d' una stagione con l'amico suo. In
casa Manzoni prevaleva insomma la lingua e la coltura francese. Certo,
l'influenza di questa era allora assai comune in Italia , e più che altrove iu
Piemonte e in Lombardia, soprattutto tra il patriziato, a cui egli apparteneva
; ed altri letterati nostri , come per esempio il Botta e dipoi il Mamiani,
poterono dimorar lungamente in Francia senza perciò deporre 1' amore allo stile
artificiato e guicciardiniano. Ma nel Manzoni un concorso singolare di
circostanze e più di tutto la straordinaria altezza dell' ingegno , che gli
rese impos- — '23 — sibilo quel che ai minori facilmente accade, di gustare il
bello e il vero in certe cose e seguitare a compia- cersi del brutto e del
falso in altre senz'avvedersi della contradizione , fecero sì che 1' esempio
francese avesse una piena efficacia educativa. Abituatosi a quella prosa e a
quel conversare, tanto da poter nel IS2ÌO scrivere una lunga dissertazione in
francese senza mai consul- tare un dizionario e avendone lode di scrittore pur-
gato ^); nel prendere a trattar la lingua italiana, senti, pili che un
desiderio, un bisogno ineluttabile di cercar anche con essa gli effetti che
facilmente si conseguivano oltralpe. Fin dai primi secoli delle letterature
neolati- ne , la Francia avea potuto vantare come un titolo di preminenza sulle
genti sorelle la facilità e piacevolezza della prosa, che essa era stata quasi
la sola a coltivare ^). Dei primi prosatori italiani, parecchi trovarono che
fosse meglio per loro lo scriver francese addirittura ^). E fu un mezzo
parigino e gran lettore di cose francesi il padre della prosa toscana, che con
tanta abbondanza ^) V. la Lettera al Casanova , in fine. L' opuscolo passò per
le mani del Fauriel, ma non dovè dargli molto da fare se, perfino nelle molte
lettere private che del Manzoni si hanno in francese , un odierno critico non è
riuscito . cercando col fuscellino , a trovarvi altro che pochissime
improprietà e italianismi, né tutti indisputa- bili. Alludiamo alla p. 74 della
Tesi, per verità un po' superficiale, di V. Waille, Le romantìsme de Manzoni
(Algeri 1890». 2) CI Allegai ergo prò se lingua oH, quod, propter sui
faciliorem ac delectabiliorem vulgaritatem, quicquid redactum, sive inventum
est ad vulgare prosaicum, suum est. . . n : De Vulg. Eloq., I, 10. 3) Cosi un
cronista, Martino da Canale, disse averlo fatto perchè « lengue franceise cort
parmi le monde, et est la plus delitable a lire e a oir que nule autre «; e
Brunetto Latini nel suo Tesoro K parce que francois est plus delitaubles
lengages et plus communs que moult d' autres r . - 24 — e varietà espresse a
fatti, detti, costumi d'ogni genere », e « tanti sentimenti e discorsi e
vicende di principi, di cavalieri, di gentildonne e di donne d'ogni condizione,
d'uomini di corte e d'uomini di villa, di buoni e di tri- sti, di generosi e
d'abbietti, d'astuti e di sciocchi, di scienziati, di scolari, di corsari, di
banditi ! » ^). Né è certo un caso che si educasse a Parigi e si modellasse sui
prosatori francesi il gran riformatore lombardo. Certi ricorsi sono degni di
considerazione; e come vuol dir molto che lo stesso poeta ch'era stato il
maestro e l'au- tore di Dante fosse fra i latini il poeta prediletto del Man-
zoni, così non è senza significato l'altro ritorno alla me- desima fonte
oltremontana. Senza dissimulare, e più giù se ne ritoccherà, qualche vantaggio
che pure ha la prosa nostra sulla francese, e qualche eccesso in cui il Manzoni
trascorse nell' ammirare e imitare il modello forestiero, si deve riconoscere
che la prosa di Francia mantenne sempre e mantiene quella dilettevole facilità
che già Dante attestava e che la fece e la fa dappertutto acco- gliere con sì
calda simpatia; coni' è innegabile che seppe serbare l'andatura schiettamente
romanza o volgare, non isforzata a goffi vacillamenti da trampoli latini. Vi fu
chi accusò pietosamente il Manzoni di non esser riuscito per quanto vi
adoprasse ogni mezzo a far divorzio dal fran- cese; ma il vero è che nella
hngua ei finì col riuscirvi poco meno che interamente, e nello stile, non che
si pro- ponesse quel divorzio, vagheggiò anzi con chiara persua- sione il più
stretto connubio. A lui parve ridicolo che la nostra prosa avesse sola a restar
sequestrata dal consor- zio europeo, per ninnolarsi nella manifattura di
periodi risonanti, quasi incipriata matrona che strascichi nelle ^) V. la
citata Appendice alla lielazionc ecc. — i25 — vuote sale del suo palazzo una
pomposa veste all' antica, né esca mai sulla strada dove sarebbe derisa e
fastidila; e volle assolutamente piegarla alla foggia europea, spe- cialmente
francese. Di Francia poi egli tornava domato bensì in fatto di religione , ma
pieno di spiriti innovatori in ogni altra cosa ; sicché la ribellione ai nostri
pregiudizii nazionali circa lo stile si collegava nell'animo suo a molte altre
consimili, non men nell'ordine letterario che nel politico e sociale. E come le
idee democratiche ricongiunse ne- gl' Inni Sacri coi principii cristiani , che
le aberrazioni temporali della Chiesa avevano ormai straniati da quelle; così
nel libro, di cui volle protagonisti due poveri con- tadini, doveva egli , a
cui l'esser nato tra i nobili non faceva che aguzzare il disgusto per le
prepotenze loro, aborrire, per ragioni non letterarie soltanto, dallo stile
togato e aristocraticamente ambizioso. Un'ambizione ben migliore gU parve
quella di dar principio a una lette- ratura, non già plebea, che in Italia non
era pur troppo mancata, ma sanamente popolare. La popolarità della forma doveva
consistere non solo nel metter in bocca alle persone del popolo un modo d'
esprimersi conve- niente al loro ceto , ma altresì nello sfuggire la solen-
nità dell'espressione dovunque i personaggi e il soggetto non la richiedessero
strettamente , dovunque V autore parlasse per conto suo e non fosse disdicevole
che lo facesse alla buona. S'aggiunge che la stessa enorme differenza fra le
con- dizioni straniere e le nostrane , come fra ciò che egli intendeva fare e
ciò che gli esempii paesani gli avrebbero consigliato, gli era un novello
incentivo a mirar più di- ritto, con più acuto sguardo , alla meta che s'era
pre- fìssa. Un' opinione individuale , se è abbastanza tenace — 26 — da non
cedere all'opinione comune, si fa, per reazione, tanto più assoluta e
impaziente , quanto maggiore è il distacco tra esse due. Se quella duplice
differenza fosse stata minore e la prosa italiana avesse rasentato un po' di
più la naturalezza, forse il nostro autore avrebbe meno avvertita la necessità
di una naturalezza piena. Quanta parte nell'inculcargliela avesse finalmente
an- cha la sua qualità di milanese, non è facile dire, ma è altrettanto
difficile negare che una ve ne dovesse avere. Espertissimo del suo dialetto ,
di che un po' per celia un po' sul serio si compiaceva, lo parlava con quel
pieno obho che in ciò è proprio dell' Italiano del settentrione e che i nativi
dell'Italia centrale e meridionale non so- gliono avere, anche perchè il minor
divario che è fra i loro dialetti e la hngua colta li fa continuamente ondeg-
giare tra gli uni e l'altra. Ed era vago di quel non so che di vivace, di
snello, di colorito, che il milanese ha e per cui era stato docile strumento a
un grande poeta satirico contemporaneo suo. In generale poi la conver- sazione
milanese è piuttosto lepida che larga, più inci- siva che faconda, e rotta
spesso da intercalari comuni, da reticenze, da piccoli stenti che rasentano la
balbu- zie '). Dappertutto il parlare differisce dallo scrivere, ma colà par
proprio il contrapposto dello scrivere , specialmente di quello che prevaleva
da noi. Ciò non conduce ogni Lombardo ad avere questo in uggia, anzi è notevole
che in quella regione , quasi di rimbalzo o *) Solo col leggendario aiuto d'una
fata potrebbe chi vive a Mi- lano numerare quante volte in capo al giorno ha
sentito gli equi- valenti vernacoli di: lìon saprei , adesso dico , mah! come
si fa?, roba da ridere /, non occorre altro, n' è vero ?, e' dice, e addio !, e
simili altre frasi ! — l>7 - por contrapposto alla tendenza naturalo, vi
sieno stati non pochi scrittori dediti alla maniera solenne. Ma in uno spirito
assai libero e coerente non potea non pro- durre un effetto pilli conforme alla
causa. I grandi uo- mini, se da un lato si distinguono per ciò che oltrepas-
sano di lunga mano i contemporanei e i concittadini, e sembran di tutti i tempi
e di tutto il mondo, dall'altro son di solito pur essi che concentrano in sé,
come ele- vate a seconda potenza, le qualità dei contemporanei e dei concittadini,
riuscendo la più schietta personificazione dell'epoca e della razza loro. Il
Manzoni, malgrado della sua universalità, fu insieme il tipo più genuino delle
qua- lità caratteristiche dei Lombardi ; e da più lati la sua educazione
transalpina non fece che ribadire le ingenite inclinazioni della natura
cisalpina. V. Ma se al suo ideale della prosa , che in fondo in fondo dunque
direbbesi doppiamente gallico, ei conformò subito il libro abbastanza
felicemente, in ispecie quanto al periodare; rispetto alla lingua vera e
propria il ten- tativo andò in parte fallito. Lo stile non è poi altro che il
modo di adoperar la lingua, di dirigere a certi fini i mezzi che essa fornisce,
onde prima di tutto esige che una lingua si possegga, o, anzi, che ci sia. E ne
aveva 0 se ne poteva procurare qui una il Manzoni , che gli bastasse a
esprimere ogni specie di cose, dalle più alte alle più familiari ? A un tal
possesso o ad un tale ac- quisto aveva , bisogna convenirne , alcuni
impedimenti suoi personali. Se fosse stato, non diciamo toscano, ma
marchigiano, romano, o perfin meridionale; se non avesse fìn allora coltivato
assai più la poesia che la prosa; se non fosse stato per sì gran tempo
sprofondato nel fran- cese; se non avesse in soli sei anni di foga febbrile
pre- parato (e con quella sua copia e minuzia di studii e ri- — ^8 ^ cerche
storiche) , scritto , h'mato , stampato il romanzo; avrebbe di certo incontrate
minori difficoltà e gli sarebbe stato più agevole il superarle. Ma , anche a
prescinder da tutto questo, v'erano difficoltà comuni a tutti. Non si deve
dimenticare che in quel torno il Leopardi, nato anch'egU tra i nobili,
scrivendo al buon Giordani (che, tenuto per un solenne maestro di lingua,
barcollava tra un certo istinto di novità e le tradizionali pedanterie), osava
asseverare: « in tutto e per tutto, tanto il difuori quanto il didentro della
prosa bisogna crearlo », e « fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo
classico e antico paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al volgo
come ai letterati » ^); parendogli che non solo alle opere d'immaginazione, ma
alla stessa filosofìa, in- tesa in un senso non troppo antiquato , mancasse una
lingua acconcia. Il vero è che, come si dirà più ampia- mente in altro
capitolo, essendo la Penisola smembrata in parecchi Stati scarsamente
comunicanti , mancando alla nazione un centro letterario , languendo non poco e
da non poco la nostra coltura, non s'aveva una per- fetta unità di lingua,
scritta e parlata, e gli scrittori bran- colavano spesso tra i provincialismi,
i forestierismi e gU arcaismi. Il linguaggio poetico, volto a soggetti men
pros- simi alla realtà, usato da pochi, più tradizionale e con- venzionale di
sua natura , mantenuto in una perenne gioventù da esemplari antichi ma sempre freschi,
s'ap- prendeva in modo più agevole e sicuro, e riusciva suf- ficiente al
bisogno. Il Manzoni s'era già levato così alto nella lirica e nella drammatica
senza sentirsi tarpar le *) Si vedano le lettere del 27 novembre 1818 e 20
marzo '20. E per altri simili giudizii si confrontino quelle del 21 giugno '19;
del 13 luglio e G agosto '21. C)() ali dal diioUo (Fuii lin'^ua^^^Mo, e il
Leopardi non ancora ventenne diceva di non sentire , componendo in poe- sia, la
menoma parte del disagio in cui era per la prosa. Gli pareva « più difficile
assai il conservare la proprietà delle parole senza affettazione e con piena
scioltezza e disinvoltura nella prosa che nel verso, perchè nella prosa
l'affettazione e lo stento si vedono come un bufalo nella neve, e nella poesia
non così facilmente: primo, perchè moltissime cose sono affettazioni e
stiracchiature nella prosa e nella poesia no , e pochissime che nella prosa noi
sono lo sono in poesia; secondo, perchè anche quelle che in poesia sono
veramente affettazioni dall' armonia e dal linguaggio poetico sono celate
facilmente , tanto che appena si travedono » ^). Ma la prosa, che è di tutti,
che sta vicino alla realtà, che rasenta la conversazione familiare, che ha da
trattar d' ogni cosa, deve accomo- darsi ai tempi e disporre d'un linguaggio
vivo ed intero, men fertile di espedienti ma più ricco di mezzi appro- priati e
usuali; d'un Unguaggio che non può esistere pie- namente quando i legami
effettivi tra le parti d' una nazione son rallentati e la coltura non v' è largamente
diffusa ed operosa. Quei che scrivevano s'intendevano alla meglio fra loro,
specialmente in cose storiche e scienti- fiche; poiché un patrimonio comune
d'idee, proveniente dalla tradizione nazionale o da letterature straniere, l'a-
vevan piire, e una gran parte di lingua colta, divulgatasi in tutta Italia,
c'era sempre, parte per eredità dei secoli anteriori, parte per noveUi
acquisti. Ma chi non si con- tentasse di scrivere alla meglio, chi ambisse a
farlo con arte, finiva col dover assai spesso trattar la lingua della prosa
come quella della poesia, o quasi come il latino. *) Vedi la lettera al
Giordani, del 30 aprile '17. — 30 — qual una specie di lingua morta, ricavabile
dai classici, prendendo da questi parole, frasi, costrutti, cadenze, onde di periodi,
figure rettoriche bell'e fatte. Un continuo in- tarsio insomma di reminescenze,
che impacciando il pen- siero e scemando la naturalezza frastornavano
l'originalità; della quale l' ingegno del Manzoni , ben più che quello del
Leopardi, non sapeva , né in grande né in piccolo, fare a meno. E lo strazio ,
come s'è già osservato , gli era reso maggiore dalla novità e grandezza
dell'assunto, che era un'ampia e minuta rappresentazione della vita umana. S'
ingegnò dunque come potè. Piìi tardi credette tro- vare, e in parte trovò , la
sua salute neh' appropriarsi la lingua attuale di Firenze , ma la dottrina con
cui diede a questa 1' assoluto dominio non l'aveva peranco maturata. Era
solamente già persuaso , come tanti in passato e come di recente l'Alfieri, il
Goldoni, il Foscolo e, in quegU stessi anni, il Leopardi ^), che in Toscana e
soprattutto a Firenze fosse in gran parte parlata natu- ralmente la lingua
colta. Persuasione questa di molti , ^) Nella citala lettera del 30 aprile '17
scrisse parergli « neces- sarissimo qualche anno di dimora in paese dove si
parli la buona lingua , qualche anno di dimora in Firenze » ; e in altra del 30
maggio '17 esprimeva il convincimento che pur dagl'idioti fioren- tini e
toscani si potesse apprendere « quella infinità di modi vol- gari che
spessissimo stanno tanto bene nelle scritture^ e quella pro- prietà ed
efficacia che la plebe per natura sua conserva tanto mi- rabilmente nelle
parole n. E ciò, quantunque l'accento e la pronunzia della sua Recanati
sembrasse a lui bella, ^^/ana, naturale, lontana (\?i\V affettazione e
leziosaggine toscana, come dalla superbia romana; e anche in quanto alle parole
si compiacesse di trovarvene in bocca alla plebe e ai contadini talune che si
sarebbero credute proprie della sola lingua scritta. — .11 -~ dicevo, ma non di
tutti; non mancandovi allora, come per addietro, e come, benché il caso sia
divenuto assai men frequente, anche oggi, chi presumesse che Firenze non conti
nulla più delle altre città, o anzi che vi si parli peggio che altrove ; sia
poi che ritenessero che in nessun tempo mai la favella toscana avesse un'
assoluta supre- mazia sulle altre, sia che, riconoscendola al toscano del
Trecento, ne considerassero come tralignati i moderni eredi dell' aurea
favella. Di quest'ultima opinione era il Giordani ; che, buono e modesto uomo
in fondo ma facile a sputar sentenze , dopo aver data al Leopardi questa
ricetta per iscriver bene: lingua del trecento e stile greco ^ lo ammoniva che
a Firenze non avrebbe avuto nulla da imparare ^). Ma il Manzoni, se non s' era
ancora messo su quella che poi gli sembrò la via maestra, l'andava ^) tt V. S.
pensa poi ragionevolmente che la consuetudine dei buoni parlatori sia
giovevolissima, anzi necessaria a scriver bene: eir ha ragione in massima : nel
caso nostro però il fatto è tutto diverso. Non ci è paese in tutta Italia dove
si scriva peggio che in Toscana e in Firenze ; perchè non ci è paese dove meno
si studi la lingua , e si studino i maestri scrittori di essa (senza di che in
nessuno si potrà mai scrivere bene); ed oltre a ciò non è paese che parli meno
italiano di Firenze. Non hanno di buona favella niente fuorché Taccento: i
vocaboli, le frasi vi sono molto pili barbare che altrove. Perchè ivi non si
leggono se non che libri stranieri. Chiunque in Toscana sa leggere dee V. S.
tenere per cer- tissimo che non parla italiano : e questo rimane solo a quei
piii poveri e rozzi che non sanno punto leggere ; ma la conversazione di questi
nulla potrebbe giovare a chi vuol farsi scrittore. Io non gliene parlo in aria;
ma per molta esperienza con sicurezza i^ Così scriveva da Milano , « il dì
dell' Ascensione » del 1817 , all' acuto adolescente, che per deferenza fìngeva
o s'immaginava di beversi ogni cosa. — 32 — già costeggiando, e, come poi
raccontò ^), s'attenne prin- cipalmente a questi espedienti : cercare nella sua
memoria locuzioni toscane che vi fossero rimaste dalla lettura di libri toscani
d'ogni secolo, in ispecie quelli così detti di lingua ; rileggere quelli e
altri toscani, senza sapere dove potesse trovare ciò che gli occorreva per
l'appunto, ma procurando di supplire a tal difetto con leggerne molti;
spogliare e rispoghare il Vocabolario della Crusca, pur trovandosi spesso nel
più grande impaccio per argo- mentare se certe voci e locuzioni fossero o no
ancora in uso, e vedendosi costretto continuamente a fare dei giudizii di
probabilità; interrogare quanti fiorentini gli capitassero, per con- vertire la
probabilità in certezza, e per averne la sosti- tuzione del toscano vivo al
morto o gli equivalenti toscani delle voci milanesi ; far lui di suo capo le
locuzioni che gli bisognavano, creandole con nuovi accozzi di vocaboli noti.
Alla necessità come all'insufficienza dei quali mezzi accennava già in una
lettera al Fauriel del 3 novembre '21, da cui traduciamo compendiando. Dopo
descritta a vivi colori la felicità invidiabile di chi scrive in francese,
continuava : « Figuratevi invece un Italiano, che scrive, se non è toscano, in
una lingua che non ha quasi mai parlata, o, se anche è toscano, in una lingua
parlata da un piccol numero d'abitanti, nella quale non si discutono
verbalmente grandi questioni e sono rarissime e crono- logicamente distanti le
opere relative alle scienze morali; in una lingua che, se s' ha a dar retta a
quelli che più ^) V. il cap. Vi deW Ap2)endice ecc., e la Leltera al Casanova.
— 33 - ne parlano , è stala corrotta e sformata proprio dagli scrittori che
negli iiltìnìi tempi han trattato le materie pili importanti. Al pover uomo
manca il sentimento di comunione col suo lettore , la sicurezza di maneggiare
uno strumento noto del pari a tutti e due. Scritta che ha una frase, ci chiede
a se stesso se è italiana; sennon- ché come dar una risposta sicura a una
domanda non precisa ? Che vuol dire italiano ? Per alcuni, ciò che è registrato
nella Crusca ; per altri , ciò che è capito in tutta Italia o dalle classi
colte; i più non danno a codesto vocabolo verun senso determinato. Nel rigore
feroce e pedantesco dei puristi v'è in fondo un sentimento giusto: il bisogno
di qualcosa di fìsso, d'una lingua convenuta fra chi scrive e chi legge. Ma
penso che essi abbian torto a credere che tutta intera una lingua vi sia nella
Crusca e negli scrittori classici; e, se pur ci fosse, avreb- bero sempre torto
a pretendere che h si cercasse , che di h s'apprendesse, che si potesse
adoperarla. Poiché è assolutamente impossibile che dai ricordi di una lettura
risulti una cognizione sicura, larga, applicabile ogni mo- mento, di tutto il
materiale d'una lingua. E ora ditemi voi come s' ha da regolare un Italiano
che, non sapendo fare altra cosa, si proponga di scrivere! Per me, pur di-
sperando di trovare una vera norma per far bene codesto mestiere, credo però
che noi altri qui possiamo mirare a una perfezione approssimativa di stile, e
che, per rag- giungerla il meglio che si può, convenga ruminare molto quel che
si vuole dire; aver letto molto gl'italiani che si chiaman classici, e gli
scrittori di altre lingue, special- mente i francesi ; aver parlato di materie
importanti coi proprii concittadini. Con tali accorgimenti insiem combi- nati
si può acquistar una certa prontezza a ripescare, in quella che si dice buona
lingua, ciò che contiene di ap- — 34 — plicabile ai bisogni nostri presenti ;
una certa attitudine ad estenderlo mediante l' analogia, e un certo tatto nel
cavare dalla lingua francese quel tanto che ne può passar nella nostra, senza
disgustare con una dissonanza troppo forte e senza produrre oscurità. Così, con
un lavoro più penoso e ostinato, si farà qui il meno male possibile ciò che da
voi si fa, quasi facilmente, bene » ^). VI. Ma un altro ripiego, e non ripiego
soltanto, l'aveva cercato nei lombardismi. Ad ogn' Italiano che si metta a
confrontare il proprio dialetto col linguaggio familiare toscano, accade di
rimaner colpito da certe conformità inaspettate; e gliene può perfm venire l'
illusione che ciò sia cosa particolare del dialetto suo , quando il vero è che
quelle conformità dipendono dall' esservi in tutti i parlari d'Italia un gran
fondo comune, e che la parte più familiare di un tal fondo fu lungamente tenuta
nella penombra dalla prevalenza dello stile elevato e dalla se- colare
divisione della Penisola. Anche il Leopardi godeva di notare nel recanatese un'
abbondanza « di frasi e motti e proverbi pretti toscani » , della quale s' era
con mara- viglia accorto « trovando negli scrittori una grandissima quantità di
questi modi e idiotismi imparati da fan- ciullo )) 2). E il Manzoni, avendo
osservato nel milanese. '} Codesta lettera, che il De Gubernatis ha poi
inserita nel libro: Il Manzoni ed il Fauriel ecc., Roma 1880, era slata fin dal
1845, quando del resto già non rappresentava più a puntino le idee del Manzoni
, trascritta dal Sainte-Beuve nel suo saggio sul Fauriel (V. Tortraits
Contemporains, Parigi 1876, t. IV, p. 220 e seg.), con riguardosa
circospezione, ma, come il fatto ha provato smentendo gl'ingiusti dubbii
d'alcuni, con la più fedele esattezza. 2) Ma aggiungeva: « E potrebbe essere
benissimo, perchè io non sono uscito mai del mio nido, che quello che io credo proprio
di liccanali sia comune a tullu Tltalia o a molte sue parti ...... — :35 —
corto in minor copia e sotto mngg^ior travestiniotito , qualcosa di simile, no
avea tratto partito per dar al suo libro un più forte sapore di lingua viva ^).
Allo ragioni soggettive e a quelle puramente stilistiche, por cui un tal mezzo
doveva andargli molto a sangue, altre se n' accompagnavano d'indole più
oggettiva e più altamente estetica. In quel libro descriveva luoghi, narrava
fatti, metteva in iscena persone, appartenenti giusto alla Lombardia ; e un
pizzico di lombardo non disdiceva a simil materia, facendo più risplendere quel
che si dice il color locale ^). A tacer del Cervantes , del Molière , dello
Scott e di altri esempii stranieri , nel Decameron spunta qualche volta una
piccola vena di parlar dialet- tale tosc?aio, e vi fanno anzi capolino o i
parlari della rimanente Itaha o le favelle straniero, come per contraf- fazione
burlevole ^). E con più alta e varia intenzione Dante, nel poema ove ogni
discorso è come tradotto in 1) Nella Lettera al Casanova racconta: « G à nella
prima compo- sizione avevo messe a profitto tutte quelle che conoscevo e che mi
venivano in taglio; e mentre alle vernacole, o credule tali anche da me, dicevo
: Addietro ; a queir altre avevo fatta una lietissima accoglienza, e,
servendomi d'una di esse, cioè e milanese e fio- rentina, e, credo ,
napoletana, e forse d'altri idiomi d'Italia, avevo detto: Viva la vostra
taccia! «. 2; Lo confessò poi egli medesimo, con scherzosa modestia atte- nuando
di troppo l'importanza della cosa; la quale però, sotto certi rispetti , doveva
sembrar davvero un' inezia a paragone del gran fatto nazionale della lingua.
Subito dopo il periodo ora trascritto, continuava: « E ciò, non solo per un mio
piccolo e privato motivo, che era quello di rendere un po' più simile al vero
il linguaggio dei personaggi della cantafavola .... «. 3) P. es., nella Nov.
70*: n Perdute son le cose che non si ritruo- vano: e come sarei io in mei chi,
se io fossi perduto? Deh, disse Meuccio, io non dico così; ma io ti domando se
tu se' tra Tanime dannate nel fuoco pennace di ninferno. A cui Tingoccio
rispose: — 36 - quel linguaggio sostanzialmente fiorentino che egli ritenne e
plasmò , cercò pure qua e là una specie di realismo idiomatico: talvolta più
crudo e abbondante, come negli otto versi provenzali messi in bocca al
trovatore Arnaldo, nella terzina latina di Gacciaguida , nel \/erso latino di
papa Adriano e in quel di san Tommaso, nel verso in- comprensibile foggiato per
Nembrotto e in quello bizzarro per Pluto, e via via; tal altra riducentesi a un
lievissimo tocco, come nei francesismi giuggiare e fiordaliso sulla bocca del
re Ugo Clappetta^ nel donno e nel di piano a proposito di due Sardi, nelle «
pungenti salse » mentovate canzonatoriamente a un Bolognese. Così il Manzoni,
pur volendo in massima riportare ogni cosa o discorso in quel linguaggio
toscanamente nazionale che con tanto affanno cercava, ed essendo ben lontano
dall'umile pro- posito di schizzare bozzetti di costumi provinciali a tinte
locali molto cariche , non rifuggì da un sobrio uso di realismo, facendo, per
esempio, parlare in lingua casti- ghana il gran cancelliere Ferrer ^) e uscire
spesso in esclamazioni latine gU ecclesiastici o gli uomini di toga. Onde non
gli potè spiacere di dir tosa , per ragazza , riferito a Lucia; con
qualcos'altro che ogni tanto richia- masse un pochino anche nella scelta delle
parole la Lom- bardia, 0 almeno non discordasse da questa. Costello no, ma io
son bene , per li peccati da me commessi , in gravissime pene . . . n. E nella
84'^ : e Deh ! Angiulieri , in buona ora lasciamo stare ora coslelle parole che
non monlan ca velie ... ». *) Si badi a pronunziare Ferver, che è un cognome
spngnuolo pari al Ferrerò del Piemonte , e dice insomma ' ferraio ' ( spagn.
moderno herrero). Nell'uso comune è invalso uno sbaglio d'accen- tuazione, come
quello che corre nelle scuole per certe categorie di cognojni veneti, quali
Carrer, Manin, Trcvisan, che si devono in- vece pronunziare tronchi. — :i7 —
Sonnoncliè, il criterio che tenne in tale scelta pareggiava classi alquanto
diverse dì vocaboli e di modi, aveva un non so che d' artificioso e di
provvisorio di cui non era possibile che a lungo andare ei rimanesse appagato.
Vi sono in milanese, come in ogni vernacolo, voci, locuzioni, maniere
proverbiali identiche o quasi identiche alle fio- rentine familiari odierne; e
sta bene: il valersi di queste era un ritrovar indirettamente l'uso toscano, un
ravvivare senza incorrere nella taccia di provincialismo lo stile, un poter
attribuire a personaggi lombardi quelle parole toscane che son le meno remote
dalle parole naturali ad essi. Per esempio, il lombardo dice mettere il suo
cuore in pace^ e il toscano dice pur così, salvochè non adopre- rebbe il suo in
una formola come codesta ; ed è naturale e innocente che al Manzoni tanto
piacesse di attribuire a Lucia una tal frase quanto a Renzo spiacque di sen-
tirsela dire, e che la preferisse o al semplice rassegnarsi, 0 al leimrsi la
cosa dal cuore^ o levar il cuore dalla cosa, o ad altro di simile che la Hngua
dei hbri gli avrebbe forse suggerito. Ma ci son voci e maniere che mentre in
qualche dialetto sono le usuali, in toscano invece e nella lingua scritta han
del sostenuto ; e 1' adoprarle con la speranza che non solo ai parlanti quel
dialetto ma a tutti gli altri Itahani dian sapore di maggior naturalezza, sa-
rebbe una bella ingenuità. In questa cadrebbe, poniamo, il Leccese che, avendo
appreso dalla balia il suo fiata, dimenticasse che gli altri l'hanno imparato da
Dante; e così il Lombardo che , per esser abituato dalla nascita a dire dì e ne
pare, li surrogasse a giorno e ci pare, per iscriver più alla buona ! E ci son
poi altri lombardismi, come appunto quel tosa , che hanno sì riscontro nel
vocabolario italiano , specialmente in quanto questo è prima di tutto un
vocabolario storico della lingua e un — 38 — inventario di tutto ciò che si
trova in certi scrittori, ma 0 non risposero o non rispondono oggi all'uso
toscano e della lingua colta. Il vocabolario registra tosa perchè l'usò una
volta il Boccaccio alludendo a un proverbio milanese (n. 30'^), e perchè in un
proverbio toscano sta, si badi, in rima con sposa^ e per manifesta derivazione
da un corrispondente adagio lombardo ^). Né un tosetta del Morgante e un toso
del Dittamondo valgono a toghere al nostro sostantivo il carattere di voce
regionale del- l'Italia superiore 0 galloitalica, specialmente lombarda; di
voce estranea al genuino uso toscano, la quale sol- tanto nei primi secoli ha
fatto qualche rara apparizione nella lingua letteraria. Quest'ultima ci
fornisce anche più esempii, e più autorevoK e men hmitati nel tempo, del nome
harha per zlo^ ma ciò non significa che, oggi almeno, esso non sia un
provincialismo, particolarmente piemon- tese e veneto. Taccuino per lunario s'è
detto di certo anche in Toscana, ma ora non si dice più, e vi si adopera
unicamente nel senso di «libretto di carta bianca per pren- dervi appunti » ; e
nel Mezzogiorno non si dice in alcun senso, beninteso parlando in dialetto.
Certe frasi poi non sono del tutto ignorate in Toscana anche adesso, ma sono in
ultima linea, e usarle a profusione è subito un provin- ciahsmo. Ovvero si
usano in significati molto affini, ma non precisamente in quello che altrove è
proprio il senso principale. Attaccarsi dunque al pretesto che tali voci stien
comunque nel vocabolario e usarle come fosser dell'uso vivo nazionale , quando
non son che di alcuni dialetti, ^) Il toscano ò : v Bella quella sposa Che fa
prima la tosa » , e il lombardo: Fortunada quella sj)Osa Che la primma l'è una
tosa, cioè: che nel primo i)arto ha una femmina. La priorità del detto lombardo
apparisce anche dalla sua maggiore regolarità ritmica. — 39 — è coiììo
rioorrore a \m meschino soilerrn*^io lop:al(\ Eppnro in quc^»"!! anni parvo
questo al Manzoni un bel ritrovato per introdurre nelle sue pa^'ine parecchie
espressioni vive, vive in Lombardia, senza che i puristi potessero a ri^^or di
termini trovarci a ridire, essi che predicavan legittimo il solo uso di quelle
voci che si leggano in qualche an- tico scrittore amioverato h-a i testi di
lingua ^). *) Si oda un testimone contemporaneo e partecipe a quella dottrina
nella quale il Manzoni per un pezzo s'acquetò, o almeno si agitò. Il Gantù,
nelle sue Lettere sul Grossi (costituiscono un volumetto della Galleria
Nazionale del sec. XIX, Torino, Unione tipografico - editrice, 1862\ narra: o
II Manzoni dapprima opinava, che in fondo a tutti 1 dialetti esista una
ricchezza comune, che può adoperarsi per le scritture ; e lo provava dal riscontrare
quante dizioni del milanese si trovino o vive sulle bocche dei Toscani , o
scritte nei loro libri antichi. Sapete che dappoi modificò capitalmente
quell'o- pinione, riducendola più pratica col sostenere che bisogna intera-
mente riportarsi al fiorentino: cioè non obbligarsi a studiar tutti i dialetti
per riconoscere quel che abbiano di comune, ma imposses- sarsi d'un solo, e a
quello pienamente e confidentemente attenersi. San le due maniere che
improntarono le due lezioni dei P. S. Nella prima abbondavano le guise
lombarde, tutte però giustificabili con esempii, come l'autore dichiarò nella
prefazione. Noi allora segui- tavamo il grande esempio: e quindi i pedanti ci
tacciavano di lom- bardismi. Uno.... appuntò una serie di modi e parole ne'
nostri scritti. Io ebbi a durar poca fatica per rinfiancare con esempii
classici que' modi tutti, ed allargando il campo ne feci un lavoretto, che uscì
col titolo sugli Idiotismi, cicalata. Prima di stamparlo il portai al Grossi,
che ne lodò il concetto, mi indicò avrebbe potuto accrescer a molti doppii
quella litania di testi, ma che volea mo- strarlo al Manzoni. L'idea garbò a
questo.... gli parve un bel destro di premettere e soggiungere poche linee a
quel lavoruccio, e così gettar fuori le idee capitali, e abbandonarle alla
discussione, press'a poco come fece più tardi in occasione del Prontuario del
Carena o (p. 37-9). E cfr. dello stesso Gantù: Manzoni e la lingua milanese. —
40 — VII. Nel calore della composizione, egli, ad onta di tutti gli sgomenti
che si son veduti , era da ultimo rimasto abbastanza contento dell'opera sua;
tanto che fu sul pun- to, come con una certa sicurezza argutamente baldan- zosa
narra in fine dell'Introduzione, di unirvi un altro libro, inteso a difenderne
lo stile. Ed è anche qui cu- rioso e istruttivo il solito riscontro col
Leopardi, che poco innanzi avea fatto il proposito di scrivere un « trat- tato
sulla condizione presente delle lettere italiane », e poi in cambio uno « sulle
cinque hngue della famiglia meridionale » ^). Ma nessun dei due colorì davvero
il disegno ; o il Manzoni solamente molto più tardi , in tutt'altra forma e con
opinioni mutate, ne' cinque o sei scritti concernenti la questione della
lingua. Il libro in- titolato Della lingua italiana , intorno a cui lavorò tanto,
lo lasciò incompiuto e inedito. Ma non andò molto che , riguardando più fredda-
mente il libro stampato , vi ravvisò egli medesimo un non so che di screziato,
di appczzato, di cangiante, da fargli « desiderare , per quanto è possibile a
un autore, che il lavoro non avesse vista la luce ». Fra i lettori invece, quei
che non facevano professione di lettere, il pubblico grosso insomma, o i
letterati che badavano più alla sostanza che al resto , gU fecero assai buon
viso; ma non così gli schizzinosi, che o trovarono a ridir su tutto, o
deplorarono che la forma non fosse buona come la materia , o , facendo
distinzioni per la forma stessa, approvarono lo stile censurando la lingua ^).
Ma ^) V. le lettere al Giordani del 19 febbraio 1819 e 13 luglio '21. ^) Fra le
tante prove che di tal varietà di sentire si potrebbero addurre, principalmente
col ritornar ai giudizi! che allora si pubbli- carono, ci basti ricordare una
immediata testimonianza del Leopardi, in una lettera da Firenze allo Stella del
23 a^^osto 1827. — 4-1 — niìclio Ira i giudici più difficili di questa vi
furono ec- cezioni, come quella del Giordani, o pronte resipiscenze, conio
quella del Tommaseo. Ili più cose la forma del libro veramente peccava. V'erano
intanto i rimasugli dell'ossequio a certe troppo rigide norme grammaticali e
dell' affettazione di stile, che ancor prevalevano in Italia. Per darne qualche
esem- pio , la folla che circondava Ludovico dopo 1' omicidio, diceva fra altre
cose: « Sta fresco anch' egli ! » ; dove suonava male queWegli, in fìn della
frase, in bocca alla plebe, dopo il familiare sta fresco ^). E « vanne a pren-
der le noci pei padri » : questo bel decasillabo , con quel poetico vanne,
diceva la povera Agnese a Lucia ^). L'abitudine poi alla lingua del
ragionamento dottrinale piuttosto che a quella del dialogo familiare, e lo
sforzo di fabbricare le locuzioni poiché non gh eran suggerite da un uso vivo
ben conosciuto, lo avevano spesso fatto dare in espressioni o dure o troppo
astratte. Dove pa- ragona la vita umana ad un letto, diceva che ciascuno, a
vedere gli altri letti , cioè le altrui condizioni , « si figura che debba
essere un giacervi soave » ^) , ma se cambia letto, « comincia, premendo, a
sentire, qui uno stecco che punta in su, \ì una durezza » ^). A proposito della
conversione dell' Innominato creduta dal volgo un miracolo, osservava: « e, a
dir vero, cogli accessorii che vi si appiccarono in seguito... „ "").
Fra Galdino diceva i) Neiredizione del '40 corrèsse: Sta fresco anche lui!
(cap. IV;. 2) Ora dice: Va a prender le noci per i padri (III). 3; Ora : si
figura che ci si deve star benone (XXXVlIIj. ^) Ora : comincia, pigiando, a
sentire, qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme. ^) Ora : e,
a dir la verità, con le frange che vi s' attaccarono... (XXIV). 42 alle donne:
« ho veduto nel paese come una confusione, qualche cosa che indichi una novità
» ^). Ma non eran codeste le dissonanze che più potes- sero ferire i lettori di
quel tempo , e il biasimo cadde principalmente sui lombardismi , anzi è durato
anche dopo che l'autore gli avea tolti di mezzo. Non già che all'occorrenza li
sapessero indicare un per uno, e gene- ralmente se ne sarà avuta un' idea così
indeterminata come si ha della patavinità di Livio. Il computo che ne facevano
con l'immaginazione, doveva somigliar molto a quello di Renzo per le porte di
Milano, e sa il cielo di quante centinaia supponevano ne formicolasse ogni
capitolo! 0 se non credessero che ve ne fosse di così crudi, come sarebbe, ad
esempio, un prestino delle scance per <( forno delle grucce », o un dare a
trarre per « dar retta », o un si può no per « non si può » ! Ecco ni vece una
enumerazione , che vorremmo fosse completa , dei lombardismi che davvero ci si
trovavano ; e diamo di regola un solo esempio anche di quelli che ricorrono più
d'una volta. E adesso ma che lo sapete ? (II) , E perchè ma V hanno mandato via
lui... (XVIIl) ~) ; e così simili altri mo. — S'era posto giù con la febbre
(II) ^), Soffian nel fuoco ogni ^) Ora: ho veduto nel ^ paese una certa confusione
, come se ci fosse una novità (III . 2) Nella seconda ha corretto : E ora che
lo sapete ? — E perchè mandarlo via ? — Del resto, per sempre meglio definire
la natura di codesti lombardismi, ricordiamo che l'uso del mo in questi due
casi sarebbe anche proprio dell'Emilia e, nel primo, anche del Mezzogiorno, e
che nel vecchio toscano e un po' nel nuovo il vo- cabolo mo non è ignoto. 3)
Ora dice : era andato a letto con la febbre. — A-A — voll.i che principia a
ilair mi po' oih (XIII) '), Fu quasi quasi per torsi r/tù dall'impresa (XVIII)
2)^ Dovettero torseac giù (XVI) '^), Adattarsi a dir su quelle cose (XXIV), A
dir su delle fandonie (XVI), Mi menano su in prigione (XV) — e simili altri su
e giì( , tolti nella seconda edizione, che nella parlata lombarda son
prezzemolo ad ogni minestra. — • Quel hrav'uomo avea lasciato indietro un
figliuolo di stampa ben diversa (111) "*). — 11 Dottore, cercando fra le
gride quella da far vedere a Renzo, diceva alla grida: Vieni oltre, vieni oltre
(III) ^). — Non le son cose nette (VI), Non la si guarda tanto per il sottile
(XVII) ^]. — S'era messo ogni cosa alla via (lllì, Ma quando è alla via, non si
vuol farlo aspettare (X) '^). — Che faccian di buono (XVl), Un po' di *) Ora :
... a illanguidire. 2) Ora : Fu quasi quasi per abbandonar l'impresa. 3) Ora :
Dovettero smettere. ■*) Ora, lasciato indietro Vindietro, dice:., aveva
lasciato un figliuolo. ^) Era il lomb. vegnì a voltra. Ora dice: Vien fuori,
vien fuori (forse era meglio: vieni fuori ecc.). Del resto, venir oltre in
questo senso ò anche marchigiano. ^) Ora : Non son cose lisce, La non si guarda
ecc. In toscano il la, le si premette alla negazione ; e in bocca toscana,
stantechè il non vi si fa \in, il modo è ben più scorrevole che non paia nel-
ritaliano letterario {la ''un si guarda ecc.). Invece i Lombardi, non già nel
dialetto, dove la negazione si pospone al verbo {la sa no quel che la fa = la
non sa quel che sì fa), ma in quella specie di lingua che ogni provincia ha , e
che quando non ricalca il dialetto crea curiose combinazioni estranee
egualmente e al dialetto e alla buona lingua, premettono la negazione al
pronome, dicendo: non la sa quel che la fa ecc. I Veneti poi hanno un tal
costrutto anche nel vero dialetto. Bisogna però che s'avverta che il Manzoni non
v' era caduto sempre. Spesso aveva collocato il pronome alla tosca- na; come p.
e. in « perchè la non faccia troppo strepito » (VII). '^) Ora : s'era disposto
ogni cosa, Ma quando è pronto non bisogna farlo aspettare. _ 44 — gente in
volta (XV) M — dava mente (XIV) 2) — che pro- veccio! (XIV) ^] — arselle [Ylll]
4) — inzigare [XYni] '^]-~ tosa (III) 6) — scor/a (XVII) '') — giiicare ^] —
scelerato ^] — Tutto ciò che c'era da godere (XVI) ^o). — Brutto dappoco ! (XI)
^^) — L'aere gli simiglia gravoso e senza vita (Vili) ^-). — Bassando la voce
(VII) ^■^). — Gran testa busa [Xi]^*). — ^) Ora: Che faccian davvero , Un po'
di gente in giro. — Il di buono e V in volta non son punto estranei alla lingua
letteraria, ma vi sono assai meno usati del dwvero e dell in giro, mentre in
lom- bardo è il preciso contrario. Però un di ìmono l'ha lasciato anche nella
seconda edizione (XI: Farò di buono). ^) Ora: stava attento. "^) Ora: che
sugo ! '^) Ora: conchiglie. •'') Ora : aizzare. ^) Ora: ragazza. ") Ora :
quattrini. ^) Ora : giocare. ^) Ora: scellerato, — Chi non sa che scelerato è
nel dizionario italiano ed è più latino? Ma trovar più usuale scelerato che
scel- lerato non lo può oggi se non un nativo dell'alta Italia. ^") Ora:
Tutto ciò che c'era buono a qualcosa. — I Lombardi ado- prano godere nel senso
specialissimo di sfruttare una co£:a, di non abbandonarla senza averne prima
tratto tutto quel po' di utile che ci possa ancora essere. La buona massaia
consiglia il marito, che per godere un paio di calzoni vecchi se li tenga per
casa , o lo avverte che per godere del pane stantìo avanzato si farà una zuppa,
ecc. E possono sentirsi delle frasi come questa : Mi è odioso questo formaggio
, ma c'è in casa e lo mangio per goderlo. — Ma in un altro luogo il M. ce 1' ha
lasciato : ciò che e' era da godere o da portar via spariva (XXVIII). ^*) Ora:
Buono a niente che sei ! — Nel modo lombardo brutto stupido! brutto cattivo! e
sim., il brutto non ha nessun significato fisico, e solo aggiunge asprezza
all'aggettivo seguente. ^^j Ora: L'aria gli j^^^r gravosa e morta. *'^) Ora :
Abbassando la voce. ^*) Ora : Gran testa vùtn. ._ 45 — ÌÀi è il convento, che
uno non lo può fallare (XI) *). — Cilii è Uitino di bocca, per lo più è Jinclio
latino di mano (XV) -) — Far venire ai disojjra la buona ragione (VII) •') —
Con le scuri alzale che davano dentro a scalzare la pianta (III)'*) — Senza
aU'rontar l'orgoglio, lo faceva dar liiojo fXXIlI) 5) — Paroco (XXIV) 6) —
Sulla bass' ora (VI) ') — Tutti i santi del taccuino (VII) ^j — Baciocco ^) —
Gabbia- no ^^) — Scranna '^) — Fagnttcllo '2) — Martorello ^3) — Mor- scllo^'^]
— Mantile^^) — Un tratto (XVIII) per un poco — Sapeva di lonib. fiocco (I) nel
senso di nappa; e sarebbe anche un napoletanismo (ma anche in toscano dev'c33cr
facile la con- fusione tra i due sinonimi). —E lomb. e merid. era pure ^) Ora:
Là è il convento: non potete sbagliare. — In lombardo è modo normale fallar
Viiscio, f.dlar la strada ecc. ^) Ora : Chi è di lingua sciolta , per il solilo
è anche lesto di mano. — Certamente , latino in tal senso non è molto comune in
italiano, come è comunissimo invece in milanese; tuttavia al Manzoni dovè qui
pesare il rimuoverlo, sì perchè venne a sciupare la sim- metria , e sì perchè
il modo per la sua stessa aria d'insolito e di strano riusciva curioso e
comico, in bocca a quell'oste. ^) Ora : far trionfare la giustizia. *) Ora: con
le zappe in aria , che principiavano a scalzar la pianta. ^) Ora: senza prender
l'orgoglio di fronte, rabbatteva. ^) Ora: parroco. ") Ora: verso sera. ^)
Ora : . . . del lunario. ■') Ora : sempliciotto. ^^) Ora : merlotto. ^') Ora :
seggiola o sedia. — Veramente scragna è più lombardo in genere che milanese. Il
Cherubini non lo nota neppure nel voc. mil., ma solo nel mantovano. 12) Ora :
fagottino. 1-^) Ora : sempliciotto. 1^) Ora : boccone. 1^) Preferito per la sua
somiglianza a mantin. Ora : tovagliolo. - 46 — assettarsi per sedere (XXXVII).
— Sapea pur di lombardo il continuo uso di frasi come: facile da concepirsi , e
simili (di che però non s'avvide neanche nella seconda edizione]; e una certa
profusione della negativa mica, che poi tolse spesso via. — ^ E il cattivacci
detto da Agnese ai nipotini (XXXVIII], e il « motivar non so che » del XVIII,
benché conservati nella seconda edizione, son più usuali in Lom- bardia che
altrove. Vili. Nell'autunno del '27 il Manzoni andò a trattenersi per cinque
settimane a Firenze, ove fu festosamente ac- colto dai tanti letterati che
stavano intorno a un nobi- hssimo editore, il Vieusseux, e conquistò il cuore
di tutti, vincendo pure con la sua bontà semplice qualche pre- concetta
avversione. Quella nobil patria affascina più o meno, coi meravigliosi
monumenti d'arte, con le grandi memorie che ridesta e soprattutto con la sua
loquela, ogn'Italiano colto e gentile che vi metta piede. Ma na- turalmente le
impressioni son diverse, anche quanto alla lingua, secondo la coltura e
l'indole di ciascuno e secondo i pregiudizii e l'attitudine a smettedi. Vi è
chi a certi vezzi di pronunzia, a adire anche dai Fiorentini colti un dassi e
stassi, un lui o lei al nominativo, un gli per a lei o a loro, e altre simili
forme condannate dalle gram- matiche, e un sortire per uscire ch'è generalmente
gabel- lato come gallicismo, a vedere scritto frisare (frane, fri- seur ' che
arriccia i capelli ') sopra una bottega di bar- biere, s' inalbera, ed o resta
perplesso o, soffocando in sé certe proteste della coscienza, sentenzia che a
Firenze si sproposita come dappertutto o magari peggio che al- trove. Vi é per
contrario chi, udendo pcrfìn dalla bocca dei servi, delle femminucce e dei
fanciulli, tante e tante voci, forme e maniere che altrove s'apprendon sui
libri o si sentono sol dalle persone colte; scoprendo nell'uso - 47 - vivo
d'una città corte altre voci e forme e maniere che leggiamo noi trecentisti e
cinquecentisti e ci parevan re- liquie da usar con parsimonia nello stile
elegante; am- mirando la proprietà efficace di talune espressioni, che con
sinonimi nuovi ci fanno accorgere di sfumature di significato, delle quali,
mancandoci la parola, a noi man- cava pur un chiaro concetto nella mente; ne
resta stupito e come compunto della propria ignoranza '). Sapendosi dalla
storia qual parte abbiano avuta Firenze e la To- scana nella formazione della
nostra lingua letteraria, le loro condizioni idiomatiche non dovrebbero recare
alcuna sorpresa; ma a toccarle con mano, sopra luogo, la sorpresa nasce quasi a
malgrado nostro, e provoca un entusiasmo che, se da un lato è naturale e giusto
e conduce a utili ^) Codesto sentimento fece prorompere V Alfieri nel celebre
sonetto : — Che diavol fate voi, madonna Nera? Darmi perfin coi buchi le
calzette? — Coi buchi, eh? Dio il sa, se l'ho rassette; Ma elle ragnano sì,
ch'è una dispera. — Ragnar ! cos'è, monna Vocaboliera ? — Oh! la roba che l'uom
mette e rimette. Che vien via, per tropp'uso, a fette a fette, Non ragna ella e
mattina, e giorno, e sera? — Ragnar! non l'ho più udito e non 1' intendo. — Pur
gli è chiaro: la rompa un ragnatelo, Poi vedrem se con l'ago i* lo rammendo. —
Ah ! son pur io la bestia ! imbianco il pelo, Questa lingua scrivendo e non
sapendo : Tosco innesto son io su immondo stelo. Nel sesto verso avrebbe dovuto
scrivere: 0 la roba, come il Giusti scrisse nel Sant'Ambrogio : u 0 non l'ha
letto? i) Molti studiosi del t scano non riescono a farsi un'idea chiara di
cjdest' o interrogativo o esclamativo, che non significa aut, ma non è nemmen
da con- fondere coU'esclamativo oh, e forse è invece il rimasuglio di un or.
Fra le altre cose, Voh ha suono aperto, tnentre l'altro o è stretto. — 48 — studii
e propositi, dall'altro risica di trascinare a qualche ingenua intemperanza.
Bisogna pur distinguere non solo ciò che è affatto proprio dell' uso plebeo da
quel che co- stituisce 0 la favella comune o le peculiarità delle persone
colte, ma anche nell'uso di queste la parlata e lo scriver familiare dal
linguaggio delle occasioni più solenni e delle scritture più elevate. Né si
deve far buon mercato di certe differenze che tra l'uso fiorentino e l'uso
letterario nazio- nale sono state irrevocabilmente poste dalle vicende della
nostra storia. I sostantivi dispera e dispero^ p. es., son dello stesso bel
conio di tema doglia e sim. e di biasimo rinfresco e sim., e udirli da bocca
toscana è cosa tutt'altro che sgradevole, ma nessuno potrebbe pensare che gl'Ita-
liani li avessero poco o tanto a sostituire a disperazione; e tanto meno che
questi avessero a dir gliene dissi, o peggio gnene dissi, per glielo dissi, che
sarebbe così ridicolo come ritornare al gliele dissi del Boccaccio e di altri
antichi. Il gusto ben temprato e una coltura ampia e soda inse- gnano a
schivare queste e altre simili cose. Ma possono essere insufficienti a moderar
sempre e in ogni incontro l'ardore del novizio, per valente ch'egli sia.
Un'esperienza più piena , scaltrita da lunga dimora in riva all' Arno, conduce
a persuadersi che il maggior beneficio che sì possa trarre da quel linguaggio
è, non tanto d' imparar cose del tutto nuove, quanto d'abituarsi, fra le parole
e forme già note per via dei libri, a discernere il vivo dal morto, il
familiare dal solenne, il creduto provincialismo dal provincialismo vero, e a
ritrovar in modo più pronto e istintivo quelle che fanno a ciascun caso e che,
quan- tunque non ignote, stentavano a presentarsi alla mente di chi era troppo
stretto al dialetto suo. Il vantaggio insomma, benché immenso, é più negativo
che positivo, e più di stile che di lingua. Comunque, il Manzoni ce- — il) —
detto al fascino deiridìonia fiorentino, che invat,diì il suo cuore d'artista,
schiari la sua niente di dotto, eccitò la sua riflessione di pensatore. Disse
addio alla teorica dei lombar- dismi, e di mano in mano andò fermando l'altra
del do- versi attenere all'uso odierno dei Fiorentini colti. Odierno, e perciò
non quello idolatrato dal padre Cesari e dagli altri che si attaccavano al
toscano del Trecento; colto, opperò da non appaiarsi con quello dei modi
plebei, dei riboboli, e col tanto rinfacciato parlar delle ciane e di Mercato
Vecchio. Prima intanto che di ciò facesse una vera e ben congegnata dottrina ,
cercò di metterla in pratica. Chiese al naturalista fiorentino Cioni , . al
poeta Borghi di Bibbiena e ad altri , che gli postillassero il Vocabolario
milanese del Cherubini (libro eccellente, ma nella traduzione italiana delle
voci vernacole pieno di roba vana e stantìa) ; e si compiacque molto di scoprir
come tante locuzioni fossero comuni al lombardo e al toscano vivente ^): il che
era tutt'altra cosa da quei suoi lombardismi di prima , che avean riscontro sol
nel to- scano morto o per mero accidente apparivano nella ^) Per esempio, il
Ciierubini traduceva el gii li a i so annìtt con ha qualche annucr.io , e' non
e come V uovo fresco ne d'oggi uè di jeri; e i revisori toscani sostituivano:
ha i suoi antiettì. Il G. Vè'l mond a V iìicontrari traduceva // cavallo fa andar
la sferza ; e i revisori: è il mondo alla rovescia. Il G. matt de ligà con
pazzo da catena; e i revisori: matto da legare. Ma perchè si veda subito dove
fosse il pericolo di codesti suggerimenti , si consideri che i revisori
potevano avere le loro negligenze, le loro ubbìe, e da quello stesso esercizio
esser tratti a un po' di smania di dar di frego. Annucci per annett.i, poniamo,
e pazzo da catena si diranno più o meno an- che in Toscana , e ad ogni modo
nessun italiano ci troverebbe a ridire. Il torto del Cherubini era piuttosto in
quel fuggire ciò che differisse poco dal milanese e andar sempre in cerca di
quel che più se ne allontanasse. 4 — 50 — Crusca. Al Gioni poi e a G. B.
