GRICE ITALO A-Z M MASC
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Masci:
l’implicatura conversazionale -- critica della critica della ragione –
implicatura solidale – la scuola di Francavilla al Mare -- filosofia abruzzese
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Francavilla al Mare). Grice: “At Oxford, we don’t say ‘Kant,’ we say ‘criticism’.
For surely literary critics cannot claim all uses of ‘crit’, as in lit. crit.
By using ‘criticism’ instead of ‘Kantianism’ you achieve TWO goals: you
de-personalise a doctrine, and you emphasise the unity between Kant’s critique
of alethic reason and Kant’s critique of practical reason!” Filosofo italiano.
Francavilla al Mare, Chieti, Abruzzo. Grice: “But perhaps more interesting that
his explorations on the judicative are Masci’s conceptual analysis, and
fascinating ‘natural’ history of the will, with a focus on Aristotle!” Grice:
“Like Masci, I make a conceptual connetction between willing and free-will.” –
or “volonta” e “liberta” in his words!” -- Grice: “I like Maci; he has
philosophised on forms of intuition and instincdt – cf. my “Needs’ – and what
he calls the psycho-physical materialism. Also on what he calls the
psychological parallelism – He spent a few essays on quantification and
measurement in atters of the soul -- -- and speaks of an ‘indirect measure’ in
psychology. He has opposed ‘conoscenza’ to ‘credenza’ (cf. my knowledge and
belief), and further, ‘conosecenza and pensiero’, knowledge and thought. Nato in una famiglia della borghesia abruzzese, perse
il padre all'età di 4 anni. Frequenta il collegio Giambattista Vico di Chieti
e, completati gli studi liceali, e allievo di MOLA, che gli insegna filosofia.
Inizia gli studi di giurisprudenza all'Napoli, dove si laureò ed in seguito
studiò scienze politico-amministrative. Comincia ad approfondire le sue
conoscenze filosofiche grazie alle lezioni tenute da Spaventa nella stessa
città. Influenzato dalla sua formazione universitaria e dallo stesso Spaventa,
al centro dei suoi primi studi c'era il pensiero di Kant e Hegel. Ottenne la
cattedra di professore reggente di filosofia a Chieti, prima dell'abilitazione
che gli fu consegnata a Pisa. Inoltre venne nominato vincitore di un concorso
della Reale Accademia delle scienze morali e politiche grazie ad un saggio
sulla Critica della ragion pura. Divenne libero docente di filosofia teoretica
all'Napoli e, l'anno successivo, di storia della filosofia presso l'Pavia.
Abbandona l'insegnamento a Chieti per recarsi a Padova, dove era stato nominato
professore straordinario di filosofia morale. All'istituto scolastico lasciò
numerosi scritti sulla filosofia antica. Un anno dopo divenne Professore
all'Napoli. Ottenne la carica di rettore dell'Napoli e di consigliere comunale
della medesima città. Nel corso della sua carriera politica fu eletto deputato
dal collegio di Ortona al Mare per la legislatura e fu un sostenitore di
Annunzio. Entra nel Senato del Regno, dove intervenne più volte sul tema
dell'istruzione pubblica. Sosteneva la maggiore importanza della formazione
classica rispetto a quella tecnica o scientifica nelle scuole secondarie. Liceo
scientifico "Filippo Masci" a Chieti Fu Presidente dell'Accademia di
lettere ed arti della Società Reale di Napoli, socio della Regia Accademia dei
Lincei, membro del Consiglio superiore dell'Istruzione Pubblica e di altre
istituzioni culturali. Presso i lincei difese l'importanza di Kant e Fichte in
contrasto con le parole di Luzzati che li aveva criticati per essere filosofi
tedeschi. S’erige un busto commemorativo a Francavilla al Mare e il neonato
liceo scientifico di Chieti fu intitolato in suo onore. Nel corso della sua
carriera conobbe Scarfoglio e Annunzio, che continuò a frequentare negli anni
successivi. Inoltre fu tenuto in grande considerazione da Spaventa. Compone
“Pensiero e conoscenza”, in cui sono racchiusi gli aspetti più importanti della
sua filosofia. Ha molteplici interessi (filosofia, psicologia, sociologia,
pedagogia, diritto e storia) ed è considerato uno dei più importanti esponenti
del neo-kantismo o neo-criticismo, avendo rifiutato sia alcune posizioni di
Spaventa, sia l'affermato positivismo di Ardigò, che esclude ogni possibile
principio a priori della conoscenza. La ripresa della filosofia di Kant e
segnata dalla convinzione che e sbagliato ridurre la realtà a pura
rappresentazione, ma anche dal tentativo di studiare la genesi psicologica
delle categorie e quindi negare la loro formulazione numericamente rigida. Nel
materialismo psico-fisico cerca di dimostrare l'unità tra anima e natura in una
concezione psico-fisica della realtà, ma la sua filosofia e criticata da
Gentile, anche a causa della mancata adesione al ne-oidealismo. Altri saggi:
“Le forme dell'intuizione” (Vecchio, Chieti); “L’istinto” (Società Reale,
Napoli); “Il materialismo psico-fisico”“Il parallelismo in psicologia, “Atti dell'Accademia
di Napoli”, Napoli Intellettualismo e pragmatismo, “Atti della Regia Accademia
delle Scienze morali e politiche”, Napoli, “Quantità e misura nei fenomeni
psichici”Memoria letta all'Accademia di Scienze Morali e Politiche della
Società Reale di Napoli. Napoli: Federico Sangiovanni et Figlio, “Della misura
indiretta in psicologia.”Conoscenza scientifica e conoscenza matematica.
Napoli: Federico Sangiovanni et Figlio, “Credenza e conoscenza” -- “I like the
latest bit, where he discusses the reciprocity of the faculties” – Grice.) Atti
dell'Accademia di Napoli”, Napoli, “Pensiero e conoscenza,”Bocca Editori,
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italian astrino per uniforme ordinaria
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia Ufficiale dell'Ordine dei Santi
Maurizio e Lazzaro nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine dei
Santi Maurizio e Lazzaro Note Schede di personalità abruzzesi importanti nel
campo della filosofia, Regione Abruzzo). Storia del liceo M. e biografia, Liceo
M.). Discorso di commiato per la morte di Masci, su notes 9. senato.
Pietrangeli, M. e il suo neocriticismo, Milani, Padova, Gentile, M.: dal
criticismo kantiano al monismo psicofisico, Noubs, Chieti. Giuseppe Landolfi
Petrone, M., Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Atreccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. M., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere M., su Liber Liber. Opere di M., su open MLOL, Horizons Unlimited srl.
M., su storia.camera, Camera dei deputati. M. su Senatori d'Italia, Senato
della Repubblica. Nato da Guglielmo ed Elisa Tattoni, matura la formazione
primaria nella città natale e quella secondaria presso il liceo Vico di Chieti.
S’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli, ma, già
prima di laurearsi in scienze giuridiche e amministrative, l’incontro con SPAVENTA
(vedasi) ri-accese in lui l’interesse per la filosofia. Uno dei primi frutti di
questo risveglio è il saggio sulla dialettica hegeliana, in cui forte è
l’influenza di SPAVENTA (vedasi): Le categorie del finito e dell’infinito: studio
sulla scienza della logica – H. P. Grice: “Infinite is what Plato was going
for!” -- Rivista bolognese di scienze, lettere, arti e scuola. A questi anni
risale il decisivo incontro con la filosofia critica. Scrive a proposito delle
polemiche suscitate dall’estetica trascendentale di Kant -- Una polemica su
Kant, l’estetica trascendentale e le antinomie, Giorn. napoletano di filosofia
e lettere. Frattanto, ottenne la libera
docenza in filosofia nel liceo chietino dove aveva studiato. Nello stesso anno,
su proposta di SPAVENTA (vedasi), una sua memoria dedicata all’esposizione
della critica della ragion pura di Kant è insignita con il premio offerto
dall’Accademia reale di Napoli. Consegue a Pisa l’abilitazione all’insegnamento
e ottenne la titolarità della cattedra nel liceo di Chieti, dove rimase fino a quando
vinse la cattedra di filosofia morale a Padova.
A questo periodo risale “La forma dell’intuizione” -- Chieti --, in cui,
nel centenario della pubblicazione della Critica della ragion pura, mise
definitivamente a fuoco la sua prospettiva criticista. Vince il concorso di
filosofia morale a Napoli, dove tenne la cattedra di filosofia teoretica.
Nell’ateneo napoletano M. acquisì una posizione di rilievo sia sul piano
scientifico sia su quello istituzionale. Sul piano scientifico la sua influenza
crebbe tanto da riuscire a imporre un perdurante veto contro la chiamata di Gentile
a Napoli. Sul piano istituzionale è preside di facoltà e per due volte rettore.
La sua vasta produzione, più di 100 titoli fra libri, memorie accademiche e
scritti occasionali, spazia in diversi rami della filosofia, ma si può
racchiudere in alcuni ambiti ben definiti: l’etica, che costituì il suo primo
interesse accademico -- Le idee morali in Grecia prima d’Aristotele, Lanciano;
Coscienza, VOLONTÀ, libertà: studi di psicologia morale, ibid.; Pessimismo.
Prelezione al corso di filosofia morale letta nella R. Università di Padova,
Verona-Padova; La famiglia, Lanciano; La filosofia dei VALORI – H. P. Grice:
THE CONCEPTION OF VALUE --, Atti dell’Acc. dei Lincei. Rendiconti, cl. di
scienze morali, stor. e filologiche --; la gnoseologia, che gli offrì il
terreno non solo per seguire, sebbene in altra direzione, l’insegnamento di SPAVENTA
(vedasi) e di FIORENTINO (vedasi), ma anche per individuare una forma di criticismo
in grado di salvaguardare le esigenze del positivismo senza per questo
sopprimere del tutto quelle dell’idealismo -- Sulla natura logica delle
conoscenze matematiche: contribuzione alla teoria della conoscenza, Filosofia
delle scuole italiane; Filosofia teoretica: dottrina della conoscenza, Napoli;
L’idealismo indeterminista: i precedenti dell’indeterminismo critico, Atti
dell’Acc. di scienze morali e politiche di Napoli; Pensiero e conoscenza,
Torino. Accanto a questi due fronti M. ne frequenta un terzo, spesso
intrecciato ai precedenti, quello della PSICOLOGIA -- Psicologia del comico –
H. P. Grice: Philosophy has to be fun – or funny” --, Atti dell’Acc. di scienze
morali e politiche di Napoli; Il sogno e l’ipnosi: studio psicologico – H. P.
Grice on Malcom: “I am dreaming” --, Napoli; Il materialismo psico-fisico e la
dottrina del parallelismo in psicologia – H. P. Grice: Philosophical
Psychology: causal series C – fisica – parallela a casual series C – soul --, La
nuova anatomo-FISIOLOGIA del sistema nervoso e la psicologia, Atti dell’Acc. di
scienze morali e politiche di Napoli, Le ipotesi metafisiche, il materialismo
psico-fisico, il dualismo critico; Parallelismo e monismo; PSICOLOGIA, a cur. Maresca,
Roma-Milano-Napoli. Alla carriera
accademica M. affianca quella politica: consigliere comunale di Napoli, venne
eletto deputato nel collegio di Ortona per la XIX legislatura (giugno 1895 -
marzo 1897), e il 16 ott. 1913 fu nominato senatore. Come deputato e senatore, il M. ha lasciato
alcuni discorsi parlamentari incentrati in modo particolare sullo stato
dell’Istruzione pubblica (Discorsi pronunziati… nella discussione del Bilancio
dell’Istruzione pubblica e in quella della legge sulle scuole normali e
complementari nei giorni 24, 26 giugno, 1° e 2 luglio 1896, Roma 1896; Sui
problemi per l’istruzione media. Discorso… pronunziato nella tornata del 13
luglio 1914, ibid. 1914), e alcuni scritti di filosofia della politica e del
diritto (La libertà nel diritto e nella storia secondo Kant e Hegel, in Atti
dell’Acc. di scienze morali e politiche di Napoli, 1903, vol. 34, pp. 485-580;
La filosofia politica di Kant, ibid., 1918, vol. 45, pp. 285-318; nonché,
postumo, La società, il diritto e lo Stato. Trattato di filosofia politica e
giuridica, con prefaz. di G. Masci, Aquila 1925). Unica testimonianza tangibile di un suo
interesse per la letteratura è rappresentata dai due studi sulla poesia di G.
Leopardi (La solidarietà nel dolore e la solidarietà nel progresso. A proposito
della «Ginestra» del Leopardi, Teramo 1906; L’infinito e il nulla nella lirica
leopardiana, in Atti dell’Acc. di scienze morali e politiche di Napoli, 1921,
vol. 47, pp. 1-10). Il M. fu presidente
dell’Accademia di lettere e arti della Società reale di Napoli, socio
dell’Accademia Pontaniana e dell’Accademia nazionale dei Lincei, membro della
Deputazione di storia patria abruzzese e del Consiglio superiore
dell’Istruzione pubblica. Tra i numerosi riconoscimenti ottenuti, va segnalato
anche, nel 1905, il premio Gautieri in filosofia dell’Accademia delle scienze
di Torino. Il M. morì a Napoli il 7 dic.
1922. Del M., oltre alle opere citate,
si segnalano ancora: Sul senso del tempo, in Atti dell’Acc. di scienze morali e
politiche di Napoli, 1891, vol. 24, pp. 377-429; Elementi di filosofia per le
scuole secondarie, I-III, Napoli 1899-1911; Filosofia, scienza, storia della
filosofia, in Atti dell’Acc. di scienze morali e politiche di Napoli, 1903,
vol. 34, pp. 311-346; Commemorazione di Emanuele Kant, ibid., 1905, vol. 36,
pp. 1-59; Quantità e misura nei fenomeni psichici, ibid., 1915, vol. 43, pp.
243-280; La filosofia politica di Kant, ibid., 1918, vol. 45, pp. 285-318; La
legge dell’individuazione progressiva, ibid., 1920, vol. 46, pp. 213-248. Fonti e Bibl.: Copie litografate dei corsi
del M. si conservano a Napoli, nella Biblioteca universitaria. Alcune lettere
del M. a F. Fiorentino (risalenti al periodo 1869-70) sono reperibili nella
Biblioteca nazionale di Napoli, Carte Fiorentino, Ba.B.3, 333-339. M. Maresca,
F. M., Napoli 1923; Onoranze a F. M., Chieti 1925; A. Pietrangeli, F. M. e il
suo neocriticismo, Padova 1962; A. Montano, Filosofia e storia della filosofia
in F. M., in Filosofia e storia. Studi in onore di Pasquale Salvucci, a cura di
P. Venditti, Urbino 1996, pp. 483-504; F. M. e la cultura del suo tempo a
centocinquanta anni dalla nascita. 1844-1994, a cura di C. Tatasciore, Napoli
1998. Si vedano, inoltre: T. Rovito, Letterati e giornalisti italiani
contemporanei. Diz. bio-bibliogr., Napoli 1922, p. 245; Enc. biografica e
bibliogr. «Italiana», E. Codignola, Pedagogisti ed educatori, p. 353; ibid., A.
Malatesta, Ministri, deputati, senatori dal 1848 al 1924, II, p. 354; R.
Aurini, Diz. bibliogr. della gente d’Abruzzo, IV, Teramo 1952, pp. 249-270;
E.M. Fusco, Scrittori e idee. Diz. critico della letteratura italiana (SEI),
Torino 1956, p. 384; Diz. generale degli autori italiani contemporanei
(Vallecchi), Firenze 1974, II, p. 400; S. Paolini Merlo, Gente d’Abruzzo. Diz.
biografico, a cura di E. Di Carlo, Castelli 2006, VI, pp. 315-318.Differenza
tra la filosofia e le scienze pparticolari. Oggetto della Filosofia. La
Gnoseologia e la Filosofia prima come parti fondamentali della Filosofia
generale. Distinzione dei sistemi filosofici, loro significato e importanza.
Distinzione delle altre parti della Filosofia generale ed applicata, partizione
e limiti della Filosofia elementare. LOGICA PRELIMINARE. CONCETTO DELLA LOGICA
E SUE ARTI. La Logica come scienza formale e dimostrativa, sua definizione.
Importanza della Logica. Suo rapporto con le altre parti della Filosofia e con
la scienza. Pensiero e conoscenza; divisione generale della Logica. Nozioni
preliminari sulle formo elementari, concetto, giudizio, sillogismo; forme
metodiche. I PRINCIPII LOOICI. Determinazione dei principii. Il principio
d'identità. Il principio di contraddizione, valore di questo principio. Il
principio di terzo escluso. Il principio della ragion sufficiente. Valore dei
principii logici. Illustrazioni filologiche. Logica, dialettica, annliticn,
elementi, c oncetto, nota, rappresenzione, teoria. Teorema,
problema/Speculativo. Astratto e concreto, soggetto ed oggetto, contenuto ed
estensione, analisi e sintesi. Teoria delle forme elementari. Il concetto.
Formazioni: k natura dei. concetto. Il concetto e l’astrazione. L'iinagine
concettuale. Il concetto e la parola. Caratteri del concetto. Il concetto e
l'essenza. Il concetto e il giudizio. II. CONCETTO CONSIDERATO IN SE STESSO. Lo
note, loro significato rispetto all'unità del concetto, e loro ordine in esso.
Concetti nstrutti e concreti; qualità, generi, specie, forme diverse
dell'astrazione. Nota e parte, concetti di relnzioue, Contenuto ed estensione
dei concetti, rapporto tra il contenuto e 1' estensione. Contenuto ed
estensione nei concetti di relaziono. Della chiarezza del concetto. Il concetto
considerato in rapporto ad altri concetti. Rapporto d identità e diversità,
concetti equipollenti e concetti reciproci, significato delle parole sinonimo
ed omonimo. Rapporto d'opposizione, concetti limitativi e privativi, concetti
in opposizione contraria reciproca. Rapporto «li subordinazione e
coordinazione, contiguità ed interferenza dei concetti, i sistemi dei concetti.
Subordinazione e coordinazione dei concetti di relazione, condizione e
condiziauato, principio e conseguenza. Le categorie. Categorie grammaticali,
logiche e gnoseologiche, classificazione aristotelica delle categorie,
differenza tra le categorie logiche e le grammaticali. Le categorie
gnoseologiche, la classificazione kantiana, Le categorie di .sostanza e di causa;
il numero come epicategoria. Grammatica e Logica. Elementi materiali ed
elementi formali del linguaggio. Influenza del pensiero sul carattere formale
della lingua. Influenza delle forme grammaticali sullo sviluppo del pensiero.
Il Giudizio. Del giudizio in generale. Definizione logica del giudizio, le
definizioni realistiche e le logiche, teoria del Brentano, Elementi dol
giudizio, Della classificazione dei giudizu. La classificazione tradizionale
dei giudizii e il suo fondamento logico. Discussione delle obiezioni contro d i
essa, Forme dei giudizii secondo la qualità -- il giudizio affermativo e le
varie specie d'identità da esso espresse; il giudizio negativo, sua essenza e
sue forme principali, limite della predicazione negativa; r) il giudizio infinito,
se è una forma a sé rapporto te» l affennaaione e la negazione nel giudizio
infinito,’ Jorme dei giudizi! secondo la quantità; il giudizio universale, sue
forme quantitativa e modale; il giudizio par- 6 ÌUdUttÌV “' se sia ™specte
«ordinata de universa ' 6 ;^! 1 giudeo individule, sue forme si laro Polme ?-’
sua,.,rre f ucibiIità al giudizio universale, p. ICO Forme de. giudizi, d,
relazione; a) il giudizio categorico sua funzione sua irreducibilità; ») il
giudizio ipotetico, se Sia .m giudeo Ino g j 17 - 1 1 ?°|. etl ° 1 ' c> ’’ S
lm,izio disgiuntivo, suo significato logico condiziom di validità; si mostra
che non iuchiudfn con catto della re^rocità d' azione ed è un giudizio
dell’estensione, ft* e giuiUzi. modali, critica delle obiezioni del Sigivi |
deMVundt Dki GIUDIZII COMPOSTI. Natura dei giudizii composti, loro specie. U
Ghi notti ::rr u >i r f eiazìoue <,mogen,;u 172 -§ m. (h^ CO m- post. a
relazione eterogenea, Giudizii contratti, Qnadro generale di tutte le forme dei
giudizii, p. no. Giudizi analitici e sintetici. r t i I | GÌ j d !? ÌÌ
analitici - sintetici, e sintetici a priori, II -ritmile della teoria dei
giudizii sintetici a priori, significato vero di questa teoria, Giudizi!
empirici e giudizii a priori. Delle relazioni dei concetti nei giudizii DELLE
RELAZIONI DEI GIUDIZII. Attribuzione del predicato ni soggetto nei giudizii,
Dipendenza delle relazioni dei giudizii dulie relazioni del loro contenuto,
relazioni immediate, e mediate, e specie della prima tecnica dei raziocina
immediati, e schema della subalternuzioue e dell opposizione dei giudizii.
Delle trasformazioni dki annui Trasformazioni quantitative e modali per
subalternazione, Trasformazioni quantitativo-qualitative e modali por
opposizione, Trasformazioni por equipollenza qualitativa, per equipollenza
della relazione, per equipollenza tra la quantità o la modalità, Teoria delle
reciproche, suo valore logico; teoria delle reciproche universali affermative ;
caso delle reciproche condizionali, (teorema di Hauberì. Lo reciproche
universali negative. Lo reciproche particolari affermative e negative, Teoria
della contrapposizione, Si prova che le reciproche e le contrapposto delle
proposizioni universali sono, quando sono possibili, vere illazioni, Il
Sillogismo. Ragionamento e Sillogismo. I gradi del sapere e le vie della
ricerca, sillogismo e induzione, Strutturo del sillogismo e sua definizione, La
sillogistica aristotelica e la sillogistica delle scuole, generalizzazione
logica e generalizzazione scientifica, l'universale come fondamento ili
qualunque dimostrazione, Il sillogismo categorico. Regole gonerali del
sillogismo. Figure sillogistiche, Modi generali del sillogismo, e modi speciali
di ciascuna figura, Valore delle figure sillogistiche, la quarta figuro, Specie
del sillogismo; 1' entimema, la sentenza entimematica, l'epicherema, il
polisillogismo, Il sorite; sorite deduttivo e sorite induttivo, Rapporto tra la
vorità dell’ illazione e la verità delle premesse SILLOGISMO IPPOTETICO E IL
SILLOGISMO DISGIUNTIVO. Il sillogismo ipotetico: impossibilità di ridurre 1 una
all altra le forme del sillogismo; sillogismo ipotetico con termine medio,
sillogismo ipotetico senza termine medio e suoi modi, Il sillogismo disgiuntivo
e sue formo, Il dilemma, sue forme, sue regole, Del riii Nciptp e dui. valore
del sillogismo. Esposizione ed esame delle obiezioni contro il valore
dimostrativo del sillogismo, Critica della teoria del Mill, che ogni
ragionamento, e quindi anche il sillogismo, e un inferenza dal particolare al
particolare, Esame della quistione se il sili ogismo sia la forma generale del
raziocinio, Del principio fondamentale del sillogismo; se sia materiale o
formale; i principii aristotelici e quelli del Lambert. Si dimostra che il
sillogismo si fonda sugli assiomi logici e sul principio della sostituzione
dell'Identico, Teoria pei. Metodo Metodo sistematico Oggetto e parti del
metodo; oggetto e parti del metodo si stemutico, La definizione. Elementi della
definizione ; come 1' individuazione del concetto sia effetto della loro
composizione, Le definizioni come principii proprii nelle scienze deduttive e
induttive, Concetti indefinibili e loro specie ; forme approssimate della
definizione, e loro valore assoluto e comparativo, Definizione nominale e
definizione reale, specie della definizione nominale, la definizione nominale
induttiva; la definizione reale, definizioni riversibili, difficoltà opposte
delle definizioni metafisiche «d empiriche, metodo delle definizioni reali
induttive, definizioni reali deduttive, Definizioni analitiche e sintetiche, la
definizione genetica, Regole delle definizioni, Divisione e Classificazione.
Concetto della divisione, e sue regole, Da dicotomia, sue specie, suo valore
logico, La classificazione scientifica, suo fino; le classificazioni per
qualità apparenti; la classificazione tassonomica e la classificazione per
serio, La classificazione per tipi, sue specie; inferiorità della
classificazione per tipi alla classificazione per definizioni, Le
classificazioni genetiche ; come siono apparecchiate dalla fase comparativa
delle scienze; Jifficoltà delle classificazioni genetiche, loro perfezione
rispetto a tutte le altre,PnOVA DEDUTTIVA K J'HOVA INOUTTIVA. Oggetto della
prova; i principii di prova e loro specie; specie della prova, La prova
deduttiva, sue forme logica e causale, analitica e sintetica. Procedimenti e
modi varii della prova deduttiva analitica, Sqhema della prova induttiva; la
teoria dell’induzione in Aristotele, Bacone, Hume e Milli; verità ed errore
della teoria del Mill; so il calcolo dello probabilit à, o il principio d'identità
possano essere fondamento deU'induziono, Differenza dell'induzione dall'
associazione psicologica; solo fondamento della logica dell'induzione la
dipendenza della realtà da principii a da cause come una legge necessaria del
pensiero e dell'essere. L'induzione come operazione inversa della deduzione,
limiti di questa teoria, Delle forme di ragionamento che sembrano, ma non sono
induzioni II postulato dell'uniformità delle leggi di natura, come debba
intendersi, e quali sieno propriamente leggi ili naturu: rapporto del postulato
col principio di causa; si mostra che questo assicura non solo l’uniformità
degli effetti, ma anche l'uniformità delle cause, Gradi dell'induzione; di
verse condizioni della sua val idità nelle scienze della natura e in quelle dello
spirito; l'induzione nelle Matematiche, La PROVA ENTIMEMATICA E L'ANALOGICA. La
prova entimematica, sue specie, suo uso o valore essen¬ ziale nelle ricerche
scientifiche, suo carattere deduttivo, Tecnica del ragionamefl4£jmjjlo£ieo,
somiglianze e differenze dall induzione, in che senso e in che limiti debba
intendersi che è un’inferenza dal particolare al particolare, Rapporto tra
l'analogia c l'as sociazione psicolo gica: il nesso tra la funziono logica e la
psicologica come causa dell'uso larghissimo dell'analogia nella prova
scientifica, e dei facili errori ili cui è causa, L a ngioma perfetta e l'impe
rfetta, grudi di quest'ul- tima, e limiti della~sua validi^, p.,'!tt "Tj
Y. L'analogia d'identità e l'analogia «li coordinuzione, La prova indiretta.
Tecnica della prova indiretta, sue forme contraddittoria e disgiuntiva; e rrore
d ella L gica tradizionale che ammette solo l a prim a: critica delle contrarie
teorie del Sigsvart e del Wundt, La prova indiretta disgiuntiva multipla, e l’
alternativa; la prova indiretta contraddittoria, Paragono tra la prova diretta
e l’indiretta; casi del loro uso cumulati vo, e funzioni in essi della prova
indiretta, 1 PUINUIPII DI PROVA. Necessità che vi siano princi pii primi ; j vr
indpii proprii, Specie dei principii; d efinizi oni, ipotesi, postulati, a ssio
mi; caratteri logici di ciascuno di essi e loro funzioni; discussione sui
caratteri dell’assioma, Il criterio della certezza consiste
nell'inconcepibilità del contraddittorio, e nei postulati della verit à d ell'
esperienza ~~e ifolLy informità della natura, Sofismi . Se la Sofistica sia una
parte della Logica, Difficoltà di dare una buona classificazione dei sofismi,
esame delle classificazioni di Aristotele, del Whately e dello Stuart Alili;
ragioni di ridurre i .sofismi a tre classi secondo che riguardano o le
premesse, o l'illazione, o la conseguenza logica della prova, n. 3( il -
Sofismi verbali e so fismi morali, p. Sili Sofisrnìuigici relativi alle
premesse; loro specie, premesso apparentemente vere, petizione di principio,
inversione tra principio e conseguenza, Sofismi relativi all'i llazi one, loro
specie, 1 'ignorano elenchi, e il ai- auto» probare nihil probare, So fismi r i
rr» |a conse- Metodo inventivo. Oggetto o parti del metodo inventivo, Dei
metodi ikdutitvi. Analisi dell'idea di legge; leggi normative, causati,
matematiche. Definizione della legge, Oggetto della ricerca induttiva sono le
leggi causali; distinzione ili esse dalle leggi di consistenza. Il
concetto.sperimentale della causa. Caratteri fondamentali della causalità nella
natura; la pluralità delle cause, lu molti- plicità delle serie causali, hi
composizione a collocazione delle causo, la trasformazione delle cause, la
causalità unilaterale e reciproca, L’osservazione scientifi ca: il suo carattere
fondamentale è la prevalenza del ragionamento sulla percezione. Precetti a cui
deve conformarsi. Le tre operazioni nelle quali si risolve sono, l'analisi,
l'eliminazione, la generalizzazione. Osservazione esterna od interna,
L'esperimento, suo maggior valore rispetto all induzione. Necessità di mezzi
superiori di ricerca sperimentale, i metodi induttivi, Logica. ? o: t guenza
logica della p rova: s ofismi dedu ttivi, loro specie, sofismi di conversione e
di opposizione, sofismi por inosservanza delle regole sillogistiche circa la
qualità o quantità dell'illazione in rapporto alla qualità e quantità dello
premesso, sofismi di divisione e di composizione, sofismi a dirlo secondimi
quid ad ilictum simplieiter, et secundunr alterimi quid. Sofismi induttivi;
sofismi di osservazione, loro specie; sofismi di generalizzazione, loro specie;
i sofismi di falso analogio derivanti dall'uso delle metafore sognano il limite
di transizione dai sofismi di pensiero ai verbali p. Dki metodi induttivi.
(muti nuaz unir) Metodi induttivi in Bacone, Herschell e Stuart Mill, Il metodo
di concordanza, Il metodo di differenza, e il metodo di concordanza negativa,
Il metodo delle variazioni, Il metodo dei residui; uso cumulativo dei metodi
induttivi, Limiti del valoro dei metodi induttivi dipendenti dalla mol
teplicità delle cause p ^dOili di uno stesso effe tto, e dalle complicazioni
delle cause. Necessità dell'integrazione deduttiva per ricollegare le parti del
procedimento induttivo, Dei. metodo deduttivo. Oggetto e forme del procedimento
inventivo deduttivo ; uso di questo procedimento nelle scienze razionali, il
valore delle ijw- tcsi in queste dipende dall'inversione del procedimento
deduttivo. Applicazione del metodo alla risolupiona dei problemi ; necessità
della dcdueione dei concetti come fondamento di esso, 11 proce dimento
deduttivo nelle scienze eimteri che causali; suppone l'induzione anteriore
delle leggi causali più semplici, o consiste o in una riduzione o in una
sintesi. Necessità j ella itjerificazio D e. Il procedimento deduttivo da i
uotegi causali. C ondizioni cIVih i- missibilità delle ipot esi, Condizioni di
neiificazione ; verificazione completa e incompleta.gradi di ciascuna, osompii.
p.tòO. Discussione delle cr itiche mosse all'uso dol imi unteci. Importanza
dello ipotesi, e largo uso di esse in ogni ramo di scienze come condizione del
loro progresso ; condizioni soggettive ed oggettivo delle vere ipotesi
scientifiche, Haitouti tua l'induzione e la deduzione. Divisione delle leggi in
primitive e secondarie, o delle secondarie in empiriche e derivate ; limiti
relativi della loro estensione, Si mostra con l'esame dei variimodi di
spiegazione di un fenomeno, che spiegare è dedurre. Limiti della
generalizzazione nella scienza, Significato relativo della distinzione delle
scienze in induttive e deduttive ; tendenza generale delle scienze a diventare
deduttive ; difficoltà di tale trasformazione, ed Muti che riceve
dall'applicazione del Calcolo, I P li O. Definizione logica del problema,
distinzione dei problemi in ipotetici ed assoluti, e modo di risolverli, I
problemi antitetici, modi di risolverli, VEBISIMIOLIANZA QUALITATIVA.
Verisimiglianza Qualitativa e verisimiglianza quantitativa: norme logiche della
prima, Delle ragioni di non credere alle testimoniauzo contrarie a leggi
causali note, Ul. e alle uniformità non causali, Delle ragioni della
incredibilità delle coincidenze e delle serie, Veiusisik; manza quantitativa.
II calcolo delle probabilità e le sue norme fondamentali, I suoi presupposti:
in che senso e in che limiti è vero che il calcolo dello probabilità suppone
l'ignoranza delle condizioni qualitative dell'evento, Il calcolo delle
probabilità come procedimento di eliminazione del caso; concetto logico del
caso, Eliminazione del caso rispetto all'effetto; olimiuaziona del caso
rispetto alla causa, Metodi delle Matematiche. Le Matematiche come scienze
deduttive, I Metodi dell'Aritmetica come metodi di formazione dei numeri; il
sistema di numerazione, e le operazioni, L' Algebra come scienza delle funzioni:
notazioni algebriche; l'Algebra come scienza dell'equivalenza dei modi di
formazione delle quantità, La Geometria come scienza dell'equivalenza delle
grandezze; i tre metodi principali della Geometria elementare, la risoluzione
delle figure; le c ostruzioni ausilia rie, le c ostruzioni genetiche.
L'induzione in Matematica, Estensione e limiti dell applicazioue dello
Matematiche allo altre scienze, METODI DKU.K SCIENZE BTOBIOHK. La testimonianza
come nnirp [iri-mH-Jal Wvoi!i|-à 'lei fatt i stormi; valore Tjel rritijrio I
ntrinse co, la verisijjiigliuuza; necessità del criterio estrinseco, cioè
desumo dalle reiasioni di tempoo luogo del racconto col fatto. Valore della
leggenda per la storia. S li.Monumenti; monumenti preistorici, f ihdmria o s|^
ri,i p .ts-. g m. Monumenti storici, maggior valore di essi in confronto con lu
testimo- niuiiza; le due quistioni possibili rispetto a questa, l'autenticità e
la credibilità; Iti credibilità è tanto maggiore (pianto più è possibile
riportare il racconto alla percezione diretta come a causa- Maggior valore
della tradizione scritta e suoi limiti, L'autenticità è tanto maggiore quanto
maggiore i- la possibilità di escludere lo falsifica - zioni e le alterazioni,
i ncertezza e limiti della tradizione orale, esempio del valore storico dell’
epopea francese, I criteriidei numero e della credibilità dei testimoni,
Passaggio dai fatti alle leggi ; s cienze storiche e sociul i. p. Dei metodi
ueij-k scienze storiche, Tre specie di melodi por la ricerca delle leggi
storiche: critica del metodo deduttivo astratto,Critica della teoria
antropologica. Critica dell'analogia biologica, Critica dal materialismo
storico .Critica della aeuola .dorica, L'indeterminismo storico, e la scuola
psicologica, Il metodo deduttivo inverso o storico, funzione essenziale
dell'Induzione in esso, le leggi storiche come lci/</i di tendenze. \ ili
Insnflii-ionza iL-1 |n'i n• i < 1 i nn •( 1 1• » induttivo desunta dalla
natura delle uniformità accertate dalla Statìstica, p. òli Si IX. Si mostra che
lutti i metodi hanno n p valore limit ato nella rìcercu delle leggi storiche,e
che tutti possono essere utili, se subordinati al metodo deduttivo inverso.
Concetto della Filosofia della storia, LA SOCIETÀ, IL DIRITTO, LA MORALITÀ.
L'aspetto sociale perla coscienza di sè, S I. L'io sociale, sua formazione, sue
fasi di sviluppo, Identificazione dell'io sociale con l'io formale, l'io come
principio sociale, LA SoCIETA. Condizioni comuni della vita sociale animale ed
umana, e condizioni proprie di questa. Le società animali, Diffe renza tra la
società umana e l'animale. La teoria biologica, e l'ato
mistico-contrattualista. Se la società sia una realtà indipendente dalle
coscienze individuali, Definizione della S o cietà.LE FoRME soCIALI PRIMITIVE E
IL LoRo svILUPPo. Il gruppo sociale primitivo, il costume, la sanzione
religiosa, organizzazioneprimitivadell'assicurazionesociale. Ori gine dello
Stato, il diritto e lo Stato, DIRITTO E MORALITA'. Unità primitiva delle regole
della condotta, separazione pro gressiva della religione, della morale e del
diritto. Dif ferenze tra la morale e il diritto, Caratteri differen ziali
derivati, Rapporto fra il diritto e la moralità; concetto dell'Etica come
scienza, La Coscienza morale. I GIUDIzn vALUTATivi MoRALI. Giudizii di cognizione
e giudizii di valutazione, i giudizii valutativimorali, La teoria dei valori in
Economia, La teoria che pone il principio della valutazione m o rale nel
sentimento, Una forma speciale di questa, la teoria dei valori normali, Esame
della teoria sentimen talistica, Il senso morale, la simpatia, la pietà, I
GIUDIziI VALUTATIvi MortALl. Il sentimento non può essere principio di
valutazione morale, perchè è mezzo non fine, e perchè è correlativo delle idee,
e prende nome da esse. Il sentimento del rispetto morale (Achtung) secondo
Kant. Si mostra che la ragione può operare sul sentimento, e che
èilgiudiziodivalorequellochelodetermina, Esame della teoria appetitiva e della
volontaristica dei valori morali, La teoria biologica dei valori,Il carattere
ra zionale della valutazione morale provato, a) dalla necessità del cre terio
morale, e dalla dipendenza del sentimento da esso; b) dalla sistemazione
finalistica dei valori morali; c) dal carattere scientifico dell'Etica; d)
dalla idealizzazione progressive del sentimento morale, ANALISI DELLA cosCIENZA
MORALE. Coscienza morale e coscienza psicologica, genesi della c o scienza
morale nell'individuo, l'equazione personale della moralità, Genesi della
coscienza moralesociale, suo procedimento dal particolare all'universale,
Contenuto ed unità della coscienza morale, Autorità della coscienza morale, san
zione, Sentimento morale, affinità del sentimento m o rale col sentimento
religioso, L'idea del dovere come categoria morale ultima; essa suppone il
dualismo morale, ed è la condizione del progresso morale. Critica della teoria
psicologica. Dovere e diritto. La subordinazione dei doveri dipende dal grado
della loro universalità. Coincidenza del dovere e del bene.ANALISI DELLA
CosCIENZA MORALE. La volontà morale, esame della teoria che il fine giustifica
i mezzi,Il carattere psicologico e il carattere morale, Teoria aristotelica
della virtù, che è un abito, che è una medietà; critica di questo secondo
carattere. Classificazione ari stotelica delle virtù. La teoria kantiana, e sua
opposizione con la precedente. La loro conciliazione si può avere se si
concepisce la virtù come la sintesi superiore della coscienza morale, Se possa
concepirsi l'estinzione della coscienza morale, Le basi della moralità. LA
LIBERTA' MORALE. Rapporto teorico tra la libertà e la moralità, antinomia tra
la libertà e la causalità, vicende storiche del problema, i tre punti di vista
dai quali deve essere considerato, La libertà d'indifferenza, argomenti
indeterministici, il numero infinito, il nuovo, i casi d'indeterminazione nella
natura, il caso, la statistica. La li bertà intelligibile di Kant; teoria di
Bergson, la causalità ridotta all'identità, e la libertà creatrice. La
libertàela testimonianza della coscienza; argomenti opposti dei deterministi e
degl'indeterministi; il risultato della disputa non è favorevole alla libertà
d'indifferenza, LA LIBERTA' MORALE. La libertà e l'ordine morale, libertà e
responsabilità, loro nesso necessario. Contro di questo non valgono nè la
critica dell'idea di sanzione, che lo nega, nè l'idea dell'autonomia che non lo
spiega, La libertà d'indifferenza in contrasto con la respon sabilità, questa
ammette la causalità del motivo; ilrimorso e lo sforzo morale ne sono prova,
Esame del criterio della pre vedibilità degli effetti dell'azione, La libertà
morale s'identifica con la causalità dell'io; la teoria psicologica dell'auto
coscienza e quella della volontà, come potere d'inibizione e d'im pulso proprio
dell'io, sono la dimostrazione di questa causalità. I n stabilità delle
condizioni psicologiche della causalità dell'io, con solidamento di esse nel
carattere morale, La respon sabilità morale richiede come suo fondamento una
formazione psi cologica identica per tutti, quindi non potrebbe riconoscerlo
nel temperamento o nel carattere psicologico. Differenza del consenso teoretico
e dell'adesione pratica in cui consiste la libertà. Rapporto della
responsabilità con lo stato d'integrità della causalità dell'io,e loro
variazioni correlative. Suo rapporto con l'educazione della v o lontà. La
libertà e la vita sociale, intimo rapporto della libertà con la solidarietà. LA
solIDARIETA' MORALE. Libertà e solidarietà; suggestione individuale e
suggestione collettiva della solidarietà; la solidarietà nel dolore e la
solidarietà nel progresso; la solidarietà e l'eguaglianza, p. La soli darietà
economica, sua causa la divisione del lavoro; influenza di questa causa sulle
forme superiori della vita sociale; anomalie. Li bertà, solidarietà, giustizia;
loro nesso necessario, giustizia ed egua glianza, Se la divisione della voro
possa essere considerata come il principio morale della solidarietà nelle
società superiori; solidarietà nel diritto, nella storia, nell'arte, nella
scienza, nella religione. L'unità morale della natura umana, e la giustizia
come condizione della solidarietà, LA Giustizia, La giustizia come idea morale
fondamentale; la giustizia come virtù, cenni storici, La giustizia come norma;
teoria aristotelica, Teoria di Mill, La giustizia come unità della libertà e
della solidarietà;lagiustizia nell'ordine economico, Giustizia e carità; il
progresso morale, La legge morale.I sisTEM1 MoRALI. Classificazione dei sistemi
morali. La morale eteronoma, La morale autonoma; isistemi sentimen talistici e
gl'intellettualistici, I sistemi aprioristici e gli empirici, I sistemi
universalistici e gl'individuali stici, I sistEMI MORALI. I sistemi soggettivi,
l'edonismo e l'eudemonismo, I sistemi oggettivi, l' utilitarismo; utilitarismo
individuale e utilitarismo sociale, l'utilitarismo nella filosofia dell'
evoluzione (Spencer). Altre forme della morale oggettiva, la morale della
perfezione, la morale del progresso, la morale del vi vere secondo natura, La
morale biologica, socialismo e individualismo biologico, Critica della morale
bio logica. Necessità di una morale razionalistica. LA LEGGE MORALE. Differenza
tra la legge naturale e la legge morale, carattere di obbligazione, altri
caratteri della legge morale, Concetto del Bene; la prima formula della legga
morale, l'univer MAscI– Etica. salità. La seconda formula della legge, la
finalità. La terza formula della legge, l'autonomia. Unità delle tre formule.
Il sentimento m o rale, Il carattere formale della legge morale kantiana;
vecchie e nuove critiche contro di esso; parte innegabile di verità che è in
esse. Risoluzione del formalismo kantiano dal punto di vista gnoseologico, S
Risoluzione del formalismo kantiano dal punto di vista oggettivo,
L'accentuazione formalistica della dottrina kantiana come conseguenza
dell'opposi zione contro l'empirismo morale, necessità della negazione del for
malismo morale, e del dissidio tra la ragione morale e il sentimento morale.
Valore storico e teorico dell'etica kantiana. LE FORME DELLA COMUNITÀ MORALE.
INTRODUZIONE S I. L'Etica come scienza sociale; suoi aspetti ideale e storico.
Le diverse forme della vita sociale: la famiglia, la società civile, lo Stato,
la società religiosa. LA FAMIGLIA. S I. Cenni sulla storia della famiglia, la
famiglia paterna, L'idealità morale nella famiglia. La famiglia dal punto di
vista giuridico e dal morale; monogamia, fedeltà, indisso lubilità, divorzio.
Critica della teoria che considera la famiglia come una forma transitoria della
comunità morale, Il m a trimonio civile e il religioso; i rapporti tra i
coniugi, e tra i geni tori e i figliuoli; la patria potestà, LA SOCIETA'
CIVILE. Concetto della società civile; in qual senso e in quali limiti si può
dire che la società civile derivi dalla famiglia, la società ci vile e lo
Stato, Le classi sociali, gli antagonismi so ciali e lo Stato, LA SoCIETA'
CIVILE COME SISTEMA DEI DIRITTI PRIVAT1. Diritti personali e diritti reali,
loro comune fondamento. D i ritto di libertà e sue specificazioni, la
personalità morale e giuridica –della donna, limitazione della seconda nella
sfera del diritto pubblico; carattere sociale dei diritti personali, Dei
diritti reali, la proprietà, suo fondamento psicologico e suo sviluppo sto
rico; impossibilità di dare un fondamento esclusivo all'una o all'altra delle
sue forme, la proprietà delle opere dell'ingegno, Le obbligazioni,lorospecie;
il diritto contrattuale, sua natura, suoi limiti, Il diritto di associazione,
sua natura, suoi fini, sua storia; le corporazioni medievali e le libere
associazioni moderne. Varie specie di associazioni; le associazioni e lo Stato,
DEL CONCETTO E DEI FINI DELLO STATO. Necessità dello stato, elementi ideali del
concetto dello stato, Elementi materiali, il popolo e il territorio; fattori
naturali e fattori spirituali della nazionalità, La sovranità, suo fondamente
razionale; lo Stato di diritto, la costituzione, la personalità dello Stato,
Definizione dello Stato, I fini dello Stato, loro distinzione in proprii e
d'inte grazione, Limiti dell'azione dello Stato, I POTERI DELLO STATO. S I.
Modi varii di distinguere i poteri dello Stato, Della divisione dei poteri, suo
carattere relativo, Il diritto punitivo, suo sviluppo storico, Esame delle
varie teorie sul fondamento del diritto di punire, G i u stizia civile e
penale, delitto e pena, la pena come limitazione della libertà; la pena di
morte, l'infamia, la gogna. Valore relativo degli altri fondamenti del diritto
di punire. LA cosTITUzioNE E LE FORME DELLO STATO. Le costituzioni degli stati,
definizione, loro carattere storico, moltiplicità dei loro fattori,Le forme
dello Stato, divi sione aristotelica, quali siano ancora vitali; necessità del
governo rappresentativo, sue forme repubblicana e monarchica, e caratteri
differenziali di queste, LE RELAZIONI FRA GLI STATI E LA PATRIA. Del diritto
internazionale, se sia un vero diritto, sua distin zione in diritto pubblico e
privato, Cenni storici, Diritto internazionale pubblico; la sovranità e le sue
limitazioni; la sovranità territoriale e la libertà dei mari. Diritto di guerra
e sue limitazioni. L'ideale della pace universale, Diritto internazionale
privato, statuti personali e reali, dispo sizioni speciali, Se l'idea di patria
sia un'idea transi toria, sua necessità storica e psicologica e doveri che ne
derivano. Elementi più generali di questa idea, e formazione storica diversa
pei diversi popoli. Patriottismo e imperialism. LA COMUNITA' RELIGIOSA, CHIESA
E STATo. S I. Concetto della Religione, ReligioneeReligioni. SII. Le religioni
positive e la cultura; perennità dellavitareligiosa;suo adattamento ad ogni
grado di coscienza, Importanza sociale delle religioni positive, e unità
primitiva della società reli giosa e della civile, Ragioni della loro
separazione, l'universalità della religione, e il principio della libertà di
coscienza; impossibilità per lo Stato di subordinare la cooperazione sociale
alla fede religiosa, I quattro sistemi di regolamento dei rapporti tra la
Chiesa e lo Stato; loro irrazionalità relativa, e confusione dei medesimi nella
politica pratica, Dif ficoltà teoriche e pratiche del regime della separazione,
Difficoltà speciali del regime della separazione nei paesi cat - tolici; la
separazione come meta ideale nei rapporti tra la Chiesa e lo Stato, p. Nati ra
e classificazione dei fatti psichici. Il fatto psichico come l'atto
psicofisico, Differenze trai fatti psichici e i materiali; che s’intende per
stato di coscienza, conscio ed inconscio. La teoria delle facoltà e quella
dell’ unità di composizione dei fenomeni psichici; il rifesso psichico
primitivo, le forme piu generali delle attività psichiche cóme suoi momenti,
loro distinzione progressiva, Svi l,t'PP O DEI PATTI PSICHICI. La coesistenza e
la successione nei fatti psichici, fatti psichici primarii e secondarii; l’associazione
come loro legge generale; fatti psichici di terzo grado, loro rapporto con gli
altri. Partizione della Psicologia, La subordinazione progressiva dei fatti
psichici alla coscienza è indirizzata alla conoscenza Il mondo dello spirito
oggettivo. La Psicologia della sensibilità. Delle sensazioni in P£w.v«
Definizione e classificazione delle .sensazioni in loro stesse e in rapporto
agli stimoli, Rapporti fra la geu sa- /ione e lo stimolo quanto all intensità e
all’estensione: soglio e <iifferensa;quantità negativa; stimolo,
eccitazione, sensazione, So ggetti vità delle sensazioni: limite del principio
delle energie specifiche; moltiplicità di sensazioni per uno stesso stimolo,
sensazioni di consenso. Le sinestesie. In che senso le sensazioni si possono
sostituire .L’ eccentricità non è, come la spazialità, una proprietà primitiva
delle sensazioni, Qualità, intensità, t ono delle sensazioni. Irredncibilità
delle qualità. Lpgge di Weber sul rapporto tra la sensazione e lo stimolo. La
legge di Fechner,c eltica de lla medesima, Che s‘ intende per tono delle
sensazioni; rapporto tra la qualità e l’intensità delle sensazioni e il loro
tono. Le. sensazioni in particolare. Le sensazioni particolari si distinguono
in piterne edjtf terne. e le prime "in organiche 0 e muscolari" Le
sensazioni orga¬ niche.'la coinestesia o senso vitale; le sensazioni organiche
speciali. norma li e patologiche, loro funzione biologica, loro tonalità, loro
dipendenza da stimoli periferici e da stimoli centrali e psichici, Le s ensaz i
oni musco lari; diverse teorie intorno ad esse; si mostra che sono sensazioni
centripete del movimento eseguito, non dello stato organico del muscolo.
Contenuto qualitativo e tono delle sensazioni muscolari. Coinestesia,
cinestesia e cinestesi. Le sensazioni esterne; differenziazioue ed isolamento
degli organi relativi, il loro numero un fatto d'esperienza soltanto. Il senso
del tatto, sensazioni di contatto e sensazioni di tamperàTuraT^SS^Tia ed
altezza di stimolo per le sensazioni termiche: rapporti tra la sensibilità
termica e la tattile. Sensazioni di pressione, di c ontatto . di
discriminazione locale. Teoria del Weber intorno alla discriminazione; i segni
locali. Le sensazioni di forma, 1 sensi chimici, loro carattere biologico;
mancanza di figurabili e quindi minore oggettività del loro contenuto. Il
gusto, stimoli e condizioni di questo senso, varie specie di sensazioni
gustative. Loro fusione e rimemorabilità, penetrazione e intensità. L’olfatto,
natura dello stimolo, penetrazione delle sen¬ sazioni olfattive,loro intensità
e fusione, loro classificazione, e scarso valore oggettivo, loro valore emotivo
e rimemorativo. L’ udito, stimoli delle sensazioni uditive. Qualità delle
sensazioni uditive, rumori e suoni. Percezioni spaziali dell’udito. L'udito e
il linguaggio, la musica. Altezza, intensità, timbio. Armonia, melodia, ritmo,
La vista., stimoli delle sensazioni visive, corpi luminosi, opachi,
trasparenti. L'organo visivo.Percezione di spazio e di forma; teorie empiriche
e teorie nativiste. Percezioni di luce e di colore. Colori tondamentali e
derivati, acromatismo. Somiglianze e deferenze tra la gamma dei colori e la
scala musicale. Contrasto successivo e contrasto simultaneo. Luminosità proprie
dei diversi colori . colori caldi e freddi, saturi e non saturi. Il sentimento
sensiti ivo. Definizione del sentimento, piacere e dolore indefinibili e di
qualità opposta, soggettività dei sentimenti, finalità biologica dei sentimenti
sensitivi, loro differenza dalle sensazioni. Fisiologia del piacere e del dolore.
Dipendenza degli stati emotivi dai presentativi, II sentimento sensitivo e il
sentimento vitale 4 \\ punto neutro, Dipendenza del sentimento dallo stato del
soggetto, dall’intensità dello stimolo, Rapporti vari! dei sentimenti sensitivi
con l'oggettività, la frequenza, e la qualità delle sensazioni. Dimostrazione
particolari raggiata del primo di questi rapporti, Sentimenti sensitivi di
natura estetica, loro dipendenza dalla forma delle sensazioni, armonia,
euritmia, proporzione. L\ TEND5ì^U-B L’ISTINTO. L’istinto. L’ azioni?
riflessasue proprietà e differenze. Impulsività delle sensazioni, legge di
diffusione e legge di specificazione. La tendenza, Definizione della te nden
za, sua dipendenza dal sentimento che ne è causa; ten denze primitive e derivate;
la tendenza, come stato psichico per sè, è il prodotto dell’inibizione.
Carattere biologico della tendenza, legge di riversione tra l’azion volontaria
e la riflessa. S viluppo dell’attività pratica mediante l’isolamento e la
combinazione dei movimenti. Differenza di s viluppo dell’attività prat ica
nell’animale e nell’uomo, e differenza di finalità. Funzione dell'imitazione in
tale sviluppo. L atti vità pratic a dir etta alle rappresentazioni, forme
dell'attenzione spontanea, L’istinto ; teorie opposte sulla sua natura ed
origine; teoria della lapsed intelligence (Romanes). Errori del Komaues circa
la natura dei fattori dell istinto, e circa il loro rapporto. Natura
dell’esperienza che è base dell istinto, 1 intelligema adattatine), suo
carattere frammentario, sua meccanizzazione. L’istinto cpme uno sviluppo ol-
latepale deU’ attività pratica, senza continuità con le forme superiori, p. Le
condizioni dello sviluppo psichico. L’ ATTENZIONE. Natura dell attenzione;
attenzione spontanea e attenzione volontaria, specie della prima: attenzione
esterna ed interna. Fenomeni fisici dell’attenzione, Intermittenza e ritmicità
dell’ attenzione, Attenzione e percezione, attenzione e coscienza. Carattere
emotivo dell’attenzione spontanea, origine e sviluppo dell’attenzione nella
serie animale, L’ attenzione d’esperienza: e le sue forme singolari dell'
attenzione aspettante, dell’ inversione delle imagini, e dell at tenzione
marginale. L’attenzione interna. La memoria. Analisi del fatto della memoria,
memoria organica e memoria psicologica, loro riversione e sostituzione. Non ci
è una memoria come facoltà generale, ina un numero grande di memorie
particolari. IL Condizioni della memoria, anomalie mnemoniche, Stato primario e
stato secondario nella memoria, loro differenze, e loro rapporti, Sviluppo
della memoria, prova desunta dalle amnesie, La memoria psicologica e le sue
leggi. La collocazione nel tempo. L’ ABITUDINE. Dell’abitudine dal punto di
vista fisiologico e psichico, Effetti dell’abitudine, l’attenzione e l’abitudine,
I' abitudine come educazione di tutte le funzioni psichiche, L’abitudine e la
volontà. La psicologia della conoscenza. LA PERCEZIONE. Natura della
percezione, sua differenza dall’associazione: la percezione come integrazione.
Condizioni della percezione,. |percezione ed appercezione Altre prove
dell’integrazione percettiva, Cause soggettive ed oggettive delle integrazioni
percettive, Misura del tempo della percezione, equazione personale,[variazioni,
percezione e sensazione, Percezione sensitiva e percezione intellettiva, La
percezione interna, Le illusioni percettive e loro specie, Le allucinazioni,
diverse ipotesi sulle loro cause. L’ ASSOCIAZIONE. Associazione e percezione,
serie percettive e serie rappresentative, Teorie intorno alla reviviscenza
delle rappresentazioni. Critica della teoria herbartiana, la teoria
morfologica, dell'associazione, Se siano riducibili, Condizioni prossime delle
associazioni, Tempo di associazione, L’oblio. I sogni come fenome ni
dell’associazione psicopatica. Il son no. Diverse specie di sogni. Cause,
Rapporto tra le cause positive e le negative dei sogni, la volontà nel sogno.
Sogni telepatici, L’io. Associazione e coscienza, continuità e dinamismo delle
serie rappresentative, il pensiero delle cose e il pensiero dellMo. Varii
significati della parola cosciente: la. fase irrelativa e l’integrale
oggettiva, La.^u?cifenza \li sé (formale) e 1' empirica o storica, elementi di
quest’ ultima, (u- deducibilità della coscienza di sè dall’associazione e
dall’astrazione, unità e continuità della coscienza di sè. Lacoscienza
dell’identità dell’io; funzióne della'memoria e dell’associazione, casi di
coscienza doppia, La coscienza di sè e l'astrazione come caratteri distintivi
della psiche umana dall’animale. L’astrazione, Il concetto, Il giudizio. Il
principiod'identità come fondamento del raziocinio, natura dell’identità logica
e sua invenzione. Sintesi e analisi. L’intelligenza animale e l’umana. Il genio
scientifico, Dimostrazione del doppio procedimento del raziocinio nel raziocinio
quantitativo e nel qualitativo, Le forme dell' intuizione e le categorie,
Psicologia e linguistica: l’origine del linguaggio, Vili. Rapporto tra la
parola e il pensiero. Azione reciproca tra la parola e il pensiero. Natura
logica della lingua: suo sviluppo dal concreto all' astratto, L’ IMAGINAZIONE.
Rapporto dell’imaginazione con l’intelligenza e con 1 associazione;
l’imaginazione riproduttrice. IL Rapporto dell’imaginazione con la sensibilità
e col pensiero astratto, L’imaginazione artistica, sue funzioni,
L’imnaginazione neiia scieuza. L’imaginazione nell’Arte: momeuto realistico e
momento idealistico. L’Arte e la Scienza,. Relatività i>ei sentimenti. La
legge della relazione nel sentimento, Il sentimento e le altre funzioni
psichiche, L’ associazione e la memoria dei sentimenti, Affetti e passioni. Gli
affetti, p. Le passioni. Classificazione dei sentimenti. Metodo della
classificazione; classificazione dello Spemi e ilei Nahlosvski. La
classificazione biologica e genetica, e sua integrazione con la rappresentativa.
Passaggio dai sentimenti primitivi ai derivati. 1 SENTIMENTI MORVU. Le teorie
intorno ai sentimenti morali. Esame della teorìa empirica; se il sentimento
morale sia il riflesso delle sanzioni esterne. Impossibilità di spiegare con la
morale empirica il sacrifizio defini tivo, Erroi-' logico della dottrina
empirica, parte di verità che è in essa. La teoria razionalista; la direttrice
psicologica e la socia ;; la ragione e il sentimento, Classificazione ed a .a-
lisi dei sentimenti morali, La carità e la giustizia, I sentimenti religiosi.
Natura del sentimento religioso, sua forma primitiva, direzione di sviluppo. Il
sentimento morale e il sentimento religioso. Rapporto tra l’intelligenza, il
sentimento e la volontà nella religione. La forma superiore del sentimento
religioso. Le tre forme del sentimento religioso. I SENTIMENTI ESTETICI. Il
sentimento estetico e il sentimento del gioco. I fattori del sentimento
estetico. La simpatia estetica. I fattori intellettuali. La verità in Arte.
Idea e forma. I SENTIMENTI INTELLETTUALI. Le origini dei sentimenti
intellettuali ; la curiosità e il dubbio pratico. IL II sentimento
intellettuale della ricerca, e quello del possesso della verità. Il sentimento
intellettuale e il sentimento di sé. Dei sentimenti estetici in particolare. Il
sentimento del bello in generale, IL li sentimento della bellezza finita e le
sue forme: la bellezza plastica, il arioso, il drammatico. Il sentimento del
sublime, sua natura, sua forma; il sublime naturale, l’intellettuale, il
morale. Il sentimento del comico, sua natura, suo rapporto col sentimento di sè
e col sentimento della libertà. Comicità ed umorismo. Il sentimento della
natura, sue forme diverse nell' età antica e nella moderna. Perche è la forma
più evidente della catarsi estetica. La Psicologia della Volontà. Il desiderio
e la. volontà. Il desiderio, Fenomeni intensivi del desiderio. Le azioni
volontarie nelle loro forme derivate e contingenti; elementi essenziali
dell'atto volontario. Il problema della causalità della volontà. Teoria della
volontà. La teoria metafisica della Volontà. La teoria associazionista. La
volontà come facoltà del fine. e dei valori razionali; la funzione d’inibizione
come suo momenti essenziale, Il sentimento del conato volitivo, In che consistono
e come sì producono l'inibizione e l’impulso. L’attenzione volontaria e le sue
forme p&- K tologiche. La misura del tempo nelle volizioni. Le malattie
della Volontà, e l'ipnosi. L'aboulia e la forza irresistibile, il capriccio
isterico. L’estasi, Fenomeni sensitivo-rappresentativi, mnemonici, e volitivi
dell'ipnosi; suoi gradi. La suggestione normale e l’ipnotica; somiglianze e
differenze tra il sonno naturale e l’ipnosi: cause specifiche della suggestione
ipuotiCa. Temperamento e cvrattere. Natura del temperamento, suo rapporto col
sentimento vitale, sua dipendenza dall’eredità. Il carattere, sua natura, sua
unità col temperamento, La teoria ippocratico-galenica dei temperamenti, e le
sue interpretazioni fisiologiche. La classificazione psicologica riunisce il
temperamento e il carattere: forme varie di essa, la classificazione del Ribot.
Della modificabilità del temperamento e del carattere. Forme patologiche. La
volontà e le altre attività psichiche. L’EDUCAZIONE DELLA VOLONTÀ. La Volontà e
P inconscio. Mezzi di azione della volontà sull’ intelligenza : necessità della
limitazione della valutazione; forme patologiche, e forme estreme, ma normali,
dì questa limitazione. Modi d’azione della volontà sul sentimento. Azione delia
volontà su sè stessa; genesi della volontà comune, azione reciproca
dellajiilpiUàindividuale e della volontà comune, il costume, la/fm(fl*A.'
Influenza della volontà iudividuajeV sulla vomW^ comune: l’educazione, la
gerarchia, la dittature/<Qe sue du^rfiel la militare e la morale. L’idea di
giustizia comprende le eguaglianze aritoteliche, e il carattere imperativo e di
necessità rilevati dallo Mill; ma perchè sia ben compresa ha bisogno di essere
guardata in rapporto alla solidarietà morale, dalla quale l’eguaglianza in cui
consiste deve attingere la norma. Se la giustizia si fa derivare dall’utilità
sociale, se ne assegna una derivazione che può spesso esser falsa, (p. es. la
necessità che taluno muoia pel popolo); e se si oppongono la giustizia e la
carità, si crea una scissura nell’ordine morale, che toglie alla giustizia quel
caldo sentimento di simpatia che deve renderla operosa, e si fa della carità
qualche cosa che va oltre il dovere, e che può essere anche ingiusta e nociva.
Se della giustizia si fa invece la sintesi, soggettiva e oggettiva, come virtù
e come norma, della libertà e della solidarietà, essa non solo oltrepassa la
sfera del diritto, ma appare come la sintesi superiore della moralità, come
progressiva nella ragione stessa dei suoi due fondamenti. Che siano progressive
la libertà e la solidarietà è fatto indubitabile della storia umana; la prima
tende a ricomprendere tutti gli uomini in un rapporto d’eguaglianza dal punto
di vista morale; e la seconda da questo stesso punto di vista, che è quello del
valore di fine che ogni persona morale ha in sè, tende ad estendersi dalle
opere alla persona come tale, a conservarla, a promuoverla, anche quando
soggiace all’avversa fortuna e al dolore. Noi concepiamo la giustizia come la
forma dell’ unità della libertà e della solidarietà già raggiunta dalla
coscienza morale; cioè come il giudizio della proporzionalità degli utili agli
sforzi, e della loro migliore ripartizione tra gli sforzi individuali e i
sociali, posto un minimum di utilità spettante a ciascuno in forza del valore di
fine che ha la persona morale, e della solidarietà che stringe gli uomini tra
loro. A chiarire questo concetto gioverà vederne l’applicazione ad uno dei
problemi più gravi del tempo nostro, quello relativo alla migliore
distribuzione della ricchezza, che ha preso il nome di giustizia sociale.
Fouillée indica tre teorie intorno ad essa, la individualistica degli
economisti smithiani, la collettivista ed egualitaria del socialismo,
l’idealistica che cerca di con temperare i diritti deirindividuo e quelli della
società. La teoria economica considera troppo il lavoro come merce, e i
lavoratori come cose o come macchine di produzione. Ma dal punto di vista
sociale e morale il lavoro rappresenta le energie accumulate di esseri viventi,
sensibili e consapevoli, tra i quali ci è necessariamente la solidarietà che
deriva dal fine comune e dal lavoro comune. Di più questi esseri e queste
energie sono parte della società, e questa è una solidarietà più vasta che
abbraccia come abbiamo visto tutte le energie dello spirito. Nella prima metà
del secolo passato T individualismo economico ebbe libero corso, e la merce
lavoro fu considerata a parte dalla personalità del lavoratore, e dalla
solidarietà sociale. Il lavoro fu sfruttato prevalendosi della concorrenza dei
lavoratori, e fu sfruttato di più quello pagato meno, il lavoro delie donne e
dei fanciulli; cosi Tingiustizia più aperta fu legge. La sorte dei lavoratori
fu abbandonata al meccanismo della concorrenza, alle leggi che si dissero
naturali, e la società si disinteressò della protezione dei deboli. Pareva che
pei seguaci di questa scuola la ricchezza tosse tutto, l'uomo nulla. La legge
di MALTHUS e il darwinismo biologico fecero il resto sottomettendo la persona
umana alla concorrenza vitale, ed elevando la voluta giustizia della natura a
giustizia sociale. Della solidarietà sociale non si davano nessun pensiero. Ma
una società di esseri morali non ci è solo per la produzione della ricchezza, e
1’ uomo è qualche cosa di più che un accumulatore di capitale. La società umana
sussiste per realizzare l’ideale umano; P idea di giustizia è umana, e non può
quindi prendersene il modello dalla natura, perchè essa non esiste nel senso
morale se non è fondata sulla solidarietà. Anche Peconomia collettivista
inculca una giustizia che non è quella dello spirito, ma quella della natura.
Facendo della lotta di classe una necessità sociale, e del trionfo della classe
più numerosa e [più forte l'esito necessario di quella,cangia i termini della
lotta economica, non la natura; la lotta di classe non è meno brutale della
concorrenza, ed è pari o maggiore il disdegno delle ideologie nei collettivisti
e negli economisti smithiani. Se non che 1 primi non tengono conto che del solo
lavoro materiale nella produzione, e non badano che non ci è giustizia senza
libertà. Invece la parte del fattore sociale nella ricchezza, e specialmente
quella dovuta all'addizione di esso nel tempo è così grande, che mal si
potrebbe confonderla con quella che vi ha il lavoro mate¬ riale in un'epoca
determinata. Basta riflettere all’importanza capitale che hanno le scoperte
scientifiche in generale e le tecniche in particolare nella produzione della
ricchezza, per persuadersi che la parte della mano d'opera è assai minore di
quella che il collettivismo afferma. Questa parte sociale, ovvero buona parte
di essa è dovuta all’iniziativa individuale, alla forza individuale di lavoro,
e non sarebbe giusto di togliere ad esse quello che senza di esse non
sussisterebbe, e sopprimere lo stimolo che le fa operare togliendo loro quello
che producono. Anche solo nella produzione della ricchezza non si può
giustamente sopprimere V alea a cui la potenza di lavoro individuale va
incontro con una speciale costituzione sociale. Poiché è impossibile sopprimere
le disuguaglianze naturali, come la forza fisica e morale, la bellezza, il
valore, il genio, così non si può prescindere dalla potenza individuale di
lavoro, perchè il prescinderne è contro la giustizia distributiva, contro la
libertà, e quindi contro il bene sociale. L'idea di giustizia è la sintesi
della libertà e della solidarietà e solo quella forma di essa è vera, che non
ripudia l’una per l’altra. Non si può negare airindividuo la proprietà di
quella parte di ricchezza, che esso ha prodotto, più di quello che si possa
negare a un popolo la proprietà del territorio sul quale si esercitò per secoli
il suo lavoro trasformatore e creatore. Sotto questo rispetto la negazione
della proprietà individuale non sarebbe ingiustizia minore dì quella di negare
al popolo italiano o francese la proprietà del territorio della patria in nome
del diritto dei selvaggi bruciati dal sole tropicale, o di quelli agghiacciati
dai geli delle regioni circum-polari. La giustizia, che accorda la libertà e la
solidarietà, considera il lavoro come una forza propria di un essere personale,
che deve essere padrone di se stesso. Quindi essa riconosce la libertà di
associazione e di resistenza dei lavoratori, riconosce ad essi il diritto di
trasportare dovunque la loro forza di lavoro, ed evita che la libertà del
lavoro sia manomessa con la schiavitù forzata del lavoratore, qualunque forma
questa possa assumere. D’altra parte rassicurazione dagl’ infortunii, il riposo
festivo, le ore di lavoro, il divieto del lavoro notturno, la disciplina del
lavoro delle donne e dei fanciulli, e il riconoscimento infine del diritto al
lavoro, sono tutti atti di giustiziaci quali sostituiscono la carità
indeterminata e di pura coscienza che prima vigeva. È in forza del principio
della solidarietà che la società deve oggi far profittare anche gli esclusi e i
diseredati, dei beni strettamente necessarii alla sussistenza, e di quelli che
sono inesauribili dall'uso/come i beni superiori dello spirito, la cultura,
l’arte, la religione, È in forza dello stesso principio che la società deve
evitare che il profitto individuale danneggi il sociale in rapporto al futuro.
La società deve conservare alle generazioni che verranno i beneficii del
passato, come la potenza di lavoro e la sanità della razza, cosi dal punto di
vista fisico che dal morale. E rispetto al presente, il regolamento del lavoro
non può essere più quello di una volta, quando il lavoratore animato essendo la
sola fonte del lavoro, e l’utensile un semplice organo aggiuntivo
dell’individuo, tutti i rapporti del contratto di lavoro potevano essere
abbandonati al regolamento privato. Oggi il la’ voro è collettivo, l’utensile
si è trasformato in macchina, e la forza di lavoro umana è diventata un
accessorio della forza naturale e meccanica resa dalla scienza strumento dei
fini umani.Il grande lavoro è oggi, pel numero e per la qualità, un’opera
sociale, e vuole quindi un regolamento sociale. Se si considerano gli stadii
dello sviluppo etico-sociale, il primo è rappresentato da una giustizia nella
quale prepondera l’elemento della solidarietà, quindi la libertà individuale o
non esiste, o è in tutti i modi limitata dalla regola sociale. Diventati sempre
più complicati e più numerosi i rapporti sociali, si va necessariamente all*
individualismo, e la giustizia s’identifica con la libertà individuale. Nel
terzo stadio, il grado di massima complicazione dei rapporti esige il loro
regolamento sociale; ma questo non deve dimenticare gl' interessi connessi con
la libertà, e che non sono più individuali che sociali. La giustizia, in questo
terzo stadio, è il contemperamento della libertà con la solidarietà, che è
anche il suo ideale. Biblioteca Pedagogica Antica e Moderna Italiana e
Straniera Volume L FILIPPO M ASCI \ — mai INTRODUZIONE generale alla PSICOLOGIA
OPERA POSTUMA A CURA E CON PREFAZIONE DI M. MARE SC A MILANO-ROMA-NAPOLI
SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI DI ALBRIGHI, SEGATI & C. 1926 PROPRIETÀ
LETTERARIA DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI . Di ALBRIGHI, SEGATI &
C. Tipografia della Casa Editrice S. Lapi, Città di Castello. 1 Pillili!
PREFAZIONE L’opera che presento al pubblico degli studiosi con¬ tiene due corsi
di lezioni tenuti nella R. Università di Napoli dal prof. Filippo Masci negli
anni 1913-146 1914-15, sotto il titolo di « Introduzione generale alla
Psicologia ». Pubblicando questi due corsi integralmente, mantengo una promessa
e compio un dovere. Verso la fine del mese di settembre 1922 vidi per l'ultima
volta il mio venerando Maestro, nella casa ch’Egli abitava in Napoli, dalla
quale non si era mosso quell’anno, per la consueta villeggiatura, nella sua
ridente cittadina abruzzese, Francavilla al Mare, dov’era nato il 1844, per¬
chè già aggravato da quella irrimediabile paralisi che lo condusse alla morte
il 7 dicembre dello stesso anno. L’ul¬ timo colloquio fu una specie di
testamento spirituale ed un’ultima professione di fede filosofica. Il Maestro
mi mostrò i suoi corsi inediti, quelli ai quali più teneva, dopo i tre raccolti
nel volume « Pensiero e Conoscenza » allora pubblicato dall’Editore Bocca di
Torino. Sopratutto ri¬ chiamò la mia attenzione sui corsi di Psicologia e di
Psicogenia, ch'egli considerava come un complemento in¬ dispensabile
dell’edificio ideale delineato in « Pensiero e Conoscenza », e manifestò il
desiderio che fossero pubbli¬ cati. Promisi il mio interessamento col più vivo
augurio ch’Egli sopravvivesse alla pubblicazione dei suoi lavori inediti: ma
«pria che l’erbe inaridisse il verno» quel Grande periva e neppure assisteva
all’ inizio della realiz- r — iv — zazione delle sue speranze. Se oggi, dopo
non poche dif¬ ficoltà felicemente superate, sono in grado di mantenere la
promessa, ho anche la soddisfazione di compiere un dovere verso la scienza e
verso l’Italia. Il pensiero filosofico di Filippo Masci, com’ebbi a dire altra
volta,1 è poco noto in Italia. Le sue 'moltissime memorie accademiche sono poco
conosciute ; anche l’opera fondamentale « Pensiero e Conoscenza » ch’è un
organico trattato di Gnoseologia, è passata quasi inosservata, se si eccettua
un modesto tentativo di discussione fatto dalla « Rivista di Filosofia
Neoscolastica ». I più conoscono Fi¬ lippo Masci come l’autore degli « Elementi
di Filosofia » per i Licei ; volumi pregevolissimi, ma anche questi poco noti.
Ora che dall’insegnamento della Filosofia nei Licei sono state bandite le
esposizioni elementari dei problemi filosofici come parti di un tutto
dottrinale per sè stante, il silenzio sul pensiero filosofico del Masci si
estende come si estende 1’ ignoranza sulle trattazioni sistematiche dei
problemi filosofici. Perciò credo che sia doveroso per un italiano e per uno
studioso di filosofia il richiamare l’attenzione del pubblico che legge e
studia sopra un’opera di forte ori¬ ginalità, di organica concezione, di lucida
esposizione, di vasta e sicura dottrina, qua'l’è 1’ « Introduzione generale
alla Psicologia » di F. Masci. È un’opera che onora il pensiero italiano e la letteratura
filosofica mondiale. Non è un trattato di Psicologia elementare (il trattato
l’aveva già scritto e pubblicato fin dal 1904 sotto il titolo di « Ele¬ menti
di Psicologia) » : ma è una concisa e compiuta espo¬ sizione dei problemi e dei
dibattiti fondamentali cui dà luogo lo studio della Psicologia, dalla
determinazione » La vita e le opere di F. Mosci. Discorso commemorativo tenuto
in Chieti dal prof. M. Maresca, Chieti, Stabilimento Arti grafiche, 1925.
dell’oggetto ai metodi agl’indirizzi agli elementi ed alle formazioni
psichiche. È la trattazione del complesso pro¬ blema psicologico guardato
criticamente al lume e nei termini di una concezione filosofica della realtà.
Non è un’esposizione ed una soluzione filosofica dei problemi psicologici, i quali
rimangono specifici problemi ed assunti della scienza psicologica, che ormai ha
conquistata la sua autonomia di fronte alla Metafisica, pur ricevendo da questa
le- sue ipotesi ultime ; ma è una disamina critica dei presupposti filosofici e
delle esigenze sperimentali della Psicologia, una discussione dei limiti degli
uni e del valore delle altre, ed una determinazione orientativa di ciò ch’è
acquisito, di ciò ch’è opinabile e di ciò ch’è arbitrario relativamente al
campo specifico delle indagini psicologiche e delle esigenze conoscitive in
esse implicite. Se si pensa quanto sia scarsa la produzipne filosofica italiana
in generale e nei problemi critici della conoscenza effettiva in particolare,
massimamente di quella psicolo¬ gica, dove i contributi sono isolati e
frammentari e dove più scarso è l’interesse del pubblico, si comprenderà come
sia urgente « risvegliare i morti poiché dormono i vivi » e quanto possa essere
benefico inserire nella cultura ita¬ liana un’opera di forte tempra
scientifica, nutrita di severe indagini obiettive, in un momento in cui la
tradizionale passione italica per l’esame delle « ragioni seminali » delle cose
(S. Tommaso d’ Aquino), per l’indagine delle ra¬ gioni che «vengono in
esperienza » (Leonardo da Vinci), per il « provare e riprovare » (Galilei), sta
per cedere il posto al più sterile vaniloquio congiunto col più improvvido ed
ingiustificato disprezzo dei fatti ^he costituiscono il tes¬ suto di quella che
Machiavelli chiamava la conoscenza effettuale del reale. * * * L’« Introduzione
generale alla Psicologia » oltre l’in terese che offre per la perspicua
esposizione storico-cri VI tica delle principali e più importanti questioni
psicologiche e per la soluzione che ne presenta, a volte originale, ma sempre
rigorosamente coerente ai principi ed all’ insieme dei problemi studiati, ha
un’importanza fondamentale per la veduta centrale della filosofia dell’Autore
ch’è la con¬ cezione monistica psicofisica della realtà. La tesi masciana è
inconfondibile con tutte le altre vedute escogitate per spie¬ gare la duplicità
della serie fenomenica, fisica e psichica. Il Masci è rigorosamente monista
contro ogni forma di dualismo e di parallelismo psicofisico ; ma è un monista
antisostanzialista e antifenomenista. Per lui tutte le forme di sostanzialismo
tanto materialistico quanto spirituali¬ stico sono antiscientifiche, inutili e
vuote di significato : la sostanza è inseparabile dalle sue proprietà o manife¬
stazioni, di cui è il centro o l’unità dinamica. E se la necessità dell’ idea di
sostanza, per la sua natura di forma della conoscibilità del reale (categoria)
si manifesta e si fa valere tanto pei- fatti della natura esteriore quanto pei
fatti psichici, non si può dire lo stesso per l’idea di so- stanza semplice, la
quale non serve affatto a gettar luce sulla natura e sulle leggi dei fatti
psichici. Dunque nè monismo materialistico nè monismo spiritualistico, ma
monismo psicofisico, che importa questo : il fatto psichico è la manifestazione
interna, il fatto materiale la manife¬ stazione esterna di un’entità in sè una,
psicofisica. Questo è il fatto dell’esperienza : il compito della teoria non
può essere altro che quello di rendere concepibile il tatto. Ma la duplice
manifestazione non deve intendersi come l'aspetto o il fenomeno di una realtà
in sè ignota : le due serie, la psichica e la fisica, l' interna e l’esterna,
sono reali, e sono collegate tra loro "non da una legge causale, ma da una
legge di coesistenza. L’unione dell’anima e del corpo è un rapporto generale di
coesistenza, il quale non può essere causale nè nel senso che uno dei due ter¬
mini sia causa dell’altro, nè nel senso che le due realtà derivino da una
realtà unica ulteriore : nel primo caso sarebbe in contraddizione con
l’equazione qualitativa della VII causalità, nel secondo non saremmo capaci di
concepire una Costanza al di là delle sue proprietà. « La realtà ci si presenta
sotto queste due forme reali ; non potremmo negare il fatto per questo che i
nostri tentativi di ridu¬ zione falliscono» (p. 217). E le due forme ci si
presen¬ tano come una sola realtà, così come sono un mondo solo quello dello
spazio e del tempo, della materia e dell’ener¬ gia : ci si presentano come
essere e coscienza di essere. Perchè si dovrebbe negare la loro unità? Non c’è
mai un momento, in tutta l’evoluzione della realtà, in cui il fenomeno fisico
cessa per diventare fenomeno psichico ; nè c’è un momento in cui il fenomeno
psichico cessa per diventare fenomeno fisico : i due fenomeni decorrono in¬
sieme e costituiscono lo sviluppo psicofisico della realtà che va da un massimo
di materia e un minimo di spirito ad un massimo di realtà spirituale congiunta
ad un mi¬ nimo di esistenza materiale. Qualunque sia il valore che si dà al
principio di causa e a quello della conservazione dell’energia, che n’è
l’espressione fisica, la materia non può essere il fenomeno dello spirito, nè
questo si può dedurre dal movimento dei fatti fisici : un fatto fisico non si
spiega se non riportandolo ad uno o a più altri fatti fisici, e lo stesso
dicasi del fatto psichico. , Senonchè se le due serie di fatti sono
qualitativa¬ mente eterogenee, come si spiega la loro unità sfuggendo alla
teoria del doppio aspetto f Il Masci risponde con due osservazioni, una delle
quali riguarda la natura della realtà, l’altra la natura della co¬ noscenza. In
primo luogo non c’è alcuna inintelligibilità nella coesistenza reale di due
serie irreducibili di fatti : « come il calore e la luce, il calore e la
repulsione mole¬ colare, il numero delle vibrazioni e l’altezza del suono, sono
qualità irreducibili e correlativamente variabili di un fatto in sè unico, cosi
sono il fatto cerebrale e il fatto psichico» (pp. 218-19). È vero che la nostra
mente tende alla riduzione, ma quando questa è impossibile, p. e. la gravità e
la coesione, la gravità e l’urto, si rinunzia alla Vili riduzione senza perciò
negare l’unità della realtà a cui le suddette proprietà si riferiscono.
Similmente dovremo fare per i fatti fisici e psichici, rinunziare alla
riduzione mentale ed ammettere l’unità e la compenetrazione reale quale ci è
data dall’esperienza. Insomma l’unità psicofi¬ sica, pur essendo unità reale,
diventa dualità e irreduci- bilità mentale, perchè è oggetto di due apprensioni
diverse, il senso interno e l'esterno. Ma la duplice apprensione — coscienza e
senso — non è l’effetto di un’ottica men¬ tale, bensì coincide con la duplice
manifestazione della realtà, è la rivelazione della realtà a se medesima:
quindi la manifestazione non è fenomenica, ma si identifica con l’essere della
realtà. La coscienza e il senso sono due forme di una medesima rivelazione, e
come non è possibile con¬ cepirle separate, cosi non è possibile concepire la
realtà che per l’unità delle due forme di manifestazione, le quali perciò sono
conformi alla realtà L’irreducibilità dei due ordini di apprensione della
realtà è un effetto della con¬ dizione particolare dello spirito umano, che si
è differen¬ ziato dalla natura esteriore, perchè sia possibile la cono¬ scenza,
e con essa la creazione autonoma dell’ordine spirituale. « Se la conoscenza
potesse accompagnare lo svi¬ luppo della realtà dall’interno p. e. della
materia che gra¬ vita, e seguire l’evoluzione del fatto interno omopsichico,
cosi come possiamo seguire quella del fenomeno esterno, forse tutte le
difficoltà, tutte le antitesi potrebbero essere rimosse» (p. 168). Ma lo
spirito umano può assistere di¬ rettamente all’evoluzione della realtà solo
dall’autoco¬ scienza in avanti; non può assistere alle origini, all’intimo
lavorio che aggrega la materia nei nfondi, che determina le combinazioni
chimiche, che produce la vita, la psichi- cità e l’autocoscienza. Perciò della
natura ha una cono¬ scenza ab extra, circa rem, solo del mondo dello spirito
una conoscenza in re. Ma dalla duplicità percettiva non si deve risalire nè alla
duplice sostanza nè alla duplice causa¬ lità, e nemmeno si deve riporre
l’essenza nell’uno o nel¬ l’altro dei contenuti percettivi o in un tertium quid
che IX * non si riesce a concepire. Dunque la separazione assoluta delle due
serie causali è puramente mentale ; in realtà le due serie causali sono una
sola e costituiscono la causa¬ lità psicofisica. Ecco il nocciolo della
concezione psicofisica della realtà, quale fu professata dal Masci, come
l’ipotesi più generale della Psicologia. E certamente il problema fondamentale
di questa disciplina è costituito appunto dal rapporto di correlazione e
d’indipendenza insieme tra i fatti psichici ed i fatti fisiologici. Sul terreno
della Psicologia l’ipotesi del monismo psi¬ cofisico è, come tutte le ipotesi
più generali delle scienze, una idea direttrice, valida se feconda come
principio di coordinazione dei fatti nelle leggi. La sua giustificazione non
può venire dalla Psicologia, ma dalla Gnoseologia e dalla sua coerenza e
fecondità come principio d’intelligi¬ bilità dell’esperienza psichica. * * *
Gnoseologicamente si potrebbe osservare che se la co¬ noscenza è la rivelazione
della realtà a se medesima, le forme del conoscere sono le forme stesse della
realtà e perciò le separazioni conoscitive sono la rivelazione di se¬ parazioni
oggettive. In altri termini : se il reale è corre¬ lativo del pensiero, non ci
sarà una unità reale dell’espe¬ rienza, che si rivela in due manifestazioni
conoscitive irreducibili. La realtà non ha una sua unità prima e oltre il pen¬
siero, se questo è essenziale alla realtà. Inoltre si po¬ trebbe indagare anche
se le due forme di apprensione della realtà siano davvero irreducibili, come è
sembrato al Masci, o piuttosto l’irreducibilità non sia il prodotto d’un
artificio astrattivo. E forse la chiave di volta per risolvere il delicatissimo
problema è indicata dallo stesso Masci, quando sostiene contro Bergson il
carattere qualitativo e quantitativo insieme dei fatti psichici. I fatti
psichici non X si riducono a movimenti spaziali, ma non sono privi di
grandezza, se la grandezza spaziale non è la sola grandezza concepibile. Il
tempo non è la negazione dello spazio, se è un momento della sua costruibilità.
E lo spazio non è una proprietà oggettiva che una serie di fatti possiede in¬
dipendentemente dalla coscienza. È vero che la materia non è il fenomeno dello
spirito, ma nemmeno può sostenersi che essa sia una proprietà della realtà
irreducibile alle qualità dello spirito. Insomma se la materia la conosciamo
per lo spirito non può essere eterogenea a questo. Gno- seologicamente
parlando, se la materia è un contenuto di sensazioni non può essere eterogenea
agli stati psichici, altrimenti la conoscenza sarebbe il punto di contatto fra
due modi di essere irreducibili del reale, e quindi non sarebbe più sintetica.
Perciò l’ipotesi del monismo psico¬ fisico è suscettibile di essere
ulteriormente elaborata pro¬ prio sulle direttive metodiche segnate
rigorosamente dal Masci alla Psicologia per metterla in armonia con le esi¬
genze più generali della Gnoseologia. In una scienza, come la Psicologia, dove
i punti di vista sono cosi mobili e variabili, e dove i fatti sono cosi
instabili e diversi, è difficile dire quale sia il punto dal quale un'indagine
sia stata rinnovata seriamente e quali siano i risultati che rappresentino un
acquisto stabile per la scienza. Ma è certamente poco l’asserire che il Masci
ha detto il meglio che si potesse dire per ogni questione generale, quando Egli
ha spinto la ricerca fin dove il ri¬ gore del metodo scientifico e la coerenza
con le premesse filosofiche potevano utilmente condurlo. Nemico delle ge¬
neralizzazioni affrettate e delle indagini esplicative di fatti non ancora bene
accertati, è stato troppo guardingo e mi¬ surato uell’accogliere le novità di
certe branche nuovissime della Psicologia, come la metapsichica, la conoscenza
so¬ pranormale ecc. . Il suo capitolo sull' Inconscio presenta XI V qualche
eccessiva cautela che oggi potrebbe costituire una lacuna. Ma ciò non dipese da
difetto di prospettiva o dar disprezzo delle esperienze nuove, bensì dall’abito
di pru¬ denza e di serietà scientifica che lo rese restìo ad accogliere
suggestioni ed ipotesi che non gli sembravano verificabili dall 'esperienza.
Certamente se Egli fosse stato ancor vivo e avesse licenziato alle stampe
questo lavoro oggi, lo avrebbe ritoccato ed aggiornato in più d’un capitolo. Ma
io ho creduto opportuno di non alterare menomamente la fisionomia genuina
dell’opera, nemmeno con note illustra¬ tive, salvo pochissime volte, per
indicare altre fonti del pensiero del Masci o per ricordare al lettore che il
libro fu scritto da oltre dieci anni. • Pavia, R. Università, 6 marzo 1926.
Mariano Maresca. 1 ✓
INDICE DEI CAPITOLI Cap. I - Oggetto della Psicologia e sua definizione ....
Pagg- 1-29 Cap. II - Metodi della Psicologia . . * 31-84 Cap. III - Indirizzi
generali della Psico- logia . » 85-98 Cap. IV - L’idea dell’Anima. . . . »
99-123 Cap. V - Discussione delle teorie - Le teorie metafisiche . . . »
125-206 Cap. VI - Il concetto della materia . » 207-213 Cap. VII - L’unità
psicofisica .... » 215-220 Cap. Vili - L’unità della causalità psico- 221-228
fìsica . » Cap. IX - L’ inconscio . » 229-243 Cap. X - L’ inconscio nella
natura inor- ganica - Natura psicofisica della realtà . » 245-252 Cap. XI ■ La
sopravvivenza .... » 253-264 Cap. XII - Elementi e formazioni psi- chiche . »
265-280 Cap. XIII - Le formazioni psichiche . . » 281-317 Cap. XIV - Definizione
e irreducibilità reciproca degli elementi psichici : il circolo della vita
psichica . » 319-343 XIV Cap. XV - Il circolo della vita psichica. Pagg.
345-389 Cap. XVI - Le formazioni psichiche fon¬ damentali della Psicologia . ’
umana . » 391-417 Cap. XVII - Il linguaggio . » 419-445 Cap. XVIII - Leforme
superiori di svilup-' po della Coscienza umana. » 447-461 Cap. XIX - La
Moralità . » 463-468 Cap. XX - La Religione . » 469-475 Cap. XXI - L’Arte . »
477-486 I INDICE DEGÙ AUTORI CITATI Agostino (S.), p. 404; Apathy, 105;
Aristotile, 28, 79, 118, 123. 417- Bacone R., 300; Bain, 198, 330, 337;
Barthez, 119; Bechte- rew, 76; Bergson, 48, 49, 51, 52, 55, 60, 61, 62, 63, 64,
205, 231, 279; Berkeley, 144; Bernard CL, 120; Bernouilli, 37; Bessel, 65;
Bethe, 105; Bichat, 108, 119; Binet, 66, 69, 77; Blumenbach, 119; Boas, 47;
Bonnet, 119; Bordoni, 69; Bouguer, 37; Bourdon, 72; Brentano, 47, 230; Braca,
109, 113, 115, 429, 431; Broussais, 108; Buccola, 66, Buffon, 119; Bùcher, 426;
Biihler, 67, 77. Cabanis, 108; Carpenter, 230; Cartesio, 3, 4, 15, 179, 188,
207, 226, 254; Cesare, 67; Coleridge, 242; Condillac, 89, 268; Comte 108.
Dante, 456; Driesch, 120; Du Bois Reymond, 75, 134; Duhem, 208, 209. Erodoto,
235; Eschilo, 149. Fechner, 37, 39, 40, 42, 197, 198; Ferrier, 50; Fichte, 144,
254; Fick, 269; Flechsig, 1 1 5 ; Flourens, 108, 109, 1 13 ; Fortlage, 230;
Foscolo, 255. Galilei, 60, 207, 296; Gali, 108, 109, 113; Gastrota, 66;
Gay-Lussac, 209; Gioberti, 415 ; Golgi, 105, 114, 116, 117; Goltz, no, 198,
290. XVI Haeckel, 247; Haller, 37, 119; Hamilton, 437; Hartmann, 91, 144;
Harvey, 240; Hegel, 58, 144, 196, 317; Held, 105; Herbart, 35, 36, 87, 144,
156, 157, 268, 317; Helmholtz, 305; Herzen, 237; Hitzig, no, I13. it6; Hobbes,
254; Hodgson, 138, 198; Hòflding, 28, 198, 234, 236, 237; Humboldt, 421 ; Hume,
254, 406; Huxley, 138. James, 28, 50. 159. 231. 282, 305. 3M. 315. 397. 398,
407; Jodl, 230. Kant, 19, 34, 36, 155, 160, 254, 257, 291, 315, 352. 3531
Keplero, 59; Kostyleff, 73. 75. 76; Kulpe, 77, 79; Kussmaul, 116. La Fontaine,
242; Lange, 198; Lambert, 37; Laplace, 37; Le Bon, 212; Le Dantec, 72; Leibniz,
88, 93, 144. 155, 179. 184, 208, 254, 270, 352 ; Leonardo, 201 ; Leopardi, 255,
436; Le Roy, 231 ; Lichen, 74; Lipps, 198, 328; Locke, 33. 87, 254, 282, 301,
305; Lodge, 19; Loeb, 290; Lotze, 19, 180, 181, 182, 183, 184, 268; Luciani,
no, 114, 115, 246; Lugaro, 69; Lutero, 471. 475- Mach, 231; Malebranche, 184;
Manzoni, 315, 436; Ma" riotte, 209, 296; Marro, 69; Meynert, 114; Messer,
77; Mill (Stuart), 283, 285, 287, 288, 294, 306; Morselli, 69; Mosso, 69;
Muller G., 37, 109, 119, 299; Munck, 114; Munsterberg, 13?, 138, 198, 268;
Myers, no, 231, 232, 237, 242. Nernst, 212; Newton, 60, 79, 207, 288, 296, 302,
312, 359, 460; Nissl, 72, 105. Omero, 3; Orth, 77; Ostwald, 19, 20S, 231.
Panizza, no, 113, 114; Pascal, 235, 262; Paulsen, 191, 198; Pelletier, 75;
Petrarca, 436; Poincaré (H.), 231, 232, 305, 403; Platone, 3, 45, 256, 317.
Reid, 34, 330; Reinke, 121 ; Ribot, 138, 198, 330, 332, 333. 336; Royce, 328.
XVII Seppilli, 114, 115; Sergi, 15; Sigwart, 192; Schelling, 193, 195. 196,
200; Schopejihauer, 90, 144, 268, 326, 342, 438, 483 ; Spencer, 91, 198, 268,
282, 283, 287, 288, 289, 330, 331, 333; Spinoza, 164, 193, 194, 195. 251. 254,
471, 475; Spir (A.), 317; Spurzheim, 108, 113; Stahl G. Ernesto, 119;
Steinheil, 37; Stout, 198; Stumjif, 27, 137, 328, 396. "Pannery, 44;
Tartini, 242; Tertulliano, 3; Tomma¬ so (D’Aquino), 179, 338; Trendelenburg,
417; Tyn- dall, 133. Verne, 458; Vierordt, 37; Villemain, 45; Vulpian, 109.
Weber, 37, 38, 39, 40; Wentscher, 192; Wernicke, 114, 115, 429, 431; Wolff, 1
19, 156; Wundt, 8, io, 43, 78, 80, 91, 115, 192, 197, 198, 247, 268, 323, 352.
Zenone, 411; Ziehen, 198; Zola, 29; Zòllner, 247. * — Masci, Lattoni di
Psicologia. ERRATA CORRIGE 33 riga 9 Psicoloci Psicologici 37 » U de Menstira
De Mensura 97 » 25 raggiunto raggiunta 143 a 15 in questo in questa 161 a IO
della dalla 198 » 31 Gode Goltz 198 » 32 Zircben, il Lippos Ziehen, il Lipps
208. » 2 Os'vald Ostvvald 210 » 20 Mendelesiff Mendeléef 212 » 25 Nerust Nernst
220 » 20 quantità qualità 222 a 23 tertium guind tertium quid 331 a 13 Pearsou
Bergson 434 a 15 adopera adoperano 437 A 24 occidentali accidentali 44i A 29
pronuncia provincia 442 A 6 rosso rosso 443 A i7 alle quali alia quale 443 » 24
non è se non è segno se 444 A 9 fisilogico fisiologico 448 A 21 permangano
permangono 453 A 31 delle dalle 471 A 34 dalla della 472 A 11 bensì soltanto la
quale consiste in 473 A 12 0 il e il 473 A 21 prime fra tutte le prima fra
tutte la 473 A 22 religioni religione 478 A 13 stesso qualche stesso è qualche
478 » 16 questa forma questa una forma 478 » 31 in eccesse in eccesso 480 » li
e aggrupparsi e l’arte può aggrupparsi 480 1» 32 alle sue nelle sue 481 A IO da
essa ad essa 482 A 32 nella imagi ni nelle imagini 484 A 17 dall’antica
dell’antica I CAPITOLO I. Oggetto della psicologia e sua definizione I. — La
determinazione dell’oggetto della Psicologia ci pone subito di fronte alle
quistioni fondamentali che hanno sempre affaticato questo ramo di conoscenze e
lo affaticano ancora, e ne daranno forse il suo problema per sempre. Di questo
prohlema ci dovremo occupare più specialmente nella parte -quarta del nostro
studio ; ma già fin da ora è necessario di delibarne qualche traccia. _ Come va
definita la Psicologia ? Se definissimo la Psicologia, la scienza dell’anima,
la nostra definizione avrebbe il doppio difetto, di essere verbale, e di non
essere un concetto chiaro. L’ idea dell’anima non ha difatti Io stesso
significato nella coscienza comune e nella Filosofia, sebbene in ambedue nasca
dallo stesso bisogno mentale di riferire ad una sostanza i fatti soggettivi ed
interni, come riferiamo ad un’altra so¬ stanza (la materia) i fatti oggettivi
ed esterni. Ma seb¬ bene materia ed anima siano due problemi per la scienza,
che persistono anche oggi, non si può disco- i — Masci, Lezioni di Psicologia.
noscere che l’ idea di materia sia anteriore e più chiara relativamente. La
prima esperienza, cosi volgare che scientifica, riguarda il mondo esterno, e
l’esperienza scientifica intorno ad esso è insieme qualitativa e quan¬
titativa. L’esattezza delle cognizioni che l’esperienza, sotto tutte le forme,
ci dà intorno ed esso, la loro chiarezza, si ripercuote sull’ idea che ci
facciamo della sostanza materiale, lè cui proprietà essenziali, l'esten¬ sione,
l’impenetrabilità, la resistenza, il movimento, la forza non formano quasi un
problema per l’esperienza comune ; per quanto lo formino poi per la conoscenza
scientifica. Pure la prima distinzione è quella dei fatti; e come tali essi
hanno eguale certezza, gl’ interni come gli esterni, anzi per la riflessione,
se non per la per¬ cezione immediata, i primi hanno certezza maggiore. La
distinzione dei due ordini di fatti si stabilisce presto nella coscienza, ma da
principio è materiale soltanto e consiste nella differenza tra la sensazione
del proprio corpo, e quelle delle cose esteriori. Di poi le sensazioni
geometriche (tatto e vista), da una parte, e le muscolari di resistenza e del
limite, accen¬ tuano i caratteri della rappresentazione delle cose este¬ riori
; mentre la separazione delle sensazioni dalla memoria delle sensazioni, e
l’unità e la continuità del sentimento soggettivo, accentuano gradatamente la
se¬ parazione dei fatti interni dagli esterni, e danno ad essi un centro di
rannodamento che prepara l’equiva¬ lente psichico della sostanza materiale.
Presto anche si vede che taluni fatti psichici, come i sentimenti e le
volizioni, non hanno riferimento ad oggetti esterni; e quelli stessi che
l’hanno, non sempre ricevono la conferma dell’esperienza, e sembrano compiersi
inte¬ ramente nell’ internità della coscienza, p. es. i sogni e le
allucinazioni. ' Nella vita individuale, come in quella della specie, arriva
sempre un momento nel quale l’uomo distingue il sentimento e la coscienza di se
dall’organismo, e pone questo tra gli oggetti del mondo esterno. Allora al
percepire, al sentire, al volere è assegnato un soggetto diverso dal corpo, che
è oggetto della percezione esteriore ; la psiche si restringe al¬ l’esperienza
interna, e l’esterna abbraccia tutto quello che occupa spazio e si muove nello
spazio. La Psicologia etnica insegna che l’idea dell’anima percorre, nella
specie umana, la stessa storia che nel- , l’ individuo umano. Essa difatti,
come gli etnologi più recenti hanno dimostrato, non è primitiva : deriva
principalmente, se non esclusivamente, dai sogni, e dal sentimento che porta ad
immaginare la sopravvi¬ venza dopo la morte ; limitata e temporanea prima,
illimitata di poi. Ma anche dopo formata l’idea dell’anima, essa è considerata
come materiale, di una materialità più tenue, e quasi evanescente rispetto a
quella del corpo, seb¬ bene in tutto simile ad esso, di cui è il duplicato
visibile, trasparente, aeriforme. Tale è la rappresen¬ tazione dell’anima in
Omero; e fu necessario tutto lo sviluppo del pensiero greco da Omero a Platone,
perchè ogni traccia materiale fosse cancellata dall’ idea del¬ l’anima. Nel
medio-evo la rappresentazione ideale si oscura di nuovo ; si ritrovano le
concezioni materialistiche anche nei dottori della Chiesa, come in Tertulliano
e nella dottrina, che ebbe tanta diffusione, del tradu- cianismo. E bisogna
venire fino a Cartesio per trovare una dottrina spiritualistica opposta, come
la platonica all’omerica. Possiamo dire anzi che se l’ idea dell’anima è un
prodotto della coscienza comune, non lo è se non — 4 — nella forma della
sostanza materiale attenuata ed eva¬ nescente, mentre come sostanza affatto
diversa ed op¬ posta, è solo il tardo prodotto delia riflessione filosofica.
Difatti nell’ imaginazione del volgo, come in quella poetica, la
rappresentazione dell’anima ha sempre ca¬ ratteri e figura fisica; ed è
naturale, perchè l’anima- sostanza dei metafisici, non è rappresentabile. Anche
la teoria degli spiriti- animali e dell’ influsso fisico in Cartesio è una
sopravvivenza della rappresentazione animistica primitiva ; e le nuove
insorgenze dell’ani¬ mismo nei fenomeni cosiddetti di spiritismo, specie delle
materializzazioni, riconducono a quelle stesse forme non cancellabili di
semimaterialismo. Se man¬ casse l’influenza della religione e della sua
romantica teorica, l’ imaginazione popolare non potrebbe essere che
materialistica. L’idea dell’anima, come una sostanza diversa dalla sostanza
materiale, non è un dato dell’esperienza, ma una costruzione di una scuola di
psicologi, una costru¬ zione iperempirica, o come li dice metafisica, la quale
è oggetto delle ricerche e delle discussioni della Psi¬ cologia metafisica.
Quello che l’esperienza ci dà è la coscienza di sè, o l 'io, come fatto o
realtà vissuta e non negli elementi trascendenti della realtà sostanziale
immateriale che le si dà come sostrato. Vedremo che quegli elementi sono tutti
negativi, come quello di semplicità, di inestensione, di incorruttibilità ;
ottenuti mediante i concetti negativi delle proprietà della so¬ stanza
materiale, e che non potrebbero concretarsi in un concetto rappresentativo.
Limitandoci ora alla de¬ scrizione della Psicologia, e riserbando alla parte
quarta del nostro studio la discussione approfondita del pro¬ blema, diciamo
che la Psicologia, come scienza, non può valersi di quella descrizione
metafisica come fon- é damento delle sue indagini, perchè ricercando essa oltre
la caratterizzazione e la descrizione dei fatti psi¬ chici, la loro causalità,
sarebbe necessariamente per¬ turbata nelle sue ricerche daH'ammissione di una
cau¬ salità trascendente quale è l’anima - sostanza della Psicologia
metafisica. I progressi delje cognizioni in Psicologia sono in ragione diretta
dell’eliminazione di quella specie di caput mortuum, di quella specie di forme
à tout faire che essa è per la conoscenza scien¬ tifica. Oggi la Psicologia,
come scienza, non rigetta certo la discussione sull’essenza dei fatti che
studia, ma separa questa discussione dalla conoscenza descrit¬ tiva e causale
dei fatti che si dicono psichici. È acca¬ duto alla Psicologia quello stesso
che è accaduto alle altre scienze particolari, le quali, per la necessità della
divisione del lavoro scientifico, e di quella delle cono- scienze particolari
dalle filosofiche, si sono andate man mano distinguendo e separando dalla
Filosofia prima. Come la Fisica e la Chimica prescindono ora dalle ricerche e
dalle dispute intorno al concetto di materia, e si restringono allo studio dei
fenomeni, cosi la Psi¬ cologia che vuol mantenersi nell’ambito scientifico,
prescinde dall’ idea dell’anima come sostanza, e adopera la parola anima o per
indicare il soggetto dei feno¬ meni psichici, l’io empirico, o per indicare con
una parola riassuntiva l’ insieme dei fenomeni psichici come distinti dai
materiali. Ma non perciò la Psicologia cessa di essere una scienza, che ha
valore di alta ge¬ neralità. Si è resa bensì indipendente dalia Filosofia
generale, in quanto attende principalmente allo studio dei fatti ; ma delle
idee direttive non può fare a me¬ no, e perciò i suoi indirizzi rispecchiano
anche oggi le convinzioni filosofiche dei loro autori. Inoltre essa è il
preambolo generale delle scienze morali, rispetto — 6 — alle quali è
fondamentale, non molto diversamente da quello che sono la Fisica e la Chimica
rispetto alle scienze naturali ed alla stessa Filosofia generale, a cui porge
l’altro aspetto della realtà, e con la quale ha comune il problema della loro
relazione. La separazione della Psicologia dalla Filosofia ge¬ nerale è
accaduta anche per due altre ragioni. La prima è che l’opera collettiva, la
cooperazione dei ricercatori e degli studiosi non è possibile nelle scienze, se
essi non lavorano sul fondamento comune del¬ l’esperienza. I sistemi filosofici
rispecchiano il genio individuale dei loro autori e però non la favoriscono. La
seconda ragione è, che le ipotesi ultime non ve¬ rificabili, come è quella
dell’anima, anziché favorire la ricerca dei fatti nella loro connessione
causale, l’arrestano. Avendo a propria disposizione un’ipotesi causale
generale, applicabile a tutti ,i fatti, l’ inerzia mentale si adatta a
collegarli tutti singolarmente ad essa, e trascura l’indagine laboriosa dei
loro reale accadere, della loro connessione causale specifica. L’ idea
dell’anima ha quindi funzionato rispetto al progresso delle conoscenze
psicologiche, come l’ ipotesi del vitalismo in biologia, cioè come un’ ipotesi
elimi- natrice e ritardatrice del progresso scientifico. La possibilità di
definire la psicologia, la scienza dell’anima, è dunque surbordinata alla
dimostrazione dell 'esistenza di un tale ente, considerato come sostanza. Ma
poiché questa dimostrazione non può andare più in là di un’ ipotetica
possibilità, e non può essere determinata se non che per note negative, cosi
non è possibile includerla nella definizione della Psicologia, e proporla come
per oggetto. Nella parte quarta ci occuperemo specialmente della quistione. Per
ora alludendo alla parola anima nel senso in- — 7 — nanzi indicato da un nome
generico per indicare quella categoria di fatti che la Psicologia studia, la
sostituiremo con la frase, fatti di coscietisa, e defini¬ remo la Psicologia,
la scienza che descrive i fatti di coscienza normali e determina le leggi
naturali e gene¬ rali del loro essere e del loro sviluppo. Però l’espres¬ sione
fatti di coscienza non si può definire essa stessa, si possono bensi indicare e
numerare i fatti di coscienza, si possono distinguere dai fatti fisici ; si può
dire che non sono fatti spaziali o di movimento spaziale, ma solo la coscienza
ce li può presentare nella loro qua¬ lità primitiva. Come scienza dei fatti
normali la Psi¬ cologia si distingue dalla Psichiatria; come scienza delle
leggi naturali si distingue da quelle scienze, che ne determinano le leggi
normative, (Logica, Etica, Estetica) ; come scienza delle leggi generali,
prescinde dalle differenze individuali, etniche, e vuol essere una Psicologia
umana tipica. Ciò è possibile, perchè le differenze riguardano non tanto le
funzioni quanto i prodotti. II. — La definizione sopraindicata non è in tutto
diversa da quella più comune, che la Psicologia sia la scienza dell’esperienza
interna, la quale ha come motivo il bisogno di distinguerla dalle scienze della
natura, che sarebbero definite scienze dell’esperienza esterna. Per quella sua
caratteristica differenziale, la Psicologia sarebbe scienza dei fatti che ci
sono dati dall’introspezione, o anche dal senso interno, mentre i fatti
naturali sono oggetto dei sensi esterni. Ora contro questa definizione si è
detto, che essa dimezza prima di tutto i fatti, che sono l’oggetto della Psico¬
logia, perchè sebbene si possa concedere che i fatti di sentimento e di volontà
sono puramente soggettivi, non si può dire lo stesso dei fatti di conoscenza o
rap¬ presentativi in generale. — 8 — Una pietra, un fiore, un raggio di luce,
sono oggetti esterni, e insieme rappresentazioni, e tutto il mondo esteriore è
sempre e necessariamente una nostra rap¬ presentazione. E i sentimenti e le
volizioni, sebbene non indichino oggetti esteriori, sono indissolubilmente
.connessi con le rappresentazioni, che ad essi si riferiscono . Inoltre non
esiste il cosiddetto senso interno. Tutti gli organi di senso, anche quelli
della sensibilità organica, sono esterni rispetto al loro oggetto o stimolo.
Perciò il Wundt ha proposto di sostituire alla frase esperienza interna, nella
.definizione della Psicologia, l’altra di esperienza immediata, attribuendo
alla conoscenza pro¬ pria delle scienze della natura di essere scienze del- l
'esperienza mediala. Siccome la conoscenza è bilaterale, e suppone da una parte
il soggetto che conosce, e dall’altra la cosa conosciuta, la Psicologia sarebbe
la scienza di quanto riguarda il primo termine, sebbene questo non sia
separabile da quel che riguarda il se¬ condo. La vera differenza starebbe in
ciò che la Psi¬ cologia sarebbe una scienza immediata ed intuitiva, e le
scienze naturali sarebbero mediate e concettuali. Perchè degli oggetti esterni
non possiamo avere co¬ noscenza se non mediante quella modificazione che il
nostro pensiero opera trasformando i dati’ in concetti , mentre nella
Psicologia apprendiamo direttamente il dato, cioè come stato di coscienza. Ma è
molto dubbio che la critica del Wundt e la correzione proposta siano
soddisfacenti. Bisogna invero riconoscere che ogni 'conoscenza del mondo
esterno è una nostra rappresentazione, e che il cosiddetto senso interno non
esiste. Ma ciò non ostante la distinzione dell’interno e dell’esterno, del
soggettivo e dell’ogget- tivo, del naturale e del psichico è primordiale e
infallibile, e se la riflessione può fare delle correzioni, od elevare dei
dubbii, quelle e questi non riguardano in nulla la naturale discriminazione dei
due ordini di fatti, che è alla base della loro conoscenza. Può la riflessione farci
intendere che un grande ramo delle nostre co¬ noscenze, come le matematiche,
non sono relative a fatti che possiamo dire soggettivi, anzi sono quello che ci
è di più oggettivo, e non di meno non ci sono date dai sensi esterni, ma
nascono dalle facoltà ana¬ litiche e sintetiche del pensiero, che analizza un
pro¬ dotto del pensiero, quale è la quantità cosi estensiva che intensiva. Ma
ciò non ostante, nessuno può negare che le matematiche siano scienze
dell’esteriorità, scienze formali dell’esteriorità, che anche quando si possono
applicare ai fatti di coscienza, li considerano come esterni, come oggettivi e
non come soggettivi. E può , la riflessione provare che a rigore ogni nostra
rap¬ presentazione non è che uno stato di coscienza, e contraddire la legittimità
dell’inferenza dall'interno all’esterno, dal soggettivo all 'oggettivo. Ma
questo dubbio metafisico non intacca la coscienza e la cono¬ scenza nella loro
realtà immediata, e non cancella le distinzioni che esse stabiliscono tra i
fenomeni della natura e quelli dello spirito. E non soltanto la distinzione
sta, ma essa vale come per la coscienza comune, cosi anche per la scienza.
Perchè i caratteri discriminatori di ciò che è psichico da ciò che è materiale
conservano tutto il loro valore in essa. Difatti, sebbene sia vero che tutto
ciò che cono¬ sciamo è una nostra rappresentazione, e che gli stessi sentimenti
ed atti di volontà sono inseparabili dalle rappresentazioni ; è vero anche che
mentre nelle scienze della natura esteriore prescindiamo interamente dal IO
fatto di coscienza per non considerare che il suo con¬ tenuto obiettivo, in
Psicologia studiamo appunto il fatto di coscienza, e non ci occupiamo del
contenuto. E non ce ne occupiamo, qualunque esso sia, sia na¬ turale, sia
morale. Perchè anche quando si tratta delle scienze morali, studiamo il
prodotto; e sf .cerchiamo anche il mòdo della produzione, e poniamo in rapporto
il prodotto col producente, non lo facciamo che nel- l’ interesse, e per la
considerazione di quelle scienze. Mentre, se in Psicologia ci occupiamo anche
del pro¬ dotto, lo facciamo non in rapporto a quello che esso è in se stesso,
ma- in rapporto al soggetto e alle sue funzioni, sentimento, pensiero, volontà.
Al Wundt possiamo dire, che la sostituzione della frase esperienza immediata e
mediata , all'altra, espe¬ rienza interna ed esterna, soggettiva e oggettiva è
puramente verbale o non ha vero valore. È verbale se per esperienza immediata
s’ intende quella che si ha della coscienza per la coscienza ; e per esperienza
mediata quella che si ha delle altre cose mediante la coscienza. È senza
valore, se per esperienza imme¬ diata e mediata s’ indende la intuitiva e la
concet¬ tuale; perchè non c’è scienza che sia tanto, intuitiva da non essere
punto concettuale, e non c’è scienza che sia tanto concettuale che non sia
intuitiva. Le stesse matematiche, che sembrano le più concettuali e simboliche,
poggiano sull’ intuizione (tempo, spazio, movimento, continuo, discreto) ; e la
stessa Psicologia non pqò fare a meno di concetti e di simboli concet¬ tuali,
perchè non può lare a meno di definizioni, leggi, cause, fini, di concetti
rappresentativi e di concetti conoscitivi. Tanto nella Psicologia, quanto nelle
scienze della natura e di osservazione, la percezione del fatto è alla base, e
l’elaborazione concettuale di esso è al sommo della conoscenza scientifica.
Dinanzi alla luce meridiana che distingue il fatto di coscienza dal feno¬ meno
naturale ogni correzione, come ogni dubbio, è posteriore e avventizia ; e ogni
maggiore sottigliezza non che chiarire, oscura la distinzione che la coscienza
stessa ha nativamente prodotta. Pure non si deve credere che questa distinzione
tra l'esperienza psichica e quella delle cose esteriori sia una delimitazione
cosi netta, che permetta di con¬ siderarle come due domimi nettamente
separabili del¬ l’esperienza. Se tutto ciò che sappiamo del mondo esterno si
risolve in rappresentazioni, e se i sentimenti e le volizioni si riconnettono,
mediante le rappresen¬ tazioni da cui sono inseparabili, agli oggetti del mondo
esterno, si vede facilmente che le due forme d’espe¬ rienze si complicano l’una
con l’altra. Ma la natura realistica della conoscenza che tale è per la sua
assenza e la sua destinazione primitiva, compie essa stessa di fatto quella
separazione, che non riesce di fare teori¬ camente. Nelle scienze della natura
noi cerchiamo sempre di eliminare il più completamente che sia possi¬ bile
qualunque elemento soggettivo, correggiamo quindi con mezzi adatti le nostre
sensazioni e percezioni ed eliminiamo scrupolosamente ogni interesse teorico o
pratico, che può perturbare l’esatta apprensione dei fatti. E nella Psicologia
invece studiamo sempre e solo, i fatti come stati del soggetto, nell’ intreccio
della vita di questo. Le cose esteriori non sono tenute a calcolo se non come
semplici stimoli. III. — Passando a studiare il rapporto della psi¬ cologia con
le altre scienze, la considereremo prima in rapporto alle scienze naturali, poi
alle morali, al¬ l’arte, alla filosofia prima e alle scienze filosofiche. Rispetto
alle scienze naturali il rapporto può con- - 12 - siderarsi da due punti di
vista ; da quello della strut¬ tura e da quello delle relazioni reciproche.
