GRICE ITALO A-Z M MASTRO

 

Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mastrofini: l’implicatura conversazionale e l’implicatura verbale di Romolo – la scuola di Roma – la scuola di Monte Compatri – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza (Monte Compatri). Abstract: Grice: “At Oxford, philosophy – the sub-faculty of philosophy – is part of the faculty of literae humaniores, and while it was possible, as Ryle did, to graduate in the PPE avoiding grief and laughing, as Carroll calls them – the best don’t, and I got a double first both in classical moderations and greats. Therefore, what Mastrofini deals with is second nature to me.” Filosofo romano. Filosofo Lazio. Filosofo italiano. Monte Compatri, Roma, Lazio. Grice: “I like Mastrofini; for one, he found how old Roman evolves into what we may call new Roman, or Italian!” – Grice: “And of course as a philosopher, he focused on the philosophical terminology – it takes a PHILOSOPHER to translate a philosophical text!” – Grice: “What I like about Mastrofini” is that he mostly kept with the cognates. La Crusca adores him!” Noto soprattutto per il volume “Le discussioni sull'usura” in cui sostenne che non è reato far fruttare il danaro e che né la Sacra Scrittura, né i Vangeli, né la tradizione ecclesiastica vietavano di ottenere un giusto interesse per danaro dato a prestito. Questo diede luogo a molte discussioni ma anche apprezzamenti lusinghieri da economisti dell'epoca e dall'opinione pubblica.  In precedenza aveva scritto un'opera di economia finanziaria, il Piano per riparare la moneta erosa relativa all'inflazione nello Stato Pontificio, opera largamente utilizzata per la riforma finanziaria dello Stato, intrapresa da Pio VII. L'edificio del Collegio Romano ove  insegna. Insegna a Frascatii. Nel pieno della crisi della Repubblica Romana, si trasfere a Roma dove venne nominato professore di eloquenza presso il Collegio Romano.Torna a a Frascati. Si trasfere definitivamente a Roma dove assume la carica di consultore della "Nuova Congregazione cardinalizia per gli affari totius orbis".  Produce le traduzioni dei capolavori di Floro, “Sulle cose romane,” e di Ampelio, “Sulle cose memorabili del mondo e degli imperi.” Traduce “Le Antichità romane” di Dionigi. Pubblica “Teoria e prospetto; ossia, dipinto critico dei verbi italiani coniugati, specialmente degli anomali o mal noti nelle cadenze,” opera che porta un grande contributo allo studio dell'italiano, utilizzata dall'Accademia della Crusca nella revisione del dizionario della lingua italiana. Pubblica “Della maniera di misurare le lesioni enormi nei contratti e uno studio sulla patria potestà e filiazione, che ha larga eco nei circoli giuridici romani, essendo allora in corso una causa di riconoscimento di paternità per successione tra i Torlonia e i Cesarini.  Piazza di Monte Citorio. Nell'edificio dove abita e muore, in piazza di Monte Citorio il Comune di Roma appose una lapide con il seguente ricordo: Abita in questa casa -- filosofo assai più grande che celebrato fissa le incerte leggi dei verbi investiga felicemente con l’uso della ragione i misteri della scienza divina S.P.Q.R.» “Dissertazione filosofica” (Roma); “Piano per riparare la moneta erosa” (Roma); “Ritratti poetici, storici, critici dei personaggi più famosi nell'antico e nuovo Testamento” (Floro); “Sulle cose romane” (Roma, Ampelio); “Sulle cose memorabili del mondo e degli imperi” (Roma); Dionigi di Alicarnasso “Le Antichità romane”, Roma, “Dizionario dei verbi italiani” (Roma); “Metaphisica sublimior de Deo triun et uno,” Roma, Appiano “Storia delle guerre civili dei Romani", Roma, Arriano “La Storia”, Roma, ristampata da Sonzongo con il titolo “Delle cose d'Italia” “Le usure,” Roma, “Amplissimi frutti da raccogliere sul calendario gregoriano,” Roma, “L'anima umana e i suoi stati,” Roma,  “Teorica dei nomi,” Roma, “Teorica e prospetto de' verbi italiani conjgeniti,” Roma. Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il primo fondatore di Roma, e dell'impero e ROMOLO, generato da MARTE, e da Rea Silvia. Tanto nella sua gravidanza confessa di sèquesta sacerdotessa: nè la fama ne dubita quando poco appresso il fanciullo gettato con Remo suo fratello nella corrente per ancenno di Amulio, non potè soffocarsi. Imperoc chè il padre Tevere ritira dal lido le acque ed una lupa, lasciati i suoi parti, e seguendo il suono de'vagiti, inboccò li sue mamelle a' fanciulli, presentando in se stessa una madre. Cosi trovatili un regio pastore presso di un'arbore, e portatili in casa (2 gli educa. Di que' giorni Alba, opera di Giulo, e capitale nel Lazio chè avea quegli dispregiata Lavinia, città del suo padre Amulio. Sopra ttutto sembra inc satto l'intervallo da Augusto fino a Trajano Eglilo crededi anni duecento ; laddove è di anni cento due a!l'incircd. Ma forse vi è sbaglio nel testo e dee leggersi cento in lungo di duecento  Rea Silvia figliuola di Numitore presedeva al sacerdo zio di Vesta Quindi è dettaSacerdotessa. Nel testo in casam: questa voce può sign'ficare capan Tuttavia par verisimile che l'abituro di un regio pastore fosse alquanto migliore di una capanna. L'espressione italiana comprende ogni abitazione fosse capanna o no. av. Cr av. R. 26. na ENEA dopo finita la guerra con Turno foudo la città cui chiamò Lavinia dal nome della moglie. Ascanio, ossia Giulo, peròdi luifigliuolo dopolamortediEneafabbricò A!. ba Lunga la quale tu capitale del regno per trecento anni   Ani. dik. 3.av. Cr. essi viregnava, avendonecacciato il germane suo Numitore, dalla cui figlia Romolo era n..to. Adunque co stui nel primi bollore degli anni caccia Imulio suo zio dal principato, el'avoloviri pone. In tanto egli amante del fiume e de’monti, vicino a'quali era stato educato, meditava lemura di una nuovacitt). Ma l'unoe l'altro essendo gemelli; p acque loro consultare gl'ld dj, qual de’due le fondasse e vi dominasse. Per tanto REMO andossene al monte Aventino, el altro al Palatino. Colui pel primo vide VI avoitoj: posteriormente videne l'altro, ma XII: e vincitore negli augurji nal Area fin quì fatto un'ABOZZO di citta, piuttosto che una città; mancandole gli abitanti. Ma siccome riina neale vicino un bosco;eg! 2feceunasilo; edisubia tovisi adund moltitudine prodigiosa di uomini, Latini, e Toscani pastori, eGo ancotras marini, sia de ' Frigj venuti con ENEA, sia degl’Arcadi con Evantro. Cosi quasida varii eleinenti, ne trasse un corpo solo; ed e per lui creato IL POPOLO ROMANO. Vi quel popolo di uomini e cosa di una sola generazione. Si chiesero dunque de’matrimoni da'confinanti; e sccome non si otteneano, sono con la forza espugnati. Imperocchè finti de 'giuochi equestri, le vergini accorse per lo spets 747. incirca. Finalinente ROMOLO inalza Roma che diverrebbeca.  C o. za una città pieno di speranza, che guerriera diverrebbe; tanto ripromettendogli quegli uccelli, consueti a 7 LIBio sangue e prede. Sembra che in difesa della puova cit tá basterebbe un vallo; se non che deridendo Remo le angustie di questo, anzi condannandole con saltarle, e trucidato; è dubbio se per comando del fratello; ma certo ei ne fu la prima delle vittime; e CONSACrA COL SANGUE SUO e fortificazioni della nuova città. Av. Cr. R.2 so 52 7> ro dell'Italia e del mondo,   PRIMO  Spoglie opine eran quelle che un comandante toglie all'imperadore o supremo comandante nemico uccidendolo di sua mano. Queste sono così rare; che se ne contano appena tre. Le prime le riporta Romolo contro di Acrone. Le seconde Cornelio Cosso contro di Tolunnio. E le terza Marco Marcello su Viridomaro. Giove poi e detto Feretrie o perchè a lui ferebantur si portavano le spoglie opime, o perchè ferisce col fulmine; o perchè nell'acquistare le spoglie opime un capitano ferisce l'altro con la spada. E questo un bel mantenere le promesse e intendere di dare alla donzella gli scudi perchè gli scudi le vibravano opprimendola. Questo metodo di mantenere le promesse, ras somiglia a quello usato dalla fanciulla per consegnare una porta creduta da Floro senza inganno o cone noi abbiamo tradotto, senza malizia, perchè non chiedeva danaro, ma gli scudi o li braccialetti. Potrà inai persuadere questa ragione? La vergine, che quisi addita, secondo Valerio Massimo e figliuola di Spur.Tarpejo il quale a tempi di Romolo presede alla fortezza: c coleiera uscita per prenderc acqua pe’santi riti,  tacolo, furon preda, e cagione immediata di guerre. Furono I Vejentire spinti e fugati: la città di Cenina fu presae diroccata: inoltre lo stesso monarca ne riporta con le sue mani a Giove Feretrio le spoglie ooiine del re. Ma le nostre porte furon date a Sabini per una donzella; nè già con malizia: ma chiesto avendone la fanciulla in ricompensa ciocchè essi portavano alle sinistre, gli scudi forse o li braccialetti; coloro e per man tenere a leila promessa e per vendicarsene la oppressero congli scudi. Ricevuti in tal modo fra le mura i nemici ne sorse nel foro medesim un'atroce battaglia; tanto che ROMOLO prega Giove che arrestasse la fuga vi tuperosa de’ suoi. Quindi ha origine il tempio, e Giove Statore. Finalmente le donzelle in lacere chiome s'intrammisero ad essi che infierivano. Così fu la pace riordinata, e stabilita l'alleanza con Fazio. Donde ne.diR. Cr. bandonati i lor domicilj, sen passarono alla nuova città, consociando co'nuovi generi loro gli aviti beni perdote. Accresciute in poco tempo le forze da il sapientissimo re quest: forma alla Repubblica. E la gioventù divisa in tribà con cavalli ed armi perchè sorgesse nelle subire guerre: fosse il consiglio su pubblici affari ne’ seniori, i quali si chiamano pari arringando dinanzi la città presso la palude della capra, e di repente levato di vista. Alcuni pensano che i senatori lo trucidassero per la ferocia dell'indole di lui. Dopo la morte di ROMOLO il trono resta privo di sovrano per un'anno, comandando in tanto a vicenda i senatori di cinque in cinque giorni. Quello spazio e chiamato interregno. Il magistrato a forma d'interregno ha luogo ancora ne'se. coli posteriori quando I consoli occupati in lontane azioni non potevano intervenire ai coinızj;o quando erano costretti a depor.  14 LIBRO dir. seguitò, cioc chèè portentoso a dire, che inemiciab 7.av. Cr. diR. 38. l'autorità, ma per la eta S.nuto. Ordinate in tal modo le cose, egli SI CONDO Tav. 37 av 713 so non che la tempesta e l'oscurarsi del sole presentaroncincid le imnagini con e di una santa operazione: alla nuale poco appresso diè credito GIULIO Proculo coll'offermare; che ROMOLO si era a lui dato a vedere Cr 743. informa più augusta della consueta; e che imponeva che per Dio se lo prendessero. Piacere a Numi che egli sichiami Virinoin sul cielo. Con tal mezo Roma conquisterebbe le genti. E' natura del Verbo di esprimere l'afermazione e la negazione. E siccome Essere e non essere esprimono appunto per se stessi l'affermazione e la negazione; ne seguita che il verbo Essere preso nudamente, o preceduto dalla particella “non”, è verbo per natura e per eccellenza. Comunemente la voce essere è nota col nome di verbo sostantivo, perchè esprime l'esistere, o L’ESSERE di sostanza. Le qualità che si affermano o negano possono aversi distinte o no, dall'affermazione,o negazione. Nel primo caso l'affermazione o negazione si addita col verbo essere, come si è detto. Ma nel secondo caso risulta un nuovo ordine di verbi più composti; appunto per chè in essi è riunita l'affermazione o negazione colle qualità che si affermano o negano: tali sono amare, godere, odiare, piangere et cetera, che significano essere nell'amore, nel gaudio, tra l'odio, o tra 'l pianto. Questo secondo genere di verbi ha servito incredibilmente a variare e fecondare il discorso, in somma alla dolcezza dell’eloquenza, e della Poesia. Chi afferma e nega, o afferma e nega dise stesso, che si chi a ma persona prima, o di altri a cui parla, che si chiama persona seconda, o di soggetto a cui non si parla, e si chiama persona terza. Per altro queste persone possono essere una, o più, cioè possono riguardarsi in singolare, duale, o plurale. E 'naturale che tanto nella nostra quanto nella più parte delle lingue s'introducesse l'uso di finire il verbo diversamente secondo la diversità delle persone,e del numero. E quindi abbiamo amo ami ama amiamo amate amano. E potendo il discorso riguardare cose presenti, cose cominciate e non finite, cose passate, più che passate, e future; fubene varia. Anzi siccome le proprietà si affermano o negano assolutamente, o sotto certi rapporti e condizioni. Cosi li verbi divennero parole terminate diversamente secondo la persona, il numero, i tempi, e i modi di affermazioni e negazioni assolute o relative.  S. 1. re il verbo secondo la persona, il numero, e i tempi. a I   6. Questi modisono cinque: Indicativo, Imperativo, Ottativo, Congiuntivo, ed Infinito. L'indicativo dimostra assolutamente che una cosa è, fu, sara; e perd vien detto ancora assoluto e dimostrativo. Cosi Pietro ama amò amerà. le scienze, forme tutte dell'Indicativo, dichiarano che Pietro amo, ama, ed amerà, assolutamente. L'Imperativo esprime comando, preghiera, avviso, consiglio, esortazione di far qualche cosa, e con una sola voce si vuol esprimere il comando, preghiera et cetera, e l'azion e che deve farsi. Tale sarebbe ama tu, amerai til, ameremo noi et cetera. Per tanto si esprime l'azione ed il modo col quale si fa, cioè per comando, preghiera et cetera; laddove nell'Indicativo mancano questi rapporti. L'Ottativo esprime desiderio di fare una cosa, giusta i varii tempi; e per questo è detto ancora desiderativo, e tale sarebbe, “O se amassi, io amerei, O avessi amato, lo avreiamato et cetera. Il congiuntivo è così detto perché si adopera quando si vuo le congiungere il discorso con altre cose precedenti, e perd siegue le particole sebbene, quantunque, conciossiacosache et cetera. Tále è quel di PETRARCA Italia mia, benchè il parlar sia indarno et c. E talequel di BOCCACCIO. .6.7.n.2. per l'amore di Dio, come chè il fatto sia et cetera. Tra i Greci l'Ottativo ha le sue desinenze tutte diverse dal congiuntivo: ma nella lingua latina e nella nostra L’OTTATIVO ADOPERA LE STESSE VOCI DEL CONGIUNTIVO, se ben si rifletta. Il verbo si dice di modo finito o determinato finchè si concepisce indicativo, imperativo, ottativo, congiuntivo. Ma talvolta esprime indeterminatamente qualche proprietà senz'additare ne persona, nè numero, come amare, leggere, et cetera, ed allora si chiama di modo infinito cioè indefinito ossia non determinato. La varia desinenza di un verbo secondo le persone, il numero, i tempi, ed i modi si chiama conjugazione. Ed i verbi si dicono di una conjugazione medesima o diversa, secondo che rassomigliano o no nel complesso di queste desinenze. E siccome queste si diversificano secondo la diversità dell'infinito; e l'infinito puo terminare in -are, in -ere -lungo e breve --, ed in -ire; cosi III sono le conjugazioni della nostra lingua. Tutti gl’infiniti terminati in -are si dicono della prima conjugazione come amare, balzare, danzare. Tutti quelli terminati in -ere sichiamano della seconda, o l'infinito sia lungo o breve, come temère,cadère, giacère, et cetera, e come credere, discendere, volgere, ecc.. I latini di queste due desinenze ne faceano II CONGIUGAZIONI diverse, come docère e legere. Nè mancato è pur tra gl'Italiani chi abbia concepite diverse le conjugazioni secondo l'infinito lungo o breve. Ma siccome, tolta la pronunzia lunga e breve dell' infinito, non vi sono altri di vari, parlando regolarmente; e siccome la pronunzia concerne il modo di significarlo in voce, non la forma del verbo; così piùra gionevoli sono quelli che rinniscono in una conjugazione gl'infiniti in -ere, lunghi o brevi. Spettano alla terza tutti i verbi terminati in -ire, come sentire, uscire ecc.  Chi si propone per iscopo di presentare il prospetto de'verbi italiani dee porre sott'occhio le varie desinenze di essi giusta i modi, I tempi, il numero, e le persone nelle varie conjugazioni. E cið ė propriamente che noi cercheremo di eseguire. Per vedere però più da presso il suggetto, anzi fin dalle origini, ed in tutta l'ampiezza sua, divideremo quesť opera in due parti. La prima e tutta di Teoria e di Prospetto generale; ed esporremo in essa come le conjugazioni latine sian si trasformate e si trasformino nelle presenti d'Italia; la dipendenza comune de' nostri verbi dall'infinito, e per ogni conjugazione il prospetto di qualche verbo che serve di norma in tutti i simili e regolari -come del verbo “amare” per la prima, de'verbi “temere” e “credere” per la seconda, e de’ 'verbi “sentire” ed “aborrire” per la terza. Anteporremo per altro a tutti il verbo “essere” come principio di ogni verbo, e quindi il verbo “avere” che prossimo gli succede, esprimendo la sostanza, che passa ad ottenere in generale delle proprietà. E ciò tanto più dee farsi; che senza questi due verbi, però detti “ausiliari”, non possono formarsi le tre conjugazioni divisate degl’altri verbi. Dato cosi principio e norma al prospetto di tutti i verbi regolari, verremo alla seconda parte ed esporremo ad uno ad uno per ordine alfabetico i principali tra' verbi anomali cioè quelli che in qualche tempo escono dalla legge consueta, ed i quali servono spesso di regola per altri anomali non dissimili. Il prospetto e distinto in quattro colonne. Nella prima si avranno le voci corrette, nella seconda le antiche, nella terza le poetiche, e nella quarta le non ben certe, gl'IDIOTISMI e gl’errori. Si avverta che non tutte le antiche sono affatto dismesse, anzi talvolta usate a tempo adornano la scrittura: come pur le poetiche non tutte sono così della poesia che non servano talora alla prosa. Il che si conoscerà dalle note. GLI ERRORI SON SEMPRE ERRORI. Gl'idiotismi poi sono voci usate nel parlare e nello scrivere familiare, non però nelle belle scritture, sebbene talvolta vi scorrano per incuria e per arbitrio degli scrittori che le decidon per buone, o vogliono nobilitarle con la fama già da essi acquistata. Per compimento dell'opera spesso porremo in fine del prospetto il participio ed il gerundio. Il primo é propriamente un nome tratto dal verbo. Dicesi participio perchè partecipa del nome e del verbo: e come nome si declina, e come tratto dal verbo esprime un qual che significato di questo. Tali sarebbono “amante” ed “amato”. Tra’Latini si aveano participii presenti, passati, e future: “amans”, “amatus” “amatVRVS” (cf. IMPLICATVRVM).  Presso noi, non si hanno che li presenti, e li passati che sono “amante”, “amato,” temente, temuto. Tra’nostri antichi furono ideati anche i futuri come fatturo, perituro ecc, ma non ebbero buon successo, nè più vi si pensa. Il participio passato e descritto per lo più nella formazione de' tempi PIU CHE passati: laddove il participio presente si troverà nel fine de' prospetti. Un tal participio può essere messo informa di aggiunto e di attributo come se io dicessi: la virtù possente, e la virtù a2  3. Il participio si riguarda anzi come adjettivo, che qual participio. Per chè sia participio con ogni proprietà, dee, quando si risolva, significare come i participj latini: come se dicesi canto possente a diletta re: schiere seguenti le altre ecc. E ciò rileva conoscere perchè non di raro si anno gl’esempj anzi di adjettivi che di participi, e noi pur he useremo in mancanza di participi, tali per ogni rispetto. Gerundio tra noi e tra' latini è una voce tratta dal verbo, la qual significa le affezioni di questo, ma la quale non si declina come il nome, nel che differisce dal participio: come amando, credenádo, temendo, sentendo. Da'quali esempj risulta che il Gerundio delle prime conjugazioni finisce in -ando e delle altre in -endo. L'uso di tali gerundi è frequentissimo nell'italiano in luogo ancora de'participj presenti. Ma veniamo all'argomento, Come le congiugazioni latine siansi trasformate e si trasformina nelle conjugazioni presenti d'Italia. TUTTE LE VOCALI LATINE, FINALI DI PAROLE INTERE, NE SEGUITE DA CONSONANTI, SI CONSERVANO. Così, in AMO ed AMARE, si conserva l'O di amo, e l'E di amare. Tutte le consonanti finali si tralasciano o mutano. Le consonanti sono M, S, T, NT, ST. Nel caso di NT si cambia il T in O, e però non si lascia che il T amant amano, amarunt amarono: ma talvolta tutto l'NT si muta in RO : amassent amassero: sebbe ne in questo e simili casi può sempre rimanere la regola di mutare il solo T in o dicendosi ancora “amassono”. Vedi il prospetto di amare.Tutti gli “U” finali seguiti da M o da S si cambiano in 0: POSSVM > POSSO. amamus amiamo: ma se gli U sono seguiti da NT si cambiano in o nei presenti e nei passati, ma nei futuri in AN. Così da legunt si trae leggono, e da amabunt ameranno. Tutti gli A ovvero gli E precedenti immediatamente l'S finale SI MUTANO IN “I”: amas > ami; times temi: e cosi da timeas abbiamo tu temi, e da legas tu legghi. Il che basta a conservare la regola, ma ora si dice anche “tu tema”, e “tu legga”. Tutti gli E, ogl'I precedent gli A, oppure gli O finali, si lasciano affatto. Timea temo, timeam icma. Sentio sento: sentiam io senta,  4 è possente: il fuoco bruciante, e il fuoco è bruciante: ma in tal caso NOZIONI ARCHEOLOGICHE.  Non dee sperar di comprendere il trattato che qui soggiungo se non chi conosce per le gli altri ne differiscano la lettura. sue regole l'idioma Latino e l'Italiano: 3. non si $. Tutti gl'I precedenti gli S finali in singolare si conservano assumendo nel futuro un A precedente: legis leggi: a ma bisamerai, ed in plurale si mutano in E: legitis leggele. Tutti gl'I seguiti dal solo T finale subiscono un cambiamento secondo i tempi. Ne'presenti si cambiano in E, e ne’ futuri in A accentatolegiilegge, creditcrede: amabit ameră, timebio temerà. Per i preteriti perfetti ne diremo più innanzi. Tutti i B avantil'afinalene gl'imperfettisi cambiano in “V” consonante, ed avanti l'O, l'I,o l'U finale del futuro, li B. caratteristichi della conjugazione del tempo si cambiano in R. Quindi si trae amerò da “amabo”, ma da belabo si forma belerò senza mutarne il primo B; perchè questo è proprio del verbo, e non della formazione del futuro. Queste regole sono ordinarie. Vediamolo. LATINO amatis est amamo reg. 3. e 2, ora amianio sono sono Ed eccone la maniera. Dalle regole 3. e 2. è chiaro che la prima persona debba essere so e l'ultima sono. Ora dee sapersi che appunto tra gl’antichi si trova non poche volte “so” per “sono” in prima persona. B. Jacop. Poes. Spirit. Venez. 1617. lib. 4. cant. 28.  stanz. 12. sei  amamus es еè sumus somo este credit et c. ama reg. 2 credi reg. 2. amas sentit et c. Amo reg.i. Vedo reg.4. vedi reg. 4. vede reg. 2. senti reg.2: Amo amat amant amano reg. Dicasi altrettanto di Video vides videt et c. credo ITALIANO ami reg. 4. e 2. 3. Applichiamo queste regole al presente del verbo sostantivo : Sum amate reg. 5. e 2, sente reg.6. credis credo So e finalmente Sono i 5 se, estis semo siamo sunt sete siete sentio sentis crede reg. 6. sento reg. 4. lo so nulla: ho peccalo: Mi exalto quantoposso. e cant. 3. st. 2. del lib, stes.   A pinger laer so dato. E GIUSTO de Conti nella bella mano pag. 39. La seconda persona es fu trasposta e non altro, facendo prece dere l'S. Quindi gl’antichi dicevano comunissimamente se anche senz'apostrofo per seconda persona: come Petrarca, Boccacci, Albertano, ed altri: ALBERTAN. ediz. di Fir. cap.23.  Selegaloa moglie? non domandare di scioglierti. Se sciolto da moglie? non domandar di legarti. E più sotto: e sìselenulo di tanto amarla moglie. PETRARC. canz. 26. v. 77. ediz. Comminiana Spirto beato, quale  6 Se, quando altrui fai tale? e altrove più e più volte. Il Decamerone secondo la ediz.1718. col la data di Asterdam ne è pieno. Senza questa origine che facono scerecheseper seconda persona è voce interae non accorciata, non s'intenderebbe, perchè gl’antichi spesso non l'apostrofassero. Tutta via per distinguerla a prima vista da se pronome, e condizionale, convenne in qualche modo contrassegnarla, e si fece uso dell'apostrofo: e servendo questo a notare le voci scorciate; si riguardo se persona seconda, come scorciata, quando non era: e perchè tutte le seconde persone singolari presenti dell'indicativo terminano in I Reg. 4.e seguendo le leggi generali, tal persona nel verbo sostantivo avrebbe dovuto essere un I. Così poco a poco si ricongiunse se ed i in sei, ed ora si crede questa la voce intera di tal persona. E cid supposto quando si scrive se per indicarla, si apostrofa, quasi fosse uno scorcio di Signor non è giovato Mostrarmi cortesia: Tanto so slato ingrato ! e altrove spessissimo. E GUIDO Guinzelli Rime antic. appresso la bel la mano ediz. di Firenz. 1715. Come io so avvolto nel Lenace visco; e se ne hanno esempj ancora nelle lettere di S. CATERINA, in Fr. Gi.ROLAMO da Siena nel1. Tom. delle delizie degli eruditi Toscani, ed in altri: vedi vocab. di S.CATER. alla voce essere: ma so trovasi parimente persona del verbo sapere, nata da sapio > sapo > sao > so: ovvero da scio regola 5. scosso so: la prima derivazione è di Menagio: a m e piacerebbe la seconda. Ma torniamo all'intento: siccomeso era voce ancora del verbo sapere, e SICCOME IL SAPER VERO E DI TANTO POSTERIORE ALL’ESSERE. Così per togliere ogni equivoco EQUIVOCO GRICE, si volle piuttosto ridurre il “so” del verbo essere in sono, che lasciarlo indistinto col “so” del verbo sapere. Chi dunque considera che il primo verbo italiano “essere” ha la voce “sono” per esprimere la prima singolare e la terza plurale, sappia che questo è stato UN MALE DI ORIGINE, voglio dire è provenuto dalla FIGLIOLANZA della Italiana dalla lingua latina, in forza delle leggi universali, che per tanta combinazione di circostanze cooperarono a trasmutare l'una nell'altra.   s e i : nè chi procede con tal veduta può riprendersi: ma in origine non vi era bisogno, e più che apostrofarsi, avrebbe dovuto accentarsi. sero eepere.ALBERTAN. Giud. cap. 51. Dal savio uomo eeda temere lo nimico. Or cid fecesi per distinguere e del verbo, dalla congiunzione e, come pure dal pronome ei solito ad apostofrarsi, e dalla congiunzione e seguita dall'articolo plurale ili quali due e iriunitisi rende anopere: ma col tempo, la varietà dell'apostrofe e dell'accento pote contrassegnare e diversificare abbastanza l’e del verbo dagli e di altro valore: vedi esseren.Trovasi ancora fra gl’antichi este per è ma rarissime volte: vedi Gradidi S. GIROLAM. ediz. Fir.1729. in fine alla voce este; finchè prevalsero le regole generali anzidette. Da “sumus” uscirebbe sumo o somo, e non semo. Ma siccome tutte le prime persone plurali dell'indicativo presente nelle seconde conjugazioni presero la desinenza in “-emo,” come avemo, tememo, ecc.,così da “sumus” e tratto semo. Ovvero siccome tutte le persone prime plurali ora pe'rincontri della forma loro anno rapporto con la seconda persona singolare tanto che sono un composto di questa con qualche a g giunta, come “amiamo” da ami ed amo, temiamo da temi ed amo et c;e siccome tal seconda singolare era se nel presente indicativo di essere, quindi ne uscisemo e poisiamo. Chi conosce gl’antichi sa quanto è familiare l'uso di “semo”. Ne allego un esempio dalla vita nuova di ALIGHIERI: Per chè semo noi venuti a queste donne? E Fra Jacop. lib. 1. sat, 5. Uomo pensa di che semo. Di che fummo, et a che gimo. Vedi il prospetto del verbo Essere In forza delle regole generali, la seconda plurale sarebbe “estes”. Ma trasponendo l'savanti l'E come nel singolare per uniformità maggiore con “sono”, “sei”, “siamo”. Sen'ebbe sele, e questa appunto è la voce degl’antichi: si consulti il verbo essere not. 5. FINALMENTE SI AGGGIUNSE UN “I” PER DOLCEZZA (“se” > “sei”) o per distinguere tal voce da alcuni sostantivi e sen ebbe siete, che ora è la voce più propria di questa persona. Apparisce dunque per quali gradi e per quali mutamenti siasi formato il presente come ora si usa del verbo essere, La terza persona si esprime con la voce “e”, che appunto RISPONDE all’ “EST” latino, lasciatene le consonanti SECONDO LA REGOLA 2. ma gl’antichi, prima che la lingua si modellasse in tutto, non di raro dis  7 Preferiti Imperfetti Amabam amabas amabat amabamus amabatis amabant Amaya reg.2.7. amavireg.2.4.7. amava reg.2.7. amavamo reg.7.3. 2. amavate reg.7.5.2. amayano reg.7. 2.   Temeva &c. legebam leggeva e e da sentiebam lasciatone l’I che è quel di sentio reg. 4. si ha sen leva com e era nelle origini prime, nelle quali, tutto risentiva di conjugazione seconda tra gl'italiani ne' verbi provenienti DALLA QUARTA DE’LATINI. Non è raro che “senteva” si oda anche ora tra' CONTADINI PIU CORROTI CHE SONO GLI ULTIMI A CORREGGERSI. E finalmente fu detto sentiya sentivi et c.lasciando l'E per l'I. Per queste regole e questi progressi apparisce che la prima persona dell'imperfetto doveva terminare in A amava temeva legge va sentiva. Al presente i filosofi ed i gramatici si meravigliano, per chè la prima e terza persona singolare combinino, e perchè la prima non siasi terminata in O. Ma la meraviglia cessa, se riflettasi che al cambiarsi del latino nell'italiano, si prendevano di netto I vocaboli antichi, nè si aveano di mira che certe regole, come le indicate di sopra, per contornarli di nuovo. E siccome tutte le prime singolari degli imperfetti levatane la terminazione latina in M ; restavano amaba legeba ec; cosi mutato il “B” in “V” non poté farsi a meno d'incorrere nel lo scoglio anzidetto. Molto più che in que'tempi non faceasi poco, se le parole non sapevano di latino. Veduto come siasi introdotto l'equivoco EQUIVOCO GRICE, ora tocca ai filosofi di emendarlo. Ttanto più che non siamo poi scarsissimi di esempii antichi pe'quali si compionoin o le persone prime singolari dell'inperfetto: de'quali mi piace allegarne qui alcuni riserbandone altri ailor verbi nel prospetto. Petrar. Vit. De Pontef. Ed Imperadori: VITA DI CALIGOLA, lo PREGAVO ogni giorno che Tiberio morissi. Così pure leggiamo in Fr. Jacop. 1. 4.can. 38. La cagion del mal FUGGIVO. Cavalc. Epist. di S. Girol. ad Eusloch. cap. 3. ediz. Rom.. E vedendomi io venir meno quasi ogni rimedio ed esser privato di ogni ajuto, GITTAVOMI a' piedi di Cristo &c.... iratoame medesimo erigido, solomi mettevo per li diserti, e dove io trovavo più oscure e aspre e profonde valli, e aspri monti o scogli pungenti o luoghi più aspri e spinosi; ivi mi ponevo in orazione. Pulci. Morg. c. 3. 62. lo mi posavo in queste selve strane.  Da Timebam così pure si ebbe C. XI. 83. Tal ch'io pensavo d'aver acquistato. 8 ec.16.44 Per Dio, cugin, ch'i'sognavo al presente, Che un gran lion mi veniva assalire. Onď io gridavo, echiamavo altra gente E però E con Frusberta il volevo ferire. e altrove più volte. Letter. San. CATER. di Sien. ediz. di Aldo pag. 14. a tergo. Dicevo: Signor mio io ti priego et c. e pag. 20. vi aggiunsi anzi che io volevo in voi la perfezione della carità  pag. 92.   desideravo divedervi: anzi tal voce desideravo si legge molte volte inquelle lettere. Vita B. COLOMBIN. ediz. di Roma pag.9. lo gode voé voi non mi lascia testare, e pag. 96. ad irviilveroio andavo a posarmi; pag.167. 0 figliuoli, e fratelli miei io non meritavo di es ser padre di tanta buona gente; pag. 174. E questa la compagnia che io dal e speravo, e pag. 299. Pensavo che quanto è maggiore la soggezione e l'unità ; tanto si vien piuttosto ad aver libertà : Vedi ero n.6. verbo essere:e n. 6. avere. Eram Erant Erate reg. 5. e 2. e quindi Eravate avevano reg. 7. 2. Imperocchè ben è facilissimo concepire, che se cambiavasi in questo tempo in V il B precedente l'A finale, potevasi cambiare in V parimente anche l'altro B: anzi parea troppo ragionevole, perchè non si notasse tanto di variodi usi in parole medesime, e si familiari. E' poi noto, che tutto il verbo “avere” si scrivea ne’ principi, e si scrisse a n cor dopo per lunghissimo tempo con l’ “H”” precedente: ed ora per un progresso, non saprei quanto considerato, si tralascia ancora nelle vo ci, che forse ne abbisognano. Ma giova esaminare ancora come siansi trasformati gl'imperfetti de'verbi ausiliari: Eccolo 9. Si possono da tutto ciò comprendere le cause de'cambiamenti prodotti nel presente di habco: seguiamoli via via, che'non sarà inutile la ricerca Lasciato l'E di habeo reg. 4, e le altre consonanti, e cambiatele giusta le altre regole, risulta 9 Era reg. 2. Eramo ed erale presentano Erano reg. 2. le voci come si traevano dal latino in ottima forma. Ma il va inserito eramus ed eratis Eras Era reg. 2. in eravamo, ed eravate negli altri verbi, mentre in suppongono il B cambiato in V, come dunque di vainera questa consonante. Tale aggiunta affatto manca la origine, nè fu, che una intrusione vamo ed eravate è contro per di altri verbi, che usciva, nato dal sentire le voci consimili isbaglio amayate &c. Il peggio no in quel modo, come amavamo, non dandosi quell'aggiunta fu che si anche alle voci era tolse la uniformità tiranno delle lingue, autorizza erano et c. Non dimeno l'uso, quel, più che le semplicie naturali vamoederavale essere, n. 6. Ma diciamo si trovino pur queste. Vedi que risultasse. Eccone la maniera fetto di avere, è come Haveva 8. Habebam habebas Habeva habevi era eramo erate, quantun dell'imper Aveva reg.7. 2. habebamus aveva reg. 7. 2. habebat habeva habevamo habevate habevano haveva havevamo avevamo reg.7.3.2. avevate reg. 7. 5. 2. habebatis habebant havevate havevano Erat Eramus Eratis Eri reg. 4. e 2. Eramo reg.3. e 2.e quindi Eravamo havevi avevireg.7. 4. 2. b   abbemo abbiamo &c. Forseil B fu raddoppiato per compensare la perdita dell'E nell’ “habeo.” Sia comunque, abbosi legge ancora in ALIGHIER, Infer. 25. E quanto io l'ABBO ingrado mentre io viva: E negl iAMMAESTRAMENTI degl’antichi certamente abbo provato; e più sotto: ripenso la seraa quello che iolo di abbo detto.E nelle Vite de’ SS.PP.e diz. Man.Fir, 1731., nella VITA DI GIOSAFATTE ediz. Rom., e nelle Noyelle antiche Fir, 1572 l'uso di “ABBO” è comune. Abbi è rimaso nel Congiuntivo. E 'poi noto, che gl’antichi usavano la seconda singolare presente dell'Indicativo ancora nel Congiuntivo, come resta tuttora in molti verbi, Così ami serve in tutti due i tempi alle due seconde persone singolari,e cosi temi può servire ancora, sebbene ora vi siano dei divarj. Sopravvanza nell'uso comune abbiamo; e siccome gl’antichi finivano le voci per tali persone in eino, cosi non vi è dubbio che ne'principj si dicesse “ABBEMO,” quantunque negli scritti forse non si trovi, per la rapidità di altri cambiamenti succeduti. Certamente l'uso di scambiare tutti i B nell'imperfetto di “HABERE,” di buon pra scorse in alcune, o in tutte le voci del presente, e si trasse da Habo Avo habi ave avemo avete habono avono ave resta tuttora tra’ poeti, e fu non meno della prosa. Vedi questa voce nel prospetto di avere. Avemo é comunissima tra gli’antichi. Avete rimane per ogni scrittura. Le altre tre voci presto furono cambiate: perchè siccome l'V consonante ha un suono come di vi, o di un i sibiloso; così specialmente se l'V sia doppio, l'avo, oppure avvo per abbo, fe sentire nella pronunzia questo i quasi doppio.E quindi è che il B. JACOPONE lib. 1. satir. 9. scrive Nè ferma fede per esempio ch'AJA; Franc. BARBERINI edizion. Roman. pag.189. Non veggio ancor chi contento AJA il core. E Francesco SACCHBTTI disse ajolo per lo ajo, cioè per lohu. S'insinud tal cambiamento nella seconda persona avi, é mutato l'V in I, se ne  habet abbi 1 habemus habe habemo habete abbe avi da Habeo Abbo habes Ch'io n'ajo una si dura e più sotto: ajo portato in core et c, ed altrove più volte: anzi usa “AJA” per abbia:lib.1.sat. 12.3. 10 Illuminato mostromi fore, E ch'AJA umilitate nel core. ALIGHIERI, Parad,17.   fece huii, e col tempo hai. E questa è la causa, per la quale ora ci troviamo con “hai”, seconda persona del presente dell'Indicativo, senza che volgarmente se ne intenda la origine. Può notarsi però che in forza della provenienza di hai l’i finale è risultato da un doppio i; e quindi seguendo le origini, avrebbe dovuto scriversi “haj”: e ciò sa rebbe stato opportunissimo pe' giorni nostri, ne'quali vuolsi lasciare anche l'h precedente. Imperciocchè chiarissimamente si distinguerebbe che “aj” è del verbo, senza pericolo alcuno che si confondesse con l'articolo plurale “ai.” La mutazione del doppio B in V ed in I doppio o lungo, al meno quanto al suono, porto l'altro cambiamento in aggio, aggi, aggiamo, aggia, aggiano: essendonoto che l'J lungo si cambia spessissimo in tal modo:e questa è la causa parimente, per cui si dice veg go veggiamo et c. Imperciocchè nelle prime origini si disse ancora vejo vej veje per vedo vedivede: si consulti il prospetto di vedere. Quindi 'Imperador Feder. Rim. ant. 114. Rispondimi Signor ch'altro non chiejo. Da crejo è propriamente quello scorcio, che pur si usd tra'poeti di cre' per “credo”, quasi crejo fosse cre io. Vedi il prospetto di credere. Ant. Pucci nel suo Centiloquio can. XI. terz. 27. scrive: Gli comandò che giù sedesse al piano. L'ultimo verso assai dimostra, che sie fu detto per siedi: E siccome in ALIGHIERI Inf. 27.53. si trovasi e'per siede; parchiaro che ambedue de rivino da sejo. Allego un esempio di “trajamo”: BOCCACCIO: g.8. n.5. lo voglio che noi gli TRAJAMO quelle brache del tutto: da ciò ben apparisce la origine di traggiamo &c. 12. Ridotto havi ad hai; dovea sembrare che fosse di netto stato levato l'V consonante, quando erasi inviscerato nell'j: e cið comparendo, era facile di lasciarlo pure nella terza persona have, e formar ne hae come si trova in Fr. Jacop., in Guid. Giud., in ALBERTANO,  Di voi,chiaritaspera. Rim .Allac. 408 Ciulo dal Camo Cose da non parlare. anzi avverto, che tra gl’antichi si trova ancora crejo, chiejo, sejo, trajamo, donde sono creggio, chieggio, seggo, lraggiamo &c,enon dalla mutazione del D in G come si tiene, forse meno propriamente dai Grammatici. Cosi Fr. Jac. lib. 5. c.3.12. secondo che io crejo: e nelleno te vi si legge: crejo,creggio,credo, e lib. 5. can.25. 12. II E vejo li sembjanti Quando ci passo e vejoti. F. Jac. lib. sat. 3.9. la sera il vei seccato. lib. 6. can. 45. 4. Che vee con vista acuda disse l'anziano: Sie giù a pena di cento fiorini: E volendo pagare a mano a mano, E l'anziano a pena di dugento b2   12 e generalmente negl’antichi. Cost Albertan. al càp. 12. L'avar7 sempre ha e le mani di stesepertorre. ..ivi l'avaronon haesicura vita. I Grammatici han creduto che quell 'E sia stato sopraggiunto all'ha per genio della lingua, che non amava finire le parole in accento. Ma questo sarebbevero, quando la parola originale della terza persona fosseha, ciòche è falso; essendo questa habet, habe, have. Hae dun que non èche have, toltone ”v per simiglianza di quanto era accaduto in hai, ed in hajo. 13. A questo proposito avverte, che non di raro fra gl’antichi si legge dae, fae, slae per dà, fa, sta, come leggesi trae, e come hne per ha. Anche gli E di dae, fae,stae, si credono aggiunti per la ragione medesima: ma egli è FALSO UGUALMENTE;  perchè dai ruderi antichi della lingua può concludersi ta esistenza degl'infiniti, daire, faire, staire, come esiste traire. Ora da quegl' infiniti daire et c. sorge naturalissimamente dae, fae, stae, cometrae, che ancorc irimane da trai re:vedi S. III. di questa Prima Parte sotto il titolo Dipendenza delle conjugazioni italiane dall'infinito, n.2.E quindi pure sono le voci dai, fai, stai, come trai, che altronde sono inesplicabili. A dichiarare quanto dico sappiasi, che Fr. Jacop. lib.6.c.10.st. 20.scrive A chi gli dice villania et c. Fra duo ladri allo staia. e lib. 4. c. 1o. E che al povero dala. elib.6.c.43.5. Ch'egli è il daenteeti il ricevitore: e lib.7. c.9. II.  Staendo in quest'altura dello mare: Vita S.Maria Mad. É cosistaendola poverettasì per l'amore che gid ave v a con celto di Gesù Cristo, si per la doglia ; cominciò a piangere. Parimente in Fr. Guitt. si legge più volte faite alla pag. 36, e faie alla pag.54. E nel TESORETTO: ponelemente al beneche faite per usaggio: e Franc. BARBERINO pag. 17. Faesselei di quel pregio degnare. Nei GRADI di S. Girolamo alla voce Fa il e nell'indice si dichiara, chel’idi faiteè un aggiunto,e non più:ma faie, faesse, e le voci slaca, daia &c. ne'verbi simili palesano il contrario: e Traire si legge in Fr. Guit. lett.2. pag.9, ma traers spiega ugualmente la origine di trae, come fae sorgerebbe ancora da faere, del quale fece uso Franc. BARBERINO nel verso allegato. Per tanto gli E di dae, fae, stae NON SONO AGGIUNTI, come si pensa, MA SONO NATURALI; ed ora non si è cessato diaggiungerli, ma sono stati tolti. Tornando alle voci hai ed hae, siccome in queste era perito \'u consonante; così poco a poco si tento,ma non riusci, di farlo pe rire nelle vociavemo, avete: e non è infrequente di udire aemo, aele; e nel futuro dell'Indicativo, e negl'imperfetti dell'Ottativo trovasi scritto arò, arai, arei, aresti' &c.come vedremo. Non prevalendo pero quel tentativo, siri serbarono le voci avemo, avete, e talvolta aviamo, aviate, aggiamo, aggiate. Essendosi creduto, che l’E di hae fosse ag giunto; presto fu stabilita ha per terza persona; talchè le prime tre fossero ho, hai, ha. La terza plurale divenne harno; perchè dall’ “habent” sifece haveno, haeno, hano, hanno,ed esistono ancora'esempi di dano, fano et c. per danno e fanno, voci similissime nella origine, com me è chiaro: vedi S. III. 12. 15. Ma passiamo ad esaminare come dai perfetti de'verbi latini si traessero quelli presenti d'Italia. Potrà ciò conoscersi ne'verbi comuni ad ambe le lingue, ma terminati secondo i metodi di ciascuna: E noi su questi rifletteremo. I Latini sincopizzavano il perfetto in più voci, togliendone il VI, o il Ve. Per avere dai perfetti latini l’italiano corrispondente, silasciil VI, o Ve in tutte lepersone per quanto si può senza contradire alle regole generali del s. I. Quindi nel la persona prima singolare dee lasciarsi il solo V, non potendosi togliere l'I finale, secondo la regola prima. Si noti, che la terza singolare risulterebbe simile ad alcuna voce del presente, e quindi nelle origini si accentava: ma ora se la voce finisce in A, si muta in O accentato. La prima plurale sarebbe amamo come nel presente, e quin di I'M si è raddoppiato. Del resto in Gio. VILLANI nella edizione fatta procurare da Remigio Fiorentino in Venezia si vede gran quan tità di persone prime plurali dei perfetti, scritte con un semplice M : come tememo per tememmo. Altrettanto si osserva in Fazzo degli Uber ti, nel Cavaliere Jacopo SALVIATI Tom. 18. Delizie degli eruditi Toscani, nella Cronica del Pitti, ed in altr’antichi; indizio che per tali vie si passava dal latino all'italiano in questo tempo. Anzi Celso CITTAD I ninelle sue Origini della Toscana favella osserva al cap. 6. che i Sanesi in tali persone non davano asentire che un M, quasi pronunziando facemo, dicemo &c, ed egli con pari ortografia scrisse tali voci. Ma Girolamo Gigli nel suo Vocabolario di S. Caterina noto alla lettera M, che a'suoi tempi (vuol dire un secolo dopo il Cittadini) quell'uso era perduto. Serbate dunque anche le regole generali del n. primo, avre di Ama(v)i ama (viisti ama(vit) ama(vi)mus ama(vi)stis ama (verunt Amai amasti amd amamo amammo amaste amarono. Dai Latini si disse ancora amávere: toltone il ve, si ebbe Vita Lano amare, e perché non si confondesse con l'Infinito, si muto l'E i n o, e si ebbe amaro per altra terza persona plurale. I Grammatici han ereduto che amaro sia precisamente una sincope di amarono, toltone il no. Á me però sembra che amaro sia voce intera in sestessa, e provenuta altronde, come ho dichiarato. E questa è la ragione, per cui amaro può troncarsi ancora, e dirsi amàr per amaro, laddove le troncature delle troncature non sono consuete, almeno nella lingua, come ora si trova.  13 mo 17. II P. Bartoli nella sua Ortografia riguarda come un incanto che le terze plurali del Perfetto indicativo scorciate tre volte s e m   14 pre significhino lo stesso con quadrupla desinenza: amarono, amaron, amaro, amàr. Ma l'incanto, se ben si consideri, non è che un caro abbaglio di un animo, che al veder primo si appaga, stanco delle molestie di riflettere. Imperocchè da amarono sitragge amaron, e qui cesserebbe la troncatura: ma perchè levato anche l'N ci troviamo da amaron in amaro, desinenza ancor buona; si è creduto, che tal bontà risulti in forza di uno scorcio: laddove amaro già era legittima desinenza in se stessa: e perchè tale, ammettevasi; non perchè nata da amaron, levatone l'N. A parlar dunque propriamente si hanno due desinenze, amaro, ed amarono, ed ognuna ammette uno scorcio, ama rono porgendo amaron, ed amaro la voce amar, col vago incidente, che se da amaron si spicca l'N finale; ci troviamo alla desinenza seconda, la quale è amaro. E siccome amaro è desinenza intera in se stessa; di qui nasce che gli scrittori del buon secolo, ed alcuni ancora del cinquecento, come il DAVANZATI ne fecero tanto uso: laddove le altre sincopi amar ed amaron sono assai più rare, spacialmente in prosa. Anzi si noti, che nelle NOVELLE 'ANTICHE la desinenza in aro è quasi la comune, laddove l'altra in arono vi è scarsa, e meno pregiata. Ma proseguiamo l'esame de perfetti: e prima nella terza conjugazione. Audi(vi audi(ve)runt Audii audisti audi audimmo audirono udiste udiro. proviene udiro dall'audivere, come amaro dall'amavere. E'poi noto, che nelle origini della lingua si disse in italiano anche “audire” finchè l' “au” si chiuse in “o”, cone nelle voci aurum, tesaurus,dalle quali si trasse “oro”, “tesoro” &c, e se n’ebbe udii, udisti &c.Vedi questo verbo nel prospetto. Debui debuimus debuerunt Devei,. Pertanto abbiamo da dové doveste  udisti audi(vi)t udi audi(vi)mus udimm o audi(vi)stis. Riguardo alle seconde conjugazioni, avanti l'I finale vi è l'U vocale, e non consonante, quindi regolarmente parlando tutto l'UI o l'UE si muta in E semplice, avvertendo, che l'1 finale nella prima persona dee conservarsi secondo i canoni generali debuisti Dovei deve, audiro devemmo, deveste, deverono, audi(vi)sti audi(vere) debuit debuistis debuere doverono dovero. audiste devesti, dovesti devero, Siccomel'U fu cambiato in E(dovei) gravato di accento, quindi nella terza persona non potea non dirsi se non dovè seguendo le regole ge Udii udirono dovemmo   nerali, o “dovèt”, trascurando la regola sulle consonanti finali; e da que. sto nacque che per istrascico di pronunzia fu detto ancora dovette, come dalla voce Giudit PETRARC. Trionf. fam. c. 2. v. 119. Non fia Guidit la vedovellaardita, si è fatto Giuditta, e come da Josafat, DANTE Infer. 10.v. 8.Quando da Josafat qui torneranno, si è prodotto Giosafalte comunemente. Fattosi dovei, dovė, o davèt, fecesi quindi per coerenza doveltero e dovelti: e cosi questi preteriti ebbero doppia desinenza: e si disse temci e temetti, teme e temette, temerono e temettero. E' poi tanto vero, che questa è la origine di temetti, tèmel te et c, che siccome lo stesso argomento vale per le terze conjugazioni; così talvolta si scontra ancor questa desinenza applicata alle medesime. Ond'è che trovasi fuggi, fuggi et c; e nelle Vire de SS.PP. ediz. Man.tom.1.pag.20. fuggitte,e nella pag.125 salitlepersa li: una nolle, essendo questi ito, alla casa di una vergine Cristiana o per rubare, o per altromalfare, salitte con certi ingegni il tetto della casa. Anzi questa ragione è sì certa che spessissimo le desinenze in ilte come salitle et c. furono modellate affatto a norma delle altre in elle, cioè di temelle,credette et c. Quindi è che nel medesimo tom. 1. delle Vit.deSS.PP. se in alcuni esemplarisi legge fuggitte, in altri, sihafuggelte: allapag. 101 ediz. citat. Vi è fuggetti per fuggii: nella 62, uscite per uscì, nella 71 irrigi delle per irrigidi, nella 73 finette per fini, ed Pucci versificatore famoso del trecento nel suo Centiloquio al can. 2. st. 69 ha sentelle per senti; ed Oito impe rador che ciò sentette, e così altre se ne veggono in altre pagine ed opere. Simile terminazione non potevaaver luogo nella prima conjugazione, perchè l'amavit, secondol'uso di cavarne il volgare, cessadove è il secondo a, dicendosi amo,e non cessanell'I con farsentire un amavit: il che direttamente gli avrebbe causato la uniformità, che'mai non ottenne: ora la desinenza in illi ed etti et c.è del tutto abolita per le terze conjugazioni: rimane ancora la cadenza in etti e dette, &c. per le seconde conjugazioni; ma forse, almeno in più verbi,è men cara che nelle origini della lingua, come potrà rilevarsi dal prospetto de' verbi, che soggiungeremo. E giacchè consideriamo il rapporto fra le desinenze delle terze persone de’ preteriti dell'indicativo, piacemi dilatare ancor più la serie delle riflessioni, picciole sì, ma pur necessarie per chi brami co noscere intimamente la lingua, e suoi movimenti. Ho detto di sopra, che dall'amavit, debuit, audivit si tragge amò, dove, udi, abolendoin tutto, quel vit finale: ma questa è piuttostola regola, che ora predo, mina. Del resto quando la lingua pendeva incerta sul fissare le sue desinenze, talvolta tentò rendere queste, tutte simili alla cadenza del. la prima conjugazione, e tal altra a quella della seconda. E certo quell'amavit ebbe talorauna desinenza come amao: di che produco un esempio luminoso di FR. Jacop. lib. 2.can. 2. Quando che in prima l'uomo peccdo Si guastò l'ordin lullo dell'amore: E questa è la causa, per la quale ora diciamo “amarono”, lassaro no, e non “amorono”, lassorono et c. vuol dire questa è la causa, per la quale la sillaba antipenultima è un a, e non un o. Tutte le terze plurali nascono nel preterito con aggiungere alla terza singolare un rono, o un semplice ro, ne'perfettianomali, o simili aglianoma li. Così diciamo sentirono, temèrono, crederono, sparsero, videro et c. Pardunque la original terza persona quella de'contadini “amà,” “lassà”,  et c. e quindi sen ebbe amarono, lassarono, e non amorono, las sorono &c.desinenza che leggesi in molti antichi: Così nelle Vite de’ Pontefici di  PETRARCA visileggeandorono, seccorono, e simili ordinariamente. Venturi traduttore di Dionigi di Alicarnasso è pie no di tali cadenze. Forse a dire amarono, lassarono &c.vi contribui pur LA DOLCEZZA per non avere insieme tre o finali amorono, lasso rono et c. Nel modo poi che il vit era supplito da un o nella prima conjugazione; lo fi pure nelle seconde e nelle terze: e quindi sono le voci temeo, credeo, poteo, aprio, finio, udio, e simili, tanto frequenti ne gli Scrittori. Ora queste desinenze, per le prime conjugazioni sono spente in tutto: ma nelle altre conjugazioni rimangono tuttavia per li poeti, e l'uso moderato può riuscire utile non meno che dilettevole. Chi non bene conosce le primizie della lingua, meravigliasi che imo di poteo, lemeo, udio &c. fossero comunissimi. I Grammatici dissero che l'o finale SI AGGUNSE PER LICENZA POETICA. Ma cið non ispiega perchè voci di questo conio abbiansi frequentissime ne'vecchi prosatori, come nelle Storie dei Villani, nel Davanzati, ed in altri. Dir finalmente che l’o si accresceva per non finire in accento, era un luogo comune, un parlar di abitudine, e nulla più. Si doveva avvertire, che quest'ori ceveasi da tutte le conjugazioni nelle terze persone singolari de'pre  16 Nell'amor proprio tanto l'abbracciao ; Che n'antepose se al creatore. E la Giustizia tanto s'indignao; Che la spogliò di tutto suo onore: Ciascheduna virtù l'abbandonao, Gli fu il demonio dato possessore: Nel tom. 12 degli Scrittor. Ital. Del MURATORI trovasi inserita la Memoria di Messer Lodovico di Buon Conto Monaldesti su la coronazione del Petrarca: costui, che lavidediperse, cosìscrive:Poi comparve lo Sena tore in mezzo a muti (molti)cittadini, e portao allo capo soio (suo) na corona di lauro,ese assettao alla sedia, e poi s'inginocchiaoallo senatore et c. Si vede in questi esempi, che si accento l a preceden te il vit,e questo vit fu supplito con un o.Più volteho notato, che presso alcuni contadini appunto ne'dintorni di Roma dicesi difforme mente amà,lassà,&c.per amò, lasciò come ora è laregola: Tocca al filologo accorto di rintracciarne le provenienze:esse non sono che per lo scorcio naturale,che si faceva della lingua parlata sotto questo cie lo da'nostri antenati.   teriti, e la uniformità medesima avrebbe fatto conoscere, che era un supplemento del vil, risecato dalle voci latinecorrispondenti, o pure una proprietàdi cadenza;e con cið sarebbesi dichiarato perchégliAn tichiusassero temeo, udio,e simili,promiscuamente in ogni scrittura, senzascrupolodiriprensioni. E'poitantomanifestochequell'O non si aggiungeva per non finire in accento, che nel Dittamondo si tro va unito anche alle prime persone della terza conjugazione, leggen dovisi nel 3 lib. cap. 15 udio per udii : 22. Tornando al nostro principio, apparisce dal fin qui detto che sitento chiudere in tutte le conjugazioni con desinenza simile allaprima:ma perchè l'uso non eraancora ben fissoe comune, si tento per eguale maniera terminare tutte le terze singolari d e' prete ritiinE,comein E finisce la terza singolare nella seconda conjugazione. Quindi è che troviamo amoe, teme, finie, e similicon tan ta abbondanza di esempj. Faz. Dittam. lib. 4 cap. 20 23. La chiusa delle terze persone tutteinO,ovverotutteinE,de riyava dallevoci corrispondenti latine, finite tutte in un modoamavil, timuit,audivit.Era difficile abbandonare ogni somiglianza nell'italiano,с  17 Passato poi Suasina, io udio et c. e cap. 16 Secondo ch'io udio, e'l nome prese e cosi nel lib. 4 cap. 4 vi si legge sentiu per io sentii, e nella Vin LadiGiosaf.pag.31 uno essemplo tidico chel'udio direa uno molto savio uomo : e pag. 34 lo ritornerò nella mia casa onde io uscio. Novell.ANTIC. Firenz.1572 novel. 20 lo poi che mi partio,abbo avuto moglie efigliuoli. Etic.di Arist. compend. da Ser BRUNET.ediz. Lion. pag. 100 quando io udio le loro parole, non mido lea &c. Gli o dunque di udio,finio, lemeo et c. in terza persona, non sono licenze di poeti,non aggiunteper iscansare gliaccenti,ma regole o modi di terminazione, e risultati di una lingua, che in altra si trasmutava,come or ora meglio dichiareremo. Che amoe si;che'lsipuò dir percerto. e . Che rifutoe l'onor di tanta manna. Vit. de S S. P P.  inciampo e in una pietra, e fece alcuno strepito: pag.10 con molte lagrime cantoe salmi, e pag.6 ľani male si levoe a corsa, e fuggie:pag. 43 per la sele l'uno morie,e pag. 47 udie una voce che gli disse et c.'Or questa uniformità fa vede re,come dianzi ho pur detto,una proprietà di cadenza nelle terze persone singolari del preterito in su le origini della lingua, e quin di è che se ne abbiatanta copia ancora ne'prosatori;e tanto èlun gi che l'E si aggiungesse perevitare l'accento,che ci è facile tro yare temè,ma non temee; se non forse per la rima.Cosl Dante dis sePurg.3212 senza la vista al quanto essermife e permife,voce interain sestessa,come vedremo nella seconda parte al num.6 del verbo Fare.   dopo che le altre persone omologhe del preterito si erano concordate nella desinenza.Così tutte le prime escono in I,amai, temei,udii, tutte le seconde in sti, amasti,temesti,udisti:e tuttelepluralihan pari concordia di finale. Or come poteasi tralasciare quesť armonia nelle sole terze del singolare? Questa è la origine vera degli O e degli E che si aggiungevano, e non le sognate fra le minuzie di una grammatica, che inaridisce. Col progressodel tempo sivolle trascurare quellaparitàdicadenza, e le voci sichiuseroin 0, in E, inI,ac centandole finalmente, sebbene quelle chiuse in O si trovino spesso tra gli Antichi senz'accento comeinFazio degli UBERTI, e nelle NoVELLE ANTICHE.Ed oranoi,lucidiesseridi unsecolointelligente, go diamo su la idea dolcissima di una lingua perfezionata. Ma i gravis simiAntichi,colle mire ch'essi aveano,questi Antichi io dico, risor gendo,ne sarebbero in tutto persuasi?  E cid su le terze persone singolari de'preteriti: ora torniamo al verbo temere o dovere, dalle considerazioni del quale siamo qui per venuti. Si noti che doverono e temerono ammettono le tre solite scor ciature Lemeron, temero,temer,come amaron, amaro, amàr,perchè da lemeron ci troviamo all'altra desinenza intera temèro prodotta da ti muere,come dovèro dadebuere: laddovedovellerononsopportacheuna scorciatura appena,potendosi faredovetter, ma non proceder più oltre; perchè le nuove scorciature non ci fanno casualmente trovare in altra desinenza compiuta in se stessa.Tanto è vero quelloche siadditonel 3. 17. E'certo che ne'perfetti delle seconde conjugazioni italianeso no le irregolarità più grandi: ma non ho veduto che altri notasse in esse un incontro curioso: cioè la irregolarità non concerne mai se non la prima persona singolare,e le dueterze singolare e plurale,mentre tutte le altre persone si trovan sempre comela regola chiederebbe. Cosi nel preterito rompere abbiamo ruppi, ruppe, ruppero anomale; e le altrevocisono rompesti,rompemmo,rompeste,come vorrebbe la indo le di un perfetto italiano regolare rompei, rompè et c. Tal cosa è so vente osservata e confermata con esempj nel prospetto. E m m i più vol. te nato il prurito d'indovinare onde sia talearcano di lingua. A me ne sembra la origine dall'avere le terze persone plurali una seconda desinenza derivatadal latino,per esempio rupere ond'èruppero,enon daruperunton d'èrupperono, oromperonoBo'i reg.2, chepursitro ya negli Antichi: vedi ilprospetto di questo verbo. Romperono ha l'ac cento,che riposa in su l’E: e quindila terza singolare non può es. sereche rompe, e la prima rompei; laddo veruppero hal'accento nell'U, restandobrevelaE.Quindi perleggedicorrispondenzalaterzasin golaredee tenere l'accento anch'essa nella vocale precedente, e non nella finale; altrettanto dee succedere nella prima singolare: e per ciddeemancarel'E diEInella desinenza, giacchèl'E diEIintutte le conjugazioni seconde è gravato di accento; efinalmentedee cavar seneruppi, ruppe,ruppero. Ma rompesti, rompeste,rompemmo non pos.  18 già   26. Ma diciamo qualchecosa de'perfetti de'verbiausiliari.Nascono fuit fusti fosti C2  sono non avere l'accento sull'E in forza dellaformazione loro,essen do in esse la E seguitata dalla doppia consonante S T, M M. Quindi non possono non esser tali come romperono, quantunque poco o nulla usate, come avviene in molti se provenissero da rompei, rompe, verbi irregolari. E per cið l'anomalia de'preteriti non può concer nere se non la prima singolare, e le due terze persone singolare e plurale de'perfetti. Questo discorso vale eziandio ne'verbi ano mali di terza conjugazione ; dicendo dell'I quanto si è detto dell'E. Potremo da ciðtantomeglio persuadersi, cheamaro, temero,&c. sono desinenze piene in se stesse, e non sincopi di amarono merono et c. fuisti Fui da Fui fuistis fuerunt fuere fummo fuste foste furono 19 fuimus furo Questo tempo somiglia in tutto al preterito debui o timui della se conda conjugazione latina,alla quale appartiene ilverbo esse,o pure essere secondo che leggesi in Plauto. Pure esso nelle persone non ha subito la legge di mutare l'UI:ma ciò non è stato senza una ragio ne: Imperocchè dando luogo a tal mutazione, sarebbe risultato fei, fe sti,fe et c, e questo è il preterito appunto del verbo fare: purtroppo si osservano tra gli Antichi talvolta le voci del preterito del verbo sostantivo piegate in quelle del verbo fare: Cosi Fazio degli UBERTI nelsuo Ditcam.1.4c.8 dissefoperfu. Per il diluvio chefositene broso:Filip.Vil,nelprologo allesueStorie:con lo stile che aluifo possibile:e Faz. Nel Ditlam. lib.3 cap.22 infinescrivefonno perfurono,e Fr.Guitt.let.12, scrivefoe per fu:e Fra Jacop.1.2 can.172 scrive fom per fummo.Per nonconfondere dunque una cosa con lealtre,non doveasi praticarela legge anzidetta: nei tempi debui,debuisti periva in. tuttele persone l'UI,eccetto l'Ifinalenellaprima perfareil cambiamen toindicato. Infuisti, fuimus &c. sièritenuto l'U, edèperitol'I:edin fuerunt è peritol'E. Si noti cheil fuit dagli Antichi si rendeva,e nesonopienii libri, perfue. Igrammaticihancreduto l'Edifue come una giunta per non terminare quell'E non è che la E nella quale dovea mutarsi l'UI, supplita in questo luogo per dare alla terza singolare del perfetto la desinenza in E,comune a tutte le persone simili di altri verbi di questa con jugazione, dicendosi lemè, iemelte, crede, ruppe et c. Tanto siam dunque lontani che l'e di fue siasi una giunta, che anzi era lettera distinti va della persona, ed una conseguenza dellamutazione, che aveasi a faredelUI in E, come più si poteva. E quando sparì quell'E, sitol fue fu in accento la semplicefu:mą   serealmente,non si cesso di aggiungerla.Ed ora ci rimane il sem plice fu, voce cheesce affatto da ogni regola di terminazione. da Habui E le voci avesti, aveste, avemmo sono comunissime: delle altre avei, avè, averono, se pur furono in uso, non ho presente nemmeno un esempio; e solamente mi ricordo che in Fr. Jacop.si legge avi per ebbi, ed avvero per ebbero. Di buon ora s'introdusse la irregolarità, la qua le concerne, come ho detto, la sola prima singolare, e le due terze singolare e plurale, e si fece ebbi, ebbe, ebbero; presa la occasione c o m e s'intende pel S. 17 dal habuere: perché se ne dovea cavare ha. bero,con lapenultima breve,donde ne seguitava habe per terza sin golare, ed habi per prima; e somigliando queste due voci ad altre dell'antico presente abbo, abb i et c, non potè non cambiarsi l’A in E, condirsiebi,ebe,ebero,ebbi,ebbe ebbero.IPoetitalvoltaco me PETRARCA Trionfo Fam.cap. : ora investighiamo, come da’pre teriti più che perfetti latini ne derivassero gl'italiani, che tanto sem brano differenti. E certamente i Latini esprimevano col tempo la qua lità che si affermava, ossia la cosa che siera fatta: e tali erano a m a yeram,fueram,habueram.Ma negliitaliani sidecomposero gliattri buti, e si disse io aveva amato,io aveva avuto,io era stato.Possiamo però conoscere che tra'Latini medesimi si aveano i semi di simili riso. luzioni. Cosi Cic. nel 15 Fam. 20 disse, quantum ex tuis litteris h a beo cognitum per cognovi:od in Verr.7 63 hodie sic homines ha bent persuasum: cosìnel 4 Ac. comprehensum animo habere atque perceptum; ed altrove assai volte. Pertanto nel passare da'preteriti più che perfetti latini agliitaliani,nonsifeceche ampliareciocchè giàsi usavadai Latinimedesimi. Abbiamopiù voltenotato,che  20 per la rima scrivo. no ebe con un b solo:qualche Antico ciò praticava quasi per abitu dine, come può vedersi nel Dittamondo di Fazio degli UBERTI l'uso finalmente ha stabilito ebbi, ebbe : ma,ebbero:vociche varianonel principio e nel fine come appunto i preteriti greci. 28.Ma bastisu'preteritisemplici avesti ayè avemmo aveste averono avero. 27.Seguendo le leggi descritte dovea nascere ancora Habuisti Habuit Habuimus Habuistis Habuerunt Habuere I Ayei v.92, li che incominciano ad imparare il latino quel lo scordano, facilmente,o che per disusoin parte esprimono le azioni trapassate col verbo habe re,e col participiopassato latino. va linguagl'Italiani erano Or siccome nelle originidella in rispetto della lingua latina nuo punto chi principia ad apprenderla come ap, o chi per disuso l'ha quasi di   menticata; così l'analogia e la voglia di esprimersi inqualche modo gl'indusseade comporre,edireioavevaamato,io avevaavuto. &c; lasciando in amalus ed habitus gli S finali, e mutando gli U in 0 secondoleleggidelş ireg:2e3, dalle qualiappuntorisultaamalo ed ayuto con i cambiamenti suggeriti appresso dall'uso. 29. Quanto al verbo essere:il più che perfetto latino è fu -eram, fu-eras,fu-erat&c:t alivocisonocompostedi eram,eras,erat,e fuo fuit: quasi dicasi io erafu:tu eri fu &c.Seguendo pertanto l'indole del tempo aveasi ad indicare tal nozione che spontanea si presenta: cioè dovevasi indicare che questo era spettante alfueram; non era indeterminato,e pendente come chiamano i Grammaticil'imperfetto, ma era piuttosto di un tempo definito e certo. E'noto che i Latini appuntocon la voce status, stata, statum upita al giorno o tempo accennavano i giorni e tempi definiti. Cic. Offic.37 status diessit cum hoste:o come Plinio disse stato tempore. Quindiin tempo che la lingua degenerava o si decomponeva si disse io era stato,cioè in tempogiàfisso, giàpassato,e non pendente:tueristalo,cioèintempo fisso et c, egli era stato, &c. La voce stato fu dunque come una giunta o segno di cosa passata, e non altro:ed in seguito si aggiunse a tutti itempi,che lo richiedevano nel verbo essere.I Grammatici han creduto, che stato sia il participio del verbo stare applicato al verbo essere. M a non dee presumersi che la formazione del verbo stare pre ceda quella di essere, che èil primo de’verbi,e verbo per essenza: edaggiungo che sto,stas tra'Latini,da'quali derivava in gran parte la lingua,se non è privo diparticipio, certamente ne somministrava un uso ben raro, come può intendersi, consultando il Forcellini sul verbo sto sta.Per taliriflessièda concepire,cheilverbo esserenon abbia participio se non quello dedotto da stalus, stala et c. usato in principio come segno e non più, di cose precedenti e consumate. 30. E da ciò nacque, che a poco a poco si tentò creare un par ticipio proprio di essere,facendosi essuto,issulo, o suto. Quindi AlBERTAN. Giud.cap.44pag.100 ediz.Fir.1610maggioronoreglisareb be essuto s'egli se ne fosse rimaso. Amm AESTRAM. degli Antic.pag.93 Nella Grecia la Filosofia non sarebbe stata in tanto onore s'ellanon fosse essuta invigorita per contenzione. Collaz. Ab. Isac. pag. 59 E se l'uomo avesseconosciuto lasua infermilate nelprincipio e avessela veduta ; non sarebbe essuto negligente. Questo participio pareva il più naturale: pur si disse anche issuto; ma più di raro: AMMAESTRAM.de gli Antic. pag. 303 la nuora il seguente di che è issuta menata, di. manda &c.Ma più di tutti fu in uso ilparticipio sutopiùanalogo a sono,sei &c,e molti nesonogliesempj in Boccaccio,nelle Croniche diLionardo MORELLI, nelMorgante del Pulci, nell'ARIOSTO, ed in altri: ne allego un solo tratto da' FIORETTI di S. Francesco cap. 38 a.me si è suto rivelato che tu et c. A fronte di tali sforzi non irragionevoli lavocestato, laquale nonera che unsegno,divenneilparticipio legittimo, esclusone ogni altro, 21    Ed eccone gli esempj. Fra JACOP. Poes, Spirit. lib.1satir.i averanno reg.2, 3,7 perchè se nell'habebo si cambiavano i due B in Vrisultava havevo e quindi havevi,haveva &c.come nell'imperfetto:nonvolendosi dun que ritenere il secondo B, fu necessità cambiarlo in altra consonante, e fu questa la R, e se n'ebbe averò, averai, averà et c. in forza delle regole generali citate: mapresto sitolseanchel'Eintermedio,esi fece Ayrd Avremo ayrai  22 Sempre serai in tenebria Ditlamon.lib.icap,25 eris erit erimus eritis erunt avrete ayrà avranno serai sera seremo Serete seranno. LATINO habebis AveròS.Ireg.7 31. Venendo ai futuri dirò prima come derivassero quelli de’ver bi ausiliari. Nel verbo essere è il futuro Ben serai crudo se gli occhi non bagni. FBA Guit, let. 3_pag. 13,e anche sera di molti. Dittamon. 1.2 c.31 L'ITALIANO nelle origini Sero Le cose quivi ne seran più conte. Novell,ANTIC,99 seranno queste le novelle che io porterò. Chileg. gegli Antichi trova questeésimili vocinon infrequenti.Manifesta mente dunque derivano dalle latine con la giunta di un S in prin cipio per uniformarle con sono, sei, siamo et c. Del resto eris,erit, giusta le regole, danno erai, erà,S. 1, e quindi serai, serà. Presso al cuni popoli ancora si ode ladesinenza serimo, serile, che presto fu ridotta in seremo, serețe et c. Al presente si trova cangiato anche il pri mo E,dicendosisarò,sarai.Questo cambiamento è1'usuale,ma non forse il migliore, secondo le regole. Vedi il verbo essere n. 13. Quanto al futuro di avere era il habebit averaiS.Ireg.5,e7 averemo reg.2, 3 habebitis LATINO Ero Habebo habebimus avera S. i reg 6, 7 averete reg. 2,5, 7 habebunt L'ITALIANO   e talvolta a simiglianza delle mutazioni occorse nel presente si tolse anche l'V,esen'ebbe Aremo arai arete arà E stabilita una volta la cadenza de'futuri ne’primi verbiessereed avere inserò, sarò, arò per continuadiscendenza dallatino;qualmeravi. glia che siestendesseposcia ai futuri di ogni verbo, esi dicesse amar),amerò,temerò&c. 32. Può nondimeno assegnarsi altra origine dei nostri futuri, sem-" plice al paro che universale. Nel nascere della lingua si scrisse raggioper amarò,faraggio per farò come leggonel B.Jacop. lib.2c.15, elio faraggio questa convenenza: edice raggio per dirò come lostesso autore scriye lib. 2.c. 25 or m 'udite in cortesia Però crudele, villano, e nemico Sarabbo, amor,sempre ver te se vale &c. In alcuni villaggi d'intorno a Roma si ode anch'oggi la desinenza in ajo, come farajo, amerajo et c. A ben riflettervi tali voci non senoncheamar-aggio, dicer-aggio,far-aggio &c:vuoldire aggioa fare,aggio a dire,aggio adamare:formole intutto del futuro:per chè colui,il quale ha afare, non ha fatto, nè fa, ma riserbasia fare: cioè dichiara l'azione sua come futura. E perché in luogo di aggio si disse ancora ajo; quindi è che si hanno pur le cadenze amerajo, farajo&c.Ma siccome in progresso abbo, aggio, ajo degenerarono nelle più semplici ho, hai, ha, avemo, ayete, e per sincope aemo, aele, han no;cosìda ultimosifeceaver-ho, aver-hai,aver-ha, enelpluraleaver emo, averele, lasciato l'a del dittongo in aemo, ed aete, e finalmente aver-hanno:ed eposto l'hozioso nel mezzo di tali composizioni,sieb be aver-o,aver-ai&c.Ma perchèho, ha,come monosillabe han suono tutto raccolto in esse,e grave come per accento; quindi è che poco a poco simise ancorl'accentonelleprimee terzesingolari,dicendo si averò, averà et c. Pari è la origine di serò, serai, serà et c.voci del futuro del verbo sostantivo, quali usarono da principio per sarò, sarai, sarà et c. Risultavano dall'infinito essere,troncatene le due prime let tereES,come insono, sei &c, tanto che se ne avessesere,equindi  aranno, come si scorge ne'libri degli Antichi: Così Lell. 5 tra quelle del B. GIOVANNI delle Celle: solo tanto l'arò a immutare, e nella letter. XI a Guido, arai Dio teco, e più sotto, dove arai a stare in eterno, e lett. 13, che mai non arannofine. FR. JACOP. lib. 2. cant. 3 pianto harete é dolore: tali yoci si hanno pure ne' GRADI di S. Girolamo nell'Eneida di Annibal Ca'Ro, e nel Cavalca, e comunissimamente nell'Orlando del BERNI. Diceraggiovi via via. FraGuit. ediz.Rom.1745lett,3 lamoremioparteraggio,elett.16 folle acquisto far mi guarderaggio: e tal volta ne'scuri principj della lingua s'incontra la desinenzain abbo,farabbo,amerabbo et c.per il futuro. GUITTON. d'Arez.Son. ame 23 Ard sono   ser-ho, ser-lai, ser-ha, ser-emo, ser-ete, ser-hanno:e finalmente sarò, sa rai,sarà&c.Siapplichi lateoria dichiarata ancheagli altriverbi, ed avremo amar-ò,amar-ai,amar-à,amar-emo,amar-ele,amai-anno, comesidisse originalmente: le Letteredi $.Caterina di Siena ediz. di Aldo son piene di questa desinenza,ed ilVarchi,egregio maestro di lingua, ne fa uso ben grande nelle opere sue.Ora l'A precedente l'R fina. lesicambia inE,non sapreiperqual vezzoirragionevole(vediama re nel futuro del prospetto:) e siè prodotto amer-ò,amer-ai,amer-à, amer-emo &c. Dicasi cid proporzionatamente di temerò,temer-ai,sentir-ò,sentir-ai et c. 33. Si noti, che la terza singolare del presente di avere era have, hae, ha. Spesso inluogodiadoperarehanelcomporre ilfuturo,fu adoperata la voce hae,con dire aver-lae, aver-ae, amer-hae, amer -ae, far-hae,far-ae. Questadesinenzaè frequentissimain alcuniantichi Scrittori. I nostri Grammatici han creduto che l'Ediaverae,farae &c. fosse un aggiunta, per genio della lingua, che non soffriva di termi nareinaccento:ma essa non èchelaE dihave,hae; etantoèlun gichefosseun'aggiunta,che anzidicendosiora averà,amerà,non già si è cessato di aggiungerla,ma si è tolta propriamente laE spet tante all'have,hae.Siapplichi quanto ho detto alla desinenzaameroe per amerò lemeroe,per temerò et c. E'difficile trovar parola italiana terminata in anno,la quale si scorci,eccetto le terze persone hanno, danno, fanno, stanno,vanno, formate tutte a simiglianza di hanno. Quindi le terze plurali avran no, ameranno &c.non si dovrebbero troncare;ma perchèson esseun composto di aver-hanno,amar-hanno;cosi queste voci non han po tuto perdere lo scorciamento particolare di hanno, e degli altri dan no, fanno et c. foggiati a simiglianza di esso, come si vedrà nel trat tare partitamente de'verbi.Anzi aggiungo,che hanno, fanno, slan no &c.intanto si scorciano perchè nelle origini si diceva fano,stano, e così forse hano:voci idonee tutte agli scorci,restando han, fan, dan:e siccome pur queste sirinvengono mozzando hanno,fanno&c, perciò sono ricevute. Chi volesse notomizzare più sottilmente questa materia, potrebbe trovare forse le tracce del futuro del presente nel futuro del congiuntivo. Cosi lasciato da amavero, celavero &c. ilve per simiglianza di quan to si pratico nel fissare la derivazione dei preteriti, si avrebbe ed accentandoli celaro  24 54. Riguardando a tal seconda spiegazione,i nostri futuri non sa rebbero quei de'Latini trasmutati:ma solo deriverebbero quanto ne derivano gl'infiniti de'verbi,ed il presente del verbo ave re, che ne sono gli elementi componenti. dal latino da Ama(ve)ro cela(ve)ro amaro et c. 55. Quanto agl'imperativi ognun vede che l'amato, il timelo, il legito, el'auditode'Latini,altrononèche l'amatu,temitu,leggi Amaro   lu,odi lu degl'Italiani. Le altre voci italiane sono pur le latine tra dotte:ma perchè questesono lestessedei presenti,partedelcongiuntivo, eparte dell'indicativo,overo del futuro dell'indicativo; cosìnon bi sogna se non investigare come que'tempi si diramino dal latino,cioc chè si è fatto, e si farà tuttavia. 36. Eccomi pertanto ad esaminare il congiuntivo de'Latini,dal quale hanno origine tutte le voci del nostro ottativo e congiuntivo. Ames Amet Amemus Ametis Ament Nelle voci amemus, ametis l’E si volge in IA, perchè nel tradurle si riguardanotalivocicomedipendenti dalla seconda singolare conlagiun t a d i a m o o diate, ami amo, ami -a l e. Del resto sebbene l ’ E finale avanti la S dovea mutarsi in I; e la E di amem o di amet dovea secondo leregole conservarsi; pure ne'principj non erano questi limiti abbastanza riconosciuti: e diceasi promiscuamente io ame,tu ame, que gliame:desinenza era questa originale, perchè meno distante dalla latina, taciutene le consonanti in fine, e resta tuttavia tra’ Poeti, spe cialmente per la rima: nondimeno si crede che questa sia termina zione di licenza, e non primitiva e spontanea. Tale è ilprogresso delle cose,c h e dimentichiamo gli usi più naturali, sostituendone altri men proprj,che poscia il tempo caratterizza come legittimi!Vedi amare num. 14. Nelle altre conjugazioni, lasciate o mutate le consonanti finali se condo le regole S. 1, e lasciato l'E, o l'I precedente l’A finale, S. I reg.4,risulta dal LATINO Timeas Timeat Timeamus Timeatis Timeant Tema Temi, e poi tema Tema Temiamo Temiate Creda  d 25 1 Timeam ITALIANO Ame,ed ora ami L'ITALIANO LATINO Amem Credam Temano Credi, e poi creda Creda Crediamo Crediate Credano Credas Credat Credamus Credatis Credant Ami Reg. 4 e 2 Ame,ed ora ami Amiamo Amiate Amino.   E ne verbi ausiliari. Nel qual mutamento l'EdiHabeam et c.èdivenuta per eccezione o dolcez. za un I, ed ilB siè raddoppiato, osservate ancora le regole generali. Quanto alsim, sis, sit, simus, sitis, sint, siccome il verbo essereè di seconda conjugazione, e tutte le seconde conjugazioni anno il presente del congiuntivo terminato in A nel singolare, almeno nella prima e terza persona; quindiè che si fece iosia, tusia,o sii,quegli sia, noi siamo, siate, siano. 37. Ma perchè nelle origini della lingua non era ben decisa la terminazione, con cui chiudere levocidel presente nel congiunti vo, si tento talvolta, o si dubito modificarle in tutte le conjugazioni, come nella prima. E siccome la prima era terminata in io ame ovvero 38. Così pure essendosi terminata la prima conjugazione in I nel presente del congiuntivo,siterminarono talvoltain Ipurlevoci delle altre: e si trova abbi per abbia, giunghi per giunga, vadi per vada &c,in terzapersona: Lett.S. Cat.pag.31. Deh!nonsirendi più il cuor nostro ambiguo,cieco, e negligente.E quindi è che tra'Cin quecentisti generalmente le terze plurali abbiano,temano,leggano fu Abbia  Habeam 26 tu ame Ilabeas Habeat Habeamus Habeatis Habeant Abbi ed abbia Abbia Abbiamo Abbiate Abbiano io ami quegli ame quindi èche si quegli ami; trovano anche i verbi di altreconjugazioni figurati. Così AB. Isac. Collaz. cap.2. cosi con scrive,abbie preziosa operazione: e cap. 12 abbie paura della superbia, ed ALBERTANO Giudice l'uno de Scrittori più antichi assegnato all' anno 1260 in circa, scrive vece diabbia al principio del cap. in 6 tu abbie: e si dice abbie cari tade e fa ciò che tu vuoi, e cap.9 dci render lo beneficio all'amico con usura se puoi:e se no; abbie spesso lo beneficio a te dato memoria: e cosi nel cap. 3 usa in pieper diche per dichi, enel 5 in finesap sappi: e nel cap. 9 sie per sia. Sie largo di dar mangiare Tuoi conti ecari amici,e nel alli cap• 38 de'tuoi beni e dello stato che Dio l'ha dato ţi stie contento.Tali formole parrebbono a chi non guarda alle origini, tutte licenziose, laddove ri naturali,quando erano modi primitivi e la lingua pendeva ancora indecisa circa la desinen za.Ora eccettosie efie,le quali pur vogliono gran parsimonia piùnon siuserebbono talivoci. Vediesserenot.17, avverto che tali voci abbie Del resto io non all'imperativo,sie&c.spettano al congiuntivo come. tu amirono abbino, temino, leggh i n o et c ., che poi l'uso ragionevolmente 27 ha ri pudiate, perchè rimanesse un divario tra le cadenze, onde riconoscer ne le conjugazioni. ec.1491. Are ( avrebbe) quelcolpo gillatigiù mille. E qual sare'colei che nol facessi? In questo esempio il primo sare sta per sarei, e l'altro per sarebbe. Eguali manieresiscontranoancora,ma più rare assai,nell'Orlanda del BERNI:così nel c.5.16  39.  Quanto all'imperfetto amarem,amares,amaret; taciutene le consonanti finali risultava amare, voce non distinta dall'infinito: si aggiunse per cið un I finale, e si fece amerei:e siccome il per fetto dell'indicativo termina in I, dicendosi amai, temei, sentii, e da questa si ebbe per seconda persona amasti, temesli, sentisti; cosi fu con progresso consimile terminata la seconda di questo tempo, dicen dosiameresti, temeresti, sentirestiaggiunto un TI ad amares,timeres, sentires,il quale in origine non era che un lu, e perciò trovasi tal volta ameres-tu, vederes-tu per amaresti, vederesti &c.Cosi PASSAVAN ti nel suoSpecchio di Penitenza pag.107. Avrestuoffeso intaleolal cosa?&c.Laterzaamaret,gittatoilT,divenneamare nuovamente, e per distinguerla si fece amerie,ovvero ameria per essere ne' prin cipii non ben precisa la vocale distintiva da aggiungersi. Quindi in FRA Jacop.lib.4 cantic.30 silegge fariemiconsumare,permifaria consumare;e nellib.5can.27 si ha vorrielo perlo vorria,eDan.Par. 29: 49 usa giungeriesi per sigiungeria. Nel Morgante del Pulci s’in contra un uso speciale, ma certo molto analogo a dimostrare la ori gine di questa persona.Egli più volte in vece di modificare diver samente la voce, o desinenza amare, aggiunge un apostrofe,e scrive amere',sare',potre'perameria,saria,potria.Vedi c.12,13,c.13, 13 e 38. E son qui per provarquelchel'hodetto. 'Amaremus diede ameremo mutatol'us in mo secondo le regole generali: ma perchè ameremo è pur del futuro, si aggiunse un'M, facendosiameremmo:amaretisdiedeamereste,come da amarespro viene ameresti; o come da amasti proviene amaste. amerieno da amerie; ovvero mutato il T di amarent in secondo le regole,siccomerisultaamereno;cosi coll'inserirviun'I,sen'ebbe amerieno. Amerie, ovvero ameria, ecostamerienosonodunque desi nenze originali:e questa è laragione, per cui ne' Prosatori antichi, come ne'Poeti, si trova tante volte la cadenza inieno,amarieno,te merieno,farieno: la quale ora è mutata in iano, ameriano, temeria AO et c.da ameria, cemeria, che prevalse sopra di amerie, temerie E disse sare'io, ch'era pursaggia, Che a cosi degno amante non piacessi, Purchè mai tempo e luogo accaggia; Ancormi dare il cord'uscirne nello, ipo d2   chissimo usate fin da principio.I Poeti,sovrani conoscitoridella dol cezza degl'idiomi, ritengono tuttora, usandola amplissimamente,la terminazione in ia ed iano. I Prosatori l'hanno quasi dismessa: nè io credo che ciò seguisse con piena ragione: giacchè si allontanarono davoci, le quali presentano laoriginelorodallalingualatina che ne era lamadre:e potevano variare con ogni dolcezza il discorso. Inluogo di ameria,ameriano sottentraronole altre amerebbe,ame rebbero, ovvero amerebbono. Queste voci a somiglianza di quelle del futuro sono composte ancor esse, ma dall'infinito e dalle terze del perfetto diavere, amar-ebbe, amar-ebbero,ovvero amar-ebbono.Può no tarsilamarciaincostantedegli uomini:mentre sonostatiesclusi tantiB dagl'imperfetti, e dai futuri,qui ne sono stati riprodotti con usura: la desinenza è divenuta più lunga, e talvolta quasi indistinta, essen dovi alcune terze. Resta a dire qualche cosa intorno la desinenza amassi, temes si&c.laqualeesprimeilpresentedell'ottativo,e l'imperfetto del congiuntivo. E 'manisesto che questo tempo è tratto dalle voci sincopizzate del più ch  perfetto de’ latini nel CONGIUNTIVO, tolto n e il v i come nel perfetto dell'indicativo, e serbate leregole generiche delle vocali finali, lasciato l'M, e mutata l'E in I et c. Amassi Amasse Amassimo Amaste Amasseno.  del perfetto, che somigliano, come crebbe, increbbe, bebbe, ecc. E poco vedo cosa abbia a fare ebbe e debbero, vocidel perfetto, convocidel soggiuntivo, lequalihannodell'imperfet persone to, cioè che resta da fare. Possono osservarsi al verbo amare, dove trattasi della desinenza in ia, ed iano, altre incongruenze. Ma l’uso ha già prevaluto, e chi parla dee parlare conl'uso. Tale appunto sorse la terza plurale: ed ancora n e restano degli esempj Fra Guit.  let.I pag.8 se'reiabitasseno,elett.2ev'entrassenoalcore. PETRAR. son. 154 che andassen sempre lei sola cantando&c.Ma posteriormente di “amasseno” si fa “amassono”, ed ora dicesi “amassero’ co munissimamente. Si noti che la seconda plurale amaste involge una mancanza di lingua: perchè non più vi resta il ssi o sse, caratteristi co di questo tempo, e perché amaste è voce plurale ancora nel perfetto dell'INDICATIVO. Ed è certo un difetto con una voce stessa esprimere tempi, emodi tanto differenti. Forse è natodaciòchetalvolta s'in contra voi avessi per voi aveste, come in Antonio Pucci Centiloquio cant.69 terz.58. Se voi in qua non m'avessi menato. Anzi ho notato che MACCHIAVELLI tanto conoscitore della sua lin Amassi nel suo 28 Ama (vi)ssem Ama (vi)sses Ama (vi)sset Ama (vi)ssemus Ama (vi)ssetis Ama (vi)ssent   Ma primach'iosentissetalruina&c. FRA JACOP.lib.6 c. 18. 28. 42. E siccome questo tempo nell'italiano esprime il presente dell'OTTATIVO, e l'imperfetto del congiuntivo, i quali non E cosìnella Gerus.: "Quel partissi addita azione già fatta.  29 gua, spesso in tal tempo usa la seconda singolare per la plurale con premettervi il pronome.Cosi nell'Arle della guerra ediz. Cosmopoli Far este voi differenza di qual arte voi li scegliessi, e pag.63 iodcsiderereichevoivenissiaqualcheesempio,pag.233.so lovorrei che voimi solvessiquesti dubbj,e 236 vorrei chemi dices si&c.Un tale scriveresidirebbeartifiziosoonegli gente?Glieru diti decideranno se forse era meno male così scrivere. Certo se replichiamo nel singolare io amassi, tu amassi,perchè non farlo nel plurale? Amassetesarebbestata,parmi,lavoce idoneae conseguente:ma sealtri la dicesse ora, sarebbe uno sgraziato, un imperito. Tanta è la prepon deranza degl’abusi, resi venerandi per vecchiezza. L'origine di questo tempo è similissima in tutti gli altri verbi.Così da timuissem è temessi, da legissem è leggessi, da audivissem udissi, &c.e nezliausiliaridafuissemfossi,dahabuissem avessi,mu tato al solito il B in V, e ľ U I in É come in “timuissem”, timui ecc. e tutti soggiacciono all'inconveniente anzidetto.Del resto ne'principj della lingua pendette incerto alcun poco se avesse a farsi amassio amasse di amassem, e così sentissi o sentisse di sensissem. Quindi Fazio nel Dittam. lib. 1 loro discordano, ma PROVIENE DAL LATINO, che era un più che passato. Così le di lui voci medesime scorrono a significare cose passate non senza un pocodi confusione:ma egliè male di origine, esivuol condonare:peress.SEGNERI Predic.358.10Visovviend'altroreo,che mai tollerasse una o più tragica o più tirannica forma di tribunale? E'chiaro che quel collerasse esprime cosa passata:tale è pur quello nelle Vit. De'SS.PP. tom.1pag.83.E allora conosceretechefuil meglio per m e ch' io m i partissi molto fra D'amarli e di servir, quant'io potesse. BARBER ch'io gli mandasse a quello. Giosafat ed io non sarei savio se io tale cosa manifestasse. Novell. ANTIC.37 s'iovolesse dire una mia novella&c.Nel primo tom.delle Delizie degli Erudili Toscani pag. CL.sinotanoaltriesempj disi mili desinenze. E se piaciuto pur fosse là sopra ch'iovi morissi, il meritai coll'opra. Quanto agli altri tempi amaverim, amavero et c. sono decom posti negl'italiani,che io abbia amato, o io avrò amato et c. Sicchè non vi resta presso a poco da osservare, se non quanto si disse in torno di habueram, fueram ecc DIPENDENZA delle conjugazioni italiane dall'infinito, e loro somiglianza generalissima. Conjugare i verbi italiani non èchevariarediversamentel'in finito,secondoimodi,itempi,lepersone,inumeri,come altrove si è detto. Or volendo conoscere queste variazioni e somiglianza loro generale, si avverta. Ogni infinito termina in “-RE”: “amare”, “lemere”, “credere”, “sentire”; e quasi tutte le variazioni succedono appunto in questo RE finale:solamente talvolta subisce de cambiamenti anche la vocale precedenteilRE.Cos)per avere I participj presenti, il “-RE” si muta in “-NTE” nelle prime e seconde conjugazioni: “amante”, “credente” &c.E nelle terze tutto l'IRE, per ess. di sent-ire si muta in ente, sentente; ovveroilREsimuta inENTE;obedi-re,obedi-ente.Per avereil par ticipio passato,aparlar generalmente, basta nella prima e terza con jugazione mutare il “-RE” in “-TO”: “ama-re” > “ama-to”,senti-re,senti-lo.nelle altreconjugazionisicambiatuttol'EREinUTO lem-ere,tem-ulo, cred-ere, cred-uto. 2. Quanto ai tempi per avere il presente singolare si lascia il RE dell'infinito, e lavocale precedente il “-RE” simuta in “-O” per le prime persone, e dove bisogna in Iperleseconde;ma perle ter ze persone, tolto ilRE, I'lsicambiainE nelleterzeconiugazioni: nelle altre non bisogna variazione ulteriore. Ama-re teme-re Crede-re a m a teme crede senti ne’plurali il “-RE” dell'infinito si muta in “-MO”, “-TE”, e “-NO”, per le prime seconde,e terze persone. Ama-mo Teme-mo Crede-mo ama-te teme-te crede-te senti-te a m a -n o teme-no crede-no Senti-mo  30 E cosi trovansi presso gli Antichi terminate le prime e terze plurali. E per dare qui un qual ch'esempio su le terze plurali, CASTIGLIONE nel suo perfetto cortigiano usa commoveno, rivesteno, discerneno, occorreno, cadeno, moveno, serveno, ed altre moltissime. Nell’archisihagiaceno, soggiaceno,ed altre. Ma ora l'uso porta che anche le vocali precedenti il “-RE” hanno subito de'cambiamenti, dicendosi tutte le prime persone amiamo, temiamo, crediamo, sentiamo:enelleultimedue conjugazioni terminandosi le terze persone plurali in ono, temono, cre sente -n o 1 S. III. 1. amo temo credo sento ami temi credi Senti-re sente. Quanto ai verbi della terza conjugazione, ne’’ qualivi è la doppia cadenzacome abborroeabborrisco (vediquestoverboinfine della prima parte ) sappiasi che la cadenza in isco esce di regola nei pre senti dell'indicativo, imperativo,e congiuntivo. Tutto il divario è che in questi presenti le persone, prima, seconda, e terza singolare, si formano come prima secondo le regole, e che poi alla vocale fi nale si antepone la sillaba ISC in ognuna di queste solamente, on de si abbia: la terza plurale si trae dalla prima così mutata, aggiuntole il “-N O”, segno della pluralità ne'verbi. “Abborrisco-no.” Ossia all'infinito abborri re, tolto il R E si congiunge sco, sci, sce, scono, abborri-sco, abbor ri-sci, abborri-sce,abborri-scono. 4. Il Re dell'infinito si muta in VA VI VA pel singolare a m a -re teme-re crede-re senti-re ama-va teme-va crede-va sentiva Ne plurali alla prima, o terza di ciascun singolare si aggiungono le distintive dette di sopra MO,TE,NO. amaya-mo temeva-mo sentiva-mo amava -te temeva-te credeva-te credeva-no sentiva.no Perfetti dell'indicativo per la terza persona l'ultimo “A” di “amasi” muta in “-O” accentato. Nelle altre conjugazioni si accentuano la E o l'I; masiaggiunge MMO  31 dono,sentono &c, come se aggiungasi ilNO alle prime persone, temo, temono,credo,credono,sento,sentono,laddove essendole terze plurali un multiplo di terza e non di prima persona singolare, non dove asiaggiungere il NO, segnodipluralità,senonallaterza sin golare, come dicesi ama, amano, e non amono. amava-no temeya -no STE 1) sentiva -te ama-vi ama -va t e m e -vi teme-ya “senti-va” credevi sentivi Imperfetti dell'Indicativo 2 ) personeplurali, RONO 3 crede-va credeva -m o abborr (isco abborr(isc)i abborr(isc)e 5.ToltoilRe dell'infinitosiaggiungeIperlaprima,eSTIper laseconda persona: per le   senti-sti senti ama-mmo teme-mmo crede-mmo senti. mmo amo teme crede ama-ste teme.ste crede-ste a m a -rono teme-rono 6.Ma nelle seconde conjugazioni,come in temere e credere, ol tre la legge universale,il RE dell'infinito spesso si muta per le pri m e in singolari in T T I; per le terze singolari in T T E, e per le terze plurali in TTERO ovvero in TTONO dicendosi Temei temetti Credei credetti Temė Futuri dell'Indicativo 7. Il solo E finale dell'infinito si muta, o cresce in O accentato 1 ) A I nelle amar-o temer-6 sentire amar-ete creder-emo sentir-emo Presenti dell'Ottativo IIRE si muta in “senti-ste” crede-rono senti-rono creder-o  33 ama-re tem e re cred e -r e ama-sti teme-sti crede-sti amar-emo temer-emo temer-ete creder -ete sentir-ete amar-anno temer-anno I SSI SSI SSIMO SSE. STE SSERO SSONO sentir-à senti i amar-ai temer-ai creder-ai sentir-ó amar-a temer-à creder-à sentir-ai ama-i teme-i crede-i amar-e temer-e creder-e Credé Temerono temettero temettono Crederono credettero credettono 2 ) del singolare A accentato 3 EMO ETE nelle2) delplur. ANNO 3) temette credette Si noti che ora si volge in E anche l'ultimo A di amare, almeno dagli Scrittori, non senza equivoco EQUIVOCO GRICE. Vedi amare nel prospetto not. 9. crederanno sentiranno sentire ama-re teme-re crede-re a m a -sse teme-sse crede-sse crede-ssimo ama-ste teme-ste senti-ssi serti-ssimocic. BBERO solamente nella prima conjugazione si è preso il COSTUME – forse NON RAGIONEVOLE – di cambiare 1A precedenteilRE dell'infinitoinE. sentire sentire-i credere-sti credere -bbe credere-mmo sentire-mmo credere-ste sentire -ste credere-bbero sentire-bbero credere-bbono sentire-bbono Si noti che le aggiunte che qui si fanno per le due prime per sone singolari eplurali sonole stesse dei perfettie che quelle che si fanno per le terze sono, direi, le terze del perfetto di avere, ebbe, ebbero,ciocchè facilita di molto la formazione di questo tempo, presente del congiuntivo AMO ATE credere credere -i sentire-sti sentire-bbe  ama-ssi a m a -ssi teme-ssi teme-ssi crede-ssi crede-ssi senti-re senti-ssi ama-ssimo teme-ssimo Amare Io ami Imperfetto dell'Ottativo Conjugazione 1." Si toglie il RE dell'infinito, e la vocale precedente il “-RE” si muta in I, e nel plurale si aggiunge 3 1 sentisse credeste, amassero amassono temessero temessono credessero credessono 33 I alla 1) S T I 2 ) del singolare BBE 3) MMO I) STE 2)delplurale amare amere-i amere-sti amere-bbe amere-m m o “amere-ste” amere-bbero amere -bbono 9. L'infinito resta immutabile e si aggiungono Tu ami Colui ami Ami-amo Ami-ate Ami-no temere temere -i temere-sti temere -bbe temere-m m o temere-ste temere -bbero temerebbono NO 2 person.  La vocale precedente il -re dell'infinito si muta in “a” in tutto il singolare, e nella terza plurale. Il resto è come nella prima :anzilla seconda singolare può terminare come nella prima conjugazione; i che sarà considerato ne verbi rispettivi. Credere Creda Creda o Credi Creda Crediamo Crediate Credano. Queste sono le variazioni. Gl’altri tempi composti risultano da alcuno de' tempi già esposti, presi da'verbi essere ed avere, e dal participio passato del verbo particolare, il quale si usa; e però non occorrono nuovi cambiamenti nell'infinito. Quindi si dovranno cercare nel prospetto. Intanto si potranno raccogliere alcune regole, e sono: Tutte le prime persone singolari dell'indicativo eccetto il perfetto e l'imperfetto finiscono in 0. Tutte le seconde in I in ogni tempo. Tutte le prime plurali in ogni tempo e modo in “-mo”, e le seconde in “-te”, e le terzein “-no” o “-ro” in alcuni tempi. Ma in tutte le prime plurali dei presenti di ogni modo, degl'imperfetti, e futuri dell'indicativola Mè semplice: amiamo, amassimo, amavamo, ameremo, temiamo, temessimo, temevamo, temeremo, &c. Ma ne'perfetti dell'indicativo e negl'imperfetti dell'ottativo la “m” è doppia: “amammo”, ameremmo, temeremmo, crederemmo, &c., e cosi le seconde plurali in que stid u e tempi ed anche nel presente dell'ottativo anno la “s” avanti ilTe finale dicendo siamásle amereste &c.!,le altre anno il semplice “-te.” Parimente, questi tre tempi possono finire in “-no” ed in “-ro” nelle terze plurali: amaro, amarono, amerebbero amerebbono, amas, amaranno, amarino. Gli. BIBLIOTECALVCCHESI -PALLIBIBLIOTECA LUCCHESI • PALLI III. SALA Scaffale. Pluteo. N. CATENA. h Digitized by Google Digitized by Gopgle COLLANA DEGLI ANTICHI STORICI GRECI VOLGARIZZATI. Digitized by Google Digitized by Google Dìgitized by Google Digit zec! ov \Vo3^ LE ANTICHITÀ ROMANE I DI DIONIGI D’ALIGARNASSO VOLGARIZZATE DALL’ AB. MARCO MASTROFINI già’ frofessore di matematica e di filosofia NEL SEMINARIO DI FRASCATI MtmOKX KOrJMMKTt USCOKTIUTÀ COI TM3T0 BAh TKÀBVTTOBt TOMO PRIMO MILANO DALLA TIPOGRAFIA De’ FRATELLI SONZOCMO M. Dionigi di Alessandro fu d’Alicarnasso, reggia un tempo della Caria, della quale pur furono Eraclito il poeta ed Erodoto di gr^ca istoria padre come Petrarca lo intitola nel terzo de' capitoli sul trionfo della Fama. E difficile determinare V anno, non che il giorno della sua nascita. Fozio nella sua Biblioteca (cod. ^4) dice che egli precedette Dione Cassio, ed Appiano Alessandrino, espositori aneli essi di Storie Romane. Errico Dodwello che meditò gravemente quelt argomento non seppe ristringersi ad altra particolarità, se non a questa, che Dionigi debbo essere nato fra t anno (i"G e ^oo di Roma calcolali alla maniera di V airone. DIOyiGI, toma ^ ‘, X / 2 I(. Dionigi sentiva in sè la nobiltà del cor suo] c si mosse verso la capitale del mondo, e venne a Roma nelt anno F^arroniano ja5, cioè finita la guerra interna di Augusto contro di Antonio ; domd è che egli non vi giunse prima dell' anno suo venticinquesimo. Fi si trattenne 22 anni: vi compose le opere critiche, e vi apprese intanto diligentemente C idioma del popolo vincitore su la mira di leggerne gli antichi monumenti nazionali, e di scriverne infine con greco stile una stona per uso de’ Greci suoi che troppo la ignoravano. Egli riusci nell intento, e la scrisse, e la divulgò nell anno Fcu roniano y47 sotto il nome di Antichità Romane come l ebreo Giuseppe Jion molto dipoi, forse ad imitazione di lui, e certo con più proprietà, pubblicò sotto il titolo di Antichità Giudaiche la storia del popolo ebreo, la quale era insieme la storia della origine stessa del mondo. III. Par che Dionigi delineasse la storia col disegno stesso con cui Firgilio cantava la Eneida: vuol dire l uno e l altro spargevano fiori appiè de’ trionfatori non senza il lusinghevole desiderio di guadagnarne la grazia : non leggera conquista per uomini inermi, autorevoli solo per sillabe, per parole, e per periodi ! 'Dionigi fece sapere a’ suoi che il popolo del Campidoglio non era poi barbaro ; anzi che era pur esso greco di origine, e che assai conosceva leggi e costumi ; e ciò perchè riuscisse il comando romano, se non pregevole, certo men duro nella Grecia d’ Asia e di Europa, paesi che una volta orati patria e tempio di fortezza e di libertà. Egli distese il suo scrino in venti liLri ; ma non sopravanzano che i primi dieci e parte dell’ undecimo; tutto il resto perì per la ingiuria de' tempi. Per quanto ci racconta Fozio  che aveala letta per intero, scorre ane la narrazione dagli Aborigeni e dalla venuta di Enea nella Italia fino alla guerra de’ liomani con Pirro, monarca degli Epiroti ; perchè ivi appunto comincia la storia Romana deli altro greco scriuor precedente, Polibio da Megalopoli. Quest ordine di storie si consideri diligentemente ; perchè da indi apparisce che Dionigi dee precedere c non seguire Polibio, come parve al primo che dispose la Collana Greca, e come trovo fatto pur questa volta irreparabilmente su Cantico disegno. Siccome un estero per la novità che v incontra, può notare ì. costumi varj de' popoli meglio che il nazionale che cresce e invecchia con essi ; così questi due Greci conversando co’ Romani seppero distinguervi e descriver più cose che i Romani stessi non han descritto e trasmesso con la successione de’ tempi ai tardi nipoti. Or ciò dovea tanto più seguitarne quanto che scrivean quelli pel greco il quale non avrebbe gustata nè intesa la loro narrazione se non esponevano minatamente le cose notissime tra Romani. E quindi è che Polibio delincò su la milizia romana quello che non si legge in niuno de’ romani scrittori medesimi: e Dionigi toccò tante picciole circostanze che meglio dichiarano le ori-,gmi, il complesso, ed il termine degli eventi: cioc Bihiiotre. cod. 8f>. ( 1 ) Ediz. romana di Vinccoio Pojryiuli delT anno che ne ha rendalo, e ne renderà sempre, preziosissimo quanto sopravanza delle storie di lui. V. Livio rimpelto a Dionigi è come il compendio rimpello all' opera estesa ; tanto che il primo raccoglie in tre libri ciocché l’altro dilata in undici. Nè io saprei dolermi su tanta espansione quando le cose vi fossero state moltiplicale in proporzione. Ma per dirne ciocché io ne penso, e dare intanto il paragone degli autori fin qui da me volgarizzati che sono Sallustio, Quinto Curzio, Lucio Floro, e Dionigi ; mi è sempre parato che in Sallustio non capano i sentimenti dentro le parole, che in Curzio si pareggino compiutamente gli uni alle altre, che in Floro le parole superino alquanto i sentimenti, e che in Dionigi fincdmente( siami cosi lecito di esprimermi) le sentenze galleggino affatto tra le parole. Sallustio é come il fior vivo, che di sé promette gran cose, ma stretto in parte ancora dalla sua buccia : Curzio è il fior copioso, odoralo, aperto graziosamente al sole che 10 vagheggia ; Floro è il fior vago, ma tutto spampanato con molte le f rendette e poco t odore; e Dionigi finalmente è il fiore delle ampie e libere frondi 11 quale sot^ di sé nasconde il picciolo guscio che ravvolgevalo, e par sorgere pomposo e vario tra le aure che lo investono, ma troppo, se lo stringi, è minore delle belle apparenze. Dionigi era un greco dell jfsia, e fa sentire in sé la prolissità propria di quella vastissima parte del globo. Le parlate in lui sono lunghissime, e per ordinario non ripetono se non ciò che presentano le storiche narrazioni ; laddoue in,Tilo Livio sono lampi e folgori, sentenze e risultati. V ultimo lascia a pensare, il primo li lascia senza pensieri prima che finisca di parlare ; nelV uno senti il capitano ed il console, nell altro lo storico d il declamatore : quegli è pieno di entusiasmo e di fuoco su gt interessi della sua nazione, /’ altro vi si spazia sopra come il panegirista che loda non per affetto, ma in vista di ricompense, o per moda. Forse tanta loquacità non piacque nemmeno tra' suoi nazionali; e Dionigi voglioso di essere letto, s’indusse a ristringere in un compendio di cinque libri quanto avea steso in venti. Fozio nella sua Biblioteca [cod. ^4) parla eziandio di un tale compendio ; e lo dice più utile per questo, che non contiene se non le cose necessarie alla storia. Egli paragona Dionigi in quel nuovo scritto ad un re che giudica e tiene intanto in mano lo scettro; e sentenzia ma con la precisione e col tuono di chi comanda. Vr. Quanto allo stile i giudizj ne sono difformi : vi è chi lo chiama scrittor soave, scrittore elegante ; e non vi è dubbio che e"li abbia de' bei tratti, dei pellegrini concetti, e gravissimi documenti. Nondimeno vi è chi dice risolutamente che Dionigi rimpetlo a Senofonte è come il duro e licenzioso jépulejo rimpclto alle maniere delicate e spontanee di Livio. Dionigi fa pur troppo conoscervi che egli non era nativo deir Attica. Fra le sue formole ne occorrono alcune  La prcsealc versione fu stampala in Roma l’anno i8ia. Dopo quest’ anno il Compendio fu creduto rilrovato in Milano. Se ne patterà nel tomo quarlo là dove sono i fiammcnli. Digitized by Google G nuove, Ialine (T indole, o certo non abbastanza monde da solecismo ; tantoché vi si violano le regole pròposte da esso medesimo nelle opere sue critiche per gli storici e per gli oratori. Ad ogni modo Dionigi é come la miniera ampia di oro, e come V archivio ricco di monumenti preziosi in mezzo di altri che sono anzi un ingombro ; dond è che un tale scrittore, come ho toccato dianzi, sarà caro finché saran care le storie. Ora diciamo qualche cosa delle versioni del nostro Autore. VII. Lapo lìira^o fiorentino il primo diede una versione latina di Dionigi. Questa fu pubblicata la prima volta in Trevigi Hanno i48o, e poi di nuovo in Basilea nel i53a. Il Glareano ebbe cura di tal seconda edizione e la purificò da sei mila errori coni egli dice. Boberto Stefano vedendo pubblicato Dionigi nella lingua non sua, trasse il greco originalo dalla Biblioteca dei re di Francia, e lo mise in luce l’anno ì5^(i. Il Gelenio divulgò colle stampe in Basilea [ anno iS/fg una nuova versione latina de’ dieci primi libri. Silburgio rettificò con critica squisitezza le tante lezioni non sane che ci aveano nel greco dello Stefano, e nel latino del Gelenio, e congiunse i due testi e li stampò V anno i586 in Francfort. In questa edizione vi é la traduzione dell’ undecimo libro fattu da Silburgio medesimo, li frammenti ricorielti delle Legazioni già pubblicale da Fulvio Ursino, ed un libro di annotazioni in fine. Mentre apparecchiavasi o compivasi da Silburgio questa edizione ; Emilio Porto diede su t originale dello Stefano una nuova Dìgilized by Googlc 7 traduzione latina delle antichità con amplissime annotazioni, imprimendo anche il libro delle legazioni con la trina interpretazione dì Stefano, di Sitburgio e di Porto. JSel 1704 si ebbe la vaghissima edizione fatta in Oxford la quale comprende il testo greco di Dionigi colla versione di Porto, emendata dove nera il bisogno, e le legazioni secondo la impressione fattane da falesie riunite a quelle già pubblicate da Ursino. Si cominciò finalmente nel 1774 ^ ^i compiè nel 1777 lO' edizione riputata la più corretta di Lipsia colle note varie di Errico Stefano, di Silburgio, di Porto, di Casaubono, di Fulvio Ursino, e di Giangiacomo Peiscke. Vili. Francesco Venturi fiorentino ci diede nel 1545 colle stampe venete la prima versione italiana delle sole antichità di Dionigi. In quell'epoca il testo greco non era nè stampato nè rettificato, e quindi avendo egli lavorato su di ^un manoscritto, frequentissime sono le aberrazioni dcd vero senso. Aggiungasi che lo stile è contorto, implicato, nè sempre regolare: in somma risente tutte le imperfezioni del primo traduttore latino Lapo Birago : nè questi potè sempre capire il senso del testo, ma dove ciò non potè fu contento di volgarizzare le parole greche, appunto come significavano, una per una. Il signor Desiderj nel continuare in Roma V anno 1 794 la edizion sua della Collana Greca ideava, parmi, riprodurre la versione stessa del Venturi; ed il primo periodo di questa è del V snturi in gran parte ; ma fatto accorto che grande ne era la oscurità, e poca la naturalezza. \ .Dìgitized by Google 8 continuò a pubblicare non il resto del Venturi, ma una traduzione di traduzione; t'uol dire, diede alla Italia un Dionigi tradotto, forse non sempre adeguatamente, e certo non sempre con purità di stile, sopra la traduzione francese, e non sid greco originale. Al primo leggere il Dionigi del Desiderj mi parve ravvisarvi una fisionomia anzi francese che greca. Adunque paragonai la versione framese del padre Francesco la Jai Gesuita con la produzione del Desiderj a luogo a luogo, e fui convinto che era ciò veramente che io sospettava. Questa immagine éT immagine, questa eco di eco che scolora le fattezze, e deprime sempre più la energia dell originale, questa stampa non greca, non francese, e forse non italiana, non dee numerarsi tra le versioni, degna almeno di un tal nome ; tanto più che quella versione frarucese essa stessa non lascia gustare la vena ampia, continua, maestosa del greco originale, ma presenta la inquietudine, lo scintillamento, e come la spezi satura consueta delle parli. IX. Che io sappia niun altro ha poi volgarizzalo tra noi Dionigi. La mia versione è diretta su la edizione di quest' autore intrapresa in Lipsia nel i Chi vuol ragione di ciascuna delle mie interpretazioni dee consultare il testo greco, la versione latina, le note in piè di pagina, ed in fine de’ tomi. Spesso a fissare i sensi ho consideralo anche la versione francese, supplitami dalla Biblioteca del Collegio Romano nella nuova mia dolcissima dimora in quel luogo nell’ anno 1 8 1 1, la quale mi concedè calma profondissima da compiervi quasi per intero la traduzione che ora presento. Sarebbemi piaciuto ugualmente di consultale la traduzione inglese di Eduard Spelman impressa in Londra t anno 1759; ma per quanto la ricercassi tra le Biblioteche, tra i libraj e tra gli amatori di libri, non mi venne fatto di rinvenirla in Roma. Aveva io già presso che terminato questo mio travaglio quando mi ju significalo che in Francia si pubblica una nuova versione di Dionigi: ho il piacere che l'Italia he veda contemporaneamente un altra sua, lavorata quasi tutta in Roma, ove lo storico di Ali-, carnasso stendevano già t originale. Roma i8ia. 1 1 I. UANTU^QUE alieno io ne sia, pur sono astretlo ad una prefazione, com’ usa nelle storie, e sopra di mfe ; non già per diffondermi nelle lodi mie proprie, che so quanto, udite, dispiacciano, o nelle accuse di altri scrittori, come fecero Teopompo ed Anassilao gli storici, ne’ prologhi loro ; ma solo per dichiarare le cagioni per le quali mi diedi a .quest’opera, e per dire de’ mezzi, onde io seppi ciocché son per iscrivere. E certamente chi risolve lasciare a’ posteri monumenti d’ ingegno, i quali, come i corpi, non vengano meno per anni, e molto più chi scrive le istorie, nelle quali, tutti concepiamo che siavi la verità, principio del sapere e della prudenza ; costui dee per mio sentimento, scegliere argomenti vaghi e magnifici, come bene fruttuosi a chi legge ; e poi dee preparare le materie opportune al subjelto con assai previdenza e lavoro. Imperocché chi ponesi a trattare di cose vili, abominate, indegne delle cure di una storia, sia che brami rendersi chiaro, ed acquistare comunque una fama, sia che voglia manifestare la idoneità sua nell’ arte del dire, non sarà mai da’ posteri né invidiato per la fama sua, né per 1’ arte encomialo ; lasciando a chi leggelo da sospettare che egli amasse nel vivere le maniere appunto che descrisse ; per essere gli scritti la immagine de’ cuori, come da tutti si giudica. Colui ^ poi che ottimo sceglie l’argomento; ma ne scrive scioperatamente, e come per caso, seguendo i ronoorl del volgo, nemmen’ esso ne ottiene lode niuna ; imperocché si spregiano, se negligenti sleno e confuse le storie delle città famose e de’ principi. Or pensando Io per uno storico esser questi I canoni sommi ed inviolabili, ed avendone tenuto cura gelosa ; non volli nè trasandare il discorso su di essi, nè compartirlo altrove, che nel proemio. II. £ che io scelsi argomento, bello, grandioso, uti-' lissimo; non bisognano, credo, molte parole a convincerne chi non affatto Ignora la storia comune. Imperocché se alcuno recando 41 pensiero su’ governi antichissimi delle città e delle genti e contemplandoli, parte a parte, o nel paragone dell’ uno coll’ altro, voglia saperne qual di esse fondasse principato più grande, o che più splendesse per azioni belle, in guerra ed in pace; vedrà che la signoria di Roma sorpassò di gran lunga quante prima di lei se ne additano, non solo jper grandezza d’impero e per luce d’imprese, cui niuno mai lodò' quanto basta, ma per la durazione ancora del tempo che abbraccia, 6no al presente. Fu pur antica la signoria degli Assirj, e ne chiama fino ai secoli favolosi ; ma non comandò che su picciola parte dell’Asia. Abbattè la monarchia de’ Medi quella degli Assiri, e crebbe a potenza maggiore sì, non però molto diuturna, cadendo alla quarta successione. I Persiani fiacca t ono il Medo, e dominarono infine quasi per tutto nel r Asia ; ben si gettarono poi su gli Europei, ma noti molto vi profittarono, e tennero poco più che dugent’ anqi II comando. Il Macedone, vinti li Persiani, superò colla sua tutte le dominazioni che precederono : Don però fiorì lungo tempo, comiuciaiido a declinare alla morte appunto di Alessandro : imperocché smembrato da’ successori il potere in molti principi, sostennesi la monarchia fino alla terza o quarta generazione ; ma resa debole per sé stessa, fu distrutta finalmente dai Romani : nou tenne poi mai servi tutti i mari e le ter re : che non vinse in Africa se non l’ Egitto, il quale non è vasto, nè sottomise tutta l’Europa ; ma nel settentrione di questa si estese alla Tracia, e nell’ occaso fino all’ Adriatico. III. Pertanto i più famosi degl’ imperj che precederono, giunti, come sappiam dalla storia, a tanta forza e grandezza, rovinarono. Con essi non sono poi da paragonare le Greche potenze le quali nè spiegarono mai si ampia la signoria, nè lo splendore si diuturno. Gii Ateniesi quando più poterono in mare, ne dominarono per anni sessantotto la spiaggia, e non tutta, ma quella solamente tra l’ Eusino ed il mar di Pamfilìa. E gli Spartani impadronitisi del Peloponneso e del resto della Grecia stesero fino alla Macedonia le leggi; ma non prevalsero che per quarant’ anni  nemmeno interi, e trovarono ne’Tebani chi li depresse. Ma la Repubblica romana signoreggia tutta la terra, non già la  testa uri o?ici in TpmiccfTx: cioè nemmeuo iuteri treot’aimi. Isacco Casaubono vi saslilui rinrxfxi'oyTX cioè quaranta. Pur questa emenda fu tolta, nè so perchè : concedendosi comunemente che gli Spartani dopo vinti gli .Ateniesi al fìuinc Egio furono gli arbitri più che 33 anni. Ciò stando non può dirsi nel testo m-mmeno interi treni’ anni, ma usando un numero rotondo, dovremo leggere quaranta come il Casaubono. l4 PROEMIO, deserta, ma quanta ne è 1’ abitata : signoreggia tutto il mare non solo  nai mente Oenotro diciassette generazioni avanti che a Troja si combattesse. E questa è l’epoca nella quale mandarono i Greci nella Italia una colonia. Oenotro poi si levò di Grecia ; perché non pago della sua parte : giacché nati essendo a Licaone ventidue figli; aveasi l’Ai^ cidia a dividere in altrettanti. Per tale cagione lasciando OcDOiro il Peloponneso, passò con fiotta gié preparata il mar Ionio, e passavalo teco Peucezio l’uno de' fratelli di lui. Navigavano con essi molti della sua gente, po^ pelosissima, come si dice, nelle origini ; e quanti altri de’ Greci non aveano terreno ^he loro bastasse. Peucezio pigliò sede in sul promontorio Japigio, appunto ove prima sbarcò nella Italia, cacciando chi v’ era, e da lui furono Pcucezj chiamati quanti abitarono que’ luoghi. Oenotro guidando seco il più dell’ esercito, venne ad altro seno più occidentale d’Italia, Ausonio allora chiamato dagli Ausonj, che la spiaggia nc popolavano. Ma quando i Tirreni diventarono i padroni de' mari prese il nome che tien di presente. IV. E trovando la regione bonissima da pascolarvi o da ararvi, ma deserta in moltissimi tratti, anzi con poco popolo ov’ era abitata j dìé la caccia a’ barbari in tina parte della medesima, e fondò citt.ì non grandi si, ma frequenti in sui mouli ; com’era stile antichissi> mo, di situarsi. Così tutta la regione fu detta Oenotria, essendone amplissimo lo spazio occupalo ; ed Oeuotr) pure si dissero gli uomini tutti a’quali comandava, mutando nome per la terza volta ; mentre Ezei si chiamavano dominandoli Ezeo, e poi subito Licaonj quando al governo succedè Ligaone. Menati però nella Italia da Oenotro, Oenotrj si nominarono per un tempo : nel che Sofocle il tragico mi è testimonio net suo TriptoIcmo : perciocché vi s’ inU'oduce la madre degli Dei che dimostra a Triptolcmo quanto spazio debba trascorrere per seminare i semi eh’ ella dati gli aveva. Or ella, mentovato prima l’ oriente d’Italia dal promontorio J.ipigio 6uo allo stretto Siciliano, e poscia additata la Sicilia che sta dirimpetto; volgasi tosto alla Italia occidentale, e numera i popoli più grandi della spiaggia, cominciando dagli Oenotrj: ma bastino le sole cose da lei dette ne’ jambj, percl)è dice : Questo é do tergo ; a destra siegue tutto La Oenotrìa, il mar Tirreno, e la Liguria. Antioco di Siracusa, scrittore antichissimo, annoverando i primi ad abitare la Italia e le parli occupale da ognuno, afferma che gli Oenotri in questo precederono ogni altro di cui s’abbia ricordo, dicendo: jéntioco il figliuolo di Zenofanle compilò su la Italia queste cose, le più credibili e più manifeste ira vecchi monumenti', la terra che ora Italia dimandasi la ebbero antkhism simamente gli Oenotri : poi discorre in qual modo la governassero, e come Italo un tempo divenisse re loro. 35 cd Itali ue fossero oomioati : e poi Morgili per essere a Morgite venato quel principato. E siccome stando Sicolo per ospite presso Morgite, e tentando appropriarsene la signoria, ne divise le genti ; conclude : cosi gli Oenotri divennero e Sicoli e Morgiti ed Italiani. V. Ora dichiareremo quanta fosse la gente degli Oenotri allegando per testimonio nn altro vecchissimo autore, io dico Ferecide, non secondo a niuno degK Ateniesi che trattasse delie genealogie. Egli fa su quelli che dominaron 1’ Arcadia questo discorso: nacque Licaoue da Pelasgo e Dejanira e sposò Cillene, una ninfa dell Najadi dalla quale ebbe nome il monte Cillene: poi divisando i generati da questi e quai luoghi ciascuno abitasse, fa menzione di Oenotro, e di Peucezio dicendo : Oenotro, donde Oenolrj son detti gli abitatori Italia ; e Peucezio onde sono i Peucezj lungo il golfo Ionio. Tali sono le cose dette da’ vècchj poeti e mitologi sul popolarsi d’Italia, e su la origine degli Oenotri. In forza di che, se greca veramente è la stirpe degli Aborigeni, come disse Catone, e Sempronio e molti altri ; io penso che provenisse da questi Oenotrj : perocché trovo e Pelasgbi e Cretesi, e quanti altri abitaron l’ Italia, venuti in tempi di poi : nè so vedere spedizione più antica di questa, che si recasse dalla Qrecia alle parti occidentali di Europa. Giudico poi che gli Oenotri occupassero molti luoghi d’Italia, o deserti, o poco popolati, e parte smembrati ancora dalle terre degli Umbri, e che Aborigeni si chiamassero per le abitazioni, come gli antichi le amavano, prese ne’ monti: cosi pur v’ ebbero in Atene que’ della spiaggia e dd monti. Che ie alcuni per indole non ricevono di subito senza prove quanto si afferma su cose antiche, nemmen subito decidano esser questi, o Liguri ovvero Umbri, o tali altri de’ barbari : ma sospendendo finché apprendano le cose che restano, giudichino poi da tutte qual ne sia la più verìsimile. VI. Delie città che furono degli Aborigeni, poche ora ne sopravanzano : perocché premute la maggior parte dalle guerre, o da altri mali che straziano, finirono in solitudini. E secoudo che Terrenzio Varrone scrisse nelle anlichilà, ve ne erano nell’ agro Reatino non lungi dagli Appennini ; e le meno disgiunte da Roma, ne disiavano per lo viaggio di un giorno. Di esse io ridirò le più celebri secondo la storia di lui. Palazio è l’ una, lontana venticinque stadj da Rieti, cittade abitata da’ Romani fino a miei giorni, presso la strada Quinzia. Siede Trebula a sessanta stadj pur da Rieti, su dolce collina : e da Trebula con pari intervallo disgiungesi Vesbola dicontro a’ monti CerauBj: laddove quaranta stadj ne è lungi Soana, città famosa con antichissimo tempio di Marte. Discostavasi Mifula da Soana per trenta stadj, e se ne additano ancora le ror vine, e le vestigia de’ muri. A quaranta stadj da Mifula elevavasi Orvinio, città, quanto altra mai, chiara e grande in que’ luoghi : e segno ancora ne sono i fondamenti delle mura di lei come le tombe di antica struttura, e li recinti pe’ cimiterj comuni su’ monti altissimi : e là pure vedessi nella sommità di lei 1’ antico tempio di Minerva : lungi dieci miglia da Rieti, procedendo per la strada Giulia, là presso il monte Corito v’ era Cararbari, e soprattutto ai Sicoli, loro conGnanti. E sa le prime pochi bravi, quasi giovani sacri mandati da genitori in traccia de’ bisogni della vita, nscirono seguendo un primitivo costume, che pur vedo seguito da molti de’ Barbari e de’ Greci. Imperocché quante volte le città moltiplicavano tanto in popolo che non più bastassero ad esse i proprj viveri ; quante volte fa terra danneggiata dalle mutazioni del cielo rendea meno dell’usato; e quante volte altro caso non dissimile buono o rio le necessitava a minorarsi di gente ; consacrando allora agl’ Idd^ d’anno in anno una serie di discendeuti Digitized by Google libro I. 2g gii armavano, e li congedavano. E con fausti augurii gli accompagnavano se giusta le patrie leggi sacrificando, rendevano grazie ai cieli per la generazione copiosa, o per le vittorie tra Tarmi : laddove se pregavano i Numi irati a rimovere da loro i mali che tolleravano ; li dimettevano pure slmilmente, ma rattristandosi, e chiedendo die loro si perdonasse. E quei sen partivano quasi non più avendo una patria, se pure altra non sen facevano che li raccogliesse o per amicizia, o combattendo, e vincendo ; ed il Nume al quale i congedati eran sacri parca per lo più cooperare con essi, ed alzarne sopra la espettazione le colonie. Su tale consuetudine gli Aborigeni, floridi allora in popolazione, e schivi, perchè noi credeano il meno de mali, di uccidete alcuno de’ posteri, consacravano agl’ Iddii d’ anno io anno le generazioni, e via via dimetteano gli allievi, già grandi fatti, dalla patria. Uscitine questi non desisterono di far contro i Sicoli, e derubarli. Ma non si tosto conquistarono alcuna delle contrade inimiche ; divenutine ornai più sicuri ancora gli altri Aborigeni i quali bisognavano di terreno, insorsero parte a parte su’ confinanti : e fondarono alcune città, e quelle, abitate ancor di presente, degli Antemnati, de’ Tellenesi, e de’ Ficolesi presso i monti Cornicli nominati, e dei Tiburtini finalmente, tra’ quali evvi un luogo della città che pure a dì nostri si chiama Siciliano. Nè furono ad altro vicino più molesti che incontro de’ Sicoli. Sorse da tali contrasti guerra con tutte le genti ; talché mai non fu per addietro la più grande in Italia, e v’ infierì lungo tempo. Dopo questo alcuni de’ Pelasgbi che abitavano la regione ora detta Tessaglia costretti di trasmigrarne, divenuei'o gli ospiti degli Aborigeni ; ed i compagni di arme, contro de’SicoIi. Gli accolsero gli Aborigeni forse {icr la speranza, io penso, di un utile, ma più per la comunanza di origine: perocché son pure i Pelasgbi un greco lignaggio, antichissimo del Peloponneso : quan tunque sciaurati per molte cose e principalmente per la vita errante, nè mai stabile in sede ninna. E certo, come molli affermano su di essi, abitarono su le prime la città che ora chiamasi Argo di Acaja ; traendo il nome di Pelasgbi da Pelasgo, loro sovrano, generato da Giove e da Niobe la figlia di F oroneo, quando il Dio si congiunse la prima volta con donna mortale, come è ndle favole. Poi nella sesta generazione lasciato il Peloponneso, passarono nella Emonia che ora Tessa glia si nomina ; e duci furono del passaggio Acheo e F tio, e Pelasgo, figli di Larissa e di Nettuno. Giunti nella Emonia ne cacciarono i barbari che 1’ abitavano, e la divisero in tre regioni cognominandole da’ condot tieri, F liotide, Acaja, e Pelasgiote. Fissi colà da cinque generazioni, lungamente vi prosperavano, profittando pur de’ campi migliori della Tessaglia: ma intorno la sesta generazione ne furono espulsi da Cureti, e da Lelegi che ora sono gli Eioli ed i Locri, e da più altri che abitavano intorno del Parnasso, guidando i nemici Dencalione il figlio di Prometeo e di Glimene nata dall’ Oceano. ' X. Dispersi nella fuga, altri vennero io Creta, altri ottennero alcune deile Cicladi. Alcuni abitarono la regione intorno di Olimpo e di Ossa, ora detta Estiotidc: ed altri furon portati nella Beozia, nella Focide e nella Eiubea : alcuni tragittandosi in Asia occuparono molte delle spiagge deli’ Ellesponto e molte delle isole dirim> petto, e quella che ora Lesbo si chiama, mescolatisi alla colonia che prima andavaci dalla Grecia sotto gU auspizj di Macaro Gglio di Criaso. La maggior parte però dirigeudosi entro terra a’ loro parenti i quali albergavano in Dodona, ed a' quali, come sacri, niuno facea guerra, abitarono quivi alcun tempo : ma poiché si avvidero che eran di aggravio, non bastando la terra a nutrire tutti in comune, se ne involarono, mossi dalr oracolo che ordinava loro di navigare in verso la Italia, allora chiamata Saturnia. E fatto apparecchio in copia di navi, passarono il mar Jonio, procurando giungere in parti presso la Italia. Ma pel vento di mezzogiorno, e per la imperizia de’ luoghi, portati più oltre capitarono ad una delle bocche del Pò chiamata Spi” itelo e quivi lasciarono le navi, e la turba meno idonea ai travagli con un presidio, per avervi una ritirata, se i disegni non riuscivano. Or questi rimanendo in quella regione circondarono di muro il campo dell’ esercito, cd introdussero colle navi copia di vettovaglie. E poi che videro succedere loro le cose come voleano, fabbricarono una città coLnome appunto dellabocca del fiume. Quindi prosperando più che tutti su le spiagge dell’ Jonio, e prevalendo lungo tempo sulle onde, portarono quant’ altri mai, decime vistosissime in Delfo alla Divinità, de’ beni tratti dal mare. Da ultimo però venendo amplissima guerra su loro da’ barbari intorno, ' losciarono la città, donde anche i barbari furono dopo nn tempo cacciati da’ Romani. Cosi mancarono i Pela minandola da Larissa, metropoli loro nel Peloponneso. Delle altre città ne resta pure alcuna fino a miei giorni, quantunque variati spesso gli abitatori: ma Larissa è distrutta già (la gran tempo : nè presenta dell’ antica esistenza altro segno più manifesto che il nome, e nemmeno questo è noto a moltissimi. Era non lontana dal foro chiamato Popilio. Finalmente possederono, togliendoli a Sicoli, molti altri luoghi entro terra, o lungo la spiaggia. XIII. I Sicoli ornai non più valevoli a resistere ai Pelasghi ed agli Aborigeni, riunendo i figli e le mogli e quanto aveano di moneta in oro ed argento, si levarono in tutto da quella terra. Ripiegatisi a’ monti verso del mezzogiorno, e trascorsa tutta l’ Italia inferiore, siccome dovunque erano discacciati, apparecchiarono in fine delle barche nello stretto, e notandovi il flusso e (piando era fausto, passarono dalla Italia in su l’ isola vicina. Allora i Sicani, Spagnuoli di origine, la pouedevano, nè da gran tempo vi erano stati ammessi, cercando uno scampo dai Liguri; e già per essi era detta Sicania l’isola un tempo chiamata Trinacria^ per la figura sua di triangolo. Non molti erano in questa grand’isola gli abitatori; ma la più gran parte vedeasi ancora deserta. Giunti i Sicoli ad essa, ne abitarono su le prime i luoghi occidentali, e mano a mano più altri, talché l’isola ne fu detta Sicilia. Cosi la gente de’ Sicoli abbandonò la Italia ', tre generazioni, come Ellanico di Lesbo scrive, prima delle cose trojane, correndo in Argo r anno vigesimo sesto del sacerdozio di Alcione. Perciocché stabilisce due passaggi fatti dalla Italia nella Sicilia il primo degli Elimei cacciati dagli Oenotri, e l’altro dopo cinque anni degli Ausoni, che fuggivano i Japigi. Dice che re di questi fu Sicolo, donde ebbero il nome gli uomini e 1’ isola. Filisto però di Siracusa scrisse che 1’ anno di quella discesa fu 1’ otuntesimo innanzi la guerra trojana: e che non Sicoli, non Ausonj, non Elimei, ma Liguri furono gli uomini trasportati dalla Italia, conducendoli Sicolo, figliuolo di Italo, e che dalla signoria di quello furono Sicoli nominati. Lasciavano i Liguri le patrie terre, astrettivi dagli Umbri e da’ Pelasghi. Antioco di Siracusa non distingue il tempo del tragitto; ma Sicoli dichiara quelli che tragittarono, premuti dagli Oenotrj e dagli Umbri, pigliatosi nel trasmigrare Sicolo per condottiero. Tucidide scrive che Sicoli furono i profughi, e Opici quelli che li fugavano, per altro molti anni dopo la guerra di Troja. E queste sono le cose che affermansi da uomini riguardevoli intorno de’ Sicoli, passati dalla Italia nella Sicilia. XIV. Impadronitisi i Pelasghi di una regione ampia e bella, ne ebbero pur le città ; poi fondandone altre ancor essi, crebbero presto e molto in forze, in ricchezze, ed altri beni ; non però ne goderono lungo tempo. Ma sembrando floridi troppo per ogni parte furono sbattuti dall’ ira de’ celesti, e quali ne perirono per divine calamità, quali pe’ barbari confinanti : e la parte più grande ne fu dispersa tra’ barbari, o nuovamente Ira’ Greci, e lungo ne sarebbe il discorso se per Digitized by Coogle tninuto seguissi un tal fatto. Pochi ne sopravanzaronc nella Italia per cura degli Aborigeni. Parve alle città che la origine prima di un tale struggersi di famiglie fosse la siccità che intristiva la terra, talché non restava frutto alcuno Gno al maturarsi negli arbori; ma innanzi tempo cadevano 5 nè i semi che sbucciavano in germi, vegetavano Gnchè le spighe floride si empiessero nei tempi naturali, nè bastavano i pascoli alle greggio. Non più le fonti eran atte a toglier la sete, guaste, impicciolite o spente dagli estivi calori. Consentivano con ciò le vicende delle bestie e delle donne nel generare : e quale sconciavasi in aborti, e quale dava Agli, morenti nel parto, o fatali nell’ utero ancora alle madri. Se scampavano 1 pericoli del parto, mutili, o storpi, o manchevoli per altro disagio, non eran’ utili, onde si allevassero. L’ altra moltitudine poi, specialmente la più vegeta era colta da mali, e da morti frequenti più delr usato. E consultando l’ oracolo per quale violazione di genj o di Nomi questo patissero, e per quali pratiche mai fosse da sperare una calma in tanti orrori, udirono ciò essere perchè esauditi ne’ loro desiderj, non aveano penduto quanto promisero ; ma dovevano ancora agli Dei cose preziosissime. Imperocché li Pelasghi l’idotti a penuria di ogni cosa nelle loro terre, si votarono a Giove, ad Apollo, ed ai Cabiri  di santiGcare ad essi le decime di ogni prodotto. Appagati nella preghiera presero ed offerirono agli Dei parte delle messi e de' frutti, quasi votati si fossero per questo soltanto.  Forte Castore e Polluce. E certo che erano Dei di Sanietracia. Digilized by Google 38 DELLE Antichità’ romane Mii'silo di Le$bo scrive ciò quasi con le parole medesime, toltone, che egli chiama Tirreni e non Pelasghi quegli uomini, di che dirò più sotto le cause. XV. Ascoltato 1’ oracolo non sapevano interpretarlo. Fra dubbj loro un più vecchio, raccogliendone i sensi, disse che erravano affatto, se credevano che gli Dei li punissero a torto : volere il diritto ed il giusto, che si desse loro la primizia di tutto : nondimeno aspettavano ancora parte della generazione degli uomini, cosa più che tutte ad essi accettissima: se avessero questa, l’oracolo sarebbe adempito. Parve ad altri che costui parlasse rettamente ; ad altri che tendesse delle insidie. E proponendo un tale che s’ interrogasse il Dio se gradiva che si facessero per lui le decime, ancora degli uomini ; inandarono i sacri vati per questo, e rispose che si facessero. Quand’ecco sedizione fra loro sul modo di decimarsi : e prima surse a vicenda tra’ capi della città ; poi l’altra moltitudine prese i suoi magistrati io sospetto: nè già sollevavansi con regola alcuna, ma come per entusiasmo e per divino furore. Cosi molte case furono abbandonate, trasmigrandosi parte di essi, nè sostenendo gli attenenti di essere abbandonati dai loro carissimi, e restarsene tra i più crudi nemici. Primi questi levandosi dall’ Italia errarono per la Grecia, e molto tra’ barbari: quindi ancor altri incorsero ne’ mali medesimi, continuandosi ogni anno la decima. Nè i magistrati la sospendevano, ma sceglievano le primizie de’ giovani più robusti pe’Numi, quantunque nel proposito di soddisfare agli Dei, temessero i moti di chiusciva a sorte per vittima. Erano ancora non pochi espulsi dagli avversar). 3^ per nimiclzia, lutto che sotto specie di oneste cagioni. Laonde spessissime furono la partenze ; e la gente Pelasga errò dispersa in più terre. XVI. Erano i Pelasghi, vivendo in mezzo a genti bellicose tra cure e pericoli, divenuti assai buoni nelle armi, e più ancora nella nautica per avere coabitato co’ Tirreni. La necessiti che ne’ stenti della vita ispira coraggio, fu loro maestra e direttrice in tutti i cimenti. Perciò non difUcilmente dovunque ne andavano vincevano. Erano chiamati ad un tempo Pelasghi e Tirreni dagli altri uomini si pel nome delia regione donde par ti vano, come in memoria della origine antica. Ora io dico ciò perchè alcuno udendoli chiamati Pelasghi e Tirreni da’ poeti e dagli storici, non meraviglisi come abbiano ambedue le denominazioni. Tucidide in Atte di Tracia fa menzione di loro e delle città che vi era no, abitate da uomini bilingui : e questo è il dir suo su’ Pelasghi. Ivi sono de Calcidesi, ma i più sono Pelasghi, cioè que’ Tirreni che abilarono un tempo Lemno ed Atene. E Sofocle nel dramma suo dell’ Inaco fa questi versi detti dal coro : Inaco genitor, figlio de' fonti Bel padre Oceano, assai splendendo, reggi Le terre d’ Argo e di Giunone i colli E i Tirreni Pelasghi. Quindi il nome de’Tirreni risuonava in que’ tempi nella Grecia : e tutta la Italia occidentale lo assunse ancora per sé, lasciando i nomi speciali de’ suoi popoli. Occorse già pari vicenda nella Grecia e nella regione ora detta Peloponneso: giacché dagli Achei, che eran Tuno de popoli che v’ abitavano, fu detta Acaja tutta la Pe nisola ov’ erano gli Arcadj, c li Jonj, ed altre nazioni non poche. XVII. L' epoca nella quale cominciarono i Pelasghi a decadere fu quasi nella seconda generazione innanzi la guerra di Troja, e durarono, direi, dopo ancora di questa 6nchè si ridussero ad un gruppo di gente. E, salvo la città di Crotone, famosa nell’ Umbria, e tale altra, se pur v’ ebbe, data loro ad abitare dagli Aborigeni, perirono tutte le rimanenti de’ Pelasghi. Crotone serbò lungo tempo l’antica sua forma, ora non è molto, ha mutato nome ed abitatori, e divenuta colonia romana, si chiama Cortona. Varj poi furono c molti che occuparono le sedi abbandonate da’ Pelasghi secondo che ciascuno vi confinava ; ma le migliori e le più si rimasero pe’ Tirreni. Quanto ai Tirreni v’ è chi li dice naturali d’ Italia e chi forestieri. E quei che li stimano propri della regione, affermano che si diè loro quel nome per gli edifizj sicuri, che essi i primi di quanti vi erano, si fabbricarono : imperocché le abitazioni con muri e con tetto son tirseis chiamate dai Tirreni come da’ Greci. Cosi pensano imposto loro quel nome per accidente come nell’ Asia ai MosinIcI dalle mosine che sono le case di legno abitate da essi, altissime in forma di torri. XVIII. Ma quelli che favoleggiano che i Tiireni sono stranieri, additano un tale, detto Tirreno, che fa  Ssronito altri Cotorni'n. 4 1 duce della colonia, e dal quale ebbe nome la nazione. Dicono che originario fosse di Lidia, chiamata già Meonia; e che da indi antichissimamente si trasmigrasse; e che egli fosse il quinto dopo di Giove. Imperocché narrano che da Giove e dalla terra nacque Mani, il primo a regnare in que’ luoghi : che da questo e da Calliroe. figlia dell’ Oceano nascesse Coti ; che da Coti sposatosi con Alle, figlia di Tulio, uomo paesano, germinassero due figli Adie ed Ati : che da Ati e da Callitea figliuola di Coreo sorgessero Lido e Tirreno : e che Lido rimastosi in que’ luoghi succedesse al regno paterno, e Lidia lo denominasse dal suo nome ; ma che Tirreno fattosi duce di una colonia occupò gran parte d’Italia, Tirreni chiamando il luogo, e quanti lo seguitarono. Erodoto però dice che Tirreno nacque da Ati figlio di Manco, e che P andarsene de’ Meonj nelr Italia non fu volontario. Imperciocché narra che regnando Ati si mise la penuria tra Meonj : che gli uomini ritenuti dall’ amore della regione si argomentarono in più modi a vincer quel male, taluni di colla parsimonia, e tal altri con 1’ astinenza : ma che prorogandosi la sciagura, tutto il popolo diviso in due, decise per le sorti chi dovesse di là trasmigrarsi, e chi rimanere y e che perciò 1’ un figlio di Ati si stette, partendosi r altro : la moltitudine che pendeva da Lido trasse colle sorti il suo meglio, e si stette ; ma 1’ altra pigliando quanto le si dovea per le sorti in danaro, navigò verso r occidente d’ Italia, e postasi dove erano gli Umbri, vi fondò città che duravano ancora al suo tempo. Ben so che altri non pochi scrissero, appunto come io scrissi, della origine de’ Tirreni ; ma che altri ne variano il fondatore ed il tempo. Imperocché dissero alcuni che Tirreno era figlio di Ercole e di Onfale Lidia : che venuto questo in Italia, espuke i Pelasghi dalle loro città, non però da tutte, ma da qnelle poste di là del Tevere su le parti boreali. Altri però ci fan vedere in Tirreno un figliuolo di Telefo venuto in Italia dopo la rovina di Troja. Zanto lidio perito quant’ altri mai delle storie antiche, e creduto nelle patrie non inferiore a niuno, nè mentova in parte alcuna de’ suoi scritti un tirreno signore de’ Lidj, nè conosce passaggio alcuno de’Meonj nella Italia, nè parla mai de’ Tirreni come di Lipia colonia, sebbene parlasse di cose ancora bassissime. Dice che Ati generò Lido e Toribo, che dividendosi il regno paterno si rimasero ambedue nell’ Asia, c che diedero il nome loro a’ popoli su’ quali comandavano. Imperocché scrive: da Lido si fecero i Lidj, e da Toriho i Toribi 5 poco d’ ambedue differisce l’ idioma, e gii uni, come li Jonj e li Doriesi, usano a vicenda le parole degli altri : Ellanico di Lesbo dice che i Tirreni chiamati già Pelasghi assunsero il nome che or hanno, quando abitarono la Italia ; imperocché nel suo Foronide  scrive, da Pelasgo re loro, e da Menippe figliuola di Peneo nacque Fraslore, da questo surse Amintore, che diede Teutamide, e da Teutamide ebbesi Nanas j regnando il quale i Pelasghi, profughi dalla Grecia  Opaieolo di Ellaaieo; ne fa meniione Ateneo nel lib. 9.. 4^ lasciarono le navi dove il fiume Spineto esce nel mare Ionio , ed invasero entro terra la città di Crotone; e di là movendosi fondarono quella che Tirrenia ora si chiama. Mirsilo sponendo come Ellauico le altre cose, dice tuttavia che i Tirreni quando erravano profughi dalla patria, furono detti Pelasghi per certa somiglianza loro con le cicogne, pelarghi chiamate; giacché passavano in truppa per le terre de’ Greci e de’ barbari: aggiunge che essi alzarono il muro detto Pelargico intorno la rocca di Atene. XX. A me però sembra che s’ ingannino quanti si persuasero che i Tirreni e i Pelasghi non sieno che una gente ; perciocché non è meraviglia che alcuni abbian talvolta il nome di altri, mentre in pari vicenda incorsero ancora altri popoli greci o barbari come i Trojani ed i F rigi, perchè prossimi di regione. Eppure molti fanno di questi due popoli Un solo, quasi distinti di nomi, non di lignaggio. I popoli poi d’Italia, nom meno che quei d’altri luoghi, furono confusi ne’ nomi. E v’ ebbe un tempo quando Latini, Umbri, Ausoni, e molti altri si chiamavano Tirreni da’ Greci ; riuscendo ogni ricerca di questi men chiara per la lontananza di que’ popoli : anzi molti degli scrittori pigliarono Roma ancora per città de’ Tirreni. Io dunque penso che queste genti mutassero il nome, variandosi fino il vivere : non penso però che una fosse la origine di ambedue, per molte cagioni, e più per le voci loro non simili,  Qui si estende il nome di ionio all’interno dell’ Adriatico. Spesso gli storici antichi cosi praticarono contro 1’ uso de’ geografi che distinguono 1’ uno dall’ altro mare. ma diversissime. Imperciocché nè li Crotoniati  come scrive Erodoto, nè li Piaciani ne’ proprj luoghi parlan la lingua dei circonvicini ; ma una ne parlano tutta lor propria; donde è manifesto che serbano i caratteri delr idioma che aveano quando in que’ luoghi si traslatarono. Meraviglisi poscia chi può che li Crotonlati somiglino nell’ idioma al Piaciani, popoli ne’ lidi dell’ Ellesponto, nè somiglino intanto a’ vicini Tirreni. Erano que’ primi ambedue Pelasghl ne’ principj loro : e se la unità di origine prendesi per causa della uniformità nei linguaggi ; dunque la differenza di origine è pur causa del divario di essi ; non dando un principio medesimo contrarj gli effetti. Certamente, se avvenga, ben è ragionevole quello, cioè che uomini di una gente medesima domiciliatisi lontani fra loro non conservino i caratteri de’ proprj idiomi per lo conversar col vicini; ma che poi negl’idiomi non somiglino popoli di una origine istessa, e d’ istesse contrade, ciò non è ragionevole per ninna maniera. Seguendo tali indizj convincomi che differiscono i Pelasghi dai Tirreni ; nè credo i Tireeni un tralcio de’ Lidj ; perocché nè parlano la lingua medesima, nè può dirsi che se non la parlano, ritengono almeno alcuni vestigi della teiTa materna, nè tengono per IdJj que’ che da’ Lidj si tengono ; nè li somigliano per leggi o per abitudini, ma in ciò dai Lidj si diversificano più, che da’ Pelasghi. Pertanto sembrano più verisimili quelli, che dicono un tal popolo, naturale  Cortoncsi. della contrada, non venutovi altronde : pérciocchè si rinviene antico in tutto ; nè simile ad altri nel parlare, o nel vivere : e niente ripugna che avesse un tal nome da’Greci o per le abitazioni fortissime  o per l’uomo ancora che li dominava. Ma i Romani con altri nomi li chiamano Etruschi dalla Etruria, regione dove un tempo abitarono : ed ora li dicono Toschi men propriamente, avendoli come i Greci, nominali prima con più verità Tioscovi per lo magistero nelle cerimonie del culto divino, nelle quali sorpassano lutti, Que’ popoli inoltre distinguono sè stessi dal nome di Rasenna r uno già de’ loro comandanti. Sarà poi dichiarato in altro libro quali città fossero abitate dai Tirreni e con / quali forme di governo, quanta fosse di tutti insieme la potenza, e quali, se pur degne ne ebbero di ricordanza, le azioni ne fossero, e le vicende. 1 Pelasghi che non perirono, nè si disgiunsero per fare colonie, si rimasero, pochi di molti, con gli Aborigeni, sotto le leggi de’ luoghi ne’ quali si lasciavano, e ne’ quali col volger degli anui i posteri loro fondarono Roma. E tali sono le novelle intorno de’ Pelasghi. Dopo non molto tempo, nell’ anno, al più, sessantesimo come narrano i Romani, prima della guerra trojana, capitò ne’ luoghi medesimi un’ altra spedizione di Greci la quale abbandonava il Pallanteo, città delr Arcadia. Il duce erane Evandro, figlio di Mercurio, e di una ninfa, abitatrice di Arcadia. I Greci la tengono per ispirata da’ Numi, e la chiamano Temide ;  Tirseis delle di opa J xvii. ma Carmeiita è delta nella patria lingua da’ romani che scrissero le antichità di Roma: perocché la ninfa avrebbesi a dir propriamente Tespi-ode con greca parola : ma le odi chiamansi carmi da’ Romani, e quindi è Carmenta : si consente poi che tal donna presa dallo spirito divino presagisse, cantandole, le cose avvenire ai popoli. Non venne quella spedizione di comun sentimento; ma nata sedizione del popolo, la parte inferiore, di voler suo si spatriò. Dominava di que’ tempi su gli Aborigeni Fauno, un discendente come dicono di Marte, uomo di azione e di prudenza, e riverito da’ Romani con sagrifìzj e con inni come un genio del loco. Ricevè' costui con assai benevolenza gli Arcadi che erano pochi, e diede loro della sua terra, quanta ne vollero ; ed essi, come Temide gli avea, vaticinando, ammaestrati, presero un colle poco lontano dal Tevere, il quale ora è nel mezzo di Roma, e tanto vi fabbricarono, che bastasse alle genti venute con le due navi dalla Grecia. Era questo il principio segnato dai. destini per formare col volger degli anni una città, non pareggiala mai da greca o barbara città per grandezza di abitazioni, di comando, e di ogni bene, e certamente memorabile soprattutto finché dureranno i mortali. Pallanteo chiamarono quel fabbricato come la metropoli loro in Arcadia: ora Palagio è detto da’ Romani per la confusione che inducono i tempi ; e ciò diede a molti la occasione di stolte etimologie. Dicono molti, e tra questi Polibio di Megalopoli, che quel nome viene da Pallante, un giovinetto ivi morto, nato da Ercole e da Cauna la 6glia  di Evandro: perchè facendogli questo avolo materno in quel colle un sepolcro, chiamò ' Pallanteo, quel luogo dal giovinetto. Io nè mirai in Roma la tomba di Fallante, nè conobbi che vi si praticassero funebri onori, nè potei conoscere nulla di slmile : quantunque la famiglia di lui non sia dimenticata, nè priva del culto col quale i semidei sono venerali dagli uomini. Perocché vidi che i Romani faceano gelosamente ogni anno pubblici sacriGzj ad Evandro e a Carmenta, come agli altri genj ed eroi : e vidi gli altari dedicali a Carmenta appiè del Campidoglio presso la porta carmentale, e quelli dedicali ad Evandro appiè dell’ altro colle detto Aventino, non lungi dalla porta trigemina ; nè vidi intanto cosa ninna di queste latta inverso Fallante. Gli Arcadi i quali coabitavano appiè del colle, eressero pure altri monumenti nelle forme della patria, e santi riti v’ istituirono ; ma per ispirazione di Temide, innanzi lutti a Pane Liceo, Nume il più antico e più riverito tra quelli di Arcadia, in sito idoneo, che i Romani chiamano Lupercale, e noi diremmo Liceo. Ora empiuto essendosi di abitazioni il suolo intorno ; non è facile rintracciarne la natura del luogo. Era questo, come dicono, appiè del colle, una spelonca, vetusta, grande, coperta da una querce, ramosa qual bosco : profonde bulicavano le fonti abbasso delle pietre ; e lo spazio appresso ai dirupi era opaco per arbori, altissime e folte. Qui collocando un altare a quel Nume compierono il patrio sagriGzio, che i Romani, non mutando cosa alcuna delle antiche allora fatte, ripetono ancora di presente dopo il solstizio d’ inverno nel mese di febbrajo. La maniera del sagrìGzio sarà detta più innanzi. Ergendo poi su le cime del colle un tempio alla Vittoria, stabilirono in questo ancora annui sagriGzj che i Romani tributano ancora. Gli Arcadi favoleggiano che questa sia figlia di Fallante generata da Licaone : e Minerva, fece, che ricevesse da’ mortali gli onori che le si rendono ; imperocché fu essa educata colla Dea, giacché la Dea nata appena fu consegnata da Giove a Fallante, e presso lui fu nudrita finché ascese alle stelle. Fondaronoancora un tempio a Cerere ed il sagrifizio, che faceano le donne ma non usate al vino, com' era la pratica de' Greci : nel che 1’ andare del tempo non ha cagionato mutazioni, fino a miei giorni. E Nettuno Ippio ebbe pure il suo tempio e le feste, dette Ippocratie da’ Greci, ma ConsucUi da' Romani: e Roma in esse libera per uso dal travaglio cavalli e muli, e ne incorona le teste di fiori. Consecraronu similmente altri tempj, altri altari, altri simulacri, costituendo purificazioni e sacrifici, ritenuti ancora ne’ modi medesimi. Né già sarei meravigliato se alcune di queste cose neglette, come antiche troppo, non avessero più ricordanza tra’ posteri : nondimeno le consuetudini presenti danno ancora assai da congetturare su’ riti arcadici d’ allora, de’ quali diremo altrove più pienamente. Dicesi che gli Arcadi recassero i primi nella Italia 1’ uso delle lettere greche, note ad essi da poco, e la musica della lira, della tibia e del trigono, non sonandosi ivi altri armonici stromenti che le sampogne de’ pastori : e dicesi che vi introducessero le leggi, vi raddolcissero le maniere del vivere, 6ere in gran parte, e che vi diflondessero le arti, e le istruzioni, ed altre utili cose in gran nume ro onde assai ne furono rispettati dagli ospiti. Questa greca moltitudine, seuouda dopo i Pelasghi, giunta nella Italia ebbe comune 1’ abitazione con gli Aborigeni in uno de’ bonissimi luoghi di Roma. Pochi anni dopo degli Arcadi vennero nella Italia altri Greci, guidati da Ercole il quale avea domato la Spagna, e le parti, fiu dove il sole tramonta. Alcuni di loro, implorato da Ercole il congedo dalla milizia, si fermarono in questi luoghi ; e trovando un colle opportuno, lontano al più tre sladj dal Pallanteo, vi si accasarono : chiamalo alloca Saturnio, o Crònio come i greci direbbono, ora si chiama Capitolino. Erano quei che rimasero per la più parte del Peloponneso, io dico i F enueati, e gli Epei della EUide, disamorati di viaggiare in verso la patria, perchè devastata nella guerra con Ercole. Mescolavansi ad essi alcuni de’ Trojani &tti prigionieri quando Èrcole prese già Troja, regnandovi Laomedonte. E pormi che in quei luogo si annidassero ancora tutti di quell’esercito, quanti o stanchi dalla fatica, o dal rigirarsi ottennero levarsi dalla milizia. Alcuni, come ho detto, stimano antico il nome del colle ; tanto che gli Epei gli si affezionarono nommeno in memoria del colle, Gronio chiamato nella Elide in su le terre di Pisa lungo le rive dell’ Alfeo. Gii Elicsi riputando quel poggio loro sacro a Saturno vi si adunano in fìssi tempi, e l’onorano con sacriGzj e con altro colto. Nondimeno Eusseno, ed altri mitologi VIOlfJGT, tomo I. i 5o nr.Italiani pensano che i Pisani per la simiglianza del Cromo loro dessero il nome anche all’ altro : che gli Epei con Ercole erigessero a Saturno l’ altare che trovasi alle falde del colle presso la via che mena dal Foro al Campidoglio : e che essi istituissero il sagriCzio che i Romani v’ immolano ancora con greche cerimonie. Ma io, paragonando, trovo  che prima della venuta di Ercole nella Italia quel luogo era sacro a Saturno, e Saturnio chiamavasi da’ terrazzani : e che tutta 1’ altra regione, che ora dimandasi Italia, era dedicata ancor essa a quel Nume, e Saturnia nominavasi dagli abitanti, come trovasi detto nelle risposte date dalle sibille o da altri Iddii. Eid in molti luoghi di questa sonovi de’tempj alzati a quel Nume, ed alcune città da lui si denominano, come allora tutta la Italia: e portano ancora il nome del Dio molti luoghi, singolarmente i monti e le rupi. Col volger degli anni fu detta Italia per un uom potentissimo, Italo nominato. Antioco di Siracusa lo dipinge per uomo destro e filosofo, il quale convincendo molti popoli col dire e molti colla forza, ridusse in poter suo quanto v’ è tra ’l golfo Napitino  e quello di Scilla : e quel tratto fu il primo che Italia da Italo si dicesse. Dopo ciò scrive che divenuto più forte, fece che molti altri gli ubbidissero; perocché mise il cuore su’confinanti, e ne prese molte città: e scrive finalmente eh’ egli era Qenotro di nazione. Ella(l) Cluverio in tini. Aniiq. I. IV crede die deliba Irgf’ersi Lame/in in Tece di IVrpitino. Filoguno k di parere die Lamet città di Lucania desse nome a questo golfo.. !) I iiko di Lesbo narra die Ercole coiiJucevasi i bovi di Gerione alia volta di Argo, ma che essendo già nell' Italia il tenero figlio di una vacca spiccossegli dall’ armento, e profugo vi errò da per tutto ; finché solcalo il mare interpostp giunse nella Sicilia : che cercando Ercole quell’ animale, e chiedendo ovunque capitava, se alcuno lo avesse veduto de’ paesani, siccome poco intendevano il greco, e da’ segni lo chiamavano come aneli’ oggi si chiama nella patria lingua vitello ; cosi Vilalia chiamò tutta la regione da questo percorsa. Non è poi meraviglia che uu tal nome si tramutasse com' è di presente ; mentre tanti greci nomi eziandio subirono pari vicende. Ma, sia che prendesse quel nome, come dice Antioco, dal condottiero, il che forse è più probabile, sia ebe dal vitello come pensa Ellanico ; raccogliesi da ambedue che lo prese intorno ai tempi di Ercole, o poco prima ; essendo chiamala iunanzi Esperia ed Ausonia dai Greci, e Saturnia da [laesani, come di sopra fu detto. Coutasi ancora tra qne’ popoli la novella ebe innanzi al principato di Giove ivi Saturno regnasse: e che tra loro più che altrove si avesse quella vita sì famosa, beata per tutti i beni, quanti le stagioni ne apportano. Ma se alcuno risecando ciocch’è di favoloso nel discorso, vaglia Intenderne la bontà di quella gioite, dalla quale il genere umano, sorto di recente dalla terra, come è vecchia fama, o d’ altronde, ne raccolse vantaggi moitissiini, e giocondissimi ; non troverà [>cr tal fine suolo pili acconcio di questo. Iiiiperocciiè se paragonisi una terra con altra di eguale granàezza, T Italia pei mio giudizio è la migliore neU' Europa, e dovunque. Non ignoro clie io sembrerò dir cose incredibili a molti, i quali risguardano l’Egitto, la Libia, e Babilonia, e quante altre vi sono beate contrade: ma io non pongo la ricchezza della terra in una specie sola di prodotti, nè invidierei di abitare dove pingui sono le campagne, nè vi si scorge altro bene se non tenuissimo: ma quella regione chiamo la migliore la ^ale sia bastantissima a sé Stessa, e che meno abbisogni deir altrui. Sono poi persuaso che la Italia paragonata con altra qualunque, appunto sia la terra datrice di ogni frutto, e di ogni utile. E certamente, se comprende campagne felici e molte, non perchè madre è di messi, è men propizia per gli arbori : e se vale assai per ogni genere di alberi, non perchè tale, è poco ubertosa^ nel seminarvi: o s’ è bonissima per ambedue questi usi, non per questo è men propria pe’ bestiami : nè perchè varia si dimostri ne’ prodotti e ne’ pascoli è disamena poi se vi si abita. Ma direi che di ogni agio soprabbonda e di ogni diletto. E qual terra mai frumentaria vince le terre dette della Campania, bagnate dalle acque non de’fiumi, ma del cielo f Io vi contemplai campagne che davano tre raccolte nudrendo dopo i semi del verno, quelli per la state, e dopo gli estivi, gli altri in 6ne per 1' autunno. Quale coltivazione supera in olio quella dei Messapj, de’ Daunj, de’ Sabini e di altri? Qual mai suolo con vigne sorp rende più che il Tirreno, l’Albano e il Falerno 7 il quale ama così le viti, che ne porge col tnen di lavoro amplissimi frutti e bonissimi. Ma oltre le terre che si lavorano, ivi molte pur se ue trovano, riservate per le capre e per le pecore ; ma più mirabili ancora sono quelle da pascervi le mandre dei cavalli e de’ bovi: imperocché soprabbondandovi l’erba palustre c dei prati, e riuscendovi fresca e rugiadosa nelle parti che si coltivano, dan pascoli senza limite in tutta l’estate, e mantengono in fiore gli armenti. Qual dolce spettacolo ivi sono le selve per balze, per valli, per colli non culti, e di qnale e quanto niateriale per le navi e per altre operazioni ì Nè già cosa alcuna di queste è dilTìcile ad ottenerla, nè rimota dall’uso degli ^ uomic : ma tutte sono pianissime, e tutte facili a trasmettersi per la moltitudine de’ fiumi, i quali scorrono tutta la regione : e li quali con utile vi agevolano i trasporti e le permute dei prodotti della terra. Vi si trovano ancora in più luoghi delie acque calde, propriissime a’ bagni, e bonissime per le cure di mali diuturni. E metalli vi sono d‘ ogni genere, e cacce d’animali in copia, e mari fecondissimi, come pure altre cose moltissime ; e più utili e più meravigliose. Benissimo soprattutto ne è 1’ aere per la dolce sua temperie secondo le stagioni, e poco opponesi con calori o freddi eccessivi al formarsi de’ fratti, ed al vivere degli animali. Non è dunque da meravigliarsi che gli antichi prendessero quella terra per sacra a Crono, o Saturno; concependo che questo Dio vi fornisse, e saziasse i mortali d’ogni bene. Ma sia che chiamisi Crono come da’ Greci, sia che Saturno  come da’Romaui;  Stefano r fiasaubono credono ebr qui fosse nel testo K^ac Digilìzed by Google ìy!^ dkt.i.t; Antichità’ koma^e •omprenJeitilo ciascuno di essi la natura tutta delle cose ; tu lo nomina come più vuoi. Nemmeno è da meravigliarsi cbe contemplando in quella ogni abbondanza e delizia, commoventissime cose, ne credessero ogni luogo più acconcio, degno degli Dei, com' era de’ mortali ; e li monti e le selve si ascrivessero a Pane, i prati e floridi luoghi alle ninfe, e le rive e le isole ai geuj marini, ed ogni altra parte ad un genio o a un Dio, come più couvenivagli. È fama che gli antichi immolassero a Crono umane vittime, come in Cartagine, ^ mentre esistè, come tra’ Celti, e come in mezzo di altri occidentali ; e che Ercole volendo precludere U barbarie di quel sacrificio, innalzasse l’ altare nel colle Saturnio, e facesse che vittime pure vi si ardessero con puro fuoco. E perchè que' popoli non sen corucciassero quasi spregiasse i patrj sacrifizj, è fama die gli ammonisse a placare l’ira di quel Nume; e piuttosto che gli uomini gettare nel Tevere legati nelle mani e ne’piedi, a gettarvi i simulacri loro, vestiti appunto com’ essi. Egli serbava una immagine degli antichi costumi, perchè si sterpasse alfine, quanta superstizione, ' restava ancora ne’ cuori. Conservavano i Romani tal pratica ancor ucl mio tempo, rlnovandola poco appresso all’equinozio di primavera nel mese di maggio nelle idi che chiamano, le quali vogliono che ricorrano il giorno aj>punto, cbe è il ipezzo del mese della luna. In questo il che linde > azieti, e bcDÌssiraa corrisponde alla parola Ialina di Saturno i e perh di sopra abbiamo usala il verbo saziata. Crono poi non h che il tempo ; cd il tempo lutto prepara, a di tallo ioruiicc ^li iiooiini col suo corso.  1 fiamapi Inp \nraa regolavano l’anuo sul corsa delia Urna,. DD i ponteGci, vale a dire i primi tra’ sacerdoti, come le vérgini, custodi del fuoco inestinguibile, i pretori, e gli altri che esser possono all’ opera santa, dopo avere compiuti secondo la legge il sagriGzio, gettano del ponte sublicio nel Tevere, trenta simulacri in forma umana Argei  nominati. Ma de’ sagriGzj e delle altre divine cerimonie^di Roma, nazionali o greche di maniere, diremo in altro libro ; richiedendo ora il subjetto che più riposatamente seguitiamo Ercole nella sua venuta in Italia, nè trasandiamo cosa da lui fattavi, degna di lode. ! XXX. E su questo Dio diconsi delle cose, quali più vere e quali più favolose : e cosi stanno le favolose. Ercole, oltre gli altri travagli, comandato da Eurisleo di condurgli da Eritea li bon di Gerione in Argo, tornando dalla impresa in sua casa, venne in molte parti d’ Italia e della terra degli Aborigeni, prossima ai Pallanteo. E trovandovi copioso e buon pascolo, vi addusse i bovi, ed egli, quasi stanco dalle fatiche, die desi al sonno. Intanto un ladro paesano, Caco di nome, capitò tra’ bovi, pascolanti senza custòde, e se ne in-' vaghi. Ben conobbe che Ercole si riposava ; ma vide che> nè puteali tutti involare occultamente, nè facile ne sarebbe la impresa. Quindi ne ascose pochi solamente ed il principio della nuora luna era principio insieme del nnoT mete. Di qui nasce che faceano combinare te idi di maggia cl plenilunio o col mezzo del mese lunare.  Queste figure erauo di giuoco: si chiamavano Argei, qnsai rappreseiilasscro tanti Argivi che si slarmioavann come nemici degli Arcadi. nell’ antro vicino, dov’ egli vivea, traendoveli via via retrogradi per la coda, perché vedendovisi le pedate contrarie all’ ingresso, potesse render vano ogni argomento sa di essi. Ma levatosi Ercole poco appresso, e numerati i suoi bovi ; come vide che ne mancavano, dubitò su le prime, ove fossero andati, e li cercò mano a a mano come erranti da’pascoli. Nè raggiungendoli ancora ; venne alla spelonca sebbene sconsigliatovi dalle pedate, niente meno pensando, quanto che ivi ne ritroverebbe il covile. Standone Caco dinanzi l’entrata, e richiestone, dicendo non averle vedute, nè volere che ivi più si cercassero ; anzi convocando clamorosamente i vicini, quasi patisse violenza dal forestiero ; Ercole, dubbioso in prima come istrigarsela, prende in fine a ' dirigere all’ antro ancor gli altri bovi. Ma non sì tosto quegli da entro sentirono la nota voce e 1’ odore, lasciarono verso gli altri di fnora un muggito, e fu quel muggito r accusatore del furto. Caco, vedutosi reo manifestamente, ricone alla forza convocando tutti i suoi compastori. Ecco Alcide investirlo colla clava, ed ucciderlo e sprigionarne i suoi bovi: poi vedendo, com’era la spelonca un refugio opportuno pe’ rubatori, la dirupò. Quindi, parificatosi con Tonde del fiume dalla strage, inalzò presso quel luogo a Giove ritrovatore un altare, ora visibile in Roma nella porta trigemina ; sacrificandovi un vitello al Nume onde ringraziarlo su’ bovi ricu-, perati. Roma porge ancora quel sacrificio, tutto con greci riti, come Ercole lo istituì. Gli Aborigeni e quegli Arcadi che abitavano il Pallanteo come seppero della morte di Caco, c mirarono Èrcole, nemici già del primo per le rapine, siu> pirano all’ aspetto del secondo, credendo non so che divino in lui per la grande avventura sua nella vittoria. I poveri tra loro spiccando ramnscelli di alloro, copioso in que’luoghi, ne coronarono Ercole e sè stessi ; ed accorrendo i loro monarchi lo invitarono ad ospizio. Come poi dal dir suo ne conobbero il nome, il lignaggio, e le imprese ; prolferivano a lui per benevolenza il i-egno e sé stessi. Ed Evandro che anticamente udito avea da Temide stessa, volere il destino che Erctde, il figlio di Giove e di Alcmena, cambiasse per la virtù la natura mortale colla immortale, appena ravvisò chi egli fosse, ansioso di prevenire tutti e di rendersi propizio l’eroe con gli onori de’ Numi, alzò di repente con assai cura un alure, sacrificandogli dove l' oracolo avea già significato, un giovenco, intatto ancora di giogo, e supplicandolo a ricevere da lui le primizie di un culto. Meravigliatosi Ercole delle accoglienze, tenne il popolo a convito, immolando parte de bovi, e separando per ciò le decime delle altre prede : poi donò a quei re che assai Io bramavano, molte delle terre de’ Liguri ^ e di altri confinanti, cacciando da esse alquanti ribaldi. Dicesi ancora che egli fe’ la ricerca, giacché i primi de’ paesani lo tenevano per un’ Iddio, che gli perpetuassero quegli onori, sagrificandogli ciascun anno un giovenco non domo, e santificandone l’azione con greche cerimonie : e dicesi che insegnasse queste a due famiglie le più riguardevoli perchè vittime in tutto accette gli si offerissero: essere poi quelle de’Potizj e dei Pinarj, le famiglie allora istruite del greco rito, e le loro generaziout aver lungo tempo continuata la cam de’ sagriiìzj, come v’ erano da colui depuute : talché i Potizj erano i capi nella santa operazione, ed aveano le primizie al bruciarsi delle vittime; laddove i Pinarj non ammetteansi a parte delle viscere, e teneano sempre i secondi onori nelle cose comuni ad ambedue. E cagione a questi della onorificenza minore fu la tardanza loro nel presentarsi; giacché comandati di venire sul far del mattino, giunsero essendo già consumate le viscere. Ora r incarico del santo ministero non è più de’ posteri loro: ma di servi comperali dal pubblico. Dirò poi nel suo luogo le cause per le quali il costume fu varialo, e le significazioni del Dio quando i santi ministri si permutarono. L’ara ov’ Ercole offerì le sue decime, chiamasi Massima da’ Romani, e trovasi presso al foro detto boario, veneratissima, quanto altra mai, da’ paesani : imperocché su questa fa patti e giuramenti chiunque vuole stabilità negli accordi ; e su questa si offrono spesso ancora le decime a compimento de’ voti. Nondimeno un tale altare nelle fattezze è minore della sua gloria. Vi ha de’ tempj di questo Nume altrove ancora in più luoghi d’ Italia ; e gli'altari ne sono per le città e per le strade: e diffìcilmente trovcrebbesi una popolazione che non lo adorasse. E questo ci tramandan le favole intorno di Ercole.  Il testo ove DioDÌp spiegava tali cose è perito. Potrà vederseue ciocché ne scrive Livio oel libro nouo. Egli dice occorsa la mutaiioDc quando Appio Claudio esercitava le funxinni di censore. Allora in un anno perirono dei Potizj trenta tnaschj abili a rinovaro le famiglie, a cosi la stirpe virile corse al suo termine. Ma il più vero è quest’ altro : e molti die scrissero le imprese di lui, cosi nella storia lo delincarono. Ercole divenuto potentissimo in arme tra tutti dei suo tempo, e postosi con esercito numeroso scorse tutta la terra cinta dall’ Oceano, levando, se ce ne aveano, qualunque tirannide, grave e molesta ai sudditi, e qualunque impero di città contumelioso e nocevole agli altri vicini colla condotta dura e colle uccisioni ingiuste degli ospiti, e stabilendo monarchi onesti, governi savj, c costumi socievoli ed umani. Scorse ancora tra’ Greci e tra’barbari, neirinterno de’ mari e delle terre, in mezzo popoli infidi, intrattabili : fondò città .su luoghi deserti, diresse fiumi che inondavano i campi, aprì vie su monti impraticabili, e mille cose fece onde i mari tutti e le terre si comunicassero ogni vantaggio. Giunse finalmente in Italia ma non già solo, nè con mandre di bovi ; perocché non è questa regione in senti‘o per chi viene dalle Spagne in Argo, nè conseguito ci avrebbe tanti onori per causa di un passaggio. Egli vi giungea dalle Spagne conquistate, ma con esercito amplissimo per sottoporsela, e dominarvi. Se non che fu costretto a consumarvi gran tempo, e perchè lontana era la sua fiotta, stanti le bnrrasche ree dell’ inverno, e perchè le genti d’ Italia, non tutte spontanee gli si abbassavano. E per non dire di altri barbari, i Liguri, popolo numeroso e guerriero, posto ne’ passi delle Alpi, tentarono d’impedirgli colle arme 1’ ingresso nella Italia, e là s’ ebbero i Greci battaglia fierissima, esaurendovi tutti gli strali. Eschilo, poeta antichissimo, menziona questa battaglia nel suo Prometeo disciolto. Ivi inducesi Prometeo (he presagisce ad Ercole non che le altre vicende, quelle che gli sovrastavano nella spedizione contro di Gerione, e nella guerra co’ Liguri, certamente non focile : e questi ne sono li versi : À fronte là de" Liguri starai. Imperterrita gente : onta e rammarco Non ti fa guerreggiarli, e per destino, Pugnanda, ti vedrai mancar gli strali. Ma poiché, vincendo, s’ impadronì di quei passi ; alcuni, specialmente se greci di origine, o non valevoli a resistere, sottomisero volontai^' le loro città ; ma i più vi furono astretti con le arme e con gli assedj. Quanto ai vinti in battaglia, dicesi che Caco, quel si noto per le favole de’ Romani, barbaro principe di barbara gente, gli si opponesse perchè dominava luoghi assai forti, il che lo rendeva molesto ancora ai vicini. Costui poiché seppe che Ercole si accampava ne’ piani contigui apparecchiatosi all’ uso de’ ladroni, appari con subita scorreria su 1' esercito di lui che dormiva, e ne involò le prede, quante ne erano senza guardia. i Ma rinchiuso poscia per assedio da’ Greci che ne espugnavano le fortezze, finalmente anch’ egli soggiacque, e nel mezzo de’ suoi baluardi. 1 suoi castelli furono rovesciati; ed i compagni di Ercole, Evandro con gli Arcadi,. c Fauno con gli Aborigeni suoi pigliarono ciascuno per  Eboliìlo sdisse il suo Proiueleo ignìfera, il suo Promeleo legato, ed il Prometeo seioUo. Strabono nel lib. i, Ateneo nel 14 liarlarono dell’ ultimo. Il secondo ci resta ancora.  I.' 6l 9Ò parte delle terre del vinto. Ma ben può taluno immagnare che i Greci rimasti in quella regione furono gli Epei, e gli Arcadi originar) della città di Feneo, e li Trojani, lasciativi a presidiarla. Perocché tra le arti imperiali di Ercole fu pur quella nommeno sorprendente che le altre, di sospingere tra le sue milizie uomini divelti a forza dalle città conquistate, e di metterli alfine, se animosi combattessero, ad abitare le terre invase, arricchendoli dell’ altrui. Per tali cagioni, e non per II viaggio che niente area di rispettabile, il nome e la fama di Ercole divenne grandissima nell’ Italia. Aggiungono alcuni, che ne’ luoghi ora abitati ^a’Komani egli vi lasciasse due suoi figliuoli gen^ retigli da due donne. Pallente era 1’ uno natogli da Launa  la figlia di Evandro: Latino è l’altro, natogli da una donzella boreale. Egli la conduceva seco dataci dal padre in ostaggio, e custodivaia finché candida si maritasse ; navigando però verso 1’ Italia ne fu vinto dall’ amore, e la fecondò. Ma essendo egli ornai per tornarsene in Argo concedè che si restasse sposa di F anno, re degli Aborigeni ; e per tale cagione molti tengono Latino per figlio di Fauno, e non di Elrcole. Narrano che PaUante morisse nel fiore primo degli anni: ma che Latino, adulto fatto, succedesse al comando degli Aborigeni : e che venuto lui meno senza stirpe virile, il regno, per la battaglia co’Rutòli confinanti, restasse al figlio di Anchise, vale a dire ad Enea, che  Quesu nel S Zini, precedeatemente è chiamata Canna, ed ora  chiama Launa. Forse non k che la tanto nota Lavinia detta da Greci Launa, Labina, Laiinia, o Laouinia.  iliveuae suo genero'; ma queste cose accaddero in altro tempo. Ercole, ordinate come volea, le cose tutte d’Italia, e giuntagli la flotta, salva dalle Spagne, ofTerl con sagrifizio agl’ Iddii le dècime delle sue prede, e là, dove alloggiavasi la milizia navale, eresse una piccola città, dandole il nome di sè stesso , la quale ora albergaci Romani, e giace tra Pompeiano e tra Napoli con porto sicurissimo per ogni tempo. Cosi divenuto tra gl’ Italiani simile ad un Dio per gloria, per emu> lazione, per onori, fece vela per la Sicilia. Gli uomini lasciali custodi ed abitatori dell’ Italia, là, d’ intorno al colle di Saturno, si ressero un tempo da sè stessi : ma non molto dopo compartendo i proprj costumi, le leggi, i santi riti agii Aborigeni, come già fecero gli Arcadi, e prima i Pelasgbi, divennero coudttadini degli Aborigeni, talché sembrarono in (ine una gente medesima. E questo sia dettò su la spedizione di Ercole nella Italia, e su quei del Peloponneso che vi restarono. Nella seconda generazione dopo la partenza di Ercole, nelr anno cinquautesimoquinto al più regnava su gli Aborigeni ornai da trentacinque anni Latino il Aglio di Fauno il discendente di quel magnanimo. In quel tempo i Trojani fuggendo con Enea da Ilio già debellata approdarono a Laurento, .spiaggia degli Aborigeni in sul mare Tirreno non lontano dalle bocche del Tevere. Ed avendo da’ paesani'uu luogo per abitarvi, c quanto chiedevano, alzarono poco  (^uMia citi à di Ercole, si crede dorè ora è la torre del Grt-cu nel gulfe di lungi dal mare in un colie uqa città cui chiamarono Lavinia. Ma da indi ’ a non molto, cedendo 1’ antico nome, ebbero quello di Latini dal re di que’ luoghi ; e levandosi da Lavinia insieme co’ terrazzani fondarono una città più grande, Alba denominata. Donde uscendo di tempo io tempo fabbricarono molte e molte delle città de’vecchj Latini, abitate in grandissima parte ancor di presente. Sedici generazioni 'dopo la presa di Troja spedironouna colonia nel Pallanteo, e nella Saturnia, dove già fabbricato avcano i Pelopounesj e gli Arcadi, e dove erano pur le reliquie di essi, e fecero che vi ^ abitasse. Allora cinto di mura il Pallanteo prese la prima volta la forma di una città. Allora ebbe il nome di Roma dal duce della colonia, io dico da Romolo, diciassettesimo tra’ posteri di Enea. Ma, perciocché gli scrittori, parte ignorano, e parte ricordano variamente quanto è della venuta di Enea nella Italia, non io vo' trattarne come di fuga, ma prendendo ciò dalle storie, almeno più accreditate de’ Greci e de’ Romani. Ora tali sono le cose narrate su quell’ argomento. Espugnato ilio da’ Greci .sia per l’ inganno del cavallo di legno, come è presso di Omero, sia pel tradimento degli Aulcnoridi, o per altra maniera, perirono in città la popolazione, e gli alleati, sorpresi ancora nelle camere loro ; sembrando che la sciagura gii assalisse, non guardandosene, tra la notte. Enea e con esso i Trojani venuti da Dardano c da Olrinio a soccorrere gl’lliesi, c quanti altri conobbero in tempo la sciagura, che era preso il basso della città, fuggendo a luoghi più forti di Pergamo occuparono il castello,  difeso da proprj muri, ove, come ia saldissima parte, erano le sante cose di Troja, e danaro in copia, insieme col fior dell’ esercito. Standosi colà respingevano chi tentava di espugnarveli; ma per la perizia ne’ sotterranei vi riceveano chi vi si riparava dalia città già pigliata. Così più furono quelli che ne scamparono, che non quelli che caddero prigionieri. Con tal metodo Enea conseguì che l' impeto col quale i nemici ovunque infuriavano, non comprendesse in un tempo ogni cosa. Poi calcolando nelle sue probabilità l’avvenire, siccome era impossibile conservare la città, perdutane già la più gran parte, si rivolse al partito di cedere le mura ai nemici, e di salvare almeno le persone, e le sante cose della patria, e quanto potea trasportarsi di danaro. Così deliberato, comandò che fanciulli, e donne, e vecchj, e quanti abbisognavano di pausa nel fuggire, s’ incamminassero intanto verso le cime dell’ Ida ; mentre ~gli Achei tra T ardore di espugnar la fortezza non curerebbero d’insegnire la moltitudine che levavasi dalla città: destinò parte di milizie in guardia di ehi si avviava perchè la fuga riuscisse più certa, e nello stato presente men dura; avvertendoli insieme che occupassero i luoghi più forti dell’ Ida. Intanto ( col resto dell’ esercito, ed era il più rilevante ) egli persistendo su le mura, teneavi dis’ ratti i nemici che le attaccavano, e rendeva meno disagiato lo scampo ai suoi, che sfilavano : se non che salendo poi Neptolemo co’ suoi la fortezza, e convocandovi d’ ogn’ intorno i Greci perchè lo ajutassero; Enea finalmente si ritirò. Spalancate le porte,. 6 !) deuominate perla fuga di tanti , anch’egli uscì per esse, ma in ordine di batiaglia tra quelli che gli restavano, portando su di ottime bighe il genitore, i patrj Dei, la sua donna, i figli, e quante v’ erano persone, o suppellettili più riguardevoli. Intanto gli Achei, presa di for/.a la città, spaziandosi intorno la preda, lasciavano ai fuggitivi grande comodità di salvarsi. Enea raggiungeva via via gli altri suoi, finché raccoltisi tutti in un corpo, occuparono i luoghi più forti deir Ida. Sopravvennero ivi ancora quelli che abitavano in Cardano ; perocché vedendo lanciarsi da Ilio fiamme copiose fuor dell' usato, abbandonarono tra la notte insieme la loro città, levatine gli altri, i quali partirono prima coti Elimo ed Egesto, avendosi apparecchiate delle navi. Poi vi giunse tutto il popolo della città di Ofrinio, e vi giunsero dalle altre città Trojane quanti aveansi cara la libertà, sicché in poco tempo la milizia vi divenne grandissima. Ora questi', fuggiti con Enea dal cader prigionieri, tenendosi in quei luoghi sperarono di rendersi dopo non molto alle patrie, appena i Greui via navigherebbero : ma i Greci sottomettendo Troja e le adjacenze, e devastandone le fortezze, apparecchiavansi a porre sotto giogo ì rifuggiti ancora ne’ monti. E mandando questi gli araldi perchè desistessero, nè li necessitassero alla guerra, si venne per le suppliche a trattative, e tali ne furono gli accordi. Enea e li suoi recandosi tjuanlQ  ni/Asf ^vyciéits, porle de' fu(;giiÌTÌ. s DIOAIGI t l. aveano salvalo nella fuga partissero in dato tempo dalla Traode, e consegnassero le fortezze : i Greci in apposito ovunque dominavano in mare ed in terra, vi procurassero la sicurezza à Trojani che viag~ giovano a norma de’ patti. Enea consentendo a lai leggi, anzi bonissime riputandole per le circostanze ; manda Ascaiiio il più grande de’ figli con banda di milizie per 10 più frigie, alla terra detta Dascilite ove ora è il lago uiscanio, perchè invitatovi da’ paesani a prendervi 11 comando. Ascanio andò, e vi stette ; ma non molto : perocché giugneudogli dalla Grecia Scamandrio e gli altri Ettoridi, rilasciativi da Necptolemo, egli guidandoli ne’ regni paterni, si rimise in Troja. E tanto è quello che si narra di Ascanio. Enea però com’ ebbe pronta la flotta, vj assunse gli altri figli, il padre, le cose auguste de’ Numi, e navigò su 1’ Ellesponto alla penisola vicina, chiamata Pallene, la quale giace dirim petto di Europia. Ivi un popolo ci avea, di Traci si, detto Cruseo, ma bellicoso e fidissimo tra quanti erano gli alleati de’ Trojani nella guerra. Tale è il racconto il più verisimile fatto da Ellanico, scrittore antichissimo, intorno la fuga di Enea 1  Nel teilo si legge: ZufUTns Europa: ciocebè ha prodotto degli equivoci: la vera lezione deve essere cioè di Europia la quale h regione della Macedonia che prende nn tal nome dal fiume Europo. Pailene talvolta è detta ancora città di Tracia, perchè li Traci vi comandarono. Del resto essa è pib distante che la Tracia a quelli che navigano dall’ Asia per 1’ Ellesponto. E Dionigi Den propriamente 1’ ha chiamala vicinissima per questi, essendo tale pinitesto la Tracia.  là dove tratta delle cose Trojane. Se ne hanno ancora degli altri e non simili in altre leggende, ma non si, come io penso, persuasivi. Decidane chi gli ode, come più vuole. Sofocle il tragico nel suo dramma su Lao coonte, esseudo già Troja in sul termine, rappresenta Enea che va con le sue robe in sull’ Ida, seguendo i voleri del padre Anchise, pieno dei ricordi di Venere, e mirando la distruzione ornai della patria ne’ freschi portenti avvenuti su’ figli di Laomedonte. E tali souo i versi di lui ma pronunziati da altra persona : £cco il fgliuol di tenere alle porte ; In dorso ha il padre, a cui di [bisso pende Cerulea veste dalle spalle, tocche Dalla folgore un tempo ; intorno intorno Gli fin turba i domestici, e le schiere Non si grande però, come tu pensi, De‘ Frigi, amanti d’ aver sede altrove. Menecrate di Zante fa saperci che Enea mise la patria nelle mani de’ Greci, tradendola per l’odio suo contro di Alessandro, e che gli Achei per tal merito gli con cederono che salvasse la sua casa. Egli comincia la sua storia dalla sepoltura di Achille in tal modo. Erano gli Achei liete afflizione, sembrando a sè stessi come privi del capo della milizia. Nondimeno ergendogli una tomba guerreggiavano di tutta lena ; finché Ti'P]a fu presa per tradimento di Enea. Quest’ uomo, perche spregiato da Alessando, ed escluso dagli onori  Piccolo dooo aozi nullo: raentte Enea aveva luLio questo, c più ancora, sema il iradìmento: yorrei dire che Meuecraie non è savio, uel tulio aluaeuo de’iUCt;outì, e quindi cUc poco stm da aiifudarsi. sacerdolali, rovesciò la reggia di Priamo, e divenne per tali opere come uno de' Greci. Altri però narrano eh’ Enea di quel tempo si trovava dove ferme si stavano le inavi trojane, ed altri che nella Frigia, speditovi da Priamo con soldatesca pe’ bisogni della guerra ; anzi evvi pure chi; assai piò favoleggia su la partenza di Enea : ma ne senta ognuno come vien persuaso. XL. Le vicende di lui dopo la partenza mettono più incertezza ancora in molti; perciocché taluni guidandolo in Tracia dicono che ivi compiesse la vita ; e tra questi sono Cefalone Gergitio, ed Egesippo il quale scrìsse intorno Pelleiie, antichi entrambi e rispettabili. Altri ripigliandolo dalla Tracia lo sieguono 6no all’ Arcadia ; e dicono che abitasse in Orcomeno di Arcadia, e nel luogo, che, sebbene entro terra, cangiossi in isola, per le paludi e pel fiume, che le colonie che ora chiamansi Cafie sursero per Enea e pe’ compagni, ma Gamie nominandosi allora da Capi trojano. Sono questi racconti di varj e di Aristo che scrisse le cose degli Arcadi. Novelleggiasi ancora eh’ Enea capitasse veramente in que’ luoghi, non però che in essi morisse, ma nell’ Italia : e ciò da molti attestali, come da Agatillo, Arcade poeta, nelle elegie scrivendo : Feline in Arcadia e generò nell’ isola Con le due donne Antèmone e Codone,  Due,/iglie ; e scorse nell' Italia, e quivi Del gran Romolo suo padre divenne. La venuta di Enea e de’ Trojani nella Italia la sostengono tutti i Romani ; e monumento ne sono le pratiche nelle feste e ne’ sagi'ifizj, i libri sibillini, gli oracoli Pitici, e ben altre cose, le quali niuno trascurerà, quasi aggiunte per ornamento. In Grecia ne restano tuttora molti indizj notissimi, come il porto nel quale approdarono, ed i luoghi ne’ quali si. trattennero, non essendo il mare navigabile. Siccome dunque sono tanti, io ne farò come posso menzione, ma breve. Primieramente dunque vennero in Tracia approdando alla penisola detta Pailene, tenuta, come indicai, da’ barbari chiamati Crusei, e v’ ebbero ospizio sicuro. Passando ivi r inverno edificarono in un promontorio un tempio a Venere, e fondarono la città di Enea, dove lascia rono quanti non poteano pe’ disagi più navigare, o quanti voleano rimanere, vivendovisi come nella patria. Questa durò fino al regno de’ successori di. Alessapdro, ma nel regno poi di Cassandro fu distrutta, quando sorse Tes.salonica : e gli Eneati e molti altri passarono alla nuova città., ; XLI. Salpando da Pailene vennero i Trojani a Deio, ove Anio signoreggiava. E, finché Deio fu popolata r e (lorida, molti erano gl’ indizj della venuta di • Enea, e de’ compagni nell’ isola. Dalla quale navigando a Citerà  aUra isola incontro del Peloponneso ’ vi edificarono un tempio a Venere. Da Citerà tornandosi al mare e trovando morto non lungi varono i Trojani con Eleno. Ottenuto l’ oracolo sulla nuova loro sede, offersero al Dio cose trojane, e tra queste crateri di bronzo, de’ quali alcuni manifestano ancora con iscrizioni antichissime gli oblatori : e quindi si ricondussero camminando quattro giorni alle navi. Intendesi la venuta de’ Trojani a Butrinlo da un colle ove accamparono, che ancora chiamasi Troja. Da Bu> trinto sospinti lido lido Gno al porto detto, dopo un tal fatto, di uincitise ed ora chiamato con nome men chia ro (a), eressero ancor ivi un tempio di Venere : e passarono il mar Ionio avendo per guida della navigazione molli, che volontari li seguitavano, e li quali menavano con sé Patrone da Turi con la sua genie ; ma li più di questi, giunta l’ armata nell’ Italia, tornaronsi alle patrie : rimasero però nella flotta Patrone ed alquanti de’ suoi mossi a far causa con Enea, nel cercar nuove sedi ; quantunque alcuni dicano che il domicilio mettessero in Alunzio di Sicilia. In memoria di tal beneGzio col volger del tempo i Romani donarono agli Acarnani Leucade ed Auaitorio, togliendole ai Corintii ; e permisero ad essi che lo bramavano, di rimettere ne’ pro Regia dirimpetto a Corfb dalla qnale è lontana 13 miglia. (a) Il Casaubono crede questo porto quello che da Tolomeo h chiamato Onchesmo, e da Strabone Oochismo ; il quale incontraTasi dopo Butriuto e Cassiope ( ora Januia ); crede che in principio si chiamasse di Anchise, poi di Anchesmo, o d^i Anchismo, e quindi men chiaramente, di Onchesmo, o di Oncbismo. Digilìzed by Google 7^ nm.LE antichità’ romane prj averi gli Oniadi, e di godere in comune con gli Etoli il frutto delle isole Ecliioadi. Calarono i compagni di Enea, ma non tutti in un luogo a terra ; approdando coi più delle navi al capo japigio, detto allora dei SalenUni ; e con le altre al lido, prossimo a quello cliiamato di Minerva nel quale Enea stesso sbarcò. Era questo sito ancora un promontorio ma con porto estivo denominato di Venere, appunto dopo quel giorno. Poi navigarono, quasi col piè sulla terra, fino allo stretto di Sicilia, lasciando, ovunque andavano, de’ monumenti, e tra questi là nel tempio di Giunone, la caraffa me fallica, la quale con antichissimo scritto manifesta 4I nome di Enea che porgevala in dono alla Diva. XLIII. Fattisi ornai vicini, eccoli nella Sicilia finalmente a Drepano, dir non saprei, se portativi per disegno di sbarcare, o se per le burrasche de’ venti, consuete in quel mare. Qui s’imbatterono coi compagni di Elimo e di Egesto fuggiti prima di loro da Troja. Favoriti questi da’ venti propizj e dalla sorte, nè gi'avati di molte bagaglio, erano in poco tempo approdati in Sicilia, e fabbricato aveano intorno al fiume Crimiso in una terra che i Sicani aveano amorevolmente ad essi ceduta, per essere Egeste nodrito già nella Sicilia e congiunto col sangue di loro per questo Caso. Uno dei maggiori suoi, famoso trojano, cadde nell’ ira di Laomedonte, e quel re pigliandolo, certo per una incolpazione, lo uccise, uccidendo nemmeno tutta la stirpe virile di lui perchè alfine non • sen vendicasse ; ma le vergini figlie giudicò bensì cosa non degna lo ucciderle, ma uon sicura nemmeno a permettersi che si accasassero. 