GRICE ITALO A-Z M MANZ
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Manzoni – l’implicature dei Promessi sposi – “How
CLEVER English is!” – filosofia italiana – Luigi Speranza -- (Roma). Filosofo italiano. Un po' di discussione
teorica e di esposizione STORICA DELLA QUESTIONE DELLA LINGUA. Nel
riascìacquare, secondo egli dice, i suoi cenci in Arno, M. non cede a un
impulso meramente istintivo, né si limita a un semplice lavorìo pratico,
circoscritto a quel suo libro o tutt' al più al suo proprio stile. Com'è naturale
in chi a un finissimo senso d’arte congiunge una profonda coltura e un tenace
intelletto speculativo; conformemente altresì alla tradizionale abitudine dei
letterati italiani di meditare e disputare sullo strumento stesso dell'arte
loro -- pur in Milano ciò s'è fatto allora allora con grande strepito per opera
d'un suo prediletto maestro, e nel secolo antecedente dissert sullo stile il
suo avo materno Beccaria! --; egli venne insieme maturando una vera dottrina
sulla LINGUA ITALIANA, o, meglio, riformando quella che abbozza durante il
primo getto del romanzo. A propugnarla pubblicamente gli da occasione il vocabolario
domestico o prontuario del piemontese Carena, recatosi più volte in Toscana a
farvi raccolta delle voci e maniere indicanti cose ed atti materiali. M. in
fondo teme che il dotto accademico, col restringersi a codesta specie di
nomenclatura, ribadisse l’opinion comune che per essa soltanto giovi ricorrere
alla Toscana; e gli da noia che col mettere insieme voci d'ogni parte di
questa, offrendo quasi un'antologia di toscanesimi, ei rendesse minore il
servigio che pur voleva prestare all'UNIFICAZIONE DELLA LINGUA ITALIANA.
Inculcandogli di attenersi ai soli termini fiorentini, mostra come una vera LINGUA
ITALIANA, una LINGUA ITALIANA che non si trovi nello stato di quelle che si
chiaman morte, debba avere una quantità di vocaboli corrispondente alle cose
nominate da una società in vera e piena comunione della LINGUA ITALIANA; come LA
LINGUA ITALIANA così detta italiana, malgrado la comunanza di moltissime voci a
tutta Italia, non ha in comune tutti i vocaboli necessarii – cf. H. P. Grice: “How
CLEVER language is!” -- , non sodisfacendo così alle condizioni d'una LINGUA
ITALIANA intera; come invece vi sodisfaccia pienamente per ciascuna città il DIALETTO
ITALIANO locale; come dunque il solo mezzo di avere in tutta la nazione una LINGUA
ITALIANA unica e intera sia d’appropriarsi un unico dialetto, poiché tra LINGUA
ITALIANA e DIALETTO ITALIANO non v' è alcuna intrinseca differenza; come da
secoli i colti italiani si siano appropriato in gran parte il DIALETTO TOSCANO,
o più precisamente il DIALETTO FIORENTINO, il qual fatto è riconosciuto da
molti, e in un certo senso da queUi stessi che si sono sforzati a negarlo; come
infine a Firenze bisogni ricorrere, perchè quivi soltanto si trova unito a ciò
che è comune a tutta Italia, non esclusa Firenze che non è fuori d'Italia, ciò
che essendo proprio della sola Firenze può con l'estendersi a tutta la penisola
dare il naturale complemento alla incompleta LINGUA ITALIANA che possediamo.
Alla lettera a Carena poco si badò: sminuzzata com'è l'Italia, con grande
stento vi si propagano le cose nuove, e ben presto i grandi avvenimenti
politici distolsero gli animi da tutto ciò che fosse o paresse puramente
letterario. Tempo ben altrimenti propizio a proclamar il principio è quello in
cui, compiuta quasi l'unificazione del regno, divenutane capitale provvisoria
per l'appunto Firenze, reggendo gli studii italiani un fiero Lombardo,
ammiratore e seguace ardentissimo del grande poeta, è questi chiamato dal governo
stesso del re a dare insiem con due letterati di grido il suo avviso Siili'
imita dcìla LINGUA ITALIANA e sul mezzi di diffonderla. La relazione con cui
egli rispose all'invito solenne, e che fa risentire all' Italia una voce sì
cara e dopo un così lungo silenzio, destò un vero incendio. In lui medesimo,
che era potuto parere isterilito dagli anni o formo nel proposito di godersi in
paco la già conseguita immortalità o sopraffatto da troppo pudica modestia, si
risveglia il confidente ardore dei suoi begli anni; e scese di nuovo in lizza
colla lettera intorno al vocabolario, con quella intorno al libro De Viilgarl
Eloquio, con l’appendice alla relazione, e un ultimo attacco avrebbe voluto
fare con la lettera a Casanova di cui già dicemmo. Godeste scritture battono
sullo stesso chiodo, con efficacia sempre crescente. Vi s'insiste sulle qualità
essenziali d'una vera LINGUA ITALIANA, e con l'esempio della LINGUA LATINA e
dellaLINGUA GALLESE si mostra come l'idioma letterario d'una nazione non sia
che un dialetto nativo ad una città e diffuso in tutte le altre; s'indicano le
ragioni per cui il fiorentino riuscì in parte a diffondersi in Italia e quelle
per cui non vi potè riuscire interamente. S’additano i modi coi quali ciò che
non è avvenuto naturalmente possa artificialmente sollecitarsi, in ispecie con
la compilazione d'un vocabolario dell' uso vivente fiorentino; si spiega la
necessità di stare al fiorentino e non al toscano in genere, dovunque tra le
varie loquele toscane vi sia qualche differenza; si chiarisce l'insufficienza
del tradizionale vocabolario italiano, consistente quasi esclusivamente in uno
spoglio degli scrittori, e l'indeterminatezza e incompiutezza della così detta
lingua scritta; si scrutano le cause e i ragionevoli confini dell'uso de’GALLICISMI.
S’accenna la via per cui LA LINGUA fiorentina, adottata che fosse da tutta
Italia , rimarrebbe sempre aperto a quante aggiunzioni venissero raccomandate
dai bisogni del pensiero, e come a tali aggiunzioni possano contribuire,
oltreché le lingue antiche e le straniere, pure i dialetti italiani,
incominciando dagh altri toscani; si determina nettamente il concetto d’USO fiorentino,
dissipando la confusione che molti ne fecero con un altro concetto, cioè di
quella parte della LINGUA che è tutta propria di certe classi o volghi. Le gare
municipali vi sono sbandite e maledette, e 1' unità della lingua vi è
vagheggiata come degno coronamento alla tanto sospirata unità nazionale. La
vecchia questione è qui rimessa a nuovo, e trattata con urbanità, con vigore
dialettico, con larghezza d' idee e di dottrina, con precisione di concetti e
di lingua. Mentre quelle pagine si leggono -- a che nessun italiano colto deve
rinunziare -- se ne resta conquisi, e solo rimuginandole poi si riesce a
scorgere quel che pur v'è di eccessivo, l'appendice specialmente è un lavoro
insigne. Eppure, la relazione vi fu chi osò con subito e sommario giudizio
spacciarla per un senile telum imbelle sine ictu ' ) ; e , (( per più dolor » ,
il temerario, che nel repentino impeto oblia se non altro il riguardo dovuto a
così gloriosa canizie, era quel SETTEMBRINI (vedasi) che Italia tutta , la
meridionale in ispecie, onora come uno dei più grandi suoi cittadini. Ma egli,
se nella vita pubblica e nella privata è un purissimo eroe, e anche letterariamente
degno d'ammirazione per la elegante semplicità dello stile, per un istintivo
senso d'arte, pella modesta coltura acquistata con magnanimo sforzo tra
difficoltà Eneide, II, 5M-5. indicibili
d'o^i^ni maniera, difetta quasi interamente della dottrina e delle virtù
intellettuali necessarie al critico e al pensatore: è bene che ai giovani ciò
sia detto senz'ambagi, onde sappiano con la più fervida devozione alla sua
memoria conciliare la diffidenza verso l'ingenua avventatezza dei suoi
giudizii. Una dicitura talora negletta, per non esservi abbastanza schivata la
ripetizione prossima di certe parole o suoni o costrutti e per lo spezzamento
del discorso in troppi capoversi, e un certo sciupo di lepidezze e di
toscanesimi, davano bensì indizio d'intemperanza nella nuova maniera dello
scrittore lombardo, ma non di senile infiacchimento; tanto più se si consideri
che le stesse mende a un dipresso sono nella colonna infame e in altri scritti
minori, e che la teorica ripresa ora ad inculcare 1'aveva egli concepita e
praticata e anche un po' predicata nel vigor dell' età , e da molti anni ne
veniva elaborando 1' esposizione in un libro speciale. Il vero è anzi che molti
, o giovani o men provetti, duravan fatica a tener dietro al ragionamento così
serrato dì quell'antico loico. S'anderebbe all' infinito a voler dar conto ,
sia pur fugace, della miriade di scritti che la sua rediviva parola suscitò.
Chi le fece eco fedele; chi, credendo o volendo far credere di assentire,
insinuava restrizioni o ritocchi che snaturavano la dottrina del maestro o la
risospin- gevano verso altre già a lui sembrate insufficienti; chi le moveva
aperte obiezioni, più o men riverenti, più o men discrete e ragionevoli, senza
però contrapporvi un vero sistema che spaziasse per egual distesa di pensiero
ed avesse altrettanta saldezza di compagine ideale ; e chi trascorreva proprio
in censure più o men tapine ed insipide. Poco curando di quest'ultima setta,
vorremmo invece ricordare i nomi del Broglio , del De Meis , del — 118 —
Puccianti , del Buscamo Campo , di Gaetano Bernardi, dello Zendrini , del
Petrocchi , del Lambruschini , del Tommaseo, del Fornari, dell'Imbriani e di
più altri; se potessimo dir di ciascuno partitamente. Il Tabarrini, rendendo
conto dei lavori della Crusca nel '69 enei '70, difese con bella sobrietà e con
retto giudizio il presente criterio dell'Accademia. Il Bonghi, a cui accennammo
più sopra (p. 11-12) e che già dal 1855 aveva nelle Lettere Critiche propugnato
le norme manzoniane, non ha mai trasandato le occasioni di ribadirle; mentre
poi con la classica potenza del suo stile ci fornisce tuttodì l'esempio di un'
applicazione felicemente temperata di queJle , a malgrado di qualche novo o
hono che gli piace di man- tenere quasi come stimate della bella scuola ond'è
uscito. Il Giorgini, nella Lettera premessa al Novo vocabolario italiano , da
lui e dal Broglio preso a fare secondo la proposta milanese, ci diede una
confutazione efficacissima delle ultime dottrine contro cui quella del Manzoni
era insorta. Il Morandi, che per naturale buon gusto aborre quasi sempre dalle
estreme conseguenze a cui altri an- darono spensieratamente incontro, ma non
vuol rasse- gnarsi ad ammettere che il principio stesso sia un po' da
correggere , fece e fa ogni sforzo per mostrar come quelle non discendano da
questo , e s' adopera perchè ei sia attuato in modo pronto e insieme discreto.
Invece, contro alle esagerazioni intrinseche nel prin- cipio medesimo, non men
che alle sue effettuali e pos- sibili conseguenze dannose , fu rivolto sullo
scorcio del 1872 il poderoso assalto dell' Ascoli , proemiante al- V Archivio
glottologico italiano, ove poi fu illustrata sotto il rispetto storico e
scientifico gran parte di quei vol- gari d'Italia che per ragioni d'arte il
Manzoni ebbe tanto a cuore. La pubblicazione di quel Proemio segna un - 119 -
passo nuovo nella secolare controversia ; non perchè obiezioni giuste non si
fossero già fatte da altri , ma perchè queste erano per la prima volta
coordinate e composte in un'alta sintesi speculativa e storica, e inte- ramente
mondate dalla scoria di vieti pregiudizii. Non è punto vero che il sommo
glottologo cedesse ad un mo- mento di malumore , benché certo nelle sue pagine
vi sia calore ed impeto ed una franchezza talvolta acre; né si deve tralasciar
di avvertire , che da un lato egli pur dava subito all' affermazione storica,
su cui la tesi pratica del Manzoni si fonda, il suffragio autorevole della
moderna scienza delle lingue , e che d' altra parte egli faceva dell' ingegno e
dell' opera riformatrice di lui la più solenne esaltazione ^). Ma quella
critica inaspettata non ebbe subito presa sui più ; e per il Manzoni , il divin
raggio della cui mente era già vicino a spegnersi, giungeva troppo tardi.
Dicono che, avutane qualche no- tizia, esclamasse cehando : se l'Ascoli non
vuole il fio- rentino, pigliamo magari il bergamasco, purché ci teniamo a un
linguaggio vivo ed intero ; e soggiungesse : l'Ascoli ci può insegnare a tutti
come le lingue si formano, ma 1) Accenna p. es. al Manzoni come a a quel
Grande, che è riu- scito, con rintìnita potenza di una mano ciie non pare aver
nervi, a estirpar dalle lettere italiane, o dal cervello dell'Italia,
l'antichis- simo cancro della retorica « ;; e alle sue agitazioni per la lingua
come ad a un movimento partito dall' altissima sfera in cui l'Arte e la
Filosofia stanno congiunte e indivise o (p. XXIX). Quanto all'altro punto,
scriveva: « il tipo fonetico, il tipo morfolo- gico e lo stampo sintattico del
linguaggio di Firenze si erano in- dissolubilmente disposati al pensiero
italiano, per la virtù sovrana di Dante Allighieri » ;; e pochi anni dopo, nel
volume ottavo dell'Archivio (p. 121-7j, insisteva su ciò nuovamente, con più
precise indicazioni, oltre il resto chiamando con felice immagine la Toscana e
Firenze « terra promessa del linguaggio letterario italiano i). — 120 — vorrei
che egli considerasse clie cosa è una lingua ! Sen- nonché , a tacer che oggi ,
con l' indirizzo storico che tutti gli studii han preso, il cercar quello che
una cosa sia equivale all'indagar principalmente come si sia for- mata , è
manifesto che una larga e sicura esperienza del modo onde le lingue, letterarie
o no, si costituirono, deve giovar non poco a indicare per qual via possa
davvero acquistarsi quella lingua o quella parte di lingua di cui la
letteratura d'un popolo ahbia in un dato mo- mento bisogno. Certo , sarebbe
ingiusto non men che irriverente il disconoscere come il Manzoni portasse nella
disputa molta conoscenza effettiva di lingue e in ispecie tanto esame critico
della loro storia quanto nessun let- terato italiano ve n'aveva mai arrecato;
ma in fm dei conti egli non era un glottologo di professione, e bisogna anche
aggiungere che , al tempo in cui egli meditava suir argomento , nella
glottologia stessa erano state in voga dottrine un po' esagerate
sull'intrinseco valore dei dialetti, sulla naturale spontaneità del linguaggio
umano e sul carattere organico di questo: le quah esagerazioni eran parse dare
uno scientifico rincalzo a quelle a cui per impulsi letterarii egli tendeva.
GÌ' insegnamenti più cauti e più recenti della scienza hnguistica inducono
invece a moderarle , e , pur confermando 1' origine dia- lettale delle lingue
scritte , mettono nel debito rilievo l'efficacia che in esse ha 1' opera e la
tradizione lette- raria. Così il principio manzoniano , vero all' ingrosso,
vuol esser corretto , non solo neh' applicazione , quasi per felice
inconseguenza, ma nella sua stessa formola teorica : conclusione a cui
torneremo dopo aver consi- derato sotto diversi aspetti lo spinoso argomento.
III. Raccontare 1' eterna lite è impresa non lieve ; nò .solo per 1' ampiezza e
molteplice varietà del fatto 4 stesso della lingua, ma perchè le discussioni
intorno ad esso presero un assai diverso atteggiamento da età ad età, come da
paese a paese, e perchè i disputanti non si riesce ad aggrupparli in classi se
non trascurando certe propensioni individuali , o le discordanze palesi e
latenti tra i partigiani d' un medesimo principio , o le somiglianze tra gli
avversarli. A prima giunta, poniamo, si direbbe che la diversità dei criterii
storici e dottrinali dovesse portar per immediata conseguenza un corri- spondente
divario nella maniera di scrivere, e i fautori della toscanità dar saggio d'
una forma più sciolta e dialettale , quei dell' italianità avere un andamento
più compassato. Ma ciò non sempre si verifica: nel Cinque- cento, suppergiù in
un medesimo tono accademico hti- gavano quasi tutti ; e anche ai giorni nostri
, nei quah la question della hngua è stata in più intimo legame con quella
dello stile, ninna sostanziale differenza quanto a quest' ultimo si giungerebbe
per esempio a scoprire tra le belle pagine in cui il Giorgini calorosamente
difese e quelle in cui il Tabarrini moderatamente oppugnò la teoria del
Manzoni. Mentre un de' più cospicui campioni di questa, il rimpianto Broglio,
specialmente nella Vita di Federico il grande, libro del resto piacevole ed
istrut- tivo , diede in tali eccessi da far ricordare di Teofra- sto
riconosciuto per istraniero da una vecchia atenie- se quod nimium attice
loqueretur , come dice Quintilia- no , 0 da far parere scritte apposta per lui
le parole : « dal troppo Toscaneggiar ^egg' io che non sei tosco » . Che se
queste particolari antitesi sembrassero insinuar che la differenza vera sia
insomma da Toscani a non Toscani, s' avrebbe subito da poter citare scrittori
sve- nevoH tra i primi, manzoniani savii tra i secondi. Né è uor di luogo
ricordare che nella prima metà di questo secolo Perticar! combattè il toscano
con libri di forma abbastanza spigliata , e il Galvani gli sì levò contro a
difenderlo con un' opera quanto mai stentata e dura; mentre d'altra parte il
Monti, che stava col primo, e il Biamonti, che precorse 1' altro, pur differendo
notevol- mente neir efficacia e nell' amenità, tanto maggiori nel Monti,
concordavano appuntino nelle forme, perfettamente moderne in entrambi, della
lingua e della sintassi. Neanche è da credere che l'urbanità e la carità patria
stessero sempre da una parte, o, peggio, da nessuna, e che un tristo livore
fosse il movente principale delle controversie e l'unico soffio che le tenesse
perennemente accese. Senza negare codesta parte velenosa, bisogna far molte
distinzioni, e riconoscer largamente le ragioni buone e sostanziali che
determinarono una disparità di opinioni non priva d'ingenuità ed appropriata
alle nostre vicende storiche. Il sensitivo patriottismo dell'Italia risorta
s'a- donta di certe grettezze o malignità dei nostri vecchi, e perfìn che i
Toscani chiamasser forestieri o stranieri i Lombardi, o che contendessero di
nazione fiorentina o sanese. Ma non si dimentichi il significato un po' vario
dal presente che alcuni di codesti termini avevano, né la corrispondenza di
essi alle effettive condizioni nostre d' allora ; ed è pur patriottismo il non
esagerar quelle miserie rappresentando coni' un semplice sfogo di gare
fratricide una secolare esercitazione che per più rispetti fa invece onore
all'ingegno italiano ^). 1) Principalmente si considerino le seguenti opere: —
Bembo Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua. Vi fece un commento
critico perpetuo il Gastelvetro con le sue Giunte. Castiglione li cortegiano --
Dedica. SPERONI (vedasi) Dialogo delle lingue. Trissino d’ORO (vedasi) Epistola
a Papa Clemente VII delle lettere nuovamente Intanto, se nella bulgare
Eloquenza i rancori del- l'osulo avevano inasprite le sentenze di lui su quasi
tutte le parlate municipali, un magnanimo spirito d'italianità vi aleggiava
nella lode di uno stile comune a tutto « il giardin dell'Imperio ». E il Trissino,
come il Castiglione, ripigliando dopo due secoli il concetto dantesco , non
avevano ombra d'ostilità verso la Toscana, e ragionavan da gentiluomini quali
erano. Il sanese Tolomei, senza in tutto dissimulare una certa uggia che i non
Toscani si impancassero a fermar le norme della lingua e che altri gli avesse
rubate le mosse nel pubblicar proposte di ri- forma ortografica, fu riguardoso
col Trissino e schivò di aggiunte nella lingua italiana; Dubbi grammaticali; Il Castellano. Adriano Frangi -- pseudonimo o prestanome del
Tolomei -- Il Polito. Tolomei 11 Cesano.
— Lodovico Martelli Risposta alla Epistola del Trissino. Machiavelli Dialogo sulla lingua. — Liburnio
Dialogo sopra le lettere del Trissino. Firenzuola Del discaccia- mento delle nuove
lettere inutilmente aggiunte alla lingua toscana. GiAMBULLARi 11 Gcllo ossia ragionamenti della
prima ed antica ori- gine della Toscana e particolarmente della lingua
fiorentina; Della LINGUA ITALIANA che si
parla e scrive in Firenze, con dinnanzi un Dialogo di G. B. Gelli sopra la
difficultà dell'ordinare detta lingua. — Varchi V Ercolano. — Muzio Battaglie,
cioè lettera al Cesano e al Cavalcanti, lettera al Trivulzio, lettera al
Veniero, e la Varclnna. — Salviati Avvertimenti della lingua sopra il
Decameron. — Mazzoni Difesa della Commedia di Dante. Persio Discorso intorno
alla conformità della LINGUA ITALIANA con le più nobili antiche lingue e
principalmente con ?a ^r^t-ff.— Lombardelli i fonti toscani. Scipione Bargagli 11 Turamino. CiTTADmi Trattato della vera origine e del
processo e nome della nostra lingua; — Origini della volgar toscana favella. —
Davanzati Lettere a m. B. Valori , al Balgarini e agli Accademici Alterati. Belisario Bulgarini Lettere al Davanzati.—
Beni V Anticrusca. —Fescetti Risposta all' Anti crusca. — Nisiely Pro- ginnasmi
poetici (voi. Ili, sulla fine). Ferrante Longobardi (ossia Daniello Bartoli) Il
torto e il diritto del Non si può, dato in gin- — 124 — offendere ogni persona
o cosa, affratellando insieme tutti i popoli di Toscana. Il fiorentino Gelli
propugnò assai nobilmente il patrio linguaggio; ed il Varchi, se fu più
mordace, velò di graziosa ironia e di garbatezze corti- giane le sue malizie.
Il Machiavelli fu sdegnosetto, ma, com' era da aspettarsi da un così gran
promotore del- l'unità nazionale, non avaro di simpatia per gli altri Ita- liani.
Un po' più aspro e di più chiuso municipalismo fu l'altro fiorentino Lodovico
Martelli, ma non dimenticò le convenienze. Quei che veramente portaron nel
piato le maniere villane e una rabbiosa invidia regionale, furono dalla parte
dei Fiorentini il Firenzuola , da quella dei Lombardi il Muzio, che non si
vergognò di buttarsi con dicio sopra molte rególe della lingua italiana. —
Magalotti Lettere a Ottavio Falconieri, ad Apollonio Bassetti e a Francesco
Redi. — A. M. Salvini Prose toscane, passim, e Note alla Perfetta Poesia del
Muratori. — Gigli Vocabolario Cateriniano. Baretti Tre lettere sugli studi d'un
giovane (lett. Ili; § 3-6). CESAROTTI (vedasi) Saggi sulla filosofia delle
lingue coi Rischiaramenti apologetici e la Lettera al conte Napione. — Napione
DelVuso e de'' pregi della lingua italiana. — Cesari Sopra lo stato presente
della lingua italiana (1809) ; — Le Grazie (1813). Monti Proposta di alcune
correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca; e in essa inseriti i due
trattati del Perticari : Degli scrittori del trecento e dei loro imitatori
(1817), e Dell'amor patrio di Dante e del suo libro intorno il Vol- gare
Eloquio (ÌS^O). — Lettere di Pamfilo a Polifilo (opuscolo del BiAMONTi, 1821).
— Galvani Dubbi sulla verità delle dottrine pertica- riane (1846). — Zannoni
Storia delV Accademia della Crusca (1848). — Crivelluggi La controversia della
lingua nel Cinquecento (1879). — Guido Mazzoni La questione della lingua nel
sec. XF/ii (1887).— Luz- ZATTO Pro e contro Firenze (1893). — Fra le storie
letterarie, ricor- diamo specialmente quelle del Canello {S. d. l. i. nel sec.
XVI, capo ultimo) e del Gaspary (voi. II, p.« II, p. 59, 65 segg., 102. 186
segg. della versione italiana). Dei nostri Saggi critici (1879j parecchi ri-
guardano la questione della lingua, e sotto aspetti diversi. — 125 — furore
sull'opera postuma del Varchi. E soprattutto per avere il pensiero rivolto a
quel Padovano diede in qual- che eccesso di sprezzante ironia anche il Salviati
negli Avvertimenti. Poiché con ciò che egli scrisse in codesta opera mag- giore
non si vuol confondere la sua polemica, ben altri- menti maligna, contro il
Tasso; la quale molto inoppor- tunamente è da taluni storici tirata dentro nel
soggetto di cui ci occupiamo. Furon questioni di lingua^ oltreché di poetica ,
quelle suscitate contro la Gerusalemme , e la questione della lingua non ci
avea rapporti se non indi- retti. Che del resto il Tasso era stato di coloro
che con più serena franchezza riconoscessero l'origine toscana; e ci volle
tutta l'ingiustizia di quel non provocato assalto, e la calunnia con tanta mala
fede appostagli d' avere scritto contro Firenze, per istrappargli dall'animo
mite e schietto una mera esclamazione contro la boria del primato fiorentino.
Anche un'altra polemica anteriore, pur tutta personale, quella tra il Caro e il
Gastelvetro , fu troppo confusa con la gran lotta. Contro una canzone brutta e
insipida dell' elegante scrittore marchigiano , scagliò una critica brutta ed
acre il filologo modenese; il quale era un cu- rioso miscugho di dotto acume e
di vuota sofisticheria, e ondeggiava tra un pedantesco rigore e un linguaggio
scorretto , artificiale e provincialesco , come nello stile riusciva insieme
arido e proHsso. Con poche giuste cen- sure ne accozzò molte inconcludenti ,
che per lo più si risolvevano in asserzioni gratuite od erronee sull'avere il
Petrarca scritto o potuto scrivere questa o quella voce o maniera. L' Apologia
del Caro mosse da un risenti- mento giusto, benché sfogato qua e là in modo
pette- golo e con invenzioni e freddure che allora piacevano e — 126 - oggi
ristuccano ; ma fu un lìmatissimo lavoro , ed ha parti, soprattutto in
principio, veramente belle. Sennon- ché circa r origine toscana della lingua
nessun divario era tra i due; salvo che il Caro propugnava meglio l'uso vivente
toscano e rimproverava l'avversario di starsene troppo alla lingua antica e ai
rancidumi , di presumer d'esserne egli il depositario, di voler far il maestro
del toscanesimo senza aver dimorato, come lui Caro, a Fi- renze, studiandovi la
favella. Anzi, se si prescinde dal modo come il Gastelvetro scriveva e
criticava lo scritto altrui, se si guarda alla sua astratta teoria, quale si
di- sviluppa dalle infinite perplessità delle sue Giunte alle Prose del Bembo,
si può dir che con il Caro egn s'ac- cordasse interamente, proclamando che si
debba scrivere nella lingua del proprio secolo , e che sia impossibile
gareggiar nella Kngua del Trecento coi trecentisti, e che i Fiorentini si trovino
per lo scriv^ere in condizione mi- ghore di tutti gli altri (Giunta XIII). Solo
di sbieco il diverbio si venne a intrecciar con la questione generale, in
quanto che il Caro trovò un cordiale difensore nel suo Varchi , che di là si
distese a una ben più larga trattazione circa le hngue. Forse anche senza il
Caro egli avrebbe scritto 1' Ercolano, ma ad ogni modo non ne ebbe che un
incentivo a cacciarsi finalmente in quel- r altra mischia che durava da più
decennii , e per la quale nessuno'^era megho agguerrito di lui. V. U Ercolano,
già composto nel 1560 o anche prima, fu pubblicato il '70, quattr'anni dopo la
morte dell'au- tore. Il Tolomei, che verso il '25 avea sotto altro nome dato
fuori il Polito^ non pubblicò il Cesano, scritto pochi anni appresso, se non,
già vicino a morte, nel 1554; e più che altro per toma di vederselo stampato,
come allora facilmente capitava, senza sua saputa. Il Dialogo - Ii27 — del
Machiavelli roslò per più di due secoli inedito; e fin la Varchhia del Muzio
uscì postuma il 1582, un decennio dopo ch'era stata incominciata a scrivere.
Anche questi indugi nella stampa, — benché allora, per esser più re- cente
l'invenzione di questa, il manoscritto fosse tuttavia un mezzo non
disprezzabile di pubblicazione , e noi sappiam di fatto che alcune di tali
opere eran già note prima che si stampassero — , danno indizio che l'accani-
mento non fosse quale ad altri è potuto sembrare. Inoltre, non dai soli libri
più o meno polemici e volti a trattar di proposito la questione, si deve
giudicare lo spirito pubblico; giacché, a tacer di coloro che favorendo in
pratica questo o quel criterio non s'impacciavano di propugnarlo o nemmen
formularlo, molti scrittori, o in- cidentemente 0 condottivi da più largo
discorso, profes- sarono l'opinione propria con affabile tranquillità. Il Bembo
aveva, quasi senza parere, detta la sua; e più tardi il padovano Speroni, nel
fargli eco in un suo Dialogo, diede a ciascuna delle varie opinioni una così
equa rappre- sentanza, da lasciar appena trasparire a quale egli ade- risse. Il
Giambullari, così nel suo trattatello grammaticale come nel Dialogo il Gello in
cui tanto favoleggiò e spro- positò sull'origine semitica della lingua
fiorentina e sui primordii della lingua poetica, non iscrisse alcuna parola
pungente, benché di un riposto orgoglio desse indizio col far del toscano una
specie di popolo eletto stabilito da Noè o Giano nel cuor dell' Itaha , col
ricordar che prima dei Romani dominassero in questa gli Etruschi, e con
l'insano tentativo di annullare il primato crono- logico dei Siciliani
ascrivendo al s. XII un preteso rima- tore pisano, che solo avrebbe preso di
Sicilia l'uso di finir le parole in vocale ! Entro la seconda metà del s. XVI,
il cesenate Jacopo MAZZONI (vedasi), prendendo a giustificare ALIGHIERI
(vedasi) e dei latinismi e delle deviazioni dall'uso toscano, non si fa dal suo
assunto trascinare ad alcuna esorbitanza. Egli, come Bembo e Speroni, come il
veneziano Dolce, Castelvetro, Caro e tanti altri, con la loro aperta deferenza
al toscano, si mostrano immuni dalle invidie regionali. In ciò senza dubbio
entravan per qualche cosa 0 la lunga dimora in Toscana o i rapporti amichevoli
con alcuni scrittori toscani e le lodi onde questi erano stati larghi
agl'italiani migliori; ma anche una tal con- vivenza e mutua simpatia è cosa
degna di nota. Ed un'altra n'è questa, che le controversie furon quasi
interamente o fra toscani e lombardi (nome che allora aveva un senso men
circoscritto potendo accennare a tutta r Italia superiore alla Toscana) ,
benché i secondi combattessero per lo più in nome della lingua usata in corte
di Roma, ovvero tra fiorentini ed altri toscani; ma il Mezzogiorno fu quasi
scevro di ribeUione. Il nobilissimo Sannazaro , riverito e additato ad esempio
da toscani e non toscani , era nella più cordiale intelligenza con tutti ; e il
napoletano Del Falco , nel suo Rimario del 1535, lascia scorgere un gran
rispetto per la toscanità e ci dà prova degli sforzi che qui si facevano per
ap- propriarsela. Anche Ascanio Persio di Matera, che il 1592 parve ritornare
alle idee del Trissino , non lo fece che in un senso ben più discreto e con
mirabile serenità. Negli anni onde si chiuse il Cinquecento e il Seicento ebbe
principio, la scuola sanese di Belisario Bul- garini, del Lombardelli, di
Scipione Bargagli e del Cittadini, disse le ragioni sue senza alcuna
intemperanza; giacché anche il terzo, per quanto superasse tutti, allora e poi,
nell'audacia di un radicale concetto d'autonomia, fu mosso da uno schietto non
men che angusto convincimento. Il Davanzati, agrodolce col Bulgarini, aspretto
contro il Mu- zio, sostenne il fiorentino in quel suo modo reciso ma non crudo.
E mite , nonostante la precisione delle sue dottrine, fu Benedetto Fioretti,
nato nella diocesi pistoie- se, ribattezzatosi Udeno Nisiely e Accademico
Apatista, nò privo di vera equanimità; garbato verso i non toscani, eccetto r
Ariosto che quasi sempre perseguitò con sin- golare pertinacia. Il libro poi
del ferrarese Daniello Bartoli non è che un'argutissima e dotta polemica
grammaticale e lessicale contro i divieti capricciosi dei linguai , né tocca la
questione generale se non in quanto, sottintendendo il primato toscano ma
badando piuttosto alla tradizione letteraria, loda e compie la Crusca. Uno
scandalo aveva invece suscitato Paolo Beni , un candìotto cresciuto a Gubbio e
insegnante in Padova, che con V Anticrusca del 1612 rinnovò le idee del
Trissino e del Muzio, con rozza e pedantesca violenza. Gli rispose subito, e in
modo ancor più viperino , un toscano Or- lando Pescetti; i cui morsi però furon
rivolti quasi uni- camente ad hominem, poiché nel resto dimostrò un certo
grossolano spirito di conciliazione. Un secolo dopo, GIGLI (vedasi) rinnova lo
scandalo col vocabolario cateriniano, libro riboccante d'arguzia e d'umorismo,
ma spesso scurrile, pettegolo e maligno, non di rado anche insipido o
adulatorio. Piccato che la crusca non fa buon viso ad una raccolta da lui
offertale di voci occorrenti nelle opere di Santa Caterina, Gigli perde la
bussola, e, portando la polemica non solo fuori di ogni onesta convenienza ma
assai al di là dei suoi veri convincimenti, attirò sopra sé una persecuzione
fie- rissima, di cui l'effetto piìi miserevole fu ch'ei dovè sob- barcarsi ad
umilissime ritrattazioni. L'Accademia partecipò con l'animo e con l'opera alla
propria vendetta, ma questa fu principalmente voluta da grandi personaggi che r
uomo aveva feriti con quella sua mordacità balzana, che da ultimo gli alienò
pur i migliori amici e l'Arcadia. La Crusca era nata con una specie di peccato
originale, poiché , quand'era composta tuttavia di pochissimi né peranco
intenta ad alcuna seria occupazione, due dei suoi maggiorenti, parlando in nome
di lei, aiutati chetamente da alcuni colleghi e non isconfessati dagli altri,
avevano stra- ziato l'infermo autore della Gerusalemme. Ma dipoi, datasi a
comporre il Vocabolario ed a stampare e illustrare antichi testi, nella sua
vita tre volte secolare, or languente or inter- rotta or modestamente operosa,
s'è mostrata quasi sem- pre schiva di pettegolezzi, studiosa più di contenere
che di sfogare i suoi risentimenti , a censure né in tutto giuste né sempre
amorevoli rispondendo per lo piìi o col silenzio o con parole disdegnosamente
moderate, e so- prattutto col sodisfare i desideri altrui fin dove le pa-
ressero ragionevoli e attuabili. Nella replica del Pescetti al Beni protestò di
non aver avuto la mano; e così nel castigo del GigU ebbe, lo ripetiamo,
soltanto una parte, e talvolta secondaria. Acerbo fu con la Crusca e con la
coltura fiorentina contemporanea , un mezzo secolo appresso , il Baretti ; ma
le sue censure e ironie non han che fare con le ignominie del Gigli. Anche meno
severi furono , poco di poi, il Cesarotti e il Napione; come né essi né il Ba-
retti scarseggiarono d'amor patrio. Che se questo parve nobilmente angoscioso
nel solo Napione, — il quale, com- battendo con impeto 1' abuso , che nel suo
Piemonte si faceva , del latino nelle scritture dotte e del francese nella
letteratura amena o nella conversazione galante, o l'abito dappertutto tenace
dei dialetti provinciali, dava in ismanic perchè alla triplice usurpazione
sottentrassc subito il buon italiano, che con l'uso continuo e gene- rale
acquistasse disinvoltura — , gli altri due però, che, in- vidiando i pregi di
certe lingue europee con le quali avevano grande familiarità, erano impazienti
che l' Italia si volgesse a quelle con simpatica fiducia anziché col ti- mido
orrore comandato da vieti pregiudizii, non dimostra- vano con ciò minor
patriottismo, benché lo intendessero in un altro modo. La bizza, poi, che
nacque dall' aver il Napione ricordato il Cesarotti quasi unicamente per con-
tradirlo e non dove s'atteneva a lui, di che il Padovano si risentì con arguta
vivezza , fu cosa lieve e fugace. Pii^i acre divenne nel primo quarto di questo
secolo la lotta del Monti e del Perticari contro la Crusca e il Cesari , ma non
degenerò in contumelie. Il Cesari con le sue sentenze sommarie contro i
moderni, ispirate sem- plicemente dal fanatismo pegli antichi, offendeva senza
volere; e dalle repliche si difendeva con una certa picca aristocratica, senza
mai impeti di generosità, ma in fondo da uomo pio e mite qual era. Il Monti,
più focoso, ri- velava però un invincibile calore d'affetto, pronto a ri-
comparire appena sbollita la collera. Con la Proposta^ modellata , per la
disposizione della materia e per la qualità delle prove e la forma degli
scherzi, sui libri del Bartoli e del Gigli, assalì la Crusca, non rea d'altro
che di non essersi voluta mettere a rifare il Vocabolario in- siem con
l'Istituto Lombardo. La difficoltà di quel lavoro comune sarebbe riuscita
allora anche più grave che non oggi ; e, posto pure che a tal considerazione s'
aggiun- gesse un po' di ritrosia a confonder le proprie beneme- renze con le
altrui, la fraterna offerta fu dall'Accademia ricusata con parole assai cortesi
, e comunicando al- l' Istituto le norme con le quali essa aveva già iniziato i
suoi studii. La sfuriata del Monti adunque mosse da un dispetto eccessivo e fu
troppo lungamente protratta; ma, esalandosi in un getto inesauribile di facezie
ed'ironie pungenti, non trascorse in rampogne poco patriottiche. Quanto poi
alla sostanza delle opinioni, il Monti, pro- clamando viva e vegeta una lingua
comune a tutti gli scrittori italiani , vincolo non mai spezzato fra le varie
parti della Penisola, riaffermava con chiaro proposilo e caldo affetto l'unità
almeno ideale della nazione. Come il Cesari e il Puoti, con l'inchinarsi da
Verona e da Na- poli alla favella dei Toscani, se non altro all'antica, si
mostravano scevri d' ogn' invidia provinciale; e con l'af- fannarsi a purgare
la lingua d'Italia dalla patina del forestierume , venivano a fomentare , quasi
senz' accor- gersene, il desiderio della nazionale indipendenza. Final- mente i
sofismi del Perticari contro il toscano, e il modo poco sincero onde allegò,
travisandoli, antichi testi ed autorità, non provennero che da scarso senso
critico, da imperfetta dottrina e da quello spirito sistematico che,
soprattutto in certe epoche, induce ad una inutile ma- lafede letteraria anche
animi non abbietti. Ma fu bello che lo zelo della verità spingesse il Biamonti,
ligure, e il Galvani, modenese, a tutelare con serrata ed onesta cri- tica le
ragioni del toscanesimo. VII. Quando , sul principio del s. XIV, Dante scrisse
il De vulgari eloquentia, le condizioni del volgare italiano, per il modo onde
era stato coltivato nel secolo prece- dente , erano tali da determinar una
specie d' illusione ottica, che, insiem con le disposizioni peculiari del
grande esule , lo doveva trarre a giudizii, in parte paradossali davvero, in
parte così divenuti agli occhi dei posteri, lenti a comprendere' appieno le sue
parole, i molti sottintesi, i termini e 1' argomentazione medievale , i
vacillamenti d' una disciplina nascente. S' era preso a scrivere in volgare non
già per vera ribellione al latino, la quale in pochi fu consapevole , ma per
istintiva necessità e per imitazione delle letterature d'oltralpe. Il latino,
che era sempre la lingua della scuola, della curia e della chiesa, continuò ad
essere adoperato, anche "da molti che scrivevano in volgare. Qualche de-
cennio prima che s'incominciasse a poetare nelle favelle d'Italia, come per
alcuni decennii appresso, parecchi Ita- liani del settentrione poetarono in
provenzale, e durante tutto il s. XIII non mancarono Settentrionah e Toscani
che scrivessero in prosa francese (cfr. pag. 23 seg.), aven- dosi poi perfino
una produzione giullaresca di poesia so- prattutto epica, carolingia la più
parte, in un Hnguaggio ibrido variamente mescolato di francese e di veneto. Pei
cantastorie di piazza il francese scendeva fino alle nostre plebi , come di
poesia provenzale risonavano le nostre corti; e ai volghi come ai patrizii
illetterati giun- geva il latino, se non altro, della liturgia. Gl'Italiani in
quei secoli si mescolarono di continuo coi Transalpini^ pei pellegrinaggi, per
i commerci, per le crociate, per le conquiste normanne e angioine, per gli
Studii di Parigi e di Bologna. Orbene, i primi che scrissero in volgare
italiano ado- praron ciascuno il proprio dialetto, non essendovi ancora gravi
ragioni perchè un dei dialetti prevalesse sugli altri; e così di quel secolo
abbiamo testi milanesi , bergama- schi, cremonesi , veronesi , veneziani ,
genovesi, umbri, abruzzesi , pugliesi , siciliani, fiorentini , senesi,
aretini, pisani, lucchesi e via via. Non si creda però che le di- stinzioni
fossero proprio e sempre così precise come oggi, che, per un intento filologico
o letterario fermando nella scrittura un dei nostri dialetti, ci si pone
ogn'industria per rappresentarlo esattamente tale qual è. Già, essendo allora
tutti più vicini alla loro comune origine, i dialetti avevano certe altre
conformità che han poi per- dute, e non ancora alcune differenze che han poi
acqui- state così per il trascorrer del tempo come per la più rigida
separazione politica delle varie regioni d'Italia in questi ultimi secoli. È
vero che per converso alcune vec- chie differenze sono sparite e nuove
conformità sorte, specialmente per 1' influsso della lingua letteraria ; ma
nell'insieme la rassomiglianza era , sei secoh fa , mag- giore. L'influsso
strapotente delle due lingue galliche e, che è più, del latino, accomunava le
scritture dialettaU in infiniti gallicismi e latinismi, di parole, di maniere,
di costrutti, di traslati, di flessioni, di suffissi, di suoni, di grafìe. Rappresentandosi
ad orecchio i suoni dei di- versi volgari coi segni tradizionali del latino e
con ap- plicazioni e combinazioni nuove di quelli, suggerite forse alcune
dall'esempio straniero, e procedendosi in ciò con l'affannosa incertezza che è
propria dei primi tentativi, si cadeva in mille contradizioni, variando di
continuo nello stesso testo il modo di scrivere una medesima parola o un
medesimo suono; o al contrario si veniva a mascherare con la identità della
rappresentazione grafica il divario più 0 men grande da dialetto a dialetto.
Inoltre, la pro- pria loquela di ciascuno poteva non essere per 1' ap- punto la
sua nativa, bensì quella appropriatasi con la lunga dimora altrove , e così 1'
una come 1' altra esser contaminata dalla familiarità con altri volgari
italiani acquistata con gli scambii e le peregrinazioni; allora tanto più
facili di quel che divennero poi, quando con la salda costituzione di certi
aggruppamenti o Stati, minori della nazione intera ma più grandi dei Comuni e
della mu- tevole ampiezza delle Signorie, un' ombrosa tirannide li separò con
barriere poco meno che insormontabili. Gl'Itallani facevano un continuo
rimescolarsi, non solo per ragfioni simili a quelle che li mettevano cosi
spesso a contatto cogli stranieri, cioè i traffici, lo industrie, i pel-
legrinaggi, le spedizioni guerresche e le scuole, e per le gare marittime di Venezia,
di Genova, di Pisa e di A- malfì, ma altresì per il furore delle fazioni che
spingeva molti fuor della patria, e per il girovagare dei podestà con la lor
famiglia di giudici^, notai e birri , giacche la podesteria era un ufficio
transitorio e affidato a chi non fosse nativo della città. E poiché si scriveva
per inten- dersi alla meglio o per conseguire certi effetti estetici, ed a ciò
la favella non era che uno strumento naturale e personale, non regolato da
grammatiche né da scru- poli d' esemplar fedelmente un dato idioma e mante-
nerne r urbanitas, alla quale ninna urbs aveva ancora diritto, i criterii erano
larghi e ciascuno poteva credersi lecito r uso promiscuo di voci e forme
dialettalmente diverse; tanto più che in molti casi n'era dato modo di cavarsi
da certi impacci, come la rima, o di raggiunger più prontamente altri fini.
Tutto si faceva per mera pra- tica e alla buona, e lo stesso latino del tempo
era spre- giudicato, variabile all'infinito, più o meno imbevuto d'i- diotismi
volgari della *più diversa provenienza. La pro- miscuità poi dovè crescere via
via che l'uso scritto del volgare si diffondeva e perpetuava, e che la
conversa- zione con la penna dava luogo a un vivace scambio e ad una
progressiva assimilazione. Quasi non v'era forma che, per quanto strana nel
linguaggio suo , lo scrittore non trovasse naturale in questo o quel linguaggio
al- trui , e da ciò egli era poi sedotto a inventare, per mera analogia, forme
che non esistevano realmente in nessun paese. Della trasmission dei testi da
luogo a luogo era or- gano in certi casi la viva voce , in altri 1' opera de copisti,
in altri cospiravano entrambi i mezzi; e chi pro- nunziava 0 trascriveva l'
altrui lo rivestiva, come in simili incontri è sempre avvenuto , delle forme
idiomatiche sue 0 del suo pubblico. 11 travestimento, in parte inconsape- vole
e irresistibile, era fatto senza ritegno, od anche a fin di bene. La musica, a
cui la poesia lirica si dispo- sava, come ne rendeva più agevole la diffusione,
così da una parte aiutava a impedire che il numero delle sillabe fosse mutato e
dall'altra contribuiva a fare che le sillabe stesse o le parole cambiassero
forma, e questa sembrasse una cosa abbastanza secondaria: lo vediamo anc'oggi
con le ariette napoletane emigranti fuor della patria. In queir alba della
nuova civiltà, una subUme spensieratezza affratellava il pensiero e i parlari
d' ogni angolo d'Italia. Vili. Con tutto ciò molte distinzioni occorrono. Un'
im- pronta più schiettamente locale serbano alcuni generi di composizioni , o
destinate alla plebe, o volte a uso pratico 0 individuale, o messe giù da uomini
semphci, 0 che per l'indole loro o per caso non furon mai tra- scritte o non
mai fuori del luogo ov' eran nate, o che gli amanuensi trovaron ribelli a un
vero travestimento. Egli è suppergiù il caso di certe lettere commerciali o ab-
bozzi di cronache, di certi ritmi e cantilene, di laudi e devozioni, di altre
poesie sacre, di poemetti didattici, di vite di santi, di componimenti
scurrili: compreso in un certo senso il famoso Contrasto della Eosa fresca^ di
Cielo d'Alcamo o Dal Camo che sia. Ma l'alta lirica amorosa , che , per essere
coltivata e favorita nella Corte sveva, fu chiamata siciliana, non si può dire
che, quale noi la conosciamo, abbia forme pret- tamente sicule, e nemmen
credere che tali le avesse in origine e che solo le raffazzonature dei copisti
le dessero quel colore così imperfettamente meridionale e mezzo toscaneggiante.
Certo, l'esserci essa pervenuta unicamente a traverso le trascrizioni toscane,
o per rara eccezione venete , deve costituire una delle principali cause del
curioso fenomeno; né è punto scarso il numero delle voci e forme o meridionali
in genere o propriamente sicule 0 pugliesi (si chiamava Puglia il Reame al di
qua del Faro), che in quelle rime, soprattutto in rima, saltan sii con più o
meno di evidenza : in ispecie se di quei dialetti si considerino bene le forme
antiche e le sud- divisioni locali, non già, come alcuni fecero , si pareggi in
tutto e per tutto p. es. il siciliano del Dugento o quel di Messina col
palermitano di oggi o con quello amma- nierato di cui ottanta novant'anni fa si
serviva il Meli. Sennonché le peculiarità che sono o paiono meridionali, fan
capolino anche in poeti della stessa scuola nati in altre contrade d' Italia;
scarso é il numero dei rimatori veramente siciliani e dei pugliesi;
l'imperatore Federico era nato e cresciuto tra le Marche e l' Umbria ; la sua
Corte si tramutava spesso fuor del Reame, nonché fuori dell'Isola; la poesia
che ne era l'ornamento era coltivata da una classe particolare, di principi, di
uomini di corte, di giudici, di notai, di podestà: da gente dotta insomma,
peregrinata assai fuor della patria, avvezza ai vicende- voli scambii. Lo
Studio di Bologna, a cui solo il 1224 Federico contrappose quello di Napoli,
era stato frequen- tato da Pier della Vigna e dagli altri; e in quel ritrovo di
studiosi d'ogni parte d' Italia, oltreché d' Europa , le varie loquele italiane
s' erano affiatate insieme. Colà si prese anche a insegnare da alcuni il
formulario di epistole e di altre simili prose in volgare; ed é naturale vi si
ve- nisse elaborando, misto di elementi eterogenei, un comune gergo scolaresco.
Forse anche qualche conato di poesia italiana vi fa. La poesia sveva quindi non
potè es- sere un convocio di schietti saggi dialettali, ma già sotto la penna
stessa dei suoi compositori, nativi specialmente dell'Italia centrale e
meridionale, dovette esprimersi in un gergo in cui i latinismi, i gallicismi, i
provincialismi altrui ed i proprii, s'intrecciassero; essendovi poi le lievi
divergenze rese tollerabili e intelligibili dalla reciproca familiarità,
dall'angusto circolo di concetti, di sentimenti, di paragoni, d'immagini, di
frasi, nel quale gli autori s'ag- giravano, e dalla comunanza del modello
provenzale a cui tutti attenevansi. IX. Le stesse considerazioni s'applicano al
Guinicelli e agli altri rimatori fioriti in Bologna nella seconda metà del
secolo. Con dipiìi questo , che sul Guinicelli influì molto l'aretino Guittone,
un vero caposcuola. E in ge- nerale, via via che il secolo declinava, gli
autori toscani e il loro linguaggio venivan prevalendo sugli altri; parti-
colarmente sulla vicina Bologna esercitando un'attrazione che la presenza di
maestri e scolari toscani nello Studio doveva render più agevole. Con la caduta
degU Svevi il Mezzogiorno avea perduta l'egemonia, e i hberi Comuni,
specialmente guelfi, crescevano di operosità e di conscia potenza. La posizione
geografica dell'idioma toscano, che lo fa in certe cose convenire con
l'italiano del settentrione, in altre con quel di Roma , di Napoli e di Palermo
, e che per giunta lo mette in grado di meglio propagarsi così di là come di
qua , era , com' è tuttavia , un' utile prerogativa: mancata al siculo, tanto
fuor di mano. Essa però, che è quasi altrettanto propria del bolo- gnese 0 del
romanesco, non sarebbe stata causa baste- vole di primato se non vi si fosse
congiunta una molto più intrinseca prerogativa , cioè la struttura stessa del
toscano. Il quale, — ben diversamente dal bolognese, e un po' anche dal
ruinaiicscu qual era allora più simile all' abruzzese e non peranco modificato
dalla invasione dei Toscani, che seguendo i papi medicei rinsanguarono la città
eterna, — è in molte cose il men degenere dal latino , ed ha una bella e comoda
contemperanza di suoni, specie per il timbro delle vocali, che non vi son mai
turbate come nei dialetti galloitalici e nei meridionali (vi mancano p. es. w,
ò', e muta), né troncate sulla fme come nel veneto, né monotonamente affilate
come nel siciliano (che dice sulu per solo, fici per feci e per fece, e così
via). Certo , é un fatto sorprendente che il latino abbia sofferta minore
alterazione in una provincia che nel Lazio, e giusto nella provincia dove si
parlava una lin- gua così poco comprensibile oggi quale l'etrusco; che, se
anche fosse un dialetto italico, sarebbe sempre più dis- simile dal latino che
non altri dialetti italici come l' osco e l'umbro, sicché dal fondersi con esso
il latino avrebbe dovuto aver maggiori danni che là dove si fuse con l'osco e
con 1' umbro. A risolver l'enigma, fu da taluni supposto che, mentre la Roma
imperiale si riempiva di forestieri inqumate loqiie?ites, la fertile e
civilissima Etruria si affollasse di Romani; da altri, che il popolo etrusco
fosse allora di quelli che, come oggi p. es. il russo, hanno una singolare
attitudine ad appropriarsi le lingue stra- niere, per quanto remote dalla
propria; e da tutti av- vertito che nel medioevo la Toscana, riparata dall'Ap-
pennino, fu la men soggetta alle invasioni barbariche: le quali però, si badi,
non sono state in alcun luogo la vera causa delle alterazioni più profonde e
sostanziali che il latino vi abbia patite. Ma, comunque si spieghi, il fatto é
indubitabile; e vi se ne collega un altro, che in parte è l'effetto e in parte può
essere stato una cagione del primo, cioè una maggior finezza di senso
linguistico nei Toscani, la quale, come s'avverte nella sottigliezza delle
sinonimie e del fra- seggiare e nella compiacenza di parlare ore rotundo , così
si tradusse ben presto di fuori in una specie di scherno per le loquele altrui
e in quella presunzion di sé che quando non è campata in aria assicura meglio
la supremazia. Dal libro stesso di Dante apprendiamo (I, 13) che e gli uomini
plebei e i famosi erano u ub- briachi » di quella presunzione , e che un
fiorentino Castra aveva tra gli altri composta una regolare canzone in burla
dei dialetti dell'Italia romanesca (I, 11). Codesta canzone , oscura e tutta
infarcita d' idiotismi , è stata ritrovata in un codice, che ne fa autore un
Ser Osmano (cioè da Osimo, o fosse un semplice aggettivo patrio o già tramutato
in cognome); il quale sarà stato forse un podestà, preso di mira dal Castra, e
, non essendo ad ogni modo se non il personaggio in bocca del quale la canzone
fu per ischerno messa, venne da ultimo confuso con l'autore medesimo ^).
Inoltre, la poesia in Toscana e in Bologna non si restrinse, come quasi
interamente avea fatto nella Corte sicula, all'espressione del senti- mento
amoroso cavalleresco, ma si estese alle faccende politiche ed ai precetti e
dispute morali e teologiche. Da ultimo , per opera del Cavalcanti , di Dante e
di altri fiorentini e del pistoiese Cino, la città del fiore, con le sue più
prossime vicinanze, prese addirittura il so- pravvento. Non era ancora l'alto
sole che poi fece in- 1) Anche il senese Cecco Angiolieri, o secondo altri il
fiorentino Lapo Gianni, raccolse in un sonetto parecchi tratti caratteristici
di dialetti toscani e unìbri. In tempi alquanto posteriori, il Sacchetti
contraffaceva spesso nelle Novelle le loquele altrui , e si burlava volentieri
dei podestà. — 141 — visibili tutti gli astri, ma l'aurora che rendendo fioco
il loro raggio richiamava gli sguardi verso la parte più fulgida del firmamento
italiano. X. Intanto il ristretto linguaggio dell' alta lirica di tutto il s.
Xllf , •quello in cui anche Siciliani, Pugliesi, Bolognesi ed altri nati fuor
di Toscana o fuor di Fi- renze avevano poetato , appariva allora e apparve poi
non molto dissimile dall' italiano letterario dei secoli appresso , e come
anticipatamente toscaneggiante ; sì perchè latineggiava , sì perchè era quasi
tutto pas- sato per la penna dei copisti toscani , sì perchè il to- scano era
stato pur uno dei tanti dialetti che avevan messo bocca in quel poetico
colloquio della nazione, e sì perchè avea finito col farsi a poco a poco il più
lo- quace e il più ascoltato. L'impressione particolare che quel gergo suscita,
ha in doppia maniera operato sulle opinioni circa la lingua : direttamente ,
col trar fuor di strada alcuni Italiani nel Cinquecento e fino ai nostri
giorni, avendo 1' aria di smentire col fatto la presunta origine fiorentina;
indirettamente, con l'aver suggerite allo scrittore della Volgare Eloquenza
certe esagerazioni, per le quali quei medesimi Italiani si credettero aver
dalla loro 1' autorità nientemeno che di un testimone contemporaneo agli
avvenimenti, d'un Fiorentino, e di quel Fiorentino! A dir vero, egli non aveva
voluto scrivere se non una poetica del volgare, e non men dell'illustre che del
me- diocre e dell'umile ; trattando minutamente di stile e di metrica , e solo
proemiando a tutto con una specie di filosofia biblica e teologica del
linguaggio , e con una classificazione geografica ed intrinseca delle favelle
euro- pee, più specialmente delle neolatine , più specialmente ancora dei
dialetti italiani. Pure, nel fermarsi a definire qual fosse il volgare illustre
aulico e cortigiano, cioè il linguaggio proprio della poesia cortigiana (per il
quale si doleva che non vi fosse più una vera Corte , ma si compiaceva ve ne
fosse una tutta ideale, unita, dal gra- .zioso lume della ragione) , egli
dibatte la questione se vi sia alcun dialetto che coincida interamente col vol-
gare illustre. E poiché in ciascuno vi son modi brutti e suoni aspri da
scartare e dappertutto i rimatori si son distaccati dal parlar nativo, conclude
che nessun dialetto può aspirare a quell'onore, e che il volgare illustre dà
odor di sé in ogni città ma non riposa in alcuna. Nem- meno il toscano e il
fiorentino trovano grazia presso di lui, né, dato il suo rigido concetto, la
potevan trovare interamente. Ed egli li condanna con tutto l'impeto di chi da
un lato , guardando a ben più largo orizzonte, sentiva e ostentava disprezzo
per il gretto attaccamento al municipio e alla regione nativa , e dall' altro
di chi verso quello e questa aveva giusti rancori da sfogare. Nel fastidire,
tranne poche eccezioni capricciose o deter- minate da vaghe impressioni, tutti
i dialetti un per uno, e nei giudizii sommarli con cui li condanna, adducendo
tutt' al più per saggio della lor bruttezza qualche pro- prietà fonetica,
qualche fraselìina, o il principio di qualche poesiuola infarcita dei loro
idiotismi , egli ha di mira certi criterii generici di bellezza acustica, certe
differenze troppo gravi dal latino, che era per lui, come per tutti, il
concreto ideale linguistico. E si lascia pure, senza che se n'avveda,
trascinare dalle naturali antipatie del To- scano per ciò che non é toscano ,
del Fiorentino per ciò che non è fiorentino ; benché sotto un altro rispetto la
massima severità ci V usi appunto coi dialetti nativi, nei quah , perché li
conosce meglio , guarda più per il sottile e più si sente offeso da quel poco
che abbiano L di brutto. Nonostante insomma 1' acume e V ardimento mirabili per
quel tempo, non tiene una misura eguale, non ha il giusto senso delle
proporzioni, e ora ingran- disce cose minime, ora passa sopra a cose ben più
gravi. Quel che ci assicura della sua buona fede e scema l'eccesso delle sue
sentenze, è che egli considerava più particolarmente uno stile e lo scelto
frasario d'un genere speciale che non una lingua intesa nel suo più largo
senso, ed aveva appunto sott'occhio un corpo di poesia la cui forma effettivamente
non pareggiava nessun dia- letto singolo e radeva le cime di tutti, quasi
librandosi in aria. Nel poema poi, che chiamò Commedia, potè secondo le sue
stesse dottrine, che allo stil comico concedevano il volgar mediocre e l'umile
(F. EL, II, 4), discendere fino ai più volgari modi del suo fiorentino,
adoprandovi per esempio, senza incoerenza, Vintrocque, che nel trat- tato
latino spicca come un brutto idiotismo nei due versucoli simboleggianti il
fiorentino triviale e indegno della canzone. Mentre insieme vi fece uso d'una
libertà che nella lirica non s' era effettivamente permessa , e ricorse qualche
volta, pel bisogno della rima o per acci- dentali fini estetici , a voci
d'altri dialetti (cfr. p. 36). In opera così vasta e di così geniale ispirazione
egh avrebbe per forza dovuto far getto di certe pedanterie; ma resta sempre che
una maggior libertà di lingua, maggiore in tutt' i sensi , era anche
teoricamente con- sentanea al nuovo genere a cui s'era messo. Ma è giusto
rendersi conto dell' effetto che il libro latino, e il suo confronto col poema
, dovevan fare sui letterati del cinquecento , a seconda degli umori e dei
principii diversi. Nessuna di quelle scuole era in grado di penetrare nei
successivi svolgimenti del pensiero, della coltura e dell'opra molteplice di
Dante, che essi facevan tutto d' un pezzo ; nessuna dubitava che la Commedia
non fosse in volgare illustre ! Il Trissino e i suoi, pren- dendo alla lettera
il trattato latino , estendendolo alla hngua d' ogni genere di poesia e di
prosa , ravvisando nelle voci non toscane delia Commedia l'attuazione della
norma esposta nel Trattato, né badando allo scarsissimo numero di esse, giacché
il numero pareva contar poco dove l'importante era la riprova pratica d'un
principio, accoglievano con fidente entusiasmo quella solenne affer- mazione
del comune italiano illustre e della parità del toscano con gli altri dialetti.
I Toscani scorgevano invece una contradizione per l' introcque , e , poiché
erano in causa propria , aprendo bene gli occhi senza lasciarsi imporre da un
gran nome , avvertivano la rarità delle voci non toscane della Commedia, e con
ogni apparenza di ragione dicevano: o il libro latino non é di Dante, 0 egli lo
scrisse per astio verso la patria. Sicché la possibilità d'una falsificazione
non era messa in campo con intento maligno, che anzi vi accennavano con mani-
festa ritrosia ad offendere il Trissino ; il quale inoltre, quando nel 1529,
dopo un pezzo che se ne discuteva, mandò fuori stampato il libro, col darne solo
la tradu- zione e sotto il nome d'un altro che il Varchi reputava capace
d'esser proprio lui il traduttore, ci mise del suo per accrescere i sospetti. I
quali fino a questo secolo ripullularono in alcuni, contrapponendosi alla cieca
fidu- cia che altri riponevano nelle immature dottrine del precoce tentativo
critico di Dante. XI. Questi poi col Poema finì di assicurare alla città nativa
il primato che con la sua Poetica aveva preteso negarle. Il magico volume,
lasciandosi indietro ad enor- me distanza tutti i brevi saggi di poesia volgare
sin — 145 — allora apparsi in Italia , e quelli , anciic di gran mole, delle
letterature d'oltralpe, levandosi d'un tratto a pa- reggiare r Eneide e i più
gloriosi monumenti dell' arte classica , fu accolto con istupore in tutta
Italia ; tanto più che di ciascuna parte di questa esaltava o mordeva i grandi
personaggi, denudava le piaghe, sferzava i vizi, rivangava i pettegolezzi ,
descriveva i luoghi , riandava le memorie, e d'ogni causa comune nazionale,
religiosa 0 morale, politica o letteraria, storica o presente, scru- tava il
valore e le sorti. Fu come la bibbia del popolo italiano, anzi, per le tante
reminiscenze bibliche e clas- siche , e per il suo valore teologico vero e
apparente, dovea divenire il libro della Cristianità , specialmente cattolica e
latina. Si propagò nelle alte e nelle basse sfere, fu considerato come un libro
di devozione, fu tra- scritto in centinaia di copie, chiosato in latino e in
vol- gare da molti, esposto in iscuola e in chiesa, imitato da un ascolano, da
un fulignate, da due oriundi fiorentini nati neir esiUo. li maggior di codesti
due , il Petrarca, anche col suo Canzoniere amoroso e politico, nel quale si
assommarono e l'ultimo fiore del dolce stil nuovo e r ultima eco di queir arte
provenzale sul cui suolo na- tivo egh amò e visse lungamente, offerse un altro
mo- numento insigne e presto divulgatissimo della loquela fiorentina ; benché
ivi questa apparisse impoverita per la necessaria schifiltà dell'alto
linguaggio hrico, e un po' scolorita per la costante lontananza dell'autore
dalla pa- terna città e la lunga dimora al di là delle Alpi. Il Boc- caccio,
che, nonostante gli allegri anni passati in Napoli e le peregrinazioni altrove,
era già stato e tornò poi nel beli' ovile , attinse più agevolmente e più
spensierata- mente alle fonti native, e sguazzò neh' imitazione di Dante, di
cui era entusiasta, e del Petrarca, per cui ebbe 10 ammirazione e amicizia.
Colle tante prose e coi tanti componimenti in verso, alcuni dei quali, i
poemetti nar- rativi in ottave , rasentano la scioltezza della prosa ; e
soprattutto col Decamerone, che anch'esso abbraccia un ampia e varia materia e
tocca ogni parte d'Italia, dif- fuse in questa un largo fiume di parlar
fiorentino, an- che della vena più familiare. Innestandovi qualche spiz- zico
di toscano provinciale e di altre parlate italiane, e in tutte le sue opere
latineggiando molto nel periodare, venne così per altra via a dare al suo
eloquio paesano un suggello d'italianità, che contribuì a renderlo popolare
dappertutto. Come la sua intimità , non semplicemente estrinseca, con Napoli,
fu causa che qui egli avesse forse una parte più cospicua nella propagazione
del toscano. Ribadita l'efficacia di Dante dai due che lo seguirono,
l'efficacia di tutto il gran triumvirato fu alla sua volta ribadita , come era
stata sempre assecondata , da una falange di poeti e, più, di prosatori
fiorentini e toscani: cronisti , novellieri , predicatori , morahsti ,
narratori di cose divote o di viaggi. Una parte altresì molto consi- derevole
spetta agl'infiniti traduttori dal latino antico o medievale e dal francese,
toscani poco meno che -tutti. Quali fossero i sentimenti comuni circa la lingua
, lo dicono esplicitamente da un lato un Fiorentino contem- poraneo dell'
Alighieri , andato pur egh alcuni anni ra- mingo per l'Italia e per la Francia,
Francesco da Bar- berino, che da una sua allegorica donna si fa dire: E parlerai
sol nel volgar toscano , E porrai ^) mescidare alcun volgari Consonanti con
esso, Di que' paesi dov' ài più usato, Pigliando i belli, e' non belli
lasciando; 1) Antico francesismo per potrai. e dall' altro, il padovano Antonio
da Tempo che, com- ponendo poclìi anni dopo Dante un altro trattato , sulle
Rime volgari, scriveva: « Lingua tusca magis apta est ad literam sive
literaturam quam aliae linguae , et ideo magis est communis et intelligibilis;
non tainen pro- pter hoc negatur quin et aliis linguis sive idiomatibus aut
prolationibus uti possimus». Il primato toscano era dunque un fatto naturale,
accolto spontaneamente, inteso senza pedanteria così da chi lo teneva come da
chi lo subiva. Se, come osservammo per il secolo precedente, tutti gì' Italiani
uscivan facilmente dal guscio nativo , i Fiorentini superavan tutti con il lor
trafficare in Italia e fuori per negozii commerciali e politici, e papa Boni-
fazio li chiamò il quinto elemento dell'universo; onde la loro parola non era
soltanto letta ma spesso udita. Per un concorso insomma di cause molteplici era
ormai fatale che la lingua scritta d'Italia sarebbe esem- plata sul dialetto
fiorentino. Si dica pure che dai tre massimi trecentisti fu dato il tratto alla
bilancia, e che, se a caso la Commedia, il Canzoniere e il Decamerone fossero
stati opera di siciliani o di bolognesi , noi oggi ci affanneremmo a scrivere
suppergiù in siciliano o in bolognese, e i Toscani sarebbero essi costretti agli
sforzi che or toccano agli altri. Ma si aggiunga subito che co- desta è
un'astratta ipotesi, realmente invenjsimile; che, data essa, l'unificazione
della lingua sarebbe stata ben più ardua e imperfetta ; che ne sarebbe
resultata una lingua letteraria più eterogenea e mista , men fedele a un
qualsivoglia tipo dialettale; e che non per caso quei tre autori s' ebbero
giusto da Firenze : come in Grecia non per fortuito incontro la letteratura
toccò il suo apogeo nella città che parlava attico. Non solo l' intrin- seca
virtù dell'idioma fiorentino rese più agevole ai tre - 148 — suoi campioni il
farlo trionfare , ma quella virtù ed il valor di questi furon due cose
intimamente connesse e dipendenti dalla tempra d'un popolo privilegiato. Quando
i nostri vecchi confondevan lingua e lettera- tura, dicendosi per esempio da
Dante che il Cavalcanti avesse tolto al Guinicelli la gloria della lingua , ei
non peccavano che d'esagerazione; che del resto un naturale e spesso segreto
vincolo le congiunge, a quel modo che un genere di poesia e la sua forma
metrica nascono quasi ad un parto. Solo gU svolgimenti ulteriori e più
artificiali disciolgono fin a un certo punto forma metrica e poesia, lingua e
letteratura, traendo ciascuna di esse quattro al di là del suo primo connubio.
Di quella tem- pra medesima che poco fa dicevamo, due altre manife- stazioni
furono , pur non senza riscontri in Atene , il pronto primeggiare de' Toscani
nelle arti belle, e il te- nace reggimento democratico , con 1' accomunarsi
delle classi anche nella coltura. Onde era resa più facile la formazione d' un
linguaggio letterario , non Hmitato ad una casta né ad alcuni generi , ma
pervadente tutto il corpo sociale e propagantesi ad ogni specie d'argomenti;
laddove la poesia sveva e ghibelhna era stata cosa di corte e di curiali, la
bolognese uno svago di università e di dottori , e il comune di Bologna non
potè lunga- mente reggersi a popolo , essendosi messo ben presto sulla via dei
comuni lombardi , degenerati in signorie. Quell'arte aristocratica, ch'aveva
affratellato in un ri- cercato eloquio quasi conforme i maggiorenti della na-
zione e rallegrato l'anima italiana di Dante, aveva avuto a necessario
contrapposto la varietà dialettale delle pro- duzioni popolari, in ispecie dei
giullari e dei frati. XII. Ora invece un intero corpo di letteratura e di
lingua omogenea si era costituito. Il linguaggio poetico I fiorentino orasi
Vi'nuto lil)erando (ìi quasi tutte quelle forme d'altri dialetti italiani e
toscani, che avevano avuto corso nel s. XIII, confortate il più delle volte
dalla somi- glianza loro con le corrispondenti provenzali o latine; e poche di
esse si salvarono nel generale naufragio, p. es. i condizionali avria e sim.,
le voci senza dittongo come con- vene foco, qualche parola come augello^ e
rimanendo sem- pre più esclusive della poesia. Nella prosa, in cui eran più
liberi da esempii precedenti, i Fiorentini e i Toscani restarono meglio fedeli
allo schietto uso indigeno. Quel cosiffatto corpo adunque fiorentino e toscano
si porgeva come imitabile esempio, e così prevalse quello studio d'as-
similazione per il quale in ogni genere di scrittura e nel conversare colto
gl'Italiani si vennero avvicinando al fio- rentino; e finirono col non più
adoprare i proprii dialetti se non o nella parlata familiare, o scrivendo per
ischerzo, spesso scurrile ed osceno, nell'epigramma, nelle parodie, in umili
elegie, tutt' al più nella commedia, e nemmen riuscendo sempre a schivar di
ricalcare la frase, la co- struzione e la grafìa toscana. Il fatto non avvenne
dall' oggi al domani , né senza contrasti e restrizioni. Alcuni dialetti
perdurarono a lungo neir uso ufficiale , come il siciliano , il piemontese e il
veneziano; e di quest'ultimo fu non senza ragione detto che, se non poteva
essere una lingua, era troppo bello per semplice dialetto: bellezza che in
parte deriva dalla maggiore somiglianza al toscano. Parecchi vernacoli, in
quella letteratura inferiore che a loro rimase , ebbero tal copia e varietà di
scrittori, da dar luogo a vocabo- lari! storici 0 ad una filologia locale di
controversie gram- maticali e ortografiche; e di quegli scrittori alcuni, come
il napoletano Basile, il Goldoni, il Meli, il milanese Porta, il romano BeUi,
han destato un interesse più che regio- — 150 — naie. Nei secoli XIV e XV e
perfino nel XVI non man- cano i testi dialettali fatti ancora senza celia, e
gli stessi italiani o toscani fiorentineggianti lasciano ancor troppo scorgere
il loro luogo di nascita, usando lingue ibride: che meriterebbero uno studio
accurato, il quale ne spe- cificasse le peculiarità, i successivi progressi , i
parziali regressi, gli ardimenti, gli stenti. Per es. il Boiardo scri- ve
vediti , parón , fasso , per vedete , padrone , fascio ; e dal saper che in
toscano è foglia e faccia quel che nell'italiano settentrionale suona foja e
fazza è tratto ai falsi toscanesimi gioglia^ abbaglia^ piaccia e sim., per
gioia , abbaia , piazza. A Napoli esisteva un in- finito e un gerundio
coniugato, come fanno per far noi e farno per fare essi, e così facendomo e
facendono (forme nate suppergiù come dicemmo del toscano eglino a p. 75), e il
Sannazaro nei suoi sdruccioli mette un famosi e uno siamosi, che fecero
strabiliare il Varchi e il Ni- siely. Ma è bello vedere come quell'ibridismo si
venisse via via purificando, specialmente negli scrittori più elevati, da età
ad età, di libro in libro, come p. es. dall'Innamorato al Furioso, e sin da
un'edizione all'altra di un medesimo libro, com'è appunto del Furioso (cfr. p.
17) e dell'Ar- cadia. Il provincialismo s'è venuto sempre più assotti- gliando
e circoscrivendo allo stile trasandato delle can- cellerie 0 del commercio , ed
è generalmente reputato segno di scarsa coltura e d'inettitudine. Un Napoletano
che dica o scriva innammorato, tantoppiii, colparci per averci colpa , sacca
per tasca o saccoccia , o ditegli che venisse subito, o spagnolescamente
attrassato per arre- trato, ne vien deriso. XIII. Gol piegarsi di tutta la
nazione ad un dialetto, s' ebbe qui 1' effetto medesimo che con questo stesso
jnezzo conseguirono altri popoli. Quel che l'Europa chia- ina $2'^agnuolo è
detto in Ispagna più spesso castigliano^ ed è infatti r idioma della Castiglia,
più particolarmente dì Madrid, adottato dalle altre provincie che per gran
tempo avevano scritto nelle proprie loquele. Quel che in Francia e fuori si
chiama francese^ con un nome che oggi s' in- tende rispondere a quello della
nazione intera, era dap- prima , così di fatto come per il significato del
nome, qualcosa di ben più ristretto, cioè il parlare dell' Isola di Francia , e
più propriamente di Parigi. Il quale col soverchiar di quella metropoli si
dilargò via via dalla Manica ai Pirenei , sopraffacendo tutti gli altri
dialetti scritti colà, dai più vicini, costituenti con esso il volgare d'o'//,
ai più remoti, costituenti il volgare d'oc o proven- zale; e non mutando
neanche il suo nome, poiché non meno di questo si venne estendendo il
significato del vocabolo Francia di cui è l'aggettivo. Sennonché in Ispagna e
in Francia la prevalenza del dialetto della capitale fu un fatto politico. P.
es. , con l'assunzione di Ugo Gapeto al trono nel s. X , Parigi divenne
definitivamente la capitale della Francia del Nord, e tra il s. XII e XIII il
suo dialetto prese un deciso pre- dominio ; come con successive prepotenze ,
che misero capo sulla fine del s. XV all'annessione della Provenza alla
Francia, si venne di mano in mano assoggettando anche il Mezzogiorno. Nei primi
secoli tutti i paesi del Nord avevano preso parte in vario modo ad una fecon-
dissima produzione poetica e prosastica, s'erano avuti pa- recchi centri letterarii,
e i varii dialetti à'oU s'erano intesi fra loro, spesso intrecciandosi per
opera principalmente dei copisti; e nel Mezzogiorno s'era avuta una letteratura
dialettale, e in ispecie una lirica cortigiana in un volgare illustre, librato
in alto sui dialetti dell' oc , che tutti vi concorrevano, sebbene una cotal
prevalenza ve l'avesse il Umosino. Ma tra moltissimi scrittori pedestri e molti
mediocri non ve n'era stato alcuno grande. Allorché nel s. XVI e più nel XVII e
nei successivi, col rinascimento dell'antichità classica e l'influenza della
letteratura ita- liana, i grandi scrittori vennero, trovarono già assodata la
preponderanza parigina, e Parigi divenuta senza con- trasto, qual è tuttora, il
gran centro della Francia e il laboratorio intellettuale a cui tutti i Francesi
accorrono, la cui favella s'era già allargata e affinata per una Corte elegante
e per le lotte religiose o politiche. Così gli scrit- tori, o nati nella città
o venìitivi in gran copia di fuori, non fecero che compir 1' opera. In Italia
invece, il toscano preponderò solo per certi suoi pregi intrinseci e per la
copia e 1' eccellenza della sua letteratura ; poco favorito , spesso anzi
contrariato, dalle condizioni politiche. Ebbe discepoli , non sudditi ; operò
per mezzo dei libri, non già perchè tutti gì' Ita- liani accorressero a
Firenze, o di qui si diramassero per tutta la Penisola le leggi, i comandi, le
mode. Un rap- porto di guest' ultima specie non esistette prima o poi se non
tra Firenze e la rimanente Toscana, e produsse manifesti effetti quanto
all'unificazione hnguistica di quella provincia; come un accenno benefico su
tutta la nazione si cominciava a scorgere pur nel magro quinquennio in cui,
avanti il 1871, Firenze ne fu la capitale provvisoria. Le nostre secolari divisioni
non condussero solo a ciò, che la dittatura del fiorentino fu esercitata con
mezzi poco dittatorii, ma importavano anche che i molti Co- muni e Signorie
fossero altrettanti focolari di diversi lin- guaggi ufficiali , e non di rado
costituissero veri centri letterarii, più o meno capaci di rivaleggiare con
Firenze, attraendo a so i dotti e gli scrittori. Non occorre ricor- dare
Venezia , Padova , la Milano dei Visconti e degU Sforza, Bologna, Modena,
Siena, le Corti degli Angioini e degli Aragonesi, di Mantova, di Ferrara, di
Urbino e ^ via via. Nel s. XVI alcune di queste brillavano per l'e- leganza del
conversare; e specialmente la Corte di Ro- ma, benché più mutevole nei gusti
per l'avvicendarsi di pontefici diversissimi anche di patria, aveva un'autorità
incontrastabile e perenne. I dialetti locali dovevano un po' trascinare anche
le Corti, per quanto dedite a una vita artificiale; e i personaggi e gli
scrittori, che in cia- scuna di esse erano alla moda o vi accorrevano, davan
credito a certi loro vezzi provincialeschi. Il gran giro- vagare che coloro
facevano e 1' esser toscani molti di essi, rimediava in parte al male; ma
questo crebbe dipoi con la formazione dei grossi Stati, nettamente divisi, con
capitan divenute importantissime, delle quali perfino il dialetto acquistava un
primato regionale, come quel di Napoli, di Palermo, di Torino, di Milano, di
Venezia, e dove nell'uso ufficiale e tra le persone di mezzana col- tura
perdurò un gergo misto di buona lingua , di voci e suoni dialettali, di
latinismi, di francesismi, di spagno- lismi, di falsi toscanesimi. La fedeltà
della buona lingua al tipo fiorentino era mantenuta per isforzo tutto lette-
rario, dalla scuola e dai libri migliori, con affannosa lotta contro mille
ostacoli e contro il continuo pullulare delle dizioni locali che, mentre avean
la forza d'infiacchire la notizia e l'uso delle toscane, quasi mai ne avevano
una sufficiente per essere accolte da tutta Italia e sostituirsi ad esse. Negli
ultimi secoli lo scadimento della coltura italiana e il restringersi di questa
a un numero sempre pii^i limitato di persone, finì di rallentare i vincoli
della comu- nanza nel pensiero e nella hngua. Dove, come in Germa- nia, pur non
essendovi una capitale linguistica insieme e politica, anzi discernendosi solo
all'ingrosso in qual pròvincia r idioma letterario si costituì , la coltura è
assai diffusa e attivissima, l'unità della lingua, almeno in un certo senso, si
mantiene e si riproduce di continuo da sé. Certo, quella specie d'isolamento in
cui per qualche tempo son rimaste le varie stirpi italiane, ha pur dato qualche
buon frutto alla letteratura nazionale , conser- vando quasi intatte le
disposizioni particolari di ciascuna stirpe. L' alpestre vigoria della
letteratura piemontese dal Baretti e dall'Alfieri al Balbo e al Gioberti; l'hnpeto
generoso della lombarda dai due Verri, dal Beccaria, dal Parini, al Manzoni e
al Grossi; le inclinazioni filosofiche e critiche della regione ove nacquero il
Vico e il De Sanctis; la curiosità indagatrice degli eruditi modenesi; la
classica hndura della scuola romagnuola e marchigiana^ ed altre cose simili,
fanno guardare con un po' di com- piacenza quell'alternarsi delle diverse
stirpi nell'egemo- nia della coltura, quei parziali primati, quella distribu-
zione del lavoro. Ma il beneficio fu assai minore del van- taggio che avrebbe
dato il cimentarsi tutte le forze di ciascuna stirpe in un centro comune, o
almeno il con- tinuare in quell'attivo scambio durato fino a tutto il s. XVI ;
e ad ogni modo turbò l'unità e il regolare pro- gresso della lingua. Poiché,
dov'è una capitale come Pa- rigi 0 r antica Roma , od un' operosità diffusa
come la tedesca, i provincialismi d'ogni scrittore son subito scru- tinati dal
gusto comune; ed o sono prontamente spazzati via, o, se son confacenti al tipo
già accettato, se hanno un'efficacia particolare, se la voga stessa dello
scrittore li fa spensieratamente venir di moda, se per una qua- lunque ragione
fanno fortuna, cessano d'esser provincia- lismi e diventano parte della lingua.
XIV. Un bene e un male fu anche il precoce apparire di scrittori fiorentini
grandissimi , dopo nemmeno un secolo che i nostri vol^^iri avean cominciato a
scriversi, e che, con una relativa parità di grado, s'eran fatta un po' di
concorrenza fra loro. Mentre in Francia per tre secoli innanzi, come per due
appresso, non si uscì da una rigogliosa mediocrità, agitata da uno spirito
schiet- tamente medievale ; Dante , che pur restò per molti rispetti un uomo
del medioevo , precorreva il Rinasci- mento gustando con nuovo sapore estetico
i poeti latini e rubando loro il segreto dell' arte , come nessuno in Europa avrebbe
saputo fare. A intere letterature stra- niere che fìniron con esser dimenticate
sul suolo mede- simo dove avevano vegetato e donde s' eran diffuse altrove, la
Commedia si contrappone qual opera gigan- tesca che sfida i secoli. Da ciò,
come da certe intrinseche peculiarità dei nostri volgari e dall' aver più
tardato a mettersi in iscritto , provenne che la struttura fonda- mentale della
nostra lingua colta e più d'un sol getto, più conforme al tipo dialettale su
cui quasi subito si plasmò, che non sia quella della francese; la quale serba
in sé le tracce della lunga gara fra i dialetti, avendo accolte, in ispecie da
quelli a sé più congeneri , alcune forme estranee in origine al tipo dell'
Isola di Francia. Così l'italiano letterario non potè più patire gravi alte-
razioni ; e tra 1' antico e il moderno le differenze sono poco men che
trascurabili, o più di stile che di lingua, laddove i Francesi non intendono
più la loro lingua antica se non a via di studio filologico. Però 1' avere
l'italiano avuto sì presto il suo capolavoro e alcuni de- gli autori principali
, fu pur causa d' impaccio nelle età successive , poiché in essi insieme con
ciò che non è morto 0 non può morire vi son cose e parole morte e antiquate.
Furon sempre essi i modelli, che non si pote- vano abbandonare ma neanche in
tutto seguire. L' uso poi non mai
interrotto della lingua latina, ri- fattosi via via più generale, baldanzoso e
destro, rimise per un secolo in forse le sorti del volgare. Lo stesso Dante,
che in queste ebbe così calda fiducia, a certi soggetti s'era riserbato il
latino; e così fece il Boccaccio. Il Petrarca, tenendosi al volgare per la sola
lirica cor- tigiana e pei Trionfi, poetò ancor più in latino , e di questo
esclusivamente si valse nella prosa. Dietro al suo esempio, e per il
rinascimento della coltura classica che a lui dovè tanto, il volgare tornò ad
essere trascurato dai più eletti ingegni di Toscana e d' Italia, rimanendo in
balìa dei minori e nien colti. Già nei s. XIII e XIV gli scrittori del volgare
si dividevano in due schiere: quella di chi intendeva a dirozzarlo,
riavvicinandolo al latino, o a ciò che fosse più comune a tutta Italia , e
schivando le inutili trivialità; l'altra di chi lo usava spensieratamente,
accogliendo i modi plebei, gl'idiotismi crudamente pae- sani, le costruzioni
sconnesse, i periodetti brevi o i pe- riodoni goffamente avviluppati. Non v'era
solo differenza di soggetti nobili o umili o indegnamente bassi, ma sì nel modo
di trattarli e nello stile. Dante non avrebbe scritto alimenti per elementi,
sanatare per senatore^ né altri di simili fiorentinesimi, salvo il caso che non
volesse ap- posta una voce di doppio senso o da mettere in bocca plebea. Il
dialetto d'una città non è tutto d' un pezzo, e per tante voci e forme I' uso
varia secondo le classi sociali, la coltura, i gusti, le diverse età della vita
, le relazioni col di fuori, e perfm secondo i rioni e le fa- miglie. A rigore,
ogni individuo ha un idioma suo. Se quel d'una città è considerato come un
unico dialetto, gli è perchè le conformità sono assai maggiori delle dif- ferenze,
e perchè ciascun cittadino capisce quasi sempre anche le voci da cui si
astiene. Certe suddistinzioni si fanno poi più risentile quando la parlala vien
messa in iscrillura. Naturalmente , non tutti gli autori si possono collocare
in modo reciso o nell'una o nell'altra schiera, o con Dante o col Sacchetti, e
d'altra parte i piij dissimili hanno talvolta inaspettate rassomiglianze. Ma
all'ingrosso si può dire che dopo i tre sommi e qualcuno non affatto indegno di
tal compagnia , come il Passavanti , rimasero padroni del campo prosatori e
poeti dell' altra maniera. Con essi, tratte poche eccezioni come l'Alberti, la
lettera- tura fiorentina e toscana scemò di dignità, riprese un colore troppo
provinciale, s' aggirò soverchiamente in ischerzi scipiti o grossi, in cose
basse od oscene, in raccontar lievi aneddoti o burle di cattivo genere e
crudeli, o in infilzar riboboli oscuri e cose senza nesso. Un bel contrapposto
fanno a ciò le laudi spirituali, scritte per cantarsi sulla melodia di canti
profani e soppiantarh ; ma esse, come le Sacre Rappresentazioni (nelle quali
pur s'intromettono per episodio le buffonerie) e tutte le opere devote, espri-
mono una pietà meramente ascetica e popolare, ben lontana dal misticismo subhme
della Divina Commedia. Un altro genere copiosissimo fu quello dei poemi caval-
lereschi tradotti o rimpastati, in prosa o in ottave, dai cantastorie toscani ;
ma non perdette il suo fare plebeo - nemmen col Pulci, che seppe cavarne
un'opera singolare. * Quando sulla fine del s. XV il Poliziano e Lorenzo
s'adoperarono a rimettere in onore il volgare e ad ap- K plicarvi di nuovo il
gusto classicamente raffinato, ben- ■1 che con opere di corta lena e per lo più
di soggetto Bumile, le condizioni del fiorentino eran dunque tali: che Hera
stato, in un'età ormai un po' lontana, ascoltato come se già fosse lingua
nazionale; che , per conseguenza di quel passato e per la sohta ragione dei
suoi pregi idio- matici, non aveva perduto la priorità tra gli altri dialetti;
che Firenze aveva mantenuto un sufficiente primato anche nell'opera nazionale
di restaurare la civiltà greca e latina; che nell' uso del volgare il resto d'
Italia non aveva fatto gran cosa, sia per gli autori più dialettali, sia pei
più toscaneggianti, eccettuato forse il Novelliere di Masuccio Salernitano e
poi l'Arcadia e l'Innamorato; ma che insomma il presente primato fiorentino nel
vol- gare era quasi tornato quello d'un dialetto rispetto ad altri. Vera lingua
nazionale era ridivenuto il latino , e la prima obbiezione che i più tenaci
fautori di questo facevano, era: a qual volgare dite che dobbiamo far ri- torno
, se i volgari son tanti quante le città d' Italia e così diversi ? Giacché,
poco prima della così detta questione della lingua , e ne' primi anni che
questa ferveva, ve ne fu un' altra tra il latino e il volgare ; e molti
sostennero seriamente che dagli uomini di conto e per soggetti ele- vati non si
dovesse mai smettere il latino. Il quale, oltre l'esser compreso anche fuor
d'Italia, era per questa una gloria e un vincolo domestico, che, mentre metteva
gl'I- taliani al disopra degli stranieri, lasciava in condizioni pari i nativi
d' ogni italiana provincia , né li obbligava ad inchinarsi a nessun municipio o
regione privilegiata. Oggi che lo scriver latinamente é divenuto un semplice
esercizio di scuola o una rara abilità di qualche erudito, non é facile
comprendere tutta la minacciosa efficacia di quelle dottrine in tempi che una
tale abilità era ovvia, il vanto consisteva solo nel raggiungervi tuna non
ordi- naria eleganza, ed a molti riusciva davvero più facile l'esprimersi in
latino che non l'accattare dallo studio di Dante e degli altri antichi Dio sa
come malmenati dai copisti o nelle prime stampe, e da accidentali cognizioni
circa il parlar toscano, i vocaboli della seconda lingua letteraria, clic non
ancora aveva grammatiche né lessici. Solo riflettendo bene a tutto ciò s'arriva
a intendere come uno scrittore mediocre in fondo e per noi moderni ma- nierato,
qual fu il Bembo, potesse riscuotere un'ammi- razione così universale e così
sinceramente ossequiosa. Gli è che col dichiararsi, lui veneziano, lui
gentiluomo e personaggio d' alto affare, lui ecclesiastico , lui latinista
elegante, lui serenissimo, a favor dello spregiato volgare di Petrarca e
Boccaccio, e con lo sbozzarne alla meglio una grammatica, come col dar nei suoi
proprii scritti l'esempio d'una lingua corretta, vicina al latino, schiva quasi
in tutto di venetismi o di crudi toscanesimi, parve risolver di fatto ogni
questione. XV. Il latino, com'era inevitabile, venne cedendo, benché
lentamente, il campo; ma seguitò a influire sullo sviluppo letterario del
volgare. Gol suo esempio coonestava che anche l'italiano fosse trattato,
secondo già le condizioni dei tempi insinuavano, come una lingua morta, da de-
sumersi più dai testi classici e dagli spogli grammaticali e lessicali fatti
sopra quelli, che dalla viva voce d' un popolo. Come Roma non contava più nulla
per iscriver la lingua di Cicerone, così Firenze non doveva più con- tare per
quella di Dante. E poiché il latino aveva il suo secol d'oro, sembrò tanto più
naturale che pur l'italiano l'avesse, il XIV. Vi furono dunque sin d'allora de'
puristi, benché in un senso più discreto che ai tempi nostri, ed in condizioni
di per sé più discrete, non essendo i trecenti- sti ancora così lontani come
son per noi. Che se altri erano invece persuasi che l'italiano fosse da trattar
come lingua tuttora viva, da ciò stesso erano alcuni di loro tratti ad altre
esagerazioni; ed a quei che ne volevano la gram- matica, cosa divenuta necessaria
or che il fiorentino dovea dilatarsi tanto fuori dei suoi confini naturali,
obbietta vano: — 160 - se è lingua vìva, non si può dire se sia ancor giunta al
suo colmo, non sì può additarne il secol d'oro, e quindi non è il caso di
fermarne le regole come per il latino. Comunque, dove la lingua raccolta nei
trecentisti non bastasse o non si presentasse alla mente , si ricorreva,
massime dai non fiorentini, al latinismo. Quando inoltre una voce non toscana o
non fiorentina era più conforme alla latina che non la toscana o fiorentina
corrispondente, il provincialismo facilmente assumeva una dignità innega- bile,
soprattutto se il fiorentinesimo non avesse acquistato un credito storico col
trovarsi in Dante o negli altri due. Dovunque, per esempio ^ si diceva e si
dice suppergiù pèrsica pèrsico, il sincopato pèsca pèsco dei Toscani do- veva
muovere a pietà. Né poteva far gola la ciliegia a Napoli e a Roma, dove dicendo
céràsa par di rimanere stretti alla forma latina: più che in effetto non sia,
giacché dal lat. céràsa si venne al nostro céràsa passando per un aggettivo
cerdsea; e il romanesco, che dovrebbe propria- mente dir ceracia come bacio
(cioè quasi cerasela), deve aver adottato la forma napoletana. I volgari eran
tornati in una certa parità davanti al latino, e il Varchi racconta che nella
sua fanciullezza, cioè sul principio del s. XVI, genitori e maestri proibivan
la lettura dei libri volgari. Facendo una gran confusione, alcuni latinisti
giunsero a nutrire od ostentare disprezzo sin per Dante come poeta. Si credeva
generalmente che il volgare fosse nato da corruzion del latino per opera dei
barbari , e corruzione per corruzione ogni volgare poteva parere che in fondo
valesse lo stesso. Ben vi furon di quelli che , come il Tolomei e il Varchi ,
s'in- gegnarono a levar via quella brutta taccia, e, con giusto intùito
storico, a definire il volgare come piuttosto una trasformazione del latino. Ma
il concetto della corruttela — 1(>1 — })er(lelle sol di i)oco il suo
predominio ; e quella quo- sliono storica sull'origine latina dei volgari, per
quanto facesse allora di bei passi , con l' innestarsi però alla questione
dell' origine fiorentina dell' italiano letterario toglieva a questa molto di
precisione, la traeva fuori dei suoi veri termini, la complicava con dubbii e
speculazioni d' altra natura. E in ogni modo , fossero i volgari un barbaro
tralignamento o una semplice alterazione del latino, questo richiamava a sé,
anche in senso teorico e storico, gli sguardi e il sentimento unitario; e nel
far- glisi o restargli vicino, scrivendo il volgare, si riponeva in tutto 0 in
parte il merito di chi scriveva e della sua lingua. Meno male che 1' esser la
Toscana rimasta più immune dalle invasioni barbariche era pure una racco-
mandazione per il toscano, del quale parve a molti plau- sibile che, essendo
stato il men corrotto, fosse rimasto il più bello. XVI. Ma un gran fondo di
latino è in tutti i nostri vernacoli , e , lasciando anche da parte quelle voci
o forme che , rimaste particolari di alcuni dialetti, ne paiono un non
irragionevole vanto, una quantità ster- minata son comuni a ogni angolo
d'Italia. Dappertutto si dice pane vino amore famiglia, per i quaU vocaboli le
differenze, talvolta gravi ma tal altra Hevi o lievissime, consistono al più
nel modo come qua o là si pronunziano. La prevalenza del fiorentino ha avuto
luogo in ciò, che nell'uso scritto quasi tutte codeste voci han finito col
prendere la pronunzia fiorentina; che^ per le altre voci che non entrano in
codesta categoria, è di solito la fiorentina quella che s'è surrogata alle voci
più o meno discordi degli altri dialetti ; e che infine , anche nelle forme
grammaticali e nella sintassi, dovunque non c'è uguaglianza fra tutti i
vernacoli, il conio di Firenze ha 11 impressa la sua stampa. Ma tutte quelle
derivazioni o dal latino antico o dall' ecclesiastico o dal medievale , insieme
coi grecismi comuni , come battesimo , coi ger- manismi, come guerra, coi
gallicismi, come ciaramella o viaggio, cogli arabismi, come magazzino o
magazzeno, e via via, costituiscono una considerevole eredità comune, che si
sarebbe avuta anche senza la dittatura del fio- rentino, e che agevolò
immensamente il trionfo, in parte solo apparente, di questo. Sennonché rese più
difficile che si riconoscesse senz'ambagi l'azione unificatrice eser- citata da
Firenze. Ben la mettevano in rilievo i critici fiorentini ( e i toscani , fin
dove il loro interesse com- baciava con quel di Firenze ) , guardando più alla
fo- netica e alla grammatica, agli accidenti, come dicevano; ma gli altri , che
consideravano più il lessico , i corpi delle parole, potevano con più o men di
buona fede affermare che non da Firenze gl'Italiani avessero appreso a nominare
il pane, l'amore, la guerra e via via. Il che, con maggior apparenza di
ragione, potevan ripetere i Toscani rispetto a Firenze. S' aggiungeva che pur
di veri e proprii toscanesimi o fiorentinesimi divulgati in Italia dalla
Commedia e dagli altri libri , trovandosene ormai tutti in possesso , non
pareva così chiara la provenienza; e alcuni Italiani ra- gionavano con r
ingenua ingratitudine di chi dicesse a sua madre : io mi muovo e mi cibo al
pari di te , or come pretendi d'avermi portato nel grembo e nutrito ?