Sotto il primo rispetto, il maggiore accostamento della Psicologia alle scienze
naturali è rappresentato dalla teoria associazionista, e da quella dei minimi
ma¬ teriali e dei minimi psichici. La prima teoria non è ne¬ cessariamente
dipendente dalla seconda, perchè questa è una teoria speculativa, mentre
l’altra è fondata sui fatti di associazione, che sono parte cospicua dell'espe¬
rienza psicologica. Ma ambedue te teorie si sono mostrate alla prova
inammissibili. La mente umana ha soggiaciuto facilmente all’illu¬ sione delle
costruzioni meccaniche estese a tutta la . Psicologia, e prima si è contentata
di prendere come elementi meccanici le rappresentazioni, e poi si è spinta più
oltre agli elementi ipotetici delle rappresentazioni. Ma se con le prime è
riuscita ad ottenere una parvenza di scienza, coi secondi si è perduta in
costruzioni ipotetiche, le quali non' hanno niente che loro cor¬ risponda
nell’esperienza psichica. Contro l’antico associazionismo, tanto nella forma
psicologica quanto nella forma matematica, sta il fatto di spiegare con esso la
qualità propria delle diverse funzioni psichiche e di quelle di ordine
superiore, come le logiche, le estetiche, le morali, e il fatto psichico
fondamentale della coscienza. Più specialmente contro la forma matematica
dell’associazione psicologica, sta l’impossibilità di applicare la misura ai
fatti psichici, sia perchè ogni grandezza psicologica è in realtà una qualità
pura, ed ogni.differenza di grandezza è una differezza qualitativa. Contro la
teoria dei minimi psichici valgono le stesse obiezioni dinanzi indicate; e due
altre speciali. La prima che la Psicologia, se può risolvere una rap- — 13 —
presentazione complessa, e in generale uno stato psi¬ chico complesso nei suoi
elementi qualitativamente di¬ versi, non può ragionevolmente ammettere, come fa
la fisica nella teoria atomica ed elettronica, dei minimi psichici uniformi,
non differenziati, dalla cui giusta- posizione e dinamismo risulterebbero i
fenomeni psi¬ chici che sono oggetto dell’introspezione. Quale èia natura di
questi minimi psichici, rappresentativa, emo¬ tiva, volitiva, o qualche cosa che
non è nessuna di queste cose, e che la dovrebbe spiegare ? La seconda ragione
deriva dall’essenziale continuità della vita psi¬ chica per cui ogni stato
psichico è uno stato vissuto in un soggetto, la qual cosa impedisce di pensare
che ci siano dei minimi psichici esistenti per sè, e dalla cui composizione e
dinamismo si possa derivare la vita psichica nella sua forma consapevole, e
nello sviluppo delle funzioni e del loro intreccio. Ma se, sotto il rapporto
delle costruzioni psicologi¬ che e della spiegazione, non è possibile stabilire
una corrispondenza tra la Psicologia e le scienze naturali ; non ci è dubbio
che il rapporto e la corrispondenza esistono tra la Psicologia e la Biologia e
per il tramite di questa con tutte le scienze della natura fino alla Chi¬ mica
e alla Fisica. Difatti. la psiche è un fenomeno vitale, che apparisce in certe
determinate formazioni organiche, e si sviluppa come queste si sviluppano. La
connessione dei fenomeni psichici coi fenomeni organici (cerebrali) è costante
nella nostra esperienza, e ci sono dei fenomeni psichici, come l’istinto, che
hanno una funzione con una finalità organica. Di qui l’opinione invalsa in
molti naturalisti, che la Psicologia non sia che un capitolo della Biologia.
Anche biologi non materialisti hanno creduto di poter professare siffatta
dottrina. Essi hanno cercato di limitare sempre t — 14 — più l’estensione dei
fenomeni psichici nella vita ani¬ male, e quando questi appariscono
indubitabilmente col loro carattere di fatti di coscienza, hanno pensato di
considerarli come una realtà accessoria e avventizia, non inclusa nella
continuità causale dei fenomeni bio¬ logici, ma aventi valore di epifenomeni. È
epifeno¬ meno quello che ha bensì una causa dalla ‘coincidenza di fenomeni
appartenenti a serie diverse ma che non ha relazione causale diretta con la
serie nella quale apparisce, nè attiva nè passiva, nè causante nè causata. Cosi
l’ombra di un corpo è il prodotto di queste coin¬ cidenze, una sorgente
luminosa, l’ impenetrabilità del corpo alla luce, una superficie dove l’ombra
si disegna. Il riflesso della luce solare sugli orli delle nubi di¬ pende dalla
coincidenza della simultanea presenza della sorgente luminosa, della
trasparenza degli strati di vapori poco profondi, del potere riflettente che essi
hanno in rapporto alla luce. Se non che nessuno dei caratteri dell 'epifenomeno
si riscontra a proposito del fenomeno psichico. Non è possibile difatti
indicare la speciale coincidenza e collocazione di fattori dalla quale deriva :
‘nè è pos¬ sibile provare il carattere suo accessorio ed avventizio. Il giuoco
delle ombre nella lanterna magica, e quello delle proiezioni cinematografiche
restano chiusi in loro stessi ; il fenomeno psichico penetra nella causalità
biologica, è un rilevante fattore biologico, ed è in continuo ricambio di
azioni con la causalità biologica. Inoltre esso ha uno sviluppo superiore, che
supera la finalità “biologica, poiché pone da ultimo il mondo dello spirito
sopra quello della natura, come quello che dà valore anche ad esso. Quando alla
limitazione dell’estensione dei feno¬ meni psichici nella vita animale, essa
non è riuscita ai nuovi biologi, come non era riuscita a Cartesio e alla sua
scuola. La teoria dei tropismi trasportata dalla vita vegetale all’animale, ha
fatto poca via e si è dimostrata insufficiente anche rispetto alle azioni re¬
sponsive, agli stimoli di esseri senza strutture nervose definite, come
l’ameba. Anche questa rivela in quelle sue azioni i caratteri di originalità,
di imprevedibilità e di variabilità che sono proprii delle reazioni psi¬
chiche; mentre d’altra parte gli stessi tropismi vege¬ tali, come il volgersi
delle piante alla luce, il penetrare delle radici in cerca del nutrimento, il
girare gli osta¬ coli ecc. difficilmente si possono spiegare come semplici
azioni meccaniche. Ma posto anche che una tale spie¬ gazione fosse
ammisssibile, e non è, nei gradi inferiori della vita animale è certo che il
problema verrebbe spostato soltanto, ma non risoluto. Viene un momento nel
quale non è più possibile negare l’apparizione della coscienza, ed è questa
tale fatto, che non è pos¬ sibile spiegare con la causalità biologica. Neppure
può ammettersi il ripiego di taluni biologi che hanno invocato il concetto di
bisogno e di impulso , per spie¬ gare assieme il fatto biologico e il fatto
psichico. Perchè se a quei concetti si dà un carattere meccanico, nessuna luce
se ne può trarre circa l’origine dei feno¬ meni psichici, come p. es. vorrebbe
il Sergi ; e se si prendono in senso psichico, il fatto da spiegare è presupposto.
Dicasi lo stesso dell’invocazione del con¬ cetto della memoria, ridotta a
semplice proprietà fisica ; perchè se la memoria psicologica, si riduce davvero
alla memoria organica e questa alla proprietà fisica generale di conservare
l’impronta, la piega impressa da un’azione esterna ; o la memoria psicologica
si nega completamente nel degradarla ad una proprietà fisica, o si conserva, e
il fenomeno psichico non è spiegato, è supposto. 1 — i6 — Da ciò è derivato che
i biologi più autorevoli e più recenti si sono decisi di considerare il fatto
psi¬ chico piuttosto come un fattore anziché come un pro¬ dotto dell’evoluzione
biologica. La Psicologia ha ripreso quindi la sua indipendenza rispetto alla
biologia, e si è di nuovo riavvicinata alla filosofia generale e alle ipotesi
di ordine filosofico. Nondimeno la Psicologia fisiologica ha grande importanza
per lo studio di quelle attività psichiche, le quali, come tutte quelle di
ordine sensitivo, sono in diretto rapporto con gli stimoli esterni ; e con le modificazioni
del sistema nervoso periferico e centrale che essi producono. E non meno
importante è per quelle funzioni psichiche, che, poste sul confine tra il
conscio e l’inconscio, e soggette alle transizioni dal¬ l'uno all’altro in ogni
senso, sono in più stretta e precisa dipendenza dalle condizioni anatomiche e
fi¬ siologiche. Tali sono l’istinto, l’abitudine, la memoria, l’alternativa
della veglia e del sonno, i sogni, il sen¬ timento sensitivo, le tendenze ecc.
Siccome non ci è processo psichico, senza il processo fisiologico corri¬
spondente, così lo studio di questo è sempre utile per la Psicologia ; e dove è
rappresentativo del fatto psi¬ chico, è parte dell’interpretazione causale di
esso. Siccome la vita psichica è una forma della vita in generale, e la
coscienza ne è la forma più alta, cosi bisogna considerare la fisiologia
cerebrale, e quella dei sensi, come indispensabile alla Psicologia. Ma bisogna
aver sempre presente che le due serie di fatti, la psichica e la fisica,
sebbene inseparabili non sono però paragonabili e commensurabili tra loro. Di
modo che la pretesa di chi volesse fare della Psico¬ logia sul solo fondamento
della Fisiologia non sarebbe meno assurda di quella del nato sordo, che volesse
— 17 — avere un’idea della musica, sentirla, provarne le emo¬ zioni, col solo
leggerla sulla carta ; ovvero di chi, ignorando una lingua, presumesse
intenderla dai segni grafici. Tanto più che i processi concomitanti dei centri
nervosi sono sottratti all’osservazione, e ignorati. E sebbene sia desiderabile
che la ricerca fisiologica si possa spingere più verso la sua meta ideale, di
sco¬ prire il fenomeno fisiologico concomitante di ogni fenomeno psichico, e la
corrispondente serie causale dei primi accanto a quella dei secondi, non ci è
dubbio, che questo ideale di conoscenza fisiologica (che sarà sempre conteso
alla fisiologia), non risolverebbe la loro incommensurabilità qualitativa. Non
solo, ma il fenomeno fisiologico perderebbe sempre più di signi¬ ficato a
misura che si procede verso le forme mentali superiori. Perchè i più alti veri
scientifici, e le supe¬ riori emozioni ideali, e l’imperativo del dovere, non
si vede come potrebbero essere ravvicinati ai fenomeni cerebrali, come le
sensazioni, f sentimenti del piacere, del dolore fisico, e gl’istinti. — Da ciò
che precede risulta che la Psicologia, se anche si è storicamente distaccata
dalia Metafisica, ed ha voluto farsi valere come una scienza particolare, pure
non se ne può distaccare in maniera assoluta e definitiva. Il problema circa la
natura dei fatti che essa studia, il loro rapporto col mondo materiale, è
problema essenzialmente filosofico. Anche taluni fatti di ordine particolare
come sono le percezioni di spazio, di tempo, di movimento s’intrecciano con
quistioni di ordine filosofico e la stessa associazione delle idee, così cara
alla Psicologia empirica, importa, per la sua relazione con l’unità di
coscienza, che suppone, una quistione di Filosofia. E l’unità di coscienza come
deve essere intesa, come un prodotto o come un principio ? e se 2 — M asci,
Lezioni di Psicologia. come un principio, come un principio attuale , o come
insieme un principio attuale e sostanziale ? E la realtà psichica deve essere
considerata come frammentaria e discontinua rispetto alla realtà materiale che
è totale e continua ? Ammesso anche il concetto at finalistico del¬ l’anima, e
ravvicinato questo a quello di energia nel quale la fisica moderna sembra voler
risolvere l’idea di materia, non sussistè sempre una profonda differenza tra
l’energia materiale, sempre quantitativa, spaziale e di movimento spaziale, e
l’energia psichica, che è qualitativa, che non si può formulare in equazioni
vere, che non sopporta rappresentazioni di spazio e s di movimento nello spazio
? Come si vede la Psicologia si trova, per la natura del suo oggetto, implicata
direttamente nei maggiori problemi di ordine specu¬ lativo. Le difficoltà
intorno all’oggetto della Psicologia sono state accresciute dallo stesso
sviluppo di idee, che ha messo capo nella netta distinzione del fenomeno materiale
dal fenomeno psichico. Finché era possibile di considerare l’anima come non
affatto diversa dalla materia, i problemi psicologici fondamentali non as¬
sumevano quell’aspetto antitetico che hanno ora. Ma precisato il concetto di
materia, come massa e movi¬ mento, i fenomeni psichici hanno richiesto un
diverso sostrato. Il quale è stato pensato sotto due forme prin¬ cipali, come
sostanza e come atto o soggetto, il quale nella forma superiore umana è io,
autocoscienza. Ma poiché in questa forma esso non è estensibile oltre l’uomo, •
in questo stesso apparisce discontinuo, nasce il problema di sapere come può
essere pensato nella sua maggiore generalità, e dovunque si presentano
manifestazioni di natura psichica od omopsichica. Nè le difficoltà del problema
sono solamene teoriche. Anzi — r9 — si può dire che se fossero di tal natura
soltanto, il problema quasi non esisterebbe. Le difficoltà sono prin¬
cipalmente di ordine pratico, cioè di ordina morale e religioso. La religione
in tutte le sue forme, e in tutta la sua storia, ha tenuto massimamente alla
questione della sopravvivenza, che ha imaginato prima come limitata, e poi come
illimitata. Ci è oggidì un intero sistema di fatti, se anche male accertati e
peggio or¬ dinati come quelli della telepatia tra persone viventi e defunte,
che vogliono almeno essere esaminati, e di cui uno scienzato, come il Lodge, ha
fatto il sog¬ getto di un libro sulla sopravvivenza umana. Ed a molti pare, che
l’ordine morale non si possa mante¬ nere, se la nostra esistenza è compresa tra
gli stretti confini della culla e della tomba. Anzi il filosofo meno
sentimentale e più razionalista che fu il Kant, non diede altro fondamento al
postulato dell’ immortalità che il morale, pur avendogli negato ogni valore
teorico ed ogni valore religioso, e pur avendo, con la teoria dell’autonomia
della coscienza morale, respinto ogni trascendentalismo in morale, e
principalmente quello del cosiddetto eudemonismo trascendente . Perciò accade
che la mente umana vada di conti¬ nuo tentando questo problema, e lo vada
presentando e studiando sotto nuovi punti di vista. A ciò hanno contribuito
molto le nuove teorie intorno all’essenza della materia. Le nuove teorie
energetiche, che hanno fatto quasi scomparire l’ idea di massa, sono parse come
una confutazione del materialismo fatta dalle stesse scienze, che se lo
propongono come oggetto. L’Ostwald ha potuto scrivere un libro col titolo « La
sconfitta del materialismo scientifico >. Così si è ripreso il ten¬ tativo
già fatto dal Lotze, di pervenire ad un concetto superiore monistico, del quale
abbiamo indicato in- — 20 — ^ nanzi le difficoltà. E d’altra parte sul
principio che il mondo non è che una nostra rappresentazione, si sono volute
basare due contrarie teorie metafisiche, l’una idealistica, che la natura non è
che un fenomeno delio spirito, l’altra fenomenistica, che trutta la realtà che
noi possiamo conoscere non è che un fenomeno puro. Si vede perciò quanto siano
intimi i legami che collegano la Psicologìa alla Metafisica, quando la prima voglia
approfondire 1* indagine intorno al suo oggetto e non limitarsi ai soli fatti
dell’osservazione interna. Ma non sono meno intimi quelli che la stringono alle
singole scienze di ordine filosofico, come la teoria della conoscenza, la
logica, l’etica e l’estetica. Nei tempi i più recenti si è anzi accentuato la
tendenza a ridurre tutti i fatti ed anche tutti i problemi di queste disci¬
pline a fatti o problemi di Psicologia. E si è parlato e si è tentato di fare
una gnoseologia psicologica, una logica psicologica, e cosi un’etica e
un’estetica psi¬ cologica. Ora questo modo di considerare la cosa non è
giustificato, perchè le quistioni della verità, del valore oggettivo della
conoscenza e del ragionamento, come quelle della natura, del carattere, del
valore della legge morale, e della funzione e del significato dell’opera d’arte
non possono essere risolute da una scienza de¬ scrittiva e causale dei fatti
psichici, come è la Psico¬ logia. Questa presenta i fatti psichici nella loro
realtà immediata, senza curarsi se siano veri o falsi quanto al loro correlato
oggettivo, e se conducano ad illazioni vere o false ; e presenta i fatti
psichici indipenden¬ temente dalle loro qualità e dalle loro valutazioni
morali, fc se studia l’origine e i fattori dei senti¬ menti estetici come dei
morali, non può coi soli suoi mezzi decidere intorno ai fini e alle funzioni
dell’arte nella vita dello spirito umano. Tutti i tentativi di una gnoseologia
e di una logica psicologica sono falliti, come quelli di- un’etica e di un’estetica
psicologica. Ma ciò non ostante la connessione della Psicologia con questi
varii ordini di conoscenze filosofiche è delle più intime. Perchè i fatti che
esse studiano sono fatti ^pllo spirito umano e insieme sono fatti del mondo che
lo spirito umano crea. Pel primo rispetto hanno una base psicologica, pel
secondo hanno la loro base nelle idee nostre oggettive, negli ordini del vero,
del bello e del bene. La Psi¬ cologia è dunque una scienza fondamentale per
tutte, ma non le potrebbe assorbire e deve limitarsi ad offrire i dati nella
loro esattezza e verità, perchè i problemi ulteriori che quelle scienze
presentano possano essere risoluti coi mezzi proprii delle medesime. Dicasi lo
stesso della Filosofia e della scienza delle Religioni. La Psicologia delle
religioni ne è parte es¬ senziale. Ma come intuizione del mondo, come con¬
cezione di Dio, e del rapporto tra Dio e l’uomo, come riconoscimento del valore
assoluto dello spirito e della preminenza dei valori superiori dello spirito,
la reli¬ gione si riconnette con la Filosofia generale, e non potrebbe nè
risolversi nella Psicologia, nè trovare in essa esclusivamente il suo
fondamento. V. — Il rapporto della Psicologia con le scienze morali, quali
l’economia, il diritto, la politica, le di¬ scipline storiche e sociali in
generale, se non è così stretto come quello che la stringe alle particolari
scienze filosofiche, è però evidente, ed è reciproco. La psico¬ logia animale,
quella del fanciullo, e dei popoli, la psicologia sociale, presentano le forme
iniziali e col¬ lettive della Psicologia umana propriamente detta. E mentre lo
studio delle prime è necessario per lo stu¬ dio dello sviluppo dei fatti
psichici, le seconde ce li 22 presentano in una forma di assocmzione che svela
i fattori etnici, e le modificazioni che i fatti psichici subiscono
nell’ambiente sociale. Nelle scienze morali, che hanno per oggetto i prodotti
dello spirito umano, la ricchezza, il diritto, la storia, la Psicologia ha
valore esplicativo, perchè dell’economia sono causa i bisogni e i desiderii da
soddisfare, le istituzioni giuridiche ri¬ specchiano le idee umane, i
sentimenti, i bisogni re¬ lativi alla vita sociale ; e la fisonomia speciale
dei diversi periodi storici riceve luce dallo studio della psicologia speciale
dei personaggi e dei popoli storici. Bisogna però guardarsi dal concedere che
le azioni re¬ ciproche tra la Psicologia e le scienze morali possono avere il
carattere di precisione e di certezza che hanno relazioni tra le scienze
naturali e la fisica generale. Dove all’analisi qualitativa si aggiunge la
quantita¬ tiva, le conoscenze scientifiche acquistano la maggiore precisione e
si possono formulare in modo generale e insieme concreto le leggi di rapporto e
di dipendenza. Ma dove si ha che fare con una realtà cosi mobile e fluente come
è la realtà psichica, dove la misura non è applicabile, e si sta nei termini
della pura qualità, e dell’analisi soggettiva applicata alla qualità, difficil¬
mente si possono formulare teoremi generalmente va¬ lidi. Il senso psicologico
allora dipende principalmente dal valore del psicologo e dalla genialità delle
appli¬ cazioni. La psicologia etnica e la storica presentano ingrandite delle
caratteristiche, che possono non essere avvertite nel loro giusto valore nella
Psicologia gene¬ rale ; ed hanno sempre in rapporto a questa il valore che ha
in biologia la filogenia all’ontogenia. Anche la Filologia è una scienza
ausiliaria della Psicologia perchè la storia delle parole ci conserva la storia
delle idee, e ci rende possibile di ritrovare le rappresentazioni primitive che
si fissarono nelle radici delle parole. Nè meno importante è il modo di for¬
mazione delle parole e lo- studio dello sviluppo delle forme grammaticali dalle
quali si ha come una traccia per scoprire lo sviluppo organico del pensiero. È
facile intendere però che una gran luce riceve e dà la Psi¬ cologia generale
allo studio delle forme morbose, la cui parte più importante è raccolta nella
Psichiatria. Anzi se si dovesse ritenere il principio aristotelico che una è la
scienza della sanità e della malattia, bisogne¬ rebbe considerare come
identiche la Psicologia e la Psichiatria. L’ importanza di questa per quella
deriva dal fatto, che i fenomeni psichici anormali dipendono da indebolimento o
soppressione o viceversa da esa¬ gerazione delle componenti normali del
fenomeno psi¬ chico o dalla introduzione di componenti nuove. Perciò essi hanno
il valore di analisi e di sintesi, fatte dalla natura stessa della vita
psichica normale, che all’os¬ servazione soggettiva sarebbero inaccessibili, e
che per¬ ciò sono adatte a rivelarci gli elementi del fatto psi¬ chico e il
loro rapporto. Anche la psicologia dei criminali ha un valore analogo ; perchè
qualunque sia la diversità dal punto di vista etico, è certo che dal punto di
vista della pura Psicologia il criminale è un anormale. Sotto un certo punto di
vista anche la psi¬ cologia del genio è ausiliare della Psicologia normale.
Perchè essa ci presenta ingrandite, cresciute straor¬ dinariamente di potenza,
talune delle funzioni psichiche superiori senza perciò assumere forma
patologica. E similmente mostra casi di rapporto relativo delle fun¬ zioni
psichiche che non è l’ordinario, senza perciò essere anormale e morboso. Una
speciale considerazione meritano le conclusioni che per la Psicologia si
possono trarre dai fenomeni 24 — dell’ipnotismo. Essi debbono
esserefconsiderati come morbosi, sia perchè si verificano piu facilmente nei
nevrastenici e negl’isterici che nei sani; sia perchè nel doppio aspetto che
essi hanno, di fenomeni di suggestione e di sonnambulismo, non sono normali.
Molto si è detto ed esagerato sul valore dell’ ipnotismo per la psicologia.
Siccome le psicopatie ordinarie sono fenomeni fissi, sui quali non si può
esercitare che l’operazione esterna e passiva, e invece l’ipnotismo sottopone
una psiche normale (o quasi) all’influenza di cause psichiche variabili a
volontà dell’ ipnotizzatore, è parso che esso desse una facoltà illimitata di
espe¬ rimento alla Psicologia e ponesse quasi l’anima tra le mani del
psicologo, come un oggetto naturale qua¬ lunque nelle mani del naturalista.
Difatti i sentimenti, le rappresentazioni, le volizioni possono essere portati,
mediante la suggestione, nel centro della vita psichica, e possono esservi
portati col grado d’intensità che si vuole ; possono essere tanto rinforzati
che indeboliti, tanto eliminati quanto prodotti. Mentre l’esperimento ordinario
ha un uso assai limitato in Psicologia, perchè ristretto alle funzioni
sensitive, l’ipnotismo permette lo studio completo della vita psichica dalle manifestazioni
più semplici alle più complesse, dalle più sensitive alle più intellettuali.
Con l’ipnotismo si possono ottenere stati di coscienza di ogni specie, normali
o anormali, si possono produrre la cecità e la sordità psichica, il so¬ gno, le
amnesie, le iperestesie, le analgesie. E ancora le variazioni della coscienza
di sè, l’isolamento di spe¬ ciali serie rappresentative, le coscienze doppie,
e, ac¬ canto alle varie forme di' coscienza, i fenomeni più significativi
dell’automatismo psichico. Se non che non bisogna dimenticare che ragioni
igieniche e morali vietano di usare dell’esperimento ipnotico come se — 25 —
fosse una pratica inoffensiva, il che non è. E d’altra parte è pura
fantasticheria il credere, che esso possa avere per la Psicologia lo stesso
valore che la vivise¬ zioni (alla quale è stata più volte paragonata), ha per
la fisiologia. Perchè esso non è un esperimento diretto : la psiche dell’
ipnotizzato non è guardata in sè stessa, nè esso ha possibilità di descriverci,
dopo che li ha provati, i suoi stati di coscienza durante l’ ipnotizzazione.
L'esperimento, è, nel caso in esame, indiretto, e consiste nella ricostruzione
ipotetica del fenomeno fatta coi mezzi forniti dell’ introspezione.
Oggettivamente non si hanno che gli effetti esterni della suggestione. Lo
studio dei fenomeni ipnotici può dunque essere utile alla Psicologia normale se
non pretende di sostituirla, se non perde di vista che l’ipnosi è sempre uno
stato patologico, e che essa, più che adatta a risolvere, è adatta a porre i
problemi, che la Psicologia normale, fondata sull'osservazione interna, è sola
capace di risolvere. Qui è il caso per una certa, almeno lontana, affi¬ nità
della materia di trattare dei rapporti della Psico¬ logia coi fenomeni
medianici, che tanto appassionano oggi i popoli civili. Non ci è dubbio che la
scienza debba curare di scrutarli per sottrarli all’incertezza e al
ciarlatanismo, e che essi debbano prima di tutto essere esattamente determinati
e controllati. Che qual¬ che cosa in .questo senso si sia fatto non si può ne¬
gare, ma molto resta ancora da fare. E sopratutto non bisogna lasciarsi
trasportare dalla voglia di formulare ipotesi, dimenticando che la spie¬
gazione scientifica consiste essezialmente nel ridurre i fenomeni ignoti ai
noti, e nel ricercare nuove cause solo quanto quella riduzione è impossibile.
Quello che finora si è fatto è qualche cosa, ma non è molto. I fe- 26 — -
nomeni medianici asseriti sono ancora una congerie caotica di fatti d’ogni
specie, fisici e psichici, e non presentano quella delimitazione precisa che i
veri fe¬ nomeni, che sono oggetto delle scienze, presentano, nè quella
persistenza e identità quasi assoluta che si ve¬ rifica nella loro ripetizione
così naturale che artificiale. La stura data alle ipotesi causali è anch’essa
disordi¬ nata e incoerente. Taluni non vedono in quei fatti che manifestazioni
di forze materiali note ed ignote; taluni, e sono i più, vi veggono
manifestazioni di ordine psi¬ chico e la prova dell’esistenza psichica anche
fuori delle condizioni della vita normale e fisiologica. Nè è facile risolvere
tali quistioni. Perchè il problema non è di pertinenza della Psicologia
soltanto, ma anche della fisica e della fisiologia: alla prima delle quali
spetta tutto quello che riguarda i fenomeni di levita¬ zione, di azione a
distanza, di materalizzazione ecc., mentre la seconda deve approfondire le sue
indagini sulla natura e sulle funzioni dell’energia nervosa. Si parla molto di
forze psichiche ; ma che sono esse ? sono di natura fisica o fisiologica ? e in
tal caso bisogna gi¬ rare la quistione alle scienze relative, e risolverle coi
mezzi ordinari delle ricerche scientifiche. Che se s’in¬ tende di fatti di
natura psicologica si deve ricordare che ogni spiegazione è subordinata alla
possibilità di ridurli ai fatti che ci sono noti nella loro manifesta¬ zione e
nella loro causalità. Ovvero bisogna prenderne argomento per fare nuove
ipotesi, sottoponendo queste alle condizioni che la logica delle scienze detta
per l’ammissibilità delle ipotesi scientifiche. Uno dei dominii relativamente
più sicuri nei quali è possibile estendere i fatti psichici, è quello dei feno¬
meni di subcoscienza; ma finora esso non era essen¬ zialmente diverso da quello
dei fenomeni di coscienza, — 27 — salvo che pel grado e quantitativamente. I
fenomeni medianici si verificano, nella maggior parte dei casi, per l’
intervento di soggetti speciali detti medium che sono d’ordinario eccezionali
dal punto di vista fisiolo¬ gico, e che non operano se non in uno stato di
sonno medianico. Ma qui si tratta di vedere se nello stato inconscio la psiche
umana possa avere dèlie proprietà di chiaroveggenza, di comunicazione a
distanza, di tra¬ slazione materiale che non ha nello stato conscio. Invocare
l’ inconscio per spiegare fenomeni che sono piuttosto di ipercoscienza non pare
logicamente giusto. Ed è più naturale pensare che essi siano effetto di un
grado dello sviluppo psichico, che suppone piuttosto una potenziazione
ulteriore e superiore della psiche, del quale non sappiamo nulla oltre gli stessi
fenomeni medianici. Lo stato inconscio è invece uno stato di depoten- ziazione,
di inferiorità relativa, il quale se ci può con¬ durre ad ipotesi metafisiche,
non sarebbe adatto a spie¬ garci nella loro concretezza i fenomeni di
comunicazione delle anime fin tra viventi e trapassati, che i credenti nei
fenomeni medianici pretendono di dare per fatti reali. La spiegazione causale è
sempre determinata e concreta in limiti finiti assegnabili ; la spiegazione me¬
tafisica è generale, contemplativa, ipotetica. Ma perchè un certo ordine di
fatti possa influire sulle ipotesi metafisiche deve essere prima accertato
scientificamente. VI. — La rappresentazione artistica, che i monu¬ menti
letterarii ci danno degli stati psichici, offre alla Psicologia un materiale di
studio assai prezioso perchè frutto della osservazione, dell’ intuizione di
spiriti su¬ periori, dotati di un’eccezionale sensibilità come di una
straordinaria facoltà di penetrazione e di ricostru- — 28 — zione. Dalla
Psicologia teorica o applicata passano facilmente al saggio critico e al
romanzo, cioè dalla Psicologia teorica alla Psicologia in azione. La viva
rappresentazione della realtà è utile per ogni scienza, e specialmente per la
Psicologia, il cui carattere intuitivo e descrittivo soverchia di gran lunga il
suo aspetto di astratta generalità e di formule causali. Anche oggi psicologi
di prim’ordine,- come lo James, l’Hoffding, preferiscono attingere alla viva
rappresentazione del fatto psicologico vissuto, anziché ridurre la loro scienza
a uno schema astratto, e ad una serie di formule astratte. Ma per quanto la
rappresentazione artistica possa giovare alla scienza psicologica non bisogna
confondere le due cose. La finalità loro è diversa : l’artista cerca i tipi
imaginativi secondo il suo temperamento e non ha altro fine che quello
rappresentativo, imaginativo ; la scienza invece tende alla conoscenza causale
ed all’aspetto generale della realtà. Lo scienziato cerca la- risoluzione dei
problemi: all’artista basta presentare il fenomeno nella sua realtà tipica, e i
problemi o non lo interessano, o quelli che lo interessano non sono quelli
della Psicologia, ma piuttosto quelli morali, quelli della vita e dell’azione.
Inoltre bisogna procedere cauti nell’accordare valore scientifico alle analisi
e alle sintesi psicologiche, in generale, alle rappresentazioni dei drammi e
dei roman¬ zi. Aristotele ha detto che la rappresentazione artistica deve
valere sul filosofo assai più della storica, perchè mentre questa è particolare
quella è generale, tipica e, perciò, più scientifica. Ma prima di tutto occorre
distinguere, nel numero non piccolo delle rappresenta¬ zioni psicologiche
letterarie, le buone dalle errate e fantastiche, e quindi il psicologo non può
mai abdi¬ care al suo compito critico. Inoltre bisogna distinguere — 29 — tra
la generalizzazione dell’artista e quella dello scien¬ ziato. La prima può
distaccarsi dalla realtà, anche se . conserva il suo valore estetico, pei fini
stessi della creazione estetica. Lady Macbeth è una stupenda crea¬ zione
estetica, dalla quale mal si potrebbe cavare la psicologia dell’anima
femminile, e Francesca e Beatrice sono, come lady Macbeth, delle creazioni
psicologiche che suppongono, dalla psicologia generale alla speciale loro, una
lunga serie di modificazioni, una storia lunga e diversissima per le quali esse
non potrebbero ser¬ vire come modelli al psicologo se non per certi stati
d’animo particolari, come l’eccesso delle passioni, o la vittoria su di esse.
La rappresentazione artistica mesco¬ lando pei suoi fini, il vero col
fantastico, può riuscire talvolta a creazioni imaginarie che hanno bensì un
grande valore artistico, ma uno scarso valore psicolo¬ gico. Nello stesso
cosiddetto romanzo sperimentale (Zola), nel maggiore realismo poetico, si
tratta sempre di tipi possibili non di tipi reali ; e non si deve di¬ menticare
che la scienza chiede le risposte alla natura non alla fantasia. CAPITOLO II.
Metodi della Psicologia I. — La Psicologia, come scienza d’esperienza, non si
può servire, in generale, che degli stèssi metodi dei quali si servono le
scienze d’esperienza, che hanno la natura come oggetto. Prescindendo ora dai
metodi di ragionamento (induttivo e deduttivo) che non sono diversi ih essa da
quel che sono in quelle altre scienze, si può ritenere che, per lo stato
relativamente poco avanzato della psicologia, il metodo induttivo deve avere
più larga parte del metodo deduttivo; i due metodi principali sono, come per le
scienze naturali, l’osser¬ vazione e l'esperimento. II primo consiste nello
stu¬ diare il fenomeno quando si presenta da sè, e nel modo nel quale si
presenta. Il secondo nel produrre il fenomeno artificialmente e nelle
condizioni che si ritengono più opportune per indagarne la vera natura e le
leggi. Nelle scienze naturali l’osservazione si applica specialmente agli
oggetti, l’esperimento più propriamente agli eventi. Così la botanica, la
geologia, l’anatomia sono principalmente scienze d’osservazione; 32 — la fìsica
la chimica, la fisiologia sono principalmente scienze d’esperimento. La Psicologia
è più scienza di fatti e di eventi che di oggetti, e perciò in essa
l’esperimento dovrebbe prendere assai più larga parte che non la semplice
osservazione. Ma il rapporto di questi due metodi su¬ bisce una profonda
trasformazione in psicologia ; perchè l’esperimento non è possibile se non che
pei fatti psi- coloci più elementari come sono le sensazioni e i fatti di
ordine sensitivo e in generale i fatti più elementari dell associazione, della
memoria ecc. K l'osservazione, la quale ha più larga parte di quello che
dovrebbe avere per essere i fatti psichici non oggetti ma eventi, si trova in
condizioni assai diverse ed assai meno fa¬ vorevoli che non nelle scienze della
natura. In queste l’osservazione è tanto più sicura nei suoi risultati quanto
più elimina elementi soggettivi, e corregge, con opportuni mezzi, quel tanto di
soggettivo che vi si è mescolato. Invece in Psicologia l'oggetto, essendo il
soggetto stesso, questa eliminazione non può aver luogo generalmente parlando;
e l’atto stesso del l’osservare non può non perturbare i fatti che si debbono
osser¬ vare. Quindi piccola portata dell’esperimento in una materia che, per
essere di eventi, massimamente lo richiederebbe; poca sicurezza
dell’osservazione dipen¬ dente dal fatto che l'osservatore e la cosa osservata
sono identici, e, più propriamente, che l’osservazione e ciò che è osservato
sono ambedue eventi psichici, che si cumulano e si perturbano a vicenda.
Difatti l’osservazione diminuisce i processi psichici più intensi e rinforza i
piu deboli ; e quelli e questi perturbano per opposte ragioni l’osservazione.
La quale è poi impossibile pei fatti di ordine superiore psicoso¬ ciali, come i
miti, il folk-lore e la stessa lingua pei — 33 — quali è evidentemente
impossibile l’esperimento, che pur sarebbe più efficace se si potesse
adoperarlo. Quei fatti sono un passato, il quale non può essere studiato se non
che nei prodotti : nessuna osservazione contempoip.nea li accompagnò, nessuna
memoria ne rimane. E per sturdiarli non abbiamo che i prodotti i quali debbono,
essere risoluti nei loro fattori, e ricostruiti mediante una certa virtuosità
del psicologo, che è in¬ dividuale, e variabile da un psicologo all’altro. Un
siffatto procedimento è insicuro, e per essere indiretto, e perchè mancante di
molti elementi dei quali o non resta traccia o ne resta una assai incerta nel
prodotto. Il metodo di osservazione del quale la Psicologia può fare uso, è
quello dell’osservazione immediata, o interna ; i fatti di coscienza non
possono essere studiati che dalla coscienza. Questo metodo che si dice — e noi
diremo parimente — dell’ introspezione è quello di cui si è servito sempre la
Psicologia come scienza d’espe¬ rienza. Dal Locke in poi, cioè da quando essa
ha cominciato a separarsi dalla Metafisica (anche prima del resto per quella
parte per la quale era una scienza d’esperienza), non ha conosciuto altro
metodo ; e solo nella prima metà del secolo passato si è cominciato ad operare
l’esperimento,, e si è tentato di estenderlo ad un campo sempre maggiore di
fenomeni psichici. Le ragioni che hanno determinato questo nuovo modo di studio
dei fatti psichici sono state due principali : la fiducia di ottenere. in
Psicologia gli stessi risultati, o poco minori, di quelli che l’esperimento
aveva dato nelle scienze oggettive della natura esteriore ; le incer¬ tezze del
metodo dell’osservazione interna. Non già che questo non avesse dato i suoi
frutti. L’analisi delle sensazioni, quella dell’associazione delle idee, i rap-
3 — Masci, Lezioni di Psicologia. 34 — porti dei varii aspetti della vita
psichica} rappresenta¬ tivo, emotivo, volitivo, e così le varie forme della
per¬ cezione, della memoria, dell’attenzione ecc., furono iniziate e condotte a
buon punto da esso ; ma, nono¬ stante questi buoni risultati, parve che esso non
sod¬ disfacesse alle esigenze di un’esatta conoscenza scien¬ tifica e fu
oggetto di critiche insistenti da parte di psicologi e di filosofi, che pure
non ne conoscevano uno migliore. Già il Reid aveva richiamato l’attenzione
sulle difficoltà che presenta il metodo dell’osservazione interna : la
fuggevolezza dei fatti psichici, e la nostra attenzione rivolta principalmente
ai fenomeni esterni, e quasi disaddatta e restìa a fissarsi sui fenomeni
interni. Ma il critico più tenace fu il Kant, il quale nella sua Antropologia
pose in luce principalmente l’antagonismo che ci è in Psicologia tra
l’osservazione e il fenomeno osservato che, essendo ambedue fatti di coscienza,
si perturbano a vicenda in modo necessario e per una vera incompatibilità di
coesistenza che ne fa la cosa meno naturale che si possa pensare. Inoltre gli
oggetti esterni sono collocati nello spazio e sono fissi e sog¬ getti quindi
alla ripetizione delle osservazioni nelle stesse condizioni. I fatti interni
invece non hanno che ordine di tempo, sono una realtà fluente che non si
ripresenta mai allo stesso modo. Perciò Kant sostenne che la Psicologia non
sarebbe potuta mai diventare una scienza vera, cioè un tutto sistematico di
cognizioni, insieme qualitativo e quan¬ titativo ; ma solo descrizione più o
meno fedele ed approssimata dei fenomeni psichici. Difatti i fenomeni psichici
non potendo essere ricostruiti con quella chia¬ rezza che è propria delle
costruzioni spaziali, e, nella loro ricostruzione temporale, non potendo essere
sepa¬ rati se non che artificiosamente ed astrattamente nè essere mantenuti
distinti per ricongiungerli poi a no¬ stro arbitrio, non possono essere oggetto
che di una conoscenza descrittiva e storica. Non così la pensò l’Herbart, il
quale, pur diffidando dell’osservazione interna, credette che si potesse fare
della Psicologia una scienza se si potesse da una parte ridurre i fatti
psichici ad unità elementari, e rico¬ struire dall’altra col movimento e con la
varia com¬ posizione e col vario dinamismo di questi elementi tutti i fenomeni
complessi che essa presenta. In tal caso diventa applicabile il calcolo
matematico, e pro¬ priamente quello che si applica alle realtà fluenti, quale è
il calcolo differenziale e integrale. Perciò Herbart imaginò che gli elementi
della vita psichica fossero le rappresentazioni, e col loro dinamismo si
ripromise di ricostruire tutti i fatti psichici, anche i non rappresen¬ tativi,
cioè gli emotivi e i volitivi, che considerò come stati delle rappresentazioni.
E non solo ; ma poiché nella vita psichica, quello che appare nella coscienza è
solo una parte della vita dell’anima, la quale si continna in una parte molto
maggiore, che è quella della subco¬ scienza, cosi egli pensò di dar forma
scientifica e cau¬ sale a tutto l’ambito della vita psichica, cosciente e
subcosciente, e propriamente quella forma più rigo¬ rosa, che è quella della
costruzione matematica. Piano veramente geniale e che rivela una delle menti di
scienziato e di filosofo più poderose che mai siano state, ma altrettanto
ipotetico e difforme dalla realtà che avrebbe dovuto spiegare. Perchè non fu
pos¬ sibile ai psicologi nè accogliere la sua riduzione dei fatti psichici
complessi a puri elementi rappresentativi, nè pensare questi come elementi per
sè stanti e vi¬ venti, dotati di una forza o impulso dinamico, varia¬ bili di
grandezza. Tutto questo costituiva un complesso — 36 — di ipotesi metafisiche
non accordabili coi fatti osser¬ vati e repugnanti per loro natura a quella
rappresen¬ tazione meccanica alla quale si voleva ridurli. Come mai il
meccanismo degli elementi rappresentativi può spiegare il sentimento e il
volere? come mai questi elementi possono essere imaginati come per sè stanti,
come forze e come forze collegate ? La Psicologia perderà, con questa
trasformazione, l’aspetto che le è proprio di studio sperimentale dei fatti
interni per trasformarsi in una specie di Meccanica metafisica non accettabile
nè dai metafisici che non potevano ammet¬ tere l’ invasione dei matematici
nell’ordine delle essenze iperempiriche nè dai matematici che non potevano
ammettere la misura e il calcolo di una realtà non mi¬ surabile e non
calcolabile. Cosicché la Psicologia her- bartiana, malgrado il genio superiore
del suo inventore, e la diffusione della scuola, ebbe vita assai breve e apparve
piuttosto una costruzione della fantasia specu¬ lativa che una scienza. II. —
Ma il dado era tratto; e poiché Kant aveva detto che non ci è scienza dove non
è possibile la costruzione matematica ed Herbart aveva affermata la Psicologia,
e poiché il metodo dell’osservazione interna era svalutato dagli stessi
psicologi, e le scienze tutte si erano poste ed avevano conseguito i maggiori
pro¬ gressi nella via dell’esperimento e del calcolo, si pensò di porre lo
studio della Psicologia nella stessa via meto¬ dica. La Psicologia doveva porsi
nella via dell’esperi¬ mento e del calcolo non nel modo indicato dall’ Herbart,
ma nella stessa via della altre scienze d’esperienza. Come scienza di eventi, e
di eventi psichici, non poteva essere abbandonata all’osservazione e questa
doveva cedere all’esperimento quanta più parte fosse possibile del suo dominio.
Come scienza di esperienza r — 37 — doveva cercare di studiare i fatti nella
loro realtà im¬ mediata respingendo le ipotesi di ordine metafisico, e doveva
cercare di introdurre in essi la maggiore pre¬ cisione oggettiva, cioè tanto
qualitativa che quantita¬ tiva ; per conseguenza studiarli non solo per quello
che sono, ma anche per la loro grandezza in guisa da giun¬ gere alla
determinazione matematica delle leggi che si venissero per avventura a
scoprire. Qualche ac¬ cenno di questo si era avuto anche da psicologi del
secolo XVIII ; ma spettò principalmente al Fechner il primo tentativo
sistematico di psicologia sperimentale compiuto col nome di Psicofisica. Il Fechner
aveva avuto dei predecessori. Il Bernouilli nel de tMensura sortis, e il
Laplace nel Calcolo delle probabilità avevano accennato ad una certa legge di
aumento del sentimento in rapporto al possesso dei beni esterni e dei lavori
economici, se¬ condo la quale il piacere che si prova, poniamo, per la vincita
di mille scudi non è eguale per tutti, ma, caeteris paribus, è in ragione
inversa della ricchezza anteriormente posseduta. E nel secolo XVIII parecchi
scienziati, conte Lam¬ bert, Bouguer, Steinheil avevano cercato di determinare
i rapporti tra gli stimoli e le nostre percezioni, mentre J’Haller e Giovanni
Mùller avevano rivolto lo studio all’eccitazione nervosa che si verifica
durante il processo percettivo. Va ricordato anche il Vierordt in questo genere
di ricerche ; ma spetta al Weber, nella prima metà del secolo XIX, di avere
cercato una determi¬ nazione più precisa, una formula quantitativa del rap¬
porto tra la sensazione e lo stimolo. Egli disse che eguali aumenti relativi
dello stimolo producono eguali aumenti assoluti di sensazione, e cioè che
l’aumento di stimolo, capace di produrre un aumento di sensa- — 38 - zione, è
sempre una stessa frazione dello stimolo pree¬ sistente. Perciò (chiamando S la
sensazione, ed s Io stimolo), la formula Le ricerche fatte per assodare
sperimentalmente la legge di Weber non potevano fondarsi che sull’apprez¬
zamento individuale, perchè non possediamo una mi¬ sura oggettiva della
sensazione. Si è fatto quel tanto che si poteva prendendo la media negli
esperimenti su una serie di persone o oggetti diversi, e cercando di eliminare
il più ch’è possibile le cause perturbatrici. E si è giunti, con maggiore o
minore esattezza e con¬ cordia nei risultati, a stabilire per le sensazioni
visive, uditive, tattili, muscolari che un eguale aumento di stimolo dà un
eguale aumento di sensazione. Ma la verificazione della legge di Weber non è
stata mai così sicura e completa come avrebbe potuto desiderarsi, perchè
l’accordo completo degli sperimentatori non si è raggiunto. Pure, oltre alle
quantità relative di aumento di sti¬ molo necessario per le diverse sensazioni,
si è trovato che la legge non vale se non che entro un limite mi¬ nimo e uno
massimo al di là dei quali o non ci è sen¬ sazione o non ci è aumento di
sensazione. Si è tro¬ vato che anche entro questi limiti la legge non si
verifica esattamente pei gradi vicino al minimo e al massimo limite. Si
verifica per le medie intensità cor¬ rispondenti all’uso normale delle diverse
sensibilità. Ed anche per esse la validità sua, sempre approssi¬ mativa,
presenta un’approssimazione decrescente a mi¬ sura che non è esattamente
valutabile la quantità dello stimolo oggettivo o non si può considerare questa
come — 39 — sola causa calcolabile dell’ intensità della sensazione. Dalle
sensazioni visive alle uditive, a quelle di pres¬ sione, di movimento, di
tempereratura, la verificazione sperimentale diventa sempre più incerta, e
perde quasi ogni valore per le sensazioni chimiche per le quali non si può
considerare come stimolo la quantità delle so¬ stanze, ma quella dell’azione
chimica che esse sono ca¬ paci di spiegare. Pure la legge del Weber non è senza
importanza psicologica, in quanto indice di una condi¬ zione dell’ uso utile
della sensibilità. L'esistenza di una soglia d’ intensità, al disotto della
quale allo stimplo non corrisponde nessuna sensazione, ci assicura, con una
certa possibilità, anche una certa indipendenza dagl’ in¬ numerevoli piccoli
stimoli che diversamente ci per¬ turberebbero continuamente. Inoltre
l’esistenza di una soglia di differenza assicura alle nostre sensazioni una
certa stabilità, affrancandole dalle menome oscillazioni degli stimoli. Se la
sensibilità giungesse ad apprezzare ogni differenza di stimoli, non potremmo p.
es. gustare una musica, perchè avvertiremmo tutte le deviazioni minime dei
suoni dell’accordo, ed anche tutti quelli che non ne fanno parte. Ma il Fechner
non si contentò di affermare, come il Weber, che in parecchie specie di
sensazioni gli aumenti di sensazione sono di minime differenze, men¬ tre gli
stimoli screscono di quantità proporzionali. Egli volle dare una vera e propria
formula di misura nella quale le due quantità misurate fossero ridotte in una
propria unità di misura. Egli, partendo dalla legge di Weber, che i minimi
aumenti percettibili di sensa¬ zione corrispondessero a quantità i dativamente
eguali di stimolo, credette di poter considerare quegli aumenti perchè minimi,
come eguali tra loro, e quindi come unilà di sensazione. Di modo che, se gli
aumenti dello — 40 — stimolo segnano una progressione per quoziente (geo¬
metrica), gli aumenti di sensazione si possono consi¬ derare come costituenti
una progressione corrispon¬ dente per differenza (aritmetica). E poiché di due
progressioni corrispondenti, una geometrica e l’altra aritmetica, i numeri
della seconda sono i logaritmi di quelli della prima, Fechner diede alla legge
di Weber la formula di relazione più precisa, che la sensazione è eguale al
logaritmo dello stimolo. Però questa formula, se indica in quante unità una
sensazione può essere risoluta, data una certa grandezza dello stimolo, non
dice però nulla della grandezza pro¬ pria della sensazione. Per trovar questa,
cioè per tra¬ sformare la formula di relazione in formula di misura, Fechner
ricorse a quella quantità di stimolo con la quale una sensazione scompare (o
compare), e in cor¬ rispondenza ad essa pose lo zero della sensazione. E fece
eguale a l’unità propria della sensazione il quo¬ ziente dell’intensità dello
stimolo, che dà la minima sensazione, per la soglia dell’intensità dello
stimolo che corrisponde allo zero della sensazione. Quindi chia¬ mando 6"
la sensazione, s la minima differenza percet¬ tibile di sensazione al di sopra
dello zero sensazione, e o la soglia dell’intensità dello stimolo, diede la
for¬ mula S = K log. — o K rappresentando il quoziente costante per ogni specie
di sensazione. III. — Per discutere il valore di questa formula di misura data
da Fechner, dobbiamo prima di tutto no¬ tare, che in generale il valore di tali
formule dipende dalla possibilità dell’esatta misura della cosa o fatto intorno
al quale la legge si formula. Ora non pare che i fatti psichici (durata a
parte), siano misurabili; e questo, non per la difficoltà della cosa ma per la
loro stessa natura che li sottrae ai nostri procedimenti di misura. Anche i
fatti fisici oppongono talvolta grandi difficoltà ai nostri mezzi di misura, e
se ancora le Ma¬ tematiche, con tutti i loro progressi, non hanno potuto
risolvere il problema dei tre corpi, si può pensare quali difficoltà incontrerebbero
se volessero trovare il sistema di equazioni necessario per determinare il
cammino della foglia che mulina il vento o i movimenti interni di un organismo
vivente. Ma infine i fatti fisici, come quelli che si risolvono in movimenti
nello spazio, sono sempre misurabili. Invece pei fatti psichici non è così. Per
misurare occorre l’unità di misura e questa deve essere omogenea alla cosa
misurata. Possiamo noi mi¬ surare gli stati di coscienza con unità di misura
pro¬ pria di essi ? Possiamo distinguere stati più o meno intensi, ma non
possiamo dire che quantità assolute e relative siano. Egli è presso a poco come
se volessimo dire, parlando di sentimenti più o meno elevati , di quanto un
sentimento sia più elevato dell’altro ; o, parlando di donne più o meno belle
di altre, se siano il doppio o il triplo più o meno belle le une delle altre.
Non possiamo stabilire delle costanti assolute (unità) ; e, se le potessimo
stabilire, non le potremmo adoperare producendole quando occorra per le nostre
ricerche, così come facciamo pei fatti fisici. Se anche riuscisse di misurare
il lavoro cerebrale, questo non essendo la stessa cosa del lavoro psichico, non
potremmo prendere la misura del primo come misura del secondo. Presentemente,
non potendosi neppure misurare il la¬ voro cerebrale, e dovendosi desumere la
misura psi¬ chica dalla misura dello stimolo esterno, la misura è doppiamente
indiretta. — 42 - Il Fechner ha creduto invece di poterlo fare, as¬ sumendo,
che nella sua formula tanto la grandezza dello stimolo, quanto la grandezza
della sensazione sono riportate ad unità di misura diverse e proprie di cia¬
scuna. Ma ciò non è punto vero. Prima di tutto non è sostenibile che debbano
considerarsi come unità perchè rappresentano delle quantità eguali, le minime
differenze percettibili. Minima percettibilità di differenza non è lo stesso
che minima percettibilità, e perciò l’egua¬ glianza di descriminazione
sensitiva nella scala della sensazione non è eguaglianza quantitativa. Come
sareb¬ bero eguali la prima differenza percettibile sulla soglia di intensità
dello stimolo e l’ultima che coincide con l’altezza d’intensità dello stimolo ?
Saranno in rapporti eguali, ma non eguali tra loro. Più importante è il fatto,
che la sensibilità non può dire essa di quanto una certa sensazione sia mag¬
giore o minore di un’altra omogenea nè che multiplo o sotto multiplo sia di
essa. Per avere questa misura si ricorre allo stimolo, e si ammettono tante
unità di sensazione quante sono le minime differenze percet¬ tibili che
presenta la scala quantitativa dello stimolo. Similmente non è una grandezza
sempre riconoscibile di sensazione che si prende per sè stessa come unità
fondamentale, ma la minima differenza percettibile di stimoli oltre la soglia
dello stimolo a cui corrisponde lo zero della sensazione. La misura è dunque
sempre e solo lo stimolo ; e perciò non ci è luogo al para¬ gone delle due
misure, se l’una è misurabile (lo sti¬ molo), e l’altra no (la sensazione). Per
stabilire il rapporto di due misure è necessario che ciascuna di di esse sia
presa a parte, p. es. gli spazii e le volontà ; e per misurare una cosa con
l’altra occore che la mi¬ sura e il misurato siano omogenei, la qual cosa non —
43 — si verifica tra il fatto fisico e il psichico, mentre è sempre il primo
che misura il secondo. Il Wundt, che del resto negli ultimi tempi ha mo¬
dificato notevolmente le sue convinzioni sull'argomento, ha opposto contro
queste difficoltà, che tutte le nostre misure della natura esteriore si
riducono a sensazioni. Perchè in quelle le sensazioni sono applicate a misu¬
rare la realtà esteriore ; mentre invece nella legge di Fechner o sono
applicate a misurare sè stesse diret¬ tamente o a misurare sè stesse mediante
lo stimolo. Ma il Wundt non ha riflettuto, che nel primo caso il compito che si
propone alla sensibilità è inattuabile; e nel secondo non si ha che una sola
misura, quella dello stimolo, e il paragone è impossibile. Perchè due grandezze
siano giudicate eguali, maggiori o minori, non ci è che un mezzo solo, farle
coincidere ; la de¬ finizione dell’eguaglianza è la coincidenza. Anche nella
serie numerica due grandezze numeriche sono eguali se i loro elementi sono
biunivoci. Ma l’eguaglianza o la differenza di grandezza di due sensazioni è
una sensazione, non il paragone del numero dell’uno col numero dell’altra ; e i
numeri che la Psicofisica dà sono numeri dello stimolo non della sensazione.
Per questa sono argomentati ; e noi abbiamo già detto che l’ar¬ gomentazione è
fallace e l’eguaglianza dei minimi è inammissibile. Che se si vuol misurare la
sensazione mediante lo stimolo, non ci è che una sola cosa misu¬ rata e
l’eterogeneità di quella alla quale si applica rende l’applicazione
impossibile. Ma il fondamento stesso della obiezione del Wundt è fallace. È
vero che infine se ogni conoscenza del mondo esterno è una nostra sensazione,
anche la mi¬ sura che diciamo oggettiva, fisica è tale e quindi è soggettiva. —
44 — Ma nella misura oggettiva noi ci riferiamo a quella delle nostre
percezioni, la visiva, che ha la massima oggettività. Misuriamo il peso con la
bilancia, il calore col termometro, il tempo col movimento dell’indice
dell'orologio e cerchiamo di rendere indipendenti que¬ ste misure da ogni
apprezzamento soggettivo, ripor¬ tandole a misure spaziali. Inoltre cerchiamo
di stabilire delle costanti fisse per ciascuna scala di misure, p. es. il
metro, il grado termometrico, la bilancia e i suoi pesi, il chilogrammo, il
chilogrammetro, ecc. di cui possiamo stabilire i modelli con precisione sempre
maggiore e correggerli fino ad approssimazione quasi meravigliosa. Ma come
potremmo stabilire il modello dell’unità di misura della sensazione? come
potremmo conservarlo fuori della coscienza ? tutto quello che pos¬ siamo fare è
di moltiplicare le osservazioni e stabilire delle medie, cioè una qualche cosa
che non è una costante assoluta. E infine poiché il logaritmo di un numero è
numero e la quantità della sensazione non è direttamente riducibile a numero,
non si vede come si possa dire che la sensazione, essa proprio, è il logaritmo
dello stimolo, o non piuttosto una quantità convenzionale, astratta, che si
determina deducendola dallo stimolo. « Toutes les definitions sont permises,
(scrive il Tannery) : mais vraiment . . . j’ai ce loga- rithme-là sur le
co.eur». IV. — Ma se anche questa, diciamo così, periferia dei fatti psichici,
che sono le sensazioni, è accessibile con le limitazioni che abbiamo indicate,
alla misura indiretta, come quelle che hanno ancora qualche cosa di
fisiologico, e sono in rapporto di dipendenza causale con un fatto materiale
misurabile, che è lo stimolo, i fatti psicologici di natura più intima sfidano
davvero ogni misura. Sia perchè non sono in correlazione con — 45 — nessuno
stimolo esterno, sia perchè, anche essendo, le variazioni della loro quantità
non ne dipendono affatto. Tutta la vita del sentimento, ad eccezione di quella
parte sua che dipende dalla sola intensità delle sensa¬ zioni (piacere e dolore
fisico), mostra delle variazioni quantitative, che non sono misurabili nè
indirettamente nè direttamente per mezzo degli stimoli. Sia perchè gl1 stimoli,
essendo puramente psichici, non sono misura¬ bili neppur essi, sia perchè, se
sono fisici e misurabili, l’eccitazione del sentimento non rivela nessuna co¬
stante correlazione con la quantità loro. Certo il sen¬ timento, come tutte le
attività psichiche superiori ob¬ bedisce a leggi quantitative, ma queste non
appariscono se non che all’apprezzamento e alla misura diretta della coscienza
e non possono essere formulate mai in valori definiti. Non è possibile tradurre
in valori numerici la noia di una lettura, il disgusto di un atto vile, o la
pietà di una tragedia d’amore. Madamigella di Launay racconta del suo amante
che, riconducendola nei primi tempi del loro amore dalle passeggiate
sentimentali, seguiva i lati di una vasta piazza e da ultimo la tra¬ versava
per la diagonale. E ne conchiude, che l’amore fosse diminuito in lui di quanto
è la differenza della diagonale dalla somma dei due Iati. Leggendo in Villemain
(Tableaux du XVII siècle) il gaio racconto, ci compiacciamo della spiritosa
analogia ; ma per l’esatta psicologia è assai dubbio se ella avesse trovato un
mezzo molto adatto di misurare l’amore. E quando Platone scrisse nel IX libro
della Repubblica (587) che il vero re vive 729 volte più piacevolmente e in
pari proporzione vive più triste il tiranno, se riuscì a proporre un nuovo
indovinello matematico all’ infinita schiera dei suoi cementatori, fece però un
calcolo non meno cervellotico di parecchie delle sue etimologie del Cratilo. r
— 46 — Tornando all’ intensità degli stati psichici, possiamo dire che le
quantità degli stimoli e i rapporti quan¬ titativi dei medesimi non hanno
nessun valore appli¬ cativo neppure in quei casi nei quali il rapporto della
velocità delle vibrazioni si traduce in differenze quali¬ tativo-quantitative
delle sensazioni come nella scala dei colori o in quella dei suoni. Forse non
ci è un fatto della sensibilità dove la differenza qualitativo-quan¬ titativa
di due sensazioni sia più strettamente dipen¬ dente dalla misura dallo stimolo
di quel che è nell’ot¬ tava musicale, per la quale la sensazione qualitativa e
l’altezza della medesima è determinata da un numero di vibrazioni, e la
differenza dipende da un intervallo numerico nel rapporto di 1:2. Si sa anzi
che la sen¬ sibilità uditiva è più esatta della visiva per determinare
l’accorciamento della corda vibrante necessaria per avere una nota più alta. Ma
quando diciamo che le altezze di due note identiche in due ottave consecutive
stanno tra loro come 1:2, trasportiamo il calcolo delle vibrazioni nella
sensazione che non ne serba nessuna traccia, come quella che traduce in una
qualità spe¬ cifica e in un’intensità di questa qualità lo stimolo esterno. Non
ci è nessuna somiglianza tra lo stimolo e la sensazione, tanto vero che se lo
studio della causa esterna non ci avesse fatto scoprire il rapporto, non ne
avremmo potuto saper nulla dalla sensazione. Nè lo stimolo misura la sensazione
nè questa mi¬ sura quello. Si possono bensì stabilire dei rapporti quantitativi
tra le due serie, ma non si può applicare la misura dell’una a quella
dell’altro. Cosi nella visione stereoscopica e nella sensazione del brillante,
la parallasse stereoscopica nella prima e la concorrenza dei campi visivi nella
seconda sono le condizioni geo¬ metriche che la sensibilità ignora e traduce
immedia- tamente e direttamente in sensazioni. Nè a salvare la Psicofisica,
cioè la scienza che applica la misura alle sensazioni desumendola dallo
stimolo, sono valsi i tentativi di trarre la misura della sensazione dalla sen¬
sazione stessa. A questo metodo si giunse per un dubbio che s’ingenerò nella
mente dei psicologi, che non si potesse parlare d’ intensità delle sensazioni,
e che quelle che parevano differenze di intensità, non fossero che differenze
di qualità. Il Brentano, F. A. Miiller e Boas, dissero che quella che noi
diciamo intensità delle sensazioni non è che una certa loro qualità, mediante
la quale apprezziamo le quantità degli stimoli, e che il carattere quantitativo
delle sensazioni è una ripercus¬ sione del loro uso sulla loro natura. Ma di
qui ap¬ punto derivò che si cercassero altri modi di introdurre il calcolo
nella Psicologia. Così il Boas parlò di una misura della somiglianza o
dissomilianza delle sensa¬ zioni (specie di quelle appreziative delle intensità
degli stimoli), lo Stumpf credette si potesse applicare il con¬ cetto spaziale
geometrico delle distanze tra sensazioni. Ma, come è facile intendere, la
misura, numerica o spaziale che sia, diveniva il tentativo illogico di ap¬
plicare la misura a cosa che non la comporta. La qual misura poi nella forma di
misura numerica doveva essere lasciata interamente all’apprezzamento sogget¬
tivo, perdendo così ogni carattere di precisione, ed ogni possibilità di
costruirvi su delle leggi. E nella forma geometrica finiva per diventare una
similitudine, anzi un’analogia remota e, più che una conoscenza, un traslato
puramente fantastico. V. — Senonchè bisogna chiarire un punto che per la
Psicologia è della massima importanza : è vero che i fatti psichici non hanno
quantità neppure quella che si dice intensità, e che tutte le differenze
apparenti quan- - 48 — titative si riducono a differenze qualitative ? Ci
possono essere tre teorie;:/' quella di chi crede che gli stati psi¬ chici,
oltre ad essere qualitativi, siano anche quantita¬ tivi, che siano misurabili ;
quella di chi crede che, pur avendo quantità, gli stati psichici non siano
misurabili; quella di chi crede che gli stati psichici siano pura¬ mente
qualitativi. Quest’ultima teoria è stata sostenuta recentemente per motivi
idealistici dal Bergson nel i° cap. del suo libro «Sui dati immediati della
coscienza » nel quale esamina la teoria se gli stati psichici abbiano inten¬
sità. In fisica la nozione della quantità intensiva si ap¬ plica alla forza ; e
la forza si riduce a un rapporto di massa e velocità e si misura mediante la
quantità di lavoro che è capace di produrre in un certo tempo. Ma la
rappresentazione dell’imensità della forza nella nostra coscienza è altra, è
una rappresentazione figurativa, desunta dalle sensazioni muscolari, e perciò,
nel nostro apprezzamento diretto, è un elemento o qualità psichica quella che
serve a figurarci un fatto fisico. L’intensità è dunque propria primitivamente
dei fenomeni psichici e da essi è trasferita ai fenomeni fisici. Si sa che i
fisici considerano questo trasferimento come puramente fantastico e risolvono
il fatto fisico intensivo in un rapporto di massa e velocità e lo misurano
mediante la quantità di lavoro. Il Bergson tiene, rispetto al fatto psichico
intensivo, la stessa via tenuta dai fisici ; lo risolve in elementi o numerici
o estensivi esterni, dal punto di vista ogget¬ tivo, e nega che il sentimento
che abbiamo dell’inten¬ sità degli stati psichici e delle variazioni di tale
inten¬ sità siano qualche cosa di quantitativo. Sarebbero invece delle pure
qualità e delle variazioni di qualità. Secondo lui il vero concetto di
grandezza è solo quello della — 49 — grandezza spaziale: quando si dice che un
corpo è più grande d’un altro, come quando si dice che un numero è più grande
di un altro, s’intende che il primo con- tiene il secondo. Quindi non si può
applicare l’idea di grandezza a cose che non si possono far coincidere, a cose
che non si possono dividere; e divisibile è sol¬ tanto l’estensione. Il tempo
stesso, non essendo esteso, non è divisibile in sè stesso e, se noi lo
dividiamo per applicargli la misura, lo facciamo solo mutandolo in estensione;
il tempo è misurato dal movimento, cioè da un cangiamento nello spazio.
Nondimeno tanto gli uomini ordinarii quanto gli scienziati e i filosofi, am¬
mettono delle grandezze che non sono spaziali ; e cre¬ dono perfettamente
legittimo di rappresentarsele sotto la forma spaziale, p. es. sotto quella di
una molla compressa che scatti. Talvolta il riferimento alla causa esterna,
alla sua grandezza, ha luogo, p. es. nelle sen¬ sazioni visive ed uditive, o
muscolari ; ma questo rife¬ rimento non pare evidente in altri casi, anzi nel
maggior numero di casi. Così la intensità del piacere e del dolore, come quella
di un’emozione estetica è giudicata per sè stessa esenza riferimento alla causa
esterna ches’ignora. Ma il Bergson confida di poter dimostrare che questo
riferimento esterno ci è sempre, che la percezione d’in¬ tensità è sempre
un’interpretazione di una quantità esterna mediante una qualità interna; e che
in ogni rappresentazione d’intensità si cela l’estensione quasi di uno spazio
compresso che si dilati. Il Bergson fa la sua dimostrazione per ogni sfera
della vita psichica e, poiché egli spiega una grande ingegnosità di analisi
psicologiche, non sarà inutile ripresentare con qualche abbondanza di
particolari il suo ragionamento. Cominciando dalle sensazioni di sforzo
muscolare nelle quali il carattere quantitativo intensivo appare con 4 — Ma
SCI, Lezioni di Psicologia. — So¬ la massima evidenza, abbiamo in esso una
sensazione impregnata di elementi spaziali. Ci pare come se la forza psichica,
che la sensazione ci presenta, imprigio¬ nata come i venti nell’antro di Eolo,
si slanci di fuori regolata dalla volontà. Questa apparenza psicologica è stata
causa non ultima della teoria sostenuta da parecchi psicofisiologi, che le
sensazioni muscolari fossero non di natura centripeta come le altre, ma
centrifuga. Oggi questa teoria è stata provata falsa, specialmente dal Ferrier
e dal James. Ma anche indipendentemente da questo dibattito si può provare che
la sensazione mu¬ scolare, che pare più intensa, non è che una somma maggiore
di speciali sensazioni qualitative. Se serrate il pugno eseguendo man mano
delle contrazioni più forti, vedrete che da principio non sono impegnati che i
muscoli della mano, poi quelli dell’avambraccio, del braccio, del torace, e
finalmente di tutta la persona. Se serrate le labbra con sforzo erescente
saranno im¬ pegnati progressivamente prima i muscoli labiali, poi i mascellari
poi tutti quelli del viso. Se sollevate dei pesi progressivamente maggiori,
accade lo stesso allar¬ gamento dello sforzo a un numero progressivamente
maggiore di plessi muscolari, e da ultimo il sentimento di fatica e di esaurimento.
Donde si cava, secondo il Bergson, la conclusione, che il sentimento
d’intensità si risolve in una somma di qualità. Ed è una illusione derivata
dall’abitudine di concentrare tutte queste sen¬ sazioni nel punto di origine,
la conversione del nu¬ mero e della qualità in grandezze intensive. Si sa che
le emozioni hanno manifestazioni esterne muscolari, mimiche. È noto ancora che
la cosiddetta teoria somatica delle emozioni riduce queste al correlato
psicologico di quelle che si considerano come loro ma¬ nifestazioni, e
conchiudono che un’emozione decorpo ■ — 51 — rata è un non ente. Ma, anche
senza accettare questa teoria, il Bergson crede di poter sostenere che quella
che si dice intensità varia delle emozioni, delle quali l'osservazione
psicologica corrente non dubita, si dice di un numero maggiore di sensazioni
qualitative. Cosi il cavallo che drizza appena le orecchie e poi s’im¬ penna e
scalpita e nitrisce e sferra calci e si dà a fuga precipitosa non è più
irritato o più atterrito, ma prova un numero sempre maggiore di sentimenti
elementari qualitativi. L’intensità dell’attenzione è il correlato del numero
di sensazioni che è correlativo della sua espres¬ sione fino alla fatica e al
dolore. E quella stessa che si dice profondità inespressa delle emozioni non è
che radunamento di un più gran numero di elementi psi¬ cologici in cambio dei
fisici. Ma non pare che si possa dire lo stesso del senti¬ mento sensitivo
(piacere e dolore fisico) e delle sen¬ sazioni come stati puramente
presentativi. La loro intensità corrisponde bensì a una sempre maggiore
quantità di stimolo esterno; ma siccome nell’effetto psichico, come quello che
è relativamente semplice, non riesce di distinguere gli elementi psichici
compo¬ nenti, si pone il problema come mai la quantità dello stimolo esterno,
che è spaziale, numerico, misurabile, si traduce in un equivalente psichico che
pare quali¬ tativo. Invocare la quantità o l’ampiezza dello scoti¬ mento
nervoso prodotto non giova, perchè, siccome di questo non si ha coscienza, resta
sempre il problema della traduzione della grandezza estensiva nell’inten¬ siva.
Il Bergson, che non ne vuol sapere di questa traduzione, cerca la spiegazione
del fenomeno nel nu¬ mero sempre maggiore di sensazioni elementari, anche di
natura più propriamente psichica, e crede di poter dichiarare illusorio il
sentimento d’ intensità, che si ri- — 52 — solverebbe in un numero maggiore di
sensazioni pura¬ mente qualitative. Il Bergson invoca la teorica utilitaria
degli adattamenti psicofisici e dice che. data questa, l’intensità dello
stimolo propagandosi nell’organismo oltre il punto direttamente affetto produce
un numero maggiore di sensazioni qualitative, che per un’ illusione della
sensibilità sono concentrate in una sensazione intensiva. Così nel sentimento
sensitivo si pensa p. es. che il dolore più intenso è la causa della maggiore
irradiazione ; ma, posta la tecnica utilitaria della natura, bisogna invertire
il rapporto e ritenere la maggiore irradiazione come causa e il dolore più
intenso come effetto. Se invece della sensibilità fosse in giuoco l’auto¬
matismo soltanto la reazione responsiva non avrebbe bisogno della sensibilità ;
ma poiché questa si aggiun¬ ge (inutilmente), essa non è la causa, è l’effetto.
P. es. nel sentimento di disgusto fisico crescente ha luogo una gradazione di
fenomeni somàtici che impegnano sempre più largamente l’organismo dalla
sensazione iniziale del pneumogastrico a quella di pallore, di su¬ dore freddo,
di collasso che accompagnano le forme più gravi. Se si esclude il fatto dell’
irradiazione dello stimolo, non si spiega l’ intensità ; perchè senza di essa
non si avrebbe che la sola sensazione qualitativa. Quel che s’è detto del
dolore si può dire del piacere. Un piacere maggiore è un piacere preferito, e
un piacere preferito è quello verso il quale si orienta per così dire il nostro
organismo ; esso impegna la totalità dell’organismo escludendo gli altri. Un
piacere più intenso è un piacere che è la somma di più piaceri elementari o di
più incitazioni elementari. Quanto alle sensazioni semplici, cioè non accom¬
pagnate da piacere o dolore, bisogna prima di tutto notare, che esse sono
soltanto quelle d’intensità media. Le molto deboli ci costano uno sforzo di
attenzione, le molto intense come una luce abbagliante o un colpo di cannone,
hanno carattere emotivo. Per le medie l’apprezzamento dell’intensità deriva
dall’abitudine di collocare l’idea della grandezza dello stimolo nella
sensazione. Così la luce di due candele è una sensa¬ zione qualitativa diversa
da quella di una, se anche è di sola luce e non di colore ; ma noi, ponendo la
causa nell’effetto, diamo a questa differenza, che è solo qualitativa, un
carattere quantitativo. Lo stesso accade per le sensazioni di suono. E per
questo spesso il ca¬ rattere quantitativo è fallace ; cosi il tic tic di un
oro¬ logio ci pare più forte di notte che di giorno, e simil¬ mente lo scorrere
delle acque, o il girare delle ruote di un mulino ; e se non badiamo al
significato delle parole, come accade udendo parlare in una lingua ignota, ci
pare che le voci siano più alte. I toni omo¬ loghi della scala musicale ci
sembrano più alti o più bassi ; ma anche per essi noi traduciamo la qualità,
che sola percepiamo, in quantità. Nessuno può negare che i toni differiscono
qualitativamente, ma se noi prendiamo le qualità come indici di quantità, ciò
acca¬ de anche per la somma degli sforzi muscolari che dobbiamo fare per
produrli. La rappresentazione di scala, di altezza diversa, è anch’essa la
traduzione di un’esperienza esterna, la risonanza toracica delle note basse, la
cefalica delle alte, e la direzione dell’espirazione che le produce, la quale
va sempre più dal basso in alto nella produ¬ zione delle note più acute. Le
sensazioni di temperatura (caldo e freddo) sono qualitativamente diverse, e in
modo cosi evidente che i fisiologi hanno creduto che avessero scale ed òr¬ gani
diversi. — 54 — Ma la traduzione dell’esperienza esterna, naturale ed
artificiale (termometro), ce le fa porre in una stessa serie quantitativamente
differenziata. Anche per la sen¬ sazioni di caldo e di freddo, prese a parte,
le differenze quantitative sono relative alle esperienze antecedenti di
prossimità o di lontananza, ed anche di grandezza delle loro sorgenti e delle
superficie del nostro corpo che ne sono affette. Similmente le sensazioni di
pres¬ sione sono qualitativamente diverse da quella di con¬ tatto, e da quelle
di penetrazione e di schiacciamento, ed è il rapporto stabilito tra la causa
esterna e l’effetto sensitivo che fa apparire questo quantitativo in sè, mentre
è soltanto indice di differenze quantitative esterne. Il pesante e il leggiero
sono qualità che sono apprezzate quantitativamente per le differenze di sforzo
che richiedono da noi nel sorreggerle. Pure i fisici e gli psicofisici credono
alla capacità di discriminazione quantitativa propria della sensibilità. E
sebbene non se ne fidino molto (perciò hanno in¬ ventato il fotometro e il
termometro), pure confidano di misurare la possanza discriminatrice delle pure
quan¬ tità che attribuiscono alla sensibilità. Ma, anche se prescindiamo delle
esperienze antecedenti, possiamo ve¬ dere che p. es. le nostre sensazioni
d’intensità luminosa sono in realtà sensazioni qualitative. Sia p. es. una
superficie bianca illuminata da quattro candele e se ne sottraggono
successivamente tre. Ad ogni sottra¬ zione un’ombra più scura si stenderà sulla
superficie illuminata ; e questa è una sensazione qualitativa. Come i diversi
gradi d’intensità di un colore corrispondono alle diverse proporzioni del nero
in esso, così la di¬ versa saturazione corrisponde alla diversa mistura del
bianco con esso. Allorché il fisico, nel misurare la luce, dice che, se la
distanza della sorgente luminosa si raddoppia, bisogna quadruplicarne
l’intensità per avere la stessa quantità di luce, parla propriamente
dell'effetto fisico non di quello psichico. In realtà così nel primo come nel
secondo caso la sensazione è qua¬ litativamente diversa, non è prima = i e poi
= — . 4 E quando gli psicofisici interrogano la sensibilità per l’apprezzamento
di differenze quantitative, e ne hanno risposte analoghe, non badano che
ottengono nelle risposte lo stesso che ci hanno posto, cioè il postulato
quantitativo, aiutati in ciò dalle abitudini contratte. Siccome la coscienza è
rivolta essenzialmente al¬ l’esterno e traduce tutto in termini di spazio (come
la lingua dimostra), così la Psicofisica profitta delle abi¬ tudini della
coscienza comune e delle sue valutazioni quantitative mediante la qualità, per
operare scientifi¬ camente le trasformazioni, per dare cioè alle valutazioni
quantitative della sensibilità un valore scientifico. Il Bergson estende la sua
analisi - anche a quei sentimenti che non si traducono in espressioni mimiche
definite, e per le quali pure affermiamo delle differenze quantitative come la
gioia, la tristezza, la speranza, e la spinge fino ai sentimenti estetici. Per
le prime egli sostiene che nell 'apprezzare la loro intensità ce¬ diamo alla
nativa tendenza di tradurre in termini di spazio quello che non è spaziale ;
così se un desiderio, da principio lieve, si trasforma in passione, traduciamo
il fatto che la nostra vita psichica si colora di un solo modo, come un
ingrandimento spaziale del desi¬ derio, e diciamo che esso occupa una parte
sempre maggiore della coscienza. La speranza può essere un’emozione molto
intensa se è di cosa che ci sembri abbracciare gran parte o tutte le
possibilità dell’avve¬ nire. Si può dimostrare che quella che diciamo gran- —
56 — dezza della gioia o della tristezza non è in realtà tale, ma una qualità
di quei sentimenti. La gioia è un’orientazione del nostro sentimento verso
l’avvenire, come la tristezza è verso il passato. Nella prima lo stato del
sentimento abbraccia un nu¬ mero sempre maggiore di elementi della coscienza
fino a colorarla tutta e ad escludere quello che non può abbracciare. Nella
seconda invece il sentimento si ritira a poco a poco da essi, le nostre idee si
fanno sempre più povere, l’avvenire si chiude, e noi ci sentiamo come sotto
l’oppressione di un peso che ci schiacci. L’esame dei sentimenti estetici
mostra del pari che quello che appare quantitativo non è tale, e si risolve in
qualità. Esaminiamo il sentimento del grazioso. A principio esso non è che una
certa facilità e prevedibilità di mo¬ vimento nell imagine che diciamo
graziosa. È chiaro che per movimenti s’intendono non soltanto quelli m atto, ma
anche le suggestioni di movimento che si hanno dalle forme e figure che sono in
riposo. A questa causa puramente rappresentativa si aggiunge 1 emozione della
simpatia che culmina nella simpatia morale. È questa simpatia mobile verso un
oggetto che sembri quasi in atto di offerirsi che è l'essenza della grazia, e
che ci fa dire che essa vai più della bellezza e ispira, più di questa, amore.
La potenza del bello riposa in primo luogo sull’ef¬ fetto che produce in noi di
assopire le potenze attive e resistenti in beneficio delle contemplative, nel
por¬ tarci ad uno stato di docilità rispetto alle sue sugge¬ stioni. Cosi nella
musica il ritmo sospende quasi la nostra vita sensitiva e ci forza all’
imitazione ; cosi nella poesia il torrente delle imagini, modellate dalle
parole fa sì che la nostra anima si addormenti quasi per sognare il sogno
stesso del poeta. Similmente le arti rappresentative plastiche, immobilizzando
un mo¬ vimento accennato, gli danno un non so che di defi¬ nitivo e di
permanente nel quale la nostra anima si assorbe e quasi si perde. Ed effetti
analoghi al ritmo produce la simmetria in architettura. Insomma nella
contemplazione del bello la nostra facoltà di percepire è cullata dall’armonia
delle forme; e questa caduta degli ostacoli le dà libero gioco e la eccita
simpatica¬ mente. Quella stessa che si dice profondità o elevazione del
sentimento estetico corrisponde ad un maggior numero di stati elementari che
esso ci presenta come in tenue penombra. Prendiamo un sentimento morale, la
pietà. Si dice che essa consiste nel porci nello stato di chi soffre e nel
soffrire delle sue sofferenze, ed è vero. Ma presto vi si aggiunge il
sentimento di aiutare i nostri simili, di eliminare la sofferenza come se fosse
un’ ingiustizia commessa dalla natura o dall’uomo, e si desiderasse di
eliminare ogni nostra complicità con essa. Da ultimo sottentra il desiderio di
alleggerire il dolore altrui partecipandolo in qualche modo con dolercene noi
stessi. Così lo stadio ultimo della pietà è un bisogno di umiliarsi,
un’aspirazione a difendere che non è senza compenso nel sentimento della nostra
superiorità rispetto ai beni e ai mali della vita. Quindi l’intensità crescente
della pietà si traduce in un cangiamento e in una sintesi qualitativa, dal
disgusto al timore, dal timore alla simpatia, dalla simpatia all’umiltà. VI. —
Per esaminare il valore di questa teoria bisogna prima di tutto por mente alla
sua tesi fonda- mentale, che i fatti psichici siano puramente qualitativi e che
ad essi non sia applicabile la nozione di quan- tità e di grandezza neppure
nella sua forma più generale che è quella del numero. Questa tesi è
diametralmente opposta non solo ad ogni forma di metafìsica pitagorica o pitagoreggiante,
ma anche ad una forma di necessità che domina insieme il pensiero comune e il
pensiero scientifico, che qualità e quantità siano determinazioni necessarie di
tutto quello che esiste. L’Hegel è di questo parere e nella prima parte della
sua Logica, che riguarda l’essere, pone le cate¬ gorie della qualità e della
quantità. Non è alla meta¬ fisica pitagorica o pitagoreggiante che ci possiamo
appellare in questa discussione, ma alle necessità co¬ noscitive della nostra
mente, le quali ci provano che come non è possibile sempre una quantità reale
che non sia quantità di qualche cosa, di una cosa con una qualità (sostanza e
qualità sono idee correlative), cosi non si può pensare una qualità senza
quantità. Ambedue sono nozioni generali e necessarie dell’es¬ sere, per modo
che se la quantità non esiste senza una qualità reale (almeno del nostro
pensiero), nep¬ pure una qualità, di qualunque specie essa sia, naturale o
spirituale, può considerarsi esistente senza quantità, perchè l’annullamento
della quantità porta con sè anche quello della qualità. La filosofia francese
dell’indeter- minismo idealistico crede di trovare il suo più saldo fondamento
in questa dimostrazione della natura non quantitativa della realtà psichica, ma
essa si pone su una via sbagliata, perchè proprio non è necessario di negare la
natura quantitativa della realtà per assi¬ curare la libertà. Le leggi
numeriche riguardano l’es¬ sere non l’essenza, riguardano la conoscenza della
realtà nella intelligibilità aggregativa o disgregativa estrinseca, sono leggi
formali non leggi sostanziali, e per conseguenza non dicono nulla
speculativamente — 59 — sulla natura della realtà, e dicono sempre meno a
misura che si passa dalla natura allo spirito. In quella 1’esistenza spaziale
rende subordinabili alle leggi quan¬ titative tutte le sue proprietà e qualità
non solo, ma poiché la mente apprende queste qualità da fuori (la conoscenza
che abbiamo della natura è simbolica), il valore delle leggi quantitative si
identifica con quello delle leggi qualitative, ed è la forma più perfetta della
loro conoscenza scientifica. Non è così pei fenomeni psichici : questi sono
oggetto della nostra esperienza immediata e diretta ; sono fatti non appresi
esterna¬ mente, ma vissuti nella loro internità; e perciò le leggi quantitative
sono relativamente poco importanti e poco significative. La natura
dell’emozione, come quella dalla volizione, è appresa nella sua scaturigine non
nei suoi effetti; al contrario dei fenomeni naturali, che sono da noi
conosciuti negli effetti non nella loro essenza. E da ciò deriva che, essendo
le leggi quanti¬ tative leggi degli effetti, hanno pei fenomeni naturali la
maggiore importanza e ne hanno una minore o minima pei fenomeni psichici. Non
ha importanza, e può anche non aver senso, il misurare un fenomeno psichico dai
suoi effetti esterni, p. es. un’emozione dalla mimica che l'esprime, perchè
questa non ci dice nulla della natura dell’emozione, di quello che essa è in
realtà, ed anche quando cerchiamo di misurare la sensazione con lo stimolo, la
quantità crescente di questo ci informa così poco della sensazione, come la
qualità stessa dello stimolo ci dice poco e nulla della qualità della
sensazione. Pei fenomeni esterni la legge quantitativa (che non sta mai da sè e
disgiuntamente dalla qualità), ci dà quasi il tutto della conoscibilità del
fenomeno. P. es. l’attrazione, che non è conoscibile da noi per quello che è in
se stessa, ma per le leggi di Keplero, — 6o — di Galileo, di Newton. Pel
fenomeno psichico la legge quantitativa, quando è possibile di assegnarla (e
ciò accade sempre in relazione al fenomeno esterno), ci dice poco o nulla. Non
ci permette di trarne delle conclusioni sull’essenza del fatto psichico, di
intuirne la qualità indipendentemente dall’osservazione interna. Studiate pure
la circolazione del sangue, il lavoro del cervello, nell’atto di un pensiero,
di un calcolo, di un’emozione ; quelle cognizioni fisiche, anche nella più
precisa della loro determinazione quantitativa non gettano nessuna luce su la
natura del fenomeno psichi¬ co, che, se non ci fosse cognito direttamente, non
po¬ tremmo in nessun modo indovinare dal fenomeno fisico correlativo. Ma
dell’esistenza di una quantità dei fatti psichici c’ informa la stessa
osservazione interna, e non ci è alcuna coscienza spregiudicata, cosi di
psicologo che di uomo del volgo, che non l’ammetta. E l’ammette in base
all’esperienza diretta che ne ha, per la quale giudica dell’intensità di
un’idea, di un sentimento, di una volizione, senza avere notizia alcuna delle
sottili dimostrazioni che il Bergson adopera per provare che il sentimento che
abbiamo dell’ intensità dei fatti psi¬ chici è illusorio. Ed anche il punto di
vista dal quale si pone il Bergson per dimostrare la sua tesi è conte- stabile.
Perchè non si può parlare di illusione nella testimonianza diretta della
coscienza. Diciamo illusorie certe nostre percezioni, come quella della
profondità nello stereoscopio, non perchè la nostra percezione sia sbagliata in
sè, ma perchè è sbagliata nell’apprezza¬ mento di un fatto esterno, il quale,
si noti, simula le condizioni dell’esperienza normale. Ma dire che è illusorio
il nostro sentimento diretto e immediato della intensità dei nostri stati di
coscienza, è accusare di r — 61 errore la realtà stessa nella sua
manifestazione. L’in¬ tensità di uno stato psichico è uno stato psichico, ed
esso rimarrebbe quello che è, cioè uno stato quan¬ titativo, anche se, come fa
il Bergson, si dimostrasse appositamente che è la traduzione psichica di
differenze nella quantità esterna degli stimoli. Perchè quella traduzione
sarebbe non illusoria ma vera e si dovrebbe sempre riconoscere che il soggetto
risponde con uno stato psichico quantitativo ad una causa esterna quan¬
titativa. Ed anche quando si proverà che non è la quantità dello stimolo, ma
solo la moltiplicità degli elementi qualitativi quello che produce l’ illusione
in¬ tensiva, questa come stato psichico reale, data imme¬ diatamente
dall’osservazione interna, non potrebbe essere dichiarata illusoria e puramente
qualitativa. Un altro errore del Bergson, che è causa dell’ap¬ parente verità
delle sue dimostrazioni, sta in ciò che, siccome nei fenomeni psichici la
qualità è determinata e la quantità è indeterminata (possiamo dire il più o
meno, non il quantum di uno stato psichico) , si genera facilmente l’illusione
che la quantità si riduca alla qualità. Anche la natura dell’intensità
concorre, perchè essa è una quantità qualitativa, di cui solo la coscienza ci
dà l’imagine e il modello. Ma potete voi negare il carattere quantitativo all’intensità,
potete negarlo col ragionamento contro l’attestazione della coscienza ? Non
potete, perchè delle quantità di uno stato di co¬ scienza solo la coscienza ci
può informare, ed applicare' ad esso l’analisi dimostrativa è come voler
misurare la grandezza estensiva col peso o col calore. Certa¬ mente una
sensazione di peso maggiore è anche una sensazione qualitativa diversa, ma è
anche una sensa¬ zione quantitativa, perchè è maggiore e non potete — 62 —
dichiarare illusoria la sensibilità se vi dà l'indice immediato della quantità
in quello che è il suo lin¬ guaggio. Neppure si potrebbe ammettere come valido
il me¬ todo adottato dal Bergson nelle sue dimostrazioni. Per quel che riguarda
i fatti psichici di ordine sensitivo, egli sostenne che il soggetto pone sempre
nella sensazione la quantità dello stimolo ; anzi, poiché questo modo di
ragionamento non è adoperabile se non che per le sen¬ sazioni, adotta per le
emozioni la teoria somatica e, dai sentimenti sensitivi, la estende fino alle
emozioni estetiche e morali. Se non che è facile di vedere la curiosa
inversione del punto di vista alla quale sog¬ giace. In linea generale possiamo
dire che dell’au¬ mento della quantità dello stimolo noi siamo, primitiva¬
mente avvertiti dalla maggiore intensità delle sensazioni. E sebbene sia vero
che in moltissimi casi possiamo es¬ sere avvertiti dell’aumento dello stimolo
con altri mezzi, che si riducono poi tutti all’esperienza, questo non accade
sempre e per certe sensazioni (esperienze scien¬ tifiche a parte), non accade
mai. P. es. non accade per l’ottava della scala musicale nè per quella delle
sensa¬ zioni visive. E talvolta accade che dall’intensità delle sensazione
soltanto si conchiude alla potenza dello stimolo, come ad es. nelle sensazioni
chimiche e in quelle di temperatura, quando la potenza calorifica di alcune
materie non è saputa ma l’intensità delle sen¬ sazioni di calore (o di freddo)
ci avverte dell’intensità dello stimolo. Ma non sempre l’intensità dello
stimolo fisico è causa dell’intensità degli stati di coscienza, ed è som¬
mamente controverso che nelle emozioni la loro mi¬ mica sia la causa della loro
intensità. Quando le emozioni non derivano da causa fisica non si può par- - 63
- lare di inferenza dall’intensità dello stimolo all’intensità della
sensazione. E il sostenere, come fa la teoria soma¬ tica, che sono mesto perchè
piango, e non già che piango perchè sono mesto, parrà sempre una grande
assurdità non solo alla coscienza comune, ma anche a quella degli psicologi che
non si potranno persuadere che il pianto si produce senza la mestizia, e perchè
producendosi dovrebbe aver proprio la mestizia come effetto. E quanto alle
emozioni ideali, alle estetiche e alle morali, notiamo che il metodo di
dimostrazione adottato dal Bergson consiste nell’addurre un numero sempre
maggiore di cause psichiche per ispiegare l’ap¬ parente intensità
dell’emozione. Ora il numero delle cause è una quantità, e il crescere
dell’emozione è un fatto quantitativo anch’esso. Come si fa a dire che non è,
che è una semplice qualità? Quando ci è una va¬ riazione che non tocca la
qualità, come si potrebbe sostenere che la variazione non è quantitativa ?
Certo l’amore, l’odio, la pietà possono prendere carattere qualitativo diverso
e si può dire che ogni qualità della causa si ritrova in una qualità
dell’effetto. L’amore pei figli non è lo stesso che quello per la fidanzata, o
l'odio del tiranno non è quello stesso che è pel vile o pel calunniatore,
similmente la pietà per un sofferente varia di qualità come la sofferenza, e non
è pel ferito quella stessa che è per chi ha perduto i figli o l’onore. Ma se
dell’odio, della pietà e dell’amore sono affermate nativamente dal nostro
sentimento delle differenze quantitative ; e se esse sono, come vuole il
Bergson, effetto di un numero crescente di cause psi¬ chiche, la quantità
dell’effetto è correlativa della quan¬ tità della causa, e non è il caso di
dichiararle illusorie. La tesi del Bergson deriva da un doppio pregiudi¬ zio
metafisico che se la quantità e le leggi della quan- — 64 — tità valgono per
tutta la realtà, l’indeterminismo è negato; dal pregiudizio psicologico
matematico che ogni grandezza è di spazio, ed è possibile ammetterla se e nella
misura nella quale è possibile di tradurla in termini di spazio. Ora il
calcolo, nella sua maggiore generalità, è la smentita di questo pregiudizio ;
il nu¬ mero è la quantità nella maggiore astrazione e nella maggiore idealità,
e come tale è applicabile a tutto, alle grandezze spaziali come ai pensieri. Nè
vale che noi traduciamo quanto è possibile tutti i nostri apprezzamenti di
grandezza in termini di spazio ; perchè questa tendenza deriva dalla chiarezza
superiore dell’intuizione spaziale, e il pensiero cerca sempre che può la
maggiore chiarezza ed evidenza rappresentativa. Conchiudendo, possiamo dire che
la tesi del Berg¬ son è errata. Gli stati psichici non sono misurabili è vero,
ma non perciò non sono quantitativi, la qual cosa equivarrebbe a negarne
l’esistenza. L’impossibilità della misura per essi non dipende dalla loro
massima com¬ plessità, non dipende dal non essere spaziali, perchè anche il
tempo, che non è una grandezza spaziale, è misurabile. Dipende dalla loro
natura di fatti vissuti che non esistono più dopo che non sono più attuali in
maniera utile alla loro misurabilità. Deriva dal perchè ogni nostra misura è di
natura fisica e nessuna mi¬ sura fisica ci può dare quella dei fatti psichici.
Deriva da questo finalmente che la misura psichica non può essere che psichica
e che questa misura ci è, ma è di sua natura indeterminata. Cosicché anche
quando, misurando esteriormente il fatto psichico con lo stimolo esterno,
cerchiamo di stabilire il loro rapporto nume¬ rico, la misura è sempre
ipotetica e non provata mai dalla coscienza, per la quale nessuna misura è
assoluta, ma sempre e solo relativa. Il più e il meno è il solo — 65 — calcolo
che essa possiede, e perciò anche quando dice che uno stesso rumore è maggiore
di notte che di giorno, dice non il falso, ma un caso di verità dei suoi
apprez¬ zamenti comparativi : come sensazione il rumore not¬ turno è più
intenso di quello diurno. VII. — Abbiamo fin qui discusso il valore dei me¬
todi della Psicofisica considerati in sè stessi. Ma se si bada all’importanza
dei loro risultati per la Psicologia ci si avvede finalmente che sono assai
scarsi. Qual lume sulla conoscenza dei fenomeni psichici in loro stessi può
spandere il sapere ? qual’è la soglia o la minima quantità di stimolo
percettibile? quale l’aumento propor¬ zionale di stimolo necessario per
produrre un aumento di sensazione ? Posto anche che tutti gli sperimentatori
fossero d’accordo e per tutte le sensazioni e in tutti i particolari, le misure
cosi fissate non ci direbbero nulla sulla natufa e sul legame causale di queste
per¬ cezioni nell’insieme degli stati psichici. La Psicofisica è caduta per due
ragioni: per l'errore fondametale del metodo di applicare la misura a ciò che
non è misura¬ bile e per la sterilità dei suoi risultati. Ma se anche la misura
non è possibile per l’intensità dei fatti psichici, non è neppure possibile per
la loro durata, per la loro celerità, per il numero di elementi che ciascuno di
essi può comprendere nello stesso tempo ? La misura del tempo non è diversa pei
fatti psichici da quello che è pei fatti naturali e poiché gli sperimentatori
sono giunti a separare il tempo fisiologico (cioè quello della con¬ duzione
nervosa), da quello psicologico, la misura di questo non può soggiacere alle
obiezioni che si fanno alla Psicofisica. Dal momento che si riuscì fin dal
1820, con le esperienze del Bessel, a determinare l’equazione personale degli
astronomi, era data la possibilità della psicocronometria che tanto fervore di
ricerche ed anche 5 — Masci, Lettoni di Psicologia. 66 tante speranze
(purtroppo deluse), provocò fra gli stu¬ diosi di tutti i paesi civili tre
decennii fa. Dal libro del nostro Buccola « La legge del tempo nei fenomeni del
pensiero» che è del 1883 a quello del Gastrota « Le relazioni di tempo nei
fenomeni mentali » che é del 1890 e i molti usciti in Francia, in Germania, in
Ame¬ rica, in Inghilterra, anche la psicocronometria ha avuto una ricca
letteratura. Si è cercato di determinare il tempo che esige 1 associazione
delle rappresentazioni nelle più varie condizioni fisiologiche e psichiche, si
è determinato il tempo delle reazioni semplici e di quelle che importano una
scelta, e si è trovato che la durata delle prime è minore di quella delle
seconde. 11 Binet ha misurato la capacità dell’attenzione e il suo tempo, nelle
sensazioni tattili mediante il numero dei punti percepiti delle sensazioni
semplici e delle doppie; nelle sensazioni acustiche mediante il numero degli
errori nella copiatura dei numeri e delle frasi, o nelle correzioni delle bozze
di stampa mediante il numero delle correzioni omesse, o nella scrittura me¬
diante il numero delle cancellature. Nella memoria si è cercato la misura
mediante il numero delle cifre o delle parole ricordate ; e le ricerche si sono
estese in tutti i campi dell’attività psichica. In Germania la ca¬ pacità della
memoria e stata misurata col numero delle sillabe senza senso; si è trovato che
essa nell’appren¬ dimento di un brano di scrittura è maggiore per la poesia che
per la prosa, che è proporzionale al numero delle lettere, che decade prima
rapidamente e poi più lentamente, che la rapidità delle associazioni mnemo¬
niche è in rapporto con la loro origine antica o recente. Altri sperimentatori
hanno trovato che l’associazione psicologica è più esatta in relazione al
numero delle idee associate se il soggetto in esperimento aggiunge — 67 — alle
idee la parola parlata, cioè se impegna nel pro¬ cesso psichico anche il centro
motore dell’articolazione della parola. E il Bùhler ha trovato che quanto più
viva èia rappresentazione delle parole tanto più superficiale è il pensiero. Ma
quando si va a vedere si trova che i risultati ottenuti sono assai scarsi e per
la spiegazione causale dei fatti psichici poco meno che nulli. Negli esempii
addotti bisogna distinguere gli esperimenti di psicocro¬ nometria da quelli di
psicometria. I primi riguardano la durata, i secondi il numero maggiore o
minore di elementi che una funzione psi¬ chica determinata può ritenere o
connettere, p. es. la memoria, l'attenzione, l’associazione. Ma per quel che
riguarda la prima le speranze concepite furono ben presto deluse, e non fecero
che precisare in numeri, che del resto variavano da uno sperimentatore
all’altro, quel che già si sapeva. È un’esperienza ordinaria che il tempo di
reazione è più lungo se si complica con la scelta , e che l’associazione prende
più tempo secondo il numero degli elementi e fin dai tempi di Cesare si
considerava come un prodigio che si potesse attendere contemporaneamente a più
cose, e che la capacità e velocità dell’attenzione sono limitate. Ciò non dice
che anche quelle notizie più precise non siano utili ; noi siamo ben lungi
dalle pretese che il Buccola annunciava nel libro citato che la via regolare
delle ricerche psi¬ chiche è quella che studia i fatti psichici nelle loro
manifestazioni esterne. Con la psicocronometria la stru- mentistica psicologica
ebbe modo di sfoggiare la sua capacità inventiva e di mettere insieme una
quantità di tabelle piene di numeri che ingombravano fino a qualche decennio fa
le riviste di psicologia sperimen¬ tale, pochissime delle quali danno qualche
conclusione. — 68 - Egli è che la psicocronometria diventò fine a sè stessa,
perchè si scambiò la forma con la sostanza e divenne, per questa via, un
trastullo matematico. Quello che importa in Psicologia è la qualità del
fenomeno, la quale non può essere data che dall’autoosservazione; la mi¬ sura
del tempo può essere utile, quando è possibile farla con esattezza, ma, còme
quella che riguarda un rap¬ porto puramente formale, non ha che un’importanza
del tutto secondaria e subordinata e non è serio di crederla una scienza per
questo che stende tabelle di numeri. La Psicometria che cerca i numeri degli
elementi dei fatti psichici ha proceduto con le inchieste e con la conseguente
formulazione dei testi mentali e con le statistiche psicologiche. Ma se la
statistica dà utili ri¬ sultati allorché è limitata a determinare il modo di
espli¬ cazione dei fenomeni sociali di cui sono note le cause, e può talvola
far ritrovare delle cause residue ignote o valere come mezzo di determinare il
valore relativo delle cause note, dando così allo Stato le direttive per per
influire sullo stato sociale demografico di un deter¬ minato paese, non si vede
che cosa possa valere in Psicologia, dalla quale esula ogni fine pratico e la
co¬ noscenza del fenomeno non può essere data che dal- l’ autoosservazione. Il
valore inventivo della media sta¬ tistica, specie se è ottenuta mediante le
inchieste, i questionarii diramati su larga scala a un gran numero di persone,
la più parte incompetenti, è una specie di suffragio universale applicato alla
scienza e particolar¬ mente alla Psicologia. Quanto ai testi mentali , le espe¬
rienze hanno dato qualche buon risultato, p. es. pei tipi ideativi, affettivi,
volitivi, pei tipi associativi, ecc. Ma sono servite piuttosto alla Psicologia
individuale e differenziale, anziché alla Psicologia generale, e non hanno
fatto che precisare cognizioni che si avevano già senza tanto lusso di
questionarii e di inchieste. — 69 - Vili. — Un altro ordine di esperienze
psicofisio¬ logiche è stato quello di psicodinamica, cioè quello di studiare i
fenomeni psichici in correlazione con le va¬ riazioni generali delle funzioni
organiche (circolazione, respirazione, secrezione.) Il giorno che Mosso ebbe la
ventura d'incontrarsi in un soggetto, a cui la perdita di gran parte delle ossa
craniche poneva a nudo il cervello e permetteva di costatare
l’afflusso-sanguigno e l’elevazione della temperatura in rapporto col lavoro
del pensiero, si credè di aver trovato una gran cosa. Ma a parte la
considerazione che il fatto costatato o constatabile restava così impervio per
la conoscenza del fatto psichico come ogni altro fenomeno fisico, si vede che
esso è più generico, più per dir così globale, che non quelli costatati dalla
psicofisica che avevano ca¬ rattere di maggiore specialità. D’altra parte le ricerche
non erano facili per le condizioni stesse delle esperienze. Siccome i soggetti
presentanti delle lesioni delle ossa del cranio sono rari e non si prestano per
motivi varii aU’esperimento, si è cercato di adoperare altri modi di studio,
possibile sui soggetti sani, ed anche su sè medesimi. Le ricerche di Mosso, di
Bordoni -Uffredarri, di Marro, di Lugaro, di Morselli, di Binet e della sua
scuola hanno condotto di nuovo a delle tabelle piene di numeri, a dei grafici
assai precisi. Ma prima di tutto, per quel che concerne il pensare
semplicemente, si è dovuto riconoscere che non era possibile di isolare i
concomitanti psicologici da tutte le altre attività psichiche, specie di natura
emotiva, che le accompa¬ gnano. E poi le variazioni stesse in qual rapporto
stanno coi fenomeni psichici, sono equivalenti o sono effetti? E p. es.
l’aumento di temperatura è dovuto ai ricambii materiali nel cervello, ovvero a
quelli del¬ l’organismo in generale ? — 70 Si sono studiati i fenomeni
respiratori, e quelli di secrezione, ma con la stessa incertezza dal punto di
di vista fisico e con la stessa assenza di significato dal punto di vista
mentale. Il rallentamento o l’accelera¬ mento della respirazione è in
correlazione col fatto mentale o con l’emotivo ? E quanto alle secrezioni i
risultati ottenuti non sono concordi nei particolari. Ma anche ritenuto che il
lavoro mentale produce un au¬ mento della quantità delle urine e dell’acido
fosforico, della calce e del magnesio eliminati con esse, non si possono
ricommettere direttamente questi fenomeni col lavoro mentale. Perchè ogni
eccitazione cerebrale riopera sui centri nervosi che presiedono agli scambii
generali di materia in tutti i tessuti. Nè la misura del polso, nè quella della
temperatura, nè l’altezza delle curve respiratorie e cardiache, nè la quantità
e qualità delle materie elimi¬ nate, si trova in rapporto diretto col pensiero.
L’ecci¬ tazione cerebrale reagisce, ma mediatamente, su tutte queste cose. Ma
posta anche che le pretese della psicodinamica fessero ineccepibili, che la
quantità del fenomeno fisio¬ logico fosse determinata per ogni caso in esatto
rapporto col fenomeno psichico, non si conoscerebbero dal punto di vista
fisiologico se non che le variazioni, ma si igno¬ rerebbe il legame causale.
Inoltre, se nelle esperienze psicofisiche è possibile di interrogare la
sensibilità stessa per stabilire un rap¬ porto tra la quantità dello stimolo e
quella della sen¬ sazione, nella psicodinamica non si può far niente di questo;
e non si può se non che avventurarsi in modo temerario a giudicare che il
fenomeno fisiologico è causa concomitante, effetto del fenomeno psichico. Tutte
queste teorie sono state sostenute, la prima dal Lehmann e in generale dai
psicofisiologi materialisti, la seconda dai parallelisti, l'ultima dai più
prudenti e savii fra gli psicofisiologi. Ma dopo tutto il fenomeno psicofisico,
anche se saputo con tutta precisione, e nel suo vero rapporto col fenomeno
psichico, non ci dà notizia di questo. Non abbiamo notizia che dall'auto-
osservazione. La più autorevole conferma sta nel fatto stesso degli
psicofisiologi, perchè la loro scienza è stata sempre l’ interpretazione del
fenomeno fisiologico in base delle conoscenze psicologiche possedute. Quando la
teoria delle facoltà prevaleva in Psico¬ logia, si è avuta la fisiologia delle
localizzazioni che sotto altre forme ci è anche oggi. Quando ha prevalso la
Psicologia dell’associazione, i fisiologi hanno data la maggiore importanza
alle fibre di collegamento, e alle azioni intracorticali. Anche la Psicologia
àé\\' ap¬ percezione ha trovato la sua traduzione nel dominio del¬ l’anatomia e
della fisiologia. Egli è che la psicologia è assai più avanti della fisiologia
cerebrale, e questa ha bisogno della sua guida per istituire e condurre le sue
ricerche. E forse le cose procederebbero meglio se i psicofisiologi volessero
approfondire meglio le loro conoscenze psicologiche, prendere notizia esatta e
porsi in grado di lavorare anche nell’ordine delle ricerche psichiche. La cosa
più importante forse a notare è questa, che il calcolo quantitativo che ha
avuto nelle scienze na¬ turali ufficio altamente sintetico, ed è servito a
ricol¬ legare ordini varii di fenomeni tra loro, (es. la gravità terrestre e
l’attrazione universale), ha avuto in Psico¬ logia l’effetto contrario. Ha
accresciuto il lavoro inutile ; ed anche quando ha portato a qualche
conoscenza, ha moltiplicato i particolari, ma li ha lasciati nello stato di
disgregazione, caotica. IX. — Pure gli sperimentatori in Psicologia non si sono
sgomentati, e hanno cercato sempre nuove vie. Una di queste è stata quella
dello studio dei riflessi, dello sviluppo anatomico e della composizione
chimica dei centri psichici. Nelle esperienze sui nati ciechi ope¬ rati si era
notato che essi non posseggono nei primi giorni la percezione visiva delle
forme degli oggetti anche se ne hanno avuto cognizione precedentemente per
mezzo delle sensazioni tattili e muscolari. Simil¬ mente essi non sanno dire di
due soggetti quale è il più grande, quale il più piccolo, nè rappresentare col
gesto e con le mani quale è approssimativamente la dimensione di un oggetto che
sia loro mostrato. Oc- corre Quasi una settimana perchè l’apprezzamento vi-
sivo si stabilisca rispetto alla forma e alla grandezza degli oggetti. Tutte
queste cose erano conosciute da un pezzo ; e il Bourdon e il Nissl hanno
conchiuso che le rappresentazioni visive sono tutte motrici. Gli psicologi
anteriori ne avevano conchiuso che le perce¬ zioni sono esperienze consolidate
non stati di coscienza primitivi e semplici. Qualcuno ha esteso la teoria mo¬
trice anche alle sensazioni uditive. Si sa che le perce¬ zioni muscolari sono
tali con la maggiore evidenza, ed elementi motori si possono ritrovare in tutte
le sensa¬ zioni, anche nelle chimiche e nelle termiche. Ma evi¬ dentemente se
elementi motori possono aver parte principale nelle percezioni di forma, di
grandezza, di direzione, di localizzazione, e possono valere pei ca¬ ratteri
accessorii di qualunque sensazione, non ne po¬ trebbero spiegare le qualità
primarie e proprie. Se non che avendo il Le Dantec detto in maniera generale,
che tutte le nostre percezioni sono il prodotto di un’ assimilazione funzionale
; un fisiologo russo, il Bechterew, ha pensato che il meccanismo nervoso dei
fatti psichici non è altra cosa se non che una progressiva — 73 —
organizzazione dei riflessi cerebrali. Ogni sensazione avvertita produce dei
riflessi cerebrali, i quali perman¬ gono come abitudini funzionali, e si
organizzano. La modificazione mediante l’esperienza anteriore è quella che distingue
il riflesso psichico dal fisico. Questa con¬ cezione psicofisica dei riflessi
cerebrali spiegherebbe la formazione delle idee astratte. Perchè mentre le rap¬
presentazioni degli oggetti singoli hanno poca stabilità, quello che ci è di
somigliante in più rappresentazioni si consolida per l’associazione dei
riflessi, che è più stabile del riflesso che risponde agii oggetti singoli. Un
psicofisiologo francese, il Kostyleff, ha creduto che queste idee e questi
studii rappresentassero una grande novità, e potessero far entrare la
Psicologia sperimentale in una nuova via, nella quale si potrebbe quasi
sorprendere il processo delle organizzazioni psi¬ chiche mediante i riflessi.
Se non che, siccome i riflessi noi non li possiamo osservare e tutt’al più possiamo
osservare i riflessi muscolari esterni soltanto; così bi¬ sogna aggiungere il
metodo dei quistionarii. E se con le risposte ottenute si scopre il processo
dell’organiz¬ zazione psichica, si potrà conchiudere da questa all’or¬
ganizzazione dei riflessi, e spiegare la prima con la seconda. È istruttivo
indicare con qualche esempio il proce¬ dimento sperimentale imaginato. Così se
dalle risposte alle questioni risulta che il soggetto in esperimento è un tipo
osservatore , se ne conchiuderà che in lui è pro¬ gredita l’organizzazione dei
riflessi periferici, e se è invece un tipo imaginativo , si conchiuderà che in
lui è invece progredita l’organizzazionedei riflessi cerebrali. Similmente si
potrà indovinare dall’ordine di sviluppo delle nozioni nel bambino l’ordine di
organizzazione dei riflessi. 74 — Cosi gli aggettivi si può presumere che
suppongano riflessi omosensoriali e invece i sostantivi i riflessi eie-
rosensoriali, e che le parole esprimenti relazioni, come il verbo, suppongano
relazioni di riflessi. Così è sco¬ perta le successione delle formazioni
ideologiche ; prima gli aggettivi, poi i sostantivi, "poi i verbi. E si
può spe¬ rimentare per sapere come si formano i giudizii, e se siano prima gli
analitici o i sintetici. È probabile che siano prima gli analitici, perchè è
più facile separare una parte di un riflesso dal tutto, anziché accostare tra
loro due riflessi distinti e diversi. Le esperienze del Lichen hanno mostrato,
che nel¬ l'associazione prima è quella per subordinazione, poi quella per
coordinazione, ultima quella per soprordi¬ nazione. Così se si pronunzierà
dinanzi a un fanciullo la parola cane , (parola induttrice), in un primo
periodo il fanciullo indicherà Pitto o Fox, in un secondo sarà incerto e potrà
indicare anche il gatto, e solo in un terzo periodo potrà nella sua risposta
pronunciare la parola animale. Dunque l’organizzazione dei riflessi associativi
va dalla subordinazione alla coordinazione, e da questa alla sopraordinazione.
Si potrebbe con tal metodo vedere quando comincia nel bambino la fun¬ zione
dell’astrazione, e imaginare i riflessi corrispon¬ denti. E similmente quando
comincia in lui ad isolarsi il concetto dall’ imagine, per indurne che il
riflesso ima¬ ginativo è stato sostituito del riflesso verbale. Si può finalmente
sperimentare sullo sviluppo del ragiona-- mento, proponendo quistioni adatte a
fanciulli di età diverse ; ed anche in tal caso dallo sviluppo psichico
s’indovinerà lo sviluppo dei riflessi, e delle organiz¬ zazioni contemporanee e
successive dei riflessi, che il ragionamento suppone. Si vede p. es che negli
alienati l’attenzione è de- — 75 — bole, e debole è talvolta l'associazione
psicologica. Un’esperimentatrice, la signorina Pelletier, ha attribuito questa
debolezza all’anormalità della circolazione cere¬ brale, al ritardato ricambio
materiale, e in taluni casi alle lesioni della corteccia cerebrale riscontrate
all’au¬ topsia. Ma meglio avrebbe fatto se avesse cercato di studiare l’
influenza di queste cause sull’organizzazione dei riflessi cerebrali, specie
nei fanciulli deficienti. E il Kostyleff conchiude trionfalmente che lo studio
dei riflessi cerebrali sarà la base della futura Psicologia, e che esso solo le
potrà dare il carattere di scienza po¬ sitiva. Basta l'esposizione di questo
modo di esperimento" psicofisiologico per mostrarne tutta l’assurdità. In
primo luogo pare che il Kostyleff creda che in Psicologia si sostenga ancora la
teoria democritea del trasporto delle imagini dagli organi di senso periferici
al cervello; quando una tale teoria non è ammessa da alcuno, e fu àbbandonata
dalla stessa psicologia greca. Ormai tutti sono convinti che una tale
spiegazione non è una spiega zione. Perchè ogni imagine spaziale deve, nella
sua me¬ tamorfosi psichica compresa quella dello spazio, cessare di essere una
grandezza estensiva. In secondo luogo è meravigliosa la disinvoltura con la
quale il Kostyleff afferma che i riflessi cerebrali e la loro organizzazione
possono spiegare tutti i fenomeni psichici. Du Bois Reymond osserva che se
anche conoscessimo matema¬ ticamente la muta danza degli atomi cerebrali, giam¬
mai per noi questi atomi penserebbero. Ma quello che ci è di più singolare è
questo, che il voluto esperimento si limiterebbe a raccogliere delle risposte a
questioni proposte. Dalle risposte si caverebbe la teoria e dalla teoria l'
ipotesi esplicativa sui riflessi, e sulla loro organizzazione. Dunque non si
sperimente- — 76 — rebbe sui riflessi cerebrali (la qualcosa non è possibile) ;
si domanderebbero le teorie alle risposte, cioè infine all’auto-osservazione.