Niccolini diede a rive- dere il Romanzo, e i due senza saper 1' uno dell' altro
s'incontraron le pii^i volte nelle correzioni che propone- vano. Sennonché
s'eran limitati alle cose più grosse, e il Manzoni ricorse anche all'aiuto più
vicino e continuo di una signora fiorentina, aia delle sue figliuole , onde
rifare il libro parola per parola. Dove fosse anche qui il pericolo di un tal
rifacimen- to, si vede bene. Già, l'entusiasmo che poco fa abbiam detto, di chi
si sprofonda per la prima volta nel parlar toscano , poteva sedurre anche uno
spirito così alto e dotto ad abbracciar l'uso parlato in certi casi in cui la
nostra tradizione letteraria vi ripugna. E inoltre, quella fiorentinità
raccapezzata a furia di postille e di quesiti anziché colta a volo e senza
parere , fattasi recare a domicilio anziché cercata lungamente sul posto, quasi
fiore di serra più che di campo, poteva essere sciupata da malintesi, da
abbagli personali e via via. IX. Più giù scandaglieremo fin a che punto il
gusto squisito e la diligenza maravigliosa del Manzoni lo ab- bian salvato da
tali guai. All'ingrosso si deve ricono- scere che dopo un lavoro di più anni il
Romanzo venne fuori , come don Abbondio quando uscì dalla terribile valle, con
« una faccia più naturale, che faceva un tut- t' altro vedere » . Qualche prova
se n'é già venuta dando più sopra, e altre ne aggiungiamo qui senza pretendere
di far anche alla lontana 1' enumerazione intera delle correzioni felici, anzi
nemmen d' essere stati noi sempre felici nella scelta *). ^) Trascriviamo in
carattere tondo i luoglii della prima edizione, facendoli sej^uire dai
corrispondenti della seconda in corsivo ; e vi frapponiamo talora alla me^^lio
o v' aggiungiamo in nota qualche nostra chiosa. - 51 — Uon ò vero, dirov.-i io
fra me (Introduz.]: Ben è vero dicevo tra me — a rifare l'aUrni lavorio
(ibid.ì: a rifar l'opera al- imi — levando il guardo (lì: alzando lo sf/uardo —
inanellali alle estremila [i baffi dei bravi, I]: arricciali in punta — alzando
gli occhi d'in sul li])ro, e tenendolo spalancalo e sospeso con ambe le mani
(I): alzando i suoi (poco prima son nominali gli occhi dei bravi) dal libro che
gli restò spalancalo nelle mani, come sur un leggìo — il malumore lungamente
concetto (I): il malumore lungamente represso — aborrilore d'oiini insidia
(li): nemico d'ogni insidia — camminando a malincuore verso la casa della sua
promessa (Hi : cammi- nando di mala voglia, per la prima volta, verso la casa
della sua promessa (ed era anche meglio forse: camminando, per la prima volta a
malincuore, verso ecc.) — non era un pensiero che potesse soggiornare un istante
nella testa di Renzo (II) M: non era un pensiero che potesse fermarsi un
momento nella testa di Renzo — e ch'egli sperava che colui, non mi veggendo,
non si curerebbe più di me (TU): e che sperava che colui, non vedendomi... — e
se le andava [le mani] fre- gando e ravvolgendo l'una sull'altra (III) : e se
le andava stropicciando — « Non fate, non fate » [diceva il p. Macario a chi
scalzava la pianta del noce, III]: « Lasciatela stare » — Agnese, la quale coi
suoi difettucci era una buona donna, e si sarebbe, come si dice, sparata per
quella unica figlia (IH): ...era una gran buona donna, e si sarebbe, come si
dice, buttata nel fuoco per quell'unica figlia — e il povero impru- dente , 0
per parlar con più giustizia, disfortunato (IV): e l'imprudente o, per jjarlar
con pili giustizia, lo sfortunato — e quando fu tornato alla memoria [il
ferito, IV] : e quando fu tornato in se — colui sentì... un risorgimento di
sdegno (IV): colui sentì... un ribollimento di sdegno. — « Ma, padre^ ella non
debbe stare in codesta positura » (IV): « Ma, padre, lei non deve stare in
codesta positura » — La madre comin- ciava [è un settenario !] a fare scusa
dell'avere osato [un ^) Giorno e istante: che accozzo! — 52 — endecasillabo ! ,
'W]-. La madre cominciava a far le scuse d'aver osato — imposte sconnesse e
cadenti per vetustà (V): imposte sconnesse e consunte dagli anni — le urla e i
guai di mastini e di cagnolini [V): gli urli e le strida di mastini e di cagno-
lini — come se mi foste la madre da vero (VI) : come se foste proprio mia madre
— che pensi tu che sia per dirti il padre ? [questo tragico endecasillabo in
bocca ad Agnese !, VI]: che pensi tu che ti dirà il padre? — La vessazione,
suol dirsi, dà intelletto (VI): Le tribolazioni aguzzano il cervello — stavano
seduti alla mensa (VI): erano a tavola — « Che mi vieni tu ora a menzionare ? »
[questo endecasillabo in bocca a Tonio !, VI]: « Con che cosa mi vieni fuori ?
» — « Dì tu da vero?» [sempre Tonio, ibid.]: « Dici davvero? » — « Quegli che
accarezza sempre i ragazzi e che dà loro di tempo in tempo qualche immagine «
[così diceva di fra Cristoforo il bimbo Menico, VII]: quello che ci accarezza
sempre, noi altri ragazzi^ e ci dà ogni tanto qualche santino — oltre
all'essere il più valente, senza paragone, della famiglia (VII): olire
all'essere, senza paragone, il pili valente della fami- glia — « Non si può
levare un lìore dalla pianta... senza trassinarlo nulla nulla » [diceva il
Griso al padrone, VII]: « Non si può levare un fiore dalla pianta... senza
toccarlo » ^) — non è mestieri d'una erudizione molto vasta (Vili) : non c'è
bisogno d'un' erudizione molto vasta — Batteva la più bella luna del mondo
(Vili) : Era il pili bel chiaro di luna — rabbatte l'uscio dolce dolce (Vili):
accos'a adagio adagio l'uscio di strada — sentono venire... avvicinarsi e
spesseggiare una picciola pedata (Vili): sentono un calpestio di passini
fretto- losi, che s avvicinano in fretta -) ■ — uno degli afferratori [dei
bravi che afferrarono Menico] gli dà d'una gran zampa in sulla bocca (Vili) :
uno di que' malandrini gli mette una *) Di irassinare per malmenare si hanno
molti esempii, nò è uscito in tutto dall' uso vivo , ma aveva dello strano ,
specialmente qui. Toccare però è forse troi)po mi Le. 2) Brutto i)crò questo in
fretta dopo frettolosi. - 5:? — 7nano alla bocca — fjaloppù a leiiloiie (Vili):
corse, come si polcva al buio — alla (pialo però riinordeva segrclaiiientc d'
una tale dissiniulazioiio (Vili): la quale però seni ioa un rimorso segreto
d'una tal dissimulazione — appoggiò il gomito sulla sponda, chinò su i]uello la
fronte (Vili): posò il braccio sulla sponda , posò sul braccio la fronte —
distinguere dal romore delle orme coniuni il roniore di un'orma aspettata
(Vili): distinguere dal rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato
— P^ecero quivi un po' di carità insieme (IX): Fecero colazione ^). — « Ella è
qui » [diceva il padre guar- diano alle donne , davanti alla porta del
parlatorio della Siguora, come per ricapitolare tutte le istruzioni date loro,
IX]: È qui 2) — La signora fece lor cenno della mano, che bastava (IX): La
signora accennò loro, con la mano, che ba- stava— la sposina ebbe che fare
assai di rispondere ai com- plimenti che le erano indirizzati (X): La sposina
ebbe da dire e da fare a rispondere a' complimenti che le fioccavan da tutte le
parti — « Lasciate fare a me, che ne avrete soddisfazione intera » [così diceva
il Principe a Gertrude, che si lamen- tava della cameriera, X] : « Lasciate
fare a me, che le farò conoscere chi è lei, e chi siete voi » — pure Gertrude
ha tanto giudizio... che merita bene d'essere cavata dall' ordinario (X) : pure
Gertrude ha tanto giudizio che merita bene che si faccia un'eccezione per lei —
possedè [sic] le condizioni ne- cessarie (X): ha quel che si richiede — t'abbia
preso amore (X) : f abbia preso a ben volere — di bei chiacchieramenti faranno
(XIÌ: di belle ciarle faranno — • ma la era fatica in- darno (XI) : ma era
fatica buttata — supposti troppo fuori d'ogni proposito (XII): supposizioni che
non stanno nò in cielo né in terra — sperando che , una volta o l'altra , il
gran *) Questo far carità (che rammenta le agapi deirantico cristia- nesimo) è
della lingua, ma suona strano. '^) O^nun vede come sia stala felice la
soppressione d'un soggetto , che era troppo bene in mente a ciascuno della
piccola brigata perchè ci fosse bisogno di richiamarlo in alcun modo
esplicitamente. ^ r,4 ^ cancelliere sarebbe restato capace (XII): sperando che,
una volta 0 l'altra, il gran cancelliere avrebbe intesa la ragione — fanno il
potere per ispingere le cose al peggio (XIIl): fanno di tutto per {spinger le
cose al peggio — « Mallo minchione! » [cosi diceva l'oste a Renzo addormentato,
XV]: « Pezzo d'a- sino! » — pensando [l'oste] che al domani il suo ospite
avrebbe avuto tutt'altro negozio che di pagar lai [perchè sarebbe andato in
prigione , XV] : pensando che , il giorno dopo, il suo ospite avrebbe avuto a
fare i conti con tictt' altri che con lui — « Dunque vestitevi e levatevi
subito » [così diceva il notaio criminale a Renzo, il quale, anche con più
voglia d'ubbidire, non avrebbe potuto eseguir le due ingiunzioni nelF ordine
che il notaio gliele faceva, XV]: « Dunque vestitevi subito » — Renzo...
cominciò a gittar gli occhi qua e là , a spandersi colla persona (XV) :
Renzo... cominciò a girar gli occhi in qua e in là, a sporgersi con la persona,
a destra e a sinistra — d'avvicinarsi bensì a quella... strada maestra, di
andare quanto fosse possibile correla- tivo ad essa (XVI): d'avvicinarsi bensì
a quella... strada mae- stra, di costeggiarla pili che fosse possibile — «
Milano... non debb'essere paese da andarvi al presente » [così Renzo alla
ostessa, XVI]: « Milano... non dev'essere un luogo da andarci in questi momenti
» — « Che v' era egli ? » [domandavano quei curiosi al mercante milanese , ed
egli ripigliava] « Che v'era? sentirete ! » [XVI): « Che diavolo e' era?
Proprio il diavolo : sentirete » — « È egli Bergamo , disse [Renzo], quel
paese? » (XVII): « disse: È Bergamo, quel jjaese? » ^) — finché trovasse da cui
farsi segnar più certamente il cam- mino (XVII) : finché trovasse qualcheduno
da farsi insegnar la strada giusta — e starebbe vigilando le opportunità di
aiutarle (XVII): e spierebbe l'occasione di poterle aiutare — La
soddisfazione... sarebbe slata un seminario di guai (XVII): ^) E cosi traspose
in simil modo altri disse, che nella prima edi- zione erano pur essi
intercalati nella frase dando troppo idea di narrazione solenne. La
soddisfazione... sarebbe stata una sementa di (juai — « Falle animo a
iiiaiigiare » (XXI) : Falle coraggio che maiuji — e (jiiella luce... non
rapproseiilava allo sguardo che una suc- cessione di sconipigliumi (XXI): ...e
(juella luce non rappre- sentava allo sguardo die una successione di
(juazzabu(jli — Renzo rimase lì gramo e scontento, a pensar d'altro albergo.
Nella lista funebre recitatagli da don Abbondio, v'era una fami- glia di
contadini portata via tutta dal contagio, salvo un giovanotto, dell'età di
Renzo a un dipresso, e suo camerata dall'infanzia; la casa era fuori del
villaggio, a pochissima distanza. Quivi egli deliberò di rivolgersi a chiedere
ospizio (XXXIII): Renzo rimase lì tristo e scontento, a pensar dove an- derebbe
a fermarsi. In quella enumerazion di morti fattagli da don Abbondio, c'era una
famiglia di contadini portata via tutta dal contagio, salvo un giocinotto,
dell'età di Renzo a un di presso, e suo compagno fin da piccino; la casa era
pochi passi fuori del paese. Pensò d' andar li ^). — Era al di fuori di Monza
un breve passeggio (IX): era pochi passi distante da Monza — La moltitudine
comincia a spessarsi (XIIÌ : La gente comincia ad a/follarsi — Bianco come un
panno curato (XIII): Bianco come un panno lavato — Poscia spianando la destra
in aria sovra il desco e recandosi di nuovo in contegno d' arin- gatore
[Renzo], non è ella una gran cosa , esclamò...? (XIY) — Poi, spianando la
destra per aria sopra la tavola, e mettendosi di nuovo in attitudine di
jiredicatore , gran cosa, esclamò...! — storditivo, sdormentarsi, implorare
elemosina, prendersi la sicurtà di infastidire, battimento, alla sfuggia- sca :
assordante, svegliarsi, chieder l' elemosina , prendersi la libertà,
batticuore, alla sfuggita — arrappatogli una falda del farsetto: acchiappatolo
per una falda del farsetto — ecc. ecc. ^ì Quelle parole « nella lista funebre
recitatagli da don Abbon- dio » aveano una certa tinta di scherzo ,
sconveniente in cosa s lagrimevole. 5u In codesti luoghi ognun deve riconoscere
come vi si sia davvero sostituito « lo spigliato allo stentato , lo scorrevole
allo strascicato, l'agile al pesante, il per l'ap- punto all' astratto » , il
prosastico al poetico. Orbene, ciò rende a priori inverosimile che possano poi
esser molti i casi in cui il mutamento sia stato in peggio. Non si tratta di
ritocchi fatti alla buona e alla lesta, secondo impulsi istintivi e
transitorii, con volubile spon- taneità, sì da aver dato luogo a un continuo
alto e basso, e generato effetti i più varii o i più opposti. Fu una revi-
sione consideratissima , guidata da un criterio nuovo e preciso ; il quale non
potè non esser , se partorì quei buoni frutti che si son visti, migliore assai
dello antece- dente, che aveva rese possibili tante storture, tante lische e
bernoccoli ! Numquid colligunt de spinis uvas aut de trìhulis ficus ? non
potest arhor bona malos fructus facere neque arhor mala bonos fructus facere!
igitiir ex fructibus eorum cognoscetis eos: aveva detto Cristo (Matt. VII); e
Dante: « pon mente alla spiga , Gh' ogni erba si cono- sce per lo seme » (Purg.
XVI). Tutt' al più dalla buona pianta può pendere alcun frutto acerbo o vizzo !
Di qualche eccesso o peggioramento abbiamo già ac- cennato in astratto il
pericolo , e più sotto ne avremo prove concrete. La stessa vastità di un così
minuzioso lavoro importava quasi fatalmente che eccezionali aber- razioni vi
fossero. Ma ncll' insieme quel lavoro sareb- be stato subito degno del più
beli' encomio, e fu gran leggerezza quella de' molti che dissero o ripeterono
che il libro era stato rimpinzato di fiorentinerie e di riboboli. Riboboli !
curiosa parola, d'oscura origine , di vago significato, ha forse per ciò
appunto fatto fortuna. Esempii di riboboli potrebbero essere quel tener
l'invito del diciotto, che si legge nel Morgan te per ' non ritrarsi - n? -
(lair improsa ' o nell' Ercolano dol Varchi por ' esser troppo loquace'; e quel
diciotto di vino che anche oggi i Toscani dicono esclamativamente e fu usato
dnl Giusti, por indicare che qualcuno tenga duro su una cosa, magari a danno di
altre non meno importanti. Il Borni , nel rifare un' altr' opera che pure sapeva
di lombardesco, rodando del Boiardo, e non di rado con effetti consimili a
quelli che il Manzoni ottenne correggendo se medesimo, vi cacciò dentro più
d'uno di tali idiotismi; ma egli era il Berni! I riboboli del Manzoni invece
consistono nel- l'aver surrogato costeggiare la strada ad « andare cor-
relativo alla strada», Varia gli par gravosa a « l'aere gli simiglia gravoso »,
/(^cero colazione a «fecero carità», e via discorrendo ; sicché ai suoi critici
avrebbe potuto risponder suppergiù come Otello accusato d' aver inva- ghita
Desdemona con « incantesimi » ^). Ma su queste correzioni si formò una specie
di leg- genda , ed è bene discendere ad alcuni particolari per assicurarsi di
ciò che il Manzoni fece davvero , e per circoscrivere i hmiti entro cui il
fatto suo possa essere 0 biasimato o discusso. X. Fu detto che, sopprimendo
dappertutto il dittongo uo, scrivesse novo , hono , sono , core ecc. E una
esage- razione, che in codeste quattro parole ed in luogo^ fuoco, uomo e in
molte altre, il dittongo uo fu scrupolosamente conservato. Nella prima pagina
troviam subito: allonta- nandosi di nuovo.... Per un buon pezzo... e sempre
qualcosa nuovi ecc. Le parole in cui \u fu tolto son prima di tutto queste: 0
Per tutti I miei corsi perigli ella m'amava, Ed io l'amai per la pielà che
n'ebbe : Questi gl'incanti fur che in opra io posi ! ^- ,^s -- Spagnuolo
spagnuola ecc. della prima edizione mutato in spagnolo ecc., stradicciuole in
slradlcciole, muricciuolo in mu- ricciolo , BRACciuoLi in braccioli , terricciuola
in terricciola, RESTicciuoLO in resticciolOj libricciuolo in libricciolo,
barcaiuolo in barcaiolo, guerricciuole in guerricciole, giuoco in gioco '),
MARIU0L0 in mariolo, querciuoli in qiiercioli, donnicciuola in donnicciola,
¥A'snGLWOL\ in famigliola, toyagliuolo in tovagliolo, farinaiuoli in
farinaioli, faggiuole in facciole, vettiggiuola in vetticciola; pesciaiolo,
legnaiolo, paiolo, pennacchiolo , raveggiolo. Son vocaboli in cui il dittongo è
preceduto da un' i consonante, come barcaiuolo e sim., o da una consonante
organicamente affine ad essa , come hracciuolo , giuoco, pcìinacchiuolo,
spagnuolo, tovagliuolo e sim.; sia poi che a rappresentare una tal consonante
concorra un i orto- grafico, come in hracciuolo, tovagliuolo ecc., sia che no,
come in spagnuolo. Codesta successione di suoni e di segni, che per lo più
costituisce quel che volgarmente, dando retta all'occhio, si disse trittongo,
può far parere preferibile all'orecchio, e men ripugnante al sentimento
letterario^ la riduzione familiare toscana di uo in o ^); e da ciò forse fu il
nostro autore, più o meno inconsa- pevolmente , indotto ad accoglierla. Non con
piena coerenza però, giacché mantenne sempre, fortunatamente, figliuolo ecc.
Parimenti, cambiò muoio muoia muoiano in moia ecc., forse per assottigliare
anche qui una suc- cessione di suoni che par molesta (uoj), ma lasciò intatto
*) Ma un giuoco c'è pure, al cap. VII; e, quel ch'è più notevole, in una frase
aggiunta di pianta nella seconda edizione. Un altro nello stesso capitolo, poco
prima, è rimasto in tutte le edizioni, salvo nella illustrata del 1809. 2)
Difatto alcune delle dette voci, come gio'^o e spagnolo^ si tro- vano usate
piuttosto comunemente. - 50 -. cuoio (t); salvochò in muoio la soppressione
dell' u non sia stata piuttosto suggerita dalla consonante iniziale, come in
muovo. Nel qual muovo muovere srmioveve rimuovere ecc., come in scuopre, ruota^
vuoto^ tuono (nel senso di intonazione, piglio ecc.), sopprimendo, come fece,
il dittongo, venne a usare d'una licenza che la stessa lingua prosastica in
codeste parole da gran tempo consente piìi o meno, per ragioni che qui non
importa dire o indagare '). Il medesimo s'iia forse a dir di crepacore (XXX
VII) -), di accora e di ova ^). Ma un più deciso idiotismo di pro- nunzia
toscana , e senza particolari ragioni più o men palesi, seguitò nel mutare
percuotere riscuotere^ nuotano^ frastuono , faccenduole , lenzuolo , in
percotere^ riscotere^ notano (che crea un'ambiguità), frastono.... Un caso sui
generis è quello di scuola^ lasciato tal quale nei cap. IV e XXII, e scritto
invece scola fin dalla prima edizione nei cap. XIV e XX. Son lasciati in pace
cuocere e nuocere nel cap. XVIII. Concludiamo. L' uso letterario vuole di
regola il dit- tongo, con queste quattro eccezioni: che in qualche parola, per
ragioni speciali, ha più 0 meno definitivamente surrogato la forma scempia,
come in poi trova prova pegli antiquati puoi truova fruova^ e vi fa riscontro
il fatto simile dell'altro dittongo, cioè di gelo breve ecc. sottentrati a
gielo hrieve ecc. del tutto antiquati; *) Ma un ruote è pur rimasto al cap.
XXXIV: « un rumor di ruote e di cavalli «. Però, poco più giù, ritorna rote: «
e braccia svincolarsi, e batter sulle rote d (avrebbe pure dovuto badare che
questa frase fa due settenarii). ') Ma un crepacuore è pur rimasto nel XIX. •^)
Ma è rimasto uova nel XV. — 00 -« che in altre parole, per ragioni men forti,
consente che si possa, volendo, preferire la ferma scempia, come in gioco
scopro ecc.; che nel linguaggio poetico si possa , oltre le due categorie
antecedenti , adoprar per antica tradizione, stabilita in gran parte per
latinismo oltreché per in- fluenza provenzale e siciliana, certe voci come foco
novo core more loco ecc., a cui fan riscontro nell' altro dittongo J^ossede
fero leve ecc.; che e nella prosa e nella poesia familiare, per oc- casionali
ragioni di stile, si possa, conformandosi alla odierna pronunzia toscana,
scempiare il dittongo, dicendo per es. : questa sì eh' è nova !, che buon omo
/, o helVomo f, è un bimbo che vuol far Vomo!^ o come disse il Giusti: E in
oggi, a titolo Di galantomo, Anche lo sguattero Pretende a omo. Fra le quattro
serie non sempre è facile distinguer net- tamente , come tra poesia e prosa non
si può fare un taglio troppo reciso ; e il gusto individuale ha avuto parte in
ogni tempo in certe preferenze o avversioni. Alcune parole, per es. rota^ molti
forse non V avrebbero adoprate se non in poesia , mentre non ne mancano esempii
prosastici. Talora nelle voci verbali, come arrota accora rincora^ il semplice
o è un po' più usato che nei sostantivi corrispondenti. Alla poesia piace novo^
ma non bono^ e quando non vuol luogo dice loco, e logo non è tollerabile nò in
poesia nò in prosa. Altre minuzie si potrebbero avvertire, ma è chiaro che la
questione del dittongo nella lingua scritta s' è risoluta sempre caso per caso,
secondo ragioni particolarissimo di eufonia o di — (il -- stile, e che in
massima Vuo ù un dei più fermi distintivi della lingua nazionale. Or che fece
il Manzoni ? Avre])be voluto per ispirito sistematico conformarsi alla moderna
pronunzia toscana che riduce sempre il dittongo, ma un'intima ripugnanza a
romperla con la tradizione letteraria, l'abitudine stessa che gli faceva venire
spontaneo sotto la penna il dit- tongo, il buon gusto che in casi singoli lo
respingeva indietro piii fieramente del solito , gì' impedirono di prendere un
sol partito, per quanto cattivo , e attenervisi coerentemente ; onde vacillò
tra il vecchio e il nuovo. Dove ciò gli avvenisse per mera distrazione, o dove
per sottile intendimento estetico, è ben difficile indicare fra tante
perplessità. Certo che nelle ristampe della seconda redazione abolì qualche
altro dittongo , e nelle prose posteriori gli venne crescendo il coraggio
contro di questo, a segno che negli scritti sulla questione della lingua è un
continuo sfoggio di core, di novo, di bono o, peg- gio, hon-, che a lettori non
isviati da preconcetti teorici, e incapaci di farsi piacer le cose per forza^
fanno un' im- pressione di svenevolezza , sconveniente ad argomenti gravi, come
all'età senile e alla dignità schifiltosa di un tanto scrittore. Fino ad omo ed
omini non s' arrischiò mai però ! XI. Fu più volte asserito che avesse dato
interamente lo sfratto al pronome egli, surrogandogh lui dovunque non potesse
evitare un pronome. Ma alla strage ne son sopravanzati sessantuno, più due
altri neutrali e pleo- nastici. Eccoli tutti: Egli , tenendosi sempre il
breviario aperto dinanzi (I) — procurando di far vedere all'altro oh'egli non
gli era volon- tariamente nemico (1) — persone eh' egli conosceva ben — eb-
bene (I) — ch'egli v'entrò, con un passo così legato (I) — egli pensa alla
morosa (II) — e lavorava egli stesso (II) — Questo ripiego, egli non lo dovette
andare a cercare (II) — e ch'egli sopra tutto, egli vi sarebbe forse troppo
conosciuto (li) — e sapesse cb' egli portava (III) — guarda egli stesso (III) —
egli stesso fu subito colpito (IV) — l' impressione eh' egli ricevette dal
veder 1' uomo morto per lui (IV) — sulle due ferite ch'egli avea ricevute nello
scontro (IV) — ch'egli prendeva la famiglia sopra di sé (IV) — • e sul per-
sonaggio a cui egli parlava (IV) — e si mise per servirlo prima d'ogni altro;
ma egli, ritirandosi ecc. (IV) — ^ciò che aveva inteso, ciò ch'egli medesimo
aveva detto (IV) — In questo genio entrava... senza ch'egli se n'avvedesse...
(IV) — Se una poverella sconosciuta... avesse chiesto 1' aiuto del padre
Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente (IV) — voi eh' Egli mi confida...
Egli v' assisterà: Egli vede tutto: Egli può servirsi... (V) — se no, Egli ci
farà trovare... (V) — Egli che stava sospeso (VI) — Stette egli immobile...
(VII)— Questa, si questa egli vuole (VII) — Egli, col grosso della truppa (VII)
— egli lo fece venir con sé... (VII) — quello ch'egli stesso avea veduto e rischiato...
(VIII) — ■ ch'egli con preghiere e con ragioni (Vili) — «Dopo di ciò » continuò
egli (Vili) — egli ti farà da padre (Vili) — ciò ch'Egli ha voluto (Vili) —
egli si maraviglia d'essersi potuto (Villi — egli ha poi anche dovuto (IX) —
ch'egli potrebbe venir pre- sto (IX) — Egli le fece cenno che s'alzasse (X) —
ma egli proseguì francamente (X) — la poveretta pensava poi anche ch'egli
poteva bene impedire (X) — Egli camminava innanzi e indietro (XI) — egli
fendeva l'onda (XII) — del grand'av- venimento nel quale egli aveva avuta non
piccola parte (XVI) — e per quanto egli ronzasse con la fantasia intorno a quel
recinto (XVllI) — a Madrid egli andava per tutte (XIX) — una grand' idea di
quanto egli potesse (XIX) — Ma egli, persuaso di cuore (XXII) — Ma Dio sa fare
Egli solo le maraviglie (XXIll) — Egli m'è testimonio (XXIII) — Al replicar
deiristanze, cedette egli dunque (XXXII) — ma — g:] — ora c\\Egli mi ti
manda... colei ch'Egli t'aveva data... Egli lo faccia... Egli ti vuol più
lioiio... ma Egli ha abbastanza forza... ch'Egli può fermar la mano d'un
prepotente... credi tu ch'Egli non possa difendere...? credi tu ch'Egli ti
lasce- rebbe...? Ti ricorderesti ch'Egli lo ha amato... (XXXV) — sia Egli
sempre con voi (XXXVI). — Oh! vi par egli ch'io sappia...? (II) — E questa
consolazione vi par egli eh' io dovessi provarla...? (XXIII). Come si vede, il
massimo numero che se ne trovi in un capitolo è nove , e due soli capitoli
hanno codesto massimo ; il IV e il XXXV; nel quale ultimo sono anche smaltiti
tutti e nove nel giro di pochi periodi , e rife- riti tutti a Dio. Poi , se ne
hanno sei nel II e nel- rVIII; cinque nel V; quattro nel I e nel VII; tre nel X
e nel XXIII; due ne'capitoli III, IX, XIX; e un solo per ciascuno ne hanno i
capitoli VI, XI, XII, XVI, XVIII, XXII, XXXII, XXXVI. E negli altri diciotto
capitoli, il che vuol dire in poco meno che la metà del libro, non si trova
neanche un egli: ne son prive intere masse di capitoh ' ). E bisogna anche
considerare che dei ses- santuno egli ben diciotto si riferiscono a Dio. E
s'intende facilmente come un pronome che gli sapeva di arcaico il Manzoni fosse
men restio ad usarlo nei momenti solenni dell'invocazione della divinità ;
tanto più, s' ag- giunga, quando l'invocazione è fatta da ecclesiastici, co- me
fra Cristoforo e il Cardinale ^). *) La più grossa è quella costituita dai ce,
XXIV-XXXI. Abbiamo poi XIII-XV, XX-XXI, XXXIII XXXIV, *XXXVII-XXXVIII. Isolato
è il solo cap. XVII. Raccomandiamo la considerazione di queste biz- zarrie agli
studiosi della questione omerica ! ^) Ma anche per Dio è usato all'occorrenza
il lui. Se certi padri della Chiesa , per iscusare la latinità poco classica
della Volgata, dicevano non potersi sottomettere lo Spirito Santo alle regole
di — 64 — Tutto ciò, non si può negare, è curioso: d'una parola di prima
necessità, quale un pronome, far uso intermit- tente, sporadico, contrastato,
che è come se uno s' im- ponesse di mangiar pane o bere acqua soltanto due o
tre giorni la settimana! 0 codesta forma si ritiene ancora ado- perabile, e
perchè non ricorrervi più francamente ? o si crede morta, e perchè mantenerla
più di sessanta volte ? Stabiliamo prima bene le condizioni di questo nomi-
nativo neir uso toscano vivente, dove non è vero che gli sia stato sempre preso
il posto da lui. Egli non è morto come eglino: oltreché è usato ancora come
pleo- nasmo (p. es : che fa egli il Giusti?)^ innanzi al verbo si pongono certe
sue riduzioni o rimasugli (p. es. : e" fa hene^ e' dice; 'gli studia di
molto, 'gli ha ragione; 'gli è vero, 'gli è che, e' piove ). Solo nella
posizione enfatica ci vuole il lui: p. es. anche lui, dice lui, lo sa lui, è
lui, lui ?, lui !, e lui ?, ma lui lo sa. D'altra parte, l'uso let- terario
nazionale mantiene ancora più vivo 1' egli , pur nella posizione enfatica ; e
se in questa , cioè in frasi come anch'egli, lo sa egli ecc., vi sente una tal
quale sostenutezza, nelle altre, cioè in frasi come egli fa, egli studia, egli
ha ragione, aveva egli un figliuolo ecc., non avverte nemmen 1' ombra dell'
affettazione. La norma Donato , il Manzoni invece ben soltomise anche V
Altissimo alle norme del toscanesimo. Eccone le prove: *■ Non volete che sappia
trovar Lui il bandolo? » (VI); « Il Signore non vuole che facciamo del male,
per far Lui misericordia » (XXXVI); « Quello che vorrà Lui, sarà il meglio per
voi •) (XXV) ; k ... ma no, no : T avrà pre- servato Lui da' pericoli « (X5CV1
; a... avrà accomodate le cose Lui n (XXVI) ; a Quel che Dio vuole. Lui sa quel
che fa « (XVII) — Un esempio analogo è: a ma perchè volete credere che Lei [la
Ma- donna], che è tanto buona, possa...? n (XXXVI). Ma anche qui giova
osservare che, salvo il luogo del XXV ov' è il Cardinale che parla, gli altri
sono in bocca a persone umili, Lucia e Renzo. — 65 — dunque dello scrittore
dev'essere : usare senza scrupolo quest'ultima specie di dizione, e per
quell'altra re^'olarsi volta per volta scegliendo tra anche lui ed anch' egli
secondo l'occasione richiede o consiglia. E ad un' altra cosa può anche badare,
di non fare un uso soprabbon- dante di egli avanti al verbo, quasi fosse il
francese il che non si può mai sopprimere. Dovunque la chiarezza 0 r armonia
non lo richiedano , non si faccia sciupo d'una voce bisillaba che, quando è
superflua, rallenta il discorso e lo fa parer più distante dalla lingua
parlata. Si badi però che anche questa soppressione è un atto di prudenza
letteraria assai più che una concessione alla parlata toscana , poiché questa
fa di quei taU e' e 'gli una profusione incredibile, che, beninteso, portata
nella scrittura darebbe luogo a una sdolcinata superfetazione. Il Manzoni ebbe
l' intùito di tali norme , non una chiara coscienza , né forse una precisa idea
dell' uso parlato ; sicché ondeggiò come s' è visto. Anche negli scritti della
vecchiaia non manca qualche egli ^), ma si vede che vien fuori per necessità,
come un saluto non potuto evitare con persona scontrata a faccia a faccia e che
di soKto è sfuggita. Gli è che le norme del buon uso tradizionale volentem
ducunt nolentem trahunt, così quanto a non ismetter certe forme, come all'usar
par- camente o al tener del tutto indietro certe altre dell'uso vivo. Giacché,
per darne un altro esempio, nel toscano familiare si sostituisce o si può
sostituire, in posizione enfatica, il te al tu {lo dici te, io sto bene e te ?
te tu lo dici, io e te), né per questo é accolto nella lingua scritta. 1) Nella
prima pagina deìV Appendice ecc. ve ne son due a un rigo di distanza: «...al
pensiero ch'egli aveva creduto d'esprimere. Lo scopo di dimostrare al pubblico
ch'egli abbia voluto dire... ». 5 — 66 — E qui , naturalmente , prescindiamo
dalle frasi come se io fossi te, come te; da quelle insomma dove si direbbe
anche me e non io. Un degli espedienti a cui il Manzoni ricorse fu di porre in
cambio del pronome un sostantivo. P. es. dove diceva: « E quantunque
quell'annata... pure egli, che da quando aveva posto gli occhi addosso a Lucia,
era divenuto mas- saio » (II), corrèsse: « E quantunque quell'annata... pure il
nostro giovine, che, da quando aveva messi ecc. » E dove diceva: «£'^/i s'avanzò»
ecc. (V), scrisse: (^ Il frate s'avan- zò )) ecc. ; e così in parecchi altri
luoghi. — Molte altre volte soppresse ogni soggetto, spesso felicemente, spesso
per lo meno senza danno. E per verità ne aveva fatto uno sciupìo strano,
trascinatovi forse anche un po' dalla sua abitudine col francese. Talora però
avrebbe fatto meglio a lasciarcelo, come qui: Per dire la verità, egli non
aveva gran fatto pensato... (I), Ma in primo luogo , egli era molto alfaticato
(II) ,... con quella voce che vuol far riconoscere a un amico che egli ha avuto
torto (IH),.-- andava egli stuzzicando, con supe- riorità amichevole (lYÌ, Il
volto e il contegno di fra Cri- stoforo disser chiaro... ch'egli non s'era
fatto frate... (IV), Ma intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del
pa- ri re Cristoforo... egli è arrivato... (IV),— facevan inchini, ai quali
egli non rispondeva (VII),... ma quando egli si fu fatto vedere (VII),... e
davanti agli edilizi ammirati dallo straniero , egli pensa con desiderio (Vili)
, ma... nessuno n'era tanto uscito , quanto il povero Renzo, e per di più pgli
era contadino (XIV) ecc. ecc. Se non sempre necessaria, è per lo meno sempre
ammissibile la sostituzione o 1' uso del lui in luoghi come i seguenti: — 67 -
L'a§pettalo era egli II: Vasp^ttato era lui — non sapeva bene egli stesso I) :
non sapeva nemmen lui — non è che non avesse anch'egli fi : non è che non
avesse anche lui — com'ha latto egli ' V}: com'ha fallo lui — senza cacciarsi
egli nel tatl'e- Tuglio \Ul\ : senza mettersi lui nel tafferuglio — E poi ? e
egli ? e voi ? Vm;: E poi? e lui? e voi? — con la voce an- ch' egli alterata
VITI : con la voce alterata anche lui — ha più hisogììo egli [XI;: ha piia
bisogno lui — Sì, ma egli è il capo XII]: Sì, ma il capo è lui — Che c'entra
egli ? ,XIII : Che c'entra lui? — egli il capitale, ed io quella poca abilità
^X^^^r: lui il capi tale j ed io quella poca abilità-^ saprà ben egli prevenire
^XM^IIi : saprà lui prevenire — Egli ricco, egli giovane /XXnij : Lui ricco ,
lui giovine — Vuol far il re, egli? 'XXX): Vuol far il re, lui? — e lui non ^i
ha colpa il — che t' ha mandato lui IH] — e lui m' ha confessato III, — e lui
li mena su in granaio [111^ — Lui ? disse don Rodrigo fV) — com* ha fatto lui
(VX) — e lui fosse air ultimo boccone TI) — che sia proprio lui (Vili) — passar
lui e il fratello i YIIT — era lui che faceva un sopruso [Xllh — ^orn era lui
Vili — e lui poi ve T indovinerà [X — 0 fosse veramente persuaso lui 'XII —
trovasse lui 'XII — grida lui e gli alabardieri 'XH; — ecc. ecc. Altrove ha
ficcato un lui che non è né letterario né di schietto uso toscano: ma quelli,
senza più dargli retta, presero la strada domfera lui venuto (7). Costi o
avrebbe dovuto lasciare: «donde egli era venuto», o correggere: dond' era
venuto lui ». Pe gli altri luoghi e' è da di- stinguere. Che abbia fatto dir a
Renzo: bisogna che lui comandi a chi tocca, invece di ch'egli. .. (XIV), sta
bene; e che poco prima, dove gli avea fatto dire: che mi area mostrata la grida
egli stesso, abbia mutato: che m'aveva \ fatto vedere la grida lui medesimo,
non istà né ben né male. Ma che l'autore, in un espressivo e sonante periodo
descrivendo un recchio mal vissuto che spiccava tra gli — 68 — spettatori ed
era egli stesso spettacolo (XIII), sostituisse lui stesso; o in bocca al cardinale
finisse col mettere: fate che lui li vesta a mio conto (XXIV) , non è cosa
degna di lode. Come non lo è la complessiva frequenza di codesti lui, che dà
un'enfasi non necessaria e un colorito troppo familiare. XII. Più severo fu il
Manzoni col pronome ella. Lo lasciò sei volte soltanto: ella ascoltava con
angoscia (II) — Mentre ella partiva (II) — con chiacchiere, com'e//a diceva,
non punto belle (III) — vuol dunque far credere ch'ella tenga dai navarrini?
(YI) — se non un anno dopo ch'ella avesse esposto (XI) — d' un fallo ch'ella
doveva aver commesso (IX) — Del resto, o lo sostituì col soggetto sostantivale
, o lo soppresse dovunque era superfluo, o lo mutò in lei ^ ). Vi si poss(mo
applicare le stesse considerazioni che abbiam fatte per egli e lui. Con questo
però di più, che il lei per ella, quando quest'ultimo sta per tu, ha meno
bisogno di giustificazioni, giacché quei succedanei del tu son propri del
conversare, e questo è sempre relativa- mente familiare. Onde un come Lei sa
riesce più tolle- rabile d'un come lui sa. Nella parlata toscana Velia non è
spento, benché sia d'uso scelto, e, come tale, possa esser rivolto a fine
legger- mente canzonatorio, come nel Sant'Ambrogio del Giusti : Che vuol ella,
Eccellenza, il pezzo è bello ! Affatto disusato e poetico è ella riferito a
essere im- ^) Non lo smise però interamente neppur negli ultimi scritti: « dei
versi ch'Ella m'ha fatto il favore d'inviarmi », scriveva a Edmondo de Amicis
giovinetto; e nella Lettera al Casanova: e confido anzi ch'Ella vedrà... «. -
09 — personale , il elio non vuol dire che in qualche raro caso non possa anche
in prosa prestar servigio. XIII. Ma il vero uso familiare è, avanti al verbo,
di porre quel troncamento di ella che è /a; sì da vero pronome e sì per
semplice pleonasmo , non meno pel soggetto inanimato che per il personale , e
così per la terza persona effettiva come per quella di cerimonia : p. es. la
dice, la studia di molto, l'avrebbe a esser tornata, la lo sa; la mi piace (la
tua lettera), Ve grossa-, La faccia come crede. La mi dica, La lo saprà Lei.
Nella parlata se ne fa larghissimo uso, spesso dove si potrebbe co- modamente
sopprimere, o dove è un pleonasmo vero e proprio. All'Italia meridionale, ai
cui dialetti è estranea, codesta forma riesce un po' vezzosa; ma il milanese,
come in generale i dialetti gallo-italici, la conosce e ne fa anzi un uso più
costante, donde nasceva il pericolo che il Manzoni se ne invaghisse troppo.
Pure, le ragioni letterarie poteron tanto su lui, che non solo neh' ag-
giungerla badò all'opportunità ma la soppresse in qual- che luogo in cui gh
parve che stesse male. Per es., dove prima diceva: « Ah ! c'è incappata la
brava ! » (X), corrèsse acconciamente: Ah! la e' è cascata la brava!; mentre
dove avea scritto: « Ma la è grossa ! (V), For- tuna che la c'è avvezza ! »
(XIII), mutò in: Ma è grossa ! Fortuna che c'è avvezza ! Ecco tutti, o quasi, i
la che si trovano nella seconda edizione: Ma ! la doveva accader per l'appunto
a me ! (I) — vorrei che la fosse toccata a voi (II) — La venne finalmente...
(Ili — Ma la dev'esser qui sicuro (III) — I'q proprio tutta al ro- vescio (III)
— che la non mi vuol far noci (III) — la farà più noci che foglie (III) — la
sarebbe andata male (Y) — La mi preme , è vero (VI) — L' h chiara, che V in-
tenderebbe ognuno (VI) — Perchè la non faccia troppo — 70 — strepito (Vili —
Ah! la c'è cascata la brava! (X; — L'è dura (XI) — sentendo che /'era una cosa
violenta (XII) — Credono ch'io canzoni , ma l'è proprio così (XIV) — la può
andar male (XY) — la c'era proprio la meta (XYI) — purché la duri (XVI) — /'era
ordita da un pezzo (XVI) — La c'è la Provvidenza (XVII) — Qui però, vedi, la va
più quietamente (XVII] — ma quando si tratta di mangiare, la non si guarda
tanto per il sottile (XVII) — L'è usanza così (XVII) — L'è un'usanza sciocca
(XVII) — Ma i primi... la gli era andata così male (XIX) — E benché... la non
paresse più die, ecc. (XX) — già la viene avanti col passo della morte (XX) —
voglia il cielo che la sia così (XXIII) — figuriamoci se la gli deve parere amara
(XXIV) — La sarebbe barbara (XXIV) — per gii spassi che la mi dà (XXIV) — non
ti par vero che la possa voltarsi in bene (XXV) — /'è una burrasca che passerà
presto (XXVII) — se non dopo qualche tempo che la c'era (XXVII) — « La
s'ingegni » (dice don Ferrante a donna Pra ssede, XXVII) — « la va via la
carestia » (gri- dano appresso a don Gonzalo che parte, XXVIII) — le spo- glie
de' paesi a cui la toccava (XXVIII) — la paura proprio d'un assalto , credo che
la gli fosse passata (XXX) — chi voleva che la fosse una vendetta (XXXIj — il
quale avea detto e predicato che /'era peste (XXXII) — chi la volesse, /a e' è
(XXXIII) — E a Milano dicono tutti che /'è una confu- sione peggio (XXXIII) —
se Dio vuole che la ci vada bene a tutt'e due (XXXIII) — A chi la tocca, ìa
tocca (XXXIII)— Questa la mi dispiace (XXXIII) — La mi dispiace anche questa
(XXXIII) — Ah! sia ringraziato il Cielo, che /a v'è entrata (XXXIII) — potè
subito argomentare in che stato la fosse (XXXIII) — se la mi va bene (XXXIII)
—So che la c'è questa casa (XXXIV) — La non c'è più (XXXIV) — se pur la c'è
(XXXV) — se la ci fosse. Se Dio non ha vo- luto che la ci sia (XXXV) — non ve
l'ha detto anche lei, che /' è una idea storta ? (XXXVI) — La e' è (XXXVI) — la
veniva giù a secchie (XXXVI) — La c'è, disse Renzo ^ la c'è, la c'è (XXXVIl) —
Sai dove la m'ha preso ? (XXXVII) — 71 — — ma /' è acqua , /' è acqua (XXXVII)
— e la verrà qui (XXXVIIÌ — ma /'ò una porcheria (XXXVII) — la quale lu non sai
neanche clic la sia in questo mondo (XXXVII) — come andava col bando? /.'andava
benone (XXXVII) — La c'è pur troppo la vera cagione (XXXVII) — Sapete che rè
una gran cosa? (XXXVIII) — se la va per tutto come qui (XXXVIII) — non può
sapere come la vada per i po- veri (XXXVIII) — molto tempo prima che la ci arrivasse
(XXXVIII) — eh ! /e questa ! (XXXVIII) — a dirvi che la fosse bella ? (XXXVIII)
— giacché la c'era questa birberia (XXXVIII). Qualcuno di questi la può
sembrare meno utile o più superfluo, come forse nessuno è strettamente
necessario; ma si rammenti sempre che si tratta d'un romanzo, che per giunta
molti di codesti luoghi stanno nel dialogo famihare e non pochi sulle labbra di
persone di plebe, che ad ogni modo è notevole la discrezione dello scrittore.
XIV. Ancora più parco uso fece del corrispondente plurale, che è forse solo in
questi due luoghi: Le son tutte qui (III), Monsignore dice che le son ciance
(XXIII). Parimenti, due volte appena troviamo e': l'una come vero maschile, e'
poteva ben aspettare (Vili); l'altra come pleonasmo neutrale, e' risica
d'essere una gior^iata peggio di ieri (XV). Un po' più di frequente gli',
giammai però, crediamo , come maschile. P. es. gli è perchè (VI), gli è per
amor del nome (XV), gli è perchè le ho viste io quelle facce (XXVI) ecc. Ma
altrove e' era nella prima edizione, come in gli è vero^ gli è come (II), gli è
un ciuffo (III), gli è come farsi cavar un dente (VII) ecc.; e lo cancellò.
Come spesso sbandì 1' egli neutrale anziché attenuarlo in gli : p. es. dove
aveva scritto « o se producevano qualche effetto immediato , egli era
principalmente di aggiungere... >> (I). Un solo gli plurale e pleonastico
maschile si trova in — 72 — un luogo a cui aggiunge brio: « È un gran dire che
tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver F argento vivo addos- so » (XXIII)
; dove prima diceva : i birboni debbaìio.... Insomma, di codesta tdtaglia di
particelle pronominali, frequenti nella parlata toscana e con tante rispondenze
nei dialetti settentrionali, né rimaste estranee alla lingua letteraria, in
ispecie pegli antichi classici toscani, l'autore si giovò unicamente per
ragioni di stile; non intendendo la naturalezza nel senso di dover imitare per
l'appunto quella tanta frequenza onde ricorrono nel conversare della città a
cui 1' italiano è naturale , ma nel senso letterario di limitarne 1' uso ad
accrescere , occorrendo, il colorito del discorso. Se cotali particelle fossero
dive- nute stabili da noi come le simili nel francese, il quale non può dire
est vieux^ est vrai^ e deve per forza dire il est vieux , e' est vrai , sarebbe
affar di grammatica e, brutta 0 bella che la cosa paresse , pesante o no che
riuscisse in ciascun caso, non ci sarebbe che di piegarsi alla necessità. Ma ,
poiché stabiU non sono , diventa questione di stile , e l' uso letterario le
venne e le va più o meno potando da ciò che la conversazione toscana gli
suggerirebbe, e si regola secondo il bisogno del mo- mento, la natura del
soggetto e le inclinazioni individuali dello scrittore. XV. Mantenne quel lo
che ha tanti nemici, il lo pro- aggettivo, come lo chiamava un de' più fieri
tra questi ^). I quaU furon mossi, se ben si guarda , da quest' unica cagione,
eh' ei non si trova in Dante , Petrarca e Boc- caccio e nei loro più rigidi
seguaci. Ma non é estraneo al parlar toscano , e se n' hanno esempii in
scrittori *) Denominazione nuova e inadeguata, giacché esso può richia- mare
anche un predicato sostantivo (siete già padre ? — Lo sono). — 73 — d'ogni olà,
come d'ogni regione e grado, dal Berni, dal- l'Ariosto , dal Galilei, dal Redi,
al Salvini, all'Alfieri, al Niccolini '); tanto più ove si tenga conto della
sua variante quasi in tutto poetica il o '/. Inoltre ha le sue precise
corrispondenze nel francese antico e moderno , nello spagnuolo e nelle altre
lingue neolatine; e spesso è poco men che indispensabile , giacché vi son casi
in cui il sopprimerlo fa l' espressione incerta o asciutta , mentre il
surrogarvi tale^ ^a^ o c/ò la renderebbe pesante. Del resto questo lo è un
neutro , né più né meno di c/ò, che pur tutti ammettono riferito a persone o a
nomi maschili e femminili, come in cioè, ciò sono. Che se può esser lodevole l'
adoperar con parsimonia una forma che non é del più schietto sapore classico, è
ridicolo che si manomettano le più elementari qualità dello stile per
ischivarla. Ecco i luoghi ove ancora ce la dà il nostro autore : Gertrude
avrebbe potuto essere una monaca santa, comun- que lo fosse diventata (XI) —
sono superiore: indegnamente; ma lo sono appunto per correggere ecc. (XIX) — •
noi non pretendiamo che ogni cosa lo fosse egualmente (XXII) — sua ora in un
senso così diverso da quello che lo fosse il giorno avanti (XXIII) — il ritorno
non lo era meno (XXIII) — ciò che non lo fosse [bene]... di quelli che non lo
fossero punto [leciti] (XXV) — un luogo che fu unicamente caro, e che non può
esserlo più (XXYI) — se non lo sono (XXVI) — che già lo era per sé (XXVII) — e
to f u per molto tempo dopo (XXVIII) — come lo era la cagione (XXVIII) — quanti
figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro (XXXVI) — • ^) Molti ne
raccolse il Gherardini , e su questo , come su altre voci a cui tra poco
verremo, giova consultare gli StudJ dì filologia italiana di Alberto Buscaino
Campo. - 74 — in quanto a slanco, lo poteva essere (XXXYII) — Se i ri- masti
vivi erano, l'uno per l'altro, come morti resuscitati; Renzo, per quelli del
suo paese, /o era, come a dire, due volte (XXXVII). Appena in qualcuno di
codesti passi avrebbe potuto , non dico dovuto, farne senza. Ma in un altro
avrebbe fatto molto bene a tralasciarlo. Dice nel famoso addio (Vili): (( cime
inuguali impresse nella sua mente non meno che lo sia l'aspetto dei suoi più fa
-iliari ». Sarebbe stato meglio: « ....non meno dell'aspett ecc. » o « ...non
meno che l' aspetto ecc. » . XVI. E assai notevole che nella nuova redazione
non usasse neanche una volta gli per le ossia a lei o a Lei ^); e che perfino
gli per a loro, che ci si rende poco raen che necessario dovunque loro o lor ci
riesce più pesante del solito, non se lo permettesse se non nei casi più o man
giustificati che seguono : La legge Vhanno fatta /oro, come gli è piaciuto (VI)
— Chi si cura di costoro a Milano ? Chi gli darebbe retta ? (XI) — e andavano^
non solo curvi, ma sopra doglia, come se gli fossero state peste l'ossa... (XI)
— tutti coloro che gli pizzi- cavan le mani di far qualche bell'impresa (XII) —
All'in- timazioni che gli venivan fatte..., rispondevano... (XIII) — La gente
che si trovavan vicino a /o?'o, si contentavano di guardar^/i in viso (XIII) —
Gli a/^ri... ^/i era riuscito final- mente (XIII) — camminano con la testa più
alta," che par che gli s'abbia a rifare il resto (XIV) — Lasciate/t
fare...; domani... vedrete se gli sarà passato il ruzzo (XV) — può ^) Più tardi
cedette alla tentazione, scrivendo nel '56 al prof. Mi- chele Ferrucci: e... mi
permetta che al momento di partire dalla Toscana, gli esprima almeno il
rammarico che ne provo... n (lo. Sforza stampò « le esprima o, ma io avevo già
visto l'autografo). — /;> — esser che Yacchlappuio...; ma se gli toma sotto
runghie, il vostro giovine posato... (XVIII) — Ma /' primi... la gli era nmìaln
così male (XIX) — la paura che gliene [ai bravi (loiriiinominalo] sarebbe
venuta (XXIV) — verso quegli osti- nati, e fece le viste di hwWiiv glielo. ..
(XXXIV) — e se la vogliono [ dell' eminenza ] , troveranno chi gliene darà (XXXVIII)
1). In alcuno di questi luoghi, p. es. « Ma i primi.... la gli ora andata così
male » , si può discutere e si discuterà pii^i giù, sul costrutto tutto intero;
ma, dato questo, ci voleva gli. XVII. I già pochi eglino ed elleno della prima
edizione è naturale sparissero dalla seconda. Popolarissimi un tempo, e nati da
un'ingenua anticipazione della desi- nenza verbale (cioè p. es. elli o egli
dicono si fece ellino 0 eglino e fin egliono dicono)., sono oramai, se pure ve
n' è qualche traccia nel toscano vernacolo e se in rari casi gli scrittori
possono anche rievocarli , antiquati e pesanti ; e un romanzo non è proprio il
luogo da do- verceli trovare. Il Manzoni non volle più se non loro^ e talvolta
essi ed esse. P. es., dove diceva : « anche quando eglino stessi erano in gran
parte la sua forza » (XXIV), corrèsse: anche quando loro medesimi.... ; e dove
aveva scritto : andar esse al convefito (III), essi non mancavano di richiedere
nei loro impegni V opera d' un tanto ausi- ^) Esempii illusorii sarebbero
questi due: « Quelli guardarono... la comitiva, e si fermarono; altri che gli
eran passati davanti volta- tisi al bisbiglio, tornarono indietro, e facevan
coda n (XV). " Anche questi santi son curiosi... gli stanno più a cuore
gli amori di due giovani... 11 (XXV). Son già nella prima edizione, e lo^Zi del
primo non significa alla comitiva o a quei della comitiva , ma a Renzo, del
quale è lungamente discorso nel periodo precedente; e quel del secondo vuol
dire al Cardinale. — 76 — liarlo (XIX), lasciò immutato. Ma « la penna la
tengono essi » (XIV) cambiò in la penna la tengon loro. Cambia- mento , se non
necessario , vantaggioso ; sennonché in generale sarebbe stato preferibile che,
riserbando il loro ai casi più enfatici come quest' ultimo, o di dialogo fa-
miliarissimo, adoprasse piuttosto essi negli altri. Ponia- mo, nel luogo che
qui abbiamo registrato per il primo, era meglio « quando essi medesimi erano in
gran parte la sua forza » . Anche di ei , e' avrebbe potuto all' oc- correnza
giovarsi, poiché é di uso vivo e' fanno e sim. A ogni desso die di frego. I
bravi dicevano scorgendo don Abbondio : « Egli é desso ! » ; ora : È lui ! E
don Rodrigo, aspettandoU dal ratto, esclamava: « son dessi » (XI); ora invece:
son loro. Non si può che plaudire; con che però non ci precludiamo l'adito a
ricorrer noi in casi estremi a cotah voci che tramontano, applicando il
proverbio che dice non esservi cattiva scopa che una volta all'anno non venga
fuori. Anche a qualche usato come plurale, che gli era pia- ciuto troppo nella
prima edizione, diede la caccia. Benché non ne manchino esempii classici, é
disusato e brutto, né forse senza l'abitudine al francese quelques gii sarebbe
riuscito tollerabile pur la prima volta. A paro con codesti o ferri vecchi o
ferri rotti volle metter questi^ quegli e altri riferiti a persona di numero
singolare , o eludendoli in altro modo o surrogandovi questo^ quello, un altro.
Ma alla sua falce sfuggiron tre luoghi: E questi r Illustrissimo.... de Velasco
(I), mentre quegli girava la chiave nella toppa (II), che altri preten- desse
d'aver ragione coìitro il suo sangue (X). Sarà stato per distrazione, tanto più
che nella seconda di queste frasi non si tratta che del povero Renzo, e
occupato in un'operazione tutt' altro che sublime, il che remuove - 11 — ogni
sospetto che ci fosse l' intenzione di sollevare al- (luanto lo stile. Ma
appunto basterebbe la distrazione stessa a mostrare che vera ripugnanza a
codeste forme non c'era, come non è giusto ci sia. Han torto dall'un canto quei
grammatici rigorosi, e capricciosi, che proi- biscono quedo quello ecc. come
nominativo personale ; e qui fece bene il Manzoni a seguir l'uso parlato , che
del resto non è di ieri poiché esempii classici non ne mancano, e, dove avea
fatto dire al bimbo Menico, per indicare il padre Cristoforo, « quegli che
accarezza sem- pre i ragazzi » , correggere: « quello che ci accarezza sempre
noi altri ragazzi ». Ma dall'altro canto ebbero torto lui e gli altri che
tentarono sbandire questi e sim. che sanno bensì di letterario ma non di
rancido, e gio- vano a mantenere una forma distinta per il pronome personale,
sia al nominativo, sia, checché vogliano altre pedanterie grammaticali, all'
obliquo. XVIII. Non è punto vero che il Manzoni mutasse poco men che
dappertutto il quale e sim. , che ormai sa di letterario, nel più spiccio che ,
prediletto all' uso parlato. Spesso non fece tal mutazione , anzi qualche volta
fece l' inversa. Non occorre darne esempii ; sola- mente, per riuscire a una
prova a fortiori, raccoglieremo quelli del relativo più pesante che si trovi in
cima al periodo, al capoverso, al capitolo, dove parlando si di- rebbe : e
questo, e sim. ...un libro. Veduta la guai cosa... (Introduzione) — // guai
'padre Cristoforo... (così comincia non solo l'alinea, ma pro- prio il
capitolo, il V) — e fece subito cenno al cappellano che uscisse; il guale
ubbidì (XXIII) — superiore? Il guale... (XXVI) — se vogliam credere al Tadino.
Il guale anche afferma... (^XXXII) — fra Cristoforo. Il quale... (XXXIII) — Era
proprio il padre Cristoforo. E poi punto e daccapo : La storia del — 78 —
quale... (XXXV) — ...come il sugo di tutta la storia. E punto e daccapo: La
quale, se non v'è dispiaciuta affatto... (XXXYIII). XIX. Più grosso errore fu
il dir che mutasse « sem- pre e poi sempre » l'interrogativo che o che cosa nel
familiare cosii. Di quei due primi ne lasciò tanti , che basta farne una
esemplificazione : Via, che vuol che si dica...? (I) — per non saper che fare
(I) — che e' entro io ? (I) • . . — non so che dire (II) — Che vuol ch'io
sappia... Che vuol ch'io faccia del suo latinorum ? (II) — Che ? che? che?
balbettò... (II) — Che? disse Lucia (II) — Che cosa sapevate ? (II) — E che
t'ha detto il padre ? (Ili) — che volete ch'io faccia? [Ili)— Che fate voi?
(IH) — Che dice di quel birbone? [Y)—Che vuoi ch'io dica...? che
gioverebbero... (V) — Che ne dite eh, dottore ? (V ) — Che volete ch'io vi dica
? (VI) — che pensi tu che ti dirà il pa- dre ? (VI) — Che è questo ? (Vili) —
che fate qui voi ? (Vili) — Che le hanno fatto ? (Vili) — Che è accaduto ?
(Vili) — che fate qui? (Vili) — Che? -Che? -Che? (Vili) — senza saper di che
(Vili) — Ma che sa il cuore ? (Vili) — Che poteva mai essere...? (IX) — che
cosa dovesse fare (X) — Che volete, bravo giovine? (XI) — Che fate qui? (XII) —
Che dirà il re? (XII) — che fate laggiù? (XII) — che c'entra lui ? (XIII) — non
so che vi dire (XVI) — Che ti fanno i bergamaschi! (XVII) — orlando non so che
cosa (XVIII) — che vuol che dicano? (XIX) — Cosa? cosa? che vuoi tu dire? (XIX)
— che c'è di nuovo? (XXI) — E poi, che farò domani ? che farò doman l'altro?
che farò dopo doman l'altro? (XXI) — che e' è d' allegro in questo maledetto
paese? (XXI) — E che hanno fatto (XXIII) — che cosa mai potesse essere tutto
quel rigirìo... (XXIII)— Mi rallegro di che? (XXIII)— Che so io, alle volte?