Osservavano a buon diritto i Fiorentini che la lingua dei tre scrittori non è
intesa naturalmente se non in To- scana, che molte delle sue parole son quelle
medesime che escono colà di bocca anche alla plebe, che negli altri paesi ciò
non avviene e la hngua v'ò imparata dalle per- nione colte per istudio, come si
fu d' un idioma straniero. Ma dairaltra parte si rispondeva che il Petrarca era
com- preso in Lombardia anche dalle dame , e quasi moglie che in Toscana , dove
ad ogni modo la plebe non ci avrebbe capito nulla. Era uno spostare la
questione, dalla plebe alle persone colte , dalla lingua al pensiero poetico;
ma non per semplice mala fede, che la grande diffusione allora della coltura
generava curiosi abbaj'li. Anche il fatto che Dante aveva scritto il poema
nell'e- silio , il Petrarca era stato tardi e per poco a Firenze, e il Boccaccio
era detto certaldese, fìniva d'imbrogliare le menti: quasi che il primo avesse
lasciato a casa anche la favella; il secondo avesse attinto la sua dagh Avigno-
nesi anziché dai primi otto anni passati in Toscana, da un maestro pratese, dai
genitori e dagli altri fiorentini e toscani attirati oltralpe dalla Curia ; e
il terzo fosse stato inchiodato a Certaldo , e dalla parlata certaldese alla
fiorentina ci fosse un abisso ! Ingigantivano insomma una cosa che nelle sue
vere proporzioni è questa: con l'altezza di quei tre ingegni avevano cospirato
le vicende della vita a fare che il loro fiorentino non fosse così paesano come
quello dei tanti allora e poi rimasti rin- chiusi neir àmbito municipale, e che
soprattutto i due primi sembrassero appartenere più alla nazione che a una
città. Studiando assiduamente le opere loro e affiatandosi coi Toscani , alcuni
nobih ingegni , come il Bembo , il Sannazaro e 1' Ariosto, riuscivano a
scrivere elegante- mente e a superare molti fiorentini, che per la confi- denza
d'aver il possesso naturale della hngua scrivevano pesando meno le parole, e
mescolavano coi latinismi e con la buona hngua letteraria dei maggiori
trecentisti gl'idiotismi, spesso triviali, dell'uso vivo. I molti abbozzi di
grammatiche e di vocabolari! eran opera piuttosto — 164 — d' Italiani che di
Toscani; il che, se da un lato forniva una novella prova che ai primi
occorrevan mezzi arti- ficiali per appropriarsi ciò che ai secondi era
naturalmente proprio, conferiva dall'altro ai primi una certa supremazia nello
studio riflesso della lingua e un'autorità effettiva. Il Varchi p. es. corrèsse
una volta , per deferenza al Bembo, in la in nella^ benché si riserbasse il
diritto di adoperare, quando gli tornasse acconcio, quel modo, come proprio che
era e degli scrittori antichi e dell'uso vivo fiorentino. Per tutte codeste
ragioni nacque e si prolungò una disputa particolare , che fu un dei luoghi
comuni di quella più generale , cioè se a scriver bene giovasse o nocesse 1'
esser nati in Firenze. Si esagerò da ambe lo parti, ma parecchi ebbero la
delicatezza di sorvolare su una questione odiosa e posta in termini troppo
crudi, e alcuni Toscani la sciolsero bravamente o in favore degli altri , come
il Lasca, o con sagace imparzialità : dicen- dosi p. es. dal Varchi che fuori
si potesse scrivere egual- mente o anche meglio, specie nello stile elevato, ma
che a Firenze si parlasse meglio e si avesse piti la mano a certi generi come
il bernesco; o dal Lombardelli avver- tendosi che gì' Italiani correvano il
pericolo dell'affetta- zione, e i Toscani quello di tirar giù alla sciatta come
vién viene. In fondo sono anche oggi questi i due scogli, e nel secolo XVI
opere poetiche d'importanza nazionale, quali il Furioso e la Gerusalemme, non
ne diede la Fi- renze del Berni, ed opere subito monumentali di prosa non ne
diede nemmen Firenze. La prosa vi fiorì più che altrove, or troppo familiare,
come nel Ceilini, or giusta- mente contemperata, come nel Golii e nell'autor
del Ga- lateo , ora oscillante di continuo tra opposte tendenze, come nel gran
Machiavelli, ora compassata e accademica, — ir,5 — tanto da muovere infine il
Davanzati a una fiera reazione. Ma una di quelle opere come il Decamerone o i
Promessi Sposi , che in breve diventano l' esemplare a cui tutti mirano, non s'ebbe.
E in un certo senso non s' erano avute nemmen nel Trecento, poiché il
Decamerone era un esempio insigne sol di narrazione fantastica e per lo più
burlevole. Nel- l'opera complessiva del gran triumvirato predominava la poesia;
e, se questa è la più acconcia a vivificare le fa- coltà letterarie d'un popolo
e a diffonder la lingua, abitua però a una più sconfinata libertà di linguaggio
e all'ar- bitrio individuale. Così parecchi cinquecentisti usavano p. es. 2^ona
o avvia anche in prosa ; e, se lombardi o meridionali, il riscontrare un simile
condizionale nei pro- prii dialetti li liberava da un doppio scrupolo, quasi
di- cessero: non è una forma esclusivamente poetica, poiché é viva nelle nostre
parlate; non é un provincialismo di queste , poiché l'usa il Petrarca ! Il
senso comune finì con lo spazzar dalla prosa cotali forme che la prisca poesia
aveva avute dai poeti non toscani e dal proven- zale. Ma in ciò e in molte
altre cose simili ci volle un lungo processo di eliminazione, e le prime regole
della lingua furono cavate in gran parte dai testi poetici an- tichi e poi dal
Furioso ; il che ebbe conseguenze non favorevoh al trionfo d'una hngua ben
fissa, correttamente familiare e prettamente toscana. XVII. Un altro avviamento
a confusione nella teoria fu l'esempio del greco : pei suoi quattro dialetti,
per le mescolanze dialettali in Omero, per il così detto dialetto comune^ che
credevano fosse risultato da una bella fusio- ne dei quattro. Applicato all'
ingrosso, senza ancora una precisa idea cronologica della letteratura greca e
delle sue fasi dialettah, con un concetto esorbitante delle cose e un'
interpretazione fantastica del nome comune (xo^vy^), r esempio pareva far
riscontro alle mescolanze idioma- tiche della Divina Commedia, al volgare
illustre, al libero uso d'ogni dialetto italiano. Sforzi inauditi si fecero per
togliere efficacia a paralleli così autorevoli e^ in quel boUor di
rinascimento, formidabili; onde alcuni Toscani giunsero a opinare che il
dialetto comune fosse stato la base de- gli altri, 0 che l'attico fosse il
primo ad esser coltivato e gli altri risultassero da una sua ulteriore
diversifi- cazione ! Anche oggi la critica non vede chiaro interamente circa gh
eolismi maculanti il fondo ionico dei poemi ome- rici; ma del dialetto comune
sa con certezza che fu quello d'Atene generalizzatosi, accresciuto d'alcane
forme create per analogia , artificialmente mantenuto e svoltosi così nel greco
alessandrino come nel bizantino. Infiltrazioni dei dialetti parlati superstiti
ve ne furono nella vita se- colare di codesto atticismo trapiantato; ma quella
gran- diosa fusione di tutti i dialetti in un quinto, era un sogno dei nostri
vecchi. Ne consegue che, nonostante alcune conformità di vi- cende storiche tra
il fiorentino e 1' ateniese , in quanto accomunatisi a tutti gli uomini colti
della rispettiva na- zione, e certe rassomiglianze nella egemonia intellettuale
delle due città, il caso della Grecia non si pareggi per r appunto al nostro.
Colà le altre stirpi ebbero prima tutto il loro fiore letterario , e
collegarono ciascuna la propria loquela a qualche genere, specialmente poetico
: la poesia epica fu quasi interamente ionica , dorica la lirica corale ,
eolica la lirica individuale , neoionica la prosa bonaria della cronaca e di
certe speculazioni filo- sofiche, e da ultimo entrò in campo la stirpe attica
con la poesia drammatica , con 1' eloquenza e con la prosa — i(;7 — nel suo più
largo significato. Nella poesia essa serbò in parte le forme dei dialetti che
l'avevano coltivata, spe- cialmente dell'omerico, e nei cori dei drammi
mantenne (orme dorizzanti. Impronta più locale diede alla prosa. Ma il primato
d'Atene fu il coronamento dell'opera let- teraria di tutta la nazione e
l'accumulamento sopra l'ul- timo fratello delle eredità dei maggiori. Perchè
tra la Grecia antica e 1' Italia moderna vi fosse una miglior rispondenza,
bisognerebbe che Dante fosse stato un poeta p. es. romanesco , il Petrarca un
secentista marchigia- no 0 napoletano, il Machiavelli, il Galilei, il Manzoni e
l'Alfieri quattro fiorentini del secolo passato; e nel nostrO; la coltura
italiana si fosse accentrata a Tunisi ! E oc- correrebbe pure che l' Italia da
Bologna a Genova , a Susa, a Milano, non fosse fin oggi esistita, giacché i
veri dialetti greci non discordarono mai tra loro quanto i gal- loitalici dal
fiorentino o dal siciliano. XVIII. Abbiamo indicate molte ragioni per cui l'
ac- cettazion del fiorentino era da un lato necessaria e dal- l' altro
imperfetta e intralciata , così nella pratica come nel suo riconoscimento
teorico. Ci si aggiunga ora l' in- sufficienza dell' alfabeto italiano, la
quale anzi fornì essa r occasione a prorompere nel 1524 in una disputa più
vivace di quante se n' erano prima agitate nei libri e nelle conversazioni. 11
nostro volgare, al par degli altri neolatini , s'era messo in iscritto coi
segni dell'alfabeto latino, uniti talvolta in combinazioni nuove, come p. es.
in figlio occhio vegghiare laghi^ o lievemente modificati, co- me il ^, che per
un pezzo fu usato anche in tutta Italia, sebben forse venutoci d' oltremonte.
Lasciando anche che per più secoli piacque a molti di latineggiare più del bi-
sogno , scrivendo p. es. facto (e persino tucto !), dicto o decto ,
perfectioìie (o almen peìfettione o perfetione), ora- — 1G8 — tioìie, scripse
ecc., per l'abitudine contratta dalla scuola; ma pure fatto tutto detto
perfezione (o perfezzioné) ora- zione scrisse , ognun vede che constano di sole
lettere latine. Ne venne che fin dove il latino, e s' intende qu^le lo
pronunziavano nel medioevo , dava il modo di rap- presentare i suoni volgari ,
o fin dove bastassero facili combinazioni e stiracchiature, il volgare potè
essere re- cato in iscritto; dove sarebbe occorso inventar di pianta nuove
lettere o escogitar, per istudiata convenzione, segni diacritici, l'ortografia
abbandonava quasi sempre le cose dubbie alla discrezione del lettore. L'alfabeto
latino non distingueva Ve e Vo aperti dai chiusi ; e non li distinse r
italiano. La pronunzia latina non conosceva 1' 5 dolce di rosa , né la 0 forte
di pozzo e zappa , che aveva il solo z dolce e in sole voci greche come zona
baptizare; e l'italiano lasciò il segno s così in rosa come in cosa^ ed estese
il z anche al suono forte. Quest' ultimo per verità sembrava averlo, nella sua
pronunzia medievale, anche il latino, ma in una combinazione particolare, cioè
quella di gratia oratione perfegtione ecc.; e qui l'italiano ondeggiò a lungo
tra il mantenere codesta scrittura 0 l'applicarvi quella di zappa, scrivendo
grazia ecc. L' A, che in latino aveva significato un'aspirazione, si segui-
tava a mettere per abitudine, come in havere, huomo; 0 si estendeva per un fine
particolare, come in huopo chi; 0 per inutile abbondanza, come in chorpo, e via
via. Godeste imperfezioni agevolarono, sotto un certo riguar- do,
l'unificazione della lingua scritta, facendo che molte parole fossero segnate
allo stesso modo da persone che non le avrebbero pronunziate egualmente; e
anche oggi mascherano le differenze provinciali , scrivendosi p. cs. tempjo
verde olezzo palpebra anche da chi profferisce, poco toscanamente, chiuso il
primo, aperto il secondo, forte - 100 — il lcr''.o, sdrucciolo il quarto. Ma in
quanto la lingua colta è parlata o lotta, le ambiguità della scrittura furono e
sono un vero tormento per gl'Italiani provinciali e per gli stranieri. Il
disagio dovè essere più che mai avvertito nel s. XVI, in cui si compì la vera
unificazione. Il To- lomei e altri Toscani specularono sulla faccenda , ma
rimasero sgomenti della difficoltà di romperla con la tra- dizione letteraria e
di tentar da uomini privati novità che solo a principi credevano poter, caso
mai, riuscire. Fra le altre cose l'italiano ha ereditato dal latino la ri-
pugnanza alla notazione degli accenti e di altri segni diacritici, con la quale
molte distinzioni si otterrebbero, come n' è prova l'ortografìa moderna
francese e spa- gnuola , e quella variamente attuata oggi in Italia da autori
di libri scolastici. Intanto , un letterato di quella regione veneta , alla
quale, e per il Bembo e per le stamperie e per il sin- cero e diffuso amore
della coltura, ha molti obblighi la nostra lingua, mise in opera e spiegò una
serie di riforme ortografiche. Salvo la distinzione dell' w dal v^ che fece
fortuna, e qualche altra tollerabile, le singole proposte del Trissino eran
bizzarre, poco ponderate, e, quel ch'è più, ei le dichiarava dirette a
rappresentar la pronunzia italiana : cioè, spiegava, la toscana e la cortigiana
« le quali senza dubbio sono le più belle d'Italia »> . In alcuni vocaboli
s' atteneva « quasi che troppo » al fiorentino , ma per altri stava al
cortigiano, pronunziando omo e non uomo (oggi le parti si sono invertite !), e
ogm., composto^ forse^ con o aperto. I nuovi espedienti ortografici furon
combattuti con acume grammaticale dal Martelli (da cui prese quel poco di buono
che disse il Firenzuola, aggiungendovi di suo il bello stile e le brutte maniere
) ; meglio ancora dal — (70 — Tolomei, che nel Polito fece ima bellissima
rassegna delle mancanze e delle superfluità del nostro alfabeto ; un po'
sguaiatamente da un veneziano Liburnio ; e anche dopo quegli anni furon presi
piìi o meno di mira, p. es. dal Salviati. Ma con l'oppugnare pur il giusto
proposito del Trissino, nello stesso tempo che lo accusavano d'a- verne rubata
loro l'idea e confessavano i difetti dell'al- fabeto, quei Toscani non solo
riuscirono quasi incoerenti, ma un po' egoisticamente spensierati. Certe
distinzioni di suoni, dicevano, se anche non rappresentate grafica- mente , la
natura stessa le suggerisce a chi legge ; nò riflettevano che ciò era vero per
essi Toscani, non pegli altri Italiani, ai quah pur sapevano rinfacciare che
non per natura possedessero la buona lingua ! Con lo squisito senso pratico,
che fu sempre una loro prerogativa, av- vertivano quanto fosse ardua una
riforma ortografica, ma perciò appunto avrebbero dovuto aiutare il Trissino con
l'escogitarne una più agevole. Invece s'inasprirono per la italianità, cercata
dal Trissino piìi deUa schietta toscanità o fiorentinità, e accesero la
questione del no- me da dare alla lingua. XIX. La questione non era vana, come
gh storici han predicato a coro, giacché, venuto in uggiail vile appellativo di
volgare^ si trattava appunto di sostituirvene definitiva- mente uno più
acconcio; eppoi, sotto al nome c'era la cosa.Oggi tutto è chiaro. La lingua è
italiana perchè scritta da tutta la nazione e riconosciuta qual suo contrassegno
dagli stranieri ; e questo non è da confondere con un tutt'altro senso dello
stesso aggettivo, in quanto cioè si riferisce , come titolo geografico e
filologico , a tutte e singole le parole e le parlate che si odono o udirono,
si scrivono o si scrissero, tra l'Alpi e il mare: col senso insomma in cui è
italiano anche il dialetto torinese o il mossincsc, il vocabolo napoletano
ciiorpo o (juappo (« bra- vo ») e il milanese roda (« ruota ») o boria («
rotolare »). La linj^ma è fiorentina^ per il dialetto da cui si derivò, pegli
scrittori che primi la divulgarono, per la città che n'è ancora il vivaio. È
toscana^ perchè da Firenze poco differisce la sua regione, e questa vi
collaborò attivamente. Ma a quei tempi il nome italiano spiaceva a tutti i To-
scani, che lo prendevano come un attentato ai loro diritti storici e in parte
presenti ; il tìtolo di toscano pareva troppo largo ai Fiorentini , troppo
stretto agi' Italiani; quel di fiorentino riusciva ostico a tutti i non
Fiorentini, ciuasi fosse una condanna prestabilita di quanto essi facessero
nella lingua ormai accomunatasi; ostico soprat- tutto ai Toscani , che ci
vedevano esagerato il divario fra sé e Firenze. Essendo o parendo semplice
differenza di estensione quella che intercedeva fra i tre appellativi , si fece
un gran discutere di genere, di specie e d' individuo; il che oggi pare una sottigliezza
scolastica, ma non era super- flua quando per la prima volta si dovè scrutinar
bene il contenuto logico di nomi fin h adoprati alla buona. Il Trissino
rispondeva: ho detto italiano per usare il nome generico, ossia in contrapposto
a spagnuolo e simili, non a toscano; come si dice toscano^ non già in
contrapposto a fiorentino^ ma prescindendo dalle differenze. Salvo il genere
generahssimo , che in que'sto caso è il linguaggio umano, e la specie
specialissima, ch'è la parlata d'un rione, tutt' i termini intermedii sono
specie rispetto al genere precedente, e genere rispetto alla specie seguente.
Italiano è specie rispetto a umano, genere rispetto a romanesco, a toscano ecc.
Onde il toscano può esser detto italiano per semplice applicazione del nome più
generico a desi- gnare cosa piia specifica ; a quel modo che una data persona
può esser indicata, piuttosto che col suo nome indi- viduale, coi nomi via via
piìi larghi di uomo o di animale. Ciò varrebbe anche se l' italiano letterario
fosse puro toscano, ma per il Trissino non era tale, ed egh aggiun- geva: come
chiamare altrimenti che italiano quel che è toscano commisto a romano ? A
codeste analisi si replicava con altre più sottili e avvocatesche, o con
facezie. Intanto, a favor àeWitaliano stava il greco , il qual termine si può
sostituire a cia- scuno dei quattro indicanti i dialetti ; come a prò del
toscano contro il fiorentino stava che la lingua di Cice- rone s' era sempre
chiamata piuttosto latiìia che ro- mana. Il vecchio titolo dantesco di
cortigiano era risorto con miglior rispondenza alle condizioni effettuali, e si
riferiva più propriamente alla Corte romana. Aveva quivi il suo centro un gergo
cancelleresco , dove il parlar di Roma e del Mezzogiorno introduceva molti suoi
vezzi , p. es. dicete e facete e morse per morì^ pur lasciando in genere la
prevalenza al tipo toscano. Il Calmela, in un suo trat- tato inedito, affermò
che a divenir buon poeta convenisse apprender la lingua di Firenze,
aggiungendovi lo studio di Dante e Petrarca, e affinandola poi in Corte di
Roma. Il Castiglione, che, incominciando dal chiamar Cortegiano il suo libro
anziché Cortigiano^ e scrivendo veder essimo^ torze, satisfare^ patrone ecc.,
professava di voler fuggire l'affettazione d'usar vieti trecentismi o crudi
toscanesimi contemporanei, fu in teoria e in pratica seguace del cor- tigiano; inteso
nel senso di preferir certe voci provinciali che più delle toscane fosser
rimaste conformi alle latine, e di non isfuggir quelle voci provinciali o
straniere che, venute nella consuetudine dei grandi e dei savii, avessero bel
suono ed efficacia. Non ò vero che negasse il gran — 173 — fondo toscano della
lingua o dicesse d'avere scritto lom- bardo ; bensì elesse di farsi « piuttosto
conoscere per Lombardo parlando lombardo», cioè scrivendo qualche lombardismo,
« che per non Toscano parlando toscano: per non fare come Teofrasto », cioè
sfoggiando troppa toscanità. Era insomma questione di misura, di timore pudico
delle affettate contraffazioni; come nel secolo ap- presso il Bartoli dirà che
ai non Toscani meglio è lati- neggiare un po' di pili, che non ostentare
idiotismi d'ac- catto. E così in quegli anni medesimi, il Trissino inten- deva
solo a un contemperamento. I fatti non han dato tutti i torti a tali opinioni;
che se soddisfatto e sodisfatto^ e padrone^ vedremmo, torce ^ popolo anziché
populo^ han trionfato, si dice però onorevole^ candeliere^ e non orre- vole^
candelliere^ che erano i pretti fiorentinesimi, e così in cent'altre cose
simili. Il Trissino, trascinato dalla polemica, finì col trascor- rere in
qualche raziocinio ben più avverso al toscano ; il che avvenne anche peggio al
Muzio, quanto piìi questi era bisbetico, paradossale e pronto a dire d'aver
cam- biato opinione. Eran partiti da un concetto giusto, che il fiorentino non
potesse sottrarsi a un'elaborazione let- teraria, a contribuzioni provinciah, a
influssi politici; ma quel concetto, di sua natura un po' vago, si prestava ad
esser esagerato nella pratica, e spinto nella teoria fino al- l'assurdo. La
tesi che i Fiorentini avevano alle mani era di per sé più precisa, aveva il
conforto di prove storiclre evidenti e d'intuitive considerazioni
glottologiche, e, con- tenendo una maggior somma di verità, non abbisognava di
esagerazioni, o queste v'erano perdonabili e inavver- tite , riducendosi alla
omissione di certe riserve facili a sottintendere. I Dialoghi del Machiavelli e
del Gè Ili son mirabili per lo stile e l'argomentazione; e il volume del Varchi
è un capolavoro. Più tardi il Nisiely scrisse pa- gine eccellenti sull'
autorità degli scrittori e suU' uso in fatto di lingua e sul nome di questa;
mentre il Salviati, non privo d' acume in questioni particolari ma inetto alla
sintesi, non seppe tra il fiorentino vivo e la tradi- zione letteraria
distribuir nettamente le parti , e cadde in molte contradizioni: le quali però,
appunto perchè son molte, vengono in certa maniera a compensarsi e a pro- durre
una grossolana temperanza di criterio. XX. Per rifarci un po' indietro, il
Trissino aveva con un buon dialogo, il Castellano^ difesa l'italianità; e con
un dialogo ancor più bello, il Cesano^ gli si levò di nuovo contro anche il
Tolomei, a difender la toscanità, ossia una causa non interamente eguale alla
fiorentina. Oltre ciò che dice sull'origine del linguaggio umano e dell' ita-
liano, ove dà prova di quel precoce senso scientifico per cui egli primeggia
tra i molti valenti di quel dotto secolo, avverte come le diversità tra Firenze
e le altre città di Toscana si limitino a pochi vocaboli e suoni e soprattutto
all'accento. Mette cotal difesa in bocca a un Pisano, e non tutela in
particolare la sua Siena, di cui pochi idio- tismi adopera; il che fa buon
riscontro con un'epistola dove ad un altro rimproverò i troppi sanesismi. La
sua moderazione fu d'esempio al Lombardelli, che predicò: lingua fiorentina in
bocca sanese. Diceva esser questa l'opinion comune, proverbiale nella stessa
Firenze. Difatto, se altri Toscani avcan tirata l'acqua al loro mulino (p. es.
il Vellutello preferiva la parlata di Lucca e di Pisa)» e certi Italiani avevan
tratto partito da quei dissidii ca- rezzando quelle stesse od altre città (il
Muzio era andato a scovar Volterra !), Siena soprattutto si arrogò e fu rico-
nosciuta degna d'emulare Firenze. Oltre la dolcezza del- l'accento, che fu
sempre contrapposta alla (jonjla, cioè - 175 - ad alcuni vezzi spiacevoli della
pronunzia fiorentina, sta- vano per Siena l'importanza sua politica, l'aver
avuto e l'avere molti scrittori o fiorentineggianti o adopranti in modo piii o
meno puro la pnrlata sanese, e certe con- formità di questa con l'
umbro-romanesco e fin col Mez- zogiorno 0 con lo stesso Settentrione, e la
maggior fe- deltà in certe voci al latino e alle sue normali trasfor- mazioni.
Si pensi p. es. in quanta parte d'Italia si dice famec/lia, ponta^ maèstro^ e
che simpatia dovesse in simili casi destare una città toscana, che, proferendo
essa pure così, pareva capitanare tutta l' Italia contro la tirannia del
fiorentino che vuol famiglia^ purità^ maèstro. La terza di queste parole
dovrebbe avere Ve per la solita corri- spondenza all' / breve latino, qual è in
fede^ detto^ fermo ecc. Il fiorentino ciò nonostante ha quasi sempre trion-
fato, specialmente dove i suoi vezzi erano rappresentabili con la scrittura ,
ma per altri, come per maestro , non v'è ancora riuscito; e così il lèttera di
Roma, di Napoli e d'altre contrade tiene ancor testa, come voleva già il
Trissino, al toscano lèttera^ che par troppo lontano dal lat. UTTERA (cfr.
méttere :=^m.i:i:E?yE). Sono inezie in fon- do, e il senese, quando dice néve e
gióvane , è esso che stuona col latino , come pur fa il colónna di Roma e
Napoli. Ma si fa presto a raggruppare i soli casi in cui il fiorentino par
deviare dalle regole , e a farsi di ciò, anche ingenuamente, un'arma contro di
esso. Sorse così anche un altro adagio: lingua toscana in bocca romana. Sono
sentenze vaghe, a cui ognuno dà l'estensione che gli piace, e che provengono
parte da mere im.pressioni soggettive, parte da argomentazioni troppo
circoscritte. Ma nel fondo vi sta la coscienza che la fiorentinità è sog- getta
a un riscontro così della regione a lei più prossima come della nazione intera,
e che v'è il filtro del gusto e del criterio nazionale attraverso di cui la
vena fioren- tina si purifichi. Quanto a Siena, le velleità o di sopraffare
Firenze, o almeno di non lasciarsene sopraffare , non costituirono quasi mai
una vera minaccia, e il primato fiorentino, se non altro col fatto, venne
sempre più o meno ricono- sciuto; perfin dal Gigli, che in apparenza fu così
ribelle. Solo il Bargagli nel 1602, col pesante dialogo del Ta- ramino ,
sostenne, con tranquilla grettezza e con pieno accordo della teoria con la
pratica, che, come in Grecia, così in Toscana ciascuno scrivesse nella loquela
propria, senza impacciarsi nell'affettazione d'imitare l'altrui. Pure il
Giambullari , mezzo secolo innanzi, scrivendo primo fra i Toscani una
grammatica volgare, aveva protestato che egli badava solo alla lingua che si
parla e scrive in Firenze, « lasciando agli altri Toscani il trattare ciascun
della sua in quel modo che più gli piace »; ma qui c'era come una sfida
bonaria. Alia scuola sanese temperata appartenne anche il Cit- tadini, che nelle
sue due opere (1601, 1604) procede con eclettismo un po' incerto e mutevole.
Dopo aver preferito 1' appehativo volgare, si risolvette per toscano. Usando
pochi sanesismi, mise in Roma il presente fiore dell'italiano, ma
riconoscendone il germe fiorentino. Alla tradizione letteraria diede molto
risalto, e vi applicò con più chiara consapevolezza il criterio, ispiratogli
dalle opere inedite del Tolomei, di scrutinare le forme dei varii dia- letti
guardando alle norme storiche della trasformazione del latino. È il criterio
dianzi accennato per cui può sem- brar preferibile il dir maèstro e lettera , a
dispetto del fiorentino, e del quale un certo uso istintivo la lingua
letteraria aveva sempre fatto e non ha mai smesso di fare. In codesto
discernimento glottologico egli intravedeva un corroUivo dello predilezioni
municipali , delle aberrazioni dialettali, dei capricci dello scrittore. Lo
aveva di pochi anni precorso con un opuscoletto, eh' è un vero gioiello di
elegante sobrietà, di prudente acume e di sicura dottrina , 1' ellenista
Ascanio Persio , che , riconoscendo ampiamente il primato toscano, opinava però
esser lecito che dovunque il toscano non soccorra, invece d'attaccarsi a voci
forestiere o a crudi latinismi, si riducano a forma italiana i nostri
provincialismi d'origine greca o latina, spesso assai belli e talora più
significanti dei corrispon- denti modi toscani. Ne adduceva ad esempio il
grecismo ùicegnare, che si diceva e si dice in questa sua regione meridionale
nel senso di metter per la prima volta un vestito, metter mano a una botte, a
un nuovo coltello, e via via. Anche certi dialetti toscani dicono incignare^
benché il pretto fiorentino sia rinnovare; che però ha dell'equivoco, potendo
suscitar l'idea di raccomodare. XXI. Posta in tali termini, divien giusta la causa
dei dialetti, salvo una restrizione: che Vincegnare o incignare e altre simili
cose hanno bensì sufficienti titoli a poter en- trare nell'italiano comune, ma
la possibilità non si tra- duce in atto se non quando o uno scrittore molto se-
guitato o una favorevole congiuntura facciano ad esse fare la fortuna che
meritano, i^ltrimenti restano in una specie di limbo, quasi candidature di
parole; com'è ap- punto di codesto verbo , e, s'aggiunga subito , pur del suo
equivalente fiorentino: poiché di regola ogn' Italiano preferisce scrivere «
mettersi un vestito per la prima volta » 0 altro cotal modo che , per
iscolorito che sia, riesca almeno chiaro. Vent' anni dopo il Persio, la causa
cascò nelle mani del Beni, un vero Muzio redivivo; eccetto che il Muzio, acerbo
col Machiavelli, fu tenero del Boccaccio, che invece Beni fé' bersaglio ai suoi
strali, in lui personifi- cando la fiorentinità. Non accadrebbe riparlarne,
s'ei non fosse stato a modo suo il difensore della modernità dello stile, fra
tante censure vuote non ne avesse delle giuste, e non ci 'fornisse più d'un
indizio della resistenza che allora incontravano certe parole o forme
fiorentinesche, che 0 sono combattute anche oggi , o sol dopo molto stento sono
state ammesse (p. es. detti e amavo), o per converso trionfarono così
pienamente da non parerci più possibile che un tempo se ne sia disputato. Per
la mede- sima ragione e pei molti ragguagli che danno delle pecu- harità del
fiorentino, del sanese, del romanesco e d'altre parlate, c'è molto da spigolare
in quegli scritti, polemici o no, dal Trissino, dal Machiavelli, dal Tolomeì,
al Muzio, al Bargagli, al Cittadini, al Gigli, al Salvini. Una storia minuta e
prammatica di tutta la lunga que- stione gioverebbe si facesse anche per
raccogliere e va- gliare quelle notizie, talora contradittorie o poco verosi- mih,
spesso almeno inaspettate. Suto^ che ora è un ar- caismo, e testé, che sente
d'affettazione letteraria, spia- cevano a taluni nel Cinquecento come troppo
fiorentine- schi, e volentieri si notava che li avesse Dante ma non il
Petrarca. Nessuno immaginerebbe che si sia dovuto lot- tare perchè fosse
accolto tu sei anziché tu se; che de lo, a lo fosse un vezzo piuttosto dei
Sanesi, e questi si vantas- sero di dir veniamo, due, miei, giuocare,
rimproverando ai Fiorentini di dir venghiamo, dua, mia, giucare (che or sembra
lombardo !); che i secondi burlassero i primi del dir voliamo per vogliamo; che
il Machiavelli considerasse nosco e vosco come lombardismi; e via e via e via.
E curioso però vedere come, fra tante differenze pratiche e discussioni
teoriche e canzonature reciproche, si venisse di mano in mano costituendo,
specialmente nella gramnintica, un relativo accordo, cioè quell'uso scritto
comune, (la noi ereditato, il quale escluse definitivamente alcune forme, altre
ne mise in seconda linea, per altre restò irresoluto. Nel Seicento comincia a
maturarsi il frutto di tal lavoro , e vi sentiamo già V aura dei tempi nostri.
Per ciò pure riesce interessantissimo, oltre che per l'ar- guta vivacità, il
libro famoso del Bartoli. La Toscana, che per secoli era stata così fertile
d'in- gegni grandi, dopo il Galilei parve oramai stanca, e, pur serbando un
tradizionale buon gusto e lepore, pur dando alle lettere e alle scienze molti
cultori insigni , non ne produsse più tali e tanti da riaver l'egemonia come
nel Trecento o una contrastata preponderanza come nel Cin- quecento. Se, così
rinchiusa in sé stessa , continuò ad aver presa sulla lingua nazionale, fu
dall' un canto per il Vocabolario che la Crusca die fuori il 1612 e andò rifa-
cendo nelle edizioni del 1623, del 1691 e del 1729-38; e dall'altro perchè la
sua parlata e i suoi nuovi scrittori davano al Vocabolario conferma,
spiegazione, e un po' di complemento. Quel tanto di umor bellicoso che soprav-
viveva nei letterati italiani , si sfogò quindi contro la Crusca : assahta
sulle prime , come dal Beni , più che altro qual simbolo della fiorentinità ;
dipoi , neh' opera sua concreta del Vocabolario. Questo ridondava di difetti,
così sostanziali e per- tinaci, come transitori e accidentali. I secondi, che
si vennero in parte correggendo, consistevano in molti errori spiccioli, in
etimologie assurde, in esempii scor- retti cavati da cattive stampe o
manoscritti , in inter- pretazioni erronee, in omissioni sbadate, in
definizioni poco felici, e nelle perplessità o disuguaghanze, inevita- bili là
dove mettevan mano e si succedevano più persone; tra le quali vi fu sì un Redi
o un Anton Maria Salvini, ma non sorse giammai un dittatore d'ingegno
poderosis- simo e infaticabile , un Muratori della lingua. E e' era prima di
tutto che il libro, riducendosi in fondo anno spoglio di antichi testi, con
iscarse e timide aggiunte dal- l'uso vivo, dava un aiuto insufficiente a chi vi
cercasse le parole per iscriver di cose moderne; mentre poi , anche come
glossario filologico o inventario storico della hngua, era di sua natura monco.
S' era compilato un canone dei buoni scrittori o testi di lingua, soprattutto del
buon secolo: di quei soli si faceva bene o male lo spogKo, e ciò che se ne
raccoglieva era la buona lingua. Ora, uno scrittore anche ottimo può esser
caduto in qualche im- proprietà, come in uno cattivo si posson trovare parole
ottime che i buoni non hanno avuto occasione di ado- perare; e per
l'interpretazione degli scrittori e la storia della lingua importano così i
vocaboli e gli scrittori cat- tivi come i buoni. E tra buoni e cattivi , mentre
vi si raccoglieva una certa quantità di lingua morta, che i non Toscani poco
discernevano dalla viva, non si metteva mai insieme tutta intera una lingua,
giacché non v'è ragione che proprio tutte le parole abbiano avuto chi le
scrivesse. I pili di quegli autori canonizzati eran toscani; ma taluni, come
Guittone, d'una toscanità provincialesca e imbastar- dita; altri, come l'autor
del Pataffio o del Ciriffo Calvaneo, il Burchiello, il Lippi, e più o meno
tutti gli autori d'un certo periodo e di certi generi, pur seducendo la Crusca
per la loro schietta fiorentinità, empivano il Vocabolario con voci rimaste
dialettali , con un gergo enimmatico, con trivialità spesso oscene; altri, i
traduttori, gli rega- lavano per buoni toscanesimi molti gallicismi o latinismi
0 vani accozzi di parole messi giù per aver franteso il testo 0 non avergli
saputa dare una forma italiana. Come testimoni del parlar toscano , meritavan
coloro d' esser - isl -^ consklorati , ma con più criLica; e il vederli messi
cosi in trono rendeva pii^i odiosa l'esclusione di scritlori piìi nobili , sospetti
non senza ragione alla Crusca pei pro- vincialismi , pei falsi toscanesimi ,
per lo parti troppo artificiali della loro lingua , ma cari all' Italia o a
tutta Europa per pregi superiori alla lingua, li Tasso fu alla fine accolto, ma
dopo uno stento eh' era parso strascico di vecchie antipatie. Di santa
Caterina, i cui sanesismì non potevano del resto aver luogo in un vocabolario
di buon fiorentino , non sapevano i Sanesi tollerare che fossero lasciate in
disparte le opere, così ispirate ed ef- ficaci. Quel codice della Hngua insomma
, troppo stretto e troppo largo ad un tempo, lasciava insodisfatti i filologi;
metteva in impaccio gli scrittori che avrebbero voluto rimanergli
giudiziosamente fedeli; pareva incoraggiare gli sguaiati ricercatori di
arcaismi e d'altre leziosaggini , o provocar per reazione il licenzioso oblio
d' ogni freno ; forniva armi innumerevoli ai pedanti, che avventatamente
formulavano regole stolte e divieti capricciosi. Con un esempiuccio od
esempiaccio si poteva legittimare ogni stranezza, come con la mancanza, spesso
fortuita o do- vuta a mera omissione, degU esempii classici, si condan- navano
le cose più ragionevoh. Felice chi, per difendersi, riuscisse a scovare esempii
non avvertiti dalla Crusca e dai suoi veri o pretesi amici ! Qualche giusta
causa si gua- dagnava così, ma su prove che, per quanto formidabiU come
argomenti ad hominem da cuocer l'avversario nella sua stessa acqua, hanno un
valore intrinseco variabile da caso a caso e possono tirar fuor di strada.
Giacche, oltre quelle opere di cui ninno oserebbe discutere che sien tenute a
modelli , ve ne son altre ammesse fra i testi di lingua sol dopo molta
esitazione e solo per certi riguardi; e d'altra parte anche in uno scrittore
modello può esservi una parola mal adoprata o resa tollerabile sol dal
contesto, ed invece una parola di ottimo conio, necessaria, usata da tutti
parlando, può per caso leggersi unicamente presso un autore di minor conto. Un
giudizio discrezionale cercavano i migliori di farlo volta per volta, guardando
al numero degli esempii , all' autorità degli scrittori ond'eran tratti, alle
convenienze particolari del contesto; ma era un giudizio diffìcile ed incerto :
special- mente quanto al numero, mal potendosi definire se due esempii
bastassero o ne abbisognassero tre , quattro e così via. Malgrado tutto ciò la
Crusca prestò un gran servigio, offrendo all'Italia in secoli di disunione e di
torpore un considerevole corpo di linguaggio toscano. I primi abbozzi di
vocabolario, tentati nel s. XVI, o non erano stati pur essi semplici spogli di
pochi autori ? La Crusca almeno allargò subito e venne sempre più allargando il
numero di questi, e procedette con maggior precisione e sicurezza. Che se a
scemare la bontà dell'opera sua contribuì l'u- more d'alcuni accademici e certi
difetti della regione cui appartenevano , non fu sua colpa se 1' Italia tutta
era scaduta e il senso critico e filologico illanguidito. È as- surdo dare alla
Crusca la taccia di tirannia, quasi dispo- nesse di bellici apparecchi o di
politiche coazioni; le quali ebbe , al più , sulla Toscana. Del rimanente 1'
autorità sua, tutta morale, in tanto potè esercitarsi, in quanto gì' Italiani
stessi sentivano il bisogno di riconoscerla nò sapevano surrogarsele. Sapevano
bensì aiutarla o censu- rarla, raggranellare aggiunte da presentargliele
modesta- mente o da rinfacciargliele come dimenticanze colpevoli. Però, fra il
cozzo di tante forze diverse e ciascuna un po' manchevole , si venne alla
meglio raffermando e svol- - ISJ^ - gcndo nn;i lini^ua abbastanza comuiic od un
V(Kab()lario storico, cbo, pur così com' è, e' è stato lungamente invi- diato
dallo altre nazioni , alcune delle quali ne sono ano' oggi prive. XXII. Ma per
quel clie riguarda l'uso vivo della lingua, erano invece spesso gl'Italiani a
invidiar le nazioni stra- niere, non appena vi acquistassero familiarità per
mezzo dei viaggi o con lo studio. Ciò avvenne nel seicento al Magalotti ,
gentiluomo fiorentino e Accademico , e , nel secolo seguente , al piemontese
Baretti e al Cesarotti padovano. Il primo raccomandava alla risorta Accademia
di aprir le porte al Tasso; di mettere dei contrassegni alle voci arcaiche ,
alle non comuni , alle plebee ; e di esser meno dispettosa nell'accogliere le
buone voci fore- stiere. Il secondo, sebbene con qualche intemperanza e
capestreria delle sue, precorre anche meglio il Manzoni; altresì per una certa
scontentezza verso la nostra lette- ratura anteriore, per l'osservazione delle
cause storiche di quel malessere, per la molta stima dei dialetti in quanto
ciascuno è a casa sua una vera lingua, per l'antipatia invece al bastardume
della lingua che si scriveva nelle Provincie , per il riconoscere sinceramente
la toscanità , eppur volere che la lingua si chiami italiana : al qual
proposito anzi combatte più del bisogno il MachiaveUi. Ma per il giudizio che
porta sulle condizioni della coltura fiorentina contemporanea e per le
conseguenze che ne trae contro la possibilità d'una grande efficacia presente
di Firenze sulla lingua comune , ei precorre piuttosto l'Ascoli. Il Cesarotti
nei suoi stupendi Saggi , oltre alle belle speculazioni filosofiche sul
linguaggio umano ispirategli da pensatori francesi, mostrò per il dialetto una
stima anche più precisa e consapevole; riconobbe con lucidissima franchezza la
derivazione della lingua dal dialetto toscano; difese e usò i francesismi con
discrezione ben maggiore di quella che gli si suole in ciò attribuire; e,
ritornando ai buoni accenni del Bembo, del Varchi e di altri antichi, avvertì
che molte voci eleganti, predicate per gemme del buon secolo, non sono in fondo
che an- tichi gallicismi ; criticò egregiamente la Crusca , e , pur volendo che
quella di Firenze rimanesse a capo del lavorio lessicale, proponeva fosse
aiutata da una specie di Crusche provinciali, sicché un Consiglio Italico
potesse in ultimo dare due Vocabolarii: 1' uno ampio pegli eruditi, l'altro per
l'uso giornaliero di chi scrive. Fece sua tal proposta il Napione , in un libro
prolisso e scolorito , nel quale però, se spesso si contradice o sposta le
questioni, vien pure a riconoscer molte verità e a dar ottimi consigli.
Scredita il francese e magnifica l'italiano, ma poi vorrebbe che questo si
procurasse i pregi di quello; inchinandosi alla toscanità, la desidererebbe men
vernacola, più affia- tata con la buona italianità , men ritrosa verso quelle
voci degli altri dialetti le quali siano ad essa confacenti e adattabili. Da un
tal farsi più italiana la Toscana, più toscana l' Italia, si sarebbe avuta la
lingua nobilmente popolare, anche per lo stile tenue, ed evitato di cadere
continuamente o nell' arcaismo o nel francesismo o nel provincialismo, o in
quel crudo toscanesimo ch'è sempre dialettale « benché del dialetto più nobile
». Come si vede, nonostante la sua ribellione al francese, giustificata dalle
condizioni particolari del Piemonte e per la quale s'accapigliarono col
Cesarotti, i due valentuomini concor- davano neir impeto generoso verso
un'italianità viva e comune. XXIII. Ma a codesto moto portò una curiosa rèmora,
nei primi decennii del nostro secolo, la scuola dei ^;?<- - 185 - visti,
spasimanti per la toscaiiilà del Trecento. Tenendo per oro i)urissinio tutto
ciò che fosse del beato secolo, e conio un deplorabile tralignamento ogni
posteriore mo- dificazione od aggiunta, predicavano che a frugar bene in quella
lingua ci si raccatterebbe piii che abbastanza per esprimere i nuovi concetti e
ritrovati, e concedevano che solamente in caso disperato si potesse ricorrere a
parole non conosciute dai primi padri di nostra favella. Solo i più discreti
scendevano fino al Cinquecento e un pochino al Seicento. Al toscano moderno
guardavano con una cotal compiacenza , in quanto vi sentissero echeggiato
l'antico; ma talora l'aveano a disdegno, pei francesismi e altre novità in cui
esso pure era sdruccio- lato (cfr. p. 31 e 46), esso che avrebbe dovuto dare il
buon esempio ! In pratica non sempre cercavan gh ar- caismi, anzi dai più crudi
di questi intendevan d' aste- nersi , un po' più che le caricature degli
avversarli non lascerebbero credere ; ma procedevano con un criterio né preciso
né costante, e lo stile d' alcuni di loro era per sé stesso una caricatura. Il
Cesari (e ciò che si dice di lui si attaglia più o meno ai molti che lo
seguitarono , specialmente a Napoli o in Romagna) ebbe intenzioni veramente
pure, e del bene ne fece col promuovere lo studio degli antichi e richiamare
anche gli avversarli a una maggior cura per la lingua ; ma era una mente ri-
stretta la sua, priva così di un sicuro sentimento storico e filologico come di
quel sano gusto che da ogni affet- tazione si ritrae con subito sgomento. Fu un
buongu- staio di ciò che avesse sapor di antico , e, idolatrando le parole per
sé stesse , attribuì loro un prezzo d' affe- zione. Era una via mozza quella,
che non metteva capo a nulla. Gli scrittori di più largo ingegno e gU uomini di
scienza non vi si potevano aggirare, e dai pedanti che — 186 - vi scorrazzavano
erano di continuo saettati con censure petulanti o stolte, per le quali i più
nobili parti della fantasia e dell' intelletto diventavano agli occhi del volgo
un componimento sgrammaticato d' uno scolarello che presuntuosamente s'affidi
troppo ai suoi naturali doni. Alla toscanità così tapinamente intesa il Monti
con- trapponeva la comune lingua nazionale, mondata degli arcaismi e de' vani
fronzoli, arricchita e pronta a sempre più arricchirsi dei termini scientifici
e delle buone novità messe innanzi da scrittori anche non toscani, docile stru-
mento al pensiero vivo ed operoso; del quale egU avea vicino l'esempio nel
Volta e negli altri scienziati dell'Isti- tuto, e nelle letterature straniere
ond'era studioso e imi- tatore. Fattosi corifeo d' un partito liberale in
letteratura, lo difendeva dalle condanne del Cesari ^); ed alla Crusca additava
le superfluità e le mancanze del Vocabolario. Poiché l'ultima edizione di
questo era ormai vecchia dì ottant'anni, non tornava interamente giusto il
rinfacciarne le pecche alla rediviva Accademia, che già s' apprestava a
correggerle; ma al poeta, imbizzitosi ch'ella non volesse compagni all'opera,
parve che la critica al passato dovesse riuscire, come in parte fu, un' utile
ammonizione per l'avvenire. Nello stile, salvo poche forme che sanno
d'antiquato o d'artificiale, la proposta è un bellissimo saggio della nuova
prosa; e nella sostanza, se non è scevra d' errori, risolve con retto giudizio
molte questioni spicciole lessicali, grammaticah, ermeneutiche, critiche, e
nella stessa parte teorica ha principii che il 1; È bello ricordare che, nell'appendice
al primo trattato di Perlicari, ribattendo un'impudica definizione clie il
pudico veronese avea data della LINGUA ITALIANA, Monti si dolse pur di veder
vilipese le lingue che hanno cantato ira noi i Sepolcri, e pianto la morte di
Carlo Imbonati n. M. avrebbe potuto or
sottoscrivere senz' altro gr accogliere con riserve, le quali nell'intimo
pensiero e nelle applicazioni erano dal '< divino » ronia<^aiuolo
sottintese. Quando egli, per difendere vocaboli non suffragati da esempii
antichi o addirittura condannati dall'autorità della crusca, si appella
all'etimologia, all' analogia e alla RAGIONE, si mette di certo per un sentiero
pericoloso: giacché un vocabolo può ben esistere nella LINGUA LATINA o nella
lingua greca, e non esser passato nella LINGUA ITALIANA. Un vocabolo può esser
foggiato con regolare imitazione di voci già esistenti, e tuttavia non trovar
buona accoglienza.Un vocabolo può esser più secondo ragione, ma a dispetto di
questa non riuscir a prender il posto d'un IDIOTISMO – H. P. Grice: “I think ‘idiolect’
was one of the best coinages ever!” L’idiotismo dell’idiotismo -- ingenuo. La
vera norma della LINGUA ITALIANA è l'USO – cf. H. P. Grice: ‘meaning = use? I
rather say the current slogna is meaning =/ uso -- ; e a volerla invece
regolare con quegli altri criterii, noi dovremmo p. es. poter dire “perna” per “prosciutto,”
e, poiché ci sono i derivativi orale addizione faggio scoiattolo, adoprar
liberamente ore, addere, fago, scì'àro 0 scoio ; e allevazione, come
sollevazione, anziché allevamento, e ci avremmo a guardar bene dal dire eccetto
la moglie, eccetto i figli, affrettandoci a rimettere in campo eccella la
moglie, eccelli i figli! Però, si badi, l'etimologia, l'analogia e LA RAGIONE –
conversazionale – H. P. GRICE --, se non valgono di punto in bianco a
distruggere l'uso o a crearlo, se di per sé non fanno che LA LINGUA ITALIANA semplicemente
possibile, mentre LA LINGUA ITALIANA reale – cf. H. P. Grice: “Deutero-Esperanto:
a language nobody speaks!” -- consiste nell'USO, per bizzarro o IRRAGIONEVOLE –
“How UNCELVER language can be!” – H. P> Grice -- eh' ei sia , contribuiscono
pur molto a lentamente formare e trasformare l'uso, il letterario in ispecie.
Ed Monti, poi, non le invoca per inventare inaudite e inutili novità, bensì per
difendere voci usitatissime e neo-logismi necessarii alle scienze e alle arti –
H. P. Grice: “e la filosofia: We tried this with Warnock, who wanted to
introduce the use of ‘visum’ until I persuaded him that it would be the
greatest otiosity in which he could ever incur!” --, che per mero capriccio o
distrazione o per troppa servilità ai classici la crusca non registra – H. P.
Grice: “I’m feeling byzantine today!” --. Come mai, dice, “bibliotecario” lo ammettete
e “biblioteca” no? date “apogeo” ed “afelio,” ma non i loro contrarli: “perigeo”
e “perielio”? “Elastico” e non “elasticità” – cf. H. P. Grice: ““Horseness” is
possibly one of the most beautiful Platonic idiotisms!” -- ? “sessagono” e “settagono,”
ma non “ottagono”? Quel che più importa è che Monti non manca di riconoscere
ampiamente le prerogative del toscano, l'eccellentissimo dei dialetti italiani,
e di Firenze che anche a lui pareva l'Atene d'Italia – H. P. Grice: “I used to
refer in my seminars to the Oxonian dialectic as a re-incarnation of Athenian
dialectic, until my pupil, Strawson, a member of the Athenaeum, told me that
ATHENAEUM is used, figuratively, to refer to Oxford!” -- . In ciò egli consente
con Perticari un po' meno che non s'argomenterebbe dall' incorporar che fa nel
proprio libro i due trattati di lui. Il quale è tornato al Trissino vello d’ORO
(vedasi) e a Muzio prendendo alla lettera il “De vulgari eloquentia”e il
volgare illustre; ha di nuovo confusa la questione della lingua con quella
dell'origine dei volgari neo-latini; e ricorre a malizie da cui Monti rifugge.
Ma Perticari medesimo, benché gh venisse crescendo 1'audacia e la smania di
nasconder sotto falsi colori la verità, l'ha sulle prime abbastanza confessata,
ed anche nel concludere il secondo suo lavoro finisce col piegarsi a Firenze. La
tesi di M., dunque, NULLA COTENNE DI VERAMENTE NUOVO – ““Everything old is new
again,” my motto” – H. P. Grice --. Che ogni dialetto sia quanto a sé LA LINGUA
ITALIANA, che LA LINGUA ITALIANA è in fondo un dialetto, che la nostra LINGUA
ITALIANA è LA LINGUA FIORENTINA, che nella LINGUA ITALIANA 1'uso trionfa anche
della ragione, che bisogna scriver nella LINGUA ITALIANA del proprio tempo, che
questa debba restare aperta ad ogni necessario aggiungimento – H. P. Grice: “Warnock
wanted to introduce ‘visum,’ but I persuaded not to!” -- , che l' Italia si
trova in difficoltà speciali per effetto di certe vicende storiche, che le
condizioni della Gallia sono invidiabih, che i gallicismi non debban incutere
una paura fanatica, che al filosofo italiano il vocabolario della crusca desse
troppo di più e troppo di meno del necessario, che sia desiderabile un
vocabolario che fornisca tutte e sole le parole adoperabili al presente: sono
cose dette e ri-dette, qual più qual meno, da molti o da pochi, da punti di vista
spesso diversi ma talora simili al suo, spesso separate l’una dall' altra ma
non di rado ra^i^gruppato suppergiù come presso di lui. Perfino la fornmla che
bisogni stare all'USO vivente delle persone colte era già in Gelli, in Varchi, in
Tolomei, in Gastelvetro e in altri. Sennonché egli raccolge tutto in una bella
sintesi, sfrondandola d' ogni parte rea o morta -- come la questione se a
scriver bene riescano più i fiorentini o gli altri, o come la question del
nome, risoluta col fatto -- e d'ogni minuzia che potesse rimpiccolire e sviare
il ragionamento; nò già per una semplice scelta sagace eh' ei facesse de'
pensieri altrui, ma per averci molto ripensato egli medesimo. Eppoi, il suo
principal merito è di levarsi contro alle dottrine che in quel momento si
disputano il campo e trascorrevano in opposte esagerazioni – H. P. Grice: “And
rather wrote a book about it, as Chaucer did with the Caunterbury Tales,
seeting ‘englisce’ for one and all! --. Non serve che certe verità siano state
proclamate da un pezzo, se dopo si son dimenticate o trovano ancora oppugnatori
ad oltranza, sicché il riassumerne la difesa torni ad essere un' opera
meritoria. Che tale fosse quella a cui il Manzoni si mise, lo prova il baccano
che gli si levò contro. L'ultima fase della questione aveva molto di nebuloso,
e , da poche ecce- zioni in fuori, i letterati erano o cesariani o perticaria-
ni. L' opuscolo del Biamonti e il libro del Galvani , r uno con più nerbo dialettico
e soda coltura latina e greca, l'altro con precisa erudizione medievale,
avevano malconcio il Perticari; ma eran poco più che una buona recensione e una
stretta polemica, atta a sgombrar il terreno, non a piantarvi un vessillo
intorno a cui si raccogliessero i campioni dell'arte nuova. Per entrambe le
scuole trionfanti i dialetti eran cosa vile, non escluso in un certo senso lo
stesso fiorentino ; giacché per Cesari la buona lingua stava tutta negli
antichi libri to- scani, per il Perticari la lingua illustre doveva essere una
manipolazione di tutti i moderni scrittori italiani , procedenti per le cime
d'ogni dialetto senza giungere al fondo di nessuno. L' uno metteva in salvo la
stabilità della lingua, ma rinserrando questa in un museo o ci- mitero di
parole ; l' altro ne assicurava la vivezza e la libertà, ma col farla spaziare
nell'indeterminato e nel vago. Il Manzoni tolse il toscano di mano al Cesari , e
col surrogare a quel de' libri vecchi quello dell'uso vivo di Firenze, gli
conferì la libera modernità che il Perti- cari e il Monti avevano riposta nella
lingua degli scrittori. XXV. A conciliar il meglio di tutte le scuole egli
giunse con un ragionamento ben diritto; anzi più diritto che a cose pratiche
non convenga. Sta bene: ogni dialetto è una lingua per la città che lo parla, e
la lingua è un dialetto adottato dalla nazione. Nessun sostanziale divario
esiste tra i fenomeni d' una lingua e quelli d'un dialetto, ed è giuoco di
fortuna che quelli sien diventati le norme del favellare colto e questi
rimangano vezzi locali. Tant'è vero che può esser cosa di dialetto in Italia
quel che è di lingua in Francia o in Ispagna. Tienipo è un napoletanismo ,
coeur un lom- bardismo o piemontesismo; ma in Ispagna si scrive ap- punto
tiempo^ e in Francia coeur. « Tengo fame » è qui modo napoletano, ma così
scrive ogni Spagnuolo o Por- toghese. Il dialetto privilegiato dalla sorte è
stato per noi il fiorentino , e , se la storia non ce lo spiegasse o il buon
senso non l'avesse detto in ciascun tempo alla comune degl'Italiani (sicché ne
resta la confessione anche in certe frasi dei volghi meridionali, come parlar
tosco per « parlare in punta di forchetta »), la scienza lingui- stica
spazzerebbe oggi ogni dubbio. I Sanesi e quasi tutti - IDI — frì'Italìani lian
dalla nascita appreso a dir lengua, c])piiro, lìiontre in Ispagna si scrive
senza scrupolo cosi, essi fanno ogni sforzo per disimpararlo, sostituendovi il
fiorentino lingua; come smettono famegìia e poìita per dir famiglia e punta. In
questi e in altri casi Firenze è pii^i simile al latino, ma spesso è il
contrario, che è ben latino il 2)ili di Napoli e Sicilia, e vinti, eh' è anche
di Siena, anziché il fiorentino j;e/i e venti. Il Lombardo avrebbe caro di
starsene al suo costrutto « si può no », come i Tedeschi si godono in pace il
loro man kann nicht ; ma si piega a dir non si può, salvo poi a sdrucciolare in
frasi come ho fatto niente, ho visto nessuno. Questi sforzi che tutti facciamo
di staccarci da ciò che a noi è naturale, per sostituirvi cose che, anche
quando sono comuni a una parte più o meno considerevole d'Italia, non sono
native, tutte insieme unite, se non a Firenze, dimostrano che, non per un
semplice ripulimento estetico delle nostre loquele, che darebbe effetti assai
discordi o al pili ci porterebbe tutti a latineggiare, noi siam riasciti ad
avere una lingua comune, bensì per esserci accordati a imitar Firenze. Ma, dal
giorno che un dialetto si prende a scrivere, incomincia a tenere una via sua
propria , che lo fa di mano in mano divergere dalla semplice parlata. Chi
scrive, come deve rinunziare a certi aiuti che le modulazioni e le soste della
viva voce forniscono a chi parla, così bada a cose che a questo importan poco.
In bocca toscana, per esempio, àmanìo si faceva àmallo, ed amarlo si faceva e
si fa amallo, ma i più, per chiarezza e per regolarità grammaticale, schivarono
di scrivere nel secondo modo. La scrittura poi crea subito l'abitudine e la tradizione,
che di per sé oppongono resistenza alle novità, anche se affatto innocenti, a
cui la parlata s' abbandona con più spensìeratezzea. Il complesso di codesti
accorgimenti e resistenze costituirebbe le peculiarità dell'uso scritto, pur
dove questo avesse un incominciamento spontaneo, senza imitazione di altre
letterature precedenti, e non uscisse dal ^pomerio della città. Tanto più
doveva il fatto veri- ficarsi per il fiorentino scritto, che incominciò a
muoversi sulle orme del latino, del francese e del provenzale, in compagnia con
altri linguaggi italiani; che si accomunò a tutta una nazione politicamente
scissa e diversissima nei parlari e nel sangue; che restò sempre sotto la
tutela del latino; che divenne ben presto oggetto dello studio riflesso dei
grammatici e dei vocabolaristi; che, dall'aver Firenze più o meno languito per
secoli, si trovò a vivere da sé senza il continuo influsso della parlata
cittadina. Il Muzio venne in campo con un certo suo paragone tra il vino e il
toscanesimo , che gli fu rimbeccato dal Varchi e dal Davanzali , ina che noi
potremmo ridurre a forma onesta così: tra i vini che in un paese si fanno,
alcuni si mandano fuori, ma altri non reggono al viaggio e non si posson bere
che sopra luogo. XXVI. L'Italia non si appropriò se non il fiorentino scritto ,
e fin dove poteva senza sforzo o con isforzi tollerabili. Ciò ebbe i suoi
effetti specialmente sulla pro- nunzia, alcuni vezzi della quale, come il così
detto e aspirato di fico o il e e r/ sibilante di pace e regina^ non
significati dalla scrittura '), restaron regionali. Avvenne 1) E non lo furono
anche perchè, essendo aspirata l'iniziale in la casa, ma non in i^er casa, e
sibilinLe l'iniziale in la cena, i giri, ma non in jìcr cena, il giro, colali
parole avrebbero dovuto scri- versi in due modi, secondo le congiunture. Per la
medesima ragione non uscì di Toscana il vezzo di prolTerir doppia la iniziale
dopo — 193 — anche di più. Essendosi dai Toscani smesso di scriver bascio e
camlscia, perchè codesto mite suono non si scam- biasse con quello più
gagliardo ch'ò in fascia, mentre è invece pari a quello toscaneggiante di pace
, ne derivò elle quegl' Italiani che pronunzian pace con un vero e, ossia con
quel che i Toscani stessi fan sentire in selce e in faccia^ lo estesero anche a
bacio e camicia. I quali però, venendo da basium e camisia, non si pronunziano
con un vero e in nessun dialetto; che gli altri dialetti o dicon quasi bascio,
in modo simile al toscano, o baso. Lo stesso dicasi suppergiù di fagiano
fagiuolo, Perugia (già Feroscia), che in latino hanno s e non g, e fuor di
Toscana suonano press'a poco o fascinolo o fasuolo. La pronunzia insomma che di
bacio e fagiuolo si suol fare in gran parte d'Italia, se non è conforme al
toscano, non segue però nemmeno le parlate locali, ed è una creazione tutta
letteraria. Un altro esempio di toscanità letterariamente alterata è 1'
articolo gli avanti a Dei. Il vero è che i Toscani pronunziano solamente delio
, smozzicatura di Iddio (cioè il Dio), e che a questo conformarono ddea e ddei,
mentre poi per influenza del latino scrissero, come se nulla fosse. Dio Dea
Dei. A qualche poeta tornò talvolta comodo e a qualche prosatore parve più
logico scrivere i Dei: ma l'uso generale ha mantenuto gli, pur ignorando o
negligendo la pronunzia toscana che lo giustifica. da 'da pporre), eccetto nei
composti {dappoco, davvero). Ciò pure contribuì a far che tra lo 'inferno, la
'nghiria, e l'inferno, V ingiuria, si preferisse la seconda elisione che rende
mutabile il solo mono- sillabo servile; relegando la prima, toscana altrettanto
, a rari usi poetici. Questi e i tanti altri esempii simili non s'adducono,
beninteso, per dir qui che non si debba imitar la pro- nunzia toscana, nel qual
caso ci potrebbero esser ritorti contro; ma per provare quanta sia stata la
forza delle cose. È manifesto che l'italiano, se in fondo è fiorentino, è però
il fiorentino antico e scritto, eh' è andato soggetto all'elaborazione
nazionale, ora ingenua or artificiosa, la quale lo ha dove corretto e dove
corrotto. Esso segui- terebbe la sua via anche se Firenze sparisse, né può prescinder
dalla sua storia secolare, che sarebbe un fatto nuovo in tutte le letterature.
Bene o male, un uso moderno letterario s'è formato, che in molte cose è iden-
tico all'uso parlato di Firenze, ma in altre no. Doman- diamo a un Itahano di
buona fedo se oggi s'abbia a dir debbe dee o deve^ veggendo o vedendo^
melancolia malen- conia maninconia melanconia o malinconia^ concJiiugga o
conchiuda^ sirocchia o sorella, pulzella o ragazza, ed egli risponderà: deve,
vedendo, malinconia (o più poeticamente melanconia) , conchiuda , sorella ,
ragazza ; senza sapere che così s' accorda con Firenze. Anche quei che scri-
vendo preferiscon per ricercatezza debbe veggendo ecc. sanno bene quali siano
le forme più semplici, altrimenti come farebbero a sfuggirle ? Se poi a quel
medesimo chiediamo , tra officio offizio ofido ofizio ufficio uffizio uficio
ufizio, che tutti son registrati nel dizionario storico, quale gh paia dell'uso
presente, ei presceglierà ufficio e un po' anche uffizio ; e quando gli avrem
detto che a Firenze si dice ufizio, dirà che lo credeva un arcaismo e che gli
parrebbe un' affettazione 1' appropriarselo. Lo stesso direbbe di doventare, di
strattagemma, di polenda, di messi per misi, e di altre simili cose, che in sé
non han nulla di male, che furono adoprate da scrittori , che perciò si trovano
nel dizionario , ma che, mentre la par- — 195 — lata fiorentina le ha
predilette, l' italiano scritto le ha posposte. In altri casi, di cui molti
abbiamo messi in rilievo nel secondo capitolo, la differenza tra l'uso
letterario, anche moderno, e l'uso presente fiorentino, anche colto, consiste
nella preferenza data da questo a forme che, per ragioni pii^i 0 men buone, la
grammatica ha sempre combattute, quali sono gli per a loro o, che è più, per a
lei, classi e stassi; o a certi neologismi, come gì' indicativi fai vai dai
stai (o fa' va' ecc.) pegl'imperativi fa va da sta; o nell'avere quando smesse,
quando ricacciate in seconda linea, quando limitate a casi particolari, forme e
voci che la lingua letteraria non vuol dimenticare, come questi e quegli nel
numero del meno, vi avverbio, egli ed ella, figlio ecc.; o nell'adoperar che fa
in modo o costante o frequentissimo vezzi che la lingua letteraria accoghe con
parsimonia e riserba ad incontri di una speciale convenienza, come l'articolo
coi nomi di donna (il Cesano e il Salviati ne attestano già fermata allora la
norma), e i pronomi e' , 'gli, la, premessi ai verbi. L' i di certi antichi
latinismi, quali s/?ecie effigie scienza, come in poesia può far dieresi, cioè
contar come in latino per una sillaba a sé, così nella più parte d'Italia,
nella meridionale in ispecie, è ancora proferito debitamente; ma la pronunzia
toscana lo ha roso, onde a taluni è parso lecito scriver addirittura spece
effige scema coscenza, e dare a superfice un plurale superfici. Già Dante, per
la rima, scrisse uno sptece e due effige, e tre Fiorentini, ne'secoli XV e XVI,
misero in poesie facete, pure in rima, effigi; ma ciò non toglie che per
l'itahano scritto codeste sieno o antiche licenze poetiche o moderni vezzi
dialettali. Il medesimo si dica di novo foco core ecc., cioè dovunque la
pronunzia toscana moderna ha rimangiato Vu del dittongo, ritornando per caso
alla vocale semplice delle voci latine, e dove l'Italia colta riman così unita
nel tenersi al dittongo del toscano antico (p. 76), da parer curioso le si
venga ad inculcare che per amor dell' unificazione si sforzi a smetterlo. La
mi' figliola e la tu'* sorella sono modi che importano molteplici differenze
dall'uso italiano; e, se ogni Toscano conversando non ha scrupolo di dire 'un
per non, né egli né altri oserebbe metterlo pur in una lettera la pili
familiare. I Fiorentini chiamano anello anche quello che noi diciamo ab antico
ditale, né alcuno vorrebbe far il cambio, per acquistare un'ambiguità o per
doverci rime- diare con una perifrasi aggiungendo da cucire. Dicono sj^era per
« specchio da camera », che per noi è un arcai- smo; e il palmo della mano e il
suolo della scarpa, anziché la palma e la suola. Anco, che agli altri Italiani
sembra una forma antiquata da usare con gran parsimonia, é vivo quasi. più di
anche in tutta Toscana; dove inoltre si dice no anche e no anco per « non
ancora », e non s'è anche visto, non è anche morto, è aìtche vivo e sim. E vi
si sente volsi per volli, puole per può, sussurro anziché susurro, spengere
anziché spegnere, querce per quercia, dicano per dicono, 'potrebbano
(alterazione dell'arcaico potrebbono) per potrebbero, e, lo ripetiamo, cento
altre cose simili, che la glottologia spiega benissimo, che hanno spesso un'
attrat- tiva graziosa, perlopiù nascente dal sentirvisi l'eco viva di ciò che
abbiamo appreso dagli antichi classici toscani , ma che insomma sono state più
o meno scartate dalla lin- gua colta comune nel suo secolare lavorìo di
selezione. Codesto gruzzolo di suoni, di usi grammaticali, di vocaboli, di
traslati, di locuzioni, in cui la città ch'è capo della lingua non s'accorda
con la lingua, v'é un po' dappertutto (che anche tra francese e parigino
l'identità è solo in un certo senso), e tanto più cospicuo ha dovuto essere
qui, con vicende storiche come le nostre. Se il fio- rentino cominciasse oggi
per la prima volta a scriversi e a propagarsi, quegli elomonti locali
s'insinuerebbero nella lingua: ora sono dialetto. Col ricorrere al fiorentino
colto non s'aggiusta tutto, giacchò,se per questo s'intendesse ciò che gli
uomini colti di Firenze scrivono o pronunziano in un'occasione solenne, ci
sarebbe da ripigliarsi anche i conciossiachè ed altre cose di lingua morta,
della quale non tutti colà sono schivi; se ci s'intende ciò che dicono
conversando, v'è spesso da manomettere la tradizione lette- raria. Si fa presto
a dire che il P'iorentino, se è uomo colto, ha sperimentato già in sé tutti gli
effetti dì essa tradizione, sicché sulla sua bocca coglieremo sempre un
linguaggio che sia insieme e fiorentino e letterario. Lo smembramento
dell'Italia ha operato anche su Firenze e fatto sopravvivere o germogliare
anche lì il provincialismo. Al qual provin- cialismo fìorentimo il Manzoni si
sottrasse or sì or no, ondeggiando fra le troppo coraggiose applicazioni e le
lodevoli incoerenze, i due frutti immancabili d'ogni teorica eccessiva. Nell'esporre
la sua dottrina, poi, avvertiva che certi vezzi dell'uso parlato s'intende bene
che bisogni venirli introducendo « con giudizio »; quasi che sia possibile aver
questo quando unico criterio ha ad esser quell'uso, e s'è negata autorità ad un
criterio superiore ! Di qualsia maestro vi son discepoli che reputano miglior
fedeltà il recidere dalle sue dottrine la parte viziosa, ed altri che
preferiscono, con un'ostinazione che ha pure il suo lato bello, difenderle ad
ogni costo. I manzoniani del secondo genere tennero nella difesa più vie.
Dissero che per ragioni pratiche era meglio non insistere su certe sot-
tigliezze ; come se del sottilizzare, sì nel ragionamento e sì
nell'applicazione, il Manzoni stesso e la sua scuola non avessero dato
l'esempio ! 0 si diedero bravamente a negare che nella conversazione fiorentina
ci siano le peculiarità dialettali dianzi indicate, sostenendo che le son dell'
uso plebeo; e tanto potavano e accomodavano il fiorentino colto, da renderlo in
tutto pari al buon italiano. Avevan l'aria di quel Diogene di cui si conta che,
per confutar una definizione data da Platone dell'uomo, come animale a due
piedi e senza penne, gli presentasse un pollo dopo averlo pelato. Ovvero
notarono, che, se i Fiorentini di- cono piuttosto doventare e hono^ non è che
non dicano qualche volta diventare e huono^ onde resta l'adito per tenersi alla
forma più letteraria senza uscir propriamente dal fiorentino. Né s'accorgevano
che codesto incoraggia- mento a preferire ciò che la conversazione fiorentina
suol posporre, era già una confessione che vi sia qualcosa che aleggia al di
sopra di ogni uso locale. A rigore, basta un solo effetto bene accertato per
mostrar l'esistenza della causa! Quanto al dittongo wo, battevan la ritirata,
limitan- dosi a tutelare il diritto di scriver hono allorché per ec- cezionali
intenti satirici tornasse acconcio; che era appunto il concetto degli
avversarli, e differiva sostanzialmente da quello che i manzoniani avevan
seguito nell'intitolar Novo Vocabolario il libro domandato dal Maestro, e che
han seguito difatto anche appresso, sopprimendo il dittongo per pura norma
grammaticale. Ai vezzi vernacoli il Fiorentino sitasela andare parlando, e più
spensieratamente degh altri, in quanto che gì' idio- tismi suoi hanno un
colorito più simile a quel della lingua, ed egU non é abituato come noi a una
continua lotta per ricacciarsi in gola un dialetto notevolmente diverso da quella.
Ma quando scrive, egli suole generalmente esser più guardingo, né oggi s'arroga
od accetta tutta l'autorità che gli si vuol conferire. Come argutamente avvertì
il Tommaseo, Firenze verso gli entusiasmi del Manzoni parve atteggiarsi come
San Marino alle profferte d'ingrandimento territoriale fattele da Napoleone.
Fuori invece si discuteva — 1'.)'.) — seriamente se il Governo dovesse
prescrivere « il fiorentino »> nelle scnole, come si direbbe del greco o
dell'arabo; si ammoniva nelle scuole e nei giornali chi scrivesse ufficio^ fra,
che vuoi?, anziché ufizlo, tra, cosa vuol?; cadendo per giunta anche in errori
di fatto, poiché fra e che vuol? son tutt'altro che smessi dalla parlata
toscana. E riferendo un brano altrui ove una parola sapesse un po' d'anti-
quato, le si apponeva in parentesi un interrogativo, come per dire: tanto la
riprovo che fo conto di non conoscerla. Era un nuovo purismo questo, migliore
di quello del Ce- sari, perchè rivolto alla lingua viva, ma peggiore in ciò,
che di una nazione memore di una secolare coltura pareva volerne fare un popolo
che senza legami col passato de- liberi dar principio alla sua civiltà. La
soverchia preoc- cupazione della forma, stata gran tempo effetto insieme e
causa di debolezza per la nostra letteratura, riveniva in campo con mutate
spoglie o con mutato idolo. Uno scrittore come il D'Azeglio non si peritò, nel
suo bel libro dei Ricordi, di dar di lei al lettore, perchè così si fa parlando
! A prescinder che parlando si dà pure di tu e di voi, e che egli certo non
intendeva scrivere pei soli lettori coi quaU non fosse in confidenza; e' era
anzitutto da osservare che le relazioni tra chi scrive un hbro e chi legge sono
affatto ideali, ed il tu che l'autore ci rivolge latinamente, se anche può
esserne goffo l'abuso, non ci può però offendere, perchè non ha nulla che fare
con quello che ci può esser dato, a voce o in una lettera, da chi non abbia il
diritto di trattarci confidenzialmente. Fu senza dubbio un'applicazione
inconsiderata, a cui il Manzoni non sarebbe mai disceso; ma il principio stesso
era eccessivo, in quanto dimenticava che tra il discorrer con la penna a
migliaia di lettori e il conversare in un crocchio, se non c'è quell'abisso che
i prosatori italiani — 200 — ci avevano scavato , v' è pure una differenza
naturale , per cui la naturalezza della seconda operazione può di- venire
innaturale nella prima. XXVIIL Un altro seguace del Manzoni fu il Giusti. Ch'ei
rimanesse sempre, come da sé stesso si diceva, un orec- chiante, non vuol dire.
Lo seguì da orecchiante, a quel modo che uno zoppo, se il paragone non è
irriverente, tien dietro alla sua comitiva zoppicando. Si sa bene che ogni
scuola, come ogni religione, ogni parte politica, ha proseliti d'ogni genere :
ne ha di fanatici e di temperati, d'imprudenti e di timidi, d'ingenui e di
furbi, di quei che ne scrutano Je ragioni dottrinali e di quei che le sottin-
tendono 0 le accolgono docilmente. Certo che il Giusti, il quale per istintiva
inclinazione aveva liberamente usato il linguaggio della sua Toscana, dopo
l'amicizia contratta col Manzoni a Milano il 1845 continuò con più chiaro
proposito a fare sfoggio di quello; come in fatto di religione si fece forse
più riguardoso. Le lettere che si scrissero danno indizio di mutua
intelligenza, e di un certo compia- cimento, nel Giusti, di rallegrare il
grande amico con le moine della propria loquela. E il Manzoni, sulla fine della
Relazione del 'G8, scriveva : « un solo scrittore, l' illustre e pianto Giusti,
ha potuto, per la sua grandissima popo- larità in tutt'ltalia, produrre degli
esempi fecondi, anche in questo particolare, come riguardo all' effetto
generale di propagare utili e necessarie locuzioni. In grazia sua ne corrono
ora per gli scritti di tutta Italia, dì quelle che, prima di lui, ogni
scrittore avrebbe schivate studio- samente, credendole ciarpe del suo
particolare idioma » . E ad un manzoniano egregio parve il Giusti essere stato
« una prova vivente della giustezza della teoria ». Orbene, a niuno è lecito
disconoscere i pregi poetici e idiomatici e l'efficacia politica della sua
satira, e nemmeno — 201 - rarj^ula vivacità della sua prosa. Se nella voga eh'
egli ebbe vi fu qualcosa di smodato o di relativo a condi- zioni politiche e
letterarie passeggiere; se l'ingegno suo, scarso di dottrina e limitato a certe
attitudini particola- ri , fu impari alla speculazione e alla critica; se la
stessa sua satira dà qualche volta nel declamatorio; 1' oblio però che oggi,
come per reazione, ne va ricoprendo la fama, è peggio che ingiusto. Ma non è
ingiustizia 1' avvertire che i suoi scritti, come nella sostanza sentono non di
rado il chiuso d' un' angusta vita regionale, così nella forma sanno troppo di
dialetto , e fan ripensare al Berni o al Lippi. Parecchie sue voci e locuzioni
o riescono oscure o non sono state ricevute nell'idioma nazionale; e soprat-
tutto il suo stile prosastico, che pur dà ogni tanto nell'af- fettazione
letteraria, trascorre spesso in una familiarità un po' sguaiata. Edmondo de
Amicis, che nel suo libro Pagine Sparse ha molte savie osservazioni di lingua e
di stile, avverte del Giusti: « quando, scrivendo a una signora, dice in un
solo periodo , che scegliere i^er un congresso una città piccola come Lucca è
un voler metter rasino a cavallo^ ma che i Lucchesi ne leveranno le gambe meglio
che non si crede, che il duca se rè battuta perchè gli bolle a mala pena la
pentola per sé e per i suoi, ecc., io sento, non in ciascuna di queste maniere
di dire per sé medesima, ma nella loro frequenza, nel tuono che danno al
discorso, qualche cosa che non mi piace ». Del rimanente, ne la toscanità del
Giusti è prettamente fiorentina (p. es. V abbruniscono i cappelli del Dies trae
non è fiorentino, com'è invece il pensiero abbrunato della Terra dei Morti), né
per converso egli scriveva ìiovo e bono nella prosa, ed insomma non in tutto
rispondeva al princi- pio manzoniano; il quale però abbiam visto che dal Man-
zoni medesimo non fu applicato a rigore. Ma suppergiù si -— 202 — può dire che
lo studio delle opere sue, utile e attraente per tanti rispetti, torna
opportuno anche per la questione della lingua; poiché dall'un lato egli in
certe cose tosca- neggiò meno di molti manzoniani , dall' altro nel suo
toscanesimo è da distinguere una parte ben confacente alla hngua comune, onde
ha giovato a ribadir l' uso di questa, ed una parte che è rimasta tutta
provinciale e personale, nonostante la diffusione e il fascino della sua
poesia. Di lui è accaduto quel che d'altri toscani dei secoU andati: che certi
suoi idiotismi siano stati freddamente accolti , ed altri siano bensì piaciuti
in bocca sua ma nessuno abbia sentito la voglia o la capacità di ripeterli.