Il quistionario poi si riduce a un semplice trucco. Perchè quelle risposte si
trovano date da un pezzo dall’auto-osservazione dei psicologi, che è in questo
caso quella dei competenti. Inoltre l’auto-os¬ servazione è falsificata dal preconcetto
dottrinale. P. es. è noto che il pensiero primitivo, come mostrano i si¬
gnificati delle radici primitive delle parole, è verbale, ha natura verbale ; e
intanto si dice, che l’idea verbale è posteriore, perchè suppone
un’organizzazione dei riflessi più progredita. È noto che il giudizio analitico
è più difficile e si ritrova posteriore nello sviluppo psichico al giudizio
sintetico, il quale è da principio un giudizio facile perchè percettivo ;
invece per la ipo¬ tesi della organizzazzione dei riflessi è giudicato po¬
steriore. Davvero il metodo sperimentale proposto dal Ko- styleff e adottato
dal Bechterew è la negazione del me¬ todo sperimentale. Anche meno
significativo per l’intelligenza dei fenomeni psichici e del loro sviluppo
causale riesce lo studio dello sviluppo anatomico, istologico e chimico del
cervello negli animali e nell’uomo. Posto anche che si possa dimostrare un
parallelismo rigoroso, posto anche che questo si debba ammettere, non si può
passare da esso alla spiegazione. Perchè come la stessa notizia del fatto di
coscienza non ci potrebbe esser data dalla conoscenza anatomica istologica e
chimica ; così nessuna interpretazione dello sviluppo psichico è possibile in
base allo sviluppo anatomico, istologico, chimico. Sono due lingue diverse, tra
le quali non è possibile una traduzione ; perchè la differenza qualita¬ tiva è
assoluta, e la concomitanza dei fenomeni nonché — 77 essere la spiegazione, è
una nuova difficoltà per la spiegazione. X. — La forma di esperimento in
Psicologia, che segna il ritorno all’auto osservazione, è quella prati¬ cata
dalla scuola di Wùrzburg con a capo il Kùlpe e collaboratori principali l’Orth,
il Messer, il Bùhler. Già prima il Binet aveva applicato il metodo dei que-
stionarii allo sviluppo dell’intelligenza, sottoponendo ad esso persone diverse
di età, di educazione, di istru¬ zione, di capacità mentale. Se non che nessun
risultato sintetico egli aveva potuto raggiungere; e, eccetto le solite cose
intorno all’associazione semplice e complessa, diretta e indiretta, verbale e
concettuale, che sono progressive, e a ciò che si sapeva sullo sviluppo del
pensiero, il suo lavoro non aveva dato gran cosa. Tanto che egli stesso in uno
scritto pubblicato nell’ « Année psychologique del 1909 col titolo « Bilan de
la Psychologie en 1907», ha notato malinconicamente, che dopo il grande lavoro
di analisi e di sminuzzamento, la sintesi sarà estrema- mente difficile. E
riconosce che il sistema di ricerche, che adopera i cosiddetti testi mentali ,
non servirà già alla Psicologia generale, ma piuttosto ai maestri, o agli
alienisti, o per distinguere la capacità, o per trovare le forme morbose
specifiche, o per graduare le respon¬ sabilità penali. In più ampia via si è
posta la scuola di Wùrzburg, la quale con lo stesso metodo ha studiato
partitamente l'associazione psicologica, il giudizio, l’ideazione. Essa crea le
cosiddette parole induttrici, per provocare ad esempio lo spiegamento delle
funzioni dell’astrazione, facendo trovare le nozioni subordinate, le coordinate
le sopraordinate di quella espressa dalla parola indut¬ trice. Con lo stesso
metodo ha cercato di sorprendere - 78 - il giuoco delle idee, e delle imagini
nelle associazioni psicologiche. Ha interrogato per sapere se nell’atto del
giudizio i soggetti in esperimento riconoscono l’in¬ tervento di una funzione
diversa da quella della sem¬ plice associazione, ed ha constatato -dalle
risposte che era generalmente ammesso l’intervento della volontà. Similmente ha
osservato per scandagliare la costanza, la precisione, l’ampiezza delle facoltà
sintetiche, e il loro sviluppo. Ma i risultati sono stati vaghi, e talvolta
contraddittori. Quindi non è meraviglia se contro la scuola di Wiirzburg sia
insorta quella di Lipsia, con a capo il Wundt, il quale ha cercato di richiamare
gli studiosi di Psicologia ai veri termini di quel che può valere l’esperimento
in Psicologia. Secondo lui quelli della scuola di Wiirzburg non sono veri espe¬
rimenti. L’esperimento importa queste condizioni : che lo sperimentatore possa
predeterminarne il principio e il decorso ; che possa seguirlo e controllarlo ;
che possa ripeterlo nelle stesse condizioni ; che possa va¬ riarne le
condizioni. Ma anche senza stare alle condizioni troppo rigo¬ rose del Wundt, e
ammettendo che in Psicologia bisogna contentarsi di esperienze, che non si
possono sempre sottoporre ai metodi rigorosi dell’esperimento fisico ; non è
possibile non riconoscere, che negli espe¬ rimenti della scuola di Wùrzburg
mancano risultati positivi e determinati, e non si è ottenuta nessuna nuova
conoscenza, o nessuna correzione delle cono¬ scenze che già si avevano dalla
psicologia introspet¬ tiva. In essi inoltre si è ben lontani da quella preci¬
sione (se anche talvolta ingannevole), degli sperimenti di psicofisica, di
psicodinamica, di psicocronometria, e di psicometria. Talvolta gli
sperimentatori hanno trovato che i soggetti non comprendevano le quistioni — 79
— proposte, e rispondevano negativamente. Così la qui- stione proposta dal
Messer sulla differenza tra il pen¬ siero concreto e l'astratto, uno dei
soggetti negò, qualche altro non rispose, qualche altro diede risposte errate.
Che se, invece di osservare su soggetti impre¬ parati, si osserva su soggetti
prepara^, cioè su persone colte, le risposte che si hanno sono prodotti riflessi,
e il pensiero non è sorpreso nel suo stato nativo e nella sua formazione. Così
le quistioni proposte dal Buhler allo stesso direttore dell’ istituto, il
Kiilpe, sul darwinismo, suH’empirismo, e sull’idealismo, ecc., non potevano
assodare che fatti di conoscenze acquisite, e di formazione psicologica. Non ci
è bisogno di inter¬ rogare Aristotele o Newton, per conoscere la potenza delle
loro facoltà sintetiche ; le loro scoperte stanno lì a documentarla ; la
Metafisica del primo, la filosofìa naturale del secondo sono documento migliore
di qualunque risposta. Ma quello che è più importante notare è che in quella
limitata parte, nella quale il metodo dei quistio- nari può valere ad
investigare qualche verità psicologica, esso opera come l’auto-osservazione, e
non è propria¬ mente un metodo sperimentale. Può essere un metodo comparativo
di auto-osservazioni colte nella loro sin¬ cerità e ingenuità primitiva, ma un
vero e proprio metodo di esperimento non è. XI. — Da quanto abbiamo finora
discorso si vede quali siano i limiti dell'esperimento in Psicologia. Esso non
può avere il carattere quantitativo che ha nelle scienze fisiche, perchè posto
anche che il fenomeno psichico abbia una quantità, esso però non può essere
sottoposto alla misura. Questa è bensì applicabile sotto l'aspetto puramente
formale nella psicometria e nella psicocronometria e nelle manifestazioni
esterne o orga- — So¬ niche nella psicodinamica, ma nè nell’una nè nell’altra
forma non ci dicono nulla della natura della qualità e del nesso causale dei
fenomeni psichici. Si può dire che l’errore fondamentale della Psicologia
sperimentale sia questo, che, per applicare l'esperimento, essa vuol rendere
oggettivo quello che nella natura sua è sog¬ gettivo. Se anche fosse possibile
di stare alle norme fissate dal Wundt per l'esperimento psicologico, non si
potrebbero avere se non risultati vaghi, quali può darli una materia variabile
e mobile, quale è quella trattata dal psicologo. La ripetizione delle
circostanze non può essere che approssimativa, non già esatta come è possibile
nelle scienze fisiche. I fenomeni psi¬ chici si producono in un mezzo complesso
e di sempre variabile complessità che lo rendono per natura insta¬ bile.
Applicato ai fenomeni più elementari di sensibilità può dare qualche cognizione
utile, ma come si sale ai fenomeni superiori più complessi, di meccanismo
rappresentativo, di pensiero, o si deve adoperare l’os¬ servazione interna, o
bisogna limitarsi ai rapporti for¬ mali della psicocronometria e della
psicometria, o accontentarsi dei fenomeni esterni e perciò non signi¬ ficativi
e dal punto di vista psichico opachi della psi¬ codinamica, o abbandonarsi alla
teoria imaginaria dei riflessi. Anche lo studio delle variazioni somatiche ge¬
nerali che accompagnano gli stati psichici, come è stato fatto coi cosiddetti
metodi di impressione e di espres¬ sione (Eindruck und Ausdrucbnetoden) non ci
fanno penetrare più in là. È utile registrare le tonalità emotive nei discorsi
di un oratore, o il decorso dei riflessi galvanici durante le diverse fasi
dall'attività psichica, ma tutto si riduce, quando è possibile di fare
seriamente questi studii, ad avere presente una forma di dinamismo fisico in
corrispondenza del dinamismo psichico. E — 8 1 infatti con essi non si è potuto
determinare nessuna legge nuova, ma solo verificare leggi già note, ed anche
molto approssimativamente ed inesattamente, come quella dell’oscillazione
dell’attenzione. XII. — Un’altra via tentata dalla Psicologia spe¬ rimentale è
la Psicologia differenziale. Al contrario della solita Psicologia che studia
l’uomo medio, questa, studia l’individuo, e si propone il quesito fino a qual
punto le variazioni individuali si possono ritenere come normali, e di dove
comincia la patologia psichica. Ed anche qui un limite sicuro, una legge
generale non si ■è potuto stabilire. Ma forse, dopo la difficoltà principale
che la Psi¬ cologia sperimentale incontra, di voler mutare il sog¬ gettivo in
oggettivo, e di voler interpretare la coscienza in base e in funzione delle sue
manifestazioni esterne ; non ci è difficoltà maggiore di quella che deriva dal
carattere essenzialmente analitico della ricerca speri¬ mentale. Il carattere
più importante della vita psichica, che si rivela all’osservazione interna, è
l’unità, la tota¬ lità e la continuità dell’energetica psichica in connes¬
sione quest’ultima e in continuo ricambio d’azione con la vita psichica
subcosciente, che fa un tutt’uno con essa. La Psicologia sperimentale è
costretta di risolvere l’unità e continuità della vita psichica nei suoi elementi
e di studiare a parte a parte la sensa¬ zione, l’attenzione, l’associazione,
considerando, al modo herbartiano, le rappresentazioni come entità per se
stanti. Ora ciò che è reale, dal punto di vista psi¬ chico, è l’unità psichica,
la coscienza, come quella che sorregge, accompagna indissolubilmente tutti i
singoli fatti psichici, che si dicono perciò tutti stati di coscienza. E se si
pensa che questi stati sono in connessione e in dipendenza, quanto alla loro
forma- 6 — Masci, Lezioni di Psicologia. zione. con stati subcoscienti, e che
la subcoscienza è assai più vasta della coscienza, e che gran parte di questa è
elaborata in quella, si vede facilmente che il procedimento analitico della
Psicologia sperimentale . è sempre più o meno falsificatore della realtà che
in¬ tende spiegare. Ora questa proprietà essenziale del fatto psichico è quella
che insieme alla sua natura e qualità non si rivela se non che
all’auto-osservazione, e che fa di questa come la fonte principale ed
essenziale della conoscenza del fatto psichico, ed anche quella a cui la
Psicologia sperimentale si deve rivolgere così per l’indirizzo come per
l’intepretazione dei suoi speri¬ menti. Inoltre ai confini della subcoscienza
non ci è che la coscienza ed è questa soltanto che può testi¬ moniare, come di
sè stessa, così anche delle elabo¬ razioni lente di sè nella sfera della
subcoscienza, come delle subitanee irruzioni della medesima. Le difficoltà
teoriche opposte dai psicologi all’introspezione non valgono contro il fatto,
che solo la coscienza ha reso, rende, e può rendere conto di sè stessa. E
sebbene non si possa disconoscere che ci è incompatibilità e anche antagonismo
tra l’osservazione e il fatto osservato non»si può non riconoscere che anche la
difficoltà è attenuata nella memoria che si ha del fatto, e nella possibilità
che l’osservazione esercitata sulla memoria del fatto osservato, non serbi in
rapporto a questo quell’antagonismo che rende l’auto-osservazione irnpos sibile
o quasi nel momento nel quale il fatto psichico si produce. Si deve riflettere
inoltre, che l’uso e l’abi¬ tudine dell’osservazione psicologica attenuano
note¬ volmente l’antagonismo ; e la rendono più penetrativa e più sicura. Come
ci è una perizia acquisita nella teo¬ rica dell'osservazione e deH’esperimentazione
esterna. - 83 - cosi ci è una perizia acquisita dell’osservazione psi¬
cologica, che è quella che distingue il grande psicologo, ed anche i grandi
scrittori. 1 risultati delle auto-osser¬ vazioni di questi maestri si
controllano e correggono vicendevolmente e più ancora si completano, e per¬
mettono di rifare col confronto l’ intera figura del feno¬ meno psichico nelle
sue forme consapevoli, e più ancora nelle sue relazioni statiche e dinamiche, e
nel processo della sua formazione. E poiché l’auto-osserva- zione ha la
proprietà di cogliere il fatto psichico in sé stesso, la comparazione delle
osservazioni non dà luogo alle incertezze e ai dibattiti, a cui dà luogo la
discussione degli esperimenti psicofisici, psicodina¬ mici . . . ecc. Le
descrizioni dei grandi psicologi, e dei grandi scrittori fanno l’effetto di
vere e proprie rivelazioni, e gettano una luce meridiana sui fatti, che
restavano oscuri per' la coscienza comune, cosicché questa si trova portata a
riconoscerne la verità quasi istantaneamente. Con questo metodo la Psicologia
em¬ pirica introspettiva si è andata formando principalmente da che essa si è
costituita a scienza distinta dalla Me¬ tafisica. Le discussioni durarono, e
dureranno, perchè questa separazione non può essere assoluta ; perchè oltre
allo studio descrittivo e causale dei fenomeni, resterà sempre quello del loro
fondamento ultimo, e della dualità di essenza, e della stretta congiunzione dei
due ordini di fenomeni, fisici e psichici. Ma già assai significativo riesce
l'esame dell’importanza com¬ parativa dei metodi. Perchè se la Psicologia
sperimen¬ tale ed oggettiva, insieme a molte verità particolari, rivela la sua
impotenza per lo studio integrale dei fatti psichici, e sempre più la rivela
come più si sale dai fenomeni sensitivi ai superiori ed ideali ; si ha in
questo una prima prova della progressiva potenziazione, della progressiva
indipendenza della psichicità. E la prova si renderà sempre più chiara nel
progresso del nostro studio, nelle parti che ancora rimangono a sviluppare,
degl’indirizzi della Psicologia, dell’idea dell’anima e della sua relazione con
l’organismo, e del processo di formazione dei fatti psichici. CAPITOLO III.
Indirizzi generali della Psicologia I. — Nel trattare degl' indirizzi varii
della Psico¬ logia dovremo tener presente un doppio limite, quello dipendente
dalla natura generale del nostro studio, quello derivante dalla sua stretta
connessione con ciò che è oggetto della quarta parte del medesimo: l’idea
dell’anima. Per primo non potremmo addentrarci in una espo¬ sizione minuta, che
è più propria di una storia della Psicologia e dovremo stare ad una
classificazione ge¬ nerale, la quale tenga conto principalmente, se non
esclusivamente, degl’indirizzi ancora vivi e vitali della Psicologia. Pel
secondo, dovremo limitarci a saggiarne il valore unicamente in rapporto alla
loro consistenza scientifica, desumendola dai risultati del valore cono¬
scitivo che si può ad essi attribuire. Volendo considerare i molteplici
indirizzi della Psi¬ cologia da un punto di vista assai generale, possiamo dire
che essi si riducono a due, il metafisico e l’empi¬ rico, ciascuno dei quali dà
origine a molti indirizzi parti- — 86 — colari. Il carattere distintivo del
primo è quello di rife- , rire i fenomeni psichici a un principio sostanziale,
varia¬ mente concepito e sopratutto secondo due concezioni fondamentali, la
materialìstica e la spiritualistica. Cia- ' scuna però di queste due differenze
fondamentali dà ori¬ gine ad ulteriori differenziazioni e specificazioni ; il ma¬
terialismo è a sua volta o monistico, in quanto ammette che la stessa materia,
che è il sostrato dei fenomeni fisici, è anche il sostrato dei fenomeni
psichici ; o è dualistico. Ma il dualismo materialistico si distingue anche se-
condo che ammette, che una materia speciale, più o meno diversa della materia
ponderabile, è -il sostrato dei fatti psichici, ovvero che la materia sia sede
di due serie di fenomeni, una continua e costante, che è costituita dei
fenomeni fisici, l’altra limitata, discon¬ tinua, alternante, che è
rappresentata dai fenomeni psichici. Questi non constituirebbero quindi se non
che dei fenomeni avventizii, accessorii, i quali sono bensì, per la loro
speciale natura, fuori della conca¬ tenazione causale dei fenomeni fisici, ma
possono essere considerati come proprietà di certe forme limitate della materia
vivente, (e in ciò non differisce dal materia¬ lismo monistico) e propriamente
della materia e del funzionamento di quei centri cerebrali, che si dicono
perciò psichici. Proprietà avventizie rispetto alle pro¬ prietà fisiche, le
quali sono permanenti anche pei centri psichici in una continuità e totalità
chiusa, che non consente ai fenomeni psichici altro carattere che di
epifenomeni, cioè di fenomeni sporadici, che non pos¬ sono essere considerati
nè come cause nè come effetti rispetto ai fenomeni fisici, che sono le serie
causali continue, e che hanno in tale qualità, anche valore esplicativo
rispetto all’altra. La concezione spiritualistica ha anch’èssa forme - S7
varie: la spiritualistica monistica, secondo la quale tutto ciò che è reale ha
natura ed essenza spirituale, e la stessa realtà materiale non è che fenomeno
del¬ l’altra. Lo spiritualismo monistico ha una forma spe¬ ciale, agnostica,
secondo la quale spirito e materia, pensiero ed estensione, non sono sostanze,
ma attri¬ buti o modi di un'unica sostanza, la cui essenza è inconoscibile. Per
questa sua forma particolare si ac¬ costa, come forma intermedia, all’altra
forma fonda- mentale dello spiritualismo, che è lo spiritualismo dualistico. Il
dualismo è la forma più generale, ed anche la forma ortodossa, della psicologia
spiritua- listifca, essa ammette due sostanze diverse ed incom¬ mensurabili per
le loro qualità, la materia e lo spirito, come sostrato dei fenomeni
correlativi. E perciò il suo problema principale è di spiegare la loro
connessione, la loro azione reciproca. Ma il dualismo dà origine a diverse
maniere di concezione metafisica; l'anima come essenza semplice ed immor¬ tale
(talvolta anche dotata di preesistenza), dotata di facoltà (seconda la teoria
più generale), costante, sem-, plice, che, inalterabile in sè, si atteggia
variamente secondo le perturbazioni e gli stimoli, che la coesistenza con gli
altri enti determina in esso, o più propriamente secondo le reazioni sue
proprie a tali perturbazioni (Herbart). Secondo questa concezione la
psichicità, la vita psichica è un prodotto relativamente esteriore all'essenza
semplice che è l’anima, ed essa è costretta di trasferire una certa esistenza
sostanziale ai fenomeni psichici fondamentali da cui fa derivare tutti gli
altri, cioè alle rappresentazioni. Un’altra forma dualistica è la monadologica;
per essa la psicologia dualistica si riavvicina alla psicologia spiritualistica
di forma mo¬ nistica. Perchè di monadi ce ne sono infinite, di varii gradi che
costituiscono una serie, la quale va dal¬ l’atomo a Dio. Ma tutte, sebbene
infinitamente diver¬ sificate, hanno natura rappresentativa, la quale varia
anch’essa infinitamente, come si può argomentare dalle piccole percezioni, o
percezioni inconscie, delle quali è prova la stessa psicologia umana (Leibniz).
Un’altra forma della Psicologia sostanzialista o me¬ tafisica è la Psicologia
idealistica. Ma essa differisce considerevolmente dalle altre forme, perchè non
si propone come esse la ricerca causale dei fatti psichici, ma il loro valore
ideale. L’ idealismo tedesco, specie l’hegeliano, ha voluto dedurre tutti gli
esseri che l’espe¬ rienza ci presenta dallo sviluppo di un’essenza su¬ prema,
ideale, assoluta, rappresentando la reale come una serie graduata di elementi,
ciascuno dei quali ha il suo posto accanto agli altri e nel punto delle serie
determinato dal valore che ha per l’idea di cui è la manifestazione. In tal
serie ciascun termine è necessario all’insieme, il quale senza di esso
presenterebbe una lacuna. E un posto importantissimo spetta nella serie delle
esistenze all’anima, la quale rappresenterebbe quella parte dello sviluppo
ideale delle esistenze, nella quale l’ idea ritorna alla propria esistenza
sostanziale interna : dalla sua esteriorizzazione nella natura. Ma questa
maniera di considerare la cosa, qualun¬ que sia dS! resto il suo valore dal
punto di vista me¬ tafisico, non corrisponde a quello che la Psicologia come
scienza ricerca. Le indicazioni sul valore ideale di determinate realtà non
soddisfano alla domanda sul modo come queste realtà esistano, o giungano
all’esi¬ stenza. Nè l’esistenza spirituale ha, nell’ordine concreto della
realtà, quella esistenza simmetrica che corrisponde al suo valore ideale, nè è
impossibile che l’ordine em¬ pirico non realizzi l’ordine ideale, e perciò
questo non - 89 — è mai la ragion sufficiente di quello. La Psicologia, come
scienza del reale, non ha quindi da fare un uso utile pei suoi fini conoscitivi
di questa veduta idea¬ listica. L’indirizzo empirico crede che per dare alla
Psico¬ logia carattere di conoscenza scientifica sia necessario prescindere dal
porne a fondamento l’idea di sostanza. Questa idea, che dal Loke fu dichiarata
un’idea oscura, è un’ idea ipotetica, che in nessuna delle forme che ha preso
in Psicologia ha potuto mantenersi, e invece di valere come spiegazione dei
fatti ne ha im¬ pedita e intralciata la spiegazione scientifica. Ciò è dipeso
principalmente da questo, che la Psicologia sostanzialista non ha tenuto conto
della connessione causale dei fenomeni psichici, e invece di derivare gli uni
dagli altri, secondo le loro qualità e differenze, ha avuto sotto mano, come
una causalità sempre pre¬ sente, e uniforme per tutti i fatti della vita
psichica, la sostanza di cui sono azioni e passioni. Ma anche la Psicologia
empirica, sebbene faccia professione di non accuparsi della sostanza psichica,
ma solo dei fenomeni psichici nella loro connessione causale, ha risentito in
qualche modo delle preferenze sostanzia- listiche, se anche dissimulate dai
psicologi empiristi. E perciò si possono ritrovare delle differenze tra essi,
che si caratterizzano dalle attività psichiche, o dagli stati di coscienza, che
sono da ciascuno di essi rite¬ nuti come fondamentali. Così taluni hanno
considerata la sensibilità come la funzione psichica fondamentale, ed hanno
visto nelle altre forme della psichicità, o delle sensazioni trasformate
(Condillac), o delle sen¬ sazioni attenuate, (residui di sensazioni), poste per
dir così in opera, costruite dall'associazione psicologica. Questa forma
associazionistica ha avuto il mag- — 90 — giore predóminio nella psicologia
inglese, ma da essa si è estesa alla psicologia di tutti gli altri paesi, e ne
ha segnata una fase storica, la quale, sebbene sia ora in gran parte
oltrepassata, non lascia di essere degna di considerazione. E come ci è stata
una psico¬ logia che ha preso a fondamento la sensazione, così ce ne è stata
un'altra, non meno diffusa e importante, che ha preso a base le rappresentazioni,
distinte se¬ condo la loro origine, di natura sensibile o ideale, ed ha riposto
in esse il fatto psicologico fondametale. Ma a questa psicologia che è stata
detta intellettua¬ listica , altre se ne sono aggiunte, più o meno diver¬
genti, secondo che hanno considerato come fondamen¬ tali altre attività
psichiche. La forma sentimentalistica è stata la meno diffusa ; nata dal fatto
che nel senti¬ mento pareva rivelarsi la soggettività più profonda della psiche
; questa direzione psicologica è stata presto arrestata nel suo sviluppo dall’
impossibilità di ripor¬ tare a stati di coscienza per sè anonimi e
indeterminabili senza l’intervento di altri stati di coscienza di conte¬ nuto
chiaro e determinato, come a la forma fondamen¬ tale, questi stessi stati di
coscienza che pur sono necessarii a dar loro contenuto e carattere. Invece ha /
avuta largo sviluppo, specialmente negli ultimi tempi, la psicologia che ha
posto a fondamento della vita psichica i feftomeni psichici pratici,
dall’oscura tendenza alla volontà consapevole. Questa psicologia che s’ inti¬
tola volontaristica, ha ritenuto come relativamente se¬ condarie le altre forme
dell'attività psichica, e senza negarle, le ha considerate come soprastrutture,
come concomitanti dell’attività psichica fondamentale nelle sue forme
superiori. La psicologia volontaristica ha avuto anch’essa due forme
principali, secondo che è stata metafisicamente pantelistica, come nello Sebo-
— 9i — penhauer e nell 'Hartmann, o secondo che, limitandosi all'esperienza, ha
riconosciuto che nello sviluppo psi¬ chico, rintracciato a traverso i gradi e
le forme del¬ l’animalità, e nello stesso sviluppo della psichicità umana
dall’infante all’adulto, l’attività pratica prende la parte maggiore agl ’
inizi i della vita psichica, e conserva la sua preponderanza anche nelle forme
su¬ periori. Questa teoria ha toccato il suo maggiore svi¬ luppo nella teoria
biologica della conoscenza, e nel pragmatismo da una parte, e nella filosofia
dell’azione, e nel moralismo metafisico dall’altra ; ma come psico¬ logia
empirica ha avuto uno dei suoi maggiori rappre¬ sentanti nel Wundt. II. — Ma
non si può dire che con questa sommaria classificazione siano esaurite tutte le
direzioni della Psicologia empirica. Ce ne è un’altra, importantissima, la Psicologia
evolutiva, che considera come fatto psi¬ cologico fondamentale il riflesso
psichico. Questa psi¬ cologia, non si contenta di occuparsi soltanto della
Psicologia umana, ma considerando questa come la forma superiore
dell’evoluzione biologica, procura di studiarla e ripresentarla in tutte le sue
successive formazioni, e di ricongiungere la vita psichica consa¬ pevole
all’inconsapevole. Le direzioni della Psicologia empirica innanzi considerate
sono delle teorie struttu- rististiche, limitate (salvo la volontaristica),
alla Psico¬ logia umana. La Psicologia evoluzionistica più recente, (quella
dello Spencer è ancora strutturistica, e propria¬ mente associazionista) , vede
nella fenomenologia psi¬ chica un processo, di cui la Psicologia, come scienza,
può studiare soltanto la parte che è accessibile, diret¬ tamente o
indirettamente, alla mente umana. Questa parte dalle forme inferiori
dell’animalità e va fino al¬ l’uomo’; ma non è detto che non abbia o non possa
— 92 — avere da una parte più profonde radici, e dall’altra su¬ periori
sviluppi presenti o futuri. Questa Psicologia non considera la conoscenza, il
sentimento, e la volontà, (che sono le tre forme più generali di
classificazione dei fatti psichici), nè come facoltà, e neppure come fun¬ zioni
distinte, ma come elementi di funzioni, che acquistano progressivamente una
indipendenza relativa, senza cessar mai di essere elementi della funzione
primitiva e fondamentale, che è il riflesso psìchico, il quale è massimamente
evidente e riconoscibile nelle sue forme inferiori. Inoltre questa Psicologia
considera la coscienza, (nelle due forme principali di coscienza e di
subcoscienza), come l’unità essenziale dei feno¬ meni psichici, che qualifica
tutti come stati di coscienza. Essa quindi, pur riconoscendo la funzione
limitata e secondaria dell’associazione psicologica nelle forma¬ zioni
psichiche, considera lo sviluppo psichico dal punto di vista unitario e
dinamico della coscienza. E questo sviluppo ravvisa nello sviluppo sempre
maggiore della coscienza dalla forma puntuale, cioè limitata al fatto psichico
singolo, all’integrale, e da questa al¬ l’autocoscienza, che è la forma
superiore umana. In questo sviluppo unico, sono correlativi i due aspetti della
funzione e della coscienza, la quale raggiunge la forma sostanziale o
consutanziale nell’io. Lo sviluppo ha inoltre questo carattere, che mentre
nelle forme inferiori, quell'elemento di funzione che è l'attività
rappresentativa o di conoscenza è quasi evanescente, cresce invece e si afferma
progressivamente nella forma superiore, ed ha il maggiore sviluppo nella
Psicologia umana. In questa arriva all’autocoscienza nella forma soggettiva, e
alla subordinazione relativa degli altri due momenti, l’emotivo e il pratico
volontaristico, al momento cognitivo nella forma oggettiva. Da questa — 93 —
progressiva subordinazione dipende che lo sviluppo psichico giunga alla
creazione del mondo dello spirito: economia, diritto, morale, religione,
conoscenza. III. — Quest’ ultima forma della Psicologia fondata sull’esperienza,
è quella alla quale aderiamo, ed alla quale chi scrive ha portato il suo
contributo proprio. Noi crediamo che essa possa segnare un riavvicina¬ mento
della Psicologia empirica alla Psicologia sostan- zialista. Ma a condizione che
il concetto di sostanza possa perdere la forma quasi materialistica, che ha
specialmente nella Psicologia dualistica, ed avvicinarsi a quella che ebbe la
prima volta dal Leibuiz di unità dinamica dei fenomeni. A questa maniera di
intendere la stostanza si avvicinano sempre più le nuove dottrine energetiche
della Fisica contemporanea, che hanno sottoposto a revisione l’antico concetto
cartesiano della materia, e però si disegna la possibilità che la Psico¬ logia
fondata sull'esperienza possa portare un nuovo contributo all’ipotesi
monistica. Ma questo risultato, pur dovendo essere proseguito pei fini generali
della conoscenza, deve essere mantenuto distinto dal com¬ pito proprio della
sciènza psicologica ; la quale deve attingere le sue ragioni dall’esperienza
interna, e dalla possibilità di descrizione e di spiegazione causale dei fatti
psichici che sono contenuti nel suo punto di vista. La maggiore difficoltà
contro la quale cozzava la Psicologia empirica era che, dopo la reiezione della
validità della categoria di sostanza in Psicologia, essa si presentava in
opposizione con la Psicologia meta¬ fisica e sostanzialista, come una
Psicologia collettivista. Per essa insomma l'unità della vita psichica non era
altro che un’ unità di composizione. Quello che real¬ mente esiste per essa sono
gli stati psichici, il loro dinamismo, la loro organizzazione. La quale riesce
— 94 — bensì a formazioni sempre identiche, senzazioni, per¬ cezioni, idee,
sentimenti di ordine diverso dai sensitivi ai rappresentativi e ideali, e
similmente le forme pra¬ tiche, dall’istinto alla volontà morale; e da ultimo
alla formazione più complessa e finale, che è la co¬ scienza di sè, e la
personalità morale. Ma la stabilità è accompagnata dalla instabilità
esistenziale, per la quale quelle forme non hanno altra consistenza e du¬ rata
salvo quella di fatti vissuti, che sono finché sono vissuti. A questa
condizione e modo d’esistenza non fa eccezione neppure V io, la persona morale,
la quale, sebbene sembri un’esistenza continua nel tempo, pure non sussiste se
non che in quanto, e fino a quanto è vissuta. Ora questa maniera di concepire
la cosa si risolverà in una vera cinematografia psichica, della quale non si
poteva assegnare altro fondamento reale, per quanto non confessato, se non che
il sostrato materiale. Quindi la Psicologia collettivistica, o come si è anche
intito¬ lata, (a vanto o a rampogna, da sostenitori o da av¬ versarli) la
Psicologia senz'anima, veniva ad essere un larvato materialismo psicologico,
con tutte le diffi¬ coltà e con tutte le oscurità insormontabili di questo. Ma
un’altra difficoltà incontrava la Psicologia col¬ lettivista, ed qj-a di
spiegare le formazioni psichiche tutte quante col mezzo dell’associazione
psicologica. La quale aveva il doppio difetto e di non poter dare ragione di sè
fuori dell’unità della vita psichica e di ridurre le formazioni superiori
ideali, e la stessa co¬ scienza di sè, l' io, a fenomenologia. Per la
Psicologia collettivista non era possibile assegnare la ragione del collegarsi
delle rappresentazioni tra loro in formazioni via via più ideali, fuori dell’
unità della vita dell'anima, e rimaneva un enigma quella coscienza di sè, che -
95 — nel momento stesso nel quale era concepita come pro¬ dotto, si riaffermava
come presupposto necessario, seb¬ bene in forma e gradi diversi, come del
convergere in unità, così dell’esistenza stessa delle rappresenta¬ zioni e di
ogni fatto psichico in generale, che è e non può essere altro che uno stato di
coscienza. E d’altra parte, se 1’ unità di coscienza, come realtà ultima, per
la quale e nella quale (sebbene in gradi diversi nei diversi gradi della scala
animale), esistono i fatti psi¬ chici, è negata, la Psicologia che questo
afferma cioè la Psicologia collettivista, riduce a semplici apparenze tutte le
formazioni psichiche, da quelle in fuori che considera come sostantive, cioè
secondo i diversi indi¬ rizzi o gli elementi conoscitivi, o gli emotivi o i
pratici. Così il giudizio di verità non si distingue dall’associa¬ zione
psicologica ingannevole, 1 idea del dovere è una apparenza generata dalle
sensazioni (che pure la sup¬ pongono), e la personalità morale con la
responsabi¬ lità, che le è connessa, è 1' ultima figurazione di quella lanterna
màgica che è la vita psichica. La Psicologia empirica eveva ragione contro
quella Psicologia sostanzialista, che o dava ai fenomeni psi¬ chici un sostrato
eterogeneo, come la materia, che non aveva per essi nessun valore applicativo,
e che era anch’esso un concetto oscuro, un mero residuo = x, se si prescindeva
da ogni sua proprietà ed attività ; ovvero immaginava un soggetto ad hoc, al
quale dava il nome di spirito o di anima, e che doveva essere una realtà anche
senza le proprietà ed attività sue. Con l’idea della sostanza materiale si
aveva un idea inade¬ guata, ma reale; perchè, malgrado tutti i dubbi teorici,
resta salda nella coscienza la convinzione dell’esistenza indipendente della
materia, pei suoi caratteri di attività e di permanenza anche fuori della
coscienza. Con l’ idea — 96 — della sostanza spirituale di là dalla coscienza
si formu¬ lava un’ idea adeguata per la spiegazione dei fenomeni psichici. Ma
la Psicologia collettivista non poteva aver ra¬ gione contro la necessità
dell'idea di sostanza, che è una categoria, cioè una necessità del pensiero. E
però si poneva la necessità, per la Psicologia empirica, di riavvicinarsi alla
Psicologia sostanzialista, sottoponendo a revisione il suo concetto della
sostanza psichica. Ora se il vero concetto di sostanza è quello di essere
l’unità dinamica delle proprietà, e se questo carattere deve prevalere su
quello antico della permanenza, e su quello dell’essere e concepirsi da sè
(sebbene non elimi¬ nandoli, ma trasformandoli nella permanenza dell’unità
dinamica, e nella indipendenza soltanto relativa delle proprietà), è evidente
che non è possibile procedere nella investigazione dei fatti psichici oltre la
coscienza, e che questa appunto, con la estensione, che le è data dalla
subcoscienza, cioè dalla ammissione di gradi varii di coscienzialità (sit venia
verbo), è quella unità dinamica nella quale si risolve l’ idea di sostanza.
L’anima è dunque il nome di una realtà sostanziale, ma di una realtà che è
attualità vissuta, cioè coscienza. E la Psicologia è la scienza di quella
sostanzialità dinamica, cioè di quella forma di vita che è la vita della
coscienza. \la detto questo, per determinare pre¬ liminarmente l’ambito della
Psicologia e le direzioni varie che essa ha avuto secondo i concetti fondamen¬
tali ai quali si è ispirata, dobbiamo ora passare alla quarta parte del nostro
studio, dove questi diversi indirizzi debbono essere esaminati, e giustificato
quello al quale aderiamo. Se non che in questo esame gl’in¬ dirizzi che vanno
da noi più accuratamente discussi sono quelli della Psicologia sostanzialista
di vecchio — 97 — stile, la materialistica, la spiritualistica, la dualistica.
Della Psicologia empirica ammettiamo il punto di vista fondamentale, cioè che
la Psicologia, come scienza, deve aver di mira principalmente la descrizione e
il' nesso causale dei fatti psichici. E sebbene non ammet¬ tiamo che la
struttura dei fatti psichici e del loro or¬ ganismo sia qualche cosa di fisso,
ammettiamo che essa procede per sì lungo cammino , che sembra stare. Solo
respingiamo la forma meccanica, associazionista, di questa dottrina, come forma
fondamentale e gene¬ rale ; sebbene accordiamo all’associazione psicologica una
funzione importante si, ma subordinata al dina¬ mismo unitario della coscienza,
che è la condizione della possibilità dell’associazione. Secondo questo punto
di vista, l’autocoscienza è formazione definitiva, l’ul¬ tima nella nostra
esperienza che è il risultato dell’evo¬ luzione psicologica della realtà
secondo la legge uni¬ versale, che la regge, dell’ individuazione progressiva.
L’autocoscienza è lo specchio più fedele dell’ idea dinamica della sostanza, ed
è il principio, nella nostra esperienza, dell’ordine spirituale. Se questa
forma sia permanente o peritura nella sua forma individuale e personale, è un
problema che non può avere che due principii di soluzione, quello dei valori o
fideistico,, quello dell’indipendenza raggiunto dalle condizioni fi¬ siche
dell’esistenza. Ma ambedue le soluzioni sono e non possono essere, nei confini
della nostra esperienza, se non che problematiche. Possiamo indicare le ragioni
della nostra convinzione, non possiamo dare ad esse un valore apodittico, come
sarà dimostrato nel corso ulteriore del nostro studio. Chiedere alla Psicologia
come scienza la soluzione di un tal problema, è metterla nella condizione più
disagiata che è possibile. Perchè o deve come scienza dare una risposta
negativa e 7 — Ma sci, Lezioni di Psicologia , — 98 — quindi estendere la sua
portata a problemi intorno ai quali non possiede tutti gli elementi di
soluzione ; ovvero deve costruire una teoria scientifica in servizio della soluzione
affermativa di quei problemi, e contrad¬ dire al suo carattere scientifico. ¥ «
CAPITOLO IV. L’ idea dell’ Anima I. — Non è possibile astenersi interamente dal
dire qualche cosa del sistema nervoso, che è in diretto rapporto coi fenomeni
psichici. Studiato nello sviluppo che presenta dalle forme animali inferiori
all’uomo esso si mostra in correlazione costante con lo sviluppo psichico ; è
notevole anzi che negli esseri animati più rudimentali, sebbene manchi ogni
traccia di strutture nervose, non manca il fatto psichico nella sua forma
rudimentale. Ma, se si prescinde da questi oscuri e deboli inizii, lo sviluppo
psichico procede di pari passo con lo svi¬ luppo delle strutture nervose e del
sistema nervoso tanto nei suoi organi centrali come nei periferici. Nella
Psicogenia1 studiammo questo sviluppo nei suoi diversi gradi e da ambedue gli
aspetti e sarebbe inutile di 1 È un'altro corso inedito delPA. tenuto nella R.
Università di Na- poli e conservato in dispense litografate nella biblioteca
della scuola di Magistero. roo ripeterci. Come inutile sarebbe di intrattenerci
sulla fine anatomia del tessuto nervoso. Diremo poche cose soltanto e in
maniera pura¬ mente schematica, bastevole a intendere da una parte la
correlazione dei fatti psichici coi somatici, dall’altra la quistione
fondamentale del nostro studio del rap¬ porto tra l’anima e il corpo ; perciò
non ci occcuperemo in nessun modo degli organi terminali di senso. Il sistema
nervoso è composto di due specie di tessuti, che differiscono considerevolmente
da quelli che compongono il resto dell’organismo. Ordinaria¬ mente si
distinguono tra loro pel colore, grigio o bianco, e per la struttura
vescicolare o fibrosa per cui si suol dividere in cellule e fibre. Le cellule
del tessuto grigio sono nucleate e granulose ed hanno delle menbrane limitanti
di un’estrema delicatezza. La proteina, che è l’elemento attivo, è molle
sebbene coagulata. Esse mostrano dei prolungamenti che si connettono con le
terminazioni delle fibre nervose, sia direttamente, sia per mezzo di
suddivisioni più o meno secondarie delle ramificazioni tanto delle cellule che
delle fibre. Queste hanno la forma di piccoli tubi, costituiti da una membrana
limitante più appariscente di quella delle cellule, e pieni di una sostanza
midollare, con¬ sistente in macerie grasse albuminose. Al centro di questo tubo
o guaina esiste una fibra delicata detta cilindrasse fatta di proteina la
quale, sebbene simile chimicamente alla proteina delle cellule, ne differisce
fisicamente per una certa maggiore consistenza. Il ci¬ lindrasse sarebbe la
parte della fibra a cui spetta la funzione, come è provato del fatto che esso
solo è in comunicazione coi prolungamenti delle cellule e con gli stimoli
esterni; di fatti la guaina midollare non esiste alle terminazioni periferiche
e centrali delle fibre. - IOI Da quello che abbiamo detto si può desumere
questa conseguenza, che la materia nervosa è relati¬ vamente più instabile, e
che subisce maggiori modifi¬ cazioni e perturbazioni dagli stimoli nelle
cellule che nelle fibre. Queste sarebbero dei veri e proprii con¬ duttori delle
eccitazioni, mentre le cellule sarebbero ricettrici ed anche moltiplicatrici.
Questi due elementi sarebbero in generale sche¬ maticamente associati a questo
modo. Le fibre si originano alla periferia del corpo o agli organi terminali di
senso più speciali. Inviluppate nelle loro guaine esse vanno, senza ramificarsi
e senza congiungersi, dalla superficie all’ interno fino ad un centro o ad un
ganglio composto essenzialmente di cellule nel quale penetrano senza la guaina
midollare connettendosi- direttamente o indirettamente con le cellule per mezzo
dei loro prolungamenti e ramifica¬ zioni. Nelle strutture nervose più semplici,
e che si possono considerare come schematiche, da un’altra parte della cellula
nervosa esce un’altra fibra che, inviluppata similmente nella sua guaina, va
verso l’esterno seguendo d’ordinario la stessa via della prima finché,
raggiunta la stessa parte del corpo, si ramifica e si perde in un fascio di
fibre muscolari. Cosi abbiamo presenti tutti gli elementi dell’arco nervoso,
cioè di quella disposizione anatomica e funzionale che si ri¬ pete
continuamente, sebbene in modi assai varii, nel sistema nervoso, e alla quale
non manca, per essere completamente generale, se non che l’osservazione che la
terminazione motrice non mette capo necessaria¬ mente in un muscolo, ma
talvolta in una glandola. Però Varco nervoso non è ancora il sistema nervoso,
perchè con la sola moltiplicazione di questi archi si può avere una moltitudine
di agenti nervosi non un — 102 — sistema. Per aver questo è necessario un altro
elemento, che colleghi ognuno di questi archi nervosi col resto. È necessaria
una terza fibra che va dal ganglio del primitivo arco nervoso verso un altro
ganglio, al quale mettono capo altre fibre provenienti da altri ganglii e che
perciò li metta tutti in comunicazione tra loro. E appena necessario avvertire
che le fibre nervose afferenti ed efferenti, che compongono il primitivo arco
nervoso, e le fibre centripete che collegano questi primi archi con centri o
ganglii di secondo ordine, non de¬ corrono d’ordinario isolate, ma raccolte in
fasci nei quali però ciascuna fibra resta isolata dalle altre per la sua
guaina. Ancora si deve aggiungere, e questo è più importante, che di centri
nervosi non ce ne è di due ordini soltanto, ma di più, fino a costituire una
gerarchia di centri, dei quali quelli sono di ordine superiore, che accentrano
un maggior numero di centri subordinati. E finalmente, siccome la più parte
degli animali hanno le loro parti disposte simmetricamente, a simmetria
bilaterale, cosiate parti corrispondenti hanno fibre e ganglii corrispondenti,
i quali ultimi sono tra loro connessi da fibre che vanno dall’uno all’altro dei
due ganglii omologhi e che si dicono commissuranti. Ma i ganglii o centri non
sono solamente dei luoghi d’incontro e di continuità delle fibre, bensì sono
anche, e principalmente, delle strutture dove sono agenti ca¬ paci di essere
affetti dagli stimoli condotti dalle fibre afferenti; e di produrre un'azione
sulle efferenti. Sa¬ lendo dai tipi inferiori ai tipi superiori dei sistemi
nervosi, vediamo che cresce gradatamente la moltipli- cità, la varietà e la
complessità dei rapporti tra le diverse parti dell’organismo ; e che cresce di
pari passo la coordinazione e l'unificazione dei medesimi. Ora 103 — questo
rende necessaria una composizione ed una complicazione sempre maggiore dei
centri, a misura che si va dai primarii ai secondarii, e più su ancora. Anche a
considerare la cosa dal solo punto di vista quantitativo, è evidente, che, come
cresce il numero dei punti dell’organismo, e in generale,' degli elementi
connessi, cresce il numero delle connessioni. Il calcolo ci apprende, che se
due cose non possono essere di¬ sposte successivamente che in due maniere, le
dispo sizioni' possibili di tre elementi sono sei, di quattro sono
ventiquattro, di cinque sono centoventi, e così di seguito con una progressione
che cresce rapidissi- mamente. Queste connessioni debbono dunque rendere
necessario un numero sempre crescente di elementi nei centri, tanto maggiore
quanto più il centro e 1 ordine superiore. Certo sarebbe assurdo pensare che
tra un numero determinato di punti del corpo si for¬ mino tante relazioni
quante sono teoricamente possibili ; ma, anche escluso.questo, è evidente che
il numero delle coordinazioni cresce così smisuratamente con la complessità e
con la unificazione organica, che riesce perfettamente chiara la ragione per la
quale, nello sviluppo del sistema nervoso, si deve verificare una crescente
gerarchia di centri, e una maggiore compli¬ cazione congiunta con una maggiore
prevalenza dei centri superiori . Perciò il cervello umano è il centro nervoso
rela¬ tivamente più complesso e più ricco di elementi che ci presenti il regno
animale; e in esso l’accrescimento è maggiore nelle parti che sono apparse
ultime, cioè negli emisferi. Questi, che in alcuni dei primi vertebrati sono
appena accennati, raggiungono nell' uomo il peso medio di 1157 grammi, mentre
il cervello ne pesa 142, e il 104 — midollo allungato 26. Del pari il numero
degli ele¬ menti nervosi cresce in misura straordinaria, giacché non sojp la
sostanza grigia degli emisferi nell’uomo è più densa che negli altri cervelli
degli animali, ma è anche senza paragone più estesa la formazione delle
circonvoluzioni. Cosicché il numero degli elementi della sostanza grigia si
calcola a migliaia di milioni. Se a queste indicazioni aggiungiamo che i centri
nervosi di diverso ordine sono collegati tra loro da fibre centripete che hanno
anch’esse come le fibre primitive una doppia funzione afferente ed efferente
per modo che i centri superiori non solo ricevono le eccitazioni, che
pervengono dai centri inferiori ma sono anche, rispetto ad essi, dei centri
regolatori, dai quali parte l'impulso direttivo, per arrivare fino ai nervi di
moto periferici, avremo indicato sufficiente- mente lo schema generale della
struttura di un sistema nervoso quale che sia, limitatamente alla sua parte
centrale. Solo bisogna aggiungere un’osservazione, che non è senza importanza
per rapporto alla funzione dei centri nervosi dal punto di vista della
Psicologia ; ed è che nei ganglii automatici 1’ unione diretta delle fibre
nervose con le cellule nervose ha luogo quasi sempre ed è quasi sempre
riconoscibile ; ma nei centri nervosi superiori raramente si possono mostrare
queste connessioni, ed è dubbio se esistono nei centri tut- t’ affatto
superiori che sono i centri psichici. Se esistono esse sono mediate e
indirette, e il modo non è ancora saputo precisamente, ed è contraverso tra gli
anatomisti. Il che prova che gli elementi dei centri superiori sono qualche
cosa di più che semplici strutture di connessione, sono il sostrato fisico
delle funzioni psi¬ chiche correlative. Gli anatomisti non sono d’accordo, come
dicevo, 105 — .struttura e Ya funzione degli pel modo di concepire la struttura
e l ■t- .• - -- orolungamenti e la stessa fibra nervosa e un indi dualità
indipendente, cui ai è dato il nome d, «~-J; Ciascun neurone funziona da se
altri rapporti di contatto ; e quindi i centri sarebbero costituiti da
individualità indipendenti che ^aggono dei gruppi cellulari e delle loro azioni
e reazioni ui tarie, non concedendo nessuna autonomia T ’Aoàthv e il Bethe
hanno pensato che teraoi a. i« .petti piuttosto ad una .pece d. rete
d,ll“dvii.à“"r.i.Tem.°S,M. tali 4““™n“ta logici, « non tigu.rd.no che
.ss., md.tetu.meW la Psicologia dal cui punto di vista non sì P°*"bbe
portare nessuno giudi.io sul loto relativo valute sete». “6Cn. - Comunque sia
di queste particolari questioni, è Inori dubbio che il sistema nervoso e un
un.tà fis - 'ogic. non ostante la varietà delle sue (una.om che si mostrano
tutte più o meno strettamente «»“*£ Nessun sistema organico presenta piu
strettamen verificato quello che è il carattere generale de. sistem — ro6 —
organici e dell'organismo in generale Hi n unità nella vanità onerale, di
presentare ^ funzioni Coltre due sembrano le funzionTdi ^"0^^ una riflessa
motrice e un'altra psichica. TonaliT" traToro ^7 '°Calmente dÌStanti sono
in rapporto superiori la PSÌChÌCa èd 'ordinario nei centri Sìsr^rr-- a 'ZI
isob'la Che nel,° SVÌ1UPP° de‘ SÌStema sede di f •" U° grad° dÌ SVÌ,Uppo
inferiore erano ““e poram'n“ rifess' : perehè "«» »'•. - ?r t r?“ «™°
movimenti riHessi Tm ‘Zà, sv, lappo inferiore possono diVe„tare , y *‘° “
,TnJ0lT;n "n md° -P«”ore Co“, Z bassarsi i il 'T e d“
",0'"'me,ul "'««si come l'ab. virtù inibritdce h ^ ' CentrÌ
PSÌchÌCÌ hanno ri"es,i dire,“"e"“ spinati della rana sceX* ££ di
quelli della rana integra Infll i 7 hanno rispetto agli altri una f ' SUperiori
che rivela *e • funzione coordinatrice, del sistema neZso." anat°mÌCa 6
funzi°nale — 107 — Questo fatto reale dell’unità non potrebbe essere' revocato
in dubbio e troverebbe conferma nella impos¬ sibilità di differenziare
nettamente le due funzioni e tirare, fra le due, una linea netta di
separazione. E non già nel senso che negli animali superiori siano avvertiti
oggettivamente fenomeni di indole puramente meccanica ; ma nel senso che in se
stessi i fenomeni riflessi o i riflessi fisiologici non siano in qualche modo,
e più o meno consapevolmente, anche riflessi psichici. Anche nelle percezioni
pienamente consape¬ voli del nostro occhio ci sono accanto agli elementi
direttamente e chiaramente consapevoli degli elementi oscuramente ed indirettamente
psichici di una forma subconsapevole. Cosi la percezione di profondità ri¬
sulta da sensazioni di accomodazione dell’occhio, come la convergenza degli
assi ottici, l’accomodazione del cristallino e la funzione delle due imagini
retiniche, che sono elementi psichici subcoscienti fusi nella per¬ cezione
cosciente. Ma quali centri sono propriamente psichici? vi è una precisa
distinzione tra centri psichici e centri motori ? e ci sono centri distinti per
le diverse funzioni psichiche? Sono tutti questi dei problemi che non si
possono considerare come risolti ; e intorno ai quali è regnato e regna molta
discordia di teorie e di opinioni, cosicché si è passati in esse da un estremo
all'altro, dalle teorie più unitarie alle loro opposte, cioè alle localizzazioni
delle singole attività e funzioni psichiche ; e queste localizzazioni sono
state presentate e sono ancora presentemente nel modo più diverso, cosicché la
topografia anatomico funzionale, o, come s’è detto anche, la geografiia dei
centri psichici è delle più oscure, delle più controverse, dal punto di vista
spe¬ rimentale. — io8 — Lasciando da parte la teoria fantastica del Cartesio
che allogava l’anima nella glandola pineale, e la faceva eccitare dagli spiriti
animali percorrenti le fibre ner¬ vose, imaginate come tubi chiusi, vuoti ; e
similmente quelle anch’esse fantastiche di naturalisti, come Brous- sais,
Cabanis, Bichat, che riponevano la sede delle incli¬ nazioni e degl’istinti
negli organi della vita vegetativa, una menzione più accurata merita la
frenologia del Gali e del suo discepolo Spurzheim, vissuti ambedue tra il XVIII
e il XIX secolo. Il Gali riconobbe che il solo centro psichico è il cervello e
pose in rilievo la correlazione tra lo sviluppo cerebrale e lo sviluppo
psichico, inoltre credè che ogni funzione psichica, dalla più sensuale alla più
ideale occupa in esso un posto speciale, che è come un piccolo cervello
riconoscibile esternamente dalle sporgenze. Secondo lui il cervelletto era
l’organo dell’amore fisico, al disopra del quale era situato l’organo del¬
l’amore parentale, e così di seguito fino ad enume¬ rare 2 7 di tali centri,
che lo Spurzheim portò a 35. Ma questa teoria, non ostante la sua larga diffu¬
sione, e la sua accettazione anche da parte di un filosofo come il Comte non ebbe
lunga durata, e già il Flourens (1794-1867), notò che le localizzazioni del
Gali non hanno nulla di vero. Egli non fece difatti che tradurre
ipoteticamente, e senza l’aiuto dell’espe¬ rienza, la teoria delle facoltà,
allora dominante nella Psicologia, nel dominio dell’anatomia e della
fisiologia. Il Flourens invece si attenne ai risultati delle espe¬ rienze
fisiologiche, e dimostrò con esse che non tutto il cervello può considerarsi
come organo psichico, ma soltanto gli emisferi ; il cervelletto invece sarebbe
sol¬ tanto organo di correlazione dei movimenti. Inoltre con Io stesso metodo
sperimentale operando sugli emi- 109 — sferi cerebrali dei colombi,
asportandone anche estese superficie, gli risultò che l’intelligenza non andava
perduta ma soltanto indebolita, e, dopo un certo tempo, parevano reintegrali in
rapporto ad essa. Dunque gli emisferi, secondo il Gali, concorrereb¬ bero
all'esercizio dell’intelligenza con tutto il loro insieme, sarebbero una
funzione sintetica, e, come tale, non localizzabile in parti distinte a meno di
non con¬ vertirla in un astratta generalità. L’ intelligenza segue dunque lo
sviluppo generale del cervello, ed è migliore e maggiore come cresce la
ricchezza delle circonvo¬ luzioni, il numero dei lobi, e l’estensione totale
degli emisferi. Ma dallo stesso metodo sperimentale, dal quale il Flourens
aveva tratto la teoria unitaria, fu reso neces¬ sario poco dopo un
riavvicinamento alla teoria delle funzioni multiple e dellq localizzazioni. Ciò
accadde fin dal 1861 allorché il Broca comunicò all’Accademia di Francia la sua
scoperta sui centri del linguaggio. Difatti le sue esperienze mostrarono che le
lesioni alla base della terza circonvoluzione frontale sinistra pro¬ ducevano
gravi disturbi del linguaggio, che egli inclinò ad attribuire piuttosto alla
perdita della memoria della parola anziché a disturbi dell'articolazione della
me¬ desima. Inoltre egli credè che esistessero differenze di funzione tra i
lobi occipitali, medii e frontali degli emisferi, e che questi ultimi segnatamente
avessero speciale importanza per l’esercizio dell’intelligenza, la qualcosa
spiegherebbe il grande sviluppo di questa regione nell’ uomo. Così la teoria
della localizzazione cominciava a rialzarsi dagli attacchi del Flourens non
ostante le opposizioni di fisiologi come il Vulpian e Giovanni Muller. E
riprese il disopra, dapoichè il Fritsch e l’Hitzig operando con la corrente
elettrica su varii punti della corteccia cerebrale, trovarono zone motrici
distinte dalle zone sensitive, e ne conclusero che il cervello anteriore fosse
motore, e il posteriore sensi) bile. Del resto fin dal 1850 Bartolomeo Panizza
aveva mostrato sperimentalmente che il centro visivo è lo¬ calizzato nei lobi
occipitali, e la sua scoperta ricevè d allora in poi la conferma degli sperimentatori.
Ma nuovi problemi sorgevano accanto agli antichi e propriamente quello della
sede della coscienza o per dire piu propriamente, se la coscienza, che pure è
il carattere generale dei fenomeni psichici e in un certo senso la loro realtà,
potesse considerarsi come una funzione localizzata. La quistione si presentava
piut¬ tosto pei centri cerebrali diversi dagli emisferi, come .1 cervelletto e
il midollo allungato e fu estesa anche al midollo spinale. Siccome questi
organi sono sedi di azioni riflesse coordinate e finali, si credè che si do¬
vesse ammettere una coscienza spinale, bulbare, cere¬ bellare, e la differenza
di questa forma di coscienza si fece consistere in un grado minore di coscienza
che si chiamò da ultimo, e dopo il Myers, subliminale. Le esperienze classiche
del Goltz sulle rane scerebrate • le quali reagiscono agli stimoli cercando
perfino di’ eliminare con lo sfregamento delle gambe .gli stimoli molto
spiacevoli, facevano pensare ad una coscienza spinale; e il Luciani, così benemerito
della fisiologia cerebrale, mostrò che la funzione coordinatrice ed
equilibratrice del cervelletto rispetto ai movimenti non si poteva spiegare
senza ritenerlo come organo di sensibilità subliminale, nella quale vengono
rese nor¬ malmente fuse e continue le azioni direttrici ed equi¬ libratrici
delle sensazioni, con aumento di tono e di energia. 1 1 1 Non vale il dire che
la finalità prova troppo, perchè si riscontra anche nei riflessi puramente
fisio¬ logici ; perchè in quelli delle quali una sensazione è lo stimolo, si
può sempre pensare che il carattere psichico rimanga, anche quando essa non è
più attuale. Cosi nelle abilità meccaniche acquisite, es. il cammi¬ nare, il
parlare, il lavoro manuale, reffetto dell’abitu¬ dine si manifesta nella diminuzione
del carattere con¬ sapevole delle sensazioni direttrici, mentre il loro
carattere psichico permane indubitabilmente, come mostra il fatto che se la
sensibilità è abolita o per¬ turbata, resta abolita o perturbata anche
l’abitudine. Cosi nella percezione visiva ci è un gran numero di percezioni
elementari fuse nella percezione finale ; ma è impossibile dire che le
percezioni elementari siano fatti puramente fisiologici, perchè s'incorrerebbe
in una contraddizione anche maggiore, cioè di ritenere come elementi di un
fatto psichico, come è ],a perce¬ zione perfettamente consapevole, quelli che
non pos¬ sono valere come elementi psichici. Per noi il carattere psichico del
subliminale è una verità fondamentale della Psicologia, su che avremo occasione
di tornare più volte. E perciò la quistione della coscienza spinale, midollare,
cerebellare, non crediamo che si possa recisamente negare. Ben si può però
ammettere che con lo sviluppo dei centri psichici superiori la coscienza nella
sua forma iperliminale si ritragga e si concentri in questi. Non sono i ganglii
esofagei degl’ insetti organi di funzioni psichiche? anzi non sono organi
psichici tutti i singoli ganglii nervosi negli animali a sistema ner¬ voso
disseminato? e manca forse la psichicità negli organismi animali nei quali non
vi è traccia neppure di strutture nervose elementari ? Non è possibile con- I I
2 siderare come cosciente soltanto ciò che tale appare nella forma superiore
della coscienza dei vertebrati superiori e dell' uomo, perchè con ciò rimarrebbe
ine¬ splicata non solo gran parte della psicologia umana, ma si finirebbe per
non intendere più nulla dello svi¬ luppo della psicologia animale e si
renderebbe inin¬ telligibile l’istinto. III. — Non minori difficoltà ha
incontrato la fisio¬ logia cerebrale nella determinazione sperimentale della
localizzazione delle funzioni psichiche negli emisferi. Anche in questi si
presenta il compito di distinguere anatomicamente e fisiologicamente le
funzioni di moto da quelle di senso e le conclusioni da trarre dagli
esperimenti incontrano due difficoltà principalmente: l’ impossibilità di
conchiudere sicuramente dalle specie inferiori .alle superiori, e la sicurezza
che negli espe¬ rimenti non si sia leso l’organo di cui si tratta di
determinare la funzione, e non piuttosto che si siano prodotte lesioni più
larghe, o che le ripercussioni funzionali delle lesioni non si estendono al di
là del¬ l’organo che si è avuto di mira. La prima difficoltà è davvero
considerevole. ' • Perchè non potendosi sperimentare sull’uomo se non che assai
limitatamente e dovendosi sperimentare o sugli uccelli o sui mammiferi il
trasportare le con¬ clusioni da queste specie alle specie superiori è sog¬
getto alle maggiori dubbiezze, non potendosi affermare che nello sviluppo
ulteriore non sieno notevolmente modificate le funzioni dei centri sui quali si
opera. Questa difficoltà, se pure è mitlfore, non manca anche nelle esperienze
sui mammiferi superiori, come sui cani e sulle scimmie. È ragionevole riserva
quella di valenti fisiologi, i quali non credono che si possa senz’altro
conchiudere dalla fisiologia cerebrale del cane a quella delle scim¬ mie e
perfino da una ad altra specie di queste'. Anche la difficoltà dipendente dalla
natura cruente e dolorosa dell’esperimento, dalle impossibilità di iso¬ lare
perfettamente i centri operati dagli altri, presenta ragione di continue
incertezze. Da quest’ ultimo punto di vista l’operatore procede un pò alla
cieca, perchè per isolare l’organo dovrebbe prima conoscere la to¬ pografia e
la funzione. E rispetto al primo il fisiologo si trova nella penosa condizione
di dovere distruggere la funzione per studiarla. Comunque sia e trascurando,
come meno impor¬ tante per noi, le divergenze non piccole dei fisiologi sulle
funzioni del cervello medio e intermedio costituito da varii ganglii, come i
talami ottici, i corpi striati, i corpi quodrigemini ecc. le cui funzioni
sembrano ri¬ ferirsi ancora alla coordinazione dei movimenti ; nep¬ pure sulla
topografia dei centri superiori (emisferi), che sono indubbiamente i centri
psichici 'nei vertebrati su¬ periori, nell’uomo, ci è accordo tra i fisiologi.
Oggimai tra la tendenza nettamente separatista, rappresentata dalla frenologia
di Gali e di Spurzheim e la tendenza nettamente unitaria rappresentata dal Flourens,
si è fatta strada e pare più accettabile una tendenza con¬ ciliatrice. Che una
certa localizzazione delle funzioni psichi¬ che si debba ammettere pare certo
dopo le scoperte del Broca, del Panizza, del Fritsch e del’ Hitzig e di quasi
tutti i posteriori sperimentatori. Pare ormai asso¬ dato che si debbono
distinguere delle aree sensoriali e delle aree motrici, ma sulle precise
delimitazioni di queste e sulla esistenza di zone insieme sensoriali e motrici
e sulla mistura di elementi distinti, sensoriali e motori nella stessa zona,
molte sono le discordanze 8 — Masci, Lezioni di Psicologia. tra i competenti.
Si è creduto per qualche tempo che una zona centrale, detta di Rolando, fosse
insieme sensoria e motrice; il Golgi ha invece ammesso che ci sieno zone
distinte e un passaggio insensibile dalle une alle altre. Il Luciani e il .
Seppilli hanno sostenuto 1 esistenza di aree distinte per il movimento, per la
sensibilità muscolare e per quella cutanea comprese in un area centro
parientale più ampia di quella ro- landica. Intanto dal Panizza in poi è stato
sempre più riconosciuto e confermato che la zona sensoriale visiva è nel lobo
occipitale ; e, sebbene minori ricerche siano state fatte rispetto alle
sensazioni uditive, olfattive e gustative, pare che le prime si debbano
localizzare nel lobo temporale. La Psicologia distingue tra funzioni psichiche
sem¬ plici e complesse, sensazioni e percezioni da una parte, ed associazioni,
memoria, processi logici, dall’altra. E la fisiologia, rispecchiando queste
distinzioni, ha cercato di determinare le aree per tali funzioni. 1 al uni,
come il Munck, il Wernicke, il Meyneit, ispirandosi alla Psicologia
dell’associazione hanno so¬ stenuto che negli emisferi non esistono se non che
aree sensitive e motrici, e che in essi non esistono speciali aree pei processi
superiori, risultando questi dall’azione sinergetica di tutto il cervello.
Invece il Flechsig ha sostenuto l’esistenza di una grande area riservata
esclusivamente ai processi associativi e logici e ineccitabile agli stimoli
sensoriali e motori. Questa area, direttamente ineccitabile, comprenderebbe i
due terzi della superficie cerebrale dell’ uomo, dalla zona prefrontale, alla
temporo-parietale estendendosi a parti contigue della zona occipitale. Egli
fece anche notare, che queste parti sono le ultime a formarsi nell’em¬ brione.
Specialmente importante fu la funzione psichica — US — attribuita alla zona
prefrontale, nella quale il Wundt cercò la sede dell’appercezione, secondo la
teoria psi¬ cologica da lui preferita e che, alla comune esperienza, sembra la
sede dello sforzo, del pensiero. Ma altri fisiologi, tra i quali il Luciani,
diedero invece maggiore importanza alla zona associativa parieto-occipitale del
Flechsig, mostrando che l’estirpazione di queste zone produce un forte
abbassamento dell’intelligenza, e il Luciani e il Seppilli dissero che il lobo
parietale è il centro dei centri. Esso sarebbe come una zona comune nella quale
si effettuerebbe l’incontro, la fusione delle diverse sensazioni. Il Luciani, a
differenza del Flechsig, non separa nettamente i campi di proiezione (sensa¬
zione) da quelli di associazione, e in ciò pare confor¬ marsi meglio ai
rapporti assai intimi, che la psicologia pone tra le sensazioni e le percezioni
e i rapporti associativi e logici, non separando nettamente le prime dai
secondi. In sostanza, ed astraendo dalle particolari diver¬ genze, pare certo
che il cervello psichico contenga centri speciali sensoriali, associativi,
motori, tra loro connessi, ed operanti in guisa da avere per risultato
un’armonia di sensazioni non ostante la loro diversità. I centri motori
cerebrali sarebbero direttori, mentre i subcerebrali sarebbero esecutori ; i
primi trasmette¬ rebbero l’eccitazione ai secondi, quelli preparerebbero
mentalmente i movimenti che i secondi tradurrebbero in atto. Nella funzione del
linguaggio è come la rap¬ presentazione compendiata di questo meccanismo psi¬
cofisico. Difatti esso risulta di imagini varie e di movimenti varii e suppone
la stretta connessione delle imagini e dei movimenti. Le imagini sono motrici,
fonetiche, grafiche, e i relativi centri furono scoperti dal Broca e dal
Wernicke. I tre centri formano una zona speciale dell 'emisfero sinistro, che
non ha la corrispondente dal punto di vista funzionale nel destro. E si possono
avere forme diverse di esse sia la mo¬ trice, l’ uditiva, la grafica,
dipendenti da lesioni di centri cerebrali corrispondenti, da non confondersi
con le disartrie e con le dislalie dovute alle lesioni delle vie e degli organi
periferici. E vi è una forma inter¬ media, descritta dal Kussmaul consistente
nella inca¬ pacità di rievocare da sè le imagini fonetiche, ma che possono
essere portate fino all’espressione verbale se suggerite da altri. Dunque per
linguaggio sono cere¬ brali e differenziati i centri sensitivi e motori. Ma dal
punto di vista psicologico il riflesso psichico è unico, e i suoi diversi
elementi non sono funzioni indipen-- denti. Quindi quello che la Psicologia
richiede dalla Fisiologia è la correlazione e la dipendenza ; e queste possono
essere soddisfatte tanto dalla teoria fisiologica della commistione, quanto da
quella delle separazione dei centri relativi, ma connessi, e perfino da quelli
che nei centri motori cerebrali vedono i preparatori psichici dei movimenti di
cui i centri subordinati sono esecutori . 11 Golgi nel discorso sulla « Moderna
evoluzione delle dottrine e delle conoscenze sulla vita» pronun¬ ziato nella
solenne adunanza dell’ Istituto lombardo l’8 gennaio 1914, contesta decisamente
la teoria dell’Hitzig, che le funzioni psichiche sieno funzioni di centri
corticali determinati e precisamente circo- scritti ; ed afferma che mentre gli
studii più recenti confermano la teoria delle localizzazioni, non la con¬
fermano però con quella precisa circoscrizione che è ammessa dall' Hitzig. Per
tal maniera d'intendere le localizzazioni mancano cosi le differenze
morfologiche dei centri, come la possibilità di segnare le linee di i 1 7 —
demarcazione ; manca inoltre il criterio anatomico del rapporto diretto ed
isolato delle fibre nervose dagli organi periferici ai centri corticali ; e il
percorso di quelle in questi è adatto a rappresentare i più varii e complicati
rapporti anatomici e funzionali. Quello che si può ammettere in base agli studi
i più recenti è l’esistenza di vie prevalenti di stimola¬ zione, che
determinano delle specificazioni elettive nei centri abitualmente stimolati, i
quali non sono mai precisamente delimitati nei loro confini, anzi presentano
zone intermedie, ed anche di sovrapposizione. Pare che i centri reagiscano
secondo l’ordinaria natura delle stimolazioni che si operano su di essi in
maniera prevalente. La specificità funzionale delle diverse zone corticali
sarebbe prodotta dalla qualità dell’organo pe¬ riferico da cui le fibre<
nervose conduttrici e centripete hanno origine, non dalla specifica
organizzazione o struttura anatomica di quelle zone. Sebbene l'istologia sia
per l’ indifferenza funzionale, non esclude le loca¬ lizzazioni, esclude però
la loro precisa delimitazione. Soltanto la relativa indifferenza funzionale dei
centri può spiegare la rapida reintegrazione di funzioni sensi¬ tive o motrici
distrutte, la quale si verifica nelle di¬ struzioni artificiali operate negli
esperimenti o in quelle che hanno luogo per traumi o per malattie. Essa sola
può dar ragione dell’incertezza e talvolta delle con¬ traddizioni, che si
manifestano tra gli sperimentatori nelle determinazioni delle zone. Le
sostituzioni funzionali, il vicariato dei diversi gruppi funzionali, sarebbero
inesplicabili se le loro funzioni dipendessero strettamente dalle loro
strutture anatomiche, e non dalle loro specificazioni o, dicasi pure, abitudini
funzionali. Il Golgi esprime la convin¬ zione che come le specificazioni
funzionali si verificano nel modo indicato per la sensibilità, così pure accade
in senso inverso pei movimenti volontarii. L’idea del movimento opererebbe
perla combina¬ zione dei movimenti sui gruppi muscolari innervati e
l'organizzazione dei movimenti sarebbe tanto più per¬ fetta e più salda, quanto
maggiore fosse l’abitudine delle trasmissioni motrici. IV. — L’esposizione
precedente ci ha mostrato la stretta connessione che hanno tra loro i fatti
psichici coi fatti fisiologici dei centri nervosi e più special- mente con
quelli della corteccia cerebrale. Non è quindi meraviglia se il problema dei
rapporti tra l’anima e. il corpo abbia avuto anche un altro aspetto, e cioè
quello dei rapporti dell’anima con la vita e special- mente con la vita
animale. Già Aristotele aveva con¬ cepito l’anima come principio della vita,
come la prima entelechia del corpo fisico organico che ha la vita in potenza; e
l’aveva distinta nelle tre forme dell’anima vegetativa, sensitiva,
intellettiva. Secondo la dottrina aristotelica il mondo non si spiega col
meccanismo democriteo, ma con la finalità e con l'energia realiz¬ zatrice dei
fini. La vita è l’espressione più chiara della finalità nella natura ; dalla
vita vegetale si passa al¬ l’animale, che è caratterizzata dalla sensibilità, e
da questa all’umana, che ha come carattere distintivo l’intelligenza. Nel
sistema dei fini l’anima umana rappresenta la forma più perfetta, alla quale si
perviene passando dalle forme inferiori alle superiori, ma ogni vita suppone
un’anima ed ogni forma di vita inferiore è il punto di passaggio ideale alla forma
superiore. Così l’anima nella sua forma di esistenza superiore è la forma più
perfetta o l’entelechia del corpo vivente. Aristotele ha preciso e chiaro il
concetto dello sviluppo delle forme viventi non già nel senso che una forma — i
»9 — passi nell’altra, ma che tutte siano manifestazioni di un’energia ideale
che crea successivamente le forme via via più perfette. L’animismo di Giorgio
Ernesto Stahl fu nel se¬ colo XVII una rinnovazione della dottrina aristotelica
nella biologia, concepita in diretta opposizione col carettere puramente
meccanico attribuito al corpo dalla scuola cartesiana, la quale «corpus humanum
machi- nam absolutam esse vult ». L’anima, avendo bisogno di un istrumento, si
crea il corpo; e se lo crea in maniera intelligente, come un architetto la
casa, con questo di più che si unisce e identifica con esso. In questo modo d’
intendere la cosa la teoria aristotelica è sorpassata ; è una teoria non più
anche idealistica, ma realistica e quasi mitologica, e però fu presto
abbandonata e sostituita da una forma più affine alla teoria aristotelica, che
fu il vitalismo del secolo XVIII. Le teorie vitalistiche, nella loro varietà,
hanno un carattere comune che è di opporsi alla concezione puramente meccanica
della vita, e di ritenere che essa non si possa spiegare se contro e al disopra
delle forze fisico-chimiche non si ammettono energie di ordine superiore, le
vitali. Le teorie vitalistiche del secolo XVIII furono essenzialmente
antimeccaniciste, ed ammisero che le forze vitali fossero qualche cosa di reale
per sè e che facessero in certo modo violenza alle forze fisico-chimiche. Così
concepirono il Buffon la sua forza formatrice interna, la sua vis essentialis
Gaspare Federico Wolff, il principio vitale il Barthez e la scuola di
Montpellier, il Blumenbach il suo nisus ]ot mativus inteso come una qualità
occulta, Bonnet e Giovanni Muller parlarono di una volontà vitale, e l’Haller
di una irritabilità combinata con un ordine di sviluppo preformato
nell’embrione. E il Bichat credè I 20 die la vita risultasse da un complesso di
forze, che. resistono alla distruzione e alla morte. Se non che la biologia,
entrata nello stadio positivo nel secolo passato, mostrò che le leggi
fisico-chimiche sono quelle che, in cambio di essere contraddette ed ostacolate,
agiscono nei fenomeni vitali. Già Clau¬ dio Bernard aveva ridotto il vitalismo
alla minima sua espressione: l’unità di successione e di equilibrio dei
fenomeni fisico-chimici e della morfologia orga¬ nica. E i maggiori fisiologi
dei primi tre quarti del secolo passato ripudiarono apertamente il vitalismo e
considerarono i fenomeni vitali come speciali mani¬ festazioni delle forze
fisico-chimiche. Dopo la caduta del materialismo filosofico della metà del
secolo e ' dopo il declinare della filosofia positivista, il vitalismo ha
avuto, negli ultimi decennii, un nuovo periodo di vita, il quale, sotto il nome
di neovitalismo, ha accen¬ tuato l’insufficienza delle forze fisico-chimiche
abban¬ donate a loro stesse e, fondandosi sul carattere stret¬ tamente finalistico
delle formazioni organiche, ha cre¬ duto necessario di ammettere delle forze
direttrici superiori, di cui le forze fisico-chimiche sarebbero strumento. Il
neovitalismo non crea propriamente forze nuove nel senso proprio, cioè soggette
al principio della conservazione e dell’equivalenza e perciò accessibili alle
misure. Le forze misurabili e trasmutabili sono soltanto le forze
fisico-chimiche e con esse soltanto si realizzano i fenomeni vitali. Ma nell’
ordine di questi esse sono asservite a principii superiori. Così Driesch ha
richiamato l’at¬ tenzione sopra le cosiddette costanti che si ritrovano in ogni
modo di azione della materia, e sopra la pro¬ pagazione e la conservazione
della forma, che è propria degli esseri organici. La costanza funzionale e
formale non si spiega senza ammettere un’entelechia, che agisca però non nel
senso metafisico di Aristotele ma nel senso di un principio realistico affine
al principio psi¬ chico e che egli ha chiamato psicoide. Il Reinke invece,
movendo dall’analogia dei pro¬ dotti dell’arte umana, mostra che come in essa
le forze fisico-chimiche sono dominate da un principio direttivo che è
l’intelligenza umana, senza la quale il prodotto artificiale non esisterebbe,
cosi bisogna ammettere delle dominanti in ogni ordine delle forma¬ zioni
naturali, che sono le proprie e speciali per ciascuna e più specialmente pei
fenomeni vitali. La dominante non è un’energia misurabile e di cui si possono
trovare gli equivalenti, cioè trasmutabile, ma è solo un principio direttivo e
non può nè sorgere dalle energie, nè trasmutarsi in esse. Le dominanti non sono
però delle finzioni che sono prodotto del¬ l’astrazione dei fenomeni dalla loro
forma ; sono espres¬ sioni di fatti concreti non meno delle forze fisiche e
chimiche alle quali non si possono ridurre pel pre¬ giudizio infondato che non
esistono che queste. Ci sono negli organismi dominanti di lavoro e dominanti di
formazione e sono ereditarie e, dentro certi limiti, soggette a variazioni. E,
poiché sono finali, possono anche essere concepite come psichiche. Quindi il
neo¬ vitalismo, a differenza dell’antico, non ammette nuove forze nel senso
fisico-chimico, ma soltanto principii direttivi, finali e però segna meno un
ritorno al vita¬ lismo psichico aristotelico. Era importante di occuparsi di
queste forme del vitalismo, perchè in esse è ora più ora meno, adom¬ brata una
forma della psichicità, quella cioè che si rife¬ risce piuttosto alla vita che
alla coscienza. Da questo 122 punto di vista l’idea dell’anima acquista
un’estensione, che la Psicologia evolutiva non può trascurare. L'anima
organicamente creatrice non è l’anima intelligente, nel senso proprio, ma
l’anima animale che si rivela nella sua forma superiore come istinto. L'istinto
è il fatto intermedio tra il fatto puramente biologico e il fatto psichico
consapevole e, mentre affiora nella psi¬ cologia propriamente detta, affonda le
sue radici nella biologia. Certo ogni fatto psichico è fatto di coscienza ; ma
se non si ammette quell’allargamento del fatto di coscienza che è dato
dall’ammettere gradi indefinita¬ mente varii di coscienza, che vanno dalla
coscienza dell’ameba alla coscienza dell’uomo; se non si ammet¬ tono questi
gradi nella stessa coscienza umana, la quale ha intorno al campo luminoso della
coscienza oggettiva attuale e della cgscienza soggettiva o auto- coscienza, un
campo assai più vasto, che è costituito dalla memoria, dalle associazioni,
dalle abitudini, dagli elementi subcoscienti delle percezioni ed anche dei
giudizii e dei ragionamenti, non si può intendere neppure la psicologia umana.
E in questa il campo della subcoscienza non è soltanto quello che è il pro¬
dotto dell’uscita degli stati psichici dal campo della coscienza attuale, nella
quale furono una volta e dalla quale ebbero principio, ma anche quella che
esiste prima che questa esistesse, cioè la coscienza embrio¬ nale ed infantile
in seno alla quale essa nacque. Come dal punto di vista anatomico e fisiologico
l' uomo, nella vita embrionale ed infantile, ripercorre abbre¬ viatamente le
forme animali inferiori, cosi accade anche dal punto di vista psichico. Inoltre
l'unione dell’anima col corpo non accade soltanto là dove la scienza la può
riconoscere. Pur¬ troppo la scienza, in questa materia, non può ricono- — 123 —
scere che le forme superiori umane, dell’unità, quelle nelle quali è già
avanzata la differenziazione e la coscienza vive una vita relativamente
autonoma e che ha solo legami indiretti con l’organismo. 11 concetto biologico
dell 'anima in Aristotele fu una grande veduta geniale, dalla quale i psicologi
si sono sempre più allontanati specialmente per l’azione congiunta del¬
l’idealismo filosofico, dell’etica religiosa, e del dua¬ lismo psicologico. Ora
questi contrasti non possono essere superati che in un modo solo, con l'idea
dello sviluppo in psicologia, con la psicologia evolutiva, che abbraccia la
Psicologia nella sua estensione mas¬ sima dalle forme inferiori dell’animalità,
alla forma superiore umana. Le concezioni statiche, circoscritte, che attaccano
il problema dalle forme superiori mal ci possono spiegare il problema del
rapporto tra la psiche e l'organismo ; esse oscillano sempre, come vedremo, tra
opposte teorie, dal materialismo allo spiritualismo per un non piccolo numero
di forme intermedie. E non trovano la soluzione perchè la cercano 11 dove non è
possibile di trovarla. I I CAPITOLO V. Discussione delle teorie - Le teorie
metafisiche I. — Pare dunque che tutte le analisi e tutte le ricerche della
scienza contemporanea portino inevi¬ tabilmente alla conchiusione, che i fenomeni
psichici sono, in un certo grado dell’evoluzione psicofisica, strettamente
connessi coi fenomeni cerebrali, e che i primi non esistano senza i secondi,
pur non essendo vera la reciproca. Un’altra illazione generale è questa, che le
due specie di fenomeni hanno qualità diverse, e che la differenza è tale, che
corrisponde ad una vera e propria incommensurabilità , per cui ogni equa¬
zione, ogni interpretazione causale dall’ una all’altra riesce semplicemente
inintelligibile. Da queste due conseguenze generali, che parrebbe si dovessero
esclu¬ dere a vicenda, si genera il problema, sopra tutti gra¬ vissimo, di
intendere il loro rapporto. Il qual problema, mentre interessa specialmente, e
dal punto di vista dell'esperienza la Psicologia, interessa anche la Filo¬
sofia generale, ed è la causa intima di tutte le antitesi dottrinali che la
travagliano. 126 — Ora dal modo d’ intendere la natura specifica dei due ordini
di fenomeni, e il loro rapporto causale, furono formulate quattro ipotesi
metafisiche: la mate¬ rialistica, la spiritualistica, la dualistica, e quella
del monismo. Cominciamo dalla prima. A) Restringeremo ai punti principali la
discus¬ sione del materialismo e perciò non tratteremo se non che del
materialismo identificativo, e di quello psico¬ fisico ; il materialismo
dualistico è puramente imagi¬ nativo e popolare. E nella discussione toccheremo
questi punti : il concetto di materia ; il materialismo identificativo o
adeguati vo, l’attributivo, il causale, il materialismo psicofisico. a)
L’abitùdine delle intuizioni sensibili ci fa con¬ siderare come un’idea chiara
quella che in realtà non è tale, cioè 1* idea di materia. La credenza nella
realtà di quello soltanto che cade sotto i sensi ci persuade di riportare alla
materia anche quello che non è acces¬ sibile al senso. Le nòstre esperienze di
tutti i momenti, e le scienze naturali hanno accumulato tale somma di
cognizioni intorno agli enti materiali, che ci serviamo dell’ idea generale di
materia senza esaminarne il va¬ lore ; cosi come ci serviamo della moneta nelle
trarfsazio- ni giornaliere, senza preoccuparci delle teorie economi¬ che
intorno ad essa, che pure hanno dovuto correggere tante inesattezze sul modo di
concepirla dal punto di vista scientifico. Pure essa rivela ad un’analisi pene¬
trativa molte incongruenze. Prima di tutto è da notare, che noi non ne abbiamo
una conoscenza diretta, cioè di quello che essa è in se stessa, ma solo una
cono¬ scenza indiretta, attinta alle sue manifestazioni e alle connessioni
delle azioni e delle passioni costanti degli enti materiali. Non ne abbiamo
quindi una cognitio rei , (come quella che abbiamo dei nostri stati di
coscienza), - 127 - ma una cognitio circa rem. Le scienze naturali sono, per
tal rispetto, il più grandioso sistema di conoscenze circa rem a. cui sfugge la
cognitio rei. Ancora, l’idea di materia non è scevra di contrad¬ dizioni e di
oscurità. Ci è contraddizione, o almeno non chiara intelligibilità (oscurità),
tra l’inerzia e le forze di cui la pensiamo dotata; tra la necessità di arrestarci
una volta e la necessità di proseguire all in¬ finito, la sua divisibilità ;
tra la sua limitazione spa¬ ziale e l’azione a distanza. Similmente non sono
facili ad intendere la trasmissione del movimento e la coe¬ sione. Come un
corpo trasmette ad un altro corpo in tutto o in parte il suo movimento? passa
questo come un folletto, o come una parte di materia dall’ un corpo all'altro ?
Si dice che la coesione è una forza attrattiva molecolare, ma evidentemente
questa non è che un en¬ tità astratta, una vis ad hoc da noi imaginata. Inoltre
non possiamo dire quando e come cominci ad agire; la più forte adesione
superficiale non basta a ristabi¬ lirla dopo una frattura; ed è fanciullesco
pensare che le molecole si uniscono alle molecole per mezzo di minimi. Se guardiamo
a certe proprietà essenziali della ma¬ teria, vediamo che esse potrebbero
essere comprese anche come proprietà di enti di natura spirituale, che occupino
un punto inesteso nello spazio. Cosi 1 esten¬ sione e l’impenetrabilità possono
essere intese come reazioni di stati rappresentativi) o ripulsivi, dei quali
può essere soggetto anche un numero di enti inestesi che occupino punti nello
spazio. Similmente l’attrazione e la ripulsione possono essere considerate come
dipendenti da stati interni, dall’affinità e dall’opposizione di enti, anche se
di questi non ci facciamo un’ idea. È noto poi che delle 128 — qualità
sensibili della materia, la fisica e la psicologia hanno fatto delle qualità
puramente soggettive. Quindi il concetto di materia non è necessariamente tale,
che esso debba essere la precisa antitesi di quello che ci facciamo dell’anima.
b) Nondimeno il materialismo prende l’idea di materia come definita dalle
qualità dell’estensione, della resistenza e del movimento, e con tali proprietà
pre¬ tende di farne il soggetto anche dei fenomeni psichici. Nella sua forma
adeguativa e identificativa esso pre¬ tende di identificare il pensiero o con
le secrezioni o col movimento. È rimasta famosa, per la sua volgarità e falsità
insieme, l'affermazione dei materialisti della metà del secolo passato che il
cervello segrega il pensiero come il fegato la bile o il rene l' urina. Ma
nessuno ha potuto raccogliere la secrezione pensiero, come si rac¬ colgono le
altre due, e se si è potuto provare che la secrezione di certe materie
organiche si accresce du¬ rante il lavoro cerebrale, ciò mostra precisamente
che il pensiero non è una secrezione materiale. Che se si preferisce 1*
identificazione del pensiero col movimento, si vede subito che un’
identificazione di tal fatta è mentalmente impossibile, ed è senza senso.
Perchè l’equazione pensiero-movimento, cioè di uno stato di coscienza con un
movimento nello spazio di masse materiali, quali che siano, si presenta
impossi¬ bile per la loro assoluta eterogeneità. Neppure è pos¬ sibile di
concepire il pensiero come una trasformazione del movimento ; perchè siccome
non è possibile porre l’energia psichica nel novero delle forze collegate e
trasformabili così essa può avere un’esplicazione pa¬ rallela, non mai essere un'equivalente
delle forze fisiche. Anche per le sensazioni, se il fisico può determinare - I
29 — 10 stimolo e l’eccitazione nervosa periferica e centrale, e ridurre 1’ una
e l’altra a movimento, non può «sol- vere in movimento la sensazione, nè nella
sua qualità specifica, nè nella sua qualità gènerica di stato di co¬ scienza ^
mater}alismo attributivo considera l’attività psichica come una qualità della
sostanza "atenale. Ma poiché nell’esperienza l’idea di sostanza s. risolve
nel’ gruppo delle qualità costanti che sostengono le variabili, questa teoria
dovrebbe prima dirci se consi¬ dera la qualità psichica come un elemento del
prim Juppo o come un elemento del secondo. Se afferma la prima tesi, il
concetto della materia e mutato, e non è più quello che il materialista pensa,
^«com¬ pendia nelle tre proprietà dell’estensione, della resi stenza e del
movimento. E, d’altra parte, questo punto di vista non potrebbe essere mai
egualitario, sia perche contrario all’esperienza sia perchè contrario alla tesi
materialistica. Se invece afferma che il pensiero è una proprietà variabile,
deve dimostrare come una sostanza, che si risolve in queste proprietà, possa
essere i g cretto di una proprietà variabile ed accidentale, che non ha con le
prime nessuna proporzione e non può averci quindi nessun rapporto. D’altra
parte . fenomeni " chid hanno la natura di fatti, di avvenimenti, non di
qualità; quindi il rapporto dei fenomeni psichici a. materiali non può essere
quello di qualità a qualità, tris di fatti a fatti. . • L’ idea di materia è
un’astrazione o, se si vuole, «na costruzione della fisica e della chimica che
è utile per la spiegazione dei fenomeni fisico-chimici. Ma per la spiegazione
dei fenomeni psichici essa non ha nessun uso. Un fenomeno fisico-chimico è un
fenomeno di mo- 9 — MaSCI, Lezioni di Psicologia. 130 — vimento, che si può
riportare a un altro moto mole¬ colare o di massa o ad una diversa
distribuzione degli elementi materiali ; un fenomeno psichico non è pas¬ sibile
di tale riduzione. E finalmente l’idea di materia vale per ciò che è puramente
oggettivo : come potrebbe valere per ciò che è soggettivo? Al carattere della
soggettività che non si vede come potrebbe ritenersi proprio della sostanza
materiale, si aggiunge quello dell’ unità, che ad essa parimenti ri¬ pugna.
Anche posto che si trovasse (e non si è trovato ancora), un centro dei centri,
del quale si potesse dire che è il centro dell’autocoscienza, non si avrebbe
dinanzi che una massa composta cioè di parti esterne P una all’altra, che non
corrisponderebbe menomamente a quella unità immateriale e inestesa, che diciamo
io . E d'altra parte un centro che fosse insieme materiale e inesteso sarebbe
una contraddizione, perchè, come inesteso, sarebbe immateriale e il postulato
materia¬ listico sarebbe abbandonato. Non giova che il mate¬ rialismo si
appelli alla similitudine, così cara alla psi¬ cologia collettivista in
generale, la quale spiega 1’ unità di coscienza con l'esempio del
parallelogrammo delle forze. Perchè se due o più forze applicate ad angolo
producono una risultante unica, ciò accade solo quando le due o più forze sono
applicate ad un punto unico ; ed è questo punto unico che manca nel caso in
esame. Si è anche detto che 1’ unità può dipendere dalla iden¬ tità degli stati
dei centri, perchè siano comunicati dall’ uno all’altro e da tutti
reciprocamente. Ora poiché questi stati sono, nell’ipotesi in esame, degli
stati ma¬ teriali, si vede subito che la loro identità non è pos¬ sibile.
Perchè è legge fisica che tutte le forze irraggiate da un centro diminuiscono
secondo i quadrati delle distanze. Gli stati non sarebbero dunque identici, ma
- Ut — diversi P uno dall’altro, come i circoli che si produ¬ cono sulla
superficie dell’acqua su cui cada un corpo. Essi sono diversi di altezza, di
ampiezza, di velocità ; e perciò manca l’identità ai fenomeni materiali come
manca quella speciale unità che è propria della co¬ scienza. Non soccorre
neppure l’analogia del centro di gravità, che è un punto matematico, perche i
centro di gravità è il punto ideale di direzione della forza gravitativa, e
rappresenta l’unità di massa di un corpo rispetto agli altri corpi. E mentre la
gravità è la proprietà più generale della materia, non legata a nessuna sua
qualità speciale, la coscienza è collegata ad una sua particolarissima qualità
e struttura ed e, al contrario, indipendente da ogni rapporto geometrico di
centralità e di direzione. E poi, anche dato che tutte queste differenze non
esistessero, verrebbe subito spontanea la domanda circa la possibilità di intendere
che una forza fisica quale che sia, compresa la gravità, potesse reputarsi il
sostrato attributivo della cóscienza ; cioè questa come qualità di una qualità
fisica. d) Resta il materialismo causale. Questo si ap¬ poggia al fatto, che i
fenomeni psichici sono condiz.o- nati dall’esistenza degli organismi ammali, e
di certi sistemi di organi in essi, quali sono i centri nervosi. La coscienza
comune, proclive alle personificazioni, o alle ipostasi, ha ammesso un
principio speciale come soggetto e come causa dei fenomeni psichici, 1 anima.
Ma questa è una causa ad hoc , come le personificazioni delle forze naturali
nell’animismo delle religioni pri¬ mitive, come V horror vacui della fisica
peripatetica. Invece la ricerca scientifica trova che la causa di un fatto non
può essere che un altro fatto o più altri fatti cooperanti. Ma i fatti che
precedono o accompa¬ gnano i processi psichici sono fatti cerebrali, dunque 132
l la causalità appartiene anche in questo caso alla ma¬ teria. Uno stimolo
esterno si comunica all’organo di senso e produce la sensazione; l’antecedente
è il fatto fisico, il conseguente è il psichico, quindi questo è effetto,
quello è causa. Si potrebbe opporre, che anche un atto di volontà è
l’antecedente del movimento e che perciò si potrebbe sostenere la causalità
inversa. Ma il vero è che il movimento è prodotto in quel caso
dall’innervazione motrice non dalla volontà; di fatti se è impedita la
circolazione della forza nervosa centrifuga, se sono lesi i centri coordinatori
di movi¬ mento, o i centri dei movimenti volontarii, nè il movi¬ mento, nè lo
stesso atto di volontà sono possibili. Il circolo delle azioni nervose, cosi
nel sentire come nell’operare, è un circolo chiuso, e non lascia adito all’
interposizione di una causa non fisica dal principio alla fine. Se un atto di
volontà, come atto immateriale, potesse produrre il movimento del braccio, non
ci sarebbe ragione di negare che potrebbe produrre anche il movimento di una
montagna, o arrestare i movi¬ menti del sistema solare, perchè non si potrebbe
op¬ porre il principio della conservazione dell’energia, e questo sarebbe
violato egualmente sia dalla produzione di un lavoro piccolissimo come di uno
grandissimo. Invece l'osservazione, l’esperimento scientifico hanno posto fuori
contestazione la correlazione tra lo sviluppo del sistema nervoso e lo sviluppo
psichico, ed è una verità ormai comunemente accolta che ogni fenomeno psichico
è condizionato da un fenomeno cerebrale. La storia delle formazioni naturali
conferma le conclusioni della psico-fisiologia. Vi fu un tempo, essa ci dice,
nel quale non esisteva la vita sulla terra. Quando le condizioni necessarie per
la sua esistenza furono raggiunte, essa apparve nelle sue forme infe- — 133 —
riori e da queste si vennero a poco a poco sviluppando le forme superiori.
L’esistenza spirituale fu dunque posteriore, e fu 1 ’ effetto non di una
Creazione speciale, ma di una lunga evoluzione. E se si pensa che, con lo
sparire delle condizioni favorevoli, anche la vita sparirà dalla terra, si deve
convincersi che l'esistenza spirituale è un fugace momento nell’ infinita
distesa dei tempi. Cerchiamo ora di esaminare il fondamento stesso del
materialismo causale. Non vale addurre contro di esso l’argomento gnoseologico,
che la materia e il di¬ venire materiale sono fenomeno della coscienza. Perchè
questo è forse un mezzo spiccio, ma più sorprendente che persuasivo. La
coscienza generale dell’ umanità non si adatta alla tesi fenomenistica
applicata alla ma¬ teria, e considera irresistibilmente la realtà del mondo
esterno come indipendente dalla coscienza. Bisogna dunque esaminare il valore
di questa forma del mate¬ rialismo dal punto di vista del principio di
causalità che essa invoca, e propriamente della duplice equa¬ zione,
qualitativa e quantitativa, che esso inehiude analiticamente e necessariamente.
Ora dal punto di vista dell’equazione qualitativa che la causalità richiede è
evidente che la differenza qualitativa, che è di tutto il genere, tra i
fenomeni fisici e gli psichici, rende impossibile di concepirli come causa ed
effetto. Neanche la cosiddetta cono¬ scenza astronomica dei fatti cerebrali, se
l’avessimo, sarebbe importante per tale compito, perchè essa non ci
presenterebbe altro che materia in movimento, e questo non ci potrebbe valere
per farci passare nel mondo del pensiero. Fin dal 1869 il Tyndall (un fisico
eminente) aveva detto al congresso dei naturalisti che il passaggio dalla
meccanica del cervello alla coscienza è impossibile. E il fisiologo Du Bois
Rey- mond in un discorso, rimasto famoso, e pronunziato in un’occasione
identica nel 1872, aveva pronunziato su questo stesso problema il fatale
ignorabimus . Se anche avessimo presenti tutti gli antecedenti fisici dei fatti
psichici, saremmo lontani come ora dalla solu¬ zione del problema. Nell’ordine
fisico, una mente com¬ pletamente informata potrebbe costruire la natura senza
residuo. Ma lo spirito resterebbe sempre un residuo inesplicato pel
materialista; o, come è stato detto, il materialismo può spiegar tutto meno se
stesso come teoria, perchè la materia è incapace di fare la sua propria
filosofia. Dal punto di vista quantitativo il materialismo cau¬ sale è in
contraddizione con quello stesso principio della conservazione dell’energia che
oppone alla pos¬ sibilità di considerare il fatto psichico come causa del fatto
fisico. Perchè quel principio è contrario tanto a quella causalità contro la
quale è invocato, quanto alla causalità inversa. Quel principio non permette di
considerare come effetto di un'energia fisica altro che una somma equivalente
di energia fisica, non potendo la psichica entrare nel gruppo delle forze
collegate. Però a tutte queste critiche, e specialmente a quella derivante
dall’impossibilità dell’equazione qualitativa, il materialismo causale potrebbe
opporre, che se anche la causalità che esso afferma non è intelligibile, è però
certa a titolo di fatto. Anche nel dominio dei fatti naturali la scienza si
trova spesso di fronte all’im¬ possibilità della riduzione qualitativa causale.
Difatti se con la gravitazione universale si spiegano la caduta di una pietra,
lo scorrere dei fiumi, le maree, i movi¬ menti dei pianeti, dei satelliti,
delle comete, delle correnti meteoriche, degli aeroliti ecc., non si spiega —
135 — «ssa stessa. Perchè i corpi si attraggono, o più pro¬ priamente si
avvicinano seguendo la retta c e giunge i loro centri ? Similmente la Chimica
ammette l'affinità delle sostanze ma non dà la ragione, e a stessa Meccanica,
che pare la più chiara e la pxu netta delle scienze, non può dare spiegazione
di quello che è il principio causale di tutte le sue verità e del loro sistema,
cioè la comunicazione del "io v, mento. La Psicofisiologia avrà dunque
adempito il suo com¬ pito scientifico, quando ha indicato . fenomeni cere^
brali che condizionano i fenomeni psichici, e non tenuta a fare di più. . . Se
non che nelle scienze naturali non e ma. vio¬ lata nella riduzione dei fenomeni
l’equazione qua ita- r E quando questa non si può fare, il naturalista si
arresta, e non suppone come causa un fenomeno eterogeneo. Egli sente di essere
dinanzi ad una lacuna del suo sapere, che potrà o non essere colmata, ma che se
potrà essere, lo sarà solo mercè una causa qualitati¬ vamente adeguata, che pel
momento e ignota, invec il materialismo causale, violando l’equazione causale qualitativa
e quantitativa pone la mente dinanzi ad una vera e propria inaccessibilità.
Perciò il materia¬ to causale /costretto di abbandonare il suo punto di vista,
è costretto di riconoscere che .1 fenomeno psichico non è un effetto nel quale
la causa fisica s sia trasformata. È costretto invece di ammettere che è un
fenomeno parallelo e propriamente un epifeno- meno. A questo punto il
materialismo non e più ne adeguativo, nè attributivo, nè causale: mette capo ne
parallelismo, ed è costretto a cangiare di nome inti¬ tolandosi materialismo
psicofisico. e) Il materialismo psicofisico ammette 1 incora mensurabilità
delle serie psichica e fisica e per conse- guenza respinge il materialismo
identificativo nelle tre forme innanzi esaminate e sostituisce ad esse e al
mate¬ rialismo causale il concetto del parallelismo delle due serie. Ma in
questa sostituzione non abbandona il punto di vista che la vera serie reale e,
in fondo in fondo, causale sia la serie fisica ; e perciò è una forma di
materialismo larvato o di criptomaterialismo. Qual cuno di questa scuola ha
sostituito al rapporto di cau¬ salità il rapporto di funzione nel senso
matematico. In Matematica una quantità si dice funzione di un’altra quando
tutte le variazioni sue dipendono da quelle dell’altra secondo un certo
rapporto. Peres. le formule delle proporzioni aritmetiche, quelle che servono a
trovare le aree di una qualunque figura geometrica piana o il volume dei
solidi. Se non che l’analogia della funzione matematica non è applicabile in
nessuna guisa, perchè il rapporto tra le due serie non è quan¬ titativo. Si
tratta di due serie reali connesse fra loro, e di qualità eterogenea ; quindi
il concetto di funzione deve essere modificato in senso reale, e, presa in
senso reale, la funzione si riporta alla causalità, l’effetto è la funzione
della causa nel divenire reale e produce il parallelismo se causa èd effetto
sono costanti ambedue. E il parallelismo può prendere aspetti diversi secondo
che più cause agiscono per produrre l’effetto, per es. la massa e la distanza
nella gravitazione ; ovvero una causa produce più effetti, per es. il movimento
della terra e l’alternativa del giorno e della notte, o quella delle stagioni o
finalmente una causa costante produce un effetto costante, per es. la caduta. Ma
il parallelismo delle serie reali causali importa che ci sia tra esse identità
di natura, e che ambedue le serie siano con¬ tinue ; ma nè la serie psichica è
omogenea alla fisica, nè, secondo questa forma di materialismo, la serie — 137
— psichica è continua, tale essendo solo la serie fisica mentre l’altra è
intermittente. Dunque neppure il pa- rallellismo causale è applicabile. Quindi
il materialismo psicofisico è costretto ad attribuire la causalità e la realtà
soltanto alla serie fisica e considerare la psichica come epifenomeno. È
epifenomeno quello che è la parvenza del fenomeno principale, (che è il solo
causale), e che perciò non potrebbe avere nessuna reazione su di esso, come il
bagliore di un incendio riflesso dai vapori, come l’om¬ bra di un corpo in
movimento. Siccome la serie fisica, pel principio della conservazione
dell’energia, è con¬ tinua, e consiste in fenomeni di movimento, ed è- quindi
una serie chiusa, che non ammette in sè come dei vuoti psichici tra l’una e
l’altra sua parte, così il fenomeno psichico non può essere una sua parte, ma
un accessorio collaterale, come la melodia è alla vibra¬ zione delle corde. Il
fenomeno psichico è dimostrativo del fisico, è ombra o riflesso senza propria
realtà. Questa direzione epifenomenistica, che non ammette la causalità del
fatto psichico nè in se stesso, nè rispetto al fatto fisico, più di quello che
possa ammettersi quella delle ombre, o delle imagini degli specchi, è quella
che lo Stumpf nel discorso inaugurale del con¬ gresso di Psicologia di Monaco
chiamò Psicologia delle ombre. Di questa teoria si è fatto sostenitore e rap¬
presentante il Miinsterberg nel suo « Compendio di Psicologia» dove scrive: «un
oggetto psichico non è nè causa nè effetto ; il suo apparire e scomparire non
può essere spiegato causalmente rie Ilo stesso or - dine, e per conseguenza le
singole parti di un sistema psichico non compongono un sistema psichico, non
formano un sistema chiuso di parti connesse diretta- mente l’una con l’altra».
Noi vedemmo nel corso - >38 - dell’anno precedente1 che il Mùnsterberg nella
sua « Filosofia dei valori » e dal punto di vista metafisico, non la pensa come
il Mùnsterberg psicologo. Altri sono in verità più coerenti, sono in realtà
psicologi pseudoparallelisti, perchè anche metafisicamente ma¬ terialisti; tali
l’ Huxley, l’Hodgson, ed anche il Ribot il quale dice che oggetto della
Psicologia è il feno¬ meno nervoso accompagnato da coscienza. Se non che contro
la teoria dell'epifenomeno in Psicologia sta che la serie psichica è indubbiamente
causale come provano molti fatti, che non è lecito di mettere leggermente da
parte. E il primo è che la coscienza è un principio di adattamento esso stesso
e non meccanico ma elettivo, cioè non fisico ma psichico. A cominciare
dall’istinto, e fino ai più complicati adattamenti della tecnica umana che
hanno posto in servizio dell’uomo le forze della natura, la coscienza e il
pensiero sono stati e sono i fattori dell’adattamento animale prima, del
meraviglioso adattamento umano di poi. Inoltre la coscienza e il pensiero sono,
in di¬ verso grado e proporzione, i fattori della vita animale e della vita
umana, cioè della storia umana. Questa è immediatamente e direttamente il
prodotto dello spirito umano, l’economia, il diritto, la moralità, la
religione, l’arte, la scienza, tutta insomma la parte migliore della realtà. Nè
si potrebbe negare la causa¬ lità della coscienza e della volontà sui fenomeni
fisici dell'organismo. A cominciare dalle manifestazioni so¬ matiche delle
emozioni la cui intensità può giungere fino a produrre la morte, se ne hanno
prova evidente nella teoria del vicariato dei centri psichici. Se una funzione
psichica distrutta si restaura in una zona 1 La filosofia (Ut valori : Cfr.
Pensiero e Conoscenza, Bocca Ed., 1022. 139 diversa in gruppi cellulari
diversi, ciò accade pel biso¬ gno sentito della funzione, ed è il conato
psichico che nasce da questo bisogno quello che determina la so¬ stituzione. La
funzione psichica si crea l’organo. La dottrina biologica della potenza
plastica della funzione significa che una nuova funzione fisiologica esiste,
almeno in una forma rudimentale, prima che l’organo adatto e relativamente
perfetto di quella fun¬ zione ci sia! È principio generale della fisiologia,
che le funzioni idiomere derivano dalle cenomere ; e la potenza plastica della
funzione riporta da ultimo alla causalità psichica od omopsichica. Lo sviluppo
maggiore della sensibilità tattile ed uditiva dei ciechi fa pensare ad una
causa psichica ; ed essa è invocata come prin¬ cipio cooperatore alle variazioni
brusche della fauna e della flora nelle epoche geologiche, e come quello di cui
non si potrebbe disconoscere l’azione nella scelta fisiologica, che è uno dei
principii di formazione e di trasformazione nella nuova biologia. D’altra parte
la teoria delle serie impenetrabili è in contraddizione coi fatti
dell’esperienza immediata ; contro la quale non si potrebbe invocare l’esempio
delle smentite inflitte dalla scienza astronomica alla te¬ stimonianza
immediata delle nostre percezioni, almeno per questo che l’astronomia
scientifica rende conto esatto delle nostre percezioni, mentre queste, prese a
rigore, conducono ai maggiori assurdi. Come si po¬ trebbe negare l’azione
causale dello stimolo rispetto alle sensazioni e quella della volontà rispetto
ai mo¬ vimenti volontari ? Ci è, nei circoli relativi di cia¬ scuno di quei
fatti, sempre un momento nel quale il fatto fisico si trasforma in fatto
psichico, o viceversa. L’artista crea l’opera d’arte secondo l’ideale vagheg¬
giato dalla sua fantasia, nè si può dire che il processo 140 — materiale e il
fantastico siano indipendenti. Similmente l’ improvviso che rimbalza da una
serie all’altra ; per es. una reminescenza e un atto di furore, o la sospen¬
sione di cosa che si stava facendo ; un appello esterno, e uno scoppio del
sentimento. Dunque nè la teoria dell’epifenomeno, nè quella della
impenetrabilità delle serie sono formole vere delle teorie del parallelismo :
anzi il materialismo psicofisico, che non ammette la continuità e la realtà
della serie psichica, è pseudo- parallelistico, e non può essere che tale.
Neppure l’argomento dei materialisti, che la sola serie oggettiva , e perciò
reale, sia la fisica, essendo la psichica soggettiva , è ammissibile. Perchè
ambedue le serie sono tanto soggettive che oggettive ; e non sono la stessa
cosa l’oggettivo e il reale, il soggettivo e il non reale. Anzi la serie
psichica essendo quella per cui l'altra arriva alla coscienza, potremmo dire
che essa è più reale dell’altra. Neppure l’argomento della continuità come propria
solo della serie fisica, è in tutto vero. La discontinuità della serie psichica
è vera solo per la forma consapevole ; ma se le due maniere di esistenza della
serie psichica si congiungono come sono congiunte in realtà, anche a questa può
essere attribuita una continuità nell’esperienza. Spesso e a modo di
perorazione, nella difesa della tesi materialistica, si fa appello all’avvenire
delle scienze naturali. E si augura, che come hanno a poco a poco esclusa ogni
forma di causalità trascendente dalla natura, cosi purifichino del vecchio
fantasma della psicologia metafisica, l’anima sostanza, anche il campo delle
scienze morali, e rinchiudano queste stesse nel loro ambito. Intanto questa
speranza non pare che dal punto di vista storico abbia il più lontano accenno
di verificazione. Le scienze biologiche danno invece I4i l'esempio contrario,
come mostra il neovitalismo, col ritorno all’idea di finalità e a principii di
ordine psi¬ chico od omopsichico. E le scienze morali, per la natura specifica
delle loro qualità e dei loro oggetti, si mostrano così indipendenti dalle
scienze naturali, che la traduzione di esse 'nel linguaggio del materia¬ lismo
fa perdere loro ogni significato. Esse sono invece dipendenti dalla Psicologia,
perchè i fatti che questa stu¬ dia, conoscenza, sentimenti, volontà, sono la
sostanza dei fatti che sono oggetto delle medesime. Ci è bensì questa
differenza, che i fatti materiali sono più diret¬ tamente riducibili ai fatti
fisico chimici, e che questi dal punto di vista della conoscenza per le cause e
per le leggi, sono assai più avanzati che non siano i fatti psichici, ai quali
i fatti morali non sono perciò cosi facilmente riducibili. Ma se delle leggi
psicologiche non si può dire che conservino il loro impero nelle scienze morali,
cosi come lo conservano indubbiamente le leggi fisico-chimiche a traverso tutte
le formazioni materiali, si ha in questa una nuova prova della pro¬ fonda
differenza dei due ordini di fatti. Nei primi cioè nei fisici, domina la
causalità meccanica: nei secondi, cioè nei psichici, si accentuano, a misura
dei loro sviluppi superiori, la finalità consapevole e la libertà. E mentre per
gli uni il principio meccanico della conservazione dell’energia ha un valore
assoluto, nei limiti dell’esperienza finita ; non ne ha nessuno per gli altri,
cioè pei fatti psichici, se non nei limiti della loro connessione coi fati
fisici. * * * II. — È stato detto che il materialismo è il primo grado e il più
basso, ma anche il più solido del pensiero metafisico. Ora il materialismo è
certamente una me- 142 — tafisica perchè pretende di dire quale è la natura del
reale e quale la legge più generale che lo regge. E ciò fa oltrepassando
l’esperienza e la possibilità di conce¬ pirla senza residuo e senza
contraddizioni. Ma non pare che si possa concedere che sia anche il grado più
solido del pensiero metafìsico. Noi abbiamo dimo¬ strato che la chiarezza della
sua idea fondamentale, l’idea di materia, è solo apparente, e che quando in
filosofia si deve badare principalmente all’elaborazione logica dei concetti,
la chiarezza cede il posto alle maggiori oscurità. E d’altra parte,
l’elevazione minima che il materialismo suppone al disopra dell'esperienza, è
cagione anche dell’impotenza esplicativa che è nella sua ipotesi fondamentale.
Perchè essa è la meno capace di estensione, la meno feconda, la più inadeguata
ri¬ spetto alle forme superiori della realtà. E perciò le sue spiegazioni
dell’ordine psichico in generale, e la tra¬ duzione di questo in simboli
inadeguati, e privi di senso, e tanto più inadeguati e tanto più privi di senso
a misura che si sale verso le forme superiori della vita dello spirito. Non
deve quindi recar meraviglia, se, non ostante le sue seduzioni e la tenace
vitalità con¬ feritagli da queste, esso non abbia potuto conquistare mai
durevolmente l’assenso dei filosofi e mai quello dei maggiori fra di essi e si
trovi ora in un periodo di meritato discredito, e sia da ogni parte non solo
soprafatto dalle dottrine contrarie, ma anche rinnegato da coloro che più
dovrebbero essere propensi ad esal¬ tarlo. Gli stessi positivisti hanno premura
di separare la loro causa da quella del materialismo, rifugiandosi nella teoria
della relatività della conoscenza e nel¬ l’agnosticismo. Passiamo quindi a
saggiare la dottrina che è dia¬ metralmente opposta, cioè la dottrina
spiritualistica; — M3 — e cominciamo dal vedere il trapasso logico dell' una
all’altra. Il materialismo trascura, o non apprezza abbastanza il fatto, che
infine l’idea della materia è un prodotto dello spirito, e che, nella nostra
conoscenza della materia, non possiamo procedere di là dalla rappre¬ sentazione
che ne abbiamo. Lo spiritualismo si vale di questo fatto per sostenere, che il
vero primo non è la materia, ma lo spirito. E poiché ogni sintesi legittima,
che tenti di spiegare i fatti, deve riportare l’ignoto al noto, e il men noto
al più noto, così non è legittimo di riportare i fatti psichici ai fisici, ma è
legittima la riduzione inversa. Anche perchè il punto di contatto più intimo
della conoscenza con la realtà è nell'esperienza interna non nell’estèrna. In
questo ab¬ biamo, come abbiamo già detto trattando dell’idea di materia, una
conoscenza soltanto indiretta e me¬ diata, circa rem; in quella invece
apprendiamo diret¬ tamente l’oggetto, abbiamo una cognitio rei. Lo spi¬
ritualismo si prevale inoltre dell’insufficienza della concezione puramente
meccanica perispiegare il mondo, e vi rimedia riportando tutto a principii e
cause di na¬ tura spirituale. Cosi lo spiritualismo crede non solo di
provvedere alla migliore intelligibilità del reale, ma anche alla soddisfazione
dei bisogni ideali dello spirito umano salvando la realtà oggettiva dei suoi
valori su¬ periori dal naufragio materialistico, e restaurando nel mondo il
valore della finalità. E perciò esso non solo afferma la realtà sostanziale
dello spirito, ma afferma ancora che la realtà materiale è il fenomeno
oggettivo (bene fundatum) della coscienza, e della facoltà o na¬ tura
rappresentativa di enti, che hanno tutti, sebbene in gradi diversi, natura
spirituale. 144 — Questa teoria, d’indole metafisica, è stata formu¬ lata in
modi assai varii, che non è facile ridurre a una precisa classificazione. La
forma idealistica è la più antica, e risale a Platone nel quale ha un carat
tere oggettivo realistico. La sua forma soggettiva più autentica è invece
quella dell’idealismo tedesco da Fichte ad Hegel ; la illusionistica soggettiva
fu presen¬ tata dal Berckeley. Lo spiritualismo monadologico del Leibniz, la
concezione degli enti psichici dell’Herbart sono teorie spiritualistiche e di
forma realistica e sono conciliabili in Psicologia col dualismo ; per modo che
la psicologia leibniziana e l’herbartiana sono dualistiche, nonostante il
monismo metafisico. Altra forma dello spiritualismo realistico è il pantelismo
dello Scho¬ penhauer e delL’ Hartmann. Il teismo è una forma di spiritualismo
realistico che comprende una lunga schiera di filosofi in ogni tempo e di ogni
paese. Ma non tutte queste forme di spiritualismo realizzano allo stesso grado
il postulato fondamentale dello spiritualismo che tutto ciò che è reale ha
natura spirituale. L’ideali¬ smo assoluto dell'Hegel, il voluntarismo dello
Scho¬ penhauer e, come abbiamo già detto, la monadologia leibniziana, il
realismo herbartiano e il teismo sono più o meno compatibili col dualismo. La
discussione di tutte queste teorie sarebbe fuori di posto in uno studio di
Psicologia, che deve mirare soltanto alle tesi fondamentali. E però ora non ci
occuperemo se non che della tesi generale dello spiritualismo. III. — Questo si
può risolvere in due affermazioni principali : che noi apprendiamo la sostanza
anima di là dalla coscienza, e che una sostanza di tal natura sia la sostanza
unica di tutto il reale. Ma in realtà, e per rispetto alla prima affermazione,
quello che la percezione interna ci dà è o uno stato di coscienza MS oggettivo
o la coscienza in sè e per sè, f auto-coscienza, l’io. La sostanza oltre l’io
per es. la monade leibni- ziana, la sostanza semplice che sussiste di là da
ogni stato di coscienza soggettivo o oggettivo, non è, per la sua stessa
definizione, l'oggetto della percezione interna. Inoltre bisogna riflettere che
per rendere com¬ prensibile l’estensione del concetto di sostanza psichica a
tutta la realtà, bisogna attenuarlo e quasi depoten¬ ziarlo in guisa che quello
che resta è molto dissimile da quello che è al punto di partenza e in questo è
poco meno che un’incognita, un concetto negativo. Diciamo infatti che l’
anima-sostanza è semplice, immateriale, incorruttibile e quindi immortale,
tante qualifiche, tante negazioni delle proprietà positive che attribuiamo alla
sostanza materiale. Quindi non è esatto affermare che ci sia una dif¬ ferenza
essenziale tra la conoscenza della sostanza materiale e quella della sostanza
psichica. Certo la conoscenza dei fenomeni psichici è immediata e diretta, e
quella dei fenomeni fisici è mediata e indiretta ; ma la sostanza non è affatto
diversa dalle proprietà, sta, così per l’una come per l’altra di là da ogni
espe¬ rienza. Nei limiti di questa, ambedue sono apprese solo per via delle
loro proprietà; e come è impossi¬ bile dire che cosa è la materia prescindendo
dalle proprietà dell'estensione, della resistenza e del movi¬ mento spaziale,
così è impossibile dire che cosa è l’anima se si prescinde da ogni stato o atto
di co¬ scienza. Quindi essa non è, in questa maniera di con¬ cepirla,
un’esperienza, ma un’idea, un soggetto imagi¬ nato in conformità dell’ idea di
sostanza; così come è immaginata la màteria, se si fa astrazione dalle sue
proprietà primarie e costanti. Lo spiritualismo sostiene invece che la
coscienza io — Masci, Lezioni di Psicologia. — 146 — è il tipo dell’idea di
sostanza e questa è riverberata dall’ordine psichico al naturale. Ma neppure
questa specie di primato attribuito alla coscienza nella genesi dell’idea di
sostanza è esatto. Perchè, se l’idea di sostanza è implicita, come funzione, in
ogni cono¬ scenza, come idea distinta è ignota al pensiero spon¬ taneo e
irriflesso. Prodotta dalla riflessione analitica, essa non è riverberata dalla
coscienza sulle cose esterne, ma da queste su quella. La tendenza animatrice
della natura, propria della fanciullezza dell’umanità, non prova nulla perchè
l'anima dell’ imaginazione popolare non è la sostanza semplice dei filosofi, ma
il dupli¬ cato tenue ed evanescente del corpo. O, se mai, prova il contrario,
cioè che la sostanza psichica è imaginata in conformità e sul modello della
sostanza materiale e non viceversa. Si parte dall’ idea di massa per giungere a
quella di atomo , e da ultimo si spoglia questo delle proprietà della materia,
e gli si attribuiscono delle proprietà puramente negative di quelle della
materia. La storia della filosofia conferma questo modo di formazione, perchè
mostra che lo spiritualismo è in ordine di tempo l’ultima delle metafisiche.