(XXIII) — Clie sarebbe la Chiesa? (XXIII) — che cosa predicate? di che siete
maestro? (XXV) — ecc. ~ 79 — L'ellittico cosa^ biasimato dai puristi perchè
estraneo all'uso classico, sebbene qualche esempio nei secoli an- dati se ne
trovi, è comune ai dialetti dell'Emilia e del- l'Italia superiore, nei quali
anzi è d' uso più costante che non nel toscano, dove si alterna con che e che
cosa, es- sendovi talvolta luogo ad una scelta che non è senza mo- tivo. Che il
Manzoni si attenesse alla stessa alternanza, non v'è a ridire, o al più in casi
particolari si può cre- dere che avrebbe fatto meglio a preferire il modo men
familiare. XX. Il parlar toscano, d'accordo con quel dell'alta talia , gli
avrebbe suggerito di scrivere a tutto pasto la Lucia , /' Agnese , la Perpetua
, ma ei se ne guardò bene. L'unica volta che seguisse il suggerimento, e fm
dalla prima edizione , fu , con bella opportunità , dove narrando l'infanzia di
Gertrude aveva scritto : Se qual- che volta la Gertrudina si lasciava andare a
qualche atto un po^ tracotante e imperioso (IX), e dove non sostituì che
trascorreva e arrogante. Più fedele fu invece all'altro uso, schiettamente to-
scano, di accompagnar con l'articolo i cognomi; ma non senza eccezioni.
Mantenne i versi di Torti (XXIX), nome a lui familiare; un eroe di Metastasio
(XXXVII); e sempre Ferrera e il bel periodo: Passano i cavalli di Wallenstein,
passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di
Brandehurgo, e poi i cavalli di Monte- cuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa
Altringer^ passa Fur- stenherg j passa Colloredo; passano i Croati, passa
Torquato Conti,....; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu
Vidtimo (XXX): dove alla simmetria e alla conci- tazione impaziente e quasi
canzonatoria di queir acca- vallamento frettoloso 1' articolo avrebbe nociuto.
S' ag- giunge per alcuni di codesti cognomi quel che è da con- — 80 — siderare
dì Ferrer , che cioè sono stranieri ; e per essi come per gì' italiani che vi
s'accompagnano, eh' ei son nomi storici, soliti a girare in certe formule senza
l'ar- ticolo {i cavalli di Montecuccoli....). Anche i Toscani dicon Garibaldi
senz'altro. Non insistiamo sulla frase: è cele- bre, poco meno del nome di
Wallenstein, quella sua sen- tenza... (XXVIIl), giacché qui è dubbio il valore
del di^ che potrebb' esser lo stesso che ha quando diciamo il nome di Roma per
il nome Roma. . Ma anche il podestà, che credeva saper la buona pronunzia
tedesca di quel nome per averlo sentito profferire spagnolescamente dal
castellano , lo chiama Vagliensteino (V). E nel XXXI l'autore parlando per
proprio conto lo nomina pure sen- z' articolo. Per alcuni puristi la necessità
di premetter questo ai cognomi è divenuta una vera fissazione , ma è que- stion
d'orecchio e di buon gusto che si risolve caso per caso. Contro all'uso
prettamente toscano sta la consue- tudine di tutta la rimanente Italia e di
tutta forse l'Eu- ropa; che in cose di tal natura è da guardare un poco anche
al consenso internazionale. Né poi lo stesso uso toscano, s'è accennato, é così
rigido come si pretende; e il Giusti soppresse all'occorrenza l'articolo sì
nelle sue Lettere e sì nella poesia, che essendo di genere fami- liare conta
pure per la prosa: Niccolini è spedito , Man- zoni è seppellito... Cos'era
Romagnosi? Si vede che, come la lingua letteraria ha avuto di Toscana il vezzo
del- l'articolo, bensì facendolo men rigoroso, e applicandolo soprattutto ai
cognomi di scrittori celebri, così viceversa la Toscana ha accolta dagli altri
paesi e dalla lettera- tura la possibilità del sopprimerlo; donde nasce una
certa libertà di cui si può usare, se non abusare. Vera con- travvenzione air
uso e letterario e toscano è invece il — 81 — non dar l'articolo al cognome
indicante una donna, co- me si fa nel gergo scolastico del Mezzogiorno; o il
pre- metterlo al nome di battesimo dell' uomo , come si fa generalmente ncll'
Italia settentrionale dicendo il Pietro e sim., nonostante ve ne sia qualche
esempiuccio antico. XXI. La grammatica più rigida rappresentò come un errore il
peggio e il meglio adoprati altrimenti che come neutri; laddove il toscano li
usa volentieri nei due ge- neri personali e quasi sempre invariati per entrambi
i numeri, ed i manzoniani più corrivi gli vanno appresso senza scrupolo. 11 Manzoni
tenne la via di mezzo. Del modo più familiare s'era giovato nella prima e
seguitò a giovarsi nella seconda edizione (p. es. da peggio imbro- gli III, de'
meglio XI, XIV, delle peggio XII, la meglio XIII, delle meglio XIV, una
giornata peggio XV, piìi ne conosco p>eggio li trovo XVI, un'azione peggio
XXIV, alla peggio de' peggi XXV ecc.); ma non rinnegò il peggiore e migliore
che r uso letterario preferisce per tradizione , per sim- metria con maggiore^
per distinzione dal neutro, per la espressa differenza dei due numeri. Che qui
davvero bisogna guardarsi dalle due opposte esagerazioni , di smettere
interamente le forme in ore ( in fondo perchè estranee ormai ai più dei nostri
dialetti ), o di sbandire quelle altre ; le quali non solo hanno sempre fatto
ca- polino nei libri , ma per alcune locuzioni , come alla meglio^ aver la
peggio^ son divenute addirittura normali. Né è poi vero che tutto si riduca a
un' abusiva esten- sione delle voci neutrali , giacché, se peggio e meglio in
quanto neutri ( il meglio è che.... ) e in quanto avverbi {leggete meglio)
derivano da peius e melius, in quanto ma- schili o femminili derivano dai
nominativi peior e melior (come sarto da sartor] ; mentre peggiore ecc. é dai
casi obliqui peiorem peiore ecc. (come sartore da sartorem ecc). 6 — 82 —
Peggio e meglio fanno simmetria con quel maggio^ or da maior or da maius , che
fu usato dai nostri antichi e persiste nel nome d'una strada di Firenze ( Via
Maggio). E del resto, casi analoghi , se non identici, di avverbii usati aggettivamente
non mancherebbero alla lingua, che dice i più degli nomini, le pili volte. Così
la glottologia e la grammatica storica, spazzando certi pregiudizii eti-
mologici che diedero aiuto ad una grammatica letteraria troppo schifiltosa ,
ligia a criteri astratti , riescono là stesso dove [un buon gusto discreto
conduce , cioè ad ammettere che si adoperino all'occorrenza or le une or le
altre forme secondo le ragioni dello stile. XXII. Raccogliamo qui un po'
promiscuamente pa- recchi casi in cui il Manzoni ritenne voci o usi speciali di
voci , che sanno molto di letterario e di cui oggi la parlata toscana fa
volentieri a meno. P. es.: « è quel- l'avere a cui confidare un segreto (XI) *)
— dei travagli in che mettono ( 1 ) — quello di che tu sospetti è vero (VII) —
quattro gran chiodi con che diceva di voler at- taccare il vicario (XIII)—
della di lei assenza (XXXIII)— la di lui famiglia (XXXI; prima diceva : la
famiglia di lui) — in alcun conto (1) — altrettali cose (XI) — alquanti giorni
(XXXIII)— cow dipintavi {XXlll)—indi rispondendo (XXIV) — onde, per iscansar la
forca, si fece frate (XVIII) — o)ide applicarvelo tutto [l'animo] (XXI) ^)—
ond'è che (V)— J) Qui la cosa ebbe evidentemente la sua ragione estetica,
giacché tutto il periodo vuol avere un'aria ironicamente patetica e solenne.
Sta esso in cima al discorso in cui è spiegato perchè il segreto non sia mai
mantenuto da nessuno rigorosamente, e suona così: «Una delle più gran
consolazioni di questa vita è l'amicizia: e una delle consolazioni dell'amicizia
è quell'avere a cui confidare un segreto ». 2) È il solo caso, mi pare, in cui
abbia lasciato Vonde con Tin- finito, che in tutti gli altri, non infrequenti ,
in cui 1' aveva usato nellajprima edizione, mutò in per o poco diversamente. —
83 — Oììd(\ ritirata placidamente la mano dagli artigli del gen- tiluomo (VI) —
0/irff, così per venire in chiaro ecc. (XV) — uno de' poggi ond'è sparsa... (V)
». Anche donde non di rado: « donde non si poteva » (Vili), benché le più volte
sia mutato in di dove: « di dove si viene a quest'ora? (Vili) — scese di dove
era salito» (XXXIII; e prima di- ceva: per donde). E così frequentissimo il vk
« vi balzò prima di lui » (II) , benché spesso sia stato mutato in ci. Non rado
Vivi (I, IX ecc.) e il quivi (V ecc.). Tuttavia per ' ancora ' (Introduzione,
e. I ecc.); per uti istante (due volte nel X); oltremodo (XVI, XVII, ecc.),
benché una volta mutato in un alV eccesso (IX) , di cui in verità si poteva far
a meno; tosto (non lo discerna tosto^ I) benché le pili volte mutato in subito^
in questa^ arrivò ecc. (Ili); allorché (IX); fanno torto altrui (II); perocché
(IV): unico avanzo, se non erriamo, in tutto il libro, della dinastia decaduta
dei perocché^ perciocché^ imperocché^ conciossia- ché^ ecc.; p^er avventura
(XXXIII, XXXIV); entrambi (I); rendette (XI), solitamente mutato in rese ;
forestiero di quel di Bergamo (XXXIII), ma in un luogo un po' sati- rico , come
ben nota il Morandi; doveva io (HI), io mi faceva (XVII), mentre di solito
dovevo, ecc. Lasciò immutati dessi e stessi^), che come forme piìi antiche
(difatto son le genuine derivazioni delle latine dedissem e stetissem) rimangon
salde contro ai neologismi dassi e stassi , foggiati sull' analogia di amassi e
sim. Lasciò gl'imperativi va (VII, XV), sta (XV), fa (XXI) ecc., non mutandoli
in vai, stai, fai ecc., come oggi dicono i Toscani che han volte a imperativi
queste seconde per- sone dell'indicativo presente (eccettoché in vattene e
sim.). 1) NeìV Appendice alla Relazione ecc. osò: a che gli dassero nel-
l'unghie )). — 84 — Né cambiò mai divenire in quel doventare che è il pre-
diletto dell'odierno toscano e in scrittori toscani dal Pas- savanti al Giusti
è più d'una volta apparso. Viceversa anzi, certi che erano o parevano toscane-
simi della prima edizione , non gli sonaron bene nella seconda. Aveva scritto:
« Se quel buon religioso eh' è lì » (IX) , e corrèsse : se quel buon religioso
lì. E pari- menti : « vedere la mia figlia » (X) mutò in vedere mia figlia ; «
Non fo di questi lavori » (Ili) in no7i fo di que- ste cose. E se qualche volta
mutò figlio in figliuolo (p. es. ho moglie e figliuoli, in fine del XVI) ,
innumerevoli volte fece la mutazione inversa: p. es. era essa V ultima figlia
(IX), figli no (XIV) ^). Il che importa molto se si consideri che la prevalenza
di figliuolo nel toscano ~) indusse più d'uno, anche tra studiosi di lingua non
de- voti alla dottrina manzoniana, a considerar figlio come antiquato e quasi
da mettersi alla pari di frate e suora in senso di fratello e sorella ! Aveva
scritto nel IX: « Gertrude.... che nello stato in cui si trovava avrebbe avuto
di grazia che [i servi] le facessero qualche dimostrazione di benevolenza.... »
; il qual aver di grazia è del milanese e non è ignoto al toscano. Questo però
dice più sohtamente aver dicatto 0 dicatti, usati 1' uno dal Fortiguerri , 1'
altro assai dal Fagiuoh : locuzione poco nota fuor di Toscana e, come di non
chiara origine e senza compagnia di vocaboli evidentemente affini , poco
perspicua di per sé. Se al Manzoni fu suggerita non sappiamo; ma se fu, ei
resi- 1) Sembra che per quest'ultimo luogo si ripentisse, poiché in ri- stampe
delia redazione del '40 ritroviamo figliuoli no-, ma è un caso speciale. 2)
Essa è innegabile, e cfr. i Sinonimi del Tommaseo. - 85 — stette alla
tentazione di surrogarla all' altro modo che e più evidente, e lasciò il luogo
iniiiiutato. XXIil. Del costrutto toscano 7ioi si fa per noi faccia- mo q sim.,
così scusso scusso, non fece mai uso; e di costrutti che a quello in fondo si
riducano usò con grandissima parsimonia. Tre volte ce n' era traccia nella
prima edizione : anche noi bisogna ubbidire (XV), Se non si facesse quello che
ci vien comandalo staremmo freschi (XV) , che pareva che si stesse tutti al
mondo per sua degnazione (XXXVlll). Nella seconda aggiunse : tutti si può
mancare (XIX), Ma se fossimo riusciti ad annoiarvi credete che non s' è fatto
apposta (XXXVlll). Esempii il- lusorii possono essere quelli che ci offrirebbe
un luogo del II: Non si ricorda che s'è fissato per oggi?... 7ion s' è sbrigato
ogni cosa ? Non s'è fatto tutto quel che s'aveva a fare ? ; dove il costrutto,
che è già nella prima edizione, può essere schiettamente passivo, adoperabile
anche da chi ignorasse l' idiotismo sintattico di cui ci occupiamo. Al quale è
strettamente affine quel ci si vuol bene per ci vogliamo berte e sim., di cui
qualcuno oggi usa ed abu- sa, ma che in tutto il Romanzo, se non erriamo, non
si trova mai. XXIV. Dei costrutti pleonastici, frequentissimi nel to- scano
parlato come in ogni altro dialetto , si servì nel dialogo, particolarmente
sulle labbra di personaggi umili: « A me nou me ne vien nulla in tasca (I), a
chi sa mo- strare i denti gli si porta rispetto (I), che le simili non le avete
mai mangiate (VII) — e un dottore al quale io gli dissi che dunque ecc. , XIV —
Cosa w' importa a me.... ? XV — A me mi par di sì, XVI — Il vostro signor
vicario, che non r ho mai visto né conosciuto, XVII — E a me che mi fanno
trottare, XXIII — e che al Signore gli piace che un giovine tratti così, XXXVI
» . Né se ne — 86 — astenne del tutto parlando per conto proprio: a ma al
portatore gli si faceva largo, XII— A Renzo infatti quel pensiero gli era
venuto, XII— A Fedro, nel passare..., gli tornò in petto il cuore antico , XIII
— in un cortiletto dove e' eran molti preti, XXII— Sono cose che chi cono- sce
la storia le deve sapere, XXIV — al letterato suddetto non gli riesce sempre di
dire ecc., XXVII » . Anche que- sti altri son quasi tutti giustificati dal
ritmo della frase, e al pili nel secondo e nel quarto si può non ricono- scervi
la stretta convenienza. Ad ogni modo , si tratta d'uso, non di profusione.
Assai piÌA largheggiò in quei costrutti ove un sog- getto plurale, preceduto o
no da un di partitivo, è ac- compagnato dal verbo al singolare, preceduto o no
da un ne partitivo. Sono idiotismi ben proprii della nostra lingua , e servono
a dar naturalezza alle parole che si attribuiscono ai personaggi , ed a render
anche all' oc- correnza più chiare, più spigliate e, se n'è il caso, più
satiriche, le parole dette dall' autore in proprio nome. Pure , egli v' ebbe
una predilezione soverchia , da dar quasi a credere che volesse far dispetto ai
grammatici, che nelle loro persecuzioni dimenticarono le convenienze dello
stile e l'esempio stesso dei classici. Il piacere della ribellione avrebbe
operato in lui come in queUi che pri- ma del 1860 mettevan su il pizzo e la
barba, anche quando alle loro facce non diceva , per il gusto di di- sobbedire
ai divieti delle polizie. Ecco un po' di enu- merazione : può nascer di gran
cose (II), c'è degli imbrogli (II), E poi non ci sarà più altri impedimenti?
(II), c'è ^ene a questo mondo do' birboni ecc. (11), che ce n'è di diritti
assai (V), Ammalati non ce n'è (Vili), c'è di quelli (XIll), Ce n'è anche — S7
- (jul de' poeti: già ne nasce de' poeti per lutto (XIV), se ne deve sinetlor
dell'usanze! (XIV), e' è degli ingordi indiscreti (XIV), ascoltatori... non ne
mancava (XIV), Maìica osterie in Milano? [dice Toste irritato] (XV), Ma c'era
de' guai, i^ev amor della cappa nera! [dice l'autore descrivendo con una certa
compiacenza gl'imbarazzi del notaio criminale] (XV) , Non e' è osterie...?
(XVII), De curati ce n'è per tutto (XVII ), A noi non si fa di codeste domande
(XX), Là soldati non ne verrà certamente (XXIX)... che pur troppo ce n'è in giro
parecchi (ibid.) , Già quelli delle terre... eran partiti dal castello ; e ogni
giorno ne partiva (XXX), Disperati... non 7ie mancherà (XXXIII), Ci vuol degli
uomini fatti apposta (XXXIII), C'è c?t(e panche (XXXVII), Eh! di queste e delle
meglio ce n'è per tutto! [così i critici di Lucia] (XXXVIII) ed ancora: c'era
de' bravi (I) , Quante ce 7ie poteva stare (VII) , Fatti però non ce ne fu
altri (Vili), prove non ce n'è, quando ce ne fosse (XI), da dove ce ne potesse
essere di sopr abbon- danti (XII), per tutto c'è degli aizzatori (XIXj, Era ben
un'al- tra cosa quelle galanterie che ti hanno fatte ecc. (XVII), che
finalmente in questo mondo non c'era soltanto i per- sonaggi che facevan per
lui (XIX), diede ordine che tanti se ne contasse (XXIIÌ , Né lettere né
imbasciate da parte di lui non ne veniva (XXIV), tra le poche ce n'era per
disgra- zia molte delle storte (XXV) , delle quali ce n'era sempre più 0 meno
(XXVI), c'era soltanto alcuni (XXXI), E di tali tristi fiammate se ne faceva di
continuo (XXXIV). Non istiamo a discutere caso per caso, che é facile sce-
verare quelli in cui si poteva senza danno della scor- revolezza attenersi al
costrutto più grammaticale , scri- vendo per es. : « tra le poche ce n' erano
molte delle storte (XXV), diede ordine che tanti se ne coniassero (XXII) » ecc.
D'altro lato, il male più che nel caso sin- golo sta nella frequenza; come non
è ciascun granellino di pepe che fa troppo forte V intingolo ma il loro nu-
mero. XXV. Un quissimile è da dir di quelli che si chiamano grecamente
anacoluti i), ossia di quelle deviazioni che si fanno nel meglio d'una frase
invece di continuare nel- l'ordine sintattico iniziato ; che non son da
confondere con le reticenze e le spezzature fatte per concitazione passionata.
Ne abbiamo qui parecchi messi in bocca alle persone, alle umili specialmente:
polpette, che le simili non le avete mai mangiale (VII) — Lei sa che noi altre
monache, ci piace di sentir le storie per minuto (IX) — cose che le più gran
dame, nelle loro sale, non c'eran potute arrivare [X) -) — • pane , ne avrete
(XII) — questo signor dottore... pareva che gli dicessi delle XJazzie! (XIV) —
-facce che... i Giudei della Via Crucis non ci son per nulla (XVI) — un
religioso, che, senza farvi torto, vai più un pelo della sua barba che tutta la
vostra (XVII) — noi che ci tocca (XIX) — perchè questo signore, Dio gli ha
toccato il cuore (XXIV) — quel poverino , se non avesse avuto la disgrazia di
pensare a me, non gli sarebbe acca- duto... (XXVI) — Que' quattro che quel
poverino avea messi da parte, è venuta la giustizia, e ha spazzato ogni cosa
(XXVI) — • non sapete che i soldati è il loro mestiere di prender le
fortezze...? (XXX) — Se quelli che restano non metton giu- dizio questa volta ,
e scacciar tutti i grilli . . . (XXXIII) — • Chi può arrivare a dire: sto
meglio; quella sì è una belLi parola! (ib.) — Trovarla la troverò... (ib.) —
quel birbone che, se non fosse stato lui. Lucia sarebbe mia, da venti mesi...
(XXXV) — Quelli che moiono , bisogna pregare Iddio per ^) Tò àvaxóXouD-ov, cioè
: rinconseguente. 2; Son pur parole della vecchia cameriera, benché riferite in
modo indiretto. — 89 — toro, e sperare che amleraiino ecc. (XXXVI) — certi
sogget- ti, che, figliuoli miei, non ce /?r li])LM';ivaniopiù.... (XXXVIII) — E
lei, signora, non hanno principialo a ronzarle intorno de' mosconi? (XXXVIII) —
questa madonnina infilzata, che si sarehhe creduto far peccato a guardarsene...
(XXXVIII). Tutti questi anacoluti — meno forse il noi che ci tocca del conte
zio, che avrebbe ben potuto scomodarsi , il gran politico, a dire noi a cui
tocca! — sono d'un bell'effetto drammatico. Ecco ora quelli che l'autore mette
nelle pro- prie parole: Ma don Rodrigo, ch'era in causa propria, e che,
credendo di far quietamente un gran colpo , gli era andato fallito con fracasso
(XI) — Gì' incettatori di grano..., l possessori di terre..., i fornai , tutti
coloro insomma che ne avessero 0 poco 0 assai.., a questi si dava la colpa
della penuria.., questi erano il bersaglio ecc. (XII) — tutti coloro che gli
pizzicavan le mani di far qualche beli' impresa (XII) — ma questa è una di
quelle sottigliezze.., che una moltitu- dine non ci arriva (III) — Ma i primi
che avevano voluto provar di resistergli, la gli era andata così male (XIX) — •
non ce ne fu uno che non gli se n'attaccasse (XXIV) — ma non trovavan gusto a
piangere... sur una cosa che non c'era rimedio (XXX) — una donna, il cui
aspetto annuziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva
una bellezza velata ecc. (XXXIV) — Cosa, di cui non solo rimase avvilito sul
momento ; ma sempre poi quella rimembranza importuna gli guastava la
compiacenza del grand'onore ri- cevuto (XXIV) — andar esse al convento, non se
ne senti- vano il coraggio (III) — un pane di quelli, c/ie Renzo non era solito
mangiarne (XI) — cosa che Lucia , solamente a ^ pensarci, si sentiva venire il
viso rosso (XXIV). fc Or alcuni di questa seconda serie sono più o meno
Racconci, altri tollerabih, ma qualche altro si poteva prò- I - 90 -^ prio
evitare , in ispecie dal terzo al settimo. Nessuno stento vi sarebbe stato a
dire tutti coloro a cui pizzi- cavan le mani o che si sentivan pizzicar le
mani; ma questa è una di quelle sottigliezze a cui una moltitudine noìi arriva]
ma ai primi che avevan voluto provar di re- sistergli Fera andata così male;
non ce ne fu uno a cui non se n' attaccasse ; ma non trovavan gusto a piangere
sur una cosa senza rimedio ecc. Vi fu tempo in cui Tana- coluto era proscritto
senza remissione , né sarebbe ser- vito obiettare: — Ma in questo luogo, se
s'ha a dar alla proposizione il giro rigorosamente grammaticale , si va troppo
per le lunghe, si scapita nell'efficacia e nella na- turalezza. Che, se
nell'apostrofe appassionata d'un con- tadino non ci si consente di fargli dire:
un religioso^ che, senza farvi torto , vai piti un pelo della sua barba che
tutta la vostra^ e per forza dobbiamo scrivere: un reli- gioso, un pelo della
barba del quale^ o un pelo della cui barba. ...^ ci si costringe a metter in
contradizione un pen- siero ingenuo e semiserio con una maniera d'esprimerlo
riflessa e grave! 0 che forse i nostri classici del buon tempo, da Dante al
Machiavelli, per non dire al Gellini, schifarono così gli anacoluti? 0 i
prosatori greci, che tanto si celebrano, non ne riboccano? — Sennonché ora
alcuni per reazione si son dati a sgrammaticare a tutto pasto, facendosi sordi
anch' essi ad altre considerazioni di non minor peso. I prosatori latini, alla
cui scuola la nostra prosa s' é formata , si attennero a una sintassi molto
meno libera della greca. E dopo il cinquecento^ nel farsi di toscana italiana,
la prosa nostra, staccatasi dall'uso vivo d'una città o regione, s'è dovuta di
neces- sità render più austera, cercando nelle norme logiche di sintassi quella
sicurezza che a chi possiede un uso vi- vente è data dalla conoscenza
istintiva. Oggi il fatto è — \)\ — compiuto, 0 non si può disfare interamente.
Le altre let- terature moderne poi, con le quali la prosa italiana non può non
affiatarsi , sono , non esclusa la francesce, un po' più libere bensì di quella
forma compassata che pre- valse in Italia negli ultimi secoli, ma non così
sconfina- tamente spensierate come quella dei greci o del Cellini. Quindi nasce
che noi possiamo deviare dalla sintassi nor- male solamente quando con ciò
evitiamo uno stento o una stonatura od otteniamo una vera bellezza di stile :
possiamo andar per i viottoli quando la strada maestra è troppo lunga o
incomoda , saltare dove col semplice passo non arriveremmo. Di più, la
scorciatoia o l'andar dinoccolato degl' idiotismi e degU anacoluti accresce di
certo la vivacità e la naturalezza ; ma non è a dimen- ticare che non sempre la
vivacità è richiesta dal discorso che sì fa, anzi può divenir essa alla sua
volta una sto- natura, e che, in un lettore e in uno scrittore letteraria-
mente ben educati , il rispetto alla sintassi ordinaria è pur esso una cosa
naturale ^). Il rispetto non dev'esser 1) Ben disse a simil proposito T Ascoli
(Archivio Glottologico 1, XX seg., XXIV): ((... se il sussiego è una gran
brutta cosa quand'è un' affettazione, può air incontro avvenire... che il
colloquio segua in tali condizioni , nelle quali il mancare di gravità o di
sussiego 0 di serio colore, costituisca egli, alla sua volta, una vera affetta-
zione... Nessuno vorrebbe di certo che un ministro dicesse in par- lamento:
'l'Inghilterra arriccia il naso'; oppure: 'noi in queste cose di Turchia non ci
si ficca il naso '; come ognun sente che fra due scienziati è modo più naturale
, anche nel discorso casalingo : ' vi si determina un piccolo vano ' che non :
' ci si viene a formare un bucolino '. Nel primo caso, è la solennità della
conversazione che esige forme più elette; nel secondo, il modo più eletto
deriva, quando pur non sia necessariamente richiesto, dall'abito di una mente,
il cui lavoro è più complesso, e insieme più facile e sicuro, che non sia di
solito il lavoro mentale di chi si esprime nel modo più pede- — 92 - servilità,
ecco tutto. E il Manzoni la intese cosi, giac- ché di rado trascorse in
anacoluti di dubbia opportunità, e, se mai, errò nel giudizio di questa ^).
Mentre alcuni suoi seguaci si son dati a credere che 1' eccezione do- vesse
diventar regola, e le anomalie di sintassi sieno di per sé una bellezza a
prescinder dal contesto e dalle giustificazioni ad esso particolari; a segno
che han fatto parlare un re come una donnicciuola o come un gioca- tore da
osteria. Sorvoliamo su certe lievi e felici libertà di sintassi, che nessuna
critica biasimerebbe, come : « se quel buon re- ligioso lì ottiene di mettervi
nelle sue mani , e che lei v'accetti » (IX) — « Lui, voltatosi a uno di quelli,
gli do- mandò dove fosse il cardinale ; e che voleva parlargli » (XXII) — « d'
un caso terribile che il messo non sapeva né circostanziare né spiegare; e lei
non aveva a che at- taccarsi per ispiegar/o da sé » (XXIV) — « Comandargli che
partisse in quel momento dalla sua villa ; già non avrebbe ubbidito; e
quand'anche avesse, era un cedere il campo...» (XIX). Piuttosto, dov'è scritto
: « e con questi affetti [pietà ecc.] chi sa quanto ci potesse essere o non
essere di quell'altro [l'amore] che dietro ad essi s'introduce così facilmente
negU animi; figuriamoci cosa farà in queUi; stre: questo è d'aritmetica
elementare , quello incomincia ad essere algebrico...». E se uno straniero
esperto delle cose nostre sentisse che per alcuni « par che 1' Italia non debba
r' sorgere se non al sacro grido di Noi si doventa omini , egli direbbe che
questo è un bell'avviamento ad evirarsi ». ^) Anche il noi si fa e sim. è in
fondo un anacoluto, e s'è visto con quanta discrezione vi ricorresse. In tutte
codeste lil)ertà andò un pochino più oltre negli scritti posteriori , benché il
soggetto avrebbe richiesto il contrario; ma, se passò alquanto i limiti, non
mostrò mai di credere che limiti non ci abbiano ad essere. — 93 — donde si
totli dì scacciarlo per forza » (XXVII), la spez- zatura può parer soverchia e
far desiderare che, messa una virgola in cambio del punto e virgola, avesse
con- tinuato e figuriamoci dunque, o alcun che di simile; tanto più che si
tratta d'un'acuta osservazione psicologica, a cui la forma raziocinativa non
istà punto male. Così poco dopo, là dove ora dice: « la quale poi nel resto la
trat- tava con gran dolcezza; e anche in questo, si vedeva una buona intenzione
», non c'è bisogno d'aver la pedanteria della famosa dama di cui ciò è narrato,
per preferire Ve anche in questo mostrava della prima edizione, o un ave- va,
un era mossa da, o com'altro si voglia. Inoltre , in questa coppia di periodi:
« I tre rimasti erano stati qual- che tempo in silenzio ; Lucia preparando
tristamente il desinare; Renzo sul punto d'andarsene... ; Agnese tutta intenta,
in apparenza, all' aspo che faceva girare. Ma, in realtà, stava maturando un
progetto » (VI); la mancan- za di un soggetto esplicito nel secondo periodo dà
luogo a una certa sconnessione. Dovrebbe dire : Ma questa sta- va, in realtà,
maturando ecc., o : Ma essa, in realtà, sta- va maturando ecc., ovvero, senza
divisione di periodi : ma, in realtà, intenta a maturare ecc. Nella prima edi-
zione diceva: « Ma nel vero ella stava maturando una pensata »; e per la
presenza d'un soggetto, non certo per altro, sguisciava meglio. Un non so che
di manche- vole si sente pure nell' attacco di questi due periodi : « Era essa
l'ultima figlia del principe***, gran gentiluo- mo milanese, che poteva
contarsi tra i più doviziosi della città. Ma l'alta opinione che aveva del suo
titolo gli fa- ceva parer le sue sostanze appena sufficienti... » (IX). Infine,
dove dell' Innominato avea scritto che « sorreg- gendo il braccio di
Lucia,raiutò ad entrarvi [nella lettiga], poi la buona donna » (XXIV), dopo
quel ])oi , che riesce — 94 - troppo asciutto, si vorrebbe che ci avesse
aggiunto qual- che cosa. Ma son minuzie, se anche non vi fosse kiogo a difesa.
XXVI. Più d'uno forse preferirebbe il congiuntivo in queste frasi : « c'è
mancato poco che non m'hai messo sottosopra l'osteria » (XV) — « affinchè il
suo linguag- gio potesse far credere che la spedizione veniva da quella parte »
(Vili) — « andava pensando che diavolo d'arme- ria poteva esser nascosta sotto
» ecc. (XXIII) — « e si supponeva che il vigore. . . essi lo dovevano avere »
(XXXI)— ecc. Non mutazioni di criterio, ma apphcazioni diverse di questo, fatte
consultando megUo l'orecchio, sono da rav- visare in certe correzioncelle
sintattiche. Poniamo, in en- trambe le redazioni si valse dei due costrutti
come aver dato 2^rove ed aver date prove-, ma nella seconda ora mutò l'uno
nell'altro, ora viceversa. Dove avea scritto : « ho avuta la consolazione di
veder mia figlia trattata da par sua » (X\ sostituì avuto per iscemare il
numero delle pa- role terminanti in a; come per isfollare gl'i mutò 1' « a-
vrebbe irritati i molti violenti » (XIII) in avrebbe irritato. In un altro
luogo par di fiutare un'intenzione più pro- fonda, ed è dove il conte zio diceva
di Renzo : « quello che... scappò... dopo aver fatte, in quel terribile giorno
di S. Martino, cose... cose... » (XIX), ora dice: « dopo aver fatto, in quella
terribile giornata di san Martino, cose... cose...)). Colui non sapeva che
diamine Renzo aves- se commesso, ed è più naturale che dica fatto, generi-
camente, e pigli tempo a pensare un complemento qua- lunque , un defitto di
qualsivogfia sesso o numero da imputargli. Uso promiscuo v'è pure, in entrambe
le redazioni, dei due costrutti ha voluto venire ed è voluto venire. Non di -
95 - rado surrogò il secondo, che ha più sapor toscano, al primo, che è più
comune; ma dell'aver corretto o del- l'aver lasciato stare non è facile
assegnare una ragione. La si vede in qualche caso dove, mutando il primo nel
secondo, ne sarebbe risultata una frase con due volte essere , come in «
avrebbe voluto esser fuori » (XXIV), « questi avrebber dovuto essere » (IV). E
a proposito di ausiliarii, un costrutto ormai ostico al toscano e alla lingua
letteraria è quello per cui Dante potè dire : Gualandi con Sismondi e con
Lanfranchi S' area ìnessi dinanzi dalla fronte; e il Manzoni aveva adoperato e
ritenne Vessere. Sennon- ché nella desinenza del participio 1' uso toscano
oscilla tra la concordanza con l'oggetto e quella col soggetto; ond'è che
mentre nelle edizioni del '27 e del '40 aveva detto di Agnese : « dopo essersi
cacciate le mani nei capelli » (XXIV) , in qualche ristampa ritoccò : « dopo
essersi cacciata le mani.... ». Promiscuamente in tutt' e due le edizioni adoprò
gli si 0 se gli^ ma fece le solite correzioni inverse. Diceva: se gli fece
accanto^ se gli volse (II, XXIII), e anche adesso dice se gli accostò^ se gli
voltò-, e dove diceva andandogli innanzi (VI), gittandosi (VII) ecc., ora dice
presentando- segli, buttandosegli ecc.; ma pure un accostarsegli (XXIII) è
mutato in accostarglisi^ un se gli farebbe (XV) in gli si farebbe ecc. Lo
stesso dicasi del doppio modo di formare il super- lativo relativo con
l'aggettivo posposto, cioè del ripetere avanti a quest'ultimo l'articolo
determinato o del sottin- tenderlo. Poiché il francese lo ripete {V homme le
plus aimable), il primo dei due modi è gabellato per france- — 96 — sismo, ma
ce ne sono cospicui esempii classici, e c'è di vero soltanto questo: che
l'italiano predilige l'omissione dell'articolo, ed a replicarlo s'induce quando
vuol otte- nere un maggior rilievo. Comunque, il Manzoni ci dà: « nel canto il
più lontano dall'uscio » (XXI), « Z'uomo il più felice di questo mondo »
(XXIII), « i^e//' epoca la più clamorosa e la più notabile della storia moderna
» (XXVIII), «/'alloggio il più decente che potesse » (XXXVII). Ma dove prima
aveva scritto : « agli uomini i più quieti » (II), dopo ne tolse Vi. Nel e. I
mutò Volto d'aprile^ che prima aveva scritto, in otto aprile^ e così altrove;
mentre nel e. XXXII lasciò com'era prima, il 4 di maggio., V undici di giugno.,
il à di luglio , e nel XXX cambiò del 21 maggio in del 21 di maggio. Sembra che
il criterio definitivo sia stato di sop- primere il di avanti al mese quando vi
sussegue il ge- nitivo del millesimo, e lasciarcelo o mettercelo quando il mese
è solo: il 5 giugno delV anno 1593 (I), il 4 di maggio. Non v'è però nulla
d'assoluto, giacché p. es. nel e. I, dove diceva: nell'anno seguente^ ai 12
d'aprile, mutò così:... il 12 aprile. Sembra anche che spazzasse ogni maiuscola
che gli fosse sfuggita nei nomi dei mesi. Sul millesimo v'è un' altra cosa a
notare. In questo periodo del XXXII: « .... in Palermo, del 1526; in Gi- nevra,
del 1530, poi del 1545, poi ancora del 1574; in Casal Monferrato, del 1536; in
Padova, del 1555; in To- rino, del 1599 e di nuovo, in quel medesim'anno 1630,
furon processati.... », e' è una sfilata di genitivi tem- porali,^che , sebbene
non ignoti alla lingua scritta (del resto diciamo di giorno, d'estate e sim. ,
che è come il germe dell'altro costrutto), sanno oggi di francese e d'ita-
liano^settentrionale. L' autore vi ricorse probabilmente per evitare il
monotono parallelismo dei nel premessi — 97 — all'anno cogli hi delle città (p.
es. In Palermo nd 152G), 0 quello di in con il (p. es. in Palermo il 152G).
Nella prima edizione adoprò di solito al di là (VII! ecc.), al di qua (XXIII
ecc.), al di sopra (XX ecc.), al di sotto (IX ecc.), e simili altri modi
biasimati dai puristi più rigidi. E nella seconda ce li lasciò , come ci lasciò
, al contrario, anche un di là dall' Adda (XVII) e un di là dalla Chiesa
(XXXVI). Ma un al di fuori lo ridusse a di fuori (XIX); e a un « a destra e a
sinistra del ca^ pezzale » (XV) sostituì di qua e di là del capezzale. Usò
quasi sempre far di meno^ ma un « non 'possiamo di meno di non fermarci »
(XXII) lo mutò in « non pos- si am far a meno di non fermarci » : certo per
evitare la successione di due di. Un fatto curioso è il seguente. Nella
Introduzione aveva scritto : « non essendosi presentato alcun perchè ragio-
nevole », e vi sostituì alcuna obiezione ma senza volgere al femminile il
participio; sicché si legge: <( non essen- dosi presentato alcuna ohiezion
ragionevole ». Sembra bensì che una tal dissonanza non sia del tutto ignota al
toscano parlato, che il Giuliani scrisse aver udito nella montagna pistoiese: è
venuto V usanza ^), e anche nel No- vellino par che si abbia: venuto la sera; e
nel Firenzuola (voi. I dell'ediz. Le Monnier, pag. 311 e 320) si legge: « esso
Iddio , al quale per somma laude è attribuito la semplicità », ed « e così
messo la Vedova dall'un dei lati ». Ma in tutti codesti casi non e' è , si badi
, il pronome riflessivo; né è poi presumibile che il Manzoni volesse, e giusto
nell'Introduzione, dar il passo a un modo così 1) Lettere sul vivente
linguaggio di Toscana, LXI. Anche la lingua portoghese dice: é necessario
milita prudencia, mentre poi direbbe: em todo Est a do é necessaria urna
religion. — 98 — pedestre e insolito. Si tratterà d' una svista, per quanto
debba pur fare specie che vi persistesse in tutte le ri- stampe. A un «
levamiti dinanzi » (VI) troviam sostituito un escimi di tra piedi ; a un «
sempre tra' piedi » (XIV) un sempre tra piedi. Qui era indispensabile tra i o
tra^ (cfr. di tra le spalle XXIV); e si direbbe che il Manzoni, sentendo da
bocca toscana il modo con 1' articolo non esplicito , non badasse che la
traccia dell' articolo sta nella pronunzia scempia della consonante iniziale
del nome, mentre tra piedi suona effettivamente trappiedi: distinzione che a un
Lombardo non è naturale. Tuttavia avendosi altrove tra' piedi (XXIV, XXIX,
XXXIV) e tra' denti (XV, XVI, XXVIII, XXXIl), c'è da creder piuttosto a un
errore di stampa. Nella prima edizione c'era sigfior lasci-fare-a-me (XI), e a
questo modo andava; nella seconda, volendo farne tutt'una parola, non avrebbe
dovuto scrivere lascifareame, ma lascifareamme. Dove aveva posto « l'uomo...
nofi era aliente meno che il capo dei bravi », avrebbe dovuto subito sopprimere
quel non, messoci forse per vana paura di cader trala- sciandolo in un
lombardismo (i Lombardi dicono ho fatto niente e sim., ma questo era un caso
speciale); sennon- ché la soppressione ebbe luogo neh' edizione diamante del
'68. XXVII. Il parlar toscano tronca assai spesso le vocali finali entro la
frase, come le tronca spesso la poesia, e la stessa prosa non ne rifugge.
Queste tre forme però vi procedono con criterio alquanto diverso: che la con-
versazione bada più alla scorrevolezza dei suoni e all'cn- lasi logica ; la
poesia provvede soprattutto al bisogno del metro ed a certi effetti fantastici,
come pure si giova — go- di una maggior libertà; e la prosa, che in massima è
la più parca di troncamenti, quando vi si risolve ha intenti più simili a
quelli della conversazione, ma talora ne ha di somiglianti ai poetici, ed ha
molta cura della chiarezza e non dimentica di appagare un poco anche l'occhio.
Il Manzoni nel libro riformato introdusse molti nuovi tron- camenti,
attenendosi di più al toscano parlato; e di re- gola vi riuscì felicemente. Ma
in parecchi luoghi è lecito dubitare se interpretasse bene 1' uso toscano , il
che gli era reso diffìcile dai molti e normali troncamenti del suo nativo
lombardo; o se ad ogni modo facesse la debita parte alle ragioni propriamente
letterarie. Un tal dubbio p. es. ci viene ai seguenti passi : « alcuna ohiezion
ragionevole » (Introduz.), « un leggier turbamento » (IV), « signor dottor
riverito » (V), « da buon cristiani » (VI), « dal giardin pub- blico » (X), «
una esacerbazione di un mal cronico » (XII), « il mio dehol parere » (XIV), a
era wri'pensier poco allegro » (XVI), «Ma Vostra Magnificenza sa ben che una
parte del nostro ufizio » (XIX), « quello d'uom dotto » (XXII), ecc. Così, neir
Introduzione, quel 5' intromette a rifar l'opera altrui è un troppo bello
endecasillabo, che mantenendo rifare si sarebbe evitato. Un'elisione usuale
nella poesia e nella parlata è quella dell' articolo plurale femminile , la
quale è invece poco men che proscritta dalla prosa per ciò che annulla la
distinzione dal singolare. Il Manzoni non v'ebbe ritegno fin dalla prima
edizione {dell'acque^ I), e tanto più nella seconda. Ebbe torto chi ciò riprese
come uno spropo- sito, ma n'avrebbe pure chi ne facesse una regola anziché
riserbare l'elisione a casi di particolare convenienza. Aumentò il numero dei
de' a' e sim., che sono i predi- letti del toscano parlato, ma che la lingua
scritta non acco- glie se non dove le pare che prestino un vero servigio. — 100
— XXVIII. Si trova cambiato sempre picciolo in piccolo, SOVENTE ^) in spesso,
PRESSOCHÉ in quasi, inverso in verso, CONVENEVOLI in Complimenti -) ; e quasi
sempre sembrare in 2)arere , levare e levarsi in alzare e alzarsi , togliere in
levare, porre in mettere, obbedienza in ubbidienza (salvo la monacale
obbedienza mandata a fra Cristoforo nel XIX). Certo, con tali cangiamenti egli
riusciva a dare più popo- larità al suo eloquio, ma non sarebbe desiderabile
che il suo esempio inducesse a considerar come monete logore e non piìi
spendibili le voci sinonime da lui cancellate, le quali devono costituire una
specie di riserva per quando occorra evitar cacofonie , dar più sostenutezza
allo stile, e così via. E la medesima considerazione deve a fortiori applicarsi
a un' altra serie di scambi!, non dovuti ad alcun riguardo di stile , bensì
semplicemente al proposito sistematico di preferire ciò che seppe o credette
esser più proprio del vivente uso fiorentino. Ecco una lista di taU scambii:
dici- ferare in decifrare (ma diciferare o deciferare con quello accavallamento
di sillabe si direbbe indichi megho lo stento), GmRmizzo 'm. schiribizzo ,
Ludovico in Lodovico^), vigneti in vigne, scandalo in scandolo, sorta in sorte,
infred- datura in raffreddore , ricolto in raccolta, pescivendolo in pesciaiolo
, castigare in castigare , quarantena in quaran- 1) Un solo n'è rimasto: et
come accade troppo sovente tra compa- gni di sventura » (ili). Forse perchè con
spesso gli sarebbe venuto fatto un ottonario doppio. 2) Dove c'è un non so che
d'ironico, sarebbe stato forse meglio lasciar convenevoli. ^) Ludovico è,
oltreché più conforme all' originaria voce tedesca e ])iù comune in tutta
l'Italia non toscana, anche meglio sonante, perchè più vario nelle vocali che
Lodovico. — 101 — Una '), ARSURA in arsione ^ rifocillarsi in ristorarsi lo
sto- maco, DA PER TUTTO Ìli jìer tutto^), LAGRIME in lacrime^ SOGGEZIONE (nel
senso di 'vergogna') in suggezione, eguale in uguale, gragnuola in grandine,
arar diritto in rigar diritto, veggono in vedono (e così tutte le voci verbali
in -eggo' ecc., sàh^o un possegga rimasto nel XXVIII), per sopRAPPiù in ^?er di
pìh , fuoruscito in foruscito , ufficio UFFICIALE in vfizio ufiziaU , GONTRA in
contro, FRA in tra, oltracciò in oltre di ciò, rilievi in avanzi, archibugio in
archihuso o in schioppo, bagnuolo \n pezzetta, cioccolatte in cioccolata,
quanto a in in quanto a (salvo un quaglio alla febbre nel cap. Vili).
Frequentissime se non altro sono le mutazioni di brighe in impicci, di faccia
in viso, di modo in maniera, di niente in nulla, di via in strada, di pigliare
in prendere, di poveretto poveretta in poverino looverina ecc. ^) , di giovane
ringiovanire in giovine ringiovinire ^), far vista in far le viste ^), ad in a
^). *) Un quarantena è rimasto nel e. XXX. 2j Un da per tutto è rimasto nelF
Introduzione. 3) Poveretto è rimasto non poch« volte, suppergiù una ventina:
poveretto (Vili, X, XV, e nel XXVII due volte), poveretta (V, VI, Vili due
volte, IX id., X id.ì, poveretti (III due volte, IV, XT), poverette (III, V). E
in verità sarebbe stato quasi sempre da preferire, per- chè sa più di morale,
di careggiativo, mentre poverino ha più del diminutivo anche materiale o
talvolta canzonatorio. 4) Bisogna però distinguere. Al plurale par che resti
sempre gio- vani (VI, IX, nel X quattro volte, XI, XXI), e al singolare sempre
giovine. Ma e' è almeno un giovane: al giovane montanaro, XIII. E un
ringiovanito nel XXIII. ^) Ma far rista fu lasciato più volte (XVj, e sino
introdotto dove non era (VII). ^) Però: ad ogni modo (IV), ad essa (IV), ad ognuna
(X), ad en- trarvi (XXIV), ecc. — 102 — Or senza anlicipare la discussione che
faremo nel capi- tolo seguente, e senza negare che in qualche luogo la
muta/ione possa esser tornata acconcia per ragioni spe- ciali, e neppur
pretendendo che i modi preferiti nella nuova edizione sien degni di censura in
quanto fossero stati adoperati a caso vergine, essi tuttavia danno da pen- sare
in quanto son venuti su per correzione , scacciando di posto altri modi o
varianti che, qual che si sia l'uso presente di Firenze, sono ancora vivissimi
nell'uso lette- rario , corrono subito alle labbra e sotto la penna d' ogni
Italiano colto , senza che mai abbiano sapore di rancido, di affettato , nemmen
di sostenuto ! A chi guarda la cosa senza preconcetti di scuola e di teorie
grammaticah e les- sicali non par credibile che, se c'è venuto scritto
pesciven- dolo, ci corra l'obbligo di cancellarlo, o che la preposizione fra
sia da relegare tra gli arcaismi come naìiti o dirietro, o che tra niente e
nulla ci sia alcuna differenza di dignità. Se anche fosse vero che la copia dei
sinonimi come gra- ynuola e grandine, dì e giorno, dei doppioni e varianti come
lagrime e lacriìne, far di meno e fare a meno, costi- tuisca una falsa
ricchezza, non sarebbe men vero che una tal copia esiste difatto e ch# non si
distrugge con una teorica. E poiché c'è, non è male avvertire che essa arreca
pure qualche vantaggio: di poter evitare ripetizioni mono- tone, scontri
molesti di suoni, allitterazioni o rime, asso- nanze e consonanze che non si vogliono,
o procurar quelle che si vogliono per dar più rilievo a un' antitesi o ad una
conformità di cose. Per esempio, se ci privassimo in eterno di fra, non
potremmo scansare di dir tra tre ore, tra trenta J minuti e sim. Al Manzoni s'è
presentato una volta questo % piccolo problema , nel e. IX, dove aveva scritto
« fra tre o quattro confidenti » ; e se l'è cavata correggendo : tra quattro o
cinque confidenti. Sennonché le cifre non sempre — io:; — son così elastiche
come orano per sua forluiia qui! E noll'episodio di Cecilia (XXXIV) all'autore
stesso non dovè l)iacere di aver a mutare fra tante miserie in tra tante. Per
addurre un altro esempio, nel e. V aveva fatto che il conte Attilio, sentiti
nominare dal podestà i /'r-cm/i, ripetesse goffamente gli oficiall (meglio
avrebbe detto ufficiali). Nella seconda edizione ha corretto fiorentinescamente
ufiziali^ e aumentando così la differenza tra le due parole ha ^eso l'equivoco
meno spontaneo. XXIX. Ma oltre codeste correzioni che , più che per sé stesse ,
son censurabili per la teorica da cui muovono e che insinuano, ve ne sono
alcune effettivamente improprie 0 mezzo errate , o inesplicabili. P. es. nel e.
XXIX aveva scritto che dal sarto e dai suoi ospiti, dopo aver fatto ceri- monie
sul desinare , « si venne all' accordo di por tutto insieme » , e corrèsse con
gaia snellezza: « si venne a patti d'accozzar, come si dice, il pentolino », ma
avrebbe dovuto scrivere i pentolini. I bastioni di Milano aveva scritto, come
tuttora si dice in quella città: se non avesse cambiato in mura avrebbe meglio
serbato il colorito locale, come serbò il colorito storico lasciando bastioni
nel e. XI. Non si ca- pisce perchè in un luogo del IV mutasse notaio in notaro.
Dicono che il secondo sia oggi più usuale a Firenze , ma da un lato qui spicca
piìi che mai 1' assurdità della defe- renza servile all' odierno toscano, e
dall' altro vi sarebbe sempre da chiedere perchè in ogni altro luogo abbia la-
sciato notaio. Viceversa , vi fu chi notò che avrebbe dovuto fare certe
correzioni che non fece. P. es. lontano da preve- dere (VIII), bisognava
correggere: dal 'prevedere-, mettere carne a fuoco (XIV), al fuoco dovrebbe
dire; a conformità (XXII; in), a proporzione (XXVIII; in) , fa alV amore a
quelle quattro braccia di terra (XXXVIII ; con quelle...)] — 104 — quando fui a
prender congedo da QUEST'?/omo mcompara- hile... mi parlò di codesta cura...
(ib.; meglio QUELL'womo... QUESTA cura) ^J; ha scaiisato la punizione che gli
stava più bene, ma lo prendo io sotto la mia protezione^ e voglio aver la
consolazione ecc. (XI), dove bisognava rompere questa sequela eli nomi in
-zione ^); leggieri plur. fem. (XVJI, XXVII); indegnazione (VI,XX; men usuale
à' indignazione)', partì (dalla stanza: dovea mutare in uscì) nel cap. VII;
condottiere (del baroccio, XXX) opportunamente altrove mutato in conduttore]
nel rilasciamento d'ogni forza pub- blica (XXXII, rilassamento). XXX. Ecco
infine alcune frasi e brani dove la corre- zione è 0 può parere infelice: 1)
Altre volte, nota il Morandi, lo scambio dei pronomi può avere invece una bella
ragione di stile. Dice l'Innominato (XXI): « sa quel- V altra vita di cui m'
hanno parlato quand'ero ragazzo.,.; se quella vita non e' è... che fo io ?
perchè morire ?... E se c'è quest' altra vita...? ». E poco dopo (XXLI): «
Tutti premurosi, tutti allegri, per veder un uomo! Cos'ha gweZruomo, per render
tanta gente allegra? Qualche soldo... Ma costoro non vanno tutti per
l'elemosina... Perchè non vado anch'io? Perchè no?.., Anderò, anderò, e gli
voglio par- lare... Cosa gli dirò ? Ebbene, quello che... Sentirò cosa sa dir
lui, quesfuorao'ò — E il Morandi nota: « Nell'uno e nell'altro di questi casi
l'ardito passaggio dal quello al g-^^s^o è una pennellata da mae- stro ; perchè
nel primo caso l'idea della vita futura, nel secondo l'idea del cardinale,
s'affacciano dapprima alla mente dell'innomi- nato come cose ch'egli non crede,
o non cura o disprezza; come cose, insomma, lontane dal suo spirito; ma a poco
a poco gli si vanno avvicinando, fino a divenirgli affatto presenti e a
dominarlo tutto ». 2) n Nel qual luogo )\ dice il Morandi, « non crederei che
l'uni- formità de' suoni fosse voluta apposta, come nel cap. Vili, quando don
Abbondio, preso l'involtino delle venticinque berlinghe da Tonio, 0 si rimesse
gli occhiali, l'aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, « le rivoltò , le
trovò senza difetto » : monotonia di parole che fa risaltare benissimo la
monotonia dell'azione ». — 105 — a me non imporla nnlla (I): a me non Die ne
vien nulla in lasca ^) — venirne a capo (I): venirne alla fine — Vomo av-
visalo... (I): Uomo avverlUo... 2) — Benissimo; e buona nolle, signor curalo
(I): Benissimo^ e buona nolle, messere^) — del che allora si faceva gran caso
(IV): cosa della quale allora si faceva gran caso — villan rifallo (VI):
villano rincivililo ^) — Era cosini in quella casa forse da guarani' anni, cioè
fin da prima che nascesse don Rodrigo (VI): ... cioè prima che nascesse ecc. —
ad origliare (VI): a senlire — in trentanni che sono siala al mondo prima di
voi allri (VI): in trentanni che ho passali in queslo mondo, prima che nascesle
voi allri — 1) La forma proverbiale sostituita è più vivace. Pure, siccome il
curato suol intascar davvero una regalia quando celebra un matri- monio (cfr.
cap. IX, alinea primo), così viene a stabilirsi una certa contradizione, che
avvertita può dar fastidio, tra il valor metaforico della frase e il letterale.