XXIX. Ma lasciamo, diranno, tutte le quisquilie, sian di fonetica o di
grammatica o di sintassi o di modi pro- verbiali 0 di stile, e badiamo al sodo,
al vocabolario. C'è o non c'è un certo numero di cose che gì' Italiani sanno
denominare con le voci varie dei loro dialetti ma non con un vocabolo unico e
comune? Ebbene, il Manzoni diceva: pigliamoci il moderno vocabolo fiorentino,
che è omogeneo a tutto il corpo, fiorentino, della lingua let- teraria, ed
eccoci all'unità ! Qui v'è a ridire. Primamente, sul numero di codesti vocaboli
0 modi s'è troppo ondeggiato fra mutevoli esa- gerazioni, ora facendolo così
formidabile da giustificare ogni smania per acquistarlo, ora riducendolo, per
dimostrar facile il riuscirvi, a un modesto complemento della molta
fiorentinità che già possediamo. Il vero è che da secoli gl'Italiani discutono
insieme di tante cose, compresa la questione della lingua, e che il difetto di
vocaboli comuni riguarda soprattutto le cose sulle quali la nostra secolare
separazione rendeva inutile o difficile l'intendersi, cioè si riduce quasi
unicamente a discordie o incertezze nella nomenclatura materiale. Anche questa
è di cerio necessaria, specialiuonte alla vita pratica, allo scienze naturali e
filolofiche, all'amena letteratura, e si capisce che un ro- manziere ne
sentisse affannoso il bisogno. Ma quando egli n'era sospinto ad affermare che
una lingua con tali de- ficienze non merita piì^i il nome di lingua, e che la
Hngua ò un organismo, quindi o è un tutto o è niente, oltrepas- sava la misura,
lasciandosi troppo sedurre, come poeta in- namorato d'una perfezione ideale e
come pensatore vago di profondità filosofiche, da pericolose metafore
scientifi- che (cfr. p. 120). Ogni lingua manca o vacilla nella espres- sione
di taluni concetti od oggetti, e, se qualcuna ap- parisce manchevole più
dell'ordinario, non cessa d'esser vera lingua, poiché tra quel tutto e quel
nieìite vi sono molte gradazioni intermedie. Né i singoli vocaboli son
congiunti tra loro da un legame necessario; ed organismo si può chiamare
soltanto , e pur molto alla buona , il sistema grammaticale d'una lingua. Ai
mancamenti della nostra riparerà la sopravvenuta unità della nazione, con
l'efficacia della capitale politica, con gU scambii intellet- tuali e materiali
infinitamente cresciuti; e una più salda unità di lingua sarà 1' effetto d'una
più stretta comunanza di vita. Volerla anticipare mediante una convenzione è un
pretendere d' avere artificialmente ciò che la sola natura può dare. Questa
vuole che quei vocaboli e modi fiorentini che sono tuttora ignoti al resto
d'Italia, non vengano da questa accolti se non per ispontanea diffusione, e
dietro queU'i- stintivo scrutinio a cui una società più larga sottopone ciò che
le è offerto da una più ristretta. Si fa presto a dire che i vocaboli in tanto
valgono in quanto son se- gni delle idee, e di per sé non son né buoni né
cattivi {nani per se soni tantum stmt, diceva Quintiliano), sicché se ci
appropriassimo i vocaboli fiorentini che a noi mancano avremmo subito mia
lingua completa. Ma quel principio va inteso con discrezione, e, oltre il
valore convenzionale che le viene dall'essere il segno abituale d'un' idea, la
parola ha pregi o difetti intrinseci , nascenti dal modo onde significa l'idea
e dalle impressioni ed associazioni che suscita in chi l'ode o l'usa. Poiché
può essere o no evidentemente derivata da altri vocaboli usuali, fare cioè
parte di un' intera famiglia o costituire un vocabolo isolato d'ignota origine,
e riuscir quindi facile o difficile a capire e a ricordare; può rassomigliare o
no a parole con cui non abbia nulla che fare pel significato , ossia dare o no
luogo a confusione; può essere di spedito o di difficile profferimento, aver
suono grato o sgradevole; e via discorrendo. I pregi di cotal genere
raccomandano una parola, come i difetti opposti la tengono indietro. Certo, la
scelta o individuale o collettiva non è sempre regolata da motivi così
ragionevoli, e la stranezza me- desima d'un vocabolo può talvolta divenire
un'attrattiva; ma ad ogni modo la scelta , sia pur determinata da motivi
piuttosto psicologici che logici, ha sempre luogo. Orbene, a Firenze p. es. si
dice nòmina per « bigUetto d'ingresso », ed entra in quella decima parte di
linguaggio fiorentino che, secondo il Manzoni, l'Italia dovrebbe aggiun- gere
ai nove decimi (chi li ha contati ?) che già ne adopra; ma si può metter pegno
che la nazione lo troverà am- biguo, come da secoli non ha voluto saperne di
rinnovare un panciotto per « mettersi un panciotto nuovo » (p. 177), e di son
tornato in piazza Pitti per a sono andato ad abitare in piazza Pitti (dove non
avevo mai abitato)»; e come s' è guardata bene dal far sua la voce logica nel
senso che l'usò il Giusti, di «zerbinotto». Ogni lingua, si dirà, ha modi
ambigui, che pur restano in uso, nò cascherebbe il mondo se l'italiano, per
prender — 205 ~ tutto in una volta un linguaggio intero, adottasse codesti:
nelle lingue bisogna inchinarsi al fatto compiuto, ed era una stoltezza quella
dei vecchi linguai che col ragiona- mento intendevano sopprimere parole
radicate nell'uso. Tutto ciò sta bene , ma si badi che il fatto compiuto
riguarda qui Firenze, non l'Italia, per la quale l'adottar quel nomina o altro
di simile sarebbe un fatto da com- piere, e da compier per riflessione; e la
riflessione non si può pretendere che, chiamata ad operare all'ingrosso,
s'arresti innanzi ai particolari. Alcuni manzoniani difesero la seconda
edizione dei Promessi Sposi dalla taccia del ridondar di fiorentinismi oscuri,
con avvertire che invece tutto v'è italianamente chiaro (p. 56). Difesa giusta
in sé, ma non coerente al principio che essi medesimi propugnano ; e buona sol-
tanto per quel che il Manzoni fece, non già per quello eh' egU credeva restasse
da fare. La sua dottrina con- duceva a voler un vocabolario che dall' un canto
soppri- messe, perchè morte o mal vive nella parlata fiorentina, molte voci e
forme di voci ben vive nella lingua scritta d'Italia , e dall'altro registrasse
come parte effettiva di questa lingua alcuni fiorentinesimi ignoti o mal noti
all'Italia; una doppia violenza insomma, verso le naturali conseguenze del
nostro passato e verso i diritti del presente e dell'avvenire. Senza dubbio, se
la hngua dei libri si muove appunto nei libri, anche il vocabolario è un libro,
e in un certo senso il primo dei libri, il quale in Italia ha avuto sempre una
particolare importanza. Ma, se ai vecchi eccessi non se n'han da surrogare dei
nuovi , convien che il vocabolario rispecchi fedelmente le condizioni effettive
dell' idioma nazionale. La nuova Crusca, il Tommaseo e Belhni, e qualche più
modesto tentativo individuale, come il Dizionario del solertissimo — 206 —
Petrocchi, col raccogliere tutto il materiale storico della lingua, sceverando
fin dove è possibile ciò che è morto, e serve soprattutto per intender gli
scrittori e per la filologia, da ciò che è vivo tuttora, ciò che è prettamente
moderno da ciò che è insieme antico , ciò che è della comune coltura da ciò che
è dell'uso familiare fiorentino, tengono, a tacer delle parziali mende, la
diritta via. Alle nostre particolari condizioni occorre appunto un voca-
bolario che non prescinda dallo svolgimento storico della lingua. Che se
all'uso spicciolo un prontuario della lin- gua moderna può bastare, per poco
però che lo scrittore esca dalla volgare schiera sente continuamente il bisogno
di consultare i secoli andati, di accertarsi se un vocabolo 0 modo sia del
tutto recente o insieme antico, e quale espressione certi classici abbian data
ad un concetto simile 0 prossimo al suo ^ ). I pretti fiorentinesimi e pur gli
altri toscanesimi , che hanno spesso tanta grazia e quasi sempre naturale
conformità con l' italiano colto, non devono esser trascurati, e nella gara dei
dialetti a compiere la lingua scritta son destinati a un più facile trionfo ;
ma questo non può esser decretato che dalla reale preferenza della nazione, e
per essi sarà oggi più che mai formidabile la concorrenza, onde già il Salvini
avvertì le tracce, del dialetto di Roma, né privo di lepore 1 ) « Se egli è
giusto il dire che il linguaggio non istà tutto negli scrittori, non si vorrà
per questo affermare che si trovi intero fuori degli scrittori. Certi fatti
mentali, e certe più fine relazioni e determinazioni del pensiero, non si
vedono distintamente e non vengono significate, se non quando si scrìve,
cosicché alcuna piccola parie de' vocaboli e molta jìiirte de'modi di dire e
de'costrutti non si può imparare altrove che nelle scritture ». Così il Fornaui
nel Fropuf/ncdore (voi. I); e cfr. il buon articolo del Caitoni nella Nuova
Antologia (voi. XI, GG5 segg.). né poco omogeneo alla lingua. Per un pezzo 1'
unità idiomatica alla francese sarà un mero ideale, a cui però ci ha già
avvicinati il capolavoro del Manzoni ed il risve- glio letterario e scientifico
del secolo , e sempre più ci avvicineranno il complessivo lavorio degli
scrittori, della nuova filologia e della conversazione colta. A quest'ultima
contribuiscono , nonostante le loro molte pecche anche in fatto di lingua, la
stampa quotidiana e le assemblee politiche. Da esse viene , oltre il resto,
quel gran cor- rettivo d'ogni genere d' affettazione o di crudo provin-
cialismo, che è il ridicolo. Ai nostri vecchi esso giungeva per lo più
ritardato, di lontano, da un piccol numero di avversarli o d'invidiosi, e
spesso non giungeva punto; ora invece un errore o un'affettazione ci mette
subito alla berlina. Un oratore che con aria da cinquecentista dicesse come sia
d'uopo emanceppare da strania servitù le italiche contrade^ udrebbe un
repentino scoppio di risa , e un altro che , nato in riva al Sebeto o all'Olona,
rinfacciasse ai governanti che sian cechi a' dolori de' Ioni , si sentirebbe
mormorare all' orecchio : « del Tesoro ? !» ; ed essi poco dopo leg- gerebbero
in tutti i giornali e in tutti i visi la burla. Sicché nel continuo
rimescolarsi che oggi fanno gli uomini di lettere fra loro e con gli uomini di
mondo, nel dovere spesso parlare di cose serie o scriverne per quei medesimi ai
quali se ne suol parlare, nasce in tutti uno studio di correttezza insieme e di
semplicità, e l'impressione comune raffrena le bizzarrie individuali. Come poi
nella necessità di significare molte cose materiah, che prima erano oggetto di
discorsi semplicemente paesani e domestici, anche la nomenclatura si
arricchisce e si compie. Solo , bisogna dar tempo al tempo. Ma l'Italia, risorta
come per im- provviso miracolo e avvezza alle rivoluzioni e a nuove leggi che
suppongono costumi non ancora formatisi , avrebbe voluto ottenere di punto in
bianco una perfetta unità di lingua ! Resta da dire ancora una parola sul
principio dianzi toccato , che i vocaboli sien meri suoni e meri segni pei
concetti. Giova ripetere che essi suscitano anche impressioni di cui bisogna
tener conto. Se, traducendo i Memorabili di Senofonte, noi mettessimo in bocca
a Socrate molti crudi fiorentinismi , non potremmo di- fendercene osservando
che in bocca d' un Ateniese nessuna parola italiana è a suo posto , o che ,
presaci una volta per sempre la licenza di farlo parlare italiano, tanto è
fargli dire noi andiamo a scuola come no' altri si va a scola. Il vero è che le
prime parole non ri- chiamano alla nostra mente nulla di esotico, laddove le
seconde, suscitando il pensiero di un uso locale, ci fanno avvertire ciò che a
noi preme dimenticare: che Socrate non potè aver parlato itahano. La dottrina di M. non mira
alla poesia, per la quale lasciava intendere che valessero speciali criterii –
H. P. Grice: “And in this respect, he was more like Nowell-Smith than Austin,
who found Donne perfectly vulgar! – cf. my analysis of Blake” “love that never
can be told” love that never told can be”” . Infatti, che alla prosa, la quale è conforme al PARLAR
NATURALE dell' uomo, si ascriva come principal merito la naturalezza, si
capisce; ma sarebbe una strana pretesa che la naturalezza, nel senso spicciolo
di questa parola, convenga alla poesia, che è, come la musica, qualcosa d’ARTIFICIATO,
di tradizionale, di più o men di- verso dal favellare solito , e se zampilla
anch' essa dal fondo della natura umana, egli è da una natura pii^i re- condita
e fma che non sia quella di tutte le ore. Vietare ad un poeta 1' uso di parole
remote dalle odierne non si può più, dopo che gli si ò consentito di parlare in
ottave o in esametri, cioè in un modo remoto dal fa- vellare di tutti i tempi! Sennonché
piìi cresceva nel Manzoni lo spirilo siste- matico e più la poesìa stessa era
minacciata dalla tirannia dell'uso vivo. Ben cattiva piega codesta; giacche, se
fra noi la prosa ha stentato a maturarsi, la poesia sfolgorò di subita luce, ed
il possesso d'una lingua poetica, non proprio differente da quella della prosa,
ma piii elastica e libera, più ricca, più potente a sollevarsi sopra l'eloquio
comune , era stato sempre una delle più invidiabili prerogative della nostra
gente. Il volerlo mettere in questione o stremare, riducendo la letteratura
italiana, tanto simile per esso alla latina e alla greca, nelle con- dizioni
misere di altre letterature europee, era un abdicare a un sovrano potere, era
come dar di bianco al Palazzo Vecchio, 0 rinunziare ai voli melodici del
Rossini e del Bellini per restringere la musica teatrale ad un mero recitativo.
Nessuno certo volle giunger tant'oltre, e fortunatamente la poesia del Manzoni
era stata composta, poco men che tutta , innanzi la conversione fiorentinesca
di lui. Ma un inizio di attentato ei lo fece, nel ristamparla, ed in quel po'
che non aveva ancor pubblicato o che compose appresso. Quando nell'Ode composta
a memoria nel '21 e stampata nel '48 scrisse « Chi potrà... Quello ancora... »
invece di « Quegli ancora... » , come la chiarezza e lo stile poetico gli
avrebbero suggerito e come forse sulle prime aveva pensato; quando nell'ultima
strofe ivi ag- giunta nel '48 pose « Io non c'era » anziché « Io non v'era, »;
quando nel Carmagnola corrèsse « allor che Dio sui boni Fa cader la sventura»,
e nella Passione « Che i dolori , onde il secolo atroce Fa de' boni più tristo
l'esiglio », e nelle Strofe per una prima comunione in- vocò come « quel Grande
, quel Santo , * quel Botio » Colui che nella Passione avea finito col lodare
come 14 « Quei che siede nei cerchi
divini, E d' Adamo si fece figliolo ))'. ei cominciava a profanare con una
pedanteria la serena compostezza dell'opera sua, per cui essa arieggia al
Purgatorio dantesco. Veramente, si fermò a codeste inezie , senza manomettere
tutto il tesoro della lingua arcaica e poetica di cui s'era largamente valso;
né can- cellò, per esempio, la gemina Dora e la cruenta polvere e nosco e
ricordivi di me e lo spirto anelo , e infinite altre cose ^ ). Perfino si
lasciò sfuggire il perseguitato dit- tongo nella scena 5.^ dell'atto I del
Carmagnola: « i buoni mai Non fur senza nemici ». Ma le contradizioni , per
quanto opportune, son sempre contradizioni, e costitui- scono la riprova
pratica della intemperanza nella teoria. È poi un fatto che, dopo abbracciato
il culto della fioren- tinità, egli non mandò fuori più versi, salvo le povere
Strofe della comunione, composte nel '37; e, s'ammettano pure altre più intime
ragioni , una ne fu certo questa, eh' ei non sapeva più in che lingua poetare!
XXXI. Il Voltaire sentenziò la lingua francese esser la men poetica d'Europa; e
il De Sade, nel provarsi a tradurre il Petrarca, sentiva che un Francese che
vuol far versi è come un uomo che tenti di volare « avec des fers aux pieds et
aux mains». Il Rousseau magni- ficava infinitamente il linguaggio della nostra
poesia ; come poi il Sainte-Beuve ha deplorato che in Fr9,ncia 1} Non cancellò
neppure quel curioso « E compie? n dell'Adelchi (a. Ili, se. S''), che un
maligno critico gli aveva suhito rimproverato, e che davvero riesce a tutti
oscuro, o sembra a tutti un error di stampa per « K come? )) che in quel luogo
quadrerebbe pure. Ma tutte le edizioni e lo stesso autografo , che si conserva
a Brera, hanno compie, e vuol dir giova o torna bene, come da alcuni esempii
toscani del Vocabolario si apprende. Nel ms. ci veniva subito dopo: a E non lo
iwsso Trovar qui, dappertutto? ti che nelle stampe non c'è. — Sii- la poesia
avesse preteso di difTerire il meno possibile dal parlar usuale, e, anziché
ambire ai sacri halcoìtl^ si fosse contentata d'un marciapiede, molto ben
costruito ma poco più alto del livello della prosa. Gicà il Fónelon reputava un
difetto la mancanza dei diminutivi e su- perlativi, sembrata ad altri una virtù
del francese, e rimpiangeva che questo fosse stato dai grammatici im- poverito,
ischeletrito, messo in ceppi, privato d'ogni varietà e sorpresa e quasi d'ogni
cadenza maestosa, come d'ogni inversione necessaria alla poesia. Codesti
rimpianti, come quelli d'altri scrittori, miravano anche alla prosa ; e ai
migliori amici che il Manzoni avesse in Francia parve ch'egli esagerasse gli
svantaggi della lingua italiana, nò considerasse abbastanza che la sua maggior
libertà si presta a far più vario lo stile, e mettendo lo scrittore nella
necessità di quasi formarsi la propria lingua gli dà modo di stamparvi
un'impronta più personale. E in verità, se la disciplinata determi- natezza
della hngua rende più facile a ciascun Francese lo scriver discretamente e a
ciascun prosatore il rag- giungere l'eccellenza di cui è capace; quel non so
che di stereotipo però e queir abbondanza di frasi fatte , quasi « spiccioli
del pensiero comune beli' e coniati » come dice 1' AscoU , rende men riflessivi
i mediocri e genera fra tutti un po' di uniformità monotona. Lo stretto rigore
della sua grammatica fa che il Francese debba spesso rinunziare all'eufonia, a
non disprezzabili delicatezze di stile, a certi effetti semipoetici. P. es. può
egli parere, e sotto certi rispetti è, fortunato perchè ad ogni verbo, salvo
determinate eccezioni, deve premettere i/, e infelice l'Italiano che deve
chiedersi: ho da metter egli 0 ei o e' o lui ? e Vegli o il lui prima oppur
dopo il verbo ? od ho da lasciar questo senza pronome ? Ma se nel far un tal
esame si procede con cura e buon gusto, riuscendo ad eleggere l'espediente che
meglio faccia al caso, conseguiamo una piccola bellezza a cui il Francese non
può nemmeno aspirare. A Lucia nel partir da' suoi monti il Manzoni attribuisce questo
pensiero: « Addio, casa natia ! » , mentre in luogo men poetico avrebbe scritto
nativa. Or un italiano, per dir così, alla francese sarebbe quello in cui s'
avesse per forza a dir nativa^ facendo senza di quella dolce sfumatura ! Non si
vuole con ciò vilipendere il francese , negare i suoi grandi pregi che sono in
parte correlativi a certi difetti, disconoscere che nell' eccesso capriccioso a
cui l'Italia era giunta quei pregi dovessero far gola e quegli stessi difetti
parer un ottimo antidoto per noi ; ma si vuol semplicemente dire che ogni
medaglia ha il suo rovescio. I Francesi godon fama di buoni traduttori, perchè
riescon chiari e, se non sempre al testo, alla propria lingua restan fedeli;
laddove i traduttori italiani spesso ricalcano crudamente la lingua e il libro
straniero, sdrucciolando in un eloquio che pule di francese o di tedesco e via
via. Ma la gran flessibilità dell'idioma itaha- no, per la quale anche
l'inglese Blair gli dava la palma su tutte le lingue moderne, se svia i pigri,
dà ai mighori il modo dì riprodurre gli altrui concetti non solo nel lor valore
logico, ma nel loro movimento psicologico e in ciò che costituisce la fisonomia
dello scrittore. Alcuni traduttori francesi, come il Gourier, il Littré e in
parte il Lamennais, per ottener tale effetto ricorsero al francese più o meno
antico, non ancora spogliatosi di certe li- bertà di lingua e di sintassi,
rimaste invece all'italiano. E in generale gU studiosi del francese anteriore
al s. XVII escono non di rado in lamenti che ci farebbero inorgoglire. Del
rimanente, questioni sulla lingua, morinoruzioni contro rAccadeinia, puristi
corrivi a divieti irragionevoli, n' ebbe ancbe la Francia, benché le cose vi
sien andate molto più lisce che da noi. Con quanto s'è Iniqui detto non è da
confondere la questione (p. 38, 127) se il Manzoni, non solo nelle sue prime
prose ma pur nella sua definitiva maniera di scrivere , eccedesse o no nelT uso
di singole parole o locuzioni che meritino il nome di francesismi. I nostri
vecchi eran molto lesti a dare dello scrittore infranciosato a chiunque , fosse
pure per necessità, adoprasse tre o quattro di tali veri o supposti modi
forestieri. Oggi ognun intende che nonostante ciò può lo stile nel suo insieme
rimaner italianissimo, o che d'altra parte può lo scrittore aver mirato all'
ideale dello stile francese senza permettersi un sol francesismo. Or il Manzoni
, se anche da ultimo scrisse /' indomani , air eccesso, ri- maner lì testa
testa , opinione ricevuta ( per « comune- mente ammessa »), non lo fece per
isbadataggine ma perchè si persuase, a torto o a ragione, che il moderno uso
toscano avesse ormai fatti proprii codesti modi, così da potersi adoperare in
omaggio ad esso. Sol nella Morale Cattolica e in altre prose giovanili aveva
fatto abuso, come molti prosatori del secolo antecedente, di veri francesismi.
Ma per la sua definitiva maniera il solo addebito che gU si possa fare è , come
avvertì il Capponi, d'aver troppo tenuto il francese come l'ideale d'ogni
lingua. S'aggiunga che con la stretta unità del francese egli mandava troppo di
pari quella del latino; laddove, se an- che per quest'ultimo la prevalenza
della capitale fu gran- dissima, è pur vero che i suoi prosatori son ben
lontani dall'avere in falto di lingua la conformità che è tra i francesi, e p.
es. tra Sallustio, Cicerone, Cesare, Livio, — 214 — Tacito, v'è tal differenza,
da indurre il sospetto che la varietà della forma prosastica sia stata in ogni
tempo una caratteristica del genio italico. In conclusione, alla dottrina di M.
resta il merito d'avere spazzato errori storici e pregiudizi! pratici,
costretto le opinioni esagerate a ridursi nei confini del ragionevole, promosso
uno studio più intenso della lingua, suscitato molti lavori atti a diffonderla
e deter- minarla, seguitato alla meglio i dettami della nuova scien- za
linguistica, presentito con generosa impazienza ciò che bisognasse all'Italia
avviantesi o riuscita alla sua rico- stituzione politica, infuso nei Fiorentini
una più viva con- sapevolezza dei loro nobili doveri verso l' Italia e ne-
gl'Italiani un più acceso desiderio di accordarsi, fin dov'è possibile, con
Firenze. Se nel ragionamento e con la pra- tica il Manzoni lese un po' più del
giusto i diritti della tradizione letteraria e della cèrnita nazionale d'ogni
ele- mento locale, all'ingrosso ebbe ragione nel credere che un più intimo
scambio con Firenze dovesse giovare a render più generale e spedito 1' uso del
buon italiano. Poiché in molte cose il moderno fiorentino coincide con r
antico, donde l' italiano si derivò, e in molte altre si trova d'avervi
arrecate le stesse modificazioni o giunte che vi ha fatte 1' uso letterario ,
ne consegue che tutta codesta cospicua parte i Fiorentini l'hanno dalla nascita
e ne son maestri efficacissimi a noi, che la impariamo piuttosto
artificialmente e la usiamo in concorrenza coi dialetti nativi, ben più diversi
dalla lingua. Mille particolarità di pronunzia, di grammatica, di sintassi, di
les- j3Ìco, di sinonimia, ci sfuggono o stentiamo a ricordarcene al bisogno, e
conversando con Fiorentini ci vengono in- sinuate di continuo con l'esempio, o
con le maraviglie ed il riso che in essi provochiamo pei nostri stenti. An- che
tlalhi plebe, in quel iiioUo che ha di comune C(3n kl lingua colta, e anche dal
toscano delle altre città e dei campi, in quel molto che ha di comune col
fiorentino o di comunicabile alla ling^ua, si può imparare assai. A cia- scuno
di quei tanti Italiani che confondono buona sera con buona notte, la
distinzione potrebb'essere insegnata da un servitore toscano , che gli darebbe
la buona sera quando lo vedesse uscir di casa anche ad ora tarda, e la buona
notte quando l'accompagnasse definitivamente in camera, anche sull'imbrunire.
Ma dal servitore senti- rebbe pure lo portonno per lo portarono, ed in ciò, pur
ricordandosi del terminonno di Dante, scorgerà subito un elemento dialettale da
non imitare. Nella conversazione con gli uomini colti troverà naturalmente
assai piìi da apprendere e assai meno da rifiutare , ma riconoscerà sempre modi
e vezzi dialettali, che gli potranno pur suo- nar graditi all'orecchio ma gli
deve parer fanciullaggine contraffare. La discrezione, il gusto e l'abito della
col- tura , lo guideranno nella scelta. Non si può dire che codeste virtù un
tempo mancassero a tutti e interamente; ma di solito il toscaneggiare
consistette nell'adottar, co- me fosse lingua già comune, qualunque parola si
cogliesse sulle labbra dei nativi di qualunque parte di Toscana, e
nell'infiorarne i proprii scritti, sui quali insieme si so- levano spargere
altri fiorellini di toscanità antiquata spi- golati nei classici. 11 Manzoni
volle una maggior disciplina, ponendo soprattutto la mira al fiorentino colto,
cioè dove è più naturale e frequente la rispondenza all'uso lette- rario
moderno. Sotto codesti rispetti tutta l'Italia è oramai manzoniana, e la
teorica che porta un tal nome non avrà più ragion d'essere, sì perchè nella sua
parte eccessiva verrà sem- pre più perdendo credito e seguaci, si perchè nella
parte buona s'è convertita in senso comune. È questo il vero trionfo d'ogni
grande sistema; polche, se l'inferma nostra natura vuole che la reazione
all'errore trascorra in op- posti errori , il tempo corregge le intemperanze
anche dei più alti ingegni. Dante, che da un linguaggio tuttavia casalingo
intendeva a cavare un alto stile, mise in so- verchio rilievo il bisogno della
elaborazione letteraria; il Manzoni, che trovava la prosa imbellettata e
svisata da un lavorio letterario eccessivo, ne fu indotto a sconoscere alquanto
la necessità di questo, e con troppo entusiasmo s'sibbeverò alle native fonti
dell'uso parlato. Così, in poco più di cinque secoli, la questione della hngua
aveva il più largo svolgimento da una esagerazione alla sua opposta. Soleva il
Manzoni dire argutamente che il classicismo non aveva già perduto perchè i suoi
apostoH si fosser convertiti, ma perchè a poco a poco eran morti, e quei che
nascevano non nascevan classici. Però, anche il ro- manticismo, dopo aver
corretta la dottrina contraria, è morto nelle esagerazioni sue proprie, per le
quali, come scrisse il Gantù, « a ninfe, e cetre, ed Ippocrene, e Par- che, e
Grazie, sostituiva silfidi, gnomi, angeli, arpe, lu- ne ». E noi non slam più
né classici né romantici, tenendo insieme degli uni e degli altri ; giacché,
mentre ci for- miamo il gusto sugU esemplari greci e latini, ci riserbiamo la
massima libertà, così nell'ammirare gli scrittori venuti dopo, come nel trattar
qualunque soggetto, e nel modo a noi moderni più confacente. Il medesimo è
della que- stione della lingua: niuno più nasce né purista né perti- cariano né
manzoniano, e non men della vecchia pedan- teria che il Manzoni debellò
spariranno le piccole pedan- terie clialettali in cui egli e i suoi, abusando
della vitto- — 217 -^ ria, trascorsero. Poicli'è sempre vero clie il y a quelqu^un qui a plus d'
esprit quo Voltaire: e' est font le monde ! ^) 1) Fra i lavori di lingua promossi più o meno
dire'tamente dalle esortazioni manzoniane, ricordiamo il Vocaholaviclto di
pronunzia e ortografìa del Petrocchi; V Unità ortografica, i Neologismi e i di-
versi Vocabolarii del prof. Rigutini; la parie già pubblicata del Novo
Vocabolario del Giorgini e del Broglio; la Grammatica e la Sintassi italiana di
R. Forxaciari; gli Abruzzesismi, i Sardismi, i Calabresismi del prof. Fedele
Romani; ^Vldiotismi ecc. del prof. Michele Siniscalchi, che registra i provincialismi
più comuni di tutto il Mezzogiorno ; VUso dei verbi ausiliari del prof. Oreste
Antognoni. Non con tutti codesti autori consentiremmo in ogni cosa, s'intende;
ma dell' uti- lità dei loro sforzi non è a dubitare. Dello zelo tardivo con cui
il Fanfani si diede ad aiutare i propositi del Manzoni, è meglio non parlare ;
giacché , oltre il resto, ogni lavoro suo ribocca d' errori e sente di
compilazione frettolosa , sicché non se ne può far buon uso senza molta
critica. Anche di parecchi libri per le prime scuole, che intendono a diffonder
la lingua e la pronunzia toscana, si ri- conosce volentieri P efficacia e il
merito , ma si vorrebbero com- posti con un più chiaro concetto di quel che
possa esser davvero la lingua di tutta la nazione. OVIDIO [vedasi]. ].
CORREZIONI ai Promessi Sposi NAPOLI Gì IMEllH'', Libraio -Editore
BMBBBBHBMBaaBHa LE CORREZIONI AI PROMESSI SPOSI E LA QUESTIONE DELLA LINGUA. OVIDIO
(vedasi) Il COMil E Li iESIIOffi illi II QUARTA EDIZIONE O- -v' 9- ^' NAPOLI
LUIGI PIERRO EDITORE Piazza Dante 76 1895 Proprietà Letteraria Napoli, Stai).
Tip. Cav. A. Tocco — S. Pietro a MajeUa, 31. ALLA MEMORIA DI IPPOLITO
AMICARELLI E DI FRANCESCANTONIO MARINELLI AVVERTENZA PREMESSA ALLA TERZA
EDIZIONE Questo libercolo, benché all' ingrosso debba dirsi che venga in luce
per la terza volta, con- sta di parti fra loro diverse quanto al tempo della
composizione e al numero delle ristampe. Il capitolo circa la lìngua dei
Promessi Sposi fu inserito tra i Saggi Critici, dei quali il 1878 mandai fuori
un'edizione eh' è ormai esaurita, e riprodotto il 1880 in un libro apposito di
cui fu come il nucleo. Quivi lo accompagnai con sei appendici: l'una consisteva
nella terza ristampa del Fra Galdino, un dei Saggi pur esso^ altre quattro
davan la trascrizione di brani altrui che mi parvero arrecare un buon rincalzo
alle opi- nioni mie, e la sesta e la più lunga era una cri- tica assai viva ad
un libro consimile di Luigi Morandi ^). In una non breve Prefazione dissi dei
limiti in cui abbia ragionevolmente a con- tenersi il culto e lo studio della
prosa man- zoniana, specialmente nelle scuole. ') Le correzioni ai Promessi
Sposi e l\inità della lingua. Parma, Battei, 1879. -- vili — A queste era
destinato il libro; che, quan- tunque per verità non interamente appropriato
air uso didattico, s' è anch' esso spacciato a poco a poco, attirandomi da un
pezzo la cor- tese persecuzione di chi voleva rimetterlo a stampa. Io ne avrei
fatto volentieri di meno, inteso come sono ad altri studii, e persuaso di non
pot'^'re ridar fuori il volume senza molti tagli e modificazioni da renderlo
men disa- datto alle scuole e sgombro d'ogni controver- sia personale. Ma ho
dovuto finalmente cedere alle insistenze altrui ed ho interamente rifuso il mio
lavoro nel modo che son per dire. Della Prefazione, con qualche lieve ritocco,
ne ho fatto un capitolo proemiale. Ad esso tien subito dietro quello sulla
lingua dei Pro- messi Sposi, nel quale ho incorporato parec- chi brani della
critica al Morandi, facendo del, rimanente di questa un capitolo terzo, intorno
alla questione della lingua teoricamente e sto- ricamente considerata. Alcuni
brandelli, che non han potuto trovar posto nel secondo e nel terzo capo, mi han
dato materia ad una quarta rubrica, di questioncelle spicciole. Na- turalmente,
tutto ciò che era mia difesa per- sonale o riprensione, talora acre, allo
scrittore anzidetto , è stato tolto via, come cosa non solo poco opportuna in
un libro da scuola ma altresì divenuta superflua , e da non potersi oggimai
riprodurre senza offesa del mio stesso sentimento. Una tal parte ha già
conseguito gli effetti a cui mirava, e tra essi v' ò stato anche quello, per me
lietissimo , di ribadire — TX — l'amicizia che già ini stringeva al mio egre-
gio contraclittore. È caso non punto nuovo codesto, e n' ebbi altre volte io
medesimo a far r esperienza, che la polemica anche più vivace, se fatta in
buona fede, finisca col ri- conciliare gli animi e appianare i dissensi. Com' è
pur vero che, se essa ha avuto luogo intorno a materia intrinsecamente assai
degna di discussione , una gran parte se ne possa sempre ridare alla luce;
poiché, estirpatine alcuni periodi o motti e raschiatone il colore del litigio,
vi si ritrova in fondo un ragiona mento pacato. Il che non avviene delle
dispute soltanto apologetiche, suscitate da mero im- peto di risentimento
ancorché giusto, riferen- tisi a soggetti scarsi di valor sostanziale. Rispetto
ad esse Fautore si trova dopo qual- che tempo nella curiosa condizione, se la
col- lera gli sia sbollita, o di dover del tutto rin- negare scritti che
volentieri riprodurrebbe per ciò che abbiano o gli paiano avere d' inge- gnoso
e di felicemente espresso , o di quasi pentirsi d' essersi rabbonito. Ridotto
così il mio discorso a una tratta- zione oggettiva e « senza distinzion di tuo
né mio», ne è sparita altresì quasi ogni menzione del Morandi anche in quei
luoghi particolari in cui , da leale avversario , mettevo in rilievo alcune
giunterelle che da lui o per lui erano state fatte agli spogli miei. Resta la
seconda edizione del mio libro ad attestare ciò che io gli debbo. Parimenti,
per amor di brevità ben- ché non senza rammarico, ho dovuto soppri- — X — mere
le Appendici alleganti alcune pagine dello Zumbini, dello Scalvini , dell'
Ascoli, del De Amicis , del Persico ; tanto più che tutto il saggio dello
Scalvini, generalmente dimenti- cato allorché ne trassi il brano che faceva al
proposito mio, è stato poi ripubblicato in fronte all'edizione economica che
del Roman- zo han dato i successori del Le Mounier. Nel capitolo sulla
questione della lingua ho introdotto questa volta i tratti più salienti d'un
altro dei miei Saggi, intitolato lingua e dialetto^ ed un brano d' un mio
articolo biblio- grafico della Nuova Antologia, ove mi accadde di toccare della
dottrina manzoniana in quanto si riverberò pure sul linguaggio poetico. E an-
che adesso ho dato in appendice, qua e là ri- fatto, il Fra Galdino, che
movendo da minuzie di stile mette capo a considerazioni d'ordine più largamente
estetico e psicologico. Inoltre, come ad applicazione dello spoglio metodico
delle differenze tra le due edizioni dei Pro- messi Sposi, ho aggiunto un
riscontro parti- colare fatto su un intero brano. Alcuni inse- gnanti me ne
avevano accennato il desiderio. Da editori anzi e da un illustre letterato mi
venne addirittura l'invito e l'esortazione di fare un commento perpetuo
all'intero Romanzo. Ma il tempo mi manca per un'impresa che, quan- tunque molto
attraente , non è da pigliare a gabbo; e debbo contentarmi di rimandare gli
studiosi ad un altro mio libro, la cui lettura può conferire all'intelligenza
di tutta l'aziono — XI — letteraria del nostro autore '). Del rimanente, non
voglio dissimularlo, io dubito forte se con- venga insister troppo su ogni
pagina, su ogni periodo o frase, d' un libro abbastanza recente, che ad essere
inteso non offre alcuna di quelle gravi difficoltà di lingua, di pensiero, di
allu- sioni storiche, onde riescon necessarii i com- menti alle opere antiche,
e per essere scrutato e gustato finamente non ha mestieri se non dell'abitudine
al meditare, che con pochi esem- pii bene scelti sia inculcata ai giovani.
Oltre- ché, perfino nell'interesse della popolarità che lo scrittore ha
conseguita ed è bene che man- tenga, non giova che il suo capolavoro sia
offerto altrui con l'apparato pesante delle infinite chio- se, che ne facciano
sembrar la lettura bisogne- vole d'aiuti e di puntelli, e ne distolgano i let-
tori. Poiché, a nulla servirebbe il negarlo, l'as- sunzione d' un' opera a
testo classico ed a sog- getto di scolastiche esercitazioni , se per un verso
ne assicura la fama e il culto della po- sterità, per un altro verso,
comandando l'am- mirazione ed esagerando lo studio dei partico- l) Discussioni
Manzoniane di F. d'Ovidio e L. Sailer , Città di Castello, Lapi, 1880. Delle
quali Discussioni , due appartengono al mio rimpianto amico, e concernono La
politica del Manzoni a Mi- lano e 11 padre Cristoforo nella storia e nel
romanzo (un vero ca- polavoro , questo, di critica fina e sagace) ; tutte le
altre, mie, sono intitolate: Il Manzoni nelle scuole, La religione, la morale e
il pessimismo nei Promessi Sposi, Potenza fantastica del Manzoni e sua
originalità con una Poscritta inedita (sulla popolarità dei P. S.), Manzoni e
Cervantes, Appunti per un parallelo tra Manzoni e Walter Scott, Manzoni e Carlo
Porta, Ha lasciato una scuola il Manzoni? — Il tutto è preceduto da una mia
Prefazione , e seguito da molte pagine di Correzioni e Giunte , di cui molte son
consacrate al Cinque Maggio. — xn - lari , induce un cotal disgusto o
preconcetta noia, e fa perdere la vista dell'insieme. Ognun di noi può
riconoscere che pegli autori stu- diati a scuola non ha acquistata , ove 1' ha
, una simpatia vera e sincera, se non quando più tardi e' è tornato sopra con
più disin- volta confidenza; che negli anni della scuola i classici noìi taniam
liahent speciem quantmn religionem. Quel sentir troppo martellare su certi
passi, specialmente se di prosa, li fa ve- nire in uggia ; e credo , per
esempio , che a chi pratica molto nelle scuole secondarie venga oramai il sudor
freddo appena senta accennare il principio dell'Addio di Lucia ai suoi monti e
deirepisodio di Cecilia. Perchè brevi ed atti a star da sé, e perchè
alFentusiasmo un po' superficiale e convenzionale della gioventù s'ac- concia
meglio il tenero e il patetico che non l'ironia e l'arguzia, è avvenuto che
quei due tratti , sebbene rappresentino ciò che è men frequente e men
caratteristico nel Manzoni , abbian richiamato la preferenza dei maestri,
entrando come nel repertorio dei loro loci com- mimes] sicché già una lieve
nebbia di pedan- tesche reminiscenze li vela allo sguardo di chi era solito
ammirarne la squisita fattura. Or ci dorrebbe molto se per via d'un commento
per- petuo si spandesse sul tutto un simile velo. Perchè rendere a un libro per
più rispetti faci- lissimo il brutto servigio di farlo apjoarir dif- ficile e
greve? Perchè mettere in suggezione gli alunni anche innanzi a questo moderno
cosi bonario e così abile a trovar da sé il modo — XIII — d'insinuarsi
nell'animo loro? Altro è ch'ci sieno istigati di quando in quando a tornar
sulle sue parole e a legger tra le linee, altro è frastor- narli di continuo
dal godersele in pace. Anzi, a farne materia di considerazioni severe e mi-
nute i maestri dovrebbero venire sol dopo es- sersi accertati che i giovani
l'abbian letto per passatempo, e in un' edizione spicciola. Che se quella
comparativa dataci dal povero Folli, la quale io fui dei primi a desiderar
viva- mente, dovesse per molti essere l'unica forma in cui facciano la
conoscenza dell'arguto rac- conto, io sarei de' primi a deplorare che sia
venuta in campo. Napoli, settembre 1892. PoscRiTTA. — Nel ridare in luce, dopo
men che due anni^ questo volume_, non ho che qualche breve dichia- razione da
fare. Quando codesta Avvertenza era già venuta fuori , seppi che il professore
Petrocchi aveva davvero messo mano ad una nuova edizione comparativa con com-
mento^ e poco appresso me ne pervenne la prima pun- tata. Sarebbe scortesia se
qui passassi sotto silenzio V incominciata opera , e non augurassi alP
infaticabile autore che la conduca presto a termine , e gli riesca tale da
smentire col fatto le mie preoccupazioni. Ma una peggiore scortesia sarebbe ove
m"* affrettassi pure a mettere in rilievo in che i suoi criten'i
differiscano sostanzialmente dai miei. A cagione dell'inaspettata prontezza
della ristampa^ — XIV — debbo anc^ oggi rassegnarmi ad alcune lievi discor-
danze esteriori nella disposizione dei luoghi cavati dal Romanzo a prova delle
mie asserzioni; e^ quel che più mi grava ^ son costretto a rimettere a miglior
tempo alcune giunterelle che vagheggiavo di fare alla tratta- zione storica
della questione della lingua. Per quanta diligenza vi ponessi ^ alcuni vecchi
libri ed opuscoli non ho potuto fin qui rintracciare nelle Biblioteche na
poletane, e non ho per ora Pagio di estender le ricerche alle altre del Regno.
Tuttavia il desiderio che ne ho^ se potrò appagarlo , verrà piuttosto a liberar
me da ogni scrupolo che non a mutar la sostanza della espo- sizione. Nel rifare
l'edizione del 1880 io misi non poca cura e v* arrecai moltissimi mutamenti,
non già nelle dottrine o nella qualità delle argomentazioni^ ma per l''assetto
della materia e pei tagli e le aggiunte fattevi; e ne risultò un libro sotto
più rispetti nuovo^ oltreché rinnovato da capo a fondo nella forma. Mi preme di
notarlo^ perchè mi son dovuto accorgere come a più d^uno la cosa sia rimasta
inavvertita , soprattutto per il capitolo ov'è delineata la storia della
questione della lingua. Quanto poi alla parte che nelPultima fase della se-
colare controversia abbia potuto avervi io medesimo anteriormente a questo mio
libro del 1892-, non toccava e non tocca a me di metterla in rilievo. Pur mi
sarà lecito accennare che oramai da più che quattro lustri io vo battendo sul
medesimo chiodo , inculcando con molta ostinazione e in assai varie guise una
giusta conciliazione fra la dottrina manzoniana e le più o meno avverse, tra le
quali capitalissima quella del- l''Ascoli. Che oggi la questione sia in gran
parte ri- soluta^ in teoria e ancor più in pratica, nel modo ap- — XV — punto
che a me e ad altri sembrava il migliore , lo riconosco e me ne compiaccio
assai; ma da un lato non posso dimenticare i tempi in cui a noi toccò com-
battere accanitamente per diffondere idee che oggi sembrano chiare e semplici a
tutti^ e dalPaltro non mi par cosi vero a un puntino che proprio tutti a que-
st^ora se ne siano capacitati e la questione della lingua non abbia più altro
valore che retrospettivo e storico. Basta una fugace occhiata ai libri odierni
, particolar- mente a quelli onde nelle scuole s^'insegna la gramma- tica e il
lessico e lo stile italiano^ per avvedersi che la guerra è vinta solo
alPingrosso e in un certo senso^ e che molto resta ancora da sudare per far
tabula rasa delle affettazioni d^'ogni maniera. I tempi sono^ sì^ più che mai
propizii a compir l''opera, ma credere che essa sia già piena^ o che in breve
si compirà da sé mede- sima, è una pericolosa illusione; come il dire che solo
da sé medesima si sia bene avviata, sarebbe una curiosa ingratitudine verso
quelli che vi s^ affaccendarono di più. Un'ingratitudine commetterei anch' io^
se tralascias- si di ringraziar dalPun lato il professor Nicola Sca- rano, della
pazienza onde ha curata la stampa del vo- lume alla quale Ceditore lo incaricò
di sopraintendere^ e dalPaltro coloro che nei periodici hanno dato conto della
terza edizione _, e più propriamente Guido Maz- zoni (r) , Filippo Sensi (2) e
Ruggiero Bonghi (3). Le loro pagine, ricche di osservazioni eccellenti^ mi
sareb- bero parse belle pur se non fossero state così larghe di lode all'opera
mia; ma della lode humanum est che io (1) Nella Nuova Antologia, del 1."
agosto '93. (2) Nella Rassegna Bibliografica del D'Ancona, del 31 dicembre '93.
(3) Nella Cultura, del 26 marzo '94. — XVI — sia lieto e riconoscente. In
ispecie la paterna benevo- lenza di cui in questo come in tanti altri casi mi
ha dato prova il Bonghi , è uno dei più grandi e dolci premii che io potessi
sperare. A'orrei intanto poter cor- rispondere all^amorevole suo invito ^ di
trattar qui di proposito della purità e della proprietà della lingua; ma egli
mi consenta di rimandar questo soggetto ad un altro libro che intendo prima o
poi di scrivere per le scuole, e che dedico Un da oggi a lui. Portici, ottobre
1894. F. D* O. CAPITOLO PRIMO Del criterio gol quale si deve studiare la prosa
del Manzoni, ed in che senso possa questa servir di mo- dello. I. Delle
infinite correzioni che il nostro autore fece a sé stesso , lo studioso ne
troverà molte spiegate e discusse qui , sia singolarmente prese , sia
raggruppate in categorie; e si avvezzerà così a spiegare e discutere da sé le
altre con qualche precisione di metodo , e in- sieme , giova sperare , con
giudizio libero e schietto. Giacché, se si vuole che questi confronti tra le
due edi- zioni del Romanzo producano un sano effetto, importa molto che , nell'
indagar perché torni felice un dei mu- tamenti, non ci appaghiamo che di
ragioni chiare, an- che se sottili e delicate, schivando le sottigliezze vuote
e sofistiche. Il giovane dev' esser messo in tal disposi- zione d'animo, che,
quando la correzione gli sembri in- felice 0 indifferente, ei non si creda
punto obbligato a farsi violenza per vederci ad ogni costo una bellezza e
trovarci una ragione buona, anzi manifesti senza ambagi l' impressione sua ;
beninteso con franchezza rispettosa doppiamente , verso il grande scrittore e
verso il pro- prio maestro, e con docilità a ritrarsi, ove occorra, dal suo
primo giudizio , dietro un più acuto esame della cosa. Insomma conviene aver
bene in mente che , se nell'insieme la riforma del libro fu buona, ciò non im-
plica che tale sia stata in ciascuna sua parte. Affer- mando la superiorità
della seconda edizione si dà luogo — 2 — a una proposizione , direbbero i
logici , vera nel senso composto , non nel senso diviso. Oltre alle moltissime
correzioni buone , ve n' è pure delle cattive o di dub- bio valore ; ci sono
anche mutamenti che non possono essere né belli né brutti, specialmente se
dovati a coe- renza sistematica, cioè all' applicazione costante di un nuovo
criterio ortografico o grammaticale e via dicendo, senza che quel dato luogo
richiedesse per sue pecu- liari ragioni d'esser mutato. Di più , in molti casi
trat- tasi d' inezie suggerite dall' incerto e mutevole giudizio dell'orecchio,
ove non solo è lecito che i lettori dissen- tano , ma l'autore stesso talvolta
ondeggiò , da una ad altra ristampa dell' edizione riformata. E da ultimo , se
è vero che in certi punti egli fu da ragioni delicatissi- me indotto ad
astenersi da una mutazione fatta solita- mente altrove , é pur vero che in
alcuni incontri ciò avvenne o potè avvenire per mera inavvertenza. Che se tutto
questo non si tien presente , se per illimitata fiducia che ad ogni innovazione
vi sia stato un motivo ragionevole o profondo se ne vorrà sempre scovar qual-
cuno cosiffatto, magari a via di stiracchiature ed arzi- gogoli , il danno che
deriverà da codesti confronti per poco non soverchisrà il bene che se ne vuol
ritrarre. II. Né sarebbe poi utile e prudente, che in essi fosse speso tutto 0
quasi tutto il tempo di cui si dispone per lo studio della prosa. Senza dubbio
è questo il prosa- , tore per virtù del quale subito si determina il gusto del
giovane e l'ingegno si apre e quasi si rivela a sé stes- so. Gli altri
prosatori classici il giovane li ammira , se mai , sempre un po'
estrinsecamente , non entra nelle loro intenzioni, non ruba loro il metodo;
sicché nei suoi componimenti, che pur sono un intarsio di reminiscenze di
quelli , non rassomiglia mai a quelli. Col Manzoni - 3 - invece i giovani si
affiatano tanto che, dopo un i)o' che r han preso a gustare , già cominciano a
scrivere men fanciullescamente , già mostrano un certo spirito d' os- servazione
e d'ironia. Di modo che, se quel grande cri- tico che fu Quintiliano ebbe a
dire : ille se profecisse sciat, cui Cicero valde placeUt-, e noi potremmo
senten- ziare che nelle lettere italiane ha ben profittato chi sia riuscito a
capire e consapevolmente ammirare Dante, e ad assaporare e come
involontariamente imitare il Man- zoni. Ma di qui non discende che quasi non si
debba legger altro prosatore , e nella scuola si abbia a stra- scicare
indefinitamente il raffronto tra le due edizioni dei Promessi Sposi , studiando
sempre questi al micro- scopio e gli altri non osservando nemmeno ad occhio
nudo. Guardiamoci da ogni fanatismo, e badiamo di non applicare a un dei libri
più originali il piia servile dei ragionamenti, cioè il famoso dilemma del califfo
che re- putò dannosi i libri che discordassero dal Corano, inutili quelli che
vi concordassero. Poniamo pure che , e per alcune sue doti che nelle altre
prose italiane mancano 0 raramente toccano un così alto grado , e per la sua
perfetta modernità, quest'opera sia la più abile ad atti- rare le presenti
generazioni e ad educarne il gusto,. so- prattutto col rafhnarlo; ma gli altri
servono ad istruirle, ed anche a formar loro il gusto, soprattutto
allargandolo. Senza voler qui fare l'enumerazione degli autori d'ogni secolo
che meritino d' entrare o restare nelle scuole, non possiamo tenerci
dall'accennar alla potenza di Dante anche come prosatore , alla già grande
efficacia , pur così poco considerata generalmente, del periodo e della frase
nella Vita Nuova e , più , nel Convivio. In lui la sintassi latina aiuta di
continuo il nascente volgare, senza però impacciarlo come fa spesso nel
Boccaccio e, peggio, nei suoi imitatori; e l'ingenuità v'è ancora molta e
amabile , ma senza cader nel puerile e nel pedestre come spesso nei trecentisti
delle prose devote , delle novellette, delle cronache. I quali però restano
sempre, per quella stessa anche soverchia ingenuità loro , non poco attraenti;
come attraente d'altro lato è il Boccaccio, per la esuberanza lussureggiante ,
che ha pure il suo bello. Quel, per così dire, fìtto fogliame dei suoi periodi,
stracarichi di accessorii, non è un tipo da imitare, ma è pure un caso
individuale che dobbiamo ammirare; al modo che un giardiniere, che non vuole né
asseconda lo sviluppo di piante parassite sugli alberi suoi , pur resta
estatico a quelle che maestosamente serpeggiano intorno agli alberi annosi del
viale delle Cascine a Fi- renze. Il geniale certaldese congiunse al toscano
lepore la gaia ridondanza della gente napoletana, tra la quale lungamente
visse, amò, godette, soffrì; e dalla Francia, onde ebbe la madre e le prime
aure vitali, ritrasse la piacevole scorrevolezza dello stile prosastico , per
cui quella lingua fìn d' allora soprastava a tutte le altre neolatine, anzi a
tutte le altre d' Europa. Certi difetti, divenuti più o meno insopportabili nei
suoi seguaci, sono in lui accompagnati o perfino intimamente connessi con certo
qualità; e quel fare civettuolo e leziosetto, in cui tutte le grazie della
loquela toscana fanno un così caro cinguettio, è fonte perenne di diletto
estetico non men che degna materia di storica contemplazione. Giacché non
bisogna dimenticare che le opere del Boc- caccio, in ispecie la maggiore,
riempirono di sé i primi secoli della nostra letteratura , ebbero una
popolarità che ora più non hanno ma che non fu punto minore di ({uella che ai
dì nostri ha raggiunta 1' opera del Manzoni , e furono larga miniera anche pei
comici cinquecentisti. So nella poesia il gigantesco lavoro dì Danio fìn dal secondo
secolo fissò, per cosi dire, il pernio d' ogni moto avvenire e die una salda
unità a tutta la storia successiva; nella prosa, elio del resto, come i)ii^i
vicina alla realtà, ò pila mutevole coi tempi, si ebbero diversi stadii, a capo
del primo dei quali sta il Boccaccio come a capo dell' ultimo il Manzoni. Fra
stadio e stadio non vi fu quel cosi profondo sconvolgi- mento e distacco cosi
netto, che ebbe luogo per esempio in Francia, dove la letteratura anteriore al
secolo XVII o quella che le successe , considerate di lontano e all' in-
grosso, son finite col parere come due letterature stranie- re l'una air altra,
ossia il periodo arcaico si cancellò dalla coscienza della nazione. Qui v'è
stata maggior continuità e men forte trasformazione, e trecentisti e
cinquecentisti son rimasti così presenti agli spiriti da lasciar tracce
grandissime, e talvolta eccessive e ridicolo, anche nello stile moderno. È
stato un male por alcuni riguardi , un bene per altri; e ad ogni modo il fatto
è questo, e non si può non tenerne conto. Sarebbero del pari gros- solani i due
opposti errori di seguitar a considerare il Boccaccio come il modello a cui
debba conformarsi la nostra prosa odierna , o il riguardarlo come un antico che
solo per erudizione debba tanto quanto conoscersi. In una fase più a noi vicina
spicca il Machiavelli, il quale, anche perchè dedito a soggetti più austeri,
diede alla sua prosa un andamento più logico , più preciso, più sobriamente
efficace, schivo di fronzoli, meglio con- facente insomma all'ideale moderno;
insieme però con- tinuando a usare largamente, pur nei costrutti, delle vive
forme del suo toscano , impoveritosi poi , specialmente negli scrittori di
altre provincie d' Italia , e irrigiditosi nella costruzione e nelle norme
grammaticali. Sotto — r, — certi rispetti si direbbe che nel Machiavelli vi sia
già effettuato appunto quel tipo di toscanità colta che il Manzoni cercava, e
s'intende che a taluni egli sia parso il massimo di tutti i prosatori italiani.
Sennonché a lui mancarono alcune delle quahtà sostanziaU che nello scrittore
lombardo furon così perfette. Tra lo stile latineggiante che metteva capo al
Boccaccio , e che esagerato da alcuni era da altri mitigato , e lo stile
ingenuo degli altri trecentisti proseguito in certa maniera dai cinquecentisti
toscani , quale soprattutto il Gellini, il Machiavelli ondeggiava spesso ,
sicché le due diverse tinte, che ora bellamente si fondono, altre volte
stridono alquanto insieme. E un' altra sua disuguaglianza , che in parte é
causa della precedente , sta in ciò che egU non porta sempre il suo pensiero a
una piena maturità, né esercita abbastanza la lima sulla forma onde gli è
venuto fatto di rivestirlo ; cosicché , fehcissimo quando scrive di vena ,
langue e s' avviluppa più o meno colà dove il primo getto avrebbe avuto bisogno
d' essere rilavorato pazientemente. Maggior consapevolezza di propositi in
quanto a lìngua e stile ebbe un uomo di minor conto, il Davanzati, poderoso
scrittore la sua parte, e quasi un anticipato manzoniano, o almeno un anticipato
Giusti, del secolo XVI. L' Apologia di Lorenzino dei Medici é pure un mo-
numento singolare di forte eloquenza. E il Casa, che in altre scritture non
ischivò l' affannoso periodare allora in voga , ci lasciò tuttavia quel suo
Galateo, di cui é come sbarrata la soglia da un periodo sesquipedale, ma che
per r espressione calzante e spigliata e per un certo ar- guto spirito
d'osservazione, rivolto a cose che se non so- no di primaria importanza
rientrano sempre nell' ordine morale, torna di assai gustosa lettura. In tutti,
si può dire. — 7 — i cinquecentisti toscani d'ogni maniera, nei più artificiosi
come nei più andanti, v'è da trovar pagine notevoli por copia di lingua e pregi
di stile. Né son poi indegni di considerazione quegli scrittori che, nati in altre
provincie d'Italia, vennero appropriandosi e divulgando la favella toscana,
traendola soprattutto dai tre grandi trecentisti, ma tenendo d'occhio altresì
più che generalmente non si creda (lo fece perfino il Trissino ) 1' uso vivente
dei nati in riva all'Arno. Che se da un lato la impoverirono spogliandola di
certi idiotismi e vivaci forme paesane e r alterarono alquanto coi
provincialismi , dall' altro la resero più adatta a servire come espressione
nobile e regolare del pensiero di tutta la nazione. La quale al- lora,
nonostante il politico smembramento, aveva nelle lettere, nelle arti, nei
commerci, molta più comunanza di vita che non gliene fosse poi lasciata nella
prima metà di questo secolo , e somigliava non poco , anche per la frequenza
delle peregrinazioni da una regione all'altra, all' Italia presente. Tra quegli
scrittori, che si potrebbero dir provinciali , alcuni primeggiarono ; e se il
Bembo , malgrado dell' autorità che ai suoi tempi godette, riesce a noi moderni
tutt' altro che gradevole, Aimibal Caro, che aveva succhiata col latte una
loquela molto simile alla toscana ed era molto pratico di Firenze, e che d'
altra parte, non essendo toscano addirittura, era immune di certi vezzi e
pregiudizii troppo locali, diede un memorabile esempio di eleganza scevra di
affettazione e di vivezza senza volgarità, anch'egli anticipando così in
qualche modo un prosatore del secol nostro, il suo corre- gionario Leopardi. Il
Tasso, nei limpidi Dialoghi e nelle malinconiche lettere, riuscì mirabile per tersa
fluidezza. Il conte Castiglione, scrittore di aristocratica semplicità, diede
un bel saggio di ciò che potesse un Lombardo — 8 — dotto , alieno da ogni
eccesso , trapiantato a Roma e ad Urbino , e di quanto valesse quella loquela
aulica che , moderatamente innestando sul tronco toscano la- tmismi e
provincialismi, in ispecie delle provincie roma- nesche, sembrava effettuare
nella conversazione e nella prosa il volgare illustre che Dante avea
vagheggiato per l'alta poesia lirica. Nel secolo appresso, con l'incremento
delle scienze, specialmente delle sperimentali , la prosa acquistò non poco in
interiore maturità e severa subordinazione della forma al concetto: basta
ricordar per tutti il Gahlei, il quale per la stringente dialettica e l'ironia
briosa e pro- fonda è in certa maniera quei che precorre meglio il Manzoni, a
cui sta di sopra per ispontanea vena e di- sinvoltura di toscanità nativa. Più
tardi, lo scemato nu- mero e vigore degli scrittori toscani, la docilità di
molti italiani all' influsso delle dottrine e degli scrittori fran- cesi, i
nuovi concetti filosofici sul linguaggio umano che parean rompere ogni diga tra
le accidentali differenze in esso portate dai tempi e dai luoghi , se
promossero alcune quahtà dello stile, nocquero alla purità della lin- gua; e
suscitarono per contrapposto in altri il culto ec- cessivo della buona lingua
antica e del periodare arti- ficioso. Ma anche fra codesti estremi vi furono
gli ama- tori della semplicità corretta, e ognun ricorda lo Zanotti, il
Muratori e Gaspare Gozzi, e più si dovrebbe ricordare l'Alfieri, che seppe
crearsi una maniera di prosa solida e robusta, a periodi larghi senza stento.
Come nativo dell'alta Italia avendo dalla nascita parlato un dialetto molto
dissimile dal toscano , e in gioventù essendosi abituato al francese come a sua
lingua letteraria, né sa- putosi poi in tutto appagare dell' aver dovuto a
favelle cosi vive e sicure surrogar l' incerto e smorto italiano del libri,
ossia dunque per ragioni assai vicine a quelle che poi mossero il Manzoni,
appena conobbe l'uso vivo di Firenze se ne innamorò perdutamente, e con
l'impeto tenace che gli era consueto vi richiamò l'Italia. Per op- poste
ragioni il Leopardi, che ebbe nativo un linguaggio ben prossimo al toscano , e
dopo un breve trasporto giovanile verso gli scrittori di Francia s' era immerso
nello studio accuratissimo dei classici italiani converten- doseli in succo e
sangue, potò, sebbene da ultimo traesse egli pure partito dalla dimora di
Firenze , dar presto alla sua prosa una compostezza marmorea , contempe- rando
il pii^i squisito sapore classico con un sufficiente senso di modernità. Giunse
egli per tal modo quasi ad un passo dalla modernità piena del Manzoni ,
aggiran- dosi bensì in una sfera più ristretta, poiché non trattò che argomenti
psicologici, e ad una larga rappresenta- tazione della vita umana la forma sua
sarebbe stata ina- deguata, ma restando pure esente, per essere il toscano a
lui più naturale, da certe leziose imitazioni di questo nelle quali il Lombardo
sdrucciolò. Una tale ricchezza e Taltra che si lascia sottintesa non è lecito
metterla quasi in disparte, col farne semplice- mente ricordo nella storia
letteraria o darne al più un piccol saggio ad illustrazione di quest'ultima,
senza te- nerla ben presente all'animo dei giovani con 1' assidua lettura.
Certo, questa non si scompagna da un po' di noia, in ispecie se si tratti degli
autori secondarli, né ebbero tutti i torti coloro che, inculcando lo studio del
Manzoni quando nelle scuole non ancora si faceva, rinfacciarono ai puristi che
con la noia pretendessero di sedurre la gio- ventù all' amore del bello
scrivere. Sennonché ora par che prevalga un' esagerazione opposta , volendosi
sban- dir tutto ciò che non arrechi immediatamente e sen- — 10 — z'ombra di
fatica un pieno diletto. Laddove il principale ufficio della scuola è appunto
di fare che a poco a poco riesca piacevole ciò che sulle prime dispiace ,
attragga quel che prima sgomentava, e si prenda l'abito di sco- prire il lato
bello di cose che paion brutte o insipide, e si assapori anche il diletto di
superar le difficoltà ; senza di che essa diverrebbe simile a una ginnastica
che si contentasse di addestrare i corpi a quei soli movi- menti che si posson
fare con tutta comodità. Errarono i vecchi maestri pretendendo che i giovanetti
si sdilin- quissero per ogni parola o frase che fosse semplice- mente aliena
dall'uso moderno, che ammirassero i pro- satori antichi prima ancora di averli
capiti, che magni- ficassero , con subitanea e docile ostentazione e senza quell'intimo
convincimento che lentamente si matura, la grandezza di un'arte nel cui segreto
non erano peranco entrati , e questa contraffacessero in modo servile ed
estrinseco ; ma errerebbe non meno chi oggi non rico- noscesse il bisogno che
essi acquistino familiarità cogU antichi, e a via di leggerli e di comprenderli
finiscano col penetrare addentro nel loro magistero. III. Posto pure che dal
Manzoni avessimo avuto l'u- nico tipo di prosa oggi possibile, non però
basterebbe egli solo a formare il buono stile negli altri. La sua elegante
sempHcità fu il risultato ultimo d'infiniti studii e letture, né è dato
appropriarsela durevolmente a forza di rilegger lui solo , senza rifarne in
qualche modo il cammino e prendere la rincorsa da Dante in giù. Il sus- sidio
dell' altrui esperienza e gli effetti già conseguiti dai nostri antecessori non
ci dispensano dal formarci un'esperienza propria, ma solo ce ne rendono 1'
acqui- sto più spedito e piano. Chi non conosce che un unico libro, in realtà
non può nemmen di quello avere cono- — 11 - scenza intera, e nel mettersi ad
imitarlo ne la, scnz'ac- corj2:ersene, la caricatura. La grande chiarezza del
Man- zoni proveniva dall' aver ej^ii lungamente rimuginato il suo pensiero e
limata con infinita pazienza la forma, e un inesperto s'immagina di
somigliargli con lo scacciar da sé ogni concetto arduo e diffondersi in cose
ovvie che dovrebbero sottintendersi o al più accennarsi di sbieco. La sua
apparente semplicità era 1' effetto d'uno studio indefesso , e altri la fa
consistere in buttar gii^i come vien viene. Quel fare arguto era quasi sempre
te- nuto nei debiti limiti da squisito senso del decoro e da innata gentilezza
, e con sembianza bonaria toccava le più riposte contradizioni dell'essere
umano e del mon- do ; ed altri s' illude di seguire il grande esempio con lo
scherzare anche fuor di proposito , anche in modo sguaiato, e con arguzie
superficiali in cui non v'è dentro nulla. Quello stile « è la luce bianca , e
resulta perciò dal sovrapporsi di tutti i colori » , e agli ingenui sembra di
fare abbastanza con essere slavati. Codesto , eh' era facile a pronosticare,
s'è pur veduto in effetto; e « una certa monelleria » di stile e sciattezza di
pensiero, che son venute invadendo le lettere e la scuola , se hanno avute
molte altre cagioni, son parse aver la loro scusa dall'esempio di chi fu
pensatore assai robusto e tra gli scrittori il più verecondo ^). Non lieve
rimedio a ciò è una larga conoscenza dei classici italiani, che distolga la
gioventù dalla gretta contraffazione del più recente ; e non è un caso che il
maggior discepolo di questo, un dei più gran fabbri di stile che mai s'avesse
l'Italia in ogni *) Si vegga su ciò una bella lettera delI'AscoLi nella
Perseveranza del 12 aprile 1880, riferita pure nella terza Appendice della
seconda edizione di questo libro. — 12 — tempo , sia uomo di così molteplice
dottrina, e comin- ciasse dall'imitazione dei cinquecentisti e di essi ritragga
ancor tanto. IV. Ma è egli in sé medesimo il Manzoni ricco in egual grado di
tutti i pregi possibili e scevro in tutto d'ogni pecca? Si può proprio
asseverare che lo studio dei più antichi non giovi se non perchè fornisca anche
a noi il fondamento sul quale egli edificò , che essi in tanto valgano in
quanto furono precursori suoi , che sotto nessun riguardo possan riuscire
modelli diretti e migliori di lui ? No davvero. Ei toccò la perfezione in
qualità essenziali: la maturità del pensiero; la lucidezza della forma ; 1'
appianamento di ogni disuguaglianza che non fosse richiesta dal sog- getto e potesse
provenire da incertezza o volubilità dello scrittore ; 1' adattamento invece ,
nelle parti dramma- tiche , dello stile ai personaggi introdotti a parlare. Fi-
nissimo poi nelle analisi, efficace nella sintesi, evidente nella descrizione,
interessante nella narrazione, accura- tissimo nei menomi particolari, vario,
sereno, arguto, insinuante , ti seduce e rapisce , sicché non sai piìi
staccarti da lui , e ci torni infinite volte con sempre nuovo diletto, e il
ricordo dei suoi fantasmi ti si risu- scita a ogni tratto anche nella vita e ti
dà una com- piacenza come di cosa vista o udita realmente. Ma se è vero che nel
suo libro è scrutata a fondo la natura umana con esservi messi a nudo certi
sentimenti e inclinazioni caratteristiche di quella, rappresentati molti
caratteri in modo compiuto e molti altri accennati di profilo 0 in iscorcio, se
insomma vi s'impara a leggere nei cuori, non è però che tutti i cuori vi sieno
effet- tivamente letti , cioè che ogni specie di caratteri e soprattutto di
situazioni e di passioni vi sieno rappre- — 13 — sentali di Ironie. Basta il
paragone con Dante e con Shakespeare a mostrare in che hniiti il Manzoni fosse
rattenuto dalla natura dell' ingegno e dell' animo e da onesti scrupoli
religiosi. Da quel che sa troppo di violento o di empio o di pieno godimento o
dolore umano im- memore del voler divino , ei si astiene più che può. L'amore
dei due sposi è tirato in campo alla vigilia del giorno in cui doveva venir
comandato e chiamarsi santo, ed è descritto più in certe conseguenze, di ge-
losia, di angustie, di lotte esterne o intcriori, che non in sé medesimo. La
passionaccia di Don Rodrigo e quella di Gertrude sono velatamente accennate , e
con pa- role d'abominazione. L'ardore selvaggio dell'Innominato evolto nel
punto in cui il rimorso^sta per ispegnerlo. E tutte cotali limitazioni son 1'
opera di un metodo costante e prestabilito ^). Ora esse non potevano a meno di
portare una limitazione anche nell'uso di certi mezzi di stile. Fin dove egli
ha bisogno di ricorrere a questi, lo fa da par suo , ma concede a sé poche
occasioni d'avervi a ricorrere. Alle parole, per esempio, che mette in bocca al
Cardinale e a fra Cristoforo sa dare tutta r enfasi e la magniloquenza
conveniente al caso e al personaggio, ma chi gli chiedesse molti altri saggi di
stile acconciamente enfatico e magniloquente , o fieramente impetuoso , ne
resterebbe digiuno , e in altri scrittori italiani troverebbe più agevolmente
il fatto suo. Non tutti quelli che imparano a scrivere hanno in- clinazione all'arguzia
bonaria, né tutti fmiran col trattare ^) Gfr. De Sanctis nella Nuova Antologia
del dicembre '73, Gio- viTA ScALYiNi nella edizione economica dei P. S. dei
Lemonnier (l'articolo tu la prima volta stampato il 1831 con la data di Lugano
e con le iniziali A. H. J., e un brano ne riferii nella seconda Ap- pendice), e
ZuMBiNi nei Saggi Critici, p. 1S2-7. — 14 — soggetti a cui codesta qualità si
attagli meglio d' ogni altra; e a certe tempre intellettuali bisogna pur dare
il modo di abbattersi in autori più conformi al loro genio e alla materia che
prediligono. Insomma nel solo Ro- manzo , benché quanto a sé abbia tutt' i
pregi che gli bisognano , non si ha , né sarebbe possibile si avesse, un'
abbondantissima miniera d'esempii per ogni genere, per ogni materia, per ogni
occasione, per ogni abito di mente o propensione d'ingegno. Né si può dir che
basti per ciò rivolgersi alle prose minori del Manzoni, nelle quali si tratta ,
con così bella varietà, di tante cose concernenti la storia, la morale, la
giurisprudenza, la critica letteraria. Certamente, esse han comuni coli' opera
maggiore molte grandi qualità, il leggerle e rileggerle è delle occupazioni più
gradite ed istruttive che uno possa procurarsi, e, se pur quella non esistesse,
varrebbero da sé sole a rivelare un riformatore potente. Vi si avverte però
spesso qualche mancanza, ov- vero qualche esagerazione delle virtù sue
predilette, che nel Romanzo fa appena capolino. In questo lo scrittore parla di
frequente per conto dei suoi personaggi, onde dalla convenienza drammatica fu
tratto ad atteggiare nei più varii modi lo stile e a schivare alcuni eccessi, a
cui nelle altre opere parlando sempre per conto proprio più facilmente s'
abbandonò. Oltreché , ci si mise nel più pieno vigor dell'ingegno, addestratosi
già con altri lavori allo stile prosastico; lo compose mentre tuttora in fatto
di lingua teneva un criterio men sicuro ma più libero, e con quello più
rigoroso che dopo si formò non ebbe che a ritoccarlo. Le opere minori, invece,
o furono più giovanili, essendo i primi tentativi di prosa di chi aveva atteso
soprattutto alla poesia , o gli vennero composte in un'età men verde, o quasi
senile, o senile addirittura. — 15 - e dopo che quel criterio novello lo aveva
avviato per un sentiero sdrucciolevole. Alieno per natura dalla concitazione
impetuosa , disgustato del fare manierato che tuttavia prevaleva in Italia ,
proseguì con sempre crescente insistenza un ideale di dire modesto e rimesso,
in cui il concetto, ridotto con pertinace riflessione ad un'ovvia chiarezza ,
trovasse la sua espressione in una lingua popolare e comune. Ma la troppa
preoccupazione di attuare fedelmente codesto ideale , fuggendo il con- trario
vizio dominante, lo condusse talvolta a qualche ridondanza, a qualche scherzo
inopportuno, a evitare la solennità delle parole anche dove il soggetto e le
circo- stanze la volevano, e l'odio dell'affettazione lo fece cadere in una
nuova specie d'affettazione: di piegare cioè, usur- piamo nuovamente le parole
dell'Ascoli, « a una natura- lezza casalinga e appunto perciò artificiale^ tali
pensieri e sentimenti , la cui manifestazione prima e spontanea è troppo
naturale che riesca più o meno rimota da questa riduzione volontaria » . In
conclusione, anche in un così grande artista non è tutta intera l'arte, e lo
studio esclusivo di questo mo- derno non basterebbe a dare agl'ingegni tutto il
vital nutrimento di cui oggi più che mai han bisogno per resistere alle facili
seduzioni di un'arte dilettantesca che sfibra e ammorba l'Italia. — 16 —
CAPITOLO SECONDO La lingua dei Promessi Sposi. L I Promessi Sposi, cominciati a
scrivere nel 1821, fu- rono finiti di stampare e pubblicati nel giugno '27, in
tre tomi, mentre i due primi portan la data del '25 e il terzo del '26. E
questa redazione (ci si perdoni questo mezzo francesismo , divenuto ormai d'uso
generale , e spesso, come qui, richiesto dalla brevità e dalla chiarezza) fu
riprodotta subito in ben sette ristampe nello stesso 1827, come poi negli anni
successivi. L'autore intanto venne rifacendo tutta l'opera, aggiungendovi qua e
là alcune proposizioni o periodi o serie di periodi, ma soprattutto
modificandone a parte a parte la dicitura , e nel 1840 la die fuori con disegni
illustrativi. E questa seconda redazione riprodusse con qualche lievissimo
ritocco nelle impressioni posteriori curate da lui medesimo; men- tre pur
quella prima del '27 seguitava ad esser ridata in luce dagli editori , che
senza chiedergliene licenza ristampavano a tutto loro benefìcio il libro, e per
essa non incorrevano negl' impedimenti legali lor suscitati contro per quella
del '40. Quando dunque si parla del divario fra le due edizioni , s' intende
bene , giacche di edizioni nel senso usuale della parola se ne sono avute tra
lecite e abusÌA^e circa dugento, delle due dette reda- zioni, di cui l'una ebbe
la sua edizione principe nel 1827, l'altra nel 1840 , e che rappresentano la
duplice fatica dell'autore. Naturalmente, tutte le differenze che possano
occorrere in edizioni non curate da lui non hanno alcun valore; e le poche tra
quella del '40 e le successive ri- stampe autentiche hanno un'importanza assai
scarsa. II. L'opinion comune fu per gran tempo che il Man- zoni avesse, col
rifarla, guastata l'opera sua; e si ri- cordava al proposito, anzi a
sproposito, l'infelice sosti- tuzione che il Tasso fece della Conquistata alla
Libe- rata, e si notava con compiacenza come in entrambi i casi il pubblico
avesse fatto giustizia dell' aberrazione paterna col rimaner fido alla reietta
figliuola primoge- nita. Un riscontro invece ben più giusto sarebbe stato
quello del successivo miglioramento che l'Ariosto, con la edizione del 1521 e
piìi con quella del '32, fece della prima redazione del Furioso, comparsa il
'16. Giacché basta confrontar con un po' d'attenzione e di buona fede poche
pagine o perfin pochi periodi delle due stampe manzoniane per accorgersi che la
seconda, nell'insieme, supera di gran tratto la prima, e talvolta sembra addi-
rittura la composizione di uno scolaro inesperto benché molto ingegnoso ,
corretta da un ben accorto maestro. Il raffronto d'un breve tratto valse
subito, come il Man- zoni stesso narrò, a far ricredere il Giusti. Che lo
strano pregiudizio nascesse e durasse cosi per- tinace, facendo tanta presa
anche su letterati di vaglia e fin sopra taluni che , come il Giusti , per le
stesse tendenze loro proprie avrebbero dovuto accogliere a braccia aperte l'
edizione più toscaneggiante , é cosa spiegabile con parecchie ragioni. Il libro
, fin dal suo primo apparire divulgatosi assai, era stato letto e riletto;
sicché ciascuno avea fatto l' orecchio a quella prima forma , e la mutazione ,
sol perchè disturbava un' abi- tudine già contratta, produceva un' impressione
spiace- vole. E meno male se dopo il 1840 le ristampe aves- sero propagata
unicamente la forma nuova; ma, come s' è detto , per le condizioni particolari
del commercio librario d'allora, la redazione dall'autore rinnegata potè - 18 -
continuare a moltiplicarsi in volumi a buon prezzo, che mantenevano nei vecchi
lettori e creavano nei nuovi la consuetudine con essa, e parevan l'effetto
d'una scelta ragionata, dove non eran che la causa d' un'inconsape- vole
predilezione. I più, imbattendosi nel libro rinnovel- lato, dopo uno sguardo
datovi alla sfuggita e di mala voglia , frettolosamente lo condannavano. Il che
però, bisogna dirlo, tanto più facilmente accadeva in quanto che alcune
mutazioni, essendo davvero o indifferenti o cattive , o per troppo sapore
fiorentinesco stonando bruscamente dal comune italiano dei libri , gettavano
ombra sulle altre e davano coraggio e pretesto a un giudizio sommario. Il caso
poteva inoltre fare che esse fossero le prime a venir sott'occhio; ed ha anzi
voluto che nelle primissime pagine, a cui era più facile rivol- ger r
attenzione , più che altrove spesseggino i muta- menti di dubbio valore o meno
felici. Che se taluno s'era avvisto dell'abbaglio, la discussione con gli
avver- sarli non gli riusciva molto concludente. Si sa quel che in simili casi
avviene: o i libri di cui si tratta non si lian sotto mano , o non vi si
ricorre , sia per pigrizia, sia perchè sembra poco garbato venir ai ferri
corti, sia perchè si teme di rimpiccinir la questione e che per accidente
s'incespichi giusto in un particolare che paia dar torto a chi ha ragione e
Anceversa. Così si pro- traggono indefinitamente dispute, che sarebbero presto
risolute se dal discorrere in aria si scendesse subito al concreto, badando per
di più a non ristagnare in uno o due csempii soli là dove per venire a una
conclusione convien raccoglierne parecchi e farne quasi un computo statistico.
Ma la verità non poteva non farsi strada, e « di grido in grido » si venne a
proclamarla così da riconoscer — 19 — l'utilità d' un' edizione comparativa
delle due redazioni che desse luo^o a un confronto perpetuo tra esse, anche
nelle scuole ^); la quale fu dilatto procurata, tra il 1877 e il '79, dal
professor Folli, e si diffuse rapidamente ^). *) 11 rimpianto Alfonso Casanova,
pio e colto napoletano che ha legato il suo nome a una bella istituzione
filantropica, s'era notate, con molta esattezza , su un esemplare della seconda
redazione le varianti della prima. Di li Gaetano Bernardi cavò alcuni
riscontri, per farne materia di sottili chiose nel suo Avviamento alVarte del
dire, stampato la prima volta a Montecassino il 1869: un dei mi- gliori libri
che s'abbiano di tal genere, e quasi succo teorico tratto dall' esemplare
manzoniano , senza grettezza però di criterio e di gusto. Di là stesso Federico
Persico toglieva le varianti, argutamente illustrandole, di una similitudine
dell'ultimo capitolo, di cui nella nota Lettera al Casanova, Due letti,
inserita il 1870 in un periodico napoletano, fece un parallelo con l'analoga
similitudine leopardiana deU'Ottonieri. La qual Lettera, che finiva con la
proposta di stam- par l'edizione comparativa, ne promosse un'altra del Manzoni
stesso al Casanova, con la data del 30 marzo 1871 ; ove con efficacia e
festività mirabile anche in lui, chi consideri che era già negli ot- tantasette
anni , narrava come avesse composta la prima edizione e come rifattala, e concludeva
accogliendo modestamente, a modo suo , il pensiero di quella nuova stampa.
Questa , per ragioni che non importa dire, andò a monte; e perfin la Lettera,
che il Man- zoni voleva pubblicare, uscì fuori postuma, il '74, in un opuscolo
di Luigi Morandi, con l'esame fatto da quest'ultimo di alcune delle correzioni
, che alla sua volta fu oggetto d' una mia breve critica in una Rivista
milanese. 2) Altri appunti comparativi anteriormente all'edizione del B'olli,
oltre quegli a cui si è accennato nella nota precedente, erano stati pubbhcati
dall' Ambrosoli, dal De Capitani, dai professori Ferranti e Meschia e da
qualche altro, e posteriormente ne furon dati dal RiGUTiNi, e ancora dal
Morandi nel libro Le correzioni ai P. S. e Vunità della lingua (Parma, Battei,
1879;. Lo studio mio, che qui si ristampa, il quale volle essere una
trattazione piena e metodica dell'argomento, fu fatto sul primo volume del
Folli (ce. I-XIX), su alcune bozze del secondo eh' egli ebbe la cortesia di
mandarmi (ce. XX-XXIV), e pei rimanenti capitoli sopra spogli miei. — so- ni.
Neiredizìone del '40, come vi sono , già s' è av- vertito , alcune giunterelle
di materia nuova e lievi correzioni poco o punto determinate dalle ragioni
della forma ^), così tra le stesse mutazioni di forma ve n'ha di quelle che
l'autore avrebbe di certo arrecate anche se in fatto di lingua il suo criterio
fosse rimasto sempre im- mutabile. Ma moltissime derivarono dal criterio
cangiato, e altre per lo meno furono agevolate da un tal cangia- mento. Al
quale anzi 1' autore , un po' per modestia, un po' per giovare alla causa da
lui presa a patrocinare, volle ascrivere il merito di tutto ciò per cui la
seconda edizione soprastà alla prima. Sennonché , pur facendo la tara a codesta
esagerazione magnanima, vi si deve riconoscere un gran fondo di verità; onde ci
convien dichiarare ordi- natamente con quali norme egli facesse il suo libro ,
con quali Io rifacesse. IV. Fin da che lo compose la prima volta, gli brillava
già limpido nella mente l'ideale dello stile. Ci aveva già mirato in altri
scritti, specialmente di polemica religiosa 0 storica; ma quivi dal soggetto
medesimo era stato tenuto *) Fra le aggiunte sostanziali, la più parte o utili
o non suscet- tibili di censura , ve n' è pur qualcuna che a censure si presta.
P. es. il prof. Paolo Tedeschi avvertì che i cognomi Mazenta e Sellala
introdotti dove prima il mercante milanese nell' osteria di Gorgonzola diceva
ingenuamente: « e monsignor arciprete cominciò a predicare da una parte, e
monsignor penitenziere da un' altra a (cap. XVI), e i nomi di Lorenzo Torre e
di Giovanhatista Biava messi in bocca a Bortolo là dove nella prima edizione
questi stava conlento a dire: « un uomo che sa parlare.... un altro brav' uomo
o (cap. XVU;, sono una stonatura. Meglio quadravano a simili narra- tori quegli
accenni anonimi; e il Manzoni sciupò alquanto la vero- simiglianza drammatica e
1' elle Ito estetico già conseguito , per il gusto di snnllire, questa volta,
erudizioncelle storiche di nessun rilievo. — Pi- noli molto lontano dallo stile
ordinario doU'ltalia addot- trinata e pensante , senza scrupolo facendo parte
piut- tosto larga ai francesismi. Volgendosi ora ad un' opera d' arte e d'
immaginazione , queir ideale gli s'era fatto pii^i preciso, e più tormentose le
difficoltà dell'attuarlo. Esempii prossimi e confacenti al caso suo non ne tro-
vava in Italia, dove opere d' arte in prosa, paragonal)ili per mole e per
larghezza e altezza d' intenti a quella ch'ei voleva tentare, in un certo senso
non v'erano mai state e in un altro v'erano sì ma non recenti; e dove l'arte
dello scrivere, massime in tali opere, sì riponeva in una ricercatezza
monotona. A qualcosa di ben di- verso, cioè ad uno stile schietto e vivace,
pieghevole a ogni atteggiamento del pensiero, a ogni variar di casi, di
personaggi, di obietti, doveva egli invece aspirare. E ciò primamente per la
stessa grandezza del suo ingegno, in cui una squisita impressionabilità di
artista andava congiunta alla larga veduta del pensatore e a un mirabile acume
critico e storico. Già cinque secoli innanzi un altro pensatore artista, «
primo tra i primi, di valore come di tempo, in una stupenda composizio- ne »
riunendo « e memorie prese da tante età e da tanti luoghi , di fatti e di
sentimenti i più vari, di vizi e di virtù, di gioie e di dolori, di prosperi
eventi e di sciagure, di dottrine e d'errori, e descrizioni, anzi pit- ture di
pene, di speranze, di stati felici, e giudizi e pas- sioni sue proprie, e un
conversare o reverente o amo- roso o iracondo o pietoso coi tanti e tanto diversi
morti incontrati in quell'immaginoso viaggio, e gli aspetti e le avventure del
viaggio medesimo » '), aveva maestrevol- mente accomodato lo stile poetico, or
conciso or largo, ') Manzoni, Appendice alla Relazione sulla lingua italiana,
cap. IV. or familiare or solenne, or aspro or soave, or nudo ora ornato, ad una
tanta varietà di cose. E il solo italiano, se non pari, prossimo a
quell'antico, non potea fare di non proporsì un quissimile per la sua prosa,
ove inten- deva ritrarre e le naturali bellezze del paese nativo, e la storia
dei suoi dolori pubblici e domestici in un' età sventurata, e quelle
inclinazioni e temperamenti umani che son proprii d'ogni età o paese, e le
celestiali glorie e le mondanità deplorevoli della religione cattolica , e l'opera
provvidenziale di Dio e l'azione delle leggi mo- rali e sociali nel mondo. In
secondo luogo, le vicende stesse della sua vita e della sua educazione
letteraria lo avevano messo su un nuovo sentiero. Entrato appena nel
ventunesimo anno, s'era recato a Parigi con la madre dilettissima, statavi già
per gran tempo; e vi passò quasi un intero lustro, go- dendovi nei pili colti
ed eleganti ritrovi la conversazione e r amicizia di filosofi e letterati di
gran conto , e so- prattutto del Fauriel. Una nuova dimora di circa dieci mesi
vi fece sui trentacinqu'anni ; e, vicino a compiere il ventesimoterzo , aveva
sposata la figlia di un ban- chiere ginevrino. Durante poi la composizione del
Ro- manzo , il Fauriel venne a passare più d' una stagione con l'amico suo. In
casa Manzoni prevaleva insomma la lingua e la coltura francese. Certo,
l'influenza di questa era allora assai comune in Italia , e più che altrove iu
Piemonte e in Lombardia, soprattutto tra il patriziato, a cui egli apparteneva
; ed altri letterati nostri , come per esempio il Botta e dipoi il Mamiani,
poterono dimorar lungamente in Francia senza perciò deporre 1' amore allo stile
artificiato e guicciardiniano. Ma nel Manzoni un concorso singolare di
circostanze e più di tutto la straordinaria altezza dell' ingegno , che gli
rese impos- — '23 — sibilo quel che ai minori facilmente accade, di gustare il
bello e il vero in certe cose e seguitare a compia- cersi del brutto e del
falso in altre senz'avvedersi della contradizione , fecero sì che 1' esempio francese
avesse una piena efficacia educativa. Abituatosi a quella prosa e a quel
conversare, tanto da poter nel IS2ÌO scrivere una lunga dissertazione in
francese senza mai consul- tare un dizionario e avendone lode di scrittore pur-
gato ^); nel prendere a trattar la lingua italiana, senti, pili che un
desiderio, un bisogno ineluttabile di cercar anche con essa gli effetti che
facilmente si conseguivano oltralpe. Fin dai primi secoli delle letterature
neolati- ne , la Francia avea potuto vantare come un titolo di preminenza sulle
genti sorelle la facilità e piacevolezza della prosa, che essa era stata quasi
la sola a coltivare ^). Dei primi prosatori italiani, parecchi trovarono che
fosse meglio per loro lo scriver francese addirittura ^). E fu un mezzo parigino
e gran lettore di cose francesi il padre della prosa toscana, che con tanta
abbondanza ^) V. la Lettera al Casanova , in fine. L' opuscolo passò per le
mani del Fauriel, ma non dovè dargli molto da fare se, perfino nelle molte
lettere private che del Manzoni si hanno in francese , un odierno critico non è
riuscito . cercando col fuscellino , a trovarvi altro che pochissime
improprietà e italianismi, né tutti indisputa- bili. Alludiamo alla p. 74 della
Tesi, per verità un po' superficiale, di V. Waille, Le romantìsme de Manzoni
(Algeri 1890». 2) CI Allegai ergo prò se lingua oH, quod, propter sui
faciliorem ac delectabiliorem vulgaritatem, quicquid redactum, sive inventum
est ad vulgare prosaicum, suum est. . . n : De Vulg. Eloq., I, 10. 3) Cosi un
cronista, Martino da Canale, disse averlo fatto perchè « lengue franceise cort
parmi le monde, et est la plus delitable a lire e a oir que nule autre «; e
Brunetto Latini nel suo Tesoro K parce que francois est plus delitaubles
lengages et plus communs que moult d' autres r . - 24 — e varietà espresse a
fatti, detti, costumi d'ogni genere », e « tanti sentimenti e discorsi e
vicende di principi, di cavalieri, di gentildonne e di donne d'ogni condizione,
d'uomini di corte e d'uomini di villa, di buoni e di tri- sti, di generosi e
d'abbietti, d'astuti e di sciocchi, di scienziati, di scolari, di corsari, di
banditi ! » ^). Né è certo un caso che si educasse a Parigi e si modellasse sui
prosatori francesi il gran riformatore lombardo. Certi ricorsi sono degni di considerazione;
e come vuol dir molto che lo stesso poeta ch'era stato il maestro e l'au- tore
di Dante fosse fra i latini il poeta prediletto del Man- zoni, così non è senza
significato l'altro ritorno alla me- desima fonte oltremontana. Senza
dissimulare, e più giù se ne ritoccherà, qualche vantaggio che pure ha la prosa
nostra sulla francese, e qualche eccesso in cui il Manzoni trascorse nell'
ammirare e imitare il modello forestiero, si deve riconoscere che la prosa di
Francia mantenne sempre e mantiene quella dilettevole facilità che già Dante
attestava e che la fece e la fa dappertutto acco- gliere con sì calda simpatia;
coni' è innegabile che seppe serbare l'andatura schiettamente romanza o
volgare, non isforzata a goffi vacillamenti da trampoli latini. Vi fu chi
accusò pietosamente il Manzoni di non esser riuscito per quanto vi adoprasse
ogni mezzo a far divorzio dal fran- cese; ma il vero è che nella hngua ei finì
col riuscirvi poco meno che interamente, e nello stile, non che si pro- ponesse
quel divorzio, vagheggiò anzi con chiara persua- sione il più stretto connubio.
A lui parve ridicolo che la nostra prosa avesse sola a restar sequestrata dal
consor- zio europeo, per ninnolarsi nella manifattura di periodi risonanti,
quasi incipriata matrona che strascichi nelle ^) V. la citata Appendice alla
lielazionc ecc. — i25 — vuote sale del suo palazzo una pomposa veste all'
antica, né esca mai sulla strada dove sarebbe derisa e fastidila; e volle
assolutamente piegarla alla foggia europea, spe- cialmente francese. Di Francia
poi egli tornava domato bensì in fatto di religione , ma pieno di spiriti
innovatori in ogni altra cosa ; sicché la ribellione ai nostri pregiudizii
nazionali circa lo stile si collegava nell'animo suo a molte altre consimili,
non men nell'ordine letterario che nel politico e sociale. E come le idee
democratiche ricongiunse ne- gl' Inni Sacri coi principii cristiani , che le
aberrazioni temporali della Chiesa avevano ormai straniati da quelle; così nel
libro, di cui volle protagonisti due poveri con- tadini, doveva egli , a cui
l'esser nato tra i nobili non faceva che aguzzare il disgusto per le prepotenze
loro, aborrire, per ragioni non letterarie soltanto, dallo stile togato e
aristocraticamente ambizioso. Un'ambizione ben migliore gU parve quella di dar
principio a una lette- ratura, non già plebea, che in Italia non era pur troppo
mancata, ma sanamente popolare. La popolarità della forma doveva consistere non
solo nel metter in bocca alle persone del popolo un modo d' esprimersi conve-
niente al loro ceto , ma altresì nello sfuggire la solen- nità dell'espressione
dovunque i personaggi e il soggetto non la richiedessero strettamente ,
dovunque V autore parlasse per conto suo e non fosse disdicevole che lo facesse
alla buona. S'aggiunge che la stessa enorme differenza fra le con- dizioni
straniere e le nostrane , come fra ciò che egli intendeva fare e ciò che gli
esempii paesani gli avrebbero consigliato, gli era un novello incentivo a mirar
più di- ritto, con più acuto sguardo , alla meta che s'era pre- fìssa. Un'
opinione individuale , se è abbastanza tenace — 26 — da non cedere all'opinione
comune, si fa, per reazione, tanto più assoluta e impaziente , quanto maggiore
è il distacco tra esse due. Se quella duplice differenza fosse stata minore e
la prosa italiana avesse rasentato un po' di più la naturalezza, forse il
nostro autore avrebbe meno avvertita la necessità di una naturalezza piena.
Quanta parte nell'inculcargliela avesse finalmente an- cha la sua qualità di
milanese, non è facile dire, ma è altrettanto difficile negare che una ve ne
dovesse avere. Espertissimo del suo dialetto , di che un po' per celia un po'
sul serio si compiaceva, lo parlava con quel pieno obho che in ciò è proprio
dell' Italiano del settentrione e che i nativi dell'Italia centrale e
meridionale non so- gliono avere, anche perchè il minor divario che è fra i
loro dialetti e la hngua colta li fa continuamente ondeg- giare tra gli uni e
l'altra. Ed era vago di quel non so che di vivace, di snello, di colorito, che
il milanese ha e per cui era stato docile strumento a un grande poeta satirico
contemporaneo suo. In generale poi la conver- sazione milanese è piuttosto
lepida che larga, più inci- siva che faconda, e rotta spesso da intercalari
comuni, da reticenze, da piccoli stenti che rasentano la balbu- zie ').