Perciò si presenta fin da principio dubbiosa la se¬ conda affermazione dello
spiritualismo che tutto ciò che è reale ha natura spirituale. Essa si può
consi¬ derare, (astrattamente parlando e senza con ciò pre¬ tendere di
stabilire nessun rapporto storico tra le due teorie), come un’estensione
metafisica della teoria pu¬ ramente dinamica della materia professata da alcuni
fisici, aggiuntavi la concezione teleologica del mondo. Poiché la scienza
risolve la materia nella forza, la metafisica spiritualistica va più oltre, fa
della forza una causa finale, trasforma il movimento meccanico- — 147 — in
energia finale, e quindi in atto o processo di natura spirituale ; sale dalle
manifestazioni esterne al principilo intrinseco di esse, e ne vede il tipo
nell’energia della coscienza e della volontà. Ma ripetiamo, questo che abbiamo
fatto è un ravvicinamento parziale puramente logico ; in realtà lo
spiritualismo è anteriore di tempo, ed anche dal punto di vista logico
trascende, come abbiamo già detto, il dinamismo fisico. Ma non pare che si
possa ammettere l’argomento fondamentale dello spiritualismo, il quale nega la
realtà sostanziale alla materia per questo, che non abbiamo presente che la sua
rappresentazione, e non possiamo oltrepassarla. Si può rispondere che se dove
ci è ap¬ parenza ci è essere, non si vede come si possa negare che la
sostanzialità convenga al reale, di cui la rap¬ presentazione della materia è
segno. Tanto più che, come abbiamo visto, l’ idea dell’anima sostanza è l’ ipo¬
stasi di un concetto limite, che, derivato primitiva¬ mente dall’idea della
sostanza materiale, finisce per essere un’idea negativa. Di qui si vede quanto
sia fallace la pretesa dello spiritualismo, di risolvere tutta la realta in
realtà spi¬ rituale, e la materia in mera apparenza. Perchè non si vede come,
con entità di natura puramente spiri¬ tuale, si possa generare l’apparenza di
un mondo materiale. Abbiamo già visto come, astrattamente par¬ lando,
l’estensione, l’impenetrabilità, e cosi la gravita¬ zione, e le forze
molecolari attrattive e ripulsive, si possano agevolmente tradurre in
linguaggio psicolo¬ gico ; ciò è tanto più facile perchè il linguaggio porta
l'impronta psicologica trasfusa nelle espressioni. Ma qua non si tratta di
servirsi di metafore come argo¬ menti, la qual cosa è sommamente
antiscientifica, ma di vedere se? realmente è pensabile la materia come un —
148 — fenomeno dello spirito, senza propria realtà. La teoria dinamica della
materia, vagheggiata da taluni fisici, ammette almeno la realtà delle forze
materiali, e la loro distribuzione nello spazio, e perciò rimane una teoria
fisica. Ma lo spiritualismo deve cominciare dal cavare dai suoi reali
immateriali e l’idea delle forze materiali e quella della loro distribuzione, e
perfino quella dello spazio. Per qual ragione e in qual modo in enti di natura
spirituale accade questa generazione spon¬ tanea interna e puramente
rappresentativa del mondo materiale ? E come mai cerchiamo la conoscenza di
questo mondo materiale come qualche cosa che sta da sé ; e come mai questa
conoscenza, (la sensibile), sarebbe possibile con un sol termine, per es. nella
percezione esterna? Lo spiritualismo non potrebbe rispondere a queste domande
se non che con giochi dialettici ; esso si deve distaccare dalla coscienza
empirica, che deve contrad¬ dire nelle sue più sicure affermazioni, sostenendo
con¬ tro di essa, che il mondo esterno è il prodotto della coscienza. Al
l’esperienza comune questa tesi appare poco meno che una pazzia. Ma
un’affermazione addi- ritura folle è implicita nella tesi fondamentale dello
spiritualismo, che la certezza della realtà non si ha che dall’esperienza
interna, e che solo l’oggetto di questa si può sicuramente affermare. Perchè,
siccome l’esperienza interna è relativa soltanto al nostro pro¬ prio essere, e
non all'essere degli altri enti spirituali, così la sola affermazione legittima
che deriva dalla premessa spiritualistica è il solipsismo, l’ idea folle che io
solo esisto, e che tutto il mondo delle esistenze è un sogno del mio io. E
poiché infine, anche questo non ha altra esistenza che la rappresentativa
(essendo la sostanza di là dalla coscienza un’inferenza e non — >49 — una
percezione), cosi se la coscienza non può uscir di se stessa nelle sue
affermazioni, al far dei conti ogni differenza scompare, e il mondo è così poco
reale, come un sogno a cui manchi anche il sognatore, o per ado¬ perare la
frase famosa di Eschilo, sogno di un’ombra. Del resto, qualunque sia la
consistenza dello spi¬ ritualismo dal punto di vista metafisico, il problema
del rapporto tra i due ordini di fenomeni, psichico e fisico, si ripresenta di
nuovo entro i limiti dell espe¬ rienza. Perchè, anche ammesso che tutto abbia
natura spirituale, non è men vero, che la realtà si presenta distinta in due
ordini, dei quali l’uno, (oggetto dei sensi esterni), si risolve in fenomeni di
resistenza e di movimento spaziale ; e l’altro in stati di coscienza , che
hanno proprietà affatto diverse, e non sopportano una costruzione causale
simile a quella degli altri. Il prin¬ cipio della conservazione dell’energia,
che è il fonda¬ mento della costruzione intelligibile causale dei primi, non
trova la sua applicazione nei secondi anzi esclude ogni rapporto di azione
reciproca. * * * IV. _ L’antitesi qualitativa tra i due ordini di fatti è
apparsa in qualche modo fin da principio anche alla coscienza comune. Ma
questa, non avendone esatta¬ mente presenti i termini, e non essendo in grado
di valutarne la portata, ha seguito le indicazioni, evi¬ dentemente dualistiche
dell’esperienza immediata. Se non che il suo dualismo è tale soltanto in
apparenza. La credenza in un ente-anima, diverso dal corpo, e congiunto con
esso solo temporaneamente e sotto certe condizioni, è antichissima nella
credenza comune, ed è il fondo della filosofia spontanea dell’uomo primitivo,
che vede un’anima in ogni cosa. Ma la coscienza co¬ mune non sa nulla della
sostanza semplice della Psi¬ cologia dualistica. La rappresentazione popolare
pri¬ mitiva dell’anima è quella di un duplicato tenue ed evanescente del corpo,
ma sempre di natura materiale. E tale rimane non ostante l’influenza della
dommatica religiosa e della psicologia spiritualistica ; giacché queste sono
impotenti a cangiare le condizioni che rendono possibili le rappresentazioni
imaginative delle cose. Dunque nella ccscienza comune il problema del rapporto
tra i due ordini di fatti non può nascere nei termini e nel modo nei quali si
presenta alla Psicologia. Questa dovendo sottoporre all’analisi scientifica
l’apparente diversità loro è costretta di risalire ai ca¬ ratteri differenziali,
e di formulare in base ad essi, i teoremi circa la natura degli enti, e circa
il rapporto delle loro azioni. Ora la caratteristica differenziale tra i fatti
fisici e gli psichici pare che sia prima di ogni altra, questa ; che i primi
consistono in movimenti nello spazio, ed hanno forma spaziale, mentre invece i
secondi non hanno forma spaziale, e non si risolvono in movimenti spaziali.
Un’altra caratteristica differen¬ ziale è che i primi sono oggetto della
percezione esteriore, e appariscono, nella loro realtà, indipendenti dal
soggetto che li apprende; mentre i secondi sono oggetto della percezione
interna della coscienza. Questa differenza non è meno essenziale dell’altra,
perchè non è come si potrebbe credere a prima vista, dipendente dalla relazione
dei fatti al soggetto che li apprende, ma è significativa della loro natura. I
fatti psichici non po¬ trebbero essere percepiti dal difuori, non potrebbero
essere percepiti da una coscienza diversa da quella nella quale accadono. La
coscienza è assolutamente — I51 wiusa e l'altro pub essere oggetto d'inferenza
non di C. ione diretta ab extra. In sé è impenetrabi e, pere e 1 Si può
concepire che un altro diverso da me, nu¬ damente distinto ed esterno, possa
aver coscienza dei miei stati ed atti. Se ciò fosse possibile 1 altro si
infonderebbe con me. Invece i fatti fisici sono di lor ra^a Oggetto della
percezione esterna; anche una coscienza che per ipotesi si identificasse in
essi, i ecciterebbe come esterni. Perciò i fatti psichici sono sortivi, i
fisici sono oggettivi. Finalmente la terza caratteristica differenziale è, che
la continuità degl, stati psichici è mediata dalla coscienza e da la memor a.
oer le quali soltanto hanno unità e causalità ; mentre invece i fatti fisici
sono legati dalla legge della conser¬ vazione dell’energia, la quale non ha
nessun uso ne rispetto all’ intelligibilità dei fatti psichici in loro stessi,
nè rispetto al loro rapporto coi fisici. Le indicate proprietà, che si
raccolgono in quelle della eterogeneità qualitativa dei due ordini di feno
meni, forse non sarebbero sufficienti a rendere neces¬ saria l’ammissione di
una diversa sostanza, visto che, sebbene i fenomeni chimici non si possono
spiegare coi fisici, e i biologici coi fisico-chimici, pure non crediamo necessario
di farlo per essi. Ma ,1 caraUere dellWté della coscienza sembra anche piu
ribelle ad Sere considerato come proprietà di una sostanza materiale, perchè,
come abbiamo avuto occasione di ricordare, una sostanza estesa e divisibile
composi di parti l’una all’altra esterna non ne darebbe ra¬ gione; come non ne
darebbero ragione ne il parallelo- . grammo delle forze, nè l'identità, che non
sussiste degli stati materiali. Inoltre anche la proprietà che hanno gli esseri
animati di iniziare una seried, mo¬ vimenti o di atti che non sono quelli
prevedibili che '52 — derivano dall’azione delle forze materiali, è, special-
mente per la coscienza comune, un carattere distintivo, che è apprezzabilissimo
dal punto di vista della sen¬ sibilità. L’ impossibilità gnoseologica di
ridurre a una le due serie di fenomeni, derivata da tutti questi carat¬ teri, e
più o meno dall’uno che dall’altro, é la ragione del dualismo. Come pei
fenomeni fisici, obbedendo alla legge mentale della sostanza, ci formiamo l’
idea di un sostrato esteso, resistente, dotato della proprietà del movimento
spaziale ; cosi pei fenomeni psichici pare necessario di pensare un soggetto
non esteso, non resistente, non sottoposto alle leggi fisico-meccaniche del
movimento. E poiché ogni sostanza estesa, come quella che ha parti, è composta,
così la sostanza spi¬ rituale deve essere pensata come semplice. L’ipotesi
dualistica accetta la testimonianza immediata dell’espe¬ rienza, che pare
favorevole all’azione reciproca dei due principi. Siccome il fatto cerebrale al
quale sono con¬ nessi la sensazione e l’atto volitivo, non è esso stesso
oggetto della coscienza, cosi la credenza comune non trova difficoltà di
ammettere che uno stato psichico possa essere prodotto dall’azione di un
principio ma¬ teriale sull’anima, e un fatto fisico dall’azione di questa sul
corpo. L’esperienza immediata ammette che vi siano delle lacune, delle
soluzioni di continuità nel processo psi¬ cofisico, e come dei vuoti psichici
tra due sponde di azioni fisiche. Tra lo stimolo e il movimento ci è per essa
come un arresto dell’azione fisico-meccanica, ed una trasformazione,
un’eccitazione, mediata essa da un’azione affatto diversa di natura
soprasensibile, dalla quale, a sua volta, sarebbe rieccitata una nuova azione
meccanica. L’azione psico-fisica è come il vincolo che — 153 — collega il mondo
soprasensibile al sensibile. Lo spirito ha bisogno di un organismo materiale
per le sue azioni e passioni col mondo esterno, e più direttamente e li¬
mitatamente di un organo (il cervello) per le sue rela¬ zioni con l’organismo.
Può essere impedito e pertur¬ bato specie dalle malattie, dai traumi, dalle
anormalità anatomiche e funzionali di quello, per ciò che riguarda le sue
manifestazioni sensibili. Ma con ciò non è provato nè che sono la stessa cosa,
nè che sono sempre neces¬ sariamente congiunti. V. — La discussione del
dualismo si può riportare a tre punti principali : quello delle ragioni di
ammet¬ tere una doppia sostanza, quello del modo di concepire il loro rapporto,
quello del suo concetto di sostanza semplice. Ma poiché la forma metafisica del
dualismo ha come proprio soltanto quest’ultimo concetto, così possiamo per ora
limitare ad esso la discussione, ri¬ serbando quella degli altri due punti
comuni ad ogni forma di dualismo, all’esame del dualismo empirico o critico. La
prima cosa che dobbiamo notare è che, in Psicologia, l’esigenza logica di
integrare le serie dei fatti e delle attività col concetto, del loro soggetto
non è meno necessaria di quello che sia pei fatti e per le attività della
natura esteriore. Si può anzi dire che l’esigenza è maggiore. Difatti
nell’esperienza esterna la sostanzialità delle cose ha il segno nella nostra
passività, e rimane per così dire sulla soglia della coscienza. Noi non la
cogliamo in se stessa, ma in una nostra passione, nel sentimento dello sforzo e
in quello della resistenza, che è l’ indice ultimo, il sim¬ bolo psichico
irresolubile dell’esistenza materiale. E di qui il dubbio, che di quando in
quando si solleva nella storia della filosofia, (non nella coscienza comune che
è invincibilmente realistica), che il mondo di fuori non sia per avventura una
nostra rappresentazione e nulla più. Nell’esperienza interna invece, il segno
della sostanza è l'attività, e l’unità e l’identità della co¬ scienza; cioè il
permanente accompagna sempre il fenomeno transitorio, ed è congenito e
connaturato con esso. La memoria, dalla quale si è tentato più volte di far
derivare l’unità di coscienza per sfatare il fantasma della sostanza psichica,
è invece un argo¬ mento, e dei più gravi in suo favore. Perchè se senza la
memoria l'identità personale non può esistere, si¬ milmente la memoria non è
possibile, cioè non è possibile il riconoscimento dell’ identità di una rappre¬
sentazione presente con una passata, se le due rap¬ presentazioni non sono
stati (passato e presente) dello stesso soggetto. Le considerazioni di ordine
filosofico si aggiungono dunque all’ istinto personificativo dell' ima¬
ginazione popolare, e mentre questa specie d’istinto fa che tutte le lingue abbiano
un nome per questo ente soprasensibile (l’anima) come l’hanno per l’idea di Dio
; le ragioni filosofiche hanno tenuto saldo contro ogni teoria materialistica o
collettivista. Ma se la necessità dell’idea di sostanza, per la sua natura di
forma della conoscibilità del reale (cate¬ goria), si manifesta e si fa valere
tanto pei fatti della natura esteriore quanto pei fatti psichici, non si può
dire lo stesso per l’ idea di sostanza semplice. L' idea della sostanza
materiale è un’ipotesi empirica, la quale diventa trascendente quando l'analisi
si porta agli elementi ultimi e alle forze elementari costitutive, e si cerca
di rendersene ragione. Invece l’ idea dell’anima, come sostanza separata,
semplice, è fin da principio trascendente, perchè non solo non è data
nell’espe¬ rienza, ma non può neppure essere concepita in un’espe- — 155 —
rienza possibile. Inoltre essa è, (e non potrebbe essere altrimenti), costruita
col mezzo delle astrazioni Tiega- tive delle stesse proprietà della materia.
Quando nel regresso psicologico dalla qualità al¬ l’essere prescindiamo da ogni
qualità, cioè da ogni attività o stato psichico, diciamo in realtà anima-so¬
stanza il residuo non rappresentabile, che poniamo come loro soggetto, cioè
facciamo l’ipostasi dello stesso concetto di sostanza. Nè si dica che appli¬
chiamo l’ idea di sostanza alla coscienza, che è un fatto d’esperienza. Perchè
la coscienza è un atto, e importa una duplicità di soggetto e oggetto, e il
dua¬ lismo si sforza di risalire di là da ogni atto all’ente in sè, e con la
nota di semplicità esclude ogni molte¬ plicità. Ed anche in questa sua tendenza
è sospinto, se si esamina a fondo la cosa, dalla natura 'sensibile del comune
contenuto della conoscenza, per la quale pare che ogni realtà sia annullata se
si ànnulla il punto materiale resistente. Kant aveva dunque ragione di
affermare, che il ragionamento, il quale sta a base della Psicologia razionale,
è un paralogismo, perchè confonde il soggetto che giudica, e che ogni giudizio
suppone, col soggetto reale, che ne può essere solo oggetto, e conchiude
dall’assoluto logico all’assoluto reale. Il secondo carattere della sostanza
semplice è una conseguenza del primo. Ciò che è semplice è immo¬ dificabile, e
per conseguenza immortale. Ma questo terzo carattere non importa pel momento.
Importa invece di vedere se, posto che l’anima sia una sostanza semplice e
perciò immodificabile, questo suo concetto possa adempiere al fine pel quale fu
inventato, cioè di dare un soggetto ai fenomeni psichici. Perchè la vita
psichica assai più degli stati e delle modificazioni della sostanza materiale,
ci presenta una vera cinema- tografia di cangiamenti e di modificazioni
d'istante in istante. Nondimeno la Psicologia razionale sino a Wolff, ed anche
ora per quelli che la seguono tradi¬ zionalmente, ammette che l’ente semplice
anima possa patire modificazioni a cominciare dalla coscienza di sè ; e la dota
di un certo numero di facoltà (intelligenza, sentimento, volontà, memoria ecc.)
che non sono altra cosa che nomi generali di funzioni, che essa so¬ stanzia
nell’anima, facendone tanti suoi aspetti o modi. E non solo ammette queste
modificazioni interne, ma anche le esterne, prodotte dall’azione delle altre
cose su di essa. E bisogna venire fino a Leibniz e ad Her- bart per trovare un
tentativo di spiegare come . una sostanza immodificabile, perchè semplice,
possa patire modificazioni. Leibniz riuscì con le sue teorie ad eslu- dere le
sole modificazioni prodotte dagli altri enti : l’Herbart più conseguente tentò
di salvare la semplicità dell’anima escludendo tanto le interne che le esterne.
Si sa che le monadi leibniziane sono chiuse alle modificazioni esterne, non
hanno nè porte nè finestre, secondo la frase famosa del filosofo tedesco. Ma in
sè sono essenze rappresentative, e ciascuna, a suo modo e nel suo grado, è un
microcosmo ; in esse è contenuto rappresentativamente (e bisogna perciò ag¬
giungere alle percezioni coscienti le subcoscienti), tutto. Inoltre, siccome le
monadi sono sostanza- forze e la forza è operosa, ammise l’attività interna
delle monadi, e per la monade anima il divenire e lo sviluppo della vita
psichica. Alla segregazione assoluta dall’esterno trovò il rimedio nell’armonia
prestabilita, che, dal punto di vista psicologico, è una forma di parallelismo
abbinato al dualismo sostanziale. Ma alla modificabi¬ lità interna non trovò
rimedio, e si risolse di ammet- r57 — terla abbandonando, appena affermatolo,
quel concetto dell’ente semplice, senza del quale non credeva di poter spiegare
i fatti psichici. Più coerentemente l’Herbart escluse con la sua teoria degli
enti semplici così le modificazioni esterne come le interne. Il reale accadere
non è un cangiamento negli enti, ma un certo sistema di perturbazioni e di
conservazioni reciproche, che cade fuori di essi. 11 divenire apparente è un
effetto di prospettiva. Così non si altera realmente un dipinto, nel quale
vediamo, allontanandoci, confondersi i colori e le linee; non corre realmente
la campagna che attraversiamo in fer¬ rovia ; nè muta la disposizione delle
cose in un pano¬ rama, sebbene, mutando noi rapidamente di posto, muti
relativamente la prospettiva. Gli atti conservativi dell’ente semplice che è
l’anima sono le rappresenta¬ zioni, e 1’ «io» (che non è l’ente semplice, ma
una forma permanente dei suoi atti conservativi) , è il punto d’intersezione
comune a tutte le serie rappresentative e quindi una risultante che non solo
non s’identifica con l’ente semplice anima ma che non ne è neppure la
rivelazione nella coscienza, essendo ogni ente sem¬ plice un’ incognita. Se esaminiamo
questa concezione degli enti sem¬ plici, vediamo che essi sono pensati per
l’analogia dei punti matematici. Ora il punto matematico non è un ente, è un
limite. Esso è la separazione di due predicati inseparabili, l’essere estesole
l’occupare un luogo; e perciò se è intelligibile come limite, non è
intelligibile come ente. L'ente semplice dell’Herbart è dunque la più rigorosa
concezione di (ale ente, ma insieme la più aperta trasformazione di un'idea
limite in idea ente, l’ipostasi del punto. D’altra parte, siccome della qualità
assoluta dell’ente non si può saper nulla da — 15» - nessuna mente, perchè ogni
sapere è una relazione, l’ente è un’incognita assoluta, e tale è l’anima. Il
principio invocato per spiegare il noto è l’ignoto. Ancora, se l’ente-anima è
impenetrabile, come nascono le rappresentazioni ? non come modificazioni
esterne o interne, perchè l’anima è un ente semplice. Ma allora dove esistono
esse, e a chi appare il complesso feno¬ meno che esse costituiscono? E se esse
sono irreali ed accidentali, bisogna conchiudere che è irreale ed accidentale
per lo spirito lo stesso mondo dello spirito. Dunque l’idea della sostanza
semplice è vuota, e quindi inutile per la conoscenza dei fatti psichici sulla
cui natura e leggi non dà nessuna luce. Pure gli psi¬ cologi sostenitori di
questa teoria, fino al Galluppi, hanno sostenuto che è l’idea più positiva,
perchè le sostanze composte si risolvono nelle semplici, di cui sono composte,
e che perciò la realtà di quelle si riporta alla realtà di queste, e la
suppone. Ma questi filosofi non hanno riflettuto, che non può essere posi¬ tivo
un concetto che è determinato solo negativamente ; che un concetto limite non
può essere mutato in con¬ cetto del reale. E che se è vero che le sostanze com¬
poste si risolvono nelle semplici, ciò si deve applicare anche alla materia, e
che perciò non vi è più diffe¬ renza tra la materia e l’anima, e viene a
mancare ogni ragione del dualismo. VI. — Il dualismo critico mette da parte
l’idea della sostanza semplice, ma mantiene l’idea della du¬ plice sostanza, e
cerca di spiegare, di rendere intelli¬ gibile la loro azione reciproca. Questa
forma di dua¬ lismo non teorizza intorno alla natura dell’anima come essere
meta-empirico, ma si contenta di postulare una realtà sostanziale diversa dalla
materia, separabile da essa, e pure connessa con essa. E cerca di mostrare — 1
59 — come questo postulato sia più in accordo con l’espe¬ rienza e con la
scienza di qualunque forma di monismo. Uno degli argomenti più vitali del
dualismo è l’impossibilità d’intendere tutta la vita psichica dalla sensazione
al pensiero e alla moralità senza ammettere il soggetto come una realtà
permanente, diverso dalla funzione, e principio della funzione. Se la coscienza
è atto, è lecito domandare di che o di chi è atto. Ed % anche se si dice che la
coscienza è 'illusione, si ha l’obbligo di dire di chi è illusione, chi è che
s’illude. Molti tentativi sono stati fatti per spiegare l’ unità di coscienza
come un prodotto, ma non sembrano concludenti. Uno dei più ingegnosi è quello
dello Iames, il quale la fa dipendere dalla continuità e dalla somi¬ glianza.
Noi giudichiamo dell’identità di un oggetto materiale, non ostante i suoi
cangiamenti, se esso è rimasto continuamente sotto i nostri occhi. E viceversa
giudichiamo che è lo stesso oggetto, se mancando la continuità relativa della
percezione, esso è rimasto simile a sè stesso abbastanza perchè si possa
giudicare dell’ identità. Così accade dell’io; la continuità ci fa unire il
dissimile, la somiglianza ci fa unire- il discon¬ tinuo. Ma perchè la
continuità e la somiglianza pos¬ sano spiegare l’identità, prosegue il fine
psicologo, occorre qualche cosa, che non fa parte degli oggetti della
collezione e questo è il pensiero giudicante, la sezione identificatriee della
corrente del pensiero, la pulsazione di pensiero sempre identica. E non basta :
occorre, affinchè le pulsazioni di pensiero successive non rappresentino tanti
io distinti, che essi si trasmet¬ tano qualche cosa. Occorre che il pensiero
presente si approprii in qualche modo il pensiero passato, come questo si
appropriò il precedente, e cosi via via, in modo che il pensiero presente
riassuma ip sè tutta la I i6o — storia passata. Ogni pensiero nasce possessore
e muore posseduto; come se, (per usare l’esempio di Kant), in una serie di
palle elastiche, che si comunicano il movimento, ciascuna trasmettesse
all’altra non soltanto il movimento, ma anche la coscienza del movimento.
Questo speciale potere, proprio del pensiero nascente, di appropriarsi il pensiero
che sta per passare, e quasi di adottarlo, è quello che stabilisce l’ identità
dell’ io. Ma la possibilità di queste comunicazioni di co¬ scienza dipende
sempre e di nuovo dall'essere i pen¬ sieri successivi, dei quali il secondo
adotta il primo, e il terzo il secondo, atti e pensieri dello stesso soggetto.
Una comunicazione di coscienza, (scrivevo io in un mio libro di trentadue anni
fa, quando la Psicologia dello Iames o non esisteva o era affatto sconosciuta
fra noi), in forza della quale il primo soggetto la verrebbe a perdere, e il
secondo l’accquisterebbe ex nihilo nell’atto della trasmissione, farebbe della
co¬ scienza un abito che si spogli, o un oggetto che si trasmetta. L’ indentità
della coscienza nel tempo suppone la sua unità, e quindi non può essere presa
per spie¬ gazione. E perciò le pulsazioni del pensiero dello Iames, come la
teoria degli atti giudicativi sempre identici, che si saldano nel continuo che
è 1’ io, non tengono conto di questo che non possiamo pensare come ragione
della saldatura se non che 1’ io medesimo. Quindi queste teorie non valgono più
di qualunque altra teoria associazionista, alla quale intendono di sostituirsi.
Se non che da queste osservazioni, la cui giustezza teorica pare inappuntabile,
la psicologia dualistica torna alla sua tesi della sostanza psichica speciale.
Essa osserva bene che 1’ unità che si rivela nella coscienza — r 6 1 — ' è più
reale e profonda di quella dell organismo, perchè mentre le parti di questo
esistono anche dopo separate dal tutto, non esistono gli stati psichici se sono
sepa¬ rati dalla loro unità che è 1’ io. Ma da questa consta¬ tazione il
dualismo trae la conseguenza, che l'unità mena direttamente alla sostanza
separata; la quale, sia detto qui di passata, non è esatta. L’essere co¬ sciente
è la qualità essenziale 'dei fatti psichici, e perciò sarebbe assurda la loro
separazione da essa, non per¬ chè sarebbe separazione della sostanza, ma dalla
qua¬ lità, come se gli stati fisici si potessero separare dalle qualità
essenziali della materia. Perciò la ragione vera è l’apparenza trascendentale
connessa con l'idea di sostanza, la quale fa retrotrarre l’ idea di sostanza
sem¬ pre di là dal gruppo delle proprietà permanenti. E ancora il pensiero, che
se la coscienza non è funzione di una sostanza su' generis , è qualche cosa che
si produce e riproduce quasi ad ogni momento nel tempo : che non esiste- nel
sonno profondo o nel deliquio Come mai^questo riprodursi della coscienza
sarebbe possibile senza l’unità permanente della sostanza? Come per lo sviluppo
organico è necessario il germe, così per lo sviluppo psichico è necessaria la
psiche. Si noti che l’esempio a proposito è di assai dubbia por¬ tata, perchè
l’anima sostanza è per definizione quella che è sempre identica, iqentre 'il
germe deve perire come germe perchè nasca il vegetale o l’animale < quindi
lo sviluppo psichico non sarebbe reso intelligi¬ bile da una sostanza di tal
natura. Ma a parte questo, ' argomento fondamentale è sempe quello della neces¬
sità dell idea di sostanza, e di una sostanza ad hoc. Che significa una volontà
senza un’anima di cui è volontà? Sé il fatto psichico si deve considerare come
rivelante una reazione di" natura specifica, in tutto i — Mascj, Lezioni
di Psicologia. IÓ2 - diversa da quella delle sostanze materiali, non è ne¬
cessario di ammettere una diversa sostanza? Se l’in¬ dividualità è una maniera
di essere, che la natura esterna non realizza, non è necessario ammettere che
lo spirito, che la realizza, è una sostanza diversa? Per far che si faccia, la
Psicologia antisostanziali'sta è infine ridotta a porre l’alto come soggetto
dell’atto. Ancora, il dualismo accarezza altri argomenti : il primo tolto dalla
continuità dei fatti psichici, il se¬ condo dalla conosoenza e dalla condizione
della sua possibilità, il terzo dal principio di causalità. Il primo si formula
così : nelle scienze fisiche i fenomeni si equivalgono sia dal punto di vista
quali¬ tativo che dal quantitatiyo : l’equivalenza quantitativa e la
qualitativa insieme^ sono implicate nel principio della conservazione
dell’energia. L’acqua è una certa combinazione dell’ossigeno e dell’idrogeno, e
può es¬ sere prodotta da una quantità di calore, e l’ossigeno e l’idrogeno
possono essere riprodotti dqjla scomposi¬ zione dell’acqua con una forza
equivalente a quella della combinazione. Ma nei fenomeni psichici, come quelli
che non sono misurabili, manca l’equivalenza quantita¬ tiva ; e la stessa loro
trasformazione non ha senso ; un pensiero, un’emozione, ed un atto di volontà
non sono trasformabili 1’ uno nell’altro. Quindi in Psicolo¬ gia il solo
elemento di continuità è la sostanza psichica. Il secondo argomento deriva la
necessità della so¬ stanza psichica dalla duplicità di termini che la co¬
noscenza richiede. La conoscenza del mondo esterno, della realtà oggettiva in
generale, la memoria, l’aflfer- mazione e la negazione di una qualunque
relazione ; l’osservare, il comparare, il riferire, il distinguere in generale,
il giudicare, tuttociò suppone un soggetto sempre identico a sè stesso,
permanente nel variare — i63 — dei suoi atti e che non può essere risoluto in
essi, ed identificato a volta a volta con ciascheduno. Il terzo argomento dice
che la causalità psichica non può essere qualche cosa di diverso dalla
causalità fisica, se non è causalità di un ente diverso dalla materia. Ora che
la causalità psichica sia diversa solo i materialisti negano. Noi sappiamo
infatti i motivi delle nostre azioni e le ragioni delle nostre convinzioni
senza saper nulla di quello che accade correlativamente nel cervello. Il
distinguere la verità dall’errore, il bene dal male, pensare il dovere e la
responsabilità non avrebbero senso, tolta la realtà sostanziale dell’anima. Se
l’ uomo ha coscienza di leggi diverse dalle fisiche, ed obbedisce ad esse, non
può essere soltanto materia. Se sono reali la verità e il bene, è reale
sostanza l'anima, per¬ chè non potrebbe essere reale quello che esiste solo per
un effetto di ottica mentale, e che non potrebbe essere neanche formulato in
proposizioni intelligibili. VII. — Nella discussione che imprendiamo del dua¬
lismo, terremo distinti i due punti principali della sua dimostrazione, il
concetto della sostanza diversa e se¬ parabile dai fenomeni psichici, la
possibilità della loro azione reciproca. Per ora ci limitiamo al primo punto ;
del secondo non ci occuperemo, e aspetteremo di po¬ terlo fare dopo che avremo
formulate in proposito le argomentazioni del dualismo. Perchè l’illazione dalla
duplicità dei fenomeni alla duplicità degli enti fosse pienamente giustificata,
biso¬ gnerebbe prima provare che una stessa sostanza non può avere forme
diverse di manifestazione, e n4n basta ; bisognerebbe provare che la duplicità
stessa dei feno¬ meni, che pare irreducibile, non sembri tale, finché la loro
divergenza reale nel loro sviluppo progressivo non abbia accentuata
progressivamente la differenza — IÓ4 — qualitativa, specie in dipendenza dal
loro organizzarsi in sistemi chiusi, e senza alcuna apparente relazione tra
loro. Ora, se ben si riflette, il dualismo non ha te¬ nuto conto di queste due
possibilità. Non della prima ; difatti se dalla, irreducibilità dei fenomeni si
dovesse sempre ‘cònchiudere alla diversità delle sostanze, do¬ vremmo ammettere
questa diversità assai più largamente che non facciamo limitandola solo alla
materia e alla coscienza. Certo nel caso in esame la differenza è mas¬ sima, ma
altre minori differenze dovrebbero parere sufficienti a invocare altri minori
sdoppiamenti. Così nell’ordine fisico, i fenomeni fisici, chimici, biologici
presentano il caso- della irreducibilità qualitativa, ma non ci crediamo perciò
autorizzati ad ammettere ma¬ terie diverse, come sostrato dei fenomeni
relativi. Si¬ milmente, dal punto di vista psicologico, sono quali¬ tativamente
irreducibili le sensazioni, irreducibili gli elementi della funzione psichica
primitiva, il rappre¬ sentativo, l’emotivo, il volitivo, e nelle forme
superiori, ammettiamo una natura specifica irreducibile nell arte, nella
moralità, nel sapere. Ma neanche la vecchia psicologia ha creduto di dover
creare per ciascuno di questi gruppi di fenomeni una diversa sostanza; ed ha
imaginato, seguendo la tendenza sostanzializzatrice, la teoria delle facoltà,
che ormai la Psicologia ha dovuto abbandonare. Ed anche rispetto all’antitesi
fondamentale di materia e spirito, tanto lo spiritualismo quanto il
materialismo hanno am¬ messo, ciascuno a modo loro, che una stessa sostanza,
una delle due, potesse avere come fenomeno le mani¬ festazioni opposte. Il
monismo neutro (Spinoza) non ha trovato nessuna difficoltà a considerare come
attri¬ buti di una stessa sostanza, per sè ignota, il pensiero e l’esteqsione ;
anzi ha pensato che gli attributi della — IÓ5 — sostanza potessero essere
infiniti. E se anche tutte queste riduzioni non sono parse ammissibili ai loro
contraddittori, la discrepanza si è fondata sul modo della riduzione, e
propriamente sul carattere illusorio attribuito a quell’ordine di fenomeni che
non pareva indice della sostanza,- e che pure per la coscienza co¬ mune
sembrava avere eguale realtà. E quanto al secondo punto, lo spirito umano rap¬
presenta il grado superiore dello sviluppo della realtà, il grado nel quale lo
sviluppo psichico ha raggiunto la forma superiore dell’autocoscienza, che è la
condi¬ zione della possibilità dell’astrazione. E l’autocoscienza e l’astrazione,
aiutata dal lin¬ guaggio, hanno dato origine a quella creazione del¬ l’ordine
spirituale che si è andata sempre più differen¬ ziando e integrando, cioè
sviluppando organicamente in sè stesso, e in virtù delle sue leggi proprie a
tra¬ verso tutta la storia umana. La divergenza quindi dei due ordini ha
raggjfmto il più alto grado, e la loro organizzazione autonoma li ha
differenziati tanto per le leggi eterne pei prodotti, così da renderli
incommen¬ surabili. Quindi è naturale che movendo dai fenomeni del senso
esterno' e per la via dell’astrazione delle proprietà più generali che esso ci
presenta, cioè l’esten¬ sione e la resistenza, si riesca all’ idea di un ente,
la materia, di cui^i fa la sostanza che regge quelle mani¬ festazioni.
Similmente, operando l’astrazione nel senso opposto, cioè movendo dai fenomeni
del senso interno, e raccogliendo le qualità dei fenomeni che esso ci presenta,
si riesce alla creazione di un’entità sostanziale diversa loto genere dalla
sostanza materiale, che si pensa anche separabile, sebbene di tale separazione
non ci sia traccia nella nostra esperienza. Separate così, costituite cioè
separatamente dall’astrazione le due so- — i66 — stanze, è naturale che la
riduzione diventi impossibile, e che la più sottile riflessione si distilli per
farle stare, operare insieme, come l’esperienza ci mostra che stanno ed
operano. Quindi il dualismo è il prodotto dell’astrazione duplice ed opposta,
operata nel mo¬ mento della maggiore divergenza dei due ordini di fatti, la
quale costruisce antiteticamente le due sostanze. D’altra parte, qualunque
dottrina psicologica non può negare che la realtà ha la coscienza come
attributo, e che le fonti alle quali la coscienza attinge il suo contenuto sono
il senso interno e l’esterno. Quindi il problema della duplice manifestazione
coincide con quello della duplice apprensione, ma da questa, cioè dalla duplice
manifestazione, non si potrebbe risalire alla duplicità della sostanza, sia
perchè sarebbe un porre prima quello che è dopo, cioè una petizione di
principio, sia perchè è contrario all’unità del soggetto, che accoglie tanto
l’una come l’altra forma di mani¬ festazione. Come lo stesso stimolo,
l’elettricità p. es. appare come luce, come calore, come urto meccanico,
secondo i diversi sensi ai quali si manifesta, cosi la sostanza unica della
realtà si apprende come movimento spaziale e come pensiero. Ma ci è questa
differenza tra l’una e l’altra apparizione: l’elettricità che è una forma
particolare di manifestazione, apparisce ad una particolare coscienza, che si è
già differenziata, e perciò apparisce ad un altro ; mentre invece la duplice e
ge¬ nerale manifestazione, pensiero ed estensione, sono la la rivelazione della
sostanza a sè medesima, e perciò la manifestazione s’ identifica con l’essere, con
la realtà. Questo punto di vista, che è il nostro, differisce fonda¬
mentalmente da quello che è conosciuto in Psicologia sotto la denominazione di
teoria del doppio aspetto e che risolve in puro fenomeno tutto quanto sappiamo
— IÓ7 — della realtà: differisce anche dalla teoria spinoziana, la quale
considera il pensiero e l’estensione come i due attributi della sostanza che la
mente apprende, e che lasciano la possibilità di ammettere altri infiniti
attributi, e considera la sostanza come distinta dagli at¬ tributi, e ignota in
se stessa. Il senso interno e l’esterno, o, altrimenti detto, la coscienza e il
senso, sono due forme di una medesima rivelazione, e come non sarebbe *■
possibile concepirle separate, perchè il senso non è nulla senza la coscienza, e
la coscienza non è nulla senza la distinzione di soggetto e oggetto, cioè senza
l'esteriorità dei due termini l’uno rispetto all’altro, così non è possibile
concepire la realtà altrimenti che per l’unità delle due forme di
manifestazione, che perciò sono conformi alla realtà, e ne indicano l’essenza
reale non diversa dalla sostanza. La differenza dei due ordini di apprensione o
di manifestazione della realtà appare irreducibile, perchè la nostra coscienza
è particolare e finita, è un prodotto, anzi il prodotto ultimo
dell’individuazione, che è la legge di sviluppo della realtà. Lo spirito in
essa si è differenziato dalla natura esteriore, perchè sia possibile la
conoscenza, e con essa sia possibile la creazione autonoma dell’ordine
spirituale. Quindi la coscienza di noi stessi si è staccata dalla conoscenza
delle altre cose, delle quali abbiamo soltanto un’apprensione ab extra o circa
rem. E quindi solo limitatamente, cioè nella misura nella quale è possibile di
argomentarlo dalle manifestazioni esteriori, possiamo per inferenza estendere
ad una piccolissima parte di esse la nostra maniera di essere. Tutta la
difficoltà nasce dall’isolamento, dalla parti¬ colarità della coscienza finita,
per cui, eccezione fatta del soggetto individuale, tutto il resto della realtà
i68 appare come esterno, l'essenza sua sembra identificata con questa
unilaterale forma di manifestazione. Se la co¬ scienza potesse accompagnare
dall’ interno p. es. della materia che gravita, e seguire l’evoluzione del
fatto interno omopsichico, così come possiamo seguire quella del fenomeno
esterno, forse tutte le difficoltà, tutte le antitesi potrebbero essere
rimosse, da quella tra il meccanismo e il dinamismo nell’ordine fisico, tra la
causalità analitica e la continuità evolutiva nella realtà in generale, fino a
quella tra la materia e lo spirito. Ma che questo non sia possibile dipende da
che la forma di psichicità che accompagna i gradi dell;» realtà anteriori
all’autocoscienza non ha la forma di questa, non ha neppure, e non potrebbe
avere la forma della coscienza animale, neppure nel suo modo di essere nei
gradi più bassi della vita animale, ma in una forma ancora più depotenziata, e
più rudimentale. La condizione speciale della conoscenza umana, che genera
tutte le difficoltà di trovare la soluzione del difficile problema, dipende da
questo, che lo spi¬ rito umano può assistere all’evoluzione del mondo
spirituale direttamente solo dall’autocoscienza in avanti : ma non può
assistere alle sue origini, non al lavorio intimo, che determina nella natura,
nell’ordine e nel sistema della creazioni naturale la genesi dell’auto¬
coscienza. Ogni cognizione intorno a questa è indiretta, è raccolta da segni,
da manifestazioni esterne. È di qui, da questa separazione, che necessariamente
si pro¬ duce, per la nascita della coscienza particolare e finita (che è del
resto la condizione del progresso ulteriore, che è la stessa creazione
dell’ordine spirituale nella sua autonomia), che si originano le difficoltà
antite¬ tiche, che si manifestano dirò così teoricamente nella Psicologia, e
che da esse si riverberano sulla Filosofia — 1 6g — generale. È contraddittorio
affermare, che la realtà esteriore, costruita sui dati del senso esterno
soltanto, sia la sostanza anche dei fatti dello spirito ; e viceversa che la
sostanza imaginata esclusivamente sui dati del senso interno possa avere azioni
e passioni materiali. Ma non ci è da meravigliarsi se non si riesce a ri¬
congiungere quello che, separatosi nell’evoluzione reale limitatamente alla
coscienza finita e agli oggetti esterni, si separa sempre più col procedimento
di astrazione in direzioni opposte, e con le generalizzazioni antite¬ tiche di
materia e spirito fondate su di essa. Ma se è cosi, nessuna contraddizione ci è
nelPammettere una sostanza psicofisica, la quale ha anzi per sé la conferma
diretta dell’esperienza, che non ci presenta mai un fenomeno psichico che non
sia anche un fenomeno fisico. Il senso interno e l’esterno sono inseparabili
l'uno dall’altro ; sono un’unità che si prova, per Passetto soggettivo, da
questo che il secondo suppone il primo; e per l’aspetto oggettivo da questo,
che senza oggetto non ci è soggetto, e la distinzione inchiude Pesterior rità.
Ma questo non autorizza di pensare che la materia non è altra cosa che il
fenomeno della coscienza, anzi autorizza la persuasione contraria, che alla
realtà della materia corrisponde una forma reale di apprensione. E d’altra
parte, la maggiore estensione, l’anteriorità, la continuità del fenomeno di
movimento rispetto al fenomeno di pensiero, nella forma dell’autocoscienza, non
autorizza la deduzione di questa da! movimento. E non solo per tutte le ragioni
di eterogeneità e di irreducibilità, ma anche perchè la stessa continuità, la
stessa estensione si possono attribuire al fatto psichico in quella forma
depotenziata, della quale vediamo una parte nella scala animale. È assurdo
pensare che quella forma di coscienza superiore che è la coscienza • * • -*•
170 — umana si possa congiungere direttamente alla coscienza animale per
apprenderla in maniera immediata, ma non per questo siamo autorizzati a
negarla. E, a maggior ragione, essa non si potrebbe aggiungere ai modi interni
della realtà nei gradi anteriori all’animalità, anteriori alla vita, dal
cristallo al composto chimico, e dal composto chimico alla materia nelle forme
ele¬ mentari e nelle forme sue più generali delle forze fisiche, della
gravitazione e del movimento. Ma se è assurdo annidare un’anima in ogni
composto materiale, come vogliono il panpsichismo e l’ ilozoismo che so’ho pure
fantasticherie, non è assurdo pensare, che agli stati esteriori percepibili
della materia, e come loro ragione, come ragione delle forze specificate,
gravita¬ zione, coesione e poi forze chimiche e via via, corri¬ spondano degli
stati interni omopsichici, ai quali si può ipoteticamente riannodare
l'evoluzione della co¬ scienza, la quale prenderebbe tutta quella lunghissima
serie di sviluppo, che va dalle formazioni geologiche, per le flore e per le
faune successive, fino alla forma¬ zione del cervello umano. Vili. — Abbiamo
fin qui dimostrato, che il concetto di sostanza permette che esso sia
retrotratto di là dal¬ l’opposizione antitetica che appare nell’autocoscienza
fino alle forme primitive della realtà, se essa si con¬ sidera come un’unità
dinamica nella quale si con¬ giungano modi interni ed esterni di essere,
congiunti in maniera analoga a quella con la quale ci si mostrano congiunti
neil’uomo la coscienza interna e l’esterna. Ma bisogna prescindere, s’ intende
dalla forma speciale della coscienza umana, che è l’autocoscienza. Questa non
potremmo attribuire neppure agli animali, i quali pure ci presentano una cosi
lunga evoluzione della psichicita quale è quella che va dagli animali proto-
plasmatici ed unicellulari, anzi dal quel regno dei protisti, da cui si sviluppano
il regno vegetale e l'ani¬ male fino all’uomo. In quegli esseri organizzati
primi¬ tivi le tracce della psichicità sembrano indubitabili, cosicché molti
naturalisti pensano che il regno vege¬ tale e l’animale siano due sviluppi
divergenti del regno dei protisti ; il vegetale nel senso dell'evoluzione orga¬
nica, l’animale dell’organica e della psichica. Rispetto alla psiche animale
naturalisti e filosofi si trovano in una condizione di pensiero confusa ed
indeterminata, che va dalla teoria del puro automatismo (cartesiano), a non
vedere quasi nessuna differenza, o una sola diffe¬ renza quantitativa di
sviluppo tra la psiche animale e l’umana. La psicologia moderna inclina
evidentemente alla seconda teoria ; e se si disputa ancora, se la diffe¬ renza
sia puramente di sviluppo quantitativo, o anche qualitativo, (come noi
sosteniamo) ; è certo che la psicologia dualistica, (nella forma metafisica
special- mente), in tutte le sue dispute non si preoccupa nè punto nè poco
della psiche animale, che in fondo non ha difficoltà di abbandonare al giuoco
delle forze materiali. La quistione della sostanza diversa e sepa¬ rabile si
pone esclusivamente per l’anima umana, e per essa si fa la quistione dell’
immortalità. Ora che questi atteggiamenti del pensiero scientifico non siano
determinati da pure ragioni scientifiche, ma anche da altre, emotive, morali
ecc., non si potrebbe discono¬ scere. Ma, mentre questo cumulo di idee, che
pesano con tutte le forze della tradizione e delle tendenze, non pare che si
possa accordare con le somiglianze innegabili che corrono tra la psiche umana e
l’animale ; è ad esse che è dovuta principalmente l'idea della sostanza diversa
e separabile del dualismo, anche nella forma critica. Perciò essa rigetta
l’identificazione della 172 specifica psichicità umana con l’autocoscienza, e
postula la sostanza, secondo il fantasma antico dell’ immuta¬ bilità e della
permanenza, come qualche cosa di solido, di omomateriale, a cui sospendere la
catena dei fatti psichici. Questa esigenza di una sostanza specifica, che si
ammette per l’uomo, e si nega per l’animale, è le-, gittima ? Cominciamo dal
riconoscere che la vita psichica in tutti i suoi gradi, dagli animali inferiori
all 'uomo, suppone una forma di soggettività, e sarebbe inintel¬ ligibile senza
di essa. La coscienzialità come carattere essenziale dei fatti psichici conduce
necessariamente a questa conseguenza. E la soggettività raggiunge il grado
massimo di chiarezza e di verità nella coscienza umana, cioè
nell’autocoscienza. L’associazione psico¬ logica, la memoria, la conoscenza, il
ragionamento, la forma personale della volontà, la moralità suppon¬ gono il
soggetto, l’io, e non sarebbero possibili senza di esso. Ma la quistione sta
appunto in questo, se suppongono il soggetto, ovvero la sostanza del dualismo.
Che suppongano il soggetto non pare dubbio ; e non solo perchè l’infinita
varietà di elementi della vita psichica mancherebbe di un centro di
rannodamento proporziorfato al grado di coscienza raggiunto ; ma anche perchè
l’io non può essere una risultante, un prodotto, in quanto che qualunque
meccanismo psico¬ logico che si volesse adoperare per costruirlo, lo sup¬
porrebbe. L’io non può essere il risultato dell’associa¬ zione, perchè
l’associazione non è possibile senza l’ io. Ma tutte queste istanze se sono
valide e concludenti pel soggetto, non sono tali per la sostanza del dualismo.
L’associazione psicologica, il riconoscimento nella me¬ moria, la volontà, il
ragionamento, il dovere, la re¬ sponsabilità, richiedono l’io, non la sostanza.
L’io — 173 — spiega tutto; la sostanza oltre l'io che è il sostrato dell' io, e
di cui l’ io è funzione, è un' incognita, che. non si sa che cosa possa essere,
se si prescinde da ogni proprietà e da ogni funzione. Come anche rispetto alla
materia l’ idea di sostanza non riceve un conte¬ nuto se non che dalle
proprietà ed attività sue e si perde nel vuoto dell’astrazione negativa se è
trasferita di là da ogni proprietà; così l’ anima-sostanza del dua¬ lismo è un
non ente, se la sua realtà si trasferisce di là dalla coscienza e dall'io. Come
per la materia non possiamo applicare la categoria di sostanza se non ad un
gruppo di attività, così non possiamo fare di¬ versamente per l'anima; e
oltrepassare le attività per raggiungere una realtà più profonda, è una mera
illu¬ sione prodotta dall’estensione dell’uso formale del pensiero di là da
ogni materia e da ogni contenuto, un’ ipostasi della categoria a sè stessa. Se
guardiamo l’ anima-sostanza del dualismo dal punto di vista della dottrina
della conoscenza facilmente vediamo che essa non serve per lo scopo pel quale è
invocata. Con essa si crede di rendere più intelligi¬ bili i fenomeni psichici.
Abbiamo già visto che invece il concetto di sostanza semplice moltiplica le
difficoltà, e che la teoria delle facoltà non è altra cosa che una petizione di
principio, con la quale l’idea gene¬ rale di un gruppo di fatti psichici si
eleva a causa dei medesimi. Il dualista non deduce nessuna delle pro¬ prietà
della vita mentale da proprietà dell’anima, che siano conosciute per altra via.
La loro spiegazione e quindi puramente verbale; essa anziché rendere intel¬
ligibili i fenomeni, non può essere tesa ìntelligibile essa stessa se non che
da questi. Si dice che un atto non può essere il soggetto di sé e di altri atti
nè una funzione il principio di sè e — 174 — di altre funzioni. Ammettiamo pure
questa esigenza, sebbene potremmo rispondere, che non sappiamo niente e non
possiamo concepire un reale, una res che non sia atto. La stessa materia non è
nullaall’infuori del¬ l’unità delle due proprietà, esteso -resistente. Anzi,
poi¬ ché il concetto di sostanza ha avuto primitivamente origine nella mente
umana da queste sensazioni, è ac¬ caduto che esse ne siano rimaste come il
carattere in¬ delebile, la lingua materna indimenticabile, e che essa faccia
sentire la sua influenza anche sull’ idea della sostanza psichica, che non si
crede di avere sciolta dalla sua idea antagonista, se non quando ne le è stato
im¬ presso più decisamente e più irresistibilmente il carat¬ tere. Ma l’ io
riveste in alto grado il carattere della sostanza, perchè si distingue
decisamente da tutti i suoi stati, fin da sé considerato come oggetto di se
mede¬ simo ; esso è il centro onde irraggia la vita psichica, il soggetto al
quale tutti gli stati psichici sono riferiti. Quale realtà volete trovare di là
dell’io, se non la sostanza semplice della vecchia psicologia dualistica? e che
cosa può essere questa se si prescinde da qualun¬ que funzione, compresa la
coscienza di sé? Anche qualche dualista riconosce ora il valore di questa
critica gnoseologica applicata al concetto del¬ l’anima. Non la rigidità, non
la permanenza assoluta, ma la regolarità del cangiamento pare la caratteristica
sola accettabile della sostanza psichica. L’anima non può essere un obiectum
come una res externa esistente in un punto dello spazio, e si ammette
volentieri, che ad un’anima cosiffatta non è possibile assegnare un ufficio
qualunque nell’ interpretazione della vita psichica. Ancora, l’anima non è
fuori dei fatti psichici, non è una specie di causa prima di essi ; e, nel
determi¬ narne la natura, non si può andar oltre la coscienza — 175 — di sè. Si
giunge fino ad ammettere, che la Psicologia non deve discutere più della
semplicità dell’anima-so- stanza, perchè le basta il soggetto come unità ed
iden¬ tità interna, capace di distinguersi dall’oggetto; che la quistione dell'
immaterialità è oziosa, perchè noi non sappiamo che cosa è precisamente la
materia, e che non è lecito dedurre l’ immortalità dalla semplicità. E allora, si
può domandare, che resta dell’anima del dualismo ? si risponde che resta un
postulato della psicologia, che diversamente si riduce a un capitolo della
fisiologia. Ma la temuta confusione non pare possibile, se la differenziazione
dei due ordini di fatti è giunta al punto, che riesce impossibile di spiegare
gli uni con gli altri, e se i fatti psichici hanno nel¬ l’autocoscienza il loro
soggetto specifico. D’altra parte, quando si reputa oziosa la quistione
dell’immaterialità, perchè non si sa che cosa sia la materia, e si può formarsi
di essa, col concetto dinamico della sostanza, un concetto diverso da quello
statico, di sostrato sempre identico, l’opposizione delle due sostanze non è
più quella che il dualismo ammette, e che rende per esso necessario il postulato
della sostanza separata. Perchè credere necessario un postulato che non spiega
nulla, quando è presente nell’esperienza il sog¬ getto, l’io, che spiega tutto?
L’idea di sostanza si può bene applicare all'autocoscienza, che gli spiritua¬
listi non rifiniscono dal considerare anzi come il tipo migliore dell’ idea di
sostanza. Il malè, dal punto di vista conoscitivo, comincia quando, in forza
del pre¬ concetto dualistico, la coscienza è separata dalla con¬ nessione sua
con l’organismo attestataci dall’esperienza, r e si ricusa di identificare la
sostanza col suo contenuto empirico (la coscienza) per sostituire a questo un
conte¬ nuto trascendente, che è impossibile sapere che cosa sia. — 176 — In
realtà la ragione ne è una sola : le interruzioni della coscienza nella vita,
la sua temuta cessazione con la morte. Veramente, quando si è soddisfatti della
regolarità del cangiamento, in cambio della persistenza assoluta, come
caratteristica della sostanza, le inter¬ ruzioni della coscienza perdono ogni
valore. Ma pren¬ dere per fiche-de consolation , in questi casi, la perma¬
nenza della sostanza = x di una sostanza psichica non valutabile in nessun
valore psichico, è contentarsi di molto meno che dell’acqua fresca, è
contentarsi di niente. Difatti se si riflette bene, si vede che la so¬ stanza
separata del dualismo non può essere nel caso presente se non l’idea stessa
della permanenza elevata a spiegazione di sè stessa. Ci preme che non vada
perduta l’anima nel deliquio, nel sonno profondo, nella morte, e diciamo dunque
che essa è una qualche cosa che permane, sebbene quello che permane è
un'incognita. Se non che la discontinuità della co¬ scienza non pare che esige
questo rimedio eroico, che non rimedia nulla. Essa è una forma regolare di
cangiamento, che presenta una gradazione indefinita. Anche negli stati di piena
consapevolezza, il polo soggettivo e l’oggettivo della coscienza non sono
ugual¬ mente attuali e non brillano della stessa luce. E seb¬ bene sia vero che
non vi è soggetto senza oggetto, nè oggetto senza soggetto, ci sono però gradi
di pre¬ valenza inversa, anzi la prevalenza abituale è quella del polo
oggettivo della coscienza. Similmente, se si ammette che la corrente psichica
oggettiva non sia soltanto quella che si spiega nella luce della coscienza, ma
anche quella che si svolge nella subcoscienza si dovrà ammettere, che le
interruzioni della coscienza, che hanno luogo nel sonno profondo e nel
deliquio, non importino la morte e la risurrezione della coscienza, — 177 — più
di quello che importi siffatte cose il cadere delle serie coscienti al disotto
della soglia della coscienza. L’unico grande argomento resta dunque la morte.
Ma rispetto a questa non si vede perchè, per salvar¬ cene in teoria, dobbiamo
ammettere una sostanza oltre l'io. Se davvero qualche cosa preme, è 1 io e non
la sostanza, e non è detto che abbiamo meglio provveduto alla conservazione
dell’io affidandolo ad una sostanza immaginaria, anziché affermando sempli¬
cemente la nostra fede nella conservazione della co¬ scienza. Iu realtà quello
che ci inclina a quell’ ipotesi è un'ossessione materialistica; la materia sta
nono¬ stante tutte le sue apparenti distruzioni, nonostante tutti i suoi
cangiamenti di forme. E noi vogliamo per l’anima una persistenza dello stesso
genere, perchè abbiamo poca fiducia nella persistenza dello spirito come tale,
cioè dell’io come io, come autocoscienza. Se avessimo questa fede non avremmo
quel bisogno, ed è chiaro che se ce la potessimo dare, i! bisogno sparirebbe.
Ma la critica, mostrando l’inanità del ripiego, mostra anche che il bisogno è
fittizio e ci può spingere a trasportare la nostra fede dalla sostanza allo
spirito, all’ io. Se nell’autocoscienza il processo di unità e di
concentrazione dell’ individualità è il maggiore che noi conosciamo, se in esso
l’esistenza spirituale appare massimamente indipendente dall or¬ ganismo, e lo
eccede in tutti i sensi, sia creando un nuovo mondo che è quello dello spinto,
sia ricom- prendendo come suo fenomeno tutta la natura esteriore, perchè non
sarebbe possibile credere che in questa forma la realtà sia persistente, e
dovremmo invece cercarle una forma di persistenza simile a quella della materia
? Altri tre argomenti il dualismo oppone per soste- 12 — Masci, Lezioni di
Psicologia. - i78 - nere l’idea della sostanza separata: l’unità dell’anima,
l'identità nella successione, la distinzione, che essa pone tra sè e tutte le
altre cose. 11 primo argomento è vero; l’unità di coscienza non trova modello
nefle unità fisiche, sebbene queste ci presentino un pro¬ gresso di
individuazione che raggiunge il massimo grado nell’organismo umano. Ma che
provi 1 esistenza di una sostanza separata non pare, potendosi essa spiegare
con la natura stessa della coscienza, che per avere la sola forma del tempo non
ammette divisibi¬ lità contemporanea. Se invece oltre questa forma di realtà si
pensa di attribuirgliene una diversa in fondo alla quale è sempre una
rappresentazione materiale, si corre rischio di smarrire quell'unità che le è
assicurata dal tempo. La seconda caratteristica, 1 identità nel tempo, è ora
provato che è dipendente dalla memoria, dall’esperienza psichica in generale,
ed anche dalla cinestesi. E la terza, la distinzione, è non la prova di una
sostanza separata, ma il ritmo fondamentale della coscienza, soggetto- oggetto,
per cui non il corpo sol¬ tanto, ma gli stessi stati di coscienza, e l’io
stesso come oggetto di se medesimo è distinto dall’io sog¬ getto. IX. — Abbiamo
mostrato che la logica del duali¬ smo fallisce nelle argomentazioni con le
quali cerca di provare la necessità di ammettere di là dell’io una sostanza
speciale che dicesi anima. Ma il dualismo si implica in maggiori difficoltà,
allorché dopo aver tanto insistito sulle differenze toto genere tra la sostanza
materiale e la psichica, si trova nella necessità di spiegare la loro azione
reciproca. Oggi non si discu¬ tono più i tentativi fatti in passato dalla
Psicologia dualistica per ravvicinare quello che aveva separato. Certo ci sono
ancora di quelli che rinnovano le teoria — 179 — di S. Tommaso dell’anima
creata da Dio, in un certo momento dello sviluppo delPembrione come forma so¬
stanziate del corpo: «dicendum est, quod anima in- tellectiva creatur a Deo in
fine generationis humanae, quae simul est sensitiva et nutritiva, corruptis
formis praecedentibus». E prima aveva detto: «sic per multas generationes et
corruptiones pervenitur ad ul- timam formam sulstantialem tam in homine, quam
in aliis animalibus, et hoc ad sensum apparet in anima- libus ex putrefactione
generatis » (Summa theol. P- i, O. 118 art. 2°). La teoria tomistica è un
amalgama della teoria aristotelica con quella della creazione, aggiunta la
falsa teoria fisica della generazione come corruzione. Nè miglior fortuna si
può attribuire alle varie escogi¬ tazioni di Cartesio e della sua scuola,
l'esistenza di¬ vina, il mediatore plastico e V influsso fisico: nè all’ar¬
monia prestabilita del Leibniz. Perchè il dualismo, il quale trova la sua
ragione d’essere nella ìrreducibi- lità dei due ordini di fenomeni, rinunzia
alla sua ra¬ gione d’essere allorché cerca un mediatore materiale, come
rinunzia ad essere scienza allorché si appella al miracolo. E in realtà il
dualismo ha abbandonato tutte que¬ ste escogitazioni come moneta fuori corso
nel campo scientifico, e si è gettato audacemente nella mischia per mostrare
che l’azione reciproca tra anima e corpo (che diremo per brevità azione
psicofisica), è certa a titolo di fatto d’esperienza; e che: i° non è piu
inintelligibile di quello che siano le azioni dei corpi tra loro e 2° che se
contro di essa si accampano prin- cipii generali, come quello della
conservazione del¬ l’energia, ciò vuol dire o che il principio ha un valore
limitato (e il limite è dato appunto dall’esperienza contraria), ovvero che è
mal formulato e deve essere — — i8o — corretto. Al primo partito si è
appigliato il Lotze ; al secondo una lunga schiera di psicologi dualisti, 1
qi&li hanno posto in dubbio il valore illimitato del princi¬ pio della
conservazione dell’energia. Il Lotze nei « Principii generali di Psicologia
fisio¬ logica» crede che in realtà nell’interazione di anima e corpo non ci è
maggiore difficoltà di compr.ensione di quella che sia nell’azione delle parti
della materia tra loro. Quando p. es. ci rendiamo conto del modo di funzionare
di una macchina, non facciamo altro che spiegare il più analiticamente che è
possibile la serie di azioni e reazioni delle sue parti singole e la
convergenza delle loro azioni al risultato finale. Ma se riflettiamo che non
sappiamo nulla di quello che sono le forze elementari dalle quali dipendono (p.
es. la coesione, la trasmissione del movimento), ci per¬ suadiamo che la
spiegazione della funzione di una macchina non è meno oscura di quello che sia
l’azione psicofisica. L’analisi, in cui la spiegazione indicata consiste, deve
pure avere un termine ; e se, dove 1 ana¬ lisi non è più possibile, ci troviamo
nella necessita di riconoscere il fatto, e di accettarlo come « e dato nell’
esperienza, non si vede perchè non dovremmo fare la stessa cosa rispetto al
rapporto tra anima e corpo. Non vale osservare che tra anima e corpo manca
l’identità, che rende intelligibile l’azione reciproca. Anche nell’interazione
delle sostanze materiali non supponiamo l’identità, anzi supponiamola
diversità; ciò è evidente in chimica nella teoria dell’affinità e in quella
della valenza ; ciò accade in fisica dove am¬ mettiamo la causalità del calore,
della luce, dell elet- - tricità non solo sulle combinazioni chimiche, ma anche
sullo stato fisico dei corpi, ed usiamo largamente delle — 1 8 1 ipotesi di
azioni e reazioni tra la materia ponderabile e l’ imponderabile. Anima e corpo
sono due applica¬ zioni diverse dell’ idea di sostanza, ma siccome ci e
diversità anche tra le sostanze materiali, e per queste non ricusiamo di
credere all’esperienza che ce le mostra interoperanti, la stessa fede dobbiamo
prestare all’ interazione tra anima e corpo. La natura ideale del¬ l’anima non
significa la negazione della sua realtà, e niente potrebbe essere più reale per
noi del sogget o degU stati di coscienza. Tutto al più la differenza che esiste
tra azioni psichiche e fisiche impedisce di com¬ prendere come un’azione
materiale diventi stato di co¬ scienza, e viceversa: ma questa impossibilita,
che non potrebbe essere negata, non porta che 1 azione psicofisica attestata
dall’esperienza . debba essere ne¬ gata. Non dipendono le azioni chimiche tra
le diverse sostanze appunto dalla loro diversità qualitativa, eb¬ bene come in
queste non possiamo dire analmcament come accade che 1' idrogeno e l'ossigeno
producano l’acqua, cosi non lo possiamo dire per l'azione psico¬ fisica. Diremo
quindi, che un fenomeno fisico a pro¬ duce un fenomeno psichico a', e che un
fenomeno psichico b produce un fenomeno fisico b\ e ci con¬ tenteremo di dire
che così è, e che quello dei due fenomeni che è l’antecedente, è l’occasione
del feno¬ meno susseguente, se anche non possiamo affermare che è la causa,
perchè non ci possiamo spiegare ì modo d’azione. II Lotze non trova difficoltà
per ammettere 1 azione psicofisica nel principio della conservazione dell’ener¬
gia del quale riconosce pienamente il valore, per¬ ché questo non si può
intendere nel senso che un movimento non può essere prodotto se non che da un
altro movimento. Se s’intende così non si com- - 1 8 2 — prende nè la caduta di
un corpo, nè la combinazione chimica, nè l’azione della calamita. Quindi non è
contro quel principio nè il prodursi di un movimento per un atto di volontà, nè
il prodursi di una sensa¬ zione per l’azione di uno stimolo. Se non che tutto
questo sottile ragionamento poggia sulla base (per sè stessa malfida), del
ragionamento analogico e, si noti, quando in principio quella che si è negata è
appunto l’analogia. Nella critica del materialismo il Lotze non si stanca nell’
insistere sul¬ l'eterogeneità assoluta di materia e spirito, e quindi
sull’impossibilità che delle azioni materiali si trasfor¬ mino in stati di
coscienza ; e invece per spiegare l’azione psicofisica ammette le due
trasformazioni in¬ verse. Ma bisogna prima di tutto essere coerenti, e non
mutare il valore dal ragionamento secondo la tesi che ci proponiamo di
sostenere. Ora stando al punto di vista del dualismo, la ragione di essere
della teo¬ ria dualistica è la diversità tota genere dei due ordini di
fenomeni. In base di tale assoluta eterogeneità, si fa 1’ ipotesi di una
sostanza oltre la coscienza, alla quale si attribuiscono i caratteri negativi
della sostanza materiale. Ora il carattere ipotetico di una tale sostanza (che
non è data certo dall'esperienza), e la sua carat¬ teristica fondamentale che è
l 'immaterialità, vietano che si cerchino analogie dimostrative nel campo delle
azioni e reazioni materiali. Perchè mentre in questi non è mai resa impossibile
la spiegazione causale, e le due sostanze in presenza sono ambedue date dal¬
l’esperienza ; nell’azione psicofisica è data pel dualismo, nelle stesse
definizioni, nella totalità dei principii am¬ messi, la impossibilità della sua
concepibilità; e l’anima sostanza della Psicologia dualistica è un’ ipo¬ tesi
formulata proprio in base a tale impossibilità. Il — i8j - movimento prodotto
dalla gravità o dalla calamita può sempre essere spiegato come trasformazione
di un altro movimento (p. es. potenziale); ed anche quando questo non si sa
assegnare, è sempre possi¬ bile e concepibile. Ma la trasformazione di un movi¬
mento in stato di coscienza e viceversa non deve es¬ sere ammissibile nella
teoria dualistica, che si basa appunto sulla sua inconcepibilità. Perciò non si
può fare un doppio uso del principio della conservazione dell’energia; uno
quando si vuol rendere ragione della dottrina dualistica, un altro quando si
vuol spiegare l'azione psicofisica. O si ammette ’o si nega, o si mostra che ha
un valore limitato e che la sua limitazione, perfettamente determinata, lascia
la possibilità dell’azione psicofisica. Ma non si può mutarne il valore
dimostrativo come porta l’ interesse della disputa. Pel Lotze, come del resto
anche pel dualismo tradizionale, il corpo è un frumento, o un sistema d’
istrumenti destinati a concentrare sull’anima le impressioni esterne, e viceversa
a distribuire sugli oggetti esterni l’azione dell’anima. Ma come si può
mantenere un tal rapporto se l’anima-sostanza del dua¬ lismo è la decisa
negazione della sostanza materiale. Si trova spesso nei libri il paragone del
corpo con lo strumento musicale. Come non possiamo eseguire una sonata se lo
strumento si guasta, così non possiamo pensare, sentire, volere ecc. se si
guasta l’organo ma¬ teriale dell’anima, Ma anche qui si vede che analo¬ gia è
puramente fantastica. Perchè se intendiamo be¬ nissimo l’impossibilità
dell’esecuzione nel primo caso, per essere tutti i termini in relazione della
stessa na¬ tura materiale, non riesce d’ intenderla nel secondo dove per
l’eterogeneità dei termini voluta dal dualismo, possiamo opporre al dualismo e
alla sua ipotesi stru- — 184 — mentale, la frase famosa e tanto abusata del
dualismo, spirititi fiat ubi vult. Ma infine lo stesso Lotze si ac¬ corge, che
tutta la sua argomentazione è una scherma¬ glia, che non approda a nulla. E
perciò sostistuisce da una parte l’idea di occasione all’idea di causa ; e
passa dall’altra dal dualismo al monismo spiritualistico. Se non che il
concetto di occasione è un concetto ela¬ stico, che si può intendere in molti
sensi. P. es. nel senso dell’occasionalismo del Malebranche, che faceva
intervenire Dio per mettere insieme l’azione psichica con la fisica, e che si
ritrova, sistematizzata, ne\V armo¬ nia prestabilita del Leibniz. Nel senso più
comune l’oc¬ casione si dice a proposito di cosa, di idea, di fatto, che per
una qualunque affinità psicologica porge il destro di dire o fare una
cert'altra cosa. E si sa che in tal senso le occasioni vanno da un massimo a un
minimo di somiglianza, p. es. quella del predicatore nella festa di S.
Giuseppe, che per via dei falegnami e dei confessionali fu tratto a fare la
predica della con¬ fessione. Ora il Lotze intende l'occasione non nel senso
cartesiano o leibniziano e neppure nel senso del pre¬ dicatore, ma nel senso di
una causa della quale si può ammettere la causalità, sebbene non se ne possa
dire il modo; ma se si è dualisti sul serio, bisogna rifiutare queste larvate
fallacie logiche, perchè la ra¬ gione di esistenza del dualismo è questa
appunto, che non si possono ammettere azioni causali tra la materia e lo
spirito. Perciò il Lotze conchiude col saltare il fosso e dire che è possibile
considerare la materia come fenomeno dello spirito ; e allora materia e spirito
non sarebbero qualitativamente diverse ma identiche, e allora l’azione
psicofisica si .spiegherebbe come pro¬ duzione di fenomeni fisici per l’azione
intermedia di un’entità psichica sull’altra e viceversa. Così l’unità - i«5 -
si ristabilisce non già perchè si faccia dell’anima una materia, ma perchè si
fa della materia una sostanza spirituale. Ma qui, come si vede, la posizione
duali¬ stica è negata ; si torna al monismo spiritualistico e a noi basterà
richiamarci alla discussione che ne abbiamo fatta. X. _ L’altro argomento del
dualismo contempo¬ raneo è di ammettere, almeno a titolo di fatto d espe¬
rienza, l'azione psicofisica, e di negare il valore asso¬ luto del principio
della conservazione dell’energhi, che pare in contraddizione con essa o almeno
la sua ap¬ plicabilità nel caso in esame. Che l’esperienza provi l’azione
psicofisica, non pare dubbio, e basta per con¬ vincersene pensare a quello che
di continuo sperimen¬ tiamo, che gli stimoli producono le sensazioni, e gli
atti di volontà i movimenti. Ma cotesta prova è soltanto apparente, trae la sua
apparente evidenza da due condizioni negative, che 1 processi cerebrali, che
accompagnano gli stati di co¬ scienza non sono essi stessi oggetto di
coscienza, e che neppure esternamente possono essere studiati in atto (salvo
casi eccezionali) ; e che, se l’azione psicofisica è una realtà d’esperienza,
non è una realtà d’esperienza l’azione reciproca tra l’anima sostanza del
dualismo, e il corpo. Lasciando da parte questa secor ia quistione come quella
che esula da ogni possibilità di costata¬ zione sperimentale e attenendoci alla
prima soltanto, diciamo che l’esperienza scientifica, nei limiti nei quali ha
potuto essere adoperata, ha posto in sodo che il circolo di azioni cerebrali
non s’ interrompe mai e che una serie continua di tale azioni accompagna la
serie delle azioni psichiche. Quando si dice che una volizione produce un
movimento, si distaccano artifi¬ cialmente i due fenomeni in maniera non
conforme 1 86 — alla realtà: un atto di volizione non è soltanto un’en¬ tità
psichica ma ancora un’entità fisiologica, cioè un certo dinamismo cerebrale ;
quando uno stimolo pro¬ duce una sensazione, dal momento che lo stimolo af¬
fetta gli organi terminali di senso, si producono due serie di fenomeni, il
fenomeno fisiologico e il fenomeno psichico che diciamo sensazione. Non ci è un
momento nel quale il fenomeno fisico cessa per diventare fe¬ nomeno psichico ;
e viceversa non ci è un momento nel quale cessa il fenomeno psichico per
diventare fe¬ nomeno fisico, ma i due decorrono insieme. Il transito dall’ una
all’altra serie è puramente apparente e di¬ pende da questo che dall’uno all’altro
ci è come uno spostamento di orizzonte visivo per la coscienza. Il fenomeno
fisico è oggetto del senso esterno, il feno¬ meno psichico è oggetto della
coscienza. Nello studio dell’azione psicofisica siamo tragittati
improvvisamente come in un mondo diverso se tentiamo il passaggio dall’ uno
all’altro termine: perdiamo di vista una serie, e un’altra la sostituisce, per
cui viene a mancare bru¬ scamente quella continuità tra le due serie, tra l’uno
e l’altro termine eterogeneo, che è la condizione lo¬ gica dell’ uso del
principio di causa. Dunque l’azione psicofisica non è un fatto d'esperienza nel
senso che si possa sperimentalmente esser certi che un fenomeno fisico segua
come effetto un fenomeno psichico causa, o viceversa. E non solo manca la prova
diretta dell'esperienza, ma l’esperienza stessa, in virtù del principio della
conservazione dell’energia, non può ammettere l’azione psicofisica nel senso
causale. Del resto tutti concordano ora, se sono scienziati, nel postulato che
un fatto fisico non si spiega se non che riportandolo a un altro o a più altri
fatti fisici e lo stesso si afferma dei fatti psi- chici. Ciò è reso necessario
dall'eterogeneità qualitativa delle serie, ed è confermato dal valore che il
prin¬ cipio della conservazione dell’energia è andato assu¬ mendo, di principio
di ordine generalissima, come quello che domina tutti i fatti di ordine fisico,
dai più esteriormente meccanici, ai biologici. Pare, se quel principio è vero,
che non si possa ammettere che nel momento nel quale il fatto fisiologico si
cangerebbe in fatto psichico una certa quantità di energia scom¬ parirebbe
senza equivalente ed una certa quantità sa¬ rebbe creata dal nulla nell’ipotesi
opposta. Se la Fi¬ siologia dovesse subire, anche solo a titolo di fatto, 1' interruzione
del circolo di azioni fisiologiche per l’interposizione temporale di un'azione
psichica, ogni speranza di rendere ragione dei fatti fisiologici an¬ drebbe
perduta; cosi come sarebbe perduta ogni spe¬ ranza di spiegazioni fisiche, se
si dovesse ammettere la possibilità di una forza arbitraria capace di muovere
in ogni direzione un punto materiale. Perciò qualunque sia il valore che
attribuiamo al principio di causa e a quello della conservazione del¬
l’energia, che ne è l'espressione fisica; sia che li con¬ sideriamo come
assoluti, sia che (come una certa ten¬ denza remissiva, accusante una forte
debolezza logica di pensiero pretenderebbe ora) diamo ad essi il più modesto
valore di principii ipotetici, mediante i quali cerchiamo di rendere razionale la
nostra conoscenza della realtà e dai quali dobbiamo necessariamente lasciarci
dirigere nel lavoro scientifico, a pena di ve¬ derlo distrutto, è evidente che
dobbiamo respingere quello che contraddice ad essi. Dobbiamo quindi re¬
spingere la risoluzione estrema che il dualismo con¬ temporaneo sembra propenso
ad accogliere, di negare cioè il valore assoluto del principio della conserva-
X. — iSS — zione dell’energia; perchè se anche non gli si potesse attribuire un
valore assoluto, non gli si potrebbe ricu¬ sare quello metodico. Le ipotesi ad
esso contrarie sa¬ rebbero, in forza di questa assolutezza metodica, lo¬
gicamente illegittime, perchè scuoterebbero le basi della conoscenza del mondo
fisico in se stesso. La comune coscienza non trova difficoltà di ammettere
l’azione psicofisica, perchè non precisa i termini del problema. Ma da che
Cartesio, il più conseguente dei dualisti, lo pose nei veri suoi termini, l’
inconsistenza scientifica del dualismo si andò progressivamente manifestando
nei varii tentativi di riconnettere quello che aveva se¬ parato e da ultimo
nella necessità di collocarsi fuori del terreno scientifico. Ma esaminiamo più
da vicino la possibilità di ac¬ cordare l’azione psicofisica col principio
della conser¬ vazione dell’energia. Ci è nel dualismo un punto di vista che
possiamo con esso dividere cioè questo, che prescindendo dall’ idea della
sostanza separata, i fe¬ nomeni psichici sembrano tali che non possono entrare
nello stesso circolo di azione coi fisici. Non potendo essi rapresentare
nessuna quantità di lavoro fisico, non possono nè essere trasformazione di un
lavoro fisico anteriore nè trasformarsi in un lavoro fisico poste¬ riore. Manca
la possibilità della duplice equazione, qualitativa e quantitativa, che è
necessaria perchè il principio della conservazione dell’energia possa avere la
sua applicazione. Se si tien conto che la coscienza è un atto di distinzione e
di riferimento e, nella me¬ moria, di riconoscimento dei due termini che la co¬
stituiscono, si vede che ogni somiglianza col fenomeno fisico viene a mancare.
Tutti i fenomeni fisici sono o movimenti molecolari o movimenti di massa e tra
questi ci è trasformazione ed equivalenza. E poiché — 1 89 — la causalità
fisica non ammette nè creazione ne annu - lamenti di forza, essa è una
continuità chiusa. Per sbarazzarsi di questo principio il dualismo che si
propone di restare entro i confini della conoscenza scientifica, trova molte
vie di uscita. La prima, che t principio della conservazione dell’energia è una
gene¬ ralizzazione empirica e che perciò esso non può aver valore là dove, come
nel dominio dei fatti cerebrali o di una parte di essi, l’esperienza prova il
contrario. L’altra via è data dalla considerazione, che il prin¬ cipio della
conservazione dell’energia non è applicabile se non che ai sistemi fisici
finiti e non all’infinito. Difatti solo quando si tratta di sistemi fisici
finiti di cui e nota la quantità, si può parlare di quantità equivalente nelle
trasformazioni: Il passaggio dal principio de a conservazione dell’energia
all'altro che la sene delle azioni fisiche è un sistenza chiuso che non s
inter¬ rompe mai, è un passaggio dal finito all infinito, i quale non è
giustificato dall’esperienza la quale non conosce che sistemi finiti ; e non è
giustificato dalla ragione la quale ci ammonisce che nell’ infinito non si può
parlare di un quantità determinata di energia. D’altra parte il pericolo
pratico che deriva dalla im¬ possibilità di verificare il principio della
conservazione dell’energia nell’azione psicofisica è assai piccolo per
l’estrema limitazione di quest’azione; e, in sostanza, non è diverso da quello
che s’ incontra per verificarlo in qualsiasi sistema finito di energia fisica,
dove quasi mai la verificazione riesce per la ragione della disper¬ sione dell’energia.
Chi non sa che in una qualunque macchina a vapore il rendimento utile non è che
una parte soltanto dell'energia consumata? Non e quind. meraviglia se
nell’azione psicofisica una piccolissima parte si sottragga alle verificazione.
igo — Di questi tre argomenti il più importante è il secondo, perchè è quello
da cui dipende anche il valore degli altri due. Ora bisogna riconoscere che il
principio della conservazione dell’energia non ha valore che pel finito. Esso
significa, che in ogni sistema fisico finito l'energia non cresce e non
diminuisce se non è comu¬ nicata da un altro sistema finito o trasferita ad
esso. Ma, ammessa la verità del principio per tutti i sistemi finiti possibili,
per quanto grandi essi siano, il prin¬ cipio assume un valore praticamente
illimitato e la sua trasformazione nel principio che la serie fisica è un
sistema chiuso ne è il corollario irrecusabile. Certo noi non sappiamo qual’è
la quantità di energia con¬ tenuta nell’universo e perciò la prova rispetto ad
esso del principio della conservazione dell’energia è im¬ possibile. Inoltre
questa prova non potrebbe essere fatta per una quantità infinita di energia
perchè la con¬ dizione della possibilità della prova è che l’energia sia
finita. Ma rispetto all’infinito quel principio si tra¬ sforma nell’altro che
nessuna quantità di energia può sorgere dal nulla o ritornare nel nulla, per la
contrad¬ dizione che noi consente. L’analogia tratta dalla legge di Carnot, la
quale sarebbe come un modo pratico di scomparsa dell’energia non regge. Perchè
la legge di Carnot conchiude a un equilibrio e non ad un annul¬ lamento
dell’energia e non ha senso per l’infinito. Non reggono gli altfi due argomenti
che si connet¬ tono con questo. Che le generalizzazioni dell’esperienza non si
possono estendere di là dalla loro base sperimen¬ tale, perchè se questo fosse
vero, dovremmo aspettarci di vedere smentite ogni volta le più certe leggi del¬
l’esperienza, p. es. la caduta dei corpi. Se la legge causale è una legge
sperimentale essa prende il valore di necessità che è proprio di questa, e il
principio in — 1 9 1 — quistione è proprio l’enunciazione fisica del principio
di causa e della duplice equazione, qualitativa e quan¬ titativa, che è inclusa
in esso. E l'ultimo che il prin¬ cipio non è verificabile praticamente neppure
pei si¬ stemi finiti, perchè la verifica lascia sempre un piccolo residuo, e
che il residuo rappresentato dall'azione psi¬ cofisica è tanto piccolo da
essere trascurabile. Perche la prima parte di questo argomento è smentita dal fatto
che le verificazioni sono sempre più approssimate a misura che si può essere
certi per le condizioni del¬ l'esperienza, che le dispersioni di energia siano
il piu che è possibile evitate, di modo che se fossero evitate del tutto, la
verificazione sarebbe completa. E la se¬ conda parte dell’argomento non ha
nessun valore scien¬ tifico. Se una legge non è vera anche per una piccola
parte, non è una legge, e bisogna, nell’ enunciarla, fissare i limiti entro i
quali è vera. Il rifugiarsi dietro la piccolezza delle energie materiali di
origine psichica, e viceversa, somiglia molto, come nota il Paulsen, al ripiego
di quella ragazza, che, rimproverata di avere avuto un bambino, si scusò col
dire che era tanto piccolo. Altri hanno detto, e tra questi il Iames, che
infine il rapporto di causalità si risolve in un rapporto co¬ stante di
successione non convertibile e che la qua¬ lità dalla causa non ci ha che
vedere. Sappiamo per esperienza che certe sostanze combinandosi ne produ¬ cono
certe altre, che i corpi cadono secondo un certo rapporto delle masse e delle
distanze, ma non sappiamo o non ci curiamo di sapere perchè sia così. L'azione
psicofisica non è veramente certa a titolo di fatto nè più ignota a titolo di
ragione che non siano tutte queste altre specie di causalità a cui crediamo con
perfetta ingenuità. Perchè dunque ci ribelliamo ad essa? - 192 — La risposta
non è difficile. Ci ribelliamo perchè l'azione psicofisica non è un dato
dell’esperienza, ma una teoria. Una teoria la quale è ottenuta col separare quello
che il processo psicofisico ci dà come uno, con l’astrarre dai due aspetti del
fatto le due realtà, anzi le due sostanze antitetiche ; e col tradurre,
mediante il principio dell’azione reciproca, i fatti d’esperienza nel
linguaggio della teoria. È singolare poi che sia contestato il diritto di te¬
ner conto della qualitas causalis proprio dal dualismo che trova in essa
soltanto la sua ragione d’essere. E che sia proclamato il principio della
eguale intelligi¬ bilità e dell’eguale inintelligibilità di tutte le cause,
proprio da una teoria separatista, che rinnega sè stessa quando riduce la
causalità psicofisica a un fatto bruto. Chi invoca questo argomento non bada
che esso non giova se non che al materialismo psicologico. Perchè è soltanto
questo che, adoperando i metodi della ri¬ cerca sperimentale, può provare che,
se si sopprime la funzione cerebrale, si sopprime la psichica, e se si restaura
o si fa variare la prima, si restaura e varia correlativamente la seconda ;
mentre il dualismo, che non può operare sull’ente anima, non può fornire la
stessa prova. Altri psicologi come il Sigwart, Wentscher ai quali ha acceduto
limitamente anche il Wundt, hanno detto che P anima-sostanza potrebbe
funzionare da principio non già produttivo, ma attivo della trasformazione
dell’energia. L’anima-sostanza interverrebbe quando l’energia fisica
(cerebrale) è in un stato d’equilibrio, e basta una forza infinitamente piccola
per produi re un effetto. Ma una forza infinitamente piccola non è la stessa
cosa che una forza nulla. Anche la vibrazione della voce può produrre la
valanga nelle solitudini — 193 — dell, no.» «Ipestte, ma !. yib'.àone del),
we^m.. forza dello ..«aso genere ?! ’“' * „ produ.ione posto anche che questo
ripiego spiegasse a p g. , . fisico da una causa psichica, • C- 1 prebbe la
produzione inversa ? Il semplice equi- I^"^tente delle forze materiali non
co, onde al fatto di coscienza, che può avere, nel suo rispon o energia, e che
è diverso qualità- r:renrd.C z^. d. ** ' diffido,* delle reo,!, innanzi esporr,
e discusse cioè delle monistiche (materialistiche e «>■ « indifferenza tra 1
contrar , . , materia e non è nè materia nè ^ me¬ lo spirito sono determinai ^
due espressioni tafisica, ^ Spinoza e quella dello Schelling, diverse, quella d
P dualismo cartesiano, "derò^pensiwo eTestensione come ^ della considero
il pensie come modi di questi sostanza, e lo spiri o che ^ mente attributi. I
due attri me costituenti zzzzx: rs‘ ~ T^r ^ 5“.« £;V.t'n«i «rribu.1 dei ,oali
la menu 13 / _ MASCI, Lezioni di Psicologia. 194 — umana per la sua limitazione
percepisce soltanto quei due. Conformemente al dualismo cartesiano, Spinoza
concepisce i due attributi come incommensurabili e le serie dei modi, spiriti e
corpi, come separate ed im¬ penetrabili. Ma, poiché derivano da attributi della
me¬ desima sostanza, le due serie sono pensate da Spinoza come parallele e come
perfettamente corrispondenti, di modo che di ogni cosa ci è l’ idea e di ogni
idea ci è la cosa. Il monismo attributivo dello Spinoza è certamente un tentativo
vigoroso di superare il dualismo, ed uno dei punti di vista più importanti
conquistati dal pen¬ siero umano per la conoscenza della realtà : ma pre¬
senta, a sua volta gravi difficoltà. La prima è che esso è l’estensione
maggiore ed ultima dell’idea di so¬ stanza di là dai limiti ai quali l’aveva
portata il mo¬ nismo materialistico e spiritualistico e il dualismo. Per modo
che esso è l’esperimento più vero dell’illusione metafisica che porta
all’ipostasi dell’idea di sostanza, collocandola di là da ogpi forma di
attributi. In secondo luogo, se la sostanza è indifferente agli attributi, se
essi non ne dicono l’essenza se non che per una mente finita, il suo concetto
non è di nessun uso per la co¬ noscenza degli attributi e della realtà che si
fonda su di essi. Il terzo ignoto (come è stato detto a ragione) ha per la
Filosofia lo stesso valore che ha Pegaso per la Zoologia. In terzo luogo se la
Sostanza infinita ha attri¬ buti infiniti e l’intelletto finito non ne può
apprendere che alcuni (l’intelletto umano quei due) ; la rivelazione della
Sostanza agl’intelletti finiti è accidentale. Perchè ci saranno tanti mondr
quante specie d’ intelletti fi¬ niti e la ricerca ultima dell’essenza della
realtà sarà questa, che non è possibile di conoscerla nella sua integrità, ma
solo nelle particolarissime sue forme — 195 — apparizione agl’intelletti
finiti. Un’altra difficoltà deriva dell’impenetrabilità delle serie. Se sono
impenetrabili, come mai il pensiero sa qualche cosa di una serie diversa da
quella che essa è, ed è costretto di ogget¬ tivare in esse le sue idee? Dato
l’isolamento asssoluto delle due serie, il pensiero non può significare che se
stesso e la conoscenza è come colpita da emiplegia. Anche nella metafisica
dello Schelling la sostanza è indifferenza tra pensiero ed essere, ma in realtà
l’in¬ differenza non significa un terzo modo della sostanza x ; ma una
proporzione variabile di funzione tra pen¬ siero e realtà, che sono così
concepiti non come attri¬ buti, ma come elementi della sostanza ed è abban¬ donato
il concetto spinoziano della possibilità di altri infiniti attributi. Il
pensiero e l’essere sono considerati come costitutivi della sostanza, come
equilibrati nel tutto e nelle parti. La realtà è per Schelling, per usare il
suo paragone preferito, come un immenso magnete, il quale può, se è diviso in
parti, riprodurre in ciascuna parte il magnete totale. Ma nelle parti
l’equilibrio è vario, nella natura prevale la materia, nel mondo umano prevale
lo spirito. Nel tutto invece l’unilate¬ ralità relativa ora notata scompare ;
perchè tutto, lo svi¬ luppo della realtà è contenuto tra due termini, dei quali
l’uno è un minimo di pensiero e un massimo di materia, e l’altro è un massimo
di pensiero e un mi¬ nimo di materia. In Spinoza prevale il parallelismo degli
attributi, in Schelling precede la polarità degli elementi. Schelling evita
parecchi degli scogli, contro i quali urta la concezione metafisica dello
Spinoza. Manca il preconcetto dualistico dell’impenetrabilità delle serie, ed è
sostituito il concetto di sviluppo al concetto del parallelismo statico, e
quello della polarità a quello — 196 — del parallelismo attributivo. Ma il
concetto di sviluppo non è preso nel suo vero senso di successione, di me¬
diazione, ma in quello di proporzione diversa degli elementi in una serie
rigida. Non a torto Hegel rim¬ proverava allo Schelling che nel suo concetto
dell’As¬ soluto la dualità di pensiero ed essere fosse immediata, una specie di
colpo di pistola. Inoltre l’Assoluto, come indifferenza tra pensiero ed essere,
o è l’x della so¬ stanza spinoziana e si confonde con gli elementi o si ritorna
al dualismo. Ma se, rispetto al problema che ci occupa di in¬ tendere la natura
e la relazione delle due maniere della realtà nel pensiero umano, nè il monismo
nelle sue due forme (materialistico e spiritualistico), nè il dualismo nè il
monismo neutro superano la prova della critica, dobbiamo forse riconoscere di
essere di¬ nanzi ad un problema insolubile? Pare che di tutte queste difficoltà
non sia causa la natura della cosa, quanto il falso uso dell’ intelligenza.
Questa è portata insistentemente, dalla capacità potenzialmente infinita delle
sue forme (sostanza, causa, numero, tempo, spa¬ zio), ad oltrepassare
l’esperienza e perciò a porsi fuori dei limiti della possibilità della
conoscenza. L’ in¬ telligenza, data la definizione della sostanza (il sog¬
getto sempre identico con sè stesso dei modi e delle proprietà sempre
variabili), dimentica la natura formale e funzionale di quell'idea e di
idea-limite la converte in idea-ente. Cioè immagina un ente reale definito dai
soli caratteri logici dell’idea di sostanza, e mentre nell esperienza quei
caratteri hanno solo un valore re¬ lativo perciò che ogni sostanza
nell’esperienza è defi¬ nita dalle sue proprietà empiriche, di là dall’espe¬
rienza, mancando queste, i meri caratteri logici ne prendono il posto. D’onde
accade, che mentre questi — 197 — nell’esperienza indicano un certo valore
delle proprietà definienti rispetto ad altre proprietà (che non hanno lo stesso
valore), distinguono cioè le proprietà per¬ manenti dalle variabili ; di là
dall’esperienza, rispetto alle entità e sostanze metafisiche, sono predicati
vuoti e le entità da esse definite, come quelle delle quali non possiamo avere
nessuna intuizione, riescono in¬ concepibili. La mente, che credeva di toccare
con esse l’ultimo fondo della realtà, non ha dinanzi che prodotti suoi, meri
residui mentali. Tali sono la so¬ stanza-materia oltre l’estensione e la
resistenza, tale l’anima-sostanza oltre la coscienza ; tale, per una ulte¬
riore astrazione, la sostanza neutra, il tertium quid, l’x, che sta di là dalla
materia e dalla coscienza. Bisogna tornare dunque all’esperienza per vedere
quali conclusioni si possono cavare dai fatti che essa pre¬ senta e di quali
integrazioni essa è capace non già in un ordine di realtà trascendente, ma tale
che possa essere considerato come un’estensione di essa, con¬ forme alle sue
condizioni e leggi, come un’esperienza possibile che completa l’esperienza
reale. È determinata da questa tendenza a tornare all’espe¬ rienza tutta la
fioritura di teorie parallelistiche che ha avuto luogo negli ultimi decennii,
la quale va dalla forma spiritualistica, per la realistica, alla materiali¬
stica. Il Fechner si fece col suo monismo psicofisico , l’antesignano della
prima direzione, perchè considerò l’aspetto psichico del processo psicofisico,
come espres¬ sione dell’essenza intima della realtà, di cui l’aspetto fisico è
la forma esteriore. Il Wundt ha ripreso la teoria del Fechner, nella «Logica»,
dal punto di vista della teoria della conoscenza, e nel « Sistema di Filo¬
sofia » dal punto di vista della Metafisica. Ma nella Psicologia, volendosi
mantenere più rigorosamente nei — 198 — confini dell'esperienza, ridusse il
parallelismo alla vita animale soltanto e lo considerò non come un teorema
dimostrato, ma come un’ ipotesi di lavoro , cioè come un principio valido dal
punto di vista metodico per 10 studio dei fenomeni psichici e subordinato ‘alla
conferma dell’esperienza. A questa direzioni si cou- trappone il parallelismo
di tendenza materialistica che abbiamo già esaminato innanzi quando abbiamo di¬
scusso il materialismo psicofisico e la sua teoria del- V epifenomeno . Per
servirci della distinzione dell’ Hart¬ mann, il parallelismo è spiritualistico o
materialistico secondo quella delle serie, alla quale attribuisce la funzione
soprordinata ; ambedue quindi si possono considerare come forme di parallelismo
subordinativo , 11 primo rappresentato dal Fechner e dal Wundt, il secondo
dell’Hodgson, dal Mùnsterberg, dal Ribot, La forma realistica è invece
coorditialiva, come la spino- ziana ed è rappresentata principalmente dallo
Spencer e dall’Hoeffding. Questa classificazione tende a porre ordine in una
varietà di teorie che ha innumerevoli sfumature e gradazioni, pur potendosi
riportare ad uno degli indi¬ rizzi estremi o al medio. Le menti degli psicologi
mostrano tendenze proteiformi, come il soggetto che studiano e perciò
difficilmente si può ridurle in forme stabili. Molte forme intermedie
s’incontrano, molte combinazioni, specie nella letteratura psicologica degli
ultimi decenni, secondo che è più o meno accentuata l’una o l’altra delle
tendenze estreme o la realistica centrale o il grado della subordinazione o il
modo della coordinazione. Il Lange, il Gode, il Paulsen, lo Zirchen, il Lippos,
il Bain e lo Stout presentano forme diversissime di siffatte gradazioni, ma per
for¬ tuna esse non impediscono che lo studio positivo dei — 199 — fatti
psichici si vada sempre più precisando e arric¬ chendo. Discutere una ad una
queste forme è impossibile, diremo soltanto che rigettiamo per nostro conto am¬
bedue le forme di parallelismo subordinativo, perchè l’una e l’altra
considerano come fenomenica quella delle due serie che non considerano come
sostanziale. Per la stessa ragione, e a maiori, respingiamo una forma di
parallelismo realistico e coordinativo, che è molto diffusa e conosciuta sotto
il nome di teoria del doppio aspetto. Secondo questa ambedue le serie sa¬
rebbero fenomeniche e la loro fenomenalità dipende¬ rebbe dall’essere generate
dal doppio modo di appren¬ sione, il senso interno e l’esterno. Noi
consideriamo ambedue le serie come reali e non come apparenti, e riteniamo che'
la loro natura reale sia causa della duplice apprensione e non questa della loro
natura fenomenica. Non s’intende come si sarebbe potuto produrre la duplice
apprensione, se i loro oggetti non avessero avuto realtà. D’altra parte la
teoria del doppio aspetto non può dire quale sia la vera natura della realtà e
deve rifugiarsi nell’agnosticismo. Un paragone assai spesso adoperato dai
psicologi realisti è che la duplice realtà psicofisica si riporta all’unità
allo stesso modo che nella curva fanno uno il concavo e il convesso. Ma i
paragoni non servono a nulla quando sono fra termini così eterogenei come sono
le due realtà che si presentano nel senso interno e nell’esterno. Il concavo e
il convesso sono due de¬ terminazioni spaziali e perciò esterne e l’imagine
geometrica della curva non può rappresentare l’evo¬ luzione psicofisica più di
quello che possa rappre¬ sentarlo la retta. Ma in questa la differenza spari¬
rebbe. 200 XII. — Il nostro punto di vista è antifenomenistico, e perciò
realistico. Considera come reali ambedue le serie, la psichica e la fisica,
l’interna e l’esterna, la puramente temporale e la temporale e spaziale, e
perciò ne ammette il parallelismo nei limiti dell’espe¬ rienza. Ma ritiene la
parola parallelismo come inesatta, come una traduzione spaziale erronea di quel
dupli- cismo che la realtà presenta. Il dupìicismo, e soltanto esso, è effetto
della duplice apprensione ; in realtà lo sviluppo è uno ed è psicofisico dal
principio alla fine entro i confini dell’esperienza. Ma è uno sviluppo che va
da un massimo di materia e un minimo di spirito ad un massimo di realtà
spirituale congiunta ad un minimo di esistenza materiale. Non è dunque la
nostra una teoria parallelistica ma monistica, la quale prende qualche cosa
dalla dottrina dello Schelling ma non la rappresentazione statica del magnete,
non l’ idea che la realtà è in sè indifferenza tra pensiero ed essere. Noi
crediamo che la realtà è un continuo sviluppo, che va dalla identità massima
della realtà psichica con la materiale alla massima indipendenza della prima
dalla seconda. La dipendenza si vede fino alla psiche animale la quale non è
che un mezzo psichico per resistenza fisica, l’indipendenza comincia con
l’auto¬ coscienza, con l’io cioè, con la psiche umana e si realizza sempre
meglio nel mondo dello spirito che è sua creazione. Pure nella coscienza e
nell’esperienza umana l’ indipendenza non è mai completa, perchè tutte le
ideologie umane non hanno senso se non che in rapporto alla natura e ne sono la
trasformazione pei fini dello spirito. Ma lo spirito umano, per effetto della
indipendenza relativa conquistata, aspira, con la conoscenza e col sentimento,
alla indipendenza assoluta, alla conservazione di sè e dei valori suoi
nell’infinito 201 - Di questa aspirazione sono espressione parimenti la
Filosofia e la Religione, ma la prima non essendo che la generalizzazione
massima dell’esperienza non la può oltrepassare e la seconda, se si appella ad
un’esperienza ulteriore, a quella che Leonardo chia¬ mava le ragioni (delle
cose) che non vengono in espe¬ rienza, non può essere conoscenza, ma fede.
L’idea di sostanza non ha uso legittimo se non che nell’esperienza e in essa si
applica cosi alla ma¬ teria che allo spirito, perchè il concetto dinamico de a
sostanza, unità delle proprietà costanti rispetto a e variabili, è vero della
materia, come è vero della coscienza. L’errore sta nella riflessione
trascendente di quell’idea di là dall’ una e dall’altra. E l'applica¬ bilità
sua è vera sempre in corrispondenza col momento dello sviluppo al quale è
fatta. Quindi le affermazioni, che la materia è la sostanza dei fenomeni di
movimento nello spazio, e che la coscienza è la sostanza dei fenomeni che sono
1 suoi stati, sono ambedue vere ; ma da ciò non deriva nes¬ suna conclusione
dualistica. Non deriva, perche quelle affermazioni sono vere in corrispondenza
del momento dell’evoluzione al quale si applicano. Ciò e possibile perchè i
concetti di materia e spirito non hanno per una riflessione filosofica la
stessa formazione antitetica che hanno pel dualismo, ligio alle
differenziazioni su¬ perficiali dell’esperienza comune. E per questo che l’idea
di sostanza materiale si lega all’ idea di massa, e l’idea di sostanza psichica
alla sua negazione, concetto della materia va verso l' eliminazione del¬ i-idea
di massa e il nuovo concetto dello spinto s’identifica con l’autocoscienza. 11
nostro punto di vista monistico sta, sia che lo sviluppo s’ intenda nel senso
realistico (danviniano) , sia che s’intende ne 202 senso idealistico
(hegeliano). Solo se la realtà è psi¬ cofisica è evolutivamente progressiva,
perchè le forme inferiori presentono le superiori e la categoria della finalità
riacquista il valore che la concezione mecca¬ nicamente materialistica del
mondo le aveva negata. Tre punti sembrano a noi posti in sodo da tutte le
discussioni fatte finora: che la vita dello spirito non è l’effetto della vita
del corpo ; che ci è tra le due vite una correlazione per cui esse appariscono
come forme diverse di una stessa realtà che si rivela diversamente, ma
realisticamente in ambedue ; che questa rivelazione è progressivamente
differenziativa in guisa che a cominciare dall’autocoscienza la vita dello
spirito si organizza da sè e produce un suo mondo, e che rispetto a quel
l’organismo e a quel mondo l’organizzazione della materia perde gradata- mente
di significato finché non ha più nessuno signi¬ ficato e nessun valore. Tutto
questo basta per escludere come antiscientifico ed antifilosofico ogni
materialismo psicologico, ma anche ogni materialismo morale per la esclusione
completa e vittoriosa di ogni forma di materialismo dall’ambito della filosofia
e per metterli definitivamente al bando da essa. Ma lo spirito umano va più
oltre, perchè la natura sua è fatta tale da oltrepassare attualmente e
potenzialmente i confini della sua esistenza particolare e determinata e da
porsi come misura delle cose. Egli vuol quindi sapere quale il rapporto della
natura allo spirito : se questo è una realtà passeggierà e quasi
infinitesimale, come pare che mostri la misura dell’esperienza; o se ha nella
natura stessa così profonde radici, che 1’esistenza sua sia una necessità della
realtà e le forme superiori di questa esistenza siano un esito necessario e
progressivo dello sviluppo dell’ universa realtà. Io credo che a 203 — questa
domanda si possa dare, dal punto di vista filo¬ sofico, una risposta affermativa,
contro la quale non hanno valore le limitazioni che accompagnano nel¬
l’esperienza le forme superiori dell’esistenza nella mi¬ sura appunto della
loro superiorità. Se la realtà è psicofisica, se è retta dalle leggi
dell’individuazione e del progresso, se l’autocoscienza è la forma supe¬ riore
necessaria tanto dell’ una legge che dell’altra, il mondo che diciamo umano ha
radici profonde nella realtà e non si potrebbe ragionevolmente affermare che
essa abbia nell’ universo soltanto questa limitata manifestazione, che è la
nostra umanità. Ma l’esistenza della coscienza non è questo soltanto. Ragioni
sentimentali e morali si uniscono nel proporre insistentemente il problema
dell’unità della vita spi¬ rituale nell’ universo e del rapporto della nostra
vita individuale con essa. O in termini più precisi, la morte, che è l’esito
indefettibile di ogni vita materiale è tale anche per la coscienza che
abbraccia sè e il mondo, e si pone come misura di questo ? L’esigenza dell’
immortalità della vita dello spirito, che è rappre¬ sentata dalla filosofia,
dalla morale, dell,-arte e so¬ prattutto dalla religione, ci è anche per le
coscienze, per gli spiriti individuali? È naturale che, mancandoci
assolutamente l’esperienza del di là (io non credo che le esperienze medianiche
e spiritiste possano avere finora alcun valore scientifico), nessuna risposta
posi¬ tiva si possa dare in nome della scienza e della filo¬ sofia a siffatta
quistione. Ma credo insieme che la scienza e la filosofia non potrebbero dare
in nessun modo una risposta contraria e negativa. Le ragioni tratte
dall’essenza ipotetica dell’anima e del corpo che il dualismo riepiloga,
possono condurre a batta¬ gliare indefinitamente intorno al grande problema e
5** — 204 — non è certo ad esse che ricorrono le religioni. L’inse¬ gnamento
evangelico del valore infinito delle anime umane e del loro rapporto col Padre,
si fonda sulla rivelazione e sulla fede non sul ragionamento. Ma se la
filosofia riesce a rompere ogni relazione causale tra la materia e lo spirito,
se prova che questo per la coscienza di sè e per la facoltà dell’universale
oltre¬ passa di tanto la portata della possibilità della materia da apprendersi
come sostanza-atto e da creare un mondo suo diverso da quello materiale, e se
d’altra parte il concetto della materia non è più quello della massa, ma un
concetto energetico, omo-spirituale; due possibilità sono concepibili dal punto
di vista filosofico e, se vuoisi, scientifico. L’una che la sostanza-atto che è
la coscienza possa mantenersi in una forma di con¬ nessione con la sostanza
materiale, che non è quella della massa e sia pure quella del cervello. Come
nell'evoluzione dell’animalità vediamo la psichieità connessa con forme diverse
e sempre imperfettissima¬ mente a noi cognite della materia, e ignoriamo per¬
fettamente la forma di dinamismo materiale con esse più strettamente associata,
e l’ignoranza nostra di¬ venta assoluta per le forme superiori della vita
spiri¬ tuale : cosi possiamo anche pensare che quella forma di dinamismo che
accompagna la vita dello spirito e che i nostri mezzi d’ indagine sono
impotenti a sco¬ prire o a fissare perduri anche dopo la morte del corpo. E
possiamo pensare che anche senza questo, se lo spirito oltrepassa (come io,
come facoltà del- 1’ universale), ogni possibile significato, ogni possibile
valore della materia, la permanenza non solo non sia impossibile, ma fin anzi
probabile e che ad ogni modo ogni affermazione contraria è temeraria ed
antiscien¬ tifica. Se l’unica ragione per la quale possiamo credere — 205 — estinta
la coscienza dopo la morte è la disorganizza¬ zione del corpo, questa ragione
perde il suo valore se l’indipendenza della forma superiore della coscienza è
anch'essa scientificamente dimostrata e se possiamo perciò attribuire ad essa
quello stesso domma della non annullabilità che ci sembra così ovvio afiermare
per la materia e per la forza. Abbiamo voluto anticipare sulle dimostrazioni
che faremo nelle venture lezioni perchè si abbia una guida per intendere il
fine al quale mirano le dimostrazioni che verremo facendo. Ma già quanto
abbiamo detto basta come epilogo della lunga discussione sostenuta intorno ai
modi varii nei quali si è venuta formando l’idea dell’anima. E ci piace
conchiudere queste nostre riflessioni con ciò che scrisse il Bergson nella
conclu¬ sione di una sua Conferenza su questo soggetto, pub¬ blicata il 1913,
sebbene il ragionamento dell’ illustre filosofo francese sia assai diverso dal
nostro. «Trattando così il problema della soppravviven- za, facendolo
discendere dalle altezze della metafi¬ sica tradizionale nel campo dell'
esperienza, noi rinun¬ ciamo senza dubbio a darne di punto in bianco una
soluzione completa e radicale. Ma che volete ? bisogna optare in filosofia tra
il puro ragionamento che mira a un risultato definitivo, non perfettibile,
poiché è ritenuto perfetto, e un metodo empirico che si con¬ tenta di risultati
approssimativi, capaci di essere cor¬ retti e completati indefinitamente. Il
primo metodo, per averci voluto dare a un tratto la certezza, ci con¬ danna a
restar sempre nel semplice probabile o piut¬ tosto nel puro possibile, giacché
è raro che non possa quel metodo servire a dimostrare le tesi op¬ poste e
egualmente coerenti, egualmente plausibili. Il secondo non mira da prima che
alla sola proba- — 206 — bilità, ma siccome opera su un terreno, nel quale la
probabilità può crescere senza fine, ci conduce a poco a poco a uno stato che
equivale praticamente alla certezza. Tra queste due maniere di filosofare la
mia scelta è fatta ; sarei felice se avessi potuto contribuire, e sia pure per
poco, ad orientare la vostra ». CAPITOLO VI. Il concetto della materia Intorno
al concetto di materia battagliano i soste¬ nitori della teoria meccanica e
dell’energetica, i par¬ tigiani dell’atomismo e i sostenitori della continuità.
I meccanicisti sono anche atomisti, i sostenitori della teoria energetica sono
anche inclinati ad ammettere la continuità della materia. Gli atomisti
meccanici non ammettono che atomi e vuoto e riducono tutte le forme di energie
a forme di movimento. I sostenitori dell’energetica ammettono molte forme di
energia e risolvono la stessa materia nell’energia. La teoria atomistico
meccanica è la più antica (risale a Demo¬ crito), ed è anche oggi quella che
conta più seguaci, specie tra quelli che ricercano e sperimentano nei la¬
boratori. La teoria energetica è andata acquistando sempre maggiori proseliti
tra quelli che dagli espe¬ rimenti risalgono alle teorie più generali ed amano
approfondirle. Dopo Cartesio, dopo Galileo che ave¬ vano dato il maggiore fondamento
alla teoria mecca¬ nica, la teoria energetica guadagnò con Newton e con - 208 —
Leibniz, e più specialmente coi moderni Duhem,. Oswald ecc. Quest’ultimo ha
scritto : « quando ricevete un colpo di bastone che cosa sentite, il bastone o
l’energia?». I meccanicisti sostengono che l’energia non è altro che capacità
di lavoro ; e che, sia sotto la forma potenziale, sia sotto la forma cinetica,
è materia e movimento. Se non che i fenomeni di radioattività hanno indotto
profonde modificazioni e portato nuove ragioni alla teoria opposta. L'antitesi
delle teorie si vede anche se si considerano dall’altro aspetto .della
continuità o della discontinuità della materia. La teoria atomica (che è la più
rudemente materialistica) risponde al bisogno dello spirito di riposarsi negli
elementi ultimi dell’analisi ; ma poiché, trattandosi di materia, noi non ci
contentiamo di pensare gli elementi ultimi, ma vogliamo rappresentarceli
sensibilmente, nojn ci riesce di riposarci, l’atomo ci appare come una mole, e
quindi non risponde a quello che il suo nome esprime e noi siamo costretti a
cercare gli atomi degli atomi. Inoltre il meccanicismo come teoria consiste nel
so¬ stituire l’urto all’azione a distanza, perchè il primo sembra più
comprensibile alla nostra esperienza, cosa che abbiamo visto più volte non
essere vera. Quindi per spiegare l’azione a distanza, quando l'urto non è
avvertibile dai nostri sensi, si imagina un mezzo in¬ terposto a traverso il
quale si verifichi. Cosi si crede di spiegare la luce, il magnetismo, l'elettricità,
la stessa gravitazione che manifestano la loro azione negli spazii
intersiderei. Ma si può domandare di nuovo, questo mezzo è o no continuo ? se è
continuo, non si presta alla vostra maniera costruttiva, meccanica di intendere
i fenomeni materiali che richiede atomi e vuoto ; e se è discontinuo, si
riproduce il mistero dell’azione a distanza pel quale tanto vale che la di- —
209 — stanza sia più di un milione di chilometri, come che sia di un
milionesimo di millimetro. Perciò la teoria della materia è destinata ad
oscillare continuamente tra la continuità e la discontinuità, cioè tra la
conti¬ nuità e l’atomismo, tra il dinamismo e il meccanismo. Da qualche
decennio gli entusiasmi per l'atomismo meccanico erano un po’ raffreddati e il
Duhem potè scrivere una termodinamica nella quale ci erano molti integrali e
non ci erano atomi. La grande fortezza del meccanicismo è la teoria cinetica
dei gas ; un gas si mostra animato nelle sue menome particelle da un movimento
centrifugo, per modo che, se altro non si oppone, è capace di riem¬ pire uno
spazio sempre più grande. Così l’aria riempie la campana della macchina
pneumatica sempre allo stesso modo se anche la quantità sua diminuisce con¬
tinuamente, e una vescica flaccida ripiena d aria si gonfia a poco a poco sotto
l’azione della macchina pneumatica, e finisce per scoppiare. Ciò fa pensare che
le particelle sue si allontanino sempre più le une dalle altre. La legge di
Mariotte (densità) e quella di Gay Lussac (calore) esprimono ambedue questo stesso
concetto. Ora quel che è vero dei gas si e trovato poi vero delle dissoluzioni
saline e dei liquidi organici ; le molecole di sale si mostrarono animate dagli
stessi movimenti delle molecole gassose, e le molecole dei liquidi organici
presentarono il fenomeno analogo di movimento, il quale fu detto browniano,
credo, dallo scopritore. Questi movimenti hanno potuto essere misurati, specie
sulle molecole visibili al micro¬ scopio e all’ultramicroscopio, e si è potuto
da essi desumere la velocità e la grandezza delle invisibili ai più potenti
mezzi d’ingrandimento. E da questo modo di misura e da molti altri (che hanno
dato ri- >4 _ Masc'i, Lezioni di Psicologia. 210 sultati concordi), si è
potuto conchiudere che in un grammo d’idrogeno ci sono da 650 a 685 miliardi di
atomi. Del resto si sa che i diversi stati fìsici della materia mutano secondo
che mutano il calore e la pressione, e che perciò tutta la materia può
assumere, con la forma gassosa, quello stato di repulsione delle sue
particelle. Ma non siamo con ciò alla fine dell’analisi. Come una nebulosa, che
ad occhio nudo pare una nebbia continua, si scioglie in punti luminosi, e
questi in sistemi stellari o planetarii, così l’atomo della fisica, della
chimica si scioglie esso stesso in sistemi di ele¬ menti ancora più piccoli. II
domma dell’antica chi¬ mica degli elementi semplici è caduto, ed è risorta in
qualche modo sperimentalmente la teoria della trasformazione degli elementi,
vagheggiata dall'alchi¬ mia. Anche se si vuole tenere in quarantena, come puramente
ipotetica, la teoria dell’unità della materia (una teoria, che ha pur essa la
sua base sperimentale nella teoria dei pesi atomici del Mendelesiff), non si
può negare l’esperienza diretta che risulta dai feno¬ meni di radioattività. Si
è trovato che l 'urtoiio perde continuamente dell 'elio e si trasforma in radio
e che questo, perdendone ancora, si trasforma, dopo parec¬ chie tappe or più or
meno brevi, in polonio e più avanti in corpi semplici senza radioattività. Fin
qui siamo ancora nell’ordinaria teoria atomica, sebbene i lunghi periodi di
radioattività e la perdita quasi infinitesimale di materia facciano pensare ad
atomi sempre più piccoli. Ma i raggi catodici fecero pensare a qualcosaltro. Si
sa che essi si ottengono in grossi tubi o ampolle di vetro perfettamente
chiusi, e nei quali fu fatto il vuoto più completo. Questi tubi sono messi in
rapporto con una sorgente di elettricità 211 per mezzo di due elettrodi. Quando
la corrente passa, il tubo diventa luminoso e brilla di uno splendore verdastro.