Salvochè la contradizione non sia cercata, e attribuita a goffa ipocrisia di
don Abbondio. Sono ad ogni modo inezie, in cui non è facile indovinare il
pensiero dell'autore. 2) Giustamente dice il Morandi che è più comune in Italia
il proverbio « uomo avvisato mezzo salvato » che V altra sua forma « uomo
avvertito mezzo munito n. 3) La sostituzione serve al colorito storico, perchè
quel titolo si diede per gran tempo ai giudici, ai signori e agli
ecclesiastici. Al tempo dell'azione rappresentata nel Romanzo doveva essere
limitato, tra gli ecclesiastici, a quelli di minor grado; difatto uno de' preti
che circondavano il Cardinale, e si dolevano che la gente comune lo trattasse
senza le debite cerimonie, notava come uno scandalo d'aver sentito qualcuno a
rispondergli perfino messer sì e messer no. Sennonché i lettori, che non
avrebbero avuto nulla a ridirci se aves- sero trovato il messere sin dalla
prima edizione, furono non senza ragione un po' sconcertati a vederlo nella
seconda messo al posto del più semplice e chiaro signor curato. ^) Rifatto si
riferisce all' estrinseco , e perciò è più adatto per improperio , che non
rincivilito , che sembra accennare a una mu- tazione più intima e quasi ha
della lode. — 106 — soletto in una sala (VII) : Solo in una sala M — recedere
da una soperchieria (VII): ritirarsi da una soperchieria — nella cerimonia
solenne della professione [della monaca] (IX): nella cerinwnia solenne del
vestimento ^) — da sola a sola [voleva parlare Gertrude a Lucia] (X): da solo
asolo — dalla voce stridula (X): dalla voce strillante — -come se ad entrambi
pesasse di prolungare quel discorso [X): come se a tiUt'e due pesasse di rimaner
lì testa testa 3) — « Son qua io, marmaglia » [parca dire la statua di Filippo
secondo] (XII): « Ora vengo io, marmaglia » — Così conciata [la detta statua]
(XII): Così accomodata — mutilata e ridotta ad un torso informe [XII; ed ora,
ridotto Y ad ad a, questa frase ha preso il suono d'un endecasillabo !] — non
senza un gran cacciar di lin- gue ^) (XII): con le lingue fuori [che in sé
sarebbe una cor- rezione felice, se non ci fosse subito prima: con gli occhi in
fuori] — « Cosa mi darete da mangiare ? » [così Renzo i ) •- ^ 1 ■ ) ; ' ; e II
) i ) i pezzo di stufato » (XIV; : .. « Ho dello stufato. Vi piace? » 5) — tra
pelle e pelle (XV): in pelle in pelle ^) — stava cogli orecchi levati , se
sentisse quella benedetta voce dell'Adda (XVII): stava in orecchi [e fin qui
c'è migliorìa] per veder se sentioa [bratto!] qiie la I ij Certo , soletto era
troppo carezzerole per don Rodrigo in- furiato. 2) Dovea dire piuttosto
vestizione , come dice nel e. IV per fra Cristoforo. 3) Beninteso che se
codesto modo avTcrbiale non è bello né metteva conto di surrogarlo a
un'espressione che non area nulla di riprensibile, e se forse in origine è un
francesismo {téteà-tété), non ne mancano però gli esempii classici. 4) Sa di
lombardismo e di napoletanismo. 5) Era più da oste il primo modo , con quel
buon pezzo e con quell'aria affermativa; salvochè non abbia voluto attenuare
l'espres- sione perchè all'oste la vista di Renzo accompagnato da una spia
diede noia anziché piacere. 6) E pesante, sia pur di peso fiorentino, questo modo
avverbiale per la ripetizione del forte suono ìmp-. — 107 — bencdcUa ecc. — «
che buon vento? » [cosi fra Galdino ad Agnese] (XVIII): « che vento v'ha
portala? » — « Dov'è (jiieslo silo?» [così Agnese domandava di Riniini]
(XVIII): « Dovè questo paese ? » ^) — Ma chi lo cacciò, fu la voce sicura che
il cardinale veniva da quelle parti (XXV): Ma chi lo cacciò ^ fi( Vesscrsl
saputo per certo, che il cardinale ecc. 2) — fissava [gli occhi] alia schiena
d'un monte (I): li fissava alla parte d'un monte — ella ha intenzione di
sposare domani R. T. e L. M. (I): lei ha intenzione di maritar domani... [il
Rigutini av- verte qui che una ragazza il padre la marita, il prete la sposai
ecc. ecc. XXXI. Vi sarebbe qualcosa a dire circa la punteggia- tura. Nella prima
edizione l'autore aveva proceduto con meno rigore sistematico , ed era stato
parco , special- mente di virgole. Le aveva messe più alla buona , ba- dando al
bisogno della chiarezza inteso un po' all'ingrosso, e ritraendo più che altro
l'enfasi naturale del discorso; la quale strìnge' insieme certe parti del
periodo che l'a- nalisi logica e sintattica vorrebbe invece distinguere , e fa
le sue pause dove o la lena o le soste soggettive del pensiero o il rapporto
fantastico dei concetti le consiglia. Nella nuova redazione spesseggiano le
interpunzioni, e vi son rigorosamente soggette alla membratura schema- 1) In
bocca d' una contadina , che non sapeva se Rimini fosse città, villaggio od
altro, una parola un po' indeterminata come sito stava meglio'del più preciso
paese. Ma gli è che sito sente un po' di lingua lombarda, ed il toscano posto
gli seppe forse troppo toscano, a tacer del cattivo suono che sarebbejvenuto
dalla sua consonanza con questo. Sicché^ è un di quei^casijin cui il lasciare
stare e il mutare eran due partiti entrambi non iscevri d'inconvenienti. ~) Il
chi non istava troppo bene per una cosa impersonale come la voce, ma sta anche
peggio per un'astrazione come l'essersi saputo. Meglio forse quel che. — 108 —
lica del periodo. È superfluo abbondare in esempii, e rechiamo soltanto un
passo del primo colloquio tra il frate cercatore ed Agnese (III). Prima diceva
così: ■ — Son tutte qui; e per mettere insieme questa bella ab- bondanza, ho
dovuto bussare a dieci porte. — Ma! l'anno è scarso, fra Galdino ; e quando s'
ha a ■litigare col pane, tutto sì misura più pel sottile. • — E per far tornare
il buon tempo , che rimedio c'è, buona donna? L'elemosina. Sapete di quel
miracolo delle noci, che avvenne molti anni sono, in quel nostro convento di
Romagna? — No, in verità; contate mo. — Oh! dovete dunque sapere che in quel
convento v'era un nostro padre, che era un santo, e si chiamava il padre
Macario. Un giorno d' inverno , passando per un viottolo in un campo d'un
nostro benefattore, uomo dabbene an- ch'egli, il padre Macario vide questo
benefattore presso ad un suo gran noce; e quattro contadini con le scuri alzate
che davano dentro a scalzare la pianta per metterle le ra- dici al sole.... Ora
è scritto: — Son tutte qui ; e , per mettere insieme questa bella abbondanza,
ho dovuto picchiare a dieci porte. — Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino;
e, quando s'ha a misurar il pane, non si può allargar la mano nel resto. — E
per far tornar il buon tempo, che rimedio c'è, la mia donna ? L' elemosina.
Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molCanni sono, in quel nostro
convento di Romagna? — No, in verità; raccontatemelo un poco. — Oh ! dovete
dunque sapere che, in quel convento, c'era un nostro padre, il quale era un
santo, e si chiamava il pa- — 109 — di'o Macario. Un giorno (rinverno, passando
per nna viot- tola, ili un campo d'un nostro lienefattorc, uomo (laljl)eno
anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce;
e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la
pianta, per metterle le radici al sole. Ciascun dei due metodi ha vantaggi e
inconvenienti, come ha seguaci e avversarli. Un giudizioso contempe- ramento di
entrambi, a cui molti con più o men di consa- pevolezza mirano, porta seco una
grande irresolutezza in chi scrive, e perfino in chi legge un po' di
perplessità. Comunque, con qualsivoglia sistema una relativa so- brietà è non
men possibile che desiderabile ; e a quei che credono che il Manzoni abbia da
ultimo passato il segno, non si può dar torto. Nelle frasi che abbiam tra-
scritte in corsivo, per esempio, si sopprimerebbe volen- tieri la virgola.
XXXII. Tiriam la somma delle cose fìnquì esposte. Nella seconda redazione ,
oltre aUe vere aggiunte, si notano modificazioni che sono bensì di forma, ma
solo in quanto questa riflette l'andamento logico e psicolo- gico del pensiero,
prescindendo da ogni dottrina o gusto particolare sulla lingua e sullo stile.
In codesta parte l'au- tore fu quasi sempre felice. Quantunque avesse limato
assai anche la prima redazione , mettendo in croce gli stampatori e disfacendo
perfino interi fogli già stampati/ tuttavia ben pochi erano stati gli anni
spesi attorno a un'opera così grandiosa; e nella febbre del raccogherne i
materiali storici, del ravvivarli e compierU con la fan- tasia, del gittare il
primo abbozzo, del correggerlo sul manoscritto e sulle stampe, non aveva potuto
veder tutto. Tornandoci sopra dopo un po' di tempo, avrebbe trovato — no — qua
e là da ritoccare, ancorché fosse rimasto saldo nei suoi primi criterii circa
la forma. Ma, per la mutazione seguita in questi e per la di- retta esperienza
avuta del linguaggio fiorentino , essen- dosi egli condotto a una totale
riforma del libro, riuscì il pili delle volte a migliorarne l'espressione, rendendola
più propria, più viva, più naturale, senza arcaismi, senza frasi lambiccate e
di fattura strana, senza espressioni dottrinali sconvenienti al caso o al
personaggio, senza lungaggini e stenti. Poche volte gli avvenne di peggiora- re
r espressione , di sbandire una stonatura cadendo in un'altra, di manomettere
una bellezza di stile per confor- mar la lingua a un nuovo tipo.
Nell'accostarsi all'odierna parlata toscana cercò quella dei Fiorentini colti,
non quella più dialettale e del volgo, non i riboboli, gl'idiotismi troppo
locali, le voci e locu- zioni che riuscissero scure o nuove all' Italia. Nessun
Italiano colto , che non abbia mai messo piede in To- scana né rivolta una
particolare attenzione al linguag- gio che ora vi si parla , trova nell' edizione
riformata alcuna espressione eh' ei non comprenda o comprenda a mezzo. Non
solamente per ciò che riguarda le voci e le lo- cuzioni vere e proprie , la
parte insomma lessicale del linguaggio, ma per la stessa sintassi e per le
forme gram- maticali e per le fonetiche, il Manzoni non fu immemore della
tradizione letteraria. Di cui tenne conto non solo in quanto mirò al fiorentino
della classe colta , cioè a quella vena del parlar toscano nella quale la
consuetu- dine letteraria ha lasciato e lascia tuttora tracce non lievi, ma in
quanto ei s'attenne bene spesso all'uso let- terario pur dove o differisce
recisamente o é abitual- mente sopraffatto da certi vezzi della conversazione
colta — Ili — fiorentina. Riserbiamo al seguente capitolo il discutere fin a che
punto ciò si concilii colla sua dottrina sulla lingua, ma il fatto è questo,
che cioè nella pratica egli non fece tabula rasa della tradizione nazionale
circa la lingua scritta. In codesto però non tenne un metodo sicuro e coe-
rente. Prima di tutto, vi son luoghi in cui risparmiò quel che di regola
soppresse ; e , se qualche volta a ciò fu persuaso da sottili considerazioni
estetiche, in altri casi bisogna convenir che vi cadde per mera distrazione o
per titubanza. Inoltre, mentre il suo sapiente buon gusto gli fece intendere
che a certe forme letterarie, tramontate o vicine a tramontare dall'uso
parlato, non era possibile né utile dar lo sfratto, e che per converso altre
forme 0 costrutti o pronunzie troppo familiari e toscane ripu- gnano al senso
letterario della nazione , specialmente nelle scritture più serie o d'arte più
aristocratica; tuttavia alle prime ricorse talora con troppo timida parsimonia,
dalle seconde non rifuggì abbastanza. Persino nella scelta di voci e locuzioni
sinonime parve non di rado cedere allo spirito di sistema, preferendo quelle
che prevalgono nel toscano odierno a quelle che sono o più o non meno vive
nell' uso scritto. Donde nasce un non so che di le- zioso: quasi unicamente in
cose minime però, né troppo frequenti. E benché negli scritti posteriori egli
andasse un po' più oltre, per la qualità e per la quantità di co- deste che
parvero smancerie, il vero abuso non s' av- verte che in alcuni suoi seguaci,
che misero in campo una nuova specie di pedanteria: la pedanteria in ma- niche
di camicia, come disse il Carducci; una vera sfac- ciataggine di lingua o la
caricatura della naturalezza , come la chiamò il De Amicis. Ma, a quel modo che
non senza ragione fu detto che un po' del petrarchista l'avesse — 112 - già il
Petrarca , così non si può negare che un po' di manzonianismo è già nel
Manzoni. Chi scrive deve proporsi che la forma non si faccia mai sentire per sé
stessa, e la parola non richiami l'at- tenzione su di sé come parola, della
quale il lettore si fermi a meditare se la sia un arcaismo o un neologi- smo,
una voce letteraria o un toscanesimo. Il discorso dev' essere un velo
insensibile a traverso del quale il pensiero traspaia « come festuca in vetro
». La pedan- teria spunta non appena la parola dell'autore ci costringa a
metter poco o tanto da parte il pensiero e a far di essa l'oggetto d' una
speciale considerazione ; sicché di pedanterie ve ne può esser d'ogni genere. A
proposito degh arcaismi Quintiliano insegnava: « Opus est modo^ « ut ncque
crebra sint haec ncque manifesta » (che non « dien nell'occhio), « quia nihil
est odioslus affectatione; nec « utique ahultimis et iam obliteratis repetita
temjporibiis... « Oratio, cuius summa virtus est perspicuitas^ quam sit «
vitiosa si egeat interprete ! Ergo, ut novorum optima « erunt maxime velerà,
ita veterum maxime nova » (I, 6). I più antichi tra i neologismi insomma, i più
freschi tra gli arcaismi ! E il precetto si vuol estendere a ogni parte od
aspetto della hngua. Il Manzoni, se a torto fu accusato d^aver sopraccarico il
suo hbro di ricercati toscanesimi, non può essere interamente scagionato della
taccia di non avere schivata ogni affettazione famihare.La seconda redazione é
infinitamente più scorrevole della prima, ma non ci lascia senza il desiderio
d'una terza, in cui qua e là egli avesse ripristinate le forme della lingua
scritta nazionale. — 113 — CAPITOLO TERZO UN po' di discussione teorica e di
esposizione STORICA DELLA QUESTIONE DELLA LINGUA. I. Nel riascìacquare, secondo
egli disse , i suoi cenci in Arno , il Manzoni non cedette a un impulso mera-
mente istintivo, né si limitò a un semplice lavorìo pra- tico, circoscritto a
quel suo libro o tutt' al più al suo proprio stile. Gom' era naturale in chi a
un finissimo senso d' arte congiungeva una profonda coltura e un tenace
intelletto speculativo; conformemente altresì alla tradizionale abitudine dei
letterati italiani di meditare e disputare sullo strumento stesso dell'arte
loro (pur in Milano ciò s'era fatto allora allora con grande strepito per opera
d'un suo prediletto maestro, e nel secolo an- tecedente aveva dissertato sullo
stile il suo avo materno Beccaria !); egli venne insieme maturando una vera
dot- trina sulla lingua, o, meglio, riformando quella che aveva abbozzata
durante il primo getto del Romanzo. A pro- pugnarla pubblicamente gli diede nel
1845 occasione il Vocabolario domestico o Prontuario del piemontese Ca- rena,
recatosi più volte in Toscana a farvi raccolta delle voci e maniere indicanti
cose ed atti materiali. Il Man- zoni in fondo temeva che il dotto accademico,
col re- stringersi a codesta specie di nomenclatura , ribadisse r opinion
comune che per essa soltanto giovi ricorrere alla Toscana; e gli dava noia che
col mettere insieme voci d'ogni parte di questa, offrendo quasi un'antologia di
toscanesimi, ei rendesse minore il servigio che pur voleva prestare
all'unificazione della lingua. Inculcandogli di attenersi ai soU termini
fiorentini, mostrò come una 8 — 114 - vera lingua, una lingua che non si trovi
nello stato di quelle che si chiaman morte, debba avere una quantità di voca-
boli corrispondente alle cose nominate da una società in vera e piena comunione
di hnguaggio; come la lingua così detta itahana, malgrado la comunanza di
moltissime voci a tutta Italia, non abbia in comune tutti i vocaboli
necessarii, non sodisfacendo così alle condizioni d'una lingua intera; come
invece vi sodisfaccia pienamente per ciascuna città il dialetto locale ; come
dunque il solo mezzo di avere in tutta la nazione una lingua unica e intera sia
di appropriarsi un unico dialetto, poiché tra lingua e dialetto non v' è alcuna
intrinseca differenza; come da secoli i colti Italiani si siano appropriato in
gran parte il dialetto toscano , o più precisamente il fiorentino, il qual
fatto fu riconosciuto da molti, e in un certo senso da queUi stessi che si sono
sforzati a ne- garlo; come infine a Firenze bisogni ricorrere, perchè quivi
soltanto si trova unito a ciò che è comune a tutta Italia, non esclusa Firenze
che non è fuori d'Italia, ciò che essendo proprio della sola Firenze può con
l'esten- dersi a tutta la Penisola dare il naturale complemento alla incompleta
hngua che possediamo. Alla lettera al Carena poco si badò: sminuzzata co- m'era
l'Italia, con grande stento vi si propagavano le cose nuove, e ben presto i
grandi avvenimenti politici distol- sero gli animi da tutto ciò che fosse o
paresse pura- mente letterario. Tempo ben altrimenti propizio a pro- clamar il
nuovo principio fu quello in cui, compiuta quasi l'unificazione del Regno,
divenutane capitale prov- visoria per l'appunto Firenze, reggendo gli studii
italiani un fiero Lombardo, ammiratore e seguace ardentissimo del grande poeta,
fu questi chiamato dal Governo stesso del Re a dare insiem con due letterati di
grido il suo — 115 - avviso Siili' imita dcìla liugua e sul mezzi di
diffonderla. La Relazione con cui egli rispose all'invito solenne, e che fece
risentire all' Italia una voce sì cara e dopo un così lungo silenzio, destò un
vero incendio. In lui me- desimo, che era potuto parere isterilito dagli anni o
formo nel proposito di godersi in paco la già conseguita immortalità o
sopraffatto da troppo pudica modestia, si risvegliò il confidente ardore dei
suoi begli anni ; e scese di nuovo in lizza con la Lettera intorno al Voca-
bolario, con quella intorno al libro De Viilgarl Eloquio, con \ Appendice alla
Relazione, e un ultimo attacco avrebbe voluto fare con la lettera al Casanova
di cui già dicemmo (p. 19). Godeste scritture battono sullo stesso chiodo , con
efficacia sempre crescente. Vi s'insiste sulle qualità essen- ziali d'una vera
lingua, e con l'esempio del latino e del francese si mostra come l'idioma
letterario d'una nazione non sia che un dialetto nativo ad una città e diffuso
in tutte le altre; s'indicano le ragioni per cui il fiorentino riuscì in parte
a diffondersi in Italia e quelle per cui non vi potè riuscire interamente; si
additano i modi coi quali ciò che non è avvenuto naturalmente possa arti-
ficialmente sollecitarsi , in ispecie con la compilazione d'un vocabolario
dell' uso vivente fiorentino ; si spiega la necessità di stare al fiorentino e
non al toscano in genere , dovunque tra le varie loquele toscane vi sia qualche
differenza; si chiarisce l'insufficienza del tradi- zionale vocabolario
itahano, consistente quasi esclusiva- mente in uno spoglio degli scrittori, e
l'indeterminatezza e incompiutezza della così detta lingua scritta; si scrutano
le cause e i ragionevoli confini dell'uso de'gallicismi; si accenna la via per
cui il linguaggio fiorentino, adottato che fosse da tutta Italia , rimarrebbe
sempre aperto a — 116 — quante aggiunzioni venissero raccomandate dai bisogni
del pensiero , e come a tali aggiunzioni possano con- tribuire, oltreché le
lingue antiche e le straniere, pure i dialetti italiani , incominciando dagh
altri toscani ; si determina nettamente il concetto di Uso fiorentino, dis-
sipando la confusione che molti ne fecero con un altro concetto, cioè di quella
parte di Hnguaggio che è tutta propria di certe classi o volghi. Le gare
municipali vi sono sbandite e maledette , e 1' unità della lingua vi è
vagheggiata come degno coronamento alla tanto sospirata unità nazionale. La
vecchia questione era qui rimessa a nuovo, e trattata con urbanità, con vigore
dialettico, con larghezza d' idee e di dottrina , con precisione di concetti e
di linguaggio. Mentre quelle pagine si leggono (a che nessun giovane colto deve
rinunziare ) se ne resta conquisi , e solo rimuginandole poi si riesce a
scorgere quel che pur v'è di eccessivo, h' Appeìidice specialmente è un lavoro
insigne. II. Eppure , comparsa nella primavera del 1868 la Relazione^ vi fu chi
osò con subito e sommario giudizio spacciarla per un senile telum imbelle sine
ictu ' ) ; e , (( per più dolor » , il temerario, che nel repentino impeto
obliava se non altro il riguardo dovuto a così gloriosa canizie, era quel Luigi
Settembrini che Italia tutta , la meridionale in ispecie, onorava ed onora come
uno dei più grandi suoi cittadini. Ma egli, se nella vita pubblica e nella
privata fu un purissimo eroe , e anche lettera- riamente degno d'ammirazione
per la elegante semplicità dello stile, per un istintivo senso d'arte, per la
modesta coltura acquistata con magnanimo sforzo tra difficoltà 1) Eneide, II,
5M-5. — 117 — indicibili d'o^i^ni maniera, difettava quasi interamente della
dottrina e delle virtù intellettuali necessarie al critico e al pensatore: è
bene che ai giovani ciò sia detto senz'am- bagi , onde sappiano con la più
fervida devozione alla sua memoria conciliare la diffidenza verso l'ingenua av-
ventatezza dei suoi giudizii. Una dicitura talora negletta, per non esservi
abbastanza schivata la ripetizione prossi- ma di certe parole o suoni o
costrutti e per lo spezza- mento del discorso in troppi capoversi, e un certo
sciupo di lepidezze e di toscanesimi, davano bensì indizio d'in- temperanza
nella nuova maniera dello scrittore lombardo, ma non di senile infiacchimento;
tanto più se si consideri che le stesse mende a un dipresso sono nella Colonna
Infame e in altri scritti minori, e che la teorica ripresa ora ad inculcare 1'
aveva egli concepita e praticata e anche un po' predicata nel vigor dell' età ,
e da molti anni ne veniva elaborando 1' esposizione in un libro speciale. Il
vero è anzi che molti , o giovani o men provetti, duravan fatica a tener dietro
al ragionamento così serrato dì quell'antico loico. S'anderebbe all' infinito a
voler dar conto , sia pur fugace, della miriade di scritti che la sua rediviva
parola suscitò. Chi le fece eco fedele; chi, credendo o volendo far credere di
assentire, insinuava restrizioni o ritocchi che snaturavano la dottrina del
maestro o la risospin- gevano verso altre già a lui sembrate insufficienti; chi
le moveva aperte obiezioni, più o men riverenti, più o men discrete e
ragionevoli, senza però contrapporvi un vero sistema che spaziasse per egual
distesa di pensiero ed avesse altrettanta saldezza di compagine ideale ; e chi
trascorreva proprio in censure più o men tapine ed insipide. Poco curando di
quest'ultima setta, vorremmo invece ricordare i nomi del Broglio , del De Meis
, del — 118 — Puccianti , del Buscamo Campo , di Gaetano Bernardi, dello
Zendrini , del Petrocchi , del Lambruschini , del Tommaseo, del Fornari,
dell'Imbriani e di più altri; se potessimo dir di ciascuno partitamente. Il
Tabarrini, rendendo conto dei lavori della Crusca nel '69 enei '70, difese con
bella sobrietà e con retto giudizio il presente criterio dell'Accademia. Il
Bonghi, a cui accennammo più sopra (p. 11-12) e che già dal 1855 aveva nelle
Lettere Critiche propugnato le norme manzoniane, non ha mai trasandato le
occasioni di ribadirle; mentre poi con la classica potenza del suo stile ci
fornisce tuttodì l'esempio di un' applicazione felicemente temperata di queJle
, a malgrado di qualche novo o hono che gli piace di man- tenere quasi come
stimate della bella scuola ond'è uscito. Il Giorgini, nella Lettera premessa al
Novo vocabolario italiano , da lui e dal Broglio preso a fare secondo la
proposta milanese, ci diede una confutazione efficacissima delle ultime
dottrine contro cui quella del Manzoni era insorta. Il Morandi, che per
naturale buon gusto aborre quasi sempre dalle estreme conseguenze a cui altri
an- darono spensieratamente incontro, ma non vuol rasse- gnarsi ad ammettere
che il principio stesso sia un po' da correggere , fece e fa ogni sforzo per
mostrar come quelle non discendano da questo , e s' adopera perchè ei sia
attuato in modo pronto e insieme discreto. Invece, contro alle esagerazioni
intrinseche nel prin- cipio medesimo, non men che alle sue effettuali e pos-
sibili conseguenze dannose , fu rivolto sullo scorcio del 1872 il poderoso
assalto dell' Ascoli , proemiante al- V Archivio glottologico italiano, ove poi
fu illustrata sotto il rispetto storico e scientifico gran parte di quei vol-
gari d'Italia che per ragioni d'arte il Manzoni ebbe tanto a cuore. La
pubblicazione di quel Proemio segna un - 119 - passo nuovo nella secolare
controversia ; non perchè obiezioni giuste non si fossero già fatte da altri ,
ma perchè queste erano per la prima volta coordinate e composte in un'alta
sintesi speculativa e storica, e inte- ramente mondate dalla scoria di vieti
pregiudizii. Non è punto vero che il sommo glottologo cedesse ad un mo- mento
di malumore , benché certo nelle sue pagine vi sia calore ed impeto ed una
franchezza talvolta acre; né si deve tralasciar di avvertire , che da un lato
egli pur dava subito all' affermazione storica, su cui la tesi pratica del
Manzoni si fonda, il suffragio autorevole della moderna scienza delle lingue ,
e che d' altra parte egli faceva dell' ingegno e dell' opera riformatrice di
lui la più solenne esaltazione ^). Ma quella critica inaspettata non ebbe
subito presa sui più ; e per il Manzoni , il divin raggio della cui mente era
già vicino a spegnersi, giungeva troppo tardi. Dicono che, avutane qualche no-
tizia, esclamasse cehando : se l'Ascoli non vuole il fio- rentino, pigliamo
magari il bergamasco, purché ci teniamo a un linguaggio vivo ed intero ; e
soggiungesse : l'Ascoli ci può insegnare a tutti come le lingue si formano, ma
1) Accenna p. es. al Manzoni come a a quel Grande, che è riu- scito, con
rintìnita potenza di una mano ciie non pare aver nervi, a estirpar dalle
lettere italiane, o dal cervello dell'Italia, l'antichis- simo cancro della
retorica « (p. XXV III;; e alle sue agitazioni per la lingua come ad a un
movimento partito dall' altissima sfera in cui l'Arte e la Filosofia stanno
congiunte e indivise o (p. XXIX). Quanto all'altro punto, scriveva: « il tipo
fonetico, il tipo morfolo- gico e lo stampo sintattico del linguaggio di
Firenze si erano in- dissolubilmente disposati al pensiero italiano, per la
virtù sovrana di Dante Allighieri » (p. XVII;; e pochi anni dopo, nel volume
ottavo dell'Archivio (p. 121-7j, insisteva su ciò nuovamente, con più precise
indicazioni, oltre il resto chiamando con felice immagine la Toscana e Firenze
« terra promessa del linguaggio letterario italiano i). — 120 — vorrei che egli
considerasse clie cosa è una lingua ! Sen- nonché , a tacer che oggi , con l'
indirizzo storico che tutti gli studii han preso, il cercar quello che una cosa
sia equivale all'indagar principalmente come si sia for- mata , è manifesto che
una larga e sicura esperienza del modo onde le lingue, letterarie o no, si
costituirono, deve giovar non poco a indicare per qual via possa davvero
acquistarsi quella lingua o quella parte di lingua di cui la letteratura d'un
popolo ahbia in un dato mo- mento bisogno. Certo , sarebbe ingiusto non men che
irriverente il disconoscere come il Manzoni portasse nella disputa molta
conoscenza effettiva di lingue e in ispecie tanto esame critico della loro
storia quanto nessun let- terato italiano ve n'aveva mai arrecato; ma in fm dei
conti egli non era un glottologo di professione, e bisogna anche aggiungere che
, al tempo in cui egli meditava suir argomento , nella glottologia stessa erano
state in voga dottrine un po' esagerate sull'intrinseco valore dei dialetti,
sulla naturale spontaneità del linguaggio umano e sul carattere organico di
questo: le quah esagerazioni eran parse dare uno scientifico rincalzo a quelle
a cui per impulsi letterarii egli tendeva. GÌ' insegnamenti più cauti e più
recenti della scienza hnguistica inducono invece a moderarle , e , pur
confermando 1' origine dia- lettale delle lingue scritte , mettono nel debito
rilievo l'efficacia che in esse ha 1' opera e la tradizione lette- raria. Così
il principio manzoniano , vero all' ingrosso, vuol esser corretto , non solo
neh' applicazione , quasi per felice inconseguenza, ma nella sua stessa formola
teorica : conclusione a cui torneremo dopo aver consi- derato sotto diversi
aspetti lo spinoso argomento. III. Raccontare 1' eterna lite è impresa non
lieve ; nò .solo per 1' ampiezza e molteplice varietà del fatto 4 — 121 —
stesso della lingua, ma perchè le discussioni intorno ad esso presero un assai
diverso atteggiamento da età ad età, come da paese a paese, e perchè i
disputanti non si riesce ad aggrupparli in classi se non trascurando certe
propensioni individuali , o le discordanze palesi e latenti tra i partigiani d'
un medesimo principio , o le somiglianze tra gli avversarli. A prima giunta,
poniamo, si direbbe che la diversità dei criterii storici e dottrinali dovesse
portar per immediata conseguenza un corri- spondente divario nella maniera di
scrivere, e i fautori della toscanità dar saggio d' una forma più sciolta e
dialettale , quei dell' italianità avere un andamento più compassato. Ma ciò
non sempre si verifica: nel Cinque- cento, suppergiù in un medesimo tono
accademico hti- gavano quasi tutti ; e anche ai giorni nostri , nei quah la
question della hngua è stata in più intimo legame con quella dello stile, ninna
sostanziale differenza quanto a quest' ultimo si giungerebbe per esempio a
scoprire tra le belle pagine in cui il Giorgini calorosamente difese e quelle
in cui il Tabarrini moderatamente oppugnò la teoria del Manzoni. Mentre un de'
più cospicui campioni di questa, il rimpianto Broglio, specialmente nella Vita
di Federico il grande, libro del resto piacevole ed istrut- tivo , diede in
tali eccessi da far ricordare di Teofra- sto riconosciuto per istraniero da una
vecchia atenie- se quod nimium attice loqueretur , come dice Quintilia- no , 0
da far parere scritte apposta per lui le parole : « dal troppo Toscaneggiar
^egg' io che non sei tosco » . Che se queste particolari antitesi sembrassero insinuar
che la differenza vera sia insomma da Toscani a non Toscani, s' avrebbe subito
da poter citare scrittori sve- nevoH tra i primi, manzoniani savii tra i
secondi. Né è uor di luogo ricordare che nella prima metà di questo — 122 —
secolo il Perticar! combattè il toscano con libri di forma abbastanza spigliata
, e il Galvani gli sì levò contro a difenderlo con un' opera quanto mai
stentata e dura; mentre d'altra parte il Monti, che stava col primo, e il
Biamonti, che precorse 1' altro, pur differendo notevol- mente neir efficacia e
nell' amenità, tanto maggiori nel Monti, concordavano appuntino nelle forme,
perfettamente moderne in entrambi, della lingua e della sintassi. Neanche è da
credere che l'urbanità e la carità patria stessero sempre da una parte, o,
peggio, da nessuna, e che un tristo livore fosse il movente principale delle
controversie e l'unico soffio che le tenesse perennemente accese. Senza negare
codesta parte velenosa, bisogna far molte distinzioni, e riconoscer largamente
le ragioni buone e sostanziali che determinarono una disparità di opinioni non
priva d'ingenuità ed appropriata alle nostre vicende storiche. Il sensitivo
patriottismo dell'Italia risorta s'a- donta di certe grettezze o malignità dei
nostri vecchi, e perfìn che i Toscani chiamasser forestieri o stranieri i
Lombardi, o che contendessero di nazione fiorentina o sanese. Ma non si
dimentichi il significato un po' vario dal presente che alcuni di codesti
termini avevano, né la corrispondenza di essi alle effettive condizioni nostre
d' allora ; ed è pur patriottismo il non esagerar quelle miserie rappresentando
coni' un semplice sfogo di gare fratricide una secolare esercitazione che per
più rispetti fa invece onore all'ingegno italiano ^). 1) Principalmente si
considerino le seguenti opere: — Bembo Prose nelle quali si ragiona della
volgar lingua. Vi fece un commento critico perpetuo il Gastelvetro con le sue
Giunte. — Castiglione li cortegiano (Dedica e Libro I). — Speroni Dialogo delle
lingue.— Trissino Epistola a Papa Clemente VII delle lettere nuovamente — 153 —
IV. Intanto, se nella bulgare Eloquenza i rancori del- l'osulo avevano
inasprite le sentenze di lui su quasi tutte le parlate municipali, un magnanimo
spirito d'italianità vi aleggiava nella lode di uno stile comune a tutto « il
giardin dell'Imperio ». E il Trissino, come il Castiglione, ripigliando dopo
due secoli il concetto dantesco , non avevano ombra d'ostilità verso la
Toscana, e ragionavan da gentiluomini quali erano. Il sanese Tolomei, senza in
tutto dissimulare una certa uggia che i non Toscani si impancassero a fermar le
norme della lingua e che altri gli avesse rubate le mosse nel pubblicar
proposte di ri- forma ortografica, fu riguardoso col Trissino e schivò di
aggiunte nella lingua italiana; — Dubbi grammaticali; — Il Castel- lano. —
Adriano Frangi (pseudonimo o prestanome del Tolomei) Il Polito. — Tolomei 11
Cesano. — Lodovico Martelli Risposta alla Epistola del Trissino. — Machiavelli
Dialogo sulla lingua. — Liburnio Dialogo sopra le lettere del Trissino. —
Firenzuola Del discaccia- mento delle nuove lettere inutilmente aggiunte alla
lingua toscana. — GiAMBULLARi 11 Gcllo ossia ragionamenti della prima ed antica
ori- gine della Toscana e particolarmente della lingua fiorentina; — Della
lingua che si parla e scrive in Firenze, con dinnanzi un Dialogo di G. B. Gelli
sopra la difficultà dell'ordinare detta lingua. — Varchi V Ercolano. — Muzio
Battaglie, cioè lettera al Cesano e al Cavalcanti, lettera al Trivulzio,
lettera al Veniero, e la Varclnna. — Salviati Avvertimenti della lingua sopra
il Decameron. — Mazzoni Difesa della Commedia di Dante (libro VI). — Persio
Discorso intorno alla conformità della lingua italiana con le più nobili
antiche lingue e principalmente con ?a ^r^t-ff.— Lombardelli i fonti toscani. —
Scipione Bargagli 11 Turamino. — CiTTADmi Trattato della vera origine e del
processo e nome della nostra lingua; — Origini della volgar toscana favella. —
Davanzati Lettere a m. B. Valori , al Balgarini e agli Accademici Alterati. —
Belisario Bulgarini Lettere al Davanzati.— Beni V Anticrusca. —Fescetti
Risposta all' Anti crusca. — Nisiely Pro- ginnasmi poetici (voi. Ili, sulla
fine). — Ferrante Longobardi (ossia Daniello Bartoli) Il torto e il diritto del
Non si può, dato in gin- — 124 — offendere ogni persona o cosa, affratellando
insieme tutti i popoli di Toscana. Il fiorentino Gelli propugnò assai
nobilmente il patrio linguaggio; ed il Varchi, se fu più mordace, velò di
graziosa ironia e di garbatezze corti- giane le sue malizie. Il Machiavelli fu
sdegnosetto, ma, com' era da aspettarsi da un così gran promotore del- l'unità
nazionale, non avaro di simpatia per gli altri Ita- liani. Un po' più aspro e
di più chiuso municipalismo fu l'altro fiorentino Lodovico Martelli, ma non
dimenticò le convenienze. Quei che veramente portaron nel piato le maniere
villane e una rabbiosa invidia regionale, furono dalla parte dei Fiorentini il
Firenzuola , da quella dei Lombardi il Muzio, che non si vergognò di buttarsi
con dicio sopra molte rególe della lingua italiana. — Magalotti Lettere a
Ottavio Falconieri, ad Apollonio Bassetti e a Francesco Redi. — A. M. Salvini
Prose toscane, passim, e Note alla Perfetta Poesia del Muratori. — Gigli
Vocabolario Cateriniano. — Baretti Tre lettere sugli studi d'un giovane (lett.
Ili; § 3-6). — Cesarotti Saggi sulla filosofia delle lingue coi Rischiaramenti
apologetici e la Lettera al conte Napione. — Napione DelVuso e de'' pregi della
lingua italiana. — Cesari Sopra lo stato presente della lingua italiana (1809)
; — Le Grazie (1813). — Monti Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al
Vocabolario della Crusca (1817 e segg.); — e in essa inseriti i due trattati
del Perticari : Degli scrittori del trecento e dei loro imitatori (1817), e
Dell'amor patrio di Dante e del suo libro intorno il Vol- gare Eloquio (ÌS^O).
— Lettere di Pamfilo a Polifilo (opuscolo del BiAMONTi, 1821). — Galvani Dubbi
sulla verità delle dottrine pertica- riane (1846). — Zannoni Storia delV
Accademia della Crusca (1848). — Crivelluggi La controversia della lingua nel
Cinquecento (1879). — Guido Mazzoni La questione della lingua nel sec. XF/ii
(1887).— Luz- ZATTO Pro e contro Firenze (1893). — Fra le storie letterarie,
ricor- diamo specialmente quelle del Canello {S. d. l. i. nel sec. XVI, capo
ultimo) e del Gaspary (voi. II, p.« II, p. 59, 65 segg., 102. 186 segg. della
versione italiana). Dei nostri Saggi critici (1879j parecchi ri- guardano la
questione della lingua, e sotto aspetti diversi. — 125 — furore sull'opera
postuma del Varchi. E soprattutto per avere il pensiero rivolto a quel Padovano
diede in qual- che eccesso di sprezzante ironia anche il Salviati negli
Avvertimenti. Poiché con ciò che egli scrisse in codesta opera mag- giore non
si vuol confondere la sua polemica, ben altri- menti maligna, contro il Tasso;
la quale molto inoppor- tunamente è da taluni storici tirata dentro nel
soggetto di cui ci occupiamo. Furon questioni di lingua^ oltreché di poetica ,
quelle suscitate contro la Gerusalemme , e la questione della lingua non ci
avea rapporti se non indi- retti. Che del resto il Tasso era stato di coloro
che con più serena franchezza riconoscessero l'origine toscana; e ci volle
tutta l'ingiustizia di quel non provocato assalto, e la calunnia con tanta mala
fede appostagli d' avere scritto contro Firenze, per istrappargli dall'animo
mite e schietto una mera esclamazione contro la boria del primato fiorentino.
Anche un'altra polemica anteriore, pur tutta personale, quella tra il Caro e il
Gastelvetro , fu troppo confusa con la gran lotta. Contro una canzone brutta e
insipida dell' elegante scrittore marchigiano , scagliò una critica brutta ed
acre il filologo modenese; il quale era un cu- rioso miscugho di dotto acume e
di vuota sofisticheria, e ondeggiava tra un pedantesco rigore e un linguaggio
scorretto , artificiale e provincialesco , come nello stile riusciva insieme
arido e proHsso. Con poche giuste cen- sure ne accozzò molte inconcludenti ,
che per lo più si risolvevano in asserzioni gratuite od erronee sull'avere il
Petrarca scritto o potuto scrivere questa o quella voce o maniera. L' Apologia
del Caro mosse da un risenti- mento giusto, benché sfogato qua e là in modo
pette- golo e con invenzioni e freddure che allora piacevano e — 126 - oggi
ristuccano ; ma fu un lìmatissimo lavoro , ed ha parti, soprattutto in
principio, veramente belle. Sennon- ché circa r origine toscana della lingua
nessun divario era tra i due; salvo che il Caro propugnava meglio l'uso vivente
toscano e rimproverava l'avversario di starsene troppo alla lingua antica e ai
rancidumi , di presumer d'esserne egli il depositario, di voler far il maestro
del toscanesimo senza aver dimorato, come lui Caro, a Fi- renze, studiandovi la
favella. Anzi, se si prescinde dal modo come il Gastelvetro scriveva e
criticava lo scritto altrui, se si guarda alla sua astratta teoria, quale si
di- sviluppa dalle infinite perplessità delle sue Giunte alle Prose del Bembo,
si può dir che con il Caro egn s'ac- cordasse interamente, proclamando che si
debba scrivere nella lingua del proprio secolo , e che sia impossibile
gareggiar nella Kngua del Trecento coi trecentisti, e che i Fiorentini si
trovino per lo scriv^ere in condizione mi- ghore di tutti gli altri (Giunta
XIII). Solo di sbieco il diverbio si venne a intrecciar con la questione
generale, in quanto che il Caro trovò un cordiale difensore nel suo Varchi ,
che di là si distese a una ben più larga trattazione circa le hngue. Forse
anche senza il Caro egli avrebbe scritto 1' Ercolano, ma ad ogni modo non ne
ebbe che un incentivo a cacciarsi finalmente in quel- r altra mischia che
durava da più decennii , e per la quale nessuno'^era megho agguerrito di lui.
V. U Ercolano, già composto nel 1560 o anche prima, fu pubblicato il '70,
quattr'anni dopo la morte dell'au- tore. Il Tolomei, che verso il '25 avea
sotto altro nome dato fuori il Polito^ non pubblicò il Cesano, scritto pochi
anni appresso, se non, già vicino a morte, nel 1554; e più che altro per toma
di vederselo stampato, come allora facilmente capitava, senza sua saputa. Il
Dialogo - Ii27 — del Machiavelli roslò per più di due secoli inedito; e fin la
Varchhia del Muzio uscì postuma il 1582, un decennio dopo ch'era stata
incominciata a scrivere. Anche questi indugi nella stampa, — benché allora, per
esser più re- cente l'invenzione di questa, il manoscritto fosse tuttavia un
mezzo non disprezzabile di pubblicazione , e noi sappiam di fatto che alcune di
tali opere eran già note prima che si stampassero — , danno indizio che
l'accani- mento non fosse quale ad altri è potuto sembrare. Inoltre, non dai
soli libri più o meno polemici e volti a trattar di proposito la questione, si
deve giudicare lo spirito pubblico; giacché, a tacer di coloro che favorendo in
pratica questo o quel criterio non s'impacciavano di propugnarlo o nemmen
formularlo, molti scrittori, o in- cidentemente 0 condottivi da più largo
discorso, profes- sarono l'opinione propria con affabile tranquillità. Il Bembo
aveva, quasi senza parere, detta la sua; e più tardi il padovano Speroni, nel
fargli eco in un suo Dialogo, diede a ciascuna delle varie opinioni una così
equa rappre- sentanza, da lasciar appena trasparire a quale egli ade- risse. Il
Giambullari, così nel suo trattatello grammaticale come nel Dialogo il Gello in
cui tanto favoleggiò e spro- positò sull'origine semitica della lingua
fiorentina e sui primordii della lingua poetica, non iscrisse alcuna parola
pungente, benché di un riposto orgoglio desse indizio col far del toscano una
specie di popolo eletto stabilito da Noè o Giano nel cuor dell' Itaha , col
ricordar che prima dei Romani dominassero in questa gli Etruschi, e con
l'insano tentativo di annullare il primato crono- logico dei Siciliani
ascrivendo al s. XII un preteso rima- tore pisano, che solo avrebbe preso di
Sicilia l'uso di finir le parole in vocale ! Entro la seconda metà del s. XVI,
il cesenate Jacopo — 128 — Mazzoni, prendendo a giustificare Dante e dei
latinismi e delle deviazioni dall'uso toscano, non si fece dal suo assunto
trascinare ad alcuna esorbitanza. Egli, come il Bembo e lo Speroni, come il
veneziano Ludovico Dolce, il Castelvetro, il Caro e tanti altri, con la loro
aperta deferenza al toscano, si mostravano immuni dalle invidie regionali. In
ciò senza dubbio entravan per qualche cosa 0 la lunga dimora in Toscana o i
rapporti amichevoli con alcuni scrittori toscani e le lodi onde questi erano
stati larghi agl'italiani migliori; ma anche una tal con- vivenza e mutua
simpatia è cosa degna di nota. Ed un'altra n'è questa, che le controversie
furon quasi interamente o fra toscani e lombardi (nome che allora aveva un
senso men circoscritto potendo accennare a tutta r Italia superiore alla
Toscana) , benché i secondi combattessero per lo più in nome della lingua usata
in corte di Roma, ovvero tra fiorentini ed altri toscani; ma il Mezzogiorno fu
quasi scevro di ribeUione. Il nobilissimo Sannazaro , riverito e additato ad
esempio da toscani e non toscani , era nella più cordiale intelligenza con
tutti ; e il napoletano Del Falco , nel suo Rimario del 1535, lascia scorgere
un gran rispetto per la toscanità e ci dà prova degli sforzi che qui si
facevano per ap- propriarsela. Anche Ascanio Persio di Matera, che il 1592
parve ritornare alle idee del Trissino , non lo fece che in un senso ben più
discreto e con mirabile serenità. VI. Negli anni onde si chiuse il Cinquecento
e il Sei- cento ebbe principio, la scuola sanese di Belisario Bul- garini, del
Lombardelli, di Scipione Bargagli e del Cittadini, disse le ragioni sue senza
alcuna intemperanza; giacché anche il terzo, per quanto superasse tutti, allora
e poi, nell'audacia di un radicale concetto d'autonomia, fu mosso da uno
schietto non men che angusto convincimento. Il — 129 — Davanzati, agrodolce col
Bulgarini, aspretto contro il Mu- zio, sostenne il fiorentino in quel suo modo
reciso ma non crudo. E mite , nonostante la precisione delle sue dottrine, fu
Benedetto Fioretti, nato nella diocesi pistoie- se, ribattezzatosi Udeno
Nisiely e Accademico Apatista, nò privo di vera equanimità; garbato verso i non
toscani, eccetto r Ariosto che quasi sempre perseguitò con sin- golare
pertinacia. Il libro poi del ferrarese Daniello Bartoli non è che
un'argutissima e dotta polemica grammaticale e lessicale contro i divieti
capricciosi dei linguai , né tocca la questione generale se non in quanto,
sottintendendo il primato toscano ma badando piuttosto alla tradizione
letteraria, loda e compie la Crusca. Uno scandalo aveva invece suscitato Paolo
Beni , un candìotto cresciuto a Gubbio e insegnante in Padova, che con V
Anticrusca del 1612 rinnovò le idee del Trissino e del Muzio, con rozza e
pedantesca violenza. Gli rispose subito, e in modo ancor più viperino , un
toscano Or- lando Pescetti; i cui morsi però furon rivolti quasi uni- camente
ad hominem, poiché nel resto dimostrò un certo grossolano spirito di
conciliazione. Un secolo dopo, il Gigli rinnovò lo scandalo col Voca- bolario
Cateriniano (1717), libro riboccante d'arguzia e d'umorismo, ma spesso
scurrile, pettegolo e maligno, non di rado anche insipido o adulatorio. Piccato
che la Cru- sca non facesse buon viso ad una raccolta da lui offertale di voci
occorrenti nelle opere di Santa Caterina, il Gigli perde la bussola, e,
portando la polemica non solo fuori di ogni onesta convenienza ma assai al di
là dei suoi veri convincimenti, attirò sopra sé una persecuzione fie- rissima,
di cui l'effetto piìi miserevole fu ch'ei dovè sob- barcarsi ad umilissime
ritrattazioni. L'Accademia partecipò con l'animo e con l'opera alla propria
vendetta, ma que- 9 — 130 — sta fu principalmente voluta da grandi personaggi
che r uomo aveva feriti con quella sua mordacità balzana, che da ultimo gli
alienò pur i migliori amici e l'Arcadia. La Crusca era nata con una specie di
peccato originale, poiché , quand'era composta tuttavia di pochissimi né
peranco intenta ad alcuna seria occupazione, due dei suoi maggiorenti, parlando
in nome di lei, aiutati chetamente da alcuni colleghi e non isconfessati dagli
altri, avevano stra- ziato l'infermo autore della Gerusalemme. Ma dipoi, datasi
a comporre il Vocabolario ed a stampare e illustrare antichi testi, nella sua
vita tre volte secolare, or languente or inter- rotta or modestamente operosa,
s'è mostrata quasi sem- pre schiva di pettegolezzi, studiosa più di contenere
che di sfogare i suoi risentimenti , a censure né in tutto giuste né sempre
amorevoli rispondendo per lo piìi o col silenzio o con parole disdegnosamente
moderate, e so- prattutto col sodisfare i desideri altrui fin dove le pa-
ressero ragionevoli e attuabili. Nella replica del Pescetti al Beni protestò di
non aver avuto la mano; e così nel castigo del GigU ebbe, lo ripetiamo,
soltanto una parte, e talvolta secondaria. Acerbo fu con la Crusca e con la
coltura fiorentina contemporanea , un mezzo secolo appresso , il Baretti ; ma
le sue censure e ironie non han che fare con le ignominie del Gigli. Anche meno
severi furono , poco di poi, il Cesarotti e il Napione; come né essi né il Ba-
retti scarseggiarono d'amor patrio. Che se questo parve nobilmente angoscioso
nel solo Napione, — il quale, com- battendo con impeto 1' abuso , che nel suo
Piemonte si faceva , del latino nelle scritture dotte e del francese nella
letteratura amena o nella conversazione galante, o l'abito dappertutto tenace
dei dialetti provinciali, dava in ismanic perchè alla triplice usurpazione
sottentrassc — 131 — subito il buon italiano, che con l'uso continuo e gene-
rale acquistasse disinvoltura — , gli altri due però, che, in- vidiando i pregi
di certe lingue europee con le quali avevano grande familiarità, erano
impazienti che l' Italia si volgesse a quelle con simpatica fiducia anziché col
ti- mido orrore comandato da vieti pregiudizii, non dimostra- vano con ciò
minor patriottismo, benché lo intendessero in un altro modo. La bizza, poi, che
nacque dall' aver il Napione ricordato il Cesarotti quasi unicamente per con-
tradirlo e non dove s'atteneva a lui, di che il Padovano si risentì con arguta
vivezza , fu cosa lieve e fugace. Pii^i acre divenne nel primo quarto di questo
secolo la lotta del Monti e del Perticari contro la Crusca e il Cesari , ma non
degenerò in contumelie. Il Cesari con le sue sentenze sommarie contro i
moderni, ispirate sem- plicemente dal fanatismo pegli antichi, offendeva senza
volere; e dalle repliche si difendeva con una certa picca aristocratica, senza
mai impeti di generosità, ma in fondo da uomo pio e mite qual era. Il Monti,
più focoso, ri- velava però un invincibile calore d'affetto, pronto a ri-
comparire appena sbollita la collera. Con la Proposta^ modellata , per la
disposizione della materia e per la qualità delle prove e la forma degli
scherzi, sui libri del Bartoli e del Gigli, assalì la Crusca, non rea d'altro
che di non essersi voluta mettere a rifare il Vocabolario in- siem con
l'Istituto Lombardo. La difficoltà di quel lavoro comune sarebbe riuscita
allora anche più grave che non oggi ; e, posto pure che a tal considerazione s'
aggiun- gesse un po' di ritrosia a confonder le proprie beneme- renze con le
altrui, la fraterna offerta fu dall'Accademia ricusata con parole assai cortesi
, e comunicando al- l' Istituto le norme con le quali essa aveva già iniziato i
suoi studii. La sfuriata del Monti adunque mosse da un — 132 — dispetto
eccessivo e fu troppo lungamente protratta; ma, esalandosi in un getto
inesauribile di facezie ed'ironie pungenti, non trascorse in rampogne poco
patriottiche. Quanto poi alla sostanza delle opinioni, il Monti, pro- clamando
viva e vegeta una lingua comune a tutti gli scrittori italiani , vincolo non
mai spezzato fra le varie parti della Penisola, riaffermava con chiaro
proposilo e caldo affetto l'unità almeno ideale della nazione. Come il Cesari e
il Puoti, con l'inchinarsi da Verona e da Na- poli alla favella dei Toscani, se
non altro all'antica, si mostravano scevri d' ogn' invidia provinciale; e con
l'af- fannarsi a purgare la lingua d'Italia dalla patina del forestierume ,
venivano a fomentare , quasi senz' accor- gersene, il desiderio della nazionale
indipendenza. Final- mente i sofismi del Perticari contro il toscano, e il modo
poco sincero onde allegò, travisandoli, antichi testi ed autorità, non
provennero che da scarso senso critico, da imperfetta dottrina e da quello
spirito sistematico che, soprattutto in certe epoche, induce ad una inutile ma-
lafede letteraria anche animi non abbietti. Ma fu bello che lo zelo della
verità spingesse il Biamonti, ligure, e il Galvani, modenese, a tutelare con
serrata ed onesta cri- tica le ragioni del toscanesimo. VII. Quando , sul
principio del s. XIV, Dante scrisse il De vulgari eloquentia, le condizioni del
volgare italiano, per il modo onde era stato coltivato nel secolo prece- dente
, erano tali da determinar una specie d' illusione ottica, che, insiem con le
disposizioni peculiari del grande esule , lo doveva trarre a giudizii, in parte
paradossali davvero, in parte così divenuti agli occhi dei posteri, lenti a
comprendere' appieno le sue parole, i molti sottintesi, i termini e 1'
argomentazione medievale , i vacillamenti d' una disciplina nascente. — 133 —
S' era preso a scrivere in volgare non già per vera ribellione al latino, la
quale in pochi fu consapevole , ma per istintiva necessità e per imitazione
delle letterature d'oltralpe. Il latino, che era sempre la lingua della scuola,
della curia e della chiesa, continuò ad essere adoperato, anche "da molti
che scrivevano in volgare. Qualche de- cennio prima che s'incominciasse a
poetare nelle favelle d'Italia, come per alcuni decennii appresso, parecchi
Ita- liani del settentrione poetarono in provenzale, e durante tutto il s. XIII
non mancarono Settentrionah e Toscani che scrivessero in prosa francese (cfr.
pag. 23 seg.), aven- dosi poi perfino una produzione giullaresca di poesia so-
prattutto epica, carolingia la più parte, in un Hnguaggio ibrido variamente
mescolato di francese e di veneto. Pei cantastorie di piazza il francese
scendeva fino alle nostre plebi , come di poesia provenzale risonavano le
nostre corti; e ai volghi come ai patrizii illetterati giun- geva il latino, se
non altro, della liturgia. Gl'Italiani in quei secoli si mescolarono di
continuo coi Transalpini^ pei pellegrinaggi, per i commerci, per le crociate,
per le conquiste normanne e angioine, per gli Studii di Parigi e di Bologna.
Orbene, i primi che scrissero in volgare italiano ado- praron ciascuno il
proprio dialetto, non essendovi ancora gravi ragioni perchè un dei dialetti
prevalesse sugli altri; e così di quel secolo abbiamo testi milanesi , bergama-
schi, cremonesi , veronesi , veneziani , genovesi, umbri, abruzzesi , pugliesi
, siciliani, fiorentini , senesi, aretini, pisani, lucchesi e via via. Non si
creda però che le di- stinzioni fossero proprio e sempre così precise come
oggi, che, per un intento filologico o letterario fermando nella scrittura un
dei nostri dialetti, ci si pone ogn'industria per rappresentarlo esattamente
tale qual è. Già, es- — 134 — sendo allora tutti più vicini alla loro comune
origine, i dialetti avevano certe altre conformità che han poi per- dute, e non
ancora alcune differenze che han poi acqui- state così per il trascorrer del
tempo come per la più rigida separazione politica delle varie regioni d'Italia
in questi ultimi secoli. È vero che per converso alcune vec- chie differenze
sono sparite e nuove conformità sorte, specialmente per 1' influsso della
lingua letteraria ; ma nell'insieme la rassomiglianza era , sei secoh fa , mag-
giore. L'influsso strapotente delle due lingue galliche e, che è più, del
latino, accomunava le scritture dialettaU in infiniti gallicismi e latinismi,
di parole, di maniere, di costrutti, di traslati, di flessioni, di suffissi, di
suoni, di grafìe. Rappresentandosi ad orecchio i suoni dei di- versi volgari
coi segni tradizionali del latino e con ap- plicazioni e combinazioni nuove di
quelli, suggerite forse alcune dall'esempio straniero, e procedendosi in ciò
con l'affannosa incertezza che è propria dei primi tentativi, si cadeva in
mille contradizioni, variando di continuo nello stesso testo il modo di
scrivere una medesima parola o un medesimo suono; o al contrario si veniva a
mascherare con la identità della rappresentazione grafica il divario più 0 men
grande da dialetto a dialetto. Inoltre, la pro- pria loquela di ciascuno poteva
non essere per 1' ap- punto la sua nativa, bensì quella appropriatasi con la
lunga dimora altrove , e così 1' una come 1' altra esser contaminata dalla
familiarità con altri volgari italiani acquistata con gli scambii e le
peregrinazioni; allora tanto più facili di quel che divennero poi, quando con
la salda costituzione di certi aggruppamenti o Stati, minori della nazione
intera ma più grandi dei Comuni e della mu- tevole ampiezza delle Signorie, un'
ombrosa tirannide li separò con barriere poco meno che insormontabili. Gl'I- —
1:^5 — tallani facevano un continuo rimescolarsi, non solo per ragfioni simili
a quelle che li mettevano cosi spesso a contatto cogli stranieri, cioè i
traffici, lo industrie, i pel- legrinaggi, le spedizioni guerresche e le
scuole, e per le gare marittime di Venezia, di Genova, di Pisa e di A- malfì,
ma altresì per il furore delle fazioni che spingeva molti fuor della patria, e
per il girovagare dei podestà con la lor famiglia di giudici^, notai e birri ,
giacche la podesteria era un ufficio transitorio e affidato a chi non fosse
nativo della città. E poiché si scriveva per inten- dersi alla meglio o per
conseguire certi effetti estetici, ed a ciò la favella non era che uno
strumento naturale e personale, non regolato da grammatiche né da scru- poli d'
esemplar fedelmente un dato idioma e mante- nerne r urbanitas, alla quale ninna
urbs aveva ancora diritto, i criterii erano larghi e ciascuno poteva credersi
lecito r uso promiscuo di voci e forme dialettalmente diverse; tanto più che in
molti casi n'era dato modo di cavarsi da certi impacci, come la rima, o di
raggiunger più prontamente altri fini. Tutto si faceva per mera pra- tica e
alla buona, e lo stesso latino del tempo era spre- giudicato, variabile
all'infinito, più o meno imbevuto d'i- diotismi volgari della *più diversa
provenienza. La pro- miscuità poi dovè crescere via via che l'uso scritto del
volgare si diffondeva e perpetuava, e che la conversa- zione con la penna dava
luogo a un vivace scambio e ad una progressiva assimilazione. Quasi non v'era
forma che, per quanto strana nel linguaggio suo , lo scrittore non trovasse
naturale in questo o quel linguaggio al- trui , e da ciò egli era poi sedotto a
inventare, per mera analogia, forme che non esistevano realmente in nessun
paese. Della trasmission dei testi da luogo a luogo era or- gano in certi casi
la viva voce , in altri 1' opera de — 136 — copisti, in altri cospiravano
entrambi i mezzi; e chi pro- nunziava 0 trascriveva l' altrui lo rivestiva,
come in simili incontri è sempre avvenuto , delle forme idiomatiche sue 0 del
suo pubblico. 11 travestimento, in parte inconsape- vole e irresistibile, era
fatto senza ritegno, od anche a fin di bene. La musica, a cui la poesia lirica
si dispo- sava, come ne rendeva più agevole la diffusione, così da una parte
aiutava a impedire che il numero delle sillabe fosse mutato e dall'altra
contribuiva a fare che le sillabe stesse o le parole cambiassero forma, e
questa sembrasse una cosa abbastanza secondaria: lo vediamo anc'oggi con le
ariette napoletane emigranti fuor della patria. In queir alba della nuova
civiltà, una subUme spensieratezza affratellava il pensiero e i parlari d' ogni
angolo d'Italia. Vili. Con tutto ciò molte distinzioni occorrono. Un' im-
pronta più schiettamente locale serbano alcuni generi di composizioni , o
destinate alla plebe, o volte a uso pratico 0 individuale, o messe giù da
uomini semphci, 0 che per l'indole loro o per caso non furon mai tra- scritte o
non mai fuori del luogo ov' eran nate, o che gli amanuensi trovaron ribelli a
un vero travestimento. Egli è suppergiù il caso di certe lettere commerciali o
ab- bozzi di cronache, di certi ritmi e cantilene, di laudi e devozioni, di
altre poesie sacre, di poemetti didattici, di vite di santi, di componimenti
scurrili: compreso in un certo senso il famoso Contrasto della Eosa fresca^ di
Cielo d'Alcamo o Dal Camo che sia. Ma l'alta lirica amorosa , che , per essere
coltivata e favorita nella Corte sveva, fu chiamata siciliana, non si può dire
che, quale noi la conosciamo, abbia forme pret- tamente sicule, e nemmen
credere che tali le avesse in origine e che solo le raffazzonature dei copisti
le dessero — 137 — quel colore così imperfettamente meridionale e mezzo
toscaneggiante. Certo, l'esserci essa pervenuta unicamente a traverso le
trascrizioni toscane, o per rara eccezione venete , deve costituire una delle
principali cause del curioso fenomeno; né è punto scarso il numero delle voci e
forme o meridionali in genere o propriamente sicule 0 pugliesi (si chiamava
Puglia il Reame al di qua del Faro), che in quelle rime, soprattutto in rima,
saltan sii con più o meno di evidenza : in ispecie se di quei dialetti si
considerino bene le forme antiche e le sud- divisioni locali, non già, come
alcuni fecero , si pareggi in tutto e per tutto p. es. il siciliano del Dugento
o quel di Messina col palermitano di oggi o con quello amma- nierato di cui
ottanta novant'anni fa si serviva il Meli. Sennonché le peculiarità che sono o
paiono meridionali, fan capolino anche in poeti della stessa scuola nati in
altre contrade d' Italia; scarso é il numero dei rimatori veramente siciliani e
dei pugliesi; l'imperatore Federico era nato e cresciuto tra le Marche e l'
Umbria ; la sua Corte si tramutava spesso fuor del Reame, nonché fuori
dell'Isola; la poesia che ne era l'ornamento era coltivata da una classe
particolare, di principi, di uomini di corte, di giudici, di notai, di podestà:
da gente dotta insomma, peregrinata assai fuor della patria, avvezza ai
vicende- voli scambii. Lo Studio di Bologna, a cui solo il 1224 Federico
contrappose quello di Napoli, era stato frequen- tato da Pier della Vigna e
dagli altri; e in quel ritrovo di studiosi d'ogni parte d' Italia, oltreché d'
Europa , le varie loquele italiane s' erano affiatate insieme. Colà si prese
anche a insegnare da alcuni il formulario di epistole e di altre simili prose
in volgare; ed é naturale vi si ve- nisse elaborando, misto di elementi
eterogenei, un comune gergo scolaresco. Forse anche qualche conato di poesia -
138 — italiana vi fa. La poesia sveva quindi non potè es- sere un convocio di
schietti saggi dialettali, ma già sotto la penna stessa dei suoi compositori,
nativi specialmente dell'Italia centrale e meridionale, dovette esprimersi in un
gergo in cui i latinismi, i gallicismi, i provincialismi altrui ed i proprii,
s'intrecciassero; essendovi poi le lievi divergenze rese tollerabili e
intelligibili dalla reciproca familiarità, dall'angusto circolo di concetti, di
sentimenti, di paragoni, d'immagini, di frasi, nel quale gli autori s'ag-
giravano, e dalla comunanza del modello provenzale a cui tutti attenevansi. IX.