73 eoa Trujani. Pertanto le diede a mercadanti con ordine che lontanissime le portassero. Or queste rimovendosi navigò con esse un cospicno garzone, il quale preso già dall’amore di una maritollasi, e trassela nella Sicilia; e là dimorandosi nacque di loro il fanciullo Egesle nominato. Apprese i costumi e la lingua del loco : infine morendogli i genitori, e dominando Priamo in Troja, brigossi per lo ritorno. E militò pur egli contro gli Achei ; ma prendendosi ornai la città, navigò di nuovo per la Sicilia, fuggendo con Elimo su tre navi, usate già da Achille quando saccheggiava la Troade, e poi da esso abbandonale perché  portn bello ^ o buono, ma nel codice Valicano ai La porto cattivo: il che varia la àeuicuta quali finge Nettuno che presagisca la grandezza avvenire li Enea, come de’ posteri, con tali maniere : Ifo, non i dubbio ; la virtù di Enea /leggerà li Troiani, e re^ranli Be’ figli i fgli, e chi verrà da loro. G^ncependo da ciò, che Omero conosciuto avesse che questi regnavano nella Frigia ; inventarono qnel ritorno di Enea, quasi fosse impossibile che abitando nella Italia dominassero genti trojaue. Eppure ben poteano comandare a Trojani già diretti nei viaggio e stabilitisi altrove: vi saranno forse altre cause per le quali diasi a vedere r inganno. XLY. Che se alcuni sien turbati da questo : che la tomba di Enea si dica e si additi in più luoghi, non potendo in più luoghi esser lui tumulato ; riflettano esser tal dubbio comune su molti uomini, specialmente su gli insigni per sorte, e vivuti sotto cielo ognor vario : e sappiano che una è 1’ urna che accoglie i loro cadaveri, ma molti tra le nazioni li monumenti per gratitudine sul bene che vi operarono, massimamente se tra quelle esistano stirpe o città che da essi provengano, o se lungo vi fecero ed amorevol soggiorno. Or tali appunto conosciamo che furono i casi che del nostro eroe si novelleggiano. Costui dopo aver operato che Ilio nelr esser preso non fosse totalmente distrutto, dopo aver operato che gli alleati si ritirassero salvi in Bebricia che chiamano; lasciò sovrano della Frigia 'Ascanio suo figlio, eresse in Pailene una città col nome di sé medesimo, maritò la figlia nell’ Arcadia, e fissò parte de’suoi nella Sicilia : e sembrando che segnalato avesse la sua dimora in più altre parti, beneficandovi ; ne acquistò la benevola propensione per la quale gli eroi quando cessano la vita dell' uomo si onorano, e con pompa di monumenti in più luoghi. £ veramente quali altre cause mai potrebbe alcuno ideare de’ monumenti di lui nell’ Italia ? Ma di ciò sarà detto nuovamente secondo che le materie de’ subjetti si dorran rischiarare. Che poi l’armata trojana non veleggiasse verso parti più remote di Europa, ne furono cagione gli oracoli, i quali prendéano compimento appunto in quei luoghi, e la divinità che tante volte avea rivelato, ciocché si volesse. Laonde approdati a Laurento alzarono le tende in sul lido. Ma stentandovi su le prime per la sete, perchè il luogo mancava di acque ; ecco vedonsi, ( dico ciò che ne udii tra’ paesani ) prorompere dalla terra spontanei rampolli di acque dolci, dalle quali fu tutto abbeverato 1’ esercito, ed irriguo ne divenne quel campo, scorrendo co’ rivoli loro dalle sorgenti fino a gettarsi nel mare. Ora però non si le acque abbondano che ne trascorrano, ma scarsissime, si restano in un cavo luogo, credute da’ paesani sacre al sole : e presso queste si additano due altari, trojani monumenti, rivolto r nno all’oriente l’altro all’occaso, ove favoleggiano che Enea facesse il primo sagrifizio in ringraziamento al Nume per le fonti che scaturirono. Poi sedutisi in terra per desinarvi, posero i cibi secondo molti su degli strati di appio come su le tavole ; ma secondo altri, per mondezza maggiore, li posero su focacce di farina : se non che finitisi i cibi apparecchiati, prima 1’ urto, indi r altro mangiava già 1’ appio o le focacce sottoposte ; quando com’ è fama, uno de’ Ggli, o certo della tenda slessa di Enea disse : oh ! Gn le tavole ci divoriamo. Destossi all’ udir ciò fra tutti un entusiasmo, uno strepito, come allora si compiessero i primi oracoli che riceverono : essendo già fatto ad essi un presagio, in Dodona secondo alcuni, o come altri dicono in Entra  nelle vicinanze dell’Ida ove sta la Sibilla, fatidica ninfa di que’luoghi. Questa annunziò loro che navigassero verso /’ occidente, finché giungevano in luogo, dove sarebbero mangiale le mense : e che prendessero, quando vedeano ciò verificaio, per guida un quadrupede, e dove stanco del viaggio sdrajavasi, ivi fondassero una città. Ricordevoli di quest’oracolo, chi per comando di Enea portava custoditi com’ erano i simulacri de’ Numi dalle uavi a luogo destinalo, e chi preparava basi ed altari per essi. Le donne accompagnavano le sante cose con ululati e con danze. InGne essendo già tutto pronto pei sacriGzio, i compagni di Enea stavano coronati intorno l’ altare.E già questi facevano de’ voti, quando la porca già pronta pel sagriGzio,gravida nè lontana dal parto, dibattendosi tra le mani de’ sacri ministri che la tenevano, fuggissene in parti più remote del mare. Enea concependo esser questa il quadrupede di cui 1’ oracolo signiGcò che sarebbe loro di guida le tiene dietro, non  Vi ebbero pià Lrilre ; I’ una in Beoiia l’altra in Tessaglia; (jui si parla della terza nella Jooia tra Llazomcns c Teon. Ma questa Krilra non era poi cosi vicina dell’ Ida : il che fa vedere che il testo non è puro abbastanza : seppure la idea di vicinanza non è qui relativa a distanze beo grandi. Digitized by Google  legni e cose di rustico apparecchio su le quali appariva che dolentissimo ne sarebbe chi ne era privato. In quel tempo Latino re guerreggiava co’ Rutoli, suoi vicini, ma con poca prosperità nelle battaglie. In tale suo stato gli annunziano, esagerando le imprese di Enea : che un esercito di forestieri gli devastava tutto il litlorale: che se non davasi presto a riutuzzarlo, avrebbe poi manifestamente guerra più aspra con essi, che non co’ vicini. Temè Latino a tal nuova, e ben tosto, sospesa la guerra presente, mosse con esercito poderoso contro a’ Trojani. Ma vedeudoli armali alla greca, intrepidi, in buon ordine, aspettare il cimento, si arrestò, difGdando di poterli sottomettere in un colpo, come avea già speralo nel moversi contro di essi. Ed accampatosi in un colle pensò che dovevaiuuanzi tutto ricrear le milizie dalla molta fatica, sostenuta nel lungo e coutinuo travaglio. Adunque ivi riposò quella notte; ma disegnò di lanciarsi al fare del giorno sul nemico. Fra tali risoluzioni un genio del loco venne a lui tra ’l sonno, e gl’ impose di ammettere i Greci che venivano a grande utilità di Latino, e bene comune degli Aborìgeni. Parimenti i Dei patrii, svelandosi tra la notte ad Enea, suggerivano che inducesse Latino a concedergli spontaneamente una sede nel luogo che bramava, e rendersi i Greci alleati, e non competitori nelle arme. Tal sogno contenne l’uno e r altro dal cominciar la battaglia. E non si tosto fu giorno, elle milizie mossero in campo; ecco gli araldi venire da ambe le parti ai capitani per chiedere un vicendevole parlamento; e si tenne. Latino il primo querelatosi della guerra improvisa e non intimata, chiedeva ad Enea che dicesse chi fosse, e con quale disegno invadeva e derubava que’ luoghi, non avendone mai ricevuto alcun danno, e non ignorando che gli assaliti rispingono gli autori della guerra. E laddove tutto esibivasi a lui se moderate ne erano le dimande, e potea rinvenire tutto nella cortesia degli abitanti ; egli violando la giustizia comune degli uomini, voile impudentemente anzi che da onorato, arrogarsi ogni cosa colla forza. Enea rispose : Noi siamo Trojani di lignaggio, e veniamo da una città non ignota affatto tra Greci. Essi espugnandola con gueira di dieci anni ce la tolsero ; ed ora vagabondi ci rigiriamo, sema città, senza regione, ove prendere sede finalmente. Siamo qui venuti seguendo i voleri de' Numi ; annunziandoci gli oracoli che que- ta è la tota terra che ci lascia come requie da tanti errori, Abbiam preso dalle wstre terre quanto ri era bisogno ; Noi provvedevamo anzi alla nostra infelicità che al decoro, lutto che non volessimo far cosa meno di questa, come novizj in tai luoghi. Ma ne daremo copiose e buone ricompense. Vi offeriamo i nostri corpi, le nostre anime, costumati ahbaslanza ai travagli. Comunque usar ne vogliale ; noi custodiremo come inviolabili le vostre tene, noi ci lanceremo ad acquistarvi quelle de' nemici. Noi vi supplichiamo che non ascriviate ad odio le cose operate; non avendole noi fatte per ingiuriarvi ma dalla necessità violentati; e ciò che non è volontario è pur degno di scusa. E se ora ce ne scusiamo, se ne imploriamo voi stendendovi le mani supplichevoli; già non si conviene che ci destiniate alcun male, Altrimente invocheremo gli Dei, invocheremo gli Genj di queste terre perchè ci condonino quanto abbiamo fatto o necessitati faremo. Noi tenteremo respingervi la guerra se ce la incominciate ; chè non è questa la prima nè la massima di quante ne abbiamo sostenute. Latino ciò udendo soggiunse : Io sono propenso inverso di tutti i Greci e mi struggono il cuore i mali necessarj degli uomini. E pregerei moltissimo di salvarvi se poteste mai farmi chiaro che qua venite bisognosi di una sede, per aver parte nelle nostre terre e su quanto vi sarà dato per amicizia, non per involarmi colle armi il comando. Se questo dir vostro è vero ; se ne dia, chiedo, la vostra fede e se ne riceva la nostra : e saranno queste le mallevadrici pure de' patii. Dtomet, Hmt r. s  L. Enea encomiò quel parlare ; e si giurarono tali patti tra i due popoli : Darebbero gli Aboiigeiti ai Trojani quanta terra volessero in qualunque parte del colle, dentro il giro di cinque miglia da questo. Li Trojani entrerebbero a parte della guerra che gli Aborigeni aveano tra le mani, e militerebbero con essi in qualunque altra li chiamerebbero. Farebbero in comune ambedue col senno e colla mano t utile vicendevole. Stabiliti tali patti, e confermatili con gli ostaggi, combatterono insieme contro le città dei Rutoli : e soggiogando in brevissimo tempo ogni cosa, presentaronsi ad ultimare la trojana città non compiuta, e tutti con un ardore vi fabbricavano. Enea le diè nome di Lavinia, come dicono i romani scrittori, dalla figlia di Latino, chiamata anch’ essa Lavinia; e secondo alcuni de' greci mitologi dalla figlia di Anio re tra Deliesi, Lavinia nominata ugualmente : perchè morendo questa nel primo costruirsi degli edifizj, e datale sepoltura appunto nello spazio dove Enea fabbricava , la città ne era il monumento. Dicesi che navigasse co’ Trojani conceduta dal padre alle istanze di Enea, come donna di senno e di profezie. È fama che i Trojani nel fabbricare Lavinia ne avessero questi segni. Accesosi jl fuoco da sè stesso in una valle, narrano che un lupo vi traesse colla bocca e gittassevi aride materie ; e che  si spiega per infermarsi, travagliarsi, quasi Dionigi dica che la donna fu sepolta dove infermava ; ma tal voce significa ancora fabbricare e rende il senso pib acconcio e concorde. Altronde non è facile che uno seppeliscasi nel luogo appunto o aiansa. o tenda dove si ammala. Digitized by Gopgle LIBKO I. 83 no’ aquila volaado, Vi eccitasse le (ìamtue col battere delb ale ; ma che una volpe in contrario si desse ad estinguerle colla coda, bagnatala iu un Hume : e die ora vincendo chi accendeva ed ora chi ammorzava, al> fine, prevalessero le due ale, partendosi la volpe senza che nulla più vi potesse: che Enea da quello spettacolo conchiudessc, come la colonia diverrebbe magniCca, meravigliosa, celeberrima ; darebbe il crescere di essa invidia ed affanno ai vicini ; ma ne vincerebbe ogni ostacolo, ricevendo dagl’ Idùii fortuna più potente dell’odio de’ mortali in combatterla. Questi sono i portenti famosi, nati colla città : e per memoria se ne custodiscono ancora da tempo antichissimo in mezzo al foro di Lavinia le immagini metalliche di quegli animali. LI. Poiché fu compiuta la città de’ Trojani entrò desiderio in tutti di giovarsi a vicenda ; e primi ne diedero r esempio i monarchi accomunando pe’ matriinonj il grado de paesani e de’ forestieri, e sposando Latino la sua figlia Lavinia ad Enea. Quindi presi ancor gli altri da brama eguale, dandosi in breve a gara 1’ uno all’altro leggi, costumi, sacrifici, congiungendosi in città di cure e di consorzio, e divenendone tutti un corpo e chiamandosene Latini dal re degli Aborigeni, osservarono con tal fermezza gli accordi, che uiun tempo mai più li divise. .Tali sono le genti che vennero e si congiunsero, e dalle quali è la stirpe de’ Romani, prima che si fondasse la città che otn gli alberga. Erano i primi gli Aborigeni, i quali cacciarono dalle proprie .sedi i Sicoli 4 greci antichissimi del Peloponneso, di quelli, io credo, spatriatisi con Eouotro dalle terre ora dette di Arcadia. erano secondi ì Pelasghi, usciti dal>' r Emonia, ora chiamata Tessaglia : ed erano terzi quei che vennero con Evandro nell’ Italia dalla città del Pallanteo. Si ebbero dopo questi gli Epei ed i Feneati del Peloponneso, militari di Ercole, a quali si mescolavano alquanti Trojani; e gli ultimi furono i Trojani scampati con Enea da Ilio, da Cardano e da altre loro città. LII. Che poi li Trojani ancora fossero Greci, principalmente di orìgine, usciti un tempo dal Peloponneso fu già detto da molti, ed io pure lo dirò brevemente: e cosi stà quel racconto. Atlante divenuto primo re dell Arcadia che ora chiamano, abitava intorno al monte detto Taumasio. Sette erano le figlie di questo ora trasferite, dicesi, nel cielo col nome di Plejadi. Giove sposandosi 1’ una di esse vi generò Giasone e Cardano: Glasoue si tenne celibe, ma Cardano sposò Crise la figlia di Palante, e gli nacquero Ideo e Cimante, i quali due regnarono nell’Arcadia, succedendo al trono di Atlante. Poscia avvenendo il gran diluvio in Arcadia ; i campi ne divennero paludosi, nò più coltivabili per lungo tempo. Gli uomini ridottisi ad abitare nei monti, e con scarsi viveri, consentendo ad una voce che le terre intorno non erano più bastanti a nutrirli, si divisero in due. Rimastisi gli uni nell’Arcadia crearono sovrano Cimante il figlio di Cardano > gli arltri partirono su gran flotta dal Peloponneso ; e direttisi in verso di Europia giunsero al golfo detto di Me lane, recandosi ad un isola della Tracia, non saprei se abitata allora o deserta, cui chiamarono Samo Tracia con nome composto dal duce e dal luogo, per essere questo nella Digilized by Google usno I. 85 Tracia, e Samone 1’ altro, figlio di Mercurio e di Rene, ninfa Gillenide. Ma non a lungo vi dimorarono ; cbé non era ivi una facile cosa la vita, avendosi a lot tare con terre ingrate e mare disastroso. Adunque lasciando un gruppo di loro nell’ isola, li più se ne mossero nuovamente inverso dell’ Asia sotto gli Auspicj di Bardano ; perocché Giasone era morto fulminato nell’ isola per avervi appetito il concubito con Cerere. Venuti al mare chiamato Ellesponto, e sbarcatine, abitarono la terra detta poi di Frigia. Ideo con la parte da lui retta della milizia di Bardano, abitò ne’ monti che • Idei si appellano da lui, ne’ quali ergendo un tempio alla madre degl’ Iddii v’ istituì misteri e sacrifici, durevoli ancora in tutta la Frigia: e Bardano nella Troade che dicono, fondandovi la città coi nome di sé medesimo, e ricevendone delle campagne da Teucro re, dal quale Teucria fu nominata la terra. Molti, tra’ quali Faiiodimo che scrisse delle antichità dell’ Attica, narrano che Teucro ancora passasse dall’ Attica nell’ Asia, e regnasse in sul popolo di Zipeta ; allegando su ciò molti argomenti. Quivi dominando egli campagna ampia p buona, ma non molto popolata, desiderò di vedere Bardano, e li Greci con esso venuti, si per avergli alleati nelle guerre co’ barbari, sì perchè la sua terra non giacesse deserta. LIU. Ora porta il subjetto eh’ espongasi da quali Enea discendesse : ed io ciò laro ; ma brevemente. Bardano morendogli Crise la figlia dL Fallante dalla quale avea due fanciulli, si sposò òon Batia la figlia di Teucro. Di lei nacqn^li Elrittooio, creduto tra’ mortali felidssif Digitized by Gopglc 86 dt:lle antichità’ eomane mo per lacloppia eredità della signoria paterna, come deli’ altra fondata dall’avo materno. Da Erittonio e de Callii’oe figlia di Scamandro nacque Troe dal quale ebbe nome la nazione. Da Troe e da Acalide fisiia di O Euniida sorse Assaraco : e da questo e da Glitodora figlia di Laomedonte ebbes! Capi. Poi questo e la ninfa, Kaide chiamata, generarono Anchise: e di Anchise e di Venere è figlio Enea. Cosi avrò dichiarato che i Troiani siano Greci di origine. LIV. Su 1’ epoca della fondazione di Lavinia scrivesi variamente : a me sembrano piò verisimiii quelli che r assegnano all’ anno secondo dopo la partenza da Troja. Imperocché Ilio fu preso nel fine della primavera, il giorno diciassettesimo prima del solstizio estivo, mancandovi otto giorni a compiersi il mese Targhilione secondo la cronologia di Atene: e dopo il solstizio rimaneanci venti giorni a terminare quel giro di anno. Pertanto nei trentasette giorni decorsi dopo quella presa io stimo che gli Achei provvedessero su le cose della città, che ricevessero le ambascerie di quelli che erano usciti, e giurassero dei patti con essi. Nell’ anno seguente e primo dopo la espugnazione, i Trojani salpando da quella terra circa l’ equinozio autunnale passarono 1’ Ellesponto: e portati nella Tracia ivi dimorarono quell’ inverno, rac^ cogliendo gli altri che giungevano ancora dalla fuga, e preparando la navigazione. Levandosi dalla Tracia in sul fare biella primavera tragittarono fino alla Sicilia dove riparatisi spirò intanto quell’ anno : ivi spesero il secondo inverno fabbricando città con gli Elimi. Ma divenuto il pela^ navigabile fecero vela dall’ isola, e Digitized by GoogieLIBRO I. 87 valicando il mare Tirreno vennero finalmente sul mezzo della estate a Laurento, spiaggia marittima degli Aborigeni, e presavi terra, vi fabbricarono Lavinia mentre compievano 1’ anno secondo dopo la invasione di Troja. Per tali detti sarà chiaro quanto io su ciò concepisco. LV. Enea fornendo la nuova città di tempj e di altri edifizj i più de’ quali persistevano ancora a’ miei giorni, alfine nell' anno seguente, terzo della sua emigrazione, regnò ma su’ Trojani solamente. Morendo però Latino nel quarto, ebbe anche il regno di questo si per 1’ affinità sua con esso, di cui Lavinia era la erede, si per essere lui già duce degli eserciti nella guerra coi vicini. Imperocché li Rutoli si erano di bel nuovo ribellati da Latino scegliendosi per capitano Turno un disertore di Latino, e cugino di Amata, regia moglie di lui. Questo giovine alle nozze di Lavinia comcciatosi dell’ affine suo che tenesse anzi cura degli esteri che de’ parenti, e sospinto da Amata e da altri, andò cM>lle milizie delle quali era capo, e si congiunse coi Rutoli. E mossasi per tali richiami la guerra perirono in battaglia vivissima Latino e Turno e molli altri ; trionfandone Enea. Da quell’ epoca ebbe questi lo scettro del suocero, e regnò dopo la morte di lui tre anni ancora ; ma nel quarto morì combattendo : perocché gli uscirono contro dalle loro città tutti in arme li Rutoli e Mezenzio re de’ Tirreni che per le sue regioni temeva, conturbato al vedere che la greca poteuza via via si ampliava. Si dié la battaglia, ma fortissima non lungi da Lavinia; soccombendone molti da ambe le parti, finché la notte sopravvenendo, divise gli eserciti. ENEA più non apparve ; e chi lo disse trasferito Ira’ Numi, chi perito nel fiume, presso cui fu la pugna. I Latini gli eressero un tempietto iscrivendolo : del Padre e Dio del loco il quale regge il corso del Jiume Numicio. Pur vi è chi dice edificato il tempio da Enea per An chise, morto P anno avanti tal guerra. L’ edifizio è non grande : ma tiene arbori ordinatamente intorno degne da vedersi. LVI. Passando Enea da questa vita, al più I’ anno settimo dopo la presa di Troja, assunse il comando su’ Latini Eurileone, quegli che. nella fuga intitolavasi Ascanio. Erano allora i Trojan! chiusi tra le mora, e la forza nemica ognora più spaventava ; nè bastavano i Latini a soccorrere gli assediati a Lavinia. Ascanio dun que il primo chiese pace e condizioni onorate ai ne mici : ma non giovando la inchiesta, fu costretto ren dersi pienamente, e finire la guerra come il vincitore ne giudicasse. Ma siccome il monarca de’ Tirreni oltre le tante cose intollerabili comandava come agli schiavi che si recasse ogni anno ai Tirreni quanto vino producerasi dalla campagna latina ; cosi per la ìndegnissi ma condizione Ascanio prima, e dopo lui li Trojani dichiararono co’ decreti loro sacro' a Giove ogni frutto della vite. E confortandosi gli uni gli altri ad imprendere da valentuomini, e chiamando i Numi a parte dei loro pericoli, si mossero di città ma tra notte non chiara per luna. E sopravvenendo improvvisamente, presero in un subito il campo nemico il più vicino alla città, riputato antemurale ancora delle altre milizie, perchè tenuto su luogo forte e difeso dal fiore de’ giovani tirreni, comandati da Lauso, figlio di Mezenzio, Intanto che questo luogo espugnavasi le soldatesche attendate nei piani vedendo la luce insolita, ed ascoltando le voci degli oppressi fuggirono ai monti. Ivi sorse fra loro paura e strepito grande qual suole tra schiere mosse di notte, che apprendano già già di essere assalite, ma nè ordinate uè provvedute abbastanza. I Latini all’ opposito poiché vinsero per assalto quel presidio, e conobbero lo scompiglio deir altra milizia, le furon sopra incalzando e trucidando : e questa non potea nemmeno sapere i suoi mali; non che pensasse ricorrere alla forza. Quindi confusi, incerti che fare chi s’ avvia tra .dirupi e ne soccombe, chi tra luoghi cavi ma senza esito, ed è preso. Li più non distinguendosi tra loro si trattarono ira le tenebre a vicenda come uemicì ; e ben fu la sciagi>ra micidialissima. Mezenzio occupato un colle con pochi, poiché vi seppe la morte del figlio, quanto esetcito gli fosse perito, ed in quai luoghi ora si fosse iin tempo in cui fu costrutta la città, signora al presente delle cose. Ma quali ne fossero i fondatori, con quali vicende recassero la colonia, o le fondassero la città, molti già lo narrarono, discordandone alcuni in più casi. Io sceglierò da' monumenti le cose più persuadevoli ; te quali sqn queste. LXYIl. Dopo che Amulio usurpò colla forza la reggia di Alba eliminando dagli onori paterni Numitore il fratello. più grande, scorse ad altre infamie col molto abuso dei diritti, macchinando all’ultimo distruggere la stirpe di Numitore per timore di subirne la vendetta, e per desideri^ di perpetuarsene il principato. E macchinando ciò da gran tempo, notò primieramente dove recavasi alla caccia Egeste il figlio già pubescente di Numitore, e, fattegli delle insidie nel meno visibile di que’luoghi, lo uccisse appunto che inseguiva le fiere, dando opera che si dicesse poi, che il giovine fu vittima de’ladroni. Ma tal voce artificiosa uon potè soffocare la verità che. lacevasi; perocché molli ebbero cuore di palesarla, con pericolo ancora. Ben conobbe Nunillore il successo ; ma tollerando con saviezza bonissima fìnse non conoscerlo per differirne i risentimenti a tempo meno pericoloso. Amulio tenendo la vicenda per occulta, fece ancora, che la figlia di IVumitore detta Rea secondo alcuni, e poscia Ilia quando fu matura per le nozze, si dedicasse al sacerdozio di Vesta perchè andando subito a marito noti partorisse un vindice della sua gente. Dee irenl’anni, e nommeuo rimanersi candida da cose maritali lina donzella messa alla cura del fuoco inestinguibile, o per altro religioso ministero serbato per legge alle sue pari. Compieva Amulio tutto ciò co’ bei nomi di onorare c distinguere il parentado : perchè non avevane egli introdotto la legge : anzi essendo già praticata non astringeva il fratello, sicché la prima volta esso tra’ nobili si valettse di quelli onori. E pregiavasi tra g]i Albani che le donzelle più nobili ministrassero a\^esia. Ben vedea Numitorc che il fratello non facea Ciò per amore del meglio: tuttavia non espresse l’ira sua, ma tacque profondamente ancora su questa ingiuria per .non esserne malmenato dal popolo. Dopo quattro anni Ilia recatasi al bosco sacro di Marte ad attingervi limpide acque pc’ sacriGzj vi fu violentala da uno, dicono, de’ giovani innamorato della donzella : o da Amulio non si per amori che per inganni, tutto in arme, e travisatosi quanto poteva, onde essere terribilissimo a vedere. Molli però novelleggiano che fu in persona il Nume del loco, acconciando a tal fatto varie circostanze divine, e che il sole se ne ascose.  I()3 e le tenebre si spnrsero in cielo. Essersi,la immagine di quel Dio presentata augusta più che la umana per la mole e per la bellezza. Aggiungono che colui che aveala violata ( e da ciò conchiudono che fosse un Iddio) dicesse alla fanciulla che si consolasse, non si affliggesse per la vicenda essere a lei fatte le cose de’matrimonj dall’ unirsele del genio del loco : ne partorirebbe due figli y potentissimi in arme. Narrano che, ciò dicendo, nna nuvola lo circondasse, e che spiccatosi di terra, si elevasse per 1’ aere. Non è poi questo il luogo, ma bastino i detti de’ filosofi, per discutere la sentenza da aversi su queste cose, cioè se debbano dispregiarsi come opere umane imputate agli Dei, la natura de’quali felice nè corruttibile non subisce niente d’ indegno ; o se debbano riceversene le narrazioni, perchè 1’ universo è un composto di tutte le sostanze, tra le quali haccene pure una intermedia tra la umana e divina, che ora mescendosi agli uomini, ora ai Numi, genera la stirpe degli eroi. La donzella dopo la violenza si diè per inferma : consigliatavi dalla madre per la sicurezza di lei, come per la riverenza de’ Numi : nè più andava alle sante cose,' ma se dovea porgervi l’ opera sua, supplivano le vergini, compagne nel ministero. LXIX. Amulio, sia che mosso dalla coscienza, sia che da’ concetti del verisimile, spiava attentissimo le ca gioni per le quali tcneasi tanto tempo lontana da’ riti divini. E mandò de’ medici su’ quali fidava moltissimo : ma pretestando le donne non essere un tal male da presentarsi ai maschj, mise la moglie sua per guardia della fanciulla. Ma non si tosto colei gli accusò la in(loie del male, conghietlurando da indizj muliebri, ignoti alle altre ; egli fe’ custodire co’ soldati la donzella: perchè il parto, ornai prossimo, non si occultasse. £ chiamando a collocjuio il fratello, disse la violazione recondita, dolendosi che i genitori vi stessero a parte con la fanciulla, e comandò che non tacessero, anzi pubblicassero il fatto. Asseriva Numitore eh’ egli udiva cosa incredibile: ma che egli era innocente in tutto, e chiedea tempo per chiarire la verità. £d ottenutolo a stento, poiché seppe dalla moglie la cosa come erale narrata in principio dalla fanciulla, gli riferì la violenza fatta dal Nume, e le cose dette su’ due gemelli, e dimandò che si prestasse fede a tanto, se da quel parto nasceane la ]>role cora’ era presagita dal Nume. Non essendo ornai lontano il parto ; egli non sarebbene deluso lungamente : intanto esibiva donne in custodia della figlia, nè ricusavasi a prova ninna. Acconsentivano quanti erano in parlamento: Amiilio però diceva che non aveaci punto di buono in que’ detti, e diedesi per ogni guisa a pci^ dere la lànciulla. Intanto presentansi gl’ incaricati per invigilare su quel parto, e narrano aver lei dato in luce due maschi. Insistè Numitore ben tosto in dimostrare che a'veaci. r opera del Nume, e richiedÈva che oltraggio non si facesse alla vergine incolpabile. Amulio nondimeno concepiva che ci avesse della cabala umana anche nel parto mer desimo, con essersi procurato 1’ uno de’ fanciulli da altra donua, ignorandolo o cooperandovi le custodi ; e molto su ciò fu disputato. Come i consiglieri videro che il re piegavasi ad ira inesorabile, sentenziarono aneh’ essi, com’ egli volea ; che si applicasse la legge, la quale ordina che uccidasi, battuta con verghe, la ver gine profanata nel corpo, e gettisi ciò che è nato da lei ndla corrente del fiume. Ora però le leggi per le sacre cose prescrivono che tali donne seppelliscansi vive. LXX. Fin qui la più parte degli scrittori narrano le cose medesime o con picciolo divario, altri seguendo più la favola, ed altri la verisimiglianza. Ben però discordano su ciò che vi rimane ; dicendo altri che la condannata fu tolta immantinente di mezzo, ed altri che serbata in carcere oscura fe’ nascere nel volgo la idea della occulta morte di lei. Scrivono che Amulio a ciò s’inducesse vinto dalla figlia supplichevole che chiedevagli in dono la cugina ; già nudrite insieme, e pari di età voleansi il bene di sorelle. Amulio che non avea se non quella figlia, gliela concedette ; nè più compiè la morte di Ilia, ma tennela rinchiusa, nè visibile; finché fu liberata col morir del medesimo. Cosi le antiche scritture discordano intorno di Ilia, ma tutte presentano un apparenza di vero ; e perciò ne ho fatta menzione. Chi legge intenderà da sè stesso quale sia più credibile. Quanto ai figli d’Ilia cosi scrive Fabio detto il Pittore, cui seguirono Lucio Cincio, Porcio Catone, Calpurnio Pisone, e la più degli storici.  Alcuni de’ ministri prendendo per comando di Amulio i fanciulli, posti in un cestello, ve li U'asportavano per gettarli nel fiume, lontano quasi cento venti stadii dalla città. Ma come vi si approssimarono e videro che il Tevere per le pioggie incessanti usciva dall’ alveo suo naturale in su i campi, discesero dalle cime del Pallanteo fino alle acque più vicine ; uè polendo avanzarsi più oltre, deposero il cestello appunto ove il fiume toccava, inondando le falde del monte. Ondeggiò quello alcun tempo ] ma poi ritirandosi la fiumana dalle parti più ester> ne, il vasello percosse in un sasso, e deviatone, travolse i fanciulli ^ che vagendo in sol fango si dimenavano. Quando apparendo una lupa, fresca di parto e gonfie le mammelle di latte ne porse i capi alle tenere bocche de’ medesimi, tergendoli via via colla lingua dal loto onde erano intrisi. Frattanto sopravvengono dei pastori che guidavano le greggi ai pascoli ; potendosi già per que’ luoghi camminare. Al vedere 1’ uno di essi come la bestia carezzava que’ pargoletti, restossi estatico per lo spavento e per la incredibilità dello spettacolo. Quindi ( perciocché non era col solo dire creduto ) andando, e raccogliendo quanti potea de’ vicini pastori, li con duce a mirare il portento. Approssimatisi questi, e vedendo come la bestia molcea que’ pargoletti, e come i pargoletti usavano colla bestia quasi colla madre, parvero a sé stsi presenti a celeste meraviglia : ma congregatisi e proceduti ancora più oltre tentarono col tuonare delle grida impaurire la lupa. E questa non incrudita affatto dal giungere degli uomini, ma quasi domestica fosse, ritirandosi passo passo da’ fanciulli, si levò ( mutoli restandone ) dalla vista de’ pastori, essendovi non lungi un luogo sacro, opaco per selva profonda, ove le fonti sgorgavano da pietre cave. Dicesi che quello fosse il bosco di Pane ; ed un allare’per lui vi sorgeva. In questo venne la fiera e si ascose. Ora il bosco non è più: ma ben additasi 1’ antro dal quale scorrevano le acque, in vicinanza del Pallanteo, lungo la via che mena al}  107 r Ippodromo ( 1 ) : scorgesi ivi prossimo un tempietto ov’ è j come effigie del fatto, una lupa che offre a due fànciullini le poppe ; metallico e di antico lavoro è quel monumento. Era questo luogo, com’ è fama, sacro per gli Ai'^ cadi che vi si accasarono con Evandro. Allontanatasi la fiera, i pastori presero i fanciulletti provvedendo che si allevassero appunto, come se volessero gli Dèi che si conservassero. Era tra questi un placido uomo, il capo de’ regj pastori, F austolo nominato, il quale trovavasi in città per alcun suo bisogno, nel tempo che lo stupro vi si riprendeva ed il parto d' Ilia.' Dopo ciò mentre erano que’ teneri putti portati al fiume, egli nel tornare ài Pallanteo, tenne per incontro divino la strada medesima di quelli che li portavano. E non dando vista di sapere principio alcuno del fatto, dimandò per sè que’ miserelli, e presili con voto comune, e recandoseli, venne alla moglie. E trovatala che avea partorito, e dolente, che il parto erale morto, la racconsolò, e le diede que’ fanciulli da sostituirsi ; contandole dalle origini la vicenda che li riguardava. Poi crescendo, chiamò r uno di essi Romolo e Remo 1’ altro. Fatti adulti / non somigliavano per la bellezza dell’ aspetto e della prudenza a pastore niuno di gregge immonde o di bovi, ma chiunque numerati li avrebbe tra’ regj figli, specialmente tra quelli creduti di generazione divina, come in Roma cantano ancora nelle patrie canzoni. Era la vita loro fra’ pastori, e col travaglio la sostenevano,  Cirro oTc -garrpgiavasi col corso Je’ cavalli.  fissando per lo più su’ monti e legni e canne in guisa che dessero in un tempo alloggio e tetto. Ed ancora nel lato che dal Pallanteo piegasi verso l’ Ippodromo V sopravanza 1’ uno di questi abituri, detto di Romolo > cui guardano come sacro, ma nulla vi aggiungono on-, de renderlo più venerando. Che se parte alcuna ne vi6a meno per anni o tempeste, la suppliscono, riparandola, quanto possono con simiglianza. Giunti a’ diciotto anni ebbero dispute su de’ pascoli co’ pastori di Numitore i quali tenevano i loro bovili sull’ Aventino, colle situato rimpetto del Pallanteo. Ricbiamavansi spesso gli uni su gli altri, che pascessero i campi non proprj, o soli si tenessero i campi comuni, o per cose altrettali, se ne avvenivano. Davansi per tali dissidj colpfdi mani e di armi ; e ricevendone da’ giovani assai li servi di Numitore, e perdendovi alcuni di loro, ed essendone esclusi a forza dalle campagne, cosi macchinarono. Disposero in valle occulta le insidie su’ giovani, e concordato con quei che le disponevano il tempo di eseguirle, gli altri intanto andarono in folla alle roandre de’ medesimi. Romolo di quel tempo crasi co’ paesani più riguardevoii recato alla città detta Genina per farvi a no^ me della comune i patrj sacrifizj. Avvedutosi Remo della incursione volò per la difesa, prendendo in un subito le armi, e li pochi venuti a lui per unirsegli dal villaggio. Non aspettarono quelli, ma fuggirono per tirarseli dietro, dove rivolgendosi a proposito gli assalissero. Ignaro della trama, seguitandoli Remo lungamente, si ingolfò nel luogo delle insidie ; e le insidie proruppero e li fuggitivi si rivolsero ; e circondando lui co’ seguaci. 1 09 e tempestando co’ sassi, gli arrestarono, com’ era il comando de’ loro padroni che volevano vivi que’ giovani nelle mani. Cosi 'fu Remo condotto prigioniero.Ma Elio Tuberone uomo grave, e ben cauto nel tessere le istorie scrìve : che avendo que’ di Numitore preveduto che i due garzoncelli erano per ofTerire a Pane ne’ lupercali 1’ arcade sagriGzio come era istituito da Evandro, tesero gli agguati pel tempo appunto del santo ministero, quando bisognava che I giovani, abitanti il Pallanteo, correswro dopo le oblazioni nudi per la terra, e velati solo nel sesso con le pelli recenti delle vittime. Era questo un tal rito patrio di espiazio^ ne, praticato ancora di presente. Standosi nel più angusto de’ sentieri i nemici a tempo per le insidie su quei facitori di sante cose, ecco venirsene ad essi la prima banda con Remo, seguitando più tarda 1’ altra con Romolo per essersi la gente loro divisa in tre masse, e distanze. Non aspettando quelli il giungere degli altri, dato un grido, uscirono in folla sa’ primi, e circondatili, gl’ investirono > chi con dardi e chi con sassi o con altro, comunque gli era alle mani. Sbalorditi questi dall’ inaspettato assalto, e mal sapendo che fare, inermi contro gli armati, furono assai facilmente arrestati. Con tal modo, o con quello tramandatoci da Fabio, divenuto Remo il prigioniero de’ nemici, fu tratto in Alba. Romolo, al conoscere le ingiurie sul fratello, pensò dover subito tenergli dietro col Bore de’ suoi pastori, quasi a ricuperarselo ancora tra via : ma ne fu distolto da Faustolo che vedea la insania del disegno. Era F austolo ancora tenuto come padre, avendo sempre occultato ai due garzoacelli i loro primi tempi, perchè non si mettessero di slancio a’ pericoli, prima della robustezza degli anni. Allora peiTò vinto dalla necessità rivela, solo a solo, a Romolo ogni cosa. E Romolo in udire tutta la sciagura che areali involti 6n dalla nascita, impietosito per la madre venne in grande ansietà verso di Nnmitore. E molto consultandosi con Faustolo conchiuse che doveva allora contenersi da ogni impeto ; sorgere poi con apparato più grande di forze a redimere la sua famiglia dalle ingiustizie di Amulio, e subire fin 1’ ultimo rischio in vista de’ grandi risultati, operando col padre della madre, quanto egli nc risolvesse. LXXII. Stabilito ciò per lo m^lio, Romolo convocando i paesani, e pregandoli a recarsi di subito in Alba, non però tutti io folla, nè ad una porta perchè non si eccitasse in città sospetto di loro, c a tenersi nel foro, pronti per eseguire, s’ incamminò per il primo verso di quella. Intanto quei che menavano Remo presentatolo ai regj tribunali, ve lo accusavano delle ingiurie, quante ne aveano da lui ricevute, e vi addita.vano le ferite dei loro protestando che abbandonerebbero tutte le manche, se non erano vendicati. Amulio volendo fare cosa grata alla moltitudine accorsa, come a Numitore, forse presente ad incolparlo per altri , volendo la tranquillità del paese, e stimando insieme sospetta la baldanza del giovane, imperterrito in sue parole ; lo ( i) Secondo Dionigi, Numitorc ignaro della condiziona di lìcmti, lo accusava a nome de’ suoi clienti.. Ili .condannò con rendere Numitore 1’ arbitro del castigo, e con dire che chi fa ree cose, non dee rintuzzarsene da altri quanto da chi le ha sostenute. Intanto che Remo era condotto con le mani addietro legate, ed erane vilipeso da’ pastori  che sei conducevano Numitore postoglisi appresso ne ammirava la bellezza delle forme che aveano molto del regio, e ne contemplava la nobiltà de’ sentimenti, che egli conservava in mezzo ancora a terribili cose, non volgendosi a far compassione nè importunando, come tutti fanno in simili casi, ma procedendo con silenzio maestoso al suo termine. Giunto in sua casa, Numitore fece che gli altri si ritirassero, ed egli, solo con solo, chiese a Remo chi fosse, e da quali parenti ; non potendo lui, : ootal giovine, essere da ignobile stirpe. E soggiungendo Remo quanto ne sapea dal suo nutritore., come dopo la nascita era stato esposto bambino nella selva col germano, gemello di lui, come raccolto da’ pastori fosse poi stato allevato ; colui, sospesone alcun tempo, alfine, sia che in ciò vedesse  vole sospettando che egli non pensasse come parlava, cosi rispose : I giovani, come è loro mestieri, vanno pasturando de' bovi pe' monti. Io men veniva in nome di essi cdla madre per dichiararle come stieno i loro fatti. Ma udendo come tu fai guardare questa donna, io dirigevami a supplicare la figlia tua perché a lei m' introducesse. E questo cestello, io recavalo meco per certificare i miei detti. Ora poiché tur sei fermo di ricondurre qua li garzoncelli, ne esulto ; e manda con me chi vuoi, che io dimostreroUi, perchè loro si annunzino gli ordini tuoi. Cosi dunque diceva per allontanare la morte de’ giovani, e sperando egli insieme fuggire da quelli che sei menavano, quando sarebbe ne’ monti. Amulio immantinente invia con esso i più fidi tra’ suoi militari, ordinando però segretamente che afferrino, e gli rechino quelli che il pastore dimostrerebbe. Intanto deliberò chiamare il fratello e farlo custodire, ma senza catene finché 1’ affare presente se gli acconciasse. Lo chiamò dunque ma in vista ben di altre cose. Mosso l’ araldo speditogli, dalla benevolenza e dalia compassione de’ mali di lui che pericolava non tacque i disegni di Amulio a Numitore : e questo manifestando a’ giovani l’ infortunio che pendeva su loro, e confortandoli a farla da valentuomini, -andò alla reg già tra le arme di clienti, di amici, e di non pochi servi fedeli ; e lasciato il mercato pel qual erano venuti in città, vi andarono ancora co’ pugnali sotto degli abiti i contadini, gente robustissima. £ forzando tutti con impeto comune l’ ingressa, non presidiato da molli,  I. I l5 bea tosto uccisero Amulio, e presero poi la fortezza. Cosi Fabio ne racconta su ciò. ' LXXV. Altri però giudicando non convenirsi punto di favoloso alla storia dicono inverisimile che la proje> zione de’ fanciulli non seguisse com’ era ordinata ; e dicono che l’amorevolezza della lupa che porge lemammelle ai fanciulli è piena di comiche incoerenze. Raccontano invece che Nnmitore al conoscere la gravidanza d’ Uia, ne tramutasse poi nel parto i figliuoletti, supplendovene altri nati di fresco ; e dandoli in fine ai custodi della parturieute, perchè al re li recassero. Sia che la fedeltà di questi fosse comperata con oro, sia che la sostituzione fosse compiuta per mezzo di femmine ; ad ogni modo Amulio prese ed uccise gli spurj; laddove i figli d’ llia cari più che ogni cosa a Numitore, furono da lui salvati, e consegnati a Faustolo. Asseriscono che un tal F austolo era un Arcade, originato da’ compagni di Evandro, alloggiato in sul Pallanteo colla cura degli armenti di Amulio ; e che condiscendesse di allevare i figli di Numitore, indottovi da Faustino , fratello sno, presidente de’ bestiami di ]Vnmitore i quali pascolavano per 1’ Aventino : essere stata la nudrice, la esibitrice delle poppe sue, non la lupa, ma com’^ verisimile la moglie di Faustino detta Laurenza, e Lupa con soprannome da quei del Pallanteo perchè prostituiva il suo corpo. Certamente era questo  Questo nome si legge Tariaroenle. Plutarco io Rumalo Io chiama PUiacino. Altri Io ha chiamalo Fausto: perchè tra Faustolo e Fausto siavi somiglianza come tra Romolo e Remo : ed altri con molla confusione lo chiama Faustolo come il fratello. il greco aatico ^ soprannome per le femmine le quali si vendono ne’ riti di amore, e le quali ora con più gentil nome, amiche si appellano. E quindi alcuni che ciò non sapevano ne tesserono la fàvola della Lupa, cosi chiamandosi quella bestia tra’ Latini. Aggiungono che i fanciulli slattati appena, filrono dagli aj loro mandati a Gabio città non lontana dal Pallanteo perchè vi prendessero greca istruzione ; e che nudriti colà presso gli ospiti di Faustolo Gno alla pubertà furono ammaestrati nelle lettere, nel canto, e nell’ uso greco delle armi ; che rivenendo poscia ai padri loro putativi brigaronsi co’ pastori di Numitore intorno de' pascoli comuni, e li percossero, e gli allontanarono colle greggie : essere tali cose state fatte col volere di Numitore perché si avesse un principio di ridami, ed una causa onde la turba de’ pastori in città si recasse : che dopo dò Numitore fe’ lamentanze contro di Amulio, quasi per grave danno e ruberie de’ pastori di lui ; dimandando che se egli non avead parte, gli desse nelle mani il porcajo, reo delia lite, e li Ggli di quello : che Amulio a rimuovere da sè quella. incolpazione, ordinasse a tutti gli accusati, ed a quanti si dicevano essere stati presenti al successo di comparire in giudizio per Numitore : che insieme concorrendo molti altri sul pretesto di quella causa, Numitore dicesse a’ nipoti quanta, sciagura gli avea perseguitali : e dimostrando^ lui che quella, se altra mai ve ne fu, quella appunto era 1’ ora della vendetta, iramautiuenle volarono colla turba de’ pastori all’ assalto. E queste sono le memorie su la origine e su la educaziouc de’ fondatori di Roma. Ecco poi le cose avvenute nella fondazione: ciò clic mi resta anche a scrivere, ed ora mi vi accingo. Poiché Numitore col morirsi di Amulio riebbe il principato ; spese breve tempo a riordinare su le antiche maniere la città, già premuta colla tirannide, e ben tosto fabbricandone un’ altra, meditava di crearvi anche un regno pe’ figli. Pareagli bello, essendosi il popolo suo troppo moltiplicato, levarne totalmente la parte almeno già sua contraria, per non più sospettarne. E comunicatosi co’ figli, ed essendone questi dilettati ; diè loro, perchè vi regnassero, le terre dove erano stali allevati, e la parte del popolo divenuta a lui sospetta, e disposta ancora per fare innovazioni, e quanti voleano spontaneamente mutar sede. Ci avca tra questi, come per una città che si mova, molti della plebe, e buon numero de’ più potenti, anzi pure dei Trojani reputati più nobili, de’ quali esistevano ancora a’ miei giorni, almeno cinquanta famiglie. Diede a’ giovani danaro, arme, frumento, schiavi, bestie pe’ trasporti, è quanto ricercasi per la fondazione di una città. Poiché questi ebbero cavato da Alba il popolo loro, aggregarono ad esso quanti rimaneano nel Pallanteo e nella Saturnia, e ne divisero tutta la massa in due parti. Sembrava loro che ciò desterebbe dell’ ardore nella gara di compiere più speditamente un lavoro ; quando fu causa del pessimo de’ mali, cioè di una sedizione. Imperocché celebrando le due parli il suo capo, ciascuna lo inalzava come il più idoneo al comando di tutti: al-tronde li due capi non più avendo una mente e non quella di fratelli, ma di soprastanti 1’ uno su 1’ altro, ornai non curavano 1’ eguaglianza, e moltissimo ambi'^ hivano. Celatasi fin qui, proruppe finalmente la loro ambizione per questo incontro. Non piaceva ugualmente a ciascun d'essi il luogo per fabbricarvi la città : vdleala Romolo sul Pallanteo per più cause, e per la prosperità del luogo, essendovi stati salvati e nudriti : ma sembrava a Remo da edificarsi nella sponda che ora da lui lìomoria si addi manda. Ben erane il luogo acconcio per una città, su di un colle non lontano dal Tevere, in distanza di circa trenta stadj da Roma. Da tal gara appalesaronsi ben tosto le voglie di soprastarsi; apparendo assai chiaro che qual, di essi prevaleva sulr altro dominerebbe ancora su tutti. Passato intanto alcun tempo, nè sceman. dosi punto il dissidio, parve ad ambedue da rimettersene all’ avo materno, e si recarono in Alba. E colui suggerì che lasciassero giudicare agli Dei, quale di loro due desse nome e comandi alia colonia. E predestinan do ad essi il giorno, ordinò che si trovasserò di buon mattino separatamente ciascuno nel luogo ove 'bramava porre la sede : e che sagrificandovi prima secondo le usanze agl’ Iddii vi osservassero gli uccelli propizj : e qudlo di loro due per cui sarebbero gli uccelli più fausti, quello comandasse la colonia. •! giovani lodato il consiglio partirono, e trovaronsi poi nel giorno decisivo, appunto come avevano convenuto. Prendeva Romolo gli augurj sui Pallanteo dove ujeditava fissare la  Pesto con altri colloca Komeria nelle cime dell’ Arentino : ma Dionigi sembra collocarla più lontana. Sarebbero mai state due queste Romnrie, o Remurie t colonia : ma Remo nel colle contiguo, detto Aventino, o Romoria, come altri raccontano. Erano con essi le guardie, perchè non permettessero che alcuno de’ due dicesse altre cose che le vedute. Postisi ambedue nei luoghi convenienti ; Romolo dopo un poco, per ansia, -e per invidia del fratello, e più che per invidia, per impulso forse di un qualche Nume, innanzi di avere osservato alcun segno, quasi il primo avesse veduto lo augurio lieto, spedi messaggeri al fratello, perchè a lui ne 'venisse prontamente. Ma non accellerandosi questi, perchè vergognosi di portare un inganno p intanto sei avvoltoi, volandogli a destra, apparirono a Remo. Era costui lietissimo delia veduta, ma dopo non molto gli inviati da Romolo, movendolo, sei menarono al Pallaa" teo. Dove giunti, Remo chiedeva da Romolo, quali uccelli avesse veduto : e dubitando Romolo come rispondere ; ecco dodici avvoltoi, propizj col volo gli si mostrarono. Inanimato al vederli disse, addiundoii a Remo: che cerchi tu s pel tempio, e per gli usi del comune. Tale era la partizione fatta da Romolo ne’ terreni e negli uo mini diretta alla massima eguaglianza comune. Vili. Ora dirò della partizione degli uomini per concedere privilegi ed onori secondo la dignità di ciascuno. Scevrò gli uomini cospicui per nascita, o lodati per virtù, o comodi secondo quel tempo per danaro, purché avessero prole, dagl’ ignobili, dagli abietti e dai bisognosi. E plebei nominò quelli di sorte deteriore, che il greco appellerebbe dimolici ; ma intitolò padri quei di fortuna migliore sia che per la età maggioreggiassero su gli altri, sia perchè avessero figli, sia per la chiarezza della prosapia, sia per tutte queste cagioni ; pigliando, come può congetturarsi, 1’ esempio dalla repubblica degli Ateniesi, quale esisteva in quel tempo. Imperocché questi chiamavano Eupatridi principalmente o patrizj li più distinti per nascita, e più potenti per danaro, a’ quali afQdavasi la cura della repubblica : e chiamavano agrici, o rustici gli altri che di niente eran arbitri sul comune: ma col volger degli anni furono ancor essi elevati agli onori. Per tali cagioni dicono gli scrittori più credibili delle cose romane che Padri fossero nominati que’ valentuomini, e patrizj i squadre de cavalieri erano divise in decurie come i chiaro da Varrooe e da Polibio.  li. i35 loro discendenti. Ma coloro che guardano 1’ affare con occhio d’ invidia, e malignano su le origini vili di Ror ma, non dicono che i patrizj avessero questo nome per tali cagioni, ma perchè soli potevano additare gli autori della loro generazione ; quasi gli altri non fossero che vagabondi, o senza liberi padri. E davano per sicuro argomento di ciò, che quando piaceva al re di convo> care i patrizj, gli araldi gl’ intimavano pel nome loro e per quello ancora de’ padri ; laddove pochi banditori invitavano alle adunanze i plebei rinfusamente col buccinare de’ corni da bove : ma nè la intimazione per mezzo di araldi è buon segno degl’ ingenui natali, nè il snon della buccina è simbolo della ignobilità de’plebei: ma la prima recavasi per onorificenza ; spandevasi l’altro per compendio ; non riuscendo invitare in poco tempo a nome tutta la moltitudine. IX. Poiché Romolo segregò li più degni dai men riguardevoli, ordinò per leggi le incombenze degli uni e degli altri. Adunque stabili che i patrizj intenti con esso alle cure pubbliche fossero i sacerdoti, i magistrati, i giudici, ma che li plebei, liberi da tali sollecitudini per la imperizia e per la penuria, lavorassero le terre, allevassero i bestiami, ed esercitassero le arti mercenarie, perchè non sorgesse fra loro sedizione, come in altre città, quando gli uomini di grado spregiano gli ignobili, o quando i vili c poveri invidiano la preminenza degli altri. Affidò, qual deposito, a’ patrizj i plebei, concedendo a ciascuno di questi di eleggersi liberamente tra quelli un patrono. Greca antica consuetudine era questa ritenuta lungamente da’ Tessali, e dagli Ateniesi  quando ancora conoscevano il meglio : ma poi declina rono al peggio, ed insolentirono su’ clienti; comandando loro cose non degne di uomini ingenui, minacciandoli di battiture se non ubbidivano, ed abusandoli con altre maniere, quasi schiavi comperatiGli Ateniesi chiamavano Thitas pe’ servigi che rendevano, i Clienti, ed i Tessali li chiamavano Ponesti  vituperandone fin col nome stesso la condizione. Ma Romolo fregiò con nome conveniente, chiamandola patronato, la garanzia de’ bisognosi e degl’ infimi : e date all’ uno ed all’ altro utili cure, ne rendè la congiunzione benevola veramente e cittadina. X. Le obbligazioni stabilite da lui sul patronato e conservatesi lungo tempo tra’ Romani erano queste: doveano i patrizj informare i clienti della legge che ignoravano, doveano prender cura di loro ugualmente, fossero o no presenti, e far su di essi come i padri su’ figli, quanto alla roba, ed ai contratti su la medesima ; movendo liti pe’ clienti se altri ne era danneggialo, su contratti, e subendola, se altri la moveano. E per dir molto in poco, doveano proctware. ad essi tutta la ti'anquillità della quale abbisognavano nelle cose domestiche e nelle pubbliche. I clienti a vicenda se i patroni scarseggiavano di beni doveano coadiuvarli, maritandosene le figlie : doveano riscattarli da’ nemici se alcuno di essi  Diouigi qui paragona i clienii Romani, i TMti drgli Ateniesi ed i Penesti dei Tessali : ma i Thili erano almeno liberi, e servivano per la miseria o pe' debiti. 1 Penesù dei Tessali erano un intermedio tra gli schiavi e gli uomini liberi. Non era cosi de’ c.ieuti Romani. Questi non di raro parteggiavano o superavano la fortuna dc'pauoui.  ir. 187 o de’ figli rtmaDeva prigioniero : pagare del proprio per loro non a titolo di prestito, ma di gratitudine le liù perdute, e le pubbliche multe tassate in moneta : e concorrere quasi ne spettassero alle famiglie, nelle spese di essi per le magistrature, per gli onori, e per le altre pubbliche dimostrazioni. Quanto ad ambedue poi non era lecito o giusto pe’ clienti o patroni che gli uni accusassero gli altri ; che si dessero testimonianze e voti contrari ; o si lasciassero cercare gli uni per nemici degli altri. E se alcuno era convinto di aver fatto l’opposito, soggiaceva alle leggi di tradigione promulgate da Romolo : ed era per chiunque santa cosa lo ucciderlo, come vittima a Dite ; costumando i Romani di consagrare agl’Iddj, spezialmente infernali, le persone alle quali volevano impunemente dare la morte, come fece allora anche Romolo. Adunque perseverarono per molto tempo tramandandosi da figlio Jn figlio le congiunzioni dei patroni e dei clienti, senza che niente differissero dai ligami strettissimi di parentela. Ed era gran lode per uomini d’ inclita stirpe aver clienti in più numero, custodendo i patrocini lasciati loro dagli antenati, ed acquistandone altri ancora colla propria virtù. E meravigliosa era la gara di ambedue per non lasciarsi vincere gli uni dagli altri nella benevolenza ; proferendosi li clienti a far quanto potevano verso de’ patroni ; nè volendo i patrizi dar loro molestia con riceverne danari in dono. Così era tra loro il vivere condito con ogni diletto ; e. la virtù non la sorte era la misura della felicità. XI. Non solamente poi vivea sotto l’ ombra de’ patrizi i38 la plebe di Roma; ma quella delle colonie di lei, quella delle città confederate ed amiche, e quella ancora delie conquistate colle armi tenevasi per custode e protettore qual più voleva de' Romani. E più volte il senato rimettendo ai protettori le controversie di città e di nazioni confermò le sentenze date da essi. Anzi era tanta la concordia de’ Romani cominciando dall’ ora che Romolo ne fondava i costumi, che mai per secento venti anni tumultuarono con stragi e sangue, sebbene nasces sero intorno del comune molte e gravi dispute tra la plebe e li magistrati, come nascono in tutte le città, picciole o popolose : ma illuminandosi, e persuadendosi a vicenda, e parte concedendo, parte ottenendo racchetavano le interne dissensioni. Dacché però Cajo Gracco, divenuto tribuno, sconvolse 1’ armonia della città, non cessano dal sopraffarsi colle stragi e con gli esilj ; nè risparmiano misfatto per vincersi. Ma per dir tanti mali avrem poi luogo più acconcio. XII. Ordinate tali cose, ben tosto Romolo deliberò di creare i consiglieri co’ quali dividere le pubbliche cure, e trascelse cento de’ patrizj cosi facendone la separazione. Prima nominò fra tutti il più idoneo, a cui si afBdasse lo stato, quando egli coll’ esercito uscirebbene dai confini. Quindi prescrisse a ciascuna tribù di scegliersi tre uomini, savissimi per età come insigni per nascita. Fissati questi nove impose ancora che ciascuna delle curie eleggesse tre li più opportuni fra li patrizj. Infine unendo ai primi nove dichiarati dalle tribù li novanta determinati col voto delle curie, e facendo presidente di tutti quell’unico prescelto da lui ; compiè la serie di cento consiglieri. Potrebbe il consesso di pesti signiBcare tra’ Greci un senato, e con tal nome chiamasi appunto tra’ Romani. Nè io saprei deGnire se un tal nome se lo acquistasse per la età senile, o per la virtù dei membri che vi furono incorporati. Certo solcano gli antichi dir seniori i più maturi negli anni e nelle opere. Quanti ebbero luogo in senato furono chiamati e si chiamano ancora Padri Coscritti. Greca isti-tuzione era questa : perocché quanti regnavano, sia pei^ chè succeduti a’ diritti paterni, sia perchè nominati capi dalla moltitudine, aveano un consiglio di ottimi uomini, come attestalo Omero, e poeti antichissimi : nè le monarchie primitive de’ principi erano, come ora, assolute, e Gsse agli arbitrj di un solo. XIII. Ordinato il consiglio de’ cento seniori, vedendo che egli avea bisogno di una gioventù regolata da usarla in guardia del corpo suo, come per incumbenze di affari pressanti, unì trecento i più robusti delle più insigni famiglie. Le curie nominarono ciascuna dieci di questi giovani come aveano nominato li senatori ; ed egli tenea sempre con sè tali uomini. E tutti, panti erano stabiliti in quella schiera, aveano il nome di Celeri, come dai più si scrive, per la speditezza ne’ loro servizj ; chiamandosi Celeri dai Romani gli uomini pronti e spedili nell’ operare. Ma Valerio Anziate dice che lo derivarono dal duce loro, Celere nominato. Era un tal duce riguardevolissimo nel suo grado ; ed a lui ubbidivano tre centurioni, ed a’ centurioni altri capitani minori. Questi lo accompagnavano per la città colle aste, pronù ai suoi cenni: ma nel campo erano propugnatori e custodi : e spesso dirigevano a buon fine ia battaglia,primi a cominciarla, ed ultimi a levarsene. Combattevano, dove il luogo consenti vaio, a. cavallo; ma appiè, dove era aspro, nè proprio da cavalcarvi. Sembrami cbe un tal uso lo derivasse da’Lacedemoni coll’intendere die tra quelli vegliavano alla custodia dei re, e li proteggevano nelle guerre giovani generosissimi, buoni per militare a cavallo ed appiede. XIV. Composte in tal modo le cose, comparti gli onori ed i poteri cbe volevano in ciascuno ; prescegliendone tali primizie pe’ monarchi. Volle dunque cbe avesse il -re primieramente la presidenza de’ templi e de’ sagrifizj, e che tutte per lui si compiessero le sante cose in verso de’ Numi : cbe fosse il custode delle leggi e dei patrj costumi: che avesse cura dei diritti provenienti dalla natura o dai patti : che esso giudicasse delle ingiustizie capitali ; ma rimettesse il giudizio su le altre ai senatori, e provvedesse che niente si peccasse ne’ tribunali: cannasse il Senato, convocasse il popolo, e primo vi dicesse il parer suo, ma seguitasse quello dei più. Tali sono le prerogative che egli riservò pe’ monarchi, oltre quella di un comando indipendente nelle guerre. Al consesso poi de’ senatori attribuì questi onori, e questa autorità : cioè, che esaminassero le cose che il re proporrebbe, e ne votassero, ma vi prevalesse la sentenza dei più. Trasse quest’ uso ancora da' Lacedemoni : perciocché li re de’ Lacedemoni non si preponderavano da fare a lor modo, ma l’ autorità su-t prema terminavasi nel senato. Lasciò da ultimo al popolo il potere di eleggere i magistrali, di appro-, l4l Tare le leggi e discutere intorno la guerra quando al re ne paresse, non però deOnitivamcnte se contrario tosse il senato. Il popolo dava i sufTragj non tutto in un corpo, ma convocato per curie ; e riferivasi poscia al senato ciocché le più sentenziavano. Ora cangiata è la consuetudine ; imperocché non è il senato che ratifica le sentenze del popolo ; ma il popolo è 1’ arbitro delle sentenze, del senato. Io lascio, che chi vuole esamini quale di queste due consuetudini sia la migliore. Con tali scompartimenti le cose civili prendeano marcia savia e regolata, e le militari altresì la prendeano docile e pronta. Imperocché quando fosse piaciuto al re di muover l’ esercito, non aveansi a creare i tribuni dalle tribù, nè li centurioni dalle centurie, nè li maestri dai cavalieri ; nè restava àd alcuno di essere coscritto, o scelto, o di ricevere il posto che gli conveniva. Ma il re intimava i tribuni, e li tribuni i centurioni. All’ avviso di questi ciascuno dei decurioni cavava i soldati, subordinati a sé stesso. Così per un solo comando la milizia, secondo che era chiamata, in parte o del tutto, presentavasi colle arme al luogo destinato. Xy. Romolo abilitando la città pienamente per la pace e per la guerra con tali istituzioni, la rendè con esse grande e popolosa : obbligò primieramente gli abitanti ad allevare tutta la prole virile, e le primogenite delle femmine, con ordine che non uccidessero niun infante più recente di tre anni, se pure non era storpio, o mostruoso fin dalia nascita. Tali sconci bambini non proibì che via si esponessero, se presentatigli a cinque uomini dei più vicini, vi consentissero. E per chi vioDigitized by Google i43 delle Antichità’ romane lasse questa legge stabili fra le altre pene la con6sca di una metà delle loro sostanze. Considerando poi che molle delle città d’ Italia erano miseramente premute dalla tirannide di uno o di pochi; procurò di ricevere e di tirare a sè li tanti che ^ne fuggivano, purché fossero liberi, senza esaminarne i pregiudizi, o la sorte, e tutto per ampliare la potenza romana, e diminuire quella de’ vicini. Adunque fe’ ciò cogliendone una bella occasione su le apparenze di onorare gl’ Iddi!. Fondatovi un tempio, non saprei deci ferace a quale de’ Numi, o dei genj, dichiarò come asilo per chi ricorrevaci il luogo tra ’l Campidoglio e la fortezza, ora detto nell’ idioma de’ Romani il basso tra le due selve, e nominato allora cosi, per essere quinci e quindi coperto dalle ombre delle piante amplissime delle terre contigue ai due colli. Inoltre per la riverenza de’ Numi, promise a chi rifuggivasi al santo luogo che non ci avrebbe molestie dai nemici, anzi, che se voleva albergare presso di lui, parteciperebbe ai diritti sociali, ed alle terre che leverebbe altrui guerreggiando. Pertanto vi si affollavano d’ ogn’ intorno uomini che fuggivano i mali domestici ; nè altrove poi si trasferivano allettati dai colloquj, e dalle cortesi maniere di lui. XVI. La terza istituzione di Romolo, degna soprattutto che i Greci la osservassero, e certo la migliore, come io penso di tutte, la quale fu principio della libertà stabile de’ Romani, nè poco contribuì per la formazione dell’ impero, la terza istituzione fu di non uccidere tutta la pubertà delie città debellate, nè di ridurre queste come terre da pascervi, ma di mandare \ li: 1 43 in esse chi se ne avesse in parte i campi, e di renderle, quando erano vinte, colonie de’ Romani, e talvolta ancora di ammetterle ai diritti stessi di Roma. Introducendo queste e simili pratiche fe' grande la colonia sua di picciola, come la cosa stessa dichiaralo. Imperocché quelli che fondarono Roma con esso, erano non più che tremila fanti nè meno che trecento cavalieri ; laddove quando egli spari dagli uomini vi lasciò quarantaseimila fanti, e poco meno che mille cavalieri. Ma se egli basò tali regole, le custodirono poscia i re die gli succederono, e dopo i re li magistrali che pigliavano di anno in anno il comando, aggiungendone altre per modo, che il popolo romano trovasi non inferiore a niuno tra quanti sembrano i più numerosi. XVII. Ora paragonando con questi i Greci costumi, non so come lodare le pratiche de’ Lacedemoni, dei Tebani, e degli Ateniesi che tanto pregiano sé stessi per sapere. Essi gelosi troppo dell’ incorrotto loro lignaggio, non comunicarono se non a pochi i diritti della propria repubblica, per non dire che taluni ripudiavano anche gli ospiti. Da tale arroganza però non solo non raccolsero alcun bene, ma gravissimamente ne scapitarono. Cosi gli Spartani battuti nella pugna di Leuttra con perdervi mille settecento de’ suoi : non solo non poterono mai più rilevarsi da quel danno, ma deposero turpemente il comando : e cosi li Tebani, e gli Ateniesi per la sola sconfitta riportata in Cberonea furono in un tempo spogliati da’ Macedoni e della preminenza su la Grecia, e della libertà. Ma Roma, brigata in guerre gravissime nella Spagna e nella Italia, brigata a i44  ricuperare la Sicilia e la Sardegna che le si erano ribel-' late, quando ardevano tutte in arme contro lei la Grecia e la Macedonia, quando Cartagine eie varasi novamente a disputarle il comando, quando l’ Italia, non che essere quasi tutta in rivolta, trae vale addosso la guerra detta di Annibaie ; Roma in mezzo a tanti pericoli, quasi contemporanei, non solo non si abbattè ; ma ne raccolse forze maggiori che dianzi, proporzionandosi fino per contrapporle a tutti i mali. Ne consegui già questo per favore di sorte propizia come alcuni sospettano ; mentre per conto della sorte sarebbe andata in rovina con la sola sciagura di Canne ^ quando di sei mila suoi cavalieri ne rimasero appena trecentosettanta, e di ottanta mila soldati ne scamparono pochi più che tre mila. Ora queste e le cose che io son per aggiungerne fanno che io prenda meraviglia su Romolo. Imperocché avendo concepito che le cause dello stato florido di una città sono quelle che tutti decantano, ma pochi seguitano, cioè primieramente la carità verso gli Iddii, colla quale tutte le cose degli uomini si risolvono in bene, e secondariamente la temperanza e la giustizia, per la quale men si offendono e più concordano fra loro, nè misurano la felicità co’ sozzi piaceri, ma colla rettitudine, e finalmente la fortezza nel combattere, la quale rende utili a chi le possiede anche le altre virtù ; ciò, dico, avendo Romolo concepito, non pensò che tali perfezioni provenissero per sè stesse, ma conobbe che le leggi provvide, e la bella emulazione nel disciplinarsi, formano appunto una città pia, prudente, giusta, bellicosa. Adunque molto in ciò vigilando, cominciò dal cullo de’ genj e de’ Numi : e seguendo le leggi migliori de’ Greci mise in pregio le sanie cose, io dico i templi, gli altari, le statue, le immagini, i simboli, le forze, i doni co’ quali gli Dei ci beneGcano, e le feste convenevoli per ogni genio o Nume; e li sacriGzj coi quali gradiscono essere venerati dagli uomini, e le cessazioni dalle arme, e li concorsi, e li riposi dalle fatiche, e quanto si addita di simile. Ripudiò le favole che sen divulgano, sparse di bestemmie e di accuse contro di loro, giudicandole ree, dannevoH, obbrobriose, indegne di un uomo dabbene non che de’ Numi ; e ridusse gli uomini a dire e sentire magniGcamente su’Nu^ mi, non a gravarli di cure aliene da una natura beata. XIX. Già non si ode tra’ Romani nè Gelo castrato da' Agli, nè Crono che stermina i figli per timore di essere da loro assalito, nè Giove che scioglie il regno di Crono, e rinchiude il suo genitore nella prigione del Tartaro. Non le guerre vi si odono, non le ferite, e le catene e le servitù degli Dei presso gli uomini : non feste vi si usano atre e dolorose per gli cluiaii e per il lituo di femmine che piangono gli Dei levati loro, come in Grecia il ratto si piange di Proserpina, e le avventure di Bacco, e cose altrettali. E quantunque ornai li costumi vi si corrompano, niuno ravvisa colà nè uomini invasali da’ Numi, nè furie di coribanti, nè baccanali, nè misteri iuelfjbili, nè veglie notturne di femmine e raaschj nei templi, nè osservanze consimili, ma ravvisa tutto praticarvisi e dirvisi verso gli Dei con tanta pietà con quanta non si pratica o dice BIONICI, tomo I.  tra’ Greci o tra’ Barbari. Eid io vi ho soprattutto ammirato, che sebbene sieno venute a Roma tante migllaja di esteri necessitati a venerare ciascuno i suoi Dii coi riti delle patrie loro ; pure mai questa, come pur troppo succedette ad altre città, non venne in desiderio di riceverne pubblicamente il culto peregrino : e seper le risposte degli oracoli introdusse talvolta sante cose come quelle della madre Idea, le onorò co’ riti suoi propri!, escludendone quanto ci avea di superstizione e di favola. Quindi i pretori ogni anno apprestano alla diva Idea sagrifizj e giuochi secondo le leggi romane : ma un frigio, ed una donna, fHgia ancor essa, le immolano il sacriGzio. Questi la recano in giro per la città questuando per la dea come è loro costume, fregiati di immaginette ne’ petti, movendo il passo, e percotendo i timpani intanto che altri gli accompagnano col suono delle tibie, e cantano gl’ inni della gran madre : ma ninuo de’ Romani nativi ornato con veste di vario colore va per la città questuando o sonando di tibia, o venerando con frigie adorazioni la diva  ; e tutto è secondo le leggi ed il voto del senato. Tanto è cauta la città su gli usi forestieri interno de’ Numi ; e tanto ne ripudia le osservanze vane nè decorose !  Questo (ratto su la madre Idea non è ben chiaro. Sembra che il culto de lei fosse ricerulo ed eseguito in una parte solamente colle leggi romane. Quei riti che non erano ricevati non poteano esercitarsi dai Romani. Dei resto Dionigi forse afferma senza verità che gli Dei forestieri adottati in Roma non si veneravano co' riti ancora de' forestieri. Arnob. lib. a e Valerio Massimo lib. primo possono dimostrare il contrario. Nè credasi che io non sappia che alcune delle favole greche sono utili agli uomini. Certamente talune dimostrano allegoricamente le opere della natura : e talune furono simboleggiate per confortarci ne’mali; altre levano i 'turbamenti ed i terrori dell’ animo, e lo purgano dalle opinioni non sane, ed altre ancora per altro buon termine furono immaginate. Ma quantunque io nommeno che gli altri, conosca tali cose, pure vi sono assai cauto, ed ammetto piuttosto la teologia de’ Romani; considerando che tenui sono i beni derivati dalle favole greche e che non possono far utile se non a pochi, a quelli cioè che investigano le cagioni per le quali furono inventate. Ora ben rari possiedono questa fìloso6a ; ma la moltitudine ignorante suole rivolgere al peggio i discorsi che se ne fanno, e patirne 1’ una o l’altra miseria, cioè di spregiare gl’ Iddii come implicati in 'tanto malfare, o di non contenersi m.ii più da ingiustizie e da vituperi, vedendo die sono questi gli esercizi de’ Numi. Ma lascisi ciò da contemplare a quelli che que sta parte sola si appropriano di filosofia. Quanto al governo istituito da Romolo io reputo degne della storia queste cose ancora : e primieramente il numero delle persone che egli deputò per le cure religiose. Certo niuno potrebbe additare in altra nuova città stabilitovi fin da’, principi .tanto sacerdozio e tanto ministero dei Numi. Per non dire de’ sacerdoti gentilizi, furono sotto il regno di lui creafi sessanta 'sacerdoti che fornissero le pubbliche divine funzioni delle curie e delle tribù. Nè io qui ridico non le cose che descrisse nelle sue antichità t Terrenzio Varrone, peritissimo tra quanti Borirono ai suoi tempi. Poi siccome altri per lo più fanno ineonsideratamente, e malamente la scelta de’ sacri ministri ; siccome altri ne mettono a prezzo le dignità per la voce de’ banditori; e siccome altri infine le compartono a sorte; egli non volle che fossero il premio dell’argento, o della sorte, ma decretò che si nominassero da ' ogni curia due uomini, maggiori di cinquanta anni -, pteeminenti di lignaggio, insigni pe’ meriti, agiati abbastanza di averi, nè difettosi in parte della persona. E comandò che questi avessero quegli onori non a tempo ma durante la vita, e che essendo per la età già liberi dalle cure militari, lo fossero per legge dalle politiche. E siccome alcuni sagrifizj si aveano a fare dalle femmine, ed altri da’ giovani, aventi tuttavia padre e madre ; cosi perchè questi ancora degnamente si amministrassero, ordinò che le donne de’ sacerdoti fossero le compagne de’ mariti ancora nel sacerdozio ; che esse compiessero le sante cose che le leggi della patria non permettevano agli uomini, ed i figli loro prestassero il servigio, proprio de’ giovani: Che se non avevano prole scegliessero dalle altre case nella curia loro i più graziosi tra’ fanciulli e fanciulle, perchè ministrassero, quelli fino alla pubertà, queste finché erano pure senza le nozze. Io credo che Romolo derivasse questé pratiche ancora da’ Greci ; mentre ciò che ne’ Greci sacri Qnesii fanciulli cosi eleni anche dalle altrui case erano chiamati Camillì e Camille. Plutarco nella vita di Numa accenna elio cosi chiamavansi que’giovinelti che ministravano 1 sacerdote di Giove,. 1 49 ficj forniscono quelle che Canifore si domandano, lo compiono tra’ Romani quelle che Camille  son dette, cinte di ghirlande la testa, come da’ Greci la testa inghirlandasi delle statue di Diana Efesina. E quanto èseguivano un tempo fra’ Tirreni e prima già fra’ Pelasghi i Cadolj nelle adorazioni dei Cnreti e degli Dei Grandi, lo ministravano nel modo medesimo ai sacerdoti i garzon celli nominati Camilli tra’ Romani. Prescrisse inoltre che intervenisse da ciascuna tribù ne’ sagriGzj un indovino, che noi chiameremmo Jeroscopo, ed i Romani chiamano aruspice, serbando in qualche tenue parte la denominazione primitiva ; e statuì, che li sacerdoti ed i ministri loro fossero tutti nominati dalle curie, ma confermati da quelli che interpretavano i voleri de’ Numi colla divinazione. XX [II. Ordinate tali cose intorno al servigio divino, divise ancora, secondo che era per cosi dire opportuno, alle curie le sante cose, destinando a ciascuna i Numi ed i genj che in perpetuo adorerebbe ; e tassò per le sante cose le spese che aveansi a supplire dal pubblico. Celebravano coi sacerdoti le curie i sagriGzj a loro assegna ti. facendo per le feste il convito nelle case delle curie.' Perocché vi era in ciascuna curia un cenacolo, ed insieme vi era un’ edifizio comune, consacrato per tutte ; -.come i Pritanei tra’ Greci. Que’ cenacoli, quegli edifizj, curie si, chiamavano, e si chiamano, come le partizioni stesse del popolo (a). E tale istituzione sem. (j) La voce Camille manca nel tetto : ma par troppo coerente colla totalità del senso, Canifore vai quanto portatrici de' canestri. (a) Varroiie uellil>. 4 della lingua latina diceche gli edirizj ciitabrami che Romolo se l’ avesse dalla disciplina che fioriva allora tra’ Lacedemoni ne’ riti sociali. Licurgo avea ciò, fluttua quella fra le tempeste ; e che però debbe un uomo savio di stato, legislatore o sovrano che sia dar leggi che rendano i privati prudenti e giusti nei vivere; Ma qon tutti mi sembra che vedessero egxialmente còn quali industrie e leggi si rendessero tali, e sembrami che alcuni assai, per non dire interamente, mancassero, nelle parti essenziali e primarie della legi.slazione.; come subito ne’sposalizj e nel convivere colle femmine, donde un legislatore dee cominciare, come ne cominciò la natura l’ ordine armonioso di noi tutti. Imperciocché taluni pigliando esempio dalle bestie vollero i congiungimenti del maschio colla femmina promiscui e liberi, quasi fossero cosi per liberare la vita dalle furie amorose, e preservarla dalie gelosie che uc> cidono, e rimoverla dai tanti mali che per causa delie femmine invadono le intere città, non che le famiglie. Altri esclusero dalla città tali silvestri e ferali eoocu bili accordando un uomo per una donna : in custodia però delle nozze, e della moderazione delle mogli, non tentarono più o meno far leggi, ma se ne astennero; quasi impossibile fosse il contrario. Aluri nè lasciarono, come taluni de' barbari, le cose amorose senza leggi, nè le mogli senza premunirle come i Lacedenàoni, ma vi promulgarono molte e castissime regole. E vi furono pur quelli che fondarono un magistrato che invigilasse intorno la purità femminile : ma non bastarono tali provvidenze alla cura. Fu quel magistrato languido più del dovere, nè potè ridurre a pudicizia chi mal ci avea contemperata la natura. XXV. Ma Romolo non dando azione all’uomo contro donna se adulterava, o se abbandonavagli la casa ; nè dandola alla femmina che accusava l’uomo di pessima amministrazione o d’ ingiusto ripudio ; non formando leggi sul ricevere e sul restituirsi della dote, nè definendo altra cosa qualunque, consimili a queste; ne stabilì solamente una, migliore assai ( come il fatto dichiarò) delle altre, colla quale fe’ le donne' savie e pudiche e di ogni onoralo contegno. E la legge fu: che la femmina maritala la quale secondo le sacre leggi recavasi alt uomo, divenisse partecipe de’ beni e delle sacre cose di lui. Gli antichi chiamavano con formola romana nozze sacre e legittime la confarreazioiie per l’uso conume del farro .che. noi Zea chia. I 53 nilamo. E come noi Greci tenendo l’orzo per antichissimo diam principio con esso a’ sagrifìzj ; ed questo. cliiamiamo: cosi li Romani giudicando cibo primitivo e pregevolissimo il farro; incomincian col farro, quante volte una vittima si abbruci. E ul rito persiste, nè si compensò con altre squisite primizie. L’ essere le donne fatte partecipi con gli uomini di un cibo il più sacro e primitivo, e della sorte di essi, qualunque fosse, aveva un nome dalla comunanza del farro, e ciò portava un ligame indissolubile di appropriazione, e niente polca disfare quel matrimonio. Questa legge necessitava le mogli eome prive d' altro rifugio a vivere co’ modi di chi aveasele maritate, e faceva agli uomini tenere le donne come cose proprie nè separabili. Quindi una moglie pudica e docile in tutto al marito, era appunto come r.uorao, l’ arbitra della casa. Morendo 1' uomo, ne era la erede, come la figlia del padre : se moriva senza figli e senza testamento, essa era la padrona di ogqi cosa lasciata da lui, ma se avea de’ figli essa era coerede di parte eguali con questi. Che se colei peccava, avealo giudice della delinquenza, cd arbitro della grandezza della .pena : se non che li parenti ancora insieme coir uomo la giudicavano fra le altre reità, se avea contaminato il suo corpo, o se bevuto del vino, mancanza certo nel parere de’ Greci tenuissima. Ambedue queste colpe, come le estreme delle colpe femminili, ordinò Romolo che si -castigassero : la contaminazione qual priimipio d’ insania, e la briachezza qual principio della contaminazione. E lungo tempo seguirono ambedue queste colpe ad avere odio implacabile tra’Romani. Ora che buona fosse questa legge su le donne; lo at> testa la esistenza lunga di essa ; consentendosi che per dnquecento venti anni non si sciolse in Roma niun matrimonio. Solamente narrasi, che sotto il consolato di Marco Pomponio, e di Cajo Papinio, nella olimpiade centesima trentesima settima Spurio Garvilio, uomo non ignobile, il primo lasciasse la moglie, costretto Innanzi però dai censori di giurare, che la donna sua non abitava in sua casa per generare con esso. Certamente la sua donna era sterile: ma egli per quest’ opera, quantunque la necessità ve lo' inducesse, ne ‘incorse r odio perpetuo del popolo. Tali sono le leggi egregie di Romolo colle quali rendè le donne piu disposte inverso de’ -mariti. Assai più gravi e più convenienti di queste e molto diverse dalle nostre sono le leggi sul rispetto e su la corrispondenza de’ 6gli, perchè onorino I genitori col dire e col fare quanto comandano. Coloro che ordinarono i governi de’ Greci, istituirono che i' figli rimanessero un tempo, troppo breve, sotto la potestà dei loro padri: vuol dire istituirono alcuni che vi restassero tre anni dopo la pubertà ; altri, fin che erano celibi ; ed altri finché non erano scritti nelle curie pubbliche: e questo a norma della legislazione appresa da Soloné, da Pittaco, da Caronda, uomini di sapienza riconosciuta. Preordinarono ancora delle pene ; ma non gravi su'figli indocili, permettendo ai padri di espellerli e diseredarli e non altro. Ma le pene miti uon bastano a correggere la precipitanza e la caparbietà de’ gióvani, nè a renderli nel bene attenti di trascurati. Dond’ è che assai. l55 vlluperii si commettono da’ Ogli contro de’ padri nella Grecia. Ma il legislatore di Roma diede a’ padri sul • figlio per tutta la vita autorità compiuta di escluderlo, di batterlo, di vincolarlo a’ lavori campestri, e di ucciderlo ancora se cosi volessero, quantunque il figlio già trattasse le cose pubbliche, già sedesse tra’ magistrati supremi, e già si avesse gli applausi per lo zelo suo verso del popolo. In forza di questa legge uomini ragguardevoli concionando da’ rostri su cose contrarie al ' senato', e care al popolo e divenuti perciò famosi, furòno di là staccati e rapiti altrove da’ padri, perchè subissero la pena che iie voleano ; e traendoseli per lo foro, ninno potea liberarli non il console, non il tribuno, e non la plebe da essi adulata, sebbene questa  valutasse tutti men che sé stessa in potere. Ometto di dire quanto i padri uccidessero de’ valentuomini, spintisi per virtù e per ardore a far magnanime imprese ma diverse da quelle prescritte dai padri, come abbiamo di Mallio Torquato e di altri, de’ qnali diremo a suo tempo. Né il legislatore di Roma ristrinse a questo soltanto i padri; ma permise loro anche di vendere i figli, niente attendendo che altri vinto dalla sua tenerezza riprendesse la concessione come dura e gravosa. SopratUttto, chi fu allevato colle maniere molli de’Greci riguarderà come a(Cerbo e tirannico, che lasciasse i padri utilizzare su’ figli eoi venderli fino a tre volte, dando licenza più grande a’ padri sn’ figli che non a’ padroni su gli schiavi. -.Perocché il servo venduto una volta se riacquista poi la libertà rimane in seguito padrone di sè : ma il figlio venduto dal padre se diviene libero ri-' cade di nuovo sotto il padre: e quantunque rivenduto e liberatosi per la seconda volta; pur trovavasi ancora servo del padre come in principio ; ma dopo la terza vendita più non era del padre. Osservavano da principio i re questa legge stimandola rilevantissima, scritta o non scritta che fosse, ciocché non posso decidere. Disciolta poi la monarchia, quando piacque ai Romani che si affiggessero nel foro, manifeste ad ogni cittadino., tutte le leggi e le consuetudini patrie e quelle ricevute di fuori, perchè il diritto comune non finisse col potere de’ magistrati ; i Decemviri che erano incaricati dal ' popolo di compilarle, e distenderle, scrissero ancora questa legge colle altre: e trovasi nella quarta delle dodici tavole, che chiamano, che essi esposero nel .fòro. Che  poi li decemviri, eletti trecento t^nni appresso per la ordinazione delle leggi, non diedero essi i primi questa legge ai Romani, ma che ricevutala come antica molto, non osarono toglierla, lo deduciamo da molle fonti,e principalmente dai decreti di Numa tra’quali era scritto; Se un padre conceda al figlio di prender moglie la quale secondo le leggi sia partecipe delle cose sacre e de' beni, questo padre non avrà fin dt. allora più facoltà di vendere il figlio. Or ciò non avrebbe., cosi scritto, se per le leggi antecedenti non era permesso af padri di vendere i figli. Ma basti su 'ciò : frattanto voglio dcllneare come in compendio la. bella istituzione colla quale Romolo ordinò la vita de’ privati. Vedendo che le adunanze politiche, ove i più sono indocili, non si riJucouo con magistero di. iSj parole a vivere temperantemente, a preferire il giusto all’ utile, a dumr la fatica, nè riputare cosa alcuna più onorata del retto procedere ; ma che piuttosto si dirigono ad ogni virtù colle consuetudini buone ; e vedendo che quelli ohe si disciplinano anzi di forza che spontaneamente, ben presto, se niente impediscali, ritornano ai geiij loro; non concedette che ai servi ed a’ forestieri di esercitare le arti sedentarie, illiberali, fautrici dei turpi desideri, come quelle che guastano e profanano i corpi e le anime di chi vi si applica. E lungo tempo rimasero queste ingloriose tra’ Romani, e ninno che nativo fosse di que’ luoghi, vi rivolse le industrie sue. Lasciò solamente per gl’ ingenui le due cure della cam> pagna e delle armi ; perocché vide che con tali maniere di vivere gli uomini signoreggiano il ventre, e meno languiscono tra gli estri amorosi, nè sieguono quella voglia di arricchire che dissocia i cittadini a vicenda, ma quella che trae 1’ utile dalle terre o da’ nemici. Riputando imperfette, anzi litigiose queste vite se disgiunte, non ordinò già che una parte si desse ai lavori del campi, e 1’ altra andasse e derubasse i nemici come la legge disponeva tra’ Lacedemoni; ma prescrisse in comune li rustici e li militari travagli. Se godea pace, ; costumavali a star tutti intenti per le campagne, salvo il giorno ( ed erari da lui destinato ogni nono giorno ) • in cui faceano mercato ; perchè allora amava che accorrendo iu città vi commerciassero. Ma se prorompeva la guerra, addestravali a farla, e non cedere gli uni agli altri nel faticarvi o lucrarvi; pèrocchè divideva tra loro ugualmente, quanto involava al nemico, campi, schiavi, danari, e xciidcali con ciò volenterosi ad imprendere. Spediva, non prolungava i giudizj su le offese scambievoli ; c quando giudicavale da sé medesimo e quando per mezzo di altri: e proporzionava ai delitti le pene. Considerando che la paura più che tutto respinge gli uomini dalle scelleraggini, coordinò più cose per incuterla, come un tribunale, ove sedea giudicando, nel più visibile luogo del foro, imponentissimo l’ apparato de’ soldati, trecento di numero, che lo seguivano, e le verghe e le scuri portate da dodici uomini li quali nel foro stesso batteano chi avea colpe degne di battiture, o nella' pubblica luce lo decapitavano, se altri ne avesse più grandi. Tale fu l’ ordine del governo indotto da Romolo, e da queste cose ben si può conghietturare su le altre. XXX. Quanto alle altre opere civili o beUiche di un tal uomo, queste ne furono tramandate, degne che si intessano ad una storia. Siccome i popoli circonvicini a Roma erano molti, e grandi, e bellicosi, nè punto amici di essa ; deliberò conciliarseli co’ matrimoni, mezzo gii> dicato dagli antichi saldissimo di procacciar le amicizie. Considerando però che tali genti non si unirebbero spontaneamente con loro, nuovi di colonia, impotenti per danaro, e privi d’ ogni gloria di belle operazioni, e che altronde cederebbero violentati, se oltraggiosa non fosse la violenza; risolvè, (ciocché avea NumitOre l’avo suo materno già suggerito) di faré, ed in copia, i 'matrimòni col ratto delle vergini. Cosi risoluto, fe’ Voti al Dio guidatore dei disegni reconditi, che se la prova gli riusciva appunto come la ideava, gli tributereUie ogni anno e feste e sagrifizj. Quindi riferito il .disegno in  li. 1 5() senato, e comprovatovi, propose di celebrare giuochi solenni a Nettuno, e ne sparse la nuova per le città vicine ; invitando chiunque al concorso ed ai giuochi, che giuochi sarebbero moltiplici di cavalli e di uomini. iVenuii forestieri in copia alla festa insieme colle mogli e co’ figli, e compiti già li sagriCzj a Nettuno e li giuochi, infine nell’ ultimo giorno quando era per dimettere la moltitudine fe’ intendere ai giovini che al dare di un segno certo, tutti involassero quante a loro ne capitavano, le vergine accorse agli spettacoli, le custodissero però quella notte inviolate, ed a lui le recassero nel prossimo giorno. Compartitisi i giovani in truppe non si tosto videro elevato il segno convenuto ; si volsero a far preda di vergini. Sorgene un tumulto un damore de’ forestieri che maggiore ne sospettavano il male. Condottegli nel prossimo giorno le vergini, Romolo consolavale disanimate, con dire che tendea quel ratto a maritarle non a vilipenderle. £ dichiarando che Greco, e primitivo, e nobilissimo era il modo tenuto da lui tra tutti i modi co’ quali si procurano le nozze alle femmine ; invitavale ad amare gli uomini che la sorte ad essi offeriva. Dopo ciò numerando le donzelle e trovandole secenlo ottantalrè ; scelse bentosto altrettanti de’ suoi non maritati, e con essi congiunsele. Egli legandole colle nozze secondo il rito della patria, rendeale partecipi dell’ acqua stessa, e del foco ; e quel rito mantienesi ancora. Alquanti scrivono che avvenne un tal fatto nell’ anno primo del regno di Romolo : Gneo Gellio lo assegna nell’ anno terzo, e ciò pare più verisimile. Imperocché non èprobabile che il capo di una città uascente si accingesse a tal opera prima clic ne avesse costituito il governo. Altri stimano cagione di quel rapimento la scarsità delle femmine, altri l'impulso a far guerra; ed altri più persuasivi, a’ quali io m’attengo, la necessità di aver amicizia cogli abitanti vicini. Ripetevano i Romani anche al mio tempo la festa allora consacrata da Romolo chiamandola Consuali (t). In essa un altare sotterraneo, scalzato intorno intorno di terra,, posto vicino al circo massimo, onorasi con sagriOzj, e primizie che bruciansi. Evvi corsa di cavalli sciolti, o congiunti ai carri. Conso chiamasi da’ Romani il Nume a cui tributano questi onori : e taluni con greca interpretazione dicono che sia Nettuno, scotitore della terra, e che si venera appunto in altari sotterranei, perchè questo Dio possiede la terra : ma io ne so’ pure altra origine perchè udii che la festa era celebrata per Nettuno, e per Nettuno li s giuochi equestri; ma che r altare sotterraneo era stato consecrato infine ad un genio ineffabile, guidatore e custode de’ segreti disegni. E certamente Nettuno in niun luogo tiene altari invisibili inalzatigli da’ Greci o da’ barbai'i. Pure è difficile a diffinire come stiasi la verità. Come la fama del rapimento delle vergini e gli eventi de’ giuochi si sparsero per le città vicine; altre si corucciaron su 1’ opera, ed altre invesugando 1’ affetto ed il fine ond’era avvenuta, la sopporlavanu in  I giuochi isliluili da Romolo nel ratto delle Sabine furono chiamali Consuali perchè fatti in onore del Dio Conso. Appresso furono detti Circensi quando Tarquinio Prisco fece il circo massimo. Sembra che la prima volta fossero celebrali nel campo Marso.. l6l pace. In fine però ne proruppero delle guerre, alcune sicuriiniente ben facili ; ma grave e disastrosa fu cjuella co’ Sabini. Felice fu l’esito di tutte, come prima che si cominciassero ne aveano presagito gli oracoli, i quali significavano che grandi ne sarebbero i travagli, ed i pericoli, ina lietissimo il fine. Le città che prime si misero a tal guerra furono Genina, ed Ànlemna, e Crustumero, in apparenza pel ratto delle vergini e jicr vendicarsene ; ma la cagione vera che ve le spingeva era la fondazione, era il créscere di Roma divenuta grande in poco tempo, e la voglia di non trascurare che più si estendesse quel male, comune a tutti i vicini. Ben tosto dunque spedendo ambasciatori ai Sabini gl’ invitarono perchè fossero i capi nella guerra, essi che erano i più polenti di arme e di danaro, degni di comandare ai vicini, nè oltraggiali menu degli altri; essendo le vergini rapite per la maggior parte Sabine. Ma poiché niente profittavano, pere he gli ambasciadori di Romolo contrariavano, ed appiacevolivano con parole e con opere quella gente ; stanche alfine di perdere più tempo coi Sabini i quali esitavano c rimettevano ognora a tempo più rinioto il consiglio di guerra, destinarono fra loro di combattere esse i Romani; pensando che avrebbono suificieiiza in sè stesse di forza, se univansi tutte tre, per invadere una città sola, nè grande. Così dunque si coiicerlarouo ; ma non si espedirono già per concentrarsi tutti in un esercito ; insorgendo innanzi gli altri i Ceuiuesl, pi'imarj già nel volere la guerra. Ora avendo questi mossa l’ armata, e devastando il campo contiguo, Romolo usci colle sue truppe : e piombando repentinamente su' nemici che non seu guardavano ; ben presto ne espugnò gli alloggiamenti, che appena erano formati. Poi gettatosi appressa quelli i quali si rifuggivano nella città, dove non crasi udita ancora la sciagura dei suoi, non trovandovi nè guardate le mura, nè chiuse le porle ; la invase a primo impeto, ed uccise, combattendo, e spogliò colle sue mani delle arme il re di essa venutogli incontro con forz^ poderosa, Cosi prendendo e comandando la città che gli consegnasse le armi, e togliendosene per ostaggio, que’ gioviui che più volle; marciò contro gli Antemnati. Rendutosj colla subita incursione padrone delle milizie di questi, sbandate ancora a far preda, come crasi padrone renduto delle precedenti, e trattati i vinti nella maniera medesima; ricondusse a casa l'esercito, recando le spoglie degli oppressi in battaglia, e le pripiizie delle prede ai Numi i quali onorò con assai sagriSzj. Andava-, massimo della pompa egli stesso in veste di porpora, e coronato di alloro le tempie, ma su di una quadriga  per serbare la dignità di monarca. Seguivano  Plutarco scrive c>;e Dipoigi uon dice bene quando afferma che Romolo veniva su di un carro. FwyueAer it vac piia-tt Aisrue-rur. Tito Livio scrive che Roipolo spolia ducis hostiunt cacti tuspensa, fabrieato ad id apté ferculo, gerent, i/t capholium asce/idit. Il Casaubono pensa che Dionigi per la non piena peiizia delia lingua latiua interpretasse quel ferculum di ^vio, dal quale derivava tali racconti, per cocchio;' quando eia ir. ' i63 le milizie de’ fanti e de’ cavalieri, ornate secondo i loro gradi, magnifìcando gl’ Iddii colle patrie canzoni, ed il capitano con gli slanci di versi improvvisi. Quelli della citii recatisi loro incontro colie mogli e co’ figli, e schierai isi quinci e quindi per le vie si congraiulavano con essi per la vittoria, e davano ogni altro segno di ami^ cizia. Entrata la truppa in città trovò crateri spumanti di vino e mense colme di ogni varieià di cibi appiè delle case più riguardev.oli pei’chè a piacere vi sì saziasse. Cosi andava con trofei e sagrifizj la pompa della vittoria istituita la prima volta da Koniolo, e chiamata dai Romani trionfo : ma ora, trascendendo ogni antica semplicità, spiegasi magnifica e clamorosa come in tragico rito, anzi per gala di ricchezze che in prova di virtù. Dopo la pompa e dopo i sagrificj Romolo edificò su le cime del cimpidoglio un tempio a Giove detto Fé-, retilo da’ Romani : Non era grande il sàiito edificio ; apparendone ancora i primi vestigi, e vedendosene! iati maggiori meno lunghi oi dal vero chi voglia questo (jiove Feretrio a cui Romolo offerse le anni, chiamarlo il Dio che tiene i trofei, o che porge come altri dicono, le spoglie de’ nemici, o il Dio preeminente, perché supera ed abbraccia tutta intorno la natura ed il movimento degli Esseri. piutlo.s(o come iuterprela Plulaico ciocché ni direbbe trnfeo. Lo stesso Plutarco ìoscgiia che Lucio Taripiaio Piiscu fu il (irinio che tiiuufasse sul cairu. Poiché Romolo ebbe tributalo agl’ Iddìi le primizie ed i sagrifìzj di ringraziamento, deliberò, prima di far al irò, col senato, com’erano da trattarsi le città debellate ; ed esso il primo ne dichiarò la sentenza che ottima riputava. E piaciuta questa come la più sicura e la più luminosa a quanti erano in quel consesso, ed encomiatone pe’ vantaggi che a Roma ne risultavano non pur di presente, ma in ogni avvenire; comandò che venissero a lui le donne di Cenina e di Antemna cadute prigioniere con altre. Riunitesi sconsolaté^, e prostratesi, e piangendo esse la sorte della patria; accennò che frenassero i pianti e tacessero e poi disse: hen dovrebbero i vostri padri, i vostri fratelli, e le intere vostre città subire ogni male, perchè scelsero anzi che r amicizia la guerra, e guerra non necessaria nè onesta. Nondimeno abbiamo noi deliberato di essere clementi con essi per molle cagioni, e perchè apprendiamo la vendetta de' Numi, pronta contro i superbi, e perchè temiamo la indignazione degli uomini, e perchè giudichiamo essere la compassione compenso non lieve de' mali comuni, noi che già la dimandavamo dagt altri : e finalmente perchè pensiamo che ciò non sarà caro e grazioso poco per voi, congiunte finquì co' vostri mariti senza che possano querelarsene. Condoniamo questo delitto, nè togliamo a’ vostri cittadini non la libertà, non i poderi, non altro bene qualunque. Lasciamo noi dunque ( nè già se ne avranno a pentire) lasciamo libera a tutti la scelta di rimanere in patria se il vogliono, o di traslatarsene. Ala perchè niente pià faccia abberrare le vostre  città, perchè niente più trovisi in esse che possa ridividerle dcdla nostra amicizia’, rìputianio espedientissimo e saluberrimo per la concordia e sicurezza di ambedue se le rendiamo colonie di Roma, e se da Roma vi mandiamo abitanti che bastino. Àndcde : statevi di buon animo : moltiplicatevi nelt ossequio e nella benevolenza de’ vostri mariti; tra’l dolce sentimento che liberi per voi sono i vostri figli, liberi i vostri fratelli, libere le patrie vostre finalmente. Ti-ipudiando in udir questo le donne e lagrimando viva^ niente di gioja partirono dal Foro. Romolo mandò in ciascuna città trecento uomini e le città cederono ad essi, dividendolo a sorte, il terzo de’ loro terreni. In opposito menò in Roma quanti Antemnati e Ceninesi vollero trasferirvisi, e raeuovveli colle mogli e co’ figli mentre ritenevano in que’ luoghi i campi ad essi toccati, e portavano seco il danaro che possedevano. Li descrisse il re ben tosto nelle curie e nelle tribù ; nè furono men di tre mila : tanto che ne’ cata-^ loghi romani si numerarono allora la prima volta sei mila fanti. Genina ed Antemna città non ignobili avean greco lignaggio : imperocché tolte ai Sicoli caddero in potere degli Aborigeni, i quali erano una parte degli Oeijoirj, venuti già dall’ Arcadia, come nel primo libro fu detto, ma ora finita la guerra divennero colonie romane.  Romolo dopo ciò condusse Tesercito incontro de’ Crustumerini, apparecchiati meglio che i primi : e vintili, quautiinque stati fortissimi , nella battaglia  Qui Dionigi è contrario a Livio il qnale scrive:' Poi t’in \ in campo e su’ muri, non volle che patissero più oltre; ma fece della città, come delie altre una colonia romana. Era Cruslumero colonia degli Albani speditavi mollo tempo innanzi di Roma. Divulgando la fama in molte città la fortezza militare del capitano e la clemenza in verso de’ vinti; si congiunsero ad esso ancora non pochi valentuomini ; i quali con tutte le famiglie a lui trasferendosi, gli recarono forze non dispregevoll. Ed uno de’ colli di Roma ancora chiamasi Celio, da Celio che uno fu di que’capi venuti dalla Etruria. Anzi a lui si diedero Intere città, cominciando dalla città dei Medullini, le quali divennero colonie romane. I Sabini al veder ciò se ne conturbarono, accusandosi a vicenda che non avessero messo iiu argine alla monarchia dei Romani in sul nascere, o che si avessero a brigare con lei fatta già grande. Nondimeno parve ad essi che fosse da correggere il primo errore collo spedire un esercito rispettabile. E riunitisi a congresso In Curi la più cospicua e la più imponente delle loro città, vi decisero co’ loro voti la guerra ; creaudone generalissimo Tito Tazio re dei Cureli. Deliberato ciò ripatiiaronsl e prepararono i Sabini la guerra per marciate In su la nuova stagione con esercito poderoso contra Roma. Intanto Romolo si apparecchiò fortlsslmamente onde jìsosplugere uomini fiorentissimi in arme. Elevando le mura del Palatino e torrioni più alti di camminò contro de Crustomenesi g i quali portavano la guerra z ftia qui ci ebbe men di contrasto perchè già gli animi erano abbaia tuli per le sconfitte degli altri  1 67 esse perché dentro vi si stessè con sicurezza, e circondando con fossi e irincere 1’ Avventino, ed il Campidoglio che ora chiamano, colli ambedue dirimpetto dei primo, e presidiandone l’uno e l’altro con salda guarnigione; ordinò che nella notte vi si riparassero e greggio e villani. Munì similmente con fossi e palizzate, e guardie ogni altro luogo opportuno per la loro salvezza. Intanto Lucumone, divenuto amico suo non molto di prima, Lucumone uomo operoso ed insigne nelle arme, venne a lui con buon sussidiodi Toscani da Vetulonia ; e vennero pure da Albano in copia, ( e mandavagli 1’ avo materno ) combattitori. commissari, arteBci di militari stromenti. Diè loro frumento ed arme e quanto facea di mestieri, e largamente ne diede per ogni vicenda. Poiché furono apparecchiati ambedue per r impresa, i Sabini al sorgere della primavera, ornai sul pnnto di cavar le milizie, deliberarono di spedire, e spedirono prima a’ nemici un ambasceria la quale esigesse le donne e la soddisfazione della rapinà di esse ; perchè se ’l giusto non ottenevano, apparisse che spinti dalla necessità davano alle arme. Romolo pregò in opposito che si permettesse alle donne rimanersene con quelli a’ quali si erano maritate giacché restie non ci convivevano: che se abbisognavano di altra cosa, volessero da lui riceverla come da un amico, non lo investissero colla guerra. I Sabini non contentati in alcuna dimanda menarono in campo venticinque mila pedoni e quasi mille cavalli. Non molto differiva dalla milizia sabina la romana ; numerosa di ventimila fanti, e di ottocenfp cavalieri, ed accampatasi divisa in due parli dinanzi la città, teneva con una parte il colle Esquilino sotto gli auspicj di Romolo, e con l’altra il Quirinale ( che allora non avea questo nome ), e Lucumone il Tin'eiio erane il capitano. Al conoscere tali disposizioni Tazio re dei Sabini levandosi di notte, traversò coll’ esercito la campagna, non già per danneggiarla, ina per mettersi prima del nascer del sole in sul campo tra ’l Quirinale ed il Campidoglio. Ma vedendo che tutto era custodito dalle guardie vigili de’ nemici, e che non ci avea luogo sicuro per lui, cadde in gravi dubitazioni senza rinvenire intanto come avea da usare quel tempo. Fra tante dubitazioni sorsegli una prosperità non pensata ; essendogli consegnato un de’ luoghi fortissimi con questo successo. Rigirandosi appiè del colle Capitolino i Sabini per esplorare se ci avea parte niuua, donde potesse espugnarsi con sorpresa, o di forza ; videli dall’ alto Tarpeja, una vergine cosi nominata, figlia del valente uomo al quale era la cura hdata di que’ luoghi : s’ invaghì la donzella, come scrive Fabio e Ciucio, dei braccialetti che que’ Sabini s’ aveano intorno la sinistra, e s’ invaghì degli anelli. Brillavano allora di oro i Sabini, molli nommen che i Tirreni nel vivere. Ma Lucio pisone il censore narra che la fanciulla ciò fece sul bel desiderio di esporre ai cittadini i nemici, nudi delle arme colle quali si difendevano. Ben può da quel che siegue raccogliersi qual sia di queste due cose la più verisimile. Mandando fuora una serva per una tal porticina che niun si avvide che fosse aperta, fe’ richiedere il monarca Sabino che venisse a lei senza compagni per nn colloquio ; ed essa parlerebbegli di cosa grande e necessaria. Accettò Tazio l’ invito su la speranza di un tradimento, e recatosi al luogo additatogli, e venutavi ( che ben lo potè ) la donzella, disse che il padre suo quella notte si era allontanato per un tal bisogno dalla fortezza, e che le chiavi delle portò erano presso di lei : consegnerebbele se a lei venissero quella notte, e se in premio della consegna le si dessero quelle fulgide cose che ì Sabini portavano tutti nella sinistra. Piacque a Tazio 11 partito, e contraccambiatasi ambedue la promessa con giuramento di non illudersi ne’ patti ; la vergine distinse la parte per la quale avrebbero a venire a quel fortissimo luogo, e distinse 1’ ora della notte in che meno s' invigila ; e poi ritornossene, nè quelli che eran dentro ne seppero. Concordano Gn qui ma non già nel resto gli storici romani. Pisone il censorino del quale abbiam detto di sopra scrive che Tarpeja spedì quella notte un messaggiero che signiGcasse a Romolo gli accordi fatti tra i Sabini e tra lei ; e come ella esigerebbe le arme difensive di essi, deludendoli coll’ ambiguità de’ trattati : egli dunque mandasse altra milizia nella fortezza, e vi sorprenderebbe i nemici col capitano spogliati di arme. Aggiunge però che il messaggero fuggendosi presso il re de’ Sabini gii accusasse i disegni di Tarpeja. Ma nè F abio nè Cincio dicono che ciò avvenisse, e sostengono che la donzella mantenesse i patti del tradimento. Dopo ciò continuano tutti la storia con slmiglianza. Imperciocché narrano che avvicinatosi il re dei Sabini col Gor dell’ esercito colei per adempiere le promesse aprisse a’ nemici la piccola porla concordata, e che destate le guardie del luogo le stimolasse a scampare sollecitamente per tragitti ignoti ai Sabini che ornai possedeano la fortezza. Narrano inoltre che i Sabini al fuggire di quelli, trovatene le porte aperte, occupassero la fortezza abbandonata ; e che la donna avendo prestato i servigi pattuiti, ne chiedesse il premio secondo i giuramenti. XL. Dopo ciò scrive Pisene che essendo i Sabini pronti di dare l’oro di che riluceano ne’bracci sinistri; Tarpeja la donzella ue pretendesse non i fregi ma gli scudi : che Tazio andasse in collera per l’inganno, ma pur si guardasse dal violare i trattati : che era a lui sembrato perciò che si dessero alla vergine le arme richieste ma per modo, che ricevutele non potesse valersene : che ben tosto dunque, comandando di essere imitato dagli altri, lanciasse lo scudo con quanta avea forza contro Tarpeja : la quale investita d’ ogn’ intorno e sopraffatta da tanti colpi e si gravi succumbè sotto delia tempesta. Ma Fabio ascrive a’ Sabini la frodolenza su’ trattati. Perocché dovendo secondo i patti dare a Tarpeja le auree cose che dimandava, rattristatine per la grandezza di esse, scagliarono su lei le arme colle quali si difendevano, quasi scagliar le medesime fosse un darle come aveano promesso quanto giurarono. Se non che sembra che i fatti consecutivi rendano più verisimile il giudizio ultimo di Pisone. Certamente fu la giovine, dove cadde, onorata di tomba, e la tomba sta nel più augusto de’ sette colli, e Roma ivi le replica ogni anno sacre libagioni. Io dico ciocché scrive Pisone. Cioè se ella fosse morta tradendo la sua patria non avrebbe ottenuto niuno di questi due onori nè da quelli che ne erano traditi, nè da quelli che ne furono gli uccisori : anzi se avanzo mai v’ era del tuo cadavere sarebbe stato poi disotterralo e gittato per atternre i posteri, e respingerli da simili operazioni. XLI. Tazio e li Sabini impadronitisi di quella fortezza, e pigliato senza disagi il più degli appareccbj de Romani, facevano ornai la guerra da luogo sicuro. Cosi tenendosi dunque ambedue le armate dirimpetto a piccola distanza fra di loro, molti erano in molte occasioni li tentativi e gli attacchi senza grandi risultati di danno o di utile per ninna delle parti. Due furono le battaglie più rilevanti date con tutte le milizie, schierate 1’ una contro l’ altra; e grande ne fu la strage vicendevole. Ma tirandosi in lungo, ambedue li re concorsero nel sentimento di venire a decisiva giornata. E recatisi nello spazio intermedio ai due accampamenti i capitani migliori nelle armi ed i soldati già sperimentati in mille cimenti fecero memorabili prove dando e ribattendo gli assalti, e traendosene e rimettendovisi ugualmente. Coloro i quali contemplavano da luogo munito la equilibrata battaglia, e che d’ora in ora piegava dall’ una o dall’ altra parte, incitando, ed acclamando incoraggivano chi vi si distingueva ; o con preghiere e pianti richiamavano chi vacillava o lasciavasi ornai sopraffare, perchè vile sempre non rimanesse. Dond’ è che gli uni e gli altri erano necessitati a sostenere travagli, maggiori delle forze. Cosi tenuta avendo la battaglia nel giorno con sorte eguale ; alfine essendo già notte si ravviarono lieti ai proprj alloggiamenti. Ne’ di seguenti dando sepoltura ai morti ristabilirono i feriti, e procurarono insieme altre forze. Poiché parve loro di farsi nuovamente alle mani, tornati jiel luogo medesimo vi combatterono fino alla notte. Prevalsero i Romani in ambe le ale; reggendone Romolo stesso la destra, e Lucumone il tirreno la sinistra. Ma restando dubbia ancora nei centro la sorte delle armi ; Mezio, cognominato il Curzio, uomo meraviglioso per le forze del corpo, magnanimo nelle arme, e chiaro soprattutto perchè noa turbavasi a pericoli o terrori, impedì la disfatta totale de’ Sabini e portò di nuovo contro de’ vincitori le schiere che sorvanzavano. Costui messo a dirigere 1’ armata del centro avea già vinto i nemici che gli stavano a fronte. Volendo poi ripristinare lo stato delle ale sabine ornai sbattute, e presso a dar volta, esortandovi la sua milizia si mise ad inseguire i nemici che fuggivano sbandati da lui, cacciandoli fino alle porte, cosicché Romolo fu costretto a lasciare imperfetta la sua vittoria, e rivolgersi ad accorrere contro la parte de’ nemici che era vincitrice. Cosi quel corpo de’Sabini il quale pericolava si riebbe j allontanaudosegli Romolo colla sua gente : e tutto il nembo si raccolse inverso di Curzio e de’ suoi che erano già vittoriosi, e questi tenendo fronte per un tempo ai Romani combatterono luminosamente. Ma poi rovesciandosi troppi su loro ; piegarono e rìpararousi negli alloggiamenti, assai contribuendo Curzio alio scampo col ritirarli grado a grado, non col fargli inseguire in disordine. Egli flesso arrestavasi in arme, e. facea fi'onte a Romolo che lo investiva. E grande e. 1^3 bella a vedere fu la gara de’ capitani che si attaccavano. Alfine essendo già Cur/io ferito, già esausto di sangue, riucnlava poco a poco, quando eccogli addietro una palude profonda ; difficile da girarla intorno, perchè cinta da’ nemici, e dilficilissima da traversarla per lo fango che ammassavasene alle sponde, e per le acque, che altissime vi erano in mezzo. Inoltratosi dunque vi si lanciò con tutte le arme. E Romolo sul pensiero che colui quanto prima perirebbe nella palude non potendovisi perseguitare pel fango e per le molte acque ; si rivolse contro degli altri. Ma Curzio dopo molti e lun> ghi stenti emerse finalmente còlle arme dalla palude, e fu portato a’proprj alloggiamenti. Rimanea la palude nel mezzo quasi del foro romano, e lago chiamasi di Curzio dalia vicenda ; ma ora è tutta ricoperta dalla terra. Romolo inseguendo gli altri avvicinasi al Campidoglio. Spaziava nella speranza di rivendicarselo : ma travagliato da molte ferite, e più da un colpo di pietra lanciatogli dall’alto nelle tempia fu preso ornai semivivo da’ compagni, e riportato dentro le mura. Sbigottirono i Romani più non vedendo il capitano, e dicdesi l’ala destra alla fuga. Sostenevasi ancora la sinistra diretta da Lucumone, uomo chiarissimo nelle arme, e segnalatosi per molte e belle imprese in tal guerra. Ma nemmeno questa più resse alfine ; quando colpito in un fianco da'Sabini cadde pur Lucumone rifinito di forze. Allora la fuga fu universale. I Sabini imbaldanziti gl’ incalzavano verso le mura: se non che giungendo alle porte pe furono respinti, sboccandone contro loro i giovani a’ quali aveva il re dato in guardia le mura. Ed a(Yrcttaiidosi quanto potè per soccorrerli Romolo stesso, riavutosi già dalla percossa ; la sorte assai ne variò della battaglia. Imperocché li fuggitivi mirando iuaspettataineute il sovrano, risorti dalla paura, si riordinarono, uè più s’ indugiarono a volar su’ nemici. Questi che aveano finora pressato i Romani e concluso non esservi schermo, che impedisse di prendere la loro città culla forza ; non si tosto videro il cambiamento inopinato e repentino, pensarono come scampare sè stessi. Il ritorno al campo era precipitoso per essi, inseguiti dall' alto, e per istrada profonda. Quindi grande fu la strage loro in questa ritirala. Cosi pugnato avendo quel gioruo da pari a pari, ma involgendosi ambedue tra casi inaspettati ; alfine ornai tramontando il sole, si divisero. Ne’ di seguenti consultarono i Sabini se avessono a ricondurre in patria l’esercito devastando intanto il più che poteano le campagne nemiche, o se di là ne chiamassero un altro, ivi trattenendosi cd insistendo fiuchè dessero buon fine alla guerra. Ben era misera cosa per essi partire, donde mauifeslcrebbcsi la infamia che niente aveano conseguilo; ed era misera cosa nonimeno il rimanersi non riuscendo loro disegno alcuno come speravano. Concepivano poi, che venire a trattali co’ nemici, unica maniera conveniente a levarsi di gueiv ra, gioverebbe anzi a’ Romani che a loro. Tuttavia uon meno, anzi assai più che i Sabini, erano i Romani caduti in gran dubbio intorno le cose da fare. Imperocché nè volevano rendere nè riteuere le donne ; riputando la prima cosa un seguito di uua [lerdila mauilcsta, cd  n. 175 un preludio di aversi nccessariamenle a sottomeltere anche ad altri coaiaudi : ma 1’ altra cosa presentava molli e gravi mali, distrutte le patrie campagne, e la gio> ventò più florida trucidata. Se faceansi a trattar coi Sabini, parca loro che questi non ser berebbero alcuna misura, per molte cagioni e principalmente perchè i superbi insolentiscono non condiscendono col nemico che volgesi agli ossequj. XLV. Mentre ambedue cosi cogitabondi, e così disanimati dal cominciare o battaglie o discorsi di riconciliazione dispergevano il tempo ; le mogli de’ Romani, quelle che erano sabine di origine, quelle per le quali ardeva la guerra, congregatesi ed abboccatesi fra loro in un luogo medesimo risolverono d’ intramettersi con ambi per la pace. Dava tal partito alle altre Ersilia, non ignobile di legnaggio tra’ Sabini. Di lei dicono che rapita già come vergine con altre donzelle, ora fosse maritala. lN|a più verisimile è chi scrive che ella si fosse rimasa spontaneamente colla unigenita sua, 1’ una delle derubate. Riunitesi a tal sentimento andarono le donne in Senato, ed ottenutovi di parlare, ve lo diffusero, chiedendo di uscir per un colloquio co’ loro parenti. Annunziavano che aveano molte e belle speranze di fiduiTe unanimi le due genti e stringerle di amicizia. Come udirono ciò quelli i quali consultavano col monarca assai ne furono dilettati, riputando che questo fosse r unico spediente in tanto inviluppo di cose. Adunque si decretò che quante Sabine avean Agli tante lasciando questi co’ mariti, avessero la potestà di andarne oralrici ai lor nazionali: che quelle però le quali eran madri di più 6gli ne recassero con sè la parte che più volcano, e trattassero la riconciliazione de’ popoli. Uscirono dopo ciò tra lugubri vesti, e talune coi teneri Ggliuoletti. Giunte al campo sabino mossero col piangere e col prostrarsi appiè di chiunque iucontravale tanta compassione, che ninno de’ riguardanti potea rattenere le lagrime. E Tannatosi per esse il fior del Senato, e comandate dal re che dicessero le cagioni della venuta; Ersilia, autrice e guida della S])edizioue, feceiie una lunga e patetica sposizione, implorando che donassero pace a’ mariti appunto in grazia di esse per le quali dicevano intimata la guerra. Si adunassero i principi loro; ed essi, veduto 1’ utile puliblico, discutessero le condizioni,per le quali cessassero le discordie. XLVI. Ciò detto caddero prostese co’ teneri figli appiè del sovrano e vi si tennero, finché quelli che erano presenti non le rilevarono da terra con promettere che farebbono quanto era onesto e possibile. Fattele uscire dal Senato, e consultando fra loro, si decisero per la pace. E prima si fece la tregua : poi riunendosi i re, si concordò su la pace ancora. E tali ne furono le convenzioni che sen giurarono. Sarebbero ambedue re dei Romani Romolo e Tazio con eguali poteri ed onori. La città serbando il nome del suo fondatore chiamerebbesi Roma, e romano ogni suo cittadino come per l’addietivMa tutti insieme si chiameiiano generalmente Quiriti desuntone il nome dalla patria di Tazio. Si domicilierebbero que’ Sabini che voleano, in Roma, ma comunicandosi le sante cose, c prendondo luogo nello tribù c nelle curie. Giurate questo cose, ed eretti gli altari ove far 1’ alleanza, in mezzo quasi della Via 1 Sacra, si mesoolarono insieme. Poi rao cogliendo ogni duce li suoi, tornarono alle proprie magioni. Si rimasero in Roma Tazio il monarca e con esso tre de’ più, riguardevoli Valerio Voleso, Tallo, soprannominalo il Tiranno, ed in fine Mezio Curzio, quegli che : avea colle armi trapassato la palude, e vi ebbero gli onori che i discendenti loro pur vi godcronow Anzi con questi si rimasero amici, consanguinei, e clienti, non minori di numero agli altri di Roma. Mentre ordinavano queste cose parve ai so vrani di raddoppiare il numero de’ patrizj per essersi la popolazione moltissimo arnpbata. Adunque segnando in X catalogo colle famiglie più nobili tanti cittadini novelli, quanti erano i primi, chiamarono patrizj ancor’ essi. Poi trascelli cento di questi col voto delle curie gli connumerarono ai senatori antichi. E su ciò concordano presso a poco tutti gli scrittori delle cose romane : differisce taluno sul: numero de’ sopraggiunti : dicendo che non cento cui cinquanta furono gl’ inseriti al Senato. Non consentono però gli storici romani su F onore che i re concederono alle donne perchè gli aveano rioou dotti aUa pace. Perocché scrivono alquanti che diedero ad esse distintivo grande e moltiplice non pure i prindpi, ma le curie : le quali essendo trenta, come già dissi, presero nome ognuna da queste, giacché trenta furono ancora le oratrici. Ma Terrenzio Varrone si di scosta da questi in tal capo, aflermando che i nomi erano stati imposti -alle curie anteriormente da Romolo, quando divise la prima volta il suo popolo: c die quei nomi furono desumi da’ capi di esse, o dalle antiche lor patrie. Aggiunge che le femmine andate ambasciadrici non furono trenta ma cinqueceutotrentatrè : dond’ è che noti sia verisimile che il re concedesse ad alcune poche di esse quell’onore, escludendone le altre. A me nè tali son parute queste cose da non farne parola, nè tali da scriverne dtra il bisogno. Ora l’ordine stesso della narrazione dimanda che io dica quali e donde fossero i Cureti alla città de’ quali apparteneva Tazio, e quei eh’ eran seco. Noi cosi ne sappiamo. Nel tempo che gli Aborigeni possedeano 1’ agro Reatino una vergine nobilissima natia di que’ luoghi entrò, per danzarvi, il tempio di Enialio. Enialio lo chiamano Quirino i Sabini, ed, ammaestrati da essi, i Romani, senza che sappiano dire più oltre s' egli sia Marte, o tal altro, eguale a Marte in onore. £ li primi pensano che 1’ uno e 1’ altro nome dicasi del Nume arbitro delle guerre ; ma gli altri che sia quel doppio nome non di uno, ma di due Dei bel licosi. La vergine danzando già nel tempio fu dallo spirito investita del Nume; e lasciale le danze si ritirò ne’ penetrali santi di lui, dove, come a tutti sembra, fecondatane, diede un fanciullo, che Modio fu detto, ed ebbe soprannome di Fabidio. Or questi, adulto  Vi è chi pensa che il Modio Fabidio sia il Afe £>iuj Fidius de’ fìoinaui, forinola colla quale riguardavaisi il Nume tutelare della fede, o pure Ercole figlio di Giove. Se ciò lesse, Diouigi avrebbe malameuie iuierpiaato quella formula Romana di giuramento.. 179 feuo nella persona, ebbe forma non umana, ma divina, e combattè con preemiuenza di tutti i valentuomini. Preso poi dal desiderio di abitare una città che avesse la origine da lui, congregando gente io copia da luoghi d’intorno, eresse in tempo assai breve quella che Curi addimandasi, denominandola, come narrano alcuni, dal Nume, dal quale è &ma che egli fosse generato, e come altri asseriscono dall’ asta, poiché Curi chiamasi 1 asta in. Sabina. Cosi scrive Terrenzio Yarrone. Ma Zenodoto Troizinio uno scrittore dell’Umbria, narra che le genti di essa furono prima abitatrici de’ campi detti Rèalini : che espulse da’ Pelasghi se ne vennero alla terra dove ora soggiornano, e dove mutato nome coi luoghi, si chiamarono Sabini per Umbri. Porzio Catone dice imposto tal nOme ai Sabini da un Nume di que’ luoghi Stoino Sanco, e che Sanco per alcuni vai quanto Dio Fidio, Dice che fii domicilio primitivo di essi un villaggio nominato Testrina presso la città di Amiterna ; che movendosi da questo inondarono i Sabini 1’ Agro ReatioQ abitato al Silio nel libro ottavo scrive. Ibant et laeti pars tanctum voce canehanl, Auetorem genlis, pars laudes ore ferebant, Sahe, Uuis, qui de patrio cognomine primus. Dixisli poputos magna ditione Sabinos. Forse dunque nel testo di Dionigi dee leggersi Sabo e non Sabino. Festo e Yarrone additano che Sanco tra’ Sabini siguifìca Ercole. Ora Plutarco nel suo Noma e Servio nel libro 8 dell’ Eneide derivano i Sabiui dagli Spartani, e gli Spartani da Ercole. Quindi quel Sabo Sanco non sarebbe che Ercole ; tanto più che Sanco 'redesi il me Diut Fiditu, c questa par furatola per additare Ercole. e lora dagli Aborigeni, e da Pelasghi : e che ne ottennero colla forza delle armi Colina la loro città più cospicua : che spedendo dal contado Reatino delle colonie fondarono altre città non poche, ove, senza cingerle di mura, si viveano ; e tra queste la città che Curi fu nominata : che occuparono campagne lontano circa dugento ottanta stadj dall’ AdrìaUco, e dugento quaranta dal mare Tirreno: e dice che stendeasi la lunghezza di quelle poco meno che mille stadj. Secondo le storie paesane intorno de’ Sabini abitavano con essi già dei Lacedemoni quando Licurgo tutore di Eunomo, nipote suo,. dava a Sparta le leggi : e questo perchè impazientiti alcuni dalia dura legislazione di lui, staccaùsi da’ compagni abbandonarono affatto la città ; e corso ampio tratto di mare, e desiderosi ornai di prendere terra dovunque, si legarono per voto cogl’Iddii di abitare quella appunto ove imprima giungerebbero. Venuti nell’ Italia ai campi detti Pomentini nominarono, dal mare che aveali portati, Feronia il luogo dove prima approdarono, e vi eressero un tempio alia Diva Feronia alla quale aveano fatto i lor voti ; e la quale mutatane una lettera ora Faronia si chiama. Alcuni da indi rimovendosi ne andarono a dimorar tra’ Sabini : e però spartane sono molte delle loro istituzioni, spartani principalmente gli amori per la guerra ; la parsimonia e la durezza nelle opere tutte della vita. Ma ciò basti su la origine de’ Sabini. L. Ben tosto Romolo e Tazio ampliarono la città congiungendole altri due colli, 1’ uno chiamato Quirinale, e Celio r altro. E ponendo separatamente le case. 1 8 1 viveasi ognuno nelle sedi sue. Avessi Rouiolo il monte Palatino ed il Celio, monte contiguo col primo. ^azÌo avevasi il Campidoglio, occupato già ne’ principi da esso, ed il Quirinale. Recisa la selva la quale spandevasi appiè del Campidoglio, e ricoperta in gran parte di terra la palude, la quale per la concavità dei sito rooltiplicavasi dalle acque scese da’ monti, fecero ivi il foro, dei quale servonsi ancora i Romani. E là tenendo le adunanze, consultavano nel tempio di Vulcano, cbe quasi al foro sovrasta. Inalzarono i tem^q, e consacrarono gli altari ai Numi, a’ quali gli aveano promessi co’ voti nelle battaglie. Romolo ne eresse uno a Giove Statore presso la porta òe Muggiti la quale mena dalla via sacra al Palatino, perché quel Nume esaudendo i voti di Romolo fe’ cbe l’ esercito suo già fuggitivo si arrestasse,, e si volgesse a fronte dei nimico. Tazio ne eresse al Sole, alla Luna, a Crono, a Rea, ' come pure a Vesta, a Vulcano, a Diana, ad Eniàlio ed altri difScili a nominarsi con greca parola. Mise in tutte le Curie le mense per Giunone Quirizia  le quali esistono ancora. Dominarono cinque anni insieme senza dissidio, e compierono in quel tempo con impresa comune la spedizione contro de’ Camerini. Impercioccbè questi mandando delle masnade assai danneggiavano loro il paese : e tuttoché chiamativi non erano mai comparsi a darne ragione. Adunque schieratisi a fronte di essi, e vintili in campo, e poi nell’ assalto delle mura, gli astrinsero a cedere le arme e la terza parte della re Secondo Pesto vuol dire Giunone coW atta, vedi $ 4^ prcoedenle. • Digitized by Google iSa PFLLE Antichità’ romane gione. Continuando nondimeno i Camerini ad Infestarla riuscirono nel terzo giorno I re coll’ armata e li fuga-, rono, e ne divisero ogni cosa ai proprii soldati, concedendo solamente che quelli, se volevano, si domiciliassero in Roma. Quattromila quasi ve ii’ ebbero, e lì compartirono tra le curie. E Camaria, sorta già tanto tempo prima di Roma, Camaria già domicìiio famoso degli Aborigeni, e poscia di un ramo di Albani, fu ridotta colonia de’ Romani. Tornò, nei sesto anno il comando a Romolo sodamente, morendo Tazio per le insidie de’ primarj tra Laurenlini tesegli per questa cagione. Scorsi gli amici di Tazio a far preda nel territorio de’ Laurenlini ne aveano rapito danari in copia, e menato via de’ bestiami t uccidendo o ferendo chiunque presentavasi a rivendicarseli. Spedita quindi dagli offesi una legazione a reclamar la giustizia, Romolo sentenziò che gli o^ fensori le si consegnassero. Tazio però sollecito degli amici, non istimava bene che si desse alcun cittadino perchè si portasse in giudizio tra forestieri e nemici. Laonde intimò che quanti si richiamavano della ingiuria venissero e discutesserla ne’trihunali di Roma. Cosi non trovando giustizia partirono indispettiti gli ambasciadori. Ma datisi per isdegno alcuni Sabini a seguitarli gli assalirono, che dormivano tra le tende lungo la via sorpresivi dalla notte : e spogliatili di ogni cosa, ne scannarono quanti giaceansi ancora ne’ letti. Si ricondussero alia loro città quauti si avvidero a tempo deir insidie e fuggirono. Dopo ciò venendo ambasciadori da Laurento e da molte città si dolsero su’ diritti violati, ed intimarono la guerra, se non erano compensati.  LII. Sembrava a Romolo, com’ era, terribile 1’ oltraggio d(^li ambasdadori e degno di una subita espiazione, es:;endosi profanata una legge santa. E vedendo che Tazio tcneane picciolo conto, egli senza più indugio presi e legati i complici, li diede agli ambasciadori \ ortato a Roma ebbe magnifica sepoltura, e la città gii rinnova ogni anno pubblici sagrifizj. LUI, Romolo trovandosi un’ altra volta solo nel principato purificò la infamia commessa contro gli ambasciatori pubblicandone privi dell’ ncque e del fuoco gli autori, faggitt già tutti da Roma al primo udire la morte di Tazio. In opposito essendogli conseguati da Laurento ero la vittoria per saviezza del capitano, il quale occupato di notte un monte non molto lontano da’ nemici teneavi in agguato il fiore de’cavalieri, e dei fanti, giuntigli ultimamente da Roma. Tornati in campo ambedue per combattervi come prima, non si tosto diè Romolo il segno convenuto a quelli del monte, corsero schiamazzando dalle insidie alle spalle de' Vejentani : e piombando essi, freschi ancora su uomini stanchi, non durarono lunga fatica a travolgerli. Pochi ne morirono in campo ; ma molti piò nellt; acque del Tevere, il qual fiume scorre presso Fidene, lanciativisi per iscampare nuotandovi. Perocché parte per le ferite e la stanchezza non resse a compiere il transito, e parte per la imperizia del nuoto e la confusione dell’ animo in vista dei pericoli soccombè tra’ vortici non preveduti. Se i Vejentani avessero ponderato seco stessi, quanto furono sconsigliati la prima volta, e se avessero dall’ora in poi cei^ cato la calma, non sarebbero incorsi in disastri, più gravi ancora. Ma sjierando di riaversi de’ mali passati, e pensando che vincerebbero di leggeri, se uscissero con apparato maggiore ; bentosto arrolate milizie in copia dalla città loro, e procuratene presso de’ nazionali secondo i trattati di amicizia, marciarono per la seconda volta contro de’ Romani. Si combattè di nuovo ferocemente presso piiuii. iiy Ci( ••. ' 187 Fidene ; e di nuovo i Bonnani vi superarono i Yejenti, e ve ne uccisero, e più ancora ve ne imprigionarono. F 11 invasa la loro trincierà piena di danari, di arme, di S( biavi: furono prese le barche lluviali cariche di vettovaglia copiosa e con queste per lo fiume trasportati in Roma li prigionieri. Fu questo il terao trionfo di Romolo ma più brillante assai de’precedcnti. Venne dopo non molto un' ambasceria de’ Vejenli per chetare la guerra e chiedere perdono de’ mancamenti, e Romolo ne secondò le istanze imponendo : che cedessero i terreni contigui al Tevere nominati Setlepagi : che non si accostassero alle saline presso le bocche del Jiume : e che dessero cinquanta ostaggi in pegno, che non farebbero innovamenti. Si rimisero i Vejeiiti alle leggi: e Romolo fece tregua con essi per cento anni, e ne scolpi su più colonne le condizioni. Rilasciò senza compenso i prigionieri vogliosi di andarsene ; ma rendè cittadini di Roma quanti pregiarono di rimanersene, ed erano più numerosi degli altri, e li comparti fra le curie, e diè loro in sorte le campagne di qua del Tevere.. Quest furono le guerre di Romolo degne di stima e di ricordanza : e parmi, che se egli non sottomise ancora altri popoli vicini, ne fosse cagione la fine prematura di lui, quando era florido ancora per le armi. Di questa fine varj e molli ne sono i racconti. Coloro .che più ne favoleggiano dicono, che intanto che aringava le milizie, abbujatosi l’ aere sereno, e fattasi procella terrìbile, Romolo diventasse invisibile, e che Marte il suo genitore in alto se lo rapisse. Ma chi scrive cose più vcrisimili dice che da’ suoi cittadini fu morto ; e dice elle gliene fu cagione 1’ aver egli restituito senza il voto del popolo, contro la consuetudine, gli osti^gi presi gii da' Vedenti ; il non serbare la eguaglianza tra i cittadini antichi e novelli, ponendo i primi in altissimo onore, e trascurando gli ultimi: e Gnalmente Tincrudelire nelle pene dei delitti, e lo insuperbire. Imperocché sentenziando, solo, da sé comandò che fossero precipitati dalla rupe non pochi nè ignobili uomini, incolpati di essere scorsi a predare i vicini. Ma soprattutto,ne fu cagione, 1’ essersi ornai renduto pesante, e dispotico f e tiranno, anzi che principe. Per questo, narrano, che i patrizj, congiuratisi, ne decisero la morte, e la eseguirono nel Senato ; e che divisone in brani il cadavere, perclté non se ne sapesse, uscirono occultandone sotto le vesti ognuno la parte sua, che pdi seppellirono, onde renderle invisibili. Altri però narrano che egli aringando fosse tolto di mezzo da’ cittadini nuovi di Roma ; e che m lanciassero ad ucciderlo quando appunto abbuiatosi il cielo, crasi il popolo dileguato, ed egli rimasto senza guardia : e però dicono che un tal giorno tien nome da quel dissiparsi di popolo, chiamandosi tuttavia fuga della moltitudine. Sembra che gli eventi ordinati da’ Numi sui concepimento e sul termine di quest’ uomo diano non piccola occasione a coloro che fanno de’ mortali un Iddio, e che ne spingono al cielo le anime più segnalate. Perocché nella .compressione della madre di lui sia per uno Dio, sia per un nomo, affermano che il soie si ecclissasse, e che tenebre, totali come nella notte, coprissero la terra; e che il simile avvenisse por nella morte. ROMOLO IL FUNDATORE DI ROMA, il primo, assunto da lei perchè la domioasse, cosi narrasi che finisse. E tutlodiè nella età di cioquanlactnque anni, e già monarca da trentasette non lasciò rampolli di sua generazione. Novello in tutto delr impero de’ popoli, se lo ebbe nell’ anno suo diciottesimo come unanimi lo ripetono gli storici di queste cose. LVII. Nell’anno seguente non si fece alcun re dei Romani : ma vigilava su la comune un magistrato detto interré, costituito in questa maniera. I Patrìzj ascritti da Romolo in Senato, dugento, come dissi, di numero si divisero io decadi. Poi traendo le sorti diedero la reggenza sovrana a que’ dieci che primi erano favoriti dalle sorti ; non già che i dieci reggessero tutti in un tempo, ma successivamente ciascuno cinque giorni, nei quali avea con sé li fasci, e gli altri simboli del regio comando. Il primo cedeva il comando ai secondo, questi al terzo e cosi fino all’ ultimo. Decorso lo spazio dei cinquanta giorni, fisso. pe’ dieci, primi nel comandare, succedea la decade seconda al governo, e poi le altre via via. Finalmente piacque al popolo di abolire questi decemvirati, essendo ornai stanco da tanto trasmutarsi di comandanti, varj nella natura e ne’ genj. Allora dunque i Senatori convocando l’ adunanza del popolo per tribù e per curie renderono ad esso il potere di discutere la forma del governo, cioè se volevano un re ; o se annui magistrati. Ed il po[K>lo non decise già esso, ma fece che scegliessero i Senatori, pronto di attemperarsi  Ciò fu nell’anno 713 avanti Cristo : secondo Catone nell’ anno 38 e secondo Varrone nel 4 ° di Roma] all’ ordìae che approverebbei'o. Parve a tutti di fondare la regia domiuasione ; ma non tutti concordavano tra i quali si avesse ad eleggere il futuro monarca : e chi pensava che tra vecchi e chi volea che tra’ novi Senatori ossia tra gli aggiunti di poi, à dovesse trascegliere il |>er8onaggio che regnerebbe su Roma. LYIII. Procedendo la disputa, si convenne finalmente su questi due punti : che i Senatori antichi scegliessero il monarca non però del ceto loro, ma qualunque altro ue giudicassero idoneo; o che farebbono ciò li Senatori novelli. Presero essi la scelta i Senatori più antichi, e molto consultandone stabilirono ; di non dare, giacché essi ne erano esclusi, il principato a niuno degli emuli, ma di creare monarca un personaggio cercato ed intro> dotto di fuori, nè aderente ad alcuno de’ due > principalmente perchè semi non ci avessero di discordie. Ciò deliberato, destinarono co’ voti loro, il figlio del chiarissimo nomo, Pompilio Pomone, Sabino di lignaggio, Numa di nome, e per età prudentissimo, come non mollo lontano dall’ anno quarantesimo. Regia ne em la dignità dell’ aspetto ; e grandissima la riputazione per la sapienza non pur tra’ Cureti ma tra popoli intorno. Pertanto riuniti in questa sentenza adunarono il popolo ; e fattosi in mezzo l’ uno di loro, interré di que’ giorni, disse : che piaceva a tutti i Senatori di fondare un regio governo : e che egli incaricalo di trascegliere chi lo assumesse trasceglieva in Numa Pompilio il monarca di Roma. Dopo ciò deputando dei Patrizj ; gli spedi perchè invitaswro il valentuomo alla Reggia. E fu questo nell’ anno terzo della Digitized by Google gemati da Romolo per non essere stati con'esso in guerra niuna, non godevano terre, nè utile alcuno. Questi senza case, e vaganti per la miseria, erano di necessiti nemid ai più ricchi, e vogliosi di mutamenti. Fra tali agitamenti fluttuava Roma quando Numa ne prese le redini, e su le prime ricreò la classe de poveri, compartendo loro porzione delle campagne possedute da ROMOLO, ed un tal poco ancora de’ terreni dei pubbln co. Non togliendo quanto godeano, ai patrizj fondatori di ‘Roma, e concedendo ai patrizj più recenti altri onori, ne chetò le discordie. Proporzionata come uno stromento tutta la moltitudine all’ oggetto unico del pubblicò bene; ed ampliato il giro della città con inchiudervi II Quiri. naie, colle non ancora cinto di mura, si rivolse ad altre istituzioni. E concependo che grande e beata diverrebbe la città che se ne adorna ; procurava queste due cose : la pietà primieramente, insegnando agli uomini, che gl’ Iddi! sono i datori e li custodi di ogni bene alla mortale natura ; e poi la giustizia, dimostrando che per essa i beni dispensati da’ Numi arrecano delizioso godimento a chi li possiede. Non reputo però che slan tutte da scrivere le leggi e le pratiche per le quali consegui 1’ uno e l’altro intento e con tanta amplitudine; perchè temo la prolissità de’ racconti, uè la vedo necessaria ad una storia pe’GrecI. Solo ne dirò sommariamente le cose principai lissime, idonee a dimostrare la mente di un tanto uoimo, cominciando dalle disposizioni di lui sul culto divino. Lasciò nel pieno vigore lé consuetudini e le leggi die  trovò fondate da ROMOLO, credendole benissimo istitoite: ne supplì quante ne erano state da lui pretermesse ; e diè sacri luoghi a’ Numi, non adorati ancora, c fece altari e tempj, e compartì feste per ognnnp, e ministri per le sante cose. Finalmente ne ordinò colle leggi la illibatezza, le espiazioni, le suppliche e tante altre onori Gcenze e tanto culto ; quanto non mai ne ebbe nonbarbara gente, nè Greca, nemmeno delle più famose un tempo per la pietà. Comandò che Romolo ancora, divenuto più che uomo, s’ intitolasse Quirino, e si onorasse con templi e con annui sacrifizj. Perocché non sapendosi ancora come Romolo fosse sparito, se per divina provvidenza, o se per Iraude umana ; venne in mezzo del F oro un tal Giulio, un agricoltore della stirpe di Ascanio, uomo incolpabile di costumi, nè capace di mentire per utile alcuno. Ora costui disse che tornandosi di campagna vide Romolo che partivasi di città colle arme ; e che fattoglisi più da vicino gl’ intimava : O Giulio va, riferisci in mio nome ai Romani ; che il Genio che ni ebbe in sorte per custodirmi quando io nacqui ; questo, ora che io compiei la mortale carriera, mi solleva tra Numi, e che io sorto Quirino, Noma stese in iscritto tutte le ordinazioni su le cose divine, dividendole in otto classi, quante erano quelle de’ sacerdoti. Diè l’ incarico primo delle funzioni religiose ai trenta Curioni de’ quali io diceva che coinr pieano i sacrifizj comuni delle curie : diè 1’ altro si Stefanofori detti da’ Greci, e Flamini dai Romani, cosi nominati dai portare delle berrette e delle bende le  Nel usto PUot e stemma. 0 ptimo era una specie di berretta quali portano ancora, e le quali Flama si chiamano : diede il terzo ai capitani dei Celeri, soldati come additai, che combàttono a piedi e a cavallo in guardia dei monarchi; e certo que’ capitani ancora fornivano divini ordinati esercizj : diede il quarto a quelli che interpetrano i segni mandati dal cielo, e dichiarano se conceróOno private o pubbliche cose. I Romani chiamangli Auguri dall’ indole dei precetti dell’ arte loro, e noi OionopoU li chiameremmo, uomini scenziati in ogni divinazione de’ segni del cielo, dell’ aere, e della terra. Il quinto alle vergini, custodi del fuoco sacro, appellate Vestali fra loro dal nome della Diva a cui servono. Noma il primo fondò il tempio di Vesta, e misevi delle vergini che ministrassero nel culto di lei. Su che rileva che io dica alcune poche còse le più necessarie ; dimandandole il sobjetto ; perocché degna ne è la ricerca, e degna pur si stima da’ romani scrittori in questo luo 30 a consola di una tomba, non 1’ esequie, non altro rito niuno legittimo. Molti sono gl’ indiz) di mancanza nel santo ministero, e principalmente lo spegnersi del fuoco: accidente che i Romani temono più di tutti i mali, pigliandolo, e sia qualunque Torigine di esso, come presagio della rovina ultima di Roma. E molto ossequiando e placandolo; di nuovo riconducono il fuoco nel tempio. Ma di ciò sarà detto a suo luogo. > LXVIIL Ben è degna che raccontisi l’assistenza manifestata delia Dea per le vergini indegnamente accusate. Credesi questa da Romani, quantunque ioconcepibile, e molto gli scrittori ne ragionarono. Quei che vansene a maniera degli Atei filosofando, se filosofare dee dirsi mai questo, ripudiano tutte le assistenze de’ Numi avvenute tra Greci e tra Barbari, e molto ne deridono i racconti, ascrivendole a ghiattanza nmana, quasi niuno de’ celesti prenda cura delle cose de mortali. Ma quelli che non levano agl’ Iddi! questa cura, e li giudicano propiz) ai buoni, e malafifetU a’malvagj, venendosene con istorie moltissime, non prendono per impossibili tali divine manifestazioni. Narrasi dunque che smorzandosi un tempo il fuoco per poco avvedimento di Emilia, che allora ne era la guardiana, perocché ne avea trasmessa la cura ad una compagna novella, e di fresco ammaestrata ; Borsene in città turbamento ben grande, e si cercò dai pontefici se violazione ci avesse nel ministero santo del fuoco. Allora, dicono, che Emilia, la incolpabile Emilia, non sapendo che farsi nell’evento stendesse io presenza de’ sacerdoti e delle vergini le mani in su l’altare e dicesse: o Vesta, o tu Dea, custode di Roma, se 2o5 io santamente, e debitamente compiei le sacre tue cerimonie ornai da treni anni, se pura l anima mia, se immacolate ti si presentarono le membra di questo mio corpo, deh ! tu soccorrimi, nè volere trascurare^ che la tua sacerdotessa miserandamente si muoja. Ma se io pur commisi alcuna cosa men pia, deh ! che nelle pene mie la pena si dissipi di Roma. Ciò detto è fama che spiccando il lembo dalla veste di lino onde era coperta lo gittasse in so 1’ altare : e che dopo la preghiera, essendo la cenere già fredda, e già senza favilla ninna, brillasse di.su per quel lembo una damma copiosa, talché più non abbisognò la città né di puri' ficaztoni, né di fuoco novello. Più meraviglioso ancora e più somigliante ad una favola è ciò che io sono per dire. Narrano che un tale accusasse Tuzìa 1’ una delle vergini ma >n alle gazioni non vere di congetture e di testimonj ; non polendo affermare che fosse per lei venuto meno il ìkoco : e che la vergine comandata rispondere dicesse che smentirebbe co’ fatti le calunnie : che ciò detto invocata la Dea perché le fosse guida nelle sue vie, s’in? camminasse verso del Tevere concedendolo i pontefici, seguita dalla moltitudine: che giunta in riva del fiume, si ponesse a cimento impossibile, ora passato in proverbio : cioè, che prendesse acqua con un vaglio vuoto e ve la recasse fino al Foro, quivi ai piedi spargendola de pontefici. E narrano che dopo ciò 1’ accusatore di lei, per quante ne fossero le ricerche, né vivo più nè morto si ritrovasse. Ma quantunque dell’ intramettersi della Dea potrei soggiungere più cose ; reputo che bastino le dette finora. 2o4 delle Antichità’ romane La sesta parte delie istituzioni religiose fa quella intorno àe Salii che chiamansi In Roma. Numa stesso li nominò scegliendo dodici decentissimi giovani patiizj. Stansi le sacre loro cose nel palazzo ; ed essi ne sono chiamati Palatini. Ma gli Agonali, de’ quali serbansi le sacre cose nel poggio Collina, questi cognominati Salj Collini, furono istituiti dopo Noma da Ostilio re pel voto fatto da lui nella guerra co’ Sabini. Del resto i Salii tutti sono danzatori e lodatori dei Numi delle arme. Tornano le loro solennità arca i tempi delle nostre Panalenee nel mese detto di marzo : si celebrano a pubbliche spese per piò giorni, ed in questi guidano per la città cori di saltatori al Foro, al Campidoglio, ed altri luoghi speciali, o comuni. Variopinte ne brillano le toniche traversate con cinture di rame ; ed affibbiate sono le trahee loro che chiamano, luminose di porpora intorno. Sono le trahee in Roma pregiatissime, e proprie del luogo. Torreggiano loro sul capo tiare  alte con forma di cono, apici dette fra loro, ma cirbasie tra’ Greci. Ognuno è cinto di spada; stringe colla destra mano un’asta o verga, o cosa consimile ; e colla sinistra uno scudo romboidale, stretto ne’ lati, quale è quello de’ Traci, e quale, dicesi che in Grecia lo portino quelli che vi celebrano le 'sacre cose dei Curetl. I Salj, per quanto io conosco, sarebbero con greca Interpetrazione I Cureli, denominati  Nel testo sono detti piUi, ma le cirbasie erano specie di tiare secondo Esicbio la lesione dello scudo romboidale è del codice V aticano e par la migliore.. 2o5 cosi tra noi dalla età giovanile  ; ma tra’ Romani hanno quel nome dal moversi faticoso : perocché spio carsi e battere co’ piè la terra tra lor si chiama salire. Per questa ragione medesima quanti altri noi chiameremmo dallo spiccarsi e battere con tal modo, essi gli chiamano salitorì con voce originata dai Salj (a). Che poi dirittamente io do questi nomi, può chi vuole, concluderlo dalle cose che fanno. Movonsi colle arme regolatamente al suono delle tibie, ora insieme, ora a vicenda, e danzando intuonano patrie canzoni. Ora se dee con antichi monumenti procedersi, i Gureti furono primi che insegnarono a danzare armati tripudiando e battendo con le spade gli scudi : nè bisogna che io ripeta ciocché ha la fàvola su loro, essendo noto poco meno che a mtti. Ben molti sono gli scudi che portano i Salj, 0 che i loro ministri portano sospesi in su de’bastoni: ma tra questi uno ce ne ha che dicesi caduto dal cielo. È fama che fosse nella reggia ritrovato di Numa, non avendovelo recato ninno, anzi neppur conoscendosene la forma nella Italia. Argomentarono da tali due segni 1 Romani che fosse quell’ arme celeste di origine. E volendo, Numa che lo scudo si onorasse, e recasse nei dì solenni per la città da’ giovani cospicuissimi, e riscotesse annui sagrifizj ; e temendo che i nemici in oc  Quasi aiaao Ktft$ gioTaoi, ma forte ebbero cuti nome ^wi rnt cioè dalla tontora : perchè erano tosi nella parte anteriore del capo. (a) Si saltava anche prima de’ Salj, però la voce salùores che precede non è pptieriote al nome de’ Salj. culto lo ÌDsidiassero e rapisserio; dicono che fabbricasse molti scudi uniformi a quello caduto dal cielo, accingendosi Mamorìo artefice a questo, che f arme divina per la somiglianza egualissima con altre umane non più potesse contrassegnarsi e riconoscersi da chiunque vi macchinasse un inganno. Ebbe quel rito de Cureti accoglienza e pregio tra’ Romani, come io lo deduco da più seghi, e principalmente dai spettacoli nel circo e nei teatri. Ne’ quali spettacoli giovinetti già puberi, acconci d’ abito con cimiero, con spada, e con scudo, moTonsi come con le leggi di un ritmo armonioso; e £utlioni chiamansi i duci della pompa, dalla invenzione fattane, sembra, nella Lidia. Questi sono, a me pare, immagine de’ Salj ; perocché non fanno appunto come i Salj cosa ninna in foggia de’ Cureti sia negl’ inni sia ne’ salti; e prendonsi da ogni condizione; laddove i Salj deggiono esser liberi e naturali del luogo, e ricchi di padre e di madre. Ma perché mai rigirarmi più a lungd su queste cose? È la settima parte delle leggi sacre indiritta a dar ordine a’Feciali che chiamano. Questi con greca significazione giudici si direbbono della pace : scelgonsi tra le più illustri famiglie, e restansi per tutta la vita ht santo ministero. Numa anch’egli dava la prima volu ai Romani tal ceto venerando. Io non so definire sé egli ne derivasse l’esempio dagli Equicoli, come alcuni pensano, o se, come Gelilo scrive, da Ardea : bastami dir solamente che innanzi Numa non erano Feciali tra i Romani. Numa quando era per dar guerra a’ Fidenati, perchè aveano fatto scorsa e ruberia nel territorìu'dt  lui ; Numa gl’ ioslitul, perchè vedessero se voleano pa> ciGcarsegli senza le arme, come vinti dalia necessità poi fecero. E poiché non ci ha nella Grecia tribunale di Feciali; giudico necessario di adombrare quante e quali De sieno le incombenze; perchè coloro che ignorano la pietà che i Romani coltivano, non si meraviglino che tutte ad ottimo fine riuscissero le guerre loro : certamente imprendeano queste con prìncipj e cagioni onestissime, dond’è che aveano propizj gl’ Iddi! ne’ pericoli. Non è già fiicile, per la moltitudine, comprendere le cure tutte de’ Feciali. A delinearle però con tocco lieve son tali : debbono cioè provvedere ' che i Romani non movano guerre ingiuste a ninna città confederata ; che cominciando taluna a rompere i trattati verso loro, vadano ambasciatori, e ne dimandino il giusto prima con parole, poi v’ intimin la guerra, se non ubbidiscono. Similmente se mai confederati alcuni dicendosi offesi da’ Romani chiedano de’ compensi, debbono i Feciali riconoscere, se quelli han sofferto contro dei patti; e se par loro che lamentinsi con diritto fan prendere e consegnare i colpevoli ai danneggiati. Giudicano su gli oltraggi degli ambasciadori, e vegliano per la Osservanza fedele dei trattati : fan le paci o le annullano, se fatte sieno contro le leggi sacre : decidono ed espiano, quante sono, le violazioni fatte de’ giuramenti e delie alleanze' da’ capitani : ma di ciò dirò ne’ suoi Inoghi. Quanto ali’ andarsen’ essi come araldi per esigere soddisfazione da città che sembrino offenditrici, ne ho conosciuto (peste cose, non indegne ancor esse che si risappiano, per la molta cura che involgono della giu-." sUzia e della pietà. Uno de’ Feciali eletti a voti dagli altri, cinto degli abiti e delle insegne sacre perchè fra tutti distingnasi, vassene alla città rea: ai primo toccarne i conGni, attesta Giove ed altri dumi che egli' viene perchè Roma sia compensata : poi giurando che, dirigesi alla città colpevole, ed invocando s’ei mentisce, maledizioni terribili contro sè stesso e contro Roma, slanciasi olure i conGni. Quindi protestandosi ancora col primo che gli s’ imbatte, rustico o cittadino che sia, C; ripetendo l’ esecrazioni medesime, continua di andare iu città ; ma prima di entrarvi protestatosi nel modo ine>. desimo col portinajo e con qual’ altro nelle porte gli capita il primo, s’inoltra sino al Foro; ove giunto parlamenta co’ magistrati ; aggiungendo tratto .tratto giur ramenti, ed imprecazioni. Se danno soddisfazione consegnandogli li colpevoli, egli menali seco e vassene, amico già, dagli amici. Che se dimandano tempo per consultarsi, ripresentasi dopo dieci giorni, e pazienta Gno alla terza dimanda. Decorsi trenta di se la città non siegue il dover suo, egli invocati i Numi celesti e grinfemali se ne parte, questo solo dicendo, che Roma deciderebbe, tra la sua calma, su loro. Poi recatosi cogli altri Feciali in Senato, dichiaravi come tutto fu compiuto secondo le leggi sacre, quanto convenivasi : e che se vogliono risolversi per la guerra niente vi si oppone dal canto degl’ Iddii. Senza tali pratiche nè il popolo, nè il Senato può conchiudere col voto suo j la guerra. Questo è quanto abbiamo risaputo su’ Feciali. Nelle ordinazioni di Numa intorno le,, cose divine v’ ebbe in ultimo la classe la. quale ottennero quanti aveano in Roma sacerdozio ed autorità superiore. Questi con patria voce si chiamano pontefici dal rifarsi di un ponte di legno che è uno degl’ incarichi loro ; s son gli arbitri di cose grandissime. Imperocché giudicano tutte le cause sacre de' privati, de’ magistrati e de’ ministri de’ Numi : fissano le cose religiose non scritte nè solite ; scegliendo le leggi, e le consuetudini che stimano più acconcie : esaminano tutti i magistrati o tutti i sacerdoti a’ quali è fidata la cura de’sagrificj e ' della venerazione de’ Numi: provvedono che i loro ministri e cooperatori non violino punto le sacre leggi : espongono ed interpetrano il culto de’ Numi e de’ Genj a’ privati che lo ignorano; e se colgono alcuno, disubbidiente agli ordini loro, lo puniscono secondo i delitti: ma essi non soggiacciono nè a giudizio nè a multe, non rendendo ragione nè al Senato nè al popolo. Non travierà poi dal vero chiunque vuole chiamare tali sacerdoti o dottori, o dispensatori, o custodi, oppure interpetri delle sante cose. Mancando ad alcuno di loro la vita gli viene sostituito un altro, il più idoneo ripu .tato tra’ cittadini ; nè già il popolo sceglielo ; ma essi medesimi : 1’ eletto però piglia il sacerdozio, quando propizj gli siano gli augurj. E tali sono, oltre alcune più piccole, le leggi più grandi e cospicue di Numa sulla pietà, compartite secondo i rami varj del culto, per le quali Roma ne divenne più religiosa. Moltissime poi sono le leggi che guidano r uomo a vita frugale e temperata, e che ingenerano r amore della giustizia' la quale custodisce in città la coacordia : altre però di queste sono scritte, ed altre non scritte ma passate pel lungo esercizio in abitudini. E lungo sarebbe a dire di tutte ; ma basterà dire di due più degne di ricordanza, e cbe sono argomento delle altre. La legge su’ confini da’ poderi fu causa che oguuno si contentasse de’ proprj ; non gli altrui desiderasse. Imperocché comandando a ciascuno di marcare intorno i proprj poderi, e di porvi de’ sassi per termini, dichiarò sagri que’ sassi a Giove Terminatore, e volle che tutti periodicamente ogni anno recatisi in sul luogo vi facessero sopra de’sagrifizj, e stabili parimente una festa in onore degli Dei termini. I Romani chiamano la festa Terminali, da que’ sassi o termòni, che essi con simiglianza al nostro idioma, chiamano termini ^ mutata una lettera soia. E se alcuno involava o trasponeva que’ termini fu per legge sacro agl’ Iddii ; talché potesse, chiunque volevalo, uccidere qual sacrilego impunemente, e senza macchia di colpa. Nè stabili tal diritto su’ poderi de’ privati solamente, ma su quelli del pubblico eziandio, circondandoli di con&ni ; perchè gii Dei termini tenessero distinte le terre comuni dalie individuali, e quelle de’ Romani dalle altre de’ convicini. Praticano i Romani pur ne’ miei tempi un tal rito, almeno per apparenza, come ricordatore de’ tempi : perocché riguardano i termini come Numi, e sagrificano ad essi focacce di fior di farina, ed altre primizie di frutti, e non già cose animate ; essendo profanità riputata insanguinarne le pietre. E bisogna che rispettino la cagione medesima per la quale fecero d’ogni termine un Dio, contenti de’ poderi proprj, non arrogandosi gli altrui colla forza, o coll’ inganno. Ora però contrassegnano i propri  ma a propagare la giustizia e la moderazione ; e con questi tenne il comune di Roma ordinato più ancora di una famiglia. Con quello poi che ora io sono per dire egli fe’ Roma sollecita procnratrice delle cose necessarie e delle dilettevoli. Considerando il valentuomo che una città istituita per amar la giustizia e serbare la temperanza non dovea penuriare delle cose necessarie ; divise tutta la campagna in porzioni chiamate pagi, assegnando per ciascuna un capo che la visitasse e curasse. Questi recandovisi di tempo in tempo, e notandovi i buoni o tristi cultori, ne riferivano poscia al sovrano ; ed il sovrano ricompensava i buoni con lodi e con altre gentili maniere ; e svergognava i tristi o mullavali, onde accenderli a cultura migliore. Quelli dunque che sciolti dalle core della guerra o della città sen vivevano in ampio ozio, pagandone col vitupero o colle multe la pena, diventavano tutti operosi in lor bene, e riputavano la ricchezza della terra che è la più giusta di tutte, essere ancora più dolce della militare, che incerta fluttua ognora. Segui da ciò che Numa fu amato dai sudditi, emulato da' vicini, e celebrato da’ posteri. Per opera di lui nè sedizione interna disunì la città, nè guerra esterna la distolse dalla disciplina sua bonissima e mirabilissima. E tanto i circonvicini furono alieni da prendere la calma inerme de’ Romani come occasione d’ invaderli; che se prorompea guerra alcuna tra quelli, assumevano i Romani per mediatori; e deliberavano di spegnere le inimicizie su le condizioni date da Numa. Pertanto io non prenderei vergogna di collocare questo uomo tra’ più famosi per sorte beata. Nato di regia stirpe ebbe regia presenza, e si esercitò nelle discipline non già di lettere vane, ma in quelle donde apprese la pietà verso i Numi, e la pratica di altre virtù. Giovine fu riputato degno di prendere il comando di Roma : ed invitatovi a prenderlo per la bella fama delle sue virtù, regnò per tutta la vita su popolo docilissimo. Complesso com' era di persona ^ nè danneggiatone mai dalla sorte, giunse a lunghissima età. Finalmente consumato dalla vecchiaja venne meno a sé stesso con morte placidissima. Quel medesimo genio di felicità che gli era toccato da principio, quello sempre lo accompagnò finch’ egli non fu tolto dall’ aspetto de’ mortali. Visse più di ottant’anni, regnandone quaranlatrè. Di lui restarono, come i più scrivono, quattro figli, ed una figlia, de’ quali conservasi ancora la discendenza : ma Gellio scrive che egli non lasciò che una figlia, dalla quale nacque Anco Marzo, terzo re di Roma dopo lui. Tutta la città si abbandonò, lui morendo al dolore ; facendogli nobilissima sepoltura. Egli riposa nel Gianicolo di là dal Tevere. E tali sono le (jose che ‘ abbiamo risapute su Numa. IVEancatO Numa Pompilio, i Senatori arbitri nuovamente de’ pubblici affari deliberarono di conservare il governo medesimo: nè già il popolo era di altro avviso. Adunque deputarono un numero certo de’ Seniori i quali comandassero intanto nell’ interregno. Da questi, approvandolo tutto il popolo, fu nominato re Tulio, Ostilio, di cui la origine fu, come siegue. Un tale, Ostilio di nome, uomo nobile e facoltoso di Medullia, città fondata dagli Albani, presa a condizioni da Romolo e venduta colonia romana, trasportatosi, per domiciliarvisi, a Roma, vi tolse in moglie una sabina, la figlia appunto di quella Ersilia, la quale, ardendo la guerra co’ Sabini, consigliò le sue nazionali di ao libro in. 2 i 5 darne oralrici ai padri loro su de’ mariti, e la quale sembra la cagion principale che i due popoli si racchetassero. Compagno costui di Romolo in più guerre, e segnalatovisi per opere grandi ; moti finalmente, lasciando un unico figlio, nel combattere co’ Sabini, e fu sepolto dai re  nella parte più insigne del Foro, onorato di una iscrizione, che la virtù ne ricordava. Cresciuto 1’ unigenito suo, e legatosi con nobile matrimonio, ne ebbe un figliuolo; e Tulio Ostilio fu questi, uomo elBcace. Dichiarato monarca dal voto, dato secondo le leggi dal popolo; i Numi ne approvarono con augurj propizi la scelta. Quando egli prese il comando, volgea r anno secondo della olimpiade vigesima settima nella quale Euriboto ateniese vinse nello stadio essendo arconte Leostrato (a). E nello stringere appena lo sceu tro si affezionò la classe de’ mercenari e de’ poveri con questa liberalissima azione. Aveansi i re predecessori eletto ampio e bel territorio, colle rendite del quale fornivano i templi di sagrifiz), e le regie case di abbondanza moltiplice. Romolo avealo tolto a’ primi possessori colla legge delle armi : e morendosi lui senza figli, aveaselo goduto Numa che gli succedette nel re^ gno. Laonde non era allora quel podere del popolo ; ma perpetuamente dei re. Tulio nondimeno concedè che si compartisse tra’ Romani privi in tutto di campagna; dicendo essere a lui sufficienti le sostanze paterne per le cose de’ Numi, e della regia famiglia. Sollevò  Romolo e Tazio. ( 3 ) Anni di Roma 84 secondo Varrone, 8 a secondo Catone, avanti Cristo 670.] Goa questa beneGcenza li cittadini bisognosi ; tanto che non più stentassero in servigio degli altri. E perché ninno fosse privo di alloggio aggiunse a Roma il monte Celio chiamato. Ivi quanti non aveano magione se la fabbricarono, pigliatovi sito che bastasse : ed egli stesso la sua residenza vi collocò. E tali sono le operazioni urbane di quest' uomo degne di ricordanza. II. Ma delle militari molte se ne raccontano, ed io mi accingo a parlarne, cominciando dalla gueiTa di lui con gli Albani. Gluvilio, un Albano, allora magistrato supremo, fu cagione che i dne popoli consanguinei si scindessero, e separassero. Punto da invidia, e mal più la invidia potendo rattemperare su la prosperità de’ Romani, come superbo e maligno per indole, risolvè d’ implicare i due popoli in guerra vicendevole. Non sapendo però come volgere gli Albani a commettergli che portasse 1’ esercito contro Roma ; altronde non avendone alcuna causa giusta e necessaria; macchinò' questa o simile trama. Concitò, promessane la impunità, li più poveri e li più baldanzosi degli Albani a far preda su’ campi romani: dond’ è che seguendo un guadagno senza pericolo molti che tra ’l pericolo ancora seguito r avrebbero, empierono le terre vicine di assalti e di latrocinj. E ciò fece con disegno non alieno, come r evento stesso lo dimostrò. Perciocché prevedea che i Romani non sofierendo le rapine correrebbono all’ armi, che egli potrebbe accusarli al suo popolo come primi a romper la guerra : e prevedea che moltissimi Albanesi invidiosi delia prosperità della colonia, riceverebbero C6n piacere le accuse, e farebbero la guerra contro di senti se fosse da accettarsi il partito. A16ne, ascoltatine i roti, tornò nel consesso e disse: A noi non sembra o Tulio che abbiamo a lasciare solitaria la nostra patria, deserti i templi paterni, vuote le case degli antenati, e desolata infine quella sede che i nostri padri tennero quasi per cinquecento anni; tanto più che nè guerra ce ne bandisce, nè flagello niuno del cielo. Non però ci dispiace che formisi un Senato, e che una sia la città che domini, sut altra ancora. Scrivasi questo se così vi pare, tra le condizioni, e levisi ogni seme di guerra. Concordi 6n qui, difTerivano poi sa la città che prenderebbe il comando. E molti furono i discorsi quinci e quindi tenuti, giustificando ognuno che dorea la propria città signoreggiare su l’ altra. L’ Albano insisteva su questo diritto : Noi o Tulio siam dagni di comandare anche al resto d Italia, perchè una gente siamo di Grecia, e la più potente che qui in torno si alloggi. Crediamo giusto di precedere i Latini almeno, se non altri, nè già senza cagione; ma per la legge comune data dalla natura a tutti gli uomini, che 1 padri comandino ai figli : crediamo che ci si convenga il Comando su la vostra città, piucchè su le altre, che pur sono nostre colonie, delle quali non possiamo finora dolerci. Noi abbiamo inviato la colonia nella vostra ; nè già da tanto tempo che siane per t antichità svanito ogni legame di sangue ; ma indietro da tre generazioni. Quando la natura avrà capovolte le leggi umane facendo che i giovani maggioreggino su veechj, e li posteri su gli antenati; allora, e non prima, noi sottoporremo la nostra città madre perchè sia governata dalla colonia. Questo è ìuno de' titoli della nostra superiorità, nè questo mai cederemo spontaneamente. Il secondo è tale. Voi lo prendete, detto non come per calunnia o doglianza, ma per sola necessità. Il popolo di Alba mantienesi ancora qual era sotto de' fondatori : nè può alcuno additarvi altro ramo di uomini, se non Greci o Latini, partecipi della nostra repubblica: ma voi avete contraffatto la sì gran purità della vostra cittadinanza intrinsicandovi Tirreni e Sabini, ed altri barbari molti, erranti e senza patrj lari. Tanto che poco soprawanzavi di quell ingenuo lignaggio che da noi vi si diramava, ed è questo, come un solo, tra i moltissimi, ricevuti dt altronde. Se noi vi cediamo il comando; il . non ingenuo comanderà su l ingenuo, il barbaro al Greco, i estero al patriota. Nè già potreste voi dire che non permettete a peregrini di amministrare il comune, e che voi, naturali del luogo, voi presiedete e regnate : voi creale re forestieri, e senatori in gran parte di altri popoli. Dite: v'inducete a ciò di vostro volere? Ma chi mai di voler suo f chi se più sia valeni uomo abbandonasi cd governo dei meno riguardevoli ? E se apparisce, che voi siete a ciò sospinti da necessità, ben sarebbe grande tj pravità, grande la manìa nostra se volontarj a tanto c inchinassimo. Da ultimo così dico ; in Alba niuna parte ancora si è smossa della repubblica : corre già, da che vi si abita la decima ottava generazione ; e V ordine ancora vi si mantiene, e le abitudini primitive. Ma la vostra città senza buorì ordine e senza bel complesso, come nuova, e sorta da più genti, assai bisogna di tempo e di vicende, perchè inferma e scissa, com’ ella è, sì articoli e calmisi. Tutti poi concederanno che deono le cose ordinate antistare alle disordinate, le cose note alle ignote, e le sane alle inferme. Voi dunque chiedendoci in contrario ; non bene adoperate. A Fuffezio che cosi ragionava sottentrando Tul.> lo rispose, o Fuffezio, o uomini di Alba noi li abbiamo uguali con voi li diritti della natura e del merito de progenitori ; perocché vantiamo ambedue la origine da capi medesimi. Quindi niuno è di noi da meno, o da più dell’altro. Noi non istimiamo nè vero nè giusto che debbano le città madri, quasi per legge indispensabile della natura, dominare su le colonie. E molte sono le nazioni dove le città madri servono, non comandano alle colonie. Massimo, luminosissimo aSi esempio del proposito mio si è Sporta, elevatasi a comandare non pur gli altri Greci: ma fino i Doriesi da’ quali discendeva. Sebbene e che giova dir su gli altri? Voi stessi, voi padri della colonia che fece tlioma, voi non siete che un tralcio de’ Laviniesi. Quindi se diritto è della natura che le città madri regnino su le colonie, non saranno con precedenza i Laviniesi li legislatori de’ nostri popoli ? E ciò sia detto sul primo de’ vostri titoli sì bello nelle apparenze. Siccome tu poscia o Fuffezio ti davi a contrapporre r una all’ altra città, quali sono, dicendo che il puro lignaggio di Alba rimanesi tale ancora; laddove il nostro si è degenerato col tanto soprajfondervi de' forestieri, e che non sono degni i non ingenui di comandare agli ingenui, nè i forestieri agl’ interni ; vedi, quanto anche in ciò ti sei deviato. Tanto è lungi che noi vogliamo vergognarci di rendere la patria nostra comune a chi vuole; che anzi,, di ciò moltissimo ci gloriamo : nè già siamo noi gli autori di tale istituzione : ma ce ne diede Atene l’esempio, Atene tra Greci famosissima per questo, almeno in parte se non in tutto. E questa pratica è sorgente a noi di molti beni non che ci dia rimprovero e pentimento, quasi per essa, mancassimo. Tra noi comanda e provvede, e tali altri onori si gode chi di essi è degno non chi tiene il molto oro, nè chi può la serie additare degli avi sempre nazionali : perciocché non poniamo in altro la nobiltà che nella virtù. ; l'altra moltitudine non è che il corpo della città il quale somministra potenza e forza a savissimi consiglieri. Con tale benevolenza si è la nostra città fatta grande di piccola, e formidabile d' ignobile tra’ popoli intorno, ed è cominciata tra noi la forma di signoria, che tu o Fuffezio condanni, e che niuna ornai de’ latini può disputarci'; perocché sta la potenza delle città nella forza delle armi ^ e la forza delle armi nella moltitudine delle persone. Ma le città piccole, e spopolate, e però deboli non comandano le altre, anzi nemmeno sé stesse. Jo generalmente stabilisco che uno debbe esaltare il proprio governo e riprovare quello degli altri, quando può dimostrare che la sua città col metodo che le ascrive, diviene glande e felice, e che le altre se ne decadono e sconciansi appunto col non seguirlo. Ora così vanno le cose; la vostra città già nel fior della gloria, già ricca di molti beni, si è ridotta ad uno scarso abitato ; e noi movendoci da piccioli principi abbiamo tra non molto tempo ingrandito Roma più d’ ogni altra città vicina, e colle istituzioni che tu ne biasimi. Le. nostre sedizioni, poiché di queste ancora tu ne incolpi o Fuffezio, nontendono alla depressione o rovina, ma sibbene alla salvezza ed incremento del comune. I giovani vi contendono co’ schiari, i nuovi con gli antichi cittadini chi più debba operare il pubblico bene. E per dir tutto in breve, spettano alla città che dee comandare le due qualità, forza nel guerreggiare, e saviezza nel risolvere; e queste tra noi sono ambedue. Né ce ne fa testimonianza un millantarsene vano, ma il fatto che supera ogni dire. Imperocché non era  ni. 233 possibile che la nostra città nella terza generazione appena dopo la origine, fosse già divenuta sì grande e' potente, se non abbondavano in lei senno e valore. Argomentano la nostra potenza le tante città. Ialine le quali sebbene da voi fondate, pure voi dispregiane do, si concederono a noi per essere comandate anzi da Roma che da Alba. E questo perchè potevamo noi prosperare gii amici e por già gl’ inimici ; ma non potfiono gli Albani altrettanto. Ben altre cose e fortissime o Fuff&sio potrei rispondere ai diritti che ne presentasti. Ma considerando che vano è il distendersi, perciocché il dir breve vale quanto il prolisso con voi che siete i competitori, ed i giudici; cesso tT insistere. Aggiungo soltanto, e finisco, che io penso che tunica maniera, bonissima per togliere le nostre controversie, della quale si valsero greci e barbari ne’ dissidj di principato edi territorj sia questa, cioè che gli uni e gli altri veniamo a battaglia con una parte solamente dell’esercito, vincolando la sorte della guerra alla vita di pochissimi, e concediamo che la città che co’ suoi guenneri vince i guerrieri delt emula, quella domini ancora. Ben è giusto che ove le parole non vogliono, i brandi decidano. Tali furono le dispute di que’ due principi su la preminenza delle città : ma il seguito delle dispute non fu se non quello suggerito dal Romano. Imperocché quelli di Alba e di Roma presenti al colloquio cercando ^ un sollecito fine alla guerra ; deliberarono di risolver la lite colle armi. G)ncluso ciò, si ebbe controversia intorno ai numero de combattenti; non sentendone ambedue li capilani in un modo. Imperocché Tulio voleva che si decidesse la gara col menomo delle persone, contrapponendo per combattere uno de’ più riguardevoli Àlbahi ad altro simile de’ Romani : ed egli stesso era pronto a spendersi per la patria, invitando TAlbano ad emularlo. Diceva che era pur bello che quelii che prendono il comando delle schiere, prendano pur la tenzone pel comando e pel principato o vincano de’’ valent' uomini, o vinti ne siano. E qui ricordava quanti capitani e quanti re cimentarono la vita loro per lo comune, tenendo essi a vii cosa di partecipare al più degli onori, ed al men della guerra. L’ Albano credea ben detto che dovessero le due città rischiarsi con pochi: discordava però su la battaglia di un solo contro di un solo. Esponeva che bello, anzi pur necessario è il combattimento da solo a solo intorno la sovranità pe’ capi degli eserciti quando fondano la propria potenza; ma che stolido anzi vituperoso è ne’ suoi pericoli quando ne disputano due città sia che sperimentino sorte propizia sia che malvagia. Adunque consigliava che tre valent’ uomini dell’una e tre deU’allra città pugnassero in vista di tutti gli Albani e Romani ; essendo questo numero, come avente principio, mezzo e fine, propriissimo alla total decisione della controversia. Ciò stabilito per voto de’ Romani e degli Albani il congresso fu sciolto ; e ciascuno ritornò nei proprj 'alloggiamenti. Poi convocando i capitani ciascuno le loro milizie a parlamento, riferirono la disputa vicendevole, e le condizioni ricevute per la soluzion della guerra. Approvarono vivamente gli eserciti i patti di ambedue li capitani ; e gara meravigliosa di onore comprese centurioni e soldati ; desiderando moltissimi di riportare la palma di quel combattimento, e studiandovisi non pur con parole, ma profTerendovisi con preludj di bell' ardore ; tantoché si rendette malagevole ai duci il giudiziosu quelli che erano i più idonei. Se alcuno vi era nobile per luce di origine, o forte per gagliardia di corpo, o cospicuo pe’ fatti di arme, o segnalato comunque per eventi ed ardire, insisteva che mettessero lui primo fra i U'e. Ma tali fiamme di emulazione che più e più si dilatavano in ambedue gli eserciti le ripresse il capitano di Alba col riflettere che la provvidenza celeste antivedendo già da tanto tempo la tenzone che sarebbe tra le due città, ne avea preordinato che quelli che vi si cimenterebbero fossero non ignobili di lignaggio, buoni in guerra, belli a vedere, nè simili a molti pe’ casi della nascita rara, meravigliosa, impensata. Sicinio un di Alba avea nel tempo medesimo maritato due figlie gemelle, 1’ una ad Orazio Romano, e r altra a Curazio  un Albano di popolo. Ingravidarono ancora ambedue queste donne in un tempo, ed ambedue diedero nel primo parto prole virile, e trigemina. I genitori pigliandone buon augurio per sé, per le famiglie, e per le patrie allevarono e perfezionarono tutti que’ gemelli. Iddio, come io dicea da principio, diè loro beltade, robustezza, magnanimità; talché non cedeauo a niuno de’ben avventurati per indole. A questi  Mei testo Corazio. Sigonìo crede che vada bene e che in Tito Livio si debba leggere Curazio, com' egli ha trovato in un manoscritto e non Cariazio come comnnementesi legge. deliberò FufTezio di appropiare la battaglia sa la preminenza de’ popoli. Quindi invitando vid un colloquio il re di Roma gli disse: XIV. Un Dio, sembrcuni o Tulio che provvedendo le nostre città, dia loro segni manifesti di benevolenza in p ià cose; come su la tenzone imminente. Certo ben dee parere in tutto opera divina e meravigliosa che si rinvengano per combatterci uomini non inferiori a niuno di prosapia, buoni nelle armi, belli a vedere j originati da un padre, nati da una madre sola, e venuti', ciò che è pià singolare, in ungiamo stesso alla luce ; e tali sono gli Orazj fra voi, tali fra noi li Curazj. Che dunque non abbracciamo una tale provvidenza divina, e non assumiamo ambedue per questa gara di sovranità que trigemini ? Bisplendono tn essi ancora le doti sublimi, quante altre mai ne brameremmo in chi fosse per uscire al paragone delle armi; ed essi pià che tutti gli Albani e Romani han pure il bene che essendo fratelli non abbandoneranno, pericolano, i compagni nella impresa. Cesserà subitamente rimpetto a loro la emulazione difficile a calmarsi per altra maniera in altri giovani, de' quali tnolti tra voi penso che di virtà competerebbero, come Ji'a gli Albani competono. Noi persuaderemo questi di leggeri, se additeremo loro come la bontà Divina ba prevenuto le sollecitudini umane, dandoci con. egualità chi decida con le armi le contese della patria. Nè già crederanno di essere superati dalla virtit dè' fratelli trigemini; ma da certa prosperità di natura ed opportunità di fortezza eguale in essi per competere. Cosi disse Fuffezio, e comune ne fa I’ approvazione, quantunque presenti vi fossero i più bravi di Alba e di Roma. Soprappensò Tulio un poco, e seguì : Ben sembra o Fuffezio che abbi tu saviamente concepito. Imperocché meravigliosa è la sorte che ha dato in questa generazione ad ambedue le città prole tanto simile; quanta altra volta mai non vi s’incontrò. Mi sembra però che non abbi tu considerato che assai rattristeremo i giovani se chiediamo che fra loro dontendano. Imperocché la madre degli Orazj nostri è sorella della madre de' vostri Curazj : e questi cresciuti giovanetti nel seno di tali due donne si carezzano ed amansi come fratelli. Bada che non sia forse, indegna cosa dare le armi e sospingere gli uni alla morte degli altri, questi, congiunti per fratellanza e per educazione. Il sangue se vi si astringono, il sangue di cui si lordano ritornerà su noi che ve li astringiamo. Replicò F ufTezio ; iVbn ignoro o Tulio, il parentado de’ giovani ; nè io già, se li ricusano, sono per violentare i cugini alla battaglia. Ma non sì tosto mi venne in pensiero di mandare dal canto mio li Curazj di Alba io gli investigai se porrebbonsi volentieri al cimento. E ricevendo essi il dir mio con enfasi incredibile e meravigliosa, io fui deliberato allora di svelare e proporre quel mio sentimento. Suggeriscoti che anche tu facci altrettanto chiamando quei tuoi trigemini, ed esplorandone i cuori. Che se vorranno anch’ essi esponersi per la patria, tu ne accetta la benevolenza : ma se ricusano, tu per niun modo non isforzarvegli. Io di loro presagiscoti ciocc/l’ è degli altri miei. Se come abbiamo ascoltato ( giac~ chè venuta è fino a noi la fama della loro virtà ) sa~ migliano i pochi bennati, e se bellicosi ancor sono per indole ; abbracceranno prontissimi, e senza che niuno ve li necessiti, di combattere per la patria. XVI. Accolse Tulio il suggerimento : e conchiusa una tregua di dieci giorni per consultarsi, e tentare 1’ animo degli Orazj, e risponderne ; si ricondusse a Roma. Deliberatosi ne’ primi sei giorni co’ migliori, e vedutili per lo più propensi agl’ inviti di Fufiezio; chiamò li fratelli trigemini, e disse : Fu/fezio o uomini Orazj, abboccatosi meco nell' ultimo congresso nel campo, mi annunziò, che crasi fatto per la provvidenza degli Iddii, che si cimenterebbero per V una e per V altra città tre bravi, de quali invano ne cercheremmo altri più. valorosi, o più idonei, cioè li Curazj per Alba, e voi pe'Jìomani. Ciò conoscendo, mi disse, che aveva egli primo investigato, se que vostri cugini si esporrebbero volontari per la patria : e trovatili che ardentissimi correrebbono ad ogn impresa, inanimatone mi propose V evento, invitandomi perchè io vedessi di voi parimente, se voleste offerirvi per la patria, e rispondere in campo ai Curazj, o se lasciaste ad altri tanta emulazione. Ben io mi argomentava che voi per lo valore dell’ animo, e per la possanza delle mani, doti in voi non occulte, spontanei più che tutti, vi rischiereste per trionfare : ma temendo che la consanguinità vostra co’ tre gemelli di Alba non fosse un impedimento al vostro ardore, chiesi tempo a risolvermene, e feci tregua con lui di dieci giorni. Restituitomi in Roma adunai li senatori, e proposi l’qffare sicché ne discutessero. Parve al più, di loro che se voi spontanei vi mettereste alla impresa, bella e degna di voi, impresa che io già voleva, solo io per tutti combatterla ; allora ve n esaltassi e v ac-^ cettasi. Ma se voi, restii contro al sangue de vostri, e non già confessandovi pusillanimi, dimandereste altri fuori della vostra famiglia ; allora, parve loro, che io non dovessi farvene la menoma violenza. Così pronunziava il Senato : nè già ne avrà egli rammarico se voi riguarderete la impresa come grave: ma non picciola è la gratitudine che dovravvene, se voi pregierete la patria più de’ parenti. Or su ponderate col bene vostro, ciocché siate per farvi. Udendo i giovani questo ; si ritirarono, e conferirono brevemente. Tornatisi quindi a rispondere cosi disse il maggiore fra loro : Se noi fossimo liberi; se fossimo gli arbitri unici delle nostre risoluzioni; e tu ci avessi o Tulio incaricato di consultarci su la pugna contro i nostri cugini: già ti avremmo risposto de' nostri voleri. Ma perocché vive il nostro genitore senza cui niente vorremo dire nè fare ; preghiamoti che ci concedi alcuna requie a risponderti, finché ce ne intendiamo con esso. Encomiando Tulio la pietà loro, e volendo che cosi appunto facessero ; partirono in verso dei padre. Dichiaratogli l' invito di F uffezio, il colloquio di Tulio con essi, e la risposta vendutagli ; alfine insisterono perchè dicesse ciocch'egli ne sentisse. E colui sottenlrando disse : Pietosamente o figli adoperaste riserbandovi al padre, nè risolvendovi senza a4o lui. Ma ò tempo ornai che voi pure vi manifestiate idonei a tali consigli : concepite già venuto il fine dei miei giorni; palesatemi ciocché scegliereste di fare, deliberandovi tra voi sema del padre : Allora cosi rispose il maggiore: Noi o padre assumeremmo a noi di combattere per la preminenza di Roma, e ci porremmo alle vicende che a Dio si piacessero; bramosi anzi di morire che di vivere indegni di te e degli oìvtenatì. Il ligame del sangue co’ nostri cugini non lo avremo noi sciolto i primi; ma come sciolto già dalla sorte, placidi lo mireremo : perocché se i Corcai; stimano la parentela men che il benfare ; nemmeno agli Orca] parrà quella più. onorevole della virtiu Come il padre conobbe i loro sentimenti, divenutone lietissimo, e sollevando le mani al cielo, parve che rendesse copiose grazie agl’Iddii, perchè gli avessero dato figli onesti e generosi. Quindi prendendoli uno per uno, e dando loro soavissimi amplessi e baci di amore, voi vi avete, disse, magnanimi figli, anche il mio voto. An• date j rispondete a Tulio i pietosi e belli sentimenti. Allora giojosi quelli per le ammonizioni paterne si divisero, e corsi al monarca accettarono la battaglia. E colui convocato il Senato, e mollo encomiativi i giovani spedisce messaggeri alPAIbano per dichiarargli che i Romani sieguono,il suo volere, e pongono gli Oraz) per combattere sul principato. Ora dimandando il subbletlo che rappresentisi diligentemente la forma della battaglia, nè scorrasi di volo su’ casi che la seguirono, simili a quelli di una tragedia, tenterò di pareggiare, quanto io posso, coi detti ogni cosa. Venuto il tempo di compiere le condisioni, uscirono tutte in campo le milizie romane, e dopo le milizie, fatte prima suppliche ai Numi, uscirono i giovani. Essi ne andavano compagni del re, mentre il popolo per tutta la città gli acclamava, e spargeva loro de’ fiori sui capo. Erano già uscite anch’esse le schiere albane. Collocatesi le une in vicinanza delle altre destinarono per teatro dell’ azione il campo che separa i confini di Alba e di Roma ove già s’ alloggiavano entrambi gli eserciti. Quivi sagrificando giurarono anzi tutto Romani ed Albani su le vittime che ardevano di essere contenti della sorte la quale per r una e per l’altra città risulterebbe dal combattere dei cugini, e di osservare santamente i patti senza mescervi inganno, essi nè i posteri. Compiuti tali sacri riti in verso de’ Numi si avanzarono in arme dal proprio campo, spettatori gli uni e gli altri della battaglia ; lasciando, tre stadj o quattro di spazio intermedio pei combattitori. Prescntaronsi indi a non molto il capitano di Alba ed il re di Roma conducendo quello i Curazj, e questo gli Orazj, armati splendidissimameute, e con apparato quale il prendono, uomini destinati alla morte. Giunti gli uni vicino agli altri consegnarono le loro spade agli scudieri ; e corsero e si abbracciarono, piangendo vicendevolmente, e chiamandosi co’ più teneri nomi; talché datbi tutti intorno alagrimare, accusavano la grande inumanità loro, e de’ capitani, perché potendo definire la lite con altri, l’ aveano ridotta al sangue de’ parenti ed ai contaminarsene delle famiglie. Staccatisi CDalmente i giovani dagli amplessi, ripigliale dagli scudieri le spade, e già ritiratisi quanti s’ aveano intorno, si contrapposero secondo la statura, e si avventarono.. XIX. Stavansi Gn qui le milizie placide e senza clamori : ma poi da ambedue proruppero grida frequenti, esortazioni scambievoli per chi avea da combattere e voti e rammarichi, e continui suoni di voce, varj secondo r ondeggiare vario della mischia, quali per le cose fatte e vedute dall’ una e dall’ altra parte, e quali per le cose future o pronosticale : ma più dalle immaginazioni ne derivavano che dai successi ; perocché la visione fatta in tanta distanza non era ben chiara ; e passionandosi tutù pe’loro combattenti, prendeano come avvenuto quanto ideavano. E gli assalti incessanù, le ritirate degli emuli, e li passaggi rapidi, e li rivolgimenù  degli uni in su i luoghi degli altri levavano ai riguardanù la forza del distinguere. Durò tal vicenda gran tempo; perocché gli uni e gli altri aveano pari le forze del corpo, pari la generosità degli animi, e bonlssime le armi che li circondavano; nè rimaneano loro membra alcune indifese ; tanto che feritivi, subito ne morissero. In tale stato molti Romani e molti Albani in mezzo all’ansia di vincere e nel commovei'si pe’loro atleti, s’ inGammavano, elGgiandosi appunto con gli affetti di quelli, quasi volessero anzi star nel conflitto, che rimirarlo. AlGne il maggiore degli Albani serratosi col Romano che stavagli a fronte, e dando e ricevendo  Cioè il voiiat della taccia, molalo luogo. colpi su’ colpi ; immerse non so come la spada nel> r anguinaja dell’ emulo. Questi ingrevilo già da altre ferite ai riceverne l’ ultima e mortale, cadde, rilascian dosi nelle membra, e spirò. Alzarono a tal vista gli spettatori tutti le grida ; gli Albani come già vineitori, e li Romani quasi già vinti ; concependo i due loro fàcilissimi da essere conquisi dai tre degli Albani. Frat' tanto il Romano che era per soccorrere il caduto com> pagno y vedendo quanto l’Albano rabbellivasi ai fausto evento, si spiccò come un lampo su lui, e menando e riportando ferite in copia, alfine gli cacciò la spada nella gola e lo uccise. Ricambiatisi in poco d’ ora i successi de’ combattenu, e le affezioni degli spettatori, elevandosi i Romani dal primo abbassamento, e per^ dendo gli Albani la esultazione ; un’ altra volta ancora la sorte spirò contraria ai Romani, e ne umiliò le spe concio ; por zoppicandone, ed appoggiandosi via via su lo scudo, reggeva ancora, e si ritirava presso del fratello rimastogli, che starasi alle prese col Romano. Restava a questo F uno de' contrarj a fronte, venendogli r altro da tergo. Allora temendo che avendola a fare con due che da due lati lo investivano, sarcbbenc facilmente rlnthiuso : e trovandosi invulnei^to ancona ; pensò di separare i nemici e combatterne. 1’ uno dopo r altro. Concepì che avrebbeli facilmente disgiunti se facesse vista di fuggire; non potendo ambedue segui tarlo, giacché vedeane l’ uno infermo del piede. Cosi deliberato fuggi con quanto avea di velocità, nè gli vennero meno le speranze. L’ albano che non avea piaga mortale, tennegli immantinente appresso; ma l’ invalido a camminare si rimase più addietro che non dovea. Qui gli Albani confortavano i suoi : riprendevano i Romani il proprio guerriero : anzi cantavano quelli e si maguifìcavano, come sul termine glorioso della impresa ; ma s addoloravano gli altri come non più potesse la fortuna rasserenarsi verso di loro. Quando ecco il Romano, coltone il punto, si rivoltò rapidissimo ; e prima che r Albano potesse guardarsene, gli diè colla spada in un braccio, e spiccoglielo nel gomito. Fattagli. cadere la mano e colla mano la spada gli sopraggiunse un colpo, e con questo la morte. Quindi si lanciò su r ultimo albano e lui già derelitto, già semivivo scannò. Poi spogliati i cadaveri de’ cugini, corse in città ; volendo esso il primo dare al padre la nuova della vittoria. Portavano però i destini che essendo mortale anch’ egli non avesse prospera ogni cosa ; ma sentisse i morsi ancora della invidiosa fortuna. Lo avea questa iu pochi momenti venduto grande di picciolo, e sollevato a chiarezza inaspettata e mirabile, e questa appunto nel medesimo giorno lo gittò dentro amara sciagura, spingendolo ad uccidere la sorella. Come egli fu vicino alle porte di Roma, videvi moltitudine immensa che fuori se, ne versava, e vide accorsa con essa ancor la sorella.^ Tnrbato ài primo vederla perchè essa, donzella ornai nubile, ave^ lasciato la custodia materna, e si fosse esposta in mezzo di turba incognita ; ne formava pensieri funesti: ma si rivolse alfine ad altri più miti e be nevoli, quasi ella cedendo al muliebre genio avesse ne, gletto il decoro per desiderio dì salutare primieramente il fratello salvo, e d’ intenderne i fatti virtuosi degli' estinti. Colei però s’era ardila di mettersi alla insòlita via non' per desiderio del fratello ma vinta dall’ amore di uno de’cugini, col quale aveale il padre fuo concordate le. nozze. Celavano colei l’ ineffabile afletto ; ma poiché seppe da un tal dell’ esercito gli eventi della giornata ; non più lo contenne : ma lasciati i domestici lari corse come furiosa alle porle di Roma, nemmeno volgendosi alla nutrice che la seguiva, e la richiamava. Uscita dalla città come vide il fratello festevole colle ghiriande trionfali dntegli dalle regie mani, e gli amici che portavano le spoglie degli estinti, e tra le spoglie ancora 1’ ammanto vario, che essa avea colla madre tessuto e màhdato in pegno delle nozze allo sposo, giacché usano gli sposi futuri tra’Latini abbigliarsi di ammanto vario; come vide il caro suo dono macchiato di sangue ; si lacerò le vesti, si battè con ambe le mani il petto; ululò, richiamò l’ amato cugino ; tanto che grande stupore ne invase quanti in quel luogo si stavano. £ pianto il destino dello sposo folgorò col fisso sguardo sul fratello, e gridò: Tu esulti o sozzissimo uomo su la occisione decagoni, e tu, scellerato, tu privasti con ciò dello sposo la misera sorella tua. Nè pietà senti de’ trafitti parenti che pure chiamavi fratelli tuoi; ma f innebrj di gioja quasi per buonissima impresa y e vai fra tanti mali coronato. E qual cuore è mai il tuo ? forse di una fera ?  anzi, colui replicò, di un cittadino che ama la patria ; di uno che punisce chi le vuol male, siasi egli un estraneo o siasi un domestico. E tra questi colloco te pure, te' che vedendo i beni grandissimi, e i grandissimi mali in un tempo awemUici, la vittoria della patria che io qui ti presento, e la morte de tuoi fratelli ; già non esulti o malvada pe’ beni comuni della 'patria, nè ti addolori pe’ domestici infortuni > spregiati i fratelli, non sospiri che lo sposo ; e profani te stessa non fra le tenebre ; ma nel pubblico aspetto di tutti. A me la mia virtù, rimproveri, a me le mie corone ! O non vergine, non ‘sorella, e non degna degli avi! Poiché dunque non piangi i fratelli ma lo sposo ; poiché tieni il corpo co’ vivi, ma V anima colf estinto ; va, ten corri a lui che richiami, nè più. disonorare il geni' tare, e i fratelli. Cosi dicendo, più non serbò misura nell’ odio della scellerata ; ma le immerse con quanto area d ira la spada ne’Ganchi; ed uccisala andossene al padre. I costumi e gli animi de’ Romani erano allora cosi pieni dell’odio del male, e cosi fermi in questo; che se alcuno li voglia paragonare co’ nostri, dirà che erano aspri e duri, nè diversi molto da quei delle fiere. Il padre udita la spaventevole uccisione non -solo non se ne corrucciò ; ma la tenne come debita e decorosa ; perciocché nè permise che fosse portata nella sua casa ; nè procurò che la seppellissero nelle tombe degli avi ;  nè clic fosse con esequie e fregi, c conianque coTunebri riti onorata. Ma coloro che passavano dove giacevasi uc> mettono che uccidasi alcuno impunemente, e riferendo gli esempi dati dagl’iddi! su le, città che non vendicano gli scellerati. Faceva il padre le difese del giovine, ed incolpava la Gglia ; pretestando eh’ ella non ebbe morte, ma castigo : che niuno era nella domestica sciagura giudice più acconcio di lui come genitore di ambedue. Moltiplicandosi da arabe le parti i discorsi, assai fu perplesso il monarca come avesse a terminare il giudizio. Eigli per non portare la colpa, e la maledizione nella magione sua da quella dell’ autore di esse credea bene che non si assolvesse chi dichiaravasi reo del sangue della sorella, sparso prima di ogni condanna, e per cagioni per le quali vietano le leggi che uccidasi : non ammettea però che si avesse ad immolare come un omi> cida chi avea scelto di cimentarsi per la patria e tanta signoria le avea procacciato, mentre nou tenealo per colpevole il padre stesso a cui la natura e la legge danntT ' i primi diritti di risentimento per la figlia. Incerto come decidersi, tenne da ultimo per lo meglio rimetterne al popolo la sentenza. Il popolo Romano divenuto allora la prima volta giudice di un omicida si attenne alle de-^ siinazioni del padre, ed assolvette il suo liberatore dalla morte. Pure non istimava il re che' bastasse a chi volea mantenere la pietà verso i Numi tal giudizio venduto dagli uomini: ma chiamati i pontefici commise loro .che placassero i Geni! e gl’ Iddi!, e mondassero il giovine colle espiazioni le quali purificano da morti involontarie.. a 49 E quelli eressero due altari, l’uno a Giunone, Dea difenditrice delle sorelle, e 1’ altro ad uno Dio, chiamato  Genio da’ nazionali, col nome appunto de’cugini Curazj uccisi dal giovane. E facendo su questi de’ sagrifìzj, ed usando nondimeno altre espiazioni, da ultimo passarono 1’ Orazio sotto il giogo. Costumano i Romani, quando diventano gli arbitri di nemici che abbassano le armi, di piantare due aste diritte, acconciandone una terza supina su di esse ; e poi di passarvi sotto li prigionieri, e dimetterli alfine liberi verso le patrie loro. E questo è ciò che chiamasi giogo. Coloro che lustrarono J1 giovane si valsero di tal ultimo rito nel purificarlo. I Romani tutti stimano sacro il luogo della città dove fu praticata la cerimonia. Rimane questo nell’ angusta via che mena giù dalle Carene coloro che vengono all’angusta via Cipria. Ivi sorgono altari allora edificati, e su gli altari stendesi 1’ asta supina confitta ai due muri contrapposti: pende questa sul capo di quelli che ne escono, e chiamasi nel parlar de’ Romani asta o legno della sorella. Questo luogo onorato con annui sagrifizj ricorda in Roma ancora la sciagura del giovane: ma ricorda il valor suo tra la battaglia la colonna angolare che è principio del portico secondo nel Foro dalla quale pendevano già le spoglie de’trigemini Albani. Le armi vennero meno per gli anni ; ma la colonna serbane ancora la denominazione chiamandosi pilastro Orazio. Che anzi evvi in Roma una legge nata da tal fatto,  Genio Curazia: fu così detto perchè destinato a placare le ombre de' Coratj. Ed Orazio meritava appunto di essere espiato dal sangue della sorella e de’ cugini.  