Dappertutto il parlare differisce dallo scrivere, ma colà par proprio il
contrapposto dello scrivere , specialmente di quello che prevaleva da noi. Ciò
non conduce ogni Lombardo ad avere questo in uggia, anzi è notevole che in
quella regione , quasi di rimbalzo o *) Solo col leggendario aiuto d'una fata
potrebbe chi vive a Mi- lano numerare quante volte in capo al giorno ha sentito
gli equi- valenti vernacoli di: lìon saprei , adesso dico , mah! come si fa?,
roba da ridere /, non occorre altro, n' è vero ?, e' dice, e addio !, e simili
altre frasi ! — l>7 - por contrapposto alla tendenza naturalo, vi sieno
stati non pochi scrittori dediti alla maniera solenne. Ma in uno spirito assai
libero e coerente non potea non pro- durre un effetto pilli conforme alla
causa. I grandi uo- mini, se da un lato si distinguono per ciò che oltrepas-
sano di lunga mano i contemporanei e i concittadini, e sembran di tutti i tempi
e di tutto il mondo, dall'altro son di solito pur essi che concentrano in sé,
come ele- vate a seconda potenza, le qualità dei contemporanei e dei
concittadini, riuscendo la più schietta personificazione dell'epoca e della
razza loro. Il Manzoni, malgrado della sua universalità, fu insieme il tipo più
genuino delle qua- lità caratteristiche dei Lombardi ; e da più lati la sua
educazione transalpina non fece che ribadire le ingenite inclinazioni della
natura cisalpina. V. Ma se al suo ideale della prosa , che in fondo in fondo
dunque direbbesi doppiamente gallico, ei conformò subito il libro abbastanza
felicemente, in ispecie quanto al periodare; rispetto alla lingua vera e
propria il ten- tativo andò in parte fallito. Lo stile non è poi altro che il
modo di adoperar la lingua, di dirigere a certi fini i mezzi che essa fornisce,
onde prima di tutto esige che una lingua si possegga, o, anzi, che ci sia. E ne
aveva 0 se ne poteva procurare qui una il Manzoni , che gli bastasse a
esprimere ogni specie di cose, dalle più alte alle più familiari ? A un tal
possesso o ad un tale ac- quisto aveva , bisogna convenirne , alcuni
impedimenti suoi personali. Se fosse stato, non diciamo toscano, ma
marchigiano, romano, o perfin meridionale; se non avesse fìn allora coltivato
assai più la poesia che la prosa; se non fosse stato per sì gran tempo
sprofondato nel fran- cese; se non avesse in soli sei anni di foga febbrile
pre- parato (e con quella sua copia e minuzia di studii e ri- — ^8 ^ cerche
storiche) , scritto , h'mato , stampato il romanzo; avrebbe di certo incontrate
minori difficoltà e gli sarebbe stato più agevole il superarle. Ma , anche a
prescinder da tutto questo, v'erano difficoltà comuni a tutti. Non si deve
dimenticare che in quel torno il Leopardi, nato anch'egU tra i nobili,
scrivendo al buon Giordani (che, tenuto per un solenne maestro di lingua,
barcollava tra un certo istinto di novità e le tradizionali pedanterie), osava
asseverare: « in tutto e per tutto, tanto il difuori quanto il didentro della
prosa bisogna crearlo », e « fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo
classico e antico paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al
volgo come ai letterati » ^); parendogli che non solo alle opere
d'immaginazione, ma alla stessa filosofìa, in- tesa in un senso non troppo
antiquato , mancasse una lingua acconcia. Il vero è che, come si dirà più
ampia- mente in altro capitolo, essendo la Penisola smembrata in parecchi Stati
scarsamente comunicanti , mancando alla nazione un centro letterario ,
languendo non poco e da non poco la nostra coltura, non s'aveva una per- fetta
unità di lingua, scritta e parlata, e gli scrittori bran- colavano spesso tra i
provincialismi, i forestierismi e gU arcaismi. Il linguaggio poetico, volto a
soggetti men pros- simi alla realtà, usato da pochi, più tradizionale e con- venzionale
di sua natura , mantenuto in una perenne gioventù da esemplari antichi ma
sempre freschi, s'ap- prendeva in modo più agevole e sicuro, e riusciva suf-
ficiente al bisogno. Il Manzoni s'era già levato così alto nella lirica e nella
drammatica senza sentirsi tarpar le *) Si vedano le lettere del 27 novembre
1818 e 20 marzo '20. E per altri simili giudizii si confrontino quelle del 21
giugno '19; del 13 luglio e G agosto '21. C)() ali dal diioUo (Fuii
lin'^ua^^^Mo, e il Leopardi non ancora ventenne diceva di non sentire ,
componendo in poe- sia, la menoma parte del disagio in cui era per la prosa.
Gli pareva « più difficile assai il conservare la proprietà delle parole senza
affettazione e con piena scioltezza e disinvoltura nella prosa che nel verso,
perchè nella prosa l'affettazione e lo stento si vedono come un bufalo nella
neve, e nella poesia non così facilmente: primo, perchè moltissime cose sono
affettazioni e stiracchiature nella prosa e nella poesia no , e pochissime che
nella prosa noi sono lo sono in poesia; secondo, perchè anche quelle che in
poesia sono veramente affettazioni dall' armonia e dal linguaggio poetico sono
celate facilmente , tanto che appena si travedono » ^). Ma la prosa, che è di
tutti, che sta vicino alla realtà, che rasenta la conversazione familiare, che
ha da trattar d' ogni cosa, deve accomo- darsi ai tempi e disporre d'un
linguaggio vivo ed intero, men fertile di espedienti ma più ricco di mezzi
appro- priati e usuali; d'un Unguaggio che non può esistere pie- namente quando
i legami effettivi tra le parti d' una nazione son rallentati e la coltura non
v' è largamente diffusa ed operosa. Quei che scrivevano s'intendevano alla
meglio fra loro, specialmente in cose storiche e scienti- fiche; poiché un
patrimonio comune d'idee, proveniente dalla tradizione nazionale o da
letterature straniere, l'a- vevan piire, e una gran parte di lingua colta,
divulgatasi in tutta Italia, c'era sempre, parte per eredità dei secoli
anteriori, parte per noveUi acquisti. Ma chi non si con- tentasse di scrivere
alla meglio, chi ambisse a farlo con arte, finiva col dover assai spesso
trattar la lingua della prosa come quella della poesia, o quasi come il latino.
*) Vedi la lettera al Giordani, del 30 aprile '17. — 30 — qual una specie di
lingua morta, ricavabile dai classici, prendendo da questi parole, frasi,
costrutti, cadenze, onde di periodi, figure rettoriche bell'e fatte. Un
continuo in- tarsio insomma di reminescenze, che impacciando il pen- siero e
scemando la naturalezza frastornavano l'originalità; della quale l' ingegno del
Manzoni , ben più che quello del Leopardi, non sapeva , né in grande né in
piccolo, fare a meno. E lo strazio , come s'è già osservato , gli era reso
maggiore dalla novità e grandezza dell'assunto, che era un'ampia e minuta
rappresentazione della vita umana. S' ingegnò dunque come potè. Piìi tardi
credette tro- vare, e in parte trovò , la sua salute neh' appropriarsi la
lingua attuale di Firenze , ma la dottrina con cui diede a questa 1' assoluto
dominio non l'aveva peranco maturata. Era solamente già persuaso , come tanti
in passato e come di recente l'Alfieri, il Goldoni, il Foscolo e, in quegU
stessi anni, il Leopardi ^), che in Toscana e soprattutto a Firenze fosse in
gran parte parlata natu- ralmente la lingua colta. Persuasione questa di molti
, ^) Nella citala lettera del 30 aprile '17 scrisse parergli « neces- sarissimo
qualche anno di dimora in paese dove si parli la buona lingua , qualche anno di
dimora in Firenze » ; e in altra del 30 maggio '17 esprimeva il convincimento
che pur dagl'idioti fioren- tini e toscani si potesse apprendere « quella
infinità di modi vol- gari che spessissimo stanno tanto bene nelle scritture^ e
quella pro- prietà ed efficacia che la plebe per natura sua conserva tanto mi-
rabilmente nelle parole n. E ciò, quantunque l'accento e la pronunzia della sua
Recanati sembrasse a lui bella, ^^/ana, naturale, lontana (\?i\V affettazione e
leziosaggine toscana, come dalla superbia romana; e anche in quanto alle parole
si compiacesse di trovarvene in bocca alla plebe e ai contadini talune che si
sarebbero credute proprie della sola lingua scritta. — .11 -~ dicevo, ma non di
tutti; non mancandovi allora, come per addietro, e come, benché il caso sia
divenuto assai men frequente, anche oggi, chi presumesse che Firenze non conti
nulla più delle altre città, o anzi che vi si parli peggio che altrove ; sia
poi che ritenessero che in nessun tempo mai la favella toscana avesse un'
assoluta supre- mazia sulle altre, sia che, riconoscendola al toscano del Trecento,
ne considerassero come tralignati i moderni eredi dell' aurea favella. Di
quest'ultima opinione era il Giordani ; che, buono e modesto uomo in fondo ma
facile a sputar sentenze , dopo aver data al Leopardi questa ricetta per
iscriver bene: lingua del trecento e stile greco ^ lo ammoniva che a Firenze
non avrebbe avuto nulla da imparare ^). Ma il Manzoni, se non s' era ancora
messo su quella che poi gli sembrò la via maestra, l'andava ^) tt V. S. pensa
poi ragionevolmente che la consuetudine dei buoni parlatori sia giovevolissima,
anzi necessaria a scriver bene: eir ha ragione in massima : nel caso nostro
però il fatto è tutto diverso. Non ci è paese in tutta Italia dove si scriva
peggio che in Toscana e in Firenze ; perchè non ci è paese dove meno si studi
la lingua , e si studino i maestri scrittori di essa (senza di che in nessuno
si potrà mai scrivere bene); ed oltre a ciò non è paese che parli meno italiano
di Firenze. Non hanno di buona favella niente fuorché Taccento: i vocaboli, le
frasi vi sono molto pili barbare che altrove. Perchè ivi non si leggono se non
che libri stranieri. Chiunque in Toscana sa leggere dee V. S. tenere per cer-
tissimo che non parla italiano : e questo rimane solo a quei piii poveri e
rozzi che non sanno punto leggere ; ma la conversazione di questi nulla
potrebbe giovare a chi vuol farsi scrittore. Io non gliene parlo in aria; ma
per molta esperienza con sicurezza i^ Così scriveva da Milano , « il dì dell'
Ascensione » del 1817 , all' acuto adolescente, che per deferenza fìngeva o
s'immaginava di beversi ogni cosa. — 32 — già costeggiando, e, come poi
raccontò ^), s'attenne prin- cipalmente a questi espedienti : cercare nella sua
memoria locuzioni toscane che vi fossero rimaste dalla lettura di libri toscani
d'ogni secolo, in ispecie quelli così detti di lingua ; rileggere quelli e
altri toscani, senza sapere dove potesse trovare ciò che gli occorreva per
l'appunto, ma procurando di supplire a tal difetto con leggerne molti;
spogliare e rispoghare il Vocabolario della Crusca, pur trovandosi spesso nel
più grande impaccio per argo- mentare se certe voci e locuzioni fossero o no
ancora in uso, e vedendosi costretto continuamente a fare dei giudizii di
probabilità; interrogare quanti fiorentini gli capitassero, per con- vertire la
probabilità in certezza, e per averne la sosti- tuzione del toscano vivo al
morto o gli equivalenti toscani delle voci milanesi ; far lui di suo capo le
locuzioni che gli bisognavano, creandole con nuovi accozzi di vocaboli noti.
Alla necessità come all'insufficienza dei quali mezzi accennava già in una
lettera al Fauriel del 3 novembre '21, da cui traduciamo compendiando. Dopo
descritta a vivi colori la felicità invidiabile di chi scrive in francese,
continuava : « Figuratevi invece un Italiano, che scrive, se non è toscano, in
una lingua che non ha quasi mai parlata, o, se anche è toscano, in una lingua
parlata da un piccol numero d'abitanti, nella quale non si discutono
verbalmente grandi questioni e sono rarissime e crono- logicamente distanti le
opere relative alle scienze morali; in una lingua che, se s' ha a dar retta a
quelli che più ^) V. il cap. Vi deW Ap2)endice ecc., e la Leltera al Casanova.
— 33 - ne parlano , è stala corrotta e sformata proprio dagli scrittori che
negli iiltìnìi tempi han trattato le materie pili importanti. Al pover uomo
manca il sentimento di comunione col suo lettore , la sicurezza di maneggiare
uno strumento noto del pari a tutti e due. Scritta che ha una frase, ci chiede
a se stesso se è italiana; sennon- ché come dar una risposta sicura a una
domanda non precisa ? Che vuol dire italiano ? Per alcuni, ciò che è registrato
nella Crusca ; per altri , ciò che è capito in tutta Italia o dalle classi
colte; i più non danno a codesto vocabolo verun senso determinato. Nel rigore
feroce e pedantesco dei puristi v'è in fondo un sentimento giusto: il bisogno
di qualcosa di fìsso, d'una lingua convenuta fra chi scrive e chi legge. Ma
penso che essi abbian torto a credere che tutta intera una lingua vi sia nella
Crusca e negli scrittori classici; e, se pur ci fosse, avreb- bero sempre torto
a pretendere che h si cercasse , che di h s'apprendesse, che si potesse
adoperarla. Poiché è assolutamente impossibile che dai ricordi di una lettura
risulti una cognizione sicura, larga, applicabile ogni mo- mento, di tutto il
materiale d'una lingua. E ora ditemi voi come s' ha da regolare un Italiano
che, non sapendo fare altra cosa, si proponga di scrivere! Per me, pur di-
sperando di trovare una vera norma per far bene codesto mestiere, credo però
che noi altri qui possiamo mirare a una perfezione approssimativa di stile, e
che, per rag- giungerla il meglio che si può, convenga ruminare molto quel che
si vuole dire; aver letto molto gl'italiani che si chiaman classici, e gli
scrittori di altre lingue, special- mente i francesi ; aver parlato di materie
importanti coi proprii concittadini. Con tali accorgimenti insiem combi- nati
si può acquistar una certa prontezza a ripescare, in quella che si dice buona
lingua, ciò che contiene di ap- — 34 — plicabile ai bisogni nostri presenti ;
una certa attitudine ad estenderlo mediante l' analogia, e un certo tatto nel
cavare dalla lingua francese quel tanto che ne può passar nella nostra, senza
disgustare con una dissonanza troppo forte e senza produrre oscurità. Così, con
un lavoro più penoso e ostinato, si farà qui il meno male possibile ciò che da
voi si fa, quasi facilmente, bene » ^). VI. Ma un altro ripiego, e non ripiego
soltanto, l'aveva cercato nei lombardismi. Ad ogn' Italiano che si metta a confrontare
il proprio dialetto col linguaggio familiare toscano, accade di rimaner colpito
da certe conformità inaspettate; e gliene può perfm venire l' illusione che ciò
sia cosa particolare del dialetto suo , quando il vero è che quelle conformità
dipendono dall' esservi in tutti i parlari d'Italia un gran fondo comune, e che
la parte più familiare di un tal fondo fu lungamente tenuta nella penombra
dalla prevalenza dello stile elevato e dalla se- colare divisione della
Penisola. Anche il Leopardi godeva di notare nel recanatese un' abbondanza « di
frasi e motti e proverbi pretti toscani » , della quale s' era con mara- viglia
accorto « trovando negli scrittori una grandissima quantità di questi modi e
idiotismi imparati da fan- ciullo )) 2). E il Manzoni, avendo osservato nel
milanese. '} Codesta lettera, che il De Gubernatis ha poi inserita nel libro:
Il Manzoni ed il Fauriel ecc., Roma 1880, era slata fin dal 1845, quando del
resto già non rappresentava più a puntino le idee del Manzoni , trascritta dal
Sainte-Beuve nel suo saggio sul Fauriel (V. Tortraits Contemporains, Parigi
1876, t. IV, p. 220 e seg.), con riguardosa circospezione, ma, come il fatto ha
provato smentendo gl'ingiusti dubbii d'alcuni, con la più fedele esattezza. 2)
Ma aggiungeva: « E potrebbe essere benissimo, perchè io non sono uscito mai del
mio nido, che quello che io credo proprio di liccanali sia comune a tullu
Tltalia o a molte sue parti ...... — :35 — corto in minor copia e sotto
mngg^ior travestiniotito , qualcosa di simile, no avea tratto partito per dar
al suo libro un più forte sapore di lingua viva ^). Allo ragioni soggettive e a
quelle puramente stilistiche, por cui un tal mezzo doveva andargli molto a
sangue, altre se n' accompagnavano d'indole più oggettiva e più altamente estetica.
In quel libro descriveva luoghi, narrava fatti, metteva in iscena persone,
appartenenti giusto alla Lombardia ; e un pizzico di lombardo non disdiceva a
simil materia, facendo più risplendere quel che si dice il color locale ^). A
tacer del Cervantes , del Molière , dello Scott e di altri esempii stranieri ,
nel Decameron spunta qualche volta una piccola vena di parlar dialet- tale
tosc?aio, e vi fanno anzi capolino o i parlari della rimanente Itaha o le
favelle straniero, come per contraf- fazione burlevole ^). E con più alta e
varia intenzione Dante, nel poema ove ogni discorso è come tradotto in 1) Nella
Lettera al Casanova racconta: « G à nella prima compo- sizione avevo messe a
profitto tutte quelle che conoscevo e che mi venivano in taglio; e mentre alle
vernacole, o credule tali anche da me, dicevo : Addietro ; a queir altre avevo
fatta una lietissima accoglienza, e, servendomi d'una di esse, cioè e milanese
e fio- rentina, e, credo , napoletana, e forse d'altri idiomi d'Italia, avevo
detto: Viva la vostra taccia! «. 2; Lo confessò poi egli medesimo, con
scherzosa modestia atte- nuando di troppo l'importanza della cosa; la quale
però, sotto certi rispetti , doveva sembrar davvero un' inezia a paragone del
gran fatto nazionale della lingua. Subito dopo il periodo ora trascritto,
continuava: « E ciò, non solo per un mio piccolo e privato motivo, che era
quello di rendere un po' più simile al vero il linguaggio dei personaggi della
cantafavola .... «. 3) P. es., nella Nov. 70*: n Perdute son le cose che non si
ritruo- vano: e come sarei io in mei chi, se io fossi perduto? Deh, disse
Meuccio, io non dico così; ma io ti domando se tu se' tra Tanime dannate nel
fuoco pennace di ninferno. A cui Tingoccio rispose: — 36 - quel linguaggio
sostanzialmente fiorentino che egli ritenne e plasmò , cercò pure qua e là una
specie di realismo idiomatico: talvolta più crudo e abbondante, come negli otto
versi provenzali messi in bocca al trovatore Arnaldo, nella terzina latina di
Gacciaguida , nel \/erso latino di papa Adriano e in quel di san Tommaso, nel
verso in- comprensibile foggiato per Nembrotto e in quello bizzarro per Pluto,
e via via; tal altra riducentesi a un lievissimo tocco, come nei francesismi
giuggiare e fiordaliso sulla bocca del re Ugo Clappetta^ nel donno e nel di
piano a proposito di due Sardi, nelle « pungenti salse » mentovate
canzonatoriamente a un Bolognese. Così il Manzoni, pur volendo in massima
riportare ogni cosa o discorso in quel linguaggio toscanamente nazionale che
con tanto affanno cercava, ed essendo ben lontano dall'umile pro- posito di
schizzare bozzetti di costumi provinciali a tinte locali molto cariche , non
rifuggì da un sobrio uso di realismo, facendo, per esempio, parlare in lingua
casti- ghana il gran cancelliere Ferrer ^) e uscire spesso in esclamazioni
latine gU ecclesiastici o gli uomini di toga. Onde non gli potè spiacere di dir
tosa , per ragazza , riferito a Lucia; con qualcos'altro che ogni tanto richia-
masse un pochino anche nella scelta delle parole la Lom- bardia, 0 almeno non
discordasse da questa. Costello no, ma io son bene , per li peccati da me
commessi , in gravissime pene . . . n. E nella 84'^ : e Deh ! Angiulieri , in
buona ora lasciamo stare ora coslelle parole che non monlan ca velie ... ». *)
Si badi a pronunziare Ferver, che è un cognome spngnuolo pari al Ferrerò del
Piemonte , e dice insomma ' ferraio ' ( spagn. moderno herrero). Nell'uso
comune è invalso uno sbaglio d'accen- tuazione, come quello che corre nelle
scuole per certe categorie di cognojni veneti, quali Carrer, Manin, Trcvisan,
che si devono in- vece pronunziare tronchi. — :i7 — Sonnoncliè, il criterio che
tenne in tale scelta pareggiava classi alquanto diverse dì vocaboli e di modi,
aveva un non so che d' artificioso e di provvisorio di cui non era possibile
che a lungo andare ei rimanesse appagato. Vi sono in milanese, come in ogni
vernacolo, voci, locuzioni, maniere proverbiali identiche o quasi identiche
alle fio- rentine familiari odierne; e sta bene: il valersi di queste era un
ritrovar indirettamente l'uso toscano, un ravvivare senza incorrere nella
taccia di provincialismo lo stile, un poter attribuire a personaggi lombardi
quelle parole toscane che son le meno remote dalle parole naturali ad essi. Per
esempio, il lombardo dice mettere il suo cuore in pace^ e il toscano dice pur
così, salvochè non adopre- rebbe il suo in una formola come codesta ; ed è
naturale e innocente che al Manzoni tanto piacesse di attribuire a Lucia una
tal frase quanto a Renzo spiacque di sen- tirsela dire, e che la preferisse o
al semplice rassegnarsi, 0 al leimrsi la cosa dal cuore^ o levar il cuore dalla
cosa, o ad altro di simile che la Hngua dei hbri gli avrebbe forse suggerito.
Ma ci son voci e maniere che mentre in qualche dialetto sono le usuali, in
toscano invece e nella lingua scritta han del sostenuto ; e 1' adoprarle con la
speranza che non solo ai parlanti quel dialetto ma a tutti gli altri Itahani
dian sapore di maggior naturalezza, sa- rebbe una bella ingenuità. In questa
cadrebbe, poniamo, il Leccese che, avendo appreso dalla balia il suo fiata,
dimenticasse che gli altri l'hanno imparato da Dante; e così il Lombardo che ,
per esser abituato dalla nascita a dire dì e ne pare, li surrogasse a giorno e
ci pare, per iscriver più alla buona ! E ci son poi altri lombardismi, come
appunto quel tosa , che hanno sì riscontro nel vocabolario italiano ,
specialmente in quanto questo è prima di tutto un vocabolario storico della
lingua e un — 38 — inventario di tutto ciò che si trova in certi scrittori, ma
0 non risposero o non rispondono oggi all'uso toscano e della lingua colta. Il
vocabolario registra tosa perchè l'usò una volta il Boccaccio alludendo a un
proverbio milanese (n. 30'^), e perchè in un proverbio toscano sta, si badi, in
rima con sposa^ e per manifesta derivazione da un corrispondente adagio
lombardo ^). Né un tosetta del Morgante e un toso del Dittamondo valgono a
toghere al nostro sostantivo il carattere di voce regionale del- l'Italia
superiore 0 galloitalica, specialmente lombarda; di voce estranea al genuino
uso toscano, la quale sol- tanto nei primi secoli ha fatto qualche rara
apparizione nella lingua letteraria. Quest'ultima ci fornisce anche più
esempii, e più autorevoK e men hmitati nel tempo, del nome harha per zlo^ ma
ciò non significa che, oggi almeno, esso non sia un provincialismo,
particolarmente piemon- tese e veneto. Taccuino per lunario s'è detto di certo
anche in Toscana, ma ora non si dice più, e vi si adopera unicamente nel senso
di «libretto di carta bianca per pren- dervi appunti » ; e nel Mezzogiorno non
si dice in alcun senso, beninteso parlando in dialetto. Certe frasi poi non
sono del tutto ignorate in Toscana anche adesso, ma sono in ultima linea, e
usarle a profusione è subito un provin- ciahsmo. Ovvero si usano in significati
molto affini, ma non precisamente in quello che altrove è proprio il senso
principale. Attaccarsi dunque al pretesto che tali voci stien comunque nel
vocabolario e usarle come fosser dell'uso vivo nazionale , quando non son che
di alcuni dialetti, ^) Il toscano ò : v Bella quella sposa Che fa prima la tosa
» , e il lombardo: Fortunada quella sj)Osa Che la primma l'è una tosa, cioè:
che nel primo i)arto ha una femmina. La priorità del detto lombardo apparisce
anche dalla sua maggiore regolarità ritmica. — 39 — è coiììo rioorrore a \m
meschino soilerrn*^io lop:al(\ Eppnro in quc^»"!! anni parvo questo al
Manzoni un bel ritrovato per introdurre nelle sue pa^'ine parecchie espressioni
vive, vive in Lombardia, senza che i puristi potessero a ri^^or di termini
trovarci a ridire, essi che predicavan legittimo il solo uso di quelle voci che
si leggano in qualche an- tico scrittore amioverato h-a i testi di lingua ^).
*) Si oda un testimone contemporaneo e partecipe a quella dottrina nella quale
il Manzoni per un pezzo s'acquetò, o almeno si agitò. Il Gantù, nelle sue
Lettere sul Grossi (costituiscono un volumetto della Galleria Nazionale del
sec. XIX, Torino, Unione tipografico - editrice, 1862\ narra: o II Manzoni
dapprima opinava, che in fondo a tutti 1 dialetti esista una ricchezza comune,
che può adoperarsi per le scritture ; e lo provava dal riscontrare quante
dizioni del milanese si trovino o vive sulle bocche dei Toscani , o scritte nei
loro libri antichi. Sapete che dappoi modificò capitalmente quell'o- pinione,
riducendola più pratica col sostenere che bisogna intera- mente riportarsi al
fiorentino: cioè non obbligarsi a studiar tutti i dialetti per riconoscere quel
che abbiano di comune, ma imposses- sarsi d'un solo, e a quello pienamente e
confidentemente attenersi. San le due maniere che improntarono le due lezioni
dei P. S. Nella prima abbondavano le guise lombarde, tutte però giustificabili
con esempii, come l'autore dichiarò nella prefazione. Noi allora segui- tavamo
il grande esempio: e quindi i pedanti ci tacciavano di lom- bardismi. Uno....
appuntò una serie di modi e parole ne' nostri scritti. Io ebbi a durar poca
fatica per rinfiancare con esempii classici que' modi tutti, ed allargando il
campo ne feci un lavoretto, che uscì col titolo sugli Idiotismi, cicalata.
Prima di stamparlo il portai al Grossi, che ne lodò il concetto, mi indicò
avrebbe potuto accrescer a molti doppii quella litania di testi, ma che volea
mo- strarlo al Manzoni. L'idea garbò a questo.... gli parve un bel destro di
premettere e soggiungere poche linee a quel lavoruccio, e così gettar fuori le
idee capitali, e abbandonarle alla discussione, press'a poco come fece più
tardi in occasione del Prontuario del Carena o (p. 37-9). E cfr. dello stesso
Gantù: Manzoni e la lingua milanese. — 40 — VII. Nel calore della composizione,
egli, ad onta di tutti gli sgomenti che si son veduti , era da ultimo rimasto
abbastanza contento dell'opera sua; tanto che fu sul pun- to, come con una
certa sicurezza argutamente baldan- zosa narra in fine dell'Introduzione, di
unirvi un altro libro, inteso a difenderne lo stile. Ed è anche qui cu- rioso e
istruttivo il solito riscontro col Leopardi, che poco innanzi avea fatto il
proposito di scrivere un « trat- tato sulla condizione presente delle lettere
italiane », e poi in cambio uno « sulle cinque hngue della famiglia meridionale
» ^). Ma nessun dei due colorì davvero il disegno ; o il Manzoni solamente
molto più tardi , in tutt'altra forma e con opinioni mutate, ne' cinque o sei
scritti concernenti la questione della lingua. Il libro in- titolato Della
lingua italiana , intorno a cui lavorò tanto, lo lasciò incompiuto e inedito.
Ma non andò molto che , riguardando più fredda- mente il libro stampato , vi
ravvisò egli medesimo un non so che di screziato, di appczzato, di cangiante,
da fargli « desiderare , per quanto è possibile a un autore, che il lavoro non
avesse vista la luce ». Fra i lettori invece, quei che non facevano professione
di lettere, il pubblico grosso insomma, o i letterati che badavano più alla
sostanza che al resto , gU fecero assai buon viso; ma non così gli schizzinosi,
che o trovarono a ridir su tutto, o deplorarono che la forma non fosse buona
come la materia , o , facendo distinzioni per la forma stessa, approvarono lo
stile censurando la lingua ^). Ma ^) V. le lettere al Giordani del 19 febbraio
1819 e 13 luglio '21. ^) Fra le tante prove che di tal varietà di sentire si
potrebbero addurre, principalmente col ritornar ai giudizi! che allora si
pubbli- carono, ci basti ricordare una immediata testimonianza del Leopardi, in
una lettera da Firenze allo Stella del 23 a^^osto 1827. — 4-1 — niìclio Ira i
giudici più difficili di questa vi furono ec- cezioni, come quella del
Giordani, o pronte resipiscenze, conio quella del Tommaseo. Ili più cose la
forma del libro veramente peccava. V'erano intanto i rimasugli dell'ossequio a
certe troppo rigide norme grammaticali e dell' affettazione di stile, che ancor
prevalevano in Italia. Per darne qualche esem- pio , la folla che circondava
Ludovico dopo 1' omicidio, diceva fra altre cose: « Sta fresco anch' egli ! » ;
dove suonava male queWegli, in fìn della frase, in bocca alla plebe, dopo il
familiare sta fresco ^). E « vanne a pren- der le noci pei padri » : questo bel
decasillabo , con quel poetico vanne, diceva la povera Agnese a Lucia ^).
L'abitudine poi alla lingua del ragionamento dottrinale piuttosto che a quella
del dialogo familiare, e lo sforzo di fabbricare le locuzioni poiché non gh
eran suggerite da un uso vivo ben conosciuto, lo avevano spesso fatto dare in
espressioni o dure o troppo astratte. Dove pa- ragona la vita umana ad un
letto, diceva che ciascuno, a vedere gli altri letti , cioè le altrui
condizioni , « si figura che debba essere un giacervi soave » ^) , ma se cambia
letto, « comincia, premendo, a sentire, qui uno stecco che punta in su, \ì una
durezza » ^). A proposito della conversione dell' Innominato creduta dal volgo
un miracolo, osservava: « e, a dir vero, cogli accessorii che vi si appiccarono
in seguito... „ ""). Fra Galdino diceva i) Neiredizione del '40
corrèsse: Sta fresco anche lui! (cap. IV;. 2) Ora dice: Va a prender le noci
per i padri (III). 3; Ora : si figura che ci si deve star benone (XXXVlIIj. ^)
Ora : comincia, pigiando, a sentire, qui una lisca che lo punge, lì un
bernoccolo che lo preme. ^) Ora : e, a dir la verità, con le frange che vi s'
attaccarono... (XXIV). 42 alle donne: « ho veduto nel paese come una
confusione, qualche cosa che indichi una novità » ^). Ma non eran codeste le
dissonanze che più potes- sero ferire i lettori di quel tempo , e il biasimo
cadde principalmente sui lombardismi , anzi è durato anche dopo che l'autore
gli avea tolti di mezzo. Non già che all'occorrenza li sapessero indicare un
per uno, e gene- ralmente se ne sarà avuta un' idea così indeterminata come si
ha della patavinità di Livio. Il computo che ne facevano con l'immaginazione,
doveva somigliar molto a quello di Renzo per le porte di Milano, e sa il cielo
di quante centinaia supponevano ne formicolasse ogni capitolo! 0 se non credessero
che ve ne fosse di così crudi, come sarebbe, ad esempio, un prestino delle
scance per <( forno delle grucce », o un dare a trarre per « dar retta », o
un si può no per « non si può » ! Ecco ni vece una enumerazione , che vorremmo
fosse completa , dei lombardismi che davvero ci si trovavano ; e diamo di
regola un solo esempio anche di quelli che ricorrono più d'una volta. E adesso
ma che lo sapete ? (II) , E perchè ma V hanno mandato via lui... (XVIIl) ~) ; e
così simili altri mo. — S'era posto giù con la febbre (II) ^), Soffian nel
fuoco ogni ^) Ora: ho veduto nel ^ paese una certa confusione , come se ci
fosse una novità (III . 2) Nella seconda ha corretto : E ora che lo sapete ? —
E perchè mandarlo via ? — Del resto, per sempre meglio definire la natura di
codesti lombardismi, ricordiamo che l'uso del mo in questi due casi sarebbe
anche proprio dell'Emilia e, nel primo, anche del Mezzogiorno, e che nel
vecchio toscano e un po' nel nuovo il vo- cabolo mo non è ignoto. 3) Ora dice :
era andato a letto con la febbre. — A-A — voll.i che principia a ilair mi po'
oih (XIII) '), Fu quasi quasi per torsi r/tù dall'impresa (XVIII) 2)^ Dovettero
torseac giù (XVI) '^), Adattarsi a dir su quelle cose (XXIV), A dir su delle
fandonie (XVI), Mi menano su in prigione (XV) — e simili altri su e giì( ,
tolti nella seconda edizione, che nella parlata lombarda son prezzemolo ad ogni
minestra. — • Quel hrav'uomo avea lasciato indietro un figliuolo di stampa ben
diversa (111) "*). — 11 Dottore, cercando fra le gride quella da far
vedere a Renzo, diceva alla grida: Vieni oltre, vieni oltre (III) ^). — Non le
son cose nette (VI), Non la si guarda tanto per il sottile (XVII) ^]. — S'era
messo ogni cosa alla via (lllì, Ma quando è alla via, non si vuol farlo
aspettare (X) '^). — Che faccian di buono (XVl), Un po' di *) Ora : ... a
illanguidire. 2) Ora : Fu quasi quasi per abbandonar l'impresa. 3) Ora :
Dovettero smettere. ■*) Ora, lasciato indietro Vindietro, dice:., aveva
lasciato un figliuolo. ^) Era il lomb. vegnì a voltra. Ora dice: Vien fuori,
vien fuori (forse era meglio: vieni fuori ecc.). Del resto, venir oltre in
questo senso ò anche marchigiano. ^) Ora : Non son cose lisce, La non si guarda
ecc. In toscano il la, le si premette alla negazione ; e in bocca toscana, stantechè
il non vi si fa \in, il modo è ben più scorrevole che non paia nel- ritaliano
letterario {la ''un si guarda ecc.). Invece i Lombardi, non già nel dialetto,
dove la negazione si pospone al verbo {la sa no quel che la fa = la non sa quel
che sì fa), ma in quella specie di lingua che ogni provincia ha , e che quando
non ricalca il dialetto crea curiose combinazioni estranee egualmente e al
dialetto e alla buona lingua, premettono la negazione al pronome, dicendo: non
la sa quel che la fa ecc. I Veneti poi hanno un tal costrutto anche nel vero
dialetto. Bisogna però che s'avverta che il Manzoni non v' era caduto sempre.
Spesso aveva collocato il pronome alla tosca- na; come p. e. in « perchè la non
faccia troppo strepito » (VII). '^) Ora : s'era disposto ogni cosa, Ma quando è
pronto non bisogna farlo aspettare. _ 44 — gente in volta (XV) M — dava mente
(XIV) 2) — che pro- veccio! (XIV) ^] — arselle [Ylll] 4) — inzigare [XYni]
'^]-~ tosa (III) 6) — scor/a (XVII) '') — giiicare ^] — scelerato ^] — Tutto ciò
che c'era da godere (XVI) ^o). — Brutto dappoco ! (XI) ^^) — L'aere gli
simiglia gravoso e senza vita (Vili) ^-). — Bassando la voce (VII) ^■^). — Gran
testa busa [Xi]^*). — ^) Ora: Che faccian davvero , Un po' di gente in giro. —
Il di buono e V in volta non son punto estranei alla lingua letteraria, ma vi
sono assai meno usati del dwvero e dell in giro, mentre in lom- bardo è il
preciso contrario. Però un di ìmono l'ha lasciato anche nella seconda edizione
(XI: Farò di buono). ^) Ora: stava attento. "^) Ora: che sugo ! '^) Ora:
conchiglie. •'') Ora : aizzare. ^) Ora: ragazza. ") Ora : quattrini. ^)
Ora : giocare. ^) Ora: scellerato, — Chi non sa che scelerato è nel dizionario
italiano ed è più latino? Ma trovar più usuale scelerato che scel- lerato non
lo può oggi se non un nativo dell'alta Italia. ^") Ora: Tutto ciò che
c'era buono a qualcosa. — I Lombardi ado- prano godere nel senso specialissimo
di sfruttare una co£:a, di non abbandonarla senza averne prima tratto tutto
quel po' di utile che ci possa ancora essere. La buona massaia consiglia il
marito, che per godere un paio di calzoni vecchi se li tenga per casa , o lo
avverte che per godere del pane stantìo avanzato si farà una zuppa, ecc. E
possono sentirsi delle frasi come questa : Mi è odioso questo formaggio , ma
c'è in casa e lo mangio per goderlo. — Ma in un altro luogo il M. ce 1' ha
lasciato : ciò che e' era da godere o da portar via spariva (XXVIII). ^*) Ora:
Buono a niente che sei ! — Nel modo lombardo brutto stupido! brutto cattivo! e
sim., il brutto non ha nessun significato fisico, e solo aggiunge asprezza
all'aggettivo seguente. ^^j Ora: L'aria gli j^^^r gravosa e morta. *'^) Ora :
Abbassando la voce. ^*) Ora : Gran testa vùtn. ._ 45 — ÌÀi è il convento, che
uno non lo può fallare (XI) *). — Cilii è Uitino di bocca, per lo più è Jinclio
latino di mano (XV) -) — Far venire ai disojjra la buona ragione (VII) •') —
Con le scuri alzale che davano dentro a scalzare la pianta (III)'*) — Senza
aU'rontar l'orgoglio, lo faceva dar liiojo fXXIlI) 5) — Paroco (XXIV) 6) —
Sulla bass' ora (VI) ') — Tutti i santi del taccuino (VII) ^j — Baciocco ^) —
Gabbia- no ^^) — Scranna '^) — Fagnttcllo '2) — Martorello ^3) — Mor- scllo^'^]
— Mantile^^) — Un tratto (XVIII) per un poco — Sapeva di lonib. fiocco (I) nel senso
di nappa; e sarebbe anche un napoletanismo (ma anche in toscano dev'c33cr
facile la con- fusione tra i due sinonimi). —E lomb. e merid. era pure ^) Ora:
Là è il convento: non potete sbagliare. — In lombardo è modo normale fallar
Viiscio, f.dlar la strada ecc. ^) Ora : Chi è di lingua sciolta , per il solilo
è anche lesto di mano. — Certamente , latino in tal senso non è molto comune in
italiano, come è comunissimo invece in milanese; tuttavia al Manzoni dovè qui
pesare il rimuoverlo, sì perchè venne a sciupare la sim- metria , e sì perchè
il modo per la sua stessa aria d'insolito e di strano riusciva curioso e
comico, in bocca a quell'oste. ^) Ora : far trionfare la giustizia. *) Ora: con
le zappe in aria , che principiavano a scalzar la pianta. ^) Ora: senza prender
l'orgoglio di fronte, rabbatteva. ^) Ora: parroco. ") Ora: verso sera. ^)
Ora : . . . del lunario. ■') Ora : sempliciotto. ^^) Ora : merlotto. ^') Ora :
seggiola o sedia. — Veramente scragna è più lombardo in genere che milanese. Il
Cherubini non lo nota neppure nel voc. mil., ma solo nel mantovano. 12) Ora :
fagottino. 1-^) Ora : sempliciotto. 1^) Ora : boccone. 1^) Preferito per la sua
somiglianza a mantin. Ora : tovagliolo. - 46 — assettarsi per sedere (XXXVII).
— Sapea pur di lombardo il continuo uso di frasi come: facile da concepirsi , e
simili (di che però non s'avvide neanche nella seconda edizione]; e una certa
profusione della negativa mica, che poi tolse spesso via. — ^ E il cattivacci
detto da Agnese ai nipotini (XXXVIII], e il « motivar non so che » del XVIII,
benché conservati nella seconda edizione, son più usuali in Lom- bardia che
altrove. Vili. Nell'autunno del '27 il Manzoni andò a trattenersi per cinque
settimane a Firenze, ove fu festosamente ac- colto dai tanti letterati che
stavano intorno a un nobi- hssimo editore, il Vieusseux, e conquistò il cuore
di tutti, vincendo pure con la sua bontà semplice qualche pre- concetta
avversione. Quella nobil patria affascina più o meno, coi meravigliosi
monumenti d'arte, con le grandi memorie che ridesta e soprattutto con la sua
loquela, ogn'Italiano colto e gentile che vi metta piede. Ma na- turalmente le
impressioni son diverse, anche quanto alla lingua, secondo la coltura e
l'indole di ciascuno e secondo i pregiudizii e l'attitudine a smettedi. Vi è
chi a certi vezzi di pronunzia, a adire anche dai Fiorentini colti un dassi e
stassi, un lui o lei al nominativo, un gli per a lei o a loro, e altre simili
forme condannate dalle gram- matiche, e un sortire per uscire ch'è generalmente
gabel- lato come gallicismo, a vedere scritto frisare (frane, fri- seur ' che
arriccia i capelli ') sopra una bottega di bar- biere, s' inalbera, ed o resta
perplesso o, soffocando in sé certe proteste della coscienza, sentenzia che a
Firenze si sproposita come dappertutto o magari peggio che al- trove. Vi é per
contrario chi, udendo pcrfìn dalla bocca dei servi, delle femminucce e dei
fanciulli, tante e tante voci, forme e maniere che altrove s'apprendon sui
libri o si sentono sol dalle persone colte; scoprendo nell'uso - 47 - vivo
d'una città corte altre voci e forme e maniere che leggiamo noi trecentisti e
cinquecentisti e ci parevan re- liquie da usar con parsimonia nello stile
elegante; am- mirando la proprietà efficace di talune espressioni, che con sinonimi
nuovi ci fanno accorgere di sfumature di significato, delle quali, mancandoci
la parola, a noi man- cava pur un chiaro concetto nella mente; ne resta stupito
e come compunto della propria ignoranza '). Sapendosi dalla storia qual parte
abbiano avuta Firenze e la To- scana nella formazione della nostra lingua
letteraria, le loro condizioni idiomatiche non dovrebbero recare alcuna
sorpresa; ma a toccarle con mano, sopra luogo, la sorpresa nasce quasi a
malgrado nostro, e provoca un entusiasmo che, se da un lato è naturale e giusto
e conduce a utili ^) Codesto sentimento fece prorompere V Alfieri nel celebre
sonetto : — Che diavol fate voi, madonna Nera? Darmi perfin coi buchi le
calzette? — Coi buchi, eh? Dio il sa, se l'ho rassette; Ma elle ragnano sì, ch'è
una dispera. — Ragnar ! cos'è, monna Vocaboliera ? — Oh! la roba che l'uom
mette e rimette. Che vien via, per tropp'uso, a fette a fette, Non ragna ella e
mattina, e giorno, e sera? — Ragnar! non l'ho più udito e non 1' intendo. — Pur
gli è chiaro: la rompa un ragnatelo, Poi vedrem se con l'ago i* lo rammendo. —
Ah ! son pur io la bestia ! imbianco il pelo, Questa lingua scrivendo e non
sapendo : Tosco innesto son io su immondo stelo. Nel sesto verso avrebbe dovuto
scrivere: 0 la roba, come il Giusti scrisse nel Sant'Ambrogio : u 0 non l'ha
letto? i) Molti studiosi del t scano non riescono a farsi un'idea chiara di
cjdest' o interrogativo o esclamativo, che non significa aut, ma non è nemmen
da con- fondere coU'esclamativo oh, e forse è invece il rimasuglio di un or.
Fra le altre cose, Voh ha suono aperto, tnentre l'altro o è stretto. — 48 —
studii e propositi, dall'altro risica di trascinare a qualche ingenua
intemperanza. Bisogna pur distinguere non solo ciò che è affatto proprio dell'
uso plebeo da quel che co- stituisce 0 la favella comune o le peculiarità delle
persone colte, ma anche nell'uso di queste la parlata e lo scriver familiare
dal linguaggio delle occasioni più solenni e delle scritture più elevate. Né si
deve far buon mercato di certe differenze che tra l'uso fiorentino e l'uso
letterario nazio- nale sono state irrevocabilmente poste dalle vicende della
nostra storia. I sostantivi dispera e dispero^ p. es., son dello stesso bel
conio di tema doglia e sim. e di biasimo rinfresco e sim., e udirli da bocca
toscana è cosa tutt'altro che sgradevole, ma nessuno potrebbe pensare che
gl'Ita- liani li avessero poco o tanto a sostituire a disperazione; e tanto
meno che questi avessero a dir gliene dissi, o peggio gnene dissi, per glielo
dissi, che sarebbe così ridicolo come ritornare al gliele dissi del Boccaccio e
di altri antichi. Il gusto ben temprato e una coltura ampia e soda inse- gnano
a schivare queste e altre simili cose. Ma possono essere insufficienti a
moderar sempre e in ogni incontro l'ardore del novizio, per valente ch'egli
sia. Un'esperienza più piena , scaltrita da lunga dimora in riva all' Arno,
conduce a persuadersi che il maggior beneficio che sì possa trarre da quel
linguaggio è, non tanto d' imparar cose del tutto nuove, quanto d'abituarsi,
fra le parole e forme già note per via dei libri, a discernere il vivo dal
morto, il familiare dal solenne, il creduto provincialismo dal provincialismo
vero, e a ritrovar in modo più pronto e istintivo quelle che fanno a ciascun
caso e che, quan- tunque non ignote, stentavano a presentarsi alla mente di chi
era troppo stretto al dialetto suo. Il vantaggio insomma, benché immenso, é più
negativo che positivo, e più di stile che di lingua. Comunque, il Manzoni ce- —
il) — detto al fascino deiridìonia fiorentino, che invat,diì il suo cuore
d'artista, schiari la sua niente di dotto, eccitò la sua riflessione di
pensatore. Disse addio alla teorica dei lombar- dismi, e di mano in mano andò
fermando l'altra del do- versi attenere all'uso odierno dei Fiorentini colti.
Odierno, e perciò non quello idolatrato dal padre Cesari e dagli altri che si
attaccavano al toscano del Trecento; colto, opperò da non appaiarsi con quello
dei modi plebei, dei riboboli, e col tanto rinfacciato parlar delle ciane e di
Mercato Vecchio. Prima intanto che di ciò facesse una vera e ben congegnata
dottrina , cercò di metterla in pratica. Chiese al naturalista fiorentino Cioni
, . al poeta Borghi di Bibbiena e ad altri , che gli postillassero il
Vocabolario milanese del Cherubini (libro eccellente, ma nella traduzione
italiana delle voci vernacole pieno di roba vana e stantìa) ; e si compiacque
molto di scoprir come tante locuzioni fossero comuni al lombardo e al toscano
vivente ^): il che era tutt'altra cosa da quei suoi lombardismi di prima , che
avean riscontro sol nel to- scano morto o per mero accidente apparivano nella
^) Per esempio, il Ciierubini traduceva el gii li a i so annìtt con ha qualche
annucr.io , e' non e come V uovo fresco ne d'oggi uè di jeri; e i revisori toscani
sostituivano: ha i suoi antiettì. Il G. Vè'l mond a V iìicontrari traduceva //
cavallo fa andar la sferza ; e i revisori: è il mondo alla rovescia. Il G. matt
de ligà con pazzo da catena; e i revisori: matto da legare. Ma perchè si veda
subito dove fosse il pericolo di codesti suggerimenti , si consideri che i
revisori potevano avere le loro negligenze, le loro ubbìe, e da quello stesso
esercizio esser tratti a un po' di smania di dar di frego. Annucci per
annett.i, poniamo, e pazzo da catena si diranno più o meno an- che in Toscana ,
e ad ogni modo nessun italiano ci troverebbe a ridire. Il torto del Cherubini
era piuttosto in quel fuggire ciò che differisse poco dal milanese e andar
sempre in cerca di quel che più se ne allontanasse. 4 — 50 — Crusca. Al Gioni
poi e a G. B. Niccolini diede a rive- dere il Romanzo, e i due senza saper 1'
uno dell' altro s'incontraron le pii^i volte nelle correzioni che propone-
vano. Sennonché s'eran limitati alle cose più grosse, e il Manzoni ricorse
anche all'aiuto più vicino e continuo di una signora fiorentina, aia delle sue
figliuole , onde rifare il libro parola per parola. Dove fosse anche qui il
pericolo di un tal rifacimen- to, si vede bene. Già, l'entusiasmo che poco fa
abbiam detto, di chi si sprofonda per la prima volta nel parlar toscano ,
poteva sedurre anche uno spirito così alto e dotto ad abbracciar l'uso parlato
in certi casi in cui la nostra tradizione letteraria vi ripugna. E inoltre,
quella fiorentinità raccapezzata a furia di postille e di quesiti anziché colta
a volo e senza parere , fattasi recare a domicilio anziché cercata lungamente
sul posto, quasi fiore di serra più che di campo, poteva essere sciupata da
malintesi, da abbagli personali e via via. IX. Più giù scandaglieremo fin a che
punto il gusto squisito e la diligenza maravigliosa del Manzoni lo ab- bian
salvato da tali guai. All'ingrosso si deve ricono- scere che dopo un lavoro di
più anni il Romanzo venne fuori , come don Abbondio quando uscì dalla terribile
valle, con « una faccia più naturale, che faceva un tut- t' altro vedere » .
Qualche prova se n'é già venuta dando più sopra, e altre ne aggiungiamo qui
senza pretendere di far anche alla lontana 1' enumerazione intera delle
correzioni felici, anzi nemmen d' essere stati noi sempre felici nella scelta
*). ^) Trascriviamo in carattere tondo i luoglii della prima edizione,
facendoli sej^uire dai corrispondenti della seconda in corsivo ; e vi
frapponiamo talora alla me^^lio o v' aggiungiamo in nota qualche nostra chiosa.
- 51 — Uon ò vero, dirov.-i io fra me (Introduz.]: Ben è vero dicevo tra me — a
rifare l'aUrni lavorio (ibid.ì: a rifar l'opera al- imi — levando il guardo
(lì: alzando lo sf/uardo — inanellali alle estremila [i baffi dei bravi, I]:
arricciali in punta — alzando gli occhi d'in sul li])ro, e tenendolo spalancalo
e sospeso con ambe le mani (I): alzando i suoi (poco prima son nominali gli
occhi dei bravi) dal libro che gli restò spalancalo nelle mani, come sur un
leggìo — il malumore lungamente concetto (I): il malumore lungamente represso —
aborrilore d'oiini insidia (li): nemico d'ogni insidia — camminando a
malincuore verso la casa della sua promessa (Hi : cammi- nando di mala voglia,
per la prima volta, verso la casa della sua promessa (ed era anche meglio
forse: camminando, per la prima volta a malincuore, verso ecc.) — non era un
pensiero che potesse soggiornare un istante nella testa di Renzo (II) M: non
era un pensiero che potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo — e
ch'egli sperava che colui, non mi veggendo, non si curerebbe più di me (TU): e
che sperava che colui, non vedendomi... — e se le andava [le mani] fre- gando e
ravvolgendo l'una sull'altra (III) : e se le andava stropicciando — « Non fate,
non fate » [diceva il p. Macario a chi scalzava la pianta del noce, III]: «
Lasciatela stare » — Agnese, la quale coi suoi difettucci era una buona donna,
e si sarebbe, come si dice, sparata per quella unica figlia (IH): ...era una
gran buona donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell'unica
figlia — e il povero impru- dente , 0 per parlar con più giustizia,
disfortunato (IV): e l'imprudente o, per jjarlar con pili giustizia, lo
sfortunato — e quando fu tornato alla memoria [il ferito, IV] : e quando fu
tornato in se — colui sentì... un risorgimento di sdegno (IV): colui sentì...
un ribollimento di sdegno. — « Ma, padre^ ella non debbe stare in codesta
positura » (IV): « Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura » — La
madre comin- ciava [è un settenario !] a fare scusa dell'avere osato [un ^) Giorno
e istante: che accozzo! — 52 — endecasillabo ! , 'W]-. La madre cominciava a
far le scuse d'aver osato — imposte sconnesse e cadenti per vetustà (V):
imposte sconnesse e consunte dagli anni — le urla e i guai di mastini e di
cagnolini [V): gli urli e le strida di mastini e di cagno- lini — come se mi
foste la madre da vero (VI) : come se foste proprio mia madre — che pensi tu
che sia per dirti il padre ? [questo tragico endecasillabo in bocca ad Agnese
!, VI]: che pensi tu che ti dirà il padre? — La vessazione, suol dirsi, dà
intelletto (VI): Le tribolazioni aguzzano il cervello — stavano seduti alla
mensa (VI): erano a tavola — « Che mi vieni tu ora a menzionare ? » [questo
endecasillabo in bocca a Tonio !, VI]: « Con che cosa mi vieni fuori ? » — « Dì
tu da vero?» [sempre Tonio, ibid.]: « Dici davvero? » — « Quegli che accarezza
sempre i ragazzi e che dà loro di tempo in tempo qualche immagine « [così
diceva di fra Cristoforo il bimbo Menico, VII]: quello che ci accarezza sempre,
noi altri ragazzi^ e ci dà ogni tanto qualche santino — oltre all'essere il più
valente, senza paragone, della famiglia (VII): olire all'essere, senza
paragone, il pili valente della fami- glia — « Non si può levare un lìore dalla
pianta... senza trassinarlo nulla nulla » [diceva il Griso al padrone, VII]: «
Non si può levare un fiore dalla pianta... senza toccarlo » ^) — non è mestieri
d'una erudizione molto vasta (Vili) : non c'è bisogno d'un' erudizione molto
vasta — Batteva la più bella luna del mondo (Vili) : Era il pili bel chiaro di
luna — rabbatte l'uscio dolce dolce (Vili): accos'a adagio adagio l'uscio di
strada — sentono venire... avvicinarsi e spesseggiare una picciola pedata
(Vili): sentono un calpestio di passini fretto- losi, che s avvicinano in
fretta -) ■ — uno degli afferratori [dei bravi che afferrarono Menico] gli dà
d'una gran zampa in sulla bocca (Vili) : uno di que' malandrini gli mette una
*) Di irassinare per malmenare si hanno molti esempii, nò è uscito in tutto
dall' uso vivo , ma aveva dello strano , specialmente qui. Toccare però è forse
troi)po mi Le. 2) Brutto i)crò questo in fretta dopo frettolosi. - 5:? — 7nano
alla bocca — fjaloppù a leiiloiie (Vili): corse, come si polcva al buio — alla
(pialo però riinordeva segrclaiiientc d' una tale dissiniulazioiio (Vili): la
quale però seni ioa un rimorso segreto d'una tal dissimulazione — appoggiò il
gomito sulla sponda, chinò su i]uello la fronte (Vili): posò il braccio sulla
sponda , posò sul braccio la fronte — distinguere dal romore delle orme coniuni
il roniore di un'orma aspettata (Vili): distinguere dal rumore de' passi comuni
il rumore d'un passo aspettato — P^ecero quivi un po' di carità insieme (IX):
Fecero colazione ^). — « Ella è qui » [diceva il padre guar- diano alle donne ,
davanti alla porta del parlatorio della Siguora, come per ricapitolare tutte le
istruzioni date loro, IX]: È qui 2) — La signora fece lor cenno della mano, che
bastava (IX): La signora accennò loro, con la mano, che ba- stava— la sposina
ebbe che fare assai di rispondere ai com- plimenti che le erano indirizzati
(X): La sposina ebbe da dire e da fare a rispondere a' complimenti che le
fioccavan da tutte le parti — « Lasciate fare a me, che ne avrete soddisfazione
intera » [così diceva il Principe a Gertrude, che si lamen- tava della
cameriera, X] : « Lasciate fare a me, che le farò conoscere chi è lei, e chi
siete voi » — pure Gertrude ha tanto giudizio... che merita bene d'essere
cavata dall' ordinario (X) : pure Gertrude ha tanto giudizio che merita bene
che si faccia un'eccezione per lei — possedè [sic] le condizioni ne- cessarie
(X): ha quel che si richiede — t'abbia preso amore (X) : f abbia preso a ben
volere — di bei chiacchieramenti faranno (XIÌ: di belle ciarle faranno — • ma
la era fatica in- darno (XI) : ma era fatica buttata — supposti troppo fuori
d'ogni proposito (XII): supposizioni che non stanno nò in cielo né in terra —
sperando che , una volta o l'altra , il gran *) Questo far carità (che rammenta
le agapi deirantico cristia- nesimo) è della lingua, ma suona strano. '^) O^nun
vede come sia stala felice la soppressione d'un soggetto , che era troppo bene
in mente a ciascuno della piccola brigata perchè ci fosse bisogno di
richiamarlo in alcun modo esplicitamente. ^ r,4 ^ cancelliere sarebbe restato
capace (XII): sperando che, una volta 0 l'altra, il gran cancelliere avrebbe
intesa la ragione — fanno il potere per ispingere le cose al peggio (XIIl):
fanno di tutto per {spinger le cose al peggio — « Mallo minchione! » [cosi
diceva l'oste a Renzo addormentato, XV]: « Pezzo d'a- sino! » — pensando
[l'oste] che al domani il suo ospite avrebbe avuto tutt'altro negozio che di
pagar lai [perchè sarebbe andato in prigione , XV] : pensando che , il giorno
dopo, il suo ospite avrebbe avuto a fare i conti con tictt' altri che con lui —
« Dunque vestitevi e levatevi subito » [così diceva il notaio criminale a
Renzo, il quale, anche con più voglia d'ubbidire, non avrebbe potuto eseguir le
due ingiunzioni nelF ordine che il notaio gliele faceva, XV]: « Dunque
vestitevi subito » — Renzo... cominciò a gittar gli occhi qua e là , a
spandersi colla persona (XV) : Renzo... cominciò a girar gli occhi in qua e in
là, a sporgersi con la persona, a destra e a sinistra — d'avvicinarsi bensì a
quella... strada maestra, di andare quanto fosse possibile correla- tivo ad
essa (XVI): d'avvicinarsi bensì a quella... strada mae- stra, di costeggiarla
pili che fosse possibile — « Milano... non debb'essere paese da andarvi al
presente » [così Renzo alla ostessa, XVI]: « Milano... non dev'essere un luogo da
andarci in questi momenti » — « Che v' era egli ? » [domandavano quei curiosi
al mercante milanese , ed egli ripigliava] « Che v'era? sentirete ! » [XVI): «
Che diavolo e' era? Proprio il diavolo : sentirete » — « È egli Bergamo , disse
[Renzo], quel paese? » (XVII): « disse: È Bergamo, quel jjaese? » ^) — finché
trovasse da cui farsi segnar più certamente il cam- mino (XVII) : finché
trovasse qualcheduno da farsi insegnar la strada giusta — e starebbe vigilando
le opportunità di aiutarle (XVII): e spierebbe l'occasione di poterle aiutare —
La soddisfazione... sarebbe slata un seminario di guai (XVII): ^) E cosi
traspose in simil modo altri disse, che nella prima edi- zione erano pur essi
intercalati nella frase dando troppo idea di narrazione solenne. La soddisfazione...
sarebbe stata una sementa di (juai — « Falle animo a iiiaiigiare » (XXI) :
Falle coraggio che maiuji — e (jiiella luce... non rapproseiilava allo sguardo
che una suc- cessione di sconipigliumi (XXI): ...e (juella luce non rappre-
sentava allo sguardo die una successione di (juazzabu(jli — Renzo rimase lì
gramo e scontento, a pensar d'altro albergo. Nella lista funebre recitatagli da
don Abbondio, v'era una fami- glia di contadini portata via tutta dal contagio,
salvo un giovanotto, dell'età di Renzo a un dipresso, e suo camerata
dall'infanzia; la casa era fuori del villaggio, a pochissima distanza. Quivi
egli deliberò di rivolgersi a chiedere ospizio (XXXIII): Renzo rimase lì tristo
e scontento, a pensar dove an- derebbe a fermarsi. In quella enumerazion di
morti fattagli da don Abbondio, c'era una famiglia di contadini portata via
tutta dal contagio, salvo un giocinotto, dell'età di Renzo a un di presso, e
suo compagno fin da piccino; la casa era pochi passi fuori del paese. Pensò d'
andar li ^). — Era al di fuori di Monza un breve passeggio (IX): era pochi
passi distante da Monza — La moltitudine comincia a spessarsi (XIIÌ : La gente
comincia ad a/follarsi — Bianco come un panno curato (XIII): Bianco come un
panno lavato — Poscia spianando la destra in aria sovra il desco e recandosi di
nuovo in contegno d' arin- gatore [Renzo], non è ella una gran cosa ,
esclamò...? (XIY) — Poi, spianando la destra per aria sopra la tavola, e
mettendosi di nuovo in attitudine di jiredicatore , gran cosa, esclamò...! —
storditivo, sdormentarsi, implorare elemosina, prendersi la sicurtà di
infastidire, battimento, alla sfuggia- sca : assordante, svegliarsi, chieder l'
elemosina , prendersi la libertà, batticuore, alla sfuggita — arrappatogli una
falda del farsetto: acchiappatolo per una falda del farsetto — ecc. ecc. ^ì
Quelle parole « nella lista funebre recitatagli da don Abbon- dio » aveano una
certa tinta di scherzo , sconveniente in cosa s lagrimevole. 5u In codesti
luoghi ognun deve riconoscere come vi si sia davvero sostituito « lo spigliato
allo stentato , lo scorrevole allo strascicato, l'agile al pesante, il per
l'ap- punto all' astratto » , il prosastico al poetico. Orbene, ciò rende a
priori inverosimile che possano poi esser molti i casi in cui il mutamento sia
stato in peggio. Non si tratta di ritocchi fatti alla buona e alla lesta,
secondo impulsi istintivi e transitorii, con volubile spon- taneità, sì da aver
dato luogo a un continuo alto e basso, e generato effetti i più varii o i più
opposti. Fu una revi- sione consideratissima , guidata da un criterio nuovo e
preciso ; il quale non potè non esser , se partorì quei buoni frutti che si son
visti, migliore assai dello antece- dente, che aveva rese possibili tante
storture, tante lische e bernoccoli ! Numquid colligunt de spinis uvas aut de
trìhulis ficus ? non potest arhor bona malos fructus facere neque arhor mala
bonos fructus facere! igitiir ex fructibus eorum cognoscetis eos: aveva detto
Cristo (Matt. VII); e Dante: « pon mente alla spiga , Gh' ogni erba si cono-
sce per lo seme » (Purg. XVI). Tutt' al più dalla buona pianta può pendere
alcun frutto acerbo o vizzo ! Di qualche eccesso o peggioramento abbiamo già
ac- cennato in astratto il pericolo , e più sotto ne avremo prove concrete. La
stessa vastità di un così minuzioso lavoro importava quasi fatalmente che
eccezionali aber- razioni vi fossero. Ma ncll' insieme quel lavoro sareb- be
stato subito degno del più beli' encomio, e fu gran leggerezza quella de' molti
che dissero o ripeterono che il libro era stato rimpinzato di fiorentinerie e
di riboboli. Riboboli ! curiosa parola, d'oscura origine , di vago significato,
ha forse per ciò appunto fatto fortuna. Esempii di riboboli potrebbero essere
quel tener l'invito del diciotto, che si legge nel Morgan te per ' non ritrarsi
- n? - (lair improsa ' o nell' Ercolano dol Varchi por ' esser troppo loquace';
e quel diciotto di vino che anche oggi i Toscani dicono esclamativamente e fu
usato dnl Giusti, por indicare che qualcuno tenga duro su una cosa, magari a
danno di altre non meno importanti. Il Borni , nel rifare un' altr' opera che
pure sapeva di lombardesco, rodando del Boiardo, e non di rado con effetti
consimili a quelli che il Manzoni ottenne correggendo se medesimo, vi cacciò
dentro più d'uno di tali idiotismi; ma egli era il Berni! I riboboli del
Manzoni invece consistono nel- l'aver surrogato costeggiare la strada ad «
andare cor- relativo alla strada», Varia gli par gravosa a « l'aere gli
simiglia gravoso », /(^cero colazione a «fecero carità», e via discorrendo ;
sicché ai suoi critici avrebbe potuto risponder suppergiù come Otello accusato
d' aver inva- ghita Desdemona con « incantesimi » ^). Ma su queste correzioni
si formò una specie di leg- genda , ed è bene discendere ad alcuni particolari
per assicurarsi di ciò che il Manzoni fece davvero , e per circoscrivere i
hmiti entro cui il fatto suo possa essere 0 biasimato o discusso. X. Fu detto
che, sopprimendo dappertutto il dittongo uo, scrivesse novo , hono , sono ,
core ecc. E una esage- razione, che in codeste quattro parole ed in luogo^
fuoco, uomo e in molte altre, il dittongo uo fu scrupolosamente conservato.
Nella prima pagina troviam subito: allonta- nandosi di nuovo.... Per un buon
pezzo... e sempre qualcosa nuovi ecc. Le parole in cui \u fu tolto son prima di
tutto queste: 0 Per tutti I miei corsi perigli ella m'amava, Ed io l'amai per
la pielà che n'ebbe : Questi gl'incanti fur che in opra io posi ! ^- ,^s --
Spagnuolo spagnuola ecc. della prima edizione mutato in spagnolo ecc., stradicciuole
in slradlcciole, muricciuolo in mu- ricciolo , BRACciuoLi in braccioli ,
terricciuola in terricciola, RESTicciuoLO in resticciolOj libricciuolo in
libricciolo, barcaiuolo in barcaiolo, guerricciuole in guerricciole, giuoco in
gioco '), MARIU0L0 in mariolo, querciuoli in qiiercioli, donnicciuola in
donnicciola, ¥A'snGLWOL\ in famigliola, toyagliuolo in tovagliolo, farinaiuoli
in farinaioli, faggiuole in facciole, vettiggiuola in vetticciola; pesciaiolo,
legnaiolo, paiolo, pennacchiolo , raveggiolo. Son vocaboli in cui il dittongo è
preceduto da un' i consonante, come barcaiuolo e sim., o da una consonante
organicamente affine ad essa , come hracciuolo , giuoco, pcìinacchiuolo,
spagnuolo, tovagliuolo e sim.; sia poi che a rappresentare una tal consonante
concorra un i orto- grafico, come in hracciuolo, tovagliuolo ecc., sia che no,
come in spagnuolo. Codesta successione di suoni e di segni, che per lo più
costituisce quel che volgarmente, dando retta all'occhio, si disse trittongo,
può far parere preferibile all'orecchio, e men ripugnante al sentimento
letterario^ la riduzione familiare toscana di uo in o ^); e da ciò forse fu il
nostro autore, più o meno inconsa- pevolmente , indotto ad accoglierla. Non con
piena coerenza però, giacché mantenne sempre, fortunatamente, figliuolo ecc.
Parimenti, cambiò muoio muoia muoiano in moia ecc., forse per assottigliare
anche qui una suc- cessione di suoni che par molesta (uoj), ma lasciò intatto
*) Ma un giuoco c'è pure, al cap. VII; e, quel ch'è più notevole, in una frase
aggiunta di pianta nella seconda edizione. Un altro nello stesso capitolo, poco
prima, è rimasto in tutte le edizioni, salvo nella illustrata del 1809. 2)
Difatto alcune delle dette voci, come gio'^o e spagnolo^ si tro- vano usate
piuttosto comunemente. - 50 -. cuoio (t); salvochò in muoio la soppressione
dell' u non sia stata piuttosto suggerita dalla consonante iniziale, come in
muovo. Nel qual muovo muovere srmioveve rimuovere ecc., come in scuopre, ruota^
vuoto^ tuono (nel senso di intonazione, piglio ecc.), sopprimendo, come fece,
il dittongo, venne a usare d'una licenza che la stessa lingua prosastica in
codeste parole da gran tempo consente piìi o meno, per ragioni che qui non
importa dire o indagare '). Il medesimo s'iia forse a dir di crepacore (XXX
VII) -), di accora e di ova ^). Ma un più deciso idiotismo di pro- nunzia
toscana , e senza particolari ragioni più o men palesi, seguitò nel mutare
percuotere riscuotere^ nuotano^ frastuono , faccenduole , lenzuolo , in
percotere^ riscotere^ notano (che crea un'ambiguità), frastono.... Un caso sui
generis è quello di scuola^ lasciato tal quale nei cap. IV e XXII, e scritto
invece scola fin dalla prima edizione nei cap. XIV e XX. Son lasciati in pace
cuocere e nuocere nel cap. XVIII. Concludiamo. L' uso letterario vuole di
regola il dit- tongo, con queste quattro eccezioni: che in qualche parola, per
ragioni speciali, ha più 0 meno definitivamente surrogato la forma scempia,
come in poi trova prova pegli antiquati puoi truova fruova^ e vi fa riscontro
il fatto simile dell'altro dittongo, cioè di gelo breve ecc. sottentrati a
gielo hrieve ecc. del tutto antiquati; *) Ma un ruote è pur rimasto al cap.
XXXIV: « un rumor di ruote e di cavalli «. Però, poco più giù, ritorna rote: «
e braccia svincolarsi, e batter sulle rote d (avrebbe pure dovuto badare che
questa frase fa due settenarii). ') Ma un crepacuore è pur rimasto nel XIX. •^)
Ma è rimasto uova nel XV. — 00 -« che in altre parole, per ragioni men forti,
consente che si possa, volendo, preferire la ferma scempia, come in gioco
scopro ecc.; che nel linguaggio poetico si possa , oltre le due categorie
antecedenti , adoprar per antica tradizione, stabilita in gran parte per
latinismo oltreché per in- fluenza provenzale e siciliana, certe voci come foco
novo core more loco ecc., a cui fan riscontro nell' altro dittongo J^ossede
fero leve ecc.; che e nella prosa e nella poesia familiare, per oc- casionali
ragioni di stile, si possa, conformandosi alla odierna pronunzia toscana,
scempiare il dittongo, dicendo per es. : questa sì eh' è nova !, che buon omo
/, o helVomo f, è un bimbo che vuol far Vomo!^ o come disse il Giusti: E in
oggi, a titolo Di galantomo, Anche lo sguattero Pretende a omo. Fra le quattro
serie non sempre è facile distinguer net- tamente , come tra poesia e prosa non
si può fare un taglio troppo reciso ; e il gusto individuale ha avuto parte in
ogni tempo in certe preferenze o avversioni. Alcune parole, per es. rota^ molti
forse non V avrebbero adoprate se non in poesia , mentre non ne mancano esempii
prosastici. Talora nelle voci verbali, come arrota accora rincora^ il semplice
o è un po' più usato che nei sostantivi corrispondenti. Alla poesia piace novo^
ma non bono^ e quando non vuol luogo dice loco, e logo non è tollerabile nò in
poesia nò in prosa. Altre minuzie si potrebbero avvertire, ma è chiaro che la
questione del dittongo nella lingua scritta s' è risoluta sempre caso per caso,
secondo ragioni particolarissimo di eufonia o di — (il -- stile, e che in
massima Vuo ù un dei più fermi distintivi della lingua nazionale. Or che fece
il Manzoni ? Avre])be voluto per ispirito sistematico conformarsi alla moderna
pronunzia toscana che riduce sempre il dittongo, ma un'intima ripugnanza a
romperla con la tradizione letteraria, l'abitudine stessa che gli faceva venire
spontaneo sotto la penna il dit- tongo, il buon gusto che in casi singoli lo
respingeva indietro piii fieramente del solito , gì' impedirono di prendere un
sol partito, per quanto cattivo , e attenervisi coerentemente ; onde vacillò
tra il vecchio e il nuovo. Dove ciò gli avvenisse per mera distrazione, o dove
per sottile intendimento estetico, è ben difficile indicare fra tante
perplessità. Certo che nelle ristampe della seconda redazione abolì qualche
altro dittongo , e nelle prose posteriori gli venne crescendo il coraggio
contro di questo, a segno che negli scritti sulla questione della lingua è un
continuo sfoggio di core, di novo, di bono o, peg- gio, hon-, che a lettori non
isviati da preconcetti teorici, e incapaci di farsi piacer le cose per forza^
fanno un' im- pressione di svenevolezza , sconveniente ad argomenti gravi, come
all'età senile e alla dignità schifiltosa di un tanto scrittore. Fino ad omo ed
omini non s' arrischiò mai però ! XI. Fu più volte asserito che avesse dato
interamente lo sfratto al pronome egli, surrogandogh lui dovunque non potesse
evitare un pronome. Ma alla strage ne son sopravanzati sessantuno, più due
altri neutrali e pleo- nastici. Eccoli tutti: Egli , tenendosi sempre il
breviario aperto dinanzi (I) — procurando di far vedere all'altro oh'egli non
gli era volon- tariamente nemico (1) — persone eh' egli conosceva ben — eb-
bene (I) — ch'egli v'entrò, con un passo così legato (I) — egli pensa alla
morosa (II) — e lavorava egli stesso (II) — Questo ripiego, egli non lo dovette
andare a cercare (II) — e ch'egli sopra tutto, egli vi sarebbe forse troppo
conosciuto (li) — e sapesse cb' egli portava (III) — guarda egli stesso (III) —
egli stesso fu subito colpito (IV) — l' impressione eh' egli ricevette dal
veder 1' uomo morto per lui (IV) — sulle due ferite ch'egli avea ricevute nello
scontro (IV) — ch'egli prendeva la famiglia sopra di sé (IV) — • e sul per-
sonaggio a cui egli parlava (IV) — e si mise per servirlo prima d'ogni altro;
ma egli, ritirandosi ecc. (IV) — ^ciò che aveva inteso, ciò ch'egli medesimo
aveva detto (IV) — In questo genio entrava... senza ch'egli se n'avvedesse...
(IV) — Se una poverella sconosciuta... avesse chiesto 1' aiuto del padre
Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente (IV) — voi eh' Egli mi confida...
Egli v' assisterà: Egli vede tutto: Egli può servirsi... (V) — se no, Egli ci
farà trovare... (V) — Egli che stava sospeso (VI) — Stette egli immobile...
(VII)— Questa, si questa egli vuole (VII) — Egli, col grosso della truppa (VII)
— egli lo fece venir con sé... (VII) — quello ch'egli stesso avea veduto e
rischiato... (VIII) — ■ ch'egli con preghiere e con ragioni (Vili) — «Dopo di
ciò » continuò egli (Vili) — egli ti farà da padre (Vili) — ciò ch'Egli ha
voluto (Vili) — egli si maraviglia d'essersi potuto (Villi — egli ha poi anche
dovuto (IX) — ch'egli potrebbe venir pre- sto (IX) — Egli le fece cenno che
s'alzasse (X) — ma egli proseguì francamente (X) — la poveretta pensava poi
anche ch'egli poteva bene impedire (X) — Egli camminava innanzi e indietro (XI)
— egli fendeva l'onda (XII) — del grand'av- venimento nel quale egli aveva
avuta non piccola parte (XVI) — e per quanto egli ronzasse con la fantasia
intorno a quel recinto (XVllI) — a Madrid egli andava per tutte (XIX) — una
grand' idea di quanto egli potesse (XIX) — Ma egli, persuaso di cuore (XXII) —
Ma Dio sa fare Egli solo le maraviglie (XXIll) — Egli m'è testimonio (XXIII) —
Al replicar deiristanze, cedette egli dunque (XXXII) — ma — g:] — ora c\\Egli
mi ti manda... colei ch'Egli t'aveva data... Egli lo faccia... Egli ti vuol più
lioiio... ma Egli ha abbastanza forza... ch'Egli può fermar la mano d'un
prepotente... credi tu ch'Egli non possa difendere...? credi tu ch'Egli ti
lasce- rebbe...? Ti ricorderesti ch'Egli lo ha amato... (XXXV) — sia Egli
sempre con voi (XXXVI). — Oh! vi par egli ch'io sappia...? (II) — E questa
consolazione vi par egli eh' io dovessi provarla...? (XXIII). Come si vede, il
massimo numero che se ne trovi in un capitolo è nove , e due soli capitoli
hanno codesto massimo ; il IV e il XXXV; nel quale ultimo sono anche smaltiti
tutti e nove nel giro di pochi periodi , e rife- riti tutti a Dio. Poi , se ne
hanno sei nel II e nel- rVIII; cinque nel V; quattro nel I e nel VII; tre nel X
e nel XXIII; due ne'capitoli III, IX, XIX; e un solo per ciascuno ne hanno i
capitoli VI, XI, XII, XVI, XVIII, XXII, XXXII, XXXVI. E negli altri diciotto
capitoli, il che vuol dire in poco meno che la metà del libro, non si trova
neanche un egli: ne son prive intere masse di capitoh ' ). E bisogna anche
considerare che dei ses- santuno egli ben diciotto si riferiscono a Dio. E
s'intende facilmente come un pronome che gli sapeva di arcaico il Manzoni fosse
men restio ad usarlo nei momenti solenni dell'invocazione della divinità ;
tanto più, s' ag- giunga, quando l'invocazione è fatta da ecclesiastici, co- me
fra Cristoforo e il Cardinale ^). *) La più grossa è quella costituita dai ce,
XXIV-XXXI. Abbiamo poi XIII-XV, XX-XXI, XXXIII XXXIV, *XXXVII-XXXVIII. Isolato
è il solo cap. XVII. Raccomandiamo la considerazione di queste biz- zarrie agli
studiosi della questione omerica ! ^) Ma anche per Dio è usato all'occorrenza
il lui. Se certi padri della Chiesa , per iscusare la latinità poco classica
della Volgata, dicevano non potersi sottomettere lo Spirito Santo alle regole
di — 64 — Tutto ciò, non si può negare, è curioso: d'una parola di prima
necessità, quale un pronome, far uso intermit- tente, sporadico, contrastato,
che è come se uno s' im- ponesse di mangiar pane o bere acqua soltanto due o
tre giorni la settimana! 0 codesta forma si ritiene ancora ado- perabile, e
perchè non ricorrervi più francamente ? o si crede morta, e perchè mantenerla
più di sessanta volte ? Stabiliamo prima bene le condizioni di questo nomi- nativo
neir uso toscano vivente, dove non è vero che gli sia stato sempre preso il
posto da lui. Egli non è morto come eglino: oltreché è usato ancora come pleo-
nasmo (p. es : che fa egli il Giusti?)^ innanzi al verbo si pongono certe sue
riduzioni o rimasugli (p. es. : e" fa hene^ e' dice; 'gli studia di molto,
'gli ha ragione; 'gli è vero, 'gli è che, e' piove ). Solo nella posizione
enfatica ci vuole il lui: p. es. anche lui, dice lui, lo sa lui, è lui, lui ?,
lui !, e lui ?, ma lui lo sa. D'altra parte, l'uso let- terario nazionale
mantiene ancora più vivo 1' egli , pur nella posizione enfatica ; e se in
questa , cioè in frasi come anch'egli, lo sa egli ecc., vi sente una tal quale
sostenutezza, nelle altre, cioè in frasi come egli fa, egli studia, egli ha
ragione, aveva egli un figliuolo ecc., non avverte nemmen 1' ombra dell'
affettazione. La norma Donato , il Manzoni invece ben soltomise anche V
Altissimo alle norme del toscanesimo. Eccone le prove: *■ Non volete che sappia
trovar Lui il bandolo? » (VI); « Il Signore non vuole che facciamo del male,
per far Lui misericordia » (XXXVI); « Quello che vorrà Lui, sarà il meglio per
voi •) (XXV) ; k ... ma no, no : T avrà pre- servato Lui da' pericoli « (X5CV1
; a... avrà accomodate le cose Lui n (XXVI) ; a Quel che Dio vuole. Lui sa quel
che fa « (XVII) — Un esempio analogo è: a ma perchè volete credere che Lei [la
Ma- donna], che è tanto buona, possa...? n (XXXVI). Ma anche qui giova
osservare che, salvo il luogo del XXV ov' è il Cardinale che parla, gli altri
sono in bocca a persone umili, Lucia e Renzo. — 65 — dunque dello scrittore
dev'essere : usare senza scrupolo quest'ultima specie di dizione, e per
quell'altra re^'olarsi volta per volta scegliendo tra anche lui ed anch' egli
secondo l'occasione richiede o consiglia. E ad un' altra cosa può anche badare,
di non fare un uso soprabbon- dante di egli avanti al verbo, quasi fosse il
francese il che non si può mai sopprimere. Dovunque la chiarezza 0 r armonia
non lo richiedano , non si faccia sciupo d'una voce bisillaba che, quando è
superflua, rallenta il discorso e lo fa parer più distante dalla lingua
parlata. Si badi però che anche questa soppressione è un atto di prudenza
letteraria assai più che una concessione alla parlata toscana , poiché questa
fa di quei taU e' e 'gli una profusione incredibile, che, beninteso, portata
nella scrittura darebbe luogo a una sdolcinata superfetazione. Il Manzoni ebbe
l' intùito di tali norme , non una chiara coscienza , né forse una precisa idea
dell' uso parlato ; sicché ondeggiò come s' è visto. Anche negli scritti della
vecchiaia non manca qualche egli ^), ma si vede che vien fuori per necessità,
come un saluto non potuto evitare con persona scontrata a faccia a faccia e che
di soKto è sfuggita. Gli è che le norme del buon uso tradizionale volentem
ducunt nolentem trahunt, così quanto a non ismetter certe forme, come all'usar
par- camente o al tener del tutto indietro certe altre dell'uso vivo. Giacché,
per darne un altro esempio, nel toscano familiare si sostituisce o si può
sostituire, in posizione enfatica, il te al tu {lo dici te, io sto bene e te ?
te tu lo dici, io e te), né per questo é accolto nella lingua scritta. 1) Nella
prima pagina deìV Appendice ecc. ve ne son due a un rigo di distanza: «...al
pensiero ch'egli aveva creduto d'esprimere. Lo scopo di dimostrare al pubblico
ch'egli abbia voluto dire... ». 5 — 66 — E qui , naturalmente , prescindiamo
dalle frasi come se io fossi te, come te; da quelle insomma dove si direbbe
anche me e non io. Un degli espedienti a cui il Manzoni ricorse fu di porre in
cambio del pronome un sostantivo. P. es. dove diceva: « E quantunque
quell'annata... pure egli, che da quando aveva posto gli occhi addosso a Lucia,
era divenuto mas- saio » (II), corrèsse: « E quantunque quell'annata... pure il
nostro giovine, che, da quando aveva messi ecc. » E dove diceva: «£'^/i
s'avanzò» ecc. (V), scrisse: (^ Il frate s'avan- zò )) ecc. ; e così in
parecchi altri luoghi. — Molte altre volte soppresse ogni soggetto, spesso
felicemente, spesso per lo meno senza danno. E per verità ne aveva fatto uno
sciupìo strano, trascinatovi forse anche un po' dalla sua abitudine col
francese. Talora però avrebbe fatto meglio a lasciarcelo, come qui: Per dire la
verità, egli non aveva gran fatto pensato... (I), Ma in primo luogo , egli era
molto alfaticato (II) ,... con quella voce che vuol far riconoscere a un amico
che egli ha avuto torto (IH),.-- andava egli stuzzicando, con supe- riorità
amichevole (lYÌ, Il volto e il contegno di fra Cri- stoforo disser chiaro...
ch'egli non s'era fatto frate... (IV), Ma intanto che noi siamo stati a
raccontare i fatti del pa- ri re Cristoforo... egli è arrivato... (IV),—
facevan inchini, ai quali egli non rispondeva (VII),... ma quando egli si fu
fatto vedere (VII),... e davanti agli edilizi ammirati dallo straniero , egli
pensa con desiderio (Vili) , ma... nessuno n'era tanto uscito , quanto il
povero Renzo, e per di più pgli era contadino (XIV) ecc. ecc. Se non sempre
necessaria, è per lo meno sempre ammissibile la sostituzione o 1' uso del lui
in luoghi come i seguenti: — 67 - L'a§pettalo era egli II: Vasp^ttato era lui —
non sapeva bene egli stesso I) : non sapeva nemmen lui — non è che non avesse
anch'egli fi : non è che non avesse anche lui — com'ha latto egli ' V}: com'ha fallo
lui — senza cacciarsi egli nel tatl'e- Tuglio \Ul\ : senza mettersi lui nel
tafferuglio — E poi ? e egli ? e voi ? Vm;: E poi? e lui? e voi? — con la voce
an- ch' egli alterata VITI : con la voce alterata anche lui — ha più hisogììo
egli [XI;: ha piia bisogno lui — Sì, ma egli è il capo XII]: Sì, ma il capo è
lui — Che c'entra egli ? ,XIII : Che c'entra lui? — egli il capitale, ed io
quella poca abilità ^X^^^r: lui il capi tale j ed io quella poca abilità-^
saprà ben egli prevenire ^XM^IIi : saprà lui prevenire — Egli ricco, egli
giovane /XXnij : Lui ricco , lui giovine — Vuol far il re, egli? 'XXX): Vuol
far il re, lui? — e lui non ^i ha colpa il — che t' ha mandato lui IH] — e lui
m' ha confessato III, — e lui li mena su in granaio [111^ — Lui ? disse don
Rodrigo fV) — com* ha fatto lui (VX) — e lui fosse air ultimo boccone TI) — che
sia proprio lui (Vili) — passar lui e il fratello i YIIT — era lui che faceva
un sopruso [Xllh — ^orn era lui Vili — e lui poi ve T indovinerà [X — 0 fosse
veramente persuaso lui 'XII — trovasse lui 'XII — grida lui e gli alabardieri
'XH; — ecc. ecc. Altrove ha ficcato un lui che non è né letterario né di
schietto uso toscano: ma quelli, senza più dargli retta, presero la strada
domfera lui venuto (7). Costi o avrebbe dovuto lasciare: «donde egli era
venuto», o correggere: dond' era venuto lui ». Pe gli altri luoghi e' è da di-
stinguere. Che abbia fatto dir a Renzo: bisogna che lui comandi a chi tocca,
invece di ch'egli. .. (XIV), sta bene; e che poco prima, dove gli avea fatto
dire: che mi area mostrata la grida egli stesso, abbia mutato: che m'aveva \
fatto vedere la grida lui medesimo, non istà né ben né male. Ma che l'autore,
in un espressivo e sonante periodo descrivendo un recchio mal vissuto che
spiccava tra gli — 68 — spettatori ed era egli stesso spettacolo (XIII),
sostituisse lui stesso; o in bocca al cardinale finisse col mettere: fate che
lui li vesta a mio conto (XXIV) , non è cosa degna di lode. Come non lo è la
complessiva frequenza di codesti lui, che dà un'enfasi non necessaria e un
colorito troppo familiare. XII. Più severo fu il Manzoni col pronome ella. Lo
lasciò sei volte soltanto: ella ascoltava con angoscia (II) — Mentre ella
partiva (II) — con chiacchiere, com'e//a diceva, non punto belle (III) — vuol
dunque far credere ch'ella tenga dai navarrini? (YI) — se non un anno dopo
ch'ella avesse esposto (XI) — d' un fallo ch'ella doveva aver commesso (IX) —
Del resto, o lo sostituì col soggetto sostantivale , o lo soppresse dovunque
era superfluo, o lo mutò in lei ^ ). Vi si poss(mo applicare le stesse
considerazioni che abbiam fatte per egli e lui. Con questo però di più, che il
lei per ella, quando quest'ultimo sta per tu, ha meno bisogno di
giustificazioni, giacché quei succedanei del tu son propri del conversare, e
questo è sempre relativa- mente familiare. Onde un come Lei sa riesce più
tolle- rabile d'un come lui sa. Nella parlata toscana Velia non è spento,
benché sia d'uso scelto, e, come tale, possa esser rivolto a fine legger- mente
canzonatorio, come nel Sant'Ambrogio del Giusti : Che vuol ella, Eccellenza, il
pezzo è bello ! Affatto disusato e poetico è ella riferito a essere im- ^) Non
lo smise però interamente neppur negli ultimi scritti: « dei versi ch'Ella m'ha
fatto il favore d'inviarmi », scriveva a Edmondo de Amicis giovinetto; e nella
Lettera al Casanova: e confido anzi ch'Ella vedrà... «. - 09 — personale , il
elio non vuol dire che in qualche raro caso non possa anche in prosa prestar
servigio. XIII. Ma il vero uso familiare è, avanti al verbo, di porre quel
troncamento di ella che è /a; sì da vero pronome e sì per semplice pleonasmo ,
non meno pel soggetto inanimato che per il personale , e così per la terza
persona effettiva come per quella di cerimonia : p. es. la dice, la studia di
molto, l'avrebbe a esser tornata, la lo sa; la mi piace (la tua lettera), Ve
grossa-, La faccia come crede. La mi dica, La lo saprà Lei. Nella parlata se ne
fa larghissimo uso, spesso dove si potrebbe co- modamente sopprimere, o dove è
un pleonasmo vero e proprio. All'Italia meridionale, ai cui dialetti è
estranea, codesta forma riesce un po' vezzosa; ma il milanese, come in generale
i dialetti gallo-italici, la conosce e ne fa anzi un uso più costante, donde
nasceva il pericolo che il Manzoni se ne invaghisse troppo. Pure, le ragioni
letterarie poteron tanto su lui, che non solo neh' ag- giungerla badò
all'opportunità ma la soppresse in qual- che luogo in cui gh parve che stesse
male. Per es., dove prima diceva: « Ah ! c'è incappata la brava ! » (X),
corrèsse acconciamente: Ah! la e' è cascata la brava!; mentre dove avea
scritto: « Ma la è grossa ! (V), For- tuna che la c'è avvezza ! » (XIII), mutò
in: Ma è grossa ! Fortuna che c'è avvezza ! Ecco tutti, o quasi, i la che si
trovano nella seconda edizione: Ma ! la doveva accader per l'appunto a me ! (I)
— vorrei che la fosse toccata a voi (II) — La venne finalmente... (Ili — Ma la
dev'esser qui sicuro (III) — I'q proprio tutta al ro- vescio (III) — che la non
mi vuol far noci (III) — la farà più noci che foglie (III) — la sarebbe andata
male (Y) — La mi preme , è vero (VI) — L' h chiara, che V in- tenderebbe ognuno
(VI) — Perchè la non faccia troppo — 70 — strepito (Vili — Ah! la c'è cascata
la brava! (X; — L'è dura (XI) — sentendo che /'era una cosa violenta (XII) —
Credono ch'io canzoni , ma l'è proprio così (XIV) — la può andar male (XY) — la
c'era proprio la meta (XYI) — purché la duri (XVI) — /'era ordita da un pezzo
(XVI) — La c'è la Provvidenza (XVII) — Qui però, vedi, la va più quietamente
(XVII] — ma quando si tratta di mangiare, la non si guarda tanto per il sottile
(XVII) — L'è usanza così (XVII) — L'è un'usanza sciocca (XVII) — Ma i primi...
la gli era andata così male (XIX) — E benché... la non paresse più die, ecc.
(XX) — già la viene avanti col passo della morte (XX) — voglia il cielo che la
sia così (XXIII) — figuriamoci se la gli deve parere amara (XXIV) — La sarebbe
barbara (XXIV) — per gii spassi che la mi dà (XXIV) — non ti par vero che la
possa voltarsi in bene (XXV) — /'è una burrasca che passerà presto (XXVII) — se
non dopo qualche tempo che la c'era (XXVII) — « La s'ingegni » (dice don
Ferrante a donna Pra ssede, XXVII) — « la va via la carestia » (gri- dano
appresso a don Gonzalo che parte, XXVIII) — le spo- glie de' paesi a cui la
toccava (XXVIII) — la paura proprio d'un assalto , credo che la gli fosse
passata (XXX) — chi voleva che la fosse una vendetta (XXXIj — il quale avea
detto e predicato che /'era peste (XXXII) — chi la volesse, /a e' è (XXXIII) —
E a Milano dicono tutti che /'è una confu- sione peggio (XXXIII) — se Dio vuole
che la ci vada bene a tutt'e due (XXXIII) — A chi la tocca, ìa tocca (XXXIII)—
Questa la mi dispiace (XXXIII) — La mi dispiace anche questa (XXXIII) — Ah! sia
ringraziato il Cielo, che /a v'è entrata (XXXIII) — potè subito argomentare in
che stato la fosse (XXXIII) — se la mi va bene (XXXIII) —So che la c'è questa
casa (XXXIV) — La non c'è più (XXXIV) — se pur la c'è (XXXV) — se la ci fosse.