Le stesse considerazioni s'applicano al Guinicelli e agli altri rimatori
fioriti in Bologna nella seconda metà del secolo. Con dipiìi questo , che sul
Guinicelli influì molto l'aretino Guittone, un vero caposcuola. E in ge-
nerale, via via che il secolo declinava, gli autori toscani e il loro
linguaggio venivan prevalendo sugli altri; parti- colarmente sulla vicina
Bologna esercitando un'attrazione che la presenza di maestri e scolari toscani
nello Studio doveva render più agevole. Con la caduta degU Svevi il Mezzogiorno
avea perduta l'egemonia, e i hberi Comuni, specialmente guelfi, crescevano di
operosità e di conscia potenza. La posizione geografica dell'idioma toscano,
che lo fa in certe cose convenire con l'italiano del settentrione, in altre con
quel di Roma , di Napoli e di Palermo , e che per giunta lo mette in grado di
meglio propagarsi così di là come di qua , era , com' è tuttavia , un' utile
prerogativa: mancata al siculo, tanto fuor di mano. Essa però, che è quasi
altrettanto propria del bolo- gnese 0 del romanesco, non sarebbe stata causa
baste- vole di primato se non vi si fosse congiunta una molto più intrinseca prerogativa
, cioè la struttura stessa del toscano. Il quale, — ben diversamente dal
bolognese, e — 139 — un po' anche dal ruinaiicscu qual era allora più simile
all' abruzzese e non peranco modificato dalla invasione dei Toscani, che
seguendo i papi medicei rinsanguarono la città eterna, — è in molte cose il men
degenere dal latino , ed ha una bella e comoda contemperanza di suoni, specie
per il timbro delle vocali, che non vi son mai turbate come nei dialetti
galloitalici e nei meridionali (vi mancano p. es. w, ò', e muta), né troncate
sulla fme come nel veneto, né monotonamente affilate come nel siciliano (che
dice sulu per solo, fici per feci e per fece, e così via). Certo , é un fatto
sorprendente che il latino abbia sofferta minore alterazione in una provincia
che nel Lazio, e giusto nella provincia dove si parlava una lin- gua così poco
comprensibile oggi quale l'etrusco; che, se anche fosse un dialetto italico,
sarebbe sempre più dis- simile dal latino che non altri dialetti italici come
l' osco e l'umbro, sicché dal fondersi con esso il latino avrebbe dovuto aver
maggiori danni che là dove si fuse con l'osco e con 1' umbro. A risolver
l'enigma, fu da taluni supposto che, mentre la Roma imperiale si riempiva di
forestieri inqumate loqiie?ites, la fertile e civilissima Etruria si affollasse
di Romani; da altri, che il popolo etrusco fosse allora di quelli che, come
oggi p. es. il russo, hanno una singolare attitudine ad appropriarsi le lingue
stra- niere, per quanto remote dalla propria; e da tutti av- vertito che nel
medioevo la Toscana, riparata dall'Ap- pennino, fu la men soggetta alle
invasioni barbariche: le quali però, si badi, non sono state in alcun luogo la
vera causa delle alterazioni più profonde e sostanziali che il latino vi abbia
patite. Ma, comunque si spieghi, il fatto é indubitabile; e vi se ne collega un
altro, che in parte è l'effetto e in parte — 140 — può essere stato una cagione
del primo, cioè una maggior finezza di senso linguistico nei Toscani, la quale,
come s'avverte nella sottigliezza delle sinonimie e del fra- seggiare e nella
compiacenza di parlare ore rotundo , così si tradusse ben presto di fuori in
una specie di scherno per le loquele altrui e in quella presunzion di sé che
quando non è campata in aria assicura meglio la supremazia. Dal libro stesso di
Dante apprendiamo (I, 13) che e gli uomini plebei e i famosi erano u ub-
briachi » di quella presunzione , e che un fiorentino Castra aveva tra gli
altri composta una regolare canzone in burla dei dialetti dell'Italia romanesca
(I, 11). Codesta canzone , oscura e tutta infarcita d' idiotismi , è stata
ritrovata in un codice, che ne fa autore un Ser Osmano (cioè da Osimo, o fosse
un semplice aggettivo patrio o già tramutato in cognome); il quale sarà stato
forse un podestà, preso di mira dal Castra, e , non essendo ad ogni modo se non
il personaggio in bocca del quale la canzone fu per ischerno messa, venne da
ultimo confuso con l'autore medesimo ^). Inoltre, la poesia in Toscana e in
Bologna non si restrinse, come quasi interamente avea fatto nella Corte sicula,
all'espressione del senti- mento amoroso cavalleresco, ma si estese alle
faccende politiche ed ai precetti e dispute morali e teologiche. Da ultimo ,
per opera del Cavalcanti , di Dante e di altri fiorentini e del pistoiese Cino,
la città del fiore, con le sue più prossime vicinanze, prese addirittura il so-
pravvento. Non era ancora l'alto sole che poi fece in- 1) Anche il senese Cecco
Angiolieri, o secondo altri il fiorentino Lapo Gianni, raccolse in un sonetto
parecchi tratti caratteristici di dialetti toscani e unìbri. In tempi alquanto
posteriori, il Sacchetti contraffaceva spesso nelle Novelle le loquele altrui ,
e si burlava volentieri dei podestà. — 141 — visibili tutti gli astri, ma
l'aurora che rendendo fioco il loro raggio richiamava gli sguardi verso la
parte più fulgida del firmamento italiano. X. Intanto il ristretto linguaggio
dell' alta lirica di tutto il s. Xllf , •quello in cui anche Siciliani,
Pugliesi, Bolognesi ed altri nati fuor di Toscana o fuor di Fi- renze avevano
poetato , appariva allora e apparve poi non molto dissimile dall' italiano
letterario dei secoli appresso , e come anticipatamente toscaneggiante ; sì
perchè latineggiava , sì perchè era quasi tutto pas- sato per la penna dei
copisti toscani , sì perchè il to- scano era stato pur uno dei tanti dialetti
che avevan messo bocca in quel poetico colloquio della nazione, e sì perchè
avea finito col farsi a poco a poco il più lo- quace e il più ascoltato.
L'impressione particolare che quel gergo suscita, ha in doppia maniera operato
sulle opinioni circa la lingua : direttamente , col trar fuor di strada alcuni
Italiani nel Cinquecento e fino ai nostri giorni, avendo 1' aria di smentire
col fatto la presunta origine fiorentina; indirettamente, con l'aver suggerite
allo scrittore della Volgare Eloquenza certe esagerazioni, per le quali quei
medesimi Italiani si credettero aver dalla loro 1' autorità nientemeno che di
un testimone contemporaneo agli avvenimenti, d'un Fiorentino, e di quel
Fiorentino! A dir vero, egli non aveva voluto scrivere se non una poetica del
volgare, e non men dell'illustre che del me- diocre e dell'umile ; trattando
minutamente di stile e di metrica , e solo proemiando a tutto con una specie di
filosofia biblica e teologica del linguaggio , e con una classificazione
geografica ed intrinseca delle favelle euro- pee, più specialmente delle
neolatine , più specialmente ancora dei dialetti italiani. Pure, nel fermarsi a
definire — 142 — qual fosse il volgare illustre aulico e cortigiano, cioè il
linguaggio proprio della poesia cortigiana (per il quale si doleva che non vi
fosse più una vera Corte , ma si compiaceva ve ne fosse una tutta ideale,
unita, dal gra- .zioso lume della ragione) , egli dibatte la questione se vi
sia alcun dialetto che coincida interamente col vol- gare illustre. E poiché in
ciascuno vi son modi brutti e suoni aspri da scartare e dappertutto i rimatori
si son distaccati dal parlar nativo, conclude che nessun dialetto può aspirare
a quell'onore, e che il volgare illustre dà odor di sé in ogni città ma non
riposa in alcuna. Nem- meno il toscano e il fiorentino trovano grazia presso di
lui, né, dato il suo rigido concetto, la potevan trovare interamente. Ed egli
li condanna con tutto l'impeto di chi da un lato , guardando a ben più largo
orizzonte, sentiva e ostentava disprezzo per il gretto attaccamento al
municipio e alla regione nativa , e dall' altro di chi verso quello e questa
aveva giusti rancori da sfogare. Nel fastidire, tranne poche eccezioni
capricciose o deter- minate da vaghe impressioni, tutti i dialetti un per uno,
e nei giudizii sommarli con cui li condanna, adducendo tutt' al più per saggio
della lor bruttezza qualche pro- prietà fonetica, qualche fraselìina, o il
principio di qualche poesiuola infarcita dei loro idiotismi , egli ha di mira
certi criterii generici di bellezza acustica, certe differenze troppo gravi dal
latino, che era per lui, come per tutti, il concreto ideale linguistico. E si
lascia pure, senza che se n'avveda, trascinare dalle naturali antipatie del To-
scano per ciò che non é toscano , del Fiorentino per ciò che non è fiorentino ;
benché sotto un altro rispetto la massima severità ci V usi appunto coi
dialetti nativi, nei quah , perché li conosce meglio , guarda più per il
sottile e più si sente offeso da quel poco che abbiano L — 143 — di brutto.
Nonostante insomma 1' acume e V ardimento mirabili per quel tempo, non tiene
una misura eguale, non ha il giusto senso delle proporzioni, e ora ingran-
disce cose minime, ora passa sopra a cose ben più gravi. Quel che ci assicura
della sua buona fede e scema l'eccesso delle sue sentenze, è che egli
considerava più particolarmente uno stile e lo scelto frasario d'un genere
speciale che non una lingua intesa nel suo più largo senso, ed aveva appunto
sott'occhio un corpo di poesia la cui forma effettivamente non pareggiava
nessun dia- letto singolo e radeva le cime di tutti, quasi librandosi in aria.
Nel poema poi, che chiamò Commedia, potè secondo le sue stesse dottrine, che
allo stil comico concedevano il volgar mediocre e l'umile (F. EL, II, 4),
discendere fino ai più volgari modi del suo fiorentino, adoprandovi per
esempio, senza incoerenza, Vintrocque, che nel trat- tato latino spicca come un
brutto idiotismo nei due versucoli simboleggianti il fiorentino triviale e
indegno della canzone. Mentre insieme vi fece uso d'una libertà che nella
lirica non s' era effettivamente permessa , e ricorse qualche volta, pel
bisogno della rima o per acci- dentali fini estetici , a voci d'altri dialetti
(cfr. p. 36). In opera così vasta e di così geniale ispirazione egh avrebbe per
forza dovuto far getto di certe pedanterie; ma resta sempre che una maggior
libertà di lingua, maggiore in tutt' i sensi , era anche teoricamente con-
sentanea al nuovo genere a cui s'era messo. Ma è giusto rendersi conto dell'
effetto che il libro latino, e il suo confronto col poema , dovevan fare sui
letterati del cinquecento , a seconda degli umori e dei principii diversi.
Nessuna di quelle scuole era in grado di penetrare nei successivi svolgimenti
del pensiero, della — 144 — coltura e dell'opra molteplice di Dante, che essi
facevan tutto d' un pezzo ; nessuna dubitava che la Commedia non fosse in
volgare illustre ! Il Trissino e i suoi, pren- dendo alla lettera il trattato
latino , estendendolo alla hngua d' ogni genere di poesia e di prosa ,
ravvisando nelle voci non toscane delia Commedia l'attuazione della norma
esposta nel Trattato, né badando allo scarsissimo numero di esse, giacché il
numero pareva contar poco dove l'importante era la riprova pratica d'un
principio, accoglievano con fidente entusiasmo quella solenne affer- mazione
del comune italiano illustre e della parità del toscano con gli altri dialetti.
I Toscani scorgevano invece una contradizione per l' introcque , e , poiché
erano in causa propria , aprendo bene gli occhi senza lasciarsi imporre da un
gran nome , avvertivano la rarità delle voci non toscane della Commedia, e con
ogni apparenza di ragione dicevano: o il libro latino non é di Dante, 0 egli lo
scrisse per astio verso la patria. Sicché la possibilità d'una falsificazione
non era messa in campo con intento maligno, che anzi vi accennavano con mani-
festa ritrosia ad offendere il Trissino ; il quale inoltre, quando nel 1529,
dopo un pezzo che se ne discuteva, mandò fuori stampato il libro, col darne
solo la tradu- zione e sotto il nome d'un altro che il Varchi reputava capace
d'esser proprio lui il traduttore, ci mise del suo per accrescere i sospetti. I
quali fino a questo secolo ripullularono in alcuni, contrapponendosi alla cieca
fidu- cia che altri riponevano nelle immature dottrine del precoce tentativo
critico di Dante. XI. Questi poi col Poema finì di assicurare alla città nativa
il primato che con la sua Poetica aveva preteso negarle. Il magico volume, lasciandosi
indietro ad enor- me distanza tutti i brevi saggi di poesia volgare sin — 145 —
allora apparsi in Italia , e quelli , anciic di gran mole, delle letterature
d'oltralpe, levandosi d'un tratto a pa- reggiare r Eneide e i più gloriosi
monumenti dell' arte classica , fu accolto con istupore in tutta Italia ; tanto
più che di ciascuna parte di questa esaltava o mordeva i grandi personaggi,
denudava le piaghe, sferzava i vizi, rivangava i pettegolezzi , descriveva i
luoghi , riandava le memorie, e d'ogni causa comune nazionale, religiosa 0
morale, politica o letteraria, storica o presente, scru- tava il valore e le
sorti. Fu come la bibbia del popolo italiano, anzi, per le tante reminiscenze
bibliche e clas- siche , e per il suo valore teologico vero e apparente, dovea
divenire il libro della Cristianità , specialmente cattolica e latina. Si
propagò nelle alte e nelle basse sfere, fu considerato come un libro di
devozione, fu tra- scritto in centinaia di copie, chiosato in latino e in vol-
gare da molti, esposto in iscuola e in chiesa, imitato da un ascolano, da un
fulignate, da due oriundi fiorentini nati neir esiUo. li maggior di codesti due
, il Petrarca, anche col suo Canzoniere amoroso e politico, nel quale si
assommarono e l'ultimo fiore del dolce stil nuovo e r ultima eco di queir arte
provenzale sul cui suolo na- tivo egh amò e visse lungamente, offerse un altro
mo- numento insigne e presto divulgatissimo della loquela fiorentina ; benché
ivi questa apparisse impoverita per la necessaria schifiltà dell'alto
linguaggio hrico, e un po' scolorita per la costante lontananza dell'autore
dalla pa- terna città e la lunga dimora al di là delle Alpi. Il Boc- caccio,
che, nonostante gli allegri anni passati in Napoli e le peregrinazioni altrove,
era già stato e tornò poi nel beli' ovile , attinse più agevolmente e più
spensierata- mente alle fonti native, e sguazzò neh' imitazione di Dante, di
cui era entusiasta, e del Petrarca, per cui ebbe 10 — 146 — ammirazione e
amicizia. Colle tante prose e coi tanti componimenti in verso, alcuni dei
quali, i poemetti nar- rativi in ottave , rasentano la scioltezza della prosa ;
e soprattutto col Decamerone, che anch'esso abbraccia un ampia e varia materia
e tocca ogni parte d'Italia, dif- fuse in questa un largo fiume di parlar
fiorentino, an- che della vena più familiare. Innestandovi qualche spiz- zico
di toscano provinciale e di altre parlate italiane, e in tutte le sue opere
latineggiando molto nel periodare, venne così per altra via a dare al suo
eloquio paesano un suggello d'italianità, che contribuì a renderlo popolare
dappertutto. Come la sua intimità , non semplicemente estrinseca, con Napoli,
fu causa che qui egli avesse forse una parte più cospicua nella propagazione
del toscano. Ribadita l'efficacia di Dante dai due che lo seguirono,
l'efficacia di tutto il gran triumvirato fu alla sua volta ribadita , come era
stata sempre assecondata , da una falange di poeti e, più, di prosatori
fiorentini e toscani: cronisti , novellieri , predicatori , morahsti ,
narratori di cose divote o di viaggi. Una parte altresì molto consi- derevole
spetta agl'infiniti traduttori dal latino antico o medievale e dal francese,
toscani poco meno che -tutti. Quali fossero i sentimenti comuni circa la lingua
, lo dicono esplicitamente da un lato un Fiorentino contem- poraneo dell'
Alighieri , andato pur egh alcuni anni ra- mingo per l'Italia e per la Francia,
Francesco da Bar- berino, che da una sua allegorica donna si fa dire: E
parlerai sol nel volgar toscano , E porrai ^) mescidare alcun volgari
Consonanti con esso, Di que' paesi dov' ài più usato, Pigliando i belli, e' non
belli lasciando; 1) Antico francesismo per potrai. — 147 — e dall' altro, il
padovano Antonio da Tempo che, com- ponendo poclìi anni dopo Dante un altro
trattato , sulle Rime volgari, scriveva: « Lingua tusca magis apta est ad
literam sive literaturam quam aliae linguae , et ideo magis est communis et
intelligibilis; non tainen pro- pter hoc negatur quin et aliis linguis sive
idiomatibus aut prolationibus uti possimus». Il primato toscano era dunque un
fatto naturale, accolto spontaneamente, inteso senza pedanteria così da chi lo
teneva come da chi lo subiva. Se, come osservammo per il secolo precedente,
tutti gì' Italiani uscivan facilmente dal guscio nativo , i Fiorentini
superavan tutti con il lor trafficare in Italia e fuori per negozii commerciali
e politici, e papa Boni- fazio li chiamò il quinto elemento dell'universo; onde
la loro parola non era soltanto letta ma spesso udita. Per un concorso insomma
di cause molteplici era ormai fatale che la lingua scritta d'Italia sarebbe
esem- plata sul dialetto fiorentino. Si dica pure che dai tre massimi
trecentisti fu dato il tratto alla bilancia, e che, se a caso la Commedia, il
Canzoniere e il Decamerone fossero stati opera di siciliani o di bolognesi ,
noi oggi ci affanneremmo a scrivere suppergiù in siciliano o in bolognese, e i
Toscani sarebbero essi costretti agli sforzi che or toccano agli altri. Ma si
aggiunga subito che co- desta è un'astratta ipotesi, realmente invenjsimile;
che, data essa, l'unificazione della lingua sarebbe stata ben più ardua e
imperfetta ; che ne sarebbe resultata una lingua letteraria più eterogenea e
mista , men fedele a un qualsivoglia tipo dialettale; e che non per caso quei
tre autori s' ebbero giusto da Firenze : come in Grecia non per fortuito
incontro la letteratura toccò il suo apogeo nella città che parlava attico. Non
solo l' intrin- seca virtù dell'idioma fiorentino rese più agevole ai tre - 148
— suoi campioni il farlo trionfare , ma quella virtù ed il valor di questi
furon due cose intimamente connesse e dipendenti dalla tempra d'un popolo
privilegiato. Quando i nostri vecchi confondevan lingua e lettera- tura,
dicendosi per esempio da Dante che il Cavalcanti avesse tolto al Guinicelli la
gloria della lingua , ei non peccavano che d'esagerazione; che del resto un
naturale e spesso segreto vincolo le congiunge, a quel modo che un genere di
poesia e la sua forma metrica nascono quasi ad un parto. Solo gU svolgimenti
ulteriori e più artificiali disciolgono fin a un certo punto forma metrica e
poesia, lingua e letteratura, traendo ciascuna di esse quattro al di là del suo
primo connubio. Di quella tem- pra medesima che poco fa dicevamo, due altre
manife- stazioni furono , pur non senza riscontri in Atene , il pronto
primeggiare de' Toscani nelle arti belle, e il te- nace reggimento democratico
, con 1' accomunarsi delle classi anche nella coltura. Onde era resa più facile
la formazione d' un linguaggio letterario , non Hmitato ad una casta né ad
alcuni generi , ma pervadente tutto il corpo sociale e propagantesi ad ogni
specie d'argomenti; laddove la poesia sveva e ghibelhna era stata cosa di corte
e di curiali, la bolognese uno svago di università e di dottori , e il comune
di Bologna non potè lunga- mente reggersi a popolo , essendosi messo ben presto
sulla via dei comuni lombardi , degenerati in signorie. Quell'arte
aristocratica, ch'aveva affratellato in un ri- cercato eloquio quasi conforme i
maggiorenti della na- zione e rallegrato l'anima italiana di Dante, aveva avuto
a necessario contrapposto la varietà dialettale delle pro- duzioni popolari, in
ispecie dei giullari e dei frati. XII. Ora invece un intero corpo di
letteratura e di lingua omogenea si era costituito. Il linguaggio poetico I —
149 - fiorentino orasi Vi'nuto lil)erando (ìi quasi tutte quelle forme d'altri
dialetti italiani e toscani, che avevano avuto corso nel s. XIII, confortate il
più delle volte dalla somi- glianza loro con le corrispondenti provenzali o
latine; e poche di esse si salvarono nel generale naufragio, p. es. i
condizionali avria e sim., le voci senza dittongo come con- vene foco, qualche
parola come augello^ e rimanendo sem- pre più esclusive della poesia. Nella
prosa, in cui eran più liberi da esempii precedenti, i Fiorentini e i Toscani
restarono meglio fedeli allo schietto uso indigeno. Quel cosiffatto corpo
adunque fiorentino e toscano si porgeva come imitabile esempio, e così prevalse
quello studio d'as- similazione per il quale in ogni genere di scrittura e nel
conversare colto gl'Italiani si vennero avvicinando al fio- rentino; e finirono
col non più adoprare i proprii dialetti se non o nella parlata familiare, o
scrivendo per ischerzo, spesso scurrile ed osceno, nell'epigramma, nelle
parodie, in umili elegie, tutt' al più nella commedia, e nemmen riuscendo
sempre a schivar di ricalcare la frase, la co- struzione e la grafìa toscana.
Il fatto non avvenne dall' oggi al domani , né senza contrasti e restrizioni.
Alcuni dialetti perdurarono a lungo neir uso ufficiale , come il siciliano , il
piemontese e il veneziano; e di quest'ultimo fu non senza ragione detto che, se
non poteva essere una lingua, era troppo bello per semplice dialetto: bellezza
che in parte deriva dalla maggiore somiglianza al toscano. Parecchi vernacoli,
in quella letteratura inferiore che a loro rimase , ebbero tal copia e varietà
di scrittori, da dar luogo a vocabo- lari! storici 0 ad una filologia locale di
controversie gram- maticali e ortografiche; e di quegli scrittori alcuni, come
il napoletano Basile, il Goldoni, il Meli, il milanese Porta, il romano BeUi,
han destato un interesse più che regio- — 150 — naie. Nei secoli XIV e XV e
perfino nel XVI non man- cano i testi dialettali fatti ancora senza celia, e
gli stessi italiani o toscani fiorentineggianti lasciano ancor troppo scorgere
il loro luogo di nascita, usando lingue ibride: che meriterebbero uno studio
accurato, il quale ne spe- cificasse le peculiarità, i successivi progressi , i
parziali regressi, gli ardimenti, gli stenti. Per es. il Boiardo scri- ve
vediti , parón , fasso , per vedete , padrone , fascio ; e dal saper che in
toscano è foglia e faccia quel che nell'italiano settentrionale suona foja e
fazza è tratto ai falsi toscanesimi gioglia^ abbaglia^ piaccia e sim., per gioia
, abbaia , piazza. A Napoli esisteva un in- finito e un gerundio coniugato,
come fanno per far noi e farno per fare essi, e così facendomo e facendono
(forme nate suppergiù come dicemmo del toscano eglino a p. 75), e il Sannazaro
nei suoi sdruccioli mette un famosi e uno siamosi, che fecero strabiliare il
Varchi e il Ni- siely. Ma è bello vedere come quell'ibridismo si venisse via
via purificando, specialmente negli scrittori più elevati, da età ad età, di
libro in libro, come p. es. dall'Innamorato al Furioso, e sin da un'edizione
all'altra di un medesimo libro, com'è appunto del Furioso (cfr. p. 17) e
dell'Ar- cadia. Il provincialismo s'è venuto sempre più assotti- gliando e
circoscrivendo allo stile trasandato delle can- cellerie 0 del commercio , ed è
generalmente reputato segno di scarsa coltura e d'inettitudine. Un Napoletano
che dica o scriva innammorato, tantoppiii, colparci per averci colpa , sacca
per tasca o saccoccia , o ditegli che venisse subito, o spagnolescamente
attrassato per arre- trato, ne vien deriso. XIII. Gol piegarsi di tutta la
nazione ad un dialetto, s' ebbe qui 1' effetto medesimo che con questo stesso
jnezzo conseguirono altri popoli. Quel che l'Europa chia- - 151 — ina
$2'^agnuolo è detto in Ispagna più spesso castigliano^ ed è infatti r idioma
della Castiglia, più particolarmente dì Madrid, adottato dalle altre provincie
che per gran tempo avevano scritto nelle proprie loquele. Quel che in Francia e
fuori si chiama francese^ con un nome che oggi s' in- tende rispondere a quello
della nazione intera, era dap- prima , così di fatto come per il significato
del nome, qualcosa di ben più ristretto, cioè il parlare dell' Isola di Francia
, e più propriamente di Parigi. Il quale col soverchiar di quella metropoli si
dilargò via via dalla Manica ai Pirenei , sopraffacendo tutti gli altri
dialetti scritti colà, dai più vicini, costituenti con esso il volgare d'o'//,
ai più remoti, costituenti il volgare d'oc o proven- zale; e non mutando
neanche il suo nome, poiché non meno di questo si venne estendendo il
significato del vocabolo Francia di cui è l'aggettivo. Sennonché in Ispagna e
in Francia la prevalenza del dialetto della capitale fu un fatto politico. P.
es. , con l'assunzione di Ugo Gapeto al trono nel s. X , Parigi divenne
definitivamente la capitale della Francia del Nord, e tra il s. XII e XIII il
suo dialetto prese un deciso pre- dominio ; come con successive prepotenze ,
che misero capo sulla fine del s. XV all'annessione della Provenza alla
Francia, si venne di mano in mano assoggettando anche il Mezzogiorno. Nei primi
secoli tutti i paesi del Nord avevano preso parte in vario modo ad una fecon-
dissima produzione poetica e prosastica, s'erano avuti pa- recchi centri
letterarii, e i varii dialetti à'oU s'erano intesi fra loro, spesso
intrecciandosi per opera principalmente dei copisti; e nel Mezzogiorno s'era
avuta una letteratura dialettale, e in ispecie una lirica cortigiana in un
volgare illustre, librato in alto sui dialetti dell' oc , che tutti vi
concorrevano, sebbene una cotal prevalenza ve l'avesse il Umosino. Ma tra
moltissimi scrittori pedestri e molti mediocri non ve n'era stato alcuno
grande. Allorché nel s. XVI e più nel XVII e nei successivi, col rinascimento
dell'antichità classica e l'influenza della letteratura ita- liana, i grandi
scrittori vennero, trovarono già assodata la preponderanza parigina, e Parigi
divenuta senza con- trasto, qual è tuttora, il gran centro della Francia e il
laboratorio intellettuale a cui tutti i Francesi accorrono, la cui favella s'era
già allargata e affinata per una Corte elegante e per le lotte religiose o
politiche. Così gli scrit- tori, o nati nella città o venìitivi in gran copia
di fuori, non fecero che compir 1' opera. In Italia invece, il toscano
preponderò solo per certi suoi pregi intrinseci e per la copia e 1' eccellenza
della sua letteratura ; poco favorito , spesso anzi contrariato, dalle
condizioni politiche. Ebbe discepoli , non sudditi ; operò per mezzo dei libri,
non già perchè tutti gì' Ita- liani accorressero a Firenze, o di qui si
diramassero per tutta la Penisola le leggi, i comandi, le mode. Un rap- porto
di guest' ultima specie non esistette prima o poi se non tra Firenze e la
rimanente Toscana, e produsse manifesti effetti quanto all'unificazione
hnguistica di quella provincia; come un accenno benefico su tutta la nazione si
cominciava a scorgere pur nel magro quinquennio in cui, avanti il 1871, Firenze
ne fu la capitale provvisoria. Le nostre secolari divisioni non condussero solo
a ciò, che la dittatura del fiorentino fu esercitata con mezzi poco dittatorii,
ma importavano anche che i molti Co- muni e Signorie fossero altrettanti
focolari di diversi lin- guaggi ufficiali , e non di rado costituissero veri
centri letterarii, più o meno capaci di rivaleggiare con Firenze, attraendo a
so i dotti e gli scrittori. Non occorre ricor- dare Venezia , Padova , la
Milano dei Visconti e degU — 153 — Sforza, Bologna, Modena, Siena, le Corti
degli Angioini e degli Aragonesi, di Mantova, di Ferrara, di Urbino e ^ via
via. Nel s. XVI alcune di queste brillavano per l'e- leganza del conversare; e
specialmente la Corte di Ro- ma, benché più mutevole nei gusti per
l'avvicendarsi di pontefici diversissimi anche di patria, aveva un'autorità
incontrastabile e perenne. I dialetti locali dovevano un po' trascinare anche
le Corti, per quanto dedite a una vita artificiale; e i personaggi e gli
scrittori, che in cia- scuna di esse erano alla moda o vi accorrevano, davan
credito a certi loro vezzi provincialeschi. Il gran giro- vagare che coloro facevano
e 1' esser toscani molti di essi, rimediava in parte al male; ma questo crebbe
dipoi con la formazione dei grossi Stati, nettamente divisi, con capitan
divenute importantissime, delle quali perfino il dialetto acquistava un primato
regionale, come quel di Napoli, di Palermo, di Torino, di Milano, di Venezia, e
dove nell'uso ufficiale e tra le persone di mezzana col- tura perdurò un gergo
misto di buona lingua , di voci e suoni dialettali, di latinismi, di
francesismi, di spagno- lismi, di falsi toscanesimi. La fedeltà della buona
lingua al tipo fiorentino era mantenuta per isforzo tutto lette- rario, dalla
scuola e dai libri migliori, con affannosa lotta contro mille ostacoli e contro
il continuo pullulare delle dizioni locali che, mentre avean la forza
d'infiacchire la notizia e l'uso delle toscane, quasi mai ne avevano una
sufficiente per essere accolte da tutta Italia e sostituirsi ad esse. Negli
ultimi secoli lo scadimento della coltura italiana e il restringersi di questa
a un numero sempre pii^i limitato di persone, finì di rallentare i vincoli
della comu- nanza nel pensiero e nella hngua. Dove, come in Germa- nia, pur non
essendovi una capitale linguistica insieme e politica, anzi discernendosi solo
all'ingrosso in qual prò* — 154 — vincia r idioma letterario si costituì , la
coltura è assai diffusa e attivissima, l'unità della lingua, almeno in un certo
senso, si mantiene e si riproduce di continuo da sé. Certo, quella specie
d'isolamento in cui per qualche tempo son rimaste le varie stirpi italiane, ha
pur dato qualche buon frutto alla letteratura nazionale , conser- vando quasi
intatte le disposizioni particolari di ciascuna stirpe. L' alpestre vigoria
della letteratura piemontese dal Baretti e dall'Alfieri al Balbo e al Gioberti;
l'hnpeto generoso della lombarda dai due Verri, dal Beccaria, dal Parini, al
Manzoni e al Grossi; le inclinazioni filosofiche e critiche della regione ove
nacquero il Vico e il De Sanctis; la curiosità indagatrice degli eruditi
modenesi; la classica hndura della scuola romagnuola e marchigiana^ ed altre
cose simili, fanno guardare con un po' di com- piacenza quell'alternarsi delle
diverse stirpi nell'egemo- nia della coltura, quei parziali primati, quella
distribu- zione del lavoro. Ma il beneficio fu assai minore del van- taggio che
avrebbe dato il cimentarsi tutte le forze di ciascuna stirpe in un centro
comune, o almeno il con- tinuare in quell'attivo scambio durato fino a tutto il
s. XVI ; e ad ogni modo turbò l'unità e il regolare pro- gresso della lingua.
Poiché, dov'è una capitale come Pa- rigi 0 r antica Roma , od un' operosità
diffusa come la tedesca, i provincialismi d'ogni scrittore son subito scru-
tinati dal gusto comune; ed o sono prontamente spazzati via, o, se son
confacenti al tipo già accettato, se hanno un'efficacia particolare, se la voga
stessa dello scrittore li fa spensieratamente venir di moda, se per una qua-
lunque ragione fanno fortuna, cessano d'esser provincia- lismi e diventano
parte della lingua. XIV. Un bene e un male fu anche il precoce apparire di
scrittori fiorentini grandissimi , dopo nemmeno un — 155 — secolo che i nostri
vol^^iri avean cominciato a scriversi, e che, con una relativa parità di grado,
s'eran fatta un po' di concorrenza fra loro. Mentre in Francia per tre secoli
innanzi, come per due appresso, non si uscì da una rigogliosa mediocrità,
agitata da uno spirito schiet- tamente medievale ; Dante , che pur restò per
molti rispetti un uomo del medioevo , precorreva il Rinasci- mento gustando con
nuovo sapore estetico i poeti latini e rubando loro il segreto dell' arte ,
come nessuno in Europa avrebbe saputo fare. A intere letterature stra- niere
che fìniron con esser dimenticate sul suolo mede- simo dove avevano vegetato e
donde s' eran diffuse altrove, la Commedia si contrappone qual opera gigan-
tesca che sfida i secoli. Da ciò, come da certe intrinseche peculiarità dei
nostri volgari e dall' aver più tardato a mettersi in iscritto , provenne che
la struttura fonda- mentale della nostra lingua colta e più d'un sol getto, più
conforme al tipo dialettale su cui quasi subito si plasmò, che non sia quella
della francese; la quale serba in sé le tracce della lunga gara fra i dialetti,
avendo accolte, in ispecie da quelli a sé più congeneri , alcune forme estranee
in origine al tipo dell' Isola di Francia. Così l'italiano letterario non potè
più patire gravi alte- razioni ; e tra 1' antico e il moderno le differenze
sono poco men che trascurabili, o più di stile che di lingua, laddove i
Francesi non intendono più la loro lingua antica se non a via di studio
filologico. Però 1' avere l'italiano avuto sì presto il suo capolavoro e alcuni
de- gli autori principali , fu pur causa d' impaccio nelle età successive ,
poiché in essi insieme con ciò che non è morto 0 non può morire vi son cose e
parole morte e antiquate. Furon sempre essi i modelli, che non si pote- vano
abbandonare ma neanche in tutto seguire. — 156 — L' uso poi non mai interrotto
della lingua latina, ri- fattosi via via più generale, baldanzoso e destro,
rimise per un secolo in forse le sorti del volgare. Lo stesso Dante, che in
queste ebbe così calda fiducia, a certi soggetti s'era riserbato il latino; e
così fece il Boccaccio. Il Petrarca, tenendosi al volgare per la sola lirica
cor- tigiana e pei Trionfi, poetò ancor più in latino , e di questo
esclusivamente si valse nella prosa. Dietro al suo esempio, e per il
rinascimento della coltura classica che a lui dovè tanto, il volgare tornò ad
essere trascurato dai più eletti ingegni di Toscana e d' Italia, rimanendo in
balìa dei minori e nien colti. Già nei s. XIII e XIV gli scrittori del volgare
si dividevano in due schiere: quella di chi intendeva a dirozzarlo,
riavvicinandolo al latino, o a ciò che fosse più comune a tutta Italia , e
schivando le inutili trivialità; l'altra di chi lo usava spensieratamente,
accogliendo i modi plebei, gl'idiotismi crudamente pae- sani, le costruzioni
sconnesse, i periodetti brevi o i pe- riodoni goffamente avviluppati. Non v'era
solo differenza di soggetti nobili o umili o indegnamente bassi, ma sì nel modo
di trattarli e nello stile. Dante non avrebbe scritto alimenti per elementi,
sanatare per senatore^ né altri di simili fiorentinesimi, salvo il caso che non
volesse ap- posta una voce di doppio senso o da mettere in bocca plebea. Il
dialetto d'una città non è tutto d' un pezzo, e per tante voci e forme I' uso
varia secondo le classi sociali, la coltura, i gusti, le diverse età della vita
, le relazioni col di fuori, e perfm secondo i rioni e le fa- miglie. A rigore,
ogni individuo ha un idioma suo. Se quel d'una città è considerato come un
unico dialetto, gli è perchè le conformità sono assai maggiori delle dif-
ferenze, e perchè ciascun cittadino capisce quasi sempre anche le voci da cui
si astiene. Certe suddistinzioni si — 157 — fanno poi più risentile quando la
parlala vien messa in iscrillura. Naturalmente , non tutti gli autori si
possono collocare in modo reciso o nell'una o nell'altra schiera, o con Dante o
col Sacchetti, e d'altra parte i piij dissimili hanno talvolta inaspettate
rassomiglianze. Ma all'ingrosso si può dire che dopo i tre sommi e qualcuno non
affatto indegno di tal compagnia , come il Passavanti , rimasero padroni del
campo prosatori e poeti dell' altra maniera. Con essi, tratte poche eccezioni
come l'Alberti, la lettera- tura fiorentina e toscana scemò di dignità, riprese
un colore troppo provinciale, s' aggirò soverchiamente in ischerzi scipiti o
grossi, in cose basse od oscene, in raccontar lievi aneddoti o burle di cattivo
genere e crudeli, o in infilzar riboboli oscuri e cose senza nesso. Un bel
contrapposto fanno a ciò le laudi spirituali, scritte per cantarsi sulla
melodia di canti profani e soppiantarh ; ma esse, come le Sacre
Rappresentazioni (nelle quali pur s'intromettono per episodio le buffonerie) e
tutte le opere devote, espri- mono una pietà meramente ascetica e popolare, ben
lontana dal misticismo subhme della Divina Commedia. Un altro genere
copiosissimo fu quello dei poemi caval- lereschi tradotti o rimpastati, in
prosa o in ottave, dai cantastorie toscani ; ma non perdette il suo fare plebeo
- nemmen col Pulci, che seppe cavarne un'opera singolare. * Quando sulla fine
del s. XV il Poliziano e Lorenzo s'adoperarono a rimettere in onore il volgare
e ad ap- K plicarvi di nuovo il gusto classicamente raffinato, ben- ■1 che con
opere di corta lena e per lo più di soggetto Bumile, le condizioni del
fiorentino eran dunque tali: che Hera stato, in un'età ormai un po' lontana,
ascoltato come se già fosse lingua nazionale; che , per conseguenza di quel
passato e per la sohta ragione dei suoi pregi idio- matici, non aveva perduto
la priorità tra gli altri dia- — 158 — letti; che Firenze aveva mantenuto un
sufficiente primato anche nell'opera nazionale di restaurare la civiltà greca e
latina; che nell' uso del volgare il resto d' Italia non aveva fatto gran cosa,
sia per gli autori più dialettali, sia pei più toscaneggianti, eccettuato forse
il Novelliere di Masuccio Salernitano e poi l'Arcadia e l'Innamorato; ma che
insomma il presente primato fiorentino nel vol- gare era quasi tornato quello
d'un dialetto rispetto ad altri. Vera lingua nazionale era ridivenuto il latino
, e la prima obbiezione che i più tenaci fautori di questo facevano, era: a
qual volgare dite che dobbiamo far ri- torno , se i volgari son tanti quante le
città d' Italia e così diversi ? Giacché, poco prima della così detta questione
della lingua , e ne' primi anni che questa ferveva, ve ne fu un' altra tra il
latino e il volgare ; e molti sostennero seriamente che dagli uomini di conto e
per soggetti ele- vati non si dovesse mai smettere il latino. Il quale, oltre
l'esser compreso anche fuor d'Italia, era per questa una gloria e un vincolo
domestico, che, mentre metteva gl'I- taliani al disopra degli stranieri,
lasciava in condizioni pari i nativi d' ogni italiana provincia , né li
obbligava ad inchinarsi a nessun municipio o regione privilegiata. Oggi che lo
scriver latinamente é divenuto un semplice esercizio di scuola o una rara
abilità di qualche erudito, non é facile comprendere tutta la minacciosa efficacia
di quelle dottrine in tempi che una tale abilità era ovvia, il vanto consisteva
solo nel raggiungervi tuna non ordi- naria eleganza, ed a molti riusciva
davvero più facile l'esprimersi in latino che non l'accattare dallo studio di
Dante e degli altri antichi Dio sa come malmenati dai copisti o nelle prime
stampe, e da accidentali cognizioni circa il parlar toscano, i vocaboli della
seconda lingua — 159 — letteraria, clic non ancora aveva grammatiche né
lessici. Solo riflettendo bene a tutto ciò s'arriva a intendere come uno
scrittore mediocre in fondo e per noi moderni ma- nierato, qual fu il Bembo,
potesse riscuotere un'ammi- razione così universale e così sinceramente
ossequiosa. Gli è che col dichiararsi, lui veneziano, lui gentiluomo e
personaggio d' alto affare, lui ecclesiastico , lui latinista elegante, lui
serenissimo, a favor dello spregiato volgare di Petrarca e Boccaccio, e con lo
sbozzarne alla meglio una grammatica, come col dar nei suoi proprii scritti
l'esempio d'una lingua corretta, vicina al latino, schiva quasi in tutto di
venetismi o di crudi toscanesimi, parve risolver di fatto ogni questione. XV.
Il latino, com'era inevitabile, venne cedendo, benché lentamente, il campo; ma
seguitò a influire sullo sviluppo letterario del volgare. Gol suo esempio
coonestava che anche l'italiano fosse trattato, secondo già le condizioni dei
tempi insinuavano, come una lingua morta, da de- sumersi più dai testi classici
e dagli spogli grammaticali e lessicali fatti sopra quelli, che dalla viva voce
d' un popolo. Come Roma non contava più nulla per iscriver la lingua di
Cicerone, così Firenze non doveva più con- tare per quella di Dante. E poiché
il latino aveva il suo secol d'oro, sembrò tanto più naturale che pur
l'italiano l'avesse, il XIV. Vi furono dunque sin d'allora de' puristi, benché
in un senso più discreto che ai tempi nostri, ed in condizioni di per sé più
discrete, non essendo i trecenti- sti ancora così lontani come son per noi. Che
se altri erano invece persuasi che l'italiano fosse da trattar come lingua
tuttora viva, da ciò stesso erano alcuni di loro tratti ad altre esagerazioni;
ed a quei che ne volevano la gram- matica, cosa divenuta necessaria or che il
fiorentino dovea dilatarsi tanto fuori dei suoi confini naturali, obbietta
vano: — 160 - se è lingua vìva, non si può dire se sia ancor giunta al suo
colmo, non sì può additarne il secol d'oro, e quindi non è il caso di fermarne
le regole come per il latino. Comunque, dove la lingua raccolta nei trecentisti
non bastasse o non si presentasse alla mente , si ricorreva, massime dai non
fiorentini, al latinismo. Quando inoltre una voce non toscana o non fiorentina
era più conforme alla latina che non la toscana o fiorentina corrispondente, il
provincialismo facilmente assumeva una dignità innega- bile, soprattutto se il
fiorentinesimo non avesse acquistato un credito storico col trovarsi in Dante o
negli altri due. Dovunque, per esempio ^ si diceva e si dice suppergiù pèrsica
pèrsico, il sincopato pèsca pèsco dei Toscani do- veva muovere a pietà. Né
poteva far gola la ciliegia a Napoli e a Roma, dove dicendo céràsa par di
rimanere stretti alla forma latina: più che in effetto non sia, giacché dal
lat. céràsa si venne al nostro céràsa passando per un aggettivo cerdsea; e il
romanesco, che dovrebbe propria- mente dir ceracia come bacio (cioè quasi
cerasela), deve aver adottato la forma napoletana. I volgari eran tornati in
una certa parità davanti al latino, e il Varchi racconta che nella sua
fanciullezza, cioè sul principio del s. XVI, genitori e maestri proibivan la
lettura dei libri volgari. Facendo una gran confusione, alcuni latinisti
giunsero a nutrire od ostentare disprezzo sin per Dante come poeta. Si credeva
generalmente che il volgare fosse nato da corruzion del latino per opera dei
barbari , e corruzione per corruzione ogni volgare poteva parere che in fondo
valesse lo stesso. Ben vi furon di quelli che , come il Tolomei e il Varchi ,
s'in- gegnarono a levar via quella brutta taccia, e, con giusto intùito
storico, a definire il volgare come piuttosto una trasformazione del latino. Ma
il concetto della corruttela — 1(>1 — })er(lelle sol di i)oco il suo
predominio ; e quella quo- sliono storica sull'origine latina dei volgari, per
quanto facesse allora di bei passi , con l' innestarsi però alla questione
dell' origine fiorentina dell' italiano letterario toglieva a questa molto di
precisione, la traeva fuori dei suoi veri termini, la complicava con dubbii e
speculazioni d' altra natura. E in ogni modo , fossero i volgari un barbaro
tralignamento o una semplice alterazione del latino, questo richiamava a sé,
anche in senso teorico e storico, gli sguardi e il sentimento unitario; e nel
far- glisi o restargli vicino, scrivendo il volgare, si riponeva in tutto 0 in
parte il merito di chi scriveva e della sua lingua. Meno male che 1' esser la
Toscana rimasta più immune dalle invasioni barbariche era pure una racco-
mandazione per il toscano, del quale parve a molti plau- sibile che, essendo
stato il men corrotto, fosse rimasto il più bello. XVI. Ma un gran fondo di
latino è in tutti i nostri vernacoli , e , lasciando anche da parte quelle voci
o forme che , rimaste particolari di alcuni dialetti, ne paiono un non
irragionevole vanto, una quantità ster- minata son comuni a ogni angolo
d'Italia. Dappertutto si dice pane vino amore famiglia, per i quaU vocaboli le
differenze, talvolta gravi ma tal altra Hevi o lievissime, consistono al più
nel modo come qua o là si pronunziano. La prevalenza del fiorentino ha avuto
luogo in ciò, che nell'uso scritto quasi tutte codeste voci han finito col
prendere la pronunzia fiorentina; che^ per le altre voci che non entrano in
codesta categoria, è di solito la fiorentina quella che s'è surrogata alle voci
più o meno discordi degli altri dialetti ; e che infine , anche nelle forme
grammaticali e nella sintassi, dovunque non c'è uguaglianza fra tutti i
vernacoli, il conio di Firenze ha 11 impressa la sua stampa. Ma tutte quelle
derivazioni o dal latino antico o dall' ecclesiastico o dal medievale , insieme
coi grecismi comuni , come battesimo , coi ger- manismi, come guerra, coi
gallicismi, come ciaramella o viaggio, cogli arabismi, come magazzino o
magazzeno, e via via, costituiscono una considerevole eredità comune, che si
sarebbe avuta anche senza la dittatura del fio- rentino, e che agevolò
immensamente il trionfo, in parte solo apparente, di questo. Sennonché rese più
difficile che si riconoscesse senz'ambagi l'azione unificatrice eser- citata da
Firenze. Ben la mettevano in rilievo i critici fiorentini ( e i toscani , fin
dove il loro interesse com- baciava con quel di Firenze ) , guardando più alla
fo- netica e alla grammatica, agli accidenti, come dicevano; ma gli altri , che
consideravano più il lessico , i corpi delle parole, potevano con più o men di
buona fede affermare che non da Firenze gl'Italiani avessero appreso a nominare
il pane, l'amore, la guerra e via via. Il che, con maggior apparenza di
ragione, potevan ripetere i Toscani rispetto a Firenze. S' aggiungeva che pur
di veri e proprii toscanesimi o fiorentinesimi divulgati in Italia dalla
Commedia e dagli altri libri , trovandosene ormai tutti in possesso , non
pareva così chiara la provenienza; e alcuni Italiani ra- gionavano con r
ingenua ingratitudine di chi dicesse a sua madre : io mi muovo e mi cibo al
pari di te , or come pretendi d'avermi portato nel grembo e nutrito ?
Osservavano a buon diritto i Fiorentini che la lingua dei tre scrittori non è
intesa naturalmente se non in To- scana, che molte delle sue parole son quelle
medesime che escono colà di bocca anche alla plebe, che negli altri paesi ciò
non avviene e la hngua v'ò imparata dalle per- nione colte per istudio, come si
fu d' un idioma straniero. — 1G3 — Ma dairaltra parte si rispondeva che il
Petrarca era com- preso in Lombardia anche dalle dame , e quasi moglie che in
Toscana , dove ad ogni modo la plebe non ci avrebbe capito nulla. Era uno
spostare la questione, dalla plebe alle persone colte , dalla lingua al
pensiero poetico; ma non per semplice mala fede, che la grande diffusione
allora della coltura generava curiosi abbaj'li. Anche il fatto che Dante aveva
scritto il poema nell'e- silio , il Petrarca era stato tardi e per poco a
Firenze, e il Boccaccio era detto certaldese, fìniva d'imbrogliare le menti:
quasi che il primo avesse lasciato a casa anche la favella; il secondo avesse
attinto la sua dagh Avigno- nesi anziché dai primi otto anni passati in Toscana,
da un maestro pratese, dai genitori e dagli altri fiorentini e toscani attirati
oltralpe dalla Curia ; e il terzo fosse stato inchiodato a Certaldo , e dalla
parlata certaldese alla fiorentina ci fosse un abisso ! Ingigantivano insomma
una cosa che nelle sue vere proporzioni è questa: con l'altezza di quei tre
ingegni avevano cospirato le vicende della vita a fare che il loro fiorentino
non fosse così paesano come quello dei tanti allora e poi rimasti rin- chiusi
neir àmbito municipale, e che soprattutto i due primi sembrassero appartenere
più alla nazione che a una città. Studiando assiduamente le opere loro e
affiatandosi coi Toscani , alcuni nobih ingegni , come il Bembo , il Sannazaro
e 1' Ariosto, riuscivano a scrivere elegante- mente e a superare molti
fiorentini, che per la confi- denza d'aver il possesso naturale della hngua
scrivevano pesando meno le parole, e mescolavano coi latinismi e con la buona
hngua letteraria dei maggiori trecentisti gl'idiotismi, spesso triviali,
dell'uso vivo. I molti abbozzi di grammatiche e di vocabolari! eran opera
piuttosto — 164 — d' Italiani che di Toscani; il che, se da un lato forniva una
novella prova che ai primi occorrevan mezzi arti- ficiali per appropriarsi ciò
che ai secondi era naturalmente proprio, conferiva dall'altro ai primi una
certa supremazia nello studio riflesso della lingua e un'autorità effettiva. Il
Varchi p. es. corrèsse una volta , per deferenza al Bembo, in la in nella^
benché si riserbasse il diritto di adoperare, quando gli tornasse acconcio,
quel modo, come proprio che era e degli scrittori antichi e dell'uso vivo
fiorentino. Per tutte codeste ragioni nacque e si prolungò una disputa
particolare , che fu un dei luoghi comuni di quella più generale , cioè se a
scriver bene giovasse o nocesse 1' esser nati in Firenze. Si esagerò da ambe lo
parti, ma parecchi ebbero la delicatezza di sorvolare su una questione odiosa e
posta in termini troppo crudi, e alcuni Toscani la sciolsero bravamente o in
favore degli altri , come il Lasca, o con sagace imparzialità : dicen- dosi p.
es. dal Varchi che fuori si potesse scrivere egual- mente o anche meglio,
specie nello stile elevato, ma che a Firenze si parlasse meglio e si avesse
piti la mano a certi generi come il bernesco; o dal Lombardelli avver- tendosi
che gì' Italiani correvano il pericolo dell'affetta- zione, e i Toscani quello
di tirar giù alla sciatta come vién viene. In fondo sono anche oggi questi i
due scogli, e nel secolo XVI opere poetiche d'importanza nazionale, quali il
Furioso e la Gerusalemme, non ne diede la Fi- renze del Berni, ed opere subito
monumentali di prosa non ne diede nemmen Firenze. La prosa vi fiorì più che
altrove, or troppo familiare, come nel Ceilini, or giusta- mente contemperata,
come nel Golii e nell'autor del Ga- lateo , ora oscillante di continuo tra
opposte tendenze, come nel gran Machiavelli, ora compassata e accademica, —
ir,5 — tanto da muovere infine il Davanzati a una fiera reazione. Ma una di
quelle opere come il Decamerone o i Promessi Sposi , che in breve diventano l'
esemplare a cui tutti mirano, non s'ebbe. E in un certo senso non s' erano
avute nemmen nel Trecento, poiché il Decamerone era un esempio insigne sol di
narrazione fantastica e per lo più burlevole. Nel- l'opera complessiva del gran
triumvirato predominava la poesia; e, se questa è la più acconcia a vivificare
le fa- coltà letterarie d'un popolo e a diffonder la lingua, abitua però a una
più sconfinata libertà di linguaggio e all'ar- bitrio individuale. Così
parecchi cinquecentisti usavano p. es. 2^ona o avvia anche in prosa ; e, se
lombardi o meridionali, il riscontrare un simile condizionale nei pro- prii
dialetti li liberava da un doppio scrupolo, quasi di- cessero: non è una forma
esclusivamente poetica, poiché é viva nelle nostre parlate; non é un
provincialismo di queste , poiché l'usa il Petrarca ! Il senso comune finì con
lo spazzar dalla prosa cotali forme che la prisca poesia aveva avute dai poeti
non toscani e dal proven- zale. Ma in ciò e in molte altre cose simili ci volle
un lungo processo di eliminazione, e le prime regole della lingua furono cavate
in gran parte dai testi poetici an- tichi e poi dal Furioso ; il che ebbe
conseguenze non favorevoh al trionfo d'una hngua ben fissa, correttamente
familiare e prettamente toscana. XVII. Un altro avviamento a confusione nella
teoria fu l'esempio del greco : pei suoi quattro dialetti, per le mescolanze
dialettali in Omero, per il così detto dialetto comune^ che credevano fosse
risultato da una bella fusio- ne dei quattro. Applicato all' ingrosso, senza
ancora una precisa idea cronologica della letteratura greca e delle sue fasi
dialettah, con un concetto esorbitante delle cose — IGG — e un' interpretazione
fantastica del nome comune (xo^vy^), r esempio pareva far riscontro alle
mescolanze idioma- tiche della Divina Commedia, al volgare illustre, al libero
uso d'ogni dialetto italiano. Sforzi inauditi si fecero per togliere efficacia
a paralleli così autorevoli e^ in quel boUor di rinascimento, formidabili; onde
alcuni Toscani giunsero a opinare che il dialetto comune fosse stato la base
de- gli altri, 0 che l'attico fosse il primo ad esser coltivato e gli altri
risultassero da una sua ulteriore diversifi- cazione ! Anche oggi la critica
non vede chiaro interamente circa gh eolismi maculanti il fondo ionico dei
poemi ome- rici; ma del dialetto comune sa con certezza che fu quello d'Atene
generalizzatosi, accresciuto d'alcane forme create per analogia ,
artificialmente mantenuto e svoltosi così nel greco alessandrino come nel
bizantino. Infiltrazioni dei dialetti parlati superstiti ve ne furono nella
vita se- colare di codesto atticismo trapiantato; ma quella gran- diosa fusione
di tutti i dialetti in un quinto, era un sogno dei nostri vecchi. Ne consegue
che, nonostante alcune conformità di vi- cende storiche tra il fiorentino e 1'
ateniese , in quanto accomunatisi a tutti gli uomini colti della rispettiva na-
zione, e certe rassomiglianze nella egemonia intellettuale delle due città, il
caso della Grecia non si pareggi per r appunto al nostro. Colà le altre stirpi
ebbero prima tutto il loro fiore letterario , e collegarono ciascuna la propria
loquela a qualche genere, specialmente poetico : la poesia epica fu quasi
interamente ionica , dorica la lirica corale , eolica la lirica individuale ,
neoionica la prosa bonaria della cronaca e di certe speculazioni filo- sofiche,
e da ultimo entrò in campo la stirpe attica con la poesia drammatica , con 1'
eloquenza e con la prosa — i(;7 — nel suo più largo significato. Nella poesia
essa serbò in parte le forme dei dialetti che l'avevano coltivata, spe-
cialmente dell'omerico, e nei cori dei drammi mantenne (orme dorizzanti.