ed osservatavi pur nel mio tempo, a riverenza e gloria de’ giovani immortali, la quale ordina che nascendo dei tiigemini si dispensino per essi a pubbliche spese i vi veri Gno alla pubertà. Tal Gne ebbe la serie delle cose degli Oraz] iniessuta d’ inaspettate e meravigliose vicende. Indugiatosi il re de’ Romani per un anno onde apparecchiare quanto era d’uopo alla guerra; inGne deliberò di avanzar coll’ esercito contro Fidene. Preodea le cagioni di guerra da questo, che invitau i ciuadioi di essa a giustiGcarsi circa le insidie ordite su gli Albani e Romani non aveano ubbidito, anzi dando in un subito alle armi e chiudendo le porte e congregando le schiere ausiliarie de’ Yejenti, erai^si manifestamente ribellati. Aggiungevasi, che andati gli oratori per inten dervi le ragioni della rivolta, i Fidenati non altro risposero, se non che non aveano essi cosa alcuna comune co’ Romani Gn dalla morte di Romolo al quale si erano, giurando, congiunti di amicizia. Su tali cagioni armò le sye milizie, e fe’ richiedere le conJederate, delle quali Mezio F uffezio recava da Alba le più numerose in apparato bellissimo ; tantoché superava ogni altra forza amica. Tulio commendò Mezio, come detet^ minato a prendere seco lui la guerra ardentissimamente, in ogni miglior modo ; e Io rendè consapevole di tutti i disegni. Ma quest’ uomo incolpato già da’ suoi come rio capitano di guerra, anzi calunniato di tradimento ; questo dopo che si era tenuto per tre anni sotto 1’ autorità suprema di Tulio, alGne sdegnando un principato schiavo dell’ altrui principato, e di essere diretto. s5l pimtosto che dirigere; macchinò cosa non degna. Imperocché mandati messaggeri segreti a’ nemici de’ Romani, irresoluti anewa per la ribellione, gl’ infiammò ^, che non piò dubitassero ; promettendo che in mezzo della battaglia investirebbe egli stesso i Romani. E tali cose macchinando e facendo ; potè rimanersene occulto. Tulio apparecchiate le milizie sue e quelle de’ com-i pagni le portò su’ nemici, e valicato il fiume Aniene si pose non lungi da Fidene : ma scoprendo innanzi di questa io ordinanza un gran numero di Fidenati e loro compagni si tenne in calma tutto quel giorno: nel seguente convocando 1’ albano F nlfezio, ed altri de’ piò intimi amici ponderò con essi com’era da praticare la guerra ; e poiché parve loro che fosse da combattere spe> ditamente, senza indugiarvisi ; egli preaccennando i posti e r ordine che ognuno prenderebbe, e destinando per la zuffa il prossimo giorno, congedò l’ adunanza. Quindi FufFezio che ancora tenevasi occulto con molti degli amici sul tradimento che meditava, fatti a sé venire i più cmpicui tra’ suoi centurioni e tribuni disse: Tribuni, centurioni, io sono per comunicarvi grandi, inaspettate cose, che vi tacqui finora. Vi raccomando se non volete distruggermi che voi pure le taciate : anzi che miei cooperatori vi siate, se utili a compiersi vi parranno. Il tempo angusto non consente che io distesamente vi parli di ogni cosa; e ristringomi alle primarie. Io per tutto V intervallo che fummo subordinati a' Romani fino a questo giorno ; io m’ ebbi una vita piena di vergogna e di rammarico j eppure fui onorato dal monoica loro della maaSa  gisàratitra 'suprema, oggimaì da tre anni, è lo sarò' nemmeno per sempre se il voglio. Ma perciocché mi parca t estremo de vituperj che io' solo mi fossi felice' nella sciagura comune ; e vedeva intanto io bene che eravamo stati spogliati della sovranità contro tutti i diritti sacri dell’ uomo ; cosi mi diedi a considerare come potessimo ricuperarla, ma senza rischiarvi gran fatto. E discorrendola io meco moltissimo ti-ovai una via sola facile nè pericolosa che guiderebbe all’ intento, cioè che sorgesse loro una guerra da confinanti. Imperocché prevedeva io che i Romani avrebbono a chiamare le truppe ausiliarie, e le nostre massimamente, e prevedeva dopo ciò che non avrei gran bisogno di persuadervi che più. bello, e più giusto è combattere per la nostra libertà, che per istahilire' r impero de’ Romani. Spinto da tali pensieri produssi a’ Romani la guerra de’ sudditi loro Fidenati e Vejenti risolvendoli alle arme con esibire che io prenderei parte con essi. Fin qui si rimase occulta a’ Romani la pratica ; ed io provvidi intanto per me la occasione di assalirli. Ora considerate quanto sia questo opportuno. Primieramente, grande in una ribellione manifesta, sarebbe il pericolo o di avventurare ogni cosa mentre siamo sprovveduti per la fretta, e contiamo unicamente su ciò che potrebbero le nostre forze ; o di essere sorpresi da essi già pronti mentre ci apparecchiamo e ci procuriamo dagli altri un ajuto. Noi però così non manifestandoci non cor-reremo nè V uno nè V altro disastro,• e ne avremo raccolto almen questo bene. Secondariamente noi non.. a53ci daremo a percuotere la grande, la bellicosissima potenza e fortuna degli emuli con le violente maniere, ma si bene colle artijiziose e scaltre, con le quali si prendono finalmente le cose trascendenti, e meno facili a battersi colla forza ; nè già saremo a far questo i primi, o li soli. Inoltre siccome le nostre milizie mal potrebbero schierarsi in campo a fronte di quelle de’ Romani e degli alleati ; così abbiamo congiunto a noi le forze sì grandi, come vedete, dei Veìenti e de Fidenati. Anzi si è da me provveduto che le ardite schiere di questi ne diano con effetto il soccorso che ne ho cercato. Imperocché già non sarà J.a pugna nelle nostre campagne; ma battendosi i Fidenati per le proprie, difenderanno in esse an~ coro le nostre. E quello che riesce dolcissimo agli uomini, quello che di raro occorse ne’ tempi andati ; questo ancora per voi si combina : noi giovati dai nostri alleati sembreremo di avere ad essi giovato, E se r affare si termina a piacer nostro, come par verisimile; i Fejenti e li Fidenati che avranno liberato noi da un durissimo giogo, essi noi ringrazieranno quasi col favor nostro ottengano un pari benefizio. .Questi sono i successi che da me con gran diligenza procurati mi sembrano bastare ad ispirarvi confidenza, e viva prontezza ad insorgere. Ora udite in qual modo io voglia por mano alla impresa. Tulio mi ha destinato appiè del monte ; perchè io vi governi luna delle ale. Ma quando saremo per attaccarci co’ nemici ; io non attendendo allora tale destinazione ; mi ritirerò poco a poco sul monte. Voi seguitemi allora ordincUamente. Giunto alle cime ed in salvo, udite come io continuerò. Quando vedrò le cose che qui dico riuscirmi come io le disegno ; quando vedrò infiammati di corono i nemici perchè noi cooperiamo con essi, umiliati e spaventati come traditi i Romani ; e come è verisimile, già più. intenti a pensare la fuga che le difese; allora io starò su loro : ed io coprirò de’ loro cadaveri il campo ; perocché scendendo dcdC altura destra a basso, mi gitterò su di essi sbigottiti e dispersi con esercito pieno di beW ardore e di ordine. 'Rilevantissima è nelle guerre la fama sparsa di un tradimento anche falso degli alleati, o del giung.'re di altri nemici ; e sappiamo che grandi eserciti furono totalmente da tali vane apprensioni rovinati, più che da altri spaventosissimi casi. Il nostro adoperare però già non sarà fama vana, nè arcano spaurimento ; ma cosa più che tutte terribile a vedersi e provarsi. Ma ( dicansi pur le cose consuete a presentarsi contro la espettazione, giacché la vita ne involge molte, nè verisimili ) se gli eventi riusciranno contro i disegni ; anch’ io farò cose ben altre da quelle che in mente io ravvolgevami. Allora io piomberò co’ Romani su nemici ; co’ Romani raccoglierò la vittoria, simulando di aver prese le alture per cingere gt inimici. Ben avran fede i miei detti concordandosi le opere colle finzioni : tanto che noi non comunicheremo cogP infortuni di niuno, e solo parteciperemo lo belle vicende dell’ uno o delC altro. Io tali cose ho deliberato : e tali cose eseguirò col favorB degV Iddii come bonissime non solo per gli AU boni ma per tutti i Latini. Bisogna che voi guardiaie prima che tutto il silenzio : poi, che serbiate il buon ordine, che vi prestiate immantinente ai comandi, che guerrieri vi siate pieni di bell’ ardore, e che tali rendiate pur quelli che vi ubbidiscono ; considerando che il combattere nostro per la libertà non somiglia al combattervi degli altri, consueti ad essere comandati, e lasciati da loro padri in tale condizione. Noi liberi siamo naU dai liberi : anzi i nostri avi ci han tramandato il comando su vicini ; serbarono questa forma per cinquecento anni ; nè di questa si troveranno per noi spogliati li posteri. Nè tema chi vuole far questo, quasi rompa i trattati, e violi i giuramenti fatti sopra di essi: pensi piuttosto che egli i diritti ripristina rotti e violati da' Romani : nè già i tenui diritti ma quelli che la natura ci ha dato degli uomini, quelli che la legge ha fondato comune ai Greci ed ai Barbari, vuol dire che i padri comandino j i padri dian leggi ai figli, e le città madri alle colonie. Questi sacri diritti che mai saranno cancellati dalla natura degli uomini, questi noi volendo che siano perpetuati, nè frangiamo alleanza fàuna, nè genj nè Dii ci si potran corrucciate quasi non sante cose facciamo, se mal pià comportiamo servire cì nostri discendenti. Cnloro però che li hanno conculcato i primi, e che con opera indegna han tentato di far prevalere la umana alla le^e divina ; coloro, corn è giusto, e non già noi, s' avranno a fronte V ira de’ Numi, c su di essi non su noi soi't  gerà la vendetta degli uomini. Pertanto se queste vi sembrano le cose migliori / eseguiamole, e chiamia^ movi protettori gl’ Iddii. Ma se alcuno sente in contrario e sente o t una o t altra delle due cose ; vuol dire o che più, non debba ricuperarsi t antica dignità della patria ; o che debbasi aspettare un tempo pià acconcio del presente ^ e differire; costui' non esiti, a dire i suoi pareri; e quello sarà fatto che a tuui sembri il migliore. Alfìae lodato nel dir suo dagli astanti, e promettendosi questi a far tutto ; esso ne obbligò ciascuno col giuramento, e dimise radunanza. Nel prossimo giorno all’ uscire appunto del sole, uscirono da’ proprj alloggiamenti le milizie de’ Fidenati e degli alleati, e si schierarono per la battaglia: vennero nemmeno di fronte i Romani, e si ordinarono. Tulio stesso e i Romani si opponeano coll’ala sinistra ai Vejenti i quali formavano la destra nel corpo loro. Nell’ ala destra dei Romani si stava Mezio Fuffezio e gli Albani presso del monte incontra de’ Fidenati. Rendutisi ornai vicino gli uni degli altri, gli Albani prima di essere a tiro si staccarono dal resto dell’ esercito, ascendendo ordinatamentè sul monte: I Fidenati ciò vedendo e cerziorandosi della realtà del tradimento promesso dagli Albani si portarono più baldanzosi contro de’ Romani. L’ala destra de’ Romani, essendosene tolti gli alleati, erane ornai rotta e molto in pericolo. Combattea però bravissimamente 1’ ala sinistra e Tulio con essa in mezzo di scelti cavalieri. Quand’ ecco un cavaliere affrettandosi verso quelli i quali pugnavano presso del monarca, o Tulio, disse, la nastra ala destra è sul perdersi : gli jilbani, abbandonatala, ascendono il monte, ed i Fidenali che li teneano schierati dinanzi, ora preponderando a fronte ilelt ala tanto indebolita j già la circondano. I Romani ciò ndcmlu, e vedendo T accelerarsi degli Albani in sul monte; temerono di essere avviluppali da' nemici, taulu che non aveano cuore nè di combattere, nè di restare in quel luogo. Or qui, dicesi, che Tulio niente commosso all aspetto di un male si grave e tanto inaspettato facesse uso dell’ avvedutezza : e che salvasse con questa 1 esercito ornai nel pericolo manifesto di essere circondato; c disfacesse e terminasse tutto il bene degli inimici. ltn[>erocchè non si tosto il messaggero ebbe detto; egli a gran voce sicché i nemici, la udissero, o Bomani, esclamò, li nemici son vinti. Gli Albani sul mio comando hanno occupato come vedete il monte prossimo a noi per piombare alle spalle de' nimici. Mirale ! gli abbiamo pin e al nostro buon punto gli impiegabili awersaij. Noi siamo loro dirimpetto, e gli Albani alle spalle : pià non possono aveutzare, ISO retiocedei e. Dall' uno de' lati rinserrali il fiume, dall’ altro il monte : ci daran pure le pene meritate. Andate : avventatevi intrepidamente su loro. Cosi esclamando ne andava tra le milizie. E ben presto i Fidenati furono presi dalla paura che quel tra> dimenio, si rivolgesse fìnalmente su loro per frodolenza del capo degli Albani : perchè nè lo vedeano schierarsi contro i Romani, nè fulminarsi contro di essi come avea già promesso. Altronde avea quel parlare iniiammati di VIOSIGI, P>m l. ir ardire e riempiuti di confidenza i Romani. Adunque scop piando in un grido e ristrettisi lanciarousi all’ inimico. Piegarono allora, e fuggirono i Fidenati in disordine alla loro città. Il re de’ Romani rilasciando la cavalleria su questi atterriti e turbati li perseguitò qualche tempo; ma vedutili poi sbandati, senza animo di raccogliersi e senza forza, permise che fuggissero ; e si rivolse contro r altra parte de’ nemici ancora ordinata. Ivi era battaglia viva tra’fanti; e più viva ancora tra’ cavalieri. Imperocché li Yejenti quivi schierati non che sbigottirsi e dar volta, resistevano all’ impeto de’ cavalli romani. Alfine vedendo che l’ ala loro sinistra era battuta, e chel’esercito de’Fidenati e degli alleati fuggiva tutto precipitosamente, anch’cssi per timore di non essere colti in mezzo da’ nemici che tornavano da inseguire gli altri, diedero volta, e si scomposero e tentarono di salvarsi a traverso del fiume. I più robusti, e men carichi di ferite, nè impotenti a nuotare passarono senza le armi il fiume e scamparono: ma quanti non aveano l’uno o l’altro di que’ requisiti, affondavano tra’ vortici ; essendo il Tevere presso Fidene rapido e tortuoso. Tulio intanto impose a parte de’ cavalieri di uccidere i nemici che. accorrevano al fiume, ed egli conducendo il resto delr esercito assali gli accampamenti de’ Vejenti e gl’ invase. E tali sono le operazioni che diedero, a’ Romani salute inaspettata. Quando il re d’Alba vide manifestamente vittoriose le milizie di Tulio ; egli per dare a vedere che faceala da alleato, calando dal monte le sue, le menò contro de’Fideuuti che fuggivano ; e molli in tale stalo. ... a!xg ne uccise. Tulio vedendo il suo fare, ed esecrando la nuova sua tradigione, dissimulò di presente, finché lo avesse nelle mani : ansi diè vista di lodare tra molli come l>onissima l’ andata di lui su pel monte : e spcuna banda di cavalieri lo richiese che desse ultimi contrassegni di zelo, incaricandolo, che cercasse con diligenza, e trucidasse que’ Fidenati che non potendo ripararsi tra le mura, vagavano dispersi intorno • in tanto numero per la campagna. Colui quasi avesse, già conseguila Tana delle due cose che sperava, e quasi, fosse accetto veramente a T ullo, ne fu dilettato ; e cavalcando gran tempo per que’ campi fe’ strazio, de’ prò-, fughi i quali sopraggiungeva. E già tramontato il sole, condusse i suoi squadroni da tale persecuzione al campo Romano, c vi festeggiò con gli altri la notte. Tulio di-, inoratosi nell’ accam|)amento de’ Vejenti fino alla prima vigilia vi esplorava da’ prigionieri più riguarderoli quali fossero mai stati li capi della rivolta. Come poi seppe che ci avea tra congiurati anche 1’ Albano Mezio Fuffezio, gli parve che i fatti di lui concordassero colle indicazioni de’ prigionieri. Adunque montato in sella si ri-, condusse cavalcando in città fra lo stuolo dc’suoi più fidi. E prima della mezza notte convocando dalle case loro i Senatori ; disse del tradimento degli Albani, dandone |)er teàlimonj li prigionieri ; e narrò gli artcGzj co’ quali egli avea deluso i nemici e li Fideuali. E poiché la guerra avea fine bonissimo ; invitò loro a discutere come si avessero a punire i traditori, perchè Alba si rendesse |>iù savia per 1’ avvciiire. Parve a tulli giusto anzi necessario che si ['Unissero quanti si erano messi ad ojteia tanto cellerata. Si ondeggiò però molto intorno la ma-' oiera facile e sicura della esecuzione. Sembrava loro im> possibile che tanti cospicui Albani si potessero involare con morte tenebrosa e nascosta. Che se tentassero arrestarli e punirli palesemente, torneasi che quel popolo, piuttosto che ciò non curare, volasse alle armi. Non voleano poi combattere in nn tempo co’ Fidenati/ coi Tirreni, e con gli Albani loro consocj.Ora non espedendosi essi ; diè Tulio in6ne uu suo parere cui tutti encomiarono. Io ne dirò dopo un poco. Siccome non era Fidene distante da Roma se non cinque miglia ; ' cosi egli eccitando con tutto r ardore il cavallo si restituì negli alloggiamenti : e prima che il giorno brillasse’ laminoso, chiamando Marco Orazio il superstite de’ trigemini, e dandogli li fanti e li cavalieri piò scelti, ordinò che marciasse con questi ad Alba, che vi s’ introducesse in sembianza di amico ; che, quando ne avesse in sua balia gli abitatori rovinasse da’ fondamenti la città, non risparmiando edifizio alcuno privato o pubblico, se non i tempj: non vi uccidesse però nè vi oltraggiasse uomo ninno, ma consentisse che ognuno s’avesse le sue cose. Spedito questo egli aduna tribuni e centurioni, palesa ad essi il decreto del senato, e forma di loro la guardia del corpo suo. Si presentò dopo non molto 1’ Albano in gaudio per la vittoria co mune, e per congratularsene con Tulio t e Tulio serbando tuttavia li segreti suoi, Io encomiava, confessavalo degno di gran doni, ed invitavalo a scrivere i nomi de’ valentuomini che si erano più distinti nel combattere e portarglieli perchè tutti partecipassero ai beni della villoria. Inondatone costui dal jnacere diè su di una tavoletu in iscritto i nomi de’ suoi più fedeli, de’ quali si era valuto ne’ disegni reconditi. Allora il re di Roma invita a radunarsi lutti, senza le arme, e radunatisi ; fece che il duce degli Albani, come li centurioni e tribuni si collocassero presso di lui, e che gli altri Albani ordinatamente si compartissero ; ponendo dopo loro il resto degli alleati e dietro tuui infine circolai-mente i Romani, tra’ quali ce ne avea de’ magnanimi, co’ brandi sotto degli abiti Quando poi gli sembrò di avere a suo bell’ agio i nemici ; sorgendo cosi ragionò : Romani, amici, compagni di arme, finalmente abbiamo col favore degl' Iddìi portala la vendetta su Fidene e su quanti partigiani di lei, furono arditi investirci con guerra manifesta. Seguirà da questo t una delle due, vale a dire che quanti ci molestavano si cheteranno ; o ne daranno pene tanto più spaventose. Ora venule già le prime nostre imprese a buon termine, é tempo iche puniamo quei guerrieri che avendosi il nome di amici nostri, ed assunti a questa guerra da noi perchè facessero contro (i nemici comuni, abbandonarono la loro fedeltà verso noi, si strinsero con patti segreti a nemici, e macchinarono la universale nostra rovina. Ben sono essi peggiori de' nemici manifesti, e perciò degni di pena più grande. Imperocché facile cosa è deludere le insidiose lor trame, e ribattere si possono se ci assaliscono come nemici : ma né riesce di leggeri cautelai si da amici che la fan da nemici, né si possono risospingere se ci prevengano. Ora tali sono i guerrieri che Alba ci manda\>n : ingannevoli alleali ! eppure non danneggiati, ma beneficati grandemente, e in tante cose da noi. Noi, ramo già della lor gente, non toglievamo punto della lor signoria, ma 'la nostra forza, la nostra potenza fondavamo qol domare i nostri nemici. Premunendo di mura la nostra patria contro genti amplissime e bellicosissime abbiamo prodotto ad essi un alta sicurezza in fra le guerre de’ Tirreni e de’ Sabini : tantoché serbandosi la nostra città prosperamente, dovean essi rallegrarsene principalmente ; e decadendo questa non dovean meno rattristarsene che per la propria città. Essi però si ostinarono ad invidiare non solamente il nostro ben • esseio, ma il proprio ancora nel nostro : e da ultimo non potendosi più Iodio nascondere, ci hanno premeditato la guerra. Ma perciocché vedeano noi benissimo acconci a ripeivoterli, non essendo essi valevoli contro di noi, c invitarono a trattati ed amicizia, e richiesero che la lite sul principato si decidesse con la tenzone di tre combattenti. Acoetlammo t invito e vincemmo ; e ci fu la loro città sottomessa. Or, dite : che abbiamo noi fatto dopo questo ? Potendo noi ricevere gli ostaggi da Alba, polendo mettervi guarnigiotìe, e qual’ uccidervi, qual cacciarne de’ principali a por dissidio tra t uno e t altro popolo; potendo cambiarvi in favor nostro la forma del governo, smembrarne il territorio, prescrivervi de’ tributi, e torlo infine le arme ciocché era facilissimo, ed avrebbe tanto più noi convalidato ; polendo noi tutte queste cose ; non abbiamo pur voluto farvene in. 263 nemmeno una, mossi anzi dalla pietà versò loro, che dalla sicurezza del nostro principato. E preferendo cioccK era il decoio all’ utile abbiamo conceduto che si godesse ogni suo bene. Permettevamo che Mezio Fujfezio, che essi avevano elevato à primi gradi come il più degno, vi amministrasse ancora la repubblica. Ed essi ( ascoltate qual .contraccambio ce ne renderono quando più bisognavamo dell’ amicizia, e delle armi loro ) ! si convennero in segreto col nemico comune di assalirci insieme tra la battàglia ; e quando t inimico e noi eravamo già già sul combattere ; essi lasciando il posto della ordinanza, corsero a’ monti vicini onde preoccuparne le alture più forti. E se la cosa andava loro a seconda, niente avrebbe impedito che noi tutti perissimo 'circondati dagli amici e dai nemici ; e che tulli i combattimenti da noi sostenuti per la signoria della nostra città, tutti in un giorno, svanissero. Ma poiché tal disegno riuscì vano primieramente per disposizione benefica degV Iddìi da quali ripeto quanto io fo mai di buono e di bello, e poi per t avvedimento mio che non poco valse a scoraggir t inimico ed accendere i nostri, essendo stato mio stratagemma il dire che gli Albani ^ ordine' mio preoccupavano il monte per cingere t inimico ; poiché t affare si terminò coll utile nostro ; noi non sarenpmo, quali essere ci conviene, se non punissimo i traditori ; quelli io dico i quali, doveano se non per altro, almeno pe' ligami di parentado serbare gli accordi ed i giuramenti, fattici di recente, e li quali non temendo gl Jddii che fecero testimonj de’ loro trattati, non riverendo la giustizia stessa, non la riprovazione degli uomini, non calcolando la grandezza del pericolo se il tradimento sconciavasi, tentarono in miseranda maniera di perdere noi progenie, noi benefattori loro, essi nostri fondatori, e congiurali con gt implacabili nostri nemici. Dicendo lui queste cose prorompeano gli Albani in gemiti, e preghiere d’ogni modo. ÀHermavail popolo non aver lui saputo niente dei disegni di Mezio : simulavano' i capitani non aver conosciuta la mao chinazione, se non che nel darsi della battaglia, quando più non era in poter loro d’ impedire, o non fare i comandi. Riferivano altri il lor fatto alla insuperabile necessità di congiunzione e di parentado ; quando il re, fatto silenzio disse: niente,. Albani, niente ignoro, di quanto allegate per iscusannivi. E penso che il più di voi noi sapesse quel tradimento, perchè dove molti sono i consapevoli, non si tacciono, neppur brevissimo tempo le cose : penso che de’ tribuni e de’ centurioni la parte minore fosse la complice ; ma che la più grande non era che aggirata, e ridotta a passi non volontari. Che se niente di ciò fosse vero ; se voi tutti Albani, quanti qui siete, e quanti si rimasero in Alba, vi aveste in cuore di danneggiarci, nè già da ora, ma da tempo antichissimo ; pur s avrebbe il liomano nella sua parentela una ben forte cagione a pazientarne le ingiurie. Perchè però non più vi aduniate a consulte ingiuriose contro noi, non più violentati, non più sedotti vi troviate da’ capi della vostra città ; ito abbiamo pure sebbene unico, questo rimedio : vale a dire che divenendo tutti cittadini di una città riguardiamo questa sola per patria, e partecipiamo ciascuno ai beni e mali di tei, coma essa ne incorre. Finché saranno come ora discordi i pareri, finché disputeremo su la preminenza; non sorgerà mai stabile pace fra noi ; principalmente se gli uni i primi siano per insidiare gli altri con vista di dominare vincendo, o di essere come parenti impuniti se perdono. Imperocché quelli die sono assalili tenteranno riscuotersi coll estremo de' mali, nè fuggiranno modo alcuno onde nuocere gli tdtri quali nemici, come ora addivenne. Pertanto sappiate: avendo io nella scorsa notte adunalo il SeruUo, i Romani per bocca sua emanavano, ed io firmava il decreto che la vostra città fosse disfalla, nè si permettesse che vi restasse in piedi edifizio niuno privato nè pubblico alf infuori de' templi : che quelli che vi abitano ritenendo ogni bene, non ispogUali di schiavi, non di bestiami, non di oro pongano da ora innanzi la sede in Roma: che gli Albani poi, che non hanno campo alcuno se lo abbiano, purché non sia de' poderi sacri co’ quali si procacciano i sagrifizj : che io provveda i luoghi della città dove le abitazioni si fondino degli emigrati, e supplisca a chiunque di voi più ne ahbisogna, i mezzi onde tompierle : che tutta la vostra moltitudine prenda la forma del nostro po.polo ; comportasi in, curie e tribù; abbia parte nel Senato e nelle magistrature più insigni, e si ascrivano alle famiglie patrizie le famiglie de'Giulj, de' Servi Ij, de Geranj, de Metelj, de’ Corazj, de’ Quintìlj , e de’ Cluvilj ; che finalmente Alezio e quanti deliberarono con esso il tradimento, se ne abbiano le pene, e noi le stabiliremo queste, giudici sedendo di ogni causa ; mentre a ninno dee negarsi giustizia e difesa. XXXI. Intanto che Tulio cosi diceva i poveri tra gli Albani gradendo di essere fatti abitatori di Roma, e di parteciparne le campagne, lo acclamavano a gran voce. All’ opposito i più cospicui per grado o più agiati per sorte si affliggeano che avessero ad abbandonare la propria città, e le case paterne, e vivere per 1’ avvenire in terra altrui; nè più sapean che dire in tanto orribile necessità. Poiché Tulio ebbe investigato i pareri della moltitudine, impose a Mezio, che allegasse, volendo, le sue giustiBcazioni r e costui non sapendo che replicare alle accuse ed alle testimonianze t disse che il Senato di Alba avealo segretamente incaricato di far ciò quando usci per guerreggiare; e pregava gli Albani ai quali avea tentato di racquistare il comando, che lo soccorressero, nè guardassero con indifferenza la patria che rovinava, e tanti cittadini degnissimi che erano strascinati al supplizio. E già nasceane tumulto nella moltitudine, e volavano alcuni ad afferrare le armi ; quando i Romani che circondavano l’adunanza sguainarouo, datone il segno, le spade : ed essendone tutti aiierriti ; sorse Tulio un'altra volta e disse: Albani, non qui vi è dato d' insorgere, nè di trawiarvi: giac‘  Lrsino, e Patino de Famil. Romanor. leggono Quinzf.  ’ ^6'J cJtè tulli, se ariìiste commovervi, sareste trucidali da questi : ( E cosi dicendo additava le spade de’ suoi ). Prendete ciocché vi si dona, diventale fin da oggi Romani. È per voi necessità, domicitiaivi in Roma, o non avere più patria sulla terra. Marco Orazio andò sulC ordine mio fin dalC aurora per abbattere la vostra città dai fondamenti, e condurne in Roma gli abitanti. Ora sapendo che ornai questo è fatto, non vogliate correre alla morte; ubbidite. Metio Fuffezio, quesf occulto nostro insidiatore, che nemmen ora teme d’ invitare alle armi i turbolenti e li sediziosi'; questo ne darà le pene, degne del perfido cuore e scellerato. Sbigottì ciò udeudo la parie irritata degli adunali, come vinta da insuperabile necessità. Fremea Fufiezio per l’ opposi to, e vociferava, ma solo, e reclamava r alleanza, egli che era accusato di averla tradita, nè perdea la baldanza, anche in mezzo de’ mali ; quando i littoii per comando di Tulio afferrandolo gli squarciano in dosso le vesti e lo caricano di battiture. Poi quando parve che ornai quel supplizio bastasse ^ avvicinando due carri, legarono con lunghe redini le braccia di lui nell’ uno di questi, e li piedi nell’ altro. Allora spingendo gli aurighi quinci e quindi i due carri ; egli strascinato e tirato in parti contrarie, fu subitamente ridotto in brani. Tale fu il termine miserando e vergognoso di Mezio. Infine io stesso re mise un tribunale per gli amici e complici di lui nel tradimendo ; punendoli, come li scopriva rei, colla morte >, a norma delle leggi su’ disertori e su’ traditori. Intanto che si laccano tali cose, Marco Orazio spedilo innanzi con scelta milizia a distruggere Alba compiè’ ben tosto la marcia, e se ne impadroni ; trovandovi le porte non chiuse, nè difese le mura. Poi convocando la moltitudine le palesò quanto era accaduto nella battaglia, e quanto il Senato di Roma ne decretava. Contrariavano quelli, e dimandavano tempo almeno per ispedire degli ambasciadori. Ma costui senza indugio spianò case, muri ; e tutti in somma i privati e pubblici ediGzj ; scortandone con assai diligenza a Roma gli abitatori, che menavano e portavano ogni loro bene con sé. Tulio ritornato dal campo gli comparti ira le curie e tribù romane, li coadjuvò per fabbricare ne’ luoghi, che sceglievano in Roma, le case : dispensò porzione sufGciente de’ terreni del pubblico fra i loro meroenarj, e sen cattivò con altre amorevolezze la moltitudine. Ma la città di Alba già fondata da Ascanio nato da Enea figlio di Anchise, e da Creusa figlia di Priamo, quella che per quattrocento ottanlasette anni dalla sua fondazione era tanto cresciuta di popolo, di ricchezze, di ogni ben essere, quella che aveva propagato trenta colonie in trenta città del Lazio e che era sempre stata la capitale della nazione, quella alfine vittima ^i) dell’ ultima delle sue colonie giace squallida ancora e desolata. Prese requie nell’ inverno il re Tulio ; ma nel sorgere della primavera cavò nuovamente l’ esercito contro Fidene. Non era venuto a’ Fidenati, nè lo pretendeano, pubblico soccorso ninno dalle città confederate : solamente da più luoghi erano venuti de’ mer Anni di Roma 88 secoodo Catone; 90 secondo Varane, e G 6 f aTanli Cristo] cenar} ; e contando su questi osarono un’ altra volta esporsi in campo. Schierativisi, uccisero molti de’ nemici; ma poi furono rispinti di nuovo tra le mura. Come però Tulio cingendo la città di argini e fosse la ridusse alle ultime angustie ; vinti dalla necessità, si renderono a discrezione. Divenuto costui padrone della città vi uccise nemmeno gli autori della ribellione. Lasciò gli altri a sé stessi ; concedendo ebe godessero i lor beni : e restituendo ad essi la forma che aveano di reggenza, congedò 1’ armata. Restituitosi a Roma onorò gl’ Iddii con la pompa trionfale e co’ sagrilìzj promessi, e fu questa la seconda volta che trionfò. Si eccitò dopo questa a’ Romani la guerra de’ Sabini ; e tale ne fu la cagione. Onorasi da’ Latini e Sabini in comune il tempio, sacrosanto più che ogni altro, della Dea nominata Feronia, che taluni con greca interpetrazione chiamano la portatrice de’ fiori ^ 0 r amica dei serti, o Proserpina. Essendosene annunziate le feste, erano dalle eittà d’ intorno venuti molti per supplicare, e sagrificare alla Dea, e molti, mercadanti, artefici, agricoltori per guadagnare nel concorso ; ivi tenendosi fiera famosissima più che in altri luoghi d’ Italia. Recavansi per avventura a questa luogo alquanti non ignobili tra’ Romani, quando alcuni Sabini concertatisi, li circondarono e derubarono. E 1 quantunque si spedissero de’ messaggeri, non voleano su questo i Sabini rendere la giustizia : ma riteneansi 1 danari e le persone degli arrestali ; imperocché dolevansi anch’ essi de’ Romani che avessero dato ricetto ai fuggitivi de’ Sabini, costituendo il sacro asilo, come si dicliiarò nel primo libro. InSammanciosi da tali queri> monie alla guerra uscirono con moltissime schiere in campo aperto. Fecesi ordinata battaglia, e pari splendeavi il coraggio de’ combattenti ; tanto che separatine dalla notte lasciarono la vittoria indecisa. Ke’ giórni ap]>res$o considerando ambedue la mohitudiue degli estinti c de' feriti, ricusarono ogni altro cimento ; ed abbandonando gli accampamenti, si ritirarono. Ma tenutisi iu cylma per quell’ anno uscirousi di nuovo a fronte con. forze più formidabili. Si appiccò la zuffa presso di Erelo lontana centoquaranta sladj da Roma, c molti vi soccombeano da ambe le parli. E pendendo questa zuffa ancora lungo tempo sospesa, Tulio elevò le mani al cielo, votandosi che se vinceva in quel giorno i Sabini istituirebbe delle feste a Saturno ed a Rea con pubblica s])esa. Celebrano ogni anno i Romani tali feste dopo che barino riportato tutti i frutti della terra. Egli facea voto insieme che raddoppierebbe il numero de’ Salj. Derivano questi da nobile prosapia,, e ne’ debiti tempi si cingono di arme, e saltano accordando al suono delle tibie i salti, e cantando patrie canzoni, come ho spiegalo nel bbro primo. A quel volo si mise tanto ar dorè ne’ Romani che questi pressando, come freschi soldati, gli stanchi, ne ruppero le schiere in sul mancare del giorno, e ridussero gli stessi capitani a dar principio alla fuga. E seguendo essi li fuggitivi ai propri irincieramcnli, ne raggiunsero la maggior parte vicino alle fosse. Tuttavia nemmeno dopo ciò retrocederono : ma rimanendosi ivi nella notte imminente, e respingendo i uciuici che pugnavano da entro il vallo,. 271 invasero alRne gli accampamenti. Trasportaronsi dopo ciò quanta preda voleano dalle campagne sabine : e siccome niuno più presenlavasi a combatterli, si ricon> dussero in casa. Fece il re per questa battaglia il terzo trionfo. Quindi per le molle ambascerie de’ nemici depose le armi, avendone da essi li suoi disertori, e li soldati suoi caduti prigionieri ne’ pascoli; ed esigendone la multa decretata contro loro dal Senato di Roma il quale avea calcolato in argento r danni ricevuti da’ nemici negli armenti, nelle bestie da giogo, e nelle altre cose tolte ai coltivatori dei cttmpi di lei. Fransi cosi scioiii dalla guerra i Sabini : e scrittine su colonnette i trattali, gli aveauo collocati nei tempj. Ma suscitatasi per le cagioni che tra poco diremo, la guerra di Roma con le città latine, congiurate fra loro, guerra che non parea da essere ultimata nè con prestezza nè con facilità ; li Sabini afferrarono di Lenissima voglia tale occasione, e dimenticarono quasi non fatti, i giuramenti e i trattati. E reputando esser questo il buon punto da rivendicare anche il multiplo del danaro sborsato a’ Romani ; uscirono su le prime, in pochi, ed occulti a predarne le campagne vicine. E succedendo in principio il disegno secondo il desiderio, perchè non accorreva milizia ninna in difesa de’ coltivatori ; si adunarono in gran numero e palesemente : e spregiato l’ inimico macchinarono di recarsi fino su Roma. Adunque congregarono le soldatesche da ogni loro città, brigando di congiungersi co’Laiini. Ma non venne lor fallo di ottenere nè amicizia uè lega ninna con quella gente. Imperocché Tulio veduti i loro peusieri, fe tregua colle città latine, e deliberò di volgere le annate contro di essi. Egli aveva in arme il doppio di allora, quando mosse alla presa di Alba, ed aveà rac colto il più che potea di sussidj dagli alleati. Già 1’ esorcito de’ Sabini crasi concentrato. Quindi avvicinatisientrambi alla selva della dei malfaUori  si accam-t parono a picciola distanza fra loro. Nei giorno appresso investendosi, combatterono, ma con dubbia sorte gran tempo ; finché violentati al far della sera i Saliini dalla ’ cavalleria romana piegarono ; e molta ne fu nella ' fuga ' la uccisione; spogliarono i vincitori i cadaveri de’ iie-> mici ; invasero quanto ci avea di danaro negli alloggiamenti ; e conducendosi dalle campagne il fiore delie prede, tornaronsi a casa. Tal fine ebbe pe' Romani la guerra Sabina nel regno di Tulio. Erano le città Latine divenute allora per la prima volta discordi da Roma, perchè essendo distnitta Alba, ricusavano fidare il comando di sé stesse ai Romani che ne erano i distruttori. Tulio, volgendo l’anno quindicesimo dalla caduta di Alba avea spedito ambaseladori alle città filiali, o suddite di questa le quali eran trenta, per chiedere che ubbidissero ai Romani, padroni di ogni cosa degli Albani, e con ciò dell’ imperio ancora su’ Latini. DIcea che due sono i titoli pe’ quali gli uomini diventano gli arbitri di altrui : la libera dedizione e la necessaria : e che i Romani se gli aveano ' tutti due per dominare le città già ligie degli Albani : [tercliè i primi avevano vinto i secondi dichiaratisi loro  Livio la chiama tj-lva malUiom.. 2; 3 nemici, e fra le arme, ed aveano poscia accomunato Roma ad essi che aveano perduto la patria. Ora da ciò seguitava che gli Albani o vinti o volontarj cedeano ai Romani l’imperio de’sndditi loro. Non risposero le città Latine una per una agli oratori : ma congregatesi pei deputati a Ferentino decisero co’ voti loro d^ non sottomettersi a’ Romani ; e crearono immantinente due capitani arbitri della guerra e della pace, 1’ uno Anco Publicio della città di Cori, e 1’ altro Spurio Vecilio di Lavinia. Si fece per queste cagioni guerra tra Romani e tra’ popoli di una gente medesima : continuò cinque anni ma quasi civilmente secondo 1’ antica temperanza. Imperocché venendo le intere milizie degli uni a battaglia ordinata con le intere milizie degli altri, mai non si fece gran danno, nè piena occisione ; nè mai ninna loro città vinta in guerra, soggiacque alla distruzione, alla schiavitù, o ad altre insanabili disavventure. Ma gettandoti gli uni ne’ territori degli altri ne’ tempi della raccolta pascolavano e predavano e ritiravansi in casa, e cambiavansi lì prigionieri. Tulio solamente cinse di assedio Medullia città latina, divenuta come fu detto nel libro antecedente fin da’ tempi di Romolo colonia dei Romani, ed ora congiuratasi co’ suoi nazionali, e con ciò la ridusse a non più tentare innovamenti. Non oocorse a ninna delle due parti alcun altro de’ mali consueti nella guerra perché le guerre de’ Romani di quei giorni eran subite, e per la subitezza non iochiudevano tanto rancore. Cosi adoperava nel suo principato Tulio Osiiiio, r uuo de’ pochi uomini degni di lode per l’ar> dire felice tra le arme, e per la saviezza ne’ pericoli ; c più che per tali due cause, per ciò che egli non era precipitoso a far gueire, ma postovi si, non mirava che a silperare in tutto i nemici. Dopo uu regno di trenta due anni mori per l’ incendio della sua casa, e con lui pur morirono nel fuoco medesimo la moglie, i figli, i domestici. Vi è chi dice che la casa di lui fu messa in fiamme dai fulmine ; essendoglisi irritato il Nume per alcuna sua non curanza di sante cose, perchè si erano sotto lui tralasciati dei sagrifizj della patria, introducendovisi in parte gli altrui. Ma i più raccontano che fu quel disastro per insidia degli uomini ; ascrivendolo a Marzio, re, successore di lui : perocché Marzio sde guavasi, dicono, che egli nato di regio lignaggio dalia figlia di Numa Pompilio vivesse tra’ privati : e vedendo già grande la prole di Tulio, altamente ne sospettas’a, che' se costui periva, passasse il regno a’ figli di lui. Fra tali concetti insidiava da gran tempo la regia vita. £d essendogli molti Romani, fautori per dargli lo scettro, e Tulio essendogli amico, ed era creduto fidissimo; spiava la occasione di sorprenderlo. Era Tulio per fare in sua casa un sagrilizio al quale non volea presenti che i suoi più congiunti; ma divenuto per avventura quei giorno ferale per tenebre, per pioggia, per nembi, le guardie aveano lasciato deserti gii atrj della reggia. Parendo questo il buon punto s’introdusse Marzio e i compagni co’ brandi sotto degli abiti : uccisero il monarca, i figli e quanti vi erano : vi appiccarono il fuoco in più bande e poi divulgarono la novella del fuoco. Ma io non ricevo la novella, perocché, nè vera la credo, nè verìsimile : e piuttosto m’ appìglio 'alla prima opinione, e penso che quest’ uomo per ira degli Iddìi corresse tal sorte. Imperocché non è facile che la congiura, operandola molti, si resusse occulta : nè il capo di essa era sicuro che egli sarebbe proclamato monarca da’ Romani dopo la morte di Tulio Ostilio: e quando fosse tutto stato sicuro per lui dal canto degli omini, non potessi confidare che somiglierebbero i divini agli umani pensieri. Bisognava dopo il voto delle tribù che propizj gli augurj comprovassero il regno per lui. Qual genio o qual Nume avrebbe mai sopportato ebe un uomo cosi lordo di delitti e di sangue si acco> stasse agli altari suoi per compiervi de’sagrifizj, o altre pie cerimonie ? Per tali cagioni io riferisco quell’ evento agl’ Iddìi, non alle trame degli uomini. Tuttavia ne giudichi ognuno come più vuole. Dopo la morte di Tulio Ostilio fu creato secondo i patrj costumi l’ interré dal Senato ; e l’ interré dichiarò sovrano della città Marzio, che Anco denominavasi. E Marzio, dopo confermati i decreti del Senato dal popolo, dopo renduti agli Iddii quanto a loro si conveniva, e compiuta a norma delle leggi ogni cosa, assunse il comando nell’ anno secondo della ohm\ piade 35. nella quale vinse Sfero spartano, nel tempo che Damasìa esercitava in Atene l’annuo magistrato. Ora osservando questo re la trascuraggìne delle pratiche religiose istituite da Noma, avolo suo materno, esserti ) Catone Varroae Ruma] vando die il più de’ Romani erano divenuti guèrrieri è dediti a vili guadagni, nè più si volgeano come prima ai lavori della terra; chiamati tutti a parlaménto, esortò che ripigliassero il culto degl’ Iddii come a’ tempi di Numa ; dimostrando che per tali negligenze delle sante cose erano venuti in città morbi e pestilenze ed alu'i Hagelli che ne aveano desolata parte non picciola : e che lo stesso re Tulio perchè non vegliavane quanto doveva alla custodia, travagliato per molti anni da tutti i generi de’ mali, nè più essendo padrone della stia mente, ma decadutagli questa come il corpo, incone in catastrofi miserande egli nemmeno che la sua stirpe." E lodando a’ Romani la pubblica forma indotta da Numa come egregia e savia, e generatrice di abbondanza quotidiana per giustissime cause ; raccomandò che la ravvivassero e volgessero l’ opera loro, a coltivare le terre, ad allevare i bestiami, e ad altri lavori, liberi dalle ingiustizie della violenza e della rapina, e spregiassero in fine le utilità che nascono dalla guerra. Con questi e simili detti risvegliava iu tutti il dolce trasporto per la calma, aliena dalle armi, e per la industria sapiente. Convocando poi li pontefici, e prendendone le leggi delineate da Numa intorno le cose divine, le scrisse ed esposele in su tavolette nel Foro a chiunque volesse vederle. Ora quelle tavolette vennero meno: perocché non usavano ancora le colonne di metallo ; ma scriveansi in tavole di querce le leggi del fero e de’ templi. Dopo la cacciala dei re furono Hprodolte in pubblico dal pontefice Cajo Papirio, il quale avea la cura suprema delle cose divine. Rendendo il suo splendore ai ministeri negletti de’ sacerdoti, e rendendo ai lavori suoi la turba oziosa ; encomiò gli utili agricoltori, e ne biasimò gl’improvidi, come cittadini non veri. Lusingavasi al favore di tali istituzioni di vivere sempre libero da guerre e disastri come 1’ avo materno : tuttavia non ebbe pari ai desiderj la sorte ; ma in onta del cuor suo fu necessitato alle arme, e ravvolto in tutta la vita fra turbolenze e pericoli. Im> perocché nel primo ascendere al comando appena diede calma allo stato, i Latini ve Io dispregiarono : e pensandolo per codardia non idoneo alla guetra; tutti mandarono entro i confini di lui bande di rubatori, che ' assai danneggiarono molti Romani. E spedendo il sovrano degli arobasciadori a chiedere compensagioni pei Romani secondo i trattati, finsero ignorare in lutto quei latrocini, non die fossero con pubblica autorità concertati. Diceano pertanto non dovere di cosa alcuna risponderne a’Romani; tanto più che i trattati erano con Tulio e non co’ presenti; e Tulio mancato, erano periti con esso gli accordi. Necessitato da tali pretesti e cavillazioni de’ Latini Marzio portò conti'O loro l’ esercito. Postosi all’ assedio della città di Politorio, la prese a condizioni prima che i soccorsi le giugnessero de’ Latini. Non infierì già cogli abitanti, ma portossegli tutti a Roma co’ beni che avean seco, aggregandogli alle tribù. Ma siccome i Latini mandarono nell’ anno seguente nuovi abitanti a Politorio, e ne coltivavano i campi, così Marzio pigliando I’ eserdto lo ricondusse contro di loro. Uscirono dalle mura i Latini e combatterono; ma egli li vinse, e prese la città per la seconda volta. E peixìhè più non fosse un richiamo de’ nemici. nè più lavorassero i campi di lei, ne abbattè le mura, ne incendiò gli edi6zj, e parli. Recaronsi nell’anno appresso i Latini a Mednllia ov’ erano de’ coloni romani, e dandole d’ ogn’iniomo l’assalto la espugnarono. Maiv 'zio andato di quel tempo contro la città di Tillene e divenuto vincitore in campo, c poi su le mura, la sottomise. Non tolse a’ prigionieri nulla di quanto aveano: ma li trasse in Roma ove. diè loro de’ luoghi perchè vi edi6cassero le abitazioni. Soggiacque Medullia per tre anni ai Latini, ma nel quarto la riconquistò con molle e grandi battaglie. Espugnò dopo non molto Fidene, città presa tre anni addietro per condizioni ; e ne 4rasferl tutto il popolo a Roma ; e non danneggiando la città più oltre, parve che si diportasse anzi con man sneludine che con' prudenza. Imperocché li Latini vi supplirono nuovi abitanti; e sen tennero e sen goderono il tet^ritorio ; tanto che fu Marzio costretto di accorrervi per la seconda volta; e divenutone per la seconda volta padrone a grande fatica ; ne abbandonò le case alle fiamme, e ne devastò le mura. XL. Occorsero dopo ciò due battaglie tra’ Latini e Romani. Durò la prima lungo tempo : e gli uni sembrandovi eguali agli altri, si distaccarono, e ritiraronsi a’ proprj alloggiamenti. Nella seconda i Romani vinsero i Latini e gl’ incalzarono fino alle trinciere. Dopo ciò più non vi ebbe fra loro battaglia ordinata : ma continue furono le scorrerie degli uni su le terre vicine degli  Vi i ehi legga Ficolara per Fidrue. E verameaie più sotto si parla della ribtIlioBe di Fideue.. 279 altri ; > econtinua le scaramucce tra cavalieri e fanti che volteggiavano; ma per lo più colla meglio de’ Romani i quali teneano in campo aperto appiè di castelli opportuni un armata sotto gli ordini di Tarquinio Toscano. Ribellaronsi intanto que’ di Fidene da’ Romani, nè già' dichiarando guerra manifesta ; ma danneggiandone a poco a poco con occulte incursioni le campagne. Marzio' però presentandosi loro con esercito ben fornito innanzi che si apparecchiassero alla guerra si accampò d’appresso alia città. Fingeano i magistrati non supere per quali affronti i Romani fossero venuti contro di loro : e di-chiarando il re che veniva per aver soddisfazione dei latrocinj e danni fatti da essi nella sua terra ; si escusarono che niente era stato con pubblica autorità, e chiesero tempo per esaminare e discernere i complici delle ingiustizie. Procrastinavano intanto, non adempievano gli obblighi loro, adunando in segreto de’ sussidj, e travagliando all’ apparecchio delle arme. Marzio conosciutine i disegni scavò de' cunicoli dal suo campo fino alla città : e compiutone il lavoro suscitò le schiere, conducendole con molte scale e mac^ chine e stromenti proprj per gli assalti, alle mura, non' però dove riuscivano sotto queste le vie sotterranee, ma in tutt’ altra parte. Accorsi in folla i Fidenati dove erar assalto, bravamente lo rispingevano, quando ì Romani incaricatine, dato 1’ ultimo traforo ai cunicoli, sboccarono dentro la città; e trucidando chiunque capitava, spalancarono le porte agli assalitori. Soccomberono nella presa della città molti de’ Fidenati; Marzio impose agli altri che cedessero le armi : poi fattili per la voce dei banditori congregare in luogo certo, ne battè con Terghe e ne uccise alcuni pochi, autori della ribellione ; e concedè che i soldati saccheggiassero le case di tatti. ÀlSne lasciato quivi un presidio marciò coll’ esercito contro de’ Sabini. Nemmeno questi eransi tenuti ai patti conchiusi con Tulio ; ma gettandosi nelle terre de' Romani ne aveano devastato le più vicine. Marzio, cono sciato dagli esploratori e dai disertori il tempo acconcio ad investirli, andò con i suoi iànti, e mentre i Sabini spargeansi a predar le campagne prese di assalto le loro trincierò, fornite di pochi difensori ; ordinando intanto che Tarquiuio piombasse con la cavalleria su i nemici che divisi rubavano. Al vedere la cavalleria romana verso loro lasciarono i Sabini la preda e quanto seco portavano o conducevano di proficuo, e fuggirono agli alloggiamenti. Ma non sì tosto mirarono questi hr potere de’ fanti ; dubitarono dove rivolgersi, finché si sparsero per le selve e per le montagne. Perseguitati pelò da soldati leggeri e da' cavalieri, ne scamparono pochi, soccombendone la parte più numerosa. Spedirono dopo ciò nuovi ambasciadori a Roma ed ottennero l’amicizia che voleano. Imperocché la guerra, permanente ancora, co’ Latini rendea necessaria la tregua o la pace con gli altri nemici. Xl.II. Intorno al quarto anno dopo questa guerra Marzio il re de’ Romani andò colle sue milizie e col più che potè delle ausiliarie contro de’ Vejenti, e devastò gran parte della loro campagna; imperocché questi si erano i primi gettati nell’ anno precedente sul territorio romano; e molto vi saccheggiarono, e vi uccisero. Ben uscirono  sperità, grandi oltre il dire, su le prime si diedero in pochi a scorrerne e derubarne le campagne : poi lusingati dal guadagno misero palesemente in piede un esercito ; e le desolarono. Ma non riuscì loro di portarsi via que’ guadagni, nè di partire impuniti. Imperocché venuto provvidamente il re de’ Romani, e posto il stio presso al campo de’nemici, gli astrinse a fare giornata. Sorse dunque battaglia terribile, e molti perirono da ambe le parti : nondimeno per la sperienza, e per la tolleranza de’ travagli, antica fra loro, prevalsero finale mente di gran lunga i Romani, e fecero ampia uccisione, seguitando immantinente i Sabini che disordinati e disgiunti riparavansi agli alloggiamenti. Poscia invadendo pur questi pieni di ogni ricchezza, e ricuperando i prigionieri usurpati da’ Sabini quando predavano ; sen tornarono in patria. Tali si dicono le gesta guerriere di questo re, credute degne di ricordanza, e di stima da’ Romani : sono poi le politiche, quelle che mi accingo a narrare. Primieramente aggiunse alla città non piccìola parte rinchiudendo fra le mura 1’ Aventino. E questo un colle alto leggermente, con perimetro di circa stadj diciotto : r occupavano allora piante di ogni genere e più che tutto lauri bellissimi, dond’ è che una parte di esso chiamasi laureto da’ Romani : ora è tutto ingombrato di case, e tra’ molti edi6zj, il tempio sorgevi di Diana. Dividevalo valle angusta e profonda dal colle della città ^ chiamato Palatino, dove fu Roma nel na cer suo collocata : ma ne’ tempi appresso l’ intervallo tra due colli fu riempiuto di terra : ora vedendo che un tal colle sarebbe un luogo forte per un armata nemica se nini si avvicinasse, lo circondò di mura e fossi, e inisevi ad abitare le genti trasportate da Telline, da Poiilorio, e da altre città soggiogate. Celebrasi tale istituzione del re come utile e bella, perchè Roma ne divenne più ampia, e meno espugnabile per quanti nemici mai le soprastassero. Migliore del regolamento anzidetto è 1’ altro che la rendè più felice nel vivere, e la mise ad imprese più generose. Imperocché scendendo il fiume Tevere dai monti Appennini, passando appiè di Roma, e scaricandosi attraverso de’ lidi del mare Tirreno, dirotti e senza porti, rende alla città picciolo bene, e certo non memorabile, perchè dove si scarica non evvi un emporio il quale riceva e cambj a’ mercadanti le merci portatevi dal mare, e giù colla corrente stessa del fiume. Altronde essendo il Tevere navigabile fin dalle origini con barche fluviali mezzane, e dal mare fino a Roma co’ legni grossi da trasporto ; egli deliberò di fare ivi un luogo da ricever le navi, servendosi della imboccatura come di porto ; tanto più che ivi il fiume si spande amplissimo, e formavi gran seni appunto come ne’ siti de’ porti migliori. E, ciò che porge più meraviglia, il Tevere non è traversato nella sua foce da cumuli di arene, come altri gran fiumi, nè dilagasi in stagni o paludi, nè consumasi con altre maniere prima che giintga nel mare : ma sempre navigabile si scarica per una sola bocca naturale, separando a forza le acque marine, quantun(]ue ivi spiri un vento occidentaie grande e malagevole. Adunque le navi lunghe per quanto grandi, e quelle da carico, capaci ancora di tre mila misure, si avanzano per la bocca del medesimo e giungono a Roma, sospintevi con remi e funi : ma le navi maggiori fermate colle ancore presso la imboccatura si vuotano su barche fluviali, che succedono ai trasporU. Tra lo spazio cui cingono il mare ed il Gume con forma di cubito, il re fece erigere una città chiamandola Ostia, o come noi diremmo, porta dall’ uso che presta, rendendo con ciò Roma mediterranea e marittima, talché godesse i beni ancora d’ oltremare Inoltre cinse dì muro il Gianicolo che è un colle alto di là dal Tevere, e posevi guarnigione che bastasse per difendere chi navigava in sul Game ; imperocché li Tirreni tenendo lutto il tratto di là dal Gume infestavano e derubavano i mercadanti. E dicesi che egli soprapponesse al Tevere il ponte Sublicìo, il quale dee per legge esser tutto di legno, senza rame nè ferro, ed il quale, perchè sacro lo estimano, conservasi ancora. E se parte alcuna ne pericola, i ponteGci la curano, compiendo insieme patrj sagriGzj mentre riparasi. Operate nel suo principato tali cose degne di storia. Marzio dopo un regno di ventiquattro anni moti, lasciando Roma non poco migliore di quello che avessela ricevuta, e lasciando due Ggli 1’ uno fanciullo ancora, r altro di più anni, e già nubile. Dopo la morte di Marzio, il popolo rimise al Senato la scelta del governo che più bramava ; ed il Senato Gssò di litenerne la forma consueta. Adunque furono gl’ interré dichiarati ; e questi riunirono pe’ coi^ mizj la moltitudine, e scelsero Lucio Tarquiuìo per monarca. E confermando i segni divinf la elezióne della moltitudine ; egli assunse il regno nella olimpiade nella quale Cleonida tebano vinse nello stadio, mentre era arconte in Atene il figliuolo di Enioco. Ora, secondo che io ne trovo negli scritti di que’ luoghi, dirò di quali parenti, e di qual patria fosse questo Tarquinio, per quali cagioni venisse in Roma, e per quali arti giugnesse al comando. Un tale di Corinto, ( Demarato ne era il nome ) della stirpe de’ Bacchiadi, risolutosi di commerciare navigò per la Italia con nave propria e proprie merci. Vendutele nelle città tirrene allora le più prosperose d’ Italia, e fattovi assai guadagno, non volle più rigirarsi per altri porti ; ma tenne continuamente lo stesso mare, portando le greche cose ai Tirreni, e le tirrene ai Greci ; donde ricchissimo né divenne. Nata però sedizione in Corinto, e postasi la tirannide di Cipselo attorno de’ Bacchiadi, egli ricco uomo, e del grado degli ottimati, più non credendo sicuri col tiranno i suoi 'giorni, raccolse quanto potea di sue robe, e fece vela per sempre da Corinto. E perchè stante il commercio continuato egli aveva amici molti Tirreni, anche riguardevoli; specialmente in Tar> quinia, città, grande allora e felice, quivi si domiciliò,' prendendovi una nobile donna per moglie. Da questa nacquero a lui due figli, chiamandone con tirreni nomi Aronle 1’ uno, e 1’ alu'O Lucumone. Diè loro greca é  Anni di Roma l3S secondo Catone, i^o secondo Varrone, e 6i4 acanti Cristo] tirreoa istituzione, e adulti fatti, li cougìaute per matrimonio colle più insigni famiglie. Mori non molto dopo il primogenito suo, non avendosi ancora di lui prole distinta. Da indi a pochi giorni si mori per l’ ambascia Demaralo ancb’ esso destinando erede di ogni sua cosa Lucumone il Aglio superstite. Investito questi de’ beni paterni, che erano assai grandi, desiderò di essere nom pubblico, di maneggiare il comune, e Ggurare co’ primi della città. Ma respinto in ogni parte da’ paesani, e non aggregato non dico a’ primarj ma nemmen co’ mediocri, mai sopportò quel dispregio. E sentendo come Roma accogliea con beneplacito i forestieri, e facevali cittadini, e gli onorava secondo i lor gradi ; risolvette di trasferirvisi. E raccolte per ogni modo le cose sue menò seco moglie, amici, e domestici quanti ne vollero ; e molti vollero con lui trasmigrarsi. Giunto al colle chiamato Gìanicolo, che è quello donde Roma presentasi in prima a chi .vien di Toscana, un aquila calatasi di repente, gli ghermisce il pileo che tieu sul capo, e sollevatasi, roteandosi a volo, si occolu al Aae nell’ allo delK aere : poi d’ improvviso rimise in capo a Lucumone il suo pileo come eravi quando sei portava. Riuscì tal segno inaspettato e meraviglioso a tutti: e Tanaqaila (che tale ne era il nome) la' moglie di Lucumone, sperimentata assai nell’ arte patema degli auguri > menatolo in disparte. lo abbracciò colmandolo di belle speranze, come se dalla condizione de’ privati a quella gingnerebbe dei re. Desse dunque  Latoiò la moglie graeiJa : e da essa aacrjua poscia Arunlc dopo la morie di Demaralo]. opera, moitranJosene degno, di ricererc il comando dai Romani spontaneamente. Lieto Lucumone de’ successi, ornai presso alle porte, supplicò gl’ Iddi! che verificassero gli augurj ; supplicò che gli dessero un ingresso felice, e si mise dentro la città. Quindi venuto a colloquio con Marzio il regnante indicò primieramente chi egli fosse, poi co> ni’ egli era deliberato domiciliarsi in Roma ; che avea perciò portate seco le paterne sostanze, delle quali pos sedendone piucché un privato, esibivale fin d’ allora in servigio de' Romani e del re. Lo accoke questi di buon grado, ascrivendo lui co’ Tirreni compagni in una curia e tribò. Cosi fabbricò Lucumone in città la sua casa, avutone in sorte il sito che bastasse, e ricevutane pure' una parte di campagna. Ciò fatto, e divenuto del nu-> mero de’ cittadini, osservando come ogni Romano ha un nome comune, ed inoltre uno patronimico e gentilizio, e volendo in ciò conformarsi, assunse, per suo nome comune quello di Lucio in luogo di Lucumone, e pel gentilizio quello di Tarquinio dalla città dove ebbe i natali e la educazione. In breve divenne 1’ amico del sovrano, donandogli ciocché si avvedea che più gli bisognava, e porgendogli danari, quanti ne erano di mestieri per la guerra. Combattitore benissimo a piede e a cavallo contavasi per sapientissimo quante volte bi sognassero opportuni consigli. Nè già col divenire caro al monarca aveasi perduto la benevolenza de’ Romani, ma si vincolò molti de’ patrizj co’ beneficj, e tentò di affezionarsi la plebe col chiamarla, e salutarla, e conversarla piacevolmente, e col porgerle danari ed altre significazioni di amore. Tale era Tarqulnio, e per tali cagioni vivendo Marzio divenne il più cospicuo de’ Romani ; e morendo questo fu da tutti proclamato degno del trono. Salitovi fece guerra in principio con gli Apiolani, popolo non ignobile del Lazio. Imperocché gli Apiolani, come tatti del Lazio, credendosi colla mone di Marzio sciolti dai trattati di concordia devastavano le campagne romane pasturandovi, e saccheggiandovi. Di che volendo Tarquinio farli pentiti usci con grande armata, e disfece quanto era il meglio del territorio di quelli. Ben sopravvenne gran soccorso per gli Apiolani da’ popoli vicini del Lazio : ma egli attaccò due volte battaglia con essi, e vintala due volte, si ristrinse all’ assedio della città, spingendovi a mano a mano delle schiere 6n alle mura. In opposito dovendo quelli della città combattere pochi di numero e senza intermissione contro i molti e freschi, soccomberono alfine. Presa la città di forza, i più degli Apiolani morirono con le arme in pugno : e se taluni le cederono, furono venduti colle altre prede. Furono le donne e i fanciulli condotti schiavi da’ Romani : fu la città lasciata al saccheggio, e dopo il saccheggio alle fiamme. Il re dopo' questo, e dopo rovesciate le mura da’fondamenti ricondusse in casa le milizie; rivolgendole poi contro la città de'Crustumerini: colonia anch’ essa de Latini, la quale erasi ceduta a’Romani nel tempo di Romolo : ma cominciava di nuovo a tenersela co’ Latini, dacché Tarquinio prese il comando. Nè già bisognarono a questo assedj e travagli per umiliarsela. Imperocché li Crustumerini vedendo la moltitudine venuta contro loro, la debolezza propria, e la niuna aita de’ Latini verso di essi, aprirono le porte ; ed uscitine i più anziani e più riveriti consegnarono a lui la citld, supplicandolo che usa^e moderazione e clemenza. Ben fu l’ evento propizio ai desiderj: perciocché andato quel inotutrca in città non vi uccise ninno, ma banditine per sempre alcuni pociù, amatori della ribellione, concedè che gli altri ritenessero i beni loro, e partecipassero come) prima alla cittadinanza romana. Ma perchè più non si rimovessero, lasciò de’ Romani con essi. LI. Egual sorte incontrarono i Nomentani datisi a pari consigli. Imperocché spedendo bande di ladroni ne’ campi de’ Romani si costituirono aperti loro nemici ; coutidaudu nella confederazione de’Latini. Ma giuguendo Tarquinio su loro, e tardando il soccorso latino, e non b.isiando essi contro tanti nemici, uscirono 'di città coi simboli di pace, e si renderono. Gli abitanti di Collazia 111 archi narono far battaglia co’Romani ed emersero dalle mura di essa : ma superati in tutti gli attacchi e molto danneggiatine ; furono costi-etti rifuggirsi tra le mura, e spedirono alle città de’ Latini per chiederne truppe compagne. Ma indugiandosi questi, e presentando i ne terre, ninno resistendovi, e messo il campo dinanzi la città, ne invitava gli abitanti a far pace. Ma ricusando questi, e confidando su le fortibcaziooi dei ricinti, e concependo che -verrebbero per loro schiere confederate d’ogn’ intorno, il re ne circondò con truppe le mura, e le assalì. Resisterono lungo tempo i Cornicolani combattendo virilmente, e coprendo di ferite gli assalitori, ma stanchi pei dalla continuità de’ travagli, e piò stanchi eziandio dalla discordia, perchè non erano più unanimi fra loro volendo altri la resa, ed altri la difesa della città Gno agli estremi ; furono alGne espugnati. Li più generosi di loro perirono fra le arme nella presa della città : gli altri, salvatisi come ignobili, furono venduti schiavi insieme co' fanciulli, e colle donne, la città fu prima abbandonata al saccheggio, e quindi alle Gamme. Dicchè malcontenti i Latini deliberarono con voto comune di uscire io campo contro a’ Romani: e fatto grande apparecchio di forze, si gettarono su le terre più buone di essi, e v’ invasero assai prigionieri, e vi divennero signori di amplissime prede. Volò Tar> quinio contr essi coll’ esercito spedito e pronto : nè po tendo raggiungerli, portò su le terre loro simili calamità. Cosi per le vicendevoli incursioni ne’ campi vicini.. 2()r molle lerano le perdite e gli acquisti di ambedue. Vennesi con tutte le forze a battaglia ordinata presso Fi^ deoc; e molti ne perirono da ambe le parti; ma vincendo inCne i Romani, costrinsero i Latini a lasciare il campo, e fuggirsene tra la notte alle loro città. Dopo quel comlntti mento marciò Tarquinio colle milizie schierate alle città de’ Latini esibendo ad essi la pace. E queste non avendo né riunite le forze' comuni, nè ben confidando su’ proprj apparècchj, accettarono  batteano questi nell’ ala destra ed aveano già fugato gli emuli che eran con essi alle mani, ma l’ inaspettato presentarsi di lui li sorprese e sconvolse. Intanto la fanteria romana riavutasi dalla paura piombò su’ nemici. Allora grande fu la strage de’ Tirreni, e piena la rotta dell’ala destra. Tarquinio dato avviso ai duci della fau> teria di tenergli appresso in buon ordine, e passo passo, spinse di tutta lena i cavalli in su gli alloggiamenti ne mici; e gl’ invase a prìm’ impeto, prevenendo quelli che vi si riparavano dalla fuga. Imperocché quelli che ne erano in guardia non avendo prima saputa la sciagura che invalse su i loro, né potuto distinguere per la rapidità del corso quali cavalli venivano, lasciarono che entrassero. Invasi gli alloggiamenti de’ Latini, quelli che dalla fuga vi accorrevano come ad asilo, vi erano sorpresi ed uccisi da’ cavalieri che lo aveano preoccupato : e se altri si fossero affrettati di là verso il piano s’ imbattevano' colla fanteria romana, e ne perivano : li più di loro spintisi e concnlcatisi a vicenda soccomberono con ignobile e miserabile fino intra i valli, e li fossi. Dond’ è che quanti vi sopravanzavano non avendo via ninna di salvezza erano costretti di rendersi ai vincitori. Tarquinio impadronitosi di persone, e robe in copia vendè le prime, e concedè le seconde in premio ai soldati. LV. F allo ciò si diresse alla città de’ Latini onde prendere combattendo quelle che a lui non si davano : non però vi fu bisogno di assalti : ma si rivolsero tutte alle umiliazioni ed alle preghiere ; e mandando oratori a nome del comune supplicarono che desse fine alla gtierra co’ patti che gli piacevano, e si renderono. 11 re divenutoi cosi l’arbitro delle città fu moderatissimo e mitissimo verso di tutte : perocché non uccise, non bandì, nè multò niuno de’ Latini. Lasciò che godessero -le terre loro, e conservassero le leggi delia patria : ma comandò che rendessero ai Romani i disertori ed i prigionieri senza prezzo ninno: che restituissero ai padroni i servi, quanti presi ne aveano nel fare le prede, agli agricoltori il danaro quanto ne aveano derubato ; e compensassero tutti gli altri danni o guasti, se causati ne aveano nelle scorrerie. Fatto ciò dichiarò che sareb-bero gli amici e li confederati de' Romani se pronti sarebbero in tutto ai loro comandi. A tal fine venne la guerra de’ Romani co’ Latini ; e cosi Tarquinio vinse e trionfò. L’ anno appresso prendendo 1’ esercito, lo conduce contro i Sabini, avvedatisi già molto innanzi dei disegni e de’ preparamenti suoi contro di loro. Non aspettarono questi che la guerra passasse in sul proprio territorio ; ma premunitisi di forze sufilcienti si avanzarono tutti ad un luogo. Fattasi ne’ confini battaglia fino a sera non vinsero né gli uni uè gli altri, anzi molto ne furono afiaticati. Quindi ne’ giorni appresso nè il duce Sabino nè il re dei Romani cavarono le milizie dagli accampamenti: ma via via trasmutandoli, senza danneggiare le terre, si ricondussero in casa ; ambedue coi disegno di piombare nella primavera con armata più grande 1’ uno nel territorio dell’ altro. Poiché furono ambedue preparali, primi si mossero i Sabini fiancheggiati da sussidio sufficiente di Tirreni, e collocarousi presso Fidene, dove l’ Aniene concorre col Tevere. Fecero questi due campi, l’uno dirimpetto, e come in continuazione dell’altro; avendoci tra tutti due 1’ alveo delle correnti riunite, e sull’ alveo un ponte di legno congegnato di picciole barche, il quale rendea spedito il transito dall’ uno all’ altro campo, anzi rendeali di due uno solo. Tarquinio uditane la irruzione aach’ egli cavò le sue genti, e si trincerò presso 1’ Aniene, alquanto più sopra di loro in una munita collina. Erano venuti ambedue con tutto l’ardore a tal guerra ^ por non vi ebbe ninna battaglia ordinata, non grande nè picciola. Imperocché Tarquinio con iscaltrezza di capitano prevenne ed isconciò tutte le opere de’ Sabini, e ne distrusse l’ uno e l’ altro campo. Lo stratagemma fa questo. Preparate e riempiute piociole barche fluviali di legna aride e di zolfo e di |>cce ul fiame presso al quale esso accampava, e poi colto uii vento propizio, ordinò che nella vigilia mattuliiia si desse fuoco a qnei combustibili e si lasciassero le navi a seconda della Corrente. Queste scorrendo iu breve tempo la distanza intermedia percossero il ponte, e vi comunicarono ' in più luoghi r incendio. Accorsi per ajuto i Sabini a tanta fiamma improvvisa, e datisi a far tutto, quanto giovasse ad estinguerla, ecco intanto gingnere su l’alba Tarquinio coU’eseixito in ordinanza; ed investire l’nno de’ campi, deserto di guardie, andate in gran parte contro del fuoco. Pochi dunque sorsero a resistervi ; talché senza fatica gl’ invase. Mei tempo di tale operazione altre milizie romane sopravvenendo espugnarono anche il campo Sabino posto di là dal fiume: premesse da Tarquinio nella prima vigilia erano su piccioli navigli valicate da sponda a spanda, laddove fattosi di due fiumi uno solo, rimarrebbero invisibili nel passaggio. Appena poi videro il ponte iu fiamme piombarono ( che tale ne era l’ accordo ) in sul campo dei Sabini : ove quanti ne erano o combattendo caddero appiè dei Romani, o gittatisi a nuoto nella 'confluenza de’ fiumi nè resistendone all’ impeto, si affondaron tra’ vortici : peri nou picciola .parte ancora per liberarne il ponte, tra le fiamme. Tarquinio, preso l’uno, e l’altro campo, diede a’ soldati. le robe che vi erano percltè se le compartissero, ma ' condusse in Roma e guardò ’ con molta diligenza li prigionieri ; ben molti in tutto, Sabini e Tirreni. Sentirono a tale sciagura i Sabini la propria debolezza, e mandando gli ambasciadorì concbiusero, 00 ’ Romani una tregua di sei anni. I Tirreni mal sop-, porundo che fossero tante volte vinti, e che Tarquinio jer quante istanze ne facevano, non s rendesse i loro prigionieri, anzi li ritenesse come ostaggi ; decretarono di spingere tulle generalmente le città Tirrene in guerra contro de’ Romani e di non più riguardarla come alleata, se taluna se ne ricusava. Cosi deliberati cavarono in campo le milizie, e tragittato il Tevere si trincierarono presso Fidene. E prima s’ impadronirono di questa con frodoienza, per esservi sedizione tra’ cittadini: poi fatti prigionieri in buon numero, e condottesi via via gran prede dal territorio romano ^ tornarono in patria. Fidene sembrava loro una piazza bonissima d'ar me in tal guerra; e vi lasciarono guernigioue quanta ne bastasse. Ma Tarquinio mettendo per la stagione seguente in arme tutti i Romani, e congregando il più che poteva di alleali marciò sui giugnere della primavera contro i nemici prima che riunitisi dalle varie città venissero su lui come 1’ anno d’ innanzi. Dividendo in due parti tu'.ia 1’ armata, egli stesso ne andò colla milizia romana contro le città de’ Tirreni : e fidate le truppe ausiliarie, per lo più latine, ad Egerio il suo consanguineo, gl’ ingiunse di marciare conU'O Fidene. E queste piene di disprezzo per l’ inimico, accampatesi in luogo non ben sicuro presso delia città ; non fiirono per poco tutte disfatte. Imperocché le guardie di Fideue procuratosi un rinforzo occulto dai Tirreni, e spiatone il tempo opportuno, fecero una sortita ed invasero il campo nemico non bene difeso, e grande fu la strage di qaein che erano usciti per foragghtre. la opposito la milizia romana sotto gli ordini di Tarquinio, manometteva e depredava le terre di Vejo, e traevane molti vantaggi. Ben si riunirono poi grandi snssidj da tutte le cittA de'Tirreni in sostegno di Vejo : ma Tarqnioio diede ad essi battaglia, restandone non dnbbiamente vincitore. Poi scorrendo a bell’ agio il paese nemico lo devastò : Cnalmente lattivi molti prigionieri, e presevi assai cose come in terre felici, essendo ornai per finire la state, si ricondusse in casa. Straziati i Vejenti da quella battaglia non uscivano più di città, ma dentro vi si teneano, mirando intanto sterminarsi le loro campagne : Perocché Tarquinio uscito per la terza volta, privavali per il terzo anno dei prodotti delle loro campagne, desolandole in gran parte : e non avendo poi come più danneggiarli condusse 1’ esercito alla città di Cere, sigilla chiamavasi la città quando i Pelasghi ne erano gli abitanti, ma soggiacendo poscia ai Tirreni fu Cere nominata. Era questa felice e popolata quanto altra mai fra’ Tirreni. Quindi ne uscì valido esercito a combattere per le proprie campagne, e molti vi straziò de’ nemici ; ma perdendovi più ancora de' suoi, rifuggissene alla cittàRimasti i Romani padroni di una terra la quale somministrava tutto in abbondanza vi si trattenero molti giorni ; finché venuto il tempo di ritirarsene menarono con sé quanta preda potevano, e si ridussero in casa. Riuscitegli come desiderava le operazioni su Vejo, Tarquinio ricavò l’esercito contro i nemici di Fidene per cacciameli, con ansia di punire quei che aveano la ci ttà consegnata a’ Tirreni. Vi fu batttaglia tra’Romani Digitized by Google LÌBRO III. 299 tf tra le ihilizie ascile da Fidene, e' poi darò contrasto nell’ assalto delle 'mura. Fu la città pigliata di forza, e tatti li prigionieri Tirreni legati e custoditi. Dei Fidenaii giudicati autori della rivolta quale ne fu battuto pubblieatnente e poi decapitato, e quale bandito per sempre. I Romani lasciativi per abitatori e custodi della città misero a sorte e se ne appropriarono i beui.  LX. Occorse l’ ultima battaglia fra Romani e Tirrani' presso di Ereto nella Sabina. Imperocché lì Tirreni erano venuti attraverso di questa incontro al Romano persuasi dai potenti di que' luoghi che i Sabini militerebbero insieme con essi. E certamente già era spirata la tregua sessennale conchiusa da questi con Tarquinio, e molti ardevano dal desiderio di emendare le antiche disfatte, essendo già cresciuta nelle città gioventù numerosa. Non pelò succedette ciò come ideavano : perchè ben tosto si presentò l’esercito Romano, nè potè farsi che ab cuna delle città mandasse un soccorso ai Tirreni ; e solo vi si congiunsero alquanti volontari, e pochi reclutali a gran soldo. Fu questa guerra la più grande di quante ne sorsero infra loro ; ed i Romani ne crebbero meravigliosamente, riportandovi una segnalata vittoria, ed il Senato ed il popolo decretarono a Tarquinio il trionfo, lu opposito lo spirito ue decadde ne’ Tirreni ; perchè avendo spedito da ogni loro città tutte le milizie, non riebbero salvi, se non pochi di tanti; gii altri o perirono tra la battaglia, o fuggiti in luoghi non idonei per Io scampo, si arresero. Colpiti da tanta sciagura i primarj delle città la fecero da savj ; perchè prendendo Tarquinio una nuova spedizione su loro, essi riunitisi a consiglio deliberarono trattare della pace ; e mandarono da ogni città plenipotensiarj anziani e riipettabili per concilitiderla. Teneano questi al re che gli udiva ragionamenti, induttivi a misericordia e moderazione, e ricordavano il parentado di lui colla lor gente; quando Tarquinio disse che volea sapere unicamente, se disputavano ancora intorno ai diritti e venivano per fare la pace con certe riserve ; o se confessavausi vinti, e rendevano a lui le proprie città. E rispondendo questi che le rendevano, e che desideravano la pace comunque loro si concedesse, egli dilettatone disse : ascoltale con quali condizioni sono per dare la pace, e quali benefizj vi dispenso con essa. Non io rn ho già nelt animo di uccidere, o bandire, o multare alcuno de' Tirreni. Lascio Ifs vostre città senza guarnigioni, senza tributi : lascio che vivano arbilre di sè stesse, e colla forma primiUva di governo. Ma per tante cose che io concedo a voi giudico che questa sola da voi mi si dia, cioè che io m'abbia la direzione suprema che pur ni avrei delle vostre città quand anche voi noi voleste, finché io sono il vincitore. Piacemi aver questo da voi sporta taneamerUe anziché di mai animo. Andate, riferitene alle vostre città, lo vi prometto sospendere le armi, finché torniate. Ricevute queste risposte andarono di volo gli ambasciadori; e dopo pochi giorni ritornarono portando non già parole nude, ma i fregi stessi del comando coi  Anni di Roma i 65 ecoado Caioae, 177 secondo Varrone, 587 avanli Cristo] ' 3oi qnali adornano i proprj monarchi, la areano seguali di giogo e di esecrasione. Ma se acquistano in guerra una vittoria ; se il irj di ogni città : e prima che 1’ armata de’ Romani venisse nelle terre loro, essi menarono la propria nelle campagne di quelli. Come il re Tarquinio udì che t Sabiui aveano passato 1’ Aniene e che devastavano per tutto intorno de’ loro accampamenti, prese : i giovani ro nani più spediti e piombò di tutta fretta su’ nemici sparsi a predare. Ed uccisine molli, e ritolta loro la preda che si recavano, mise il campo suo presso del loro. Passati cosi pochi giorni, finché gli era di città venuto il resto delle milizie, e le truppe ausiliarie dagli alleali, presentò la battaglia. LXV. Vedendo i Sabini i Romani venuti con ardore per combattere, cavarono la propria armata ancor essi, non inferiori nè di numero, nè di valore. Investitisi combatterono con tntto 1’ aadire fin eh’ ebbero a fare coi soli schierati di fronte : ma poi fatti accorti che marciava loro alle spalle un altro esercito ordinato e ben fornito; abbandonarono le bandiere e dieronsi alla fuga. Era di Romani 1’ esercito che apparve alle spalle, fanti lutti e cavalieri scelti, disposti insidiosamente da Tarquinio tra la notte in luoghi opportuni. Spaventali i Sabini da questi nomini inaspettati che li raggiungevano non fecero più ninna bella azione ; ma quasi colti dagli inganni de’ nemici, ornai sotto il nembo di danno irreparabile, tentarono chi d’ una e chi d’ altra via salvare sè stessi. Allora appunto però soggiacquero a strage grandissima inseguiti e rinchiusi d’ ogn intorno dalla cavalleria de’ Romani ; tanto che pochi in lutto si ripararono nelle città vicine : gli altri, quanti non caddero combattendo, rimasero prigionieri. Imperocché que gli lasciati negli alloggiamenti nè ardivano respingere r assalto de’ nemici, nè uscire in battaglia : ma cosierpati dal male impensato renderono senza combattere sè stessi e quel posto. Le città de’ Sabini vinte come dai stratagemmi e dagl’ inganni non dalia virtù dei nemici, si accinsero a mandare ben tosto milizie più copiose, e capitano piu sperimentato, Tarqajuio vedendo il loro dise^o, guidò soliecitameotc l’ esercito, e passò 1’ Anieue prima che quelli si potessero tutti riuuire. A tal nuova il duce Saltino andò prestissimo quanto polea colla nuova armata e mise il suo presso al campo romano su di un colle erto e dirotto : non giudicava però ben fatto dar battaglia se prima a lui non giungevano le altre milizie de’ Sabini. Solamente spedendo • delle bande de’ cavalieri, e postando delle coorti nelle balze e nelle selve contro quelli che uscivano a foraggiare, impedì che i Romani infestassero colle scorrerìe la campagna. Per tal sua condotta di guerra molte erano le scaramucce, ma di pochi fanti e cavalli, e niuna la battaglia universale. Adunque temporeggiandosi, e sdegnandosi Tarquinio dell’ indugio, risolvè di andare colr esercito alle trinciere de’ nemici, e più volte ne fece l’assalto: ma vedendo che non era farìle espugnarli per la fortezza del luogo, destinò di abbatterli colla penuria. E stabilendo delle guardie su tutte le vie che menavano’ al colle, nè permettendo che i nemici andassero a far legna, e recassero foraggi pe’ cavalli, o prendessero altro che facea di mestieri dalla regione; li ridusse a gravi disagi. Tanto che furono costretti, cogliendo uoa notte burrascosa per vento e pioggia, lasciare vergogno samenle quel luogo; abbandonandovi giumenti e tende, e feriti, ed ogni apparecchio militare. I Romani cono; seiutane al nuovo giorno la partenza, e lattisi padroni del campo senza contbattete vi predarono tende, e giumenti ed ogni cosa, e conducendosi i prigionieri si ravviarono a Roma. Continuò questa guerra cinque anai, 3o5 c gli uni (levasUnJo le campagne degli altri; .diedero via via delle battaglie piu o men grandi, vinte di raro da’ Sabini, e spessissimo da’ Romani : i ma nell’ ultimo cimento ebbe interamente il suo termine. Imperocché li Sabini non già di aumo in mano come dianzi ma quanti per la età ' lo poteano, erano tutti in uh tempo stesso marciati alla, guerra. In opposito i Romani tutti, raccolte le forze aosiliarìe latine, tirrene, ed in genere degli alleati erano venuti a fronlè del nemico. 11 duce Sabino dividendo le milizie ne avea fatto due campi : aveale il re dei Romani compartite in tre corpi in tre campi non molto lontani fra loro, ed egli comandava i Romani; dato ad Aruntc figliuolo del suo fratello il governo de’ Tirreni, e quel de’ Latini e degli altri ad un valentuomo per consiglio e per arme, ma forestiero e privo della patria. Servio era il nome di lui, e Tullio quello della sua stirpe : e fu quegli appunto cui dopo Tarquinio, morto senza prole virile, i Romani inalzarono ai trono per amore del suo ben lare tra le arme e nell’ uso della repubblica. Io sporrò ma nel suo luogo la prosapia, la educazione, le avventure di quest’ uomo, c come gl’ Iddii per lui si manifestassero. Allora dunque, poiché gli uni e gli altri vi  furono apparecchiati, diedero la battaglia. Avevano i Romani l' ala sinistra, i Tirreni la destra standosi i Latini schierati nel centro. Durò vivissima tutto il giorno la battaglia finché viuserla di gran lunga i Romani. Uccisero molti de’ nemici segnalatisi nell’azione; e più ancora ne presero prigionieri tra la fuga. Espugnatone INTONICI y t n> T, >0 l’uao e r altro accampamento ne ammassarono ricchezze in copia, e signoreggiarono senza timore Hitla la campagna: e messala a ferro e fuoco, e distruttivi gli alloggiamenti sen tornarono a casa ornai tramontando la estate. Tarquinio a questa vittoria trionfò per la terza volta nel suo principato. E preparando nelf anno seguente r esercito nuovamente per condurlo contro le. città de’ Sabini, non più concepirono questi nulla di magnanimò e di grande, ma deliberaronsi tutti per la pace prima di mettere a pericolo sè stessi dei giogo, e le patrie della rovina. Pertanto vennero da ogni città li Sabini principali a Tarquinio uscito con tutta 1' armata, e cederongli le terre loro supplicandolo di miti condizioni : e colui propensissimo ricevendo, perchè senza pericolo, il sottomettersi di quella gente, fe’ tregua e pace ed amicizia co’ modi appunto co’ quali aveala innanzi fatta co’ Tirreni, e rendè loro pur senza prezzo li prigionieri. Tali sono le imprese militari di Tarquinio: le urbane e pacifiche son come sieguono; che già non voglio passarle senza ricordo. Giunto appena ai comando desiderando, come aveano fatto i re predecessori, di conciliarsi la plebe, se la conciliò con questa beneficenza. Scelti fra tutto il popolo cento nomini a’ quali il pubblico grido accordava virtù guerriere, o civil sapienza, li nominò patrizj aggregandoli a’ senatori : i quali essendo fin’ allora dugento ampliaronsi al numero di trecento fra’ Romani. Poi, quattro essendo le vergini  Ad. di Boom 171 secoudo Catone, 173 secondo Varronc, e. 58 i avanti Cristo] 3o7 custodi del fuoco inestinguibile egli ve ne sopraggiunse altre due: imperocché cresciuti i pubblici sagrifizj ai quali doveano intervenire le vergini Vestali ; non parve che quattro più ne bastassero. Seguirono la istituzion di Tarquinio ancor gli altri principi, e sei pur ne’ miei tempi si additano le vergini ministre di Vesta. Ed egli sembra il primo, che guidato dalla ragione, o forse; dalle insinuazioni de’ sogni come pensano alcuni, ideò li castighi co’ quali i sacerdoti puniscono quelle che la verginità non conservano : e gl’interpreti delle sante coso dicono che que’ castighi si rinvennero dopo la morte di lui ne’ libri delle Sibille. Certo ne’ giorni suoi fu ravvisato che Pinaria Vergine, la figliuola di Pubblio, an(lavasi con membra non pure ai sacri ministeri. Ho poi già dichiaralo nel libro innanzi qual sia di tali castighi la forma. Egli abbellì circondando di officine di artefici, c di altri apparecchi il Foro ove si arringa e si giudica, e compionsi altre pubbliche cose : egli il primo deliberò di costruire con gran pietre lavorate a misura i muri della città, già vili e grossolani: ed egli prese a cavar la cloaca o canali sotterranei pe’ quali tutto, quanto scola dalle strade, vasseiie a scaricare nel Tevere : meraviglioso è questo edifizio, e maggior di ogni dire. Io tengo in Roma per tre magnificentissime cose, c donde la potenza rilevisi dell’ impero ; gli acquedotti, i lastricati delle strade, e le cloache ; non già che io ne rifletta la utilità della quale dirò ne’suoi luoghi, ma si bene 1’ amplissima spesa. E ben può questa argomentarla taluno da un fatto solo del quale io nc fo mallevadore Cajo Aquilio. Scrive costui che non più scorrendo, perchè negligentale, le cloache, i censori le diedero a spurgare e racconciarle per mille talenti. F e pur Tarquiuio il circo massimo tra ’l colle Aventino e tra’l Palatino costruendovi il primo intorno intorno sedili coperti. Certamente il popolo per addietro starasi in piede agli spettacoli in cima a’ palchi, fondati su cavalletti di legno. Compartì similmente il luogo in trenta spazj assegnandone uno per ogni curia, per^ chè ciascuna sedesse e mirasse dal posto che le si doveva. Anche questo edifìzio sarebbe col volger degli anni numerato tra le meraviglie bellissime della città. Perocché stcndesi il circo per lungo tre stadj e mezzo, spandendosi quattro jugeri per largo. Cinge i due lati maggiori ed uno de’ minori una fossa profonda e larga dieci piedi per raccogliere le acque, e dopo la fossa i portici sorgono con tre piani. I portici terreni han di pietra e poco elevati i sedili come ne’ teatri ; ma di legno sono ne’ portici più alti. Concorrono i due lati maggiori ad un tutto e congiungonsi fra di loro per via del minore che formato in guisa di luna li termina: cosicché risulta da tre ordini un sol porticato amGteatrale di otto stadj capace di cento cinquantamila persone. L’altro de’ lati minori che restasi aperto contiene !e mosse donde i cavalli si rilasciano, spalancandosi tutte in un tempo, ad un suono. • F uori dell’ amfìteatro evvi pure altro portico ma di un piano solo, il quale in sè contiene le òfTGcine c sopra le officine le abitazioni. In ognuna delle officine sonovi 'ingressi e scale per chi viene agli spettacoli ; e con ciò' nOri siegue confusione tra tante migliaja che vanno e tornano. Si accluse il re similineatc a iàbbricare il tempio di Giove, di Glaaoue, di Minerva per adem> plere il voto da lui fatto a quegl’ Iddìi nell’ ultima guerra co’ Sabini. Ma siccome il colle destinato per la santa magione abbisognava di radili travagli, perché non era questo agevole da salirlo nè eguale, ma scosceso e tutto ' acuto in su la cima; eg^i ponendo intorno intorno altri ripari, e tra’ ripari e la cima assai terra lo rendè piana ed acconcio! pel tempio. Non però s’ebbe il tempo di metterne le fondamenta, Tnon essendo egli vissuto che quattro anni dopo il fin della guerra. Molti anui ap> presso, Tarquinio terzo re dopo lui, quegli che fu espulso dal trono, ne gitlò le fondamenta, facendo gran parte del sacro edilìzio : ma noi compiè nemmen' egli, e solo ebbe il tempio il suo termine sotto gli annui magisirati da’ consoli dell’ anno terzo. Ben’ è convenevole che le cose ricordinsi accadute prima della erezione di questo, come pur le ricordano quanti scrìssero la storia di quei luoghi. Deliberatosi Tarquinio a far qnel tempio impose primieramente agli auguri, convocandoli, che spiassero co’ divini riti quale in città ne fosse il loco più accon do e più caro a que’Numi. E riferendo esser questo il colle che sovrasta al Foro, colle detto Tarpeo di quei giorni, ed ora del Campidoglio, comandò che replicati i riti santi additassero in qual parte principalmente del Campidoglio aveansene a porre le fondamenta. Non era ciò cosi fàcile a definirsi ; perchè sorgendo io sul colie a riverenza de’ genj, e de’ Numi altari in gran nume ro ; doveasi trasportare questi, e lasciar libera l’ area pel tempio novello degl’ altri Iddìi. Parve agli auguri di fare le divinazioni loro so di ogni altare, e poi moverlo se il proprio Nome Io concedeva. Consentirono alquanti genj e Numi che i loro altari fossero altrove portati : ma il Dio Termine è la dea Gioventù per quanto gli auguri pregassero e ripregassero non gli udirono ; nè condiscesoro a cedere il luogo. Adunque furono gli altari loro inchiusi nel tempio che destinavasi: ed ora r uno resta nel vestibolo, e l’altro nel sacro ricinto stesso di Minerva presso al simulacro di lei. Presagirono da ciò gl’ indovini che ninna età mai nè li termini moverebbe né il florido stato di Roma : ciocché si é già verificato fino a’ di miei per ventiquattro generazioni. Nevio chiamavasi per nome proprio, ed Azio col nome della prosapia il più insigne degli auguri, che trasferì quegli altari, definì il tempio di Giove, ed altre celesti cose ridisse per la sua divinazione al popolo. Si consente che carissimo egli fosse agl’ Iddii fi:a tutti del santo suo ministero, e che conseguito avesse riputazione grandissima per le prove da lui date incredibili e trascendenti nell’arte sua divinatoria. Io ne ricorderò solamente una la quale mi fu meravigliosissima infra tutte, dicendo innanzi per quale incontro di casi, e per quali divine occasioni venne in tanta chiarezza che fe’ tutti li coetanei comparir dispregevoli. Povero fu il padre di lui, cultore d’ ignobile campicello. Nevio il suo figliuoletto porgeagli l’opera sua, quanta per la .età ne poteva, e guidava de’ porci, e pascevali. Caduto una volta nel sonno, nè più rinvenendo al riscuotersi alcuni di quegli animali, ne pianse per timore de’ paterni castighl. Ma poJ venendo al tempietto sacro agli eroi nel suo campicello, pregò che a lui concedessero di trovare le perdute cose ; egli prometteva loro se ciò concedessero il grappolo più grande del suo poderetto. Trovò indi a poco gli animali, e volea recare i promessi doni agli eroi: ma 'grande era 1’ ambiguità sua nel decidere il maggiore ira’ grappoli. Adunque conturbatone supplicava gl’ Iddii che volessero col mezzo palesargli degli uccelli ciò che cercava. Or qui per divino favore gli venne in mente di dividere la vigna in parte destra e sinistra, e notare gli auspicj che in ognuna occoiresero. Apparsi in una delle parti gli uccelli com’esso ve li bramava, suddivise pur questa in due considerando gli uccelli che vi capitassero. Determinandosi con tale distinzione di luoghi, e venendo da ultimo alla vite indicala dagli uccelli: ebbe un tal grappo incredibile nella sua forma. Egli recavalo appiè delle immagini sante degli eroi, quando il padre lo vide. E meravigliato questi di una tal mole del frutto, e domandando d’ onde se lo avesse : il figlio narrò dalle origini tutto il successo. Concependo colui, ciocch’ era, che fossero questi naturali preludi della divinazione nel figlio, lo condusse in città, e lo sottomise a’ maestri delie lettere. E poiché fu nelle comuni discipline istrutto quanto bastava, affidollo all’ augure più dotto fra’ Tirreni perchè Io erudisse nel suo sapere. Nevio che avea naturali lumi per la divinazione, aggiungendovi pur gli altri de’ Tirreni ; superò di gran lunga quanti erano intesi agli anspicj. Quindi nelle consultazioni sul pubblico tutti gli auguri della città v’ invitavano lui quantunque non fosse del Digitized by Google 3i2 delle Antichità’ romane ceto loro, per la reltitudiae sua nel pronosticare, ti cosa mai vaticinavano, se non ' approvata da lui. Ora volendo Tarquinio creare tre nove centurie  di cavalieri da lui scelti, ed intitolarle dal nome suo e degli amici, questo Nevio il solo magnanimamente gli resisti, non permettendo che alcuna si alterasse delle istituzioni di Romolo. Disgustato per la proibizione il sovrano, e sdegnato con Nevio diedesi a vilipenderne 1’ arte come di nn vano nè veridico parlatore. Con tale intendimento chiamò Nevio nel suo tribunale essendovi moltissimi presenti del Foro.. Egli avea già divisato con qnei che lo circondavano i modi onde convincere l’aagure di menzogna: e lacendosegli questo dinanzi lo accolse con degnevoli salutazioni : ed ora, disse, o Nevio è il tempo di mostrare il potere delf arie tua divinatoria. Siccome io macchino di pormi ad una gran cosa ; vorrei per f arte tua risapere se possa riuscirmi. Or va : consultane co' riti tuoi, o toma il più presto per dirmene : io qui su questa sede ti aspetto. Esegui l’ augure i comandi, e dopo non molto tornò dicendo che propizj erano gli auspicj, e fattibile £ intento di lui. Diè Tarquinio in un riso a tali voci, e cavando dal seno una cote ed un rasojo gli disse: ora ben apparisce o Nevio che tu mi deludi, deluso che se’ manifestamente dagl Iddii, dacché ardisci anrutnziarmi possibili, le impossibili cose : per Nel testo ^vXmt tribù : ma i chiaro che parlandosi di cavalieri non debba pensarsi a tribù : Forse vi ò qualche sbaglio. Gli altri storici in questo luogo chiamano centurie quelle che Dionigi chiama tribù ciocché io meditava se potessi col rasojo fendere questa cote per mezzo : ridevano tutti d’ intorno, e Nevio niente commosso dalla beffa e dallo strepito : ferisci, disse, o Tarquinio animosamente come ideavi la cote: perciocché ne sarà divisa, e se no ; mi ti offero ad ogni pena. Sorpreso il re della confidenza dell’augure mena il rasojo su la cote, e l’ acume del ferro ne penetra r interno e dividela, incidendo anche in parte la mano che la teneva. Esclamarono per la novità quanti contemplavano la incredil.'ile e meravigliosissima cosa. Tarquinio vergognatosi del cimento dato a quell’ arte, c voglioso di emendare la indecenza de’ vilipendj ^ primieramente cessò da que’ suoi tentativi su 1’ ampliar le centurie ; poi risoluto di onorare Nevio come il più caro di tutti i mortali ai celesti, obbligosselo con pegni vari e copiosi di benevolenza ; e perchè la memoria se ne perpetuasse tra’ posteri collocò la statua di lui, fabbricala in rame, nel Foro : e questa, più picciola di nn uomo mezzano, e velata il capo, esisteva pur nel mio tempo dinanzi la curia, da presso del fico sacro. Dicesi che poco lungi del fico sia la cote sepolta ed il rasojo sotto di un’ ara sotterranea ; e quel luogo chiamasi il pozzo da’ Romani. Tali sono i ricordi che si hanno su questo indovino. Tarquinio ornai chetavasi dalla guerra, vecchio già di ottanta anni ; quando mori tra gl’ inganni de’ figli di Anco Marzio. Aveano questi macchinato fin da principio di balzarlo dal trono, e più volte vi si erano adoperali su la speranza che, balzatone lui, diverrebbe di loro come trono un tempo del padre, e die (li leggieri ad essi darebbonlo i cittadini. Delusi via via dalla speranza gli ordirono alfine insidie insuperabili che gii Dei non permisero che restassero impninite. Io narrerò la forma delle insidie. Quel Nevio del quale io dissi che erasi opposto al re che volea di meno far più le centurie, questi (piando più per le arti sue Boriva, quando potea sopra tutti i Romani come augure nobilissimo, allora sia per invidia degli emuli, sia per insidie de’ nemici, sia per altra sciagura, spari di subito da’ mortali ; nè alcuno potè de’ congiunti indovinare il destino di lui, nè più trovarne il cadavere. Addoloratone il popolo, e mal sopportando il suo danno, e molto sospettando di molti; i figli di Marzio ne ristrinsero su Tarquinio l’ accasa. E non potendo allegare argomenti e non segni della calunnia ; insisterono su queste due ombre di ragione. Era la prima, che volea Tarcpiinio far molti e gravi attentati contro le pubbliche norme ; e che però si era tolto d’ intorno chi sarebbe •per contrapporsegli come per l’addietro : la seconda era poi, perchè succeduto tanto infortunio non aveane fatta niuna ricerca, ma trasandavalo in tutto : nè avrebbe mai cosi praticato chi non era tra’ complici. E fattosi col dispensare de’ loro beni, gran seguito di patrizj e di plebei diedero gravissima accusa a Tarquinio, e stimolarono il popolo a non trascurare un tanto scellerato che stendea le mani su le sante cose, e la regia autorità contaminava ; molto più che egli non era un romano, ma un estero, anzi uno senza patria. Tali cose dicendo nel Foro uomini ; autorevoli nè infacondi ; concitarono molti plebei perchè lo rispingessero se venivaci come impuro da quel luogo. Ora cosi fecero, perchè nè poleano combattere la verità nè persuadere al popolo che dal trono il cacciassero. Se non che dissipando lui con difesa validissima le incolpaeioni, e Tullio il genero suo, potentissimo tra la moltitudine, risvegliando verso lui la tenerezza de Romani ; furono quelli avuti per calunniatori e scellerati, e carichi di vergogna partirono dal Foro. Sconciati in tal tentativo, ma tuttavia per> donati per opera degli amici, perchè Tarquinio contenevasi a fronte di tanta perfidia in vista de’benefizj pa gravidasse, e ne partorisse poi Tullio. Certamente non par la novella affatto credibile : pur la rende inverisimile meno un tal altro segno divino inopinato e meraviglioso intorno di quest’ uomo. Imperocché sedendosi un' tempo egli di mezzodì nella regia camera, e presovi dal sonno ; una fiamma gli usci balenando dal capo. Videro questa la madre di esso e la regia consorte, che per la camera passeggiavano, e quanti erano presenti alle donne : e luminosa gli si tenne intorno intorno del capo finché accorsa la madre riscosselo. Allora insieme c ciansi nemmeno le picciolo ingiustizie, e solleverai li poveri co’ benefizj, e co’ doni ; e quando ne parrà tempo, (diora diremo che Tarquìnio è morto ; allora gli daremo pubblica sepoltura. O Tullio ! tu nudrilo, tu educalo, tu renduto partecipe da noi di tanti beni quanti ne derivano i figli da padri e deUle madri, tu congiunto alla nostra figliuola, tu se mai divieni, o Tullio, re de’ Romani, è giusto che almeno in riguardo mio la quale tanto in ciò ti coadjuvai, presenti la benevolenza di un padre verso questi teneri fanciuU letti : e che quando siano già grandi, quando già bastanti a regnare, tu renda (diora al primogenito la corona di Roma. V. Così dicendo diede' 1’ uno e 1’ altro fanciullo in braccio alia 6glia ed a! genero : e risvegliò tenera compassione verso di ambedue ; poi quando ne fu tempo, uscita di camera impose ai domestici che assistessero, come richiedeasi, per la cura, e convocassero i medici. Lasciala passare la notte, siccome nel giorno appresso accorse gran turba alia reggia ; ella si fe’ vedere alle finestre che rispondono alla via dinanzi dell atrio : e su le prime scoperse quelli che aveano congiurata la morte del sovrano, e quindi presentò tra le catene i sicai'j mandati per compierla : e quando vide il popolo in pianto per la sciagura, quando videlo fremere contro de’ malvagi ; alfine gli disse, che pur non era la perfida trama riuscita, e che potuto non avevano trucidare Tar quinio. Confortavansi tutti all’ annunzio ; quando ella mostra in Tullio il personaggio eletto dal re, finché guariscasi, per curare le private sue cose, e le pubbliche. Adunque andossene il popolo, lieto come se il re non avesse niente patito di terribile, e gran tempo si rimase con questo concetto. Tullio cinto da’ regj littori marciò con valida schiera al Foro, e fece pe’ banditori intimare che venissero i Marzj al giudizio. E siccome questi non ascoltarono ; ne proclamò 1’ esilio perpetuo, ne confiscò li beni ; e cosi tenne sicuro lo scettro di Tarquinio. Ma sospendendo alquanto la narrazione, vo’ dir le cause per le quali io nè con Fabio consento nè con quanti scrivono che i fanciulletti lasciati da Tarquinio eran suoi figli ; perchè se altri si avviene in quei scritti non creda che io improvvisi quando non figli li chiamo, ma nipoti. Essi divulgarono ciò su que’ garzoncelli, ma per' negligenza ; niente considerando gli assurdi eie im cuni Storici Romani levarli con altri assurdi, e dissero che non era già madre de’ fanciulli Tanaquilla ma Gegania, una donna, di cui nulla additarono le istorie. Ma in tal caso riesce improprio il matrimonio di Tar> quinio nella età quasi di ottanta anni, e certo inverisimile riesce in quella età la generazione di figli. Nè già egli era mancante di prole ; tanto che ne languisse pei desiderio : ma egli avea due figliuole e queste già maritate. In forza di tali assurdi e di tali impossibilità dico che que’ fanciulli non eran figli ma nipoti di Tacquinio ; nel che sieguo Lucio Pisene, uomo savio, e funii co che ciò scriva ne’ suoi annali. Ma forse eran questi, nipoti a Tarquinio per nascita, e figli per adozione, e forse fu questa la origine dell’ abbaglio di tutti gli Storici delle cose Romane. Or dopo un tal prologo egli è tempo di ripigliare la narrazione. Vili. Poiché Tullio prese le redini del ^ornando, e dileguata la fazione de’ Marzj, giudicò di averselo consolidato ; fe’ con magnifica pompa trasportare Tarquinio, come spirato alfine per le ferite ; condeoorandolo di un cospicuo monumento e di altri onori : e tutore essendo de’ regi fanciulli ; e curò e guardò fin d’ allora le privale loro cosce le pubbliche. Non andavano tai fatti a grado de’ patrizj, ma doleansi e sdegnavansi, mal soffiando eh’ egli a sé stabilisse il regio potere senza le  Addì, di Roma sec. Catone, 179 scc. Varrooe : e 577 avanti Cristo] forme prescritte dalle leggi. E riunendosi più volte i più potenti, trattavano fra loro de’ mezzi onde abbattere TiU legittimo governo. Ora parve ad essi, come fossero la prima volta adunati, per tenere il Senato, da Tallio di violentarlo a lasciare i littori e le altre insegne del comando ; e fatto ciò di nominare gl’ interré da’ quali si scegliesse regolarmente chi dominasse. Tallio, risaputo il disegno, si diede a favorire il popolo, c soccorrerne i poveri, sperando coll’ opera sua di ritenere r impero. £ chiamata la moltitudine a concinne, presentò dinanzi la ringhiera i fanciulli ; e poi disse : IX. Molle cause o cittadini ihi astrinsero a prender cura di questi teneri garzoncelli. Perciocché Tarquinio l m>olo loro accolse e curò me privo di padre e di patria, nè fecemi punto meno che a un figlio; ma diedemi la sua Jìgliuola in isposa, e mi amò finché visse, e mi onorò sempre, come sapete, quasi fossi da lui generato : e poiché fu colto dalle insidie egli affidatami in caso di morte la cura de' fanciullettì. Ora e chi mi stimerebbe pietoso verso gl Iddf, chi giusto verso gli uomini, se io trascurassi e tradissi questi oifani a quali tanto io sono debitore? Ma nè io tradirò la mia fede, né darò per quanto è da me, 1 ultimo abbandono, a fanciulli già derelitti. Ben è giusto che ricordiate voi li benefizj che l avolo suo dispensava su voi quando a voi subordinava tante città Latine emide del vostro principato, quando vi umiliava i Tirreni i pià potenti tra tutti i vicini, e quando neces^ sitava al vostro giogo i Sabini ; procurandovi ognuna di tali cose in mezzo a grandi pericoli. Speltavasi a voi per tanta sua beneficenza di essere grati a lui finché visse, e di esserlo dopo la morte in verso dei posteri -suoi, e non già di seppellire coi cadaveri dei benefattóri la memoria ancora delle opere. Pensatevi dunque tutti eletti custodi de’ fanciulli, reusicurate per essi il regnò che t avo ad essi lasciava. Già non tanto benerisentiranno essi dalle cure di me che son uno, quanto ‘dal soccorso, comune di voi tutti. Io mi vedo necessitato a dir questo ; sentendo che > alcurù commovonsi contro loro, e vogliono dare ad altri il co mandò. Io vi. supplico o Romani, che memori ancora siate de' combattimenti che .io feci pel vostro princù pato, i quali np pochi sono nè piccoli. Ma ben sa^ pendolo voi, non occorre che altro io vi dica, se non che rivolgiafe su questi fanciulli gli obblighi che me ne avete. Imperocché non io per me fabbrico il prir^ cipato : nè se io mel cercassi, ne era già meno degno degli altri; piacemi solamente amministrare il comune in sussidio della stirpe di Tarquinio. Io vi raccomando che non vogliate ahbtmdonare a sé stessi questi farin ciuUi ora che il regno ne pericola : sarebbero anche espulsi da Poma, sé fauste riuscissero le prime mosse ai nemici. Ma non debbo io più dilungarmi su ciò, mentre sapete voi quello che dee farsi, anzi siete per fare quanto conviene.. Ora udite il bene, che io a voi apparecchio, e pel quale qui vi adunai. Quanti a debiti saziacele nè potete levarvene per la indigenza,, tutti sarete da me soccorsi come cittadini, e come già tanto affaticati, in servigio della patria; pert;hè voi che avete fondata la libertà di lei, la vostra non perdiate : io porgerò del mio danaro onde i debiti estinguiate. Inoltre quanti torranno ad imprestilo io non più soffrirò che sieno imprigionati per debito : ma porrò per legge che niuno dia de' prestiti assicurandoli su la persona di uomini liberi, mentre io penso che basti agli Usuraj di rivalersi su bèni de' contraenti. E perchè da 'ora in poi sosteniate più di leggeri il tributo pubblico, pel quale i poveri sono gravati, e ridotti a far debito ; comanderò che si registrino tutti i beni, e che ciascuno dia secondo l' aver suo, come odo che si pratica rtelle città più grandi e meglio ordinate ; mentre ancK. io credo più giusto e più vantaggioso al Comune che chi più possiede più paghi, e meno chi meno, Piacemi inoltre che il terreno pubblico f quello che avete corsquislato colle Urrtse > non sia come ora de più impudenti, nè che per compera ve lo abbiate, nè indarno: ma che quelli se lo abbiano infra voi che privi sono di terre : perchè voi liberi essendo non serviate, nè coltiviate le campagne altrui, ma le pròprie ; imperocché già non allignano generosi pensièri' ov’è disagio del vitto quotidiano. Soprattutto ho deliberalo render pari e fàcile il governo per tutti, e dàce a tutti eguale azione contro chiunque; perciocché sono alcuni venuti in tanta baldanza che oltraggiano il popolo, nè. liberi stimano i poveri fra voi. Ora perchè i più grandi nemmeno che gl’ infimi esigano' e Soffrano il giusto;, io farò leggi proibitive della violenza, e lonservOtrici dei diritti lomuni: nè mai lascciò di provvedere a questa libera procedura di lutti conlto tutti. Sorsero, lui cosi dicendo, grandi elogj tra la moloi gli esuli, e di ceden’i ai figli di Marzio, a quelH che vi lumno ucciso Tarquinio, quel re si buono, e sì amico di Roma, a quelli che macchiatisi in tanta scelleraggine, non osando risponderne in giudizio, si tolsero a voi colla fuga, a quelli in fine a quaU avete voi t acqua interdetta ed il fuoco. E se ben tosto non vòlavane a me t avviso, tali patrizj eccitando una forza straniera, avrebbero di bel nuovo introdotto nel cuor della notte i fuorusciti in Roma. Ben vedete voi quantunque io le taccia, le seguile, come i Marzj favoriti da' patrizj sarebbonsi impadroniti senza fatica di tutto, atsalendo primieramente me che il custode sono della regia prole, me che t autore fui del giudizio contro di loro, e spegnendo finalmente i regj fanciulli, e tutti I consanguinei, e tutti gli amici, quanti ve ne restano, di Tarquinio. Misere le nostri ritogli, le nostre madri, le nostre figlie, e misere le femmine tra noi! le avrebbero que' ribaldi ( tanta lumno di brutale e di tirannico ! ) terwie in' conto di schiave. Ora se tanto o popolani piace a voi pure, che qua si riammettano, anzi che re si proclamino i parricidi, e che i figli se rie scaccino de’ vostri benefattori, e dal trotto . tolgano che V avo ad essi lasciava ; se tanto, dico, a voi piace ; io mi cheto su destini. Ma deh ! per gli Iddj, deh / pe’ genj tutti, quanti le mortali cose riguardano ( e noi colle nostre donne, noi co’ nostri figli supplichiamo voi pe’ tanti benefizj ancora che Tar quinio su voi spondeo perpetuamente, e pe’ tanti, eh’ io stesso vi procurava ), deh ! coruredeteci questo dono ; manifestateci i vostri voleri una volta. Se voi credete altri più degni di noi di tale onore ; questi fanciulli f e tutto il parentado di Tarquinio, partiranHo, abbandoneranno la vostra città. Io poi ben altri più generosi consigli ho per me ! Ahbcatanza vissi alla virtù, abbastanza alla gloria : mancatami la vostra be^ nevolenza, quella che io pregiava più che tutti i beni, già non voglio io vivere indecorosamente presso di abtri. Prendete i vostri fasci, dateli, se così piacevi, ai patrizj. Io mel vedrò, -nè mi oppongo. Cosi dicendo, e già standosi in atto di ritirarsi sorse un clamor vivo per tatto, nn pregare, an piangere, perchè restasse, e governasse nè temesse. Allora alcuni, sparsi ad arte qua e là pel Foro, gridarono che si creasse re, che si convocassero le curie, e sen chiedessero i voti. Così preordinato T evento; ben tosto il popolo tutto vi propendè. Tallio ciò vedendo non trascurava la occasione: ma professandosi ad essi obbligatissimo che memori fossero de’ benefizj, e promettendone più ancora se re lo creasseró ; prescrisse il gionu> de’ comizj ; ordinando che v’intervenissero lutti dalla campagna. Accorso il popolo ; egli chiamando una per una le curie consegnava ad esse i lor voti. E giudicato da tutte le curie degno del trono ; vi ascese. : nè curò del Senato che non volle come solea ratificare la scelta del popolo. Cosi re divenuto fondò molte altre istituzioni, e fece grande e memorabile guerra co’ Tirreni. Io dirò prima delle istituzioni. Appena strinse lo scettro comparti tra’ mercenarj Romani le terre del comune : poi fe’ comprovare le leggi su i contralti e su le ingiustizie dalle curie, estese ^illora a cinquanta, quantunque non sia ora ciò da ricordare. Aggiunse a Ronia il Viminale, e l’Esquilino due colli, cosi nominati, capaci T uno e 1’ altro di nna città liguardevole, dispensandoli parte a parte ai Romani privi di case, perché ivi se le fabbricassero ; anzi egli stesso ivi ediCcò la sua nel sito più idoneo delle Elsquilie, Fu questo 1’ uhimo re che ampliò il circuito, della città, congiungendo ai cinque gli altri due colli, dopo avere presi gli aiigurj e compiute le usate pie cerimonie inverso gl' Iddj. Non poi la citti mise mai più da largo le sue mura ; non avendolo, come dicono, permesso i destini : ma tutti intorno i sobborghi che pur sono molti e grandi, si resuno so>perti, non chiusi da mura, ed espostissimi, se nemico mai sopravvengavi. Che se alcuno mirando a questi, voglia la grandezza racco-r glierne di Roma ; egli errerà certamente : perocché noo avrà nino certo seguo, dal quale discernere fin dove la città si oontinua o dove si termina. Cosi bene que’ sobborghi al fabbricato inleroo si congiungono, che presentano a chi li contempla la immagine come di una città che stendesi all’ iii6nito. Ma se taluno prendendo regola dalle mura, certamente malagevoli a distinguersi per le molte case fabbricatevi intorno, ma che pur sevv bano via via de’ vestigj dell' aulica loro struttura voglia risaperne il circuito in ristretto dei circuito di Alene; vedrà che il ricinto di Roma non molto eccede quello di Atene. Ma quanto alla grandezza e bellezza che Rpma presenta a miei giorni ; avremo appresso luogo più acconcio a discorrerne. Poiché Tullio comprese entro un giro solo di oiura i sette coili ; divise la città in quattro parti ; de-' nominandole da que’ colli, 1’ una Palatina ^ l’ altra Siiburrana, la terza Collina, e 1 ultima Esquilina. Cosi distese a quattro le tribù che erau tre sole. Intimò poi che chiunque abitava 1’ una delle quattro parti, quasi paesano di quella nè portasse in altra il suo domicìlio, nè in altra desse il nome suo pe' cataloglù militari, nè il tributo per le spese della guerra : in somma che noi^ rendesse in altra i servigi che doveansi pel comune; nè più ordinò le milizie secondo le tre tribù disposte come prima per genti  ma secondo le quattro da lui create e compartite ne’varj luoghi ; destinando per ciascuna un capo qual sarebbe un tribuno o prefetto, il quale dor vesse conoscere il domicilio di ognuno. Quindi ordinò che in ogni quadrivio si facessero da’ vicini picciole sacre cappelle agli Dei lari custodi della contrada, istituendo per legge che ogni anno si onorassero di aagrifizj, e che ciascuna famiglia porgesse loro le obbla-zioni sue : comandò che assistessero e ministrassero à chi facea tal sagri6zio non gl’ ingenui ma i sèrvi ; dilettandosi quegl’ Idd) del ministero di questi. Continuano i Romani pur nel mio tempo pochi giorni dopo de’Sa tumali tal festa, veneranda in tutto e magniBca, e detta compitale da’ quadrivi che compiti da .loro si chiamano.  Romolo fece ire tribù eecondo te diverse genti : erano la tribù, la prima Ramnentù dei Romani posti ad abitare nel Palatino, la seconda TatUnsU da Tasio, ebbe il monte Capitolluq, e la tersa dei Luceri a luco o dal bosco dato per asilo i era degli stranieri che aveano ivi cercato nn rifugio. Col progresso del tempo siccome la gente aggregala a Roma superara il popolo primitiro ; COSI Tullio fece una nuova divisione di tribù.. a 5 Serbano nel sagrifìzio 1’ anticx) rito, placaodo gl Iddj Lari con intrametlervi i servi, a’ quali tolgono in quei giorni quanto tien forma di servile; perchè riconfortati da tali dolci maniere ove è misto del grande e dell’ono, riGco sì affezionino più vivamente ai padroni e men sen> tano il peso della loro condizione. Inoltre, come Fabio scrive, divise tntla la campagna io ventisei parti, chiamandole tribù parimente : e congiunte queste alle quattro urbane se ne ebbero trenta inAutte : ma Yenonio dice che se ne ebbero trentuna : laddove Catone ben più autorevole di essi (,) afferma che le tribù ne’ tempi di Tullio furon tutte, non però distinguene il numero. Tullio dunque secondo gli atupizj divisa la campagna in tante parti, quante mai furono, apparecchiò su luoghi montuosi e fortissimi degli asih\ chiamandoli pagos con greco nome o castelii, onde renderne salvi i coloni. Imperocché .quivi tutti si rifuggivano ndle irruzioni de’ nemici, e quivi spessissimo pernottavano. Ci aveano in questi de’ presidi incaricati di conoscere i nomi de’ coloni, contiihnenti a quel borgo, e li poderi su quali viveano. E se mai portava il bisogno di convocare que’ contadini per le arme, o di esigere da ciascuno le lasse ; questi li congregavano, o ne raccoglievano le somme. £ perchè la moltitudine non fosse difGcile a trovarsi, ma facile a descriversi e palese; fece erigere degli altari ai Numi contemplatori e custodi del luogo, perché quella ogni anno vi si riunisse e ve gli onorasse con pubblici sacri Gzj, istituendo  Di Fabio • di Venonio.  tal (ine la festa soleanissima delta dei viUagi ."^Anzi intorno a tali sagrifizj scrisse leggi che i Romani ser bano ancora. Per tal sagriSzio, per tal celebrità volle cbe contribuissero tulli una data moneta, altra però gli uomini, altra le donne, ed alu'a gl’ impuberi : talché numerandosi queste dai, presidi delle sante cose rilevavasi il totale degl’ individui secondo il sesso e la. 6tà. E volendo, come scrive Lucio Pisone nel primo degli annali, conoscere quanti erano domiciliati in Roma, quanti vi nasceano o vi morivano, o toccavano  la età virile; stabili qual moneta dovessero i parenti vergare per ognun che nasceva nell’ erario di Eileitia, detta dai Romani Giunone Lucifera, o in quello che chiamano di Venere Libitina, là nel bosco, per ognun che moriva, o in quello della Dea Gioventù per ognuno che alla virile età perveniva. Da queste monete intendeasi ogni anno quanti erano in tutto, e quanti aveano idoneità militare. Ciò fatto diede ordine, che i Romani. registrassero, apprezzandoli inargento, i lor beni, e giurando di apprezzarli come dee 1’ uomo candido e buono t e che insieme dichiarassero quanta era la età loro, quali i padri loro, le mogli, ed i figli ; aggiungendovi dove in città soggiornassero, o in quale de’ villaggi d^Ho campagna ; e chi non &cea pari stima era in pena spogliato de’ beni, flagellato e Venduto. Dorò questa legge lungo tempo tra Romani. XVI. Cosi prese da tutti 'le stime, e rilevatone il numero di essi, e la grandezza de’ beni loro introdusse (l) Ciut Paganaliu. una instituzione savissima che fu poi larga fonte di beat a’ Romani, come il fatto stesso Io dimostrò. La islit zione fu di segregare dal resto del popolo quei che aveano sostanze più grandi non però minori di cento mine, e di ordinarli in ottanta centurie , le quali, armandosi, portassero scudo argolico, elmo di bronzo, corazza, stivali, asta e spada. Poi separandole tutte in due parti formò quaranta centurie di giovani per le spe> dizioni in campo aperto, e quaranta de’ più adulti, le quali in città si restassero per custodirla quando le altre uscivano per la guerra. E questa era la milizia, prima di ordine ; per altro i giovani aveano sempre il primo luogo onde proteggere tutta l’armata. Dal residuo quindi del popolo segiegò quelli ancora che aveano meno di cento mine non però più scarse di settantacinque, compar lendoli in venti centurie che portassero arme, simili a quelle de’ primi, toltane la corazza e dato ad essi lo scudo lungo in luogo dell’ argolico (u). E dividendo quelli di oltre quarantacinque anni dagli altri che aveano età militare formò dieci centurie di giovani, le quali an Nel Cesto Xt^gn: questa roce k ambigua: può sigaificare centuria, manipolo, coorte. Il traduttore latino la interpreta per centuria : e questa pare la nozioue piti acconcia : ma deve riflettersi che cengia: vai quanto compagnia di cento, laddove in questo luogo non significa cento esattamente ; ansi ne] paragrafo iS di questo libro significa ben altro che cento. Tra I LATINI ci ebbe io Cfypeut e lo tculuni. Il primo era detto cevrir da’ Greci, ed il secondo Bv/if i il primo era più breve e sièrico, l’altro piò lungo. La nostra lingua, come di un popolo che più non usa quelle armi non ba forse parole ben disliute o note pet indicare la doppia forma. Targa, Rotella o Broccbiero può forse dirsi il C/fpeus, e scudo è voce generica di ogni sorta di quelle armi. Digitìzed by Google a8 DELis Antichità’ romane dassero in guerra per la patria,  dieci di anziani che in gtiardia rimanessero delie mura. Era questa la milizia, seconda di ordine, e prendea luogo dopo de' primi nella battaglia. Una terza ne fece di quelli che aveano meno di settantacinque mine non però sotto le cinquanta; ma ne minorò T armatura non solo delle corazze come alla seconda; ma de’ stivali ancora. Descrisse pur questi in venti centurie dividendoli parimente secondo 1’ età, talché se ne avessero dieci de’ più gióvani, e dieci de’ più maturi. Era il luogo loro nelle battaglie appunto dopo quelli che seguivano i primi. XVII. Trasse un quart’ ordine di soldati da quelli che avean meno di cinquanta, e non meno mai di venticinque mine; disponendolo in venti centurie, dieci dei floridi, dieci de’ provetti per anni, come avea fletto cogli altri ; e dando loro per arme scudi, aste, e spade, e r ultimo posto nelle battaglie. Reclutò la quinta milizia da quelli che avean meno di venticinque mine, non però meno di dodici e. mezzo, acconciandola kcondo gii anni di ognuno in trenta centurie, quindici de’ più avanzati, e quindici de’ più giovani. Diè loro strali e Sonde, ma luogo fuori deli’ esercito, Uiesso in battaglia. Comandò che quattro centurie allatto inermi accompagnassero tutte le altre : cioè due di annajuoli, di falegnami, e di altri per altro militare lavoro, e due di sonatori di trombe e timpani e di altri stromenti pe’ bellici segni. Ma gli arteflci seguitavano la miUzia dà second’ ordine : e distinti anch essi per età, quali se. guitavano le bande de’ giovani, e quali degli anziani. I^addove i sonatori di trombe e di timpani lenean dietro alla miUzia quarta di ordine ; distribuiti anch’ eglino in giovani e vecchi. Erano li centurioni tmcelti fra' tutti li più insigni nelle arme; e reggea' ciascuno la sua centuria docilissima ai cenni. Tale era il metodo onde avessi la soldatesca legionaria e leggera. Scelse poi la cavallerìa dai più facoltosi, e più cospicui di lignaggio, e formatene diciotto centurie le dié compagne alle prime ottanta centurie de’ legionarj. Erano pur di queste diciolto, chiarissimi lì centnrioni. Finalmente ridusse ad una centuria gli altri tutti, ben più numerosi de’ primi che aveano men che dodici mine e mezzo, e gli escluse dalla milizia e li rese immuni da ogni tributo. Cosi risuitaron sei ordini che i Romani dicono classi denominandoli con greca parola : imperocché quello che noi significhiamo colla voce imperativa colei ( chiama ) lo significan essi coll’altra cala (>) ed anticamente caleseis pronunziavano in vece di classi. Comprendeano queste classi cento novanutrè centurie. Formavano la prima Bovantotto centurie compresevi quelle de' cavalieri : ventidue cogli artefici la seconda : venti la terza : di nuovo ventidue co’ sonatori di trombe e di timpani la quarta ; trenta la quinta : ed era dopo queste una centuria uuica la classe de’ poveri (a).  Calo catas tt antico veibo latino por chiamare j donde pur cbbesi la noce Calerule. (a) Classe prima. 9S -seconda aa ' tersa. ao quarta aa quinta 3 o sesta. Introdotto un tale sistema, iatimava i soldati per la guerra secondo le centurie, e li tributi secondo li beni. Quante volte a lui bisognassero dieci o ventimila soldati ; avendo distinta la moltitndine in cento novantatrè centurie, imponea ebe desse ognuna la sua parte. Calcolando, le spese da farsi pe’ frumenti e per gli bisogni di guerra ; egli stesso le compartiva secondo gli averi di ognuna tra le centurie, ordinate in cento novantatrè. Seguitò da questo ebe i possidenti piò grandi essendo minori di numero ma divisi io più centurie fossero sensa requie astretti a più guet're, e vi contribuissero danaro più ohe altri : laddove i possidenti mezxani e piccioli quantunque più numerosi, ridotti in meno centurie, non combatteano che alternativamente e di raro, né pagavano se non leggeri tributi ; e quelli che non possedeano quanto rìchiedevasi, erano intatti da ogni molestia. Nè ciò facea senza causa ; ma persuaso che gli averi sono per 1 uomo il premio della guerra,. e ohe ciascuno travaglia per difenderseli ; riputò giusta cosa, ohe chi pericola su più beni, più ancora al pericolo si opponga colla robba e colla persona : che men di molestia risenta in ambedue chi men perderebbe: e finalmente che chi non teme per cosa ninna non sia nemmeno in cosa alcuna aggravato, immune da’ tributi perchè bisognoso, e libero dalla guerra perchè libero da’ tributi. Imperocché li soldati Romani militavano allora, ciascuno a spese sue non lo stipendio riceveano dal pubblico ; nè pensava altronde che avesse a contribuire chi non aveane i mezzi e stentava il vitto quotidiano : nè che colui che non contribuiva militasse a spese altrui qual mercenario. G)sl rivolse Ai più ticchi tatto il carico de’ pe ricoli e delle spese : vedendo però che sen disgustavano^ nè raddolcì per altro modo il mal contento, e ne rat temperò lo sdegno, concedendo ad ewi tal prerogativa per cui gli arbitri sarebbero del pubblico esclusine i poveri. Nè comprese il popolo di ciò che facessi le con srguenze. Era la prerogativa ne’ comitj, ove dai popolo risolveansi. le cose le più gravi. Ho già detto di sopra come il popolo secondò le antiche l^gi era 1’ arbitro di tre cose grandissime e necessarissime : cioè di eieg> gere i suoi capi in città e nel campo, di ammettere o di abrogare le leggi, e di conchiudere la guerra o la pace.' E tali cose discuteva, e decidevate il popolo per curie, parrggiandovisi il voto del grande a quello del picciolo possidente. ^ E siccome pochi, come avviene, erano i facoltosi ; ma più assai li poveri; cosi preva leano questi ne’ comlej. Tullio ciò vedendo trasferì nei ricchi la prepotenza de’ voti. Imperocché quando pare vagli di' far creare i Magistrati o discutere le leggi, o Conchiudere la guerra teneva i comizj non più per ci^ rie, ma secondo le centurie anzidette. E prima chia mava a dare il Suo volo le centurie di maggior possi densa le quali èrano ottanta di fanti e diciotto di cavalieri. Or' queste più numerose che le altre di Un tre  quando fossero unanimi, superavano le altre ; e la di scussione avea fine. Che se non si univano queste in uu parere ; invitava allora le ventidue scritte nel se coud’ ordine., £ se i voti sciudcvansi ancora ; soprac  Erauo noTanioUo, e le altre tutte novauUoinijue. cbianuva le centarie di terz’ ordine : iodi quelle del quarto, e cosi via via, finché novantasette centurie si trovassera consentanee. Che se ciò non ottenessi neppure colla quinta, chiamata, ma le cento novantadue centurie si contrapponeano con parti eguali.; invitava allora 1’ ultima centuria che era de’ bisognosi, e però libera dai tributi e dalla milizia. E qualunque fosse la parte alla quale accostavasi questa centuria ; quella preponderava. Ma ciò era ben raro a succedere, per non dire impossibile ; mentre il più delle discussioni termi navasi col chiamar de’ primi ordini senza procedere al quarto. Doud’ è che l’ invito de’ quinti e degli ultimi superduo riusciva. Istituendo tal sistema e tal prerogativa inverso de’ ricchi, Tullio deluse, come ho detto i poveri ; né sei conobbero, e furono esclusi dalle cariche. Immaginavano questi che essendo richiesti un per uno a dare il suo voto, ciascuno nella sua centuria, avessero egual parte nel tutto : ma s’ ingannavano : perchè uno era il voto della intera centuria, e qual centuria conteuea. men cittadini e quale più i^sai ; e perchè prime votavano le centurie più ricche, più numerose per serie, quantunque con men cittadini. Aggiungi che un solo era il voto de’ bisognosi, quantunque fossero i molti ; ed aggiungi che ultimi si chiamavano. Per tal metodo i ricchi, quatunque assai soggiacessero a spese, né avessero mai requie da’ perìcoli della guerra, men sentivano il  Erano le centurie senza l’ultima 193. numero la cui metà è 96. Affinchè dunque vi, fusse preponderanza doveva un parlilo nascere almeno da 97 e I' alito da 96 ocniutia.peso ; perchè erano gli ariìitri divenuti di gravissime cose, ed aveano tolto agli altri tutto il potere. Altronde i poveri se non aveano che la minima parte nelle pabbliche cure sei comportavano placidi e ebeti, perchè liberi dai tributi e dalla guerra. Dond è che que’ medesimi i quali consigliavano ciocché era da fare ; quegli appunto se ne mettevano ai pericoli ed alle opere. Durò tal sistema per molte età tra’ Romani. Ma ne’ tempi miei fu variato, e renduto più popolare per forza di grandi necessità, non perché le centurie fossero disciotte ; ma perchè non più serbavasi 1 antica diligenza nel chiamarle; come io stesso, presente più volte ai comizj, ho veduto.: ma non è questo il tempo conveniente a parlar di ciò. Tullio data cosi regola al censo, comandò che tutti i cittadini andassero colie armi al campo più grande dinanzi Roma : e là, messi in squadre i cavalieri, ordinati li fanti in battaglia, e ridotti i soldati leggeri, ciascuno nelle proprie centurie ; li espiò con un toro, un ariete ed un capro. Egli fatte condurre prima tre volte le vittime intorno dell’ esercito le sagri Beò poscia a Marte, Nome sovrano di quel luogo. Anche a miei giorni vengono i Romani purificati con egual cerimonia, che essi chiamano lustro, dopo &tto il censo, da que’ che n’ esercitano' il magistrato santissimo. Come rilevasi da’ libri de’ censori, il, catalogo de’ Romani che si registrarono ascese allora ad ottantaqnattro mila settecento. Prese questo re non picciola provvidenza per ampliare le classi del popolo, ideandone de' mezzi sfnggiti a suol predecessori. Imperocché provvidero questi a far moltitudine ricevendo i forestieri e consociandoseli senza divario di natali o di sorte. Ma Tullio concedè che entrassero a parte della repubblica pur gli schiavi Fenduti liberi, se mai non volevano ripatriare. Àdon que permettendo che registrassero le loro sostanze iusieme con gii altri uomini ingenui gli ascrive fra le tribù urbane che erano quattro fra le quali ritrovasi aa cora la discendenza dai liberti, e fece che vi godessero quanto gli altri vi godeano di diritti.  Disgustandosi di questo e mal sopportandolo i Patrizj ; egli convocatane la moltitudine disse : cho meravigUctvasi primieramente de' malcontenti se credei vano che t uomo libero differisse dal servo per natura piuttosto che per la, sorte : e secondariamente se mv~ stiravano gli uomini degni di onori non dai costumi né dalle maniere, ma dalla prosperità, vedendo quanto caduca, e quanto mutabile sia la prosperità, mentre TÙuno, nemmeno de’ più felici, può dire quanto tempo gli durerà. Considerassero quante città barbare e gre^ che erano di serve divenute libere, e di libere serve. E qui condannava la grande loro incongruenza mentre rendevano liberi uomini degni di esserlo, e poscia ad essi invidiavano la cittadinanza : e consigliavali piuttosto a non liberarli, se malvagi li riputavano: ma -se ripa tavanli buoni, non li vilipendessero quantunque forestieri. Dicea, che ben era informe nè savia cosa che essi ammettessero alla loro cittadinanza tutti i forestieri, senza distinguerne la sorte, o por mente, se erano servi divenuii liberi ; e poi tenessero come indegni di tal graeia ^elli stessi che erano da loro liberati : e dicea, che essi i quali credeano più saperne che gli altri non vedeano poi le cose presenti, elementari, e piane anche ai più inetti': cioè che assai penserebbero i padroni anon rendere liberi cosi di leggeri i servi se poi doveano accomunarseli alle cose più grandi fra gli uomini : e che i 'servi assai più si studierebbero di far Fatile de’ padroni, se capivano che resi liberi sarebbero ancora cittadini di una città grande e beata ; e che ambedue questi beni Se gli avrebbero appunto dai padroni. Da ultimo fattosi a ragionare su F utile pubblico ricordava a chi io sapeva, ed a chi noi sapeva insegnava, che una città che aspiri al comando, una città che pre pansi alle grandi cose, non dee niun bene cercare quanto F aumentò del popolo, onde aver forze contro tutte le guerre, e non distruggere Ferario con assoldare gli estranei, perciò dicendo che i primi re concedevano a forestieri la cittadinanza. Che se ora adottavano la sua legge; aggiungeva che per loro via via crescerebbe una gioventù numerosa, nè sarebbero mai scarsi di soldati ; anzi che ne avrebbero abbastanza quantunque fossero astretti far guerra contro di tutti. Vi sarebbero ancora oltre le pubbliche, altra utilità non poche pe’ ricchi se lasciavano che gli schiavi renduti liberi avesser parte nelle adunanze ; mentre ne sarebbero in queste nel maggiore bisogno favoriti co’ voti o con altre decenze, e la scerebbero ne’ discendenti di essi altrettanti clienti ai posteri loro. Consentirono a tal dire i patrizj che si am> mettesse un tal uso in repubblica: e vi persevera ancora, custodito come una delle leggi sacre ed inviolabili. E poiché son venuto a tal parie di narrawoue ; parmi necessario adombrare i costami de’ Romani in que’ tempi sopra gli schiavi ; perchè niuno riprenda nè il re che tentò volgere in cittadini gli schiavi già liberi, né quei che la legge ne ammisero, quasi abbiano incautamente abolito istituzioni bellissime. Ottenevano i Romani dei schiavi per giustissime guise:' imperocché gli aveano o comperandoli dal pubblico che metteali qual preda all’ incanto, o concedendo un capitano che si appropriassero i presi in gnerra insieme con altre cosej o redimendoli da altri che gli aveano. con eguali marniere acquistati. Mé Tallio che lo introdusse, nè gli altri che lo riceverono e serbarono; tennero come vituperoso e nocivo al pubblico il costume pel quale si ridonasse la libertà e la patria da chi possedeali come schiavi, a quegli uomini che spogliati in guerra di patria e di libertà si erano utili dimostrati verso i primi che gii aveano soggiogati, o verso altri che gii avevano comperati dai primi. Ricuperavano moltissimi la libertà gratuitamente in vista deir onesto e bel procedere loro : e questo era il più onoridco mezzo onde riaversi : pochi ne sborsavano un prezzo, accozzato con legittime e caste fatiche. Non è però così di presente, ma sono le cose in tanta confusione, e cosi belle virtù de’ Romani sono invilite e bruttate; che chiunque trae danaro da crassazionl^ da sfasci, da prostituzioni o per altre ree guise, costui con tal prezzo redimesi, e diviene un Romano. Ottengono altri un tal dono dai loro padroni, divenutine i complici degli avvelenamenti, delle uccisioni, e. delle ingiustizie contro la : repubblica e contro gl’ Iddj : tal altri Digitized by Goo e de’ Veietiti, -già prime ad insorgere, e colpevoli di aver mosso le altre alla guerra co’ Romani, queste in pena le multa della campagna, coi divise in sorte tra gli ammessi di fresco alla cittadinanza di Roma. Compiate tali cose in guerra ' ed in pace, e fondati due tempj l’uno nel Foro boario, e l’altro in riva del Tevere alla Fortuna sembratagli propizia tutti i suoi giorni, e da lui chiamata Kirile come chiamasi ancora  ; alGne provetto assai per età, nè lontano ornai dal suo termine, morì tra le insidie dei genero suo e della Gglia. Io dirò di queste insidie ma ripigliandone il GIo alquanto da lungi. Avea Tullio due Gglie, nategli da Tarquinia, sposata a lui dal re Tarquinio medesimo. Divenute nubili le donzelle, cugine dal canto materno a’ nipoti di Tarquinio, diedele appunto a questi per mogli, la più grande al più grande, e la minore al minore ; cosi parendogli che meglio converrebbobo a chi le prendeva ;  Tullio fondò piò che due tempj. Fiutar, in quest. Rom. 74  Ma la fortuna ViriU fu coosccrata da Anco e non da Serrio secondo lo stesso Plutarco De Fortuna Roman, se non che per la diflbrmità de’ costami si trovò ì’ua genero e l’ altro accoppiato col sao contrario. Lucio il maggiore, baldanzoso, caparbio, tiranno per indole, ebbesi la fanciulla, savia ^ mansueta, piena di amore paterno: laddove Arunle il più tenero, mite molto per genio e tutto affabile, se ne ebbe la iniqua, e tutta ardire, e tutta odio contro del padre. Ora seguiva che movendosi ognuno a seconda del genio suo venivane ripiegato in contrae rio dalla sua donna. Ardea lo scellerato dal desiderio di balzare il suocero dalla reggia : ma intanto che a tale disegno applicavasi, erane dai voti contrariato e dal pianto della consorte. In opposito il mite sposo, fermo in cuor suo che non aveasi ad offender il suocero ma che do veasi aspettare che la natura ne consumasse la vita, ni tollerando che il fratello commettesse quella ingiustizia, era spinto in contrario dalia ribalda sua compagna, che lo istigava e garrivalo, rimproverandolo come vile. E poiché niente poteano nè le suppliche della savia donna che insinuava il suo meglio al non giusto suo sposo, nè le istigazioni della malvagia che provocava ai delitti Taomo suo, che non era temperato a commetterne; ma ciascuno seguiva l’indole sua tenendo per molesta la compagna perchè non avea desiderj uniformi ; la prima ne piangeva, ma comportava l’acerbo suo caso, quando l’altra fremevane audacissima, e cercava come togliersi dal sno camerata. Or qui levatasi di mente la scellerata, considerando quanto bene a lei si confarebbe il marito della sua germana, sei fa eh iamare, quasi per abboc carsegli di necessarie cose. E poiché fu venuto; ordinando che si rititasserò quanti eran seco per discorrere sola con solo Or su, disse, o Tarquinio posso io liberamente e senza pericolo ridire quanto medito pel bene di ambedue ? Lo celerai tu quanto sei per udire ? o vai meglio che io taccia, nè palesi V arcano' consiglio ?, £d invitandola Tarquinio à dire, e certificandola coi giuramenti, qualunque ne volesse, cbe-taóerebbe i discorsi ; ella non più contenuta dalla verecondia >neO‘ amici che abbondano, ed altre comodità copiose e grandi per imprendere. Che più, dunque t’ indugj ? u4 spetti forse il tempo che per sé stesso venga e ti dia la corona senza che pur te ne brighi ? Quando ? dopo la morte di Tullio ? Jippunto la fortuna riguarda gl’ indugj degl’ uomini, appunto la natura pon fine alle vite secondo la proporzione degli anni ! Anzi oscuro, incomprensibile è f esito delle cose mortali. Sebbene, io lo dirò pur francamente, quandi anche tu me ne chiami temeraria, una a me sembra, una la causa per la quale niente commoveti, non l’ amor degli onori non della gloria. Hai tu donna mal conforme a tuoi modi; e questa li lusinga, e t’ incanta, £ ammollisce : e da questa rendalo men che uomo diverrai finalmente un ignoto. Così pure quel marito eh’ è meco, tutto paura, e senza nulla di virile, quegli ha depresso me ch’era nata alle grandi cose, quegli ha fatto il fiore languir di bellezza che mi avvivava. Se portava il destino che tu prendessi me per moglie ed io te per marito, già non saremmo tanto tempo vivati nella ignobilità de’ privati. Che dunque non emendiamo le colpe della sorte ? che non trasmutiamo il matrimonio ? che non togli tu dalla vita cotesta tua donna ? Io sì che apparecchio per quel mio marito /’ egual trattamento. E quando, spenti questi ^ ci sarem conjugcUi y allora consulteremo con 'sicurezza sul resto, liberi già dagli ostacoli che ci conturbavano. Che so altri per cUtre cause teme la ingiustizia ; già non è da riprendersi chi tutto ardisce per dominate. Mentre Tullia cosi diceva, ne ascoltava Tai> quinio con diletto i disegni : e dando immantinente e ricevendo i pegni di fede, e le primizie dell’ empie nozze, si ritirò. Non andò guari tempo ; .e perirono p^ eguale sventura la primogenita di Tullio, ed il minor de’ Tarquinj. E qui sono astretto a far parola di nuovo di Fabio, e riprenderne la negligenza nell’esame dei tempi. Imperocché fattosi alla morte di Arante non. pecca per questo capo solo come io dinanzi dicea, che deaerivelo per figlio di Tarqninio ; ma per l’ altro ancora che narra, che mortosi Arunte fu sepolto dalla madre Tanaquilla, la quale non potea di que’ tempi più vivere. Conciossiachè giù di sopra fu dimostrato che costei numerava settantacinque anni, quando mori Tarquinio. Ora aggiungi a questi altri quarant’ anni, giacché sappiam dagli annali che Arunte mancò nell’ anno quarantesimo del regno di Tullio; e saran gli anni di Tanaquilla cento quindici. Tanto picciola nelle storie di que^ st’ uomo é la cura intorno la ricerca del vero ! Dopo ciò Tarquinio senza indugio riprese in Tullia una moglie, ricevendo lei da lei stessa, e senza che la madre approvasse, o consolidasse il padre quelle nozze. E come que’ due impurissimi, come que’ due micidiali si congiunsero, tentarono di cacciare se noi cedea di buon grado, Tullio dal trono: e teneano perciò delle conventicole, e raunavano que’ senatori che aveano cuore alieno da lui e dalie forme di un governo’ popolare, e comperavano i più bisognosi della città quei che non Bveau cura ninna della giustizia, facendo intanto tutto senza nasconderlo. Tullio vedendo ciò, ne fu contur baio, e temette di essere sorpreso da qualche infortunio. Nè dovrebbesi meno se dovesse far guerra alla figlia ed ai genero, e pigliarne vendetta come di nemiri. Adunque invitò molte volte Tarquinio a discorso in mezzo degli amici ; ora redarguendolo, ora ammonendolo ed ora esortandolo a non far contra lui mancamento. Poiché però costui non lo attendeva, e pretestava che direbbe in Senato i suoi diritti; egli stesso adunando il Senato, incominciò : Tarquinio o senatori ( e ben mi è ciò manifesto ) Tarquinio tien dei congressi; Tar~ quinio m insidia lo scettro. Io da lui voglio, presenti voi, risapere, qual privata ingiuria ha da me sostenuta, o qual vede che io ne ho fatta sul pubblico per insidiarmi. Rispondi Tarquinio, non '{infingere, di che avresti tu mai per incolparmene? È questo il Senato, ove di essere udito desideravi. E Tarquinio replicò : Breve o Tullio sarà il dir mio, ma giusto ; e però voleva io profferirlo tra questi. Tarquinio V avolo mio possedè la reggia di Roma, e molti e grandi travagli sostenne per essa. £ lui morto, io, gli debbo succedere secondo le leggi comuni de’ Greci e de Barbari. E convenivasi, come si conviene a quei che succedono agli avi, che io ne ereditassi non pur le monete, ma la reggia : e tu mi davi le une, come lasciate da esso, e mi toglievi la reggia, e già da tempo la tieni, senza averla mai ricevuta a norma delle leggi : perocché nè gl’ interré vi ti scelsero, nè i senatori mai per te davano il voto, nè assunto vi eri dacomizj legittimi come l’avo mio e come tutti i re precedenti. Tu andavi al trono,e comperando e subornando per ogni modo una turba di vagabondi e di miseri, una turba rovinata nella stima per le accuse e pe’ debiti, una turba infine niente sollecita del pubblico bene : e così andandovi nemmeno dicevi di stabilirlo per te, ma davi' le viste di custodirlo per noi orfani e pargoletti: e dichiaravi, udendolo tutti, che quando saremmo già adulti, lo renderesti a me che sono il pià grande. Se dunque volevi tu far la giustizia, quando mi consegnavi la casa, quando il danaro dell’ avo ; dovevi tu consegnarmene nommeno la reggia seguendo V esempio dei tutori onorati e dabbene, i quali ponendosi alla cura de’ regi figli, orfani de loro padi’i, rendono ad essi appena son grandi puntualmente e santamente la signoria degli antenati. Che se ancora non io semhravati idoneo a pensieri convenienti, ìiè bastante pei giovani anni a città si popolosa, dovevi almeno restituirmene il governo quando io giunsi ai treni anni che son gli anni vegeti del corpo e della mente, e ne’ quali tu mi davi la tua figlia in isposa. Avevi pur tu questa età quando prendevi la cura della nostra casa e del regno. Ti sarebbe, cosi facendo, accaduto di esserne detto pietoso e giusto, di essere il partecipe de’ miei consigli, il partecipe degli onori, e di udirmiti chiamar padre, e benefattore  e salvatore ; e con ogni bel nome, quanti ne sono destinati dagli uomini per le assioni le pià preziose ; nè io già da quarantaquattr anni sarei privo del regno, io non informe di corpo, io non disadatto di mente. E ciò stando y osi pur dimandarmi quale aggravio io ne senta, sicché io labbia per inimico, e te ne accusi? Anzi dX, Tullio, dì per qual causa non mi stimi tu degno degli onori delt avo ; dì, qual ne trovi, qual ten ^ngi buon titolo di tal mia privazione ? Non pensi forse che io sia germe puro di quella stirpe, ma intrusovi e spurio ? Come dunque tu curavi un estraneo da quella famiglia ? o come, quando ei crebbe, gliene rendevi la casa ? O pensi che io non lontano molto dai cinquant’ anni > io pur siegua ad essere un orfano ? un incapace ed moneti del pubblico ? Lascia dunque gli schemi di domande invereconde; cessa una volta di esser malvagio. Che se hai giuste cose a rispondere io, son pronto di rimetterle a questi giudici, de’ quali tu non potresti ih città rinvenirne altri migliori. Ma se di qua levandoti ricorri tu, come sempre solevi, a quella tua ligia moltitudine ; già non sarà che io mel soffra. Io qui sono appeaecchiato disputare sul giusto ; ma lo sono ugualmente per eseguirmelo, se non miascolti. Al tacere di lai ripigliando Tullio il discorso, così disse : Quanto è vero o senatori che dee t uomo aspettarsi ogtd caso pià impensato nè crederne assurdo rduno, se fn questo Tarquinia sta per levarmi dal pritKÌpato : questo Tqrquinio, else io prendea, che io salvava fanciulletto da’ nemici che lo insidiavano, che io educava e crésceva, e cresciuto, ' compiaceami di avermelo a genero, ed erede infine di tutto se io patissi umana vicenda. Ma poiché tutto mi riesce in contrario, e che ne sono ami accusato come ingiusto ; serberommi a piangere la mia sorte, rispondendo ora su miei diritti a fronte di lui. O Tarquinio, io presi la cura di voi lasciati fanciullini : nè già di voler mio, ma costrettovi dalle brighe, la presi. Imperocché si dicea che quelli ette aveano manifestamente ucciso I avolo vostro onde riprendersi il tròno, avrebbero occultamente insidiato • anche tutto il parentado : e quanti a voi per sangue si riferiscono, tutti confessano, che se quelli restavan gli arbitri del comando, non avrebbero pur seme lasciato della stirpe de’ Tarquinj. Non ci avea curar tore, non tutore ninno di voi se non una donna, la madre del vostro padre,. bisognosa ancor essa di alr tri curatori per la cadente età siui. Rimanevate vm solo a me corifidati, custode unico dell orbitade vostra, a me che ora chiami un estraneo, un che niente a voi si appartiene. Jn tali turbolenze ponendomi al comando io punii gli uccisori' deU’ avolo vostro', e ’ voi crebbi allo stato di uomini, nè avendomi prole virile, io vi eleggea ^perchè à me succedeste. E questo o Tarquinio il discarico della mia ‘cura; nè già potresti in parte alcuna imputarmene di menzogna,. Ma quanto al regno, poiché di questo mi accusi, odi come io me ìo abbia^ e le Cause per le quali non a voi lo ceda, nè ad altri. Quando io presi 11 governo, avvedutomi che mi si tramavano delle insidie, volea nelle mani riporlo del popolo. E chiamando tutti a concioAe, io già faceami a cedere il comando per cambiare con una vita di calma e senza pericoli^ la vita del comcmdare, la quale è piena di invidia, e sparsa pià di amarezze che di piaceri. Non comportarono i Romani che io tanto eseguissi, nè vollero alcun altro sul Comune, e me ritennero, ed a me diedero col consenso de’ voti, il régno, quel possesso loro, o Tarquinia, e non vostro. Così pure l'Oveano già dato all’ avolo vostro tuttoché forestiero, e niente congiunto col re precedente ; sebbene Anco Marzio lasciava de’ figli maschi e floridi per anni ^ e non de’ nipoti, e piccioli, come Tarquinio voi lasciò. Se legge è comune di tutti, che chi eredita le sostanze e i danari dei rei che cessano, debba insieme r,iceverne il regno, dunque non fu Tarquinio l’ avolo vostro che al morire di Anco ottenne là cotona, ma il figlio primogenito di questo. Ma il popolo di Roma chiama al comando t uomo degno di averlo, e non il successore del p’adre. Imperciocché giudica che le sostanze sieno di chi le possiede, ma che il regno sia di quelli che il diedero ; giudica convenirsi che ottengano quelle gli eredi per sangue o per testamento se i padroni sén muojono, e che tomi l’ altro a chi ’l diede se vien meno chi preselo a reggere •; se non forse hai tu da contrappormi che I avolo tuo ricevette il regno con tal condizione che non potesse pià tortegli, e che lo tramandasse a voi suoi discendenti; sicché non fosse pià t arbitro esso popolo, di conferirlo a m, levandolo a voi. Ma se hai tu punto di simile, che noi produci? Ma non gli hai tu questi patti. Che se io non ebbi il regno per buona via come dici, noneletto dagf interré, noti portato dai senatori agli cffari, né compiendo il resto a norma dette leggi; questi dunque, .questi ho 10 vilipesi e non te : e questi e non tu, saria giusto che V autorità men finissero. Ma nè io violai questi, né cdtro chiunque. Jl tempo tn é buon testimonio’, che 11 potere mi fu dato legittimamente, e che legittima^ mente mel tengo. Imperocché già ne volge I armo quarantesimo e niun Romano pensò mai che io commettessi, avendolo, una ingiustizia ; e non il popolo, non il Senato mai si mosse a spogliarmene. Ma lascisi pur tutto ità : diasi pur luogo alle tue ragioni. Se io te privava di un deposito delt avo, se io mi ascrissi il tuo regno contro. tutti i diritti degli uomini, convenivasi che tu a quelli ne andassi che mel diedero : che con quelli ti ramaricassi e garrissi che io mi tenga te cose non 'mie ; è che essi mi si obbligarono col dispensarmi t. altrui: e se tu il vero dicevi; di teneri gli [avresti persiutsi. Che se tu non certificavi ciò cotuoi parlari ; e tuttavia pensavi, indebita cosa che io regnassi, e che tu sei pià acconcio al maneggio del pubblico ; potevi almeno, fatta ricerca diligente de miei errori, e numerate le belle tue gesta, riclamartene giuridicamente la precedenza. Ma tu non hai fatta, nè luna nè F altra cosa; e dopo tanto tempo, finalmente, quasi riavendati da lunga ebbrietà, vieni per accusarmene  e nemmen ora dove si dee. Canciossiachè, già non conviene che queste cose qui dichi ( e voi non ve ne sdegnate o Padri., mentre io cosi parlo non perchè vi si tolga questa causa, ma per dichiararvi li costui vanilotfuj ), ma conveniva che preaccennandomi tu. che aduneresti il popolo a conciane là mi accusassi. Ora ciocché hai tu schivato, lo supplirò io questo per te :• convocherò il popolo, lo Jarò giudice delle Mense che òuoi : lascerò che decida di nuovo, qual sia pià idoneo di nói per comandare ; e quello che là destinasi, quello adempirò. Ma basti il fin qui detto a risponderti : perciocché toma allo stesso dir poche o molte ra^ni eon emoli che non le apprezzano, men-, tre questi per indole nemmen soffrono ciocché li per-, suada ad essere umani. Ben io mi meravigliava o senatóri che sdeuni di voi (se ve ne sono ) volendo depor me, cospirassero con costui. F^olentieri udirei da loro per qual mia ingiustizia mi fan guerra, o da quale mio trattò inaspriti. Sanno essi forse che assai nel mio principato, perirono senza essere uditi, assai furono spogliati, di patria, assai delle sostanze, o con altro sciagure affitti ? o non avendo a ridire su me niun tirànnico modo di questi, sono essi forse conseqtevoli delle, mogli lóro da ma disonorate ; delle prof ansate loro verini figlie, o di tal altra mia incontinenza su ingenue persone ? Egli è giusto se in me sorto tali eplpe, che io sia, nonuì del regno privato, che della vita. O può .dire alcuno che un superbo io sono, un esoso per la mia durezza, un-iiHollerabile per la mia caparbietà nel governare ? Qual mai dei re predecessori fu così moderato, così umano nel suo potere, o qual fu con tutti come me, quasi un tenero patire co’ figli? Io quel potere che voi mi deste, voi custodi di ciò che avete dagli avi ricevuto io non lo volli questo nemmen per intero : ma creai leggi, ( e voi le approvaste queste leggi) su cose principalissime,• e le intimai perchè tutti esigeste e rendeste cots-esse i diritti, ed io stesso il primo mi vi sottoposi, docile come un privato agli ordini, che io dava per nitri. Che più : non io mi tenni giudice di tutte le ingiusti-‘ zie ; ma commisi che voi stessi giudicaste delle pri-, vate} ciocché ninno uvea fatto dei re precedenti. ^Laon de, non vedesi in me colpa sicché altri me ne contrarino. O turbano voi forse i benefizf miei verso del popolo ? Ma non sarebbe così pensare un offendeivi ! se già tante volte con voi me ne giustificai. Se nonché niente bisognano discorsi tali : se a voi pare chequesto Tarquinio, preso il govermo, sia per ammiinistrarvelo anche meglio : io non invidio a. Roma .il suo miglior principe. Restituendo il comandò al po-^ polo che mel diede, e tornandomi tra privati, farò che vedasi chiaramente che io sapea tanto, ben' io minare, ' quanto io posso dignitosamente servire^. 55 ascese in tribuna, e tennevi un patetico e Inngo ragionamento óve numerò le gesta militari eh’ egli iece mentre viveva Tarquinio e dopo, e .ricordò mano a mano le istitnaioni donde sembrava il Cornane prosperato di, molte ; e grandi utilità. E venendogli dal dir di ogni fatto -amplissime lodi, e desiderando ornai tutti sapere perchè li ridicesse, palesò finalmente come Tarquinio accusa• vaio di' egli tenesse a torto un regno che a lui si doveva : e come apaigeva che l’avolo gli avea nel morire lasciato con le ricchezze anche, il regno, e che non po-, teva il popolo concedere ciocché suo non era. E qui -^Vegliatosi in tutti clamore, ed. indignazione, egli intimando silenzio, piega vali, che non impazientissero nè tumultuassero a quel dire : ma chiamassero Tarquimo, e se. forse aveva giuste cose da esporre le conoscessero: e se lo trovassero offeso, e se. piò idoneo a reggere, gli affidassero pure il comando di Roma : egli se ne allontanerebbe, e renderebbelo ad essi da’ quali lo .ebbe. Cosi lui dicendo e movendosi già per,i iscendere dalla ' tribiina,, proruppe da tutti un grido, un gemito, un pregar vivo ebe non cederne ad alui.il comando. E ci avea por chi esclamava elve si avesse a tempestare Tarqninio : e colui, vista in fremito la moltitudine, temendo che non gli desser di mano ; foggiasene cogli amici in casa. Allora tripudiando tutto il popolo ricondusse tra gli applausi e le acclamazioai Tullio alla reggia. Tarquinio, veuutogK meno, quel tentativo, fremè dal rancore, che il Senato non gli dess^ alcnn aiuto, quàndo egli fidava su questo principalmente; e teuniesi per alcun tempo in casa non conversandolo che gli amici. Quando la donna sua gli si fece a dire elle più non dovea star mollemente a bada, ma ebe dovea^ lasciate le parole, Tenire ai fatti, e primieramente cercar pace per mezzo degli amici da Tnib'o, perché colui credendoselo riconciliato, meno il guardasse. E parendogli eh’ ella ben consigliasse, finse di esser pentito, e più volle per .mezzo degli amici Orò caldamente Tullio affinchè lo perdonasse ; né difficilmente ve lo indusse, essendo placabilissimo per indole, ed alieno da nna guerra inestinguibile colla figlia e col genero. Ma venutogli poscia il buon ponto, essendo il popolo sparso ne’ campi per la raccolta, egli usci cìnto di amici co’pngnali sotto ' d^li abiti: dati i fasci ad alcuni de’ servi, e presa per se regia veste ed altri simboli del comando, si recò net F oro ; e standosi dinanzi la Curia, intimò che il banditore convocasse il Senato. E siccome ci aveanO già pel Foro appostatàmente molti de’Patrizj consapevoli ed istigatori del delitto ; allora si concentrarono. Intanto corso alcuno in casa di Tullio lo informa come Tarquinio' ersi uscito con regie vesti, e chiamava i Padri a consiglio. Stupitosi Tullio dell’ ardimento andò tra piccfolo seguito con più velocità che saviezza: e giunto nella Curia) e vedutolo in sul trono, e con gli altri distintivi reali, chi, disse, chi, scelleratissimo uomo, ti concedè questi onori? e colui, /ìi, replicò, l’ardire tuo; fu la tua inverecondia o J\dlio ; perocché non essendo tu libero, ma servo nato da serva  e posseduto qual prigioniero dalT avolo mio, ti arrogasti il comando di Roma. Tullio, ciò udendo, inaspritone, à biqciò fnor di proposito su lui, come per isbalzaflo dal trono. Vide. 5'J TaitjaÌDio ciò con diletto ^ e sorgendo dalla regia sede afferra e trasportasi Ini vecchio, che grida, ed invoca i suoi. Giunto fuori della Curia egli florido e forte, le vaio in alto > e trabalzalo giù per le scale che mettono al luogo de contizj. Alzatosi appena dalla caduta il vecchio, cóme vide intorno, pieno tutto de partigiaui di Tarquioio, e deserto e vuoto de cari suoi, partesene malconcio e mesto con pochi che lo sostengono, e ricoóducoDO, mentre riga intanto la via di sangue.Narransi dopo ciò le opere dell’ empia e barbara figlia, tremende ad udirsi, come portentose nè credibili a farsi. Costei sentendo che il padre era ito in Senato vogliosissima di conoscerne la fine, venne in sul cocchio nel Foro : e conosciutavela, e veduto Tarquinio in su le scale della Curia, essa la prima a gran voce lo salutò monarcA, supplicando gF Iddii, che il regno di hii riuscisse propizio a Roma. E salutandolo monarca altri ancora de’ cooperatori suoi, • lo trasse in disparte e di^se: Le prime cose o Tarquinia te hai Ut faUe come àoveansL Ma finché vive TuUio non potrpi renderli stabile il regno. Egli se abbia picciolo tempo di questo giorno ; ecciterattene incontro il popolo ; e tu sai’ quanto il popolo tutto è per lui. Su dunque' prima ih ei torni in casa, manda chi lo uo cida ; te ne libera. Ciò detto, e sedutasi di nuovo in sul cocchio,. parti. Tarquinio convinto che la iniquissima donna ben consigliava, spediscegli contro alquanti de’ suoi  co brandi : e quelli trascorrendo rapidissimaménte la via raggiunsero Tullio pressò la casa, e lo uccisero. Abbandonato palpitavane ancora il cadavere per la strage recente ; quando la figlia sopraggiunge : ma stretta essendo la via donde avessi à passare le mule a tal vista si spaventarono : e 1’ auriga stesso .che le guidava mosso da compassione si fermò e si volse a colei. La quale dimandandogli perchè mai non procedesse : Non vedi, disse, o Tullia, che qui giace U morto tuo padre, nè vi è transito fuorché, sul cada- vere suo ? E sdegnatasene quella, e levatosi lo scAbello da’ piedi e lanciatoglielo disse : ’E non le guidi o stolto in sul morto ? E colni gemendo anzi per la compassione elle per la percossa spinse forzosamente le mole so del cadavere: E la via chiamata Olbia  per addietro, fu dopo il tragico e barfiAro caso, detta nélF idioma de Romani scellerata.  Tale è il termine di Tullio dopo quarantaquattro anni di regno. Dicono che qnest’nomo il primo alterasse ì patrii costnmi e le leggi .ricevendo il principato non' dal Senato insieme, e dal popolo come tatti i re precedenti ma dal popolo. sedo, guadagnane dosene la classe > indige nte con' distribnzione e'donii, ^ altri sedncimentL E cosi sta la'veritè; perciocché' nei •> (l) OAjStar >0 greco saU fiUce, firtunaUn sareiiba il teina che la vìa ftlice fortunata fu delta scelterata pel delitto. Alcuni leggono va-fis io luogo di tXfittf, certamente, secondo che scrive Varrime nel lib. ^, de lingua laiina, i Sabini quando tinnirono ai Romani, chiamarono Cipria la contrada di Roma nella quale si alloggiarono come per buono angario, perché Cjrprwn tra’ SaiNui tigniScava il bene. E secondo ciò la contrada, detta Cipria o. buona dni Sabiui pel buon augurio, sarebbe appunto quella ghe fu. poi della scrllerata per la empietà commessavi. Ma Varrone .scrive che questa contrade cran prossime, e non già le. medesime.. prifni tempi quando un re moriva, il popolo dava al corpo del Senato la podestà di stabilire la forma che pià volessero di governo, ed il Senato nominava gl’interré, e gl’ interré sceglievano per sovrano 1’ uom più pregevole sia de’ cittadini, sia de’ nazionali, sia de’ forestieri : e se il Senato ’ne approvava la scelta, se il popolo co^ voti suoi r aotorizzava, se gli anspizj la confermavano, còlui prendeva il comando. Che se mancava alcuna di queste condizioni, ne; nominavano nn 'secondo ; e poi un terzo, se avveniva che il secondo non avesse propiziò quanto era d’ uopo dal cielo e dagli' notami. Ma Tullio, come innanzi fu detto, assumendo in principiò il carattere di regio tutore, e poi guadagnandosi il popolo con gli amorevoli modi', fu -re nominata solamente da quello Poi • diportandosi come uomo temperato e clemente fe' colle opere successive tacere le accuse, che non avesse adempita ogni cosa a norma delle Ipggi ; lasciando a > molti il 'sospetto, che se non era presto > levata; avrebbe' ridottolo Statoa forma di una repubblica. E (|nesta é la cagion principale. per ui dicesi che alenai de’ palrizj lo insidiassero^ Pionr potendo con altro modo hnirne il comando, inisero -TarqUinie alla impresa e gli cooperarono il regno^ per voglia di deprimere -il •'popolo fornài troppo potente pel ' governo  tura un giorno ; nella prossima notte spirò. S’ ignorava però da molti la maniera del termine suo. Diceano alcuni eh' ella stessa aveasi data da sé la morte, anteponendola al vivere. Altri però diceano che era stata uccisa dalla figlia e dal genero come troppo addolorata e benevola inverso lo sposo. Per queste cagioni il corpo di Tullio fii privo di regj funerali, e di magnifico monumento : conseguì però coUe opere sue memoria perenne in tutti, i tempi. Anzi quanto iegU | fosse caro agl’ Iddìi lo., fece eziandio palése nu segno celeste : dond’ è che alcuni tennero ancora per vera la opinione incredibile e fiivolosa intorno la nascita sua come dianzi fa detto. Appiccatosi il fuoco id tempio delia fortuna, che egli area già fabbricato, mentre tutto era preda delle fiamme ne rimase intatta solamente la statua di lui in legno dorato.. Il tempio e quanto .è' nel tempio rifabbricati dopo l’ incendip sul modo antico presentano le traccie di un’ arte recente: ma la statua, antica com era nelle fattezz^. vi riscuote ancora il qulto dai Romani. E ciò è quanto abbiamo ricevuto sopra Tullio. Dopo di lui prese la siguoria di Roma Laicìo Tar^illnio non gi^ fecondo le log^ ma colle armi nelr anno quarto dell olimpiade sessantesima prima nella quale vinse nello stadio Agatarco, essendo arconte di Atene Tericleo. Cosmi spigando la popolar moltitudine, spregiando i patria] da’ quali era stato condotto al trono, e confondendo e sconciando ogni costumee legge e disciplina colla quale i re precedenti ave'ano dato forma a Roma; rivolse il governo in nna manifesta tirannide. E primieramente mise intorno a sé guardie di bravi, naaionali ed esteri, con spade e lan ce, i quali vegliando di notte negli atrj della reggia, é scortandolo di giorno, ovnnqne ne andasse, lo scber missero appieno dalle insidie.' Inoltre non usciva nè di continuo, né con periodo certo, ma di raro, e quando non aspettavasi. Deliberava su le cose comuni molto in sua casa, e poco nel F oro, in mezzo a’ parenti più stretti cbe lo guardavano. Non concedette che alcuno di quei che il volevano si presentasse a Ini se noi chiamava : e presentatoglisi, non era giè con esso, compiacevole e mite, ma grave ed aspro ' come un tiranno, e terrìbile ansi che gioviale a vedere. Definiva le controversie su’ contratti in conformità de’ costumi suoi, non delle leggi e del dritto. Per le quali cagioni i Romani lo denominaron superbo, ciocché nell’idioma nostro vuoi dire soperchiatore contrassegnando l’ avo col soprannome di Prisco, o come noi diremo antico per nascita, giacché quello aveva i nomi appunto del giovine.  NelP annp e di Roma secondo Catone, a seconde Vatreus, e &3a avanti Cristo. Qaaado poi concepì di aver già consolidato il suo regno, concertandosene co’ più ribaldi de’ suoi ami> d, avviluppò tra accuse capitali i piò cospicui de’ cittadini ; e primieramente i contrari suoi, quei che già non^voleano che Tullio si levasse dal trono, e quindi altri li quali immaginavaseli malcontenti del cambiamento, o li quali abbondassero di riccbezae. Coloro che in giudizio li riducevano, gli accusavano l’un dopo l’altro con delitti falsi, e con quello specialmente che tendevano insidie al re che ne era il giudice. Ed egli quali ne condannava alla morte, e quali all’ esilio: e confiscati i beni degU uccisi o banditi, dispensavane alcun poco tra gli accusatori, serbandone la piò gran parte per sè. Pertanto molli de’primar} vedendo le ca> gioni per le quali erano insidiati, lasciarono, prima di essere complicati in delitti, Roma tutta al Uranno. Vi furono pure alcuni sorpresi ed oppressi di furto da lui nelle case o ne’ campi : uomini ben degni di riguardo, ma non piò sen trovarono nemmeno i cadaveri. DiBtrutla così la maggior parte del Senato con suagi e con esilii perpetui la supplì con chiamare agli onori di quei che mancavano i propri amici: nè però concedette loro di fare o dire se non quanto egli avesse prescritto. Tanto che li senatori già scelti da Tullio, e superstiti ancora nel Senato, e contrarj fin’allora al popolo sul concetto che la mutazione tornerebbe in lor bene per le promesse avutene da Tarquinio ingannevoli e tradiuici, vedendo infine che non aveano piò parte nelle pubbliche cose, anzi che aveano' come il popcdo per dula la libertà ne sospiravano : ma temendo un avvenire ancor più tetribile, nè potendo impedire pianto faceagi, chctaronsi necessariamente a’ mali presenti. Or vedendo il popolo dò, pensava che stesse lor bene, e godea sul Hintraccambio, quasi là tt> rannida foste per essere 'grave a quelli soltanto e non pericolosa per lui ; quando non molto dopo ne vennero i mali ancora più su di esso : imperocché Tarquinio annullò tutte le leggi di Tallio per le quali il popolo rendeva ed esigeva il giusto con diritti eguali senza es> seme come prima sovverchiato da’ patria) ne’ contratti : né lasciò pur le tavole dove erano scritte, ma fattele levare dal Foro le distrusse. Poi tolse i daz), propoiv zionevoli ai registri delle sostanze, tassandoli novamente sul modo antico. E se mai bisognavano a lui denari, Contribuivane il più ' povero quanto il più ricco. Or tale regolamento esaurì subito colla prima imposizione gran parte dei popolo; essendo astretti a pagare dieci dramme a testa. Intimò 'che non più si facessero quei concor, quanti sen facevano per villaggi, per curie', o per vicinati, a Roma, o nella campagna in occasione di feste o sagri6zj comuni, perchè riuneudovisi molti non vi macchinassero occultamente fra loro di abbattere il principato. Ci aveano qua e là disseminati, ignoti osservatori e spie dei detti e de’ fatti, e questi intra punto contro il governo scandagliavano gli animi: e se scoprivano alcuno esasperato da’ mali introdotti lo in(xilpavano presso del tiranno: ed aspre irreparabili ne erano le pene, se restava convinto. Né gli bastò di abusate m tal modo' del popolo : ma raccogliendo dal meazo di esso quanti ci area 6di e proprj per la gnerra, astrinse gli altri a lavorare in città, riputando che i re moltinimo pericolano, ae i più scellerati e poveri stieno oziosi. E desiderando vivamente che si ultimassero nel suo regno le opere lasciate imperfètte dall’ avo suo, che si continuassero; fino al fiume le cloache cominciate da quello e si circondasse di portici coperti il Circo Massimo il quale -non aveane che le gradinate; si applicarono a questo lavoro; e ne i ottennero parco frumento i poveri, altri tagliandone i materiali, altri guidando i carri che li trasportavano, ed altri portando su le spalle i pesi. Chi scavava sotterranei canali e largure : chi facea volte in essi ; e chi sn. Tarquinio perché aveasi scelto Mamilio per genero e non lui, fece uda lunga accusa di Tarquinio nmnerandone le op^re di orgoglio e di soperchieria, come il nou essere venuto in consiglio, dove eran già tutti, e dove gli aveva esso • stesso invitati. Difendealo Maroilio, imputando l’ indugio a cause urgenti^ime, e chiedea che diiferissero ; e differirono il consiglio al prossimo giorno, indotti dai suo parlare i Latini. (t) Livio nel lib. i dice che era della Aiceia : Tur /mi Herdoiui ai Arida. Forte la gran vicinanta di Coriolo e dell'.tfr(cM Ccce prender l’nna per l’altro. Coriolo era fra i terrìtorj Amiate, Ardcatinp, ed Aricino, tal monte Giov. toJOttlQGiunto nel giorno appresso Tarquinio, e congregato il consiglio, e toccato di volo l’ ittjiagio suo ^ fecesi a discorrere della preminenea che a lui cecnpe- teva come posseduta già dall’avo per la forza delle armi; e presentò gli accordi delle città fatti ctm quello. Lungo fu il suo ragionamento intorno dei diritti -e def patti; e grandi le premesse di beneficare le città se amiche gli si tenessero, e provocavale infine a far guerra con esso ai Sabini. Come dié fine al dir suo. Turno recatosi innanzi accusava la tardanza di lui, nè permetteva che li compagni gli cedessero il principato, perchè nè dovuto a lui per giustizia, nè possibile a darsegli con utile dei Latini. E molto ragionò su l’nna e su l’altra cosa dicendo che i patti che avean segnati ccfll’avo suo quando gli accordarono la sovranità finirono colla sua morte, per non essere scritto in quelli che il dono esienderebbesi anche ai posteri suoi. E qui dimostrava eh' egli chè pretendeva succedere ai diritti dell’avo, era il più ingiusto, e malvagio ' de’ mortali : e ne allegava le opere da lui latte per aversi il comando di Roma. Adunque scorrende^ i tremendi e molti suoi delitti, conchiuse infine che egli non tenea legittimamente nemmeno Roma, non avendola come i re precedenti ricevuta da’sudditi spontanei.; Egli t lui presa, disse, colla violenza e ' colle armi: et fondatavi la tirannide, uccide, esilia, confisca, e tòglievi fin la libertà di parlare, non che quella del vi~ vere. Ben sarebbe grande la stoltezza, grande la ingiuria inverso gli Iddj ripwmetlersi mai tratti umani e benevoli da un empio e da uno scellerato, e credere che chi non ha perdonato nemmeno agi intimi ruoi j nemmeno al suo sangue, risparmi poi gli altri. Esorlavali dunqne giacché noa eransi ancora sottoposti al giogo, a combatto^ per non sottoporvisi. Da ciò che pativano gli altri di terribile argomentassero ciocché sa rdibero essi per sopportare. Vaiatosi Turno di questo discorso, ed assai commossine i più; Tarqainio dimandò per difendersene il giorno seguente, e lo ebbe. E sciolto appena il consiglio ; convocati i suoi più intimi, esaminò con essi ciocch’ era utile a farsi. £ quali suggerivano le ruposte di apologia, quali ragionavano fra loro de’ mezzi onde era da blandirsi la moltitudine. Soggiunse Tarquinio che niente di ciò bisognava, e disse il parer suo di le vare l’accusatore, anziché di purgarsi dalle accuse. E lo datone da tutti e concertatosi con essi; pigliò tali vie per l’intento, quali non sarebbero cadute in mente di uomo che macchina o si difende. Imperciocché cercati U servi più rei che menavano i giumenti o curavano le robbe di Turno, e corrottili con argento, gl’ indusse a prendere da sé stesso nella notte assai spade e portarle nell’ ospizio del padrone e nasconderle, e lasciargliele tra le bagaglio. Poi nel giorno appresso, riunitosi il consiglio, e venutovi : Breve è, disse, topologia su le mie colpe, e giudice ne stabilisco t accusatore mede^ simo. Questo Turno, o compagni, giudice stabilito delle reitadi che ora mi ascrive, questo da tutte assolveami già, quando chiese in isposa la mia figlia. Ma poiché ne fu rigettato, com' era ben giusto ( imperocché qual savio mai rispinto avrebbe Mamilio, un si nobile, un sì potente Latino, e prescelto avrebbe per genero costui, che mal può delincar la sua stirpe, fino al trisavolo ? ) poiché ne fu rigettato, indispettitone mi assalisce colle accuse. Doveva, se per tale mi conoscea qual mi accusa, non desiderarmi per suocero : o se mi tenea per onesto quando mi chiese ‘la figlia, non doveami ora come un ribaldo accusare. E ciò basti su mei perciocché non si debbe ora più discutere se buono o malvagio io mi sia, quando voi, o compagni, voi correte il più grave de’pericoli. E. su me potete aruor dopo chiarirvi : ben ora dee colla salvezza vostra la libertà provvedersi della patria. 1 primarj delle città, quei che ne maneggiano il pubblico, tutti sono insidiati da questo bel capo-popolo, il quale apparecchiasi, uccidendo i più cospicui, torsi il regno del Lazio. E questo, questo é il fine che qua lo menava. Né già io parlo immaginando, ma di pienissima scienza, datami nella notte andata da uno dei complici della congiura. E se voi vorrete meco alt ospizio di costui venire, io ven darò documento infallibile del dir mio, le armi che vi occxdla. Or lui cosi parlando sciamarono tutti, e chie> sero, temendo per sè, che certificasse il fatto,. non gK illudesse. E Torno, come lui che non avea preveduto le insidie, disse che volentieri ricevea la inquisizione, e chiamò li primarj per compierla, aggiungendo che seguirebbe l’una delle due, o che egli morirebbe se il trovassero con apparecchio di altre arme che pel viaggio, o che le pene sue subirebbe chi lo calunniava. Cosi piacque ; ed andarono e trovarono nelf albergo cU liti tra le bagaglie le spade na$costevi da’ servi. ÀUora Dòn lasciando nemmen che parlasse gillarono Turno in UDS voragine, e coprendolo, vivo ancora, di terra lo aterminaron sul fatto. Ed encomiando nell’adunanza Tar> quinio come benefattore comune delle città, perchè ne àvea salvalo gli ottimati, lo crearono capo della nazione co’ diritti appunto co’ quali ne aveano già creato Tarqui nio r avolo suo, e poi Tullio. Scrissero in su colonne que’ patti, e datosene il giuramento per la osservanza, si congedarono. Tarquinio divenuto capo de’ Latini spedì messaggeri alle città degli Eroici e de’ Yolsci invitandoli a far seco amicizia ed alleanza. Ma de’ Volaci due sole cittadi Echetra, ed Anzio secondarono l’ invito ; laddove gli Eroici si decisero tutti per 1’ alleanza. Ora curando Tarquinio che gli accordi colle città si conservassero in ogni volger di tempo ; deliberò fissare un tempio comune ai Romani, ai Latini, agli Eroici ed ai Volaci confederatisi, perchè riunendosi ogni anno al luogo destinato vi mercantassero, e banchettassero, partecipando de’sagrifizj medesimi. Ed ascolundone tutti con piacere la idea, scelse quanto era possibile in mezzo de’ popoli per luogo della riunione il monte sublime, il quale sovrasta alla città di Alba : e dichiarò per legge che in questo fbsser le fiere, in questo fosse triegua di tutti in verso di tutti, e conviti si facessero e sacrifizi comuni a Giove detto Laziale, prescrivendo quanta parte dovesse ogni città contribuire per essi, e quanta riceverne. QuaranUsette furono le città compartecipi delle feste e de’ sacrifizj ; e tali sagrifizj e tali feste le conti nuano ancoc di presente i Romani che Laiine le chiamaoo. I^e città compagne nel sagrificare portano agnelli^' o cacio, o latte, o tal’ altra oblazione in fratti e farine. Immolandosi però da tutte un sol toro, ciascuna prendeane per sè la parte stabilitale. Il sagnfizio è per tutti, ma presiedono al rito santo i Romani. ^ L. Poi cb’ ebbe rassodato il regno con tali confederazioni ; risolvè di porure Tarmata contro i Sabini. E reclutando de’ Romani quei che men sospettava che farebbonsi liberi se otteuevau le armi, e conginngendo con essi truppe alleate, più numerose ancora delle sue, devastò le campagne Sabine : e vintivi quei che vennero con esso a battaglia ; menò l’esercito contro de’ Pomentini. Abitavano questi la città di Sessa e pareano i più felici de’ conBnanti, anzi per la felicità molesti e gravi a tutti. Avendo egli già reclamato ad essi per alquante rapine e prede, e richiestili che dessero de’ compensi, non aveano dato che orgogliose risposte: e quindi postisi in arme aspettavano pronti la guerra. Adunque venuto con essi in sul conBne alle mani, ed uccisine molti ; ne respinse e rinchiuse gli altri fra le mura : e poiché non più ne riuscivano, accampatosi dirimpetto, li circondò di fossa e vallo, investendo la città con assalti continui. Resisterono quei che v’erano dentro, durando assai tempo fra stenti luttuosi. Ma poi venendo ad essi meno ogni mezzo, infiacchendo ne’ corpi, e non ricevendo soccorsi, nè requie mai, anzi travagliando di e notte ; furono sopraffatti dalia forza. Impadronitosi della città trucidò quanti vi stavan colle amie: lasciò che i soldati rapissero donne, fanciulli, quanti sopportavano di cader prigionieri, e moltitudine non facile a calcolarsi di servi : e concedè' che invadessero e si portassero qnant’ altro veniva loro ' alle mani sia nella città, sia per la campagna : ma 1’ oro e l’argento, quanto se ne trovò, lo fe’ tutto rammassare in un luogo, e decimatolo per la fondazione del tempio, ne divise il resto fra le milizie. Tanta poi ne fu la somma che ogni soldato rioevè cinque mine di argento e la decima per gr iddj non fu minore di quattrocento talenti di ar' gento. LI. Ancora egli stavasi a Sessa quando gli giunse un messaggio, eh' era uscita la gioventù horentissiroa dei Sabini: che gettatasi in dne corpi nelle terre de’ Romani devastavano le campagne, l’ uno tenendosi presso di Ereto, e 1’ altro presso di Fidene : e che se una forza non le si opponesse, ben tosto tutto soccomberebbe. G>m’ ebbe ciò udito lasciò picciola parte dell’esercito in Sessa con ordine che vi guardasse le prede e bagaglie : e prendendo con sé il resto della milizia, spedita e leggera, e marciando contro quei che erano accampati presso di Ereto, si trincerò su le alture a picciolo intervallo da essi. Decisero i due Sabini dar la battaglia in sul mattino; e spedirono perchè venisse l’esercito ancor di Fidene. Ma scuoprl Tarquinio il disegno per essere stato preso chi portava le lettere dagli uni agli altri. Per tal successo ei si valse di questo accorgimento. Divise r esercito in due parti, e ne mandò l’ una fra la notte di nascosto de’ nemici su la via che viene da Fidene, e schierando l’ altra in sul brillare del giorno, la menò dagli alloggiamenti alla battaglia. Coraggiosi gli uscirono incontro i Sabini non vedendo gran serie de' nemici, e credendo non altro mancare aliare mata di Fidene, se non di gingnere. Coti venutisi que-> sti a fronte combatterono, e la pugna pendè gran tempo dubbiosa, quando li soldati spediti nella notte da Tarquinio ripiegarono la marcia, e correvano a tergo dei Sabini. Sbalordirono questi al vederli, e ravvisarli dalle insegne e dalle armi, e gettando le proprie tentarono di salvarsi : ma il tentativo rìnsd difHcilissimo, essendo essi circondati da’ nemici e rinchiusi dalia cavalleria dei Romani postata d' ogn intorno. Pertanto pdchi ne scamparono e tra duri casi : i più ne perirono, o cederono. Quelli eh’ erano lasciad agli alloggiamenti non li sostennero ; e quel luogo di sicurezza fu invaso al primo assalto. Furono qui prese le robbe de’Sabini, e qui molti de prigionieri, e qui le robbe de’ Romani quante ne erano intatte, e tutto fìi salvato per chi le aveva perdute; LIL Riuscito il primo saggio a Tarquinio secondo il cuor suo, prese 1’ esercito, e ne andò contro i Sabini accampati giù in Fidene, a’ quali non era ancor nota la disfatta dei loro. Usciti questi dagli steccati erano per avventura tra via: ma non si tosto furono più da vicino e videro le teste de’loro capitani confitte alle aste ( che ve le aveano i Romani confitte ed ostentavanle per ispaventare i nemici); conoscendo com’era l’altro lor campo distrutto, più non tentarono nulla di generoso, ma rivoltisi alle suppliche ed alle umiliazioni si resero. Cosi devastati miseramente, e vituperosamente nell’ uno e nell’ altro esercito, e ridotti i Sabini a speranze tenuissime, anzi timorosi che fossero le loro città pigliate di assalto ; spedirono ambasciadori per la pace., profierendosi per sudditi e tributar). Pertauto lasciò la guerra, e ricevute appunto >a tali coudizioni le loro città, si ricondusse a Sessa ; e ritiratene le milizie lasciatevi, e le prede ed ogni bagaglio, tornossene a Roma coll’ esercito carico di ricchezze. Poscia fe’ molte incursioni su le terre de’ Yolsci, quando con tutte le forze, e quando con parte, ne ottenne gran prede. Ma riuscitegli per lo più le cose a voler suo ; gli si eccitò una guerra coi con&nanti ben lunga pel tempo, giacché durò sette anni continui, e ben grande pe’ casi inaspettati e terribili. Ora io dirò brevemente le cagioni per le quali nacque, e qual ne fu 1’ esito, essendo stata terminata per inganni e per stratagemmi non preveduti. LUI. Una città, Latina di gente, e colonia già degli Albani, lontana cento stadj da Roma ( Gabio ne era il nome) sorgeva in su la via che mena a Palestrina. Città popolosa allora e grande qnant’ altre, ora non tutta si abita, ma solo presso la strada per uso degli alloggi. E ben può raccoglierne la grandezza e la magnificenza, chi mira le rovine in più luoghi delle case ed il giro delle, mora, che in gran parte esistono ancora. Eransi qua concentrati alquanti involatisi da Sessa, quando fu presa da Tarquinio, e molti fhggiti da Roma. Or questi supplicavano e pressavano quei di Gabio a prendere vendetta di loro, promettendo gran doni se ai beni proprj tornassero ; e dimostrando possibile e facile la distruzione del tiranno. Adunque ve gl’indossero sul riflesso che in Roma a ciò coopererebbero, e che lì Volsci erano ad altrettanto animati; giacché mandate aveano delle ambascerie, bisognosi anch’essi di ajutO’ per imprendere la guerra contro di Tarquinio. Si fe^ cero dopo questo irruzioni con eserciti poderósi, fi scorrerie su 1’ altrui territorio e battaglie, com’ è Veri simile, ora di pochi con pochi, ora di tutti contro di tutti: e quando i Gal^, respinti fino alle porte i Romani, ed uccidendone diedero intrepidamente il guasto ai lor campi ; e quando i Romani incalzando i Gabj e rinchiudendoli nella loro città, • sen portavano schiavi, e preda copiosa.. •. •. LIV. Or ciò facendosi di continuo, fu l’una e l’altra parte costretta a cinger di mura, e presidiare i luoghi forti delle proprie terre in ricovero de’ contadini. Di là prorompevano su’ predatori, e scendendo folti, straziavano, se ne vedeano, i piccoli corpi staccati dal resto dell’ esercito, o li disordinati per poca apprensìon de’ nimici, come accade nei pascere. Similmente temendo r una parte gli assalti improvvisi dell’ altra fu costretta a munire dì fosse e di muri le città facili a scalarsi ed a prendersi. Adoperavasi in ciò principalmente Tarquinio : e rassicurò con molte fortificazioni il tratto intorno la porta la quale menava a Gabio, scavandovi fosse più larghe, elevandone più alte le mura, e coronandole di torri più spesse : imperocché la città sembrava in tal canto men solida, quando era nel resto dei suo circuito sicura abbastanza, nè facile da invaderla. Se non che si fece in ambedue le città penuria di ogni vettovaglia, e costernazione gravissima per l’avvenire, essendo le campagne diserte per le incursioni incessanti de’ nemici, né più somministrando de’ frutti come accade a’ popoli avvolti in guerre diuturne. 