Se Dio non ha vo- luto che la ci sia (XXXV) — non ve l'ha detto anche lei, che
/' è una idea storta ? (XXXVI) — La e' è (XXXVI) — la veniva giù a secchie
(XXXVI) — La c'è, disse Renzo ^ la c'è, la c'è (XXXVIl) — Sai dove la m'ha
preso ? (XXXVII) — 71 — — ma /' è acqua , /' è acqua (XXXVII) — e la verrà qui
(XXXVIIÌ — ma /'ò una porcheria (XXXVII) — la quale lu non sai neanche clic la
sia in questo mondo (XXXVII) — come andava col bando? /.'andava benone (XXXVII)
— La c'è pur troppo la vera cagione (XXXVII) — Sapete che rè una gran cosa?
(XXXVIII) — se la va per tutto come qui (XXXVIII) — non può sapere come la vada
per i po- veri (XXXVIII) — molto tempo prima che la ci arrivasse (XXXVIII) — eh
! /e questa ! (XXXVIII) — a dirvi che la fosse bella ? (XXXVIII) — giacché la
c'era questa birberia (XXXVIII). Qualcuno di questi la può sembrare meno utile
o più superfluo, come forse nessuno è strettamente necessario; ma si rammenti
sempre che si tratta d'un romanzo, che per giunta molti di codesti luoghi
stanno nel dialogo famihare e non pochi sulle labbra di persone di plebe, che
ad ogni modo è notevole la discrezione dello scrittore. XIV. Ancora più parco
uso fece del corrispondente plurale, che è forse solo in questi due luoghi: Le
son tutte qui (III), Monsignore dice che le son ciance (XXIII). Parimenti, due
volte appena troviamo e': l'una come vero maschile, e' poteva ben aspettare
(Vili); l'altra come pleonasmo neutrale, e' risica d'essere una gior^iata
peggio di ieri (XV). Un po' più di frequente gli', giammai però, crediamo ,
come maschile. P. es. gli è perchè (VI), gli è per amor del nome (XV), gli è
perchè le ho viste io quelle facce (XXVI) ecc. Ma altrove e' era nella prima
edizione, come in gli è vero^ gli è come (II), gli è un ciuffo (III), gli è
come farsi cavar un dente (VII) ecc.; e lo cancellò. Come spesso sbandì 1' egli
neutrale anziché attenuarlo in gli : p. es. dove aveva scritto « o se
producevano qualche effetto immediato , egli era principalmente di
aggiungere... >> (I). Un solo gli plurale e pleonastico maschile si trova
in — 72 — un luogo a cui aggiunge brio: « È un gran dire che tanto i santi come
i birboni gli abbiano a aver F argento vivo addos- so » (XXIII) ; dove prima
diceva : i birboni debbaìio.... Insomma, di codesta tdtaglia di particelle
pronominali, frequenti nella parlata toscana e con tante rispondenze nei dialetti
settentrionali, né rimaste estranee alla lingua letteraria, in ispecie pegli
antichi classici toscani, l'autore si giovò unicamente per ragioni di stile;
non intendendo la naturalezza nel senso di dover imitare per l'appunto quella
tanta frequenza onde ricorrono nel conversare della città a cui 1' italiano è
naturale , ma nel senso letterario di limitarne 1' uso ad accrescere ,
occorrendo, il colorito del discorso. Se cotali particelle fossero dive- nute
stabili da noi come le simili nel francese, il quale non può dire est vieux^
est vrai^ e deve per forza dire il est vieux , e' est vrai , sarebbe affar di
grammatica e, brutta 0 bella che la cosa paresse , pesante o no che riuscisse
in ciascun caso, non ci sarebbe che di piegarsi alla necessità. Ma , poiché
stabiU non sono , diventa questione di stile , e l' uso letterario le venne e
le va più o meno potando da ciò che la conversazione toscana gli suggerirebbe,
e si regola secondo il bisogno del mo- mento, la natura del soggetto e le
inclinazioni individuali dello scrittore. XV. Mantenne quel lo che ha tanti
nemici, il lo pro- aggettivo, come lo chiamava un de' più fieri tra questi ^).
I quaU furon mossi, se ben si guarda , da quest' unica cagione, eh' ei non si
trova in Dante , Petrarca e Boc- caccio e nei loro più rigidi seguaci. Ma non é
estraneo al parlar toscano , e se n' hanno esempii in scrittori *)
Denominazione nuova e inadeguata, giacché esso può richia- mare anche un
predicato sostantivo (siete già padre ? — Lo sono). — 73 — d'ogni olà, come d'ogni
regione e grado, dal Berni, dal- l'Ariosto , dal Galilei, dal Redi, al Salvini,
all'Alfieri, al Niccolini '); tanto più ove si tenga conto della sua variante
quasi in tutto poetica il o '/. Inoltre ha le sue precise corrispondenze nel
francese antico e moderno , nello spagnuolo e nelle altre lingue neolatine; e
spesso è poco men che indispensabile , giacché vi son casi in cui il
sopprimerlo fa l' espressione incerta o asciutta , mentre il surrogarvi tale^
^a^ o c/ò la renderebbe pesante. Del resto questo lo è un neutro , né più né
meno di c/ò, che pur tutti ammettono riferito a persone o a nomi maschili e
femminili, come in cioè, ciò sono. Che se può esser lodevole l' adoperar con
parsimonia una forma che non é del più schietto sapore classico, è ridicolo che
si manomettano le più elementari qualità dello stile per ischivarla. Ecco i
luoghi ove ancora ce la dà il nostro autore : Gertrude avrebbe potuto essere
una monaca santa, comun- que lo fosse diventata (XI) — sono superiore:
indegnamente; ma lo sono appunto per correggere ecc. (XIX) — • noi non
pretendiamo che ogni cosa lo fosse egualmente (XXII) — sua ora in un senso così
diverso da quello che lo fosse il giorno avanti (XXIII) — il ritorno non lo era
meno (XXIII) — ciò che non lo fosse [bene]... di quelli che non lo fossero
punto [leciti] (XXV) — un luogo che fu unicamente caro, e che non può esserlo
più (XXYI) — se non lo sono (XXVI) — che già lo era per sé (XXVII) — e to f u
per molto tempo dopo (XXVIII) — come lo era la cagione (XXVIII) — quanti figliuoli
rimasti senza padre! siatelo per loro (XXXVI) — • ^) Molti ne raccolse il
Gherardini , e su questo , come su altre voci a cui tra poco verremo, giova
consultare gli StudJ dì filologia italiana di Alberto Buscaino Campo. - 74 — in
quanto a slanco, lo poteva essere (XXXYII) — Se i ri- masti vivi erano, l'uno
per l'altro, come morti resuscitati; Renzo, per quelli del suo paese, /o era,
come a dire, due volte (XXXVII). Appena in qualcuno di codesti passi avrebbe
potuto , non dico dovuto, farne senza. Ma in un altro avrebbe fatto molto bene
a tralasciarlo. Dice nel famoso addio (Vili): (( cime inuguali impresse nella
sua mente non meno che lo sia l'aspetto dei suoi più fa -iliari ». Sarebbe
stato meglio: « ....non meno dell'aspett ecc. » o « ...non meno che l' aspetto
ecc. » . XVI. E assai notevole che nella nuova redazione non usasse neanche una
volta gli per le ossia a lei o a Lei ^); e che perfino gli per a loro, che ci
si rende poco raen che necessario dovunque loro o lor ci riesce più pesante del
solito, non se lo permettesse se non nei casi più o man giustificati che
seguono : La legge Vhanno fatta /oro, come gli è piaciuto (VI) — Chi si cura di
costoro a Milano ? Chi gli darebbe retta ? (XI) — e andavano^ non solo curvi,
ma sopra doglia, come se gli fossero state peste l'ossa... (XI) — tutti coloro
che gli pizzi- cavan le mani di far qualche bell'impresa (XII) — All'in-
timazioni che gli venivan fatte..., rispondevano... (XIII) — La gente che si
trovavan vicino a /o?'o, si contentavano di guardar^/i in viso (XIII) — Gli
a/^ri... ^/i era riuscito final- mente (XIII) — camminano con la testa più
alta," che par che gli s'abbia a rifare il resto (XIV) — Lasciate/t
fare...; domani... vedrete se gli sarà passato il ruzzo (XV) — può ^) Più tardi
cedette alla tentazione, scrivendo nel '56 al prof. Mi- chele Ferrucci: e... mi
permetta che al momento di partire dalla Toscana, gli esprima almeno il
rammarico che ne provo... n (lo. Sforza stampò « le esprima o, ma io avevo già
visto l'autografo). — /;> — esser che Yacchlappuio...; ma se gli toma sotto
runghie, il vostro giovine posato... (XVIII) — Ma /' primi... la gli era nmìaln
così male (XIX) — la paura che gliene [ai bravi (loiriiinominalo] sarebbe
venuta (XXIV) — verso quegli osti- nati, e fece le viste di hwWiiv glielo. ..
(XXXIV) — e se la vogliono [ dell' eminenza ] , troveranno chi gliene darà
(XXXVIII) 1). In alcuno di questi luoghi, p. es. « Ma i primi.... la gli ora
andata così male » , si può discutere e si discuterà pii^i giù, sul costrutto
tutto intero; ma, dato questo, ci voleva gli. XVII. I già pochi eglino ed
elleno della prima edizione è naturale sparissero dalla seconda. Popolarissimi
un tempo, e nati da un'ingenua anticipazione della desi- nenza verbale (cioè p.
es. elli o egli dicono si fece ellino 0 eglino e fin egliono dicono)., sono
oramai, se pure ve n' è qualche traccia nel toscano vernacolo e se in rari casi
gli scrittori possono anche rievocarli , antiquati e pesanti ; e un romanzo non
è proprio il luogo da do- verceli trovare. Il Manzoni non volle più se non
loro^ e talvolta essi ed esse. P. es., dove diceva : « anche quando eglino
stessi erano in gran parte la sua forza » (XXIV), corrèsse: anche quando loro
medesimi.... ; e dove aveva scritto : andar esse al convefito (III), essi non
mancavano di richiedere nei loro impegni V opera d' un tanto ausi- ^) Esempii
illusorii sarebbero questi due: « Quelli guardarono... la comitiva, e si
fermarono; altri che gli eran passati davanti volta- tisi al bisbiglio,
tornarono indietro, e facevan coda n (XV). " Anche questi santi son
curiosi... gli stanno più a cuore gli amori di due giovani... 11 (XXV). Son già
nella prima edizione, e lo^Zi del primo non significa alla comitiva o a quei
della comitiva , ma a Renzo, del quale è lungamente discorso nel periodo
precedente; e quel del secondo vuol dire al Cardinale. — 76 — liarlo (XIX),
lasciò immutato. Ma « la penna la tengono essi » (XIV) cambiò in la penna la
tengon loro. Cambia- mento , se non necessario , vantaggioso ; sennonché in
generale sarebbe stato preferibile che, riserbando il loro ai casi più enfatici
come quest' ultimo, o di dialogo fa- miliarissimo, adoprasse piuttosto essi
negli altri. Ponia- mo, nel luogo che qui abbiamo registrato per il primo, era
meglio « quando essi medesimi erano in gran parte la sua forza » . Anche di ei
, e' avrebbe potuto all' oc- correnza giovarsi, poiché é di uso vivo e' fanno e
sim. A ogni desso die di frego. I bravi dicevano scorgendo don Abbondio : «
Egli é desso ! » ; ora : È lui ! E don Rodrigo, aspettandoU dal ratto,
esclamava: « son dessi » (XI); ora invece: son loro. Non si può che plaudire;
con che però non ci precludiamo l'adito a ricorrer noi in casi estremi a cotah
voci che tramontano, applicando il proverbio che dice non esservi cattiva scopa
che una volta all'anno non venga fuori. Anche a qualche usato come plurale, che
gli era pia- ciuto troppo nella prima edizione, diede la caccia. Benché non ne
manchino esempii classici, é disusato e brutto, né forse senza l'abitudine al
francese quelques gii sarebbe riuscito tollerabile pur la prima volta. A paro
con codesti o ferri vecchi o ferri rotti volle metter questi^ quegli e altri
riferiti a persona di numero singolare , o eludendoli in altro modo o
surrogandovi questo^ quello, un altro. Ma alla sua falce sfuggiron tre luoghi:
E questi r Illustrissimo.... de Velasco (I), mentre quegli girava la chiave
nella toppa (II), che altri preten- desse d'aver ragione coìitro il suo sangue
(X). Sarà stato per distrazione, tanto più che nella seconda di queste frasi
non si tratta che del povero Renzo, e occupato in un'operazione tutt' altro che
sublime, il che remuove - 11 — ogni sospetto che ci fosse l' intenzione di
sollevare al- (luanto lo stile. Ma appunto basterebbe la distrazione stessa a
mostrare che vera ripugnanza a codeste forme non c'era, come non è giusto ci
sia. Han torto dall'un canto quei grammatici rigorosi, e capricciosi, che proi-
biscono quedo quello ecc. come nominativo personale ; e qui fece bene il
Manzoni a seguir l'uso parlato , che del resto non è di ieri poiché esempii
classici non ne mancano, e, dove avea fatto dire al bimbo Menico, per indicare
il padre Cristoforo, « quegli che accarezza sem- pre i ragazzi » , correggere:
« quello che ci accarezza sempre noi altri ragazzi ». Ma dall'altro canto ebbero
torto lui e gli altri che tentarono sbandire questi e sim. che sanno bensì di
letterario ma non di rancido, e gio- vano a mantenere una forma distinta per il
pronome personale, sia al nominativo, sia, checché vogliano altre pedanterie
grammaticali, all' obliquo. XVIII. Non è punto vero che il Manzoni mutasse poco
men che dappertutto il quale e sim. , che ormai sa di letterario, nel più
spiccio che , prediletto all' uso parlato. Spesso non fece tal mutazione , anzi
qualche volta fece l' inversa. Non occorre darne esempii ; sola- mente, per
riuscire a una prova a fortiori, raccoglieremo quelli del relativo più pesante
che si trovi in cima al periodo, al capoverso, al capitolo, dove parlando si
di- rebbe : e questo, e sim. ...un libro. Veduta la guai cosa... (Introduzione)
— // guai 'padre Cristoforo... (così comincia non solo l'alinea, ma pro- prio
il capitolo, il V) — e fece subito cenno al cappellano che uscisse; il guale
ubbidì (XXIII) — superiore? Il guale... (XXVI) — se vogliam credere al Tadino.
Il guale anche afferma... (^XXXII) — fra Cristoforo. Il quale... (XXXIII) — Era
proprio il padre Cristoforo. E poi punto e daccapo : La storia del — 78 —
quale... (XXXV) — ...come il sugo di tutta la storia. E punto e daccapo: La
quale, se non v'è dispiaciuta affatto... (XXXYIII). XIX. Più grosso errore fu
il dir che mutasse « sem- pre e poi sempre » l'interrogativo che o che cosa nel
familiare cosii. Di quei due primi ne lasciò tanti , che basta farne una
esemplificazione : Via, che vuol che si dica...? (I) — per non saper che fare
(I) — che e' entro io ? (I) • . . — non so che dire (II) — Che vuol ch'io
sappia... Che vuol ch'io faccia del suo latinorum ? (II) — Che ? che? che?
balbettò... (II) — Che? disse Lucia (II) — Che cosa sapevate ? (II) — E che
t'ha detto il padre ? (Ili) — che volete ch'io faccia? [Ili)— Che fate voi?
(IH) — Che dice di quel birbone? [Y)—Che vuoi ch'io dica...? che
gioverebbero... (V) — Che ne dite eh, dottore ? (V ) — Che volete ch'io vi dica
? (VI) — che pensi tu che ti dirà il pa- dre ? (VI) — Che è questo ? (Vili) —
che fate qui voi ? (Vili) — Che le hanno fatto ? (Vili) — Che è accaduto ?
(Vili) — che fate qui? (Vili) — Che? -Che? -Che? (Vili) — senza saper di che
(Vili) — Ma che sa il cuore ? (Vili) — Che poteva mai essere...? (IX) — che
cosa dovesse fare (X) — Che volete, bravo giovine? (XI) — Che fate qui? (XII) —
Che dirà il re? (XII) — che fate laggiù? (XII) — che c'entra lui ? (XIII) — non
so che vi dire (XVI) — Che ti fanno i bergamaschi! (XVII) — orlando non so che
cosa (XVIII) — che vuol che dicano? (XIX) — Cosa? cosa? che vuoi tu dire? (XIX)
— che c'è di nuovo? (XXI) — E poi, che farò domani ? che farò doman l'altro?
che farò dopo doman l'altro? (XXI) — che e' è d' allegro in questo maledetto
paese? (XXI) — E che hanno fatto (XXIII) — che cosa mai potesse essere tutto
quel rigirìo... (XXIII)— Mi rallegro di che? (XXIII)— Che so io, alle volte?
(XXIII) — Clie sarebbe la Chiesa? (XXIII) — che cosa predicate? di che siete
maestro? (XXV) — ecc. ~ 79 — L'ellittico cosa^ biasimato dai puristi perchè
estraneo all'uso classico, sebbene qualche esempio nei secoli an- dati se ne
trovi, è comune ai dialetti dell'Emilia e del- l'Italia superiore, nei quali
anzi è d' uso più costante che non nel toscano, dove si alterna con che e che
cosa, es- sendovi talvolta luogo ad una scelta che non è senza mo- tivo. Che il
Manzoni si attenesse alla stessa alternanza, non v'è a ridire, o al più in casi
particolari si può cre- dere che avrebbe fatto meglio a preferire il modo men
familiare. XX. Il parlar toscano, d'accordo con quel dell'alta talia , gli
avrebbe suggerito di scrivere a tutto pasto la Lucia , /' Agnese , la Perpetua
, ma ei se ne guardò bene. L'unica volta che seguisse il suggerimento, e fm
dalla prima edizione , fu , con bella opportunità , dove narrando l'infanzia di
Gertrude aveva scritto : Se qual- che volta la Gertrudina si lasciava andare a
qualche atto un po^ tracotante e imperioso (IX), e dove non sostituì che
trascorreva e arrogante. Più fedele fu invece all'altro uso, schiettamente to-
scano, di accompagnar con l'articolo i cognomi; ma non senza eccezioni.
Mantenne i versi di Torti (XXIX), nome a lui familiare; un eroe di Metastasio
(XXXVII); e sempre Ferrera e il bel periodo: Passano i cavalli di Wallenstein,
passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di
Brandehurgo, e poi i cavalli di Monte- cuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa
Altringer^ passa Fur- stenherg j passa Colloredo; passano i Croati, passa
Torquato Conti,....; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu
Vidtimo (XXX): dove alla simmetria e alla conci- tazione impaziente e quasi
canzonatoria di queir acca- vallamento frettoloso 1' articolo avrebbe nociuto.
S' ag- giunge per alcuni di codesti cognomi quel che è da con- — 80 — siderare
dì Ferrer , che cioè sono stranieri ; e per essi come per gì' italiani che vi
s'accompagnano, eh' ei son nomi storici, soliti a girare in certe formule senza
l'ar- ticolo {i cavalli di Montecuccoli....). Anche i Toscani dicon Garibaldi
senz'altro. Non insistiamo sulla frase: è cele- bre, poco meno del nome di
Wallenstein, quella sua sen- tenza... (XXVIIl), giacché qui è dubbio il valore
del di^ che potrebb' esser lo stesso che ha quando diciamo il nome di Roma per
il nome Roma. . Ma anche il podestà, che credeva saper la buona pronunzia
tedesca di quel nome per averlo sentito profferire spagnolescamente dal
castellano , lo chiama Vagliensteino (V). E nel XXXI l'autore parlando per
proprio conto lo nomina pure sen- z' articolo. Per alcuni puristi la necessità di
premetter questo ai cognomi è divenuta una vera fissazione , ma è que- stion
d'orecchio e di buon gusto che si risolve caso per caso. Contro all'uso
prettamente toscano sta la consue- tudine di tutta la rimanente Italia e di
tutta forse l'Eu- ropa; che in cose di tal natura è da guardare un poco anche
al consenso internazionale. Né poi lo stesso uso toscano, s'è accennato, é così
rigido come si pretende; e il Giusti soppresse all'occorrenza l'articolo sì
nelle sue Lettere e sì nella poesia, che essendo di genere fami- liare conta
pure per la prosa: Niccolini è spedito , Man- zoni è seppellito... Cos'era
Romagnosi? Si vede che, come la lingua letteraria ha avuto di Toscana il vezzo
del- l'articolo, bensì facendolo men rigoroso, e applicandolo soprattutto ai
cognomi di scrittori celebri, così viceversa la Toscana ha accolta dagli altri
paesi e dalla lettera- tura la possibilità del sopprimerlo; donde nasce una
certa libertà di cui si può usare, se non abusare. Vera con- travvenzione air
uso e letterario e toscano è invece il — 81 — non dar l'articolo al cognome
indicante una donna, co- me si fa nel gergo scolastico del Mezzogiorno; o il
pre- metterlo al nome di battesimo dell' uomo , come si fa generalmente ncll'
Italia settentrionale dicendo il Pietro e sim., nonostante ve ne sia qualche
esempiuccio antico. XXI. La grammatica più rigida rappresentò come un errore il
peggio e il meglio adoprati altrimenti che come neutri; laddove il toscano li
usa volentieri nei due ge- neri personali e quasi sempre invariati per entrambi
i numeri, ed i manzoniani più corrivi gli vanno appresso senza scrupolo. 11
Manzoni tenne la via di mezzo. Del modo più familiare s'era giovato nella prima
e seguitò a giovarsi nella seconda edizione (p. es. da peggio imbro- gli III,
de' meglio XI, XIV, delle peggio XII, la meglio XIII, delle meglio XIV, una
giornata peggio XV, piìi ne conosco p>eggio li trovo XVI, un'azione peggio
XXIV, alla peggio de' peggi XXV ecc.); ma non rinnegò il peggiore e migliore
che r uso letterario preferisce per tradizione , per sim- metria con maggiore^
per distinzione dal neutro, per la espressa differenza dei due numeri. Che qui
davvero bisogna guardarsi dalle due opposte esagerazioni , di smettere
interamente le forme in ore ( in fondo perchè estranee ormai ai più dei nostri
dialetti ), o di sbandire quelle altre ; le quali non solo hanno sempre fatto
ca- polino nei libri , ma per alcune locuzioni , come alla meglio^ aver la
peggio^ son divenute addirittura normali. Né è poi vero che tutto si riduca a
un' abusiva esten- sione delle voci neutrali , giacché, se peggio e meglio in
quanto neutri ( il meglio è che.... ) e in quanto avverbi {leggete meglio)
derivano da peius e melius, in quanto ma- schili o femminili derivano dai
nominativi peior e melior (come sarto da sartor] ; mentre peggiore ecc. é dai
casi obliqui peiorem peiore ecc. (come sartore da sartorem ecc). 6 — 82 —
Peggio e meglio fanno simmetria con quel maggio^ or da maior or da maius , che
fu usato dai nostri antichi e persiste nel nome d'una strada di Firenze ( Via
Maggio). E del resto, casi analoghi , se non identici, di avverbii usati
aggettivamente non mancherebbero alla lingua, che dice i più degli nomini, le
pili volte. Così la glottologia e la grammatica storica, spazzando certi
pregiudizii eti- mologici che diedero aiuto ad una grammatica letteraria troppo
schifiltosa , ligia a criteri astratti , riescono là stesso dove [un buon gusto
discreto conduce , cioè ad ammettere che si adoperino all'occorrenza or le une
or le altre forme secondo le ragioni dello stile. XXII. Raccogliamo qui un po'
promiscuamente pa- recchi casi in cui il Manzoni ritenne voci o usi speciali di
voci , che sanno molto di letterario e di cui oggi la parlata toscana fa
volentieri a meno. P. es.: « è quel- l'avere a cui confidare un segreto (XI) *)
— dei travagli in che mettono ( 1 ) — quello di che tu sospetti è vero (VII) —
quattro gran chiodi con che diceva di voler at- taccare il vicario (XIII)—
della di lei assenza (XXXIII)— la di lui famiglia (XXXI; prima diceva : la famiglia
di lui) — in alcun conto (1) — altrettali cose (XI) — alquanti giorni (XXXIII)—
cow dipintavi {XXlll)—indi rispondendo (XXIV) — onde, per iscansar la forca, si
fece frate (XVIII) — o)ide applicarvelo tutto [l'animo] (XXI) ^)— ond'è che
(V)— J) Qui la cosa ebbe evidentemente la sua ragione estetica, giacché tutto
il periodo vuol avere un'aria ironicamente patetica e solenne. Sta esso in cima
al discorso in cui è spiegato perchè il segreto non sia mai mantenuto da
nessuno rigorosamente, e suona così: «Una delle più gran consolazioni di questa
vita è l'amicizia: e una delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui
confidare un segreto ». 2) È il solo caso, mi pare, in cui abbia lasciato Vonde
con Tin- finito, che in tutti gli altri, non infrequenti , in cui 1' aveva
usato nellajprima edizione, mutò in per o poco diversamente. — 83 — Oììd(\
ritirata placidamente la mano dagli artigli del gen- tiluomo (VI) — 0/irff,
così per venire in chiaro ecc. (XV) — uno de' poggi ond'è sparsa... (V) ».
Anche donde non di rado: « donde non si poteva » (Vili), benché le più volte
sia mutato in di dove: « di dove si viene a quest'ora? (Vili) — scese di dove
era salito» (XXXIII; e prima di- ceva: per donde). E così frequentissimo il vk
« vi balzò prima di lui » (II) , benché spesso sia stato mutato in ci. Non rado
Vivi (I, IX ecc.) e il quivi (V ecc.). Tuttavia per ' ancora ' (Introduzione,
e. I ecc.); per uti istante (due volte nel X); oltremodo (XVI, XVII, ecc.),
benché una volta mutato in un alV eccesso (IX) , di cui in verità si poteva far
a meno; tosto (non lo discerna tosto^ I) benché le pili volte mutato in subito^
in questa^ arrivò ecc. (Ili); allorché (IX); fanno torto altrui (II); perocché
(IV): unico avanzo, se non erriamo, in tutto il libro, della dinastia decaduta
dei perocché^ perciocché^ imperocché^ conciossia- ché^ ecc.; p^er avventura
(XXXIII, XXXIV); entrambi (I); rendette (XI), solitamente mutato in rese ;
forestiero di quel di Bergamo (XXXIII), ma in un luogo un po' sati- rico , come
ben nota il Morandi; doveva io (HI), io mi faceva (XVII), mentre di solito
dovevo, ecc. Lasciò immutati dessi e stessi^), che come forme piìi antiche
(difatto son le genuine derivazioni delle latine dedissem e stetissem) rimangon
salde contro ai neologismi dassi e stassi , foggiati sull' analogia di amassi e
sim. Lasciò gl'imperativi va (VII, XV), sta (XV), fa (XXI) ecc., non mutandoli
in vai, stai, fai ecc., come oggi dicono i Toscani che han volte a imperativi
queste seconde per- sone dell'indicativo presente (eccettoché in vattene e
sim.). 1) NeìV Appendice alla Relazione ecc. osò: a che gli dassero nel-
l'unghie )). — 84 — Né cambiò mai divenire in quel doventare che è il pre-
diletto dell'odierno toscano e in scrittori toscani dal Pas- savanti al Giusti
è più d'una volta apparso. Viceversa anzi, certi che erano o parevano toscane-
simi della prima edizione , non gli sonaron bene nella seconda. Aveva scritto:
« Se quel buon religioso eh' è lì » (IX) , e corrèsse : se quel buon religioso
lì. E pari- menti : « vedere la mia figlia » (X) mutò in vedere mia figlia ; «
Non fo di questi lavori » (Ili) in no7i fo di que- ste cose. E se qualche volta
mutò figlio in figliuolo (p. es. ho moglie e figliuoli, in fine del XVI) ,
innumerevoli volte fece la mutazione inversa: p. es. era essa V ultima figlia
(IX), figli no (XIV) ^). Il che importa molto se si consideri che la prevalenza
di figliuolo nel toscano ~) indusse più d'uno, anche tra studiosi di lingua non
de- voti alla dottrina manzoniana, a considerar figlio come antiquato e quasi
da mettersi alla pari di frate e suora in senso di fratello e sorella ! Aveva
scritto nel IX: « Gertrude.... che nello stato in cui si trovava avrebbe avuto
di grazia che [i servi] le facessero qualche dimostrazione di benevolenza.... »
; il qual aver di grazia è del milanese e non è ignoto al toscano. Questo però
dice più sohtamente aver dicatto 0 dicatti, usati 1' uno dal Fortiguerri , 1'
altro assai dal Fagiuoh : locuzione poco nota fuor di Toscana e, come di non
chiara origine e senza compagnia di vocaboli evidentemente affini , poco
perspicua di per sé. Se al Manzoni fu suggerita non sappiamo; ma se fu, ei
resi- 1) Sembra che per quest'ultimo luogo si ripentisse, poiché in ri- stampe
delia redazione del '40 ritroviamo figliuoli no-, ma è un caso speciale. 2)
Essa è innegabile, e cfr. i Sinonimi del Tommaseo. - 85 — stette alla
tentazione di surrogarla all' altro modo che e più evidente, e lasciò il luogo
iniiiiutato. XXIil. Del costrutto toscano 7ioi si fa per noi faccia- mo q sim.,
così scusso scusso, non fece mai uso; e di costrutti che a quello in fondo si
riducano usò con grandissima parsimonia. Tre volte ce n' era traccia nella
prima edizione : anche noi bisogna ubbidire (XV), Se non si facesse quello che
ci vien comandalo staremmo freschi (XV) , che pareva che si stesse tutti al
mondo per sua degnazione (XXXVlll). Nella seconda aggiunse : tutti si può
mancare (XIX), Ma se fossimo riusciti ad annoiarvi credete che non s' è fatto
apposta (XXXVlll). Esempii il- lusorii possono essere quelli che ci offrirebbe
un luogo del II: Non si ricorda che s'è fissato per oggi?... 7ion s' è sbrigato
ogni cosa ? Non s'è fatto tutto quel che s'aveva a fare ? ; dove il costrutto,
che è già nella prima edizione, può essere schiettamente passivo, adoperabile
anche da chi ignorasse l' idiotismo sintattico di cui ci occupiamo. Al quale è
strettamente affine quel ci si vuol bene per ci vogliamo berte e sim., di cui
qualcuno oggi usa ed abu- sa, ma che in tutto il Romanzo, se non erriamo, non
si trova mai. XXIV. Dei costrutti pleonastici, frequentissimi nel to- scano
parlato come in ogni altro dialetto , si servì nel dialogo, particolarmente
sulle labbra di personaggi umili: « A me nou me ne vien nulla in tasca (I), a
chi sa mo- strare i denti gli si porta rispetto (I), che le simili non le avete
mai mangiate (VII) — e un dottore al quale io gli dissi che dunque ecc. , XIV —
Cosa w' importa a me.... ? XV — A me mi par di sì, XVI — Il vostro signor
vicario, che non r ho mai visto né conosciuto, XVII — E a me che mi fanno
trottare, XXIII — e che al Signore gli piace che un giovine tratti così, XXXVI
» . Né se ne — 86 — astenne del tutto parlando per conto proprio: a ma al
portatore gli si faceva largo, XII— A Renzo infatti quel pensiero gli era
venuto, XII— A Fedro, nel passare..., gli tornò in petto il cuore antico , XIII
— in un cortiletto dove e' eran molti preti, XXII— Sono cose che chi cono- sce
la storia le deve sapere, XXIV — al letterato suddetto non gli riesce sempre di
dire ecc., XXVII » . Anche que- sti altri son quasi tutti giustificati dal
ritmo della frase, e al pili nel secondo e nel quarto si può non ricono- scervi
la stretta convenienza. Ad ogni modo , si tratta d'uso, non di profusione.
Assai piÌA largheggiò in quei costrutti ove un sog- getto plurale, preceduto o
no da un di partitivo, è ac- compagnato dal verbo al singolare, preceduto o no
da un ne partitivo. Sono idiotismi ben proprii della nostra lingua , e servono
a dar naturalezza alle parole che si attribuiscono ai personaggi , ed a render
anche all' oc- correnza più chiare, più spigliate e, se n'è il caso, più
satiriche, le parole dette dall' autore in proprio nome. Pure , egli v' ebbe
una predilezione soverchia , da dar quasi a credere che volesse far dispetto ai
grammatici, che nelle loro persecuzioni dimenticarono le convenienze dello
stile e l'esempio stesso dei classici. Il piacere della ribellione avrebbe
operato in lui come in queUi che pri- ma del 1860 mettevan su il pizzo e la
barba, anche quando alle loro facce non diceva , per il gusto di di- sobbedire
ai divieti delle polizie. Ecco un po' di enu- merazione : può nascer di gran
cose (II), c'è degli imbrogli (II), E poi non ci sarà più altri impedimenti?
(II), c'è ^ene a questo mondo do' birboni ecc. (11), che ce n'è di diritti
assai (V), Ammalati non ce n'è (Vili), c'è di quelli (XIll), Ce n'è anche — S7
- (jul de' poeti: già ne nasce de' poeti per lutto (XIV), se ne deve sinetlor
dell'usanze! (XIV), e' è degli ingordi indiscreti (XIV), ascoltatori... non ne
mancava (XIV), Maìica osterie in Milano? [dice Toste irritato] (XV), Ma c'era
de' guai, i^ev amor della cappa nera! [dice l'autore descrivendo con una certa
compiacenza gl'imbarazzi del notaio criminale] (XV) , Non e' è osterie...?
(XVII), De curati ce n'è per tutto (XVII ), A noi non si fa di codeste domande
(XX), Là soldati non ne verrà certamente (XXIX)... che pur troppo ce n'è in
giro parecchi (ibid.) , Già quelli delle terre... eran partiti dal castello ; e
ogni giorno ne partiva (XXX), Disperati... non 7ie mancherà (XXXIII), Ci vuol
degli uomini fatti apposta (XXXIII), C'è c?t(e panche (XXXVII), Eh! di queste e
delle meglio ce n'è per tutto! [così i critici di Lucia] (XXXVIII) ed ancora:
c'era de' bravi (I) , Quante ce 7ie poteva stare (VII) , Fatti però non ce ne
fu altri (Vili), prove non ce n'è, quando ce ne fosse (XI), da dove ce ne
potesse essere di sopr abbon- danti (XII), per tutto c'è degli aizzatori (XIXj,
Era ben un'al- tra cosa quelle galanterie che ti hanno fatte ecc. (XVII), che
finalmente in questo mondo non c'era soltanto i per- sonaggi che facevan per
lui (XIX), diede ordine che tanti se ne contasse (XXIIÌ , Né lettere né
imbasciate da parte di lui non ne veniva (XXIV), tra le poche ce n'era per
disgra- zia molte delle storte (XXV) , delle quali ce n'era sempre più 0 meno
(XXVI), c'era soltanto alcuni (XXXI), E di tali tristi fiammate se ne faceva di
continuo (XXXIV). Non istiamo a discutere caso per caso, che é facile sce-
verare quelli in cui si poteva senza danno della scor- revolezza attenersi al
costrutto più grammaticale , scri- vendo per es. : « tra le poche ce n' erano
molte delle storte (XXV), diede ordine che tanti se ne coniassero (XXII) » ecc.
D'altro lato, il male più che nel caso sin- golo sta nella frequenza; come non
è ciascun granellino di pepe che fa troppo forte V intingolo ma il loro nu-
mero. XXV. Un quissimile è da dir di quelli che si chiamano grecamente
anacoluti i), ossia di quelle deviazioni che si fanno nel meglio d'una frase
invece di continuare nel- l'ordine sintattico iniziato ; che non son da
confondere con le reticenze e le spezzature fatte per concitazione passionata.
Ne abbiamo qui parecchi messi in bocca alle persone, alle umili specialmente:
polpette, che le simili non le avete mai mangiale (VII) — Lei sa che noi altre
monache, ci piace di sentir le storie per minuto (IX) — cose che le più gran
dame, nelle loro sale, non c'eran potute arrivare [X) -) — • pane , ne avrete
(XII) — questo signor dottore... pareva che gli dicessi delle XJazzie! (XIV) —
-facce che... i Giudei della Via Crucis non ci son per nulla (XVI) — un
religioso, che, senza farvi torto, vai più un pelo della sua barba che tutta la
vostra (XVII) — noi che ci tocca (XIX) — perchè questo signore, Dio gli ha
toccato il cuore (XXIV) — quel poverino , se non avesse avuto la disgrazia di
pensare a me, non gli sarebbe acca- duto... (XXVI) — Que' quattro che quel
poverino avea messi da parte, è venuta la giustizia, e ha spazzato ogni cosa
(XXVI) — • non sapete che i soldati è il loro mestiere di prender le
fortezze...? (XXX) — Se quelli che restano non metton giu- dizio questa volta ,
e scacciar tutti i grilli . . . (XXXIII) — • Chi può arrivare a dire: sto
meglio; quella sì è una belLi parola! (ib.) — Trovarla la troverò... (ib.) —
quel birbone che, se non fosse stato lui. Lucia sarebbe mia, da venti mesi...
(XXXV) — Quelli che moiono , bisogna pregare Iddio per ^) Tò àvaxóXouD-ov, cioè
: rinconseguente. 2; Son pur parole della vecchia cameriera, benché riferite in
modo indiretto. — 89 — toro, e sperare che amleraiino ecc. (XXXVI) — certi
sogget- ti, che, figliuoli miei, non ce /?r li])LM';ivaniopiù.... (XXXVIII) — E
lei, signora, non hanno principialo a ronzarle intorno de' mosconi? (XXXVIII) —
questa madonnina infilzata, che si sarehhe creduto far peccato a guardarsene...
(XXXVIII). Tutti questi anacoluti — meno forse il noi che ci tocca del conte
zio, che avrebbe ben potuto scomodarsi , il gran politico, a dire noi a cui
tocca! — sono d'un bell'effetto drammatico. Ecco ora quelli che l'autore mette
nelle pro- prie parole: Ma don Rodrigo, ch'era in causa propria, e che,
credendo di far quietamente un gran colpo , gli era andato fallito con fracasso
(XI) — Gì' incettatori di grano..., l possessori di terre..., i fornai , tutti
coloro insomma che ne avessero 0 poco 0 assai.., a questi si dava la colpa
della penuria.., questi erano il bersaglio ecc. (XII) — tutti coloro che gli
pizzicavan le mani di far qualche beli' impresa (XII) — ma questa è una di
quelle sottigliezze.., che una moltitu- dine non ci arriva (III) — Ma i primi
che avevano voluto provar di resistergli, la gli era andata così male (XIX) — •
non ce ne fu uno che non gli se n'attaccasse (XXIV) — ma non trovavan gusto a
piangere... sur una cosa che non c'era rimedio (XXX) — una donna, il cui
aspetto annuziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva
una bellezza velata ecc. (XXXIV) — Cosa, di cui non solo rimase avvilito sul
momento ; ma sempre poi quella rimembranza importuna gli guastava la
compiacenza del grand'onore ri- cevuto (XXIV) — andar esse al convento, non se ne
senti- vano il coraggio (III) — un pane di quelli, c/ie Renzo non era solito
mangiarne (XI) — cosa che Lucia , solamente a ^ pensarci, si sentiva venire il
viso rosso (XXIV). fc Or alcuni di questa seconda serie sono più o meno
Racconci, altri tollerabih, ma qualche altro si poteva prò- I - 90 -^ prio
evitare , in ispecie dal terzo al settimo. Nessuno stento vi sarebbe stato a
dire tutti coloro a cui pizzi- cavan le mani o che si sentivan pizzicar le
mani; ma questa è una di quelle sottigliezze a cui una moltitudine noìi arriva]
ma ai primi che avevan voluto provar di re- sistergli Fera andata così male;
non ce ne fu uno a cui non se n' attaccasse ; ma non trovavan gusto a piangere
sur una cosa senza rimedio ecc. Vi fu tempo in cui Tana- coluto era proscritto
senza remissione , né sarebbe ser- vito obiettare: — Ma in questo luogo, se
s'ha a dar alla proposizione il giro rigorosamente grammaticale , si va troppo
per le lunghe, si scapita nell'efficacia e nella na- turalezza. Che, se
nell'apostrofe appassionata d'un con- tadino non ci si consente di fargli dire:
un religioso^ che, senza farvi torto , vai piti un pelo della sua barba che
tutta la vostra^ e per forza dobbiamo scrivere: un reli- gioso, un pelo della
barba del quale^ o un pelo della cui barba. ...^ ci si costringe a metter in
contradizione un pen- siero ingenuo e semiserio con una maniera d'esprimerlo
riflessa e grave! 0 che forse i nostri classici del buon tempo, da Dante al
Machiavelli, per non dire al Gellini, schifarono così gli anacoluti? 0 i prosatori
greci, che tanto si celebrano, non ne riboccano? — Sennonché ora alcuni per
reazione si son dati a sgrammaticare a tutto pasto, facendosi sordi anch' essi
ad altre considerazioni di non minor peso. I prosatori latini, alla cui scuola
la nostra prosa s' é formata , si attennero a una sintassi molto meno libera
della greca. E dopo il cinquecento^ nel farsi di toscana italiana, la prosa
nostra, staccatasi dall'uso vivo d'una città o regione, s'è dovuta di neces-
sità render più austera, cercando nelle norme logiche di sintassi quella
sicurezza che a chi possiede un uso vi- vente è data dalla conoscenza
istintiva. Oggi il fatto è — \)\ — compiuto, 0 non si può disfare interamente.
Le altre let- terature moderne poi, con le quali la prosa italiana non può non
affiatarsi , sono , non esclusa la francesce, un po' più libere bensì di quella
forma compassata che pre- valse in Italia negli ultimi secoli, ma non così
sconfina- tamente spensierate come quella dei greci o del Cellini. Quindi nasce
che noi possiamo deviare dalla sintassi nor- male solamente quando con ciò
evitiamo uno stento o una stonatura od otteniamo una vera bellezza di stile :
possiamo andar per i viottoli quando la strada maestra è troppo lunga o
incomoda , saltare dove col semplice passo non arriveremmo. Di più, la
scorciatoia o l'andar dinoccolato degl' idiotismi e degU anacoluti accresce di
certo la vivacità e la naturalezza ; ma non è a dimen- ticare che non sempre la
vivacità è richiesta dal discorso che sì fa, anzi può divenir essa alla sua
volta una sto- natura, e che, in un lettore e in uno scrittore letteraria-
mente ben educati , il rispetto alla sintassi ordinaria è pur esso una cosa
naturale ^). Il rispetto non dev'esser 1) Ben disse a simil proposito T Ascoli
(Archivio Glottologico 1, XX seg., XXIV): ((... se il sussiego è una gran
brutta cosa quand'è un' affettazione, può air incontro avvenire... che il
colloquio segua in tali condizioni , nelle quali il mancare di gravità o di
sussiego 0 di serio colore, costituisca egli, alla sua volta, una vera affetta-
zione... Nessuno vorrebbe di certo che un ministro dicesse in par- lamento:
'l'Inghilterra arriccia il naso'; oppure: 'noi in queste cose di Turchia non ci
si ficca il naso '; come ognun sente che fra due scienziati è modo più naturale
, anche nel discorso casalingo : ' vi si determina un piccolo vano ' che non :
' ci si viene a formare un bucolino '. Nel primo caso, è la solennità della
conversazione che esige forme più elette; nel secondo, il modo più eletto
deriva, quando pur non sia necessariamente richiesto, dall'abito di una mente,
il cui lavoro è più complesso, e insieme più facile e sicuro, che non sia di
solito il lavoro mentale di chi si esprime nel modo più pede- — 92 - servilità,
ecco tutto. E il Manzoni la intese cosi, giac- ché di rado trascorse in
anacoluti di dubbia opportunità, e, se mai, errò nel giudizio di questa ^).
Mentre alcuni suoi seguaci si son dati a credere che 1' eccezione do- vesse
diventar regola, e le anomalie di sintassi sieno di per sé una bellezza a prescinder
dal contesto e dalle giustificazioni ad esso particolari; a segno che han fatto
parlare un re come una donnicciuola o come un gioca- tore da osteria.
Sorvoliamo su certe lievi e felici libertà di sintassi, che nessuna critica
biasimerebbe, come : « se quel buon re- ligioso lì ottiene di mettervi nelle
sue mani , e che lei v'accetti » (IX) — « Lui, voltatosi a uno di quelli, gli
do- mandò dove fosse il cardinale ; e che voleva parlargli » (XXII) — « d' un
caso terribile che il messo non sapeva né circostanziare né spiegare; e lei non
aveva a che at- taccarsi per ispiegar/o da sé » (XXIV) — « Comandargli che
partisse in quel momento dalla sua villa ; già non avrebbe ubbidito; e
quand'anche avesse, era un cedere il campo...» (XIX). Piuttosto, dov'è scritto
: « e con questi affetti [pietà ecc.] chi sa quanto ci potesse essere o non
essere di quell'altro [l'amore] che dietro ad essi s'introduce così facilmente
negU animi; figuriamoci cosa farà in queUi; stre: questo è d'aritmetica
elementare , quello incomincia ad essere algebrico...». E se uno straniero
esperto delle cose nostre sentisse che per alcuni « par che 1' Italia non debba
r' sorgere se non al sacro grido di Noi si doventa omini , egli direbbe che
questo è un bell'avviamento ad evirarsi ». ^) Anche il noi si fa e sim. è in
fondo un anacoluto, e s'è visto con quanta discrezione vi ricorresse. In tutte
codeste lil)ertà andò un pochino più oltre negli scritti posteriori , benché il
soggetto avrebbe richiesto il contrario; ma, se passò alquanto i limiti, non
mostrò mai di credere che limiti non ci abbiano ad essere. — 93 — donde si
totli dì scacciarlo per forza » (XXVII), la spez- zatura può parer soverchia e
far desiderare che, messa una virgola in cambio del punto e virgola, avesse
con- tinuato e figuriamoci dunque, o alcun che di simile; tanto più che si
tratta d'un'acuta osservazione psicologica, a cui la forma raziocinativa non
istà punto male. Così poco dopo, là dove ora dice: « la quale poi nel resto la
trat- tava con gran dolcezza; e anche in questo, si vedeva una buona intenzione
», non c'è bisogno d'aver la pedanteria della famosa dama di cui ciò è narrato,
per preferire Ve anche in questo mostrava della prima edizione, o un ave- va,
un era mossa da, o com'altro si voglia. Inoltre , in questa coppia di periodi:
« I tre rimasti erano stati qual- che tempo in silenzio ; Lucia preparando
tristamente il desinare; Renzo sul punto d'andarsene... ; Agnese tutta intenta,
in apparenza, all' aspo che faceva girare. Ma, in realtà, stava maturando un progetto
» (VI); la mancan- za di un soggetto esplicito nel secondo periodo dà luogo a
una certa sconnessione. Dovrebbe dire : Ma questa sta- va, in realtà, maturando
ecc., o : Ma essa, in realtà, sta- va maturando ecc., ovvero, senza divisione
di periodi : ma, in realtà, intenta a maturare ecc. Nella prima edi- zione
diceva: « Ma nel vero ella stava maturando una pensata »; e per la presenza
d'un soggetto, non certo per altro, sguisciava meglio. Un non so che di manche-
vole si sente pure nell' attacco di questi due periodi : « Era essa l'ultima
figlia del principe***, gran gentiluo- mo milanese, che poteva contarsi tra i
più doviziosi della città. Ma l'alta opinione che aveva del suo titolo gli fa-
ceva parer le sue sostanze appena sufficienti... » (IX). Infine, dove dell'
Innominato avea scritto che « sorreg- gendo il braccio di Lucia,raiutò ad
entrarvi [nella lettiga], poi la buona donna » (XXIV), dopo quel ])oi , che
riesce — 94 - troppo asciutto, si vorrebbe che ci avesse aggiunto qual- che
cosa. Ma son minuzie, se anche non vi fosse kiogo a difesa. XXVI. Più d'uno
forse preferirebbe il congiuntivo in queste frasi : « c'è mancato poco che non
m'hai messo sottosopra l'osteria » (XV) — « affinchè il suo linguag- gio
potesse far credere che la spedizione veniva da quella parte » (Vili) — «
andava pensando che diavolo d'arme- ria poteva esser nascosta sotto » ecc.
(XXIII) — « e si supponeva che il vigore. . . essi lo dovevano avere » (XXXI)—
ecc. Non mutazioni di criterio, ma apphcazioni diverse di questo, fatte consultando
megUo l'orecchio, sono da rav- visare in certe correzioncelle sintattiche.
Poniamo, in en- trambe le redazioni si valse dei due costrutti come aver dato
2^rove ed aver date prove-, ma nella seconda ora mutò l'uno nell'altro, ora
viceversa. Dove avea scritto : « ho avuta la consolazione di veder mia figlia
trattata da par sua » (X\ sostituì avuto per iscemare il numero delle pa- role
terminanti in a; come per isfollare gl'i mutò 1' « a- vrebbe irritati i molti
violenti » (XIII) in avrebbe irritato. In un altro luogo par di fiutare
un'intenzione più pro- fonda, ed è dove il conte zio diceva di Renzo : « quello
che... scappò... dopo aver fatte, in quel terribile giorno di S. Martino,
cose... cose... » (XIX), ora dice: « dopo aver fatto, in quella terribile
giornata di san Martino, cose... cose...)). Colui non sapeva che diamine Renzo
aves- se commesso, ed è più naturale che dica fatto, generi- camente, e pigli
tempo a pensare un complemento qua- lunque , un defitto di qualsivogfia sesso o
numero da imputargli. Uso promiscuo v'è pure, in entrambe le redazioni, dei due
costrutti ha voluto venire ed è voluto venire. Non di - 95 - rado surrogò il
secondo, che ha più sapor toscano, al primo, che è più comune; ma dell'aver
corretto o del- l'aver lasciato stare non è facile assegnare una ragione. La si
vede in qualche caso dove, mutando il primo nel secondo, ne sarebbe risultata
una frase con due volte essere , come in « avrebbe voluto esser fuori » (XXIV),
« questi avrebber dovuto essere » (IV). E a proposito di ausiliarii, un
costrutto ormai ostico al toscano e alla lingua letteraria è quello per cui
Dante potè dire : Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi S' area ìnessi dinanzi
dalla fronte; e il Manzoni aveva adoperato e ritenne Vessere. Sennon- ché nella
desinenza del participio 1' uso toscano oscilla tra la concordanza con
l'oggetto e quella col soggetto; ond'è che mentre nelle edizioni del '27 e del
'40 aveva detto di Agnese : « dopo essersi cacciate le mani nei capelli »
(XXIV) , in qualche ristampa ritoccò : « dopo essersi cacciata le mani.... ».
Promiscuamente in tutt' e due le edizioni adoprò gli si 0 se gli^ ma fece le
solite correzioni inverse. Diceva: se gli fece accanto^ se gli volse (II,
XXIII), e anche adesso dice se gli accostò^ se gli voltò-, e dove diceva
andandogli innanzi (VI), gittandosi (VII) ecc., ora dice presentando- segli,
buttandosegli ecc.; ma pure un accostarsegli (XXIII) è mutato in accostarglisi^
un se gli farebbe (XV) in gli si farebbe ecc. Lo stesso dicasi del doppio modo
di formare il super- lativo relativo con l'aggettivo posposto, cioè del
ripetere avanti a quest'ultimo l'articolo determinato o del sottin- tenderlo.
Poiché il francese lo ripete {V homme le plus aimable), il primo dei due modi è
gabellato per france- — 96 — sismo, ma ce ne sono cospicui esempii classici, e
c'è di vero soltanto questo: che l'italiano predilige l'omissione
dell'articolo, ed a replicarlo s'induce quando vuol otte- nere un maggior
rilievo. Comunque, il Manzoni ci dà: « nel canto il più lontano dall'uscio »
(XXI), « Z'uomo il più felice di questo mondo » (XXIII), « i^e//' epoca la più
clamorosa e la più notabile della storia moderna » (XXVIII), «/'alloggio il più
decente che potesse » (XXXVII). Ma dove prima aveva scritto : « agli uomini i
più quieti » (II), dopo ne tolse Vi. Nel e. I mutò Volto d'aprile^ che prima
aveva scritto, in otto aprile^ e così altrove; mentre nel e. XXXII lasciò
com'era prima, il 4 di maggio., V undici di giugno., il à di luglio , e nel XXX
cambiò del 21 maggio in del 21 di maggio. Sembra che il criterio definitivo sia
stato di sop- primere il di avanti al mese quando vi sussegue il ge- nitivo del
millesimo, e lasciarcelo o mettercelo quando il mese è solo: il 5 giugno delV
anno 1593 (I), il 4 di maggio. Non v'è però nulla d'assoluto, giacché p. es.
nel e. I, dove diceva: nell'anno seguente^ ai 12 d'aprile, mutò così:... il 12
aprile. Sembra anche che spazzasse ogni maiuscola che gli fosse sfuggita nei
nomi dei mesi. Sul millesimo v'è un' altra cosa a notare. In questo periodo del
XXXII: « .... in Palermo, del 1526; in Gi- nevra, del 1530, poi del 1545, poi
ancora del 1574; in Casal Monferrato, del 1536; in Padova, del 1555; in To-
rino, del 1599 e di nuovo, in quel medesim'anno 1630, furon processati.... »,
e' è una sfilata di genitivi tem- porali,^che , sebbene non ignoti alla lingua
scritta (del resto diciamo di giorno, d'estate e sim. , che è come il germe
dell'altro costrutto), sanno oggi di francese e d'ita- liano^settentrionale. L'
autore vi ricorse probabilmente per evitare il monotono parallelismo dei nel
premessi — 97 — all'anno cogli hi delle città (p. es. In Palermo nd 152G), 0
quello di in con il (p. es. in Palermo il 152G). Nella prima edizione adoprò di
solito al di là (VII! ecc.), al di qua (XXIII ecc.), al di sopra (XX ecc.), al
di sotto (IX ecc.), e simili altri modi biasimati dai puristi più rigidi. E
nella seconda ce li lasciò , come ci lasciò , al contrario, anche un di là
dall' Adda (XVII) e un di là dalla Chiesa (XXXVI). Ma un al di fuori lo ridusse
a di fuori (XIX); e a un « a destra e a sinistra del ca^ pezzale » (XV)
sostituì di qua e di là del capezzale. Usò quasi sempre far di meno^ ma un «
non 'possiamo di meno di non fermarci » (XXII) lo mutò in « non pos- si am far
a meno di non fermarci » : certo per evitare la successione di due di. Un fatto
curioso è il seguente. Nella Introduzione aveva scritto : « non essendosi
presentato alcun perchè ragio- nevole », e vi sostituì alcuna obiezione ma
senza volgere al femminile il participio; sicché si legge: <( non essen-
dosi presentato alcuna ohiezion ragionevole ». Sembra bensì che una tal
dissonanza non sia del tutto ignota al toscano parlato, che il Giuliani scrisse
aver udito nella montagna pistoiese: è venuto V usanza ^), e anche nel No-
vellino par che si abbia: venuto la sera; e nel Firenzuola (voi. I dell'ediz.
Le Monnier, pag. 311 e 320) si legge: « esso Iddio , al quale per somma laude è
attribuito la semplicità », ed « e così messo la Vedova dall'un dei lati ». Ma
in tutti codesti casi non e' è , si badi , il pronome riflessivo; né è poi
presumibile che il Manzoni volesse, e giusto nell'Introduzione, dar il passo a
un modo così 1) Lettere sul vivente linguaggio di Toscana, LXI. Anche la lingua
portoghese dice: é necessario milita prudencia, mentre poi direbbe: em todo Est
a do é necessaria urna religion. — 98 — pedestre e insolito. Si tratterà d' una
svista, per quanto debba pur fare specie che vi persistesse in tutte le ri-
stampe. A un « levamiti dinanzi » (VI) troviam sostituito un escimi di tra piedi
; a un « sempre tra' piedi » (XIV) un sempre tra piedi. Qui era indispensabile
tra i o tra^ (cfr. di tra le spalle XXIV); e si direbbe che il Manzoni,
sentendo da bocca toscana il modo con 1' articolo non esplicito , non badasse
che la traccia dell' articolo sta nella pronunzia scempia della consonante
iniziale del nome, mentre tra piedi suona effettivamente trappiedi: distinzione
che a un Lombardo non è naturale. Tuttavia avendosi altrove tra' piedi (XXIV,
XXIX, XXXIV) e tra' denti (XV, XVI, XXVIII, XXXIl), c'è da creder piuttosto a
un errore di stampa. Nella prima edizione c'era sigfior lasci-fare-a-me (XI), e
a questo modo andava; nella seconda, volendo farne tutt'una parola, non avrebbe
dovuto scrivere lascifareame, ma lascifareamme. Dove aveva posto « l'uomo...
nofi era aliente meno che il capo dei bravi », avrebbe dovuto subito sopprimere
quel non, messoci forse per vana paura di cader trala- sciandolo in un
lombardismo (i Lombardi dicono ho fatto niente e sim., ma questo era un caso
speciale); sennon- ché la soppressione ebbe luogo neh' edizione diamante del
'68. XXVII. Il parlar toscano tronca assai spesso le vocali finali entro la
frase, come le tronca spesso la poesia, e la stessa prosa non ne rifugge.
Queste tre forme però vi procedono con criterio alquanto diverso: che la con-
versazione bada più alla scorrevolezza dei suoni e all'cn- lasi logica ; la
poesia provvede soprattutto al bisogno del metro ed a certi effetti fantastici,
come pure si giova — go- di una maggior libertà; e la prosa, che in massima è
la più parca di troncamenti, quando vi si risolve ha intenti più simili a
quelli della conversazione, ma talora ne ha di somiglianti ai poetici, ed ha
molta cura della chiarezza e non dimentica di appagare un poco anche l'occhio.
Il Manzoni nel libro riformato introdusse molti nuovi tron- camenti,
attenendosi di più al toscano parlato; e di re- gola vi riuscì felicemente. Ma
in parecchi luoghi è lecito dubitare se interpretasse bene 1' uso toscano , il
che gli era reso diffìcile dai molti e normali troncamenti del suo nativo
lombardo; o se ad ogni modo facesse la debita parte alle ragioni propriamente
letterarie. Un tal dubbio p. es. ci viene ai seguenti passi : « alcuna ohiezion
ragionevole » (Introduz.), « un leggier turbamento » (IV), « signor dottor
riverito » (V), « da buon cristiani » (VI), « dal giardin pub- blico » (X), «
una esacerbazione di un mal cronico » (XII), « il mio dehol parere » (XIV), a
era wri'pensier poco allegro » (XVI), «Ma Vostra Magnificenza sa ben che una
parte del nostro ufizio » (XIX), « quello d'uom dotto » (XXII), ecc. Così, neir
Introduzione, quel 5' intromette a rifar l'opera altrui è un troppo bello
endecasillabo, che mantenendo rifare si sarebbe evitato. Un'elisione usuale
nella poesia e nella parlata è quella dell' articolo plurale femminile , la
quale è invece poco men che proscritta dalla prosa per ciò che annulla la
distinzione dal singolare. Il Manzoni non v'ebbe ritegno fin dalla prima
edizione {dell'acque^ I), e tanto più nella seconda. Ebbe torto chi ciò riprese
come uno spropo- sito, ma n'avrebbe pure chi ne facesse una regola anziché
riserbare l'elisione a casi di particolare convenienza. Aumentò il numero dei
de' a' e sim., che sono i predi- letti del toscano parlato, ma che la lingua
scritta non acco- glie se non dove le pare che prestino un vero servigio. — 100
— XXVIII. Si trova cambiato sempre picciolo in piccolo, SOVENTE ^) in spesso,
PRESSOCHÉ in quasi, inverso in verso, CONVENEVOLI in Complimenti -) ; e quasi
sempre sembrare in 2)arere , levare e levarsi in alzare e alzarsi , togliere in
levare, porre in mettere, obbedienza in ubbidienza (salvo la monacale
obbedienza mandata a fra Cristoforo nel XIX). Certo, con tali cangiamenti egli
riusciva a dare più popo- larità al suo eloquio, ma non sarebbe desiderabile
che il suo esempio inducesse a considerar come monete logore e non piìi
spendibili le voci sinonime da lui cancellate, le quali devono costituire una
specie di riserva per quando occorra evitar cacofonie , dar più sostenutezza
allo stile, e così via. E la medesima considerazione deve a fortiori applicarsi
a un' altra serie di scambi!, non dovuti ad alcun riguardo di stile , bensì
semplicemente al proposito sistematico di preferire ciò che seppe o credette
esser più proprio del vivente uso fiorentino. Ecco una lista di taU scambii:
dici- ferare in decifrare (ma diciferare o deciferare con quello accavallamento
di sillabe si direbbe indichi megho lo stento), GmRmizzo 'm. schiribizzo ,
Ludovico in Lodovico^), vigneti in vigne, scandalo in scandolo, sorta in sorte,
infred- datura in raffreddore , ricolto in raccolta, pescivendolo in pesciaiolo
, castigare in castigare , quarantena in quaran- 1) Un solo n'è rimasto: et
come accade troppo sovente tra compa- gni di sventura » (ili). Forse perchè con
spesso gli sarebbe venuto fatto un ottonario doppio. 2) Dove c'è un non so che
d'ironico, sarebbe stato forse meglio lasciar convenevoli. ^) Ludovico è,
oltreché più conforme all' originaria voce tedesca e ])iù comune in tutta
l'Italia non toscana, anche meglio sonante, perchè più vario nelle vocali che
Lodovico. — 101 — Una '), ARSURA in arsione ^ rifocillarsi in ristorarsi lo
sto- maco, DA PER TUTTO Ìli jìer tutto^), LAGRIME in lacrime^ SOGGEZIONE (nel
senso di 'vergogna') in suggezione, eguale in uguale, gragnuola in grandine,
arar diritto in rigar diritto, veggono in vedono (e così tutte le voci verbali
in -eggo' ecc., sàh^o un possegga rimasto nel XXVIII), per sopRAPPiù in ^?er di
pìh , fuoruscito in foruscito , ufficio UFFICIALE in vfizio ufiziaU , GONTRA in
contro, FRA in tra, oltracciò in oltre di ciò, rilievi in avanzi, archibugio in
archihuso o in schioppo, bagnuolo \n pezzetta, cioccolatte in cioccolata,
quanto a in in quanto a (salvo un quaglio alla febbre nel cap. Vili).
Frequentissime se non altro sono le mutazioni di brighe in impicci, di faccia
in viso, di modo in maniera, di niente in nulla, di via in strada, di pigliare
in prendere, di poveretto poveretta in poverino looverina ecc. ^) , di giovane
ringiovanire in giovine ringiovinire ^), far vista in far le viste ^), ad in a
^). *) Un quarantena è rimasto nel e. XXX. 2j Un da per tutto è rimasto nelF
Introduzione. 3) Poveretto è rimasto non poch« volte, suppergiù una ventina:
poveretto (Vili, X, XV, e nel XXVII due volte), poveretta (V, VI, Vili due volte,
IX id., X id.ì, poveretti (III due volte, IV, XT), poverette (III, V). E in
verità sarebbe stato quasi sempre da preferire, per- chè sa più di morale, di
careggiativo, mentre poverino ha più del diminutivo anche materiale o talvolta
canzonatorio. 4) Bisogna però distinguere. Al plurale par che resti sempre gio-
vani (VI, IX, nel X quattro volte, XI, XXI), e al singolare sempre giovine. Ma
e' è almeno un giovane: al giovane montanaro, XIII. E un ringiovanito nel
XXIII. ^) Ma far rista fu lasciato più volte (XVj, e sino introdotto dove non
era (VII). ^) Però: ad ogni modo (IV), ad essa (IV), ad ognuna (X), ad en-
trarvi (XXIV), ecc. — 102 — Or senza anlicipare la discussione che faremo nel
capi- tolo seguente, e senza negare che in qualche luogo la muta/ione possa
esser tornata acconcia per ragioni spe- ciali, e neppur pretendendo che i modi
preferiti nella nuova edizione sien degni di censura in quanto fossero stati
adoperati a caso vergine, essi tuttavia danno da pen- sare in quanto son venuti
su per correzione , scacciando di posto altri modi o varianti che, qual che si
sia l'uso presente di Firenze, sono ancora vivissimi nell'uso lette- rario ,
corrono subito alle labbra e sotto la penna d' ogni Italiano colto , senza che
mai abbiano sapore di rancido, di affettato , nemmen di sostenuto ! A chi
guarda la cosa senza preconcetti di scuola e di teorie grammaticah e les-
sicali non par credibile che, se c'è venuto scritto pesciven- dolo, ci corra
l'obbligo di cancellarlo, o che la preposizione fra sia da relegare tra gli
arcaismi come naìiti o dirietro, o che tra niente e nulla ci sia alcuna
differenza di dignità. Se anche fosse vero che la copia dei sinonimi come gra-
ynuola e grandine, dì e giorno, dei doppioni e varianti come lagrime e
lacriìne, far di meno e fare a meno, costi- tuisca una falsa ricchezza, non
sarebbe men vero che una tal copia esiste difatto e ch# non si distrugge con
una teorica. E poiché c'è, non è male avvertire che essa arreca pure qualche
vantaggio: di poter evitare ripetizioni mono- tone, scontri molesti di suoni,
allitterazioni o rime, asso- nanze e consonanze che non si vogliono, o procurar
quelle che si vogliono per dar più rilievo a un' antitesi o ad una conformità
di cose. Per esempio, se ci privassimo in eterno di fra, non potremmo scansare
di dir tra tre ore, tra trenta J minuti e sim. Al Manzoni s'è presentato una
volta questo % piccolo problema , nel e. IX, dove aveva scritto « fra tre o
quattro confidenti » ; e se l'è cavata correggendo : tra quattro o cinque
confidenti. Sennonché le cifre non sempre — io:; — son così elastiche come
orano per sua forluiia qui! E noll'episodio di Cecilia (XXXIV) all'autore
stesso non dovè l)iacere di aver a mutare fra tante miserie in tra tante. Per
addurre un altro esempio, nel e. V aveva fatto che il conte Attilio, sentiti
nominare dal podestà i /'r-cm/i, ripetesse goffamente gli oficiall (meglio
avrebbe detto ufficiali). Nella seconda edizione ha corretto fiorentinescamente
ufiziali^ e aumentando così la differenza tra le due parole ha ^eso l'equivoco
meno spontaneo. XXIX. Ma oltre codeste correzioni che , più che per sé stesse ,
son censurabili per la teorica da cui muovono e che insinuano, ve ne sono
alcune effettivamente improprie 0 mezzo errate , o inesplicabili. P. es. nel e.
XXIX aveva scritto che dal sarto e dai suoi ospiti, dopo aver fatto ceri- monie
sul desinare , « si venne all' accordo di por tutto insieme » , e corrèsse con
gaia snellezza: « si venne a patti d'accozzar, come si dice, il pentolino », ma
avrebbe dovuto scrivere i pentolini. I bastioni di Milano aveva scritto, come
tuttora si dice in quella città: se non avesse cambiato in mura avrebbe meglio
serbato il colorito locale, come serbò il colorito storico lasciando bastioni
nel e. XI. Non si ca- pisce perchè in un luogo del IV mutasse notaio in notaro.
Dicono che il secondo sia oggi più usuale a Firenze , ma da un lato qui spicca
piìi che mai 1' assurdità della defe- renza servile all' odierno toscano, e
dall' altro vi sarebbe sempre da chiedere perchè in ogni altro luogo abbia la-
sciato notaio. Viceversa , vi fu chi notò che avrebbe dovuto fare certe
correzioni che non fece. P. es. lontano da preve- dere (VIII), bisognava
correggere: dal 'prevedere-, mettere carne a fuoco (XIV), al fuoco dovrebbe
dire; a conformità (XXII; in), a proporzione (XXVIII; in) , fa alV amore a
quelle quattro braccia di terra (XXXVIII ; con quelle...)] — 104 — quando fui a
prender congedo da QUEST'?/omo mcompara- hile... mi parlò di codesta cura...
(ib.; meglio QUELL'womo... QUESTA cura) ^J; ha scaiisato la punizione che gli
stava più bene, ma lo prendo io sotto la mia protezione^ e voglio aver la
consolazione ecc. (XI), dove bisognava rompere questa sequela eli nomi in
-zione ^); leggieri plur. fem. (XVJI, XXVII); indegnazione (VI,XX; men usuale
à' indignazione)', partì (dalla stanza: dovea mutare in uscì) nel cap. VII;
condottiere (del baroccio, XXX) opportunamente altrove mutato in conduttore]
nel rilasciamento d'ogni forza pub- blica (XXXII, rilassamento). XXX. Ecco
infine alcune frasi e brani dove la corre- zione è 0 può parere infelice: 1)
Altre volte, nota il Morandi, lo scambio dei pronomi può avere invece una bella
ragione di stile. Dice l'Innominato (XXI): « sa quel- V altra vita di cui m'
hanno parlato quand'ero ragazzo.,.; se quella vita non e' è... che fo io ?
perchè morire ?... E se c'è quest' altra vita...? ». E poco dopo (XXLI): «
Tutti premurosi, tutti allegri, per veder un uomo! Cos'ha gweZruomo, per render
tanta gente allegra? Qualche soldo... Ma costoro non vanno tutti per
l'elemosina... Perchè non vado anch'io? Perchè no?.., Anderò, anderò, e gli
voglio par- lare... Cosa gli dirò ? Ebbene, quello che... Sentirò cosa sa dir
lui, quesfuorao'ò — E il Morandi nota: « Nell'uno e nell'altro di questi casi
l'ardito passaggio dal quello al g-^^s^o è una pennellata da mae- stro ; perchè
nel primo caso l'idea della vita futura, nel secondo l'idea del cardinale,
s'affacciano dapprima alla mente dell'innomi- nato come cose ch'egli non crede,
o non cura o disprezza; come cose, insomma, lontane dal suo spirito; ma a poco
a poco gli si vanno avvicinando, fino a divenirgli affatto presenti e a
dominarlo tutto ». 2) n Nel qual luogo )\ dice il Morandi, « non crederei che
l'uni- formità de' suoni fosse voluta apposta, come nel cap. Vili, quando don
Abbondio, preso l'involtino delle venticinque berlinghe da Tonio, 0 si rimesse
gli occhiali, l'aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, « le rivoltò , le
trovò senza difetto » : monotonia di parole che fa risaltare benissimo la
monotonia dell'azione ». — 105 — a me non imporla nnlla (I): a me non Die ne
vien nulla in lasca ^) — venirne a capo (I): venirne alla fine — Vomo av-
visalo... (I): Uomo avverlUo... 2) — Benissimo; e buona nolle, signor curalo
(I): Benissimo^ e buona nolle, messere^) — del che allora si faceva gran caso
(IV): cosa della quale allora si faceva gran caso — villan rifallo (VI):
villano rincivililo ^) — Era cosini in quella casa forse da guarani' anni, cioè
fin da prima che nascesse don Rodrigo (VI): ... cioè prima che nascesse ecc. —
ad origliare (VI): a senlire — in trentanni che sono siala al mondo prima di
voi allri (VI): in trentanni che ho passali in queslo mondo, prima che nascesle
voi allri — 1) La forma proverbiale sostituita è più vivace. Pure, siccome il
curato suol intascar davvero una regalia quando celebra un matri- monio (cfr.
cap. IX, alinea primo), così viene a stabilirsi una certa contradizione, che
avvertita può dar fastidio, tra il valor metaforico della frase e il letterale.
Salvochè la contradizione non sia cercata, e attribuita a goffa ipocrisia di
don Abbondio. Sono ad ogni modo inezie, in cui non è facile indovinare il
pensiero dell'autore. 2) Giustamente dice il Morandi che è più comune in Italia
il proverbio « uomo avvisato mezzo salvato » che V altra sua forma « uomo
avvertito mezzo munito n. 3) La sostituzione serve al colorito storico, perchè
quel titolo si diede per gran tempo ai giudici, ai signori e agli
ecclesiastici. Al tempo dell'azione rappresentata nel Romanzo doveva essere
limitato, tra gli ecclesiastici, a quelli di minor grado; difatto uno de' preti
che circondavano il Cardinale, e si dolevano che la gente comune lo trattasse
senza le debite cerimonie, notava come uno scandalo d'aver sentito qualcuno a
rispondergli perfino messer sì e messer no. Sennonché i lettori, che non
avrebbero avuto nulla a ridirci se aves- sero trovato il messere sin dalla
prima edizione, furono non senza ragione un po' sconcertati a vederlo nella
seconda messo al posto del più semplice e chiaro signor curato. ^) Rifatto si
riferisce all' estrinseco , e perciò è più adatto per improperio , che non
rincivilito , che sembra accennare a una mu- tazione più intima e quasi ha
della lode. — 106 — soletto in una sala (VII) : Solo in una sala M — recedere
da una soperchieria (VII): ritirarsi da una soperchieria — nella cerimonia
solenne della professione [della monaca] (IX): nella cerinwnia solenne del
vestimento ^) — da sola a sola [voleva parlare Gertrude a Lucia] (X): da solo
asolo — dalla voce stridula (X): dalla voce strillante — -come se ad entrambi
pesasse di prolungare quel discorso [X): come se a tiUt'e due pesasse di
rimaner lì testa testa 3) — « Son qua io, marmaglia » [parca dire la statua di
Filippo secondo] (XII): « Ora vengo io, marmaglia » — Così conciata [la detta
statua] (XII): Così accomodata — mutilata e ridotta ad un torso informe [XII;
ed ora, ridotto Y ad ad a, questa frase ha preso il suono d'un endecasillabo !]
— non senza un gran cacciar di lin- gue ^) (XII): con le lingue fuori [che in
sé sarebbe una cor- rezione felice, se non ci fosse subito prima: con gli occhi
in fuori] — « Cosa mi darete da mangiare ? » [così Renzo i ) •- ^ 1 ■ ) ; ' ; e
II ) i ) i pezzo di stufato » (XIV; : .. « Ho dello stufato. Vi piace? » 5) —
tra pelle e pelle (XV): in pelle in pelle ^) — stava cogli orecchi levati , se
sentisse quella benedetta voce dell'Adda (XVII): stava in orecchi [e fin qui
c'è migliorìa] per veder se sentioa [bratto!] qiie la I ij Certo , soletto era
troppo carezzerole per don Rodrigo in- furiato. 2) Dovea dire piuttosto
vestizione , come dice nel e. IV per fra Cristoforo. 3) Beninteso che se
codesto modo avTcrbiale non è bello né metteva conto di surrogarlo a
un'espressione che non area nulla di riprensibile, e se forse in origine è un
francesismo {téteà-tété), non ne mancano però gli esempii classici. 4) Sa di
lombardismo e di napoletanismo. 5) Era più da oste il primo modo , con quel
buon pezzo e con quell'aria affermativa; salvochè non abbia voluto attenuare
l'espres- sione perchè all'oste la vista di Renzo accompagnato da una spia
diede noia anziché piacere. 6) E pesante, sia pur di peso fiorentino, questo
modo avverbiale per la ripetizione del forte suono ìmp-. — 107 — bencdcUa ecc.
— « che buon vento? » [cosi fra Galdino ad Agnese] (XVIII): « che vento v'ha
portala? » — « Dov'è (jiieslo silo?» [così Agnese domandava di Riniini]
(XVIII): « Dovè questo paese ? » ^) — Ma chi lo cacciò, fu la voce sicura che
il cardinale veniva da quelle parti (XXV): Ma chi lo cacciò ^ fi( Vesscrsl
saputo per certo, che il cardinale ecc. 2) — fissava [gli occhi] alia schiena
d'un monte (I): li fissava alla parte d'un monte — ella ha intenzione di
sposare domani R. T. e L. M. (I): lei ha intenzione di maritar domani... [il
Rigutini av- verte qui che una ragazza il padre la marita, il prete la sposai
ecc. ecc. XXXI. Vi sarebbe qualcosa a dire circa la punteggia- tura. Nella
prima edizione l'autore aveva proceduto con meno rigore sistematico , ed era
stato parco , special- mente di virgole. Le aveva messe più alla buona , ba-
dando al bisogno della chiarezza inteso un po' all'ingrosso, e ritraendo più
che altro l'enfasi naturale del discorso; la quale strìnge' insieme certe parti
del periodo che l'a- nalisi logica e sintattica vorrebbe invece distinguere , e
fa le sue pause dove o la lena o le soste soggettive del pensiero o il rapporto
fantastico dei concetti le consiglia. Nella nuova redazione spesseggiano le
interpunzioni, e vi son rigorosamente soggette alla membratura schema- 1) In
bocca d' una contadina , che non sapeva se Rimini fosse città, villaggio od
altro, una parola un po' indeterminata come sito stava meglio'del più preciso
paese. Ma gli è che sito sente un po' di lingua lombarda, ed il toscano posto
gli seppe forse troppo toscano, a tacer del cattivo suono che sarebbejvenuto dalla
sua consonanza con questo. Sicché^ è un di quei^casijin cui il lasciare stare e
il mutare eran due partiti entrambi non iscevri d'inconvenienti. ~) Il chi non
istava troppo bene per una cosa impersonale come la voce, ma sta anche peggio
per un'astrazione come l'essersi saputo. Meglio forse quel che. — 108 — lica
del periodo. È superfluo abbondare in esempii, e rechiamo soltanto un passo del
primo colloquio tra il frate cercatore ed Agnese (III). Prima diceva così: ■ —
Son tutte qui; e per mettere insieme questa bella ab- bondanza, ho dovuto
bussare a dieci porte. — Ma! l'anno è scarso, fra Galdino ; e quando s' ha a
■litigare col pane, tutto sì misura più pel sottile. • — E per far tornare il
buon tempo , che rimedio c'è, buona donna? L'elemosina. Sapete di quel miracolo
delle noci, che avvenne molti anni sono, in quel nostro convento di Romagna? —
No, in verità; contate mo. — Oh! dovete dunque sapere che in quel convento
v'era un nostro padre, che era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un
giorno d' inverno , passando per un viottolo in un campo d'un nostro
benefattore, uomo dabbene an- ch'egli, il padre Macario vide questo benefattore
presso ad un suo gran noce; e quattro contadini con le scuri alzate che davano
dentro a scalzare la pianta per metterle le ra- dici al sole.... Ora è scritto:
— Son tutte qui ; e , per mettere insieme questa bella abbondanza, ho dovuto
picchiare a dieci porte. — Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando
s'ha a misurar il pane, non si può allargar la mano nel resto. — E per far
tornar il buon tempo, che rimedio c'è, la mia donna ? L' elemosina. Sapete di
quel miracolo delle noci, che avvenne, molCanni sono, in quel nostro convento
di Romagna? — No, in verità; raccontatemelo un poco. — Oh ! dovete dunque
sapere che, in quel convento, c'era un nostro padre, il quale era un santo, e
si chiamava il pa- — 109 — di'o Macario. Un giorno (rinverno, passando per nna
viot- tola, ili un campo d'un nostro lienefattorc, uomo (laljl)eno anche lui,
il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro
contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per
metterle le radici al sole. Ciascun dei due metodi ha vantaggi e inconvenienti,
come ha seguaci e avversarli. Un giudizioso contempe- ramento di entrambi, a
cui molti con più o men di consa- pevolezza mirano, porta seco una grande
irresolutezza in chi scrive, e perfino in chi legge un po' di perplessità.
Comunque, con qualsivoglia sistema una relativa so- brietà è non men possibile
che desiderabile ; e a quei che credono che il Manzoni abbia da ultimo passato
il segno, non si può dar torto. Nelle frasi che abbiam tra- scritte in corsivo,
per esempio, si sopprimerebbe volen- tieri la virgola. XXXII. Tiriam la somma
delle cose fìnquì esposte. Nella seconda redazione , oltre aUe vere aggiunte,
si notano modificazioni che sono bensì di forma, ma solo in quanto questa
riflette l'andamento logico e psicolo- gico del pensiero, prescindendo da ogni
dottrina o gusto particolare sulla lingua e sullo stile. In codesta parte l'au-
tore fu quasi sempre felice. Quantunque avesse limato assai anche la prima
redazione , mettendo in croce gli stampatori e disfacendo perfino interi fogli
già stampati/ tuttavia ben pochi erano stati gli anni spesi attorno a un'opera
così grandiosa; e nella febbre del raccogherne i materiali storici, del
ravvivarli e compierU con la fan- tasia, del gittare il primo abbozzo, del
correggerlo sul manoscritto e sulle stampe, non aveva potuto veder tutto.
Tornandoci sopra dopo un po' di tempo, avrebbe trovato — no — qua e là da
ritoccare, ancorché fosse rimasto saldo nei suoi primi criterii circa la forma.
Ma, per la mutazione seguita in questi e per la di- retta esperienza avuta del
linguaggio fiorentino , essen- dosi egli condotto a una totale riforma del
libro, riuscì il pili delle volte a migliorarne l'espressione, rendendola più
propria, più viva, più naturale, senza arcaismi, senza frasi lambiccate e di
fattura strana, senza espressioni dottrinali sconvenienti al caso o al personaggio,
senza lungaggini e stenti. Poche volte gli avvenne di peggiora- re r
espressione , di sbandire una stonatura cadendo in un'altra, di manomettere una
bellezza di stile per confor- mar la lingua a un nuovo tipo. Nell'accostarsi
all'odierna parlata toscana cercò quella dei Fiorentini colti, non quella più
dialettale e del volgo, non i riboboli, gl'idiotismi troppo locali, le voci e
locu- zioni che riuscissero scure o nuove all' Italia. Nessun Italiano colto ,
che non abbia mai messo piede in To- scana né rivolta una particolare
attenzione al linguag- gio che ora vi si parla , trova nell' edizione riformata
alcuna espressione eh' ei non comprenda o comprenda a mezzo. Non solamente per
ciò che riguarda le voci e le lo- cuzioni vere e proprie , la parte insomma
lessicale del linguaggio, ma per la stessa sintassi e per le forme gram-
maticali e per le fonetiche, il Manzoni non fu immemore della tradizione
letteraria. Di cui tenne conto non solo in quanto mirò al fiorentino della
classe colta , cioè a quella vena del parlar toscano nella quale la consuetu-
dine letteraria ha lasciato e lascia tuttora tracce non lievi, ma in quanto ei
s'attenne bene spesso all'uso let- terario pur dove o differisce recisamente o
é abitual- mente sopraffatto da certi vezzi della conversazione colta — Ili —
fiorentina. Riserbiamo al seguente capitolo il discutere fin a che punto ciò si
concilii colla sua dottrina sulla lingua, ma il fatto è questo, che cioè nella
pratica egli non fece tabula rasa della tradizione nazionale circa la lingua
scritta. In codesto però non tenne un metodo sicuro e coe- rente. Prima di
tutto, vi son luoghi in cui risparmiò quel che di regola soppresse ; e , se
qualche volta a ciò fu persuaso da sottili considerazioni estetiche, in altri
casi bisogna convenir che vi cadde per mera distrazione o per titubanza.
Inoltre, mentre il suo sapiente buon gusto gli fece intendere che a certe forme
letterarie, tramontate o vicine a tramontare dall'uso parlato, non era
possibile né utile dar lo sfratto, e che per converso altre forme 0 costrutti o
pronunzie troppo familiari e toscane ripu- gnano al senso letterario della
nazione , specialmente nelle scritture più serie o d'arte più aristocratica;
tuttavia alle prime ricorse talora con troppo timida parsimonia, dalle seconde
non rifuggì abbastanza. Persino nella scelta di voci e locuzioni sinonime parve
non di rado cedere allo spirito di sistema, preferendo quelle che prevalgono
nel toscano odierno a quelle che sono o più o non meno vive nell' uso scritto.
Donde nasce un non so che di le- zioso: quasi unicamente in cose minime però,
né troppo frequenti. E benché negli scritti posteriori egli andasse un po' più
oltre, per la qualità e per la quantità di co- deste che parvero smancerie, il
vero abuso non s' av- verte che in alcuni suoi seguaci, che misero in campo una
nuova specie di pedanteria: la pedanteria in ma- niche di camicia, come disse
il Carducci; una vera sfac- ciataggine di lingua o la caricatura della
naturalezza , come la chiamò il De Amicis. Ma, a quel modo che non senza
ragione fu detto che un po' del petrarchista l'avesse — 112 - già il Petrarca ,
così non si può negare che un po' di manzonianismo è già nel Manzoni. Chi
scrive deve proporsi che la forma non si faccia mai sentire per sé stessa, e la
parola non richiami l'at- tenzione su di sé come parola, della quale il lettore
si fermi a meditare se la sia un arcaismo o un neologi- smo, una voce
letteraria o un toscanesimo. Il discorso dev' essere un velo insensibile a
traverso del quale il pensiero traspaia « come festuca in vetro ». La pedan-
teria spunta non appena la parola dell'autore ci costringa a metter poco o
tanto da parte il pensiero e a far di essa l'oggetto d' una speciale
considerazione ; sicché di pedanterie ve ne può esser d'ogni genere. A proposito
degh arcaismi Quintiliano insegnava: « Opus est modo^ « ut ncque crebra sint
haec ncque manifesta » (che non « dien nell'occhio), « quia nihil est odioslus
affectatione; nec « utique ahultimis et iam obliteratis repetita
temjporibiis... « Oratio, cuius summa virtus est perspicuitas^ quam sit «
vitiosa si egeat interprete ! Ergo, ut novorum optima « erunt maxime velerà,
ita veterum maxime nova » (I, 6). I più antichi tra i neologismi insomma, i più
freschi tra gli arcaismi ! E il precetto si vuol estendere a ogni parte od
aspetto della hngua. Il Manzoni, se a torto fu accusato d^aver sopraccarico il
suo hbro di ricercati toscanesimi, non può essere interamente scagionato della
taccia di non avere schivata ogni affettazione famihare.La seconda redazione é infinitamente
più scorrevole della prima, ma non ci lascia senza il desiderio d'una terza, in
cui qua e là egli avesse ripristinate le forme della lingua scritta nazionale.