Impronta più locale diede alla prosa. Ma il primato d'Atene fu il coronamento
dell'opera let- teraria di tutta la nazione e l'accumulamento sopra l'ul- timo
fratello delle eredità dei maggiori. Perchè tra la Grecia antica e 1' Italia
moderna vi fosse una miglior rispondenza, bisognerebbe che Dante fosse stato un
poeta p. es. romanesco , il Petrarca un secentista marchigia- no 0 napoletano,
il Machiavelli, il Galilei, il Manzoni e l'Alfieri quattro fiorentini del
secolo passato; e nel nostrO; la coltura italiana si fosse accentrata a Tunisi
! E oc- correrebbe pure che l' Italia da Bologna a Genova , a Susa, a Milano,
non fosse fin oggi esistita, giacché i veri dialetti greci non discordarono mai
tra loro quanto i gal- loitalici dal fiorentino o dal siciliano. XVIII. Abbiamo
indicate molte ragioni per cui l' ac- cettazion del fiorentino era da un lato
necessaria e dal- l' altro imperfetta e intralciata , così nella pratica come
nel suo riconoscimento teorico. Ci si aggiunga ora l' in- sufficienza dell'
alfabeto italiano, la quale anzi fornì essa r occasione a prorompere nel 1524
in una disputa più vivace di quante se n' erano prima agitate nei libri e nelle
conversazioni. 11 nostro volgare, al par degli altri neolatini , s'era messo in
iscritto coi segni dell'alfabeto latino, uniti talvolta in combinazioni nuove,
come p. es. in figlio occhio vegghiare laghi^ o lievemente modificati, co- me
il ^, che per un pezzo fu usato anche in tutta Italia, sebben forse venutoci d'
oltremonte. Lasciando anche che per più secoli piacque a molti di latineggiare
più del bi- sogno , scrivendo p. es. facto (e persino tucto !), dicto o decto ,
perfectioìie (o almen peìfettione o perfetione), ora- — 1G8 — tioìie, scripse
ecc., per l'abitudine contratta dalla scuola; ma pure fatto tutto detto
perfezione (o perfezzioné) ora- zione scrisse , ognun vede che constano di sole
lettere latine. Ne venne che fin dove il latino, e s' intende qu^le lo
pronunziavano nel medioevo , dava il modo di rap- presentare i suoni volgari ,
o fin dove bastassero facili combinazioni e stiracchiature, il volgare potè
essere re- cato in iscritto; dove sarebbe occorso inventar di pianta nuove
lettere o escogitar, per istudiata convenzione, segni diacritici, l'ortografia
abbandonava quasi sempre le cose dubbie alla discrezione del lettore.
L'alfabeto latino non distingueva Ve e Vo aperti dai chiusi ; e non li distinse
r italiano. La pronunzia latina non conosceva 1' 5 dolce di rosa , né la 0
forte di pozzo e zappa , che aveva il solo z dolce e in sole voci greche come
zona baptizare; e l'italiano lasciò il segno s così in rosa come in cosa^ ed
estese il z anche al suono forte. Quest' ultimo per verità sembrava averlo,
nella sua pronunzia medievale, anche il latino, ma in una combinazione
particolare, cioè quella di gratia oratione perfegtione ecc.; e qui l'italiano
ondeggiò a lungo tra il mantenere codesta scrittura 0 l'applicarvi quella di
zappa, scrivendo grazia ecc. L' A, che in latino aveva significato
un'aspirazione, si segui- tava a mettere per abitudine, come in havere, huomo;
0 si estendeva per un fine particolare, come in huopo chi; 0 per inutile
abbondanza, come in chorpo, e via via. Godeste imperfezioni agevolarono, sotto
un certo riguar- do, l'unificazione della lingua scritta, facendo che molte
parole fossero segnate allo stesso modo da persone che non le avrebbero
pronunziate egualmente; e anche oggi mascherano le differenze provinciali , scrivendosi
p. cs. tempjo verde olezzo palpebra anche da chi profferisce, poco
toscanamente, chiuso il primo, aperto il secondo, forte - 100 — il lcr''.o,
sdrucciolo il quarto. Ma in quanto la lingua colta è parlata o lotta, le
ambiguità della scrittura furono e sono un vero tormento per gl'Italiani
provinciali e per gli stranieri. Il disagio dovè essere più che mai avvertito
nel s. XVI, in cui si compì la vera unificazione. Il To- lomei e altri Toscani
specularono sulla faccenda , ma rimasero sgomenti della difficoltà di romperla
con la tra- dizione letteraria e di tentar da uomini privati novità che solo a
principi credevano poter, caso mai, riuscire. Fra le altre cose l'italiano ha
ereditato dal latino la ri- pugnanza alla notazione degli accenti e di altri segni
diacritici, con la quale molte distinzioni si otterrebbero, come n' è prova
l'ortografìa moderna francese e spa- gnuola , e quella variamente attuata oggi
in Italia da autori di libri scolastici. Intanto , un letterato di quella
regione veneta , alla quale, e per il Bembo e per le stamperie e per il sin-
cero e diffuso amore della coltura, ha molti obblighi la nostra lingua, mise in
opera e spiegò una serie di riforme ortografiche. Salvo la distinzione dell' w
dal v^ che fece fortuna, e qualche altra tollerabile, le singole proposte del
Trissino eran bizzarre, poco ponderate, e, quel ch'è più, ei le dichiarava
dirette a rappresentar la pronunzia italiana : cioè, spiegava, la toscana e la
cortigiana « le quali senza dubbio sono le più belle d'Italia »> . In alcuni
vocaboli s' atteneva « quasi che troppo » al fiorentino , ma per altri stava al
cortigiano, pronunziando omo e non uomo (oggi le parti si sono invertite !), e
ogm., composto^ forse^ con o aperto. I nuovi espedienti ortografici furon
combattuti con acume grammaticale dal Martelli (da cui prese quel poco di buono
che disse il Firenzuola, aggiungendovi di suo il bello stile e le brutte
maniere ) ; meglio ancora dal — (70 — Tolomei, che nel Polito fece ima
bellissima rassegna delle mancanze e delle superfluità del nostro alfabeto ; un
po' sguaiatamente da un veneziano Liburnio ; e anche dopo quegli anni furon
presi piìi o meno di mira, p. es. dal Salviati. Ma con l'oppugnare pur il
giusto proposito del Trissino, nello stesso tempo che lo accusavano d'a- verne
rubata loro l'idea e confessavano i difetti dell'al- fabeto, quei Toscani non
solo riuscirono quasi incoerenti, ma un po' egoisticamente spensierati. Certe
distinzioni di suoni, dicevano, se anche non rappresentate grafica- mente , la
natura stessa le suggerisce a chi legge ; nò riflettevano che ciò era vero per
essi Toscani, non pegli altri Italiani, ai quah pur sapevano rinfacciare che
non per natura possedessero la buona lingua ! Con lo squisito senso pratico,
che fu sempre una loro prerogativa, av- vertivano quanto fosse ardua una
riforma ortografica, ma perciò appunto avrebbero dovuto aiutare il Trissino con
l'escogitarne una più agevole. Invece s'inasprirono per la italianità, cercata
dal Trissino piìi deUa schietta toscanità o fiorentinità, e accesero la
questione del no- me da dare alla lingua. XIX. La questione non era vana, come
gh storici han predicato a coro, giacché, venuto in uggiail vile appellativo di
volgare^ si trattava appunto di sostituirvene definitiva- mente uno più
acconcio; eppoi, sotto al nome c'era la cosa.Oggi tutto è chiaro. La lingua è
italiana perchè scritta da tutta la nazione e riconosciuta qual suo
contrassegno dagli stranieri ; e questo non è da confondere con un tutt'altro
senso dello stesso aggettivo, in quanto cioè si riferisce , come titolo
geografico e filologico , a tutte e singole le parole e le parlate che si odono
o udirono, si scrivono o si scrissero, tra l'Alpi e il mare: col senso insomma
in cui è italiano anche il dialetto torinese o il — 171 — mossincsc, il
vocabolo napoletano ciiorpo o (juappo (« bra- vo ») e il milanese roda (« ruota
») o boria (« rotolare »). La linj^ma è fiorentina^ per il dialetto da cui si
derivò, pegli scrittori che primi la divulgarono, per la città che n'è ancora
il vivaio. È toscana^ perchè da Firenze poco differisce la sua regione, e
questa vi collaborò attivamente. Ma a quei tempi il nome italiano spiaceva a
tutti i To- scani, che lo prendevano come un attentato ai loro diritti storici
e in parte presenti ; il tìtolo di toscano pareva troppo largo ai Fiorentini ,
troppo stretto agi' Italiani; quel di fiorentino riusciva ostico a tutti i non
Fiorentini, ciuasi fosse una condanna prestabilita di quanto essi facessero
nella lingua ormai accomunatasi; ostico soprat- tutto ai Toscani , che ci
vedevano esagerato il divario fra sé e Firenze. Essendo o parendo semplice
differenza di estensione quella che intercedeva fra i tre appellativi , si fece
un gran discutere di genere, di specie e d' individuo; il che oggi pare una
sottigliezza scolastica, ma non era super- flua quando per la prima volta si
dovè scrutinar bene il contenuto logico di nomi fin h adoprati alla buona. Il
Trissino rispondeva: ho detto italiano per usare il nome generico, ossia in
contrapposto a spagnuolo e simili, non a toscano; come si dice toscano^ non già
in contrapposto a fiorentino^ ma prescindendo dalle differenze. Salvo il genere
generahssimo , che in que'sto caso è il linguaggio umano, e la specie
specialissima, ch'è la parlata d'un rione, tutt' i termini intermedii sono
specie rispetto al genere precedente, e genere rispetto alla specie seguente.
Italiano è specie rispetto a umano, genere rispetto a romanesco, a toscano ecc.
Onde il toscano può esser detto italiano per semplice applicazione del nome più
generico a desi- gnare cosa piia specifica ; a quel modo che una data per- -
172 — sona può esser indicata, piuttosto che col suo nome indi- viduale, coi
nomi via via piìi larghi di uomo o di animale. Ciò varrebbe anche se l'
italiano letterario fosse puro toscano, ma per il Trissino non era tale, ed egh
aggiun- geva: come chiamare altrimenti che italiano quel che è toscano commisto
a romano ? A codeste analisi si replicava con altre più sottili e avvocatesche,
o con facezie. Intanto, a favor àeWitaliano stava il greco , il qual termine si
può sostituire a cia- scuno dei quattro indicanti i dialetti ; come a prò del
toscano contro il fiorentino stava che la lingua di Cice- rone s' era sempre
chiamata piuttosto latiìia che ro- mana. Il vecchio titolo dantesco di cortigiano
era risorto con miglior rispondenza alle condizioni effettuali, e si riferiva
più propriamente alla Corte romana. Aveva quivi il suo centro un gergo
cancelleresco , dove il parlar di Roma e del Mezzogiorno introduceva molti suoi
vezzi , p. es. dicete e facete e morse per morì^ pur lasciando in genere la
prevalenza al tipo toscano. Il Calmela, in un suo trat- tato inedito, affermò
che a divenir buon poeta convenisse apprender la lingua di Firenze,
aggiungendovi lo studio di Dante e Petrarca, e affinandola poi in Corte di
Roma. Il Castiglione, che, incominciando dal chiamar Cortegiano il suo libro
anziché Cortigiano^ e scrivendo veder essimo^ torze, satisfare^ patrone ecc.,
professava di voler fuggire l'affettazione d'usar vieti trecentismi o crudi toscanesimi
contemporanei, fu in teoria e in pratica seguace del cor- tigiano; inteso nel
senso di preferir certe voci provinciali che più delle toscane fosser rimaste
conformi alle latine, e di non isfuggir quelle voci provinciali o straniere
che, venute nella consuetudine dei grandi e dei savii, avessero bel suono ed
efficacia. Non ò vero che negasse il gran — 173 — fondo toscano della lingua o
dicesse d'avere scritto lom- bardo ; bensì elesse di farsi « piuttosto
conoscere per Lombardo parlando lombardo», cioè scrivendo qualche lombardismo,
« che per non Toscano parlando toscano: per non fare come Teofrasto », cioè
sfoggiando troppa toscanità. Era insomma questione di misura, di timore pudico
delle affettate contraffazioni; come nel secolo ap- presso il Bartoli dirà che
ai non Toscani meglio è lati- neggiare un po' di pili, che non ostentare
idiotismi d'ac- catto. E così in quegli anni medesimi, il Trissino inten- deva
solo a un contemperamento. I fatti non han dato tutti i torti a tali opinioni;
che se soddisfatto e sodisfatto^ e padrone^ vedremmo, torce ^ popolo anziché
populo^ han trionfato, si dice però onorevole^ candeliere^ e non orre- vole^
candelliere^ che erano i pretti fiorentinesimi, e così in cent'altre cose
simili. Il Trissino, trascinato dalla polemica, finì col trascor- rere in
qualche raziocinio ben più avverso al toscano ; il che avvenne anche peggio al
Muzio, quanto piìi questi era bisbetico, paradossale e pronto a dire d'aver
cam- biato opinione. Eran partiti da un concetto giusto, che il fiorentino non
potesse sottrarsi a un'elaborazione let- teraria, a contribuzioni provinciah, a
influssi politici; ma quel concetto, di sua natura un po' vago, si prestava ad
esser esagerato nella pratica, e spinto nella teoria fino al- l'assurdo. La
tesi che i Fiorentini avevano alle mani era di per sé più precisa, aveva il
conforto di prove storiclre evidenti e d'intuitive considerazioni
glottologiche, e, con- tenendo una maggior somma di verità, non abbisognava di
esagerazioni, o queste v'erano perdonabili e inavver- tite , riducendosi alla
omissione di certe riserve facili a sottintendere. I Dialoghi del Machiavelli e
del Gè Ili son mirabili per lo stile e l'argomentazione; e il volume del Varchi
è un capolavoro. Più tardi il Nisiely scrisse pa- gine eccellenti sull'
autorità degli scrittori e suU' uso in fatto di lingua e sul nome di questa;
mentre il Salviati, non privo d' acume in questioni particolari ma inetto alla
sintesi, non seppe tra il fiorentino vivo e la tradi- zione letteraria
distribuir nettamente le parti , e cadde in molte contradizioni: le quali però,
appunto perchè son molte, vengono in certa maniera a compensarsi e a pro- durre
una grossolana temperanza di criterio. XX. Per rifarci un po' indietro, il
Trissino aveva con un buon dialogo, il Castellano^ difesa l'italianità; e con
un dialogo ancor più bello, il Cesano^ gli si levò di nuovo contro anche il
Tolomei, a difender la toscanità, ossia una causa non interamente eguale alla
fiorentina. Oltre ciò che dice sull'origine del linguaggio umano e dell' ita-
liano, ove dà prova di quel precoce senso scientifico per cui egli primeggia
tra i molti valenti di quel dotto secolo, avverte come le diversità tra Firenze
e le altre città di Toscana si limitino a pochi vocaboli e suoni e soprattutto
all'accento. Mette cotal difesa in bocca a un Pisano, e non tutela in
particolare la sua Siena, di cui pochi idio- tismi adopera; il che fa buon
riscontro con un'epistola dove ad un altro rimproverò i troppi sanesismi. La
sua moderazione fu d'esempio al Lombardelli, che predicò: lingua fiorentina in
bocca sanese. Diceva esser questa l'opinion comune, proverbiale nella stessa
Firenze. Difatto, se altri Toscani avcan tirata l'acqua al loro mulino (p. es.
il Vellutello preferiva la parlata di Lucca e di Pisa)» e certi Italiani avevan
tratto partito da quei dissidii ca- rezzando quelle stesse od altre città (il
Muzio era andato a scovar Volterra !), Siena soprattutto si arrogò e fu rico-
nosciuta degna d'emulare Firenze. Oltre la dolcezza del- l'accento, che fu
sempre contrapposta alla (jonjla, cioè - 175 - ad alcuni vezzi spiacevoli della
pronunzia fiorentina, sta- vano per Siena l'importanza sua politica, l'aver
avuto e l'avere molti scrittori o fiorentineggianti o adopranti in modo piii o
meno puro la pnrlata sanese, e certe con- formità di questa con l'
umbro-romanesco e fin col Mez- zogiorno 0 con lo stesso Settentrione, e la
maggior fe- deltà in certe voci al latino e alle sue normali trasfor- mazioni.
Si pensi p. es. in quanta parte d'Italia si dice famec/lia, ponta^ maèstro^ e
che simpatia dovesse in simili casi destare una città toscana, che, proferendo
essa pure così, pareva capitanare tutta l' Italia contro la tirannia del
fiorentino che vuol famiglia^ purità^ maèstro. La terza di queste parole
dovrebbe avere Ve per la solita corri- spondenza all' / breve latino, qual è in
fede^ detto^ fermo ecc. Il fiorentino ciò nonostante ha quasi sempre trion-
fato, specialmente dove i suoi vezzi erano rappresentabili con la scrittura ,
ma per altri, come per maestro , non v'è ancora riuscito; e così il lèttera di
Roma, di Napoli e d'altre contrade tiene ancor testa, come voleva già il
Trissino, al toscano lèttera^ che par troppo lontano dal lat. UTTERA (cfr.
méttere :=^m.i:i:E?yE). Sono inezie in fon- do, e il senese, quando dice néve e
gióvane , è esso che stuona col latino , come pur fa il colónna di Roma e
Napoli. Ma si fa presto a raggruppare i soli casi in cui il fiorentino par
deviare dalle regole , e a farsi di ciò, anche ingenuamente, un'arma contro di
esso. Sorse così anche un altro adagio: lingua toscana in bocca romana. Sono
sentenze vaghe, a cui ognuno dà l'estensione che gli piace, e che provengono
parte da mere im.pressioni soggettive, parte da argomentazioni troppo
circoscritte. Ma nel fondo vi sta la coscienza che la fiorentinità è sog- getta
a un riscontro così della regione a lei più prossima come della nazione intera,
e che v'è il filtro del gusto e — 176 — del criterio nazionale attraverso di
cui la vena fioren- tina si purifichi. Quanto a Siena, le velleità o di
sopraffare Firenze, o almeno di non lasciarsene sopraffare , non costituirono
quasi mai una vera minaccia, e il primato fiorentino, se non altro col fatto,
venne sempre più o meno ricono- sciuto; perfin dal Gigli, che in apparenza fu
così ribelle. Solo il Bargagli nel 1602, col pesante dialogo del Ta- ramino ,
sostenne, con tranquilla grettezza e con pieno accordo della teoria con la
pratica, che, come in Grecia, così in Toscana ciascuno scrivesse nella loquela
propria, senza impacciarsi nell'affettazione d'imitare l'altrui. Pure il
Giambullari , mezzo secolo innanzi, scrivendo primo fra i Toscani una
grammatica volgare, aveva protestato che egli badava solo alla lingua che si parla
e scrive in Firenze, « lasciando agli altri Toscani il trattare ciascun della
sua in quel modo che più gli piace »; ma qui c'era come una sfida bonaria. Alia
scuola sanese temperata appartenne anche il Cit- tadini, che nelle sue due
opere (1601, 1604) procede con eclettismo un po' incerto e mutevole. Dopo aver
preferito 1' appehativo volgare, si risolvette per toscano. Usando pochi
sanesismi, mise in Roma il presente fiore dell'italiano, ma riconoscendone il
germe fiorentino. Alla tradizione letteraria diede molto risalto, e vi applicò
con più chiara consapevolezza il criterio, ispiratogli dalle opere inedite del
Tolomei, di scrutinare le forme dei varii dia- letti guardando alle norme
storiche della trasformazione del latino. È il criterio dianzi accennato per
cui può sem- brar preferibile il dir maèstro e lettera , a dispetto del
fiorentino, e del quale un certo uso istintivo la lingua letteraria aveva
sempre fatto e non ha mai smesso di fare. In codesto discernimento glottologico
egli intrave- — 177 — deva un corroUivo dello predilezioni municipali , delle
aberrazioni dialettali, dei capricci dello scrittore. Lo aveva di pochi anni
precorso con un opuscoletto, eh' è un vero gioiello di elegante sobrietà, di
prudente acume e di sicura dottrina , 1' ellenista Ascanio Persio , che ,
riconoscendo ampiamente il primato toscano, opinava però esser lecito che
dovunque il toscano non soccorra, invece d'attaccarsi a voci forestiere o a
crudi latinismi, si riducano a forma italiana i nostri provincialismi d'origine
greca o latina, spesso assai belli e talora più significanti dei corrispon-
denti modi toscani. Ne adduceva ad esempio il grecismo ùicegnare, che si diceva
e si dice in questa sua regione meridionale nel senso di metter per la prima
volta un vestito, metter mano a una botte, a un nuovo coltello, e via via.
Anche certi dialetti toscani dicono incignare^ benché il pretto fiorentino sia
rinnovare; che però ha dell'equivoco, potendo suscitar l'idea di raccomodare.
XXI. Posta in tali termini, divien giusta la causa dei dialetti, salvo una
restrizione: che Vincegnare o incignare e altre simili cose hanno bensì
sufficienti titoli a poter en- trare nell'italiano comune, ma la possibilità
non si tra- duce in atto se non quando o uno scrittore molto se- guitato o una favorevole
congiuntura facciano ad esse fare la fortuna che meritano, i^ltrimenti restano
in una specie di limbo, quasi candidature di parole; com'è ap- punto di codesto
verbo , e, s'aggiunga subito , pur del suo equivalente fiorentino: poiché di
regola ogn' Italiano preferisce scrivere « mettersi un vestito per la prima
volta » 0 altro cotal modo che , per iscolorito che sia, riesca almeno chiaro.
Vent' anni dopo il Persio, la causa cascò nelle mani del Beni, un vero Muzio
redivivo; eccetto che il Muzio, acerbo col Machiavelli, fu tenero del
Boccaccio, che in- 12 — 178 — vece il Beni fé' bersaglio ai suoi strali, in lui
personifi- cando la fiorentinità. Non accadrebbe riparlarne, s'ei non fosse
stato a modo suo il difensore della modernità dello stile, fra tante censure
vuote non ne avesse delle giuste, e non ci 'fornisse più d'un indizio della
resistenza che allora incontravano certe parole o forme fiorentinesche, che 0
sono combattute anche oggi , o sol dopo molto stento sono state ammesse (p. es.
detti e amavo), o per converso trionfarono così pienamente da non parerci più
possibile che un tempo se ne sia disputato. Per la mede- sima ragione e pei
molti ragguagli che danno delle pecu- harità del fiorentino, del sanese, del
romanesco e d'altre parlate, c'è molto da spigolare in quegli scritti, polemici
o no, dal Trissino, dal Machiavelli, dal Tolomeì, al Muzio, al Bargagli, al
Cittadini, al Gigli, al Salvini. Una storia minuta e prammatica di tutta la
lunga que- stione gioverebbe si facesse anche per raccogliere e va- gliare
quelle notizie, talora contradittorie o poco verosi- mih, spesso almeno
inaspettate. Suto^ che ora è un ar- caismo, e testé, che sente d'affettazione
letteraria, spia- cevano a taluni nel Cinquecento come troppo fiorentine- schi,
e volentieri si notava che li avesse Dante ma non il Petrarca. Nessuno
immaginerebbe che si sia dovuto lot- tare perchè fosse accolto tu sei anziché
tu se; che de lo, a lo fosse un vezzo piuttosto dei Sanesi, e questi si vantas-
sero di dir veniamo, due, miei, giuocare, rimproverando ai Fiorentini di dir
venghiamo, dua, mia, giucare (che or sembra lombardo !); che i secondi
burlassero i primi del dir voliamo per vogliamo; che il Machiavelli
considerasse nosco e vosco come lombardismi; e via e via e via. E curioso però
vedere come, fra tante differenze pratiche e discussioni teoriche e canzonature
reciproche, si venisse di mano in mano costituendo, specialmente nella gram- —
179 — nintica, un relativo accordo, cioè quell'uso scritto comune, (la noi
ereditato, il quale escluse definitivamente alcune forme, altre ne mise in
seconda linea, per altre restò irresoluto. Nel Seicento comincia a maturarsi il
frutto di tal lavoro , e vi sentiamo già V aura dei tempi nostri. Per ciò pure
riesce interessantissimo, oltre che per l'ar- guta vivacità, il libro famoso
del Bartoli. La Toscana, che per secoli era stata così fertile d'in- gegni
grandi, dopo il Galilei parve oramai stanca, e, pur serbando un tradizionale
buon gusto e lepore, pur dando alle lettere e alle scienze molti cultori
insigni , non ne produsse più tali e tanti da riaver l'egemonia come nel
Trecento o una contrastata preponderanza come nel Cin- quecento. Se, così
rinchiusa in sé stessa , continuò ad aver presa sulla lingua nazionale, fu
dall' un canto per il Vocabolario che la Crusca die fuori il 1612 e andò rifa-
cendo nelle edizioni del 1623, del 1691 e del 1729-38; e dall'altro perchè la
sua parlata e i suoi nuovi scrittori davano al Vocabolario conferma,
spiegazione, e un po' di complemento. Quel tanto di umor bellicoso che soprav-
viveva nei letterati italiani , si sfogò quindi contro la Crusca : assahta
sulle prime , come dal Beni , più che altro qual simbolo della fiorentinità ;
dipoi , neh' opera sua concreta del Vocabolario. Questo ridondava di difetti,
così sostanziali e per- tinaci, come transitori e accidentali. I secondi, che
si vennero in parte correggendo, consistevano in molti errori spiccioli, in
etimologie assurde, in esempii scor- retti cavati da cattive stampe o
manoscritti , in inter- pretazioni erronee, in omissioni sbadate, in
definizioni poco felici, e nelle perplessità o disuguaghanze, inevita- bili là
dove mettevan mano e si succedevano più persone; tra le quali vi fu sì un Redi
o un Anton Maria Salvini, — 180 — ma non sorse giammai un dittatore d'ingegno
poderosis- simo e infaticabile , un Muratori della lingua. E e' era prima di
tutto che il libro, riducendosi in fondo anno spoglio di antichi testi, con
iscarse e timide aggiunte dal- l'uso vivo, dava un aiuto insufficiente a chi vi
cercasse le parole per iscriver di cose moderne; mentre poi , anche come
glossario filologico o inventario storico della hngua, era di sua natura monco.
S' era compilato un canone dei buoni scrittori o testi di lingua, soprattutto
del buon secolo: di quei soli si faceva bene o male lo spogKo, e ciò che se ne
raccoglieva era la buona lingua. Ora, uno scrittore anche ottimo può esser
caduto in qualche im- proprietà, come in uno cattivo si posson trovare parole
ottime che i buoni non hanno avuto occasione di ado- perare; e per
l'interpretazione degli scrittori e la storia della lingua importano così i
vocaboli e gli scrittori cat- tivi come i buoni. E tra buoni e cattivi , mentre
vi si raccoglieva una certa quantità di lingua morta, che i non Toscani poco
discernevano dalla viva, non si metteva mai insieme tutta intera una lingua,
giacché non v'è ragione che proprio tutte le parole abbiano avuto chi le
scrivesse. I pili di quegli autori canonizzati eran toscani; ma taluni, come
Guittone, d'una toscanità provincialesca e imbastar- dita; altri, come l'autor
del Pataffio o del Ciriffo Calvaneo, il Burchiello, il Lippi, e più o meno
tutti gli autori d'un certo periodo e di certi generi, pur seducendo la Crusca
per la loro schietta fiorentinità, empivano il Vocabolario con voci rimaste
dialettali , con un gergo enimmatico, con trivialità spesso oscene; altri, i
traduttori, gli rega- lavano per buoni toscanesimi molti gallicismi o latinismi
0 vani accozzi di parole messi giù per aver franteso il testo 0 non avergli
saputa dare una forma italiana. Come testimoni del parlar toscano , meritavan
coloro d' esser - isl -^ consklorati , ma con più criLica; e il vederli messi
cosi in trono rendeva pii^i odiosa l'esclusione di scritlori piìi nobili ,
sospetti non senza ragione alla Crusca pei pro- vincialismi , pei falsi
toscanesimi , per lo parti troppo artificiali della loro lingua , ma cari all'
Italia o a tutta Europa per pregi superiori alla lingua, li Tasso fu alla fine
accolto, ma dopo uno stento eh' era parso strascico di vecchie antipatie. Di
santa Caterina, i cui sanesismì non potevano del resto aver luogo in un
vocabolario di buon fiorentino , non sapevano i Sanesi tollerare che fossero
lasciate in disparte le opere, così ispirate ed ef- ficaci. Quel codice della
Hngua insomma , troppo stretto e troppo largo ad un tempo, lasciava
insodisfatti i filologi; metteva in impaccio gli scrittori che avrebbero voluto
rimanergli giudiziosamente fedeli; pareva incoraggiare gli sguaiati ricercatori
di arcaismi e d'altre leziosaggini , o provocar per reazione il licenzioso
oblio d' ogni freno ; forniva armi innumerevoli ai pedanti, che avventatamente
formulavano regole stolte e divieti capricciosi. Con un esempiuccio od
esempiaccio si poteva legittimare ogni stranezza, come con la mancanza, spesso
fortuita o do- vuta a mera omissione, degU esempii classici, si condan- navano
le cose più ragionevoh. Felice chi, per difendersi, riuscisse a scovare esempii
non avvertiti dalla Crusca e dai suoi veri o pretesi amici ! Qualche giusta
causa si gua- dagnava così, ma su prove che, per quanto formidabiU come
argomenti ad hominem da cuocer l'avversario nella sua stessa acqua, hanno un
valore intrinseco variabile da caso a caso e possono tirar fuor di strada.
Giacche, oltre quelle opere di cui ninno oserebbe discutere che sien tenute a
modelli , ve ne son altre ammesse fra i testi di lingua sol dopo molta
esitazione e solo per certi — 182 — riguardi; e d'altra parte anche in uno
scrittore modello può esservi una parola mal adoprata o resa tollerabile sol
dal contesto, ed invece una parola di ottimo conio, necessaria, usata da tutti
parlando, può per caso leggersi unicamente presso un autore di minor conto. Un
giudizio discrezionale cercavano i migliori di farlo volta per volta, guardando
al numero degli esempii , all' autorità degli scrittori ond'eran tratti, alle
convenienze particolari del contesto; ma era un giudizio diffìcile ed incerto :
special- mente quanto al numero, mal potendosi definire se due esempii
bastassero o ne abbisognassero tre , quattro e così via. Malgrado tutto ciò la
Crusca prestò un gran servigio, offrendo all'Italia in secoli di disunione e di
torpore un considerevole corpo di linguaggio toscano. I primi abbozzi di
vocabolario, tentati nel s. XVI, o non erano stati pur essi semplici spogli di
pochi autori ? La Crusca almeno allargò subito e venne sempre più allargando il
numero di questi, e procedette con maggior precisione e sicurezza. Che se a
scemare la bontà dell'opera sua contribuì l'u- more d'alcuni accademici e certi
difetti della regione cui appartenevano , non fu sua colpa se 1' Italia tutta
era scaduta e il senso critico e filologico illanguidito. È as- surdo dare alla
Crusca la taccia di tirannia, quasi dispo- nesse di bellici apparecchi o di
politiche coazioni; le quali ebbe , al più , sulla Toscana. Del rimanente 1'
autorità sua, tutta morale, in tanto potè esercitarsi, in quanto gì' Italiani
stessi sentivano il bisogno di riconoscerla nò sapevano surrogarsele. Sapevano
bensì aiutarla o censu- rarla, raggranellare aggiunte da presentargliele
modesta- mente o da rinfacciargliele come dimenticanze colpevoli. Però, fra il
cozzo di tante forze diverse e ciascuna un po' manchevole , si venne alla
meglio raffermando e svol- - ISJ^ - gcndo nn;i lini^ua abbastanza comuiic od un
V(Kab()lario storico, cbo, pur così com' è, e' è stato lungamente invi- diato
dallo altre nazioni , alcune delle quali ne sono ano' oggi prive. XXII. Ma per
quel clie riguarda l'uso vivo della lingua, erano invece spesso gl'Italiani a
invidiar le nazioni stra- niere, non appena vi acquistassero familiarità per
mezzo dei viaggi o con lo studio. Ciò avvenne nel seicento al Magalotti ,
gentiluomo fiorentino e Accademico , e , nel secolo seguente , al piemontese
Baretti e al Cesarotti padovano. Il primo raccomandava alla risorta Accademia
di aprir le porte al Tasso; di mettere dei contrassegni alle voci arcaiche ,
alle non comuni , alle plebee ; e di esser meno dispettosa nell'accogliere le
buone voci fore- stiere. Il secondo, sebbene con qualche intemperanza e
capestreria delle sue, precorre anche meglio il Manzoni; altresì per una certa
scontentezza verso la nostra lette- ratura anteriore, per l'osservazione delle
cause storiche di quel malessere, per la molta stima dei dialetti in quanto
ciascuno è a casa sua una vera lingua, per l'antipatia invece al bastardume
della lingua che si scriveva nelle Provincie , per il riconoscere sinceramente
la toscanità , eppur volere che la lingua si chiami italiana : al qual
proposito anzi combatte più del bisogno il MachiaveUi. Ma per il giudizio che
porta sulle condizioni della coltura fiorentina contemporanea e per le
conseguenze che ne trae contro la possibilità d'una grande efficacia presente
di Firenze sulla lingua comune , ei precorre piuttosto l'Ascoli. Il Cesarotti
nei suoi stupendi Saggi , oltre alle belle speculazioni filosofiche sul
linguaggio umano ispirategli da pensatori francesi, mostrò per il dialetto una
stima anche più precisa e consapevole; riconobbe con lucidis- - 184 - sima
franchezza la derivazione della lingua dal dialetto toscano; difese e usò i
francesismi con discrezione ben maggiore di quella che gli si suole in ciò
attribuire; e, ritornando ai buoni accenni del Bembo, del Varchi e di altri
antichi, avvertì che molte voci eleganti, predicate per gemme del buon secolo,
non sono in fondo che an- tichi gallicismi ; criticò egregiamente la Crusca , e
, pur volendo che quella di Firenze rimanesse a capo del lavorio lessicale,
proponeva fosse aiutata da una specie di Crusche provinciali, sicché un
Consiglio Italico potesse in ultimo dare due Vocabolarii: 1' uno ampio pegli
eruditi, l'altro per l'uso giornaliero di chi scrive. Fece sua tal proposta il
Napione , in un libro prolisso e scolorito , nel quale però, se spesso si
contradice o sposta le questioni, vien pure a riconoscer molte verità e a dar
ottimi consigli. Scredita il francese e magnifica l'italiano, ma poi vorrebbe
che questo si procurasse i pregi di quello; inchinandosi alla toscanità, la
desidererebbe men vernacola, più affia- tata con la buona italianità , men
ritrosa verso quelle voci degli altri dialetti le quali siano ad essa
confacenti e adattabili. Da un tal farsi più italiana la Toscana, più toscana
l' Italia, si sarebbe avuta la lingua nobilmente popolare, anche per lo stile
tenue, ed evitato di cadere continuamente o nell' arcaismo o nel francesismo o
nel provincialismo, o in quel crudo toscanesimo ch'è sempre dialettale « benché
del dialetto più nobile ». Come si vede, nonostante la sua ribellione al
francese, giustificata dalle condizioni particolari del Piemonte e per la quale
s'accapigliarono col Cesarotti, i due valentuomini concor- davano neir impeto
generoso verso un'italianità viva e comune. XXIII. Ma a codesto moto portò una
curiosa rèmora, nei primi decennii del nostro secolo, la scuola dei ^;?<- -
185 - visti, spasimanti per la toscaiiilà del Trecento. Tenendo per oro
i)urissinio tutto ciò che fosse del beato secolo, e conio un deplorabile
tralignamento ogni posteriore mo- dificazione od aggiunta, predicavano che a
frugar bene in quella lingua ci si raccatterebbe piii che abbastanza per
esprimere i nuovi concetti e ritrovati, e concedevano che solamente in caso
disperato si potesse ricorrere a parole non conosciute dai primi padri di
nostra favella. Solo i più discreti scendevano fino al Cinquecento e un pochino
al Seicento. Al toscano moderno guardavano con una cotal compiacenza , in
quanto vi sentissero echeggiato l'antico; ma talora l'aveano a disdegno, pei
francesismi e altre novità in cui esso pure era sdruccio- lato (cfr. p. 31 e
46), esso che avrebbe dovuto dare il buon esempio ! In pratica non sempre
cercavan gh ar- caismi, anzi dai più crudi di questi intendevan d' aste- nersi
, un po' più che le caricature degli avversarli non lascerebbero credere ; ma
procedevano con un criterio né preciso né costante, e lo stile d' alcuni di
loro era per sé stesso una caricatura. Il Cesari (e ciò che si dice di lui si
attaglia più o meno ai molti che lo seguitarono , specialmente a Napoli o in
Romagna) ebbe intenzioni veramente pure, e del bene ne fece col promuovere lo
studio degli antichi e richiamare anche gli avversarli a una maggior cura per
la lingua ; ma era una mente ri- stretta la sua, priva così di un sicuro
sentimento storico e filologico come di quel sano gusto che da ogni affet-
tazione si ritrae con subito sgomento. Fu un buongu- staio di ciò che avesse
sapor di antico , e, idolatrando le parole per sé stesse , attribuì loro un
prezzo d' affe- zione. Era una via mozza quella, che non metteva capo a nulla.
Gli scrittori di più largo ingegno e gU uomini di scienza non vi si potevano
aggirare, e dai pedanti che — 186 - vi scorrazzavano erano di continuo saettati
con censure petulanti o stolte, per le quali i più nobili parti della fantasia
e dell' intelletto diventavano agli occhi del volgo un componimento
sgrammaticato d' uno scolarello che presuntuosamente s'affidi troppo ai suoi
naturali doni. Alla toscanità così tapinamente intesa il Monti con- trapponeva
la comune lingua nazionale, mondata degli arcaismi e de' vani fronzoli,
arricchita e pronta a sempre più arricchirsi dei termini scientifici e delle
buone novità messe innanzi da scrittori anche non toscani, docile stru- mento
al pensiero vivo ed operoso; del quale egU avea vicino l'esempio nel Volta e
negli altri scienziati dell'Isti- tuto, e nelle letterature straniere ond'era
studioso e imi- tatore. Fattosi corifeo d' un partito liberale in letteratura,
lo difendeva dalle condanne del Cesari ^); ed alla Crusca additava le
superfluità e le mancanze del Vocabolario. Poiché l'ultima edizione di questo
era ormai vecchia dì ottant'anni, non tornava interamente giusto il
rinfacciarne le pecche alla rediviva Accademia, che già s' apprestava a
correggerle; ma al poeta, imbizzitosi ch'ella non volesse compagni all'opera
(cfr. p. 131), parve che la critica al passato dovesse riuscire, come in parte
fu, un' utile am- monizione per l'avvenire. Nello stile, salvo poche forme che
sanno d'antiquato o d'artificiale, la Proposta fu un bellissimo saggio della
nuova prosa; e nella sostanza, se non è scevra d' errori, risolve con retto
giudizio molte questioni spicciole lessicali, grammaticah, ermeneutiche,
critiche, e nella stessa parte teorica ha principii che il 1; È bello ricordare
che, nell' Appendice al primo Trattato del Perlicari, ribattendo un'impudica definizione
clie il pudico veronese avea data della lingua moderna, il Monti si dolse pur
di veder vilipese « le lingue che hanno cantato ira noi i Sepolcri, e pianto la
morte di Carlo Imbonati n. Manzoni avrebbe potuto or sottoscrivere senz' altro
gr accogliere con riserve, le quali nell'intimo pensiero e nelle applicazioni
erano dal '< divino » ronia<^aiuolo sottintese. Quando egli, per
difendere vocaboli non suffragati da esempii antichi o addirittura condannati
dall'autorità della Crusca, si appellava all'etimologia, all' analogia e alla
ra- gione , si metteva di certo per un sentiero pericoloso : giacché un
vocabolo può ben esistere in latino o in greco , e non esser passato in italiano
; può esser fog- giato con regolare imitazione di voci già esistenti , e
tuttavia non trovar buona accoglienza; può esser più secondo ragione, ma a
dispetto di questa non riuscir a prender il posto d'un idiotismo ingenuo. La
vera norma della lingua è l'uso; e a volerla invece regolare con quegli altri
criterii, noi dovremmo p. es. poter dire perna per prosciutto, e, poiché ci
sono i derivativi orale addizione faggio scoiattolo, adoprar liberamente ore,
addere, fago, scì'àro 0 scoio ; e allevazione, come sollevazione, anziché
allevamento'', e ci avremmo a guardar bene dal dire eccetto la moglie, eccetto
i figli, affrettandoci a rimettere in campo eccella la moglie, eccelli i figli
! Però, si badi, l'etimologia, l'analogia e la ragione, se non valgono di punto
in bianco a distruggere l'uso o a crearlo, se di per sé non fanno che una
lingua semplicemente possibile, mentre la lingua reale consiste nell'uso, per
bizzarro o irragionevole eh' ei sia , contribuiscono pur molto a lentamente
formare e trasformare l'uso, il letterario in ispecie. Ed il Monti, poi , non
le invocava per inventare inaudite e inutili novità, bensì per difendere voci
usitatissime e neologismi necessarii alle scienze e alle arti, che per mero
capriccio 0 distrazione o per troppa servihtà ai classici la Crusca non
registrava. Come mai, diceva, bibliotecario lo am- mettete e biblioteca no?
date apogeo e afelio, ma non i - 188 -- loro contrarli perigeo e perielio ?
elastico e non elasticità ? sessagono e settagono ma non ottagono ? Quel che
più importa è che il Monti non mancava di riconoscere ampiamente le prerogative
del toscano , « l'eccellentissimo dei dialetti italiani », e di Firenze che
anche a lui pareva l'Atene d'Italia. In ciò egli consen- tiva col Perticari un
po' meno che non s'argomenterebbe dall' incorporar che fece nel proprio libro i
due trattati di lui. Il quale era tornato al Trissino e al Muzio pren- dendo
alla lettera il De vulgari eloquentia e il volgare illustre del s. XIII; aveva
di nuovo confusa la questione della lingua con quella dell'origine dei volgari
neolatini; e ricorreva a malizie da cui il Monti rifuggiva. Ma il Perticari
medesimo, benché gh venisse crescendo 1' au- dacia e la smania di nasconder
sotto falsi colori la verità, l'aveva sulle prime abbastanza confessata, ed anche
nel concludere il secondo suo lavoro finiva col piegarsi a Firenze (cap. XXXVII
e XLIV). XXIV. La tesi del Manzoni, dunque, nulla contenne di veramente nuovo.
Che ogni dialetto sia quanto a sé una lingua, che la lingua sia in fondo un
dialetto, che la nostra sia il fiorentino, che nelle lingue 1' uso trionfi
anche della ragione, che bisogni scriver nella hngua del proprio tempo, che
questa debba restare aperta ad ogni necessario aggiungimento , che l' Italia si
trovi in diffi- coltà speciali per effetto di certe vicende storiche, che le
condizioni della Francia sieno invidiabih , che i fran- cesismi non debban
incutere una paura fanatica , che allo scrittore italiano il Vocabolario della
Crusca desse troppo di più e troppo di meno del necessario, che sia desiderabile
un vocabolario che fornisca tutte e sole le parole adoperabili al presente :
eran cose dette e ridette, qual più qual meno, da molti o da pochi, da punti di
— 1S<) — vista spesso diversi ma talora simili al suo, spesso se- parate r
una dall' altra ma non di rado ra^i^gruppato suppergiù come presso di lui.
Perfino la fornmla che bisogni stare all'uso vivente delle persone colte era
già nel Gelli , nel Varchi, nel Tolomei, nel Gastelvetro e in altri. Sennonché
egli raccolse tutto in una bella sintesi, sfrondandola d' ogni parte rea o
morta (come la que- tione se a scriver bene riescano più i Fiorentini o gli
altri, 0 come la question del nome, risoluta col fatto quasi fin dal s. XVI) e
d'ogni minuzia che potesse rim- piccolire e sviare il ragionamento ; nò già per
una semplice scelta sagace eh' ei facesse de' pensieri altrui, ma per averci
molto ripensato egli medesimo. Eppoi, il suo principal merito fu di levarsi
contro alle dottrine che in quel momento si disputavano il campo e trascor-
revano in opposte esagerazioni. Non serve che certe verità siano state
proclamate da un pezzo, se dopo si son dimenticate o trovano ancora oppugnatori
ad oltranza, sicché il riassumerne la difesa torni ad essere un' opera
meritoria. Che tale fosse quella a cui il Manzoni si mise, lo prova il baccano
che gli si levò contro. L'ultima fase della questione aveva molto di nebuloso,
e , da poche ecce- zioni in fuori, i letterati erano o cesariani o perticaria-
ni. L' opuscolo del Biamonti e il libro del Galvani , r uno con più nerbo
dialettico e soda coltura latina e greca, l'altro con precisa erudizione
medievale, avevano malconcio il Perticari; ma eran poco più che una buona
recensione e una stretta polemica, atta a sgombrar il terreno, non a piantarvi
un vessillo intorno a cui si raccogliessero i campioni dell'arte nuova. Per
entrambe le scuole trionfanti i dialetti eran cosa vile, non escluso in un
certo senso lo stesso fiorentino ; giacché per il - 190 — Cesari la buona
lingua stava tutta negli antichi libri to- scani, per il Perticari la lingua
illustre doveva essere una manipolazione di tutti i moderni scrittori italiani
, procedenti per le cime d'ogni dialetto senza giungere al fondo di nessuno. L'
uno metteva in salvo la stabilità della lingua, ma rinserrando questa in un
museo o ci- mitero di parole ; l' altro ne assicurava la vivezza e la libertà,
ma col farla spaziare nell'indeterminato e nel vago. Il Manzoni tolse il
toscano di mano al Cesari , e col surrogare a quel de' libri vecchi quello
dell'uso vivo di Firenze, gli conferì la libera modernità che il Perti- cari e
il Monti avevano riposta nella lingua degli scrittori. XXV. A conciliar il
meglio di tutte le scuole egli giunse con un ragionamento ben diritto; anzi più
diritto che a cose pratiche non convenga. Sta bene: ogni dialetto è una lingua
per la città che lo parla, e la lingua è un dialetto adottato dalla nazione.
Nessun sostanziale divario esiste tra i fenomeni d' una lingua e quelli d'un
dialetto, ed è giuoco di fortuna che quelli sien diventati le norme del
favellare colto e questi rimangano vezzi locali. Tant'è vero che può esser cosa
di dialetto in Italia quel che è di lingua in Francia o in Ispagna. Tienipo è
un napoletanismo , coeur un lom- bardismo o piemontesismo; ma in Ispagna si
scrive ap- punto tiempo^ e in Francia coeur. « Tengo fame » è qui modo
napoletano, ma così scrive ogni Spagnuolo o Por- toghese. Il dialetto
privilegiato dalla sorte è stato per noi il fiorentino , e , se la storia non
ce lo spiegasse o il buon senso non l'avesse detto in ciascun tempo alla comune
degl'Italiani (sicché ne resta la confessione anche in certe frasi dei volghi
meridionali, come parlar tosco per « parlare in punta di forchetta »), la
scienza lingui- stica spazzerebbe oggi ogni dubbio. I Sanesi e quasi tutti - IDI
— frì'Italìani lian dalla nascita appreso a dir lengua, c])piiro, lìiontre in
Ispagna si scrive senza scrupolo cosi, essi fanno ogni sforzo per disimpararlo,
sostituendovi il fiorentino lingua; come smettono famegìia e poìita per dir
famiglia e punta. In questi e in altri casi Firenze è pii^i simile al latino,
ma spesso è il contrario, che è ben latino il 2)ili di Napoli e Sicilia, e
vinti, eh' è anche di Siena, anziché il fiorentino j;e/i e venti. Il Lombardo
avrebbe caro di starsene al suo costrutto « si può no », come i Tedeschi si
godono in pace il loro man kann nicht ; ma si piega a dir non si può, salvo poi
a sdrucciolare in frasi come ho fatto niente, ho visto nessuno. Questi sforzi
che tutti facciamo di staccarci da ciò che a noi è naturale, per sostituirvi
cose che, anche quando sono comuni a una parte più o meno considerevole
d'Italia, non sono native, tutte insieme unite, se non a Firenze, dimostrano
che, non per un semplice ripulimento estetico delle nostre loquele, che darebbe
effetti assai discordi o al pili ci porterebbe tutti a latineggiare, noi siam
riasciti ad avere una lingua comune, bensì per esserci accordati a imitar
Firenze. Ma, dal giorno che un dialetto si prende a scrivere, incomincia a
tenere una via sua propria , che lo fa di mano in mano divergere dalla semplice
parlata. Chi scrive, come deve rinunziare a certi aiuti che le modulazioni e le
soste della viva voce forniscono a chi parla, così bada a cose che a questo
importan poco. In bocca toscana, per esempio, àmanìo si faceva àmallo, ed
amarlo si faceva e si fa amallo, ma i più, per chiarezza e per regolarità
grammaticale, schivarono di scrivere nel secondo modo. La scrittura poi crea
subito l'abitudine e la tradizione, che di per sé oppongono resistenza alle
novità, anche se affatto innocenti, a cui la parlata s' abbandona con più — 192
— spensìeratezzea. Il complesso di codesti accorgimenti e resistenze
costituirebbe le peculiarità dell'uso scritto, pur dove questo avesse un
incominciamento spontaneo, senza imitazione di altre letterature precedenti, e
non uscisse dal ^pomerio della città. Tanto più doveva il fatto veri- ficarsi
per il fiorentino scritto, che incominciò a muoversi sulle orme del latino, del
francese e del provenzale, in compagnia con altri linguaggi italiani; che si
accomunò a tutta una nazione politicamente scissa e diversissima nei parlari e
nel sangue; che restò sempre sotto la tutela del latino; che divenne ben presto
oggetto dello studio riflesso dei grammatici e dei vocabolaristi; che,
dall'aver Firenze più o meno languito per secoli, si trovò a vivere da sé senza
il continuo influsso della parlata cittadina. Il Muzio venne in campo con un
certo suo paragone tra il vino e il toscanesimo , che gli fu rimbeccato dal
Varchi e dal Davanzali , ina che noi potremmo ridurre a forma onesta così: tra
i vini che in un paese si fanno, alcuni si mandano fuori, ma altri non reggono
al viaggio e non si posson bere che sopra luogo. XXVI. L'Italia non si
appropriò se non il fiorentino scritto , e fin dove poteva senza sforzo o con
isforzi tollerabili. Ciò ebbe i suoi effetti specialmente sulla pro- nunzia,
alcuni vezzi della quale, come il così detto e aspirato di fico o il e e r/
sibilante di pace e regina^ non significati dalla scrittura '), restaron
regionali. Avvenne 1) E non lo furono anche perchè, essendo aspirata l'iniziale
in la casa, ma non in i^er casa, e sibilinLe l'iniziale in la cena, i giri, ma
non in jìcr cena, il giro, colali parole avrebbero dovuto scri- versi in due
modi, secondo le congiunture. Per la medesima ragione non uscì di Toscana il
vezzo di prolTerir doppia la iniziale dopo — 193 — anche di più. Essendosi dai
Toscani smesso di scriver bascio e camlscia, perchè codesto mite suono non si
scam- biasse con quello più gagliardo ch'ò in fascia, mentre è invece pari a
quello toscaneggiante di pace , ne derivò elle quegl' Italiani che pronunzian
pace con un vero e, ossia con quel che i Toscani stessi fan sentire in selce e
in faccia^ lo estesero anche a bacio e camicia. I quali però, venendo da basium
e camisia, non si pronunziano con un vero e in nessun dialetto; che gli altri
dialetti o dicon quasi bascio, in modo simile al toscano, o baso. Lo stesso
dicasi suppergiù di fagiano fagiuolo, Perugia (già Feroscia), che in latino
hanno s e non g, e fuor di Toscana suonano press'a poco o fascinolo o fasuolo.
La pronunzia insomma che di bacio e fagiuolo si suol fare in gran parte
d'Italia, se non è conforme al toscano, non segue però nemmeno le parlate
locali, ed è una creazione tutta letteraria. Un altro esempio di toscanità
letterariamente alterata è 1' articolo gli avanti a Dei. Il vero è che i
Toscani pronunziano solamente delio , smozzicatura di Iddio (cioè il Dio), e
che a questo conformarono ddea e ddei, mentre poi per influenza del latino
scrissero, come se nulla fosse. Dio Dea Dei. A qualche poeta tornò talvolta
comodo e a qualche prosatore parve più logico scrivere i Dei: ma l'uso generale
ha mantenuto gli, pur ignorando o negligendo la pronunzia toscana che lo
giustifica. da 'da pporre), eccetto nei composti {dappoco, davvero). Ciò pure
contribuì a far che tra lo 'inferno, la 'nghiria, e l'inferno, V ingiuria, si
preferisse la seconda elisione che rende mutabile il solo mono- sillabo
servile; relegando la prima, toscana altrettanto , a rari usi poetici. 13 — 194
— Questi e i tanti altri esempii simili non s'adducono, beninteso, per dir qui
che non si debba imitar la pro- nunzia toscana, nel qual caso ci potrebbero
esser ritorti contro; ma per provare quanta sia stata la forza delle cose. È
manifesto che l'italiano, se in fondo è fiorentino, è però il fiorentino antico
e scritto, eh' è andato soggetto all'elaborazione nazionale, ora ingenua or
artificiosa, la quale lo ha dove corretto e dove corrotto. Esso segui- terebbe
la sua via anche se Firenze sparisse, né può prescinder dalla sua storia
secolare, che sarebbe un fatto nuovo in tutte le letterature. Bene o male, un
uso moderno letterario s'è formato, che in molte cose è iden- tico all'uso
parlato di Firenze, ma in altre no. Doman- diamo a un Itahano di buona fedo se
oggi s'abbia a dir debbe dee o deve^ veggendo o vedendo^ melancolia malen-
conia maninconia melanconia o malinconia^ concJiiugga o conchiuda^ sirocchia o
sorella, pulzella o ragazza, ed egli risponderà: deve, vedendo, malinconia (o
più poeticamente melanconia) , conchiuda , sorella , ragazza ; senza sapere che
così s' accorda con Firenze. Anche quei che scri- vendo preferiscon per
ricercatezza debbe veggendo ecc. sanno bene quali siano le forme più semplici,
altrimenti come farebbero a sfuggirle ? Se poi a quel medesimo chiediamo , tra
officio offizio ofido ofizio ufficio uffizio uficio ufizio, che tutti son
registrati nel dizionario storico, quale gh paia dell'uso presente, ei
presceglierà ufficio e un po' anche uffizio ; e quando gli avrem detto che a
Firenze si dice ufizio, dirà che lo credeva un arcaismo e che gli parrebbe un'
affettazione 1' appropriarselo. Lo stesso direbbe di doventare, di
strattagemma, di polenda, di messi per misi, e di altre simili cose, che in sé
non han nulla di male, che furono adoprate da scrittori , che perciò si trovano
nel dizionario , ma che, mentre la par- — 195 — lata fiorentina le ha
predilette, l' italiano scritto le ha posposte. In altri casi, di cui molti
abbiamo messi in rilievo nel secondo capitolo, la differenza tra l'uso
letterario, anche moderno, e l'uso presente fiorentino, anche colto, consiste
nella preferenza data da questo a forme che, per ragioni pii^i 0 men buone, la
grammatica ha sempre combattute, quali sono gli per a loro o, che è più, per a
lei, classi e stassi; o a certi neologismi, come gì' indicativi fai vai dai
stai (o fa' va' ecc.) pegl'imperativi fa va da sta; o nell'avere quando smesse,
quando ricacciate in seconda linea, quando limitate a casi particolari, forme e
voci che la lingua letteraria non vuol dimenticare, come questi e quegli nel
numero del meno, vi avverbio, egli ed ella, figlio ecc.; o nell'adoperar che fa
in modo o costante o frequentissimo vezzi che la lingua letteraria accoghe con
parsimonia e riserba ad incontri di una speciale convenienza, come l'articolo
coi nomi di donna (il Cesano e il Salviati ne attestano già fermata allora la
norma), e i pronomi e' , 'gli, la, premessi ai verbi. L' i di certi antichi
latinismi, quali s/?ecie effigie scienza, come in poesia può far dieresi, cioè
contar come in latino per una sillaba a sé, così nella più parte d'Italia,
nella meridionale in ispecie, è ancora proferito debitamente; ma la pronunzia
toscana lo ha roso, onde a taluni è parso lecito scriver addirittura spece
effige scema coscenza, e dare a superfice un plurale superfici. Già Dante, per
la rima, scrisse uno sptece e due effige, e tre Fiorentini, ne'secoli XV e XVI,
misero in poesie facete, pure in rima, effigi; ma ciò non toglie che per
l'itahano scritto codeste sieno o antiche licenze poetiche o moderni vezzi
dialettali. Il medesimo si dica di novo foco core ecc., cioè dovunque la
pronunzia toscana moderna ha rimangiato Vu del dittongo, ritornando per caso
alla vocale semplice delle voci latine, e dove l'Italia colta riman così unita
nel tenersi al dittongo del toscano antico (p. 76), da parer curioso le si
venga ad inculcare che per amor dell' unificazione si sforzi a smetterlo. La
mi' figliola e la tu'* sorella sono modi che importano molteplici differenze
dall'uso italiano; e, se ogni Toscano conversando non ha scrupolo di dire 'un
per non, né egli né altri oserebbe metterlo pur in una lettera la pili
familiare. I Fiorentini chiamano anello anche quello che noi diciamo ab antico
ditale, né alcuno vorrebbe far il cambio, per acquistare un'ambiguità o per
doverci rime- diare con una perifrasi aggiungendo da cucire. Dicono sj^era per
« specchio da camera », che per noi è un arcai- smo; e il palmo della mano e il
suolo della scarpa, anziché la palma e la suola. Anco, che agli altri Italiani
sembra una forma antiquata da usare con gran parsimonia, é vivo quasi. più di
anche in tutta Toscana; dove inoltre si dice no anche e no anco per « non
ancora », e non s'è anche visto, non è anche morto, è aìtche vivo e sim. E vi
si sente volsi per volli, puole per può, sussurro anziché susurro, spengere
anziché spegnere, querce per quercia, dicano per dicono, 'potrebbano
(alterazione dell'arcaico potrebbono) per potrebbero, e, lo ripetiamo, cento
altre cose simili, che la glottologia spiega benissimo, che hanno spesso un'
attrat- tiva graziosa, perlopiù nascente dal sentirvisi l'eco viva di ciò che
abbiamo appreso dagli antichi classici toscani , ma che insomma sono state più
o meno scartate dalla lin- gua colta comune nel suo secolare lavorìo di
selezione. XXVII. Codesto gruzzolo di suoni, di usi grammaticali, di vocaboli,
di traslati, di locuzioni, in cui la città ch'è capo della lingua non s'accorda
con la lingua, v'é un po' dappertutto (che anche tra francese e parigino
l'identità è solo in un certo senso), e tanto più cospicuo ha dovuto essere
qui, con vicende storiche come le nostre. Se il fio- rentino cominciasse oggi
per la prima volta a scriversi — 197 — e a propagarsi, quegli elomonti locali
s'insinuerebbero nella lingua: ora sono dialetto. Col ricorrere al fiorentino
colto non s'aggiusta tutto, giacchò,se per questo s'intendesse ciò che gli
uomini colti di Firenze scrivono o pronunziano in un'occasione solenne, ci
sarebbe da ripigliarsi anche i conciossiachè ed altre cose di lingua morta,
della quale non tutti colà sono schivi; se ci s'intende ciò che dicono
conversando, v'è spesso da manomettere la tradizione lette- raria. Si fa presto
a dire che il P'iorentino, se è uomo colto, ha sperimentato già in sé tutti gli
effetti dì essa tradizione, sicché sulla sua bocca coglieremo sempre un
linguaggio che sia insieme e fiorentino e letterario. Lo smembramento
dell'Italia ha operato anche su Firenze e fatto sopravvivere o germogliare
anche lì il provincialismo. Al qual provin- cialismo fìorentimo il Manzoni si
sottrasse or sì or no, ondeggiando fra le troppo coraggiose applicazioni e le
lodevoli incoerenze, i due frutti immancabili d'ogni teorica eccessiva.