11 disagio però’ stringeva i Romani più che i Gabj ; tanto che U poveri infra quelli, angustiatine più che gli altri, giudicavano essere da venire a trattati, e far pace comunque coi Gabj, se la volessero. LV. Or dolendoti Tarquinio altamente de successi, e non sofierendo di' deporre obbrobriosamente le armi^ nè polendo altronde resistere più inmmzi ; volgevasi a tutte le prove, a tutti gl’ inganni. Quando il figlio più grande ( Sesto ne era il nome  ) scoperse al padre un suo disegno. Egli parea mettersi ad impresa audace quanto pericolosa ; pur non essendo impossibile, concedettegli il padre che operasse di voler suo. Sesto dunque ‘fintosi in discordia col padre per voglia di por fine alla guerra : ne fu battuto colle verghe nei F oro, e con altri modi oltraggiato ; tanto che se ne sparse intorno la fama. E su le prime inviò come profughi i suoi più fidi perchè dicessero occultamente ai Gabj che egli deliberava far guerra al padre, e che ne anderebbe tra loro se gli desser parola di proteggerlo come gli altri refugiaii Romani, senza renderlo ai padre per isperanza di finir col suo danno le proprie nimicizie. Udirono con diletto quei di Gabio il discorso, e concordandosi di non offenderlo, egli venne, e con lui molti compagni e clienti come fuggitivi; e per meglio  Tito Lirio dà questo nome e' questa impresa al figlio minore : ma il disparere col padre e l’ incarico assunto pare più yerisimile in chi area più diritto di succedere ad un regno. direnuLo assoluto, e tale era il figlio maggiore. Pertanto il racconto di Uiouigi sembra più naturale, qualunque fosse il nome del finto rilielle. Vedi S 65 di questo 'libro. accreditare la ribellione sua dal padre portò seco molto di argento e di oro. Dopo ciò sotto velo di fuggir lar tirannide molti a lui confluirono ; tanto che ornai glie n’ era intorno un corpo ben forte. Concepivano quei di Gabio che avrebbono grande incremento dal giugnere di tanti ad essi, e lusingavansi che tra non molto .avrebbono suddita Roma, illusi ancor più dalle opere di quel ribelle, il quale scorrendo di continuo la cam pagna, raccoglievane prede ubertose. Ed il padre appunto, risapendo prima in quai luoghi il figlio verrebbe, ubertose glie le apprestava, e senza guardia se noa di scelti cittadini che egli v’ inviava come a lui sospetti per farli distruggere. Su tali significazioni molti credendolo amico fido, e buon capitano, e molti arrendendosi all' oro suo ; lo inalzarono al comando supremo delle milizie. Sesto divenuto per frodi e per illusioni T arbitrò di un tanto potere spedi, senza che i Gabj se ne avvedessero, un tale de’ servi suoi per dichiarare al padre r autorità che avea preso, e per udirne ciocch’era da fare. Tarquinio volendo che il servo non intendesse ciocché ordinava al figlio di fare, venne ( e conducea seco il messo ) al giardino, congiunto al regio palagio. Aveaci là de’ papaveri nati spontaneamente, già pieni di frutto, e maturi per la raccolta. Or tra que’ papaveri aggirandosi e dando co’ bastoni in su le tòste de’ più alti, abbattevali. Congedò ciò fatto il messaggiCro niente rispondendogli, quantunque interrogato ne fosse più volte. Egli imitava per quanto a me sembra la prudenza di Trasibulo Milesio. Imperocché chiesto da Periandro, allora tiranno di Corinto, per via di un messaggiero, con quali modi possederebbe più saldamente il comando, non rispose pur sillaba, ma fatto cenno all’ inviato die lo seguitasse, il. condusse in un campo di biade, ed ivi percosse le spiche più eminenti, le atterrò ; signiBcaudo che. cosi dovea pur egli troncare, e dismettere i -primi delle città. Or facendo Tarquinio allora somigliantemente. Sesto ne intese le mire, e come ordinavagli di por giù li più insigni di Gabio. E convocò la moltitudine, e le tenne un lungo ragionamento su questo, ehe egli ricorso cogli amici alla, lor buona fede, rischiava ornai di esser preso da alcuni, e dato al padre: ma che era pronto a deporre il co^ mando, an^i che Lucerebbe la città prima di cadere in tanto infortunio ; e qui lagrimava e deplorava la sorte sua, come quelli che di cuore si dolgouo su’mali estremi., Lyil. Irritatane la moltitudine, e ricercando sollecita quali mai fossero per, tradirlo, esso nomina Antisiio Petrone, il personaggio più distinto di Gabio. Egli erane il più insigne divenuto pe molti belli suoi regolamenti in pace, e pe’ molti capitanati in campo esercitati. Reclamando intanto quest’ uomo, ed offerendosi come Hbero da’ rimorsi ad ogni esame, disse 1’ altro che volea che se ne investigasse la casa: e che vi manderebbe perciò degli amici: egli intanto aspettasse TtelP adunanza finché ritornassero. Imperocché già era Sesto riuscito a corrompere con argento alquanti servi di lui perché prendessero e ponessero in sua casa lettere contrassegnate co’ sigilli paterni, e macchinate in rovina di Pelrone. Or come gl’ inviali alla indagine (che non aveala Pelrone contradetla ma concednla) vi rinvennero le carie occulutevi, tornarono recando all’adunanza molte lettere indicatrici, e quella scritta ad Anlistio; e dicendo Sesto che vi riconosceva il sigillo del padre la sciolse; e la diede allo scriba perchè la recitasse. Scriveasi in questa che gli consegnasse il figlio, vivo principalmente ; o se ciò non poteasi, almeno glie ne mandasse la testa recisa. Diceva, che darebbe ad esso ed d complici, oltre le taglie promesse già prima, la cittadinanza di Roma : che gli ascriverebbe tutti frd patrizj ^ ed aggiungerebbe case e poderi e doni, grandi e copiosi. Arsero dallo sdegno i Gibinj ; dialordtva Antistio dalla sciagura impensata, mancando- gli fin la voce: ma quelli co’ sassi lo tempestano e lo uccidono ; lasciando a Sesto la cura di far la ricerca e la vendetta su gli altri, compartecipi in ciò di Petrone. E Sesto fidando le porte agli amici suoi perchè gl’ incolpali non s’ involassero mandò per le misepiù illastri, e vi uccise molli de’ valentuomini. Intanto che ciò faceasi ed era in Gahio tuivbolenza pe’ sì gran mali ; Tarquinio avvertitone per lettere vi marciò coll’ esercito, e giunto prima della mezza notte ed apertegli le porte da uomini posti ad arte per questo, ed entratele ; s’ impadronì senza stento della città. Come il male fu ravvisato, deploravano tutti sè stessi, e le stragi, e la schiavitù che patirebbono, e temeano insieme gli orrori, quanti ne vengono su por poli sorpresi da’ tiranni. Quando pur li trattasse mitissimameute ; immaginavansi la perdita della libertà, e de’ beni, e cose altrettali. Pure Tarquinio sebbene scellerato, sebbene implacabile in punir gl’ inimici non fe’ ntilla di ciò che aspettavano e temevano ; nè uccise, nè liandl, nè disonorò, nè multò persona ninna di Gabio. Ma convocando la moltitudine, e prendendo regie maniere in luogo delle tiranniche sue, disse che restituiva la propria città ; che concedeva ad essa i lor beni; e che donava inoltre a tutti cittadinanza quale appunto r avevano i Romani : non già che ciò facesse per benevolenza inverso de’ Gabj ; ma per consolidare a sè con essi .la signoria su’ Romani; pensando che diverrebbe presidio stabi^imo per sè e pe’ figli la fedeltà di un popolo che fuori di ogni speranza era salvo, e ricuperava tutti i suoi beni. E perchè non più temessero per 1’ avvenire nè dubitassero se stabili sareb.bero. tali parole ; scrisse le condizioni colle quali sarebbero amici,' e le giurò subito nell’ adunanza, e poi toccando gli altari e le vittime. Monumento di quest’alleanza esiste in Roma nel tempio di Giove Fidio, chiamato Sango da’.Ròmani, uno scudo circondato colla pelle del bue sagrlGcato allora appunto per compierne il giuramento, su la quale scritte ne sono con antichi caratteri le condizioni. Ciò fatto, e dichiarato Sesto re di Gabio, ritirò le milizie; e tal fine ebbe la guerra con quella città. Dopo ciò Tarquinio dando requie al popolo dalle cose militari e dalle battaglie; si mise alla erezione de’ templi, desideroso di compiere i voti dell’avo. Erasi questi nell’ ultima guerra co’ Sabini votato a Giove, a Giunone, a Minerva di fondare ad essi de’ tempii se vincesse. E già, come fu detto nel libro prece dente, avea con grandi ripari e con terra|)ieni accori data l’altura ove destinava di erigerli; ma non potè' poi compierne la impresa. Deliberatosi Tarcpilnio di ultimarla colle decime delle spoglie raccolte in Sessa posevi a lavorare tutti gli artefici. Or qui narrasi che. accadesse un meraviglioso portento sotterra, doè che scavandosi per le fondamenta, e che già molto essendo gli scavi profondati, si rinvenisse la testa di un uomo ucciso come di recente, con faccia simile a quella dei vivi, stillandone ancora dalla ferita un sangue tepido e fresco. In vista di tale prodigioi^arquinio comandò gli opera) che sospendessero lo scavo : e convocando gli indovini della patria dimandò che mai dir volesse quel segno. Ma non rispondendone, anzi dando' essi la scienza di tali cose ai Tirreni, ricercò da loro e seppe qual fosse fra’ Tirreni l’ interprete più famoso de’ por tenti ; ed a questo inviò messaggieri i più pregievoli cittadini. Giunti i valentuomini alia casa dell’ augure, si le loro incontra un giovinetto a cui dissero di essere ambasciatori di Roma, vogliosi di consultare il vate, e pregavano che a lui li presentasse. Il giovine allora : Colui, disse, che ricercate, è mio padre: egli è di presente occupato : ma presto a lui passerete. Ora intanto che lo aspettate, ditemi perchè mai ne venite. Così voi se mai per imperizia foste per ishagliar la dimanda; istruiti da me non errerete. E le giuste interrogazioni non sono già la minima cosa nell arte de’ vaticini. Or piacque a coloro di secondarlo, e sveUrono a lui quel portento. Ckime il giovine gli ebbe ndiù, sopraslando breve tempo, ascoltate, disse o Bontani. Il mio padre ve lo interpreterà tal prodigio, e senza menzogne ; che certo ad un vMe non si convengono. Ma perchè neppur voi erriate, nè mentiate su le cose che direte o risponderete ; apprendete da me questo > che assai rileva che vel sappiate. Quando esposta gli avrete la meraviglia ; ei soggiungendo di non intendere appieno ciò che vi dite, descriverà colla verga quanto un picciolo tratto di terra, e poi vi dirà : seco la svrs tarsìa qvzsta nè la partx CMS GUARDA l' ORISNTS, quSSTA CBS L OCCASO: QUSSTA È LA PARTS SOREALS, QUSSTA LA OPPOSTA. Ed indicandole intanto colla verga vi chiederà da qual canto fu tiltvenuta la testa. Or che vi esorto io che rispondiate ? appunto che non concediate che fosse trovata in alcuna delle parti eh' egli addita colla ver^ ga, e ve ri interroga, ma che in Eotna tra voi fu veduta su la rupe Tarpea. Se tali risposte serberete; se punto col dir suo non ve ne allontanate; allora egli ravvisando che il fato non può cangiarsi, vi svelerà, non vi occulterà quel prodigio che volete, che interpetri. LXL Ammaestrali in tal modo i legati, piando il vate ne ebbe comodità, venne un tale che a lui li condusse, e parlarono del portento. Ora lui sofisticando, e descrivendo in terra circonferenze e linee rette, e facendo in ogni quadrante interrogazioni sul trovamento, non si turbarono punto di mente i legali, ma tennero la ridata, come aveala suggerita il 6glio dell’ indoTino, nominando sempre Roma e la rupe Tarpea, e pregando l’interprete che non travolgesse il segno, ma ne dicesse a proposito, e schiettissimamente. Cosi non potendo il vate nè illudere gli oratori, nè imbrogliarè r augurio, soggiunse ; Andate, annunziate o Romàni a vostri concittadini, portare il destino che il luògo dove avete il teschio trovato sia capitale di tutta l’Italia. Dall’ ora in poi capitolino fu detto il luogo del travamento; capi chiamando i Romani le teste. Tai>i quinio udendo ciò da’ legati rimise gli opera] su'lavori; e molto fece del tempio, ma noi compiè, cadendo 'in breve dal regno. Roma alfine lo perfezionò nel terzo consolato. Fu basato il tempio su di una altura la quale aveva un circuito di otto plettri, ed ogni lato di esso apprassimavasi ai dugento piedi col picciolo divario nemmeno di quindici piedi interi tra la lunghezza e la latitudine. Perciocché il tempio riedificato dopo l’incendio a’ tempi de’ nostri padri su’ fondamenti medesimi differisce dall’ antico per la sola preziosità della materia. Dalla parte della facciata che guarda il mezzogiorno circondalo un ordine triplice. di colonne : ma doppio solamente è quell’ordine nei lati. Tre sono’ in uno i templi, e paralleli, e divisi da mura comuni. Sacro è quello di mezzo a Giove, e quindi è l’ altro. di Giunone, e quinci di Minerva : ed un solo tetto, di un comignolo solo li ricopra. Questo tempio terminara a Iriargolo : la cima del. triangolo in tutto il tetto ossia il colmo del letto è ciò che cbiamasi comìgnolo. Uno de’ nostri lempj a tre narate sotto un tetto comune può foeilitare t’ intelligenza di questo luogo. Dicesi che nel regno di Tarquinio occorresse ai Romani un’ altra propizia e meravigliosa avventura sia per dono di un nume sia di un genio, la quale salvò la città non per poco tempo ma finché visse, più volte, da gravi mali. Una donna, nè già nazionale, venne al tiranno, vogliosa di vendergli nove libri di oracoli Sibilini : ma ricusando Tarquinio comperarli al prezzo cei> catogli ; colei partita ne spiccò tre libri e li arse. Riporundo dopo alquanto i libri superstiti gli ofierl sul prezzo medesimo. Riputatane stolta, e derisane perchè di minori volumi n’esigea la somma appunto che non aveane potuto ricevere quando erano più; si ritirò nuovamente e bruciò metà dello scritto che rimaneva. Tornò quindi co’ tre libri ancor salvi, e chiese l’oro di prima. Attonito Tarquinio su i disegni della donna fece cercar gl’ indovini, e narrò 1’ evento, e dimandò ciò ch’era da fare. Or questi conoscendo da alquanti segni che ripudiavasi un bene mandato dal cielo, e dichiarando che grande era la sciagura che non avesse comperato tutti i volumi ; comandò che si numerasse alla donna il valor dimandato, e che gli astanti prendesser gli oracoli. La donna che avea dato que’ libri, inculcò che si custodissero con diligenza, e sparve dagli uomini. Tarquinio creando tra’ cittadini i duumviri o due riguardevoli per-i aonaggi, e subordinando ad essi due ministri pubblici ; diè loro la’cura de’ libri : ma poi cucitolo io una otre bovina gettò nel mare Marco Acilio 1’ uno de’ due rignardevoli perchè parea sfregiare la buona fede, ed era accusato di pai-ricidio da uno de’pubblici ministri. Dopo la cacciata dei re, fattasi la repubblica a sostenere gli Oracoli, nominò custodi loro, durante la vita, personaggi chiarissimi, liberi da ogni militare e civile incomben 2 a, consociando ad essi ancor altri pubblici uomini, senza i quali non poteano i primi consultare que’scritti. A dirla in breve, i Romani non guardano ninna cosa con tanto zelo non i poderi sacri, non i tempj, quanto le risposte divine delle Sibille. Yalgonsi di queste i Romani quando il Senato sta per votare in tempo di civil sedizione, o di grave infortunio in guerra, o di portenti e grandi visioni, malagevoli ad intendersi, come avvenne più volte. Fino alla guerra chiamata Marsica gli oracoli posti in un’ ama marmorea ne’ sotterranei del tempio di Giove Capitolino furono custoditi dai decemviri. Ma braciandosi poi questo dopo 1’ olimpiade centesima settantesima terza sia per insidie, come pensano alcuni, sia per caso ; arsero colle votive cose del nume, anche i libri. C gli oracoli che ora si hanno, furono.' portati in Roma da più luoghi, quali dalle città d’ Italia, quali da Eritra dell’Asia, speditivi per decreto del Senato Commissarj a trascriverli, e quali da altre città, trascrittivi da' privati. Ma sen trovano confusi co’ Sibillini anche aluri, come convincesi da que’ che acrostici si dimandano. Io qui dico ciocché Terrenzio Varrone ha scritto nelle sue teologiche trattazioui. Avea Tarquinio operate queste cose in guerra ed in pace ; avea fondate due colonie, l’uja Cioè Segni, per caso, perché svernando ivi i suoi soldati aveansi il campo come una città ridotto ; e la seconda Circea-per disegno, perché ponessi nella campagna Pomentina, la più grande intorno del Lazio, e contigua col mare, in bel sito, alto discretamente, che sporge quasi penisola nel mare Tirreno ; ed abitato già com’ è fama da Circe la figlia del Sole : avea dato qnesle due colonie a due figli suoi che ne erano i fondatori, Circea ad Anmte, e Segni a Tito. Ma quando in niun modo temea del suo principato ; allora per la ingiuria fatta ad una donna da Sesto il suo primogenito, fu cacciato dai principato e da Roma. Àveano gl’ Iddj dato il segno della calamità futura della sua famiglia con molti augurj de’ quali qu^ sto, fu l’ultimo. Venute nella primavera delle aquile in un luogo adjacente alla reggia fecero il nido su di un’alta palma : mentre però teneano i figli ancor senza penne, volandovi in folla degli avoltoi disfecero il nido: ed uc cisane la prole, e bezzicando e ferendo co’rostri e colle ali, respinsero dalla palma le aquile che tomavan dal pascolo. Vide Tarquinio l’augurio, e vegliava per istorname se poteva il destino: ma non potè superarne la forza ; e perdette il regno, congiurando su lui li pa trizj, e cooperandovi il popolo. Io tenterò dichiarar brevemente gli autori della congiura ; e come si fecero ad eseguirla. Guerreggiava Tarquinio colla città di Ardea sul pretesto che ricettava i fuggitivi da Roma, e macchinava di rimetterli in patria : ma in realtà perchè ne aspirava le ricchezze come di una delle città più felici d’ Italia. Ribbattendolo però gli Ardeatini generosamente, e prolungandosi l’assedio loro; stanchi quei del campo per la diuturnità della guerra e quei di Roma impotenti a più contribuirvi; si disposero a ribellarglisi, appena ve ne fosse un principio. Intanto Sesto il primogenito de’ figli di Tarquiaio spedito dal padre nella cittì chiamata Collazia per compiervi talune incombenze militari si alloggiò presso il congiunto suo Lucio Tarquinio detto Collatino. Fabio delinea quest’uomo come figlio di Egerio, del quale ho sopra dichiarato ch’era figlio dei fratello di Tarquinio l’antico, re de’Romani. Da lui messo al governo di Collazia ne fu chiamato Collatino, lasciandone la denominazione anche a’ posteri suoi. Io sono persuaso che questi era nipote ad Egerio se avea la eti conforme ai figli di Tarquinio, come Fabio ha scritto e molti con esso ; e la cronologia conferma tal mio concetto. In que’ giorni Collatino era nel campo. Adunque la moglie di esso, una Romana, figlia di Lu crezia riposava, e colla spada in mano vi penetrò, non sentito nemmeno da quelli che prossimi alla porta dormivano della camera. F attesi al letto, e svegliatasi la donna col giugnere delle insidie, e chiedendo chi fosse, colui svela il nome ; e comanda che taccia e resti nella camera, minacciando lei della vita, se tentava fuggire, o gridare. Cosi, sbalorditala, propose alla donna di scegliere .qual più le piacesse o lieta vita, o morte infame, ó'e t’ induci, disse, a compiacermi, io te farò mia spo~ sa y e tu regnenù meco, ora s.u la città che mio pardre mi assegna, e dopo la morie del padre sii Ro'mani, sii, Latini, sii Tirreni e su quanti egli domina. Io, tu lo sai, primogenito de' suoi figli, io sarò t erede del regno, come à ben giusto. E quali beni inondano i re, de' quali' tutti sarai tu meco posseditrice ; che giova che io qui ti additi, se tu ne sei peritissima? Che se tenti resistermi per salvare la tua pudicizia, ucciderò te prima, poi scannando un dei servi porrovene a lato i cadaveri, e dirò che sorpresa avendoti in obbrobrio col servo, io vi punii tutti due per vendicare la ingiuria del mio congiunto ; tanto che turpe, ignominiosa sarà la tua fine, nè la morta Uia spoglia saià di sepolcro onorata nè di altre funebri cerimonie. Ora siccome assai minacciava, insisteva, giu> rava a^ ogni suo detto ; Lucrezia sbigottita di una morte infame venne nella necessità di cedere agli arbiirj amorosi di lui. Fattosi giorno; costui sazio della voglia scellerata e Ainesta, tornossene al campo : Lucrezia però corucciata per l’evento ascese quanto potè frettolosa in sul carro, e venne a Roma, cinta di lugubri vesti, ed occultandovi sotto il pugnale; non salutando, salutata, negl’ incontri, né rispondendo a chi voleva intendere de’ suoi mali, tutta cogitabonda, e mesta, e lagrimosa. Giunta a casa dal padre '( e ci aveano alquanti parenti ) ella prostratasi e stregasi ai ginocchi del padre vi singhiozzò, ma senza parole : e sollevandola e stimolandola il padre a dire ciocché solTerto avesse: Padre, disse, ecco la supplichevole tuai se tremenda, se insanabile è tonta mia, padre la vendica: non trascurare Ut figlia tua, incorsa in mali più gravi della morte. Stupitosi il padre, e con esso par gli altri, eccitavala a dire chi offesa 1’ avesse, e di qual modo. E colei ripigliava: Le udirai le mie ingiurie ; ma hrevissimamenle o padre: e solo or tu mi concedi questa grazia che prima te ne chiedo. Convoca gli amici, e i parenti che puoi, perché da me la odano, da me, non da altri la calamità che io patii. Quando tavrai conosciuta la terribile, la ver-, gognosa necessità ch’io sostenni; tu deciderai con essi la vendetta che dei per me fare e per te. Ma deh / non indugiarmi tu lungamente. Corsi all’ invito sollecito 'e premurosissimo i più riguardevoli nella casa com’ ella dimandava, narrò loro, pigliandolo dalle origini, tutto l’ evento. E qui abbracciandosi ai padre, e molto lui supplicando, e gli astanti e gl’Iddj, eli patri! lari che solleciti la scioglie sero dalla vita ; trasse il pugnale che celava sotto le ve sti e, portandosene una piaga sui petto, 6no al cuore se lo internò. Clamore intanto e gemiti e femmineo tumulto turbando tutta la casa ^ il padre avviatosene al corpo la circondava, la richiamava, la curava quasi potesse redimerla dalia ferita : ma colei tra le sue braccia palpitando e spirando Gai. Parve il caso agli astanti si terribile e si miserando che una fu la voce di tutti che era mille volte meglio morire per la libertà che patire ingiurie siffatte dai tiranni. Era tra questi Publio Valerio, discendente da uno de’ Sabini venuti con Tazio a Roma, uomo intraprendente e destro. Costai fu da loro spedito in campo perchè narrasse al marito di Lucrezia r evento, e perchè ribellassero, uniti, le milizie dal tiranno. Uscito appena dalle porte eccogli per avventura incontro Collatino il quale veniva dall armata a Roma ignaro de’ mali che straziavano la sua casa ; e Lucio Giunio soprannominato Bnilò cioè stolido se tal nome ne interpetri con greche maniere. E poiché li Romani additano quest’ultimo come principalissimo nell’ abolir la tirannide; porta il pregio che preaccennisi brevemente chi, di qual sangue egli fosse, e come sortisse un tal nome. niente a lui consentaneo. Di costui fu padre Marco Giunio, proveniente da uno di que’ che menarono con Enea la colonia, e distintissimo per la sua virtù tra’ Romani : fu la madre Tarquinia, figlia di Tarquinio 1’ antico. Egli ricevè la educazione, e tutta la coltura nazionale, nè la indole sua contrariavasi a niun de’ bei pregi. Dappoiché Tarquinio ebbe ucciso Tullio levò segretamente di mezzo con molti uomini probi anche il padre di lui non già pe’ delitti, ma per la ingordigia d’ invaderne le ricchezze ereditate da pingue, antico patrimonio di famiglia : levò similmente con esso il figlio primogenito di lui nel quale appariva non so che di generoso, e che sofferto non avrebbe invendicata la morte del padre. Bruto giovinetto ancora, -e privo in tutto del soccorso de’ parenti si rivolse al mezzo savissimo di fingersi, stolido divenuto. Dall’ ora in poi, finché non gli sembrò di averne il buon tempo, ritenne le apparenze dello stolido ; e se n’ ebbe il soprannome, ma si liberò con questo dalle ire del tiranno, mentre tanti egregj uomini ne soccombetrano. Tarquinio trascurandone la demenza apparente e non vera, spogliatolo di tutti i beni paterni, e datogli un tal poco pel vitto quotidiano, lo custodi presso di sé, come garzoncello orfano, e bisognoso di chi lo qurasse, e concedè che oo’ figli suoi conversasse ; nè già per onorarlo qual congiunto suo, come fingea tra’ parenti, ma perchè desse da ridere a’ propj figli, dicendo costui le mille frivole cose, e facendone le simili agli stolidi veramente. Anzi quando mandò li due figli Àronte e Tito per interrogare 1' oracolo di Delfo su la peste ( giacché nel regno suo proruppe una peste insolita su le vergini e su i fanciulli che in copia ne perivano, e più terribile ancora e men curabile su le gravide, che morte cadeano col proprio feto in su le vie ) quando io dico mandò questi per conoscere dal nume le cause del male e lo scampo, allora congiunse ancor lui co’ figli che gliel chiedeano perchè avessero intanto chi beffare e deridere. Giunti all’oracolo i giovani ed ascoltatolo su la causa ond’ erano inviati porsero sacri doni al nume, e lungamente risero di Bruto che avea consecrato ad Apollo una bacchetta di legno ; ma colui trapanatala tutta come una fistola aveaci offerto, senza che ninno ne sapesse, una verga di oro. Poi consultando essi il nume chi mai, portavano i destini, che divenisse re di Roma ;-^rispose che il primo che bacerehhe la madre. E non intendendo i giovani la mente dell’ oracolo concordarono di baciare insieme la madre onde regnare in comune. Bruto però penetrato ciocché 1’ oracolo volea significare, non si tosto discese nell’ Italia, prostratosi, ne baciò la terra, giudicando questa la madre di tutti. £ tali SODO i fatti precedenti di quest’uomo. Come Bruto udi da Valerio i successi di Lo eresia e la storia della morte di lei sollevando le mani al cielo disse: O Giove, o Dei tutti, quanti vegliate su la vita de’ mortali, è dunque giunto finalmente il tempo per aspettare il quale io contrafeci finora me stesso ? Fuole dunque il destino che Roma sia da me liberata e per me dalla insojfribil tirannide ? E ciò dicendo vassene sollecito in casa insieme con Collatino e Valerio. Entrata la quale, appena Collatino videvi Lucrezia stesa nel .mezzo, col padre allato, scoppiando in copi ge miti la slringea, la baciava, la chiamava, e fra tanta sciagura uscito di mente tenea colla estinta il discorso, quasi fosse ancor viva. Or essendo lui tutto in pianto, e con esso il padre a vicenda, e tutta rimbombando la casa di lamenti e di gemiti; Bruto, rimirandoli disse: O Lucrezio, o Collatino, o voi tutti, parenti di que^ sta donna, beri avrete altra volta il tempo di piangerla. Ora ( e ciò deesi alla ingiuria presente ) pensiamo ^ come vendicarla. Egli sembrava dir giusto : adunque se dendo soli fra sè, sgombrata immantinente ogni turba dimestica, esaminarono ciò ch’era da fare. Bruto cominciando il primo a dire sopra sestesso che la sua demenza non fu vera, qual parve a molti, ma simulata ; e svelaudo le cause per le quali diedesi a fingerla, e giudicatone savbsimo infra tutti ; alfine, allegatene molte, ed acconcio ragioni, animò tutti al parer suo di cac(t) Plinio sul fine del libro XV. scrive che Bruto baciò la terra di Delia, a non dall Italia. dare Tarquinio e li figli da Roma. E vedmili ornai tatti consentanei, disse Che non era pià tempo di parole e promesse, ma di opere; e che egli imprenderebbela il primo se cosa alcuna fosse da imprendere. Ciò dicendo, e stringendo il pugnale con cui la donna fini sestessa, e venuto al cadavere di lei, che giaceva ancora spettacolo compassionevole a tutti, giurò su Marte, e su gli altri Dei Che farebbe tutto, quanto potea, per abbattere la tirannide di Tarquinio, che non pià si riconcilierebbe co' lii'anni, nè permetterebbe che altri si riconciliasse con essi: ma terrebbe per nimico, chiunque non volesse fare altrettanto ; e perseguite-^ rebbe fino alla morte la tirannide e li partigiani di essa. Che se mancava a quel giuramento, imprecava per sè e pe’ figli un termine della vita, quale il termine fu della donna. Ciò detto invitò pur gli altri a simile giuramento : e quelli, niente esitandone, levaronsi, e dandosi a mano a mano il pfignale giurarono, ed investigarono poi qual fosse la maniera di dar principio all’ impresa. Bruto cosi consigliò : Primieramente poniam le guardie alle porte, perchè Tarquinio non penetri niente di ciò che in Roma si dice o si opera contro la tirannide, innanzi che noi siamo ben preparati. Quindi portando il cadavere della donna, lordo comi è di sangue, nel Foro, ed esponendovelo, chiamiamovi a parlemento il popolo. E quando siavisi congregalo, quando ne vedremo già piena ( adunanza; allora Lucrezio e Collatino presentandosi narrino H orribile caso, e deplorino la loro sciagura ; poi qualunque altro facciasi innanzi ed ocf)3 ousi la ^tirannide, e provochi li cittadini a liberarsene. Oh! come avran caro di veder noi patrizj insorgere i primi perla libertà. Stanchi del Tiranno, e de’ molti e terribili mali che ne han sofferto, non abbisognano die St un primo impulso appena. Quando vedremo la moltitudine in furia per togliere la monarchia ; farremo c^ risolva co' voti, che Tarquinio non dee più regnare su Roma, e solleciti ne spediremo il decreto in campo all' esercitaIvi quando coloro che han tarmi conosceranno che tutta si è la città ribellata da Tarquinio, infiammeransi per la libertà della patria, insensibili a tutti i doni del tiranno, essi che non più reggono agli affronti de' f gli, e degli adulatori del perfido. Or avendo lui cosi detto soggiunse Valerio: Tu mi sembri o Giunio che abbi giustamente parlato su le altre cose ; ma quanto ai comizj vorrei da te sor pere chi li potrà convocare legittimamente, e chi dare alle curie i voti; essendo questo offizio de' magistrati, e niun di noi trovandosi magistrato. Ripigliando allora Giunio : o Valerio, io, gridò, sono tale; imperocché sono il tribuno de Celeri, e per legge mi è dato d intimare quando voglio le adunanze. Tarquinio dava tal massimo incoi ico, a me come stolido, e che appresa non ne avrei la potenza, o che se appresa V avessi, non saprei prevalermene. Ma io mi son quegli che il primo arringherò contro del tiranno. Detto ciò lo applaudivano tutti come lui che prendeva le mosse da principio legittimo e buono ; e lo pressavano a dirne anche il seguito ; ed egli disse : E poiché ci piace far questo, vediamo ancora qual maDigitized by Google J)4 delle antichità romane gistrato, e da chi mai crealo, debba reggerci dopo Ut espulsione dei re : anzi vediamo qual Jorma daremo allo Stato f liberi dalla tirannide ; imperciocché prima ài accingersi ad opera siffatta vai meglio di avere de liberata ogni cosa, anzi che se ne lasci alcuna non discussa, né premeditata. Ora dica ciascuri di voi su tali cose ciocché ne pensa. Dopo ciò si tennero molti discorsi e da molti. Chi numerando i gran beni fatti da tutti i re precedenti, amava che si riordinasse la regia dominazione; e chi ricordando le tiranniche ingiustizie di altri e di Tarquinio finalmente su’ proprj cittadini, non voleva il Comune sotto di un solo, ma che piuttosto arbitro se ne dichiarasse il Senato come in molte delle greche città : varj però non anteponeano nè 1’ uno né r altro, ma consigliavano che si fondasse un governo popolare, conne in Atene, esponendo le ingiurie, le. avanìe de’ pochi ^ e le sedizioni de’ miseri contro de’ potenti, e dichiarando che in città libera il comando più sicuro e più degno è quello delle leggi, eguali per tutti. Ma sembrando a tutti malagevole ed arduo il giudizio su la scelta pe’ mali che sieguono da ogni governo ; alfine Bruto, ripigliando disse : O Lucrezio, o Collatino, o voi tutti, quanti qui siete, uomini buoni, e JigU ancora di buoni-, io quanto a me non penso che noi dobbiam di presente dar nuova forma allo Stato. Troppo é picciolo il tempo a cui siamo ridotti, perché ci sia facile staBilirvela armoniosa ; lubrico altronde, e pericoloso, é tentar di cambiarvela, quantunque benissimo su di essa avessimo risoluto. Quando ci saremo levati dallà tirannide, allora potrem finalmente, consultandoci con più agio e più feria, trascegliere il governo migliore a fronte de' menò buoni j seppur avvene uno migliore di guei'^ che 7?omolo e Numa e gli altri re successivi stabilirono e ci "lasciarono, donde la città ne crebbe e ne prosperò, signora fin qui di più popoli. Solamente vi esorto che si emendino, e che provvedasi ora che più non v abbiano i mali terribili solili prorompere dalle monarchie, pe’ quali si mutano in tirannidi crude, e pe' quali tutti le abborrono. Ma quali son queste provvidenze ? Primieramente giacché molti attendono ai nomi, è secondo i nomi vanno al male o fuggono t utile ; e siccome è succeduto che ora molto attendasi a quello di monarchia; vi consiglio che il nome cangiate del governo, fe che da ora in poi quelli che vi comandano non più re li chiamiate, non più monarchi, ma con appellazione più discreta ed umana : poi, che non più rendiate un sol uomo arbitro di ogni cosa, ma fidiate a due la potenza dei re, come odo che i Lacedemoni fanno da molte generazioni, e che perciò ne hanno più di tutti i Greci leggi buone, e stato felice. Diviso il comando in due, e l’ uno potendo appunto quanto F altro ; meno acconci saranno a violarci, e meno ad opprimerci: anzi da tale egualità dee seguirne principalmente la verecondia, il ritegno vicendevole dell’uno per F altro, sicché noti si sfrenino, ed una viva gara per la fama della giustizia. E poiché molti sono li regii distintivi, io giudico che y impiccioliscano o tolgano quelli che àddolorano a rimirarli o sdegnano il popolo, io dico gli scettri, dico le corone di oro ^ e le clamidi eli oro intessute e di porpora, se non forse si asswnono ne' giorni festivi e ne’ trionfali per magnificare g/i Jddj ; mentre usate di raro non offendono. In opposito penso che si conservi a questi uomini la sedir curule ove siedono rendendo ragione, e la veste candida cinta intorno di porpora, e li dodici fasci che il venir loro precedano. Oltracciò perchè quelli che prendono il comando non molto ne abusino, io penso utilissima e principalissima cosa, che non lascinsì comandare tutta la vita. Imperciocché riesce a tutd grave un comando ind^nito, uft comando che non pià dia di sè ragione ; e di qua vien la tirannide. Ma si limiti come tra gli Ateniesi f autorità del comando ad un anno. Quelcomandare a vicenda e quell' essere comandato, quel deporre il pMere prima che il pensar vi si guasti, preoccupa le indoli vane, nè lascia che vi / inebbrino. Se .così stabiliamo, goderemo i beni che sono il frutto di una regia dominazione, e schiveremo i mali che né conseguitano. E perchè il nome regio, consueto già tra' nostri avi, ed introdotto in questa città co t gli augurj propizj degl Jddj che lo favorivano, ti custodisca, almeno per tale riguardo ; si faccia continuamente, a vita, ed onorisi un re del Culto ^ un che libero dalle cure militari in questo solo si occupi e non in altro, cioè che abbia, quasi re ne fosse, l’ arbitrio sovrano de’ sacrifizj. Ora udite come fia ciascuna di queste cose. ’ Io, poiché dalle leggi mi si concede, io raccoglierò, come diceva, l’adunanza del popolo, e riesporrò la mia mente di bandire Tarquinia colla moglie e coi figli da Roma e suo territorio, escludendoneli per sempre essi e la lor discendenza. Quando avran ciò stabilito co’ voti, io dichiarando allora il governo che pensiamo fondare, eleggerò V interré, il qual nomini quelli che prendano le redini della repubblica. Quindi io deporrò la prefettura dei Celeri; e V interré da me creato, proporrà gl’ idonei all’ annua preminenza, rimettendoli al voto de’ cittadini : e se il pià delle centurie ne tien buona la proposta, se propizj gli oracoli la favoriscono, assumano i fasci e le insegne del potere sovrano, e provvedano che libera abitiamo la patria, nè pià li Tarquinj vi ritornino. Imperocché questi, abbiatelo per certo, se non invigiliamo su loro, tenteranno colla persuasiva, colla forza, coll’ inganno, per ogni via finalmente, rimettersi nell impero. Queste sono le somme, le principalissime cose, che io dir posso e raccomandar di presente. Quelli poi che avranno il comando devono, come io giudico, esaminare una per una, le cose particolari, giacché troppe, nè facili a discutersi pienamente ; e noi siamo stretti dal tempo: anzi'deono, come usavano i re ponderarle col corpo del Senato, non concludendone alcuna senza noi ; e quando siano approvate dal Senato, rapportarle, come f accasi tra i nostri maggiori, al popolo non levandogli niun diritto di quanti s’ avea nel principio. Così le sue magistrature saranno sicurissime e bellissime. Proferendo Giunio Bruto tal suo parere tutti lo commendanino ; e datisi ben tosto a consultare, decisero che si nominasse interré Spurio Lucrezio il padre di colei che uccise sestessa: e che da lui si scegliessero per avere il potere dei re Lucio Giunio Bruto, e Lucio Tarqninio Collatino. Stabiliscono che tali soprastanti nell’ idioma loro si chiamassero Consoli, vnol dire consiglieri o capi del ronsiglio, interpetrando in greco tal nome, giacché i Romani ciocché noi simboulas diremmo chiaman consiglio. Coi volgere però del tempo i consoli furono per l’ ampiezza del potere chiamati Ypati dalia Grecia, comandando essi a tutti e t^ neodo.il più sublime de gradi; e chiamandosi da’ nostri antichi Ipaton quanto sopralzasi, e maggioreggia. Dopo tali consulte e tali istituzioni supplicarono co’ voti gli Iddj che fossero propizj ad essi .intenti ad opera si giu non colla sepoltura a norma delle leggi : e Tarquinia la donna di questo ch’egli dovea venerare qual. madre, come sorella del padre, Tarquinia già tanto .sollecita in suo bene, % egli la strangolava, sì, questa misera, innanzi che prendesse il lutto, e che rendesse in su la tomba al marito gli ultimi onori. Così contraccambiava quelli da quali fa salvo, da quali fu nudrito, ed. a quali avrebbe pur succeduto sol che avesse un poco aspettato finché venisse loro naturalmente^ la morte. Ma perchè più, su questo riprendolo, quando, oltre i delitti contro de’ consan^inei e de’ suoceri, ho pur da accusarne le tante prevaricazioni contro la patria, e contro noi tutti, se prevaricazioni son queste, e non sovversioni e rovine di ogni costume e di ogni legge. E per comiiKiare subito ^dal regno, come lo prese egli questo ? forse come i re precedenti? ma quando mai? molto nè egli lontano. Imperocché quei tutti furono da voi portati al trono secondo i patrj costumi e le leggi, prima col decreto del ' Senato che è il capo di ogni pubblica deliberazione, poi degl’ interré scelti ed incaricati dal Senato per nominare il pià idoneo al comando f e co’ voti dati ne' comizj dal popolo, da cui, la legge vuole, che si ratifichi ogni cosa più rilevante, e finalmente cogli augurj f colle vittime, e con altri segni propizj senza i quali niente giovano i maneggi e le previdenze degli uomini. Or dite, qual di voi mai vide una parte almeno fatta di ciò quando Tarquinio prese il comando ? qual vide decreto preliminare del Senato? quale scelta degl’ interré? quali suffiragj del popolo ? per non dire dov è tutto questo ? quantunque se egli voleva il regno lecitamente, non dovea parte ninna pretermettersi di quanto chiedesi dalle leggi. Certo se alcuno può dimostrarmene fatta pur una di queste cose, più non vo’ che si brontoli su le altre che si tralasciarono. Come dunque egli si spinse al trono ? colle arme, come i tiranni, colla violenza, colla congiura degli scellerati, noi riprovandolo, e dolendocene, E fattosi re, comunque ciò fosse, la sosteneva egli V autoràà tua regalmente ? Emulava i suoi predecessori i quali co’ detti e co’ fatti costanti così ressero, che lasciarono a’ posteri la città più felice e più grande che presa non V avessero ? Chi, se pure è sano di mente, chi potrà mai dir ciò, vedendo quanto miseramente e scelleratamente siamo stati da lui malmenati. Tacio le sciagure di noi senatori, le quali, pur un nemico, udendole, ne piangerebbe, e come siam pochi rimasi di molti, come rendati abbietti di granài, e come venuti a disagio e stento, cadendo dai tanti e sì ampj beni. Que’ grati j que’ potenti,. Io3 que cospicui uomini, po' quali questa nostra città era un tempo magnifica, quelli perirono, o fuggono la patria. E le vostre cose y o popolo, come stan esse ? Non ha tolto. a voi le leggi ? non i concorsi soliti per le feste e pe’ sacrifizj ? Non ha fatto cessare i comkj, i suffragj, e le adunanze tutte su le pubbliche cose? Ridotti siete, quali schiavi comperati, ai vilipendi di tagliare, di portare pietre ed arbori, di logorarvi tra gli antri e i baratri senza requie mai, neppur tenuissima dai mali. Or quando avran fine mai tali strazj ? fino a quando li starem sopportando ? Quando la patria libertà vendicheremo ? ... Al morir del tiranno ? Appunto ! Dite ci sarà allora pià facile ? E perchè non piuttosto assai meno ? se per un Tarquinio ne avrem tre molto pià scellerati? Se chi di privato è divenuto monarca, se chi tardi ha cominciato a nuocere, ha percorsa tutta la malvagità de’ tiranni, quali, pensate, esser debbono i discendenti da lui, scellerati di stirpe, scellerati di educazione, che mai non poterono vedere nè apprendere in città misure politiche di moderazione ? E perchè non per congetture, ma intimamente conosciate la perversità loro, e quai cani latratori alleva contro voi la tirannide di Tarquinio ; specchiatevi in un azione sola del primogenito. E questa la figlia di Spurio Lucrezio, lasciato prffetto in Roma dal Tiranno nelP andare alla guerra, e moglie insieme di Tarquinio CollaUno, del consanguineo de’ tiranni che pur tanto ha da loro sopportato. Or questa per serbarsi pudica. e tutta agli amori del suo marito, come fanno le virtuose, avendo Sesto qual parente preso ospizio appo lei, mentre Collatino era lungi nelt armata, non potè schivare nella passata notte le onte. sfrenate della tirannide; ma violentata come una schù^va sostenne ciocché libera donna non dee. Pertanto esacerbatane, e presa la ingiuria per insoffribile, dopo che ebbe narrato al padre e a congiunti le vicende ree che la desolarono, dopo che ebbe pregato e scongiurato che la vendicassero per tanti mali; alfine traendo il pugnale che celava nel seno, profondosselo, e vedendola il padre j o Romani, nelle viscere. O tu certo mirabile, o tu di encomj degnissima per la nobile ' risoluzione ! t’ involasti, moristi non reggendo agli obbrobri del tiranno, e ricusasti le dolcezze tutte del vivere perchè simile calamità non ti avvenisse. Avrai tu dunque o Lucrezia nella tua femminil condizione K avuto il. cuore de’ valentuomini, e noi, uomini nati, noi saremo in viltà men che le femmine ? Tu perchè predata a forza del fiore immacolato della tua pudicizia, avrai tu reputato la morte pià dolce e pià beata della vita; e noi non avrem pur nell’ animo, che Tarquinio non da una notte, ma già da venticinque anni ci opprime, e ci ha colla libertà levato gli agi tutti del vivere ? No ; pià non dobbiamo, o Romani, noi vivere avvolgendoci in tanti pericoli, noi che discendenti siamo di que bravi, che vollero fondare i diritti fin per gli altri, e lanciaronsi a tanti .pericoli per la sovranità e la gloria : ma V una delle due si dee scegliere o libera vita, o morte onorata. È pur venuto il tempo che bramavamo ; perchè lungi è il tiranno dalla città, e perchè duci sono della impresa i patrizj, e perchè se con animo pronto ci facciamo ad imprendere, non abbisogniamo di cosa niuna non di uomini, non di danari, non di arme, non di capitani, non di altro apparecchio militare ; essendone Roma pienissima. Siaci pure una volta vergognà che noi che cerchiamo signoreggiare i Volsci, i Sabini, ed altri moltissimi^ noi stiamo • ad altri servendo, e che mentre tante guerre imprendiamo per in^andire Tarquinio, niuna per la nostra liberuì ne facciamo.Ma di quali incora^menti ci varrem per la impresa, di quai leghe ? È questo che rimanenti a dire. Primieramente c incoraggiremo su la speranza negl’ Iddj de’ quali Tarquinio viola le sante cose, i templi, gli altari, libando e sacrificando con mani lorde di sangue, e di ogni scelleraggine contró de cittadini; appresso c incoraggiremo su la speranza che abbiam su noi stessi che nè pochi siamo, nè inesperti di gierra ; e finalmente sul rinforzo di quegli alleati i quali non ardiranno far novità se noi non ve 'gV invitiamo ; ma se vedono che noi il valor nostro raccendiamo, lietissimi ci si uniran per combattere ; nemico essendo della tirannide chiunque vuole esser libero. Che se alcuno di voi teme quei cittadini che in campo si porran con Tarquinio per militare con esso contro noi ;• non bene teme costui. Anche ad essi è grave la tirannide, ed ingènito in tutti è V amore della libertà : ed ogni occasione di mutamento basta a chi è misero necessariamente. Che se voi li chiamerete col voto vostro a soccorrer la patria, non timore li riterrà co’ tiranni, non grazia, e non cosa ninna la quale sforzi o persuada, a mal fare. E se in alcuni si è per la ria natura, e la trista educazione abbarbicato V amor dei tiranni ; ridurremo ancor essi, che molti non sono, con insuperabile necessità sicché utili ci divengano i malevoli ; perciocché teniamo in città quali ostaggi i loro figli, le mogli, i parenti, pegni carissimi che ognuno pregia più che la vita. Or se noi prometteremo di rendere questi, se decreteremo per essi la impunità quando distacchinsi dal tìrannno ; di leggeri li persuaderemo. Cosicché fatevi cuore o Romani, concepite belle speranze per V avvenire, uscite per una guerra, certo la più gloriosa di quante mai ne imprendeste. Si, palrj Dei, propizj curatori di questa terra, sì Genj, tutelari già de nostri padri, sì, città carissima infra tutte ai Celesti nella quale nascemmo e cresciamo, sì noi vi difenderemo co’ pensieri, colle parole, colle opere, colla vita ; pronti a tutto soffrire, quanto la fortuna porti ed il fato. Presagiscorni che alla impresa buona seguirà fine bonissinto. Possano quanti confidano, quanti decidonsi come noi, voi salvare ed essere da voi salvati parimente. Mentre Bruto aringava, faceansi ad ogni suo detto acclamazioni dal popolo in signiBcazione, che esso appunto cosi voleva, e comandava. Ed i più sentendo quel parlare maraviglioso ed inaspettato lagrimavano per tenerezza. Inondavano passioni varie nè punto 1 07 amSi ogni petto: e dove il rancore, dove la gioja trionfavano, là pe’ mali già sostenuti, qua pe’ beni che si aspettavano. Dove era audacia, dove timidità, quella che incitava a non curar sicurezsa contro i subjetti, odiati perchè intenti a far male ; e T altra che oppo neasi agl’ impeti delia prima, perchè vedea non facile la rovina della tirannide. Ma non sì tosto colui cessò dal parlare ; tutti, quasi con una bocca, ad una voce esclamarono, che guidassegli alle arme. E Bruto dilettatone, sì, disse, ma quando prima avrete udito, e confermata co’ voti vostri i decreti del Senato. E noi decretiamo CHS i TAsqvatj s tutta la consangvu HIT a' loro svogano ROMA E QUANTO È Ds' ROMAICI : CBS NIUNO FOSSA DIRE O BRIGARE SUL RITORNO DEI tiranni; e se contravviene; si" uccida. Or se volete che un tal parere si adotti ; compartitevi in curie, e datene i voti. Questo incominci per voi li diritti della' vostra libertà. Disse ; e cosi fu hitto : e poiché tutte le Curie ebbero decretato 1’ esilio del tiranno ; Bruto fattosi innanzi, ripigliò : Giacché avete voi ratificato quanto deesi, le prime cose ; ascoltate U resto che abbiam deliberata su lo Stata. Esaminando noi qual magistrata esser dee V arbitro del comando, ci è piaciuto, non già di rinnovare il comando di un solo, ma di creare ogm anno due capi con regio potere, che voi stessi eleggerete ne’ comizj, votandovi per centurie. Or se volete anche ciò ; datene il voto. Il popolo lodò questo ugualmente; nè vi fu pur un voto contrario. Quindi ripresentatosi Bruto, nominò Spurio Lucrezio per interré, perchè secondo le patrie leggi prendesse cura de’comisj. Costui sciogliendo ' r adunanza, ordinò che tutti subito si recassero in arme al campo, dove solcano tenere i comizj. Recativisi ; scelse due Bruto e Gollatino che facessero quanto facevano i re. Ed il 'popolo chiamato per centurie con fermò la magistratura a que’ due. Tali sono le cose ai lora fatte in città. Tarqninio come udì da messaggeri sottrat tisi per avventura da Roma prima che le porte se ne chiudessero, che Bruto (perché narravano questo solo) fattosi capo-popolo, aringava i cittadini, e suscitavali a rendersi liberi, parti senza dirne le cause, prendendo se^o i figli, ed altri più fidi, e correndo a briglie sciolte onde prevenire la ribellione. Ma trovando chiuse le porte, e piene le mura di arme, tornossene, quanto potè, veloce nel campo affligendosi e lagrimando : se non che già le sue cose erano qui pure in iscompigUo. Imperocché li consoli antivedendo la sollecita venuta di lui verso Roma aveano per altra via spedito all’armata, invitandola a togliersi dal tiranno, ed annunziandole i decreti di quei della città. Or Tito Erminio e Marco Orazio lasciati dal tiranno nel campo prendendo quelle lettere le recitarono nell’ adunanza : e dimandando via via per centurie ciò che era da fare, e piaciuto a tutti che si ratificassero le deliberazioni della città ; più non riceverono Tarquinio che tornavasi a loro. E caduto pur da questa speranza fuggisseue con pochi alla città di Gabio f della quale, come ho detto di sopra, avea creato monarca, Sesto il suo primogenito. Esso già canuto per anni avea tenuto per cinque lustri il comando. Erminio ed Orazio, concbiusa una tregua di quindici anni cogli ÀrdeatinI, ricondussero in patria le milizie. Per tali cause e da tali uomini fu tolta in Roma la regia dominazione, conservatavisi per dugcnto quaranlaquattr’ anni dalla sua fondazione, e divenuta in fine tirannide sotto 1’ ultimo re. OloMSERVATASl in Roma la regia dominazione per dugento quarantaquatlr anni e cangiatavisi poscia in tirannide sotto r ultimo re fa per le cagioni anzidette abolita da tali uomini sul principio della olimpiade sessagesima ottava, nella quale Iscomaco da Crotone vinse allo stadio, mentre Isagora esercitava in Atene r aunuo magistrato. Ed istituitasi la signoria de’ pochi, mancando quattro mesi al compiersi di quell’anno, assunsero i primi il comando supremo, Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquioio Collatino col nome di consoli, Anni 345 fecondo Catone e i 47 'ecjndo Varrone dalla fondailone di Roìna, e So; avanli Cristo] cosi chiamandosi da Romani, come già dissi, nel patrio idioma i capi del Senato. Poi congiungendo questi a sè gli altri che numerosi tornavano dal campo in città dopo conchiosa la tregua con gli Àrdeatini ; e pochi giorni appresso la espulsione del Tiranno convocando il popolo a parlamento, e ragionando copiosamente su la concor dia ; fecero di bel nuovo decretare co’ voti, come già quelli che erano in Roma lo avevano decretato, bando perpetuo ai Tarquinj. Dopo ciò puri6cando la città, fattone sacrifizio ; essi i primi, stando intorno le vittime, giurarono, e ccndussero pur gli altri a giurare, che mai più dal bando richiamerebbero il re Tarquinio, nè la prole di lui, nè i figli de’ figli : anzi che non più iarebbono re ninno in Roma, nè tollererebbono chi far cel volesse. Cosi giurarono su’ Tarquinj, su figli, e su la prosapia loro. E, couciossiachè pareano i re, stati autori di molti e gran beni inverso del pubblico, deliberatisi a conservare il nome almeno di tal signoria, finché Roma durava, comandarono ai pontefici ed agli auguri di eleggere il più idoneo tra’seniori, perchè tolto da tutte le cure, se non dalle religiose, presedesse in sul culto, e Me si chiamasse non delle politiche, non delle militari,. ma delle sante cose. Per tanto fu delle sante cose nominato re per il primo Manio Papirio, uomo patrizio e dedito alla dolce calma. II. Stabilito ciò, temendo, io credo, che non si generasse negli altri sui nuovo governo la idea non vera, che in luogo di uno dominavano due re la città mentre Secondo Feslo il primo re tacriJieuUu, fa Sicinnio Beliulo, ed in cfò discorda da Dionigi e da Livio. Ir uno e 1’ altro de’ consoli avca come un tempo i re le dodici scuri ; deliberarono preoccupar tal concetto, e scemare la invidia del comando, e fecero cbe l’uno de’consoli portasse dodici scuri, e F altro dodici littori colle verghe coronate solamente come narrano alcuni: talché le scuri le assumesse e recasse ora l’uno ora F altro vicendevolmente per un mese intiero. Animarono con questo F umile plebe a conservar quel governo ; e con simili cose non poche. Imperocché rinnovarono tutte le leggi scritte da Tullio su’ contratti ; le quali si tenean per umane e popolari, e Tarquinio aveale tutte soppresse : e comandarono che si facessero come a’ tempi di Tullio, i sagriGzj che in città si faceaiio o nella campagna, riuiiendovisi que’ di Roma e de’ villaggi. Concederono che il popolo si radunasse per le cose più rilevanti, e desse il voto, e ripigliasse a voler suo gli usi primitivi. Piaceano tali cose alla moltitudine ravvivatasi dal servir lungo a libertà non aspettata. Nondimeno ci ebbero alquanti i quali desiderosi de’ mali della tirannide per demenza o per avarizia congiurarono di tradire la patria e richiamarvi i Tarquinj, trucidandone i consoli : ed io dirò quali ne fossero i capi, e come im provvedutamente scoperti, mentre credeansi occulti atutti, ma riassumerò le cose alquanto più addietro. III. Caduto Tarquinio dal trono, si tenne per un tempo, non lungo, in Gabio, raccogliendo quanti a Il lesto non è ben fìsso : e fotse dee leggersi verghe curve o grosse nella lesta. Il codice Valicano avendola voce xafvtat e noa xtfà/tttt favorisce la idea di verghe grosse in testa. Silburgio propende per le verghe ricurve iu cima lui ne venivano amici della tirannide pià che delia libertà, e confortandovisi in su le speranze de’ Latini, quasi potessero questi ricondurlo alla reggia. Ma poscia che le città non io ascoltavano nè voleano per lui fare una guerra ai Romani ; disperandone alfìne il soccorso fuggissene a Tarquinj città Tirrena, donde era la materna origine sua. E cattivandosi que’ cittadini co’ doni, e prodotto da essi in piena adunanza, rinnovò 1’ antica congiunzione con loro, e commemorò li benefizj deU r aiuolo suo con tutte le città Tirrene, e gli accordi che avean fatto con lui. Poi si lamentò con tutti della sciagura che avealo preso, e come travolto in un sol giorno da lietissima condizione, ora profugo con tre 6gli e bisognoso fin del necessario, era costretto ricórrere a popoli, un tempo, sudditi suoi. Scorrendo su tali cose pateticamente e con molte lagrime, indusse il popolo a spedire il primo a Roma uomini che portas sero parole di pace per lui, quasi i potenti ivi fossero per favorirlo, ed ajutarlo al ritorno. Nominati quelli eh’ egli volle per ambasciadori, ed istruitili delie cose che erano da dire e da fare gli spedi con alquanto di oro e con lettere de’ fuorusciti con esso dirette con preghiere agli amici e domestici loro. IV. Venuti questi a Roma dissero hi Senato : che chiedea Tarquinia la franchigia di venire con pochi prima in Senato, e poi, quando ciò fossegli conce-duto dal Senato, nell adunanza del popolo per darvi conto delle opere sue fin dai principj del regno, falline giudici tutti i Romani, se alcuno mai lo accusasse. Che se appien si giustifica, se persuade che egli non ha colpe degne dell esilio ; allora se gUel concedano, regnerà novamente con que' limiti che gli prescriveranno : se poi decreteranno di non voler più. come per l’ addietro la sovranità dei re, ma di fon-^ darne un altra qualunque, egli uniformandovisi al pari degli altri reslerassene colla sua famiglia in Roma, sua patria, libero almeno della vita degli erranti, e de' profughi. E ciò detto supplicavano il Senato pei comuni diritti che vogliono che niun si condanni senza discolpe e giudizj, a concedere una difesa della quale essi giudicherebbero. Che se ciò non volevano a lui concedere, fossero compiacevoli almeno in vista della città la quale s' intrametteva. Compiacendola, tuttoché senza discapito loro, assai onorerebbero la città che ciò conseguiva. Uomini essendo, non si elevassero sopra la sorte degli uomini: nè serbassero immortali sdegni in cuori mortali : ma in grazia degt intercessori si sforzassero anche contro lor voglia di usare mansuetudine ; considerando eh' egli è da savio condonare le inimicizie per le amicizie ; ma da stello e da barbaro volgere in nemici gli amici. V. Aveano ciò detto, quando Bruto sorgendo replicò : Sul ritorno de' Tarquinj in Roma cessate o Tirreni di più ragionarne. Imperciocché già si è qui J volato irreparabilmente per l'esilio loro: ed abbiamo tutti ^giurato agC Iddj di non restituire i tiranni, e di non tollerare che altri ce li restituisse. Ma se chiedeste con altra moderazione a cui nè le leggi nè li giuramenti si oppongono', manifestatevi. Or qui faitùi innanzi gli ambasciadoi’i soggiunsero : Terminale ci sono contro la espettazione le prime dimandet ambasciadori per uno che si raccomanda, per uno che vuole dare a voi conto di sè stesso, abbiamo chiesto qual grazia ciocch’ era diritto per lutti : nè potemmo ottenerlo. Ora poiché ve n è parato così ; non più vi presseremo sul tornar de' Tarquinj. J\oi facciamo istanza per un altro diritto di cui la patria c incaricava, e su cui non legge, non giuramento impediscavi, cioè che rendiate al monarca i beni clm [ avolo suo possedeva senza toglierli a voi nè di forza nè in occulto, ma portati qui avendoli, come ereditati dal padre. A lui basterà, se lo ricupera, il suo, per vivere altrove Jelicemente, senza vostra molestia. RitiraroDsi ciò detto gli ambasciadorì. Bruto T uno de’ consoli suggeriva che si ritenesser que' beni in compenso delle ingiustizie sì gravi e sì numerose dei tiranni contra del pubblico, e per util di Stato : perchè non si dessero ad essi de mezzi co’ quali far guerra ; preammonendo, che nè si affezionerebbero ad essi i Tarquinj col riavere i lor beni nè sosterrebbero una vita privata, ma porterebbero su Romani le arme di altri popoli, e tenterebbero di tornare colla forza al comando. Collatino però consigliava il contrario, dicendo che non gli averi, ma le persone dei tiranni noceano la città. Pertanto scongiuravali a guardarsi prima dalC incorrere nella rea fama di avere espulso i Tarquinj per invaderne i beni, e poi dal porgere ad essi cosi spogliandoli, giusta occasione di guerra : dicea che non era chiaro, che ricuperando i beni si accingerebbe^ ancora ad una guerra con essi, laddove era ben manifesto, che non ricuperandoli f rion si cheterebbero. VI. Cosi dicendo i consoli ; e molti sentendola colr uno e coir altro ; il Senato dubitò come avesse a risolvere. E ripigliandone per più giorni l’ esame, e parendogli che Bruto consigliasse il più utile, ma Collatino il più giusto ; in ultimo deliberò che giudice ne fosse il popolo. Or qui dette essendo più cosedairnno> e dall’ altro de’ consoli, e venendo alBne le curie, che eran trenta di numero, ai voli, preponderarono le une alle altre con si piccini divario che quelle le quali intimavano che si rendessero i beni superarono di uà sol voto le altre le quali voleano che si ritenessero. I Tirreni avuta la risposta dai consoli : e molto lodando' la città che anteponesse all’ utile il giusto ; spedirono a Tarquinio perchè mandasse chi ricevesse i beni di lui ; frattanto essi resiavansi a Roma sul titolo del trasporto de’ mobili, o di dar sesto a ciò che non potessi menar via j nè carreggiare : ma in realtà spiando e brigandovi, come il tiranno aveali incaricali. Perocché ricapitarono' le lettere de’ profughi agli attinenti loro ; pigliandone le altre di replica. E conversando, e studiando le affezioni di molti, se ne trovavano alcuni facili ad essere guadagnati per la poca fermezza, per la inopia, o pel desiderio di 'empiersi nella tirannide, davansi a subornarli coir oro e con ampliarne le belle speranze. Vi sarebbero secondo le apparenze in città si grande e si popolata, alquanti non degl’ infimi solo ma de’riguardevoli i quali anteporrebbono il governo men buono al migliore 'y or furono tra questi i due Giunj Tito e Ti> berio, figli di Bruto il console, puberi appena, e con essi i due Geli] Marco e Manio fratelli della moglie di Bruto, idonei a’ pubblici affari : Lucio e Marco Aquìlio, figli ambedue della sorella di Collatino, altro consolo, e conformi di anni al figli di Bruto, presso a’ quali, non più vivendo il lor padre, per lo più si adunavano e ctmcertavano sul ritorno de’ tiranni. VII. Tra le molte cose, per le quali a me sembra che Roma giugnesse per la provvidenza de’nnmi a stato si prospero, non sono le infime quelle che avvennero allora. Imperocché si mise in que’ sciaurati tanta de.menza, e tanta cecità, che osarono fino scrivere al tiranno di propria mano lettere che indicavano il numero copioso de’ congiurati ed il tempo nel quale assalirebbero r uno e r altro console, lusingati dalle epistole del perfido ad essi per le quali volea sapere i .compensi che avrebbe a dare, tornando in trono, al Romani. Ebbero i consoli queste lettere per tale incontro. Eransi i prlmarj de’ complici riuniti in casa, degli Aquilj nati dalla sorella di Collatino, invitativi come a sante cose e sagrifizj. Dopo il convito ordinando che quei che lo aveano ministrato uscissero e si • tenessero nell’ anticamera; confabulavano infra loro su • la rintegrazione del tiranno, e segnavano ciascuno, i .mezzi che glien parevano di mano propria in lettere che gli Aquilj doveano far giungere ai messaggeri Tirreni, e questi a Tarquinio. Intanto uno schiavo (Vin Sigonio ne scogtj LÌTiani pone Vitel^ in luogo di Gellj seguendo le antoriià di Livio e di Plnisrco. dicio ne era il nome ) della città di Genina, il quale fervito gli avea di bevanda, sospettando dalla remoaione de’ servi che coloro macchinassero qualche scelleraggine, si stette solo fuori della porta, ed applicatovisi in una fessura ben lucida, ne udì li discorsi, e ne vide le lettere che vi si scrivevan da ognuno. Quindi a notte avanzala uscendo come in servigio de’ padroni, non ardi di andare ai consoli sol timore che volessero per r amor de’ congiunti che il fatto si occultasse, e ' levas~ sero di mezzo chi porgea la dinunzia : ma recatosi a Pubblio Valerio l’ uno de’ quattro, primarj nel tor la tirannide y congiunsero a vicenda la destra, e giuratagli da lui sicurezza, gli svelò quanto odi, e quanto vide. Colui, saputo il fatto, si presentò • senza indugio su r alba in casa degli Aquilj con valida schiera di clienti e di amici, e penetrandone senza >ntesa le porte come per tutt’aliro affare, s’impadronl delle lettere mentre pur v’ eran que’ giovani, i quali menò seoo innanzi de’ consoli. Vili. Ora essendo io per dire le sublimi, e meravigliose gesta di Bruto di che tanto i Romani si magnificano, temo che sembrino austere troppo nè credibili ai Greci, giacché tutti sogliono per natura giudicare le cose che di altri si dicono dalle proprie, e secondo queste aversele per credibili o non credibili. Nondimeno io le dirò. Non si tosto fu giorno, sedutosi Bruto in tribunale, ed esaminando le lettere de' congiurati, appena scopri quelle de’ figli distinguendole dai sigilli, e dopo rotti i sigilli, dai caratteri; ordinò primieramente •he lo scriba leggessene 1’ una e l’ altra, sicché tutti le udissero, e quindi che i Ggli dicessero su ciò se voleano. Niuno de’ due ardiva rivolgersi impudentemente a negarle per sue, ma quasi avessero già condannato sè stessi, piangevano. Egli soprastando breve tempo sorse ; ed intimalo silenzio, ed aspettando tutti qual ne sarebbe la flne, disse, che condannavali a morte. Or qui alzarono tutti la voce, alienissimi, che avesse un tal uomo a punire sè stesso colla morte loro, e voleano condonare al padre la vita de’ figli. Ma egli non comportando nè le voci nè i pianti comandò a’ satelliti che di là rimovessero i giovani che lagrimavano e supplicavano e co’ nomi più teneri lo chiamavano. Riusciva spettacolo meraviglioso a tutti che un tal uomo niente piegato si fosse nè per le preghiere de’ cittadini, nè per la commi aerazione inverso de’ figli : assai però parve più portentosa 1' austerità di lui circa il supplizio. Imperocché nè permise che si uccidessero i figli allontanati dal cospetto del popolo, nè egli, almeno per fuggirne la terribile vista, si ritirò dal Foro finché non furono puniti : nè condiscese pure, che subissero, non disonorati co’ flagelli almeno, la morte destinata. Ma custodendo tutte le consuetudini, e tutte le leggi quante ve n’ ha su’ malfattori, egli stesso nel Foro tra la pubblica vista presente a tutto, fattili prima straziar colle verghe ; concedette alfine che con le scurì si decapitassero. Sorprendente soprattutto, inconcepibile era in quest’ uomo la immobilità degli sguardi senza indizio nemmeno di compassione. Tanto che piangendo tutti, egli solo fu visto non piangere sul destino de’ figli: nè sospirò per sè stesso, nè per la solitudine la quale facevasi nella sua casa, nè diè segno in tutto di debolezza: ma senza lagrime, senza lamenti, e come inalterabile, portò magnanimamente la sua sciagura. Tanto era forte di animo, tanto costante in compiere le risoluzioni, e tanto superiore agli affetti che turbano la ragione ! IX. Uccisi i &gli fe’ chiamare immantinente gli AquiIj, 6gli della sorella dell’ altro console, presso a’ quali teneansi i congressi de’ congiurati. E comandando alle scriba che ne leggesse l’ epistole sicché tutti le udissero ; intimò ad essi che sen difendessero. Ma i giovani venuti dinanzi al tribunale, sia che ammoniti ne fossero dagli amici, sia che di per sè lo risolvessero, si gittarono a piedi dello zio per essere da lui salvati. Ma comandando Bruto ai littori che li svellessero, e li traessero se non voleano giustificarsi alla morte ; Collatino sopraggiunse a questi, che sospendessero alquanto finché abboccavasi col collega, e pigliatolo da solo a solo orò lungamente pe’ garzoncelli ; parte escusandoli che fossero caduti in tale stoltezza per inesperienza e per compagnie triste di amici, e parte eccitandolo a condonare la vita di parenti, dimandandolo in grazia lui che non d’altro mai più lo vesserebbe, e parte facendo riflettere che turberebbesi il popolo tutto se davausi ad uccidere chiunque sembrato fosse tenersela co’ fuorusciti perchè ritornassero ; imperocché dicea eh’ eran molti, e parecchi non ignobili di lignaggio. Ma non venendogli di persuaderlo; ne chiese almeno pena più mite che non la morte, dicendo: mal convenirsi che i complici si avesser la morte, mentre il tiranno non sostenea che l’ esilio. E perciocché Bruto ripugnava da pene più mi, nè voleva (ciocché chiedeva da ultimo il suo collega ) nemmeno differire il giudizio de’ colpevoli, e minacciava, e giurava di darli tutti appunto iu quel giorno alla morte ; Coliatino sdegnatosi in fine che niente ottenea ; soggiunse : io, pari tuo, to scamperò que' giovini se tu se tanto intrattabile e duro : E Bruto indispettitone, no, disse, Coliatino ; non potrai finché 10 vivo far salvi i traditori della patria : anzi tu pure darai tra non molto le pene che meritL X. Ciò detto, e messa una guardia su’ giovani chiamò 11 popolo a parlamento : e riempiutosi il Foro, perchè il supplizio de’ figli suoi, già si era in città divulgato, egli facendosi in mezzo, cinto da’ più cospicui de’ senatori disse : lo vorrei o Cittadini, che Collatino, questo mio compagno, fosse concorde con me su tutto, ed odiasse e combattesse i tiranni non pur colla voce, ma colle opere. Ora poiché lo trovo manifestamente contrario e congiunto in tutto a' Tarquinj di sangue, di voglie, e di brighe onde riconciliarceli, anzi col-[ utile suo che del comune ; io sono risoluto di op~ pormegli perché non compia le ree sue macchinazioni, e perciò vi ho qua convocati. Io dirò primieramente in qitanto pericolo sia la città ; poi come t uno e t altro di noi siasi diportato. Biunitisi alquanti in casa degli Aquila nati dalla sorella di Collatino, e tra questi ambedue li miei figli e li fratelli della mia moglie, ed altri non ignobili ; stabilirono, e congiitrarono la mia morte, e di restituirvi in Tarquinio il monarca. E già erano per mandare ei fuorusciti /efrtere contrassegnate da loro caratteri e sigilli. Ma si fe ciò, la Dio mercede, a noi manifesto, indicandocelo questo uomo, che è un servo degli jiquilj, di quelli presso i quali si adunarono e scrissero nella notte precedente le lettere ; e noi, le abbiamo noi, queste lettere. Io già ne punii Tito e Tiberio miei figli : e niente, non leggi, non giuramenti, furono da me violati per la clemenza di un padre. Ma Collatino mi ritoglica dalle mani gli Aquilj con dire che non soffrirebbe che partecipassero la sorte de' miei figli, se partecipato ne aveano i disegni. Ma se costoro non soggiacìono a pena, nemmen dunque vi dovran soggiacere non i fratelli della mia moglie, non quanti sono, i traditori della patria. E qual diritto più grande avrò io contro questi, se risparmiatisi quelli ? Dite, qual contrassegno c mai questo, di amici della patria, o del tiranno, di conferma del giuramento che avete voi tutti prestato noi precedendovi, o di sconvolgimento e di perfidia ? Se egli rimanevasi occulto, pur sarebbe in preda alle fune e sotto la vendetta degli Dei che spergiurava. Ora poiché vi si è palesalo a voi si spetta, a voi di punirlo. Vi persuadea costui pochi giorni addietro che rendeste i suoi beni al tiranno, non perchè la città se gli avesse per usarne in guerra contro i nemici, ma perchè li nemici gli avessero per usarne contro la città. Ed ora si arroga di esentare dalle pene i congiurati a restituirvi i tiranni, in favore come è chiaro di questi, perchè se mai tornano, sia di forza, sia per tradimento egli in vista di tanti servigj ne ottengcL come amico, quanto dimanda. Ed io che non ho perdonato a’ figli miei, io dovrò, o Collatino, te risparmiare, che sei con noi di presenza, ma coll’ animo tra’ nemici ? E tu che salvi i traditori della patria, tu me che per essa travagiiomi, ucciderai ? Or potrà farsi ? Eh ! che lontani siamo di molto. E perchè non possi nulla di simile, ti levo dal consolato e cornandoti che in altra città ti conduciti. E voi o citiiadini voi chiamerò ben tosto per centurie, e presi i voti, deciderete se dobbiam così fare. Intanto, (e vivissimamente avvertitelo ) voi l' una delle due mi dovete, escludere Collatino, o Bruto. XI. Or lui cosi dicendo ; Gollatino esclamando ed angustiandosi, cbiamavalo di cosa in cosa calunniatore e traditore degli amici : e purgandosi dalle incolpazioni contro di lui, pregava intanto pe’ fìgii della sorella: ma perciocché non permettea che si dispensassero i voti contro di lui ; inferocivane il popolo, levandosi a remore in ogni suo dire. Ora essendo cosi inferocito nè soffrendo discolpe, nè volendo preghiere ma solo che si dispensassero i voti ; ed interponendosene il suocero Spurio Lucrezio, uom pregiatissimo, per timore che Collatino non perdesse ignominiosa mente ad un tempo il magistrato e la patria, chiese da ambi i consoli facoltà di parlare. Ed ottenutala, esso il primo, come dicono gli storici Romani, giacché non v era ancor r uso che un privato aringasse il comune ; diedesi pubblicarrtente a pregare 1’ uno e 1’ altro de’ consoli, Collatino perché non si ostinasse e non ritenesse il comando a mal cuore de’ cittadini, che spontanei gliel diedero ; ma se pareva a que’ che gliel diedero di ripeterlo, volontanamente lo restituisse, e levasse co’ fatti, non coi detti le accuse contro di lui : prendesse le sue cobbe e si recasse ad abiure altrove, dovunque voleva, Gnchè 10 Stato non era in salvo ; cosi porUndo 1’ utile pubblico : riflettesse come in altre ingiustizie gli uomini se ne sdegnano, quando sono commesse : ma che sospetundosi di tradimenti stimano anzi saviezza temerne invano e guardarsene', che trascurarli e lasciarsene rovinare. Persuadeva poi Bruto, che non cacciasse dalla città con vergogna e con vitupero quel magistrato com> pagno col quale avea preso le risoluzioni più belle {>ér la patria : ma che desse a lui, s’ avea cuore di lasciare 11 suo grado e di trasmigrarsi, tutto 1’ agio a raccor le sue robbe, e gli aggiungesse a nome del popolo un dono come pegno di consolazione nelle sue calamità. Cosi consigliando quel valentuomo, inUnto che il popolo ne lodava i discorsi, Collatlno depose la sua dignità, contristato che per la pietà de’ parenti era astretto a lasciare e senza demeriti la patria. All’ opposito encomiavalo Bruto perchè risolveva il migliore per la sua Roma e per sè, e pregavalo a non. disamorarsi nè verso di lui, nè della patria : trasportando altrove la sede, considerasse ancor sua, la patria che lasciava, nè si meschiasse a’ nemici contro lei non colle parole, non colle opere. Considerasse in somma questo transito suo qual pellegrinalo, non qual bando, o fuga: tenesse il corpo presso quei .che lo ricevevano, ma V affetto suo, lo. tenesse questo, presso quei che lo mandavano. Or, cosi avendo ammonito quest’ uomo persuase il popolo a regalarlo di.’ laS venti talenti, con aggiungerne egli cinque del suo. Ca duto Tarquinio Cotlaiino in tale disgrazia si ritirò a Lavinia, antica madre de’> Latini dove carico di anni mori. Bmto non sopportando di essere solo al comando, per non dare sospetto, che levato avesse il compagno dalia patria per fervisi re, chiamò bentosto il popolo al campo dove usava eleggere i sovranie gli altri magi strali, e creò per collega nel consolato Pubblio Yale rio, uno dei discendenti, come sopra fu detto, dai Sabini, uom degno di ammirazione e di lode per le molle suo doli, e principalmente per la sobria sua vita. Egli trovando in sé stesso una luce naturale di filosofia, la fece brillare in più affari, come poco ap presso diremo. Unanimi questi in tutto, immantinente diedero a morte, quanti erano, i congiurati al ritorno de’ fuom sciti, e dichiararono libero e cittadino il servo. che aveali denunziali, colmandolo di oro. Poi fecero tre bellissimi ed utilissimi regolamenti, che la città contemperarono a pensare tutta di un modo, sminuendo il favor pe' nemici. Il primo spediente fu di scegliere i migliori della plebe e di crearli patrizj, onde compier con essi un Senato di trecento. Appresso esposero al pubblico le suppellettili del tiranno, concedendo che ognuno se ne avesse, quanto toglievano ; e compartirono i terreni di esso a chi non aveane, riservandone unicamente il campo tra ’l fiume e tra la città, dedicato già dal voto degli antenati a Marte, come prato benissimo pe’ cavalli e per gli esercizj de’ giovani in arme. Tarquinio però, sebbene prima di lui fosse già sacro a qnel nume, aveaselo appropiato, e sem inavaci : di che è sommo argomento la risoluzione allora presa da’ consoli sul ricollo che sen ebbe. Imperocché sebbene avessero conceduto al popolo di prendere e portarsi quanto era del tiranno, non però consentirono che alcuno si arrogasse il grano germogliatovi, sia che fosse nelle spighe, sia che nell’ aja, sia che già lavorato ; ma decretarono che si gettasse nel fiume come esecraa do, né degno che se lo avessero in casa. £ di tal giuo sopravvanza ancora, monumento famoso, la isoletta sacra ad Esculapio, bagnata intorno dal fiume, prodotta, dicono, dagli ammassi delle paglie corrotte, e dai fango che vi si appiccò nel correr delie acque. Rispetto a quelli che eransi fuggiti a Tarquinio accordarono ad essi generale perdono, e ritorno sicurissimo in patria fra venti giorni, intimando a chi venuto non fosse in quel termiue, 1’ esilio perpetuo e la confisca de’ beni. Or tali provvedimenti impegnarono ad ogni cimento quei che godeano le robe, quante mai fossero del tiranno, sul timore che non venisse ior meno l’utile che ne aveano; come impegnarono a favorire non più la tirannide ma la patria, que’ lutti che per le gesta loro sotto dei despoti, eransi esiliati da sé stessi, per timore di non pagarne le pene. Ciò fallo, si diedero co pensieri alia guerra tenendo intanto 1’ esercito in campo presso di Roma sotto le insegne e li capitani per addestrarvelo ; perchè aveano udito che i fuornscili apparecchiavano centra loro ua armata dalle città dell’ Etruria, e che quelle de’ Tarquinj e de’ Vejenii, potentissime ambedue, cooperavano manifettamente al ritorno di essi, mentre gli amici loro adunavano dalle altre de’ stipendiati e de’ volontarj. Ma non si tosto seppero che l’ inimico moveasi, deliberarono di farsegli incontra ; e passando prima di esso il fiume, s' inoltrarono e si accamparono vicino ai Tirreni nel prato Giunio, presso la selva sacra ai genj di Orato. Trovaronsi ambedue le milizie quasi pari di numero con ardore eguale per combattere. £ su le prime, surse, appena si videro, picciola mischia tra’ cavalieri, innanzi che le fanterie prendessero campo. Cosi gli uni sperimentarono gli altri, e non vincitori e non vinti si ritirarono ciascuno al corpo de’ suoi. Quindi messa la fanteria nel centro, e la cavalleria nelle ale si mossero da ambe le parti coll' ordine stesso fanti e cavalli gli uni contro degli altri. Conducea l’ala destra Valerio il console, contrapponendosi a’ Yejeuti : Bruto reggea la sinistra avendo a fronte la n^ilizia de’ Tarquiniesi comandata da’ figli del tiranno. XV. Erano già già per venire alle mani quando ' avanzandosi dalle fila de’ Tarquiniesi 1’ uno de’ figli del tiranno, ( Aruute ne era il nome) il più vago di aspetto, e più magnanimo de’ fratelli, e spinto il cavallo verso i Romani in parte, dove tutti ne intendesser la voce, coperse d’ ingiuria il duce Romano, chiamandolo ferino, selvaggio, lordo del sangue de’ figli, imbelle e vile, e lo sfidò per tutti a combattere solo. E colui non Cosi nel Codice V.iticano. Alcuni peto leggono jirslo in luogo di Orato, perchè secondo Tilo Livio e Valerio Massimo jfrtia si idiiamava la selva. più bastando alle ingiurie, spronò dal suo posto il cavallo senz' attendere gli amici che nel distoglievano, correndo fortissimamente alla morte che eragli apparecchiata dai fati. Rapiti ambedue da pari ardore, intenti a ciò che era da fare non a ciò che ne patirebbono, avventano impetuosamente i cavalli uno a fronte dell’altro, e vibransi colle aste colpi vicendevoli, non reparabili cogli scudi, nè con gli usberghi, immergendone la punta chi nelle coste, e chi nelle viscere. Urtatisi per la foga del corso i cavalli nel petto, eievaronsi su pie’ di dietro, e girandosi colla cervice rovesciarono i cavalieri. Cosi caduti giaceansi versando sangue in copia dalle ferite, e lottando colla morte. Come le milizie videro caduti i duci loro, spiccaronsi tra clamori e strepito, e sorsene battaglia, quant’ altre mai ferocissima, di fanti e di cavalieri ; con sorte non dissimile. Imperocché li Romani dell’ ala destra comandati da Valerio console vinsero li Vejenti, ed incalzandoli 6no agli alloggiamenti, copersero il campo di stragi. Per l’ opposito i Tirreni dell’ ala destra guidata da Tito e da Sesto figli del tiranno misero in volta i Romani dell’ala sinistra, e corsi presso alle loro trincierò usarono perfino tentare se poteano in quell’ impeto primo espugnarle. Ma contrastati e feriti assai da quei che v’ erano dentro, si ripiegarono. Àveanci di guardia i Triarj, cosi detti, veterani peritissimi di guerra pel lungo esercizio, e soliti riservarsi pe’ cimenti più gravi, quando ogn’ altra speranza vien meno. XVI. E fattosi già il sole presso l’ occaso, tornarono gli uni e gli altri a’ proprj alloggiamenti non ti lieti per la viuoria, che doleati per la moltitudine de’ perduti compagni. E se doveasi far nuova battaglia non credeano bastarvi quanti erano intatti fra loro ; essendo i più feriti : se non che più grande era I’ abbattimento, e la diffidenza ne’ Romani per la morte del comandante; in guisa che venne a molti in pensiero che fosse il loro migliore di abbandonare prima del di le trìnciere. Ma intanto che cosi pensavano e dicevano usci circa la prima vigilia dal bosco presso al quale accampavano una voce, sia del genio tutelare del bosco medesimo, sia di Fauno che chiamano, la quale rimbombò su l’uno e l’altro esercito, sensibilissima a tutù. A Fauno ascriveano i Romani i panici timori, e tutte le visioni che varie ne’ luoghi varj presentansi spaventosamente ai mortali : e di questo Dio dicono che sian opera le chia mate fatte dal cielo, le quali tanto perturbano chi le ascolta. Animava questa voce i Romani a bene operare quasi avessero vinto, significando come era morto uno di più tra’ nemici : e dicono che levatosi a tal voce Valerio ne andasse nel cuor della notte agli alloggiamenti de’ Tirreni, e che uccidendoveli per la più parte, o fugandoneli s’ impadronisse del campo. Tal fu l’esito di questa battaglia. Nel giorno appresso i Romani spogliarono i cadaveri de’ nemici ; • seppelliti quelli de’ suoi, partirono. I migliori de’ cavalieri, presolo con molta onorificenza e con lagnme, riportavano a Roma il corpo di Bruto in mezzo ai fregi della propria virtù. Mossero all’ incontro di essi il Senato che avea decretato che si portasse il duce con pompa trionfale, ed il popolo che ricevè l’ esercito con BIOaiGl, torneai. crateri colmi di vino e con mense. Giunti nella città ; il console ne trionfò come i re soleano, quando solennizzavano i sagriBzj e le pompe pe’ trofei ; ed offerse a’ numi le spoglie, e fe' di quei giorno una festa, convitando i più riguardevoli de cittadini. Pigliata nel giorno appresso lugubre veste, ed esposto il cadavere di Bruto su magnidco letto in splendido ornamento nel F oro, vi convocò la moltitudine, e salito in palco, ve ne recitò 1’ elogio funebre. Io non so ben discemere se Valerio il primo introdusse in Roma quel costume, o se dai re io desunse : ben so che tia Romani antichissima é la istituzione degli elogi nella morte de’ valentuomini ; e so da’ pubblici documenti di poeti antichi, e di storici famosissimi che non i Greci i primi la fondarono. Imperocché le vecchie storie danno a conoscere che ci aveano in morte di uomini insigni, combattimenti equestri e ginnici, come Achille ne fe’ su Patroclo, e come Ercole, prima ancora, su Pelope : ma che gli encomj se ne recitassero, ninno lo scrive se non i tragici di Atene, i quali adulando la propria città, favoleggiarono che avesse ciò luogo nei sepolti da Teseo. Laddove tardi istituirono gli Ateniesi per legge le funebri laudazioni ; sia che le incominciassero su quelli che morirono per la patria ad Artemisio, a Salamina, a Platea, sia che su quelli i quali caddero a .Maratona. E la impresa di Maratona, se in quella sì cominciarono gli elogj pe’ defonti, è più tarda della morte di Bruto per sedici anni. Che se alcuno, lasciando d’ investigare quali stabilissero prima i lugubri encomi, voglia esaminare presso chi sia la legge meglio ordinata ; la troverà tanto più savia tra questi che tra quelli, quanto che gli Ateniesi introdussero i pubblici elogi mortuali, pe’ defunti in battaglia, quasi estimassero la bontà del solo termine glorioso della vita, sebbene al> tronde indegnissima : laddove i Komani destinarono tal6 onore non al soli estinti nel combattere, ma a tutti gli uomini, insigni per sublimi consigli, o per belle operazioni, sia che in città, sia che in guerra avessero comandato, ovunque morissero, giudicando che debbansi i valentuomini celebrare non per la sola morte luminosa, ma per tutte le virtù della vita. Così muore Giuoio Bruto, colui che schiantò la tirannia, che primo fu console dichiarato, che tardi rendutosi illustre 6orl sì, piccini tempo, ma fortissimo parve fra tutti. Non lasciò prole non di maschi non di femmine, come scrivono gli storici i quali esaminarono le cose de’ Romani, ancor le più chiare : di che ne allegano molti argomenti ; e questo infra gli altri non facile a vincersi, che egli era dell’ ordine de’ patrizj ; laddove quei che si dicono originati da lui li Giunj e li Bruti eran tutti plebei, perocché conseguivano le cariche degli edili e de’ tribuni, che son quelle che per legge a’ plebei si permettono, e non il consolato, cui niun conseguiva fuorché li Patrizj. E quando questa dignità si concedette ancora a’ plebei coloro non la ottennero se non tardi. Ma lasciamo che discutano ciò quelli a’ quali si appartiene conoscerlo più chiaramente. XIX. Dopo la morte di Bruto, Valerio il collega suo, divenne sospetto al popolo quasi cercasse lo scettro ; primieramente perchè tenea solo il comando, dovendo far subito eleggersi un compagno, come quando Bruto ripudiò Gollatino ; e poi perchè aveasi fabbricato la casa in sito invidiato, preso nella parte alta e dirotta del colle, il quale chiamasi Yelio e domina il Foro. Convinto però da' suoi come ciò dispiaceva al popolo, pre&sse il giorno pe’ comizj e fe’ darsi un compagno in Spurio Lucrezio. E morendo costui dopo pochi giorni della sua magistratura, sostituì Marc' Orazio ; e trasferì r abitazione sua dalle cime alle radici del colle, perchè i Jtomani, come ei disse concionando, potessero tempestarlo co sassi date alto se trovavano eh ei facesse ingiustizia. E volendo rendere il popolo più certo della sua libertà levò le scuri dai fàsci, dando ai consoli sue cessivi il costume, durevole pur ne’ miei giorni, di usare le scuri quando escono di città, ma di non portare nell’ interno di essa che i fasci soli. Fondò leggi piene di amicizia e di sollievo inverso del popolo; proibendo con una manifestamente che niun de’ Romani andasse alle magistrature se dal popolo non le prendeva; con pena di morte a chi contravvenisse, e licenza a tutti di ucciderlo. Con altra legge si decretava : Se un magistrato Romano voglia uccidere, o battere, o multare alcuno in danari; possa f uomo privato appellarne al popolo senza che intanto niente ne soffra dal magistrato finché il popolo ne sentenzii. Or siccome onoravasi con tali regolamenti il popolo ; cosi ne diedero al console il nome di poplicola, che in greco appunto significa curatore del popolò. E tali sono le cose fatte in quell’ anno dai consoli. Nell anno seguente è di nuovo creato console VALERIO, e con esso LUCREZIO: ma non si fece nulla di memorabile se non il censo de’ beni, e la tas sazion dei tributi per la guerra secondo le istituzioni di Tullio re : cose tutte sospese nel regno di Tarquinio, e rinovate da essi la prima volta. Trovaronsi in Roma idonei alle arme cento trenta mila : e fu spedito un esercito per guardia a Sincerio (z), luogo di frontiera contro i Latini e gli Ernie! da’ quali si aspettava la guerra. Creali consoli (3) Valerio detto Poplicola per la terza volta e Marc’ Orazio con esso per la seconda, 'Laro, re di Chiusi nell’ Etrurìa, quegli che Porsena si cognominava, promise ai Tarquinj ricorsi a lui, 1’ una di queste due cose, o di riconciliarli co’ Romani pel ritorno, e la ricuperazion del comando o che ripiglie rebbe e renderebbe ad essi i beni de’ quali erano stati spogliati. Imperocché spediti 1’ anno precedente amba>> sciadori a Roma, i quali portavano preghiere miste a minacce, non aveaci ottenuto nè la riconciliazione, nè il ritorno de’ Tarquinj; pretestando il Senato le imprecazioni e li giuramenti fatti contro di questi, nè aveaiie riavuto i beni, negando restituirli coloro che se gli aveano divisi, e godevanli. E non contentato in niuna delle domande, e chiamandosene vilipeso e conculcato, a46 secondo Catone e a4S secondo Varrone dalla fondazione di Roma, e 5o6 STanti Cristo. (a) Nel Codice Vaticano sì legge Tiiionirio. (3) a47 sec. Ceti e a4g see. Var. dalla fondazione di Boma, e 5o5 avanti Cristo] arrogante altronde, e briaco per 1’ ampiezza delle sue ricchezze e dominio, credette avere cagioni assai per abbattere la signoria de’ Romani, come già per addietro desiderava, ed intimò loro la guerra. A lui si con giunse Ottavio Mnmilio il genero di Tarquinio sul disegnò di mostrare tutto 1' ardore suo per la guerra. Egli si mosse dalla città del Tuscolo e menò seco i Carne rifai, e gli Antemnati, lignaggio latino, alienali già palesemente da’ Romani, e molti volontarj suoi fautori, delle altre genti Latine le quali ricusavansi ad una guerra manifesta contro di una città confederata, e tanto poderosa. Saputo ciò li consoli romani ordinarono a’tmltivatori di portare masserìzie, bestiami, e schiavi ai monti vicini, fabbricandovi -ne’ luoghi forti de’ castelli, opportuni a difendere chi vi si riparava. Quindi premunirono con più potenti maniere e con guarnigioni il Gianicolo, alto colle, cosi chiamato, nelle vicinanze di Roma di là dal Tevere, e provvidero con ogni diligenza perchè non divenisse un baluardo pe’ nemici contro la città, e vi depositarono gli apparecchi per la guerra. Quanto alle cose interne della città le disposero, ancor più propiziamente verso del popolo, diffondendo assai beneficenze su’ poveri, perchè questi non si ripiegassero in verso de’ tiranni, nè tradissero per 1’ utile proprio, il comune ; imperocché decretarono che fossero immani da’ tributi pubblici, quanti al tempo dei te ne pagavano, nè soggiacessero a spese di milizia e guerra, giudicandoli assai contribuirvi se la persona esponevano per la patria. Collocarono nel campo dinanzi Roma la milizia preparata ed esercitata già da gran tempo. Giunto il re Porsena coll’ esercito espugnò di assalto il Gianicolo, spaventandovi i Romani che lo presidiavano, e sostituendovi guarnigione tirrena. Quindi marciò verso la città quasi avesse a prenderla senza fa tica. Ma fattosi ornai prossimo al ponte, e visti accampati i Romani nella riva a lui più vicina del fiume si apparecchiò per combattere, in guisa da sopraffarli col numero, e spinse assai spregiantemente innanzi la milizia. Reggeano l’ ala sinistra Tito e Sesto figli di Tarquinio, tenendo sotto gli ordini loro i fuorusciti da Roma, il fiore della gente di Gabio, e stranieri, e mercenari non pochi. Mamilio il genero di Tarqninio comandava la destra ov’ erano i Latini ribellatisi da’ Romani: finalmente il re Porsena avea la fanteria schierata nel centro. Ma Spurio Largio, e Tito Erminio teneano l’ala destra de’ Romani contro ai Tarquinj: Marco Va lerio, fratello del console Poplicola, e Tito Lucrezio il console dell’ anno precedente stavano colla sinistra a fronte di Mamilio e de’ Latini. Moveano tutti due i consoli il corpo fra le due ale. Fattasi alle mani combattè virilmente l’una e l’altra milizia con lunga resistenza; superando i Romani per esperienza e fortezza i Tirreni e i Latini ; ma potendo questi assai più de’ primi col numero. Alfine cadendone quinci e quindi in gran copia s’ intimorirono prima i Romani dell’ aia sinistra in vedere i loro duci Valerio e Lucrezio feriti, e portati fuori della battaglia ; e poi, quando mirarono in piega i loro compagni, sbigoltironai aneli’ essi, quei dell’ala destra sebbene ornai vincitori delle schiere de’ Tarqainj. E fuggendosi tutti alla città, |>recipitosi, in folla, su per un ponte solo ; piombavAno intanto su loro ferocissimi gl’ inimici : e poco mancato sarebbevi che Roma priva di mura dalla banda del fiume, fosse espugnata, se i vincitori investita 1’ avessero misti co’ fuggitivi. Se non che sostennero r inimico, e salvarono tutto 1’ esercito tre uomini, due seniori, Spurio Largio, e Tito Erminio, appunto i duci dell’ ala destra, e Publio Orazio, un giovine, il più beilo, il più valoroso de’ mortali Coclite detto dallo strazio degli occhi, per essergliene stato di velto uno in battaglia. Era questi figlio dei fratello di Marc’ Orazio console, e traeva la origine sua generosa da Marco Orazio 1' uno de’ trigemiai che vinse già li tre Albani,. quando le città guerreggiando per la preminenza. accordaronsi a non cimentarsi con tutte le forze, ma con soli tre uomini, come fu dichiarato nei libri antecedenti. Questi soli fattisi alla lesta del ponte disputarono gran tempo il passo al nimico, fermi sul posto medesimo, in mezzo a nembo di strali e tra ’l fulminar delle spade, finché tutta l’armata ripassò di qua dal fiume. Come però videro in salvo i suoi, Erminio e Largio, laceri già nell’ armatura pe’ colpi incessanti, si ritirarono a grado a grado. Orazio però, sebbene dalla città lo richiamassero i cittadini ed il console, e tentassero per ogni via di salvare un tal uomo ai parenti e alla patria, Orazio solo non ubbidì, ma nel posto suo si rimase come dianzi, raccomandando ad Erminio di dire in suo nome ai consoli che tagliassero verso la città, quanto prima potevano il ponte. Era di quel tempo il ponte uno solo e di legno, con tavole congiunte per sè stesse e non per ferrei grappi, quale custodiscesi tuttavia dai Romani : raccomandò nemmeno che quando avessero sconnesso il più del ponte, quando picciola parte resterebbe a disfarne, a lui lo dichiarassero con certi segni, o con sonora voce. Lasciassero a lui poi la cura del resto. Cosi ricordando a que’due si tenne in snl ponte, e parte col ferir della spada, parte col dar dello scudo, ne respinse, quanti investendolo, vi si avventavano. E già quelli che perseguitavano il romano non ardivano più venire alle mani con esso, come preso da furore e fermo di morire , molto più che non era facile andar fino a lui, che aveva a destra e a sinistra il fiume, e dinanzi un monte di cadaveri e di armi : ma tenendosegli discosti Io bersagliavano in folla con lance, e dardi, e sassi quali empirebbon la mano ; o coi brandi e coi scudi degli estinti, se non aveano i primi stromenti. Resistea colui colle armi loro medesime : tirando su la moltitudine ; sempre, com’ è verisimile, colpiva alcuno. E già percosso, già carico egli era di ferite in più parti del corpo, già un colpo portatogli direttamente per la coscia alla testa del femore, lo addolorava e difficoltava nel caminare; quando, udendo gridarsegli addietro essere il ponte nella sua più gran parte disciolto, si gettò di un salto colle arme nel fiume. E valicatolo a stento, perchè divenuto rapido e molto vorticoso per le travi che già sostenevano il pon te, e che ora abbattute rompevano il corso delle acque, fecesi a terra finalmente senza avere in quel tragitto perduta niuna delle armi. Tale azione produsse a lui gloria immortale : e li Romani coronandolo lo portarono immantinente per la città com’ nno degli eroi tra’ cantici trion&li. RU versavasi la urbana moltitudine, finché le era permesso, per desiderio di vederlo, almeno nell’ ultimo presentarsele; sembrandole che tra non molto morirebbe per le ferite. Scampò tuttavia da morte; ed il popolo mise nella parte più cospicua del Foro la statua metallica di lui com’ era fra le armi ; e diedegli del terreno pubblico quanto ne potrebbe in un giorno un pajo di buovi arare d’ intorno ; e senza contare i pubblici doni, ogni uomo o donna, i quali erano insieme più che trecento mila, gli recarono ciascuno il vitto di nn giorno mentre era fra tutti terribile la peuorta. Orazio dimostrala in tal tempo tanu virtù parve più che tutti i Romani invidiabile. C quantunque, divenuto perchè zoppo, inutile ad altr’ incarichi nou potesse in vista di tale sciagura conseguire nè il consolato, nè altre militari presidenze ; nondimeno per le gesta meravigliose fatte da lui, vedendolo tutti ì Romani, in quella battaglia, merita di esserne encomiato quanto mai lo fosse ciascuno de’ più famosi per la fortezza. Cajo Muzio, soprannominato Cordo, sceso da chiari antenati, anch’ egli si mise ad una nobilissima impresa. Io ne dirò tra poco dopo esposti i mali che allora ingombravano Roma. Dopo quella battaglia il re dei Tirreni collocatosi nel monte vicino, dal quale avea discacciato il presidio romano, dominava tutta la campagna di là dal Tevere. Li figli di Tarquinio, e Mamilio il genero di lui tragittando le milizie loro picciole barche aU. ' i3y r altra riva per cui vasai a Roma, accampamsi in luogo ben forte. Donde slauciandosi davano ilguasto alle terre, ed agli alloggi pe’ bestiami, e piomavano su’ bestiami stessi che uscivano dai sicuri luo^i per pascere. Ora essendo tutto 1 aperto in balìa el iie mico, nè più di qua, nè più sopra il fiume reandoai in città le merci se non scarsissime; vi riuscì be tosto carestia gravissima ; consumandovi tante raigliaja Iprovvigioni già fattevi, che non erano copiose. Allea gli schiavi, abbandonandoli ogni giorno, in buon nttiero, disertavano dai padroni, e li più malvagi del ppolo trasferivansi alle parti del tiranno. In vista di ciò arve ai consoli di supplicare i Latini i quali riverivano' le> gami del sangue, e sembravano fidi ancora, che ian> dassero come prima potean de’ rinforzi : e di spjire ambasciadori a Cuma nella Campania, ed alle itià Fomentine per ottenerne dei grani. Non sovvenneri ad essi i Latini ; come quelli che non credevano giusti far guerra con Tarquinio nè co’ Romani, avendo con mbedue vincolo di amicizia : ma Erminio e Largio pediti commissari pel trasporto de’ frumenti, avendo trincate da’ campi Pomentini più barche di ogni vettvaglia, le introdussero in una notte senza luna dal tare EU pel fiume, in occulto de’ nemici. Ma venuta mno ben tosto pur questa provvigione, e ridottisi gli uoainì ai disagi di prima ; Porsena chiarito dai disertori cime, que’ eh’ eran dentro vi penuriavano, mandò arabi ad essi intimando che ricevessero Tarquinio se veleno liberarsi dalla guerra e dalla fame. Non comportarono i Romani il coaando, risola piuttosto di subirne ogni male. Ma prevedendo > Musi' che l’una delle due ne seguirebbe, o che vinti dal bogno non terrebbono gran tempo la parola, o che aendola ne perirebbono sgraziatissimamente; pregò li coioli che gli adunassero il Senato, come volesse proprgli grandi e rilevantissime cose : e radunatosegli, disse Io medito o senatori una impresa, donde il popo nostro s’involi da’ mali presenti. Ardita molto ella ì questa, ma facile, io penso, da compierla. Beri, riuscendomi, poco, ower nulla io spero su la mie vita. Ora essendo io per espormi a tali pericoli, anaaiovi da speranze sublimi, non ho voluto che, voitutti lo ignoraste ; perchè se mi accada di mancar la trova, io sitine celebrato almeno per V azione bellis.ma, e me ne abbia gloria eterna in luogo del capo mortale. Già non era sicuro palesar quanto mcchino al popolo, perchè niuno spinto dall util suo ne riferisse à nemici, quando è ciò da nascondersi cote arcano indicibile. Pertanto a voi primi e soli maniestolo, i quali, ne confido, lo tacerete: gli altri da vo r udiranno a suo tempo. La impresa che io medito è mesta : Fintomi disertore, andrommene al campo Treno. Se non mi ciedono e muojo, voi non avrete peduto che un cittadino : laddove se mi riesce introdumi in quel campo ; io vi prometto di uccidervi il sue re. Caduto Porsena, sarà per voi finita la guerra. Io pronto sono ad ogni sorte, qualunque gli Dei me ne òstinino : e tenendo voi per consapevoli e teslimonj miei presso del popolo, e pigliando il genio buoni della patria per guida, portomi^ e vado. Encomiatone dai senatori presenti, ed avuti gli augurj propizj per la impresa, passa il Tevere : e giunto agli alloggiamenti de’ Tirreni, ne penetra come nno di essi le porte, deludendone le guardie : perchè non portava arme visibili, e perchè parlava alla tir> rena, come eravi fanciullo stato istruito dalla sua natrice tirrena. Approssimatosi al Foro ed alla tecda del principe vedevi un uomo cospicuo per grandezza e complessione di membra seduto in veste di porpora nel tribunale in mezzo a molti che armati lo circondavano. Or pensò, ma indarno, che costui fosse Porsena, non avendo altra volta mai veduto il re de’ Tirreni : ma egli non era che il regio scriba il quale sedea nel tribunale e numerava i soldati, e registravano i pagamenti. Inoltrasi a tal vista tra la moltitudine fino allo scriba, e salito, senza esserne impedito perchè inerme, snl tribunale, cava il pugnale che celava sotto l’abito, e daglielo in capo. Ucciso con un colpo lo scriba, egli è preso immantinente e portato al re già consapevole della strage. Il quale vedutolo appena, Ah scelleralissimo ! esclama, pagherai ben presto le pene che meritasti. Dì, chi sei ? donde vieni ? e su qual confidenza osasti un tanto attentato ? Destinavi la sola morte delio scriba, o la mia parimente ? quali compagni hai tu della perfidia? Non celarmelo, o li tormenti vi ti forzeranno. E Muzio non presentando pur un segno di paura non col variar del colore, non colla fissezza dei pensieri, nè con altre affezioni solite in chi dee punirsi (li morte gli rispose : lo sono un Romano: venni qual diserlom ed tuo campo, nè già per causa vile, ma per liberare la patria dalla guerra, lo voleva uccidere te, qu$nUmque io non ignorava che o riuscissi o fai' lèssi tujl colpo io ne dovrei morire : io destinava con' secrard alta patria la vita, e lasciarle pel corpo che essa àveami dato, una gloria sempiterna. Errai : e causa ifelT errore furono la porpora, lo scanno, e le altre irfsegne del comando. Uccisi chi non voleva !. . lo scriba tuo per te stesso. Pertanto io non ricuso la morte thè io decretava a me medesimo nell accingermi a rfuesta impresa. Che se tu giuri per gli Dei di risparmiarmi li tormenti e gli ohbrobrj ; io prometto che ti svelerò cose, gravissime per la tua salvezza. Cosi Muzio diceva per deluderlo. E colui come attonito, e temendo pericoli non veri da molti, glie lo giurò. Muzio allora ideato un inganno del quale non potea convincersi : disse : O re, trecento Romani tutti a ma pari di età, tutti patrizj di condizione, abbiamo mac' chinata di ucciderli, dandocene vicendevoli giuramenti. Pavé, a noi quando ci consultavamo su le maniere insìiiarli, che non tutti insieme ci ponessimo a questa impresa, ma ciascuno da sà, tacendo perfno ai compagni, quando, dove, come, e con quale occasione £ investirebbe, acciocché facile ci fosse di occulterei. Cosi macchinando, ci demmo le sorti, ed io me la ebbi il primo per cominciare la impresa. Istruito tu dunque che tanti valentuomini hanno sete egiude di gloria, e che forse alcuno la sazierà con successo più fausto del mio ; deh ! considera se possi more mai guardia abbastanza che ti d fenda. Il re ciò udendo comanda al atelliti che incalenino costui, se lo menino, e lo custodiscano diii> gentissimamente : egli poi convocando i più amici, e facendo che Arunte il figlio suo gli sedesse da presso, ragionò con essi le maniere da far vane le insidie : ma suggerendone gli altri picciole cose ; non pareano cogliere il punto : quando il figlio suo propose un consiglio, superiore all’ età ; perciocché volea che non si pensasse a guardie onde precludere i mali, ma piuttosto a far quello per cui le guardie non bisognassero. E maravigliandosi tutti del suo consiglio, e desiderando sapere come lo eseguirebbe ; col farci, ei disse, amici i nemici, e col pregiare o padre, la salvezza tua più che il ritorno degli esuli. Soggiunse il re: cìut egli ben diceva, ma essere da consultare come consdignità si pacificassero. Sarebbe gran vitupero, se egli che uvea superato in battaglia, e tenea ristretti i Romani fra le mura si ritirava, senza compiere quanto avea promesso ai Tarquinj, quasi vinto dai vinti, e quasi fuggisse chi non ardiva nemmeno uscire dalle porte. Facea conoscere che l’unico mezzo da togliere le niniicizie sarebbe, se gli avversar) mandassero ambasciadori per trattare gli accordi. Cosi disse in quel giorno agli astanti ed al figlio: tuttavia pochi giorni dipoi fu necessitato egli il primo a fare proposizioni di pace per questa cagione. Sbandatisi intorno i suoi militari, e datisi a predar di continuo quei che recavano in città le merci; i consoli Romani se ne misero in buon luogo alle insidie, e molti ue uccisero, e più ancora ne imprigionarono. Di ohè nuioontenti i Tirreni ne facean crocchio e sussurro iocolpaodo il monarca e i duci suoi sul tanto prolungarsi della guerra, e sfogandosi in desiderj di rendersi alle lor case. Or vedendo come tutti gradirebbero ma nilestamente la pace spedi per trattarla i più intimi suoi. Scrissero alcuni che fu con essi spedito anche Muzio sul giuramento di tornare poscia al monarca: ma vo glion altri che fosse piuttosto custodito come ostaggio nel campo fino alla pace : il che forse è più verisimile.' Questi poi furono gli ordini che il re diede a’ commise sarj ; non dicessero parola sul ritorno de Tarquinj ; ma ne raddomandassero i beni, principalmente gli ereditar] dal canto di Tarquinio P antico, già posseduti da essi bitoncunenle : e se ciò ricusatasi; dessero almeno, quant’ era possibile, i compensi delle case, de' bestiami, de' campi, delle raccolte, come purea loro espediente, col danaro del pubblico, o de' possessori, ed usufruttuarj atlucdi de' beni. E ciò quanto ad essi. Chiedessero poi > per lui che deponea le inimicizie li sette pagi, cosi detti, antico luogo dell' Etruria, invaso da Romani nella guerra e tolto aproprielarj, e finalmente chiedessero de' giovani delle famiglie più insigni, per ostaggio, che i Romaai si terrebbono amici costanti de' Tirreni.Venuti i deputati a Roma, il Senato per in sinuazione di Poplicoia console si risolvè di accordarne tutte le dimande in vista della penuria che alHigeva il popolo e. la classe de poveri ; onde accettissima sarebbe loro una pace, giusta nelle condizioni. Il popolo ratificò tutti gli articoli del decreto del Senato; non soffri però die si vendessero i beni, o si desse a’ Tarquinj danaro, privato nè pubblico, e volle che si mandassero ambasciatori a Porsena perchè si contentasse degli ostaggi e della regione che dimandava. Quanto ai beni egli giudice fosse tra’ Romani e tra Tarquinio, udisse 1’ una e r altra parte, e ne sentenziasse non per favore nè per nimicizia. Partirono i Tirreni con questa risposta, e con essi gli ambasciadori del popolo i quali conduceano per ostaggi venti giovani delle famiglie più illustri, avendo i primi dato i consoli Marco Orazio il 6gl lo, e Publio Valerio la figlia, idonea già per le nozze. Pervenuti questi nel campo, il re dilettatone, e moltolodati i Romani, conchiuse una tregua per un numero certo di giorni, e prese a giudicare la causa. Baltristaronsi però li Tarquinj, caduti dalle speranze più lusinghiere, che avrebbegli quel monarca ricondotti sui trono ; e per necessità dovéttero acconciarsi alle circostanze, e prendere clocch’era lor conceduto. Giunti da Roma al tempo ordinato i più anziani de’ senatori e gii oratori della eausa ; il re sedutosi cogli amici nel tribunale, ed assunto anche il figlio per giudice ; intimò che parlassero. Trattavasi ancora la causa, quando un tale annunziò che gli ostaggi s’ eran fuggiti. Perciocché le donzelle tra' questi, avuta come la chiedeano, la facoltà di andare e di bagnarsi nel fiume, andatevi, dissero agli uomini che alquanto se ne discQstassero, finché lavate e rivestite si fossero, sicché non le vedessero nude. Or questi cosi facendo ; quelle gitlatesi a nuoto ripararonsi a Roma, eccitatevi da Clelia che le precedeva. A ul nuova Tarqutnto assai rimproverava li Romani di iperginro e di mala fede, e provocava il sovrano perchè più non gli adisse, come divenuto il giuoco dei loro tradimenti. Esciisavasi il console, dicendo queir opera, tutta delle donzelle, senza voler del Senato: e che presto dimostrerebbe che niente era per inganno. Persuasone il re concedè che andasse e rimeuasse come pròmettea le fanciulle. Andò Valerio appunto con tal fine: Dia Tarquinio e il genero macchinarono in onta di ogni diritto un opera infanóissima, e spedirono in su la strada una banda di cavalieri per sorprendere le fanciulle ricondotte, il console, e quanti tornavano al campo, e ritenersene le persone pe’ beni tolti da’ Romani a’ Tarqninj, senz’ aspettare il fine del giudizio. Ma non permisero gl’ IJdj che succedesse loro secondo il disegno : perché mentre gl’ insidiatori uscivano dal .campo Latino per sopraffarsi a que’ che venivano, il console romano era già passato innanzi colle fanciulle : e già era alle porte degli alloggiamenti Tirreni quando fu sopraggiunte da’ persecutori. Si fe’ qui mischia fra loro, ma ben presto fu nota a’ Tirreni, e ne corsero frettolosissimi in ajuto il figlio del re con de’ cavalieri, e la schiera dei fanti che stava di guardia innanzi del campo. Sdegnatosi di ciò Porsena convocò li Tirreni > e narrò come essendo egli fatto giudice da’ Romani di quello ond’ erano accusati da Tarquinio ; gli espulsi, e bene a diritto, da loro, aveano tentato di violare, le persone sacre degli ambasciadori e degli ostaggi, in tempo di tregua, e prima che si decidesse la causa. Dond’ è che i Tirreni assolvettero su di ogni richiamo i Romani, e togliendosi all amicizia di Manilio e di Tarquinio, intimarono loro cb’ entro il pros rimo giorno si ritirassero. Così lì Tarquinj pieni in principio di belle speranze per 1’ ajuto de Tirreni, o di essere di nuovo i tiranni di Roma, o di ricuperare! loro beni, perderono 1 uno e 1 altro per la offesa degli ostaggi e degli ambasciatori, e partirono con infamia, e con odio dai campo. Il re poi de Tirreni facendosi condurre gli ostaggi dinanzi dei tribunale gli rendette al console, dicendogli che pregiava la fedeltà de' Romani più di ogni ostaggio. R lodando Clelia, che avea persuaso le compagne di passare a nuoto il fiume, come ne suoi pensieri maggiore del sesso e della età, e feli citando Roma perchè allevava non pure de valentuo mini ma delle eroine, regalò la donzella di un cavallo generoso, e magniCcamente bardato. Sciolta radunanza fe’ cogli ambasciatori de Romani gli accordi e li giuramenti di pace e di amicizia, e li onorò come ospiti, e restituì senza prezzo, perchè li recassero in dono alla loro città, tutti li prigionieri, che eran pur molti : ordinò che rimanessero com erano i padiglioni suoi, fatti non come per breve durata su le terre altrui, ma fregiati, quasi una città, con private e pubbliche spese; quantunque i Tirreni dopo avervi alloggiato, usassero di. t noti serbarli. E fu questo, se in danaro si .calcola, non picciolo dono pe Romani, come lo di chiarò la vendita fattane da questori dopo la partenza del re. Tal fu la fine della guerra de’ Tirreni e di Laro Porsena la quale avea ridotto i Romani a tanti Dopo la partenza de’ Tirreni adunatosi il Senato Romano decretò che si mandasse a Porsena.il trono di avorio, lo scettro, il diadema e la veste trionfale colla quale i re si adornavano: e che Muzio, espo stosi alla morte per la patria, e cagione principalissima del termine della guerra, si premiasse a spese del pubblico,> come già Orazio che resistè sul ponte, con tanto terreno; di là dal Tevere, quanto poteane in un giorno solcare intorno coll’ aratro : e questo è il terreno che pur nel mio tempo si chiama il prato di Muzio. Cosi fu decretato su gli uomini. Quanto a Clelia concederono che una statua di metallo se le innalzasse, ed i, padri 'delle donzelle glie la innalzarono nella via sacra,' dove mette al Foro : tifa noi non più ve l’ abbiamo trovata ; e dicesi che mancò per un incendio delle case d’intorno. Fu quest’anno compiuto il tempio di Giove Capitolino, dei quale partitamente abbiamo scritto nel libro antecedente. E Marco Orazio console lo consacrò, e lo intitolò prima che potesse tornare Valerio il compagno, uscito per avventura dalla città coll’ esercito, per difenderne la campagna : perocché Mamilio spedendovi a far preda, assai vi danneggiava li coltivatori éhe vi si erano di fresco l'icondótti, lasciate le fortezze. -E questo è ne’ fasti dèi terzo consolato. Spurio Largio e Tito Erniinio consoli dell’anno' quarto io compierono senza guerra. Morì nel 1 • ; I • • • (i| Plutarco sclibenè poslèriore a Dionigi dice che la statua di Clelia esisteva aucora su la via sacra là donde vasai isf e-asAttrter in palatiwn. Casaub. (3) Ad. 348 secondo Catone, e aSo secondo Vatrone dalla fuudasioue di Roma, e 5o4 avanti Cristo] 149 loro consolato Aruote il 6glio di Porsena re de' Tirreni Assediava già da due anni, la città della Riccia, perché conchiusa appena 1’ alleanza co’ Romani, prese dal padre metà dell’ esercito, e marciò contro quella città per sottoporsela, e dominarvi. Ma essendo ornai per espugnarla, sopravvennero a questa de’soccorsi da Anzio,. dal Tuscolo, e da Cuma della Campania. Egli schierò le milizie sue' minori contro le più numerose: ma dopo respinti, dopo incalzati gli altri 6no alla città, peri finalmente, vinto egli stesso dai CumanI condotti dalr r Aristodemo, che Malaco si chiamava. Fuggi, non sostennesi a tale caduta 1’ armata di lui. Molti ne ^ soccomberono incalzati da’ Cumaui ; ma più ancot^ : sbandati ; ridotti senz' arme, nè più Idonei per le ferite a. fuga più lunga, ripararonsi nel territorio non lontano di Roma. Se li menarono i Romani dalle .campagne' in citté^ nelle proprie case, portandovene i più malconci a cavallo., o su carri, o su cocchi: e ciascuno a proprie spese li nudrirono, e curarono, e ristorarongll con sol-, lecitudine molto affettuosa. Di talché molti di loro legati da tanta benevolenza desiderarono non di tornarsene in patria, ma di rimanersi fra tali benefattori ; ed il Senato assegnò loro perclié vi si fabbricasser le case, la valle tra ’l Palanteo, ed il Campidoglio, lunga presso a quattro stadj. Chiamasi questa anch’ oggi nell’ idioma de' Romani la contrada Tirrena ; e vi si passa venendo dal Foro al circo massimo. E per tali cortesi maniere ebbero dal re di quella gente dono non lieve, e che assai li dilettava, la campagna di là dal fiume, ceduta già da essi quando ne ottenner la pace. Cori iSó trìbuUroao agl’ Iddj li sagnfiz) magoìBci che aveano già promesso co’ voti se ricuperavano mai li sette pagi. Correa nell’ anno quinto dopo la espulsione dei re la Olimpiade sessantesima nona, nella quale Iscomaco Crotoniate vinse allo stadio, Acestoride fa 1 arconte di Atene per la seconda volta, e furono consoli Romani Marco Yalerìo, fratello di Valerio Poplicola, e Publio Postumio, detto Tuberto. Arse nel loro consolato un’ altra guerra co’ vicini, la quale cominciò colle prede, e procedette a numerose e grandi battaglie : finché cessò da indi a quattro consolati, dopo essersi nel tempo intermedio sempre stato fra le arme. Imperocché alcuni Sabini considerando Roma indebolita per gl’ incontri suoi co’ Tirreni, quasi non dovesse mai più ricuperare l’antica dignità, ne assalirono, affin di predarli, e certo molto ne danneggiarono, li coltivatori, i quali calavano di bel nuovo dai luoghi forti alla campagna. I Romani prima di prendere le armi spedi rono ambasciadori a chiedere conto e soddisfazione, tal> ché non più molestassero chi lavorava i terreni. Ma non ricevendone che orgogliose risposte, intimarono ad essi la guerra. Valerio il console il piimo con truppe equestri e con fiore di milizie leggere scorse tu que’ rubatori de’ campi, e grande fu la uccisione de' sorpresi nri pascoli, sbandati, com’ è verisimile, nè provvidi del venir de’ nemici. E spedendo i Sabini contr’essi un An. a49 ài Rom. ucondo Caioae, e aSi secondo Varronr, e &o3 vanii Criaio, esercito sotto un duce perito di guerra, i Romani usci rono di bel nuovo con tutte le forze, dirette da ambi li consoli. Postumio mise il campo nelle alture prossime a Roma, pei'cbi uon vi si facesse una subita irruzione da’ fuorusciti. Ma Valerio marciò di fronte al nemico iu riva all’ Aniene, fiume che nella città di Tivoli casca da rupe altissima, e poi corre, dividendoli fra loro, i campi de’ Romani e de’ Sabini, finché vago in vista e dolce a beverne, scende nel Tevere. Erano i Sabini dall’ altra parte del fiume non lungi dalla corrente su di un colle non molto forte, e che poco a poco degrada. In principio gli uni rispettando gli altri esitavano a passare il fiume e farsi alle mani. Ma poi non per calcolo e previdenza di beni, ma rapiti dfiir ira e dall’ ardor di combattere, furono alle prese. Imperocché venuti ad abbeverare i cavalli e far acqua, inoltraronsi molto entro il fiume, vmile allon nel suo corso, perché non accresciuto dalle acque in vernali : e siccome bagnavali appena, poco più su delle ginocchia ; lo trapassarono. Attaccatisi in su le prime pochi con pochi, ecco accorrere altri a difenderli, ognuno dai proprj alloggiamenti, e via via sopraggiungerne di rinforzo, come questi o quelli erano superati. E quando i Romani respingevano i Sabini dal fiume, e quando i Sabini ne toglievano l’uso ai Romani. E molti uccisi e feritivi, ed eccitativisi tutti a combattere, come avviene nelle scaramucce fortuite, sorse ardore eguale di passare il fiume ne’ duci stessi degli eserciti. E primo passandolo il console Romano e con esso r armata sua, ' piombò su li Sabini. Non eransi questi ancora nè bene armati, uè schierati ; pure non esitarono ad accettar la battaglia, inanimiti molto è spregianti, perchè non arcano a farla nè con ambi li consoli, nè con tutte le milizie Romane, e slanciatisi, combatterono con furia di baldanza e di odj. Ardea rivissi ma la battaglia ; ma se 1’ ala destra, or’ era Postnmio il console, superava gli avversar] ed avanzavasi ; la sinistra ‘era travagliata e respinta al fiume. Or saputo ciò 1’ altro console usci coll’ esercito suo : marciava egli pian piano colla fanteria, ma fe’ precedere in fretta colla cavalleria Spurio Largio Seniore, e console dell’ anno precedente. Andato costui di tutta briglia passò facilmente il fiume, che non era guardato da alcuno, e giratosi attorno l ala destra dei toemici pigliò di fianco la cavalleria de’ Sabini., Or qui sorse battaglia diuturna e grave di cavalleria con cavalleria. Frattanto avvicinatosi anche Postumio co’ suoi fanti a queU’ ala ed investitala, molti ne uccise, e molti ne disordinò : di modo che se non sopravveniva la notte, i Sabini avviluppati da’ Romani che già prevalevano, sarebbero stati del tutto disfatti : ma le ombre occultarono qùei'che fuggivano dalla battaglia come inermi e radi, e salvi si ricondussero alle lor case. Impadronironsi i consoli senza combattervi de’ loro alloggiamenti, abbandonati dalle guardie al veder quella fuga : ed occupatevi molte suppellettili, e datele in preda all’esercito, lo rimenarono in patria. Cosi riavutasi Roma, allora la prima volta, da’ inali suoi co’ Tirreni, senti lo spirito antico, ardi come prima arrogarsi 1’ impero su’ vicini, decretò pe’ due 'consoli insieme un trionfo, e di più che si desse a Valerio che era I’udo di questi, un sito nella partepiù distinta del Pallanteo, dove gli si fondasse una casa a spese del pubblico. Questa è la casa innanzi alla quale sta il toro di bronzo, e questa tra tutti i privati e pubblici ediCzj è la sola che ha le porte che aperte si girano in fuori. XL. Presero dopo questi il consolato Publio Valerio Poplicola per la quarta volta, e Tito Lucrezio, di bel nuovo collega suo (a). Quest’ anno le città Sabine, tenuto un congresso comune, decretarono far guerra ai Romani, quasi fosse finita 1’ alleanza loro, per essere caduto dal trono. Tarquinio a cui 1’ aveano giurata. Aveale indotte a ciò,1’ uno de’ figli di Tarquinio, Sesto di nome, il quale coll’ onorare e supplicarne i cittadini primari di ognuna, metteva in tutte un animo per la guerra : anzi aveva a sé guadagnate, e consociate a queste pur le due città Camcria e Fidene, ribellatele da’ Romani. In contraccambio le città lo elessero generalissimo loro con facoltà di reclutare milizia da ognuna, come quelle che aveano perduta la prima battaglia per la insufficienza delle forze, e del capitano. Ed in ciò si adoperavano questi : ma la fortuna volendo contrappcsare i beni al mali di Roma, le diede in luogo degli alleati che le si eranp tolti, un rinforzo, quale non 1() Tra i Greci era grande onarificenia aver le porte che ai apriaaero au.la pubblica strada; e questa servitù della pubblica strada coiopcravasi a gran presso: come è chiaro da ciò che si legge d’Ificrate presso di Aristotele negli Economici. (a|)'An. di Bom. aSo secondo Catone, e aSa secondo Varrone, e 5oa av. Cristo] imperava dal canto de’ nemici. Tito Claudio, un Sid>mo domiciliato a Regillu, nobile e denaroso, fuggissene in seno di lei menando con sé gran parentado, ed amici e clienti in copia, i quali spatriavano con le famiglie ; tanto che tra, questi ce ne avea cinque mila buoni per le arme. E questa dicesi la cagion cbe lo spinse a tra sferire in Roma la sede. I primar) delle città più cospicue alienatisi da lui -lo aveano incolpato di poca affezione verso il pubblico bene, citandolo qual traditore ; come r unico che mal soffriva la guerra, e che avea ripugnato in consiglio a quei che voleano sciolta 1’ alleanza, nè permise che i suoi cittadini AtiGcassero il decreto degli altri. Or temendo egli un giudizio, ove le non sue città sentenzierebbero della sua sorte, raccolse le sue robe, e gli amici, e si congiunse ai Romani, non senza picciolo sbilancio degli affari ; talché parve a tutti la cagion principale dell’ esito propizio della guerra. Per tanto il Senato ed il popolo lo ascrissero tra’ patrizj, lasciandogli in città quanto sito volle per fabbricarvi ; e gli donarono i terreni pubblici tra Fidene e Picenza perchè li • compartisse co’ suoi compagni, da’ quali risultò poi la tribù Claudia che ancora tiene quel nome. Apparecchiatasi appuntp l’ una e 1’ altra parte, li Sabini i primi cavarono le milizie e fecero due accampamenti, r uno all’ aere aperto non lungi da F idene, r altro in Fidene a difesa del popolo, come in rifugio dell’ esercito esterno in caso di sciagura. I consoli Romani al sapere la venuta de’ Sabini contra loro,• uscirono anch’ essi con floride scltiere, e presero campo, separati T ano dall' altro, Valerio a fronte degli allog ' giatnenti sabini all’ aere aperto, e Lncreaio poco più di sopra, in un altura donde potea vedere l’ armata com. pagna. Era disegno de’ Romani di venire quanto prima a giornata per decidere subitamente, e visibilmente la guerra. Ma' il capitano Sabino temendo di attaccare in pieno giorno la baldanza e la robustezza romana, sempre ferma, contro ai casi anche più duri, deliberò di investirla di notte. Quindi facendo preparare quanto era necessari a riempire le fosse, e trascendere il vailo, quando ebbe pronto tutto, voleva tor seco il 6or deU r esercito, ed assalire nel primo sonno le trincee de’Ro mani. Su tal disegno avea fatto intendere all’ armata di Fidene che quando si avvedessero del giunger suo venissero anch’ essi dalla città, ma con armi leggere : ed avea posto in luoghi opportuni gli agguati con ordine, che se andavano dei rinforzi a Valerio dall’altro campo, uscissero loro alle spalle e gli assaltassero fra strepito di voci e di arme. Sesto con tale risoluzione, istruitine e trovativi pronti li centurioni, non aspettava che la opporiobità. Ma un suo disertore venuto al campo romano disse di quella trama al console. Giunsero non molto dopo i cavalieri con dei Sabini che usciti a far legna furono presi. Interrogati questi separatamente c/te mai preparasse il lor capo, risposero, che scale e ponti : ma che dove, o quando fosse per valersene, non lo sapeano. Valerio ciò udendo spedi Marco alr altra armata per divisare a Lucrezio che vi comandava r animo dei nemici, e come si dovessero questi assalire. Poi chiamando egli stesso tribuni e centurioni, dicendo quanto avea raccolto dal disertore, e da’ prigionieri ; confortandoli ad esser magnanimi, e credere cb’ era giunto alfine il tempo sospirato onde prendere' su’ ne mici una luminosa vendetta ; prescrisse ciocché dovessero fare, diede i segni, e rinviò ciascuno alla sua schiera., XLII. Non era ancora la notte a mezzo, quando il duce Sabino fatti levare i soldati, ne condusse il fiore al campo romano, imponendo, a tutti che, taciti, avanzassero senza strepito di arme ; perchè i nemici non si avvedessero di loro prima che fossero giunti. Or come i primi a procedere furono vicini al campo, nè videro ivi lume di fuochi, nè voci vi udirono di sentinelle, assai riprendeano di stoltezza i Romani, quasi tralasciata ogni gtiardia, se la dormissero : c già riempiute le fosse in gran parte, le passavano senza ostacolo alcuno. I Romani però si teneano, non veduti si per le tenebre, ma schierati nello spazio tra i valli e le fosse, e quando chi le passava era loro alle mani, uccidevanlo. Rimase alcun tempo occulta la rovina di chi precedeva a quei, che seguivano. Ma non si tosto quei eh' erano vicini alle iosse videro col chiarore della luna che nasceva, i mucchi incontro de’ cadaveri de’ compagni, e le schiere valide de’ nemici che resistevano; gettarono le armi, e fuggirono. Allora alzato i Romani un altissimogrido, perchè quel grido era segno all’ altra armata, corsero in folla su loro. Lucrezio a quei clamori, spediti subito 1 cavalieri per ispiare se ci aveàno insidie nemiche, si mosse indi a poco egli stesso col fiore della fanteria. Imbattutisi i cavalieri con gli usciti da Fidene per insidiare, li fugarono: ma la fanteria perseguitava) ed uccidevali, : ornai disordinati e sena’ arme, quelli che erano venuti ad assalire il campo romano^ Morirono in teli òombaltimenti circa tredici mila tra Sabini ed al leali, rimanendone prigionieri! quattro mila dugento: ed il campo loro fu preso nel giorno medesimo. la stoltezza, e chiamandoli degni di morte quanti ve ne erano, giacché nè erano grati pe’ beneGzj, nè faceano senno pe’ mali ; ne batterono alla vista del pubblico culle verghe, e poi vi uccisero i più cospicui per nobiltà. Quanto agli altri lasciarono che albergassero come prima, ponendo a coabitare con. essi la guarnigione che era decretata dal Senato, e dandole parte de' terreni tolti a quelli. Dopo ciò ritirarono le truppe dalle teiTe nemiche, e trionfa• rono secondo il decreto del Senato. E tali furono le geste di, questo consolalo. Creato consolo Publio Postumio Tuberto per la seconda volta, e con esso Menenio Agrippa Lanato , fecesi ma con piu schiere la tersa Irmzione dei Sabini prima che i Romani se n avvedessero, e pro> cedette 6n presso le mura di Roma, Risultarono da questa molte uccisioni non solo di agricoltori romani, colti repentinamente da nembo che non aspettavtno prima di ricoverarsi ne’ castelli vicini, ma di quelli eziandio che in città dimoravano. Imperocché Postumio il console riputando insopportabile quella ingiuria; uscì di tutta fretta, con truppe comunque per soccorrere i suoi, pih animoso in vero che savio. I Sabini, visto con quanto dispregio, disordinati, e sbandati si avanzassero verso loro, e latto disegno di ampliarne ancor più la negligenza, partirono con marcia più che ordir naria, quasi fuggissero addietro, finché giunsero ad una selva profonda ove il resto celavasi delle loro milizie. Or qui voltando faccia contrastettero a chi gl'inseguiva; ^ come pure gli occultati nel bosco ne uscirono, vociferando. Ed essendo essi in buon ordine e molti, prostesero gli altri che combattevano disordinati, sbandati, ansanti per lo viaggio ; e rinchiusero in una pendice deserta quanti ne fuggirono, con preoccupare le vie che menavano a Roma. E perocché già la luce era mancata ; posero le arme presso di quésti invigilandoli tutta la notte, sicché taciti non s’ involassero. Saputosi in città r informnio, vi fu gran turbamento, e concorso ai muri, e. timor comune, che i nemici trasportati, dal successo propizio, si presentassero in quella notte a An. di Rom. aSi secoado CaioDe, a53 secondo Varrone, e Sol av. Crino.. 1 5g Roma: e là com piange vans! i morti; qua i commiseravano li sopra vanzatt, come quelli che 'se nop erano immaniineote soccorsi, caderebbero prigionieri per la penuria. Passatasi con tanto mal' in cuore senza sonno la notte, Menenio, nato il giorno, armò li più floridi per anni, e li guidò ben forniti e con ordine a liberare gli assediali nel monte. I Sabini al vedere che ti avan> cavano non li aspettarono ; e tolto il campo si ritirarono, pensando che bastassero loro i vantaggi presenti: e senza indugiarsi gran tempo, tornarono festeggiando alle patrie, ricchi di bestiami, di schiavi, di danari. XLV. Rattristati i Romani dal danno, e credendolo causato da Postumio il console ; deliberarono di mar> ciane sollecitamente con tutte le forze contro la Sabina, desiderosi di rifarsi della perdita inaspettata ' e turpe j molto più che assaissimo gli aveva esulcerati 1’ ambasceria recente e contumeliosa e superba colla quale i nemici, come già vincitori, e prenditori senza contrasto di Roma se non erano ubbiditi, comandav.vno che rendessero ai Tarqninj la patria, cedessero ai vincitori r imperio, e stabilissero il goverho e le leggi, come sarebbero ordinate da questi. Aveano i Romani replicato a tali messaggi, che annunziassero alle loro comuni che i Romani comandavano ai Sabini, di deporre le armi, di sottomettere le loro città, di ubbidire,come per addietro, e ciò fatto di venir supplichevoli per iscusarsi dalle ingiustizie e da’ mali onde gli aveano violati nelle incursioni passate, se voleano pace ed amicizia : ma se ricusa vansi a tanto, aspettassero tra non molto la guerra su le loro città. Cosi comandando e comandati a vicenda, quando ebbero tutto in pronto ; uscirono per la guerra. Conducevano i Sabini il -fiore de’ giovani di ogni città con arme bellissime : e li Romani tutta la milizia urbana e le guarnigioni, concependo che i domestici e li schiavi, e quanti superavano ^ la età militare, bastassero in difesa di Roma e dei castelli della campagna. Cosi concentrati si accamparono ambedue con breve intervallo fra loro non lungi da Ereto, città de’ Sabini. Come gli uni sepper degli altri o per con~ gettura dall’ampiezza degli alloggiamenti, o per ciò che ne udivano da’ prigionieri ; si eccitò ne’ Sabini confi denza e disprezzo inverso la scarsezza degl' inimici ; ma timore ne’ Romani per la moltitudine di essi. Pur fepero cuo^e, e pigliarono qualche speranza su la vittoria pe’ segni mandati loro dal cielo, e per 1’ ultima visione, quando erano 'per ischierarsi, che fu questa : Su le punte dei lanciotti (sono queste le armi che i Romani scagliano nel farsi alle mani; bastoni grossi che ti empion le mani, e lunghi, con ferrei spuntoni nell’ uno e nell’ altro estremo, diritti, nè minori di tre piedi, tanto che le armi, compresovi il ferro, somigliano ad aste mezzane ) su le ferree ponte di. questi lanciotti, piantati tra padiglioni, brillarono delle fiamme ; talché per tutto il campo fu luce continua come di accesi fanali, gran tempo delia notte. Ora come gli auguri dichiaravano ( nè già era difficile intenderlo ), concepirono che gli Dei con tal visione annunziassero loro una sollecita e luminosa vittoria : imperocché tutto cede al fuoco, nè cosa vi è che per esso non consumisi. E _ Dpercfac le fiamme brillarono su le armi loro; uscirono con assai fiducia dalle trinciere, e nell’ estero di tale fi ducia, attaccatisi combatterono, sebbene di tanto minori, co' Sabini. La sperienza eh’ era in essi col vivo amor dei travagli, elevava li a spregiare ogni pericolo. Postumio il primo ebe guidava 1’ ala sinistra, inteso a riparare la passata disfalla urtò 1’ ala destra de’ nemici, non curando la vita per la vittoria : e come chi rapito è da furore, e fermo per ogni via di morire, si lanciò nel mezzo di essi. Allora i soldati i quali erano nell’ al tr’ ala con Menenio ornai stanchi, ornai cacciati di po sto, al conoscere che que’ di Postumio prevalevano su gli emoli, rimbaldanzirono e turbinaronsi su gli avversar] loro. Cosi piegò 1’ una e 1’ altr’ ala de' Sabini, e diedesi pienamente alla fuga. E dopo la perdita delle ale nemmeno quelli che erano ordinati nel centro per sislerono, ma forzati dalla cavalleria Romana che gli assaliva si misero in volta. Tutti al proprio alloggiamento si riparavano, ma i Romani seguendo e investendo, ne invasero 1’ uno e 1’ altro. C se l’esercito ne mico non fu totalmente distrutto, ne fu cagione la notte ed il luogo della sconfitta, che era nella Sabina. Imperocché per la perizia de’ siti chi fuggiva salvavasi in casa più facilmente di quello che lo potesse, per la imperizia sua, sorprendere chi 1’ inseguiva. Nel prossimo giorno i consoli, bruciati i cadaveri dei loro, e raccolte le spoglie, e tra queste le armi abbandonate dai vivi nel fuggire, e trasportando seco non pochi fatti prigionieri, c le robe invase' (non compresevi quelle tolte da’ soldati ) colla pubblica vendita delle quali cose ogaaao riebbe i prestiti, contri' baiti per la spedizione ; tornarono con una luminosa vittoria nella patria. Quindi per decreto del Senato Tubo e r altro ne trionfarono ; Menenio col trionfo primario sedendo su regio carro, Postumio col secondario, e men grandioso, che chiamano della ovazione, altera'tone il nome che era greco, sicché più non distinguesi. Conciossiaché per quanto io ne concepisco o ne trovo in molli degli storici Romani questo trionfo chiamavasi nelle origini Evezione da ciò che vi si praticava : ed il Senato, come Licinio racconta, ora per la prima volta ne ideò la pompa. Differisce quest’ onor secondario dall’ altro, primieramente perchè chi sei gode, entra la dttà colle schiere a piedi e non sul carro come in quello: e poi, perchè non porta come l’altro la toga contraddistinta pe’ ricami varj e per l’oro ; nè la corona pur di oro; ma la toga candida contornata di porpora, la quale è l’ abito nazionale de’ comandanti e de’ consoli, e la corona di alloro (a) : e se tien le altre cose ; in questo cede al primo trionfante, che noU va collo sceturo. Postumio poi, sebbene più che altri segnalato OTaxione tu detta originalmente evatio ; qnindi % !a voce di Virgilio I. 6. Ea. Evantes orgia circum ducehat Phrygias. Questo ovari era dal greco tva^nt il qnale esprimeva le accismasioni fotte con dire ss lasserò Tarquinio, Mamilio, gli Aricini, e cbiunqae davasi per accusatore di quella, iìuchè uditili tutti, seutenziarono essere stata l’alleanza rotta dai Romani; e fecero intendere a Valerio che col suo tempo discuterebbero come aveano a vendicarsi di loro che aveano i diritti calpestati del sangue. In mezzo a tali vicende congiurarono molti servi d’ invadere i luoghi riguardevoli di Roma, e d’ incendiarla in più parti. Se non che datone indizio da’ complici, ne furono ben tosto chiuse le porte dai consoli, e preoccupati i siti forti dai cavalieri. Allora quaiiU erano denunziati partecipi della congiura presi immantinente tra i domestici, o portati dalla campagna, perirono tutti, battuti, tormentati, crociGssi. E tali sono le cose operate in quel consolato. Sotlentrati a tal dignità Servio ^ Sulpizio Camerino, e Manio Tullio Longo , alcuni di Fidene con vooando de’ soldati dal popolo de’ Tarquiniesi occuparono il castello di essa, e parte uccidendo, parte esi liando quelli che si opponevano, ribellarono di nuovo Fidene ai Romani. Venutivi degli ambasciadori da Roma, erano per malmenarli come nemici: ma contenutine da’ seniori, gii esclusero dalla città senza udir nè rispondere. Il Senato quando seppe tali cose' non voleva ancor far guerra co’ Latini, perchè aveva udito che non a tutti piaceano le risoluzioni del congresso, che i poti) An. di Roma 354 secondo Catone, aS 6 secondo Varrone, a 498 STtnli Cristo] poli ia ogni città vi si ricusavano, e perchè certo diceansi più quelli che voleano mantenere 1’ alleanza, che gli altri i quali sciogliere la voleano. Pertanto decretò che Manio un de’ consoli marciasse con armata poderosa contro Fidene: e questi, depredatane impunissimamente la campagna senza che niuno gli si opponesse, ne andò coir esercito fin sotto le mura, e provvide che non più vettovaglie vi s’ introducessero, nè armi, nè soccorso niuno. Ridottisi i Fidenati a guardare le mura, spedirono alle città de’ Latini per implorarne solleciti ajuti. Convocarono i capi di quelle un congresso comune di tutte : e datavi di bel nuovo facoltà di parlare ai Tarquinj come agli altri che venivano dagli assediati, invitarono i consiglieri, cominciando da’ seniori e più cospicui, a djcbiarare il lor voto, e come aveasi a far guerra ai Romani. Dicendovisi molte cose, e prima su la guerra se dovesse ratificarsi, i più torbidi fra i consiglieri insistevano perchè si riconducesse Tarquìnio al trono, e sì volasse in soccorso di Fidene. Essi miravano con questo ad ottenere cariche di comando militare, e mescersi ai grandi affari ; e quelli vi miravano soprattutto, i quali cercavano in patria preminenza, e tirannide, lusingati che avrebbero ad essi ciò procacciato i Tarquinj se ricuperavano il regno. Ma i più agiati e miti ( ed eran questi i più accreditati nel popolo ) chiedeano che si stesse ai patti, non si corresse ciecamente alle armi. Respinti quei che brigavansi per la guerra dai consiglieri di pace, persuasero all’ adunanza che mandasse almeno oratori a Roma perchè la pregassero, ed esortassero a ricevere i Tarquinj e gli altri fuoruscili senza pena e senza memoria d’ Ingiurie : giurasse que ' sto, e si governasse poi di suo modo. Ritirasse però r armata da Fidene ; non potendo essi guardare con Indifferenza che i parenti ed amici loro si spogliassero della patria.' Ma se ricusasse far 1’ una e l’altra di queste cose, le s’ intimasse, che deciderebbonsi per la guerra. Non ignoravano costoro che Roma non pieghe rebbesi nè all’ una nè all’ altra dimanda : ma cercavano pretesti decorosi onde romperla, sperando Intanto di rendersi col tempo e colla buona grazia benevoli i loro contrarj. Concluso questo, fissarono un anno, ai Romani per deliberarsi, come a sè per apparecchiarsi : e nominati gli ambasciadori come parve ai Tarquinj; sciol sero r adunanza. Separatisi i Latini, ognuno per la sua patria, Mamilio e Tarquinlo vedendo che i popoli propendevano alla pacej deposero le speranze che aveano su loro come istabili in tutto. E cangialo consiglio si rivolsero a mettere in Roma stessa una guerra interna, nè preveduta, svegliandovi sedizione tra’ ricchi e tra’ poveri. Imperocché già disunita vi si era, nè più riguardava al ben pubblico una gran parte del popolo, quella principalmente dei bisognosi e degli oppressi dai debiti; e ciò appunto per 'gli usura) che non usavano moderazione ne’ crediti, ma fin carceravano e malmenavano i debitori come schiavi comperati. Su tale notizia spedì Tarquinio a Roma Insieme co’ messaggeri latini persone non sospette con oro. Intramettendosi questi co’ poveri e coi baldanzosi, e parte dando, e parte promettendo se ivi il re sen tornasse; aveano subornato moltissimi. Àdunque fecesi contro i3e’ potenti una congtnra de’ poveri ingenui, e de’ servi màlvagi, i quali stimolati dal desiderio di esser liberi, e disamoratisi de’ padroni perchè aveano punito nell’ anno antecedente i loro conservi, gl’ insidiavano. Ed essendo malcreduti e sospetti, come se venutone il tempo essi pure gli assalirebbero ; con piacere si diedero a chi gl’ invitava. Il disegno poi della congiura era tale. Doveano i capi di essa occupare in una notte senza luna i luoghi eminenti e forti della città ; gli altri poi come intenderebbero dai gridi che gitteriano, aver loro già preso que’ siti opportuni, doveano uccidere tra ’l sonno i proprj padroni, saccheggiare le case doviziose, e spalancare ai tiranni le porte. Ma la providenaa celeste la quale in ogni tempo ha salvato, e salva tuttavia Roma y fe’ traspirare i disegni al consolo Sulpizio. À lui ne diedero indizio due già propensi a Tarquinio, anzi principalissimi nella con> giura, Publio e Marco fratelli, della città di Laurento necessitati da impulso divino. Imperocché si presentarono loro tra’l sonno visioni spaventevoli, minacciandolt di pena gravissima, se non si chetavano e toglievansi dall’ impresa. E già parca loro che i rei genj gl’ incalsassero, li battessero, e sterpassero loro gli occhi, colmandoli di altri mali terribili. Dond’ è che spaventati e tremanti destaronsi, nè più poterono pel turbamento aver calma nel sonno. E su le prime per togliei'si ai genj rei che li conculcavano, tentarono i sagrifizj di propiziazione co’ quali si allontanano i mali. Non traen> done però niun frutto, si rivolsero alla divinazione : e celando lì disegni, perchè non eran da dirsi, cercarono solamente d’intendere se tempo fosse da compiere cioc' chè volevano. Ma rispondendo l’oracolo eh’ essi teneano via di delitto e di perdizione, e che se non mntavan proposito, ne perirebbero infamissimamente; investiti dal timore che altri non li prevenisse nel portare in luce l’arcano, lo indicarono essi medesimi al consolo che in città si trovava. Costui lodatili, con promessa grande ancora di beneficarli se il dir loro a’ fatti corrispondesse; li ritenne ambedue presso di sè y tacendone con chiunque. Allora introdotti in Senato i deputali latini, tenuti a bada fino a quel giorno per la risposta, disse di concerto co' padri : amici, compagni, andate, riferite al comun dei Latini che il popolo di Roma non condiscese prima il ritorno al tiranno su le istanze dei Tdrguiniesi, nè punto appresso vi si commosse irt forza di tutti i Tirreni che ciò domandavano, e guidati da Porsena ci portavano la pià orribile delle guerre; ma che seppe vedere i suoi campi manomessi, ed arsivi li casolari, e perfino ridursi a difendere le sole sue mura per esser libero, e non comandato a fare ciò che non vuole. Dite, che meravigliati ci sia^ mo che sapendo voi ciò, siale venuti a comandarci che ricevessimo il tiranno, e ci levassimo dall assedio di Fidene, con intimarci la guerra se ricusassimo. Cessino di opporci ornai più tali pretesti, fiacchi, impersuasibili, di nimicitia. Nondimeno se vogliono per questo scindersi dalla nostra alleanza e far guerra, più non s’ indugino. Data tale risposta agli ambasciadori, ed accompagnatili per significazione di onore fuori della città, poi disse in Senato delia occulta cospirazione ciocché aveane appreso dai delatori : ed avutane autorità piena d’ investigare L complici, e trovarli, e punirli, non tenne già mezzi orgogliosi e tirannici, come un altro ridotto a tale necessità gli avrebbe tenuti, ma si rivolse a mezzi ragionati, salutevoli, e convenienti al governo d' allora. Imperocché non deliberò che i satelliti snoi svellessero per le case i cittadini dall’ amplesso delle mogli, de’ figli, e de’ padri, e li traessero a morte ; considerando quanta pietà ne sarebbe tra gli attinenti nel distacco de’ cari lor pegni, e temendo che alcuni, disperatisi, corressero alle arme, e si necessitassero ai male a costo di sangue civile. Non deliberò che si erigessero de’uribunali contro di essi; riflettendo come tutti negherebbero, e come non avrebbero i giudici argomenti incontrastabili e saldi, ma semplici denunzie, e colle quali, se credeansi, dovrebbero sentwaziare la morte de’ cittadini. Ma per sorprendere i novatori ideò tal metodo, per cui li capi si adunassero prima spontaneamente in un luogo, e quindi arrestati vi fossero per argomenti indubitabili, che non lasciavano mezzo a discolpe : ideò che fosse questo luogo di unione non una solitudine, o ritiro, dove pochi osservassero, e convincessero; ma il Foro, talché scoperti alla presenza di tutti ne fossero in proporzione puniti, nè sorgesse in città turbamento nè sollevazione degli altri, come suole ne’ castigi de’ congiurati, massimamente in tempi pericolosi. Forse un altro, quasi poco sia bisogno di precisione in tai cose, penserà che basti dir sommarianieute che arrestò tutti i complici de’ maneggi secreti, e gli uccise; ma io riputando degna che ricordisi la maniera onde furono presi, ho risoluto non tralasciarla; perciocché giudico che non basti all’ utile di chi legge le storie conoscere il termine solo de' fatti, (piando brama piuttosto ognuno che gli si espongane le cagioni, le guise delle operaxioni, i pensieri di chi praticavate, e come i Numi li favorissero ; nè gli si taciano le conseguenze che per natura vi si congiungono. Molto più ch’io vedo essere tali cognizioni necessarie agli uomini di Stato, perchè abbiano d^lì esempj co’ (piali dirigersi ne’ varj casi. Or questa fu la maniera ideata dal console per l’arresto de’ congiurati. Chiamati i più validi de’ senatori ordinò che al segno convenuto occupassero in città con seguito di amici e di parenti i luoghi forti ne’ (piali per avventura abitavano : istruì poi li cavalieri a tenersi armati nelL' case più acconcie intorno del Foro, e compiere ciocché sarebbe lor comandato. E perchè nella presa de’ cittadini i loro fautori non si elevassero, nè ci avessero interne stragi nel tumulto, scrisse al console che assediava Fideoe, perché al far della notte marciasse col fior dell’ esercito alla volta di Roma, e lo accampasse nelle alture intorno de’ muri. Ciò preparato; impose ai delatori che venissero circa la mezza notte nei Foro ai capi de’ congiurati con i compagni loro più fidi come a ricevervi 1’ ordine, il posto, ed il segno, in somma come per udirvi ciascuno ciocché avrebbe egli a fare. Or ciò appunto si fece. E poiché tutti questi si furono accolli nel Foro; immantinente al darsene di un segno arcano per essi, i luoghi foni farooo pieni di uomini, armatisi per la patria ; e r intorno del F oro fu guardato da’ cavalieri, sen.ia che via vi lasciassero per chi volea ritirarsene. Intanto Manio r altro console si presentò coll’ armata in campo Marzo. Nato appena il giorno i consoli, cinti da uomini di arme, recaronsi ai tribunali, e fecero che i banditori ~ invitassero pe’ quadrivi il popolo a parlamento. Concorsa la moltitudine, le rivelano il maneggio sul ritorno del tiranno, e le presentano i delatori. Quindi concedendo che si difendesse chiunque volea per ambigua 1’ accusa, nè volgendosi pur uno a respingerla ; passarono dal Foro in Senato per chiedervene la sentenza dai padri: e presa e scrittavela ; tornati al popolo gliela pubblicarono, e tale ne era il tenore. Si desse ai due denunziatori la cittadinanza, e dieci mila dramme di argento a testa, e venti jugeri de’ terreni del pubblico ^ e se così ne paresse al popolo si prendessero i complici della congiura, e si uccidessero. E ratificando il popolo quel decreto, ordinarono che uscissero dal Foro quanti vi erano per 1’ adunanza : e chiamati i littori colle arme, intimarono che dessero morte a tutti li congiurati : e quelli, circondandoli ; appunto ov’ eran già chiusi, trucidarono li colpevoli. Uccisi questi, non che ammettere le incolpazioni su degli altri partecipi, ne assolvettero qualunque era salvo ancora dal supplizio ; e ciò per togliere ogni turbolenza da Roma. Cosi finirono quei che aveano macchinata la congiura. Appresso il Senato ordinò che tutti si purificassero per essere stati ridotti a sentenziare la morte de’ conci ttadini : nè concedersi loro d’intervenire alle sante cose ed ai sagrifizj, prima di esserne rendati mondi e tersi colle espiazioni consuete. E poiché da quei che dirigono le cose divine, a norma delle leggi della patria fu compiuto quanto ricercavasi per sanliGcarli, decretò che ia rendimento di grazie si facessero sagriGcj e giuochi agonali per tre giorni. In questi giuochi sacri e denominati di Roma Mauio Tullio 1’ uno de’ consoli caduto tra la pompa dal carro sacro nei circo, ne mori da indi a tre giorni : e perchè poco rimaneva dell’ anno, Sulpizio tenne in questo tempo il consolato senza collega. Furono designati consoli per l’anno seguente Publio Veturio, e Publio Ebuzio Elva. E di questi Ebuzio fu incaricato delle cose politiche le quali sembravano abbisognare di cure non tenui, perchè i poveri non facesservi mutamento. Veturio poi menando seco metà dell! esercito, devastò le campagne de’ Fidenati senza che ninno gli ostasse : e postosi all’ assedio della città, davate assalti continui. Ma non potendola espugnare con questi, la cinse di vallo intorno e di fosse per sottometterla colla fame. E già ne eran gli abitanti nelle angustie, quando venne un soccorso di Latini spedito da Sesto Tarquinio, e grano, ed arme, ed altre cose utili per ia guerra. Cosi ringagliarditi osarono uscire dalla città con forze non piccole, e mettersi in campo aperto. Allora non più giovò pe’ Romani la cir convallazione ; ma parve che vi bisognasse una battaglia. Diedesi questa vicino alla città ; pendendone qualche Ad. di Roma aS5 secondo Catone, 357 secondo Varrone, s 4 o 7 av. Cristo.. l'jj tempo dopo l’ esito incerto. Infine, quantunque più copiosi di numero, sopraiTatti i Fidenati dalla fermezza Romana ne’ travagli, acquistata col molto esercizio, fu> rono ridotti alla foga. Non fu la strage loro copiosa, per essersi tra non molt^ ritornati in città mentre gli altri respingevano dalle mura chi gl’ incalzava. Dissipatesi dopo ciò le truppe ausiliarie sen partirono senza avere punto giovato gli assediati ; e la città ricadde ne’ mali e nella penuria di prima. Intanto Sesto Tarquinio marciò con un armata Latina sopra di Segni dominata da’ Romani come per occuparla a prira’ impeto^ Ma resistendogli da entro generosissimamente, tentò di stringerli ad abbandonarla almeno per la fame. Se non che spesovi gran tempo senza opera niuna degna di ricordanza, e giunte vettovaglie e rinforzi dal canto ? dei consoli ; ne perde la speranza ; e ritirandone 1’ armata, ne sciolse l' assedio. > • LIX. Nell’ anno seguente i Romani elessero consoli Tito Largio Flavo e Quinto delio Sicolo. delio, dolce per indole e popolare, fu messo dal Senato con metà dell’ armata su le cose politiche per vegliare contro dei novatori: Largio ordinate milizie e stromenti da imprender gli assedj, parti per la guerra co’ Fidenati ; E spossatili colla diuturnità dell’ assedio, e col disagio di ogni cosa, desolavali ognora più, minando i muri, ei^ gendo terrapieni, avvicinando macchine, nè lasciando di e notte di stringerli, tanto che sen prometteva in breve il t. I i All. >li Roma lS6 secondo Catone, aSR eecondo Varroue, • /Jg6 avanti Cristo] di espugnarli. Né le città Latine, su le quali contando ì Fidenati trovavansi in guerra, potevano ornai più salvarli. Imperocché niuna città bastava sola da sé per liberarli dall' assedio: nè le forze comuni di tutte si erano riunite ancora : ma li capi del|e città Latine a’ frequenti messaggi de’ Fidenati rispondeano sempre di un modo, cioè che presto giungerebbe loro il soccorso: non però mai nino fatto moveasi pronto su le promesse, né le speranze scintillavano più in là delie parole. Nondimeno i Fidenati non diffidavano in tutto de’ Latini: ma persistevano su la espettazione di essi affronte di tutti i mali, sopialtutto della fame, la quale facea senza combattere strazio grande degli uomini. Spedirono, è vero, alfine come stanchi da’ mali a chiedere al console tregua di un numero certo di giorni per deliberare intanto su la pace co’ Romani, e sui modi onde riordinarla. In realtà però ciò non cbiedeano per deliberare, ma per fornirsi di compagni di arme, come alcuni disertati di fresco da essi indicarono, giaoché nella notte innanzi aveano spedito i cittadini loro più cospicui, e più validi tra’ Latini, perchè iu forma di oratori suppbcassero quel popolo. Largio, ciò saputo, ingiunse agli ora tori che deponessero le armi e spalancassero le porte, e poi favellasser di tregua : iu altro modo non pace, non armistizio, non moderazione, non umanità presumessero dai Romani. Frattanto provvide che gli ambasciadori deputati ai Latini. non rientrassero in città ; preoccupando con guardie rigorosissime le vie che vi conducevario. Tal che diffidatisi gli assediati di un ajuto qualunque degli alleali si videro astretti a pregar veramente l’iaimico. B riunitisi, conohiusero di soiTrire la pace, comunque il vincitore la desse. Altronde il console ( tanto i costumi de’ capitani di que’ tempi respiravano 1’ amor della pa> tria, e tanto erano lontani dalle maniere tiranniche che pochi san fuggire de’ capitani presenti, invaniti dal C 0 i mando I ) il console sebbene prendesse la città niente vi permutò di voler suo : ma fattala deporre le armi, e presidiatala, conducendosi a Roma e convocando il 3^ nato, lasciò che esso ne deliberasse. Lieti i Padri del rispetto del valentuomo verso loro dichiararono che i più nobili dj Fidene secondo che il console li giudi casse capi della ribellione, si battessero colle verghe, e ei decapitassero : su gli altri poi disponesse egli stesso come glien parrebbe. Largio divenuto 1’ arbitro di tutti sparse in vista del pubblico il sangue, e confiscò li beni di alcuni pochi accusati dal partito contrarlo; ma concedè che gli altri ritenessero la patria e le robe loro, e solamente ne dimezzò le campagne, poi dispensate a sorte tra’ Romani lasciati in guardia della fortezza. Alfine dopo ciò ricondusse in casa 1’ esercito. LXI. Risaputasi fra’ Latini la espugnazione di Fidene, ogni città ne fu sospesa e tremante, e mal soddisfatta de' capi suoi ; come tradito avessero li confederati. C fattosi consiglio in Ferentino, quei che persuadevano la guerra, assai vi accusarono gli altri che la dissuadevano. Erano de’ primi Tarqulnìo, e Mamilio il genero di lui e li capi tra gli Aricini. Rapiti dal dir loro, quanti erano i Latini, vollero generalmente la guerra contro de' Romani, e diedero scambievole giuramento, che tiiuua l8o città tradirebbe il comune, nè farebbe pace sema il consenso delie altre decretando : che qualunque non os-> servasse i patti decadesse dalla lega alla esecrazione e nimicizia di tutti. Sottoscrissero e giurarono questi patti i deputati degli Àrdeati, degli Aricini, dei Boiaiani, dei Bubentani, dei Coresi, dei Corventani, dei Gabj, dei Lavrentini, de' Laviniesi, dei Labiniani, de' Labicani, de' Nomentani, de' Moreani, de' Prenestini, de' Pedani, dei Querquetulani, de' Satricesi, de' Scaptini, de’ Sezzesi, de' Teliini, de' Tiburtini, de'. Tuscolani, de' Tolerini, de' Trienni, de' Veliterni. Doveansi scegliere tra gl’ idonei alle armi, tanti in ogni città quanti ne parrebbono ad Ottavio Mamilio e Sesto ^ Tarquinio, i quali erano generalissimi nominati. E per giustifìcare ancor più li titoli della guerra spedirono a Roma da ogni città li personaggi più insigni come oratori. Venuti questi in Senato dissero : che quei della Riccia si richiamavan di Roma, perchè qucuido i Tirreni mossero contro loro la guerra, essa non solo die a’ primi libero il passo per le sue terre, ma li coadjuvò su quanto era d' uopo, ricoverandoli mentre poi ne fuggivano e salvandoli tutti, inermi e feriti : eppure non ignorava che quelli portavano guerra al corpo tutto della nazione : e che se avessero domalo Dioaigi nel namerare questi popoli siegue l’ordine dell’ alfabeto latino e non del greco : del resto numera popoli quando nn tal Bruto nel lib. VI. di quest' opera § 74 dice ebe furono trenta i popoli latini concorsi a tal guerra. Dovrebbero dunque additarsene altri sei. Nel codice Vaticano si numerano ancora i Tolerini che noi abbiamo ugualmente allegali nel testo. La nomenclatura per quanto aia stata emendala non par libera ancora da ogni storpiatura.. ' i8r la Riccia; niente pià gli avrebbe impediti, sicché non soggiogassero le altre città. Pertanto annunziavano che se Roma voleva darne conto a quei della Riccia nel tribunale comune de’ Latini, e rimettervisi al giudizio di tutti, non avrebbon essi cagioni di guerra. Ma se tenendosi all alterigia sua consueta ricusava affatto condiscendere sul giusto e su V onesto inverso de’ confederati ; minacciavano che i Latini tutti la moverebbero con tutte le forze la guerra. LXn. A tale invito il Senato alieno di fare cogli Ari cini una causa dov’ essi giudicherebbero, e dove prevedeva che i nemici non sentenzierebbero di questo sola mente, ma vi aggiungerebbero ordinazioni ancora più gravi, decise che accettava la guerra. Argomentava dal valore e dalla sperienza de’ suoi tra le arme che Roma non incorrerebbe in danno ninno: apprendendo però la moltitudine de’ nemici, sollecitò più volte con ambascia tori le città vicine per confederarsele ; se non che spe divano i Latini ancora nelle stesse città legazioni che accusassero a lungo Roma, e la contrariassero. Gli Err nici adunati a consiglio di stato diedero all’ una e alr altra ambasceria risposte sospette nè salutevoli, dicendo che per ora non si vincolavano con alcuno; ma voleano posatamente discutere qual de’ popoli seguisse causa più giusta, e prendeansi per discuterne un anno. I Rutoli in contrario promisero senza arcano mandare soccorsi ai Latini : ma dissero che se Roma volea deporre le inimicizie, essi mansuefar ebbono i Latini, e ne concilierebbono gli accordi. Risposero i Volaci che si stupivano della impudenza de’ Romani ; perciocché sapendo essi quante volle gli avessero offzzl conTenlftnti a pcgnere ^elfa tnrblo ratiBcò; dando t principj certi di una tirannide a norma : Quindi i capi del Senato si fecero a considerare lungamente e providamente il personaggio che avrebbe a comandare. Paiea loro che vi fosse necessità di un nomo espedito negli affari, più che perito nell’ arme, e savio, e temperato, sicché poi non > delirasse per l’ampiezza del comando; insorama di uno il quale oltre le belle doti, quante ai buoni comandanti si convengono, sapesse presieder con fortezza, nè cedere mollemente alle istanze. Di un uomo tale appunto abbisognavasi allora. .Videro concorrere doti siffatte quante seu chiedeano in Tito Largio, uno de’ consoli ; laddove delio il collega, uomo altronde buonissimo, non era nè attivo, nè bellicoso, nè imponente, nè temuto, ma edite troppo in punire chi non ubbidiva. Nondimeno il Senato prendea .verecondia di levare a que^o un’autorità che aveva secondo le leggi, e di concentrare .nell’ altro il potere di ambedue, anzi un poter più che. regio. .Teniea per qualche maniera che delio riflettendovi, non si gravasse della rimozione sua, come disonorato dai Padri ; e camhiale le maniere del vivere, si ponesse alla testa del popolo, c turbasse dal fondo la repubblica. Esitando tutti, e gran tempo, per la verecondia di proporre ciocché ideavano, un seniore, venerabilissimo tra gli uomini consolari, diede un tal suo parere, per cui fu salvo l'onore di ambedue li consoli, scegliendo essi appunto il personaggio più acconcio al comando. Diceva : Poiché il Senato ha risoluto, ed il popolo ha ratificato che il poter del comando si affidi ad un solo, restano ai Padri due cure non picciole : chi debba sottentrare ad una autorità pari alia monarchia, e chi possa legittimamente nomiruuvelo. Or egli suggeriva che l’uno de’ consoli sia per cessione, sia per sorte', eleggesse il romano più idoneo, a far 1’ utile e il bene della patria: giacché trovandosi allora in città magistrati sacrosanti, non vi abbisognavano gl’ interré come nella monarchia, per eleggere di accordo chi succedesse al comando. ' i Applaudivano tutti al partito, quando levatosi un altro disse : Ali sembra o Padri che debbasi alia sentenza aggiungere: che reggendo di presente la repubblica, due valentuomini, de’ quali non trovereste i migliori, V uno 'debba dare la nomina, e l’ altro riceverla, talché scelgati essi fra loro il più idoneo ; e C uno e i altro se ne abbia onore e soddisfazione uguale, quello perchè sceglie nel collega il più degno, c questa perchè scelto sen trova : dolcissime e bonissime cose ambedue. Ben vedo che sebbene io non avessi ciò aggiunto ; pure avrebbono i consoli così DWaiGI, toma II. il praticalo ; egli è meglio^ nondimeno che il facciano eziandio col vostro volere. Parve a tutti ciò detto a proposito, e niuno più notandovi altra cosa, ne decretarono. I consoli ricevuto il potere di eleggere fra loro il più idoneo al comando, fecero una mirabilissima cosa, e ben varia dalle affezioni dell’ uomo. A vicenda r uno dicea 1’ altro, e non sè, degno del comando : così passarono tutto quel giorno, encomiando l’ un l’altro, e insistendo ciascuno per non comandare: tanto che gli astanti in Senato ne furono in grandi perplessità. Sciolto il Senato, i parenti più prossimi di ciascuno, e li Padri più venerabili recatisi a Largio assai lo stimolarono £no a notte avanzata, dichlaraùdogli come il Senato poneva in esso ogni speranza, e dicendo che le sue ritrosie volgevansi in pubblico danno: egli tuttavia ricusava, ora supplicando, ed ora contradicendo. Adunatosi nel prossimo giorno il Senato, mentre colui ripugnava, nè levavasi ancora dal suo parere su le istanze comuni, Clelio sorge, e lo nomina, come gl’interré solevano nominare, e lascia il consolato. Fu questi il primo che, solo, fu reso àrbitro in Roma della guerra, della pace, d’ ogni affare, col nome di Dittatore sia per la podestà di ordinare e dettare leggi su’ diritti e sul bene degli altri, come glien pareva e piaceva, chiamandosi da’ Romani Editti gli ordini e prescrizioni sul giusto e su l’ ingiusto : sia per essere allora un tal. uomo detto e dichiarato da un solo e non dal popolo secondo i riti della Ad. di Roma aS6 socondo Catone, a58 secondo Varrone, • ar. Cristo] patria, perché comandasse. Guardaronsi dal dare al magistrato di una città libera un nome esecrabile e grave per rispetto di quelli che ubbidivano, sicché in odio del titolo non si conturbassero, e per rispetto di chi prendeva il comando, sicché nè fosse costui offeso dagli altri senza saperlo, uè gli offendesse egli co’ modi consueti nel grande potere. E certo il nome di dittatore non bene l’ ampiezza ne significa del potere ; non essendo la dittatura che un Dispotismo elettivo. Sembra che i Romani ne traessero pur da’ Greci la istituzione. Imperocché gli Esimneti che chiamavansi antichissimamente tra loro erano, come dichiara Teofrasto nel libro intorno del regno, despoti elettivi. Li creavano le città non per tempO' indefinito o perpetuo, ma nella circostanza, e fin quando sembrava che giovassero loro, come li Mitilenei già scelsero Pittaco contro gli esuli, compagni di Alceo poeta. Tennero questo metodo I primi che aveano appreso per esperienza ciò che giovava. Imperocché nelle origini era ogni greca città sovraneggiata, non però dispoticamente come tra’ barbari, ma secondo le leggi e le patrie consuetudini : ed un re si avea tanto più per potente quanto era più giusto, e più fido alle leggi, e men schivo de’ patrii costumi : ciocché s’ intende per Omero il quaì nomina i sovrani, vindici del diritto, e de/f onesto. Tennesi lungo tempo la signoria dei re come quella de’ Lacedemoni sotto fisse Mèi testo: intarrtXnt, e SiftttTttrtXuf. cioè che si reruuio sul giusto e su C onesto. costituzioni. Ma cominciando poi taluni di questi a trascendere gli usati poteri, poco concedendo alle leggi e molto ai genj loro ; ne furono i popoli in tutto disgustati, e rovesciarono 1’ autorità de’ monarchi, e le loro maniere : e stabilendo leggi e creando magistrati, assunsero questi come custodi delle città. Ma perciocché non bastavano nè a proteggere il giusto le leggi poste da essi, nè a coadjuvare le leggi li magistrati o li comissarj che avean cura di queste ; e percioccliè il tempo col volger suo mena tanta varietade ; furono astretti a fare stabilimenti non ottimi si, ma certo i più consentanei alle vicende che li sorprendevano o di sciagure abborrite, o di smoderate prosperità. Per le ' quali confondendosi ' lo stato della città, e bisognandovi un pronto riparo ed un arbitro immediato, furono necessitati a rialzare l’autorità dei monarchi e dei re, velandone coi nomi la esistenza. Cosi li Tessali denominarono Tettar' ~ chi questi arbitri, e gli Spartani li chiamarono Armosti per timore d’ intitolarli tiranni o monarchi : aggiungi. che teneano per cosa scellerata rinovare poteri abattuti tra giuramenti ed esecrazioni su 1’ oracolo de’ numi. Quindi, come ho detto, a me sembra che i Romani prendessero da' Greci l’esempio: Licinio però crede che i Romani ideassero un dittatore a norma degli Albani ; scrivendo cbe questi, venuta meno la regia discendenza dopo la morte di Numitore e di Amulio, eleggessero annui presidenti col potere appunto dei re, ma con titolo di dittatori. Io non ho voluto esaminare onde Roma derivasse il nome, ma sibbene onde pigliasse la idea dell’ autorità che in tal nome si ' addita. Se uon che forsb non è pregio dell' opera che scrivasi di ciò più luDgameate. Ora dirò brevemente ciocché Largio il primo dittatore facesse, e con quale apparato decorasse la sua dignità ; persuadendomi che siano più utili ai lettori le materie appunto che porgono in copia esempj splendidi ed opportuni pe’ legislatori, e capi de’ popoli, in somma per quanti vogliono governare e maneggiare il pubblico Imperciocché non io prendo a descrivere le istituzioni > e li modi di una città vite e negletta, né li consigli e le pratiche di uomini ignobili e di niuna espettazione, sicché lo studio mio su tenui e volgari cose paja ad altri frivolezza e molestia : ma di una città legislatrice di tutti, e di capitani che la sollevarono a tanto potere; cose tutte che se un amante della sapienza giunga a non ignorare ; ne sarà per politico ravvisato. Investito Largio appena del suo potere dichiarò maestro de’ cavalieri Spurio Cassio, già console nella olimpiade 70. Osservavasi tal costume da’ Romani fino a’ miei giorni, e ninno mai, scelto per dittatore, ne tenne la dignità senza maestro de’ cavalieri. Quindi a rilevare la potenza di una tal dignità, per imporre piuttosto che per osarne, ordinò che i littori marciassero per la città con fasci e scuri secondo il costume ivi proprio de’ re, tralasciato poscia da’ consoli, e primieramente da Valerio Poplicola per diminuire la odiosità del comando. Spaventati con questo ed altri segni di regia dominazione i turbolenti eà i novatori, comandò a lutti i Romani di adempiere la migliore delle leggi .di Servio Tullio, sovrano popolarissimo, cioè di assegnare per tribù li loro beni, li nomi delle mogli e de’ figli, e la età loro e de’figli. Terminato in breve il registro per la severità de’ castighi, perdendosi da’ contravventori i beni e la cittadinanza ; si rinvennero cento cinquanta mila settecento e più Romani adulti. Poi separando gli uomini di età militare dai provetti, e riducendoli in centurie ; li divise tutti, fanti e cavalieri in quattro parti : e ritenutane una, che era la migliore, per sé, fece che delio già suo collega nel consolato se ne eleggesse un altra qualunque tra le rimanenti : che Spurio Cassio il prefetto de’ cavalieri avesse la terza, e Spurio Largio il fratello la quarta ; la quale fu comandata trattenersi e presidiare insieme co’ vecchi la città. Egli poi, com’ ebbe pronto quanto bisognava per la guerra, menò le milizie in campo aperto; appostando tre armate ne’luoghi appunto donde sospettava che i Latini uscirebbono. E considerando esser proprio de’ savj capitani fortificare le sue cose come debilitare quelle del nemico, e terminare le guerre senza battaglie e stenti, o certo col minimo danno delle milizie ; anzi considerando che sciauratissime e luttuosissime più che tutte sono le guerre tra’ popoli amici e congiunti ; concludeva che si aveau queste a finire con tratti di clemenza piuttosto, che di rigore. Adunque spedendo occultamente persone non sospette ai più riguardevoli de’ Latini, li persuase a rendere la pace alle loro città: e spedendo insieme apertamente ambasciadori ad ogni città, come alla rappresentanfa generale di tutte; ottenne senza difficoltà che non tutti avessero più l’antico ardore per la guerra; alienandoli principalmente cogli ossequiosi modi e co’ benedzj dai duci loro. In opposilo Mamilio e Sesto, che aveano da’ Latini rice TUto il generai comando, riunite nel Tnscolo le forze, si apparecchiavano come per piombare su Roma ; se non che spesero su ciò gran tempo o che aspettassero le città le quali tardavano, o che non buoni apparissero loro gli auguri santi. Intanto alcuni di loro spiccatisi dall' esercito devastavano la campagna romana. Largio, risaputolo, spedi delio su loro col fiore dei cavalieri e de’ soldati leggieri : e costui, presentatosi inaspettatamente, gli assalì, e ne uccise, imprigionandone la più gran parte. Largio curatine li feriti, e guadagnatiseli con altre amorevolezze li rinviò senza offesa o prezzo al Tuscolo ; mandando riguardevolissimi romani ton essi per ambasciadori. Or questi operarono che si sciogliesse l' armata latina, e si facesse tra le città la tregua di un anno. Largio, ciò fatto, ricondusse l’ armata dalla campagna: e designando i consoli depose prima che ne spirasse il tempo la dittatura senz’ avere ucciso, o bandito, o ridotto comunque a gravi mali un romano. Cominciato T invidiabile esempio da un tal uomo si mantenne in quanti ottennero poi quella dignità fino alla terza generazione prima della mia. Imperocché la storia fino a quest’ epoca non presenta ninno il quale non esercitasse quella dignità moderatamente e qual cittadino, quantunque Roma fosse astretta più volte a sospendere le magistrature ordinarie, e concentrare tutto nelle mani di un solo. E non sarebbe gran meraviglia se personaggi ottimi della patria pigliando la dittatura solamente nelle guerre cogli esteri si fossero tenuti incorrotti nella grandezza del potere: ma pigliandola nelle sedizioni interne, grandi e molte, per togliere I sospetti di regni e tirannidi rinascenti, o per altra sciagura, lutti, quanti la ottennero, conservaron sestessi iqiniacolati, e simili al primo dei dittatori. Tanto che tutti unanimemente conclusero che la dittatura era 1’ unico rimedio contro de’ mali intrattabili, e 1’ ultima speranza dii salute quando sparse sono le altre speranze. dalla procella. Quattrocento anni però dopo la dittatura di Tito Largioj a memoria de’ Padri nostri parve tal carica biasimevole ed esecranda per Lucio Cornelio Siila che primo ne abusò, vendicativo e 6ero : talché li Romani allora sentirono a prova, ciocché aveano prima ignorato, che la signoria de' dittatori non era se,, notk liran nide : imperocché costui ordinò un Senato di uomini comunque, infìacchi 1’ autorità del tribunato, devastò città intere, distrusse e creò regni, ed altre cose fece e disfece dispoticamente, le quali lungo sarebbe a raccontare. Oltre i cittadini uccisi in battaglia, ne trucidò nemmeno di quaranta mila, datisi a lui prigionieri, dopo averne prima tormentati alcuni. !Non è questo il tempo di discutere se egli fe’ ciò necessitato o per utile del comune : solamente ho voluto dimostrare che ne divenne abominato c spaventevole il nome di dittatore: ciocché pur succede ad altre cose ammirale e disputate dagli uomini, non che alle sole dominazioni: perciocché tulle le cose appariscono belle e giovevoli se bene si .adoperino, come danncvoli c turpi se mal si dirigano ; di (he ne è causa la natura che in lutti i beni ha sparso i germi dei male ; se noa die di tali cose diremo altrove più propriamente. L’ anno prossimo a questo nella olimpiade 'j i ^ nella quale vinse allo stadio Tisicrate Croloniatejessendo Ipparco F arconte di Ale ne, presero il consolato Aulo Sempronio Atratino e Marco Minucio. Li anno prossimo a questo nella olimpiade 71. nella quale vinse allo stadio Tisicrate Crotoniate essendo Ipparco arconte di Atene, presero il consolato Aulo Sempronio Atralino e Marco Minucio , ma niente vi operarono degno di ricordanza, nè in città nè fra le armi : perciocché la tregua co’ Latini dava loro placida calma cogli esteri, e la legge decretata dal Senato di sospendere la esazione dei prestiti, finché la guerra imminente avesse buon termine, avea sopito le somfi) Àn. di Roma aS7 secondo Catone, 259 secondo Vairone, • 4 recchi per la guerra. Il complesso de’ Romani era vo- lentei'oso e propensissimo a combattere ; ma il più dei Latini eravi disanimato e forzato : dominando per le città uomini quasi tutti corrotti dai doni e dalle prò messe di Tarquinio, e di Mamilio, rimossi dalle cure pubbliche quanti favorivano il popolo e ripudiàvan la guerra. Cosi non più dandosi a chi la volea la facoltà (li discorrere, si ridussero i più corucciati a lasciare in copia la patria, e fuggirsene in Roma. Nè quelli che dominavano ve gl’ impedivano, ma teneansi obbligatissimi ai competitori, dell’ esilio spontaneo. Li riceveano i Romani e compartivano tra le milizie interne, e mescbiavano alle coorti urbane quanti ne venivano con mogli e figli, ma spedivano gli altri a' castelli intorno e per le colonie, sopravvegliando intanto che non facessero' mutamenti. E consentendo tutti che bisognavaci novamente un arbitro assoluto il qual potesse ordinare a suo modo ogni cosa, fu nominato dittatore Aulo Poslumio il console più giovine da Virginio il collega : e costui, come già 1’ altro dittatore scelse per suo maestro de’ cavalieri Tito Ebuzio Elva, e registrati in poco tempo tutti i Romani già puberi, ordinò la milizia in quattro parti, reggendone egli 1’ una, dandone a reggere la seconda a Virginio il compagno nel consolato, la terza ad Ebuzio il maestro de’ cavalieri, c An. di Roma aSS secoado Catone, aCo secondo Varrone, • 4e essi agevolerebbero ossea più le cose loro. Se non che mentre deliberavano ancora giunse coll’ armata sua da Roma Tito iVirgiuio r altro console, marciato improvvisamente nella notte dinanzi : e prese anch’ egli campo in altra altura assai forte. Di modo che i Latini rimasero intracchiusi, nè più idonei ad un assalto, avendo a sinistra il console e a destra il dittatore. Adunque tanto più sen conturbarono tra quelli i capitani i quali non voleano se non partiti sicuri, e temerono che tardando si riducessero a consumare le loro provvigioni, le quali non erano molle. Postumio notando quanta fosse la imperizia loro nel comandare spedi Tito Ebuzio maestro dei cavalieri col nerbo de’ cavalli e de’ soldati leggeri ad .occupare un monte rilevantissimo in su la via, per la quale recavansi i viveri dalle loro terre ai Latini. Andò questa milizia espedita con la cavalleria, e condotta di notte tra selve non frequentate ; prese il monte prima che i nemici se ne avvedessero. V. I capitani nenuci osservando invasi anche i posti forti che erano loro alle spalle, nè più avendo speranze buone sul trasporto indubitato de’ viveri da’ paesi loro, deliberarono respingere i Romani dal monte prima che vi si assicurassero ancora cogli steccati. Adunque Sesto r un d’ essi presa la cavalleria vi si lanciò con impeto ; quasi la cavalleria Romana non si tenesse a ribatterlo : ma tenendosi questa bravissimamente contro gli assalitori, Sesto durò qualche tempo ora dando voi ta, ora tornandole a fronte. Ma perciocché quel luogo riusciva opportunissimo a chi ne avea le alture, e costava assai travagli e ferite a chi vi si recava dabbasso ; e perciocché giungeva ai Romani un soccorso di milizia legionaria mandata appresso da Postumio ; egli ritirò, non potendo altro fare, la cavalleria negli alloggiamenti. I Romani impadronitisi appieno del luogo, si misero a fortificarlo pubblicamente. Dopo ciò parve a Sesto e Mamilio ndn essere più da indugiare gran tempo, ma doversi decidere la sorte con una pronta battaglia : e parve allora anche al dittatore di esporvisi, quantunque avesse ne’ principi ideato di dar fine alla guerra senza combattere, sperando giungere a ciò, specialmente per la imperizia de’ capitani. Imperciocché da’ cavalieri custodi delle strade furono sorpresi de’ messaggeri che andavano dai Yolsci a’ Latini con lettere di avviso che, indi a tre giorni al più, verrebbe milizia copiosa di rinforzo da loro, come altra dagli Eroici. Or ciò ridusse i duci Romani a venire, sebbene contro il proposilo, a pronta giornata. Datosi da ambe le parti il segno della battaglia ; si avanzarono gli uni e gli altri al campo intermedio, e cosi vi ordinarono le armate. Sesto Tarquinio ebbe a reggere 1’ ala sinistra de’ Latini, ed Ottavio Mamilio la destra. Tito 1’ altro figliuolo di Tarquinio comandava il centro óve erano i disertori e fuorusciti Romani. La cavalleria divisa in tre parti fu dispensata alle ale ed al centro. In opposito Tito Ebuzio ebbe 1’ ala sinistra de’ Romani contro di Ottavio Mamilio, e Tito Virginio il console si contrappose colla de stra a Sesto Tarquinio; Empiva de’ genj suoi Postumio stesso il dittatore 1’ armata di mezzo, e moveala contro Tito Tarquinio ^ e gli esuli da Roma j i quali eran con lui. Il complesso delle milizie venute a combattere erano ventiquattro mila fanti e tre mila cavalieri nella parte Romana, e quaranu niila fanti, e tre mila cavalieri nella Latina. VI. Quando erano per andare a combattere i capitani Latini, aringando ognuno i suoi, diedero mille eccitamenti di coraggio, e ricordarono lungamente ciocché bisogna al soldato. Dall' altra parte il Romano vedendo cbe i suoi temeano come quelli che cimentavansi con gente assai più numerosa, e volendoli sollevare da quella paura, fe’ radunarli, e poi tra corona di senatori, onorabili per anni e per credito, cosi concionò : Gli Dei cogli aitgurj, colle viltime, con ogni segno divinatorio promettono alla nosti'a patria Li libertà, ed una propizia vittoria; contraccambiandoci della pietà verso loro, e della giustizia esercitata da noi verso gli altri in tutta la vita : per lo contrario, inìmici sono, come deano, de' nostri nemici, perchè tante volte e tanto da noi beneficali, essi parenti, essi amici nostri ', essi legatisi a noi di giuramento per avere appunto gli amici stessi ^ i nemici, ora spregiato ogni vincolo, ci movono una guerra ingiusta non per decidere qual di noi si abbia la preminenza e il comando, ciocché sarebbe il meno de mali ; ma in favor dei timnni, e per fare la patria nostra che è libera', schiava ai Tarquinj. Ora intendendo voi o centurioni e soldati, che militano con voi gli Dei, quelli stessi che hanno sempre difesa Roma, si con^ viene che rnagnanimi vi dimostriate in questa battaglia : molto più che ben sapete che gli Dei favoriscono i bravi combaltitori, quelli che quanto è da loro fan tutto per vincere, e non quelli che figgono i 'pericoli, md quelli che li sostengono per salvare' sè stessfi Inoltie a voi sono apparecchiati dalla sorte altri mezzi non pochi per la vittoria, e tre soprattutto manifèstissimi. Vn. Il primo è la fedeltà scambievole, requisito principaliss'tmo in chi disegna vincere l’ inimico ; imp^ciocchè non' dee già cominciar • questo giorno a rendervi amici fidi e costanti; ma la patria ha da tanto tempo preparato' a voi tutti un tal bene. V oi allevati in urta terra, educati di una maniera sagrificate agl’ Iddj su di altari medesimi :. e voi avete fin qui partecipato i tanti beni e sperimentato insieme i tanti mali, i quali rinforzano, anzi rendono indissolubili, le amicizie fra gli uomini, quante volte presentasi loro un cimento comune su gravissime cose. In secondo luogo, se voi soggiacerete .ai nemici, già non sarà che alcuni di voi restino immuni, altri subiscano r estrema degl' infortunj ; ma tutti, sì, tutti perderete la gloria vostra, f impero, ' la libertà j noit più padroni delle mogli, non più de' figli, non più _ •' delle sostanze, non più altro bene vostro qualunque. ^ E li vostri capi, li vostri pubblici magistrati ‘ miserandamente moriranno tra flagelli e tormenti. Se già non offesi da voi punto nè poco, fecero a voi tutti ogni maniera cT ingiurie ; e che mai potete aspeltarvene ora se vincano, nella memoria che hanno de’ mali ; che gli avete ridotti fuori della patria, che gli avete spogliati de’ beni, nè consentile che tornino alle case, paterne ? L’ ultimo de’ mezzi indicàtir, nè minore degli altri se rettamente sen giudichi,, è che noi troviamo le cose tra’ nemici men prospere che non pensavamo. E certo vedete voi da voi stessi che tolto gli Anziati, niuno è qui per soccorrerli nella guerra. Noi concepivamo che verrebbero per essi tutti i Eolsci ; e Sabini ed Ernici in copia, e mille altre vane paure ci i fingevamo. Erano questi tutti sogni de’ Latini, immaI ginati su promesse vane, su speranze senza base. Quindi altri nel meglio ne abbandona la causa, spregiando r euUorità de’ sì belli capitani:, altri li terranno ^ anzi a bada che li soccorreranno, temporeggiandoli con lusinghe ; e quelli che or si apparecchiano, come tardi per la battaglia, inutili diverranno. Che se alcuni di voi pensano che giusto sia I ciocché io dico, eppur temono. la quantità de' nemici, j. a I I €onoscanò per una breve iilruzione, o piuttosto ricordo, che essi temono non temibili cose. E prima conside\ tino che il pià di' loro è stato forzato alle arme contro di ìtoi, come ce lo ha con tante opere e detti mànìfestato ; e che gli spontanei, quelli che di lor piacere combattono pe’ tiranni sono ben pochi, e piuttosto una parte insensibile rimpetto di voi. Appresso considerino che le guerre guidale a buon successo non la superiorità' nel numero, ma nella fortezza. E lunghissima opera sarebbe ricordar quanti eserciti di barbari, quanti di Greci, tuttoché preminenti di numero, siano stati disfatti da piccioli corpi e quasi non credibili a dir. Ma tralascio gli esempj altrui : dite ^ quante guerre non avete voi ben guerreggiato con armata minore della presente, e contro apparecchi assai pià potenti di questi ? Dite ; voi fin qui teiribili agli altri che avete combattuti e vinti, siete ora voi dispregeiSbli a questi Latini, ai Folsci loro alleati, perchè non vi han essi mai sperimentato Jra le arme ? Sapete pure voi tutti quante volte i nostri padri gli hanno in campo superati ambedue. E vi par verisimile che la condizione da’ vinti sia dopo tante perdite migliore, e peggiore sia quella de' vincitori dopo tanti bellissimi fatti ? E chi,' se abbia mente, chi mai dirà questo ? Anzi ben io mi 'stupirei se alcuno di voi paventasse questa turba ove si pochi sono li bravi, e spregiasse la milizia nostra si forte e si numerosa ; che nè pai' numerosa nè pià forte mai ne abbiamo finora schierato in battaglia. Che pià : deve, o cittadini ì esservi impulso grandissimo a non temere, nè ricusare i pericoli t ejsere come vedete qui pronti ai pericoli, e correre con voi la sorte stessa delle arme i primarj de’ senatori, quelli che la età o la legge gli esenta dalla milizia. Che^sl; che egli sarebbe vituperoso che -uomini nel fior degli anni temessero i pericoli quando i provetti gli affrontano, Avran cuore i vecchi di ricevere per la patria la morte se dare non là possono ai nemici; e voi li sì. vegeti, voi che ben potete • f una e l’ altra cosa, o salvarvi e vincere senza danno, o certo magnanimamente operare, e soffrire, voi non vorrete nè cimentare la sorte, nè la Jama .procacciarvi de’ valorosi F No, ciò di vói non è degno, o Homani, ai quali sopravvanzan tante mirabilissime gesta degli antenati, le quali niuno loderebbe mai quanto basta : e se voi vincerete questa guerra, i vostri posteri ancora si gioveranno di tante vostre gloriosissime imprese. Ma perchè nè sia senza frutto chi si delibera K alle grandi azioni ; nè si trovi col danno chi ne teme i rischj oltra il debito, udite prima d incorrerla, Indite qual sarà la sorte dell’ uno e delt altro. Chiunque ìlei combattere imprende belle e magnanime gesta ne sarà da chi ’l vede encomiato ; ed io, quando dispenserò li premj che .ciascuno' -dee raccoglierne. secondo il costume della patria j quando. darò insorte le, terre pubbliche, io costui ne appagherv, sicché pià di nulla abbisogni. Al contrario chiunque nel cuor suo vile, offensivo de’ numi, si deciderà per la fuga, costui si troverà per me colla morte che fogge ; chè ben è meglio per esso e per altri che un tale cittadina perisca : e così perendo, non che attere i funebri onori eia tomba ^ si resterà, non emulato' nè pianto, in abbandono agli uccelli e alle fiere. Con ioli previdenze, andate : combattete alacremente ; e V abbiate per guida alle grandi azioni la speranza buona, chè dato a questo cimento un termine generoso, come tutti desideriamo, avrete ottenuto amplissimi beni, avrete liberato voi dal timor dei tiranni, avrete, come doyeasi, corrisposto alla patria, che chiedea la gratitudine vostra per avervi generati e nudriti, avrete operato eh i teneri vostri figli, le vostre mogli non sqffrano oltraggio da nemici, e che ì vecchi vostri genitori vivano in calma il picciolo avanzo di vita. Felici voi d quali riservasi tornare da questa guerra col trionfo, mentre li figli vostri' ve ne aspettano, e le spose, e li genitori. Quanto sarete celebrati, quanto ' invidiati pel coraggio di dare voi stessi per là patria ! Tutti deano morire valentuomini o no] ma il moribe con dignità' e CON GLORIA NON È PROPRIO CHE DE' VALENTUOlilNIAncora egli continuava tali detti magnanimi ; quando ecco spargersi nell’ esercito un ardore divino, e tutti ad una voce gridare : ardisci, e guidaci. E qui Postuniio encomiando la loro prontezza; e votandosi agl’ Iddj, se avea buon successo nella guerra, di fare grandi e sontupsi sagrilìzj, e ^lendidissimi giuochi da rinnovarsi in. Roma ogn’ anno rilasciò le milizie perchè si oi'dimssero. Quindi come i duci diedero il segno e le, trombe l’invito a ^mbattere; lanciaronsij gridando, quinci c quindi prima i soldati leggeri e li oavalietà, e poi le lej^ioni le quali aveano schierameotd ed armi consimili. Fecesi di tutti una mischia vivissima, ^dottasi tutta al dar delle mani. Tennesi questa lungo tempo contraria alla espcttazione di ambedue, sperando gli Ubj e gli altri che non avrebbero nemmeno a combattere, ma che a prim’ impeto forarebbero, ed intimorirebbero rinunieo; i Latini alhdati alla cavalleria loro numerosa quasi i’ urto ne fosse irreparabile alla cavalleria Romana; e li Romani aU’andarne audaci c spregianti ai perìcoli, quasi cosi avessero a soprailare l’ inimico. Non ostanti tali primitivi concetti degli uni su gli altri, vedeano tutti seguire il contrario. Quindi considerando che il mezzo di salvarsi e di vincere era la propria fortezza non la paura de’ nemici ; militarono bravlssimamente anche sopra le forze ; e varie ne furono le vicende e le sorti. XI. Primieramente li Romani del centro dov’ era il fiore de’ cavalli con Postumio dittatore, e'dove combatteva egli stesso tra’ primi, cacciano di posto i loro compettitori dopo ferito con uno strale in una spalla, cd inabilitato a valersene, Tito l’ uno de’ figli di Tarqurnio ; sebbene Licinio c Gellio senza esaminare le cose verisimili e possibili, suppongano esser questo che militando a cavallo restò ferito lo stesso re Tarquinio, uomo più che nonagenario. Caduto Tito, le sue milizie .\nofaa Tito Lhrio i di questo parere, quantunque avesse considerata la difficoltà degli anni : ^li scrìve in Postumiwn prima inacìesuos aiihortantem i/utruentemtfua, Tarquinius super but quamquam jam alate et viribus crai graiùar equnm infestas admitil. Nà SODO mancsti altri re che in quella ^ fornivano tutti gl' incarichi del regno o còmbattevano. Massiuissa fu I’ uno di.questi, cd .àntea re degli 'Setti mori combattendo, vecchio pi4 (he di novant’anni tennero fronte alcun tempo, e sollecite ne raccolsero vivo il corpo, non però fecero altro più di generoso, ma rinculavano incalzate via via da’ Romani, 6nchè soccorse da Sesto l’ altro 6glio di Tarquinio co’ fuorusciti Romani, e da truppa scelta di cavalieri si arrestafono, e tornarono su l’ inimico. Cosi ripigliato Corano combattevano questi nuovamente. Intanto negli altri coi> pi segnalandosi più che tutti i duci Ebuzio e Mamilio, fugando ovunque volgeansi chi resisteva, e rior dinando i loro se scompigliavans! ; vennero a disfida in fra loro : lanciatisi 1’ uno su l’ altro portaronsi colpi gravissimi, ma non mortali, Ebuzio spingendo 1’ asta per la corazza al petto di Mamilio, c Mamilio traforando il braccio destro di Ebuzio: tanto che ne caddero ambedue da cavallo. Portali amedue fuori della battaglia Marco Va lerio che era un’ altra volta luogotenente anzi il più vecchio, prese le veci di Ebuzio maestro de’ cavalieri : ma contrastando colla sua la cavalleria nemica, e contenen dola per breve tempo, infine fu violentato e respinto assai lungi ; perocché gèinsero in ajuto al nemico i fuorusciti Romani a cavallo, o di milizia leggera: e Maiadìo stesso riavutosi dalla percossa era tornato in campo con cavaleon Filippo Macedooe. E Luciioo scrive che Tarqptinio superbo più che nonagenario viveva robustissimo in Coma. Forse Licinio e Gellio non son dà riprendere. Dee poi notarsi, che Tarquinio; anche secondo Dionigi, visse più di novani’anni. Vedi § ai di questo libro. ' Cioù Mamilio nell’ ala destra de’ Latini ed Ebutio nella sinistra de’ Romani, percbù già stavano appunto in queste aie ; uù Diouigi lia (inora dello che avessero cambiato posto. lerla numerosa e col nerbo de’ soldati espeditì ; anai in questa pugna cadde trafìtto da un’ asta Io stesso luogotenente Valerio quegli che il primo avea trionfato de’ Sabini, e rialzato lo spirito di Roma infìacchito pei danni ricevuti da’ Tirreni : e con lui pur caddero altri molti nobili e valorosi Romani. Sorse sul caduto corpo di esso una lotta vivissima facendosi scudo allo zio li due Publio e Marco, fìgli di Poplicola. Or questi consegnandolo intatto colle armi sue, mentre respirava ancora, ai scudieri perchè Io riportassero agli alloggiamenti; lanciarono sestessi in mezzo al nemico spinti dall’onta ricevuta e dall’ardore dell’ animo : ma piombando d’ ogn’ intorno i fuoruscili su loro, alfine carico r uno e r altro di ferite mori (a). Dopo tale infortunio r armala Romana fu cacciala di posto, ed assai malmenata dalla sinistra fino al centro. Il dittatore al conoscere che i suoi fuggivano, ben tosto si staccò per soccorrerli con i cavalieri che aveva d’ intorno : e dato ordine a Tito Erminio di andare coll’ ala della caval Intende il Valerio fratello di Valerio l’oplicola: però il primo Valerio è detto tio de’ fìgli di -Poplicola. Il Valerio del igotliti, li menò contro 1’ armata di IMamilio, ed egli stesso avventandosi addosso di lui die era il più grande e più gagliardo di quanti gli erano a fronte, lo uccise; ma fattosene a spogliare il cadavere, egli ancora vi soccombò trafitto .dal brando di un tale in un lato. Sesto Tarquinio, duce dell’ala sinistra Latina, resistendo tuttavia tra tanti mali, avea cacciata di posto 1’ ala destra de’ Romani : come però vide Postumio venire su lui col uei'bo de’ cavalieri, disperatosi corse in mezzo a’ nemici. E qui circondato da’ fanti e da’ cavalieri ed investito, quasi una fiera d’ ogu’ intorno, mori, ma non senza averne anche egli stesi molti di quelli che lo investivano. Caduti i duci, pienissima fu la fuga de’ Latini, e la presa de’ loro alloggiamenti, abbandonati pur dalle, guardie. Dicchè i Romani se n’ebbero molti e belli vantaggi. Gravissima fu la perdita de’ Latini, tanto che moltissimo ne decaddero : e la strage fu tanta, quanta mai più per addietro ; imperocché di quaranta mila fanti e tre mila cavalli, come ho detto di sopra, nemmeno dieci mila tornarono salvi alle case. XIII. È fama che in questa battaglia si rendesser vi_sibili al dittatore, ed al seguito suo due cavalieri adorni del Gore primo di giovinezza, grandi e belli assai più 2i8 delle antichità.’ romane che la condizione non sostiene dell’ uomo ; e che ponendosi alla testa della cavalleria romana, peKotessero colle aste i Latini che le si avventavano, o' li sospingessero a rapidissima fuga. E fama è similmente che dopo la fuga de’ Latini, e la presa de’ loro alloggiamenti, presso al crepuscolo vespertino, appunto quando la zuffa ebbe fine, si dessero a vedere in abito militare nel F oro romano due giovani altissimi, e vaghissimi ', spirando in volto ancora 1’ ardore della battaglia, dalla quale venivano, e reggendo cavalli, molli di sudore. Dicesi che smontati l’ uno e 1’ altro da’ cavalli, lavavansi nell’onda, la quale sorgendo presso il tempio di Vesta forma una lacuna, picciola si, ni profonda : ma che fattisi molli intorno di loro, e chiedendone se punto recassero di nuovo dall’ esercito, rilevarono ad ei Ciocch’era della battaglia, e come 1’ aveano guadagnata: e che partiti poscia dal Foro non più furono veduti da alcuno, tuttoché seu facesse ricerca grandissima dal comandante lasciato in Roma Come però nel giorno appresso riceverono i capi della città lettere dal dittatore, e conobbero 1’ assistenza dei due numi, e tutti i successi della battaglia ; giudicarono che i .due personaggi apparsi fossero, com’ era verisimile, gl’ Iddii stessi, e conchiusero che erano le immagini di Polluce e di Castore. Attestano la comparigione inaspettata e meravigliosa di questi Numi, molti segni ancora, come il tempio fondalo a Castore e Polluce nel Foro, appunto dove comparvero j e la fonte vicina, chiamati c creduta sacra finora, e li sagrifizj magnifici che il popolo ne celebra ogni aqno per mezzo de’ a fare nè 1’ una nè l’ altra di queste due cose: che. era bensì, da giovine iL trasporto d’ allora per combattere ; ma che assai più biasimevole sarebbe' il fuggirsene a casa : e che qualunque de’ due parliti seguissero, andrebbe a genio de’ nemici. Era il parere di questi, cbe di presenta 'si triucierassero e preparassero quanto bisognava per la battaglia, e clic intanto spedissero ai Volaci per chiedere che inviassero nuove forze onde pareggiare quelle de’ Romani, o che richiamassero le altre già’inviate. La sentenza però sembrata più persuasiva e ratificata da’ capi fu di mandare al campo romano alcuni osservatori col nome di ambasciadori onde preservarli, li quali, complimentandolo, dicessero al capitano, che il comune de' Volsci mandavali per ajuto de'Bomani: si doleano però che giunti tardi per la battaglia non troverebbero uemmen gratitudine di tanto amore, vedendo come l’aveano già vinta a grande lor sorte, anche senza degli alleati. Con tali dolci maniere illudendo, c dandosi per amici, andassero, spiassero, conoscessero la moltitudine de’ nemici, le arme, gli appareccbj, i disegni. Conosciuto ciò, discuterebbesi qual fosse il migliore, lo aspettare nuove truppe, o menare le presenti all’ assalto. Poiché si riunirono tutti in questa sentenza, ne andarono gli oratori eletti da essi al dittatore : e poiché recati nell’ adunanza vi esposero gl’ insidiosi loro discorsi ; Postumio soprastando alcun tempo, alfine rispose: Voi siete o Volsci venuti qua con rei consigli sotto belle parole,: nemici nelle opere, volete presso noi la stima di amici. Voi foste inviati dal vostro comune ai Latini per combatterci. Ora. non essendo voi giunti a tempo per • la bat&iglia ; anzi vedendo questi già vinti, cercale deluderci con dirne cose contrarie a quelle che eravate per Jdré. Ma nè sincera è r amicìzia del parlare che assiunete in vista del tempo presente, nè sincero il titolo della vostra legazione ; ma pieno è di malizia e d’ inganno. Non voi veniste sensibili pe nostri beni, ma per investigare qual sia lo stato tra' noi di debolezza 'e di forza. Messaggeri ne' detti, voi non siete che esploratori nè fatti. E negando questi, ogni cosa, soggiunse che presto li convincerebbe. E qui produsse le lettere dei Volsci intercettate da lui prima delia battaglia, e chi le portava ai duci dei Latini, nelle quali prometteano mandare a questi un soccorso. Riconosciute le lettere, e palesato dai prigionieri il comando che aveano ; arse la moltitudine di manometter que’ Volsci, quali spie sorprese nel delitto. Non però volle Postumio che essi, nomini probi, si diportassero come i malvagi ; dicendo esser meglio serbare permesso a quelli a’, quali solcasi, che die^fes^ i loro pareti ; Tito Largio, il primo de’ dittatoti create già per l’anno antecèdente consigliò che usassero'^ la sorte sobbriamente. Diceva ' essere encomio grahdissimo per una città come per un uomo se rion lasciandosi corrompere dalle prosperità, le sostiene con regola e con dignità : odiarsi tutte le prosperità, quelle principalmente per le quali possono ingiuriarsi, e gravarsi i Vuol dire tre anni addietro: come fu notalo da Silburgio. miseri e li sottomessi. iVon confidassero su la sorte, essi che àveano sperimentato tante volte ne’ beni, e ne' mali proprj, quanto fosse mal ferma e mutabile: nè Kiducessero i nemici 'alla necessità di pericolo estremo per la qualè ipesso gli uomini s’ innalzano, e combattono sopra le forze. Temessero, se prèndeano pene irreparabili e dure su chi avea mancato, di provocarsene f ira comune di ogni popolo sul quale aspiravano di comandare ; imperocché decaduti dalle maniere consuete colle quali eransi rendati chiari di oscuri parrèbbono aver fatto ' della sovranità una tirannide, nqn lìn governo éd un patrocinio. Dieea che mezzana non irremisibile è la colpa, se città già libere,• anzi usate al comando, nOn sanno dall’ antico grado discendere. Se quei che anelano il meglio, siano sé falliscono il colpo, vendicati immedicabilmente ^ niente ipipedirà, che gli uomini, generati tutti con intimo amore della libertà si distravano gli uni cogli altri. ^AggiuDgefra che assai piti nobile, assai piti fenho è il principato^ che amministrasi tenendo i sudditi colld beneficenza ' non co’ supplizf : perciocché dà quella' nasce la benevolenza, e dà questi il timore > e ciocché si teme, ^^si odia vivàmente per necessità di natura. Da ultimo pregayali a pigliar per esempio le opere bellissime pqr le quali gli antenati loro'tajfto erano encomiati'^ ' e qui ridiceva com' èssi aveano niàgnificatò" Bonia ^à piccola, non diroccando le città prese',' nè Spopolandole nè spegnendovi almeno gli adulti, ma riducendqle colonie di Bofna, e concedendo la cittàdLinanza a tutti i yinti che in Jtoina vollero domiciliarsi. Tilo Largib mirava col dir sao principalmente a questo, che si riqovasse co’ Latini l’alleanza, com’ eravi staU,'nè più ingiuria dcun% di qualunque città si ricordasse. Servio Sulpizio punto non contradisse intorno la pace e la rinovazione dell’ alleanza. Siccome di oomini che aveano tr^viatot E costui pigliandone -vesti e cibi per r esercita, ^e. scegliendone trecento .. ostaggi, dalle famiglie più cospicue, _ parti come ^ avesse dissipata la guerra. Non però fu, questo un dissolver!^ 'ma .piuttosto un dlHerirla, e dar causa di apparecclij ad essi, preoccupati dal giungere loro inaspettato. Ritiratosi l'esercito romano, si accinsero i Volaci di bel nuovo alla guerra, e munirono e meglio presidiarono le città, ed ogni luogo acconcio da rifuggirvisi. Si consociarono con essi per l'impresa i Sabini, e gli Ernie! svelatamente ; ma segretamente molti altri ancora. I Latini, essendo venuti ad essi a,mbasciadori per chiederne 1’ alleanza, li legarono e menarono a Roma. Fu sensibile il Senato alla / costanza della lor fede, e più ancora alla prontezza colla quale > solcano spontaneamente per esso cimentarsi, e combattere, ^^iudi restituì loro gratuitamente, ciocché pur vedea di’ essi desideravano, ma vergognavansi dimandare, intorno atbeimila fatti prigionieri nelle guerre eoa essi : e perchè il dono, prendesse una forma degna de’ parenti, -li rivestì tutti con abiti proprj di uomini liberi. Del resto fece intendere che non abbisognavasi di sòccorso latino, dicendo che bastavano a Roma le proprie forze. per vendicarsi de’ ribelli. E cosi risposto ai Latini'^ decretò la guerra contro de’Volsci. Ancorò il 'Senato sedeva nella Curia, ancora considerava quali milizie destinasse a marciare ; quando fu visto nel Foro un uomo che antichissimo di anni, sordido ne’ vestimenti, e ha^'buto ^ capelluto ., gridava ed invocava soccorso dagli uomini, Accorsa la moltitudine Intorno; égli postosi in luogo donde fosse visibile disse: Io. generato libero y dopo. 'èssere finché n era la ptà., marciato in tutte le spedizioni, dopo averi' sostenuto vent’ otto battaglie ^ e riportato pià volte,i premj militari.,' alfine quando sopravvennero i tempi che strinsero Jìonm alle ultime angustie fui necessitato a prendere wi prestilo per supplire al tributo che mi si chiedeva: perchè il mio campicetlo' era desolato da’ nemici, e le' rendite urbane tutte. per la penuria de’ viveri mi si consumavano. Cosi non avendo come più redimere il debito, fui condotto dal prestatore con due miei figliuoli a servire. Comandandomi poi quel padrone non facili cose io contraddissi ; e ne fui con moltissimi talpi battuto^ E così dicendo squarciò la lurida veste ;,e mostrò pieno il petto di ferite, e grondanti le spalle di sangue. E. qui ululando, e piangendone la moltitudine .?' ^1 Serrato si disciolse : e tutta la città fu percorsa da’ poveri che. deploravano la infelice lor swte, ^ cliiedeano soccorso da’ vicini. Uscirono allora dalle Case tutti quelli che erari servi pe’ debiti, abbuffati le chiome, e la maggior parte colle catene alle mani,,' e co’ ceppi nei piedi, senza che alcuno osasse reprimerli: e so altri osava pur toccarli, erane manomesso co’ dU'ittL della, forza. Tanta rabbia in quel punto invase il' popolo ! Nè molto dopo il popolo fu pieno di uomini che fuggivano la forza di chi signoreggiavali.. Appio a, come .autore non ignoto de’ mali, temette coutfa di sè le ffe della moltitudine, e s’involò, fuggendo, dal-Foro. Ma Servilio deposta la veste contornata di porpora, e gettatosi lagrimando appie di ciascuno ; a stento li persnase a contenersi per quel giorno, e tornar; nel seguente, mentre il Serrato provvederebbe iij qualche modo su loto. Cosi dipendo, Ds’ creditori e comandando al banditore di proclamare, die ninno de’ creditori potesse trar seco pe’ debiti alcun cittadino, finché il Senato su ciò deliberasse, e che tutti gli astanti 'ne andassero ove più /deano senza timore ; chetò la turbolenza. Partirono allora dal Foro: ma nel prossimo giorno vi' si riunì non solo la moltitudine della città, ma r altra ancora de’ campi vicini; tanto che sull’ alba già .il Foro ne ribolliva. Adunatosi il Senato per discu te re ciocché era da fare, Appio chiamava il compagno adulatore del popolo e capo' della insolenza de’ poveri : e Servilio rimproverava lui come austero, caparbio, e fabbro de’ mali che pativano: nè ci avea niun fine alla disputa; Intanto latini cavalieri spronando vivissimamente i cavalli si apprésentarono al Foro, annunziando essere già usciti 1 nemici con -.esèrcito poderoso, e già sovrastaìre alle cime -de’ monti loro. Cosi dissero questi : e li cavalieri, e quanti avéano ricchezze e gloria ereditaria, armaronsi in fretta, come.su. pericolo estremo; laddove i poveri ;• sjngolarmenle gravati da’ debiti, nè toccavan armi, né -soccorrevano in alcun modo a’ pubblici bisogni: anzi gioivano, ed accoglievano con desiderio la guerra esterna, come quella che redimerebbe loro dai mali presenti. E se altri, gli' esortava a respingere gli inimici, mòstràvanò a lui le catene é. li ceppi, e lo confondevano addinrtandando, se Cosse mai degno combattere per difendersi tanto benefizio. Anzi taluni osarono perfino dire., esser meglio servire ai -Volsci, che soffrire i vilipendj de’ patrizj. Infine., era tutta la città ripiena di ululàti; di tumulti, e di ogni lutto di femmine. A tale spettacolo i senatori pregarono ii console Servilio, come più autorevole presso del popolo, a soccorrer la patria. E costui convocandolo al Foro, dimostrò la urgenza del tempo presente, e coiùe non ammettesse discordie civili : pregava e supplicava che piombassero unanimi tutti sul nemico, non che tollerassero che rovinasse la patria, ov’ èrano le divinità paterne, e le tombe. degli antenati, cose preziosissime tutte presso i mortali. Sentissero verecondia pe genitori incapaci a difendersi per la vecchiezza ; e pietà delle donne che bentosto sarebbero astretti a subire gravi ed inesplicabili affronti : ioprattiitto commiscrassero che teneri figliuoletti, cèrto non educati a tale speranza, avessero a finir tra' le ingiio'ie e i vilipendj spietati. Quando tutti al paio concordi, tutti al paro infiammati, avessero tolto il rischio presente; allora discutessero comèra da ordinare un governo eguale, comune, salutevole a tulli, e 'tale, che nè i poveri insidiassero ''agli averi, del. ricco,, nè il ricco i poveri ne conculcasse ^ cose tutte in società dannosissime. Allora discutessero con quale pubblica discrezione fosse da provvèdere ai poveri, con quale agli altri li quali dopo dati i prestiti per soccorrere, ora ne erano ingiuriati : nè dalla sola Roma si leverebbe la fede do contralti, bene principalissimo tra gli uopiini e cuslóde dell' armouia nel corpo delle città. Dette queste e slmili cose, quali convenivano al tempo, da ultimo provò com’ era la benevolenza sua stala sempre costante verso del popolo^ e.pregò'che in contragcamblo, almeno di questa, si unissero per la spedizione j essendo a' lui data ^'.amministrazione della guerra, e quella di Ron^a alt compagno. Protestava che la sorte avÉvd così destinate a Ipro le. parti : che il Senato tn>evalo\ assicurato di cpncedere quanto egli prometteva al popolò;,.'eche egli aveva assicurato il Senato cìie\ il .pòpolo non tradirebbe la patria ai nemici. Ciò detto ido^ose al banditore dì pubblicare che hiunof poiesséarrogarsi le case di quelli che rnilitassètó. oon lui. ccfntro.^i Vblshi, nè venderle, nè impegnarle^ nè. rendet .sérVQ' pe' contratti alcuno della stirpe di èostbro, np impedire : veruno a guerreggiare : perwtessero pei^' Sècjondò^ i patti le 'azioni de’ pre^ stamri.'coutre'qaellijche -noli, prendeano le armi. Come i pòveri ódirono tiòj. decisero, e lanciaronsi tutti, pienirdi ardore aUa guerra'; vchi stimolato dalla aperto dì, guadàgnare ; cbi ..dalla benevolenza pel capitano,,^ et gVan'.-p.firte' per. levarsi da ‘Appio e dai vilipendi; ^ersQ q^^rv lllnrra et ! màli : finché, vinsero noRofecero che lungo tempo si 'oppo’neàiercr ai sopravvenendo’ ài ^Rqmani'laVlèro cavalleria vamente 'i, Sabini r ’e fatta'assai' strage, ttfrnaroho a Roma conducendo seéo'in’’cópia li prigidhln.''ETmpnb^oi cei/cati e messi nella 'carcere feSabln^éhefècaùsi a. Roina sul titolo, di veder gli ^spettàcoli, dóveariq’ se^rido Taccordo all’ avvicinàrsi'aéi lóro, prebccuparne ^ T luoghi piu forti : e li sagnfizj ihterrbttK per' (a guerra fiiroho per decreto del Senato raddoppiati ; talché oc fu ^oju e riposo nel popolo. Ancora festeggiavano 1 quand’ ecco ambasciadori dagli Arunci, popolo che occupava i più be’ luoghi della Campania. Presentatisi questi in Senato dimandavano' il territorio tolto dai Romani ai Volsci Eccetrani e dispensato agli nomini mandativi per guardia della nazione : dimandavano insieme che tal guardia si richiamasse; altrimenti verrebbero quanto prima gli Arunci su’ Romani, e vendicherebbero tutti i mali che aveano causato ai loco vicini. Replicarono a ciò li Romani. Ambasciadori, annunziate agli Arunci che noi Tlomani teniamo per ^uslo che altri lasci a’ posteri suoi ciocché ha conquistato per valore su nemici : che la guerra degli Arunci non la temiamo ; giacché non è questa per noi nè la prima nè la più terribile : che noi costumiamo combattere con chi vuóle per t impero e pel bene ; e se la cosa riducasi ora all arme, intrepidamente all arme verremo. Dopo ciò movendosi gli Arunci con esercito poderoso, e li Romani con quello che aveano sotto gli ordini di Servilio ; si scontrarono presso la Riccia città lontana centoventi stadj da Roma. Accamparonsi ambedue su di alture forti, e poco distanti fra loro: e poiché vi ebbero trincierati gli alloggiamenti, scesero al piano per combattere. Avendo Appio cosi detto, ed acclamandovelo strepitosamente i giovani, quasi egli desse il ben della patria ; Servilio ed altri seniori sorsero per contraddirlo : furono però sopraffatti da giovani che erano venuti preparati ed insistevano con forza grande; tantoché prevalse inGne la sentenza di Appio. Dopo ciò li consoli, sebbene i più volessero Appio per dittatore, come l’unico da por freno alle sedizioni, pure lo esclusero di concerto, ed elessero Marco .Valerio frateDo di Pubblio già primo console, uomo anriano e popolarissimo di credito, persuasi che a lui basterebbe la terribilità della sua carica; e che si abbisognasse più che tutto di un uomo placido, perchè non si ^cessero delle innovazioni. ^ XL. Valerio investito della sua dignità, e scelto per maestro de’ cavalieri Quinto Servilio fratello d> Servilio, collega di Appio pel consolato ; ordinò che il po^ polo si radunasse a parlamento. E raduna tovisi albra la prima volta ed in gran moltitudine, da che guidato all’ armata erasi poi scisso manifestamente al dimettersi di Servilio dai magistrato ; Valerio ascese in ringhiera e Qursto Valeria nel § 13 delMibro presente si dice ucciso in baiiaali ; ed ora si desorWe colile diitaiore. Vedi la nota al S 11 ciiaia. disse : Sappiamo o cittadini che sempre di vostro buon grado hanno a voi comandato alcuni della stirpe dei p^alerj, da' quali liberati dalla dura tirannide, non foste mai rigettati nelle' oneste domande^ nè temeste violenza ; affidandovi a quelli che sembravano e sono popolarissimi infra tutti. Pertanto non io qui parlo y quasi voi abbisognate di essere illuminati che noi convalideremo al popolo la libertà la quale gli abbiamo da principio vendicato : io parlo per ammonirvi solo brevemente affinchè siate pur certi che vi manterremo quanto promettiamo. Non ammette che vi deludiamo V età nostra venuta alla perfezione ^e men sostiene che vi ri^riamo, il grado supremo che abbiamo, e finalmente dMbianm pur vivere V avanzo dei nostri giorni tra voi per iscontarvela se parremo di avervi abusati. Io tralascio però queste cose giacché non abbisognano di molto discorso tra voi che le conoscete. Ma ciò che avendo voi sopportato dagli altri, pormi che dobbiate ragionevolmente temerlo da tutti, nel vedere che sempre il console che v’invitava contro i nemici, prometteavi dal innato, senza mantenervele mai, le cose, per voi necessarie ; questo io vi convincerò che non dovete di me sospettarlo, principalmente per tali due argomenti : prima perchè a deludervi in tal modo' mai sarebbesi il Senato abusato di me che amantissimo sono del popolo, avendone altri più. acconci : e poi perchè non mi avrebbe mai condecorato della dittatura per la quale io posso concedervi anche senza di lui ciocché il vostro meglio mi sembra. Digitized by Googli !ì5o delle Antichità’ romane. Non crediate che io dia mano al Senato per ingannarvi f nè che io consultando con esso vinsidii. E se voi così giudicate ; fate ciocché pià volete di me, come del più, scellerato tra’ mortali. Ma liberate, datemi udienza, da tale sospetto gli animi vostri : ripiegate la collera dagli amici su vostri nemici che vengono per levarvi la patria, e per fare voi schiavi di liberi, sollecitandosi a premervi con tutti i mali y riputati gravissimi dagli uomini. Già non lontani si dicono dalle nostre campagne. Sorgete, accingetevi, mostrate loro che la milizia Romana in discordia, tissai pià vale della loro, tutta unanime. Se presi noi tutti da un ardore, piomberemo su loro ; o non ci aspetteranno, o prenderanno le pene degne del^ r audacia loro. Considerate che i nemici che a voi portano la guerra sono i Fblsci, sono i Sabini, quelli che tante volte avete combattuti e vinti: e che non ora han fatto pià grande il corpo nè pià generoso di prima il cuore ; ma che ben altro se lo hanno ; tuttoché ci disprezzino per le patrie gare. Quando avrete punito V inimico, io vi prometto che il Senato darà buon fine alle vostre contese pe’ debiti, ed alle oneste dimando secondo la virtù che mostrerete nella guerra. Intanto libere siano le sostanze, libere le persone, libera la fama de’ cittadini Romani dalle azioni de’ prestiti, e di ogni altro contratto. Per quelli poi che combatterai!, con impegno bellissima corona fia la patria ridiriaata, luminosa la gloria tra compagni, e pari la nostra ricompensa a vivificar le famiglie, c magnificarne cogli onori la stirpe. Siavi aSi esempio, ve n’ esorto, V ardor nùo verso de' pericoli : io stesso come imo combatterò de’ pià robusti tra voi. Udì tali detti, coDsoIandosi il popolo, e come quello che non più sarebbe deluso, promise di arrokrsi per la guerra; e sen fecero dieci corpi militari, ciascuno di quattromila uomini. Prese ogni console tre di questi corpi con quanta cavalleria gli fu compartita. Il dittatore prese gli altri quattro col resto de’ cavalli. Ed apparecchiatisi ben tosto, marciarono a gran fretta Tito Velurio contro gli Equi, Aulo Verginio contro i Volaci, ed il dotatore Valerio contro de’ Sabini; rimanendo a guardia della città Tito Largio co’ più vecchi, e con piccolo corpo di giovani. La guerra co' Volsci ebbe prontissima risoluzione : imperocché necessitati a combattere, pensando gli antichi mali, e come aveano milizia più numerosa, piombarono i primi, anzi pronti che savj, su’ Romani, appena si videro accampati, gli uni dirimpetto degli altri. Attaccatasi vivissima la battaglia, fecero molte magnanime cose ; ma scontramdone ancor più terribili, fuggirono finalmente. Il loro campo fu preso, e Velletri loro città principale fu ridotta per assedio. Lo spirito poi de’ Sabini fu invilito ancor esso in brevissimo tempo, essendosi 1’ una e 1’ altra parte deliberata a campale battaglia. Dopo ciò la campagna fu saccheggiata, e presi alcuni villaggi, ove i soldati acquistarono schiavi e roba in copia. Gli Equi all’udire la fine de’ compagni, riflettendo la propria debolezza An. iti Roma a 6 o secondo Catone, 363 secondo Varrone, a Ì93 av. Cristo. si misero su luoghi forti ; e ritirandosi alia meglio per le cime di monti e balze presero tempo e mantennero alcun poco la guerra. 'Non però poterono ricondurre illeso r esercito, perchè sopravvenendo i Romani arditissimamente su pe’ dirupi ; ne espugnarono a forza il campo. Dond’ è che fuggirono dalle terre de’ Latini, e le città si ridiedero colla facilità, colla quale erano^ già state prese al giungere del nemico. Alcune però furono espugnate, non cedendone le guarnigioni ostinate il comando. Riuscitagli la guerra secondo il disegno, Va lerio trionfò, com’ era 1’ uso, per la vittori^ e congedò la milizia, quantunque non paressene al Senato tempo ancora, afBnchè i poveri non esigessero le promesse. Quindi a diminuire la sedizione in Roma, scelse alquanti di questi, e li mandò nelle terre acquistate colle arme 'e tolte ai Volsci, perchè le possedessero, e le presidiassero. Ciò fatto chiese ai Padri che avendo avuto il popolo tanto pronto a combattere, gli osservassero le promesse. Non però davano questi udienza, ma si opponevano come dianzi all’ intento,; perchè li giovani e più violenti e più numerosi tra loro, fatto partito, brigavano ancora in contrario, e chiamavano con alta voce la prosapia di-^ lui adulatrice del popolo, e conduci trice alle ree leggi, tanto care ai Valer] su le adunanze e su’ tribunali; 'malignando che aveano con queste annientato tutto il potere de’ patrizj. Esacerbatone Allude alla legfi^ falla da Valerio 1’ aano 347 di Roma secondo Catone, colla quale davasi ad un privato il diritto di appellare al popolo dai magistrali che lo aveano condannalo. Vedi 1. 5, S 9molto Valerio, e dolutosi come se calunniato a torto patisse pel popolo, compianse il vicino fin d’ essi cbe cosi consigliavano : e com’ è verìsimile nel suo caso, presagendo loro pi& cose, altre per passione, altre per intendimento maggiore degli altri, s’involò dalla Curia, convocato il popolo disse : Cittadini, dovendovi io piena riconoscenza per la prontezza colla quale mi vi deste per In guerra ; e più. per la virtù la quale dimostraste in combattere ; io molto mi adoperai perchè foste voi ricompensati con ogni modo, principalmente col non essere delusi nelle promesse che io vi feci a nome de’ Padri, quando fui scelto consiglierò ed arbitro di ambe le partì, onde ridurvi allora scissi, a concordia. Nondimeno ora sono impedito di soddisfarvi da uomini che non mirano il bene della 'comune ma solo il proprio, almen di presente. Questi prevalendo di numero prevagliono con una potenza che ad essi la gioventù concede più che la perizia degli affari.' Ed io, sono vecchio come -.vedete e vecchi pur sono i miei compagni buoni solo nel consigliare, ed invalidi per eseguire, e la provvidenza su la repubblica sembra ridotta propriamente a questo, che r una parte pregiudichi V altra. Io sembro al Senato un vostro fautore, e voi mi accusate come benevolo troppo verso del Senato. 5e il popolo innanzi carezzato da me fosse venuto meno alle promesse del Senato, sarebbe la giustif razione mia, che voi. siete i mancatori, e non io. Ora però non mantenendosi i patti dal Senato, mi è necessario dichiarare che è senza mia parte quanto patite, e che io medesimo sono come voi, anzi più, di voi, circonvenuto e deluso. Imperocché. non solo io sono offeso con ingiuria a tutti comune, ma in ispecie con quante mormorazioni di me vanno facendo. Di me si mormora che io per far f utile de’ privati dispensai senza il voto del Senato a’ poveri Va voi le spoglie prese nella guerra ; che io rendei del popolo ciocché era di tutti, e che per impedire che il Senato vi malmenasse, licenziai, ripugnandovi lui, la milizia che dovea tenersi ancora nelle terre nemiche fra le marce, e i Vavagli. Mi si rimprovera la spedizion de’ coloni nella regione de’ V^olsci, perchè ho io comportilo una terra ampia e buona a poveri Va voi, piuttosto che donarla a pcUrizj ed a cavalieri. Soprattutto mi si provoca indignazione moltissima perchè io nel fare la leva ho assunto più che quattrocento do’ vostri tra cavalieri ; don^ è che ricchi ne son divenuti. Se ciò mi avveniva quando fiorivano gli anni, ben avrei insegnato co’ fatti a’ nemici, qual uomo avessero vilipeso. Ora essendo io più che settuagenario, invalido a provedere fino a me stesso, e reggendo che non più la vostra sedizione può da me racchetarsi ; rinunzio la' dittatura : e chi vuole, io gliel concedo, faccia di me come giudica, se crederi comunque da me danneggiato, XLY. Intenerirousi tutti a que’ detti e gli fecero se gulto quando parti dal Foro. Ma questo appunto esasperò contro lui li senatori: e ben tosto ebbe tali conseguenze. I poreri non più celatamente nè di notte, come per addietro, ma pubblicisshnamente riunÌTansi,c trattavano di scindersi da’ patrizj. Il Senato, disegnando impedirneli, diede ordine ai consoli di non dimetter r esercito. Certamente eran questi arbitri ancora delle reclute, come sacre pe’ ligami de’ giuramenti militari. £ per questi vincoli ninno attentavasi di abbondonaroe le insegne ; tanto la riverenza potea de’ giuramenti ! Alle^ gavasi per titolo della ritenzione, che gli Equi e li Sa^ bini eransi convenuti per la guerra contro de’ Romani. Ora essendo i consoli usciti colle schiere, ed essendosi accampati non lontani 1' uno dall’ altro, i soldati radu naronsi tutti in un luogo colle arme, e per istigazione di un tal Sicinio Belluto se ne ribellarono ; appropiandosi le insegne, cose tra’ Romani onoratissime e sante, come simulacri di Numi. E creatisi nuovi centurioni, ed un capo in Sicinio Belluto; occuparono non lontano da Roma presso 1’ Aniene un monte che sacro si chiama 6n da queir epoca. Pregando, sospirando, prornettendo, li richiamavano i consoli ed i centurioni ; ma Sicinio replicò: Qual fare è il vostro o Patrizj che ora vogliate richiamare quelli che avete espulso dalla patria, e che di liberi gli avete schiavi rendati ? Con qual credito mai ci assicurerete le promesse, le quali siete rimproverati di aver tante volte tradito? Piuttosto, poiché volete in città, soli, aver tutto ; andate ; abbialevelo : non vi angustiate pe' bisognosi, e pe miseri. Per noi sarà buona ogni terra; e qualunque ne terremo per patria, solchè vi si abbia la libertà. Annunziatesi tali cose in Roma, tutto vi fu .\n. dì Roma a 6 o tccoudo Catone, 263 secóndo Varrone, e 49 ^ T. Cristo. romore e pianto: e là correva il popolo, intento a la> sciar la città, qua li patrizj cbe voleano alienameli, colla forza ancora, se ricusavano. Soprattutto eravi clamore e pianto alle porte ; ed ingiurie vi si facevano, come tra’ nemici, con parole e con opere, niun più riverendo nè la età, nè l’ amicizia, nè la gloiia della virtù. Non potendo però, come scarsi, i soldati di guardia destinativi dal Senato custodire le uscite, le abbandonarono, sopraffatti dalla moltitudine. Allora versandosene fuora gran popolo ; parca lo spettacolo, còme la città fosse presa. Gemeano, si rimproveravano quelli che ' restavano, vedendo che desolavasi. Dopo ciò si fecero molte consultazioni ; si accusarono gli autori delia separazione; ed intanto correano li nemici, depredando la campagna, 6no a Roma. Li fuorusciti presero i viveri necessarj drile terre intorno, nè punto più le danneggiarono. Tenendosi in campo aperto accoglievano quanti venivano da Roma, o da’ castelli intorno ; tanto che ne divennero numerosi ; perciocché vi concorrevano, non solamente quelli che voleano levarsi dai debiti, dai giudizj, e da altri; angustie imminenti, ma tutti eziandio gl’ inBngardi, gli oziosi, i malcontenti ; quelli che in malfar si emulavano, che Invidiavano l’ altrui ben essere, o che per altri mali, e cause comunque, discordavano dal governo. XLVII. Adunque si eccitò ne’ patrizj turbazione, ed angustia grande, e paura, come se li fuorusciti e li nemici stranieri fossero per venire quanto prima contro di Roma. Poi, quasi tutti ad un segno, prendendo coi loro clienti le armi, altri corsero alle strade donde pensavano clie giungessero gl’ inimici, altri ai castelli per difenderne i posti forti, ed altri ai campi innanzi la città per trincerarvisi, e quei che per la vecchiaja non poterono iàr nulla di ciò, furono distribuiti per le mura. Come però seppero che i fuoruscili nè si univano coi nemici, nè saccheggiavano la campagna, né faceano altro danno considerabile, respirarono dalla paura ; e mutato pensiero, esaminarono come si riconciliassero. Suggerirono i capi del Senato mezzi di ogni genere, diversi per lo più fra loro; ma li più anziani suggerirono i più discreti, e più convenienti ai tempi ; facendo riflettere che il popolo twn ti era separalo da loro per malizia, ma in forza de proprj mali, o delle promesse non mantenutegli, e che auca così risoluto V utile suo piuttosto tra la collera che tra la calma della ragione, vizio consueto nella ignoranza. Aggiungevano che i più di questi conoscevano di avere mal deliberato, e cercavano emendarsene, se il buon punto ne avessero iiche già ne' ei^an le opere come di chi si pente ; e che volentieri tornerebbero nella patria se potessero, augumrvisi un avvenire felice, dando loro il Senato perdono, e pace decorosa. In mezzo a tali consigli supplicavano che essi che erano i gratuli non sentisser la ira più che i minori’, nè differissero stolti a riconciliarsi allora .quando fossero necessitati a far senno, e curare il male più piccolo col più grande, vuol dire, quando' avessero a tedere le armi, e le persone, e togliersi da sè stessi la libertà : cose tutte quasi impossibili a farsi. Usassero moderazione, pròponessero i primi gC ulili consigli, e la riunione, avvertendo che se era proprio de' patriiù] comandare e dirigerò ; era propria ancora de' buoni C amicizia e la pace. Mostravano che la dignità del Senato non minorasi quando provede alla sicuiozza col sopportare pazientemente le perdite necessarie ; ma quando opponesi tanto ostinatamente alla sorte che la repubblica ne rovini : gli stolli trascurare la sicurezza per amor del decoro : ben essere da ceivare ambedue queste cose : ma dove sia da cedere V una o C altra, doversi la salvezza riputare più necessaria. Era l’intento li tali consiglieri che si mandasse a fuorusciti per trattar della pace non altrimente che se la colpa loro non fosse insanabile. Piacque cosi appunto al Senato ; e scelti personaggi accontissimi, li diresse a quelli che erano in campo con ordine d’ intenderne i bisogni e le condi' zioni colle quali volessero in cittlt ritornare ; perciocché se fossero discrete e fattibili, jl Senato non le rigetterebbe : intanto se depenessero le arme, e tornassero in Roma, promettea loro perdono e dimenticanza perpe tua di tutto il passato : come belle ed ntili le ricompense a chi servisse valoroso, ed affrontasse ardentemente i pericoli per la patria. Recarono gli oratori e comunicarono tali voleri al campo, aggiungendovi cose consentanee. Non accettarono' i fuorusciti l’ invito : anzi rimproverarono a’ patrizi T orgoglio, la dnrezza, le simulazioni loro perchè fingevano ignorare i bisogni del popolo, e quelli pe’ quali si era separato. Ci assolvono, diceauo, da ogni pena per la ribellione, come fossero i padroni, essi che abbisognano dell’ ajulo nostro. Quando giunga su loro, e sarà tra non molto, con tutte le forze il nemico ; non potranno alzare nemmen lo sguardo contr esso, e pur ci voglion far credere che non sia bene loro t esser difesi ; ma felicità di chi si unisce a difenderli. Aggiunsero a tal dire che se vedevano già le angustie di Roma ; comprendereb- bero poi meglio con quali nemici avessero a guerreggiare : e qui minacciarono molto e veementemente. Non contraddissero a ciò, ma partirono, e dichiararono i legati a’ patrizj le risposte dei segregati: e Roma, uditele, se ne turbò ; e temette più che per addietro. Il Senato non sapendo come espedirsi o diffenrc, si disciolse, dopo avere più giorni ascoltate le infamazioni e le ac> cose vicendevoli de’ suoi capi fra loro. Il popolo rimasto in Roma per benevolenza verso de’ patrizj, o per desiderio della ..patria più non somigliava sestesso; dileguandosene gran parte nascostamente o in pubblico > nè sembrandone il resto affatto più stabile. Fra tali vicende i consoli, avendo poco più tempo per comandare, fissarono il giorno pe’ comizj. Venuto il tempo nel quale aveansi a riunire nel campo Marzo e scegliere i proprj magistrati; ninno ambiva, nè sostenea di esser consolo. Adunque nella Olimpiade setlantesÌDa seconda nella quale Tisicrate da Crotone vinse allo stadio, essendo arconte in Atene Diogneto ; il popolo rielesse al consolato due vecchi consoli Postumio Gominio e 'Spurio Cassio, uomini cari alla moltitudine ed ar grandi, da' quali già domati i Sabini aveano lasciato di competere dell’ impero con Roma. Or questi riassumendo il loro grado alle calende di settembre, vale a dire prima del tempo consueto ai consoli precedenti, convocarono innanzi tutto il Senato per deliberarvi sul ritorno del popolo. CbieslO' il’ parere di tutti ; invitarono a dire Menenio Agrippa, uomo allora venerabile per età, credulo più che gliaU tri insigne in prudenza, e lodato principlmente' per loi scelta de’ suoi regolamenti, perchè teneasi^al mezzo non fomentando 1’ arroganza de’ nobili, nè lasciando che i| popolo operasse tutto a suo modo. Or questi esortando il Senato alla riconciliazione, disse r Se quanti qui siamo o Padri Coscritti fossimo tutti di un animo; e se niuno si opponesse a far pace col popolo, comtmque la facessimo, per giuste o per ingiuste condizùy^ ni ; e se questo fosse proposto unicamente d diseu^ tere ; dichiarerei, con poche parole dà che ne penso. Ma perciocché alcuni giudicano che sia dà ponderare ancora se forse riesca più utile far guerra a fuorusciti ; non credo che io possa in ^ pocoinsinuare dà che dee farsi: ma sento il bisogno tt istruir ampiamente su la pace quanti tra voi ne discordano. Imperocché questi conducono a cose contraddittorie ; spaventano voi, che già ne temete, su mdli da nulla o lievi a curarsi, e trascurano gl' immedicabili e gravi. Certamente cosi propongono perchè non decidono delr utile colla ragione, ma col furore e coll’ impelo. E come si direbbe che essi provvedono le cose proficue, o fattibili almeno, quando stimano che Roma, una A^oi di Roma a6t ceoodo Catóne, o63 secondo Varrone,e 4{)t arami Critu. a6i città si grande, ed arbitra di tante genti ^ e già in~ yidiata e molestata da’ vicini, possa ritenerle e difenderle facilmente senza il suo popolo, o che possa in luogo del suo sì scellerato introdurre altro popolo che per lei combatta del principato ; che con lei sia di buon accordo su la repubblica, e sempre moderato in pace ed in guerra ? Eppure non altro potrebbono dirvi quei che tentano dissuadervi dalla pace. L. Ma qual sia la più stolta di queste cose, vorrei che voi stessi lo decideste dalle opere. Considerate, che alienatisi da voi li più poveri perchè abusaste della loro infelicità senza modestia e senza politica, e che recatisi appena fuori della città senza farvi o macchinarvi altro mede, col solo intento di averne una pace non ingloriosa, molti de’ vostri nemici abbracciarono con trasporto questa occasione come dono della sorte, e riedzan lo spirito, e credono venuto per loro fitudmente il tempo felice da battere il vostro impero, di Equi, i Eolsci, i Sabini, gli Etnici, questi che mai si alienano eìal farci la guerra, esatperali ora dalle sconfitte recenti, già devastano le nostre campagne. Que’ Campani, que Tirreni die vacillavano nella nostra soggezione ora parte fi abbandonano matdf estàmente, parte in occulto • vi si preparano. E gli stessi LeUirti, quantunque nostri congiunti, a me non semhran procedere di buona fede, costanti neW amicizia; ma odo che guasti sono in gran numero per amore di un cambiamento, che tanto gli uomini alletta. Noi die abbiamo fin qui portato in campo aperto la guerra su gli altri; noi ci stiamo or qui dentro, difensori delle mur^; lasciando senza seminarli i nostri terreni, anzi 1 vedendovi saccheggiali i villaggi, via levale le predo, e fuggirsene di per sestessi gli schiavi, senza che abbiamo rimedj a tanti mali. Non pertanto noi ' tutto soffriamo, perchè speriamo ancora che il popolo ci si riconcilj, ben sapendo che da noi dipende il toglierecon un solo decreto la sedizione. Ma se pessimo è lo stato nostro in campagna;, non è meno funesto e terribile dentro le mura. Noi ' non ci siamo .apparecchiati già da gran tempo, come per un assedio, nè bastiamo di numero contro tanti nemici. La nostra gente è poca, nè da guerra, e plebea, per gran parte, merce nar f, clienti, artefici, custodi tton affatto saldi dello stato turbato degli Ottimali : e le continue loro diserzioni verso de’ fuorusciti ce li hanno rendati tutti sospetti. Soprattutto essendo le nostre campagne dominate da nemici, ed impossibilitato il trasporto de’ viveri ; abbiamo a temer di una fame : e quando a tal disagio saremo; tanto più ci spaventerà la guerra, la quale senza questo ancora non concede mai calma allo spirito. Quello poi che supera tutti i mali è vedere le donne dei segregati, vedere i teneri figli, i padri cadenti, che sqqallidi e miserandi si rigiran pel Foro e per le vie, che piangono e supplicano e stringono a ciascuno la destra e i ginocchi, e deplorano la solitudine loro presente e più ancor la futura, spettacolo in véro desolante ed insopportabile ! Niuno è si barbaro che non s intenerisca a mirarlo, e non si appassioni sul destino degli uomini. Che se abbiamo a diffidar su plebei ; dofremo rimoverne gt individui, altri come inutili nelr assedio, ed altri come amici non saldi. Or se questi rimovansi, quid forza rimane in guardia di Roma ? o da quale soccorso animati ardiremo star contro dei mali ? V unico nostro rifugio, P unica nostra buona speranza è la gioventù patrizia : ma poca come vedete ella è questa, nè bastante a darci i grandiosi disegni. Che dunque impazzano, quei che propongon la guer^ ra, o perchè mai ci deludono, e non consigliano piut~ tosto di cedere fin da ora senz ar^ustie, e senza sangue Roma ai nemici ? Ma forse io ciò dicendo son cieco, e predico per terribili, cose che non son da temere. Roma non corre altro rischio che di un cambiamento, cosa certo non difficile ; potendovisi facilissimamente introdurre mercenarj e ' clienti in copia da ogni gente e luogo, posi van divulgando molli de contrarj al popolo, uomini, viva. Dio y non dispregievolì. A tanta stoltezza vengono alcuni ; che non propongono già consigli salutevoli, ma desideri impossibili I Ora io volentieri dimanderei questi uomini quode tempo mai ne si, dia per far tali cose, essendone tanto vicini i nemici : qtude condiscendenza alt indugio o al ritardo del giugnere degli alleali in mezzo à mali che non temporeggiano, nè aspettano ? Qual uomo, o qual Dio mai vi terrà sicuri, o congreghem da ogni luogo in gran calma, e qui ci porterà de’ sussidj ?. Inoltre e quali tuoi saran. ' quelli che lasceranno la patria per venirsene a noi ? Quelli forse che haruus case e Dii Lari € viveri ed onori tra proprj cittadini per la nobiltà degli antenati, o quelli che per la gloria risplendono de' pnoprj meriti ? E chi mai sosterrebbe di abhemdonare i proprj commodi, e partecipare vergognosa^ mente i mali altrui ? Eppure a noi si verrebbe non per dividere con noi la pace e le delizie, ma la guerra e i pericoli, e questi incerti, se a bene riescano ! Convocheremo forse una -turba, qual fu quella rigettata da noi, plebea e senza lari? Ben è chiaro che pe' disagi suoi, io dico pe’ debiti, per le penalità, c per cause altrettali prenderà volentierissima. dovunque una sede : ma sebbene questa plebe sia utile, c ( per concederle questo ancora ) sebbene sia moderata ; tuttavia ci riuscirà generalmente, assai, meno 'buona della nostra, perchè non è rutta tra nci, nè come noi disciplinata, e perchè ignora i nostri costumi, le nostre leggi, e le nostre maniere. celebrasi la vostra clemenza, il quale nè manda a noi per conciliarcisi esso che à C offensore, nè porge risposte umane e socievoli a quelli che noi stessi gli abbiamo inviati : ma s’ inalbera e minaccia, nè lascia conoscere quello che voglia. Udite voi dunque ciò che iò consiglio che^ facciasi. lo nè penso il popolo irreconciliabile a noi > nè > ohe mai farà quanto mincucip, ; dióchà mi sono buon argomento le opere sue che a’ detti non somigliano. -Dond’ è che io lo credo assai piò che noi sollecito di pacificarsi. Certamente noi abitiamo una patria onoratissima, e teniamo irt poter nostro le sostanze di lui, le case, i genitori, a tutte le cose pià preziose : ed egli si trova senza patria, senza magioni, senza i pegni suoi più, cari, e senta V abbondanza ancora del .^vivere quotidiano. Che se alcuno mi chieda perchè mai fra tanti patimenti egli nè accetti gl inviti nostri, nè mandi a noi per istanza niuna, rispondo s ciò essere manifestamente, perchè Digitized by Google 2G8 delle antichità’ romane fin (jid mn intese dal Senato che parole senza vederne poi le opere o di benevolenza o di moderazione ; e perchè crede di essere stato molte volte ingannato da noi che promettevamo di provvedere su lui, senza avervi mai provveduto. Non ci spedisce ambasciadori perchè son qui tanti che ce lo accusano, e perchè teme non ottenere ciò che dimanda : e forse così gli suggerisce un ambizione non bene considerata; nè già è meraviglia. Imperocché son pure tra noi non pochi, difficili, contenziosi, i quali colle brighe loro non vogliono che cedasi punto ai cóntrarf, e cercano per ogni via di sopraffarli senza mai condiscendere essi i primi, finché loro non sottomettasi chi vuole essere beneficato. Or ciò considerando io penso che debbansi spedire al popolo ambàsciadori, principalmente di stia confidenza : e consiglio che questi ambasciadori siano plenipotenziarj, perchè levino la sedizione coi patti che essi terranno per giusti, senza rimettersene al Senato. Questo popolo che ora vi pare sì spregiante e grave, questo darà loro utlienza, al vedere che voi cercate veramente la concordia, e ridurrassi a condizioni più mitij senza chiederne alcuna vituperosa, o non fattibile. Imperocché tutti, e specialmente i plebei, ne’ dissidj s' irf urtano con chi su loro insolentisce ; ma si ammansano con chi li blandisce. Cosi disse Menenio; e levossene in Senato gran romore, parlandovi ciascnno alia sua volta. I fautori del popolo esortaVansi a vicenda a dar tutta la mano perchè rlpatriasse, avendo per capo di questo consiglio il pii riguardevole de patrizj. Per Topposìto quegli ottimati die cercavano che nulla si alterasse de’ costumi della patria mal sapeàno ciò che avessero a fare, nò voleano condiscendere; nè poteano ostinarsi. Nondimeno uomini integerrimi né caldi per l' uno o 1’ altro partito voleano la pace, intenti a questo di non essere assediati tra le mura. Or qui fattosi da tutti silenzio il più anziano dei 'ìonsoli encomiò Menenio della sua generosità, stimo landò anche gli altri a somigliarlo nella cura della repubblica, a dir francamente ciocché ne sentissero, e compiere senza strepitò ciocché sen decidesse: indi nel modo stesso cercandolo dei suo parere, chiamò per nome Manio Valerio, nomo infra tutti gli ottimati carissimo ài popolo, e fratello all’uno di quelli che aveano liberato Roiòa dai tiranni. Costui levatosi in piede ricordò ai Padri i suoi provvedimenti, e come avendo egli presagito più volte i terribili casi avvenire, ne tennero pochissimo conto : poscia esortò li contrari discutere ornai su la moderazione, ma solo a vedere ( giacché non aveano permesso che si estirpasse quando era ancor piccola ) di racchetare ora, comunque, il pià presto, la sedizione, perchè, trascurata, non procedesse pià oltre, e non divenisse incurabile f o presso che incurabile, e sorgente di mali senta fine. Dichiarò che le dimande del popolo non sarebbero come per r avanti; e pronosticò che non si accorderebbe colle condizioni di prima insistendo per la sola remissione dei debiti, ma che vorrebbe forse un qualche difensore, onde tenersi illeso nell' avvenire : affermava che dopo introdotta la dittatHra era venutameno la le^e tutelare della Uhtrià la quale non per^ metteva a’ patrizj di uccidere alcun cittadino non giudicato, nè di cederlo giudicato reo nelle mani de’ lorocontradditori, e la quale concedeva a chi volea V appelto f di portare le cause al popolo da’ patrizj f tanto che quello si eseguisse che il popolo ne decidesse^ Poco mancarvi che non fosse statà tolta al popolo tutta la potenza esercitela già da esso ne' tempi ad dietro, quando non potè ottenere dal Senato per le imprese rmlitari il trionfo a Pubblio Servilio Prisco, uomo infra tutti degnissimo di quest’ onore. Pertantoben essere verisimile che il popolo cosi ojfeso sconfortisi nè abbia se non triste speranze della sua sicurezzaj Non il console, non il dittatore aver potuto soccorrerà il popolo, quantunque il volessero,; .anzi averne partecipale le incurie e V avvilimento, perchè studia vansi provvedere su lui. Essersi poi cospirati per im pedirli non uomini autorevolissimi fra li patrizj, ma uomini oltraggiosi, avari,. acerrimi ne’ rei guadagni, quali, pe’ grandi prestiti a grandi usure, aveano ridotto schiavi ì pià de’ cittadini ; dicea che questi facendo loro leggi dure, orgogliose. aveano alienata tutta la plebe da patrizj ; e che datosi per capo Appio Claudio, odiatore della plebe, e propizio ai pochi y rimescolavano tulli gli affari di Roma. E se la parte savia del Senato non si contrapponesse, la repubblica pericolerebbe di essere schiava o distrutta. Da ultimo dichiarò ben fatto valersi del parer di Menenio, e chiese che si spedisse al popolo qiumto prima: procurassero i deputati quanto volessero la calma della sedizione : ma se il popolo non accettava le dimando loro, essi quelle accettassero del LIX. Sorse, invitato, dopo lai Appio Claudio, uomo contrario al popolo, e grande estimatore di sestesso, nè senza cagione. Perocché nel vivere suo quotidiano era moderato e santo, nobile nella scelta de' provvedimenti, e tale da conservare la dignità de’ patrizj. Costui pren dendo occasione dell’ aringa di Valerio, disse : Certamente sarebbe Valerio men riprensibile se palesava unicamente il suo parere, senza condannare quello de’ contrarj ; giacché non avrebbe nemmen egli ascoU tato i suoi vizj. Siccome però non fu pago di dar consigli onde renderci schiavi ai cittadini pili vili, ma sferzò pure i suoi contrarj, cimentando anche me ; così vedomi necessitato assai di rispondere, e di respingere primieramente le calunnie a me fatte. Son io rimproverato di una condotta nè' sociale, nè decorosa, quasi io cerchi per ogni via far danari, quasi spogli molti de’ poveri della libertà, e quasi da me sia derivata in gran parte la separazione del popolo. Ben vi è facile però di conoscere che niente di ciò è vero, niente probabile. Or su, dimmi, o Valerio, quali sono quelli che ho io ridotti servi pei debiti, quali i cittadini che ora tengo nella carcere ? (filale dei fuorusciti si è privato della patria per la durezza e per V avarizia mia ? Certo non potrai tu dirlo. .Anzi tanto è lungi che alcuno sia da me riilotto servo pe’ debiti che. io sparsi tra molti V aver mio, nè mi rendei schiavo, nè disonorai niuno di quei che mi hanno defraudato : ma tutù ne son Uberi, e tutti me ne ringraziano, e stansi nel numero degli anici e de clienti miei pià familiari. Nè ciò dico per incolpare chi non opera come me, nè per ingiuriare chi ha faUo cose concedute dalle leggi; nta solo per levas'e da me le calunnie. In ciò poi che mi accusa della durezza e del patrocinio mio sui scellerati, chiamandomi odUpopolo ed oligarca perchè favorisco il comando de’ pochi, in ciò son io da riprendere quanto voi che avete ricusato, come pià riguardevoU, di soggiacere ai men degni, e di lasciarvi togliere il comando dei vostri antenati da una democrazia, pessimo infra tutti i governi. Nè già perchè egli soprannomina oligarchia il comando de’ pochi dovrà questo disciogliersi per le beffe del nome. E pià giustamente e propriamente possiamo noi riprendere lui come un adulatore del popolo, ed un ambizioso di tiranneggiare. Perciocché niuno ignora che la tirannide nasce dalle adulazioni della plebe : e che la via speditissima a rendere le città schiave è quella che mena al comando col mezzo de’ cittadini peggiori. Or egli ha fin qui carezzato costoro, nè tuttavia cessa di carezzarli. Ben vedete che questi abietti, questi miseri, non avrebbero. mai ardito d’ insolentire in tal modo se non fossero stati eccitati' da questo sì riguardevole e bello amatore della patria, come se l’ tali trattare, Abhiam per ostaggi le loro mogli, i loro padri, e tutto il parentado, dei quali non potremmo ckiedtrne altri migliori dd\Numi, Questi, li collocheremo • nói, questi al cospetto dei loro congiunti, minacciando, se tentano assafirti, di ucciderli con estremi supplizj: ina, credetemi, dove ciò sappiano, voi li riceverete inermi', supffikhevoli, piangenti, pronti ad ogni pena. Terribili sono tali necessità, e frangono, ed annientano ogni baldanza.E questi sonod riflessi -^pd quali non dobbiamo la guerra temere degli esuli. Le mirtacce poi di altri popoli rum ora Ut prima volta si trovarono fnire in paroUf; ma 'per ^addietro ancora ci si scoprirono sempre rtùnori delt apparenza quante volte i popoli fecero di noi paragone. M quelli che tengono per insufficienti le intime nostre forze, e però temono appunto la guerra, quelli non bene le han calcolate. Ai citrini da noi separati, se il vogliamo, possiamo contrapporre scegliendoli e liberandoli, il ' fiore de’ servi. Certamente vai meglio donare a questi la libertà, che lasciarsi torre da quelli il comando : tanto più che stati essendo questi tante volte presenti ne’ nostri campi hanno sperienza che basta di guerra. Per combattere poi cogli esteri usciremo ' noi stessi pieni di ardore e meneremo con noi tutti i clienti, e tutto il resto del popolo : e perchè sia questo ' cspedito a cimenti, rilasceremp ciascuno privatamente, e non max per legge, ad esso i suoi debiti. Se dobbiamo in vista de’ tempi cedere in parte e temperarci; non dee mai farsi questo con cittadini che ci s' inimicano, ma cogli amici, perché sappiasi che noi concediamo grar zie, eomthossi e non violentali’, che se queste non bastino, se bisognino altre fòrze, f arem venirne dai presidii e dalle colonie: e quanta siala moltitudine loro, è facile raccoglierlo dalC ultimo censo. 1 .Romani atti (die arme son cento trenta mila, e di questi appena la settima tparte è fuggita ' da noi ( 1 ). Non commentoro qui le' trenta città de’ Latini, le quali come voitre alleate ^ combatteranno di bonissima voglia per voi, sol che decretiate di ammetterle alla vostra cittadinanza che > sempre .vi hanno domandata. Ora vi aggiungo' (.e finisco ) quello che rileva fra le arme assaissimo, e che voi non avete avvertito, o certo niun dice de’ Padri. Chi cerca il buon esito delle guerre, di niente ha tanto bisogno, quanto di egregi capitani. Or di questi la nostra città soprob[Questo ceuso non par quello fatto da T. Largio primo dituiorr, ma l’altro fissato da Sigouio oell’ anno sGu di Roma, ov dice eba furono numerati più che centodieci mila ciuaUini. benda, ma scarsissime ne sono quelle de' nemici. Lè grandi milizie se ricevano duci mal atti alle arme, si svergognano, e rovinano di per sestesse con danno tanto maggiore, quanto sono più numerose: ma i buoni condottieri presto rendono grandi anche picciole armate. Di qua seguita che fiiìchà avrem uomirU buoni al comando, mai avremo penuria di quelli che fac cianci comandare. Or ciò considerati^, e ricordando voi le imprese di Roma ; certo mai non porrete decreti meschini, vili, indegni. Che dunque, se alcuno tnel chiede, ( e già forse bramate da gran tempo saperlo ) che dunque io propongo che facciasi ? Io pro-> pongo che nè spediscansi ambaseiadori d fuorusciti ^ nè sen decida arti, finché raccolto il voto de’ senatori SI dedicassero ai voleri dei più. Se violato 1’ uno e r altro di questi cousigli, faceano di lor voglia la pace ; protestavano che noi permetterebbero, ma vi si opporrebbono di tutto lor animo, colle parole finché dovevasi, o colle arme in ultimo se bisognava. Era que> sto partito J1 più forte, aderendovi quasi tutta la gio ventù palriaia. In opposito piegavano al partito di Me-s uenio e di Valerio tutù quelli che aveano cara la pace, p cbe torneano soprattutto per 1’ età loro, considerando quanti siano .nelle città li mali delle guerre civili. Mossi però dai clamori e dai tumulto dei giovani, adombrati dall’ ambizione loro, e dall’ arroganza contro de’ consoli, e timorosi che indi a poco si venisse alle mani se nou cedevano; si volsero in ultimo a piangere, e supplii care, piangendo, i conirarj. Sopitosi coi tempo lo strepito, e tornato il silenzio, i consoli abboccatisi fra loro, cosi conchiusero. Noi vorremmQ primieramente o Padri Coscritti, che voi tutti foste unanimi d intelligenza e di volere in^ torno la salvezza del comune : se no, che i più gio^ vani almeno cedessero, non ripugnassero d seniori, considerando, che ancK essi giunti alT età di questi avran pari onori dai discendenti. Ora siccome vediamo voi caduti in una discordia, rovinosissima fra i mali umani, e sorgere qui mollo f arroganza de’ giovani ; e siccome poco ornai soprawanza del giorno, nè possono aver fine le discussioni ; ritiratevi dal SeruUo : tornerete in cUtra adunanza più placidi e con sentenze migliori. Che se qui persevera l’ amore delle contese, non più ci varremo de' giovani por giudici, né per consiglieri su ' quello che giova : ma precluderemo il disordine con una legge ; determinando la età che aver dee chi consiglia. Quanto a’ seniori se non si uniscono ne' sentimenti ; torneremo a dar loro la parola, e ne risolveremo le dispute per una via speditissima, la quale è meglio che voi udiate e conosciate precedentemente. Voi sapete che noi abbiamo fin dalla fondazione di Roma, che il Senato è t arbitro, è vero, di ogni cosa, ma non di crearei magistrati, rum di fare le leggi, rum di portare o cesseue la guerra ; le quali tre cose il popolo le difinisce in "ultimo col suo voto. E siccome ora non consultiamo che su la guerra e la pace ; cosi debbe il popolo, liberissittur ne' suoi voti ratificare indispensabilmente i vostri decreti. Quando voi dunque avrete dichiarato i vostri pareri, ru>i scguerulo questa legge, inviteremo la moltitudine al Foro, perchè ne sentenza. Così le' contese avran fine ; mentre ciò che la pluralità dei voti destinavi, quello abhracceremo. Senza dubbio son degni di quest’ onore quelli che si tennero finora henaffetti alla patria, io dico i compartecipi de' nostri beni e de mali. Sciolsero, ciò detto, radunania. Fecera nei giorni appresso annunziare a tutti de’ villaggi e della campagna che si presentassero, e similmente al Senato che si riunisse nel di stabilito ; e qnaudo videro la città riempita di popola, e gli animi de’ patrizj mossi dalle preghiere fatte tra le lagrime, e tra’ lamenti de’ vecchi genitori, e de’ teneri '6gli de’ profughi, recaronsi nel tempo destinato sul finir della notte al Foro, angusto a tutta ia moltitudine. Venuti al tempio di Vulcano donde solcano aringar l' adunanza, lodarono primieramente Il popolo dello zelo e della prontezza nell accorrere in tanta frequenza: quindi lo esortarono che aspettasse in calma la risoluzione del Senato; animando intanto gli attenenti de' profughi a buone speranze, come quelli che riarrebbero tra non molto i loro pegni dolcissimi. Dopo ciò passando in Senato vi tennero benigni e modesti ragionamenti, ed invitarono ancor gli altri a proporre consigli vantaggiosi, ed umani. Chiamarono innanzi tutti Menenio, il quale alzatosi in piede rivenne ai suggerimenti di prima stimolando il Senato alla pace : e riproponendo che si deputassero ai segregati bentosto de’ personaggi, arbitri di concordare. Invitati poi secondo 1’ età sorsero a mano a mano gli uomini consolari: parve a tutti questi che fosse da seguire il parer di Menenio ; finché toccò ad Appio di favellare. Or questi sorgendo t'eggo, disse, o Padri Coscritti che piace ai consoli e poco meno che a tutti di rimpatriareil popolo colle condizioni eh’ ei vuole: che fra tutti i contrarj della pace or io rimangomi solo, esposto aie odio di quello, e niente utile a voi. Ala non per questo rimovomi dalle mie prime deliberazioni : nè ripudio da me stesso ciò che intendo su la repubblica. Quanto piò. restomi derelitto da quelli i quali come me ne sentivano ; tanto piò col volger degli anni ne sarò pregiato tra voi, sarò in vita coronato di gloria, e morto sarò benedetto dalla ricordanza de posteri. Sia pure o Giove Capitolino, o Dei presidenti della nostra città, o eroi e genj, e quanti in guardia avete il suolo Romano, sia pur Diomcj, urna IT. i a8a. hello ed utile a tutti il ritorno de fuorusciti, e delusa resti la espettazione eh’ io ni' avea su 1’ avvenire. Ma se pe’ consigli presenti dee venire (e fia ciò palese tra non molto ) alcun disastro su Roma, deh ! rettyicateli voi prestamente, e fate la nostra salvezza. Deh ! siate benevoli e propizj a me che non avendo mai voluto dir le piacevoli per le utili cose, non tradirò nemmen’’ ora il comune per la mia sicurezza. Io così volgomi a pregare gV Iddj ; perchè non abbisognano più, parole. Ripeto la sentenza di prima : assolvasi IL POPOLO RIMASTO IN CITTa’ DAI DEBITI ; MA COMBATTANSI CON TUTTO L ARDORE I FUORUSCITI TINCBÈ STARANNO SU LE ARMI. E ciò detto Gnl. Poiché le sentenze de’ seniori concordaronsi con quella di Menenio, e poiché venne il discorso ai giovani ; standosi tutti in espettazione, sorse Spurio Nauzio, un rampollo della prosapia nobiliasima originata da quel Mauzio compagno di Enea nel guidar la colonia, e sacerdote di Minerva m'bana, il quale nel trasmigrare aveane portato seco il divin simulacro, dato poi successivamente in custodia a’ suoi discendenti. Ora Nauzio che parea per le sue belle doti più nobile ancora di tutti i giovani, nè lontano mollo dall’ ottenere la dignità consolare, cominciò la difesa comune di questi : diceva che quando nel Senato Anche Virginio fa meniioue di questo Nauxio, che egli chiama Pfautt, nel libro 5. Tum senior PfaMes, unum Triionia Paìlas, Quaeitt docuit, muUaqus insignem reddidit arte, Haec responsa datai precedente avetmo pronunziato in contrco'io de' padri non fu già per amore di contendere o insuperbire con essi, ma solo mancando, se aveano pur mancato, per inesperienza di anni : e qui soggiunse che farebbero fede di ciò col variar sentimento : che lasciavano a loro come più savj decidere co’ voti il ben del comune : essi non contrarierebbono, ma secon' darebbero i seniori. E dichiarando Io stesso ancor gli alni giovani, toltine pochi, legati di parentado con Appio ; i consoli ne lodarono la verecondia ; ed esorta tili ad essere sempre tali ne' maneggi ' pubblici, elessero tra’ seniori piÀ cospicui dieci deputati, uomini consolari tutti, fuori che uno. Furono gli eletti, Manio Valerio, Tito Largio, Agrippa Menenio figlinolo di Gajo, Publio Servilio figliq di Publio, Postutnio Tuberto figlio di Quinto, Tito.Ebuzio Flavio figlio di Tito, Servio Sul picio Camerino figliuolo di Publio, Aulo Postumio Albo prima alle tose loro quei che le aveano lasciate. Presi tali ordini, partirono i deputati nel giorno (1^ Nel testo si omeltoDO Maoio Valerio, Tito Largio, e si nolano altre maacaaxe in questo luogo. Noi alitiamo seguita la lesione di Porlo medesimo. Precedè la fama il giunger loro, divulgando nel campo tutte le cose fatte in città : dond’ è che lasciando tutti le fortificazioni uscirono immantinente incontro a’ deputati che erano in via. Aveaci nel campo un uomo turbolento affatto \ e sedizioso, acuto a preveder da lontano ciocché avverrebbe, nè insufficiente, come parlator lusinghiero, a dirne quanto ne pensava. Chiamavasi questi Lucio Giunio col nome appunto di lui che tolse i tiranni : e voglioso di assumerne il nome per intero, facessi intitolare Bruto ancora. Rideano i più su la cura vana di esso^ e Bruto il chiamavano quando pungere lo volevano. Or questi mise in cuore a Sicinio, duce dell’ esercito, che il bene del popolo non istava nel rendersi troppo facilmente, sicché men degno ne fosse il ritorno per le umili condizioni ; ma nel resistere lungamente, simulando come in tvia tragedia. E profferendosi egli a Sicinio di parlare in favore del popolo, e suggerendogli altre cose che erano da fare o dire, lo persuase. Dopo ciò Sicinio, convocato il popolo, impose a’ legati che dicessero le cagioni per le quali venivano.Recatosi in mezzo Manio Valerio come il più provetto e popolare, e contestatagli dalla moltitudine la sua benevolenza con grida e saluti amichevoli, alfine, fatto silenzio, disse: Niente, o popolo proibisce che vi riconduciate alle vostre case, niente che vi pacifichiate co’ Patrizi. Il Settato ha per voi decretato' un ritorno utile e decoroso j e di non pià ricordare o vendicare il fatto finora. E noi che vedeva propensissimi per voi, come da voi rispettati, ha qui deputato con poteri assoluti di concordare : affinchc noi non opinando nè congetturando su vostri desiderj, ma udendo da voi stessi con quali condizioni chiedete riconciliarvici, ve le accordassimo se moderate, se non impossibili, nè impedite da indecenza insanabile, sene’ aspettare il voto de’ Padri, e senza intristire V affare colle dilazioni, e colla invidia dei contrari. Avendo il complesso de’ Padri così per voi decretato ; ricevetene il dono lieti, pronti, e benevoli s pregiandone degnamente una sorte sì bella, e ringraziando vivamente gV Iddj che Roma, la dominatrice di tanti popoli, che il Senato, regolatore di tutto il bene che è in essa, mentre V usanza della patria non permette che cedasi ad alcuno, cedano alle istanze vostre solamente, nè pretendano come i più. grandi su’ men grandi discutere minutamente quanto conviene ad ambedue, ma primi essi vi spediscano per. la pace : che non piglìasser con ira le risposte imperiose da voi fatte ai primi ambasciadori, ma pazientassero alt orgoglio e fierezza di una ostinazione giovanile, come il buon padre sul figlio non savio : che volessero indirizzarvi una seconda ambasceria, diminuire i loro diritti', e rimettervisi dove la moderazione il consente. Giunti a tanta felicità non esitate a dime ciocché bisognavi, e non esorbitate o cittadini : lasciate le sedizioni : tornatevi giubilando alla terra che vi ha generati e nudriti : Allude ai scDatorì che arrebbono perorato in contrario nei Senato. Già non le deste voi li trofei e le ricompense pià belle, riducendola quanto è da voi solitaria, o come un campo da pascolarvi. Se trascurate questa occasione, forse ne richiamerete pià volte la somigliante. Taciotosi Valerio fècest innanzi Sicinio, e I disse, che chi ben consulta non riguarda V utile da una banda sola, ma lo contempla nel suo rovescio ancora, principalmente in affare di tanta importanza. Pertanto comandò che chi volea rispondesse a ciò, deponendo ogni verecondia e timore. Non permettere la natura delle cose che essi benché ridotti a tante angustie cedessero per paura o per vergogna : E qui, fatto silenzio, e gli uni riguardando su gli altri, e cercando chi perorasse pel comune; ninno si presentò. Ma replicando Sia aio altre volte l’ istanza venne alfine in mezzo secondo gii accordi quel Ludo Ginnio desideroso di essere cognominato Bruto : ed avuto a far dò grandi significazioni dalla moltitudine, tenne questo ragionamento : Il timore che avevate de’ Patrizj o compagni è scolpito ancora per quanto vedo, e triorfa negli animi vostri. Abbattuti da questo timore esitate far qui, udendovi tutti, i discorsi che usavate tra voi. Forse ciascuno confida che il vicino suo aringherà sul comune, e che piuttosto incorrerà tra’ perìcoli ogni altro e non egli : ami che egli tenendosi in salvo, goderà senza perìcoli parte del bene che possa mai nascere dall ardire degli altri : ma stolto è questo concetto. Imperocché se tutti aspettiamo la stessa cosa, la codardia di ciascuno sarà nocevole a tutti; c dove ognuno figurasi la sua sicurezza; ivi insieme con tutti rovinerà la comune. Ma se non avete appreso finora che per le arme ci togliemmo la paura, e per le arme avete consolidata la vostra libertà ; conoscetelo ora almeno, ed i Patrizj, essi stessi ve 10 insegnino. Questi orgogliosi, questi durissimi uo~ mini, non vengono come prima comandando e minacciando, ma supplicandoci, ed esortandoci a tornare alle nostre case : e già cominciano a trattarci come liberi veramente. Che dunque or più vi anneghittite e tacetq ? Che non la Jote da liberi uomini ? c se avete già scosso il freno : che non dite qui ora pubblicamente ciocchò avete sopportato da loro ? O miseri ! e quali patimenti temete ? se io stesso v invito a parlar francamente ? Io dunque, io stesso mi rischierò di dire liberamente per voi ciocché è ffusto, senza niente occultare. E poiché Valerio dice che niente proibisce che vi rendiale alle case vostre concedendovisi dal Senato il ritorno, ed essendosi decretato di non perseguitarvi ; io risponderò a lui cose nemmeno vere che necessarie a dire. Oltre i motivi ben grandi e varj, tre ne sono o Valerio fortissimi e chiarissimi che c impediscono di rimetterci a voi deponendo le armi. Il primo è che venite a noi per esortarci come traviati; e Radicate beneficenza vostra accordarci il ritorno : 11 secondo è che invitando noi a pacificarvici, niente dichiarate le condizioni compiacevoli o giuste su le quali possiamo ciò fare : è poi ! ultimo che niente di quanto ci promettete sarà per essere stabile, giacchè avete continuato a rigirarci e deluderci tante volte. Discorrerò di ciascuna di queste cose, incominciando dai diritti ; giacché sempre dai diritti si vuol cominciare sia che trattinsi le cose private, sia che le pubbliche. Noi dunque se ve ne abbiamo mai fatte, noi non chiediamo nè impunità nè dimenticanza delle ingiurie. E non yorremo piò. rio starci a parte della vostra città, ma dandoci in balia della sorte e dei genj che ci guidino, ci fermeremo là dove .porta il destino. Ma se per colpa vostra noi siamo ridotti alla condizione in cui ci troviamo ; e percpè non confessate che voi li quali foste gli oltraggiatori, voi abbisognate anzi di perdono e di dimenticanza ? Come dite di accordarci voi questa ; quando avreste a dimandarcela ? Come così vi magnificate quasi voi calmiate lo sdegno verso di noi, quando dovreste cercare che noi verso di voi lo placassimo ? Cosi confondete la natura della verità, così la dignità dei diritti pervertite ! Che poi non siate voi gli offesi ma offensori; che voi beneficati tante volte e tanto dal popolo per fondare la libertà e V impero, lo abbiate non bene contraccambiato ; uditelo, e convincetevene. Io non parlerò se non di cose che voi sapete, e se alcuna mai sarà falsa ; reclamate per gli Dei ve ne prego, non che stiate a bada pazientando. Il nostro governo primitivo fu monarchico, e lo abbiamo conservato per sette generazioni. In tutti que’ principati il popolo non fu mai conculcato dai re, specialmente dagli ultimi. Anzi lascio di dire che derivò da quel dominio molti e segnalati vantaggi;. a8g impemcchè per obbligarlo a sestessi e console porgeva al popolo, noi non più memori verso di voi dei mali antichi, noi pieni di lusinghiere speranze per f avvenire, ci dedicammo tutti a voi stessi; e dissipate in poco tempo tutte le guerre, tornammo con seguito folto di schiavi e di prede bellissime. E voi, ne avete voi dato ricompense giuste, o degne de’ pericoli ? ma quando mai ? troppo lungi ne siamo. Anzi ne avete tradito le promesse che imponevate al console di farci a nome del comune. E quest’ uomo bonissimo, del quale abusavate per deluderci, lo avete. questo privato del trionfo, quando degnissimo ne era più che tutti i mortali. Nò già per altra cagione così ancor lo spregiaste, se \ non perchè vi dimandava che adempiste le promesse, e perchè sdegnato mostravasi che ci beffaste. Ultimamente ( vi aggiungo questo solo intorno al diritto, e finisco ) quando gli Equi, i 5abini, i Volsci insorsero di comun voto, e concitarono ancor gli altri, non foste ridotti, voi venerabili e gravi, a ricorrere a noi negletti e vili, colmandoci di promesse per iscamparvela ? e non volendo parer d’ ingannarci come altre volte, trovaste per coprir la impostura questo Mania Falerio, uomo amantissimo della plebe. E noi credendogli come a uomo dal quale non saremnw traditi perchè dittatore, ed amicissimo nostro f ci consociammo novamente a voi per questa guerra, e vincemmo i nemici con ‘ battaglie non poche, nè pieciole, nè ignobili Ridotta la guerra a bellissimo fine prima ancora delle sperante comuni, tanto foste alieni da renderne grazie, e ben copiose al popolo, else cercavate ritenerlo anche senza voglia, sotto le insegne e fra V armi, per trasandar le promesse, come trasandarle destinavate fin dal principio. E non tollerando il valentuomo la beffa, nè la infamia delV opera, e riportando in città le bandiere, e rilasciando tistti per le proprie case ; voi, presone motivo onde non far la giustizia, ingiuriaste lui, nè serbaste a noi veruna delle convenzioni con tre abusi gravissimi, perchè profanaste la maestà del Senato, annientaste il credito di un tal uomo, e rendeste inutile cC vostri benefattori il merito delle fatiche. Omj potendo noi dir queste e simili cose non poche, non abbiamo o Patrizj voluto piegarci (die umiliazioni ed alle preghiere, nè accettare come i rei di gravissime colpe, il ritorno su la obblivion del passato. Sebbene, essendoci noi qui riuniti per concordare ; non dobbiamo ora investigare pià sottilmente queste cose, ma vociamo trascurarle e dimenticarle, • e tenercele. Che non dite voi dunque palesemente a qual fine siete qui deputati, e qual cosa venite per chiederne ? Su quali speranze volete in città ricondurci ? Qual sorte abbiamo a prendere per guida del nostro ritorno ? Qual giubilo, quale benevolenza ci aspetta ? Fin qui non abbiamo punto ascoltate esibizioni umane e benefiche, non onori, non magistrature, non sollevamento dalla indigenza, nè altre cose qualunque, sebbcn tenuissime. Quantunque non dovea già dùcisi ciocché siete per fare, ma ciò che fate, perchè sperimentandovi subito benevoli nelle opere vostre, vi argomentiamo ancor tali per l’ avvenire. Ma io penso che voi risponderete a ciò, che voi siete qui plenipotenziari, e che qualunque^ cosa ci persuaderemo a vicenda, sarà stabilita. Or_ sia ciò vero; e ne sieguano conformi gli effetti ; niente vi contraddico. Bramo però sapere le cose che da loro ci si faranno dopo queste. Vale a dùe, quemdo avremo noi detto su quali condizioni vogliamo il ritorno ; e quando ci saran concedute ; chi ci sarà di esse mallevadore ? Su quale sicurezza deporremo le armi, e metteremo le nostre persone di bel nuovo nelle lor mtmi ? Su quella forse dei decreti che si faran dal Senato, non essendovene ancora ? Ma qual cosa mai impedirà che annullino questi con altri decreti, quando così paja ad Appio e ad altri che pensan com’ egli ? Con^ teremo forse su la dignità dei deputati che ne porgono in pegno la fede loro ? Ma prima ancora ci han deluso colla interposizione di tali uomini. Riposeremo forse ne trattati fatti innanzi agV Iddj, e confermati da loro co' giuraménti? Ma io temo di ogni fede umana consimile, vedendola da quei che comandano vilipesa. E so, nè già ora per la prima volta, che i trattati forzosi tra chi brama esser libero e chi vuol dominare han vigore soltanto finché la necessità così porta. Or quale è queir amicizia e quella fede nella quale siamo costretti ad ossequiarci contro voglia, insidiando t uno il tempo dell' altro ? Allora incessanti i sospetti e le calunnie; allora le invidie e gli od] ed ogni maniera di mali: allora la gara di preoccuparsi a distruggere V emolo ; riuscendo ogn indugio a mal termine. Non vi è, come tutti sanno, guerra più. trista della civile : questa i vinti fa miseri, ed ingiusti li vincitori : e li 'vinti han dagli amici i lor mali, i vincitori agli amici li causano. Or voi dunque o Patrizi vogliate chiamar noi a pari circostanze, a pari bisogno non desiderabile ; e noi o plebei non ci rendiamo loro mai più: ma come la sorte ci ha divisi, così teniamoci in calma. Abbian pur essi tutta Roma, senza noi se la godano, e ne raccolgano soli ogni bene, essi che han ridotto fuor della patria noi miseri, noi disonorati plebei. E noi andiamocene pure dove gt Iddj ei guidano, considerando che non la nostra ma t altrui città lasciamo. Niuno di noi qui lascia non campagne proprie, non abitazioni paterne, non sacerdozi, non ‘ magistrature comuni come in sua patria per t esercizio delle quali siavi ritenuto pur contro voglia ; anzi nemmeno lasciammo qui per noi la libertà, quella che ci avevamo colle arme e con tanti travagli acquistata. Imperocché parte i nemici, parte la miseria quotidiana, parte V alterigia degli usurieri ci han guasto e consunto e tolto ogni cosa : tanto che noimiseri eravamo ridotti a coltivare le terre di questi zappando, piantando, arando, pasturando, divenuti conservi degli schiavi loro da noi presi colle arme; e chi di noi portavamo catene alle mani, chi ne piedi, chi nella cervice finalmente, come fere intrattabili. E qui non ricordo le ferite, gli avvilimenti, le battiture, le fatiche da notte a notte , ed ogni altra sevizia, e non le ingiurie, e non C orgoglio che ne abbiam sostenuto. Liberati, la Dio mercè, da tanti e sì gran nudi, fuggiamo ben contenti quanto possiamo e sappiamo, e prendiamo per. duci della fuga la sorte e gl’ Jddj li quali veglian per noi, considerando come patria nostra la libertà, e la virtù còme nostrà ricchezza. Ogni popolo nè, ammetterà, sì perchè non molesti, come perchè utili a chi ne riceve. E ci siano in ciò' di esenqtio molti Greci, Dal tempo prima dell’alba fiuo a aera. e molti barbari, e principalmente gli antenati tii quelli e di noi. Gli antenati nostri passando con Enea dal£ Asia nelC Europa fondaronsi nel Lazio una patria : e poi spiccandosi da Alba sotto gli au spicj di Romolo che guidava la colonia, pigliarono sede ne' luoghi appunto abbandonati da noi. Abbiamo noi forze non già poco maggiori che essi, ma triplicate, e celione molto più giusta di trasmigrare. Quelli partivan da Ilio perseguitati da nemici, e noi di quà dagli amici : e ben è più misera cosa essere espulsi dai domestici, che dagli estranei. Quei che a Romolo si ligaroho per compagni trascurarono la patria per cercare terre migliori : ma noi lasciamo un vivere senza città, un vivere senza case paterne quando rechiamo la colonia : e certo la rechiamo non odiosa agl Idàj, non molesta agli uomini, nè gravosa a terra niuna ; non rei' del sangue e della strage de’ cittadini che ci han discacciati, non rei del ferro o del fuoco messo ai campi che abbandoniamo, nè di altro monumento qualunque fondatovi di eterna inimicizia; come spinti da necessità sconsigliata rei se ne fanno i popoli traditi nett aUeanza. Noi chiamati in testimonio i genj e gl' Iddj che guidano con giustizia le cose mortali, e lasciandQ'che essi prendano per noi la vendetta, abbiamo chiesto unicamente di riavere i nostri teneri figli, i (secchi Padri, che in città si rimasero, e le mogli in fine, se alcune pur vogliono dividere con noi la nostra sorte. Contenti di ricevere questo, non altro dimandiamo da Roma, E voi tanto impolitici f tanto insocievoli verso de' miseri, vivete felici, e come più desiderate. Appeaa Bruto ebbe ciò '' detto si tacque. Parve agli astanti tutto vero quanto disse intorno ai diritti, e quanto per accusare la superbia de’ senatori, principalmente quando dichiarò che la semplicità dei patti era tutta piena d’ intrico e d’inganni: ma quando infine delineò gli alTronti che aveaoo patito dagli usucierì, e ciascuno ricordò li suoi mali ; niup v ebbe sì fermo di animo, che non si desse a piangere, e lamentare i danni comuni. Nè impietosirono già sol essi, ma fino gl’ inviati dal Senato. Non poteano que’ seniori contenere le lagrime, pensando la calamità per la separazione de' citudini : e rimasero gran tempo tra 1’ afflizione, e tra ’l pianto senza sapere ornai che più dire. Cessali gli alti gemiti, e tornato il silenzio nell’ adunanza, procecedelte per farvi le difese Tito Largio autorevole sopra tutti i citudini per anni, e per dignità, come lui che due volte console, e già rivestito della ditutura, avea con esercitarla bene più che gli altri, renduu venerabile, e sanu una carica altronde odiata. £ datgsi a parlare sopra i diritti, e ulvolta incolpando gli usuraj perchè aveano operate cose durg, e disumàne ; talalira rimproverando i poveri come non giusti nel' chiedere che si rimettessero ad essi i debiti per forza anzi che per grazia, e nell’ esacerbarsi col Senato piuttosto che con quelli che impedivano che si'ccmcedesse loro alcuna cosa anche moderaU; e dippiù tentando mostrare cl^e picciola era la parte del. popolo, .ingiuriosa suo mal grado, e necessiuta a dimandate per la igopia gravissima la condonaeione dei debiti, ma più grande assai la parte la quale esigeva ciò perche viveasi scorretta, insolente, voluttuosa, e preparata a supplire co’ furti alle sue passioni, talché ' doveansi ben distinguere i poveri dai ribaldi, quelli che erano da compatire da quelli che erano da odiare ; ed aggiungendo in (ine discorsi consimili, veri si ma non grati generalmente; non soddisfece tutta la udienza. Dond’ è che sorsene strepito grande di voce, altri sdegnandosi. quasi rincrudisse loro gli affanni, ed altri confessando che dicea pur troppo il vero. Ma perciocché gli ultimi erano assai minori di numero, scomparivano tra la moltitudine degli altri, e prevaleano soprattutto i clamori degli adirati. À queste cose ne aggiugnea Largio poche altre su la partenza e precipitanza loro, quando ripigliando la parola Sicinio il capo del popolo ne riaccese assai più lo sdegno con dire : che ben poleano da un tal parlare, comprendere quali onori e quali ringraziamenti ne avrebbero, se tornassero nella patria. Se quelli che slansi nel colmo de’ pericoli, ed abbisognano del braccio del popolo, e per questo a lui vengono, non san trovare nemmen ora discorsi moderati ed umani; qual animo dee credersi che avranno quando siano .le cose riuscite loro secondo il disegno, e quando chi offendono ora colle parole, sia sottomesso loto ancora nelle opere ? Da quali insolenze mai si conterranno ? da qual; flagelli, o da quali tiranniche sevizie ? Se a voi dà il cuore, ei dicea, di servire tutta la vita incatenati, battuti, straziati col ferro, col fuoco, colla fame, con ogni guisa di maU; su, non perdete tempo, gettate le armi, seguitateli. Ma se V è pure in voi desiderio di libertà ; non pazientate ornai più. Ambasciadori ! o dite su quali cortidizioni ci richiamate ; o partite daW adunanza ; perchè non lasceremo più che vi parliate. E qui tacendosi lui, tutti gli astanti ne strepitarono, acclamandolo, perchè area detto a proposito. Restituitasi quindi la calma Menenio 'Agrippa il quale areva interloquito in Senato sul popolo, e proposto e fatto principalmente che gli s’ inviasse un’ ambasceria plenipotenziaria, fe’ cenno di volere aneli’ egli discorrere. Riuscì la richiesta gratissima ; e parea come r augurio che udirebbe nsi allora Analmente condizioni giuste, e salutevoli ad ambe le parti. E subito esclamarono tutti a gran voce, che parlasse. Poi si chetarono, e si profondamente, quasi fessevi solitudine. Parve uu tal uomo, com’ era verisimile, assai persuasivo nei suoi discorsi, e tutto confacevole ai voleri della udienza: è' fama però che in ultimo proponesse una tal favola sul gusto delle Esopiane espressivissima delle circostanze, e che con questa principalmente li guadagnasse. Dond’ è che la favola fu creduta degna di ricordanza, e rapportasi io tutte le storie antiche. L’, aringa di lui fu questa : Popolo, noi veniamo dal Senato a voi, non per difendere lui, nè per accusarne voi: nè già pormi che il tempo ciò chieda, nè che ciò sia prosperevole per la sorte della .repubbUca. Ma noi veniamo con tutto f ardore e V efficacia per 'levar le discordie, e rimettere la > repubblica nel 'buon ordine primitivo^ rivestiti per ciò fare di^ un potere assoluto. Pertanto non pensiamo che,sian ora da esaminare i diritti > come fece con orazione lunghissima questo Giunio ; pensiamo piuttosto che debbansi con gli amorevoli modi ricongiunger gli spiriti. Qual fede sia poi per garantire le nostre convenzioni, ve lo esporremo, appunto come ne cibiamo deliberato. Considerando noi else le sedizioni si curario in ogni città col to gliere i semi delle discordie, abbiamo giudicato ne cessarlo di conoscere e spegnere le cause produttrici della divisione. Or trovando noi che le esazioni dure de’ presuli sono la origine de’ mali presenti ; così le correggiamo. Decretiamo che quanti soggiacciono a debiti, nè possono estinguerli, ne siano del tutto assoluti. Decretiamo Uberi tutti, quanti son detenuti per aver differite le paghe oltre i tempi legittimi, e decretiamo liberi infine quanti furono in mano consegnati dei creditori per sentenze speciali di giudici^ annullando noi queste totalmente. Cosi ripariamo ai contralti precedenti tenuti come causa della sedizione: ma quanto a centratti avvenire facciasi come ne ordinerà la legge che sarà costituita da voi, da tutto il popolo, dal Senato. Dite, non erano queste le cose che vi alienas>ano da’ Patrizf ? Non giudicavate voi che sareste conienti, e che altro di più non bramereste, se le impetravate Oggi vi si concedono ; andate, tornatevi' gittiilando alla patria. I riti poiche convalideranno ed assicureranno questi trattati saran quelli appunto delle leggi, usati nel depórsi delle inimicizie. Il Senato approverà pur egli questi trattati ^ e darà loro forza di Digilized by Google 3o2 delle Antichità’ romane leggi quando scritti gli avremo. Anzi schiviamoli qui noi come ne piace ; ed il Senato vi sarà sottomesso. E che questi si rimarranno indelebili ; che il Senato non potrà mai sopraggiungervi nulla in contrario, noi qui deputati, noi li primi ne facciam garanzia sul corpo, e vita, e stirpe nostra, e con noi pure ve ne fan garanzìa li senatori che firmeranno il decreto. Imperocché mai, ripugnandovi noi si decreterà cosa niuna contro del popolo ; giacché noi -siamo li primi del Senato, e noi li primi a dichiarare i nostri pareri’. ven farà da ultimo garanzia la fede comune atutti i Greci, e a tutti i Barbari, quella che niun tempo mai potrà cancellare, quella che con giuramenti, e libagióni rende i Numi vindici degli accordi, e su la quale chetaronsi tante, e non picciole nimicizie de’ privati, e tante guerre di repubblica con repubblica. Or questa fede ricevetela ancora voi ; sia che vogliate permettere a noi, pochi si, ma capi del Senato, di giurarvi a nome di questo,^sia che vogliate che tutti i Padri sottoscrivano e giurino con rito santo di serbarvene i patti inviolati. E tu, o Bruto, non incolpare il pegno delle destre, non le libagioni, non la fede data invocandone i Numi, né togliere tali espedienti bellissinii degli uomini: e voi non vogliate tollerare che costui ricordi le promesse tradite dai scellerati e dai tiranni, da quali tanto è lontana la virtà de’ Romani. Or lasciate, che io soggiunga (e terminò) una cosa non ignorata i fiè controversa da rtiun dei/ mortali. Ma quale è mai questa? Essa importa >'t utit colmine,. e saU/a le parti f una colt altra : essa è r unica e sola che ci raccolse già tutti in un corpo, e che mai farà separarci. Abbisogna, nè mai cesserà di abbisognare la moltitudine imperita di sas>j che la dirigano ; come un complesso di savj idonei a dirigere abbisogna di chi lascisi governare. Nè ciò per immaginazioni sappiamo, ma per esperienza. Che dunque ci riduciàmo a tremare brigandoci gli uni con gli altri ; o che ci logoriamo in triste ^parole ; essendoci facilissimo tornare alt utile nostro ? Che dunque non ci espandiamo, ed abbracciamo, e voliamo (dia patria, aUe antiche delizie, agli oggetti di tanti dolcissimi e soavissimi nostri desiderj ? A che cercare impossibili assicw'ozioni? A che fidanze malfide^ come in guerra nemici fierissimi che in tutto sospettano il peggio ? A noi, o plebei, a noi membri del Senato, basta la sola vostra parola, clte non sarete se tornate iniqui con noi: e perchè ? perchè sappiamo il vostro buon allevamento, la istituzione legittima, e le altre virtù che avete in guerra ed in pace dimostrate. E se i contratti oggi ottengono a nome del comune una riforma, così dimandando la fedeltà, così la speranza, degli uni verso degli altri ; teniam certo ancora che siano per corrispondere in voi le altre buone doti : e niente da voi cerchi (uno ^i giuramenti, niente gli ostaggi, nè altro pegno qualunque di sicurezza ; nè però mai contrarieremo le vostre dimande. Ma ciò basti su la fedeltà intorno • la quale Bruto c incolpava. Che se in voi resta aricora alcuna, invidia non degna, che vi àccita a pensar' pravanten^s del Senato •, io dùò pur. di questa : e voi attenti, in calma, ascoltatemi o plebei. 1 ' Somiglia ad un corpo umano una repubblica : perciocché l uno e t cdtra risultano da più parti ; nè ciascuna delle parti in essi ha forze eguali, né porge un uso medesimo. Adunque se le membra del corpo umano ricevessero tutte, come il senso, la voce, e poi nascesse discordia fra loro congiurandosi tutte le altre ad una ad una contro del ventre, e, li piè si dolessero che il corpo intero poggiasu loro, le mani che solo esse traltan le arti, procacciano il necessario, combattono co’ nemici, e pongono molti t^ri beni in comune-, gli omeri perchè p'orVan essi ogni peso, la bocca perchè parla, la testa percitè vede, perchè ode, e perchè comprende tutti i sensi onde il complesso vive del corpo ; e se quindi dicessero, or tu buon ventre fai tu niuna di queste cose ? quale riconoscenza, qual utile tu ci rendi? Anzi tanto sei lontano dal cooperare e dal compiere con nei alcun utile comune ; che ne impedisci e conturbi, e quel che è più intollerabile, ci necessiti a servirti, e portarti di ogn intorno quanto ti sazj negli appetiti tuoi. Orsù; chè non ci rendiamo noi liberi, nè cessiamo dalle cure che .in grazia di lui sosteniamo ? Se così piacesse loro, se nhtna parte più fornisse le proprie funzioni-, or potrebbe il corpo a lungo 'sussisterne ? Anzi in pochi dì consumerebbesi dsdla fame, pessimo fra tutti i mali ; e niuno può dirne il contrario. Or concepite pure altrettanto di una repubblica. Compiono questa molti generi di persone niente, infra li>r,sornigUanti'; e ciaicùno le porge un uso proprio di lui t come le nsembra lo porgono al corpo. Chi coltiva i campi f chi pe' campi combatte co' nemici : chi ne reca assai beni tr^Jicando pe' mari ; e chi travaglia in su le arti necessarie. Se ciascun genere di queste personeinsorga contro il Senato, che è l’ ordine degli ottimali, e dica ; qual cosa, o Senato, tu ci fai di bene ? e per qual causa, non avendone tu alcuna; vuoi, comandare sugii altri? Non ci terremo una volta da questa tirànnide tua ? nè vivremo indipendenti ? Se con tali pensieri si levasse ognuno dalle usate incombente ; cosa impedirà che una tale sconcia repubblica miseramenteperisca per la fame, per la guerra, per ogni male ? Istruiti dunque, o voi del popolo, che come ne' corpi nosU'i il ventre accusata a torto da molti, nudrito nudrisce, conservato conserva ; e quasi uim dispensa universale, porge ad ogmino il' suo bene, e la sussistenza in un tutto ; così nelle repubbliche il Senato che matteria il comune e provvede a ciascuno V utile suo, tutto salva e custodisce e dUrige ; cessate di lanciar contro lui voci ccUunniose, quasi per lui siate fuori della patria, e ne andiate raminghi e mendici. Il Senato non volle mai questo, nè farawelo : anzi vi chiama, evi supplica, e vi stende le mani, e vi spalanca le porte, e raccoglievi. Intanto che Menpnìo concionava, sorgeano ad ora ad ora voci varie e molte da^i astanti. Ma pai> chè sul fine del suo ragionatiteoto si diede a comma veri!, e 'deplorare le disgrazie e la sorte immiucnle su DlOUtai, lomo II. a di ambedue, su quelli rimasi in città e su gli altri che ne erano usciti ; si misero tutti a piangere, ed unanimi ad una voce gridarono che li riconducesse alla patria, né più s’ indugiasse. E poco mancò che partissero tutti a furia dall’ adunanza ; rimettendo ogni cosa ai deputati senea brigarsi più oltre della sicurezza. Se non che Bruto facendosi innanzi ritardò l’ impeto loro, dicendo : che erano pur buone per quei del popolo le promesse del Senato, e chiedendo che grazie appieno gli si rendessero per le cose a loro concedute. Aggiungeva ancora di temere per l’ avvenire che uomini una volta oppressivi, si dessero, venutone il tempo, a ricordare, e punire le cose operate dal popolo. Jtimanervi una sicurezza sola per quelli che temono questo dagli Ottimati, cioè quella di rendere indubitato che, se vogliono, non posson piii offenderli. Finché sta in essi il poter danneggiare, non mancheran de malvagi che il vogliano. Pertanto se il popolo ottenga tal sicurezza ^ -non altro resteragli da chiedere. Ripigliando Menenio, ed invitandolo a dire qual sicurezza pensava che al popolo bisognasse, concedeteci, disse, che noi ci scegliamo ogni anno dall' ordine nostro alcuni magistrati i quali non siano ad altro autorizzati che a proteggere gli oltraggiati, e gli oppressi nel popolo, nè lascino che alcimo sia defraudato de' suoi diritti. Alle^ cose accordateci aggiungete in grazia ancor questa, ve ne preghiamo, ve ne supplichiamo, se la pace esser dee non in parole, ma in fatti.. 11 popolo udendo un tal dire lo accompagnò con grandi e lunghe acclamazioni, raccomaiidau dosi ai deputati che gli concedessero anche questo. I deputati ritirandosi daU’adunanza, e conferendo alquanto in fra loro, vi ritornarono dopo jion molto. Taciutisi tutti, Menenio fattosi iunanzi disse : La dimanda è grande e piena o plebei di enormi sospetti. A noi viene timore ed ansietà che non abbinasi a fare due città di una sola. Quanto è da noi, nemmeno in ciò vi ci opporremo, or voi compiaceteci (tende anche (Questo al ben vostro ) date a tre deputati che tornino in Aonuif e narrino al. Senato la richiesta. Non ci arr roghiamo noi di risolverne > quantunque abbiamo da esso U potere di concordare come ne piace, arbitri in tutto di prafnettere.. Siccome il caso che ci occorre è inaspettato e nuovo ; così ce ne riportiamo ai Padri, quasi in esso V autorità ci si limiti. Ci persuadiamo, pelò ‘ che essi ne sentiran come noi. Frattanto io qui resto >, e con me parte dei deputati. Valerio e gli altri onderanno. Stabilito ciò gl’ incaricati d’ informare il Senato spronarono i cavalli alia volta di Roma. Proponendo i consoli in Senato la richiesta; Valerio opinò che si concedesse. Appio, nimico Gn da principio di ogni, accordo, contraddisse anche allora chiarissimameute, esclamando e rilevando, chiamatine in testimonio i Numi, i germi dei mali che impiantavano alla repubblica. Non però convinse la pluralità, desiderosa, come ho detto, di .spegnere la discordia. Adunque il Senato autorizzò con suo decreto lè promesse dei deputati ai popolo, come pure che gii accordassero la sicurezza che dimandava. Fatto ciò tornando il giorno ap|>resso i deputati nei vi eapoM0a4.";^HH Ieri del Senato. Quindi esortando ' MenenioU'^poii^lD d’inviare alquanti a’ quali il Senato desse la Sull' ftdé ; fu spedito Lucio Giuùo Bruto, del qnale abbiÀtt'i^no di sopra, e Marco Decio, e Spurio Icilio con esso. Andò metà dei deputati compagna di Bruto in Roma. Agrippa, pregatone, si rimase nel campo, per istender la legge a norma delia quale il popolo creerebbe i suoi magistrati. 'Nel di seguente Bruto rìlortiò già fatti i patti col Senato per mezzo de’ Feciali, che cfaia> mano. Divisosi allora il popolo in Fratrie, come ah tri qui nominerebbe quelle che essi dipono Curie, dichiarò suoi, magistrati dell’ anno Lucùr Gìnnio Bruto, Cajo Sicinio Belluto, 6 no a > quel di loro capi, e con essi ancora Ca}o e Publio Licinio ì e Cap Icilio Ruga. Assunsero questi cinquei primi' la^ potestà tribunizia, quattro giorni avanti le idi di ’decembre {%), CO 7 me pur nel mio tempo si pratica. Firttterle ’eiéEÌoni'parve a’ deputati del Senato, adempito l’ intento della loro missione. Ma Bruto, convocata l’ adunanza ' del popolò, consigliò che dichiarassero i suoi magistrati Santi ed: invìo Lìtio, Dionigi, ed altri storirn antichi non ben si accordano sn la nomina di questi magistrati. Livio dice che i due i primi nominati furono Cajo Licinio, e L. Alhiud. e che questi poi si scefaero tre colleglli tra quali fiv Sicinio V autore delia seditìone. -Ma^ Dionigi pone per primi Lucio. _Giunio Bru^o, e C. Sicinio Bellirto : a quindi C. e Fuhiio Liciuro, e C. Icilio Ruga. (3) Anni di Roma 361 secondo Catene, s63 aeeondo Varrona, a 491 avanti Cristo.. 3o9 labili slabilenilone la sicurezza colle leggi e co’giiiramenti. Piacque ciò a tutti, e si fece su lui e su collcghi la legge : che niuno forzaste un tribuno ) come un altro qualunque a far mai cantra sua voglia ; ni lo battette, ni lo uccidesse, né ordinasse ad altri di balte rio, o di ucciderlo. Che te alcuno a dà contravvenga anche in parte ; itane reo capitale ; se ne diano a Cerere -i beni : e chiunque lo uccide, abbiasi coma puro dalla strage. E perchè non si potesse mai più far cessare questa legge, ma restasse immobile iu ogni ar venire ^ si stabili che ì Romani giurassero tutti co’ riti santi dì osservarla ' essi, ed i posteri loro perpetuamente.E si aggiunse ai giuramenti la preghiera, che gli Dei superni, ed inferni fossero propizj a' chiunque favoriva la legge, ma contrarj a quanti la violavano, come cootaminati di delitto gravissimo. Da indi sorse ne’ Romani il-cosWme che persevera pur ne’ miei giorni, di riguai^ dare le persone de’ tribuni come sacrosante. XC. Concordato dò, fecero un aitare su le dme della montagna ovo s’^erano accampati, e lo denomina rono nell’ idioma, loro, l’altare di Giove la cito su la fiducia di respingere i nemici che si avan zavano ; ma costretti bruttamente a fuggire^ prima di dare alcuna nobile prova, nemmen fecero punto di ger nevoso combattendo poi su le mura. Adunque i Ro> mani in un sol gioruo s’ impadronirono sehzà tere dei lor territorio, e, ne presero a forza la citti, nè con molto travaglio. Il comandante Romano concedè '. .. 'V (t) Vuoi' (lire Edile. Era qacsto vócaboìo proprio d’ RoroasK' che le miline si approp lasserò le robe invase; e presi diala la città, ne andò col resto deli’ esercito contro l'altra città de’ Volsci, chiamata Polusca, non molto lontana da Longola. Nè osando alcuno di uscirgli incontro, percorse facilissimamente U campagna, e ne investi le maia. E datisi i soldati, chi a spezzare le porte, chi a scalare le mura ed ascenderle; Polusca anch’essa fu presa nel giorno medesimo. Il console scel-, tivi alcuni pochi, autori della ribellione, li fe’ morire : e multati gli, altri in danari, e spogliatili delle arme; gli astrinse a dipendere in avvenire dai Romani. Lasciato anche in guardia di Digitized by Google 3aa Delle antichità’ romane ni. Volgendo la olimpiade sessantesima quarta, in-' tanto che Milziade 'era arconte di Atene, i Tirreni dei contorni del golfo Jonio, cacciati poscia di là dai Galli, e gli Umbri con essi, e li Dauuj, ed altri barbari in copia tentarono distruggere Cuma, Greca città tra gli Opici fondata dagli Eretrj e da’ Calcidesi , senz’ altra vera cagione, se non che ne odiavano la prosperità. Imperocché Cuma famosissima di quei tempi in tutta r Italia per la ricchezza, per la potenza, e per molti altri beni, avea le terre le più fruttuose della Campania, con porti utilissimi presso al Miseno. Invidiandone i barbari il si gran bene, le mossero incontro con diciotto mila cavalli e con cinquecento mila fanti (a), e non meno. Accampatisi questi non lungi dalla città surse un portento meraviglioso, quale non ricordasi accaduto mai nè tra’ Greci dovunque, nè tra’ barbari. I fiumi che scorreano presso gli alloggiamenti ( Volturno nominavasi 1’ uno, e l' altro il Ciani (3) ) lasciando lo Gli Eretrj ed i Calcidesi erano popoli dell’ Eukea o Ne^o ponte. Elrelrìa era distante venti miglia da Calcide. Vi erano dus altre Eretrie. Vedi tom. i, la not. al S 4^ parla della prima. (a) Par troppo torrente contro di una città : forse vi à d>aglio nei numeri. (3) Vi sono altri lìami di pari nome. Questo à quello additato da Virgilio 1. a, Georg., Vicina Veitvo Ora jugo,el vaeutt Ctanius non aeqmt acervis. Antonio Boudrand: (vedi novum Lexicon Geographic.) chiama questo fiume Agno ; e dice che passa presso di Acerra, di Aversa e Mintomo. Forse il Ciani h quello stesso fiume che ora chiamasi JPatria nelle catte geografiche scendere lor natarale si ripiegarono, rifluendo gran tempo dall’ imboccatura alle fonti. Vista la meraviglia, fecero core i Cnmani di piombare su’ barbari, come se i Numi fossero per deprimere l’altezza di quelli, e per sublimare loro che depressi ornai ne pareano. Pertanto dividendo in tre corpi la gente militare, con uno guaiw darono la città, con altro le navi, e coi terzo, :hieratoio avanti le mura, aspettarono l’ inimico che inoU travasi. Seicento erano i cavalli Cumani, e quattro mila cinquecento i fanti : pure si pochi di numero tennero fronte a tante migliaja I IV. Ck>me i barbari seppero che eransi appareo:hiati per combattere, dato un grido, coisero in barbara for> ma, disordinati e misti, cavalli e fanfl, appunto per annientarli tutti in un colpo. Il luogo, dove innanzi la città si affrontarono, era una valle angusta, rinchiusa da lagune, e da’ monti, propizia al valor de’ Cumani, ma nemica alla fdUa de’ barbari. Dond’ è che, travolgendosi e calcandosi questi, gli uni gli altri in più luoghi, e principalmente su pel fango intorno la palude, si distrussero in gran parte fra loro, senza pur venire aUe mani colia Greca milizia di Cuma : e quell’ esercito appiedi si numeroso, e disfatto, e sbaragliato da sestesso, fini qua e là fuggitivo, senz’ avere operato nulla di generoso. Li cavalieri però si avventarono, e molto travagliarono i Greci : ma non potendo circondar l’ inimico per r angustia del loco, e temendo i destini che combatteano per Cuma colle piogge, co’ tuoni, co’ fulmini, si diedero anch’ essi alla fuga. In questa battaglia i cavalieri Cumani militarono tutti luminosamente, riconoDigiiized by Google 3a4 delle Antichità’ bomane sciutine quindi come autori della vittoria. Si distinse so' pra tutti Aristodemo cTiiamato Màlaco ; imperocché solo opponendosi, uccise il capitano nemico, e molti valorosi. Finita la guerra porgeansi sagriGzj di ringraziamento ai numi, e davasi magnifica sepoltura agli estinti in battaglia : ma quando si ebbe a decidere a chi si dovesse la corona, come al più forte ; assai se ne disputò. Li giudici più ingenui, e con essi anche il popolo, voleano che ad Aristodemo si concedesse ; ma i più potenti, e con loro tutto il Senato, ad Ippo'medonte, duce de’ cavalieri. Di que’ tempi era in Guma il governo degli ottimati, nè molto il popolo vi potea : ma natavi sedizione appunto per tal controversia, i seniori temendo che tanta ambizione finisse colle armi e colle stragi, persuasero ambedue li partiti di dar "pari onore all' uno e all’ altro di que’ valorosi. Da quell’ ora divenne Aristodemo Malaco il protettore del popolo : e poiché ‘si avea procacciato una persuasiva nei discorsi di Stato, commovea con questa la moltitudine, allettando lei con stabilimenti gradevoli, beneficando coll’aver suo molti ' de' poveri, e rimproverando i potenti che si appropiavano ciocché era del comune. Dond’ é che ne divenne ai primi degli ottimati molesto e terribile., V. Venti anni dopo la battaglia co’ barbari vennero ambasciadori dalla Riccia co’ simboli di pace al Cumani per supplicare che li soccorressero nella guerra contro i Tirreni. Imperocché Porsena re di questi dopo la pace con Roma dando metà dell’ esercito, come esposi ne’libri antecedenti, ad Arunte suo figlio, lo aveva inviato, voglioso che n’era, ad acquistarsi un dominio : e costui di quel tempo appunto assediava gli Arieini rifugiatisi tra le ;nura, sulla idea di prenderne tra non molto la città colla fame. A tale ambasceria li primi degli ottimati odiando Aristodemo e temendo che non causasse alcun male al governo ; concepirono di avere il buon punto di levarsel d’ intorno con delicate maniere.v Persuadendo il popolo a spedire due mila per soccorso degli Aricini, e nominandone capitano Aristodemo come il più insigne nelle armi, fecero poi tal maneggio, nde iusingarsi che colui perirebbe o per le battaglie co’ nemici, o per le fortune di mare. Imperocché resi dal Senato arbitri di scegliere quei che dovrebbero andare di rinforzo, non v’ inchiusero alcuno de’ più famosi e più riguardevoli ; ma reclutando i più poveri e più scellerati .da’ quali aveano sospettato sempre delle sommosse, ordinarono con questi l’ armata, e riducendo in mare dieci navi antiche, pessime a correr le acque, e dandone il comando a Cumani poverissimi, ve la soprapposero, con minacciare di morte chiunque ne disertasse. VI. Aristodemo, dicendo unicamente che non ignorava le mire degli avversar) che in apparenza Io mandavano per soccorrere, ma in realtà per farlo soccombere ; assunse il comando dell’ esercito. E facendo ben tosto vela co’ deputati Aricini, e superando a stento e con pericolo il tratto interposte, di mare, approdò sui lidi più prossimi dell’ Aricia. E lasciata guarnigione sufBciente alle navi, e fatto nella prima notte il cammino il quale vi restava, che certo non era lungo, si presentò su 1’ alba inaspettato agli Aricini. Accampatosi presso di loro, e persuasi gli assediati di uscire all’ aperto sfidò ben tosto i Tirreni a battaglia. Schieratisi ed attaccatisi, gli Aricini resisterono piòciolo' teinpo, e piegarono e rifuggironsi in folla tra le mura. Aristodemo però coi pochi scelti Gumani che avea d’ intorno, so~ Bienne tutto il forte della battaglia, ed uccisone di sua Diano il duce, mise in fuga i Tirreni, riportandone una vittoria nobilissima. Ciò fatto, e magnificato dagli Aricini con doni copiosi rinavigò speditamente verso Cuma peressere egli stesso nunzio della vittoria. Teneano dietro a lui molte barche Aricine colle spoglie e coi schiavi presi ai Tirreni. Avvicinatosi a Cuma e messe a proda le navi, concionò tra 1’ armata. E molto accusando i capi della città, e molto encomiando quelli che si erano segnalati nella battaglia, e dispensando argento e parteci pando a ciascuno i doni degli Aricini; pregò che di tali beneficenze si ricordassero, quando sbarcherebbero nella patria, e lo fiancheggiassero se mai gli ottimati gli creavan pericolo. Confessandosi tutti obbligatissimi per la salvezza insperata che aveano da lui ricevuta, come perchè tornavano colle mani non vuote in famiglia ; e protestando che darebbero a' nemici anzi sestessi che lui ; Aristodemo, rirtgrazionneli, e sciolse 1’ adunanza. Quindi chiamandone al suo padiglione i più ma liziosi e prodi, e guadagnandoli tutti co' doni, co' bei discorsi, e colle spc>anze lusinghiere, li fé pronti a mutare il governo che vi era. VII. Presi questi per ministri e per combattitori, istruitili parte a parte su ciò che avessero a fare, e messi in libertà gli schiavi che conduceva per obbligarsi ancor essi, viaggiò piò oltre colle navi coronate 6no ai porti di Cuma. I padri e le madri de’militari, tutto il parentado, i Ogli insieme e le mogli, venutili ad incontrare mentre scendevano a terra, lagrimavano, gli abbracciavano,. li baciavano, li chiamavano con tenerissimi nomi. Tutto il resto della moltitudine urbana ricevette fra tripudj ed acclamazioni il capitano, accompagnandolo fino alla casa. Di che dolenti i capi della cittò, quelli principalmente che gli aveano affidato 1’ armata e ne aveano con altri modi tramato la rovina, facean tristi colloqui su T avvenire. Aristodemo lasciati decorrere alquanti giorni onde rendere agi’ Iddj li suoi voti ^ e ricevute intanto le sue navi da carico rimaste indietro, alfine venutone il tempo, disse voler esporre in Senato le cose operate nella guerra e mostrargli le prede riportatene. Riunitisi in numero i primarj, ed i magistrati nel Senato, egli fattosi innanzi prese a dire e narrare tutte le cose operate nella battaglia : quando gli uomini apparecchiati da lui per 1 impresa, accorsi in folla nel Senato co' pugnali sotto gli ‘ abiti, vi uccisero tutti gli ottimati. Si diedero allora a fuggire e correre, chi alle proprie case, chi fuori delia città, quanti erano al Foro, eccetto i complici del disegno, i qnali avevano occupato la fortezza, il porto, ed ogni luogo monito delia città. Nella notte seguente sprigionando quanti vi erano ( e molti ve ne erano ) dalle pubbliche carceri, destinati alla morte, ed armandoli con altri suoi amici, tra quali (t) In segno della -riltoria riportala. G>si ae’trionfì ai coronavano ancora LI FASCI erano gli Schiavi Tirreni, ne fece un corpo di guardia per la sua persona. Fatto giorno, convocato il popolo a parlamento, ed accusativi a lungo gli uccisi, disse che erano stati meritamente % puniti ; avendo per tante volte insidiata a lui la vita : ma che, quanto agli altri .cittadini, egli darebbe loro la libertà, la eguaglianza .dei diritti, ed altri beni copiosi Vili. Ciò dicendo, ed elevando tutto il popolo a speranze meravigliose, stabili due regolamenti, pessimi tra tutti i regolamenti ^ ed iniziativi di ogni tirannide, io dico la nuova division delle terre e la remissione dei debiti. Figli promettea provvedere su l’una e l’altra cosa, purché fosse eletto comandante assoluto, finché il comune fosse in salvo, e v’ordinassero uno stato popolare. Con piacere ud) la plebe e tutti i peggiori che avrebbonsi a ghermire i beni degli altri: ed egli, avutone un potere indipendente, aggiunse un nuovo decreto col quale deludendo ancor essi, alfine tolse a tutti la libertà. Imperocché fingendo temere torbidi e sedizioni de’ nobili contro dei .plebei per le assoluzioni dai debiti e per le divisioni nuove de’ terreni, disse che a precludere una guerra ed un eccidio civile, trovava un solo rimedio, cioè che, tutti prima di ridursi a tal male, recassero dalle loro case le arme, e le consacrassero agl’ Iddj per averle nel bisogno pronte contro i nemici esterni se ne venivano, e non contro sestessi: pertanto esser bonissima cosa che stessero quelle presso de' Numi. Persuasi di tanto i Cu> mani ; egli nel giorno stesso ebbe le armi di tutti, e negli altri appresso fe’ cercare le case di • ognuno, \iccldendovi molti buoni, sul pretesto che non avessero portate ai Numi tutte le armi. Dopo ciò fortificò la tirannide sua con tre generi di guardie : il primo fu di que’ vilissimi e reissimi cittadini co’ quali tolse 1’ autorità degli ottimati : il secondo fu de’ servi indegnissimi renduti liberi da esso perchè aveano trucidati i loro pa> droni : ed il terzo furono i militari assoldati da’ barbari più inumani. Erano questi nommen di due mila, e validissimi più che gli altri nelle arme. Tolse le immagini degli uccisi da ogni luogo sacro e profano supplendovi in vece loro le sue. Le case, i campi, ogni avere di questi lo donò tutto ai complici suoi nel preparargli la corona, riservando per sè l’ oro e 1’ argento, e quanto altro è base della tirannide. Ma li doni più numerosi e più grandi li profuse tra gli assassini dei loro padroni ; i quali chiesero perfino in moglie le donne e le figlie de’ padroni medesimi. Quantunque però niente avesse in principio curata la stirpe virile degli uccisi, alfine si accinse a sterminarla tutta in un giorno, sia che per un qualche oracolo, sia che per computi verisimili concludesse che perpetuava con questa a sestesso uno spavento non piccolo. Ma perciocché vivamente nel distoglievano quelli presso a’, quali dimoravano i figli e le madri, egli vo-lando concedere loro un tal dono, gli assolvè, sebbene contro sua voglia, dalla morte. Per cautelarsi però da loro sicché congiurandosi non .insorgessero contro il suo regno ; comandò che uscissero tutti dalla città chi verso r uno e chi verso l’ altro luogo : e vivessero per le I Saidliti del tiraoDu alli quali egli stesso le area mariiate campagne senza istruzione e coltura, propria di liberi giovinetti, con pascer le greggi o con altri campestri esercizi, minacciando di morte chiunque di loro in città fosse preso. Cosi quelli, abbandonati I patri > sosteneansi come schiavi per le campagne, servendo agli uccisori medesimi de’ padri loro. E perchè niente) pi& ci avesse di virile o di generoso prese ad effeminare colle Istituzioni sue tutta la gioventù Cumana, togliendole I ginnasi e gli esercizi militai, e variandone le maniere già consuete del vivere. Volle che I giovani come le donzelle nudrisser la chioma, e bionda la riducessero e ricciasserla, e ricciata di reti lievi la cii^ condassero ; e portassero toghe talari e ricamate, e clamidi sottili e molli, vivendosi all’ ombra. Donne, educatrici loro, li accompagnavano, recando parasoli e ventagli ai spettacoli di suono e danza e simiglianti musiche dissolutezze: ed esse li lavavano, esse portavano ai bagni i pettini, e gli alabastri con gli unguenti, e gli specchj. Con tal modo ammorbidiva i giovani fino ai venti anni, concedendo allora che passasser tra gli uomini. Ma egli che avea cosi vituperato e danneggiato i Cumani, egli che non avea risparmiato loro nè impudenze, nè sevizie, egli alfine già vecchio, quando si credea sicuro nella tirannide, Sterminato con tutti, i suoi, ne pagò le giustissime pene ai Numi ed agli uomini. X. I prodi che insorgendo liberarono la patria dalla tirannia di lui furono i figli de’ cittadini uccisi : quelli che egli avea risoluto in principio di trucidare tutti in nn giorno, ma che poi risparmiò, come ho detto, vinto dalle istanze de’ satelliti suoi, maritati da lui colle madri loro, comandando che abitassero per le campagne. Pochi anni appresso viaggiando egli pel contado e vedendoli già adulti e molti e floridi ; temè che non n congiurassero ed assalisserlo : e macchinò di prevenirli ed ucciderli tutti prima che niuno se ne avvedesse. Adunque consultandosene • cogli amici, deliberava con essi le maniere sollecite e piane ma occultamente, onde spegnerli. Sepperlo que’ giovinetti per indizio forse di alcuno che ne era consapevole, e, forse mossi da con getture probabili, fuggironsi ai monti, dando di piglio ai fèrri degli agricoltori. Corsero ben presto in ajuto loro i fuorusciti Cumani rifugiati in Capua, tra’ quali erano i più cospicui, e seguiti in gran parte dagli ospiti loro Campani, i figli d’ Ippomedonte, di quello che nella guerra Tirrena avea comandato la cavalleria. Essi armati recavano a’ compagni le armi con una truppa non picciola di amici e di mercenarj della Campania. Alfine riunitisi scorrevano e turbavano predando i campi nemici, ritoglievano gli schiavi dai padroni, ed ogni altro qualunque dalle carceri, e gli armavano, e quanto, non poteano trasportare o menar seco lo davano alle fiamme, o alla mòrte. Ansio dubitava il tiranno come avesse a combatterli, perchè nè sapeasi quando impren derebbero, nè teneansi fermi sempre in luoghi medesimi, ma regolavano le loro incursioni o colla notte fino all’ aurora, o col giorno fino alla notte. Avendo più volte spedito milizie ma' indarno a guardia delle cani pagne, a lui ne venne un tale degli esuli malconcio di battiture, spedito ad arte da essi quasi un disertore. Costui chiedendo la impunità promise al tiranno di guidare 1’ armata che manderebbe con lui, nel luogo appunto ove quelli sarebbero nella notte imminente. Indotto il tiranno a credergli perchè non chiedea verun premio, e porgea sestesso in ostaggio, spedi li suoi duci più fidi, seguiti da molli cavalieri e da’ mercenari, con ordine di conduire a lui, legati almeno, i più, se non tutti quegli esuli. Il disertore eh’ erasi a ciò posto menò tutta la notte 1’ armata a disagi gravissimi per vie non trite e per boschi, in parti le più lontane dalla città. Come i ribelli e l profughi posti per le insidie intorno all’ Averno, monte vicino alla città, conobbero pe’segnali dati dagli esploratori che l’armata del tiranno era uscita, mandarono circa sessanta i più arditi di loro che cinti da irte pelli portavano fi)sci di sarmehti. Or questi nell’ ora, quando accendonsi i lumi, chi per l’ una e chi per 1’ altra parte entrarono, quasi opera), la città senza essere conosciuti; ed entrali cavarono da’ sarmenti le spade che vi occultavano, e si raccolsero tulli ad un luogo. Donde marciando in schiera alle porte che menano all’Averuo, ne uccisero i custodi che dormivano, e spalancatele, v’ introdussero tutti i loro che v’ eran già prossimi, nè per tanto il fatto ^ ravvisa vasi ancora. Scontravasi per sorte in quella notte una pubblica festa, ond’ è che tutti oziavano per tutto in città tra le bevande ed altri diletti. Or ciò diè loro gran sicurezza di trascorrere tutte le vie che guidavano alla casa del tiranno : e nemineu qui trovando nelle entrate molti, nè .vigilanti, ve gli uccisero senza stento, oppressi dal sonno o dai vino : ed internatisi in folla trucidarono nell’ abitazione, quasi una greggia, tutti gli altri, ornai pei vino non più arbitri de’ corpi nè degli animi loro. Or qni preso Aristodemo, i figli, e tutti i parenti, e battutili gran parte della notte, e torturatili, e devastatili con ogni male, gli uccisero finalmente. Cosi sterminando dalle radici quella stirpe di tiranni fino a non lasciarvi non fanciulli, non donne, non consanguineo ninno ; e rintracciati tutta la notte tutti li cooperatori a fondar la tirannide ; andarono, nato il giorno, nel F oro, e con Tocatovi il popolo, e depostevi le arme, renderono la patria a scstessa. Or questo Aristodemo nel quartodecimo anno della sua tirannide in Cuma, questo vulcano gii esuli compagni di Tarquinio cbe giudicasse tra loro e la patria. Ripugnarono alcun tempo i deputati de’ Romani, come quelli cbe nè erano a tal fine venuti, nè avevano dal Senato i poteri per difendere ivi Roma. Non profittando però niente, anzi vedendo quel despota propendere in contrario per le brighe, e per le istanze degli esuli ; chiesero un tempo per le difese, e depositarono una somma per garanzia di eseguirle essi stessi. Ma poi nel correre di questo tempo, quando niuno più vegliava su loro, fuggirono, ritenendosi il tiranno gli schiavi, li giumenti, e li danari che aveano portalo per comperare de’ viveri. Tali furono gl’ incontri di queste legazioni, e così riuscì loro di tornarsene in patria sebbene senza l’ intento. Ma la legazione spedita neU’Etruria comperatovi miglio e farro lo trasportò su barche fluviali a Roma, e Roma ne fu nudrita sebbene per poco ; fiocbè consumatili, ricadde ne’ disagi medesimi. Non erari genere di alimenti a cui non si rivolgesse. Dond’è che non pochi tra la scarsezza, e la inconve' nienza de’ cibi non soliti, s’ avean male nella persona, o diventavano a tutto impotenti, non soccorsi nella pcvvertà. Come ciò seppero i Yolsci domati di fresco, s’ istigarono con vicendevoli occulti messaggi a riprender le armi, quasi fosse impossibile che i Eomaui resistessero bersagliali dalla guerra e dalla fame. Ma i numi propiz) che vegliavano perchè non rimanessero in preda a’ nemici, ne dimostrarono allora più chiaramente la protezione. Di repente si mise tra^Volsci una tal pestilenza, quanta non leggesi mai stata in Greche o barbare terre, disfacendoli promiscuamente di ogni età, di ogni fortuna, di ogni temperamento, validi o invalidi. Mostrò soprattutto gli eccessi del, male Yelletri, città insigne, de’ Yolsci, e grande allora e popolosa. La peste appena ne rispailniò la decima parte, investendovi e consumandovene le altre. Ond’ è che i superstiti a tanto infortunio, mandati ambasciadori, e dichiarata a' Romani la loro solitudine, sottomisero fa città. E siccome aveano prima ricevuto de’ coloni da essi ; ne chiedeano di presente ancor altri. XIII. Impietoùrono, sapendoli, ai loro mali i Romani ; nè pensarono che si avessero a premere come nemici fra tanta sciagura, dacché pagavano agl’ Iddj le pene per ciò che voleano fare su Roma. Piacque loro, di riammetter Yelletri, e spedirvi numero non picciolo di coloni presagendone sommi vantaggi. Parea che il posto, se presidiavasi acconciamente, sarebbe ostacolo grande e ritardo a chiunqae si voleva rimescolare e sommoversi. E concepivasi che la penuria di Roma non poco si scemerebbe se una parte notabile di popolo altrove si trasferisse. Inducevali soprattutto a spedire una colonia la sedizione che vi si riproduceva, non essendovi ancora sopita in tutto la prima. Imperocché il popolo discordava un altra volta come per addietro, e ne odiava i Patrizj : e molta era 1’ amarezza dei discorsi co' quali accusavano la poca cura, e la scioperatezza di essi perchè non aveano a tempo preveduta nè riparata la penuria futura, dicendo alcuni perfino che ad arte aveano procurato la caresua per astio e desiderio di affliggerne il popolo in memoria della ribellione. Per tali riguardi sollecitissima fu la spedizione della colonia, de slinativi dal Senato tre condottieri. Da principio udiva il popolo con diletto che trarrebbonsi a sorte i coloni, perchè sarebbe cosi levato dalla fame, e perchè viverebbe in terra felice : ma poiché rifletté che la peste ge aeratasi nella città che gli avrebbe a ricevere aveva distrutto i suoi cittadini, e temè che in tal modo ancora maltratterebbe i coloni, variò poco a poco di sentimento. Tantoché non molò, anzi meno assai che il Senato ne permetteva, esibironsi per la colonia : e questi bentosto ne furon pentiti come sconsigliati, e scansavano di uscire. Da tale vincolo erano trattenuti questi e quanti altri non più si acconciavano ad andare. Ma dertretato avendo il Senato che la colonia si ricavasse dal complesso di tutti i Romani secondo le sorti, e stabilendo dure ed irreparabili pene per chi ricusava ; alfine fu per tale necessità condotto il numero conveniente in iVelle tri. Noo raoUi giorni appresso un’ altra colonia fu tra> sferita in Norba, città non ignobile dei Latini -. XrV. Non però segui da ciò ninna delle cose con~ gbietturate da’ patrizj secondo la speranza di spegnerele discordie. Imperocché la plebe rimasta intrisi più ancora, vociferando con assai clamore contro de’ padri nelle adunanze prima di pochi, indi di molti, per la fame divenuta gravissima; e concorrendo al Foro volgeasi lamentosa ai tribuni suoi perchè 1’ aiutassero. Or tenendo questi adunanza, fattosi innanzi Spurio Icilio allora capo di essi perorò lungamente contro de’ padri aumentandone quanto potè la malvolenza. Egli istigò pur altri a dire pubblicamente ciocché sentivano, e principalmente Siccinio e Bruto allora edili, invitandoveli a nome, appunto come capi già del popolo nella prima sedizione, ed inventori, anzi magistrati la prima volta della podestà tribunizia. Presentatisi dissero anch’essi, udendoli il popolo vogliosissimamente, malignissime cose già da molto tempo premeditate, come se la carestia fosse procurata per malizia de’ ricchi, perchè il popoloavea loro malgrado, ricuperata colla sedizione la libertà. Dissero che i ricchi non aveano pur la miaima parte del disagio dei poveri : molta essere la loro non curanza de’ mali, perchè aveano cibi occulti e danari onde comperarli se introducevansi, laddove i plebei mancavano di ognuna di queste due cose: protestarono che mandare i coloni a’ luoghi contagiosi, era un avviarli a rovina visibile e funestissima, aggravando quanto più poteana A tempo di Plinio era nn ammasso di rovine. Restava circa sei miglia lontana da Segni ameasogiomo. con parole il male. Chiedeano qual sarebbe il fine a tante sciagure, e richiamavano loro in memoria gli an> tichi Hagelli, ond’ erano stati malmenati da’ ricchi ; ag> giungendo ancora iinpuuissimamenie cose consimili. Da ultimo Bruto la Gni minacciando, dicendo cioè, che se secondavano, egli necessiterebbe quanto prima a spegner r incendio quelli stessi che eccitato Taveano. E così r adunanza fu sciolta. XV. Intimoriti i consoli su tali innovazioni, e solleciti che le adulazioni di Bruto verso del popolo iiou terminassero in grandi sciagure, intimarono nel prossimo giorno il Senato. Ivi si fecero discorsi molti e varj da essi, come dagli altri seniori. Pensavano alcuni che si dovesse blaudire i plebei con ogni dolcezza di parole e promessa di opere, e renderne i capi più moderali con esporre lo stato delle cose, e convocarli e consultare insieme il bene comune : io opposito altri consigliavano che non cedessero, uè si abbassassero verso del popolo : essere la moltitudine, imperita, e caparbia : insolente, incredibile 1’ ardore dei capi che 1’ adulano : facessero piuttosto costare che non ci avea ne’ patrizj colpa ninna, c promettessero ovviare, quanto potè vasi, al male. Redarguissero e miuacciassero di pene condegne i sommovitori dei [K>polo, se nou si chetavano. .\ppio era il primo in tal sentimento, e prevalse in mezzo alle grandi opposizioni de’ padri. Tanto che il popolo turbalo all’ udirne tanto da lungi i clamori accorse alla curia, e tutta la città fu sospesa nella espeltazione. Dopo ciò li consoli usciti adunarono il popolo, restandovi breve DlOXlGi t Zumo 21.parte del giorno, e tentarono di esporgli i voleri del Senato. Contraddissero i tribuni, nè già fu vicendevole nè ordinato il colloquio. Gridavano, interrompevansi ; tanto che non era facile agli astanti distinguere i loro pensieri, e ciò che volessero. Diceano i consoli cb’essi come di autorità premineute doveano comandare in tutto alla città ; laddove i tribuni replicavano che i consoli avean dritto in Senato, ma su le adunanze del popolo i tribuni : questi aver tutto il potere su quanto si dee discutere e sentenziare da’ voti del popolo. Prendea parte, vociferava per essi la moltitudine, pronta ad assalire se bisognava, chiunque ostasse loro. Altronde i patrizj acclamavano, e davan animo ai consoli, circondandoli. Vivissima era la contesa per non cedere gli uni agli altri ; quasi allora appunto si cedessero i diritti una volta per sempre. Già il sole era per tramontare, e tuttavia concorrea dalle case nuovo popolo al Foro: e se la notte non li troncava, forse i dissidj finivano a colpi, ancora di pietre. Bruto perchè ciò non seguisse, fecesi innanzi, e chiese ai consoli di parlare ; promettendo di sedare il tumulto. Concederono questi che parlasse, parendo loro che si deferisse ai consoli mentre quel capipopolo ciò chiedeva da essi, presenti i trihuui. Fatto silenzio, Bruto senza dir altro interrogò li consoli di tal modo: Ki ricordale voi che lasciando noi le divisioni, ci accordavate per^ diritto che quando i tribuni adunassero sotto qualunque fine il popolo, i patrizj nè intervenissero all’ adunanza, nè la turbassero ? Ce ne ricordiamo, disse Geganio. E Bruto ripigliò : qual male aveste voi dunqué da noi che c impedite, nè permettete che i tribuni dicano ciocché vogliono? E Geganio rispose: perchè non voi, ma noi consoli avevamo chiamato il popolo a parlamento. Se fosse stalo invitalo da voi, non V impediremmo ; anzi nemmeno curiosi ci brigheremmo in ciò che si tratta : ora essendo da noi convocalo, non v' impediamo che Jdvelliale ; ma che noi ne siamo impediti, ciò non è giusto. Allora Bruto, abbiamo vinto, disse, o popolo: concedesi a noi dagli awersarj q> anlo chiedes’amo : ora desistete, chetatevi, ritiratevi : domani promettevi dichiarare quanta forza V abbiale. E voi tribuni cedete ad essi di presente nel Foro : non sempre già qui cederete qiumdo abbiate compreso ( e presto lo comprenderete, io prometto chiarirvene ) il potere del vostro magislialo. Abbasserete cotanta loro preminenza : e se troverete che io V abbia deluso, fate ciocché vi piace di me. XVII. E uiuno più contraddicendo, ritiravausi tutti dall’ adunanza : non però gli uni e gli altri con pari divisaniento. Credeano i poveri che avesse Bruto ideato qualche nobile impresa, e che non indarno la promet' lesse : ma i patrizj trascuravano la leggerezza di lui, pensando che T audacia delle promesse non andasse più in lò delle parole; non essendo conceduta dal Senato ai tribuni altra autorità che di proteggere il popolo, se non facevasi ad esso ragione. Non però la cosa parca spregevole a tutti, specialmente ai seniori, ma che dovesse attendersi che la manìa di un tal uomo non generasse mali insanabili. Bruto la notte appresso svelato il parer suo fra i tribuni, e raccolta una massa non tenue di popolo, ne andò di conserva nel Foro : e prima clie si facesse di chiaro, occupato il tempio di Vulcano donde eglino soleano concionare, invitarono il popolo a parlamento. Empiutosi il Foro di un concorso, quale mai più V era stato, presentasi Icilio il tribuno, e parlavi luughissimamente contro de’padri. Egli commemora quanto han latto in danno del popolo, e come nel giorno addietro aveano impedito lui fin di parlare contro i poteri ancora della sua dignità. E qui disse : e di che altro tarem più padroni se noi siam di parlare ? Come potremo soccorrere voi se ojffesi, quando ci si toglie la libertà di adunarvi ? Son le parole i preludj delle operazioni : nè ignorasi che quelli che non possono dir ciocché pensano, nemmen possono far ciocché vogliono. Pertanto o ripigliatevi, disse, la potestà che ci deste, se non volete mantenercela inviolabile; o proibite con legge che alcuno più ci si opponga. A tal dire provocavalo il popolo che egli stendesse la legge : e siccome teneala già scritta, la lesse. £, dispensati i voti, fe’ che il popolo immantinente ne decidesse ; parendogli non esser questo un affare da esitarne, o differirlo, perchè non avesse altri inciampi dai consoli. La legge era questa : Concionando un tribuno al popolo, niuno aringhi in contrario, nè interrompalo : e se alcwio contravvenga, dia mallevadori ai tribuni di pagare, chiamatone in giudizio, la multa che gl imporranno : e non dandoli, egli sia punito di morte, li beni di lui sien sacri, e tutte le controversie su tali multe spettino al popolo. I tribuni confermata coi voli la legge dimisero 1’ adunanza : ed il popolo si ritì rò, tatto di bu on anirno, e pieno di riconoscenza per Bruto, come per 1’ autore della legge. Dopo ciò li tribuni ripugnavano ai consoli molto, e su molte cose : nè il popolo ratificava i decreti del Senato, nè il Senato approvava decisione niuna della plebe. Cosi teneansi contrapposti e sospetti. Non però r odio loro, come avviene in simili turbolenze, procedette a danni irreparabili. Imperoccbè nè i poveri investirono mai le case de’ ricchi ove concepivano che troverebhon de’ cibi riservali ; nè mai si lanciarono su palesi merci per involarle : ma pazienti comperavano a gran costo il poco, e sostcneansi di radici e di erbe se penuriavan di argento. Nè mai li ricchi per dominare soli nella città violentarono colla forza propria, o de’ clienti, (eh’ era pur molta) la classe indigente, esiliandone o trucidandone ; ma conduceansi come padri savissimi inverso de’ figli, con cuore sempre benevolo e premuroso tra le lor delinquenze. Or tale essendo lo stato di Roma, le città vicine invitavano qual più volealo de’ Romani tt traslatarsi nel seno di esse, allettandoli con dar loro la cittadinanza, ed altre propizie speranze : ma le une invitavano mosse dai bei genj per benevolenza e pietà nei mali altrui, le altre (ed eran le più !) per invidia della prosperità passata della repubblica. E furono ben molli quei che partirono con tutte le famiglie, e posero altrove il soggiorno : ma taluni di questi, riordinato lo stato, ripatrìarono, e tal’ altri mai più. Or ciò vedendo i consoli parve loro, per voler del Senato, che avesse a farsi una iscrizione di soldati, e porre in campo un esercito. Prendeano occasione speciosa a tanto dall’ essere la campagna tante volte danneggiata dalle scorrerie, e saccheggi de’ nemici ; calcolando ancora i beni che nascerebbero dall’ inviare un esercito di là da’ confìni : mentre quei che restavano avrebbero, come diminuiti, le vettovaglie in più copia: e gli altri colle arme vivrebbero io siti più abbondanti a spese dell’ inimico, e la sedizion tacerebbe, almen quanto si tenesse in piedi l’armata. Tanto più poi sembrava che resùiuirebbcsi la calma tra patrizj e plebei, quanto che dovrebbei'o militare insieme, e partecipare i beni e i mali a fronte de’ pericoli. Non però la moltitudine ubbidiva, nè si presentava spontanea, come altre volte, per essere iscritta. Non vollero i consoli foi^ zare secondo le leggi i renitenti : ma alcuni patrizj s’iscrissero volontarj co' loro clienti, congiungendosi ad essi che uscivano, anche picciola parte di popolo per militare. Era duce di quest’ esercito quel Caio Marcio, il quale espugnò la città de’ Coriolani, e riportò la corona dei forti nella pugna cogli Anziati. Or vedendo lui per capitano, i più de’ plebei che aveano piglialo le anni vi si confermarono, altri per benevolenza, altri per la speranza di esserne diretti a buon fine. Imperocché famosissimo egli era quest’ uomo, e grantal esercito fino ad Anzio ; impadronendosi di schiavi ^ e di bestiami in copia, senza dirne il mollo grano che era ne’ campi ; tornandone indi a non molto ricchissimo fatto di viveri : tanto che quei che s’ eran rimasti, eran mesti e dolenti verso de’ tribuni, pe’ quali sembravano privi di un tanto bene : cosi Geganio e Miuucio consoli di queir anno trovatisi in tempeste varie e grandi, e più volte in pericolo di rovinar la cilli, non operarono nulla con troppa efficacia : pur salvarono la repubblica più savj che prosperi nell uso delle circostanze. XX. Marco Minucio Augurino, ed Aulo Sempronio Atraiino eletti consoli dopo loro, presero per la seconda volta quel grado. Non imperiti nell’arme, e nel dire, empierono con assai provvidenza la città di grano e di ogni maniera di viveri, come si ristringesse all’ abbondanza la concordia del popolo. Non però poterono ottenere 1' uno e 1’ altro bene ; ma venne colla sazietà pur l’orgoglio in quelli eh’ eran saziati. E quando meno pareva, allora fu su Roma il pericolo maggiore che mai per addietro. I commìssarj spediti pe’ grani, comperatone negli emporj entro terra o sul mare, lo aveano già trasportato a' pubblici serbato)'. Quand’ ecco i negozianti pure di viveri ne condussero d’ ogn’ intorno in Roma : e Roma comperando a pubbliche spese i lor carichi, li custodiva. Vennero i primi i commissarj spediti in Sicilia, Geganio e Valerio con piene assai barche ; portavano in esse cinquanta mila moggia siciliane di grano, metà procacciato a lievissimo costo, e metà regalato e mandato a spese sue dal tiranno. Nunziatosi in città 1’ arrivo delle navi portatrici de’ grani siciliani ; discussero i patrizj longamente come avesse a disporsene. I più moderati e popolari fra loro, considerata la pubblica calamità, consigliavano che il grano donato dal re si donasse ancora a tutti del popolo, e che 1’ altro Anni iti Roma 263 seconda Catone, 265 secondo Varone, e 469 avanti Cristo. tìet.le Antichità’ hotmane comperato coll’ erario, si vendesse loro a picciol mercato, ricordando clie per tali beneficenze principalmente si ammansano gli onimi de’ poveri verso de’ ricchi. Per r opposito i più arroganti fra loro, ed amici del comando dei pochi, sentenziavano che aveasi con tutto r ardore e l’ ingegno a deprimere il popolo, ed eccitavano a non fargliene se non carissima la vendita, perchè la necessità li rendesse per innanzi più savj e più conformi alle leggi. Fra questi amici del comando de’ pochi era pur quel Marcio, chiamato Coriolano, uè già dicea come gli altri in occulto e con riguardo i proprj sentimenti, ma di proposito, e con ardore, sicché molti del popolo lo udirono. Avea costui non che le cause comuni contro del popolo, motivi privati e recenti onde parer di odiarlo meritamente. Cercando esso ne’ comizj ultimi il consolato, il popolo se. gli oppose, ad onta de’ padri che lo sostenevano, nè permise che lo conseguisse ; perchè sospettava che un tal uomo colla chiarezza ed ardire suo prendesse ad abbattere il tribunato ; e tanto più ne temea che vedeva che tutti i patrizj aderivansi a lui, come a niun altro mai per addietro. Inbammato costui dalla ingiuria, e macchinando riordinar la repubblica su le antiche maniere, adoperavasi, come ho detto, palesemente, incitandovi pur gli altri, aU’annientamento del popolo. Lui cingeva un seguito di molti nobili e ricchissimi giovani, e per lui stavano molti clienti, prosperatine già nella guerra. Esaltato da questi, andavano fastoso, e minaccievole, e fra tutti chiarissimo; non però ne ebbe termine fortunato. Adunatosi pe’ casi presenti il Senato e proponendo, com’ è costume, il proprio parere prima li seniori, tra quali non molti con trariarono manifestamente la plebe ; alfine ridottasi la disputa ai giovani, egli chiese da’ consoli il poter dire ciocché voleva : e tra ’l favor grande, e la grande attenzione di tutti cosi contro del popolo ragionò. Che U popolo non siasi ribellato per necessitA e per disagi, ma sollevalo dalla rea speranza di abbattere il comando de' pochi, e farsi egli stesso l’ arbitro del comune ; credo ornai che lo abbiate o padri compreso voi tutti, considerando la incontentabilità sua nel pacificarcisi. Non era il solo disegno suo di violare la fede de' contratti, e di abolire le leggi che la garantivano, senza passare più oltre. Esso per levare il magistrato de' consoli, ne fondava un altro nuovo, c lo rendeva sacrosanto ed immune per legge, ed ora, e voi non vel conoscete, lo ha con un plebiscito recente immedesimato al poter dei tiranni. E per certo, quando gC incaricati di un tal magistrato col pretestare i bei titoli di proteggci'e i plebei malmenati opereranno con esso e disporranno come a lor piace, quando niuno, non uomo privato, non pubblico, potrà impedirne gli abusi per timor della legge la qual toglie anche il dire non che il fare, minacciando la morte a chi pur lascia fuggirsi una libera voce in contrario ; dite, e qual altro nome dee mettere allora chi ha senno a tal magistrato se non quello di ciò che è veramente, e che voi tutti confesserete, quello cioè di una tirannide ? Siasi un solo che tirantt^ggia, siasi il popolo tutto, e qual divario ? quando uno appunto è l’operar di ambedue? Era ottimissima cosa non lasciare mai che il seme s’ introducesse di un simil potere y e soffrir prima tutto, come il valorosissimo jéppio voleva, antivedendone da lauto tempo le ree conseguenze. Ma giacché ciò non si fece, ora almeno sradichiamolo, gettiamolo dalla città mentre è debole ancora, e facile da superarlo. Certo voi non siete, o padri coscritti, nè i primi, nè i soli a’ quali tocchi ciò fare ; quando molti già tante volte deviando dalle buone risoluzioni su di affari gravissimi ; e ravvoltisi in necessità sconsigliate, tentarono estinguere il mal già cresciuto, se impedito nel nascere non lo avcano. E quantunque la penitenza di chi lardi fa senno sia da meno della previdenza ; tuttavia sott’ altro rispetto apparisce non inferiore, rmnullando V errar già commesso coll’ impedir che si termini. Se alcuni di voi han per gravi le operazioni del popolo, se pensano doversi lui prevenire sicché più non esorbiti, ma vien loro la verecondia di parere i primi a rompere i patti e li giuramenti; sappiano, che se fan ciò, saranno incolpabili innanzi gl’ Iddj, e compiran la giustizia col? utile proprio ; giacché non eomincian essi /’ oltraggio ma lo respingono, non tolgon essi i patti, ma chi prima li tolse puniscono. E grandissimo argomento siavi che non voi cominciate a rompere i patti, non voi l’alleanza, ma il popolo il quale non più soffre le leggi colle quali ottenne il ritorno. Non chiese già egli i tribuni per danneggiare il Senato ; ma per non essere danneggiato. Eppure or ne usa non per ciò che lo dee^ nè per ciò che fu crealo, ma per turbare e confondere lo stalo della repubblica. Ben vi ricorda dell ultima adunanza, e delle cose dettevi dot tribuni, e quanta euroganza e quale disordine vi dimostrassero. Ed ora, niente più savj, quanto fasto non menano al vedere, che tutta la forza della città sta ne’ voti, e ne’ voti ci vincon essi, tanto maggiori di numero ? Se dunque han essi incomincialo a frangere i patti e le leggi; che dobbiamo noi fare se non rispinger la ingiuria p se non ripigliarci giustamente ciocché ingiustamente ci han tolto ? e frena' tante lor pretensioni ognora più grandi? e ringraziare gl Iddj che non han permesso che essi coll acquisto del primo potere divenissero savj per t avvenire ; ma gli han ridotti a tal vituperio e briga per la quale voi di necessità tentaste ricuperare il perduto, e custodir ciocché resta, come si dee? Se volete riavervi; non altra occasione mai fia così buona, quanto la presente. Ora la più parte di essi è vinta dalla fame, e /’ altra non potrà resistere lungamente per l indigenza, se abbia i viveri scarsi e cari. Li più rei, quelli non mai propensi al comando de’ pochi, ridurransi a lasciarci, ma gli altri più miti diverranno ancora più docili, nè mai più vi turberanno. Custodite dunque, non iscemate di prezzo i viveri, e fate che vendansi il più caro che mai. Voi ne avete oneste occasioni, e pretesti lodevoli nella ingratitudine di un popolo che mormora, quasi abbiate voi prodotta la carestia, nata dalla ribellione loro, e dal guasto che diedero alle campagne, levandone e trasportandone ciocché vollero come da terre nemiclie, e nelle spese dell’ erario per la spedizione de’ commissarj in cerca di viveri, e nelle tante altre ingiurie, onde foste oltraggiali. Conoscansi fin da ora quali sono i mali co’ quali ci afliggeranno, se non facciamo tutto a piacere del popolo, come i capi loro dicono per atterrirci. Se vi lasciate fuggir di mano questa occasione ; ne sospirerete le mille volte una simile. E se il popolo sappia una volta che voi macchinavate di abbattere tanta sua forza, ma ne desi-, steste ; tanto più vi si renderà gravoso, tenendovi nei vostri voleri come nemici, e come impotenti ne’vostri timori. Si divisero a tal dire di Marcio i pareri, e molto si romoreggiò nel Senato. Imperocché quelli che da principio contrariavan la plebe, e ne ammisero malgrado loro la pace, tra quali erano i giovani, quasi tutti, e li più ricchi e più riguardevoli de’ seniori ; esasperandosi della impudenza di essa, encomiavan quest’ uomo come generoso, come amico della patria, e che parlava il ben del comune. Ma quelli che propendeano, come prima, verso del popolo, nè stimavano le ricchezze oltre il dovere, nè credevano cosa alcuna necessaria quanto la pace, eransi corucciati a tal dire, non che vi aderissero. Volevano che si vincessero i poveri colle dolci, non colla violenza : essere la dolcezza una cosa non solo conveniente ma necessaria ; principalmente per la benevolenza verso de’ eittadini : e chiamavano que’suoi consigli non libertà di detti, e di opere ; ma delirj : nondimeno questo partito, come picciolo e debole, era sopraffatto dall’ altro più forte. Oi! dò vedendo i tribuni ( eran questi presenti, invitati in Sonato da’ consoli ) gridarono e fremerono, chiamando Marcio peste e rovina della città ; come lui cbe usciva in discorsi si rei contro del popolo. E se i patrizj non lo frenavano coll’ esilio o con la morte, mentre svegliava in Roma una guerra civile, essi, diceano, che lo punirebbero. Or qui nato un tumulto ancora più vivo pei discorsi dei tribuni, principalmente dal cauto dei giovani cbe mal sopportavano quelle minacce ; Marcio animatone parlò più veemente ancora e più risoluto. Io, diceva, io se voi non la finite di far qui turbolenza, e di sommovere i poveri; io da ora innanzi mi farò cantra voi non colle parole, ma colle opere. Or qui riscaldatosi più ancora il Senato, i tribuni vedendo che più erano quelli che volevano richiamare, che serbare i poteri conceduti alla plebe, fuggirono dal Senato gridando, e protestando gl’ Iddj, vin non fate voi parer vere le calunnie che di voi si spar^ gono ? e che savj sono pel pubblico, quanti consigliano che non pià crescer si lasci questa vostra potenza violatrice delle leggi ? A me così par certamente. Afa se vorrete far cose, contrarie a quelle delle quali vi accusano, moderatevi, ve ne consiglio : ricevete a cor placido, e non con ira, i discorsi dai quali siete investiti. F’oi se così fate, ne parrete uomini dabbene, e coloro che vi odiano, ne saran/w pentiti. Avendovi cojè noi fatto ragione amplissima come pensiamo, non siate, ve n esortiamo, indegni di voi. Folendovi noi implacidire non esasperare ; miti, umane furono le opere colle quali vi abbiamo trottato : io dico, per tacere le antiche, quelle fattevi di recente pel vostro ritorno. Certamente sarebbe pur giusto che voi vi ricordaste di queste ; mentre noi vorremmo dimenticarcene. Tuttavia la necessità ci stringe a ricordarvele per chiedervi in contraccambio di tanti e grandi benefizj che noi già concedevamo alle istanze vostre, che nè si uccida, nè bandiscasi Un uomo amantissimo della patria, e nobilissimo infra tutti nella guerra. Non poca sarebbe la perdita, voi lo vedete, se Roma fosse privata di tanta virtà. Egli è giusto che mitighiate lo sdegno verso lui, risgiiardando almeno quanti ne salvò di voi nella guerra, e ripetendone le belle sue gesta, non perseguitandone lé vane parole. Niente vi hanno i detti nociuto di lui, ma moltissimo i fatti vi giovarvno. ' Che se pur siete inflessibili in suo riguarda, donatelo almeno a noi, donatelo al Senato che vel chiede : rendete una volta la stabile calma, e la sua unità primitiva alla patria. E se voi non vi piegherete alle nostre persuasive ; riflettete che neppur noi cederemo alle vostre violenze. Così il popolo messone a prova o sarà cagione a tutti di amicizia sincera e di beni maggiori; o nuovo principio di una guerra civile, e di gravissimi mali. I tribaoi, avendo Minuzio cosi perorato, consideratane la moderazion del dire, e come la plebe mossa dalia dolcezza delle sue promesse, ne furono sdegnati e dolenti, e soprattutti Cajo Sicinio Belluto, quegli che avea suscitato i poveri a ribellarsi da’ patrizj ed erane stato nominato capitano, 6nchè fìiron su Tarmi. Nemicissimo degli ottimati, era perciò stato portato a grande chiarezza da’ cittadini. Ora creato per la seconda volta tribuno giudicava che a ninno giovasse men che a lui che la città fosse appieno concorde, e ripigliasse la forma antica. Imperocché vedeva che se governavano gli ottimati, egli nato e cresciuto ignobile, senza luce alcuna d’ imprese in pace o in guerra, non avrebbe più gli onori, nè la influenza medesima ; anzi che correrebbe pericoli estremi, come sommovitore dei popolo, ed autore di tanti suoi mali. Fissato adunque ciocché avrebbe a dire e fare, e consultatosene co’ tribuni compagni, poiché li ebbe unanimi, sorse, e lamentata brevemente la disgrazia del popolo, lodò li consoli perchè degnati si fossero di rendere ragione ai plebei, senza spregiarne la loro bassezza : e d'sse che rìngraziava i patrizj ancora, perchè nasceva finaluaente in' essi la cura della salate de' poveri ; e che molto più egli ciò contesterebbe 'a nome di tutti i colleghi, quando darebbero pur le operc> simili ai hitti. Cosi proemiando, e parendone anzi sedato, e propenso alla pace, si volse a Marcio presente ai consoli V e disse i E tu o valentuomo niente ti difendi coi tuoi cittadini su quanto hai detto in Senato ? Chè non supplichi piuttosto, e ne plachi lo sdegno, sic’ chò miti sieno nel sentenziartene ? Già non 'vorrei che tu negassi un tale tuo fallo, avendolo tarili ve ; nè che, tu Marcio, tu pià altero in cor tuo che un privato, ti volgessi ad invereconde difese. Sarà parato non indegno ai consoli ed ai patrizj di aringare essi in tuo bene, nè parrà per te degno che tu lo facci su te stesso? Or cosi parlava -costui ; ben conoscendo che quel generoso non soffrirebbe mai di essere T accusator di sestesso, e chiedere come colpevole la esenzion della pena, nè mai contro l’ indole sua ricorrerebbe alle umiliazioni ed alle suppliche: ma che o ricuserebbe fare ogni difesa ; o facendola coll’ innato ardimento suo, niente tempererebbe nè il popolo, nè il dire. E cosi fu ; perchè taciutisi, e presi i plebei, quasi tutti, da bel desiderio di liberarlo, purchéegli ne &vorisse la occasione, manifestò tanta insolenza e dispregio per essi ; che nè, presentatosi, negò le parole da lui dette in Senato, nè come pentitone, si diede ad impietosirli e placarli: ma fin sul principio non li volle, come privi di autorità competente per giudici di cosa ninna, pronto per altro a sottomettersi, com era la legge, al tribunolc de’ consoli, se alcuno volesse ac> cusarvelo, e cbiederoe soddisfazione pe’deui, o per le, opere. Diceva eh’ egli era, colà venuto, giacché vel chiamarono, parte per riprendere le loro prevaricazioni, e la incoutentabiUlà j manifeslala aemprepiù nella separazione y e dopo il riiomo ; e parte per consigliarli, per fiammata, soffiandovi, 1’ ira del popolo, concluse l’ao cosa, che il tribunato ne sentenziava la morte, per r oltraggio fìtto agli edili, che egli percosse e respinse, mentre per ordin suo lo arrestavano il di precedente: non finire che su chi gC incarica, gli oltraggi de’ ministri, E così dicendo ordinò che portassero Marcio al l’altura che sovrasta sul Foro. È questa un dirupo ro> vinoso e vasto donde solcano precipitare i rei condan nati alla morte. Corsero gli edili per prenderlo: ma dato un altissimo strido, si levarono conira loro in folla i patrizj, e quindi contro de’ patrizj il popolo : e molto era in arabe le parti il disordine, molto lo in giuriarsi. Io spingersi, Tassalirsi. Se non che gli autori di un tanto moto furouo rattenuti e necessitati a moderarsi dai consoli i quali, cacciatisi in mezzo, coman darono ai littori di rimover la turba. Tanta era allora negli uomini la riverenza per quel magistrato, e tanto il pregio deir autorità suprema ! Intanto Sicinio non piò saldo, ma perturbato, e timoroso di ridurre i partiti a respingere forza con forza, non volendo lasciare, nè potendo continuare la impresa una volta tentata, era pensierosissimo su >ciò che fosse da fare. Or lui vedendo in tanti dubbj Lucio Gin nio Bruto, quel capipopolo che ideò le condizioni della concordia, uomo acuto specialmente in trovare, ove mancano, gli espedienti, venne, e solo con solo, suggerì che non si ostinasse in una disputa ardente, nè legittima : mirasse tutti i patrizj irritati, e tutti pronti alle armi se vi fossero invitati dai consoli, ma dubbiosa la parte migliore del popolo, nè ben animata a permettere senza previo giudizio la morte dell' uomo più. insigne di Roma : cedesse per allora, egli così consigliava; badasse a non combattere i consoli per non eccitare mali manieri : piuttosto indicesse a un tal uomo, fissandone un tempo qualunque, di perorar la sua causa, i cittadini votassero per tribù su lui: e ciò sen facesse che la pluralità de’ voti dichiarerebbe. Non competere che ai tiranni la violenza che ora minacciavasi, facendosi il tribuno accusatore in un tempo e giudice ed arbitro della pena : ma in una repubblica doversi agli accusati le difese come voglion le leggi, ed il gastigo secondo il voto dei più. Cedette Sicioio a tale consiglio non trovandone altri migliori, e fattosi innanzi disse : Foi vedete o plebei V entusiasmo de’ patrizj per la violenza e le stragi : vedete come tengon voi tutti da meno che un solo caparbio che oltra^a una intera repubblica. Non conviene che noi li somigliamo e corriamo alla nostra rovina, cominciando o respingendo una guerra. Ma perciocché alcuni di loto allegano, come onorevol pretesto, la legge la qual non permette che uccidasi un cittadino ' senza previo giudizio, ed allegandola ci tolgono d infliger le pene ; diasi pur luogo alla legge ; quantunque ne’ nostri disagi abbiamo noi mai sofferto nè cose giuste, nè secondo le leggi da essi. Dimostriamoci anzi probi colle clementi maniere, che del numero de’ vostri of Linno VII. 36 1 Jénsori colla violenza. Ritiratevi ; aspettate, nè già sarà molto, il tempo avvenire. Noi preparando in^ tanto le cose che importano, fisseremo a codest’ uomo un tempo perchè si difenda, e non eseguiremo se non la vostra sentenza. Quando v' avrete in mano i suffragi secondo la legge, votatene allora la pena che merita. E ciò basti su questo proposito : Che poi giustissima facciasi la compra e la distribuzione dèi grani, noi vi provvederemo, se questi (\) ed il Senato non vi provvedono. E ciò detto disciolse i' adunanza. Dopo questo evento i consoli convocando il Senato considerarono posatamente come dar fine alla discordia presente. Sembrò loro primieramente che dovessero cattivarsi il popolo con vendergli i viveri a picciolo e fàcil mercato, e poi persuadere i lor capi a chetarsi in grazia dei Senato, nè astringere più Marcio al giudizio, e temporeggiare in fine lunghissimamente, se non lasciassero persuadersi, finché l’ ira del popolo si diminnissc. Ciò decretato portarono e proclamarono al popolo tra pubblici applausi l’ editto su i viveri cosi concepito che : sarebbero i prezzi de' generi necessari al vitto quotidiano, tenuissimi come innanzi la sedizione. Poi col molto insistere presso de’ tribuni ebbero per Marcio dilazion quanta vollero, se non piena assoluzione. Anzi essi stessi gli procacciarono altro indugio, valendosi di questa occasione. Gli anziati, spedita una banda di pirati, aveano predato non lu ngi dal lido, I CoDsvii.mentre tornavano in casa, le navi e i deputati del re di Sicilia, che aveano recalo i grani in dono ai Romani, e volgendone ogni cosa come di nemici ad olile, ne teneano in carcere le persone. I consoli, ciò saputo, spedirono agli Anziati : ma non potendone per ambasciadori ottener la giustizia, decisero marciare colle armi su loro. Adunque fatto il ruolo di tutti gl’iegli ninna delle cose ordinate dalle leggi su de’ giudizj. Pareva ai consoli, deliberatisi col Senato, che non fosse da permettere che il popolo s’ impadronisse di un tanto potere. Or si diè loro un titolo giusto e legittimo d’impedirneli ; e credeano, usandolo, di renderne vani lutti i disegni ; tanto che invitarono a colloquio tutti i capi del popolo. Congregitisi cou quanti erauo gli opportuni per essi, Minucio disse : Tribuni, ci è piaciuto decretare che bandiscasi la sedizione da Jloma con tutte le forze, nè più nudrasi contesa ninna col popqlo ; vedendo voi principalmente che tornavate dalla violenza alla giustizia ed alla ragione. Or noi lodando voi di questo proposito, abbiamo reputato che il Senato, come è patria usanza, vi precedesse co’ suoi decreti. E potete contestare voi stessi che dalP ora che i nosU'i avi fondarono Roma, il Senato che la ebbe, ritenne sempre questa precedenza : e che il popolo senza la previa risoluzione idi lui mai nò giudicò, nè votò non solo in questi tempi, ma nemmeno in quelli dei re. Tanto che li re non rimettevano al popolo, se non le cose decise in Senato, e così le confermavano. Non vogliate dunque levarci questo diritto, nè abolire tal bella istituzione primitiva. Preanvmonile il Senato, se avete il bisogtto di cose moderate e giuste, e quello che il Senato ne avrà giudicato, quello notificate al popolo, e ne decida. Cosi discorrendola i consoli, Sicinio mal sopportavali, nò volea render aibitro di cosa ninna il Senato. Ma gli altri, eguali a lui di potere, seguendo i suggerimenti di Lucio consentirono che si facesse questo previo decreto. Imperoccbé ancor essi avevano Lucio Bruto: forte come pensa il Ccleoio, dee leggersi Decia in luogo di Imcìo, .Certamente in questi affari elibe parte anche Deciò nominato prima e poi da Dionigi: vedi I. fi, § 8S. Bruto aveva, tt vero il pronome di Lucio ; Ma Dion'gi nou lo ha mai contratte guato ancora col solo pronome. r)ELLr antichità’ romane falla ( nè i consoli la esclusero ) la istanza ragionevole ; Che il Senato desse la parola anche ai tribuni, che sono i procuratori del popolo, come agli altri che volevano aringare favorendo, o contrariando; e che infine, dopo udite le discussioni di tutti, -allóra ciascun padre porgesse il suo voto, premesso il giuramento legittimo, come ne’ giudizj, e dichiarasse ciocché gli paresse il giusto e V utile della repubblica : e quello si tenesse per valido che i più. preferissero. Concedendo i tribuni che si decretasse come i consoli dimandavano ; si divisero. Raccoltisi nel giorno appresso i padri in Senato, i consoli vi esposero le convenzioni: e quindi chiamando i tribuni gl’ invitarono a dire le cause per le quali venivano. £ qui fattosi innanzi Lucio, colui che avea condisceso che si facesse il previo decreto, disse : Potete ravvisare o padri ciocché sia per succedere, vuol dire che noi saremo accusati appresso il popolo dell’ essere qui venuti, e che V accusatore sarà quel nostro collega, per quel previo decreto che V abbiam conceduto. Pensava costui che -non dovessimo noi chiedere da voi quello che ci attribuiscon le leggi, nè prendere per benefizio quanto avevamo per diritto. Chiamali in giudizio correremo in rischio non tenue, che condannati, abbiamo a soffrire bruttissimamente come chi diserta, e tradisce. Ma quantunque ciò sapessimo ; noi siamo qui venuti, superiori a noi stessi j confidando su la rettitudine della causa, e mirando ai giuramenti secondo i quali voi do' 'vete dirigere le vostre sentenze. Noi tenui siamo, e disacconci pià assai che non conviene, a parlar di tali cose, che piccole certamente non sono. Porgeteci non pertanto udienza y e se queste vi parranno giuste ed utili, e vi a^iungo, necessarie ancora pel conw ne, vogliate spontaneamente concedercele. Primieramente dirò sul diritto. Quando o senatori cacciaste i monarchi avendo noi compagni nelr opera, e fondaste il governo nel quale ora siamo, ed il quale noi non riproviamo, voi vedendo i plebei aggravati ne’ giudizj se mai li facevano ( e molti scn facevano ) co’ patrizj, emanaste per suggerimento di Publio Valerio consolo una le^e per la quale permettevasi a tutti i plebei sowerchiati da quelli di appellare al popolo : e per niun altra, quanto per questa legge, procacciaste la concordia di Soma, e respingeste i re che vi tornavano in seno. Jn forza di questa l^ge citiamo codesto Caio Marcio dinanzi al popolo, e gli prescriviamo che risponda su cose nelle quali tutti ci diciamo da lui sowerchiati ed offesi. Nè su questo abbisognavi previo decreto del Senato. Imperocché voi siete gli arbitri di deliberare i primi, ed il popolo di confermare co’ voti quello su cui le le^i non pollano ; ma dove ci han le leggi, sono immobili, e debbono osservarsi, quantunque niente ora voi, perchè si osservino, decretaste. Già non dirà ninno che in caso di aggravio ne’ giudizj un privato appelli validamente al popolo, nè validamente v’ appellino i tribuni. E forti per tale concession della legge, veniamo qui, non senza pericolo, ad esser sotto voi giudici. Pel diritto della natura, diritto che non è scritto, nè introdotto come le altra leggi, noi vogliamo che il popolo non sia nè da pià nè da meno di voi : mentre con questo diritto ha con voi sostenute molte e grandissime guerre, e mostrato ardore vivissimo per compierle, contribuendo non poco perchè Roma le desse, non ricevesse da alwi le leggi. Or voi farete che noi non siamo da meno che voi se frenerete col terror di un giudizio chiunque attenta contro le nostre persone e la libertà. Pensiamo che i magistrati, le precedenze, gli onori debbansi compartire ai primi e pià virtuosi tra voi : ma pensiamo pure ben giusto che essendo tutti sotto un governo, tutti dobbiamo ugualmente e senza riserva o non essere offesi ^ o riceverne pari soddisfazione. Come dunque a voi concediamo que’ gradi sublimi e luminosi, così non vogliamo esser privi dei diritti eguali e comuni. Ma sebbene potrebbero aggiungersi le mille cose, bastino le dette fin qui sul diritto. Or quanto sian utili queste cose, quanto il popolo le apprezzi se faccianst, lasciate che io brevemente ve lo esponga. Su dunque : se alcuno vi dimandi qual pensiate il pià grande de’ mali, quale la cagioH pià pìonta della roiàna delle città ; non di~ reste che sia questa la dissensione? certo che sì. Or chi è si stolido, chi sì fatto a rovescio, chi sì ne“ mico della eguaglianza, il qual non veda, che se concedasi al popola di giudicare le cause che gli spettano, avrem la concordia ; ma se gli si neghi, leverete a noi per fino la libertà ( chè la libertà si toglie, a chi le leggi si tolgono e li giudizj ), e ci ridurrete ad insorgere nuovamente, e combattervi ? Certo che nelle città dalle quali si escludono i giudizj e le leggi, la discordia soUentra e la guerra. Chi non si è trovato in guerre civili non è meraviglia che per la inesperienza non senta ribrezzo de mah antecedenti, nò precluda i futuri. Ma quelli, che caduti come voi tra pericoli estremi, felicemente se ne liberarono, sgombrando i mali come permetlevasi dalle circostanze ; quelli, io dico, se vi ricadono, qual mai scusa aver possono sufficiente e decorosa ? Chi non condannerebbe la stoltezza e delirio vostro grandissimo, considerando che voi li quali per non avere la plebe discorde vi piegaste, non ha gìiari t a tante concessioni, forse non tutte convenevoli ed utili, ora vogliate in discordia tornarvela, tutto che non siate offesi negli averi, nelf onore, o in altre pubbliche cose, e solo per favorir chi la odia ? Se non che voi ciò non farete se savj. Con piacere io V interrogherei quali concetti erano i vostri quando ci concedevate il ritorno colle condizioni che chietlevamo. Ne apprendevate voi forse ragionando un bene ? o fu necessità che vi ridusse a cedere ? Se ne apprendevate il bene di Roma, e perchè ora non vi ci attenete ? se fu necessità, se impossibilità di essere diversamente, or che vi dolete del fatto ? Bisognava, se pur tanto potevate, non cedere forse da principio ; ma ceduto avendo una volta, non dovete più rimproverarvene. A me sembra o padri che voi seguiste il vostro migliore nel paci/icarvici : ma se fu necessità di scendere a condizioni; ella è pure necessità mantenercele. Voi gV Iddj chiamaste vindici degli accordi, imprecando molte e terribili pene a chiunque li violava di voi o de nipoti in perpetuo. Ora io non Pedo perchè dobbiamo tediare pih a lungo voi che tanto bene il sapete, con dire che giuste ed utili sono le nostre dimande, e molta la necessità che vi astringe a corrisponderle, se memori siete de Muramenti. Voi capite, o piuttosto ( giacché io non dico cosa che voi non sappiate ) voi tenete presente che rileva per noi non poco il non desistere dalla impresa per violenza o per inganno, e che un fortissimo stimolo ci ha qui condotti, offesi gravemente, e pià che gravemente, da quest’ uomo. Date dunque su quanto ho detto il vostro voto, ma, dandolo, considerate qual sarebbe il vostro animo verso quel plebeo, se alcuno pur ve ne fosse, il quale tentasse dire o fare centra voi nelle adunanze, ciò che qui codesto Marcio ha pur tentato di dire. Le convenzioni della pace sacrosante al Senato, quelle che munite più -che con vincoli adamantini j ninno di voi, per averle giureUe, nè de’ vostri discendenti può sciogliere, finché Roma fia Roma ; quelle ha il primo codesto Marcio tentato di rovesciarle, non essendo nemmen quattro anni che si conclusero, e tentato ha di rovesciarle non col silenzio, non da oscurissimo luogo, ma qui, pubblicissimamente, al cospetto di voi tutti', sentenziando, che non dovea più lasciarsi, ma ritogliersi a noi la podestà tribunizia, che è la primaria ed unica difesa della libertà, e col mezzo della quale potemmo ri^ congiungersi. Nè qui C ardinsento finì del suo dire, ina vi consigliava a ritorcela ; divulgando come una ingiuria la libertà dei poveri, e tirannide nominando r uguaglianza. Risovvengavi ( era questa la più infame delle istanze sue ) com’ egli disse allora, che era pur venuto il tempo di ricordar tutte le ingiurie del popolo nella prima discordia, e come esortava quindi a mantenere la stessa penuria di viveri, giacché il popolo, logoro dai disagf diuturni si ridurrebbe a cedere in tutto ai patrizj. Non resisterebbero i poveri gran tempo comperando a carissimo prezzo cibi scar-^ sissimi ma parte se ne andrebbero lasciando la cUtà, e parte rimanendovi, perirebbero infelicissimamerUe, E così delirava, così era in ira ogF Iddj ciò persua~ dandovi; che non discerneva che oltre i tanti mali co quali travagliavasi per annientare i trattati del Senato, quando avrebbe ridotto i poveri i quali eran pur tanti, alle angustie de viveri, questi poveri appunto farebbonsi addosso agli autori delle angustie, non più tenendoli per amici. Tanto che se voi pur delirando approvavate il suo parere; non restava più mezzo : ma ne andava la rovina intera del popolo, o de patrizj. Imperocché non ci saremmo già dati quasi schiavi a spatriare o morire : ma chiamando i genj ed i numi in testimonio de' mòli che soffrivamo ; avremmo riempiute, ben lo intendete, le piazze, e le vie di ukdergogne ; sin che tu abbi un altra difesa qua^ Itlnque; scendi da quel tuo enlusiatmo orgoglioso e tirannico, toma, o sciaurato, ai concetti del popolo : renditi simile agli altri', prendi come chi ha peccato e raccomandasi, un abito dismesso, addolorcvole conforme ai disastri, e cerca il tuo scampo ; umiliandoti, non insolentendo dinanzi gli oltraggiali da te. Sianti esempio di bella moderazione^ le opere, le quali se tu avessi ùnitalo, non saresti ora ripreso dai tuoi cittadini, io dico, quelle di tanti buoni, quanti qui ne vedi, segnalati per tante virtù militari e civili, quante non sarebbe facile nemmeno in grati tempo pen.orrere. Li quali quantunque grandi e risspettabili ; niente mai fecero di duro, niente di or^ goglioso contro noi si tenui e bassi, e primi intromiìsero discorsi di pace, primi la pace offerirono, quando la sorte ci avea separati, e concedcron la pace non su le condizioni che essi riputavan migliori, ma su quelle che noi chiedevamo ; dandosi infine premura grandissima di levcu'e i disgusti recenti su la dispenstt de' grani per la quale noi gli accusavamo. Ma tralasciando le altre cose, quali ptcghiere non fecero per te, nel tuo superno accecamento, presso tutti, e presso ciascuno del popolo per involarti alla pena? Appresso i consoli ed il Settato, i> quali invigilano su questa, tanto grande città, crederon bene che al giudizio ti sottomettessi del pòpolo, nè tu o Marcio a bene lo tieni ? Questi tutti non han per un biasimo il pregare per tuo scampo il popolo, e tu per biasimo tei prenderai? JVè ciò li bastava, o magnanimo ; ma quasi fatta una belV o pera, ne vai con fronte altera e magmfìcandoti, e niente adoperandoti a mansuefarli? per non dire che insulti, che rimproveri, che minacci la plebe. E pretendendo lui quanto niuno di voi ; non vi sdegnerete, o Padri, a tanto orgoglio ? Se voi tutti risolveste di accingervi ad una guerra per esso ; egli dovrebbe amarvene, e tenersi tutto pronto per voi, non accettar però mai un tal bene privato col danno comune, ma sottomettersi alle difese, alla sentenza, a tutte infine le pene, se bisognasse. Questosarebbe l’ obbligo di un vero cittadino, di uno che vuole il bene colle opere, non colle parole. Ma le violenze presenti qual ne additano mai C indole sua, quale la inclinazione ? quella appunto di violare i giuramenti, di tradire la fede, di rescinder gli accordi, di far guerra al popolo, di oltraggiare le persone dei magistrati, di non sottometter la propria per niuna mai di queste cause, e di girarsela franchissimamente, non come un eguale di tanti cittadini, ma come uno che niun teme, e di niuno abbisogna, immunissimo in tutto da tribunali e discolpe. Or non è questo un vivere alla tirannica? certo che jì / Eppure a conforto di quest’ uomo spargono aure lievi e suoni dolci, alcuni tra voi che pieni di odio implacabile verso del popolo non san vedere che questo male si termina anzi contro de’ nobili che degl’ ignobili, e credonsi affatto sicuri, sol che deprimano il partito che è loro contrario per natura. Ma non così sta il vero, ingannati che siete. Prendete a maestra la esperienza che Marcio stesso vi somministra, prendetene il corso dei tempi: illuminatevi per gli esempj stranieri insieme e domestici.^ e ravvisale, che la tirannia la qual nudtesi contro i plebei, contro tutta la città si alimene ta: e che la tirannia che ora contea noi s’ incornine eia, fortificatasi, contea tutti ruggirà. Ragionate queste cose da Oecio, e supplite da’ triboni compagni quelle che mancar vi sembravano, quando il Senato nè dovè sentenziare, levaronsi i primi in piedi i seniori tra gii uomini consolari, inviati secondo r ordjne consueto dai consoli, e quindi via via gli altri men riguardevoli per queste qualità : seguirono ultimi i giovani, ma non disser parola ; perocché ci avea di que’ giorni ancora tra’ Romani la verecondia, che niun giovane si arrogava saperne più degli anziani. Pertanto accostaronsi essi alle sentenze de’consolarì. Erasi preordinato che i senatori presenti giurassero prima, come ne’ tribunali, e poi dessero il voto. Appio Claudio il patrizio, come ho detto, più acerbo col popolo, e che mai non aveva approvato che si concordasse con esso, mal soffriva che ora si facesse un pari decreto, e disse : Avi'ei veramente voluto, e più voltf ne ho supplicato i numi, essermi sbagliato io circa il sentimento su la pace col popolo, vede a dire che il ritorno de’ fi frusciti non era nè giusto, nè decoroso, nè utile; tanto che quante volte sen prese a trattare^ tante io primo ed ultimo mi vi opposi, anche abbona donalo da tutti. Anzi avrei voluto o padri, che voi li quali per le speranze concepute del meglio, cora- (UscendesCe ed popolo sul giusto e su t ingiusto, He compariste ora più savi di me. Hiuscitevi però le cose, non come io desiderava, anche pregando_ne i numi, ma come io prevedeva, e cangialevisi le beneficente in vilipendio ed odio ; io lascerò, come estraneo a ciò che dee farsi, di riprendervi e di contristarvi in vano per le vostre mancanze, quantunque sarebbe pur facile, ed è pur questo f uso dei più. Dirò piuttosto ciò che può rettificare le cose passate, quelle almeno che non sono in tutto insanabili, e renderci più savj circa le presenti. Quantunque non ignoro, che dicendo io liberamente i miei sentimenti, parrò farneticare e sagrifìearmi, ad alcuni di voi, li quali considerino quanto sia disastroso il parlar francamente, e riflettano la calamità di Mcuxio, il quale non per altra cagione ora corre perìcolo della vita. Ma io non penso che la cura della propria salvezza sia da pregiarsi più che il pubblico bene. Già questa mia persona è tutta pe’ vostri pericoli, tutta pe' cimenti della patria ; tanto che gl’ incontrerò generosissimamenle, come piace agl’ Iddj, con tutti voi, o con pochi ^ e solo ancora, se bisogna. Nè finché io vivo, mai mi terrà la paura dal dire quello che io penso. E primieramente io voglio elte vi persuadiate una volta senza eccezioni che il popolo è malaffetto, e nemico al governo presente f e che qualunque cosa gli avete, coma deboli, corueduta, £ avete spesa vanissimamente, e vi è stala cagione di vilipendio, quasi conceduta £ abbiate per forza, non a ragion veduta, c per beneplacito. Considerate come il popolo si appartò da voi, pigliando le armi, e come ardi mostrarvìsi palesissimamente per inimico, non o^eso da voi realmente, ma fingendosi offeso : perchè non polca corrispondere a suoi creditori, e dicendo, che se decreten ate la remissione dei debiti, e la condonazione delle colpe commesse per la sedizione, non desidererebbe più oltre. 1 più di voi, non però tutti, sedotti da vani consiglieri ( cosi /atto mai non lo avessero ! ) deliberarono di anntdUire le leggi, mallevadrici della fede pubblica, nè più ricordane, nè perseguitare l’ esorbitanze passate. Egli però non si tenne già contento di questa concessione, pel solo bisogno della quale diceva di essersi ribellato ; ma ben tosto pretese altra prerogativa più grande, e meno legittima : io dico quella di eleggersi ogni anno dalt ordin suo i tribuni, pretestando il troppo nostro potere, peichè fossero scudo e rf i^io d poveri oltraggiati ed oppressi, ma in realtà tendendo insidie alio stato delta repubblica, e volendola ridurre democratica. Adunque vi persuasero questi consiglieri a lasciare che entrasse in repubblica il tr ibunato ; come in fatti vi entrò per isciagura comune, e princìfxdmente in onta del Senato, mentre io, se bene ve ne ricorda, tanto ne schiamazzava, protestando ai numi ed agli uomini, che introdurreste tra voi una guerra interna ed implacabile, e presagendovi tutti i mali, quanti ve ne avvengono. E questo buon popolo che vi ha egli fatto dopo che gli avole conceduto il tribunato? Non ha già valuta’o degnamente tanto dono, anzi nemmeno da voi prese con prudenza, e con verecondia, come so glie lo abbiate accordato, premuti e costernali dalle forze di lui. Ha detto che aveasi a rendere sacro, inviolabile, sicuro pe giuramenti, ed ha pretesa un autorità migliore che rwn quella da voi destinata pei consoli. E voi avete tollerato ancor questo, e là tra le vittime giuravate la roidna di voi e de’ vostri di-scendenti. E dopo questo ancora che vi ha fatto egli mai questo popolo ? In luogo di riconoscervene, dolora per le altrui sciagure, e sa compatire gli uomini costituiti in dignità, se la sorte loro travolgasi. Tuttavia diresse a Marcio la maggior parte del discorso mista di ammonimenti, di esortazioni, e di preghiere che facevano violenza. E giacché egli era la causa. della discordanza del popolo dal Senato, e calunniavasi come tirannica la esuberanza delle sue maniere, e temeasi che per lui si desse principio alle sedizioni e ai mali gravissimi, quanti ne sorgono dalle guerre civili; pregavalo a non verificare, o non confermare almeno le incolpazioni e le paure con quel suo nou gradito contegno : assumesse un abito più umiliato : sottomettesse la sua persona per dar conto a quelli che chiamavausi oltraggiati da lui : si presentasse alle difese contro di un accusa ingiusta si, ma che in giudizio appunto si annullerebbe. Sarebbe un tal fare più sicuro per la salvezza, più splendido per la fama che desiderava, e più consentaneo colie opere antecedenti. Dichiarava che se ostinavasi anziché raddolcirsi, e se riduceva, persuadendoli, i padri a subire ogni pericolo per òsso, misera sarebbe per loro se vinti la perdita, ma turpissima se vincitori, la vittoria. E qui tutto davasi al pianto, riepilogando i mali gravi e non dubbj che straziano nelle discordie le città. LY. Tali cose esponendo con molte lagrime non artificiose 'e noa finte, ina vere, egli venerabillstima per anni e per meriti, come videne commosso tutto il Senato, cosi con più confidenza seguitò, dicendo : Se alcuno di voi conturbasi, o padri, pensando che introducesi un tristo costume nel concedere al popolo di votar su patrizj, e che non produrrà niun bene f autorità de' tribuni che tanto si fortifica, sappiate che voi siete errici, e v ideate il contrario di quel che conviene Imperocché se mai vi sarà metodo salutare, metodo per cui non si tolga né la libertà nè le forze a Romec, e per cui le si conservi in perpetuo la concordia ; senza dubbio il metodo principalissimo sarà quello che assumasi anche il popolo al goverrto, talché non sìa questo nè pretta oligarchia, nè democrazia, ma un tal misto di tutti. E questa la forma che più che tutte ne giovi ; perchè ciascuna delle altre, applicata sola, com è per sestessa, scorre facilissimamente alle insolenze ed alle ingiustizie; laddove quando una forma si abbia ben contemperata da tutte, allora se una parte commovesi ed esce dalr orditi suo, vien contenuta sempre dall altra, che è savia, e tiensi al dovere. La monarchia divenuta dura^ superba, tirannica, suole abbattersi da pochi valenti uomini : la oligarchia, qual voi t avete al presente, se troppo s' innalza per le ricchezze e per le aderenze, nè più tien conto della giustizia e della virtùf si annienta da un popolo savio : un popolo savio e che vive secondo le leggi, se poi volgesi ai disordini ed alle ingiustizie; è sopraffatto dalle arme, e rimesso piomat, tamo II. '. j5 Digìtized by Google 386 DELLE antichità’ ROMANE in dovere dal pià forte. Voi trovaste, o padri, rimedj efficaci perchè il potere di un solo non si mutasse i n tirannide. Voi scegliendo in luogo di un solo due capi della repubblica, e dando loro il comando non per un tempo illimitato, ma per un anno; destinaste oltracciò per invigilarli i trecento patrizf, i più anziani e più grandi, da' quali è composto il Senato. Ma voi, per quanto si vede, non avete fin qui messo per voi niun che vi osservi, e tenga in dovere. CeT’~ tornente io finora non temei che vi corrompeste ancor voi tra t abbondanza, e la grandezza dei beni, per-chè non è molto che avete liberato Roma da una vecchia tirannide ; nè aveste mai comodo di scapricciarvi e cC insolentire per le guerre continue e lunghe. Ma riflettendo io ciocché può succedere dopo voi, e quante mutazioni suol produrre la diuturnità dei tempi ; temo che i potenti del Senato si rimescolino, e riducano per occulte vie finalmente il governo in tirannide. Ma se comunicherete il comando col popolo, non sorgerà quindi alcun male. E se altri ( giacché tutto dee prevedersi da chi consulta su la repubblica) se altri tenti elevarsi più de’ colleghi e del Senato, procacciandosi un seguito di uomini pronti a congiurare e ad offendere ; costui citato dai tribuni al popolo, per quanto egli sia grande e magnifico, renderà conto ai negletti ed ai poveri : e trovatosi reo, ne subirà le pene che merita. Ma perchè il popolo con tal potere non insolentisca nemmen esso, nè guidato da capi rei s’ inalberi contro de' buoni, tiranneggiando che nasce tmcìie nel popolo la tirannide ) ; lo invigilerà, nè pennellerà che ne abusi un uomo distintissimo per saviezza. Un dittatore eletto da voi con potere assoluto, inappellabile, separerà dalla città la parte infetta di popolo, nè lascerà che la sana se ne corrompa. Egli, riordinati i costumi e le preclare maniere del vivere, nominati i magistrali, che giudica savissimi per la cura del pubblico, ed eseguili tali cose in sei mesi, rientri di bel nuovo nella classe de’ privati, conservando per sè t onore, e non più. Pertanto considercutdo vqì questo, e giudicando bonissima tal forma di repubblica, non vogliate da ciò che chiede escludere il popolo. Ala come avete attribuito al popolo che scelga ogni anno i magistrali che regolino, che ratifichi o annulli le leggi, e decida della guerra e della pace, cose tutte rilevantissime e principali tra quante in uno stato sen facciano ; nè avete di niuna di esse lasciato cubitro indipendente il Senato ; cosi chiamale anche il popolo a parte dei giudizj, massimamente se alcuno sia accusato di offendere la stessa repubblica, eccitando sedizioni, preparando la tirannide, convenendosi co’ nemici di tradirci, e macchinando mali consimili. Imperocché quanto più renderete terribile agl indocili ed ai superbi la trasgression delle leggi, e le innovazioni di Stato, mostrando intenti su loro più occhi e più guardie ; tanto più la repubblica starà nel suo fiore. Dette queste e cose consimili, tacque. Convennero nel parere medesimo gli altri senatori sorti dopo lui, eccettuatine pochi. E standosene ornai per formare il decreto ; chiese Marcio la parola e disse : Quale, o padri coscritti, io sia stato verso la repub^ blica, come io sia venuto in tanto pericolo per la benevolenza mia verso di voi, e come ora io ne sia da voi contraccambiato fuori della mia espettazione, voi tutti il vedete, e meglio lo intenderete ancora dopo dato un fine alle mie cose. Ed oh ! se come la sentenza di Valerio prevale ; così vi giovasse, ed io mi sbagliassi nelle mie congetture sul futuro. Almeno però perchè voi che siete per emanare il decreto, conosciate le cause p^r le quali mi consegniate al popolo, nè io ignori su che sarà combattuto nelt adunanza di esso ; intimale ai tribuni che dicano alla presenza vostra la ingiustizia su la quale mi accuseranno, e qual titolo diasi a questo giudizio. LVin. Egli cosi diceva, perchè congetturava che a vrebbe a difendersi appunto pe’ discorsi fatti in Senato, e perchè voleva che i tribuni convenissero che su que sto appunto verserebbe l’azione. Ma i tribuni consultatisi lo accusarono che brigato avesse la tirannide, e su. questa accusa chiedevano che venisse a difendersi. (Schivi di restringere 1’ accusa ad una sola causa, e questa nè valida nè cara ai Senato ; riserbavansi il potere di accusarlo su quanto volevano > pensando che resterebbe così Marcio spogliato di tutto il soccorso del Senato ). Marcio dunque replicò: se io debbo essere giudicato su questa calunnia, mi sottometto ed giudizio del popolo, nò mi oppongo che ne stenda il Senato 'il decreto. Piaceva al più de’ padri che su ciò si rigirasse l’accusa e per due fini: perchè da indi in poi non più sarebbe un senatore incolpato per dire cioc> chè pensava nelle consultazioni ; e perché di leggieri quel valentuomo se ne purgherebbe, sobbriissimo altron de, ed irreprensibile nella vita. F u dunque, secoudo ciò, steso il decreto pel giudizio : e dato a Marcio tem po per preparar le difese da indi al terzo mercato. Tenevasi allora, e tuttavia si tiene da’ Romani il mercato in ogni nono giorno. In questi adunandosi i plebei dalle campagne in città ; vi cambiavan le merci, e vi discutevano le liti private : e ricevendo i voti ; sentenziavano su le cause pubbliche, riservate loro dalle leggi, o dal Senato. Negli otto giorni intermedj a’ mercati viveansi nelle campagne, essendone i più di loro lavoratori e poveri. I tribuni preso il decreto, e recatisi al Foro, v’adunàrono il popolo : e lodatovi con ampj encomj il Senato, e lettavene la sentenza ; intimarono il giorno nel quale si finirebbe quella causa ; raccomandando a tutti d’ intervenire, perchè discuterebbono importantissime cose. LIX. Divulgato ciò ; vivissime furono le cure e i ma neggi de’ plebei e de’ patrizj ; di quelli come per punire un arrogante, e di questi perchè non restasse all’ arbitrio de’ loro avversar] il difensore del comando de’ pochi. Pareva ad ambi che si mettessero in quella causa a pericolo i diritti tutti della vita e della libertà. Giunto il terzo mercato, si ridusse dalle campagne in città tanta moltitudine, quanta mai più per addietro, occupando infino dall’ alba il Foro. I tribuni la invitarono a riunirsi per tribù, separando con funi il sito dove ciascuna si alluogherebbe. L’ adunanza su quest’ uomo fu la prima la quale votasse per tribù , sebbene assai si opponessero i palrizj perchè ciò si facesse ; chiedendo che si tenessero, com’era l’uso della patria, i comizj per centurie. Imperocché ne’ primi ten>pi se il popolo dovea votare su di una causa qualunque rimessagli dal Senato ; i consoli adunavano i comizj per centurie, compiendo prima i sagrifìzj legittimi, che in parte si compiono ancora. Il popolo ordinato come nei tempi di guerra sotto i centurioni e le insegne, adunavasi nel campo di Marte posto innanzi della città. Quivi non prendevano e davano tatti insieme il lor voto ; ma ciascuno nella propria centuria, secondo che eran chiamate dai consoli. Ed essendo le centurie cento novanta tre, e dividendosi queste in sci classi, chiamavasi innanzi tutte, e dava il suo voto la prima classe, la quale formata dei più riguardevoli per sostanze, e primi negli ordini militari, comprendeva diciotto centurie equestri, ed ottanta appiedi. Appressò votava 1’ altra classe la quale men comoda per sostanze, seconda nell’ ordine della battaglia, e men cospicua de' primi per armatura, formava venti centurie; aggiuntene ancor due di artefici, i quali apprestano legni e ierro, ed ogni altra macchina militare. Costituivano i chiamati nella terza classe venti centurie, inferiori tutte nell’ onore, nell’ ordine della battaglia, e nelle armi, non simili a quelle de’ precedenti. Gli altri chiamati appresso, rispettabili anche meno in pregio di sostanze e di armi, ma più sicuri di posto nella battaglia, divideausi ugualmente Anni di Roma a63 secoado Catone, aR5 secondo Varrone, a 4^ aeCristo. ia venti centurie ; alle quali se ne univano altre due y di suonatori di corni e di trombe. Qiiamavasi per quIn-i>. 4 t S'So j ù tratta la materia medesima. I soldati che qui si dicoDo immuni dai cataloghi militari, erano certameule liberi dalle coscrizioni: peraltro potevano militare se volevano. (a) Nella prima classe ci aveano ottanta centnrie appiedi a diciotto a cavallo, ìu lutto novanlollo vedi loco citato. Le altre classi in tutto costituivano novantacinque centurie : perchè la seconda classe comprendeva venlidua centurie: la terza venti: la quarta di nuovo ven lidne : e la quinta trenta; risultaudo la sesta da una sola. Digitized by Google 3q2 delle antichità’ romane bio da ricorrere al voto fioale de’ poveri. Era questo il refìigio estreirio, se mai le cento novantadue centurie scindeansi in parti eguali ; e ne preponderava la parte alla quale quell’ ultimo voto si volgeva. Chiedeano i difensori di Marcio che si adunassero i comizj ordinati secondo gli averi, immaginandosi forse che il valentuomo sarebbe liberato dalle novantotto centurie' della prima classe quando le chiamavano, o dalie altre almeno della seconda o della terza. Ma sospettando eziandio ciò li tribuni, conclusero che si avesse a riunire il popolo per tribù, e così renderlo giudice della contesa ; perchè nè i poveri ci avessero men potere dei ricchi, nè i soldati leggeri men di quelli di grave armatura, nè la moltitudine, differita per 1’ ultima chiamata, fosse impedita a dare egnal voto. Divenuti tutti pari nell’ onore. e nel voto, avrebbero ad una sola chiamata dato i loro suffragi tribù. Or pareano i tribuni più giusti che gli altri, col pensare che il giudizio del popolo fosse veramente del popolo, non della parte fautrice degli ottimati ; e che su le offese di tutti, tutti dovessero sentenziare. Conceduto ciò con stento da’ patrizj, essendosi ornai per disputare la causa, Minucio 1’ altro de' consoli ascese il primo in ringhiera, e disse quanto eragli stato commesso dal Senato. E prima ricordò tutte le beneficenze, quante il popolo ne avea ricevute da’ patrizi : e poi chiese in contraccambio di queste, eh’ eran pur tante, che il popob concedesse una grazia, necessaria ad essi che la domandavano, pel pubblico bene : quindi lodò la concordia e la pace e rilevò di quanti beni Sten causa I’ una e T altra nelle citUi: condannò le sedizioni e le guerre intestine; e mostrò, che ne erano stale distrutte le città con gli abitanti, anzi le • intere nazioni : raccomandò che secondando l’ira non isceglies sero il peggio per lo migliore: che provredessero il futuro con saviezza, non si valessero in consultazioni gra vissime dèi consiglio de cittadini più tristi, ma di quelli che tenean per bonissimi, da’ quali sapeano sere stata tanto giovata in guerra ed in pace la patria, e de’ quali non era giusto che diffidassero, quasi avessero già mutato > natura. Era 1’ intento di tanti discorsi, che non dessero niun voto contro di Marcio, ma in vista prindpal mente di essi assolvessero quel valentuomo ; ricoi> dandosi quale egli era stato per la repubblica, quante guerre avea portato a buon termine per. la libertà e per r impèro di Roma, e come non farebbero cosa nè pia; nè giusta, nè degna di. loro, se ingrati alle opere segnalate di lui ne punissero le vane parole. Esservi bellissima la opportunità di dimetterlo ; giacché egli presen tava la sua pmeona ai nemici, per subirne in pace il giudizio che di lùi formerebbero. E se non che riconciliarsegli, persistevano duri, implacabili con esso, almeno giacché il Senato trecento i: più insigni della città, facevasi a supplioudì, s’ impietosissero e mansuefacessero, ciò considerando ; nè per punire un nemico ributtassero le {ghiere di tanti amici, ma in grazia di tanti valealuomini condonassero la pena di un solo. Dette queste consimili cose, aggiunse in ultimo, che se assolvesserò dopo dati i voti un tal uomo, parrebbouo ril.iaciarlo per non esser stato un ofTeusore del popolo : ma se proibivano di prosegniroe il giudieio, mostrerebbero di donarlo a tanti che per lui supplicavano. E qui taciutosi Minucio, fecesi innanzi Sicinio il tribuno, e disse: che. uè egli tradirebbe la libertà del popolo, nè permetterebbe di buon grado che altri la tradissero. Pertanto se i patiizj sottomettevano realmente un tal uomo al giudizio del pòpolo, iàrebbe che su lui si votasse, nè punto da ciò i si scosterebbe. ^ E; qui subentrando Minucio replicava : Poichésiete o tribuni fermi in tutto eli dare il voto su quest’uomo; almeno non lo accusale di altro che della offesa imputatagli. K poiché lo dinunziaste reo di ambita tirannide di chiarate e convincete, ciò con gli argomenti t ma' non vogliate .nè ricordare nè accusare le parole, le quali 10 incolpavate, di^ carer. detto in Senato.