Ciò accade perchè l’elettrodo negativo, detto catodo, ha emesso delle
radiazioni particolari, chiamati raggi catodici e sono questi che, percotendo
il vetro, lo rendono luminoso. Che è un raggio catodico? è un getto di
particelle estremamente tenui, cariche di elettricità negativa, che si dicono
elettroni. Studiando 1 azione del magnetismo e dell’elettritìtà sui raggi
catodici, si può misurare la velocità di queste particelle, che e devvero
enorme, cosi come il rapporto della loro ca¬ rica (energia) alla loro massa. Da
tutte queste osser¬ vazioni si conchiude che un elettrone è mille volte più
piccolo di un atomo d’idrogeno. Così si è condotti a rappresentarsi l’atomo
come una specie di sistema solare : al centro un corpo relativamente grande
carico di elettricità positiva, e intorno a questo sole gravitano dei pianeti
carichi di elettricità negativa. Il .primo attrae i secondi, perchè
l’elettricità positiva attrae la negativa. È l’ imagine in piccolo del sistema
solare e della gravitazione newtoniana. Per noi, che vediamo l’atomo da fuori,
esso non pare elettrizzato, perche le due elettricità si bilanciano e si
neutralizzano. Ma con ciò siamo forse oltre la teoria atomica o dinanzi a un
suo spostamento ulteriore? Ricordate quello che abbiamo detto, che mediante
l’azione del¬ l’elettricità e del magnetismo sui raggi catodici si può misurare
la velocità e il rapporto della canea alla massa degli elettroni. Ora da questi
esperimenti si e visto che la massa non avrebbe che un valore rela¬ tivo e non
potrebbe essere più mantenuta in maniera assoluta. Essa (nel senso della
materia ponderabile), non sarebbe costante se non che a delle velocita in¬
feriori a ‘/io della velocità della luce: e diverrebbe 212 una semplice
funzione della velocità al di là di quel1 valore, di quella misura e
aumenterebbe tanto più ra¬ pidamente quanto più si avvicinerebbe alla velocità
della luce. Sicché dunque noi siamo condotti a pen¬ sare l’elettrone come un
atomo di elettricità,, come un’entità energetica, come una passione elettromagne¬
tica dell etere. Non ci sono più dunque gli atomi masse dell’antica fisica e
dell’antica chimica, ma degli atomi- energie in un mezzo continuo che è
l’etere. Cosi la continuità riprende il sopravvento ; e deve essere così,
perchè comprendere significa determinare e questo non è possibile che nel
finito. A questo bisogno sod¬ disfa l’atomismo meccanico ; ma insieme siccome
non si comprende il finito che per l’infinito, e l’ infinito è il continuo, si
è riportati a questo. La materia ponderabile sarebbe dunque uno stato, e,
secondo il Le Bon, una trasformazione della materia imponderabile, e, secondo
questo scrittore, la materia ponderabile si potrebbe trasformare in energia e
l’ener¬ gia in materia ponderabile, salvo restando, rispetto a tale trasformazione,
che niente si crea e niente si di¬ strugge. Il principio, che pareva
inconcusso, della in¬ distruttibilità della materia ponderabile è abbandonato.
Quei modelli meccanici che furono cesi cari all’antico atomismo, sono
abbandonati ; e, come dice il Nerust, dobbiamo considerare come un risultato di
importanza fondamentale il trasporto della teoria atomistica alla concezione
elettro-magnetico della materia. Sarebbe facile trarre dalla nuova teoria della
ma¬ teria delle conclusioni filosofiche e psicologiche, perchè indubbiamente la
teoria energetica è la forma meno materialistica della materia. Ma a parte che
tali con¬ clusioni sarebbero affatto ipotetiche, le necessità gno¬ seologiche
del pensiero incalzano, ed è la necessità — 213 — dell’idea di sostanza, che
rende necessario di ammet¬ tere che l’elettrone sia una forma energetica di una
sostanza imponderabile che diciamo etere. Anche l’etere è una materia, la quale
sebbene non abbia resistenza, peso, può acquistare queste qualità e solo in
causa di queste sue azioni e passioni genera i mondi mate¬ riali e
l’innumerevole serie di enti particolari fino all’organismo umano. Inoltre il
dualismo tra materia e spirito non può essere risoluto da una forma di co¬
noscenza, come è la conoscenza scientifica, che suppone il dualismo tra
conoscente e conosciuto. E siccome, entro i confini del dualismo, lo spirito
non può appren¬ dere la materia che da fuori, così si trova di non poter
risolvere il dualismo in base alla conoscenza scientifica. Deve dunque elevarsi
a un concetto superiore della realtà che la scienza non può dare, se la
soluzione del maggiore dei problemi conoscitivi è raggiungibile. I' CAPITOLO
VII. L’unità psicofisica Come s’è visto, la nuova teoria energetica della
materia, se può giovare a ravvicinare, dal punto di vista dell’uso dell’idea di
sostanza, le due serie di fe¬ nomeni, non potrebbe fornire una spiegazione
causale neppure quella di larvata causalità che è nell’idea di funzione accolta
dal parallelismo materialistico. Il nostro punto di vista è quello della
correlazione, della duplicità reale ; il fatto psichico è la realtà interna, il
fatto materiale la realtà esterna di un’entità in sè una, psicofisica. Tale è
il dato immediato dell’espe¬ rienza, tale è il fatto, Il compito della teoria è
di ren¬ dere concepibile il fatto. Se le discussioni che abbiamo fatto delle
varie teorie mostrano che esse non riescono in questo compito ; non resta che
il punto di vista che abbiamo indicato, cioè la teoria della correlazione e
della potenziazìone pro¬ gressiva dello spirito. La teoria del doppio aspetto ,
ren¬ dendo fenomeniche le due serie, torna alla teoria me¬ tafisica del monismo
neutro e non rende ragione della — 2l6 — duplice apprensione. Bisogna
considerare dunque le due serie come reali e come collegate tra loro non da una
legge causale, che non sarebbe concepibile, ma da una legge di coesistenza.
Molte sono, nella nostra esperienza, le leggi di coesistenza che non sono per
noi leggi causali, e ce ne sono di gravi diversi, dalle coesistenze particolarissime
alle generali e alle generalissime. E ci sono leggi di coesistenza non causale
cosi nell’ordine dei fatti ma-' teriali, come in quello dei fatti spirituali.
Ma delle coesistenze particolari e di quelle generali, anche se non possiamo
darcene una spiegazione causale, pos- simo pensare che dipende da un difetto
delle nostre conoscenze e che potrebbe aversi da un progresso ulte¬ riore delle
medesime, P. es. l’oro ha queste proprietà: peso specifico 19,3; cristallizza
nella forma cubica; fonde a 1200 c, ; ha color giallo; si combina chimica¬
mente cosi e così. Ignoriamo le cause di questa coesi¬ stenza di proprietà ; ma
non abbiamo nessuna ragione di ritenere che essa non si potrebbe spiegare
causai mente. Ma non è così se e a misura che procediamo dalle coincidenze
particolari alle generali e da queste alle primarie. La possibilità che le
coincidenze siano causali scema nella misura che ci avviciniamo alle
coincidenze primarie, e cessa del tutto per queste, Ci possiamo ripromettere di
spiegare causalmente le coesi¬ stenze di proprietà più generali, p. es. quella
tra il peso atomico e il calore specifico dei corpi semplici ; ma non possiamo
pensare alla spiegazione causale delia coesistenza delle proprietà più generali
della materia, l’energia e il peso, l’impenetrabilità e il movimento. Nè
diversamente va la cosa nell’ordine dei fatti spirituali. In questi tutti i
fenomeni particolari sono complessi e ci presentano uniformità di coesistenza
risolubili in uniformità causali. Ma, se risaliamo alle origini, troviamo delle
forme rappresentative irriduci¬ bili, come le forme dell’intuizione (tempo e
spazio), e le forme del pensiero (categorie) ; troviamo irreducibili le diverse
forme di sensazioni ; e così quelle primitive delle emozioni, la paura, la
collera, la simpatia. E se procediamo ancora più oltre, non possiamo fare
nessuna riduzione dell’attività rappresentativa, emotiva, volitiva, e le
dobbiamo considerare come elementi del riflesso psichico primitivo. L’unione
dell’anima e del corpo è un rapporto generale di coesistenza, constatato in
tutta la vita ani¬ male e che possiamo pensare ancora più generale, se il fatto
psichico non si pensa possibile nella sola forma nella quale si presenta nella
nostra esperienza. Questo rapporto non può essere causale nel senso che uno dei
due termini sia causa dell’altro, perchè ciò sarebbe in contraddizione con
l’equazione qualitativa della causa¬ lità. Non può essere causale nel senso che
le due realtà derivino da una realtà unica ulteriore, perchè siamo incapaci di
concepire una realtà simile. Se la sostanza è 1’ unità delle proprietà, dove
mancano queste non si può far uso di quell’idea. La realtà ci si presenta sotto
queste due forme reali ; non potremmo negare il fatto per questo che i nostri
tentativi di riduzione falliscono. Ci si presentano come una sola realtà, cosi
come sono un mondo solo quello dello spazio e del tempo, della materia e
dell’energia ; ci si presentano come esseree coscienza di essere; perchè
dovremo negare la loro unità? Non ci è nessuna inintelligibilità in questa eoe
sistenza, e il ricorrere alla teoria del doppio aspetto, all’illusione di
ottica mentale, non è necessario e non risolve il problema. Se non che una
difficoltà c’è, e non varrebbe dis- - 218 simularsela. Posto pure che le due
realtà sieno con¬ giunte da una legge di coesistenza, si può domandare se anche
le loro singole causalità si debbono pensare come coesistenti soltanto, e
perciò come separate e non comunicanti. Se le dobbiamo considerare cosi, non si
vede nes¬ suna ragione della loro variazione correlativa. E si badi che questa
ragione manca, anche se le consideriamo come serie separate derivanti da
attributi diversi della stessa sostanza incognita. Il rapporto di variazione
correlativa non può aver luogo che in due casi ; che tra i due ci sia rapporto
causale ; che la serie causale sia in realtà unica. Abbiamo esclusa la prima
ipotesi, che è quella della causalità reciproca ammessa dal dualismo non
ostante l'eterogeneità; non resta che la seconda. Una realtà psicofisica non
può avere che una causalità psicofisica. Ma siccome le due causalità, come
quelle che sono oggetto di due apprensioni diverse, sono nell’apprensione
diverse, la loro unità reale diventa dualità e ìrreducibilìtà mentale. Da ciò
s'intende che se il punto di vista della du¬ plice apprensione, del doppio
aspetto, non serve per spiegare le due serie, perchè è costretto di negarne la
realtà, serve per spiegare la loro irreducibilità mentale, lasciando intatta la
correlazione. Siccome nel passag¬ gio dall’una all’altra serie accade un
mutamento com¬ pleto di percezione dell’oggetto, ci pare di vedere dal- l'una
all'altra due cose affatto diverse e con l’unità oggettiva dell’esperienza si
accompagna l’eterogeneità maggiore che il nostro pensiero contempla. Come il
calore e la luce, il calore e la repulsione molecolare, il numero delle
vibrazioni e l'altezza del suono, sono qualità irreducibili e correlativamente
variabili di un fatto in sè unico, così sono il fatto cerebrale e il fatto —
219 - psichico. Le sensazioni sono tra loro irreducibili e irreducibili con lo
stimolo, ma non perciò sono in loro stesse delle realtà diverse o indici di
realtà diverse. La nostra mente tende alla riduzione ed ogni sua spiegazione
scientifica prende questa forma. E sta bene, ma ogni riduzione ha. un limite e
non può essere pro¬ seguita indefinitamente. P. es. la gravità e la coesione,
la gravità e l’urto, la gravità e le forze che si sono dette correlative perchè
tendono ad equilibrarla, quali il calore, le attrazioni elettriche e magnetiche,
sono tra loro irreducibili. P. es. la gravità e la coesione hanno qualità
diverse. La prima è una proprietà generale della materia, la seconda no ; la
gravità è eguale per quantità eguali di materia di qualunque specie, la
coesione no ; la gravità è in ragione inversa dei qua¬ drati delle distanze, si
estende a distanze infinite, è indistruttibile e invariabile, la coesione non
ha nes¬ suna di queste proprietà. La riduzione quindi sarebbe illusoria.
Neppure sarebbe possibile di ridurre la gra¬ vità all’urto. Ambedue hanno in
comune di mettere i corpi in movimento, ma la gravità agisce a distanza, l'urto
agisce per contatto e per repulsione atomica. Si è creduto che qualora non si
potesse ridurre la gravità all’urto, ci dovremmo arrestare di fronte a un mistero
; ma non sono meno misteriosi la repulsione atomica e il trasporto di movimento
da un corpo al¬ l’altro. Noi crediamo questo più intelligibile, ma solo perchè
è più ovvio, perchè ne facciamo un’esperienza continua con la nostra azione
muscolare. Come in questo ordine di realtà rinunziamo alla riduzione, quando
essa è impossibile, senza perciò negare l’unità della realtà a cui le proprietà
si riferi¬ scono ; così ci dovremo contenere in rapporto ai fatti psichici e
fisici. Dovremo cioè rinunziare alla riduzione — 220 — mentale, ed accettare la
reale, che ci è data dall’espe¬ rienza. Ed allora non domandaremo in che modo
l’una operi sull’altra, perchè questa domanda non ha senso per una realtà che è
una. Quelli che professano la teoria del parallelismo oscil¬ lano continuamente
tra il punto di vista fenomenistico e il realistico, tra l’ irreducibilità e la
compenetrazione delle serie. Noi siamo per 1’ unità e per la compene¬ trazione
reale e per la duplicità e separazione percettiva. E non crediamo che la correlazione
e 1’ unità psicofisica importino che ci sia una corrispondenza puntuale, per
cui bisogni ammettere per ogni stato psichico uno stato cerebrale avente uno
speciale significato per esso. Tutta la correlazione è eterogenea per le due
forme di per¬ cezioni, l’interna e l’esterna. E se è vero che le forma¬ zioni
psichiche sono progressive e sempre più differen¬ ziate (p. es. le leggi
logiche del pensiero, e la finalità morale), e che si organizzano in loro
stesse, ciò si¬ gnifica solo un incremento di eterogeneità nelle stesse
quantità fondamentali. Cosicché il fatto fisiologico è, rispetto al fatto
psichico, senza significato dal principio alla fine sebbene i due siano
connessi. La correlazione non vuol dire che questo: che un’azione cerebrale è connessa
sempre nella nostra esperienza con un’azione psichica, perchè sono realmente
uno e mentalmente irreducibili, come la percezione interna e l’esterna, e gli
oggetti dell’una e dell’altra. ò t-’ * ^ ^ ^ ^ CAPITOLO Vili. L’unità della
causalità psicofisica Noi dobbiamo dunque ammettere, conformemente
all’esperienza e nel campo psicologico, l’unità psico¬ fisica, una realtà
unica, che presenta due serie reali di fatti in istretta correlazione tra di
loro. Il primo punto delia nostra teoria è l’unità reale e la duplicità reale;
il secondo è la correlazione e questa è riprova del- 1’ unità dal punto di
vista teorico, perchè solo se le due serie sono la stessa serie s’ intende che
le varia¬ zioni debbano essere correlative. La duplice percezione, interna ed
esterna, non è ragione della duplicità delle serie né è effetto ; ma è invece
causa della irreducibilità mentale delle due serie e quindi ci obbliga a
tenerle distinte nella ricerca causale, perchè ogni passaggio dall'una
all’altra serie sarebbe inintelligibile. La du¬ plicità reale nell’unità reale
ci è data dall’esperienza e confermata della correlazione ; la duplicità
percet¬ tiva, l’isolamento delle percezioni e delle serie per¬ cettive,
soggettiva e oggettiva, è causa ineliminabile, e perciò insuperabile, della
loro separazione causale nella nostra niente. Cotesta duplicità mentale è per
la mente un fatto ultimo che nessuno progresso della conoscenza umana potrebbe
mai eliminare, perchè ha ragione nella duplice percezione. Non si tratta di sa¬
pere nè come la materia genera il pensiero nè come questo genera azioni
materiali. Porre cosi il problema è renderlo insolubile perchè le idee di
materia e spi¬ rito sono generalizzazioni unilaterali delle serie per¬ cettive,
astrazioni nostre. Con siffatte astrazioni dis¬ solviamo l' unità reale che
l’esperienza presenta e poi ci proponiamo di ricavare di nuovo da queste
astrazioni l’unità. Dalla duplicità percettiva conchiu¬ diamo alla duplice
sostanza e dalla duplice sostanza alla duplice causalità e poi vogliamo che le
due cau¬ salità operino 1* una sull’altra. La conoscenza non può risalire di là
dalla duplice percezione, perchè sarebbe andare di là da sè medesima, elevarsi
al disopra del¬ l’ombra sua. Se la teoria vuol restare nei limiti del¬
l’esperienza, non deve negare l’unità, che è un dato dell’esperienza; e non
deve affermare della realtà una natura diversa da quella che è data dalla
duplice per¬ cezione. Riporre l’essenza nell’uno o nell’altro dei con¬ tenuti
percettivi o in un tertium. quinti, che non si sa che cosa sia, o separare per
astrazione e sostantiva- zione i due Contenuti per poi distillarsi invano il
cer¬ vello a concepirne l’azione reciproca, è opera vana conoscitivamente. La
separazione mentale dei due contenuti percet¬ tivi è assoluta, come è assoluta
la separazione delle due percezioni, ma altrettanto è costante nell’esperienza
l’unità reale. E non solo perchè essa ci presenta soltanto sog¬ getti chè sono
psichici e fisici insieme ; ma anche perchè le due percezioni ci danno il tutto
ciascuna nella 223 forma o nel linguaggio che le è proprio. Lyesperienza
difatti è una, ed è uno il suo oggetto. Se questo si consi¬ dera, fatta
astrazione dal soggetto conoscitore, consiste in una moltiplicità di sostanze
particolari in azione reciproca tra loro, che diciamo corpi. Se invece si
considera come contenuto dell’esperienza del soggetto, si risolve in uhq, serie
di stati di coscienza. La perce¬ zione esterna ci dà, nella forma che le è
propria, tutta la realtà; e la stessa cosa possiamo dire della percezione
interna, in quanto ad essa appariscono tutti gli stati di coscienza anche
quelli della percezione esterna. Bisogna dunque tener fermi questi punti ;
nella realtà la duplicità è nell’ unità, nella conoscenza, per la duplicità
della percezione, l’unità non è direttamente appresa e, intervenendo il lavorio
dell’astrazione, l’unità è costruita sulla diversità (materialismo, spiri¬
tualismo, monismo neutro) ; ovvero è negata con la co¬ struzione di due
sostanze (dualismo). Ma se la correla¬ zione (che è un altro dato indubitabile
dell’esperienza), non può essere spiegata causalmente, non resta che 1’
indentità. Questa pone come reale anche un’ unica causalità, la quale però
appare diversa alle due perce¬ zioni che la esprimono ciascuna in un linguaggio
pro¬ prio, che non è traducibile in quello dell’altra. Perciò dal punto di
vista mentale la conoscenza causale di un termine qualunque di una delle serie
deve essere cercato negli antecedenti della stessa serie. L’ impenetrabilità
delle due serie non può significare che questa loro separazione percettiva, e
per conse¬ guenza mentale. Se invece la separazione si prende in senso assoluto
sono inevitabili le antinomie, sia che le serie si ripor¬ tino ad una stessa
sostanza ignota, sia che si riportino a due sostanze eterogenee. Perchè
nell'uno e nell’altro caso riesce inesplicabile la variazione correlativa non
essendoci ragione assegnabile del variare correlativo delle azioni e passioni
di due sostanze e neppure delle proprietà oggettivamente correlative di una stessa
soi stanza. Se invece le due serie causali sono una sola, distinta come ad es.
la materia e la forza, se la coscienza e il corpo sono lo stesso aspetto
psicofisico, anche la causalità psicofisica può essere una correlazione ed è
spiegata. E insieme la causalità stessa appare alla mente come duplice e
irreducibile. Non è dunque esatto affermare che l’atto di impu¬ gnare una spada
abbia due cause, la forza nerveomu- scolare e la volontà, e che queste due cose
siano sepa¬ rate o, come si dice, parallele. Sono una sola causalità bifronte,
solo percettivamente separate e perciò correla¬ tive. La difficoltà deriva dal
considerare la volontà come una causa separata, in qualche modo esterna alla
forza nervosa, ed operante su questa da fuori, sia col pro¬ durne l’impulso o
l'arresto, sia nel determinarne sol¬ tanto la direzione. Perchè in questi casi
ci è creazione o annullamento di forza o aggiunta di una componente psichica
alle componenti fisiche nella direzione della forza nervosa. Che la volontà sia
tra gli antecedenti causali del movimento volontario è fatto non contesta¬ bile
empiricamente; cosi pure l'emozione è tra gli antecedenti causali della sua
espressione somatica. Similmente, se il principio della conservazione del¬
l’energia è vero, quegli stati fisici debbono dipendere, in questa loro
qualità, integralmente da quantità pree¬ sistenti di forza fisica. Ebbene da
ciò segue per dedu¬ zione inoppugnabile ; che la causa fisica e la psichica,
sebbene diversissime nell’apparenza mentale, sono in realtà una stessa causa.
Da ciò si vede come si debba intendere la causa- 225 — lità psichica rispetto
alla fisiologica. Se si ammétte che 1’ innervazione centrale è la causa del
movimento del braccio, si deve ammettere che la volontà, che è uno in realtà
con l' innervazione centrale, ne è stata causa. Alla causa nella sua integrità
appartengono l’una e l’altra, perchè ambedue sono aspetti dello stesso pro¬
cesso reale. Quindi è ugualmente vero affermare che l'innervazione centrale è
stata causa del movimento del braccio, come ne è stata causa la volontà ; ed è
egualmente erroneo affermare che solo l’una o l’altra delle due cause hanno
determinato l’effetto. Nel primo errore incorre il materialismo e nel secondo
il dualismo. È egualmente vero che la mano dell’artista è diretta dall’ idea
dell'opera sua, come che è retta dai processi cerebrali che sarebbero il lato
fisico di quell’idea per un osservatore esterno che fosse in grado di
discernerlo. L’interpretazione fisica o psichica del fenomeno psi¬ cofisico
dipende dalla natura della percezione, che. serve di base all’ interpretazione.
Ma occorre tener pre¬ sente che il fisiologo e il psicologo non danno che due
interpretazioni diverse dello stesso fatto. Se è così, sic¬ come quel processo
che per la percezione interna appare come volizione, appare come moto per la
percezione esterna, è inesatto pensare che il fatto avrebbe potuto anche
avvenire, se fosse mancato il fatto psicologico e non avesse agito se non che
il giuoco delle forze fisiche, perchè ciò equivarrebbe a pensare che l’effetto
avrebbe potuto essere prodotto da una causa inadeguata. Ma nella dottrina
dell’identità nè Napoleone avrebbe po¬ tuto dormire durante la battaglia nè la
madre essere uccisa dalla lettura del telegramma annunciarne la morte del figlio
per l’azione solamente fisica di esso. Questa teoria trova una conferma nel
fatto che la psicologia e la fisiologia (quella dei centri nervosi) 13 — Mascx,
Lezioni di Psicologia. - 226 — si illustrano a vicenda. Ci è una parte della
psicologia, anche al disopra della sensazione, cioè il riflesso psi¬ chico,
l'associazione, la memoria, l’abitudine e la stessa percezione, e cosi le
emozioni, l’attenzione, la volontà, quasi tutta la psicologia individuale, che
pre¬ stano importanti contributi alla fisiologia dei centri nervosi. Quasi ogni
teoria fisiologica dei centri psi¬ chici superiori è un’ inferenza dal dominio
della psi¬ cologia a quello della fisiologia. Quasi ogni descrizione dei
processi cerebrali psicogenetici è una traduzione dal linguaggio della psicologia
in quello della fisiologia. Ora ciò non avrebbe senso se ci fossero in presenza
due sostanze eterogenee. Perchè gli archi diastaltici, perchè le
localizzazioni, le commessure intracorticali, i centri dei movimenti volontarii
dell’attenzione, del¬ l’ideazione e le loro connessioni? e perchè le lesioni
delle strutture e l’ impedita funzione fisiologica è ac¬ compagnata dalla
perturbazione della funzione psichica ? Il dualismo non vede che se si tratta
di due sostanze diverse loto genere, la struttura e la funzione dell’una non
hanno senso per quelle dell’altra ; e se si vuole, ciò non ostante, dare ad
esse un senso, quello della ma- * teria per la psiche, si scivola senza
accorgersene nel materialismo. Cosi l’anatomia e la fisiologia del sistema vascolare
spiegano la circolazione del sangue, ma san¬ gue e vasi sono materia. Non
altrimenti Cartesio aveva immaginato la circolazione degli spiriti animali a
tra¬ verso le cellule e le fibre nervose, mostrando col fatto come l'assertore
principale del dualismo dal punto di vista filosofico, scivolasse
involontariamente e incon¬ sapevolmente nel materialismo. Bisogna dunque ele¬
varsi a un concetto superiore della sostanza nel quale la coscienza e il corpo
sono nel rapporto di interiorità dinamica temporale e di esteriorità meccanica
spaziale 227 - per rendersi ragione della correlazione. I due poli del pensiero
sono le categorie di sostanza e di causa e questa dualità gnoseologica si
ripete nelle forme del- l' intuizione, tempo e spazio, e materia e forza e quindi
anche in quella di 'anima e corpo. E come la materia si risolve nell’energia,
cosi la psiche si risolve nella coscienza e nell’autocoscienza, e mentre la
prima par che neghi in quella risoluzione la sua sostanzialità, la seconda la
conquista nell’autocoscienza, e mostrano che sono momenti del processo
evolutivo della realtà che va dall’energia primitiva allo spirito. Tutto quello
che possiamo fare per comprendere la correlazione è di cercare nel concetto
psicofisico del reale l’unità; non potremmo certamente domandare ancora perchè
la realtà è tale, o almeno non potremmo dare a questa domanda una risposta
causale, perchè do¬ vremmo eccederne i limiti, ma solo una risposta fina¬
listica mostrando che ogni valore della realtà è nella sua essenza spirituale. Se
la realtà è concepita cosi, non ha fondamento il timore che lo spirito diventi
prigioniero della ma¬ teria e sia in certo modo meccanizzato. Il- vero è il
contrario, è la materia che ne viene spiritualizzata e perciò avevo ragione di
affermare che la teoria psico¬ fisica è una teoria spiritualistica. Perchè la
funzione direttrice dell’evoluzione della realtà appartiene sempre al fatto
interno, dinamico, di ordine superiore e non al fatto esterno, meccanico, di
ordine inferiore. Mai in tutto lo sviluppo della realtà è determinante e diret¬
tivo il secondo. Sono le energie che determinano le strutture, è la gravità che
aggrega la materia nei mondi, sono le forze fisiche che ne determinano gli
stati, sono le forze chimiche che ne determinano le combinazioni, è la
morfologia (il potenziale formativo) - 228 che fa la biologia. E principio
determinante, formativo superiore, è la psichicità. Questa, nel grado
dell’auto¬ coscienza, conquista la sua autonomia, il suo essere per sè, fa il
suo mondo individuale, fa il suo mondo comune, in una parola quello che diciamo
il mondo dello spirito. Non è quindi l’unità con la materia che può convertire
lo spirito in automa, ma viceversa è la psiche che fa della materia lo
strumento dello spi¬ rito. Con l’autocoscienza lo spirito sta solo con le
radici nel mondo materiale, ma si sviluppa e si organizza in se stesso dal
momento dell’autocoscienza in su. Ma anche P imagine delle radici e dell’albero
è inadeguata, è una sopravvivenza della forma primitiva del pensiero che è intuitiva,
esteriorizzante. Più propriamente pos¬ siamo dire che con l’autocoscienza la
coscienza diventa autonoma e conquista il fondamento del suo sviluppo ulteriore
autonomo. Nei limiti dell’esperienza questa autonomia non è mai assoluta,
perchè noi non abbiamo l’esperienza di una realtà puramente spirituale. Ma non
è possibile negare recisamente che di là dell’esperienza ciò possa accadere.
L’io ha tutti i caratteri della sostanza e si può separare dalla matrice della
natura. Si può separare non solo in idea come crede l’idealismo, ma anche
realiter. È la pura possibilità, è la probabilità desunta dalla direzione
dell’evoluzione quello che la filosofia può affermare. E questa affermazione
vai più della affermazione idealistica che è, come si direbbe, teoria
platonica. E vai più dell’affermazione dualistica che conquista troppo a buon
prezzo l’autonomia, cioè col semplice giuoco dell’astrazione che pone una so¬
stanza = x oltre l’autocoscienza. I CAPITOLO IX. L’Inconscio I. — Se non che
l'esperienza pare contraddica a questo modo di concepire il rapporto tra anima
e corpo come unico realmente e realmente bilaterale nella forma della coscienza
e dell’organismo, oggetti relati¬ vamente l’una della percezione interna,
l’altro del¬ l'esterna, e concepire come unica la serie causale, e solo
mentalmente irreducibile. E la contraddizione deriva dall' intermittenza della
vita psichica rispetto alla somatica e specialmente dal- l' intermittenza della
coscienza. Questa intermittenza ci pone dinanzi al problema dell’inconscio
causa di tante dispute. La domanda si può proporre anche così : la legge di
continuità è applicabile ai fatti psichici come ai fisici ? e in che limiti ?
L'esperienza immediata ci dà la serie psichica come doppiamente discontinua ;
come cioè discontinua in sè stessa perchè la mostra piena di interruzioni, di
lacune, come una luce che ora brilla ed ora si spegne con varia alternativa ; e
come disfcon- 230 tinua al principio e alla fine perchè condizionata ad una
certa forma di esistenza della materia, la vita, e neppure coestensiva con
essa. Nell’ipotesi dualistica la discontinuità della serie psicologica rispetto
alla serie fisica cerebrale significa solamente assenza di azione reciproca. La
continuità della vita psichica indivi¬ duale è ammessa in base al concetto
dell’anima so¬ stanza. Ma nell’ipotesi monistica se essa non vuole abbandonare
il fondamento dell’esperienza, la discon- tinutà conduce direttamente
all’ipotesi materialistica che non riconosce causalità se non che alla serie
fisica. E la continuità, se deve essere ammessa, conduce ad ammettere anche l’
inconscio psichico e a ricercare fino a qual punto può essere estesa la
correlazione psicofisica. Ma esiste l’inconscio psicologico? come si può
pensare che ciò che non è consapevole sia psichico ? non è la psichicità
definita dalla coscienza? Pare dun¬ que che l’inconscio psichico sia una
contraddizione nei termini, quella contraddizione che il Fortlage espresse più
perspicuamente con l’altra frase equiva¬ lente Latenza della coscienza. Il Brentano
ha fatto os¬ servare che voler ristabilire la continuità della causa¬ lità
psichica mediante l’ inconscio è opera vana, perchè della causalità dell’
incoscio nulla possiamo sapere. 11 Jodl ha sostenuto, che ciò che non è
psichico, cioè cosciente, è fatto puramente cerebrale. L’esistenza di una sfera
dell’inconscio è innegabile. Perchè buona parte della vita consapevole è pro¬
dotto del lavorio che si opera nella sfera dell'incon¬ sapevole ; ma quel
lavorio non è psichico, è fisico, è pura cerebrazione incosciente come la
chiamò con ruvida frase materialistica il Carpenter. Se l’inconscio si prende
per un’entità psichica, si crea un non-ente. — 231 Solo la serie fisica è
continua ed è essa che è la base di tutte. La distinzione del conscio e
dell’inconscio non vuol dire altro che questo : che ci sono processi cerebrali
che sono accompagnati da coscienza e altri che non lo sono ; e che l’essere o
no accompagnati da coscienza ha causa da essi soltanto. La coscienza è l'ultima
funzione vitale dell’essere fisico organico e sta ad essi come la fioritura
alla pianta. Come si vede, la negazione dell’inconscio, come fatto psichico,
riconduce a! materialismo (3 al dua¬ lismo). Pure questa decisa negazione
dell’inconscio non trova il plauso della maggioranza dei psicologi oggi e
neppure dei fisiologi. J^e&ipon, Mach, Poincaré, Le Roy, Ostwald,
specialmente il Myers ed altri (p. es. il Iantes), ammettono l’inconscio come
fatto psichico. Noi siamo con questi ed eccone le ragioni. Si sa che la
coscienza è un campo di ampiezza circoscritta, a zone concentriche, le quali
vanno dalla maggiore chiarezza ed attualità alla maggiore oscurità e
potenzialità. Come nel campo visivo, a misura che si procede dalla macula flava
all’ ora serrata della re¬ tina. diminuisce la chiarezza della visione e della
percezione dei colori e delle forme, cosi accade della coscienza. Non ci è una
linea netta di separazione tra il conscio e il subconscio (sostituiamo la
parola sub¬ conscio alla parola inconscio per eliminile la contrad¬ dizione verbale)
; il limite è mobile, ed è relativo al grado di coscienza proprio di ciascun
essere cosciente. Qualcuno lo ha rappresentato come una specie di diaframma
permeabile che permette al cosciente di diventare subcosciente e al
subcosciente di diventare cosciente. Insomma, fermo restando la conscienzialità
come caratteristica degli stati psichici, questo carattere si deve concepire
come avente gradi indefiniti di chia- 232 — rezza tanto soggettiva che
oggettiva. Il subcosciente, nel senso oggettivo, è quello che non é presente
alla coscienza iperliminale, ma è presente ad una coscienza subliminale. La
coscienza soggettiva varia come varia Soggettiva e la subliminale e l’
iperliminale coesistono perchè sono una sola coscienza, di cui rappresentano
soltanto gradi diversi. Di gradi di coscienza dal punto di vista soggettivo ne
abbiamo tanti quanti sono i gradi dell’animalità, dalla coscienza umana a
quella dei mammiferi superiori, da questa a quella delle varie forme dei
vertebrati e poi degl’invertebrati fino alle più oscure dei protozoi. Ora, in
un certo senso, questa gradazione che la scala animale ci presenta distinta-
mente, può esistere in una coscienza superiore con¬ giuntamente e, s’intende,
in ciascuna fino al grado che occupa nella scala animale. In un altro senso il
Myers, nel libro postumo, «L’umana Personalità», ha detto che il nucleo
fondamentale di questa è rappresentato dal subcosciente. Da questo io
subliminale derivereb¬ bero le nostre tendenze il nostro temperamento ed anche
il genio. Questo sarebbe costituito dall’emer¬ genza (nel dominio della
consapevolezza delle idee coscienti) di altre idee, alla elaborazione' delle
quali la coscienza iperliminale non ha preso parte e che si sono formate nelle
profondità della subcoscienza. Il Poincaré scrive nel suo libro sull’
Invenzione matema¬ tica: « Le subitanee illuminazioni scientifiche sono il
prodotto di un lungo lavoro anteriore subcosciente. E quando uno scienziato si
riposa dopo un lungo sforzo riuscito vano per risolvere un problema e trova,
dopo il riposo, quasi improvvisamente la soluzione, è il subcosciente che ha
lavorato per lui ». Egli stesso nelle invenzioni di certe funzioni matema¬
tiche (dette fuchsiane ) diede un esempio di questo genere. r — 233 —
Cominciamo prima dallo studiare il subcosciente dal lato oggettivo. Se
troveremo che le leggi che regolano le formazioni dei gruppi rappresentativi e
in generale dei gruppi psichici coscienti e subcoscenti sono le stesse e che
uno stesso gruppo coscienìfe con¬ tiene elementi subcoscienti al posto preciso
che avreb¬ bero avuto se fossero stati coscienti, l’identità della > loro
qualità psichica sarà provata. Un gran numero di esperienze prova che un’ idea
non presente può entrare come elemento di una sintesi cosciente e dare al ri¬
sultato una qualità, che senza di essa non avrebbe. Le percezioni sono stati
psichici relativaqiente complessi, che importano il riferimento di un oggetto
alla sua classe ; ma questo riferimento non è consapevole. Molte percezioni,
come quella della terza dimensione, sono miste di inferenze varie e tutte
subcoscienti. Il ricono¬ scimento che accade nella memoria importa il paragone
di una percezione attuale con una passata, che nel momento non esisteva più
allo stato consapevole. Lo sforzo meccanico ha una direzione nell’inconsapevole;
tanto vero che talvolta lo sforzo è vano. E pure se desistiamo dallo sforzo, la
memoria si produce istan¬ taneamente, come se la riuscita dipendesse da un
ostacolo posto dal conscio al subconscio. Prova evi¬ dente che il dinamismo
della vita psichica continua anche fuori della coscienza attuale. Più evidente
ancora è la prova di tale continuazione nel campo logico. Sono innumerevoli i
casi che la storia della scienza ci presenta di soluzioni di problemi difficili
presentatisi improvvisamente alla mente degli scienziati, quando essi,
affaticati dall’inutile sforzo di risolverli, non ci pensavano più. Trattasi
nelle percezioni, come nel¬ l’ordine logico, di integrazioni psichiche accadute
nell’ inconsciente e che possiamo riprodurre consape- 234 — volmente ; come fa
ii psicologo per le integrazioni percettive così fa lo scienziato pei problemi.
E non soltanto possiamo avere prodotti consci di un lavoro psichico inconscio,
ma anche connessioni di termini esterni di cui abbiamo coscienza mediante termini
medi dei quali non abbiamo coscienza. Ne sono esempio tutti i fenomeni di
abitudine naturale, come il camminare, il leggere, lo scrivere, il parlare;
artificiale, come il ballare, il cantare, il suonare, il par¬ lare una lingua
diversa della materna. Ma non si tosto, negli atti abituali, accade qualche
cosa di anormale, la connessione inconsapevole ridiventa consapevole. Noi ci
avvediamo che le nostre azioni abituali sono bensì fuori del dominio della
volontà cosciente, ma in com¬ penso sono regolate da una sensazione direttrice,
la quale solo quando è perturbata arriva alla coscienza. In un ordine superiore
i grandi intelletti scientifici sono caratterizzati da questa integrazione
subliminale del faticoso lavoro della scienza. E in Arte chi para¬ gona il
processo ricostruttivo del critico con quello dell artista vede subito quanto
vi sia di subconscio nel secondo. Nè la volontà nè il carattere si sottraggono
all’azione dell’inconscio. Molte volte ndn sappianio renderci ragione delle
nostre azioni, ma la riflessione ritrova le ragioni occulte e non confessate a
noi me¬ desimi. L’Hòffding ha fatto rilevare perspicuamente il fatto della
continuazione del dinamismo psichico consape¬ vole nell’ inconsapevole per una
specie di energia psi¬ cologica che fa sì che il secondo sia la continuazione
del primo. E viceversa lo stesso dinamismo inconsa¬ pevole può riuscire ad un
nuovo dinamismo consape¬ vole. Il fenomeno accade così negli individui come nel
popolo e produce effetti che solo la ricerca indi- 235 — viduale e sociale può
spiegare. Chi ignora la forza delle credenze della fanciullezza? chi ignora la
forza delle credenze secolari anche su coscienze del tutto mutate e che le
hanno consapevolmente rigettate ? Si sa che le rivoluzioni non hanno effetti
durevoli, almeno in un primo tempo, e che le ragioni dell an¬ tico le seguono.
Esse cominciano p4er distruggere solox il conscio, le correnti inconscie
seguitano a fluire come se non fossero disturbate da quel moto superficiale, e
finiscono per sopraffarlo. Erodoto (IV, 3-4) racconta degli schiavi degli Sciti
che essendo i loro padroni assenti per guerre molti anni, essi ne sposarono le
donne e ne ebbero figlioli ; tornati gli Sciti trovarono nuove generazioni che
non riuscirono a domare con le armi ma domarono coi flagelli. 11 racconto può
essere favoloso, ma la favola qui cela una verità psicologica. È noto il detto
di Pascal : « volete fare gli uomini re¬ ligiosi ? fate loro seguire
costantemente le pratiche del culto ». Ogni religione del resto pratica questo
precetto. E lo praticano in altro modo i conquistatori, quando vogliono
assimilarsi i popoli conquistati. La regalità, come la milizia, come il
sacerdozio, crea l’ incosciente mediante il cosciente. È possibile che si
producano parallelamente due serie psichiche, una consapevole e un altra sempre
meno consapevole fino a diventare inconsapevole. P. es. la tessitrice che
compie il suo lavoro e segue il filo delle sue rimembranze; l’operaia che
lavora e canta, chi legge e pensa ad altro. Talvolta quello che si è prodotto
nel nostro spirito inconsapevolmente può diventare consapevole. Difatti è
possibile ricor¬ darsi di qualche cosa di cui non abbiamo avuta una percezione
attuale cosciente. Più specialmente l’azione della vita subcosciente N. — 23 6
— si scorge nella genesi dei sentimenti, odio, gelosia, simpatia, specialmente
l'amore. Perciò questo ha un non so che di misterioso. Non si può, per lo più,
ragionare col sentimento ; ma la riflessione può riuscire in tal compito e ciò
prova che l’incosciente genera¬ tore fu psichico. Dicasi lo stesso delle
irruzioni subi¬ tanee dei sentimenti. E possibile che una impressione che per
ragione della sua poca intensità non è capace di arrivare alla coscienza, vi
arrivi per l’aiuto di stati di coscienza non attuali. Sui fatti accertati di
questa specie si fonda la legge della relazione psichica dello stimolo, che
opera tanto nella veglia quanto nel sonno. P. es. allorché siamo ih mezzo ad
una gaia conversazione rumorosa o fortemente intenti a qualche cosa, mille
impressioni possono passare inavvertite non però una, relativamente poco
intensa, ma che molto c’in¬ teressi come l’appello sommesso del nemico o del- 1
amante. Dunque una sensazione inconscia può arri¬ vare alla coscienza per via
della sua connessione con altri stati psichici inconsapevoli relativamente più
in¬ tensi degli altri (anch'essi inconsapevoli), ma più di essi vicini all
attualità. L'inconscio psichico ha dunque un valore positivo se può essere una
quantità che ag¬ giungendosi ad un’altra quantità (anch’essa di stato
inconscio), può far pervenire questa al grado di con¬ sapevolezza. Dunque non è
un puro negativo, ma un positivo psichico. Gli esempii del sonno sono anche più
convincenti, cosi una parola indifferente susurrata all’orecchio del dormiente
non lo desta, ma il gemito, anche sommesso, del bambino desta la madre.
L’Hòfl'- ding riporta il caso dell’avaro che soleva dormir sodo, ma che si
destava subito se gli era posta nella mano una moneta. E l’altro dell’ufficiale
di marina che aveva — 237 sonni profondi, ma si destava subito se si ripeteva
sommessamente al, suo orecchio una parola o si fa¬ ceva, anche sommessamente,
risuonare un suono- segnale. Questa addizione di stati incoscienti in uno stato
cosciente che ne è il prodotto, può risolvere, secondo Hòffding, il paradosso
psicologico che la coscienza, la quale importa distinzione e relazione di più
elementi, sia nondimeno nata dall’ incoscienza. Perchè s’ intende bene, per la
legge della relazione psichica dello sti¬ molo, che due inconscii possono diventare
conscii. II. — Se ora passiamo a considerare l’inconscio dal punto di vista
soggettivo, cioè nel suo primo termine che nella coscienza umana è l’io,
dobbiamo prima di tutto richiamare quello che abbiamo precedentemente accennato
intorno alle idee del Myers sull’umana per¬ sonalità, sul temperamento ed anche
sul genio. Ma le prove sperimentali del degradare della coscienza soggettiva
nell’ incoscienza non si possono dare se non in relazione al contenuto
oggettivo della coscienza, perchè i due termini, soggetto e oggetto, sono
corre¬ lativi. Quello che si può fare, è di fissare maggior¬ mente l'attenzione
sul primo termine. Per prendere gli esempii più comunemente accessibili, nello
stato di sonnolenza che precede il sonno e nello stato di dormiveglia che
precede il destarsi, vediamo che le percezioni sono allo stato di sensazioni
brute e corre¬ lativamente è oscurata la coscienza di sè. Durante il deliquio e
durante la cloroformizzazione accade qualche cosa di simile. Herzen ha
descritto, in base alle sue esperienze personali, i diversi stadii del ritorno
alla coscienza dopo la sincope. Nel primo stadio le sensa¬ zioni non sono
diversificate, non sono localizzate e la coscienza è del tutto impersonale. Nel
secondo stadio — 238 — incomincia una qualche diversificazione qualitativa
delle sensazioni, ma esse non sono nè connesse tra loro nè riferite
all’esterno, dallo stato di nebulosità acromatica, si passa alla nebulosità
cromatica: la co¬ scienza è come in istato di stupidità. Nel terzo stadio ci è
localizzazione e riferimento all’esterno delle sen¬ sazioni, ma la coscienza
non le domina, non le con¬ nette, non ne intende il significato, cioè essa è
passiva rispetto ad esse, è una coscienza iìierte. Nel quarto stadio ci è
ritorno completo alla coscienza : lo stupore, che caratterizza il secondo e il
tèrzo stadio, scompare. I narcotizzati danno su per giù indicazioni analoghe, *
ma tengono contcj principalmente dell’oggetto. L’ecclis- sarsi della coscienza
di sè non è cosi facile a descri¬ vere come l'annebbiarsi delle
rappresentazioni. Basta fissarsi per queste sulla differenza a tutti
riconoscibile tra percezione e sensazione. La percezione ha per og¬ getto la
cosa, la sensazione non ha che la qualità sensibile, il caldo, il freddo, il
rosso ecc. Nei gradi discendenti della consapevolezza si passa dalle perce¬
zioni alle sensazioni brute e, in uno stadio di incon¬ sapevolezza più
profondo, anche le differenze qualita¬ tive delle sensazioni scompaiono.
Un’altra serie di prove dell’esistenza di una coscienza soggettiva subliminale
ci è data dagli sdoppiamenti della personalità. L’uomo è il più profondamente
uni¬ tario di tutti i viventi, nondimeno anche la sua co¬ scienza si può
scindere in quella forma che diciamo empirica o storica. Dal punto di vista
fisiologico il cervello umano rappresenta la maggiore fusione del¬ l’organo
nervoso centrale, pure anche in esso è possi¬ bile che all’io superliminale si
aggiunga o si alterni un io subliminale . Un primo saggio imperfetto ce ne
danno quelli che diciamo squilibrati, eccentrici, mattoidi — 239 — con quella
che diciamo ìncoerenza di pensiero e di condotta. Spesso accade che questa
incoerenza non è stabile, massime nella gioventù, si attenua nell’età adulta e
ricompare nella vecchiezza: Un altro esempio, meno iniziale del precedente, ci
offrono i mistici, i quali hanno, secondo il James, quel senso di presenza di
più soggetti reali che ispi¬ rano loro le opere buone o le cattive. Ora tra i
due io si opera una separazione più completa, i due io diventano due soggetti :
ci sono degli esempi di questa coesistenza di due io, subliminale e
superliminale, che è non tanto infrequente come si potrebbe credere, perchè
prende forme diverse, di voci interiori, di an¬ geli (Giovanna d’Arco), di
ispirazioni (la ninfa Egeria), di possessioni. I fenomeni di personalità
concosciente, studiati dal Prince, sono un altro esempio e consistono
specialmente nei fenomeni di scrittura automatica, mentre l’attenzione dello
scrivente è impegnata in altro, p. es. in una discussione, in un ragionamento
interes¬ sante e difficile. Vengono da ultimo gli esempii di personalità
alternante che si ignorano scambievolmente in modo più o meno completo e che
nelle forme in¬ complete sono anche riconoscibili nei fatti di ipnotismo.
Questi casi presentano il fenomeno di dissociazione della personalità e di
un'alternativa, per la quale ora si esalta una personalità, ora l’altra e
quindi esse di¬ ventano a vicenda iper o subliminali. Il passaggio dalla veglia
al sonno non è immediato ; si distinguono i periodi della sonnolenza,
dell’addor- mentarsi e del sonno profondo. Nella sonnolenza la vita psichica
perde di determinazione e di penetrazione in ogni direzione. Il corso delle
rappresentazioni si disordina, non segue più una linea determinata, nè tende a
un punto fisso, è vario, oscillante, ogni sue- 240 - cessione di
rappresentazioni, imperfettamente diretta dalla coscienza, alterna i nessi
consapevoli logici coi meccanici-associativi. L’occhio riceve ancora le im¬
pressioni luminose, ma non osserviamo quello che vediamo : udiamo, ma la più
bella musica pare un rumore senza significato. Si produce un senso generale di
stanchezza organica ed una specie di stupefazione psichica. Cerchiamo pel corpo
-il maggiore numero di punti d'appoggio, un lieve solletico uniforme rifletten¬
dosi sui muscoli respiratori! produce lo sbadiglio, riflettendosi sui t^uscoli
degli arti, ne produce le re¬ pentine e lunghe distensioni. Il periodo
dell’addormen- tarsi è caratterizzato dal maggiore oscuramento della vita
rappresentativa e dal cessare dell’ inquietezza, che è caratteristica della
sonnolenza, specialmente nei fanciulli. E caratterizzato anche dal folgorare
momen¬ taneo di sensazioni o rappresentazioni isolate che bril¬ lano e si
spengono come fuochi fatui. Esse sono prin¬ cipalmente visive o uditive e si
dicono sensazioni ipnagogiche. Finalmente nel sonno profondo tutta l’atti¬ vità
psichica è allo stato inconsapevole; persiste il sentimento fondamentale
immodificato e perciò indi¬ stinto. Ma non appena una sensazione, sia organica,
sia periferica o un gruppo rappresentativo affiorano al grado della
consapevolezza, si producono quelle reviviscenze associative e mnemoniche che
sono i sogni. Questi sono un tessuto di imagini nei quali non manca la
distinzione dell’io dal non io nè quella delle imagini presentative dalle
rappresentative (mnemoni¬ che). Consistono nel lo svolgersi automatico di una
catena continua di imagini mnemoniche, di clichés souvenirs come le chiama
Harvey. Le difficoltà dell’auto osser¬ vazione sono per essi accresciute dal
fatto che la me- - 241 moria ne è sbiadita e deformata. Nel sogno, per man¬
canza di condizioni riduttrici antagonistiche, tutto si amplifica, un solletico
può parere un colpo di spada, il peso di una coperta un incubo. La funzione di
con¬ trollo è scarsa e perciò si hann/ sogni che sono in contrasto non solo con
la logica, ma anche con la- mo¬ rale di un individuo. La capacità critica non è
nulla, ma se l’assurdità del sogno è mólto grande, prende appena la forma della
maraviglia. Nel sogno abbiamo come uno stato medio tra il conscio e l’
inconscio, e perciò esso ci può dare qualche lume sia sull’esistenza del
secondo come fatto psichico, sia sul loro rapporto. Come nella veglia ci sono
gradi molteplici di chiarezza della coscienza, così nel sogno ci sono molti
gradi di subcoscienza, dal sogno vivace che si ha presso al destarsi, ai
frammenti di sogni poco o punto rimemorabili del sonno profondo. Quel che
distingue la vita psichica del sogno da quella della veglia è la mancanza del
confronto, del controllo, cioè la mancanza della funzione direttrice della
coscienza e dell 'attenzione volontaria. Ed è noto che questa mancanza ha gradi
diversissimi e presenta massimi e minimi, che vanno dall 'automatismo psichico
quasi completo alla funzione poco meno che integra della coscienza direttrice.
La memoria dei sogni è propor¬ zionale al grado di restaurazione di questa. Il
sogno ci presenta dunque in atto la dipendenza e la cor¬ relazione tra
l’aspetto oggettivo e il soggettivo della coscienza. In esso noi diventiamo,
per dir cosi, una macchina rappresentativa ; pare che non sia mu¬ tato nulla,
ma in realtà la coscienza direttrice vo¬ lontaria, la volontà attuale e
consapevole non sono più attuali e consapevoli, sono semplicemente po¬
tenziali. 16 — Ma sci, Lezioni di Psicologia. 242 Il sonno è una proprietà
generale degli esseri vi¬ venti e il sogno è certamente proprio anche dei ver¬
tebrati superiori. Esso è in ciascuna specie la reinvolu¬ zione periodica
retrograda di quella speciale coscienza che la specie possiede e ci dà in mano
come il filo conduttore del regresso dal conscio all’ inconscio e quindi ci dà
luce anche sul processo inverso di svilup¬ po. Nell’uomo il segno ripresenta
tutte le forme di attività spirituale, dalle più alte alle più basse, dal genio
alla sensibilità organica. Coleridge poetava nel sogno. La Fontaine compose nel
sogno la favola dei colombi e il Tartini la canzone «il trillo del diavolo». Il
Myers non ha detto male che lo stato di sonno e di sogno è il primitivo per la
coscienza. Gli animali inferiori par che dormano di continuo e sonno è la vita
embricale degli animali superiori. Il bambino dorme più* dell’adulto ed è una
forma di sonnolenza quella che sopravviene nella più tarda età. Le cosiddette
allucinazioni telepatiche nelle quali taluno dormendo o anche vegliando (ma
sempre in uno stato di subcoscienza relativa), ha l’avvertimento confuso di
atto o fatto che succeda a distanza (p. es. della morte di persona cara), sono
fenomeni a- cui non si può negare assolutamente ogni realtà, ma dai quali non
si potrebbero cavare conclusioni teoriche nè sicure nè probabili. Nel terzo
congresso internazio¬ nale di Psicologia, tenuto a Monaco il 1896, fu pre¬
sentata e discussa una statistica comprendente dicias¬ sette mila casi di allucinazioni
telepatiche delle quali furono trovate vere una ogni sessantacinque casi.
Questa proporzione, essendo superiore di quasi trecento volte su quella di pura
coincidenza casuale, fece pen¬ sare a una causa e il Myers pensò ad una comuni¬
cazione delle anime per mezzo dell’inconscio. Anche — 243 i fenomeni medianici,
che sono della classe dell’in¬ conscio, farebbero pensare ad una continuità
psichica tra le anime. Ma codesta psicologia, che lo Iames chiama gotica per
opposizione alla psicologia scien¬ tifica, che dice classica, è puramente
ipotetica e in nessun modo è dimostrativa. ì * CAPITOLO X. L’ Inconscio nella
natura inorganica. Natura psicofisica della realtà Non si può dunque negare
l’esistenza dell'incon¬ scio, intendendo questo in senso relativo di subco¬
sciente. E non si può ammettere che sia un fatto fisico, perchè il ricambio
continuo di azioni col conscio, il trasformarsi dell’uno nell’altro secondo le
leggi psicologiche, depone della loro comune natura psico¬ logica. Inoltre
l’inconscio non solo apparisce nella stessa trama della coscienza e ne è come
l’ambiente, ma l’accompagna nel suo sviluppo, dalle forme infe¬ riori alle
forme superiori, per una serie di gradi, che vanno dalla forma più povera, che
è la sensazione bruta e indeterminata di contatto nell’infusorio, seguita da
movimento, per forme progressivamente differen¬ ziate e integrate, fino alla
forma massimamente diffe¬ renziata e integrata che è la coscienza umana.
Procedendo ancora più in giù, la sensibilità delle piante ammessa dagli antichi
botanici, non dovrebbe — 246 — essere presa in senso puramente metaforico, come
un esaltamento dell’ irritabilità organica, ma in senso psi¬ chico. In tutte le
piante gli elementi viventi, le cellule, sono tra loro in rapporto diretto mediante
filamenti protoplasmatici detti plasmodesmi che hanno qualche lontana analogia
con le fibrille del sistema nervoso degli animali. Per simili strutture talune
piante sono capaci di atti responsivi e protettivi rispetto agli sti¬ moli
esterni (es. la mimosa) simili a quelli degli ani¬ mali inferiori che compiono
dei veri atti nutritivi. Questa capacità reattiva il più delle volte è diffusa
in tutto il protoplasma vegetale, altre volte è più ma¬ nifesta in parti
determinate (foglie, radici), altre volte infine ha specie di organi
morfologicamente e speri¬ mentalmente riconosciuti dai botanici (v. Luciani,
Fi¬ siologia dell’uomo, voi. 40. cap. IX, 4a ed.). Da questi organi dipende la
geotassi positiva delle radici, la geotassi negativa del fusto, la geotassi trasversale
delle foglie. . Altri organi sembrano atti a reagire agli stimoli luminosi e da
essi dipende l' eliotropismo o eliotassi. E se si pensa a quel regno dei
proiisti, che sono come a principio della differenziazione delle piante e degli
animali che verrebbero ad essere due sviluppi diver¬ genti degli esseri
viventi, l’uno nel senso dello sviluppo della coscienza, l’altro nel senso
fisico biologico, si può ammettere una ulteriore estensione del subcosciente
che abbraccerebbe tutto il regno dei viventi. Pare dunque che la psichicità sia
coestensiva con la vita, sebbene di là dalla vita animale anche l’ana¬ logia
della sensazione direttrice, impulsiva, diventi remota e immaginativa. Ma
appunto perciò non pare che siamo autorizzati a fantasticare di amori e di oda
degli atomi che si respingono e si attraggono nella — 247 — gravità, nelle
forze molecolari, nelle affinità chimiche, e nella geometria dei cristalli. Non
possiamo parlare come pur vorrebbero (Wundt, Hàckel, Zóllner), di una psiche
atomica senza trascorrere in pure fanta¬ sticherie. La continuità psicofisica
di là dal regno dei viventi deve essere affermata senza cadere perciò nell '
ilozoismo macroscopico o nel microscopico ed ato¬ mistico. Perchè la
distinzione tra gli stati interni del cervello umano e quelli della materia
inorganica può essere non solo infinitamente grande di grado, ma anche di
qualità da quella vita interiore che ci diventa accessibile la prima volta
nella sensazione. E ciò non ostante tutte le proprietà fisiche dei corpi, che
diciamo specifiche e che non possiamo ridurre ad altre proprietà come a cause e
che quindi dobbiamo ritenere come primitive, la comunicazione di movi¬ mento,
la gravità, le forze molecolari della fisica, l’affinità chimica, la morfologia
dei cristalli, depongono che anche nel mondo inorganico ci è un modo di essere
interno e perciò omopsichico. E che perciò, anche nelle nature non viventi,
l’attività non è sol¬ tanto comunicata da fuori, ma ci è in essa anche
un’attività intima, una forma di energia interna che non può manifestarsi
direttamente alla nostra coscienza, perchè tuttociò che è energia interna non
si può ma¬ nifestare se non che ad una coscienza che per ipotesi facesse uno
con essa. Noi non ci rappresentiamo gli elementi materiali come monadi e
neppure come ato¬ mi senzienti , ma crediamo che l’attività psichica che
apprendiamo direttamente in noi stessi e che esten¬ diamo per analogia ai
nostri simili e a tutto il mondo vivente, sia prova non dubbia dell'esistenza
di un’ener¬ gia interna in quegli elementi che alla nostra sensi¬ bilità sono
accessibili esteriormente solo come masse — 248 — resistenti e di cui con
queste sole proprietà, per astrazione unilaterale, ci formiamo il concetto. Se
la materia del nostro corpo non è diversa dalle altre della natura e se in essa
troviamo, corrispon¬ dentemente al grado della organizzazione che le è propria,
un modo interno di esistenza che diciamo con un nome complessivamente
denotativo psiche : se col regresso psichico a traverso le forme animali giungiamo
al riflesso psichico primitivo, alla sensazione impulsiva e questa, in misura
anche più attenuata, riconosciamo nei vegetali fino alla più elementare delle
forme vi¬ venti : se questa sensazione impulsiva non differen¬ ziata, perchè
chiusa in se stessa, perchè senza rela¬ zione o nesso con altri elementi dello
stesso ordine (cioè psichico), in una coscienza più o meno integrale, ci appare
come l’-ultimo elemento psichico discerni¬ bile dalla nostra mente ; se tutto
questo è verissimo di tanta parte della realtà; e se l’altra parte ci pre¬
senta delle manifestazioni di energia che non possia¬ mo spiegare con la
comunicazione del movimento da fuori; tutto ciò posto, possiamo pensare che la
conti¬ nuità degli stati e dei processi interiori della realtà si estende
quanto si estende quella dei processi este¬ riori. La continuità della vita
psichica, e insieme la sua indeducibilità dai processi materiali, richiedono
che quella forma di realtà che è essa, abbia le sue ori¬ gini in una maniera di
essere generale, fondamentale, in una realtà che è fin da principio
psicofisica. In una realtà che fosse puramente fisica, la nascita della co¬
scienza sarebbe un miracolo. Quindi la realtà deve essere considerata come
un’unità inseparabile di modi interni ed esterni, dina¬ mici e meccanici, e poi
soggettivi e oggettivi. Questi ultimi sono appresi dal senso interno e dal- —
249 — l’esterno, ma l’apprensione che li accompagna (e non può non
accompagnarli), è tanto più indistinta quanto più è vicina alle origini,
all’unità, e tanto più distinta quanto più la distinzione è proceduta oltre.
Quindi la nostra esperienza è del distinto e le sfugge l’atto onde la
distinzione si genera. In fondo il monismo spiritualistico e materialistico
ammettono anch’essi l’unità e la distinzione, ma sacrificano la' realtà di uno
dei termini e non spiegano, l’uno, come la ma¬ teria possa ridursi a un puro
fenomeno dello spirito, l’altro, come lo spirito possa essere un epifenomeno
della materia. La nostra concezione è realistica per ambedue i termini e
nondimeno è monistica ed evita le difficoltà insuperabili del dualismo, cioè
l’idea di sostanza oltre la coscienza e l’azione psicofisica, cioè tra sostanze
diverse e incommensurabili. Però, stante l 'impossibilità di proseguire la
conti¬ nuità psichica oltre i limiti della vita animale, il mondo psichico
resta per noi, in confronto del mondo fisico, o meglio della conoscenza che
abbiamo di questo, un frammento. E siccome dello spirito, come realta per sè,
si può parlare solo dopo la coscienza di sè, si può anche dire che lo spirito
deriva dalla natura e l’anima umana individuale si può al modo scolastico
concepire come l'actus corporis organici. Inoltre nel passaggio dall’ordine
naturale all’ordine spirituale l’anima individuale umana, come autocoscienza, è
il soggetto del nuovo ordine della realtà che è l’ordine spirituale. Ciò accade
perchè la realtà, esssendo in sè psico¬ fisica, ha come legge di sviluppo la
legge dell'indi¬ viduazione progressiva che è quella che aggrega la materia nei
mondi, nelle sintesi chimiche, nei cristalli, negli organismi vegetali ed
animali. L’anima indivi- — 250 — duale, nella forma dell’autocoscienza, è il
prodotto necessario della natura psicofisica della realtà e della legge dell’
individuazione progressiva. Il cervello uma¬ no e l’umana coscienza sono i due
aspetti correlativi del termine raggiunto dallo sviluppo della realtà. E questo
termine raggiunto che è l’ultimo nello sviluppo della natura, è il primo del
mondo dello spirito, perchè le condizioni di questo sono appunto l’ io,
l’astrazione (il pensiero), e la lingua che lo contiene, lo formula e in
qualche modo lo fissa. La coscienza è come la crisi o, per usare un’espressione
matematica, la mu¬ tazione di segno della realtà ; al disotto è il mondo della
natura, al disopra il mondo dello spirito. Per ef¬ fetto di tal distinzione non
è legittimo applicare le leg¬ gi del primo al secondo e vicersa. Non si può
fare nè una logica della forza nè una meccanica dello spirito. Non già per una
pregiudiziale dualistica, ma perchè nel passaggio dall’uno all’altro muta la
qualità della conoscenza, dalla percezione esterna si passa all’in¬ terna. Il
mondo nuovo vuol essere spiegato con le idee umane, così come il mondo
materiale vuol essere spiegato con la causalità propria della materia. Il ma¬
terialismo, l’ idealismo sono concezioni unilaterali ; e tale è il positivismo,
un materialismo che nasconde la sua vera natura nell’ inconoscibile. Il
positivismo ha sostenuto che la coscienza è nata per un migliore adattamento
dell'essere vivente alla vita. E che la coscienza sia anche una forma migliore
di adattamento alla vita non si può negare. Ma si deve negare che non sia che
questo ; e che, non essendo altra cosa, essa avrebbe potuto nascere pel
principio dell’adattamento in un mondo che non ne avesse in sè le condizioni
qualitative e le leggi causali di svi¬ luppo. La psichicità è una forma di
adattamento vitale — 251 — nel semplice animale, ma nell’uomo è così poco solo
un adattamento che crea un mondo nuovo al disopra del mondo della natura, e
questo mondo nuovo esige un nuovo adattamento, tale che può entrare anche in
conflitto con 1’ uomo naturale; e rappresentare rispetto a questo piuttosto
un'aTitinomia. Le più alte creazioni del sentimento, della fantasia, della
conoscenza, della volontà morale, vanno di là dal segno della conser¬ vazione
dell’individuo e della specie nella loro esi¬ stenza fisica. Non si sente e
pensa nel mondo naturale, perchè una certa forma di esso (l’animale) possa esi¬
stere; ma perchè lo sviluppo suo causale conduce ne¬ cessariamente alla nascita
della coscienza, cioè perchè esso ne ha in sè le condizioni, le cause e la
legge di sviluppo. La coscienza è la viva parola e il senso del mondo, perchè
ne è l’essenza che arriva all'esistenza. La filosofia può assegnare i
principii, le condizioni più generali che rendono intelligibile lo sviluppo ;
ma rendere intelligile non è lo stesso che assegnare le cause particolari ed
analitiche nelle quali la mente tende a risolvere la causalità generale. Tale è
il com¬ pito di verificazione dei fatti che la scienza ha rispetto alla
filosofia e che può essere adempiuto solo appros¬ simativamente. Basta alla
filosofia avere posto in sodo la natura psicofisica della realtà e la legge
dello sviluppo psico¬ fisico (individuazione psicofisica), per riabilitare la
con¬ cezione teleologica del mondo che il naturalismo mec¬ canico e la
filosofia della pura causalità ( Spinoza ) negano. Ora siccome non conosciamo
altre formedell'es- sere oltre quella che è e non sa di essere e quella che è e
sa di essere, non possiamo, dal punto di vista teleo¬ logico, porre il primo
come fine, cioè vedere nella vita la ragione della coscienza, ma dobbiamo
vedere 252 - nella coscienza il fine della vita e in generale della natura.
Difatti, soppressa la coscienza, è soppresso ogni valore della natura, perchè
la coscienza è la sola creatrice di valori come è la sola creatrice di fini.
Cosi si compiono reciprocamente, per opera 'della filosofia, la comprensione
causale e la finale della realtà. CAPITOLO XI. La Sopravvivenza I. — Il
pensiero della sopravvivenza è quello che ha preoccupato sempre e preoccupa di
più 1’ uomo per l’azione congiunta del sentimento di persistenza nel¬ l’essere
e della conoscenza. Esso è la ragione ultima per cui è ammessa in forma più o
meno estesa da tutte le religioni e se qualcuna, come il Buddismo, professa la
teoria del¬ l’annullamento, almeno rispetto all’individuo, alla co¬ scienza
personale, questa teoria non è mai diventata popolare tra gli aderenti di
quella religione ed essa ha dovuto abbandonarla o, come che sia, nasconderla o
trasformarla allorché* ha voluto penetrare nell’anima popolare. Non bisogna
però credere che sia un'esigenza di carattere isolato. La filosofìa non è
concorde su questo, anzi si può dire che l’affermazione della soprav¬ vivenza
individuale sia stata sostenuta e combattuta con alterne vicende da scuole di
Filosofia e da Filosofi di ogni valore. Platone può dirsi il caposcuola della
tesi dell’ immortalità nell’antichità. Nella Filosofia cri¬ stiana essa è la
concezione prevalente. — 254 — Nell’età moderna essa è la teoria prevalente da
Cartesio a Leibniz; ma già essa è negata da filosofi come Spinoza, Hòbbes,
Locke, Hume, o è ammessa soltanto come oggetto di fede e non di dimostrazione.
Kant l’ammise come postulato etico e le negò ogni valore di dimostrazione
razionale; e nell’idealismo te¬ desco di Fichte e di Hegel non se ne può
certamente parlare nel senso individualistico che potremmo dire platonico. La
filosofia ispirata alla religione del se¬ colo XIX l’ammette, mentre è esclusa
dalla filosofia naturalistica della stessa epoca. Nel nuovo idealismo essa è
sempre viva nelle filosofie d’ ispirazione religiosa e nella filosofia dei
valori, e si può dire che abbia un periodo di rifiorimento contemporaneo nelle
ricerche e nelle esperienze della psicologia di eccezione o super¬ normale,
quale è quella che si occupa dei fenomeni medianici. Da tutto questo si può
conchiudere, che essa è davvero un’esigenza dello spirito umano, sebbene la
scienza e la filosofia non abbiano potuto pronunziarsi in maniera definitiva ed
inappellabile. Che sia un’esi¬ genza profonda, ineliminabile, si vede non solo
dalle manifestazioni positive che hanno generata la credenza nelle religioni e
nelle filosofie, ma anche dal sentimento di malinconia profonda col quale è
professata la con¬ traria dottrina. Le falsificazioni del sentimento umano
fatte in senso opposto dal materialismo o dallo spiri¬ tualismo universalistico
sono una specie di monta¬ tura scientifica con la quale si cerca di consolare 1
uomo immergendolo nel tutto, di cui si propone l’adorazione sotto forma della
natura o sotto quella del divino. Ma la coscienza individuale resiste o si
rassegna non senza una profonda malinconia. La poesia sepolcrale è piena di
questo rimpianto col quale si apre il carme dei Sepolcri del Foscolo, ed essa
penetra tutta la poesia del dolore specie quella del Leopardi. Ed è questo
sentimento che genera le ribellioni della filosofia e della religione contro
tutte le negazioni che ne sono state fatte in ogni tempo e che ancora si fanno
e si faranno. Pare quasi che il mondo diventi una pessima farsa, che la vita
non valga la pena di esser vissuta, se essa deve essere chiusa nei brevi limiti
che separano la culla dalla tomba per lo spirito che pensa o, come disse bene
il Leopardi, che la natura sia una illauda¬ bile meraviglia se per uccider
partorisce e nutre. Pure la riflessione filosofica e scientifica ha il do¬ vere
di non lasciarsi sedurre dal sentimento. 1 valori di verità sono nel loro genere
assoluti e gli altri va¬ lori, se debbono essere tenuti in conto, non
potrebbero essere assunti da soli come decisivi. Che l’uomo non possa esistere
personalmente come individuo alla com¬ piuta attuazione dei valori di verità e
di bellezza, di giustizia e di luce nel mondo, può essere doloroso per
l’individuo ; ma potrebbe non dir nulla contro la possibilità della
realizzazione sempre più perfetta di tali valori nell’infinito. Il sentimento
dell’ immortalità è dunque legato anche a quel tanto di egoismo che ogni
vivente deve avere perchè possa vivere, e bisogna veder bene se non dipende
soltanto da questo ; inoltre esso nell’uomo è esattamente proporzionato alla
sua capacità psicologica. In questo è la ragione della preoc¬ cupazione che
egli solo sente tra tutti i viventi, come della estensione che il sentimento
che se ne ha as¬ sume variamente nei diversi popoli, nelle diverse età e delle
stesse variazioni sue negli spiriti superiori. Per¬ chè la storia mostra come
esso si sia venuto esten¬ dendo successivamente nelle religioni, limitandosi da
prima alla cerchia delle persone che più da vicino si riferiscono alP
individuo, a cominciare dai genitori agli antenati più prossimi, e di poi si
sia andato esten¬ dendo, più in forza della facoltà generalizzatrice an¬ ziché
della sua propria natura, a tutta la specie umana. Similmente nelle religioni
troviamo la traccia della sua progressiva estensione nel tempo, perchè mentre
la so¬ pravvivenza ha da prima una durata limitata ed è immaginato un luogo
determinato dove la sopravvivenza si effettui; a poco a poco i limiti di tempo
e di spazio si sono andati estendendo, ma piuttosto nelle affer¬ mazioni
teoriche, anziché nelle rappresentazioni e nel sentimento. Il cielo si è
sostituito alla terra come un luogo che la involge, e l’eternità si è
sostituita al tempo, unicamente mercè l’ indeterminatezza del limite e
nell’affermazione concettuale. Ma anche oggi se guar¬ diamo bene al nostro
sentimento, vediamo che esso non è vivace se non rispetto a noi stessi e alle
per¬ sone che abbiamo amate. Non ci preoccupiamo nè dei lontani antenati nè dei
tardi nepoti, e 1’ immortalità lascia indifferente il nostro sentimento per
l'umanità passata o futura ed anche per quella contemporanea che non conosciamo
e alla quale non c’ interessiamo. Bisogna dunque guardarsi dagli appelli al
sentimento allorché si vuol fare opera di conoscenza. Ora rispetto a questa, l’
immortalità non potrebbe essere sicuramente affermata nè sulla base del
ragiona¬ mento deduttivo nè dell’ induttivo, nè dei principi apo¬ dittici che
reggono la conoscenza, nè dell’esperienza. Tutte le prove che la Psicologia
razionale ha escogitate dell’immortalità, da Platone in poi, sono successiva¬
mente cadute, da quella dell’anima come principio della vita e del movimento, a
quella della sostanza semplice e perciò incorruttibile. Che l’anima non possa
perire perchè è il principio della vita, e perchè origina — 257 — da sè il
movimento, che non potrebbe esserle comu¬ nicato da fuori, è deduzione da
premesse che sono senza prova esse stesse come quelle' che sono concetti
trasformati in realtà, deduzioni dal concetto all’esistenza. E tale è la prova
desunta della semplicità, perchè è il risultato di un’estensione negativa,
trasformato in realtà. Perciò coteste prove speculative dell’ immor¬ talità non
hanno mai esercitata alcuna influenza sul pensiero comune. Esse poggiano, come
ha notato Kant, così proprio sulla punta di un capello, che la scuola non le ha
potuto mantenere per tanto tempo, se non che facendole girare senza posa sopra
se stesse, come fossero trottole. Ma se anche fossero conclusive queste prove
non adempirebbero al fine pel quale furono addotte. Perchè non è all’
immortalità del principio psichico che il sentimento comune annette importanza,
al principio della vita e del movimento, alla sostanza semplice ecc. Non è la
mia anima, il mio io trascen¬ dentale, non è il pronome personale io, nè la mia
sub- biettività come tale quella che amo ; bensì le mie fa¬ coltà più
fenomeniche, i miei amori e i miei odii, i miei desiderii, la mia sensibilità,
il mio io empirico o storico, in una parola le mie memorie e il mio mondo
personale. Perciò l’egoismo che si affida alle sofisticazioni del pensiero
astratto e. cerca le sue sod¬ disfazioni in esso, al far dei conti si burla di
se stesso, > e invece di stringere Giunone stringe la nuvola. E che non si
pensi alla sopravvivenza dell’anima in astratto ma nella sua concreta
personalità quale fu in vita, è attestato dalla maniera comune ed anche poetica
di rappresentarsi la vita futura. La coscienza religiosa trasporta in essa
tutto il passato morale degli indivi¬ dui, parla del ricongiungersi in cielo
delle anime che si amarono in vita, pensa non solo ad una continua-' 17 —
Masci, Lezioni di Psicologia. — 258 — zione della vita presente ma anche ad un
ricambio di sentimenti e di affetti tra viventi e trapassati. Gli stessi
filosofi non si liberano da tali abitudini rappresentative : qualcuno ha detto
che la vita futura deve essere con¬ giunta alla presente per la memoria ; che
l’anima individuale deve permanere nella sua individualità personale, non in
quella specifica, e che deve essere possibile di ritrovarla e di riconoscerla.
Ci è tuttavia qualche principio di ragione, che potrebbe invocarsi in favore
della sopravvivenza: il principio che niente si crea e niente si distrugge; che
è impossibile alla mente umana di concepire l’annullamento assoluto. Questo
principio che per l’ordine fisico si formula nel prin¬ cipio della
conservazione dell’energia, pare applicabile a fortiori ad una realtà così
concreta come è quella che si afferma nella coscienza di sè, con un carattere
spe¬ cifico che non è proprio di nessun’altra esistenza, cioè dell’essere non
per altro, ma per sè, con un valore di fine che non compete a nessuno altro
essere. Ma il principio dell’eternità dell’essere non implica perciò stesso la
permanenza di un modo speciale di essere, ed ammette le trasformazioni, e
perciò non potrebbe valere come prova della sopravvivenza. Pure se non per la
sopravvivenza, quel principio vale contro l'an¬ nullamento, e rende possibile
di pensare ad un’evolu¬ zione ulteriore, sebbene questa non sia mai limitata nè
nel mondo fisico, nè in quello dello spirito alla persistenza
dell’individualità. 11 vìtae lampadem tradere , se è il caso verificato nell’esperienza
scientifica, questo non è favorevole alla sopravvivenza. Nè, sè l’appello ai
principii apodittici della ragione è vano, si potrebbe cercare la prova della
sopravvivenza nell’esperienza. Purtroppo l’esperienza è muta su questo. E
diciamo che è muta, perchè non confidiamo di potere attribuire valore
scientifico alle esperienze della Psicologia di eccezione o medianica. I
fenomeni di telepatia non provano la comunicazione coi defunti,, che dovrebbe
spiegare la telepatia. E finché nel feno¬ meno di subcoscienza possiamo avere
l'indicazione diretta, e sempre verificabile dell’ insorgere meccanico di
rappresentazioni di eventi e di fatti relativi così ai viventi come ai defunti
; finché il fenomeno del presen¬ timento, della simpatia potrà spiegare l’insorgere
di certe determinate rappresentazioni, è vano pensare alla forza provante della
telepatia anche in rapporto alla quistione speciale della sopravvivenza. Una
prova più convincente della sopravvivenza è parso derivasse da certi fenomeni
di scrittura auto¬ matica che accadono nel sonno medianico; e special- mente da
quelli di corrispondenza incrociata. Secondo questi studiosi della Psicologia
d’eccezione, diversi medium tra loro separati, e tra i quali fosse impos¬
sibile ogni comunicazione diretta, anche telepatica, scriverebbero frammenti di
periodi che, senza avere nessun significato d’insieme per se stessi, darebbero
un senso preciso, se ravvicinati e interpretati. E il senso verrebbe a
corrispondere a un ipotetico messaggio di persona trapassata, la quale
esprimerebbe in esso le sue idee personali. Confesso di non sapermi adattare a
riconoscere in questo delle prove della sopravvivenza, e di conservare rispetto
a ciò un’attitudine scettica, visto che i fatti addotti sono finora pochissimi,
non indubitabilmente accertati, e che non è impossibile spiegarli diversamente,
o anche come mere coincidenze casuali. Mettiamo dunque da parte queste
esperienze tra¬ scendenti, che appunto perchè tali, sono in contrasto con le
condizioni più generali della prova d’esperienza, - 2Ó0 - cioè con l'ordinaria
osservazione, con l’ordinario espe¬ rimento, e con l’ordinaria deduzione. Qui
si può dire che l’osservazione umana e l’esperimento non sono riproducibili
sempre e nelle stesse condizioni e che 1' induzione non è mai causale, perchè
non riporta l’effetto a cause note o verificabili e non riesce a deter¬ minare
delle leggi. Ma neppure qualche altra prova d’esperienza indi¬ cata ci
soccorre. Si è creduto che il concetto di per¬ sistenza nell'essere che ci è in
noi, l’ istinto di con¬ servazione come fatto psichico, potesse deporre in
favore della sopravvivenza. Ma siccome questo istinto di conservazione esiste
in tutta la serie animale, la sopravvivenza si dovrebbe estendere
indefinitamente; e l’uomo non saprebbe che farsi di un’immortalità, che avrebbe
comune con gli animali. Che se invece si ricorresse alle facoltà superiori
dell’ uomo, alle sue aspirazioni alla sopravvivenza, all’ infinito, si potrebbe
cadere nell’eccesso opposto, ed escludere dalla soprav¬ vivenza le anime dei
deficienti, degl’ idioti, degl’ infanti. Senza dire che un’aspirazione, anche
profonda, non è necessariamente segno di realtà. II. — Ma sebbene sia vero, che
non si possono dare prove apodittiche della sopravvivenza, e neppure prove
d'esperienza; è vero anche che non si potrebbe dare nè nell’ uno nè nell’altro
modo la prova contraria. E vano domandare alla conoscenza che penetri il
mistero della morte, e ne squarci il velo. Ambedue le tesi, quella della morte
e quella dell’ immortalità non ca¬ dono nell’esperienza: e la mente lavora
allorché tenta di risolverle, di là dai limiti del conoscibile, con og¬ getti,
che non sono realtà, ma creazione dell'astrazione, la sostanza materiale e la
psichica. 11 materialismo e il positivismo sono ambedue di là della prova. Ma
se mancano le prove specifiche e se nessuna diretta rappresentazione ci
possiamo fare della soprav¬ vivenza, anzi se questa stessa parola include un
pre¬ concetto non giustificato dal permanere cioè dello stesso essere nel
tempo, non è possibile pensare all'annulla- mento. L’anima umana rappresenta la
maggiore diver¬ genza possibile delle due serie, la maggiore autonomia della
realtà cosciente, 1’esistere per sè e l’essere fine a se stesso e non possiamo
pensare che proprio quando la realtà ha raggiunto la sua perfezione, il suo più
perfetto prodotto debba essere efimero. Si dirà: Ma non avete voi affermato che
la vita dello spirito non s’in¬ tende senza quella della natura, e non è un
dato dell’esperienza che noi non abbiamo conoscenza di altra forma di esistenza
psichica, se non di quella che è connessa con l'esistenza corporea? Si certo,
ma se questo depone contro l’anima sostanza del dualismo, o del puro
spiritualismo, contro un’esistenza sopra- sensibile, non depone contro la
possibilità di una con¬ tinuazione dell'evoluzione ascendente unitaria della
realtà psicofisica. Ed è possibile pensare che la forma d’individualità
raggiunta con l’anima umana di essere per sè, di esser fine a se stessa, di
avere un valore as¬ soluto, non presenti alla mente nostra altra possibilità di
evoluzione ulteriore, che non sia quella di una mag¬ giore perfezione nella via
della verità, in quella del¬ l’ideale, e in quella della giustizia. Possiamo
pensare, dico, che 1’ uomo sopravviva alla sua esistenza presente, e che i
valori di conoscenza e di bene, appena in¬ sorti in questa, possano essere
proseguiti in un’esi¬ stenza ulteriore, di cui questa sarebbe come la pre¬
parazione e l’allenamento. Che cosa sarebbe la realtà se non fosse altra cosa
che una fantasmagoria di par¬ venze effimere? O bisogna negare ogni valore del
mon- - 2Ó2 - do, o bisogna ammettere la permanenza di ciò che è la condizione
di qualsiasi valore. Un altro punto importante da tener presente è che lo
spirito umano è tale realtà, che si distacca esso solo da tutte le altre per
questo, che col pensiero esso pe¬ netra, comprende tutta la realtà, è potenza
indefinita di conoscere, di volere, di amare. L'universo, diceva Pascal, mi
comprende come un punto nella sua infinita estensione, ma pel pensiero io
comprendo il mondo. L’anima umana, è stato detto, sorpassa, trascende ogni
esistenza finita, perchè mentre questa è chiusa esattamente nei suoi limiti,
essa tra¬ scorre oltre ogni limile. Come mai questo potere (di pensiero)
sarebbe efimero? 11 razionalismo panteistico che affoga e dissolve la coscienza
individuale nel- 1 universale, non bada che questa coscienza universale non è
rappresentabile per noi, che il pensiero è con¬ nesso con l’autocoscienza, e
per essa con 1’ individua¬ lità, e che la maggiore difficoltà tanto pel teismo
quanto pel panteismo è di mettere insieme 1’ infinito col finito nella
personalità divina, o di staccare il pensiero dalla personalità nello
spiritualismo panteistico. L' immor¬ talità dello spirito finito diventa perciò
la sola forma possibile di perennità del pensiero nell' universo. ika forse
nessuna idea è così persuasiva quanto T idea morale. Mentre la coscienza mi
dice che nessuna cosa più della bontà merita la felicità, l’esperienza mostra
che in questa vita l’ingiustizia trionfa e che la stessa giustizia della storia
è una metafora. Il dolore umano più ancora; più deplorato è quello che colpisce
non soltanto immeritato, ma come se fosse inflitto al merito in quei conflitti
della vita, dove la giustizia soccombe. La coscienza si ribella allo spettacolo
inde¬ gno, ed esige 1’ infinito per te sue rivendicazioni. Chi — 2Ó3 — - . .
crede in un ordine razionale del mondo, non può non credere ad un' attuazione
più completa della moralità della giustizia, che non sia quella,
imperfettissima, del mondo presente. Non è possibile la fede nell’assolutezza
dei valori morali, se essi non dovessero avere altra realizzazione che quella
che cade nella nostra esperienza. Il carat¬ tere assoluto, imperativo, del
dovere nella coscienza, oltre ad essere una manifestazione della ragione
rispetto alla sensibilità, è espressione della natura cosmica della ragione e
non s'intenderebbe in un mondo al quale la ragione fosse straniera. Abbiamo
dunque molte ragioni di una fede nella sopravvivenza, se anche non abbiamo vere
e proprie dimostrazioni. L'impossibilità di concepire l’annulla¬ mento; la
natura dell’essere per sè che non consente di pensare altra evoluzione che la
perfettiva dello stesso essere; l’ idea di valore assoluto, che non sarebbe
più, se fosse efimero, la natura del pensiero, di cui non si può pensare la
realtà fuori deil’autocoscienza indivi¬ duale, e finalmente l’esigenza morale,
che postula la sua attuazione di là dell’esistenza presente, se la realtà non
deve essere pensata come irrazionale. Si aggiunga l’impossibilità della prova
contraria, della mortalità ; la limitazione della nostra esperienza, che ci
consiglia di astenerci dai pronunziati assoluti', i quali sarebbero così
audaci, come quello di chi pre¬ tendesse di indovinare il significato di
un’opera da una frase. Per sostenere la fede nell’ immortalità valgono assai
più questi larghi principii di prova, che non le prove perfettamente congegnate
ed architettate, che la cri¬ tica distrugge. Non si possono evitare le negazioni
critiche se non che ponendosi fuori della portata della - 2Ó4 - critica. La
fede non potrebbe resistere alle prime, ma può sicuramente nutrirsi di quei
principii. E forse è bene che sia così, e cosi deve essere. Per l’uomo la
ricerca della verità è più proficua del suo completo possesso, la lotta per la
giustizia è più vitale del suo possesso incontrastato, e il dubbio d Amleto «
essere o non essere » è suscitatore di energie, che non la cer¬ tezza efimera
delle dimostrazioni scolastiche. Il famoso monologo di Amleto non è la
creazione di un’alta fantasia di poeta, ma il monologo della coscienza e
dell’essere nello spirito umano. ? CAPITOLO XII. Elementi e formazioni
psichiche L — Abbiamo visto che la coscienza è la qualità più generale dei
fatti psichici, i quali sono stati di co¬ scienza. Abbiamo anche detto che la
coscienza presenta gradi varii, e che questi gradi vanno da un minimo ad un
massimo, e che la serie di questi gradi si svolge nell’ambito della
subcoscienza, come della coscienza attuale. Ma se la coscienza è la qualità
generale e fondamentale dei fatti psichici, questi presentano delle differenze
così evidenti, che ci pongono fin da principio davanti ad una vera
moltiplicità, e pongono alla Psi¬ cologia il problema del modo come si deve pensare
la loro unità e la loro relazione. Un pensiero, un’emo¬ zione, ed un atto di
volontà, sono, almeno a prima vista, cosi diversi tra loro, che la tendenza
mentale alla riduzione, onde deriva il lavoro della scienza, ne è insieme
eccitata e perturbata. L’attitudine dei psi¬ cologi rispetto a questo problema
è stata ed è assai varia. Le teorie sostanzialiste in generale e sotto tutte le
loro forme hanno, quale più e quale meno, professata — 266 — la teoria delle
facoltà. Secondo questa teoria l’unità è il soggetto (cervello e sue parti, o
anima sostanza), ed il soggetto ha molteplici facoltà, sensibilità, intel¬
ligenza, memoria, sentimento, volontà ecc., o come funzioni di zone corticali
cerebrali diverse, o come potenze diverse dell’unica sostanza psichica. In
ambe¬ due i modi le facoltà sono concepite come dotate di proprietà causali
rispetto ai fenomeni psichici qualita¬ tivamente differenti. È facile intendere
perchè questa teoria delle facoltà abbia tenuto largamente e lunga¬ mente il
campo in Psicologia. Essa era la teoria più conforme alla concezione
sostanzialista ed offriva un facile e comodo mezzo di passare da essa alla
spiega¬ zione causale dei fenomeni psichici. Se non che quando si va ad
esaminare la cosa, si vede che la facilità e la chiarezza della spiegazione
sono soltanto apparenti ed incontrano invece le mag¬ giori difficoltà. Una
causa è tanto più intelligibile, quanto più l’analisi ci scopre la maniera
dell'azione causale. Quando la spiegazione analitica cessa, le facoltà
psichiche, come quelle che si dicono proprietà generali della materia, gravità,
forze molecolari, forze chimiche ecc. non sono altra cosa che i nomi delle
classi più generali dei fenomeni. Sono dunque adope¬ rabili per la
classificazione, non sono adoperabili per la causalità. Il fisico difatti non
adopera quei nomi che in quel primo senso, e cerca la causalità nei fe¬ nomeni
particolari di ciascuna classe. I psicologi so- stanzialisti considerano invece
le facoltà come attitudini anteriori all'atto. Le facoltà s'interpongono tra la
sostanza e il fenomeno, e sono nella sostanza la qualità causale dei fenomeni.
Ora una teoria cosiffatta non s' intende nè se si considera in rapporto al
soggetto, nè se si considera in rapporto al fatto che ne dovrebbe — 267 —
essere effetto. Rispetto al primo, se è un gruppo di elementi materiali
(cerebrali), la teoria si implica in tutte le difficoltà del materialismo,
perchè in nessuno dei tre gruppi si potrebbero ritrovare le ragioni non solo
delle differenze, ma neppure della loro comune proprietà psicologica, la
coscienza. E se è una sostanza psichica o è una sostanza semplice, e le facoltà
sono una negazione della semplicità, o è una sostanza coni posta, e le facoltà
diventano tanti elementi sostanziali. Rispetto al secondo, nell’ipotesi della
sostanza mate¬ riale, sta la difficoltà che non ci è nessuna equazione tra il
movimento e un pensiero, un’emozione, una volizione; e nell'ipotesi della
sostanza spirituale, la spiegazione che è data dalla teoria delle facoltà è pu¬
ramente verbale, perchè si riduce a dire che l’anima pensa, sente, vuole,
perchè ha le facoltà di pensare, sentire, volere ; una semplice petizioqe di
principio. La teoria delle facoltà ha dunque un semplice carat¬ tere di
classificazione ; e poiché la classificazione è un procedimento utile, e sotto
un certo rispetto fonda¬ mentale nella scienza, così non deve far meraviglia se
rimane nel linguaggio scientifico della Psicologia anche quando si è dovuto
riconoscere che non ha carattere esplicativo. Perchè lo avesse, perchè le fa¬
coltà si potessero pensare come cause, si dovrebbero poter pensare come
attitudini anteriori agli atti, p. es. un intelletto che è quel che dice il suo
nome anche se non è in atto d’ intendere, un volere che è volere anche se non
vuole. Inoltre l’analisi psicologica ha posto sempre più in chiaro, che quelle
separazioni che la teoria delle facoltà pone tra i fatti, non sono assolute, e
che, specie nelle forme inferiori, non ci è fatto psichico che sia
esclusivamente di pensiero, di emozione o di volontà. — 268 — Non meno numerosi
furono i tentativi fatti nel senso della riduzione e della unificazione, così
parziale che totale. Siccome la tendenza della conoscenza scien¬ tifica è verso
l’unità, così la Psicologia l’ha seguita a sua volta. L’antica psicologia
razionale, non ostante la sua teoria delle facoltà, cercava delle riduzioni
par¬ ziali col fine di ridurre il numero: p. es. taluni di quei psicologi
consideravano le sensazioni e i senti¬ menti sensitivi, come forme oscure dell
intelligenza ; e viceversa il Condillac cercò di dimostrare che tutta la vita
dell’ intelligenza non è che sensazione trasfor¬ mata. È la teoria professata
dai sensisti in Psicologia, ed anche oggi essa è sostenuta con più finezza di
analisi dal Mùnsterberg. Quasi tutte le classi degli stati di coscienza furono
prese una alla volta come termine della riduzione; la volontà dallo
Schopenhauer e dal Wundt, il sentimento dal Lotze e dallo Spencer. Ma quegli
che si segnalò in questo genere di riduzione fu l’Herbart. Egli pretese che l’unità
psichica ele¬ mentare Consistesse nelle rappresentazioni, e che tutte le altre
forme degli stati di coscienza derivassero da modi speciali della statica e
della dimanica psichica. Vedemmo già che Herbart volle dare forma matematica
alla psicologia, ma vedemmo anche come l’obiezione minore che gii si poteva
fare era che egli non ponesse la matematica in servizio della Psicologia, così
come si fa p. es. in Fisica, dove il calcolo matematico serve a dar forma
quantitativa ai teoremi, accertati dell’espe¬ rienza, p. es. la legge dei tempi
e degli spazii nella ca¬ duta .dei gravi ; ma che ponesse invece la Psicologia
in servizio della matematica, inscenando delle costruzioni matematiche dei
fatti psichici, alle quali l’esperienza psicologica non prestava nessun
fondamento. Ma una obiezione più grave contro la riduzione è che essa è inin- —
269 — telligibile. Come mai uno stato di angustia o di espan¬ sione delle
rappresentazioni potrebbe generare il senti¬ mento? E come la loro oscurità o
chiarezza potrebbero equivalere al dolore o alla gioia? Uno stato di co¬
scienza conoscitivo ed uno emotivo non si possono identificare, e ci possono
essere rappresentazioni chia¬ rissime, come 2 4- 2 = 4, che non destano nessuna
emozione di gioia, e delle rappresentazioni oscurissime, come il non sapere che
cosa accade ora nella reggia di Tokio, che non producono nessuna tristezza. Le
idee di angustia e di espansione applicate alle rappresentazioni sono meri
traslati, sui quali non si potrebbe fondare nessuna conoscenza scientifica. Una
dottrina che ha avuto molto seguito è la teoria dei minimi psichici. Anche
questa dottrina è derivata da un modello fisico ; come in Fisica la teoria
atomica ha costruito i corpi con elementi ultimi indecomponi¬ bili ; così in
Psicologia la teoria dei minimi psichici, o del pulviscolo mentale ( mind-luft
), ha cercato di spie¬ gare gli stati di coscienza composti con elementi ultimi
non ulteriormente risolubili. E come la teoria aggregativa ha avuto successo in
Fisi.ca e in Chimica, così si è voluto che potesse averlo in Psicologia quella
corrispondente dell’associazione psicologica, che ha indubbiamente una grande
portata ma che è falsa, se è elevata a legge generalissima di composizione per
tutti i fenomeni psichici. Non è l’associazione psicolo¬ gica che può spiegare
la coscienza, perchè la suppone ; e non è essa che può spiegare le formazioni
logiche, estetiche, morali. Finalmente non è essa che può spie¬ gare la prima
sensazione. Un fisiologo tedesco, il Fick, sperimentando sulle sensazioni di
contatto e sulle termiche, che sono am¬ bedue sensazioni cutanee, credè che la
loro densità . — 270 — potesse derivare da un diverso modo di formarsi di
sensazioni elementari identiche ; quelle di contatto da sensazioni elementari
non continue, quelle termiche dalle stesse sensazioni in formazioni seriali
continue. Ma il Fick non badò che faceva nascere te sensazioni, che sono stati
di coscienza qualitativamente determinati, da ipotetici minimi che non hanno
qualità. Nella ge nesi della sensazione non si può procedere oltre la
sensazione fino a minimi senza qualità. Si sa che le sensazioni dei toni della
scala musicale hanno come stimoli differenti numeri di vibrazioni in una unità
di tempo, e che queste vibrazioni se non si sommano sono percepite come rumori
; la stessa cosa si può dire del timbro. Ora da questi fatti lo Spencer credè
di potere dedurre una teoria generale, secondo la quale ogni sensazióne attuale
sarebbe un’ integrazione psi¬ chica di un numero grandissimo di minimi
psichici. Ma chi vi assicura dell’esistenza di questi minimi, che non sono essi
stessi sentiti? Qui soccorre il ricorso all’inconscio psichico, come Leibniz
aveva detto, che la percezione del rumore del mare è fatta dalla perce¬ zione
dei rumori delle onde innumerevoli, che non sono avvertite, (il Leibniz le
chiamò petites perceptions ) ; così i sostenitori della teoria dei minimi
psichici, so¬ stengono che è la loro somma che fa la sensazione cosciente. Ma
in questo ragionamento ci è l’errore logico del sofisma dal senso* diviso al
composto. Una certa quantità della causa esterna potrebbe essere la condizione
indispensabile della produzione dell’effetto, quando questo è un fatto
psichico. Similmente una bilancia non perde la sua posizione di equilibrio per
pesi minimi la cui somma sia inferiore alla sua sensi¬ bilità. . Nel rapporto
della sensazione con gli stimoli, sic- — 271 — come si passa a fatti di ordine
diverso, non si può dire che la sensazione sia una somma di stimoli fisici,
perchè potrebbe benissimo essere, come sensazione, indecomponibile. E
finalmente se prendiamo il concetto di somma per se stesso, vediamo che è il
più contrario al fatto che con essa si pretende di spiegare. Nella somma le
parti componenti conservano la loro autonomia, sono quelle che erano, siano numeri,
o grani di sabbia, o elementi psichici. Qui invece si tratta di spiegare un
prodotto qualitativamente nuovo, che gli stimoli per se stessi non contengono.
Occorre che stimolino il soggetto senziente affinchè, questo proprio, risponda
secondo che porta la natura sua alla loro azione. Non è un certo numero di
stimoli che diventa sensazione ; perchè questo accada, gli stimoli debbono
eccitare un soggetto senziente, cosi come nel parallelogrammo delle forze la
risultante unica non qi è, se le forze componenti non sono applicate ad un
mobile. Bisogna supporre la coscienza, nata questa, si può vedere se se ne
possano ammettere gradi diversi, consci e subconscii. Ma che la dottrina
dell’inconscio si possa estendere a questi elementi ipotetici, che sarebbero psichici,
e intanto formerebbero con la loro somma la coscienza, non si vede come sia un’
ipotesi intelligibile. II. — Dalla discussione fatta pare dunque che risulti
evidente l’ inammissibilità tanto della teoria delle facoltà quanto di quella
delle indicate vie di riduzione. Nondimeno la Psicologia non può fare a meno
del- 1 analisi come non può farne a meno nessuna scienza. Per grande che sia la
complessità di un fenomeno e insieme la sua unità, non ci sarebbe speranza d’
inten¬ derlo, se non si potesse risolverlo nei suoi elementi e studiare il modo
della loro funzione e della loro sintesi. L’analisi e la sintesi sono il ritmo
più generale della conoscenza scientifica, e rinunziare ad esse equi¬ vale a
rinunziare a conoscere e contentarsi del caos della passiva intuizione. Quando
al psicologo, il quale cerca di far intendere la vita psichica mediante l’ana¬
lisi dei suoi elementi, e la sintesi delle loro relazioni, si rimprovera di
volere adoperare il metodo delle scienze naturali dove non è applicabile, certamente
si cade in esagerazione. Anche rispetto alla vita lo scien¬ ziato si trova
nella dura necessità di dover disciogliere, di dover uccidere la vita per
conoscerla. Il biologo si trova di fronte ad una difficoltà analoga ; anch'egli
deve decomporre il corpo vivente in ossa, muscoli, nervi, e giungere fino agli
ultimi elementi, che sono le cellule muscolari, ossee, nervose, i globuli del
sangue, della linfa ecc. Tutti trovano buone le spie¬ gazioni del biologo, e
nessuno si sogna di rimprove¬ rargli che egli sostenga che il corpo è composto
dall'unione cfl questi elementi, nel senso che essi preesistevano, e poi si
sono uniti in un tutto come i mattoni di una fabbrica. Perchè invece pel
biologo il corpo vivente è fin da principio un tutto che si svi¬ luppa, ed è il
tutto, che vive in tutte le sue forme successive, quello che, nella sua
evoluzione dal sem¬ plice al complesso, ha fatto nascere le parti. Ma per la
conoscenza occorre rovesciare l’ordine di sviluppo naturale, bisogna staccare
le parti dal tutto mediante l’astrazione, e cominciare dallo studio di quelle
per farsi un’ idea del tutto, e della meravigliosa ricchezza di particolari che
esso contiene. Se dunque il procedimento analitico è essenziale per la scienza,
esso deve essere adoperato anche dalla Psicologia. L'analisi è il primo passo,
ed è utile di formulare anche i fatti psichici atomisticamente ; così — 273 —
come è utile pel geometra di trattare le curve come se fossero composte di
infiniti segmenti rettilinei. Sol¬ tanto bisogna aver presente, che questa
maniera di considerare la cosa è simbolica, e che se la teo'ria associazionista
si prende alla lettera e si eleva a teoria generale, essa è così falsa in
Psicologia, come sarebbe falso credere che il fiume sia il prodotto dell’unione
di tanti litri di acqua, o la parola dell'unione di tante lettere o sillabe ad
essa preesistenti. Anzi l’errore in Psicologia sarebbe maggiore di quello dello
stesso bio¬ logo che pensasse il corpo vivente risultare dall’ac¬ costamento di
uno sterminato numero di cellule ad esso preesistenti. Perchè la forma di vita
che il psico¬ logo studia, cioè la vita psichica, è quella nella quale la
ragione del tutto rispetto alle parti, dell’unità ri¬ spetto alla moltiplicità
è massimamente prevalente. Gli elementi organici hanno una relativa
indipendenza, possono avere una realtà loro indipendente dopo la morte
dell’organismo, ed entrare a far parte di nuovi organismi tanto durante la vita
di quello da cui deri¬ vano, quanto subito dopo la morte, o ritornare ele¬
menti del mondo inorganico. Ma la vita psichica è cosiffatta, che uno stato di
coscienza suppone la co¬ scienza di cui è stato, e non è nulla prima o dopo di
essa. Perciò gli elementi psichici non esistono mai senza di essa, e il
regresso psichico si limita necessa¬ riamente a raggiungere la forma più
elementare di coscienza, e a cercare quale sia in questa la maniera d’essere di
quegli elementi. Per ritrovar questi basta riflettere, che la vita psi¬ chica,
per conservarsi nel suo rapporto e spesso nella lotta col mondo esteriore, ha
tre momenti : l’accogli¬ mento delle impressioni del mondo esteriore e la loro
elaborazione psichica, lo stimolo soggettivo a reagire 18 — Masci, Lezioni di
Psicologia . •— 274 — ad esse, cioè l’emozione nello sua doppia forma posi¬ tiva
e negativa (piacere e dolore) e finalmente la rea¬ zione. Quindi tre forme
elementari di fatti di coscienza, presentativi, emotivi, volitivi. La
Psicologia contem¬ poranea riduce dunque a tre le specie classificative dei
fatti psichici ; ossia specie rappresentativa , emotiva, vo¬ litiva, sfollando
cosi la esuberante proliferazione di fa¬ coltà della Psicologia sostanzialista.
Ma con ciò non s’ intende dire che quegli stati esistano separatamente fin da
principio ; e neppure che quando pare che esi¬ stano separatamente nella
coscienza superiore umana, siano in realtà distaccati dalla forma psichica
fonda- mentale che è la loro origine comune. Non ci è vo¬ lizione senza
rappresentazione e senza uno stato emo¬ tivo almeno rudimentale ; non ci è
stato rappresentativo che non tenda a produrre uno stato emotivo e volitivo ;
non ci è stato emotivo che non supponga una stato rappresentativo e non tenda a
produrre uno stato attivo (volitivo). La distinzione degli stati non è di¬
stinzione di funzioni, ma di elementi o momenti di funzioni ; momento
presentativo o oggettivo, momento soggettivo emotivo, momento reattivo
volontario. La Psicologia ammette ora l’unità di composizione dei fenomeni
psichici, ma non nel senso della Psicologia sostanzialista, e neppure in quello
delle teorie ridut¬ tive a una delle forme, o di tutte ai minimi psichici.
L’ammette nel senso di concepire la riduzione come progressiva o piuttosto come
regressiva verso una forma primitiva e fondamentale, la quale non è altra cosa
che il riflesso psichico, di cui sono elementi una sensazione oscura ed
indeterminata di contatto, un’eccitazione psichica o sentimento sensitivo, ed
un atto psichico impulsivo o ripulsivo. Questo riflesso psichico è quello che
sta alla base dell’evoluzione psi- — 275 — chica. La quale sviluppa dipoi a
poco a poco, e per una lunga serie di forme progressive e gli elementi della
funzione psichica primitiva e la funzione stessa nella sua unità fino alla
forma più differenziata che è la superiore umana. In questa che si presenta
distac¬ cata come da un profondo abisso dalle forme inferiori, lo sviluppo è
pervenuto fino alla distinta formazione del mondo del pensiero, del sentimento,
dei fini ; e il riflesso psichico impulsivo si è elevato fino all’atto morale.
Ma la forma psichica primitiva è il primo ri¬ flesso psichico, che si potrebbe
denominare della sen¬ sazione impulsiva. Questa teoria non è fondata soltanto
sul ragiona¬ mento, ma anche sull'esperienza. Se guardiamo alle serie dei gradi
di sviluppo della sensibilità a traverso la scala animale, siamo ricondotti ad
un’epoca e a forme animali, nelle quali essa serviva principalmente anzi
esclusivamente alla vita e non alla conoscenza : ad un’epoca nella quale
mancando ogni specificazione della sensibilità, mancava ogni contenuto di essa
ri¬ feribile determinatamente all’ oggetto. La sensibilità con¬ siste nella
sola forma, ed anche questa indeterminata, oscura ed ottusa, del contatto. La
biologia ha mostrato che le altre specie di sensazioni si sono venute for¬
mando a poco a poco con la formazione degli organi adatti, per differenziazione
della sensibilità cutanea. Ora quella forma di sensibilità se serviva ed anche
imperfettamente all’ adattamento vitale, non serviva punto alla percezione, che
è la prima forma di cono¬ scenza. Ma anche in questo stadio, cioè negli
animali, che non sono se non brani di protoplasma amorfo o mo- nomorfo, il
riflesso psichico, nella sua più oscura forma, ha i suoi tre elementi
fondamentali, che si possono — 276 — perciò considerare come essenziali per
resistenza psi¬ chica, cioè per quella forma di realtà che è caratte¬ rizzata
dalla coscienza. Anche in esso la coscienza è l'unità, perchè senza di essa o
il riflesso sarebbe au¬ tomatico, fisiologico, ovvero non si produrrebbe se i
momenti del riflesso non fossero momenti di una stessa coscienza. Il riflesso
psichico risponde al riflesso fisio¬ logico, ma se ne distingue perchè esiste
nella forma della coscienza. Lo sviluppo individuale, p. es. umano, conferma le
indicazioni dello sviluppo animale ; perchè esso, a cominciare dalla vita
embrionale, e poi dalla nascita, ripercorre abbreviatamente tutte le fasi dello
sviluppo psichico animale, così come l’embriologia di¬ mostra che lo sviluppo
deH’embrione umano passa abbreviatamente per lo sviluppo filogenetico delle
specie animali inferiori. Difatti lo stato psichico primitivo del neonato
dell’uomo è quello nel quale ogni sensa¬ zione è piacevole o dolorosa, e il
movimento respon¬ sivo determinato dalla tendenza sensitiva si salda quasi con
essa, cioè è in rapporto di immediata continuità con la medesima. Cosicché il
polo della coscienza è tutto nei due termini ultimi del riflesso psichico, il
sentimento sensitivo e la tendenza sensitiva, e il mo¬ mento teoretico è nel
punto della maggiore oscurità, è una sensazione indeterminata di contatto, che
fa l’ufficio della scintilla che genera l’esplosione. Ogni sviluppo psichico
comincia di lì, e procede per quel separarsi continuo e sempre relativo non as¬
soluto, per quella gradazione di relativa indipendenza ed essere per sè degli
elementi psichici. In questa progressiva e relativa separazione consiste lo
sviluppo psichico. Non solo però, ma anche nel dirigersi del polo della
coscienza principalmente dal terzo al primo momento del riflesso psichico, al
teoretico conoscitivo. — 277 — che è quello che presenta la maggiore capacità
di dif¬ ferenziazione, di ricchezza di determinazione, ed anche di
organizzazione e di sistemazione del suo contenuto. La coscienza cresce per un
processo dall’indetermi¬ nato al determinato, dall’indistinto al distinto, dal¬
l’omogeneo all’eterogeneo, ed è tanto più coscienza quanto maggiore è la
differenziazione del suo conte¬ nuto e raggiunge la massima unità nella
diversità nella specie umana dove diventa autocoscienza di fronte ad una
varietà e ricchezza di contenuto quasi illimitate, che la lingua rende
possibili. Cosi l’analisi e la sintesi procedono di pari passo, e come cresce
l’una cresce anche l’altra. Le connessioni tra gli ele¬ menti della vita
psichica si fanno sempre più mediate e lontane, ma non mancano mai. Ciò che era
da prin¬ cipio uno e quasi indiscernibile, si distingue a poco a poco, fino a
separarsi, e a fare il suo proprio cam¬ mino, il suo proprio sviluppo
indipendente. Così pare che siano facoltà separate, mentre l’analisi regressiva
le riporta alla loro unità primitiva. La quale è del resto riconoscibile anche
nelle forme più alte, e quindi più differenziate, della vita psichica. Perchè
la volontà morale non esiste senza idee e senza emotività diret¬ trici. E mentre
i sentimenti ideali sono i più rappre¬ sentativi, la stessa scienza più alta e
più oggettiva suscita le forme più alte del sentimento e della volontà. Dunque
il nucleo primitivo, il germe dell’evolu¬ zione psichica è il riflesso
psichico, e i suoi momenti sono gli elementi psichici, i quali nella forma
primitiva sono sensazioni, sentimenti sensitivi, tendenze sensitive. Se non
che, siccome lo sviluppo psichico sposta, come abbiamo visto, quello che
potremmo chiamare metaforicamente il centro di gravità del riflesso psi¬ chico
dal terzo elemento al primo, così gli elementi - 278 - psichici non hanno, alla
fine dello sviluppo psichico, 10 stesso valore che avevano in principio. 11
primo elemento, il teoretico, diventa preponderante, e il se¬ condo, emotivo, prevale
sul terzo, volitivo che assorbe in parte in se stesso. Il terzo elemento si
identifica anche col primo perchè la volontà umana è satura di elementi
conoscitivi. Perciò taluni psicologi riducono gli elementi psichici ai due
primi, sensitivi ed emotivi. Ma la riduzione non si può considerare come
esatta, perchè la volontà conserva sempre una relativa auto¬ nomia, e perciò è
distinta nella coscienza comune dagli altri due. Ma dalla innegabile
preponderanza degli elementi teoretici, e dalla subordinazione ad essi degli
altri è derivato che molti psicologi non hanno ammesso come elementi ultimi se
non che le sensa¬ zioni. Ma in realtà quello che accade realmente è che 11
momento teoretico può esistere a parte, senza che si producano se non solo
inizialmente gli altri due. Siccome il sentimento ha una zona media d'indif¬
ferenza (tra piacere e dolore), e nelle forme superiori della vita psichica non
si produce in maniera chiara e consapevole, è possibile fare astrazione nelle
sensa¬ zioni dai sentimenti, ma in questi non si potrebbe astrarre da quelle ;
un elemento teoretico, e sia pure indeterminato, è il denominatore dei
sentimenti. Fi¬ nalmente, siccome la volontà, nella forma sua supe¬ riore,
suppone un’ inibizione della tendenza, e può far seguire o non 'seguire
l’azione, o restare inerte, come resta di fatto, rispetto al maggior numero
delle rap- sentazioni, cosi anche rispetto ad essa è possibile nelle
rappresentazioni farne astrazione, ma non viceversa astrarre dalle
rappresentazioni nelle volizioni. Ma da queste considerazioni non deriva nè che
le sensazioni sono come dei sentimenti e delle volizioni, nè che i due ultimi
elementi si possono ridurre al primo. La prima affermazione non bada a questo
che il senti¬ mento e la volontà dipendono bensì dalla sensazione
immediatamente, ma immediatamente suppongono il soggetto, ed esprimono il modo
di comportarsi di questo rispetto ad essi. E la seconda affermazione incontra
la difficoltà di fatto, che mentre la sensazione si rife¬ risce all'oggetto, il
sentimento e la volontà si riferi¬ scono al soggetto. Noi abbiamo visto come la
Psico¬ logia herbartiana abbia naufragato nella riduzione delle attività
psichiche alla rappresentativa; perchè ciascuna di esse ha una propria qualità
irreducibile. Abbiamo già, trattando dei metodi della Psicologia, respinto la
teoria che nega la quantità dei fenomeni psichici e li considera come puramente
qualitativi. Ad essi non si può applicare la misura come ai feno¬ meni esterni
ed ogni tentativo di tal fatta, sia diretto che indiretto, si è mostrato vano.
Ma la misura è nella coscienza, è uno stato di coscienza esso stesso, e se può
dire il più e il meno, non può mai indi¬ care una quantità determinata. Inoltre
la quantità nei fenomeni psichici è qualitativa, è quella quantità che diciamo
intensiva, e di cui ammettiamo che vi siano gradi. La negazione fatta dal
Bergson della quantità dei fenomeni psichici è derivata appunto dal carattere
qualitativo che hanno le valutazioni psichiche per ef¬ fetto delle ragioni che
abbiamo indicate. Ma contro di essa stanno due ragioni principali, che una
qualità senza quantità non è concepibile, e che la testimo¬ nianza diretta
della coscienza le è contraria. Perciò in Psicologia si parla sempre come della
. qualità, anche della quantità o grandezza degli stati di coscienza. Questa è
rappresentata ordinariamente in forma lineare, da un minimo ad un massimo. Le
280 — qualità sono invece rappresentate sotto la forma figu¬ rativa spaziale,
come grandezze a più di una dimen¬ sione, p. es. i diversi colori sotto la
forma dell’ot¬ taedro. Ma non bisogna dimenticare che ogni rappre¬ sentazione
spaziale degli stati di coscienza non deve mai essere presa come reale, ma
sempre soltanto come simbolica e come figurativa. CAPITOLO XIII. Le formazioni
psichiche I. — In una Introduzione generale alla Psicologia lo studio delle
formazioni psichiche si deve mantenere nell’ambito delle quistioni più
generali. Lo studio par¬ ticolareggiato di queste formazioni coincide con
quello delle singole attività psichiche e perciò appartiene alla Psicologia
propriamente detta. La questione che deve essere trattata dall’ introduzione è
propriamente questa : se le formazioni psichiche dipendono dalle impressioni
del mondo esterno, o dai vincoli associativi, che esse contraggono in relazione
con la maniera della loro rap¬ presentazione nell’esperienza, o se invece
suppongono un potere formativo del soggetto : sono esse delle pure copie
mentali dei dati dell’esperienza, ovvero suppon¬ gono una certa struttura della
mente, una potenza tra¬ sformatrice ed organizzatrice dell’ esperienza, e in
che modo questa funzione di trasformazione e di organiz¬ zazione deve essere
concepita? Il contrasto in questo punto è antico, è tra empi¬ risti ed
aprioristi ; ma ha assunto storicamente forme — 282 - diverse, delle quali
esamineremo soltanto quelle che si mantengono ancora nella scienza. Sarebbe
odioso difatti discutere oggi la teoria delle idee innate o quella del puro
empirismo; nè l’una nè l’altra sono oggi nel patrimonio della scienza, e il Locke
che fece giustizia delle prime con la distinzione delle idee il cui tipo è in
noi (archetipe), e di quelle il cui mo¬ dello è fuori di noi (ectipe), non è
quel rigoroso em¬ pirista che generalmente si crede. L’empirismo con¬
temporaneo è forse più radicale di quello del Locke. Ma esso si presenta ora in
una forma che, pur man¬ tenendo ferma l’origine di ogni nostra conoscenza
dall’esperienza, cerca di riportare a questa la stessa formazione
dell’intelligenza e di mostrare in conse¬ guenza che, pure ammettendo una
reazione originale del soggetto alle impressioni esteriori, questa potenza e
forma di reazione è una formazione deM’esperienza. Quegli che ha presentato la
teoria empirica in questa forma, che voleva essere una conciliazione tra
l’a-prio- rismo e l’empirismo, è stato lo Spencer, ed è la sua teoria quella
che dobbiamo prima di tutto esaminare. Lo James ha fatto della teoria
spenceriana una cri¬ tica minuta e stringente della quale ci prevarremo ; ma è
impossibile per noi accedere alle sue conclusioni. Esse sono difatti
agnostiche, riportano bensì la for¬ mazione della mente alla formazione del suo
organo materiale, il cervello; ma egli crede che questa forma¬ zione derivi da
variazioni congenite appartenenti ad un ciclo di causalità che è rimasto finora
inaccessi¬ bile alla ricerca scientifica. Per questo carattere agno¬ stico la
teoria dello James non potrebbe essere discussa, e perciò restano sole la
teoria kantiana di un organismo proprio della facoltà conoscitiva e la teoria
spence¬ riana delle copie mentali e dell'esperienza ereditaria. - 283 - La
disputa tra i psicologi si è accesa per la diffe¬ renza irrecusabile che
presentano le verità fra di loro. Talune di esse sono necessarie, altre no.