— 113 — CAPITOLO TERZO UN po' di discussione teorica e di esposizione STORICA
DELLA QUESTIONE DELLA LINGUA. I. Nel riascìacquare, secondo egli disse , i suoi
cenci in Arno , il Manzoni non cedette a un impulso mera- mente istintivo, né
si limitò a un semplice lavorìo pra- tico, circoscritto a quel suo libro o
tutt' al più al suo proprio stile. Gom' era naturale in chi a un finissimo
senso d' arte congiungeva una profonda coltura e un tenace intelletto
speculativo; conformemente altresì alla tradizionale abitudine dei letterati
italiani di meditare e disputare sullo strumento stesso dell'arte loro (pur in
Milano ciò s'era fatto allora allora con grande strepito per opera d'un suo
prediletto maestro, e nel secolo an- tecedente aveva dissertato sullo stile il
suo avo materno Beccaria !); egli venne insieme maturando una vera dot- trina
sulla lingua, o, meglio, riformando quella che aveva abbozzata durante il primo
getto del Romanzo. A pro- pugnarla pubblicamente gli diede nel 1845 occasione
il Vocabolario domestico o Prontuario del piemontese Ca- rena, recatosi più
volte in Toscana a farvi raccolta delle voci e maniere indicanti cose ed atti
materiali. Il Man- zoni in fondo temeva che il dotto accademico, col re-
stringersi a codesta specie di nomenclatura , ribadisse r opinion comune che
per essa soltanto giovi ricorrere alla Toscana; e gli dava noia che col mettere
insieme voci d'ogni parte di questa, offrendo quasi un'antologia di
toscanesimi, ei rendesse minore il servigio che pur voleva prestare
all'unificazione della lingua. Inculcandogli di attenersi ai soU termini
fiorentini, mostrò come una 8 — 114 - vera lingua, una lingua che non si trovi
nello stato di quelle che si chiaman morte, debba avere una quantità di voca-
boli corrispondente alle cose nominate da una società in vera e piena comunione
di hnguaggio; come la lingua così detta itahana, malgrado la comunanza di
moltissime voci a tutta Italia, non abbia in comune tutti i vocaboli
necessarii, non sodisfacendo così alle condizioni d'una lingua intera; come
invece vi sodisfaccia pienamente per ciascuna città il dialetto locale ; come
dunque il solo mezzo di avere in tutta la nazione una lingua unica e intera sia
di appropriarsi un unico dialetto, poiché tra lingua e dialetto non v' è alcuna
intrinseca differenza; come da secoli i colti Italiani si siano appropriato in
gran parte il dialetto toscano , o più precisamente il fiorentino, il qual
fatto fu riconosciuto da molti, e in un certo senso da queUi stessi che si sono
sforzati a ne- garlo; come infine a Firenze bisogni ricorrere, perchè quivi
soltanto si trova unito a ciò che è comune a tutta Italia, non esclusa Firenze
che non è fuori d'Italia, ciò che essendo proprio della sola Firenze può con
l'esten- dersi a tutta la Penisola dare il naturale complemento alla incompleta
hngua che possediamo. Alla lettera al Carena poco si badò: sminuzzata co- m'era
l'Italia, con grande stento vi si propagavano le cose nuove, e ben presto i
grandi avvenimenti politici distol- sero gli animi da tutto ciò che fosse o
paresse pura- mente letterario. Tempo ben altrimenti propizio a pro- clamar il
nuovo principio fu quello in cui, compiuta quasi l'unificazione del Regno,
divenutane capitale prov- visoria per l'appunto Firenze, reggendo gli studii
italiani un fiero Lombardo, ammiratore e seguace ardentissimo del grande poeta,
fu questi chiamato dal Governo stesso del Re a dare insiem con due letterati di
grido il suo — 115 - avviso Siili' imita dcìla liugua e sul mezzi di
diffonderla. La Relazione con cui egli rispose all'invito solenne, e che fece
risentire all' Italia una voce sì cara e dopo un così lungo silenzio, destò un
vero incendio. In lui me- desimo, che era potuto parere isterilito dagli anni o
formo nel proposito di godersi in paco la già conseguita immortalità o
sopraffatto da troppo pudica modestia, si risvegliò il confidente ardore dei
suoi begli anni ; e scese di nuovo in lizza con la Lettera intorno al Voca-
bolario, con quella intorno al libro De Viilgarl Eloquio, con \ Appendice alla
Relazione, e un ultimo attacco avrebbe voluto fare con la lettera al Casanova
di cui già dicemmo (p. 19). Godeste scritture battono sullo stesso chiodo , con
efficacia sempre crescente. Vi s'insiste sulle qualità essen- ziali d'una vera
lingua, e con l'esempio del latino e del francese si mostra come l'idioma
letterario d'una nazione non sia che un dialetto nativo ad una città e diffuso
in tutte le altre; s'indicano le ragioni per cui il fiorentino riuscì in parte
a diffondersi in Italia e quelle per cui non vi potè riuscire interamente; si
additano i modi coi quali ciò che non è avvenuto naturalmente possa arti- ficialmente
sollecitarsi , in ispecie con la compilazione d'un vocabolario dell' uso
vivente fiorentino ; si spiega la necessità di stare al fiorentino e non al
toscano in genere , dovunque tra le varie loquele toscane vi sia qualche
differenza; si chiarisce l'insufficienza del tradi- zionale vocabolario
itahano, consistente quasi esclusiva- mente in uno spoglio degli scrittori, e
l'indeterminatezza e incompiutezza della così detta lingua scritta; si scrutano
le cause e i ragionevoli confini dell'uso de'gallicismi; si accenna la via per
cui il linguaggio fiorentino, adottato che fosse da tutta Italia , rimarrebbe
sempre aperto a — 116 — quante aggiunzioni venissero raccomandate dai bisogni
del pensiero , e come a tali aggiunzioni possano con- tribuire, oltreché le
lingue antiche e le straniere, pure i dialetti italiani , incominciando dagh
altri toscani ; si determina nettamente il concetto di Uso fiorentino, dis-
sipando la confusione che molti ne fecero con un altro concetto, cioè di quella
parte di Hnguaggio che è tutta propria di certe classi o volghi. Le gare
municipali vi sono sbandite e maledette , e 1' unità della lingua vi è
vagheggiata come degno coronamento alla tanto sospirata unità nazionale. La
vecchia questione era qui rimessa a nuovo, e trattata con urbanità, con vigore
dialettico, con larghezza d' idee e di dottrina , con precisione di concetti e
di linguaggio. Mentre quelle pagine si leggono (a che nessun giovane colto deve
rinunziare ) se ne resta conquisi , e solo rimuginandole poi si riesce a
scorgere quel che pur v'è di eccessivo, h' Appeìidice specialmente è un lavoro
insigne. II. Eppure , comparsa nella primavera del 1868 la Relazione^ vi fu chi
osò con subito e sommario giudizio spacciarla per un senile telum imbelle sine
ictu ' ) ; e , (( per più dolor » , il temerario, che nel repentino impeto
obliava se non altro il riguardo dovuto a così gloriosa canizie, era quel Luigi
Settembrini che Italia tutta , la meridionale in ispecie, onorava ed onora come
uno dei più grandi suoi cittadini. Ma egli, se nella vita pubblica e nella
privata fu un purissimo eroe , e anche lettera- riamente degno d'ammirazione
per la elegante semplicità dello stile, per un istintivo senso d'arte, per la
modesta coltura acquistata con magnanimo sforzo tra difficoltà 1) Eneide, II,
5M-5. — 117 — indicibili d'o^i^ni maniera, difettava quasi interamente della
dottrina e delle virtù intellettuali necessarie al critico e al pensatore: è
bene che ai giovani ciò sia detto senz'am- bagi , onde sappiano con la più
fervida devozione alla sua memoria conciliare la diffidenza verso l'ingenua av-
ventatezza dei suoi giudizii. Una dicitura talora negletta, per non esservi
abbastanza schivata la ripetizione prossi- ma di certe parole o suoni o
costrutti e per lo spezza- mento del discorso in troppi capoversi, e un certo
sciupo di lepidezze e di toscanesimi, davano bensì indizio d'in- temperanza
nella nuova maniera dello scrittore lombardo, ma non di senile infiacchimento;
tanto più se si consideri che le stesse mende a un dipresso sono nella Colonna
Infame e in altri scritti minori, e che la teorica ripresa ora ad inculcare 1'
aveva egli concepita e praticata e anche un po' predicata nel vigor dell' età ,
e da molti anni ne veniva elaborando 1' esposizione in un libro speciale. Il vero
è anzi che molti , o giovani o men provetti, duravan fatica a tener dietro al
ragionamento così serrato dì quell'antico loico. S'anderebbe all' infinito a
voler dar conto , sia pur fugace, della miriade di scritti che la sua rediviva
parola suscitò. Chi le fece eco fedele; chi, credendo o volendo far credere di
assentire, insinuava restrizioni o ritocchi che snaturavano la dottrina del
maestro o la risospin- gevano verso altre già a lui sembrate insufficienti; chi
le moveva aperte obiezioni, più o men riverenti, più o men discrete e
ragionevoli, senza però contrapporvi un vero sistema che spaziasse per egual
distesa di pensiero ed avesse altrettanta saldezza di compagine ideale ; e chi
trascorreva proprio in censure più o men tapine ed insipide. Poco curando di
quest'ultima setta, vorremmo invece ricordare i nomi del Broglio , del De Meis
, del — 118 — Puccianti , del Buscamo Campo , di Gaetano Bernardi, dello
Zendrini , del Petrocchi , del Lambruschini , del Tommaseo, del Fornari,
dell'Imbriani e di più altri; se potessimo dir di ciascuno partitamente. Il
Tabarrini, rendendo conto dei lavori della Crusca nel '69 enei '70, difese con
bella sobrietà e con retto giudizio il presente criterio dell'Accademia. Il
Bonghi, a cui accennammo più sopra (p. 11-12) e che già dal 1855 aveva nelle
Lettere Critiche propugnato le norme manzoniane, non ha mai trasandato le
occasioni di ribadirle; mentre poi con la classica potenza del suo stile ci
fornisce tuttodì l'esempio di un' applicazione felicemente temperata di queJle
, a malgrado di qualche novo o hono che gli piace di man- tenere quasi come
stimate della bella scuola ond'è uscito. Il Giorgini, nella Lettera premessa al
Novo vocabolario italiano , da lui e dal Broglio preso a fare secondo la
proposta milanese, ci diede una confutazione efficacissima delle ultime
dottrine contro cui quella del Manzoni era insorta. Il Morandi, che per
naturale buon gusto aborre quasi sempre dalle estreme conseguenze a cui altri
an- darono spensieratamente incontro, ma non vuol rasse- gnarsi ad ammettere
che il principio stesso sia un po' da correggere , fece e fa ogni sforzo per
mostrar come quelle non discendano da questo , e s' adopera perchè ei sia
attuato in modo pronto e insieme discreto. Invece, contro alle esagerazioni
intrinseche nel prin- cipio medesimo, non men che alle sue effettuali e pos-
sibili conseguenze dannose , fu rivolto sullo scorcio del 1872 il poderoso
assalto dell' Ascoli , proemiante al- V Archivio glottologico italiano, ove poi
fu illustrata sotto il rispetto storico e scientifico gran parte di quei vol-
gari d'Italia che per ragioni d'arte il Manzoni ebbe tanto a cuore. La
pubblicazione di quel Proemio segna un - 119 - passo nuovo nella secolare
controversia ; non perchè obiezioni giuste non si fossero già fatte da altri ,
ma perchè queste erano per la prima volta coordinate e composte in un'alta
sintesi speculativa e storica, e inte- ramente mondate dalla scoria di vieti
pregiudizii. Non è punto vero che il sommo glottologo cedesse ad un mo- mento
di malumore , benché certo nelle sue pagine vi sia calore ed impeto ed una
franchezza talvolta acre; né si deve tralasciar di avvertire , che da un lato
egli pur dava subito all' affermazione storica, su cui la tesi pratica del
Manzoni si fonda, il suffragio autorevole della moderna scienza delle lingue ,
e che d' altra parte egli faceva dell' ingegno e dell' opera riformatrice di
lui la più solenne esaltazione ^). Ma quella critica inaspettata non ebbe
subito presa sui più ; e per il Manzoni , il divin raggio della cui mente era
già vicino a spegnersi, giungeva troppo tardi. Dicono che, avutane qualche no-
tizia, esclamasse cehando : se l'Ascoli non vuole il fio- rentino, pigliamo
magari il bergamasco, purché ci teniamo a un linguaggio vivo ed intero ; e
soggiungesse : l'Ascoli ci può insegnare a tutti come le lingue si formano, ma
1) Accenna p. es. al Manzoni come a a quel Grande, che è riu- scito, con
rintìnita potenza di una mano ciie non pare aver nervi, a estirpar dalle
lettere italiane, o dal cervello dell'Italia, l'antichis- simo cancro della
retorica « (p. XXV III;; e alle sue agitazioni per la lingua come ad a un
movimento partito dall' altissima sfera in cui l'Arte e la Filosofia stanno
congiunte e indivise o (p. XXIX). Quanto all'altro punto, scriveva: « il tipo
fonetico, il tipo morfolo- gico e lo stampo sintattico del linguaggio di
Firenze si erano in- dissolubilmente disposati al pensiero italiano, per la
virtù sovrana di Dante Allighieri » (p. XVII;; e pochi anni dopo, nel volume
ottavo dell'Archivio (p. 121-7j, insisteva su ciò nuovamente, con più precise
indicazioni, oltre il resto chiamando con felice immagine la Toscana e Firenze
« terra promessa del linguaggio letterario italiano i). — 120 — vorrei che egli
considerasse clie cosa è una lingua ! Sen- nonché , a tacer che oggi , con l'
indirizzo storico che tutti gli studii han preso, il cercar quello che una cosa
sia equivale all'indagar principalmente come si sia for- mata , è manifesto che
una larga e sicura esperienza del modo onde le lingue, letterarie o no, si
costituirono, deve giovar non poco a indicare per qual via possa davvero
acquistarsi quella lingua o quella parte di lingua di cui la letteratura d'un
popolo ahbia in un dato mo- mento bisogno. Certo , sarebbe ingiusto non men che
irriverente il disconoscere come il Manzoni portasse nella disputa molta
conoscenza effettiva di lingue e in ispecie tanto esame critico della loro
storia quanto nessun let- terato italiano ve n'aveva mai arrecato; ma in fm dei
conti egli non era un glottologo di professione, e bisogna anche aggiungere che
, al tempo in cui egli meditava suir argomento , nella glottologia stessa erano
state in voga dottrine un po' esagerate sull'intrinseco valore dei dialetti,
sulla naturale spontaneità del linguaggio umano e sul carattere organico di
questo: le quah esagerazioni eran parse dare uno scientifico rincalzo a quelle
a cui per impulsi letterarii egli tendeva. GÌ' insegnamenti più cauti e più
recenti della scienza hnguistica inducono invece a moderarle , e , pur
confermando 1' origine dia- lettale delle lingue scritte , mettono nel debito
rilievo l'efficacia che in esse ha 1' opera e la tradizione lette- raria. Così
il principio manzoniano , vero all' ingrosso, vuol esser corretto , non solo
neh' applicazione , quasi per felice inconseguenza, ma nella sua stessa formola
teorica : conclusione a cui torneremo dopo aver consi- derato sotto diversi
aspetti lo spinoso argomento. III. Raccontare 1' eterna lite è impresa non
lieve ; nò .solo per 1' ampiezza e molteplice varietà del fatto 4 — 121 —
stesso della lingua, ma perchè le discussioni intorno ad esso presero un assai
diverso atteggiamento da età ad età, come da paese a paese, e perchè i
disputanti non si riesce ad aggrupparli in classi se non trascurando certe
propensioni individuali , o le discordanze palesi e latenti tra i partigiani d'
un medesimo principio , o le somiglianze tra gli avversarli. A prima giunta,
poniamo, si direbbe che la diversità dei criterii storici e dottrinali dovesse
portar per immediata conseguenza un corri- spondente divario nella maniera di
scrivere, e i fautori della toscanità dar saggio d' una forma più sciolta e
dialettale , quei dell' italianità avere un andamento più compassato. Ma ciò
non sempre si verifica: nel Cinque- cento, suppergiù in un medesimo tono
accademico hti- gavano quasi tutti ; e anche ai giorni nostri , nei quah la
question della hngua è stata in più intimo legame con quella dello stile, ninna
sostanziale differenza quanto a quest' ultimo si giungerebbe per esempio a
scoprire tra le belle pagine in cui il Giorgini calorosamente difese e quelle
in cui il Tabarrini moderatamente oppugnò la teoria del Manzoni. Mentre un de'
più cospicui campioni di questa, il rimpianto Broglio, specialmente nella Vita
di Federico il grande, libro del resto piacevole ed istrut- tivo , diede in
tali eccessi da far ricordare di Teofra- sto riconosciuto per istraniero da una
vecchia atenie- se quod nimium attice loqueretur , come dice Quintilia- no , 0
da far parere scritte apposta per lui le parole : « dal troppo Toscaneggiar
^egg' io che non sei tosco » . Che se queste particolari antitesi sembrassero
insinuar che la differenza vera sia insomma da Toscani a non Toscani, s'
avrebbe subito da poter citare scrittori sve- nevoH tra i primi, manzoniani
savii tra i secondi. Né è uor di luogo ricordare che nella prima metà di questo
— 122 — secolo il Perticar! combattè il toscano con libri di forma abbastanza
spigliata , e il Galvani gli sì levò contro a difenderlo con un' opera quanto
mai stentata e dura; mentre d'altra parte il Monti, che stava col primo, e il
Biamonti, che precorse 1' altro, pur differendo notevol- mente neir efficacia e
nell' amenità, tanto maggiori nel Monti, concordavano appuntino nelle forme,
perfettamente moderne in entrambi, della lingua e della sintassi. Neanche è da
credere che l'urbanità e la carità patria stessero sempre da una parte, o,
peggio, da nessuna, e che un tristo livore fosse il movente principale delle
controversie e l'unico soffio che le tenesse perennemente accese. Senza negare codesta
parte velenosa, bisogna far molte distinzioni, e riconoscer largamente le
ragioni buone e sostanziali che determinarono una disparità di opinioni non
priva d'ingenuità ed appropriata alle nostre vicende storiche. Il sensitivo
patriottismo dell'Italia risorta s'a- donta di certe grettezze o malignità dei
nostri vecchi, e perfìn che i Toscani chiamasser forestieri o stranieri i
Lombardi, o che contendessero di nazione fiorentina o sanese. Ma non si
dimentichi il significato un po' vario dal presente che alcuni di codesti
termini avevano, né la corrispondenza di essi alle effettive condizioni nostre
d' allora ; ed è pur patriottismo il non esagerar quelle miserie rappresentando
coni' un semplice sfogo di gare fratricide una secolare esercitazione che per più
rispetti fa invece onore all'ingegno italiano ^). 1) Principalmente si
considerino le seguenti opere: — Bembo Prose nelle quali si ragiona della
volgar lingua. Vi fece un commento critico perpetuo il Gastelvetro con le sue
Giunte. — Castiglione li cortegiano (Dedica e Libro I). — Speroni Dialogo delle
lingue.— Trissino Epistola a Papa Clemente VII delle lettere nuovamente — 153 —
IV. Intanto, se nella bulgare Eloquenza i rancori del- l'osulo avevano
inasprite le sentenze di lui su quasi tutte le parlate municipali, un magnanimo
spirito d'italianità vi aleggiava nella lode di uno stile comune a tutto « il
giardin dell'Imperio ». E il Trissino, come il Castiglione, ripigliando dopo
due secoli il concetto dantesco , non avevano ombra d'ostilità verso la Toscana,
e ragionavan da gentiluomini quali erano. Il sanese Tolomei, senza in tutto
dissimulare una certa uggia che i non Toscani si impancassero a fermar le norme
della lingua e che altri gli avesse rubate le mosse nel pubblicar proposte di
ri- forma ortografica, fu riguardoso col Trissino e schivò di aggiunte nella
lingua italiana; — Dubbi grammaticali; — Il Castel- lano. — Adriano Frangi
(pseudonimo o prestanome del Tolomei) Il Polito. — Tolomei 11 Cesano. —
Lodovico Martelli Risposta alla Epistola del Trissino. — Machiavelli Dialogo
sulla lingua. — Liburnio Dialogo sopra le lettere del Trissino. — Firenzuola
Del discaccia- mento delle nuove lettere inutilmente aggiunte alla lingua
toscana. — GiAMBULLARi 11 Gcllo ossia ragionamenti della prima ed antica ori-
gine della Toscana e particolarmente della lingua fiorentina; — Della lingua
che si parla e scrive in Firenze, con dinnanzi un Dialogo di G. B. Gelli sopra
la difficultà dell'ordinare detta lingua. — Varchi V Ercolano. — Muzio
Battaglie, cioè lettera al Cesano e al Cavalcanti, lettera al Trivulzio,
lettera al Veniero, e la Varclnna. — Salviati Avvertimenti della lingua sopra
il Decameron. — Mazzoni Difesa della Commedia di Dante (libro VI). — Persio
Discorso intorno alla conformità della lingua italiana con le più nobili
antiche lingue e principalmente con ?a ^r^t-ff.— Lombardelli i fonti toscani. —
Scipione Bargagli 11 Turamino. — CiTTADmi Trattato della vera origine e del
processo e nome della nostra lingua; — Origini della volgar toscana favella. —
Davanzati Lettere a m. B. Valori , al Balgarini e agli Accademici Alterati. —
Belisario Bulgarini Lettere al Davanzati.— Beni V Anticrusca. —Fescetti
Risposta all' Anti crusca. — Nisiely Pro- ginnasmi poetici (voi. Ili, sulla
fine). — Ferrante Longobardi (ossia Daniello Bartoli) Il torto e il diritto del
Non si può, dato in gin- — 124 — offendere ogni persona o cosa, affratellando
insieme tutti i popoli di Toscana. Il fiorentino Gelli propugnò assai
nobilmente il patrio linguaggio; ed il Varchi, se fu più mordace, velò di
graziosa ironia e di garbatezze corti- giane le sue malizie. Il Machiavelli fu
sdegnosetto, ma, com' era da aspettarsi da un così gran promotore del- l'unità
nazionale, non avaro di simpatia per gli altri Ita- liani. Un po' più aspro e
di più chiuso municipalismo fu l'altro fiorentino Lodovico Martelli, ma non
dimenticò le convenienze. Quei che veramente portaron nel piato le maniere
villane e una rabbiosa invidia regionale, furono dalla parte dei Fiorentini il
Firenzuola , da quella dei Lombardi il Muzio, che non si vergognò di buttarsi
con dicio sopra molte rególe della lingua italiana. — Magalotti Lettere a
Ottavio Falconieri, ad Apollonio Bassetti e a Francesco Redi. — A. M. Salvini
Prose toscane, passim, e Note alla Perfetta Poesia del Muratori. — Gigli
Vocabolario Cateriniano. — Baretti Tre lettere sugli studi d'un giovane (lett.
Ili; § 3-6). — Cesarotti Saggi sulla filosofia delle lingue coi Rischiaramenti
apologetici e la Lettera al conte Napione. — Napione DelVuso e de'' pregi della
lingua italiana. — Cesari Sopra lo stato presente della lingua italiana (1809)
; — Le Grazie (1813). — Monti Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al
Vocabolario della Crusca (1817 e segg.); — e in essa inseriti i due trattati
del Perticari : Degli scrittori del trecento e dei loro imitatori (1817), e
Dell'amor patrio di Dante e del suo libro intorno il Vol- gare Eloquio (ÌS^O).
— Lettere di Pamfilo a Polifilo (opuscolo del BiAMONTi, 1821). — Galvani Dubbi
sulla verità delle dottrine pertica- riane (1846). — Zannoni Storia delV
Accademia della Crusca (1848). — Crivelluggi La controversia della lingua nel
Cinquecento (1879). — Guido Mazzoni La questione della lingua nel sec. XF/ii
(1887).— Luz- ZATTO Pro e contro Firenze (1893). — Fra le storie letterarie,
ricor- diamo specialmente quelle del Canello {S. d. l. i. nel sec. XVI, capo
ultimo) e del Gaspary (voi. II, p.« II, p. 59, 65 segg., 102. 186 segg. della
versione italiana). Dei nostri Saggi critici (1879j parecchi ri- guardano la
questione della lingua, e sotto aspetti diversi. — 125 — furore sull'opera
postuma del Varchi. E soprattutto per avere il pensiero rivolto a quel Padovano
diede in qual- che eccesso di sprezzante ironia anche il Salviati negli
Avvertimenti. Poiché con ciò che egli scrisse in codesta opera mag- giore non
si vuol confondere la sua polemica, ben altri- menti maligna, contro il Tasso;
la quale molto inoppor- tunamente è da taluni storici tirata dentro nel
soggetto di cui ci occupiamo. Furon questioni di lingua^ oltreché di poetica ,
quelle suscitate contro la Gerusalemme , e la questione della lingua non ci
avea rapporti se non indi- retti. Che del resto il Tasso era stato di coloro
che con più serena franchezza riconoscessero l'origine toscana; e ci volle
tutta l'ingiustizia di quel non provocato assalto, e la calunnia con tanta mala
fede appostagli d' avere scritto contro Firenze, per istrappargli dall'animo
mite e schietto una mera esclamazione contro la boria del primato fiorentino.
Anche un'altra polemica anteriore, pur tutta personale, quella tra il Caro e il
Gastelvetro , fu troppo confusa con la gran lotta. Contro una canzone brutta e
insipida dell' elegante scrittore marchigiano , scagliò una critica brutta ed
acre il filologo modenese; il quale era un cu- rioso miscugho di dotto acume e
di vuota sofisticheria, e ondeggiava tra un pedantesco rigore e un linguaggio
scorretto , artificiale e provincialesco , come nello stile riusciva insieme
arido e proHsso. Con poche giuste cen- sure ne accozzò molte inconcludenti ,
che per lo più si risolvevano in asserzioni gratuite od erronee sull'avere il
Petrarca scritto o potuto scrivere questa o quella voce o maniera. L' Apologia
del Caro mosse da un risenti- mento giusto, benché sfogato qua e là in modo
pette- golo e con invenzioni e freddure che allora piacevano e — 126 - oggi
ristuccano ; ma fu un lìmatissimo lavoro , ed ha parti, soprattutto in
principio, veramente belle. Sennon- ché circa r origine toscana della lingua
nessun divario era tra i due; salvo che il Caro propugnava meglio l'uso vivente
toscano e rimproverava l'avversario di starsene troppo alla lingua antica e ai
rancidumi , di presumer d'esserne egli il depositario, di voler far il maestro
del toscanesimo senza aver dimorato, come lui Caro, a Fi- renze, studiandovi la
favella. Anzi, se si prescinde dal modo come il Gastelvetro scriveva e
criticava lo scritto altrui, se si guarda alla sua astratta teoria, quale si
di- sviluppa dalle infinite perplessità delle sue Giunte alle Prose del Bembo,
si può dir che con il Caro egn s'ac- cordasse interamente, proclamando che si
debba scrivere nella lingua del proprio secolo , e che sia impossibile
gareggiar nella Kngua del Trecento coi trecentisti, e che i Fiorentini si
trovino per lo scriv^ere in condizione mi- ghore di tutti gli altri (Giunta
XIII). Solo di sbieco il diverbio si venne a intrecciar con la questione
generale, in quanto che il Caro trovò un cordiale difensore nel suo Varchi ,
che di là si distese a una ben più larga trattazione circa le hngue. Forse
anche senza il Caro egli avrebbe scritto 1' Ercolano, ma ad ogni modo non ne
ebbe che un incentivo a cacciarsi finalmente in quel- r altra mischia che
durava da più decennii , e per la quale nessuno'^era megho agguerrito di lui.
V. U Ercolano, già composto nel 1560 o anche prima, fu pubblicato il '70,
quattr'anni dopo la morte dell'au- tore. Il Tolomei, che verso il '25 avea
sotto altro nome dato fuori il Polito^ non pubblicò il Cesano, scritto pochi
anni appresso, se non, già vicino a morte, nel 1554; e più che altro per toma
di vederselo stampato, come allora facilmente capitava, senza sua saputa. Il
Dialogo - Ii27 — del Machiavelli roslò per più di due secoli inedito; e fin la
Varchhia del Muzio uscì postuma il 1582, un decennio dopo ch'era stata
incominciata a scrivere. Anche questi indugi nella stampa, — benché allora, per
esser più re- cente l'invenzione di questa, il manoscritto fosse tuttavia un
mezzo non disprezzabile di pubblicazione , e noi sappiam di fatto che alcune di
tali opere eran già note prima che si stampassero — , danno indizio che
l'accani- mento non fosse quale ad altri è potuto sembrare. Inoltre, non dai
soli libri più o meno polemici e volti a trattar di proposito la questione, si
deve giudicare lo spirito pubblico; giacché, a tacer di coloro che favorendo in
pratica questo o quel criterio non s'impacciavano di propugnarlo o nemmen
formularlo, molti scrittori, o in- cidentemente 0 condottivi da più largo
discorso, profes- sarono l'opinione propria con affabile tranquillità. Il Bembo
aveva, quasi senza parere, detta la sua; e più tardi il padovano Speroni, nel
fargli eco in un suo Dialogo, diede a ciascuna delle varie opinioni una così
equa rappre- sentanza, da lasciar appena trasparire a quale egli ade- risse. Il
Giambullari, così nel suo trattatello grammaticale come nel Dialogo il Gello in
cui tanto favoleggiò e spro- positò sull'origine semitica della lingua
fiorentina e sui primordii della lingua poetica, non iscrisse alcuna parola
pungente, benché di un riposto orgoglio desse indizio col far del toscano una specie
di popolo eletto stabilito da Noè o Giano nel cuor dell' Itaha , col ricordar
che prima dei Romani dominassero in questa gli Etruschi, e con l'insano
tentativo di annullare il primato crono- logico dei Siciliani ascrivendo al s.
XII un preteso rima- tore pisano, che solo avrebbe preso di Sicilia l'uso di
finir le parole in vocale ! Entro la seconda metà del s. XVI, il cesenate
Jacopo — 128 — Mazzoni, prendendo a giustificare Dante e dei latinismi e delle
deviazioni dall'uso toscano, non si fece dal suo assunto trascinare ad alcuna
esorbitanza. Egli, come il Bembo e lo Speroni, come il veneziano Ludovico
Dolce, il Castelvetro, il Caro e tanti altri, con la loro aperta deferenza al
toscano, si mostravano immuni dalle invidie regionali. In ciò senza dubbio
entravan per qualche cosa 0 la lunga dimora in Toscana o i rapporti amichevoli
con alcuni scrittori toscani e le lodi onde questi erano stati larghi
agl'italiani migliori; ma anche una tal con- vivenza e mutua simpatia è cosa
degna di nota. Ed un'altra n'è questa, che le controversie furon quasi
interamente o fra toscani e lombardi (nome che allora aveva un senso men
circoscritto potendo accennare a tutta r Italia superiore alla Toscana) ,
benché i secondi combattessero per lo più in nome della lingua usata in corte
di Roma, ovvero tra fiorentini ed altri toscani; ma il Mezzogiorno fu quasi
scevro di ribeUione. Il nobilissimo Sannazaro , riverito e additato ad esempio
da toscani e non toscani , era nella più cordiale intelligenza con tutti ; e il
napoletano Del Falco , nel suo Rimario del 1535, lascia scorgere un gran
rispetto per la toscanità e ci dà prova degli sforzi che qui si facevano per
ap- propriarsela. Anche Ascanio Persio di Matera, che il 1592 parve ritornare
alle idee del Trissino , non lo fece che in un senso ben più discreto e con
mirabile serenità. VI. Negli anni onde si chiuse il Cinquecento e il Sei- cento
ebbe principio, la scuola sanese di Belisario Bul- garini, del Lombardelli, di
Scipione Bargagli e del Cittadini, disse le ragioni sue senza alcuna
intemperanza; giacché anche il terzo, per quanto superasse tutti, allora e poi,
nell'audacia di un radicale concetto d'autonomia, fu mosso da uno schietto non
men che angusto convincimento. Il — 129 — Davanzati, agrodolce col Bulgarini,
aspretto contro il Mu- zio, sostenne il fiorentino in quel suo modo reciso ma
non crudo. E mite , nonostante la precisione delle sue dottrine, fu Benedetto
Fioretti, nato nella diocesi pistoie- se, ribattezzatosi Udeno Nisiely e
Accademico Apatista, nò privo di vera equanimità; garbato verso i non toscani,
eccetto r Ariosto che quasi sempre perseguitò con sin- golare pertinacia. Il
libro poi del ferrarese Daniello Bartoli non è che un'argutissima e dotta
polemica grammaticale e lessicale contro i divieti capricciosi dei linguai , né
tocca la questione generale se non in quanto, sottintendendo il primato toscano
ma badando piuttosto alla tradizione letteraria, loda e compie la Crusca. Uno
scandalo aveva invece suscitato Paolo Beni , un candìotto cresciuto a Gubbio e
insegnante in Padova, che con V Anticrusca del 1612 rinnovò le idee del
Trissino e del Muzio, con rozza e pedantesca violenza. Gli rispose subito, e in
modo ancor più viperino , un toscano Or- lando Pescetti; i cui morsi però furon
rivolti quasi uni- camente ad hominem, poiché nel resto dimostrò un certo
grossolano spirito di conciliazione. Un secolo dopo, il Gigli rinnovò lo
scandalo col Voca- bolario Cateriniano (1717), libro riboccante d'arguzia e
d'umorismo, ma spesso scurrile, pettegolo e maligno, non di rado anche insipido
o adulatorio. Piccato che la Cru- sca non facesse buon viso ad una raccolta da
lui offertale di voci occorrenti nelle opere di Santa Caterina, il Gigli perde
la bussola, e, portando la polemica non solo fuori di ogni onesta convenienza
ma assai al di là dei suoi veri convincimenti, attirò sopra sé una persecuzione
fie- rissima, di cui l'effetto piìi miserevole fu ch'ei dovè sob- barcarsi ad
umilissime ritrattazioni. L'Accademia partecipò con l'animo e con l'opera alla
propria vendetta, ma que- 9 — 130 — sta fu principalmente voluta da grandi
personaggi che r uomo aveva feriti con quella sua mordacità balzana, che da
ultimo gli alienò pur i migliori amici e l'Arcadia. La Crusca era nata con una
specie di peccato originale, poiché , quand'era composta tuttavia di pochissimi
né peranco intenta ad alcuna seria occupazione, due dei suoi maggiorenti,
parlando in nome di lei, aiutati chetamente da alcuni colleghi e non
isconfessati dagli altri, avevano stra- ziato l'infermo autore della Gerusalemme.
Ma dipoi, datasi a comporre il Vocabolario ed a stampare e illustrare antichi
testi, nella sua vita tre volte secolare, or languente or inter- rotta or
modestamente operosa, s'è mostrata quasi sem- pre schiva di pettegolezzi,
studiosa più di contenere che di sfogare i suoi risentimenti , a censure né in
tutto giuste né sempre amorevoli rispondendo per lo piìi o col silenzio o con
parole disdegnosamente moderate, e so- prattutto col sodisfare i desideri
altrui fin dove le pa- ressero ragionevoli e attuabili. Nella replica del
Pescetti al Beni protestò di non aver avuto la mano; e così nel castigo del
GigU ebbe, lo ripetiamo, soltanto una parte, e talvolta secondaria. Acerbo fu
con la Crusca e con la coltura fiorentina contemporanea , un mezzo secolo appresso
, il Baretti ; ma le sue censure e ironie non han che fare con le ignominie del
Gigli. Anche meno severi furono , poco di poi, il Cesarotti e il Napione; come
né essi né il Ba- retti scarseggiarono d'amor patrio. Che se questo parve
nobilmente angoscioso nel solo Napione, — il quale, com- battendo con impeto 1'
abuso , che nel suo Piemonte si faceva , del latino nelle scritture dotte e del
francese nella letteratura amena o nella conversazione galante, o l'abito
dappertutto tenace dei dialetti provinciali, dava in ismanic perchè alla
triplice usurpazione sottentrassc — 131 — subito il buon italiano, che con
l'uso continuo e gene- rale acquistasse disinvoltura — , gli altri due però,
che, in- vidiando i pregi di certe lingue europee con le quali avevano grande
familiarità, erano impazienti che l' Italia si volgesse a quelle con simpatica
fiducia anziché col ti- mido orrore comandato da vieti pregiudizii, non
dimostra- vano con ciò minor patriottismo, benché lo intendessero in un altro
modo. La bizza, poi, che nacque dall' aver il Napione ricordato il Cesarotti
quasi unicamente per con- tradirlo e non dove s'atteneva a lui, di che il
Padovano si risentì con arguta vivezza , fu cosa lieve e fugace. Pii^i acre
divenne nel primo quarto di questo secolo la lotta del Monti e del Perticari
contro la Crusca e il Cesari , ma non degenerò in contumelie. Il Cesari con le
sue sentenze sommarie contro i moderni, ispirate sem- plicemente dal fanatismo
pegli antichi, offendeva senza volere; e dalle repliche si difendeva con una
certa picca aristocratica, senza mai impeti di generosità, ma in fondo da uomo
pio e mite qual era. Il Monti, più focoso, ri- velava però un invincibile
calore d'affetto, pronto a ri- comparire appena sbollita la collera. Con la
Proposta^ modellata , per la disposizione della materia e per la qualità delle
prove e la forma degli scherzi, sui libri del Bartoli e del Gigli, assalì la
Crusca, non rea d'altro che di non essersi voluta mettere a rifare il
Vocabolario in- siem con l'Istituto Lombardo. La difficoltà di quel lavoro
comune sarebbe riuscita allora anche più grave che non oggi ; e, posto pure che
a tal considerazione s' aggiun- gesse un po' di ritrosia a confonder le proprie
beneme- renze con le altrui, la fraterna offerta fu dall'Accademia ricusata con
parole assai cortesi , e comunicando al- l' Istituto le norme con le quali essa
aveva già iniziato i suoi studii. La sfuriata del Monti adunque mosse da un —
132 — dispetto eccessivo e fu troppo lungamente protratta; ma, esalandosi in un
getto inesauribile di facezie ed'ironie pungenti, non trascorse in rampogne
poco patriottiche. Quanto poi alla sostanza delle opinioni, il Monti, pro-
clamando viva e vegeta una lingua comune a tutti gli scrittori italiani ,
vincolo non mai spezzato fra le varie parti della Penisola, riaffermava con
chiaro proposilo e caldo affetto l'unità almeno ideale della nazione. Come il
Cesari e il Puoti, con l'inchinarsi da Verona e da Na- poli alla favella dei
Toscani, se non altro all'antica, si mostravano scevri d' ogn' invidia
provinciale; e con l'af- fannarsi a purgare la lingua d'Italia dalla patina del
forestierume , venivano a fomentare , quasi senz' accor- gersene, il desiderio
della nazionale indipendenza. Final- mente i sofismi del Perticari contro il
toscano, e il modo poco sincero onde allegò, travisandoli, antichi testi ed
autorità, non provennero che da scarso senso critico, da imperfetta dottrina e
da quello spirito sistematico che, soprattutto in certe epoche, induce ad una
inutile ma- lafede letteraria anche animi non abbietti. Ma fu bello che lo zelo
della verità spingesse il Biamonti, ligure, e il Galvani, modenese, a tutelare
con serrata ed onesta cri- tica le ragioni del toscanesimo. VII. Quando , sul
principio del s. XIV, Dante scrisse il De vulgari eloquentia, le condizioni del
volgare italiano, per il modo onde era stato coltivato nel secolo prece- dente
, erano tali da determinar una specie d' illusione ottica, che, insiem con le
disposizioni peculiari del grande esule , lo doveva trarre a giudizii, in parte
paradossali davvero, in parte così divenuti agli occhi dei posteri, lenti a
comprendere' appieno le sue parole, i molti sottintesi, i termini e 1'
argomentazione medievale , i vacillamenti d' una disciplina nascente. — 133 —
S' era preso a scrivere in volgare non già per vera ribellione al latino, la
quale in pochi fu consapevole , ma per istintiva necessità e per imitazione
delle letterature d'oltralpe. Il latino, che era sempre la lingua della scuola,
della curia e della chiesa, continuò ad essere adoperato, anche "da molti
che scrivevano in volgare. Qualche de- cennio prima che s'incominciasse a
poetare nelle favelle d'Italia, come per alcuni decennii appresso, parecchi
Ita- liani del settentrione poetarono in provenzale, e durante tutto il s. XIII
non mancarono Settentrionah e Toscani che scrivessero in prosa francese (cfr.
pag. 23 seg.), aven- dosi poi perfino una produzione giullaresca di poesia so-
prattutto epica, carolingia la più parte, in un Hnguaggio ibrido variamente
mescolato di francese e di veneto. Pei cantastorie di piazza il francese
scendeva fino alle nostre plebi , come di poesia provenzale risonavano le
nostre corti; e ai volghi come ai patrizii illetterati giun- geva il latino, se
non altro, della liturgia. Gl'Italiani in quei secoli si mescolarono di
continuo coi Transalpini^ pei pellegrinaggi, per i commerci, per le crociate,
per le conquiste normanne e angioine, per gli Studii di Parigi e di Bologna.
Orbene, i primi che scrissero in volgare italiano ado- praron ciascuno il
proprio dialetto, non essendovi ancora gravi ragioni perchè un dei dialetti
prevalesse sugli altri; e così di quel secolo abbiamo testi milanesi , bergama-
schi, cremonesi , veronesi , veneziani , genovesi, umbri, abruzzesi , pugliesi
, siciliani, fiorentini , senesi, aretini, pisani, lucchesi e via via. Non si
creda però che le di- stinzioni fossero proprio e sempre così precise come
oggi, che, per un intento filologico o letterario fermando nella scrittura un
dei nostri dialetti, ci si pone ogn'industria per rappresentarlo esattamente
tale qual è. Già, es- — 134 — sendo allora tutti più vicini alla loro comune
origine, i dialetti avevano certe altre conformità che han poi per- dute, e non
ancora alcune differenze che han poi acqui- state così per il trascorrer del tempo
come per la più rigida separazione politica delle varie regioni d'Italia in
questi ultimi secoli. È vero che per converso alcune vec- chie differenze sono
sparite e nuove conformità sorte, specialmente per 1' influsso della lingua
letteraria ; ma nell'insieme la rassomiglianza era , sei secoh fa , mag- giore.
L'influsso strapotente delle due lingue galliche e, che è più, del latino,
accomunava le scritture dialettaU in infiniti gallicismi e latinismi, di
parole, di maniere, di costrutti, di traslati, di flessioni, di suffissi, di
suoni, di grafìe. Rappresentandosi ad orecchio i suoni dei di- versi volgari
coi segni tradizionali del latino e con ap- plicazioni e combinazioni nuove di
quelli, suggerite forse alcune dall'esempio straniero, e procedendosi in ciò
con l'affannosa incertezza che è propria dei primi tentativi, si cadeva in
mille contradizioni, variando di continuo nello stesso testo il modo di
scrivere una medesima parola o un medesimo suono; o al contrario si veniva a
mascherare con la identità della rappresentazione grafica il divario più 0 men
grande da dialetto a dialetto. Inoltre, la pro- pria loquela di ciascuno poteva
non essere per 1' ap- punto la sua nativa, bensì quella appropriatasi con la
lunga dimora altrove , e così 1' una come 1' altra esser contaminata dalla
familiarità con altri volgari italiani acquistata con gli scambii e le
peregrinazioni; allora tanto più facili di quel che divennero poi, quando con
la salda costituzione di certi aggruppamenti o Stati, minori della nazione intera
ma più grandi dei Comuni e della mu- tevole ampiezza delle Signorie, un'
ombrosa tirannide li separò con barriere poco meno che insormontabili. Gl'I- —
1:^5 — tallani facevano un continuo rimescolarsi, non solo per ragfioni simili
a quelle che li mettevano cosi spesso a contatto cogli stranieri, cioè i
traffici, lo industrie, i pel- legrinaggi, le spedizioni guerresche e le
scuole, e per le gare marittime di Venezia, di Genova, di Pisa e di A- malfì,
ma altresì per il furore delle fazioni che spingeva molti fuor della patria, e
per il girovagare dei podestà con la lor famiglia di giudici^, notai e birri ,
giacche la podesteria era un ufficio transitorio e affidato a chi non fosse
nativo della città. E poiché si scriveva per inten- dersi alla meglio o per
conseguire certi effetti estetici, ed a ciò la favella non era che uno
strumento naturale e personale, non regolato da grammatiche né da scru- poli d'
esemplar fedelmente un dato idioma e mante- nerne r urbanitas, alla quale ninna
urbs aveva ancora diritto, i criterii erano larghi e ciascuno poteva credersi
lecito r uso promiscuo di voci e forme dialettalmente diverse; tanto più che in
molti casi n'era dato modo di cavarsi da certi impacci, come la rima, o di
raggiunger più prontamente altri fini. Tutto si faceva per mera pra- tica e
alla buona, e lo stesso latino del tempo era spre- giudicato, variabile
all'infinito, più o meno imbevuto d'i- diotismi volgari della *più diversa
provenienza. La pro- miscuità poi dovè crescere via via che l'uso scritto del volgare
si diffondeva e perpetuava, e che la conversa- zione con la penna dava luogo a
un vivace scambio e ad una progressiva assimilazione. Quasi non v'era forma
che, per quanto strana nel linguaggio suo , lo scrittore non trovasse naturale
in questo o quel linguaggio al- trui , e da ciò egli era poi sedotto a
inventare, per mera analogia, forme che non esistevano realmente in nessun
paese. Della trasmission dei testi da luogo a luogo era or- gano in certi casi
la viva voce , in altri 1' opera de — 136 — copisti, in altri cospiravano
entrambi i mezzi; e chi pro- nunziava 0 trascriveva l' altrui lo rivestiva,
come in simili incontri è sempre avvenuto , delle forme idiomatiche sue 0 del
suo pubblico. 11 travestimento, in parte inconsape- vole e irresistibile, era
fatto senza ritegno, od anche a fin di bene. La musica, a cui la poesia lirica
si dispo- sava, come ne rendeva più agevole la diffusione, così da una parte
aiutava a impedire che il numero delle sillabe fosse mutato e dall'altra
contribuiva a fare che le sillabe stesse o le parole cambiassero forma, e
questa sembrasse una cosa abbastanza secondaria: lo vediamo anc'oggi con le
ariette napoletane emigranti fuor della patria. In queir alba della nuova
civiltà, una subUme spensieratezza affratellava il pensiero e i parlari d' ogni
angolo d'Italia. Vili. Con tutto ciò molte distinzioni occorrono. Un' im-
pronta più schiettamente locale serbano alcuni generi di composizioni , o
destinate alla plebe, o volte a uso pratico 0 individuale, o messe giù da uomini
semphci, 0 che per l'indole loro o per caso non furon mai tra- scritte o non
mai fuori del luogo ov' eran nate, o che gli amanuensi trovaron ribelli a un
vero travestimento. Egli è suppergiù il caso di certe lettere commerciali o ab-
bozzi di cronache, di certi ritmi e cantilene, di laudi e devozioni, di altre
poesie sacre, di poemetti didattici, di vite di santi, di componimenti
scurrili: compreso in un certo senso il famoso Contrasto della Eosa fresca^ di
Cielo d'Alcamo o Dal Camo che sia. Ma l'alta lirica amorosa , che , per essere
coltivata e favorita nella Corte sveva, fu chiamata siciliana, non si può dire
che, quale noi la conosciamo, abbia forme pret- tamente sicule, e nemmen
credere che tali le avesse in origine e che solo le raffazzonature dei copisti
le dessero — 137 — quel colore così imperfettamente meridionale e mezzo
toscaneggiante. Certo, l'esserci essa pervenuta unicamente a traverso le
trascrizioni toscane, o per rara eccezione venete , deve costituire una delle
principali cause del curioso fenomeno; né è punto scarso il numero delle voci e
forme o meridionali in genere o propriamente sicule 0 pugliesi (si chiamava
Puglia il Reame al di qua del Faro), che in quelle rime, soprattutto in rima,
saltan sii con più o meno di evidenza : in ispecie se di quei dialetti si
considerino bene le forme antiche e le sud- divisioni locali, non già, come
alcuni fecero , si pareggi in tutto e per tutto p. es. il siciliano del Dugento
o quel di Messina col palermitano di oggi o con quello amma- nierato di cui ottanta
novant'anni fa si serviva il Meli. Sennonché le peculiarità che sono o paiono
meridionali, fan capolino anche in poeti della stessa scuola nati in altre
contrade d' Italia; scarso é il numero dei rimatori veramente siciliani e dei
pugliesi; l'imperatore Federico era nato e cresciuto tra le Marche e l' Umbria
; la sua Corte si tramutava spesso fuor del Reame, nonché fuori dell'Isola; la
poesia che ne era l'ornamento era coltivata da una classe particolare, di
principi, di uomini di corte, di giudici, di notai, di podestà: da gente dotta
insomma, peregrinata assai fuor della patria, avvezza ai vicende- voli scambii.
Lo Studio di Bologna, a cui solo il 1224 Federico contrappose quello di Napoli,
era stato frequen- tato da Pier della Vigna e dagli altri; e in quel ritrovo di
studiosi d'ogni parte d' Italia, oltreché d' Europa , le varie loquele italiane
s' erano affiatate insieme. Colà si prese anche a insegnare da alcuni il
formulario di epistole e di altre simili prose in volgare; ed é naturale vi si
ve- nisse elaborando, misto di elementi eterogenei, un comune gergo scolaresco.
Forse anche qualche conato di poesia - 138 — italiana vi fa. La poesia sveva
quindi non potè es- sere un convocio di schietti saggi dialettali, ma già sotto
la penna stessa dei suoi compositori, nativi specialmente dell'Italia centrale
e meridionale, dovette esprimersi in un gergo in cui i latinismi, i gallicismi,
i provincialismi altrui ed i proprii, s'intrecciassero; essendovi poi le lievi
divergenze rese tollerabili e intelligibili dalla reciproca familiarità,
dall'angusto circolo di concetti, di sentimenti, di paragoni, d'immagini, di
frasi, nel quale gli autori s'ag- giravano, e dalla comunanza del modello
provenzale a cui tutti attenevansi. IX. Le stesse considerazioni s'applicano al
Guinicelli e agli altri rimatori fioriti in Bologna nella seconda metà del
secolo. Con dipiìi questo , che sul Guinicelli influì molto l'aretino Guittone,
un vero caposcuola. E in ge- nerale, via via che il secolo declinava, gli
autori toscani e il loro linguaggio venivan prevalendo sugli altri; parti-
colarmente sulla vicina Bologna esercitando un'attrazione che la presenza di
maestri e scolari toscani nello Studio doveva render più agevole. Con la caduta
degU Svevi il Mezzogiorno avea perduta l'egemonia, e i hberi Comuni,
specialmente guelfi, crescevano di operosità e di conscia potenza. La posizione
geografica dell'idioma toscano, che lo fa in certe cose convenire con
l'italiano del settentrione, in altre con quel di Roma , di Napoli e di Palermo
, e che per giunta lo mette in grado di meglio propagarsi così di là come di
qua , era , com' è tuttavia , un' utile prerogativa: mancata al siculo, tanto
fuor di mano. Essa però, che è quasi altrettanto propria del bolo- gnese 0 del
romanesco, non sarebbe stata causa baste- vole di primato se non vi si fosse
congiunta una molto più intrinseca prerogativa , cioè la struttura stessa del
toscano. Il quale, — ben diversamente dal bolognese, e — 139 — un po' anche dal
ruinaiicscu qual era allora più simile all' abruzzese e non peranco modificato
dalla invasione dei Toscani, che seguendo i papi medicei rinsanguarono la città
eterna, — è in molte cose il men degenere dal latino , ed ha una bella e comoda
contemperanza di suoni, specie per il timbro delle vocali, che non vi son mai
turbate come nei dialetti galloitalici e nei meridionali (vi mancano p. es. w,
ò', e muta), né troncate sulla fme come nel veneto, né monotonamente affilate
come nel siciliano (che dice sulu per solo, fici per feci e per fece, e così via).
Certo , é un fatto sorprendente che il latino abbia sofferta minore alterazione
in una provincia che nel Lazio, e giusto nella provincia dove si parlava una
lin- gua così poco comprensibile oggi quale l'etrusco; che, se anche fosse un
dialetto italico, sarebbe sempre più dis- simile dal latino che non altri
dialetti italici come l' osco e l'umbro, sicché dal fondersi con esso il latino
avrebbe dovuto aver maggiori danni che là dove si fuse con l'osco e con 1'
umbro. A risolver l'enigma, fu da taluni supposto che, mentre la Roma imperiale
si riempiva di forestieri inqumate loqiie?ites, la fertile e civilissima
Etruria si affollasse di Romani; da altri, che il popolo etrusco fosse allora
di quelli che, come oggi p. es. il russo, hanno una singolare attitudine ad
appropriarsi le lingue stra- niere, per quanto remote dalla propria; e da tutti
av- vertito che nel medioevo la Toscana, riparata dall'Ap- pennino, fu la men
soggetta alle invasioni barbariche: le quali però, si badi, non sono state in
alcun luogo la vera causa delle alterazioni più profonde e sostanziali che il
latino vi abbia patite. Ma, comunque si spieghi, il fatto é indubitabile; e vi
se ne collega un altro, che in parte è l'effetto e in parte — 140 — può essere
stato una cagione del primo, cioè una maggior finezza di senso linguistico nei
Toscani, la quale, come s'avverte nella sottigliezza delle sinonimie e del fra-
seggiare e nella compiacenza di parlare ore rotundo , così si tradusse ben
presto di fuori in una specie di scherno per le loquele altrui e in quella
presunzion di sé che quando non è campata in aria assicura meglio la
supremazia. Dal libro stesso di Dante apprendiamo (I, 13) che e gli uomini
plebei e i famosi erano u ub- briachi » di quella presunzione , e che un
fiorentino Castra aveva tra gli altri composta una regolare canzone in burla
dei dialetti dell'Italia romanesca (I, 11). Codesta canzone , oscura e tutta
infarcita d' idiotismi , è stata ritrovata in un codice, che ne fa autore un
Ser Osmano (cioè da Osimo, o fosse un semplice aggettivo patrio o già tramutato
in cognome); il quale sarà stato forse un podestà, preso di mira dal Castra, e
, non essendo ad ogni modo se non il personaggio in bocca del quale la canzone
fu per ischerno messa, venne da ultimo confuso con l'autore medesimo ^).
Inoltre, la poesia in Toscana e in Bologna non si restrinse, come quasi
interamente avea fatto nella Corte sicula, all'espressione del senti- mento
amoroso cavalleresco, ma si estese alle faccende politiche ed ai precetti e
dispute morali e teologiche. Da ultimo , per opera del Cavalcanti , di Dante e
di altri fiorentini e del pistoiese Cino, la città del fiore, con le sue più
prossime vicinanze, prese addirittura il so- pravvento. Non era ancora l'alto
sole che poi fece in- 1) Anche il senese Cecco Angiolieri, o secondo altri il
fiorentino Lapo Gianni, raccolse in un sonetto parecchi tratti caratteristici
di dialetti toscani e unìbri. In tempi alquanto posteriori, il Sacchetti
contraffaceva spesso nelle Novelle le loquele altrui , e si burlava volentieri
dei podestà. — 141 — visibili tutti gli astri, ma l'aurora che rendendo fioco
il loro raggio richiamava gli sguardi verso la parte più fulgida del firmamento
italiano. X. Intanto il ristretto linguaggio dell' alta lirica di tutto il s.
Xllf , •quello in cui anche Siciliani, Pugliesi, Bolognesi ed altri nati fuor
di Toscana o fuor di Fi- renze avevano poetato , appariva allora e apparve poi
non molto dissimile dall' italiano letterario dei secoli appresso , e come
anticipatamente toscaneggiante ; sì perchè latineggiava , sì perchè era quasi
tutto pas- sato per la penna dei copisti toscani , sì perchè il to- scano era
stato pur uno dei tanti dialetti che avevan messo bocca in quel poetico
colloquio della nazione, e sì perchè avea finito col farsi a poco a poco il più
lo- quace e il più ascoltato. L'impressione particolare che quel gergo suscita,
ha in doppia maniera operato sulle opinioni circa la lingua : direttamente ,
col trar fuor di strada alcuni Italiani nel Cinquecento e fino ai nostri
giorni, avendo 1' aria di smentire col fatto la presunta origine fiorentina;
indirettamente, con l'aver suggerite allo scrittore della Volgare Eloquenza
certe esagerazioni, per le quali quei medesimi Italiani si credettero aver
dalla loro 1' autorità nientemeno che di un testimone contemporaneo agli
avvenimenti, d'un Fiorentino, e di quel Fiorentino! A dir vero, egli non aveva
voluto scrivere se non una poetica del volgare, e non men dell'illustre che del
me- diocre e dell'umile ; trattando minutamente di stile e di metrica , e solo
proemiando a tutto con una specie di filosofia biblica e teologica del
linguaggio , e con una classificazione geografica ed intrinseca delle favelle
euro- pee, più specialmente delle neolatine , più specialmente ancora dei
dialetti italiani. Pure, nel fermarsi a definire — 142 — qual fosse il volgare
illustre aulico e cortigiano, cioè il linguaggio proprio della poesia
cortigiana (per il quale si doleva che non vi fosse più una vera Corte , ma si
compiaceva ve ne fosse una tutta ideale, unita, dal gra- .zioso lume della
ragione) , egli dibatte la questione se vi sia alcun dialetto che coincida
interamente col vol- gare illustre. E poiché in ciascuno vi son modi brutti e
suoni aspri da scartare e dappertutto i rimatori si son distaccati dal parlar
nativo, conclude che nessun dialetto può aspirare a quell'onore, e che il
volgare illustre dà odor di sé in ogni città ma non riposa in alcuna. Nem- meno
il toscano e il fiorentino trovano grazia presso di lui, né, dato il suo rigido
concetto, la potevan trovare interamente. Ed egli li condanna con tutto
l'impeto di chi da un lato , guardando a ben più largo orizzonte, sentiva e
ostentava disprezzo per il gretto attaccamento al municipio e alla regione
nativa , e dall' altro di chi verso quello e questa aveva giusti rancori da
sfogare. Nel fastidire, tranne poche eccezioni capricciose o deter- minate da
vaghe impressioni, tutti i dialetti un per uno, e nei giudizii sommarli con cui
li condanna, adducendo tutt' al più per saggio della lor bruttezza qualche pro-
prietà fonetica, qualche fraselìina, o il principio di qualche poesiuola
infarcita dei loro idiotismi , egli ha di mira certi criterii generici di
bellezza acustica, certe differenze troppo gravi dal latino, che era per lui,
come per tutti, il concreto ideale linguistico. E si lascia pure, senza che se
n'avveda, trascinare dalle naturali antipatie del To- scano per ciò che non é
toscano , del Fiorentino per ciò che non è fiorentino ; benché sotto un altro
rispetto la massima severità ci V usi appunto coi dialetti nativi, nei quah ,
perché li conosce meglio , guarda più per il sottile e più si sente offeso da
quel poco che abbiano L — 143 — di brutto. Nonostante insomma 1' acume e V
ardimento mirabili per quel tempo, non tiene una misura eguale, non ha il
giusto senso delle proporzioni, e ora ingran- disce cose minime, ora passa
sopra a cose ben più gravi. Quel che ci assicura della sua buona fede e scema
l'eccesso delle sue sentenze, è che egli considerava più particolarmente uno
stile e lo scelto frasario d'un genere speciale che non una lingua intesa nel
suo più largo senso, ed aveva appunto sott'occhio un corpo di poesia la cui
forma effettivamente non pareggiava nessun dia- letto singolo e radeva le cime
di tutti, quasi librandosi in aria. Nel poema poi, che chiamò Commedia, potè
secondo le sue stesse dottrine, che allo stil comico concedevano il volgar
mediocre e l'umile (F. EL, II, 4), discendere fino ai più volgari modi del suo
fiorentino, adoprandovi per esempio, senza incoerenza, Vintrocque, che nel
trat- tato latino spicca come un brutto idiotismo nei due versucoli
simboleggianti il fiorentino triviale e indegno della canzone. Mentre insieme
vi fece uso d'una libertà che nella lirica non s' era effettivamente permessa ,
e ricorse qualche volta, pel bisogno della rima o per acci- dentali fini
estetici , a voci d'altri dialetti (cfr. p. 36). In opera così vasta e di così
geniale ispirazione egh avrebbe per forza dovuto far getto di certe pedanterie;
ma resta sempre che una maggior libertà di lingua, maggiore in tutt' i sensi ,
era anche teoricamente con- sentanea al nuovo genere a cui s'era messo. Ma è
giusto rendersi conto dell' effetto che il libro latino, e il suo confronto col
poema , dovevan fare sui letterati del cinquecento , a seconda degli umori e
dei principii diversi. Nessuna di quelle scuole era in grado di penetrare nei
successivi svolgimenti del pensiero, della — 144 — coltura e dell'opra
molteplice di Dante, che essi facevan tutto d' un pezzo ; nessuna dubitava che
la Commedia non fosse in volgare illustre ! Il Trissino e i suoi, pren- dendo
alla lettera il trattato latino , estendendolo alla hngua d' ogni genere di
poesia e di prosa , ravvisando nelle voci non toscane delia Commedia
l'attuazione della norma esposta nel Trattato, né badando allo scarsissimo
numero di esse, giacché il numero pareva contar poco dove l'importante era la
riprova pratica d'un principio, accoglievano con fidente entusiasmo quella
solenne affer- mazione del comune italiano illustre e della parità del toscano
con gli altri dialetti. I Toscani scorgevano invece una contradizione per l'
introcque , e , poiché erano in causa propria , aprendo bene gli occhi senza
lasciarsi imporre da un gran nome , avvertivano la rarità delle voci non
toscane della Commedia, e con ogni apparenza di ragione dicevano: o il libro
latino non é di Dante, 0 egli lo scrisse per astio verso la patria. Sicché la
possibilità d'una falsificazione non era messa in campo con intento maligno,
che anzi vi accennavano con mani- festa ritrosia ad offendere il Trissino ; il
quale inoltre, quando nel 1529, dopo un pezzo che se ne discuteva, mandò fuori
stampato il libro, col darne solo la tradu- zione e sotto il nome d'un altro
che il Varchi reputava capace d'esser proprio lui il traduttore, ci mise del
suo per accrescere i sospetti. I quali fino a questo secolo ripullularono in
alcuni, contrapponendosi alla cieca fidu- cia che altri riponevano nelle
immature dottrine del precoce tentativo critico di Dante. XI. Questi poi col
Poema finì di assicurare alla città nativa il primato che con la sua Poetica
aveva preteso negarle. Il magico volume, lasciandosi indietro ad enor- me
distanza tutti i brevi saggi di poesia volgare sin — 145 — allora apparsi in
Italia , e quelli , anciic di gran mole, delle letterature d'oltralpe,
levandosi d'un tratto a pa- reggiare r Eneide e i più gloriosi monumenti dell'
arte classica , fu accolto con istupore in tutta Italia ; tanto più che di
ciascuna parte di questa esaltava o mordeva i grandi personaggi, denudava le
piaghe, sferzava i vizi, rivangava i pettegolezzi , descriveva i luoghi ,
riandava le memorie, e d'ogni causa comune nazionale, religiosa 0 morale,
politica o letteraria, storica o presente, scru- tava il valore e le sorti. Fu
come la bibbia del popolo italiano, anzi, per le tante reminiscenze bibliche e
clas- siche , e per il suo valore teologico vero e apparente, dovea divenire il
libro della Cristianità , specialmente cattolica e latina. Si propagò nelle
alte e nelle basse sfere, fu considerato come un libro di devozione, fu tra-
scritto in centinaia di copie, chiosato in latino e in vol- gare da molti,
esposto in iscuola e in chiesa, imitato da un ascolano, da un fulignate, da due
oriundi fiorentini nati neir esiUo. li maggior di codesti due , il Petrarca,
anche col suo Canzoniere amoroso e politico, nel quale si assommarono e
l'ultimo fiore del dolce stil nuovo e r ultima eco di queir arte provenzale sul
cui suolo na- tivo egh amò e visse lungamente, offerse un altro mo- numento
insigne e presto divulgatissimo della loquela fiorentina ; benché ivi questa
apparisse impoverita per la necessaria schifiltà dell'alto linguaggio hrico, e
un po' scolorita per la costante lontananza dell'autore dalla pa- terna città e
la lunga dimora al di là delle Alpi. Il Boc- caccio, che, nonostante gli
allegri anni passati in Napoli e le peregrinazioni altrove, era già stato e
tornò poi nel beli' ovile , attinse più agevolmente e più spensierata- mente
alle fonti native, e sguazzò neh' imitazione di Dante, di cui era entusiasta, e
del Petrarca, per cui ebbe 10 — 146 — ammirazione e amicizia. Colle tante prose
e coi tanti componimenti in verso, alcuni dei quali, i poemetti nar- rativi in
ottave , rasentano la scioltezza della prosa ; e soprattutto col Decamerone,
che anch'esso abbraccia un ampia e varia materia e tocca ogni parte d'Italia,
dif- fuse in questa un largo fiume di parlar fiorentino, an- che della vena più
familiare. Innestandovi qualche spiz- zico di toscano provinciale e di altre
parlate italiane, e in tutte le sue opere latineggiando molto nel periodare,
venne così per altra via a dare al suo eloquio paesano un suggello
d'italianità, che contribuì a renderlo popolare dappertutto. Come la sua
intimità , non semplicemente estrinseca, con Napoli, fu causa che qui egli
avesse forse una parte più cospicua nella propagazione del toscano. Ribadita
l'efficacia di Dante dai due che lo seguirono, l'efficacia di tutto il gran
triumvirato fu alla sua volta ribadita , come era stata sempre assecondata , da
una falange di poeti e, più, di prosatori fiorentini e toscani: cronisti ,
novellieri , predicatori , morahsti , narratori di cose divote o di viaggi. Una
parte altresì molto consi- derevole spetta agl'infiniti traduttori dal latino
antico o medievale e dal francese, toscani poco meno che -tutti. Quali fossero
i sentimenti comuni circa la lingua , lo dicono esplicitamente da un lato un
Fiorentino contem- poraneo dell' Alighieri , andato pur egh alcuni anni ra-
mingo per l'Italia e per la Francia, Francesco da Bar- berino, che da una sua
allegorica donna si fa dire: E parlerai sol nel volgar toscano , E porrai ^)
mescidare alcun volgari Consonanti con esso, Di que' paesi dov' ài più usato,
Pigliando i belli, e' non belli lasciando; 1) Antico francesismo per potrai. —
147 — e dall' altro, il padovano Antonio da Tempo che, com- ponendo poclìi anni
dopo Dante un altro trattato , sulle Rime volgari, scriveva: « Lingua tusca
magis apta est ad literam sive literaturam quam aliae linguae , et ideo magis
est communis et intelligibilis; non tainen pro- pter hoc negatur quin et aliis
linguis sive idiomatibus aut prolationibus uti possimus». Il primato toscano
era dunque un fatto naturale, accolto spontaneamente, inteso senza pedanteria
così da chi lo teneva come da chi lo subiva. Se, come osservammo per il secolo
precedente, tutti gì' Italiani uscivan facilmente dal guscio nativo , i
Fiorentini superavan tutti con il lor trafficare in Italia e fuori per negozii
commerciali e politici, e papa Boni- fazio li chiamò il quinto elemento
dell'universo; onde la loro parola non era soltanto letta ma spesso udita. Per
un concorso insomma di cause molteplici era ormai fatale che la lingua scritta
d'Italia sarebbe esem- plata sul dialetto fiorentino. Si dica pure che dai tre
massimi trecentisti fu dato il tratto alla bilancia, e che, se a caso la
Commedia, il Canzoniere e il Decamerone fossero stati opera di siciliani o di
bolognesi , noi oggi ci affanneremmo a scrivere suppergiù in siciliano o in
bolognese, e i Toscani sarebbero essi costretti agli sforzi che or toccano agli
altri. Ma si aggiunga subito che co- desta è un'astratta ipotesi, realmente
invenjsimile; che, data essa, l'unificazione della lingua sarebbe stata ben più
ardua e imperfetta ; che ne sarebbe resultata una lingua letteraria più
eterogenea e mista , men fedele a un qualsivoglia tipo dialettale; e che non
per caso quei tre autori s' ebbero giusto da Firenze : come in Grecia non per
fortuito incontro la letteratura toccò il suo apogeo nella città che parlava
attico. Non solo l' intrin- seca virtù dell'idioma fiorentino rese più agevole
ai tre - 148 — suoi campioni il farlo trionfare , ma quella virtù ed il valor
di questi furon due cose intimamente connesse e dipendenti dalla tempra d'un
popolo privilegiato. Quando i nostri vecchi confondevan lingua e lettera- tura,
dicendosi per esempio da Dante che il Cavalcanti avesse tolto al Guinicelli la
gloria della lingua , ei non peccavano che d'esagerazione; che del resto un
naturale e spesso segreto vincolo le congiunge, a quel modo che un genere di
poesia e la sua forma metrica nascono quasi ad un parto. Solo gU svolgimenti
ulteriori e più artificiali disciolgono fin a un certo punto forma metrica e
poesia, lingua e letteratura, traendo ciascuna di esse quattro al di là del suo
primo connubio. Di quella tem- pra medesima che poco fa dicevamo, due altre
manife- stazioni furono , pur non senza riscontri in Atene , il pronto
primeggiare de' Toscani nelle arti belle, e il te- nace reggimento democratico
, con 1' accomunarsi delle classi anche nella coltura. Onde era resa più facile
la formazione d' un linguaggio letterario , non Hmitato ad una casta né ad
alcuni generi , ma pervadente tutto il corpo sociale e propagantesi ad ogni
specie d'argomenti; laddove la poesia sveva e ghibelhna era stata cosa di corte
e di curiali, la bolognese uno svago di università e di dottori , e il comune
di Bologna non potè lunga- mente reggersi a popolo , essendosi messo ben presto
sulla via dei comuni lombardi , degenerati in signorie. Quell'arte
aristocratica, ch'aveva affratellato in un ri- cercato eloquio quasi conforme i
maggiorenti della na- zione e rallegrato l'anima italiana di Dante, aveva avuto
a necessario contrapposto la varietà dialettale delle pro- duzioni popolari, in
ispecie dei giullari e dei frati. XII. Ora invece un intero corpo di
letteratura e di lingua omogenea si era costituito. Il linguaggio poetico I —
149 - fiorentino orasi Vi'nuto lil)erando (ìi quasi tutte quelle forme d'altri
dialetti italiani e toscani, che avevano avuto corso nel s. XIII, confortate il
più delle volte dalla somi- glianza loro con le corrispondenti provenzali o
latine; e poche di esse si salvarono nel generale naufragio, p. es. i
condizionali avria e sim., le voci senza dittongo come con- vene foco, qualche
parola come augello^ e rimanendo sem- pre più esclusive della poesia. Nella
prosa, in cui eran più liberi da esempii precedenti, i Fiorentini e i Toscani
restarono meglio fedeli allo schietto uso indigeno. Quel cosiffatto corpo
adunque fiorentino e toscano si porgeva come imitabile esempio, e così prevalse
quello studio d'as- similazione per il quale in ogni genere di scrittura e nel
conversare colto gl'Italiani si vennero avvicinando al fio- rentino; e finirono
col non più adoprare i proprii dialetti se non o nella parlata familiare, o scrivendo
per ischerzo, spesso scurrile ed osceno, nell'epigramma, nelle parodie, in
umili elegie, tutt' al più nella commedia, e nemmen riuscendo sempre a schivar
di ricalcare la frase, la co- struzione e la grafìa toscana. Il fatto non
avvenne dall' oggi al domani , né senza contrasti e restrizioni. Alcuni
dialetti perdurarono a lungo neir uso ufficiale , come il siciliano , il
piemontese e il veneziano; e di quest'ultimo fu non senza ragione detto che, se
non poteva essere una lingua, era troppo bello per semplice dialetto: bellezza
che in parte deriva dalla maggiore somiglianza al toscano. Parecchi vernacoli,
in quella letteratura inferiore che a loro rimase , ebbero tal copia e varietà
di scrittori, da dar luogo a vocabo- lari! storici 0 ad una filologia locale di
controversie gram- maticali e ortografiche; e di quegli scrittori alcuni, come
il napoletano Basile, il Goldoni, il Meli, il milanese Porta, il romano BeUi,
han destato un interesse più che regio- — 150 — naie. Nei secoli XIV e XV e
perfino nel XVI non man- cano i testi dialettali fatti ancora senza celia, e
gli stessi italiani o toscani fiorentineggianti lasciano ancor troppo scorgere
il loro luogo di nascita, usando lingue ibride: che meriterebbero uno studio
accurato, il quale ne spe- cificasse le peculiarità, i successivi progressi , i
parziali regressi, gli ardimenti, gli stenti. Per es. il Boiardo scri- ve
vediti , parón , fasso , per vedete , padrone , fascio ; e dal saper che in
toscano è foglia e faccia quel che nell'italiano settentrionale suona foja e
fazza è tratto ai falsi toscanesimi gioglia^ abbaglia^ piaccia e sim., per
gioia , abbaia , piazza. A Napoli esisteva un in- finito e un gerundio
coniugato, come fanno per far noi e farno per fare essi, e così facendomo e
facendono (forme nate suppergiù come dicemmo del toscano eglino a p. 75), e il
Sannazaro nei suoi sdruccioli mette un famosi e uno siamosi, che fecero
strabiliare il Varchi e il Ni- siely. Ma è bello vedere come quell'ibridismo si
venisse via via purificando, specialmente negli scrittori più elevati, da età
ad età, di libro in libro, come p. es. dall'Innamorato al Furioso, e sin da
un'edizione all'altra di un medesimo libro, com'è appunto del Furioso (cfr. p.
17) e dell'Ar- cadia. Il provincialismo s'è venuto sempre più assotti- gliando
e circoscrivendo allo stile trasandato delle can- cellerie 0 del commercio , ed
è generalmente reputato segno di scarsa coltura e d'inettitudine. Un Napoletano
che dica o scriva innammorato, tantoppiii, colparci per averci colpa , sacca
per tasca o saccoccia , o ditegli che venisse subito, o spagnolescamente
attrassato per arre- trato, ne vien deriso. XIII. Gol piegarsi di tutta la
nazione ad un dialetto, s' ebbe qui 1' effetto medesimo che con questo stesso
jnezzo conseguirono altri popoli. Quel che l'Europa chia- - 151 — ina
$2'^agnuolo è detto in Ispagna più spesso castigliano^ ed è infatti r idioma
della Castiglia, più particolarmente dì Madrid, adottato dalle altre provincie
che per gran tempo avevano scritto nelle proprie loquele. Quel che in Francia e
fuori si chiama francese^ con un nome che oggi s' in- tende rispondere a quello
della nazione intera, era dap- prima , così di fatto come per il significato
del nome, qualcosa di ben più ristretto, cioè il parlare dell' Isola di Francia
, e più propriamente di Parigi. Il quale col soverchiar di quella metropoli si
dilargò via via dalla Manica ai Pirenei , sopraffacendo tutti gli altri
dialetti scritti colà, dai più vicini, costituenti con esso il volgare d'o'//,
ai più remoti, costituenti il volgare d'oc o proven- zale; e non mutando
neanche il suo nome, poiché non meno di questo si venne estendendo il
significato del vocabolo Francia di cui è l'aggettivo. Sennonché in Ispagna e
in Francia la prevalenza del dialetto della capitale fu un fatto politico. P.
es. , con l'assunzione di Ugo Gapeto al trono nel s. X , Parigi divenne
definitivamente la capitale della Francia del Nord, e tra il s. XII e XIII il
suo dialetto prese un deciso pre- dominio ; come con successive prepotenze ,
che misero capo sulla fine del s. XV all'annessione della Provenza alla
Francia, si venne di mano in mano assoggettando anche il Mezzogiorno. Nei primi
secoli tutti i paesi del Nord avevano preso parte in vario modo ad una fecon-
dissima produzione poetica e prosastica, s'erano avuti pa- recchi centri
letterarii, e i varii dialetti à'oU s'erano intesi fra loro, spesso
intrecciandosi per opera principalmente dei copisti; e nel Mezzogiorno s'era
avuta una letteratura dialettale, e in ispecie una lirica cortigiana in un
volgare illustre, librato in alto sui dialetti dell' oc , che tutti vi
concorrevano, sebbene una cotal prevalenza ve l'avesse il Umosino. Ma tra
moltissimi scrittori pedestri e molti mediocri non ve n'era stato alcuno
grande. Allorché nel s. XVI e più nel XVII e nei successivi, col rinascimento
dell'antichità classica e l'influenza della letteratura ita- liana, i grandi
scrittori vennero, trovarono già assodata la preponderanza parigina, e Parigi
divenuta senza con- trasto, qual è tuttora, il gran centro della Francia e il
laboratorio intellettuale a cui tutti i Francesi accorrono, la cui favella
s'era già allargata e affinata per una Corte elegante e per le lotte religiose
o politiche. Così gli scrit- tori, o nati nella città o venìitivi in gran copia
di fuori, non fecero che compir 1' opera. In Italia invece, il toscano
preponderò solo per certi suoi pregi intrinseci e per la copia e 1' eccellenza
della sua letteratura ; poco favorito , spesso anzi contrariato, dalle
condizioni politiche. Ebbe discepoli , non sudditi ; operò per mezzo dei libri,
non già perchè tutti gì' Ita- liani accorressero a Firenze, o di qui si
diramassero per tutta la Penisola le leggi, i comandi, le mode. Un rap- porto
di guest' ultima specie non esistette prima o poi se non tra Firenze e la rimanente
Toscana, e produsse manifesti effetti quanto all'unificazione hnguistica di
quella provincia; come un accenno benefico su tutta la nazione si cominciava a
scorgere pur nel magro quinquennio in cui, avanti il 1871, Firenze ne fu la
capitale provvisoria. Le nostre secolari divisioni non condussero solo a ciò,
che la dittatura del fiorentino fu esercitata con mezzi poco dittatorii, ma
importavano anche che i molti Co- muni e Signorie fossero altrettanti focolari
di diversi lin- guaggi ufficiali , e non di rado costituissero veri centri
letterarii, più o meno capaci di rivaleggiare con Firenze, attraendo a so i
dotti e gli scrittori. Non occorre ricor- dare Venezia , Padova , la Milano dei
Visconti e degU — 153 — Sforza, Bologna, Modena, Siena, le Corti degli Angioini
e degli Aragonesi, di Mantova, di Ferrara, di Urbino e ^ via via. Nel s. XVI
alcune di queste brillavano per l'e- leganza del conversare; e specialmente la
Corte di Ro- ma, benché più mutevole nei gusti per l'avvicendarsi di pontefici diversissimi
anche di patria, aveva un'autorità incontrastabile e perenne. I dialetti locali
dovevano un po' trascinare anche le Corti, per quanto dedite a una vita
artificiale; e i personaggi e gli scrittori, che in cia- scuna di esse erano
alla moda o vi accorrevano, davan credito a certi loro vezzi provincialeschi.
Il gran giro- vagare che coloro facevano e 1' esser toscani molti di essi,
rimediava in parte al male; ma questo crebbe dipoi con la formazione dei grossi
Stati, nettamente divisi, con capitan divenute importantissime, delle quali
perfino il dialetto acquistava un primato regionale, come quel di Napoli, di
Palermo, di Torino, di Milano, di Venezia, e dove nell'uso ufficiale e tra le
persone di mezzana col- tura perdurò un gergo misto di buona lingua , di voci e
suoni dialettali, di latinismi, di francesismi, di spagno- lismi, di falsi
toscanesimi. La fedeltà della buona lingua al tipo fiorentino era mantenuta per
isforzo tutto lette- rario, dalla scuola e dai libri migliori, con affannosa
lotta contro mille ostacoli e contro il continuo pullulare delle dizioni locali
che, mentre avean la forza d'infiacchire la notizia e l'uso delle toscane,
quasi mai ne avevano una sufficiente per essere accolte da tutta Italia e
sostituirsi ad esse. Negli ultimi secoli lo scadimento della coltura italiana e
il restringersi di questa a un numero sempre pii^i limitato di persone, finì di
rallentare i vincoli della comu- nanza nel pensiero e nella hngua. Dove, come
in Germa- nia, pur non essendovi una capitale linguistica insieme e politica,
anzi discernendosi solo all'ingrosso in qual prò* — 154 — vincia r idioma
letterario si costituì , la coltura è assai diffusa e attivissima, l'unità
della lingua, almeno in un certo senso, si mantiene e si riproduce di continuo
da sé. Certo, quella specie d'isolamento in cui per qualche tempo son rimaste
le varie stirpi italiane, ha pur dato qualche buon frutto alla letteratura
nazionale , conser- vando quasi intatte le disposizioni particolari di ciascuna
stirpe. L' alpestre vigoria della letteratura piemontese dal Baretti e
dall'Alfieri al Balbo e al Gioberti; l'hnpeto generoso della lombarda dai due
Verri, dal Beccaria, dal Parini, al Manzoni e al Grossi; le inclinazioni
filosofiche e critiche della regione ove nacquero il Vico e il De Sanctis; la
curiosità indagatrice degli eruditi modenesi; la classica hndura della scuola
romagnuola e marchigiana^ ed altre cose simili, fanno guardare con un po' di
com- piacenza quell'alternarsi delle diverse stirpi nell'egemo- nia della
coltura, quei parziali primati, quella distribu- zione del lavoro. Ma il
beneficio fu assai minore del van- taggio che avrebbe dato il cimentarsi tutte
le forze di ciascuna stirpe in un centro comune, o almeno il con- tinuare in
quell'attivo scambio durato fino a tutto il s. XVI ; e ad ogni modo turbò
l'unità e il regolare pro- gresso della lingua. Poiché, dov'è una capitale come
Pa- rigi 0 r antica Roma , od un' operosità diffusa come la tedesca, i
provincialismi d'ogni scrittore son subito scru- tinati dal gusto comune; ed o
sono prontamente spazzati via, o, se son confacenti al tipo già accettato, se
hanno un'efficacia particolare, se la voga stessa dello scrittore li fa
spensieratamente venir di moda, se per una qua- lunque ragione fanno fortuna,
cessano d'esser provincia- lismi e diventano parte della lingua. XIV. Un bene e
un male fu anche il precoce apparire di scrittori fiorentini grandissimi , dopo
nemmeno un — 155 — secolo che i nostri vol^^iri avean cominciato a scriversi, e
che, con una relativa parità di grado, s'eran fatta un po' di concorrenza fra
loro. Mentre in Francia per tre secoli innanzi, come per due appresso, non si
uscì da una rigogliosa mediocrità, agitata da uno spirito schiet- tamente
medievale ; Dante , che pur restò per molti rispetti un uomo del medioevo ,
precorreva il Rinasci- mento gustando con nuovo sapore estetico i poeti latini
e rubando loro il segreto dell' arte , come nessuno in Europa avrebbe saputo
fare. A intere letterature stra- niere che fìniron con esser dimenticate sul
suolo mede- simo dove avevano vegetato e donde s' eran diffuse altrove, la
Commedia si contrappone qual opera gigan- tesca che sfida i secoli. Da ciò,
come da certe intrinseche peculiarità dei nostri volgari e dall' aver più
tardato a mettersi in iscritto , provenne che la struttura fonda- mentale della
nostra lingua colta e più d'un sol getto, più conforme al tipo dialettale su
cui quasi subito si plasmò, che non sia quella della francese; la quale serba
in sé le tracce della lunga gara fra i dialetti, avendo accolte, in ispecie da
quelli a sé più congeneri , alcune forme estranee in origine al tipo dell'
Isola di Francia. Così l'italiano letterario non potè più patire gravi alte-
razioni ; e tra 1' antico e il moderno le differenze sono poco men che
trascurabili, o più di stile che di lingua, laddove i Francesi non intendono
più la loro lingua antica se non a via di studio filologico. Però 1' avere
l'italiano avuto sì presto il suo capolavoro e alcuni de- gli autori principali
, fu pur causa d' impaccio nelle età successive , poiché in essi insieme con
ciò che non è morto 0 non può morire vi son cose e parole morte e antiquate.
Furon sempre essi i modelli, che non si pote- vano abbandonare ma neanche in
tutto seguire. — 156 — L' uso poi non mai interrotto della lingua latina, ri-
fattosi via via più generale, baldanzoso e destro, rimise per un secolo in
forse le sorti del volgare. Lo stesso Dante, che in queste ebbe così calda
fiducia, a certi soggetti s'era riserbato il latino; e così fece il Boccaccio.
Il Petrarca, tenendosi al volgare per la sola lirica cor- tigiana e pei
Trionfi, poetò ancor più in latino , e di questo esclusivamente si valse nella
prosa. Dietro al suo esempio, e per il rinascimento della coltura classica che
a lui dovè tanto, il volgare tornò ad essere trascurato dai più eletti ingegni
di Toscana e d' Italia, rimanendo in balìa dei minori e nien colti. Già nei s.
XIII e XIV gli scrittori del volgare si dividevano in due schiere: quella di
chi intendeva a dirozzarlo, riavvicinandolo al latino, o a ciò che fosse più
comune a tutta Italia , e schivando le inutili trivialità; l'altra di chi lo
usava spensieratamente, accogliendo i modi plebei, gl'idiotismi crudamente pae-
sani, le costruzioni sconnesse, i periodetti brevi o i pe- riodoni goffamente avviluppati.
Non v'era solo differenza di soggetti nobili o umili o indegnamente bassi, ma
sì nel modo di trattarli e nello stile. Dante non avrebbe scritto alimenti per
elementi, sanatare per senatore^ né altri di simili fiorentinesimi, salvo il
caso che non volesse ap- posta una voce di doppio senso o da mettere in bocca
plebea. Il dialetto d'una città non è tutto d' un pezzo, e per tante voci e
forme I' uso varia secondo le classi sociali, la coltura, i gusti, le diverse
età della vita , le relazioni col di fuori, e perfm secondo i rioni e le fa-
miglie. A rigore, ogni individuo ha un idioma suo. Se quel d'una città è
considerato come un unico dialetto, gli è perchè le conformità sono assai
maggiori delle dif- ferenze, e perchè ciascun cittadino capisce quasi sempre
anche le voci da cui si astiene. Certe suddistinzioni si — 157 — fanno poi più
risentile quando la parlala vien messa in iscrillura. Naturalmente , non tutti
gli autori si possono collocare in modo reciso o nell'una o nell'altra schiera,
o con Dante o col Sacchetti, e d'altra parte i piij dissimili hanno talvolta
inaspettate rassomiglianze. Ma all'ingrosso si può dire che dopo i tre sommi e
qualcuno non affatto indegno di tal compagnia , come il Passavanti , rimasero
padroni del campo prosatori e poeti dell' altra maniera. Con essi, tratte poche
eccezioni come l'Alberti, la lettera- tura fiorentina e toscana scemò di
dignità, riprese un colore troppo provinciale, s' aggirò soverchiamente in
ischerzi scipiti o grossi, in cose basse od oscene, in raccontar lievi aneddoti
o burle di cattivo genere e crudeli, o in infilzar riboboli oscuri e cose senza
nesso. Un bel contrapposto fanno a ciò le laudi spirituali, scritte per
cantarsi sulla melodia di canti profani e soppiantarh ; ma esse, come le Sacre
Rappresentazioni (nelle quali pur s'intromettono per episodio le buffonerie) e
tutte le opere devote, espri- mono una pietà meramente ascetica e popolare, ben
lontana dal misticismo subhme della Divina Commedia. Un altro genere
copiosissimo fu quello dei poemi caval- lereschi tradotti o rimpastati, in
prosa o in ottave, dai cantastorie toscani ; ma non perdette il suo fare plebeo
- nemmen col Pulci, che seppe cavarne un'opera singolare. * Quando sulla fine
del s. XV il Poliziano e Lorenzo s'adoperarono a rimettere in onore il volgare
e ad ap- K plicarvi di nuovo il gusto classicamente raffinato, ben- ■1 che con
opere di corta lena e per lo più di soggetto Bumile, le condizioni del
fiorentino eran dunque tali: che Hera stato, in un'età ormai un po' lontana, ascoltato
come se già fosse lingua nazionale; che , per conseguenza di quel passato e per
la sohta ragione dei suoi pregi idio- matici, non aveva perduto la priorità tra
gli altri dia- — 158 — letti; che Firenze aveva mantenuto un sufficiente
primato anche nell'opera nazionale di restaurare la civiltà greca e latina; che
nell' uso del volgare il resto d' Italia non aveva fatto gran cosa, sia per gli
autori più dialettali, sia pei più toscaneggianti, eccettuato forse il
Novelliere di Masuccio Salernitano e poi l'Arcadia e l'Innamorato; ma che
insomma il presente primato fiorentino nel vol- gare era quasi tornato quello
d'un dialetto rispetto ad altri. Vera lingua nazionale era ridivenuto il latino
, e la prima obbiezione che i più tenaci fautori di questo facevano, era: a
qual volgare dite che dobbiamo far ri- torno , se i volgari son tanti quante le
città d' Italia e così diversi ? Giacché, poco prima della così detta questione
della lingua , e ne' primi anni che questa ferveva, ve ne fu un' altra tra il
latino e il volgare ; e molti sostennero seriamente che dagli uomini di conto e
per soggetti ele- vati non si dovesse mai smettere il latino. Il quale, oltre
l'esser compreso anche fuor d'Italia, era per questa una gloria e un vincolo
domestico, che, mentre metteva gl'I- taliani al disopra degli stranieri,
lasciava in condizioni pari i nativi d' ogni italiana provincia , né li
obbligava ad inchinarsi a nessun municipio o regione privilegiata. Oggi che lo
scriver latinamente é divenuto un semplice esercizio di scuola o una rara
abilità di qualche erudito, non é facile comprendere tutta la minacciosa
efficacia di quelle dottrine in tempi che una tale abilità era ovvia, il vanto
consisteva solo nel raggiungervi tuna non ordi- naria eleganza, ed a molti
riusciva davvero più facile l'esprimersi in latino che non l'accattare dallo
studio di Dante e degli altri antichi Dio sa come malmenati dai copisti o nelle
prime stampe, e da accidentali cognizioni circa il parlar toscano, i vocaboli
della seconda lingua — 159 — letteraria, clic non ancora aveva grammatiche né
lessici. Solo riflettendo bene a tutto ciò s'arriva a intendere come uno
scrittore mediocre in fondo e per noi moderni ma- nierato, qual fu il Bembo,
potesse riscuotere un'ammi- razione così universale e così sinceramente
ossequiosa. Gli è che col dichiararsi, lui veneziano, lui gentiluomo e
personaggio d' alto affare, lui ecclesiastico , lui latinista elegante, lui
serenissimo, a favor dello spregiato volgare di Petrarca e Boccaccio, e con lo
sbozzarne alla meglio una grammatica, come col dar nei suoi proprii scritti
l'esempio d'una lingua corretta, vicina al latino, schiva quasi in tutto di
venetismi o di crudi toscanesimi, parve risolver di fatto ogni questione. XV.
Il latino, com'era inevitabile, venne cedendo, benché lentamente, il campo; ma
seguitò a influire sullo sviluppo letterario del volgare. Gol suo esempio
coonestava che anche l'italiano fosse trattato, secondo già le condizioni dei
tempi insinuavano, come una lingua morta, da de- sumersi più dai testi classici
e dagli spogli grammaticali e lessicali fatti sopra quelli, che dalla viva voce
d' un popolo. Come Roma non contava più nulla per iscriver la lingua di
Cicerone, così Firenze non doveva più con- tare per quella di Dante. E poiché
il latino aveva il suo secol d'oro, sembrò tanto più naturale che pur
l'italiano l'avesse, il XIV. Vi furono dunque sin d'allora de' puristi, benché
in un senso più discreto che ai tempi nostri, ed in condizioni di per sé più
discrete, non essendo i trecenti- sti ancora così lontani come son per noi. Che
se altri erano invece persuasi che l'italiano fosse da trattar come lingua
tuttora viva, da ciò stesso erano alcuni di loro tratti ad altre esagerazioni;
ed a quei che ne volevano la gram- matica, cosa divenuta necessaria or che il
fiorentino dovea dilatarsi tanto fuori dei suoi confini naturali, obbietta
vano: — 160 - se è lingua vìva, non si può dire se sia ancor giunta al suo
colmo, non sì può additarne il secol d'oro, e quindi non è il caso di fermarne
le regole come per il latino. Comunque, dove la lingua raccolta nei trecentisti
non bastasse o non si presentasse alla mente , si ricorreva, massime dai non
fiorentini, al latinismo. Quando inoltre una voce non toscana o non fiorentina
era più conforme alla latina che non la toscana o fiorentina corrispondente, il
provincialismo facilmente assumeva una dignità innega- bile, soprattutto se il
fiorentinesimo non avesse acquistato un credito storico col trovarsi in Dante o
negli altri due. Dovunque, per esempio ^ si diceva e si dice suppergiù pèrsica
pèrsico, il sincopato pèsca pèsco dei Toscani do- veva muovere a pietà. Né
poteva far gola la ciliegia a Napoli e a Roma, dove dicendo céràsa par di
rimanere stretti alla forma latina: più che in effetto non sia, giacché dal
lat. céràsa si venne al nostro céràsa passando per un aggettivo cerdsea; e il
romanesco, che dovrebbe propria- mente dir ceracia come bacio (cioè quasi
cerasela), deve aver adottato la forma napoletana. I volgari eran tornati in
una certa parità davanti al latino, e il Varchi racconta che nella sua
fanciullezza, cioè sul principio del s. XVI, genitori e maestri proibivan la
lettura dei libri volgari. Facendo una gran confusione, alcuni latinisti
giunsero a nutrire od ostentare disprezzo sin per Dante come poeta. Si credeva
generalmente che il volgare fosse nato da corruzion del latino per opera dei
barbari , e corruzione per corruzione ogni volgare poteva parere che in fondo
valesse lo stesso. Ben vi furon di quelli che , come il Tolomei e il Varchi ,
s'in- gegnarono a levar via quella brutta taccia, e, con giusto intùito
storico, a definire il volgare come piuttosto una trasformazione del latino. Ma
il concetto della corruttela — 1(>1 — })er(lelle sol di i)oco il suo
predominio ; e quella quo- sliono storica sull'origine latina dei volgari, per
quanto facesse allora di bei passi , con l' innestarsi però alla questione
dell' origine fiorentina dell' italiano letterario toglieva a questa molto di
precisione, la traeva fuori dei suoi veri termini, la complicava con dubbii e
speculazioni d' altra natura. E in ogni modo , fossero i volgari un barbaro
tralignamento o una semplice alterazione del latino, questo richiamava a sé,
anche in senso teorico e storico, gli sguardi e il sentimento unitario; e nel
far- glisi o restargli vicino, scrivendo il volgare, si riponeva in tutto 0 in
parte il merito di chi scriveva e della sua lingua. Meno male che 1' esser la
Toscana rimasta più immune dalle invasioni barbariche era pure una racco-
mandazione per il toscano, del quale parve a molti plau- sibile che, essendo
stato il men corrotto, fosse rimasto il più bello. XVI. Ma un gran fondo di
latino è in tutti i nostri vernacoli , e , lasciando anche da parte quelle voci
o forme che , rimaste particolari di alcuni dialetti, ne paiono un non
irragionevole vanto, una quantità ster- minata son comuni a ogni angolo
d'Italia. Dappertutto si dice pane vino amore famiglia, per i quaU vocaboli le
differenze, talvolta gravi ma tal altra Hevi o lievissime, consistono al più
nel modo come qua o là si pronunziano. La prevalenza del fiorentino ha avuto
luogo in ciò, che nell'uso scritto quasi tutte codeste voci han finito col
prendere la pronunzia fiorentina; che^ per le altre voci che non entrano in
codesta categoria, è di solito la fiorentina quella che s'è surrogata alle voci
più o meno discordi degli altri dialetti ; e che infine , anche nelle forme
grammaticali e nella sintassi, dovunque non c'è uguaglianza fra tutti i
vernacoli, il conio di Firenze ha 11 — 162 — impressa la sua stampa. Ma tutte
quelle derivazioni o dal latino antico o dall' ecclesiastico o dal medievale ,
insieme coi grecismi comuni , come battesimo , coi ger- manismi, come guerra,
coi gallicismi, come ciaramella o viaggio, cogli arabismi, come magazzino o
magazzeno, e via via, costituiscono una considerevole eredità comune, che si
sarebbe avuta anche senza la dittatura del fio- rentino, e che agevolò
immensamente il trionfo, in parte solo apparente, di questo. Sennonché rese più
difficile che si riconoscesse senz'ambagi l'azione unificatrice eser- citata da
Firenze. Ben la mettevano in rilievo i critici fiorentini ( e i toscani , fin
dove il loro interesse com- baciava con quel di Firenze ) , guardando più alla
fo- netica e alla grammatica, agli accidenti, come dicevano; ma gli altri , che
consideravano più il lessico , i corpi delle parole, potevano con più o men di
buona fede affermare che non da Firenze gl'Italiani avessero appreso a nominare
il pane, l'amore, la guerra e via via. Il che, con maggior apparenza di
ragione, potevan ripetere i Toscani rispetto a Firenze. S' aggiungeva che pur
di veri e proprii toscanesimi o fiorentinesimi divulgati in Italia dalla
Commedia e dagli altri libri , trovandosene ormai tutti in possesso , non
pareva così chiara la provenienza; e alcuni Italiani ra- gionavano con r
ingenua ingratitudine di chi dicesse a sua madre : io mi muovo e mi cibo al
pari di te , or come pretendi d'avermi portato nel grembo e nutrito ?