^ Imperocché 11 Senato lo dichiarava immune da que'sta colpa j e sentenziò phe al popolo si. presentasse '..per le cause convenute. E qui lesse la seuteoBa. E pò,bn gli altri più potati de’ tfibutii. Manon eà' tosto' tocoù atMarciu-di perórare, combaciando da capo, numttò quante spedizioni militari avea sostenuto dalla prima età sua>per.^ blica, quante corone trionfali avea' riportate da saoi cc.^^ mandanti, quanti erano i nemici presi da lui prigionieri, quanti li Cittadini salvati nelle battaglie. E ad ogni dir suo mostrava i premj dati al suo valore, e ne profferiva io testimonio I capitani, e ne chiamava a nome i cittadini liberati. E questi si presentavano sospirando e supplicando i cittadini a non uccidere, nè distruggere come nemico chi era la causa della loro salvezza ; chiedendo la vita di un solo per quella di tanti, ed esibendo in luogo di lui sestessi, perchè come più voleano ne disponessero. Erano i più di loro del popolo anzi al popolo utilissimi. E preso il popolo da verecondia all’ aspetto ed alle lagrime di tanti ne impietosi, e ne pianse. Quando Marcio squarciandosi 1’ abito, mostrò pieno il petto, piene le altre membra di cicatrici, e dimandò se credeano poter esser le opere di un uomo stesso salvare il popolo in guerra dà nemici, e saU alo opprimerlo nella pace : e se chi fonda una rannlde, caccia dalla città una porle del popolo, dal (filale principalmente la tirannide si alimenta e corrohora. E lui parlando ancora, tutti i più mansueti, e più umani del popolo esclamavano, che si rilasciasse: e vergognavansi che stesse fio dal principio in giudizio per simil cagione un uomo che avea tante volte spregiata la propria salvezza per quella di tutti. Ma tutti i più invidiosi, tutti i più malevoli ai buoni, e più pronti alle sedizioni, soffrivano di mai in cuore di avere a liberare un tal uomo : tuttavia non sapeano che più fare, non apparendo in esso indizj nè di tirannide, nè di ambizion di tirannide, e su ciò dovessi giudicare. Or ciò vedendo quel Decio che avea ragionato in Senato, e procurato che si stendesse il decreto per la causa, levatosi in piede fece silenzio e disse : Poiché, o popolo, i patrizj hanno assoluto Marcio dalle parole dette in Senato, e da fatti violenti e superbi che le seguirono: nè vi hanno lasciato mezzi onde accusarlo ; udite, non le parole, no, ma la egregia cosa che questo valentuomo vi apparecchiava ; uditene £ orgoglio, la sovverchieria, e conoscete qual vostra legge, egli privatissimo uomo, violasse. Koi tutti sapete che quante spoglie nemiche ci riesce di acquistar col valore, tutte per legge son del comune, e che niuno, nemmeno lo stesso capitano, non che un privato, ne è £ arbitro ; sapete che il questore le prende, le vende, e, fattone danaro, lo versa nel pubblico erario. Or questa legge che niuno da cheRoma è Roma non solo non ha mai violato, ma nemmeno ha ripreso come non buona ; questa già firmala, invalsa, questa ha £ unico Marcio conculcata, appropriando le prede che erano del comune, £ anno scaduto, e non prima. Imperocché essendo noi scorsi su le terre degli Anziati, e pigliato avendovi prigionieri, e bestiami, e frumenti, ed altro in copia ; egli non depositò già tutto' nelle mani del questore: e nemmeno, alienandolo, ne mise il prezzo nel£ erario : ma divise in dono agli amici suoi per cattivarseli, tutta la preda ; or questo io dico eh’ egli è argomento certissimo di tirannide. E come no ? Costui beneficava col tesoro pubblico li suoi adulatori, li custodi della sua persona, li cooperatori della tirannide. E vi affermo che questo fu come un abrogare manifestamente la legge. Or su, facciasi pure innanzi Marcio, e dimostri £ una o £ altra delle due; omelie egli non compartì le belliche prede a’ suoi amici ; o che se bene ciò fece, non ruppe la legge. Ma egli non potrà dire ninna di queste due cose. Imperocché voi sapete ( una e V altra, la legge e t opera : Nè mai potrete coll assolverlo, dar vista di conoscere i diritti ed i giuramenti. Lascia o Marcio le corone ed i premj, lascia le ferite ed ogni ostentazione, e rispondi a questo, su che li concedo ornai che tu parli. Cagionò tale accusa grande mutazione; e li più dolci, e più premurosi per I’ assoluzione di questo uomo si rallentaron ciò udendo. E li più perfidi, quali erano i più della plebe, deliberati allatto di perderlo, vi si ostinarono ancor più, per una occasione si grande, e simanifesta. EU’ era ben vera la distribuzion della preda, non era però fatta per mal genio, nè in vista di una tirannide, come Decio calunniava, ma solo con fine benissimo, con quello cioè di riparare ai mali della repubblica : perchè essendo allora il popolo discorde ed alienato da’patrizj, i nemici dispregiandoli, ne scorrevano e ne predavano di continuo le campagne. E quante volle parve al Senato di spedire una forza che li reprimesse, ninno usciva del popolo, anzi giubbilava contemplando i casi d’ intorno, nè le forze dei patrizj bastavano a contrapporsi. Or ciò vedendo Marcio promise ai consoli, se lo creavano capitano, di portar su' nemici un’armata spontanea, e di pigliarne ben tosto vendetta. Ottenuto Marcio il potere, congregò li clienti, gli amici, e quanti voleano partecipare le sue fortune, e la sua gloria nelle armi. E quando parvegli che si fosse raccolta milizia sufficiente ; la menò su’ nemici che niente ne prevedeano. Scorso in region doviziosissima, ed arbitro divenuto di amplissima preda, permise alle sue milizie che tutta se la dividessero, afUnchè li compagni dell’ impresa, raccoltone il frutto, andassero pronti anche agli altri cimenti : e quelli, che impigrivano in casa, considerando da quanti beni, a’ quali poteano partecipare, gli allontanasse la sedizione; divenissero più savj per le spedizioni seguenti. Tale era su ciò la idea del valentuomo. Ma la turba invida e tenebrosa, considerandone con malvolere le operazioni, credette vedere in esse un predominio, nna largizione tirannica. Dond’ è che il Foro si riempié di clamori e di tumulto : nè più Marcio, nè il consolo, nè alcun altro sapeano che rispondere, riuscendo la incolpazione inaspettata ed improvvisa. Poiché dunque ninno più faceane le difese; i tribuni dispensarono alle tribù li suffragi, proponendo per pena del delitto Y' esilio perpetuo, io credo perchè temevano, che se proponevano la morte, non sarebbevi stato condannato. Dato da tutti il voto, e numeratili, non vi fu gran divario. Imperocché essendo allora ventuna le tribù le quali ottennero il voto, nove si decisero per la liberazione di Marcio, tanto che se altre due vi si aggiungevano, sarebbe stato, còme ordina la legge, liberato per la uguaglianza. Se le trìbCk erano at, e nove si dichiararono per Marcio: dunque dodici lo condannarono; e però ire o non due altre trilnt ci Toleano per uguagliare i Voli della condanna e dell’ assoluzione. Forse Dionigi Tuoi dire che se la tribù condaunaTauo cd undici assolvevano, l’efHcacia de’ voli era la stessa in guisa, che per uu voto di più non cnndannavasi il reo, ma si rilasciava. Se ciò è, nel lesto non vi è discordia, ma la voce dovrà tradursi I Fu questa la prima oitasione di un patrizio al popolo per esserne giudicato : e d’ allora in poi fu stabilito il costume che i tribuni chiamano chi lor piace de’ cittadini a subire il giudizio del popolo. £ dopo tal fatto ancora assai il popolo si elevò, decadendo nomtneno il potere de’ pochi, perché ne furono ridotti ad ammettere > plebei nel Senato, a concedere che aspirassero agli onori, a non vietare che prendessero i sacerdozi, e a dividere con essi per forza e loro malgrado, o per provvidenza e saviezza, i tanti bei pregi, un tempo proprj solo de’ patrizj, come ne’ luoghi opportuni diremo. Del resto l’ uso di citare i cittadini primai'j al giudizio della moltitudine può somministrare materia ben ampia di discorso a chi vuol biasimarlo o lodarlo ; perciocché molli uomini probi ed egregj ne sostennero cose non degne della loro virtù, fatti inglòriosameute uccidere e malvagiamente pe’ tribuni : e per r opposito ne pagarono pnre la debita pena molti uomini aiToganti e tirannici, astretti a dar conto del vivere e procedere loro. Quando dunque vi si faceano con cor buono le discussioni, e vi si reprimevano le esorbitanze dei graudi, quella sembrava mirabilissima cosa, ed erano da tulli lodata : ma quando a torto il merito vi si prostrava de’ valentuomini egregj nel governo del comune ; sembrava orribilissima, e gli autori se he accusavano non per la uguaglianza de' voti come abbiamo (allo ma per la efficacia de’ voti. Sappiasi in fioe che talono de’ critici afferma che le tribù allora erano 3i, e non 3i ; ma il Sigonio de civiiate Rom. G. 3, ed Onofrio Vanvlno al c. 8, sostengono che erano realmente Tcntuna. della coDsnetudtne. Esaminarono, evvero, più volte i Romani se la dovessero annullare, o custodire come r aveano ricevuta dagli antenati ; ma non diedero mai fine all’ esame. E se pur io debbo dirne ciocché ne penso, a me ne sembra la istituzione, se per sé si consideri, vantaggiosa, anzi necessariissima a Roma ; esservi però più o mcn bene riuscita, secondo il carattere dei tribuni. Imperocché se scontravansi savj, giusti, e solleciti del pubblico, più che del proprio lor bene, e se chi offendeva la patria ne era, come dovea, castigato; in tal caso un timor vivo frenava ancor gli altri dai fare altrettanto. E 1’ uomo buono, 1’ uomo avvanzatosi eoo cuore puro ai maneggi pubblici né subiva pene vergognose, né gìudizj, alieni dal procedere suo. Ma quando aveansi il poter tribunizio nomini scellerati, intemperanti, avari, succedeane tutto l’opposito. Tantoché non dovessi rettificar come erronea la consuetudine, ma curar piuttosto come si avesser tribuni probi ed onesti, senza che tanta autorità temerariamente si conferisse. Tali furono le cagioni, e tale il termine della prima sedizione de Romani dopo la espulsione dei re. Io ne parlai lungamente, perché ninno si meravigli come i patrizj permisero che il popolo si attribuisse tanto potere, nè succedessero intanto come in alure città, gli eccidj e le fughe degli ottimati.' Ciascuno brama conoscere delle insolite cose la cagione ; proporzionandosene a questa la credibilità. Dond’è che io conclusi che non sarei stato creduto in gran parte o in tutto, se io diceva nudamente, e senza allegarne le cause, che i patrizj aveano ceduto ai plebei la primazia ; e che polendo dominare come nei comando dei pochi, aveano fenduto il popolo arbitro di affari gravissimi: e cosi concludendo ; volli esprimerle tutte. E poiché ira loro non si violentarono e necessitarono colle armi, ma coocordaronsi colla persuasiva, giudicai portare il pregio dell’ opera, che si esponessero soprattutto i discorsi tenuti allor dai primari ciascun dei partiti. E ben io mi stupirei che taluni pensassero doversi i falli della guerra descrivere minutissimamente, e taivoha consumassero tante parole intorno di una sola battaglia dicendo la natura de’ luoghi, la proprietà delle armi, la forma delle ordinanae, le ammonizioni del capitano, e tatti i motivi, quanti coadiuvarono la vittoria ; nè poi credessero che narrando i movimenti, e le sedizioni civili sen dovessero insieme riferire i discorsi pe quali si operarono impensate e maravigliosissime imprese. Certa-' mente se nel governo de’ Romani vi fu portento degno di encomi, e della emulazione di tutti, fu questo a parer mio, famosissimo più che i tanti, che pur vi furono stupendissimi, vuol dire che i plebei spregiando i patrizi non si avventa sser su loro, uccidendone in copia i più insigni, ed usurpandone i beni, e che quelli che esercitavan le cariche non conquidessero di per sestessi o co’ soccorsi di fuori tutto il popolo, rimanendosene poi liberi da paure in città ; ma che a guisa di fratelli co’ fratelli, e di figli co' padri in una savia famiglia, la discorresser fra loro su’ diritti comuni, e finissero le controversie col dialogo e colia persuasione, senza permettersi gli nni contro degli altri azione alcuna inir DtOSttGl, tomo //• iG qua ed insanabile, come nelle loro sedizioni ne fecero i Corciresi, come gli Argivi, i Milesj, e la Sicilia intera, e tant’aliri. E jier queste cause io volli anzi estenderne che ristringerne la narrazione ; e ciascuno ne pensi come glien pare.. Avuto allora il giudizio un tal esito, il popolo si parti con una vana ghiattauza; concependo aver tolto il comando dei pochi. Altronde i patrizj ne andavano umiliati e mesti, ed incolpavano Valerio per suggerimento del quale avevano rimessa al popolo la sentenza. E quelli che riconducevano Marcio, impietositi, ne sospiravano e ne lagrimavano : non però vedeasi Marcio né piangere, nè lamentare la sorte sua, nè dire o fare cosa qualunque, non degna de’ sublimi suoi genj : anzi dimostrò più ancora la generosità e fortezza deir animo suo, quando giunto in casa ridevi la moglie e la madre che aveansi squarciata la veste, e pesto il petto, e gridavano, come sogliono in simili casi, donne separate dai loro più cari per 1’ esilio, o per la morte : niente invili tra le lagrime, niente tra’ clamori delle donne. Ma dato loro un amplesso, le animava a tollerar virilmente la disgrazia, raccomandando ad esse i suoi figli. Grande era 1’ uno di dieci anni, ma sosteneano l’ altro colle braccia ancora. E senza dare altri pegni della sua benevolenza, e senza tor seco ciocché bisognavagli per 1’ esilio, usci sollecitamente dalle porte, non indicando a ninno, dove si trasferiva.,Venuto pochi giorni appresso il tempo de’comizj, furono dal popolo scelti consoli Quinto Sulpicio Camerino e Spurio Largio Flayo per la seconda volta. Turbarono quest’anno la città molti segni di celesti terrori. Imperocché apparvero a molti visioni insolite, e voci si udirono senza niun che parlasse ; le generazioni degli uomini e delle bestie assai scostandosi dal naturale tendevano al mostruoso ed all’ incredibile: e si udivano m più luoghi risonare gli oracoli, e donne da divino furor sorprese annunziavano alla città lamentevoli e terribili sorti. Si aggiunse a tanto un tal contagio nellamoltitudine. Fece questo assai strage di bestiame, ma non molta fu la mortalità degli uomini, non estendendosi il morbo più in là che a far dei malati. E chi diceva succedere l’ infortunio per disegno de’ numi i quali si vendicavano dell’essere espulso dalla patria il migliore de’ cittadini ; e chi dicea che gli eventi non erano opera divina, ma fortuiti, come tutte le vicende degli uomini. Poi si presentò, portatovi in una lettiga, un infermo, chiamato Tito Latino di nome, vecchissimo d’anni, fornito a sufficienza di beni, e che avea per lo più vivuto nella campagna, lavorandola colie sue mani. Costui venuto in Senato rivelò che avea tra il sonno veduto Giove Capitolino che standogli a fronte, ua, disse ; fa intendere d tuoi cittadini che nelT ultima pompa che mi celebrarono, non mi diedero un buon capo per la danza. Pertanto mi ripetano, e compiano un altra festa di nuovo, non avendo io accett ata la prima. Dicea costui che risvegliatosi non faeea verun caso delia visione, ma teneala come una delle comuni ed illusorie. Quando ecco infine gli si presentò nel sonno Anni di Roma a64 secondo Catone, 66 secondo Varrone, e 48iS av. Cristo. la immagiue stessa, e bieca e sdegnata, che non avesse annunziato i comandi al Senato, e minacciandolo, se non gli annunziava immantinente che apprenderebbe con grave suo danno a non trascurare gt IddJ. Questa seconda visione, egli disse, che la riguardò come la prima, vergognandosi di assumer rincarico, egli vecchio e lavoratore, di portare al Senato i sogni suoi, pieni di augnrio e di terrore, perchè non vi fosse deriso. Or pochi giorni appresso il vago e giovine suo figlio, senza malattia, e senza niuna causa sensibile fu rapito da morte improvvisa. E ben tosto il simulacro stesso del nome apparendogli nel sonno gli dichiarò che egli area già colla perdita del figlio subita la pena della sua trascuraggine, e del dispregio delle celesti voci, ma che ben tosto ne subirebbe ancor altre. Udendo tali cose disse che contentissimo ne accettava Uannuntio, Se avesse a morirsi, non più curando la vita: che non gli diede il nume però questa pena, ma che gl'internò per tutto il corpo dolori acutissimi ed insoffri-^ bili, non potendone movere parte alcuna senza tormento estremo. E che allora infine comunicato ^evento agli amici, venivane per consiglio loro al Senato. Pat^a, ciò dicendo, che poco a poco si riavesse dal dolore. Alfine compiuto il discorso, usci di lettiga, ed invocato il nume, ne andò per la città libero e sano in sua casa. Il Senato ne fu spaventato ed attonito , Questo fatto è riportato aoclie da Livio. Cicerone Io allega nel lib. I de Dininalione. Quanto è facile sognare con chi sogna l Ma il Senato avea bisoguo d’ illudere un popolo superstiiiuso, e ne secoudò li delirj. Per tali vie la verità si confonde, e si allouuna! nè sapeva inf]ovinare ciocché il nume signifìcasse, e qual fosse nella festa antecedente il duce, de’ salti che buono a lui non paresse. Àlfìne un tale, memore delr evento, lo disse ; e tutti se gli accordarono. Qr fu r evento cosi : Un Romano non ignobile consegnando un suo schiavo agli altri conservi perchè lo menassero alla morte, ordinò per renderne più romorosa la pena, che lo traessero, flagellandolo, pel Foro, e per tutti, quanti erano, i luoghi più insigni della città. Precedè costui la festa che la città avea prescritto che si facesse in quei tempi a tal nume. Coloro che lo spingevano al supplizio slargandogli e legandogli ambedue le mani ad un legno, postogli dietro il petto e diretto per le spalle fino agli estremi delle braccia, lo seguivano, e lo battevano nudo co’ flagelli. Stretto costui da tale necessità gridava e con sconce voci, quali il dolore gliele suggeriva, e tra salti indecenti, per le battiture. Or questo giudicarono tutti che fosse il saltatore non buono indicato dai nume. E giacché sono a tal parte d’ istoria penso non dover tralasciare i riti che nella festa si tengono dai Romani: non perchè più bella ne sia la narrazione per giunte teatrali e per fioriti discorsi, ma perchè sia più credibile il proposito rilevantissimo, vuol dire, che greche furono le colonie fondatrici di Roma, e venute da famosissimi luoghi, e non barbare e non prive di case, come alcuni hanno esposto. Imperocché nel fine del primo libro, tessuto da me su la origine sua, promisi convalidarla con mille forti argomenti di leggi, di costumi, d' industrie che vi persistono ancora, quali si ricevette dagli avi ; nè giudico che basti a chi scrive le storie antiche de’ luoghi delioearle come degne di fede perchè tali si odono da’ paesani, ma per l’ opposito giudico che a renderle credibili abbisognino queste di altri documenti invincibili, quali 'sono principalissima mente le cerimonie, ed il cullo usato in ognr città verso i numi e i genj patrj. Certamente li Greci e li barbari custodiscono queste gelosamente per lunghissimo tempo frenati dalla riverenza de’ numi vendicatori. E ciò fanno i barbari soprattutto per molte cagioni da non essere qni ricordate. E ninno ha mai persuaso a dimenticare o corrómpere alcuna delle divine cose gii Egizj, i Lìbj, li Celti j gli Sciti, gl’ Indi # e generalmente tutti i barbari, seppure caduti sotto il comando di altri non furono necessitati ancora di volgersi ai riti loro. Roma però non fu mai ridotta a tal sorte, anzi essa diede agli altri le leggi perpetuamente. Se traeva da’ barbari l’origin sua, dovette pur da’barbari derivare s le istituzioni nazionali, per le quali g[iunse a tanta fortuna : e quindi dovette astringere tutti i sudditi a venerare gl' Iddj con le forme Romane come niigliori. Se dunque i Romani eran barbari, niente poteva ritardare che barbara si rendesse tutta la Grecia che ornai da sette generazioni ne porta il giogo. Alcuno forse crederà che bastino per segno non piccolo delle pratiche antiche, quelle che ancor vi si usano. Ma perchè altri noi prenda come insufhciente per la opinione non giusta, che i Romani quando vinser la Grecia, con piacere ne assunsero i costumi come migliori, ripudiando i proprj ; ho deliberato aiv _ gomentar dal tempo quando essi non ci dominavano ancora, nè avevano olire mare 1’ impero, valendomi deir autorità di Quinto Fabio senza che altra me ne bisogni. Imperocché antichissimo tra quanti scrissero le cose ror.. .u., ce le accredita -non solo perciò che ne ha udito, ma perciò che ne ha veduto ancora. Il Senato, come ho detto di sopra, aveva decretato quella lesta, per adempiere il voto fattone da Aulo Postumio dittatore, quando fu per combattere le cittàribellatesi de’Latini, che tentavano rimettere Tarquinio sul trono: ed aveva decretato che si applicassero ogni anno ptr li sagriGcj e pe’ giuochi cinquecento mine di argento ; e puntualmente ve le applicarono fino alla guerra con i Cartaginesi. In questi sacri giorni si faceano molte cose conformi alle greche usanze circa il concorso, 1’ accoglienza de’ forestieri, e le immunità, cose tutte > ben difficili a descriversi. Le cose poi, che concernono la pompa, i sagrifizj, ed i certami, erano come sieguono, e ben da queste si possono argomentare, quali fossero ancora, le tante cbe sen taciono. Prima cbe si desse principio ai giuochi, le persone che aveano il potere più graude, avviavano dal Campidoglio la pompa, conducendola pel Foro al Circo Massimo : e nella pompa eran primi i lor figli prossimi alla pubertà : ma que’ garzoncelli che poteano per 1’ età far parte della pompa ne andavano a cavallo se fossero di equestre famiglia, o a piedi, se a piedi dovessero mili^'U'e; e .quali nc andavano ad ale e caterve, e quali a corpi ed ordinanze maggiori come per essere istruiti: e ciò ptrcliò fosse visibile ai forestieri la gioventù Romana che era per giungere alla età militare, e quanto ne fosse il numero^ e quanta la bellezza. Venivano appresso loro i guidatori di quadrighe, di bighe, ed altri che pompeggiavano su cavalli non aggiogati. Seguivano quindi i combattitori di certami leggeri o gravi; e nudi si vedevano, se non quanto velavano le parti del sesso. E tal costume conservasi ancor tra' Romani come nei prìncipi aveasi pure tra’ Greci, finché tra’ Greci vi fu tolto dai Spartani: Perchè il primo che prese a nudarsi il corpo e nudo corse ne’ giuochi Olimpici nella olimpiade decimaquinta fu Acanto di Lacedemonia; laddove innanzi lui vergognavansi i Gi'eci di avere tolto nudo il corpo ne’ spettacoli, come certifica Omero scrittore antichissimo e degnissimo più che tutti di fede, il quale introduce gli eroi cinti da una zona. Quindi descrìvendo il certame di Ajace e di Ulisse ne’ funebri onori di Patroclo disse : Sceser cimi di zona ambi alla pugna. E ciò dichiara ancor più nell’ Odissea, narrando il pugilato di Irò e di Ulisse in tal modo : SI disse ; e tulli encomiaro Ulisse, E di una zona circondàndo i lombi, Gli ampi e voghi suoi femori scopria, ' E nude Sen vedean le vaste spalle,, Nudo il petto t e le braccia. Ed introducendo quel misero che non volea combattere, ma ne temea ; scrive : Cosi diceano : ad Irò il cor si scosse .•. Cinserlo i proci di una zona, e tutto Tremante lo sospinsero alla pugna. Tal costume primitivo de’ Gred serbato fino ali’ ultimo tempo dai Romani dimostra che questi non lo appresero ultimamente da noi, anzi che non lo mutaron col • tempo, come abbiamo noi fatto. Teneau dietro agli atleti, cori di saltatori divisi in tre bande : erano i primi adulti, imberbi gli altri, e giovani gli ultimi ; venivano quindi sonatori che davan fiato a tibie di antica forma, e picciole, come costumasi ancora, e citaredi che toccavan col plettro lire eburnee di sette corde, ed altre ancora di più, barbiti nominati. DI questi era mancato l’uso ne’ miei tempi tra’ Greci quantunque fosse lor proprio : ma tra’ Romani conservasi In tutti i sagrifizj 'di antico rito. Erano 1’ apparato de’ saltatori purpuree toniche, cinte con metalliche fasce, e spade che ne pendeano, ed aste anzi corte che giuste : vedeasi negli altri uomini elmo di bronzo con cimieri vaghi, e pcnnacchj che P adornavano. Era di ogni coro il duce un uomo il qual dava agli altri la forma del ballo ; rappresentando moti marziali e vivi, con ritmo per lo più proceleusmatico. Era greca antichissima pratica anche quella di saltare colle armi e Pirrica si chiamava, sia che Minerva cominciasse la prima dopo la disfatta de’ Titani a danzare e saltare colle arme tra cantici trionfali per la vittoria ; sia che prima ancora fosse il Proceleusmatico cbiamaTasi no piè metrico di quattro sillabe brevi : e quiudi si diceauo fttrfi i versi che conteueano que' piedi. Forse furono cosi detti perché soleano premettersi, caulandoli, r7r rttXtvrfitiTt vuol dire alle esortazioni o comandi. Quindi il ritmo proceleusmatico ne’ balli dovrebbe avere allusione a tali piedi o versi, ed esortazioni. rito Introdotto da’ Cureti, quando educando Giova voleano carezzarlo col suono delle arme, e con lièti moti e cadenze, come la favola narra. Omero più volte, e principalmente nella foiDiazione dello' scudo che dice donato da Vulcano ad Achille, mostra l’ antichità • di questo rito, e la nascita sua tra’ Greci. Imperocché rappresentando in esso due città, l' una ornata di pace bella, e l’ altra straziata dalla guerra, delinea, com’era naturale, la felicità di quella con feste, con matrimonj, e conviti, e dice : Faeton la danza i (Rovani, e frattanto Vdiati il suon di tibie, e cetre ; e tutte, Meravigliando ai limitar di casa, Stavan le donne. E di nuovo elogiando con vago ornamento nello scudo un altro coro di giovani e di vergini Cretesi dice : Aveaci espresso V inclito Vulcano Un vario coro somigliante a quello. Che Dedalo formò per Arianna, Che in si bei ricci avea la chioma attorta : Qui giovinetti e ver^nelle vaghe. Tenendosi per man, facean lor dama. Ed esponendo 1’ ornamento di questo coro per dichiarare che i giovani saltavano colle arme, scrive ' E quelle 'avean vaghe ghirlande, e questi Aurate spade a cinti argentei appese. E parlando dei duci del salto loro, di quelli che davano agli altri le prime mosse, dice :. Il popolo prendea dolce diletto Intorno al coro; e due de' saltatori Clan cantando e danzando a tutti in mezzo, Nè solo potrem yedere la somiglianza co’ greci riti da qnfsie danze marziali ed ordinale, usate da' Romani ne’sagrifìcj e nelle pompe, ma dalle danze ancora sati ricFie e derisorie. Dopo i cori armati vedeansi in mostra cori imitatori de’ satiri, non dissimili dalla greca Sicinne. L’abito in chi Vappresentava un Sileno erano ispide vesti, chiamale da alcuni Cortee ; e manti con ogni varietà di fiori: in quelli poi che somigliavano un satiro erano perizomi e pelli caprine, e sui capo criniere irte di lioni, e cose altrettali. Or questi beffavano e contraffaceano serj moti, spargendovi del ridicolo : e gli andamenti de’ trionfi assai palesano che era antico e proprio de’ Romani il motteggio e la satira. Imperocché permettevasi u quelli che segui van la pompa lanciar beffe e giambi so gli uomini più riguardevoli, c fino su’ comandanti ; siccome un tempo in Alene era^ permesso che nè lanciasser quelli che sul carro se^itavau la pompa, e che ora cantan versi improvvisi. Eid io ne’ funerali di personaggi cospicui, specialmente se già fortunati, vidi tra le altre pompe cori in forma di satiri che precedevano il feretro, e saltavano come nella Sicinne. Che poi il gioco e la danza alla guisa de’ satiri non fu ritrovamento de’ Liguri nè degli Umbri nè di altri barbari, abitanti dell’ Italia, ma de’ Greci ; temo di sembrare molesto, volendo a lungo convincere una cosa della quale già si conviene. Dopo questi cori pasA Vossio scrive più cose intorno a qeeslo genere di saltasione nel I. a c. 19. lusiiiul. Poei. (a) Cortee proviene questa voce da ^cfTts r:hc siguitica Jìeno, erba CC. ’ e savano molti sonatori di tìbie e di cetere : e poi quelli che portavano profumi di aromi e d’ Incensi, e quelli che portavano lavori meravigliosi di oro e di argento sia de’templi, sia del comune. Venivano In ukimo della pompa recati su le spalle di nomini I simulacri divini foggiati come quelli de’ Greci quanto alla forma, agli, abiti, al simboli ed al doni, secondo che que’ numi es-‘ sendooe stati I trovatori, gli aveano, ciascuno., donati ai mortali, nè solo v’ erano I simulacri di Giove, di Giunone, di Minerva, di Nettuno, e degli altri che li Greci contano tra I dodici numi ; ma di altri più antichi da’ quali la favola origina i dodici ; io dico i simulacri di Saturno, di Rea, di Temide, di Làlona, delle Parche, di Miiemosine, in somma di lotti, quanti hao templi, ed are fra i Greci, come quelli de’ numi che favoleggiansi nati dopo che Giove ottenne l’impero, vuol dire quelli di Proserpina, di Lucina, delle Ninfe, delle Muse, delle Ore, delle Grazie, di Bacco, e quelli de’ semidei, l’ anime de' quali spogliate de.l corporeo frale diceansi andate in cielo, e goilervi onori simili ai divini, cioè quelli di Ercole, di Esculapio, di Castore e Poi luce, di Elena, di Pane, e di altri mille. Se dunque i fondatori di Roma eran barbari, e se v’istituiron tal festa; com’era possibile mai che adorassero tutti I numi e genj della Grecia, negligentando I propr) ? Almeno mi si dimostri un altra gente non greca, la quale avesse Erodoto narra nel libro seconda che: i Greci derivarono questi dodici Numi dagli Egiij. L’interprete di Apollonio scrive die questi erano : Giove, Apollo, Mercurio, Nettuno, Marte, Vulcano, Giunone, Diana, Pallade, Cerere, Venere, e Vesta. tali sante cose come nazionali ; ed allora si condanni la mia dimostrazione come non buona. Terminata la pompa facean sagri Gzio i consoli e que’ sacerdoti a’ quali spettavasi, e la forma del santo rito era quale appunto tra noi. Lavatesi le mani, lustrate le vittime con acqua pura, sparsi i frutti di Cerere sul capo di esse, e poi fatti de’ voti, comandavano infine ai loro ministri d’ immolarle. E quale di questi mentre la vittima era in piede ancora ne percotea le tempia colla mazza, e quale nel cadere la trafiggeva colle coltella. E poi scorticandola c squartandola prendean le primiziedi ciascuno de’ visceri e di ogni membro : e sparsele con farina di fiiTo, le portavano ne’ bacini a quelli che sagrilìcavano : e questi soprappostele all’ altare, le arde-^ vano, e spruzzavano intanto di vino. E poi facile intendere dalle poesie di Omero essersi ciascuna di queste cose fatta secondo le leggi istituite da’ Greci pe’sagrifizj: perciocché descrive gli eroi che si lavan le mani ed usano farina di farro con sale dicendo : E lavaron le mani, e sparser farro : E che ne tagliano i capelli e li gittano al foco in quei detti : Ma cominciando il santo rito getta 1 capelli sul foco ; E li descrive che colpiscono colle mazze in fronte le vittime, e che cadute le immolano come fa nel sagrifizio di Emeo. Percotela, di quercia alzando un tronco, Cui rapido poi lascia ; e lascia insieme Lo spirito la vittima, e qui gli altri Miseria in inani, e ne arrostino. E descriveli che pigliano le primizie delle viscere, e di altri membri, e le infarinano, e le bruciano su gli altari: come fa nel sagri fì ciò medesimo. E da ogni parie le primìzie piglia Be’ membri tutù, e crudi ancor li copre Di grasso, e di farina ; e dagli al foco. Ora io so per averlo veduto, che i Romani osservano ancora tali riti ne' loro sagrificj : e su questo argomento, anche solo, mi rendei certo, clie i fondatori di Roma non furono barbari, ma grecivenuti da tutte le parti. Ben può essere che alcuni baiiiari somiglino in pane ai Greci nelle istituzioni de’ sagriliz), e delle feste ; ma che in tutto somiglino loro, ciò non è verisimile. Mi resta ora di dir brevemente de’ giuochi che faceano dopo la pompa. Era prima la corsa delie quadrighe, delle bighe, e dei cavalli sciolti, come nei giuochi Olimpiaci e Pitiaci de’ Greci in antico, e fiu di presente. Ne’ certami equestri si conservano ancora tra’ Romani due istituzioni antiche, come furono fondate in principio, quella cioè de’ carri a tre cavalli, la quale ora in Grecia è cessata ; sebben vi fosse anticbissima e già ne’ tempi eroici ; introducendo Omero de’ Greci che ne usarono nelle battaglie. Imperocché essendo due cavalli congiunti come nelle bighe un terzo accompagnavali contenuto e tratto colle redini, e chiamato parioron appunto dall’ esser più libero ; e non come gli altri in biga. L’ altra cosa di cui restano ancor le vesiigie ne’ riti aniichi di alcune poche città di Grecia è la corsa di quelli che anduvau su’ Carri ; peroccliè finite le gare a cavallo, smontati dal carro quelli clt e sedere presso del focolare in silensio era un aulichissioia maniera di supplicare. Addita anche ciò Tucidide nel t libro, discorrendo di Temistocle: e si vede un tal rito piò chiaramente io Plutarco nella vita di Coriolano, appunto iu questo luogo. le calamità che lo (lageilavaDO, e lo ìnchinaTano a ricorrere perfino ai nemici, pregavalo ad avere idee miti e benevole verso chi rivolgevasi a lui, non a tenerlo, mentre davaglisi nelle mani, come avvemrio, nè a mostrar la sua forza contro gl' infelici e depressi, e ri flettere piuttosto quanto istabili fossero le sorti degli uomini. £ ciò puoi, disse, apprendere principidmente da me, che già potentissimo fra tutti in città grandissima, ora derelitto, infelice, bandito, senza patria, debbo correr la sorte che vuoi tu destinarmi. Io, se tu amico me ne rendi, io ti prometto far tanto bene ai Volsci, quanto male ad essi cagionai, mentre ne era nemico. Ala se prevedi tuU' altro di me, siegui r ira tua, dammi in sulC atto la morte, immolando colle stesse tue mani il supplichevole tuo, presso a’ tuoi focolari. IL Or lui cosi dicendo, Tulio gli stese la destra, e sollevandolo, animavaio a confidare ; perocché non sof^ frirebbe cose indegne della sua virtù : professavasi insieme obbligatissimo che avesse ricorso a lui, per essere questa non picciola significazione di onore : promise che renderebbegli amici tutti i Volsci, cominciando dalla patria sua, nè mentite ne furono le parole. Dopo non molto tempo deliberandone da solo a solo, Marcio e Tulio, conchiuscro di movere la guerra, Tulio, concentrando tutte le forze de' Volsci, voleva marciare immantinente su Roma, mentre era agitata ancora dalla sedizione, e sotto consoli imbelli. Marcio in opposito pensava che vi abbisognasse prima un titolo onesto e giusto di guerra ; dicendo che gl’ Iddj mcschiavansi a tulle le cose, e panico Urmenle a quelle della guerra quanto sono più rilevanti, ed oscure nell’ esito. Aveaci allora tra’ Volsci e tra' Romani sospension d’arme, e tregua ed amicizia, conchiusa poco innanzi per due anni. Se tnovi, disse, inconsideratamente e precipitosamente la guerra, tu sarai colpevole di aver rotti gli accordi, nè te ne avrai propizj gVIddj ; ma se aspetti che i Eomani ciò facciano ; si giudicherà che tu risospingali, e protegga la confederazione che violano. Ben ho io con assai provvidenza trovato come ciò facciasi, e come essi i primi volgansi alle arme, e noi siam giudicati et imprendere una guerra giusta e santa. Bisogna che per maneggio nostro essi i primi offendano il giusto : e tale è questo maneggio che io finora ho celato profondamente, aspettandone il tempo, e che ora di necessità, sollecitissimo, ti svelo, procurandone tu la esecuzione. Debbono i Romani far sagrifizj e giuochi assai sontuosi e magnifici, e molti accorreranno di fuori agli spettacoli. Attendi la occasione, ed accorri tu pure a tanto apparato, dando opera insieme, che vi accorra, il più che per te si possa de’ Volsci. Come tu sia in città, fa che alcuno degli intimi tuoi vadane ai consoli, e dica loro secretissimamente, che i Volsci tra la notte assaliranno Roma, e che perciò vengono in tanta moltitudine. Tu ben sai quanto apprezzeranno la nuova : vi cacceran senza indugio da Roma, e vi porgeranno un titolo giusto di risentimento. HI. Esultò Tulio meravigliosamente, ciò udendo : e differito il tempo d’ imprendere ; diedesi ad apparecchiare la gnerra. Approssimatisi poi gli spettacoli, ed essendo già consoli Giulio e' Pinario ; am>rsevi da tutte le città la gioventà più florida dei Yolsei, come Tulio bramava. La maggior parte non avendo ricetto ndle case e preo degli ospiti, presero alloggio in sacri e pubblici luoghi; e quando giravansi per le strade, ne andavano a crocchi e moltitudini : tantoché già su loro in città si faceauo discorsi e sospetti non buoni. In questo mezzo venne ai consoli un delatore apparecchiato da Tulio, come avea Marcio suggerito : e quasi avesse a svelare a' nemici una pratirà arcana in danno degli amici suoi, strinse ’i consoli a giurare di salvar lui, né mai dire ad alcuno de’ Yolsei chi avesse ciò palesato, e poi dinuneiò gli assalti mentiti. Parve ai consoli vero il racconto, e ben tosto invitati i senatori ad uno ad uno, si congregarono. Presentatovi il delatore, ed avutene le eguali promesse, replicò la dinunzia medesima. Coloro a’ quali parea già cosa piena di sospetto che venuta fosse agii spettacoli tanta gioventù di una sola nazione nemica, assai più ne temerono, aggiungendovisi ora una dinunzia della quale ignoravano la frodolenza. Parve a tutti che si cacciasser di città quei forestieri prima che il di tramontasse con bando di morte a chi non ubbidisse; e che li consoli invigilassero sicché tranquilla ne fosse la uscita, e senza offese. lY. Decretato ciò dal Senato, altri scorrendo le strade intimavano ai Yolsei di partire immantinente tutti per la porta detta Capena, ed altri con i consoli li scortavano, mentre partivano. Or qui più che altrove si conobbe quanta mai fosse, e quanta vigorosa quella moltiiadine ; uscendo In un tempo tutu per una porU. Usci sollecitissimo Tulio prima che tutti, e prese non lungi da Roma un tal posto, dove raccogliere gli altri che seguitavano. E quando tutti furono giunti, convo> catane l' adunanza, assai v’ incolpò li Romani, dichia> rando grave ed indicibile 1’ affronto de Volsci, unici ad essere espulsi fra tanti forestieri : ed eccitandoli tulli perchè ciascuno lo raccontasse in sua patria, e vi trattassero le maniere di vendicarsene e reprimere per l’avvenire tanta insolenza ne’ Romani. Cosi dicendo ed infiammandoli, dolenti già per 1’ oltraggio, sciolse 1’ udienza. Ricondottisi in patria, ridissero ciascuno ai compagni la ingiuria, esaggerandola, unto che ne furono tutti esacerbali, nè poleano rattemperarne lo sdegno. E spedendo una città all’ altra degli ambasciadori, chiesero un congresso generale, per concordarvisi intorno la guerra. Succedeva tutto ciò per briga di Tulio principalmente. Cosi li magistrati di tutte le città, e moltitudine grande ancora di altri adunaronsi nella città di Eccetra, ripuUU la più acconcia per congregarvisi. Dettevi assai cose dai capi di ogni città, si dispensarono i voli finalmente, e prevalse il partito di mover la guerra, avendo primi i Romani conculcato gli accordi. Y. E qui proponendo i magistrati varj che si discutesse la maniera di fare la guerra, presentatosi Tulio consigliò che si chiamasse Marcio, e da lui si udissero i metodi di abbattere la potenza Romana ; giacché ninno più di lui conoscea da qual lato questa fosse inferma, e da quale vigorosa. Il consiglio piacque e tutti cscla I I tnarono che si chiamasse immantinente il valentuomo. Marcio ottenuta l’ occasion che volea, presentatosi mesto e piangente soprastette alcun tempo e poi disse: Se 10 vedessi che tutti pensaste ad un modo su la mia disgrazia, giudicherei non essere necessario difendermene. Ma considerando che Ira indoli tante e varie evvene forse alcuna che forma concetti né veri nè degni sopra di me, quasi il popolo m' abbia per cagioni solide e giuste espulso di patria ; debbo innanzi tutto dir qui tra voi circa il mio esigilo. E voi che ben sapete P infortunio che io m’ ho da' nemici, e come indegnamente io sia perseguitalo dalla sorte, voi, mentre qui lo espongo, contenetevi, prego, nè vogliate desiderare d intendere ciocché dee farsi, prima che ne abbiate compreso chi sia che i^i consiglia. Breve ne sarà il discorso quantunque pigliato dalle origini. Era 11 governo Romano da principio un tal misto del comando di un solo e dei pochi ; fnchè Tarquinio, r ultimo de' monarchi, tentò volgerlo tutto in tirannide. Adunque i capi nel comando de’ pochi insorgendone, lo espulsero : e subentrando essi al maneggio del pubblico, basai orto una reggenza più savia per confessione di tutti, e più buona. Ma da ora in dietro non più che Ire o quattf anni, i più miseri, e li più oziosi de' cittadini, dandosi capi scelerati, ne coperser d ingiurie ; tentando infine di abbattere l' aulì] Queste lagrime forse le TÌile più Io storico che Marcio. It contegno Ji >{uesto valoroso era stalo hen altro coi tribuni e col popolo li Roma come apparisce dal libro antecclcnte j e 'come può coucloJersi dal $ del presente. /oriUÌ de pochi. I capi del Senato ne incollerirono tutti, e cercarono come reprimere la insolenza de' rivoltosi. Di mezzo a c/uegli ottimati udppio C uno dei seniori, degnissimo di lode per tanti titoli, ed io V uno de’ giovani, parlammo sempre liberissimamente non per combattere il popolo, ma perchè sospetta ci era la prepotenza de' ribaldi; non per rendere schiavo niuno, ma per garantire a tutti la libertà, come ai migliori il comando sul pubblico. VI. Or ciò vedendo que’ tristissimi capipopolo vollero in priruipio tor di mezzo noi franchissimi oppositori : e gittarono le mani, non già su tutti due in un tempo perchè il fatto non fosse grave troppo ed esoso, ma su me primieramente che era il più giovane, e men dijfcile da opprimere. Cosi tentarono di perdere me prima senz' (uUorità di giudizio, e poi mi chiesero dal Senato per la morte. Ala venuti lor meno ambedue que tentativi ; mi citarono ad un giudizio ( ed essi aveano ad esserne i giudici ) per incolpazioni di bramala tirannide ; nè videro che rùun tiranno tenendosela co’ pochi combatte il popolo, e che piuttosto egli col popolo conquide il partito più valido nella città. Un giudizio mi destinarono non per centurie, com’ era C uso della patria, ma un giudizio come tutti consentono, iniquissimo, e, la prima e f unica volta, su me praticato, un giudizio dove i merccnarj, li vagabondi, e quanti insidiano gli averi altrui, preponderavano su' boni che voleano salvi i diritti ed il pubblico. E tante erano in me le ragioni per non esserne condannato, che sottomesso ai giu 1.3 ditj di una turba, odiatrice in gran parte de' buoni, e però mia nemica^ non fui sopraffatto che per due voti: sebbene i tribuni divulgassero che assai sarebbero disonorali nel loro comando, e patirebbono da me l estremo de mali se io fossi assoluto, ed insi^ stessero intanto contro me con tutto F ardore e la sollecitudine nella causa. Così malmenato damici cit^ ladini, reputai che più non sarebbe vita la mia, se non prendessi di loro vendetta. Quindi sebbene il potessi, ricusai vivere senza cure, o tra’ parenti nelle città de’ Latini, o nelle colonie fondale di recente dà miei maggiori : e tra voi mi ricorsi, che io ben sapeva essere tanto -offesi da’ Romani e nemicissimi loro, per farne con voi quanto -potessi le vendette colle parole, se le parole vi bisognavano ; o colle opere, se le opere. Intanto io vi rendo amplissime grazie ; perchè mi avete voi ricevuto, e perchè mi date tali significazioni di onore, niente ricordando, nò contando i mali che un tempo voi rtemici miei, avete da me sostenuto fra le arme. VU. Or dite, e qual genio sarei io mai se spogliato da uomini per me beneficati, della riputazione e degli onori quali tra miei mi si competevano, e privato della patria, della famiglia, degli amici, dei numi patemi, delle tombe avite e di ogni altro bene; se ritrovate tra voi tutte queste cose per le quali già in grazia ài essi v infestai colia guerra ; ora terribile non mi dimostrassi con quelli che nemici mi furono in luogo di cittadini, e propizio agli altri che amici mi si rerìdono di nemici ? Io sicuramente non terrei nemmeno per uomo chiunque nè ax>esse nitnicizia per chicli fa guerra, nè benevolenza per chi lo ha salitilo :non iilitno mia patria una città che mi ha ripntliato, ma quella, dove sehben forestiero divengovi cittadino : nè già reputo amica la terra ove sono oltraggiato, ma quella ove trovo la sicurezza. E se Dio ne porga il favor suo, e voi pronta, com’ è giusto, C opera vostra ; seguiranno, spero, grandi e subiti cambiamenti, foi ben sapete che i Romani cimentatisi con tanti nemici non han temuto niun più che voi ; e che niente cercati più attenti quanto indebolire Ya vostra nazione. E pigliandole colle arme, e devUmdovele colle speranze di amicizia, ritengonsi le vostre città per questo, appunto, perchè unendovi tutti in un corpo non portiate su loro la guerra. Se voi dunque a vicenda persevererete procurando il contrario ; e se avrete come ora, tutti un animo per la guerra ; Jacìlmente abbcUterete la loro potenza. Vili. E poiché ricercale il parer mio sul modo di entrate in campo e dirigervi, sia per attestato della esperienza mia, sia della vostra benevolenza, sia per [ uno e { altro ; io dirò tutto, e senza velo. Primieramente vi esorto a vedere che vi abbiate una causa religiosa e giusta di guerra. E come religiosa, come giusta, come utile insieme ve l’ abbiate ( in udite. Picciolo, sterile, aveano da principio i Romani il lor territorio, ma vasto, e buono è quel che vi aggiunseio, togliendolo a’ vicini ; e se ciascuno dei derubati tipela il suo, tiiutia città diverrà quanto Roma picciola, debole, bisognosa. Or io penso che voi doiHate i primi cominciare. Spedite ambasciadori che richiedano le vostre città, quante ne tengono, e che intimino loro di abbandonare, quanto han fabbricato per le vostre campagne, e li premano a rendervi, quanto si hanno di vostro appropriato colle armi: nè vogliate prima che vi rispondano, romper la guerra. Cosi facendo otterrete V una o t altra delle cose che più bramate. Vuol dire, o ricupererete le cose vostre, senza pericoli e spese ; o rinvenuto avrete il titolo onesto e giusto di prender le arme : giacché tutti confesseran per bellissima la condotta di non chieder r altrui, ma il proprio; e di combattere in fine se non ottengasi. Or su, qual cosa pensate, faranno i Eomani a tali vostre proposte ? che renderanno forse le vosUe regioni ? ma qual cosa impedirebbe più mai che lasciasser tutto t altrui? se verrebbero poi gli Equi e gli Albani, se i Tirreni e tanti altri a ripetere ognun le sue terre. O pensate che riterranno le vostre cose, nè vorranno affatto la giustizia ? Così appunto io ne penso. Voi dunque protestandovi, i primi, offesi da loro; e volgervi per sola necessità alla guerra ; avrete compagni, quanti spogliati de’ beni hanno fin qui disperalo ricuperarli altrimenti, che per le arme. Bellissima è poi la occasione, e di cui non avrete mai più la simile per andar su Bomani, preparata fuori di ogni speranza dalla sorte propizia agli offesi; perciocché li Romani, discordi e sospetti fra loro a vicenda, nemmeno luin capi idonei per la guerra. E questo è quanto io poteva suggerire e raccomandar con parole agli amici, detto lutto con cuor sincero e benevolo : quanto poi si dovrà provvedere e compier colle opere, lasciate che i duci deli armata lo curino. RispeUo a me son per voi, comunque di me disponiate; e mi sforzerò di non riuscirvi U pm ignobile sia de’ soldati sia de’ centurioni, sia de' capitani. Spendetemi dove pià vi son uUle, e tenetevi cerio, che io, che già contro voi guerreggiando, tanto vi ho danneggiato; ora, per voi combattendo altrettanto vi gioverò. IX. Marcio cosi disse, e U Volsci, menlre parlata ancora, davan segno di gradirne i discorsi : ma poi che ucque, miti a gran voce allesUrono che benissimo consigliava ; e senza concedere che altri più disputasse, ratificarono il parer suo. Quindi stesone il decreto, e scelti immantinente i personaggi più riguardevoli di ogni cillA, gl’ inviarono ambasciadori a Roma : dichiararono Marcio membro de’ consigli in ogni città, e lo auumzzarono a conseguire in ciascuna le magistrature e gli onori più grandi che vi erano. Per altro anche innanzi le risposte de’ Romani, si diedero agli apparecchi di guerra. E quanti erano ancora disaaimali per le perdite nelle battaglie antecedenti, tutù si rincorarono quasi fossero per abbattere la potenza Romana. Gli oratori spediti a Roma, presentali al Senato, dissero, che sarebbe a’ FoLsci carissimo cessare le controversie coi Romani, e viverne da ora innanzi alleati ed amici senz artifici ed inganni : e dichiarano che stabile sarà questa fede e quest' amicizia, se riabbiano le terre e le città che furono tolta loro da’ Romani : laddove in altro modo nò pace mai vi sarà, né amicizia coslan. 1-j te ; giacché V offeso è naturalmente in guerra perpetua colf offensore. Cliiecleaao pertanto di non essere colla esclusione delle giuste dimcuide necessitati alla guerra. X. Detto dò, fecero i padri ritirar gli oratori, e consullaron fra loro. E cónchiusa la risposta ^ li riobia> maroQO in Senato, e dissero : Conosciamo o Fólsci che voi non f amicizia cercate ; ma pretesti splendidi di guerra : perocché ben vedete che mai vi saran concedute le dimande, per le quali venite, indegne, inammissibili. Se voi date ci aveste da voi stessi e pentitine' poi ci raddomandaste le vostre terre ; non sareste affatto oltraggiati, non riavendole. Ora però voi oltraggiate noi, pretendendo ciocché è degli altri: giacché non eravate voi gli arbitri delle terre, se la légge delle armi ve le toglieva. ^ noi teniam per giustissimo quanto possediamo. per le vittorie : nè primi noi abbiamo fondata questa legge, nè la crediamo degli uomini, anziché degli Dei. E se i Greci, se i barbari tutti se ne valgono ; noi non tlaremo già in ciò segrà di debolezza, nè renderemo punto delle nostre conquiste. Imperocché ben sarebbe vituperosissima cosa lasciarsi per timore e per stoltezza ritogliere ciò che per senno e per nuignanimità si possiede. Noi nè a combattere vi necessitiamo, se non volete ; nè se volete, ve ne ritiriamo. La rispingeremo, se ce la incominciate, la guerra. Riportate ai Folsci queste risposte, e dite, che se pigliano essi i primi le arme, noi gli ultimi lo deporremo, Diomai, tomo ut. Prese qpeste risposle Je riferirono gli tmibascia dori al Comune de Volaci. E convocato di bel nuovo U Consiglio, si concbiuse in fine d’ intimare a nome di tutta la nazione la guerra ai Romani. Quindi scelsero Tulio e Marcio con assoluto potere capitani di tutta 1’ armata, e decretarono che si ascrivesser milizie, si contribuisser danari, c si facessero altri apparecchi, quanti ne vedean necessarj per la impresa. 'E già essendo per isciogliersi l’ adunanza ; Mar.io levatosi in piè disse e Bonissimo è quanto si è qui decretato dal vostro Comune ; e facciasi pur tutto a suo tempo. Intanto però che qui scrivonsi le milizie, e preparansi le altre cose che dimandano cura e tempo ; io e Tulio ci porremo in su r opera.. Seguite noi, quanti volete, saccheggiando le campagne nemiche, partecipare a gran prede. Io vi prometto, se il del ne ajuta, molti e grandi vantaggi. Li Romani non sonasi ancora apparecchiati, vedendo che noi non abbiamo riunito le forze; sicché potremo senza paura scorrere a nostro bell agio tutte le loro campagne. Accettato da’ Volsci anche questo partito, j duci uscirono immantinente, e prima che in Roma se ne sapesse, con molta soldatesca volontaria. Tulio si gettò con parte di essa nel territorio latino per impedire i soccorsi che di là ne andrebbero al nemici, e Marcio guidò le altre aUe campagne di Roma. 11 male giunse improvviso a quelli che vi erano ; e. caddero in poter de' nemici molti ingenui Romani e molti schiavi; e bovi e giumenti’, ed altro bestiame non poco. Quanto era derelitto di grano, di ferramenti, o di altro onde la terra cohirasi, tutto fu predato, o disfatto. Dii uU timo recando 'fino il fuoco, lo gettarono i Volscl pe’ca sali ; tanto che quelli che ne furono spogliati, non po3 secondo Varrone c 486 aranii Cristo. perocché ne andarono ai Volsci appena si ebbe la guep. ra, e concordarono, e giurarono T alleanza. Or questi spedirono a Marcio la milizia più numerosa e più risolutai. Dato da questi un principio, molti altri ancora favorivano occultamente i Volsci ; mandando loro dei sussidi non però per decreto o pubblica approvazione. E se taluno de’ loro voleva a quelli coogiungersi', 've gl’ incitavano, non che gl’ impedissero. Dond’ è che i Volsci accozzarono in breve tempo tanta milizia, quanta mai più per addietro, nemmen quando le loro città più 6orìvano. Marcio che ne era il duce la gittò di bel nuovo su le campagne di Roma ; e tenendovisi molti giorni, devastò quanto crasi lasciato nella prima incursione. Non prése però questa volta prigionieri molti ingenui uomini, giacché, raccolte le cose più pregévoli, ransl questi ritirati^ in Roma o ne’ castelli più vicini, e meglio fortiGcalj. Ma depredò il bestiame che non arcano potpto ridurre altrove, e gli uomini che lo pasturavano, come il grano tenuto ancora nelle aje ed altri prodotti che raccoglie vanSi o che erano già pe’ grana). Cosi derubata 6' guastata ogni cosa, non osando alcuno di conlrapporglisi, riportò nuovamente in patria 1’ esercito, carico di grandi acquisti, e quindi lento in sua marcia. I Volsci veduto'!’ ampio guadagno, e convintisi dell’ abbattimento de’ Romani, che predatori già delle robbe altrui, miravano ora devastarsi impunemente le proprie; ne imbaldanzirono soprammodo, e concepirono pur la speranza di dominare, quasi fosse per loro facilissima e vicinissima cosa annientare il potere degli avversar]. Adunque facaano agl’ Iddj sacriBzj di nngrauamento, oraavapo i templi ed i pubblici fori di spoglie che dedicavano. E tutti iu feste, in sollazzi, ammiravano e celebravano Marcio, qual uomo ipsignitaimo fra gli altri nella guerra, e qual duce cui ntun pareggiava non Romano, non Greco, non barbaro cajiitano.. Soprattutto lo felicitavano della sua prosperità ; vedendo che quanto intraprendeva, riuscivagji tutto speditissimamenle, secondo i disegni. Tanto che ninn v’era di età militare il qual, volesse non esser con lui; ma spiccavansi, e venivano da tutte le città per aver parte nelle sue gesta. Il duce, corroborato ]’ ardore dei Volici, e depresso il coor de’ nemici, e ridottolo ad irrisolutezza indegna de’ valentuomini, marciò coll’ esereito contro le città che alleate di essi teneansi ajncora fedeli:. ed avendo ben tosto apparecchiato quanto ricercavasi per gli assedj, piombò su’ Tolerini, gente del, Lazio. I Tolerini, preparatisi molto prima per la gueiv ra, e portalo in dllà, quanto^ bisognavacl della campagna, ne scontraron l’ assalto. Ben resisterono alcup tempo, combattendo e ferendo ip copia i nemici, dalle mura, ma risospinti è travagliati poi fino a sera dai feombolierì, le abbandonarono in gran parte. Marcio, compreso ciò, diede ordine ad altri che applicasser le scalchila parte derelitta del ricinto: ed egli ne àndò col fior de’ bravi alle porte ; sebbene infestato cogli strali dalle torri : e là ^^zzali i serragli, il primo si mise in città: ma perciocché si era disposta alle porte una schiera folla e poderosa di nemici; questi lo riceverono virilmente ; disputandogli lungo tempo intrepidi r intento, finché perdutine molti, dieder volta, e sbanduiì fuj^ronsi jier le vie. Gl insegoi Marno, acciden(Ione c|uanli ne sopraggiangeva ; se 'gettate le anni non volgeansi alle preghiera. lolanto gli asc^i per le scale impadronironsi delle mura. Cosi la città fu presa, e Marcio separò dalle prede quanto era donativo pe' numi, o decorazione per le città de’ Yolsci, abbandonando il rea’ soldati, Aveanci nell’acquisto uomini, danari, grani; tanto cUe non riuKl facil cosa a vincitori tor via tutto in un giorno. Adunque menandoselo, o trasportandolo successivamente di per seslessi, assalto, prese ad investirne in gran parte le mura. I Bolani, aspettatane 1’ ora conveniente, spalancano le mura ; e sboccandone in numero, a schiera, e con ordine ; si avventano su quelli che stavano a fronte: ed uccisone molti, e più antera feritine, e ridotti gli altri a turpissima fuga, cioulraron le mura. Marcio, che non era presente al sito dell’ inforinnio, conosciuta la fuga de Volsci accorse di tutta fretta con pochi : e raccogliendo quei che vagavan dispersi, li ticongiun^ e rìaoimò : poi riordinatili, edimostrato ciocch’ era da fare; comandò loro di attaccar la città verso le porte appunto. Ricorsero i Bedani a’ tentativi medesimi, emergendo in gran mollitudine dalie porte. Non gli aspettarono i Volsci, ma ripiegandosi fuggirono giù pel declivio come il duce avea già suggerito. Non videro i Bolani l’ inganno, e tnoltissime li seguitarono : quando slontanatisi già dalle mura ; Marcio che avea seco il fiore de’ giovani, diede su loro : e qui molta ne fu la uccisione ; fuggissero o resistessero. Seguitando poi li respinti fino alle porte, li prevenne; internandovisi a 'forza, prima che si richiudessero. Impadronito^si il duce appeua delle porte ; ecco giugnere altra moltitudine di Volaci. Li Bolani abbandonate le mura, rìpararonsi nelle case. Divenuto in tal modo r arbitro anche di questa città, concedette a’ soldati di farne schiavi gli uomini, e di porne a sacco le robe. E trasportatane, come altre volte, successivamente, a grand’ agio, tutta la preda, abbandonò la città finalmente alle fiamme. Pigliando quindi 1’ esercite, ne andò su’ Labicàni. Eran questi, come altri, 'Colonia già degli Albani, ma popolo allora ancb’ esso dei Latini. Or egli per atterrirli fin dentio le mura, sparse, giuntovi appena, su’Joro campi il fuoco, principalmente in quelli donde era .per essere più visibile. Ma i Labicani, avendo ben fortificate le mora nè sbigottirono p?r 1’ arrivo di lui, nè diedero segno alcuno di debolezza : ma si opposero e pugnarono generosamente; trabalzandoli piùjvolte fin da sopra le mura. Non però resisterono ' con successo; combattendo pochi contro di molli, e senza requie mai, nemmen picciolissima i giacché 'frequenti erano intorno la città gli assalti successivi de’ Volsci ; ritirandosene via via gli stanchi, e cimentandosi altri l'ecpnti. Adunque data per un intero giorno battaglia, nè fattasi pausa emmen su la notte-, furono dalla stanchezza astretti a lasciare in fine le mura. Marcio, espugnatele, ne rendè é schiavi li cittadini, e dté tutto in preda a’ soldati. Di là trasferendo 1’ esèrcito io ordinanza contro la città' de’ Pedani, Latina anch’ essa di popolo, la pigliò di forza, giuntovi appena. E trattatala come le' altre già prese, levandone in su 1’ alba le truppe, le menò béntotfto sa Corbione. Ma nell' approssirharvisi gli abitanti 1’ apersero, ed uscirongli incontro, presentando simboli di pace, e la ' resa loro senza combattcrè. Ed egli, encomiatili come savj nel provvedere a séslessi, comandò che gli portassero grano ed argento, come l’ esercito ne bisognava ; e ricevuto tutto secondo i comandi, marciò co snoi contro Coriolo. Gederonò gli abitanti pur questa senza resistenza ; ma perciocché con pienissima propensione supplirono viveri, danari, e quanto Kn chiese, nè ritirò 1 armata ; come su territorio àmico. E per fermo ; egli procurava! con ogni sollecitudine che quelli che si rendevano non subissero i mali causati dalla guerra ; ma riacquistassero, intatte le loro terre, e li bestiami, e gli schiavi che aveano lasciati ne’ loro poderi : nè permetteva che le truppe alloggiassero belle città di essi ; perchè non fossevi danno di furti o prede, ma le accampava presso' le mura. XX. Di 'qua mosse l’esercito verso Bovilla città cospicua allora è contata tra le primarie de’ Ladini, che Nel lesto dice Boia: ma forse dee leggersi Bovilta \ percbl;' Coriolgoo già era stato ai Toleriai, a Bota, a Labico, a Pedo, a Corbipne, ed a Coriolo. -Potrebbe dubiigrsi se sia scritto Bovilla nel $180 nel presente di questo libro : Si descrivono tulle due come so r alture ; parlandovisi di declivj ; e Boriila eia nella via Appia in piano, secondo Cloretio. erair pochissime. Nod Io accolsero già quei che v’ erano dentro,' confidati nelle fortificazioni 'assai vàlide, e nel numero dei difensori. Adunque egli eccitando le trupper a combattere generosanaente, e proponendo amplissimi premj. a’ primi che ne salisser le mura; si accinse all’as^ salto. Or qui vivissima sava ; n^i perchè, spalancate le porte ne uscirono in furia ed in copia, e ne incalzarono' abbasso quanti ne erano a fronte. Assai perirono di Voisci in quella sortita, e diuturna fu la zuffa sopra le mura ; sicché mai più speravano d’ invaderle. Ma il duce supplendo nuovi soldati non fe’ conoscere la perdita degli altri: e raccese l’ardore dei vacillanti; portandosi egli ‘stesso alla parte di esercito che pericolava : Nè spiravano coraggio i delti soli, ma i fatti ancora 'di lui : corse a tutti I pericoli, nè lasciò tebtativo, finché non si preser le mura. Irilpadronitosi poi della città, messa parte dei vinti a 61 di spada per. le leggi dei forti, e parte rendulala schiava, ricotadusse f esercito. E^Ii rimenavalo dopo una segnalala vittoria c^'co di spoglie bellissime, e ricco de’ tanti danari, ivi presi, quanti in ninna delle città coqquistate. Dopo ciò tutta la regione percorsa 'Era in po ter sùo, nè più gli resisteva ninna 'città se non Lavinia, la -prima delle città fondate da’ Trojani approdati con Enea nell’ Italia, dalla quale dm vano i Romani come di sopra fu dichiarato. Gli abitanti pensavano dover prima incontrare ogni male, che 'mancar di fede ai discendenti loro. Adunque vi ebbero attacchi terribili su le mura, e battaglie veementi per le forltficazioiu:^non però sì espugnarono a prini impeto ; ma parve abbisògnarvt assedio, e tempo. Postosene Marcio all’ assedio cinse intorno la dtià di vailo e fossa, e guardò le strade, perché non le si recassero esterni soccorsi e viveri. I Romani udita la rovina delle città vinte, compresa la necessità delle Fendutesi a Marcio, pressati da’ messaggi quoiidiaid delle altre, fedeli ancora, che imploravano ajulo,, spaventati insieme dalla circonvallazione che tiravasi intorno Lavinia, e convinti che se cadea questo iurte > la guerra verrebbe addirittura su loro, crederono uno solo il rimedio a tanti mali, decretare il ritorno di Marcio. Tutto il popolo, gridava questo, e li tribuni voleano lare. una legge per annullarne la condanna : ma^ li patrizj si opposero, ricusando che si ' annullassé alcuna sentenza enianàta. E petuo. Che dunque impedisce che rivenghi alla dolce, alla carissima vista de' tuoi pià congiunti, e ricuperi t amatissima patria, e comandi, come ti si conviene, a chi comanda, e sii duce de' duci, e ne lasci C amplissima gloria a' tuoi figli e nipoti ? E che tali e tante promesse avran prontissimo effetto, noi, quanti qui vedi, noi tutti ne siamo i mallevadori. Finché nè stai di fronte col campo e colla guerra, non parve al Senato nè al popolo far su te decisione ninna di clemenza e di moderazione ; ma se ti levi dalle arme, avrai, né tardi, e noi lo porteremo, il decreto del tuo ritorno. Tali sono i beni se alla patria ti riconcilii: ma se ti ostini, se t odio non deponi verso noi ; dure e molte ne saranno le conseguenze : ed io due le pià manifeste te ne addito ; vuol dire : la prima che avresti il barbaro amore di un'ardua anzi impossibile cosa, di abbattere cioè la potenza di Roma, e colle arme de' Volsci : C altra che quando pure tu ben ^ indirizzi e riesca alf intento, ne sarai creduto il pià sciaurato de' mortali. E perchè io così congetturi su te ; lo ascolta o Marcio, nè t’ inacerbare sul franco mio dire. E prima ne intendi la impossibilità. Molta è in Roma, e tu U> sai, la gioventìi paesana : e se le si tolga ( e torrassele per la necessità presente in tal guerra ) la sedizione, racchetando il timore comune tutti i dissidj, non pià li V jIscì, ma niuna gente d’ Italia ci abbatterrà. Molte sono le milizie de Latirù, molte quelle degli alleati, coloni di Roma, le quali aspettati che in breve giungano per soccorrerci. 1 capitani, come te, seniori o giovani, tand sono di moltitudine, quanti in tutte lo altre città non sono. Ma t ajuto pià grande di tutti, quello che non ei ha mai deluso ne’ grandi accidenti, e che pili vale di tutte le forze degli uomini, è la beneifolenza de’ numi, per la quale teniamo questa città già da otto generazioni non pur libera, ma felice, ed arbitra di tante nazioni, JVon pareggiarci ai Pedani, ai Tollerim, agli altri popoletti, de’ quali sormontasti le cittadelle. Anche un altro duce minore di te, e con esercita minore che questa tuo, violentato avrebbe tali fiacche e poco presidiate munizioni. Ma considera la grandezza della nostra città, la luce sua per tante imprese guerriere, e C ajuto divino pel quale, già picchia, tanto s’ inff-andì : nè concepire che si diversifichi codesta tua forza colla quale vieni a tanta cimenta : anzi ricordati che un esercita meni di Folsci e di Equi che noi stessi abbiam vinta in tanto battaglie in quante osarono di affrontarci : Talché ben vedi che porti a combattere i men forti contro i pià valorosi, e chi sempre perdette contro vincitori costanti, E quand’ anche fosse il contrario ; pur sarebbe da meravigliare, che tu perita di guerra non sappi, che ne' pericoli non è pari r artlire in ehi difende i suoi beni, ed in chi cerca gli altrui ; che questi se non vincono, niente vi scapitano; ma niente agli altri pià resta, se perdonoE questa principalmente è la causa che le grandi armate svaniscono contro le piccole, e le migliori. contro le men buone. Chè può la terribile necessità, ponno i pericoli estremi spirare' corono anche ad indoli che non ne abbiano. E quanto alC arduità deb r impresa potrei dire piò cose, ma bastino queste. Mi resta a fare un solo discorso, cui se accompagnerai colla ragione non colf ira, vedrai che esso è giusto, e ti verrà pentimento del procedere tuo : ma quat è mai questo discorso ? Gli Dei non concessero a niuno che nasce mortale solida scienza delt avvenire : nè troverai da tutti i secoli alcuno cui tutto riuscisse propizio senza mai contrarietà della sorte. Perciò li piò awanzati in prudenza, quale il vivere lungo e la molta esperienza la recano, deano prima di accingersi ad una impresa considerarne il termine, non solo se riesca come pur lo vorrebbono, ma nel caso ancora che devii dai disegni: e ciò deano i comandanti principalmente delle ‘ guerre, a' quali, quanto piò essi dispongono gravissimi affari, tanto piò tutti ascrivon la origine de' buoni o tristi successi ; tal che se vedono esser niuno, o ristretto e piccolo il danno dell' azione se la sbagliano, allora la intraprendono, ma se vario e grande lo vedono, la tralasciano. Or fa tu similmente ; prevedi avanti di operare ciocché sia per incontrarti, se manchi, o se tutto non ti viene a seconda nella guerra. Tu sarai colpevole presso gli ospiti tuoi di aver tentato imprese, grandi piò che eseguibili. Concepisci ( nè già lasceremo impuniti quelli che han preso ad offenderci ) che r esercito nostro vengavi novamente ^ e devasti le loro campagne : non potrai evitare, 0 di essere obbrobriosamente trucidato da quelli a’ quali sei causa di mali sì grandi, o da noi che ora vieni per uccidere e per soggiogare. Forse essi stessi innanzi di patirne alcun male, tentando far pace con noi dovran consegnarti alla patria che ti punisca : e già Greci e barbari assai, ridotti a pari vicende, dm'ettero ciò sopportare. Or ti pajono queste picciolo cose, non degne a discorrerle, o tali che debbansi trascurare, o non piuttosto mali estremi a patirsi ^ fra tutti i mali? XXVni. Ma via; n abbi tu pure il buon termine; e qual frutto allora ne avrai così desiderabile, così meraviglioso ? qual mai gloria ne avrai ? Deh ! considera questo ancora. Ti succederà primieramente di esser privo degli obbietti che piò, ami, e piò ti appartengono ; io dico della madre alla quale porgi amara la ricompensa di averti generato e nudrito, e de' tanti travagli che sostenne per te : dico della savia consorte la qual vedova e solitaria sta desiderandoti, e deplorando dì e notte il tuo esilio : e finalmente de' due tuoi figli a quali aspettavasi, come ai posteri di egregj progenitori, che ne percepissero pieni di fama buona gli onori se la patria fosse felice. Di questi tutti sarai costretto a vedere le dolorose e sfortunate catastrofi, se ardirai sospingere fino alle mura la guerra ; giacché a ninno de' tuoi perdoneranno gli altri che temono pe' ctai loro, e che patiscono disastri eguali da te. Concitati dalla propria calamità doranti terribilmente e spietatamente a balterli, ad ingiuriarli, e far loro ogni specie di vilipendj : e di ciò non questi che il fanno ma tu ne sei r autore, che ve gli astringi. Tali i frutti sono che gusterai, se ti giunge V intento. Or su contempla la lode che te ne avrai, la emulazione, gli onori, cose tutte desiderevoli a buoni: Z’ uccisore sarai nominato della madre, C uccisore de' figli, il traditore della consorte y la rovina della patria. £ ninno buono, niun giusto vorrà, dovunque tu capiti, partecipare ai tuoi sagrifizj, alle tue libagiorU, al tuo consorzio : nè sarai caro a quelli nemmeno per la benevolenza de’ quali ciò fai : ma godendo dascun d'essi il frutto della tua empietà, detesteranno la ostinazion del tuo cuore. Lascio di dire come senza /’ odio che avrai fin da piò miti, ti sarà intorno la invidia [non piccola degli eguali, il sospetto degl’ inferiori, e per queste due emise, le insidie, c ta/ui altri infortunj, quanti è verisimile che sopravvengano ad un uomo, privo di amici in terra di estranei. Lascio di dire le furie che ispiransi da’ numi e da’ genj negli empj e ne’ facinorosi, dalle quali, straziati ne’ corpi e nelC anima, vivono sciaurata la vita, aspettandone misera ancora la fine. Tali cose considerando o Marcio ' correggiti ; e cessa d’ inseguir la tua patria. Riguardando la sorte come autrice de’ mali che hai da noi tollerato, o fatto a noi, toma felicissimo a' tuoi, ricevi gli empiessi carissimi della tua madre, le amorevolezze soavissime della tua sposa, ed i baci dolcissimi dei • tuoi figli : almen simili cose di sè. Ma qual altro può gloriarsi o centurione, o comandante d aver presa come io la città de’ Coriolani f O qual altro in un giorno stesso ruppe f annetta nemica come io ruppi quella degli .daziati, che veniva per soccorrere gli assediati 7 Lascio di ricordare che dopo tesi pegni di tnrtà potendo io prendere in copia dalle prede oro, argettto, schiavi, giumenti, gceggie, e terre vaste, e feconde, non volli : ma intento a serbarmi principalmente senza invidia, pigliai per me solamente dalle prede un cavallo militare, e da prigionieri t ospite mio, ponendo tutto il resto ad util comune. Dite : era io per tanto degno di premj o di pene ? Dovea subire la legge da’ vilissimi cittadini, o darla io loro ? O non mi espulse il popolo pcf questo, ma per La lode h, perebt Coriolano prese con pochi la città, sema essere ni ooniaodanle, nà tribuno, a' qMii sarebbe alato unto piti facile invaderla colle milisie dipendenti. chè io era nel retto della vita, un intemperante, un suntuoso, un senza leggi? Ma chi potrà dimostrarmi un solo, pe miei piacer non legittimi esule dalla pa^ trio, spogliato dalla libertà, privato degli averi, o ridotto ad altra sciagura qualunque ? se nemmeno i nemici mai di tali cose m’ incolparono o calunniarono, contestando anzi tutti come irreprensibile la vita mia quotidiana? La scelta, dirà taluno, abbonila de tuoi governamenti ti procacciò questo male ; Ut polendo eleggere il meglio ti appigliavi al peggiore : e dicesti e facesti tutto perchè in patria cadesse il comando degli Ottimati, e s' impadronisse del comune la moltitudine imperita, e scellerata, O Minucio ! Ben io mi adoperava in contrario, e provvedeva che il Senato, maneggiasse in perpetuo il comune, e restasse la patria forma di governo. Per tali belli stabilimenti, creduti sì pregievoli da’ nostri antenati, io me n ebbi dalla patria la si fausta e beata ricompensa, cacciatone non solo dal popolo, o Minucio, ma molto innanzi pur dal Senato, il quale, quando io mi opposi a' tribuni che m incolpavano di tirannide, mi animò da principio con vane speranze, quasi osso fosse per operare la mia sicurezza, ma poi temendo de’ plebei mi si distolse, e mi cedette a’ nemici. O Minucio ! tu eri console quando faceveui il previo decreto pel giudizio, e quando Falerio, cita tanto ne fu lodato, esortava col dir suo, che io fossi al popolo consegnato. Ed io temendo dal Senato un decreto che mi consegnasse ; condiscesi, e promisi di andare f e presentarmi io stesso in giudizio. Ma dP Minucio, rispondi : parvi al popolo solo, o pure al Senato ancora io parvi degno di castigo per lo buon inaneggio e condotta mia pubblica ? Se così edlora a tutti ne parve ; e tutti mi scacciavate; egli è chiaro che quanti così deliberavate, odiavate allora la giustizia, nò restava in Roma alcun luogo che sostenesse il bene. Che se il Senato, violentato, si rendette al popolo, e quella fu /’ opera della necessità non del cuore ; confessate che siete il gioco degli scellerati, nè resta al Senato podestà niuna su qurmto mai scelga, E ciò stando, mi chiederete che io men venga ad una città dove i buoni son vittima dei ribaldi? Troppo di stolidità mi condannate ! Or su: diamo che io persuadami, e che deposta, come chiedete, la guerra, ne andiamo ; qual sarà dopo ciò f animo mio ? quale la vita ? Sebbene eletto il partito piò sicuro e meno pericoloso t cercando io poi li magistrati, gli onori, ed altro che io credo competermi, soffrirò di adulare la turba che li dispensa? vilissimo diventerei di magnanimo, e niente più V antica virtù mi gioverebbe. O restando ne’ miei costumi, e serbando le istituzioni mie del viver civile mi opporrò a quelli che diverse ne sieguono ? Or non è manifesto che il popolo di nuovo mi combatterebbe, che a nuove pene mi citerebbe, cominciando l'accusa da questo, che io ridonato da esso alla patria, pure ai piaceri di lui non mi conformo ? Certo non dee dirsi cdtrimente. E qui sorgerà tal altro insolente tribuno che simile agl'Icilj ed ai Decj m incolpi di scindere i cittadini fra lorOf d insidiare il popolo, di tradire la patria a' nemici, di tentare, come Decio me ne imputava, la tirannide, o taC altra ingiustizia, come ad esso ne paja; giacché non mancano a chi ti odia i pretesti. Pro durransi dopo queste, nè già tardi, le imputazioni ancora su le cose da me fatte in tal guerra, che io percossi la vostra regione, che rapii prede, che espugnai città, che di quelli che le difendevano parte ne uccisi, e parte a’ nemici li consegnai. E se gli accusatori allegheran tali cause ; che dirò io per ispedirmene ? o con quale soccorso sosterrommi ? Non è dunque chiaro o. Minucio che belle v' avete, ma pur finte le parole, e che un bel velo date ad un impuro disegno ? Non a me concedete il ritorno ; ma vittima al popolo me portate ; e forse ( giacché buone idee su voi non mi vengono ) vi siete concertali a ciò fare, seppure ciò non voleste, senza prevedere ( e vi si accordi ) i mali che ne avrei da soffrire. Or che varrebbemi la vostra ignoranza ? che la vostra stoltezza ? se non potreste, anche volendo, niente impedire, necessitati di concedere anche questa colle altre cose alla plebe. Se non che non piti bisognan parole a mostrare che questa, che io chiamo via prontissima di rovina : niente, sebben voi la chiamate ritorno, gioverammi per la salvezza. Che poi ( giacche m' invitavi a riguardare ancor questo ) niente o Minucio mi giovi per la buona fama, niente per P onore, niente per la pietade, anzi che io opererei turpissimamente ed empiiss imamente se a voi mi rendessi; ascoltalo dalla mia parte. Io militai già contro questi Folsci, e molto nel militare li danneggiai ; procacciando alla patria impero, forza, chiarezza. Non convenivasi thè io fossi onorato dai beneficati, ed abborrito dagli offesi ? jdppunto ; se a ragion si operava. Ma la sorte perverti tutto, e rivolse ciocché t uno e C altro mi doveano in contrario. Voi per le cose onde io era a questi nemico, mi spogliaste di tutto il mio, e, quasi ciò fosse nulla, mi bandiste : laddove, questi che avean tanto infortunio da me, mi raccolsero questi nelle proprie città povero, abbietto, senta casa e senza patriaNè bastando loro questo splendido, questo generosissimo tratto ; mi han conceduto cittadinanza, magistrature y onori, quanti ven sono piti grandi in tutte le loro città. Ma lasciamo questo : ora mi han fatto comandante assoluto delV esercito posto oltra iete a chiedere, e non 4^ me, la pace o la tregua. Tuttavìa non vi do questa risposta : ma venerando gl’ Jddj patenti, rispettando le tombe avite, commiserando la terra ove nacqui, le femmine, i fanciulli non degni che su di essi ricadano le colpe de’ genitori e degli altri ; e j nommen che per questo o Minucio, in grazia di voi che foste qua deputati dalla città ; vi rispondo, che se i Romani rendono ai folsci le terre tolte loro, e le città che ne tengono, richiamandone i proprj coloni; se fanno pace con essi comunanza perpetua di diritti, come co’ Latini, e giuramenti ed esecrazioni contro de’ violatori de’ patti; io do fine alla guerra. Annunziate primieramente ad essi questo, poi, come avete presso me perorato, aringate presso loro sul giusto : e quanto è bella cosa che ognun s’ abbia il suo, e vivasi in pace : quanto pregevole che niun tema nè i nemici, nè i tempi : e come è biasimevole che chi ritiene l’ altrui si esponga senza necessità alla guerra con pericolo delle cose anche proprie. Dimostrale loro che non eguali sono i premj vincendo o perdendo per chi appetisce r altrui : e se vi piace aggiungete, che quelli che han voluto prendere le città degli oltraggixti, se infine poi non prevalgono, perdono pur la terra, e la città loro, e vedono malmenate obbrobriosamente le mogli, portati i figli agli affronti, e li padri lorOj fatti schiavi di liberi, nelC estrema vecchiezza ; Persuadete insieme il Senato che dovrà tanti mali alla stoltezza sua non a Marcio. Terocchè potendo fcàre il giusto ; potendo non incorrer ne’ mali ; corrono agli ultimi rischi, aspirando sentpre alC altrui. Questa è la risposta; nè potreste altra averne dame: andate, ponderate ciocché a fare v abbiate : io vi do trenta giorni per decidervi. In questo tempo ritiro o Minwciò in riguardo tuo e degli altri t esercito da questi campi, che asscù se vi rinuuiesse, ne sarebbero danneggiati, Al ventesimo giorno mi ci aspettate a pigliarne la risposta. Ciò detto sorse, e sciolse 1’ adunanza : e nella notte seguente presso 1’ ultima vigilia levò l' esercito, e lo condusse OMilro le altre città Latine, sia ebe realmente fosse persuaso che di là verrebbono de’ sussid) a’ Romani, come 1’ ambasciadore avea detto, sia che egli ne spargesse la voce per non sembrare d interromper la guerra in grazia de’ nemici. E piombando sopra Longola, ed impadronitosene senza fatica, e fattovi come nelle altre, dei schiavi, e delle prede; venne alla città de’ Satrìcani. Presala, e tenutovisi pitxiolo tempo, ordinò che parte dell’ esercito recasse le spoglie raccolte da ambedue queste città in Eccetra, ed egli marciando coir altra parte venne a Ceda, che chiamano. Otte nutala, e derubatala -, si gittò nel teiritono de’ Polu scani . Non valsero nemmen questi a resistere ; ed espugnatili, si avanzò verso le altre città : prese di as Questa Toce è aiqbigaa. Lirio nooiioa Tiebbia ; ed altri ia questo luogo di Oiooigi vorrebbe por Silia Seste : ma questa par troppo lootaaa pel viaggio di Marcio. (ij Lapo parve leggere Ttuelarù. salto gli Albieti ed i MugiUaui ; e ricevette a patti i Corani. Divenuto in trenta giorni padrone di sette citti ; si rivolse a Roma con più milizie che prima : e fermandosene lontano poco più che trenta stadj, si accampò presso la via Tuscoiana. Intanto che prendeva ed univa a sé le città de’ Latini, parve ai Romani, consultale lungamente le proposte di lai, di non far cosa indegna della repubblica. Pertanto, se i Yolsci partissero dal territorio loro, degli alleati e de’ sudditi, e lasciasser la guerra e spedissero ambasciadori per trattare la pace ; il Senato decidesse allora e ne riferisse al popolo le condizioni : non decidesse però mai nulla di umauo su loro, finché stavano con ostili maniere su le campagne di Roma e degli alleati. Couciossiachè li Romani (Muervarono sempre altamente di non far mai nulla pe comandi, nè pel terror de’ nemici ; ma di compiacere, e contentare gli avversar] pacificatisi, e rendutisi, nelle dimande se fosser discrete. E Roma ha mantenuto tale sublimità di carattere in molti e grandi pericoli, nelle guerre co cittadini e cogli esteri, e tuttavia lo mantiene. Deliberate tali cose, il Senato scelse am)>asciadori altri dieci tra’ consolari, perchè dimandassero a Marcio che non desse ordini duri nè indegni di Ro Silbnrgio sospetta ebe io luogo di Albiètì debba leggersi Lahitiiati ciot Laviniaui di Lauinio, la presa del quale era stata tralasciata, come si t veduto di sopra. Il cognome di Lucio l'apirio Mugillaoo prova che vi ebbe una città Multila di nome, donde tono i MugiUani. montai. ama Ili. t Digitized by Google 5o DELLE Antichità’ romane ma, ma deponessc le nimicizie, ritirasse le truppe dal territorio, e cercasse di trattare con modi persuasivi e conciliativi, se voleva che gli accordi tra due popoli fossero permanenti ed eterni ; giacché gli accordi sia privati, sia pubblici, conceduti per la necessità e pei tempi, finiscono appunto co’ tempi e colla necessità. Or questi, eletti ambasciadori, non si tosto. udirono l’ arrivo di Marcio, andatine a lui, dissero assai cose atte a guadagnarlo, badando di non offendere co' discorsi la maestà della repubblica. Marcio però non rispose altro se non che consigliavali ( e questa era 1’ unica tregua che dava ) a tornar fra tre giorni con deliberazioni migliori. E volendo essi replicare ; non lo permise : ma impose che partissero immantinente dal campo. E minacciando che li tratterebbe come spie se non ubbidivano ; quelli ammutoliti partirono incontanente. I senatori quantunque udite le risposte ostinate e le minacce di Marcio, pnre non decretarono di portare 1’ esercito di là dai confini, sia che ne temessero, come raccolto in gran parte di fresco, la inesperienza, sia che 1’ abbattimento temessero dei consoli, poco intraprendenti per sestessi, e giudicassero pericoloso il cimento ; sia che i segni celesti interdicessero loro quella uscita per mezzo degli uccelli, degli oracoli Sibillini, o di altra visione : cose che non sapeano gli uomini di allora, come i presenti, trascendere. Adunque deliberarono di guardare la città con vigilantissima cura, e di respingere dalle fortificazioni gli aggressori. Ciò fatto e preparato ; nè tuttavia disperando di piegar Marcio, se lo pressassero con deputazione più augusta e più grande, decretarono che pontefici ed auguri, e quanti arcano sacri onori e ministeri nelle pubbliche divine cose ( e molti sono fra loro e sacerdoti e santi ministri, e questi i più cospicui pel sangue paterno, o pel merito proprio) andassero in copia co’ simboli delle divinità riverite e festeggiate in Roma, e cinti di sacre vesti, al campo nemico, e vi replicassero gli stessi discorsi. Giunti questi, e dettovi quanto aveano dal Senato, Marcio non rispose nemmeno ad essi per ciò che chiedevano; ma consigliò che partendo adempissero gli ordini se volevan la pace; o la guerra in città si aspettassero : del resto intimò che non più ritornassero a lui per far parlamento. Caduti ancora di questo tentativo, e deposta ogni speranza di pace, si apparecchiavano i Romani per 1’ assedio ;, collocando i giovani più vigorosi alle fosse ed alle porte, e li veterani già licenziati ma pur buoni ancor per le armi, alle murai Le mogli loro, quasi approssimatasi già la tempesta, lasciato il decoro col quale si tenevano in casa, correano ai templi piangendo ed abbracciandosi a’ simulacri de’ numi. Ed ogni sacra magione, specialmente quella di Giove in Campidoglio, risonava di ie minei ululati e di suppliche : in questa una matrona preminente per lignaggio e per dignità trovandosi allora nei meglio degli anni, attissima a provveder ciocché deesi (Valeria ne era il nome) sorella di quel Poplicola il quale aveali già liberati dai tiranni', eccitata da istinto divino, si fermò nel grado più alto del tempio, convocate le donne compagne, primieramente le consolò ed animò a non smarrini ne’ mali, poi diede a vedere che restavaci una speranza di scampo, riposta in loro nniramente, se faceano quanto era d'uopo. Allora r una di esse ripigliò : Con quale opera nostra mai potremo noi donne salvcwe la patria, non sapendo più fare ciò gli uomini ? E qual forza ahhiam noi, deboli, sciaurate F E Valeria, non le arme, disse, abbisognano, non le mani ; dispensandoci da ciò la natura, ma le arnorevolezze e la persuasiva. Or qui, fàltusi clamore, e pregandola tutte a svelarlo se pur ci avea rimedio alcuno, disse : In questo lutto, in questo disordine di vestimenti prendete compagne anche altre donne, e menando con voi li vostri figli, ne andiamo in casa di Veturia la madre di Marcio. E ponendo i nostri figli dinanzi le ginocchia di essa, e lagrimando ; scongiuriamola che impietosita di noi non colpevoli di male ninno, e della patria ridotta in pericolo estremo, vada al campo nemico ; e vi meni i suoi nipoti, la madre loro e noi tutte, le quali la seguiremo co' nostri figlioletti : e che interceditrice presso del figlio, lo dimandi, lo supplichi a non fare la calamità della patria. Lei piangendo e rimovendolo; nascerà forse alcuna compassione o mite pensiero in quesF uomo, che già non ha si duro ed impenetrabile il cuore da respingere fin la madre che abbraccigli le giruscchia. Poiché le astanti ne approvarono il dire; ella supplicando i numi di dare persuasiva e grazia alle istanze, loro pari) dal tempio. La seguitarono le altre ; e prese dopo ciò per comp-igne alti’e donne, ne andarono in fòlla alla casa della madre di Marcio. Volannia la mo glie di Marcio seduta presso la suocera si meravigliò nel vederle, e disse : E che possiamo noi farvi, o donne, cito in tanta moltitudine venite ad una casa di sciagura e di aflizione? E Valeria soggiunse: i?tdoUe a pericoli estremi noi, con questi fanciullelli, veniamo a te supplichevoli, o Feturia, per implorare^ tonico e solo ajulo, e primieramente che abbi pietà della patria non mai fin qui stata in man de' nemici, eicchè non vegli soffrire che ora la libertà le si tolga dai Folsci; seppur conquistando la patria la rispar~ mieranno, non la struggeranno dai Jondamenti. Dipoi per noi preghiamo e per questi miseri fgU, sicché non veniamo tra gli strazj degf inimici, noi niente ree de mali accaduti. Se un cuor ti resta in parte almeno, clemente ed umano; deh! tu ne compassiona, o F fluria, tu donna, e tu partecipe de' diritti sacri, inviolati delle donne : prendi teco Folunnia, questa ottima donna, e con essa i suoi figli, prendi coi figli nostri pur noi supplichevoli a un tempo e magnanime, e vieni al tuo figlio, persuadi, insisti, ni dar fine alle suppliche, finché pe' tanti benefizj tuoi non ottieni da lui che si rappacifichi co’ suoi cittadini, e rendasi alla patria che lo ridomanda'. Ut, ben 10 sai, trionferai di lui, che pietoso, certo te non dispregierà prostrata a’ suoi piedi. E tu riconducendo 11 figlio tuo alta patria, ne avrai, corni è giusto, splendore sempiterno, perchè C avrai liberala da tale ()) Meli’ uso della Religione comune rischio e terrore: e sarai cagione a noi di essere oHo~ rate presso degli uomini ; perchè avremo sciolta la guerra che non potè da essi dissiparsi. Parremo cojI le discendenti veramente delle femmine che mediatrici terminarono la guerra di Romolo co’ Sabini ; e conm giunsero duci e nazioni, e grande renderono di piedola la città . Magnìfica sarà t impresa, o Feturia, d' aver seco riportato il figlio, d’aver liberata la patria > salvate le sue concittadine ; e di lasciare ai posteri suoi luce indelebile di virtù. Dacci, o Fetum ria, con cuore spontaneo e vivido questa grazia ; vieni, ti accelera ; poiché grande, imminente il pericolo non ammette più indugio, o consiglio. XLI. Giù detto, tutta in pianto, si tacque. E piangendo pur esse, e pregando vivamente le compagne; iVeturia, vinta dalle lagrime, dopo breve silenzio, disse: Foi seguite, o Falena, leggera e fiacca speranza ; promettendovi un ajulo da noi ; donne infelici. Ben abbiamo tenerezza per la patria, e volontà di saL'ore I cittadini, qualunque mai siano; ma la potenza e la efficacia ne mancano per compiere ciocché vogliamo. Marcio, o F ileria, ne rifugge da che il popolo fe’ di lui r amara condanna, ed odia tutta la casa insieme colla patria. E ciò diciamo, sapendolo da Marcio stesso', non da altri; perocché quando soggiaciuto alla condanna venne in casa in mezzo agli amici, trovando noi addolorate, abbattute, co’ figli suoi su le ginocchia, e che piangevamo, corri era giusto, e Vedi 1. a, $ 4^ espone disicsantenle tale storia deploravamo la sorte che ci soprastava nel perderlo ; egli fermatosi alquanto da noi lontano, insensibile come una pietra, e co’ sguardi fissi, partesi, disse ^ Marcio da voi, o madre, o Volunnia donna bonissima, cacciato dai suoi cittadini perchè prode, perchè amico della repubblica, e perchè subito ha tanti travagli per la patria. Voi sostenete, come si conviene a femmine virtuose, tanta calamità, non facendo mai nulla d’ indegno, mai nulla di vile: consolandovi in questi fanciulli sulla mia privazione, educateli degni di noi, e della stirpe. Gli Dei concedano ad essi, uomini divenuti, sorte più buona ; ma virtù non minore. Addio. Io vado, e lascio questa città che più non cape gli onesti uomini. Addio numi tutelari, e tu Vesta, paterna divinità, e voi quanti siete Dei di questo luogo. Appena ciò disse, noi misere, noi dal dolore impedite, scoppiando in gemiti, e per^ cotendoci il petto portai'amo a lui, per riceverli an~ cara, gli amplessi estremi : ed io menava meco il maggiore de’ figli, e la madre avevasi in braccio il minore. Quando egli, ritirandosi e rispingendoci, disse: Da ora innanzi Marcio non più sarà tuo figlio, o madre, togliendoti la patria in esso il sostenitore della tua cadente età, nè più sarà da questo giorno il tuo sposo, o Volunnia: ma sii pur felice, un altro cercandotene più di me fortunato : nè più sarà padre vostro o figli carissimi: ma orfani e solitarj presso queste crescete fino agli anni virili. Ciò detto, nè soggiungendo altro, nè comandando, e non significando nemmeno ove andasse, uscì di casa, o donne, solo, senza servi, in disagio, senza portare seco delC aver suo neppure il vitto di un giorno. E già volge t anno quarto eh’ egli fuggì dalla patria, e riguarda noi tutto come straniere, niente scrivendo, niente mandandoci a dire, e niente volendo di noi risapere. Or presso un cuore si duro, si impenetrabile, o Troieria, qual forza avranno le preghiere di noi alle quali non dava, partendo £ ultima volta, non un amplesso, non un bacio, non significazione niuna dì affetto? Che se tuttavia domandate voi questo, e volete in tutto vederne wniliate ; concepite, che io e Volunnia a lui ci presentiamo co’ figli. Quali discorsi io madre, dirìgo la prima, quali preghiere porgo al mio figlio ? Dite, ammaestratemi. Chiederò che per^ doni a suoi cittadini da quali ( e senza che offesi gli Oi’esse ) fu privato della patria F Chiederò che inteneriscasi o compassioni la plebe, che su lui non seppe intenerirsi, tré compassionarlo? Che abbandoni e tradisca quelli che esule lo hanno raccolto, i quali sebbene malmenati già un tempo da lui tanto e sì feralmente, pur non £ odio gli mostrarono di nemici, ma la benevolenza di amici e di congiunti ? E con qual cuore pregherei io mai questo mio figlio che amasse chi lo sterminava, ed oltraggiasse chi lo salvava ? Non sono questi i discorsi di una madre savia al suo figlio, non di una moglie al marito : nè voi ci astringete, o donne, che imploriamo da lui cose non giuste presso degli uomini, nè pietose presso gli Iddii: piuttosto lasciate noi misere nella umiliamone ove siamo per la sorte, senza che noi pure svergfsgniamo piu ancora noi stesse. Taciutasi lei, surse un tanto lamentarsi di femmine, e tale un pianto ne riinbotnbò, che udendosene i • clamori per gran parte della cUlà, si empierono di popolo le vie d’ intorno la casa. Poi rinovando Valeria più lunghe e più commoventi preghiere, le altre donne, com’ erano congiunte di amicizia o di sangue con r una o l’ altra di loro, supplicavano ancora in atto di stringerne le ginocchia. Tantoché non più restendo per l’ afflizione fra tanto piangere e supplicare; cedette infine Vetutla, e promise di andarne oratrice per la patria co' figli e colla moglie di Marcio, 'e^ con quante cittadine voleano. Racconsolatesi allora vivaiùeuté, ed invocati i numi a favorire le loro speranze, partirono dàlia casa, e nunziarono ai consoli il fatto. E questi, lodandone là buona volontà, convocarono ed interrogarono i padri, se fosse da concedere che le femmine ^uscissero. Or molto, e da molti se ue disputò; tanto che giunti a sera dubitavano ancora ciocché fosse da fare. Dicevano molti non essere piccolo cimento permettere che le donne andassero co’ figli al campo dei nemici; imperocché se questi, spregiando le leggi sacre degli ambasciadori e de’ supplichevoli, volessero che le femmine non più 'rìtornassero, prenderebbono Roma senza combattere. Pertanto consigliavano che si lasciassero andare a Marcio solamente le donne che a lui si appartenevano insieme cu’ figli. Altri però giudicavano che non si concedesse che andassero nemmeno rpieste; anzi esortavano di custodirle gelosamente, e di considerai le come ostaggi sicuiissimi, perchè la città nou subuse grave disastro. Per l’ opposito altri proponevano che si accordasse a quante donne volevano, di uscire, perchè^ le donne congiunte a Marcio, fornissero con ' più dignità la mediazion per la patria. Dicevano che non succederebbe ad esse niente di sinistro; giacché ne sarebbero mallevadori primieramente i numi col favore santo de’ quali si moveàno ad intercedere ; e poscia il duce stesso al quale ne andavano, come uomo puro ed inviolato in sua vita da ogni ingiusto ed empio attentato. Vinse finalmente il partito che accordava alle dònne di andare, e còn decoro amplissimo di ambedue; del Senato come savio, perchè vide ciocché era a farsi il migliore, senza punto turbarsi al grande perìcolo ; e di Marcio finalmente per la sua pietà, perché fh confidato, che niènte oliraggerebbe tal parte imbelle, espostasi a lui quantunque egli fosse nemico. Steso il decreto, e recausi l consoli al Foro, e raccoltovi il popolo, essendo già notte, vi palesarouò il voler del Senato, e preordinarono, che tutti al nuovo giorno accorresserò alle porte per accompagnarvi le donne che uscireld)ero. Busi frattanto, diceano, che curerebbero quanto era d'uopo. Era ornai l’alba vicina;, quando le donne portando i figli loro, andarono colle faci, e presa in sua casa Vcinrìa, la condussero alle porte. I consoli idlesUte mule da tiro, e carri, ed altri trasporti moltissimi, ve le acconciarono, e seguironle per, lungo tratto: le accommiatavano intanto i senatori ed altri in buon numero con auguri, con preghiere, con eocomj, rendendone cosi più dignitoso il viaggio. Come si potè dal campo distinguere, che donne, lontane ancora, si àvanzavano, Marcio spedi de’ cavalieri per apprendere che fosse quella moltitudine, e perehé dalla catti ne veoisse. E risapendo da loro che venivano le donne Romane oo 6gli, e che innanzi -di tutte era la madre di lui, e la moglie co’ figli suoi; stupì da principio che femmine potessero aver cuore di avanzarsi co’ Ggli senza guardie al campo nemico, e darsi a vederè ad uomini insoliti, lasciata la verecondia conveniente a matrone ingenue e pudiche, e la paura del pericolo nel quale incorrerebbero, se questi volgendosi airutile più che al giusto, volessero acquistarle,. e giovarsene. Ma posciacbè furono vicine, deliberò di uscire dal campo con alquanti ' verso la madre, comandando ai littori che quapdo le fossero dappresso deponessero le scuri, e le abbassassero i fasci. Usavano i Romani questo rito quando i magistrati minori s’ incontravano co’ maggiori ; ed il rito persevera ancora. Osservò Marcio allora tal pratica, e rimosse tutti i segnali dell’ autorità sua ; quasi egli dovesse presentarsi ad una autorità maggiore : tanta fa la riverenza, tanta' la sollecitudine sua per la pietà verso la madre. Fattisi ornai vicini, si avanzò la prima per riceverlo la madre, ahi ! quanto miseranda, squallida vestunenti, e logora gli occhi dal piatito. Come la vide, Marcio, duro, imperturbabile fin’ allóra contro tutti gli assalti, non più valse a persistere nel proposito suo: ma vinto dagli affetti del cuore umano corse, la strinse, la baciò, la chiamò con tenerissimi nomi: e molto lagrimandone, e curandone ; la sostenne, mentre venuta meno abbandonavasi a terra. Soddisfiitta la tenerezza sna verso la madre, ricevendo la donna sna che sea veniva co’ figli disse ^ Fornisti o Koluimia gli offizj di ottima donna, > uh’endoli presso la mia genitrice: ed io godo come su dono dolcissimo infia tutti, che non t qhbandonasli nella sua solitudine. Dopo ciò chiamato a sé 1’ uno e l’altro de’ figli, e carezzatili come si conveniva ; si rivolse noVamente alla madre, invitandola a dire per qual fine veniva: ed ella soggiunse che il direbbe, udendola tutti ; giacché non chiederebbe se non giustissime cose. Lo esortava dunque che sedesse nel luogo appunto dal quale solea far giustizia a’ suoi militari. Con piacere udì Marcio la proposta, pen hé varrebbesi di assai più regioni per rispondere alle istanze .di essa, e darebbe dv opportunissimo luogo fra la turba la risposta . Adunque recatosi al tribunal militare fe da indi rimovere e calarne al pianteiTeno la sedia, giudicando non dover lui tenersi p’ù alto che la madre, nè còn maestà niuna contro di lei. Poi fatti sedere presso di sé li più cospicui de’ capitani e dei centurioni, e lasciando che intervenissero quanti volevano ; significò alla madre che incominciasse. Veluria, poste innanzi del tribunale la donna di Marcio co’ figli e le altre più ragguardevoli tra le Romane, ' pHmieramente rivolti gli occhi alla terra, pianse lungamente, p mosse tenera compassione negli astanti : poi raccogliendo sé stessa disse : Le donne, o Perché sarebbe siala risposta pubblica; udendolo cbi Tclcea ; e perché cjuel luogo stesso, di dignità e di comando aerebbé ricordalo Ila madre le ubbligaiionf Che egli arcTa co' Votaci. (a) Anni di Roma a06 sccoodu Calorie, a63 secondo Varoue, e 4^ arami Criaio. Marcio figlio, considerando gC info rtunj che su di esse piomberebbero se la città divenisse de nemici, diffidatesi di ogn altro soccorso, poiché tu davi le sì dure, le jì ostinate risposte agU uomini che chiedeano un fine alla guerra ; queste donne, o Marcio ^co’ /?glioletti, in questo lugubre apparato ricorsero a me tuà madre, ed a V olunnia tua sposa per supplicarci 'a non permettere che avessero tanto male ‘da te, più che da ogn altro, esse cfie non ci aveano offeso punto nè pocO', e che grande ci aveano dimostrata la benevolenza nella nostra sorte felice, e viva nommeno la compassione quando ne dec'ademmo. Noi ben possiamo testificarti che dalf ora che tu lasciavi la patria, daW ora che noi restavamo derelitte nella solitudine, e nel nulla, esse di continuo ci visitarono, ci consoletrono, e piansero al pianto nostro. Memori di tanto io e questa tua donna, coabilatHce mia, non abbiamo già ripudiato le loro preghiere, ma preso abbiam cuore di cercarti ; e pregarti, corno ci atìdimandavano, per la patria. E lei parlan(h> ancord, Marcio ripigliava : rnadre ! se' tu venuta per un impossibile, venendomi a chiedere, che io Iralisca quelli che mi hanno ricettato a quelli che mi bandivano, quelli che mi donavann i beni, più grandi fra gli uomini a quelli che tutto il mio rn involavano. Io pigliando questo cofnando, dos a malle\'adori i genj ed i numi,, che non avrei tiadito gU ospiti miei, nè finita la guerra se cosi non fosse piaciuto a tutti i Volsci. Pertanto adorando gt Iddìi su quali giurai, riverendò gli uomini a quali vincolai la mia fede, guerreggieiò fino alla decisione co' Romani. Se renderanno mì f^olsci le terre che" ne possiedono colla forza ; e se amici se ne fwanno, accomunando ad essi tutto, come co' Latini ; deporrò ' le armi : altrimente mai contro di essi le deporrò / Voi dunque andatene., o donne, riferite ai vostri un tal dire, e persuadeteli a non pretendere ingiustamente [ altrui, ma contentarsi del prpprio, quando altri lascia che lo abbiano. Non aspettino che si ritolga loro colla guerra, quanto colla guerra usurparono ai. Volsci; perocché li vincitori non saranno già paghi di ricuperate i lor beni, ma vorranno quelli ancora de’, vinti. Se ritenendosi, e difendendo ostinatamente ciocché lor uon si spetta, vanno incontro m pericoli, accusino sestessi, e non Marcio, e non altri de' mali che piomberanno su loro. E tu -daW altra parte', o madre, io figlio tuo le ne prego, non mi sollecitare a cose non degne, nè giuste; nè, unendoti d miei e tuoi malevolissimi, volete credere a te contrarj quelli che 'ti sono per natura amicissimi : ma standoti, coni è ragìc^nevole, presso me, vegli riguardare per patria quella che io riguardo', e possedere per' casa quella che io possiedo, e godere con me gli onori miei, e la mia riputazióne, presi per parenti, per amici e nemici tuoi,, quelli appunto cK io prendami. Bandisci, o misera, f afiìanno sostenuto finora per la mia fuga, e pesfa in tale tua forma .di afliggermi. Gli altri beni, o madre, più belli della speranza, più grandi del desiderio mi son dati da mimi, e dagli ùomini. L’affanno che io prendea su te, non contraccambiandoti col nudrirli ne' senili tuoi giorni, diffuso per le mie viscere, amareggiava e levava la mia vita da ogni bene. Se meco ti rimani, se partecipe ti fai di ogni mia cosa; più non mi mancherà alcuno -tra L mortali. E qui taciutosi lui, Veturia sopraslando breve tempo &nchè, cessassero le lodi cbe molte e grandi gli si fecero da’ circostanti, soggiunse: Non io. Marcio figlio, ti voglio il traditore de' Volsci, che ricevitori tuoi nelC esìlio, ti onorarono in iMtte guise, e ti affidarono il comando di ses tessi ; nè voglio che. tu da te solo finisca senza il voto comune, la guerra contro i patti e i giuramenti, chè facevi loro, quando prendevi armata : nè temere che la madre tua siasi di tanta malvagità riempiuta ; ‘ che inviti C unigenito e carissimo figlio a cose vituperose e non giuste: ma cJtiedo che tu levi col pubblico voto la guerra, ridu^ cendo i V ytsci a temperanza, e ponendo tra le due genti pace ì>ella e decorosa. E ciò sarà fatto, se al presente movi t armata e la ritiri, e fai tregua per un anno ; perocché spedendo e ricevendo in questo tempo ambasciadori, procaccerai pace stabile, e vera amicizia. Tu ben sai che f Romani, se il disonore, o la impossibilità non lo vieta ; faranno vinti dalle persuasive ogni cpsa : laddove violentali, come ora vuoi tu violentarli, non concederanno mai cosa picciola o grande, come puoi tu conviruertene da tanti esempj, ed ultimamente dalle cose concedute ai Latini che deposeco le ormL 1 Volsci, dirai, sono assai ' più pertinaci, come avviene ai gran fortunati. Ma se ricordi loro che ogni pace vai più della guerra: e che più stabile è quella che si fa per amicizia la quale rende i cuori propizj, che non, f altra la quila per necessità si riceve: esser proprio de’ sa>’i moderare la sorte, quando stimano averla; non però mai ft^ cosa indegna nelle vicende infelici e meste ; se dirai loro gli altri documenti quanti sen trovano ( notissimi a voi che il pubblico maneggiate ) per indurre a dolcezza a mansuetudine ; scenderanno dalt eUterigia ove sono, e concederanno che facci quanto credi a loro giovevole, Ma se resister^anno, se non ammetteranno il dir tuo, sollevati dalle belle Jbrluna provenute da te e dal tuo comandare, cqme siati quéste immutabili ; rendi loro palesemente co lesto tuo capitanato, nè il traditore sii di chi te lo afJidcR>a, nè il combattitore de’ congiuntissimi tuoi ; cose, T una e t altra indegnissimo. Queste soao, o Marcio figlio, le cose che io vengo a supplicarti che sian fatte da te, non impossibili come tu dici, ma pure da ogni '' rimorso di ingiustizia, e di malvagità. Tu temi '( sono questi i titoli che vai magn'ficanio col discorso ) tu temi d’ incorrere sé fai quanto consiglioU, la taccia rea come d’ ingrato versa i tuoi benefaUori, i quali ti accolser nimico, e ti a nmisero a tutti i-loro beni, quali se gli hanno co^ loro che nacquero cittadini. Ma dì j non hai tu lendulo toro il molliplice e bel contraccambio ? non hai suj'ferato i benefizj loro colt amplitudine immensa dei tuoi? Costoro che leneano pel sommo e pel più amabil de beni viversi liberi usila patria ; gli hai tu ridutU (fuesti non solo arbitri stabilmente di sestessi, ma tali infine da bilanciare, se tornasse lor megliò, di abbattere la potenza de' Romani, o di partecipare, ugualmente alla repubblica che Roma ha fondato. Lascio' di dire con quante spoglie abbi ornalo le loro città per la guerra, e con quanta ricchezza premiato quelli che vi militav vedo che^ gU orgogliosi che quei che' spregiano le preghiere -de supplichevoli, corrono all ira de' numi ed alia sciagura finalmente. Certo gl' Jddii • istituirono e ne dierono tale costume,essi i pruni ptrdanano s e fqcili si rappaciane';, e molti si. placarono già pe’ voti j e' pe' sagrifizj verso di uomini, lontani per grandi reità da loro". Quando o A/arcio tu tioti vagli che. l’ irà de’ celesti sia mor-^ tale, ma immortale quella, degli 'uoniini ; • forai con rettitudine f e con dignità tua o della patria, se ne condoni gli errori, essa già correggendosene, e placandotisi, e rendendoti quanto prima ti levava. Che se implacabile ti rimani, rendimi questo deposito, questo benefizio y i quali niun altro può ripeterti i e pe’ quùli hai tu non le minime, ma le auiplissinte è pregiatissime doti,' onde tutto ottenesti,, rendimi il corpo tuò e l’ànima. Derivate le hai queste da ma; ; nè luogo o tempo, nè beneficenze, nè • grazie di Fblsci o di altri mai tanto ' eccederanno e saliran fino^ ai cieli ;. che tu possi csmcellar la natura,,nò pù't udirne i diritti. Mio sarai pur tu semproj e sempre il bene del vivere a me dovrai perla prima, e 'farai senza scusartend quanto ti additnandoCiò prescrive la natura ai viventi che sentono e che ragionano { >e di ciò confidata puf io, ti supplico o Marcio figlio a non portaré guerra alla patria;, o qui sto per oppormiti se le fai violenza. O me tua madre che mi ti oppongo sagrijicherai prjma di tua mano alle furie, e cosi darai principio alla guerra; o, se temi la infamia di matricida, cedi o figlio alla madrfi tua ; dammi, flie il puoi, questa grazia. Se questa leg^e che niun tempo ha mai tolto, mi assiste, mi protegge > non è giusto o Marcio che io sola sia da te priva degli onori che essà mi concede. Ma Icssciando questa legge, ricordati la tanta e gran sc^ie de'miei benefizj. Io prendendo a curar te fanciulletto, orfano del padre tuo védova me ne rimasi, e gli stenti tutti soffersi onde allevasi, madre tua non solo, ma padre in ur[ tempo, educatore é sorella dimoetrandomiti, ed ogni altra spficie . di teneri .oggetti. Divenuto tu grande, potendo io liberarmi dalle • cure, nutritandomi ad •altri, e darmi nuovi figli e nuove speranze sostenitrici della vecchiezza; non volli, hià restài ne' tuoi lari 'domestici, contenta della vita medésima, e ristringendo a 'te sólo ogni mia consolazione, ogni bene. Di questi ine. ne privasti tu, parte di voler tuo, parte senza volerlo, rendendomi infelicissima tra le madri. ^ qual tempo, da che toccasti l' età •virile, qual tempo io pissr mai sene’ agitazioni e terrori? e quando ebbi, mai l' anintà tranquilla so' pra di te, vedendo che acciimolavi guerra a guerra, che passavi da battaglia a battaglia, e ricevevi ferite su ferite ?. . Lll. E quando ti desti alla repubblica cd al maDigilized by Google ’ Lifino vm. 69 ncggìo de' pubblici affari, gustai forse io tua madre diletto alcuno ? Eh ! Che ne divenni allora più misera, mirandoti in mezzo alla civil sedizione. Imperocché le uìe provvidenze pér le quali più sembravi valere, e per le quali sostenendo i patrizj, spiravi indignazione contro del popolo, queste mi spaventavano tutta, considerando, per quanto tenui motivi tramutasi la sorte degli uomini: e sapendo dai tanti casi uditi che qualche ira, divina traversa i valentuomini, e la invidia umana li perseguita. E_ così non fossi stata, come io ' m' era troppo vera indovina degli eventi! fa civile, invidia t' assalì, ti sopraf/kee, ti sifclse dalla patria,. Il refto della vita mia, se vita può dirsi da che partendoti ' mi lasciasti co' figli tui, passò tra questa desolazione., Va questo apparato di lutto. Per tutto questo io che molèsta mai non ti fui, nè ti sarò finché vivo, ti prego che vagli serenarti una volta co' tuoi cittadini f' c finir C Ira acerbissima che nudri contro la paù'kt. E con ciò di cosa io ti prego non buona per me solq, ma per ambedue. Per le Se tea persuadi, nè scorri ad azioni non degne ; perchè avrai C anima immacolata e libera da ogn’ ira, da ogni^ terrore di furie persecutrici, e p6r me poi, perchè la fama che men yetrà, mentre vivo, dai cittadini, e dalle cittadine. Tenderà beati i miei .giorni f e quella che mi sarà dispensata come io presagisco, dopo^ morte, renderà sempiterno il mio nome. E se 'dopo morte riceve alcun luogo le anime sciolte da corpi; riOn riceverà già la mia quel sotterràneo rp tenebroso ove dicono che i detnoni soggiornano ; nq 1 il ampo che chianìdn di Lete; ma C etere sublime e puro, ove dicono che albergano con prospera e beata sorte i JigUifoli de’ numi. JB’ià divulgando anima min la pietà e le grazie onde m’hai riverita, ten chiederà per sempre dagt Iddii la degna ricompensa. Ma se dispregi la madre tua, se inonorata la' rimandi n per me fortunata nò per le, la quale hai salvato la patria, e perduto insieme il pietoso ed amantissimo tuo figliuolo. Cosi detto, si ritirò ne' siioi padiglioni ; comandando che lo seguitassero la inoglie; la madre -,, i fi^i : é vi si. tenne tutto il resto dei giorno, eonsultaudo, con esse ciocché era da fare. Enrono le risoluzioni : che nè il Senato proponetse al popolo, nè il popolo decretasse nulla del suo ritorno, prima che .si persuadesse aWolsci r amicizia e la cessaziofs della guèrra. Egli leverebbe e ritirerebbe /' esercito, marciando cofne tu terre di amici: Dato conto del suo capitanato, e dimostratina i beni; pregherebbe quelli. che glie lo aveano càtfi flato, a’ volersi ricongiungere per giuste condizioni ai nemici,. ed incarieore lui pefchè vi fosse ne patti t ofpùtà, senza niuna fmdolenza. Che se protervi pei successi filici non aecettósser la. pace; egli si spoglie rebì>e del comando. In. tal caso o non sosterrebbero essi di ^leggete un altro per ^mancanza di buoni capi ioni ; o cimentandosi di 'affidare le forze ad un altro qualunque, imparerebbero a grande lor danno, ciocchi era V utile a Jare. Tali sono le deliberazioni ira loro tenute, e riconosciute per eque e giuste, e capaci presso tutti di buona faina, oggetto principalissimo delle cure del valenluomo. Ben erano essi agitati da un timido sospetto che la turba irragionevole speraozala di debellar riiiinii co, delusane, alfìne infuriasse; e setiz’amihctter discorso trucidasse come traditore' quel suo capitarlo; tuttavia deliberarono d’inedutrere non pur questo ma ogn^allro più tetro pericolo, e serbare vh-tuosameule la fede. E poiché il giorno piegava a sera; datesi vicendevoli signiflcaziout di affetto, uscirono da' padiglioni, e quindi le donne tornarono a Rema. Esitose Marcio agli astanti le cause che lo inducevano a scioglier là,guerra, e pregò lungamente t sòldan che'gb'el condqnassero, e che tornati in patria, ricordevoli de’ suoi beneQzj,. non'' permettessero essi compagni suoi, che subisse alcun reo trattamento dagli altri. Ej ragionate altre cose, tutte persuasive, t:omandò che iaces^erq le b^gagHe, oude partire la notte 'seguentPi LVi Coinè seppero dalla fama,' percorsa alle, donne, die Icvavasi il pericolo loro, uscirono lietissimi i Romani dalia dtlà per incohlcarle; dicendo e fàcendo ora a cori, ora ad uno ad uno, salutazioni e' cantici e tripudj, quali gli latino e li dicono quelli che' da rischio terribile passano prosperità non pensata. Si menò poi Ja notte tutta' In feste e conviti : nel giórno appresso il Senato adunato da consoli su Marcio dichiarò che si differisse in tempo più acconcio a risolver gli onori da farseglt : ma. che per lo zelo ditnostrato sì desse alle donne nc’ pubblici antichi registri un elogio che ne'portasse eterna la memoria, tra’ posteri, ed un donativo, qual sarebbe il pti\ car ed ' ' i Romani -colende ; giorno appunto che disciolse la 1 “ ^, Cotiolano si approssioiò.due volte a Roma j 'la prima volU ai accampò preaso le fosse delle Cluvìlie.-io distaosa di ciitipie miglia, e la seconda io luogo anche piò vicino a Roma, iiitburgio scrive, che io questo secondò luogo appunlo fu eretto il tempio delta Fortiuia Mulirhrc. A questa sci\tei]sa sembra corritpondero ricchezze, noh ricéVò con dispiacere la iùtérro zvon della guerra, e^ favorendo il valentuomo, escusavàlo se non la dltlmava, mosso daUe prègbieve e dalla compassion della madre. Ma la gioveUtù rimaka nelle città,, tocca da invidia per. le grandi prede fatte dalFe scrci'to, e’ delusa delle speranze che aveva, se prendei^ dosi Roma ne era Oaccàto l’orgoglio; ne fremette, e fi esulcerò contrd'del capitano. £ finalmente assunti, per ca|)i della scellcrsgginc uomini .potentissimi tra quelle genti, imbarbarì, e commise nn indégnissimo fatto. Istigavala aoprattattO Azzio Tulio circondato da non pochi di ogni città. Costui non polendo più la invidia sua contro ‘Marcio; aveva già da uii tempo risolato di ucciderlo occultamente e frt^dolentemeote, se quel duce xiuscendo ne’ disegni e 6accando Roma tort^Va dal sottometterla ai Volsci, o di darlo manifestamente ai suoi partigiani ^d ucciderlo come traditore, se falliva nella impresa, è tornavane senza l’ intento. Ora ciò fece appunto. Imperocché ' convocando gente non poca; le accusò quel .valentuomo argomentando dal vero il falso, e conghietturando dalle cose già' state, quelle -che non sarebbero mai t poi comandò che deponesse il comando, e desse conto del suo capitanato. Once costui delle truppe rimaste nelle città, come ho detto di sopra, ‘era l’arbitro di raccogliere le adunanze, e di chiaipare chi voleva in giudizio. Marcio giudicava non dover contrapporsi a ninna delle dué intimazio.ni ; solamente discordava nel metodo di soddisfarvi ; 'credendo che égli dovesse prima dar conto de’ fatti della ' guerra, e pqi deporre, se così paresse a tutti i 'Volséi, il comando. Affermava che non dovesse di tanto esser arbitra una sola città corrotta in gran, parte 'da Tulio; ma tutta la nazione, raccolta in comizj legittimi, ove fossero spediti deputati da 'ogni . città, come portava il 'costucrie, quando aveansi a discutere i grandi jeffari. Opponevasi a ciò Tulio,' ben vedendo cbe se Marcio, ahroòde parlatore, facciasi tra la pompa di capitano a dar conto delle 'tante e belle sue gesta trionferebbe^ della moltitudine ; c non' cbe suhire le pene • de’ traditori, ne diverrebbe più onorato e )>iù grande. Impe^occbé ’ sarebbero per concedergli tutti che solo finisse a piacer suo la guerra, ed arbitro re stereljbe di ogni cosa. Adunque per molto tetnpo se no suscitarono ogni giorno dicerie vicendevoli, e reclami in Senato, éd altercazioni vive nel Foro ; uou essendo lecito a niun di essi 'far violenza all’ altro, garautito dalla dignità pari della magistratura,. Or poiché non dovasi fine, alla disputa ; Tulio comandò a Marcio di venire in dato giorno a deporre il suo gradò, e sottomettersi ai proressi di tradimento, E sollevati eon lusinghe' di benefizi > uomini audacissimi, e messili per capi della scellcraggiuc indegna; si portò nel Foro destinato. 'Asceso ' nel tribunale accusò Marcio con tòòlte incolpazioni ; ed istigò la moltitudine a' degradarlo a fo4'za, se spontaneo non lasciava il comando. ' LIX, Accese Marcio anch’ esso per;, far le difese ; ma ì grandi clamori de’ seguaci di Tulio gli tolsero di parlare. Dopo ciò gridandosi: {ira, ferisci, lo efreonJa' rouo, e con .nembo di sassi lo, uccisero uomini inso-, lentissimi. Ed essendo lui strascinato Foro, quelli che erano presenti allo spettacolo, e quelli che Vi sopravvennero dopo eh’ egli erst spirato, deplorarono il valeniaoiiio ; perchè' non degna avea da loro la ricatupensa. E Hdiceano quanto bene avea fatto al comune, e r arresto' .voleanO degli uccisoci, perchè dato.aveano esempio di opèra. ingiusta, e lesiva delle '.città, spegnendo senz’iimmelterne le difese violentemente un di loro, c questo,, comaudante. Ne fremeauo soprattutto i compagni di lui uclle spedizioni. Epoiché non erano stati da tanto d’ impedirne i mali mentre viveva ; delU berarono riconoscerlo de’benefizj, almeno dopo la morte; recando al Foro quanto alla deliha onorificenza ricluedesT de’'valentoomini. Quando lutto fu pronto > collocarono lui con veste di capitano, su letto vaghissimamente ornato : poi facendo precedere quelli che recavano le prede, le spoglie, le cotone, le immagini delle citli prese da lui ; ne sollevarono il feretro i giovani più segnalati fra le armi. Lo portarono al sobborgo più ragguardevole, accompagnandone il cadavere i 'cittadini tutti con gemiti e la^inDe. uomo il. più grande di tutti 'al suo tgmpo' nelle armi. Continente da lutti i pacetri che traspòrUmo i giovani, seguiva 'la giustizia ifon involontario per le leggi che forzano col timore de’ supplizi', ma spontaneo, come per inclinazione d’indole bennata. Non tenea per virtù non offendere ; e bramava non solo di esser puro egli stestd da ogni malfare, ma credea giusto di astringervi -anche gli '^allri. Magnanimo', liberale, intentissimo a soccorrere quando cpnoscevalo, il bisogno degli amici, npn era inferiore a ninno de’ patrizj nel roaneggio.del pnbblico. C se fa sedizione della città non lo avesse impedito da' pubblici .•(Tari, forse' Roma preso avrebbe da' regolamenti suoi grande aògumeolo d’iiQpero. Ma'già. non può farsi cbe tuKe le virtù si uniscanó nella natura di un nomò ; nè da seme mortala e caduco sorgerà mai niutlo per ogni parte peidetto. LXI. Il ‘destino che ' propizio area sparso in esso i germi di tali virtù^ vé ne mise alfiri ancora di sciagure e dì mali. Non era dolcezza nè illarità ne’ suoi modi, non degnevolezza ne salmi e ne’ colloqui, .. non' facilità di placarsi, non moderazione nell’ ira se contro alcnno la concepisse, grazia in6ne, quella die adorna tmte le nmane cose. ¥élnto lo avresti sempre difficile, e sempre acerbo, f^ocquero a lui mólto tali maniere, e soprattutto la severità sua ^moderata,' incredibile, e senza scintilla mai di chnuenza ne|)ar custodia dei giusto e delle leggi. Ma ben sembra vero il detto^d^ filosofi antichi, che le virtù specialmente quelle delia giustizia,. sono moderàzioni, e non estremità de costumi : perocché sia che la ginstizia manchi dal mezzo, sia 'che lo ecceda ; non più giova i mortali, cagionando talvolta gran danni, e ridùcendo a stragi > miserande, ed immedicabili inali. Nè fu cbe la troppo sollecita e troppo austera esigenza del giusto la quale ridusse Marcio fuori della patria, e senza il frutto delle altre belle sue doti. Potendopiegarsi per atòunà maniera al popolo, e lasciare qualche cosa af loro desiderj e divenire il primo fra loro ; non volle : ma contrariandoli in qualunque cosà ' la quale ad essi non si dovea, se ne concilò l’ odio, c fu cacciato dalla -patria. Potendo, appena ^ sciolse la guerra, lasciare il comando deifarmata, e trasferire alet 8o trove la sua dirnora, Gncbè gli fossi! conceduto il ri torno alU patria, anzi 'che esporre ^ stesso à nemici, ed alle stoltezze della moltitudine ; ne vide la necessità di ‘farlo, e non volle. Ma giudicando 'dovere affidare sè stesso a chi gli aveva affidata T armata, .c conto del suo capitanalo, e se irovavasi. reo di co.sa alcuna subirne le pene secondo le leggi; raccolse amaro U frano di tanta giustizia. Pertanto sé col disciogìiersi de’ corpi aiicUo l’anima, qualunque' cosa ella sia, si discioglic, né punto ne so^ravvanza; io non vedo come.chiamare beati quelli elle non goderono della loro virtù niun frutto, anzi pci^ essa perirono. M.i se le anime nostre ’Soprav- vivono Immortali affatto come pensano alcuni ;'0 qùalebe tempo almeno dopo la .-partenza' loro dal corpo, il più lungo quelle do’, buon;, ed .il più breye quelle dei malvagi (it; certo parrà beq grande ai. virtuosi l’ onore che li seguita, loipérocclié sebbene la fortuo' stasi loro contrapposta; avranno buona fama e langbissima la ri cordanza tra’ vi vanti, come appunto ' accadde a questo uomo. Perocché non solaincute ’mofto io piansero e Io onorarono, i Yolsci come virtuosissimo; ma li Romaui, conosciutone appena il caso, riputandolo sciagura altissima di Roma, ne fecero pnvalo e pultbJ/co lutto. Le donne come usano in morie dei domestici loro amaiiss.ifni, lasciarono da un canto l’ oro, la porpora, ei • V. [1 Vossio nel lil> i ^ de IJoloturia dctltice d f|iicslo passo ch^ Diouigi crcdctle che le auhne esùtono Jpu !a tnofie del colpo ma solo -per un tempo limitalo ; e per ciò lo ridice nella classe dt (|iicl!i che pensavano quaulu alla durazioue delle anime come gU Stoici \ 8 I atterono fra loro senza regola, senza comando, misti e confusi: tanto che grande ne fu la strage in ambe le parti ; e forse totale ne sarebbe stata la rovina, se il sole non tramontava. Ma cedendo, loro malgrado, alla notte, che inipedivali di contendere, separaronsi, ed alloggiaronsi ciascuno nel Aa. di Ruma aGG secondu Catoue, aGS secoudu V'arrooe, e 48G 8T. Cristo.DJONICI. tomo Iti. fi proprio campo. La maltina i duci lerando le truppe si ricondussero alle loro case. Udirono i consoli dai diser.tori e da altri divenuti prigionieri col fuggire dalla battaglia, qual furia e quale flagello divino fosse nell’esercito; non però colsero la occasione tanto a proposito per essi non lontani più di trenta stadi, nè gl’ incalzarono nella ritirata : nel qual tempo se essi freschi, in buon ordine, avessero perseguitato gli emoli stanchi, feriti, confusi, e già pochi di molti, di leggieri gli avrebbero totalmente distmtu. Sciogliendo aneli’ essi il campo, tornarono in patria sia che fossero paghi del bene dato loro dalla fortuna, sia che non fidassero su r annata loro non disciplinata, sia che assai valutassero il perdere anche pochi soldati. Ma giunti in città vi furono vituperati, riportandovi fama di pusillanimi per tale condotta. Mè facendo altra spedizione, rassegnarono il poter loro a’ consoli susseguenti. Presero l’ anno appresso il consolato Cajo i^quilio e Tito Siccio, uomini periti di guerra . E facendo questi proposizioni di guerra; il Senato decretò che si spedisse un’ ambasceria per chiedere soddisfazione secondo le leggi dagli Ernici, popolo amico e confederato, il quale aveva offesa Roma nel tempo della guerra de’ Volsci e degli Equi con prede e scorrerie su le terre contigue : e decretò che intanto che ne avessero la risposta i consoli iscrivessero milizie quante ne potevano, convocassero con messaggi gli alleati, ed apparecchiassero sollecitamente col mezzo di molti ministri Roma Catone Varrooe LiDno vili. 83 armi, grano, (lanari, e quanto è necessario ()cr la guerra. Tornali, cspcKero gli ambasciadori le risposte degli Ernia, i quali diceano non esservi pubbliche convenzioni tra loro e tra’ Romani, e che pensavano già sciolte quelle che vi furono tra loro e tra Tarquinio, come detronizzato, e morto in terra straniera : che le prede e le incursioni non furono ingiustizie del pubblico, ma di privati intesi al guadagno: e che non doveano però nemmeno gii autori di quelle consegnarsi al supplizio: e lamentandosi che avessero anche gli Eroici patito altrettanto ; signiQcavano che volentieri accetterebbero la guerra. Il Senato, ciò udendo, decretò che si dividessero in tre parti le nuove reclute descritte: che il console Cajo Aquilio marciasse coll’ una sugli Eruict già in arme aneli’ essi: che Tito Siccio, l’altro console, ne andasse coll’ altra su i Volsci : che Spurio Largio, nominato da’ consoli comandante della città, prend cero ciò primi li Volsci ; e ben tosto la ottennero ; dando l' argento multato dal console, e somministrando quani’ altro bisognava all’ esercito ; dopo avere promesso che sarebbero ì sudditi de’ Romani, né più da tali ao> cordi si leverebbono. In ultimo gli Eroici vedutisi rimasti soli, trattarono coi console di amicizia e di pace. Ma Cassio assai richiamandosi di essi con gli ambasciadori, disse, che prima doyeano far quanto conviene ai vinti ed ai sudditi, e poi discorrer di pace; e soggiungendo gli ambasciadori che lo farehhono se moderata e possibile ne fosse la esecuzione, comandò loro che gli portassero in grasce i viveri di un mese, ed in argento la somma onde stipeudiarue t soldati secondo il solito per sei mesi: e definendo un numero di giorni entro cui potessero tutto apprestatali ; concedette intanto ad essi una tregua. Presentarono gli Ernici ogni cosa con prestezza ed impegno, e spedirono di bel nuovo i parlamentar] di pace. Li lodò Cassio c li rimise al Senato. Ne deliberarono i padri a lungo; e piacque loro che si ammettessero questi all’ amicizia, c Cassio il console esaminasse, e decidesse le condizioni de’ trattati da conchiudersi. Approverebbero i padri ciooch’ egli ne stabiliva. Prescritto ciò dal Senato; Cassio tornando in città chiedeva un secondo trionfo per aver sottomesso i popoli più riguardevoli : ant>gavasi però quest’ onore per le aderenze, piuttosto che di giustizia lo ricevesse tinperocchc non avendo nè prese città per assalto, nè disfatti eserciti in campo aperto ; non potca menar seco in spettacolo i prigionieri e le spoglie che sono gli ornamenti dei trionfi. Ma lo amare il piacer suo ; non le risoluzioni simili a quelle degli altri, gli concitò subitissima invidia. Impetrato il trionfo pubblicò la concordia, com’ aveala firmala con gli Eroici. Erano le condizioni trascritte da quella conchiusa già co’ Latini. Dicchè mollo si dolsero i più provetti ed autorevoli, e tennero lui per sospetto, sdegnati che gli Eroici, estraneo popolo, fossero pareggiati di onore ai Latini loro congiunti ; e quelli che dato non aveano neppur minimo segno di benevolenza partecipassero le cortesi retribuzioni di chi tanti dati ne avea. Soffrivano ancora di mal' animo la superbia di quest’ uomo, perché onorato dal Senato non aveali a vicenda onorati, fissando e pultblicando i patti come glie ne parve ; non di concerto comune coi padri. Così la troppa felicità nuoce, non giova ; divenendo insensiòilmente per molli cagione di orgoglio incredibile, e stimolo di desiderj superiori alla natura; come avvenne a costui. Condecorato allora dalla città egli solo fra tutti con tre consolati e due trionfi ampliava l’ onorificenza sua, ambizioso del regio potere. Considerando però che la via più sicura per chi ambisce il regno e la tirannide è quella di guadagnare il popolo co’benefizj, e di costumarlo ad essere alinien tato da chi dispensa le pubbliche cose ; a questa si rivolse, e senza manifestarsene ad alcuno. E perocché ci aveva un terreno amplissimo del comune ma trascurato e goduto da^ ricchi ; deliberò di compartire questo tra’l popolo. E se contentato si fosse di procedere fin qui ; forse riuscito sarebbe ue’ disegni. Ma trasportatosi a troppo ; cagionò sedizione nou picciola, e fine sciaurato a sestesso. Imperocché presunse congiungere alla divisioa del terreno non pure i Latini ; ma gli Ernici, ricevuti ultimamente per cittadini. Tali cose ideando a conciliarsi quelle nazioni, convocò nel glotoo dopo il trionfo il popolo a parlamento. Quindi asceso in tribuna com’ è 1’ uso de’ trionfatori, prima dié conto delle opere sue, delle quali era la sostanza : che fatto console Ut prima %>oUa vinse i Sabini, e li rendè sudditi a Roma alla quale disputavano il comando : che fatto console per la seconda, racchetò la civil sedizione, e restituì la plebe alla patria : e ridusse amici e (compartecipi della cittadinanza di Roma, i Latini che erano consanguinei, ed emoli eterni delt impero e della gloria di lei; tantoché non più la contrariarono, ma riguardarono Roma come patria loro. Chiamato la terza volta al consolato necessitò li V ilsci ad essere amici, di nemici che erano, colle armi, e sottomise spontanei gli Ernici, popolo vicino, grande, potente, ed attissimo a nuocer molto, o giovare. Eisponendo queste e simili cose chiedeva al popolo che attendesse a lui, provido soprattutti ora e per sempre della repubblica, e chiudendo il discorso disse che farebbe e tra non molto tali e tante beneficenze che supererebbe quanti erano encomiati di aver amato e salvato il popolo. Oisciolta 1' adunanza invitò nel giorno appresso a raccogliersi il Senato sospeso e timoroso pe’ delti antecedenti di lui. Prima di ogni altra cosa propose un tal suo sentimento tenuto occulto alla plebe, e chiese ai padri che giacché questa era stata si utile per la libertà dando mano a farli dominare su gli altri, prendessero cura di lei e le dispensassero il terreno, pubblico in sestesso per essere acquistalo colle armi, ma goduto in fatti senza niun dritto da patrizj impudentissimi : e poi chiese che si rendesse dal pubiuale fu sopraimominaiu Poplicola. potenti per aderenze e ricchezze, e tutto che giovani, non inferiori a niun pari loro nei trattare le pubbliche cose esercitavano la questura. Ed arbitri per questo -di intimar le adunanze accusarono al popolo con incolpa zioni di tirannide Spurio Cassio il console dell’ anno precedente, che osò d’introdurre le leggi su la partizione delle campagne ; e • preGggendogli il giorno, lo citarono a giustiCcarsene presso del popolo. Adunatasi nei giorno prescritto gran gente essi invitandola ad ascoltare dimostrarono che le opere manifeste di quest’ uomo non comprendeano nulla di buono : primieramente perchè mentre i Latini appagavansi di essere ammessi alla cittadinanza, e riputavano sommo il favore se la ottenevano; egli console non solamente concedè la cittadinanza che dimandavano, ma decretò che si desse loco il terzo delie spoglie della guerra, se in comune la sostenessero: secondariamente perché rendette amici in luogo di sudditi, concittadini in luogo di tributar) gli Eroici che, vinti, doveano ben esser contenti se non erano danneggiati collo smembramento delle lor terre; anzi ordinò che si desse loro pur la terza parte delle prede e 'Tlelle campagne che fossero mai per conquisure. Tanto che divisa la preda in tre parti doveano i sudditi e foresuerì pigliarne due parli, ed i paesani e padroni una sola. Dimostravano che da questi due assurdi ne segnirebbe r uno o altro, se volessero pe’ molti e segnalati servigi condecorare un altro popolo come i Latini, o come gli Eroici che ninno prestato ne aveano, vuol dire: o che non avrebbero che dar loro , o se volessero pareg Il lesto di Rciske si togUmero e confiscassero i beni del padre che ne avea svelato le brighe per la tirannide ; e per questo io decidomi piuttosto per la prima narrazione. Le ho nondimeno riferite ambedue, perchè coloro che leggono aderiscano a quale più vogliono. Insistendo poscia alcuni perché si uccidessero i figli ancora di Cassio; parve al Senato aspra la inchiesta nè utile. E congregatosi decretò che si rilasciassero, c vivessero sicurissimi da esilj, da infamie, da ogni sciagura. Da quel fatto si stabili tra’ Romani r uso, custoditovi fino a’ miei giorni, che vadano immuni da ogni pena i figli di padri delinquenti, sian essi figli di tiranni, di parricidi o di traditori, che tra loro è il massimo dei delitti. E quelli che vicini al nostro tempo, circa il fine della guerra Marsia, e della guerra civile dandosi ad abolire quest’ uso, impedirono finché dominarono che i figli dei proscritti da Siila giungessero agli onori paterni e prendessero posto in Senato, sembrarono far opera degna della esecrazione degli uomini, e della vendetta de’ numi. Perocché col volger degli anni raggiunse loro la giustizia, vendicatrice non riprovata, per la quale furono dal colmo della gloria precipitati ai fondo delia miseria; non lasciandosi del lignaggio loro se non la prole nata di femmine. E colui che li distrusse riordinò quei costume com’era ne’ prìncipi. Pfeaso di alquanti greci però non è così mite il costume; perchè alcuni credono giusto che i gli de’ tiranni co’ tiranni finiscano; ed altri con perpetuo esilio li punistxtno; quasi non consenta la natura che sorgano figli buoni da’ padri rei ; nè figli rei da buoni padri. Ma su ciò lascio che altri discuta, se migliore è l’uso; de’ Greci o migliore quel de’ Romani : ed io prosieguo la storia. Dopo la morte di Cassio i fautori del comando de’ pochi divennero più baldanzosi, e spregiatori del popolo. Laonde gl’ ignobili per nome e sostanze se ne abbatterono ; accusando molto sestessi di stoltezza, perchè aveano colla condanna' di lui distmito il custode fidissimo della fazion popolare. Era questa la causa per la quale i consoli non eseguivano il decreto de’ senatori pel quale doveano eleggere i dieci che determinassero la terra pubblica, e riferire in Senato quanta parte ne fosse da dividere, ed a quali persone. Adunque si tenean de’ crocchi mormorandovisi in ciascuno so l’ inganno, ed incolpandovisi più che tutti i tribuni precedenti come traditori del comune ; slmilmente faceansi dai tribuni d’ allora continue le adunanze e le richieste della promessa. Or ciò vedendo i consoli deliberarono rimovere col pretesto di guerra la parte sediziosa della Aagatto. città ; percccbé di qae tempi il territorio era iofesiato da’ ladronecci, e dalle scorrerie de popoli circonvicini. Adunque per far la vendetta degli aggressori aveano inalberato i segnali di guerra, ed iscriveano le milizie della città. Ma, non dando i poveri il nome loro, non potevano astringervi a nonna delle leggi gl indocili, {jerocchè li tribuni proteggevano la moltitudine, e lo avrebbero impedito, se altri tentava portar la violenza su le persone, o le robe di chi ricusava. Adunque lanciarono i consoli molte minacce, che non permette rebbero che alcuno rivoltasse la moltitudine ; e svegliarono ne’ cuori un secreto sospetto che nominerebbero un dittatore il quale sospendesse tutti gli altri magistrati, ed avesse egli solo un potere supremo ed irrefragabile. In tale apprensione i plebei temendo che il dittatore fosse Appio, uomo duro e dlflìcile, piegaronsi a soffrire ogni cosa, piuttosto che questa. Descrittone il molo, i consoli presero le milizie, e marciarono su l’ inimico. Gettatosi Cornelio nel territorio de’Vejenti ne portò via la preda sorpresavi. Allora i Yejenti spedirono ambasciadori, ed egli rilasciò loro i prigionieri per date somme, e concedè la tregua di un anno. Fabio coU’altr armata piombò su la terra degli Equi, e quindi su quella de’ Volsci. Pazientarouo i Yolsci alcun tempo, ma non molto, che fossero i campi loro predati e devastati: poi spregiando i Romani come venuti con armata non grande impugnarono in buon numero le armi, ed uscirono su le terre degli Anziati per Incontrarli : se non che ne andarono anzi precipitosi che savj : perocché se giungevano inaspettati, e K>rprendeano i Romani mentre erano qua e là dispersi; ne avrebbero assai variato le vicende; ma il console istruito del giunger loro dagli esploratori, richiamò bentosto i suoi, sbandati com’ erano, da’ foraggi, e dié loro la ordinanza conveniente alla guerra. Come i Volaci che .-venivano confidando e spregiando, videro fuori dell’ imaginazione tutte le forze nemiche ordinate e raccolte, sbalordirono alio spettacolo inopinato : nè più curando la salvezza comune, provvide ognuno alla sua, e dando volta, con quanto aveàno di velocità, fuggirono tutti chi per una e chi per altra via; salvandosene la maggior parte nella città . Solamente nu picciolo corpo il quale era più che gli altri ordinato ritirandosi alla cima di un monte, quivi pose le armi e vi pernottò. Ma ne’ giorni seguenti essendo dal console circondala 1’ altura e chiusene tutte le uscite, necessitato dalla fame si sottomise, e cedette le arme. 11 I console fe’ vendere pe’ questori quanto vi era, prede, spoglie, prigionieri, onde riportarne danaro alla patria. Non molto dopo levò 1’ esercito dalle terre nemiche e a suoi lo ricondusse, ornai standosi 1’ anno per terminare. Giunto il tempo da creare i magistrati, i patrizj che vedevano il popolo irritato e pentito della condanna di Cassio, deliberarono di sopravvegliare perchè non facesse movimenti elevato di nuovo a speranze di donativi e di divisioni di terre da taluno che prendesse gli onori consolari pieno della facondia per aringarlo e travolgerlo. Parve loro che se il popolo desiderasse ponto di ciò, potesse impedirsegli con eleggere un console ad esso non £tvorevole. Ck>nchiuso ciò confortano perchè aspirino al consolato Fabio Cesone 1’ uno degli accusatori di Cassio fratello di Quinto, console attuale^ e Lucio Emilio altro patrizio propensi^mo agli Otti mali. Non potendo il popolo impedir questi due che aspirassero al consolato, usci dal campo e si levò dai comizj. Perciocché ne’comizj centuriati tutto il poter de’snfiragj assorbivasi da’ cittadini più illustri e primi di ordine ; e di raro cosa alcuna si decideva col voto ancora delle centurie intermedie di ordine: la classe estrema poi nrila quale votava la parte più misera e più numerosa non avea, come innanzi fii detto, se non un voto solo, il quale era 1’ ultimo. Adunque negli anni dugento settanta dalla fondazione di Roma essendo Nicodemo 1’ arconte di Atene divennero consoli Lucio Emilio figliuolo di Mamerco, e Fabio Cesone figliuolo 'di Cesone. Ora succedette loro secondo il desiderio di non essere pertui> bati da sedizioni civili; per essere la repubblica investita di fuori. E le cessazioni delle guerre esterne sogliono rieccitare le nazionali, e dimestiche tra’ Greci, tra’ bar bari, e dovunque, principalmente tra’ popoli che vivono Ira le armi e i travagli per amore della bbertà e del comando ; perchè gli animi avvezzi a bramare ognora più, ridotti senza gli esercizj consueti difficilmente si contengono. Su tal vista comandanti savissimi fomentano sempre alcuna discordia cogli esteri; giudicando migliori le guerre nelle regioni altrui che nella propria. Allora Roma Giatonc Varrone] I 1 I fecondo il genio appunto de’ consoli, occorsero come bo detto, le insurrezioni de’ sudditi. Imperocché li Volsci sia che hdassero ne’juoti interni di Roma, contendendo il popolo co’ magistrati ; sia che fremessero per la infamia della precedente disfatta, ricevuta senza combattere; sia che insuperbissero per le forze loro che eran grandissime; sia che seguissero tutte insieme queste cagioni; aveano deliberato ikr guerra ai Romani. E raccogliendo i giovani da tutte le dtté marciarono con parte dell’esercito contro le città de’ Latini e degli Ernici, e coll’ altra che era la più numerosa e più forte teneansi pronti a ribattere chiunque si avanzasse contro le loro. 1 Romani ciò saputo deliberarono dividere 1’ armata in due corpi, e guardare con uno le terre degli Ernici e de’ Latini, e correre coll’ altro a depredare quelle dei iVolsd. Avendo i consoli, com’ è loro costume, tirato a sorte le milizie ; Fabio Cesone assunse il comando di quelle che andavano a soccorrere gli alleati, e Lucio marciò colle altre contro la città degli Anxiati. Avvicinatosene ai confini, e vedutevi le armi nemiche, si accampò su di un colle a fronte di ^e. Ma uscendo i nemici ne’ giorni consecutivi più volte in campo, e sfidando alia battaglia; egli credette avere il buon punto, e cavò le sue schiere. Ed ammonitele, e riammonitele prima del cimento ; alfine diedene il^egno e le avventò. Bentosto i soldati alzato il grido consueto della battaglia pugnarono folli, a schiere e coorti. Esaurite poi le lance, i dac;di cd ogni arme da tiro si scagliarono, rotando le spade, gli uni su gli altri con ardire e desiderio eguale di misurarsi. Era iu ambedue simi lissima la maniera di combattere : nè maggiore tra Ro mani la saviezza e la sperieuza che gli aveva rendati già più volte vincitori, nè maggiore la costanza e la sofferenza per 1 esercizio di tante battaglie ; ma le doti stessissime brillavano pur tra’ nemici 6n dall’ ora, che fu duce loro Marcio, famosissimo duce romano. Adun(jne gii uni resistevano agli altri senza cedere il posto preso in principio. Ma dopo alquanto i Volaci a poco a poco si ritirano, schierati, e con ordine, tenendo fronte ai Romani. Tendea quel movimento a dividere le milizie di questi e combatterle da lut^o elevato. In opposito i Romani credendo che questi principiasser la fuga tennero anch’ essi a passo a passo in buon ordine dietro loro che si ritiravano. Ma poiché videro che a rilancio conevano agli alloggiamenti anch’ essi rapidissimi, in disordine li seguitarono. Intanto le centurie estreme e la retroguardia, quasi già vincitrici, spogliavano i morti, e davansi a predare la regione. Vedendo ciò li Voisci che facean credere di fuggire, giunti appena alle Urincee, voltata faccia, si contrapposero : e quelli che erano negli alloggiamenti, spalancate le porle, accorsero numerosi da più parti. Or qui cambiarono le vicende della battaglia : chi perseguitava fugge, e chi fuggiva perseguita. Perirono, com’ è naturale, molti bravi Romani incalzati giù pel declivio, e circondati ; essi pochi, dai molti. Non dissimile sorte incontrarono quanti eransi dati a spogliare e predare, impediti di retrocedere schierati e con oi^ dine ; imperocché sopraHatti ancor essi da' nemici restavano iracidali o prìgiooierì. Quanti però di questi o di quelli respinti giù pel monte fuggivano in salvo ; soccorsi, benché tardi, dalia cavalleria, tornavano al6ne a’ proprj alloggiamenti : e parve che a non essere intc-ramenie distratti giovasse loro un’acqua dirottissima dal cielo, ed un bujo qual formasi per nebbia profondissima ; perocché non potendo i nemici vedere più di lon tano, infkslidirottsi a seguitarli più oltre. La noue appresso il console movendo l’ armata la ritirò cheta, in buon ordine, sicché 1’ inimico noi comprendesse. Al tornar della sera mise il campo presso la ciué di Longòla t scegliendo un’altura idonea, onde. respingerne gli assalitori. E qui fermatosi curava gli egri .dalle ferite, e rianimava gli aiHitti dalla vergogna delia disfatta impensata. Tale er^ lo stato de’ Romani. Li Volacipoi come al nascere dei giorno conobbero che quelli eransi di loggiati; portarono più da vicino il campo loro. Quindi spogliato avendo i cadaveri de’ nemici, raccolto i semivivi che davano speransa di guarigione, e seppellito gli estinti loro compagni, rientrarono la città di Anzio che prossima rimaneva. Qui cantando inni e porgendo in ogni tempio sagrifìzi per la vittoria, si diedero ne’ giorni seguenti ai conviti e piaceri. E se teneansi a quella vittoria, né intraprendevano altra cosa; la guerra avrebbe avuto per essi nn esito fortunato. Imperocché li Romani non aveano cuore di uscire dagli alloggiamenti per combattere ; anzi desideravano di lasciare le terre nemiche, anteponendo nna fuga ingloriosa ad una morte DIOIfJGI, tomo ut. manifesu. Infiammati però da speranae maggiori, perderoDO la gloria ancora della prima vittoria. Udendo dagli eipioratori e dai disertori che i Rbmani andati salvi eran pochi, e per lo più feriti ; ne concepirono disprezzo grandissimo, ed impugnate le armi marciaron sa loroi Li seguitarono senza 1’ armi moiri della città per vedor la batuglia, e per fare insieme prede e guadagni. Ma quando giunti all altura circondarono gli alloggiamenti, e presero a svellerne gli steccati ; proruppero prima su di essi i oivalieri Romani, postiti a piede per la condizione del luogo, e poi li triarj, schieratisi strettissimi. Sono questi i veterani a’ quali si dà la guardia degli alloggiamenti, se le milizie escono per combattere, ed a’ quali per mancanza di altri ripari si ha restrerao indispensahil ricorso quando avviene strage funesta de’ giovani. Ne sostennero i iVolsci la irruzione e pugnarono gran tempo pieni di valore. Ma non favoriti poi dalla natura del aito se ne rimossero : e fatto a’ nemici danno tenue, nè degno di memoria, e ricevutolo essi più grande ancora; calarono alia pianura. Messi quivi gli alloggiamenti, schierarono ne’ giorni appresso 1’ armata, e provocarono i Romani alla battaglia : nè pertanto uscirono questi al paragone. 1 Volsci vedendo ciò li spregiarono : e convocate le milizie dalle loro città ; si ap pareccbiarono per espugnarne le trincee colla moltitudine. E ben erano per fare alcuna cosa di grande riducendo per patri e colla forza il console e i suoi che già penuriavano ; ma giunse prima di loro il soccorso Romano, e furono traversati da compiere con bellissimo (ìpe la guerra. Imperocché Fabio Cesoue l’altro console,. I I 5 Mpen rono compartiti pe’ corpi varj. I consoli dopo avere sup> plite le coorti mancanti, tirarono a sorte il comando degli eserciti. Prese F abio l’ esercito sostenitore degli alleati, e Valerio 1’ altro che accampava tra’Yolsci ; recandovi le nuove reclute. I nemici saputo il giugner di lui, deliberarono far venir nuove troppe, trinderarsi in luogo più forte, nè coìrere, come prima, per lo dispregio rovinose vicende. F orqirono i duci tutto ciò speditissimàmente, intenti l’ uno, e l’ altro a guardare le trincere sue dagli assalti, non ad assalir le inimiche, per espugnarle. Cosi decorse non poco tempo fra terror vicendevole che 1’ ano 1’ altro investisse. Non poterono però l’uno e l’altro osservare sino al fine il proposito. Imperocché quante volte spedivasi alcuna parte di esercito pe’ frumenti o per altro bisogno ; davansi attacchi e percosse, con esito non sempre vittorioso per ' Cesare (a) Altenlare so’ Iribaoi era delitto graTÌssimo, perchè le persone loro si riguardavano come sacre ed inviolabili : Quindi Cicerone nel lib. 3 de legibns scrive: quodque ii prohibessint, quodque plcbem rogaisint ralitm està ^ taneiique turno. vin. I ig UD de' partiti. Ne perirono in tante scaramacce non pochi ; restandone feriti ancor più. Non riparava le perdite Romane alcun nuovo rinforzo venuto altronde ; mentre i Volsci, sopravvenendo ad essi schiere su schiere, si erano moltissimo ampliati. Dond’è che animatine i duci loro, cavarono dalle trincee 1’ esercito per la battaglia. Usciti i Romani nommeno e schieratisi a fronte, insorse una mischia grandissima di cavalli, di fanti, di soldati leggeri, pieni tutti di ardore e di > sperienza e ciascuno col disegno che dipendesse da lui solamente la vittoria. Cadutine dall’ una e dall’ altra parte molti estinti, e piò ancor semivivi ; si ridussero a pochi quelli che tuttavia rimanevano tra la mischia e il pericolo. Or non potendo questi fare le azioni di guerra perchè gli scodi destinati a difendere, pieni di dardi conGccativi ^ aggravavano la sinistra, né permettevano che si tenesse ferma in atto di ripercotere i colpi, e perchè le spade erano ornai spuntate, rotte, inutili ; tanto più che il combattere di tutto il giorno gli aveva stancati, mer^ vati, illanguiditi a ferire, e la sete, il sudore, l’aiTanno travagliavali come chi combatte a lungo nelle ardentissime ore di estate; la battaglia non prese termine me morando, ma 1’ nnò e l’ altro duce ritirarono ben vo lentieri le armate : e tornarono a’ proprj alloggiamenti^ Non uscivano più gli uni o gli altri a combattere, ma standosi dirimpetto spiavano a vicenda le sortite degli emoli pe’ bisogni di guerra. Parve nondimeno, e molto in Roma se ne discorse, che la milizia Romana, potendolo, non facesse nulla di luminoso per odio contro del console, e per indignazione su’ patrizj, mentitori nella dÌTÌsione delle terre. In opposito i soldati acctisa vano il console come insulficiente ; scrìvendone ognuno lettere ai suoi. Tali furono gli eventi nel campo in Roma intanto molti segni celesti annunziarono l’ira divina con voci, e viste inusitate. E tutti i segni concorrevano a questo, come i vati e gli spositorì delle sante cose, te nutone consiglio, interpretavano, che alcuni de’ numi erano esacerbati, perché non riceveano gli onori legit timi, o riceveano sagrifizj non puri, nè pii. Faceasi dunque grande ricerca, 6nchè diedesi indizio a’ sacerdoti che l’ una delie vergini, custodi del fuoco sacro ( Opimia n’ era il nome) avea la verginità contaminato, e con la virginità le sante cose. Or questi con indagini e discussioni chiarìtlsi .esser vero pur troppo il fello indicato, spogliarono quella delie sacre bende, e condottala di su |1 foro, la seppellirono viva tra sotterranee pareti. Flagellarono poi nella pubblica luce ed uccisero due convinti del fello con essa. E ben tosto favorevoli le sante cose, e favorevoli si ebbero le risposte degl’indovini, come per la pace venduta da’ numi. XC; Giunto il tempo de’comizj, e venutivi i consoli, ebberì briga e contenzione assai viva tra’ patrìzj e tra ’l popolo su’ personaggi che avrebbero da pigiare il comando. Voleano quelli promovere al consolalo giovani intraprendenti né amici della plebe ; e per insinuazione loro chiedevalo il figlio di Appio Claudio, di quello riputato già si contrario al popolo ; ed era questo figlio pieno di orgoglio e di audacia, e potente per amicizie e clientele più che lutti dell’ età sua. Per l’ opposito il popolo nominava a far l’ utile pubblico e volea per con vm: 1 3 1 soli personaggi anziani, notissimi per le d^ci maniete sole vi marciasse colle armate. Fu tal decreto un sub> bjetto di contraddizioni : perocché molti non lasciavano che la guerra uscisse, ricordando a’ plebei la partizion delle terre decisa già da cinque anni dal Senato, e come tra le belle speranze furono defraudati, e protestando che non particolare ma comune sarebbe quella guerra, se la Etruria tutta levavasi unanime a soccorrere ì suoi nazionali. Non poterono però nulla tali sediziosi discorsi; imperocché per le insinuazioni di Spurio Largio anche il popolo ratiScò la sentenza de’ padri : pertanto i consoh cavarono gli eserciti, e gli accamparono separati r uno dall’ altro, non lungi da Yejo. Si tennero in tal modo più giorni: non uscendone però l’inimico coll’armata ; datisi a saccheggiarne i campi, sen tornarono con quanta poteano più preda in patria. Or ciò e non altro vi ebbe di memorabile sotto questi consoli. L JLj anno appresso nacque disparere tra ’l popolo e tra i senatori su la scelta de' consoli : imperocché questi voleano promovere al consolato due di cuore patrizio, laddove la moltitudine due ne volea popolareschi. Arse la disputa finché tra loro si persuasero, che ambedue le parti dovessero nominare, ciascuna, un console. Pertanto il Senato elesse Fabio Cesene per la seconda volta, quello appunto che aveva accusato Cassio come reo di tirannide, ed il popolo creò Spurio Furio Roma Catone Vairone. laS nella olimpiade settantesima quinta ; essendo Calliade Arconte in Atene, al tempo appunto che Serse fece la sua spedizione contro della Grecia. Or avendo questi preso appena il comando, yennero in Senato gli ambasciadori Latini per supplicarvi, che si mandasse loro coir esercito l’ uno de’ consoli, il quale non permettesse che la insolenza degli Equi procedesse più oltre. Annunziavasì insieme che la Etruria tutta era in moto, e che tra non molto uscirebbe colle armi per essersi già riunita in (x>mizj generali : come pure che avendo i Vejenti insistito per congiungersele contro i Romani, ne aveano Gnalmente ottenuto, che potesse ogni Tirreno parucipare alla impresa: dond’ è che fatto, si era un corpo riguardevole di Vejenti volontari, per militarvi. Or ciò vedendo i magistrati Romani deliberarono che si recintasser le armate, e che li consoli uscissero con esse r uno per combattere gli Equi, ed esser il vindice dei Latini ; e l' altro per marciare contro l’ Etruria. Opponessi a ciò Spurio Sidnio l’uno de’tribnoi, è con gregando ogni giorno il popolo a conclone raddomandava le promesse dal Senato, e protestava che non pen> metterebbe, che si eseguisse niuna delle cose decretate da’ padri su’ nemid o su la dttà, se prima non creavano i Died, per deBnire le terre del pubblico, e non le compartivano, come eransi obbligati in verso dd popolo. Implicavasi, nè sapeva che fare il Senato ; quando Ap> In atconì codici ti legge Icilio: e Lirio stesso nel lib. 4, dice : auetoret fuitte tam Uberi popolo mffrayì leitios accipio, ex famitia i/ifeetUtima patribue Irei in eam antuun Uibunot plebù ereaioi. e pio Claudio suggerì che si procurasse la dissensione tra questo e gli altri Tribuni ; perciocché vedea, eh' essendo r oppositore inviolabile, ed impedendo col poter dei^ leggi i decreti de’ padri, non rimaneva altra via da rintuzuraelo, se non quella che un altro di eguale onore e potenza operasse in conurario, e proibisse ciocch’ egli proibiva: consigliava inoltre che quanti prenderebbero successivamente il consolato si adoperassero, e mirassero sempre ad avere iàmigliari ed amici de’' tribuni, ripe tendo non esservi altr’ arte da iuvalidame il potere, se non quella di ridurli discordi. II. Parve ai consoli che Appio ben consigliasse, ed essi, e gii altri de’più potenti si afiàticarono vivamente, perchè quattro de’ tribuni si dessero ai voleri del Se> nato. Or questi cercarono alcun tempo persuadere colle parole Sicinio a desistere dalla mira che i terreni si' dividessero innanzi la fin della guerra. Ripugnando e giurando, e dicendo però costui protervissimamente, che vorrebbe piuttosto vedere la città caduta in poter dei Tirreni e di altri nemici, che lasciare placidi a sestessi que’ che godeansi le terre del pubblico, pensarono di prender quindi la bella occasione di parlare, e di operare contro tanta arroganza, non udita con piacere, nemmeno dal popolo. Adunque dichiararono che gliel proibivano ; e fecero svelatamente, quanto piacque al Senato, ed ai consoli. Dond’ é che Sicinio rimasto solo non era più 1’ arbitro di cosa niuna. Fecesi dopo ciò la iscrizion dell’ annata, e si apparecchiarono dai privati, e dal pubblico con ogni diligenza le cose tutte necessarie per la guerra. I consoli, tirata a sorte la spe. 127 dÌEioQ loro, uscirono ben (osto all'aperto, Spurio Furio contro le città degli Equi, e Fabio Casone contro i Tirreni. Corrispondevano i successi appunto ai disegni di Spurio ; non avendo i nemici nemmen cuore di venire alle mani : e potè di quella spedizione raccogliere danari e prigionieri in buon numero ; imperocché per poco non scorse tutto il territorio nemico, menando o portando via. Concedè tutte le prede in dono ai soldati : e se parea già da gran tempo l’amico del popolo; più che mai se lo accarezzò con tal suo capitanato. Del quale, finito il tempo, ricondusse l’ esercito intero, inviolato, ricchissimo divenuto, alla patria. IIL Fabio Cesone diresse nemmeno bene il comando deir armata, por andò privo delle lodi delle opere, non per colpa sua, ma perchè fin d’ allora che fe’ giudicare, e dare a morte Cassio il console, come intento alla tirannide, non avea più lafiètto del popolo. Donde che li soldati suoi non erano disposti nè ad ubbidire colla prestezza la quale abbisogna al duce, che ordina, nè ad espugnare con ardore quantunque muniti di fòrze convenienti, nè a guadagnare colle insidie i posti opportuni al buon successo, nè a fare cosa niuna dalla quale raccogliesse onore e fama buona pe’ comandi che dava. Le altre iocongruenze poi colle quali spregiavano esso capitano erano per lui meno gravi, nè di tanta rovina per la patria. Se non che quel che fecero in ultimo creò pericolo non lieve, e grande ignominia per ambe> due. Imperocché scesi a battaglia campale fra i due colli su quali alloggiavano diedero molte e splendide prove di valore, fin a scingere i nemici a dar volta ; non però gl' inseguirono nella fuga, sebbene il capitano ve gli scongiurasse, né vollero con fermezza asserliame gli alloggiamenli ; ma lasciata la bell opera imperfetta, si ritirarono alle proprie trincee. Anzi tentando il console capitano dire alcune cose : molti a gran voce ne lo beffarono, e redarguironlo che avesse per la im> perizia sua nei comandare, fatto tra lor la rovina di tanti valentuommi: ed aggiungendo altre maldicenze e querele, esigerono che sciogliesse il campo, e li riconducesse a Roma, come insufficienti ad una seconda battaglia, se il nemico su loro tornasse. Nè puntò si pie garouo per le ammonizioni, nè si commossero pe’ g> miti, e per le suppliche di lui, nè le grandi minaccie ne riverirono { ma sd^nandosene ognora più si ostinarono. Per le quali cose tanta, e tanto universale fu la insubordinazione, e il dispregio pel capitano; che le-vatisi intorno la mezza notte, dismisero le tende, e raccolsero le armi ; trasportandone li feriti, senza comando ninno. ly. Il duce vedendo ciò fu costretto dare il segno per tutti della partenza ; temendo 1 audacia e l’ anarchia loro : ed essi come salvatisi colla fuga, pervennero in gran fretta su 1’ alba presso di Roma. Le guardie delle mura ignorando che fossero amici, brandirono le armi, e chiamaronsi a vicenda ; e tutto il resto della ciltè si empiè di confusione e tumulto, come per grande sciagura : nè si aprirono le porte, se non a di luminoso, quando si ravvisò eh’ era 1’ esercito loro. Questo poi, Secondo ua’ altra leiione il teaio Mrebbe : ami tentando aieuni dare ai cotuoU nome d' Imptradore ec. per tacere la infamia deli' abbandono del campo, corse a riscbio non lieve, traversando disordinatamente di notte le terre nemiche. Imperocché se gli emoli se ne avvedevano, e lo inseguivano, niente impediva che lo sterminassero. Cagione, come ho detto, di questa irragionevol partenza, o fuga, fu l’odio del popolo contr dei capitano, e la invidia su la onoriBcenza di lui, af> finché più autorevole non divenisse per la gloria del trionfo. I Tirreni conosciutane al quovo di la rimozione, spogliarono i cadaveri de’ Romani, presero e trasportarono i feriti, e saccheggiarono nelle trincee tutti gli apparecchi, certamente ben grandi, come per guerra diuturna. Alfine dopo avere, quasi vincitori, depredate le terre nemiche più prossime, ricondussero in patria 1’ armata. V. Creati consoli dopo questi Cajo Malllo, e Marco F abio per la seconda volta, siccome il Senato decretò, che marciassero contro Vejo con armata quanta po> teano numerosa, intimarono il giorno per la iscrizioa dei soldati. Ben pose loro Impedimento per questa Til>erio Pontificio T uno dei tribuni con reclamare il de-creto su la partizione delle terre : ma essi, come aveano fatto i consoli antecedenti, guadagnando altri de’ tribuni, disunirono que' magistrati, e cosi diedero esecnzlone pienissima ai voleri del Senato. Finita in pochi di la coscrizion militare, uscirono contro de’ nemici ; conducendo ciascuno due legioni, reclutate dalf interno di Roma Catone Varrons] Roma, e milizia non minore ; spedita dalle colonie e da’ sudditi. Giunse dai Latini e dagli Emici il doppio del soccorso intimato, non però li consoli lo usarono tutto, ma rimandandone la metà, li ringraziarono amplissimamente di tanto buon animo. Accamparono innanzi di Roma una terza armata floridissima di due legioni, per guardia del territorio, se mai vi si presentasse altro esercito nemico improvviso ; e lasciarono a difenderne le fortezze e le mura gli altri non più compresi nella iscrizion militare, ma validi ancora per le armi. Quindi guidando gli eserciti fin presso di Vejo ne misero il campo su due colli non molto lontani fra loro. Accampavasi davanti la città l’armata nemica, numerosa e buona pur essa ; anzi maggiore non poco della Romana per esservi accorsi i primarj di tutta la Etmria co'lor dipendenti. All’aspetto di tanta moltitudine, allo splendore delle armi, assai temerono i consoli di non listare a vincere, se metteano l’ esercito loro non bene concorde a fronte dell’ esercito unanime de’ nemici. Adunque deliberarono i consoli fortificare il campo, e prender tempo, finché l’ audacia nemica, elevata da un irragionevol disprezzo, desse loro la opportunità di ben fare. Seguivano dopo ciò preludj continui di battaglie, e brevi scaramucce di soldati leggeri ; non però mai nulla di grande o di lumino). VI. Mal soffrendo t Tirreni la dilazion della guerra accusavano i Romani di viltà perchè non uscivano a battaglia, e magnifica vansi, quasi avessero questi ceduta loro r aperta campagna. Anzi tanto più si elevavano a spregiare le milizie nemiche e vilipenderne i consoli ;. 1 3 I quanto che credeano gl’ Iddj combattere pc’ Tirreni. E certo caduto un fulmine nel quartiere di Cajo Mallio ]' uno de’ consoli, ne abbattè la tenda, ne mandò sosso pra i focolari, ne macchiò le arme, le bruciò d’ intor no, o in tutto glie le distrusse ; e ne uccise il più co spicuo de’ cavalli dei quali valessi nel combattere, ed alquanti de’ servi. E condossiacbè gl’ indovini diceano che i numi annunziavano la presa del suo campo, e la rovina de’ personaggi più riguardevoli ; Mallio levò l’ e centrò nel campo stesso del compagno. I Tirreni conosciuta la traslazione, ed uditane la causa da’ prigionieri, s’ ingrandirono tanto più nel cuor loro, quasi il cielo ancora guerreggiasse i Romani; e moltissimo confidarono di vincerli. E gl’indovini loro i quali sembrano aver meglio che quelli di altri popoli esaminato i segni superni, e d’onde scoppino i fulmini, e dove finiscano dopo il colpo, da qual Dio vengano, e con quale presagio di bene o dì male; esortavano che si andasse al nemico, inlerpetrando il segno avvenuto a’ Romani in tal modo : poiché il fulmine cadde nella tenda consolare ov' è il centro del comando, e disfecevi tutto insino ai focolari ; egli è indizio divino a tutto l’ esercilo deir abbandono del campo espugnato a forza, e della rovina de' più riguardevoli. Se dunque, diceano, coloro che ebbero U fulmine restavansi nel luogo fulminato, nè trasportavano ciocci erano significato infra gli altri ; la presa di un campo, e la distruzione di un’armata sola avrebbe appagato lo sdegno del nume cite U contrariava. Ma perciocché cercando precedere col senno gli Dei si trassero aiì aluo campo, lasciato deserto il proprio, quasi il segno celeste fosse pel luogo non per gli uomini ; quindi è che [ ira ' dà' ina fulminerà lutti e chi trasmutatasi, e chi li raccolse. E siccome mentre la necessità divina prenunziava la presa del campo essi non aspettarono, ma lo cederono di per sestessi a nemici, così non il campo abbandonato sarà preso di forza, ma quello che ricettò chi lo abbandonava. I Tirreni, udite tali cose dagl’indovini, invasero con parte dell’ esercito il campo derelitto da’ Romani, per valersene, contro dell’ altro. Erane il luogo ben forte, e mollo accomodato per impedire chi da Roma andava all’ esercito. Fatte poi diligentemente altre cose colle quali superar l’ inimico, recarono in campo 1’ armata. Ma standosene i Romani in calma, i più audaci fra loro scorsi e fermatisi a cavallo presso le trincee, rampognarono tutti, quasi femmine : e dicendo simili i duci loro agli animali più timidi, gli sbeffavano, e chiedeano l’ una delle due, vuol dire ; che se disputavano altrui la gloria delle armi ; scendessero in campo, e ne decidessero con una sola battaglia : ma se riconosceansi per codardi ; cedessero le arme ai più forti, subissero la pena delle opere, nè più aspirassero a nulla di grande. Replicavano altrettanto ogni giorno: ma per ciocché niente ne proGttavano ; deliberarono rinserrarli intorno intorno con muro, per astringerli, almeno colla fame, alla resa. consoli lungo tempo guardarono solamente ciocché facevasi non per codardia nè per molIcsza, essendo Tuno e l’ altro animoso e guerriero; ma perchè temevano il mal talento, e la ritrosia nata e perpetuatasi ne’ soldati plebei fin d’ allora che il popolo tumultuò per la division delle terre. Ancora stavano loro su gli orecchi, e su gli occhi le cose che avea fatte nell’ anno precedente per astio sul console, vituperose né degne di Roma, cedendo la vittoria ai vinti, e sostenendo fin gli obbrobrj di una fuga non vera, affinchè colui non trionfasse. Vili. Volendo tor vii finalmente dall’ esercito la sedizione e richiamare alla concordia primitiva la moltitudine ; e dirigendo a ciò tutti i disegni e le providenEe ; poiché non poteano ravvederla uè co’ supplizj parEÌali come protervissima ed armata, nè co’ discorsi come insofferente di essere persuasa, concepirono che due vie rimarrebbero per la riconciliazione; vuol dire; la infamia di essere vilipeso da’ nemici per gli uomini (che pur ce ne avea ) d’ indole moderata, e la necessitò, coi tutti paventano, per gl’ indocili al bene. Adunque per effettuare ambedue queste cose, lasciarono che i nemici li disonorassero colle parole, biasimando la calma loro come la calma de’ vili ; e li necessitassero coi fatti pieni di arroganza e disprezzo a tornar valentuomini, se tali non dimostravansi per sestessi. Speravano, se ciò faceasi, grandemente che accorrerebbero tutti al quarlier generale fremendo, gridando, ed istando di esser condotti al nemico. Or ciò appunto addivenne ; imperocché non si tosto prese il nemico a rinchiudere con fossa e steccalo le uscite dal campo, i Romani considerata la indegnità dell’ opera, ne andarono prima in pochi, indi in folla alle tende dui consoli, c vi schiamazzarono, e come di tradimento li redarguirono; protestando infine die se niun de’ due li guidava, essi di per sestessi volerebbero colle armi alla roano su gli avversar). Ciò fatto da tutti, giudicando i consoli venuta alfine la opportunità che aspettavano, imposero agli araldi di chiamarli a parlamento. Allora Fabio recatosi innanzi disse : Sohìati, capitani, tarda è la vostra indignazione su vilipendj che vi si Jan da’ nemici ; nè più in tempo è la volontà che at'ete di combatterli, pei'che m annestatasi troppo dopo il bisogno. Allora doveasi ciò fare quaruìo li vedeste la prima volta scendete dalle trincee, e cercar la batiaglia: jdllora bello era il combattere pel comando, e degno della sublimità de’ Romani. Ora necessario ne si è reso, e certo non di egtuile decoro, quatulo ancora vincessimo. Nondimeno sta pur bene che vogliate una volta ri' scuotervi, e riavervi delle occasioni tralasciate, E molto siete lodevoli per tale ardore verso le nobili gesta ; imperocché procede da virtù, e vai meglio cominciar ciocché deesi aruhe tardi, che mai. Ed oh! cosi tutti V abbiate sentimenti consimili per t util vostro, e vi animi tutti uno zelo medesimo per combattere. Paventiamo noi però che i trasporti de’ plebei contro de’ magist rati per la division delle terre, siano cagione al pubblico di sciagure, E ciò noi paventiamo, perché i clamori, e le istanze, e la insofferenza per uscire, non è forse in tutti t ejffctto di un disegno medesimo. Ma quali di voi anelale uscir dai campo per punir f inimico ; e quali per fuggirvenc. E cagione del tintor nostro non sono già gl’indovini, non le congetture; ma fetui più che notorj e non antichi, anzi freschi delt anno precedente, come tutti sapete, quando uscendo contro questi nemici medesimi un esercito nostro numeroso e forte, e pigliando fn la prima battaglia un esito propizio per noi, mentre Cesane mio fratello, console condottiero poteva espugnare gli alloggiamenti loro e riportare alla patria una vittoria luminosa, alquanti presi da invidia della gloria di lui perchè nè era popolare nè mirava nel suo governo a far le voglie de’ poveri, levarono le tende la notte stessa dopo la battaglia, e fuggirono fuori di ogni comando, senza valutare il pericolo che comprendevali nelf andare privi di ordine e di capitano per le terre nemiche, e fra la notte, e senza riguardare quanta vergogna ri avrebbero, perchè quanto era in loro, cedevano C impero a nemici, essi già vincitori ai viziti. Tribuni, centurioni, soldati ! in vista di tali uomini, non buoni nè per dominare, nè per farsi dominare, che pur sono molti e caparbii, e colle armi, non abbiamo noi fin qui voluto la battaglia, nè osiamo ancora per tali compagni decidere in campo la somma delle cose, perchè non sian essi tT impedimento e di danno a chi presenta tutto il buon animo. Ma se la divinità richiami ancor essi a buon senno, se, lasciate da parte le discordie per le quali ha il nostro comune tanti mali e sì gravi, e differitele ai tempi di pace, vorranno redimere ora col valore { obbmbrio passalo: niente impedisce che ne andiamo caldi di belle speranze al nemico. Oltre le tante opportunità di vinrere, le più. grandi e più solide ce le porge la stoli^ dità degli avversar] medesimi. Costoro superiori a noi di molto nel n limerò, ed atti con ciò solo a contrahhilanciare t animosità e perizia nostra, han privato sestessi fin di quest’ unico vantaggio, consumando il più delle milizie in guardia delle loro fortezze. Ap-presso, quantunque dovrebbero fare ogni cosa con diligenza e saviezza considerando con quali e quanti grand uomini abbiano a misurarsi, pur vanno conarroganza ed incuria al cimento, come sian essi invincibili, e noi sopraffatti dal terrore di essi. E le fosse con che ci cingevano, e le corse a cavallo fin sotto ai nostri alloggiamenti, e tan^ altre ingiurie colle parole e colle opere, questo appunto dimostrano. Or via dunque, ciò riguardando e le tante e sì belle antiche battaglie nelle quali gli avete vinti : andatene con ardore a questa ancora. E quel luogo dove ciascuno sarà collocato, quello concepisca essere la casa, i poderi, la patria sua : concepisca che chi salva il vicino in battaglia salva sè ancora: e che abbandona sestesso a nemici chi abbandona il compagno. Ilammentatevi soprattutto che di quelli che persistono valorosi e combattono, pochi no soccombono ; laddove pochi ne scampano, e a stento, di quelli che piegano, e figgano. X. Egli seguitava ancora, in mezzo a lagrime copiose, tal discorso animatore, e chiamava a nome ciascuno de’ tribuni, de’ centurioni, e de’ soldati, nolo a lui per le belle prove di valore date nel combattere, e prometteva a chi più segnalato sarebbesi nella batlaglia molti e gran pegni di benevolenza, onori, r;c> cliezze, soccorsi d’ ogni guisa in parità delle imprese ; quando proruppe da tutti una voce che inviuvalo a con6dare, e portarli al nemico. Cessata questa, gli si fece innanzi dalla moltitudine Marco Flavoleio, plebeo di condizione ed arteGcc, non vile però, ma per le sue virtù pregiato, e prode in guerra ; e per tali due rispetti condecorato in campo di una presidenza luminosa, cui sieguono ed ubbidiscano per legge sessanta centurie. I Romani chiamano primipili nel patrio idioma tali condottieri. Or quest’ uomo, altronde grande e bello, postosi in parte, donde fosse a lutti visibile, alfine disse: K oi temete, o consoli, che le opere nostre non corrispondano alle parole ? Io per il primo vi darò su mestesso le assicurazioni meno equivoche della mia promessa. E voi cittadini, voi compagni della sorte medesima, voi che avete risoluto di pareggiare ai detti le opere, non sbaglierete facendo quanto io fo. E qui, sollevando la spada, giurò con formola sacra e solenne ai Romani, per la sua buona fede, di non tornare, se non dopo vinti i nemici, alla patria. Sorsero al giuramento di Flavoleio lodi amplissime d’ogn’intorno. Fecero bentosto altrettanto i consoli e mano a mano i duci minori, tribuni e centurioni ; e la moltitudine finalmente. Yidesi dopo ciò molto buon animo in tutti, molta benevolenza fra loro, molta confidenza, e fermezza. Partiti dall’ adunanza, chi metteva il freno ai cavalli, chi le spade aguzzava e le lance ; e chi riforbiva gli scudi ; ond’ è che tra poco tutta 1’ armala fu in pronto per la battaglia. I consoli, invocali gl' Iddìi con voti, con ugrifizj, con suppliche, perchè fossero i duci essi stessi di quella uscita, portavano fuori degli steccati l’esercito, schierato in buon ordine. I Tirreni vedutili scendere dalle loro trincee, ne stupirono, e vennero ad incontrarli con tutte le forze, XI. Come furono gli uni e gli altri sul campo, e le trombe annunziarono il seguo delta battaglia, corsero quinci e quindi con alti clamori. E fattisi i cavalieri su i cavalieri, ed i fanti so i fanti; pugnarono, e molu fu la occisione in ambe le parti. I Bomani dell’ala destra comandati dal console Mallìo malmenavano il corpo che li contrastava, e smontati da cavallo combattevano appiedo: ma quelli dell’ala sinistra erano circondali dal corno destro de’ nemici. Imperocdiè essendo ivi la milizia tirrena più elevata e più numerosa, i Romani ne erano battuti, e coperti di ferite. Comandava in questo corno Quinto Fabio luogotenente e già due volte console. Egli resistè lungo tempo, ricevendovi ferite sopra ferite ; ma poi trafitto da una lancia nel petto fino alle viscere, esangue ne stramazzù. Come ciò udì Marco Fabio il console che crasi ordinalo nel centro, pigliò seco i più bravi, e, chiamato Fabio Cesone l’uno dei fratelli, marciò verso 1’ altro Fabio . E proceduto buon tratto, e trascorso all’ala destra de’ nemici, venne a quelli che circoudavano i suoi. Dato l'assalto, causò strage cupa a quanti avea tra le mani, e fuga ad altri che erano da lontano. Trovato il fratello che respirava Il ferito. Par questo il senso migliore. Nel testo si legge in luogo di Fabio. Qui dunque si hanno tre Fabj, Marco, Quinto, c Cesone, fiaiclli lutti tre. ancora, lo soUcTÒ; ma questi non molto sopravvivendo, morì. Crebbe qui l’ira a’ vendicatori suoi su’ nemici. Nè più riguardando la propria salvezza lanciatisi in piccieda sebiera nel mezzo di essi, dove erano più folti, vi alzarono monti di cadaveri. Pericolò da questa |>arte la milizia toscana, ed essa che prima incalzava en incalzata dai vinti. Per l’ opposto c|oelli dell’ala sinistra che gii crollavano, e gii meticvansi in piega li dove era Mallio, quelli fugarono i Romani contrapposti. Imperoo cbè trafitto Mallio con una lancia da banda a banda in un ginocchi o, c riportato da’ suoi che lo circondavano agli alloggiamenti ; i nemici lo credettero estinto, e se ne animarono ; ed assistiti pur da altri forzavano i Romani, ridotti senza duce. I Fal^ dunque lasdalo il corno sinistro furono di nuovo astretti a soccorrere il destro. I Tirreni, vistfli che venivano con esercito poderoso, desisterono dall’ inseguire : e strettisi fra loro, combatterono io ordinanza, perdendovi molti de’ loro ; e molti nocidendovi de’ Romani. XII. Intanto i Tirreni ebe avevano invaso gli alloggia menti lasciati da Mallio, aizaione il segnale dal capitano, marciarono con gran fretta ed ardore verso gli altri alloggiamenti Romani perchè non bene forniti di guardie. Era il loro concetto verissimo ; perché tolti i triarj e pochi giovani, non v’ erano se non mercadanii, e servi, ed artefici. Ma ristringendosi molti in picciolo spazio presso le porte, ebbevi una viva e terribile zuffa con strage copiosa e vicendevole. Accotzo con i cavalieri Mallio il console per ajuto ; cadde col cavallo, nò potendo risorgere per le molle ferite vi morì. Perirono ancora intorno a lui molti giovani valorosi : e per tale infortunio gli alloggiamenti furono espugnati ; vcriGcan dosi cosi li vaticini fatti ai Tirreni. E se avessero ben usato la sorte presente, e guardato quegli alloggiamenti; sarebbero stati gli arbitri delle provvigioni de’ Romani e gli avrebbero costretti a partire obbrobriosamente : ma datisi a predare le cose rimastevi, e li più a ristorarsi ancora, lasciaronsi fuggir di roano una bella occasione. Imperocché nunziatasi appena all’ altro console la presa del campo, accorsevi co' fanti e cavalieri migliori. Li Tirreni saputo che veniva cinsero le trincee ; e fecesi battaglia ardentissima tra chi voleva ricuperar le sue cose, e chi temea, se ricuperavansi, 1’ ultimo eccidio. Ma traendosi in lungo, e riuscendovi migliore assai la condizione de' Tirreni, perchè combatteano da luogo elevato contra uomini stanchi dal 'combattere di tutto il giorno; Tito Siccio legato e propretore, consigliatosene con il console, intimò la ritirata ; e che si riunissero ed attaccassero tutti le trincee dal canto più facile. Trascurò la banda verso le porte per un discorso plausibile che non lo ingannò; per questo cioè, che i Tirreni sperando salvaf&i, ne uscirebbero : laddove se di ciò disperavano circondati da nemici senza uscita niuna; sarebbero necessitati a far cuore. Portatosi in una sola parte l’assalto; non più si diedero i Tirreni a resistere; ma spalancate le porte, salvaronsi ne’ proprj alloggiamenti. II console, rimosso il pericolo, scese di nuovo a dar soccorso nel piano. Dicesi che questa battaglia de’ Romani fu maggiore di tutte le antecedenti per la mollltudine degli uomini, per la durazione del tempo, e per l’ alleraarvi della sorte ; imperocché venti mila erano i fanti, tutti di Roma, floridi e scelti, oltre mille dugento cavalli che univansi alle quattro legioni ; ed aU trettanta era la milizia de’ coloni, e degli alleati. La }>attaglia conunciaia poco prima del mezzogiorno si estese 6no air occaso, e la sorte ondeggiò quinci e quindi gran tempo tra vittorie e tra perdite. Occorsevi la morte di un console, di un legato, stato due volte console, e di tanti altri capitani, tribuni, e centurioni, quanti mai piu per addietro. Il buon esito della giornata fu creduto de’ Romani non per altro, se non perché li Tirreni fra la notte lasciarono il proprio campo, e passarono altrove. Il giorno appresso fattisi i Romani a saccheggiare il campo Tirreno abbandonato, e seppellire le morte spoglie dei loro,tornarono agli alloggiamenti. Dove riunitisi a parlamento diedero i premj di onore a quelli che avevano combattuto da valorosi, e primieramente a Fabio Gesone fratello del console, che avea fatto grandi, e meravigliose gesta : in secondo luogo a Siedo, cagione che gli alloggiamenti si ricuperassero ; ed in terzo a Marco Flavoleio duce di una legione, si pel giuramento, che per la magnanimità sua tra pericoli. Rimasero dopo ciò per alquanti giorni nel campo ; ma ninno più dimostrandosi per combatterli tornarono alla patria. In Roma per battaglia si grande laquale prendea fine bellissimo, voleano tutti aggiungere r onor del trionfo al console che tornava : ma il console stesso noi consentì, dicendo, non essere pia cosa, nè giusta, che egli s’ avesse pompa e corona trionfale per la morte del fratello e del collega. E qui lasciate le insegne, e congedalo 1’ esercito, depose ancora i) consolato due mesi prima del termine suo, non po> tendo ornai più sostenerlo per la grande finta che lo travagliava e riduoevalo in letto. Il Senato scelse gl’ interré pe’ comizj, e convocando il secondo interré la moltitudine nel campo Marzo, vi fu nominato console Tito Yerginio, e per la terza volta Fabio Cesone, colui che ebbe i primi premj della battaglia ed era fratello insieme del console, che avea deposto il comando. Questi, decidendo ciascuno per sé l’esercito col mezzo ddle sorti, uscirono in campo, Yerginio per combattere i Yejenti e Fabio gli Equi che scorrevano, depredando, le campagne Latine . Gli Equi all’ udire che i Romani venivano, si levarono iu fretta dalle terre nemiche, e ritiraronsi alle proprie città, sopportando che si derubassero le terre loro : tanto che il console col subito venir suo s impadroni di danari, di persone, e di altre prede in copia. Si tennero i Vejenti in principio tra le mura ; ma quando parve loro di avere il buon ponto, usarono su’ Romani sbandati, ed intenti alla rapina delie campagne. E perciocché piombarono numerosi, in buon ordine contro di essi, non sedo ue ritolser le prede; ma uccisero, o fugarono quanti si opposero. E se Tito Siccio legato non accorreva, e li frenava, con soldatesca ordinata appiedi e a cavallo, niente .impediva che I’ esercito in tutto si distruggesse. Ma giunto lui per impedir ciò, si affrettaci) Adoo di Room 37S aecaudo Catone, 377 secondo Marrone e 479 av. Cristo] I 43 rono a rlunirsegli, senza eccettuarne alcuno, tutti i dispersi. Coocenlralisi tutti occuparono a sera un colle, e vi pernottarono. Animati dalla prosperità li Vejenti accamparonsi presso del colle e chiamarono altri dalla città, quasi avessero addotti i Romani in luogo, privo in tutto de’ viveri, e poiessero tra non molto necessitarli ad arrendersi. Accorsavi gran moltitudine, si misero due campi ne’ lati possibili ad espugnarsi del colle ; ed altre picciole guarnigioni in siti men facili ; tanto che tutto ribbolliva di armati. Fabio l’ altro console intendendo per le lettere del compagno che gli assediati nel colle erano agli estremi, e sul punto ornai di rendersi per la fame, se alcuno non li soccorreva ; raccolse 1’ esercito, e corse su’ Vejenti. E se giungeva un giorno più tardi; niente gli sarebbe valuto, ma trovato avrebbe l’ esercito rovinato. Imperocché quei del colle costretti dalla penuria ne uscirono per correre a morte più onorata ; e fattisi alle prese co’ nemici, combattevano esausti dalla fame, dalla sete, dalla veglia, da ogni disagio. Ma dopo non molto, quando videsi l’esercito di Fabio che giungeva numeroso, in buon ordine, tornò la conBdenza ne’ Romani, e la paura negli avversar). Dond’ è che i Tirreni più non estimandosi acconci per fare giornata cx>ntro di un esercito fresco e potente, abbandonarono l’ impresa, e partirono. Ma non si tosto le due armate Romane si ricongiunsero, fecero un amplisnmo campo in luogo munito presso della città. Trattenutisi quivi più giorni, e saccheggiatone il meglio del territorio di Vejo; rimenarono in ‘patria gli eserciti. Avvedutisi i Vejenti che le milizie Romane eransi levate dalle insegne, presa ia gioventù più spedita che essi tenevano ia arme, e quanta ne era presente de’ loro vicini, si gettarono su campi confinanti, e li depredarono pieni di fratti, di bestiami, di uomini ; per essere i contadini calati da’ castelli a pascere i bestiami c lavorare le terre su la fiducia che aveano nell’ esercito Romano trincierato innanzi di loro. Non eransi questi ai partir dell’esercito affrettati a ritirarsi colle cose loro, non temendo che i Vejenti, tanto danneggiati, dessero cosi pronta la ripercossa a’ nemici. Fu la irruzione de’ Vejepti piccola se se ne guardi il tempo ; ma grandissima per la quantità de’ campi saccheggiati : ed avanzatasi fino al Tevere verso il monte Gianicolo a meno di venti stadj da Roma ; le recò dolore e vergogna insolita ; non essendovi sotto le insegne milizie che impedissero a quella di estendersi. Cosi l’esercito de’ Vejenti prima che queste si riunissero ed ordinassero, corse desolando, e parti. XV. Adunatisi quindi il Senato e i consoli, c datisi a considerare in qual modo fosse da far guerra a’ Vcjenti ; prevalse il partito di tener ne’ conOni milizie di osservazione pronte sempre in campo per la difesa del territorio. Couturbavali che grande ne diverrebbe il dispendio, laddove l’ erario era esausto per le imprese continue, nè più bastavano i beni ai tributi ; e molto più contnrbavali la recluta di tali presidj da spedirsi perocché ninno voleva star in guardia per tutti: dovendosi travagliare non a volta a volta, ma sempre. Essendo per tali due cause mesto il Senato; i due Fabj (a) 1 due Fabj sono Marco Fabio, e Fabio Cesoue nomiaati di topna.; 145 convocarono qnanti partecipavano il loro lignaggio. Con saltatisi, promisero al Senato di andare spontaneamente essi per tutti a tal rischio, conducendo seco amici e clienti, e militandovi a proprie spese ; finché durerebbe la guerra. Ed esaltandoli per la disposizion generosa, e contando tutti di vincere anche per (jnesta opera sola, pigliarono essi famosi in città le aripe tra’sagrifizj e tra i voti, e ne uscirono. Era duce loro Marco Fabio il console dell’ anno precedente, quegli che vinse i Tirreni in batuglia. Esso menava presso a poco quattro mila, clienti per la maggior parte ed, amici, ma trecento sei ve n’ erano delia stirpe de’Fabj. Usci non molto dopo su le orme loro l’armata Romana, comandata da Fabio Cesone, Tuno de’ consoli. Avvicinatisi al Cremerà, fiume non molto discosto da Vejo, fordficaroiio su di una balza precipitosa e dirotta un castello opportuno a difendere tante milizie, e vi scavarono intorno doppie fosse, e vi elevarono torri froquenti. Cremerà fu nominato ancor esso il castello dal fiume. E conciosnachè molti esercitavano, ed il console stesso coadiuvava quel lavoro, fu terminato prima che noi pensassero. Allora cavò r esercito, e marciò su 1’ altra parte alle terre dei yejenti, poste incontra al resto della Etruria, dove quelli tenevano i bestiami, non aspettandovi mai l’arme Romane. Fattavi gran preda se la recò nel nuovo castello, esultandone per due cause, cioè per la vendetta non tarda pigliata su’ nemici, e per 1’ abbondanza che dava copiosissima ai soldati che lo presidiavano, percioc chè niente ne riservò per l’ erario, o ne dispensò tra lo DIONIGZ, tomo in. 1 sue milizie, ma tulio concedette a quelli che guarda^ vano la regione, greggi, giumenti, gioghi di buoi, ferramenti, e quanto era utile per la coltura. E dopo ciò rlmenò 1’ esercito a Roma. Erano dopo fondato il cartello i Vejenti a mal termine ; non polendo nè lavo t^re con sicurezza le terre, nè ricevere esterne vetto> vaglie. Imperocché li Fabj diviso in quattro parti la gente loro, con una difendevano il castello, e le tre altre scorrevano la regione nemica pigliando, e traspor> landò. E quantunque molte volte i Vejenti gli assalirono con truppe non poche nell’ aperto, e se li tirarono dietro in terre piene d' insidie ; essi nondimeno vinsero r uno e r altro pericolo ; e fatta glande uccisione, n ricondussero salvi al castello. Pertanto non osavano più li nemici d’ investirli, ma tenendosi per Ib più tra le mura, np faceano furtive sortite. E cosi ne andò quel r inverno. XVI. Entrati l’anno appresso (a) in consolato Lucio Emilio, e Cajo Servilio, fu nunziato a’ Romani, che i Volsci e gli Equi eransi convenuti di portare su loro la guerra, e d’ invaderne tra non molto le terre; e verissimo ne era 1’ annunzio. Imperocché, armatisi gli uni e gli altri prima dell’ aspettazione, corsero, e devastarono, ciascuno, la regione vicina a sestesso, persuasi che non potrebbono i Romani combattere in un tempo i Tirreni, e rispiiigere altri che gli assalissero. Poi so Cioè quelli i quali prcaidiavauo il casiello aoUo gli auspicj di Marco Fabio. Roma Catone Varroae] {iravveiiendo altri ridicevano che I’ Elriiiia tutta levavasi in guerra coulro i Romani, e preparavasi di s[>edire ia comune un soccorso a’ Vejenti. Or lo avevano i Ve> jenti f incapaci di espugnare il castello, imploralo qu> sto soccorso ; commemorando la unità del sangue, 1’ amicizia, e le tante guerre che aveano insieme combattute. Anzi aVeano dimandata l’ alleanza loro nella guerra co’ Romani non si per questi riflessi, come per quello ancora, che i Vejenti erano su la frontiera dell’ Etraria ; e frenavano una guerra, che versavasi da Roma su tutta la nazione. Convinti di tanto i Tirreni promisero mandare tutti i sussidj che richiedevano. Per 1’opposto il Senato, informatone, risolvette spedire tre eserciti. Ed arrolate in fretta le milizie; fu spedito Lucio Emilio sa i Tirreni. Usci pur con esso Fabio Ceso ne, colui che avea di fresco deposto il comando, ottenuta dal .Senato la facoltà di ricongiungersi in Cremerà, e partecipare t pericoli della guerra colle genti Fabie che il fratello aveaci condotte in difesa del luogo : ma egli v’ andava co’ suoi compagni ornato di autorità proconsolare. Cajo Srrvilio l'altro console marciò contro i Volsci, e Servio Furio proconsole contro gli Equi. Seguivano ciascun di essi due legioni Romane, e truppe alleate non minori di Eroici, di Latini, e di altri. Servio il proconsole espedì la guerra con termine rapido e lieto ; perciocché fugò gli Equi con una battaglia, e senza stento ; impaurendoli al primo investirli : e poi rifuggitisi questi ne’ luoghi forti ; ne devastò le campagne. Ma Serviliu il console fattosi a combattere con fretta ed orgoglio, incontrò ben altra sorte da quella che ne aspettava: Opposiiglisi i Volsci bravissimameote, vi perdette molti va lentuomini: tanto che si fidasse a non far più battaglia: ma standosi negli alloggiamenti, deliberò di mantenere la guerra con tenui mosse e scaramuccie de’ soldati leggeri. Lucio Emilio mandato nell’ Etruria, trovando accampati innanzi della città li Yefenti con grandi rinforzi di quella nazione, non indugiò per imprendere : ma dopo un giorno da che erasi trincerato, presentò le schiere in battaglia. Vi si lanciarono' i Vejenti arditissimamente: ma divenuta questa eguale in ambe le parti; prese i cavalieri, e. gli avventò su 1’ ala destra de’ nemici ; e perturbatala; corse su la sinistra, combattendo a cavallo dov’era luogo da cavalcarvi, e dove no, smontando, e combattendo a piede. Venute in travaglio ambedue le ale, nemmeno ' il centro potè più sostenersi, forzato dalla fanteria : e fuggirono tutti verso gli alloggitrmenti. Emilio allora gl’ inseguì con le milizie ordinate, e molti ne uccise. Giunto presso gli alloggiamenti diedevi con mute continue 1’ assalto, ostinandovisi tutto quel giorno e la notte seguente : finché nel giorno appresso languendo i nemici pel travaglio, per le ferite, e per la veglia, se ne impadronì. Quando i Tirreni videro i Romani trascendere le trincee, le abbandonarono, e fuggirono quali in città, e quali a’ monti vicini. Tennesì il console per quel di negli alloggiamenti nemici ; ma nel giorno prossimo onorò con doni convenienti i più segnalati in combattere, e concedette a’ soldati quanto era ivi stato lasciato, giumenti, schiavi, c tende piene di ogni ricchezza. E 1’ esercito Romano se ne ricolmò quanto non mai per altra battaglia; impe 1 4p rDcclièJi Tirreni vivono vita delicata e sontuosa in patria, ed in campo ; e portan seco, non che le cose necessarie, suppelletlili ancora di pregio e di artifizio, ond’ esserne in piaceri e delizie. Ne’ giorni appresso stanchi da’ mali i Vejenti spedirono ambasciadorì i più anziani della città cq^ modi de’ supplichevoli per trattare intorno la pace col console. Or questi sospirando, prostrandosi^ e dicendo,^ tra molte lagrime, quante cose mai sogliono impietosire; indussero il console a questo, che permettesse loro d’inviare oratori a Roma per dar fine in Senato alla guerra : e che non danneggiasse in tanto la terra loro, finché ne tornassero colie risposte. Ad ottenerne però questo, promisero, come volle il vincitore, dar grano per due mesi, e danari per sei pe’ stipeudj di tutta V armata. E portate, e ricevute, e dispensate tra' suoi tali cose, il console conchìuse con essi la tregua. Il Senato, uditi gii ambasciadori, viste le lettere del console che molto pregava, e raccomandava che si finisse il più presto la guerra co’ Tirreni ; deliberò dar la pace che dimandavasi : e che nel darla il console Lucio Emilio stabilisse le condizioni che gli sembrasser migliori. Il console a tale risposta si concordò co’ Vejenti, facendo una pace anzi umana, che utile pe’ vincitori, senza riserbare per essi delle terre, senza impor nuòve multe, nè garantire i patti cogli ostaggi. Or ciò lo mise in grand’ odio, e fu causa che non avesse dal Senato ringraziamenti, come savio nel procedere suo. Imperocché chiese il trionfo; ed i padri si opposero ; incolpando 1' arbitrio de' suoi trattati, definiti senza il pubblico voto. AlìGaché però nou sei prendesse ad ingiuria, nè sen corucciasse ; lo destinarono a portare le armi contro de’ Volaci in soccorso dell’altro console, perchè, come fortissimo nomo eh’ egli era, desse ivi, se poteasi, buon fine alla guerra, e dissipasse 1’ odio dell’ azion precedente. Ma costui sdegnato sa la negazion degli onori fece presso del popolo lunga accasa de’ senatori, cpiasi dolesse loro che spenta fosse la 'guerra co’ Tirreni. Diceva, che ciò facevano ad arte in conculcaménto de poveri, perchè i poveri, delusine già tanto tempo, non insistessero per la division delle terre, se tornavano dalle guerre di fuori. Queste e simili contumelie lanciò con indignazione vivissima su’ patrizj, e sciolse 1 armata che avea con lui combattuto, e richiamò, e congedò 1’ altra che era tra gii Eqni sotto Furio proconsole. Con die renelle conti ricchi i poveri. Presero quindi il consolato Cajo Orazio, e Tito Menenio nella olimpiade settantesima sesta, quando vinse allo stadio Scamandro da Mitilene, essendo in Atene Fedone P arconte^ Il torbido interno impedì questi a principio ne fatti del comune, fremendo la moltitudine, nè tollerando che si fornisse niuna pubblica cosa innanzi la divisione delle terre. Ma poi, vinto il popolo dalla necessità, lasciò quanto facea sommossa e tumulto, e ne andò spontaneo in sul campo. Imperocché le undici popolazioni Tirrene non comprese nella Roma Catone Varrone. stimi molto potere ai tribuni di malignare doni contro del Senato,, e di alienare n ciò principio alla guerra. Levaronsi, ciò convenuto, dal par- lamento. Indi a non mollo spedirono i Yejenti a raddo mandare' da’ F abj il castello, e già tutta 1' Etruria era sa r arme.I Romani, conosciuto ciò per lettere spedite da’ F abj, decretarono che uscissero ambedue i consoli r uno alla guerra che sorgea dall’ Etruria, e 1’ altro a quella che ardeva già co’ Yolsci. Orazio marciò con due legioni e con truppe alleate ben forti contro de’ Yolsci, Menenio dovea con altrettanta soldatesca incamminarsi contro r Etraria. Ma intanto che si apparecchia, e s’in> dogia ; il castello di Cremerà fu preso, e distratta la stirpe de’ F abj. La sciagura de’ quali si narra a due modi r uno non persUadevole, 1’ altro piò prossimo al vero. Io gli esporrò tutti due, come gli ebbi. XIX. Narraoo alcuni che sovrastando no patno sagrideio che doveasi porger da’Fabj, uscirono gli uomini con pochi clienti per compierlo, ed andarono, senza esplorare le strade, non ordinati sotto le insegne, ma incauti e negligenti, quasi passassero terre amiche, nei giorni lieti della pace. I Tirreni, saputane anzi tempo r andata, disposero tra via le insidie con parte dell e> sercito, mentre 1’ altra parte veniva in ordinanza non molto addietro. Approssimatisi i Fabj, sorsero i Tirreni dalle insidie, e gl’ invasero di fronte, e di fianco ; assalendogli non molto dopo da tergo il resto de’ Tirreni. Circondatili d’ ogn’ intorno con fionde, con archi, e dardi, e lance ; gli uccisero tutti colla moltitudine dei colpi. Or tale racconto a me sembra poco persuasivo. Imperocché non par verisimile, che tali uomini, addetti com’ erano alla milizia, ne andassero dal campo in città senza il voto del Senato per sagrìficarvi ; potendo il santo rito fornirsi per altri del lignaggio medesimo, già provetti negli anni. Che se tutti erano partiti d Roma senza che stesse ne’patrj lari alcuno de’ Fabj; nemmeno può credersi, che uscissero dal castello quanti di questi il guardavano; imperciocché se ne andavano tre o quat tro, bastavano a compiere il santo rito per tutta la prosapia. Per tali cagioni a me non sembra credibile questo racconto. L’ altro che io reputo piò verisimile su la distruzione di essi, come su la presa del cartello, così procede. Andando questi di tempo in tempo per foraggiare, e. spandendosi ognora più da largo, come quelli che prosperavano ne' tentativi ; i Tirreni, raccolte gran forze,, si accamparono, senza che il nemico ne sapesse, in luoghi vicini : poi facendo uscire da’ castelli masse di pecore, di buoi, di cavalli, come per pascere, accendevano i Fabj ad invaderli: ond’ è che venendo questi predavano i pastori, e menavano seco i bestiami. Davano i Tirreni di continuo tal ca, traendo i nemici sempre piii lontani dal campo : or quando ebbero con gli allstlameoti perpetui dell’ utile rallentate le provvidenze loro per la sicurezza; misero di notte gli agguati in luoghi opportuni, intanto che altri stavano su le allure per esplorare. Nel giorno appresso mandali innanzi alcuni soldati, come per difesa de’ pastori, cavarono mollo bestiame da’ castelli. Come fu nunziato ai Fabj, che se andavano di ià dai colli vicini, troverebbero ben tosto il piano ripieno d ogni bestiame senza valida guardia : lasciarono nel castello un idoneo presidio, e vi si diressero. E trascorrendo frettolosi, ardenti veri, e dicendo opera loro, quanto è l’opera di 'una sorte improvveduta, ed inevitabile ; li renderono insolenti, se già erano esasperati. Fra tanti mali i consoli spedirono con molti danari chi comperasse grano dai luoghi vicini : e comandarono che chi teneane in casa oltre i bisogni moderati della vita, lo recasse al pubblico: e destinatone i prezzi convenienti, e fatte queste e cose altrettali, ammansarono i poveri che si sfrenavano, e si rivobero di bel nuovo agli apparecchiamenti delia guerra. E certo tardando a giugnere le vettovaglie di fuori, e finite in breve le interne, non aveaci altro scampo da’ mali: ma doveasi neceariamente o rischiare tntte le forze e snidare i nemici dai territorio, o morire tra le mura per le discordie e la fame. Adunque elessero farsi incontro ai nemici, come al meno dei mali. E levatbi di città coll'esercito valicarono circa la mezza notte su picciole barche il fiume, e prima che il giorno fosse luminoso, già teneano il campo presso a’ nemici. Donde cavato nel giorno appresso 1’ esercito, 1’ ordiua Di ani illiberali • sordide. Silbtirgio inleade (|r. Quindi è che se dividasi 390U per laS risulta -i6. Casaub. le trasmutarono in, àlire di pecore e’ buoi, tassato anche il numero di questi per le ammende avveniife, che i magistrati imporrebbero su’ privati. La condanna di Menenio fa causa che i patriaj si sdegoas'sero col ppolo, nè più gli permettevano di fare la divisione delle terre, nè voleano in cosa ninna condiscendergli. Ma tra non' molto lu potilo il pplo de’ suoi giudizj, appunto nell’ udire la morte di Menenio.. Imperocché non crasi questi mal p(ù veduto nelle adunanze, o" ne’ pubblici luoghi: e polendo pagare l'ammenda (giacché non pochi de’ suoi eran pronti a soddisfarla pr esso ), e con ciò non perdere' niun pubblico diritto j non volle : ma giudicando pri la ingiuria alla morte; si tenne in casa, nè più ammise prsona, e rifinito dal dolore e dalla ’ fame ' abbandonò la vita. E tali sono le Operazioni di quest’ anno. Divenuti consoli Pulsilo Valerio Poplicòla e Cajo Nauzio, fa condotto a giudizio capitale anche un altro patrizio Servio Servilio, console dell’anno precedente, non laokò -dopo che aveva lasciato il coma'udo. Due tribuni Ludo Cedicio, e.Tito Stazk) erano quelli che lo accusavano’ al popolo chiedendo ragione non d' ingiustizia alcuna, ma degl’ infortuni suoi, perchè nella ballagUa co’ Tirreni spintosi egU fin sotto alle trincee nemiche con più ardirò che prudenza, e rincalzatone da quei d’ entro' che ne uscirono in copia, vi prJetle il meglio de’ giovani. Questo giudizio parve ai patrizi il più duro di tutti.' E congregavansì, e doleansi, Abdo di Roma 979 Mcoado Catoast aSi secondo Varrone, e 473 >r. Cristo] lG5 è teneano per gran male se il bell’ ardire, e il non ri cu sarsi ai pericoli accusarasi ne’ capitani che non tro vavan propizia la. sorte, e da quelli che non erano nemmeno stati ne’ perìcoli : dicevano, che qne’ giudizj aarebbero, coni’ era verìsimile, cagione di timori e di ignavia ne’ comandanti, e di non &r loro mai piu con cepire nuovi trovameoti : che perita ne sa.rebbe la libertà, come annientata.!’ antorità del capitano. Ed insistevano caldamente presso la plebe >. perchè non conrebbe il . danno se puoi vanti i dttci > pe’ successi non buoni. Venuto il tempo del giudizio, fattosi innanzi Lneio Cedicio, uno de’ tribuni, accusò Servilio di avere per imprudenza ed imperizia di comando menata i’ armata incontro a pericoli manifesti, e rovinato il Bore della repubbnca : tanto ohe se informalo beo tosto il console ' compagno della sciagura volando a lui coll’esercito, non respingeva i nemici, e salvava i suoi; niente impediva che non fosse disfatta anche tutta 1’ altra milizia, e che in avvenire per metà decadesse, non che si ampliasse la'' potenza di Ronìa. E cosi dicendo presentava per testimOnj i centurioni, quanti ve n’ erano, èd alcuni soldati, i quali, volendo rilevare sestessi dall’ infamia della disfatta e della foga, d’ allora, versavano sul capitano là colpa degl’ infortito) del combattimetnto. Quindi inspirando viva compassione, verso gli estinti in quella giornata, exl esagerando quel male, ne ricordò con. molto .disprezzo ancor altri, i quali detti in comune contro i ' patrìzj, scoraggiavano chiunque di loro volesse intercedere per Servilla ; é dopo ciò gli concedè la diiE Servilio pigliando a difendersi disse ^ Ciftadini, se mi chiamale al giudizio, e cìuedete ragione del "mio capitanalo ; san pronto, a renderla : ma se mi oliiàmate ad una pena già risoluta, e' mente pift giova eh’ io dimostri che non v oJ[esi; prendete fusa-, temi come avete già stabilito. .Egli'è pur meglio eh’ io mora non giudicato cK ottener le difese, nè persua-, dervele ; perciocché sembrerei patir con giustizia ogni cosa che su me sentenziaste. Altronde voi meno sa~ rete colpevoli, se togliendomi le difese, jnentre oscura ancora c la mia colpa, se colpa ho mai fatta ; secondate 1 vostri risentimenti. Il pensier vostro' dalla vostra udienza mi -sarà chiaro : il silenzio o' il tumulto mi saran d argomento se m’ avete alle ^scolpo chiamato, o alla pena. E biò detto si tacque. E fatto silenzio, e gridando ben molli che facesse, cuore, e dicesse ciocché voleva, cosi ripigliò: Cittadini, se .voi siete i‘ giudici, non i nemici miei ; di leggeri spero XOftVincervi, che non v’ oj^esì ; e comincio da ciò cito' tutti sapete. Io fui scelto console ’coll ottimo V-erginio, quando i Tir^ reni fortificatisi nel colle imminente a Ronìà, domi navano, tutta intorno la campagna, sperandosi di abolire ben tosto, ambe il vostro f principato. Eravi in città fante, discordia, defeienza onde risolvette. Incontratomi in tempi così. turbati e terribili ruppi, unito al collega, due volte in battaglia i nemici, e gli astrinsi a lasciare, il castello, 'che guardavano. Feci dopo non molto cessare la fame, ricondotta t abbondanza npl Foro, e consegnai d consoli susseguenti sgombro da’ nemici il territorio che n’ era pie-HO, e Roma sana da tutti i mali politici, i cot pipopoU l’ avea/io inabissata. So dunque non è de^ litio vincere gt inimici, e di che mai son io ’^lpevole presso vai ? O conte ha Servilio offeso il popolo', se alcuni bravi incontraron la morte col, maU:hio combai tere ? Già non v’ è niun Dio che asiicuri ai capitani la vita de suoi militari ; nè prendiamo, d, comando con patti e formale di vincer lutti i nemici ^ e non perdervi aldino de' nostri. E chi mai, s egli è uomo^ chi si offrirebbe di riunire in sè tutti i bei tratti di consiglio buono, e di sorte ? Anzi i grandi risuUad con pericoli grandi s' ottengono. Nè già io sono il primo éte m’ avessi tale ÒKonlro in combattere, ma se l ebbero, dOei, quanti fecero pericolose battaglie con poche schiere contro lè molte nemiche. Incalzarono alctzni i nemici, e poi furono incalzati: ne uccisero, e ne furono decisi, anche in più nurhero.siri capitani, riuscitici altri con termine buotto, ‘altri con doloroso ? E perchè dunque^ lasciate gli altri, e me 'giudicale ; se a norma ponderale delle leggi le opere, non degne della sapienma e del capitanato ? Quante imprese più audaci ancor della' mia cadde in pensiero capitani^ di compierle, quando la circostanza non ammetteva consigli sicuri,' é già maturati^ Chi strappando le insegne dalle. mgni de' soldati, le gittò fra nemici, perchè i suoi scoraggiati ed intimoriti d -rìànimassero a forza, istruiti, che chi non salvatale ne avrebbe morte ingloriosa dal comandante, jiltri scorrendo sul territorio nemico, ucdicarono e ruppero i ponti de' fiumi valicati, perchè i soldati non. vedessero scampo nella fuga, se la tramavano, e com^battessero coji ardore e ferrnezza. Altri dando alle fiamme le bagagUe e le tende, necessitarono ' i suoi a ritrovare nelle terre nemiche quanto lor bisognava. 'Lascio' mille altre imprese', audaci tutte, ed ideate da capitani, che ió .potrei pur dire 'su la storia, e su la sperienza, e per le quali ninno mai, faUilagli .la prova, soggiacque alle pena E già niuno può redarguirmi che mettendo i compagni ad aperto pericolo, io xnen tenessi lontano. Se io mi vi esposi cogli .altri, se ultimo me ne ritolsi, se vi 'corsi la sorte comune di tutti ; e diche • sono io reo ? Ma basti il fin qui detto su me. Voglio ora dirvi alóune poche cose intorno del Senato e de’ patrizj, perocché f odio pubblico contro di loro per la division sospesa àeUe terre deot neggìa eutcora a me, nè l accusatore mio occultò que-^ sto facendomene parte non piccola delt accusa. E questo dir mio sarà libero ; giacché diversamente nè io saprei parlarvi, né > voi profittarne Popolo! voi nè giusti siete nè retti non rendendo grazie al Senato de' tanti e 'grandi benefit j che ne aveste ; e sdegnandovi che non 'per invidia ma per calcolo di ben pubblico, vi si oppone .in cosa che' dimandate, la quid conceduta tusai nocerebbe '.al comune. Piuttosto dovevate accettarne i consigli pome' nati -da principj sol dissimi, pel bene di', tutti, e tenervi dalle sedizioni'} 0 se non potevate con tal sano discorso frenar gli appetiti, t non sani, dovevate implorar te dimande, persuadendo, non violentando, Imfièroechè li doni spontanei titnpettp de’ violenti son più cari per chi li dona y e più stabilì per . chi. H riceve.. Or • voi, viva Dio, non ' avete ciò cónsiderato : nia commossi ed inaspriti dai capipopolo,. come il mare dai venti che insorgano, F un. dopo F altro, non avete lasciato che la patria riposasse, nemmen picciolotempo.,, tra la xoima, 'e il sereno. Dondt è che. noi. dobbiam pensare migliore per noi la guerra, che la pace ;^iacchà nella guerra maltrattiamo i nemici, ma gli amici nella pace. Se voi lipulate tutti burnii e lutti utili, come sono, 1 decreti del Senato ; perchè, non avete riputato tale anche questo ? E se credete che il Senato non provveda con semplicità, mq che male, e vituperosamente amministri, 'perché noi degradate / voi tutto, e ven prendete le cariche, e consultate e guerreggiale voi per la potenza di Roma, ma, lo stuzzicate, e lo indebolite poco a poco, chiamandone i personaggi più illustri in giudizio? Certo sarebbe pur meglio che fos situo tutti insieme combattuti, che càìunmati ad -uno ad uno. Sebbene, non siete voi, con’ io diceva, la cagione di ciò, ma i capi del popolo che vi sommovano, non sapet^o essi nè ubbidire y nè comandare. E per ciò che spetta alla loro imprudenza ed impe^ rizia', già più volte sarebbefi la nave rove^aicita. Eppure il Senato che ha riparato tante volle i loro sbache. fa che la vostra repubblica navighi rettamente, ' ascolta ^ peggio della maldicenza da loro. Or queste cose, vi piacciano o no-, le ardisca io dire con ogni verità: e vorrei piuttosto morire;, videndorm di una libertà 'profittevole ab pubblico {. che salvarmi adulandovi. G}si, dicendo,, senza volgei^i a lamentare o deplorar la sciagura, senza uniilianti a suppliche, e proslrai^ioni non degne y e senza' ..palesai^ affezione alcuna men che generosa, lasciò che parlassero gli altri, 'dogliosi di ' coadiuvarlo arringando, o testificando: Lui di scolpavano, molti che eran presenti, singoK\rmente Ver giuio, gii cpnsòle. co'n euo lui, riputato l’autore della vittoria! Coitui non solamente dimostrò Servilio irreprensibile, ma degno che si encomiasse ‘ed otiofasse come peritissimo in guerra, e savissimo tra’ capitani. Diceva che se credeano buono iì termine della gaerra dovevano ringraziar lutti due ; o tutti dile punirli se sci aurato ; giacché avevano .tntti;.dne avuto 'doiiiu ni i consìgli, le opere, la fortuna. Commovea non solo il discorso di lui ma la vita intera, speriménUtta in tutte le belle ationi. A^iungevasi, ciocché ispirò piò compassione, la forma addoloievole, (piai suoL essere in qiielli che han sofferto, o siano per soffrire tamii terribilL Tanto che li' congiunti degU uccisi, quelli che pareano più. implacabili contro 1 autore tl^l danuo, Ia sciaronsi vincere-, e deposer lo sdegno che ne aveano manifestato ; imperocché qinna tribù nel dare il voto ló diede per la condanna. E tal fu la fine de’ pericoli di Servilio. Marciò non mólto dòpo contro i Tirreni r armata Romana sotto gli auspicj dei console Pubfio Valerio, perocché si era d^ bei nuovo levau in arme la città di Vejo, ubendpsde i Sabini, alieni fino a quei giorno di unirsele, quasi aspirasse cose impossibili : quando però vider(> Menenio in fuga e presidiato il monte prossimo a Roma, giudicando ^ scadute le forze Romane, e sbaldanzito 1’ animo di quella 'repuUilica, eoncertaronsi co’ Tirreni, spedendo loro milizie numerose. I Vejenti confidati su le schiere proprie e su quelle giunte di fresco^ da’ Sabini frattanto che aspettavano le ausiliarie degli altri Tirreni anelavtino, di volarsene a Roma col più dell’ esercito, quasi ninno, ne uscirebbe a combattere, ma dovessero per assalto espugnarla, o ridurla con la fame. Indugiandosi però essi ed aspettando i confederati, lehti a ingiungersi, Valerio ne prevenne i disegni, guidato contra loro il fiore de’ Romani, .e gli alleati, con sortita non manifesta, ma occulta quanto polevasi. Imperocché .uscito da Roma sul far della sera, e valicato il Tevere ; si accampò non lontano dalla città. Poi levando F esercito su la mezza notte, si avanzò con marcia oi-dinata; e prima che fosse il giorno, investi r nna de’ campi nemici. Erano due questi campi ; di^ sgiunti, ma non molto, fra loro, l’ uno de’ Tirreni, r altro, de’ Sabini. Fattosi primieramente stil campo Sa bino, assalirlo fb prenderlo ; ''dormendovi i più senza' guardia sufficiente, 'come in terra amica, e liberi da ogni sospetto, nwntre non si annoqziavano in parte ai cuna i nemici.Preso il campo, quali furono uccisi tra il sonno, quali ^orti appena’, o mentre si armavano, e quali armati già, mal resistendo disordinati e dispersi: la -più parte peri, fuggendo verso .1’ altro campo,' sorpresa dalla cavalleria. Valerio', invaso' il 'campo Sabino, marciò su r altro de’ Vejenti, postisi in luogo non abbastanza sicuro: ma non poteano più gli assalitori ghingeM oc-' culti, per essere il giorno già chiaro ; e datoyi da fnggitivi r avviso della strage Sabina, e di quella imminente ai Tirreni. Pertanto eca necemario andar con fortezza al nemico. 'Ecco dunque resistere con ardore sommo i. Tirreni avanti j^i alleggia'menti, e fervisi' aspra tenzone e strage vicendevole.; stando 'lungo tempo incert^ e pendendo or quinci Or quindi la sorte della guerra. Alfine dan volta i Tirreni, sospinti dalla cavalleria Rpmana, e ricacciansi tra le uincee.. Segueli il consolé, ed approssimatosi alle trinclere nè ben formate, nè in. luogo, come ho detto, abbastanza sicuro, le assaU da più parti ; travagliandovi tutto il resto del giorno, nè desistendone por nella notte appresso. I Tirrenivinti da’ mali incessanti / a'bbandonano su l’ alba il CAmpo ; altri in città iuggeo4o$i, altri dispergendosi pei boschi vicini. Il console, invaso par questo campo, diè riposo ; in quel giorno all’ esercito : e net seguènte com> parti la preda copiosa de’ due alloggiameuti tra le Site milizie, coronando co premi ^ usati chiunque s’ era più segnalato nel 'combattere. SenrUio il console dell’ anno precedente, quegli che sfuggi le ^ne popolari, mandato ora luogdtenente di Valerio, parsé aver pià che tatti risplenduto fra le arme, e sospinto i Vejeqti alla fuga; è per tale SUO merito ne ebbe il primo i premj, riputati' più grandi tra' Roiliani. 'Fatti quindi spogliare i cadaveri nemici, e> seppellire quelli de’suoi, marciando, e venendo il console coll’ esercito ne’ campi prosskni a Vejo; sfidò quelli d’ entro per la battaglia. Ma non presentandovisi alcono, e conoscendo altronde esser cosa ben ardua pigliarli di assalto, come chiusi in città fortissima, scorse ingran parte il lor territorio, e si glttò su s quello dé’ Sabini. E saccfaeggikto pei^., più giorni', pur questo, ^ che era ancora intatto ; ricondusse l’ esercito carico di prede àmplissimi in patria. ‘ Usci di città molto a dilungo per incontrarlo ' il popolo cintp di ghir ciò Furio ; il Senalo decretò che Tnino de’due mar, classe ^contro di Vejo, ed essi decisero, come u$ayasi, colle sortì, chi andasse. E 'toccato a Malliq, vdlò colr armata, e mise il campo presso a’ nemici. I Vejenti ristrettisi fra le mora, resisteroùO intanto,. e spedirono alle città Tirrene, _ ed ai Sabini,' recenti loro ' alleati, chiedendone che mandassero sollecito ajuto, .Ma perciocché non furono secondati -e consumarono .tra poco i viveri ; alfine ^ necessitati dalla fame, uscirono, i personaggi più provetti e 'più veóer;iodi e co’ simboli di. pace, ne andarono ambasaiadori ai console per intercedere ' da esso il fin della guerra. M^o comandò che poetassero a lui li viveri di due mesi per'.tulta.rarmsui). o tanto di argento da stipendiamela per un’anno, e ciò.Roma fatoae Vacroae. fatto, perirebbero al Senato per trattarvi la pace. Ac> cattarono i Vejenti le condiaioai, e dati beu^tosl gli stipendi, e per concession del console, anche in luogo del grano il suo prezzo, ne andarono a Roma. Introdotti in Senato cercarono perdono t delle cose operate fin’ allora, e requie dalla guerra in tu.tio. l’ avvenire. Disputate più cose per l’una e l'atra sentenza, al line prevalse quella che insinuava la riconciliazione, e vennesi ad Una tregua di quaraot anni., Gli oratori, avuta la pace, assai de ringraziarono Roofa, e partirono. In opposito Mallio vi tornò finita la guerra, e vi chiese, e n’ebbe il trionfo a piede . Fecesi, reggendo questi consoli, il censo ; ed i cittadini che assegnarono sè Stessi, i beni, e li figli '^ià puberi, fotono, poco più. che cento fneUta' mila; Giunti dbpo quesU al consolato . Lucio Emilio Mamertx) per la terza volta e Giulio Yopisco nella olimpiade settantesima settima (a), nella quale vinsè allo stadio Date Argivo, mentre Caritè era l’a ' contedi Atene ; ebbero assai travaglioso e turbato il comando, sebben tacesse. la guerra di fuori. Standosi ogni nemico in calma ; ineprsero per le se4izìoni interne, in pbricoti, prossimi a rovinar la repubblica. Sciolto il popolo dalia otilizia insistè ben tosto per la division delle' lem. 'Imperocché fra i tribuni aveacene uno baldanzoso, nè disacconcio alle arringhe. Gneo Genuzib.eia deiso, l’ istigatore dei popolo. Egli ad ora L’ovatiooe. Roma Catone Varrauc]. 177 nJ ora adunauJolo, per conciliarsi i poveri ; pressava i consoli all eseguire il decreto del Senato sa la divi sion delle terre. E questi ricusavano dicendo, non esserne la esecuzione stabilita pel consolato loro, ma per quello di Vergiiiio, e di Cassio a’ quali era diretto il decreto : similmente che gli ordini del Senato non erau leggi perpetue, ma previdenze, valide per un anno. In mezzo a tali pretesti non potendo costringere i consoli che aveano autorità più grande della sua ; diedesi a protervi consigli. Mise in pubblica accasa Mallio e Lucio, consoli dell’ anno precedente, e prescrisse loro il giorno nel quale dovésse giudicarsene, pronunziando svelatamente per titolo dell' accasa, ch’essi aveano offeso il popolo col non avere nominati i decemviri, com'era il decreto del Senato, per dividere finalmente i terreni. Che se non menava in giudizio altri consoli quando dodici erano i consolati dalla emanazione del decreto, ma faceva rei, questi due soli, della promessa tradita; davano per cagione la mansuetudine sua. In ultimo disse; che i consoli attuali allora unicamente ridurrebbonsi a divìder le terre, quando vedessero alcuni de’ trasgressori puniti dal popolo, considerando che avverrebbe anche ad essi altrettanto. Ciò detto, esortati tutti a venir pel giudizio, giurò per le sante cose, che egli osserverebbe il proposito, ed insisterebbe con tutto l’ardore su la condanna di quelli, e prefisse il giorno in cui sen farebbe la causa. I patrizj, ciò udito, caddero in molto timore e sollecitudine, come dovessero liberare que’ due, e reprimere 1’ audacia del tribuno. Deliberarono resistere DIOXIGI . tomt Iti. i> al popolo fortissimameote, e bisogoandovi, colie armi ancora, né permettergli cosa ninna, se mai la decretasse contro la dignità consolare. Non però vi bisognò violenza ninna, cessando il pericolo con risoluzione inaspettata e repentina. Imperocché quando mancava al giudizio un giorno solo; Genuzio fu rinvenuto morto nel suo letto p senza indizio niuno di uccisione non per isu-azio, o capestro, o veleno, nè per altre insidiose maniere. Risaputosi il caso, e portatone il cadavere nel Foro, parve questo come un impedimento divino, e ben tostò il giudizio fu tolto. Imperocché niun tribuno osò di riaccendere la sedizione, anzi molto condannò le lune di Genuzio. ' Se dunque i consoli quando il cielo chetò la discordia avessero ceduto, non insistito in contrario ; non sarebbero incorsi in altro pericolo. Ma datisi ad insolentire e spregiare il popolo, e fatti vogliosi di mostrargli quanto era il potere del loro comando ; causarono mali gravissimi. Intimata una iscrizioa militare, e forzandovi chi ricusava, con multe e verghe : ridussero il più del popolo alla disperazione, principalmente per tali motivi. Publio Valerone, un plebeo, d’ altronde illustre fra le arme, e già capitano di centurie nelle guerre precedenti, fu segnato da essi per semplice legionario. Or lui reclamando, e ricusando un posto che lo disonorava quando non aveva demeriti anteriori, sdegnaronsi i consoli de’ liberi modi, e comandarono ai Kttori di nudarlo a forza, e di batterlo. Il giovine invocava i tribuni, e chiedeva, se era colpevole, di essere giudicato dal popolo. Ma non udendolo, ed insistendo i consoli perchè i latori sei menassero, e lo bal^ lessero; egli riguardò la ingiuria come insoffribile, e divenne appunto il vindice di sè stesso. Imperocché, fortissimo eh’ egli era, trae de’ pugni in faccia, ed atterra il littore che primo lo investe, e poi l’ altro. Esasperandosene iconsoli, e comandando a tutti insieme i satelliti di avventarsegli ; parve raiion superbissima ai plebei ebe eran presenti. E congregandosi ; e schiamazzando per istigarsi 1’ uno V altro alla vendetta; ritolsero il govane, e respinsero colle percosse i littori. Alfine si spiccavan su i consoli, e se questi non isparivan dai F oro ; sarebbevisi fatto male gravissimo. Per tale evento tutta la città se ne scinde ; ed i tribuni placidi fin’ allora, fremendo ne accusano i consoli : e le contese per la ditnsion de’ terreni cangiaronsi in altra più grave su la forma del governo. Imperocché irritandosi i paU-isj come i consoli, quasi fosse l’ antorilà conculcata di questi ; voleano precipiur dalla rupe l’ audace che insorse su i littori. Per 1’ opposi to i plebei riuni vansi, e vociferavano e conciUvansi a non tradire la libertà. Si rimettesse la causa al Senato, vi si accusassero i consoli, e se n esigesse un castigo, perchè non lasciarono goder de’ suoi dritti, e traturono come uno schiavo, e diedero a battere un uomo libero, un cittadino, che chiedeva l’ ajuto de’ tribuni, e di essere, se fosse reo, giudicato dai popolo. Fra tali contrasti e ritrosie di cedere gli uni agli altri, decorse tutto il tempo di quel consolato senza fatti di guerra, o di governo, belli e memorandi. Xh. Venuto il tempo de’comizj furono dichiarati consoli Lucio Pina rio e Publio Furio . In principio di quest’ anno la cilià fu piena ben tosto di religiosi e divini terrori pe’ molli portenti e segni che apparvero. £ li vali, e gl' interpreti delle sante cose, dichiaravano tutti, esser questi gl’ indizj dello sdegno celeste per alcuna sacra cosa, fatta con ministero non pio, nè puro. E dopo non mollo ne venne su le donne un morbo, chiamato contagioso, e tanta moruliià per le gravide principalmente, quanta mai più per addietro. Imperocché partorendo prole immatura e già morta, perivan con essa. IVè le suppliche ne’ templi e nelle are de’numi, nè i sagrifizj di espiazione fatti a scampo della patria o delle famiglie, portarono un fine ai mali. In tal rio stato un servo diè cenno a’ pontefici, che una delle vergini sacre, custodi del foco inestinguibile, ( Orbilia ne era il nome ) avea la sua verginità estinta, e che non pura sagrificava ; ed essi traendola dai Santiìario, e dandola a giudicare ; poiché per gli argomenti fu rea manifesta, la batterono, e condottala con pompa lugubre per la città, la seppellirono viva. Di quelli poi che ebbero il mal' affar colla vergine, 1’ uno si diè la morte di per sè stesso; l’altro fu preso nel Foro pe’ soprastanti delle sante case, e flagellato come uno schiavo, ed ucciso. Dopo ciò fini ben tosto la infermità sopravvenuta alle femmine, e la tanto lor perdita. La sedizione già si diuturna in Roma de’plebet co’ patrizii, vi ribolli per opera di Publio Valerone tribuno, quello che ntll' anno precedente aveva disubbi|i) Anno di Roma aSa secoudo Catone, aS; secondo Varrone, e 4^0 av. Cristo] dito i consoli Emilio e Giulio quando il segnavano per legionario, di centurione che era. Costui nato di stirpe vilissima, e cresciuto in grande oscurità e disagio, fu creato tribuno dal ceto de' poveri, appunto perchè sembrava che avesse il primo tra’ privati umiliato il grado consolare, autorevole Gu’ allora come quello dei monarchi, 'e molto più per le promesse che dava di togliere, giurilo al tribunato, la potenza de’ patrizj. Costai quando l' ira del cielo era cheta, convocando il popolo, fece uba legge su le elezioni popolari trasmutando i comizj che i Romani chiamano per curie in quelli per tribù. Io sporrò qual sia la differenza degli uni e degli altrL Li comizj curiati perchè fossero va^ lidi, conveniva che precedesseli il decreto del Senato, che il popolo vi desse il voto di curia in curia ; e che oltre questi due requisiti, niun segno, nè augurio celeste vi si opponesse : laddove gii altri comizj compivansi dalle tribù con un giorno solo senza decreti anteriori del Senato, senza sagriGzj, e senza le divinazioni degli auguri. Due degli altri quattro tribuni volean com’ egli la legge ; ed esso tenendosi amici que’ due ; ne andava superiore a fronte degli altri che la ricusavano i quali eran meno. I consoli, il Senato, i patrizj intendeano tutti a distoglierla e renderla vana. E recatisi in folla al Foro nel giorno preGsso dai tribuni per fondare la legge, vi furono aringhe di consoli, di senatori provetti, e di chiunque il volle, per dimostrare gli assurdi di essa. Risposero i tribuni, e di bel nuovo i consoli ; e prolungandosi mollo le altercazioni, fecesi notte, e l’ adunanza fu sciolta. Proposero nuovamente i tribuni pel terzo mercato la diacussion su la legge ; ma concorsavi gente anche in pi et copia, se n’ebbe un fine simile al precedente. Or ciò vedendo Publio, deliberò di non permettere ai consoli di accasare la legge, nè al patrizj di trovarsi al dar de’ sufiì'agj. Perocché questi co’ loro amici e clienti non pochi, ingombravano gran parte del F oro, facendo animo a chi denigrava la legge, e remore a chi difendevala, e cose altrettali che nel dar dei voti sono indizio di violenza e disordine. XLII. Se non che ne interruppe i disegni tirannici nn’ altra calamhé mandata dal cielo. Imperocché sorse in città nn morbo pestilente che infuriò pnr nel resto d’ Italia ; non però quanto in Roma. Nè valeva per gii infermi soccorso umano, morendovi del pari e chi era con ogni diligenza curato, e chi non lo era. Nemmeno giovarono allora suppliche, sagrifizj, espiazioni private o pubbliche, alle quali necessitati si rivolgono gli uomini io tali casi per estremo rimedio. Il male non distinse non età, non sesso, non vigore, non debolezza, non arte, non cosa ninna di quelle che pajono renderlo più leggero; ma comprendea del paro Uomini e donne, giovani e vecchi. Non però durò gran tempo, e questo impedì che la città ne perisse totalmente. Si gettò come torrente o incendio su gli nomini con impeto furibondo, ma passeggero. Quando il male diè requie ; Publio era per uscire di carica. E siccome non potea stabilire in quel, resto di tempo la legge ; soprastando i comizj j chiese di nuovo il tribunato per l’anno seguente, fatte molte e grandi promesse al popolo: e di nuovo se lo ebbe egli, e due de’ compagni. Per Topposito i patrizj tentarono far console un uomo aspro, odiatore del popolo, e che non lascerebbe punto diminuire l’ autorità de’ pochi : io dico Àppio Claudio, 6glio di queir Appio eh’ crasi tanto opposto al ritorno del popolo. Or quest’uomo che moltissimo contraddiceva alla scelta dei tribuni, questo che non avea nemmeno voluto venire al campo p’ comic], sei crearono con- sole, quantunque assente, avutone precedentemente il decreto del Senato. Terminati ben tosto i comic] > per esserne partiti i poveri appena udito il nome di Appio ; pre^ sero il consolalo Tito Qninuo Capitolino ed Appio Claudio Sabino, nomini non simili di caratteri e di voglie . Perocché Appio voleva distrarre tra le milizie di fuori il popolo ozioso e povero, afGnchè coi suoi travagli guadagnasse dai beni ' del nemico il vitto giornaliero, di cui tanto penuriava, e rendendo UliK servigi alla patria, non fosse malafFelto e molesto a’ padri che governano il comune. Dicea che avrebbe puiv le cagioni plausibili di guerra una città che si procacciava il comando, e che era da tutti invidiata : chiedeva che argomentassero dalle cose passate le future, esponendo quanti moti erano stati' in città, e come sempre nella cessazion della guerra. Quinzio però non pensava di portare ad altri guerra : dichiarando che dovea bastar loro quando il popolo ubbidiva chiamato contro ai pericoli esterni, che sopravvengono e stringono, e dimostrando, che se forzassero nel caso preti) Anno di Roma a83 secondo Catone, aSS secondo Varrone, av. Cristo] sente gl' indocili, indurrebbero la disperazione come i consoli precedenti 1’ avevano indotta. Dont} è che porrebbonsi essi a repentaglio o di opprimere la sedizione col sangue e colle stragi, o di scendere con vitupero ad appiacevolire la plebe. Comandava Quinzio in quel mese ; tantoché non potea 1’ altro console far nulla senza il consenso di esso.. Ma Publio e li compagni ripigliarono senza indugio la legge, che non aveano potuto stabilire nell' anno precedente, aggiungendo a questa, che si creassero ne' comizj stessi ancora gli edili: o che tutto in fine, quanto si trattava o risolveva dal popolo, si trattasse e risolvesse nel modo medesimo con i comizj per trìbùr Or ciò era l’ annientamento manifesto del Senato, e l’ inalzamento del popolo. A tale notizia mpensierirono, e discussero i consoli, come togliere pronti e sicuri la sommossa e la sedizione. Appio consigliava che si chiamassero alr armi quanti volean salva la forma della repubblica ; e che si numerassero tra’ nemici quanti si opporrebbero ad essi che le impugnavano. Ma Quinzio giudicava che si dovesse prendere il po[x>lo colla persuasiva, e con.vincerlo die per ignoranza de’ -veri interessi sla nciavansi a rovinose risoluzioni. Dicea esser t estremo 'della de^ menta estorcere colla forza da’ cittadini ritrosi ciocché aver ne poteano di buorr grado. Ora approvando pur gli altri senatori il parere di Quinzio ; i consoli ne andarono al Foro, e chiesero da’ tribuni un’aringa, ed il giorno in cui farla. Ottenuta a stento l’una e l’altra istanza, venuto il giorno richiesto, e concorsa al Poro moltitudine d’ ogni genere preparata per opera de’ due magistrati in favor loro, presenlaronsì i consoli per censurarvi la legge. Quinzio, uomo altronde discreto, e persuaso che il popolo avessi a guadagnar col discorrere, chiese il primo udienza, e ragionò cose a propo sito, e con piacere di tutti ; cosicché li fautori delia legge impotenti a dir cose pii^ giuste o benigne, assai ne furono imbarazzati. B se il console collega non lavasi ancora troppo gran moto ; forse i plebei riconoscendo che non cercavano nè il giusto, nò il bene ripudiavan la legge. Ma perciocché colui tenne un discorso superbo, e grave ad udirsi da’poveri ; il popolo ne fu crocciato, implacabile, e discorde, quanto mai piò per addietro. Non parlò costui come a uomini liberi, a cittadini arbìtri di fare e disfare le leggi : ma quasi parlasse con nomini vili, forestieri, né liberi solidamente; vi lanciò detti amari, insoffribili: vi lamentò le assoluzioni dei debiti, e ricordò la separazione dai consoli ; quando dato di piglio alle insegne, che pur sono, santissima cosa, abbandonarono il campo, volgendosi ad un esilio volontario. Richiamò li giuramenti che avean fatti, quando presero per la patria le armi, che poi contro lei sollevarono. Pertanto diceva che non sarebbe meraviglia se essi che avevano spergiurato gl’iddj, lasciato i capitani, e diserta, quanto era in loro, la p^ttria, e che vi erano tornati, confusavi la buona fede, e sovvertitevi le leggi ed il governo, ora non si dimostrassero moderali ed utili cittadini : mai incitati da nuòvi desideri ed eccessi, talvolta chiedessero magistrati proprj, scelti dall’ordin loro, e questi iudipendentì, inviolabih ; tal’ altra chiamassero in giudizio per cagioni turpissime que’palrizj che loro paressero, trasferendo dal celo più puro al più sordido i poteri con cui Roma faceva un tempo giudicare sull’ esilio e la morte; e talora i mercenari e privi de’ palrj lari com’ erano, fissassero leggi ingiuste ed oppressive contea i bennati, senza lasciare al Senato la facoltà di proporle prima col sno decreto, tolta ad esso una prerogativa che aveva V sempre avuta senza contrasto, fin sotto de’monarchi, e de' tiranni. E dette molte altre cose consimili, senza lasciare indietro memorie amare, nè risparmiare nomi ingiuriosi ; alfine pronunziò questo ancora per cni tntto il popolo ne infuriò, vale a dire che mai la città che terebbesi totalmente dalle sedizioni ma che sempre infermerebbesi per nuovi mali, finché fossevi il poter dei tribuni ; affermando che negli affari politici si dee vedere che i principi sian buoni e giusti, giacché da buon seme si ha frutto buono e felice, ma infelice e reo da reo seme. Diceva : se questo potere fosse erttraio in città di buon accordo per ulil comune; venutovi col favor degli augurj e della religione, sarebbe stalo a noi causa di molti e gran beni, di unione, di leggi savie,di speranze belle dal ctmto dé’ numi, e di mille altre cose. Avendovelo però introdotto la violenza, la prevaricazione, la discordia, il timore di una guerra interna, e tutti i mali più odiati fra gli uomimf come con tali principii ne sarà mai fausto e salutare? Ben è superfìua cosa cercar farmachi e cure quante sen possono ai mali che ne germogliano finché restavi la radice viziata. Nè mai vi sarà termine, mai requie alcuna dallo sdegno celeste, finché ques^ invìdia, in saziabile furia in città s’ annida, e lorda, ed infracida tutto. Ma per tali cose vi sarà discorso, e tempo più acconcio. Ora, poiché si vuole rimediare alle còse presenti ; io lasciando ogni acerbità, vi dico : N& questa legge, nè altra qualunque non approvata prima dal Senato sarà mai valida nei mio consolato. Ma so> n Sterrò con parole gli ottimati, e quaudo anche 1’ o pere vi bisognino, nemmeno in queste sarò vinto dagli avversar). E se non prima ayete saputo quanta sia r /lutorità de' consoli, nel mio consolato lo saa prete, a Àppio cosi disse, quando Cajo Lettorio il piò provetto e più venerabile de’ tribuni, uomo riconosciuto non ignobile in guerra, e buono al maneggio degli affari, sorse e replicò, cominciando da alto, e ragionando a luogo sul popolo, quante diftìcili spedizioni avessero intrapreso i poveri, da lui vilipesi, nonsolo nel tempo dei re, quando forse era necesiiià, ma dopo la espulsione loro per acquistare alla patria la libertà e il comando. Pur non ebbero, dicea, ricompensa ninna da palrizj, né goderono alcuno de' pubblici beni; ma quasi presi in guerra, furono privati injino della libertà : e se volevano conservarsela dovettero. abbandonare la patria, cercando una terra ove non fossero, essi liberi uomini, insultati^ Senza violentare, senza obbligare colle arme il Senato, ebbero nella patria il ritorno, condiscendendo a lui che chiedeva e pregava che si rendessero alle abbandonate lor cose, fi qui spose i giuramenti, e rammentò gii accordi fatti per questo ritorno; tra’ quali v’era I amnistia di tutto il passato, e la concessione a’ poveri di eleggersi magistrati i quali proteggessero loro, e resistessero a chiunque volesse mai conculcarli. Scorrendo su ^li subjetd, aunoverò le leggi fondate poco prima dal popolo ; come quella su la iraslasion dei giudizj per la quale il Senato cedeva ài popolo che chiamasse in giudizio qual più volesse de’ patrizj ; e 1’ altra sul dar dei suffragi, la qual rendeva arbitri de’ voti i comìzj per tribù, non quelli per centurie. E così ragionato Sul popolo ; rivolgendosi ad Appio disse : E tu ardisci et insultar quelli pe’ quali la repubblica divenne di piccola grande, e luminosa d' ignobile ? tu chiami sediziosi gli altri ^ e rimproveri loro tome fuorusciti ? Quasi non tutti rammentino ancora ciocché avvenne tra noi, vuol dire che gli avi tuoi levarono il capo contro de’ magistrati, abbandonaron Ut patria, e supplichevoli qui s' alloggiarono. Se non forse voi che avete abbandonala la patria per amore della libertà, voi v avete fatto un opera belìa^ fié ^ella è quella de’ Romani che han fatto altrettanto, Tu ardisci calunniare l’ autorità de’ tribuni conte introdotta a mal fatto ; e persuadi qui noi che c involiamo questo sacro, questo immobile rifugio de’ poveri, confermatoci da numi a dagli uomini per tanto grandi cagioni ? Ta tirannissimo, ninUcissimo che sei del popolo ! E non giungi nemmeno dunque a vedere, che ciò dicendo, oltraggi il Senato, oltraggi la tua mùgislratura ? Insorse pure ' tutto il Senato contro dei re, più non potendo so ferirne la superbia c gli affronti ; e fondò il consolalo, e prima di bandirli da Rema f coesi altri ministri del regio potere. 2'antochè ciò che dici contro del tribunato come introdotto mal fato, per la origine sediziosa, ciò dici ancora contro del consolato ; giacché non altra causa il fé nascere se rwri lo scuotersi de’ patrie j contro dei re. Ma che parlo io di queste cose con te quasi con cittadino buono e Moderato, quando tutti sanno che tu sei di^ stirpe mal grazioso, anzi acerbo, anzi infesto al popolo, nè buono da ingentilire la salvatichezea tua ? X) perchè non pospongo i detti, e ^ investo co’ fatti, e ti mostro che tu che non ti vergogni di chiamare il popolo un sordido, e senza casa, tu non sai quanta sia la forza di lui ? quanta quella del suo magistrato a cui le leggi ti obbligano di dar luogo e di cedere ? ma già lasciati 1 rammaricìd delle parole, comìncio le opere. E ciò detto giurò col giuramealo, più rive reado infra loro, di sostenere la legge; o di morire. E qui taciutisi lutti, e latti empiutisi di ansietà su ciò che farebbe : comandò che Appio ne andasse dall adunanza. E perciocché non ubbidiva, ma cingendosi coi littori e colia turba che aveasì perciò condotto di casa, ripugnava ad andare ; Lettorio, intimato pe’ banditori silenzio, consigliò che i tribuni facessero portare il console nella carcere. E qui la guardia di lui si avanzò, comandata, come ad arrestarlo ; ma il littore, che il primo se la ebbe innanzi, la battè e respinse. E levatosi romor grande e rammarico; v’accorse lo stesso Lettorìo, eccitando la turba in ' suo ajulo. Se gli oppose Appio con giovani bravi e numerosi; ed eccone quinci e quindi viluperauoni, grida, spinte ; talché la contesa divenivane zuflà, ornai cominciandovisi il trar delle pietre. Se non che ripresse tali colpi, e fece chn il male non procedesse più oltre Quinzio l’ altro console, cacciandosi egli c li più anziani de’ senatori, tra le minacce, e supplicando e scongiurando tutti a desistere. Non avanzava allora se non picciola parte del giorno, e però si divisero finalmente, ma di mal’ animo. Incoiparonsi i magistrati a vicenda ne’ giorni appresso : il console accusava i tribuni che tentassero di annientare il suo grado col volere in carcere chi lo rappresentava ; ed i tribuui il console, pe’ colpi portati su persone, sacre ed inviolabili per la legge ; e de’ colpi avea Lettorio i segni manifesti nel' sembiante. Intanto stavasi la città scissa e fremente. I tribuni ed il popolo occuparono il Campidoglio, non tralasciandone mai la guardia, giorno' e notte : il Senato adunatosi tenne lunga e travagliosa discussione intorno ai modi di chetar la discordia, considerando la gravezza del pericolo, e come nemmeno i consoli fossero uniti fra loo); giacché volea Quinzio conr^dere al popolo le istanze • moderate, ed Appio vi ripugnava, a costo ancora della vita. E poiché ninna cosa avea termine, Quinzio presi nn per uno i tribuni ed Appio, orando, scongiurando, raccomandava loro di antepoiTe il ben pubblico al proprio. E vedendo alfine ornai rimplacidili quelli, ma duro in sua caparbietà il console compagno; persuase Leitòrio e i seguaci di lui, sicché rimettessero al Senato l’esame de’ privati e pubblici risentimenti. ConTocato quindi il Senato, lodativi ampiamente i tribuni, e scongiurato il compagno a non contrastare la salvezza pubblica, invitò tutti, secondo il solito, a dirne il parer suo. Invitato per il primo Publio Valerio Poplicola, disse: che doveansi dal pubblico condonare, non portare in giudizio le incolpazioni vicendevoli de' tribuni e del console su quanto s’ avean fatto o sofferto nel tumulto; perchè non erosi fatto per mal animo, nè per ben propiro, ma per gara di preminenza in repubblica: quanto alla legge poi sen facesse previo decreto in Senato ; giacché Appio console non voleva che senza questo al popolo si proponesse. Del resto provvedessero tribuni e cofisoli insieme il buon ordino, e C armonia de' cittadini nel dar de' suffragi. Approvarono lutti quel dire ; e ben tosto Quinzio fe’ dare il volo a’ senatori su la legge. AcCusolla Appio per più capi, e -molto i tribuni se gli opposero, ma vinse (ìnalmente di gran lunga il partito per introdurla ì stesone il decreto del Senato, ne tacquero le gare de’ magistrati, il popplo di buon grado lo accolse, e fece co’ sufTragj suoi la legge. Da>quelip fino a miei tempi i comizj per tribù decidono col volo loro la scelta de’ tribuni e degli edili ^enza dipendenza ninna dagli augurj^e dalle cose di religione. E tal fu la soluzione de’ dissidj che di que’ giorni conturbarono Roma. L. Piacque dopo non molto ai Romani di arrolar le milizie, e spedire ambedue ^ consoli contro gli Equi e li Volsci: perocché nunziavasi loro eh’ erano uscite truppe Roma Catone Varrone] in gran numero deli’ uno e dell’ altro popolo e depredavano gli alleati Romani. Apparecchiati dunque in fretta gli eserciti, e sceltone colle sorti il comando ; Quinzio marciò contro gli Equi, ed Appio contro de’Volsci. Ma ciascun dei due consoli v’ ebbe le vicende che meritava. Imperocché l’armata di Quinzio benevola al vaientQomo per la moderazione, e per la dolcezza di lui, ne ubbidiva pronta i comandi, e le più volte anche senza comandi affrontava i pericoli, per acquistargli fama ed onore. Dond’è che scorse in gran parte, saccheggiando, la region de’ nemici ; senza eh’ ardissero questi venirne alle mani : e raccoltevi amplissime prede, e vantaggi, e dimoratavi alcun tempo scevra in tutto da mali; si presentò di bel nuovo in patria, rimenandovi il suo capitano luminóso per le belle azioni. Ma 1’ arntata, andatane con Appio, lasciò per odio di lui ipulti patrj dovéri; perocché fu mal animata in ogni spedizione e poco curante il suo duce: e quando le bisognò far battaglia co’ Volscl, schieratavi da . esso, ricusò di venire alle mani. Centurioni ed antesignani, chi lasciò la schiera sua, chi gettò 1’ insegna, e rifuggironsi agli alloggiamenti. E se gl’inimict, sorpresi dalla stranissima fuga, ed' intimoriti per essa di un qualche inganno, non desistevano dall’ incalzarli ; perivane il più de’Romani. Or ciò faceauo a mal cuore del capitano, sicché egli sulr esito di fauste battaglie, non crescesse col trionfo, e con altri onori. Nel giorno appresso ora il console redarguendoli per la fuga -ingloriosa, ora esortandoli a cancellarne la infamia con un generoso combattimento, ora minacciandoli che varrebbesi del rigor delle leggi se ig3 non teneansi fermi contro a’ pericoK, essi ìadociii tut>' lavia Io intronarono colle grida, e cltiesero che li ri> tirasse dalla guerra, come invalidi a pi& resistervi per le ferite. E quasi feriti davvero, ' aveansi alcuni fasciate membra sanissime. Appio adunque, necessitatovi, ritirò r esercito dalle terre nemiche; ed i Volaci tenendogli dietro, ne ticoisero'non pochi. Giunti in terre amiche, il cònsole convocatili, e fintine i grandi lamenti, annnnrìò che. punirebbeli come i disertori. E quantunque seniori e magistrati militari assai lo pregassero a temperarsi, nè volgere la patria di danno in danno ; egli non tenne conto di alcnno, e stabili la pena. Quindi i centarìoni le cui centurie fuggirono 'e li portatori delie bandiere, che le aveano peivlute, gli nm furono decapitati colle scuri, e gli altri Colle verghe battuti e morti. Del resto della diilizia ne peri, tirata a sorte, la decima parte per tatti. Tale fra Romani è il castigo per chi lascia l’ ordinanza, o getta la insegna. .Dopo ciò egli, duce odióso, condocendo 1’ avanzo dell’ esercito mesto è disonoralo ; ornai sovrastando i oomiz), si rimise in patria. Dichiarati consoli, dopo questi, Lncio Valerio per la seconda volta, e Tiberio Emilio ; i Tribuni contenutisi già per qualche tempo, introdussero di bel nuovo il discorso su la division de’ terreni. £d andatine ai consoli, chiesero supplichevoli ed insistenti che si mantenessero al popolo le proihesse fattegli dal Senato Addo di Roma 384 , piacciavi udirle o no, vi dico,, veracissimo e libero, come utili di presente, e sicure per P avvenire, se lascerete mai persuadervene ; quantunque per. me che affronto pel pubblico bene l'odio altrui saran causa di mali non pochi. Imperocché ragionando antivedo, e presentami i casi altrui come norma de'miei. Appio cosi disse, e consenlendo con lui quasi tutti, fu sciolto il Senato. Irriuronsi i tribuni per la ripulsa : e partitisi, considerarono come punirne un tal uomo. In mezEO al molto discutere piacque loro di sottoporre Appio ad un giudizio capitale. Pertanto accu sandolo .nell’ adunanza del popolo, invitarono tutti a venire in giorno determinato, per sentenziare su lui. Sarebbero queste le incolpazioni, vuol dire che stabiliva massime ree cofilro il popolo ; che riaccese in città la sedizione ; che alzò viqlento le mani sul tribuno ad onta delle leggi sacrosante ; e che duce delC esercito, sen tornò pieno di sciagura, e (T infamia. Annunziate tali cose al popolo, e destinato il giorno in cui di(^ vano che ne farebber la causa, intimarono ad Appio di comparire a difendersi. Sen dolsero e prepararonsi i padri Con tutto l’ ardore a salvarlo. Eid esortandolo a cedere al tempo, e prender abito conveniente alle cir> costanze ; replicò che mai non farebbe azione vile, nè degna delle precedenti; e che sosterrebbe anzi mille morti che prostrarsi supplichevole ad alcuno. Rimosse alquanti ‘che eran pronti d’ Intercedere per lui, dicendo: die sarebbegli stata doppia vergogna, se vedesse altri fare per lui ciocché non' dovea fare nemmeno per sè stesso. Dette queste, e cose consimili, senza cambiar vestimenti, nè tener di sembiante, nè llul fìnsero che per una Infermità morisse. Portatone quindi il cadavere nel Foro, -il Gglio di lui fattosi innanzi ai tribuni ed ai consoli dimandò che convocassero Tadananza legittima; e ^mettessero a lui di lare sul padre suo la -funebre laudazione, usala in morte de’ Valentuomini. Intimarono ai consoli l’adu nanzB ; ina vi ripugnarono itribuni, ed imposero al giovine di tor via quei cadavere. Non sofferse il popolo né guardò con indifferenza clte inonorato il cadavere si rimovesse ; ma concedette al > 6glU> di rendere i consueti onori al padre : £ tale fu la fine di Appio. I consoli arrotarono, e cavarono di città le milizie ; Lucio Valerio per combattere gli Equi e Tiberio Valerio i Sabini ; perciocché gli ultimi ne’ tempi della sedizione entrarono il territorio romano, e danneggiatane gran parte, ne partirono con amplissima preda : gli Equi poi venuti più volte alle mani, e presevi molte ferite, eransi riparati in luogo fortissimo, nè più ne scendevano per combattere. Ben tec^ò Valerio di assediare quelle trincee, ma ne fu proibito dal cielo. Imperòcclié mentre v’andava e ponessi all’opera; si mise il cielo in caligine, in pioggie, in fulgori, e tuoni spaventevoli. Se ne sbandò l’ esercito, ma sbandatosi appena cessò la procella : e fecesi grande serenità. Prese il console come cosa di religione un tal fatto : e perciocché gl’ indovini diceano non essere da por quell’assedio ; egli diè volta, e saccheggiò la terra; e lasciata in utile de soldati la preda, ricondusse in patria l’eser cito. Tiberio Emilio però scOrrea fin dal principio con assai negligenza le regioni" de’ nemici, nè aspettavano ornai più le milizie; quando uscirono a fronte i Saliini, e sen fece battaglia ordinata, quasi dal mezzodì fino a sera. Sorprese dalla notte ritiraronsi le armate ciascuna aoi al suo campo, nè vincitori nè vinte. Ne’giorai appresso i duci presero cura de’ loro estinti, e munirono di fossa gli alloggiamenti ; ambedue con proposito di difender' visi, non di uscirne per offendere. Poi col volger del tempo levarono le tende, e partironsi cogli eserciti. L’ anno dopo nella olimpiade settantesima ottava in cui vinse nello stadio Parmenide di Possido> nia, mentre Teagene vea l’ annuo magistrato di Atene, furono in Roma consoli Aulo Verginio Cclimoutano e Tito Numicio Prisco. Ascesi appena questi al comando, ridicevasi che giungevano i Volsci con esercito poderoso. Nè mólto dopo fu invaso da essi, e dato alle Gamme un posto ne’ dintorni di Roma : e non essendo questo mollo lontano ; il fumo stesso annunziava alia città l’in ibrtunio. Immantinente, essendo ancor notte, inviarono i consoli de’ cavalieri per osservare, e misero guardie su le mura; ed essi stessi schieratisi fuori delle pqrte co’ soldati più spediti, v’ a^ettavano i ' rapporti de’ cavalieri. Fatto giorno raccolta la milizia che avevasi iu Roma, andarono contro a’ nemici: ma questi, derubato il luogo' ed incendiatolo, ne erano ben tosto partiti. Liberarono r consoli )e cose che ardevano ancora, e lasciatovi un presidio sen tornarono a Roma. Pochi giorni appresso usci coll’ armata propria, e con quella degli alleati l’ uno e 1’ altro console : Yergiulo contro degli Equi e Numicio contro de Volsci : e ciascuno se n’ ebbe fra le armi il successo che desiderava. Devastando Verginio le terre degli Equi non ardirono questi Attuo di Roma z85 tecondo Calotte, >87 secondo Varroac, e 4^ av. Cristo. di venire alle mani. Ben posero nna imboscata di uomini scelti ove speravano di piombare su l’inimico sban> dato; ma vanissima ne fu la speranza. Imperocché saputosi ben tosto pe’ Romani, fecevisi vigorosa battaglia: ove gli Equi tanto perderon de’ suoi die più allora non vennero al paragone delle armi. Numicio marciò su la città degli Anziati, 1’ uua allora delle primarie tra’VoIsci, ma non se gii oppose armata niuna, riducendosi tutti a rispingerlo da entro le mura. Fu dunque saccheggiato gran tratto della lor terra, e presa una cittadella in sui lido, la quale era per essi come arsenale ed emporio, ove concentravano il molto che andavano depredando sul mare. L’ esercito si attribuì per concessione dei console gli schiavi, i danari, i bestiami, le merci : ma gli uomini liberi che non erano periti tra la guerra furono presentati all’ incanto. Si acquistarono nommeno su gli Anziati ventidue navi lunghe, ed apparecchi ed armi di navi. Alfine per comando del console i Romani ne bruciarono le case, ne devastarono l’ arsenale, e ne distrussero da’ fondamenti le mura; perchè, ritirandosene essi, quel luogo non fosse un castello vantaggioso per gli Anziati. Tali furono le azioni separate de’ consoli ; poi. gettatisi insieme sui territorio dei Sabini, e depredatolo, rimenarono a Roma gli eserciti; e r anno finì. L’anno appresso fatti appena consoli Tito Quinzio Capitolino, e Quinto Servilio Prisco, tutta la milizia romana fu in arme, e spontanea si presentò Auno di Roma aS6, secondo Catone, aS8 secondo Varrone, e 4^ av Cristo.. ao3 quella degli alleati, prima che richiesti ne fossero. Dopo ciò fatte suppliche ai nami, ed espiato l’esercito, mar> ciarono i consoli contro a nemici. Li Sabini contro ai quali era andato Servilio, non che schierarsi in batta> glia, non nscirono nemmenoall’ aperto: ma tenendoM dentro del chiuso, lascravano che si devastassero loro le terre, s’ incendiasser ’ le case, e gli schiavi se ne fuggis . sero. Dond’ i che i Romani tornarono a grand’ agio dalle lor terre, carichi di preda, e risplendenti di glo ria. E cosi terminò la spedizion di Servilio. Quinzio, ed il seguito suo, movendosi con marcia più che mili tare contro gli Equi, ed i Volsci, venuti ambedue dalle regioni loro in un sito stesso a combattere per gli altri, ed accampatisi davanti di • Anzio : diedesi a vedere improvviso. E fermatosi non lungi dal campo loro in tm luogo, basso per sé medesimo, che era quello ap> punto dove prima fa veduto e vide gli avversar), posevi le bagaglie per far mostra di non temere i nemici, quantunque superiori di numero. Or com’ ebbero ambedue tutto in punto per la battaglia, uscirono in campo, cd avventatisi pugnarono infino al mezzogiorno. Non cedevano, non superavano, quésti o quelli, ristorando sempre la parte che vacillava, co’sussidj ordinàli per questo. Allora quando come superiori di nnmero, cominciarono i Yolsci e gli Equi a vantaggiare ^ e pre> valerne; non avendo i Romani moltitudine, pari all’ardore, Quinzio veduti estinti molti de’ suoi, e ferito il più de’ superstiti, era per intima ve la ritirata : ma temendo poi di dar vista ài nemici di fuggire; concluse, ch’egli dovea cimentarsi. E scelto il nerbo de’cavalieri. Digitized by Google 2o4 delle antichità’ bomane vola in soccorso de' laoi nell' ala destra, dove principalmente perìcclavaoOi Ed ora sgridando di codardia li duci stessi, ora ricordando le passale battaglie, e dipingendo la infamia ed il pericolo loro se fuggivano; alfine disse una cosa Gota sì, ma cbe rincorò li suoi più che tutto, e sbigottì F ibiiuico. Egli divulgò che r allr ala sua incalsava già gli avversar}, e già stava prossima agli alloggiamenti r e divulgandolo, spronò sui nemici ; e sceso di cavallo co’ bravi suoi cavalieri, prese a combattere di piè fermo. Tornò l’ audacia aUora nei suoi che ornai si abbandonavano, e divenuti quasi altri da quelli cbe erano, fulminaronsi tutti sul nemico. Talché li Volsci contrapposti -appunto in quella parte, dopo aver luogo tempo résislito, piegarono finalmente. Quinzio fiigaiili appena, rimonta il cavallo e corre all’ altr’ala, e mostravi a’ fanti suoi disfatta l’ala nemica, e raccomanda che non sieno per virtù minori de’compagni. Dopo ciò niono più de' nemici 'tenne fronte, ma fuggirono tutti alle trincee. Non gl’ inseguirono lungo tempo i Romani, ma beutoste se he rivolsero forzali dalla stanchezza, nè più 'avendo ornai l’arme, pari al bisogno. Decorsi alquanti giorni, convenuti per seppellire gli estinti e curare i mal conci, avendo già riparato quanto mancava loro per combattere, fecero nuovo conflitto intorno gli alloggiamenti romani. Imperoccliè venute nuove reclute ai Volsci e agli Equi dalle terre circonvicine, inanimito il capitano perchè i suoi erano il quintuplo de’ Romani, e perchè vedeva le trincee di questi su luogo non abbastanza munito, credette il buon punto d’ assalirvegli. Con tal disegno guidò. . ao5 su la mezza notte 1’ esercito intorno al vallo de’ Romani, e cinseli, e tineli in guardia, percbè inosservati non s’ involassero. Quinzio saputa la moltitudine de’ nemici, ebbe caro di accoglierla. Ed aspettaudo che fosse • giorno, e principalmente Tura nella quale il Foro suol riempirsi, quando vide > che i nemici venivano ornai stanchi dalla vigilia e dalle scaramucce, non per centurie, nè in schiera, ma confasi e sparsi; immantinente, spalancale le porte, precipita su loro col nerbo de’ cavalieri, mentre i fanti lo seguitavano serrati e stretti. Sbalorditi i Yolsci dall’ audacia, dopo aver sostenuta bteve tempo la furia della irruzione, rinculano, e lasciano gli alloggiamenti. E percbè non lungi da questi aveasi un colle alquanto elevato ; vi accorrono, come a riprendervi requie ed órdine. 'Non riuscì però loro di fermarsi e di riaversi, giungendo ben tosto i nemici, stretti quanto poteano colle coorti, per non esserne trabalzali, nell’ ascendere a forza la pendice. Fattasi azione vivissima per gran parte del giorno, ne perirono molti diagli ani e degli altri. I Volaci, 'tuttoché superiori nel numero,. e rassicurati dal posto occupalo, nou goderono alcuno de’ dué vantaggi : ma violentati dall’ardore e dalla virtù de’ Romani, abbandonarono il colle. F uggendo però verso le trincee, molti ne soccomberono. Imperocché non cessarono i Romani d’inseguirli, ma tennero immantinente .dietro loro, senza desisterne, finché ne presero a forza il campo. Impadronilivisi dei prigionieri e di ogni cosa lasciatavi cavalli, armi, danari, che erau pur molli, passarono ivi la notte. Nel giorno appresso il console, apparecchialo ciocché bisoDigitized by Google 2o6 delle antichità’ romane goava per un assedio, diresse 1’ esercito alla città degli Ansiati, uon lontana più di trenu stadj. Per avvenlora ivi slavan di guardia alquanti Equi ausiliarj e custodivan le mura, e questi per terrore della baldanza romana naacchinavan fuggirsene. Saputo dagli Anziati, ed impediti partirne, congiurarono dar la cittade a’Roraani che si appressavano. Gli Anziati avuto sentore pur di questo, cedettero al tempo : E imnvenutisi cpn loro ; si diedero a Quinzio, in modo che gli Equi pe^ patto si dimettessero, accettassero gli Anziati in città la guarnigione, e seguissero i comandi de’ Romani. Divenuto pertanto il console arbitro della città, pigliatine stipendi ed altri bisogni dell’ esercito, e presidiatala, se ne ritirò. Uscitogli per tal gesta incontra il Senato, lo accolse gratissimamente, e lo onorò del trionfo. L’anno -appresso furono consoli Tiberio Emilio per la seconda volu, e Quinto Fabio Ggliuolo dell’ uno dei tre fratelli, duci già della guarnigione spedita in Cremerà^ ed 'ivi periti co’ loro clienti. Ora. favorendo Emilio console ai tribuni, e rimescendo qu^ti di bel nuovo il popolo intorao la divisione de’ campi ; il Senato voglioso di cattivarselo, e sollevarne i poveri, stabili di compartir loro uu tratto del territoifio conquistato r anno avanti su gli Anziati. Furono deputati per la divisione Tito Quinzio Capitolino, quello appunto a cui si erano gli Anziati venduti, e Lucio Furio ed Àulo Verginio. Non stumio Albino per la prima volta, e Quinto Servilio Prisco per la seconda. Nei lor giorni gli Equi risolvei Roma Catone Vsrrone e tero vioiai-e i patti, recenti co’ Romani, per questa cagrane. Gli Aoziati che avevano case e campi, rimasero nella lor patria, coltivando le terre ad essi concedute, come quelle attribuite ai coloni, a’ quali davano con regole Gsse parte del frutto :quelli perd che unila più avevan di questo, si trasmigrarono. Gli accolsero di buon grado gli Equi fra loro ; ma uscendone, d^>redavx> le terre latine : dond’ è cbe 'i più audaci, e più poveri ancora degli Equi, fecero causa con essi. Lamentarono i' Latini r insulto in Senato, e'tdiiesero che mandasse loro un esercito, o loro concedesse di ribattere gli autori delia guerra. Il Senato, udito eiò, nè inviare un esercito, né permise ai Latini che lo menassero : ma scelti tre ambasciadori, capo de quali era Fa-,bio, quegli che l' anno avanti avea conchiuso il trattato, ordinò loro di chiedere dai primarj della nazione, se mandava il pdbtdico per qite’ latrocini ne’campi degli alleati di Roma, anzi di Roma stessa, ne’ quali eransi anche fatte alcune scorrerie da, quegli esuli : o se il pubblico non avea di ciò colpa ninna : E se diceano che r opera era de’ privati senza volere del popolo ; chiedessero nelle mani le predé nomuMno ohe i predatori. Venuti gli oratori, ed ascoltatili ; gli Equi diedero oblique risposte, dicendo, che 1’ opera non era certo fatta per pubblico voto, ma che non istimavano bene consegnarne gli autori, perché, ridotti già senza patria, e vaganti, erano come supplichevoli stati ricevuti nelle campagne (t). AddoloravaSi Fabio, e reclamava i patti Vuol c^ita pareva loro come tradire la fede oepiiale, $e ti conergnaTeoo. Linno IX. 209 traditi, pur vedendo che gli Equi s’inGngevano, e dimandavano tempo a consultarsi, e lo intrattenevano come pe’ doveri ospitali ; si rimase infra loro con di> segno di esplorare le cose della città. E visitando ogni luogo sul titolo di vagheggiarvi le cose dei templi e del popolo, gli opifizj delle arme da guerra o Gnite o che si lavoravano, comprese i loro disegni. Tornato n Roma disse in Senato quanto aveva udito, e veduto. Ed il Senato, non più dubbioso, decretò che si mandassero i F eciali per intimare agli Equi la guerra, se non cacciavan da loro i fuorusciti di Anzio, nè promettevano rintegrare i danneggiati. Replicarono gli Equi baldanzosi, Gno a dir che accettavano, nè già di mala ' voglia, la guerra. Li nigione su’ turbolenti di Anzio, onde rassicurarsene, e Spurio Furio l’altro de’consoli coll'esercito contro degli Equi. Marciò ben tosto 1’ uno e 1’ altro ; nfa gli Equi udendo uscita già l’armata romana si mq^sero da’ campi degli Ernici per incontrarla. Vedutisi appena fra loro, tutto che non fossero molto distanti, per quel giorno si trìncierarono. Nel giorno appresso i nemici vennero quasi alle trincee de’Romani per. esplorarvenè gli animi. E poiché questi non uscivano alla battaglia, fattevi delle scaramucce, e niente di memorando, sen partirono assai Allude ai Romaui' portali non molto prima iif Aniio, come coloni pcrchi nel tempo slesto invigilassero e lenestero iit soggeunn^ Ig città proclive alla ribellione magnificandosene. Il cohsole lasciate nel giorno seguente quelle trincee, come non molto, sicure, trasposele in sito più acconcio, e vi scavò fossa più profonda ^ e vi piantò steccati più alti. Crebbe a tal vista il cuor dei nemici, e molto più quando ad essi pervennero altri snssidj de’ Volaci e degli Equi ; tanto che senza più indugi marciarono al campo romano. Il console considerando che a lui. non bastava r>esercito contro le dpe nazioni, spedisce alcuni cavalieri con lettere' in Roma perchè mandisi a lui pronto soccorso, pericolandogli tutta l’ armata. Giuntivi questi su la mezza notte, Postumio il collega di lui ricevendole, fe’ convocare per via di molti araldi i padri in Senato: e prima che il di si chiarisse, crasi decretato che Tito Quinzio già console per la terza volta portasse bentosto con autorità proconsolare il fior de’ giovani a piedi ed a cavallo sul nemico, c che Aulo Postumio il console raccolte il più presto le altre milizie, a raccoglier le quali vi abbisognava più tempo, li soccorresse. Quinzio riuniti sul principio del giorno presso a cinque mila volontari, dopo non molto marciò. Gli Equi ciò sospettando non istavansi a bada : ma deliberati d’ assalir le trincee de’ Romani prima che vi giungesse il soccorso, si divisero in 'due corpi, e t’ andarono per espugnarle colla forza, e col numero. Fecesi per tutto il giorno calda battaglia, spingendosi questi audacemente in più parti su’ ripari, nè reprimendosene pe’ tiri continui delle lance, degli archi, e delle fionde. Adunque, confortativisi a vicenda, il console ed il legato spalancando in uri tempo le porte, ne sboccano, e piombando co’soldati più validi da ambedue le parti del campo su i ne mici, ne rispingono quanti vi salivano. Messili in fuga, il console insegai breve tempo i soldati a lui coatraposti, e poi si ripiegò: ma il fratello suo e Publio F urio il legato trasportati dalla impresa e dall’ ardore corsero incalzando e uccidendo fino al campo nemico ; e non avean seco se non due coorti, numerose in .tutto di mille uomini. Gli avversar) loro be erano intorno a cinque mila, osservato ciò, si avventano dagli steccati.. E mentre questi vengon di fronte, la cavalleria, fatto un giro, prende alle spalle i Romani. Publio ed il seguito suo cosi circondato e disunito dal resto de suoi ben potea salvarsi se cedeva le arme, esibendogli questo i nemici, cbe assai valutavano far prigionierì que’mille bravi, quasi potessero in vista di essi ottener pace ono rata: ma i Romani spregiato l’invito ed animatisi a non far cosa indegna della patria, combatterono e spirarono tutti Ira’ cadaveri de’ nemici. Morti questi, gli Equi inebbriati dal buon successo presentaronsi alle trincee romane elevando confitto alle aste il capo di Publio e di altri cospicui, per iscoraggirne quei d’ entro, e necessitarli a ceder le arme. Ma se venne ad essi pietà per la sciagura degli estinti compagni, e se ne pianser la sorte, si moltiplicò ben anche lo spirito per combattere e l’ onorato amore di vincere o di morir come quelli prima che andar prigionieri. Circondati dunque, com’erano de’ nemici, passarono i Romani senza' sonno là notte, riordinando le parli che aveano soiferto nelle trincee, e quant’ altro mai potea respingere gl’ inimici se tentavano un altra volta investirveli. F ecest nel giorno appresso di bel nuovo r assalto, schiaotandovisi lo steccalo in più parti. Più volte furono gli Equi respinti da quei d entro che ne uscivano a schiere, e più volte nell’ audacia delle soi> lite, lo furono questi dagli Equi. Durò tutto il di la vicenda: quando fu il console romano ferito nel femore da uno strale a traverso dello scudo, e feriti pur furono ^ molti de’ più rignardevoli, quanti li combattevano infoiano. Ornai vacillavano t Romani, quando su l’ imbrunir della sera ecco inopinatamente apparire Quinzio per soccorrerli col corpo de’ prodi volontarj. I nemici, vedutili che avanzavano, diedero di volta, lasciando l’assedio imperfetto: ma quei d’ entro incalzandoli nella ritirata facean strazio della retroguardia : se non che indeboliti per la più parte dalle ferite, non gl’ inseguirono a lungo ; ma presto si ripiegarono verso il lor campo. Dopo ciò si tennero gli uhi e gli altri lungo tempo fra le trincee, guardando sestessi. Quindi mentre il nerbo de’ Romani era impegnato in campo, altre milizie di Equi e di Volaci credendo il buon punto d’ ime depredando la regione, uscirono tra la notte ; ed invasala in parte lontanissima dove gli agricoltori viveano scevri d’ogni paura, occuparono non poco di robe e di nomini. Non però ne ebbero bella in,dné né facile la ritirata, imperocché Postumio il console mepaudo agli assediati nel campo i soccorsi adunati, appena udì le operazioni de' nemici, si presentò loro contro la espettazione. Non sbalordironsi essi, nè tremarono, ma ponendo a bell’agio le bagaglio e le prede in luogo sicuro, e lasciandovi guarnigione delle antichità’ romane che bastasse, marciarono ordinali al nemico. Venuti alle mani, sebben pochi contro molli, fecero memorabili prove. Imperocché precipitandosi giù dalle campagne uomini in copia cinti di lieve armatura conir’ essi che eran tutto arme il corpo, fecero grande uccision dei Romani ; e per poco non si ritirarono, lasciando nell’altrui territorio un trofeo su gli assalitori. Ma il console e con esso i cavalieri più scelti spronandosi a redini abbandonate su’ loro, dov^ erano il forte, e combattevano ; ve li sbaragliarono e prostrarono in copia. Battuti que’ pnmi, anche il resto dell’ armata respinto fuggì : e la guaniigìone delle bagaglie, lasciatele, s involò di su pe’ monti vicini. Cosi pochi moriron di essi nella battaglia ; ma moltissimi nella fuga, perchè ignari de’ luoghi ed inseguiti dalla cavalleria de’ Romani. Intanto Servio 1’ altro console persuaso che il collega ne veniva a lui per soccorrerlo, e temendo che 1 nemici ^non gli uscissero incontra e glien traversasser la strada ; risolvè frastornameli, con assalirli negli aU loggiamenti. Questi però lo prevennero; perciocché sapuu la sciagura de’ compagni dai predatori salvatisi, levarono il campoj e nella notte, che fu la prima dopo la battaglia, rientrarono in città, senza che avesser potuto tptanto aveano disegnato. Ma se ne periron di loro tra le battaglie e i foraggi ; ne soggiacquero nella fuga d’ allora assai più di prima (ra quelli che restavano addietro. Aggravati questi dal travaglio e dalle ferite, Iraendosi a stento innanzi, perchè non .prestavansi ad essi i lor membri, stramazzavano, vinti principalmente dalla sete, presso de’ ruscelli e de’ dumi : e raggiunti da’cavallert romani, erano trncidali. Netnraeno i Romani tornarono felici in tutto da quella f guerra ; perdutivi molti valentuomini, ed il legato che vi si .era segnalato, più che tutti, nel combattere. Non pertanto rivennero in patria con una vittoria non inferiore a ninna. E ciù fecesi in quel consolato. Sacceduti consoli Lucio Ebusio, e Pnblio Servilio Prisco ; k Romani plinti da mori>o contagioso, quanto mai più per addietro, non fecero in queir anno cosa ninna degna di rimembranza nè in guerra nè in pace. Gettatosi quel morbo in prima tra gli armenti de’ cavalli, e de’ bovi, e poi delle capre e delle pecore, disfece quasi tutti i quadrupedi. Quindi serpeggiando tra' pastori e tra’ coloni via via per tutta la regione, in ultimo invase anche Roma. Non è facile ridire quanti servi, quanti mercenàrj, quanti della, classe indigente perissero. Da principio se ne trasportavano i cadaveri a mucchi su’ carri : ma poi quelli. de’, men riguardevoli si gettarono nella corrente del fiume. Contasene perito il quarto de’ senatori, e con essi i due consoli, ed il più de’ tribuni. Cominciò quel morbo intorno a’ primi di settembre, e prosegui per un anno in^ro, investendo e consumandone di ogni, sesso e di ogni età. Saputosi tra’ vicini il disastro romano, gli Equi ed i Yolsci lo riputarono occasione bonissima da levare sene il giogo, e fecero patti, e giuramenti, di alleanza fra loro. Quindi preparato quant’ era d' uopo per 1’ assedio, uscirono gli uni e gli altri il più presto colle Roma Catone Vartoae milizie; inondando su le prime il territorio de Latini e degli Emici, onde precludere a Roma il soccorso degli alleati. E nel giorno che giunsero ai Senato gli oratori de’ due popoli assaliti per ottenerne ajuto, in quei giorno appunto era morto Ebuzio 1’ uno de consoli standosi già Servilio, eh era 1’ altro, per morire. Or questo, sopravvivendo anche un poco, convocò il Sepa to. Portativi i più de’ padri malvivi su le lettighe dichiararono ai legati di annunziare a lor popoli ^ che U Senato concedeva ad essi di respingere col proprio valore i nemici, finché il consolo si risanasse, e fosse raccolto un esercito per soccorrerli. A tali risposte i Latini concentrato ciocché poteano dalie campagne, guardavano le mura, trascurando ogni altro danno. Ma gli Eroici non reggendo al guasto ed al sacco de’ campi, diedero all’ armi, ed uscirono. Infine dopo fatte luminose battaglie con perdervi molti ^de’ loro ed uccidervi molto più de nemici, fuggirono, necessitati, fra le mura, né tentarono più di combattere. Pertanto gli Equi ed i Volsci, depredatone il territorio, si avvanzarono impunemente ai campi Tuscolani. E derubati pur questi senza che ninno li respingesse, scorsero fino ai Sabini ; e giratisi impunemente anche su le terre loro, avviaronsi a Roma. Ben poterono essi turbarla; non però conquistarla. Quanlun que languidi nella persona, e perduta 1 uno e F altro console, mortone di fresco ancora Servilio, armatisi oltre le forze i Romani, si misero su le mura. Estese allora per circuito quanto quelle di Atene, sorgeano queste parte su i colli e su. scogli dirotti, fortissimi per, a 19 natura, e bisogoevoli appena di difesa, e parte assicurate dall’ alveo del Tevere, fiume largo quattrocento piedi , profondo da navigarvisi con legni grandi; rapido quant altri e vorticoso nel corso. Non passasi questo appiedi se non per vìa de’ ponti, de’ quali ve n era allora sol uno, e di legno, cui disfacevano nei tempi di guerra. Il lato di Roma men arduo ad espu gnarsi dalla porta chiamata Esquilina fino alla Collina era fortificalo eoli’ arte; imperocché scavata innanzi ci avevano una fossa, larga, dove' eralo il meno, più di cento piedi, e cupa di trenta, è quinci e quindi su la fossa elevavasi un moro, cinto da argine interno ampio ed alto, talché né battere quello si potrebbe cogli arieti, né rovesciar sbucandone le fondamenta. Lungo questo lato circa sette stadj spandesi cinquanta piedi per largo. Or qui schieratisi in folla i Romani respingevano 1’ as salto nemico :perocché noù sapevano allora i mortali né far testuggini sotterranee, né macchine espugnatrict delle mura. Diffidatisi gli assalitori di prendere la città ritiraronsi dalle mura, e devastandone, ovunque passavano la campagna, sea tornarono in>patria. I Romani come sogliono quando restano senza chi comandi, scelsero gl’ interré per tenere i comizj, e vi crearono consoli .Lucio Lucrezio e Tito Veturio Gemino (z). Sotto questi ebbe requie la pestilenza; puc 'Wel testo: ntritfit rìkirftr : la toco rXtrftr ’ interpreta da altri per jugero : Svida la interpreta per cesto piedi. Ma tale cspoiisione noa corrisponde. ' (a) Aano di Roma aga secondo Catone, 394 secondo Varrone, e 46a av. Qrisio. 1 furono diflerite le controversie civili private o pubbliche: e tentando Sesto Tito T uno dé’ tribuni >, riaccendere quella su la division de’ terreni; il popolo gli si oppose, e rimisela a tempi più acconci. Eccitossi in tutti in vece I un desiderio di punire quanti aveano dato guerra alla repubblica ne’ giorni del morbo. Cosi decretata la guerra dal Senato, e ratiScata ' dal popolo, si arrolarono le soldatesche : e ninno di anni militari, quantunque pri> vilegiatone per le leggi, cercò sottrarsi da quell’ impresa. Diviso r esercito in tre parti 1 una fu lasciata in guardia di Roma sotto gli auspicj di Quinto Fabio, uomo consolare ; e le altre seguirono i consoli contro i Yolsci e gli Equi. Aveano gii' fatto altrettanto i nemici. Riunitesi le milizie migliori d’ ambedue quelle nazioni, teneano il campo aperto sotto due capitani per cominciare dalla terra degli Ernici, dove ' allor si trovavano, a devastarne quanta ne soggiaceva ai Romani : la parte men atta delle ipilizie crasi lasciata in custodia delle città, perchè su di esse' ngn venisse irruzione improvvisa dagli emoli. Avuto infra loro consiglio, crederono i consoli il meglio d’ investire innanzi tutto le lorp città sul riflesso che la unione delle armate si scioglierebbe, se ciascuno udisse ridotta in pericolo estremo la sua patria ; giacché riputerebbero assai meglio salivare le proprie cose che guastar le ini miche. G)sl Lucrezio piotnbò su gli Equi, e Yeturio su i Yolsci. Gli Equi trascurando ogni rovina di fuòri guardavano la città e li castelli. In opposito i Yolsci ardimentosi, arroganti, spregiando 1’ armata Romana come diseguale contro la Lisno IX. 221 lor ffloltitudiae, uscirooo 4 combattere pel territorio proprio, e misero il campo presso di Yeturio Ma come accade a milizie receuti, raccolte per la circostanza alla rinfusa di mezzo a villani e cittadini, privi in gran parte di arme o di sperienza, non ebbero cuore nemmen di venire alle mani : e perturbatine i più fin dal primo avventarsi de’ Romani, non reggendo nè al suono delle arme percosse, nè ai gridi, preludio della battaglia, tornarono con dirottissima fuga in città. Dond’ è che incalzati dalia cavallwia ne perirono molti nello stretto de’ sentieri, e più ancora mentre a gara si cacciano tra le porte. A tale disastro accusarono i Yolsct sestessi d’ imprudenza, nè più tentarono di cimenUrsi. Li capitani però che tenevano in campo aperto le milizie dei Yolsci e degli Equi all’ udire, com’ erano investite le loro città, deliberano di fare ancor essi alcuna magnanima impresa, levandosi dalle terre de’ Latini e degli Eroici, e marciando on quanta avean furia e prestezza su Roma. .Ancor essi avean mira che rinscisse loro r uno o 1’ altro de’ due belli disegni, cioè d’ invadere Roma,improvvista, o di richiamarvene le armate di lei dai loro territori, necessitando ti consoli a soccorrer la patria. Su tale pensiero marciarono a gran fretta per essere inaspettati su Rotna, coll’ effetto delr opera. Avvicinatisi di nuovo al Tuscolo, udendo che le mura di Roma erano tutte piene di arme, e che in antecedente aveva tentalo il primo d’ iikrodiuTe tale eguaglianza ; ma dovette lasciar I opera imperfetta, tro-; vandosi U gran numero del popolo nell' armata in sai' campi nemici, tenutovi ad arte.,da’ consoli, finché il tempo finisse del loro governo. IL Postisi quindi a tale impresa il uibubo Aulo Veoginio’e li colleghi, t voleano consumarla: ma i consoli, col Senato, e. con altri in città. più potenti adoperavansi costantemente per ogni maniera,, affinchè ciò non seguisse, nè dovessero governare secondo le leggi : e. più volle sen tenne 1’ adunanza del Senato, piA volte quella del popolo ; facendo i lor magistrati ogni sforzo gli uni contro degli altri ; doiid’ era a tutti viàbile che verreb!>e da' tanto Jisàdio alla città disastro insanabile e grande. A tali |>resagj. dai canto degli uomini agglongevansi i terrori dal canto del cielo, d’ alcuni de' quali non Irovavansi L àmili ne’ pubblici scritti, né, par monumento qualunque. Ben trovavanà occorse ancora in antico e coiTuacazioni soorrenti pelcielo ed. accensioni fissa in un luogo, muggiti e scosse continue delia terra,. e larve qua e là vaganti per l’aere, e voci desolatrioi, e cose alirallali: ma ciò che non erasi mai nè sperimentalo nà udito, e che più che lutti perturbava., era che il cielo navigò. dirottamente pQngià con nembo, dii neve, ma con brani, più o men grandi di carne; che tali cairn momot, ltrio di ''contndirla fino al ritorno del terso mercato. Or molti, d^l Seoatè giovani e vecch), nè giè de’ più dispregevoli, la contraddissero per più giorni cou as^ai studiati discorsi. Stanchi poscia 1 tribuoi per tanto consumarsi di tempo, più non per> misero che altri aringasse in contrario: ma predesti Dando il giorno nel quale espedire la legge, invitarono i plebei a raccogliersi appunto in quello, giacché non sarebbero più conturbati dalle lunghe concioni, ma voterebbero su di essa per tribù. Cosi promisero, e sciolsero 4’ adunanza. Dopo ciò li consoli e li patrizj più potenti andatine più esasperali ad essi reclamarono, e dissero che non permetterebbero che introducessero leggi senza previo decreto del Senato : SSSMUS IM lecci t patti DELLE ANTICHITÀ’ ROMANE DSL COMVNS DELLB ClTtjC IfOTf DI ONA PARTE DS~. GLI ABlTAafl DI QUESTE : CHE QUAWDO LA PARTE-, MEIf SANA VI da' leggi ALLA MIGLIORE A PRSf.UDlO MANIFESTO DI DANNO TRISTO, INSANABILE, SCON GISSIMO. Quale., aggiuDgevaQO qtuU potere avete voi o. tribuni di far leggi o distruggerle ? Voi non avete con questi diritti ricevuta dal Senato là magistratura: voi chiedeste il tribunato in difesa de' poveri offesi o soverchiati, non per altra briga niuna. Che se aveste già prima tal potenza cedendo il Senato ad ogni vostra pretensione ; non C avete voi questa, perduta col mutar dei comizj ? perciocché non i Pereti, del Sornald', non i voti dati per centurie destinano voi per tiibuni: voi non premettete ai comizj per la vostra creazione nè i sagfijicj dovuti per legge, né altri ossequj verso de' numi, nè pietose -opere verso degli uomini. Come a voi si appartiene far cose ( quali appunto sono le leggi) che ahbisognavtmo' di culto e di sagrifizj di un dato rito, se i riti tutti violate f Coai lissero ai tribuni i patrixj seniori, cosi li giovani, .che andarono cinti da un seguito per la città : e rìcuperà^ rono colle dolci i cittadini più miti spaventando i ca-, parbj e K turbolenti se non faceano, senno, col terroc de’ pericoli : anzi battendo come schiavi, ed^ escludendo dal Foro alcuni de’ più bisognosi ed abjelti, i qualt non curavano se non l’ utile proprio. • V. L’ uno di quelli ebe ebbe maggior seguilo, e che poteva aUora più di lutti i giovani fu Quinzio Cesone, figlio di Lucio Quinzio chiamato Cincinnato, nobile, Straricco, bellissimo, valentissimo nelle armi, e nel dire Or questi molto allora si scaricò su' plebei, non aste nendosi' nè da parole, molesiissitne ad uomini liberi, nè da’ fatti corrispondenti alle parole, Pertanto i pairizj lo onoravano, e ^istigavanlò più a tener fronte ai perìcoli, promettendogli sicurezza essi stessi : ma i plebei r odiavano più che ogni altro. Or da 'un tal uomo risolverono liberarsi i tribuni avanti tutto per abbattere in esso gli altri giovani, e necessitarli ad esser più savj. Ciò risoluto, e preparati assai discorsi e lestimon}^, lo dtardno come reo di pubblica offesa per punirlo 'di morte. Intimatogli di presentarsi al popolo, venutone il giorno, e convocata 1’ adunanza, perorarono a lungo coofra lui ; nunierando tutte le violente fatte, ed allegandone gli offesi stessi per teslimonii. -Or .qui data licenza di parlare ; il giovine chiamato a difendersi non ubbidiva : ma volea soddisfare ai privati in 'quanto diceansi oltraggiati da loi > secondo le leggi, tenutone il giudizio innanzi de’ consoli : ma, il padre di lui vedendo i plebei sofferime malamente le ritrosie, prese a difen’^erlo egli stesso ; dimostrando le tante delle accuse coqic false f ed insidiose, e dimostrandole,. quando negar non poteansi, come picciole, leggere, nè dégne dell’ ira del popolo, e su cose, fatte non per trama o disprezzo, ma piuttosto per enfasi giovanile di gloria. Per questa diceva eh’ eragli occorso talora di fare e tal altra di pa> rire forse incautamente nelle contese; non essendo lui nel fiore degli anni e del senno. Pertanto pregava il popolo non solamente che non se gli adirasse pel discorrere suo, ma che giel condonasse in vista delle belle gesta di esso le quali operarono fra le armi la libertà de’ privati ed il comando della patria, ed invocavano fin d’ allora per lai quando Avesse mancato la clemenaa ed il soccorso di tcuti. E qui narrò le campagne da lai sosténute, -e le battaglie nelle quali avea riportato dai capitani la corona de’ prodi, quante volte eravi stato la diiesa de’ cittadini, e quante avea primo salito le mura de’ nemici : da ultimo ri rivolse ad impietosire e scongiurare il popolo in riguardo della modera^'one sua verso tutti, e del vivere ‘suo conosduto sempre come innocente ; chiedendo che in grazia almeno gli salvassero il figlio. Compiacevasi il popolo a tali discorsi, e deliboravasi rendere H 6glio al padre. Se non che riflettendo Yerginio che se costai non subiva le pene ; ne diverrebbe intollerabile 1’ audacia, e la caparbietà de’ giovani, sorse e disse : Contestata o Quinzio è la tua virA, la tua benevolenza verso del Spopolo e te ten debbe tutta la stima: ma la molestia, e la insolenza di codesto tuo figlio verso tutti non ammette escusàzione o perdono. Egli educato con la tua disciplinà sì discreta, cpme tutti sappiamo, e si popolare ; ne abbandonò gli ammaestramenti e seguì V arroganza de tiranni, e la sfrenatezza de' barbari, portando in città gf incentivi a tristissiiHe opere. E sia che tu noi conoscessi per tale ; ora che tei conosci ben dei con noi e per noi concitartene : che se per tale il sapevi, e lo coadiuvavi in quanto egli inviliva ognora pià' la sorte dei poveri ; eri anche tu lo scellerato, e mal souavati intorno la fama di uom probo. Afa tu non vedevi ( ed io stesso potrei contestartelo ) quanto egli dalla. . a3i tma uirtà degenerava. Sebbene io tenga però, che allora tu non partecipavi con esso. nelF offenderci ; dolgomif che ora come noi non te ne sdegni. Ma. perchè tu meglio conosca qual niostro' abbi nudrito senza avvedertene contro la patria, quanto tirannico, c non . puro nemmeno tlal sangue.. dk' cittadini ^ odi la egregia opera sua, e contrapponi a questa, se puoi, U bellici suoi prèmji E voi, quanti siete imo pioto siti al pianger di un padre, considerate se stia bene che risparmisi un tal cittadino. E qui fe' cenno a Marco Volscio T uno de’ suoi colleghi perchè sorgesse e dicesse quanto sapeva di quel giovane. E fatto silenzio, e grande espettazioiie ; V(d> scio soprastando alcun poco-, disse : Oltraggiato, e pià che oltraggiato che io fui da quest’uomo, ben avréi voluto pigliarmene, o cittadini, le pene che ut erano concedute dalle leggi : ma impeditovi allora, dalla mia debolezza, dalf esser mio di plebeo, prenderò ora che mi è dato f le parti di testimonio, se quelle non posso di accusatore. Udite le acerbità, le indegnità che men ebbi. Era Lucio, fraltel mio,,che io amava piti che tutti i mortali Avea \ questi cenato mecò. presse di un amico, quando al giungere della notte di levammo, e partimmo. E già passavamo per il Foro, quando si abbattè con noi codesto petuUui-,te, seguito da giouani pari suoi: li quali, ebbrj ed 'arroganti che erano, beffarono ed insultarono noi, quanto, insultato e beffato avrebbero i meschini e gli .ignobili. Così provocati j V uno di noi parlò liberissimamente. Or codesto Cesane estintando . ria cosa ttdire ' ciocché non voleva, gU s' avventò, lo battè : e mainìenalolo con i calci e con ogni guisa di sevizio^ e cT ingiurie; io uccise. Ucciso lui, manomise ancor me, che ne gridava, e ne repugnava quanto io po~ tev'a : nè mi lasciò, se non dopo credutomi estinto, ài vedermi immobile in terra, e senza voce. Allora se no' andò giubilando come per bellissima prova ; ed allora' gli astanti raccòlsero noi lordi dal sangue j e riportarono a casp Lucio il fnio fratello, morto, come ho detto, e me presso che morto, e che certo ornai poco sperava di sopravvivere. Occorse ciò. sotto i consoli P^ublio Servilio, e Lucio Ebuzio, quando spaziava in Boma la ff-an-' pestilenza, alla quale eravamo soggiaciuti atKor noi. Quindi non potei dimandarne ragione, morti /essendo i consoli tutti due. Succederono poi consoli Luaezio e Tito Terginio. Io voleva allora ' citarlo in giudizio ; ma ne fui impedito dalia guerra, fasciando ambedue per essa la città. Jiitomati .questi dal campo, quanto volte 16 citai presso de òiagittrati, quante volte mi vi accostai, tante ( e ben molti lo sannò ) fui da esso ferito. E questo, 'o popolo, che io ne ho tollerato, questo vi ho detto con tutta la verità. Alzarono a quel dire, gli astanti le grida, (eolandone molti la vendetta colie lor inani. Ma vi si opposero i consoli, ed i più de’ tribuni, alieni che in città s’ introducesse la tea consuetudine ; tanto più che la parte più sana del popolo non voleva che si toglicssero le difese a chi pericolava in giudizio della vita. La cura duirque della ginsUzut represse allora gii empiti della iur scienza, ed il giudizio fii differito non, senza contenzioni e dobbj non piccioli, se dovesse' intanto il reo serbarsi neiia carcere, o dare i mallevadori per la sua dimissione, come il padre di lui dimandava.' Il Senato adunatosi decretò che se no desse malleverìa • sotto ob-> biigazion pecuniaria ; ed egli libero andasse finché di lui si giudicasse. Or mancando il giovine di comparire • al suo tempo ;. i tribuni convocarono il giorno appresso la molthndine, e contro lui sentenziarono ; dond’ è che i mallevadori, eh’ eran dieci, pagarono là multa convenuta in sicurezza delia sua presentazione. Colto dunque fra tali insidie dai tribuni che guidavano tutta la trama, colle itestimobianze di Volscio, che poi false si riconóbbero, Cesone fuggi nell’ Etruria. Il padre di lui venduto il più di sue cose, e rintegrati i mallevadori delle multe obbligate visse tra il disagio e lo stento in un poderétto; che aveasi con picciolo abituro lasciato di là dal Tevere, coltivandolo con ponchi servi, né più rècandosi in città per 1’ afflizione, b la inopia, nè riabbracciando gli mici, né iniramettendosi -a festa, o ricreazione niuna. Ai tribuni però succedé ben altro che le loro speranze: imperocché non .solo qon se ne chetò pér alcun modo la gioventù contenziosa ammaestrata dai mali di Cesone ; -ma ne imperversò più ancora, contrastando co' detti e co’ fatti la legge; talché non poterono affatto stabilirla, cousumandosi in brighe la loro magistratura. Pertanto il popolo confermò pel nuovo anno i tribuni medesimi. ' fX. Ascesi ai grado consolare Valerio Popiicola, e Cajo .Claudio Sabino , Roma corse in pericoli quanti Anoo di Roma 39! secondo Catons, 396 secondo Varrone, c 4''8 av. Cristo. uiai più ^ per la guerra cogli i esteri, attiratale dalle d!i cordie domestiche, come af eano j preoooziato i libri sibillini, e li segui dimostrati 1’ anno precedente dai numi. Io sporrò cagione, che suscitò U guerra, e ciò che fu per queau operato allora da’ consoli. Li tribuni preso di nuovo il lor grado su la speranza di fondare la legge, vedendo console Ca)o Claudio pieno di odio ereditario contro del popolo, e sollecito per ogni guisa nd impedire quanto facevano ; e vedendo i più potenti de’ giovani trascorsi -iu fùria manifesta da non combatterli colla forza, ed i più della plebe obbligati da' servigi de’ patrizj, e rimasti senza il primo ardore per la leggQ deliberarono spingersi all’ intento con mezzi più risoluti, onde atterrire quei della plebe, e far desistere il console. Su le prime procurarono spargere voci varie per la città, poi sederono da mattina a sera coosultaudosi visibiloRate senza comunicarne ad alcuno nè consigli nè parole. Ma quando parve loro tempo di .eseguire i disegni, finsero delle lettere ; facendosele recare mentre sedeano nel Foro da un ignoto. E come prima Je lessero,, battendosi la .fronte, e contristandosi ne’ set^bi^nti ; levaronsi in piede. Accorsa gran moltitudine, ed insospettitasi che fosse in quelle lettere indicato alcun grande infortunio, essi or dioaroiio,pe’ banditori silenzio e dissero; La repubblica o cittadini sta. negli estremi pericoli. E sé la benevo^ lenza degl iddj non avesse provveduto a chi era per. incorrervi : noi tutti saremmo in fetali sciagure. Chiediamo che vi tfiniale qui breve tempo, finché riferiamo al Senato eiocohè ne si avvisa, e facciamo di cornuti volo oiocché si debbo ; E ciò detto, ne andarono ai consoli. Frattanto che il Senato si radunava, faceansi pel Foro molti e svariati discorsi; ripetendo altri appo> stalaroente ne’crocchj ciocché era stato intimato loro da’ tribuni ; ed altri pubblicando, come detto ai tribuni, ciocché temeano essi stessi, che succedesse. Chi dicea che i Volsci e gli Equi aveano accolto Quinzio Cesone il giovine condannalo dal popolo, creandolo comandante assoluto delle due genti e che leverebbe .gran forze e marcerebbe contro di Roma: echi dicea che quel giovine d’ accordo cp’ patrizj tornava con esterne. milizie, perché si abolisce una volta per sempre il magistrato che era il presidio de’plebei : altri aggiungeva che eosì non sentivano tutti i patrizj ma i giovani soli: e. vi fu chi ardi fino dire che colui si stava occulto in città, e che occnpenebbe i posti più acconci. Ondeggiando cosi tutta la città per |a espeUazioue de’ mali, e sospettandosi tutti, e guardandosi gli uni dagli altri : i consoli convocano il Senato : ed i tribuni vengono e palesano ciocché avvisavasi loro: parlava, per tutti Aulo Yerginlo e disse : • f > X. Finché gli annunzj che ci si davan de' medi ^ ci sembrarono non accureUi, ma vani e senza fondai mento, sdegnefmmo o padri coscritti, di pubblicarlit tal timore che non.se ne eccitassero grandi txirbamenti, come sogliono, alP udirsi triste cose, e con riguardo di non essere da voi creduti anzi precipitosi che savj. Non però lasciammo tali annunzj, trascu^ rondo li eiffaUo : anzi ne abbiamo i investigata la ver rità, quanto per noi si potè.. Ora. poiché la provit denzu celeste, la quale ci ha ‘sempre salvato la repubblica, ci benefica p svela i segreti consigli y e le ree macchinazioni di uomini nemici agt iddj, e teniamo fin delle lettere che abbiamo di fresco ricevute in pegno di benevolenza da ospiti, che voi poscia adirete, e poiché concorrono e concordano gC indizf Interni con gli^ altri di fuori, e gli affari che abbiam tra le mani non ammettono più. indugio e riserva i deliberiamo, com’ è giusto, palesarli a vói, prima che al popolo. Sappiale dunque che hanno contro il popolo congiuralo uomini non ignobili, tra' quali dipèsi-esser parte, non grande però, degli anziani, ascritti al Senato, ma più grande de’ cavalieri che ascritti non vi sono ; e questi, quali siano, non è tempo ancora di rivelarlo. Questi, come udiamo, colta una notte oscura, sono per assalirci tra’l sonno, quando nè può risapersi ciocché è fatto, nè vaUomo a congregarci e difenderci. Fermi sono d'investire ‘e di uccidere nelle case noi tribuni e quei plebei che st opposero iy o fossero mai per opporsi ad essi circa la libertà. Quando avran tolto noi, pensano di aver da voi ciò che resta, sicurissima ' mente, cioè che revochiate di comun voto le concessioni da voi fatte alla plebe. Fedendo però che han bisogno per compiere ciò di prepararsi occultamente una milizia di fuori, e non piccola, si hanno eletto capo queir esule nostro, quel Ceso e, convinto delV eccidio di cittadini, e della discordia della città, • e pure fatto per alcuni di qua entro, fuggir salvo dal giudizio e da Roma, con promettere di procurargli il ritorno, magistrature, onorificenze, ed altri, compensi de' servigj. E questo Cesene ha protnesso di conduf loro, milizia di Equi e di Eplsci, quanta abbisognane. Egli verrà tra non molto co’ più audaci, introducendoli a pochi a pochi e '.sparsamente in ci/r tà: l^ altre milizie, quando saremo periti noi capi del popolo si avventeranno su gli alpi del popolo stesso, i quali difendessero ancora la libertà. Queste, o padri coscritti sono le terribili, le impurissime opere che disegnano far tra le tenebre, senza temere r ira degli iddj, nè riguai dare, la vendetta degli uomini. Agitati da tanto pericolo, a voi ne veniamo supplichevoli, o padri, voi scongiuriamo per gf iddj, voi pe genj adorati dalla patria, voi per la memoria dei tanti e gravi nemici da noi combattuti in coma-, ne, affinchè non lasciate che noi patiamo le sì dure, ed indegnissime offese : ma v’ 'empiate come noi di risentimento, e ne soccorriate, e puniate, come delf~ Lesi, tali macchinatori tutti, o nei capi almeno della infame congiura. E prima che tutto, dimandiamo o padri che decretiate, come è giusto,. che inquisiscasi da noi tribuni su le cose deferiteci; perciocché oltre, la giustizia, la necessità dee rendere, inquisitori di-, agentissimi gV investiti dal pericolo. Che se alcuni tra voi son disposti di non compiacerci punto, anzi di contrariarne in, quanto vi diciamo del popolo ; volsntieri conoscerò da essi quale vi disgusti delle. nosVe dimande, e ciò che vogliate da noi finalmente Che non facciamo forse niuna ricerca, ma trascu~ riamo la si bufa e si rea tempesta che pende sul popolo ? E chi direbbe li sì fatti decisori esser sani, e non corrotti) e non' partecipi della congiura anzi chi non direbbe che temono per sestessi, temono di essere scoperti, e quindi scansano che si esamini • il vero ? Perciò non debbesi attendere a tali uomini. O vorranno forse che non siamo noi gl' inquisitori 'di dò; ma il Senato e li consoli? Ma che impedirebbe che i tribuni pure dicessero, che a loro che han preso a difendere il popolo / a loro si spetta la inquisizione de plebei, se alcuni mai congiurassero contro de' padri e de'consoli, e macchinassero la rovina del Senato ? Or che seguirebbe da ciò ? questo appunto, che mai la indagine si farebbe maneggi reconditi. Noi però mai ciò nort faremmo, perchè sospetta ne sarebbe f ambizione : e così voi non bene adopererete dando mente a coloro che non vogliono che noi pure slam pari a voi ne’ casi nostri, per fare F esame; ma benissimo adopererete riguardando questi, come nemici comuni. Al presente, o padri coscritti, niuna cosa tanto bisogna, quanto la sollecitudine: glande, imminente è il pericolo; e C indugio a salvarsi è sempre intempestivo ne’ mali che non indugiano. Lasciando dunque le altercazioni, e i lunghi discorsi decretate ornai ciocché F utile vi sembra della' repubblica. eraoo i padri come rìsolfere: e riflettevano seco stessi, e ripetevano 'fra loro, come fosse ugualmente arduissima cosa concedere e non concedere ai tribùni di fare inquisiaione su loro, in affane comune e gravissimo. Ma Cajo Claudio 1’ uno ajg de consoli, che tenea per obliqua quella loi^ proposta, sorse e disse : iVon penso, o Kergìnio, che costoro sospettino me come partecipe della congiura che dite macchinata cantra voi, e cantra il popolo e sospettino che io sorga a contraddire, perchè temo per me o per alcuno de miei che n è complice ; giacché il tenore della mia vita esclude in tutto da me tali sospetti. Io dirò sincerissimamente e sema riguardi ciocché reputo £ utile del Senato c del popolo. Molta, anzi affatto s’ inganna Ferginio, se concepisce che alcun di noi sia per dire ohe si lasci,, sema discuterlo, im tal affare sì grande e necessario ; e che non debbono aver parte, nè star presenti alla indagine i magistrati del popolo. Niuno è sì stolido, niuno sì malevole al popolo che voglia ciò dire: Che se dunque alcun chiede, qual ne ho male, ohe insorgo contra cose che io concedo per giuste; e che presumo io mai col mio dire ; io, viva Dio, ve' lo esporrò: Io penso, o padri coscritti, che i savj debbano considerar sottilmente i germi e le linee prime di ogni affare : imperocché deesi di ogni affare discorrere secondo che ne stanno i principj. Ora udite da me ciocch' è V intrinseco del subietto presente, e quale il disegno de tribuni. Non riesce ora loro di ultimare ninna delle cose incominciate nè proseguite nelC anno antecedente, perchè voi vi opponete ad essi come allora, nè pià il popolo li favorisce. E ciò conoscendo cercano necessitare voi, sicché cediate loro anche vostro malgrado, ed il popolo, sicché cooperi a quanto mai vogliono. Ma per quanto se ne consultassero, per quanto volgessero da,' ogni banda, V affare, non trovando mezzi semplici e buoni per V uno e V altro intento ; alfine così la discorsero.. Lainenliamoci che alenai nobili han congiurano di> abballcre il popolo / e di uccidere quanti ne proca nino la salvezza. E quando avrem &UO, che tali cose, preparale da gran tempo, siano. in cittA disseminate,; e sembrino credibili I popolo (e credibili le renderà a la paura)} allora fiugeremo delle lettere da presenti larcisi per un ignoto in presenza di molti. Ne amdre> mo quindi In Senato, ci> sdegneremo, ci dorremo, e cercheremo il poter d’ inquisire su le dinunzie dateci. Se i patria) ci si oppongono, prenderemo ‘da indi ^argomento di calunniaiii presso del popolo; ed il a popolo esacerbato contro di essi diverrà ^ propizio a X .quanto noi vogliamo. Che se cel concedono leveremo X di città, come trovati complici, i più misgnanimi frA loro, e più nemici nostri, vecch j ^o giovani. Impe rocchè coloro intimoriti di essere condannati o pat tuiranno con noi di non più contrariarci ; o saran costretti a lasciare la patria : e co^ la fàzipn contrap posta sarà desolata . Tali sono i loro disegni p padri coscritti, e quando li vedevate che sedeano o consultavano ^ al~ lora tesseano C inganno contro i più riguwrdevoli tra, voi, allora complicavan la rete contro i cavalieri più puri. E che ciò sia vero ; presto ve lo dimostro. Dì, yèrginio, dite voi, su quali pende il pericolo, da quali ospiti aveste la lettera ? dove abitano, come vi conoscono', come seppero tali nostre cose ? Perché differiste a svelare i lor nomi, perchè prometteste dirceli poi, nè li avete già detti ? Qual fu V uomo che vi portava le lettere ? che noi menate voi qui y sicché su lui cominciamo a diicutere, se vere elle siano y o se piuttosto, come io penso finte da voi ? E gt indizj interni che si accordano co’ segni di fuori quali sono mai questi? o chi mai ve li diede ? Perchè ne celate, non ne pubblicate le prove ? Se non. che mal si trovano prove di cose che non furono mai come io credo, nè mai saranno. Questi o padri coscritti non sono indizj di una congiura contro loro ma piuttosto delle insidie e del mal animo che essi covano contro di voi, come C affare dichiaralo • per sè stesso. Ma voi siete -di ciò la causa, voi che concedeste loro le prime cose, e portaste a tanta potenza codesto insano 1 loro magistrato, quando lasciaste nell’ anno antecedente che giudicassero per falsi titoli Quinzio Cesone y 'e soffriste che strappasSer dal seno un tanto difensor de'patrizj. Da ciò nasce chepili non serban misura, nè tolgon di mira i nobili ad ano ad uno, ma investono e scacciatio in un globo tutti i migliori della città : Eciò che è peggio j non permettono nemméno che contraddiciate Biro, e V atterriscono con darvi per i sospetti, e calunniarvi come complici de’ segreti disegni ^ con dirvi ben tosto inimici del popolo, e citarvi al popolo stesso, perchè -subiate la pena de’ discorsi qui fatti. Ma su ciò diremo altrove pià acconciamente. Ora per istringere e non prolungare il discorso, ammoniscavi che vi PTOIftCr, tomo in. ' it guardiate da codesti turbatori di 'Jioma, dti codesti seminatori de’ mali. Nè celerò già al popolo quanto qui dico ; ma gli sporrò liberissimo che non pendo su lui niente di. male, se non quanto glien fanno i tristi ed insidiosi ..tribuni, benevoli ne' sembianti e nemici ne' fatti. Sorse al dire del console clamore m tomo ed applauso ben grande, e sciolsero 1’ adunanza senza ^pertncHve che '^pià i tribuni parlassero. Dopo ciò Yergiaio convocato il popolò, vi accusò il Senato ed i consoli. Ma Clandio ve li escusava apptmio co’ discorsi tenuti in Senato. Presero i più discreti del popolo per vana quella paura: ma i più sjolidi per -vera, credendo le dicerie : e quanti ne erano I più soellerali, ^anti i più bisognosi ognora di un cambiamento, vi xercaròno un pretesto -di sedizione, je di torbido, doù che mi> ressero a far disceraere il Vero dal falso. Intanto un Sabino non ignobile di lignaggio, potente in averi (Appio Erdonio ih chiamavano.) si pose in cuore di abbattere la potenza romana, sia che ne cercasse per sé la tirannide, sia che una grandezza ed un dominio, ai -Sabini, sia che tina fama luminosa al suo nome. Comnni'catosi, in quanto a tale idea, con' molti amici, divisata là maniera dell’ impresa, ed approvatone ; riuni li clienti, e li più baldanzosi de’ servi suoi. Concentrati In poco tempo intorno a quattro mila uomini, ed apparecchiate arme, viveri, e quanto bisognava per una guerra, gl’ imbarcò su legni fluviali. ?iavigando sul Tevere, gli approssimò a Roma dalla banda, ove sorge il Campidoglio, non lontana nemmeno uno stadio dal fiume. Era la notte in sul mezzo: ed in Roma calma grandissima. Egli dunque al favore di queo ottenuti i luoghi piu acconci, ricever^ gli esuli,, liberare, gli schiavi, sdebitar con promesse i poveri, e consociare a sestesso 4utti gli akti cittadini clie dal basso loro stato invidiavano ..ed odiavano i potenti, e seguivano con diletto la mutazione. La iipniagine. che deludevalo intanto che lo isperariziva di ottenere quanto aspettava, era la civil sedizione, per la quale concepiva che più non vi fosse amicizia, nè ligame tra i plebei e tra’ patrizj. Che non fosse a lui riuscita ninna di tali cose r allora disegnava chiamare con tutte le milizie i Sabini, i Yolsci ed altri vicini, quanti voleano iredimerst dal giogo esecrato de’ Romani. . Occorse, però che s’ ingannasse in lutto ; jmpe> aocchè nè si diedero a lui gli schiavi, dè gli esuli ripatriaronb, nè gl’ indebitati q disonorali 'anteposero'!’ utile proprio al comune, nè i sqcj esterni ebbero spaziò abbastanza da preparare la guerra: giacché tale affare, che diede tanta paura e turbamento a^ Romani, ebbe Gne ben tosto ne’ primi tre o quattro giorni. E per verità, presa appena la fortezza, datisi gli abitanti dei luoglù Questa porta fu chiamala ancora scellerata perchè poterono per essa uscire ma non tornare i Pabj che andarono a Cremerà contro i Toscani j come iuiUcano Testo ed Ovidio. Fasi. a. intorao che non erano rimasti uccisi, a gridare e fug-' gire ; il popolo non sapendo che mai fosse, impugnò le armi, e Corse parte ne siti eminenti y o ne’ spaziosi, che eran molti, della città, e parte ne’ campi vicini. Quanti perduto il fiore degli anni erano nella impotenza delle forze, salirono colle, mogi) ai tetti delle case per combattere di là li forestieri, parendo loro ogni luogo pieno di nemici. Fatto giorno, come seppesi che 'erano in città prese^ le fortezze, e chi prese le avesse ; i coasoli andarono al Foro, e chiamarono i cittadini alle arme. Li tribuni convooita la ' moltitudine dissero che non voleano far cosa contraria, alla patria ne’ suoi pericoli ; ma che riputavaào giusto, che il popolo il 'quale espoùevasi a tanto cimento vi si esponesse con patti espressi : Se i patrìzj, diceano, promettono, chiamarti done mallevadori gli Dei, che Jinifa la guerra cìoon^ cederanno di creare i legislatori, e di vivere pari a noi ne diritti per t avvenire; liberiamo con essi 'la patria : ma se ricusano ogni partito di moderaziode ; e perchè mai cimentarsi ?' perchè gettile la vita, quando niun bene' ce ne ridonda ? Mentre cosi dicevano ed il popolo se >ne persuadeva tiè udiva le voci di chi altro gli suggerisse ; Claudio. disse ohe non tJ>bisognavasi di tali che soccorressero la patria non volontari, ma per prezzo e non ' lieve : che i pcurizj armando sestessi e i clienti, e chiunque univasi loro spontaneamente assedierebbero le fortezze ; Che se tali milizie non pareano sufficienti; ne chiamerebbero ancora dai Latini e dagU Ernici : e se la necessità stringesse, prometterebbero la libertà agli schiavi : cAe infine inviterebbero, tutti, piuttosto che quelli che in tal congiuntura profittavano della odiosità de' vec~ chj fatti. Contraddiceva a tanto Valerio 1’ altro console : e giudicando che non dovesse mettersi in guerra coi patris) la plebe già adirata con essi .-consigliava che si cedesse al tempo : si pretendesse da' nemici esterni il diritto: ma si usasse helle gare domestiche equità e dolcetta, E sembrato egli al più dei padri di aver dato il consiglio migliore, ne venne all’ adunanza del popolo,e tenutovi un ' conveniente discorso, lo terminò, giu> rando, che se i plebei si unissero a, lui con ardore sella guerra, q, riordinassero le cose della città; concederebbe ai tribuni di far discutere al popolo la legge che essi progettavano su la eguaglianza ne’ diritti, e che terrebbe modo onde ciò che fosse à questo piaciuto si eseguisse nel suo consolato. Ma ‘non portava il destinò eh’ egli adempiesse alcuno de’ patti, seguendolo ornai da presso la morte. Sciolu i’ adunanza, intorno a’ crepuscoli vespertini accorse ciascuno a’ suoi posti per dare a’ capi il suo nome, ed il militar giuramento; e fra tali due cure si consnmò qncl giorno e la notte che lo segui. Nel giorno appresso furono compartiti e còllocati da’ consoli i tribuni sotto le insegne sante, aiTollandovisi la nioltitndine ancora abitatrice della campagna. Ordinata così ben tosto ogni cosa, i consoli divisero le milizie, e ne tirarono a sorte il comando. A Claudio toccò d’ invigilare innanzi le mura, aIBnché non entrasse in sussidio altr’ armata di fuori ; perocché sospettavasi di un moto assai grande, e temeasi che piomberebbero forse tutti i nemici su loro. Portò la sorte che Valerio si mettesse all’ assedio delle fortezze. Altri duci furouò destinati sb I di altri luoghi muniti, interni alla città ^ ed altri su le vie che menano al Cartipidoglio per impedire che vi passassero al nemico gli schiavi e li bisognosi temuti soprattutto. Non venne a Roma sussidio di alieniti, se non de’ Tnscolaili, informati ed apparecchiati in una notte e guidati da Lucio Mamilio, uomo operosissimo, e capo allora della nazione. Questi soli entrarono con Valerlo a parte de’ pericoli, et dimostrandovi Ihtta la benevolenza e lo zelo ; rivendicarono con eSso le fortezze. Diedevisi da tutte le parti 1’ assalto : chi adattava su le donde vasi pieni di bitume e pece incendiaria, e lanciavali dalle case vicine in sul colle : chi recava, fasci di sarmenti, e fattine cumoli ben àltj su lo sco' sceso della rupe gli ardeva, lasciando che il vento ne trasportasse le damme: i più magnanimi ristrettisi nelle Schiere salivan alto di su per vie manufatte : ma la motti(udine colla quale tanto sorpassavano 1 inimico, niente giovava ad essi che ascendevano per sentiero angusto, pièno sopra di sassi da trabalzameli, e tale che i pochi vL divenivano bastanti contro i mólti : nè la costanza acquistala tra le molle ‘‘guerre incontro ai pericoli valeva punto per chi rampicavasi diritto sa pei scogli. Pcroccliò facessi la battaglia con colpi lontani e Dòn a corpo a corpo onde moslraiwi audacia e forza ; le arme lanciate da basso in alto giungevano, cotn -è verisimile, se colpivano, languide e tarde ; laddove quelle scagliate dall’ alto in basso piombavano penetranti e piene, secondandone il peso, \ lor tiri. Non però invilivano gli assalitori, ma persistevano, necessitati, tra' mali, senza rèquie alcuna diurna o notturna : tanto che mancate finalmente agli assediati le arme e le forze, dopo il terzo giorno gii espugnarono. Perdeèouo i Ro mani in questa battaglia molti valentuomini, ed il console', valentissfmo, come tutti concedono. Costui sebbene ricevute molte ferite, non si levava da’ perìcoli : ma saliva tuttavia la rocca, finché gli precipitarono ad dosso un macigno, che gli tolse • la vittoria e la vita. Espugnata la fortezza, Erdonid robustissimo che era di corpo-, e bravissimo in arme, destò strage incredibile idtornct di sé, ma sopraffatto infine dai colpi morì. Tra quelli che -avevano occupato con esso il castello, pochi furoRO pigliali vivigli più trafissero sestessi, o perirono precipitandosi dalla rupe. Finito cosi l’attacco de’ Ladroni, i tribuni riprodussero le ‘interne discordie, chiedendo dal console superstite che adempisse le promesse circa la istituzioa della legge fatte loro da Valerio, estinto nella battaglia. Trasse GlandLò in lungo qualche tempo, ora con espiar la città, ora con fare agl’ Iddii sagrifiz) di ringraziamento, ed ora dilettando il popolo con spettacoli e giuochi. Alfine mancatigli tutti'! pretesti disse, che dovessi nominare. in luogo del defunto un altro console, perocché le cose, fìtte da lui solo non sarebbero né legutime ', né salde,' ma salde saqebbero, e legittime fatte da ambedue. Respintili con 'questa replica, prefisse il giorno pe’ oomizj ove farsi un collega. Intanto i capi dei Senato concertarono con maneggi occulti fra loro il console da eleggersi. Venuto il giorno de’comizj, quando il baDclitore chiamò la prima classe, le diclotto ceniarie de’ cavalieri e le ottanta de’fanti ricchi di più possideusa entrate nel luogo dimostrato nominarono console Lncio Quìdeìo Cincinnato, il cui figlio Cesone ridotto a già di^o capitale da’ tribuni, avea per necessità lasciato la patria: >nè più si > chiamarono altre classi a dare il lor voto, giacché le centurie che lo aveano dato superavano per tre centone le rimanenti. Il popolo si ritirò pronosticando il suo male, perché sarebbe il consolato in mano di chi lì odiava. Il Senato spedi uomini che prendessero e menassero il suo console al comando. Quinzio arava allora per avventura un campo per seminarvi, ed egli stesso scinto di^ tonica, col pilco in testa, e con fascia ai lombi, teneva dietro ai bovi che lo fendevano. Or vedendo i molti che a lui si recavano, fermò 1’ aratro, e dubitò buon tempo chi fossero, e perchè sen venissero ; ma precorrendo un tale ed ammonendolo ad acconciarsi, andò nell’ abituro, e acconciatovisi riuscì. Gli uomini spediti a riceverlo, lo salutarono tolti non dal suo nome, ma come console : e messagli la veste circondata di porpora, e dategli le scuri, e le altre insegne de’ consoli, lo pregarono che in città si portasse. £ colui soprastando alcun tempo e lagrimandone disse : questo mio campiceUo. in qilesto anno restar^ dunque non seminato, ed io correrò pericolo di non avere come alimentarmene. E qui salutata la consorte, ed intimatole che provvedesse alle coso dimestiche, sen venne a Roma. Or questo mi son’ io condotto a dirlo non per altra cagione, se non perchè sì conosca quali erano allora i primarj di Roma, come operosi, collie savj ; e come, non che gravarsi di noa povertà onorata, ricusavano, non ambivano i sovrani poteri. Dal che. sarà manifesto, che i moderni non so migliano a quelli nemmen per poco, eccettuatine aiquanli, pe’ quali vive ancora la maestà romana e serbasi una. immagine di que tempi. Ma basti su ciò. Quinzio preso il consolato chetò li tribuni dalle innovazioni e dalle brighe su la legge, con intimare, ehe àc non la finivano, porterebbe tutti i cittadini fuori di ' Roma, minacciando una spedizione sui Volsci. E replicando i tribuni che lo avrebbero impedito di arrolare l’esercito; egli convocata un’ adunanza, disse che lutti si erano vincolati col giuramento militare di seguire a qualunque guerra fossero chiamati, li con soli; come di non lasciar le bandiere e di non far cosa contro Ja legge. Diceva che con assumere il consolato, ei tenevali tutti sotto quel giuramento. Ciò detto, giu-> rando che si varrebbe delle leggi contro gl’ indocili, fe’ cavar le bandiere da’ tèmpli. £ perchè disperiate di ogni aggiramento di pòpolo nel mio consolato, non tornerò, disse', da cnmpi nemici se non dopo Jinitone il tempo. Apparecchiatevi dunque in quanto v è necessario, come per isvernare nel campo. Sbalorditili con tal parlare, quando li vide alquanto più mansuefatti supplicarlo di esser liberi dalla spedizione, dichiarò che sospenderebbe in grazia loro la guerra, purché non fa cessero movimenti, lasciassero eh’ egli reggesse il con[fi) Roma Catone Varrone] -solato a suo modo, e dessero ed esigessero scambievole mente il giusto. Calmata la turbòienza, ristabilì su le istanze loro li giudizj interrotti da tanto tempo, ed egli straso decise il più delle cause colla equità e colla giustizia, sedendosi quasi tutto il giorno nel tribunale, > io atto sempre compiacevole, mite, umano verso de’ ricorrenti. Operò con questo die il, governo non sembrale aristo cratico, che i poveri, gl' ignobili, ed altri infelici comunque conculcati da’ potenti, OOn avessero bisogno dei tribuni, 'nè desiderassero piu nuova legislazione per essere trattati cOn eguaglianza, anzi che amassero e gradissero tutti il ben essere attuale delie leggi. Fu iodato nel valentuomo questo procedere, òome pure, che fluito il suo comando, ricusasse non che lieto riaccettasse il consolato offertogli nuovamente. Imperocché il Sanato che vedea la moltitudine non alièna di obbedire aU’uom buono, rivolealo a grand’ istanza nel consolato, perché li tribuni brigavansi a non lasciare uemmen pel terzo anno il magistrato, ed egli sarebbesi ad essi contrapposto rattenendoli dalle innovazioni colla verecondia o col terrore. Disse che non appcovava cJte i tribuni non cedessero il grado loro ^ ma che egli non incorrerebbe ' neir acciua di essi. E convocato il popolo e lamentatovisi lungamente de’ riottosi a deporre, il comando, giurò solennissimamente di non ricevere il consolato innanzi di averlo ceduto. E prefisse il giorno pe’ comizi, e designativi i consoli, si ritirò di bel nuovo nel suo picciolo abituro, c visse, come dianzi, col travaglio delle sue mtini. > X aSi Divenuti consoli Fabio Ylbolano per la terza volta, e Lucio Cornelio , e celebrando i patrj spet> tacoli, frattanto circa eeì mila Eqof, uomini scelti, marciarono in lieve armatura nella notte, e la notte durando ancora giunsero al Tuscolo, città latina, distante nemmeno di cento stadj da Roma. Trovatene aperte come in tempo di pace, le porte, nè '"custodite le mura, la invasero al giunger primo, in odio de’Tuscolaci > perchè erano gli ardenti cooperatori dei Ror mani, e principalmente perchè essi gli unici aveano fatto causa di guerra con loro nell’ assedio del Campidoglio. Uccisero certo degir^uomini, non però molti nella invasione della città ; perocché mentre prendeasi quei che v’ -erano, eccetto gl invalidi per vecchiezza e per mali, fuggirono ^ spingendosene fuori per le porte. Fecero prigionieri, le donne, i fanciulli, i servi, e diedero il sacco alle robe. Nunziatasi in Roma la espugnazione,, i consoli conclusero che si dovesse bemosto provvedere ai fuggitivi e rendere loro la patria. Opponendosi però U tribuni, non permettevano che si arrolasscr soldati, se prima non si desse il voto su la legge. Cònlurbandosene il Senato, e ritardandosi là spedizione, sopravvennero altri messi 'da’ Latini colia nuova che là città di Anzio erasi manifestamente ribellata, accordandoviki i Volsci, antichi abitatori di essa, e, li Romani venutivi come coloni, e compartecipi de’ terreni. Giunsero contemporaneamente de’ nunzj ancora dagli Eroici e dissero, che già era' uscita, e già stava nel lor ter Adqu li Roma' 395 secondo Catone, 397 secondo Varrone-, 457 av. Cristo] -ritorio un armata grande di Volaci e di Equi. A tali a^unzj parve al Senato che dovesse > ornai,non indù giarsi, ma corrersi con tutte le forze da entrambi i consoli : e che chiunque ciò ricusasse, romano o confederato : si avesse per inimico. Or qui li tribuni cederono, e li consoli descrissero quanti aveano età militare, e convocate le truppe alleate, uscirono bentosto in campo ; lasciando il terzo delle milizie urbane in guardia di Roma. Fabio n andò di fretta coIF esercito su gli Equi fra’ Tuscolani : li più di quelli saccheggiata la città, sen’ erano già ritirati : ma pochi ne difendevano ancora il castello. E questo assai forte, uè bisognavi molto presidio. Adunque alcuni dicono che le guardie del castello, dal quale, come elevato, scopronsi dj leggeri tutti i dintorni, vedendo uscire da Roma un’ armata, lo abbandonassero spontaneamente: altri però dicono, ebe postovi da Fabio l’ assedio si renderono a patti, e passando sotto giogo ebbero in dono lai vita. Fabio venduta la patria ai Tnscolani, levò l’eaercito sul far della sera, e marciò di tutta fretta coiv tro a’ nemici ^ Equi e Volsci che accampavano, come udiva, con armata numerosa intorno alla città dell’ Algido. Viaggiando tutta la notte si trovò su l' alba a fronte dei nemici alloggiati nel piano senza vallo, senza fossa, come nel proprio territorio', con disprezzo degli avversar). Or qui confortati i suoi a farla da valentnqmini, piombò prima sul campo nemico con la cavalleria, mentre i frati alzato il grido militare la seguitavanoAltri furono uccisi che dormivauo, altri che sorti appena davano all’ armi, e volgeansi a resistere : ma li. a53 più gettaronsi alla fuga e si dispet^ro. Presi con molta fiicilltà gli alloggiamenti, concedette a’ suoi che vi s’impadronissero di robe e persone, salvo quanto era dei Tuscolani. Non istette quivi gran tenapo, e menò 1’ armata'su la città degli Eccctrani, riguardevolissima allora tra quelle de’ Volaci, e fondata in fortissimo luogo. Tenutovisi più giorni da presso coll’ esercito su la Speranza che quei d’ entro uscissero per combattere, nè uscendone ; diedesi a devastare la loro campagna piena di bestiami e di uomini; non avendone gii assediati ritirato prima ciò che v’ era pel troppo repentino giungere dèi nemici. Fabio 'lasciò che i soldati facessero anche qui le prede per loro, e consumati più giorni nel farle ; alfine con essi ripatriò. Cornelio T altro console mossosi contro i Romani di Anzio, e li Volsci sen’ imbattè colr esercito loro che l’aspettava a’ confini. Fattovisi alle mani, uccisine molti, e fugatine gli altri, s’ avanzò col campo fin presso fe mura: ma non osandovisi più uscirne a combattere ; prima desolò la lor terra, e poi ne rinchiuse la città con fossi e steccati. Vinti allora dalla necessità, ne uscirono novamente con tutte le forze, che erano molte si, ma disordinate. Paragonatisi in battaglia, sostenutala, ancor peggio, e fuggitine scoraggiti e svergognati, si rinserrarono un’ altra volta tra le mura. Il console non dando ad essi tempo di riaversi, portò le scale alle mura,, e ne abbattè con gli arieti le porte: e cenciossiachè da entro vi resistevano affaticati e languidi; ve li espugnò senza molto travaglio. Quanto eravi monetato, quanto di oro, di attuto, di rame, fe’ portarlo neU'erario : gli schiavi, e le altre prede le fe’ raccogliere e venderle da’ questori ; lasciando a’ soldati, quanto ve n era, alimenti, vesti, e cose • altretuli di lor giovamento. Poi scelti tra i coloni e t^a gli Anziaii nativi i capi, clie eran, molti, più cospicui della rivolta, e battutili lungamente e decapitatili inSne, si ravviò coir esercito alla patria. Il Senato usci all incontro dei consoli che tornavano, decretando che ambedue trion lasserò: si concordò, per finire la guerra, cogli Equi, che aveano perciò spediti oratori, e nei patti fu, che ritenessero le cittò, e eie terre che aveauo nel tempo che si conehindeva la pace, ma ubbidissero ai Romani; non pagassero tributi, ma somministrassero ideile guerre, come gli altri alleati, truppe ausiliarie. secondo >1 bisogno : e con ciò l’ anno spirò. XXII. L’anno appresso fatti consoli Cajo Nauzio per la seconda volta, e Lucio Minu^io ebbero per qualche tempo guerra domestica su’ diritti civili con Verginio e li compagni di lui, tribuni già da quattro anni. Ma poi venendo alla città guerra da-’ popoli iotorno, e paura che le tógliessero il régno ; presero con trasporto l’ evento come dalla fortuna : e fatti i cataloghi militari, divise in tre parti le milizie interne e confederate, e bsciatane una in città sotto' gK ordini di Fabio Vibolano ; essi alia testa delle ^ altre uscirono immantinente, Nauzio contro de’ Sabini, e Minucio contro degli Equi. Iniperoccbé questi due popoli s’ erano di que’ giorni ribellati a’ Romani : li Sabini manifestamente tanto, che si erano avanzati sino a Fideue, città dominati da Roma, Roma Catone Varrone. I. a55 che ne era distante quaranta stadj ; laddove gli Equi ferbavano colle parole i ^diritti dell’ ultima pace ; facendola nelle opere da nemici, con movere guerra ai Latini, confederati di Roma, quasi i^el trattato di pace non ressero mcbiuSo ancor essi. Comandava l’armata loro Gracco delio ^ uomo intraprendente, che avea renduto quasi regio il potere arbitrario di cui era stato adornato. Costui ne andò fino al Tuscolo, città pigliata e saccheggiata ancora nell’ anno antecedente dagli E^ui, che poi ne furono espulsi dai Romani, e rapi dalle campagne quanti uq sorprese‘ uomini in copia e bestiami, guastandovi i fruiti, buoni già da ricoglierli. E giunta un’ ambasceria, dal Senato per intendere le cause per le quali guerreggiavano contro gli alleati de’Romani quando erasi di fresco giurata pace^con essi, nè frattanto era occorso disturbo alcuno tra’due popoli, e dovendo questa ammonir Clelio a dimettere i prigionieri che avea di quelli, a ritirare 1’ armata, e ‘ subire il giudizio su le ingiurie o danni fatti a’ Tuscolani ; colui s’ indugiò lungamente scuz’ abboccarsele come impedito dalle occupazioni. Alfine quando gli parve tempo di ammettere r ambasceria, e quando i. membri di essa ebbero espresso gli annunzi del Senato $ egli Soggiunse: Mi meraviglio, o Romani, come voi per^dominare e tiranneggiare., temale per Turnici lutti gli uomini, anche senza esserne offesi. Voi non permettete che gli Equi si venr dichino de' Tuscolani, contrarj loro., senza che ciò si concordasse nella pace, firmala con voi. Se dite che abbiamo oltraggiato e danneggialo voi ; vi rinlegretemo a norma de' patti : ma se venite a chieder conto Digilized by Goc^le 2 56 dell?: Antichità.’ romane su Tuscolani ; nienle vale, che a me parliató, o vai quanto parliate con quella pianta; e frattanto additò loro un &ggio , che prossimo frondeggiava. I Romani cosi vilipesi da colui non cavarono subito, abbandonandosi all ira, gli eserciti : ma repUcarono un altr ambasceria, e mandarono i Feriali che chiamano, uomini sacrosanti,. per attestare i genj ed i numi, che essi porterebbero, necessitati, una guerra legittima, se non erano soddisbuti ; e dòpo ciò spedirono il console colle milizie. Gracco all’, intendere che i Romani venivano, levò l’esercito, e lo portò più ad dietro, seguendolo pasto passo i nemici. Egli volea ridurli in luoghi da vantaggiarsene ^ come addivenne. Imperocché tenendo in mira una valle cinta da monti, non si tostò i Romani vi s’ internarono, egli voltò faccia, e si accampò su la strada che conduce fuori di quella. Segui da questo,.che i Romeni misero il campo non dove il volevano, ma dove la circostanza lo permetteva. Ivi nè era facile il pascolo pe’ cavalli, per. essere il luogo chiuso da monti ripidissimi e nudi ; nè facile I dopo aver' consumato quelli che portavano, procacciare a sestessi gli idimenti dalle terre nemiche, o mutare il campo; standogli a fronte i nemici, e, proibendone r uscita. Risolverono dunque usar la violenza, e cacCiaronsi avanti per la battaglia : ma respinti e feritivi largamente si richiusero fra le loro trincee, delio inanimato dal buon succedo li circondò con fosse e steccali, su la fiducia che premuti dalla fame gli si (>) Lìtio chiama quèrcia quella che i delta fiisgìo da Dioiùgi.. 2,5'J reoJerpbbero. Giupta in i\oma la ao|ia di ciò. Quinto FabÌ9 lasciatovi comandaute, scelse il fiore ed il nerbo suoi militari,, e li spedi per soccortere il console, sotto gli ordini di -Tito Quinzio uome cousoUre, e questore. Mapdò, oopomeno letiére a rCsuaio ra, e le .altre insegne ornamento un tempo de\. re. Saputo^ che Roma .oIeggeval(> diltàtore, non solo non ' si rallegrò di up 4anio onore, ina conr tuebandoseoe disse, adiaufue per io mio occupdzioni perud',pw e il fi allo di ifUest' unno e noi.tidti rje avremo grande il', disàgio ! Dopò ciò recatosi a Roma ( 1^, confortò su le prime i cittadini con discorso al (•y'-Amio li Roma agS secu'mla Caloof, ajS fecondo Vsernas, t 4^ sv. Lfista. •. ZJYw.v/(;/. /tZf 'popolò' dà'enapierlo di beile speranze! Poi'^coavocAti mai i giovani dalia Oittà' e dalia campagnì, soncenlrate le truppe ausiliarie, e nominalo maestret de’ cavalieri .Lucio ' Tarquinio, 'ignobile per la povertà ma nobilissimo in arme, Usci coll’esercito riuaiio e gianto >af questore Tito Quinzio c6e io aspettava, prese ' pur le sue schiere, e né andò' sul nemico. Appe'Oi# ebbe considerata la natura de' luoghi ov’ erano gli accampamenti cOilooò parte dell'armatA ntdie aliuiié onde precladerc agli ^quà i sussidi ed i meri, e' riieneodo 'seco le ah re naHizie lé avanzò cOn -ordiqe de 'battaglia, GleliO phnto tion si sbietti, perocché nè la sua gente era poca, 'Oè poco il cor suo nella guerra, e lo seooti^ nel sUo^ giagnerè, e ne sorse una pugna ostinata; Era decorso buon tempo, e li Romani oom'e cresciuti ’fi'à''' le arme rinovavansi Ognora al travaglio, e la cévallérià soccorrea |yron;a ove erano ì iaHti'iti pericolo. Criccò dunque Eopra0altone, si ritirò nel suo cantpo. Quinzio ' éllora 10 cifis^e con aho steccato e torri frequenti, e' quando seppe a!6nc che penuriava' de’ vivevi, lo investi con assalii contigui nel stio oéntfpo,' ordinando a hSinucfó che uscisse dall^altVà parte. Esausti gli Equi di viveri, disperaii di un soccorso, -e streiii per ogn’ intorno Halr assedm, furouo nécéssitéti à prender ibr&a dì ' su[^ {tlichevbli, e spedire a Qoìozìq per la pace. E colai replicò che la daitebbe, 'e lasccrebbe agli Equi iSalva la persona, se deponessero le arme, é passassero ad' uno ad uno sotto giogo: traliersbbe però' qual nemico Gracco 11 capo tkUa guerra,, e gli altri consiglieri delia rivolu. £ qui comandò che gli 'recassero tali '^ùoraiai in ferri. l turno X. a59 [/milìaVaiui gli Equi' a lutto; quando' egli ordioó, che giacobè aveano senza "esserne oilest previamettie, soggettilo e derubato il Tuscolo città coufederau di Ruma, essi consegnassero a lui ' CorbioBe -, città loro perchè ne lutasse altrettanto. Prese tali -rrsposta partirono gli oratori, e dopo non molto tornarono traendo .con st Gracoo è i Compagni incatenali. Essi poi cedute le arme, e lasciate 'le trincee t ne andarono ^so t(o ^iogo, come era il volere del diltaiort,. à traverso .del.èaiupo romano. Consegnarono tiorbione, e ebn restituire,i prigionieri tuscolaai ottennero soUmeotè che ialiti prima ne uscissero gli uomini iagfenai. Quinrio ricevuta ht" città, comaodd che. le prede pià -wgqardevoU sr trasportassero in Roma, .concedéndo che le altre si dispensassero tra’ soldati venuti con esso, e tragir altri spediti prima con Quinzio il questore ;, e" soggiungendo, che a^ soldati rinchiusi mi console. Miiiudo avea dato ànjplissimó lono, quando li rivenaiet dajla morte. Ciò 'fano, obbligando Minucio.a dhnettérsi djl suo grado, si ripiegò verso IVoma, e'ne menò. Uionfo luminoio, più. che tutti .i duci meuatoIo avessero perche in sedici giorni de’ die avea preso il còniaotfo, 'uvea salvalo l’ esercilò anaico, disfatto i’ altro floridissilno de’ nemici ; saccheggiata la loto città, messavi guarnigione, e comku va • séco In catene il capo, e. gli altri primarj di’qneUa gueira. . FaoeVa soprattutto ùieravigliu die avtmdo ricevuto quel magistrato per sci mési non sei tenne quuito eonòedeva la'> legge : • ma coni vocata la plebe, e ragipjiatuJe delie cosr operate ; lo depose. E pregandolo il Schato che prendesse quanto vote delleterre, degli schiavi delle prede conquistate colle armi, e pressandolo che vivificasse la tenaiti sua con ricchexaa ginata, ché egli possederebbe 'glónosrsaitna, come 'tratta colle proprie iàticbe dal nemico', ed=o(fe rendo'gli' amici e pai'enli amplissimi doni, e pregiando più che tutto' adagiare un tal uomo, egli ' lodatane la cortesia, non prese nulla, ma si ricondusse nel piodolo suo campicello „ ' ed antepose ad nna splendida vita la vita 'tua travagliósa, nobiliubdosi per la ^povertà, più che altri .non. sogliaho per l’ opulenta. Dopo non molto Nanzio f altro console vinse in battaglia i vamente le armi contro de’ Romani, e scorKroacchegjgiando assdi della lòr terra tanto che quei che' veai vano int.copia fuggendo dalle campagne, dicevano tatto in poter loro, quanto è tra Fidene e Cmstumera^ Anche gli .Equi sottomessi ultimamente sorsero^ im’ afira volta alle armi: e recandosene > tra la notte i più robusti a Corbìone, città ceduta da essi Panno antecedente ai Romani, c sorpresavi, la gnamigioDe nel sonno >; ve la uccisero, salvo podhi‘^ che" per .ventura non v’ erano. Gli altri marciarono ju gran moltitudine contro 'di Ottona, Anno di Roma 397 'secondo Catone, 399 seconda Varronc, a 4S5 Cristo.' . olimpiàde otlan dr Gitene vinse cìni de Latini, e -presala a prim’ impeto, fecero per la rabbia su gli alleati de’ -domani, docebè non potevano su’ Romani medesimi ' uccisero tutti > puberi, eccetto quelli -ette efan fuggiti udì’ invadersi della' cillà-r rende-, rono prigionieri, donne, fanciulli, vecchj,, e raccoltovi in fretta quanto poteano trasportar di pregevole,' ripar tirono prima'' che v’accorressero tutti.! Latini.,11 Senato saputo ciò da’ Latini, e da’ militari salvatisi della guarr. nigione, decretò di 'iàr uscir le milqsie y e con ùse i due consoli. Ma Verginio e i colieghi, tribuni già da cinque anni davano a ciò ritardo, opponendosi come negli -anni antecedenti alla scelta militare,, che faceasi pe’coqsojij.u reclamando che. si Sdisse prima la guerra domestica, -con rimettere al popolo l’esame della. legge, che davano sò la eguagliauaa .dei diritti : e la plebe ooadjuvava t ttibaui che asiaf malignavano, contro, del Senato. Imapto temporeggiandosi, nè comportando i consoli,’ che si facesse in Senato il previo decreto su la legge e si proponesse al popolo né volendo i tribuni concedere la leva e la marcia delle, milizie, an^i facendosi accuse inutili e dice^e vicendevoli belle concioni e nella curia,, alSne fu ideato da’ tribuni -uu altro disegno^ che sorprese l padri e chetò >U sedizione attuale,^~ma fu causa di molto ingrandimento per il popolo: ed io sporrò .come il popolo se lo ebbe questo incremento. Essendo manomesso e predato il. territorio de’ Romani e de’ cOufederati, e spaziandovisi i nemici come per una solitudine su la speranza che nou 'Uscirebbe oontr’ essi esercito. alcuno a causa dcHe sedizioni di Róma, i consoli -adunarono il Senato per consultare come sy pericolo estcetno. Tenutisi raoUi discórsi, liichestò il primo dei parer suo Lucio(^uiozio, il> dit latore dellVarìBO, aotecedents, >ttomq,noo/^solo -il più grande allora fra le armi',; ina creduto ancora savissimo nel govefoo', propose il coniglio d ^ale poi persuase più che tnttq'i tribuni e gli altri, che si dij^erine in tempo più accóncio t esame allora ‘non riecessario della legge, è si /accise con tutta prontezza la guerra alfutJe’, scorsa ornai /no, su la etllà r nè si perdesse imbeflemente e Mtuperosasnente il comando con tanti stenti acqmstato. H che se il popolo non -ià-s' tmiceva; si armassero patrizj e clienti, conguanti altri vòleano far causa con essi in qaeil aringo ‘nobilissimo della patria, e ne andassero ardenti al nemico,pren^ dendo per duci dell andafpiento i Numi 'protettori di Roma. Imperocché ne verrebbe lune 'o laUi^ buono e bel fratto^ vuoi dire ò che riporferebbefo ima vittoria la più gloriósa fra tutte le riportate "dai loro ptaggiori, o che magfianimi' niorirebbero pe' beni che sìeguòno la vittoria. 'Annnnzìaira c4e> egli stesso ^n si ricuserebbe a tanto .esperimento, ma presento vi pugnerebbe' qeaniq i più coraggiosi', e ‘che rpempieno manchérebbevi alcuno seniori che amasse-.la libertà e li buon nome. Così piacitito a tutti, Senza che alouna vi ù -óppon%sc, i consoli convocarduo il popolo.' Cbacorsi quanti erano in Roma come per ndieofa di nuov^ co se, fattosi innanzi Cajo Orazio, l’uno de^ consoli, tentò volgere spontaneamente i plebei anche alia guerra pre sente. Ma perciocché i tribuni vi 'ripugnavano, 'ed i LTUno X., 263 plebei,!a> senti vn coq essi; recatoseli console Un altra volta in tneszo disse : Beìia marlwigliasa impr^a ifi vero é^la vostra -o f^ejrginìo ck^. abbiale stacpatò U popolo dal Senato ! e cho. dal^ canto vostro avesstmo già perduto quanto abbiamo, ereditato dagli .avi, e ffuanlo .oUepiUo co')Ttoftrì sudori Ma noij npn, cederemo noi questo, senza lordarsi nemmeno di polvere) ma impugnando le orini con .quanti vprrap salva la patria ne andremo al cimento, i^erantiti su la bontà dell’impresa. E se àLui}' Dio rimìui. le belle.,, le' giustissime imprese') se la sorte che da tanto ' tc/Apo prò • spera questa cillà -, non t ahbqndona sqibnontereniò il nemico., Ma se alcun, Dio me gravita. sopra 4 c’ ci si oppope per, bt salvezza . di -Jiqma ) certo JC voler nostro x di nostra propensione non perirà-; che Jortissimamente per la pat/ia moriremo. 'E voi li belli, U generosi capi che siete di ' Roma, guardata pure colle vostre mogli le case, abbandonando e tradendo noi:,, ma nà te noi vinciamo onoràta sarà la vostra vita, nè sicura se perderemo. Se pur non siete ‘animali (lidia misera speranza che inémici dàpo.' rovinati i patrizj, preserveranno voi per gratitudine, a coricederànuo che godiate la vostrd patria, la libèrtà, il comando, e tuUi t befù -^/ie ora v’ avete. Sb, questo appunto a voi copeederanao cfue’ nemici a' quali men / tre vói pensavate pìà 'saviamehte avete levato tardo iersìtorio, distratte ttgtle c'ktà, JaUine' schià^i i >popoli, ed irudzati toni itrofei, tanti manUmérUi di nemicizfa, e sì luminosi, che mai^per età non perirahpo. Ma perchè io mi addoloro còl popolo il qtude non fu mqi taUù’o ài voter non piit tosto o Vt^fginìo con Voi che per si bella maniero, io dirigete ? Noi' certo necessitali b. non -pensar bassamente noi deliberata abbiamo, e ninno cel vielirà, 'difarci a combattere per la patria: jna voi che abbandonate, voi che ^ tradite il comune, voi neavrete condegna, irreprensibil vendetta dal cielo: nè' fuggirete ‘già questa, se quella fuggite degli uomini. Nè crediate già che io ciò dica pertatterrirvi : 'ma sappiate che quanti siano qui lasciati per guardia dèlia città, se mai gf inimici prevalilo Ho ^ ne destineremo come a noi si conviene.' Se od alcuni^ ìfarbatì, ornai tra le unghie de' nomici, venne in cuore di non lasciare ad essi' non le mogli, ~hon i figli, non le cùlà, ma di ardere .gueste, e di uccidere 'quelli; non farànno altrettanto sé" li Èomani de' quali è proprio il dominare.? ' Certo' degeneri non saratmo : ma còmi notando da vqi > che' nemicissimi Stata,s. ogrii amica\lor cosa distruggeranno. ^onsidarMe ora up'i questo, ié> considerandolo ; fatevi -le adunatvte e le leggi. ' ~ • Detto tali ^ose e ‘molte consimili, presentò li più provetii de patrie] che piangevano. A tale''s[>euaoolo molti del popolo boa contennero nemmeno essi le la gtime: t destatasi grande commoxlone per gli acmi e per la maestà di tali uomini, il console sopraÀandò alquanto disse : 'Impugneranno questi seniori le 'armi per voi giovani nè' voi ve nè' vèrgognelete, occultandovi' fin .sollotarm é" vi terrete lontani da questi duci, che padri sempre, avete nominati ? 'Sciaguo^i voi ! nè degni pure di èsser detti cittadini -di questa èittà fonSala "da c'olbro che àveano por iole fpaile il padre, aperto loro dà numi lo teatnpo ^ra le armi e le fiàmmè Catm Yergioìo temè ciré il pòpolo fosse commosso dà) quel discorso per non SDfhii{V 'dl dover mettersi quella guerra coOlro il sub dire, fecési avanti' e soggiunse; Noi non vi abbandoniamo'né. Vt' 6-adiamo, Hè mai vi .abbandoneremo o padrii come per addietro mai'^ foste da noi derelitti su, et impresa niurtae di mettere custodi' delia libertà te leggi a cui tutti ubbidiscano^ Che se ciò vi .sa male p, Se sdegriate concederle a' vostri cittadini questa grazia,' e'^ riputate com’ essere la mocte. vostra ammetlére il popolo nelC eguaglianzd; non' pià vi darem briga su dà, ma vi chiederemo ' altro' dono, avuto il quale farse noh avrem pià bisognò di nuova legislazione: se nonché ci vien paura che non ottérremo nemttten questo, sebbene non sia ponto lesivo dei Senato, e sia ^uUo bmief ceedonorevole al popolo. E replicando il 'consoleche se rimetteanb la istanza vai Senato, non sarebbe oegata loro cosa, che discrcia fosse-; ed invitandoio a dire ciocché dimandasero, ' Verginio abboccatosene alquanto ^co’-suoi colleght rispose, che lo dirèbbe al Senato, 'fiopo ciò Ji consoli adnnarooo il Senato, ed egli venutovi ^ e divisatovi quanto edmpetevasi al po>pólo, chiede che si duplicassero i magistrati del pòpolo, ed .ogni anno in luogo ;d> ciò que ài nonaipaiserD dieci', tiibuni. Alcuoi, ca{>0 de’qaaii era Laoio QuipzioV àatorevolissinto Pilota, in v Senato, pensavano clie.ciò pon. offenderebbe Ja repubblica e ooDsigll nico vi si'dppose Cajo Claadio, figlio di Appio /dau dio, deir avvertano 'perpetuo a voleri del popolo, se non erano ^a nórma 'delle, leggi. Egli ereditati i ' sentimenti del padre, impedì quando. fu console che si concedesse ai' tribpni d. inquisire contro de’ cavalieri, calunniati di congiure, ed ora con iuiligo ragionamento di^ mostrava, che il popolo non diverrebbe più moderato e più docile y ma più incansiderato e più grave. lùiperocchù appelli che sarebbero ' dt poi giunti 'al iribonaio noi prenderebbero gii' per questo eoa. legame' .che li tenesse ai patti, ma beP. presto tratter^bero di divìsioue di 'terre 4^ dl,e^[}ia|ità dì drritir',,e certdtei;ebbera parlando e ..brigando de cqiUe cose, estensive 'delia potenta del popolo, eotne dmpaqenti 1 onor del .Seoato^.-ìlfosse ntolti tH^ tal dire graodemeote i. ma Quinzio a ritrasse ammaestrandoli voler 1’ otite del Sedato che i tribooS si moltipKcttseil, giacché i molti men 8’ at^rdan dei poclii t esser rocspediziooe>^ Toccò a MìducÌo Ja gaem co’ Sabfm ad Orazio 1 altra' eoo gli Eqaiye ben lostb marciarono ‘atubedi^e. L Sabini gtuuy dando le Idko città.; non curarono .'che' ì Romani si menassero >6 portasae.ro quanto .r’ era pez le campagne. Gii Equi a|ledirono 'Ito’ armala' per coalrxitarli; ma -tutto ebe pugnassero nobilissimamente / non poterono superarli, e si ritirarono ne^sitatt oeile loro^ città, perduto il castello pel quale avaano co/nbattùlo'. Orazio respinti i nemici, -iPatto assai danno alle, lor itette.^ abbattè le mura di Corbinne r ne rovesciò da’ fondamenti' le mse, e -ricondusse in Roma l e(wreito. Sotto Marco Vaieriòy e Spurio Verìpoio consoli delH anno segne'nte, non osci dà’ confini nato, e • convoràlv. il Senato. E condosslachè un littóre, comandatone, rispinse Taraldo ; icilio e i suoi coUeghi degnatine presero e trassero 'il littore me per balzarlo ^la ‘ rupe I consoli tuttoché sen tenesseró 's[^giatls$inù non poteano.fiir violenza, e redimere quel prigioniero: e''^i volsero ptf ajuto agli altri' tribuni-: 'Perooché niuu pifò sospendere p proibire gli atti di alcun tribuno, se non quegli che tribuno, sia parimente giaqchéji tribuni s’ erano preoccupati già, da molti e potenti. Unico -contraddisse .a.tal dire Caju Claudio, comprovandolo molti ; ma -si decretò che il silo al -popolo sì concedesse. Dopo ciò. presenti i pontefici,‘ gli auguri, e due sagrificatori, fatti secondo il rito.sà^ifizj e preghiere, e convocati da’ consoli i 00niizj centurìati si 'confermò la leg^e, e descritla sQ colonna^ metallica, e portata ne|l’ Avventiòq ' fu collocata nel tempio di Diana. Poscia coqgregatisi J plebei tirarono a sorte il suolo dove fabbricare e fabbricarono, occupando ciascuno, lo spa^o che poteva. Unironsi al-r. • i r edifiso dì qò^lcke cak due o M' pèrsone, e talvoiu piùancora, prendendosi uno i pianterreni . e gl! ahri i piani,'àupdnori. E 'cosi tl’. armo si consumò eoj^i^bbricare. Riusoi pesò complicatò e varìo e pieo di grandi avVenluee l’ anno seguente (j)’, nel optale eletti consoli .T'ito' Ro™iliO e Cafo Veturio, furono riassunti al Hribanale ‘Icilio e i coUegbi. {mperoccfaè fu di nuoro suscitata da’ tribuni la dril sedizione ebe parea venuta ihene; e sorsero guerre dagli' esteri : ma queste non 4^e danneggiarla, ' giovaróno non poco la repubblica, non toglierne gl’ in^rlH diSsidj ; essendole’ consueto e viceodevole di ' esaére ’anaoime tra le guerie, ma discor> diosa' nella pace, distraiti - di ciò quanti salirano al con- solato prendevano eoo trat^rtOi se nascevaoo,Te guerre cogli esteri. E ce i ^oemìd erim' 'cheti ; essi stèssi finge- vano’ manoanze pretesti 0' debi- ^litavasi tra lo sedizioni.' Animati nel modo 'stesso i-'oOn soli 'di quest’'am^, deliberarono cavar 1' esercito' contro L taemìci spi timore che i' poveri e gli oziosi. qoaiìn- ctassero a perturbare - la pacel Or essi- ben la rutebde vano,'cbe 'vuoisi- distrarre la mollitudioe ndle gtiè'rre cogli esteri i’hia non beò intendevano com’ eseguiscasi.' ' Quando avrebbero dovuto flir leve moderate ì Qotìae ilo città mal affetta ; si diedero a 'castigarvi colla forzà tùtii i ’ranitenti i senza Cfonsazione o dispensa, iriando ine- sorabili ^il rigor 4elie. leggi sù gli àVen> e su le persone. 'ny Anqo di' Roma agg secoodo Calooc, joi seoondo Varroue, a 453 av. Critto.. Presero da tal proceder^ occasioae di bel onovo i tri buoi di concitare la plebe ; e radonatala, vi strepitarono per più cause, come ancora, perchè aveano. .fatto portar nella carcere molti che reclamavano 1’ ajuto de’ iriboni: e dissero che' essi che soli he aveano l’ autorità dalle leggi, gli assolveano da quel rechi [amento. ' Vedendo però che niente ne profittavano, anzi ' che laccasi la coscrizione piti severamente, incominciarono ad oppor visi co’ fatti. E resistendo I conscM .colla forza del grado loro ; sen fecero altercazioni e scaramnCce. La tenea pei consoli la . gioventù patrizia, ma teneala • pe’ tribuni la turba oziosa e povera : e quel giorno assai prevalsero i LODSolif su' tribuni. Ne' giorni appresso versandosi in> città più turba. dalle campagne, i tribuni, vedutisi òmai con forze' da contrapporsi, convocarono assai spesso il popolò-, ^e mostratigli'! ‘minbui loro malconèr ' dalle piaghe, prolestaropo che deporrebbero il magistrato se non erano da esso gàraoliti. Irritatasene la nioltitudiée ; dt^'no i coiv soli a ' dar conto al popolo del procedete' loro. Nóp gli attesero questi; ed andatine i 'iribòni alia curia ove il Senato ^a^e va 'già consultandoqe lo.aupplicaroooi a non trascurare essi tribuni, offesi -bruttisiihiàmrate, uè il spopolo, che era dell’ aita loro privato. -^E qui ùàrracono quante ne aveano sopportate da’ consoli, e le mapohinazioni di quesb contr essi ond’ erano svergognati' non pure flel grado ) ma' nelle penonc. Laonde chiedeaao che ^.consoli facessero l Una delle due, vuol dire, se negavano di aver fatto . cesa vietata datie leggi controde’ tribuni vemsserò e giurando Ift negassero all’ adoaaaza ; se di giurare non sostenevano, venissero, c vi rendessero, conto ; e le tribù entenziereLbero su loro. Si difesero i cousoli,. dando a vedere ebe i tribuni erano la origine de’, mali, per la caparbieti, per l’audacia di profanare Je persone de’ consoli, prima con avere imposto aisatelliti jorp 'e agli edili di portare in carcere uonjini rivesliti di ogni potere, e poi con tentar di assalirli col raeazo de' plebei più temerarj ; e qui sponeano quanto fosse il^ divari a dalla tribunizia alla, consolar dignità, piena 'questa di regio potere, e nata l’altra solo per protegger' gli ttppressi. Tanto esser lungi che potes^ro far votare la moltitudine contro de' consoli, che noi póteauo nemmeno contro il minimo de’ patriz| senza un decreto espresso del Senato. Pertanto 'minacciavano, se i, tribuni faceano' votar la moltitudine di dàr. rju’me a patria). Continuandosi ‘ppr tutto.il giorno i pochi contro de) ' r • . Vedi Ii che si ripiegasse lo sdegno su’ lor fautori, castigandoli a norma delle leggi. Se quel giorno i tribuni trasportati dall’ira lanciavansi a far cosa alcuda contro del Senato, p de consoli, niente avrebbe impedito che la città di per sé rovinasse. Tanto eran tutti pronti per armarsi e .combat Uni t Ma perché sospeser 1’ afiàre, dando ' a sé tempo per meglio consigliartene; serbarono essi ' moderazione, e r fra del popolo n'n fu mitigÀa. Intimarono pel tc^'zo mercato dopo quel giorno una assemblea popolareove condannire; i consoli ad una emenda in mgeoto, e sciolsero 1’ adunanza. Approssimandoti pe^ò quel -giórno desisterono anche da lah intrapreta dicendo, di coneedecp ciò alle istanze di uomini i più 'venerandi per anni e • per grado. Poi congreg-indo il popolo; dichiararono die essi rimettevano le offese proprie, sul desiderio di motti buoni, a’ quali nop era lecito contraddire : ma che le ingiuri^ fette al popolo e punirebbero queste, anzi le toglierebbero. Imperocché diretumente aggiùngerebbero tra le leggi pnr quella su la divisiori delle terre differìlit ornai da treni’ anni, e quella su’ diritti eguali r • N. ’ Kel lesto v^it nuot’aiiante, forse ot nè per dono,> nè per compera, nè per altro legittimo mezzo che^ possa dimòstrarvisi. Se ne avessero questi dimandata parte pià grande, che noi dopo • avere come noi tra~ vagliato neW acquistarle ; certo non sarebbe stato de gno di uomini, degno di cittadini che pochi si ap propiassero" ciocché era di tutti; ma pur stata una causa vi sarebbe a tanta ingordigia^ Ma quando non potendo dimostrare alcuna opera grande e magnanima per la quale si tengono ciocché è nostro, non sen vergognano 'né lo rilasjdano y nemmeno convintine ; chi potrà comportarli? Or su, per Dio, se io nfetilo in ciò, venga chiunque di questi onorandissimi, venga, e dimostri per quali splendide e belle gesta presuma pià parte di me. Forse ha guerreggiato pià anni, in pià battaglie, con pià ferite, con pià onore di po rotte di spoglie, di prede, o di cUtre marcfm da vincitore, per le quali /’ inimico se ne umilia, e la, patria > magnificata ne sfol^ra ? Dimostri il decima almeno di quanto io v ho dimostrato. Per, certo i pià d’ essi non potrebbero allegare nemmen. la minima parte delle mie gesta : anzi alcuni di loro non par.^ rebbero di' avere sofferto nemmen quanto il popoletlo pià basso. Grandi essi ne detti, noi sono certo nelle armi, pià vagliano contro l' amico, che a fronte dell' inimico: non pensano essi di avere una patria a tutti comune, ma propria di loro, quasi non siano stati per noi liberati da’ tiranni, ma dà tiranni ab-^ biano noi preso come un lòt bene. Questi (perocché bacaselo /e ingiuriò continue pià o men ^andi j eh tutti sapete ) sono giunti a tanta in scienza ^ efu^.non soffrono che alcuno di noi dica libere yoci, o che solo apra la bocca su la patria. E 'Sputió Cassio, quello che ptimó^ parlò su la le^e agraria-, quello che illuitre per tre eonsólati, e per, due trionfi gloriosi, e che avea dimostrato tanta solerzia nel comando nplitare e civile, quanto niun altro in quei tempii qùeH' uomo si grande lo accusarono i con•soU’j come intento alla tirannide, lo sopraffecero con falsi teslìmonj, e, Jìnalniente^ precipitandolo dalla rupe,, Io uccisero', nè per altra cagione se iwn perché era V amico della patria e del popolo.' E Cajo Genuzh) tribuno' vòstroche riproduceva dopo undici anni la stessa legge, e citM>a in giudizio i consoli deir anno antecedente come trascurati 'a compiere i v decreti del Senato tu la partition delle terre, lo lèvaron di mezzo appunta il giorno avanti, il giudizio con occulte maniere i non potendolo colle manifeste. Donde tte venne .a successori grave timore, e niun più st mise a quel rischio : e già sono trend anni che sopportiamo, quasi perduta il nostro potere nella tirannide. Ma lasciamo il resta. I magistrati vostri attuali, quelli che voi avete rendati siseri per le^e ed mvMabili, a quanti mali non incorsero per voglia di difendere gli oppressi tra 7 popolo ? Non furono questi ètpulsi dal Foro a pugni e calci, e con ogni altra guisa di vilipendj ? Vò 'siro era V affronto; e voi vel comportaste nè cercaste vendicarvene con., i'^g darne i voti almeno, in che solo vi resta la libertà. e Ma su prendete spirita o miei cpmpopoUiri. Presene tino i tribuni la legge su la partizione dellecampagne'; _e voi la confermate co’ voti vostri, nè soffrite pur voce chi reclami. Voi non abbisognate o tribuni di esortazione a questi opera ; voi posti vi ci siete, e benissimo fate a non desisterne. E se la caparbietà', se là insolenza de’ giovani vi' si opponga, e rovesci le urne in'' che i voti raccolgonsi, o./i voti vi levino, o scondita tal, altra cosa nel' dar de sofì fragi ntastrate -loro quanta ' il potere siasi del tri i bunato. Che se non è lecito degradar^ i constai, sot topOnete ai. giudizio i privati, de’ quali si vatgonó per le violenze ; e fate che il popolo' voti su loro come su conculcatori delie leggi sacre y e distruttori del dostro magistrato. Or Jui cosi dicendo, ta moltiludibe nè fa cóm> mossa tanto intimainente, e manifestò tanta ira contro gU oppositori, che, copie ho divisato dai princt[yio, non vofesa memmen tollerarne t discorsi. Quaodo sorgendo Icilio tribuno dii^e : che eran pur buoni 1 suggerimenti di Siccio, e lan^mcnte lo encomiò, tuttavia dimostrò cìie non era cosa nè giusta, nè sociale negar la parola a chi vojeya perorare in contrario, prìncipalmeote' di> acutendosi una legge colia quale far prevalece il diritto alla Ibraa varrebboosi di occasioni consitnili, qpelK che non avevano pensieri eqni uè ginstì sul popolo, a turbar la pUè novamentp, e'rimovetae ciocché le gio /asse. E ciò detto prescrivendo ^ il giorno seguente ai, contraddittori della legge, sciolse 1’ adunanza. I consoli a4umildjili oiuiglio privato de^'pairìxj più energici al lora e più floridi, dimostrarono cbe dovea leg^ impedirsi per ogni modo prima' colie parole, è poi colle opere, se il popolo non lasciasse persuadérsi. AdunqH^ raccomandavano a tutti che andassero la ma^a al poro ciascuno quanto più poteva con amici e cliènti:, e quindi che alcuni ài stessero .ed aspettassero intorno la tributiti onde parlasi all’ adunanaa, ed altri in più crttcchj tna>. versassero il Foro, per intraccbiudere, il popolo, é vietarne la riunione. Parve questo U partito migliore, e prima cbe il di si chiarisse, erano molli posò del Forò presi gii 'da’ patriÉj. Vennero dopo ^ciò li' Iriboni e li consoli, quando il banditore invitò chiunque voleva dir contro la legger Presemaronsi perciò molti onesti uomini, ma il remore e il disordine non lasciai ascoltarne le voci. Imperocché qoal déflli astanti esortava 'ed animava i di ^ cuori, e quale gli urlava e'rigettavali nè la lode'preyalèva de’fautori, né lo strepito degli avversar): Sdegna ronsi .protestarono r consoli, che il popolo dava prìn cipio alla vioTenza col non volere ascoltare: ma replicarono i triboni che avendo essi ascoltato ben per cinque anni, non laceano cosa da odiarnéli, se non voileaoo più tollerare trite contraddizioni, e rant^de. Còsi ne andara il più delia giornata, quando il popolo chiese di votare/ Allora i giovani patria) credendo che più non iCoise da sufferire, impedirono il popolo che si raccogliesse in tribù, tolsero a chi li portava i vasi de' voti, e battendo e spiugendo, cacciarono quanti erano a ciò deputati, nè $en parlivauo. Alzarono le grida i tribadi e géttaronsi nel _ méz^o di essi : e questi cederono e là sciarono die ipvioiati ' passassero ovnnqne, ina passare ovnnque nob Isàdavano il popolo'xbe li seguitava, o quello che tumultuando e disordinandosi qua e là per lo Foro moveasi verso di loro. Cosi divenne inutile al popolo il soccorso de’ tribuni : ed i patrizj ila. vinsero, nè lasciarono che si ammettesse la legge. Le famiglie che più sembrarono coadjuvare i consoli furono le tre de’ Posiumj, de’ Sempronj, de’ Clelj, cospicuissime tutte per lo splendor de’ natali, e potenti assai per amicizie; per ricchezze, e riputazione, .come insigni per le imprese nella guèrra. Si consente che da questi -dipendè prìncipalmebte che la legge non si ammettesse. Nel giorno, appresso i tribuni prendendo i l>le bei più rlguardevolT discùssero ciocché fosse da ‘fare: e tutti di comun voto statuirono di non citare in giudizio i cposoli, ma i' privati che erano stati loro! minjstrij; la punizione de qudi ecciterebbe come Siccio' avvertiva meno diceria contro del popolo. Adunque cominciarono dih'geotemcnte a discutere, quabti 'fossero da : processare, qpal titolo Ressero al giudizio e qtialé. ne sarebbe, '.e quanta la pena. 1 più buj di carattere consigliava nò che si desse a tutta un aria di graveùa e di terrore f in opposito i' più miti voleano moderazione e ^clemenza, é Siccio era,il' capo di questi, e ve li persuase ; io djco colui che perorò per la partizion delie terre diuonti del popolo. Parve loro che si trascùraaserogli àitri patrizi, e si menassero al popolo i Clelj, i Posiumj, i Sempronj a subirne le pene 'delle opere' fotte : si ! accusassero,’ .di aver soverrbiato .ed rnipedUo i tribuni dal forc'uliiiiutre la deftsioQ 'della legger qaido lè l^gt facre -dei Senato-e del popolo,hqn tsoucedoM ad; alcuno, di p/dl^i ri chiuso t ed alfine sen venne il tempo di giudicare coloro. I cooteli ed i, patria] (rau questi i migliori) a^^ sunti per consultatvisi -opinavano che si dovesse concedere a! tribuni, la punigione, affinché i|upedki Uoa causassero male tpaggiore 1 e lasciare che i ^plebei furi-' Ixmdi versassero r ira loro sù le.soÀanxe degli accusati affiprhè paesane arendeita quanta ne voleanp, V iirq>Ucidnsero pér l’ avveAire prinoipalmente ché il danno negli averi potrebbe risarcirai a chi aosteuevalo. Or Unto appunto àddivénne. Imperocché condannati questi, scnaaapptfrìre in giudizio, il popolo Inasprito se ne^raddolci,ì tribuni pensarono che fossè rendalo, loro un moderato eivil potere e sostegno: ed i'patrizj -restituirono ai condannati le lo'to ^stanze reiHmendole, a prezzo eguale da chi areale dal pubblico comperate. Con tali riparisidissiparono i mali imminenti ^lla repubblica. Dopo non molto riprodussero i. tribuni il discorso su la legg^y àia l’avviso deliairmzioae repeatina de’ucjidci sul Tusoolo fu causa bastante ad im^edirneli. ^ceeiuccliè precipitandosi li Tuscolani in folta a, Roma 'dicendo essere giunta una artnaNi grande di Equi, che ava già devaatatq le foro campagne, e ohe tra pochi gieini ne espugnerebbero fin k ciwà se ben tosto non sibccorpeTauo ; iK Senato decretò ‘che v’ andassero entrambi U consolù .ed i consoli, intimata la leva, fchk tnarono tutti i dttsdini alle anni. Ebbevi anche allora del snsurro, oppibnendovisi i tribnni alla iscrizion mili^ tare, né. volendo die gl’ indocili si pòm'ssei'O col rigor delie leggi: ma tutto io indarno.’ Imperocché -il Senato, raccoltosi, decretò che uscissero alia guerra i ' patck) coi loro clienti : che quanti voleano avér parie nel aalvaro la patria, avessero ancor parte nelle sante cose de’ numi, ma che niuna più ve n’ avessero quei -che lasciavano i consoli. Saputosi il decreto del'Sen^o nell’ adunanza del popolo mólti si misero spontaneamente all' impresa. Vi si misero i p{ù ingenui per la verecondia 'di non soccorrere toha città confederata,' diauuta wmpre per r aderenza sua con Roma : tra questi fu Siceio 1’ accusatore presso del popolo degli usurpatori delle 'pobblidie terre, -il quale menava seco -ottocento uomini, timi co me -lui di età superiore, nè piè vincolati dalla legge ^a combattere ma pieni della riverenza del valentuomo pe’ grandi benefizj ricevutine aveano ripntato cosa non degna di abbandonarlo, mentre rinsciva egli a fitr guerra. Òr questa tra la milizia d’ allora fu di gran lunga la' migliore per la perizia iu combattere, Come per T'ardire tra’ pericoli. Seguitarono anepr altri T eaercito vinti dall’ aderenza e dalle istanze de' seniori. E il èri pur k milizia 'pronta sempre a tnui {.pericoli per amor deUe prede, che si fan tra4e arme.. Pertanto in poco tempo ebbest un armata numerosa, e .'fornita splendidissimameute. .! nemici udite che i Romani marcercbbero contre ^ essi, ravviafóQO terso la" patria r esercito : ma i consoli avanzando,a .gran >freilao per 6eno, e gl investirono improvvisi, mentre scendevano a tor r acqua ; e più volte a battaglia li provocarono. -Or attagiia ; e cavò le milizie dalle trincee#. e comparti fcavslieriie fanti per coorti, ciascuno ne’luoghi' Convenienti ; alfine chiamando Siede gli disse : iVbi combattiamo da quindi o Succio, 1 nemicL Tw mentre noi ed efsi ci risparmiamo apparecchiandocip va di fianco per quella via sul monte ove è il.eaatpo nemico, e v assalùci quei che ilo guardano, affinchè gli altri che slan contro’ noi ne teman la perdita, e tentando soccQnjerlo ci volgari le spalle ; e cor/ie. avviene ^in una subita ritirata, si affi. foUirt tutti per una strada, e con fUcilità li., conquidiamo : o se qui si rimangono ; lo perdano il^ campo ^ loro. La milizia che -lo presidia, per quanto seti concepisce, già non è. per sè foige, ma pan mettere tutta la fiducia bliquamente per quella slracbi, impossibile a salirsi di, rutscosòr dei nemici: ma io vi condurrò per vie non, visibili ad essi; e ben mi presagisco trovarle tali òhe ci -guidino sul morite, e sul campo. Inanimiìevi dunque i e speràlCk Ciò detto s avviò Wk fa selva, '> eorsooe buoa tratto, a’ imbattè con un 'cHtadioo, parti tosi non so d’ onde, e fattolo arrestare ;, sei prese a guida. E colui rigirandoli gran tempo attorno del mon te, li pose al fine su di nn colle rimpetto degli aHog la battaglia ebb^ un fine decisoli Imperocché -Siccio co’ suoi, non Si toifo fu -presso degli alloggiamenti, trovalbne'' il danto verso di sè derelitto dalla iniliiia, intenta tutta, come n spetta cólo dal canto verio del combattimento > vi diede faci lissimitmente assaltò, -e sonrontpvvi :. e prorompendo in grida ; corsele come dall’ alto ^ addosso. Sopraffatta quella dal mate impensato e concependo che venisse non qne’ pochi ma l' altro console colle > sue schiere si precipitò fuori delle trincee, per la 'più. gran parte senz’arme. Que’di Siccio ne' uccisero 'qua uà ne presero, e signori già degli alloggiamenti, ripiombarono sa gli altri nel piano. Gli Equi, conoscintadalla foga e dar damori la presa degli alloggiamenti,’ e veduti dopo non molti^.i nemici correre loro alle spalle, noo 'mostraùlno .già cnof 'generóso, ma dnordinadsi, ceecàrono scanapo per varj sentieri. Ma iu questi appunto fecesi strage copiosa, non avendo i Romani lasciato d’ iusegnirli a trucIdarvegU fino alla notte. Siccio ne era l’uccisor più graude Ira Ilice d’imprese bellissime: e quando vide le cose. nemiche ornai ridolte al suo temiihe, egli già fatta notte, tripudiando e forte magnificandosene rimenò la sua coorte agli alloggiamenti espuguati. 1 suoi npn sedo illesi ed inviolati da’ mali che ne temeyanó „ ma 'empiutisi tutti di gloria vivissima, lo chiamavano padre y salvatore, Dio, ed ogni altro bel nome, nè finivano di felicitarlo con amplèssi ed -altre esuberanze di 'gioja. Intanto r altra. milizia romana tornava al campo tuo ‘ dall’ inseguire i nemici. Era già la mezza notte, quando' Sfecio raminando 1’ odio suo 'bontro de’ (Gasoli che,lo oveano spedito alia morte -, si pose in ' animo, dì tor loro la gloria 4el buon' successo. Rivelato il cor suo tra’ compagni, e sembratone a tatti benissimp, anzi ammirandone Ognuno i concetti e F ardire, .^li prese e fe’' prender le armi, e prima uccise guanti trovò 't|tnvi nomini, cavalli, ed altri animali degli Equi, e pòi mise in fiamme i padiglioni, pieni di arme, di vesti, di apparecchi di guerra, e di robbe moltissìmé, recàtevi dalla [ureda tascoiaua : al fine, dopo svanita ogni cosa tra r incendio, parti su I’ alba senza altro che le arme, e rientrò con marcia rapidissima in Roma. Osservativisi questi appena, solleciti tra le arme, tra ’b sangue, tra i cantici della vittoria, eccovi grande il concorso, e la smania di visitarli, ed intenderne le cose .operate., Ed essi, andatine alForo, ve le narrarono ài tribuni: ed i tribuni, intimata un’adunanza; comandarono loro che vi favellassero. Era già grandè la moltitudine ; quando Siedo recatolesi iunanzi narrò la. vittoria \ e' le maniere del combatlimentp j >e come il campo nemico era preso per ie ' forze sae>e degK ottocento suoi, spediti dal console a morire, e come infine le altre • milizie combattute^ dai -consoli ne ifurono ridotte a fiìggjre, Chiedea per tanto che non sapessero grado, se non a luì dèlia vittoria dicendo in' ultimo : noi veniamo sMve le persone e le arme, nè pattiamo coià ninna grande o picciola delle involate ài 'nemico. Il' popolo -alf udirli', impietosì, lagrìmò, vedendo la età, considerando la fortezza de’ valentuomini, e crucciandosi, • e smabiandó so chi voluto ne aveva privare la patria.' Sorkène, come era l’intento di Siccio, l’odio di tutti contro de’ con soli. Il Senato srésso'non soffrì ciò di buon animo, nè decretò per essi il trionfo' o altro pe’ fausti cornettimenti. H popolo poi veduto if tempo della scelta dei magistrati, nominò 'Siedo tribuno ; conferendogli la dignità della • qpale erà' 1’ arbitro. E tali furono le cose più rilevanti operate in qòeiranno. Spurio Tarpeo, ed A11I9 (i^ Térmipio pr^ sero il consolato per l’ anno seguente (0). Questi carezzarono di continuo il popolo con più medi, ccène col previo decreto del Senato su’ magistrati; imperocché “ Si coniulti SigoDÌo su Livio. Di là si raccoglie cìie forse dea Irggtt ti' jfterh. \ ' Anna di 'Roma 3ao. secondo Catone.. ^o secoado Varrone, e av'. Cristo.,. ' (3) Cioi che si potessero multare i magistrati arrogami o clie trascendevano i limili^dei loro poteri. Vedi.g 5o^i rjueito libro. Nondimeno vi è chi crede che vi si parli del senatusconialto fallo emanare dai consoli perchè li tribuni potessctp ìar approvare dal DlOillGT, amo Iti. • ' ' ' nsoli ultiini. Intanto prima che d di Sén Venisse 'di' quella causa.^ facendo l’uno e^l’ altro d^li accusati calde brighe e raccomandaziodi, essi, come già consoli, assai speravano su del $éQato ; • e teneano per leggero., il pericolo, promettendo i seniori di quel ceto ed i giovani che ilon lascerebbero far tal giudizio. Ma ì tribuni prevependo tutto da lontabo, e non valutando preghiere; non minacce, non pericoli ; a{q>ena giunsene il tèmpo,' convocarono .il popolo. Eransi già riversati da’ campi in città poveri e lavoranti in gran numero : or .-questi aggiunti alla moltitudine interna 'empierono il Foro, e le vie che vi conduconp. popolo il progetto sa la formasione del.le leggi, eguali per tatti ; 'argomeaio allora di controTeraie, -come apparisce dalle, coa'e precedenti/'’ -• (r) Forae Icilio tribuno dell’ anno precedente. ..., laQ^oUo.per il primo il gÌRdluo' tU' Romi lio, .Sieda fattoti (^vaati .accurà le> violenze di lui nel •DO consolato contro de’ tribuni, e le insidie contro di aè e della sua coorte nel suo capitanato. E endo egli voluto esimere' da quella spedizione. Matxo .Jciiio, coetaneo ed qmico'SUOf figlio di' uri tale dellfi coorte^, perchè qifesti non ujttme. ài un tempo col ^adre -à morire ^ e che avendo ottenuto da Aulo V srginio, zio suo, e luogotenente afiqrq delle nfilizie di recarsi' ai consoli^ chiederne quésta grazia ; i coruiyli ebbero cuore di .coatraddirh, ed egli, fa ridotto al conforto nùsero delle lagrime ^ non restar^do à (iti che dèplorarela calamità, delf amico : che t antico pel quale pregqvaf udito ciò, se_n venni, 9 chiesto di parlate protestò choj avea pur grandi gli obblighi agi inteAiessori suoi, rna che. mai grad^ebbe anche ottenutala una concessione che levavagli d' esser pietoso inverso del sangue suo : nè nidi si Hmove/ubbe dal padre quanto più si avyiava a. morte, certa come tutti sapeane : anzi ne andrebbe con lui pey difenderlo fin dove potrebbe, e correrne, la sorte medesima, Or costui ridicendo tali cose, niun fu " che nou commiscrasse la sorte di tali uomini : ma quando poi chiamati, comparvero per attestarla, (cilio ' padre, e figlio, e oarrarono cioochè era. di loro; non poterono i più del popolo contenere le lagrime. 'Perorò, se ne difese Ròmilk>,'non ossequioso, non pi^érole-ai tem pi ; ma fastoso, e, grande ne’ concetti ' suoi, coÉàe non si avesse a dar cónto del consolato. Adunque l’ira ne crebbe de’ cittadini, e rendati arbhri di sentenziame, deliberarono ripercoterlo,' e condannarlo co’voti di' tutte le tribù ;. talché la' condanna fosse una ' multa di assi dieci mila. Siccio, 'sembrami, risolvè ciò non senza nna .provi denza : ma perchè scadesse il favór de' patrizj su costui, nè facessero broglio nel darsene ih voto, considerando che la emenda era in danari e non ‘altro ; e perchè li plebei fossero più pronti a .pronunziarne la pena, non dovendo spogliare l’àom consolare di patria, nò di yita. Condannato Romilio fu dopo pochi giorni condannato eziandio Yeturio.' Anche la multa suafa pecuniarìa, ma suddupla di quella del consolato. Adunque non \ più governavano misteriosamente, ma Con intento manifesto ai vantaggi del popolo. E priipa stabilirono ne’comizj benturiati per legge: che tutti i magistrati potessero punire quelli i quedi ecce devono o disordinavano i loro poteri, perchè per addietro non altri che i consoli pòteano far questo. Per Qoi di'cinqoa mila aui. Ora ciò sembra ragionevòle; perchè esseodo Romilio oppositore più che Velario de’ tribooi, dovea sentirne danno maggiore. Nondimeno Livio afTerma che Romilio fa condannalo per dieci mila assi, e Velario per (piiadjci mila ; il che ha -fallo, interpreiare la voce a/oUssi qui dire minatamente, a voi, che vef. sapete, quanto ho sofferto dal pòpolo non per mie private ingiustizie i ma per la henevolenza mia verso di voi; tuttavia ciò ricordo per neceisità, affinchè vediate che io parlo per lo migliore,, non per adulare il popoìp, che mi è eontrarioi Nè alcuno si meravigli, -je io che fui d altro asviso più volte, e quando fui ^console e prima, ora mutato mi sia sttbitamenté ;J nè vogliate concepire che non bene consigliassi allora,, o non bene mi ritratti ah presente. Io finché vidi, o padri,, superiore lo .stato de nobili, lo favorii, come doveasi, non. curando quello dei popolo. Ma poiché fatto savio da’ mali miei, vidi. a gran costo che il poter vostrq è minore dei vostri voleri ; e che piegaridovi alta necessild più volle avete lasdèUo manometter dal popolo quelli che vi sostetievimA, rdiora più,non tenni gh antichi pensieri. E ben vorrei che rion fossero a me, nè al collega mio succedute le cose per le tjtiali voi tutti su noi'vi condolete. Ma poiché finite sono, tali nostre vieef^e, e possiamo solo curar' t avvenire, provvedendo 'che ailri non soffran Iq stesso, v'i esorto ad uno. xid uno I é tutti insieme che órdinialé m bene, almeno il presente: àmpcrocchò'JèUcissimamente governasi una repubBlica, la qual si èontempera alle sue cose; quegli è il consiglierò migliòre che pòrge il parer suo per cònio di utile pubblico^ -non di nirnidxte private o furóri; e benissimo lei. porgerà su'tempi di poi chi pigha esempio delle cose JWhtre dalle passale. Noi., o padri, quante sfolte si disputò, si 'donlése tra'l Senato e tra ’l popolò ; tante ne àvemmo per alcun modo lapeggio con morti, v esilj, con sfingi' (T Uomini insigni. Or quale sciagura maggiore per una. repubblica che le si tolgano i cittadini migliori, ò senza Una cauia ? Pertanto io vi esorto che questi ve ù risparmiate; nè gettiate i consoli presenti a''màmfesti pericoli, abbandonaisdoli poi tra la tempesta, al pentimento. Deh! che non gettiate ai ‘pericoli niim altro qualunque, e sia pur egli piccolissimo per la repubblica. La principale fierò delle cose che vi' raccomando, è che mandiate deputati,'qiusli nelle grecite città d" Italia, e quali in Alene ; perchè vi cerchìn le leg'gi migliori, e più confacevoli a’ nostri costumi, e Sce le fìpot'i.iio: che Ibrnnti questi, i consoli propongano al Senato, quali debbansi 'scegliere per legitlatori con Jfual potere,, per quanto tempo, e cosp altrettali come egli le crederà spedienti : finalmente che lasciate le discordie col popolo, e di cofinetlervi disgrafia a disgrazia, principalmente per una legislazione, la quale ha seoo, se tiòn altro uM apparqto 'almeno di maestà. . Seooodarooo i dpe consoli ài parer di Rqntiliò con più ragioni premediut^ e, molti altri xonsiglieri lo secoodaronof; tanto cbè la plorftità'vi ^ deprsj^. E già già se ne slendeva ài decreto, quando Slocio'.il^ trtbimot quegli cbe zyevz accusalo iLomilio sorse, e fattone ekn gio copioso, ne laudò la mutazione, e cbe non ayesse anteposto Je nimicizie sue all’ util comune,-,ma ^tto ingennào^entè 9ÌÒ. eb’era il bene. Peritai meritp^ soggiunse, IO gir rendo qvesC ossequio, 0 ^ptesta ricono^ saenza : io U> assolvo dalla multa impostagli' nel giudizià, e dà pra in poi, me ^ riconcilio : perocché ci ha sopra^atlo ftel .bpne. Egli disse } e già altri tribuni presenti acconsenlironò. I^on sostenne RomiUodà, prenderne quel conlnccambio ; ma lodati i .tribuni protestò cbe pagherebbe la multa, essere questa sacra ai numi: e non fare cosa né giusta nè pia, chi spoglia h numi di quanto si dee laro per legge : e. coti £e$;9. Steso il decreto dal Senato, 'e confermato dal popolo, ' furono eletti a prendere le leggi da Greci Spurio Posiiunio, Setvio. Sulpicio, ed Aulo MalHò . Furono, questi a ' ., " ^ „ In Lirio si legge PuM Sulpicio .in laog'o di Servio Salpido come scrivesi '.in Dionigi. Servio Sulpicio fu eOosdle l'anno 193, ma Publio non si trova cbe 'mai lo fosso. Tanto Liiio quanto Dionigi numeraao Aulo Manlio Ua i depùiati, cd. Aulo Maoliq seooado pubbliche spese forn^ di triremie > di ogni arredo ; quanto si convenisse ialia maestà ' dell' impéno ; e cosi l’anno -spirò. Nella olimpiade ottantesima seconda, quando Lieo Tessalo' di Larissa vinse allo stadio, e Cherofiino era l’arconte di Atene, compiutosi 1’ anno,trecentimo dalla fondasionb di Roma, cretti consoli ' Publio Orazio, e Sesto Qaintilip j, proruppe nella ^città up morbo coptagioso, il inaggioi% di quanti ue erano ricordatL Vi 'perirono quasi tutti i sèrvi, e circa .Una metà di cittadini. Non. piò i medici avean cuore d( curare gl’ iniermi, non i domestici, non gli amici di porgere loro le cose necessarie ; perocché volendo 'assistere gU -altri còl tatto e col commercio ne coutr^evan i malu Donde è che piò famiglie si^ desolarono per, deficiènza di assistenti. Non era la minima delle sciagure quella so la esportazion decadaveri, ^ certo era causa'.cliè il morbo non venisse meno subitamente. Su le prime per la verecondia, e la copia de’ funebri apparecchi bruciavano o seppellivano i -morti : ma poi curando poco la verecondia, o non avendo ciocché bisognava, ne gettavano molti nelle chiaviche, e più ancora nella corrente del fiume. nd’ è che spinti ai scogli e alle arene delle rive, songeane danno gravissimo ; perchè spiccavasene Oiooipi fu contotq r aono s8o i laddove io Livio leguaai .ia quell’anno per coufole G. Manlio. S; dunque ì deputali erano, còm'a veri$imile, tuui uomini co^olari, il tèstodi Dionigi in questi -luegbi trovasi più eastigato che quello di LCvio. t .- Aono di Roma 3oi secondo Catone,, 3o3. secondo Varrone, e 45 av. Crisio. "‘uBao x; '7 un odor fetidissimo, il quf^e col corso dé’ reali causava subite mutezioni ai corpi anche saqi. Nè l’acqua portatq dal dame era più buona da beveme si per 1’ odor tri sto, ri per le ree digestioni a designarvi i consoli, e designatili ', propoiTebbero' io sieme con questi ai padri la scelta de’ legislatori. ^ Aocordativisi i tribuni, essi intimarono -i comizj prima assai deir usato, e destinaieno consoli Appio Clandio, 0 Tito 'Genuzio. Dopo questo .omettendo, quasi già fòsser di altri, .tutte -li cure {fùbliliche, più non datano ascolto ai tribuni ', e solo miravano a sottrarsi di briga nel resto delia loro raagistratnra. Occorse intanto cbo Mencaio l’ iroò de’ consoli s’ ìnfernuMe di juna' lunga malattia, e vi fu chi disSe che il languore sopravvenutogli per -l’ affanno e per 1’ abbattimento, la rendeva in sanabile. E' Séstio sol titolo che egli non "potea’ solo per. . 