Nell'esporre la sua dottrina, poi, avvertiva che certi vezzi dell'uso parlato
s'intende bene che bisogni venirli introducendo « con giudizio »; quasi che sia
possibile aver questo quando unico criterio ha ad esser quell'uso, e s'è negata
autorità ad un criterio superiore ! Di qualsia maestro vi son discepoli che reputano
miglior fedeltà il recidere dalle sue dottrine la parte viziosa, ed altri che
preferiscono, con un'ostinazione che ha pure il suo lato bello, difenderle ad
ogni costo. I manzoniani del secondo genere tennero nella difesa più vie.
Dissero che per ragioni pratiche era meglio non insistere su certe sot-
tigliezze ; come se del sottilizzare, sì nel ragionamento e sì
nell'applicazione, il Manzoni stesso e la sua scuola non avessero dato
l'esempio ! 0 si diedero bravamente a negare che nella conversazione fiorentina
ci siano le peculiarità dialettali dianzi indicate, sostenendo che le son dell'
uso — 198 — plebeo; e tanto potavano e accomodavano il fiorentino colto, da
renderlo in tutto pari al buon italiano. Avevan l'aria di quel Diogene di cui
si conta che, per confutar una definizione data da Platone dell'uomo, come
animale a due piedi e senza penne, gli presentasse un pollo dopo averlo pelato.
Ovvero notarono, che, se i Fiorentini di- cono piuttosto doventare e hono^ non
è che non dicano qualche volta diventare e huono^ onde resta l'adito per
tenersi alla forma più letteraria senza uscir propriamente dal fiorentino. Né
s'accorgevano che codesto incoraggia- mento a preferire ciò che la
conversazione fiorentina suol posporre, era già una confessione che vi sia
qualcosa che aleggia al di sopra di ogni uso locale. A rigore, basta un solo
effetto bene accertato per mostrar l'esistenza della causa! Quanto al dittongo
wo, battevan la ritirata, limitan- dosi a tutelare il diritto di scriver hono
allorché per ec- cezionali intenti satirici tornasse acconcio; che era appunto
il concetto degli avversarli, e differiva sostanzialmente da quello che i
manzoniani avevan seguito nell'intitolar Novo Vocabolario il libro domandato
dal Maestro, e che han seguito difatto anche appresso, sopprimendo il dittongo
per pura norma grammaticale. Ai vezzi vernacoli il Fiorentino sitasela andare
parlando, e più spensieratamente degh altri, in quanto che gì' idio- tismi suoi
hanno un colorito più simile a quel della lingua, ed egU non é abituato come
noi a una continua lotta per ricacciarsi in gola un dialetto notevolmente
diverso da quella. Ma quando scrive, egli suole generalmente esser più
guardingo, né oggi s'arroga od accetta tutta l'autorità che gli si vuol
conferire. Come argutamente avvertì il Tommaseo, Firenze verso gli entusiasmi
del Manzoni parve atteggiarsi come San Marino alle profferte d'ingrandimento
territoriale fattele da Napoleone. Fuori invece si discuteva — 1'.)'.) —
seriamente se il Governo dovesse prescrivere « il fiorentino »> nelle
scnole, come si direbbe del greco o dell'arabo; si ammoniva nelle scuole e nei
giornali chi scrivesse ufficio^ fra, che vuoi?, anziché ufizlo, tra, cosa
vuol?; cadendo per giunta anche in errori di fatto, poiché fra e che vuol? son tutt'altro
che smessi dalla parlata toscana. E riferendo un brano altrui ove una parola
sapesse un po' d'anti- quato, le si apponeva in parentesi un interrogativo,
come per dire: tanto la riprovo che fo conto di non conoscerla. Era un nuovo
purismo questo, migliore di quello del Ce- sari, perchè rivolto alla lingua
viva, ma peggiore in ciò, che di una nazione memore di una secolare coltura
pareva volerne fare un popolo che senza legami col passato de- liberi dar
principio alla sua civiltà. La soverchia preoc- cupazione della forma, stata
gran tempo effetto insieme e causa di debolezza per la nostra letteratura,
riveniva in campo con mutate spoglie o con mutato idolo. Uno scrittore come il
D'Azeglio non si peritò, nel suo bel libro dei Ricordi, di dar di lei al lettore,
perchè così si fa parlando ! A prescinder che parlando si dà pure di tu e di
voi, e che egli certo non intendeva scrivere pei soli lettori coi quaU non
fosse in confidenza; e' era anzitutto da osservare che le relazioni tra chi
scrive un hbro e chi legge sono affatto ideali, ed il tu che l'autore ci
rivolge latinamente, se anche può esserne goffo l'abuso, non ci può però
offendere, perchè non ha nulla che fare con quello che ci può esser dato, a
voce o in una lettera, da chi non abbia il diritto di trattarci
confidenzialmente. Fu senza dubbio un'applicazione inconsiderata, a cui il
Manzoni non sarebbe mai disceso; ma il principio stesso era eccessivo, in
quanto dimenticava che tra il discorrer con la penna a migliaia di lettori e il
conversare in un crocchio, se non c'è quell'abisso che i prosatori italiani —
200 — ci avevano scavato , v' è pure una differenza naturale , per cui la
naturalezza della seconda operazione può di- venire innaturale nella prima.
XXVIIL Un altro seguace del Manzoni fu il Giusti. Ch'ei rimanesse sempre, come
da sé stesso si diceva, un orec- chiante, non vuol dire. Lo seguì da
orecchiante, a quel modo che uno zoppo, se il paragone non è irriverente, tien
dietro alla sua comitiva zoppicando. Si sa bene che ogni scuola, come ogni religione,
ogni parte politica, ha proseliti d'ogni genere : ne ha di fanatici e di
temperati, d'imprudenti e di timidi, d'ingenui e di furbi, di quei che ne
scrutano Je ragioni dottrinali e di quei che le sottin- tendono 0 le accolgono
docilmente. Certo che il Giusti, il quale per istintiva inclinazione aveva
liberamente usato il linguaggio della sua Toscana, dopo l'amicizia contratta
col Manzoni a Milano il 1845 continuò con più chiaro proposito a fare sfoggio
di quello; come in fatto di religione si fece forse più riguardoso. Le lettere
che si scrissero danno indizio di mutua intelligenza, e di un certo compia-
cimento, nel Giusti, di rallegrare il grande amico con le moine della propria
loquela. E il Manzoni, sulla fine della Relazione del 'G8, scriveva : « un solo
scrittore, l' illustre e pianto Giusti, ha potuto, per la sua grandissima popo-
larità in tutt'ltalia, produrre degli esempi fecondi, anche in questo
particolare, come riguardo all' effetto generale di propagare utili e
necessarie locuzioni. In grazia sua ne corrono ora per gli scritti di tutta
Italia, dì quelle che, prima di lui, ogni scrittore avrebbe schivate studio-
samente, credendole ciarpe del suo particolare idioma » . E ad un manzoniano
egregio parve il Giusti essere stato « una prova vivente della giustezza della
teoria ». Orbene, a niuno è lecito disconoscere i pregi poetici e idiomatici e
l'efficacia politica della sua satira, e nemmeno — 201 - rarj^ula vivacità
della sua prosa. Se nella voga eh' egli ebbe vi fu qualcosa di smodato o di
relativo a condi- zioni politiche e letterarie passeggiere; se l'ingegno suo,
scarso di dottrina e limitato a certe attitudini particola- ri , fu impari alla
speculazione e alla critica; se la stessa sua satira dà qualche volta nel
declamatorio; 1' oblio però che oggi, come per reazione, ne va ricoprendo la
fama, è peggio che ingiusto. Ma non è ingiustizia 1' avvertire che i suoi
scritti, come nella sostanza sentono non di rado il chiuso d' un' angusta vita
regionale, così nella forma sanno troppo di dialetto , e fan ripensare al Berni
o al Lippi. Parecchie sue voci e locuzioni o riescono oscure o non sono state
ricevute nell'idioma nazionale; e soprat- tutto il suo stile prosastico, che
pur dà ogni tanto nell'af- fettazione letteraria, trascorre spesso in una
familiarità un po' sguaiata. Edmondo de Amicis, che nel suo libro Pagine Sparse
ha molte savie osservazioni di lingua e di stile, avverte del Giusti: « quando,
scrivendo a una signora, dice in un solo periodo , che scegliere i^er un
congresso una città piccola come Lucca è un voler metter rasino a cavallo^ ma
che i Lucchesi ne leveranno le gambe meglio che non si crede, che il duca se rè
battuta perchè gli bolle a mala pena la pentola per sé e per i suoi, ecc., io
sento, non in ciascuna di queste maniere di dire per sé medesima, ma nella loro
frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi piace ».
Del rimanente, ne la toscanità del Giusti è prettamente fiorentina (p. es. V
abbruniscono i cappelli del Dies trae non è fiorentino, com'è invece il
pensiero abbrunato della Terra dei Morti), né per converso egli scriveva ìiovo
e bono nella prosa, ed insomma non in tutto rispondeva al princi- pio
manzoniano; il quale però abbiam visto che dal Man- zoni medesimo non fu
applicato a rigore. Ma suppergiù si -— 202 — può dire che lo studio delle opere
sue, utile e attraente per tanti rispetti, torna opportuno anche per la
questione della lingua; poiché dall'un lato egli in certe cose tosca- neggiò
meno di molti manzoniani , dall' altro nel suo toscanesimo è da distinguere una
parte ben confacente alla hngua comune, onde ha giovato a ribadir l' uso di
questa, ed una parte che è rimasta tutta provinciale e personale, nonostante la
diffusione e il fascino della sua poesia. Di lui è accaduto quel che d'altri
toscani dei secoU andati: che certi suoi idiotismi siano stati freddamente
accolti , ed altri siano bensì piaciuti in bocca sua ma nessuno abbia sentito
la voglia o la capacità di ripeterli. XXIX. Ma lasciamo, diranno, tutte le
quisquilie, sian di fonetica o di grammatica o di sintassi o di modi pro-
verbiali 0 di stile, e badiamo al sodo, al vocabolario. C'è o non c'è un certo
numero di cose che gì' Italiani sanno denominare con le voci varie dei loro
dialetti ma non con un vocabolo unico e comune? Ebbene, il Manzoni diceva:
pigliamoci il moderno vocabolo fiorentino, che è omogeneo a tutto il corpo,
fiorentino, della lingua let- teraria, ed eccoci all'unità ! Qui v'è a ridire.
Primamente, sul numero di codesti vocaboli 0 modi s'è troppo ondeggiato fra
mutevoli esa- gerazioni, ora facendolo così formidabile da giustificare ogni
smania per acquistarlo, ora riducendolo, per dimostrar facile il riuscirvi, a
un modesto complemento della molta fiorentinità che già possediamo. Il vero è
che da secoli gl'Italiani discutono insieme di tante cose, compresa la
questione della lingua, e che il difetto di vocaboli comuni riguarda
soprattutto le cose sulle quali la nostra secolare separazione rendeva inutile
o difficile l'intendersi, cioè si riduce quasi unicamente a discordie o
incertezze nella nomenclatura materiale. Anche questa è di cerio necessa- — 203
— ria, specialiuonte alla vita pratica, allo scienze naturali e filolofiche,
all'amena letteratura, e si capisce che un ro- manziere ne sentisse affannoso
il bisogno. Ma quando egli n'era sospinto ad affermare che una lingua con tali
de- ficienze non merita piì^i il nome di lingua, e che la Hngua ò un organismo,
quindi o è un tutto o è niente, oltrepas- sava la misura, lasciandosi troppo
sedurre, come poeta in- namorato d'una perfezione ideale e come pensatore vago
di profondità filosofiche, da pericolose metafore scientifi- che (cfr. p. 120).
Ogni lingua manca o vacilla nella espres- sione di taluni concetti od oggetti,
e, se qualcuna ap- parisce manchevole più dell'ordinario, non cessa d'esser
vera lingua, poiché tra quel tutto e quel nieìite vi sono molte gradazioni
intermedie. Né i singoli vocaboli son congiunti tra loro da un legame
necessario; ed organismo si può chiamare soltanto , e pur molto alla buona , il
sistema grammaticale d'una lingua. Ai mancamenti della nostra riparerà la
sopravvenuta unità della nazione, con l'efficacia della capitale politica, con
gU scambii intellet- tuali e materiali infinitamente cresciuti; e una più salda
unità di lingua sarà 1' effetto d'una più stretta comunanza di vita. Volerla
anticipare mediante una convenzione è un pretendere d' avere artificialmente
ciò che la sola natura può dare. Questa vuole che quei vocaboli e modi
fiorentini che sono tuttora ignoti al resto d'Italia, non vengano da questa
accolti se non per ispontanea diffusione, e dietro queU'i- stintivo scrutinio a
cui una società più larga sottopone ciò che le è offerto da una più ristretta.
Si fa presto a dire che i vocaboli in tanto valgono in quanto son se- gni delle
idee, e di per sé non son né buoni né cattivi {nani per se soni tantum stmt,
diceva Quintiliano), sicché se ci appropriassimo i vocaboli fiorentini che a
noi mancano — 204 — avremmo subito mia lingua completa. Ma quel principio va
inteso con discrezione, e, oltre il valore convenzionale che le viene
dall'essere il segno abituale d'un' idea, la parola ha pregi o difetti
intrinseci , nascenti dal modo onde significa l'idea e dalle impressioni ed
associazioni che suscita in chi l'ode o l'usa. Poiché può essere o no
evidentemente derivata da altri vocaboli usuali, fare cioè parte di un' intera
famiglia o costituire un vocabolo isolato d'ignota origine, e riuscir quindi
facile o difficile a capire e a ricordare; può rassomigliare o no a parole con
cui non abbia nulla che fare pel significato , ossia dare o no luogo a
confusione; può essere di spedito o di difficile profferimento, aver suono
grato o sgradevole; e via discorrendo. I pregi di cotal genere raccomandano una
parola, come i difetti opposti la tengono indietro. Certo, la scelta o
individuale o collettiva non è sempre regolata da motivi così ragionevoli, e la
stranezza me- desima d'un vocabolo può talvolta divenire un'attrattiva; ma ad
ogni modo la scelta , sia pur determinata da motivi piuttosto psicologici che
logici, ha sempre luogo. Orbene, a Firenze p. es. si dice nòmina per « bigUetto
d'ingresso », ed entra in quella decima parte di linguaggio fiorentino che,
secondo il Manzoni, l'Italia dovrebbe aggiun- gere ai nove decimi (chi li ha
contati ?) che già ne adopra; ma si può metter pegno che la nazione lo troverà
am- biguo, come da secoli non ha voluto saperne di rinnovare un panciotto per «
mettersi un panciotto nuovo » (p. 177), e di son tornato in piazza Pitti per a
sono andato ad abitare in piazza Pitti (dove non avevo mai abitato)»; e come s'
è guardata bene dal far sua la voce logica nel senso che l'usò il Giusti, di
«zerbinotto». Ogni lingua, si dirà, ha modi ambigui, che pur restano in uso, nò
cascherebbe il mondo se l'italiano, per prender — 205 ~ tutto in una volta un
linguaggio intero, adottasse codesti: nelle lingue bisogna inchinarsi al fatto
compiuto, ed era una stoltezza quella dei vecchi linguai che col ragiona- mento
intendevano sopprimere parole radicate nell'uso. Tutto ciò sta bene , ma si
badi che il fatto compiuto riguarda qui Firenze, non l'Italia, per la quale
l'adottar quel nomina o altro di simile sarebbe un fatto da com- piere, e da
compier per riflessione; e la riflessione non si può pretendere che, chiamata
ad operare all'ingrosso, s'arresti innanzi ai particolari. Alcuni manzoniani
difesero la seconda edizione dei Promessi Sposi dalla taccia del ridondar di
fiorentinismi oscuri, con avvertire che invece tutto v'è italianamente chiaro
(p. 56). Difesa giusta in sé, ma non coerente al principio che essi medesimi
propugnano ; e buona sol- tanto per quel che il Manzoni fece, non già per
quello eh' egU credeva restasse da fare. La sua dottrina con- duceva a voler un
vocabolario che dall' un canto soppri- messe, perchè morte o mal vive nella
parlata fiorentina, molte voci e forme di voci ben vive nella lingua scritta
d'Italia , e dall'altro registrasse come parte effettiva di questa lingua
alcuni fiorentinesimi ignoti o mal noti all'Italia; una doppia violenza
insomma, verso le naturali conseguenze del nostro passato e verso i diritti del
presente e dell'avvenire. Senza dubbio, se la hngua dei libri si muove appunto
nei libri, anche il vocabolario è un libro, e in un certo senso il primo dei
libri, il quale in Italia ha avuto sempre una particolare importanza. Ma, se ai
vecchi eccessi non se n'han da surrogare dei nuovi , convien che il vocabolario
rispecchi fedelmente le condizioni effettive dell' idioma nazionale. La nuova
Crusca, il Tommaseo e Belhni, e qualche più modesto tentativo individuale, come
il Dizionario del solertissimo — 206 — Petrocchi, col raccogliere tutto il
materiale storico della lingua, sceverando fin dove è possibile ciò che è
morto, e serve soprattutto per intender gli scrittori e per la filologia, da
ciò che è vivo tuttora, ciò che è prettamente moderno da ciò che è insieme
antico , ciò che è della comune coltura da ciò che è dell'uso familiare
fiorentino, tengono, a tacer delle parziali mende, la diritta via. Alle nostre
particolari condizioni occorre appunto un voca- bolario che non prescinda dallo
svolgimento storico della lingua. Che se all'uso spicciolo un prontuario della
lin- gua moderna può bastare, per poco però che lo scrittore esca dalla volgare
schiera sente continuamente il bisogno di consultare i secoli andati, di
accertarsi se un vocabolo 0 modo sia del tutto recente o insieme antico, e
quale espressione certi classici abbian data ad un concetto simile 0 prossimo
al suo ^ ). I pretti fiorentinesimi e pur gli altri toscanesimi , che hanno
spesso tanta grazia e quasi sempre naturale conformità con l' italiano colto,
non devono esser trascurati, e nella gara dei dialetti a compiere la lingua
scritta son destinati a un più facile trionfo ; ma questo non può esser
decretato che dalla reale preferenza della nazione, e per essi sarà oggi più
che mai formidabile la concorrenza, onde già il Salvini avvertì le tracce, del
dialetto di Roma, né privo di lepore 1 ) « Se egli è giusto il dire che il
linguaggio non istà tutto negli scrittori, non si vorrà per questo affermare
che si trovi intero fuori degli scrittori. Certi fatti mentali, e certe più
fine relazioni e determinazioni del pensiero, non si vedono distintamente e non
vengono significate, se non quando si scrìve, cosicché alcuna piccola parie de'
vocaboli e molta jìiirte de'modi di dire e de'costrutti non si può imparare
altrove che nelle scritture ». Così il Fornaui nel Fropuf/ncdore (voi. I); e
cfr. il buon articolo del Caitoni nella Nuova Antologia (voi. XI, GG5 segg.). —
207 — né poco omogeneo alla lingua. Per un pezzo 1' unità idiomatica alla
francese sarà un mero ideale, a cui però ci ha già avvicinati il capolavoro del
Manzoni ed il risve- glio letterario e scientifico del secolo , e sempre più ci
avvicineranno il complessivo lavorio degli scrittori, della nuova filologia e
della conversazione colta. A quest'ultima contribuiscono , nonostante le loro
molte pecche anche in fatto di lingua, la stampa quotidiana e le assemblee
politiche. Da esse viene , oltre il resto, quel gran cor- rettivo d'ogni genere
d' affettazione o di crudo provin- cialismo, che è il ridicolo. Ai nostri
vecchi esso giungeva per lo più ritardato, di lontano, da un piccol numero di
avversarli o d'invidiosi, e spesso non giungeva punto; ora invece un errore o
un'affettazione ci mette subito alla berlina. Un oratore che con aria da
cinquecentista dicesse come sia d'uopo emanceppare da strania servitù le
italiche contrade^ udrebbe un repentino scoppio di risa , e un altro che , nato
in riva al Sebeto o all'Olona, rinfacciasse ai governanti che sian cechi a'
dolori de' Ioni , si sentirebbe mormorare all' orecchio : « del Tesoro ? !» ;
ed essi poco dopo leg- gerebbero in tutti i giornali e in tutti i visi la
burla. Sicché nel continuo rimescolarsi che oggi fanno gli uomini di lettere
fra loro e con gli uomini di mondo, nel dovere spesso parlare di cose serie o
scriverne per quei medesimi ai quali se ne suol parlare, nasce in tutti uno
studio di correttezza insieme e di semplicità, e l'impressione comune raffrena
le bizzarrie individuali. Come poi nella necessità di significare molte cose
materiah, che prima erano oggetto di discorsi semplicemente paesani e
domestici, anche la nomenclatura si arricchisce e si compie. Solo , bisogna dar
tempo al tempo. Ma l'Italia, risorta come per im- provviso miracolo e avvezza
alle rivoluzioni e a nuove — 208 — leggi che suppongono costumi non ancora
formatisi , avrebbe voluto ottenere di punto in bianco una perfetta unità di
lingua ! Resta da dire ancora una parola sul principio dianzi toccato , che i
vocaboli sien meri suoni e meri segni pei concetti. Giova ripetere che essi
suscitano anche impressioni di cui bisogna tener conto. Se, traducendo i
Memorabili di Senofonte, noi mettessimo in bocca a Socrate molti crudi
fiorentinismi , non potremmo di- fendercene osservando che in bocca d' un
Ateniese nessuna parola italiana è a suo posto , o che , presaci una volta per
sempre la licenza di farlo parlare italiano, tanto è fargli dire noi andiamo a
scuola come no' altri si va a scola. Il vero è che le prime parole non ri-
chiamano alla nostra mente nulla di esotico, laddove le seconde, suscitando il
pensiero di un uso locale, ci fanno avvertire ciò che a noi preme dimenticare:
che Socrate non potè aver parlato itahano. XXX. La dottrina manzoniana non
mirava alla poesia, per la quale lasciava intendere che valessero speciali
criterii. Infatti, che alla prosa , la quale è conforme al parlar naturale
dell' uomo, si ascriva come principal me- rito la naturalezza, si capisce ; ma
sarebbe una strana pretesa che la naturalezza, nel senso spicciolo di questa
parola, convenga alla poesia , che è , come la musica , qualcosa di
artificiato, di tradizionale, di più o men di- verso dal favellare solito , e
se zampilla anch' essa dal fondo della natura umana, egli è da una natura pii^i
re- condita e fma che non sia quella di tutte le ore. Vietare ad un poeta 1'
uso di parole remote dalle odierne non si può più, dopo che gli si ò consentito
di parlare in ottave o in esametri, cioè in un modo remoto dal fa- vellare di
tutti i tempi! Sennonché piìi cresceva nel Manzoni lo spirilo siste- matico e
più la poesìa stessa era minacciata dalla tirannia dell'uso vivo. Ben cattiva
piega codesta; giacche, se fra noi la prosa ha stentato a maturarsi, la poesia
sfolgorò di subita luce, ed il possesso d'una lingua poetica, non proprio
differente da quella della prosa, ma piii elastica e libera, più ricca, più
potente a sollevarsi sopra l'eloquio comune , era stato sempre una delle più
invidiabili prerogative della nostra gente. Il volerlo mettere in questione o
stremare, riducendo la letteratura italiana, tanto simile per esso alla latina
e alla greca, nelle con- dizioni misere di altre letterature europee, era un
abdicare a un sovrano potere, era come dar di bianco al Palazzo Vecchio, 0
rinunziare ai voli melodici del Rossini e del Bellini per restringere la musica
teatrale ad un mero recitativo. Nessuno certo volle giunger tant'oltre, e
fortunatamente la poesia del Manzoni era stata composta, poco men che tutta ,
innanzi la conversione fiorentinesca di lui. Ma un inizio di attentato ei lo
fece, nel ristamparla, ed in quel po' che non aveva ancor pubblicato o che
compose appresso. Quando nell'Ode composta a memoria nel '21 e stampata nel '48
scrisse « Chi potrà... Quello ancora... » invece di « Quegli ancora... » , come
la chiarezza e lo stile poetico gli avrebbero suggerito e come forse sulle
prime aveva pensato; quando nell'ultima strofe ivi ag- giunta nel '48 pose « Io
non c'era » anziché « Io non v'era, »; quando nel Carmagnola corrèsse « allor
che Dio sui boni Fa cader la sventura», e nella Passione « Che i dolori , onde
il secolo atroce Fa de' boni più tristo l'esiglio », e nelle Strofe per una
prima comunione in- vocò come « quel Grande , quel Santo , * quel Botio » Colui
che nella Passione avea finito col lodare come 14 — 210 - « Quei che siede nei
cerchi divini, E d' Adamo si fece figliolo ))'. ei cominciava a profanare con
una pedanteria la serena compostezza dell'opera sua, per cui essa arieggia al
Purgatorio dantesco. Veramente, si fermò a codeste inezie , senza manomettere
tutto il tesoro della lingua arcaica e poetica di cui s'era largamente valso;
né can- cellò, per esempio, la gemina Dora e la cruenta polvere e nosco e
ricordivi di me e lo spirto anelo , e infinite altre cose ^ ). Perfino si
lasciò sfuggire il perseguitato dit- tongo nella scena 5.^ dell'atto I del
Carmagnola: « i buoni mai Non fur senza nemici ». Ma le contradizioni , per
quanto opportune, son sempre contradizioni, e costitui- scono la riprova
pratica della intemperanza nella teoria. È poi un fatto che, dopo abbracciato
il culto della fioren- tinità, egli non mandò fuori più versi, salvo le povere
Strofe della comunione, composte nel '37; e, s'ammettano pure altre più intime
ragioni , una ne fu certo questa, eh' ei non sapeva più in che lingua poetare!
XXXI. Il Voltaire sentenziò la lingua francese esser la men poetica d'Europa; e
il De Sade, nel provarsi a tradurre il Petrarca, sentiva che un Francese che
vuol far versi è come un uomo che tenti di volare « avec des fers aux pieds et
aux mains». Il Rousseau magni- ficava infinitamente il linguaggio della nostra
poesia ; come poi il Sainte-Beuve ha deplorato che in Fr9,ncia 1} Non cancellò
neppure quel curioso « E compie? n dell'Adelchi (a. Ili, se. S''), che un
maligno critico gli aveva suhito rimproverato, e che davvero riesce a tutti
oscuro, o sembra a tutti un error di stampa per « K come? )) che in quel luogo
quadrerebbe pure. Ma tutte le edizioni e lo stesso autografo , che si conserva
a Brera, hanno compie, e vuol dir giova o torna bene, come da alcuni esempii
toscani del Vocabolario si apprende. Nel ms. ci veniva subito dopo: a E non lo
iwsso Trovar qui, dappertutto? ti che nelle stampe non c'è. — Sii- la poesia
avesse preteso di difTerire il meno possibile dal parlar usuale, e, anziché
ambire ai sacri halcoìtl^ si fosse contentata d'un marciapiede, molto ben
costruito ma poco più alto del livello della prosa. Gicà il Fónelon reputava un
difetto la mancanza dei diminutivi e su- perlativi, sembrata ad altri una virtù
del francese, e rimpiangeva che questo fosse stato dai grammatici im- poverito,
ischeletrito, messo in ceppi, privato d'ogni varietà e sorpresa e quasi d'ogni
cadenza maestosa, come d'ogni inversione necessaria alla poesia. Codesti
rimpianti, come quelli d'altri scrittori, miravano anche alla prosa ; e ai
migliori amici che il Manzoni avesse in Francia parve ch'egli esagerasse gli
svantaggi della lingua italiana, nò considerasse abbastanza che la sua maggior
libertà si presta a far più vario lo stile, e mettendo lo scrittore nella
necessità di quasi formarsi la propria lingua gli dà modo di stamparvi
un'impronta più personale. E in verità, se la disciplinata determi- natezza
della hngua rende più facile a ciascun Francese lo scriver discretamente e a
ciascun prosatore il rag- giungere l'eccellenza di cui è capace; quel non so
che di stereotipo però e queir abbondanza di frasi fatte , quasi « spiccioli
del pensiero comune beli' e coniati » come dice 1' AscoU , rende men riflessivi
i mediocri e genera fra tutti un po' di uniformità monotona. Lo stretto rigore
della sua grammatica fa che il Francese debba spesso rinunziare all'eufonia, a
non disprezzabili delicatezze di stile, a certi effetti semipoetici. P. es. può
egli parere, e sotto certi rispetti è, fortunato perchè ad ogni verbo, salvo
determinate eccezioni, deve premettere i/, e infelice l'Italiano che deve
chiedersi: ho da metter egli 0 ei o e' o lui ? e Vegli o il lui prima oppur
dopo il verbo ? od ho da lasciar questo senza pronome ? Ma se nel far un tal
esame si procede con cura e buon gusto, riuscendo ad eleggere l'espediente che
meglio faccia al caso, conseguiamo una piccola bellezza a cui il Francese non
può nemmeno aspirare. A Lucia nel partir da' suoi monti il Manzoni attribuisce questo
pensiero: « Addio, casa natia ! » , mentre in luogo men poetico avrebbe scritto
nativa. Or un italiano, per dir così, alla francese sarebbe quello in cui s'
avesse per forza a dir nativa^ facendo senza di quella dolce sfumatura ! Non si
vuole con ciò vilipendere il francese , negare i suoi grandi pregi che sono in
parte correlativi a certi difetti, disconoscere che nell' eccesso capriccioso a
cui l'Italia era giunta quei pregi dovessero far gola e quegli stessi difetti
parer un ottimo antidoto per noi ; ma si vuol semplicemente dire che ogni
medaglia ha il suo rovescio. I Francesi godon fama di buoni traduttori, perchè
riescon chiari e, se non sempre al testo, alla propria lingua restan fedeli;
laddove i traduttori italiani spesso ricalcano crudamente la lingua e il libro
straniero, sdrucciolando in un eloquio che pule di francese o di tedesco e via
via. Ma la gran flessibilità dell'idioma itaha- no, per la quale anche
l'inglese Blair gli dava la palma su tutte le lingue moderne, se svia i pigri,
dà ai mighori il modo dì riprodurre gli altrui concetti non solo nel lor valore
logico, ma nel loro movimento psicologico e in ciò che costituisce la fisonomia
dello scrittore. Alcuni traduttori francesi, come il Gourier, il Littré e in
parte il Lamennais, per ottener tale effetto ricorsero al francese più o meno
antico, non ancora spogliatosi di certe li- bertà di lingua e di sintassi,
rimaste invece all'italiano. E in generale gU studiosi del francese anteriore
al s. XVII escono non di rado in lamenti che ci farebbero inorgoglire. Del
rimanente, questioni sulla lingua, mor- — 213 — inoruzioni contro rAccadeinia,
puristi corrivi a divieti irragionevoli, n' ebbe ancbe la Francia, benché le
cose vi sien andate molto più lisce che da noi. Con quanto s'è Iniqui detto non
è da confondere la questione (p. 38, 127) se il Manzoni, non solo nelle sue
prime prose ma pur nella sua definitiva maniera di scrivere , eccedesse o no
nelT uso di singole parole o locuzioni che meritino il nome di francesismi. I
nostri vecchi eran molto lesti a dare dello scrittore infranciosato a chiunque
, fosse pure per necessità, adoprasse tre o quattro di tali veri o supposti
modi forestieri. Oggi ognun intende che nonostante ciò può lo stile nel suo
insieme rimaner italianissimo, o che d'altra parte può lo scrittore aver mirato
all' ideale dello stile francese senza permettersi un sol francesismo. Or il
Manzoni , se anche da ultimo scrisse /' indomani , air eccesso, ri- maner lì
testa testa , opinione ricevuta ( per « comune- mente ammessa »), non lo fece
per isbadataggine ma perchè si persuase, a torto o a ragione, che il moderno
uso toscano avesse ormai fatti proprii codesti modi, così da potersi adoperare
in omaggio ad esso. Sol nella Morale Cattolica e in altre prose giovanili aveva
fatto abuso, come molti prosatori del secolo antecedente, di veri francesismi.
Ma per la sua definitiva maniera il solo addebito che gU si possa fare è , come
avvertì il Capponi, d'aver troppo tenuto il francese come l'ideale d'ogni
lingua. S'aggiunga che con la stretta unità del francese egli mandava troppo di
pari quella del latino; laddove, se an- che per quest'ultimo la prevalenza
della capitale fu gran- dissima, è pur vero che i suoi prosatori son ben
lontani dall'avere in falto di lingua la conformità che è tra i francesi, e p.
es. tra Sallustio, Cicerone, Cesare, Livio, — 214 — Tacito, v'è tal differenza,
da indurre il sospetto che la varietà della forma prosastica sia stata in ogni
tempo una caratteristica del genio italico. XXXII. In conclusione, alla dottrina
manzoniana resta il merito d'avere spazzato errori storici e pregiudizi! pra-
tici, costretto le opinioni esagerate a ridursi nei confini del ragionevole,
promosso uno studio più intenso della lingua, suscitato molti lavori atti a
diffonderla e deter- minarla, seguitato alla meglio i dettami della nuova
scien- za linguistica, presentito con generosa impazienza ciò che bisognasse
all'Italia avviantesi o riuscita alla sua rico- stituzione politica, infuso nei
Fiorentini una più viva con- sapevolezza dei loro nobili doveri verso l' Italia
e ne- gl'Italiani un più acceso desiderio di accordarsi, fin dov'è possibile,
con Firenze. Se nel ragionamento e con la pra- tica il Manzoni lese un po' più
del giusto i diritti della tradizione letteraria e della cèrnita nazionale
d'ogni ele- mento locale, all'ingrosso ebbe ragione nel credere che un più
intimo scambio con Firenze dovesse giovare a render più generale e spedito 1'
uso del buon italiano. Poiché in molte cose il moderno fiorentino coincide con
r antico, donde l' italiano si derivò, e in molte altre si trova d'avervi
arrecate le stesse modificazioni o giunte che vi ha fatte 1' uso letterario ,
ne consegue che tutta codesta cospicua parte i Fiorentini l'hanno dalla nascita
e ne son maestri efficacissimi a noi, che la impariamo piuttosto
artificialmente e la usiamo in concorrenza coi dialetti nativi, ben più diversi
dalla lingua. Mille parti- colarità di pronunzia, di grammatica, di sintassi,
di les- j3Ìco, di sinonimia, ci sfuggono o stentiamo a ricordarcene al bisogno,
e conversando con Fiorentini ci vengono in- sinuate di continuo con l'esempio,
o con le maraviglie ed il riso che in essi provochiamo pei nostri stenti. An-
che tlalhi plebe, in quel iiioUo che ha di comune C(3n kl lingua colta, e anche
dal toscano delle altre città e dei campi, in quel molto che ha di comune col
fiorentino o di comunicabile alla ling^ua, si può imparare assai. A cia- scuno
di quei tanti Italiani che confondono buona sera con buona notte, la
distinzione potrebb'essere insegnata da un servitore toscano , che gli darebbe
la buona sera quando lo vedesse uscir di casa anche ad ora tarda, e la buona
notte quando l'accompagnasse definitivamente in camera, anche sull'imbrunire.
Ma dal servitore senti- rebbe pure lo portonno per lo portarono, ed in ciò, pur
ricordandosi del terminonno di Dante, scorgerà subito un elemento dialettale da
non imitare. Nella conversazione con gli uomini colti troverà naturalmente
assai piìi da apprendere e assai meno da rifiutare , ma riconoscerà sempre modi
e vezzi dialettali, che gli potranno pur suo- nar graditi all'orecchio ma gli
deve parer fanciullaggine contraffare. La discrezione, il gusto e l'abito della
col- tura , lo guideranno nella scelta. Non si può dire che codeste virtù un
tempo mancassero a tutti e interamente; ma di solito il toscaneggiare
consistette nell'adottar, co- me fosse lingua già comune, qualunque parola si
cogliesse sulle labbra dei nativi di qualunque parte di Toscana, e
nell'infiorarne i proprii scritti, sui quali insieme si so- levano spargere
altri fiorellini di toscanità antiquata spi- golati nei classici. 11 Manzoni
volle una maggior disciplina, ponendo soprattutto la mira al fiorentino colto,
cioè dove è più naturale e frequente la rispondenza all'uso lette- rario
moderno. Sotto codesti rispetti tutta l'Italia è oramai manzoniana, e la
teorica che porta un tal nome non avrà più ragion d'essere, sì perchè nella sua
parte eccessiva verrà sem- pre più perdendo credito e seguaci, si perchè nella
parte buona s'è convertita in senso comune. È questo il vero trionfo d'ogni
grande sistema; polche, se l'inferma nostra natura vuole che la reazione
all'errore trascorra in op- posti errori , il tempo corregge le intemperanze
anche dei più alti ingegni. Dante, che da un linguaggio tuttavia casalingo
intendeva a cavare un alto stile, mise in so- verchio rilievo il bisogno della
elaborazione letteraria; il Manzoni, che trovava la prosa imbellettata e
svisata da un lavorio letterario eccessivo, ne fu indotto a sconoscere alquanto
la necessità di questo, e con troppo entusiasmo s'sibbeverò alle native fonti
dell'uso parlato. Così, in poco più di cinque secoli, la questione della hngua
aveva il più largo svolgimento da una esagerazione alla sua opposta. Soleva il
Manzoni dire argutamente che il classicismo non aveva già perduto perchè i suoi
apostoH si fosser convertiti, ma perchè a poco a poco eran morti, e quei che
nascevano non nascevan classici. Però, anche il ro- manticismo, dopo aver
corretta la dottrina contraria, è morto nelle esagerazioni sue proprie, per le
quali, come scrisse il Gantù, « a ninfe, e cetre, ed Ippocrene, e Par- che, e
Grazie, sostituiva silfidi, gnomi, angeli, arpe, lu- ne ». E noi non slam più
né classici né romantici, tenendo insieme degli uni e degli altri ; giacché,
mentre ci for- miamo il gusto sugU esemplari greci e latini, ci riserbiamo la
massima libertà, così nell'ammirare gli scrittori venuti dopo, come nel trattar
qualunque soggetto, e nel modo a noi moderni più confacente. Il medesimo è
della que- stione della lingua: niuno più nasce né purista né perti- cariano né
manzoniano, e non men della vecchia pedan- teria che il Manzoni debellò
spariranno le piccole pedan- terie clialettali in cui egli e i suoi, abusando
della vitto- — 217 -^ ria, trascorsero. Poicli'è sempre vero clie il y a quelqu^un qui a plus d'
esprit quo Voltaire: e' est font le monde ! ^) 1) Fra i lavori di lingua promossi più o meno
dire'tamente dalle esortazioni manzoniane, ricordiamo il Vocaholaviclto di
pronunzia e ortografìa del Petrocchi; V Unità ortografica, i Neologismi e i di-
versi Vocabolarii del prof. Rigutini; la parie già pubblicata del Novo
Vocabolario del Giorgini e del Broglio; la Grammatica e la Sintassi italiana di
R. Forxaciari; gli Abruzzesismi, i Sardismi, i Calabresismi del prof. Fedele
Romani; ^Vldiotismi ecc. del prof. Michele Siniscalchi, che registra i provincialismi
più comuni di tutto il Mezzogiorno ; VUso dei verbi ausiliari del prof. Oreste
Antognoni. Non con tutti codesti autori consentiremmo in ogni cosa, s'intende;
ma dell' uti- lità dei loro sforzi non è a dubitare. Dello zelo tardivo con cui
il Fanfani si diede ad aiutare i propositi del Manzoni, è meglio non parlare ;
giacché , oltre il resto, ogni lavoro suo ribocca d' errori e sente di
compilazione frettolosa , sicché non se ne può far buon uso senza molta
critica. Anche di parecchi libri per le prime scuole, che intendono a diffonder
la lingua e la pronunzia toscana, si ri- conosce volentieri P efficacia e il
merito , ma si vorrebbero com- posti con un più chiaro concetto di quel che
possa esser davvero la lingua di tutta la nazione. APPENDICE I. FRA GALDINO La
vita letteraria del Manzoni fu delle più felici che si possano immaginare. Egli
ricorda per questo, come per la coltura studiosamente accumulata, il Petrarca.
Il quale però , non iscevro d' ambizione , gradiva gli onori e in qualche
maniera li cercava; mentre il Manzoni fu sempre cercato lui, e le onoranze
quasi lo inseguivano nonostante ch'egli si nascondesse per ischivarle. Le poche
voci che si levarono a lui ostili non trovaron quasi mai eco, e generalmente
anche coloro che gli mossero critiche non mancarono di accompagnarle di molte
lodi e proteste d'ossequio. Non vi fu mai gloria più piena e più univer-
salmente consentita. Eppure, si può dir per questo che in tutti sia un concetto
adeguato della grandezza di lui ? Alcuni pochi mostrarono averlo fin dal primo
momento, e in questi ultimi tempi hanno ottenuto assai séguito; ma, a ben
guardare, molti non lo dissero o ancor non lo dicono grande se non perchè
questa designazione la estendono con troppa correntezza ai semplicemente
valenti. Se fosse proprio convenuto di chiamar grandezza solo quella di Dante,
di Shakespeare e d'altri pochi, non tanto facilmente allogherebbero essi il
Manzoni in codesta schiera ; anzi del sentirlo così esaltare si stupiscono o
sorridono. Di ciò molte sono le cause : la ripugnanza, per esempio, che ha ogni
genera- — i>^0 — zione ad attribuire la grandezza ai contemporanei , non
ancora circonfusi della nebbia dei secoli; le superstizioni irreligiose d'
alcuni lettori , che non soglion esser men grette ed intolleranti delle
religiose; le superstizioni anche in quanto a lingua e stile, che non sono
ancor del tutto dileguate e odiano nel Manzoni il loro più formidabile nemico;
quella stessa sua temperanza che ad uomini pas- sionati nelle parole o nelle
opere dava e dà idea or di povertà di spirito, or d' orgoglio troppo raffinato
; e via via. Ma lasciando tutte le altre, non vogliamo qui ragionare che d'una
sola, molto diversa dalle accennate. A non far valutare da tutti degnamente la
grandezza del Manzoni contribuisce per non poca parte la facilità del suo
capolavoro. Un libro di non troppo agevole in- tendimento siamo obbligati a
leggerlo con la mente tesa, a soffermarci ogni tanto a pesarne le parole; e lo
stesso mistero in cui qua e là lo troviamo avvolto ci attira col fascino del
tesoro nascosto o col puntiglio della sciarada, invitandoci a rileggere e a
ristudiare. Forse qualche pigro si stanca, ma chi persiste ha campo di gustare
molte bel- lezze, d'indovinare molti sottintesi, di penetrare in molte delle
intenzioni dell'autore; ed acquista così del valor del libro un sentimento più
delicato ed intimo, e un concetto più compiuto. Senza dire che, per un naturai
sentimento che e' induce a tener più caro quel che più e' è costalo, il lettore
, a ciò che con isforzo e fatica ha fatto suo , inclina a dar assai più valore
che non a quello che ha avuto a buon mercato. Non si nega che alcuni, per cat-
tivo abito di mente, non arriveranno mai, neanche a forza di rileggere, a capir
certi autori; come per converso, che una mente esercitata possa, alla bella
prima, parte inten- dere e parte intravedere tutto il valore d' un libro. Ma in
massima, più si medita un buon libro e più ne cresce la stima. Or questo del
Manzoni, cosi semplice e apparentemente umile, tutti lo leggono senza stento. E
molti, prèsosi una — 221 — volta quel diletto, non ci lornan più sopra, nò s'
ininia- giuano ci si deblìa tornare; e fanno lo meraviglio quando chi r ha
riletto le dieci o le venti volte, considerandolo parola per parola, dice loro
cli'ei non è solo un hello o buon lihro, ma è degno d'esser paragonato, non
dico pa- rilìcato, alla Divina Commedia. Le idee generali non vi sono quasi mai
esposte in modo troppo esplicito e cate- gorico, 0 solennemente predicate:
spesso restan come la- tenti sotto alla narrazione, traspaiono da qualche
frizzo, sono adombrate in un paragone, insinuate in una inter- rogazione
maliziosa. Cosicché, alla rovescia di tanti libri ridondanti di generalità, che
come più si leggono più si riconoscon vacui , questo sempre più si trova pregno
di concetti profondi, ognun de' quali oltrepassa di gran liniga il caso
speciale in cui è implicito. E dall'altro lato, i par- ticolari, le minuzie
d'ogni maniera, ogni tratto, ogni pa- rola od azione dei varii personaggi, ogni
frase dell'autore, ogni virgola perfino, son messi lì a ragion veduta. Tutto vi
è non men felicemente immaginato che giudiziosamente ponderato: curiosa
felicitasi direbbe Petronio. Tutto è a suo posto, tutto è coerente e cònsono al
resto; a prescinder dalle poche eccezioni, inevitabili per ogni cosa umana, in
ispecie tra le difficoltà in cui questa fu fatta e rifatta. Che se codesto
accordo mirabile produce fin dalla prima volta un' impressione gratissima, come
un concerto mu- sicale in cui ogni strumento sia irreprensibilmente sonato, e
se anche molte di quelle finezze manzoniane sono su- bito distintamente
avvertite; moltissime però, a chi queste a chi quelle, sfuggono le prime volte
anche ai lettori più acuti ed esperti , e tanto più alla comune dei lettori. Se
certi libri si posson paragonare ad una città bella nel- l'insieme ma in molte
sue parti brutta o indifferente, i Promessi Sposi son come una città bella
anche a primo aspetto, ma che riesce vie più mirabile a chi dimorandovi a lungo
vi fa sempre nuove scoperte , ed oggi s' avvede d'un bel palazzo a cui per lo
innanzi non avea mai fatto — 222 — attenzione se non per non batterci la testa,
domani guarda un per uno gli stupendi dipinti d' una chiesa che prima aveva
celeremenle visitata, e così via. A voler dare le prove della concisa
perfezione di tutti i particolari del Romanzo, ci vorrebbe un libro che riu-
scirebbe molto prolisso. Recheremo pochi esempii, i primi che ci si offrono
alla mente. - Allorché don_^Abbondio ha fatto così di mala voglia quella sua
gita al castello deirinnominato, dice a Lucia che istupidita dall'angoscia non
lo raffigura ancor bene : «No, no; son io davvero: fatevi coraggio. Vedete?
slam qui per condurvi via. Son proprio il vostro curato , ve- nuto qui a posta,
a cavallo...» (cap. XXIV), Quante cose dice quest' a cavallo] Don Abbondio era
stato mandato jlì per rianimare Lucia, e tutta la consolazione che le dà è di
farle sapere con che mezzo di trasporto c'è arrivato ! Il pusillanime eh' è
preoccupato del pauroso disagio che gli ha dato e gli tornerà a dar tra poco la
gita a ca- vallo, e che per essersene pur tratto fuori senza preci- pitar di
sella si sente quasi divenuto un uomo come gli altri e in diritto di
vantarsene, l'egoista che non sa stac- car il pensiero dalla propria persona,
non cerca parole per la povera afflitta ed esce a parlar puerilmente del fatto
suo. E poco dopo, perchè Lucia si risolva a per- donare all'Innominato, non sa
far altro che dirle con sgar- bata impazienza: « Via, su quella testa; non fate
la bam- bina ; che possiamo andar presto! >^ Quel che gli preme è di
svignarsela subito dal terribile castello. Quando Lucia prega la madre di
mandare a Renzo metà degli scudi donati a loro dall' Innominato, Agnese
risponde: «Ebbene, cosa credi? glieli manderò davvero. Povero giovine!... »
(cap. XXVI). Anche qui si può non iscorgere a prima vista che una semplice
promessa ; ma con quanta malizia non ò stato qui posto quell' ebbene^ e
quell'interrogativo cosa credi?, e quel davvero] Che accennano a una leggiera
lotta avvenuta nell' animo di — 223 — ^^nosQ, lotta rapidissima e già finita
quando apre la liocca per rispondere, ma di cui restan le tracce nel modo on-
d'esprime il sì che la figlia aspetta. La ])uona donna ha meno squisitezza di
sentimento, nò può avere per Renzo un' eguale premura, ed era naturale in lei
un pochino di tituhanza interessata, al pensiero di dover rinunziare alla mela
di que' bei esento scudi d' oro sui quali ella soleva dormire sognandoseli. Del
resto. Lucia stessa aveva fatte tante cerimonie e proposta la cosa con tanta
peritanza, da provocar parole appunto come quelle che la madre le dice, atte a
dissipare ogni dubbio sul suo buon volere. Il Borromeo è chiamato sempre il
Cardinale, 1' Arci- vescovo, Federigo; ma quando va nella casa del sarto, è
detto U porporato : a Agnese e Lucia sentirono un ronzio crescente nella
strada; mentre pensavano cosa potesse es- sere, videro l'uscio spalancarsi , e
comparire il porporato col parroco » (XXIV). Egli è che specialmente in quella
casetta e a quelle donnicciuole che non avean mai visto un cardinale, la prima
impressione doveva essere la « ma- gnifica semplicità della porpora » (XXIII).
Per discendere a cose ancor più minute, ognuno ricorderà che doìi Rodrigo è
sempre chiamato così; fuorché, natural- mente, quando ne parlano tra loro il
conte Attilio e il conte zio, che lo chiaman Rodrigo. Eppure v'è un punto, un
punto solo, in cui anche l'autore lo chiama confidenzialmente. Di don Rodrigo
appestato, che si dibatte per uscir dalle mani di un monatto mentre un altro
col Griso saccheggiano lo scrigno, il Manzoni racconta: « Sta buono, sta buono,
diceva allo sventurato Rodrigo l'aguzzino » ecc. (cap. XXXIII). Nel momento che
il soverchiatore è soverchiato, che il solito carnefice è diventato vittima, il
Manzoni lo dice sventurato, e non ha cuore d'aggiungere al nome di lui il
solito titolo nobilesco, il solito accenno alla sua nobilesca prepotenza,
poiché l'aggiungerlo in un tal momento parrebbe un'ironia ^). ij La nostra
osservazione non resta punto smentita dal fatto che qualche riga prima, e
qualche riga dopo, il don ricomparisca, quando — 2^4 — E bisognerebbe non
conoscer il Manzoni per credere che abbia potuto fare a caso questa omissione
del don. Certo, anche in altri luoghi in cui dovette scegliere tra forme al-
l'apparenza indifferenti, talora confessò apertamente di non iscegliere a caso.
Parlando del principe padre di Gertrude, in un momento ch'egli era più spietato
del solito verso l'in- felice figliuola, lo chiama U principey ed aggiunge in
parente- si : 7ion ci regge il cuore di dargli in qiteslo momento il titolo di
padre (cap. X). Il primo sentimento, però , del Manzoni per don Rodrigo
appestato, è tutt'altro che di compassione; quantunque, giusta il consueto,
quel sentimento sia implicito nei fatti stessi ed in modo diretto lampeggi
solamente. « Esitò qualche mo- mento, prima di guardar la parte dove aveva il
dolore; fi- nalmente la scoprì, ci diede un'occhiata paurosa; e vide un sozzo
bubbone d'un livido paonazzo. L'uomo si vide perduto: il terror della morte l'invase
ecc.». Quando si dice l' uomo (o l'amico) c'è dell'amaro, come ce n'ò
neH'avO-pwTiog con cui spesso Demostene accenna al suo odio, a Filippo. E per
il Manzoni la morte di don Rodrigo è una punizione predesti- nata, voluta da
qviieW eterna vendetta che spesso non abbatte il prepotente nel superbo
viaggio^ Ma lo segna, ma veglia ed aspetta, Ma Io coglie all'estremo sospir. E
don Rodrigo muore senza rjscuotersi un istante durante la malattia; con lo
spirito, come avvertì lo Scalvini, intera- mente sopraffatto dalla materia,
alla quale esso era stato docile schiavo durante la vita. Peggio muore « 1'
abbomi- son riterlLe di don Rodrigo le ultime imprecazioni , e gli ultimi
tentativi ciregli fa di esercitare il suo potere; nò dulia considera- zione che
l'aggettivo sventurato, premesso al nome proprio, abbia resa più facile la
omissione del don. Per confronto si ricordi che di don liodrigo nel lazzeretto
si dice: « stava Vin felice immobile... nevole Gxk9 "» fulminato dalla
peste in pochi momenti; muore prima del suo padrone, al (piale era stato così
terri- bilmente inijTato. E la sua morte pure è annunziala con termini ironici:
« Aveva iDcnsì avuto cura di non toccar mai i monatti....; ma, in quell'ultima
furia del frugare, aveva poi presi, vicino al letto, i panni del padrone, e gli
aveva scossi, senza pensare ad altro, per veder se ci fosse danaro. C ebbe però
a pensare il i7ioryioc?opo, che, mentre stava gozzovigliando in una bettola,
gli vennero a un tratto dei brividi, gli s' ab- bagliaron gli occhi, gli
mancaron le forze, e cascò. Abban- donato dai compagni » , coni' egli aveva
abbandonato il padrone, « andò in mano de' monatti, che, spogliatolo di quanto
aveva indosso di buono», proprio come il padrone era stato spogliato di tutto
col suo aiuto, «lo buttarono sur un carro; sul quale spirò, prima d'arrivare al
lazzeretto, dov'era slato portato il suo padrone » (XXXIII). Questa fine
orrenda gliel' aveva promessa da un pezzo. Dove racconta che il padrone,
fallito il ratto di Lucia, lo aveva ricevuto male , e che dopo, pentitosi «
degl'improperi precipitati coi quali lo aveva accolto », per risarcirnelo lo
mandò a dormire « con molte lodi», infine il Manzoni aggiunge : « Va a dormire,
povero Griso... In faccende tutto il giorno... e poi esser ri- cevuto in quella
maniera! Ma! cosi pagano spesso gli uomini. Tu hai però potuto vedere, in
questa circostanza , che qualche volta la giustizia, se non arriva alla prima,
arriva, o presto, o tardi, anche in questo mondo. Y a a dormire per ora : che
un giorno avrai forse a somministrarcene un altra prova , e più notabile di
questa » (XI). La qual premeditazione, per dir così, c'è anche contro don
Rodrigo. Verrà un giorno, gli avea detto fra Cristoforo ; e il giorno è venuto!