Osservavano a buon diritto i Fiorentini che la lingua dei tre scrittori non è
intesa naturalmente se non in To- scana, che molte delle sue parole son quelle
medesime che escono colà di bocca anche alla plebe, che negli altri paesi ciò
non avviene e la hngua v'ò imparata dalle per- nione colte per istudio, come si
fu d' un idioma straniero. — 1G3 — Ma dairaltra parte si rispondeva che il
Petrarca era com- preso in Lombardia anche dalle dame , e quasi moglie che in
Toscana , dove ad ogni modo la plebe non ci avrebbe capito nulla. Era uno
spostare la questione, dalla plebe alle persone colte , dalla lingua al
pensiero poetico; ma non per semplice mala fede, che la grande diffusione
allora della coltura generava curiosi abbaj'li. Anche il fatto che Dante aveva
scritto il poema nell'e- silio , il Petrarca era stato tardi e per poco a
Firenze, e il Boccaccio era detto certaldese, fìniva d'imbrogliare le menti:
quasi che il primo avesse lasciato a casa anche la favella; il secondo avesse
attinto la sua dagh Avigno- nesi anziché dai primi otto anni passati in
Toscana, da un maestro pratese, dai genitori e dagli altri fiorentini e toscani
attirati oltralpe dalla Curia ; e il terzo fosse stato inchiodato a Certaldo ,
e dalla parlata certaldese alla fiorentina ci fosse un abisso ! Ingigantivano
insomma una cosa che nelle sue vere proporzioni è questa: con l'altezza di quei
tre ingegni avevano cospirato le vicende della vita a fare che il loro
fiorentino non fosse così paesano come quello dei tanti allora e poi rimasti
rin- chiusi neir àmbito municipale, e che soprattutto i due primi sembrassero
appartenere più alla nazione che a una città. Studiando assiduamente le opere
loro e affiatandosi coi Toscani , alcuni nobih ingegni , come il Bembo , il
Sannazaro e 1' Ariosto, riuscivano a scrivere elegante- mente e a superare
molti fiorentini, che per la confi- denza d'aver il possesso naturale della
hngua scrivevano pesando meno le parole, e mescolavano coi latinismi e con la
buona hngua letteraria dei maggiori trecentisti gl'idiotismi, spesso triviali,
dell'uso vivo. I molti abbozzi di grammatiche e di vocabolari! eran opera
piuttosto — 164 — d' Italiani che di Toscani; il che, se da un lato forniva una
novella prova che ai primi occorrevan mezzi arti- ficiali per appropriarsi ciò
che ai secondi era naturalmente proprio, conferiva dall'altro ai primi una
certa supremazia nello studio riflesso della lingua e un'autorità effettiva. Il
Varchi p. es. corrèsse una volta , per deferenza al Bembo, in la in nella^
benché si riserbasse il diritto di adoperare, quando gli tornasse acconcio,
quel modo, come proprio che era e degli scrittori antichi e dell'uso vivo
fiorentino. Per tutte codeste ragioni nacque e si prolungò una disputa
particolare , che fu un dei luoghi comuni di quella più generale , cioè se a
scriver bene giovasse o nocesse 1' esser nati in Firenze. Si esagerò da ambe lo
parti, ma parecchi ebbero la delicatezza di sorvolare su una questione odiosa e
posta in termini troppo crudi, e alcuni Toscani la sciolsero bravamente o in
favore degli altri , come il Lasca, o con sagace imparzialità : dicen- dosi p.
es. dal Varchi che fuori si potesse scrivere egual- mente o anche meglio,
specie nello stile elevato, ma che a Firenze si parlasse meglio e si avesse
piti la mano a certi generi come il bernesco; o dal Lombardelli avver- tendosi
che gì' Italiani correvano il pericolo dell'affetta- zione, e i Toscani quello
di tirar giù alla sciatta come vién viene. In fondo sono anche oggi questi i
due scogli, e nel secolo XVI opere poetiche d'importanza nazionale, quali il
Furioso e la Gerusalemme, non ne diede la Fi- renze del Berni, ed opere subito
monumentali di prosa non ne diede nemmen Firenze. La prosa vi fiorì più che
altrove, or troppo familiare, come nel Ceilini, or giusta- mente contemperata,
come nel Golii e nell'autor del Ga- lateo , ora oscillante di continuo tra opposte
tendenze, come nel gran Machiavelli, ora compassata e accademica, — ir,5 —
tanto da muovere infine il Davanzati a una fiera reazione. Ma una di quelle
opere come il Decamerone o i Promessi Sposi , che in breve diventano l'
esemplare a cui tutti mirano, non s'ebbe. E in un certo senso non s' erano
avute nemmen nel Trecento, poiché il Decamerone era un esempio insigne sol di
narrazione fantastica e per lo più burlevole. Nel- l'opera complessiva del gran
triumvirato predominava la poesia; e, se questa è la più acconcia a vivificare
le fa- coltà letterarie d'un popolo e a diffonder la lingua, abitua però a una
più sconfinata libertà di linguaggio e all'ar- bitrio individuale. Così
parecchi cinquecentisti usavano p. es. 2^ona o avvia anche in prosa ; e, se lombardi
o meridionali, il riscontrare un simile condizionale nei pro- prii dialetti li
liberava da un doppio scrupolo, quasi di- cessero: non è una forma
esclusivamente poetica, poiché é viva nelle nostre parlate; non é un
provincialismo di queste , poiché l'usa il Petrarca ! Il senso comune finì con
lo spazzar dalla prosa cotali forme che la prisca poesia aveva avute dai poeti
non toscani e dal proven- zale. Ma in ciò e in molte altre cose simili ci volle
un lungo processo di eliminazione, e le prime regole della lingua furono cavate
in gran parte dai testi poetici an- tichi e poi dal Furioso ; il che ebbe
conseguenze non favorevoh al trionfo d'una hngua ben fissa, correttamente
familiare e prettamente toscana. XVII. Un altro avviamento a confusione nella teoria
fu l'esempio del greco : pei suoi quattro dialetti, per le mescolanze
dialettali in Omero, per il così detto dialetto comune^ che credevano fosse
risultato da una bella fusio- ne dei quattro. Applicato all' ingrosso, senza
ancora una precisa idea cronologica della letteratura greca e delle sue fasi
dialettah, con un concetto esorbitante delle cose — IGG — e un' interpretazione
fantastica del nome comune (xo^vy^), r esempio pareva far riscontro alle
mescolanze idioma- tiche della Divina Commedia, al volgare illustre, al libero
uso d'ogni dialetto italiano. Sforzi inauditi si fecero per togliere efficacia
a paralleli così autorevoli e^ in quel boUor di rinascimento, formidabili; onde
alcuni Toscani giunsero a opinare che il dialetto comune fosse stato la base
de- gli altri, 0 che l'attico fosse il primo ad esser coltivato e gli altri
risultassero da una sua ulteriore diversifi- cazione ! Anche oggi la critica
non vede chiaro interamente circa gh eolismi maculanti il fondo ionico dei
poemi ome- rici; ma del dialetto comune sa con certezza che fu quello d'Atene
generalizzatosi, accresciuto d'alcane forme create per analogia ,
artificialmente mantenuto e svoltosi così nel greco alessandrino come nel
bizantino. Infiltrazioni dei dialetti parlati superstiti ve ne furono nella
vita se- colare di codesto atticismo trapiantato; ma quella gran- diosa fusione
di tutti i dialetti in un quinto, era un sogno dei nostri vecchi. Ne consegue
che, nonostante alcune conformità di vi- cende storiche tra il fiorentino e 1'
ateniese , in quanto accomunatisi a tutti gli uomini colti della rispettiva na-
zione, e certe rassomiglianze nella egemonia intellettuale delle due città, il
caso della Grecia non si pareggi per r appunto al nostro. Colà le altre stirpi
ebbero prima tutto il loro fiore letterario , e collegarono ciascuna la propria
loquela a qualche genere, specialmente poetico : la poesia epica fu quasi
interamente ionica , dorica la lirica corale , eolica la lirica individuale ,
neoionica la prosa bonaria della cronaca e di certe speculazioni filo- sofiche,
e da ultimo entrò in campo la stirpe attica con la poesia drammatica , con 1'
eloquenza e con la prosa — i(;7 — nel suo più largo significato. Nella poesia
essa serbò in parte le forme dei dialetti che l'avevano coltivata, spe-
cialmente dell'omerico, e nei cori dei drammi mantenne (orme dorizzanti.
Impronta più locale diede alla prosa. Ma il primato d'Atene fu il coronamento
dell'opera let- teraria di tutta la nazione e l'accumulamento sopra l'ul- timo
fratello delle eredità dei maggiori. Perchè tra la Grecia antica e 1' Italia
moderna vi fosse una miglior rispondenza, bisognerebbe che Dante fosse stato un
poeta p. es. romanesco , il Petrarca un secentista marchigia- no 0 napoletano,
il Machiavelli, il Galilei, il Manzoni e l'Alfieri quattro fiorentini del
secolo passato; e nel nostrO; la coltura italiana si fosse accentrata a Tunisi
! E oc- correrebbe pure che l' Italia da Bologna a Genova , a Susa, a Milano,
non fosse fin oggi esistita, giacché i veri dialetti greci non discordarono mai
tra loro quanto i gal- loitalici dal fiorentino o dal siciliano. XVIII. Abbiamo
indicate molte ragioni per cui l' ac- cettazion del fiorentino era da un lato
necessaria e dal- l' altro imperfetta e intralciata , così nella pratica come
nel suo riconoscimento teorico. Ci si aggiunga ora l' in- sufficienza dell'
alfabeto italiano, la quale anzi fornì essa r occasione a prorompere nel 1524
in una disputa più vivace di quante se n' erano prima agitate nei libri e nelle
conversazioni. 11 nostro volgare, al par degli altri neolatini , s'era messo in
iscritto coi segni dell'alfabeto latino, uniti talvolta in combinazioni nuove,
come p. es. in figlio occhio vegghiare laghi^ o lievemente modificati, co- me
il ^, che per un pezzo fu usato anche in tutta Italia, sebben forse venutoci d'
oltremonte. Lasciando anche che per più secoli piacque a molti di latineggiare
più del bi- sogno , scrivendo p. es. facto (e persino tucto !), dicto o decto ,
perfectioìie (o almen peìfettione o perfetione), ora- — 1G8 — tioìie, scripse
ecc., per l'abitudine contratta dalla scuola; ma pure fatto tutto detto
perfezione (o perfezzioné) ora- zione scrisse , ognun vede che constano di sole
lettere latine. Ne venne che fin dove il latino, e s' intende qu^le lo
pronunziavano nel medioevo , dava il modo di rap- presentare i suoni volgari ,
o fin dove bastassero facili combinazioni e stiracchiature, il volgare potè
essere re- cato in iscritto; dove sarebbe occorso inventar di pianta nuove
lettere o escogitar, per istudiata convenzione, segni diacritici, l'ortografia
abbandonava quasi sempre le cose dubbie alla discrezione del lettore.
L'alfabeto latino non distingueva Ve e Vo aperti dai chiusi ; e non li distinse
r italiano. La pronunzia latina non conosceva 1' 5 dolce di rosa , né la 0
forte di pozzo e zappa , che aveva il solo z dolce e in sole voci greche come
zona baptizare; e l'italiano lasciò il segno s così in rosa come in cosa^ ed
estese il z anche al suono forte. Quest' ultimo per verità sembrava averlo,
nella sua pronunzia medievale, anche il latino, ma in una combinazione
particolare, cioè quella di gratia oratione perfegtione ecc.; e qui l'italiano
ondeggiò a lungo tra il mantenere codesta scrittura 0 l'applicarvi quella di
zappa, scrivendo grazia ecc. L' A, che in latino aveva significato
un'aspirazione, si segui- tava a mettere per abitudine, come in havere, huomo;
0 si estendeva per un fine particolare, come in huopo chi; 0 per inutile
abbondanza, come in chorpo, e via via. Godeste imperfezioni agevolarono, sotto
un certo riguar- do, l'unificazione della lingua scritta, facendo che molte
parole fossero segnate allo stesso modo da persone che non le avrebbero
pronunziate egualmente; e anche oggi mascherano le differenze provinciali ,
scrivendosi p. cs. tempjo verde olezzo palpebra anche da chi profferisce, poco
toscanamente, chiuso il primo, aperto il secondo, forte - 100 — il lcr''.o,
sdrucciolo il quarto. Ma in quanto la lingua colta è parlata o lotta, le
ambiguità della scrittura furono e sono un vero tormento per gl'Italiani
provinciali e per gli stranieri. Il disagio dovè essere più che mai avvertito
nel s. XVI, in cui si compì la vera unificazione. Il To- lomei e altri Toscani
specularono sulla faccenda , ma rimasero sgomenti della difficoltà di romperla
con la tra- dizione letteraria e di tentar da uomini privati novità che solo a
principi credevano poter, caso mai, riuscire. Fra le altre cose l'italiano ha
ereditato dal latino la ri- pugnanza alla notazione degli accenti e di altri
segni diacritici, con la quale molte distinzioni si otterrebbero, come n' è
prova l'ortografìa moderna francese e spa- gnuola , e quella variamente attuata
oggi in Italia da autori di libri scolastici. Intanto , un letterato di quella
regione veneta , alla quale, e per il Bembo e per le stamperie e per il sin-
cero e diffuso amore della coltura, ha molti obblighi la nostra lingua, mise in
opera e spiegò una serie di riforme ortografiche. Salvo la distinzione dell' w
dal v^ che fece fortuna, e qualche altra tollerabile, le singole proposte del
Trissino eran bizzarre, poco ponderate, e, quel ch'è più, ei le dichiarava
dirette a rappresentar la pronunzia italiana : cioè, spiegava, la toscana e la
cortigiana « le quali senza dubbio sono le più belle d'Italia »> . In alcuni
vocaboli s' atteneva « quasi che troppo » al fiorentino , ma per altri stava al
cortigiano, pronunziando omo e non uomo (oggi le parti si sono invertite !), e
ogm., composto^ forse^ con o aperto. I nuovi espedienti ortografici furon
combattuti con acume grammaticale dal Martelli (da cui prese quel poco di buono
che disse il Firenzuola, aggiungendovi di suo il bello stile e le brutte
maniere ) ; meglio ancora dal — (70 — Tolomei, che nel Polito fece ima
bellissima rassegna delle mancanze e delle superfluità del nostro alfabeto ; un
po' sguaiatamente da un veneziano Liburnio ; e anche dopo quegli anni furon
presi piìi o meno di mira, p. es. dal Salviati. Ma con l'oppugnare pur il
giusto proposito del Trissino, nello stesso tempo che lo accusavano d'a- verne
rubata loro l'idea e confessavano i difetti dell'al- fabeto, quei Toscani non
solo riuscirono quasi incoerenti, ma un po' egoisticamente spensierati. Certe
distinzioni di suoni, dicevano, se anche non rappresentate grafica- mente , la
natura stessa le suggerisce a chi legge ; nò riflettevano che ciò era vero per
essi Toscani, non pegli altri Italiani, ai quah pur sapevano rinfacciare che
non per natura possedessero la buona lingua ! Con lo squisito senso pratico,
che fu sempre una loro prerogativa, av- vertivano quanto fosse ardua una riforma
ortografica, ma perciò appunto avrebbero dovuto aiutare il Trissino con
l'escogitarne una più agevole. Invece s'inasprirono per la italianità, cercata
dal Trissino piìi deUa schietta toscanità o fiorentinità, e accesero la
questione del no- me da dare alla lingua. XIX. La questione non era vana, come
gh storici han predicato a coro, giacché, venuto in uggiail vile appellativo di
volgare^ si trattava appunto di sostituirvene definitiva- mente uno più
acconcio; eppoi, sotto al nome c'era la cosa.Oggi tutto è chiaro. La lingua è
italiana perchè scritta da tutta la nazione e riconosciuta qual suo
contrassegno dagli stranieri ; e questo non è da confondere con un tutt'altro
senso dello stesso aggettivo, in quanto cioè si riferisce , come titolo
geografico e filologico , a tutte e singole le parole e le parlate che si odono
o udirono, si scrivono o si scrissero, tra l'Alpi e il mare: col senso insomma
in cui è italiano anche il dialetto torinese o il — 171 — mossincsc, il
vocabolo napoletano ciiorpo o (juappo (« bra- vo ») e il milanese roda (« ruota
») o boria (« rotolare »). La linj^ma è fiorentina^ per il dialetto da cui si
derivò, pegli scrittori che primi la divulgarono, per la città che n'è ancora
il vivaio. È toscana^ perchè da Firenze poco differisce la sua regione, e
questa vi collaborò attivamente. Ma a quei tempi il nome italiano spiaceva a
tutti i To- scani, che lo prendevano come un attentato ai loro diritti storici
e in parte presenti ; il tìtolo di toscano pareva troppo largo ai Fiorentini ,
troppo stretto agi' Italiani; quel di fiorentino riusciva ostico a tutti i non
Fiorentini, ciuasi fosse una condanna prestabilita di quanto essi facessero
nella lingua ormai accomunatasi; ostico soprat- tutto ai Toscani , che ci
vedevano esagerato il divario fra sé e Firenze. Essendo o parendo semplice
differenza di estensione quella che intercedeva fra i tre appellativi , si fece
un gran discutere di genere, di specie e d' individuo; il che oggi pare una
sottigliezza scolastica, ma non era super- flua quando per la prima volta si
dovè scrutinar bene il contenuto logico di nomi fin h adoprati alla buona. Il
Trissino rispondeva: ho detto italiano per usare il nome generico, ossia in
contrapposto a spagnuolo e simili, non a toscano; come si dice toscano^ non già
in contrapposto a fiorentino^ ma prescindendo dalle differenze. Salvo il genere
generahssimo , che in que'sto caso è il linguaggio umano, e la specie
specialissima, ch'è la parlata d'un rione, tutt' i termini intermedii sono
specie rispetto al genere precedente, e genere rispetto alla specie seguente.
Italiano è specie rispetto a umano, genere rispetto a romanesco, a toscano ecc.
Onde il toscano può esser detto italiano per semplice applicazione del nome più
generico a desi- gnare cosa piia specifica ; a quel modo che una data per- -
172 — sona può esser indicata, piuttosto che col suo nome indi- viduale, coi
nomi via via piìi larghi di uomo o di animale. Ciò varrebbe anche se l'
italiano letterario fosse puro toscano, ma per il Trissino non era tale, ed egh
aggiun- geva: come chiamare altrimenti che italiano quel che è toscano commisto
a romano ? A codeste analisi si replicava con altre più sottili e avvocatesche,
o con facezie. Intanto, a favor àeWitaliano stava il greco , il qual termine si
può sostituire a cia- scuno dei quattro indicanti i dialetti ; come a prò del
toscano contro il fiorentino stava che la lingua di Cice- rone s' era sempre
chiamata piuttosto latiìia che ro- mana. Il vecchio titolo dantesco di
cortigiano era risorto con miglior rispondenza alle condizioni effettuali, e si
riferiva più propriamente alla Corte romana. Aveva quivi il suo centro un gergo
cancelleresco , dove il parlar di Roma e del Mezzogiorno introduceva molti suoi
vezzi , p. es. dicete e facete e morse per morì^ pur lasciando in genere la
prevalenza al tipo toscano. Il Calmela, in un suo trat- tato inedito, affermò
che a divenir buon poeta convenisse apprender la lingua di Firenze,
aggiungendovi lo studio di Dante e Petrarca, e affinandola poi in Corte di
Roma. Il Castiglione, che, incominciando dal chiamar Cortegiano il suo libro
anziché Cortigiano^ e scrivendo veder essimo^ torze, satisfare^ patrone ecc.,
professava di voler fuggire l'affettazione d'usar vieti trecentismi o crudi
toscanesimi contemporanei, fu in teoria e in pratica seguace del cor- tigiano;
inteso nel senso di preferir certe voci provinciali che più delle toscane
fosser rimaste conformi alle latine, e di non isfuggir quelle voci provinciali
o straniere che, venute nella consuetudine dei grandi e dei savii, avessero bel
suono ed efficacia. Non ò vero che negasse il gran — 173 — fondo toscano della
lingua o dicesse d'avere scritto lom- bardo ; bensì elesse di farsi « piuttosto
conoscere per Lombardo parlando lombardo», cioè scrivendo qualche lombardismo,
« che per non Toscano parlando toscano: per non fare come Teofrasto », cioè
sfoggiando troppa toscanità. Era insomma questione di misura, di timore pudico
delle affettate contraffazioni; come nel secolo ap- presso il Bartoli dirà che
ai non Toscani meglio è lati- neggiare un po' di pili, che non ostentare
idiotismi d'ac- catto. E così in quegli anni medesimi, il Trissino inten- deva
solo a un contemperamento. I fatti non han dato tutti i torti a tali opinioni;
che se soddisfatto e sodisfatto^ e padrone^ vedremmo, torce ^ popolo anziché
populo^ han trionfato, si dice però onorevole^ candeliere^ e non orre- vole^
candelliere^ che erano i pretti fiorentinesimi, e così in cent'altre cose
simili. Il Trissino, trascinato dalla polemica, finì col trascor- rere in qualche
raziocinio ben più avverso al toscano ; il che avvenne anche peggio al Muzio,
quanto piìi questi era bisbetico, paradossale e pronto a dire d'aver cam- biato
opinione. Eran partiti da un concetto giusto, che il fiorentino non potesse
sottrarsi a un'elaborazione let- teraria, a contribuzioni provinciah, a
influssi politici; ma quel concetto, di sua natura un po' vago, si prestava ad
esser esagerato nella pratica, e spinto nella teoria fino al- l'assurdo. La
tesi che i Fiorentini avevano alle mani era di per sé più precisa, aveva il
conforto di prove storiclre evidenti e d'intuitive considerazioni
glottologiche, e, con- tenendo una maggior somma di verità, non abbisognava di
esagerazioni, o queste v'erano perdonabili e inavver- tite , riducendosi alla
omissione di certe riserve facili a sottintendere. I Dialoghi del Machiavelli e
del Gè Ili son mirabili per lo stile e l'argomentazione; e il volume del — 174
— Varchi è un capolavoro. Più tardi il Nisiely scrisse pa- gine eccellenti
sull' autorità degli scrittori e suU' uso in fatto di lingua e sul nome di
questa; mentre il Salviati, non privo d' acume in questioni particolari ma
inetto alla sintesi, non seppe tra il fiorentino vivo e la tradi- zione
letteraria distribuir nettamente le parti , e cadde in molte contradizioni: le
quali però, appunto perchè son molte, vengono in certa maniera a compensarsi e
a pro- durre una grossolana temperanza di criterio. XX. Per rifarci un po'
indietro, il Trissino aveva con un buon dialogo, il Castellano^ difesa
l'italianità; e con un dialogo ancor più bello, il Cesano^ gli si levò di nuovo
contro anche il Tolomei, a difender la toscanità, ossia una causa non
interamente eguale alla fiorentina. Oltre ciò che dice sull'origine del
linguaggio umano e dell' ita- liano, ove dà prova di quel precoce senso
scientifico per cui egli primeggia tra i molti valenti di quel dotto secolo,
avverte come le diversità tra Firenze e le altre città di Toscana si limitino a
pochi vocaboli e suoni e soprattutto all'accento. Mette cotal difesa in bocca a
un Pisano, e non tutela in particolare la sua Siena, di cui pochi idio- tismi
adopera; il che fa buon riscontro con un'epistola dove ad un altro rimproverò i
troppi sanesismi. La sua moderazione fu d'esempio al Lombardelli, che predicò:
lingua fiorentina in bocca sanese. Diceva esser questa l'opinion comune,
proverbiale nella stessa Firenze. Difatto, se altri Toscani avcan tirata
l'acqua al loro mulino (p. es. il Vellutello preferiva la parlata di Lucca e di
Pisa)» e certi Italiani avevan tratto partito da quei dissidii ca- rezzando
quelle stesse od altre città (il Muzio era andato a scovar Volterra !), Siena
soprattutto si arrogò e fu rico- nosciuta degna d'emulare Firenze. Oltre la
dolcezza del- l'accento, che fu sempre contrapposta alla (jonjla, cioè - 175 -
ad alcuni vezzi spiacevoli della pronunzia fiorentina, sta- vano per Siena
l'importanza sua politica, l'aver avuto e l'avere molti scrittori o
fiorentineggianti o adopranti in modo piii o meno puro la pnrlata sanese, e
certe con- formità di questa con l' umbro-romanesco e fin col Mez- zogiorno 0
con lo stesso Settentrione, e la maggior fe- deltà in certe voci al latino e
alle sue normali trasfor- mazioni. Si pensi p. es. in quanta parte d'Italia si
dice famec/lia, ponta^ maèstro^ e che simpatia dovesse in simili casi destare
una città toscana, che, proferendo essa pure così, pareva capitanare tutta l'
Italia contro la tirannia del fiorentino che vuol famiglia^ purità^ maèstro. La
terza di queste parole dovrebbe avere Ve per la solita corri- spondenza all' /
breve latino, qual è in fede^ detto^ fermo ecc. Il fiorentino ciò nonostante ha
quasi sempre trion- fato, specialmente dove i suoi vezzi erano rappresentabili
con la scrittura , ma per altri, come per maestro , non v'è ancora riuscito; e
così il lèttera di Roma, di Napoli e d'altre contrade tiene ancor testa, come
voleva già il Trissino, al toscano lèttera^ che par troppo lontano dal lat.
UTTERA (cfr. méttere :=^m.i:i:E?yE). Sono inezie in fon- do, e il senese,
quando dice néve e gióvane , è esso che stuona col latino , come pur fa il
colónna di Roma e Napoli. Ma si fa presto a raggruppare i soli casi in cui il
fiorentino par deviare dalle regole , e a farsi di ciò, anche ingenuamente,
un'arma contro di esso. Sorse così anche un altro adagio: lingua toscana in
bocca romana. Sono sentenze vaghe, a cui ognuno dà l'estensione che gli piace,
e che provengono parte da mere im.pressioni soggettive, parte da argomentazioni
troppo circoscritte. Ma nel fondo vi sta la coscienza che la fiorentinità è
sog- getta a un riscontro così della regione a lei più prossima come della
nazione intera, e che v'è il filtro del gusto e — 176 — del criterio nazionale
attraverso di cui la vena fioren- tina si purifichi. Quanto a Siena, le
velleità o di sopraffare Firenze, o almeno di non lasciarsene sopraffare , non
costituirono quasi mai una vera minaccia, e il primato fiorentino, se non altro
col fatto, venne sempre più o meno ricono- sciuto; perfin dal Gigli, che in
apparenza fu così ribelle. Solo il Bargagli nel 1602, col pesante dialogo del
Ta- ramino , sostenne, con tranquilla grettezza e con pieno accordo della
teoria con la pratica, che, come in Grecia, così in Toscana ciascuno scrivesse
nella loquela propria, senza impacciarsi nell'affettazione d'imitare l'altrui.
Pure il Giambullari , mezzo secolo innanzi, scrivendo primo fra i Toscani una
grammatica volgare, aveva protestato che egli badava solo alla lingua che si
parla e scrive in Firenze, « lasciando agli altri Toscani il trattare ciascun
della sua in quel modo che più gli piace »; ma qui c'era come una sfida
bonaria. Alia scuola sanese temperata appartenne anche il Cit- tadini, che
nelle sue due opere (1601, 1604) procede con eclettismo un po' incerto e
mutevole. Dopo aver preferito 1' appehativo volgare, si risolvette per toscano.
Usando pochi sanesismi, mise in Roma il presente fiore dell'italiano, ma
riconoscendone il germe fiorentino. Alla tradizione letteraria diede molto
risalto, e vi applicò con più chiara consapevolezza il criterio, ispiratogli
dalle opere inedite del Tolomei, di scrutinare le forme dei varii dia- letti
guardando alle norme storiche della trasformazione del latino. È il criterio
dianzi accennato per cui può sem- brar preferibile il dir maèstro e lettera , a
dispetto del fiorentino, e del quale un certo uso istintivo la lingua
letteraria aveva sempre fatto e non ha mai smesso di fare. In codesto
discernimento glottologico egli intrave- — 177 — deva un corroUivo dello
predilezioni municipali , delle aberrazioni dialettali, dei capricci dello scrittore.
Lo aveva di pochi anni precorso con un opuscoletto, eh' è un vero gioiello di
elegante sobrietà, di prudente acume e di sicura dottrina , 1' ellenista
Ascanio Persio , che , riconoscendo ampiamente il primato toscano, opinava però
esser lecito che dovunque il toscano non soccorra, invece d'attaccarsi a voci
forestiere o a crudi latinismi, si riducano a forma italiana i nostri
provincialismi d'origine greca o latina, spesso assai belli e talora più
significanti dei corrispon- denti modi toscani. Ne adduceva ad esempio il
grecismo ùicegnare, che si diceva e si dice in questa sua regione meridionale
nel senso di metter per la prima volta un vestito, metter mano a una botte, a
un nuovo coltello, e via via. Anche certi dialetti toscani dicono incignare^
benché il pretto fiorentino sia rinnovare; che però ha dell'equivoco, potendo
suscitar l'idea di raccomodare. XXI. Posta in tali termini, divien giusta la
causa dei dialetti, salvo una restrizione: che Vincegnare o incignare e altre
simili cose hanno bensì sufficienti titoli a poter en- trare nell'italiano
comune, ma la possibilità non si tra- duce in atto se non quando o uno
scrittore molto se- guitato o una favorevole congiuntura facciano ad esse fare
la fortuna che meritano, i^ltrimenti restano in una specie di limbo, quasi
candidature di parole; com'è ap- punto di codesto verbo , e, s'aggiunga subito
, pur del suo equivalente fiorentino: poiché di regola ogn' Italiano preferisce
scrivere « mettersi un vestito per la prima volta » 0 altro cotal modo che , per
iscolorito che sia, riesca almeno chiaro. Vent' anni dopo il Persio, la causa
cascò nelle mani del Beni, un vero Muzio redivivo; eccetto che il Muzio, acerbo
col Machiavelli, fu tenero del Boccaccio, che in- 12 — 178 — vece il Beni fé'
bersaglio ai suoi strali, in lui personifi- cando la fiorentinità. Non
accadrebbe riparlarne, s'ei non fosse stato a modo suo il difensore della
modernità dello stile, fra tante censure vuote non ne avesse delle giuste, e
non ci 'fornisse più d'un indizio della resistenza che allora incontravano
certe parole o forme fiorentinesche, che 0 sono combattute anche oggi , o sol
dopo molto stento sono state ammesse (p. es. detti e amavo), o per converso
trionfarono così pienamente da non parerci più possibile che un tempo se ne sia
disputato. Per la mede- sima ragione e pei molti ragguagli che danno delle
pecu- harità del fiorentino, del sanese, del romanesco e d'altre parlate, c'è
molto da spigolare in quegli scritti, polemici o no, dal Trissino, dal
Machiavelli, dal Tolomeì, al Muzio, al Bargagli, al Cittadini, al Gigli, al
Salvini. Una storia minuta e prammatica di tutta la lunga que- stione
gioverebbe si facesse anche per raccogliere e va- gliare quelle notizie, talora
contradittorie o poco verosi- mih, spesso almeno inaspettate. Suto^ che ora è
un ar- caismo, e testé, che sente d'affettazione letteraria, spia- cevano a
taluni nel Cinquecento come troppo fiorentine- schi, e volentieri si notava che
li avesse Dante ma non il Petrarca. Nessuno immaginerebbe che si sia dovuto
lot- tare perchè fosse accolto tu sei anziché tu se; che de lo, a lo fosse un
vezzo piuttosto dei Sanesi, e questi si vantas- sero di dir veniamo, due, miei,
giuocare, rimproverando ai Fiorentini di dir venghiamo, dua, mia, giucare (che
or sembra lombardo !); che i secondi burlassero i primi del dir voliamo per
vogliamo; che il Machiavelli considerasse nosco e vosco come lombardismi; e via
e via e via. E curioso però vedere come, fra tante differenze pratiche e
discussioni teoriche e canzonature reciproche, si venisse di mano in mano
costituendo, specialmente nella gram- — 179 — nintica, un relativo accordo,
cioè quell'uso scritto comune, (la noi ereditato, il quale escluse
definitivamente alcune forme, altre ne mise in seconda linea, per altre restò
irresoluto. Nel Seicento comincia a maturarsi il frutto di tal lavoro , e vi
sentiamo già V aura dei tempi nostri. Per ciò pure riesce interessantissimo,
oltre che per l'ar- guta vivacità, il libro famoso del Bartoli. La Toscana, che
per secoli era stata così fertile d'in- gegni grandi, dopo il Galilei parve
oramai stanca, e, pur serbando un tradizionale buon gusto e lepore, pur dando
alle lettere e alle scienze molti cultori insigni , non ne produsse più tali e
tanti da riaver l'egemonia come nel Trecento o una contrastata preponderanza
come nel Cin- quecento. Se, così rinchiusa in sé stessa , continuò ad aver
presa sulla lingua nazionale, fu dall' un canto per il Vocabolario che la
Crusca die fuori il 1612 e andò rifa- cendo nelle edizioni del 1623, del 1691 e
del 1729-38; e dall'altro perchè la sua parlata e i suoi nuovi scrittori davano
al Vocabolario conferma, spiegazione, e un po' di complemento. Quel tanto di
umor bellicoso che soprav- viveva nei letterati italiani , si sfogò quindi
contro la Crusca : assahta sulle prime , come dal Beni , più che altro qual
simbolo della fiorentinità ; dipoi , neh' opera sua concreta del Vocabolario.
Questo ridondava di difetti, così sostanziali e per- tinaci, come transitori e
accidentali. I secondi, che si vennero in parte correggendo, consistevano in
molti errori spiccioli, in etimologie assurde, in esempii scor- retti cavati da
cattive stampe o manoscritti , in inter- pretazioni erronee, in omissioni
sbadate, in definizioni poco felici, e nelle perplessità o disuguaghanze,
inevita- bili là dove mettevan mano e si succedevano più persone; tra le quali
vi fu sì un Redi o un Anton Maria Salvini, — 180 — ma non sorse giammai un
dittatore d'ingegno poderosis- simo e infaticabile , un Muratori della lingua.
E e' era prima di tutto che il libro, riducendosi in fondo anno spoglio di
antichi testi, con iscarse e timide aggiunte dal- l'uso vivo, dava un aiuto
insufficiente a chi vi cercasse le parole per iscriver di cose moderne; mentre
poi , anche come glossario filologico o inventario storico della hngua, era di
sua natura monco. S' era compilato un canone dei buoni scrittori o testi di
lingua, soprattutto del buon secolo: di quei soli si faceva bene o male lo
spogKo, e ciò che se ne raccoglieva era la buona lingua. Ora, uno scrittore
anche ottimo può esser caduto in qualche im- proprietà, come in uno cattivo si
posson trovare parole ottime che i buoni non hanno avuto occasione di ado-
perare; e per l'interpretazione degli scrittori e la storia della lingua
importano così i vocaboli e gli scrittori cat- tivi come i buoni. E tra buoni e
cattivi , mentre vi si raccoglieva una certa quantità di lingua morta, che i
non Toscani poco discernevano dalla viva, non si metteva mai insieme tutta
intera una lingua, giacché non v'è ragione che proprio tutte le parole abbiano
avuto chi le scrivesse. I pili di quegli autori canonizzati eran toscani; ma
taluni, come Guittone, d'una toscanità provincialesca e imbastar- dita; altri,
come l'autor del Pataffio o del Ciriffo Calvaneo, il Burchiello, il Lippi, e
più o meno tutti gli autori d'un certo periodo e di certi generi, pur seducendo
la Crusca per la loro schietta fiorentinità, empivano il Vocabolario con voci
rimaste dialettali , con un gergo enimmatico, con trivialità spesso oscene;
altri, i traduttori, gli rega- lavano per buoni toscanesimi molti gallicismi o
latinismi 0 vani accozzi di parole messi giù per aver franteso il testo 0 non
avergli saputa dare una forma italiana. Come testimoni del parlar toscano ,
meritavan coloro d' esser - isl -^ consklorati , ma con più criLica; e il
vederli messi cosi in trono rendeva pii^i odiosa l'esclusione di scritlori piìi
nobili , sospetti non senza ragione alla Crusca pei pro- vincialismi , pei
falsi toscanesimi , per lo parti troppo artificiali della loro lingua , ma cari
all' Italia o a tutta Europa per pregi superiori alla lingua, li Tasso fu alla
fine accolto, ma dopo uno stento eh' era parso strascico di vecchie antipatie.
Di santa Caterina, i cui sanesismì non potevano del resto aver luogo in un
vocabolario di buon fiorentino , non sapevano i Sanesi tollerare che fossero
lasciate in disparte le opere, così ispirate ed ef- ficaci. Quel codice della
Hngua insomma , troppo stretto e troppo largo ad un tempo, lasciava
insodisfatti i filologi; metteva in impaccio gli scrittori che avrebbero voluto
rimanergli giudiziosamente fedeli; pareva incoraggiare gli sguaiati ricercatori
di arcaismi e d'altre leziosaggini , o provocar per reazione il licenzioso
oblio d' ogni freno ; forniva armi innumerevoli ai pedanti, che avventatamente
formulavano regole stolte e divieti capricciosi. Con un esempiuccio od
esempiaccio si poteva legittimare ogni stranezza, come con la mancanza, spesso
fortuita o do- vuta a mera omissione, degU esempii classici, si condan- navano
le cose più ragionevoh. Felice chi, per difendersi, riuscisse a scovare esempii
non avvertiti dalla Crusca e dai suoi veri o pretesi amici ! Qualche giusta
causa si gua- dagnava così, ma su prove che, per quanto formidabiU come
argomenti ad hominem da cuocer l'avversario nella sua stessa acqua, hanno un
valore intrinseco variabile da caso a caso e possono tirar fuor di strada.
Giacche, oltre quelle opere di cui ninno oserebbe discutere che sien tenute a
modelli , ve ne son altre ammesse fra i testi di lingua sol dopo molta esitazione
e solo per certi — 182 — riguardi; e d'altra parte anche in uno scrittore
modello può esservi una parola mal adoprata o resa tollerabile sol dal
contesto, ed invece una parola di ottimo conio, necessaria, usata da tutti
parlando, può per caso leggersi unicamente presso un autore di minor conto. Un
giudizio discrezionale cercavano i migliori di farlo volta per volta, guardando
al numero degli esempii , all' autorità degli scrittori ond'eran tratti, alle
convenienze particolari del contesto; ma era un giudizio diffìcile ed incerto :
special- mente quanto al numero, mal potendosi definire se due esempii
bastassero o ne abbisognassero tre , quattro e così via. Malgrado tutto ciò la
Crusca prestò un gran servigio, offrendo all'Italia in secoli di disunione e di
torpore un considerevole corpo di linguaggio toscano. I primi abbozzi di
vocabolario, tentati nel s. XVI, o non erano stati pur essi semplici spogli di
pochi autori ? La Crusca almeno allargò subito e venne sempre più allargando il
numero di questi, e procedette con maggior precisione e sicurezza. Che se a
scemare la bontà dell'opera sua contribuì l'u- more d'alcuni accademici e certi
difetti della regione cui appartenevano , non fu sua colpa se 1' Italia tutta
era scaduta e il senso critico e filologico illanguidito. È as- surdo dare alla
Crusca la taccia di tirannia, quasi dispo- nesse di bellici apparecchi o di
politiche coazioni; le quali ebbe , al più , sulla Toscana. Del rimanente 1'
autorità sua, tutta morale, in tanto potè esercitarsi, in quanto gì' Italiani
stessi sentivano il bisogno di riconoscerla nò sapevano surrogarsele. Sapevano
bensì aiutarla o censu- rarla, raggranellare aggiunte da presentargliele
modesta- mente o da rinfacciargliele come dimenticanze colpevoli. Però, fra il
cozzo di tante forze diverse e ciascuna un po' manchevole , si venne alla
meglio raffermando e svol- - ISJ^ - gcndo nn;i lini^ua abbastanza comuiic od un
V(Kab()lario storico, cbo, pur così com' è, e' è stato lungamente invi- diato
dallo altre nazioni , alcune delle quali ne sono ano' oggi prive. XXII. Ma per
quel clie riguarda l'uso vivo della lingua, erano invece spesso gl'Italiani a
invidiar le nazioni stra- niere, non appena vi acquistassero familiarità per
mezzo dei viaggi o con lo studio. Ciò avvenne nel seicento al Magalotti ,
gentiluomo fiorentino e Accademico , e , nel secolo seguente , al piemontese
Baretti e al Cesarotti padovano. Il primo raccomandava alla risorta Accademia
di aprir le porte al Tasso; di mettere dei contrassegni alle voci arcaiche ,
alle non comuni , alle plebee ; e di esser meno dispettosa nell'accogliere le
buone voci fore- stiere. Il secondo, sebbene con qualche intemperanza e
capestreria delle sue, precorre anche meglio il Manzoni; altresì per una certa
scontentezza verso la nostra lette- ratura anteriore, per l'osservazione delle
cause storiche di quel malessere, per la molta stima dei dialetti in quanto
ciascuno è a casa sua una vera lingua, per l'antipatia invece al bastardume
della lingua che si scriveva nelle Provincie , per il riconoscere sinceramente
la toscanità , eppur volere che la lingua si chiami italiana : al qual
proposito anzi combatte più del bisogno il MachiaveUi. Ma per il giudizio che
porta sulle condizioni della coltura fiorentina contemporanea e per le
conseguenze che ne trae contro la possibilità d'una grande efficacia presente
di Firenze sulla lingua comune , ei precorre piuttosto l'Ascoli. Il Cesarotti
nei suoi stupendi Saggi , oltre alle belle speculazioni filosofiche sul
linguaggio umano ispirategli da pensatori francesi, mostrò per il dialetto una
stima anche più precisa e consapevole; riconobbe con lucidis- - 184 - sima
franchezza la derivazione della lingua dal dialetto toscano; difese e usò i
francesismi con discrezione ben maggiore di quella che gli si suole in ciò
attribuire; e, ritornando ai buoni accenni del Bembo, del Varchi e di altri
antichi, avvertì che molte voci eleganti, predicate per gemme del buon secolo,
non sono in fondo che an- tichi gallicismi ; criticò egregiamente la Crusca , e
, pur volendo che quella di Firenze rimanesse a capo del lavorio lessicale,
proponeva fosse aiutata da una specie di Crusche provinciali, sicché un
Consiglio Italico potesse in ultimo dare due Vocabolarii: 1' uno ampio pegli
eruditi, l'altro per l'uso giornaliero di chi scrive. Fece sua tal proposta il
Napione , in un libro prolisso e scolorito , nel quale però, se spesso si
contradice o sposta le questioni, vien pure a riconoscer molte verità e a dar
ottimi consigli. Scredita il francese e magnifica l'italiano, ma poi vorrebbe
che questo si procurasse i pregi di quello; inchinandosi alla toscanità, la
desidererebbe men vernacola, più affia- tata con la buona italianità , men
ritrosa verso quelle voci degli altri dialetti le quali siano ad essa
confacenti e adattabili. Da un tal farsi più italiana la Toscana, più toscana
l' Italia, si sarebbe avuta la lingua nobilmente popolare, anche per lo stile
tenue, ed evitato di cadere continuamente o nell' arcaismo o nel francesismo o
nel provincialismo, o in quel crudo toscanesimo ch'è sempre dialettale « benché
del dialetto più nobile ». Come si vede, nonostante la sua ribellione al
francese, giustificata dalle condizioni particolari del Piemonte e per la quale
s'accapigliarono col Cesarotti, i due valentuomini concor- davano neir impeto
generoso verso un'italianità viva e comune. XXIII. Ma a codesto moto portò una
curiosa rèmora, nei primi decennii del nostro secolo, la scuola dei ^;?<- -
185 - visti, spasimanti per la toscaiiilà del Trecento. Tenendo per oro
i)urissinio tutto ciò che fosse del beato secolo, e conio un deplorabile
tralignamento ogni posteriore mo- dificazione od aggiunta, predicavano che a
frugar bene in quella lingua ci si raccatterebbe piii che abbastanza per
esprimere i nuovi concetti e ritrovati, e concedevano che solamente in caso
disperato si potesse ricorrere a parole non conosciute dai primi padri di
nostra favella. Solo i più discreti scendevano fino al Cinquecento e un pochino
al Seicento. Al toscano moderno guardavano con una cotal compiacenza , in
quanto vi sentissero echeggiato l'antico; ma talora l'aveano a disdegno, pei
francesismi e altre novità in cui esso pure era sdruccio- lato (cfr. p. 31 e
46), esso che avrebbe dovuto dare il buon esempio ! In pratica non sempre
cercavan gh ar- caismi, anzi dai più crudi di questi intendevan d' aste- nersi
, un po' più che le caricature degli avversarli non lascerebbero credere ; ma
procedevano con un criterio né preciso né costante, e lo stile d' alcuni di
loro era per sé stesso una caricatura. Il Cesari (e ciò che si dice di lui si
attaglia più o meno ai molti che lo seguitarono , specialmente a Napoli o in
Romagna) ebbe intenzioni veramente pure, e del bene ne fece col promuovere lo
studio degli antichi e richiamare anche gli avversarli a una maggior cura per
la lingua ; ma era una mente ri- stretta la sua, priva così di un sicuro
sentimento storico e filologico come di quel sano gusto che da ogni affet-
tazione si ritrae con subito sgomento. Fu un buongu- staio di ciò che avesse
sapor di antico , e, idolatrando le parole per sé stesse , attribuì loro un
prezzo d' affe- zione. Era una via mozza quella, che non metteva capo a nulla.
Gli scrittori di più largo ingegno e gU uomini di scienza non vi si potevano
aggirare, e dai pedanti che — 186 - vi scorrazzavano erano di continuo saettati
con censure petulanti o stolte, per le quali i più nobili parti della fantasia
e dell' intelletto diventavano agli occhi del volgo un componimento
sgrammaticato d' uno scolarello che presuntuosamente s'affidi troppo ai suoi
naturali doni. Alla toscanità così tapinamente intesa il Monti con- trapponeva
la comune lingua nazionale, mondata degli arcaismi e de' vani fronzoli,
arricchita e pronta a sempre più arricchirsi dei termini scientifici e delle
buone novità messe innanzi da scrittori anche non toscani, docile stru- mento
al pensiero vivo ed operoso; del quale egU avea vicino l'esempio nel Volta e
negli altri scienziati dell'Isti- tuto, e nelle letterature straniere ond'era
studioso e imi- tatore. Fattosi corifeo d' un partito liberale in letteratura,
lo difendeva dalle condanne del Cesari ^); ed alla Crusca additava le
superfluità e le mancanze del Vocabolario. Poiché l'ultima edizione di questo
era ormai vecchia dì ottant'anni, non tornava interamente giusto il
rinfacciarne le pecche alla rediviva Accademia, che già s' apprestava a
correggerle; ma al poeta, imbizzitosi ch'ella non volesse compagni all'opera
(cfr. p. 131), parve che la critica al passato dovesse riuscire, come in parte
fu, un' utile am- monizione per l'avvenire. Nello stile, salvo poche forme che
sanno d'antiquato o d'artificiale, la Proposta fu un bellissimo saggio della
nuova prosa; e nella sostanza, se non è scevra d' errori, risolve con retto
giudizio molte questioni spicciole lessicali, grammaticah, ermeneutiche, critiche,
e nella stessa parte teorica ha principii che il 1; È bello ricordare che,
nell' Appendice al primo Trattato del Perlicari, ribattendo un'impudica
definizione clie il pudico veronese avea data della lingua moderna, il Monti si
dolse pur di veder vilipese « le lingue che hanno cantato ira noi i Sepolcri, e
pianto la morte di Carlo Imbonati n. — 187 — Manzoni avrebbe potuto or
sottoscrivere senz' altro gr accogliere con riserve, le quali nell'intimo
pensiero e nelle applicazioni erano dal '< divino » ronia<^aiuolo
sottintese. Quando egli, per difendere vocaboli non suffragati da esempii
antichi o addirittura condannati dall'autorità della Crusca, si appellava
all'etimologia, all' analogia e alla ra- gione , si metteva di certo per un
sentiero pericoloso : giacché un vocabolo può ben esistere in latino o in greco
, e non esser passato in italiano ; può esser fog- giato con regolare
imitazione di voci già esistenti , e tuttavia non trovar buona accoglienza; può
esser più secondo ragione, ma a dispetto di questa non riuscir a prender il
posto d'un idiotismo ingenuo. La vera norma della lingua è l'uso; e a volerla
invece regolare con quegli altri criterii, noi dovremmo p. es. poter dire perna
per prosciutto, e, poiché ci sono i derivativi orale addizione faggio
scoiattolo, adoprar liberamente ore, addere, fago, scì'àro 0 scoio ; e
allevazione, come sollevazione, anziché allevamento'', e ci avremmo a guardar
bene dal dire eccetto la moglie, eccetto i figli, affrettandoci a rimettere in
campo eccella la moglie, eccelli i figli ! Però, si badi, l'etimologia,
l'analogia e la ragione, se non valgono di punto in bianco a distruggere l'uso
o a crearlo, se di per sé non fanno che una lingua semplicemente possibile,
mentre la lingua reale consiste nell'uso, per bizzarro o irragionevole eh' ei
sia , contribuiscono pur molto a lentamente formare e trasformare l'uso, il
letterario in ispecie. Ed il Monti, poi , non le invocava per inventare
inaudite e inutili novità, bensì per difendere voci usitatissime e neologismi
necessarii alle scienze e alle arti, che per mero capriccio 0 distrazione o per
troppa servihtà ai classici la Crusca non registrava. Come mai, diceva,
bibliotecario lo am- mettete e biblioteca no? date apogeo e afelio, ma non i -
188 -- loro contrarli perigeo e perielio ? elastico e non elasticità ?
sessagono e settagono ma non ottagono ? Quel che più importa è che il Monti non
mancava di riconoscere ampiamente le prerogative del toscano , «
l'eccellentissimo dei dialetti italiani », e di Firenze che anche a lui pareva
l'Atene d'Italia. In ciò egli consen- tiva col Perticari un po' meno che non
s'argomenterebbe dall' incorporar che fece nel proprio libro i due trattati di
lui. Il quale era tornato al Trissino e al Muzio pren- dendo alla lettera il De
vulgari eloquentia e il volgare illustre del s. XIII; aveva di nuovo confusa la
questione della lingua con quella dell'origine dei volgari neolatini; e
ricorreva a malizie da cui il Monti rifuggiva. Ma il Perticari medesimo, benché
gh venisse crescendo 1' au- dacia e la smania di nasconder sotto falsi colori
la verità, l'aveva sulle prime abbastanza confessata, ed anche nel concludere
il secondo suo lavoro finiva col piegarsi a Firenze (cap. XXXVII e XLIV). XXIV.
La tesi del Manzoni, dunque, nulla contenne di veramente nuovo. Che ogni
dialetto sia quanto a sé una lingua, che la lingua sia in fondo un dialetto,
che la nostra sia il fiorentino, che nelle lingue 1' uso trionfi anche della
ragione, che bisogni scriver nella hngua del proprio tempo, che questa debba
restare aperta ad ogni necessario aggiungimento , che l' Italia si trovi in
diffi- coltà speciali per effetto di certe vicende storiche, che le condizioni
della Francia sieno invidiabih , che i fran- cesismi non debban incutere una
paura fanatica , che allo scrittore italiano il Vocabolario della Crusca desse
troppo di più e troppo di meno del necessario, che sia desiderabile un
vocabolario che fornisca tutte e sole le parole adoperabili al presente : eran
cose dette e ridette, qual più qual meno, da molti o da pochi, da punti di —
1S<) — vista spesso diversi ma talora simili al suo, spesso se- parate r una
dall' altra ma non di rado ra^i^gruppato suppergiù come presso di lui. Perfino
la fornmla che bisogni stare all'uso vivente delle persone colte era già nel
Gelli , nel Varchi, nel Tolomei, nel Gastelvetro e in altri. Sennonché egli
raccolse tutto in una bella sintesi, sfrondandola d' ogni parte rea o morta
(come la que- tione se a scriver bene riescano più i Fiorentini o gli altri, 0
come la question del nome, risoluta col fatto quasi fin dal s. XVI) e d'ogni
minuzia che potesse rim- piccolire e sviare il ragionamento ; nò già per una
semplice scelta sagace eh' ei facesse de' pensieri altrui, ma per averci molto
ripensato egli medesimo. Eppoi, il suo principal merito fu di levarsi contro
alle dottrine che in quel momento si disputavano il campo e trascor- revano in
opposte esagerazioni. Non serve che certe verità siano state proclamate da un
pezzo, se dopo si son dimenticate o trovano ancora oppugnatori ad oltranza,
sicché il riassumerne la difesa torni ad essere un' opera meritoria. Che tale
fosse quella a cui il Manzoni si mise, lo prova il baccano che gli si levò
contro. L'ultima fase della questione aveva molto di nebuloso, e , da poche
ecce- zioni in fuori, i letterati erano o cesariani o perticaria- ni. L'
opuscolo del Biamonti e il libro del Galvani , r uno con più nerbo dialettico e
soda coltura latina e greca, l'altro con precisa erudizione medievale, avevano
malconcio il Perticari; ma eran poco più che una buona recensione e una stretta
polemica, atta a sgombrar il terreno, non a piantarvi un vessillo intorno a cui
si raccogliessero i campioni dell'arte nuova. Per entrambe le scuole trionfanti
i dialetti eran cosa vile, non escluso in un certo senso lo stesso fiorentino ;
giacché per il - 190 — Cesari la buona lingua stava tutta negli antichi libri
to- scani, per il Perticari la lingua illustre doveva essere una manipolazione
di tutti i moderni scrittori italiani , procedenti per le cime d'ogni dialetto
senza giungere al fondo di nessuno. L' uno metteva in salvo la stabilità della
lingua, ma rinserrando questa in un museo o ci- mitero di parole ; l' altro ne
assicurava la vivezza e la libertà, ma col farla spaziare nell'indeterminato e
nel vago. Il Manzoni tolse il toscano di mano al Cesari , e col surrogare a
quel de' libri vecchi quello dell'uso vivo di Firenze, gli conferì la libera
modernità che il Perti- cari e il Monti avevano riposta nella lingua degli
scrittori. XXV. A conciliar il meglio di tutte le scuole egli giunse con un
ragionamento ben diritto; anzi più diritto che a cose pratiche non convenga.
Sta bene: ogni dialetto è una lingua per la città che lo parla, e la lingua è
un dialetto adottato dalla nazione. Nessun sostanziale divario esiste tra i fenomeni
d' una lingua e quelli d'un dialetto, ed è giuoco di fortuna che quelli sien
diventati le norme del favellare colto e questi rimangano vezzi locali. Tant'è
vero che può esser cosa di dialetto in Italia quel che è di lingua in Francia o
in Ispagna. Tienipo è un napoletanismo , coeur un lom- bardismo o
piemontesismo; ma in Ispagna si scrive ap- punto tiempo^ e in Francia coeur. «
Tengo fame » è qui modo napoletano, ma così scrive ogni Spagnuolo o Por-
toghese. Il dialetto privilegiato dalla sorte è stato per noi il fiorentino , e
, se la storia non ce lo spiegasse o il buon senso non l'avesse detto in
ciascun tempo alla comune degl'Italiani (sicché ne resta la confessione anche
in certe frasi dei volghi meridionali, come parlar tosco per « parlare in punta
di forchetta »), la scienza lingui- stica spazzerebbe oggi ogni dubbio. I
Sanesi e quasi tutti - IDI — frì'Italìani lian dalla nascita appreso a dir
lengua, c])piiro, lìiontre in Ispagna si scrive senza scrupolo cosi, essi fanno
ogni sforzo per disimpararlo, sostituendovi il fiorentino lingua; come smettono
famegìia e poìita per dir famiglia e punta. In questi e in altri casi Firenze è
pii^i simile al latino, ma spesso è il contrario, che è ben latino il 2)ili di
Napoli e Sicilia, e vinti, eh' è anche di Siena, anziché il fiorentino j;e/i e
venti. Il Lombardo avrebbe caro di starsene al suo costrutto « si può no »,
come i Tedeschi si godono in pace il loro man kann nicht ; ma si piega a dir
non si può, salvo poi a sdrucciolare in frasi come ho fatto niente, ho visto
nessuno. Questi sforzi che tutti facciamo di staccarci da ciò che a noi è
naturale, per sostituirvi cose che, anche quando sono comuni a una parte più o
meno considerevole d'Italia, non sono native, tutte insieme unite, se non a
Firenze, dimostrano che, non per un semplice ripulimento estetico delle nostre
loquele, che darebbe effetti assai discordi o al pili ci porterebbe tutti a
latineggiare, noi siam riasciti ad avere una lingua comune, bensì per esserci
accordati a imitar Firenze. Ma, dal giorno che un dialetto si prende a
scrivere, incomincia a tenere una via sua propria , che lo fa di mano in mano
divergere dalla semplice parlata. Chi scrive, come deve rinunziare a certi
aiuti che le modulazioni e le soste della viva voce forniscono a chi parla,
così bada a cose che a questo importan poco. In bocca toscana, per esempio,
àmanìo si faceva àmallo, ed amarlo si faceva e si fa amallo, ma i più, per
chiarezza e per regolarità grammaticale, schivarono di scrivere nel secondo
modo. La scrittura poi crea subito l'abitudine e la tradizione, che di per sé
oppongono resistenza alle novità, anche se affatto innocenti, a cui la parlata
s' abbandona con più — 192 — spensìeratezzea. Il complesso di codesti
accorgimenti e resistenze costituirebbe le peculiarità dell'uso scritto, pur
dove questo avesse un incominciamento spontaneo, senza imitazione di altre
letterature precedenti, e non uscisse dal ^pomerio della città. Tanto più
doveva il fatto veri- ficarsi per il fiorentino scritto, che incominciò a muoversi
sulle orme del latino, del francese e del provenzale, in compagnia con altri
linguaggi italiani; che si accomunò a tutta una nazione politicamente scissa e
diversissima nei parlari e nel sangue; che restò sempre sotto la tutela del
latino; che divenne ben presto oggetto dello studio riflesso dei grammatici e
dei vocabolaristi; che, dall'aver Firenze più o meno languito per secoli, si
trovò a vivere da sé senza il continuo influsso della parlata cittadina. Il
Muzio venne in campo con un certo suo paragone tra il vino e il toscanesimo ,
che gli fu rimbeccato dal Varchi e dal Davanzali , ina che noi potremmo ridurre
a forma onesta così: tra i vini che in un paese si fanno, alcuni si mandano
fuori, ma altri non reggono al viaggio e non si posson bere che sopra luogo.
XXVI. L'Italia non si appropriò se non il fiorentino scritto , e fin dove
poteva senza sforzo o con isforzi tollerabili. Ciò ebbe i suoi effetti
specialmente sulla pro- nunzia, alcuni vezzi della quale, come il così detto e
aspirato di fico o il e e r/ sibilante di pace e regina^ non significati dalla
scrittura '), restaron regionali. Avvenne 1) E non lo furono anche perchè,
essendo aspirata l'iniziale in la casa, ma non in i^er casa, e sibilinLe
l'iniziale in la cena, i giri, ma non in jìcr cena, il giro, colali parole
avrebbero dovuto scri- versi in due modi, secondo le congiunture. Per la
medesima ragione non uscì di Toscana il vezzo di prolTerir doppia la iniziale
dopo — 193 — anche di più. Essendosi dai Toscani smesso di scriver bascio e
camlscia, perchè codesto mite suono non si scam- biasse con quello più
gagliardo ch'ò in fascia, mentre è invece pari a quello toscaneggiante di pace
, ne derivò elle quegl' Italiani che pronunzian pace con un vero e, ossia con
quel che i Toscani stessi fan sentire in selce e in faccia^ lo estesero anche a
bacio e camicia. I quali però, venendo da basium e camisia, non si pronunziano
con un vero e in nessun dialetto; che gli altri dialetti o dicon quasi bascio,
in modo simile al toscano, o baso. Lo stesso dicasi suppergiù di fagiano
fagiuolo, Perugia (già Feroscia), che in latino hanno s e non g, e fuor di
Toscana suonano press'a poco o fascinolo o fasuolo. La pronunzia insomma che di
bacio e fagiuolo si suol fare in gran parte d'Italia, se non è conforme al
toscano, non segue però nemmeno le parlate locali, ed è una creazione tutta
letteraria. Un altro esempio di toscanità letterariamente alterata è 1'
articolo gli avanti a Dei. Il vero è che i Toscani pronunziano solamente delio
, smozzicatura di Iddio (cioè il Dio), e che a questo conformarono ddea e ddei,
mentre poi per influenza del latino scrissero, come se nulla fosse. Dio Dea
Dei. A qualche poeta tornò talvolta comodo e a qualche prosatore parve più
logico scrivere i Dei: ma l'uso generale ha mantenuto gli, pur ignorando o
negligendo la pronunzia toscana che lo giustifica. da 'da pporre), eccetto nei
composti {dappoco, davvero). Ciò pure contribuì a far che tra lo 'inferno, la
'nghiria, e l'inferno, V ingiuria, si preferisse la seconda elisione che rende
mutabile il solo mono- sillabo servile; relegando la prima, toscana altrettanto
, a rari usi poetici. 13 — 194 — Questi e i tanti altri esempii simili non
s'adducono, beninteso, per dir qui che non si debba imitar la pro- nunzia
toscana, nel qual caso ci potrebbero esser ritorti contro; ma per provare
quanta sia stata la forza delle cose. È manifesto che l'italiano, se in fondo è
fiorentino, è però il fiorentino antico e scritto, eh' è andato soggetto
all'elaborazione nazionale, ora ingenua or artificiosa, la quale lo ha dove
corretto e dove corrotto. Esso segui- terebbe la sua via anche se Firenze
sparisse, né può prescinder dalla sua storia secolare, che sarebbe un fatto
nuovo in tutte le letterature. Bene o male, un uso moderno letterario s'è
formato, che in molte cose è iden- tico all'uso parlato di Firenze, ma in altre
no. Doman- diamo a un Itahano di buona fedo se oggi s'abbia a dir debbe dee o
deve^ veggendo o vedendo^ melancolia malen- conia maninconia melanconia o
malinconia^ concJiiugga o conchiuda^ sirocchia o sorella, pulzella o ragazza,
ed egli risponderà: deve, vedendo, malinconia (o più poeticamente melanconia) ,
conchiuda , sorella , ragazza ; senza sapere che così s' accorda con Firenze.
Anche quei che scri- vendo preferiscon per ricercatezza debbe veggendo ecc.
sanno bene quali siano le forme più semplici, altrimenti come farebbero a
sfuggirle ? Se poi a quel medesimo chiediamo , tra officio offizio ofido ofizio
ufficio uffizio uficio ufizio, che tutti son registrati nel dizionario storico,
quale gh paia dell'uso presente, ei presceglierà ufficio e un po' anche uffizio
; e quando gli avrem detto che a Firenze si dice ufizio, dirà che lo credeva un
arcaismo e che gli parrebbe un' affettazione 1' appropriarselo. Lo stesso
direbbe di doventare, di strattagemma, di polenda, di messi per misi, e di
altre simili cose, che in sé non han nulla di male, che furono adoprate da
scrittori , che perciò si trovano nel dizionario , ma che, mentre la par- — 195
— lata fiorentina le ha predilette, l' italiano scritto le ha posposte. In
altri casi, di cui molti abbiamo messi in rilievo nel secondo capitolo, la
differenza tra l'uso letterario, anche moderno, e l'uso presente fiorentino,
anche colto, consiste nella preferenza data da questo a forme che, per ragioni
pii^i 0 men buone, la grammatica ha sempre combattute, quali sono gli per a
loro o, che è più, per a lei, classi e stassi; o a certi neologismi, come gì'
indicativi fai vai dai stai (o fa' va' ecc.) pegl'imperativi fa va da sta; o
nell'avere quando smesse, quando ricacciate in seconda linea, quando limitate a
casi particolari, forme e voci che la lingua letteraria non vuol dimenticare,
come questi e quegli nel numero del meno, vi avverbio, egli ed ella, figlio
ecc.; o nell'adoperar che fa in modo o costante o frequentissimo vezzi che la
lingua letteraria accoghe con parsimonia e riserba ad incontri di una speciale
convenienza, come l'articolo coi nomi di donna (il Cesano e il Salviati ne
attestano già fermata allora la norma), e i pronomi e' , 'gli, la, premessi ai
verbi. L' i di certi antichi latinismi, quali s/?ecie effigie scienza, come in
poesia può far dieresi, cioè contar come in latino per una sillaba a sé, così
nella più parte d'Italia, nella meridionale in ispecie, è ancora proferito
debitamente; ma la pronunzia toscana lo ha roso, onde a taluni è parso lecito
scriver addirittura spece effige scema coscenza, e dare a superfice un plurale
superfici. Già Dante, per la rima, scrisse uno sptece e due effige, e tre
Fiorentini, ne'secoli XV e XVI, misero in poesie facete, pure in rima, effigi;
ma ciò non toglie che per l'itahano scritto codeste sieno o antiche licenze
poetiche o moderni vezzi dialettali. Il medesimo si dica di novo foco core
ecc., cioè dovunque la pronunzia toscana moderna ha rimangiato Vu del dittongo,
ritornando per caso alla vocale semplice delle voci latine, — 196 — e dove
l'Italia colta riman così unita nel tenersi al dittongo del toscano antico (p.
76), da parer curioso le si venga ad inculcare che per amor dell' unificazione
si sforzi a smetterlo. La mi' figliola e la tu'* sorella sono modi che
importano molteplici differenze dall'uso italiano; e, se ogni Toscano
conversando non ha scrupolo di dire 'un per non, né egli né altri oserebbe
metterlo pur in una lettera la pili familiare. I Fiorentini chiamano anello
anche quello che noi diciamo ab antico ditale, né alcuno vorrebbe far il
cambio, per acquistare un'ambiguità o per doverci rime- diare con una perifrasi
aggiungendo da cucire. Dicono sj^era per « specchio da camera », che per noi è un
arcai- smo; e il palmo della mano e il suolo della scarpa, anziché la palma e
la suola. Anco, che agli altri Italiani sembra una forma antiquata da usare con
gran parsimonia, é vivo quasi. più di anche in tutta Toscana; dove inoltre si
dice no anche e no anco per « non ancora », e non s'è anche visto, non è anche
morto, è aìtche vivo e sim. E vi si sente volsi per volli, puole per può,
sussurro anziché susurro, spengere anziché spegnere, querce per quercia, dicano
per dicono, 'potrebbano (alterazione dell'arcaico potrebbono) per potrebbero,
e, lo ripetiamo, cento altre cose simili, che la glottologia spiega benissimo,
che hanno spesso un' attrat- tiva graziosa, perlopiù nascente dal sentirvisi
l'eco viva di ciò che abbiamo appreso dagli antichi classici toscani , ma che
insomma sono state più o meno scartate dalla lin- gua colta comune nel suo
secolare lavorìo di selezione. XXVII. Codesto gruzzolo di suoni, di usi
grammaticali, di vocaboli, di traslati, di locuzioni, in cui la città ch'è capo
della lingua non s'accorda con la lingua, v'é un po' dappertutto (che anche tra
francese e parigino l'identità è solo in un certo senso), e tanto più cospicuo
ha dovuto essere qui, con vicende storiche come le nostre. Se il fio- rentino
cominciasse oggi per la prima volta a scriversi — 197 — e a propagarsi, quegli
elomonti locali s'insinuerebbero nella lingua: ora sono dialetto. Col ricorrere
al fiorentino colto non s'aggiusta tutto, giacchò,se per questo s'intendesse
ciò che gli uomini colti di Firenze scrivono o pronunziano in un'occasione
solenne, ci sarebbe da ripigliarsi anche i conciossiachè ed altre cose di
lingua morta, della quale non tutti colà sono schivi; se ci s'intende ciò che
dicono conversando, v'è spesso da manomettere la tradizione lette- raria. Si fa
presto a dire che il P'iorentino, se è uomo colto, ha sperimentato già in sé
tutti gli effetti dì essa tradizione, sicché sulla sua bocca coglieremo sempre
un linguaggio che sia insieme e fiorentino e letterario. Lo smembramento
dell'Italia ha operato anche su Firenze e fatto sopravvivere o germogliare
anche lì il provincialismo. Al qual provin- cialismo fìorentimo il Manzoni si
sottrasse or sì or no, ondeggiando fra le troppo coraggiose applicazioni e le
lodevoli incoerenze, i due frutti immancabili d'ogni teorica eccessiva.
Nell'esporre la sua dottrina, poi, avvertiva che certi vezzi dell'uso parlato
s'intende bene che bisogni venirli introducendo « con giudizio »; quasi che sia
possibile aver questo quando unico criterio ha ad esser quell'uso, e s'è negata
autorità ad un criterio superiore ! Di qualsia maestro vi son discepoli che
reputano miglior fedeltà il recidere dalle sue dottrine la parte viziosa, ed
altri che preferiscono, con un'ostinazione che ha pure il suo lato bello,
difenderle ad ogni costo. I manzoniani del secondo genere tennero nella difesa
più vie. Dissero che per ragioni pratiche era meglio non insistere su certe
sot- tigliezze ; come se del sottilizzare, sì nel ragionamento e sì
nell'applicazione, il Manzoni stesso e la sua scuola non avessero dato
l'esempio ! 0 si diedero bravamente a negare che nella conversazione fiorentina
ci siano le peculiarità dialettali dianzi indicate, sostenendo che le son dell'
uso — 198 — plebeo; e tanto potavano e accomodavano il fiorentino colto, da
renderlo in tutto pari al buon italiano. Avevan l'aria di quel Diogene di cui
si conta che, per confutar una definizione data da Platone dell'uomo, come
animale a due piedi e senza penne, gli presentasse un pollo dopo averlo pelato.
Ovvero notarono, che, se i Fiorentini di- cono piuttosto doventare e hono^ non
è che non dicano qualche volta diventare e huono^ onde resta l'adito per
tenersi alla forma più letteraria senza uscir propriamente dal fiorentino. Né
s'accorgevano che codesto incoraggia- mento a preferire ciò che la
conversazione fiorentina suol posporre, era già una confessione che vi sia
qualcosa che aleggia al di sopra di ogni uso locale. A rigore, basta un solo
effetto bene accertato per mostrar l'esistenza della causa! Quanto al dittongo
wo, battevan la ritirata, limitan- dosi a tutelare il diritto di scriver hono
allorché per ec- cezionali intenti satirici tornasse acconcio; che era appunto
il concetto degli avversarli, e differiva sostanzialmente da quello che i
manzoniani avevan seguito nell'intitolar Novo Vocabolario il libro domandato
dal Maestro, e che han seguito difatto anche appresso, sopprimendo il dittongo
per pura norma grammaticale. Ai vezzi vernacoli il Fiorentino sitasela andare
parlando, e più spensieratamente degh altri, in quanto che gì' idio- tismi suoi
hanno un colorito più simile a quel della lingua, ed egU non é abituato come
noi a una continua lotta per ricacciarsi in gola un dialetto notevolmente
diverso da quella. Ma quando scrive, egli suole generalmente esser più
guardingo, né oggi s'arroga od accetta tutta l'autorità che gli si vuol
conferire. Come argutamente avvertì il Tommaseo, Firenze verso gli entusiasmi
del Manzoni parve atteggiarsi come San Marino alle profferte d'ingrandimento
territoriale fattele da Napoleone. Fuori invece si discuteva — 1'.)'.) —
seriamente se il Governo dovesse prescrivere « il fiorentino »> nelle
scnole, come si direbbe del greco o dell'arabo; si ammoniva nelle scuole e nei
giornali chi scrivesse ufficio^ fra, che vuoi?, anziché ufizlo, tra, cosa
vuol?; cadendo per giunta anche in errori di fatto, poiché fra e che vuol? son
tutt'altro che smessi dalla parlata toscana. E riferendo un brano altrui ove
una parola sapesse un po' d'anti- quato, le si apponeva in parentesi un
interrogativo, come per dire: tanto la riprovo che fo conto di non conoscerla.
Era un nuovo purismo questo, migliore di quello del Ce- sari, perchè rivolto
alla lingua viva, ma peggiore in ciò, che di una nazione memore di una secolare
coltura pareva volerne fare un popolo che senza legami col passato de- liberi
dar principio alla sua civiltà. La soverchia preoc- cupazione della forma,
stata gran tempo effetto insieme e causa di debolezza per la nostra
letteratura, riveniva in campo con mutate spoglie o con mutato idolo. Uno
scrittore come il D'Azeglio non si peritò, nel suo bel libro dei Ricordi, di
dar di lei al lettore, perchè così si fa parlando ! A prescinder che parlando
si dà pure di tu e di voi, e che egli certo non intendeva scrivere pei soli
lettori coi quaU non fosse in confidenza; e' era anzitutto da osservare che le
relazioni tra chi scrive un hbro e chi legge sono affatto ideali, ed il tu che
l'autore ci rivolge latinamente, se anche può esserne goffo l'abuso, non ci può
però offendere, perchè non ha nulla che fare con quello che ci può esser dato,
a voce o in una lettera, da chi non abbia il diritto di trattarci
confidenzialmente. Fu senza dubbio un'applicazione inconsiderata, a cui il
Manzoni non sarebbe mai disceso; ma il principio stesso era eccessivo, in
quanto dimenticava che tra il discorrer con la penna a migliaia di lettori e il
conversare in un crocchio, se non c'è quell'abisso che i prosatori italiani —
200 — ci avevano scavato , v' è pure una differenza naturale , per cui la
naturalezza della seconda operazione può di- venire innaturale nella prima.
XXVIIL Un altro seguace del Manzoni fu il Giusti. Ch'ei rimanesse sempre, come
da sé stesso si diceva, un orec- chiante, non vuol dire. Lo seguì da
orecchiante, a quel modo che uno zoppo, se il paragone non è irriverente, tien dietro
alla sua comitiva zoppicando. Si sa bene che ogni scuola, come ogni religione,
ogni parte politica, ha proseliti d'ogni genere : ne ha di fanatici e di
temperati, d'imprudenti e di timidi, d'ingenui e di furbi, di quei che ne
scrutano Je ragioni dottrinali e di quei che le sottin- tendono 0 le accolgono
docilmente. Certo che il Giusti, il quale per istintiva inclinazione aveva
liberamente usato il linguaggio della sua Toscana, dopo l'amicizia contratta
col Manzoni a Milano il 1845 continuò con più chiaro proposito a fare sfoggio
di quello; come in fatto di religione si fece forse più riguardoso. Le lettere
che si scrissero danno indizio di mutua intelligenza, e di un certo compia-
cimento, nel Giusti, di rallegrare il grande amico con le moine della propria
loquela. E il Manzoni, sulla fine della Relazione del 'G8, scriveva : « un solo
scrittore, l' illustre e pianto Giusti, ha potuto, per la sua grandissima popo-
larità in tutt'ltalia, produrre degli esempi fecondi, anche in questo
particolare, come riguardo all' effetto generale di propagare utili e
necessarie locuzioni. In grazia sua ne corrono ora per gli scritti di tutta
Italia, dì quelle che, prima di lui, ogni scrittore avrebbe schivate studio-
samente, credendole ciarpe del suo particolare idioma » . E ad un manzoniano
egregio parve il Giusti essere stato « una prova vivente della giustezza della
teoria ». Orbene, a niuno è lecito disconoscere i pregi poetici e idiomatici e
l'efficacia politica della sua satira, e nemmeno — 201 - rarj^ula vivacità
della sua prosa. Se nella voga eh' egli ebbe vi fu qualcosa di smodato o di
relativo a condi- zioni politiche e letterarie passeggiere; se l'ingegno suo,
scarso di dottrina e limitato a certe attitudini particola- ri , fu impari alla
speculazione e alla critica; se la stessa sua satira dà qualche volta nel
declamatorio; 1' oblio però che oggi, come per reazione, ne va ricoprendo la
fama, è peggio che ingiusto. Ma non è ingiustizia 1' avvertire che i suoi
scritti, come nella sostanza sentono non di rado il chiuso d' un' angusta vita
regionale, così nella forma sanno troppo di dialetto , e fan ripensare al Berni
o al Lippi. Parecchie sue voci e locuzioni o riescono oscure o non sono state
ricevute nell'idioma nazionale; e soprat- tutto il suo stile prosastico, che
pur dà ogni tanto nell'af- fettazione letteraria, trascorre spesso in una
familiarità un po' sguaiata. Edmondo de Amicis, che nel suo libro Pagine Sparse
ha molte savie osservazioni di lingua e di stile, avverte del Giusti: « quando,
scrivendo a una signora, dice in un solo periodo , che scegliere i^er un
congresso una città piccola come Lucca è un voler metter rasino a cavallo^ ma
che i Lucchesi ne leveranno le gambe meglio che non si crede, che il duca se rè
battuta perchè gli bolle a mala pena la pentola per sé e per i suoi, ecc., io
sento, non in ciascuna di queste maniere di dire per sé medesima, ma nella loro
frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi piace ».
Del rimanente, ne la toscanità del Giusti è prettamente fiorentina (p. es. V
abbruniscono i cappelli del Dies trae non è fiorentino, com'è invece il
pensiero abbrunato della Terra dei Morti), né per converso egli scriveva ìiovo
e bono nella prosa, ed insomma non in tutto rispondeva al princi- pio
manzoniano; il quale però abbiam visto che dal Man- zoni medesimo non fu
applicato a rigore. Ma suppergiù si -— 202 — può dire che lo studio delle opere
sue, utile e attraente per tanti rispetti, torna opportuno anche per la
questione della lingua; poiché dall'un lato egli in certe cose tosca- neggiò
meno di molti manzoniani , dall' altro nel suo toscanesimo è da distinguere una
parte ben confacente alla hngua comune, onde ha giovato a ribadir l' uso di
questa, ed una parte che è rimasta tutta provinciale e personale, nonostante la
diffusione e il fascino della sua poesia. Di lui è accaduto quel che d'altri
toscani dei secoU andati: che certi suoi idiotismi siano stati freddamente
accolti , ed altri siano bensì piaciuti in bocca sua ma nessuno abbia sentito
la voglia o la capacità di ripeterli. XXIX. Ma lasciamo, diranno, tutte le
quisquilie, sian di fonetica o di grammatica o di sintassi o di modi pro-
verbiali 0 di stile, e badiamo al sodo, al vocabolario. C'è o non c'è un certo
numero di cose che gì' Italiani sanno denominare con le voci varie dei loro
dialetti ma non con un vocabolo unico e comune? Ebbene, il Manzoni diceva:
pigliamoci il moderno vocabolo fiorentino, che è omogeneo a tutto il corpo,
fiorentino, della lingua let- teraria, ed eccoci all'unità ! Qui v'è a ridire.
Primamente, sul numero di codesti vocaboli 0 modi s'è troppo ondeggiato fra
mutevoli esa- gerazioni, ora facendolo così formidabile da giustificare ogni
smania per acquistarlo, ora riducendolo, per dimostrar facile il riuscirvi, a
un modesto complemento della molta fiorentinità che già possediamo. Il vero è
che da secoli gl'Italiani discutono insieme di tante cose, compresa la
questione della lingua, e che il difetto di vocaboli comuni riguarda
soprattutto le cose sulle quali la nostra secolare separazione rendeva inutile
o difficile l'intendersi, cioè si riduce quasi unicamente a discordie o
incertezze nella nomenclatura materiale. Anche questa è di cerio necessa- — 203
— ria, specialiuonte alla vita pratica, allo scienze naturali e filolofiche,
all'amena letteratura, e si capisce che un ro- manziere ne sentisse affannoso
il bisogno. Ma quando egli n'era sospinto ad affermare che una lingua con tali
de- ficienze non merita piì^i il nome di lingua, e che la Hngua ò un organismo,
quindi o è un tutto o è niente, oltrepas- sava la misura, lasciandosi troppo
sedurre, come poeta in- namorato d'una perfezione ideale e come pensatore vago
di profondità filosofiche, da pericolose metafore scientifi- che (cfr. p. 120).
Ogni lingua manca o vacilla nella espres- sione di taluni concetti od oggetti,
e, se qualcuna ap- parisce manchevole più dell'ordinario, non cessa d'esser
vera lingua, poiché tra quel tutto e quel nieìite vi sono molte gradazioni
intermedie. Né i singoli vocaboli son congiunti tra loro da un legame necessario;
ed organismo si può chiamare soltanto , e pur molto alla buona , il sistema
grammaticale d'una lingua. Ai mancamenti della nostra riparerà la sopravvenuta
unità della nazione, con l'efficacia della capitale politica, con gU scambii
intellet- tuali e materiali infinitamente cresciuti; e una più salda unità di
lingua sarà 1' effetto d'una più stretta comunanza di vita. Volerla anticipare
mediante una convenzione è un pretendere d' avere artificialmente ciò che la
sola natura può dare. Questa vuole che quei vocaboli e modi fiorentini che sono
tuttora ignoti al resto d'Italia, non vengano da questa accolti se non per
ispontanea diffusione, e dietro queU'i- stintivo scrutinio a cui una società
più larga sottopone ciò che le è offerto da una più ristretta. Si fa presto a
dire che i vocaboli in tanto valgono in quanto son se- gni delle idee, e di per
sé non son né buoni né cattivi {nani per se soni tantum stmt, diceva
Quintiliano), sicché se ci appropriassimo i vocaboli fiorentini che a noi
mancano — 204 — avremmo subito mia lingua completa. Ma quel principio va inteso
con discrezione, e, oltre il valore convenzionale che le viene dall'essere il
segno abituale d'un' idea, la parola ha pregi o difetti intrinseci , nascenti
dal modo onde significa l'idea e dalle impressioni ed associazioni che suscita
in chi l'ode o l'usa. Poiché può essere o no evidentemente derivata da altri
vocaboli usuali, fare cioè parte di un' intera famiglia o costituire un
vocabolo isolato d'ignota origine, e riuscir quindi facile o difficile a capire
e a ricordare; può rassomigliare o no a parole con cui non abbia nulla che fare
pel significato , ossia dare o no luogo a confusione; può essere di spedito o
di difficile profferimento, aver suono grato o sgradevole; e via discorrendo. I
pregi di cotal genere raccomandano una parola, come i difetti opposti la
tengono indietro. Certo, la scelta o individuale o collettiva non è sempre
regolata da motivi così ragionevoli, e la stranezza me- desima d'un vocabolo
può talvolta divenire un'attrattiva; ma ad ogni modo la scelta , sia pur
determinata da motivi piuttosto psicologici che logici, ha sempre luogo.
Orbene, a Firenze p. es. si dice nòmina per « bigUetto d'ingresso », ed entra
in quella decima parte di linguaggio fiorentino che, secondo il Manzoni,
l'Italia dovrebbe aggiun- gere ai nove decimi (chi li ha contati ?) che già ne
adopra; ma si può metter pegno che la nazione lo troverà am- biguo, come da
secoli non ha voluto saperne di rinnovare un panciotto per « mettersi un
panciotto nuovo » (p. 177), e di son tornato in piazza Pitti per a sono andato
ad abitare in piazza Pitti (dove non avevo mai abitato)»; e come s' è guardata
bene dal far sua la voce logica nel senso che l'usò il Giusti, di «zerbinotto».
Ogni lingua, si dirà, ha modi ambigui, che pur restano in uso, nò cascherebbe
il mondo se l'italiano, per prender — 205 ~ tutto in una volta un linguaggio
intero, adottasse codesti: nelle lingue bisogna inchinarsi al fatto compiuto,
ed era una stoltezza quella dei vecchi linguai che col ragiona- mento
intendevano sopprimere parole radicate nell'uso. Tutto ciò sta bene , ma si
badi che il fatto compiuto riguarda qui Firenze, non l'Italia, per la quale
l'adottar quel nomina o altro di simile sarebbe un fatto da com- piere, e da
compier per riflessione; e la riflessione non si può pretendere che, chiamata
ad operare all'ingrosso, s'arresti innanzi ai particolari. Alcuni manzoniani
difesero la seconda edizione dei Promessi Sposi dalla taccia del ridondar di
fiorentinismi oscuri, con avvertire che invece tutto v'è italianamente chiaro
(p. 56). Difesa giusta in sé, ma non coerente al principio che essi medesimi
propugnano ; e buona sol- tanto per quel che il Manzoni fece, non già per
quello eh' egU credeva restasse da fare. La sua dottrina con- duceva a voler un
vocabolario che dall' un canto soppri- messe, perchè morte o mal vive nella
parlata fiorentina, molte voci e forme di voci ben vive nella lingua scritta
d'Italia , e dall'altro registrasse come parte effettiva di questa lingua
alcuni fiorentinesimi ignoti o mal noti all'Italia; una doppia violenza
insomma, verso le naturali conseguenze del nostro passato e verso i diritti del
presente e dell'avvenire. Senza dubbio, se la hngua dei libri si muove appunto
nei libri, anche il vocabolario è un libro, e in un certo senso il primo dei
libri, il quale in Italia ha avuto sempre una particolare importanza. Ma, se ai
vecchi eccessi non se n'han da surrogare dei nuovi , convien che il vocabolario
rispecchi fedelmente le condizioni effettive dell' idioma nazionale. La nuova
Crusca, il Tommaseo e Belhni, e qualche più modesto tentativo individuale, come
il Dizionario del solertissimo — 206 — Petrocchi, col raccogliere tutto il
materiale storico della lingua, sceverando fin dove è possibile ciò che è
morto, e serve soprattutto per intender gli scrittori e per la filologia, da
ciò che è vivo tuttora, ciò che è prettamente moderno da ciò che è insieme
antico , ciò che è della comune coltura da ciò che è dell'uso familiare
fiorentino, tengono, a tacer delle parziali mende, la diritta via. Alle nostre
particolari condizioni occorre appunto un voca- bolario che non prescinda dallo
svolgimento storico della lingua. Che se all'uso spicciolo un prontuario della
lin- gua moderna può bastare, per poco però che lo scrittore esca dalla volgare
schiera sente continuamente il bisogno di consultare i secoli andati, di
accertarsi se un vocabolo 0 modo sia del tutto recente o insieme antico, e
quale espressione certi classici abbian data ad un concetto simile 0 prossimo
al suo ^ ). I pretti fiorentinesimi e pur gli altri toscanesimi , che hanno
spesso tanta grazia e quasi sempre naturale conformità con l' italiano colto,
non devono esser trascurati, e nella gara dei dialetti a compiere la lingua
scritta son destinati a un più facile trionfo ; ma questo non può esser
decretato che dalla reale preferenza della nazione, e per essi sarà oggi più
che mai formidabile la concorrenza, onde già il Salvini avvertì le tracce, del
dialetto di Roma, né privo di lepore 1 ) « Se egli è giusto il dire che il
linguaggio non istà tutto negli scrittori, non si vorrà per questo affermare
che si trovi intero fuori degli scrittori. Certi fatti mentali, e certe più
fine relazioni e determinazioni del pensiero, non si vedono distintamente e non
vengono significate, se non quando si scrìve, cosicché alcuna piccola parie de'
vocaboli e molta jìiirte de'modi di dire e de'costrutti non si può imparare
altrove che nelle scritture ». Così il Fornaui nel Fropuf/ncdore (voi. I); e
cfr. il buon articolo del Caitoni nella Nuova Antologia (voi. XI, GG5 segg.). —
207 — né poco omogeneo alla lingua. Per un pezzo 1' unità idiomatica alla
francese sarà un mero ideale, a cui però ci ha già avvicinati il capolavoro del
Manzoni ed il risve- glio letterario e scientifico del secolo , e sempre più ci
avvicineranno il complessivo lavorio degli scrittori, della nuova filologia e
della conversazione colta. A quest'ultima contribuiscono , nonostante le loro
molte pecche anche in fatto di lingua, la stampa quotidiana e le assemblee politiche.
Da esse viene , oltre il resto, quel gran cor- rettivo d'ogni genere d'
affettazione o di crudo provin- cialismo, che è il ridicolo. Ai nostri vecchi
esso giungeva per lo più ritardato, di lontano, da un piccol numero di
avversarli o d'invidiosi, e spesso non giungeva punto; ora invece un errore o
un'affettazione ci mette subito alla berlina. Un oratore che con aria da
cinquecentista dicesse come sia d'uopo emanceppare da strania servitù le
italiche contrade^ udrebbe un repentino scoppio di risa , e un altro che , nato
in riva al Sebeto o all'Olona, rinfacciasse ai governanti che sian cechi a'
dolori de' Ioni , si sentirebbe mormorare all' orecchio : « del Tesoro ? !» ;
ed essi poco dopo leg- gerebbero in tutti i giornali e in tutti i visi la burla.