Delle prime non è possibile pensare il contrario, delle seconde è possibile.
Perciò diciamo che le idee connesse nelle prime sono connesse per un legame che
non può essere risoluto, mentre le idee connesse nelle seconde possono essere
separate. Le prime non hanno gradi diversi, per¬ chè la necessità non ha gradi
; le seconde sì, e ne hanno moltissimi, perchè il nesso va dai più facilmente
risolu¬ bili a quello la cui risoluzione è incredibile. L’egua¬ glianza dei
lati opposti di un rettangolo è una proposi¬ zione necessaria, quella che una
certa giornata è piovosa è una proposizione empirica noq necessaria. Gli aprio-
risti dicono che le proposizioni necessarie dipendono dalla struttura della
nostra mente, gli empiristi invece sostengono che derivano da esperienze
ripetute e co¬ stanti, o da che l’esperienza non ci aiuta a pensare il
contrario (Mill) , o dall ’ esperienza della specie (Spencer) . Noi vogliamo
provare che la teoria empirica sotto tutte le sue forme è falsa, e vogliamo
provarlo per tutte le formazioni psichiche a cominciare dagli ele¬ menti. Non
già che l’esperienza non sia per noi pro¬ duttiva di conoscenza, tutt’altro.
Noi sosteniamo invece che non ci è conoscenza fuori dell’esperienza, ma
crediamo che la mente abbia delle funzioni formatrici dell’esperienza, senza le
quali l’esperienza non sarebbe possibile, perchè essa non è sorta da una
meccanica delle impressioni provenienti dall’oggetto. Cominciamo dalla teoria
del Mill. Questo acuto filosofo sostiene che le connessioni nel pensiero sono
proporzionali alle connessioni nell’esperienza, che le prime si saldano nella
misura che sono ripetute nel¬ l’esperienza. E che il grado di verità necessaria
ap- — 284 — partiene a quelle che hanno la massima base speri¬ mentale
possibile. Se anche si tratta di verità che si ripetono costantemente nell’esperienza,
la necessità si stabilisce per quelle che sono particolari. Così la gra¬ vità è
un’esperienza costante, ogni corpo abbandonato a se stesso cade, nè c’è
esperienza contraria a questa verità. Ma essa non è necessaria, perchè non
accom¬ pagna tutte le esperienze possibili, non è data nella forma di ogni
esperienza. Dunque la caratteristica delle verità necessarie è di essere date
nella forma di ogni esperienza. E un altro carattere è che se ci pro¬ viamo di
scioglierne mentalmente il legame non ci riusciamo, e ciò perchè nessuna
esperienza ci aiuta a pensare il loro contrario. Se non che non si vede che
cosa possa essere una verità che è data nella (orma di qualunque esperienza.
Ciò che è dato nella forma dell’esperienza non ^deriva da questa, deriva dal
soggetto. Difatti il tempo, lo spazio, come entità individuali e reali, e le
verità che ad essi si riferiscono, p. es. che il tempo non ha nè principio nè
fine, che è indivisibile, e cosi le verità analoghe dello spazio, e le
contrarie per ambedue, che la serie temporale non si può rovesciare, e la
spaziale sì, e cosi il prin¬ cipio di contraddizione, e quello di causa e le
verità dei numeri, sono verità che non hanno fondamento nell’esperienza esterna
ma nel pensiero. Basta pensarle per convincersi che il loro contrario è
inconcepibile. E, si noti, inconcepibile non incredibile. Ci è grande
differenza tra l’ incredibilità e l’ inconcepibilità ; è incre¬ dibile che il
proiettile di un cannone vada dall’ In¬ ghilterra nella Cina, ma non è
inconcepibile; ma è inconcepibile che gli angoli interni di un triangolo siano
maggiori o minori di due retti. L’essere nella forma di ogni esperienza non
vuol — 285 — dire che hanno la più larga base sperimentale possi- sibile, tanto
vero che una verità matematica può riu¬ scire nuova e non entra perciò nell
'esperienza di coloro che non sono matematici. Vuol dire che il pensiero è
cosiffatto che se pensa una di quelle verità, si accorge che non può pensare il
contrario. Quindi l'altra affermazione del Mill, che sono verità necessarie
quelle soltanto di cui nessuna esperienza ci aiuta a pen¬ sare il contrario, o
è falsa, perchè, l’esperienza non es¬ sendo mai compiuta, non si può sapere se
ce ne sia una che ci può o potrebbe aiutare a pensare il contrario ; ovvero è
la presentazione, sotto forma errata, della ve¬ rità, che se facciamo anche una
prova sola di pensare il contrario, la prova non ci riesce ; perchè la natura
del pensiero vi ripugna. Solo se è così possiamo da una sola esperienza
conchiudere a un’esperienza in¬ finita. IL — Passiamo ora alla dimostrazione
spenceriana; ma prima guardiamo direttamente la cosa, per vedere se le
formazioni psichiche e gli stessi elementi psichici si possono considerare come
copie mentali di cose esteriori. Rispetto agli elementi è evidente che non
possono essere copie di cose esteriori le emozioni e le volizioni ; non ci
sarebbe senso nel dire che esse sono proprietà delle cose esteriori ;
nativamente e sempre noi le consideriamo come stati del soggetto. Non accade lo
stesso delle sensazioni ; pure è risaputo da un pezzo in Psicologia che le
sensazioni sono sog¬ gettive, che esse cioè non somigliano punto agli sti¬ moli
che le eccitano. E se anche si ammettesse che qualche cosa corrisponde loro
nella realtà, la loro realtà come stati di coscienza non sarebbe da negare, a
meno di non tornare alla teoria democritea del trasporto delle immagini dal
mondo esterno ai centri — 286 — di percezione sensitiva. Dunque la tesi
empirica può essere sostenuta, se mai, solo rispetto alle formazioni psichiche.
Vediamolo. Per esperienza intendiamo l’apprensione di qualche cosa che è,
almeno relativamente, esterno alla nostra coscienza, e che produce su di essa
uno stato che gli corrisponde. Inoltre le verità che essa ci presenta hanno
gradi diversi di connessione tra le parti che le compon¬ gono. Così la
proposizione, che il fuoco brucia, sebbene indubbiamente di origine empirica,
ha un grado di connessione mentale, che ci fa aspettare sempre che il fuoco
abbia queU’effetto. Invece non ha la stesso grado di connessione l’aspet¬
tativa del tuono dopo il lampo, e molto meno la vista del cane, e l’aspettativa
che. esso ci morda. Quindi nelle nostre conoscenze troviamo gradi diversi di
con¬ nessione mentale in rapporto con le connessioni veri¬ ficate dall’esperienza.
Il loro carattere comune è che di esse si può pensare il contrario, sebbene
occorra uno sforzo vario secondo la connessione stabilita, che va fino
all’incredibilità per le connessioni basate su un esperienza costante, o su
quelle che consideriamo come leggi di natura; ma mai fino all’ inconcepibilità.
Entro questi limiti il nostro pensiero è modellato dal¬ l’esperienza ; e ne
possiamo ritrovare in essa l’origine. Possiamo anche constatare le variazioni
della nostra esperienza, possiamo cioè verificare che essa può mu¬ tare un
nesso mentale da essa stabilito, e sostituirlo con un altro. 9 Su ciò tutti
sono d’accordo ; ma l’empirismo sostiene inoltre che anche le verità
necessarie, cioè quelle il cui contrario è inconcepibile, nascono allo stesso
modo dall esperienza. Per riuscire in questa dimostrazione lo Spencer crede che
non basti appellarsi all’esperienza — 287 — dell'individuo, ma che occorra
invocare anche quella della specie. Lo Spencer muove dal principio generale che
la vita mentale sia, come ogni vita, il prodotto degli adattamenti delle
relazioni interne alle relazioni esterne. Tutta la biologia è una prova di
questa ve¬ rità, ed egli non vede come la Psicologia potrebbe averne una
diversa. Tutte le nostre conoscenze sono quindi, secondo lui, prodotte dalle
impressioni esterne sulla nostra mente, e perciò l’organismo della cono¬ scenza
riproduce i sistemi delle relazioni oggettive. E poiché queste relazioni si
mostrano come legami di varia solidità tra le idee, proprio in corrispondenza
della solidità dei legami tra le cose da esse rappre¬ sentate, così è un
corollario inevitabile pensare che i legami mentali irresolubili rispecchino
quelle connes¬ sioni che sono state sempre identiche nell’esperienza. Ma la
legge della proporzionalità della costanza delle relazioni interne tra idee e
quella delle relazioni tra le cose non potrebbe darci ragione delle verità
neces¬ sarie, se non aggiungessimo due condizioni, la prima è quella stessa
addotta dal Mill, che producono delle relazioni necessarie nella mente quelle
sole relazioni esterne che sono il sostrato di tutte le relazioni esterne, le
relazioni di tempo e di spazio, di causalità, di nu¬ mero ecc. Per tal ragione
esse sono corrispondente¬ mente il sostrato di tutte le relazioni interne, le
forme senza fine ripetute di ogni pensiero ; e diventano ele¬ menti automatici
del pensiero in generale e quasi lo scheletro solido della sua struttura, la
trama fondamen¬ tale di quel tessuto che esso è. La seconda condizione è la
legge bio-psicologica dell’eredità. Perchè questa aggiunge all’esperienza
individuale l’esperienza della specie, e questa dà ragione dell’organizzazione
cere¬ brale, la quale sebbene prodotta da azioni esteriori. w — 288 — fissa in
strutture e funzioni permanenti, trasmissibili per eredità, quelle che gli
aprioristi chiamano funzioni del pensiero. Secondo lo Spencer non si può ammet¬
tere che la mente dell' individuo sia da principio una tabula rasa, sulla quale
l’esperienza individuale sol¬ tanto iscriva i suoi caratteri ; perchè con questa
teoria non si potrebbe spiegare la facolta ordinatrice ed or¬ ganizzatrice
dell’esperienza. Se quella teoria fosse vera, come si potrebbe spiegare il
fatto, che animali sotto¬ posti alle stesse esperienze, p. es, l’uomo e gli
ani¬ mali domestici, non raggiungono lo stesso sviluppo mentale? I sostenitori
dell’ esperienza limitata all’in¬ dividuo non tengono conto dell’esistenza di
un deter¬ minato grado di sviluppo cerebrale e considerano l’evoluzione
psichica a traverso le forme animali come indipendente da esso. Eppure questo
sviluppo appunto deve essere considerato. Perchè secondo che varia lo sviluppo
del sistema nervoso, variano le attitudini psichiche (p. es. dalla larva alla
crisalide, da questa all’insetto perfetto). Non può essere senza significato
psichico lo sviluppo del cervello nella scala animale, o nelle diverse razze
umane, come nelle diverse età della vita. Lo Spencer dunque chiede la
spiegazione delle forme del pensiero alla biologia. In corrispondenza alle
relazioni esterne assolute si sviluppano le rela¬ zioni interne anch'esse
assolute. Il cervello rappre¬ senta un’ infinità di esperienze fatte durante
l’evolu¬ zione della vita in generale. È cosi che si è formata quell’alta
potenzialità biopsichica, che è latente nel cervello dell’ infante, e che esso,
diventato adulto, trasmetterà leggermente accresciuta alle future genera¬
zioni. Ed è così che si spiegano anche le differenze individuali fino al
talento e al genio ; l’ intervallo che separa l’ intelletto del selvaggio dall’
intelletto di Newton. — 289 — III. — Nell’esame della teoria spenceriana noi
non ■ci fermeremo sulla prima delle due condizioni, perchè ne abbiano discusso
il valore parlando della teoria dello Stuart Mill e non vogliamo ripeterci.
Quella che bisogna esaminare è la seconda ; la preformazione cerebrale
effettuata dalla congiunta potenza dell'espe¬ rienza e dell’eredità. Questa
teoria ammette senz’altro la causalità psicofisica nella doppia direzione; fa
mo¬ dellare organicamente il cervello dall’esperienza, e poi spiega
l’esperienza (nei suoi fondamenti necessarii), con l'organizzazione cerebrale.
Non rifaremo a questo proposito la discussione già fatta intorno all'azione
psicofisica e non oppor¬ remo neppure contro questa concezione materialistica
le difficoltà del materialismo. Vogliamo soltanto far riflettere, che l’eredità
psicologica non dà altra prova della eredità delle idee, che l’eredità delle
forme del pensiero. Il fatto è che non si eredita l'esperienza degli antenati,
come se ne ereditano il carattere, le tendenze, ecc. Ogni individuo deve fare
ex novo la propria espe¬ rienza, imparare dal principio alla fine tutta quella
quantità di conoscenze che la costituiscono. Neppure le idee folli si
ereditano, sebbene l’eredità delle psico¬ patie sia vera. Dunque lo Spencer non
potrebbe ad¬ durre dell’eredità delle verità necessarie nessuna prova, che non
fosse quella di quelle stesse verità. La sua dimostrazione è per conseguenza
una petizione di principio ; l’eredità psicologica è muta rispetto ai con¬
tenuti ideali, e perciò dire che certe verità sono ne¬ cessarie perchè sono
ereditarie, non è più probante della proposizione contraria, che sono
ereditarie per¬ chè sono necessarie. Ma per l’intento dello studio che facciamo
intorno 19 — Masci, Lezioni di Psicologia. — 290 — alle formazioni psichiche la
cosa più importante è di saggiare il principio stesso della teoria, che la
cono¬ scenza sia una copia mentale delle relazioni esteriori, e non abbia altra
ragione che V adattamento. Su questo secondo punto anzi ci siamo pronunziati
più volte nel corso di questi studii e non ci ripeteremo ; la conoscenza è da
sè più assai che un adattamento, e può anche essere il contrario ; essa genera
inoltre un ambiente nuovo, che richiede un nuovo adatta¬ mento, e perciò non
può stare nei limiti dell 'adatta¬ mento alle relazioni esterne. Esaminiamo
dunque quel che più importa ora: se la conoscenza sia una copia mentale delle
cose. Cominciamo dal notare che molti fatti stanno con¬ tro questa teoria che
si potrebbero dire appartenenti ad una classe accidentale e sporadica di
formazioni psi¬ chiche. Nella stessa sensibilità: p. es. il sibilo nel¬
l'orecchio può essere prodotto non solo da uno sti¬ mola adeguato, ma anche da
una certa dose di chinino ; e la sensazione del color giallo può essere
prodotta non solo dagli oggetti che hanno questo colore, ma anche dalla polvere
di santonina. In una sfera più alta certe attitudini con le quali gl’individui
vengono all’esi¬ stenza, spesso senza' nessuna ragione ereditaria, p. es. la
facoltà musicale, pittorica, poetica, ecc. e cosi il talento, il genio nelle
loro più varie e multiformi ma¬ nifestazioni, rendono testimonianza anticipata
e ma¬ nifesta che non tutto nella vita psichica si può ripor¬ tare all’
influenza dell’ambiente, che in certi casi è anzi contrario. Se nell’ordine dei
fenomeni psichici più strettamente dipendenti dall’organismo la corrispon¬
denza non ha luogo, molto meno può affermarsi che esista pei fenomeni mentali
superiori. Il Goltz e il Loeb hanno trovato che i cani diventano miti se sono
pri- 291 vati dei lobi occipitali del cervello, e diventano invece feroci se
sono privati dei lobi frontali. E si sa cbe nell’uomo l’alcoolismo è più una
disposizione organica anziché un effetto dell’abitudine di bere. Altrimenti non
si spiegherebbe come in certi paesi esso infieri¬ sca e in altri no, p. es.
negli Stati Uniti d’America esso è tale che il prodotto dello vendita
dell’alcool e degli alcoolici eguaglia quello della vendita della carne e del
pane presi insieme.1 Non ci è dubbio che una gran parte delle nostre
conoscenze, e tutto anzi per quel che riguarda il loro contenuto oggettivo,
derivi dall’esperienza. Già Kant aveva rilevato questo, ma aveva inoltre fatto
notare che la forma dell’esperienza non è essa stessa di origine empirica, ed
aveva perciò ammessa un’at¬ tività formatrice della mente, un organismo
mentale, o come egli la chiama, una fisiologia trascendentale dell’
intelligenza, cioè un suo modo di funzionare che si rivela bensì
nell’esperienza, ma che non derivada questa, e non ne può derivare, perchè
esprime la parte che si spetta alla mente nella formazione del¬ l’esperienza.
La dottrina dell'esperienza è una prova luminosa di questa verità, ma noi
dobbiamo ora ve¬ rificarla anche dal punto di vista psicologico. Da questo punto
di vista sono certamente empi¬ riche tutte le nostre conoscenze dei rapporti
delle cose nello spazio e nel tempo. Tutte le idee degli oggetti concreti, e
delle loro reciproche relazioni ed azioni causali sono date da fuori. Verità
come queste, che il fuoco brucia, che l’acqua bagna, che il cristallo ri- 1 Per
intendere bene il significato di questi dati statistici è necessario riferirsi
al tempo in cui l’Autore scriveva l’ Introduzione alla Psicologia, e cioè agli
anni 1913*15. - 292 - frange la luce, che il caldo fonde la neve, che i pesci
vivono nell’acqua e fuori di essa muoiono, sono ve¬ rità d’esperienza. È
dall’esperienza che deriva tutta la nostra conoscenza del reale, e sotto questo
rispetto la teoria spenceriana dell’adattamento e della forma¬ zione ab extra è
vera, ed è vero che la connessione dei rapporti mentali è uguale a quella delle
connes¬ sioni che ci sono mostrate dall’esperienza. Ma se si oltrepassa il
contenuto oggettivo, si vede che ci è tutto un altro aspetto della mente che
non è dato da fuori. E prima di tutto la mente stessa nelle sue qua¬ lità e
nelle sue formazioni. Nelle sue qualità, perchè a cominciare dalla sensazione e
a procedere oltre alle rappresentazioni, alle percezioni, ai concetti, ai giu-
dizii, al ragionamento, gli stati di coscienza in cui essi consistono non sono
come la pìctura in tabula delle pure copie delle cose esteriori. Intorno alla
soggettività delle sensazioni abbiamo già detto quanto basta, ma anche nella
tecnica delle arti rappresentative non tro¬ viamo il duplicato dell’oggetto, ma
una maniera di ri¬ produrlo che è conforme bensì alla natura dell’oggetto, ma
anche, e più, alla natura del soggetto. La statua e il quadro sono modi di
riprodurre l’oggetto con una tecnica, gran parte della quale è determinata
dalla maniera di apprensione del soggetto, e varia secondo che il soggetto
varia. Anche nelle associazioni psico¬ logiche passive, le, leggi
dell’associazione sono leggi dell’attività rappresentativa, del soggetto
quindi, ed anche quando questo non è che una specie di macchina
rappresentativa, specie nelle rèveries, nei sogni, la qualità, la direzione, 1’
intreccio, il formarsi e il dis¬ solversi dei gruppi rappresentativi, si
producono se¬ condo la natura del soggetto, non meno di quel che si producano per
l’esperienza del soggetto. Passando — 293 alla percezione vediamo che essa non
somiglia alla sensazione, ma è il paragone dell’ impressione presente alle
passale analoghe, formate in classi, alle quali le impressioni vengono
riportate; per dire che la tal cosa è un cappello o una pianta, bisogna
possedere già nella mente le classificazioni relative, e sussumere l’oggetto
alla classe per il riconoscimento in esso dei caratteri proprii di questa. Il
concetto differisce tanto dalla sensazione che dalla percezione, perchè è la
ri- produzione dell’oggetto per un numero limitato di note, che hanno un
determinato organismo, nel quale la mente mira a quello che l'oggetto ha di
essenziale soltanto, alla sua esatta conoscenza pel genere e per la differenza.
Il giudizio è una funzione mentale che analizza il reale, e fissa nell’analisi
quello che nella realtà è uno. Difatti la risolve in due elementi, con¬ nessi
da un terzo termine che è l’espressione della facoltà affermativa o negativa
del soggetto. E gli stessi due primi termini sono rappresentativi del tutto
del¬ l'esperienza immediata solo per un’analisi che distin¬ gue il predicato
nel soggetto, la quale è possibile solo per la facoltà analitica della mente e
dipende dalla natura di questa e non dalla natura della cosa. Oc¬ corre che la
mente sia dotata della facoltà di discri¬ minare, di paragonare, di astrarre,
di identificare e di differenziare, ed abbia inoltre memoria, aspettativa,
affermazione, negazione, dubbio per formare i concetti e i giudizii. Ogni concetto
ed ogni giudizio sono, per un certo rispetto, una violazione dell’ordine della
na¬ tura, in quanto sono un’analisi e poi una sintesi men¬ tale e conoscitiva
di ciò che nella realtà è uno. Del resto i concetti e i giudizii sono una
rappresentazione ingrandita di quello che sono la percezione e perfino la
sensazione, perchè anche queste sono analitiche. 294 IV. — Passiamo ora dalle
forme elementari alle scienze e prima di tutto alle scienze della natura este¬
riore. La rappresentazione scientifica della realtà è una maniera oltremodo
astratta di concepirla. Per la Fisica e per la Chimica l’essenza della realtà
non è quella che appare, ma un numero grandissimo di atomi e di molecole in
certi movimenti e in certe combinazioni. L’ordine del pensiero scientifico è
incongruo con quello nel quale le cose esistono e ci si presentano imme¬
diatamente. Stuart Mill ha detto bene nella sua Lo¬ gica che l'ordine della
natura nella sua presentazione immediata è un caos seguito da un altro caos.
Siamo costretti di porre ordine in questo caos se vogliamo intenderlo. La somma
delle nostre percezioni in un dato momento è veramente caotica. I suoni delle
voci, le luci e le ombre, gli odori e i sapori, i contatti, il caldo e il
freddo, i conati e le resistenze, le sensazioni organiche costituiscono un
plenum, che è per la nostra mente un incognito indistinto, il quale sarebbe in¬
concepibile per noi, se non fossimo prima di tutto in grado di analizzarlo. Ed
è fortuna che la più gran parte di queste sensazioni siano inavvertite, perchè
se tutte sollecitassero la conoscenza, questa impazzirebbe. . Il mondo reale,
quale è dato in un determinato mo¬ mento, è la somma di tutti i suoi stati, e
questa somma si continua con tutte le somme precedenti, ed è in atto per
formare il futuro. Possiamo noi comprendere la sensazione trasversale di tutto
questo assieme infi¬ nito ? Possiamo comprendere gli eventi di numero infinito
che si realizzano in un determinato istante? In ciascuno di questi l’ordine
percettibile, e in limiti angustissimi, è quello di tempo e di spazio. Ebbene
esso ci è però meno che inutile per intenderlo. Per far ciò dobbiamo rompere la
sua unità in tante scienze. — 295 — in tanti ordini e serie causali, e
studiarli a parte, e poi ricollegarli in maniera che è conforme alla nostra
intelligenza, ma che non è data affatto nelle nostre sensazioni e percezioni.
Questa specie di algebra scientifica, per quanto as¬ somiglia poco alla realtà
quale ci è data immediata¬ mente, risulta nondimeno applicabile a questa, vale
a dire che essa ci fornisce espressioni, formule, che in determinate
circostanze possono essere tradotte in va¬ lori reali come parti definite del
caos che cade sotto i nostri sensi. Ma non è possibile pensare che tali
espressioni e tali formule siano il risultato di un adat¬ tamento delle
relazioni interne alle esterne. Ogni con¬ cezione scentifica è da prima una
variazione spontanea del pensiero di un determinato scenziato, la quale, seb¬
bene abbia indubbiamente una preparazione scentifica relativa, non cessa di essere
una visione, talvolta ge¬ niale. Per una che riesce, ve ne sono molte e molte
che falliscono. Da principio esse sono analoghe alle visioni poe¬ tiche, ma
mentre queste portano in se stesse la loro giustificazione, quelle altre, le
scientifiche, sono sog¬ gette alla verificazione, ed è questo che le cangia in
verità. Data questa natura delle scoperte scientifiche, è evidente che è tanto
vero dire, che le scienze sono il prodotto dell'ambiente sul cervello umano,
quanto è vero dire che sono delle invenzioni poetiche, o dei motti di spirito.
Le relazioni più persistenti dei feno¬ meni non sono mai frutto dell’esperienza
immediata, (se fossero dovrebbero essere conosciute fin da principio, e non
dovrebbero essere ricercate) ; ma debbono essere districate dall’esperienza
immediata con un processo di eliminazione di tutte le altre circostanze, di
tutti gli altri concomitanti reali, che per lo più le mascherano — 296 —
profondamente. E ciò è vero non solo di certe azioni recondite, che non si
rivelano immediatamente nei prodotti, come sono le azioni chimiche, ma anche di
quelle leggi fisiche potenti come sono la gravità e la gravitazione universale,
che richiesero i genii scientifici di Galilei e di Newton, e la teoria cinetica
dei gas, e la stessa legge del Mariotte pel rapporto inverso dei loro volumi e
delle pressioni che sosten¬ gono. Le leggi elementari della fisica, della
meccanica, della chimica sono di questa specie ; tale è perfino il principio
dell’uniformità delle leggi naturali. La nostra esperienza immediata ci
presenta certo delle coesistenze e delle successioni costanti, delle uni¬
formità, p. es. le astronomiche, ma ci presenta anche, e in maggiore grado, il
variabile e l’accidentale. Le uniformità sono soltanto quelle più appariscenti
p. es. che l'umidità scioglie il sale, e che il sale conserva la carne. Ma
mentre una parte relativamente piccola dell’esperienza immediata ci presenta le
uniformità più estrinseche, una parte di gran lunga maggiore ci pre¬ senta il
variabile e l’accidentale. Cosicché se la scienza dovesse essere l’effetto
dell’ imprimersi nella nostra mente delle relazioni esterne, essa non potrebbe
anda¬ re molto oltre a quello che è nella mente infantile o in quella del
volgo. Anche il bambino in forza delle uniformità della sua esperienza cerca il
latte della madre e non del padre, e cresciuto appena, appetisce il frutto
saporoso e schiva la medicina disgustosa. Ma questo suo sapere non è ancora la
scienza, sebbene anche in questo si riveli la forma mentale ordinatrice che è
la causalità. È questo che nel pensiero del po¬ polo produce la credenza nel
caso e nel miracolo. La grande maggioranza degli uomini crede in ambedue, e
perfino degli scienzati hanno partecipato questa ere- — 297 — denza. Ma se si
riflette si vede, che essa è già una fase anteriore di quella che sarà dipoi
quella della scienza ; perchè nè il caso nè il miracolo sono il pro¬ dotto
dell’esperienza esterna, ma trovati umani per spiegare quell’esperienza. E per
un altro lato le cre¬ denze popolari provano contro la teoria della copia
mentale ; perchè esse mostrano che la fede nell’uni¬ formità delle leggi, in un
sistema di nessi causali, quali la scienza ricerca, e fin che può ritrova in
tutta la natura, non avrebbe potuto derivare dall’esperienza immediata, la quale
ci dà assai più di variabile e di accidentale nelle cose, che non di immutabile
e di regolato. Dal punto di vista di quell’esperienza nulla esiste o può
esistere mentalmente se non- una somma di esperienze particolari (eslegi), con
la loro coinci¬ denza da un lato, con la loro accidentalità dall’altro. La
convinzione dell’ordine nell’universo deriva dalla ricerca faticosa che ne
facciamo, e la ricerca deriva a sua volta dalla natura e dalla funzione della
nostra mente. Il primo impulso alla ricerca deriva infatti da prin¬ cipio dai
bisogni pratici e dalla loro soddisfazione ; ma i bisogni danno soltanto il
primo impulso alla ri¬ flessione, la quale si svolge secondo leggi che sono
proprie della nostra mente, e ne rivelano la natura. Il procedimento dell’assimilare
e del differenziare, del¬ l’analisi e della sintesi sono quasi il ritmo vitale
del pensiero rivolto alla conoscenza, perchè questa consi¬ ste essenzialmente
in esso. Consiste nel collegare le cose mediante le identità, e nel separarle
mediante le differenze, le quali non sono per la scienza quelle che tali
appariscono, ma debbono essere ricercate e valu¬ tate in rapporto alla natura
vera e spesso recondita delle cose. 11 più alto magistero della scienza è di —
298 — vedere il simile nel dissimile, p. es. nella caduta di un corpo alla
superficie della terra e nell'orbita della luna ; nel tuono e nel fulmine,
nella trazione elet¬ trica, nell’ illuminazione, nel telegrafo con o senza
fili, nella galvanoplastica e nella radioattività. E questo magistero è talvolta
cosi arduo, che ci dà veramente nel compierlo, e poi sempre nel ripensarci su,
l’idea e la soddisfazione di una vittoria riportata sulla rilut¬ tanza della
natura a lasciarsi strappare i suoi segreti. Ora le idee di somiglianza e di
differenza non sono impressioni delle somiglianze e delle differenze esterne,
perchè il pensiero cerca la somiglianza nella differenza, e questa in quella ;
la funzione dei pensiero non con¬ siste nell accogliere un dato in tal maniera,
ma appunto nell 'assimilare e nel differenziare per conoscere. Final¬ mente
l’idea di causa non è solo la successione co¬ stante, ma la produzione. E un
altro fatto conferma l’erroneità della teoria della copia mentale , ed è
questo, che sebbene le verità scientifiche debbano armonizzare con quelle
dell’esperienza immediata, a pena di do¬ vere essere rigettate ove questo non
avvenga, pure la verificazione non è per le verità scientifiche data dal¬
l’esperienza immediata, dal fatto brìito come si dice. Le esperienze
verificatrici sono per lo più esperienze di laboratorio, compiiite dopo che la
verità scientifica è stata congetturata. Quindi non le relazioni esterne
generano le interne, ma piuttosto queste generano quelle. , Quello che accade
nella mente all'occasione del¬ l'esperienza esterna è tutta una reazione
personale do¬ vuta a più cause. Prima di tutto a quella natura del soggetto e
della mente, che è comune a tutti, cioè alla coscienza di sè, all’astrazione,
al pensiero che ne è il prodotto, e che è fissato ed organizzato mediante 299 il
linguaggio. Ma poi, e più generalmente, alla forma della mente di un
determinato soggetto, la quale varia non tanto secondo le esperienze
accumulate, quanto secondo l’organizzazione speciale, che la natura spe¬ ciale
del soggetto dà alle medesimei Perciò accade, che se anche i cervelli umani
sono esposti esattamente alle stesse esperienze, le organizzazioni variano, e
va¬ riano non solo per la loro complessità e per la loro perfezione, ma anche
per la qualità del contenuto con¬ servato, ed anche per la direzione del
pensiero che in esso si rispecchia. E ancora e più specialmente per la potenza
di iniziativa, la quale si manifesta es¬ senzialmente nel rompere le vie
dell’associazione psi¬ cologica, e nel servirsi di esse in maniera originale e
geniale. Lo studio delle vie che il ragionamento tiene insegna che la
superiorità dell’uomo sull’animale dipende dalla facilità con la quale il suo
pensiero può interrompere le coesioni più frequenti della sua espe¬ rienza
immediata. L’animale è orientato mentalmente, anche nelle specie più evolute,
secondo i bisogni del suo istinto, e l’isolamento del riflesso psichico non è
mai compiuto in esso: l’uomo soltanto è reso adatto, dall'autocoscienza e
dall’astrazione, alla conoscenza. Vedremo più avanti quanto i sistemi delle
nostre idee estetiche e più ancora i nostri sistemi di idee morali, si mostrino
incongruenti coi dati della nostra esperienza immediata. Più facilmente si
accomodano ad essa i nostri sistemi scientifici, che debbono accor¬ darsi con
essa, se debbono essere mantenuti. Ma anche l’elaborazione scientifica dei suoi
dati è faticosa, e nel domare la materia dell’esperienza immediata spesso lo
scienziato deve esclamare, come Giovanni Mùller: « erlebt Blut an der Arbeit. »
La prova migliore che la scienza sta di là, assai di là, dall’esperienza imme-
300 — diata, è data dal fatto che storicamente alla scienza si arriva tardi.
Nel M. Evo Ruggero Bacone fu preso per uno stregone, e scienza e magia spesso
si confu¬ sero. Questa maniera di considerare la scienza dura anche nell’epoca
moderna, l’uomo del volgo guarda con sospetto l'opera dello scienziato, e non
capisce nulla nè dell’armamentario, nè dei procedimenti in uso nei suoi
laboratori, nè delle sue dimostrazioni, e lo stesso lavoro di popolarizzare la
scienza è così ar¬ duo, e cosi limitato alle classi colte, che non penetra
nelle classi popolari se non con le maggiori difficoltà, e compiutamente mai.
La scienza è costretta di trave¬ stirsi, di spianare le sue asperità, e questo
non accade sempre senza falsificazione. È significativa a questo proposito la
lettera di un cadì turco (che è sempre persona di una certa cultura), ad un
viaggiatore in¬ glese, che gli chiedeva informazioni statistiche sulla sua
città : « La cosa che mi domandate è al tempo stesso difficile ed inutile, lo
non ho mai contato le case e gli abitanti e non mi curo di sapere quanta roba
si porti a dorso di cammello o su le navi. Della storia di questa città non vai
la pena di occuparsi, e quanto al viaggiare e al visitare nuovi paesi, il meglio
è che ciascuno stia a casa sua. Ascoltatemi, o mio figlio, non vi è alcuna
sapienza pari alla confidenza in Dio. Egli creò il mondo, e dovremo noi cercare
di assomi¬ gliare a Lui cercando di penetrare i misteri della sua creazione?
Dovremo noi dire: guardate che la tal stella gira intorno alla tal altra, e
quest'altra stella con la coda va e viene nel tal numero di anni? Lasciatela
andare. Colui dalla cui mano essa proviene la guida e ne dirigerà il corso». V.
— Se dalle scienze della natura passiamo alle scienze pure, alla Logica, alla
Matematica, vediamo — 301 che queste sono dei sistemi di conoscenze, con cui
l'esperienza è in rapporto anche meno diretto che non sia con le scienze
naturali, perchè esse sono manife¬ stazioni anche più dirette della nostra
struttura men¬ tale. Difatti le idee che sono alla base dei sistemi logici sono
quelle di somiglianza e di differenza, perchè il ragionamento consiste
essenzialmente nell’as- somigliare e nel differenziare, e più specialmente nel
trovare le somiglianze nelle differenze, e le differenze nelle somiglianze. Ora
ciò non è nell’esperienza im¬ mediata. Già le stesse percezioni di somiglianza
e di differenza suppongono il soggetto e la sua struttura mentale : perchè esse
non possono essere conoscitive se non sono il prodotto del paragotie tra le
percezioni, e se dal paragone non si genera in una coscienza l’ idea della
somiglianza o della differenza. Togliete la co¬ scienza, e non c’è più nè
somiglianza nè differenza; perchè le cose le paragona la mente, non si parago¬
nano da sè. Locke ha fatto notare a questo proposito che le differenze ad
esempio sono stati di coscienza che restano differenti anche se l’esperienza
muta ; così le sensazioni del dolce e dell’amaro restano differenti anche
quando la stessa cosa, p. es, lo zucchero, che ci dà la sensazione del dolce,
ci dà per ragioni di malattia la sensazione dell'amaro. Ed è questa natura e
costituzione mentale comparatrice quella che fa che, non ostante che le
somiglianze e le differenze ci si presentino caoticamente mescolate, e nelle
più diverse maniere nell’esperienza individuale, l’uomo finisca per fare delle
scale di somiglianze e di differenze, come la scala musicale o quella dei
colori, e dispone sempre il grigio fra il bianco e il nero, e l’aranciato tra
il giallo e il rosso. Ma ci è di più ; le differenze e le somiglianze che il
ragionamento pone a base delle sue — 302 - differenziazioni e delle sue
identificazioni non sono quelle che la percezione immediata ci scopre: per lo
più sono ricercate e ritrovate con sottile industria, e debbono essere valutate
pei fini che la dimostrazione si propone. Stando alla percezione non si
sarebbero mai identificati i fenomeni elettrici delle nubi tempo¬ ralesche e
quelli della bussola del galvanometro e della pila; e non ci volle meno della
mente di Newton per scoprire nelle deviazioni dell’orbita della luna dalla
tangente dei fenomeni analoghi a quelli della caduta dei corpi alla superficie
della terra. Nel ragio¬ namento deduttivo il termine medio, che è identifica¬
tivo o differenziativo degli estremi, è trovato dalla mente, non accolto da
passive impressioni ; similmente nel ragionamento induttivo la generalizzazione
da un termine medio particolare è una funzione mentale di cui non ci è il
modello nella realtà ; e nella prova indiretta il paragone della ipotesi con
altre verità già note, e la illazione alla verità della tesi sono in tutto il
prodotto della funzione logica del pensiero, che nessuna esperienza immediata
sarebbe in grado di produrre. Quel che si dice del ragionamento si dice pure
degli assiomi della Logica, e dei principii di prova, e di tutti i metodi
inventivi dei diversi gruppi di scienze, sperimentali, matematiche, storiche. I
principii d’ identità, di contraddizione, del terzo escluso fra i con- traddittorii,
della ragione sufficiente, sono pure espe¬ rienze che il pensiero fa di se
stesso, dei fondamenti primi delle sue funzioni, e della loro possibilità. Come
si potrebbe trovare nell 'esperienza immediata il princi¬ pio del terzo escluso
e quello della ragione sufficiente? I principii di prova, assiomi, definizioni,
ipotesi da cui cominciano le dimostrazioni, sono la manifestazione — della
necessità di porre dei fondamenti e insieme dei limiti alle dimostrazioni, e
questa necessità è una ne¬ cessità del pensiero logico, come i principii sono o
suoi atteggiamenti primitivi, o suoi prodotti, che nessuna esperienza immediata
del mondo esterno avrebbe po¬ tuto mutuargli. Finalmente ogni gruppo di scienze
ha i suoi metodi di ricerca, e quelle che si dicono spe¬ rimentali coi metodi
di concordanza, di differenza, delle variazioni, dei residui, presentano dei
metodi di identificazione e di differenziazione che solo l’esperi¬ mento di
laboratorio diretto dalla logica dello scien¬ ziato riesce ad attuare pei fini
della scoperta scien¬ tifica. Le formazioni logiche sono anche indubbiamente
psicologiche, ma non sono il prodotto dell’associazione, che produce delle
connessioni mentali in rapporto e in proporzione con le connessioni
dell’esperienza im¬ mediata. Esse non sono inerte e passive, ma attive, e
suppongono un’ iniziativa del pensiero ; e suppon¬ gono l’autocoscienza,
l’astrazione e il fissarsi dei pro¬ dotti dell’astrazione mediante la lingua,
perchè quel- l' iniziativa diventi possibile. Posta questa triplice base, è
posta la possibilità di tutti i procedimenti e di tutte le costruzioni teori¬
che. L’astrazione è possibile per la comparazione, e la comparazione è
possibile per l’autocoscienza. La comparazione a scopo conoscitivo, che è
l’iniziativa del pensiero, non è propria dell'animale; nè quella che l’animale
fa pei fini pratici del suo istinto riesce ad astrazioni, nè ha portata
conoscitiva universale. Le masse di rappresentazioni, anche se ricche, come nei
vertebrati superiori (cane, primati), sono associa¬ zioni per fini pratici,
vitali. La conoscenza è subor¬ dinata alla formazione degli universali, e
l’universale — 3°4 non può avere altra portata immediata ed altra imme¬ diata
destinazione che la conoscitiva, sebbene possa avere ed abbia in realtà un valore
pratico mediato immensamente superiore a tutti gli adattamenti istin¬ tivi,
come provano le applicazioni scientifiche e la tecnica scientifica. Mediante la
comparazione e l’astra¬ zione si formano i concetti rappresentativi,
individuali, specifici, generici, non già pel gioco dell’associazione
psicologica, ma mediante la funzione dei concetti puri o categorie del
pensiero, (sostanza, causa, qualità, at¬ tributi, modi, accidenti), che sono
espressioni della nostra costituzione mentale, le forme attive o funzio¬ nali
della mente, da cui derivano i concetti conoscitivi delle cose. Cosi si formano
quelle serie di somiglianze e di differenze, che le definizioni e le
classificazioni esprimono ; così si rende possibile l' invenzione dei termini
medii, che sono il futuro delle comparazioni indirette, sulle quali si fonda il
ragionamento, e senza le quali non sarebbe possibile la scienza. Perchè essa
consiste in formazioni e in prodotti di tal natura, i quali sono mantenuti se e
nella misura nella quale ci spiegano i fatti dell’esperienza immediata. Per
modo che l’esperienza è il punto di partenza e il punto di ritorno del lavoro
logico, ma questo non è in nessun modo l'effetto passivo di quella. Queste
formazioni che la comparazione, prima di¬ retta e poi indiretta, produce,
rendono possibili le sussunzioni delle cose alle specie e ai generi, onde si
forma un mondo ideale, cha è costituito dai sistemi delle scienze. In questo
mondo ideale sono determinati non solo i modi come le cose sono, ma anche
quelli secondo i quali le cose cangiano. E se, per ipotesi, vivessimo in un
mondo, nel quale niente è e tutto cangia, non potremmo pensare. Ma non per
questo il — 3°S — nostro pensiero dell’essere e del cangiamento è pura copia
dell'essere e del cangiamento reali. Perchè la co¬ noscenza logica e
scientifica non sono, non riproducono passivamente l’essere e il mutare delle
percezioni sen¬ sitive, ma l’essere e il mutare essenziale e causale che è una
scoperta sempre e mai una percezione. Allo stesso modo se vivessimo in un mondo
di enti irrela¬ tivi e dissimili, questo mondo non sarebbe pensabile, se anche
fosse percipibile. Ma ciò non dice, che il mondo del pensiero è la copia
passiva del mondo reale ; perchè la differenza sta in ciò, che il mondo del
pensiero è la maniera nella quale il mondo reale è conoscibile , e perciò è il
mondo reale disciolto negli elementi e nelle forme del pensiero. La conformità
è la ragione prima per la quale il reale è conoscibile ; ma la conformità non è
quella della pictura in tabula , perchè la mente è una forma di vita, ed ha la
sua natura ; e la realtà deve essere elaborata secondo que¬ sta natura per
essere conosciuta. Similmente l’organi¬ smo corporeo si nutre della materia del
mondo esterno, ma questa non diventa parte ed elemento dell’orga¬ nismo
corporeo se non trasformandosi negli elementi « nelle strutture del corpo
vivente. Anche i più decisi empiristi hanno ammesso, che ci è una forma mentis
, che è legislatrice per la cono¬ scenza della realtà. Locke ammise delle
conoscenze ar- chetipe, ed Helmholtz ha detto, che se la natura è
comprensibile, si deve partire dalla supposizione della sua conformità alle
forme e alle leggi dell intelligenza. Gl' invariantivi del Poincaré, le serie
razionali dello James, sono affermazioni dello stesso genere. Le verità di
ordine metafisico, p. es. il principio di sostanza, il principio di causa sono
di tal genere. Per la loro estrema generalità questi principi non sono
verificabili 20 — Masci, Lezioni di Psicologia. — 306 — nell’esperienza; ma ne sono
ciò nonostante legislatori, perchè l’esperienza non esiste, nel senso
scientifico, se non per essi. I giudizi matematici, come quelli che sono
anch'essi giudizii di somiglianza e di differenza, e più propria¬ mente di
eguaglianza e di ineguaglianza delle gran¬ dezze, numeriche e spaziali, sono
anch’essi delle costru¬ zioni mentali. Anzi in essi questo carattere appare
cosi evidente, e così piccola appare la parte che ci ha l’espe¬ rienza, che per
un pezzo non se ne è dubitato. Ma l’empirismo ha invaso anche il campo delle
matema¬ tiche, ed oggi si trovano molti scienziati, matematici e non
matematici, che rivendicano a queste discipline l’origine sperimentale. Lo
Stuart Mill ha sostenuto che i numeri derivano dall’esperienza sensibile; ma
dove mai ci presenta essa l’unità, o il sistema di numera¬ zione? L’esperienza
sensibile non ci dà alcun modello per le operazioni aritmetiche , nessun
modello pei rap¬ porti di potenza, di radice, di logaritmo. Nell’espe¬ rienza i
— J— i non fa due, ma uno ; come fanno 7,3 -(-4? Dicasi lo stesso delle entità,
degli assioni e dei teo¬ remi dellla Geometria, i quali non sono modellati sul¬
l’esperienza, ma costruiti mentalmente in guisa che l’esperienza non ne dà mai
una completa verificazione. Si sa che le verità fondamentali dell’ Aritmetica
si riducono agli assiomi delle uguaglianze e ai modi di formazione dei numeri.
I modi di formazione dei nu¬ meri possono essere molteplici, e tanto più
numerosi quanto maggiore è il numero. Si sa anche che se co¬ nosciamo un modo
di formazione dei mumeri, tutti gli altri modi possono essere determinati in
base a questo modo che funziona da modo generale e fondamentale. Il quale dice
due cose, che ogni numero è formato dall’aggiunzione di un’unità al numero che
Io precede — 307 — immediatamente nelle serie del sistema di numerazione, e che
può essere inferiore, eguale, superiore alla radice del sistema (nel sistema
generalmente adottato, il si¬ stema decadico, la radice è io) o composta di
tante potenze successive della radice. È appena necessario dire che il sistema
di numerazione è puramente con¬ venzionale, che ce ne possono essere più, e che
l’ado¬ zione di un sistema piuttosto che di un altro è deter¬ minata da ragioni
di comodità, di uso facile, e che nella natura esterna non troviamo nessun
modello di un sistema di numerazione. Dato il sistema di nume¬ razione, i modi
semplici di formazione dei numeri si riducono a due generali, che un numero può
essere la somma o la differenza di un altro numero. E più specialmente, pel
primo rispetto, può essere o l’addi¬ zione di numeri diversi, o dello stesso
numero un dato numero di volte, o di un numero qualunque di volte lo stesso
numero ma sempre ad esso eguale (addi¬ zione, moltiplicazione, elevazione a
potenza). E pel secondo, può essere la differenza che resta allorché è tolto da
un numero un altro numero, o il quoziente di un numero diviso per un altro
numero, o la radice di un numero se vi è contenuto esattamente e lo mi¬ sura
esattamente (sottrazione, divisione, estrazione di radici). Si sa pure che ci è
una forma più semplice e fondamentale del calcolo, il logaritmo. Ora nes¬ suno
potrebbe dire che degl’ indicati modi di forma¬ zione dei numeri ci sia il
modello nella realtà esterna, nè che ci sia dei numeri negativi e dei numeri
irrazio¬ nali. Nel calcolo aritmetico la mente non ha che fare che con se
stessa e con le sue costruzioni. L’algebra sostituisce il calcolo letterale e
le nota¬ zioni algebriche al calcolo aritmetico, perchè studia i modi comuni di
formazione per qualunque numero — 308 — senza determinazione di quantità.
Siccome due nu¬ meri differenti non possono essere formati allo stesso modo
dagli stessi numeri, ma possono essere formati allo stesso modo da numeri
differenti (cosi q è la se¬ conda potenza di 3, come 16 di 4), così è possibile
una scienza che studii la formazione dei numeri in generale, il numero come
funzione di altri numeri. La scienza di queste funzioni è l’Algebra. Il suo
problema generale è questo : data una certa funzione di un nu¬ mero, trovare
qual funzione essa è di un’altra funzione di quel numero. P. es. dato il
binomio (a — j— d)s , si mostra che esso è = (as -j- b1 -|- 2 a b) . La
soluzione delle equazioni è un caso particolare del problema generale del
calcolo algebrico, e propriamente questo : sapere di quale delle sue funzioni
un numero è fun¬ zione. Cioè data una certa funzione di numeri noti ed ignoti,
determinare qual funzione sono questi ultimi di un'altra funzione dei primi,
che sia dipendente dalla b funzione data. Così se a x — b— o, sarà x = — . Come
a si vede, a misura che il calcolo cresce di generalità, diminuisce la
possibilità di cercarne i modelli nell’espe¬ rienza immediata, e però è inutile
di discutere questa possibilità per le forme superiori, p. es. pel calcolo
differenziale e integrale, i cui elementi sono ancora più remoti da qualunque
esperienza, nel senso che non potrebbero essere dati in nessuna. Ma non pare
che si possa dire lo stesso per la scienza delle grandezze spaziali, la
Geometria, che studia le figure, di cui si possono ritrovare i modelli
nell’esperienza. Ma se si esamina la cosa a fondo, si vede, che se anche i
primi e più semplici teoremi della Geometria furono trovati mediante le
impressioni spe-‘ rimentali, pure nè le entità geometriche, nè le dimo- — 309 —
strazioni che la Geometria adopera sono derivate dal¬ l’esperienza. Le figure
geometriche sono pensate in una forma che nessuna esperienza può verificare :
il punto, la linea, la superficie, il solido, e le varie figure che questi
ultimi presentano, non sono nell’esperienza quelle che sono nella mente del
geometra. 11 movi¬ mento del punto matematico genera pel geometra la linea, il
movimento della linea fuori della sua direzione genera la superficie, il
movimento della superficie fuori del suo piano genera il solido ; e viceversa
dalla se¬ zione del solido si genera la superficie, da quella della superficie
la linea, da quella della linea il punto. Ma in natura nessuna di queste cose
esiste e si genera cosi come viene pensata dalla mente del geometra. La Geometria
costruisce le grandezze ; e ne dimostra le proprietà, cioè le eguaglianze e le
ineguaglianze, anche mediante le costruzioni, che possono essere o risoluzioni
delle figure in altre identiche o diverse, o vere e pro¬ prie costruzioni
genetiche. Così per trovare l’area di un quadrato lo risolve in quadrati
minori, e per pro¬ vare che vale per l’ellissi quello che vale pel cerchio,
cioè che i punti medii di un sistema di corde parallele sono situati per
diritto, si fa una proiezione ortogonale del cerchio. Ma nè i teoremi trovati,
nè le costruzioni geometriche avrebbero potuto essere derivate dall’espe¬
rienza. Molto meno avrebbero potuto esserne derivate le dimostrazioni della
Geometria algebrica, che sosti¬ tuisce alla forma concreta della figura gli
equivalenti numerici, p. es. risolve il rettangolo nel prodotto di due numeri,
una curva in una equazione ; nè quelle della Geometria superiore, che
costruisce delle Geo¬ metrie diverse dall’euclidea, cioè a più o meno di tre
dimensioni, della quale non sono elementi la retta e il piano. — 31° — VI. —
Per ciò che riguarda i sistemi delle nostre idee estetiche e morali, la
grandissima maggioranza degli uomini è disposta ad ammettere, che essi sono
incongruenti con l’esperienza immediata. Essi sono di¬ fatti dei sistemi
puramente ideali e sono meno che delle utopie , alle quali l’esperienza
immediata contrad¬ dice tanto più tenacemente, quanto più ci sforziamo di
realizzarle. Raffaello nel dipingere le sue Madonne diceva di seguire una sua
idea, e di non ritrarre delle donne reali. Il Gesù della Trasfigurazione, come
gli eroi sdegnati e le donne pensose e schive delle tombe medicee in S.
Lorenzo, sono nati dalia fantasia dei sommi artisti italiani, e non dalle loro
esperienze este¬ riori e passive. Similmente il Cristiano primitivo, col suo
regno di Dio, e il socialista moderno, col suo so¬ gno di giustizia, affermava
ed afferma che l’ordine esi¬ stente deve essere interamente rifatto, perchè
l’ordine morale vero, che egli vagheggia, possa essere stabilito. Ci è indubbiamente
un’estetica della sensibilità, nel senso limitato che certe sensazioni o
rapporti di sensazioni producono il piacere estetico. Ma il fatto stesso, che
ciò non è vero di tutte, e che solo certe sensazioni hanno valore estetico è
adatto a far dubitare, che il giudizio estetico possa essere il prodotto di un
adattamento delle relazioni interne alle esterne. Difatti difficilmente diamo
valore estetico alle sensazioni in generale ; ce ne son di quelle, che pur
producendoci i piaceri più intensi, come quelle di contatto, di tem¬ peratura,
di gusto, di olfatto, non hanno per noi va¬ lore estetico. Questo valore
comincia ad essere oggetto del nostro giudizio estetico nelle sensazioni di
movi¬ mento connesse con le sensazioni visive ed uditive ; p. es. i crescendo e
i morendo in musica, la danza ecc. Le sensazioni visive ed uditive, per la
proprietà che — 3 1 1 — hanno di ordinarsi nel tempo e nello spazio in forme
determinate, danno origine a sentimenti sensitivi, i quali non dipendono nè
dalla loro qualità sensibile, nè dal loro significato oggettivo, ma dalla
relazione delle qualità nella forma. Anche dove gli elementi non sono
chiaramente discernibili, come nel timbro vocale e strumentale, o nel colore
risultante come nei colori brillanti e luminosi, questi sentimenti estetici
comin¬ ciano a manifestarsi. Il ritmo, la melodia, le armonie dei suoni e dei
colori, la simmetria producono sen¬ timenti sensitivi di carattere estetico. E
lo stesso an¬ che per la proporzione delle forme. Dunque anche questa classe di
sentimentti estetici elementari è possi¬ bile, quando è possibile esercitare
nella sensibilità la funzione sintetica della coscienza. Si ha la riprova che
il sentimento estetico anche in questo suo grado elementare non è niente di
immediato, non è cioè ri¬ feribile alla sola impressione esterna, dal fatto che
esso può essere variato ed educato. Nello stato sel¬ vaggio il sentimento
estetico di origine sensitiva è con¬ nesso coi colori vari, coi suoni
strepitosi, coi ritmi grossolani, con le forme rigide e massiccie. Il processo
del gusto sull’arte barbarica è caratterizzato dalla pe¬ netrazione, dalla
finezza progressiva, e quindi dalla più squisita potenza della sintesi del
molteplice nelle forme. L’arte è dunque interamente una creazione dello spirito
umano, sebbene tragga i suoi motivi dalla realtà. L'adagio che l’Arte è homo
natnrae additus esprime questo concetto. E d’altra parte è comune il concetto,
che il bello non è il piacevole, e che anzi il piacere sen¬ sibile è nemico del
bello. Questo è pura contempla¬ zione, e per essere goduto e gustato per quello
che è, deve distaccarsi dalla sensibilità, e diventare oggetto 312 di
contemplazione. In tutte le sue parvenze l’arte è l'esercizio delle potenze
dell’animo umano, delle rap¬ presentative, delle emotive e delle fattive, nel
modo più perfetto, più armonico, più suscitativo di eccita¬ zioni ulteriori di
tali potenze, e di risonanze dell’una nell’altra. Forme, immagini, azioni
debbono essere piene di significato ideale, debbono essere importanti non per
quello che sono, ma per quello che valgono rispetto a noi. Il giudizio estetico
è giudizio di valore, e il valore non esiste che per l’uomo. Si sa anche che il
giudizio estetico si distingue dal teoretico, perchè men¬ tre questo è giudizio
di rapporti reali (per lo più tro¬ vati) delle cose, il giudizio estetico è
isolante , cioè separa l’oggetto estetico dalle sue connessioni causali, da
tutte le categorie conoscitive. Certo anche molti dei più generali principii
teoretici, p. es. che la natura ha leggi costanti, che ha unità e sistema, che
non pro¬ cede a salti, che è semplice et causis superfluis non luxuriat, come
diceva Newton, sono anche in fondo estetici, e derivano nella mente da un
interesse este¬ tico ; ma evidentemente il giudizio estetico non è giu¬ dizio
di cognizione. Ed è comune la convinzione che la Natura non soddisfa nella più
parte dei casi ai nostri interessi estetici e che l’Arte è una seconda
creazione ideale della Natura per opera dello spirito umano. Molto meno dei
giudizii estetici sono spiegabili con la teoria della copia mentale i giudizi
morali. La rettitudine non è consuetudine , nè l'ingiustizia è stra¬ nezza. I
giudizii morali non sono quelli che più ge¬ neralmente ed abitualmente ci
vengono dall’opinione pubblica, anzi i più degni di approvazione, quelli che
più ci incatenano, sono quelli che più ci sorpren¬ dono e che maggiormente si
elevano dalla misura comune. Socrate e Cristo e tutti gli eroi morali — 3 1 3 —
(ogni eroismo è morale), che perirono tra le maledi¬ zioni e le ingiurie delle
folle, sono gli esempii più mirabili che la moralità, nelle sue forme più alte,
non è imitazione. Anzi è certo che se l’ordine mo¬ rale dovesse essere lo
specchio dell’ordine reale delle votontà e delle azioni, sarebbe
fondamentalmente im¬ morale. Come la sensibilità musicale, la sensibilità
morale non può essere spiegata ab extra. Empirica¬ mente il giudizio pratico è
egoistico, e bisogna elevarsi all’universale perchè il giudizio morale si
formi. E questa elevazione è sempre una modificazione pro¬ fonda dei giudizii
egoistici, e spesso un sovvertimento radicale dei sistemi di morali valutazioni
accolti dalla coscienza comune. La stessa giustizia della storia è una
metafora, e perciò l’Adelchi del Manzoni poteva dire : ... Una feroce Forza il
mondo possiede, e fa nomarsi Dritto; la man degli avi insanguinata Seminò
l’ingiustizia, i padri l'hanno Coltivata nel sangue, e ornai la terra Altro
frutto non dà. E ancora : non sempre il giudizio universale nella sua logicità
astratta combacia col giudizio morale, il quale, perchè guarda all’azione e ai
motivi dell’azione, ha bisogno di modificarsi per adattarsi ad essa. Perchè
tavolta il caso morale concreto è così speciale da non potere essere riportato
ad una classe, e il riportarlo è gretta pedanteria o assenza di valore di
sentimento. Così Maria di Hebert scriveva nel 1791 a Kant, di non aver trovato
nessun conforto ad una sua passione in¬ felice, nè nella Metafisica dei costumi
, nè nell’impe¬ rativo categorico della Ragion pratica. Non sempre il ragionamento
astratto è valido in morale, perchè in morale più che in ogni altra sfera, la
particolarità della situazione morale singola talvolta enormemente com¬ plessa
è quella che deve determinare il giudizio. Basta ricordare la morale
evangelica, il chi è senza peccato scagli la prima pietra, il molto ti sarà
perdonato per¬ chè hai molto amato di Gesù. Anche il proverbio co¬ mune summum
ius summa inìuria esprime un concetto analogo. Perchè spesso la vita morale è
una lotta tra le con¬ clusioni basate su una maniera astratta di concepire i
casi e le conclusioni opposte ispirate a una maniera non meno soggettiva, anzi
più, che dicesi tatto morale, che ne fa una valutazione affatto concreta ed
indivi¬ duale. Ma sempre in ambedue i casi il giudizio morale non è mai la
copia dell’esperienza esteriore, cioè del¬ l’opinione; anzi nel caso della
valutazione individuale è più soggettivo che non nel caso contrario. Lo James
dice bene nell’ultimo capitolo della sua Psicologia. « L’illogico rifiuto di
trattare certi casi concreti con la legge del loro genere soltanto, è ciò che
ha costituito il dramma della storia umana. Questo è stato deter¬ minato nel
suo processo da ciò. che un popolo, in un determinato momento, ha seguito e
fatto trionfare un ideale politico, religioso, morale, economico, di cul¬ tura
ecc., che per altri popoli non aveva lo stesso va¬ lore». Talvolta il
generalizzare ci fuorvia, e spoglia la realtà morale di tutta la sua aureola
sentimentale, anche quando questa è elemento essenziale del fatto morale. É la
morale che è stata detta mefistofelica, per l’antitesi del giudizio del
Mefistofele, con quello celeste. « È condannata !» « È salva ! » I giudizii
estetici e i morali rappresentano delle armonie interne tra gli oggetti del
nostro pensiero, le quali, anche quando sono affermate dal mondo esteriore,
sono suoi postulati di razionalità (p. es. che la bontà — 315 — ' è causa di
felicità), e quindi trascendono l'esperienza esteriore. Ma anche più grande è
la discordanza della teoria della copia mentale rispetto alle idee religiose.
Di esse si può dire che nulla corrisponde loro nell’ immediata esperienza, e
che se anche è vero che coeli enarrant gloriavi Dei, essi davvero non la
narrano che allo spirito umano e nello spirito umano. Dio è l’oggetto più
remoto della percezione, e in quanto è affermato dalla mente deve considerarsi
come una sua creazione. Ciò non vuol dire che l’idea del divino non corrisponda
ad una reità, ma non corrisponde ad una realtà esterna e percepibile, bensì
nasce nel sentimento umano e nel pensiero umano, è una realtà nello spirito e
per lo spirito. Se non esistesse lo spirito che pensa, o Dio non esisterebbe, o
sarebbe come se non esistesse, i cieli soltanto non ne narrerebbero la gloria.
Nel sen¬ timento la religiosità risulta dal sentimento dell’infi¬ nito e dal
sentimento della dipendenza del finito dal- P infinito, e ancora dal sentimento
della cognazione dello spirito finito con l’infinito, e da quello della fi¬
ducia e dell’abbandono in Dio. E nel pensiero, Dio è il Signore della natura, e
la garenzia più salda della conservazione dei valori umani, e specialmente dei'
valori morali nell’infinito. Le sfere superiori della vita della spirito sono
la dimostrazione più chiara dell'assurdità della teoria della copia mentale
come principio delle formazioni psichiche, perchè esse ci danno la prova che la
realtà è bensì costantemente l’oggetto, ma che essa non ha più nessuna
autonomia rispetto al soggetto. Ma non meno assurda è la teoria che lo James
pretende di sostituirle, cioè quella della preformazione cerebrale, del lavorio
molecolare, o per usare il suo linguaggio, delle retrovie cerebrali, che dicono
assai meno della stessa teoria dell’adattamento o non dicono assoluta- mente
nulla ; e peggio ancora delle idiosincrasie e delle variazioni accidentali,
proprie di una teoria biolo¬ gica (la darwiniana), rigettata oggi dai biologi
come quella che è disadatta a dar ragioni delle stesse for¬ mazioni biologiche.
È lo stesso che abbandonare alle idiosincrasie, che sono sempre individuali, e
al caso la formazione di quello che ci è di più uno e di più sistematico, di
quello che è la manifestazione nativa e insieme più altamente elaborata dello
spirito umano, e che si manifesta fin dagli albori della sua vita sulla terra.
Perchè i germi del sapere scientifico, come quelli dell arte, della moralità,
della religione, si ritrovano nell uomo primitivo, come si ritrova il
linguaggio che è la prova diretta dell’esistenza in esso della coscienza di sè,
della facoltà di astrarre, del pensiero in una parola. Quindi è l’analisi della
natura dello spirito che sola può dar luce in questo difficile argomento. Poste
l'autocoscienza, l’astrazione, il linguaggio, posta l’ori¬ ginalità delle
categorie come funzioni, e non solo delle conoscitive, ma anche delle estetiche,
delle morali e religiose, è posta la possibilità di quelle formazioni
psichiche, che costituiscono il mondo dello spirito, che è essenzialmente una
costruzione nella coscienza e nel pensiero. Certo lo spirito non si distacca
mai dalla realtà, ma nell’intenderla, come nel renderla omogenea alle sue idee
estetiche, morali, religiose, applica ad essa le sue categorie, la giudica alla
misura della sua ra¬ zionalità. I sistemi scientifici, come i filosofici, come
le creazioni estetiche e gl’ideali morali e religiosi, sono le forme umane
della razionalità del reale. La lotta delle filosofie è intorno a questo punto,
quale sistema — 317 — filosofico è più razionale. Talvolta la conclusione è
negativa ; così sono sistemi negativi della razionalità del mondo il meccanismo
materialistico, il pessimismo, il quale assume che la stessa esistenza di un
mondo è irrazionale. Qualche filosofo, come gli Eleati nell'an¬ tichità ed
Herbart e Spir tra i moderni, hanno soste¬ nuto che il mondo è fatto di enti
singoli irrelativi e immutabili, e che un mondo di relazioni non è intel¬
ligibile ; altri filosofi, come Platone ed Hegel, hanno sostenuto che tra la
razionalità e l’esistenza c’e un abisso, e che questa è soltanto una pallida
copia di quella. Ma anche i sistemi negativi sono la prova, anzi una prova
migliore, che ogni giudizio umano sulla realtà è misurato ad un tipo ideale di
razionalità, che lo spirito umano non mutua da fuori, ma esprime dalla sua
propria essenza. E forse la prova migliore che le formazioni psichiche non sono
copie mentali, è che il pensiero umano nello sforzo d’intendere la realtà abbia
espresso da sè l’idea dell’anima e l'idea di Dio. * 4* 4* 4? 4* 4* 4* 4< 4*
4*4*?» ?»?>?» »♦>?»>»»»»»»?» CAPITOLO XIV. Definizione e
irreducibilità reciproca degli elementi psichici: il circolo della vita
psichica I. — Nello studio finora fatto degli elementi e delle formazioni
psichiche noi abbiamo mostrato che il fenomeno psichico elementare è il
riflesso psichico, che presenta tre elementi o momenti di una funzione in sè
una. Inoltre il riflesso psichico come tale è uno stato di coscienza, e per
conseguenza la coscienza, nel senso suo più generale di avvertimento, di
presenza psichica, è la funzione che stringe, nella sua unità soggettiva, i tre
momenti del riflesso psichico. Con la dimostrazione della inammissibilità della
teoria delle facoltà da una parte, e di quella dei minimi psichici dall'altra,
veniva confermata la verità del nostro assunto che lo stato di coscienza
rudimentale è il riflesso psi¬ chico rudimentale ; ed anche, che esso ha tre
momenti ó elementi di funzione, i quali nella forma rudimentale del riflesso
sono la sensazione, il sentimento sensitivo, la tendenza, nelle loro forme più
oscure come stati di coscienza e con predominanza assoluta del secondo e più
del terzo elemento sul primo. Se non che la tendenza alla riduzione non è stata
arrestata dalla reiezione della teoria delle facoltà e di quella dei minimi
psichici, e neppure da quella delle teorie che si sforzavano di ridurre ad una
forma fon¬ damentale le differenze degli elementi del riflesso psichico, come
ad esempio la teoria herbartiana. Le divergenze tra i psicologi si sono
rinnovate in altri due modi, in quanto parecchi di essi hanno tentato delle
riduzioni parziali, p. es. della volontà al senti¬ mento, e di questo a quella,
o della volontà alla ra¬ gione. E il problema della riduzione si è presentato
anche sotto un altro aspetto. Lo sviluppo psichico ci presenta gradi
diversissimi di formazioni psicologiche, dalla sensazione alla ragione, dai
sentimenti sensitivi agl'ideali, dalla tendenza sensitiva alla volontà razio¬
nale. Noi dobbiamo ora esaminare queste diverse teorie riduttive, sia da uno ad
altro elemento, sia al di dentro di ciascuna classe di fenomeni. Non pare
possibile di confondere una sensazione con un concetto, un’associazione
psicologica con un giudizio o con un raziocinio, una impressione sensitiva con
le più alte idee della scienza, della filosofia, della religione. Se a tutto
l’insieme di questi fatti diamo il nome di conoscenza, si tratta di vedere se
da un estremo all'altro di questa si possa riconoscere un processo vero e
continuo di formazione, ovvero se si debbano ammettere elementi distinti. E la
stessa domanda si può riproporre, sebbene in proporzioni minori per la minore
discernibilità e la minore indipendenza delle forme, per gli altri due aspetti
dei fatti di coscienza, cioè pel sentimento e per la volontà. Un sentimento
sensitivo di piacere o di dolore fisico ed un’emozione — 321 estetica morale, o
religiosa non sembrano assimilabili ; e similmente l’ istinto non pare
confondibile con la volontà. A questo proposito la domanda che si fa è questa :
se nello sviluppo psichico si debba ammettere una continuità di tal natura che
la sensazione da se stessa si trasformi in pensiero, di guisa che questo non
sia che una forma allotropica di quella; ovvero se siano diverse in maniera che
non solo siano irriducibili, ma che non ci sia sviluppo possibile dall una all
altra. È noto che il razionalismo e 1 empirismo hanno avuto soluzioni opposte
per questa quistione. Il razionalismo ha negato la riducibilità e con essa la
possibilità dello sviluppo continuo ; o tutt’al più ha ritenuto le forme
inferiori come forme confuse ed imperfette, mai come germi delle superiori. E
l’empirismo invece ha cre¬ duto che le forme superiori derivassero dalle
inferiori, e che il pensiero non fosse in fondo che sensazione trasformata. 11
punto di vista della psicologia pare ora mutato ; essa ha dovuto riconoscere, e
noi riconosciamo, che lo sviluppo psichico non si può separare da quello della
coscienza; che esso cioè deve essere riguardato nel suo doppio aspetto
soggettivo e oggettivo insieme, perchè il primo è fondamentale, e il secondo
non può essere studiato a parte e come indipendente dall’altro. Non è il
pensiero che si evolve dalla sensazione, ma è la coscienza nella sua unità
quella che è il soggetto, la realtà che si sviluppa. Dalla sensazione al
pensiero non ci è passaggio se non a traverso il soggetto, cioè a traverso la
coscienza di sè, che è il fondamento dell’astrazione. È il soggetto che è prima
psiche infe¬ riore e poi psiche superiore ; e il prima e il poi non significa
che uno stesso soggetto possa percorrere 2i — M asci, Lezioni di Psicologia.
l’infinito intervallo che separa le forme rudimentali dell’animalità dalla
forma umana. Significa invece che 10 sviluppo psichico presenta questi gradi
via via più alti, e che siccome 1 individuo umano li percorre in realtà dallo
stato embrionale allo stato adulto, e 1’ uma¬ nità dallo stato di natura al
civile, così non può essere esclusa la possibilità che la storia naturale della
psiche 11 abbia percorsi a traverso le epoche creative. Quindi la Psicologia
scientifica può determinare le condizioni soggettive alle quali è subordinato
lo sviluppo ogget¬ tivo : p. es. l’autocoscienza, l’astrazione e il linguaggio
per la psicologia umana ; ma non potrà dimostrare sulla base dell’esperienza
scientifica la trasformazione dell’animale in uomo. All'assunto dell’unità in
cia¬ scuna delle tre classi degli elementi psichici basta la dimostrazione che
il mondo animale presenta nelle sue forme preumane un progressivo accostamento
alla psicologia umana per la distinzione degli elementi tra loro e del loro
arricchimento ed ordinamento in cia¬ scuno separatamente preso e nella
sistemazione delle loro relazioni come nello spostamento progressivo, ma sempre
limitato, del polo della coscienza dal terzo elemento al primo. Il problema
della continuità dello sviluppo psichico è subordinato a quello dello sviluppo
organico, e non potrebbe essere risoluto prima ed indipendentemente dall’altro.
Per poter procedere ora dalla risoluzione del pro¬ blema dell unità interna di
ciascuna classe di stati di coscienza a quella della possibilità della parziale
ridu¬ zione delle classi, è necessario denominare e definire bene che s’intende
per ciascuno degli elementi. Se denominiamo teoretico il primo elemento della
co¬ scienza, diremo, per definirlo, che è elemento teoretico della coscienza
tutto quello che si riferisce all’oggetto» — 323 — E per oggetto intendiamo
tutto quanto è distinto at¬ tualmente dal soggetto, potendo, s’intende bene,
anche il soggetto essere attualmente oggetto. Diciamo oggetto e non reale, non
solo perchè può essere oggetto anche quello che non è reale (p. es. l’
imaginario), ma perchè l’oggetto è sempre una trasformazione o nuova formazione
del reale nella coscienza. Il reale è sempre qualche cosa di uno e di completo
in se stesso che deve avverare, perchè sia reale, tutte le condizioni
dell’esistenza; l’oggettivo no, perchè può essere un frammento del reale,
inesistente come tale, ma sepa¬ rato attualmente dalla sua unità perchè possa
essere oggetto della coscienza. Ma se molto si è discusso della riducibilità
interna dell'elemento teoretico, nessun psicologo ha pensato di poterlo ridurre
ad uno degli altri due ; quindi questa questione va studiata per l’elemento
emotivo e pel pratico. II. — Mentre l’elemento teoretico della coscienza si
riferisce all’oggetto, il sentimento è essenzialmente uno stato soggettivo ed è
riferito esclusivamente al soggetto. Il sentimento è uno stato di coscienza di¬
pendente da uno stato teoretico ; ma, qualunque sia la natura o il grado dello
stato teoretico determinante, esso è sempre sostanzialmente identico a sè
medesimo. Sia relativo ad una sensazione delle più oscure e inde¬ terminate,
come le sensazioni organiche, sia relativo ad un’idea estetica o morale, il
sentimento è sempre quello che è, piacere o dolore, e le diversità sue sono
dipendenti dalle diversità dei determinanti teoretici, quello stato di
coscienza che esso è in se stesso non muta. Quella incommensurabilità che
appare così evi¬ dente tra un dolore fisico e un dolore morale non appartiene
al sentimento ma al pensiero. Quindi il problema della irriducibilità dei gradi
diversi del sen- 324 — ti mento si risolve in relazione alla risoluzione dello
stesso problema per l'elemento teoretico, e non pre¬ senta speciali difficoltà
sue. Ma non è così per la riducibilità al primo o al terzo elemento del
riflesso psichico, e in Psicologia è stata sostenuta tanto la teoria che riduce
il sentimento alla sensazione, quanto quella che lo riduce alla volontà. La
prima riduzione si fonda sulla grande difficoltà che s'incontra allorché si
cerca di distinguere il sen¬ timento sensitivo dalla sensazione. Quindi molti
psi¬ cologi pensano che il piacere e il dolore fisico siano essenzialmente
sensazioni. Ed altri estendono illimi¬ tatamente la teoria, perchè pensano che
non solo i sentimenti sensitivi siano sensazioni, ma tutti i senti¬ menti.
Siccome ogni sentimento è accompagnato da stati organici, siano essi vasomotori
o respiratorii o cinestetici o di espressione, si è creduto di poterlo
considerare come la sensazione corrispondente a quegli stati organici. Se non
che non pare che si possano confondere la sensazione e il sentimento per
nessuno dei due rapporti enunciati. Rispetto alle sensazioni organiche o di
espressione, si può far sempre la do¬ manda, se esse siano cause o effetti. Se
sono cause, non si vede poi come sarebbero esse stesse prodotte. Il- senso
comune le considera come effetti e dei sen¬ timenti appunto, e perciò la teoria
somatica non riesce nella sua riduzione. Più accettabile appare la riduzione
del sentimento sensitivo a sensazione. Il piacere e il dolore fisico sono cosi
strettamente congiunti alle sensazioni e così co¬ stantemente che pare
impossibile separarli da esse. Perciò molti psicologi inclinano a considerarli
o come qualità delle sensazioni o come sensazioni specifiche di cui qualcuno ha
cercato, sebbene vanamente, di — 325 — ritrovare gli organi specifici o almeno
i nervi specifici. Ma non ostante la sua apparente verità, neppure questa forma
di riduzione potrebbe essere ammessa. Prima di tutto è evidente che l’elemento
sentimentale può essere mentalmente separato dalla sensazione ; è quello che fa
che il senso comune, li separa abitual¬ mente, e come ha un nome diverso pei
due fenomeni psichici, così ritiene generalmente la sensazione come causa, e il
piacere o il dolore fisico come effetti. D altra parte la congiunzione dello
stato di coscienza senti¬ mentale col teoretico non si verifica soltanto pel
piacere e pel dolore fisico ma per tutte le specie dei sentimenti. 11 momento
teoretico è il denominatore di tutte le specie di sentimenti, i quali si
distinguono, secondo esso, in sensitivi o ideali e questi in estetici, morali,
religiosi ecc. Ma l’essere il sentimento uno stato di coscienza per se stesso
anonimo e denominabile solo dall’elemento teoretico al quale è necessariamente
connesso, non autorizza la riduzione identificatrice. In qualunque sensazione
si distinguono l'elemento sensi¬ tivo e il sentimentale; che il colore rosso
sia eccitante e il verde e più il blu abbiano un potere sedativo, che i colori
saturi siano piacevoli e dispiacevoli quelli opachi, che la voce del tal dei
tali sia di timbro gradevole o sgradevole, sono qualità aggiunte alla
sensazione, come che una certa temperatura sia pia¬ cevole e un’altra dolorosa.
Per le sensazioni la ragione dell’adattamento vitale ha così connessi
l’elemento sentimentale col sensitivo che sembrano identici ; tuttociò che
minaccia l’integrità vitale produce la costante reazione difensiva del dolore,
una puntura, una ferita, una percossa non possono non essere dolorose ; come
viceversa tutto quello che favorisce la conser¬ vazione o la promozione della
vita producono intensi — 326 — piaceri. Le sensazioni organiche, le alimentari,
le ge¬ neriche sono intensamente piacevoli o dolorose, e sono tali quali le ha
fatte la necessità dell’adattamento vitale. I sentimenti più ideali, pur avendo
con l’ele¬ mento teoretico eccitatore lo stesso rapporto, appaiono più
separabili, perchè non rientrano nel dominio del- I adattamento vitale. Ma
mentalmente il rapporto è il medesimo. E ci è di più, è possibile con l'uso
degli anestesici abolire il dolore senza abolire la sensibilità ; e gli
psicofisiologi hanno spesso fatto avvertire il fatto che, sebbene in minori
proporzioni, si avvera per le sensazioni quello che si verifica pel sentimento
in ge¬ nerale, cioè che esso non coincide temporalmente con lo stato teoretico,
ma ritarda su di esso e non ne segue il cangiamento con la stessa rapidità. Il
dolore della puntura o della ferita non è contemporaneo ad esse, ma ritarda di
un certo minimo relativo di tempo. Se si conosce che la forma generale della
realtà psi¬ chica è il riflesso psichico, si vede facilmente che il sentimento
vi ha valore di elemento a sè e di elemento determinante, sebbene connesso
nell'unità della fun¬ zione psichica elementare coi due altri elementi tra i
quali è medio. E finalmente si deve osservare che la teoria sensistica del
sentimento non è senza analogia con la teoria generale intellettualistica che
risolve nell’elemento teoretico gli altri due elementi della coscienza. Ma dal
punto di vista psicologico essa in¬ contra le stesse difficoltà e prima quella
che da qua¬ lunque dinamica dell’elemento teoretico è impossibile ricavare la
qualità differenziale degli altri due. Altri psicologi, e tra essi lo
Schopenhauer, tentano la riduzione inversa, cioè quella del sentimento al
volere. I due poli della coscienza sono l’elemento teo¬ retico e il pratico, il
pensiero e l’azione; il sentimento — 3*7 — è incluso nella volontà, è come il
suo momento ini¬ ziale. Come in fisiologia non ci sono che movimenti iniziali,
o favoriti e realizzati, o impediti e arrestati, cosi in Psicologia gli stati
di coscienza corrispondenti sono le inclinazioni, le tendenze, le avversioni,
le inibizioni, i bisogni soddisfatti o non soddisfatti. Il sen¬ timento non ha
posto come elemento indipendente ; è la quinta ruota del carro ; in sè esso è
una soddisfazione o insoddisfazione della volontà. E in realtà se si fa del
riflesso psichico il puro correlato del fisiologico questa riduzione acquista
una certa apparenza di verità. La fisiologia non riconosce nel riflesso
fisiologico che due periodi, il centripeto e il centrifugo, il sensitivo e il
motore. Ma in Psicologia non si potrebbero trasportare senz'altro le
indicazioni della fisiologia. Già anche in questa, il riflesso automatico non è
quello stesso che è la base fisiologica del riflesso psichico ; questo ac¬
compagna quei riflessi fisiologici che interessano i centri psichici e
traducono nel linguaggio della Psicologia il processo, assai complicato e
complesso, che si avvera in questi. Se ora, facendo una teoria sulla base delle
indicazioni dell’automatismo fisiologico, eliminiamo il sentimento, il nostro
procedimento è assiso su una base fisiologica falsa, ed ha il torto di negare
una realtà psichica, quale è il sentimento in base a una teoria contestabile
dallo stesso punto di vista della fi¬ siologia. Se la coscienza distingue
nettamente il sen¬ timento dalla volontà, se questa distinzione ha per base
quei riflessi fisiologici non automatici, di cui i centri psichici sono organi,
non si vede come si possa giu¬ stificare la pretesa di contraddire alla realtà
con la teoria. Una realtà psichica, cioè uno stato di coscienza, non ha altro
titolo di esistenza che quello che gli è dato dalla coscienza, perchè in tal
caso coscienza e realtà sono lo stesso. - 3*8 - Il sentimento è dunque un
elemento specifico, irre¬ ducibile della coscienza, che si presenta sotto le
due forme antagonistiche di piacere e dolore. Questa clas¬ sificazione
fondamentale, questa dicotomia, è la più generalmente accolta, quella alla
quale, secondo il pa¬ rere della maggior parte dei psicologi, si può ridurre
ogni altra. Pure il Wundt ha creduto che questa an¬ titesi non è la sola che il
sentimento presenta. Vera per le sensazioni inferiori, non sarebbe vera per le
superiori, cioè per le visive e per le uditive: le prime sarebbero anche
eccitanti o acquietanti, p. es. il rosso e il blu. E le seconde sarebbero o di
tensione (p. es. lo squillo della tromba) o di sollievo (p. es. le note medie,
le armonie fuse e di ritmo medio ed equilibrato). Si avrebbe cosi un sistema
tridimensionale dei sentimenti. Il Lipps lo complica ancora di più,
considerando il sentimento come la qualità dell’ immediatamente vissuto
rispetto agli stati di coscienza teoretici e perciò ogget¬ tivi. Quindi secondo
che il soggetto è appercettivo o percettivo, determinante o determinato, libero
o non libero, vi hanno forme di sentimento che esprimono i varii atteggiamenti
dei soggetto in rapporto all’og¬ getto. La classificazione dello Stumpf è
ancora più complessa e mostra che se si prende analiticamente la
classificazione si può complicare sempre più. Anche il Roj'ce ha creduto di
poter aggiungere alla dicoto¬ mia fondamentale di piacere e dolore, quella di
in¬ quietezza e di riposo. Ma tutte queste soprastrutture classificative, se
mostrano molto acume di analisi psi¬ cologiche dei sentimenti, non badano che
sotto tutte ci è la distinzione fondamentale di piacere e dolore. 1 el
complicarsi della vita del sentimento che raggiunge il massimo nello spirito
umano, queste qualità fonda- mentali del sentimento possono acquistare dei
gradi, - 329 — delle sfumature, delle « nuances » assai vàrie ; ma nes¬ suna
analisi potrebbe riuscire a provare che ci sono delle distinzioni dei
sentimenti, indipendenti da questa distinzione fondamentale. Ogni trattato di
Psicologia fa una classificazione dei sentimenti, specialmente in relazione
all’elemento teoretico che ne è il denomi¬ natore : tutti distinguono gli
affetti e le passioni come stati suoi diversi. Ma in una trattazione generalissima,
come questa che ora ci occupa e nella quale si cerca la caratteristica
fondamentale di quello stato di co¬ scienza che è il sentimento, si vede
facilmente che la caratteristica non può essere che antitetica e che l’antitesi
fondamentale è quella del piacere e del do¬ lore. HI. _ Intorno alla volontà si
sono accese tra 1 psicologi le stesse controversie: se sia un elemento
irriducibile della coscienza, se sia omogenea in tutte le sue parti,
dall’oscura tendenza alla volontà razio¬ nale. Sul primo punto, la stretta
congiunzione della volontà col sentimento, specialmente nelle sue mani¬
festazioni di ordine inferiore, tendenza, istinto, desi¬ derio, ha fatto
pensare alla riduzione di ambedue questi elementi ad uno. Questa ipotesi è
stata già da noi portata precedentemente in quella forma che ri- duceva il
sentimento al volere ; ora dobbiamo esami¬ narla nella forma opposta, che
riduce il volere al sen¬ timento. Da questo punto di vista e fondandosi sempre
sulla stretta connessione dell’elemento volitivo con l'emotivo, si è osservato
che il primo consiste pro¬ priamente nel sentimento di sforzo che e implicito
anche nell’atto di volere più ideale e più scevro di elementi positivi. Ogni
atto di volere si può risolvere nel sentimento di sforzo e in quello
correlativo della resistenza, e a prima vista pare che essi si confondano — 33
o — col sentimento e non siano altra cosa che la base finale di questo. Se non
che da questa riduzione me¬ desima ripiglia vigore la teoria la quale pretende
di identificare la volizione con la sensazione. Perchè che cosa sono il
sentimento dello sforzo e quello della resistenza se non che sensazioni
muscolari, articolari, tendinee? e che cosa è la volontà più ideale se non che
l’eco nel pensiero di queste sensazioni, il loro residuo attenuato? La voluta
percezione del fatto del volere in se stesso si risolve, quando si va a vedere,
in questo sentimento di innervazione motrice che può essere altamente
complesso, ma che è sempre un com¬ plesso di sensazioni. L’aggiunta delie idee
di mezzo fine, motivo non vale a dare alla volontà una distinti esistenza,
perchè queste idee sono elementi teoretici. Altri psicologi, come il Bain, lo
Spencer, il Ribot hanno pensato che la volontà non fosse un elemento a se, ma
una certa determinata collocazione causale i altri elementi teoretici ed
emotivi pel fine dell’azione, e fosse propriamente il correlato psichico del
momento motore, sia in potenza che in atto, di questa colloca¬ zione. Il primo
di questi psicologi muove dalla nega¬ zione della teoria del Reid, che il
movimento delle nostre membra segua secondo il comando della volontà. Egli
mostra come procede nel bambino l’acquisto dei movimenti volontari! : esso è
assai laborioso ; si pro¬ ducono da principio nel suo organismo dei movimenti
non adatti e incoerenti, i quali diventano gradatamente adatti e coerenti. Ma
il divenire adattati e coerenti è effetto di un’organizzazione
psicofisiologica, che arre¬ sta da prima i movimenti spontanei e non adattati,
e lascia continuare i più adattati ; questi movimenti vengono da ultimo
regolati nella loro quantità e nella loro direzione. La volontà non sarebbe che
l’espres- — 33i sione unitaria di questo processo di regolarizzazione e di
adattamento dei movimenti, e non già una fan¬ tastica facoltà che impartisce
comandi subito eseguiti. Il rendersi padrone dei propri movimenti è una delle
più faticose acquisizioni dei bambino. A sua volta lo Spencer limita sempre più
stretta- mente, ma sempre nella stessa direzione, l’atto volon¬ tario. La sua è
sempre una teoria motrice, che tien conto delle azioni riflesse fisiologiche
automatiche, e deduce da esse le azioni volontarie. Le azioni riflesse semplici
si producono da prima perchè sia possibile l’adattamento più elementare del
vivente alle condi¬ zioni più semplici della vita nell’ambiente esterno. In un
grado ulteriore di sviluppo dalle azioni riflesse semplici derivano le azioni
riflesse composte, che sono sintesi coordinative delle prime. Di azioni
riflesse com¬ poste se ne producono molte, di gradi diversi di com¬ posizione,
fino a raggiungere quel grado massimo di complessità che è rappresentato dagl’
istinti degl in¬ vertebrati superiori (insetti) e di taluni vertebrati, come il
castoro. Ma per grande che possa essere la composizione delle azioni riflesse,
viene il momento nel quale la composizione dei riflessi non basta più all adat¬
tamento del vivente. Con la complessità crescente del¬ l’organismo crescono i
bisogni, e non solo di numero, ma anche di temporaneità e di possibilità di
soddisfa¬ zioni immediate e mutevoli. I bisogni sempre più varii sono
accompagnati da uno sviluppo sempre maggiore dell’attività rappresentativa, e
da questo stato di cose si genera la necessità che l’adattamento delle azioni
sia fatto volta per volta. Quelle meravigliose organiz¬ zazioni delle azioni
riflesse che sono gl’istinti si veri¬ ficano in specie animali di
organizzazione psicologica relativamente inferiore. Appena la varietà dei
bisogni — 332 — cresce, appena cresce il grado di sviluppo psichico, l’istinto
non basta più ; le azioni riflesse composte di¬ ventano incoerenti, e sono
sostituite da azioni secondo il bisogno, e per la padronanza acquistata di
limitare e coordinare i movimenti spontanei del proprio organi¬ smo. La volontà
non è una facoltà a sè, ma la coscienza di questo grado dello sviluppo
adattativo delle azioni. Il Ribot semplifica ancora questa teoria, e considera
la volontà come la coscienza dell’impulso organico, ritornando così alla teoria
puramente sensistica della volontà. In questa teoria, quello che ci è di vero è
che in realtà la volontà non aggiunge nulla al contenuto della coscienza, e che
come tutte le altre attività psichiche anch essa ha uno sviluppo, e che per
conseguenza le forme superiori non possono considerarsi come crea¬ zioni, ma debbono
essere poste in rapporto con le forme inferiori dalle quali sono derivate. Se
si esamina il contenuto della coscienza non ci si ritrovano che elementi
teoretici, dalle sensazioni ai pensieri ; gli ele¬ menti emotivi e volitivi
sono denominati dai primi, e sono ad essi così strettamente connessi che presi
se¬ paratamente sembrano non avere nessuna autonomia. Inoltre questi psicologi
descrivono abbastanza bene gli albori dello sviluppo della volontà, sebbene
abbiano il torto di credere che tra le forme primitive e le fi¬ nali non ci sia
differenza, e che la definizione delle prime possa valere anche per le seconde.
Quindi il vero problema è questo : la coordinazione delle azioni si fa da sè,
anche quando pare fatta da noi? l’azione riflessa incoerente è la stessa cosa
che l’azione volon¬ taria? Alla prima domanda si può rispondere che se la cosa
stesse come questi psicologi immaginano, l’ap¬ parenza psichica sarebbe
difforme dalla realtà, e il - 333 — cangiamento del soggetto da spettatore ad
attore sa¬ rebbe un’ illusione. Ma perchè e come si produce quest’illusione,
che non è niente meno che l’illusione dell’io? Bisogna andare adagio nel
tacciare d’ illusione la coscienza, perchè, come abbiamo avuto più volte
occasione di dimostrare, nella coscienza è difficile di¬ stinguere tra
illusione e realtà. Quando non si può dimostrare che lo stato di coscienza
oggettivo è dif¬ forme dall’oggetto (la qual cosa non si può fare se non che
sostituendo un altro stato di coscienza ogget¬ tivo a quello che si dichiara illusorio),
la realtà è lo stesso stato di coscienza. L’io è realtà nella coscienza , come
potrebbe la coscienza provare che è un’ illusione ? In tutto quello che
appartiene al soggetto nel suo stato normale, la coscienza normale è la stessa
realtà. Anche quando la coscienza è anormale solo un altra coscienza può
accorgersi dell'anormalità. Ora la coscienza ci rende testimonianza dell’
iniziativa originale dell io nella volontà. Egli difatti riferisce le sue
azioni a se stesso, e la sua iniziativa distingue col nome di volontà. Dunque
non le sensazioni soltanto e il loro dinami¬ smo, o le rappresentazioni o le
idee, secondo la loro vera collocazione causale rispetto alle azioni, costitui¬
scono la volontà. Questa teoria è la riproduzione sot- t’ altra forma, cioè
nella forma empirica e sensitiva, della teoria herbartiana dei rapporti della
volontà ; ma nessuna chimica mentale è capace di farci supe¬ rare la differenza
che la coscienza pone tra un fatto teoretico e un altro volitivo. La teoria
motrice di Bain, Spencer, e Ribot tiene un’altra via ; fa procedere da sè
l’organizzazione dei movimenti, dal riflesso semplice al complesso, dal ri¬
flesso composto incoerente al coerente di cui sarebbe una forma determinata,
adattata, il volontario. Ma la — 334 — spiegazione apparente che con questo
metodo si ot¬ tiene, deriva dal guardare il fatto di coscienza, che è la
volontà, da uno dei suoi aspetti e dal più estrin¬ seco. Ma si può domandare:
se questa maniera d’in¬ terpretare il fatto della volontà è vera anche a titolo
di semplice descrizione, perchè così fosse, la volontà dovrebbe apparire come
uno stato di coscienza passivo, e come il prodotto della necessità logica
deirintelli- genza di dare un soggetto alle azioni. Mà nessuna di queste due
cose è ammissibile ; nè la volontà è una passività, ma è il contrario ; nè la
coscienza che ab¬ biamo della volontà è l’effetto di una riflessione logica o
teorica. Nel volere ci sentiamo attivi, e la coscienza che abbiamo del nostro
volere è indipendente da qua¬ lunque riflessione, da qualunque necessità di
ordine teoretico. Le coordinazioni dei movimenti dovrebbero farsi da sè, mentre
dalle stesse descrizioni di questi psicologi appare proprio il contrario. Essi
parlano continuamente delle difficoltà, degli sforzi che il bam¬ bino è
costretto di preparare o di fare per impadronirsi dei movimenti dell’organismo.
E ciò suppone un’ener¬ gia in atto, che deve avere accanto alla base organica
anche il correlato o momento psicologico, che è appunto il terzo momento del
riflesso psichico. E quando si parla degli animali superiori e principalmente
del¬ l’uomo, quello che è l’organismo fisiologico centraliz¬ zato deve avere il
suo correlato nella coscienza, il quale nell uomo è appunto 1 io, come soggetto
volitivo. Quando il riflesso psichico comincia ad essere, negli animali di
progredito sviluppo psicologico, incoerente per la distinzione e per la
relativa e sempre progres¬ siva separazione dei suoi elementi, incomincia
quella reazione di questi 1’ uno sull’altro, che raggiunge il più alto grado
nell'uomo. Quindi la coordinazione e — 333 — l'adattamento dei movimenti non
han luogo da sè, come nelle specie animali inferiori, fino alle più alte e più
complesse formazioni degl’istinti; ma suppon¬ gono la volontà. Se questa non
esistesse con una re¬ lativa indipendenza, l’adattamento non sarebbe volon¬
tario. Adattarsi volontariamente non è possibile senza che esista già la
volontà come potenza del soggetto. Siamo sempre da capo; se si pensa
diversamente, se si fanno convergere o divergere gli stati teoretici da sè, la
sede dell’autonomia è spostata dall’unità sog¬ getto alla pluralità degli stati
teoretici. Ma se l’unità si nega, come gli stati teoretici autonomi si
unificano, si complicano, si adattano per l’azione ? La quistione è per la volontà
quella stessa che è per la co¬ scienza. Come questa, nel grado dell
autocoscienza, non può essere il risultato della convergenza delle rap¬
presentazioni, così la direzione delle rappresentazioni (e s’intende la
volontaria), non può spiegare la vo¬ lontà direttrice, perchè quella direzione
non sarebbe possibile, se essa non fosse. Il problema è identico, e non può
avere per la volontà una soluzione diversa da quella che ha per la coscienza.
Ciò si vede anche da questo, che se l’incoerenza degli adattamenti dovesse
essere la caratteristica del¬ l’atto volontario, questo dovrebbe avere i
caratteri psi¬ cologici opposti a quelli che realmente lo distinguono. Dovrebbe
avere il carattere di passività, mentre ha carattere di attività, dovrebbe
avere carattere d’incoe- renza tanto maggiore quanto più l’azione è volontaria.
Mentre la cosa sta proprio all’opposto. Se anche la volontà si vuol ridurre, e
non si può, all adattamento (spesso può essere il contrario), non c’è dubbio
che l'adattamento volontario sia insieme attivo e coerente. Esso si produce
dopo che lo spirito si è reso padrone — 336 — ' dei movimenti dell’organismo in
rapporto al mondo esterno ; si propone fini, sceglie i mezzi, delibera, ri¬
solve, cioè infine riopera sui momenti anteriori del riflesso psichico, cioè
sul momento teoretico e sul sen¬ timentale, esercitando su di essi, sulle loro
differenzia¬ zioni, un’azione o inibitrice o incitatrice, ma sempre adattatrice
e coordinatrice. Di questa inizicitiza del sog¬ getto si rese conto il Ribot, e
cercò di porre con essa in accordo la teoria motrice. Egli collegò la volontà
al carattere e questo alL’organismo. Ma il carattere è l'effetto non la causa
della volontà, ed è più lontano di questa dalla causa organica. IV. — In
diretta opposizione con le teorie finora esaminate, la psicologia
intellettualistica non ammette come forma genuina di volontà, se non la forma
su¬ periore, e ne ha dato due distinte teorie ; una che la identifica con
l’intelligenza, un’altra che ne fa una potenza autonoma in relazione con
l’intelligenza e sopra l’ intelligenza. La prima concepisce la deliberazione
come un ra¬ gionamento pratico, e la risoluzione come l’ illazione di questo
ragionamento. Se non che questa teoria non tien conto di due cose
principalmente ; la prima che non ci è nella realtà quella cosi netta
separazione delle funzioni pratiche, quale essa la immagina : un'appeti¬ zione
sensitiva, un desiderio rappresentativo, una vo¬ lontà razionale. Dall'oscura
tendenza al desiderio consapevole, e da questa alla volontà, ci è bensì un
processo, che il psicologo può, per ragione di analisi e di chiarezza
scientifica, descrivere a parte a parte nei suoi momenti indicandoli anche come
fasi dello svi¬ luppo psichico nella serie animale. Ma nelle forme superiori, i
momenti inferiori coesistono col superiore e vera e propria separazione non ci
è. Nel mammifero — 337 — superiore e nell’uomo in ispecie nel quale lo svi¬
luppo psichico è completo, tutte queste forme dell’at¬ tività pratica
coesistono, agiscono l’una sull’altra, e la forma puramente razionale non
esiste cosi pura com’è immaginata dagl’ intellettualisti. Mai nella nostra
espe¬ rienza ci è dato di ravvisare quel processo razionale e logico nel quale
la volizione dovrebbe consistere. Per¬ chè mentre nel maggior numero dei casi
le nostre volizioni si producono nella forma impulsiva, sia na¬ tiva, sia
acquisita o d’esperienza, anche la volizione perfettamente consapevole, nei
casi relativamente non frequenti nei quali si presenta, non è mai pura, cioè
non connette mai diretamente il raziocinio e la risolu¬ zione, senza l’
intermedia eccitazione almeno iniziale del sentimento. È vero che questa può
non apparire nella sua forma spiegata, ma non si può dire che manchi. Perchè la
stessa adesione alla ragione muta questa in motivo , e non ci è motivo senza
eccitazione del sentimento, almeno allo stato nascente. Di qui si vede quale
sia il secondo punto trascu¬ rato dagl’intellettualisti, il quale è che la
risoluzione della volontà nella ragione non è possibile. La volontà, nel suo
significato più generale, è sempre un momento distinto del riflesso psichico e
lo sviluppo psichico accentua sempre più la distinzione e conferisce alla vo¬
lontà un’autonomia relativa, per la quale essa si mostra come relativamente
indipendente dagli altri momenti, e reagisce a sua volta su di essi fino ad
acquistare talvolta un vero primato sugli altri due, così nel senso della
direzione, come in quello dell’ inibizione. Ciò de¬ riva anche dal fatto che
questi stati di coscienza teoreti¬ ci che sono le idee possiedono la minima
potenza im¬ pulsiva ; e quella stessa che manifestano dipende dalle abitudini
della volontà e dalla loro organizzazione, cioè 22 — Masci, Lezioni di
Psicologia. — 338 — in ultimo dal carattere che deriva da esse. Per la na¬ tura
del riflesso psichico, da cui gli elementi della co¬ scienza derivano, non è
possibile l’identificazione del- l’ uno con l’altro, come non è possibile la
loro assoluta separazione. Sempre dal momento teoretico non si genera il
pratico, se non per la genesi intermedia dell’elemento emotivo, almeno come
appropriazione del momento oggettivo al soggetto, come approvazione di esso. E
similmente, data la separazione relativa dei momenti del riflesso psichico
nello sviluppo psichico, può acca¬ dere che il sentimento rioperi
sull’intelligenza e la volontà su ambedue. Questa possibilità di azioni reci¬
proche cresce come cresce lo sviluppo psichico, come cresce l’indipendenza
relativa dei momenti e perciò è massima nell’uomo adulto e nell’uomo colto e
ci¬ vile, ed è varia secondo il carattere psicologico dei singoli individui.
Cosi dalla forma primitiva del riflesso psichico, semplice, fatale, invertibile
, e che non può essere interrotta se non che da cause esteriori, si giunge fino
alla psicologia superiore umana, nella quale il momento teoretico, l’emotivo,
il pratico hanno una re¬ lativa indipendenza, un’esistenza non solo altamente
differenziata ma anche relativamente separata. L'altra forma di teoria
razionalista della volontà la considera come una facoltà primitiva, non
soggetta a nessun determinismo e quindi, sebbene correlativa alla ragione, non
determinata causalmente dalla ra¬ gione. La forma più coerente di questa
dottrina della vo¬ lontà è la tomistica. Secondo S. Tommaso la volontà è la
facoltà pratica che corrisponde all’intelletto; (la tendenza o appetizione è
quella che corrisponde alla sensibilità). La volontà non potrebbe agire senza
l’og¬ getto o fine dell’azione presentato dall’intelletto, ma 339 — questo non
muove la volontà come una causa effi¬ ciente, per modum agentis, ma come una
causa finale, per modum finis. Al contrario la volontà muove l’ in¬ telletto e
le altre potenze spirituali per modum agentis , e perciò essa è il primus motor
in regno animae. Il giudizio è necessario per preparare la deliberazione e la
scelta, ma quest’ ultima è in definitiva l’atto della volontà. L’atto
volontario importa la negazione della coazione estrinseca, perchè il violentum
e il voluntariwn sono contraddittori; ma importa ancora e principal¬ mente l'
indifferenza della volontà rispetto a tutti i fini relativi, rispetto ai
motivi. Questa teoria, considerata dal punto di vista psi¬ cologico (poiché non
è ora il caso di tener conto del¬ l'aspetto morale del problema), si connette
direttamente con la teoria delle facoltà, che, come abbiamo dimo¬ strato, non è
una teoria scientifica, se non come valore di classificazione e non di
causalità dei fatti psichici. Inoltre essa pone una separazione assoluta tra le
po¬ tenze pratiche di ordine sensitivo e rappresentativo (tendenza, desiderio),
e la volontà come facoltà ra¬ zionale. Ma essa va incontro a tutte le
difficoltà alle quali soggiace la teoria delle facoltà, che non sono altra cosa
che il ?iome delle funzioni psichiche elevato a causa, la sostanza creata dal
sostantivo verbale, e, in ultimo, una vera petizione di principio. Inoltre se¬
para la volontà, come funzione pratica superiore, dalle funzioni pratiche
inferiori, e, facendole perdere ogni relazione ed ogni contatto con esse, ogni
dipendenza di sviluppo, ne fa una creazione a sè, e si taglia la via alla
spiegazione dei fatti di coscienza (pratica), coi quali si mostra così
intrecciata e complicata che mai esattamente una volizione reale apparisce
nella forma tipica della volontà sottratta al determinismo. — 340 — La ragione
psicologica che ha dato origine a questa teoria (mettendo da parte ora le
ragioni morali), è stata questa, che i motivi pare che abbiano perduta ogni
impulsività, perchè hanno perduto ogni carattere emotivo nello stadio tutto
intellettuale del giudizio comparativo ed appreziativo. Quindi la scelta si è
cre¬ duta indipendente dai motivi , e la volontà è stata con¬ cepita come un
potere metafisico, che dà esso la precedenza al motivo, il quale sarebbe tale
solo perchè è voluto. La teoria razionalista nella forma che ora esami¬ niamo è
un esempio della ricca proliferazione delle facoltà, alla quale va incontro
quella scuola psicologica che rifiuta di attenersi alla guida dell’esperienza,
e preferisce di interrompere la ricerca delle serie causali, creando delle
cause specifiche per ogni gruppo di fe¬ nomeni. Ma se la Psicologia vuol essere
scienza d’espe rienza e ritessere con continuità le serie causali dei fenomeni
psichici, si vede che è difficile non solo di segnare il momento nel quale una
tale facoltà viene ad essere, ma anche di indicare i casi nei quali essa opera
da sè sola e conformemente al modello di questa forma della teoria
razionalista, che importa una facoltà che emette comandi non solo a tutte le
altre, ma anche all’organismo. Abbiamo già mostrato che ogni ele¬ mento
psichico gode di una specie di immortalità, nel senso che non si può dire mai
completamente annullato nella funzione psichica. Quindi non si può ammettere
che il sentimento possa essere del tutto escluso dal¬ l’atto volontario
razionale, tipico, e che ci possa essere un’azione ideo-motrice in senso
assoluto. Possono gli elementi psichici variare continuamente nell’intensità
loro relativa; e come nelle forme inferiori dell’animalità l'elemento teoretico
o rappresentativo può essere mas- 341 — simamente oscuro, e l’emotivo e il
volitivo possono essere confusi e quasi indiscernibili nell’oscura tèn- denza,
cosi possiamo ammettere che il momento emo¬ tivo non sia distintamente
riconoscibile nell’atto volon¬ tario razionale. Anche nei gradi inferiori il
momento si può ecclissare, come accade nelle azioni abituali e nella
suggestione ipnotica ; e quindi non è meraviglia che l’idea sembri direttamente
congiunta alla volontà, e che spesso nelle azioni volontarie consuetudinarie gli
atti di volontà si compiano senza impulsi emotivi apprezzabili. Ma dal non
avere un’esistenza distinta e riconoscibile, non segue che debba essere
dichiarato inesistente. Come abbiamo già detto, il solo carattere di motivo
dato all’elemento teoretico, e il solo carat¬ tere elettivo (di scelta) dato
all’atto volontario, implica un elemento emotivo attenuato. E ciò è
nell'economia della psiche, perchè se essa dovesse trovarsi sempre in istato di
emozione anche nelle forme superiori ra¬ zionali, la vita sua sarebbe in uno
stato di perpetuo turbamento. Come l’abitudine esclude dai riflessi di¬ ventati
automatici l’azione media del sentimento, così la esclude, e sempre
relativamente, dalle azioni vo¬ lontarie. La figura propria di ogni fatto
psichico è di unità e moltiplicità ; l’unità è la coscienza nei suoi varii
gradi, la moltiplicità qualitativa, quella più semplice ed elementare è quella
degli elementi psichici, nei modi assai varii dell^ loro presenza psichica e
delle loro combinazioni. L’ io non è che il lato soggettivo dei fatti psichici
di ordine superiore, e segna la sepa¬ razione della psicologia umana
dall’animale. In grado maggiore è l’aspetto soggettivo della volontà razionale,
dalla quale non si distacca mai come dagli altri, perchè essa rappresenta quasi
un io più profondo nell’io, — 342 — perchè ne rappresenta l’attività. Ma se
questo può accostare più strettamente l’aspetto soggettivo della coscienza con
uno degli stati di coscienza elementari, e propriamente con la volontà, non ne
segue che possa distaccare questa completamente dagli altri, e farne una
potenza misteriosa, sottratta al principio di cau¬ salità tanto a parte ante
quanto a parte post, cioè come effetto e come causa. Concepire così la volontà
è renderla inintelligibile. Nella massima parte dei casi è possibile riportare
l’atto volontario al suo determi¬ nante emotivo o rappresentativo, e se quello
che ab¬ biamo detto più volte è vero, ad ambedue. Ma se anche questo non riesce
nei casi particolari, e se tal¬ volta ci meravigliamo delle nostre risoluzioni
e più di quelle degli altri, ciò prova soltanto che non è possibile sempre di
ricostruire la motivazione complessa e remota delle azioni umane, separare la
parte della ragione da quella del sentimento, e determinare il rap¬ porto
preciso della loro efficacia. In ciò sta la verità parziale del detto di
Schopenhauer, velie non discitur, ovvero non demons tratur . Perciò come non è
possibile sempre riportare alla luce dell’ intelli¬ genza la motivazione
rappresentativa, pel sovrapporsi delle associazioni alle dipendenze logiche e
dell’in¬ conscio al conscio, così non è possibile ragionar mai a nessuno
completamente l’azione del sentimento. Dunque anche la volontà razionale è la
forma su¬ periore dell’elemento pratico del riflesso psichico, e non è una
facoltà a sè, un primus motor in regno animae. Se si pensa diversamente si
sostituisce una mitologia psicologica alla scienza psicologica ; si compie una
serie di personificazioni per appagare apparente¬ mente l’ istinto causale
della nostra mente nel momento stesso che lo si falsifica. Attenendoci dunque
all’espe- — 343 rienza psicologica e cercando di caratterizzare il mo¬ mento
pratico del riflesso psichico, possiamo dire, senza riferirci specificamente a
nessuno dei gradi dello sviluppo psichico in particolare, che esso è il momento
soggettivo attivo e transitivo del riflesso psichico. È soggettivo come il
sentimentale, ma differisce da esso per le due ultime qualifiche dell’attività
e della tran¬ sizione all’azione. Questa transizione deve essere però intesa in
maniera assai generale. Perchè se è vero che nella vita animale il fine
dell'attività pratica è l’azione esterna, nell’umana l’azione può rivolgersi al
soggetto stesso, alle sue potenze, alla loro educazione, come alla loro
produttività. I pensieri come le emozioni, e i loro prodotti ideali, come la
moralità, l’arte, la re¬ ligione, la scienza possono essere i termini di
transi¬ zione dell'atto volontario. La volontà appare come la potenza dell'io
nella psicologia umana, perchè la nascita dell’autocoscienza pone e rende più
intimo ad esso, che non ogni altro elemento, l’elemento vo¬ litivo. CAPITOLO
XV. Il circolo della vita psichica I. — Esaminati gli elementi psichici
irreducibili e fissate le loro definizioni più generali, dimostrato che le
formazioni psichiche non sone le copie mentali della realtà, è necessario ora
di studiare nel modo più ge¬ nerale come tali formazioni avvengono. Abbiamo
par¬ lato più volte del riflesso psichico primitivo, del suo nesso fatale,
della sua inconvertibilità, ed abbiamo detto più volte che le formazioni
ulteriori, nelle quali si esplica gradatamente Io sviluppo psichico, dipendono
essenzialmente dall’incremento di ciascuno degli ele¬ menti primitivi in loro
stessi, dall’ arrichirsi e compli¬ carsi delle formazioni loro proprie, e dal
conseguente interrompersi del loro nesso primitivo. Questo rappre¬ senta la più
elementare formazione psichica, e può da un certo punto di vista considerarsi
come il correlato del riflesso fisiologico. In questo punto la Psicologia e la
Fisiologia si toccano, e da questo punto comincia la vita psichica. Il riflesso
psichico è il primo circolo della vita psichica. — 346 — L’analisi del riflesso
psichico ci ha mostrato che i soli elementi o momenti di esso sono
primitivamente la sensazione, il sentimento sensitivo e la tendenza nella forma
più oscura e indeterminata dal punto di vista psicologico. Li diciamo momenti
se consideriamo il riflesso psichico nel tempo; li diciamo elementi, se,
prescindendo dalla successione temporale, conside¬ riamo il riflesso psichico
come unità. Non ci sono altri elementi psichici, mentali, e però se la teoria
delle facoltà dovesse essere mantenuta dal punto di vista classificati vo (il
solo dal quale conserva un va¬ lore scientifico), dovrebbe essere ridotta a
queste tre. Le forme superiori non sono che specificazioni, svi¬ luppi diversi
di esse, nate dal complicarsi e dal diffe¬ renziarsi del loro contenuto, in
stretta correlazione con lo sviluppo della coscienza che è la loro unità per
tutta l’estensione della vita psichica. Quindi lo svi¬ luppo psichico ha due
aspetti, l'oggettivo degli ele¬ menti, il soggettivo della coscienza; e il
nostro studio deve ora proporsi di seguirlo e di descriverlo nelle sue linee
più generali. Dobbiamo ricordare che, primitivamente, il riflesso psichico è
concentrato principalmente sul secondo e sul terzo termine ; il sentimento
sensitivo e la tendenza sensitiva sono così fortemente saldati da essere appena
discernibili mentalmente, e la sensazione è la più oscura e indeterminata, la
più povera di elementi e di figu¬ razione, è una sensazione di contatto senza
forma e senza localizzazione. Lo sviluppo psichico presenta due procedimenti
essenziali : il costituirsi degli elementi psichici in una moltiplicità e
varietà crescente di stati di coscienza, a cui si accompagna un isolamento pro¬
gressivo dei medesimi, onde diventano oggetto di per¬ cezioni interne distinte;
e lo spostarsi del suo centro — 347 — di gravità dai due ultimi momenti al
primo, che è quello il quale acquista la maggiore ricchezza e de¬ terminazione
di contenuto fino a diventare il deno¬ minatore comune degli altri stati di
coscienza. Accade uno spostamento dal momento pratico al teoretico, dalla
volontà alla conoscenza, che culmina nella co¬ scienza umana ; ma che non è
senza una benefica rea¬ zione sul l’adattamento pratico, per modo che anche
questo se ne avvantaggia, e l'adattamento praticoumano è anche il più vario e
perfetto. E non solo per quel che riguarda l’adattamento all’azione esteriore,
ma anche ai nuovi ambienti spirituali che produce lo sviluppo della coscienza,
e che questo sviluppo rende necessario. Le formazioni psichiche obbediscono a
queste due leggi fondamentali, e ad una terza: che il carattere di fatalità e
di inconvertibilità che caratte¬ rizza il riflesso psichico primitivo viene a
mancare, sebbene faccia valere sempre alternatamente e velata¬ mente la sua
efficacia relativa. Essendo lo sviluppo psichico determinato dall'isolamento
relativo dei suoi elementi e della loro formazione in una specie di tota¬ lità
che acquista una relativa autonomia, nasce la pos¬ sibilità che il sentimento
possa avere una reazione cau¬ sale sul pensiero e la volontà la possa avere
sull uno e sull’altro. E che i gruppi di stati di coscienza in cui gli elementi
si sono trasformati possano avere tutte le possibili azioni e reazioni gli uni
sugli altri. Inoltre questi gruppi si possono combinare a due a due, p. es.
volontà e conoscenza, volontà e sentimento, sentimento e conoscenza, di
guisachè pare che il terzo elemento manchi, sia assente, mentre esso è in
realtà attenuato talvolta in guisa da riuscire inapprezzabile. Ciò si vede
principalmente nella psicologia umana ; e in questa l’atrofia relativa colpisce
principalmente il secondo V — 348 — momento, il sentimentale; perchè è utile
dal punto di vista psicologico, che il sentimento sembri scomparire dal circolo
della vita psichica, affinchè il lavoro psi¬ chico sia il più utile che è
possibile ; e ciò è reso pos¬ sibile dall’azione deprimente che l’abitudine esercitò
principalmente sopra di esso. Una condizione essenziale dell’azione reciproca
degli elementi della coscienza è lo sviluppo di questa in correlazione con lo
sviluppo del suo contenuto. Non è facile determinare punto per punto, in tutto
lo sviluppo della vita animale, quale questo sviluppo della coscienza sia in
tutti i suoi particolari. La Psico¬ logia comparata e la Psicologia infantile
possono dar molta luce, ma si intende bene che queste due Psicolo¬ gie non
possono essere descritte scientificamente se non che dalle loro manifestazioni
esterne, mentre sa¬ rebbe necessario di poterle rifare con la scorta di una
percezione che le apprendesse in loro stesse. Mancando questa percezione, e
dovendosi d’altra parte riserbare a queste due scienze la descrizione e la
documenta¬ zione degli sviluppi relativi, noi ci dobbiamo limitare a indicare i
momenti principali di questo sviluppo. I quali sono, a nostro modo di vedere,
tre che denomi¬ neremo, coscienza ir relativa, coscienza relativista, auto-
coscienza. Il primo si occompagna agli albori della vita psichica, è quello
delle infime specie animali e sì ritrova nei riflessi semplici, nei composti e
ne¬ gl’ istintivi. La coscienza irrelativa è la più povera forma della
coscienza, e non si distingue dal suo con¬ tenuto se non come l’aspetto
soggettivo di esso. La coscienza relativista è quella che ha elementi psichici
più chiari e più determinati e che è la loro unità. È una verità psicologica
comunemente ammessa che la coscienza, nel suo aspetto soggettivo, è in ra- —
349 — gione diretta della varietà e della correlazione degli elementi del suo
contenuto. A misura che questa va¬ rietà scema, scema, fino ad abolirsi, la
consapevolezza. La monotomia, il monoideismo, il prevalere di un stato
uniforme, non differenziato di coscienza, scema la chiarezza della coscienza
anche dal punto di vista soggettivo. Nei vertebrati superiori, uccelli, mammi¬
feri, la coscienza relativista è via via maggiore a misura che cresce la
varietà dei loro stati di coscienza e delle loro connessioni. L’autocoscienza è
la forma superiore, umana, della coscienza, è la sua massima soggettività, è la
soggettività della coscienza esistente in sè e per sé ; mentre nei gradi più
alti della co¬ scienza relativista animale è connessa col sentimento dell’organismo.