E mentre la predizione si sta compiendo, il signorotto sogna appunto quella
predizione : sogna quel che pur troppo non è più un sogno ! Il primo sentimento
del- l'autore è di sodisfazione. Quel sogno è una terribile ironia, una caricatura
atroce del diverbio tra lui e fra Cristoforo nel palazzotto. Quello che egli
farnetica essere il pomo della sua 15 — 226 — spada, della spada che è insegna
del suo grado e un degli strumenti della sua prepotenza, non è che un bubbone ;
e quel « Largo, canaglia ! » che è l'ultimo scatto della sua si- gnorile
superbia^ è in un amaro contrasto con la vera situa- zione di uomo già ghermì
to da una sozza malattia che metteva i più alti e schivi personaggi alla pari
con la canaglia , già devoto a colei che è sempre entrata con egual piede nelle
reggie e nei tugurii. Ma dopo questo sfogo del senso morale, vi sottentra un
che di pietoso per colui , che, sia pure giu- stamente,, è precipitato
nell'abisso. Mafm un apostrofo di più o di meno, è usato con intenzione. Nel
capitolo II, quando don Abbondio vuol dar a intendere a Ptenzo di non poterne
celebrare il matrimonio, dice dopo altre scuse: «E poi c'è degli imbrogli ». ^^
DegC imbrogli! che imbrogli ci può essere ? » risponde Renzo. In tutte le
edizioni, l'ha notato il Morandi, l'articolo degliè scrino intero nelle parole
di don Abbondio, che per darvi un'aria miste- riosa le deve pronunziare
strascicate; ed è apostrofato nelle stesse parole, ripetute da Renzo con
sorpresa concitata *). Certo, se concludessimo che in queste inezie consista la
grandezza del Manzoni, diremmo una cosa insulsa ; ma 1) Il Morandi avverte un'
altra minuzia nel cap. XIV. Il finto spadaio cerca di cavar di bocca a Renzo se
non altro di qual paese sia, e Renzo , che non volendo dare una risposta troppo
precisa va pensandone una generica, dice : « Vengo fino, fino da Lecco », e lo
spadaio replica, ansioso d'acquistar nuovo terreno : a Fin da Lecco? Di Lecco
siete? » — E un'altra ancora nel cap. XX. Quando Lucia si lascia stentatamente
persuadere da Gertrude ad andar sola al Convento dei Cappuccini , dice con gran
turbamento e a mezza bocca: «e bene; cosa devo fare? a , e avuta la risposta
ri. piglia: a e bene anderò. Dio m'aiuti ! n. Nella vecchia edizione era
scritto bene nella prima frase, ebbene nella seconda. Ed ebbene c'è sempre ora
in tutto il resto del libro; meno qua, dove ogni parola doveva essere stentata.
Giova però avvertire che in tutti i casi il b di bene, dopo l'^, va pronunziato
doppio: solo si può mettere un po' più di stucco tra Ve e il bbene. — 227 — un'
altra ne direbbe chi allbrmasse che solo a ciò possano mcllercapo le
osservazioni fatte. Si vuol semplicemente in- tendere che le infinite bellezze
spicciole, che facilmente passano dapprima inosservate, aggiungono di molto a
quella bellezza dell'insieme che ognuno avverte subito; e mostrano qual sovrano
artefice fosse chi non innalzò soltanto un edi- fizio stupendo, ma lo costruì
di gemme. E si noti che qui non consideriamo principalmente quelle finezze
nella cui somma consistono la chiarezza, l'armonia e le altre qualità generiche
dello stile, bensì quelle che sono in intimo rapporto con intendimenti estetici
di maggior levatura: come appunto l'omissione di un titolo consueto, la quale
sia un altro indizio, per quanto minuscolo, del pensiero morale dell' autore ;
o uno strascico di vocali, che sia pur esso un segno della si- tuazione
drammatica o del carattere del personaggio. Cose microscopiche o, per così
dire, capillari, ma in cui penetra un po' di quello spirito che agita totam
molem; proprio come nei vasi capillari giunge il sangue medesimo che circola
nelle arterie e nelle vene. Se il Manzoni fosse un romanziere jriglese o
francese,, la suàTcura dei particolari non sarebbe degna di tanta ammi-
razione. E ammirabilissima in Italia, dove la perfezione della forma prosastica
si faceva da gran tempo consistere in qualità estrinseche e prestabilite ,
senza rapporto colle mo- venze del pensiero. Ma apriamo anche noi finalmente la
porta al frate ceica- tore, che, come si lamentava delle poche noci accattate,
così avrebbe ragione di dolersi dello spazio angusto riserbatogli in questo
discorso che pur s'intitola da lui. È bensì vero che le nostre voci saranno
tali da riuscirgli men gradite delle sue noci. Fra Galdino non è un carattere
ritratto con insistenza e a forti tinte individuali: è un abbozzo che
rappresenta l'indole e il fare d'una classe. Egli è egoista poco men di don
Abbondio, ma in una maniera diversa. Il curato è di certo un uomo senza
levatura di mente e d'animo e — 228 — senza gran coltura, ma non è uno scemo.
Egli riflette con- tinuamente sulle cose del mondo, riflette sui sentimenti
altrui e sui proprii. Parla ed opera sempre a ragion veduta, benché veduta con
vista corta. Il suo egoismo non è in- conscio: ei se n'è anzi fatto un sistema
coerente e ragionato. Ha sempre pronti gli argomenti e le scuse per difendere i
suoi atti egoistici; e chi gli menasse buono il postulato, donde muove in ogni
suo atto o discorso, che cioè il primo diritto e il primo dovere dell'uomo sia
di scansar tutte le noie e di salvare ad ogni costo la pelle, non po- trebbe
non menargli buone anche tutte le conseguenze ch'egli ne tira a fil di logica.
Combatte corpo a corpo col Cardinale, e nel suo ordine d'idee, gretto e
pusillo, egli non è men loico di quel ch'è il Cardinale nel suo, largo e
magnanimo. Né dpn^Abbondio é poi un uomo insensi- bile, un uomo languido e
morto. Egli sente per sé solo, ma sente, e come ! Anche per gli altri avrebbe
cuore, se non l'avesse già occupato tutto per sé. Per queste ragioni don
Abbondio, benché ci faccia ora stomaco ora stizza, non ci riesce propriamente,
come si suol dire, antipatico. E comprendiamo perfettamente come i due sposi,
nono- stante che per colpa di lui restassero tanto tempo promessi, pure al distaccarsene
per sempre, dopo il matrimonio, si coni movessero fino alle lagrime. Fra
Gcildino invece é scemo e freddo. L'egoismo suo é semplicemente effetto di
freddezza,£non già di viva e pre- potente preoccupazione per sé stesso. La vita
monastica, che ha fatto più rovente il fuoco della carità nella tem- pra già
naturalmtmte eroica di fra Cristoforo, ha hnilo d' isterilire V animo già
insulso di fra Caldino M- H suo ^) Ci parve altra volta che nel nome stesso del
frate si sentisse un non so che di scipito, e che nello sceglierlo il Manzoni
avesse mostrato quel felice intùito comico di cui die prova nell' attrihu-
zione di nomi quali Perpetua , don Abbondio , donna Prassede. Ci conferjnavu in
tal sentimento il fatto che in milanese il nome gal- 229 ogoismo non è tanto
personale, quanto collegiale: è T egoi- smo del convento, del refettorio. Fuori
com'è della società e della famiglia, egli non capisce le lotte sociali o le
din significa sasso, in modo da sembrar appropriato a un cuor di sasso. Ma in
siniil materia la circospezione non è mai soverchia; tanto più che non è sempre
agevole distinguere tino a che punto rimpressione che il nome ci fa derivi
veramente dal suono o da una tradizione anteriore, anziché dall' altitudine di
associarlo a un dato personaggio reale o poetico, e si risica di scambiar V
effetto per la causa. In questo caso particolare poi v'è che la Chiesa mi-
lanese ha un san Guidino, óì cui celebra l'anniversario il 18 d'aprile, e sul
quale son da vedere gli Ada Sanctorum [aprii, toni, sec, p. 593 segg.). Fu nel
s. XII arcivescovo di Milano e cardinale, uomo di lotta ed ardito, morto sul
pulpito dopo la predica. Prese parte alla restaurazione di Milano dopo lo
sterminio fattone dal Barba- rossa, si distinse molto nel combattere l'eresia
dei Catari , e, quel che più imporla qui, fu assai generoso coi poveri. Da lui
fa inti- tolata una prigione di Milano in \'ia degli Orefici, che non sappia-
mo se ancora esista; ed era di rito (se anc'oggi lo sia, è cosa che del pari
ignoriamo) che nel vespro della seconda domenica dopo Pasqua il clero milanese,
in memoria della sua morte avvenuta in una tal domenica, trasferisse per infino
al giorno seguente l'indul- genza plenaria dalla Basilica metropolitana alla
detta Prigione. Con codesto rito si riconnettono i modi proverbiali milanesi
registrati dal Cherubini: il pane di S. Guidino, per o pane largito in elemo-
sina ai carcerati » , mangiare it o esser mantenuto col pane di S. Guidino per
« essere in carcere ». Di qui dovè forse venire ai ro- manziere l'idea di metter
quel nome ad un frate cercatore. E vero che le cronache della famosa peste
parlan pure di un fra Guidino della Brusudu, il quale con «purità particolare a
servì anche lui gli appestati ; e ciò avrà avuto la sua parte nella scelta del
no- me. Ma del nome soltanto, si badi; giacché altrimenti il Manzoni avrebbe
collocato il suo fra Caldino anche nel lazzeretto ! Allro é la materia storica
su cui il poeta lavorò, altro il suo lavoro poe- tico: non se ne dimentichino i
critici ! Di quel frate non parlò più, appunto per non guastare con l'aureola
del sacrificio la figura este- tica del frate apatico, da lui destinato a
rappresentare uno degli aspetti della vita conventuale. — 230 — angosce
domestiche; nò la desolazione altrui, di cui non può misurar la forza, basta a
farlo uscire un momento dalla solila indifferenza. Fra Gnidi pò è il tipo del
frate semplice e volgare. Ha sentito dire che solo l'abbondante elemosina ai
frati può far tornar l'abbondanza delle messi, ed accolto nella sua mente
passiva questo comodo prin- cipio, con tutto il corredo dei fatti, cioè dei
miracoli, che lo confermano, non vi apporta nessuna restrizione;Jperchè nel suo
cuore non v'è alcuna preoccupazione caritatevole delle sofferenze altrui, che
lo spinga a correggere quel principio, ad intenderlo con discrezione. Quando
Lucia, nonostante la carestia di quell'anno, lo carica di noci, eglT non fa che
rallegrarsene, come se le ricevesse dalle mani caritatevoli d'una gran signora.
Così, ha sentito sempre inculcare che i frati debbano intera obbedienza ai loro
superiori, e questo principio basta per fargli parer una cosa indifferente la
partenza di fra Cristoforo; sicché, non solo non preme nulla a lui di non veder
più quell'uomo mirabile che per tanto tempo avea veduto ogni giorno, ma quasi
si maraviglia che anche Agnese non si rallegri che pel santo principio dell'
obbedienza ella sia rimasta priva del suo benefattore. La freddezza con cui, a
pezzi e bocconi, le comunica quella notizia, ci fa 1' impressione di qualcosa
di brutalmente spietato ; ma in fra Galdino non ò che apatia e scarsezza di
mente. E ad ogni atto di disperazione della povera donna, egli non si briga che
di farle intendere la spiegazione, che ha fatto lo sforzo di escogitare, della
partenza di fra Cristoforo, o che è stata l'oggetto delle ciarle e dei
pettegolezzi del convento ; e insiste con gran tranquillità per ben persuaderla
che dif- fìcilmente fra Cristoforo sarebbe tornato presto. E dopo, con la beata
imparzialità dei dappoco, ai quali par sem- pre che dei sommi si possa
benissimo far a meno e i me- diocri li abbiano a sostituire senza discapito,
consiglia ad Agnese di volgersi con egual fiducia ad altri frati. E quando essa
risponde che nessuno la può aiutare, se non — 2:ìi — quel pover'uomo che non e
r più, e.ijli soggiunge pacificamente: Allora bisogna aver pazienza ! Questo
allora è degno di lui: ha latto il suo dilemma, e gli basta. Non è anche troppo
per Agnese ? E almeno la lasciasse andare pe' suoi guai ' La trattiene per
dirle: Ehi mi lascerò poi veder presto, per la cerca dell'olio! Bel momento per
chieder elemosine ad, una alllitta ! La quale ha ancora la flemma di
rispondere: Siate bene! — « Va in malora » , ci sentiremmo la voglia di dirgli
noi, « uomo melenso e indiscreto !» ; se non pensassimo quel che forse pensò
Agnese, che colui era fatto così e non e' era rimedio. APPENDICE II
QUESTIONGELLE DI FONETICA Nella Lettera sul Romanticismo il Manzoni finì col
porre un cecamentey pur lasciando un ciecamente nelle Notizie Sto- riche
premesse al Carmagnola. Oltre le considerazioni già falle per altre simili
incoerenze (p. 60 seg., 65, 76, 102, 111), la cosa ne suggerisce allre più
parlicolari. Nell'odierna pronunzia toscana l'i di cieco cielo, come quel di
specie (p. 195), è scomparso, riassorbito dalla con- sonante palatina che lo
precede. La glottologia non se ne maraviglia; e la stessa lingua colta ha
surrogato gelo al- Tanliquato gielo, benché forse anche incoraggiatavi dal la-
tino gelu. Ma la tradizione ortografica e ortoepica sta ferma a cieco cielo, considerando
ceco e celo come forme dialettali. Così mostrò d' intenderla sempre anche il
Manzoni ; il quale dunque, quella volta che scrisse cecamente, o si la- sciò
trasportare da un momentaneo impeto di rigoroso toscanesimo, o mirò a un'altra
norma più larga, che il dittongo s'abbia a semplificare quando V accento passa
su un'altra sillaba, e pareggiò il nostro avverbio a cecità ce- leste e sim. Ma
anche questo fu, se mai, un errore. In primo luogo, gli avverbii composti
dall'ablativo di mens e da un aggettivo femminile, mentre hanno l'a("cento
principale sulla prima sìllaba di quel sostantivo, ne conservano pure uno
secondario sull'aggettivo, come può sincerarsene ognu- no confrontando p. es.
placidamente a pulitamente. Lo spa- gnuolo anzi, che scrive plàcido e putido,
scrive plàcidamente — 234 — e pulìdameìite, mantenendo il segno dell' accento
su quegli aggettivi che lo hanno fuor di composizione, e sottinten- dendo, come
sempre, l'accento di mente. Scrive inoltre cie- camente e nuevamente , mentre
pur dice ceguedacl ecc.; né il Manzoni avrebbe certo scritto feramente o
letamente. In secondo luogo poi, quella tal norma dell'accento traspor- tato,
per cui si ha jìiede e pedata , nuovo e novità^ è stata da molti grammatici
presa con troppo rigore. I dittonghi ie o uo sottentrano all' e e all' o brevi
del latii]0 , ed il primo anche al dittongo ae [caelum caecus), quando codesti
sono in sillaba accentata (e fuor di posi- zione); sicché si ha dieci ieri
diede riede tiene ecc. da decem heri ecc.; e buono cuoce cuore cuoio fuoco
nuovo ecc. da bonus Cocjuit ecc. Le molte eccezioni, che sono o paiono esservi
a codesta logge fonologica, sono spiegale o studiate dalla glottologia e non
riguardano la grammatica letteraria, a cui basta il fatto bene accertato, che,
mentre si dice pie- de e cuore, si ha invece bene e ìnodo, e si è finito col
dire crepa e prova per gli antiquati criepa e pruova ; le quali quattro voci
pur avevano in latino breve e accentata la vocale. Quel che più tocca da vicino
lo studio e 1' uso pratico della lingua è che, essendo il dittongamento col-
legato air accento, il dittongo non si è svolto in quelle forme della stessa
radice nelle quali 1' accento cade su un'altra sillaba, e che quindi si dice
siedo e sediamo o se- deva, vieni e venite, può e poteva, e così via. Opera qui
la stessa causa che con effetto inverso produce esco e uscia- mo, debbo e
dobbiamo. Ma quel ritmo non è così imman- cabile come molti supposero, e
patisce eccezioni infinite, che anche nel Cinquecento alcuni grammatici talvolta
av- vertirono, che grammatici e vocabolaristi registrai! sem- pre, magari
ingenuamente, e che la glottologia non dura fatica a spiegare. P. es. accanto a
vieto (da veto) c'è vietare (da votare), con chiedo [quaero] c'è cliiediaino
non già chediamo, e con mie- tere va mietuto, ecc. ; dove il dittongo si è
diffuso, come — 235 — por coiilagio, al di là dei suoi primi e naturali
confini. Da siepe [saepes] si derivò assiepare, da fiero [ferus] fierezza, da
lieto [laelus) allielare. E chi confronti tali derivati con altre voci
congeneri, quali ferità ferino feroce letame, chi contrapponga lietezza a
letizia, ciechità a cecità, piedino o piedone a pedone (chi va a piedi),
pedale, pedata (lat. peda- re pedatus ecc.) , ne sarà tratto ad argomentare che
facil- mente il dittongo manca nelle voci che corrispondono di- rettamente a
voci latine e non nelle voci di derivazione prettamente italiana. Con tutto
ciò, si dice peduccio esim. Ma air ingrosso si può affermare che il dittongo
molto spesso si estende da una forma verbale alle altre o dal vocabolo
fondamentale ai derivati. Ed è manifesto che quella tal norma assoluta è
smentita da fatti innegabili e la questione è da risolver parola per parola.
Goni' è certo che quanto s' è detto del dittongo ie vale per V uo ; onde nuotare
cuoricino e sim. non meritano alcun biasimo, e quel buonissimo, perseguitato fm
dal Cinquecento, ha ben ragione di ridersi della implacabile guerra. Esso è un
derivato tutto italiano di buono (che in latino è optimus, non bonissimus), di
cui è non solo lecito ma naturale che mantenga Vuo. E noi diremmo anche
nuovissimo, salvo il novissimo nel senso tutto latino di ultimo (cfr. « Il
novis- simo d'ogni mortai»), poiché a novissimus manca il senso di molto nuovo,
nel quale la lingua italiana l'ha novella- mente cavato dal positivo. La
differenza tra i due ditton- ghi sta solo in ciò, che Vie, dovunque s'è
stabilito, non si può quasi mai semplificare, onde come non si dice leto nemmen
si direbbe atletare o letamente, mentre uo più fa- cilmente si semplifica (p.
59) e come si dice core e novo così può sostituirsi coricino e novamente a
cuoricino e nuo- vamente. Ma insomma, chi scrive cecamente o novamente, se
crede di obbedire alla stessa legge che vuol cecità e novità, sappia che invece
fa come se scrivesse ceco o novo. Quanto al dittongo di acquietare, è di
origine ben di- versa da quel di piede, poiché mette capo a qu'i'etus ; e la —
236 — perdita dell'i in acquetare e queto, che or sanno un po' d'antiquato o di
poetico , mosse da tutt' altre ragioni che non sian quelle per cui si dice
pedata o peduccio. Un'al- tra cosa è pure Vi di chierico, che è sottentrato
all' / di clèricusj come in chiave pianta fiume ecc., e la sua spari- zione
nelle forme collaterali cherico cherco dev'essere spie- gata con ragioni
particolari. Finalmente, cosa ancor più diversa è il dittongo di sei, dove l'i
è un surrogato della sibilante finale di sex, come in noi poi da nos pos[t]\ e
se il Manzoni scrisse seicento e secentista, fu perchè il primo è un composto
di due voci separabili e quasi con due accenti (il che non toglie che i Toscani
dican anche se- cento, come tu r ha' visto e sim.), e il secondo è un de-
rivato che non si può più decomporre ed ha un unico accento, dal quale per
giunta la prima sillaba viene a trovarsi distante. La varietà delle opinioni
sulla lingua fa sì che, men- tre qualche valentuomo esige si scriva unicamente
Ari- stotite secondo l'uso fiorentino, altri valenti si affannino a scriver
Vergilio perchè la filologia ha accertato che tal era la forma classica latina
! A noi paiono due opposti eccessi. Il nome del filosofo greco non ha una cosi
piena popolarità da dover parere strano ch'ei sia, specialmente nelle scrit-
ture dotte, chiamato Aristotele, in modo più conforme al vocabolo greco e al
latino. Di un uso fiorentino vero e proprio, a proposito d'un tal nome, è
curioso il parlare; e gli scrittori italiani han sempre oscillato tra le due
forme, tanto più che quella meglio rispondente al nome greco è suffragata
dagl'immutabili derivativi aristotelico e aristotelismo. Quanto al poeta
mantovano, fino a pochi anni fa non v' era quasi alcimo in Italia il quale
sospettasse che si fosse mai nominato altrimenti che Virgilius ; poi vennero i
libri tedeschi a insegnarci il Verfiilius, e contro chi se ne infastidiva come
d'una tedescaggine fu giusta- mente osservato che un Italiano del Quattrocento,
il Po- — 237 — lizìano, era sLnto il primo ad incnlcaro il ritorno alla forma
più classica. Ora, sta bene che in latino si scriva Vcìijilius, quantunque già
nella latinità cominciasse a far capolino la foi'ma con Ti; ma in italiano,
dove quest'ul- tima ha avuto il battesimo nientemeno che della Divina Commedia,
dove il nome e il personaggio raggiunsero una popolarità maravigliosa, dove
solo il Varchi e qual- che altro letterato del Rinascimento scrisser Vergilio
(come del resto scrissero Ovvìdlo ecc.), che sugo c'è a imprendere una crociata
a prò d'un' affettazione ? Chi contro Aristotele s'appellò all'uso fiorentino,
lo invo- cava pure contro il drama e dramatico di alcuni illustri filologi. Ma
il caso è diverso, che dramma è davvero uno di quei vocaboli così generali,
così affiancati da deriva- tivi, così consolidati nella doppia consonante^ che
non può attecchire l' affettazione di ripristinarvi la scempia del greco 8pà|ia,
Per ragioni consimili , non ci par che con- venga scriver academia comedia
(benché quest' ultimo fos- se molto usato nell' italiano antico) , né diibio né
publico , che pur furono usati, né Vesaggerare (lat. exaggerare) messo in campo
da Vittorio Imbriani; e neanche forse, benché sian un po' meno disusati,
imagine e retorica, soprattutto quando questo secondo nome é in senso
dispregiativo. Un caso un po' diverso é quel di bucolica, sì perché il termine
appartiene quasi esclusivamente all' erudizione, sì perché neir uso più
italiano che toscano vi prevale la conso- nante scempia , e sì infine perché la
forma buccolica fu volta a sensi scherzevoli. Nella prima metà di questo secolo
un grammatico e lessicografo lombardo, il Gherardini, ebbe la velleità di ritirar
la lingua ai suoi principii, scrivendo sapia aqiia piagne dubio commune
commando ecc., e trovò qualche se- guace; ma in simili proponimenti non é
possibile una perfetta coerenza, né egli osò a legge allontanare dovizia ecc.
sostituir lege alontanare diviziai La sua dottrina non ha più séguito, ma ogni
tanto v'é chi per singole parole — 238 — si lascia prender da quell'umore. A
noi par giusto che, dove l'uso oscilla ancora, s' abbia la facoltà di preferire
la forma più etimologica, ma, dovunque il moderno uso letterario italiano abbia
defmitivamente accolta la forma più alterata, non si debba disobbedirgli in
nome dell'eti- mologia. E vi son oggi altri letterati insigni a cui piace di
scioglier nei loro elementi alcune maniere e forme che l'uso generale aveva
defniitivamente unificate , onde scri- vono a canto, se bene, de lo, a lo, ne
lo, sit lo, su 'l ecc. mettendo così in pericolo la retta pronunzia,
ravvicinando 1' orto- grafìa prosastica alla poetica, ripristinando grafìe di
alcune delle quali la grammatica storica sa che nacquero da meri abbagli :
giacche p. es. ne lo è una partizione realmente erronea, e chi volesse davvero
analizzare nello dovrebbe scriver 'n' elio (lat. in illoì. Dovremmo aver tutti
un po' più di pietà per la nostra povera lingua, non apportarvi di continuo
riforme inutili, rispettare quanto ormai v'era in essa di stabilito. L' Italia
vorrebbe andar avanti alla buona, non già alla bona o a la buona ! E ben diceva
il Tommaseo, che, tra il purismo letterario e il purismo dell' uso vivo , la
nostra lingua si trova un po' come il vecchio dalle due amanti, « che l'una gli
strappava i ca- pelli neri e l'altra i bianchi, onde rimase calvo ». APPEN DICE
III IL SOGNO DI DON RODRIGO (cap. XXXIII) SECONDO LE DUE EDIZIONI {Ediz. del
'27) Dopo un lunc^o battagliare , s' addormentò finalmente , e co- minciò a
fare i più scnri e scom- pigliati sogni del mondo. E d'uno in altro, gli parve
di trovarsi in una gran chiesa, innanzi innanzi, in mezzo a una calca di
popolo; di trovarvisi, cliè non sapeva come si fosse cacciato colà, come gliene
fosse venuto il pensiero, di quel tempo massimamente ; e se ne rodeva in se
stesso. Guardava ai circostanti; erano tutte facce spente, interriate, con
occhi atto- niti, abbacinati, colle labbra pen- zoloni ; tutta gente con certi
abiti che cadevano a brani; e da- gli squarci apparivano macchie e buboni. «
Largo, canaglia! » si figurava egli di gridare,guardando {Ediz. del '40) Dopo
un lungo rivoltarsi, fi- nalmente s' addormentò , e co- minciò a fare i più
brutti e ar- ruffati sogni del mondo. E d'uno in un altro, gli parve di tro-
varsi in una gran chiesa , in su, in su, in mezzo a una folla; di trovarcisi ,
che non sapeva come ci fosse andato, come gliene fosse venuto il pensiero, in
quel tempo specialmente ; e n' era arrabbiato. Guardava i circostan- ti; eran
tutti visi gialli, distrutti, con cert' occhi incantati, abba- cinati , con le
labbra spenzo- late; tutta gente con certi vestiti che cascavano a pezzi ; e
da' rotti si vedevano macchie e bub- boni. « Largo canaglia ! » gli pareva di
gridare , guardando — 240 alla porta che era lontano lon- tano, e accompagnando
il grido con atti minacciosi del volto, senza far nessuna mossa però, anzi
ristringendosi nella persona, per non toccare quei sozzi corpi, che già lo toccavano
anche troppo da ogni handa.Ma ninno di quegli insensati pareva muoversi , ne
manco avere inteso; anzi gli sta- vano più addosso: e sopra tutto gli sembrava
che qualcuno di co- loro, colle gomita o con che che altro, lo premesse al lato
sinistro, tra il cuore e l'ascella, dove sen- tiva una puntura dolorosa e co-
me pesante. E se si storceva, per causarsi da quella molestia, su- bito un
nuovo non so che veniva a pontarglisi al luogo medesimo. Infuriato , volle por
mano alla spada; e appunto gli parve che per la stretta, ella gli fosse mon-
tata su lungo la vita, e fosse il pome di essa che lo calcasse in quel luogo ;
ma, cacciandovi la mano, non trovò la spada; e, al suo tocco stesso, senti una
fitta più forte. Strepitava, ansava e vole- va gridar più alto ; quan d' ecco
tutte quelle facce rivolgersi ad una parte. Guardò anch' egli colà; scorse un
pulpito, e vide dalle sì)onde di quello spuntar su un non so che con vesso,
liscio e luc- cicante; j»oi alzarsi e comj)arir di- stinto un cocuzzolo calvo,
poi duo occhi, una faccia, una barba lunga e bianca, un frate ritto, fuor dolio
alla port?„, ch'era lontana lonta- na, e accompagnando il grido con un viso
minaccioso , senza però moversi, anzi ristringendosi, per non toccar que' sozzi
corpi, che già lo toccavano anche troppo da ogni parte. Ma nessuno di
quegrinsensati dava segno di vo- lersi scostare, e nemmeno d'avere inteso; anzi
gli stavan più addos- so: e sopra tutto gli pareva che qualcheduno di loro ,
con le go- mita o con altro , lo pigiasse a sinistra, ■ tra il cuore e 1'
ascella, dove sentiva una puntura dolo- rosa , e come pesante. E se si
storceva, per veder di liberar- sene, subito un nuovo non so che veniva a
puntarglisi al luogo medesimo. Infuriato, volle metter mano alla spada ; e
appunto gli parve che, per la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di
quella che lo premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trovò la
spada, e senti invece vma trafitta più forte. Strepitava, era tutt'affannato ,
e voleva gridar più forte; quando gli i)arve che tutti que' visi si
rivolgessero a una parte. Guar- dò anche lui ; vide un pulpito, e dal parapetto
di quello spun- tar su un non so che di con- vesso , liscio e luccicante ; poi
alzarsi o comparir distinta una testa pelata , poi duo occhi , un viso , una
barba lunga e bianca , un frate ritto , fuor del — m sponde fino nlla cintoln,
fra Cri- stoforo. Il quale, balenato uno spiardo in pire su tutto l'udito- rio,
parvo a don Kodrifr-o che lo fermasse in volto a lui, levando insieme la mano,
nell'attitudine appunto che aveva presa in quel- la sala a terreno del suo
palaz- zotto.Egli allora levò pure la mano in furia, fé' uno sforzo, come per
lanciarsi ad abbrancar quel brac- cio teso in aria ; una voce che gli andava
rug-ghiando sordamen- te nella gola, scoppiò in un grand'urlo; e si destò.
Lasciò ca- dere il braccio che aveva levato in effetto ; penò alquanto a ri-
prender del tutto il sentimento, ad aprir ben gli occhi ; che la luce del dì
già alto gli dava noia non meno che avesse fatto quella della candela ;
riconobbe il suo letto, la sua stanza ; comprese che tutto era stato sogno : la
chiesa, il popolo, il frate , tutto era svanito ; tutto fuorché una cosa,
quella doglia al lato man- co. Insieme si sentiva al cuore un battito
accelerato, affannoso, negli orecchi un rombo e uno stridore, un fuoco di
dentro, un peso in tutte le membra, peggio di quando s' era posto' a letto.
Esitò qualche pezza, prima di guardare alla parte dogliosa; fi- nalmente la
scoperse, vi gittò un'occhiata, raccapricciando ; e scorse un sozzo gavocciolo
d'un livido pavonazzo. ])arai)Ctto fino alla cintdl.i , Ira Cristoforo. Il
quale , fulminato uno sguardo in giro ku tutto l'uditorio, parvo a don Rodrigo
che lo fermasse in viso a lui, alzando insieme la mano , nel- l'attitudine
appunto che aveva presa in quella sala a terreno del suo palazzotto. Allora
alzò anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per islanciarsi ad
acchiappar quel braccio teso per aria ; una voce che gli anda- va brontolando
sordamente nella gola, scoppiò in un grand'urlo; e si destò. Lasciò cadere il
braccio che aveva alzato davvero ; sten- tò alquanto a ritrovarsi, ad aprir ben
gli occhi ; che la luce del gionio già inoltrato gli dava noia, quanto quella
della candela, la sera avanti; riconobbe il suo let- to, la sua camera; si
raccapezzò che tutto era stato un sogno: la chiesa, il popolo, il frate, tutto
era sparito ; tutto fuorché una cosa, quel dolore dalla parte si- nistra.
Insieme si sentiva al cuo- re una palpitazion violenta, af- fannosa, negli
orecchi un ronzìo, un fischio continuo, un fuoco di dentro, una gravezza in
tutte le membra , peggio di quando era andato a letto. Esitò qualche mo- mento,
prima di guardar la par- te dove aveva il dolore ; final- mente la scopri, ci
diede un'oc- chiata paurosa; e vide un sozzo bubbone d'un livido paonazzo. 16 —
Un po' di commento. • — Abbiam trascritto i due brani senza contrassegnarne le
differenze, per non turbare V im- pressione complessiva che ciascun d' essi fa,
e per dar materia ai giovani d' esercitarsi ad avvertirle. Omettiamo pure quasi
del tutto di additare le correzioni e le aggiunte evidentemente felici o
innocenti, restringendoci a una ra- pida rassegna di quelle che ci paiono o
poco lodevoli o di dubbia opportunità o per lo meno non iscompagnate dal
sacrifìcio di qualche bellezza. In una calca di ]ìopolo era più efficace che in
una folla, e per quel calca, e perchè col -popolo s' anticipava alquanto la
canaglia. Forse, non essendo d' uso l' aggiunger di popolo a calca, la
locuzione sembrò all' autore una di quelle che gli dispiaceva d' aver fabbricate
lui. Forse anche gii parve che avrebbe almeno dovuto premettere a calca un
gran, quasi per contrappeso all'aggiunta di popolo ; il che però non poteva
fare, per esservi subito prima in una gran chiesa, dove sop- primere il gran
sarebbe stato un attenuare la solennità della cosa e la quantità stessa della
folla. Gli sarebbe stato lecito anche dir in mezzo a una calca, senz'altro; ma
si riserbava di sostituir piìi giù calca a strelta; e questa ragione forse può
aver aiutate tutte le precedenti, o anche valer da se sola. Come si fosse
cacciato colà era più forte ed esprimeva me- glio la stizza d' aver fatto uno
sproposito imperdonabile. Come ci fosse andato è men colorito. Per abbreviare e
per togliere il cci/à,non molto proprio dell'uso parlato, poteva so- stituire:
come ci si fosse cacciato. Nelle parole precedenti, c/iè non sapeva, sembra
lasciasse il che anche nell' edizione ri- formata; ma in ristampo di questa si
trova che, certamente preferibile. Pure scolorito è e n' era arrabbiato. Meglio
era seguitasse a dire e se ne rodeva, tralasciando in se stesso, o surrogasse e
si rodeva dalla stizza o dalla rabbia. Spenzolate rima troppo con incantati e
abbacinati. Non si vede perchè gli sinac esse penzoloni. Dagli squarci non
appagava del tutto; ma anche da' rolli non ci lascia (piic^li. [ non Tosciiii
conoscono questa voce, in (jnanto ò sostanlivata, più nel numero singolare che
nel plurale (cfr. U rotto della cuffia). Avesse almeno detto dai rotti! Forse
dagli strappi sarebbe passato più liscio. Che la spada gli fosse montata sic
lungo la vita era modo un po' prolisso. Ma, che gli fosse andata in su, è un
po' sbiadito. Quasi si preferirebbe gli fosse montata in su, gli fosse salila
su, gli fosse salita più su. Quel pome della spada, suggeritogli da esempii
classici an- tichi, specialmente poetici, era una solenne ingenuità. Che per
ischivare codesto antiquato toscanesimo abbia egli avuto bisogno d'apprendere
il toscano moderno, è un fatto curioso e degno di nota. Quanti Italiani non
avrebbero scritto pomo sin dalla prima volta? Quando gli parve che tutti que'
visi si rivolgessero a una parte non istà male, ma quand' ecco tutte quelle
facce rivolgersi ad una parte stava forse meglio. Più naturale ed espressivo
era facce, che nell'uso italiano è più frequente e prosastico, più adatto a
significare tutta la superficie del volto, e più appli- cabile a volti, come in
questo caso, deformi o deformati ; mentre è tutto toscano 1' uso di preferirgli
assai spesso viso, come in lavarsi il viso ecc. In ad una parte, V ad anziché a
serviva a dar più rilievo a una, cioè a quell'unica parte a cui tutt'a un
tratto s'eran rivolte tante persone diversamente situate. L'intero costrutto
poi aveva qualcosa di rapido, d'improvviso, d'immaginoso, di pittoresco. La
mutazione di cocuzzolo calvo in testa pelata non appaga per l'aggettivo. La
dignità del luogo e del personaggio e la scena tragica rendevano preferibile
testa calva. Così, in ad abbrancar quel braccio teso in aria non fece bene a
sostituire acchiappar che riesce un po' triviale ; meno male se, volendo per
forza mutare, avesse posto afferrare. O che abbia a bella posta cercato un
tocco volgare per accrescere la comicità terribilmente ironica della
descrizione e il grottesco di quel delirio angoscioso? Che anche il pelata già
discusso si debba spiegar cosi? — Quanto a teso in aria, era forse preferibile
a leso per aria, tanto più die questo nuovo jjer è preceduto a breve distanza
da come per islanciarsi. Ma avrà fatta la mutazione per togliere a tutta la
frase il suono che aveva d'un endecasillabo. In stentò alquanto ad aprir ben
gli occhi ci sembra che sa- rebbe stato utile matasse ben in b3ne. Oltre che
ben avanti gli e dopo un altro tronco, aprir ^ e dopo steniò e dXquanìo, è
duretto; bene avrebbe conferito di più ad esprimer lo stento. Tra quanto
qicella della candela e la nuova aggiunta la sera avanti, avrebbe fatto bene a
non metter la virgola, che di- stacca codesta aggiunta dalla frase a cui solo
si riferisce. Una palpilazion violenta ci pare un altro esempio di tronca-
mento poco eufonico. Tvdi paurosa, sostituito a raccapricciando, q paonazzo,
viene ad esserci un'alliterazione non bella. Senza dire che qui il raccapriccio
diceva più e meglio della paura, benché il ge- rundio riuscisse duro. Del
criterio col quale si deve studiare la prosa di M., ed in che senso possa
questa servir di modello La lingua dei Promessi Sposi Un po' dì discussione
teorica e di esposizione storica della questione della lingua Fra Galdino Questioncelle
di fonetica .Il Sogno di don Rodrigo, secondo le due edizioni. TAVOLA DEI NOMI
E DELLE COSE PIÙ IMPORTANTI a\ de' e sim abbrunire e abbrunato a cavallo 222.
Accento trasportato [nuoto e novità^ e sim.) 233-36. acquetare 235-6.
Affettazione Alberti L. B. 157. al di là e sim. 97. Alfabeto ed ortografia
italia- Da 96, 134, 167, 192-3. E cfr. Pronunzia ecc., e Dit- tongo ecc., e
Troncamento ecc. Alfieri 8-9, 30, 47n, 154. all' eccesso 83, 213. a lo, de lo e
sim., 178, 238. altri singolare 76 sg. altrui 83. àmallo, amallo 191. amavo e
sim. 178. Anacoluti 85, 86-8, 88-93. Analogia 34, 187-8. anche per ancora 196.
anco 196. anello, v. ditale. annetti, annucci, 49n. Antonio d\ Tempo 147.
Apostrofo, V. Troncamento ecc. Arcaismo e arcaismi 24-Ariosto Aristotile Arte
manzoniana, suoi limiti e caratteri, Articolo avanti a nome di donna 79, 195;
avanti a nome di uomo 81; avanti ai cognomi avanti a mio figlio e sim. ripetuto
nel superlativo re- lativo Ascoli XIV, 11, 15, 91-2n, 118-20, i83, 211.
assettarsi Ausiliari Augello Avanzi nei P. S. di lingua meramente letteraria
nO-1. avria e sim. 149, 165. Avverbii in -mente 233-4. Avverbii in uso aggettivale
73, 82. bacio bascio e sim. 193. barba per zio 38. Baretti 124n, 130, 154, 183.
Bargagli 123n, 128, 176. Bartoli Daniello 123-4a, 129, 173, 179. Bembo7, 122o,
127, 128, 159, 163, 164, 169, 184. Beni 123n, 129, 177-8, 179. — IV — Bernardi
Gaetano 19n, 118. Berni BiAMONTi 122, 124n, 132, 189. Boccaccio 3-5, 6, 23 sg,
35, 145-6,156, 163,165, 177-8. Boiardo 57, 150, 158. Bologna e bolognese 36,
137, 138, 147, 148. Bonghi Broglio 114,117, 118, 121 , 217n. Bulgarini
Belisario 123n, 128. 'buona lingua' 33, 170, 180, 185, 190. buonissimo 235.
Buscaino Campo 73, 118. C aspirato 192; e sibilante di pace e sim. 192-3, g
167. Calmeta 172. camicia camiscia e sira., 193, Canello 124n. Cantìj 39n. 216.
Capponi 206n, 213. Carducci 111. Carena 113. Caro 7, 125-6, 128. Casa 6,164.
Casanova Alfonso 19a. Castelvetro 122,125-6,128, 189. Casigliano 150, 151.
Castiglione 7-8, 122, 123, 172. Castra 140. cecamente 233. Cellini 6, 90, 91,
164. cerasa 160. Certaldese 163. Cesari 124n, 132, 185 sgg, 189-90 199.
Cesarotti 1 24n, 130-31 , 183-4 , che e che cosa interrogativo 78 sg, 199. che
per cui 82. Cherubini 49. d e vi avverbii 83, 209. ciliegia 160. Cinquecentisti
5, 6, 7. Cioni 49, 50. Cittadini 123n, 128, 176. colónna e colonna 175. coeur,
190. Commento perpetuo ai P. S. se sia necessario o utile X-XIII. Comparazioni
tra le due re- dazioni dei P. S. in che modo debbano farsi 1 sgg. compie 210n.
Condizionali in -ia 149, 165. Consonanti scempie mal ri- pristinate dove r uso
le ha raddoppiate , e viceversa , 237. Convenienza drammatica nello stile
manzoniano Correzioni, v. Mutamenti. CortigianoS, 141-2, 152-3, 169, 172. cosa
per che cosa Crivellucci 124n. Crusca 32, 33, 49-50, 118, 129-32, 179 sgg, 205.
cmper c/ii in caso obbliquo 82. Dante. Sua prosa 3-4. Sua lirica 140, 143. Il
poema e sua efficacia nel fatto della lingua 5, 13, 2l,35sg, 119n,
143-5,154-5,156, 157, 160, 163, 178, 195. 11 De Vul- qari Faoquentia da porre ^
dappoco 192-3n. dassi e stassi 46, 83, 195. Davanzati 6, r23n, 129, 165, 192.
D'Azeglio 199. De Amicis X, 111, 201. degli imbrogli 226. del , per nel o il ,
avanti al- l' anno delle date, 96-7. Del Falco 128. de lo, V. a lo. desso,
dessi, 76. dèlti 178. di premesso o no avanti al mese nelle date 96. dì 37.
Dialetto e lingua Dialetti greci Dialetti italiani dicano per dicono e sim.
196. dicatto, dicatti, 84-5. diciatto di vino 57. dispera , dispero ,
sostantivi 47o, 48. Distrazioni vere o apparenti del Manzoni Inconseguenze ecc.
ditale 196. dittongo ie 59, 60, 149, 207, 2.33-6. dittongo uo 57 sgg, 101 {fo-
ruscito), 118, 149, 195-6, 198, 201,207,208,209-10, 233-6, 238. don premesso o
no a Rodrigo 223. doventare 84, 194, 198. dua 178. e' per egli 64 sg, 195, 211.
e' per eglino 71 , 76. e bene 226 e cfr. 238. Edizione comparativa dei P. S,
XIII, 19. Edizione i)rincipe e edizioni successive dei P. S. 16 sgg. effiffe
ecc. 195. egli 61 sgg, 71, 195, 211. eglino 75. Cfr. 150. ella 53, 68, 195.
elleno 75. Esempli tratti dagli scrittori e addotti come autorità in fatto di
lingua37-9, 179 sgg. Etimologia come giustifica- zione deir uso d' un voca-
bolo 177, 187-8, 236-8. Etrusco 139. facile da 46. fagiuolo fagiano e sim. 193.
fallare 45. fameglia 175, 191. far carità 53. far di meno e far a meno 97.
farmo fa rno , facendomo fa- cendone, famosi e sim., 150. Fauriel 22, 23, 32,
34n. Ferrer come debba pronun- ziarsi 36a. fiala 37. figlio figliuolo ecc. 84,
195. fi'jCco 45. Fioretti Benedetto, v. Nisiely. Firenze 7 , 9 , 30 sg, 32 , 46
sgg, HO, 147, 152, 158, 161 sgg, 166, 169, 171, 173, 174 5, 183, 188 , 190-1,
196 s.gg, 202 sgg, 214. Firenzuola 97 , 123n , 124 , 169. Folli XIII, 19.
FoRNACiARi Raffaello 217. Fornari Vito 118, 206n. Foscolo 30. fra e tra
Francesco da Barberino 146. Francia, francesismo, france- sismi Origini del
francese e suc- cessiva estensione di que- sto nome 151-2. —Il fran- cese
scritto dal Manzoni 23. — I francesismi del Manzo- ni 24, 106q, 213. frisare
46. Caldino 228 -9n. Galilei 8. Galvani 122, 124n, 132, 189. Gaspary 124n.
Gelli 123q , 124, 164, 173, 189. Germania e sue condizioni idiomatiche 153-4.
Gerundi! uapoletaneschi an- tichi Gherardini 237. GiAMBULi.ARi 123q, 127, 176.
Giordani 28, 31, 41. Gigli 124n, 129-30, 131, 176. GiORGiNi 118, 121, 217n.
giovane e giovine ecc. 101. giù, e óM 42 sg. giucare 44, 178. Giusti 17, 57,
200-2, 204,^ gli per egli 64 sg, 71, 195. gli per eglino 71-2. gli per a lei
46, 74, 195. gli per a loro 46, 74 sg, 195. gli Dei 193. gliene gnene gliele
48. Glottologia, criterio glottolo- gico, filosofiadel linguaggio, nella
questione o nella pra- tica della lingua godere Go/.zi Gaspare 8. Grammatica e
grammatiche Pro- nomi, Anacoluto. grazia gratia e sim. 168. Grecismi 177,
187-8. Greco, v. Dialetti greci. GUITTONE 180. 71 168. Ibridismo idiomatico
43a, 133 sgg, 150, 153. Idiotismi 39n, 85 sgg, 110, il predicativo in io il
sono e sim. 72 sg. il quale ecc. 77 sg. Imperativi va e vai e sim. 83, 195,
incegnare, incignare^ 177. Incertezze o inconseguenze del Manzoni nell'
applicazione del suo nuovo criterio Distra- zioni ecc. e Avanzi ecc. Indicativo
par congiuntivo 94. Infiniti coniugati del napole- tano antico 150. in la per
nella 164. introcque 143, 144. Italiani in continuo scambio coi Transalpini
133; e tra loro 7, 134-5, 137, 149. E cfr. 28, 34, 114-5, 153, 154. Italiani e
Toscani, v. Toscani e Italiani. Italianità correttrice della to- scanità 7,
146, 169 sgg. 184, 192-3, 194 sgg, 203, 214. Italiano 29, 33, 114, 169 sgg,
183. E cfr. Tradizione let- teraria. la soggetto 69-71, 195. Lasca 164. latino 45.
Latino e volgare, latinismi le soggetto lei soggetto 46, 68. lei rivolto al
lettore 199. Leopardi lengua 191. lèttera e lèttera 175, 176. LiBURNio 123n,
170. V indomani 213. Lingua che cosa sia 113 sgg, 119-20. Lingua dei libri 37.
Ecfr. 'buo- na lingua ', Crusca, Testi di lingua. Tradizione lettera- ria.
Lingua e dialetto ed idioletto (H. P. Grice), v. Dialetto e lingua. Lingua e
letteratura Lingua poetica, v. Poetico ecc. lo in io lo sono e sim. 72 sgg.
logica Lombardelli 123n, 128, 164, 174. Lombardi 7, 9, 122, 124, 128, 154.
Lombardismo e lombardismi 26 sg, 34 sgg, 42 sgg, 49, 69, 84, 107n. Cfr. 79, 98,
99, 172-3, 191. lo ^nferno e sim. 193q. LoRENZINO DEI MeDICI 6. Lorenzo dei
Medici 157. loro soggetto 75 sg. Cfr. 76. Ludovico 100. lui soggettoV uomo 224.
Machiavelli maèstro e maèstro 175, 176. Magalotti 124n, 183. maggio comparativo
82. Martelli Masuccio M. Mazzoni meglio per migliore o mi- gliori 81 sg.
messere 105. Mezzogiorno d' Italia Sicilia ecc. mia per miei 178, mica 46.
Milanese, v. Lombardismo ecc. 7no 42. Modernità Monti 113, 122, 124n, 131-2,
186-8, 190. Morandi Muratori 8. Mutamenti di forma nella nuo- va redazione dei
P. S. Opi- nione comune intorno ad essi 17 sg, 56 sg. — Muta- menti buoni 1 sg,
16 sgg, 20, 41 sgg, 60 sgg, 93, 94, 100, 109-12; — indiflferen- ti 0 cattivi Mutamenti
o giunte di so- stanza 16, 20. Muzio 123n, 124-5, 127, 173, 174, 177, 188, 192.
Napione 124n, 130-1, 184. Napoli, napoletano, v. Mezzo- giorno. nappa 45. natia
212. Naturalezza 8, 15, 26,29,72, 173, 199-200, 208. E cfr. Affettazione, e
Anacoluto. ne per ci 37. ne lo 238. Neologismi 83, 112, 187. Niccolini G. B.
50. NisiELY 123d, 129, 150, 174. noi si fa e sim. 85, 91-2. nòmina 204-5. —
vili — non la , non le , per la non , le non 43. nosco 178, 210. notato e
notavo 103. nuovissimo 235. 0 interrogativo od esclamativo ed oh 47n. ontfe
82-3. Organismo, carattere organico della lingua, 120, 203. Originalità del
Manzoni 30. Origine della lingua italiana in genere 139, 160-1, 174, 188. —
Origine dell'italiano letterario 47, 141, 161, 184, 188, 190-93. palmo per
palma 196. Parola, suo valore convenzio- nale e suoi pregi accessorii, 203-4,
208. E cfr. 84-5. Participio passato di Tempi perifrastici accordato o no coir
oggetto 0 col soggetto 94-5, 97-8. Passavanti 157. pazzo da catena 49q. peggio
per peggiore peggiori 81 sg. Persico X, 19n. Persio Ascanio 123n, 128, 177.
Perticari 122, 124a, 131-2, 186-8, 189-90. Perugia Peroscia 193. pesca persica
ecc. 160, Pescetti 123n, 129, 130. Petrarca 145, 156, lò3, 178. Petrocchi XIII,
118, 206 , 217n. Pleonasmi 63, 69-72, 74, 85-6. Podestà 135, 137, 140. Poetico
(linguaggio) 28 sg , 60, 80, 98-9, 136. sgg, 148-9, 165, 193, 208-13. Polemiche
VIII-IX, 113 sgg, 117, 120-132, 142-3, 144, 158-Poliziano 157. pome 243. ponta
Popolarità 25, 28, 29, 49, 100. Cfr. 148. poria, V. avria. porporato 223-
pcrrai per potrai 146. potrebbano e sim. 196. Pronomi 61 sgg , 82-3 , 95 ,
107n, 211. Pronunzia toscana 60 , 98-9, 168-70, 174-5, 192-3, 195, 133 sgg.
Prosa francese Prosa italiana anteriore al Manzoni 3 sgg, 21, 24-6, 28, 29 sg,
32 sg, 41 sg, 90-1, 145-6, 149, 186-7. Prosa latina 213-4. Prosa manzoniana
Isgg, lOsgg, 12 sgg, 22-3, 25-7, 30 sgg, 109-12 ecc. Degenerazioni del tipo
manzoniano Prose minori del Manzoni 14-5, 19n, 20 sg, 40, 61,65, 68, 74n, 83,
92n, 113-7, 213, 238. Provenzale Provinciali scrittori, loquele, idiotismi,
attitudini Puglia 137. Pulci 157. Punteggiatura 107, 109, 244. puole 196. PuoTi
132, 185 sgg. Purismo guaìche plur. 76. querce sing. 196. quegli sing. 76 sg,
195, 209. quello nominativo personale 77. questi sing. 76 sg, 195. Questione
della lingua. Da chi principalmente trattata Suoi carat- teri morali e politici
122 sgg, 142-4, 163, 164, 169 sgg, 174, 182. — Suo stato presente XIV-XV , 188
sgg. — EpisoJii ovvero questioni incidentali o indirette 125- 32, 164, 165-7,
167-70, 170 sgg, 174-7, 177-8, 178, 179 sgg, 189 questo nominativo personale77.
Quintiliano Ragione, se sia la regolatrice della lingua, 187, 188, 205. ragnare
Realismo idiomatico 35 sg. redazione 16. Redi 179. Riboboli 49, 56, 157, 205.
Ridicolo, correttivo dell'affet- tazione, 207. RiGUTiNi 19n, 107, 217n.
nnnovare 177, 205. Roma e romanesco 8, 30, 139, 153,159,160,172, 175,206-7.
Cfr. 34. Romani Fedele 217a. Sacchetti 140, 157. Sainte-Beuve 34n, 210.
Salviati 123n, 125, 130, 170, 174, 195. Salvini 124n, 179, 206. Sannazaro 128,
150, 158, 163. scensa ecc. 195. se bene 238. Secolo d'oro 159, 160 ,180, 184,
185, 190. se gli e gli si 95. seicento e secentista 236. Sensi XV. sera e notte
215. Ser Osmano 140. Settembrini 116-7. Sicilia e siciliano 60, 136-8, 139,
147. Siena, Senesi, senese Siniscalchi 217. Sinonimi 47, 100 sgg. 111, 194-6,
198, 199, 204, 215. Solennità della prosa italiana 26 sg, 41, 51-5. sortire 46.
Spagnuolo 150, 151, 233-4. spece ecc. 195. spengere 196. spera per specchio
196. Speroni 122a, 127, 128. sposare e maritare 107. s tassi, V. dassi. Stile
20 sgg, 21 S2g, 22, 27, 31, 32 sg, 35, 40, 41 sg, 48, 61 , 63, 64, 67-8, 71,
72, 76 sg, 79, 82, 91-2, 94, 102-3, 104, 141 sgg, 155, 156, 195, 211, 213. su
7, su lo ecc., v. a lo. suolo per suola 196. sussurro 196. siito 178. Tabarrini
118, 121. taccuino 38, 45. Tasso7,125, 130, 164,181,183. te par iu 65 sg.
Tedeschi Paolo 20n. testa testa 106, 213. testé 178. Testi di lingua 32, 33,
39, 179 sgg, 215. — X — tìempo 190. ToLOMEi Tommaseo 41, 118, 198, 205, 238.
tornare 204. tosa Toscani e Italiani Toscanità 4 , 5, 6, 7, 30, 31, 32, 38, 43,
46 sgg, 113 sgg. 138 sgg, 152 sgg, 161, 169 sgg, 185 sgg, 188. — Pre- rogative
naturalmente pro- prie del toscano 138-40 , 147 sg. — Difficoltà impac- cianti
la sua diffusione 149, 150, 152-4, 156, 157, 158, 159,160-62, 164-5— In che
modo il Manzoni mirasse al toscano fin dalla prima edi- zione 32, 38 sg.
Toscano e fiorentino 113-4 , 115, 123-4, 128-9, 142,146, 152, 162, 171, 174
sgg, 182, 201, 215. tra e fra 101, 102-3. tra per tra' 98. Tradizione
letteraria Pronomi, e Avanzi ec. Traduttori toscani antichi 146, 157, 180.—
Traduttori fran- cesi e italiani 212. Trecentisti Trissino Troncamenti ed
apostrofo tu se 178. ufijg^'e uffizio e sim. 'un per non 196. Unità letteraria
anteriore al- l' unità politica 7 , 28 , 29, 32 sg, 39, 110-12, 132 sg, 144
sgg, 150, 152, 153, 158, 161,167sgg, 178-9 sgg, 184, 202 sg. Uso arbitro dsUa
lingua 187-8. Uso colto e vivo 6, 7, 49, HO, 116,126, 183, 189, 190, 197-8,
215. — Uso toscano plebeo 156-7, 215; ecfr. 180- 81. —r Differenze tra 1' uso
parlato colto toscano e l'uso letterario nazionale 59-61 , 64-6, 68-9, 72, 74,
77, 79, 83-4, 85, 99, 102-3, 107n , 191-9,204-6, 208,215,233. Varchi Vellutello
174. Venezia e veneziano 137, 139, 149, 153, 159, 169. venghiamo 178. Verbo al
singolare col soggetto plurale 86-8. Ver g ilio 236-7. Veisi cella prosa 41 ,51
sg , 59, 99, 100, 106, 244. vi avverbio 83, 195, 209. vinti per venti 191.
Vocabolario e vocabolari 32, 33, 37-8, 115, 129-32, 162, 163-4, 179 sgg, 188,
192, 198, 202 sgg, 217n. Volgare illustre 8, 123, 132 sgg, 166, 188. E cfr.
151-2. voliamo per vogliamo 178. volsi per volli 196. vosco 178. Waille 23n. 2,
zz 167-8. Zanotti 8. Pag. XIII, lin. 18: già » XV, » 6: cosi » 30 » 4:
reminescenze » 46 » 24: generalmente lato » 55 » nota : cosa s » 79 » 12: talia
» 85 » 1: che e » 91 » 3: francesce » 104 » 11: aggiungi : r CORREZIONI E
GIUNTE — già = cosi = reminiscenze gabel- = generalmente, e no a torto,
gabellato ■= cosa sì =: Italia rrr che è =: francese Dove aveva scritto propr/o
tutù al rovescio (III) avrebbe forse dovuti correggere a rovescio od alla
rovescia giacché sembra che questo modo avver biale non abbia se non codeste
due forme così neir uso vivo come negli esempi degli scrittori. » 105, nota 3:
a messerno aggiungi : (e. XXV). » ibid. ibid : alla fine aggiungi : Ma, con
evidente con venienza, il Cardinale seguita a dire s gnor curato (XXV). » 106 nota
3 : {téte à-iéte) = {téte à téte) » ib. li n.ult. del testo: quela = quella »
110 lin. 17: riuscissero scure = ri uscisser oscure » 113 » 1 : riasciacquare =
risciacquare » 121 » ultima: uor = fuor » 126, agli ultimi quattro righi si
sostituisca: dato fuori il Politi non pubblicò mai lui il Cesano, che avev
scritto pochi anni appresso, bensì, già vicin a morte, nel 1554, se lo vide
pubblicate come allora facilmente capitava, da un edi tore senza sua saputa. *)
» 130 » 17 : desideri = desiderii » 135 » ult. : de = de' *) Sono stato indotto
a così correggere da un amichevole avvertimento del prof Rajna. e poiché m'
accade di nominarlo, voglio aggiungere che nella nota ch< termina a pag. 124
avrei fatto bene a ricordare la sua dissertazione sul Dialogo del Machiavelli
(Rendiconti dei Lincei del 19 marzo 1893), e le pp. 37-46 del- l'articolo su
una Versione dei Sette Savi {Eomania, VII). — XII — Pag. 137 lin. 26: era stato
frequentato = era stato forse fre- quentato » 138 » 1 : vi fu = vi potrebbe
essere stato » 146 » 4-5: un ampia == un' ampia » 149 » 23 : nell'uso ufficiale
=z nell' uso ufficiale 0 quasi ufficiale » 155 » 17 : e più = è più » 196 verso
la metà; ai modi no anche e no anco si apponga questa nota: Non son di tutta
Toscana, ma di qualche vernacolo, p. es. del pisano. » 197 lin. 15 : fiorentimo
= fiorentino » 204 dopo la metà: biglietto d'ingresso = biglietto d' invito
> 211 » 9: sorpresa e quasi = sorpresa, e quasi » 213 » 5: (p. 38, 127) =
(p. 24, 106n). » 238 » 15 : 'n' elio = 'n elio » 240 » quint. : con vesso :=
convesso. Nome compiuto: Mazzoni. Keywords: implicature, repubblica romana, the
Latins on ‘vita activa’, I romani e la vita attiva. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Mazzoni” – The Swimming-Pool Library.
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