Sicché nel continuo rimescolarsi che oggi fanno gli uomini di lettere fra loro
e con gli uomini di mondo, nel dovere spesso parlare di cose serie o scriverne
per quei medesimi ai quali se ne suol parlare, nasce in tutti uno studio di
correttezza insieme e di semplicità, e l'impressione comune raffrena le
bizzarrie individuali. Come poi nella necessità di significare molte cose
materiah, che prima erano oggetto di discorsi semplicemente paesani e
domestici, anche la nomenclatura si arricchisce e si compie. Solo , bisogna dar
tempo al tempo. Ma l'Italia, risorta come per im- provviso miracolo e avvezza
alle rivoluzioni e a nuove — 208 — leggi che suppongono costumi non ancora
formatisi , avrebbe voluto ottenere di punto in bianco una perfetta unità di
lingua ! Resta da dire ancora una parola sul principio dianzi toccato , che i
vocaboli sien meri suoni e meri segni pei concetti. Giova ripetere che essi
suscitano anche impressioni di cui bisogna tener conto. Se, traducendo i
Memorabili di Senofonte, noi mettessimo in bocca a Socrate molti crudi
fiorentinismi , non potremmo di- fendercene osservando che in bocca d' un
Ateniese nessuna parola italiana è a suo posto , o che , presaci una volta per
sempre la licenza di farlo parlare italiano, tanto è fargli dire noi andiamo a
scuola come no' altri si va a scola. Il vero è che le prime parole non ri-
chiamano alla nostra mente nulla di esotico, laddove le seconde, suscitando il
pensiero di un uso locale, ci fanno avvertire ciò che a noi preme dimenticare:
che Socrate non potè aver parlato itahano. XXX. La dottrina manzoniana non
mirava alla poesia, per la quale lasciava intendere che valessero speciali
criterii. Infatti, che alla prosa , la quale è conforme al parlar naturale
dell' uomo, si ascriva come principal me- rito la naturalezza, si capisce ; ma
sarebbe una strana pretesa che la naturalezza, nel senso spicciolo di questa
parola, convenga alla poesia , che è , come la musica , qualcosa di
artificiato, di tradizionale, di più o men di- verso dal favellare solito , e se
zampilla anch' essa dal fondo della natura umana, egli è da una natura pii^i
re- condita e fma che non sia quella di tutte le ore. Vietare ad un poeta 1'
uso di parole remote dalle odierne non si può più, dopo che gli si ò consentito
di parlare in ottave o in esametri, cioè in un modo remoto dal fa- vellare di
tutti i tempi! — 209 — Sennonché piìi cresceva nel Manzoni lo spirilo siste-
matico e più la poesìa stessa era minacciata dalla tirannia dell'uso vivo. Ben
cattiva piega codesta; giacche, se fra noi la prosa ha stentato a maturarsi, la
poesia sfolgorò di subita luce, ed il possesso d'una lingua poetica, non
proprio differente da quella della prosa, ma piii elastica e libera, più ricca,
più potente a sollevarsi sopra l'eloquio comune , era stato sempre una delle
più invidiabili prerogative della nostra gente. Il volerlo mettere in questione
o stremare, riducendo la letteratura italiana, tanto simile per esso alla
latina e alla greca, nelle con- dizioni misere di altre letterature europee,
era un abdicare a un sovrano potere, era come dar di bianco al Palazzo Vecchio,
0 rinunziare ai voli melodici del Rossini e del Bellini per restringere la
musica teatrale ad un mero recitativo. Nessuno certo volle giunger tant'oltre,
e fortunatamente la poesia del Manzoni era stata composta, poco men che tutta ,
innanzi la conversione fiorentinesca di lui. Ma un inizio di attentato ei lo
fece, nel ristamparla, ed in quel po' che non aveva ancor pubblicato o che
compose appresso. Quando nell'Ode composta a memoria nel '21 e stampata nel '48
scrisse « Chi potrà... Quello ancora... » invece di « Quegli ancora... » , come
la chiarezza e lo stile poetico gli avrebbero suggerito e come forse sulle
prime aveva pensato; quando nell'ultima strofe ivi ag- giunta nel '48 pose « Io
non c'era » anziché « Io non v'era, »; quando nel Carmagnola corrèsse « allor
che Dio sui boni Fa cader la sventura», e nella Passione « Che i dolori , onde
il secolo atroce Fa de' boni più tristo l'esiglio », e nelle Strofe per una
prima comunione in- vocò come « quel Grande , quel Santo , * quel Botio » Colui
che nella Passione avea finito col lodare come 14 — 210 - « Quei che siede nei
cerchi divini, E d' Adamo si fece figliolo ))'. ei cominciava a profanare con
una pedanteria la serena compostezza dell'opera sua, per cui essa arieggia al
Purgatorio dantesco. Veramente, si fermò a codeste inezie , senza manomettere
tutto il tesoro della lingua arcaica e poetica di cui s'era largamente valso;
né can- cellò, per esempio, la gemina Dora e la cruenta polvere e nosco e
ricordivi di me e lo spirto anelo , e infinite altre cose ^ ). Perfino si
lasciò sfuggire il perseguitato dit- tongo nella scena 5.^ dell'atto I del
Carmagnola: « i buoni mai Non fur senza nemici ». Ma le contradizioni , per
quanto opportune, son sempre contradizioni, e costitui- scono la riprova
pratica della intemperanza nella teoria. È poi un fatto che, dopo abbracciato
il culto della fioren- tinità, egli non mandò fuori più versi, salvo le povere
Strofe della comunione, composte nel '37; e, s'ammettano pure altre più intime
ragioni , una ne fu certo questa, eh' ei non sapeva più in che lingua poetare!
XXXI. Il Voltaire sentenziò la lingua francese esser la men poetica d'Europa; e
il De Sade, nel provarsi a tradurre il Petrarca, sentiva che un Francese che
vuol far versi è come un uomo che tenti di volare « avec des fers aux pieds et
aux mains». Il Rousseau magni- ficava infinitamente il linguaggio della nostra
poesia ; come poi il Sainte-Beuve ha deplorato che in Fr9,ncia 1} Non cancellò
neppure quel curioso « E compie? n dell'Adelchi (a. Ili, se. S''), che un
maligno critico gli aveva suhito rimproverato, e che davvero riesce a tutti
oscuro, o sembra a tutti un error di stampa per « K come? )) che in quel luogo
quadrerebbe pure. Ma tutte le edizioni e lo stesso autografo , che si conserva
a Brera, hanno compie, e vuol dir giova o torna bene, come da alcuni esempii
toscani del Vocabolario si apprende. Nel ms. ci veniva subito dopo: a E non lo
iwsso Trovar qui, dappertutto? ti che nelle stampe non c'è. — Sii- la poesia
avesse preteso di difTerire il meno possibile dal parlar usuale, e, anziché
ambire ai sacri halcoìtl^ si fosse contentata d'un marciapiede, molto ben
costruito ma poco più alto del livello della prosa. Gicà il Fónelon reputava un
difetto la mancanza dei diminutivi e su- perlativi, sembrata ad altri una virtù
del francese, e rimpiangeva che questo fosse stato dai grammatici im- poverito,
ischeletrito, messo in ceppi, privato d'ogni varietà e sorpresa e quasi d'ogni
cadenza maestosa, come d'ogni inversione necessaria alla poesia. Codesti
rimpianti, come quelli d'altri scrittori, miravano anche alla prosa ; e ai
migliori amici che il Manzoni avesse in Francia parve ch'egli esagerasse gli
svantaggi della lingua italiana, nò considerasse abbastanza che la sua maggior
libertà si presta a far più vario lo stile, e mettendo lo scrittore nella
necessità di quasi formarsi la propria lingua gli dà modo di stamparvi
un'impronta più personale. E in verità, se la disciplinata determi- natezza della
hngua rende più facile a ciascun Francese lo scriver discretamente e a ciascun
prosatore il rag- giungere l'eccellenza di cui è capace; quel non so che di
stereotipo però e queir abbondanza di frasi fatte , quasi « spiccioli del
pensiero comune beli' e coniati » come dice 1' AscoU , rende men riflessivi i
mediocri e genera fra tutti un po' di uniformità monotona. Lo stretto rigore
della sua grammatica fa che il Francese debba spesso rinunziare all'eufonia, a
non disprezzabili delicatezze di stile, a certi effetti semipoetici. P. es. può
egli parere, e sotto certi rispetti è, fortunato perchè ad ogni verbo, salvo
determinate eccezioni, deve premettere i/, e infelice l'Italiano che deve
chiedersi: ho da metter egli 0 ei o e' o lui ? e Vegli o il lui prima oppur
dopo il verbo ? od ho da lasciar questo senza pronome ? Ma - 212 — se nel far
un tal esame si procede con cura e buon gusto, riuscendo ad eleggere
l'espediente che meglio faccia al caso, conseguiamo una piccola bellezza a cui
il Francese non può nemmeno aspirare. A Lucia nel partir da' suoi monti il
Manzoni attribuisce questo pensiero: « Addio, casa natia ! » , mentre in luogo
men poetico avrebbe scritto nativa. Or un italiano, per dir così, alla francese
sarebbe quello in cui s' avesse per forza a dir nativa^ facendo senza di quella
dolce sfumatura ! Non si vuole con ciò vilipendere il francese , negare i suoi
grandi pregi che sono in parte correlativi a certi difetti, disconoscere che
nell' eccesso capriccioso a cui l'Italia era giunta quei pregi dovessero far
gola e quegli stessi difetti parer un ottimo antidoto per noi ; ma si vuol
semplicemente dire che ogni medaglia ha il suo rovescio. I Francesi godon fama
di buoni traduttori, perchè riescon chiari e, se non sempre al testo, alla
propria lingua restan fedeli; laddove i traduttori italiani spesso ricalcano
crudamente la lingua e il libro straniero, sdrucciolando in un eloquio che pule
di francese o di tedesco e via via. Ma la gran flessibilità dell'idioma itaha-
no, per la quale anche l'inglese Blair gli dava la palma su tutte le lingue
moderne, se svia i pigri, dà ai mighori il modo dì riprodurre gli altrui
concetti non solo nel lor valore logico, ma nel loro movimento psicologico e in
ciò che costituisce la fisonomia dello scrittore. Alcuni traduttori francesi,
come il Gourier, il Littré e in parte il Lamennais, per ottener tale effetto
ricorsero al francese più o meno antico, non ancora spogliatosi di certe li-
bertà di lingua e di sintassi, rimaste invece all'italiano. E in generale gU
studiosi del francese anteriore al s. XVII escono non di rado in lamenti che ci
farebbero inorgoglire. Del rimanente, questioni sulla lingua, mor- — 213 —
inoruzioni contro rAccadeinia, puristi corrivi a divieti irragionevoli, n' ebbe
ancbe la Francia, benché le cose vi sien andate molto più lisce che da noi. Con
quanto s'è Iniqui detto non è da confondere la questione (p. 38, 127) se il
Manzoni, non solo nelle sue prime prose ma pur nella sua definitiva maniera di
scrivere , eccedesse o no nelT uso di singole parole o locuzioni che meritino
il nome di francesismi. I nostri vecchi eran molto lesti a dare dello scrittore
infranciosato a chiunque , fosse pure per necessità, adoprasse tre o quattro di
tali veri o supposti modi forestieri. Oggi ognun intende che nonostante ciò può
lo stile nel suo insieme rimaner italianissimo, o che d'altra parte può lo
scrittore aver mirato all' ideale dello stile francese senza permettersi un sol
francesismo. Or il Manzoni , se anche da ultimo scrisse /' indomani , air
eccesso, ri- maner lì testa testa , opinione ricevuta ( per « comune- mente
ammessa »), non lo fece per isbadataggine ma perchè si persuase, a torto o a
ragione, che il moderno uso toscano avesse ormai fatti proprii codesti modi,
così da potersi adoperare in omaggio ad esso. Sol nella Morale Cattolica e in
altre prose giovanili aveva fatto abuso, come molti prosatori del secolo
antecedente, di veri francesismi. Ma per la sua definitiva maniera il solo
addebito che gU si possa fare è , come avvertì il Capponi, d'aver troppo tenuto
il francese come l'ideale d'ogni lingua. S'aggiunga che con la stretta unità
del francese egli mandava troppo di pari quella del latino; laddove, se an- che
per quest'ultimo la prevalenza della capitale fu gran- dissima, è pur vero che
i suoi prosatori son ben lontani dall'avere in falto di lingua la conformità
che è tra i francesi, e p. es. tra Sallustio, Cicerone, Cesare, Livio, — 214 —
Tacito, v'è tal differenza, da indurre il sospetto che la varietà della forma
prosastica sia stata in ogni tempo una caratteristica del genio italico. XXXII.
In conclusione, alla dottrina manzoniana resta il merito d'avere spazzato
errori storici e pregiudizi! pra- tici, costretto le opinioni esagerate a
ridursi nei confini del ragionevole, promosso uno studio più intenso della
lingua, suscitato molti lavori atti a diffonderla e deter- minarla, seguitato
alla meglio i dettami della nuova scien- za linguistica, presentito con
generosa impazienza ciò che bisognasse all'Italia avviantesi o riuscita alla
sua rico- stituzione politica, infuso nei Fiorentini una più viva con-
sapevolezza dei loro nobili doveri verso l' Italia e ne- gl'Italiani un più
acceso desiderio di accordarsi, fin dov'è possibile, con Firenze. Se nel
ragionamento e con la pra- tica il Manzoni lese un po' più del giusto i diritti
della tradizione letteraria e della cèrnita nazionale d'ogni ele- mento locale,
all'ingrosso ebbe ragione nel credere che un più intimo scambio con Firenze
dovesse giovare a render più generale e spedito 1' uso del buon italiano. Poiché
in molte cose il moderno fiorentino coincide con r antico, donde l' italiano si
derivò, e in molte altre si trova d'avervi arrecate le stesse modificazioni o
giunte che vi ha fatte 1' uso letterario , ne consegue che tutta codesta
cospicua parte i Fiorentini l'hanno dalla nascita e ne son maestri
efficacissimi a noi, che la impariamo piuttosto artificialmente e la usiamo in
concorrenza coi dialetti nativi, ben più diversi dalla lingua. Mille parti-
colarità di pronunzia, di grammatica, di sintassi, di les- j3Ìco, di sinonimia,
ci sfuggono o stentiamo a ricordarcene al bisogno, e conversando con Fiorentini
ci vengono in- sinuate di continuo con l'esempio, o con le maraviglie ed il
riso che in essi provochiamo pei nostri stenti. An- che tlalhi plebe, in quel
iiioUo che ha di comune C(3n kl lingua colta, e anche dal toscano delle altre
città e dei campi, in quel molto che ha di comune col fiorentino o di
comunicabile alla ling^ua, si può imparare assai. A cia- scuno di quei tanti
Italiani che confondono buona sera con buona notte, la distinzione
potrebb'essere insegnata da un servitore toscano , che gli darebbe la buona
sera quando lo vedesse uscir di casa anche ad ora tarda, e la buona notte
quando l'accompagnasse definitivamente in camera, anche sull'imbrunire. Ma dal
servitore senti- rebbe pure lo portonno per lo portarono, ed in ciò, pur
ricordandosi del terminonno di Dante, scorgerà subito un elemento dialettale da
non imitare. Nella conversazione con gli uomini colti troverà naturalmente
assai piìi da apprendere e assai meno da rifiutare , ma riconoscerà sempre modi
e vezzi dialettali, che gli potranno pur suo- nar graditi all'orecchio ma gli
deve parer fanciullaggine contraffare. La discrezione, il gusto e l'abito della
col- tura , lo guideranno nella scelta. Non si può dire che codeste virtù un
tempo mancassero a tutti e interamente; ma di solito il toscaneggiare
consistette nell'adottar, co- me fosse lingua già comune, qualunque parola si
cogliesse sulle labbra dei nativi di qualunque parte di Toscana, e
nell'infiorarne i proprii scritti, sui quali insieme si so- levano spargere
altri fiorellini di toscanità antiquata spi- golati nei classici. 11 Manzoni
volle una maggior disciplina, ponendo soprattutto la mira al fiorentino colto,
cioè dove è più naturale e frequente la rispondenza all'uso lette- rario
moderno. Sotto codesti rispetti tutta l'Italia è oramai manzoniana, e la
teorica che porta un tal nome non avrà più ragion d'essere, sì perchè nella sua
parte eccessiva verrà sem- pre più perdendo credito e seguaci, si perchè nella
parte buona s'è convertita in senso comune. È questo il vero trionfo d'ogni
grande sistema; polche, se l'inferma nostra natura vuole che la reazione
all'errore trascorra in op- posti errori , il tempo corregge le intemperanze anche
dei più alti ingegni. Dante, che da un linguaggio tuttavia casalingo intendeva
a cavare un alto stile, mise in so- verchio rilievo il bisogno della
elaborazione letteraria; il Manzoni, che trovava la prosa imbellettata e
svisata da un lavorio letterario eccessivo, ne fu indotto a sconoscere alquanto
la necessità di questo, e con troppo entusiasmo s'sibbeverò alle native fonti
dell'uso parlato. Così, in poco più di cinque secoli, la questione della hngua
aveva il più largo svolgimento da una esagerazione alla sua opposta. Soleva il
Manzoni dire argutamente che il classicismo non aveva già perduto perchè i suoi
apostoH si fosser convertiti, ma perchè a poco a poco eran morti, e quei che
nascevano non nascevan classici. Però, anche il ro- manticismo, dopo aver
corretta la dottrina contraria, è morto nelle esagerazioni sue proprie, per le
quali, come scrisse il Gantù, « a ninfe, e cetre, ed Ippocrene, e Par- che, e
Grazie, sostituiva silfidi, gnomi, angeli, arpe, lu- ne ». E noi non slam più
né classici né romantici, tenendo insieme degli uni e degli altri ; giacché,
mentre ci for- miamo il gusto sugU esemplari greci e latini, ci riserbiamo la
massima libertà, così nell'ammirare gli scrittori venuti dopo, come nel trattar
qualunque soggetto, e nel modo a noi moderni più confacente. Il medesimo è
della que- stione della lingua: niuno più nasce né purista né perti- cariano né
manzoniano, e non men della vecchia pedan- teria che il Manzoni debellò
spariranno le piccole pedan- terie clialettali in cui egli e i suoi, abusando
della vitto- — 217 -^ ria, trascorsero. Poicli'è sempre vero clie il y a quelqu^un qui a plus d'
esprit quo Voltaire: e' est font le monde ! ^) 1) Fra i lavori di lingua promossi più o meno
dire'tamente dalle esortazioni manzoniane, ricordiamo il Vocaholaviclto di
pronunzia e ortografìa del Petrocchi; V Unità ortografica, i Neologismi e i di-
versi Vocabolarii del prof. Rigutini; la parie già pubblicata del Novo
Vocabolario del Giorgini e del Broglio; la Grammatica e la Sintassi italiana di
R. Forxaciari; gli Abruzzesismi, i Sardismi, i Calabresismi del prof. Fedele
Romani; ^Vldiotismi ecc. del prof. Michele Siniscalchi, che registra i provincialismi
più comuni di tutto il Mezzogiorno ; VUso dei verbi ausiliari del prof. Oreste
Antognoni. Non con tutti codesti autori consentiremmo in ogni cosa, s'intende;
ma dell' uti- lità dei loro sforzi non è a dubitare. Dello zelo tardivo con cui
il Fanfani si diede ad aiutare i propositi del Manzoni, è meglio non parlare ;
giacché , oltre il resto, ogni lavoro suo ribocca d' errori e sente di
compilazione frettolosa , sicché non se ne può far buon uso senza molta
critica. Anche di parecchi libri per le prime scuole, che intendono a diffonder
la lingua e la pronunzia toscana, si ri- conosce volentieri P efficacia e il
merito , ma si vorrebbero com- posti con un più chiaro concetto di quel che
possa esser davvero la lingua di tutta la nazione. APPENDICE I. FRA GALDINO La
vita letteraria del Manzoni fu delle più felici che si possano immaginare. Egli
ricorda per questo, come per la coltura studiosamente accumulata, il Petrarca.
Il quale però , non iscevro d' ambizione , gradiva gli onori e in qualche
maniera li cercava; mentre il Manzoni fu sempre cercato lui, e le onoranze
quasi lo inseguivano nonostante ch'egli si nascondesse per ischivarle. Le poche
voci che si levarono a lui ostili non trovaron quasi mai eco, e generalmente
anche coloro che gli mossero critiche non mancarono di accompagnarle di molte
lodi e proteste d'ossequio. Non vi fu mai gloria più piena e più univer-
salmente consentita. Eppure, si può dir per questo che in tutti sia un concetto
adeguato della grandezza di lui ? Alcuni pochi mostrarono averlo fin dal primo
momento, e in questi ultimi tempi hanno ottenuto assai séguito; ma, a ben
guardare, molti non lo dissero o ancor non lo dicono grande se non perchè
questa designazione la estendono con troppa correntezza ai semplicemente
valenti. Se fosse proprio convenuto di chiamar grandezza solo quella di Dante,
di Shakespeare e d'altri pochi, non tanto facilmente allogherebbero essi il
Manzoni in codesta schiera ; anzi del sentirlo così esaltare si stupiscono o
sorridono. Di ciò molte sono le cause : la ripugnanza, per esempio, che ha ogni
genera- — i>^0 — zione ad attribuire la grandezza ai contemporanei , non
ancora circonfusi della nebbia dei secoli; le superstizioni irreligiose d'
alcuni lettori , che non soglion esser men grette ed intolleranti delle
religiose; le superstizioni anche in quanto a lingua e stile, che non sono
ancor del tutto dileguate e odiano nel Manzoni il loro più formidabile nemico;
quella stessa sua temperanza che ad uomini pas- sionati nelle parole o nelle
opere dava e dà idea or di povertà di spirito, or d' orgoglio troppo raffinato
; e via via. Ma lasciando tutte le altre, non vogliamo qui ragionare che d'una
sola, molto diversa dalle accennate. A non far valutare da tutti degnamente la
grandezza del Manzoni contribuisce per non poca parte la facilità del suo
capolavoro. Un libro di non troppo agevole in- tendimento siamo obbligati a
leggerlo con la mente tesa, a soffermarci ogni tanto a pesarne le parole; e lo
stesso mistero in cui qua e là lo troviamo avvolto ci attira col fascino del
tesoro nascosto o col puntiglio della sciarada, invitandoci a rileggere e a
ristudiare. Forse qualche pigro si stanca, ma chi persiste ha campo di gustare
molte bel- lezze, d'indovinare molti sottintesi, di penetrare in molte delle
intenzioni dell'autore; ed acquista così del valor del libro un sentimento più
delicato ed intimo, e un concetto più compiuto. Senza dire che, per un naturai
sentimento che e' induce a tener più caro quel che più e' è costalo, il lettore
, a ciò che con isforzo e fatica ha fatto suo , inclina a dar assai più valore
che non a quello che ha avuto a buon mercato. Non si nega che alcuni, per cat-
tivo abito di mente, non arriveranno mai, neanche a forza di rileggere, a capir
certi autori; come per converso, che una mente esercitata possa, alla bella
prima, parte inten- dere e parte intravedere tutto il valore d' un libro. Ma in
massima, più si medita un buon libro e più ne cresce la stima. Or questo del
Manzoni, cosi semplice e apparentemente umile, tutti lo leggono senza stento. E
molti, prèsosi una — 221 — volta quel diletto, non ci lornan più sopra, nò s'
ininia- giuano ci si deblìa tornare; e fanno lo meraviglio quando chi r ha
riletto le dieci o le venti volte, considerandolo parola per parola, dice loro
cli'ei non è solo un hello o buon lihro, ma è degno d'esser paragonato, non
dico pa- rilìcato, alla Divina Commedia. Le idee generali non vi sono quasi mai
esposte in modo troppo esplicito e cate- gorico, 0 solennemente predicate:
spesso restan come la- tenti sotto alla narrazione, traspaiono da qualche
frizzo, sono adombrate in un paragone, insinuate in una inter- rogazione
maliziosa. Cosicché, alla rovescia di tanti libri ridondanti di generalità, che
come più si leggono più si riconoscon vacui , questo sempre più si trova pregno
di concetti profondi, ognun de' quali oltrepassa di gran liniga il caso
speciale in cui è implicito. E dall'altro lato, i par- ticolari, le minuzie
d'ogni maniera, ogni tratto, ogni pa- rola od azione dei varii personaggi, ogni
frase dell'autore, ogni virgola perfino, son messi lì a ragion veduta. Tutto vi
è non men felicemente immaginato che giudiziosamente ponderato: curiosa
felicitasi direbbe Petronio. Tutto è a suo posto, tutto è coerente e cònsono al
resto; a prescinder dalle poche eccezioni, inevitabili per ogni cosa umana, in
ispecie tra le difficoltà in cui questa fu fatta e rifatta. Che se codesto
accordo mirabile produce fin dalla prima volta un' impressione gratissima, come
un concerto mu- sicale in cui ogni strumento sia irreprensibilmente sonato, e
se anche molte di quelle finezze manzoniane sono su- bito distintamente
avvertite; moltissime però, a chi queste a chi quelle, sfuggono le prime volte
anche ai lettori più acuti ed esperti , e tanto più alla comune dei lettori. Se
certi libri si posson paragonare ad una città bella nel- l'insieme ma in molte
sue parti brutta o indifferente, i Promessi Sposi son come una città bella
anche a primo aspetto, ma che riesce vie più mirabile a chi dimorandovi a lungo
vi fa sempre nuove scoperte , ed oggi s' avvede d'un bel palazzo a cui per lo
innanzi non avea mai fatto — 222 — attenzione se non per non batterci la testa,
domani guarda un per uno gli stupendi dipinti d' una chiesa che prima aveva
celeremenle visitata, e così via. A voler dare le prove della concisa
perfezione di tutti i particolari del Romanzo, ci vorrebbe un libro che riu-
scirebbe molto prolisso. Recheremo pochi esempii, i primi che ci si offrono
alla mente. - Allorché don_^Abbondio ha fatto così di mala voglia quella sua
gita al castello deirinnominato, dice a Lucia che istupidita dall'angoscia non
lo raffigura ancor bene : «No, no; son io davvero: fatevi coraggio. Vedete?
slam qui per condurvi via. Son proprio il vostro curato , ve- nuto qui a posta,
a cavallo...» (cap. XXIV), Quante cose dice quest' a cavallo] Don Abbondio era
stato mandato jlì per rianimare Lucia, e tutta la consolazione che le dà è di
farle sapere con che mezzo di trasporto c'è arrivato ! Il pusillanime eh' è
preoccupato del pauroso disagio che gli ha dato e gli tornerà a dar tra poco la
gita a ca- vallo, e che per essersene pur tratto fuori senza preci- pitar di
sella si sente quasi divenuto un uomo come gli altri e in diritto di
vantarsene, l'egoista che non sa stac- car il pensiero dalla propria persona,
non cerca parole per la povera afflitta ed esce a parlar puerilmente del fatto
suo. E poco dopo, perchè Lucia si risolva a per- donare all'Innominato, non sa
far altro che dirle con sgar- bata impazienza: « Via, su quella testa; non fate
la bam- bina ; che possiamo andar presto! >^ Quel che gli preme è di
svignarsela subito dal terribile castello. Quando Lucia prega la madre di
mandare a Renzo metà degli scudi donati a loro dall' Innominato, Agnese
risponde: «Ebbene, cosa credi? glieli manderò davvero. Povero giovine!... »
(cap. XXVI). Anche qui si può non iscorgere a prima vista che una semplice
promessa ; ma con quanta malizia non ò stato qui posto quell' ebbene^ e
quell'interrogativo cosa credi?, e quel davvero] Che accennano a una leggiera
lotta avvenuta nell' animo di — 223 — ^^nosQ, lotta rapidissima e già finita
quando apre la liocca per rispondere, ma di cui restan le tracce nel modo on-
d'esprime il sì che la figlia aspetta. La ])uona donna ha meno squisitezza di
sentimento, nò può avere per Renzo un' eguale premura, ed era naturale in lei
un pochino di tituhanza interessata, al pensiero di dover rinunziare alla mela
di que' bei esento scudi d' oro sui quali ella soleva dormire sognandoseli. Del
resto. Lucia stessa aveva fatte tante cerimonie e proposta la cosa con tanta
peritanza, da provocar parole appunto come quelle che la madre le dice, atte a
dissipare ogni dubbio sul suo buon volere. Il Borromeo è chiamato sempre il
Cardinale, 1' Arci- vescovo, Federigo; ma quando va nella casa del sarto, è
detto U porporato : a Agnese e Lucia sentirono un ronzio crescente nella
strada; mentre pensavano cosa potesse es- sere, videro l'uscio spalancarsi , e
comparire il porporato col parroco » (XXIV). Egli è che specialmente in quella
casetta e a quelle donnicciuole che non avean mai visto un cardinale, la prima
impressione doveva essere la « ma- gnifica semplicità della porpora » (XXIII).
Per discendere a cose ancor più minute, ognuno ricorderà che doìi Rodrigo è
sempre chiamato così; fuorché, natural- mente, quando ne parlano tra loro il
conte Attilio e il conte zio, che lo chiaman Rodrigo. Eppure v'è un punto, un
punto solo, in cui anche l'autore lo chiama confidenzialmente. Di don Rodrigo
appestato, che si dibatte per uscir dalle mani di un monatto mentre un altro
col Griso saccheggiano lo scrigno, il Manzoni racconta: « Sta buono, sta buono,
diceva allo sventurato Rodrigo l'aguzzino » ecc. (cap. XXXIII). Nel momento che
il soverchiatore è soverchiato, che il solito carnefice è diventato vittima, il
Manzoni lo dice sventurato, e non ha cuore d'aggiungere al nome di lui il
solito titolo nobilesco, il solito accenno alla sua nobilesca prepotenza,
poiché l'aggiungerlo in un tal momento parrebbe un'ironia ^). ij La nostra
osservazione non resta punto smentita dal fatto che qualche riga prima, e
qualche riga dopo, il don ricomparisca, quando — 2^4 — E bisognerebbe non
conoscer il Manzoni per credere che abbia potuto fare a caso questa omissione
del don. Certo, anche in altri luoghi in cui dovette scegliere tra forme al-
l'apparenza indifferenti, talora confessò apertamente di non iscegliere a caso.
Parlando del principe padre di Gertrude, in un momento ch'egli era più spietato
del solito verso l'in- felice figliuola, lo chiama U principey ed aggiunge in
parente- si : 7ion ci regge il cuore di dargli in qiteslo momento il titolo di
padre (cap. X). Il primo sentimento, però , del Manzoni per don Rodrigo
appestato, è tutt'altro che di compassione; quantunque, giusta il consueto,
quel sentimento sia implicito nei fatti stessi ed in modo diretto lampeggi
solamente. « Esitò qualche mo- mento, prima di guardar la parte dove aveva il
dolore; fi- nalmente la scoprì, ci diede un'occhiata paurosa; e vide un sozzo
bubbone d'un livido paonazzo. L'uomo si vide perduto: il terror della morte l'invase
ecc.». Quando si dice l' uomo (o l'amico) c'è dell'amaro, come ce n'ò
neH'avO-pwTiog con cui spesso Demostene accenna al suo odio, a Filippo. E per
il Manzoni la morte di don Rodrigo è una punizione predesti- nata, voluta da
qviieW eterna vendetta che spesso non abbatte il prepotente nel superbo
viaggio^ Ma lo segna, ma veglia ed aspetta, Ma Io coglie all'estremo sospir. E
don Rodrigo muore senza rjscuotersi un istante durante la malattia; con lo
spirito, come avvertì lo Scalvini, intera- mente sopraffatto dalla materia,
alla quale esso era stato docile schiavo durante la vita. Peggio muore « 1'
abbomi- son riterlLe di don Rodrigo le ultime imprecazioni , e gli ultimi
tentativi ciregli fa di esercitare il suo potere; nò dulia considera- zione che
l'aggettivo sventurato, premesso al nome proprio, abbia resa più facile la
omissione del don. Per confronto si ricordi che di don liodrigo nel lazzeretto
si dice: « stava Vin felice immobile... >^ — 225 — nevole Gxk9 "»
fulminato dalla peste in pochi momenti; muore prima del suo padrone, al (piale
era stato così terri- bilmente inijTato. E la sua morte pure è annunziala con
termini ironici: « Aveva iDcnsì avuto cura di non toccar mai i monatti....; ma,
in quell'ultima furia del frugare, aveva poi presi, vicino al letto, i panni
del padrone, e gli aveva scossi, senza pensare ad altro, per veder se ci fosse
danaro. C ebbe però a pensare il i7ioryioc?opo, che, mentre stava
gozzovigliando in una bettola, gli vennero a un tratto dei brividi, gli s' ab-
bagliaron gli occhi, gli mancaron le forze, e cascò. Abban- donato dai compagni
» , coni' egli aveva abbandonato il padrone, « andò in mano de' monatti, che,
spogliatolo di quanto aveva indosso di buono», proprio come il padrone era
stato spogliato di tutto col suo aiuto, «lo buttarono sur un carro; sul quale
spirò, prima d'arrivare al lazzeretto, dov'era slato portato il suo padrone »
(XXXIII). Questa fine orrenda gliel' aveva promessa da un pezzo. Dove racconta
che il padrone, fallito il ratto di Lucia, lo aveva ricevuto male , e che dopo,
pentitosi « degl'improperi precipitati coi quali lo aveva accolto », per
risarcirnelo lo mandò a dormire « con molte lodi», infine il Manzoni aggiunge :
« Va a dormire, povero Griso... In faccende tutto il giorno... e poi esser ri-
cevuto in quella maniera! Ma! cosi pagano spesso gli uomini. Tu hai però potuto
vedere, in questa circostanza , che qualche volta la giustizia, se non arriva
alla prima, arriva, o presto, o tardi, anche in questo mondo. Y a a dormire per
ora : che un giorno avrai forse a somministrarcene un altra prova , e più
notabile di questa » (XI). La qual premeditazione, per dir così, c'è anche
contro don Rodrigo. Verrà un giorno, gli avea detto fra Cristoforo ; e il
giorno è venuto! E mentre la predizione si sta compiendo, il signorotto sogna
appunto quella predizione : sogna quel che pur troppo non è più un sogno ! Il
primo sentimento del- l'autore è di sodisfazione. Quel sogno è una terribile
ironia, una caricatura atroce del diverbio tra lui e fra Cristoforo nel palazzotto.
Quello che egli farnetica essere il pomo della sua 15 — 226 — spada, della
spada che è insegna del suo grado e un degli strumenti della sua prepotenza,
non è che un bubbone ; e quel « Largo, canaglia ! » che è l'ultimo scatto della
sua si- gnorile superbia^ è in un amaro contrasto con la vera situa- zione di
uomo già ghermì to da una sozza malattia che metteva i più alti e schivi
personaggi alla pari con la canaglia , già devoto a colei che è sempre entrata
con egual piede nelle reggie e nei tugurii. Ma dopo questo sfogo del senso
morale, vi sottentra un che di pietoso per colui , che, sia pure giu-
stamente,, è precipitato nell'abisso. Mafm un apostrofo di più o di meno, è
usato con intenzione. Nel capitolo II, quando don Abbondio vuol dar a intendere
a Ptenzo di non poterne celebrare il matrimonio, dice dopo altre scuse: «E poi
c'è degli imbrogli ». ^^ DegC imbrogli! che imbrogli ci può essere ? » risponde
Renzo. In tutte le edizioni, l'ha notato il Morandi, l'articolo degliè scrino
intero nelle parole di don Abbondio, che per darvi un'aria miste- riosa le deve
pronunziare strascicate; ed è apostrofato nelle stesse parole, ripetute da
Renzo con sorpresa concitata *). Certo, se concludessimo che in queste inezie
consista la grandezza del Manzoni, diremmo una cosa insulsa ; ma 1) Il Morandi
avverte un' altra minuzia nel cap. XIV. Il finto spadaio cerca di cavar di
bocca a Renzo se non altro di qual paese sia, e Renzo , che non volendo dare
una risposta troppo precisa va pensandone una generica, dice : « Vengo fino,
fino da Lecco », e lo spadaio replica, ansioso d'acquistar nuovo terreno : a
Fin da Lecco? Di Lecco siete? » — E un'altra ancora nel cap. XX. Quando Lucia
si lascia stentatamente persuadere da Gertrude ad andar sola al Convento dei
Cappuccini , dice con gran turbamento e a mezza bocca: «e bene; cosa devo fare?
a , e avuta la risposta ri. piglia: a e bene anderò. Dio m'aiuti ! n. Nella
vecchia edizione era scritto bene nella prima frase, ebbene nella seconda. Ed
ebbene c'è sempre ora in tutto il resto del libro; meno qua, dove ogni parola
doveva essere stentata. Giova però avvertire che in tutti i casi il b di bene,
dopo l'^, va pronunziato doppio: solo si può mettere un po' più di stucco tra
Ve e il bbene. — 227 — un' altra ne direbbe chi allbrmasse che solo a ciò
possano mcllercapo le osservazioni fatte. Si vuol semplicemente in- tendere che
le infinite bellezze spicciole, che facilmente passano dapprima inosservate,
aggiungono di molto a quella bellezza dell'insieme che ognuno avverte subito; e
mostrano qual sovrano artefice fosse chi non innalzò soltanto un edi- fizio
stupendo, ma lo costruì di gemme. E si noti che qui non consideriamo
principalmente quelle finezze nella cui somma consistono la chiarezza,
l'armonia e le altre qualità generiche dello stile, bensì quelle che sono in
intimo rapporto con intendimenti estetici di maggior levatura: come appunto
l'omissione di un titolo consueto, la quale sia un altro indizio, per quanto
minuscolo, del pensiero morale dell' autore ; o uno strascico di vocali, che
sia pur esso un segno della si- tuazione drammatica o del carattere del
personaggio. Cose microscopiche o, per così dire, capillari, ma in cui penetra
un po' di quello spirito che agita totam molem; proprio come nei vasi capillari
giunge il sangue medesimo che circola nelle arterie e nelle vene. Se il Manzoni
fosse un romanziere jriglese o francese,, la suàTcura dei particolari non
sarebbe degna di tanta ammi- razione. E ammirabilissima in Italia, dove la
perfezione della forma prosastica si faceva da gran tempo consistere in qualità
estrinseche e prestabilite , senza rapporto colle mo- venze del pensiero. Ma
apriamo anche noi finalmente la porta al frate ceica- tore, che, come si
lamentava delle poche noci accattate, così avrebbe ragione di dolersi dello
spazio angusto riserbatogli in questo discorso che pur s'intitola da lui. È
bensì vero che le nostre voci saranno tali da riuscirgli men gradite delle sue
noci. Fra Galdino non è un carattere ritratto con insistenza e a forti tinte
individuali: è un abbozzo che rappresenta l'indole e il fare d'una classe. Egli
è egoista poco men di don Abbondio, ma in una maniera diversa. Il curato è di
certo un uomo senza levatura di mente e d'animo e — 228 — senza gran coltura,
ma non è uno scemo. Egli riflette con- tinuamente sulle cose del mondo,
riflette sui sentimenti altrui e sui proprii. Parla ed opera sempre a ragion
veduta, benché veduta con vista corta. Il suo egoismo non è in- conscio: ei se
n'è anzi fatto un sistema coerente e ragionato. Ha sempre pronti gli argomenti
e le scuse per difendere i suoi atti egoistici; e chi gli menasse buono il
postulato, donde muove in ogni suo atto o discorso, che cioè il primo diritto e
il primo dovere dell'uomo sia di scansar tutte le noie e di salvare ad ogni
costo la pelle, non po- trebbe non menargli buone anche tutte le conseguenze
ch'egli ne tira a fil di logica. Combatte corpo a corpo col Cardinale, e nel
suo ordine d'idee, gretto e pusillo, egli non è men loico di quel ch'è il
Cardinale nel suo, largo e magnanimo. Né dpn^Abbondio é poi un uomo insensi-
bile, un uomo languido e morto. Egli sente per sé solo, ma sente, e come !
Anche per gli altri avrebbe cuore, se non l'avesse già occupato tutto per sé.
Per queste ragioni don Abbondio, benché ci faccia ora stomaco ora stizza, non
ci riesce propriamente, come si suol dire, antipatico. E comprendiamo
perfettamente come i due sposi, nono- stante che per colpa di lui restassero
tanto tempo promessi, pure al distaccarsene per sempre, dopo il matrimonio, si
coni movessero fino alle lagrime. Fra Gcildino invece é scemo e freddo.
L'egoismo suo é semplicemente effetto di freddezza,£non già di viva e pre-
potente preoccupazione per sé stesso. La vita monastica, che ha fatto più
rovente il fuoco della carità nella tem- pra già naturalmtmte eroica di fra
Cristoforo, ha hnilo d' isterilire V animo già insulso di fra Caldino M- H suo
^) Ci parve altra volta che nel nome stesso del frate si sentisse un non so che
di scipito, e che nello sceglierlo il Manzoni avesse mostrato quel felice
intùito comico di cui die prova nell' attrihu- zione di nomi quali Perpetua ,
don Abbondio , donna Prassede. Ci conferjnavu in tal sentimento il fatto che in
milanese il nome gal- 229 ogoismo non è tanto personale, quanto collegiale: è T
egoi- smo del convento, del refettorio. Fuori com'è della società e della
famiglia, egli non capisce le lotte sociali o le din significa sasso, in modo
da sembrar appropriato a un cuor di sasso. Ma in siniil materia la
circospezione non è mai soverchia; tanto più che non è sempre agevole
distinguere tino a che punto rimpressione che il nome ci fa derivi veramente
dal suono o da una tradizione anteriore, anziché dall' altitudine di associarlo
a un dato personaggio reale o poetico, e si risica di scambiar V effetto per la
causa. In questo caso particolare poi v'è che la Chiesa mi- lanese ha un san
Guidino, óì cui celebra l'anniversario il 18 d'aprile, e sul quale son da
vedere gli Ada Sanctorum [aprii, toni, sec, p. 593 segg.). Fu nel s. XII
arcivescovo di Milano e cardinale, uomo di lotta ed ardito, morto sul pulpito
dopo la predica. Prese parte alla restaurazione di Milano dopo lo sterminio
fattone dal Barba- rossa, si distinse molto nel combattere l'eresia dei Catari
, e, quel che più imporla qui, fu assai generoso coi poveri. Da lui fa inti-
tolata una prigione di Milano in \'ia degli Orefici, che non sappia- mo se
ancora esista; ed era di rito (se anc'oggi lo sia, è cosa che del pari
ignoriamo) che nel vespro della seconda domenica dopo Pasqua il clero milanese,
in memoria della sua morte avvenuta in una tal domenica, trasferisse per infino
al giorno seguente l'indul- genza plenaria dalla Basilica metropolitana alla
detta Prigione. Con codesto rito si riconnettono i modi proverbiali milanesi
registrati dal Cherubini: il pane di S. Guidino, per o pane largito in elemo-
sina ai carcerati » , mangiare it o esser mantenuto col pane di S. Guidino per
« essere in carcere ». Di qui dovè forse venire ai ro- manziere l'idea di
metter quel nome ad un frate cercatore. E vero che le cronache della famosa
peste parlan pure di un fra Guidino della Brusudu, il quale con «purità
particolare a servì anche lui gli appestati ; e ciò avrà avuto la sua parte
nella scelta del no- me. Ma del nome soltanto, si badi; giacché altrimenti il
Manzoni avrebbe collocato il suo fra Caldino anche nel lazzeretto ! Allro é la
materia storica su cui il poeta lavorò, altro il suo lavoro poe- tico: non se
ne dimentichino i critici ! Di quel frate non parlò più, appunto per non
guastare con l'aureola del sacrificio la figura este- tica del frate apatico,
da lui destinato a rappresentare uno degli aspetti della vita conventuale. —
230 — angosce domestiche; nò la desolazione altrui, di cui non può misurar la
forza, basta a farlo uscire un momento dalla solila indifferenza. Fra Gnidi pò
è il tipo del frate semplice e volgare. Ha sentito dire che solo l'abbondante
elemosina ai frati può far tornar l'abbondanza delle messi, ed accolto nella
sua mente passiva questo comodo prin- cipio, con tutto il corredo dei fatti, cioè
dei miracoli, che lo confermano, non vi apporta nessuna restrizione;Jperchè nel
suo cuore non v'è alcuna preoccupazione caritatevole delle sofferenze altrui,
che lo spinga a correggere quel principio, ad intenderlo con discrezione.
Quando Lucia, nonostante la carestia di quell'anno, lo carica di noci, eglT non
fa che rallegrarsene, come se le ricevesse dalle mani caritatevoli d'una gran
signora. Così, ha sentito sempre inculcare che i frati debbano intera
obbedienza ai loro superiori, e questo principio basta per fargli parer una
cosa indifferente la partenza di fra Cristoforo; sicché, non solo non preme
nulla a lui di non veder più quell'uomo mirabile che per tanto tempo avea
veduto ogni giorno, ma quasi si maraviglia che anche Agnese non si rallegri che
pel santo principio dell' obbedienza ella sia rimasta priva del suo
benefattore. La freddezza con cui, a pezzi e bocconi, le comunica quella
notizia, ci fa 1' impressione di qualcosa di brutalmente spietato ; ma in fra
Galdino non ò che apatia e scarsezza di mente. E ad ogni atto di disperazione
della povera donna, egli non si briga che di farle intendere la spiegazione,
che ha fatto lo sforzo di escogitare, della partenza di fra Cristoforo, o che è
stata l'oggetto delle ciarle e dei pettegolezzi del convento ; e insiste con
gran tranquillità per ben persuaderla che dif- fìcilmente fra Cristoforo
sarebbe tornato presto. E dopo, con la beata imparzialità dei dappoco, ai quali
par sem- pre che dei sommi si possa benissimo far a meno e i me- diocri li
abbiano a sostituire senza discapito, consiglia ad Agnese di volgersi con egual
fiducia ad altri frati. E quando essa risponde che nessuno la può aiutare, se
non — 2:ìi — quel pover'uomo che non e r più, e.ijli soggiunge pacificamente:
Allora bisogna aver pazienza ! Questo allora è degno di lui: ha latto il suo
dilemma, e gli basta. Non è anche troppo per Agnese ? E almeno la lasciasse
andare pe' suoi guai ' La trattiene per dirle: Ehi mi lascerò poi veder presto,
per la cerca dell'olio! Bel momento per chieder elemosine ad, una alllitta ! La
quale ha ancora la flemma di rispondere: Siate bene! — « Va in malora » , ci
sentiremmo la voglia di dirgli noi, « uomo melenso e indiscreto !» ; se non
pensassimo quel che forse pensò Agnese, che colui era fatto così e non e' era
rimedio. QUESTIONGELLE DI FONETICA – cf. H. P. Grice: Suit/soot – “I told you
to bury the loot, not the lute!” -- Nella Lettera sul Romanticismo il Manzoni
finì col porre un cecamentey pur lasciando un ciecamente nelle Notizie Sto-
riche premesse al Carmagnola. Oltre le considerazioni già falle per altre
simili incoerenze (p. 60 seg., 65, 76, 102, 111), la cosa ne suggerisce allre
più parlicolari. Nell'odierna pronunzia toscana l'i di cieco cielo, come quel
di specie (p. 195), è scomparso, riassorbito dalla con- sonante palatina che lo
precede. La glottologia non se ne maraviglia; e la stessa lingua colta ha
surrogato gelo al- Tanliquato gielo, benché forse anche incoraggiatavi dal la-
tino gelu. Ma la tradizione ortografica e ortoepica sta ferma a cieco cielo,
considerando ceco e celo come forme dialettali. Così mostrò d' intenderla
sempre anche il Manzoni ; il quale dunque, quella volta che scrisse cecamente,
o si la- sciò trasportare da un momentaneo impeto di rigoroso toscanesimo, o
mirò a un'altra norma più larga, che il dittongo s'abbia a semplificare quando
V accento passa su un'altra sillaba, e pareggiò il nostro avverbio a cecità ce-
leste e sim. Ma anche questo fu, se mai, un errore. In primo luogo, gli
avverbii composti dall'ablativo di mens e da un aggettivo femminile, mentre
hanno l'a("cento principale sulla prima sìllaba di quel sostantivo, ne
conservano pure uno secondario sull'aggettivo, come può sincerarsene ognu- no
confrontando p. es. placidamente a pulitamente. Lo spa- gnuolo anzi, che scrive
plàcido e putido, scrive plàcidamente — 234 — e pulìdameìite, mantenendo il
segno dell' accento su quegli aggettivi che lo hanno fuor di composizione, e
sottinten- dendo, come sempre, l'accento di mente. Scrive inoltre cie- camente
e nuevamente , mentre pur dice ceguedacl ecc.; né il Manzoni avrebbe certo
scritto feramente o letamente. In secondo luogo poi, quella tal norma
dell'accento traspor- tato, per cui si ha jìiede e pedata , nuovo e novità^ è
stata da molti grammatici presa con troppo rigore. I dittonghi ie o uo
sottentrano all' e e all' o brevi del latii]0 , ed il primo anche al dittongo
ae [caelum caecus), quando codesti sono in sillaba accentata (e fuor di posi-
zione); sicché si ha dieci ieri diede riede tiene ecc. da decem heri ecc.; e
buono cuoce cuore cuoio fuoco nuovo ecc. da bonus Cocjuit ecc. Le molte
eccezioni, che sono o paiono esservi a codesta logge fonologica, sono spiegale
o studiate dalla glottologia e non riguardano la grammatica letteraria, a cui
basta il fatto bene accertato, che, mentre si dice pie- de e cuore, si ha
invece bene e ìnodo, e si è finito col dire crepa e prova per gli antiquati
criepa e pruova ; le quali quattro voci pur avevano in latino breve e accentata
la vocale. Quel che più tocca da vicino lo studio e 1' uso pratico della lingua
è che, essendo il dittongamento col- legato air accento, il dittongo non si è
svolto in quelle forme della stessa radice nelle quali 1' accento cade su
un'altra sillaba, e che quindi si dice siedo e sediamo o se- deva, vieni e
venite, può e poteva, e così via. Opera qui la stessa causa che con effetto
inverso produce esco e uscia- mo, debbo e dobbiamo. Ma quel ritmo non è così
imman- cabile come molti supposero, e patisce eccezioni infinite, che anche nel
Cinquecento alcuni grammatici talvolta av- vertirono, che grammatici e
vocabolaristi registrai! sem- pre, magari ingenuamente, e che la glottologia
non dura fatica a spiegare. P. es. accanto a vieto (da veto) c'è vietare (da
votare), con chiedo [quaero] c'è cliiediaino non già chediamo, e con mie- tere
va mietuto, ecc. ; dove il dittongo si è diffuso, come — 235 — por coiilagio,
al di là dei suoi primi e naturali confini. Da siepe [saepes] si derivò
assiepare, da fiero [ferus] fierezza, da lieto [laelus) allielare. E chi
confronti tali derivati con altre voci congeneri, quali ferità ferino feroce
letame, chi contrapponga lietezza a letizia, ciechità a cecità, piedino o
piedone a pedone (chi va a piedi), pedale, pedata (lat. peda- re pedatus ecc.)
, ne sarà tratto ad argomentare che facil- mente il dittongo manca nelle voci
che corrispondono di- rettamente a voci latine e non nelle voci di derivazione prettamente
italiana. Con tutto ciò, si dice peduccio esim. Ma air ingrosso si può
affermare che il dittongo molto spesso si estende da una forma verbale alle
altre o dal vocabolo fondamentale ai derivati. Ed è manifesto che quella tal
norma assoluta è smentita da fatti innegabili e la questione è da risolver
parola per parola. Goni' è certo che quanto s' è detto del dittongo ie vale per
V uo ; onde nuotare cuoricino e sim. non meritano alcun biasimo, e quel
buonissimo, perseguitato fm dal Cinquecento, ha ben ragione di ridersi della
implacabile guerra. Esso è un derivato tutto italiano di buono (che in latino è
optimus, non bonissimus), di cui è non solo lecito ma naturale che mantenga
Vuo. E noi diremmo anche nuovissimo, salvo il novissimo nel senso tutto latino
di ultimo (cfr. « Il novis- simo d'ogni mortai»), poiché a novissimus manca il
senso di molto nuovo, nel quale la lingua italiana l'ha novella- mente cavato
dal positivo. La differenza tra i due ditton- ghi sta solo in ciò, che Vie,
dovunque s'è stabilito, non si può quasi mai semplificare, onde come non si
dice leto nemmen si direbbe atletare o letamente, mentre uo più fa- cilmente si
semplifica (p. 59) e come si dice core e novo così può sostituirsi coricino e
novamente a cuoricino e nuo- vamente. Ma insomma, chi scrive cecamente o
novamente, se crede di obbedire alla stessa legge che vuol cecità e novità,
sappia che invece fa come se scrivesse ceco o novo. Quanto al dittongo di
acquietare, è di origine ben di- versa da quel di piede, poiché mette capo a
qu'i'etus ; e la — 236 — perdita dell'i in acquetare e queto, che or sanno un
po' d'antiquato o di poetico , mosse da tutt' altre ragioni che non sian quelle
per cui si dice pedata o peduccio. Un'al- tra cosa è pure Vi di chierico, che è
sottentrato all' / di clèricusj come in chiave pianta fiume ecc., e la sua
spari- zione nelle forme collaterali cherico cherco dev'essere spie- gata con
ragioni particolari. Finalmente, cosa ancor più diversa è il dittongo di sei,
dove l'i è un surrogato della sibilante finale di sex, come in noi poi da nos
pos[t]\ e se il Manzoni scrisse seicento e secentista, fu perchè il primo è un
composto di due voci separabili e quasi con due accenti (il che non toglie che
i Toscani dican anche se- cento, come tu r ha' visto e sim.), e il secondo è un
de- rivato che non si può più decomporre ed ha un unico accento, dal quale per
giunta la prima sillaba viene a trovarsi distante. La varietà delle opinioni
sulla lingua fa sì che, men- tre qualche valentuomo esige si scriva unicamente
Ari- stotite secondo l'uso fiorentino, altri valenti si affannino a scriver
Vergilio perchè la filologia ha accertato che tal era la forma classica latina
! A noi paiono due opposti eccessi. Il nome del filosofo greco non ha una cosi
piena popolarità da dover parere strano ch'ei sia, specialmente nelle scrit-
ture dotte, chiamato Aristotele, in modo più conforme al vocabolo greco e al
latino. Di un uso fiorentino vero e proprio, a proposito d'un tal nome, è
curioso il parlare; e gli scrittori italiani han sempre oscillato tra le due
forme, tanto più che quella meglio rispondente al nome greco è suffragata
dagl'immutabili derivativi aristotelico e aristotelismo. Quanto al poeta
mantovano, fino a pochi anni fa non v' era quasi alcimo in Italia il quale sospettasse
che si fosse mai nominato altrimenti che Virgilius ; poi vennero i libri
tedeschi a insegnarci il Verfiilius, e contro chi se ne infastidiva come d'una
tedescaggine fu giusta- mente osservato che un Italiano del Quattrocento, il
Po- — 237 — lizìano, era sLnto il primo ad incnlcaro il ritorno alla forma più
classica. Ora, sta bene che in latino si scriva Vcìijilius, quantunque già
nella latinità cominciasse a far capolino la foi'ma con Ti; ma in italiano,
dove quest'ul- tima ha avuto il battesimo nientemeno che della Divina Commedia,
dove il nome e il personaggio raggiunsero una popolarità maravigliosa, dove
solo il Varchi e qual- che altro letterato del Rinascimento scrisser Vergilio
(come del resto scrissero Ovvìdlo ecc.), che sugo c'è a imprendere una crociata
a prò d'un' affettazione ? Chi contro Aristotele s'appellò all'uso fiorentino,
lo invo- cava pure contro il drama e dramatico di alcuni illustri filologi. Ma
il caso è diverso, che dramma è davvero uno di quei vocaboli così generali,
così affiancati da deriva- tivi, così consolidati nella doppia consonante^ che
non può attecchire l' affettazione di ripristinarvi la scempia del greco
8pà|ia, Per ragioni consimili , non ci par che con- venga scriver academia
comedia (benché quest' ultimo fos- se molto usato nell' italiano antico) , né
diibio né publico , che pur furono usati, né Vesaggerare (lat. exaggerare)
messo in campo da Vittorio Imbriani; e neanche forse, benché sian un po' meno
disusati, imagine e retorica, soprattutto quando questo secondo nome é in senso
dispregiativo. Un caso un po' diverso é quel di bucolica, sì perché il termine
appartiene quasi esclusivamente all' erudizione, sì perché neir uso più
italiano che toscano vi prevale la conso- nante scempia , e sì infine perché la
forma buccolica fu volta a sensi scherzevoli. Nella prima metà di questo secolo
un grammatico e lessicografo lombardo, il Gherardini, ebbe la velleità di
ritirar la lingua ai suoi principii, scrivendo sapia aqiia piagne dubio commune
commando ecc., e trovò qualche se- guace; ma in simili proponimenti non é
possibile una perfetta coerenza, né egli osò a legge allontanare dovizia ecc.
sostituir lege alontanare diviziai La sua dottrina non ha più séguito, ma ogni
tanto v'é chi per singole parole — 238 — si lascia prender da quell'umore. A
noi par giusto che, dove l'uso oscilla ancora, s' abbia la facoltà di preferire
la forma più etimologica, ma, dovunque il moderno uso letterario italiano abbia
defmitivamente accolta la forma più alterata, non si debba disobbedirgli in
nome dell'eti- mologia. E vi son oggi altri letterati insigni a cui piace di
scioglier nei loro elementi alcune maniere e forme che l'uso generale aveva
defniitivamente unificate , onde scri- vono a canto, se bene, de lo, a lo, ne
lo, sit lo, su 'l ecc. mettendo così in pericolo la retta pronunzia,
ravvicinando 1' orto- grafìa prosastica alla poetica, ripristinando grafìe di
alcune delle quali la grammatica storica sa che nacquero da meri abbagli :
giacche p. es. ne lo è una partizione realmente erronea, e chi volesse davvero
analizzare nello dovrebbe scriver 'n' elio (lat. in illoì. Dovremmo aver tutti
un po' più di pietà per la nostra povera lingua, non apportarvi di continuo
riforme inutili, rispettare quanto ormai v'era in essa di stabilito. L' Italia
vorrebbe andar avanti alla buona, non già alla bona o a la buona ! E ben diceva
il Tommaseo, che, tra il purismo letterario e il purismo dell' uso vivo , la
nostra lingua si trova un po' come il vecchio dalle due amanti, « che l'una gli
strappava i ca- pelli neri e l'altra i bianchi, onde rimase calvo ». IL SOGNO
DI DON RODRIGO (cap. XXXIII) SECONDO LE DUE EDIZIONI {Ediz. del '27) Dopo un
lunc^o battagliare , s' addormentò finalmente , e co- minciò a fare i più scnri
e scom- pigliati sogni del mondo. E d'uno in altro, gli parve di trovarsi in
una gran chiesa, innanzi innanzi, in mezzo a una calca di popolo; di
trovarvisi, cliè non sapeva come si fosse cacciato colà, come gliene fosse
venuto il pensiero, di quel tempo massimamente ; e se ne rodeva in se stesso.
Guardava ai circostanti; erano tutte facce spente, interriate, con occhi atto-
niti, abbacinati, colle labbra pen- zoloni ; tutta gente con certi abiti che
cadevano a brani; e da- gli squarci apparivano macchie e buboni. « Largo,
canaglia! » si figurava egli di gridare,guardando {Ediz. del '40) Dopo un lungo
rivoltarsi, fi- nalmente s' addormentò , e co- minciò a fare i più brutti e ar-
ruffati sogni del mondo. E d'uno in un altro, gli parve di tro- varsi in una
gran chiesa , in su, in su, in mezzo a una folla; di trovarcisi , che non
sapeva come ci fosse andato, come gliene fosse venuto il pensiero, in quel
tempo specialmente ; e n' era arrabbiato. Guardava i circostan- ti; eran tutti
visi gialli, distrutti, con cert' occhi incantati, abba- cinati , con le labbra
spenzo- late; tutta gente con certi vestiti che cascavano a pezzi ; e da' rotti
si vedevano macchie e bub- boni. « Largo canaglia ! » gli pareva di gridare ,
guardando — 240 alla porta che era lontano lon- tano, e accompagnando il grido
con atti minacciosi del volto, senza far nessuna mossa però, anzi
ristringendosi nella persona, per non toccare quei sozzi corpi, che già lo
toccavano anche troppo da ogni handa.Ma ninno di quegli insensati pareva
muoversi , ne manco avere inteso; anzi gli sta- vano più addosso: e sopra tutto
gli sembrava che qualcuno di co- loro, colle gomita o con che che altro, lo
premesse al lato sinistro, tra il cuore e l'ascella, dove sen- tiva una puntura
dolorosa e co- me pesante. E se si storceva, per causarsi da quella molestia,
su- bito un nuovo non so che veniva a pontarglisi al luogo medesimo. Infuriato
, volle por mano alla spada; e appunto gli parve che per la stretta, ella gli
fosse mon- tata su lungo la vita, e fosse il pome di essa che lo calcasse in
quel luogo ; ma, cacciandovi la mano, non trovò la spada; e, al suo tocco
stesso, senti una fitta più forte. Strepitava, ansava e vole- va gridar più
alto ; quan d' ecco tutte quelle facce rivolgersi ad una parte. Guardò anch'
egli colà; scorse un pulpito, e vide dalle sì)onde di quello spuntar su un non
so che con vesso, liscio e luc- cicante; j»oi alzarsi e comj)arir di- stinto un
cocuzzolo calvo, poi duo occhi, una faccia, una barba lunga e bianca, un frate
ritto, fuor dolio alla port?„, ch'era lontana lonta- na, e accompagnando il
grido con un viso minaccioso , senza però moversi, anzi ristringendosi, per non
toccar que' sozzi corpi, che già lo toccavano anche troppo da ogni parte. Ma
nessuno di quegrinsensati dava segno di vo- lersi scostare, e nemmeno d'avere
inteso; anzi gli stavan più addos- so: e sopra tutto gli pareva che qualcheduno
di loro , con le go- mita o con altro , lo pigiasse a sinistra, ■ tra il cuore
e 1' ascella, dove sentiva una puntura dolo- rosa , e come pesante. E se si
storceva, per veder di liberar- sene, subito un nuovo non so che veniva a puntarglisi
al luogo medesimo. Infuriato, volle metter mano alla spada ; e appunto gli
parve che, per la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di quella che
lo premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trovò la spada, e
senti invece vma trafitta più forte. Strepitava, era tutt'affannato , e voleva
gridar più forte; quando gli i)arve che tutti que' visi si rivolgessero a una
parte. Guar- dò anche lui ; vide un pulpito, e dal parapetto di quello spun-
tar su un non so che di con- vesso , liscio e luccicante ; poi alzarsi o
comparir distinta una testa pelata , poi duo occhi , un viso , una barba lunga
e bianca , un frate ritto , fuor del — m sponde fino nlla cintoln, fra Cri-
stoforo. Il quale, balenato uno spiardo in pire su tutto l'udito- rio, parvo a
don Kodrifr-o che lo fermasse in volto a lui, levando insieme la mano,
nell'attitudine appunto che aveva presa in quel- la sala a terreno del suo
palaz- zotto.Egli allora levò pure la mano in furia, fé' uno sforzo, come per
lanciarsi ad abbrancar quel brac- cio teso in aria ; una voce che gli andava
rug-ghiando sordamen- te nella gola, scoppiò in un grand'urlo; e si destò.
Lasciò ca- dere il braccio che aveva levato in effetto ; penò alquanto a ri-
prender del tutto il sentimento, ad aprir ben gli occhi ; che la luce del dì
già alto gli dava noia non meno che avesse fatto quella della candela ;
riconobbe il suo letto, la sua stanza ; comprese che tutto era stato sogno : la
chiesa, il popolo, il frate , tutto era svanito ; tutto fuorché una cosa,
quella doglia al lato man- co. Insieme si sentiva al cuore un battito
accelerato, affannoso, negli orecchi un rombo e uno stridore, un fuoco di
dentro, un peso in tutte le membra, peggio di quando s' era posto' a letto.
Esitò qualche pezza, prima di guardare alla parte dogliosa; fi- nalmente la
scoperse, vi gittò un'occhiata, raccapricciando ; e scorse un sozzo gavocciolo
d'un livido pavonazzo. ])arai)Ctto fino alla cintdl.i , Ira Cristoforo. Il
quale , fulminato uno sguardo in giro ku tutto l'uditorio, parvo a don Rodrigo
che lo fermasse in viso a lui, alzando insieme la mano , nel- l'attitudine
appunto che aveva presa in quella sala a terreno del suo palazzotto. Allora
alzò anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per islanciarsi ad
acchiappar quel braccio teso per aria ; una voce che gli anda- va brontolando
sordamente nella gola, scoppiò in un grand'urlo; e si destò. Lasciò cadere il
braccio che aveva alzato davvero ; sten- tò alquanto a ritrovarsi, ad aprir ben
gli occhi ; che la luce del gionio già inoltrato gli dava noia, quanto quella
della candela, la sera avanti; riconobbe il suo let- to, la sua camera; si
raccapezzò che tutto era stato un sogno: la chiesa, il popolo, il frate, tutto
era sparito ; tutto fuorché una cosa, quel dolore dalla parte si- nistra.
Insieme si sentiva al cuo- re una palpitazion violenta, af- fannosa, negli
orecchi un ronzìo, un fischio continuo, un fuoco di dentro, una gravezza in
tutte le membra , peggio di quando era andato a letto. Esitò qualche mo- mento,
prima di guardar la par- te dove aveva il dolore ; final- mente la scopri, ci
diede un'oc- chiata paurosa; e vide un sozzo bubbone d'un livido paonazzo. 16 —
Un po' di commento. • — Abbiam trascritto i due brani senza contrassegnarne le
differenze, per non turbare V im- pressione complessiva che ciascun d' essi fa,
e per dar materia ai giovani d' esercitarsi ad avvertirle. Omettiamo pure quasi
del tutto di additare le correzioni e le aggiunte evidentemente felici o
innocenti, restringendoci a una ra- pida rassegna di quelle che ci paiono o
poco lodevoli o di dubbia opportunità o per lo meno non iscompagnate dal
sacrifìcio di qualche bellezza. In una calca di ]ìopolo era più efficace che in
una folla, e per quel calca, e perchè col -popolo s' anticipava alquanto la
canaglia. Forse, non essendo d' uso l' aggiunger di popolo a calca, la
locuzione sembrò all' autore una di quelle che gli dispiaceva d' aver fabbricate
lui. Forse anche gii parve che avrebbe almeno dovuto premettere a calca un
gran, quasi per contrappeso all'aggiunta di popolo ; il che però non poteva
fare, per esservi subito prima in una gran chiesa, dove sop- primere il gran
sarebbe stato un attenuare la solennità della cosa e la quantità stessa della
folla. Gli sarebbe stato lecito anche dir in mezzo a una calca, senz'altro; ma
si riserbava di sostituir piìi giù calca a strelta; e questa ragione forse può
aver aiutate tutte le precedenti, o anche valer da se sola. Come si fosse
cacciato colà era più forte ed esprimeva me- glio la stizza d' aver fatto uno
sproposito imperdonabile. Come ci fosse andato è men colorito. Per abbreviare e
per togliere il cci/à,non molto proprio dell'uso parlato, poteva so- stituire:
come ci si fosse cacciato. Nelle parole precedenti, c/iè non sapeva, sembra
lasciasse il che anche nell' edizione ri- formata; ma in ristampo di questa si
trova che, certamente preferibile. Pure scolorito è e n' era arrabbiato. Meglio
era seguitasse a dire e se ne rodeva, tralasciando in se stesso, o surrogasse e
si rodeva dalla stizza o dalla rabbia. Spenzolate rima troppo con incantati e
abbacinati. Non si vede perchè gli sinac esse penzoloni. Dagli squarci non
appagava del tutto; ma anche da' rolli non ci lascia (piic^li. [ non Tosciiii
conoscono questa voce, in (jnanto ò sostanlivata, più nel numero singolare che
nel plurale (cfr. U rotto della cuffia). Avesse almeno detto dai rotti! Forse
dagli strappi sarebbe passato più liscio. Che la spada gli fosse montata sic
lungo la vita era modo un po' prolisso. Ma, che gli fosse andata in su, è un
po' sbiadito. Quasi si preferirebbe gli fosse montata in su, gli fosse salila
su, gli fosse salita più su. Quel pome della spada, suggeritogli da esempii
classici an- tichi, specialmente poetici, era una solenne ingenuità. Che per
ischivare codesto antiquato toscanesimo abbia egli avuto bisogno d'apprendere
il toscano moderno, è un fatto curioso e degno di nota. Quanti Italiani non
avrebbero scritto pomo sin dalla prima volta? Quando gli parve che tutti que'
visi si rivolgessero a una parte non istà male, ma quand' ecco tutte quelle
facce rivolgersi ad una parte stava forse meglio. Più naturale ed espressivo
era facce, che nell'uso italiano è più frequente e prosastico, più adatto a
significare tutta la superficie del volto, e più appli- cabile a volti, come in
questo caso, deformi o deformati ; mentre è tutto toscano 1' uso di preferirgli
assai spesso viso, come in lavarsi il viso ecc. In ad una parte, V ad anziché a
serviva a dar più rilievo a una, cioè a quell'unica parte a cui tutt'a un
tratto s'eran rivolte tante persone diversamente situate. L'intero costrutto
poi aveva qualcosa di rapido, d'improvviso, d'immaginoso, di pittoresco. La
mutazione di cocuzzolo calvo in testa pelata non appaga per l'aggettivo. La
dignità del luogo e del personaggio e la scena tragica rendevano preferibile
testa calva. Così, in ad abbrancar quel braccio teso in aria non fece bene a
sostituire acchiappar che riesce un po' triviale ; meno male se, volendo per
forza mutare, avesse posto afferrare. O che abbia a bella posta cercato un
tocco volgare per accrescere la comicità terribilmente ironica della
descrizione e il grottesco di quel delirio angoscioso? Che anche il pelata già
discusso si debba spiegar cosi? — Quanto a teso in aria, era forse preferibile
a leso per aria, tanto più die questo nuovo jjer è preceduto a breve distanza
da come per islanciarsi. Ma avrà fatta la mutazione per togliere a tutta la
frase il suono che aveva d'un endecasillabo. In stentò alquanto ad aprir ben
gli occhi ci sembra che sa- rebbe stato utile matasse ben in b3ne. Oltre che
ben avanti gli e dopo un altro tronco, aprir ^ e dopo steniò e dXquanìo, è
duretto; bene avrebbe conferito di più ad esprimer lo stento. Tra quanto
qicella della candela e la nuova aggiunta la sera avanti, avrebbe fatto bene a
non metter la virgola, che di- stacca codesta aggiunta dalla frase a cui solo
si riferisce. Una palpilazion violenta ci pare un altro esempio di tronca-
mento poco eufonico. Tvdi paurosa, sostituito a raccapricciando, q paonazzo,
viene ad esserci un'alliterazione non bella. Senza dire che qui il raccapriccio
diceva più e meglio della paura, benché il ge- rundio riuscisse duro. Del
criterio col quale si deve studiare la prosa di M., ed in che senso possa
questa servir di modello La lingua dei Promessi Sposi Un po' dì discussione
teorica e di esposizione storica della questione della lingua Fra Galdino Questioncelle
di fonetica .Il Sogno di don Rodrigo, secondo le due edizioni. TAVOLA DEI NOMI
E DELLE COSE PIÙ IMPORTANTI a\ de' e sim abbrunire e abbrunato a cavallo 222.
Accento trasportato [nuoto e novità^ e sim.) 233-36. acquetare 235-6.
Affettazione Alberti L. B. 157. al di là e sim. 97. Alfabeto ed ortografia
italia- Da 96, 134, 167, 192-3. E cfr. Pronunzia ecc., e Dit- tongo ecc., e
Troncamento ecc. Alfieri 8-9, 30, 47n, 154. all' eccesso 83, 213. a lo, de lo e
sim., 178, 238. altri singolare 76 sg. altrui 83. àmallo, amallo 191. amavo e
sim. 178. Anacoluti 85, 86-8, 88-93. Analogia 34, 187-8. anche per ancora 196.
anco 196. anello, v. ditale. annetti, annucci, 49n. Antonio d\ Tempo 147.
Apostrofo, V. Troncamento ecc. Arcaismo e arcaismi 24-Ariosto Aristotile Arte
manzoniana, suoi limiti e caratteri, Articolo avanti a nome di donna 79, 195;
avanti a nome di uomo 81; avanti ai cognomi avanti a mio figlio e sim. ripetuto
nel superlativo re- lativo Ascoli XIV, 11, 15, 91-2n, 118-20, i83, 211.
assettarsi Ausiliari Augello Avanzi nei P. S. di lingua meramente letteraria
nO-1. avria e sim. 149, 165. Avverbii in -mente 233-4. Avverbii in uso aggettivale
73, 82. bacio bascio e sim. 193. barba per zio 38. Baretti 124n, 130, 154, 183.
Bargagli 123n, 128, 176. Bartoli Daniello 123-4a, 129, 173, 179. Bembo7, 122o,
127, 128, 159, 163, 164, 169, 184. Beni 123n, 129, 177-8, 179. — IV — Bernardi
Gaetano 19n, 118. Berni BiAMONTi 122, 124n, 132, 189. Boccaccio 3-5, 6, 23 sg,
35, 145-6,156, 163,165, 177-8. Boiardo 57, 150, 158. Bologna e bolognese 36,
137, 138, 147, 148. Bonghi Broglio 114,117, 118, 121 , 217n. Bulgarini
Belisario 123n, 128. 'buona lingua' 33, 170, 180, 185, 190. buonissimo 235.
Buscaino Campo 73, 118. C aspirato 192; e sibilante di pace e sim. 192-3, g
167. Calmeta 172. camicia camiscia e sira., 193, Canello 124n. Cantìj 39n. 216.
Capponi 206n, 213. Carducci 111. Carena 113. Caro 7, 125-6, 128. Casa 6,164.
Casanova Alfonso 19a. Castelvetro 122,125-6,128, 189. Casigliano 150, 151.
Castiglione 7-8, 122, 123, 172. Castra 140. cecamente 233. Cellini 6, 90, 91,
164. cerasa 160. Certaldese 163. Cesari 124n, 132, 185 sgg, 189-90 199.
Cesarotti 1 24n, 130-31 , 183-4 , che e che cosa interrogativo 78 sg, 199. che
per cui 82. Cherubini 49. d e vi avverbii 83, 209. ciliegia 160. Cinquecentisti
5, 6, 7. Cioni 49, 50. Cittadini 123n, 128, 176. colónna e colonna 175. coeur,
190. Commento perpetuo ai P. S. se sia necessario o utile X-XIII. Comparazioni
tra le due re- dazioni dei P. S. in che modo debbano farsi 1 sgg. compie 210n.
Condizionali in -ia 149, 165. Consonanti scempie mal ri- pristinate dove r uso
le ha raddoppiate , e viceversa , 237. Convenienza drammatica nello stile
manzoniano Correzioni, v. Mutamenti. CortigianoS, 141-2, 152-3, 169, 172. cosa
per che cosa Crivellucci 124n. Crusca 32, 33, 49-50, 118, 129-32, 179 sgg, 205.
cmper c/ii in caso obbliquo 82. Dante. Sua prosa 3-4. Sua lirica 140, 143. Il
poema e sua efficacia nel fatto della lingua 5, 13, 2l,35sg, 119n,
143-5,154-5,156, 157, 160, 163, 178, 195. 11 De Vul- qari Faoquentia da porre ^
dappoco 192-3n. dassi e stassi 46, 83, 195. Davanzati 6, r23n, 129, 165, 192.
D'Azeglio 199. De Amicis X, 111, 201. degli imbrogli 226. del , per nel o il ,
avanti al- l' anno delle date, 96-7. Del Falco 128. de lo, V. a lo. desso,
dessi, 76. dèlti 178. di premesso o no avanti al mese nelle date 96. dì 37.
Dialetto e lingua Dialetti greci Dialetti italiani dicano per dicono e sim.
196. dicatto, dicatti, 84-5. diciatto di vino 57. dispera , dispero ,
sostantivi 47o, 48. Distrazioni vere o apparenti del Manzoni Inconseguenze ecc.
ditale 196. dittongo ie 59, 60, 149, 207, 2.33-6. dittongo uo 57 sgg, 101 {fo-
ruscito), 118, 149, 195-6, 198, 201,207,208,209-10, 233-6, 238. don premesso o
no a Rodrigo 223. doventare 84, 194, 198. dua 178. e' per egli 64 sg, 195, 211.
e' per eglino 71 , 76. e bene 226 e cfr. 238. Edizione comparativa dei P. S,
XIII, 19. Edizione i)rincipe e edizioni successive dei P. S. 16 sgg. effiffe
ecc. 195. egli 61 sgg, 71, 195, 211. eglino 75. Cfr. 150. ella 53, 68, 195.
elleno 75. Esempli tratti dagli scrittori e addotti come autorità in fatto di
lingua37-9, 179 sgg. Etimologia come giustifica- zione deir uso d' un voca-
bolo 177, 187-8, 236-8. Etrusco 139. facile da 46. fagiuolo fagiano e sim. 193.
fallare 45. fameglia 175, 191. far carità 53. far di meno e far a meno 97.
farmo fa rno , facendomo fa- cendone, famosi e sim., 150. Fauriel 22, 23, 32,
34n. Ferrer come debba pronun- ziarsi 36a. fiala 37. figlio figliuolo ecc. 84,
195. fi'jCco 45. Fioretti Benedetto, v. Nisiely. Firenze 7 , 9 , 30 sg, 32 , 46
sgg, HO, 147, 152, 158, 161 sgg, 166, 169, 171, 173, 174 5, 183, 188 , 190-1,
196 s.gg, 202 sgg, 214. Firenzuola 97 , 123n , 124 , 169. Folli XIII, 19.
FoRNACiARi Raffaello 217. Fornari Vito 118, 206n. Foscolo 30. fra e tra
Francesco da Barberino 146. Francia, francesismo, france- sismi Origini del
francese e suc- cessiva estensione di que- sto nome 151-2. —Il fran- cese
scritto dal Manzoni 23. — I francesismi del Manzo- ni 24, 106q, 213. frisare
46. Caldino 228 -9n. Galilei 8. Galvani 122, 124n, 132, 189. Gaspary 124n.
Gelli 123q , 124, 164, 173, 189. Germania e sue condizioni idiomatiche 153-4.
Gerundi! uapoletaneschi an- tichi Gherardini 237. GiAMBULi.ARi 123q, 127, 176.
Giordani 28, 31, 41. Gigli 124n, 129-30, 131, 176. GiORGiNi 118, 121, 217n.
giovane e giovine ecc. 101. giù, e óM 42 sg. giucare 44, 178. Giusti 17, 57,
200-2, 204,^ gli per egli 64 sg, 71, 195. gli per eglino 71-2. gli per a lei
46, 74, 195. gli per a loro 46, 74 sg, 195. gli Dei 193. gliene gnene gliele
48. Glottologia, criterio glottolo- gico, filosofiadel linguaggio, nella
questione o nella pra- tica della lingua godere Go/.zi Gaspare 8. Grammatica e
grammatiche Pro- nomi, Anacoluto. grazia gratia e sim. 168. Grecismi 177,
187-8. Greco, v. Dialetti greci. GUITTONE 180. 71 168. Ibridismo idiomatico
43a, 133 sgg, 150, 153. Idiotismi 39n, 85 sgg, 110, il predicativo in io il
sono e sim. 72 sg. il quale ecc. 77 sg. Imperativi va e vai e sim. 83, 195,
incegnare, incignare^ 177. Incertezze o inconseguenze del Manzoni nell'
applicazione del suo nuovo criterio Distra- zioni ecc. e Avanzi ecc. Indicativo
par congiuntivo 94. Infiniti coniugati del napole- tano antico 150. in la per
nella 164. introcque 143, 144. Italiani in continuo scambio coi Transalpini
133; e tra loro 7, 134-5, 137, 149. E cfr. 28, 34, 114-5, 153, 154. Italiani e
Toscani, v. Toscani e Italiani. Italianità correttrice della to- scanità 7,
146, 169 sgg. 184, 192-3, 194 sgg, 203, 214. Italiano 29, 33, 114, 169 sgg,
183. E cfr. Tradizione let- teraria. la soggetto 69-71, 195. Lasca 164. latino 45.
Latino e volgare, latinismi le soggetto lei soggetto 46, 68. lei rivolto al
lettore 199. Leopardi lengua 191. lèttera e lèttera 175, 176. LiBURNio 123n,
170. V indomani 213. Lingua che cosa sia 113 sgg, 119-20. Lingua dei libri 37.
Ecfr. 'buo- na lingua ', Crusca, Testi di lingua. Tradizione lettera- ria.
Lingua e dialetto ed idioletto (H. P. Grice), v. Dialetto e lingua. Lingua e
letteratura Lingua poetica, v. Poetico ecc. lo in io lo sono e sim. 72 sgg.
logica Lombardelli 123n, 128, 164, 174. Lombardi 7, 9, 122, 124, 128, 154.
Lombardismo e lombardismi 26 sg, 34 sgg, 42 sgg, 49, 69, 84, 107n. Cfr. 79, 98,
99, 172-3, 191. lo ^nferno e sim. 193q. LoRENZINO DEI MeDICI 6. Lorenzo dei
Medici 157. loro soggetto 75 sg. Cfr. 76. Ludovico 100. lui soggettoV uomo 224.
Machiavelli maèstro e maèstro 175, 176. Magalotti 124n, 183. maggio comparativo
82. Martelli Masuccio M. Mazzoni meglio per migliore o mi- gliori 81 sg.
messere 105. Mezzogiorno d' Italia Sicilia ecc. mia per miei 178, mica 46.
Milanese, v. Lombardismo ecc. 7no 42. Modernità Monti 113, 122, 124n, 131-2,
186-8, 190. Morandi Muratori 8. Mutamenti di forma nella nuo- va redazione dei
P. S. Opi- nione comune intorno ad essi 17 sg, 56 sg. — Muta- menti buoni 1 sg,
16 sgg, 20, 41 sgg, 60 sgg, 93, 94, 100, 109-12; — indiflferen- ti 0 cattivi Mutamenti
o giunte di so- stanza 16, 20. Muzio 123n, 124-5, 127, 173, 174, 177, 188, 192.
Napione 124n, 130-1, 184. Napoli, napoletano, v. Mezzo- giorno. nappa 45. natia
212. Naturalezza 8, 15, 26,29,72, 173, 199-200, 208. E cfr. Affettazione, e
Anacoluto. ne per ci 37. ne lo 238. Neologismi 83, 112, 187. Niccolini G. B.
50. NisiELY 123d, 129, 150, 174. noi si fa e sim. 85, 91-2. nòmina 204-5. —
vili — non la , non le , per la non , le non 43. nosco 178, 210. notato e
notavo 103. nuovissimo 235. 0 interrogativo od esclamativo ed oh 47n. ontfe
82-3. Organismo, carattere organico della lingua, 120, 203. Originalità del
Manzoni 30. Origine della lingua italiana in genere 139, 160-1, 174, 188. —
Origine dell'italiano letterario 47, 141, 161, 184, 188, 190-93. palmo per
palma 196. Parola, suo valore convenzio- nale e suoi pregi accessorii, 203-4,
208. E cfr. 84-5. Participio passato di Tempi perifrastici accordato o no coir
oggetto 0 col soggetto 94-5, 97-8. Passavanti 157. pazzo da catena 49q. peggio
per peggiore peggiori 81 sg. Persico X, 19n. Persio Ascanio 123n, 128, 177.
Perticari 122, 124a, 131-2, 186-8, 189-90. Perugia Peroscia 193. pesca persica
ecc. 160, Pescetti 123n, 129, 130. Petrarca 145, 156, lò3, 178. Petrocchi XIII,
118, 206 , 217n. Pleonasmi 63, 69-72, 74, 85-6. Podestà 135, 137, 140. Poetico
(linguaggio) 28 sg , 60, 80, 98-9, 136. sgg, 148-9, 165, 193, 208-13. Polemiche
VIII-IX, 113 sgg, 117, 120-132, 142-3, 144, 158-Poliziano 157. pome 243. ponta
Popolarità 25, 28, 29, 49, 100. Cfr. 148. poria, V. avria. porporato 223-
pcrrai per potrai 146. potrebbano e sim. 196. Pronomi 61 sgg , 82-3 , 95 ,
107n, 211. Pronunzia toscana 60 , 98-9, 168-70, 174-5, 192-3, 195, 133 sgg.
Prosa francese Prosa italiana anteriore al Manzoni 3 sgg, 21, 24-6, 28, 29 sg,
32 sg, 41 sg, 90-1, 145-6, 149, 186-7. Prosa latina 213-4. Prosa manzoniana
Isgg, lOsgg, 12 sgg, 22-3, 25-7, 30 sgg, 109-12 ecc. Degenerazioni del tipo
manzoniano Prose minori del Manzoni 14-5, 19n, 20 sg, 40, 61,65, 68, 74n, 83,
92n, 113-7, 213, 238. Provenzale Provinciali scrittori, loquele, idiotismi,
attitudini Puglia 137. Pulci 157. Punteggiatura 107, 109, 244. puole 196. PuoTi
132, 185 sgg. Purismo guaìche plur. 76. querce sing. 196. quegli sing. 76 sg,
195, 209. quello nominativo personale 77. questi sing. 76 sg, 195. Questione
della lingua. Da chi principalmente trattata Suoi carat- teri morali e politici
122 sgg, 142-4, 163, 164, 169 sgg, 174, 182. — Suo stato presente XIV-XV , 188
sgg. — EpisoJii ovvero questioni incidentali o indirette 125- 32, 164, 165-7,
167-70, 170 sgg, 174-7, 177-8, 178, 179 sgg, 189 questo nominativo personale77.
Quintiliano Ragione, se sia la regolatrice della lingua, 187, 188, 205. ragnare
Realismo idiomatico 35 sg. redazione 16. Redi 179. Riboboli 49, 56, 157, 205.
Ridicolo, correttivo dell'affet- tazione, 207. RiGUTiNi 19n, 107, 217n.
nnnovare 177, 205. Roma e romanesco 8, 30, 139, 153,159,160,172, 175,206-7.
Cfr. 34. Romani Fedele 217a. Sacchetti 140, 157. Sainte-Beuve 34n, 210.
Salviati 123n, 125, 130, 170, 174, 195. Salvini 124n, 179, 206. Sannazaro 128,
150, 158, 163. scensa ecc. 195. se bene 238. Secolo d'oro 159, 160 ,180, 184,
185, 190. se gli e gli si 95. seicento e secentista 236. Sensi XV. sera e notte
215. Ser Osmano 140. Settembrini 116-7. Sicilia e siciliano 60, 136-8, 139,
147. Siena, Senesi, senese Siniscalchi 217. Sinonimi 47, 100 sgg. 111, 194-6,
198, 199, 204, 215. Solennità della prosa italiana 26 sg, 41, 51-5. sortire 46.
Spagnuolo 150, 151, 233-4. spece ecc. 195. spengere 196. spera per specchio
196. Speroni 122a, 127, 128. sposare e maritare 107. s tassi, V. dassi. Stile
20 sgg, 21 S2g, 22, 27, 31, 32 sg, 35, 40, 41 sg, 48, 61 , 63, 64, 67-8, 71,
72, 76 sg, 79, 82, 91-2, 94, 102-3, 104, 141 sgg, 155, 156, 195, 211, 213. su
7, su lo ecc., v. a lo. suolo per suola 196. sussurro 196. siito 178. Tabarrini
118, 121. taccuino 38, 45. Tasso7,125, 130, 164,181,183. te par iu 65 sg.
Tedeschi Paolo 20n. testa testa 106, 213. testé 178. Testi di lingua 32, 33,
39, 179 sgg, 215. — X — tìempo 190. ToLOMEi Tommaseo 41, 118, 198, 205, 238.
tornare 204. tosa Toscani e Italiani Toscanità 4 , 5, 6, 7, 30, 31, 32, 38, 43,
46 sgg, 113 sgg. 138 sgg, 152 sgg, 161, 169 sgg, 185 sgg, 188. — Pre- rogative
naturalmente pro- prie del toscano 138-40 , 147 sg. — Difficoltà impac- cianti
la sua diffusione 149, 150, 152-4, 156, 157, 158, 159,160-62, 164-5— In che
modo il Manzoni mirasse al toscano fin dalla prima edi- zione 32, 38 sg.
Toscano e fiorentino 113-4 , 115, 123-4, 128-9, 142,146, 152, 162, 171, 174
sgg, 182, 201, 215. tra e fra 101, 102-3. tra per tra' 98. Tradizione
letteraria Pronomi, e Avanzi ec. Traduttori toscani antichi 146, 157, 180.—
Traduttori fran- cesi e italiani 212. Trecentisti Trissino Troncamenti ed
apostrofo tu se 178. ufijg^'e uffizio e sim. 'un per non 196. Unità letteraria
anteriore al- l' unità politica 7 , 28 , 29, 32 sg, 39, 110-12, 132 sg, 144
sgg, 150, 152, 153, 158, 161,167sgg, 178-9 sgg, 184, 202 sg. Uso arbitro dsUa
lingua 187-8. Uso colto e vivo 6, 7, 49, HO, 116,126, 183, 189, 190, 197-8,
215. — Uso toscano plebeo 156-7, 215; ecfr. 180- 81. —r Differenze tra 1' uso
parlato colto toscano e l'uso letterario nazionale 59-61 , 64-6, 68-9, 72, 74,
77, 79, 83-4, 85, 99, 102-3, 107n , 191-9,204-6, 208,215,233. Varchi Vellutello
174. Venezia e veneziano 137, 139, 149, 153, 159, 169. venghiamo 178. Verbo al
singolare col soggetto plurale 86-8. Ver g ilio 236-7. Veisi cella prosa 41 ,51
sg , 59, 99, 100, 106, 244. vi avverbio 83, 195, 209. vinti per venti 191.
Vocabolario e vocabolari 32, 33, 37-8, 115, 129-32, 162, 163-4, 179 sgg, 188,
192, 198, 202 sgg, 217n. Volgare illustre 8, 123, 132 sgg, 166, 188. E cfr.
151-2. voliamo per vogliamo 178. volsi per volli 196. vosco 178. Waille 23n. 2,
zz 167-8. Zanotti 8. Pag. XIII, lin. 18: già » XV, » 6: cosi » 30 » 4:
reminescenze » 46 » 24: generalmente lato » 55 » nota : cosa s » 79 » 12: talia
» 85 » 1: che e » 91 » 3: francesce » 104 » 11: aggiungi : r CORREZIONI E
GIUNTE — già = cosi = reminiscenze gabel- = generalmente, e no a torto,
gabellato ■= cosa sì =: Italia rrr che è =: francese Dove aveva scritto propr/o
tutù al rovescio (III) avrebbe forse dovuti correggere a rovescio od alla
rovescia giacché sembra che questo modo avver biale non abbia se non codeste
due forme così neir uso vivo come negli esempi degli scrittori. » 105, nota 3:
a messerno aggiungi : (e. XXV). » ibid. ibid : alla fine aggiungi : Ma, con
evidente con venienza, il Cardinale seguita a dire s gnor curato (XXV). » 106 nota
3 : {téte à-iéte) = {téte à téte) » ib. li n.ult. del testo: quela = quella »
110 lin. 17: riuscissero scure = ri uscisser oscure » 113 » 1 : riasciacquare =
risciacquare » 121 » ultima: uor = fuor » 126, agli ultimi quattro righi si
sostituisca: dato fuori il Politi non pubblicò mai lui il Cesano, che avev
scritto pochi anni appresso, bensì, già vicin a morte, nel 1554, se lo vide
pubblicate come allora facilmente capitava, da un edi tore senza sua saputa. *)
» 130 » 17 : desideri = desiderii » 135 » ult. : de = de' *) Sono stato indotto
a così correggere da un amichevole avvertimento del prof Rajna. e poiché m'
accade di nominarlo, voglio aggiungere che nella nota ch< termina a pag. 124
avrei fatto bene a ricordare la sua dissertazione sul Dialogo del Machiavelli
(Rendiconti dei Lincei del 19 marzo 1893), e le pp. 37-46 del- l'articolo su
una Versione dei Sette Savi {Eomania, VII). — XII — Pag. 137 lin. 26: era stato
frequentato = era stato forse fre- quentato » 138 » 1 : vi fu = vi potrebbe
essere stato » 146 » 4-5: un ampia == un' ampia » 149 » 23 : nell'uso ufficiale
=z nell' uso ufficiale 0 quasi ufficiale » 155 » 17 : e più = è più » 196 verso
la metà; ai modi no anche e no anco si apponga questa nota: Non son di tutta
Toscana, ma di qualche vernacolo, p. es. del pisano. » 197 lin. 15 : fiorentimo
= fiorentino » 204 dopo la metà: biglietto d'ingresso = biglietto d' invito
> 211 » 9: sorpresa e quasi = sorpresa, e quasi » 213 » 5: (p. 38, 127) =
(p. 24, 106n). » 238 » 15 : 'n' elio = 'n elio » 240 » quint. : con vesso :=
convesso. Nome compiuto: Manzoni.
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