Nel primo grado della coscienza il riflesso psichico resta fatale ed
inconvertibile. Nel secondo grado, di¬ ventano possibili delle relazioni tra
gli stati elementari di coscienza diversi dal riflesso psichico primitivo ; ma
tali relazioni sono temporanee, transitorie, e ricadono in ultimo sotto la
legge del riflesso psichico primitivo in corrispondenza con la speciale natura
psicologica di ciascuna specie animale. Nel terzo grado, cioè nella coscienza
umana, l’aspetto soggettivo della coscienza ha una forma di esistenza
indipendente, la quale rende possibile, che identificandosi volta per volta
ciascun lato elementare di coscienza con la coscienza sogget¬ tiva, l’autonomia
di ciascuno stato partecipi all’auto¬ nomia dell’autocoscienza e si rendano
quindi possi¬ bili, e in maniera permanente, tutte le forme di azione reciproca
degli stati di coscienza tra loro. Questo punto della nostra teoria è della
massima importanza, perchè spiega il perchè della causalità re¬ ciproca degli
stati elementari della coscienza, che è — 350 — stato sempre uno dei problemi
più vessati della Psico¬ logia. La volontà può operare sull’ intelligenza e
questa su quella, e il sentimento può operare su am¬ bedue, e ambedue sul
sentimento, perchè sono ele¬ menti di una sola funzione, la quale per
l’autonomia relativa acquisita dagli elementi si può spiegare nelle forme più
diverse. E perchè sono stati di un soggetto in sè uno che si rivela
progressivamente come centro della evoluzione psichica e da ultimo come centro
consapevole e in sè e per sè esistente. L’autonomia relativa degli stati di
coscienza cresce come cresce la coscienza, ed è massima, per 1’ ultimo termine,
la vo¬ lontà, perchè è questa che si congiunge più stretta- mente con
l’autocoscienza, ed appare come la sua po¬ tenza. La coscienza nella sua unità
è, come abbiamo detto più volte, la qualitas essentialis del riflesso psi¬
chico, quello che lo fa psichico. L’autocoscienza, come forma finale, elevando
la qualità essenziale ad entità per sè stante ed identificandosi principalmente
con la volontà, trasferisce il principio della causalità psichica m questa e
rende possibili tutte le reazioni della vo¬ lontà sugli altri stati di
coscienza elementari. Non generi errore il detto che l’autocoscienza muta in
ente una qualità ; questo detto risponde alla forma nella quale si presenta la
coscienza irrelativa, cioè non distinta in atto dal riflesso psichico. Ma la
distin¬ zione ci è già in potenza, perchè gli elementi sono tre e la coscienza
è la loro unità. Ed è questa unità che si afferma distintamente nella coscienza
relativista, e si eleva ad entità per se stante nell'autocoscienza! Sono dunque
tre forme o gradi di esistenza, e non il mutamento della semplice qualità in
entità. Finalmente bisogna osservare che la causalità, oltre ad essere
invertita, può essere abbreviata, senza che — 35i — la triplicità degli
elementi apparisca sempre distinta- mente. Si può andare p. es. dal pensiero
alla volontà, e da questa a quello, senza che apparentemente risorga il
sentimento o abbia una funzione apprezzabile. E viceversa può il sentimento
apparire come il determi¬ nante della volontà e del pensiero, senza che nel
primo caso si possa avere un’azione valutabile del pensiero, e nel secondo
della volontà. E può la volontà eccitare il sentimento senza partecipazione
apprezzabile del pen¬ siero, e il pensiero può eccitare il sentimento senza che
si produca un atto di volontà se non allo stato nascente. È nella natura del
riflesso psichico la pos¬ sibilità di tutte queste particolari concentrazioni,
di queste analisi e di queste sintesi parziali. La coscienza è facoltà di
analisi e di sintesi anche su se stessa e su se stessa realmente. Ma sempre
tutti gli elementi della coscienza si ri¬ producono allo stato iniziale, s’
intende quelli che sem¬ brano mancare. E sempre la causalità va dal primo al
terzo termine ; ma quale sia il primo, quale il terzo, quale il medio, non è
più prestabilito e fisso coinè nel riflesso primitivo, per la relativa
autonomia acquistata da essi, per la relativa concentrazione della coscienza su
uno piuttosto che sull’altro. Perciò cia¬ scuno può diventar determinante
rispetto agli altri : ma sempre l’elemento che pare soppresso fnnziona allo
stato nascente. # II. — Non sarà inutile, prima di studiare partico¬ larmente
l’azione reciproca degli elementi della co¬ scienza, di insistere sull’ unità
della coscienza che la rende possibile. Non ci è soggetto più importante di
questo nella vita psichica; la natura dell’unità che essa presenta in rapporto
all’estrema moltiplicità. Sotto questo rispetto l’ordine fisico non presenta
niente — 352 — di simile. Lo stesso organismo superiore biologico, il più
centralizzato, non gli si può paragonare ; perchè sebbene in esso le parti non
esistano se non che nel tutto, e non abbiano significato fuori di questo e del-
1 unità sua, 1 unità non esiste per sè, ma è il sistema che collega le parti e
in vista del quale queste sono pro¬ dotte; e le parti, come quelle che sono
spazialmente distinte e separabili, hanno un’esistenza propria. Esse possono,
sebbene in limiti ristrettissimi, sopravvivere al tutto, e in limiti anche più
ristretti entrare a far parte di altri organismi. Non è lo stesso dei fatti
psi¬ chici, essi non esistono se non come stati di coscienza, e però non
esistono fuori di quell’ unità che è la co- scienza, nè possono sopravviverle,
nè entrare a far parte di altra coscienza. Essi esistono per 1’ unità e
nell’unità ; e tutti i tentativi fatti per cavare l’unità dalla loro
composizione sono necessariamente falliti, perchè senza di essa non esistono.
Perciò la Psicologia si è affati¬ cata sempre intorno al problema di sapere in
che questa unità consista. La Psicologia sostanzialista ha immaginato L anima
sostanza, e l'ha dotata di un certo numero di facoltà. E la Psicologia attualista
ha posto, accanto alla percezione, V appercezione, come una se¬ conda vista,
una percezione delle percezioni. Intesa diversamente da Leibniz, da Kant, e più
recentemente dal Wundt, essa ha dato un altro nome ora alla sostanza psichica
(Leibniz), ora alla sua unità attuale (Kant Wundt). Ma in verità non ci è una
percezione delle percezioni. La percezione è perfetta in sè stessa e non ci è
bisogno come di un secondo occhio che la veda ; anche quando l’oggetto della
percezione è una perce¬ zione, la percezione oggetto funziona come l’oggetto
ordinario della percezione, non ci sono due oggetti ma uno. L’appercezione è
nella stessa percezione, per¬ chè ogni percezione è uno stato di coscienza. 353
— Questa è quello che è lo sviluppo psichico in cia¬ scuno dei suoi gradi ; è
coscienza irrelativa, coscienza relativista, autocoscienza nello spirito umano.
Ma anche come autocoscienza, e dal punto di vista psicologico, non accompagna,
come voleva Kant, tutte le rap¬ presentazioni, se non nel senso che queste sono
suoi stati ; ma per essere presente a se stessa deve farsi oggetto di sè, la
qual cosa non accade che momenta¬ neamente e transitoriamente. L’autocoscienza
esiste ordinariamente nella coscienza, nella forma dell’ iden¬ tità e
continuità di questa, che è il fondamento di tutte le formazioni psichiche. Per
essa sono possibili l’associazione psicologica, l'attenzione, la memoria,
l’abitudine ; e cosi il concetto, il giudizio, il ragiona¬ mento, le serie dei
ragionamenti. E similmente le scienze, dalle più particolari alle più
universali e com¬ prensive, fino alla filosofia ; e ancora le opere d'arte, dal
fregio ornamentale alle più complesse creazioni superiori, come il gruppo
scultorio, il quadro, il tempio, la poesia dal sonetto all’epopea lirica, la
musica dalla canzone all’epopea musicale. È stato detto che la co¬ scienza è
come l’occhio che vede tutto ma non vede se stesso; e questo detto è in parte
esatto, e confuta la teoria dell’ appercezione che pretende di creare un altro
occhio che veda l’occhio della percezione. Ma la similitudine, essendo tolta
dall’organismo, cioè da un’esistenza spaziale, contiene sempre un elemento di
falsità. Perchè la coscienza è un occhio il quale, a differenza dell’occhio
fisico, vede sè mentre vede le altre cose e in quanto le vede. Essa si può
fermare sulle cose o su se medesima, e quando si ferma su se medesima non vede
le cose, e quando si ferma sulle cose non vede se medesima ; ma in ambedue i
casi veramente vede sè e le cose, perchè essa è sapere, 23 — M asci , Lezioni
di Psicologia. — 354 — vedere (per continuare la similitudine) ; e le cose, in
quanto sono sapute, non sono che sue modificazioni o stati. La coscienza, nel
suo grado superiore di auto- coscienza, è essenzialmente atto di distinzione di
sog¬ getto ed oggetto, ed e cosi fatta che 1 ’ uno non è senza l’altro ; e, per
tornare al paragone, è occhio che vede sè nel veder l’altro, e vede l’altro nel
vedere se stessa. F. perciò, per questo rispetto, il paragone con l’occhio
fisico non regge. E non può reggere perchè la coscienza non ha esistenza
fisica, non esiste come l’occhio in qualità di organo sussistente anche senza
la visione; ma è occhio che è uno col vedere, con la visione. 11 prag?natismo
ha spostato l’unità psichica e dal¬ l’appercezione o coscienza l’ha posta nella
volontà e nell azione, come se la volontà non fosse coscienza. In ciò esso ha
fatto un cammino a ritroso, verso la forma primitiva della coscienza, quando il
momento teoretico era quasi nullo ed era quasi tutto il momento pratico. Ma non
pare che la sua teoria sia vera. Perchè la forma vera è quella che è comune a
tutti gli stati di coscienza, non quella che s’identifica con uno di essi.
Inoltre la forma perfetta è la finale non l’ iniziale, e come il bambino non è
l’uomo, cosi la coscienza appetitiva non è l’autocoscienza. Non è senza ragione
che lo sviluppo psichico volga la coscienza verso l’ele¬ mento teoretico,
perchè questo è il più vicino alla sua essenza espressa dalla parola coscienza.
E d’altra parte è naturale che, posta la coscienza come autoco¬ scienza, la
volontà come momento soggettivo, attivo e transitivo, s’identifica con
l’autocoscienza, più che non faccia qualunque particolare stato teoretico.
L’unità della coscienza da una parte, e dall’altra l’unità del riflesso
psichico, fanno oscillare la coscienza di sè, 1 io, tra il pensiero e l'azione
come termine iniziale — 355 — e finale. Ma sempre la conoscenza (sotto tutte le
sue forme, dalla più elementare alla più complessa e orga¬ nizzata), è il
principio dell’azione; e questa è tanto più in ogni senso adattata, quanto meno
s’ intromette per snaturare, per falsificare la verità. Data l’ unità di
coscienza e data l’unità degli stati di coscienza nel riflesso psichico
primitivo, è data la ragione della loro costante correlazione. Conoscenza,
sentimento e volontà sono in azione reciproca sempre ; nessuno di questi
elementi opera in maniera indipen¬ dente dagli altri. Non possiamo pénsare
diversamente senza che ne restino modificati il nostro modo di agire e di
Sentire ; non possiamo trovarci in uno stato differente del sentimento senza
che i nostri pensieri e le nostre volizioni non ne subiscano l’azione modifi¬
catrice, non possiamo volere in maniera differente, prefiggere nuovi fini alla
nostra azione, orientare dif¬ ferentemente la nostra vita pratica, senza che ne
siano modificati il nostro* sentimento e il nostro pensiero. Viceversa se siamo
fortemente impegnati in uno di questi stati di coscienza, ciò non accade senza
un effetto di inibizione sugli altri. Un eccesso di senti¬ mento scema o toglie
la riflessione, ed un eccesso di riflessione scema o toglie il sentimento. Così
nello stato di intenso dolore fisico o morale non possiamo nè pensare nè volere
; e se proseguiamo una difficile dimostrazione, siamo privi di passionalità e di
volontà. In questi casi è l’eccesso di un elemento di funzione nella funzione
totale, che deprime gli altri : ma nello stato normale i diversi momenti si
determinano reci¬ procamente. I pedagogisti sanno che l’ interesse (uno stato
del sentimento) è la migliore condizione dell 'apprendere ; e d’altra parte i
più intensi sforzi mentali esigono una ' — 356 — viva partecipazione della
volontà. Ma la stessa volontà è tratta ad agire dal sentimento, secondo la sua
du¬ plice direzione, e dalla conoscenza. III. — Determinato il fondamento, la
possibilità delie formazioni psichiche, dovuta all’unità della co¬ scienza nel
duplice aspetto soggettivo e oggettivo, possiamo passare allo studio dei modi
delle formazioni psichiche. La Psicologia ha avuto sempre la tendenza di
attribuire all’associazione psicologica una funzione importantissima nelle
funzioni psichiche, anche quando non l’ha creduto l’unico ed essenziale fattore
delle medesime. Questa importanza non si potrebbe negare • e no. mostrando che
l’unità della coscienza, nel du- p ice suo aspetto, è cagione della
correlazione di tutti gli stati di coscienza tra loro e della loro azione
reciproca, abbiamo portato la migliore conferma del valore dell’associazione
psicologica nelle formazioni psichiche, giacché l’associazione è il modo di
mani¬ festazione dell’unità di coscienza nelle stesse rappre¬ sentazioni. Essa
è una funzione reale, e nella psico¬ logia animale è la sola funzione sintetica
insieme all unità del riflesso psichico e a quella forma di unita soggettiva
che accompagna lo sviluppo della coscienza relativista prima che diventi
nell’uomo auto- coscienza. L’associazione psicologica è il mezzo natu¬ rale di
ristabilire 1’ unità, dopoché lo sviluppo psichico ha arricchito il contenuto
della coscienza ed ha reso incoerente e convertibile il riflesso psichico
primitivo. Ma per associazione psicologica non intendiamo soltanto quella delle
idee, come si diceva una volta °, come ora si dice, delle rappresentazioni: ma
anche quella di queste, degli stati teoretici in generale, con gh stati di
coscienza sentimentali e volitivi. L’appa¬ renza per la quale in Psicologia
l’associazione psico- 3.S7 logica è stata concepita come associazione di idee
tiene a parecchie cause. Una, che gli elementi teoretici sono i più differenziati,
i soli oggettivi, e che la co¬ scienza è rivolta principalmente e
primitivamente al¬ l'oggetto. Un'altra causa è che la Psicologia studia
principalmente e direttamente la coscienza umana e che in questa il momento
teoretico ha raggiunto la maggiore ricchezza di contenuto ed è il centro della
coscienza tutta quanta e il denominatore comune degli altri, cioè degli emotivi
^dei volitivi. Un'altra causa è che in realtà l’azione dell’associazione
psicologica è generale essa opera in tutte le sfere della coscienza, anche
nelle superiori, nelle più altamente logiche, ed anche quando non è la funzione
fondamentele, è una funzione necessaria ; perchè anche i nessi logici, i quali
suppongono altre condizioni psicologiche, come la coscienza di sè e l’astrazione,
e l’azione della vo¬ lontà e della scelta mentale, non sarebbero possibili
senza l’aiuto dell’associazione psicologica. Questa deve quindi considerarsi
come un mezzo generale e fondamentale delle formazioni psichiche ; ma non
potrebbe essere il solo. Non si può difatti risolvere in essa tutte le
formazioni psichiche superiori, come pretende una scuola psicologica, che ha
avuto gran seguito : il concetto rappresentativo come il fan¬ tasma estetico,
il giudizio, il ragionamento, la cate¬ goria. La mente ha delle funzioni
direttive che la semplice associazione non riesce a spiegare con le sue leggi
della somiglianza e della contiguità. Tali sono le idee di sostanza, causa,
tempo, spazio, numero; le forme dell’intuizione e le forme del pensiero, cioè
le categorie, cosi le formali, come le formali-reali, e le categorie di valore.
E queste funzioni direttrici collegano a loro volta non soltanto e - 358 - le
idee, ma anche le idee e i sentimenti, le idee le volizioni, come si vede nei
sentimenti estetici e morali, come nella volontà e nel carattere morale. Anche
limitatamente all1 intelligenza, non potreb¬ bero le leggi dell’associazione
psicologica, le leggi di contiguità e di somiglianza, spiegare le formazioni
logiche, la conoscenza in senso proprio e il progresso delle conoscenze, perchè
la conoscenza cerca il simile nel dissimile e il dissimile nel simile:
conoscere è assimilare e differenziare, e i sistemi di conoscenza, che sono le
scienze, sono costruzioni astratte che non sono punto, come abbiamo dimostrato,
delle copie mentali della realtà. Un concetto non può essere il prodotto dell
associazione psicologica, perchè quel nesso di elementi conoscitivi che esso è,
è di diversa natura da quella associativa, è un nesso logico secondo il valore
comparativo e quindi trovato delle sue note, e secondo l’ordine logico dei
predicabili che è diverso sostanzialmente dal nesso associativo. Ma
l’associazione psicologica ha una funzione importante, è attiva nella stessa
formazione del concetto, perchè se, per ipotesi, mancasse gli elementi del
concetto non avrebbero quella specie di coalescenza delle note in piani diversi
e in diverso rapporto all’unità del concetto, e i con¬ cetti non si
connetterebbero in sistemi perchè man¬ cherebbero di quello che in fisiologia
si chiama tessuto connettivo e che è rappresentato in Psicologia dal- 1
associazione. Un sistema logico, a cominciare dal più elementare concetto, è
anche un sistema asso¬ ciativo, sebbene secondo leggi proprie; e insieme 1
associazione si prevale degli stessi nessi logici, ed è il mezzo di fissarli
per procedere ad ulteriori e più compiesse formazioni. Nella scoperta
newtoniana della gravitazione universale, i fenomeni così diversi della — 359 —
gravità terrestre e dell’orbita planetaria non si sareb¬ bero presentati come
unificabili alla mente di Newton, se questa non fosse stata sorretta dall
'associazione per somiglianza; similmente una grande creazione estetica come la
Divina Commedia, o una grande innovazioi e morale, come il Cristianesimo, non
sarebbero stati possibili, se accanto alla fantasia artistica e alla fa¬ coltà
dell’ invenzione morale, non avessero operato le leggi dell'associazione
psicologica. L’ idea di un’opera d'arte suppone la facoltà artistica che non si
lascia ridurre all'associazione, altrimenti tutti, anche 1 ani¬ male,
potrebbero essere artisti ; ma suppone anche l’associazione come condizione
generale, perchè senza di essa nessuna formazione psicologica potrebbe farsi
•e, fatta che sia, conservarsi. L’errore della teoria dell’associazione
psicologica comincia quando si pretende di fare di questa il solo mezzo delle
formazioni psichiche e il solo mezzo che le conserva. Perchè l’associazione
psicologica è una forza cieca e causale soltanto, capace di accostare gli
elementi psichici, ma capace di accostarli secondo le leggi sue proprie. Quando
nuove leggi intervengono, essa si subordina a queste ed è quindi una funzione
sussidiaria delle nuove funzioni che producono le nuove formazioni. Se non
operassero che le sole leggi dell’associazione, le formazioni logiche di ogni
ordine e grado sarebbero alla mercè del meccanismo psichico e potrebbero mutare
continuamente secondo le leggi di questo. Cosi un composto chimico di una
determinata affinità si conserva finché non è posto in presenza di altri com¬
posti con gli elementi dei quali ha maggiore affinità. Un altro errore della
teoria dell'associazione è di considerare le formazioni psichiche come passive,
e — 360 — di prescindere dalla cooperazione del soggetto. Ma anche nelle forme
di coscienza inferiori all’anima e nei diversi gradi di sviluppo che esse
presentano, 1 azione specifica del soggetto non manca mai, sebbene sia assai
diversa da quella che è nell’uomo. Ogni animale e un’entità psicologica
determinata non solo come specie, ma anche come individuo. Ed è secondo questa
natura determinata che l'associazione psicolo¬ gica opera in esso nella genesi
delle formazioni psi¬ chiche che gli sono proprie. Non si potrebbero dare ad un
insetto le formazioni psichiche proprie di un mollusco, nè ad un uccello quelle
proprie di un mam¬ mifero. Soltanto l’animale è un’entità psicologica in cui il
fattore biologico è preponderante, e l'uomo è un’entità psicobiologica nella
quale è preponderante il fattore psichico. La coscienza di sè, l’astrazione, il
linguaggio, la preponderanza del fine conoscitivo sul pratico, o meglio la
dipendenza del secondo dal primo, sono condizioni nuove, importano un organismo
psi¬ chico diverso; e in questo l’associazione psicologica subisce le direttive
impresse dalle nuove funzioni, dal¬ l’autocoscienza, dall’astrazione, dalle
direttive nuove delle categorie conoscitive, estetiche e morali. Bisogna
inoltre considerare l’associazione psicolo¬ gica in maniera più larga di quanto
è consentito dalle sole leggi di somiglianza e di contiguità. Siccome gli
elementi della coscienza rioperano gli uni sugli altri, cosi 1 asociazione
delle rappresentazioni può essere agevolata o impedita dai sentimenti
concomitanti. L amore, l’odio, la speranza, il timore, la pietà pos¬ sono
essere cause di reviviscenze, di connessioni, di eliminazioni di
rappresentazioni indipendentemente da ogni rapporto di somiglianza o di
contiguità tra le medesime. I fenomeni dell’ audizione colorata, cioè del
richiamo di una sensazione di colore accanto a quella di suono, p. es. del
color rosso in occasione dello squillo di tromba, può accadere perchè le
accompagna lo stesso sentimento di eccitazione. È cosa di comune osservazione
l’influenza del sentimento sul ritorno o sulla fuga delle rappresentazioni. Uno
stato lieto e uno stato melanconico esercitano una forte eccitazione sopra
rappresentazioni concordanti con essi, e viceversa eser¬ citano un’inibizione
spesso invincibile sopra quelle che sono con essi in contrasto. Il sentimento
spesso è un vero tiranno che governa a suo modo la reviviscenza delle
rappresentazioni. Anche la volontà, divenuto elemento autonomo della coscienza,
può avere iniziative e determinare speciali associazioni di stati di coscienza.
Nello spi¬ rito umano è evidente che essa può dirigere il corso delle
rappresentazioni, come può farle rivivere ed ini¬ birle. Similmente nelle
specie animali la direzione pre¬ ponderante dei loro sentimenti sensitivi e
delle loro tendenze opera e in maniera molto più coercitiva ed energica sulle
loro rappresentazioni. Per l’unità del riflesso psichico, come per l’unità
della coscienza, av¬ venuta la formazione relativamente autonoma degli stati di
coscienza in gruppi dello stesso nome, le azioni reciproche degli stati di
coscienza si possono svolgere in tutte le direzioni e in tutte le forme più
complesse, generando delle associazioni che non obbediscono solo alle leggi
della contiguità e della somiglianza. Abbiamo detto che l’associazione
psicologica si subordina alle forme di collegamento degli stati di coscienza di
ordine superiore e non solo concorre a formarle, ma anche a conservarle. Ciò
accade perchè essa congiunge la forza, che è propria delle cause e leggi
naturali, a quella, sempre relativamente instabile, — 362 — dei legami dovuti
alla riflessione e in generale alle funzioni psichiche perfettamente
consapevoli e volon¬ tarie. Quella (orza di resistenza che manifestano le
(orinazioni psichiche di ordine superiore contro le ten¬ denze innovatrici è
dovuta in molta parte alla forza dell’associazione psicologica. Un sistema
scientifico e filosofico ricevuto stenta ad essere radicalmente mutato e
richiede un seguito non breve di dimostrazioni con¬ trarie ; similmente si
mantengono contro i tentativi d innovazione le scuole letterarie e le
artistiche, le norme morali riconosciute, i sistemi legislativi e po¬ litici,
fino al punto da rendere necessarie lotte, spesso secolari, per rovesciarli. I
sistemi religiosi sono i più tenaci, intessuti come sono nel campo del
subcosciente, almeno per la impalcatura profonda resistono alle in¬ novazioni
con tenacità che non è eguagliata da nessun altro sistema di idee. Questa
congiunzione dell’associazione psicologica con le direttive delle formazioni
psichiche di ordine superiore si vede chiaramente nei casi patologici ; anche
in questi la psicopatia è come un’analisi fatta dalla natura stessa
dell'organismo psichico e la forma della dissoluzione pone in più chiara luce
la maniera della formazione. Le psicopatie sono in gran parte delle ribellioni
dell’associazione psicologica alle leggi delle formazioni psichiche di ordine
superiore, cosi nella vita mentale come nell’emotiva e nella morale. Le idee
fisse, le monomanie, come le megalomanie o le lipemanie, cosi come gli eccessi
morbosi del senti¬ mento di cui le passioni sono le forme meno aber¬ ranti e
similmente le abulie e le iperbulie , sono regressi delle formazioni psichiche
superiori alle associative. Sono regressi anormali che infieriscono di più
nelle coscienze più sviluppate. Gli animali quasi non ne — 363 — presentano traccia,
nè dall’idiotismo in fuori, che ac¬ cusa difetto di formazione, si riscontrano
nel fanciullo. Ma anche in queste forme morbose resta traccia della
subordinazione dell’associazione psicologica alle diret¬ tive di ordine
superiore. Perchè le neo-formazioni psi¬ chiche, in cui consistono le
psicopatie, conservano l’impronta delle formazioni che distruggono. Le psi¬
copatie del guerriero non sono le stesse di quelle del prete, del diplomatico,
dello scienziato o del poeta. E si possono riportare alla forma di coscienza di
cui sono degenerazione, così per l’origine, come per la somiglianza che di essa
conservano. IV. — I modi d’azione del sentimento sulla cono¬ scenza sono i più
varii : il tipo norvtale, che dovrebbe segnare il rapporto comune e
preponderante di questi due elementi di coscienza, è piuttosto una media
astratta, anziché una realtà. Nella psicologia degl in¬ fimi animali l’azione
va fatalmente e inconvertibilmente dal momento teoretico all’emotivo. Ma
nell’uomo ha luogo anche l’azione inversa, e sotto tutti i gradi d’in¬ tensità,
con variazioni da un individuo all’altro, e dalla forma normale alla morbosa.
Si distinguono difatti i tipi emotivi e gl’ intellettuali, ed ambedue variano
se¬ condo il sesso e secondo l'età. Anche nell uomo nor¬ male le circostanze e
gli eventi della vita possono turbare quell’armonia che del resto non si
realizza forse in nessuno nella sua forma tipica. Nella coscienza normale un’
intelligenza povera di sentimento è fredda ed inerte ; e un sentimento che
trascina ti produce uno scarso potere dell’ intelligenza ad adattare i mezzi ai
fini. Il sentimento è lo stimolo più efficace per l’acquisto delle cognizioni,
e senza la forza del sentimento le idee non hanno efficacia pra¬ tica, e
soprattutto non hanno potenza diffusiva e so- — 364 — «ale. La ragione non
guida la storia se non a traverso il sentimento. E viceversa il sentimento, per
la mag¬ giore sua lentezza rispetto alla ragione, è ostacolo dalle idee nuove e
principio di conservazione per le antiche. I conflitti di idee sono anche
conflitti di sen¬ timenti; e in questi non vince l'idea che ha la mag¬ giore
coerenza logica, ma quella che ha in favor suo la maggior forza del sentimento.
Guidare l’interesse e il segreto di ogni successo dal politico al letterario ;
e se un' idea lanciata in un certo tempo non attec- clnsce malgrado la verità
sua, è segno che le è man¬ cato il sostegno dell’interesse, perchè le menti
erano piegate in altra direzione. Perfino la percezione varia secondo
l’interesse che « occupa. Uno stesso oggetto, p. es. un prodotto ali¬ mentare o
un quadro, genera percezioni diverse: il primo nello scienziato, nel
commerciante o nel cuoco, e il secondo nell’artista, nell’uomo d’azione o nel-
1 uomo del volgo. Secondo che il nostro sentimento è di amore o di odio, gli
elementi della percezione pren¬ dono rilievo diverso : tutto è bene o tutto è
male, tutto è bello o tutto è brutto; la percezione si colora se¬ condo la
natura del nostro sentimento rispetto ad essa. Gli oggetti non risvegliano le
stesse associazioni di idee quando siamo lieti o quando siamo melanconici. E
noto quale influenza abbia il sentimento nel deter¬ minare il corso e la
direzione delle, nostre rappresen¬ tazioni. Quando siamo abbattuti o quando
siamo fidu¬ ciosi il corso e la direzione delle nostre rappresenta¬ zioni sono
lenti o rapidi, sono verso le idee che si accordano con la natura del
sentimento e contro le discordanti. Il corso delle idee non è lo stesso negli
uomini di diverso temperamento, l’opposizione mag¬ giore è tra il sanguigno e
il flemmatico, il collerico e il melanconico. Ora il temperamento, dal punto di
vista psicologico, dipende dal sentimento predominante. Se¬ condo questo noi
proviamo impressioni diverse dalla descrizione di un viaggio o di una battaglia
; o ci esal¬ tiamo per l’ idea dell’energia spiegata e per le difficoltà
superate o ci abbattiamo per l’imagine dei dolori, delle privazioni, delle
tenebre, dei terrori e delle morti. A sua volta la conoscenza opera sul
sentimento, ma in generale assai debolmente. Questo fatto potrebbe parere poco
conciliabile con la connessione primitiva tra i due elementi del riflesso
psichico ora considerati e con l’azione causale del primo sul secondo che in
esso ha luogo. Ma si deve tener conto che ìfel riflesso primitivo l’elemento
teoretico è o puro o quasi indi¬ scernibile e il riflesso è concentrato nella
tendenza, che è insieme sentimento e volontà. Quindi bisogna riconoscere, che
l’ idea chiara e distinta è un prodotto tardivo, una tardiva acquisizione della
coscienza, la quale deriva dal crescere progressivo del contenuto teoretico e
quindi dalla perdita della potenza impul¬ siva di questo. L' interesse teorico
e il pratico sono an¬ tagonisti. Perciò si spiega anche che le idee, e tanto
più le più astratte, le più determinatamente e chiara¬ mente rappresentative,
abbiano la minima potenza im¬ pulsiva. Pur non cessano di averla, e tanto più
l’hanno quanto più eccitano il sentimento. D’altra parte il po¬ tere eccitatore
delle idee rispetto al sentimento è provato dal fatto che ogni sentimento senza
le idee è anonimo, e ogni sentimento suppone la sua idea, e come non è
possibile eccitare il sentimento senza l’idea, così non è possibile ricordarlo,
se non che mediante le idee con le quali fu associato. La cosiddetta memoria
affet¬ tiva pura non esiste, e quello che l’ha fatta ammettere da taluni
psicologi è che nella memoria il sentimento — 366 — può acquistare tale energia
rispetto agli stati teoretici da rendere difficile il rintracciarli. Spesso
l’elemento teoretico eccitatore è per sua natura oscuro e indeter¬ minato, p.
es. le sensazioni organiche, il sentimento dell'organismo nella sua
indeterminatezza; anche per¬ ciò il sentimento varia secondo il sesso, secondo
le età, secondo lo stato sano o malato, secondo la nutrizione. Può anche
accadere che le idee eccitatrici si siano dileguate, mentre il sentimento, come
è per natura, persiste, e può persistere sino al punto che noi siamo incapaci
di dire determinatamente il perchè della no¬ stra tristezza o della nostra
gioia. In taluni casi pare che il sentimento manchi di idee determinanti, p.
es. nel caso delle emozioni che ci vengono dalla musica. Questa pare
espressione di¬ retta del sentimento, senza stati di conoscenza. Ma come la più
umile musica non manca mai di elementi sensitivi, così l’emozione prodotta da
una sinfonia di Beethoven prende forza da quell’ indistinto mistero nel quale
ci appaiono le idee che il grande musico ha voluto rivestire di armonie. Ad
ogni modo nella memoria emotiva il richiamo dell’elemento rappresen¬ tativo è
necessario, perchè la memoria importa il rico¬ noscimento di quello che si
ricorda, l’identificazione dello stato presente di coscienza con l’antico, e
questo non potrebbe accadere senza elementi teoretici, perchè il sentimento è
per sua natura cosi indeterminato da non essere ricordabile per se stesso.
Altra cosa è il ricevere un sentimento, altra cosa è il ricordarlo. Dun¬ que
l’azione della conoscenza sul sentimento non si potrebbe negare, e in tutti i
gradi d’intensità fino al martirio volontario per un’ idea. Resta vero però che
questa azione non è in generale così forte come la contraria. A causa
dell’antagonismo che si produce — 367 — tra il momento teoretico chiaro e
consapevole e il mo¬ mento emotivo pel dirigersi dello sviluppo della co¬ scienza
sempre più verso il faro della pura conoscenza, accade che l’esercizio dell’
intelligenza possa diminuire o abolire in certi casi la potenza del sentimento,
e che lo stesso ragionare il sentimento P^psa essere buon mezzo di lenirlo.
Nelle forme patologiche può accadere che il sen¬ timento prenda tale
preponderanza da turbare in modo permanente la funzione del pensiero. La
memoria si può esaltare o si può deprimere fino ad essere abolita, come
mostrano i casi di coscienza alternante «dovuti al cangiamento alterno del
sentimento fondamentale corporeo, che è fatto di sensazioni e di sentimenti
sensitivi. Anche l’immaginazione può essere eccitata in maniera anormale fino a
produrre veri stati di alluci- nazione ; e i nessi logici possono far luogo ad
un corso disordinato di frammenti di pensiero. La mania e la malinconia morbosa
sono due tipi opposti di turbamenti della coscienza teoretica. Nello stato
religioso dell’estasi è l’ intensità del sentimento religioso la causa che pro¬
duce lo stato di monoideismo per cui la coscienza si assorbe nell’idea del
divino, o specificamente in qual¬ cuna delle sue rappresentazioni, di Gesù,
della sua passione, della sua morte. Che la volontà sia determinata dal
sentimento e cosa che risulta dalla stretta connessione che essa ha col
sentimento nel riflesso primitivo, c dal fatto che prima che l’autocoscienza
riesca a costituirsi e a fun¬ zionare, il sentimento è il solo determinante
possibile della azione. Ma anche l’esperienza della coscienza umana adulta ci
mostra che il sentimento conserva nella massima parte dei casi il suo potere
sulla volontà, e che il trapasso dalla coscienza teoretica alla religione V -
368 — non ha luogo senza l’intermedia funzione, per quanto attenuata e
dissimulata, del sentimento. Si sa anzi quali aspre lotte, raramente coronate
da successo, la ragione debba impegnare per contenere l’efficacia dei
sentimento sulla volontà : il classico video bona proboque, deteriora sequor è
espressione della relativa debolezza’ della ragione. Una forte volontà va per
lo più con¬ giunta con una forte emotività, sebbene sia vero che 1 eccesso del
sentimento produce il temperamento im¬ pulsivo, e che V abulia deriva spesso
dall 'apatia. Ci sono due forme di questa connessione della vo¬ lontà col
sentimento, l’immediata e la mediata. La prima è propria dei caratteri
impulsivi, che si determi¬ nano secondo l’impressione del momento ; la seconda,
che diciamo dei temperamenti volontarii, è prova anche della reazione della
volontà sul sentimento, e mostra in essa una qualche iniziativa. In questi
temperamenti, per la congiunta azione della riflessione valutatrice col senti¬
mento, la volontà si dirige a fini remoti, ma più im¬ portanti con i quali si
collega un sentimento aspet¬ tante bensì, ma più resistente e più operativo. Se
il fine remoto suscita un sentimento persistente e resi¬ stente si hanno quelle
che diciamo abitudini della volontà. A sua volta la volontà riopera sul
sentimento con una doppia azione, di eccitazione odi inibizione; ma la sua
azione è sempre indiretta, perchè o opera sugli stati conoscitivi che lo
determinano, o opera sulle sue manifestazioni somatiche. Quindi un’emozione si
può intensificare, se la volontà mantiene vive le rappresen- zioni eccitatrici,
o ne evoca delle nuove in sostegno, e fissa l’attenzione su di esse. E si può
indebolire se la volontà, da sè o per altrui suggestione, si dirige ad altre
rappresentazioni. La prima cosa da fare per — 369 — calmare una rissa, è di
separare i rissanti, di portarli per vie opposte, e di farli pensare ad altro.
Dante nel Purgatorio fa presentare imagini di mansuetudine ai violenti, e di
coraggio e di energia agl’ignavi. Anche la repressione volontaria o artificiale
della manifesta I zione delle emozioni le calma, come il loro acrescimtfstto le
intensifica. Il contrasto si mostra talora di sicura efficacia sedatrice ; cosi
se la cosa volge al tragico, il meglio, per frenarla, è di volgerla al comico.
V. _ Ora tra la conoscenza e la volontà lo scambio di azioni e reazioni accade
come pel sentimento, ed anche per esse hanno luogo delle formazioni psichiche.
Che la conoscenza possa operare sulla volontà s’ in¬ tende se si riflette che
nell'unità del riflesso psichico la causalità va dalla prima alla seconda. Si
badi anche a questo, che abbiamo detto più volte, cioè che, per l'economia
della vita psichica, il momento emotivo è at¬ tenuato nella coscienza umana,
fino a parere che manchi, e che l’idea si congiunge direttamente alla volontà.
Similmente l’azione inversa della volontà sulla co¬ noscenza si comprende se si
bada all isolamento dei momenti del riflesso psichico, alla congiunzione della
volontà con l’io, e al carattere attivo e transitivo del¬ l’atto volontario ;
la volontà diventa allora la potenza dell’io, e come energia che è diretta non
solo all azione esteriore, ma anche al dominio sulle facoltà conosci¬ tiva ed
emotiva, specie sulla prima, pel potere del¬ l'attenzione volontaria. Perciò
non ha fondamento di verità la teoria che fa della volontà una facoltà ideomo-
trice non solo nel senso che le idee muovano la vo¬ lontà, ma che questa, nel
grado di volontà razionale, è una potenza di deliberazione e di azione connessa
con l’esercizio della ragione, anche se gli stati teo¬ retici che la
determinano sono di ordine sensitivo. 24 — Masci, Lezioni di Psicologia. — 370
— Ma oltre a questa ragione generale, l’esperienza psichica ci dimostra
l’azione diretta della conoscenza sulla volontà, quali che siano gli stati
teoredci, sia sensitivi che ideali. Cercare la ragione di una volizione è
d’ordinario cercare il suo determinante teoretico, perchè la ragione in causa
importa la riduzione del¬ l’elemento sentimentale ad una quantità
inapprezzabile, e che perciò pare inesistente. La maggiore potenza motrice
spetta alla sensazione ; così la vertigine che ci prende alla vista dell’abisso
è effetto della viva rap¬ presentazione sensibile della caduta; cosi nella
lettura la viva rappresentazione della parola ne può provo¬ care la pronunzia
in maniera più o meno completa. Similmente la vista della danza, della marcia,
del pugilato, dell’accompagnamento funebre, come il ritmo musicale, sia quello
dei crescendo o dei morendo , sia quello variamente movimentato, producono in
noi, e più ancora nei fanciulli e negli adolescenti, non ben provveduti di
potere inibitivo, i movimenti corrispon¬ denti. Le sensazioni che meglio
manifestano questo potere sono le visive, le uditive e quelle di movi¬ mento.
La suggestione del movimento per la rappre¬ sentazione del movimento è talora
vivacissima ; ma spesso questa suggestione può essere prodotta per l'azione del
sentimento che s’interpone, per effetto dell’esperienza, tra l’elemento
rappresentativo e il vo¬ litivo. Cosi parliamo di visi da baci o di visi da
schiaffi ; così la vista dell amico o quella del nemico ci pongono negli
atteggiamenti iniziali dell’amicizia o dell’odio. La forma patologica più
istruttiva a questo riguardo è la suggestione ipnotica. In essa la volontà del
pa¬ ziente è soppressa ; resta la volontà esecutrice e questa è connessa con lo
stato conoscitivo, presentato dalla volontà dell’operatore, dalla quale viene
il comando. — 37i Un'altra forma di azione dell’elemento teoretico sul volitivo
è data dall’imitazione. È nota quale sia la potenza della imitazione non solo
nell’uomo ma anche nell’animale ; nel primo essa è forse la causa psichica di
azione più generale non solo nei fanciulli, ma anche negli adulti. La parola
moda esprime l' imitazione re¬ gnante non solo nelle fogge del vestire ma anche
nel¬ l’etichetta, nelle forme letterarie, artistiche, scientifiche, religiose.
Tutte queste sono altrettanti esempii di azione diretta dello stato
rappresentativo sul volitivo. La mag¬ gior parte del sistema delle nostre idee
è preso da fuori per l’ imitazione delle idee prevalenti nell’ambiente sociale
nel quale viviamo ; la più gran parte delle nostre idee sono conformi alle idee
correnti ; 1’ uomo vecchio si accomoda alle idee del suo tempo. Cosi
l’imitazione è la causa della parte maggiore delle for¬ mazioni psichiche ; il
conformismo domina la coscienza e l’azione, la regola della vita nostra è
modellata sul¬ l’altrui. L’azione dell’imitazione comincia dalla prima fan¬
ciullezza; anzi l’adattamento pratico è il prod^ttp del¬ l’imitazione non solo
nel bambino, ma anche nei pic¬ coli degli animali. La chioccia insegna ai pulcini
di beccare, e 1’ uccello agli uccellini il volare, eseguendo i relativi atti e
insegnando ad imitarli. Similmente il bambino impara a camminare, a par¬ lare,
apprende in generale a rendersi padrone dei movimenti del proprio corpo,
imitando i movimenti altrui segnatamente di quelli che ne hanno cura e
promuovono in tutte le maniere il suo addestramento. In una età più avanzata l’
imitazione diventa spontanea, indica una tendenza decisa del fanciullo medesimo
; essa si fa anche senza modello presente, a memoria. Cosi i fanciulli imitano
le marce dei soldati e le fan- — 372 — dulie imitano gli atteggiamenti delle
madri verso le loro bambole o nei salotti di ricevimento. Sulla per¬ sistenza
dell' imitazione si fonda l’educazione dei fan¬ ciulli ed anche quella degli
adulti, sebbene col crescere della età cresca l’autonomia della coscienza e con
essa quella della volontà. Anche l’educazione degli animali, di cui si hanno
esempi così numerosi nei circhi e nella vita ordinaria, si fonda sulla loro
capacità imitativa, e questa è in proporzione del loro potere rappresen¬ tativo
; perciò uno degli animali più completamente e più facilmente ammaestrabili è
il cane. 1 primati sono spontaneamente imitativi donde la frase comune : fare
la scimmia. Se ora vogliamo approfondire la ricerca intorno alla causa dell'
imitazione, vediamo che essa dipende dal fatto che ogni idea ha un sostrato
motore e quindi un'efficienza motrice, sebbene non sempre riconosci¬ bile,
perchè in taluni casi debolissima. Ogni idea o rappresetazione è connessa con
imagini motrici , e cosi le loro associazioni, per modo che non sarebbe possi¬
bile senza la produzione ideale dei movimenti cor¬ rispondenti, che l’estrema
loro vivacità può tradurre in riproduzione reale. Una percezione si attenua a
poco a poco e scompare, se è fissa ; bisogna ripeterla, variarla, e così
esercitare per un’ idea ripetuti atti di attenzione perchè essa conservi la sua
freschezza. La connesione dell’elemento teoretico col volontario si vede anche
meglio nel caso nel quale la volontà non opera esternamente ma internamente
nella co¬ scienza. Perchè anche in tal caso è necessario un la¬ voro di
concentrazione di direzione, di passaggi al¬ terni, a cui non sono estranee le
rappresentazioni di movimento, sebbene esse abbiano un significato ideale che
pare non presenti somiglianza col movimento reale. — 373 — Quei movimenti
ideali sono però il sostrato della fun¬ zione ideatrice che non si compirebbe
senza di esse ; e per parlar più propriamente ne sono l'attuazione. Ed anche in
questo caso non mancano del tutto i movi¬ menti esteriori, perchè ogni
modificazione del pensiero, ogni stato di coscienza si esprime sempre con
atteggia¬ menti della persona, del volto, degli occhi ; come d’al¬ tra parte
non ci è movimento volontario senza rappre¬ sentazione del movimento che si
esegue. La tanto pre¬ dicata come meravigliosa lettura del pensiero, in quanto
non è una mistificazione, non può consistere in altro che nella percezione di
movimenti minimi esterni, me¬ diati talvolta dal contatto. La cosidetta
trasmissione diretta del pensiero non potrebbe essere indipendente dalla
comunicazione delle vibrazioni dei centri psichici, sebbene di questa non si
abbia nessuna dimostrazione scientifica. Ma anche nel caso del pensiero per se
stesso, non seguito da un atto di volontà, non mancano del tutto i movimenti
esterni. Perchè ogni stato di coscienza, se anche è puramente teoretico e di
natura ideale, si esprime sempre con un atteggiamento della persona ; il
gestire che accompagna il parlare, e anche qualche volta il semplice pensare ne
è prova. S’ intende che l' importanza del movimento è diversa, quando è
un'azione esterna, da quel che è quando è l’accompa¬ gnamento motore del
pensiero, p. es. nel pensare una verità scientifica o nell’ immaginare una situazione
drammatica. Ciò nondimeno la volontà è una, seb¬ bene possa avere gradi
indefinitamente varii di mani¬ festazione e questi possono consistere e
intrecciarsi nel modo più vario. Tra l’attenzione rivolta agli og¬ getti
esterni e quella rivolta a sè medesimo, ai propri pensieri, corre certamente
differenza nell’espressione — 374 — fisica, ma hanno ambedue una espressione
fisica, e quindi anche la seconda è connessa con reazioni mo¬ trici. VI. —
Dell’azione della volontà sulla conoscenza abbiamo più volte parlato e così
della sua azione sul sentimento. Tornandoci sopra possiamo dire che nella
psicologia umana questa azione si verifica nella forma vera, perchè solo in
essa la volontà raggiunge la sua autonomia. La conoscenza non è possibile senza
l'azione diretta della volontà sopra di essa, perchè ogni sua forma, elementare
o sistematica che sia, è effetto di una scelta di elementi, che ha luogo sotto
la direzione della volontà ; un concetto e un sistema di concetti non si
formano senza una direzione impressa al pensiero dalla volontà. Perciò esse si
dicono for¬ mazioni volontarie. Le direttive teoretiche, diverse
dall’associazione psicologica, suppongono un’autono¬ mia del pensiero, che è
nel suo fondamento psicolo¬ gico un'azione volontaria. La cosa apparirà meglio
se consideriamo quei prin- cipii delle formazioni psichiche che sono certe
funzioni della coscienza, senza le quali nessuno sviluppo psi¬ chico e quindi
nessuna formazione psichica sarebbe possibile, cioè l’attenzione, la memoria,
l’abitudine. In queste si distinguono due parti, due stadii. Il primo nel quale
si verificano in maniera spontanea, il secondo nel quale si portano sotto l’
impero della volontà. Il primo stadio prende tutto lo sviluppo della psicologia
animale e si addentra nell’umana. Il secondo è proprio delle funzioni superiori
della coscienza umana, che suppongono la coscienza di sè, l’astrazione, il
linguag¬ gio. S’ intende però che anche dopo la coscienza di sè, possono
sussistere un’attenzione, una memoria, un’abitudine non volontaria e mescolarsi
con la volon- — 375 — taria ed operare congiuntamente con ricambio con¬ tinuo
di azioni. È un fenomeno naturale che la nostra coscienza tende a concentrarsi
su pochi elementi. Questa con¬ centrazione è resa necessaria da quella che si
dice angustia della coscienza, per cui un numero assai pic¬ colo di elementi
possono essere oggetto di percezione chiara e distinta. Questa tendenza
sintetica dicesi at¬ tenzione della quale ci sono due forme, la spontanea e la
volontaria. L’attenzione non è una facoltà ma una condizione della coscienza in
relazione alle for¬ mazioni sue. Essa è dunque essenzialmente una limi¬ tazione
del campo psichico, pel fine di una maggiore chiarezza del suo contenuto.
Stante il gran numero di modificazioni oggettive e soggettive che la psiche su¬
bisce in ogni istante, si rende necessaria una sistema¬ zione di esse nel
presente, come una sistemazione nel tempo, nel passato : la prima è
l’attenzione, la seconda la memoria. Questo lavoro, che è inconsapevole e con¬
tinuo ordinariamente, ma che può essere anche consa¬ pevole e momentaneo, di
salto fra gli stati di coscienza, è uno dei caratteri più spiccati delle
formazioni psi¬ chiche ; più propriamente è un mezzo necessario perchè esse
vengano ad essere. La coscienza è un sintetico fluire di stati ; e si muterebbe
in una corsa disordi¬ nata e incoercibile senza il potere sintetico della co¬
scienza nel presente e nel passato. Ma 1 attenzione e la memoria importano
l’ordinamento del contenuto, degli oggetti della coscienza soltanto, non
importano l’ordinamento della coscienza nel suo aspetto sogget¬ tivo. Questo
ordinamento è dato AM' abitudine . La quale importa la maniera di funzionare
della coscienza dall’aspetto soggettivo, per la quale, mentre le dire¬ zioni
psicologiche degli stati di coscienza nelle loro «V — 376 — diverse qualità
(conoscenza, sentimento, volontà), e nelle loro relazioni e azioni reciproche,
acquistano una certa stabilità, che rende inutile l’intervento della coscienza
volta per volta, dà ad essa la possibilità delle formazioni ulteriori. Come la
memoria meccanizza il contenuto della coscienza, ne è come l’archivio, così
l'abitudine meccanizza la funzione sintetica della co¬ scienza, e rende questa
disponibile e adatta per altre sintesi, è l’archivio delle sue funzioni
sintetiche. L’attenzione è il principio delle formazioni psichi¬ che nel
presente, essa limita il contenuto della co¬ scienza e rende possibili i loro
collegamenti consa¬ pevoli portando la chiarezza della rappresentazione al
grado maggiore che è possibile. Abbiamo già detto che ci è un’attenzione
involontaria ed una volontaria. Anche l’attenzione che si dice acquisita per
esperienza deve essere posta nella classe dell'attenzione involon¬ taria. Il
motivo di questa è sempre una eccitazione più o meno grande del sentimento. Dal
punto di vista delle formazioni psichiche la loro azione è identica, ne produce
tanto 1’ una che l'altra. Non tutti gli psicologi ammettono che il carattere
differenziale dell’attenzione volontaria consiste in ciò che sia determinata
dalla ragione e non dal sentimento. E poiché la distinzione delle due forme
d’attenzione non si potrebbe negare a titolo di fatto, così essi la spiegano
come conflitto di gruppi rappresentativi, che cercano di prevalere sostenuto
ciascuno da un senti¬ mento, e che riescono a prevalere gli uni sugli altri
lasciando nella coscienza il sentimento di una resistenza distrutta. Ma i due
fatti del contrasto delle rappresen¬ tazioni e dell’attenzione volontaria hanno
caratteri psi¬ cologici così diversi, che non si possono confondere. Essi
appariscono anzi come antitetici, e la volontà non — 377 - si sente mai così
passiva come quando assiste impotente ad un conflitto di rappresentazioni. Non
ci è attenzione volontaria senza iniziativa della volontà, senza voler
attendere, senza l’adozione, per dir così, di un deter¬ minato gruppo
rappresentativo da parte della volontà. L'attenzione volontaria suppone
raggiunta l’autonomia della volontà, e per conseguenza ridotto al minimo
psichico il potere del sentimento. Suppone anche che la volontà si possa
esplicare come potenza contro il sentimento. Abbiamo visto come, raggiunta
l’autono¬ mia della volontà, questo diventi possibile. Diventa possibile non
perchè il sentimento sia spento, ma perchè può rivivere dalla volontà stessa,
come un in¬ teresse suo, dalla volontà razionale e per un interesse razionale.
Sarebbe erroneo credere che un’attenzione volontaria esista in una forma fissa,
tipica; i gradi dell’azione della volontà sul sentimento e sulla cono¬ scenza
possono essere varii indefinitamente, dal mi¬ nimo al massimo di
approssimazione al tipo, ma l’at¬ tenzione è volontaria se e nella misura nella
quale sostituisce il determinante razionale all’emotivo, a mi¬ sura che si
accentua il carattere di attività e 1 inizia¬ tiva della volontà. Una conferma
del carattere dell’at¬ tenzione volontaria si ha dalle forme patologiche del-
l’attenzione; queste sono di due forme, di ipertrofia e di atrofia, ma mentre
la seconda colpisce tutte le forme dell’attenzione, la prima affetta soltanto
l’atten¬ zione spontanea. Questa soltanto patisce esagerazione, l’altra non può
patire che un regresso evolutivo, una degenerazione regressiva. Ma checchessia
di questa discussione è fuori dubbio che l’attenzione è principio di formazioni
psichiche consapevoli, e poiché le inconsapevoli la suppongono, così si può
dire che l’attenzione sia il primo principio - 378 - delle formazioni
psichiche. La riprova se ne ha in que¬ sto, che essa si manifesta nella vita
animale contem¬ poraneamente allo sviluppo psichico. Quando la sola formazione
psichica è il riflesso psichico primitivo, non ci è luogo a formazioni
psichiche. L’inizio dell’atten¬ zione nel regno animale coincide con gli albori
della differenziazione psicologica ; deve essere in qualche modo interrotto il
legame naturale, perchè si produca la funzione destinata a ristabilirlo in
altra forma per¬ chè la vita psichica permanga e si accresca. I natu¬ ralisti
riconoscono chiaramente 1’esistenza dell’atten¬ zione negli artropodi, per es.
nel ragno cumune, ma poiché quella riconosciuta è già una forma relativa¬ mente
perspicua di attenzione, è probabile che le forme più elementari si debbano
ricercare anche prima e più in basso nella scala animale. La memoria è
l’organizzazione della coscienza nel tempo; organizza gli stati di coscienza
perchè ne sia possibile non solo la rievocazione, ma anche il rico¬ noscimento.
È evidente, che senza la memoria non sarebbero possibili le formazioni
psichiche. Una co¬ scienza che vivesse solo nel presente, ne sarebbe del tutto
incapace, anche di quelle dovute all’associazione psicologica e all'attenzione,
non solo perchè queste non le potrebbero conservare, ma anche perchè non
avrebbero il tempo di formarle. La coscienza non ha altra forma d’esistenza che
la temporale, e perciò senza la memoria non potrebbe esistere. La memoria è
prin¬ cipio di formazioni psichiche non solo perchè è essa stessa una
formazione psichica, cioè una certa siste¬ mazione degli stati di coscienza
nella coscienza, ma perchè è la condizione necessaria di ogni umana for¬
mazione, in quanto presenta all’attenzione, insieme alla percezione (che del
resto la implica), gli elementi necessarii per le nuove formazioni. — 379 — La
memoria si distingue dalla semplice reviviscenza delle rappresentazioni perchè
importa due cose ; la ri- produzione di uno stato di coscienza passato in guisa
che lo stato riprodotto gli somigli il più esattamente che sia possibile sotto
il rispetto oggettivo ; la riprodu¬ zione di essa coi suoi associati in numero e
qualità sufficiente perchè ne sia possibile il riconoscimento, e possibilmente
la sua collocazione nel tempo. Occorre che gli associati della rappresentazione
riprodotta non siano in tutto gli stessi di quelli della rappresentazione
primitiva, perchè in tal caso non la ricorderemmo, la rivivremmo. È la mistura
di elementi presenti e pas¬ sati quella che fa che essa sia ricordata. Talvolta
il riconoscimento non è esatto, ci è solo l’oscuro senti¬ mento che si è avuto
altra volta. Può però diventarlo a misura che possiamo rievocare gli associati
primitivi, p. es, indicare le circostanze di tempo, di luogo, di persone, alle
quali il ricordo si riferisce. La memoria è non solo principio di formazioni
psichiche, ma è anche in sè una formazione psichica. D’ordinario essa è
sistematica. La memoria asistema¬ tica, quella che certuni presentano, memoria
di cose, di aneddoti, di nomi, date, motti, poesie, fatta di as¬ sociazioni
parziali, qualche volta fissate artificiosa¬ mente e quindi non propriamente
asistematica, è par¬ ziale. La memoria dipende quindi dall’associazione e
dall’attenzione; ma dipende anche, e per conse¬ guenza, dalle, forme prevalenti
di attenzione e di as¬ sociazione propria di ciascun individuo secondo il
sesso, l’età, la professione, ed anche secondo la specie. Ciascuno ha una
memoria migliore per tutto ciò che si riferisce alle sue tendenze, abitudini,
occupazioni ordinarie. Ci è una memoria sportiva, commerciale, storica,
erudita, politica. La memoria è un lavoro di — 380 — selezione necessario per
l’organizzazione degli stati.di coscienza : se di tutto ci ricordassimo, ci
troveremmo così a mal partito come se di tutto ci dimenticassimo. Anche
singolarmente prese, le rappresentazioni ri¬ cordate subiscono
un'abbreviazione, unraccorciamento, dovuto all’omissione di un gran numero di
elementi presenti nelle percezioni. L’ interesse è il miglior mezzo di
ricordare, perchè è stato l’organizzatore della me¬ moria. Esso può determinare
perfino delle memorie temporanee, che durano cioè finché dura l’interesse. Lo
scolaro sa bene la lezione finché l’ha ripetuta o fino al tempo dell’esame ;
all’avvocato accade lo stesso per una teoria di balistica o di anatomia che gli
serva per una difesa. Sono delle memorie speciali coatte ; e la prova è che
quando il momento buono è passato ci sentiamo come liberati. L’organizzazione
della memoria va dalla memoria subcosciente ed organizzata nella subcoscienza,
che fu solo da principio cosciente e nei gradi più varii di oscu¬ rità e di
indeterminazione, alla memoria consapevole degli stati di coscienza più
prossimi. Quest’ultima forma, sebbene sia la più vivace, è la più instabile,
perchè è la meno organizzata o non ancora organizzata ; la prima invece è la
più organizzata e perciò la più stabile, e tra le due si svolge tutta la serie
delle organizzazioni mnemo¬ niche degli stati psichici. I ricordi più recenti,
sebbene siano i più vivaci, sono i più soggetti a subire l’azione
distruggitrice del tempo, perchè non sono ancora or¬ ganizzati. Al disotto di
questa prima memoria si trova quella di stati consapevoli ed organizzati, p.
es. una scienza o una lingua imparate ; più giù stanno le me¬ morie
imperfettamente coscienti, ma più saldamente organizzate, p. es. quella della
lingua materna. Più giù sta la memoria più saldamente organizzata ed af- - 3»i
- fatto incosciente p. es. quella del danzatore o del suo¬ natore ; più giù
ancora quella ancora più saldamente organizzata e affatto subconsapevole, dello
scrivere, del camminare ecc. E da ultimo e più profondamente sta la memoria
della specie, 1 istinto. Posta questa organizzazione, somigliante alle stra¬
tificazioni terrestri, che è già di pèr sfc una formazione psichica naturale, è
posta la possibilità delle forma¬ zioni ulteriori. Il detto, tantum scimus
quantum me¬ moria tenemus è vero, e dice che senza la memoria non sarebbero
possibili le formazioni ulteriori. Essa e come l’archivio della coscienza, che
mantiene 1 adat¬ tamento pratico della psiche da una parte e porge dall’altra
alla coscienza le antiche all’occasione delle nuove percezioni e delle nuove
ideazioni. Come l’attenzione cosi anche la memoria non è contemporanea degli
albori della vita animale. Que¬ sta non possiede che la sola memoria organica,
non possiede la memoria psicologica che è essenzialmente rappresentativa.
Occorre un certo sviluppo psichico, correlativo alla centralizzazione del
sistema nervoso, perchè la memoria psicologica si sviluppi ; e corrispon¬
dentemente si sviluppa l’attività ideativa sotto tutte le forme; similmente,
nella vecchiezza, l’attività ìdea- tiva è impedita anche pel regresso della
memoria. La correlazione non è assoluta; può nell’uomo colto la memoria essere
relativamente debole e viva 1 intel¬ ligenza ; e viceversa una pronta e viva
memoria ac¬ compagnarsi con un’ intelligenza debole. Ma ciò accade perchè le
formazioni mnemoniche sono associative, e quelle dell’intelligenza sono
logiche. Pure* dopo tutto, resta il fatto che una debole memoria impedisce l’
in¬ telligenza, come una viva memoria la favorisce, perchè è la memoria quella
che fornisce all’intelligenza non — 382 — solo gran parte dei materiali delle
sue costruzioni, ma anche le costruzioni già fatte che sono mezzo delle nuove
costruzioni. Come l’attenzione e come la memoria, l’abitudine è la condizione
necessaria di ogni sviluppo psichico, cioè delle nuove formazioni nel campo
della coscienza. In se stessa considerata può essere o una formazione psichica
passata al grado di formazione organica o una formazione psichica rimasta tale,
ma consolidata in guisa da rendere possibile che l’attenzione (la quale è il
mezzo delle nuove formazioni psichiche), sia liberata dall 'occuparsi delle
antiche. Essa è di due specie, organica e psichica. La prima riguarda i mo¬
vimenti volontarii, la seconda le diverse attività psi¬ chiche in loro stesse.
Diciamo abitudine organica quella che educa i mo¬ vimenti volontarii ; essa ha
tanto maggiore importanza quanto maggiore è l’elevazione dell’animale nella
scala psicologica. Negli animali inferiori non ci sono pro¬ priamente
abitudini, ma istinti ; e negli stessi animali superiori l’abitudine tende a
trasformarsi in istinto senza riuscirvi, perchè l’abitudine individuale non po¬
trebbe creare l’istinto, che è specifico e per tal modo relativo alla
riproduzione e alla nutrizione soltanto. Occorre quindi, perchè l’abitudine
nasca, che le fun¬ zioni psichiche si siano differenziate anche più di quanto
occorra per l’attenzione e per la memoria, e che abbiano acquistata una certa
potenza indipendente di direzione, che ne rende possibile l'educazione. Perciò
la maggiore importanza d’azione spetta all’abi¬ tudine nella psicologia umana ;
che è quella che pre¬ senta un numero enormemente superiore di differen¬
ziazione rispetto alla psicologia animale. L’abitudine è in generale il
sostitutivo dell’attenzione, tende a - 3«3 - liberare questa dall’ufficio
direttivo, ed è la potenza attuale di compiere atti relativamente complessi,
sia di movimenti esterni volontarii, sia di ripercorrere in maniera abbreviata
con atti di coscienza sintetici un procedimento psichico o una formazione
psichica senza indugiarsi nei particolari, nelle transizioni, nei nessi
secondarii. Così l’attenzione è resa disponibile per ulteriori formazioni
psichiche, le quali possono a loro volta diventare abitudini e dare la
possibilità di for¬ mazioni sempre nuove, in limiti certamente definiti, ma non
determinabili. Questa seconda forma di abi¬ tudine, come quella che è propria
della coscienza, si dice abitudine psicologica. L'abitudine organica ha
certamente una causa organica, che è la migliore permeabilità e connessione
delle vie motrici centrali e periferiche del sistema nervoso. L abitudine
psico¬ logica ha probabilmente anch’essa una causa organica, ma poiché questa
non è nota ed è invece noto il suo aspetto psichico, la causa immediatamente
certa è che l'esercizio sviluppa la funzione. Studiamo intanto tanto l’una che
l’altra e, com’è naturale, più la seconda che la prima. L’abitudine organica
rende più precisi i movimenti volontarii e scema la fatica nell’eseguirli.
L’impor¬ tanza di questo effetto è grandissima, e tanto più grande quanto
maggiore è l’elevazione della psiche *■ nella scala animale ed è massima per
l’uomo. Se l’abitudine non lo ponesse in grado di fare presto e bene e senza la
necessità di attendervi le molte cose che deve fare, camminare, parlare,
leggere, acquistare le abilità tecniche innumerevoli necessarie ad una ci¬
viltà progredita, questa non potrebbe sussistere. L abi¬ tudine diminuisce
l’attenzione necessaria per operare; e però la rende disponibile per altri oggetti.
Cosi — 384 — all’abile schermitore e all’esperto musicista basta un’occhiata
fugace all’avversario o alla carta musicale per eseguire complicatissimi
movimenti offensivi o di¬ fensivi, o per cavare d all ’i strumento un nembo di
note. L’abitudine psicologica, sostituendosi all’attenzione, la rende
disponibile per altri oggetti e cosi rende possibili le nuove formazioni
psichiche. Inoltre essa educa qualunque funzione psichica e lo stesso potere
dell attenzione, e quindi fa che esse compiano sempre meglio la loro funzione
formatrice. Essa non solo diminuisce il carattere volontario e consapevole
delle funzioni psichiche, ma le perfeziona. Così l’esercizio dell’attenzione la
rende più penetrativa e accresce la capacità percettiva, che è in ragione diretta
dell’eser¬ cizio dell attenzione. Che la facilità a commuoversi sia effetto
dell’abitudine e che la potenza del fanta¬ sticare cresca con l’esercizio, è
cosa di ordinaria espe¬ rienza. II potere della riflessione si affina con
l’uso, e diventa più analitico e più sintetico, cioè guadagna nel numero e
nella composizione degli elementi. L’esercizio della memoria sviluppa la
memoria, e la sviluppa nella direzione dell’esercizio; cosisi educano le forme
prevalenti di coscienza in ciascun individuo, la scientifica, la storica, la
religiosa, la morale. Ogni costruzione stabile della coscienza si risolve
infine in abitudine dell’intelligenza. Ma in nessun’altra facoltà si manifesta
meglio l’ef¬ ficacia formatrice dell’abitudine che nella volontà. Anche nell animale
l’abitudine è un mezzo conservativo e insieme propulsivo del suo potere
volontario. Il cavallo di battaglia continua le evoluzioni secondo le
indicazioni della tromba anche se il cavaliere è caduto ; e la belva uscita
fuori della gabbia accidentalmente — 385 — striscia indietro per rientrarvi.
Nella società umana e l’abitudine che lega gli uomini ai mestieri anche piu.
ingrati, che li affeziona ai luoghi anche più inospitali, ( agli ardori dei
tropici come ai geli delle regioni po¬ lari • è essa che mantiene nella società
la distinzione delle classi, che protegge la civiltà dai ritorni della
barbarie. È essa che mantiene ciascuno nell’ambito di vita adottato, che lo
costringe a combattere la battaglia della vita nella posizione scelta o in
quella che gli è toccata in sorte. Nelle abitudini psichiche e psicologiche
d’ogni specie si vedono quelle che si potrebbero dire linee di clivaggio delle
formazioni psi¬ chiche quasi non meno fisse di quelle dei cristalli ; e che
tali rimangono talora nonostante le sopravve¬ nute mutazioni nelle vicende
della vita. L’importanza delle abitudini è massima dal punto di vista morale ;
perciò è necessario creare e mante¬ nere le abitudini del bene contro le
contrarie. Per le abitudini morali che sono pratiche, l'esercizio consce nella
pratica; la teoria non basta. L’abitudine e la sistemazione delle funzioni
psichiche m determina e direzioni, è la formazione psichica nel suo assieme.
Col crescere dell’età le abitudini diventano quasi ìm- modificabili, e, quando
in età avanzata cominciano a disfarsi, è lo stesso organismo psicofisico quello
eh si avvia al disgregamento. VII. — Se vogliamo cavare una conclusione ge¬
nerale dal nostro studio sulle formazioni psichiche, questa è che la coscienza
si presenta sempre come at¬ tività sintetica. I singoli elementi non sono
distinti se non per essere sempre di nuovo congiunti in una direzione, sia
permanente, sia variabile. Ogni forma¬ zione psichica è un conato in una
direzione che unifica esenti della stessa classe o di classi diverse, rap- 25 —
Ma SCI, Lezioni di Psicologia. — 386 — presentazioni, sentimenti, volizioni. E
non soltanto elementi di coscienza attuali ma anche attuali e passati, consci e
subconscii. La tendenza dell’analisi scientifica a separare gli elementi e a
considerarli come parti per sè stanti che si compongono esternamente in un
tutto, ha reso difficile di intendere che la coscienza è come una corrente
nella quale mai un elemento di coscienza esiste per sè, separatamente dalla
corrente, dalla sua direzione, velocità, massa, pressione. La psicologia
analitica ha troppo particolareggiato e se¬ parato, specie la teoria
dell’associazione e quella delle facoltà. La coscienza è sempre una sintesi in
atto che può essere povera e ricchissima di elementi di ogni specie psicologica,
che procede in una direzione. La teoria delle masse (di rappresentazioni)
appercipienti ha del vero se è integrato col concetto dinamico della direzione
e della conservazione, del formarsi e del dissolversi, continuamente
intrecciati. Così nel parlare o nel leggere non abbiamo presenti i singoli
elementi del discorso, fonetici o grafici, ma ciascuno di questi prende il suo
posto nel discorso, tanto più sicuramente quanto meno sono oggetto di atti
distinti di coscienza. Le parole di un discorso o di una lettura sono integrale
dal contesto, così come nella visione stereoscopica la terza dimensione è
integrata da immagini superficiali. La percezione di un albero, di un quadro,
più ancora quella di una melodia, di una lettura, o dello svolgimento di un dramma,
ha bisogno di continue integrazioni percettive, le quali non solo sostituiscono
le impressioni che mancano, ma unificano le presenti e le assenti in una
direzione determinata, in un tutto, con la congiunta attività non solo della
nostra attività rappresentativa, ma anche del tono del nostro senti¬ mento e
della direzione della nostra volontà. - 387 - Uno stato di coscienza non è mai
così geometri¬ camente definito da avere una fisonomia isolata ; è sempre
elemento di un tutto maggiore e subisce l’azione determinante del tutto, e
ancora dello stato generale del soggetto, del suo dinamismo abituale o momen¬
taneo, del suo passato come del suo presente, della sua volontàcome del suo
sentimento. Questa facoltà sintetica della coscienza è quella che dà l’essere
alle sue formazioni particolari, e che rende possibili quelle via via più
generali. L’ impressione generale di un’opera d’arte, di un sistema
scientifico, di un’epoca storica, letteraria o politica, sono formazioni
soggettive, nelle quali gli elementi sono connessi con un tessuto con¬ nettivo,
e in una direzione che sono proprii della coscienza, ma tutto, dagli elementi
ai nessi, alla di¬ rezione, deriva dalla coscienza, perchè è atto suo. Ita
coscienza cerca sempre l’unità e, se la materia è ribelle, si sente
disorientata e disgustata. Siccome nella scienza della natura esteriore l’
intuizione spaziale è fondamen¬ tale, cosi in essa la ricostruzione analitica
ricompone la realtà a parte a parte. E poiché l'analisi è il mezzo generale
della conoscenza scientifica, così anche nelle scienze dello spirito adoperiamo
lo stesso procedimento e non lo abbandoniamo neppure in Psicologia. E cre¬
diamo che anche in questo campo tutto procede nello stesso senso della
fabbricazione umana, che aggiunge estrinsecamente le parti alle parti. Invece
l’evoluzione creatrice procede anche nella natura esteriore con con¬ tinuità
produttiva, dalle nebbie di materia primitiva onde si generano i mondi fino
allo sviluppo dell’orga¬ nismo da un germe. Ma in nessuna forma di sviluppo il
procedimento dinamico è più riconoscibile di quello che sia nelle formazioni
psichiche. Queste accadono solo nel tempo, e sono possibili solo perchè la co-
- 388 - scienza congiunge il passato al presente e determina il futuro con
quella forma di unità che è il suo carattere di essere presente a se stessa in
tutti i suoi stati. Nelle formazioni psichiche non ci è niente di esterno ; la
coscienza è inseparabile dagli stati, questi sono insepa¬ rabili dalla
coscienza. Le formazioni si distendono nel tempo con vicenda alterna o con
contemporanea esistenza di coscienza e di subcoscienza, con un lavoro continuo
di sintesi e di sistemazione di elementi di coscienza che la coscienza stessa
ha prodotti. Riepiloghiamo lo studio finora fatto delle forma¬ zioni psichiche.
Esso ci ha portato dal riconoscimento del riflesso psichico primitivo e dei
suoi elemeni^ a quello dello sviluppo psichico che consiste nella pro¬ gressiva
differenziazione degli elementi primitivi in loro stessi e tra loro, e quindi
nell’autonomia relativa che questi elementi differenziati acquistano gli uni
rispetto agli altri e che rende possibile la loro azione reciproca. Dopo ciò
mostrammo che le formazioni psichiche non sono le copie mentali della realtà,
ma l’assimilazione di questa alle forme della coscienza, perchè la realtà di.
venti termine di adattamento e da ultimo termine di conoscenza. Vedemmo che il
primo modo delle for¬ mazioni psichiche è dovuto all’associazione psicologicai
la quale dipende dall’unità di coscienza e dall’unità del riflesso psichico. Ma
mostrammo che sebbene la sua azione si estenda dal principio alla fine della
vita psichica e sia in certi suoi stadii il mezzo essenziale, e in certi altri
un mezzo cooperante necessariamente alla loro genesi e alla loro conservazione,
non è il solo. L'individualità psicologica del vivente animato è quella che dà
all’operazione la direzione fondamen¬ tale, alla quale l’operazione si
subordina. Ma oltre all’ individualità psicologica, altre direttive delle for-
— 3§9 — mazioni psicologiche sono date dall’attenzione, dalla memoria e
dall’abitudine che sono funzioni ordinatrici' del contenuto psichico e
dell’esercizio delle funzioni psichiche. L’attenzione è principio delle
formazioni psichiche nel presente ; la memoria è principio delle formazioni
psichiche che connettono il presente al pas¬ sato psichico ; l’abitudine è
principio di formazione che connette le funzioni psichiche passate alle
presenti nel loro esercizio e nella loro potenzialità. Finalmente abbiamo posto
in rilievo il carattere sintetico della coscienza nella sua maggiore
generalità, la tendenza sua a sintesi sempre maggiori e il disgusto se la
sintesi non riesce. Ponemmo in guardia i psico¬ logi contro le abitudini
analitiche ereditate dalle scienze naturali e contro quelle generate dalla
intuizione spa¬ ziale che, essendo la forma materna dell’ intuizione, la
penetra dal principio alla fine e s’ insinua nel pensiero e nel linguaggio.
Perciò la concezione meccanica pare la più naturale e la più chiara, come è la
più conforme ai procedimenti della fabbricazione umana. Ma lo svi¬ luppo
creativo della realtà è diverso, è un dinamismo che genera per differenziazione
le forme sempre più complesse e superiori. Ciò accade in maniera anche più
evidente ed originale nelle formazioni psichiche ; perchè in esse le formazioni
non hanno esistenza se non che nel tempo e la coscienza è insieme la materia e
l’artefice delle sue formazioni. CAPITOLO XVI. Le formazioni psichiche
fondamentali della Psicologia umana I. — Nello studio fin qui fatto degli
elementi e delle formazioni psichiche, abbiamo determinato i primi e
riconosciuto le forme generali e la direzione delle seconde. Abbiamo potuto
ritrovare gli elementi me¬ diante la risoluzione della formazione psichica
primitiva, che è il riflesso psichico, e così abbiamo verificato che gli
elementi non preesistono, non sono atti o fun¬ zioni per se stanti, ma elementi
della funzione psichica originaria, che è il riflesso psichico corrispondente
al riflesso fisiologico di cu! è la maniera di essere nel senso interno.
Abbiamo quindi verificato che lo sviluppo psichico consiste nella
differenziazione del riflesso psichico primitivo, nell’autonomia progressiva
dei suoi elementi, e nello spostarsi progressivo del centro del riflesso
psichico dal terzo elemento (volitivo) al primo (conoscitivo). La
differenziazione e il progres¬ sivo arricchimento della coscienza si fa
principalmente nel momento o elemento della conoscenza, che diventa — 392 il
comune denominatore di ogni altra differenziazione' degli altri due, sentimento
e volere. La direzione dello sviluppo psichico è verso la conoscenza, ma ciò
non è a danno degli altri due elementi, bensì a loro van¬ taggio, perchè ogni
loro sviluppo è dipendente e con¬ dizionato dallo sviluppo del primo. Entrando
più oltre nel modo di tali formazioni, facemmo rilevare l’azione reciproca
degli elementi della coscienza dipendente dalla loro autonomia rela¬ tiva e
dall’unità della coscienza. Mostrammo che le formazioni psichiche non sono le
copie mentali del mondo esterno; e che sebbene siano dominate tutte
dall’associazione psicologica, pure questa forma gene¬ rale delle formazioni
psichiche, che è dipendente essa stessa dall’unità di coscienza, non è la sola
attiva, ma suppone la natura biopsicologica del soggetto e che, nello sviluppo
psichico, la natura psicologica diventa progressivamente preponderante, sebbene
non si di¬ stacchi mai completamente dalla biologica. Ciò si vede anche da
questo, che le condizioni essenziali delle for¬ mazioni psichiche sono tre
specie di atteggiamenti della coscienza rispetto ai suoi stati, cioè
l’attenzione, la memoria, l’abitudine; e che la sua funzione generale e
fondamentale è la sintesi. Questa è sempre la forma finale, di cui l’analisi
non è che il mezzo, sebbene sia mezzo necessario, non solo perchè la sintesi
importa che preesistano elementi differenziati, ma anche perchè la sintesi è
tanto maggiore, tanto più comprensiva, quanto maggiore è il numero e la
differenziazione degli elementi presentati dall’analisi. Se ora passiamo a
ricercare le formazioni psichiche fondamentali della psicologia umana, dobbiamo
per riconoscere quali esse siano, attendere prima di tutto ai caratteri
differenziali della psicologia umana dal- — 393 — l’animale ed alla gradazione
fondamentale che essa ci presenta della sensibilità e dell’intelligenza.
Rispetto alle prime accettiamo dalla psicologia comparata e dalla psicogenia,
alle quali spettano le discussioni e le analisi relative, che esse sono tre,
due essenziali ed una strumentale ; le prime sono la coscienza di sè e la
facoltà dell’astrazione; l’ultima è il mezzo di fissare gli elementi e le
formazioni psichiche in simboli che li rendono sempre rievocabili e che per
natura sono i loro segni fonetici o, in una parola, il linguaggio. In secondo
luogo, ammesso che la sensibilità sia la prima forma della coscienza, noi
dovremo cercare in essa le formazioni fondamentali, quelle che costituiscono le
sottostrutture fondamentali, le quali reggono tutte le strutture superiori e
sono, per cosi dire, la lingua materna dell’ intelligenza. Queste formazioni
fondamentali della psicologia umana non possono essere altro se non quelle che
si dicono forme fondamentali della sensibilità o intui¬ zioni pure, per
distinguerle dalle intuizioni* sensibili. Esse sono tre: lo spazio, il tempo,
il movimento. Per la Psicologia quello che più propriamente la riguarda è la
loro formazione. Le altre due quistioni fonda- mentali, quale è dal punto di
vista della teoria della conoscenza la loro natura, quale è il loro valore co¬
noscitivo, cioè se sono corrispondenti a realtà che esi¬ stono fuori di esse,
sebbene connesse con l’origine psicologica, riguardano più specialmente la
dottrina della conoscenza e non potrebbero essere risolute dalla Psicologia che
studia le formazioni psichiche dal punto di vista soggettivo. Nondimeno il
problema psicolo¬ gico è strettamente intrecciato con gli altri due, col primo,
perchè è l’analisi psicologica che deve dimo¬ strare la necessità
dell’intervento di una funzione su- — 394 — periore nella loro formazione ; col
secondo, perchè deve dimostrare quale è il contributo delle sensazioni alla
formazione di quelle rappresentazioni, e come se, pur superando la portata
della sensibilità, esse non siano delle forme puramente soggettive. Alla Psico-
lqgia spetta poi il compito di mostrare che senza que¬ ste. formazioni
fondamentali, le formazioni superiori dell’, intelligenza non sarebbero
possibili e, in una pa¬ rola, che senza di esse non sarebbe possibile il pen¬
sare. La prova è data da questo, che pur essendo le forme del pensiero diverse
da quelle dell’ intuizione o della sensibilità, sono ad esse così strettamente
col¬ legate dal punto di vista psicologico che senza di queste non sarebbero
funzioni possibili. La prova è data dal fatto che tutte le funzioni ideali,
conoscitive, sono cosiffattamente connesse con le intuitive che senza di queste
non si potrebbero esercitare e svolgere. Il linguaggio è il testimonio vivente
così della corre¬ lazione come della differenza. Perchè esso porta l’ im¬
pronta incancellabile della sua origine intuitiva ed è nel suo sviluppo il
mezzo più potente dell acquisto della indipendenza relativa delle forme
intellettuali. Spazio, tempo, movimento non sono per sè forme della conoscenza
della realtà, ma solo forme della sua rappresentazione. Invece la sostanza, la
causa, il fine, l’unità, la moltiplicità, il divenire sono forme dell’ in¬
telligibilità del reale; ma insieme tutte queste non sarebbero possibili in
atto senza il sostrato intuitivo, la sostanza senza la spazialità, la causa
senza il tempo, e così il fine, il divenire ecc. II. — La forma prevalente
della rappresentazione del reale è lo spazio. Nella coscienza umana esso è una
rappresèntazione individuale, cioè di una realtà esistente per sè, di una
entità che non ha altre esi- — 395 — stenze coordinate, o più generali o più
particolari, con le quali possa essere paragonato. Esso non esiste nella nostra
rappresentazione senza l’astrazione, cioè senza la potenza di isolarlo
mentalmente da tutti i contenuti sensitivi; ma non è un prodotto
dell’astrazione, cioè qualche cosa che non è reale per sè, come p. es. l’ani¬
male o l’essere organico, i quali hanno soltanto un’esi¬ stenza generica ; lo
spazio invece è una realtà indivi¬ duale. Esso ha queste proprietà ; è continuo,
è infinito, è piano, ed ha tre dimensioni, è omogeneo, cioè consta di punti e
di parti simili, è isotropo, cioè ha simili tutte le linee che passano per lo
stesso punto cioè le dimensioni. Invece lo spazio della sensibilità è diverso.
Anche se prendiamo ad esame lo spazio visivo, che è il più approssimato allo
spazio geometrico, vediamo che è apparentemente discontinuo, è finito, è primi¬
tivamente superficiale, e, per esperienza, tridimensio¬ nale; ha la possibilità
di superficie limitanti diverse dal piano, se si sta alla sola sensibilità. Non
è omo¬ geneo, perchè le superficie visive differenti danno sen¬ sazioni
qualitativamente diverse; non è isotropo perchè le sensazioni retiniche della
terza dimensione sono differenti da quelle delle altre due, e queste tra loro,
La stessa dimostrazione si potrebbe fare per lo spazio degli altri sensi
geometrici, il tattile, il muscolare. Di più noi non ci possiamo rappresentare
lo spazio in¬ finito, ed ogni nostra rappresentazione dello spazio è una
prospettiva nella quale il nostro corpo è l’origine delle coordinate. Anche le
particolari figure spaziali subiscono la legge della prospettiva : il circolo è
visto come un’ellisse, e il quadrato ha due angoli ottusi e due acuti invece
che quattro retti. Pure non si potrebbe conchiudere da ciò che sa¬ rebbe
possibile di avere l' intuizione dello spazio senza — 396 — la sensibilità,
giacché dovremmo pensare che è un’ idea' innata. E ad ogni modo il fatto che la
nostra rappre¬ sentazione dello spazio è strettamente connessa alla nostra
sensibilità, p. es. alla visiva, e che essa si mo¬ difica profondamente secondo
le diverse specie di sen¬ sibilità spaziale (es. dalla visiva alla tattile),
mostra che psicologicamente non sussiste questa pretesa indi- pendenza. Quindi
non è meraviglia se la teoria che lo spazio è una sensazione, abbia avuto tra
gli psi¬ cologi un maggior numero di seguaci, e che sotto varie forme essa sia
la teoria più persistente. Se non che è. facile vedere che lo spazio non è una
qualità sensibile della stessa natura delle altre: difatti non può essere
percepito direttamente, perchè ha bisogno di altre qualità sensibili per essere
perce¬ pito ; per se stesso non corrisponde a nessuno stimolo fisico o chimico
da cui derivi, non ha variazioni d in¬ tensità come tutte le qualità sensibili,
è una grandezza non sensibile per se stessa e puramente estensiva. Quindi non è
stato possibile sostenere che lo spazio fosse una sensazione specifica, e il
fatto che esso è sempre connesso con le sensazioni visive, tattili, mu¬ scolari,
lo ha fatto pensare come parte di sensazione, ma non nel senso realistico,
bensì come parte psico¬ logica di un unico contenuto sensitivo indivisibile. Lo
Stumpf che ha formulato questa teoria, dice che lo spazio è parte psicologica
inseparabile delle sensazioni, coinè l'intensità di una sensazione dalla
qualità, come la velocità dal movimento. Lo spazio è parte psicolo¬ gica delle
sensazioni geometriche, infatti esso varia correlativamente con la qualità, e
l'annullamento del- V una porta anche l’annullamento dell’altra. Esso rap¬
presenta una maniera di possibili variazioni della qua¬ lità sensibile diversa
da ogni altra, p. es. l’ intensità o la saturazione. — 397 — Ma, posto anche
che lo spazio fosse anche una parte psicologica non separabile delle
sensazioni, non deriverebbe da questo che è una sensazione. Così an¬ che le
idee di somiglianza e differenza, di causa e di effetto possono essere parti
psicologiche di sensazioni senza essere sensazioni. E d’altra parte lo spazio
non è parte come l’ intensità della qualità e il movimento della velocità,
perchè è un’entità per sè che non su¬ bisce le variazioni della qualità. La
teoria dello spazio-sensazione è stata presen¬ tata recentemente sott’altra
forma dal James. Secondo questo psicologo tutte le nostre sensazioni sarebbero
estensive, e non quella dei sensi geometrici soltanto* perchè la qualità della
voluminosità esiste in tutte le sensazioni. Così il fragore dell’uragano è
voluminoso rispetto a un sibilo isolato, la sensazione di un bagno caldo rispetto
al contatto di un punto della pelle con una sorgente di calore, quella di una
larga superficie tattile rispetto alla puntura di uno spillo. Anche le
sensazioni gustative e olfattive hanno le qualità oppo¬ ste del voluminoso e
del pungente, e le sensazioni or¬ ganiche hanno in altro grado il carattere
della volu¬ minosità. Secondo il James questa sensazione di volume sarebbe la
sensazione originaria dello spazio,' dalla quale si svolgerebbe di poi ogni
esatta percezione di spazio, mediante dei processi di discriminazione, di
congiunzione, di scelta automatica dei dati aventi va¬ lore significativo
oggettivo. La spazialità, nella forma distinta del volume, è dunque elemento di
ogni sen¬ sazione. 11 suono ha evidentemente una qualità spa¬ ziale, se non ci
possiamo figurare che il tuono o il rimbombo del cannone occupino uno spazio
angusto come quello del batter d’ala d’ un insetto. Il calore è una sensazione
superficiale o voluminosa, e il bianco I — 398 — incandescente è una sensazione
di superficie che con-’ tiene anche quella della profondità. Questa volumi¬
nosità delle sensazioni è a dimensioni indeterminate, ma per tal rispetto
possono essere tra loro paragonate, sebbene non possano essere misurate. Anche
i sensi geometrici differiscono profondamente tra loro, lo spazio tattile è
diverso dal visivo e dal muscolare, non¬ dimeno la nostra sensibilità finisce
per fare dello spa¬ zio visivo la forma propria della nostra rappresenta¬ zione
spaziale, nella quale traduciamo le indicazioni spaziali degli altri sensi
geometrici. Ora quello che accade pei sensi che sono detti geometrici, accade
per tutti i sensi ; l'educazione della percezione spaziale consiste in due
procedimenti, ridurre a una misura comune e ad una sola forma spaziale gli
spazii delle diverse specie di sensazioni. Se non che la teoria dello James
poggia evidente¬ mente su una metafora e dà come primitiva una rap¬
presentazione dello spazio che è derivata. Che noi diciamo voluminose le
sensazioni non in senso proprio, ma in senso metaforico non è che un caso del
simbo¬ lismo reciproco delle sensazioni, per cui prendiamo una qualità dell’
una come significativa della qualità di un’altra. Cosi diciamo caldi o freddi i
colori, gu¬ stosa una musica, gustoso o disgustosa una scena, amaro un rimprovero,
dolce un’emozione, saggio un compendio ecc. ecc. Per provare che la sensazione
di spazio è primitivamente quella voltiminosità che attribuiamo alle sensazioni
che la coscienza comune considera come non spaziali, bisognerebbe provare,
primo, che quelle sensazioni sono primitive; e secondo, che sono capaci di
discriminazioni spaziali nel loro sviluppo ulteriore. Se invece l’evoluzione
della sensi¬ bilità prova che le sensazioni primitive sono quelle — 399 dei
sensi geometrici, e che anche dopo trasferita la qualità spaziale da esse alle
altre sensazioni, queste non sono capaci di proprie discriminazioni spaziali,
bisogna ritenere che la voluminosità delle sensazioni non spaziali, è un
trasferimento della qualità spaziale dei sensi geometrici a sensazioni che per
se stesse non sono spaziali. È perchè abbiamo una rappresentazione dello spazio
che diamo attributi spaziali alle altre sen¬ sazioni. Le sole sensazioni
uditive ci informano della direzione solo perchè la nostra percezione è educata
a interpretarne le indicazioni rispetto al nostro spazio rappresentativo,
costituito dietro l’indicazione dei sensi geometrici. Ora, se la sensibilità
comincia con le sen¬ sazioni indeterminate di contatto e di movimento, a cui
seguono presto in uno sviluppo ulteriore le sensazioni dermatoptiche, e poi le
ottiche, una percezione confusa e indeterminata della spazialità è all’ inizio
della sensi¬ bilità, e la voluminosità dei sensi non geometrici è un
trasferimento della proprietà della prima ai secondi. Abbiamo dunque dimostrato
che la spazialità non è una qualità sensibile, e che la rappresentazione dello'
spazio diremo cosi terminativa, alla quale riesce la nostra mente, lo spazio
geometrico, non è un dato della sensibilità. Ma già la stessa distinzione di
sensi geometrici e non geometrici, ci fa intendere che nella sensibilità ci
sono i dati elementari che la funzione del soggetto adopera per la sua
costruzione dello spazio. Quindi gli psicologi si sono divisi nell’apprez¬
zamento di questi dati. Taluni hanno ritenuto che nell’anatomia e nella
fisiologia dei sensi geometrici ci sia quanto occorre perchè si producano delle
per¬ cezioni primitive dirette di localizzazioni, di direzioni, di forme
spaziali ; altri invece hanno pensato che le indicazioni dei sensi geometrici
fossero segni, la cui — 400 — interpretazione è affidata all’intelligenza. I
primi hanno' considerato le percezioni di spazio come native , imme¬ diate,
dirette ; i secondi le hanno considerate come esperienze consolidate, cioè
divenute automatiche per l’abitudine. I primi hanno professato una teoria nati¬
vista, i secondi una teoria empirista. Il dibattito tra le due scuole dura da
più tempo, e non accenna a finire. Esso si è protratto con diversa vicenda, ed
ora è parso che prevalessero gli uni e ora gli altri. Non è il caso di
addentrarsi in questa discussione che ab¬ biamo fatta largamente nella
gnoseologia; diciamo soltanto che pur mantenendo la nostra preferenza per la
teoria empirista, riconosciamo che non si possono fare le parti giuste tra le
due, e che qualcosa alla teoria nati vista bisogna pure concedere, se non si
vuol negare ogni valore alle strutture anatomiche e alla fisiologia dei sensi
geometrici. La teoria dei cir¬ coli tattili, onde dipende il vario potere di
discrimi¬ nazione spaziale del senso tattile, p. es. dell’apice della lingua,
dei polpastrelli delle dita o della pelle del dorso, come quella della varia
penetrazione visiva dei diversi punti della retina, dalla macula flava al¬
l’ora serrala , ci mostrano che ci è nelle strutture ana¬ tomiche qualche cosa
che determina direttamente e immediatamente le percezioni spaziali. Non si può
ammettere che le percezioni dei sensi geometrici non contengano fin da
principio qualcosa di spaziale, e che le loro sensazioni si possano
assomigliare, prima dell’intervento dell’esperienza, a quelle dei sensi non
spaziali. Se cosi fosse anche la distinzione dei sensi geometrici e non
geometrici dovrebbe essere eliminata, e in tal caso non si vede perchè non ci
potrebbe es¬ sere uno spazio uditivo o olfattivo, come ci è uno spazio tattile
e visivo. Ma d’altra parte se si ammet- — 40i — tesse coi nativisti che sono
immediate le percezioni di localizzazione, di forma, di direzione, specie
quella della terza dimensione, bisognerebbe ammettere che il neonato ha nel suo
senso tattile la percezione im¬ mediata della forma del proprio corpo che
sappiamo invece acquisita ; bisognerebbe disconoscere quello che ci è insegnato
dalle percezioni visive imperfette ed errate dei nati ciechi operati ;
bisognerebbe ammet¬ tere che è immediata la percezione della terza dimen¬
sione, che certamente non è tale nè pel senso tattile, nè pel visivo. Ma se,
pur riconoscendo giuste nella minor parte le teorie nativiste e nella parte
maggiore le empiriste, crediamo che le indicazioni dei sensi geometrici sono
necessarie per la formazione psicologica della rappre¬ sentazione dello spazio,
neghiamo che la nozione dello spazio geometrico si possa formare solo mediante
la comparazione e l’astrazione, Lo spazio non è un con¬ cetto astratto, cioè
formato con quello che p» cose diverse hanno di comune e che non ha altra
realta dalla mentale in fuori. Lo spazio è una realtà oggettiva che è il
fondamento di ogni realtà oggettiva, ed e una realtà individuale, i cui
caratteri, cioè quelli che riconosciamo allo spazio geometrico, non ci sono
dati nè dalla percezione nè dall’esperienza. È dunque una formazione psichica
che suppone la funzione formatrice dell’intuizione, cioè una funzione che è
nella natura del soggetto e che conferisce all’idea di spazio tutte le
proprietà che nè la sensazione nè l’esperienza le potrebbero conferire. Essa
non è certamente un’idea innata, è una formazione nell’esperienza, ma che sor¬
passa l’esperienza, ed è il fondamento della possibilità dell’esperienza. La
nece«ità, l’infinità, l’indifferenza alla qualità, l’omogeneità, l’
isotropismo, l’individualità 26 — M asci, Lezioni di Psicologia. — 4°2 — reale,
sono determinazioni non sensibili, non empi¬ riche che depongono della funzione
costruttiva del¬ l’intuizione e che sono necessarie perchè per negarle
bisognerebbe cessar d’intuire ; come nessun senso può negare se stesso, così la
sensibilità non può negare lo spazio, che è la sua forma primitiva e
fondamentale. . Lo spazio non è una sensazione, nè come parte psicologica di
altre sensazioni nè come voluminosità indeterminata. Le sensazioni qualitative,
comprese quelle dei sensi geometrici, non hanno, per una loro proprietà
originaria, la qualità spaziale. Ci è nella sen¬ sibilità una gradazione a
questo riguardo che va dalle sensazioni visive alle olfattive ; tutte possono
avere la qualità spaziale, alcune più primitivamente e più chia¬ ramente, come
le visive, altre derivatamente e oscu¬ ramente come le olfattive, le termiche
ecc. Nel gruppo delle sensazioni geometriche, le tattili sono le primitive, ma
nella forma primitiva che hanno le sensazioni tattili, differiscono poco dalle
sensazioni non geome¬ triche. Le stesse sensazioni muscolari ed articolari,
nella loro qualità specifica, possono essere anche non spaziali, e quelle di
luce e di colore si può benissimo pensare che potrebbero esistere come i suoni,
senza qualità spaziale e accordarsi tra loro come i toni elementari di
un’armonia. Non è lo stesso certamente delle percezioni di forma, queste sono
necessariamente spaziali, come le percezioni di dimensioni, di direzione ed
altre, prima di tutto quelle dell’accanto, nella sua forma più semplice che è
la discriminazione di due sensazioni tattili od ottiche coesistenti. Ma anche
que¬ ste percezioni non sono immediate, bensì sono mediate dalla sensibilità
muscolare o di movimento, perchè non si può percepire una forma senza seguirne
i con torni, nè si possono distinguere due punti senza passare — 4°3 — dall’uno
all’altro in senso diretto ed inverso. Ma in¬ sieme tutte queste percezioni
suppongono la qualità spaziale , come propria dell’intuizione, suppongono cioè
la funzione proiettiva di questa, senza di cui le proiezioni spaziali di tutti
i sensi, specie quella della vista, resterebbero inesplicabili. Se mettiamo
insieme le due cose, la funzione proiet¬ tiva che in tutte le sensazioni, più o
meno spaziali, non è una proprietà del senso per se stesso, e la co¬ struzione
finale dello spazio geometrico che non è una sensazione e che rivela elementi
non sensitivi, vediamo chiaramente che l’origine psicologica della
rappresentazione dello spazio si deve ricercare in una funzione originaria,
psichica, il cui prodotto psichico terminativo e finale, suppone oltre alle
condizioni di natura positiva, le altre due della coscienza di sè e
dell’astrazione come condizioni necessarie. Perchè è la coscienza di sè che
rende possibile l'esistenza dei prodotti dell’astrazione, nel doppio aspetto di
condi¬ zione causale, e di sostegno ideale; ed è l’astrazione che sola può
separare dal caos delle specie sensibili il prodotto della funzione dalle
qualità con le quali è necessariamente mescolato, sebbene la separazione non
sia mai completa nella rappresentazione che è bensì ritirata man mano alle
sensazioni visive (e alle muscolari associate), ma non è mai completamente
separata da questa nella rappresentazione sensibile. Qnindi lo spazio
geometrico non è mai una rappre¬ sentazione sensibile, ma un’intuizione pura.
Mai è, come vuole il Poincaré, una convenzione, perchè ha il carattere di
necessità che ripugna a tutto ciò che è convenzionale. III. — Quello che è
stato sorgente di discussione non appieno risoluta per lo spazio, cioè se esso
sia 404 sensazione, non è stato parimenti pel tempo, che manca di ogni
carattere sensibile. Già S. Agostino aveva enunciato con grande chiarezza e
vigore l'idealità del tempo nell’XI libro delle Confessioni definendolo una
distensio animi. E sebbene la sua negazione della realtà del tempo fondata
sull’analisi dell’astrazione (il pas¬ sato non è più, il futuro non è ancora, e
il presente non è che il momento (senza dimensione) di sepa¬ razione dei
primi), non regga, come quella che è fondata sull’erroneo presupposto di
attribuire al tempo una realtà spaziale (lineare) ; la sua teoria psicologica
espressa nella frase distensio attimi è resa scientifica dalla psicologia
moderna. Se il tempo non è una sensazione, la frase molte volte adoperata dai
psico¬ logi senso del tempo deve essere riferita all’apprezza¬ mento nativo
delle durate nell’esperienza di cui non è questo il luogo di occuparsi. Quindi
l'origine psi¬ cologica della rappresentazione del tempo deve essere riportata
non a stimoli fisici, ma a stimoli psichici. Il tempo non è forma di talune
sensazioni soltanto, ma di tutto, sebbene pare che si associi più special¬
mente a talune, p. es. alle uditive, le quali hanno forma nel tempo. Quali sono
gli stimoli psichici, dai quali deriva la rappresentazione del tempo ? Anche
l’idea del tempo ha caratteri non sensibili : nella coscienza umana esso è una
realtà per sè, è in¬ finito, è continuo, è omogeneo, ha una velocità uni¬
forme, è irreversibile, e nessuno di questi caratteri potrebbe attingere dalla
sensibilità, anzi questa ne è la negazione. Per conseguenza ogni teoria
sensuali¬ stica del tempo è destinata a naufragare per l’impos¬ sibilità, nella
quale sarebbe, di spiegare i suoi caratteri essenziali. Pare che lo stimolo
fondamentale e generale, senza di cui la rappresentazione del tempo non po- T —
405 — trebbe formarsi psicologicamente, sia la successione delle rappresentazioni.
Siccome la rappresentazione del tempo è rappresentazione di successione, e la
suc¬ cessione vuota non può essere rappresentata, è evidente che la successione
delle rappresentazioni ne è la con¬ dizione essenziale. L’esperienza conferma
il ragiona¬ mento, perchè prova che la rappresentazione del tempo è, ceieris
paribus, proporzionale alla successione (nu¬ mero) delle rappresentazioni. Così
l’apprezzamento del tempo cessa nel sonno profondo e nel deliquio, ed è
maggiore nel fanciullo che nell’adulto, perchè il primo attende ad un maggior
numero di impressioni che il secondo. Non possiamo percepire il tempo vuoto:
difatti quando diciamo che, vegliando nella più pro¬ fonda oscurità e non
pensando a nulla, sentiamo pas¬ sare il tempo , non diciamo cosa esatta ;
perchè quel tempo è riempito dal nostro sentimento dell’organismo, dal pulsare
della nostra attenzione. Non abbiamo nessuna rappresentazione diretta della
durata di una settimana rispetto a quella di un mese o di un an¬ no ecc., se
non mediante la ripartizione, le date/ gli avvenimenti ; fin la durata di un
minuto primo dob¬ biamo renderci accessibile mediante durate minori accessibili
anch’esse ; e quando l’accessibilità vien meno per le durate piccolissime
(millesimi di secondo), o grandissime (secoli, epoche geologiche), l’apprezza¬
mento rappresentativo, psicologico, vien meno, e la misura che adoperiamo ha un
valore puramente logico. * Un tempo pieno è corto mentre passa, è lungo nella
memoria; viceversa un tempo vuoto è lungo mentre passa, corto nella memoria. La
vita non pare al set¬ tuagenario più lunga che al mezzo di questo cammino,
perchè il passato si rimpiccolisce nella memoria nella misura dell’oblio. Il
senso del tempo è soggetto alla — 4°6 — legge del contrasto, l'aspettativa è lunga,
la gioia è breve. Nei momenti di pericolo, nelle réveries, negli stati di
eccitazione intensa, nei sogni, nel delirio del¬ l’oppio, nell’estasi,
nell’amore, i tempi si contraggono o si dilatano. Talvolta nel sogno ci pare di
aver vis¬ suto un tempo lunghissimo; mentre destandoci l’oro¬ logio ci assicura
che abbiamo dormito pochissimo. L'interesse e la noia sono cause perturbatrici,
in senso inverso; il primo perchè concentra l’attenzione nel contenuto delle
rappresentazioni e la devia dalla loro successione, la seconda perchè produce
l’effetto con¬ trario. Ma basta la successione delle rappresentazioni a
spiegare quella del tempo ? Hume credette di sì : cin¬ que suoni successivi ci
danno, secondo lui, l’idea del tempo, perchè esso non è una sesta percezione
diversa dalle altre, ma il loro ordine. Se non che la semplice successione
delle rappresentazioni non sarebbe adatta a produrre l’idea di tempo, se esse
fossero presenti isolatamente alla coscienza, bisogna che la coscienza le
connetta in quell’ordine che è il tempo, e perciò l’intuizione del tempo è una
funzione della coscienza (sensibile) ; anche perchè essa anticipa sul futuro,
abbraccia non solo la successione psicologica, ma si distende di là da essa in
due direzioni, passato e futuro. Inoltre il tempo è continuo e la successione
delle rappresentazioni è discreta, e la continuità nel tempo è evidentemente un
contributo originale della coscienza. Ci sono altre proprietà del tempo che la
semplice successione delle rappresentazioni non con¬ tiene : tali sono la
realtà individuale del tempo, indi- pendente dalle rappresentazioni e
indifferente ad esse ; la maniera speciale della sua infinità, diversa da
quella dello spazio e che porta più chiaramente impresso il — 4°7 — carattere
costruttivo della funzione dell’intuizione, non essendo esso reale se non come
un continuo passar pel presente. Lo James ha visto qualche cosa di questa
natura dell’intuizione del tempo allorché ha detto che ci è nella coscienza un
presente, parvente, che non è quel punto non dimensionale che è la separazione
del passato dal futuro, ma è una continuità dei tre mo¬ menti del tempo, un
segmento della linea del tempo esistente nella coscienza come stato suo. 11
presente parvente è una durata, è una sintesi che ha un mas¬ simo ed un minimo
: il primo che è parso possibile fissare intorno ai dodici secondi, il secondo
che si può stabilire eguale al minimum percettibile come suono discontinuo nel
girare della ruota di Savart e che è uguale ad un 500° di secondo. E questo
presente parvente ha una frangia anteriore e posteriore, per cui è estensibile
indefinitamente nelle due direzioni. Questo presente parvente è il tipo di
tutti i tempi imaginati o ricordati ; i più lunghi sono ottenuti ag¬ giungendo,
i più brevi sottraendo da questa durata psicologica tipica che è la vera
intuizione primitiva del tempo, e non già quella kantiana del tempo in¬ finito.
Ora che la rappresentazione del tempo infinito sia un risultato finale e non
una rappresentazione pri¬ mitiva, è vero ; ma è vero altresì che senza la
funzione originale dello spirito costruttrice del tempo non ci sarebbero nè il
presente parvente del James che è l’inizio psicologico, nè il tempo infinito
che è il ter¬ mine. Ambedue sono un’unica tela psichica, di cui è tessitore lo
spirito umano. Il presente parvente della sensibilità si disegna esso stesso
sullo schema intuitivo, ne è come la proporzione minima ; al disotto di esso ci
è il tempo con le sue proprietà essenziali, uniformità, — 4°8 — omogeneità,
inconvertibilità, anesteticità, e queste mostrano che al disotto del presente
parvente della sensibilità e delle sue aggiunzioni e divisioni ci è come una
trama più sottile, la quale non lascia al presente parvente psicologico se non
che l'ufficio pro¬ prio di ogni sensazione, di essere cioè nel tempo, ma non
quella di essere il tempo. In conferma della tesi su esposta possiamo addurre
che tutte le proprietà dell’idea di tempo sono insieme connesse a certi dati
della sensibilità e insieme li superano, e non sono spiegati esaurientemente con
essi soltanto. Queste proprietà sono l’infinità e l’in¬ finita divisione,
l’indiscernibilità qualitativa dei mo¬ menti del tempo, la sua velocità
uniforme, l’inavver- tibilità della serie temporale. Ora se si dimostra che la
rappresentazione del tempo ha bisogno per formarsi cosi dei dati della
sensibilità come della funzione propria dello spirito (in questo caso,
intuizione co¬ struttiva), si prova insieme che il tempo non è un’idea innata,
e che non si può considerarlo come un dato della sensibilità. La proprietà
dell’infinità e dell'infinita divisione dipende psicologicamente dalla
possibilità di compiere i relativi atti di coscienza al di là di due momenti di
riferimento temporali per quanto lontani tra loro, e dall’altra di interpolare
atti di coscienza analoghi tra due momenti per quanto tra loro vicini. Ma
questa possibilità se è il mezzo necessario di rappresentarsi l’infinità e
l’infinita divisibilità del tempo, lo suppone, perchè esso è il fondo sul quale
gli atti di coscienza si esercitano. L’indiscernibilità qualitativa dei momenti
del tempo ha un fondamento psicologico nell’appros¬ simazione indefinita delle
serie psichiche a tale indi- scernibilità. Noi possiamo imaginare sempre più
ap- — 409 — 7 ' prossimativamente delle serie psichiche reali nelle quali i
momenti sono simili. Ma da una parte questo potere è approssimativo soltanto, e
dall’altra non è possibile superare nell’esperienza il limite della qualità.
Ogni serie psichica è qualitativa ; i momenti del tempo sono indifferenti ad
ogni determinazione qualitativa. La velocità uniforme dellà serie temporale
trova un modello approssimato nelle serie sensibili uniformi, p. es. nei suoni
della ruota di Savart, finché la ve¬ locità si lascia percepire distintamente,
nell’oscillazione del pendolo, nella rotazione diurna ed annua della terra.
Perciò scegliamo i movimenti sensibili uniformi per misurare il tempo. Ma
evidentemente la serie temporale è indipendente dalle nostre rappresentazioni e
dalle nostre misure. Non solo non possiamo essere mai certi che le nostre
misure siano davvero uniformi, che il pendolo, che l’indice dell’orologio, che
la stessa rotazione diurna ed annua della terra ci diano una misura infallibile
del tempo, ma pensiamo che il tempo misurato sia un’altra cosa da quelle serie uniformi
della nostra sensibilità, e che potrebbe darsi benissimo che l’orologio e la
rotazione terrestre subissero dei rallentamenti e delle accelerazioni che il
tempo non subisce. La rappresentazione del tempo è dunque co¬ siffatta che non
si può produrre nella nostra coscienza senza che si identifichi in qualche modo
con le serie uniformi della nostra sensibilità; ma insieme le supera come una
realtà sui generis , diversa da qualunque delle serie sensibili. L’
irreversibilità della serie temporale è una delle prove più evidenti, più
accessibili, della connessione dell’idea del tempo con le serie
rappresentative, e insieme del fatto che essa le supera tutte e ne è in¬
dipendente. Di serie irreversibili l’esperienza non ci - — 4io dà forse il
modello; tutti i movimenti, tutte le serie meccaniche sono riversibili, il
divenire e la causalità non sono riversibili, ma non potrebbero generare l’idea
del tempo perchè la suppongono, e ad ogni modo non s’identificano con essa. 11
divenire, come rappresen¬ tazione distruttiva, è quella che più si avvicina
all’idea del tempo; ma suppone qualche cosa che diviene e suppone il
cangiamento, e il tempo esclude l’una cosa e l’altra. E ancora il divenire
patisce interruzioni, rallentamenti, accelerazioni, annullamento totale, al¬
meno nell’esperienza ; il tempo no, e se il passato non è più la serie
temporale continua all’infinito, la necessità sua domina e insieme oltrepassa
la sensibilità. Niente esiste senza il tempo, ma il tempo non è nessuna serie
di esistenze determinate, nè la serie unica in cui tutte queste serie si
compongono. La ne¬ cessità dell’intuizione del tempo non è riferibile a nessuna
esperienza ; ma solo al fatto che la negazione sua equivarrebbe alla negazione
della funzione intuitiva. Da tutte queste analisi risulta chiaramente provata
la tesi proposta: che senza la materia della sensibilità, e senza gli stimoli
psìchici che da essa derivano, l’ori¬ gine psicologica della idea di tempo
sarebbe impos¬ sibile, e che insieme questa idea non si genererebbe e non
avrebbe i suoi caratteri specifici se insieme alla sensibilità non operasse la
funzione costruttiva del¬ l’intuizione, che circola a traverso i dati della
sensi¬ bilità e si distacca da ultimo da essi come rappre¬ sentazione
indipendente. IV. — Anche la rappresentazione del movimento ha un’origine
psicologica ; ma come rappresentazione finale, supera i limiti della
sensibilità. Difatti esso è una rappresentazione necessaria dello stesso ordine
di quella del tempo e dello spazio, giacché nessuno di questi due può essere
rappresentato, dal punto di vista soggettivo, senza il movimento. Inoltre esso
si può studiare indipendentemente da ogni ‘condizione della sensibilità, come i
matematici fanno nella Cine¬ matica, come movimento di punti per linee, con un
procedimento puramente deduttivo, col quale l’espe¬ rienza sensibile non ha
niente che vedere nè per la natura dell’oggetto nè per quella dei te#remi
relativi. Si sa di quante difficoltà è stata cagione l’idea del movimento sul
pensiero filosofico : le prove addotte contro di esso da Zenone di Elea sono
ancor oggi cagione di gravi dispute, e sembrano insuperabili a chi non si
persuade che l’analisi intellettualistica risolutiva non può aver ragione
dell’intuizione costrut¬ tiva. Finalmente i movimenti presentati dalla sensibi¬
lità sono tutti relativi, ma insieme siamo obbligati di pensare che ci è un
movimento assoluto come limite della serie dei movimenti relativi, perchè senza
di esso non ci potrebbero essere neppure i movimenti relativi. E poiché i movimenti
relativi potrebbero es¬ sere tutti apparenti, il movimento, che diciamo as¬
soluto, è il solo reale ; così la quistione del movimento relativo ed assoluto
involge quella del movimento apparente e del reale. Quindi il movimento reale
es¬ sendo quello che è riferito a punti realmente immobili, i quali non ci
possono essere dati con certezza dalla sensibilità, l’idea del movimento reale
o assoluto è un’idea che supera la sensibilità. Il movimento uni¬ forme, l’
uniformemente accelerato o ritardato, il mo vimento variabile secondo una legge
di variazione non uniforme, sono espressi da formule matematiche pure,
indipendenti dell’esperienza, di natura deduttiva, che si possono o non
applicare all’esperienza, ma che non sottostanno per la loro verità alla conferma
dell'espe- — 412 — rienza, come le leggi della caduta dei gravi, o quelle della
propagazione del suono, della luce, dell’elet¬ tricità. t Ma certamente come
non sono innate le .idee dello spazio e tempo, cosi non è innata l’idea del
movimento, e la sua origine deve ricercarsi nella sensibilità. Pare che le
percezioni sensibili, da cui l’idea del movimento deriva come un risultato
finale che oltrepassa i limiti della sensibilità, sieno le percezioni di
cangiatnento contórno di luogo che ci sono date dai sensi geome¬ trici, tatto,
vista, e da quelle che si complicano con esse e sono la più diretta
rappresentante del movimento nella sensibilità, cioè le sensazioni muscolari
che si dicono perciò anche sensazioni di movimento. Ciò non vuol dire che il
movimento, come è pensato nella Cinematica, sia una sensazione. Le sensazioni
mu¬ scolari sarebbero da sè delle pure sensazioni quali¬ tative, se non si
associassero con le sensazioni tattili e con le visive ; quindi il movimento
non è mai una sensazione diretta ma sempre il prodotto intuitivo di
un’associazione di sensazioni, cioè una rappresentazione che non deriva dalle
sensazioni associate senza la funzione dell’intuizione costruttiva. E perciò è
pos¬ sibile che l’astrazione la separi dalle sensazioni, e ne faccia un’entità
a sè, di natura individuale, seb¬ bene indefinitamente moltiplice di direzione,
di du¬ rata, di velocità, che può essere intuita anche spoglia di elementi
sensibili determinati. La percezione di un cangiamento di luogo conti¬ nuo,
importa la simultanea presenza di punti di rife¬ rimento immobili, senza di cui
la percezione del mo¬ vimento non sarebbe possibile ; se si muovessero d’uno
stesso movimento il corpo e l’ambiente corporeo che lo contiene non si avrebbe
percezione di movimento. Inoltre bisogna che il movimento sia continuo e per¬
cettibile; continuo perchè se vedessimo il mobile suc¬ cessivamente in luoghi
diversi, non ne percepiremmo il movimento, tutt’al più lo supporremmo ; e alla
con¬ tinuità oggettiva della percezione deve corrispondere la soggettiva,
perchè se gli stati di coscienza succes¬ sivi non avessero continuità nella
coscienza, la perce¬ zione di movimento non sussisterebbe. Che debba essere
percettibile può parere un puro verbalismo, come se si dicesse che qualche cosa
per essere una percezione deve essere percettibile. Ma nel caso nostro la frase
non è puramente verbale, perchè include l’enunciazione di un fatto reale, che
non ogni movi¬ mento reale è percettibile. Ci sono nelle percezioni di
movimento dei limiti soggettivi minimi e massimi di percettibilità ; così non
vediamo crescere il filo d’erba, non vediamo il movimento degl’indici dell’oro¬
logio, e viceversa non vediamo nè il cammino della luce, nè quello del
proiettile. Il limite di percettibi¬ lità è soggettivo in questo come in
qualunque altra percezione. È riferibile all’unità di misura che ci e propria.