1, a()9 aè fiir aiedle,' respingeva 4e istanzt de’ tribuni,^ e voleva che si vbigessero a miO^i niagislrati. E questi non avendo altoo lYiodó, furono astretti in privato, e nelle adunanze pufablicbe dirigersi ad Appio, e suo collega, quantun> qùe non avessero ancora preso il coniando. Or gli ridussero alQue questi uomini, empiendoli' di grande spe> ranza di onori e, di potere, se prendessero a” cuore gli interessi del'popdfo. Imperocché -Appio iu invaso dal1’ ambizione di avere una qualche nuova magistratura, di fondare leggi di cònCordia e di pace", e di far che tulli estimassero 'che la patria sola comandava^u‘ citu dini. Ornato però di una' grande magistratura non vi à contenne; ma inebbriàtone da’ poteri sublimi,^^tr^orse ai furori di perpetuarsela, e per poco non giuose alla tirannide ; cqme spbirò ne’ suoi tempi. Allora dunque cosi pensaodota con cuore -buono, '6no a {lersuademe il. collega egl’ invitato più' volte dai tribupi alle adunanae, vi 'si (^dusSe, e 'tenpevi molti ed umani ragionamenti. I quali rigiravansi. ip t^eslo che piaceva a hd come al collega suo', prÌTtcipalmeiUe che si destinassér le leggi, e si chetassero. le discara die civili su diritti ; e diceano ciò ' palesissimàmeute ; come pure che ''essi ', perchè non entrati al comando, non aveano 'facoltà di nominare i cosUtutori' delle leggp ‘ che noH si opporrebbero per ' mòdo 'alcuno a Menenio’ console e suo ^collega se dava esecuzione al decreto delSenato, anzi’ che do coadj'uverebbero e ringràzierebbyo ; che' se Menenio e il compiano reylica e protesta( Soggiungevano), che trovandoci noi designati per consoli f Tton ^uo ' nominare altre' magislrature lé quali prendano podestà pari' alla consolare ; noi dal canto, nostro non saremo V ostacolo della operazione : perchè sporttanoi cederemo la nostra soprastanza, se cosi • piace in Senato, ai nuovi che sceglieransi in. ^ogo de' consoli. Elocomiava it popolo' la buona volonlà di tali .uomini ; e spiolMÌ, tutti ia /olla nella curht, Sesto ( non poiendoviai tcovare Menenjo per la iufern^ità ) costretto a convocare egli solo il Senato, propose la deliberazione su le. leggi. Ben si disputò qninci e quindi copiosaiaeute da. chi lodava l’essere coiuanihto dalle leggi, e da chi chiedeva che si ritenessero le costumanze paterne: ma prevale il, parere de’ consoli designati propostovi da Appio Claudio, interrogatone per il pritpo : vuol dire cAe si icegliessero dieci i più cospicui tra padri : che forrtandastero su tutta la repubblica per un anno dal giorno deità elezione'col potere' che 'ci aveatip i consoli', e primari re : e che-.fiotànto che governavanp i decemviri .cessasse ogni altra .màgislralura: che qqesti proponessero le leggi più utili alla ivpubblica, scegliendone le migliori da quelle riportate pe' deputali dalla Grecia, e dalle usante. della patria; che le leggi scritte da decemviri, approvale • che fissero dal Senato e ratificate dal popolo,, valessero per tutto f avvenire; e che i magistrati che si creerebbero a norma di queste leggi, discutesteror a rtórma appunto di esso i, conti atti d'e' privali, e pròvyedessero al pubblico. .,LYL. Preso questo decreto ne anderonò i tribuni al/ adunanza, e letto velo; assai vi encomiarono i padri, ed Appio che lo aveva proposto. Giunto poscia il tempo :^ . ‘ 3oi de’ comizj, i iribun! convocatovi il popolo, fecero ve Dirvi i censoU/ designiti perchè g[li osservà^ro le promesse: e questi presentatisi ; deposero il consolato. Non finiva il popolo di encomiarli e lodarli: fattosi quindi a dare il voto pe’ legislatori scelse a tal grado -ipiestl due per i 'primi. Imperocché, ne’ comizj per centurie furono eletti legislatori Appio (gaudio, e>Tito Genuzio^ li due' che doveano èsser consoli l’anno seguente : Pu blio 'Sestiò., insqle ^ dell’ anno corrente, li tre Publio Postnmió, Cervio Sulpicio, ed -Aulo Mallio -,. r qusfli aveano riportate le leggi da’ Greci; Romilio il console dell’ anno antecedente il quale condannato peo le accuse^ di' Sfócio dal popolo, fu poi sentito il primo a dir senlèDEe fautrici ^ cemVirato • f Dettesi quinci 0 quindi più cose' vinse' finaltnente.il partito di chi consigliava che sì tenesse ancorsi il decemvirato su -là repubblica; peroccbè' compilata in picciolo,t$mpo la legislazione non pareva La .tutto ultiosata., e -pareva ancora ;che bisognasse un magistrato assoluto per .obbligare, volessero 0 no, tutti, a quanta ne èpa già -stata decretata. Ma ciò-,cbe gl’. indusse più che tutto, a preeleggere i dieci. fu, rinlenlo di spegnereil tribunato, ciocché bramavano sommanaenie. ''Tali fatono i risaltati delle pùbbliche cousuUaziom : ma. in privato i primi del Senato disegnavano procurare per sè quel magistrato Sui timore che intrqduceodovisi uomini turbolenti nen cagionassero grandi sciagure. Il po polo ricevè con diletto, e ratificò Con pieno trasporto, dandone -il voto, le sentenze -dej Senato.. I dieci prefissero il tempo de’.comiàj-, e li più provetti e più rispettabili de’ patrizi ambirono quel' magistrato, b fptì molto ebeomiato da tutti JVppio, il pruno ^allora del decemvirato, ed il popoip vo)ea .couifermarvelo, -come se niou altro meglip di lui -lo remerebbe. Egli fingea su le prime di escusarsene e 'cbiodeva ebe Ip esimessero da nn incarico, pieno di travagli e d invidia : ma poi Btimolandovelo tutti; fecesi a chiederlo nottamenle ; anzi dolendosi dei migliori ' de’ competitori, come di animo non buono verso lui per 4a ' invidia ; favori gli amici suoi palesissimamente. Egli dunque nc’comizj per centurie fu crealo per la seconda volta datore di leggi: e eoa esso'lai furono creati' Quinto Fabio detto Vibo^ lado, già 'per 'tre volte console; edirreprensibile 6no a quel tempo in ogni bel costume : e ira gli altri pa-^ trii) diletti ^uoi; Mai‘co' Cornelio, Marco Sergio, Lucio MinuCio, Tito Antonio, e Manio Rabulejo, .uomiut non molto chiari : de’ plebei poi Quinto Poetelio, Cesbne Duellio, e Spurio Oppio. Aveaci Appio assunti por questi per adulare il popolo coi dire che', 1’ equità voleva, • he, stabilendosi una magistratura uòica su tutte le -còse ; aves^ro parie in essa anche i plebei. Applaudito in unte' queste cose,. e ‘parendone il migliore dei re, e de’ soprastand annuali ; prese la magi.i stratura per l’ anno che seguiva. Or questo e non altro ' è quanto si operò degno di ricordauza nel primo decemvirato presso de’ Romani. Presero nell' anno ^guente -la podestà suprema i dieci con Appio alle idi di maggio. Allora i mesi legolavausi colla Iona, e cadeva in quelle' idi appunto il plenilooio. Or prima legandosi tra sagrifizl, arcani alla plebe, convennero di non contrariarsi mai fra loro, 'di ratificare tutti quanto ciascuno giùdicherebbe: di ritenersi la magistratura ih vìta\ nè Jasciare che altri vi sottentrasse : di aventi' tutti onore e potere eguali : di ricorrere di rarii, e per necessità sola, ai. . 3o5 i>oti del Senato e del popòlo, e di ultimare per lo più le cose colC autorità propria. Poi jrenuto il gio;^o da pigliare il comando, ( è questo giorno sacro ai Romani, e guardansi tutti di ascoltare o vedere cose non liete ) ^ fatto prima sagrifìzio agl’ Iddìi secondo il rito, uscirono ben tosto i. dieci su la mattina con tutti i distintivi di nn regio potere . Come il popolo vide, che non osservavano più |e mauiere popolari e, modeste di preminenza, e che non avvicendavan fra loro come prima i segni del comando supremo; assai ne decadde nell’ aspetto e nell’animo. Temè le scuri messe tra’ fasci portati da dodici licori dinanzi a ciascuno, i quali facean largo, dando de’ colpi come prima ai tempo dei re. Era stator questo costume abolito ben tosto. dopo la espulsione dei ré da Publio Valerio, uomo popolare, quando ne succedette al comando. E paréndo essere stato autóre di ottima cosa; tutti i consoli posteriore fe> cero come lui, nè più misero tra’ fasci le scuri, se non quando marciavano, all’ armata, o per altro intento uscivano da Roma’. Or quando portavano guerra agii esteri, quando visitavano i sudditi, assuiueans le scuri ; .perchè r aspetto terribile di esse-,. come dirette contro de’ nemici e de’ servi, si rendeva mec grave pe’ cittadini. LX. Veduto ciò, che riputavasi il segnate di nn regno, si temè, come ho detto, moltissimo, credendosi pòduta la libertà, e creati dieci per un solo monarca. Con. tal modo sbalordirono i dieci la moltitudine : e Roma Catone Varrous, e 448 ar. CrJslo. ' '1 PlOStGt, Itipu) in. '. IO fermi, cbe avrebbero a dominare per 1’ avvenire col terrore ; ciascuno fecesi Un seguilo dì ^oyanl i più leDterarj, e opporiuui per esso. Ben era da aspettare, o sperare cbe i più de’ poveri e sciaurati si dimostrassero fautori della tirannide ; anteponendo l’ utile proprio al pubblico ; ma non era da aspettare, nè da sperare, e certo egli fu meravigliosissimo^ che molli patrizj potendo grandeggiare per 'sestauze e per, sangue soffrissero di opprimere co’ decemviri la liberi^ della patria. ' Costoro datisi a tutti i piaceri, quanti sottopongono 1’ uomo, comandavano superbissitnamente : e legislatori insieme e giudici, tcncano per niente il Senato ed il popolo, ed uccidevano e spogliavano, conculcando ogni diritto. E perchè azioni illegittime e biasimevoli sembrassero noux indegne, anzi operale per giiislizia; nomsi accingevano a farle se non previo esame, ed'uu giudizio. Erano gli accusatori inandaii da fondatori stessi delta tirannide, creali i giudici dal ceto de’ loro amici; laDlochè solcano questi in coniraccaràbio sentenziarne per compiacerli. Molte cause però', nè di poco rilievo, le defìnivano i dieci per sesiessi. Cosi quelli che erano per essere defraudali del loro diritto, non trovando altro scampo, conducevansi necessariamente a renderseli amici. Ood’ è che col volgere del tempo videsi la parte corrotta ed inferma maggiore della innocente. Imperocché coloro che v' erano concul^cati da’ decemviri sdegnavano di rimanervi, e si ritiravano nelle campagne, Bspettandovi il tempo de comizj, ^quasi coloro finito 1’ apno fossèro per deporre il comando, ed eleggete nuovi ^nagislrali. Appio intanto £ i colleghi ^crisscA) le. leggi che rimanevano in altre due tavole, e le aulroao alle prime. In queste eravt traile altre lajegge, che non concodeàsi a^atrizj il matrimonio co’ plebei: e ciò non per altro, io t j , !• OLGENDO la olimpiade ottantesipia ' terza nella quale Grisoue Imero vinse allo stadio mentre Filisco era 1 arconte di Atene, i Romani annientarono il decemvirato il quale governava già da tre anni la repubblica. Ora, io tenterò descrivere dalle origini per qual modo, quali nomini, con i|uali cause e pretesti, seguendo la libertà, si lanciassero a schiantare una signoria che ovea già profonde le radici ; perciocché ne reputo la cognizione bella e necessaria principalmente al Glosofo die contempla, ed all’ uomo dr stato che amministra, per non dire a tutti. E certo .molti non si contentano ^ conoscere dalia storia, solamente come gli Ateniesi ed i Lacedemoni vinsero, per esempio', la ^ guerra col Persiano, aiTrontandosi in due battaglie navali ed nna campale contro un barbaro che area tre milioni di nomini, essi che 'aveano appena cento dieci mila nomini insieme cogli alleali; ma vogliono' por co, noscere dalla storia i luoghi ove occorsero, .ed kiten dere le cagioni per lè quali si compiecono le meravigliose ed incredibili gesta, come apprendere quali fossero i duci delle armate greche e persiane, nè essere, per cosi dire, defraudati, di cosa niuna fatta ne’ combattimenti. Imperocché dilettasi la mente dell’ nomo por, tata quasi per mano dai racconti alle opere, e come a vederle dopo ascoltatele; E quando gli uomini odono le civili vicende, non appagansi di udire la somma ed il termine degli ’ affari, per esempio., come gli. Ateniesi permettessero el^e gli Spartani demolissero le mura, conquassassero le navi di Atene, ponessero guarnigionè nella Iqr cittadella è vi trasmutassero il governo del popolo in quello de’pochi^ senza nemmeno combattere (.i); ma. bentosto dimandano quali erano le angustie di 'quella città, onde incorse in tali orrori è miserie, quali e di chi li discorsi che ve 1’ acchetarono, e quanto seguila tali cose. Dilettarsi poi della contemplazione totale di quanto concerne gli affari è cQmifuq a tutti,. come agli uomini, pubblici, tra’ quali colloco àncora i fUosofì, quelli almeno che pongono la filosofìa non già nelle Occorsero tali fatti oelf''aoao Hltimo detta goeri'a del Pelopoaneso ; conws pu& vedersi io Senofoute nel libro secoado lAasxnel lib. -i3 di Di odoro, t nel LitandrQ di Plutarco., I parole, ma nelf esercizio delle opere belle. Cd oltre questo diletto, ne segue, > no, e riducendd' quanti ner credevano IntorTerablle il giogo ; a lasciare colle -mogli e co’ figli lo^ patria, ed alloggiarsi nelle città vicine, ricevutivi da’Lallni in forza de'parentadi, e dagli Eroici per essere stati di fresco creati cittadini da' Romani. DI guisa teaoo traversarne 'le opere ; nè vi rimasero nemmeno gli asciiitl al Sentito I qu^li doveano per necessità star pronti pe’ decemviri ; ma l più trasferendosi con quanto aveano in famiglia; dimoravano, abbandonate lo case, per le carrqiagne. Non dispiaceano gli allontanamenti de’ grandi personaggi agli amatori del decemvirato per più cause, e principalmente, perchè I più 'giovani di questi erano divenuti don che scellerati, molto insoleati, né poteauo tollerare. 1’ aspetto di qtielll, innanzi dei quali doveano arrossirsi della loro impudenza. III. Derelitta cosi la città dal fior degli uomiai (^), e cadùlavi ogni libertà ; gli Equi già vinti da' Romani, cogliendo la Occasion propizia di combatterli, di con Anuo di Roma 3o5 Mcondo Caioua, ìof ascondo Vartoae, c av. Cristo. Digitized by Googie 3i2 delle antichità’ romane traecambiarlt delle iogiorie sostennlene, e riveodicarsi quanto perduto ci aveano, apparecchiaronsi all’ armi, e marciarono con grandi eserciti contro di lei', malconcia pel comando de’ pochi nè idonea a tener fronte, nè a concordarsi, nè a' cura fecesi innanzi e disse che portavasi a -Roma, la guerra, da due parti, quinci dagli Equ^, e quindi da’ Sabini ; tenendovi un discorso ariifiziosissimo, indirilto a far votare la leva delle milizie e condurle imipzntioeDtc in campagna, non peùnetteodo T Ifare che indagiasse. Or lui cosi dicendo insorse Lucio Valerio, soprannominato Polito, uomo che grande tenessi |>e' grandi genitori: certamente era stalo padre di lui più, importano, conte sarebbe il buon ordine della moltitudine, e che la cosa stessa apparisca utile a tutti, rimovendo dalla città la ingiustizia e la soverchieria che vi domina, e rendendo l’ antica forma al governo; in tal caso sbattuti quelli che ora inorgogliano, e gettate le armi, verranno a noi tra non molto per saldarne le ingiurie, e trattare la pace : e noi, ciocché i savj tutti desiderano, potrein finir senza le armi, la guerra con essi. Or ciò considerando, poiché sì grave tra le mura è la turbolenza ; io giudico che debbasi per ora sospendere ogìti cura di guerra, e concedere a chi vuole di proporre mezzi di concordia, e buon ordine interno. Noi chiamati da queste magistrato non abbiamo potuto già prima di essere addotti a questa guerra, consultare su lo stato^ de’ nostri pubblici affari, e conoscere se scóncio alcuno ci avesse. Ed ora assai riprensibile sarebbe chi, lasciata la occasione, •cercasse di altro discorrere : e niuno dir può con sicurezza che trascurato questo tempo, come men congruo, un altro ne avremo pià acconcio. Anzi se alcuno vuol concludere V avvenire dal passato ; trascorrerà gran tempo senza che possiamo qui riunirci per deliberare. IX.' Io prego te, Appio, e voi tutti presidenti di Honta, voi che dovete provvedere non al bene vostro privato, ma a quello Ai tutti, a non corucciarvi, se io parlo secondo la verità, non secondo il genio vostro. Voi dovete por mente, che io parlo, non per malignare, o vilipendere il vostro magistrtUo; ma per additare, se pur vi è, una via di salvare, e dirigere la repubblica, dopo mostratine i /lutti da’ quali è sbattuta. Quanti han cara la patria, debbono forse qui tutti discorrere dell’ util comune, ma io principalmente. Imperocché io debbo per la onorificenza fattami dar principia ad opinare : e saria vergogna e stoltezza grande, se io che sorgo il primo non dicessi le cose che prime son da correggere : Appresso trovandomi io zio paterno di Appio il capo decemviro, accade che più di tutti mi consolo, o rattristomi secondo che bene o non bene governano la repubblica. Aggiungi che ho io ricevuto da’ maggiori miei la civil consuetudine di curare anzi l' utile -pubblico che il mio, senza guartlare a privati pericoli ; nè io, la tradirò io questa civil consuetudine, nè profanerò le gesta di que' valentuomini. Orjt, che il governo presente male a .noi si conviene anzi che incomoda, direi quasi tutti ; siane questo l’ argomento gravissimo, che quanti trattavano le cose civili ( nè già potete voi soli ignorarlo ) ràiransi ogni giorno da Ho 3ai ma, lasciando le paterne case deserte. Qual de' plebei più rìguardevoli trasferisce la propria sede colle mogli e co' figli nelle città più vicine, e quale nelle campagne più lontane da Roma : E molti de' patrizj nemmen essi in città se ne vivono, ma li più si dimorano per le campagne. Ma che giova parlare degli altri j quando appena in città se ne stanno alcuni pochi senatori uniti a voi per amicizia o per sangue, e cercan gli altri la solitudine più che la patria? E quando voi v'aveste il bisogno di adunche il Senato, tornarono invitati ad uno ad uno dalle campagne que' dessi che solcano insieme co' magistrati guardare la patria, nè mancare mai da affare niuno della repubblica. Or tdie pensate voi che gli uomini ahbandonande la patria fugano i beni o li mali ? certo che i mali. E t essere abbandonata da plebei, derelitta da' pevrizii senza incontri di guerra, di pestilenze, e di altri disastri mandati dal deh,, ella è sciagitra questa non seconda a niuna per una città, massimamente per Roma, la quale abbisogna di molle milizie, tutte sue ; se vuoi dominare stabilmente su' vicini. X. Folete udir voi le cagioni che riducono i popoli ad abbandonare i templi e le tombe degli avi, e lasciar diserti i poderi e le case paterne' ^ e credere ogni altra terra più necessaria della patria ? Certamente tali cose non avvengono^ senza cagioni, ed io sporrovele queste, non occulterowele. Molte Appio sono le accuse e di molti sul vostro magistrato : vere o false che siano, noi cerco per ora : certo che vi si fatino. Ninno, se non del vostro seguito j trova il ben suo nell' orditi presente. I ^andi, figli pur essi di grandi, à quali spettavano i sacerdozj, le magistrature, e gli altri onori goduti dai loro padri, fremono di essere da voi respinti e tolti dalle dignità degli antenati. Quei del celo di mezzo che cercati la calma del vivere, v imputano lo spoglio ingiusto de beni loro, lamentano il disonore che fate alle lor mogli, la effrenatezza verso le loro figliuole nubili, ed altri oltraggi molti e gravi: e la parte più. bassa del popolo, non più arbitra per voi de' voti e delle elezioni, non più chiamata alle a4unanze, nè, partecipe di alcuna civile uguaglianza, ve ne maledice appunto per questo, e tirannico chiama il vostro governo. XI. Ora come voi correggerete questi abusi, come la lingua, incolpati che ne siete, accheterete del popolo ? questo è ciò, che rimanemi a dire. Facciane il Senato previamente il decreto : fate che il popolo deliberi, se torni a lui meglio ripristinare i consoli, i tribuni e gli altri magistrali della patria, o continuare r ordin presente : se tutti i Romani avran caro il comando de' pochi, e dinoteran co’ lor voti, che ve lo abbiate voi questo comando ; voi terrete un magistrato legittimo, non violento. Ma se vorranno di nuovo i consoli, di nuovo gli altri mostrati ; voi sarete decaduti per legge, nò più crediate dominare, se ìton da tiranni su gli eguali, non prendendo gli ottimati il comando, se non da' cittadini spontanei. E nel far questo, o u4ppio, tu dei dar principio, c tu disciogliere un comando da te stahilUo, utile un tempo, ed ora noceyole. E m’ odi ciocché ne guadagni, se mi ti arrendi, se ne deponi codesto malveliuto comando. Se li tuoi colleghi a ciò s’ indurranno'; ciascwi dirà che buoni fatti su /’ esempio tuo vi si indussero t laddove se questi si ostinano a tenere un dominio illegittimo ; sarai tu benedetto che volesti, altnen solo, compiere il giusto ; mentre i contumaci saran con infamia e danno gravissimo degracUtti. Che se mai ( lo che potria ben essere ) fermato v' aveste infra voi secreti trattali e parole, pigliandovi i Dei per mallevadori, fa pur conto che siasi empietadv osservarli, e vera pietà vilipenderli, come contrarf ai cittadini, e alla patria. Imperocché sogliono i numi esser presi mallevadori su gli accordi buoni e giusti; non su gV ingiusti e vergognosi. XII. Che se tu esiti lasciare il comando per timor de' nemici, sicché non ten venga pericolo, nè sii stretto a dar conto delle opete tue ; certo non è ragionevole questo timore. Non è sì picciolo, non sì sconoscente il Romano da ricordare i tuoi sbagli, c scortlarc i tuoi benefizj : ma contrapponendo i beni presenti ai mali passati giudicherà degni questi di perdono, c quelli di lode. Potrai tu rappresentare al popolo' le tante belle tue gesta innanzi del Decemvirato, ed in .vista di queste ottenerne ajuto e salvezza, e difenderti in più modi dalle accuse, come ad esempio, che non eri tu che abusavi, ma un altro senza tua saputa; che non bastavi a reprimerlo come tuo pari: o che eri necessitato a soffrire per areme altra cosa più utile. Ma troppo lungo sarebbe il discorso, se numerare volessi tutti i modi delle difese. Coloro che non han discolpa niuna giusta, nè plausibile, pur confessando il delitto, e raccomandandosi, ammolliscono il cuor degli offesi, con allegare il poco giudizio degli anni, la pravità de' tompagnì, la vastità del comando, o la sorte che travia ne calcoli loro tutti i mortali. Or tu se deponi il comando, tu n avrai, lo prometto, amnistia generale de’ mancamenti, e riconciliazione col popolo, decorosa in mezzo de' mali. Ma io temo, che il pericolo siati pretesto non vero a non lasciare il comando ] essendo a mille riuscito di rinunciar la tirannide, nè scontrarne alcun danno da cittadini. Le cagioni non dubbie sono un ambizione vana che cerca le apparenze di una gloria vera, una propensione pe' rei piaceri, quali il vivere concedegli de’ tiranni. Ma se pià che andar dietro alte immagini, e alle ombre degli onori, e de’ piaceri, ne vuoi tu ciò che è solido; rendi alla patria la tua preminenza, ricevi le dignità dagli eguali tuoi, acquistati la emulazione de’ posteri, e lascia loro in luogo del mortala tuo corpo, sempiterna la fama. Questi sono gli onori fondati e veri, questi gt indelebili e cari nè rincrescevoli mai. Pasci V animo ti.'o de’ beni della patria: già non parrai di averglìt.^e dato la menorna parte, liberandola da signoria ce'ti dura. Prendi esempio dagli antenati, considera chs^ niun d’ essi mise affetto ad un potere dispotico ^ nè fu lo schiavo vilissimo de piaceri del corpo ; eppur furono onorati in vita, e morti sono celebrati da posteri ; giacché tutti fan loro testùnoniama, che furon custodi fidissimi delC aristocrazia ^ che Roma fondò, dopo espulsi i monarchi. Non dimenticare i detti ^ non i fatti tuoi gloriosi; perciocché belle pur furono le prime tue mosse nella repubblicUf e pur grandi per la speranza ^ che davano della tua virtù. Deh ! che siano consentanee ancor le altre tue opere. Deh ! ritorna a quella indole tua Jlppio figliuolo : sii nel genio del governo un ottimate, non un tiranno. Fuggi quelli, che adulando, ti parlano, quelli pe' quali, se’ lungi dalle utili istituzioni, errante dal diritto sentiero, già’ wotr È rzRtstitiLE, CHS AtTSt SIA DI SSL HVOrO SXWDUTO BDOIfO, DA CHI già’ FSSSIXO lo RStfDk. Xiy. Quante volte dir ti volli tali cose da solo a solo j per instruirviti dove le ignoravi, o per ammonirtene, dove vi mancavi! Nè già venni, per ciò sola una volta in tua casa, ma i servi tuoi,me ne rimandarono, e con dire, che non avevi tu ozio da inti'attenerd con un tuo congiunto ; ma clu: avevi a fare cose più necessarie ; seppur v è cosa più necessaria della pietà verso i suoi. Forse, i tuoi servi, ciò conoscendo y mi vietarono di per sé stessi t entrata, e non per tuo comando. E ben io vorrei, che così fosse. Certamente questo mi ridusse a parlarti di ciò. che io volea nel Senato, non avendolo mai potuto da solo a solo. Ma .le buone, e le utili cose dovunque, 0 rippùj y son da dire tra gli uomini, piuttosto che 'JaG sempre tacerle. E che io a le rendessi gli ojfizj dovuti alla nostra prosapia ; ne attesto gl' Iddj de' quali noi dell’ Appio sangue veneriamo i templi e gli altari con sagrifiej comuni: ne attesto i genj degli antenati, a’ quali porgiamo del paro gli onori secondi, e li ringraziamenti, dopo de’ numi : e soprattiMo attesto questa terra, la qual tiene nelle sue viscere il padre, ed il fratello mio, che io dedicava a te la vita e la voce per sit^erire il tuo meglio. Pertanto desideroso di rettificare, per quanto io posso, gli sbagli tuoi ti prego a non rimediare male con male } à non perdere le cose tue mentre aspiri ad altre pià gratuli ; e finalmente a non dominare agli eguali e a maggiori, ed essere dominato da' pià vili, c più tristi. Se noti che, volendoti io ra^nar di più cose e più a lungo, non so ridurmici : perocché se Dio ti rivuole a buon senno; sóprawanzano le cose anzidetle: ma seti abhandona al tuo peggio, sarebbero indarno, quante io ne aggiungessi. Eccovi, o padri coscritti, e capi tutti di Poma, il mio sentimento per dar fine alla guerra, ed ordine alla repubblica perturbata.' Se altri tien cose migliori a ridirne ; vincano pure te ottime. Cosi disse Claudio ; assai speranzandosene i paIri, che i Dieci deporrebbero il loro magistrato. Non replicava Appio nulla in contrario ; quando fattosi innanzi Marco Cornelio altro Decemviro disse : Non abbisognano, o Claudio, i tuoi consìgli: su Futile nostro provvederemo noi da noi stessi; perocché tale appunto ò' la nostra olà, da non disconoscere ciò che ne giova, nè scarsi siamo di (uaici, età consultar nel bisogno. Pertanto dispensati da opera intempestiva ; non dare o gran veccJào consigli, ove non se ne richiedono. Che se vuoi di cosa alcuna ammonire t o pià propriamente, inveire su di Appio ; inveisci a tua voglia y ma quando se’ fuor di Senato. Quivi entro però di ciò, che ten pare su la guerra t co’ Sabini, e con gli Equi, circa la quale se’ chiesto del parer tuo ; e cessa da vaniloqui fuori di argomento. Sorse a lai voci Claudio nuovamente tutto mesto, e pieno gli occhi di lagrime, e disse: Appio o padri, Appio, presenti voi, non reputa me, lo suo zio, degno nemmeno di risposta. Egli precludemi, quanto è da esso, il Senato, come già la sua casa. Anzi levami, a dirlo più veramente, dalla città ; perocché non io potrei rimirarvi di buon occhio un indegno degli antentUi, un emulatore de' tiranni. Io dunque raccolti i miei, e le mie cose, vammene tra i Sabini, per abitarvi la città di Jiegillo, dond’ è la oiigine mia, e tenermivi finché questi trionfano nel sì bel magistrato, ma quando ( nè dee molto tardare ) fta di questo decemvirato, ciocché ne antivedo ; allora tra voi mi renderò. Ma ciò basà su me. Quanto alla guerra, e sue cose, consigliavi o padri, che non diate sentenza niuna, finché i nuovi magistrati non si abbiano. Cosi dicendo, e svegliando grandi ap> plausi nel Senato pel maschio e libero suo spirito; sedette. E qi)i rizzandosi in piede Lucio Quinzio Cincinnato, Tito Quinzio Capitolino, Lucio Lucrezio, e lutti i primari 1 senatori, seguirono il parere di Claudio. Comarbatine i coilegbi di Appio; risolverono di non più chiamare, a dir la sua mente, niodo io vista degli anni, e dell’autorità sua nel consigliare; ma solo in vista delia intrinsichezza, e dell’ aderenza con esso loro. E qui procedendo in mezzo, Marco Cornelio fe’ sorgere Lucio, Cornelio il fratello suo, uomo operoso nè infacondo nella ragione politica, e già compagno di consolato a Quinto Fabio Vibulano, mentre Fabio era. • console per -la terza volta. Ora costui sorto disse: Egli r è mirabile, o padri, che uomini di tatua età quanta ne kan quelli li quali hanno prima opinato, e li quali cercano primeggiar nel SeiuUo, portino per gare politiche, un odio implacabile ai capi dello stato, quando dovrebbero, quanto è d'uopo difenderli, animare i giovani a combattere intrepidi per la buona causa, e tener per amici, non, per nimici i sostenitori del pubblico bene. Ma mollo pià mirabile egli è, che trasferiscano là malvolenza privata alle atse della repubblica, e vogliano anzi perir co’ nemici, che con tutti gli amici salvarsi. Eccesso di furore, e direi accecamento divino egli è questo; eppure cosi li capi si comportano del nostro Senato. Sdegnati questi che nel concoirere al decemvirato, che ora accusano, furon vinti da altri che apparvcr pià idonei, fan loro eterna, irreconciliabile guerra: e sì stolida, e sì furiosa ; da ìovesciare da capo a fondo la pàtria, per calunniare presso voi li Decemviri. Vedon essi la nostra regione in preda a nemici : vedono che ornai giungono a Roma, giacché breve è lo spazio che ne li separa ; ed in luogo di esortare, e d’incitare i giovani a combattere per la patria, e di soccorrerla essi stessi con tutta la diligenza, e l’ ordorè, quanto la età loro ne ammette ; vogliono che ora voi provvediate ad ordinare il governo, a creare nuovi magistrati, e far tutto piuttosto-, che conquidere gC inimici : nè san vedere che danno sentenze, anzi che tengono desiderj impossibili. XVII. E certo, fate cosi ragione : il Senato emani il decreto de' comizj : i Decemviri lo riferiscano al popolo, destinando il giorno del terzo mercato dal giorno presente ) perocché -, e come staà mai valido ciocché si vota dal popolo j se non compiasi a norma delle leggi ? Poi quando abbiano le tribà dato il voto, prendano i nuovi magistrati la repubblica, e propongano a voi la guerra perchè ne discutiate. Se in tempo sì grande, quanto ve n ha da ora ai comizj, si avanzino intanto i nemici, e vengano fino alle mura; noi che faremo, o Claudio? Diremo loro: atpettate per Dio, finché ci avrem fatti nuovi magi a straM ? Certo Claudio suggerìvaci a non decretare, a nè riferire mai cosa al popolo, nè scriver le leve, a se prima non siasi deciso come vogliamo su' magia strati. Itene dunque, e quando udirete creati ì cona soli, creati i magistrati, e tutto pronto per le armi a tornate allora per trattare con noi della pace ; giacB cbè voi senza essere offesi da nei d avete i primi a oltraggiato ; e d ricompenserete, secondo la giusti a zia, in danaro i danni delle vostre incursioni : non a però vi conteremo le stragi degli agricoltori, non le a inginrie, e le insolenze sperimentate da femmine in M guuc, nè altro male insanabile . Ed essi li nemici a tal nostro invito useranno moderazione, e lasciato che la repubblica crei li nuovi maestrali, e faccia gli apparecchi di guerra ; tomeran poi portando ùi luogo delle armi, suppliche per la pace ; ed arren dendo a voi sè medesimi. Xyni. O pur stolti coloro d quali van pel pensiero tali delirj ! e milènsi noi se non ci corucciamo con quei che li propongono: anzi sosteniamo di udirli, quasi consultino su nemici, non su la patria e su noi! Che non leviamo di mezzo i cianciatori sì fatti? che non decretiamo sul punto, che marcisi a difendere il territorio, il quale ci si devasta ? che non armiamo quanti vi sono idonei de cittadini ? anzi, che non portiamo le armi contro le città loro ; ma ce ne stiamo qui a bada, ed accusando i Decemviri, ideando nuovi magistrati, e discutendo forme di governo, lasciamo quant' è nelle nostre campagne, come nella pace, esposto al nemico ? Che sì ; che infine, se permetteremo che la guerra giunga alle mura, corriamo noi rischio di essere schiavi, e che ne sia lì orna stessa distrutta. Non sono queste, o padri coscritti, le maniere di uomini sani, non le maniere di una social provvidenza, la quale antepone al ben pubblico gli odj privati ; ma le maniere piuttosto tli una contenzione intempestiva, di un disamar sconsigliato, di una invidia sciaurata, la qual non lascia esser savio chi ne vieti preso. Tacciano per Dio le controversie ; che tenterò di esporre ciò che avete a decretare salutevole per la patria, ed espediente per 1 101, come terribile pe’ nemici. Stabilite ora la guerra co Sabini f e cogli Equi : arrolate diligentissinù e prontissimi le milizie da guidare contro ambedue : e quando la guerra abbia avuto buon, termine, quando siansi in città ricondotte le milizie ^ quando sia già rinata la pace ; allora volgetevi ad ordinare il governo, allora chiedete conto dai dieci delle operazipni loro nel mostrato, allora createvi nuovi magistrati, fondatevi nuovi tribunali ; e quando da voi dipendono queste cariche onoratene i personaggi che ne son degni ; avvertendo, che pud tboppo non seb FONO I TEMPI Alts COSE MA LE COSE AI TEMPI. Spiegatosi Cornelio in questa sentenza vi aderirono, toltine pochi, anche gli altri che dopo lui ragionarono, altri perchè la stimavano necessaria, come -convcnien' lissima a' fatti presenti, ed altri perchè piegavansi e blandivano i Dieci per timore delia loro autorità, la quale avea costernato non picciofa parte de’ padri. XIX. 'Alfine essendosi opinato dalla più parte, e cora parendo quelli che volcano la guerra superiori di numero agli altri ; invitaron tra gli ultimi a dire Lucio Valerio, quello che volea fin da principio proporre la sentenza sua, ma se fu ritardato, come già scrissi. Or costui sorgendo tenne questo ragionamento : Fedele, o padri j C inganno dei Dieci] Non permisero questi che a voi favellassi, com' io volea, nel principio, ed ora tra gli ultimi mel permettono ! quando pendano che io punto non giovi la repubblica, sebbene io segua il partito di Claudio, perchè ben pochi vi si appigliarono. Che se io mi dichiaro per altro consigilo, sia quanto si vuole bonissimo, ne sarò vanissimo difensore ove io contraddica gli espósti da loro. Annoverar si possono facilmente quei che dopo me sorgeranno per dire : e quando pure consentano tutti con me, che può mai risultarmene, non facendo essi nemmen picciola parte rimpetto ai fautori di Cornelio ? Ma sebbene io ciò veda ; pur non dubito dire il mio sentimento: a voi si spetta, quando udito lo avrete, di volgervi al meglio. Quanto al Decemvirato, e le cure sue del ben pubblico^ concepite che io ven dica le cose tutte, che il prestantissimo Claudio ven diceva : e che debbesi far nuovi magistrati prima che votisi per la guerra, giacché pur questo chiedea con purissimo 'fine quel valentuomo. Tentò Cornelio mostrarvi impossibili i cos/.ui su^erimenli, pretestando il gran tempo che abbisognavi per le civili r forme, quando la guerra ne ò sopra. Egli mise in burla, cose niente burlevoli, e con ciò commosse, ed ebbe molti di voi: ma io, fofò vedervi, che non è impossibile, no, la sentenza di Claudio ; come niuno di quanti la derisero osò dirla nocevole : e vi mostrerò come salvisi il territorio,' e puniscasi chi temerario danneggialo : come ristabiliscasi intanto il comando, che era qui degli ottimati; e come tutto si compia, cooperandovi i cittadini, senza che niuno tenti il contrario. Nè sarà già questa una mia saviezza ; ma io non vi addurrò se non gli esempli di cose operate da voi; imperocché qual luogo hanno tnai gli argomenti dove la sperienza stessa ne ammaestra su ciò che giova ? Fi ricorda che i popbli stessi che ora le manti a/w, spedirono ancora milizie in un tempo stesso, già è r mino nono o decimo^ su le terre nostre e de^ gli alleati, sotto i consoli Cajo Nauzio, e Lucio A/i maio F Foi mandando allora molta florida gioventà contro i due popoli ; f uno de' consoli ridotto a triocerarsi in luoghi disastrosi, non potè far nulla, anzi videsi assediato nel >suo campo medesimo, e, sul rischio di esservi preso per la penuria de' viveri. Nauzio poi contrapposto a' Sabini, impegnato da battaglie continue, non potea nemmeno accorrere verso i suoi che pericolavano : non ignoravasi che se periva V esercito contro degli Equi, non avrebbe nemmeno potuto resistere V altro contro de’ Sabini, riunendosi insieme i nemici. E fra tanti pericoli intorno della città, mentre nemmen ci avea nelC interno suo la concordia, qual rimedio voi ritrovaste ? Congregativi su la mezza notte in Senato ( lo. che giovò sicuramente ogni cosa, e dirizzò la patria che rovinava ornai miseramente ), creaste un magistrato solo, arbitro della guerra e della pace, sospendendo tutti gli altri ; e prima che fosse giorno, ebbesi un dittatore neir ottimo Lucio Quinzio, sebbene si trovasse allora non in città, ma in campagna. Foi ben sapete le imprese operate dipoi dal valentuomo, come apprestò forze idonee, liberò V armata che pericolava, e punì gV inimici, pigliandone fino il duce prigioniero. E fatto ciò con soli quattordici giorni, e riparlato quan^ altro pur v era di male nella repubblica, depose il comando. Così niente impedì, volendolo voi che si creasse il imovo magistrato, solamente in un giorno ; e così dovete > credo, imitarne V esempio, e scegliere, poiché altro non potete, un dittatore, prima che di quivi usciate. Se trapassiam questo tempo, i Dièci non pià vi aduneranno per consultazione alcuna. E perchè sia il dittatore nominato legittimamente eleggete un interré nel pià idoneo de cittadini; come solcasi fare quando i re mancavano, o li con. soli, nò si aveano affatto, come ora non le avete, legittime autorità. Spirato che fosse per questi il tempo del comarulo ; la le^e a sé ne richiamava i poteri. Or questo o padri, che è sì fattibile ed utile, è ciò che vi eswlo di fare. La opinion di Cornelio porta la dissoluzion manifesta del comando degli ottimati ; imperocché se i Dieci divengano una volta padroni delle arme per tale occasione di guerra ; temo che. valercnisene contro di noi. (^uei che non voglion deporre i fasci, depotranno essi mai le armi f Considerate ciò : "'guardatevi da tali uomini ; provvedete contro tutti gC inganni ; poiché vai meglio provveder che pentirsi; cotne é cosa pià savia discredere gli empj ; che, credutili, accusarli. Piacque il dir di Valerio ai più come potè rilevarsi dalle voci loro e da quelli che sorsero dopo di lui ; perciocché doveano opinare ancora i giovani, e questi, eccetto pochi, lenean per bonissitno,quel consiglio. Cosi quando tutti ebbero opinato, e le deliberazioni aver dovevano un termine ; Valerio chiese che i decemviri proponessero la ritrattazion dei pareri, c che di nnovo s invitassero a dire tutti i senatori ; c persuase ciò fàcilmente, volendo molti di loro cangiar eli partito. Cornelio che avea consigliato che si desse a decemviri il tornando deHa guerra, opponeasi potentissimamente; dicendo esser questo un affare già discusso, e portato giurìdicamente al suo fine col voto di tutti : pertanto si annoverassero i voti nè cosa ninna si rìnovasse. Alternavansi tali detti ostinatamente a gran voce da ambe le parti, essendone scisso il Senato; perocché tutti quelli che voleano riformato il disordiu civile, favorivan Valerio ; ma peroravano per Cornelio quanti preferivano il peggio, e temeano de’ perìcoli da un cambiamento. I decemviri presa occasione di fare a lor modo per la turbolenza del Senato, si -attennero al parer di Cornelio. Ed Appio, quell’ uno di essi, re. catosi in mezzo disse : JVoi v abbiamo qua convocati o padri perchè deliberaste su la guerra cogli Equi e co’ Sabini, e per questo abbiam /alto che interloquissero quanti il volevano ^ chiamando voi tutti dal primo aia ultimo, ciascuno ordinatamente, al suo tempo. I tre uomini • Claudio, Cornelio, e Valerio in fine, ne diedero tre pareri ; e voi tutti, quanti altri qui restavate, li ponderaste : e ciascuno, udendolo tutti, espose il partito al qual si appigliava Tutto fu a norma delie leggi : ed essendo ai pià di voi parato che Cornelio abbia presentata la sentenza mi^ gliore ; dichiariamo che questa prepondefa ; e scritta Ut pubblicfdamo. f^alerio e ti' suoi partitoni, annullino se vogliono, ma quando sian consoli, i giudizj già finiti : ed invalidino le sentenze già firmale da tutti. E' cosi dicendo, c comandando che io scriba legesse 3 decreto del Senato, col quale ordinava che i dieci làcesser la leva delle milizie, e ammiuistrasser la guerra ; sciolse 1’ adunanza. Quei della panie decemvirale ne andavano dopo ciò superbi e gonfi, come vincitori, e come riusciti con esser gli arbitri delie arme, nell’ intento, che non si abolisse il loro comando. Per contrario quelli che aveano voluto il bene della repubblica suvansi timidi e mesti; come se non più ne sarebbero gli arbitri in maneggio ninno. Dond’ è che si divisero con risoluzioni diverse ; riducendosi i meno ' generosi per indcde a concedere tutto ai vincitori, e consociarvisi ; laddove i men paventosi teneansi in placida vita lontani dalie pubbliche cure ; e li più eccelsi di spìrito faceansi ua seguito proprio, intenti a difènder sestessi, e trasmutare il governo. Capi di queste unioni erano Lucio Valerio e Marco Orazio, que’ dessi appunto che intrepidi, proposero i primi al Senato di ritogliersi al decemvirato : e questi custodivano la propria casa colle armi, e sestessi con valida guardia di 'clienti e .di servi per non patir violenza, e non mostrar di temerla insidiosa o palese. Quelli che non voleano in Roma part^giar coi più forti, nè brigarvisi in cure pubbliche, nè giudicavano intanto ben fatto di starvi in ozio indolente ; ne uscivano,. parendo loro cosa non facile di vincere i dieci colle arme, anzi impossibile di abbatterne la grande potenza ; ed era lor condottiero 1’ insignissimo uomo Ca)o Claudio, lo zio di Appio Clandio capo decemviro^ il quale adempiva le promesse fatte in Senato al figlio del fratello quando stimolavalo a deporre 3 comando. xr., 337 ne T Io indusse . Lui seguivano torbe di amici e clienti; ma, datovi da esso il principio, abbandonarono la patria ancor altri colle mogli e co’ Ggli, non già di nascosto ed in pochi; ma a moltitudini ed in pubblico. Altronde i compagni di Appio indispettiti del fatto si misero ad impedirlo, cbiudendo le porte, e ritraendone alquanti de’ profughi. Ma poi venuti in paura, che gli impediti si rivolgessero alla forza, e considerando più rettamente come era meglio che uscissero che rimanessero, nemici loro, a conturbarli; spalancarono le porte, e lasciarono andarne quanti mai vollero; incolpatili però come disertori, ne invasero le case, i poderi, ed ogni cosa non potata portar via per l’esilio, apparentemente a conto del fisco, ma in sostanza beneficandone i loro fautori, quasi comperata l’avessero. Or tali imputazioni date a’ primarj esasperarono più ancora i patrizj e i plebei contro ai decemviri. Nondimeno se qiiesti non aggiungevano novi errori ai già detti; parmi che avrebbero tenuto ancora lungo tempo il comando. Imperocché stavasi ancora in città la sedizione, mallevadrice del poter loro, cresciuta da tanto tempo, e per tante cagioni : le quali facevano esultare a vicenda gli uni pei mali degli altri ; li plebei perchè vedevano, mancato il cuor ne’ patrizj, e nel Senato ogni arbitrio su la repubblica; e li patrizj, perchè vedevano il popolo ridotto in tutto senza libertà e senza forze, fin d’ allora che i dieci gli tolsero l’autorità de’ tribuni. Ma perciocché tali decemviri nè moderali in campo, nè prudenti ìu Roma, Vedi S i5 di questo libro. 4 v ptONlGl > ITI’, la iasistevaDO con assai durezza centra l'uno e Tallro par ti(o, lo astrinsero infine a riunirsi, e deporli colle arme stesse, avute per la guerra. Tali poi furono gli ulllmi delitti pe’ quali svergognato il popolo, ne infuriò. Dopo che ebbero stabilito .in Senato il de creio per la guerra ; descrissero in fretta le milizie, e divisele in tre parti, ne serbarono due legioni per guar dia deir interno della città. Piesedeva a queste due Ap pio Claudio il capo decemviro insieme uon^ Spurio Op pio. Intanto Quinto Fabio, Quinto Poeteiio e Manio Rabuleio nè andarono con tre legiodi contro de' Sabini: partirono con altre cinque per la guerra .contro degli Equi Marco Cornelio, Lucio Minucio, Marco Sergio, Tito Antonio, e Cesone Duvilio finalmente. Militarono con essi le truppe latine, e di altri alleati, non meno numerose delle romane. Ma con tantb milizie urbane, con tante ausiliarie, niente riuscì loro secondo il disegno. Imperocché li nem'tci spregiandoli come nuove re clute, si accamparono vicinissimi a loro; e ne invadevano i viveri che erano ad èssi portati, insidiando le strade, e gli assalivano mentre uscivano ai pascoli. E se mai venivano ordinati alle mani, cavalieri con cavalieri, e fanti con fami; riuscivano da per tutto vincitori i nemici ; perocché non pochi Romani mandavano alla peggio ogni cosa, indocili al capitano, come restii per combattere. Quelli che erano tra’ Sabini, renduti sav) da mali minori, deliberarono da seslessi di abbandonare il campo: e levandosene circa la mezza notte ripassarono con una ritirata, simile ad una fuga, dal territorio nemico nel proprio; fino a Crustumero, città nou lontana Digitized by Google tiBno jfi. 339 da Roma. Gli altri che. teneano il campo nell’ Algido della regione degli Equi, ne riceverono ancor essi non poebe^ percosse. Ma ostinandosi incontro a’ pericoli, quasi a riaversi' dalie perdite, incorsero in danni lagrimevoli. Imperocché spintisi i nemici su loro, cacciarono quelli che erano in guardia degli steccati; e salite le trincee, occuparono il campo, e vi uccisero i pochi che resistevano, uccidendone anche più nell’ inseguirli. Quelli che scamparono colla fhga, feriti in gran parte, e quasi tutti privi di arme, ripararonsi al Tuscolo. Del resto tende, giumenti, danari, schiavi e tutti gli altri apparecchi furono preda ai nemici. Saputasene in Roipa la nuova i nemici del decemvirato, quelli ancora che ne occultavano 1 odio, si dichiararono, esultando su la rea condotta de’ capitani. E già grande era Ja moltitudine presso di Orazio e di Valerio, capi, come fu detto, de' crocchi aristocratici. XXIV. Appio e Spurio somministrarono a quelli che comandavano in campo arme, danari, grano, ed ogni bisogno, pigliandone superbissimamente da’ privati e dai pubblico: e reclutando dalle tribù tutti gl’idonei a combattere ; gl’' inviarono loro in supplemento de’ morti, e delle schiere. Invigilarono diligentissimi su Roma, presidiandovi i luoghi più acconci; talché il seguito di Valerio non fosse occulto nel sommoversi. Commisero per vie sécretissime ai capi dell’esercito di sterminare i loro contrari, in occulto se riguardevoli, ma palesemente se ignobili, sempre però con qualche pretesta, perchè paressero giustamente levati. Altri mandati da essi a foraggiare, altri a proteggere i trasporti de’ viveri ; ed altri ad altre belliche incombenEe lisciti dagli alloggiamenti, non furono mai più vedùti in alcun luogo. Ma li più ignobili accusati _ di aver dato princi'pio alla fuga, o portato secreto notizie ài nemico, o non mantenuto r ordine, erano in pubblico trucidati per ispavento comune. Così le milizie erano in due modi disfatte : le fautrici del -decemvirato pe’ cimenti col nemico, e pei capitani le altre che ridesideravano jl governo degli ottimati. Appio co’ suoi commetteva in città delitti consimili e non pochi : la plebe tenne picciolo conto di alcuni estinti quantunque fossero molti di numel-o : ma la morte barbara, ingiusta di uno de’ plebei più cospicui, celeberrimo per le belle virtù sue nel combattere, operata nell’ accampamento ov’ erano i tre capitani, decise quanti vi erano alla ribellione. Sicciu fu I’ ucciso, quegli che avea combattuto le cento v^nti battaglie, raccogliendone sempre' il premio de’ prodi, quegli che disobbligato già per gli anni dal > guerreggiàre, si diè spontaneo per 'la guerra,con gli Equi menandovi per r amor che gli avcano, altri ottocento, già liberi ancor essi a norma delle leggi da’ servigj militari : quegli che spedito dall’ uno de’ consoli contro le. trincee nemiche a rovina come parea manifesta; pur le invase, e preparò pienissima la vittoria pe’ consoli. Or quest’ uomo, cercando Appio co’ suoi di levarsel d’intorno, perchè avea molto parlato in città contro i duci del campo come codardi e imperiti io trassero a discorsi amichevoli, lo invitarono a deliberare con essi intorno le cose del campo, e dire come fossero da emendare gli errori de’ capitani i e Io indussero infine ad andare in forma di legato all’ armata di Crustumero. È tra’ Romani il legalo onoratissima e santa rappresentanza, con l’ autorità de’ comandanti, e con la riverenza e la inviolabilità de’ sacerdoti. Lo accolsero al giunger suo con benevolenza i duci, e lo stimolarono affinchè stesse e comandasse con essi ; anticipandogli de’ doni, e promettendogliene ancora. L’uom d'arme, tutto ingenuo in seslesso, deluso dai scellerati, come lui che non capiva i presti gj delle parole, e quanto erano ingannevoli ; suggerì loro le cose che utili riputava, e soprattutto che trasferissero il campo dal territorio proprio a quello de’ nemici ; additando i mali che ivi soffrivano, c rilevando i beni che da tale passaggio nascerebbero. Fingeano que’duci udirne con diletto gli ammpnimenti : Adunque che non ti. fai tu duce, gli dissero, di questo transito, preeleggendone il sito opportuno, tu si perito do' f ioghi por le tante tufi spedizioni ? Noi ti daremo schiera eletta di uomini, espediti per armamento leggiero. Avrai tu cavallo come alT età tua si com’iene, ed armatura degita. dei tuoi pari. Tenne Siccio l’invito, e chiese cento uomini scelti. Quegli, essendo ancor notte, spediscono lui senza indugio, c con lui cento i più baldanzosi de’ loto fautori, istrutti, e mossi ad ucciderlo con lusinga ahiplissima di ricompense. Or questi giunti, ornai ben, lungi dal campo, in luogo montuoso, angusto, e difficile di ascenderlo a cavallo, se non di passo, ordinaronsi, datone il segno, in maniera da serrarsi in folla su lui. Un tale, sostenitore e servo di Siccio, valoroso tra le 34 a, arme, indovinando il cor loro, diedene cenho al padrone. Il quale vedutosi in tanto disagio di sito da noa potervi nemmen slanciar con forza il cavallo', ne salta, e postosi coir unico sostenitore suo in una balza per non esservi circondato, aspetta che ve lo assalgano. Or tutti ( ed erano molti ) assalendovelo ; ne uccide intorno a quindici, feritone il doppio : e parca, se lo assaliva da presso, che avrebbe, combattendo, straziato ancor gli altri. Ma questi, conceputolo per invincibile, e come non era dà prenderlo a corpo a corpo ; non vennero in tal modo alle mani: ma tenendosi lontani da lui; lo fulminarono con dardi, sassi, e legni. Ed altri avanzandosi di fianco in &ul motttc, e riuscendogli a tergo, rotolavano dall’ alto macigni stragrandi : talché per la moltitudine de’ dardi lanciatigli conira, e per la enormità de’ sassi che cade.mu romorosi dall’ alto, lo oppressero in 'fine: e questo fu il termine incontrato da Siccio. Tornaitono gli uccisori co’ feriti nel campo, e vi pubblicarono che una insidia ióiprovvisa di nenrici avea spento Siccio, e gli altri, che assalirono i primi, e che essi he erano a stento scampati, ricevutine molle ferite. Pareano questi dir vero ; non però si giaeque occulta la loro per6dia : ma sebbene avvenisse 1’ eccidio in luoghi deserti e senza testiinonj ; i fati stessi e la giustìzia che invigila le cose umane, lo diedero a conoscere per segni indubitati -. Imperocché quei del campo riputando 1’ uom forte degno di pubblica sepol A quella icotenza somiglia quella lauto vera di Arioslo can. 6 e tanto poco tenuta in peotieio dagli nomini. tara. e di onori distinti rispetto degli altri, per più cause, e' principalmente pel carattere suo di legato, e per cbè libero già da’ servigj militari, eravisi cimentata di nuovo per util comune; decisero di unirsi dal complesso di tre legioni e di uscjre cosi per investigarne il cadavere, onde riportarselo con pieno decoro e sicurezza. Concederono questo i capitani per non dare sospetto alcuno delle insidie : e prese le arme uscirono intenti all’^opcra bella e degna. Giunti al sito e vistovi non selve, non valli, non luoghi consueti per le insidie, ma una balta tuttar nuda ed aperta,.ed angusta a passarla; sospettaron bentosto ciocch’era. Avvicinatisi quindi ai cadaveri % mirato Siccio e gli altri derelitti, ma senza essere spqgliati; si meravigliarono che-i nemici, vincendo, non avessero levate loro non le vesti, nè le anni. E specolando ihtoroo ogni cosa, nè trovando vcstigia di cavalli o di uomini se non le impresse nel sentiero; tennero per impossibile che i nemici fossero su loro venuti improvvisi, quasi uccelli., o uomini discesi dal cielo. Ma, più che questi e simili indi^, il non trovarsi ivi cadaveri, di avversar) fu. loro argomento evidentissimo, che gli amici ne erano stati gii uccisori e non i nemici. Imperocché non parea loro che Siccio, e quel Miscr chi maV oprando si confida, Che ngnor star debba il maleficio occulto ; Che quando ogn’ altro taccia intorno grida V aria e la terra ittetsa in che-d tepultq^ . E Dio fa spesso che 'I peccato guida Il peccator, poi cV alcun di gli ha indultoChe" si medesmo, seni' altrui richiesta JnavOedutamstnle mastifesla. ^44 nF.LT,E sosteuitore suo, e gli altri, che seco perìroofi, sarebbero morti inulti, specialmente se venuta si fosse, quanto si può, (la vicino alle mani. Rac(:olsero. ciò ancora dalle ferite : perocché Siccio, come quel suo, sostenitore, ne avea molte per colpi di sassi o di strali e di spade ; laddove gli uccisi da loro avean colpi di spade si, non di sassi, o di strali e di saette. Adunque .ne sorse indignazione, e claipore, e lutto. Alfine compianta la disgrazia ; raccolsero e portarono il cadavere ai campo : e là gridarono altamente contro de’ capuani, esigendo allora allora secondo la legge militare la morte degli uccisori ; o che sen fidasse almeno il giudizio ; e già molti erano pèr,farvisi accusatori. Ma conciossiaché non davano loro udienza, e nascondeano gli uccisori, e^ne differivano il giudizio, con dire che in Roma darebr bero a chi la volea la podestà di accusarli ; ben vtdesi che la trama era de’ (ùpitani. Adunque portarono (xm magnifica pompa Siccio al sepolcro, alzandogli una pira meravigliosa, e tributandogli secondo il loro potere altre primizie che la legge concede negli onori estremi dei valentuomini. Alienaronsi allora tutti dal decemvirato; e pensarono come liberarsene. Cosi l’ esercito presso Chistumero r Fideue era nimico a’ suoi capi per la morte di Siccio legato. L' esercito acc;impato nell’ Algido della regione degli Equi, e la molutudiiie in Roma crasi per tali cagioni esacerbata tutta con essi. Lucio Verginio un plebeo, non secondo a niuuo nella milizia, starasi capo di una centuria nelle cinque legioni, belligeranti con gli Equi. Avea costui per avventura una figlia vaghissima fra ratte le donzelle romane. Ella portava il nome del padre, ed avealasi pattuita in isposa Lucio Icilio, uomo tribunizio, qome 6glio di quell’ Icilio che primo fe’ stabilire, e primo assunse T autorità di tribuno. Appio Claudio il capo decemviro vista la verginella che leggeva in una scuola ( stavansi allora le scuole pe’ giovinetti intorno del Foro) bentosto ne fu preso dalla. bellezza ; anzi vinto dalla passione era così tòlto a sestes-^ so, che non potea non passare più volte intorno della scuola. Or non potendo torlasi sposa come già sacra ad altri, anzi perchè egli avea pur moglie, e perchè non istavagli bene donna plebea di lignaggio contro il suo grado e la legge scrìtta da lui nelle dodCci tavole ; su le prime tentò corrompere co’ danari la giovinetta. Egli mandava ad pra ad ora delle donne con doni e promesse maggiori' alle nudrici di essa, orfana già della madre ^ avea però comandate le donne che tentavano le nudrici a non dire chi fosse l’amante della fanciulla, ma solo eh’ egli erg un tale che potea, volendo, -beneficare e nuocere. Non potendo però^ guadagnarle, anzi vrt.duta la donzella guardata più che prima, si mise, caldissimo che ne era d’ amore, a camminare altra via con meno ancora di sénno. Fattosi chiamare Marco Claudio, r uno de’ suoi clienti, uomo ardito e pronto ad ogni servigio, gli additò la Gamma sua : e prescrit(t) Forse nipote’, perchfc dalla islitusione del tribonato all' anso prescote decorsero 45 aooi. Pertanto Lucio Icilio di cui qui ai ragiona o era nipote ni, Icilio Ruga, o coOTÌen dire che di molto eccedesse gli anni di Virginia destinatagli sposa ; seppure non voglia dirsi che Icilio Ruga generasse beo tardi quel figlio. > togli cioccliè volea che facesse, e dicesse ; lo spedi con allato uomini impudentissimi. Costui recatosi alla stuoia, vi tolse la vergine, b volea recarsela palesemente pel Ford. Impedito però dai clamori e dal grande oucorso, di recarsela dove avea stabilito; venne al magistrato. Sedessi allora nel tribunale Appio' solo, rendendo risposte e r&gioni a chi ne chiedeva. Or volendo colui dire, sòrsene rumore e sdegno tra circostanti, i quali tutti reclamavano, perché si aspettasse 6nchè venissero i parenti della fanciulla ; ed Appio ordinò che in tal modo appunto si facesse. Passato appena picciolo tempo; ecco presentarsi 'Publio Numitore nomo insigne tra i plebei, zio materno di lei, con, seguito di molti amici e parenti; e dopo non molto ecco giungere con numero poderoso di giovani plebei Lucio Icilio, quegli che per le promesse dèi padre aver dovea la donzella in isposa. E questi, tutto sospeso ed ansio nel respiro, avanzandosi al tribunale, addimandò chi osato avesse toccare la giovine' cittadina, g (die mai ne pretendesse. Fattosi intanto silenzio. Marco Claudio, quegli appunto che avessi preso la donzella, così ragion:^; O j^ppio Claudio, niente ho io fatto di temerario, niente di violento contro la fanciulla. Signore, come io tono di lei, secondo le leggi me la conduco. Or odi comi ella siasi la mia. Ho io una tal serva paterna che ministrami già da tempo lunghissimo. Or questa, familiare che ne era, usava di andare alla mo"liè di f^érginio; e la moglie di Ferginio persuase lei gravida a concederle, quando che fosse, il frutto del suo ventre. La donna, partoiita una figlia, ( ed era questa ) serlà le promesse ; e àiedela a Numitoria, con fingere presso noi che uscita fosse la di lei prole già morta. Numitorià tuttoché madre non fosse di fanciulli o fanciulle, la pigliò, la fé' sua, la nudrì, senza che io sapessi nel principio la vicenda.' Or la so per indizj di molti e buoni testimonj : io ho fatto t esame di quella serva, e ricorro alla legge comune per tutti ha quale vuole che sia la prole non di chi la impostura per sua, ma di chi 1’ ha gene rata ; e che libera sia se nata di libera, e serva, se nata di serva, de’ padroni stessi delle madri u. Su questa legge esigo di riportarmi la figlia della mia serva, pronto a subirne il giudizio: Che se alcuno la reclama per sua, dia certi mallevadori di riprodurla in giudizio : ma se anzi vuole chi^ ora qui sen tratti la causa io lo secondo, voglioso c^e si espedisca anzi che si procrastini, e che io mi assicuri con mallevadoii la vergine. Scelgano qual più vogliono di questi partiti. Claudio cosi disse aggiungendo vive preghiere di non essere considerato meno de’‘suoi competitori per amici, e torlasi a forza quando glie la ripresent'avano per la sentenza. E perchè 11 giudizio fosse con buona forma, sul pretesto che il padre di lèi non erasi presentato ; diè lettere a cavalieri fedelissimi, e li spedi nel campo ad Antonio, cdroandante della legione ov’ era Verglnio, con ordine che ritenesse quest’ uomo cautissima mente, talché udite le vicende della figlia, da fui non s’ involasse. Ma Io prejr vennero, attinenti che erano alla donzella, il figlio di Numitorio, cd il fratello d’ Icilio, spediti avanti, sul nascere appena della sommossa. Giovani pieni di coraggio fornirono prima il vaggio sferzando i cavalli ed abbaudonando loro le redini j e _ narrarono a Vergitiio l’evento. E Verginio, ^cimane ad ^Antonio la cagione vera, e fintogli di aver udita la morte di un suo pa rente di' cui doveasi fare il trasporto, e la sepoltura secondo la legge, ebbe il congedo. E presso 1' ora in cbe accendonii i lumi ; se ne andò con que’ giovini, ma per altra via, temendo, come avvenne, di essere inseguito da quei del campo e della città; perocché Antonio, ricevuta la lettera circa la prima vigilia, spedi contr esso una banda di cavalieri, mentre un’altra spe dita da Roma guardò per' tutta la notte la strada che vi conduceva dal campo. Ma non si tosto un tale ridisse ad Appio che Yerginio era l’unto contro la espettazione; egli, uscito di' senno, ne andò con gran seguilo al tribunale, e fece che a lui si chiamassero i congiunti della donzella. Venuti' questi, Claudio ripetè lo stesso discorso, e dimandò cbe Appio senza indugio decidesse l’affare; dicendo esser pronto chi lo esponeva, e chi lo attestava, fin la serva, madre vera della fanciulla. Simulava in tutti questi atti. che assai si sdegnerebbe, se esso per essere cliente di lui non ottenea come prima la giustizia egualmente che gli altri ; e dimandava che ajutasse chi dicea cose più vere, non chi più lamentevoli. Il padre della donzella e gli altri patenti escludcano la supposizione del parto con molti argomenti giusti e veri, per esempio che non ebbe cagion plausibile di farla la sorella di Numitorio c moglie di Verginio maritatasi vergine ad utl giovine la quale partorì tra non molto : appresso perchè sebbene voluto avesse iotradere in sua casa un 6glio altrui ; v’ avrebbe intruso non il figlio di, una donna schiava, ma quello di una ingenua, amica o parente sua, onde ritener fedelmente e stabilmente ciocché TÌce'’eaiée : ed arbitra in tutto di Scersela Come volea, scelta s’ avrebbe la prole non femipea, ma > vivile} imperocché la donna che partorisce, vinta dall' aderenza pe’ 6gli che partorisce, ama e nudre ciocché la ‘natura le porge: laddove, la donna che imposturasi un 6g)fO sei' cerca del > sesso migliore, non del più ignobile. Contro lui poi che dava .l’ indizio,'e .contro i molti tesu'monjedibili da Claudio come degni di fede. allegavano cagioni tratte dal verisimile : vuol dire che Numitoria non avrebbe operalo imai palesemente e presenti molti ingenui tekùmònj tur fatto che abbisognava di silenzio, e che -pbtea' fornirsi col ministero di un solo ; e c|ò perché la prole edncatà non fosse col tempo ritolta dai padroni delia madre. Agginngeano che la dilazione non picoiola' era segno evidente che il calunniatore non prolTeriva niente di vero: perocché colui che dié l’ indiziò 'della supposlzioue e gli altri che la cooteslano -l’avrebbero molto 'iuoansi svelata, non tenuta Segretissima per quindi^, anni. Frattanto redarguivano le pròve degli accusatori, come non vere 'né credibili, e chiedeano che si paragoudssero colle altre loro, nominando molte doqpe non ignobili le quali dicevano aver veduta Numitoria gravida cOn pienezza di utero. Olirà queste ne additavano altre che in fom del parentado venute pel parto o per la pimrpera aveano mirato k prole, ed iuasievano perché s’ iuViomci terrogassero. Era poi di siderando queste e simili cose, e fra lóro discorrendole, ne piangevano. Appjo altronde, come non cauto, per matura, e corrotto dalia grandezto del potere, invanito di sestcsso, e caldo ' di amore nelle viscere, non ohe attendere al parlare dei difensori, e commoversi alle lagrime della vergine, adiravasi per la compassione che di -lèi' Sentivano >i circostanti (Juasi di compassitme egli fosse più degno, e patisse mali più grandi, ridotto prigioniero dì quella bellezza. Da tali cause infuriato ardi fin di 'fare' impudenti discorsi (pe’ quali, coloro che già ne sospettavano,' foron -chiari, 'che sua era 1 impostura contro la donzella ) > e compiere infine la barbara c tirannica azione. Àncora parlavano, quando egli iuUqoò sUeniiio ; e. feoesi. jbtanlò la moilitudine che era nel Foro, ^ntenendo lo adegno si spinge innanzi per desiderio d’ intendere ciocché direbbe ; ed esso volgeo'. dosi qua c là per numerare col guardo i crocchi degli amici co quali avea p|:ima occupato il Foro cosi favellò: O Verginio j o voi qui presenti con, esso f fiqn io sento ora la prima voltd un tal fatto, ma lo sentii prima ancora di giutfgere a questo magistrato. Or udite ; Come ' lo sentàsL 11 padre di questo Marco Claudio ornai. spiratido la fitfl y pregavnmi die io prendessi la tutela del figlio lascialo da lui piccélo ; giqcchò essi fin. dagli antichi loro son . clienti della ìiostra famiglifc. Or mentre io rn era il tutore di esso udii della donzella e .come Numitoria sala suppone; prendendola dalla sert>à di Claudio: ed esaminatala; trovai che appupto cosi pava •' dettai c, giudico esser Claudio padrone della serva. Udito ciò, quanti ivi erano fiomlni iniegrì, sostenitori di que’ che dicevano il giusto, levarono le mani al cielo, con “"un grido misto d’ indignazione, e di pianto : per 1’ opposlto i partigiani de’ Decemviri, mandavano voci atte ' a confortarli ed animarli. Irritatasi però l’adubanza, e riempiuta di ogni guisa di afTetti, e discorri ; Appio intimo silenzio, e disse : O tutbolenti, o inutìii a tutto nella guerra e nella pace !• se non cessale di sonunover la' patria, e di controporvici ; farete alfin senno per forza. Non pensate, jche abbiamo noi messo un presidio nel Campidoglio, e nella fortezza soltanto contro i nemici di fuori, e che lascèremb poi fare quei iT entro, i quali sconciano ih Roma, ogni cosa. 'Prendete consiglio migliore ^ thè non avete o. voi tutti a quali non spetta C affare ; andatene per le cose vostre in buon ora. £ tu Claudio recati ria pel toro ' la donzella : non temere ; giacche i dodici miei Colle scuri ti saran guardia. A ul dire gli altri ululando, battendosi la froòte, nè potendo raffrenare le lagrime, partirono dal Foro; e Claudio succò via la donzella, che stringeva, che baciava il padre suo, e con voci affettuosissime lo invocava. Fra tanti mali, Yerginio si mise in pensiero un’ azione, amara, addolorevole ad un padre, ma degna di ud nomo liberò, -di un Uomo generoso. Egli intercedette di salutare ancora una volta la 6glia, e di parlare a lei le cose, che volea da solo a solo ; prima che dal Foro la involassero. Condiscesone dal capitano, e ritiratisene alquanto i satelliti, abbraccia la figlia che sviene, che abbandonasi ; e cosi la sostiene, richiamandola, baciandola', rasciugandola dalle lagnile, che la inondavano. Poi^ trattala seco un poco, non si tosto fu presso la officina di un niacellajo, rapiscene di su dal banco la coltella, ed immersela nelle viscere della figlia gridando: Figlia (i mando Ubera e casta ai nostri sotterra: per colpa del tìrarmo già ntm potevi tu viva serbare questi pregi.. SóHevatisi intanto de' clamóri ; tenendo in pugno il ferro insanguinato, egli stesso grondante del sangue, sebitaato su lui, nell’ uccidere della figlia, corse furibondo, peó la città, reclamandovi la libertà ; de cittadini. Passate a fona le porte, àìcese il cavallo, ebe tenessi per Ini' preparatp, e rivelò nel campo, riaccompagnatovi dà Icilio, e da' Knmitórlo, i giovanetti ebe ne 1 cavarono. Teneano loc' dietro anche altri plebei non pochi, Jn numero quasi di ^attro. cento. j ' ;Appio al caso della ^giovinetta,. levatosi da sedere, si slanciò cpme per inseguire Verginio, dicendo, e facendo cose non degne : ma eiroondandolo, e pressandolo gli, amici a non traviare, si ritirò, pieno di rabbia su tutti : quando ornai -presso della sua casa udì da taluni de' suoi fautori, che Icilio il .suocero, e Nut raitore lo zio, ridottici con altri amici, e congiunti intorno al cadavere, gridavano conteaIni an colpe no> te, e non note concitando tutti a rendersene liberi una volta. Colui spedì per la rabbia che ne' ebbe, alcuni de’ littori, -con ordine d’ imprigionare i maledici, e di levare dal Foro il cadavere; opera, insana in v?ro, sconvenientissima al tempo. Imperocché mentre doveacarezzar la moltitudine incollerita giusUmente, e-jóedere in principio al tempo, e poi rdifendersi, pregare, beneficare onde’ riconciliarsela ; egli 'corso Alla violenza, ridusse tutti. a disperarsi. Pertanto non permisero che gl’ inviati levassero la estinta, o' portassero alcuno nella carcere : ma gridando, ed animandosi gli uni gli altri ; cacciarono dai Foro coll’impeto, e oolle percosse i mi'nistri della violenza. Talché Appio, ciò udendo, fu costretto dì recarsi con molte partigiani e clienti nel F oro, e comandare 'che battessero, e sbandissero, chi v era, ne’ capi delle vie. Orazio e Valerio, duci come ho detto degli altri a riprendere la libeiné, sentito il disegno dell’ uscir di colpi, menarono' con sé molti bravi giovani, e si' misero dinanzi k estinta. E qpando ebbero più \icini {'compagni di ‘Appio, prima inveirono, (jnanto poterono, su loro cOn -clamori .ed ingiurie ; é quindi, pareggiando ai detti le opere, ferirono e rovesciaronoquanti osarono lanciarsi su lOro. Appio mal .sofferendo l’ostacolo impreveduto, nè trovando come trattare tali nomini \ risolvette di correre Una viaria più rOvinOk. Impéròccbè portatosi al tempio di Vulcano ; invitavi a parlamento la ' plebe, quasi' benevola ancora verso di esso: e prendevi ad accasare la inginslizia, t la dnsojenza di tali uomini, lusingandosi per l’ autorità sua .tribunizia, e per le vane speranze, ebe la moltitudine gli concedesse di precipitarli dalTa' rupe.. Afa i compagni di Valerio occupata l’altra parte del Forò, e postovi il cadavere della vergine visibilissimo a .tutti, ''convocarono un altra adu.'nahza; facendovi vivissime aCcusé di Appio e de’ suoi. Occorse, com’era vcrisimile’, che’aUÌt'andovene altri 'la riverenza per ^questi ' nomioi,, altri la commiserazioae vereo la dctazella soggiaciuta a vicènde dure,,e più, che dure per la sv>a bellezza infelice, ed, altri H. desiderio stesso della forma .precedente df governo, vi si rioni più gente che intorno di Appio : tanto che non rima-c seto presso questo 'se non pochi, appunto i partigianir ira'qtuli cc ne^avéa pur alèoni, che per molte cagìoivi mal più si acconcravano eoi Decemvirato,, contèntissimi di rivolgersi agli avversar), sé il partito loro si fortiGeasse. Appio vedendosi derelitto ^ -fo cpstretio i mutar COtasigHo,'e ' ritnrarsi dèi Fpro^cioecll&' moitissiUo gii giovò. Imperocché prèso a cólpi'dalia moltitadioe pagata le avrebbe le giustissime pene. Dopò .ciò Valerio . acquistata preponderanza, quanta 'ne volle, si sfogò perorando contro ai 'Decemvirato, e decise in favor suo perGno i dubbiosi. Molto. più' poi conjpccia'rono la moU titudiiie contro ai Dètèiòviri i parenti della vergine, recando -al Foro .il feretro, -e T altro lagubre apparato, maguiGco quanto potevano, è facendo ..la traslazione del cadavere per le .vie più illustri, di Roma, onde fóssevi più rimiralo; imperocché còrreabu fuori di casa matrone e donzelle per piangere la sciagura e qual d’esse gettava su la bava Gori^e ghirlande', e qual veli e. nastri . e fiV;gi pel capo di .una vergine, e quale, in Gne.te anella de’ Vecisi capelli : iiratlantor molti uomini •nobilita vano 'la liinèbre pómpa con' doni convenienti, presi grsìtnitamente’ o con pfeézró dalie prossime olBcIce. Tanto che divulgaiissima era per' la citrii la lagrimevole cerimònia, éd avea tulli acceso il desiderio di -spègnerti la' lirannlde. Ma qnei chè la difeudeano f isirntii che 1 ' ; ‘ ".jd ny erano di arme, davano grande spavento ; laddove Va^ lerio W SUOI non volea finire col sangue de’ duadim la disputa. ". Tale era in Roma la turbolenza. Intanto Verginio che avea^ come ho detto ^ itccisa di sua mano la figlia spronando.' a briglia sciolta il .cavallo i giunse agli alloggiamenti presse l' Algido su l’ imbruttir della sera, tutto lordo -di sangue, e. colla ooltelitt, in pugno, appunto. com’ era fuggito da Roma. Vedi^tolo, i soldati che stavansi a guardia innanzr del campo ^ non sapeano indovinare ciocché . avessè patito^ e lo accompagnarono per intenderne 1 alto.' e terribile caso. E colui tuttavia camminava piàngendo, e significando a quanti gli erano intorno di .seguitarlo. Uscivano fin di mezzo alJf cena da’ padiglioni, presso i quali passava, soldati Jn folla y con faci e làmpade, pieni di mestizia e tumulto, e fa cendogli corona^ lo accompagn#ano. Alfine giunto in un luogo spaziose del campo.,' e salita una eminenza ov’ essere da tutti veduto, nar^ò. le disavventure sue, dandone per testimou) quanti erano con esso, venati da Roma. E quando infine videne molti addolorati e piangenti-; fecesi allora a supplicarli e scongiurarli di non permettere che restassero,. egli invendicato, ^ concaicataria patria. E lui coti dicendo, ecco. in tuttigrande la voglia di. udirlo e viva 1. istigazione perchè parlasse. Adunque tamtx più animoso 'inveì su’ Decemviri, mostrando di quanti, aveano essi tolte le sostanze, di quanti flagellato il corpo, e quanti ne aveano ridotti senza colpa niuna a lasciare la patria ^ e numerando insieme le ingiurie verso le matrone, i ratti delle donzelle. nubili, i '.disoBoramenti de’ liberi > garzoncelli, e, le, tante altre ingiustizie e tirannidi. E così, disse, ci calpestano (Questi, senza che ne aibiano il poterti non dulia legge, non dal Senato, non dal popolo. Imperocché spirato è /’ anno dflla loro magistratura ; e spirato ; doveano in altre mani> trasmetterla'.' violentissimi però la ritengono ; spregiando in noi, quasi in femmine, la paura grande e' la codardia. Ognun • di voi qui ricordi quanti^ mali ha da loro sofferti, o veduto sofferirsi dagli e^i. Che se alcuni qui blanditi da essi mai con' piaceri o favori, non temete il Decemvirato, ne apprendete che eguali mali siano per., venire un giorno su voi, sappiate che non vi è fede pe tiranni, sitppicUe che non donano t' potenti per benevolenza, e sapendo queste e simili, cose, Uorreggetévene : ed unanimi tutti Iterate da tù'onni la patria, quella dove sono i templi de\ vostri Dii, dove le tombe dei vo.stri maggiori, ! quali voi riverite appresso gV Iddj, dove li veóchi genitori che .dimandano il premio dei travasi e delle tante cure per voi ^ dove le mogli, vostre legittime ^ dove le figlie nubili, alle quali deesi non tenue Id Vigilanza: dove infine \i vostri figli maschi, che aspettano da voi cose degne dèlia natura loro^ e de’ progenitóri. Taccia le vostre case, i vostri poderi, i vostri danari acquistati con tome fatiche dagli antenati e >da^ voi :, delle, quali cose tutte pià non pofrtle essere i certi, padroni 'finché i Dieci qui tiranneggianox ' .Già non è da savj,. non da valenùtompii cer care colla fortezza le cose altrui ^ nè curare poi che per viltà si rovinin. le proprie far co gli Equi ^ co’ Fblsci, co’ Sabini, a ' con tutti intorbo i vicini guerre diuturne indefesse per la indipendenza e pel principato, nè vbter poi nemmeno prendere le armi per la vostra sicurezza e la libertà cantra uomini illegittimi che fi comandano. Che nòn ripigliate lo spirito' delia patria ? Che non tornano in voi li sensi degni degli' antenati? cU quelli che per V oltra^ìo di una femmina solà profanata da un de •Tarquìnj ed ucàisasi da sestessa per le^ vergogna, 'tanto rie incollerirono e infierirono, e tanto comune tipqtaron la ingiuria'; che sbandirono di Roma non il solo Tqrquinio,maJ re-: nè piti soffersero^ die magistrato alciùfó vi comandasse in vita, e senza doverne far conto : di quelli che ne fecero altisiunto giuramento fitto con imprecazione su paetèri' se noi' compievano ? Of essi non avran sopportata la incuria di un sol giovinastro su di una libera donna' soltanto ; e voi vi state Comportando una tirannide di tante teste, •ehé’ scorre ad ogti ingiustizia e libidine ^ è scorrerawi anche pià se pià tra vói la tenete ? Non laebbi io sole una. figlia vaghissima, che jippìò-accirigevasi palesemente a violentare e lordare : le avete anche molti infra voi‘'rhogli o ; figlie e figli avvenenti: Or chi difhn'dele mai che ' ' alcuno de' Dièci nón fàccia loro come /dppio ? Vi raccertano forse gt Iddf che so lasciate impunita la insolenza ' a me fatta, no/i si avanzi questa fin su molti di voi; e che ^ nmor ti~ tannò, giunto alla mia figlia, ivi si 'rimanga e si plachi rispetto degli altri fanciulli e faiKÌiille? Quanto stolula, quanto atfena cosa è dire che mai tali idee si -effettuerànno ! Illimitate sono de' tiranni le passioni, perchè superiori alle leggi, e al^ timore. Su dunque fate le mie vendette, prepardte la sicurezza vostra, per non subire egual male, rompete o miseri una volta la^ cótena: riguardate ‘con intenti sguardi la libertà : ~E per qual altra occasione mai fremerete pià che per queéta; quando ne si tolgon le figlie prètestandooele per ischiave, e quando via ne si porlan le spose" co’ littori? E se'ora che siete tutti cinti di arme la trascurate la occasione e: quando mài \ quando il geniadi libertà ripiglierete? -, Ma iotaato cKe egli parlava molti gli promctteanò, gridando, la vendetta: e chiamati a nomr i dnci delle schiere gl’ invitaronó a por mano aff impresa ; molli ancora, se ne avéano riéeTuto alcun danno, faceansi coraggiosi innanzi, e lo rivelavano'. 'Udito ciò li cinque, capi come ho detto delle legioni, temendo che la moltitudine facesse qualche soròmossa ' Cóntro di essi corsero tutti 'al pretorio e vi consultarono con gli amici, se poteanO chetarne il tumulto cinti dalle arme de par ' tigiani. non si tosto intesero che i soldati eransi .tri tirati 'nelle tende, che caduto e cessato era il tumulto, senza sapere intanto che il piò de’cènturioni aveva congiuralo occultissimamente d’ insórgere e liberare la patria ; destinarono, appena fosse giorno, imprigionare Verginió che istigava la^ moltitudine, e raccolto l’ esercitò condurlo ed acc^parlo tra’ nemici,. e desolarvi H meglio elei lor lerritorj ; nè più' lasciare chè ognuno investigasse Curioso ciocché facevasi in Roma, ma tutti perocché, chiamato Vergioio ai pretorio, i ceatnriooi non permisero che v’ andasse pel sospetto che vi peri colasse: e scoperto com’era ne’ratpi 'il proposito di portare l’armata tra’ nemici. Io riprovavano, dicendo: Meramente ci avete prima comandato benissimo, perchè ora isperanzili vi seguitiamo f Duci voi di 'tanta milizia, quanta ninna ntai ne portò da Roma f e dagli alleati non sapeste nè vincere, nè danneggiare i nemiti. Voi dimostrandovici odi, imperiti, colf accamparci male, e col desolare, quasi asversarj, le terre nostre, ci rendes^ poveri, e bisognosi delle cose le quali noi conqOistayamo col prev/dere in bailaglia, quando i nostri capitani \ eran migliori che voi. Ora il nordico inalza contro noi li trofei i il nemico si. porta le cose nostre; saccheggiandoci tende ^ schiavi y ottm, danari.Verginio per la rabbia, e perché non più temea que’ capitani .inveiva più libero conti di essi, 'chiamandoli corruttori e distruttori delia patria, ed animando i centurioni a tor le insegne,, e ricondursi in Roma colle milizie. Molti non ardivano ancora movere le insegne, che sono inviolabili ; né riputavano cosa onesta e. sicura abbandonare i loro capitani ' e ^i comandanti ; perocché il giuramento militare, die i Romani avvalorano più che tutti,, (à che il soldato siegua i suoi comandanù, dovunque Io guidino : e la legge concede a questi di. uccidere, nemmen giudicandoli . gl’ indocili e li disertori. Verginio, vedendoli tenuti ancora da tal riverenza, mostrò ' loro che La le^e stessa avea sciolto quel giuramento : giacché dea ehi cómanda gli eserciti, esser scelto a norma delle leggi ; e r autorità de’ decemviri era tutt^ contro le leggi, trapassalo t anno per cui fu destinata ; far poi gli ordini di chi comanda contro le leggi non è ubbidienza, nè pietà, ma demenza e furore. Or ciò adendo, giudicarono udire il vero : e suscitatisi a vicenda ; e quasi dato lor cuore’ dagl’ Iddi!; tolser le insegne, e ne andarono.' In mezzo d’ indoli tanto varie, nè tutte conoscitrici del meglio, si rimasero, co’ decemviri, com’è verisimile, centurioni e soldati', minori però molto, non eguali di numero agli altri. Quelli clie partirono dal campo, viaggiando tutto il giorno, giunsero al far della sera in città, seuzaqhè alcuno ve li annunziasse ; nè poco la costernarono, credula cbe giugnesse il ne> mica. Adunque tutto tri divenne clamore, moto, disordine ; ' ma non sì a lungo, da nascerne òiale : perocché quelli passando pe’capi strada, vi gridavano che eran gli amici, e venivano in bene della pàtrio: e conformarono le Opere ai detti, non offendendovi alcuno. Recatisi ali' Aventino,' colle il piò acconcio entro Roma per accamparvisi, allogaronsi presso il tempio di Diana. Nel giorno seguente fortificato il campo, e destinati dieci tribuni miljtàri, de' quali era capo' Marco Oppio, sul comune, si tennero in calma. Dopo non molto giunsero in sussidio loro con molta milizia dal campo di Fidene i centuribni migliori delle tre' legioni, alienatisi da’ comandanti fin di allora che fecero trucidare, come ho detto, Siedo il legato ; .e timidi non pertanto di cominciare i primi la ribellione in vista . delle cinque legioni delK Algido, quasi fossero amiclie ai Decemviri. Ora però saputane la insurrezione; acceuarotjo di tatto buon grado il favor della sorte :> anche di queste milizie eran capi dieci tribuni eletti in mezzo alla marcia, ma Sesto Manlio ne era il più ragguardevole. Congiuatisi tutti, e deposte le arme, incaricarono i venti tribuni a poter. dire e fare quanto dovessi pel comune. .Elessero di questi venti come capi consiglieri i due più rispettabili,. Marco Oppio, e Sesto Manlio. E questi .formata un coùsigUo dei centurióni maneggiavano tutto,cpn,. essi. .Non essendo ancor c^arl al popolo i (prò disegni, Appio .consaperóle a ses tesso di essere la cagione di quella turbolenza, e de’ìUali che ne verrebbero, tenòvasi in casa, non 'ehe ardisse far pubblici atti. Sbigottì su le prime anche Spurio Oppio, costituito, come lui, su la città, quasi fossero ben tosto per assalirlo nemici, e fossato appunto per questo venutL Quando però vide che‘'uon fàceano innovazioni] rallentando le paure ^ convocò li Senatori nell.^ curia, intimatili ad uno ad ano per le case. E ' standovi questi ancora adunati: ecco giungere i cpmandanii dall’ armata di Fidane, irritati che la milizia avesse abbandonato T uno e.T altro' campo, -.ed. insistere col Senato perché ne prendesse degna vendetta. Ora dovendo ciascuno dare il sno voto su questo. Ludo Cornelio disse, porlqre il dovere,che tornussero i spillali 'ttcl giorno stesso daW Avenlitto lot' campi, ed eseguissero gli ordini des comandanti. Con ciò non sa'rebhero tenuti rei di quanto s' era fatto, so noti gli autori sali, della ribellione ; à qvudi imporrebbe la pena' il duce ^medesimo : ma se non ubbidwanq ; il Senato delibererebbe su loro,, camq su disertori dei posti, affidati ad essi da' capitani, e come su violatori del giuramento ipiUtare. Lucio .Valerio gli contrae riava .... Ma nè conviene che no facclaosi af&tto' parole delle leggi romane ehe troviamo nello dodici tavole, essendo tanto venerande e più insigni delia grecai legislazione ; nè conviene che sen facciano oltre il dovere, prolungando la storia delle leggi medesime. Tolto il decemvirato ebbero i primi ne’oomizj cenluriati la dignità consolare, dal popolò come ho ‘detto Lucio Valerio Potilo, -e Marco Orazio Barbato, uomini popolari per indole, come per educazione ereditari'. Fidi alla promessa che avcan fatta al popolo quando lo indussero a, deporre le armi, di maneggiare sempre il governò in suo bene ; stabilirono ne’ coraizj centuriati, mal grado i palrizj che vergognavansi di reclamarvi, oltre le leggi che non rileva qdi scrivere, anche quella coUa quale ordinavasi, che i decreti faixi dal popolo ne comizj per tribù valessero conìé i decreti emanati ne' comizj ceniuriati per ogni classe di cittadini ; sotto pena t in caso 'di convinzione, per chiunque^ abrogasse o trasgredisse questa legge, della Qdì miaca 1’ aliimo SYÌluppo de fatti co quali fa tolta la eppreaaione Decemvirale. -Perdita non ignobile ; traltSadoYiti di uno de graudi oambiameati di stato. dalla fondaiiooe di Aoma,3o6 secondo Catone^ Quest anuo è tralasciato nella cronologia di Varroue e però/ le dne cronologie differiscono dopo questo per un anno solo, non per due com^ per I addietro. morie e della confisca de'heni. Questa risoluzione levò le controversie tra’ plebei e tra' patrizj, i quali ricusavano di ubbidire ai d^eti latti dai primi, e riguardavano i decreti emanati ne’comizj per 'tribù come leggi singolari di 'esse non 'come universali di' Roma intera: laddove ciocché fosse stabilito ne’comizj per centurie lo riputavano ordinato a sestessi come a tutti i cittadini. Fu gié détto innanzi che ne’ comiz) per tribù li poveri e li plebei prevaleano su’ patrizj, come i patrizj/ quantunque assai minori di numero, prevalevano su’^plebei ne’ comizj per centurie. Stabilita da’ consoli questa legge con altre leggi, fautrici ’anch’ esse, 'come ho detto, del popolo ; ben tosto i tribuni credendo vénnto il tempo di vendicami di Appio e de’ colleghi di' esso, pensarono d’ intimar loro il giudizio >e chiam'arveli non tutti insieme perchè gli uni non giovassero gli altri ; ma l’ uno dopo l’altro, su la idea di convioceryeli più facilmente. Ora considerandu su chi prima incominciassero più a proposito, deliberarono mettere in istato di accusa Appio, il più esoso al pqpolo per le oppressioni, e per le indegnità recenti contrò la vergine. Parea (oro che assicuratisi ''di questo, disporrebbono' facilmente pur degli altri; laddove se cominoiassero dai men furti, parea loro che l’ira de’ cilladtni, calda oe’ primi gludizj s’indebolirebbe, come spesso accadde, per giudicare in ultimo i rei più segnalati. Deliberato ciò, sopravvegliarono i rei, ordinando a Verginìo di accusare Appio', senza, ' t |i) Cioè gli aliti DeceniTiri aùìaebè non soccorceMcto Appio nemmeno decidere colle sorti chi Io accusasse. Appio dunque accusato da Yerginio nell’ adunanza fu citato al giudizio del popolo, e chiese tempo per giustificarvisi. £ siccome non si ammisero per v lui mélievadorì ; fu tratto in carcere per custodii^elo finché di lui si giudicasse. Ma prima ' chu giùngesse il di prescritto pel giudizio mori nella carcere, per opera come molfi sospettano de’ tribuni : ma secondo che divulgarono altri, che li discolpano, egli, appiccò sé medesimo. Dopo lui fu tradotio al popolo Spurio Oppio da Publio Numitorio altro tribuno : ma', dategli, le difese, vi fu condannata a pienissimi voti : e portato in carcere fini nel giorno stesso la vita. Gli altri decemviri pfima di essere necessitati al giudizio, condannarono sestessi all’ esilio. 1 questori incorporarono all’eràrto i beni degli uccisi e degli esuli. Fu nommeno citato Marco Claudio quegli che si accinse a tor via come schiava la donzella da Icilio lo sposo : ma preiéstando i comandi di Appio fu scampato da morte ^ e 'gettato' in esilio perpetuo. Gli altri' ministri ^elle ingrastizie 'dèi decemviri non .subi-' irono giudizio pubblico ma diedesi a tutti la impunità. Suggerì pari economìa Marco Duilh'o il tribuno per essere ornai turbati i cittadini, e. timorosi di -essere finalinente anch’ essi giudicati. XLyiI. Chetate le turbolenze interne', raccolto il Senato, decretatio che esca immantinente T armata con tro, a’ nemici. Ratificato dal popolo il decreto del Senato, Valerio l’uno de’ cònsoli, marciò eoa metà delle schiere contro gli Equi e li Yolsci i quali miliuvano ' PtOSIGt, itmo III. insieme. (Consapevole però thè gli Equi, imbaldanzili pe’ vantaggiprecedenti, elevavansi fino a sprecar grandemente la milizia romana, cercò renderli ancora più temerari e vani con'^are di sé vista ingannevole, pra de’ Romani r -ma dimostrando r cavalieri un ardor sommo ottenne una segnalata vittoria, nccisivi molti nemici, imprigionativene pii^ ancora, e preso' i loro alloggiamenti dereKtti. IvÙ trovò •molte provvigioni da guerra, e tutta la preda già tolta, dal terchoi^'dé’'Romani : anzi' detenuti molti de’ suoi che liberò; non. essendosi alTretlati i Sabini pel disprezzo che aveano del nemico a riporre in sictirb 4anti loro vantaggi. 'Adunque diede a’ soldati la roba nemica, preelcggeudone ciocché era da offerire agl’ Iddii 1 ' ma ‘ rendette te prede a chi n^era stato spogliato. Fatto ciò ricondusse 1’ eserdto in Roms ove giunse)contemporaneamente anche . Valerio : ambedue sentivansi grandi per là vittoria, e' se ue auguravano luminosi trioufi. Non però uiccedette cobi’ essi ne sperayano .imperocché Raccoltosi il Senato' per essi 'dtieefae stavansi coli’ esercito sul campo -Marzo, ed esaminatine'le gesta, non accordò loro il sagrifizio per 1 vittoria : essendo oontrarìati da molti., e da alcuni manifestamente, soprattutto da Cajo Claudio, zio come scrissi di Appio, vuol dire del fondatore dei decemviri, e tolto non ha guari di mezzo .da’ tribuni. Cajo ricordava le leggi colle quali ajrean essi ‘ diminuita rautorilà del Senato, e ricordava le altre maniere da essi tenute perpetuamente ' nel gorernare : ricordava ‘ le morti o le conCfohe'de’beni dc’decemviri, traditi da esu ài tribuni contro i patti ed i giuramenti essendosi in mezEO alle vittime convendta tra’ patrizi e tra’ plebei la dimenti canza, e la impunità su tutto il passato. Protestava cbe Appia non era caduto morto innanzi al giudizio di sua mano, ma per malizia de’ tribuni : aflìncbè nell’ essere giudicato non ottenesse nè difese, nè misericordia : co me polea ben ottenerle, se potatalo in giudizio metteva ÌDuanzi al guardo la nobiltà della sua gente, e le molle beoefìcenze di essa verso la repubblica ; se reclamava i giuramenti e' la buona ^fedesu la quale gli uomini riposano) e rendonsi a far pace; se veniva, co’ suoi figli co’ parenti., jn àbito di umiliazione ; in somma con -gli altri modi pe’ quali uo popolo si disacerba, s’ intenerisce, e perdona. '{fra tali rimproveri dati loro da Cajo Claudio, e da altri presenti, fu coucluso, che si contentassero i' due, di non pagarne le pene: del resto non essere nemmeno in picciobssima parte d^gui del trionfo, o,di concessioni non dissìmili. L. Valerio ed il coUega esclusi ^al trionfo,' lenendosene ofTcsìssimi, e sdegnandosene ; convocano il popolo, e vi accusano vivamente il Settato. .Peroravano per loro i tribuni^ e proposero e ne ottennero dal popolo il trionfo: ed essi ..primi di tutti i Romani pro> dussero tal cot^uetudine. Dopo ciò rinacquero ‘i dissid), e le incolpazioni tra’ patrizj f e tra’ plebei. Li tribuni raccendeano questi ogni giorno concionandoti. Irriuyali soprattutto il sospetto cbe li tribuui cercavano di corroborare con romori incerti, e di amfdìare con divinazioni varie, come se li patriz) fossero per' )tnnienUre le leggi stabilite dai consoli, Valerio e suo collega: c quel lupetto ornai tanto prevaleva che degenerava la fede. E tati sona gli eventi di qnel consolalo. LI. Nell’ anno appresso foron consoli Laro Erminio, e Tito Verginio . Snccederon loro Marco Geganio..>(a). LH. Nè rispondondo essi, ma sdegnandosene; Scatùo fecesi di nuovo innanzi e disse : ecco o cittadini che si concede dai litiganti medesimi che essi pretumonb, parte che a lor non compete f della noslrà campagna', or voi considerando ciò decidete ciò che é giusto e congruo co' giuramenti. Scattio cosi diceva : ma i consoli ardevano dalia vergogna in riflettere, che il giudi aio prenderebbe un ' termine. nè giusto, uè onorato, se’ il popolo il quale qiai non aveast attribuito ' la campagnar disputata, ora, elettone giudice, se T attribuisse, con toglierla ai litigami. Adunque ad iscansare èiò si tennero dai consoli" e dai capi del Senato molli e molti discorsi ; ma ihvauo. Impetocchè quelli' che aveano pi Ando di Roma 3o7 fecondo Catone,, 3o3 fecondo Varrone, e 445 v. Ctifio. E C. Giulio secondo che si ricava dà Livio. Net consolato di Erminio e venissero persuasi in contrario, annullerebbero alcuna delle rìsokizioni proprie. LV.' In vista di .tali minacce .adunati gli Ottimati Ji piu anziani e principali da' consoli a consiglio privato, ponderavano ciocché ''fosse da fare. Cajo Claudio come U men popdiarc, ed erede degli antenati in tal genio di procedere, inculcava ostinatissimo, che non si cedessero al popolo né i consolati, nè altro magistrate qualunque; e che senza riguardo di persona. privata o pubblica si frenasse colle armi, se. non l'eodeasi per le parole, chiunque tentasse il contrario. (mpero.cché chiunque tentava sommovere le patrie costumanze o disciogliere la forma primitiva del governo era non cittadino ma nimico. Per 1’ opposito Tito Quinzio non voleva che si reprintessero gli avversari colla violenza, .né si venisse alle armi ed al sangue civile colla plebe: tanto più diceva che. -noi abbiamo contrarj i tribuni, che i nostri padri dichiararono sacri ed inviolabili;' facendo igenj e gl' fddj mallevadori dell’ accordo con imprecatone gravissima delia rovina loro e' de’ figli, se da indi in poi lo avessero mai violato anche in parte.Accosta vansi. a questo partito . ancor gli altri chiamati a' congresso, quando. Claudio pigliando la parola disse : Non ignoio quaji Jòndamento pongasi di mali, per tulli noi,, se^-concediamo che il popolo facciasi a volare su questa legge': ma non avendo cosa pià farmi, nè come resistere a voi; che tanti siete ; ahbattdonomi ' ai vostri consigli. Ben è giusto cJte LIBHOXI.. 377 ognun dica Ciò che sente deU util comune: ma poi siegua ciò che i più ne conchiudono. Jar, eome esortasi in c^fan che aggravano, nè si vogliono, vi esorterei che non cedeste nè ora nè poscia il consolato a ninno, se non ai patrtzj, i quali è giusta è pia cosa che lo abbiano : ma qustndo come cd presente, siete alla ncessità ridotti di far partecipi anche gli altri cittadini del grado e del potere più grande ; vi dico che assu^ miate i tribuni militari in luogo de' consoli, defineieione un numero { otto -o sèi forse, chè tanti credo bastarne ) riel quale i patrizj e i plebei si pareggino. Così Jrscendo nò renderete il córuolato magistratura di uomini indegni ed abbietti •, oè parrete per voi f ohe hricare un comando ingiusto, coll escluderne affatto i plebei. Ed approvando tatti, senza reòlamt> niuno un lai voto} udite soggiunse, .ciocché restami a dire a voi consoli. Prefisso il giorno in cui^ stabiliate quel previo decreto ^ e ciò che daf Senato si giudica, lasciale che parlino su Ha legge chi la difende e chi C accusa. Fi~ mia la disputa, quando fio t ora d’ irttendeme i voti, non. vogliate da me cominciare, non da, codesto Quirtr zio, nè' da altro seniore ma dsU popolafissimo senatore Lucio Valerio; interrogando appresso Orazio, se punto vuol dire, Bicercate così le .loro .sentènze, ordinale che noi seniori diciamo. Jq sporrò liberissirrtamente il parer mio 'contrqrio ai tribuni,• e fa questo [ utile della repubblica. .Questo Tito Genuzio, se il volete, dia la proposta su tribuni militari. Parrà questo il partilo più congruo e meno sospetto se progettisi o Marco Genuzio dal tuo fratello. I( consiglio senal brò giusto, e parlironsi' dU oiAigresso. T^merbuo i tri buui la secretissima aduuanza, come intenta a gran danno de’ plebei, perché fatta in casa, _ non in pubblico, e senz' .ammettervi alcuno de’ capi 'del popolo. Adunque raccogliendo anch’ essi un consiglio di uomini, amantis simi della plebe ^ idewono ript|ri e guardie contro le iusidìe che aspeitavansi da’ patrizj.. LVIL Giunto il tempo preacritlo per fare 'il previo decreto, i consoli convocato il Senato, ed esortatolo grandemente al buon ordine ed alla concordia; invitarono, prima di ogn’ altro j a parlare i tribuni deUik. plebe, i quali propónevano la legge. Fe^i avanti Cajo Canule)o, un di loro ; ma egli non che dimostrarla, bon mentovò nemmeno la giustizia e la utilità della legge. Diceva c/te si stupiva de consoli che avendo fra loro ponderato ù deciso ' ciocché jsra da fare, ora quasi pi abbisognasi sero consigli e decisioni, metteansì a proporlo ai Pa dri, e 'davano facoltà di cBingaxyi con simulakione non cbnvèniente nè alt età loro, r\è alla ' grandezza del comando. Diceva che irttroducevan t esempio di tristissime' pratiche, quando umvansi in casa et congressi recondite, jtè vi chiamavano tutti i Senatori, ma i soli favorevolissimi loro. E qui soggiungeva che poco faceva^li meraviglia che fossero esclusi da^quel coa1 sigho edtri sonatori;, ma ^grandissima gliene ftcevache 'avessero tenuti indegni da invitarveli Marco Grazia, e Lucio L aierio, qaell( che avetìno. tolto il Decemvirotò, ambedue uomini consplari %nè idonei' -men di chiunque a deliberare su la repubblica: lui non poter, concludere appunto In cauta .di tal procedere ; indovinco iie però quest' unica: valé^ a direi cfie essendo essi per allegare -disegni' ingiusti trovinosi alla piche, non vollero, convocarvf persone di essa amantissime, per ' chè sdegnate arti popolaresche ; numerando fin da principio, tutti i |>ericoli venuti su Roma per colpa di quelli phe volevano conU'ario governo; rilevando come l’odio versola plebe crasi renduto dannoso a quanti lo ebbero; e lodando amplìssimamente il popolo .come, autor principale delia libertà e del comando delia repubblica; alfine ragionate queste e simili cose, concluse non poter e^ser libera quella città dalla quale tolgasi /’ eguaglianza z e quindi sembrare a lui giusta, la legge laqual vuole che concorrano al consolalo/ tutti i Boinani purché siano irreprensibili ne costumi e degni per le opere di lai tanto onore : non essere però, quello il tempo opportuno da trattare legge siffatta in tanta turbolenza di guerra per la repubblica. Pertanto consigliava, ai tribuni di permettere che si réclutassèro i soldati, e che reclutati uscissero: ai consoli poi di pubblicare, appe-j \ Digitized by Coogle V', i.iBHó xr.' ' 38 1 na detto buon alla guerra il previa decreto su la legge: e si scrivessero e si corueruissero fin et alloratali cose da ambe ’ie, parti. Ta^è fu la senteuza di Vail secoudo da' consoli: non ^ però ne fu pari 1 affetto io tutti gli astanti. Imperocché quelli, che voleaoo preclusa la legge, ne udirono f!Ot> piacere la dilazione, non'peré con piacere ne adirono éhe essa dovesse decretarsi dopo la guerra: air opposito quelli che volevano che sì accattasse la legge dal Senato iotesero con trasporlo che giusta si dichiarava : ma con isdegno intesero che se ne ritardasse il decreto. j > LX. filato taraulto ('oom' è verisimile, perchè questa sentenza non soddisfaceva in tutto ad ainhe le parti, il console fattosi innanzi interrogò per il terzo Cajo Claudio il quale sembrava ostinatissimo e/ potentinimo fra tutti i primari della fazione opposta alla |>lebe. Costui tenne un dùtcorso premeditato contro del popolo-, rilevando di luì tutte le cose che gPien parevano contrarie a begli usi della patria, fra lo scopo principale ove tendeva il dir suo, che i consoli non pcoponessero al Senato l’^esar me di quella legge nè allora' uè mai, ooine diretta a distruggere il comando degli Ottimati, e confondere ogni buon ordine. Cresciuto a tal dire il tumulto, sorse invitato il quarto, Genuzio, fratello dell a^tro console.-Costui j discorse breveménce le circostanze della città, e come la cótnplicav^^no all uno o all’ altro disastro, o di far prosperare ^i nemici per la discordia e 1 ambiziojie de’ citudinij e, di dare mal termine alla guerra interna e domestica .|>er espedirsi dajl’ altra che le era portata di fuori, disse, che essendo' due i maiì' ed essendo necessità d’ inwyrreme, loro mal grado,' l’^udo o Y altro, credeva coufacevole ai Padri lasciar che il popolo urtasse alcune istituzioni proprie, anzi che rendere la patria Io scherno di forestieri' e nemici^ E cosi dicendo" propose la sentenza approvata nel congresso di ^elli che si erano in casa riuniti, sentenza come io dichiarai suggerita da Claudio, che si eleggessero ift luogo de' consoli i tribuni militari, tre de’ patrizj, e tre dd plebei, tutti con' potestà superiore : chè quando -^nìrebbefo questi il lor tempo, e si dovrebbero creare i nuovi magistrati ; allora unitisi di bel nuovo il SerUUo ed il popolo decidessero quali più voleano riassumesre al cornando li tribuni militari o li consoli : che per valido si tenesse quello che il voto comune destinerebbe: e che pari decreto si rinovpsse ogni anno. Eu la opinion di Genuzto acclamata da tutti: e gli altri che sorsero a sentenziar dopo lui -la tennero, quasi tutti, per b migliore. ' Se ne stese dunque da' consoli il decreto, ed i tribuni della plebe, pigliatolo, oe andarono, tripudiando, al' Foro. E convocatovi il popolò, vi lodarono amplissimamente il Senato^ e vi di nunziaronoV cbe doncorresse pure a’ magistrati .‘insieme co' patrizj chiunque il volea de plebei. '.Se non ohe il desiderio senza cagione, Speciàlmemc' nel popolo ^ è per sé" dori vano, e cori pronto ' a dar luogo arcOnirario ; ohe quelli i quali facevano ogni prova per essere a parte ' del magistrato, risoluti se non concedeasi ciò da’ patrlz}, di abbandonare la patria come 1' avevano abbandonata altra volta, o dì usurparselo colle armi, ottenutane appena la pertnissione, rattemperacono sestessi, e rivolsero altrove i loro favori. E quantunque molti de’ plebei aspirassero al militar tribunato, e" facessero per giungervi insistenze caldissime ; non riputarbno alcuno degno del grande onore.Cosi quando vennesì al voti nominarono al militar tribunato tra’ patria) che yi còneorrevano, Aulo Sèmpronio Atratino^ Lucio Attilio Longo, e Tito delio Sieelo. Questi assunsero i piWi qu^ grado in luogo del consolare nell’ anno terzo della olimpiade ottantesima quarta essendo Di61o arconte in Atene : ma ritenutolo settantatrè' giorni lo deposerq secondò gli usi della patria’ spontan^atOébte ;• perché alquanti segni celesti vietavano loro il maneggio de’ pubblici affari. ' Levatisi questi dal comando; il Senatosi raccolse, e nominò gr;ìn(errè. U quali prefìssero il tempo de’ comizj e proposero; da risolvere al popolo se voleat rieleggere li tribuni o li 008011 1 il popolo decise attenersi agl) nsi primitivi; ed essi contderono che chiunque il volea de palrizj concorresse al consolato." Adunque si elessero di' nuovo i' consoli’ dell’ ordin patriuo, e fuf'onò' Lucio Papirio Mugiliano, e Lucio Sempronio Atratino, fratello di uti de tribuni che s’ eran dimessi. Dond è che furono in -fiLoma tu un anno stesso due magistrature supreme. Non però comparisce 1’ una e l’ altra magistratut^ in tutù gli annali Romani : ma in alcuni trova'nsi i 'soli tribuni, Aodo di Roma 3ii $ècon{lo Catone, 3ia secondo Varronc, e 44 ^v. Ccisle. Tilo Livio dice cbv i tribuni militari entrarono maghtraii sul termidare dall anno 3io, e perciò toccarono anche l’inno 3 11. ÌD altri i consoli soli, osservandosi in non molti T .una e r altra. Noi ci atteniamo agli ultimi nè senza ragione, affidandoci alla testimonianza de' libri sacri 'recònditi. Sotto, questi consoli nou occorse altra cosa civile o militare degna di ricordanza; fecesi però trattato di amicizia e di alleanza colla cidi degli Ardeali, peroccliè spedirono ambasciadori, pe qliali, lasciate le querimonie intorno la campagna, dimandarono di essere gli amici e gli alleati de’ Romani. I consoli ratificarono questo trattato. Il popolo confermò co' suoi voti che si cf'eas s^ i consoli anche per 1’ anqo seguente ; e nel. plenilunio di Dicembre presero il consolato Marco. Geganio Macerinó per la secotula volta, e Tito Quinzio Capitolino per la quinta . Questi rimostrarono mentre i più inutili e più svergognati eran fuori ài ogni registro, e cangiavano luogo con luogo affine di viverci come loro piaceva., i. Addo di Roma 3ia se'coado Catone, 3i3 seeuado, Yatione, 41 ar. Cristo. U tomai dì AUcartiosso scrìsse le Antichità Romane dalie orìgini di Roma fino alla prima guerra Punica in venti libri estesissimamente, e di questi, poi diede un compendio in cinque libri come fu già detto nella prefazione al tomo primo. De' venti libri perirono qualche parte deW undecimo, e tutti i nove ultimi, salvo alcuni frammenti pubblicati più volle e ridotti in fine secondo P ordine de' tempi in ciò che narrano. ’ Avendo io trasportato nel nostro idioma gli undici primi libri, e li frammenti già noti de' rimónéitti, fu tutto dato in luce U anno ii5ia per Fìncenm Poggioli, editore in Roma della Collana Greca tradotta in Italiano. Quattro anni appresso però, cioè nel 1816, apparve in Milano una stampa Grecolatina della quale il titolo latino è: DiONTsii Halicarnassei RomaDarum AntiquitaUim pars hactenus desiderata nunc denique ope codicum Ambrostanorum ab Angelo MaJO Ambrosiani Coliegii doctore, quantam licuit, restitala. Quella stampa comprende gli antichi frammenti dei nove libri smarriti, e parti riguardevoli derivate dal compendio, collocate prima c dopo di essi frammenti per ordinare un tutto il quale dia compenso e lume di ciò che erano i nove libri perduti di Dionigi. Jn questo letterario ordinamento ci si dà ciò che si è trovato, e non sopra. Del resto la versione latina è precisa, corrispondente, elegante, buona, anzi molto : te note opportune, nè vi si desidera diligenza : e ciò basti su quell’ opera. Considerando come i frammenti veri de’ nove libri presentati di nuovo in quella stampa erano già volgarizzati, C editore in Roma della Collana Greca tradotta, cercò più volte di avere anche il volgare di que’ supplementi raccolti come si potè dalla Epitome o Compendio di Dionigi: ed uUirnumente vi aggiunse pur le sue premure il nuovo editore in Milano della Collana' Greca, presa la occasione dal valersi egli ancora della mia traduzione. Su tali istanze ho consegnato il volgare di que’ Supplementi ordinato coi vecchi frammenti appunto come si ha nel testo Grecolatino. E ciò è quanto basta a dar luce alla giunta seguente. i • £jglI avendo radtinato Intorno a sé uomini di ogni reo genio, li nudrìva, quasi fiere, contro la patria. Suppiementi. Cos\ li chiamo per dittiogaerli dai Frammenti. Qnetti tono parti vere^ dei libp perduti f gli altri tono parti deriTite dal compendio de’ Tenti libri delie anpchilà di Dionigi troraio in Milano ueil’ Ambr>a°a io due dodici, l'nno intitolato: Di Dionigi di jilicarnatto Archeologo Romano t l’altro: Dionigi di Alitarna$$o Archeologo dplle cote Romane. E chiaro che questo titolo i dato da altri. Li supplementi avran sempre doe TÌrgole in principio ed in fine dei paragrafi per dùtiognerli dai frammenti., DELLE antichità’ ROMANE Tuttavia se ascoltava me, se confofmavast alle leggi, egli faceva un gran colpo per la difesa, dando segno non piccolo di non aver cospirato. Ma sbattuto dalla sua cosdenza si ridusse dove quelli si riducono, i quali siegnono scellerati disegni contro dei loro più congiunti; deliberò di non presentarsi al giudizio ; e respinse a colpi di mannaja li cavalieri spediti su lui .... li suolo -della sua casa i Romani Io chiamano equimelio: conciossiacbè equo è detto da loro, ciò cbc non ha prominenze. Cosi il luogo soprannominato Mclio in principio fu di poi detto Equimelio alterandosi i dne nómi in un solo . II. Guerreggiando i Tirreni, i Fidenati, e li Vejenti co’ Romani (3j, Laro Tolumuio re de’ Tirreni segnalandovisi spaventosamente ; un tribuno romano, Aulo Cornelio cognominato Cosso, spronò il cavallo su lui. F attisi a combattere già moveano ai colpi le aste ; quando Tolumnio feri nel petto il cavallo dell’ emulo, talché il cavallo ne infuria e lo atterra. Ma Cornelio internando I’ asta per lo scudo e 1’ usbergo nel fianco di Tolumnio rovesciò pur lui da cavallo. Ben sorgea questi ancora, quando fu colto nell' anguinaja. Con ciò Cosso Io ucdsc e lo ' spogliò, non solo respingendo quanti accorrevano fanti e cavalieri, ma disanimando e t. Qosla h parte òel discorso di Cineinnato sa Spn^o Melio Deciso come reo di ambita lirannido. La occisione di Spurio Melio co4) corre con l’anno 3r5. II libro XI di Dionigi non eccede 1 anno Sia. Pertanto cib ebe manca a dar conliuna la storia delle Àniichiià Romane con quella del Cocapendio b la serie dei fatti dell’ anno 3i2 e dell! due sdenti. impaurando quanti erano alle mani neN' uno e nell altro cornò. Essendo consoli' ntiovamenie Aulo Gjmelio Cosso, e Tito Qtrinzio ; penuriò la terra per gran siccità; mancando non che le pio^e, fin le acque nelle sorgenti. Donde nniversaie fa lo scapito 'di pecore, di giumenti, di bovi : e moitè -fra gli uomini le. malattie, quella principalmente che scabbia à detta, assai molesta per lo rosore nella cute, c più Rtolesta ancora se inniceravasi : infermità miserabile in vero, e cagione sollecitissima di rovina . IV. .... Mal sembrava a’ primarj del Senato addimesticare il popolo alla pace e prolungargliene la calma, sul riflesso che per la pace si schiudono in città, vizj, piaceri, e sedizioni, e solean queste prorompere ad ogni occasione, difficili nè interrotte, appena si logliean le guerre di fuori .... E meglio superar 1 initnico beneficando, che punendo : imperocché di là sie gue se ' hon altro, almeno la speranza loro più dolce sopra de’ Numi V. . . a Appena conobbe che i nemid Io assalivano alle spalle, chioso com’ era per ogn’ intorno da, essif disperò di retrocedere. Egli tenea grave sul cuore che nel pericolo comune, essi pochi contro de' molti, essi gravati dalie arme conira milizie leggere perirebbero turpissimamente senza dar segno di opera generosa. Adunque vista un’ allora conveniente nè lontana destinò di occuparla VI. Agrippa Menenio, e Publio Lucrezio e Servio Nauzio tra gli ODorì di tribuai militari scopersero and insurrezione di servi destinata coaUx>'di Roma. Disegnavano i congiurati dar fuoco tra la notte in un tempo a più case in più luoghi, e quando vedeano gli altri intenti a reprima. L’incendio, allora invaderne il campidoglio, ed altre parti munite, e quindi provocare ad esser liberi tutti gl’altri servi, e con essi ucciderne i padrom', onde averae le mogli e li, beni. Manifestatasi la prauca, i capi d’essa furono presi, battuti, e crociassi: e que’due servi che la manifestarono, ottennero essi la libertà veramente, e miUe dramme a testa dal pubblico erario a. Adoperavasi il tribuno romano a compiere la guerra iu pochi giorni, come lui che credea facilissimo, e quasi posto nelle sue mani, sottomettere còn una batuglia i nemici. Per contrario.Jl comandante nemico apprendendo la perizia de’Romani tra le armi, e la costanza ne’pericoli, non avea cara una battaglia in campo aperto con pari circostanze; ma Uaeva la guerra tra le arti e 1’inganno, aspettandone chq gli si presentasse un vantaggio. ferito e morto venuto appena. In quest’anno fu l’inverno rigidissimo, in Roma, tanto che dove la neve caduta era meno, .tnno di Roma Il mille mauca oel lesto. È presso a pòco il nomerò pbe dee supplirai consideralo ciò che se ne ha presso di LIVIO (vedasi), o. aS. Questo racconto consente per qualche modo con ciò che narra LIVIO (vedasi) intorno la disfalla dei Romani contro degli Equi. ivi era alta li sette piedi. Vi perirono alquanti uomini, e molte greggi, ed altro bestiame non poco, sopraffatto dal gelo o dalla fame per mancanza de’pasccdi. Le arbori firuuifere inusitate alle grandi nevi o perirono in tutto, o seccate ne’tempo in tali regioni alquanto più boreali del mezzo, seguendo il circolo parallelo il qual viene per 1’Ellesponto sopra di Atene. Allora, per la prima ed unica volta 1’ambiente di questa regione s’allontanò dalla sua temperatura fa). I romani fecero le feste dette letxistermi nelr idioma, dei luog.o. Or furono ammoniti a tanto pe’libri Sibillini: giacché gli astrinse a consultarne l’oracolo nn morbo pestilenziale mandato loro da'Nomi, nè sanabile'per cura umana. Adunque acconciarono, come voiea r oracolo tre ietti, T uno ad Apollo e Latona, r altro ad Ercole e Diana, ed il terzo a Vulcano e Nettuno. Fot per,s?'tte giorni fecero pubblici sagrifizj, come pur fecero, ciascuno secondo le forze sue, private offerté ai Numi, e conviti sontuosi ed accoglienze di forestieri. , I I LIVIO (vedasi) raeconu I., c. i3 cb il Tevere non pelea navigard. Questo fraocbiaaiUko tcnvere et desiderare le cautele dell’aatore dei veoli. libri delle Aulichità Aooiaae. Le muiasioai anche rarieeime dcll'elmosfera ooa perché non sono scriue pel tempo paalaio, può concludersi che non avvenissero mai piò. (3j LIVIO (vedasi) parla di ul festa nel lib. t, 0. i3, la dice occorsa Pìsone il censore fa negli annaK suoi quest’ag> giunta: cioè, che sebbene fossero sciolti tutti i servi ^ tenuti io ferri dai padroni, sebbene Roma si empisse di forestieri, e sebbene si tenessero dì e notte spalan cate le case, penetrandovi chi volea, senz ostacolo; pur ninno si dolse che avessene furio, nè oltraggio; quan tnnque i giorni festivi sogliano per 'le brìachesze dar largo il campo a disordini ed ingiustizie. Stando i Romani all’assedio di Vejo sul nascere delia canicola quando gli stagni diminuisconsi e tutti li fiumi all’infuori dell’Egizio {filo, il lago de’monti Albani, distante non meno di quindici miglia da Roma, presso al quale fu già la città madre de’Romani, crebbe senza piogge, senza nevi, e senz’altre apparenti cagioni, per le sole inteMe sue fonti a tal dismisura, che inondò buon tratto delle adiacenze con molte case di agricokorì. E finalmente aprendosi a forza, il passo tra monti si versò con terribile sbocco ne’campi sottoposti, Della estate contagiosa, la qual s^cedcltc all'inverao rigidissimo descritto diantì. Addo di Roma. Aie infuori delV Egitto Nilo Questa cceetione, &t conoscere, parmi, che l’autore del compendio non i Dionigi. Imperocché egli nato in Alicamasso città dell’Asia, e già spettante al regno di Persia, come tatto il corso dell'Eufrate, non poterà, e certo non dorerà ignorare in tanta naturai tua diligenia che P Eufrate anch esso nel luglio assai cresce e trabbocca, come si legge in Arriano iibro ni, par. ao, greco per esso, e scrittore delle gesta d’Alessandro. Lo stesso Arriano scrire nel lib. r, paragr.7 secondo la nostra tradusione, che anche i fiumi Indiani nell’estate ingrossano fuor di modo e neU’inrerno scemano. Vedalo ciò li Romaai, da princìpio, (jQast 10 sdegno del cielo minacciasse Roma, decretarono pia care con sagrifizj i Nomi ed i Genj del luogo, consaltandovene pur gl’indovini, se ne eressero mai co$a da SIGNIFICARE GRICE: Se non che né il Iago ripigliava l'ordine SQO, nè gl’iinterpetri sapean dirne a proposito, ma snggerirono che si mandasse per intenderne l’oracolo in Delfo. Intanto un di Vejo perito, per Ipmc avutone da’maggiori, dell'arte divinatoria di'qne luoghi, sfavasi per avventura in gnardiè'deNe mura/ Era cosini noto ad un centurione romano. E quél centurione venato una volta presso le mura lo saluta come usa; aggiugnendogli di commiserare Ini come tutti i suoi pe’mali imminenti nella espugnazione dellai cittè. Per l’opposito il Tirreno, il qual già sapeva In inóndàziooe del lago Albano, e sapeva gl’antichi oracoli intorno di questa, replica, sorridendo, guanto é bene conoscere t ot'tvnt're. Voi per non conoscerne sostenete una guerra senza fine, e travagli irriuscibili, disegnandovi la distruzione di Vejo. Se alcuno vi rivelasse portare il destino di questa città che allora sia presa, quandó U lago Albano impoverendo nelle acque sue, non più si mescoli al mare, cessereste di tenere voi nella fatica, e noi tra le molestie. Assai ne impensierì ciò udendo il romano, e parti. Nel giorno appresso il romano, comunicatone il disegno co’tribuni, rivenne allo stesso luogo, ma senza le armi, onde il Tirreno non sospetta affatto d’insidie. Ripiglia I’usato saluto, e poi disse innanzi tutto l’incertezza la quale agitava il campo de! Romani, e cose altrettali da rallegrarne, com’egli crede, il Tirreno. Poi chiedealo spositore di alquanti segni e portenti occorsi di recente ai tribuni. Gnidiscese colui niente sospettando d’inganni. E fatto ritirare gl’altri i quali erano con lui si mise egli solo col centurione: £ questi U passo a passo lo allontanò dalle mura con discorsi diretti a deluderlo; Or come fu presso alle muniuoni romane. lo abbracciò con ambe le mani, e sei portò negli alloggiamenti. Quivi i tribuni or lusihgando or minacciando lo ridussero a dire quanto cela sul lago Albano, e poi lo mandano al Senato. Non parvene u tutti i padri in un modo: e chi tenea costui per pno scaltro ^ per un impostore, per uno che MENTE GRICE MEAN MENTIRE MENTE -- sugl’oracoli de’ Numi, e chi dicea lui parlare a punto il vero. Fluttuando fra tali incertezze H Senato, ecco i deputati al Nome in Delfo riportarne le divine risposte, concordi a quelle, date già dal Tirreno: vncd dire che gli Dei e li Genj li quali aveano in sorte la città di Vejo promettevano mantenervi costante la prosperità trasmessavi dagl’antenati finché le acque sorgenti del lago Albano ne Uaboocassero e corressero al mare: Ma quando quelle acque, mutata la fonte e il corso antico, deviassero altrpve, nè più si mescolassero al mare, allora pur Vejo ne andrebbe sossopra. Parve che potesse pianto ottenersi da’Romàni, se scavando delle fosse intorno al lago V’incanalavano l’acque le quali sboccavano, dirìgendole in campi lontani dal mare. G>DOsc!ato ciò li Romaai bentosto misero gli operaj su r intento, Rendutine i Vejenti consapevoli per nn prigioniero, deliberarono spedire a chi li assedia, a fine di toglier la guerra innanzi ch^ la città soccombesse: e scelsero de’seniori per deputati. Rigettata dal Senato la pace, lasciano questi, taciuirni, la curia: quando il più Cospicuo fra loro e più famoso nel divinare, fermatosene alla porta e girato lo sguardo su tutti senatori disse: bel decreto v avete voi fatto o Romani! e degno di voi U quali cercate dominare er tutto intorbo, quando ricusate aver suddita una città nè piccola nè ignobile la qual depone le armi e si rende, e destinata abbatterla da’fondamenti senza tememe^t ira de'^Numiy nè la vendetta degli uomini. Or ne verrà per questo su voi la giustizia punitriea de’Numi con pari vicenda; Voi che spogliate li Vejenti di patria, voi, tra non molto perderete la vostra. Prendendosi dopo breve tempo Yejo, taluni de’cittadini ne andano, e stettero da valebtnomini contro a’nemici, e ne uccisero e furono uccisù: altri diedero a sé stessi la morte: ma quanti per codardia, e bassezza di spirito risguardavano ogni altro successo come più mite della morte, abbandonarono le armi e sè stessi al inncitore. Anche CICERONE (vedasi) nel lib. r, èe Natura Deoram fa menxione di quella ambasceria, e dell'annunxio del castigo, succeduto, ^oni’ egli scrive, sei auui dopo la presa di Vejo, col piombare dei Galli su Roma. GatniUo sotto la dittatitra del quale Ve)o fu presa, stando co’Romani pili insigni su luogo elevato donde tutta quella città si scopriva, prknieramente fèliqitava té stesso^della' Iiella avventura con che gl’era accaduto d’espugnare e senza gran costo una città grande e prosperosa, la quale erà parte, uè gii la più ignobile 'della Etmria, allora fiorentissima, e potentissvna tra'popoli dell’Italia, e la quale avea disputato |1 principato ai Romani con guerre moltiplicate per dieci generazioni con cimentarsi alfine a tutti i mali tra r assedio non interrotto di nove, anni. Di poi ponsiderando per qual lievissimo billico trascende la sorte umana, e come nino bene tien fermezza, alzò le mani, sopplichevole a Giove e agK altri Nomi, perchè tanta felicilà non chiama l’invidia su lui principalmente, nè sulla patria: e se per Contrario pubblici disastri pendeano su Roma, o privati sa lui, almen fossero questi i più lievi e più tollerabili. Non minore di Roma per gli cdificj, godea Vejo terreni ampj, d’assai frutto, dove piani, e dove montuosi in aere purissimo e salutevolissimo, senza paludi vicine, dalle quali sorgono aliti gravi ed ingrati, e senza ninn fiume il qual dia troppe fredde le aure del mattino: nè scarse vi son Tacque, nè condotti) Ciok per circa irecento anni asjegaaado treni' anni ad ogni generaaione; Imptroccbè Vejo cominciò tali tae gaerre con Romolo: poco prima della aua morte, e loocomM LIVIO (vedasi) ed aliti dicono durato quello asi^io dieci anni: vuol diro nove furono gli anni' interi ciocché scrive I’autore dell’Epitome, ma non intero fu 1’ultimo. Dionigi nel paragr. i5 del libro iz scrive che non lungi da levi altronde, ma vi scatnrtacono copiose nommeoo, ohe bouissime a beverne a. Dicono, che quando Enea figlio di Anchise e di Venere approdò nell'Italia volesse, far sagrìfizio ad un tale de’Numi; e che fatte già le preghiere, stando ornai per operare sulla vittima apparecchiata, mirasse venir da lontano tm greco, Ulisse forse quando fu per r oracolo d’Avemo, o Diomede quando si recò per soccorso di Danno. E dicono che disgustato Enea dell’incontro, tenesse come inaugurata la vista dell’inimico tra le sante cose, e che volendo respingerla si bendasse e volgesse altrove; finché dopo la sparizione di colui lavatesi di nuovo le mani fece il sagrìfizio: e siccome vi si rendè fàusta ogni cosa, e^U ne fu dilettato per .'nodo da custodihie di poi nelle sante cose la cerimonia; conservandola per ciò li posteri di Ini quasi legge dei sacro ministero, In conformità de’patrii riti, fatta la supplica Camillo ancora si trasse in sul capo il manto, e volea rivoltarsi. Ma travoltoglisi ciò che avea di sotto a piedi, nè potendosene rattenere, ne andò supino a terra. Or questo rovescio, indizio che egli di necessità cadrebbe per una miseranda caduta, questo rovescio fàcilissimo da intenderlo senza calcoli e divinazioni, anVejo è il fiume Cremerà, e che da questo fiume fu denomioaio Cremerà il caetello edificato da Romani contro di Vejo. Qui ai •crÌT che non vi è niun fiume il ^oalc dia troppo fredde le aure del mattino : che anche senza fiume vi abbondano le acque. Questo esservi e non esservi un fiume et concepire che lo scritture del com'.^ pendio non è Dionigi.] che da’ meoo periti, questo egli noi pensò degno da guardarsene e da espiarsene f ma lo ridusse tale da. consolarsene come se li Numi avessero ‘esaudito le pre glie pii\ illustri a' quali esso era maestro di. lettere, li \ ' • t Narrano che Dionigi divise il suo campcndie in cinque libri. Ambedue li codici trovati del compendio delle aiilicbilà non hanno 0 non ritenpoiio indiaio ninno della distinsiooa in libii. BfOHlGI, urna III. j,S cavò fuori delie porte come per passeggiare dinanzi le mura, e far loro visibile il campo romano. Poi sionla nandoli poco a poco dalla città, li ridusse presso le guardie Romane:^ queste accorsero; ed egli cedè sé stesso, e gii altri. Menato a Camillo disse, che da gran tempo egli volea rendere la città de’ Romani : ma non avendo in sua balla nè la fortezza, nè le porte, nè le armi, si argomentò di mettere nelle mani di lui li 6gli ^e’dtta^ dini primarj, consideràndo cbe necessiterebbe li padri, solleciti di salvarli, a dar la città quanto prima ai Romani. E cosi diceva, immaginandosene maravigliòsi pre^ mj pel tradimento, a II. Camillo, dati da custodire. il maestro e (i fanciulli, scrisse al Senato il successo, chiedendone cièche fosse da fare. Lasciatogli dal Senato di lÀrne il lueglio che a lui ne paresse, egli cavò dagli alloggiamenti' il maestro e li fanciulli, e fece alzare il suo tribunale non lungi dalle porte, presentandosi immensa la folla su le mura, e dalle porte. Quindi primieramente distinse ai Falisci quanto il maestro fosse stato ardito di olTeuderli. Appresso ordinò che i servi gli traesscr la veste, e lo canninasser ben bene colle sferzate ; e quando tal pena gli parve bastare ^ .allóra ‘diè delle' verghe ai fanciulli, e fece che sèi menassero innanzi alla città, legato colle mani al t&rgo, battendolo e malmenandolo per ogni maniera. I Falisci ricuperalo i fanciulli, e punito il maestro in proporzione del suo malfare, sottomisero la patria a Camillo. Lo stesso Camillo nella spedizione su Vejo lece volo a Giunone^ 'Dea sovrana del luogo, di collocarle se prendea Yejo, la statua iu Roma', istitoendoveue insiemé cpito magnidco. Pertanto dopo espugnalo Vejo, man^ò de’ cavalieri più rìguardevoli a prendere dalla sua sede it simulacro. Appena gl’ inviati vennero al tempio, r uno (K loro sia. p^erilmeitte e per beflTarsene, sia per fame l’augurio, addimandò la Dea se voleva tra^mn grarsi a Roma, e colèi soggronsè volere con chiarissima voce della statua ; e due volte lo aggiunse. Impérocchè non potendo que’ giovani peiiuadersi che la statua fosse quella che vea parlato, replicarono la dimanda, e ne adirono un altra volta la voce stessa . IV. 'Tra il comando de’ consoli dopo Camillo proruppe in Roma un morbo contagioso, apparecchiato dal non piovere e dall' anura estrema. Afflitti con 4:iò git' albereti e li senànati porsero frutti pochi, e nocevoli' agli uomini, e pascoli scarsi e malsani ai bestiami. Odd’ è che il male consuase pecore e giumenti senta numero non sedo per. • quantunque non ignorassero che U multa eccedèVa non poco gli averi di ]ui: ma ciò vollero perchè messo ' in fcavcere scapitasse nella riputazione chi tanta ne avea per 'hobitissiole guerre, amministrate per^ eecellenia. Li ‘congiunti e li clienti accozzarono e diedero la son^ma richiesta afBnchè egli non soggiacesse a vilipendj ; ma H valentnonio riputando intollerabile la ingiuria., abbandonò (a patriq. Nel giungere alle porte fra gli astanti • addo lorati e piangenti per la perdita che farebboho, bagnò di largo pianto anch'esso il senAbiante, -e lamentò la infamia in che era mesio dicendo : > ^ Adunque disperando i barbari prendere la fortezza per inganno o di furto-, si diedero a trattare del prezzo, cui dato, i Romani riavessero la cittù. Dopò giurati gli accordi; i Romani portarono r oro, e Vckiticinqae talenti era la somiina'.la quale' doveano ricevere i Galli. Disposta la bilancia ècco il Gàllp imporvi un peso maggiore deKgiusto: se ne querelarono i Romani : ma. il nemicò tanto fu alieno dal rettificarlo, che lo aopmccaricò delia sua spada, levatosela dal cinta E chiedendo il questore che volea mai significate quel fatto ; rispose, ^ubt pò vinti. E poi che il peso ivi posto, ampliato com’ era-, non si pareggiava, anzi mancava un terzo' di tanto, i Romani si ritirarono chiesto tempo da raccoglier l’ intero. Sosteneano tanta insolenza ignari delle cose operate ] come al>biàm detto, in campo dpe il 'corpo ad un tempo e lo spirito; converseodola oibei Uòndi nasposto^ma palesemente. Addolorato Arante per lo distacco della donzella non più reggeva alia ingiuria-, cbe ne avea da ambedue : né potendo pigliarne Vendetta si mise' ad -ùn viaggio sótto .vista di liegoziare. Udì con trasporto il giovine lo andare, dandogli ciò che era l^sogao ai goadàgiii,' e T altro poftò, nelle Gallie molli earri eoa Q^i di vinoV di olio ^ e 'tnollr.'ata ceste >di fichi, a ' r ‘. a I Galli di quel di' non conoseeano il vino delle, vili, nè 1’ olio-, quale fi'a-uoi 1q danno ie olive: ma.teneano vin d’orab, festnefatato in acqqà, ó fogliame. tetro all odore, usando per olio ^assi vecebj di porco, ingrati a odorarne e gustarné/> CoiQe provarono frutti non prima gustati ne presero dilatto masaviglioso, iuierrogaodo il forestiere, dove e come ciascuno di questi si generasse, n -'t E. colai replica, the.'iimpìa e buona è la terra che li produci, è questa posseduta da uomini, pochi di numero: uè punto. migliori delle Jìemraine in far guen'a. Suggeriva;,chc'non ricevessero più 'tali cose dagli altri ad on péezzq, ma cacciassero i possessori antichi, e se le appropriassero. (Mossi da quel dire ven mi. Ma i 'GaRii ne misero in fuga la molhtudine, ed occuparono tutta Róma, salvo il Campidoglio. v Con c'ò gran eommrrcio praesdente. Cioachè non ti accorda con la DoTÌlà deacriiia .dei prodotti recati da Aruoti nelle Gallif. Won a facile a connidemi ube una natione ai ecciti e commo^a a tfatmtgrare pa’ racpooti dì un aTTeuttrriero. Livio tcrive Iv 5. i4> .Eoa ( Gallt ) ^lu oppufinavtrunt CUuiunì. non fuh$t qui primi alpet trantUrint^ latù óonstat. 0uel .aarii eo/iitat impoHa Alt lai nidiaione era comune in Roma a'iAreno Ira! leueraii 'oi t,empi di Livio, che sod (joelli di Augatcn,, .nel cui regno^^ anche Dionigi vino, io Roma luogo tempo. Panai duiiqae da coocluderbe che lo scritto ai risente di alquanto nosiooi te 'quali .uoo erano del diligentissimo aatore della aiilicbità : ciot questo tjompoodio k di t>n greco il quale non essendo £>rao vivulo nell Italia, S compendiando Dionigi, 'vi lasciava conoscere la vena dell ingrfpio ano non ai para quanto quella di Dionigi.] \, • rodar(7ao, nel lesto edeltan, donde celtico e poi ceillca,,, Digitized by Googlc 4i3 delle Antichità.’ romane dopo V incendio generò dal ceppo un tirgnlto, come dì Un cubito, volendo gli Dei manifestare ^e ben presto la' città, ricreando se stessa, darebbe germi novi in vece degli antichi. Anche in ‘Roma il picciolo tempio di Marte in cima alPalatino, 'i Romani pensano' chò debbasi operare ben alirimen)Ì debbasi a’ vecchj benefìzi sagrificare la coliéra per gli oltraggi recenti. Cerltmenle della Romana grandezza ben. fu meraviglioso. quel ^axto, che non malmenarono, pia lasciarono ille^ tjttti i Tuscolani ‘^u^ntuòque colpevoli f tna più meraviglioso ancora fu quanto eòncedesouo ad essi dopo il perdono. Imperocché fattisi % provvedere che non .saccedesse più nòlla di Simile., nella loro città, né più ci avessero alcuni comodità di far cose nuove, non conclusero già di mettervi guarnigione nella fortezza, nè Questo e li tre seguenti paragrafi sono fratOmeaii dei venti libri delle autichltà Romane acUtte da bioaigt e àul'' dal Gomptndjo ; aono picciolo parti dèli’ opera vara' e noi parti derivata altronde per supplirla, il tasto grec e-la tradaàioqe latina ai ara atampata più volte. Li framosenti ai dislingtsuao dal non avere l virgole nè in principio nù in fin^ dei paragrafi. lasciarono contro il sangue loco eccessi ùi oltraggi che i barbari più empj potessero sopraggiungervi. . ^ 'i' . 'XI.tE potrei allegare’ altri errori' infìnhi 'di quelle repubbliche ; ma' li tralascio; giaocbè spiaeemi ; fino l’aver menzionato gli ànzidetti. Imperocché vorrei che la nazione Greca. si distinguesse '‘dà . quelle de’ barbari non col nome solo. e col dialetto; ma per la.inlelligeoza eia scelta delle utili costumanze; c sopratthtto che infra loro noit si desolassero con ingiurie più che disumane. E ad esercitare i lor corpi o faticare nelle armìv ne ausavano di continuo, e vi grondavano dal sudore, costretti a desisterne innanzi P awiSo de’ capitani. Udito ciò f ' Camillo dittatore de’ RomaOi, adunò le sue milizie, e condonò • tra loro,. assai vivifi(ndole ad imprèndere: 0 ‘Romani ^ e^i disse, nói abbiamo assai più cùU it nemici benfatte le arme, le corazze y gli elmi, gli stivali, gli teuài saldi, coi tiuaU guardiamo tutto il corpo, le spade' d due tagli, ed in luogo dell asta, saette iP irreparaòH colpo. Le armi colle qutdi ci copriamo son tali'da ndn> fdcilitare su noi le ferite: laddove quelle con lè quedi nodiamo 'ci abilitano per ogn impresa. B poi ruiao è il càpo dei nemici, nudo il petto ed i lati, 'nudo il,fem&re è la gamba mfino piedi. Altro noti hanno die li. munisca se nonf lò' scudo : nè adiro tanto picchiar degli scudi, e guani altro ostentano di barbara e stolido a bravar t inimico, guai vantaggio daranno ad essi i guali assalgono senza regola, .a-, guai mai terrore a chi con tanta re^la sta tra i pericoli? Considerando tali cose: voi tutti guanti ne foste nella prima guerra cpì Galli e guanti non vi foste, non ‘diserrate.' o voi ohe vi foste C arUica virtù, col temere, e; vai che non virfbste non siate da meno che gli altri net jegntdarvi co' fatti . Andate La prima gnarra ocoqrae l’ aooo I acMiida ueii’bravi giovani : dimostratevi degni de' padri valorosi, correte intrepidamente al nemico ; Sarà con voi la ' mano degC Iddìi per tentarvi à punire • quanto volete, questiimpìacabili. Io vi son duce, al qucde tanto teslificate buon senno e Jbrlunà. Da ora in poi saréte felici, sia che riporterete alla patria la iwbilo corona della vostra virtù, sia che qui finendo la vita lascorete a’ teneri' figli] e ai vecxhj padri per un fragile corpo una splendida fama immortale.^ Ma già non è più da tenervi, Ecco t irUaùco sen viene ; ofidaie, presentatevi in schiera . Era ‘'il combattere de’ Barbari ansi brutab: e maniaco senza le cure e la scienza delle e vi ascese. Accorsa la molUtudine 'urbana allo spettacolo, egli primieramente fece voti alBncbè 11 ^umi avvèrsaaero l’ oracolo, e facessero nascere molti, eguali a lui di valore bella patria. Dopo ciò lasciate le redini e ' dato di sprone cavallò precipitò nella voraginet Sopra lui furono gittate in quell’ abisso nioltè. vittime, nìolti frutti, molte ricchezze, molte preziose Vesti ^ 'molti oggetti di arti di ogni maniera, e senza più la terra si ricongiunse Il Gallo area corpo straordinario, il quale molto eccedeva la proporzione comnne ....Licinio Stolone stato dieci volte tribuno, quegli il ‘‘quale fu capo alla fstitnzlone delle leggi, per la 'quale dieci anni fu sedizione, alfine' vinto iu giudizio e condannato ad una multa in danaro ()) disse: che non vi è bestia alcuna pià callivà del popolo, il qutde non nsparmia nemmeno chi lo sostenta . Assediando Marcio console que’di Piperno, ridotti senz’ altra speranza spedirono a lui. E Marcio, indicatemi, disse, come solete voi trattare li servi li quali dà voi si ribellano ? tome si dee, soggiunse il legato più anziano, punir chi desidera ricupenve la r Sie mai ri fu questa Toragiae, ciò che può beo essere, ta ricoopuDtione di lai mode ò tutta (àvolosa. Livio assai propiiio a tali raceopti aon lafiiTorisce. liberti ncUiva. DlIetUtosL Marcio del franco parlare, e se nei, dicea, se noi ci lasciassimo piegare a' lispar^ miarvi ogni cruccio, quali pegni ne darete voi di non farla mai più da nemici ? q V anziano tipigUava. Sta in te o Marcio e ne' tuoi Romani' sperimetttm-lo. So con la patria Uberi torniamo, vi ci terremo • pen sèmpre costanti amici : ma tali mai vi saremo, 'se ci astringerete a servire. Marcio ne ammirò li magnanimi M‘q^i, e sciolse 1’ assedio .. L IV^EMTAE i GaQi guerreggiavano Roma, un priil' cipe di questi sfidò qm^lunque de’ Romani a venire con esso al paragone dello armi,. Un Marco Valerio tribuno proveniente da Valerio PopUcola il quale insieme con altri ' Ubera la città dai tiranni, si fa innansi pel combattimento. Venuti alle mani, un ooryo si mise in su r elmo di Valerio, sgrid^do e guardando terribilmente il barbaro f e se mai lo vede portare de’colpi sul romano / gli si avventa ora colie unghie alle Addo di Roma. j. ' ; guance lacerando, ed ora col rostro agli'occhi, pungendo. Tanto che il Gallo ne anda fuori di se, non potendo trovare come ribatter 1'emolo, nè come guardarsi dal corvo! Ma traendosi la zuffa in lungo, il Gallo fu col ft;rro sU l’altro per internarglielo coll'impeto nel seno. Corsogli il corvo agl’occhi Onde forarglieli, colui alza Io scudo a respingerlo: e tenendolo alzato, il Romano che ne seguiva le mosse, menò da basso la spada, e lo uccise, Camillo il comandante lo insigni con aurea corona soprapnominaudolo Corvino dall’uccello compagno di lui nel combattimento; perocchò li Romani chiamano corvi, gli oicoelll che noi coracas chiamiamo. E costui da quel fatto ha 1’elmo ornato d’un corvo. In guisa che quanti fecero statue o pitture di lui, lutti gl’acconciarono sul capo quell’uccello. Devastavano le campagne ricche d’ogni bene nomini sfìaiti dalla guerra e simili ai cadaveri, se non quanto respiravano. Essendo calda ancora la penero come dicono dell’ucciso. Fu vittin miseranda delr inimicO’Uomo il quale sazia la invidia sua poi sangue civile. Dispensò tra soldati parte de vantaggi nè questa la più piccola, ma tale da sommergéK frà le ricchezze la inopia dt ciascùtlo diedero il guasto ài seminati già colmi per h raccolta tnalmetiando il meglio dellB^ terre fruttifere: ' i I • f I ' t, Queste Cemitlo il quale apparisce ora aalHaaao'4e& Roma i Uli tìglio del ftmoso Furio Csmiflo morto i6 ano,! adòiciro. Aucb'esso viute S fugò con ifna iniigue battaglia i galli, tuttavia molesti ai romani. LIVIO (vedasi) aS. aC. 'Ma percl^è spesso e molto danneggiavano i Campani come iorp' amici. Pertanto il senato romano sulle istanze e lamenti replicati de campani contro de napoletani spedi a questi ordinando che non più nocessero ai sudditi della repubblica; ma ne avessero e rendessero ciò ch’era ^usto: e nascendo coih(roversìe fra loro, le dJscutesserò co’gindizj non'cqlle armi, secQudo le convenzioni che ne farcbbono: del resto mantenessero la pace con tutti ìntorno i popoli, non corseggiassero il mare tirreno né tentassero eséi per sé nè CO-OPERASSERO GRICE con altri imprese disdicevoli ai greci. Soprattutto istmi, gl’ambasciadori che cercassero, Se venivano il destro, di alienare co’bei modi verso de’potenti la loro città dai sanniti, e renderla amica di Roma. ',. y. Ti-òvavansi di quel tempo in Napoli come ambasciadori di Taranto uomini rispettabili, e, po’ligami del sangue, ospiti antichi di que’cittadini: ma por altri, vi si trovavano inviativi da nolani, cooSuanti dei napoletani, e tutti dediti ai greci, i quali vi brigavano in contrario onde non copcórdassero co’ Ifomani nè co'sudditi d’essi) nè lasciassero l'amicizia verso dei sanniti. Che se r Romani set pigliassero a pretesto di guerra { rton temessero, nè invilissero, come in^ su^rabile rie fosse la forza; ma, perseverassero, e combattessero come i jbraoi Grecf., confidando sù le Manca il principio dj questo raccolto: puj> coninliar^i LIVIO (vedasi), c. aa. Questo pangrafo e tutto il resto del libto sono frammenti veri dei libri perduti dell’antichità di Dionigi. schiere proprie e sulle ausiìiane che verrehhono dai sanniti. Riceverebbero se ne abbisognano, pià delle loro, le forte navali dà' TaretUim, le quali eran tanUs e. si buone. Adunato il Sanato, e tenutivi molti dlsconi dai legati loro fautori, vi si divisero i sentimenti: ma li piu autorevoli parfianO tenerla pe’Romani. Non fecesi per quel giorno decreto alcuno, ma riserbato per, altra sessìone l’esame intorno ai legati; recaronsi a Napoli in folla i primarj de’Sanniti. Or quésti Conciliandosi con ossequióse manio:e i capi del comune, pregarono il Senato a far si che decide il popolo dell’utile pubblico. Quindi recandosene all’adunanza, vi ricordarono i loro benefizj, poi vi fecero le mille accuse di Roma come d’una ingannevole e perfida: e finalntente promiserole meraviglie ai Napoletani se deliberavann pella guerra: vale a dire che mauderèbbero loro milizie, quante ne bisognassero per difender le ptura, come l’armata e 4utta la ciurma pelle na#I. Davano insieme a vedere che subirebbero tutte le speso guerra non solo pe’soldati proprj, m pe’loro; che respinto l’esercito romano ricupererebbero, Cuma, occupata dai Campani, erano già due generazioni, .cén esdnderM gli abitanti: che renderebbero la patria ai Cumani, accolti, quando U perderono, dai Napoletani, e fatti partecipi d’ogni lor bene: che darebbero ai Napoletani un trat^ assai grande del territorio che tenevasi dai Catppihi., -, ' r ', vn. Ih mezzo a tal dire, la parte calcolatrice dei Ntpoletani, la quale vedea da lontano i mali xhe ver rri>bero colle battaglie, sulla città, dimanda che ai conservasse la ^ace: ma' la parte amante di cose nuove ^Ja quale cerca insieme un mezsp arricchire nelle ttsbolenze lanciavasi verso le guerra: Pertanto, elevafonsi a vicenda e voci e mani; procedendo la contesa fino al tiro delsàss). Alfine prevalendo il partito men buono, gli oratori di Roma dovettero tornarsene senza Tintento. Dond’^è che il Senato romano decreti 'd’inviare un eseacito contro de’Napoletani. I romani all’udire 5^10 i Sanniti apprestavano un esercito, vi spedirono prima Rmbasciadori. E di essi quelli eh’erano scelti dell’ordine senatorio venuti ai consiglieri de’Sanniti dissero: Voi fatfi ÌQgiustamonte o Sanniti violando i p'attati cha ovate con noi concordato. Amici vi eijt^nete di nome, nemici che ne siete di fattL Vìnti, voi da Romani in tanti condtattimenti, sciolti pelle istanze vostre caldissime dalla f. . guerra j oiténuta la pace come la volevate e desiderosi poi di essere gli amici e gli alleati di Roma; giuraste, alfine, di avere amici e nemici quelli appvinto che per tali riconosce la nostra repubblica. Ed ora immemori di tutto questo, e fin posti in non cale i, giuramenti, avete abbandonato noi nella jguerra co'Latini e ci>i Volsci,, cpn que’ pòpoli io dioOf che sono divenuti nemici nostri appunto per voi, perchè avevamo noi ricusqtò di unirci con essi net dare a wi guerra. JE nelt anno. J precedente voi avete istigato con tutta la premura e l’ardore, anzi voi avete necessitato i Napoletani che temevano farlo, a prendere contro noi la guerra^ e voi ne supplite le spese: voi la loro città ven tenete. Ed ora tutti intenti INTENT INTENZIONE GRICE ad apparecchiarvi raccogliete d'ogn intorno milizie, coh pretesto, come pare, innocente, ma: in realtà con disegno di guidarle contro i nostri cotoni. Ed a tanta ingiustizia invitate i .Fdndiani e i Formiqni ed altri, i (fuaii abbiamo no,i pOr^^iato ne'diritti ai nostri cittadini. Or 'voi profanando così scopertamente 9 turpemente i trattati di amicizia GRICE LOGICALLY DEVELOPING SERIES e di alleanza; il Senato ed il popolo romano deliberarono di spedirvi ambasciadori, e iperitnentai'vi colle parole, innanzi di procedere ai'fatti. E queste sono le cose che ami tutto vi dimandiamo, queste quelle, ottenute le quali, crederemo soddisfatti i nostri risentimertti: Chiediamo primieramente che ritiriate, le truppe inviate in soccorso ai Napoletani:, e poi che non mandiate milizie condro i nostri coloni, nè provochiate affatto i sudditi nostri a voglie ambiziose. Che se dite che tali cose non piacciono a tutti fra voi, ma che le fitnno alcuni solamente contro il voto comune; cónsegHàteci dunque voi questi perchè ne giudichiamo, 0 cen terremo contenti: ma se non gli avremo noi tjuesti nelle mani j né prenderemo in ) testimonia i Numi, ed i Genj invocati da voi nel giurare i trattati; e pSrciò siam qua venuti co Eeciali. Dòpo H parlar del romano consaìlatisl infra loro quei capi de’Sanniti diedero questa risposta: Non è già colpa del comune che i nostri sussidj giungessero a poi tardi per Ut guerra cóntro i latini, Imperocché si era appunto decretato che questi a voi s’inviassero: ma i capitani assai s’irtdugiOrono nell’àpprestarveli; come voi troppo vi acceleraste a dar la battaglia] e coti giunsero quelli tre o Quattro giorni dopo il bisogno. Jiispetto a Napoli poi dove sono alquanti, de nostri, tanto siamo lantàni dcUt oltraggiarvi soccorrendola in qualche fnodo mentre perico la; che noi pensiamo d’essere piuttosto gl’oltraggiati e gravemente da voi. Foi, tutto che non òjfesi, v'adoperale a soggiogare questa città, confederata ed amica nostra non già da poco, né d^ allora che con voi ci concordammo, ma da due generaeioni en>antS, e per grandi e copiosi ben^tij ricevutine. Tuttavia non é la comun dei Sanniti che offendavi nepimeno in questo; imperocché di propria voglia ìóccorpono Napoli, come udiamo, alcuni nostri, ospiti ed amici loro, o stipendiati, pella indi^nta’fbrse del vivere. Nè abbiam poi bisogno di staccare da voi li sudditi vostri; imperocché senza que’di Fondi, e. li Formiesi, noi, necessitati alla guerra, bastiamo a noi stessi. Apparecchiamo un esercito non per levare: a vostri colorii le cose loro; ma per difendere le nostre propriamente. A vicenda noi dimandiamo da voi j se volete far la GIUSTIZIA GRICE ESCHATOLOGY, che partiate da Fregelli, città da noi conquistata tanto priiHa col mezzo dell’armi, che è mezzo dirittissimo di possedere; e voi sera alcun titolo ve t avete, già sono due anni, appropriata. Or tali cose ci si concedano nè crederemo di essere stati oltraggiati. Allora subentrando al discorso il Pedale Romano, ripiglia: Niente impedisce che violando voi così manifestamente i trattati di pacOy i romani passino all’armi: nè già ponete lepnerUarvi d’essi, ma de'non sani vostri consigli. Ornai da loro si è /atto qtuuUo doveàsi pelle leggi rsacre e civili della patria, o di pio verso i Numi, o di giusto GRICE GIUSTIZIA ESCHATOLOGY verso i mortali. Gli dei che per sorte soprawegliano alla guerra, giudicheranno tfuale de due popoli osservasse i tràttati. £/ qpi recatosi in atto di partire, e tiratosi al capo il lembo onde cingevasi gli omeri, alzò come era il costume j le mani al cielo, orando don. imprecazione gl’iddii : che se Roma ingiuriata da Sarmio, non potendo riaversi dalla ingiuria cotle jrsfrole e co'tribunali procede finabnerite all’opere, U dessero pella mente ctmsigU bùqni, e condotta, propizia pella guerra. Afa se in opposito Rorna ìràscurando i legami santi dell’amicizia, accattava pretesti non giusti onde romperla, non la dirigessero 0 ne consigli o ftelle opere. Levatisi gli uni e gli altri dal colloquio; e dichiarate alle loro città le CMe disputatevi; dascuno dei due popoli pensò molto diversamente su Tabro. I Sanniti come £an essi quando iqtprendon la guerra, tendano per lent^ assai |e operazioni de’romani; laddove i romani immaginavano rannata di Sannio ornai prossima a piombare ^u i Fregèllaui’, loro còloni. Donde ne avvenne a ciascuno ciocché erane consentaneo: Imperocché li primi, apparecchiandosi e indugiandosi rovinarono la opportunità d’imprendere: per l’opposito i romani tenendo tutto pronto, udita appena la risponsóli. E prima che i nemici ne udissero la marcia; tanto le milizie reclutate V, ‘non. di:etidere in teiTa, ma dalla terra elevarsi. Imperocché nell’ e^ero stan le sorgenti del fuoco divino. a Ciò che si dimo^ra pel fuora nostro sia che lo abbiam 'da. Prometeo, sia che da Vulcano. Impe^ rocché quando è sciolto da’vincoli pe’quali è necessiuto a rimanere fra noi, corre subitamente pell’aria verso 1’altro fuoco, suo connaturale, ed Q quale doge d’interno' tutta la natura del mondo^ Cosi donque l’al. l6 e LIVIO (vedasi) più dislesamente. Il tratto aegnenic sembra parte della ri^tosia di Poaaio airinviato de’romani. neUe guerre han perduto i jìgti, quanti i fraleìli, e quanti gli amici? Ne’quali tutti come pensi che dee traboccatne la bile se alcuno ' gf impedisca placare ^ue' morti eoa tante vite di nemici le quali sole son credute un ossequio in verso gU estinti. Ma supponiamo che persuasi, o forzali o per qualunque maniera vinti mi si arrendano, e contxdano che questi continuino tìi vita, or ti pare, che sian per cqnce'dere'che ritengano insieme ogni lor cesa, q sema pur neo di vergogna se ne vadano quando, a tbr pia ce, quasi eroi qui apparsi per felicitàrne? O non piuttosto sopravvenendomi j quasi fiere, mi sbranerebbero appena tentassi dit questo? O non vedi come i cani da caccia quando è presa la fiera la qual chiusa dà essi va nella rete, circondano il ceuciatort, chiedendo parte della preda? e se non ottengono bttntosto il sangue o le viscere, non yédi come lo sieguonó, e pressano, e malmenano, nè respinti sèn pdrtono, nè percossi? Faticarono tuUo'il di cotnbaltendd, ma^i che le ombre tobero di rafhgurare gii amici e i nemici, tornarono a proprj alloggiamenti. Appio Gaudio non so per qual mancanza intorno de sagrifizj perdé la vista, e ne fu denominato ->^f£'eco; 'perocché li' Romani cosi chiamano chi non vede le scritluce custodite tra 1 murs, formate con lettere/ accuratissime, odo'rifere pello misto in che sono, presentano tal iloridez È diifieite iotarpetrare dove miri iitesio rottame. Fn detto che alle nti Freoettine. • i u.. I RonUuii ckUmaQO calende le ncòmeaie come none dtiamano la mezza IbQa, ed idi il pleoiluaio. Era la falange nel rnsAZO disgiunta ié mal piena: cori quelli che ivi erano disposti id òontrario, le furono sopra, e ne 'respinsero i>coDÒfc|auenli l’'iaosa, guàra aitàccò tutto il fiore dc^ cita Uomini sacerdoti, onorati Co’sacri minirieii. Quest’uomo pien di trasporti senza consiglro, insolentissimo, deliberando e ctmcentrando in sé tutti i poteri pella guerra E poi tu ardisci d’accusare ia sorte, turche la usavi pessimarnente, postola su barca già rovesciata? Così eri stolto? \, .^jilcuni i membri abbisognano di cura, e tali altri cicalritzcmdosene. VQt Ma vo’ricordare ancora un’arion' dvile de gna degli noom) di tutti i mortali, dalla iquale sia chiaroai Greci quanto Roma allora abborrisse soellerati, e come fosse inesorabile contro chi viola i diritti comuni della natura. Cajo Letorìo soprannominato Mergo, uomo illtutre pe’natali, còme non ignobile per le belliche imprese; dichiarato trìbW>' militare nefia guetta sannitica Ittsiqgò per un tempo un giovinetto sub camerata, vago più eh’altri di aspetto, perchè rendere si volesse agli amorosi AMICIZIA GRICE diletti di lui. Ma perchè noi guadagna cb’'donl, uè còlle gentili maniere, ornai più non bastando a sesiesM, cpr§e alla violen^. Divulgatosene il disordine tra le miliziè, i tribuni della plebe y; Qoaoto SigoJa questo libro, er^etlaato. it paragrafo lO'A lutto frammenti. ripuUQ^Io oltraggiò comune della {repubblica, me die dero accusa pubblica al reo, cpudannatone quindi dal popolò a Qiorte eoo voti pieqi. Peroécbè non tollerò questo ebe uomini di grado nell',;fsercilo profanassero con ingiurie‘ùmpìabili e contrarie ali^ natura Tirile, persone iagentté, mentre esse pella libertà co njballe-; vano i . Se non che non molto prima di questo fece^ttn’ opera‘ aaeor piò tp^evigliosa pell’ingiuria recata ad un altra persona, quantunque servile. Il (àglio di PubKo, io dico t di uno di que’tribuni milUari che umiliarono ai sanniti l’esercito e n& andarono, sotto giogo, fa costiletto, come lasciato iir grave pénuria, a ter danari ad usura pe’funerali del padre,^qtfasi ch% sarebbene quanto prima rilegato da’parenti. Ma deinsò nelle sue speranze, e scadutone il termine {vfa présir'egU Stesso pel: debito, giovinetto èòm’ era. e vaghissimo nc’ sem Valtrìo Masshiro pirla di a( capo primo Le deecrjsione qui ecala b l'una' de’ tram meati de’libri perdoti di Oiop^i.,II'£|ito fi narra pur aél compendio in tal modo: Ua tal Romano^, Cajo Leutrio, intUleva cpn un giovine, suo eumerata, ond’avir tUo diletto da lui y vago della persona. Ma non essendo il giovane goodagnalq nb per doni v né pér eavetse, alta Jiite divalgato il disordine dell’uomo, i tribuni lo condannaranò. -'IXdnigi, ’Oòm'Vne'^reaiaieoii, leone per ciseostinta gravissima del fitto la vipleoia, usala in noe dg Letorio: Se cglf compendia sè atess >Ta le carni ^acci&ct^ appena-^ si'riseajtooo e commoTOusi ifid tanto eh gli piriti nalnrali di esse yio lentano i p.ori, e $i dissipa'no. Questa •>, pur la cagione de’terremolwià Roma. Conciossiaché tutta vuota di setto per grandi e contiqùatl canali pe’quali conducesi Tafana tien m'ohe sflatatoje^ per le quali sen.esca. il vento rior. hiusovit ma quando il vento rimastovi prigiohiero sia troppo e veemente questo somioove Roriù e rompene il suolo, a •' Si^ consenta in generata ani liplo rfi qi|eSto, giATÌnetto: ma si discorda autonome, sulla famìglia, e sul ten^)0. Valerio Massimo nel lihA lo chiama fity Vetório figlto noa di Pubblio ma di quel Tito Veturio che net aifq consolato fu dato ai Saooiti (lal. cfattaio obbrobrioso coocluso con essi. LIVIO (vedasi) chiama it giovine Cajo Publicio, ed assegna il fauo all’anqo .'4^7 di lioma aolto i oontoli C. Poeleliu fc Lucjo Pepino, vispi 4irùclusa la pace co’Romani, soprastettero breve tempo i Saiteiti, e poi, stimolati dà un antiéa ingiuria, mar 'ciaróno coll'armata tra i Lucani, loro cónfinauti. Questi affidati da principio alle forze proprie sosienner la guérra: ma pòi vinti in tutte le battaglie, pelòta gran parte del territorio, e già prossimi perdere anche il resto, si videro necessitali ad implorare rajuto di Roma J£ quantunque consapevoli a sestessi di aver tradito i patti cdnclusi Uria volta con lei di antiòizia e di alleanzaf non disperSròne ch^ concorderebbe di nuovo, se le inviassero in ostaggio insibme òon gli oratori i giovinetti più rignardèvoti di tutta la repubblica loro. Qr questo appunto ne seguitò. Perciocché Venutivi gl’oratori e supplicandovi ca^dissimamente; il Senato deliberò di ricever gli ostaggi e render^ ai Lo cani l’amicizia GRICE FRIENDSHIP; ed il popolo né comprovò la sentenza. Firmati gii accordi con gl'inviati de'Lh'cani, il Senato elesse i più provetti per anni è per onori ^ e li diresse ambasciadori al consiglio generale dèi Sanniti; affinchè dichiarassero ad èssi che‘i Luoùni erano git amici GRICE FRIENSHIP, e gli alleati .di Bontà, e gli esortassero a render lóro le terre usurpatene, nè più tramarli ostilmente: già non permetterebbe la repubblica che alleati suoi che a ' lei ricorret'àna, rinutnessero esclusi, dal proprio, territorio. • tata levar tutu levando, i oaneli. Pìi( volentieri diremo che le mosee de' venti ttnterranei seno éfletlo 4ie'unemoti ausi che la priout eafione. I Sanniti gli mnbasciadcwi incollerìrono e replicarono primicramentò; che i trattati di pace non erano Jdtt} Con accordo che essi non mossero per amico; o, nemicò se /ton ^quello che assegnassero loro per tale i romani i Appresso, che i romani ~s' avjevano renàuto amici GRICE FRIENDSHIP i Lficani non già in antico, ma di recerite quand'erano questi già inoolli nella guerra co'Sanniti; oh A è che non avevano titolo nè, giusto nè decoroso per romperla co' Sanniti Risposero i Rotofiixì''che coloro i quaU avevano promesso di soggiacere, ottenendo appuntò con ciò la pace, dovevano obbedire in tutto, a chi presede.; '.e minacciavano in caso contrario di portare sa essi la guerra. I 3aimiù ripuianjlo intollerabile |a ptresunaione di Roma intimaroflo agli ambasciadori cht partiasero sull’istante; e dentarono che sL apparecchiasse spianto bisogna pella guerra di tutta .1 fazione, e d’ogni citti^ Pèrtanto la; cigìon manifesta, nè ingloriosa a raccontarla, della guerra Sanuiliea, fu .la voglia di socQ>rrere i Lucani caccòmmuidatisi a Roma quasi fosse già pubblico e^ vecchio costume di essa difendere gli oppressi, che la invocavano: ma la oagion recondiu., e che più \li sospinse a romper la pace, era la potenza Saimitica, divenuta già grande, e la qnal$' crescerebhene ancora, se domati i.l, ucani ed i confinanti di questi si volgessero ad essi anche le barbare genti che stayansf appresso. Cosi tornati appena gli ambasciadori la pace fu rotta, e sì àfrolarono due armate. Postumio già console, venuta 1 oca di esserlo iivatneiue, teniasi grande per to splendor de’nataii, come pel gemino consdato Doleasene sa ie prime il collega di Ini quasi escluso daU’essergli Uguale, e più volle ne fece 'in Senato rimostranxa. Alfine qUah plebeo venuto in luce da poco, riconosoendosegli' mìAore per gli antenati, per gli amici GRICE FRIENDSHIP, e per àltre eccellènze, .n'mi liossegli, e gli concedette di per si stesso il comandò della guerra Sanuitica. Diede grande invidia a Postumio un tal fatto, come nato dalla media arroganza sua; ma poi glien ' diede un altN, ancona più indegno di un duce Romano. linperoccbè separali due mila difi esercito suo li ridusse nelle campagne sue proprie' senza i fèrri con ordine l'nsieme ebe potassero un qùerceto, leneudoK gran tempo in òpere ài mercenari e dà schiavi. E superbo tanto prima di Uscire |Kr la s|>èdizione, apparve, più InioUeraUle ancora nel compierla; dando al Senato ed al popolo catise giustissime òndè r abborrissero. E ceno, avendo. i| Senato definitó'che Fabio il console dell’àttnò precedente, il quale area vinto i Sanniti cbiamali' ’FeHtri' si rimanesse nei campo con aniorità proconsolare per guefreg^are colla parte stessa de' Sanniti, ^gli.oon ieiterrs(ia' gl'intimò di par tirne, come spettasse e lui sólo còmaudarvi. Spedirono i FUdtì'a ^chiederlo ebe non impedisse al proconsole di stTtre, nè ripugnaste 'ài loro decreti; ed 'agli non diede se nOn. òrgegboae e tiranne rlsposfe, dicèndó:cAe finAocbe Litio fa mauaionè di quelli SaoaÌM: nondimeau Clatetio li tralatoia Della ina Italia antica..- beticippe IvaocdeaiOBe-ìùteyVÓgÀido Fatta sedizione, vinti quei delle vergini e ritiratisi dalla cità, spedirono a Delfo, e ne udirono che navigassero per l'Italia: che trovato nella japigia il luogo Satirio ed il fiume Taranto dove mirerebbero un capro tinger la barba nel mare, ivi fondasser la sede. Fatta vela, e trovato il fiume, videro un caprifico (1) nato in riva del mare con una vite la quale al caprifico si abbracciava, intanto che una parte di essa vite toccava il mare. Interpretando che questo fosse il capro cui l' oracolo prediceva, che mirerebbero tingere in mare la barba, si fermarono in quel luogo, e vinsero li japigi, e fondarono la città cui Taranto nominarono dal fiume. " III. « Artemide Calcidese avea dall' oracolo che dove trovasse il maschio soggiacere alla femmina ivi si fer- masse senza navigare più innanzi. Navigando intorno al Pallanteo d'Italia, e uniratavi una vite intorno di un caprifico, femmina quella, e maschio l'altro, talchè questo ne era coperto, concepì che l' oracolo fosse adem-pito. Ed espulsi i barbari che vi erano, vi si accasò... Regio fu detto il luogo sia perchè fosse uno scoglio dirotto, sia perché ivi interrotta la terra tien disgiunta l'Italia dalla Sicilia coutrapposta: sia che tal nome fusse il nome eziandio di chi vi dominava. » IV. « Leucippo Lacedemone interrogando l' oracolo, dove portasse il destino che egli co' suoi prendessero sede, se ascoltò che dovessero navigare all' Italia, ed ivi (1) Caprifico, fico silvestre. La voce greca payos significa capro e presso alcuni popoli caprifico. Quindi l'ambiguità d' interpretare la voce per capro o caprifico. Fatta sedizione, vinti quei delle vergini e ritiratisi dalla cità, spedirono a Delfo, e ne udirono che navigassero per l'Italia: che trovato nella japigia il luogo Satirio ed il fiume Taranto dove MIREREBBERO UN CAPRO un capro tinger la barba nel mare, ivi fondasser la sede. Fatta vela, e trovato il fiume, VIDERO UN CAPRIFICO [nota [Caprifico, fico silvestre. La voce greca “tragos” SIGNIFICA GRICE SIGNIFICARE ‘capro’ e presso alcuui popoli ‘caprifico.’Quindi l’ambiguita d’interpretare la voce tragos per ‘capro’ o ‘capritico’. GRICE: AVOID AMBIGUITY – unless you are a Pitonisa.] nato in riva del mare con una vite la quale al CAPRIFICO s’abbracciava, intanto che una parte di essa vite toccava il mare. INTERPRETANDO CHE QUESTO FOSSE IL CAPRO CUI L’ORACOLO PREDICEVA, che mirerebbero tingere in mare la barba, si fermarono in quel luogo, e vinsero li japigi, e fondarono la città cui Taranto nominarono dal fiume. " III. « Artemide Calcidese avea dall' oracolo che dove trovasse il maschio soggiacere alla femmina ivi si fer- masse senza navigare più innanzi. Navigando intorno al Pallanteo d'Italia, e uniratavi una vite intorno di un caprifico, femmina quella, e maschio l'altro, talchè questo ne era coperto, concepì che l' oracolo fosse adem-pito. Ed espulsi i barbari che vi erano, vi si accasò... Regio fu detto il luogo sia perchè fosse uno scoglio dirotto, sia perché ivi interrotta la terra tien disgiunta l'Italia dalla Sicilia coutrapposta: sia che tal nome fusse il nome eziandio di chi vi dominava. » IV. « Leucippo Lacedemone interrogando l' oracolo, dove portasse il destino che egli co' suoi prendessero sede, se ascoltò che dovessero navigare all' Italia, ed ivi (1) Caprifico, fico silvestre. La voce greca payos significa capro e presso alcuni popoli caprifico. Quindi l'ambiguità d' interpretare la voce per capro o caprifico.l’ORACOLO, dove portaste il destino che egli cc/’^stiei prendessero tede, né ascoltò chè dovessero Aavìgare-AllMuiia, ed ivi [Caprifico, fico silvestre. La voce greca “tragos” SIGNIFICA GRICE SIGNIFICARE ‘capro’ e presso alcuui popoli ‘caprifico.’Quindi l’ambiguita d’interpretare la voce tragos per ‘capro’ o ‘capritico’. GRICE: AVOID AMBIGUITY – unless you are a Pitonisa. [ahbìtàre dove approdati rimanessero un 'giorno ed una notte. Approdata la flotta intorno di Gallipoli in un tal campo de^T^renlinì, dilelliito'Leacippo della aalbra del luogo, operò coi Tarenlini afllnchè gli isonCedessero di stanisi ii giorno e la notte. Cosi passatine più giorni ;voleano i ^Tarentini che ne partissero ì -ma colui noti ditd^ lor mente, dicendo che secondò ^li accordi uvea iU loì^ quel tUoigo pel giorno e per la notte", e però sino a Umto^che fosse o furio o f altra non se ne partirebbe. I Taréalini vistisi, nell’ inganno,' coQsentirono che rimanessero. u I Looresi popolando Zefirio, Ina punta d’Itali; ne flirtino soprannominati' Epizeflrii. Stav tniropo. che rimanesse nel hiogo in che era, sostenendone la ^ecn. che ne deriva furono dissipati tra selve e valli e ripidezze. Un TarentiOo, uomo empio, e deditO/-à tatti i piaderf p la incpntinenztr e prostituzione della Sua bellezza fln'da ^ovinetto / ne' iu nominato Taide. Fatta ià' scelta dal popolò erano' partiti. Vilissimi e petulaaUssìml tra cinadini. Fu Postumio spedito ambàsciadore ai Tarentinr: ma' facendovr rimostranza; questi non-T iitte> sero, nò ' pigliaronp il contegno de’ saVf i quali -òòmuliino su là patria che pericola: anzi, se nieoiotavitno mai che cóldi non parla accuratissimo il greco 'Idioola, ve! Siraboàs pel libro setto dà questo 'Sdetiaid racconto pell’origine di Melapoalo. Cosi detto perebà risolte al vento Ztflro ciot di Ponente. Questo e li tre paragrafi srgoenti tono frammenti. deridevano, ed elevando 1i;m le mani o la voce, se ne irritavano, e barbaro lo chiamarono; jtantt> che 1q espulsero infine dal teatro. E già costui m ne anda co’suoi, quando per istrada s’avvenne con essi,.Filopide, un accattone di Tasanto il quale sopran-j nominavasi Colila dall’uso che avea, continyo di briacarsi. Caldo del vino, ancora del di precedente, come ebbe vicini i Romani, si tirò su la veste: e scompóstosi in atto indegnissimo da vederlo, sbrufTè sul manto sacro de’Legati ciocché non. può nominarsi nemmeno con decenza. Scoppiatene da tutto '3 teatro le visa, e sbattendoglisi per fino le mani da'più protervi, EoStumio riguardandolo dice: accettiamo o tvtissimo uomo / augurio: giacché ci date fin le cose che nòn chiedi/ama. Poi rivoltosi alla moltitndine, mostratovi contaminato il suo manto, e sentitevi uuiversaliN aucora e più, grandi le risa, anzi le voci nemmeno, di àlcUni che'sen compiacevano, e lodavansi, della contutUelid: -ridete f dice, finché V é dato ; ridete, pure o "Tarenùni; ehè assai ne sospirerete dii j>oi. Fremendo alquanti alla minaccia iò ; replica, perchè pià Jremiale vi aggungo; che assai laverete col sangue: quesUi, mia Cosi spregiati dai prijvati e(kl pubblico, e tosi •pcoaunziatp quasi come un vaticinio divino, su loro / sciolsero, d legati dal porto da Taranto. Giunti questi sotto Emilio fiarbula magisti^to Aono di Roma al Altri all’idea-dj acoattonesoatitaiacono quella di od aomo brflardo t garrulo, ellione de’Lucani e de Bruzj ‘j e finch’era' indomita la nazione grande le bellicosa de Sanniti, e1 altra de questi son fatti a dar buoni auguri, a chi cerca mantenne i beni pri>prii. Ma chi cerca r altra!, spii queiU augnrf d’uccelli di pronto e rapido impeto per lontauT Via^. Ginciossiaché questi uccelli sieguooo e pcocacciansi ciò che nbn hanno: ma gl’altri guardano e''cnstodiscòno ciò saltité. Pormi saviezza mandar lettere di minàcce aC sudditi: ma vi&t pendere come uomini da pocoro da nulla Uomini dei quali non siansi considerate le milizie -nò conosciuto il valore, questo è indizio di forsennato, o di chi non sa ciò che è senno. 3Ia noi sogliamo punire i nemici co folti, non colle parole. Nè fàteiamo te giudice de’nostri richiami co’Tapentùti, co’Sanniti, e con altri: nè prendiam te garantedà far valere ciò che tu giudichi. Decideremo colle armi nostre la disputa pigliandone la pena che ne vohemo. Su tali 'notizie apparecchiati come nimico ^ noa come giudice nostro. Vagli poi considerare quali’garanti ne darai per te da soddisfare le ingiurie >che tu ci fai: non ricevere a carico tuo che nè^farentim. né sdtri nemici opprimeranno i diritti. Se luti deliberato d’intprendere per ogni rqdnierà la guerra contro di noi, tieni certo che ti succede dò Se di ^ necessità succede a chi vuole combattere innanzi di, aver ponderalo con chi siaper combatterò. Abbi tutto in pensiero, e poi se cosa ti bisogna da noi, aìlo'ntànale minacce, pon già. quella tua regia fierezza V vieni al senato, informalo, persuadilo uè' vedrai -mtuteanS non 'il tjlirilto, e non £ equità a. V i'9 • JLìevino console romano, preso un esploratore li Puro (e prendorfe alle sue milizie le armi e schie>r rarsì: poi mostratone a lui lo spettacolo gl’impose di riferirne a cbv lo manda, tutta la verità: e che oltre le cose vedute dicesse che Levino il console de’romani lo ammoniva a non inviare occultamente altri per osservare: venisse egli e vede palesissipiameate, e sperimenta ciò che-gian l’armi romane. Addo (li Roma. 474n/ÓJV/C/. lówà Ua tal Oblaco, soprannominato.VuUinlo, dace de'Fereatani, al vedere che Pirro non avea posto certo, ma presentavasi rapido dòvuoqnc. tra’soldati, diresse r attenzione. a.' lui solo: e dove' che, ne anda il re cavalcando, ivi piega anch’esso il proprio cavallo. Osservando 'ciò Leonnato di Macedonia figlio di Leofante, .l’nno de compagni del re, se ne empi di sospetto, e scoprendolo a Pirro dice fvMarortaro(^o. Dopo quell’incontro il monarca afEne fidisstihó e valorosissimo fra’ coin|>kgni la da mide sua di porpora e d’oro usata da Ibi nel combattere, c l’armatura, migliore delle altre pella materia e pei 'tavqro, ed Segii prese la clamide bruna, e 1’usbergo e la causia colla quale, Megacle difende il capo dagl’ardori. E questo fu cagione, sembra, a lui dj salute a. ‘V. Dopo (Jbe Pirro signore degl’epiroti porta l’esercito contro ai romani, deliberarono spe dirgl’ambasdadoH pel riscatto de'prigionieri, sia che colui volesse restituirii'cambiandoli, sia che tassando un prezzo per ciascuuo d’essi. Pertanto dichiararono ambasciadori CAJO FABRIZIO (vedasi), il quale gii console, addietro da tre anni, vinte i sanniti, i lucani, i bruzj con strepitose battaglie, e disciolse 1’assedio di Turi, e Quinto Etnilio il quale éelTega un tempo di Fabrizio fece la guerht co’Tircehi, è Pdbiio Cornelio il quale gii console addiètrct da quattré' atini atuccò ^utti i Galli chiamati Scnoni, nenvcilsfmi'de’^omani, 'e 'mitene a 61 di spada tutù gl’adulti.' Venuti quésti a Pirro, e -discorsogli qninto concerne il subjelto, come la sorte non Imttoposta a calcoli, corno repentini sOno i eangiamenti fra l’armi, e come niun può' di leggieri antivederne il futbro; proposera alui che sceglieste dì rendere i prigionieri a p-szzo o permuta. ( ' 001101 rispose: jirduo cimento è il vostror o romani, che ricusate can^iungervi meco di aiaicieia, e richied/ete i vostri prigionieri d’usarli in altre battaglie in mio dannoi Voi se desiderate il bene, se intenti siete tdX utile comune a noi due; pacificatevi con me, e ee’ miei confederati, e ripigliatevi gratuitamente 1vostri prigionieri, alleati, o cittadini che sieno. In altra moda non soffrirò che vi abbiate un'altra volta tanti, Je ^tanto valorosi. Coì dice presenti i tre 'legéti, ma poi prendendo Pabrizio in disparte soggiunse:, Vili. Odo o Fabrizio che tu se prestantissimo nel guidare una guerra, che se’giusto, e sobbrio e pieno d’^ogni virtù, dell’uomo privato, ma che intanto sei povero di sostanze, e depresso in ciò solò dalfis sorte; onde noli vivi tù eoa più agio cher. gV infimi senatori. Ora io volendo sollevarti anche in ciò, ti afferò tanta quantità d’argento e d’oro da superarne il più facoltoso tra Romìmi. Imperocché io reputo liberalità bellissima, e degna di citi presiede, beneficare i valentuomini i qiysli. per, la povertà non vivono con dignità de’lor genj bennati, equesti io reputo doni, questi monunten{i luminosi per /una regià potenza. Or tu vedendo o Fabrizio il voler mio, lascia ogni verecondia, vieni, a parte de’miei beni; e concepisci che mi farai piacer grande, e che sarai presso me riverito come un amico, o un congiunto, o certo coni uno degli ospiti più onorevoli. Nè già per questo mi dovrai tu p/eslare l’opera tha in cose ' xvnì. 4'^non giuste, o non degne, md in coj& onde tu ne sia piti stimabile e grande ancora nella tua patria. E primieramente pròvecherai spianto puoi perchè faccia la pace cotesto tu& Senato, fin qui duro, e privo di niodprati contigli. Dirai che ia venni in danno' di Roma promettendo soccorrere i tarentini ed altri d'Italia: che ora non sarebbe giusto, né decoroso che gli cdibandonassi io presente qui coll'esercito, e vincitore già., di tuia battaglia: che nondimeno affari imperiosi e molti avvenutimi poscia -mi richiamano alla reggia. Ed io qui ne do, sii tu solo o am gli altri compagni, le assicurazioni più. ferme, c&è io son intento a tornarmene se ì romani mi si concordano per la pace: talché puoi dirlo pur francamente ai tuoi cittadini se alcuni mai ve ne fossero d quali mal suona, il mme di un re, come quello di un fi4o, ne’trattati, e-témessero di me similmente perchè taluni monarchi si videro, sorpassare i giuramenti, e tradire gl’accordi.. Fatta la Magro ò il nfio poderetto: eppure amando io di lavorarvi ed appiicàndomene prudenzialmente -> i frutti t somministramb tutto il bisognevole; riè la natura ci viohnUf a cercare pià che il bisogiievole. Soave m’è falimento cui la fame còridiscemi, dolce la bevanda Cui la seté procurasi, e molle il sonno cui la stanchezza precede. '&ijfèientissima rrì è la vèste Che mi difènde dal fredda, come acconcissimo, il -vose meri prezioso fra quanti datino P uso medesimo. Noti saria ^unquè giusto accusare la sorte, la quale mi pòrge quanto basta alla natura, e la quale se 'non dovami H'abbondanza, non tri'impresse netntnèno desiderf superflui. Io non hb mètri' è vero dasoccorrere ritisi debbe;~'ma nemmeno diedemi ''Dio. su le ricchezze quella cognizione certa j 'o divinatoria pella qualegioitasi chi he'abbisogna, come nemmeno diedemi tante altre cose. Partecipo ciocché ho colla patria e gliamici; porgo loro còme comuni le cose mie, beneficando come posso chi ne abbisogtia, nà quindi io credo mancare. K quesfe sono quelle maniere mie che tu giudichi, prestantissime, e else sei pronto di comperale a sì gran prezzo. Che se poi la gran possidenza sia degna che procqrisi po/t tante premure, e gare appunto per benefitare chi ne abbisogna e se questa rende più Jelici i pià ricchi come sembra a voi re j qaoii vie saran le migliori, da pi'ocurarsela, quellè pelle quali vuoi tu che io me l'abbia ingloriosamente, o quelle pelle quali io l’avrei prima ottenuta con decoro? Certamente gl’affari di stato mi diedero tante volte per addietro > mezzi d’arricchirne principalmente quando già da tre anni fui consolo, spedito colf esercito cantra, K potendo di^ tali acquifU applicarmene quanto.iovoleva; non veppi toccarne I 0 trascurai per amor della gloria uua ricbhezza anche giusta; come, fece falcfio Poplicola,' e, come pur fecero, altri moltissimi pc’quali Roma tante 'ne è grandiosa, Ma da te quali doni mi si, apparecchìanà? Non canshierei forse il meglio col peggio? Sal'ebbe quella prima maiiiera di possedimento stata uiùin colla soddisjazione del cuore, con un apparalo di giustizia, e decoro; ma da codesta tua Ujopfia tatto ciò manca. Imperocché qpAttVO uquo^accstta dall’nomò k cotta ca knseTiro csb-gu gravita iNTOthro riw cuk SOL oottrairifA i k NAseoaDASf purb . la etATORÀ DBL PRESTITO .co' tfÙMI SPSCIOSf, DI DONLf Dt favori; DI BiOfBFfCBmBE.',, o Or su poni che io uscendo da me prenda C oro che mi offerì, e ciò divulghisi tra romani. I magistrati irreformabiU, quelli che noi chiamiamo censori, a’quali spetta esaminare U'vivete de' ife> mani e castigar ehi devia dalle cóasuetadini della patria, quelli mi citino e m’astringano a dar conto de’doni ricevuti, al cospetto del pubblico e, dicano: ;,xt. Noi ti abbiamo inviato o. Fabticio con due consoUpi al monarca per trattare il riscatto dei prigionieri. Tu rivieni dalla spedizione ‘feoza li prigio/tieri, e sene’altro bene por, la eittà: Bitorni col mà, e m solo^ e npn. i tuoi compagni, delle regie.( se non da ciò die tu ne tradisci al nemico, sì che egli coi tùo mezzo soggioghi per sè /’/talia, e tu col mezzo di lid tòlga alla patria la libertà? Così fan tutti gli nomini di una v^tà simulata, e non vera, quando si sono avanzati al grande e forte degl’affari . , w Che^fe non tuadorno ddla dignità senatoria, e non da nemici, cnom^per tradire e far tiranneggiare la patria avessi accettato que doni, ma soltanto come privato da'-un re cotfederato, e senza ombra di male pel comune, dì, non saresti da punire anche per questo che depravi li giovani, insinuando nella loro vita il genio pella ricphezza, pelle delizie, e per Its sontuosità dd monarchi-^quando abbisognavi condnenza estrema a preservar la repubblica? Svergogni, li tuoi maggiori de'qu^i niuno deviò dagli usi della patria nè mutò la povertà decorosa con turpi ricchezze: Si tennero tutti nel tenue patrimonio, che fu riceyesti, ma poi riputasti minore di tC n' ., K ' u Anzi tu dissipi la gloria a te risultata pe’fatti anteèedenli, la qiiaL possedevi di uom temperante, e superiore ai bassi desìderj. Ti diletterai d’esser fatto malvagio di proho, quando dovevi anche cessare dall'esSer inalvagió, se eri mai tale? O sarai da ora in -poi messo a parte mai più degl’onori dovuti ai buoni? anzi levati piuttosto dalla città, o dal foro almeno. E se ciò dicendo mi casi. sasserp dal Senato, e mi riducessero. disonnati, qual cosa ftqtrei replicare, o. quid Jar giustamente in contrario? E, dopo ciò qital vita vivrei io mai, caduto in tanta, infamia t‘~e versatola in tutti i iniei posteri? n • Quanto a te poi come darò segno mai più di giovarti, se tra miei perdo la influenza e Ut riputazione, pelle qatdi ora cerchi, di afJezionap~miti? Quando non potessi più nuUa nella patria, non mi rimarrebbe che uscirne cottr tutta la Jìtmiglia, condannandomi da me stesso ad un obbrobrioso esilio. Ma dove mi starei da indi in poi, qual luogo mi ricetterebbe ridotto^' ^eom’ è conseguenza, senza la libertà del parlare? Forse il tue regno? VivaGiovo se mi apprestassi tutta la règia tua prosperità, non mi daresti tanto bene quanto mé ne togli'. levatami la libertà, preziosissima innanzi,n. . u Còihe potrei tener vita tanto divérta ^ tardi ammaestrato a servire? Se cJù è nato ne’regni e nelle tirannidi quando abbia cuor generoso, ama la libertà, stì/nando ogni benè meno difessa; come chi è cresciuto ùt città libbra e consueta dominare sugl’altri, passerà volentieri di bpie in -mole, di libero in suddito per imbandire laàte ogni giorno le mense, pie aver gran seguito intorno di servi, e pigliar diletto senza rifeèya eoa'' femmine e donzelli formosi quasi la umana felicità sia riposta in questo 0 non già nella virtù?-n. u'Ma sùm pure questo e cose altrettali degnissime \di esser cercate, or quando l’uso ne sarà / tnai lieto se non sono mai stabili? Se a voi sta concedere tali amabili cose; voi le ritogliete uguale mente, quando vi piace. Lascio di ridire le gelosie, le calunnie, la vita sempre in pericolo, sempre in timore, e tutti gl’altri sconci, non degni del wx lentuomo, quanti ne porta lo sfar presso ai moìiarchi. Già non colpirà tanta stoltezza Fabrizio d’abbandonare la famosissima Roma per vivere nelC Epiro; o da ridurlo chk merUre può far da capo nella città dominante, voglia essere dominato da un solo, pien di sestesso, e còhsueto d’udire dagl’altri soltanto ciò che diletHa. Già non potrei levare il grandioso nei pensieri t nè impiccolirmiti, anche volendo, sicché tu non debba sospettare niun danno. E rimanendomi come la natura e-'glt usi della patria mi han fatto, ti parfè grave, e quasi tirare, da ogni pòrte il comando verso di me. Generalmente debbo avvertirti ctie non vagli ricevere nel tuo regno, nè Fabràio, nè altri, sia maggiore sia 'pòri tuo nella virtà, ni affatto chiunque sia'crescitUò iti, città Ubère con sensi più grandi deiiP nomo privato. Già non è sicura ai principi nè cara la dimestichezza con uomini, di mente eccelsa. Mà sull’utile tuo vagli tu da te, discernere ciò eli è da fare:.-quaoto a prigionieri nostri scéndi ai miti consigli, lasciane aitdare. Appena Fabrizio (ìae, maraviglialo della magnanimità sua, lo prese pella (lesira dibendo: Già non mi vlen maraviglia che la vostra città sia tanto celebrala, la cresciuta a tanta signoria, dap. 4^1 poiché dia nudre tali valentuomini. Ben avrei caro che non fosse stata fra noi briga ninna fin dall’origini, fifa poiché vi fu, poiché taluno de'numi volle che noi misurassimo a vicenda le nostre forze e iL valore, misuratolo ci riconciliassimo; son pronto. E cominciando io la benignità la quale dimandate, restituisco 'in dono, e non a prezzo i suoi prigionieri a Roma « X^ECto, un. Campano, lasciàtd da Fabrizio console romano per capo ddia gbarnìgione di Regio, invaghito dei beni di questa, finse venutagli lettera da un ospite suo nella quale s’annunzia che il re Pirro manderebbe cinque mila soldati a Reggio per invaderla, promettendogli li cittadini, d’aprir loro le porte. Su tale pretesto uccise cinque di Reggio, e poi comparti le maritate e le nobili tnt suoi militari, vi si fa tiranno. Alfine caduto nudato degl’occhi manda cercando in Messina Dessicrate medico prestaatissimo secondo che udiva. .>,. r Pirro recita li versi che Omero mise, in bocca d’Ettore verso Achille, 'qnast detti da’romani verso di Pirro; ., Ma te tale e Xaot’ nomo io gHi non voglio, col guardo seguitandoti, di.'forto, Ma palese ferir^ se mi riesca i ' . Poi soggitmgendo che egli seguiva forse nn tristo $u> bjetto di guerra contro Greci, buonissimi e giustissimi, ma rimanevaci un solo e bel termine; che li rendesse 4 amici di nemici, con' principio magnifico di BENEVOLENZA – GRICE CONVERSATIONAL BENEVOLENZA. Quindi fattisi veaire li prigionieri de’romani, diede a tutti vesti convenienti ad uomini liberi, e le spese del viaggio, Con esortargli infine a ricordarsi quale egli foése staio inverso d’essi, a manifestarlo agh altri, e CO-OPERARE GRICE con (utlb 1’impegno a rendergli amiche le patrie loro, quando vi giungessero, 'i . Certamenté r oro de’principi' ticn forza insuperabile, hè fu dagl’uomini trovato fin qui riparo contro di arme siffatta. CKnia da Crotone uomo soperchiatore privò di libertà le cittadi, 'cOn dar fritnehigia ad esuli e schiavi numerosi de’luoghi intorno. Fondata là tirannide Quel di Reggio '«ve vano cercalo il presidio romano, temendo tanto de Cariagipeai quanto di Pirrol Dacib uccise li cinque qni SIGNIFICALI GRICE in un convito. Ma li soldati ne uccisero assai più pelle case, come sì raccoglie da Dione. Questo paragraie, e l( tegajeuti lino al duodeoimo sono frammenti. col mezEO di questi uccise o bandi li Grotoniati più rìguardevòli. Anassilao oocopò la fortezza di Reggio, e ritennela per tutta la vita, lasciandola appresso al figlio suo Leofrone. Dopo questi anche altri facendosi a dominar le città vi sconvolsero ogni cosa. Ma il dispotismo, ultimo a nascere e massimo ad opprimere le città d’Italia, fu quello di Dionigi, tiranno della Sicilia. Imperocché passato nella Italia in soccorso de’Locresi che vel chiamavano a danno di que’di Reggio, che sono loro nemici, ha incontro eserciti italiani numerosissimi; ma postovisi in battaglia uccise moltissimi, e presevi a forza due città. Poi tornato un’altra volta in Italia svelge dalle loro sedi gl’ipponiesi traendoli nella Sicilia: invade Crotone e Reggio e vi tiranneggia fiqché queste città sopraffatte dal timore di lui si danno ai barbariv Ma poi premuti pur da’barbari come nemici, si rimisero nelle numi del tiranno. E fluttuando, come le acque dqli’Euripo, si volgevano senza requie qua e là fortuitamente, levandosi da chiunque li malmenasse. Scese PiiTo di bel nuovo nell’Italia, non riuscendogli nella Sicilia le cose come le idea, perchè il governo di Ini sembra dispotico anzi che 'regio alle città principali. E per vero dire, iutrodoftp questo in Siracusa da Sosistrato che allora vi presede, e^da Toinone capitano della fortezza, e ricevnto d’essi r erario, e presso che dngento navi rostrate, e sotto Ciurlino uel lil>. a fa mcniione di più zelante per pubblica confessione e più attivo nel dar mano a Pirro pèrcbé scende nell’isola e vi regnas, giacché si eca costui recate colla fidUar^er incontrarlo e gli av^a renduta l’isoletta, da Idi, presidiata in Siracusa.. Ma tentando sorprèndere ugualmente Sosistrato fu ddosò; perocché costui previde le insidie, e fùggì. ' r ' ' i ’, ^irapnsiT'pcr quatuo rileviamo da Lucio l^loro era coma aoa ciùà composta da tre cittàio delle quali ngoiina /ra ciroonJata di mora. Vedi le uote lib.' a, c. nella faoSlra tlraduxKltoe ^i quello icritìera. Poi coniinciaiKlo a scouyolgeoi le cose di Itti; Cartagine crede avere il buon tempo da riprender nell’isola i luoghi perdniivt, e' ti spedi sollecita un’arinata. Evagora figlioolo di Teodoro, ^alacro ' figliuolo di Mieapdro, e Dinarco figliuolo di Nicia, tristi, infàmi sopra tutti gl’amici di Pirro, emoli com’erano in dar consigli, alieni da’Dumi e dal culto, vedendo il monarca in disagio, cercar vie da conseguire danari, glie ne proposero una indegnissitna i^e era quella d’aprire i tèsoli sacri di Prosèrpina. Imperocché nella città stessa eravene un tempio aaitvo, il quale serba oro in copia, intatto da tempo antichissimo, e dove altro ven'era invisibile a tutti, come posto occnltistimamente sotterra. Sedotto da tali adulatori, e riputando la necessità superiore a'tutto, si valse de’consiglieri medesimi pello spaglio sacrilego. Quindi tutto riconfortato imbarca con altre ricckecze Toro venutogli'! dal tempio, spendendolo a Taranto. Ma la provvidenza giusta degl’Iddj maoifcslò T efficacia sua. Perocché ariose dai porto pròcéderono in principio le nari' col fi^re A t/n. venm terra; ma poi cambiatosi questo iu altro coo^rìo ii^pestà per tutta la notte, e quali ne affonda, quali'ne miruse al golfo di Sicilia; e spinse ai fidi, di liocrs quelle ov’èrano portati i doni', già votivi ne’tempj, e Poro 'amJtnas&atooe: e qui disfacendosene i legni foce perire i nocchieri naufoaghi pel riflusso deUe onde, e sparse )’ oro sacra su la spiaggia appunto più prossima a Ix>cri. Donde costernato rese il mouaroa alla Dea tulli gli ornamenti e i tesori, quasi per allontanare con collera. 4G7 ciò' (a Stollo ! che non vede t/ùali tormenti Tf« ìncorrerì: 'chè facili non tono,. Thnla a mutarti le celesti menti, Come' Ai détto d’Omero. Dappoiché stese la mano lemerliria sul1’oro sacro, onde valersene in guerra, la Dea lo iniìitQÒ nè* Consigli per esempio e documento de’posteri. E per questo appunto io vlcrto colle armi da’ Ro praticati don éagli uomini, ma dàlie capre per lo selvoso e scosceso in che sorto: ed erano, per andare senza ordine alcùno spossandosi dalla sete e Odissea 111-,, ):^micllUà Romane di Dionigi. Tulio il resto t auppliio col compendio formala su li medesimi verni libri. parecchio. Conciossiachè ivi crescono in copia abeti altissimi e pioppi, e la pingue picea, e il pioppo e il pino > e r ampio fàggio, e il frassino, fecondati dàlie acque che vi trascorrono ^ed ogni altra sorta di alberi, la qual densa ne’rami tiene continua 1’ombra sulla montagna 1). s \ VI. a Eh questa sélva gir alberi prossimi al mare e ai fiutni tagliati interi dal ceppo e recati ai porti ricini forniscono a tuttà l’Italia materiali per navi e case: gU alberi lontani dal mare e da fiumi, ridotti in pezzi, e riportati sulle spalle dagl’uomini somministrano remi V " Stra'bufu nel lilwo V-I di« che questa selva eré lunga tcllccento stadj. e pertiche, e mezzi d’ogni arme, e rasi domestici: fi* naimcnie la parte di piante più grande, e più oleosa vien preparata a dar le resine, e scn fornia la resina chiamata. Bruzia-., la più odorata, -e la piu soave infra quante io ^ne conosca. Or dagli affitti di unto Roma ne ha ciascon anno cospicue rendite. Io Reggio, iecesi un’altra sommossa dal presidio lasciatovi di Romani e di confederati: seguitatidone da' ciò stragi ed esilii noti pochi. Per tanto Gajo Gemicio r altro de’consoli usci coll’esercito a punir quei ribelli. Presa la città colle ardii rendette ai citudini pròfughi gli averi loro, edarresuto il presidio lo condusse prigioniero in Roma. Or su questi tanta fu' Pira, c tanto il dispeuo.-Dcl Senato e uel popolo che non vi fu I pietà di partiti: nm da tutte le tribù (ù senlenziau su tutti la pena di morte come presciivono le leggi su tali malfattori. Vili, a Stabilita la sentenza di morte furono pianUti de’tronchi nel foro e condottivi e legati trecento a corpo nudo i quali aveanq già i cubiti avvinti dietro le spalle: e poi battuti, e poi decapitati colle scuri. Dopo ì primi vi furono puniti altri trecento, e quindi altrettanti ancora 4 findiè in t'uttO furono quaMro m'da dn La Irgiooe Campaoa con Decio capitano occupi Ecgg'o l'anno 4/4 Roma poco ifopo la venuta di Pirro nM’ ftalia, occorsa appunto in quell’ann^. La legione ribelle fu punita l’anno 4^^ sotto il contole Genucioi Livio dice clic la pena fu dicci anni dopo il delitto, é ebe li póniti in Roma furono quattro rada. Nel testo ai parla della ribellione come aeconda. Non k chiaro se l’indicata io questo luogo eia detta seconda in rispetto a quella di Dcciu, o di altra antecedente. quecento. Non ebbero questi sepoltura, ma tirati dal foro in luogo aperto dinanzi la città vi s’abbandonarono, pascolo d’uccelli e di cat^i. La turba mendica non tenea cura dell’onesto nè del giusto. Però sedotta dal Sannite si raccolse in un corpo, e su le prime vivea por lo più pei monti nelle campagne. Ma poi cbe fu cresciuta in numero ornai da tener fronte occupi una città forte, dalla quale prendea le mosse a depredare le terre ihtomo. ÌÀ consoli, cavarono la milizia, contro di questi. Ricuperata senza gran briga la città batterono ed uccisero gl’autori della ribellione, véndendone gli altri all’incanto. Era già 1’anno avanti stata venduta la terra e g^i altriacquisti fatti colle armi e l’argento risultatone dal prezzo èra stato comparilo ai cittadini. 4^Qui 81 attude «Ila guerra concitata da LoUio Sannite il quale fuggito da Roma dove era ostaggio, raccolse gente, prese un luogo munito della sua regione, e vi padrone'ggiava, e predata. Dionigi nel lib. 1. 9 dice di tessere la storia sua fioo al principio della prima guerra punica. Tanto che il eoiApendio ha prossima corrispondensa alla storia delle aSA*itA «Usa in venta libri. Nome compiuto: Marco Mastrofini. Mastrofini. Keywords: implicature, Delle cose romane di Floro, l’antichita romane di Dionigio, le cose memorabilia di Ampelio, il sistema verbale della lingua Latina – del verbo latino, aspetto verbale – la filosofia del verbo – tempus, azione, la concettualizazione dell’evento e l’azione nel verbo latino --, categorie sintattiche e morfologiche e semantiche e prammatiche dell’aspetto verbale nella lingua Latina. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mastrofini” – The Swimming-Pool Library.

 

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