E come se i nostri occhi avessero la potenza dell’ultramicroscopio potremmo
percepire grandezze che sfuggono attualmente alla loro penetrazione, così se
avessimo un’unità psicologica di misura sufficien¬ temente grande o
sufficientemente piccola del movi¬ mento, potremmo vedere la traiettoria del
proiettile o il crescere del filo d’erba. La percezione del movi¬ mento non è
dunque, in tutto, la copia del movimento reale ; essa non può essere la stessa
pel tardo pachi¬ derma, e pel celere uccello. Per passare dal movi¬ mento
percepito al movimento reale dobbiamo sosti¬ tuire la misura oggettiva alla
soggettiva, la quale varia anche per altre ragioni, p. es. per la lontananza,
la — 4M — quale può accelerare o ritardare il movimento perce¬ pito, o anche
annullarlo. Come lo spazio e il tempo, cosi anche il movi¬ mento è un elemento
formale della nostra sensibilità e in tale qualità appare come qualche cosa che
sta da sè, sebbene non sia dello stesso ordine delle altre due suindicate forme
della sensibilità, perchè le sup¬ pone. Nondimeno si può separare da tutte le
qualità sensibili, si può studiare per se stesso deduttivamente come rapporto
di tempo e spazio nella Cinematica pura. Anzi, per un altro rispetto, il
carattere d’indi¬ pendenza dell’ idea del movimento è ancora più ge¬ nerale di
quello delle altre due. Difatti ci rappresen¬ tiamo tutte le formazioni, così
di natura materiale come di natura ideale, mediante linee, specie me¬ diante
curve, che ci pongono sott’occhio quello che diciamo movimento di una
determinata formazione. La statistica parla del movimento dell'aggio, degli
scambii, della popolazione, delle curve che rappresentano le nascite, i
matrimonii, le morti, la frequenza nei di¬ versi rami degli studii, delle
occupazioni sociali, dei delitti, della beneficenza ecc. ecc. La medicina
descrive graficamente le pulsazioni delle arterie e le loro varia¬ zioni
normali e patologiche, e cosi le epidemie o l’effetto di un nuovo metodo
terapeutico sulle malattie. La psicologia applica lo stesso metodo
rappresentativo alle istituzioni sociali, alla famiglia, alle società parti¬
colari, allo Stato, alle religioni ; la storia Io applica al crescere e al
decadere delle civiltà, al movimento delle idee e delle creazioni spirituali
umane: arte, scienza, letteratura. E si ragiona sul segno, come fosse la cosa
significata, e si calcola questa da quello. Non è diffìcile rendersi ragione di
questa simbolica generale del movimento. Prima di tutto, connesso com’è
principalmente con sensazioni le visive e con le muscolari che accompagnano le
visive, esso prende il posto superiore delle sensazioni visive nella nostra
sen¬ sibilità. Queste diventano il linguaggio comune o di tra¬ duzione di tutte
le forme diverse della medesima ; per la loro chiarezza, per la loro precisa
determinazione, per la loro potenza analitica, per la loro oggettività e per la
loro intellettualità. Ma la ragione principale è nella possibilità che i
contenuti formali hanno di essere separati dalle qualità sensibili, e di essere
pen¬ sati per loro stessi, come entità individuali e per se stanti. Se il
tempo, lo spazio e il movimento fossero legati indissolubilmente alle
particolari sensazioni, non sarebbe possibile di collocare in essi e di rappre¬
sentarci col loro mezzo tutto quello che non ha na¬ tura sensibile. Possiamo
farlo invece perchè abbiamo l’idea dello spazio geometrico, del tempo per se
stesso, e perchè, pel carattere attivo-realistico dell’ idea del movimento,
come è studiato nella Cinematica pura, troviamo in esso il mezzo più adatto per
le nostre analisi e sintesi mentali, per le nostre costruzioni sen¬ sibili, e
derivatamente per le nostre costruzioni men¬ tali. Quindi ogni realtà è per noi
o estesa o nell'esteso, ogni accadimento, ogni divenire è nel tempo: e qua¬
lunque realtà, statica o dinamica che sia, è per noi una costruzione, il
prodotto di un movimento del no¬ stro pensiero, fino il tempo e lo spazio come
nostre intuizioni. E da ciò deriva che queste intuizioni sieno alla base
dell’intelligenza e dell’intelligibilità, e che il Cronotopo, come lo chiamava
il Gioberti, o il Ci- ìiecronotopo, come dobbiamo dire noi, sia la forma¬ zione
fondamentale psichica rappresentativa del reale, che è la sottostruttura della
conoscenza del reale, e si insinua in essa come l’armatura pi» salda e più re-
— 416 — sistente dell’edificio. La prova inconfutabile di questo procedimento
delle formazioni psichiche è data dalla lingua; essa è tutta impregnata di elementi
intuitivi, di spazio, di tempo, di movimento, dai quali non è possibile
liberarci mai completamente, e liberarcene sarebbe la rovina della stessa
intelligibilità. Se una liberazione parziale benefica possiamo conseguire, che
ci permetta di comprendere la diversità del rapporto intelligibile da quello
puramente sensibile, p. es. della causalità della successione temporale, della
sostanzia¬ lità dalla spazialità, del divenire dal movimento, lo dobbiamo
ancora alla lingua, perchè questa sostituisce l’imagine fonetica all’intuitiva,
e rende possibile la diretta connessione della prima col pensiero. Il signi¬
ficato ideale si sostituisce al significato intuitivo pri¬ mordiale dalla
parola, ma non lo elimina. Il pensiero resta sempre imaginoso, ha un fondo imaginoso
sul quale si dispiega, e senza del quale non gli sarebbe possibile la sua
funzione. Perciò Dante ebbe ragione di dire poeticamente : « Imagini chi bene
intender cupe... e ritenga l’image... come ferma rupe*.1 Ma forse la prova
migliore di questa azione per¬ sistente dell’ intuizione nel pensare è data
dagli errori nei quali essa ha fatto cadere tanto la scienza quanto la
filosofia. I naturalisti, ai quali è possibile di for¬ mulare le loro leggi in
termini di spazio, di tempo e di movimento, e di tradurne i fenomeni in figura¬
zioni ed in misure, hanno creduto che questa fosse la sola scienza possibile,
la sola vera, ed hanno ri¬ stretto l'intelligibile nei limiti del sensibile,
senza ba¬ dare che la stessa intelligibilità del mondo sensibile richiede altri
quadri, altre forme, che non siano le intuitive. E la filosofia, anche la non
materialistica, 1 Par., XIII, 1-3. — 417 — è stata indotta dal simbolismo
generale del movi¬ mento ad attribuire al movimento, inteso in senso
idealistico,, il valore di principio metafisico. È nota la funzione che il
concetto del movimento ha nella Metafisica d’ Aristotele, dove il movimento è
detto si- nolo di materia e forma, ed è il termine medio ge¬ neralissimo della
teologia aristotelica. Verso la metà del secolo passato, un acutissimo filosofo
tedesco, il Trendelenburg, di cui sono grandi le benemerenze verso la filosofia
e verso la storia della filosofia, ha rinnovata ed esagerata la concezione
aristotelica, fa¬ cendo del movimento un principio metafisico ultimo, superiore
a tutti. Ma per questo appunto la sua me¬ tafisica è simbolica ed immaginosa.
Quando dice che il pensiero stesso è movimento, converte evidentemente un
simbolo in verità. E lo stesso errore commette allorché dice : « che il
movimento non si conosce per altro ma per sè, perchè ogni pensiero lo suppone».
Ovvero : « il movimento non si può nè analizzare nè definire, perchè analisi e
sintesi sono movimento ». Tutte le dimostrazioni, con le quali il Trendelenburg
cerca di provare che il movimento è un primo asso¬ luto, sono fondate su
equivocazioni verbali derivanti dall’uso naturale del simbolismo del movimento
nel linguaggio, e mediatamente nella conoscenza. I -27 — Masci, Lezioni di
Psicologia. CAPITOLO XVII. Il linguaggio I. — Il problema dell’origine della
lingua può es¬ sere studiato da due aspetti : lo storico-filologico e lo
psichico. La filologia storica procede con metodo com¬ parativo, e con esso
forma le famiglie delle lingue e ritesse, fin che può, la loro genealogia. Ma
ben pre¬ sto si trova di fronte ad una moltiplicità irriducibile di lingue già
lontane dalle origini, e priva del mate¬ riale e della guida necessarii per le
sue analisi e per le sue ricostruzioni ulteriori. La Psicologia invece cerca
quali funzioni psichiche l’origine della lingua suppone, e in qual modo esse
operano. Ed ha come guida i fatti di patologia del linguaggio, l’apptendi-
mento e la produzione del linguaggio nel bambino, lo stato mentale dei
sordomuti, sia di quelli abbando¬ nati a se stessi e che si creano in qualche
modo dei mezzi d’espressione, sia di quelli che sono educati coi metodi che la
scienza suggerisce e che l’esperienza perfeziona. Ora è chiaro che questi mezzi
di studio se anche non sono in tutto sicuri, e se manca l’espe- rienza diretta
della primitiva formazione del linguaggio, sono adatti a gettare molta luce sul
difficile problema! Certo il sordomuto si trova in una condizione diversa dall
uomo dotato di tutti i poteri linguistici, ed è co¬ stretto a crearsi un mezzo
d’espressione assai diverso dalla lingua ; ma questo difetto è molto istruttivo
dal punto di vista psicologico, perchè mostra con le defi¬ cienze del pensiero
dei sordomuti, anche dei meglio educati, e quindi provveduti di un mezzo
sussidiario di espressione, quale sia l’importanza e la funzione propria del
linguaggio. L’acquisizione della lingua da parte del bambino non si può
prendere come modello in tutto, perchè in essa opera l’educazione che deriva
dalle per¬ sone che lo circondano e che sono già in possesso della lingua. Ma a
meno che non si voglia rinno¬ vare 1 errore di quel re antico che volle
studiare 1 origine della lingua nei bambini lasciati in perfetta so¬ litudine
linguistica, bisogna rassegnarsi a trarre am¬ maestramenti dallo sviluppo della
lingua dei bam¬ bini. La lingua è prima di tutto un mezzo di comuni¬ cazione e
suppone più individui che si sforzino di comunicare con quel mezzo. E se la
funzione educa¬ tiva degli adulti pone una considerevole differenza tra la
formazione primitiva del linguaggio e la forma¬ zione dello stesso nel bambino,
essa non può nascon¬ dere completamente all’osservatore gli sforzi che il
bambino fa spontaneamente per l’acquisto della lingua, e, se può abbreviare
immensamente, non può celare completamente il naturale sviluppo. A meno di sup¬
porre che la lingua sia il prodotto di facoltà oggi scomparse, il metodo
psicologico vi incontra le diffi¬ coltà che arrestano lo storico-filologico
dinanzi ad — 421 un’oscurità che è impotente a diradare, anche perchè il
problema non si presenta allo stesso modo preciso al filologo e al psicologo.
Il primo studia principal¬ mente il prodotto e il suo sviluppo storico, il
secondo invece investiga le facoltà produttrici, le cause psi¬ chiche
dell'origine e dello sviluppo del linguaggio, il loro svolgimento parallelo, e
l’azione mutua della lingua sul pensiero, e del pensiero sulla lingua. Sic¬
come la lingua non è un prodotto immutabile, ma non solo si forma a poco a poco
nel bambino, ma è sempre in un processo di lenta formazione anche nel¬
l’adulto, non è insomma un epYOv, secondo l’espres¬ sione dell'Humboldt, ma
un’èvéeveia, la Psicologia da una parte può fare da sè, e dall'altra si può
valere della filologia, e far tesoro delle sue scoperte e delle sue
conclusioni. Dal punto di vista psicologico, l’espressione vocale, di cui la
lingua è la forma superiore, non è propria soltanto dell’uomo, ma anche di gran
parte del regno animale. La mimica vocale è parte della mimica dei gesti in
senso generalissimo, che è propria del mondo animale. Anche in questo la
mimicq^ vocale tende a diventare stabile, quando è diventata mezzo di
comunicazione con la sicurezza reciproca acquisita che sia compresa. Anche
l’animale ha mezzi espressivi vocali stabili, spesso varii, determinatissimi,
per ma¬ nifestare i proprii sentimenti e i proprii bisogni, per avvertire i
compagni, per manifestare le sue emozioni sessuali ecc. Così il cane possiede
una certa varietà di espres¬ sioni vocali, l’abbaiare, il guaire, il ringhiare,
l’ululare, ed anche un’ intera scala di tali suoni e delle loro combinazioni
con cui manifesta, specialmente in rap¬ porto all’uomo, i suoi stati interni.
Non si può dubi- - 422 - tare che una parte almeno di queste voci sono prodotte
volontariamente, non come semplici riflessi, ma come mezzi di comunicazione,
con un fine pratico, per in¬ vitare altri ad un'azione. Questi segni vocali di
av¬ vertimento, minaccia, soluzione, allettamento, appello, sono come i
rudimenti degli elementi vocativi, impe¬ rativi e dimostrativi della lingua.
Qualche cosa di si¬ mile si verifica nell'infante, il quale possiede voci
espressive dello stesso genere prima di giungere a possedere la lingua. Ma
questa espressione vocale non è ancora parola, e non si può confondere con la
parola. La creazione di questa suppone da una parte delle nuove condizioni
organiche, quali sono la posizione eretta che favorisce il libero gioco degli
organi re- spiratorii e vocali, la sostituzione della mano alla bocca come
organo prensile, la squisita sensibilità uditiva che è massima nell’ uomo, e la
facoltà modificatrice ed articolatrice dei suoni vocali che è connessa con essa
e con la struttura più adatta di tutti gli organi vocali. E dall altra suppone
delle nuove condizioni psicologiche, che anch’esse sono specificamente umane,
quali sono la squisitezza percettiva della coscienza, la facoltà astrattiva che
ammette di cercare modi analitici di espressione vocale e l’ interesse
teoretico divenuto a poco a poco preponderante. Quando questo grado di sviluppo
è raggiunto, il segno vocale, che era prima espressione del sentimento, diventa
indice dell’oggetto. Finché il sentimento e l’espressione vocale fanno uno,
finché questa, come mezzo di comunicazione, è inarti¬ colata, finché non tende
che a provocare un’azione da parte di altri, non ci è linguaggio; questo nasce
quando la espressione vocale è insieme articolata ed oggettiva nel significato.
— 423 — II. — È stata per lungo tempo accolta come pro¬ babilissima la teoria,
che i primitivi elementi vocali, che hanno fornito il materiale della lingua,
siano stati le interiezioni e i suoni imitativi. Le prime sono le più generali
nel regno animale, dei secondi solo gli animali superiori ci offrono un numero
piccolissimo di esempii. L’analisi filologica delle lingue adulte non conferma
direttamente questa teoria, perchè mostra che in esse sono assai pochi gli
elementi interiettivi e gli onoma¬ topeici. Ma siccome queste lingue sono delle
unità fonetiche, che sono assai lontane dal caos fonetico primitivo, ed anche
nelle loro forme più antiche sono assai più lontane dalle origini che non da
noi, non si potrebbe conchiudere a rigore nè prò nè contro quella teoria. Si è
detto che non si comprende un’espressione vocale primitiva che non sia nè
esclamativa nè imitativa ; ma intanto il carattere oggettivo della lingua (e
l’analisi filologica) mettono subito fuori causa gli elem^ti escla¬ mativi, che
pure sono i più numerosi. E, quanto agli imitativi, bisogna prima di tutto
notare che non tutte le cose rendono suoni, e che per queste, numerosissime, l’
imitazione fonetica non è diretta, è una traduzione di impressioni, di
percezioni, di stati di coscienza in suoni . Noi ritroviamo un valore imitativo
nella parola scin¬ tillare, e ad es. le due parole tedesche Kliren e Krachen
hanno un valore imitativo non permutabile. Bisogna inoltre ammettere che, per
la differenziazione e per la più precisa determinazione del significato, da
radici primitive più evidentemente onomatopeiche sono de¬ rivate radici
secondarie che non hanno la medesima impronta nello stesso grado di evidenza,
p. es. da una radice primitiva mar o mrr significante -strofinio, _ — 424
attrito, può essere derivata una radice mal, d’onde mola, ino lire, molino. Ma
anche con queste estensioni della facoltà imita¬ tiva, non si può pretendere di
porre come unica via della creazione della lingua l' imitazione vocale. È nella
facoltà percettiva, necessariamente mobile, dell’uomo primitivo, vivente
insieme coi suoi simili, e nella par¬ tecipazione di questa abitudine
primitiva, che bisogna riporre gran parte della psicologia del linguaggio pri¬
mitivo. L’uomo primitivo può avere prodotto suoni d’ogni specie, anche non
imitativi, sia come riflessi vocali, sia come libero esercizio dei suoi poteri
vocali, come vediamo nell’infante, e questi suoni vocali pos¬ sono aver fornito
radici linguistiche. Queste ci mostrano sempre qualche cosa di arbitrario,
sebbene a noi sem¬ brino imitative per la curiosa illusione retrospettiva che
deriva dalla salda associazione prodottasi tra la parola e la cosa. Non è
possibile dire perchè certe radici come da, pia, lue, siano diventate
espressioni del dare, dell 'acqua, della luce; e il loro valore ono¬ matopeico
è un’impressione nostra retrospettiva. Forse nessuna espressione fonetica fu
neppure da principio arbitraria, ma la causa psicologica è ora per noi cer¬
tamente irreperibile. Similmente ci è qualche cosa di arbitrario nelle
espressioni mimiche ; difatti esse variano da popolo a popolo p. es.
l’espressione dell’afferma- zione, della negazione, il bacio, i quali tutti
hanno un simbolismo ideale, il quale deve essere ammesso anche nella lingua e
cosi modifica profondamente la teoria onomatopeica. Ci è una lunga via tra l’
imitare i suoni coi suoni, l’imitare coi suoni quello che non dà suono, e
l’imitare con una forma sensibile quello che non ha forma sensibile. 11
linguaggio è, da che è possibile, il sistema più — 425 — naturale non solo di
comunicazione, ma anche di presentazione del pensiero alla coscienza.
L’espressione inimica precede, ed essa stessa può avere uno sviluppo
considerevole, come è dimostrato dalla pantomima. Anche tra i bambini sordomuti
non sottoposti ad un’edu¬ cazione speciale di acquisizione di un surrogato del
linguaggio si produce e si organizza il conato di co¬ municare con le persone
che lo circondano, non solo con le naturali espressioni mimiche dei suoi
sentimenti e dei suoi bisogni, ma anche con gesti indicativi prima e
descrittivi poi. Ma evidentemente questo mezzo è insufficiente, e se basta per
la comunicazione di rappresentazioni concrete, manca completamente di mezzi di espressione
dei concetti astratti. Come si giunge alla comunicazione di un pensiero che non
è solamente indicativo o descrittivo di oggetti esterni, la mimica non basta, e
deve essere sostituita anche nei fanciulli dei sordomuti dall’appropriazione
ottico-tattile del lin¬ guaggio articolato. La lingua è dunque naturalmente un
mezzo di espressione superiore, e ciò per molte cause di ordine diverso,
sensitive e ideali. Prima di tutto si noti che le sensazioni uditive sono
quelle che attraggono di più l’attenzione e sono percepibili in tempo, di
giorno e di notte, in ogni direzione, e fino a un certo punto, malgrado gli
ostacoli interposti. In secondo luogo, il numero di modificazioni, che l'arti¬
colazione vocale può mettere insieme per la congiunta potenza analitica degli
organi vocali e dell’udito, è straordinariamente grande, perchè in un minuto
primo possono svolgersi in serie successive ben duemila sin¬ goli suoni
(lettere). Quindi la parola gareggia di rapi¬ dità col pensiero, e può
riprodurne il movimento interno. Il pensiero è vario, relativo, organico, e
tale_ è la parola mediante l'articolazione, la flessione, le forme * — 426 —
grammaticali, la sintassi. Il concetto è uno, ed una è la parola per l’accento.
Tutte le sillabe possono avere l’accento ; ma quando una l'ha preso, le altre
lo per¬ dono. La parola è suono, e il suono è la più acconcia espressione dei
movimenti dell’animo, perchè riproduce nella maniera più esatta l’oscillazione
e il ritmo del sentimento. Se delle due funzioni, la musicale e la lin¬
guistica, quella abbia preceduto questa o viceversa, è argomento assai
disputato. Se si dovesse ammettere l'opinione del Bùcher, che la forma
primitiva sua sia quella che accompagna il lavoro e che imita i primi rozzi
istrumenti musicali, si dovrebbe dare al canto umano una origine assai tardiva
e subordinata ad una invenzione, che evidentemente lo suppone. Ma dal punto di
vista psicofisiologico pare che un certo grado della funzione musicale, il più
rudimentale canto, debba essere considerato come un coefficiente della
formazione della parola articolata. Ne è prova non solo l’aiuto che esso può
dare a questa formazione, ma anche il fatto che l’infante impara qualche
modulazione musi¬ cale prima della lingua, e che in taluni casi di idiotismo
acquisito o congenito, si ritrova una sentimentale fa¬ coltà musicale, quando
la linguistica manca o è andata perduta. Nessun animale parla, molto animali
hanno una facoltà limitata del canto. Ma la precedenza della facoltà musicale
rudimentale non toglie che, in un pe¬ riodo ulteriore, l’articolazione vocale
sia causale ri¬ spetto al perfezionamento del canto e della facoltà musicale.
L’espressione più naturale del pensiero è dunque la lingua, sebbene essa T
esprima per attribuzione e non per natura. L’appropriazione ottica del
linguaggio articolato da parte dei sordomuti, sebbene sia un mezzo assai
superiore a quello della mimica ordinaria, è però 427 — sempre qualche cosa di
artificiale che, richiedendo un grande sforzo di attenzione, è talvolta
abbandonato da gli stessi sordomuti per ritornare alla mimica. III. — Due
opposte opinioni estreme sono state talora sostenute intorno alla lingua, che
essa sia una formazione consapevole volontaria, che essa si sia sviluppata come
si sviluppa un essere organico. Ma nè l’una nè l’altra opinione sono
accettabili. Ogni singolo atto formativo del linguaggio, come ogni atto di
trasformazione o di nuovo uso, è un atto volontario pel fine di una migliore
comunicazione od intelligenza e, fino a un certo punto, una scelta. Ma ognuno
di questi atti è diretto al fatto singolo, non alla lingua come tutto. Ed è
interamente fallace l’ idea della formazione vo¬ lontaria e consapevole secondo
un piano prestabilito. Le parti, le singole parole, le frasi, sono trovate dal-
l’ individuo, perchè il popolo, come entità collettiva' non può creare una
lingua, come non può creare un mito, un poema, una religione. Ma l’associazione
delle azioni individuali mediante Ì imitazione , che è uno dei principali
fattori del linguaggio, fa quello che l’indi¬ viduo e il popolo non potrebbero
fare, e la lingua come fatto imitato, ripetuto, appropriato dal gruppo, diventa
un fatto sociale. La lingua è il prodotto del¬ l'opera comune dei singoli
inventori, che coesistono e si precedono, e che tutti lavorano all’opera
comune. È propriamente un prodotto di cooperazione, sottoposto a un gran numero
di condizioni, di cui due princi¬ pali, facile intelligibilità, facile
imitabilità della parola- segno. Il linguaggio primitivo, o i linguaggi
primitivi, non furono certo un mezzo così perfetto di comunica¬ zione del
pensiero, come le grandi lingue letterarie. Esso servì alle necessità
impellenti della vita, e fu - - 428 — poverissimo tanto dal punto di vista
lessicale che dal formale. Le lingue mossero da questo stato di primi¬ tiva
rozzezza, e si andarono man mano evolvendo, e progredirono più o meno ; talune
poco, altre di un cammino quasi incommensurabile. La filologia com¬ parata
studia le affinità delle lingue e le leggi delle loro trasformazioni, e così
determina le famiglie delle lingue, ed anche molte delle loro genealogie. Ma la
speranza di ritrovare per questa via la lingua umana primitiva si è chiarita
ingannevole. La ri¬ cerca filologica si arresta dinanzi ad una moltipli- cità,
che resiste ad ogni riduzione, e fa pensare ad una moltiplicità primitiva. Non
vi è difatti ragione di ammettere una lingua primitiva unica. Date le condi¬
zioni necessarie per la formazione della lingua, orga¬ niche e psichiche, in
regioni diverse e presso gruppi umani primitivi diversi, hanno potuto avere
luogo di¬ verse manifestazioni linguistiche. L’unità genealogica delle lingue
non poggia su nessuna base sicura, nè induttiva nè deduttiva. Induttivamente
deve conside rarsi come disperata l’impresa di proseguire e di rin¬ tracciare
nelle lingue note i motivi delle lingue primitive, date le continue formazioni
e trasformazioni alle quali sono sottoposte le lingue, e l’intervallo
incommensu¬ rabile che ci separa dalle origini. Il pensiero tende ad un
organismo identico, che è rappresentato dalle forme logiche, ma mentre da una
parte questa stessa non è che una tendenza la quale non raggiunge il grado di
sviluppo superiore se non che nelle nazioni colte del vecchio e del nuovo
mondo, dell’antichità e dei tempi moderni, la lingua, come sistema di segni
fonetici, può rappresentare variamente quell’organismo ; così le categorie
logiche e le grammaticali non coinci¬ dono, e le forme grammaticali variano
anch’esse nelle — 429 — lingue monosillabiche, agglutinanti, flessive, e in
queste stesse presentano gradi di progresso e di regresso delle flessioni. Il
legame tra la parola e il pensiero essendo di attribuzione , è dipendente dalle
condizioni soggettive variabili del modo di percepire e di legare il suono
espressivo alle percezioni. Uno stesso individuo può acquistare molta
padronanza di esprimersi in lingue diverse, e i diversi gradi pei quali passa
l’apprendi¬ mento delle lingue ci mostra i gradi diversi pei quali può passare
il collegamento della parola col pen¬ siero . Per chi appena comincia ad
impararla, una lingua è un insieme di suoni articolati senza significato, e poi
a mano a mano il legame tra il suono vocale e il significato si stabilisce. La
patologia del linguaggio mostra che si può pronunziare la parola anche dopo
averne dimenticato il significato, e viceversa si può intenderne il signifi¬
cato anche dopo aver perduta la facoltà di pronunziarla. Pare dunque, che le
due funzioni abbiano organi ce¬ rebrali diversi (il centro di Vernicke e quello
di Broca). Ma anche prescindendo dai casi di patologia, è noto che il latino
liturgico è appreso dalle femminette anche senza capirlo. Ed è un caso ovvio
quello di non essere soddisfatti dell’espressione linguistica, e di cercare
faticosamente le parole per questo fine. IV. — Sarà bene di accennare
brevemente alla formazione e allo sviluppo del linguaggio nel bambino, perchè
sebbene essi non accadono nelle condizioni precise di formazione delle lingue
primitive, hanno però molto di simile e possono aiutare ad intenderla. La prima
condizione per l’acquisizione della lingua nel bambino deve ricercarsi nella
spontaneità motrice, — 430 — che gli è propria, e che gli fa muovere
disordinata- mente le sue membra quando è libero, come i suoi organi vocali e
la sua cassa toracica. Così egli pro¬ duce un gran numero di suoni
inarticolati, dei quali taluni sono effetto di movimenti riflessi ed esprimono
'e sue sensazioni dolorifiche, di fame, di temperatura, 1 suoi bisogni, ed
anche le sue impressioni piacevoli, ed altri sono puri esercizii vocali
prodotti da un ec¬ cesso di energia nervosa che giovano ad espandere. Cosi egli
produce un gran numero di suoni, tanto quelli che hanno un senso per le persone
che lo cir¬ condano, come quelli che non l’hanno. Producendoli h ode; e dopoché
sono associati la voce e l’articola¬ zione, è indotto a riprodurli di nuovo pel
fatto stesso che li ode, come un’aria di marcia e di danza provoca nell’adulto
i movimenti relativi allo stato iniziale, o una viva idea provoca
l’articolazione iniziale delle pa¬ role corrispondenti. Ma a questo punto
accade un fatto che, mentre differenzia il fenomeno di acquisizione della
lingua da Parte del bambino appartenente a un gruppo che è già in possesso di
una lingua, può dare qualche idea sul modo della formazione primitiva.
L’attività dei- 1 adulto, che è già in possesso della lingua, s’ impa¬ dronisce
del balbettio del bambino, che questi non ha imitato, ed opera una specie di
scelta su di esso; sceglie i suoni che corrispondono al suo proprio lin¬
guaggio, e li ripete al bambino, e li combina, indu¬ cendolo a ripetere i suoni
e le combinazioni di suoni. Così questi persistono, e gli altri sono eliminati.
E perciò accade che da un identico balbettio i bambini Possono essere resi
adatti all’appropriazione di qua¬ lunque lingua, sebbene l’eredità, e
specialmente la conformazione gutturale ed articolativa, che ne dipen- — 43i
dono, io rendano più adatto all’appropriazione della lingua materna. La quale,
acquisita che sia, gli dà un accento persistente, che rimane indelebile, e che
si sente più o meno qualunque altra lingua impari dipoi a parlare. E poiché la
relazione tra il bambino e gli adulti che lo hanno in cura è esistita sempre,
si vede che in forma sempre più attenuata, quest’opera di scelta è esistita
sempre, e si può riportare alle forme più rudimentali di linguaggio, e pensare
che essa abbia accompagnato sempre la formazione sociale della lingua, Questa
azione degli adulti sul bambino, spiega una duplice azione perfettiva,
perfeziona l’articolazione e il suo nesso col suono da prima più o meno
informe, e stabilisce e precisa il nesso del suono più o meno articolato con la
sua significazione. I due perfeziona¬ menti procedono da prima di pari passo,
anzi pare che il secondo sia più antico ; sebbene in fasi più avanzate quello
relativo al significato dei suoni vocali occupi più tempo e continui assai dopo
conseguita una relativa perfezione dell’articolazione. Ci è ragione di credere,
che almeno in limiti ristrettissimi e per un linguaggio elementarissimo e
poverissimo, l’appren¬ sione del significato delle parole ne anteceda la pro¬
nunzia. Il centro cerebrale di Vernicke entra in rela¬ zione coi centri
ideativi prima del centro di Broca. Durante il primo anno di vita il bambino,
che non parla, mostra di intendere il significato delle parole più usuali,
rispondendo agli appelli direttigli col vol¬ gere la testa, o dirigendo
l’indice o il braccio verso gli oggetti che gli sono nominati. Invece il nesso
del suono con l’articolazione, da cui dipende la pronunzia esatta della parola
dura faticosamente per un periodo di molti anni, normalmente anche oltre il
quinto anno, e le parole di più difficile pronunzia possono essere — 432 —
incerte anche nei fanciulli già grandicelli e loquaci; per es. la parola
cinematografo a me è accaduto di sentirla pronunziare sinecatò anche da
fanciulli più che quinquenni. L’insegnamento e l’ imitazione del linguaggio
degli adulti hanno accompagnato la formazione e fo sviluppo della lingua sin
dalle epoche primitive, e sono stati ragione di un progressivo acceleramento di
questo sviluppo, finché nella società civile esso rassomiglia a quello che è lo
sviluppo embriogenico dell’ individuo, una riproduzione abbreviata dello
sviluppo atavico. Cosi parallelamente alla propagazione sociale della lingua
nelle epoche primitive, ha operato la propaga¬ zione ai piccoli, come mezzo
potentissimo operante insieme con la spinta naturale. Tornando all’acquisizione
della lingua da parte del bambino, che è insieme acquisizione e creazione o
cooperazione, è notevole come essa' sia relativamente lunga e faticosa. Verso
il terzo mese le grida inarti¬ colate, che sin dalla prima settimana esprimono
le sue sensazioni dolorifiche o di benessere, si volgono a si¬ gnificare altre
cose appetite e desiderate ; e si specificano e differenziano foneticamente,
senza diventare ancora parola articolata, in corrispondenza con lo snodarsi
degli organi vocali e poi col principio della dentizione, e prima della .fine
del primo anno di vita si notano gli sforzi imitativi delle parole pronunziate
dalle per¬ sone che lo circondano. È alla fine del secondo anno che il bambino
mostra normalmente di avere acquistato un piccolo patrimonio linguistico
limitato a poche cen¬ tinaia di parole, che cresce considerevolmente durante il
terzo anno, mentre l’articolazione è imperfetta fin dopo il quinto. Nel periodo
di maggiore acquisizione la funzione dell’imitazione si fa sempre più grande. T
— 433 — ♦ II bambino ripete come può le parole che ode, anche senza attribuire
ad esse un senso, per esercizio o per gioco nei limiti dei poteri articolativi
che possiede, donde deriva che il linguaggio dei bambini sembri una storpiatura
del linguaggio dell’adulto, ma è in realtà un conato e un abbozzo che si va man
mano perfezionando. Il bambino non solo imita, ma aggiunge all’imitazione i
suoi conati formativi indipendenti e così talora esce in produzioni di parole e
di combina¬ zioni di parole, che hanno talvolta per noi qualche cosa di comico.
Ma non bisogna credere che la lingua abbia pel bambino fino al 6° e al 70 anno
di vita lo stesso valore che ha per l’adulto. Il senso che il fan¬ ciullo
attribuisce alle parole, è quello che esso può comprendere, e perciò non
bisogna credere che il pro¬ nunziare, p. es. il monosillabo io, significhi per
lui la comprensione, non dico dei problemi della coscienza di sè, ma anche solo
del significato ideale di quel monosillabo. La sua esperienza è assai più
limitata di quella dell’adulto, e quello che lo interessa nelle percezioni
delle cose e dei fatti non è quello stesso che interessa l’adulto. Quindi
accade che anche dopo che ha imparato le parole, non ne intende il signifi¬
cato, se questo è un astrazione, ed è necessario che gli si spieghi, quando è
diventato capace di compren¬ derlo, con un giro di altre parole, che lo
conducono per altra via, analiticamente, alla comprensione desi¬ derata. Perciò
accade che i fanciulli diano alle parole <• un senso diverso, che è insieme
più concreto e più generale. L’orologio non è per lui il misuratore del tempo,
ma una cosa che fa tic tac e che risplende, nè egli sarebbe capace di trovare
nessuna analogia tra una pendola, una clessidra e un quadrante solare. . 28 —
Masci, Lezioni di Psicologia. 1 I — 434 — D’altra parte una stessa parola è
adoperata per indicare oggetti varii : così il bambino chiama mamma e babbo
tutte le donne e tutti gli uomini che vede, e forma dei traslati ehe
meravigliano talora gli adulti, p. es. può dir sole un faro e viceversa. Questo
fatto ha prodotto l’opinione che il fanciullo adopera le pa¬ role in senso più
generale dell’adulto, e possiede, come i primi creatori della lingua, una
maggiore facoltà generalizzatrice. Ma è un’esagerazione per ambedue. Il
fanciullo, come l’uomo primitivo, ha una minore percezione analitica dei
particolari; i pochi che per¬ cepisce si possono ritrovare in più cose, e
perciò egli adopererà la stessa parola per indicarle, p. es. molte specie di
cose da mangiare, e la stessa azione del mangiare e gl’ istrumenti che si
adopera nel mangiare. Invece la generalizzazione astratta, inventrice dei ge¬
neri, è diffìcile pel fanciullo, ed egli si troverà a lungo impacciato nel dar
lo stesso nome, p. es. animale, al cavallo e all’insetto. Il fanciullo indica
l’oggetto, (come l’uomo primitivo), per quello che colpisce lui, (e questo è
sempre differente da quello che l’uomo adulto e civile intende) ; ne estende il
significato, sempre che trovi la stessa qualità, ad altri oggetti. Così anche
quando il fanciullo imita nel parlare, la sua non è pura imitazione, ma una
specie di crea¬ zione infantile, che fa pensare a quello che potè essere la
primitiva creazione del linguaggio. Ci è, accanto alla lingua degli adulti, una
lingua fanciullesca, perchè ci è qualche cosa di comune tra i fanciulli dello
stesso gruppo dal punto di vista rappresentativo, e quindi anche dal linguistico.
E perciò accade che fanciulli di gruppi diversi non s’ intendono talvolta tra
loro, sebbene parlino la stessa lingua materna. A lungo andare le diversità
indicate cedono alle pressione della — 435 — lingua materna; ma quando, come
nelle epoche pri¬ mitive, questa pressione manca o in tutto o in parte, riesce
comprensibile come possa metter capo ad una differenziazione maggiore o anche
completa. Quello che s’è detto dei fanciulli, si può ripetere, con le debite
differenze di estensione, anche per gli adulti. La lingua materna ha sempre
delle differenze che potremmo dire interne, dei dialetti, di quelli re¬ gionali
che possono giungere fino ad avere una lette¬ ratura. come dei locali. E,
proseguendo, le differenze dialettali mettono capo alle differenze individuali,
per le quali ciascuno ha un suo particolare modo di espri¬ mersi, una certa
parte di lessico preferita, come una particolare forma di periodo, di
proposizioni. Come la forma del pensiero così anche la forma dell’espres¬ sione
linguistica ha carattere individuale. Bisogna giun¬ gere fino al linguaggio
scientifico per trovare delle forme fisse, (in filosofia ciò accade anche più
difficil¬ mente, perchè il pensiero filosofico è in continua for¬ mazione) ; ma
quelle forme fisse non sono viventi. La vita, (come la forza e la bellezza del
linguaggio nella letteratura), dipende dalla forma individuale, che esprime le
particolarità del percepire e del rappresen¬ tare, che sono proprie di
ciascuno. V. — Ma quello che è essenziale nel rapporto della lingua al pensiero,
è che essa rende possibile l’ascen¬ sione del pensiero alle più alte vette
dell’astrazione, e alle forme più analitiche di esso. Così sono rese possi¬
bili nuove combinazioni di nuovi elementi di pensiero, di ordine diverso da
quello che è dato dalla rappre¬ sentazione sensibile. Così è possibile di
formare separa¬ tamente la riflessione mille idee di accelerazione della
caduta, di altezza o di timbro del suono, di numero irrazionale, di calore
atomico, di giustizia, di felicità. t — 436 — Che cosa sarebbe di queste idee
se mancassero affatto le parole che le esprimono, che cosa dei sistemi
scientifici di cui sono fondamento ? È facile persuadersi che l’astrazione è il
mezzo più potente, la condizione fondamentale della conoscenza, e insieme della
crea¬ zione estetica, come dell’ immaginazione religiosa. Le leggi di tutte le
scienze formulano aspetti separati e generalizzati al tempo stesso, della
realtà che studiano. Seno, coseno, tangente, equazione, forza elettromotrice,
peso atomico, sono frasi senza le quali le idee corri¬ spondenti non potrebbero
essere a disposizione del- l’ intelligenza. L’astrazione moltiplica gli oggetti
del pensiero, ed è insieme la condizione dell’ intelligibilità loro, perchè è
la condizione dell’invenzione delle cause e delle leggi. Un ufficio analogo
l’astrazione esercita nella creazione estetica, nella quale ha luogo una nuova
creazione e combinazione di forme come mani¬ festazione dell’ideale. E però
quando la parola è la materia dell’Arte, come nella poesia, senza di essa la
fantasia non potrebbe plasmare le sue creazioni. Una canzone, un inno, da
quelle del Petrarca a quelle del Leopardi, dall’inno omerico al Sole agl’inni
sacri del Manzoni ; gli elementi delle mirabili costruzioni poetiche sono le
parole. Perchè il pensiero per con¬ servarsi, e cosi i fantasmi poetici, hanno
bisogno di fissarsi, e la forma più adatta di fissare i prodotti del pensiero,
come quelli della fantasia, è la lingua. Questa porge nelle parole come le
tessere del pensiero, per mezzo delle quali il pensiero ritrova quanto gli
occorre, anche se è fuori della coscienza attuale. La lingua è il mezzo coi
quale il pensiero riesce a prendere stabile possesso della realtà. Perchè se è
possibile il rappre¬ sentare senza l’aiuto della parola, non è possibile il
pensare rivolto al conoscere, non sono possibili in — 437 — forma stabile gli
elementi logici e le forme logiche ; e perciò ragionevolmente l’ Hamilton
affermò che senza la lingua il pensiero sarebbe come una luce momen¬ tanea che
subito si spegne. Certo, nel più basso grado, la lingua suppone il pensiero; ne
suppone le forme più rudimentali, p. es. i giudizii preconcettuali. Ma nata
appena, si stabilisce un circolo di azione e di reazione tra la parola e il
pensiero, per cui, a volta a volta, ciascuno è deter¬ minante. Da principio
essa esprime una qualità sensi¬ bile, quella che nella percezione della cosa ha
più colpito l’uomo primitivo o il gruppo. Perciò essa suppone fin da principio
la funzione dell’astrazione imaginativa. Il sole è nominato dallo splendore e
dal calore fecondativo; l’uomo è o il mortale, o il parla¬ tore. Anima viene
dalla stessa radice, da cui avepos (vento) ; similmente il tedesco Geìst
(spirito) viene dalla stessa radice da cui viene gas; essere viene dalla ra¬
dice as (soffio vitale). Concetto viene da cimi capere; dubbio e Zweifel
vengono da due e Zwei ; rieti è una corruzione di rem. Ma subito la parola è
sottoposta nella sua significazione ad un doppio processo di ge¬ neralizzazione
e di specificazione, che ha ragioni varie, occidentali e permanenti o
essenziali. Le prime possono dipendere da peculiarità del modo di percezione, e
possono seguirne le variazioni. Cosi le parole indicanti gli aggetti possono
variare sia per estensione come per limitazione del loro significato, per
effetto dell’estendersi del valore percettivo, o della limitazione del
medesimo. Nel primo caso limitano l’uso delle parole rivali, nel secondo le
estendono. E ci è il caso che la stessa parola sia adoperata in senso più lato
o più limitato da diverse categorie di persone ; cosi il volgo adopera la
parola gas pel gas d’ illumi- — 438 — nazione, il fisico per qualsiasi corpo
aeriforme, ma non p. es. per l’aria. Le parole ministro, prefetto, ispettore,
professore sono parole generali volte a un significato particolare. Per
contrario la parola piede che ha un significato particolare, è estesa a
significare i sostegni della tavola, della sedia ecc. Similmente diamo il nome
di toilette ai più varii oggetti che un vincolo di con- temporanità ravvicina,
essa significa difatti il mobile dinanzi al quale facciamo la nostra
acconciatura, e simil¬ mente questa, così nel farsi, come nel risultato
raggiunto. Il cerimoniale, che induce a dare all’ inferiore un titolo
superiore, è causa di estensione del significato delle parole. Così diamo del
signore anche allo spazzino, diamo dell’ illustre a tutto spiano ; e quando si
cominciò a riabilitare la parola di maestro, che avea soccombuto a quella di
professore, non si pensò che anche questa sarebbe stata presto abusata. Il
popolino dà àe\Y eccel¬ lenza ad ogni persona che non sia volgo; e questo largo
uso era prima comune anche tra le persone colte. La parola Fràulem significava,
nel tempo di Lessing, una giovinetta nobile, oggi invece si applica a qua¬
lunque donna non maritata, come la parola signorina. Che cosa non possono gli
scrittori, i poeti di moda nel dar nuovo corso alle parole, che cosa non può il
desiderio della preziosità nell’adoperare, contro il con¬ siglio di
Schopenhauer, non già parole ordinarie per dire cose straordinarie, ma
viceversa? Ma la ragione essenziale che estende la significa¬ zione delle
parole o ne specifica il significato, sta nel bisogno logico della
generalizzazione e della specifica¬ zione, che accompagna lo sviluppo del
pensiero, quando questo, superato lo stadio iniziale, ha bisogno di mol¬
tiplicare i segni fonetici a sua disposizione. L’estensione di significato ha
luogo perchè la mente, portata a no- — 439 — tare le somiglianze delle cose,
avendo a sua disposi¬ zione un piccolo numero di simboli linguistici, è spinta
ad estenderne il significato. Ma questa maniera di ge¬ neralizzazione, per
somiglianza di natura sensibile, non appaga un pensiero più progredito. Essa è
del genere di quella del fanciullo, che chiama uccelli tutti i volatili, anche
gl’insetti. Perciò a questa generalizza-' zione, che potremmo dire
impropriamente sensibile, segue la concettuale, che è la vera. Essa è in gran
parte l’opera della metafora verbale, la quale, quando sia paragonato il nuovo
significato con l’antico, dà qualche cosa di poetico alla lingua. Per essa, da
una stessa radice che ha il significato primitivo di brillare, per addurre un
esempio, sono formati non solo i nomi del sole e del fuoco , ma anche quelli
della primavera, della gioia, del pensiero. Parole che indicano ora soltanto
idee astratte, significarono da prima imagini sensibili, come mostra la facile
riconoscibilità del si¬ gnificato primitivo. Perplesso vale intreccialo;
semplice significa che ha u?ia piega, doppio che ne ha due ; im¬ portante vale
che porta dentro ; relazione significa por¬ tare indietro, suggerire è portar
sotto, ecc. ecc. Passando alle forme grammaticali, si nota facilmente che le
particelle, le quali esprimono ora la dipendenza logica, lasciano facilmente
scorgere il loro significato intuitivo (spaziale, temporale, di movimento) ; e
così mostrano che la relazione logica si è come svolta da una primitiva
relazione sensibile, che è stata più o meno completamente mutata. Il nostro
perciò ( per quasi a traverso), e le particelle tedesche Wem, Warn, Weil (da
Weile) damit, serbano le tracce del primitivo significato spaziale o temporale,
di movimento. Si può dire in riassunto, che l’evoluzione delle forme è dovuto
al passaggio dal concreto sensibile — 440 — all astratto, e all’Interesse della
chiarezza, che porta a dare all’espressione del rapporto un esponente lin¬
guistico proprio. Nelle lingue monosillabiche ciò è ottenuto principalmente con
la varia collocazione delle parole ; dopo vengono le flessioni, da ultimo le
parole indipendenti, p. es. pei tempi e per le persone dei verbi, pei casi dei
nomi, ecc. In taluni casi le parti- celle conservano nell’uso il doppio
significato, sensibile e logico, p. es. in italiano leparticelle^wcmcotó,
donde. Talvolta il significato primitivo varia fino ad espri¬ mere l’ idea
contraria ; così da ingegno deriva inganno ; mimster e magister derivano da
minis (minus) e da magts, ma oggidì un ministro vale più di un maestro. Nel
mutamento di significazione è essenziale l’oblio, almeno parziale, al quale
soggiace il significato primi¬ tivo. Ogni lingua, a misura che dalla
significazione delle cose sensibili si volge ad essere significazione el
pensiero astratto, perde il carattere imaginativo, e le parole da segni delle
percezioni sensibili si mutano in simboli dei concetti. VI. — Il procedimento
di generalizzazione accresce il numero delle idee, assai più che non le parole;
e si rende necessario di accrescere il numero anche di queste. Inoltre molte
delle analogie primitive appaiono insostenibili ad un pensiero sviluppato, che
vede ac¬ canto alle somiglianze anche le differenze. Quindi nasce la necessità
di arricchire la lingua in proporzione della maggiore ricchezza raggiunta dal
pensiero. Le rappresentazioni complesse di natura intuitiva vengono risolute
nei loro elementi, e ciascuno di questi reclama il suo segno linguistico. E
ancora gli elementi si pa- ragonono tra di loro, e si mostrano le loro
relazioni logiche, le quali reclamono a loro volta la propria espressione
verbale. Così il lavoro analitico del pen- — 441 — siero si forma i suoi segni
verbali, che diventano tessere di queste relazioni logiche. Cosi la lingua di¬
venta il mezzo necessario dell’analisi, senza di cui non è possibile la
conoscenza. È con tal mezzo che le proprietà vengono separate mentalmente e
stabil¬ mente dalle sostanze, traendo dall’unico sostantivo una moltitudine di
simboli addiettivi e verbali. Siccome la percezione ci mostra le stesse
proprietà, attività, re¬ lazioni in soggetti diversi, e lo stesso soggetto con
proprietà mutabili, nasce la possibilità di separare le proprietà dai soggetti
; e questa separazione trova, per compiersi, il suo mezzo indispensabile nella
lingua. Questa offre il mezzo di rendere rappresentabili con l’ imagine
fonetica anche quelle proprietà e relazioni, il cui carattere ideale si
allontana completamente dal- l’ imagine sensibile. Il processo di
specificazione non è quindi soltanto quello che abbiamo precedentemente
indicato, cioè quello che rende particolare il significato generale delle parole,
ma quellb che crea nuove fun¬ zioni linguistiche cioè quello da cui derivano le
partì del discorso. Oltre al nome ed al verbo, che sono le primitive, e gli
aggettivi che esprimono le qualità, le modificazioni delle qualità e delle
attività trovano i proprii segni avverbiali, le relazioni trovano i sim¬ boli
delle preposizioni e congiunzioni ; e similmente trovano espressioni proprie le
relazioni di tempo, di luogo, di movimento, di grandezza, di numero. Una
maniera di specificazione diversa da questa è quella che produce la ricca
pronuncia delle lingue primitive, cioè il gran numero di parole indicanti gli
stessi og¬ getti, e che è di natura più imaginativa che logica. La lingua non è
soltanto il mezzo che ci rende sen¬ sibile l’analisi della massa caotica delle
nostre rappre¬ sentazioni, secondo le indicate direzioni, ma è anche — 442 — il
mezzo che ci rende possibile di dare una certa so¬ stanzialità alle proprietà e
alle relazioni, e quindi di pensarle per se stesse ; è insomma lo strumento per
cui si rende possibile la funzione che in logica si dice permutazione dei
generi dei concetti. Così parliamo del rosso, della gravità, sebbene non
esistano che i corpi rossi e i pesanti ; parliamo del tempo e dello spazio,
sebbene non li percepiamo se non che come coesistenze e come successioni di
cose ; parliamo della virtù e del vizio, del male per sè, sebbene non esistano
che le relative azioni, passioni, intenzioni del soggetto. Per tal modo la
lingua è il mezzo potente della permuta¬ zione dei generi dei concetti, il
mezzo di rappresen¬ tarsi l’identico nel diverso, il diverso nell’identico, il
mezzo per la funzione assimilatrice e differenziatrice, che è l’operazione
fondamentale dell’intelligenza, ed alle quali presta le tessere per la facile
riproduzione e ricognizione. Inoltre a queste funzioni sono date, nei
particolari e nel tutto, gli schemi adatti, cioè gli schemi grammaticali
proprii di ciascuna lingua, oltre ai comuni, che facilitano il lavoro
dell’intelligenza, perchè la educano nella sua forma generale e nella speciale
etnica. Ogni lingua è per l’ individuo un quadro mentale prestabilito, secondo
il quale il suo pensiero si forma. È la sistemazione fatta nei secoli dalla
razza, t quasi la consolidazione, (sebbene non abbia perduta una certa plasticità),
del lavoro di assimilazione e di differenziazione del pensiero della medesima.
S intende però che la lingua è mezzo, che suppone la funzione, e che se la
rende più agile e più gagliarda, non la crea. Però ogni lingua è un quadro
diverso, e può anche parere un quadro nel quale la diversità raggiunge nei
particolari ed anche nelle linee principali, una certa — 443 — opposizione. P.
es. il greco e il latino, l’ italiano e il tedesco. Ci sono anche lingue,, che,
paragonate tra% loro, sembrano organizzazioni parallele del pensiero, se non
identiche, ed ora più e ora meno secondo gli aspetti particolari dai quali si
considerano, p. es. le lingue neolatine. Non in tutte le lingue sono espressi
egualmente bene tutti gli atteggiamenti di pensiero ; ciascuna lingua è un
quadro o, se più piace, una forma mentis, che ha il suo proprio carattere e la
sua speciale perfezione o imperfezione. Come ogni stru¬ mento sviluppa
l’attività che l’adopera, perchè la di¬ sciplina in forme fisse e la rende
facile e celere. Avendo dato forma concreta all’ intelligenza della razza, è un
mezzo apparecchiato per l’individua e gli rende pos¬ sibile un’orientazione
facile e rapida nell'ordine del pensiero. Ma la vera particolarità del
linguaggio umano è il suo carattere logico. All’animale non manca la facoltà
associativa della parola con la cosa, di fatti esso può essere ammaestrato ad
eseguire un comando verbale. Non gli manca neppure in modo assoluto la facoltà
riproduttiva della parola, come in qualche specie di uccelli. Ma essa, quando è
appropriata per 1 insegna¬ mento umano, non è se non che di cose particolari in
quanto necessitano un’azione. L’animale non parla perchè la sua intelligenza
non oltrepassa il grado del¬ l’adattamento pratico, e non si eleva mai alla
teoria. Quindi se può comprendere, con la limitazione indi¬ cata, la parola
umana, e appropriarsela limitatamente per imitazione, non può esercitare
nessuna facoltà pa¬ rallela creatrice come accade nei fanciulli. Tutto quello
che è organismo logico del pensiero manca nell ani¬ male, e manca quindi il
linguaggio che quell’organismo esprime. La comunicazione del pensiero per mezzo
— 444 — della lingua esige, in quello a cui è comunicato, un’at¬ tività
congeniale dal punto di vista linguistico con colui che parla. Onde accade che
si può restare di qua dal segno che il linguaggio raggiunge in chi lo sa, o
toc¬ carlo, anche oltrepassarlo. L’ intendere per mezzo del linguaggio è
integrare nel pensiero, e perciò la lingua non può essere insegnata all'animale
che manca di quella facoltà d’integrazione ; nè esso potrebbe appren¬ derlo,
(anche se mancasse ogni ostacolo fisilogico), se non che nei limiti
dell'associazione per contiguità. L’animale non parla perchè manca della
facoltà del pensiero astratto, e perciò manca della facoltà che crea i simboli
fonetici dei prodotti di quella ; e così delle analisi e delle sintesi di tali
prodotti nelle quali consiste la conoscenza. Mi sia consentito di riportare
qui, a modo di con¬ clusione, una pagina dei miei « Elementi di Psicologia »
nella quale la funzione della lingua come formazione psicologica umana, è
nettamente espressa. « Lo svii uppo della lingua va dal concreto all’astratto,
dall’ imagine comune al concetto. Perchè la lingua di¬ venti l'espressione
fedele del pensiero nella sua forma logica superiore, deve far dimenticare le
sue origini sensitive ed emotive, deve cancellare la forma sensibile delle sue
significazioni primitive, per sostenere con la sola imagine fonetica il
concetto. Ogni parola acquista la sua virtù significativa per un atto di
generalizzazione, ma il generale non essendo rappresentabile per se stesso, ed
essendo sempre più o meno perturbato nel suo valore logico dall’ imagine,
occorre che questa sia ridotta a quel minimo, che è il simbolo fonetico. 11
concetto logico, come una sin¬ tesi di note fatte dal pensiero per la
conoscenza, è espresso dalla parola, è raccolto con essa, cioè con un — 445 —
simbolo eterogeneo, che prende valore di simbolo dal- l’ attribuzione . Il
linguaggio, prodotto dell’ imaginazione attraente, deve perdere, per essere il
più che può espressione del pensiero, ogni impronta fantastica, deve oscurarsi
il più che può come imagi ne,, deve cancellare da sè il meglio che può ogni
vestigio sensibile. Naturalmente ogni concetto vuol essere denotato dalla
parola, perchè ogni stato di coscienza tende a manifestarsi nella forma
fonetica, quando questa è pos¬ sibile ; e quindi in forza dell’associazione
psi<&logica nella psiche umana ogni parola accenna a un concetto. Perciò
il non trovare la parola adatta per un pensiero ci dà un sentimento
d’inquietudine, e il trovarla un sentimento di liberazione. Può però accadere
che la parola ci tragga in inganno con le sue sostanti vazioni, facendoci
pensare che dietro un sostantivo ci sia una sostanza, anche quando pel pensiero
primitivo non ci è e non ci può essere. Ma queste ricadute nel sensismo o
imaginismo primitivo, sono ancora prova di quel carattere speciale
dell'espressione linguistica, la quale si sviluppa in direzione opposta, e
riesce ad un risul¬ tato opposto a quello al quale riesce la fantasia arti¬
stica. CAPITOLO XVIII. Le forme superiori di sviluppo della Coscienza umana I.
— Ripigliamo per un momento le formazioni psichiche dal loro principio, e nel
loro ordine sche¬ matico ; ciò varrà a meglio intendere le formazioni superiori
umane. Lo sviluppo psichico è lo sviluppo della coscienza. La vita cosciente ha
ordine di tempo, non di spazio ; il suo contenuto non può rassomigliarsi ad un
quadro egualmente illuminato dalla coscienza, ma si svolge per una serie, nella
quale gli stati di coscienza ap¬ paiono e scompaiono. In ciò consiste la
cosiddetta angustia della coscienza , e il momento nel quale uno stato di
coscienza appare o scompare si dice soglia della coscienza. Pure la coscienza
non è lineare, ac¬ canto alla successione è innegabile la coesistenza, essa è
dunque plurilineare , e ammette l' intersezione con¬ tinuamente variabile delle
serie. Inoltre quello stato di coscienza che ne occupa il foco è in continuità
con altri che ne occupano il campo a distanze varie. Similmente all’occhio non
è possibile mirare un punto — 448 — di un oggetto senza vedere insieme quelli
che gli sono vicini. Se cosi non fosse, se la coscienza non fosse un molteplice
in relazione, un frammento di espe¬ rienza, non sarebbero possibili nessuna
esperienza, nessuna conoscenza. Tutte le espressioni finora adoperate,
angustia, campo della coscienza, soglia, ftioco o punto di mira, sono imagini
spaziali, e però non sono adoperati in senso proprio, ma figurato; indicano
rapporti d’in¬ tensità contemporanea o successiva. La coscienza non si può
separare dal suo contenuto, e non sta dinanzi a questo come l’occhio di uno
spettatore; la coscienza non se ne può separare più di quello che possa la
spazialità dai corpi. Essa è la loro qualità comune, come 1 animalità dei
vertebrati e degl' invertebrati. Dire che la rappresentazione è nel foco della
coscienza non vuol dir altro se non che è nel momento delia sua maggiore
chiarezza. Gli stati di coscienza hanno ordine tra loro per vincoli collaterali
o successivi ; scomparsi che siano non sono perduti, permangano in certa
prossimità maggiore o minore alla soglia di essa, e possono rivi¬ vere. Anche
in questa maniera di esprimersi, l’ imagine spaziale ci rappresenta un
intreccio di forze agenti in una direzione determinata, ma che può sempre va¬
riare con l’incidenza e per l’incidenza di nuovi stati. Ciò mostra ancora una
volta che la spazialità è la lingua materna dell’ intelligenza, e che
liberarsene completamente non è possibile. Pure è bene avvertire la correzione
che è mentalmente necessaria per non essere tratti in inganno dalie parole.
Diciamo dunque, seguitando, che il ritorno all’attualità degli stati di
coscienza passati, è il compenso dell'angustia della coscienza. Per esso la vita
psichica non è, come la — 449 — successione delle imagini nella lanterna
magica, un acquistare e un perdere continui ed equivalenti ; ma* un acquistare
e un conservare, e quindi un’addizione continua di risultati, cioè
un’esperienza e un sapere. Poiché gli stati di coscienza da attuali passano a
potenziali, e da potenziali ritornano attuali, possiamo distinguere le due
attualità, e chiamare primari gli stati di coscienza prodotti, e secondarii i
riprodotti. Se i primarii si dicono presentazioni , i secondarii si possono
indicare col nome generale di rappresentazioni, (nuove rappresentazioni); in
tedesco, ma con diverso significato, Vorstellungeti. È rappresentativo
qualunque stato psichico riprodotto, anche se emotivo o volitivo. Ma siccome si
dicono presentativi propriamente quegli stati di coscienza che sono le
sensazioni, così la pa¬ rola rappresentazione ha ancora un significato più
limitato (che è il più ovvio) secondo il quale indica gli stati di coscienza
oggettivi, che non sono sensa¬ zioni attuali. Senza dubbio anche i sentimenti e
le volizioni possono rivivere come stati secondarii (rap¬ presentativi) ; ma ci
è questa differenza, che mentre le loro rappresentazioni li possono rigenerare,
la rap¬ presentazione di una sensazione non può riprodurre la sensazione. Se
non fosse così, la distinzione tra il mondo della coscienza e quello della
realtà scom¬ parirebbe, e la conoscenza del reale non sarebbe pos¬ sibile. Tra
stati di coscienza primarii e secondarii ha luogo una reciprocità d’azione, per
cui, mentre il rinnovarsi dei primi rende più permanenti relativa¬ mente i
secondi, e impedisce che vadano a lungo andare perduti per la coscienza, i
secondi danno ai primi chiarezza, p. es. mutano le sensazioni in per¬ cezioni.
Ogni sviluppo ulteriore della coscienza accade 29 — Masci, Lezioni di
Psicologia. — 450 — per questo nesso tra stati primarii e secondarii, e per
quelli che gli stati secondarii vengono ad acquistare tra loro secondo le leggi
dell’associazione psicologica. E non solo gli stati secondarii acquistano nessi
coi primarii da cui furono la prima volta originati, ma anche con tutti gli
stati primarii e secondarii, coi quali le leggi di successione, di coesistenza,
di somi¬ glianza, di opposizione ecc. li collegano. E le connes¬ sioni si
stabiliscono non solo tra gli stati presentativi, ma anche tra gli emotivi e i
volitivi, e tra tutti in generale gli elementi della vita psichica. E perciò
accade che gli stati emotivi e volitivi non sono sol¬ tanto reazioni a stimoli
immediati o primarii, ma an¬ che conseguenza di stati nuovamente
rappresentativi o secondarii. La coscienza umana va oltre la riproduzione ed
associazione. In un terzo grado gli stati presentativi e i rappresentativi sono
tutti primarii, cioè presentativi rispetto ad un’attività ulteriore della
coscienza, rispetto ad un’attività ulteriore le cui condizioni sono la co¬
scienza di sè, l’astrazione e il linguaggio, e che tra¬ sforma le
rappresentazioni in concetti e in fantasmi. Pensiero e fantasia appartengono al
terzo grado di sviluppo della coscienza, ma differiscono per la qualità delle
fanzioni, e pei suoi prodotti. Ambedue fanno uso dell’astrazione e della
sintesi costruttiva; e la dif¬ ferenza sta in ciò, che la fantasia torna a
portare i suoi prodotti di nuovo verso la pienezza della vita reale, verso
l’individuale; mentre il pensiero, servendo alla conoscenza, si contenta di
simboli, di frammenti, che sono i concetti, le leggi, i principii. Pensiero e
fan¬ tasia non sono opposti, sono specificazioni delle atti¬ vità superiori
dello spirito, ma non possono essere separati. E come il grande pensatore deve
possedere — 4SI - una grande fantasia, così non vi è artista vero senza una
certa superiore facoltà di pensiero. Congiunte al vertice sono più o meno
congiunte sempre, con pre¬ valenza or dell’ una or dell’altra, caratterizzando
però sempre con la loro unità L’ unità della coscienza nel suo grado superiore
di sviluppo. I pensieri e i fantasmi possono a loro volta ecci¬ tare i
sentimenti e le volizioni ; e il sentimento compie in questo grado della
coscienza, rispetto agli altri stati di esso, lo stesso ufficio che compie nel
grado della sensibilità rispetto agli stimoli ; cioè quello di misura del loro
valore per noi (armonia o disarmonia dei fantasmi, evidenza o non evidenza,
accordo o con¬ traddizione dei nostri pensieri, pregio o dispregio dei nostri
voleri) ; e similmente di regolatore delle nostre azioni. E solo per questa
congiunzione del sentimento col pensiero, il pensiero può dominare i sentimenti
di natura sensitiva, e spronare il volere. E come i pen¬ sieri eccitano o
impediscono i sentimenti, cosi questi possono eccitare i pensieri o impedirli.
Mai però potreb¬ bero eccitare una sensazione periferica. Se potessero farlo,
ogni distinzione tra il mondo della coscienza e quello della realtà verrebbe a
mancare, l’esperienza non sarebbe possibile, e con essa verrebbe a mancare ogni
contenuto oggettivo della conoscenza, e la stessa possibilità della conoscenza.
Nondimeno l’azione per¬ turbatrice del sentimento sul pensiero, sia nel senso
di eccitare, sia nel senso di eliminare, sia nell’associare come nell’ impedire
le associazioni naturali, può giun¬ gere fino a produrre dei casi, che si
potrebbero dire di cecità spirituale, perchè può giungere a falsificare il
giudizio. I tre gradi della vita psichica si possono indicare, per tutti gli
stati di coscienza, prendendo ad indici — 452 — quelli che contrassegnano i tre
gradi della coscienza teoretica: sensazione, rappresentazione, concetto. Anche
i sentimenti sono sensitivi, rappresentativi, ideali; e la volontà, prima di
essere volontà razionale (morale), è tendenza e istinto, e desiderio. Ed è
ragionevole che il comune donominatore dei gradi della coscienza sia la
coscienza teoretica. L’elemento presentativo, come è il primo determinante, è
anche quello che è il senso, o dicasi l’esponente degli altri due. Siccome le
sensa¬ zioni, specialmente le esterne, si distinguono nettamente per qualità
determinate, e siccome inoltre le sensazioni esterne di ordine superiore, le
visive e le uditive, for¬ mano gruppi di qualità oggettive in alto grado, in
li¬ miti determinati di spazio e di tempo, e conformemente alle leggi dell’
intuizione ci danno il più gran numero (specie la vista), di percezioni della
realta, cosi esse vengono a costituire la trama solida della nostra espe¬
rienza e della nostra conoscenza. Perciò anche le forme rappresentative
secondaria e terziaria conservano la stessa chiarezza, la stessa precisione di
distinzioni analitiche. Invece i sentimenti di ogni ordine, se contempo¬ ranei,
tendono a fondersi ; se successivi non si orga¬ nizzano mai in serie stabili, e
facilmente riproducibili. Fuori dell’opposizione fondamentale del piacere e del
dolore, del volere e del non volere, niente vi è nel sen¬ timento e nella
volontà che sia paragonabile alla chia¬ rezza, all’ordine, alla ricchezza di
contenuto e di relazioni, che la coscienza rappresentativa ci presenta in tutti
i suoi gradi. II. — Se ora consideriamo i tre gradi della coscienza nelle loro
caratteristiche differenziali, troviamo che la dipendenza della coscienza dal
mondo esterno è mas¬ sima nel primo grado sensitivo, e diminuisce progres- —
453 — sivamente nel rappresentativo e nel logico. Le sensazioni hanno la
chiarezza che deriva dall’ordine di tempo e di spazio, e dalla loro naturale
coordinazione e subordi¬ nazione nella percezione ; le rappresentazioni sono
anch’esse il prodotto di un lavoro psichico spontaneo, e si connettono secondo
le leggi (le associative), rispetto alle quali la coscienza è passiva. I
concetti invece sono il prodotto di un’attività volontaria, che è
un’applicazione delle leggi dell’ intelligenza alla materia presentativa dei
due gradi antecedenti, ed hanno la chiarezza che deriva dalla riduzione, dalla
semplificazione, dall’ordine intelligibile dato ai loro elementi, cioè dal
lavoro mentale adoperato nel pro¬ durli. Il concetto è un piccolo sistema di
note disposto secondo l’ordine dei predicabili studiato dalla logica. Le
scienze sono sistemi di concetti , ma anche di leggi, cioè di modi universali e
costanti di produzione dei fenomeni ; e i concetti e le leggi sono sotto la
garenzia suprema dei princìpìi; cioè delle forme mentali supe¬ riori, da cui
dipende la verità delle conoscenze. Le sensazioni, e in minor grado le
rappresentazioni, sono nella loro molteplicità caotiche, nella loro intensità e
nella loro presentazione non dominabili ; i concetti invece, e le leggi, sono
il prodotto dell’ intelligenza, e si prestano ad essere corretti da un uso più
attento della medesima, e stanno sotto la garanzia dei prin- cipii, cioè delle
forme fondamentali ed invariabili della pensabilità. L’ intelletto (e così del
resto anche la fantasia), non aggiunge elementi nuovi al contenuto della
conoscenza, ma li lavora secondo le direttive, noi diciamo le forme, che gli sono
proprie, e delle quali dipende l’intelligibilità della realtà fatta, la ra¬
zionalità di quella che si fa, che è, cioè, una creazione dello spirito. 1
concetti, le leggi, i principii contengono — 454 — minor numero di elementi
delle rappresentazioni, o contengono elementi non dati immediatamente nelle
rappresentazioni, ma ritrovati con l’analisi mentale in fondo ai fatti e agli
oggetti rappresentati, o infine contengono elementi, che sono condizioni date
nel¬ l’intelligenza dalla intelligibilità del reale, ma gli elementi dei
concetti, delle leggi, dei principii hanno la verità dell’universale, la
significazione di ciò che è essenziale, il valore assoluto di ciò che è
razionale. Ma la conoscenza scientifica, anche nei suoi gradi più alti, non
cerca che la esatta riproduzione del reale, nella sua forma più generale, nelle
leggi che lo governano, nella forma mentale che lo fa intelligi¬ bile. Il
rapporto della scienza alla realtà si vede da questo, che le costruzioni
scientifiche debbono essere verificabili. L’esperienza e i principii formano il
tessuto della conoscenza: vero è ciò che è conforme all’espe¬ rienza, e che sta
nelle forme fisse, invariabili della conoscenza, nei principii al sommo dei
quali è il principio di contraddizione. Se non che la conoscenza riduce in
frammenti la realtà per poterla conoscere, e per la stessa ragione la
ricostruisce a parte a parte. Le due funzioni del¬ l’analisi e della sintesi si
alternano nella conoscenza, la quale è una maniera di presentazione diversa da
quella della sensibilità e dell’ intuizione. La presen¬ tazione che è propria
della sensibilità prende forma dal tempo, dallo spazio, dal movimento ; ma
questo ordine, se è la condizione dell’esistenza, non è la con¬ dizione
dell’intelligibilità. Ancora, l’ordine della sen¬ sibilità, sebbene finito in
atto, è infinito in potenza; è un ordine aperto, e che può essere sempre
esteso, ma perfettamente omogeneo. D’altra parte la sensi¬ bilità è come muta
per l'intelligenza. Questa, cercando — 4SS — la conoscenza, e non più la
semplice rappresentazione delle cose, sovrappone all’analisi e alla sintesi
della sensibilità quelle del pensiero, alle forme della sen¬ sibilità le forme
del pensiero, le categorie, all’ordine di tempo e di spazio l’ordine logico, al
tempo e al movimento la causalità, alla coesistenza la sostanzia¬ lità e la
qualificazione, alle particolari intuizioni i concetti, i loro sistemi, i
sistemi dei sistemi, e aspira al sistema totale che ricomprende tutti i sistemi
par¬ ticolari. La conoscenza è come una presa di possesso della realtà da parte
del pensiero. Si sa che questa presa di possesso da parte della scienza non è
com¬ pleta, e che intorno alla sfera del noto si distende l’ignoto, e che il
compito della scienza è di ridurlo progressivamente finché può, senza riuscirvi
mai. La filosofia è lo stesso dominio della scienza e dell’espe¬ rienza,
elevato ad unità di ragione, cioè ad unità di principio e di legge. Essa è un’
integrazione mentale, che è quale è possibile che sia, data l’esperienza che le
serve di base. È un’ integrazione puramente razio¬ nale dell’esperienza e della
scienza. Sapere è anche prevedere, anzi taluni identificano le due cose, e
fanno del sapere scientifico la più alta maniera di previsione. Pure ci sono
scienze, alle quali pare estranea la previsione, le scienze descrittive, le
scienze del contemporaneo (p. es. le matematiche, e le scienze ideologiche). Ad
ogni modo le scienze del reale, del divenire, sono quelle nelle quali il sapere
è prevedere. La previsione è un aspetto importante della scienza del reale
perchè su di essa è fondato l’adattamento pratico proprio della specie umana,
tanto più esteso e più comprensivo dell’adattamento animale, e che ammette in
certi limiti una tecnica capace di perfezionamento indefinito. Ora se si bada —
456 — a questo, che la conoscenza del reale è sempre par¬ ziale e limitata, s’
intende come tale debba essere la previsione che vi si fonda. Di qui la
necessità psico¬ logica per ('uomo, che ha la visione dei limiti della
conoscenza, e per conseguenza anche della previsione, di estendere e di
integrare come può il suo mondo conoscitivo ; la qual cosa è l'opera della
credenza, che si aggiunge al sapere, e lo oltrepassa. La credenza accompagna
perciò sempre la cono¬ scenza ; nata con essa e da essa, è spinta sempre oltre
i limiti da essa raggiunti. Inoltre per quel che riguarda le leggi dell’operare
avente valore morale, l'uomo ha bisogno di pensare che esse abbiano un valore
assoluto, e di credere in questo valore. È dunque importante per lo studio
delle formazioni psichiche di vedere come si formi, intorno al sapere e di là
del sapere, il credere. Ci sono dei psicologi che sul bisogno di credere,
conseguenza della limitazione della previsione umana, e su questa limitazione,
hanno creduto di poter riporre il fonda¬ mento delle formazioni psichiche
superiori, come sono la moralità, la religione, l'arte. Noi proveremo che,
sebbene l’azione del bisogno pratico non si possa ne¬ gare, specie nella
formazione della morale e della religione, esso non è nè il solo nè l’essenziale.
Sopra¬ tutto non dà ragione della natura specifica dei prodotti, e che perciò
chi si limita ad indicare nella qualità del bisogno la ragione delle formazioni
psichiche che abbiamo indicate, si preclude la via a spiegarle. Ma vediamo
prima le specie, le ragioni della credenza. III. — La conoscenza basata sui due
fondamenti dell 'esperienza e della intelligibilità di quello che è
sperimentato, è il fondamento della credenza, cioè dell’atteggiamento della
mente rispetto alla verità. — 457 — Essa è propriamente l’atteggiamento
affermativo e rea¬ listico, che ha la sua ragione prima nel carattere og¬
gettivo del pensiero. Ma la credenza oltrepassa la conoscenza, così che noi
possiamo distinguere due specie di verità, le verità di conoscenza, le verità
di credenza; e queste ultime non sono credute dall’uomo con minore decisione,
anzi con decisione maggiore delle altre, fino a sagrificare la vita per rendere
ad esse testimonianza. Tali sono le verità religiose pel martire della fede, o
le verità filosofiche pel filosofo martire. La credenza consiste
nell’attribuire realtà o alla nostra esperienza, o alle nostre idee intorno
alla realtà, sebbene non confermate dall’esperienza. Il con¬ trario della
credenza è l’ incredulità, la persuasione che qualche cosa che è affermata non
è reale. E ci sono gradazioni, che sono mescolanze di credenza e d’ in¬
credulità; il probabile, il verisimile, il dubbioso. Ma la tendenza oggettiva e
realistica, che è propria del pensiero, fa che il dubbio sia uno stato d’
incertezza e di tormento, e la credenza sia invece uno stato di pace e di
riposo. Da principio non ci sono che sensazioni e perce¬ zioni, non ci è
propriamente nè credenza nè incredu lità; o almeno la credenza è uno stato di
innocenza, che il dubbio non ha ancora inquinato. È l’esperienza quello che
genera l’antagonismo di questi due stati di coscienza, è creduto quello che è
conforme all’espe¬ rienza, nella forma e nella proporzione nella quale questa
si è stabilita. Per essa il bambino crede alla realtà della madre o della
nutrice, ma crede anche al racconto della bambinaia che gli parla di regine e
di fate. Ma se la sua esperienza acquista una certa estensione, finisce per non
credere più. Oggetto di credenza è dunque ciò che corrisponde alla nostra — 458
— esperienza, oggetto d’incredulità è il contrario. Malo stato di credenza è il
primitivo, corrispondentemente alla tendenza oggettiva del pensiero, per cui
qualunque affermazione di realtà è comunicativa e contagiosa. L’incredulità è
invece il prodotto della lezione del¬ l'esperienza. I fanciulli sono creduli,
sono credule le persone del volgo, tutte quelle in generale, la cui esperienza
è limitata, e non è in grado di contrastare alla nativa oggettività dei nostri
pensieri, qualunque sia la loro origine. La lingua, sempre realistica nelle sue
affermazioni, ingagliardisce la credulità nativa e la completa, facendoci
pensare che esista tutto quello che ha un nome. Dunque col crescere
dell’esperienza diminuisce la credulità, sia perchè ciò che è affermato
contrasta alla nostra esperienza ordinaria, p. es. i nomi delle Espe¬ ridi, la
Befana; sia perchè contraddice all’esperienza logicamente concatenata ed
elevata a sistema come è l’esperienza scientifica. Cosi i racconti di Verne,
seb¬ bene elaborati secondo che porta l’esperienza scienti¬ fica, sono
incredibili perchè sono esagerazioni di quel- 1 esperienza. Un certo
concatenamento dell’esperienza ha luogo anche indipendentemente dalla scienza,
ed è la mancanza del controllo di questo sistema spontaneo dell’esperienza, che
mi fa credere alla realtà del sogno mentre sogno, e m impedisce di credere
appena son desto. Si dice provato ciò che è visto come un anello della catena
dell’esperienza, e si dice saputo ciò che è provato cosi. E si distingue ciò
che è saputo da ciò che è creduto, dando allora alla credenza un senso più
lato. L’opera dell’esperienza consiste dunque nello sceverare ciò che si deve
credere da ciò che non si deve credere ; ma poiché essa non porta mai a termine
questa scelta, lo stato abituale è che ci siano cose — 459 — credibili e cose
incredibili, e cose che sono in mezzo tra le prime e le seconde. La tendenza a
tutto credere, quasi illimitata a principio, si va restringendo a poco a poco ;
1 uomo diventa più realista oggettivamente, e soggettivamente più scettico, ma
siccome la sua esperienza è limitata e non può rigettare tutto ciò che non è
convalidato da essa nel non reale, così si genera rispetto a questa parte delle
sue idee la tendenza a credere. E la prima . ragione di credere è l 'autorità.
Chi potrebbe farne a meno, se l'esperienza individuale non abbraccia che una
piccolissima parte del sapere ? se i fatti che si svolgono sotto i nostri occhi
sono un piccolissimo frammento della serie indefinita ? L’ ipse dixit non è
solo di qualche scuola di filosofi, ma di ogni uomo; perchè nessuno può
abbracciare con la sua esperienza tutti i sistemi di verità scientifiche, o di
accadimenti storici. Quindi noi siamo indotti a ritenere per vero quello che è
affermato, posto che non sia in contrad¬ dizione con la nostra esperienza, e
che sia affermato da persone che non abbiamo ragione di sospettare di volute
falsificazioni, e che consideriamo come compe¬ tenti e come capaci di essere
bene informate. S in¬ tende che l’autorità che determina la credenza è di¬ versa
secondo il grado dell’esperienza raggiunto. Pel volgo è ogni persona che si sa
imporre con la parola, col gesto, con l’affermazione anche presun¬ tuosa di
competenza e di informazione. La voce del¬ l’assertore è confermata a misura
che raccoglie il consenso dei più, e perciò il Consensus gentìum è parso anche
argomento probativo di verità, come quello che è l’espressione di un’autorità
generalizzata, e inga¬ gliardita dalla sua stessa estensione. Una terza causa
della credenza sono gli umani bi- * — 460 — sogni, ed è forse la più estensiva,
perchè è capace di ispirare la credenza anche di là di ogni esperienza
possibile, e poiché questa non esercita alcun potere fuori delle cose finite, i
bisogni possono ispirare la credenza anche per l’infinito. Questa forma di
credenza è detta anche credenza pratica o sentimentale, o bi¬ sogno e volontà
di credere. Tutti hanno fede, special - mente se giovani, nel proprio avvenire;
le madri cre¬ dono nella capacità e nel successo dei figli, l'intrapren- ditore
nel successo della sua impresa, il generale nella vittoria, i popoli in guerra
nella loro prevalenza finale, nel loro destino, neil’adempimento della loro
missione storica, e guai se cosi non fosse. In un altro ordine io scienziato ha
fede nella fecondità e nella sicurezza del suo metodo, ovvero in certi
atteggiamenti della scienza, che sono più l’effetto dei suoi bisogni mentali
che della maniera di essere della realtà. Basti citarne due soli, il bisogno
delia semplicità, e il bisogno del sistema, il primo ispirava a Newton
l’aforisma, natura simplex est, et causis superfluis non luxuriat, e fu causa
del facile trionfo del sistema copernicano sul tolemaico anche prima che le
ulteriori scoperte non convalidas¬ sero direttamente 11 primo. Invece la realtà
non cor¬ risponde a questo bisogno mentale, perchè la natura realizza tanto il
semplice che il complesso,1 e ci dà esempio tanto di semplicità quanto di
complicazioni di cause. Il bisogno di sistema fu e sarà sempre l’au¬ tore
degl’innumerevoli poemi scientifici e filosofici che la storia del sapere umano
registra, e che lo fanno talvolta parere non dissimile dalla tela di Penelope.
Similmente è una credenza fondata sui bisogni quella > (È aforisma
scientifico « la natura non si preoccupa delle difficoltà analitiche »). — 461
— che regge la fede nei valori (filosofia dei valori), nella immortalità
individuale, nei miti, nei dommi, nella storia religiosa. Siccome delle tre
specie di credenza, quella di esperienza è limitatissima, non può stare che non
si cerchi di completarlo con le altre due, con la credenza di autorità e con
quella dei bisogni ; e spesso le due ultime fonti si collegano, e l’autorità dà
la sanzione alle creazioni dei bisogni, e i bisogni danno saldezza
all’autorità. Le religioni sono l’esempio migliore di questa alleanza, e la
rivelazione religiosa si appoggia sulla più alta autorità, e sui più vitali
bisogni dello spirito. . T CAPITOLO XIX. La Moralità La previsione delle
conseguenze dannose che pos¬ sono venire alla propria conservazione o a quella
della comunità, di cui l’individuo fa parte, dalle azioni dei singoli
componenti che siano rivolte al vantaggio indi¬ viduale, genera, secondo i
psicologi che attribuiscono alla pressione degli umani bisogni le formazioni
psichi¬ che di ordine superiore, quelle formazioni che sono il diritto e la
moralità. Il primo prende le azioni nella loro manifestazione, e le arresta con
la coercizione ; la se¬ conda le prende alle loro origini dalla volontà libera,
e cerca di sottoporre questa alla legge generale di con¬ servazione. Che
l’utilità sociale, principio di conserva¬ zione e di difesa anche dell’utilità
individuale, sia il fondamento della moralità anche dal punto di vista
psicologico, si vede dal fatto, che i precetti morali variano secondo che varia
l’utile sociale, p. es. presso le società primitive in istato di lotta contro
le società rivali, e anche tra le tribù barbare contemporanee, può essere
morale l’uccisione dei vecchi e dei fanciulli — 464 — mal formati o deboli, che
pare viceversa cosa immo¬ rale presso società che non stanno sotto la stessa
mi¬ naccia. Se invece pare che il precetto morale sia incondizionato,
categorico, ciò accade perchè è utile che sia così ; perchè è utile che il
comando morale non sia abbandonato alle dispute, alla ricerca delle ragioni. La
moralità è una formazione naturale, in gran parte incosapevole, e che sia così
pei fanciulli e pel volgo è evidentemente utile, perchè essi non potrebbero
ragionare a se stessi i motivi delle leggi delle loro azioni. E se per le
persone capaci di farlo la moralità conserva lo stesso carattere imperativo e
dommatico ciò accade perchè è utile che sia così ; difatti i fini di
conservazione sono conseguiti più sicu¬ ramente se sono sottratti alle
valutazioni utilitarie che potrebbero generare il dissenso ; così come è utile
che gli eserciti adempiano gli ordini dei loro duci senza discuterne le
ragioni, anzi senza nemmeno conoscerle. Se un precetto morale varia secondo
l’utilità sociale, è evidente che questa è la ragione ; difatti è precetto
morale dire la verità, ma la bugia pietosa ai medici è permessa, è lecitò
mentire per salvare un innocente, e nessuno reputa immorale in guerra di trarre
il ne¬ mico in inganno, o di applicare in guerra il precetto non ammazzare . È
utile che il precetto morale sia categorico anche perchè sia sottratto alla
valutazione della possibilità di successo ; se così non fosse molti atti morali
o non sarebbero compiuti, o sarebbero compiuti con mille esitazioni. Ma se al
precetto morale si toglie nella filo¬ sofia morale la base dell’utilità, si
rischia di farne qualche cosa di simile alla fune, con la quale il barone
Mùnechairen voleva discendere, dalla luna in terra. L’alleanza della religione
con la moralità si spiega, r i » — 465 — da parte della morale, con l’utilità di
dare al precetto morale l’autorità del comando divino, che ne consolida sempre
più il carattere assoluto. Che l’utilità sociale sia il fondamento della mora¬
lità è anche provato dal fatto che i suoi precetti si andarono progressivamente
estendendo alle comunità più larghe, e solo da ultimo aU’umanità. Anche oggi i
doveri verso le comunità che ci appartengono più da vicino sono superiori a
quelli verso le comunità più estese; e anticamente i doveri erano limitati
alla, società politica alla quale l’individuo apparteneva. 1 precetti morali
divennero man mano più estensivi per ragioni varie: il progresso del pensiero
che vede in tutti gli uomini la stessa natura; il monoteismo reli¬ gioso che
rende universale il precetto morale. Cosi nel Vangelo Gesù dice : « udiste che
bisogna amare p il prossimo, e odiare il nemico: ma io vi dico amate i vostri
nemici ». , È dunque la conservazione della comunità che e il fondamento della
moralità, da esso deriva il carat¬ tere incondizionato, e non viceversa. Non ci
occuperemo del problema morale, che non è il caso di risolvere in Psicologia,
ma della sola qui- stione psicologica. Perchè il diritto e la moralità si
potessero derivare dalla previsione posta in relazione coi bisogni,
bisognerebbe dare ad essi un’origine de¬ liberatamente consapevole, la qual
cosa contraddice all’altro punto fondamentale della teoria, che essi siano «
delle formazioni inconsapevoli fino al punto che il carattere incondizionato
del precetto morale o giuridico si possa mantenere contro qualunque dimostrazione.
Un altro difetto essenziale della teoria sta in ciò, eie esso identifica
diritto e morale con l’utile, la qual cosa non è vera. Perchè sebbene sia vero
che tutto ciò che « — Ma sci, Lezioni di Psicologia. — 466 — è legale e morale
è utile, non è vera la reciproca. I concetti dell'utile e del bene non
coincidono, ci sono molte utilità alle quali non si potrebbe attribuire ca¬
rattere morale. È utile che si eserciti il commercio, ma non potrebbe essere
ritenuto come dovere l’eser¬ citarlo. Inoltre non vi è equivalenza tra la bontà
morale e l’utilità delle azioni. Un errore può essere più dan¬ noso di un atto
immorale; e un atto immorale può riuscire utile, se nessuna sanzione nè
individuale nè sociale nè storica gli si opponga. Ci può essere con¬ fitto tra
l’utilità e la moralità (salvare la vita al nemico, il precetto diligite
inimicos veslros) : tra l’utilità e la purità del costume (il caso della
Virginia romana) ; tra l’utilità e la lealtà (il caso di Attilio Regolo). Posta
l’origine del dovere dall'utile, non pare psicologica¬ mente spiegabile la
subordinazione assoluta dell’utile al dovere, e la resistenza invitta nella
coscienza umana del secondo al primo. La genesi psicologica del dovere
dall’utile non dovrebbe produrre le più tragiche an¬ titesi tra i due, ma un
accordo durevole, o almeno la risoluzione dell’antitesi favorevole in
definitiva al prin¬ cipio generatore, e non la ribellione invitta di ciò che è
derivato contro quello da cui deriva. L’utilitarismo sociale non regge meglio
alla prova; perchè oltre ad essere un accessorio dell’utilità individuale nella
teoria psicologica che discutiamo, in quanto si cerca l’utile sociale come
mezzo dell’individuale, neppure esso coin¬ cide col bene. Cosi la grande
industria e gli eserciti permanenti possono essere utili, ma nessuno reputerà
più morali i popoli che hanno più officine e più can¬ noni. Viceversa quale è
l’utilità sociale del culto dei morti, e del rispetto dei vecchi in paragone
dei fatti testé enunciati ? Se un uomo muore per salvare la vita a un bambino,
la società non ci guadagna, e se il — 467 — soldato si fa uccidere per
conservare un posto che la sua morte dà in possesso del nemico, la società ci
perde. La beneficenza non sempre è utile alla società, perchè pone a suo carico
un gran numero d’incapaci. Il sacrifizio non compensato è considerato come il
massimo grado della perfezione morale, ed esso, quando è definitivo, es. il
sacrifizio della vita, è la più decisa smentita dell’origine del dovere
dall’utile. Invece è assai più semplice di dedurre diritto e moralità dalla
razionalità, cioè dalla necessaria uni¬ versalità delle leggi di condotta, e
dal carattere impe¬ rativo che hanno necessariamente i precetti della volontà
razionale sugl’ impulsi di qualunque natura. Il diritto è la regola universale
e necessaria della cooperazione sociale, della coesistenza della libertà : la
coercizione è un carattere che non può mancare, se il bisogno lo ^ esige, ma
che non è essenziale, come quello di essere la regola della cooperazione
sociale. Dove 1' utilità spinge all’azione, il dovere non ha ragione di
imporla; e perciò anche nella sfera del diritto l' utile e il bene non sono
termini equivalenti e permutabili. Simil¬ mente la ragione della moralità nello
spirito umano è l’universalità della ragione come legislatrice della condotta ;
questa soltanto può giustificare il precetto evangelico. « Ego autem dico vobis
: diligite inimicos vestros». É il valore assoluto attribuito all’umana
personalità, che è fondamento così del divieto come del comando morale nelle
azioni che la riguardano ; tutto ciò che la danneggia è vietato, tutto ciò che
la promuove e la giova cosi dal punto di vista fisico che dal punto di vista
morale è comandato. Opera secondo una legge, che può aver valore universale,
opera in guisa che la persona morale, così in te stesso, come in altri valga
per te come fine, e non come mezzo. — 468 — Se la morale fosse, nella sua
origine psicologica, un travestimento dell’egoismo, essa sarebbe caduca, e il
suo sviluppo non porterebbe alle categorie stabili della morale comune, ma all’
inversione dei valori morali, al di là del bene e del male, cioè alla morale
del superuomo. La morale comune è la morale degli schiavi, la morale della
plebe. Il superuomo non conosce che la volontà di vivere elevata a volontà di
potenza, e quello che maggiormente gli ripugna è il sacrifizio. La morale o è
la disciplina della vita, la morte dell’egoismo, o non è nulla; essa è nata
nello spirito umano per questa possibilità che esso ha di elevarsi al disopra
dell’egoismo, e nessun artificio psicologico può compiere il miracolo di
identificarla con esso. ? CAPITOLO XX La Religione Mentre la moralità è
l’effetto psicologico delle con¬ seguenze della previsione relativamente alle
azioni, è % cioè una credenza nata dai bisogni che è destinata a soddisfare, la
religione è una formazione psicologica nata da bisogni che la previsione non
può soddisfare, o perchè è impossibile, o perchè nei limiti della possibilità
sarebbe in contraddizione con la soddisfa¬ zione dei bisogni. La paura e il
bisogno sono i suoi fondamenti ; una tale teoria non è nuova, ed è anti¬
chissimo l’adagio, che primos in orbe Deos fecit timor. Ma la teoria
positivista ha il torto di dare un valore eterno a quello che può avere avuto
una qualche verità nelle epoche primitive, e che può averla ancora o negli
strati inferiori della società, o per legge di atavismo anche nelle coscenze
colte, sebbene transito¬ riamente. Questi psicologi insistono sul fatto che le
chiese si riempiono durante le guerre, o durante le epidemie; che nell'
infuriare della battaglia, in una grave e penosa malattia, sul vascello che
affonda, la supplice preghiera sfugge anche dalle labbra dì solito — 470 — mute
per essa. Ma anche fuori di queste contingenze siccome la conoscenza può
spostare il limite, ma non lo può sopprimere, il bisogno e l’impotenza della
pre¬ visione sono di continuo i creatori della religione. Nè valgono contro di
essa le smentite dell’esperienza; tutte le contingenze fortunate sono
attribuite al favore divino tutte le contrarie ai castighi; e l’idea del di là
riesce a far considerare tutta la vita come una prova, e a tollerarla come
tale. Il mondo divino è modellato sull’umano, ed è quale il progresso delle
conoscenze permette che sia. Perciò le forme primitive della religione sono le
natu- ralistiche-animistiche e le politeistiche, e tra queste le più perfette
ci presentano una gerarchia divina come l’Olimpo greco. Ma quando l’idea morale
diventa pre¬ ponderante nella vita, diventa tale anche nella religione, e
allora, poiché la morale è una, il politeismo si avvia al monoteismo. Finché le
religioni sono nazionali, tendono a sopraffarsi ; gli dei del popolo vincitore
scacciano quelli del popolo vinto; il monoteismo ri¬ media anche alle antitesi
morali del politeismo. Inoltre come si forma l’ idea di un ordine del mondo, il
monoteismo, come la credenza più adattabile con essa, sostituisce il
politeismo, e colloca il suo Dio al di là di questo ordine di cui lo fa Autore.
Con lo stabilirsi dell’idea dell’ordine del mondo, vien limitata la cre¬ denza
ai prodigii ; il potere di far prodigii è riserbato a pochi privilegiati, e gli
stessi sacerdoti lo perdono, non conservando che il privilegiò dei miracoli
spiri¬ tuali, che sono i sacramenti. Progressivamente l’idea di Dio si
allontana sempre più dalla forma antropo¬ morfa, per accostarsi alla
rappresentazione filosofica. Dio è il principio dell’esistenza e dell’ordine di
tutte le cose, e però l’accettazione di questo ordine è l’espres- — 47i — sione
più alta della religiosità. Ma anche in questo grado di elevazione della
coscienza religiosa ci. sono differenze profonde; ci sono concezioni utilitarie
che sembrano ricadute ; elevazioni speculative, che trasfor¬ mano la religione
in filosofia. Cosi Lutero ricorda energicamente al suo Dio, che egli deve
guarire Me- . lantone, se vuole che si continui ad aver fède in lui. E Spinoza
identifica il suo Dio con l’ordine del mondo, e l'abbandono in Dio, V amor Dei
intellectualis è il correlato emotivo del concipere sub specie aeterni. Onde è
stato detto che il Dio di Lutero sta a quello di Spinoza, come il cane
terrestre che abbaia, sta alla costellazione celeste, alla quale si dà questo
nome. La religione ha anche carattere conservativo ; le ragioni psicologiche di
questo carattere sono parecchie. La prima ed esenziale è che essa dà alla sua
verità il carattere di verità eterna, ed è restia a distaccarsi dalle verità
scientifiche che adotta, anche quando queste sono ripudiate dalla scienza
progredita. Si sa quanto sia stato diffìcile alla Chiesa di sbarazzarsi della
ipotesi geocentrica, e con che ardore essa combatta anche ora la teoria
dell’evoluzione. Una seconda ragione del carattere conservativo della religione
è politico¬ sociale. Essa è stata difatti non solo conservativa pel potere e
pei privilegi delle classi sacerdotali, ma anche per quello delle diverse
classi sociali, dando a questi poteri e a questi privilegi la sanzione divina.
L’al¬ leanza tra il trono e l’altare aveva questa ragione. La grande importanza
pratica della religione reagisce su quella dei suoi rappresentanti, e dà loro
una impor¬ tanza sociale, che anche ora è ben lontana dall essere cancellata.
Un’altra ragione del carattere conservativo della religione, è che essa dà una
certa pace alle anime, e le rende paghe dalla loro sorte. Compensando — 472 — i
dolori del di qua con le speranze del di là, li rende più sopportabili.
Insegnando il disprezzo dei beni ter¬ restri pei celesti, rende più tollerabile
la mancanza dei primi, e ne ostacola le rivendicazioni. La teoria psicologica,
che abbiamo esposta intorno alla religione, ha il grave torto di prendere i
suoi motivi e le sue ragioni dalle manifestazioni più basse del sentimento
religioso, e di disconoscere che l’essenza della religiosità va ricercata a
preferenza nelle forme superiori, perchè quello che è eliminato dalle forme
superiori non può essere l’essenza, bensì soltanto quello che è conservato in
esse, e che si conserva non ostante i progressi della cultura e della
conoscenza. Per la teoria in esame, l’essenza della religiosità va ricercata
nello spirito dei popoli allo stato di natura, o in quello delle classi
inferiori, che poco si discostano da essi, non in quello dei fondatori delle
religioni, dei grandi spiriti religiosi. Conformemente, dei due sentimenti che
sono alla base della religiosità, il timore, l’amore, non è ammesso che il
primo, mentre nelle forme superiori della religiosità, e negli spiriti più alti
da essa ispirati, è il secondo che primeggia, e trasforma il primo, cioè il
timore, in venerazione. Il secondo errore è di spiegare il passaggio dal
politeismo al monoteismo con cause psicologiche di natura affettiva, di
conflitto tra le divinità dei diversi popoli, quando esso è nell’essenza stessa
della reli¬ gione, di essere cioè una interpretazione dell’ordine e
dell'essenza della realtà, una specie di filosofia po¬ polare accessibile a
tutti, e adatta a ricevere un conte¬ nuto spirituale, sentimentale, teoretico,
morale diverso secondo il diverso grado di coscienza e di cultura, dalla più
umile alla più alta. Un terzo errore, e non meno grave, è di conside- 1 — 473 —
rare lo spirito conservatore delle religioni come essen¬ ziale ad esse. Ci è
del vero nel rilievo della tendenza conservatrice delle religioni, ed è in
particolar modo vero, che quello che si fonda su un’autorità eterna, resiste
più tenacemente alle mutazioni. Ma non si deve confondere lo spirito
conservativo in determinati periodi storici, e quindi il loro carattere
contingente con la ten¬ denza perenne della religiosità. Perchè la storia delle
religioni mostra che esse non sono state piuttosto con¬ servatrici che
innovatrici. Il giudaismo profetico rap¬ presenta una vera rivoluzione
religiosa nella storia del giudaismo, o il Cristianesimo rappresenta la mag¬
giore rivoluzione nella storia dell’umanità. La storia , così tormentata del
Cristianesimo, la stessa riforma ^ francescana, e da ultimo gli scismi, e a
capo la Riforma protestante, attestano che i periodi di profonda reli¬ giosità
sono anche periodi di profonde mutazioni dello spirito religioso, che accoglie
e sente tutte le inno¬ vazioni della cultura e della vita dei popoli prese nel
più largo significato. E si può sicuramente affermare che non ci è religione di
popoli civili, prime fra tutte le religioni indiana, la grecolatina, il
parsismo, che non presentino delle profonde mutazioni nell atteggiamento dello
spirito umano rispetto ai problemi dei destini dello spirito nella vita della
realtà universale. Ma quello che più colpisce in questa teoria sem¬ plicista, o
di piccoli espedienti, per spiegare l’origine psicologica della religiosità, è
che è disconosciuto il < suo carattere essenziale, di essere un’
interpretazione spiritualistica del mondo, data in forma realistica da tutte le
potenze dello spirito, ragione, fantasia, senti¬ mento, volontà. Quello che è
stato detto con verità parziale della filosofia, che essa, come prodotto dello
spirito umano non può essere che idealistica, è vero 4 — 474 — a maggior
ragione della religione. Perchè essa, come risposta data, non dalla ragione
soltanto, ma da tutte le potenze dello spirito cospiranti a dare una risposta
al problema del posto e dei destini dello spirito nel¬ l’ordine della realtà
universale, non può essere che spiritualistica, non può che affermare il suo
primato sulla natura, e la conservazione dei suoi valori, specie dei morali,
nell’ infinito. Può la filosofia, che vuol essere una spiegazione puramente
razionale della realtà, essere anche materialistica, la religione non può,
perchè essa non è il prodotto della ragione soltanto, ma di tutte le potenze
dello spirito, e l’affermazione che essa è, attinge le sue ragioni dal
sentimento, e dalle affer¬ mazioni della volontà morale. La religione è dunque,
nella sua essenza psicologica, una interpretazione spi¬ ritualistica della realtà,
data dallo spirito umano, nella forma imaginativa, e insieme realistica e
storica che le è propria, e che la distingue dalla filosofia. E la prova
migliore e più convincente sta in ciò, che quando l’esperienza l'arresta nei
suoi voli, e pare che ne smen¬ tisca le istorie divine, essa si rifugia
dall'esperienza in un mondo trascendente, che considera come verità e vita,
considerando come transitoria ed efimera la vita presente. E se di questa
imaginazione trascendente non si sente capace, allora estende il pessimismo che
colpisce soltanto il mondo di qua, alla realtà univer¬ sale; eia rinunzia
all'esistenza, il Nirvana buddistico è la soluzione negativa, nella quale è
come il rimpianto della fede perduta nella vittoria finale dello spirito sulla
materia. L’aspirazione dello spirito è verso la duplice libe¬ razione che la
religione vagheggia, dalla servitù della natura e dalla servitù della colpa. E
questa duplice liberazione è creduta in virtù della concezione spirituali- —
475 — stica del mondo che essa è per la sua essenza e ragione. La conservazione
dei valori non è che una conseguenza, e non si potrebbe fare di essa il motivo
fondamentale della religione. L’esperienza prova alla coscienza umana che essa
è un’esistenza efimera ; la religione è una ribel¬ lione alla prova
dell’esperienza, è l’affermazione della trascendenza dello spirito, che prende
la forma supe- # riore nel monoteismo. Non potendo affermare la sua
trascendenza; la vagheggia e l’adora nell idea di Dio. Ma la rappresentazione
realistica è essenziale per la reli¬ gione, e perciò se il Dio di Lutero pare
inferiore al Dio di Spinoza, ciò dipende dal confondere cose di¬ verse: il Dio
di Spinoza segna il passaggio della reli¬ gione alla filosofia. P ì 1 tì «
CAPITOLO XXI. L’arte * I. — La previsione delle possibili conseguenze dannose
delle azioni umane genera la moralità con la credenza nel valore assoluto dei
suoi imperativi ; l’ impossibilità della previsione circa i destini umani nell’
infinito genera la religione, con la credenza nel reggimento divino del mondo e
nell' immortalità indi¬ viduale. Resta una terza possibilità. Poiché
l’esperienza ci mostra che ogni nostro accorgimento, per quanto sottile, non è
mezzo sicuro per la nostra conservazione, poiché i presidii più fermi invocati
si mostrano vacil¬ lanti, incerta la moralità umana nei maggiori cimenti,
inquinate le religioni dagl’interessi terreni, e non scevre da dubbii
angosciosi, non resta che un ultimo rifugio, quello della pura contemplazione
dello spet¬ tacolo della realtà naturale ed umana, e del compia¬ cimento che da
essà dériva. Il bisogno crea l’ inquie¬ tezza, per vincerla sicuramente non ci
è altra via che rendersi superiore al bisogno. Il piacere estetico è es¬
senzialmente disinteressato, è piacere non accompagnato — 478 — dal desiderio.
L’opera d’arte ci piace per quello che essa è in se stessa, nel suo isolamento,
sciolta da ogni relazione ad un sistema maggiore di cause e di effetti, e che è
proprio degli oggetti dell’intelligenza; sciolta da ogni finalità di soddisfazione
dei bisogni, da ogni finalità che non sia essa stessa. Quello che chiediamo
all’opera d’arte è che essa ci piaccia senza essere ec¬ citatrice del desiderio
del possesso, senza gelosia verso altri, senza esclusivismi. Questo carattere
dell’opera d’arte si riscontra sem¬ pre, qualunque sia l’origine dell’arte. E
le origini sue possono essere varie. P. es. il giuoco può generare delle forme
d arte, ed esso stesso qualche cosa, che ha con l’arte delle analogie ; e da
ciò è derivato che molti esteti hanno visto nel giuoco l’origine prima
dell’arte, e in questa forma superiore di giuoco. Ora si sa che il giuoco,
specialmente nell'animale, nonè altra cosa che un’esercitazione connessa coi
suoi istinti, e derivante da un eccesso di forza, che si espande senza utilità
; qualche cosa che è come in mezzo tra la vita e l’arte, e si può considerare
come una prima forma di arte. Questa origine dell'arte dalla vita, e questo
elevarsi sulle necessità della vita, che è la caratteristica del¬ l’arte, si
vede anche in altre forme primitive di arte, nelle quali quello che era prima
cercato per un fine vitale, è separato da questo fine, per diventare oggetto di
contemplazione estetica. Cosi i colori vivaci, le acconciature destinate da
prima a piacere o ad atter¬ rire, i suoni alti e stridenti sono caratteristici
dell’arte barbarica, come le manifestazioni rappresentative delle energie in
eccesse e incomposte, i canti, le danze, le marce, che originate dai bisogni di
vita, diventano poi oggetto di arte, quando vengono ad essere ripro¬ dotte e
vagheggiate per loro stesse. Anzi taluni eie- — 479 — menti di manifestazioni
di origine vitale, p. es. il ritmo e la simmetria che sono i meno utili a scopo
conservativo, sono assunti a preferenza come elementi essenziali dell’opera d'arte.
La danza ritmica accom¬ pagnata dal canto è la prima forma di arte per l’uomo
che è ancora nello stato di barbarie. Si sa anche che le prime manifestazioni
estetiche £ono connesse con la religione fin dagl’ inizii, in tutte le sue
forme, e in tutti i suoi sviluppi. Si sa anche l’importanza essen¬ ziale che la
religione ha come forma di vita; e l1 in- > tima sua alleanza con l’arte ha
fatto pensare a una filiazione dell’arte dalla religione. Ma sebbene questo non
sia vero nel senso che la religione sia stata la fonte esclusiva dell’arte, è
vero però nel senso che sia stata una delle fonti più copiose. L'Arte ha rap¬
presentato fin da principio gl’ iddìi e i tempii, sia che primitivamente le
erme divine fossero considerate come oggetti di propiziazione e di culto, (la
qual cosa è vera anche oggi pel volgo), sia che fossero considerate come
semplici omaggi alla divinità. Ad ogni modo l’Arte sacra è forse la parte più
cospicua della storia dell’arte in ogni tempo, e sebbene il sentimento reli¬
gioso, nella sua forma mìstica , ripugni all'arte, e il progresso della cultura
faccia dell’Arte sacra soltanto un ramo della creazione artistica, pure non è
dubbio, che anche questo ramo importantissimo dell’arte con¬ fermi che la
creazione estetica deriva dalla , vita come balsamo per il desiderio, e quindi
pei dolori della vita. v Se noi consideriamo le opere d’arte sotto il triplice
aspetto del soggetto, della forma, e del carattere per¬ sonale dell’artista,
troviamo che in ognuno di essi deve essere adempito il fine supremo dell’Arte,
che è quello della pura contemplazione, e del godimento — 480 — che ne deriva.
Uno stesso soggetto può essere rap¬ presentato in forma varia, e può essere
rappresentato nella stessa forma, ma distinguersi pel carattere per¬ sonale dell’artista.
Le Madonne create dall’arte sono una vera popolazione femminile, ma le Madonne
di Raffaello non sono quelle del Dolci, o del Murillo. E quelle stesse di
Raffaello si distinguono l’una dall’altra, sebbene portino tutte il segno
dell’artista. La Cena ad. es. può essere diversamente rappresentata. I se¬
guaci di Gesù possono ricordare i pescatori, o i di¬ scepoli, o gli apostoli ;
e aggrupparli diversamente, o dare ai singoli discepoli un rilievo diverso, o
dare un diverso carattere alla figura del Maestro, più umano più divino.
Pietro, Giovanni, Tommaso, Giuda possono essere riprodotti con espressioni
diverse rivelatrici del loro carattere storico o leggendario. L’ impronta per¬
sonale distinguerà le rappresentazioni artistiche dello stesso soggetto, anche
se la forma è la stessa; e la distinzione sarà tanto più marcata, quanto
maggiore è la personalità dell'artista. Distinguiamo un Perugino, un Raffaello,
un Correggio, un Guido Reni, e simil¬ mente un Donatello da un Michelangelo,
come distin¬ guiamo un Fidia, un Apelle, un Benvenuto Cellini, tanto per la
tecnica quanto per l’ idealità specifica che vi riconosciamo. L’impronta
michelangiolesca è delle più spiccate, es. le statue della cappella dei
Principi in S. Lorenzo. Ma sotto tutti e tre questi aspetti l’opera d’arte deve
realizzare il suo fine essenziale, di eccitare il sentimento senza eccitare il
desiderio. Il soggetto deve interessare, questo è P importante, pur restando la
libertà di scelta larghissima, deve eccitare la facoltà emotiva, l’attività
fantastica alle sue sintesi rappresen¬ tative, deve attrarci per una
eccitazione di attività con¬ geniale, simpatizzante con lo stato d’animo
dell’artista. — 481 — Per raggiungere il fine supremo dell’Arte, cioè il
piacere puramente contemplativo senza desiderio, si sceglie o ciò che non ha
nessuna relazione coi fini di conservazione, come accade nella musica, o si
corregge nell'imitazione e con l' imitazione la materia artistica, che con
quella conservazione, e quindi con le appetì- f zioni corrispondenti, ha
relazione. Un tappeto dipinto, e cosi una statua in marmo o in bronzo hanno con
la cosa rappresentata quella maggior somiglianza che è richiesta dalla
contemplazione, e ad essa si arrestano. Se la statua fosse dipinta in modo da
riprodurre il corpo umano con la doppia fedeltà del rilievo e del colore,
l'effetto estetico verrebbe a mancare. Simil- ^ J mente nella pittura ci è il
colore, ma il rilievo non è quello della statua. Il ritratto, il busto
scolpito, il dramma, debbono essere separati dalla realtà della cornice, dal
sostegno, dalla scena ; la rappresentazione - estetica è isolante, perchè
assuma il più potente rilievo. Che il quadro usurpi sulla cornice, che gli
attori par¬ lino con gli spettatori, può essere una bizzarria, ma certo,
l’efFetto estetico non è accresciuto. L'imitazione deve essere quella che è
necessaria a porre in rilievo le qualità essenziali, che giovano alla
rappresentazione che si ha in vista, e può anche esagerarle. Una statua non
deve essere, nella chiesa gotica, quello stesso che è nella chiesa romana, non
è in una sala quello stesso che è in un giardino, o in un monumento ; essa deve
essere intonata all’ambiente, e però deve modificare l’imitazione se^ndo che
questo richiede. 11 leone sim¬ bolico dell’artista non deve essere il leone del
circo. La natura crea cose indifferenti, l’arte presenta queste stesse cose
adattandole ai bisogni ideali dell’anima. 11 maggiore allontanamento dell'arte
dall’ imitazione si verifica nella musica, nella quale p. es. l'imitazione 31 —
Masci, Lezioni di Psicologia. — 482 — del canto degli uccelli, o dello
scalpitio dei cavalli può essere un accidente più o meno ben fatto, ma non ha
un valore estetico universale. Quello che vale è invece la melodia o l'armonia
complessa, indipen¬ dente da ogni imitazione, l’accordo, la frase o il ritmo
musicale, e il loro insieme, come manifestazione del sentimento. La musica
raggiunge perciò il massimo grado d’ indifferenza dell’opera d’arte alle
appetizioni e alle soddisfazioni dei bisogni vitali. Il doppio aspetto,
obbligato e libero, dell’opera d’arte, la necessità che fa che la verità debba
essere rispettata, e l’altra che fa che essa debba essere idea¬ lizzata, è la
difficoltà maggiore dell’arte. Bisogna che la forma artistica non contrasti
alla verità, e non dia con ciò l’ impressione di un disaccordo ; non si deb¬
bono imporre alla materia forme contrarie alla sua natura, ma solo sottrarla
alla impressione della sua finalità immediata, che è la soddisfazione di un
bisogno. L’architettura è l’arte che ha scopi più utilitarii, ma come arte è,
come tutta l’arte ornamentale, della mu¬ sica fissata. Di questo allontanamento
dal valore utili¬ tario ci sono gradi diversi, possibilità varie. L’azzurro del
mare tranquillo, e il verde dei campi sono emozioni estetiche più vicine alle
utilità della vita, che non siano il mare in tempesta, l’orrido delle brulle
monta¬ gne, o la maestà delle loro creste nevose, il brivido degli abissi,
l’impeto del torrente che straripa ed ab¬ batte. Pure queste ultime visioni ci
danno emozioni estetiche più intense perse stesse, e indipendentemente dalla
sicurezza egoistica espressa dai versi lucreziani : «Suave mari magno
turbantibus aequora ventis . . . ». La stessa ragione opera nella imagini di
guerra e di stragi narrate nelle epopee. Il piacere che ci dà il viaggiare in
terre straniere attinge la sua forza dalla contemplazione disinteressata. In
questi casi ogni col- legamento con le nostre speranze o i nostri timori è
spezzato, ed è la pura contemplazione quella che ci prende e ci conquide. In
conclusione, la bellezza artistica, e il godimento che se ne ha, sono degli
adattamenti superiori e più perfetti, a cui l’anima si eleva, ma che si
riattaccano per fili invisibili, agli adattamenti primitivi di natura
utilitaria ed appetitiva. Sono adattamenti al godimento della forma pura, e
suppongono un grande progresso sugli adattamenti primitivi. II. — Ho voluto
riprodurre nei particolari più mi¬ nuti questa teoria perchè si veda come sia
facile ser¬ virsi di una dottrina vera, ed universalmente accolta in estetica,
per metterla al servizio di una ipotesi circa le origini dell’Arte, che è
radicalmente falsa. L’Arte è pura contemplazione, questo è il vero, la pura
con¬ templazione è un rifugio, una consolazione, ohe l’uomo si crea, quando tutte
le forme di credenza si sono mostrate inutili a consolarci del male radicale
dell’esi¬ stenza. É la tesi pessimistica in forma positivista ; l’Arte, diceva
Schopenhauer, non è un mezzo di libe¬ razione dell’esistenza, ma una
consolazione per restarvi, è l’ultimo inganno della volontà di vivere. Se non
che, mentre nella concezione pessimistica il fondamento dell’Arte è riposto
nella volontà di vivere, che è il principio suprqpio di ogni esistenza, nella
contraffazione positivista, essa sorge non dalla natura dello spirito umano,
dal giuoco nativo delle sue potenze, ma come un rimedio vano al fallimento
della moralità e della religione, agl'inganni della credenza. Come se una
facoltà speciale, nuova, non posseduta, non avente radice nella natura dello spirito,
si potesse formare per una disillusione. E come se, nel caso che la fa- — 484 —
colta artistica' avesse radice nella natura dello spirito umano, non questa
natura, ma la disillusione potesse essere assegnata come fondamento, come
origine della facoltà. Questa teoria positivista è quello che ci è di meno
positivo, e di più arbitrario in fatto di teorie genetiche delle funzioni dello
spirito umano. Secondo questa teoria, la funzione artistica dovrebbe essere
ultima, e quasi in antagonismo con la morale e con la religione ; mentre il
vero è appunto il contrario. La facoltà estetica si ritrova alle origini, è
coeva dei primi sviluppi della vita dello spirito, ed attinge dalla morale e
dalla reli¬ gione le sue prime, e le più potenti e durevoli ispi¬ razioni. Si
sa anzi che il sentimento (estetico) della natura, è forse il prodotto ultimo
dello sviluppo della facoltà estetica, come è provato dal fatto che esso è più
proprio dell’arte moderna che dall’antica. Ed è naturale che sia così. Perchè
se l’Arte è homo naturae addiius , la prima forma di arte deve essere quella
che celebra la natura umana, e l’ultima quella che irradia nella natura
esteriore la vita dello spirito. L’uomo è artista, perchè è pensiero e
fantasia; e perchè queste due attività sono uno nel loro principio,
l’individualità massima che è nello spirito più co¬ sciente, ed uno nel loro
oggetto, la forma come espres sione adeguata dell’ idea. Non è la disillusione
che fa cercare rifugio nella pura contemplazione, ma la crea¬ zione della forma
sempre più perfetta, sempre più tipica, che incatena la contemplazione, ed è il
carattere tipico della forma, che la isola da tutte le ragioni così logiche che
utilitarie. Il fantasma estetico ha valore per sè, come espressione perfetta, o
in cui s’ intravede una maniera di perfezione. E poiché esso è il prodotto
della fantasia, e la fantasia è contemplativa, è naturale — 4«S — che la
creazione e la contemplazione si unifichino, e il godimento estetico sia quello
della pura contempla¬ zione. Ciascuna funzione gode del suo esercizio, e dire
che il godimento estetico non è quello dei sensi si¬ gnifica che non è quello
che non può essere ; cioè il godimento derivante dall’esercizio di. una
funzione di¬ versa. E poiché la gerarchia delle funzioni è gerarchia di valori,
e il valore estetico ha natura di valore as¬ soluto, è naturale che il ritorno
ai valori di utilità, e ^ specie a quelli della sensualità apparisca come una
contaminazione degradante della funzione estetica. Finalmente bisogna notare,
che l’antitesi tra il ve¬ rismo e l’ idealismo in arte non dipende dalla
ragione che la contemplazione estetica vuol essere libera da v fini utilitarii,
o di desiderio. Il verismo crudo non è artistico perchè la creazione estetica
ha come essenziale il momento idealistico, cioè la forma come rivelazione
dell’idea. Per questo, e per questo soltanto l’Arte non è pura imitazione della
natura ; se non fosse che imi¬ tazione, sarebbe inutile, perchè sarebbe sempre
supe¬ rata dalla natura. Se la forma deve essere espressione dell’idea, se il
fantasma artistico è l' idea nella forma, quella forma è più artistica, che è
rivelazione più perfetta dell’idea. Quindi il valore della caratteristica, che
è tanto nel leone simbolico del monumento in pa¬ ragone del leone del- circo,
quanto nelle vergini di Raffaello in paragone delle donne reali. Non è per non
eccitare il desiderio, e per mantenere indisturbata la contemplazione, che il
crudo verismo è falso in arte ; ma perchè non è caratteristico e non è
significativo. Tanto vero che se il pensiero che si vuol esprimere è l’orgia
del senso, le caratteristiche dovrebbero essere tolte nell’espressione estetica
da quello in cui essa più si appaga, e la perfezione dell'espressione
dipenderebbe — 486 — dalla scelta sapiente delle caratteristiche più adatte.
Soltanto, e questo è l’importante, anche in questo caso, l’interesse
dell’espressione soverchierebbe in tal modo il desiderio del possesso, che
questo finirebbe per essere vinto dall’interesse estetico della pura con¬
templazione. Dunque nè la Moralità, nè la Religione, nè l’Arte sono creazioni
della credenza fondata sui bisogni ; sono funzioni essenziali dello spirito
umano : causare seguitar esse. E è sommamente singolare il fatto, che, nel
travestimento positivista, quella di queste funzioni che è la più remota dai
bisogni, e appunto l’essere remota dai bisogni, sia presa come manifestazione
di bisogni, e sia dato all'Arte una funzione di utilità, cavandola dalla sua
radicale negazione di ogni maniera di utili¬ tarismo. La Psicologia è scienza di
fatti, e male si presta ad essere falsificata dalle teorie. Nome compiuto: Filippo
Masci. Masci. Keywords: implicatura, critica della critica, criticismo,
neo-criticismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Masci” – The Swimming-Pool
Library.
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